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MAX WEBER :L’oggettività conoscitiva della scienza storico-sociale

Max Weber nacque ad Erfurt, città tedesca della Turingia, il 21 aprile 1864. Figlio di un giurista e
deputato liberale, ebbe contatti con ambienti politici e intellettuali alto borghesi tedeschi, si trovò
immerso fin dall’infanzia nel clima intellettuale del cosiddetto storicismo tedesco, i cui protagonisti
frequentavano il salotto di sua madre. Compì studi giuridici, economici e storici in varie università e
divenne professore di economia nel 1894 presso l’università di Friburgo e nel 1896 presso
l’università di Heidelberg. Aveva raggiunto già una notevole fama allorché, nel 1897, un durissimo
scontro con il padre, che morì un mese dopo, lo precipitò in una condizione di depressione
inabilitante che durò ben cinque anni, e lo costrinse ad abbandonare l'insegnamento. Guarito,
nell'autunno 1903 rinunciò al posto di professore e accettò l'incarico di direttore associato del
neonato Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik (Archivio per la scienza sociale e la
politica sociale).Solo nel 1903 Weber riprese in pieno la sua attività di scrittore, che risultò
prodigiosa. Nel 1910 fondò, con Tonnies e Simmel, la Società tedesca di Sociologia. Partecipò poi
alla prima Guerra mondiale con un entusiasmo che, rapidamente, si volse in delusione. I suoi
attacchi alle classi dirigenti tedesche finirono con l'emarginarlo politicamente. Durante la prima
guerra mondiale prestò servizio come direttore degli ospedali militari di Heidelberg e al termine del
conflitto tornò all'insegnamento con una cattedra di Economia, prima a Vienna e
nel 1919 a Monaco di Baviera, dove guidò il primo istituto universitario di sociologia in Germania,
e, caduto l'Impero tedesco, si dedicò nuovamente alla politica in nome di una nuova fede
repubblicana e democratica non scevra d'istanze sociali. Nel 1918 fu tra i delegati inviati dalla
Germania a Versailles per la firma del trattato di pace e successivamente diventò consulente dei
redattori della Costituzione della Repubblica di Weimar (1919-1933), dopo esser stato tra i
fondatori del Partito Democratico Tedesco (DDP) ed essersi candidato invano per far parte della
stessa assemblea costituente. Morì nel 1920 a Monaco di Baviera il 14 giugno 1920 colpito dalla
grande epidemia postbellica dell'influenza spagnola, lasciando incompiuta la sua opera maggiore,
Economia e Società.

I testi più importanti di Weber:

1904: L’oggettività conoscitiva delle scienze sociali e della politica sociale

1905: L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

1918: La scienza come professione

1918: La politica come professione

1922 (postumo): Economia e società

I maggiori contributi metodologici di Weber:

1. Roscher e Knies e i problemi logici dell’economia politica di indirizzo storico (1903-1906)

2. L’”oggettività” conoscitiva della scienza sociale e della politica sociale (1904)

3. Studi intorno alla logica delle scienze della cultura (1906)

4. Alcune categorie della sociologia comprendente (1913)


5. Il senso della “avalutatività” delle scienze sociologiche ed economiche (1917)

Il filo che lega fra di loro questi saggi è caratterizzato dalla riflessione circal a possibilità di una
conoscenza storico-sociale il cui fondamento non sia ontologico – la necessaria inerenza del
pensiero all’essere – ma logico

Il dualismo ontologico “scienze di realtà/scienze di leggi”:

1.scienze di realtà

- ideale logico: separare le proprietà essenziali dei fenomeni individuali dalle proprietà accidentali

- ”concetto di cosa”

- giungere per questa via alla rappresentazione intuitiva dei fenomeni individuali

2. scienze di leggi

- ideale logico: ordinare la molteplicità dei fenomeni entro un sistema di leggi e di concetti di
validità universale e incondizionata

- ”concetti di relazione di validità generale”

- giungere per questa via alla subordinazione del singolo caso empirico ad un concetto di
genereienze di leggi

Weber si oppone a questo dualismo ontologico mostrando, innanzitutto, la insostenibilità logica dei
“concetti di cosa” In quanto prodotti di intuizioni: “vi sono davvero in generale dei concetti di
cosa?”, si chiede Weber. I sostenitori di questa posizione, fra cui Croce, sostengono che le “cose
sono intuizioni mentre i concetti si riferiscono a relazioni fra cose”; quindi:

- non si può parlare di concetti di “cose individuali”, in forza della loro unicità

- procedendo a partire da intuizioni, la conoscenza storica è una forma di conoscenza artistica e non
scientifica

- la storia non può diventare materia di valutazione logica, visto che la logica si interessa solo di
concetti e della loro definizione

La risposta di Weber: questa posizione si fonda su errori di natura logica:

- pensare che solo i concetti di relazione (di assoluta precisione) sono veramente concetti, ma
nemmeno la fisica lavora esclusivamente con simili concetti

- pensare che “i concetti di cosa” non sono concetti ma intuizioni è il prodotto della confusione tra i
differenti significati dell’intuizione: l’intuizione categoriale con l’intuizione sensoriale

- pensare che la storia sia una riproduzione di intuizioni o di esperienze rivissute rappresenta
“un’idea dilettantesca”, stante l’impossibilità logica che un’esperienza – anche la propria – possa
essere ritratta o ricopiata. Anche il giudizio più semplice: “Pietro va a spasso”, in quanto giudizio
deve garantirsi condizioni di oggettività che presuppongono operazioni logiche in cui vengono
impiegati concetti generali, cioè a dire operazioni che implicano l’astrazione e il confronto

- l’errore decisivo di queste concezioni è che si “confonde il problema del risvolto psicologico
connesso al formarsi di una conoscenza con il problema, totalmente diverso, del suo ‘senso’ logico
e della sua ‘validità’ empirica”

- il senso logico e il problema della validità empirica presuppongono sempre “la determinazione
(relativa) dei concetti e sempre e senza eccezioni la conoscenza generalizzante – cose che
comportano un’elaborazione concettuale degli oggetti dell’’empatia’ solo immediatamente vissuti o
riprodotti dall’esperienza e che vengono così trasformati in ‘esperienza’”

La sociologia “comprendente” (Verstehende Soziologie)

1. SOCIOLOGIA MICRO / AVALUTATIVA)


2. Definizione: “La sociologia... Deve designare una scienza la quale si propone di
comprendere in virtù di un procedimento interpretativo l’agire sociale, e quindi di spiegarlo
causalmente nel suo corso e nei suoi effetti”

L’«oggettività» conoscitiva della scienza storico sociale

Max Weber pubblicò L’«oggettività» conoscitiva della scienza storico sociale sulla rivista
tedesca Archiv für Sozialwissenschaft und Sozialpolitik nel 1904.Questo saggio si concentra
essenzialmente sul significato delle scienze sociali e del tipo di metodologia che queste devono
adottare per poter essere definite scienze.

La critica al materialismo storico

Il primo punto che Weber affronta in questo saggio è il materialismo storico marxista: «La
cosiddetta “concezione materialistica della storia” come “intuizione del mondo” o come
denominatore comune di spiegazione causale della realtà storica dev’essere rifiutata nel modo più
deciso» (M. Weber, Die «Objektivität» sozialwissenschaftlicher und sozialpolitischer Erkenntnis,
1904, trad. it. a cura di P. Rossi, L’«oggettività» conoscitiva della scienza storico sociale, in Saggi
sul metodo delle scienze storico-sociali, Torino, Edizioni di comunità, 2001, p. 167. N. B. da ora in
avanti questo testo sarà indicato solo dalla lettera “W.” seguita dal numero di pagina). Weber
prende posizione contro un’interpretazione della realtà fondata sul primato dell’economia,
sostenendo che la realtà è il frutto di processi in cui l’economia ha certamente un ruolo importante,
ma non prioritario. Nell’affermazione dei processi sociali intervengono infatti, oltre all’economia,
anche altre componenti, come la religione, la politica, l’arte e così via: «l’unilateralità e la irrealtà
dell’interpretazione puramente economica del corso storico è soltanto un caso specifico di un
principio generale che vale per la conoscenza scientifica della realtà culturale» (W. p. 170).

La critica al concetto di oggettività

Dopo aver attaccato il materialismo storico Weber si concentra sulla critica del concetto di
oggettività, affermando che non esiste qualcosa che possa essere considerato oggettivo, ossia valido
per tutti. Secondo Weber, che riprende anche a questo proposito Nietzsche, ogni aspetto della realtà
sociale è sempre filtrato dall’interpretazione soggettiva di chi la guarda: «Non c’è nessuna analisi
scientifica assolutamente “oggettiva” della vita naturale (….). La scienza sociale, quale noi
intendiamo svilupparla, è una scienza sociale di realtà. Noi vogliamo comprendere la realtà della
vita che ci circonda, e in cui noi siamo collocati, nella sua specificità; noi vogliamo cioè
comprendere da un lato la connessione e il significato culturale dei suoi fenomeni particolari nella
loro configurazione presente, dall’altro i motivi del suo essere storicamente divenuto così-e-non
altrimenti» (W. p. 170). La centralità della realtà rappresenta dunque, secondo Weber, uno degli
elementi distintivi delle scienze sociali: «Punto di partenza dell’interesse della scienza sociale è
senza dubbio la configurazione reale, e quindi individuale, della vita sociale della cultura che ci
circonda, considerata nella sua connessione che è sí universale ma non per questo meno
individualmente configurata» (W. p. 172). Tale considerazione si fonda sul fatto che l’oggetto delle
scienze sociali, ossia la realtà, è qualcosa che non può essere analizzata usando leggi universali:
«nelle scienze sociali intervengono processi spirituali» che non possono essere compresi dalle
«formule della conoscenza esatta della natura» (ibidem).

La realtà intesa come “cultura”

Quando Weber parla di realtà sociale l’associa al concetto di cultura, poiché intende come cultura la
relazione che si stabilisce tra un certo fenomeno e il “valore” che un individuo o un soggetto
metaindividuale (un ceto, una classe) gli conferiscono: «Il concetto di cultura è un concetto di
valore. La realtà empirica è per noi “cultura” in quanto, e nella misura in cui, la poniamo in
relazione con idee di valore» (W. p. 174). Per tale ragione un fenomeno storico-sociale deve essere
considerato un «fenomeno fornito di significato nella sua specificità» (W. p. 176).

Il punto di vista soggettivo

La conoscenza della realtà culturale è dunque per Weber una conoscenza fondata sul punto di vista
particolare. La realtà è infatti un insieme infinito di elementi che producono a loro volta infinite
considerazioni. Il “soggetto” invece, essendo finito, è costretto a scegliere tra questa infinità di
possibilità, affermando così, inesorabilmente la sua soggettività: «la “cultura” è una sezione finita
dell’infinità priva di senso dell’accadere del mondo, alla quale viene attribuito un senso e
significato dal punto di vista dell’uomo» (W. p. 179).

Il rapporto fra la natura della scienza sociale (o scienza della cultura) e gli strumenti concettuali.

1. siamo interessati al significato culturale dei fenomeni nella loro specifica configurazione
storica e alla loro genesi: “La scienza sociale, quale noi vogliamo promuoverla, è una
scienza di realtà. Noi vogliamo intendere la realtà della vita che ci circonda, e nella quale
siamo inseriti, nel suo proprio carattere – noi vogliamo intendere cioè da un lato la
connessione e il significato culturale dei suoi fenomeni particolari nella loro odierna
configurazione, e dall’altro i fondamenti del suo essere storicamente divenuto così-e-non-
altrimenti” (W. p. 170)
2. Tale significato non può essere derivato da concetti legali: “Il significato della
configurazione di un fenomeno culturale, nonché il suo fondamento, non può però essere
derivato, fondato e reso intelligibile in base a nessun sistema di concetti legali, per quanto
completo esso sia, poiché esso presuppone la relazione dei fenomeni culturali con idee di
valore” (W. p. 174)
3. Mettere in relazione la realtà con idee di valore, ossia isolare e ordinare la realtà a partire da
quelle idee di valore rende i due tipi di ordinamento concettuale privi di relazioni
reciproche: “La relazione della realtà con idee di valore, che le danno significato, nonché
l’isolamento e l’ordinamento degli elementi del reale così individuati sotto il profilo del loro
significato culturale, rappresenta il punto di vista del tutto eterogeneo e disparato di fronte
all’analisi della realtà in base a leggi, e al suo ordinamento in concetti generali. I due tipi di
ordinamento concettuale del reale non hanno tra di loro relazioni logiche necessarie di
nessuna specie” (W. p. 175)
4. Anche le scienze della cultura utilizzano “sapere nomologico”: ma questa conoscenza del
generale non è mai un fine, bensì un mezzo di conoscenza:“la determinazione di tali
regolarità non è già fine, bensì mezzo di conoscenza” (W. p. 178)
5. L’ideale delle scienze della natura è di individuare elementi comuni fra i fenomeni; l’ideale
delle scienze della cultura è di individuare elementi differenziali: “Per la scienza esatta della
natura le ‘leggi’ sono tanto più importanti e fornite di valore quanto più esse sono
universalmente valide; per la conoscenza dei fenomeni storici nella loro base concreta le
leggi più generali, sono invece di regola anche le più prive di valore. Poiché quanto più
estesa è la validità di un concetto di specie, cioè il suo ambito, tanto più esso ci distoglie
dalla realtà concreta; per racchiudere l’elemento
comune di quanti più fenomeni, esso deve essere infatti il più possibile astratto, e perciò
povero di contenuto. La conoscenza del generale non è mai per noi, nelle scienze della
cultura, fornita di valore per se stessa” (W. p. 178)
Il rapporto con i valori
La conoscenza dei processi culturali si fonda dunque su un «significato che per noi ha la
realtà, sempre configurata in forma individuale, in determinate relazioni particolari. In quale
senso e in quali relazioni ciò avvenga non ci è svelato da nessuna legge, perché ciò è deciso
dalle idee di valore in base alle quali di volta in volta consideriamo, nel caso particolare, la
“cultura”» (W. p. 178).
La cultura
Weber definisce la cultura come l’espressione di una soggettività, in quanto «la “cultura” è
una sezione finita dell’infinità priva di senso dell’accadere del mondo, alla quale viene
attribuito un senso e significato dal punto di vista dell’uomo» (W. p. 179).
Quest’affermazione conduce anche alla prospettiva per la quale l’essere umano è, in realtà,
un essere culturale, ossia un essere vivente dotato «della capacità e della volontà di
assumere consapevolmente posizione nei confronti del mondo e di attribuirgli un senso. (…)
Ogni conoscenza della realtà culturale è sempre, come risulta da tutto questo, una
conoscenza da punti di vista particolari» (W. p. 179)
6. Qual è la funzione e la struttura logica dei concetti delle scienze della cultura?: “Un tipo
ideale è ottenuto mediante l’accentuazione unilaterale di uno o di alcuni punti di vista, e
mediante la connessione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e discreti, esistenti
qui in maggiore e là in minore misura, e talvolta anche assenti, corrispondenti a quei punti di
vista unilateralmente posti in luce, in un quadro concettuale in sé unitario. Nella sua purezza
concettuale questo quadro non può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è
un’utopia, e al lavoro storico si presenta il compito di constatare in ogni caso singolo la
maggiore o minore distanza della realtà da quel quadro ideale” (W. p. 188)
7. A cosa serve?: “Il concetto tipico-ideale serve a orientare il giudizio di imputazione nel
corso della ricerca: esso non è un’’ipotesi’, ma intende indicare la direzione all’elaborazione
di ipotesi. Esso non è una rappresentazione del reale, ma intende fornire alla
rappresentazione un mezzo di espressione univoco” (W. p. 187)

Il tipo ideale
Uno degli argomenti più importanti trattati in L’«oggettività» conoscitiva della scienza
storico sociale è senza dubbio il concetto di tipo ideale. Il tipo ideale è un costrutto astratto
finalizzato a spiegare i fenomeni che avvengono nella realtà: «Il concetto tipico-ideale serve
a orientare il giudizio di imputazione nel corso della ricerca: esso non costituisce un’ipotesi,
ma intende orientare la costruzione di ipotesi. Esso non è una rappresentazione del reale, ma
intende fornire alla rappresentazione strumenti precisi di espressione» (W. p. 187).
Definizione di tipo ideale
Weber, in particolare, definisce il tipo ideale come «un quadro concettuale uniforme» che
«unisce determinate relazioni e determinati processi della vita storica in un cosmo, in sé
privo di contraddizioni, di connessioni concettuali» (W. p. 186), costruendo non a caso il
tipo ideale come una “utopia” che, per quanto debba essere utilizzata con cautela, ha
l’obiettivo di spiegare e illustrare quella porzione di realtà presa in esame.
Strutturazione di un tipo ideale
Dunque la costruzione di un tipo ideale avviene accentuando alcuni elementi presenti nella
realtà, che a colui che la interpreta da un punto di vista scientifico appaiono significativi per
comprenderla: il tipo ideale «è ottenuto attraverso l’accentuazione unilaterale di uno o di
alcuni punti di vista, e attraverso la riunione di una quantità di fenomeni particolari diffusi e
discreti, esistenti qui in maggiore e là in minore misura, e talvolta anche assenti (….) in un
quadro concettuale in sé unitario. Considerato nella sua purezza concettuale, questo quadro
non può mai essere rintracciato empiricamente nella realtà; esso è un’utopia, e al lavoro
storico si presenta il compito di determinare in ogni caso particolare la maggiore o minore
distanza della realtà da quel quadro ideale» (W. p. 188).
Il rapporto con la realtà del tipo ideale
Il tipo ideale è efficace quando è capace di ridurre il grado di complessità di un certo
fenomeno, riuscendo a spiegare il fenomeno che sta descrivendo, ossia a dare buona prova
di sé come strumento di ricerca. Su questo aspetto Weber è molto chiaro: «Non si può mai
decidere a priori se si tratti di un punto di puro gioco concettuale, oppure di una formazione
di concetti scientificamente fecondi; anche qui esiste un solo criterio, quello dell’efficacia
per la conoscenza dei fenomeni culturali concreti nella loro connessione, nel loro
condizionamento causale e nel significato. La formazione di tipi ideali astratti dev’essere
quindi considerata non come fine, bensì come mezzo» (W. p. 189), un mezzo per il
raggiungimento di un fine, uno strumento euristico, secondo la terminologia maxweberiana.
La non oggettività del tipo ideale
Per tale ragione il tipo ideale non può ambire alla pura oggettività, connotandosi sempre
come un solo e semplice strumento di conoscenza, che analizza sistematicamente le
connessioni individuali, cioè significative nella loro specificità.
8. Ci sono concetti e concetti e concetti ….:“Concetti di genere; tipi ideali; concetti di genere
tipico-ideali; idee nel senso di combinazioni concettuali empiricamente operanti negli
uomini storici; tipi ideali di queste idee; ideali che dirigono gli uomini storici; tipi ideali di
questi ideali; ideali a cui lo storico riferisce la storia; costruzioni teoretiche effettuate
mediante l’impiego illustrativo del dato empirico; indagine storica condotta mediante
l’impiego di concetti teoretici come casi-limite ideali; ed inoltre ancora le diverse
complicazioni possibili a cui si è potuto solo accennare – sono pure formazioni concettuali,
il cui rapporto con la realtà empirica del dato immediato in ogni caso singolo resta
problematico. E questa elencazione mostra già da sola l’intrico senza fine dei problemi
metodico-concettuali che rimangono sempre in vita nel campo delle scienze della
cultura”(W. p. 200)
9. I concetti tipico-ideali sono necessariamente transitori:“Vi sono scienze alle quali è
assegnata un’eterna giovinezza; e queste sono tutte le discipline storiche, tutte quelle cioè a
cui il fluire sempre progredente della cultura propone di continuo nuove posizioni
problematiche. E’ legato all’essenza del loro compito che tutte le costruzioni tipico-ideali
debbano tramontare, ma che al tempo stesso altre nuove siano sempre indispensabili …
Nelle scienze della cultura umana la formazione dei concetti dipende dalla posizione dei
problemi, e quest’ultima varia con il contenuto della cultura stessa. Il rapporto tra il concetto
e il suo contenuto nelle scienze della cultura com10.
10. e … (intrinsecamente) mutevoli:“Ad un certo punto muta il colore: il significato dei punti
di vista impiegata in maniera non riflessa diventa incerto, e la strada si perde nel crepuscolo.
La luce dei grandi problemi culturali è di nuovo spuntata. Allora anche la scienza si appresta
a mutare la propria impostazione e il proprio apparato concettuale, e a guardare nella
corrente del divenire dall’alto del pensiero” (W. p. 208)porta la transitorietà di ogni sintesi
siffatta” (W. pp. 201-202)