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L’IMMIGRAZIONE ITALIANA IN ARGENTINA

Sembrano pochi i dubbi sul fatto che la povertà e la mancanza di lavoro furono i
principali motivi dell’immigrazione italiana, specialmente dopo il consolidamento
dell’unificazione del Regno d’Italia nel 1870. L’aumento delle tasse, i bassi stipendi, il
fallimento dell’industria regionale, il calo dei prezzi agricoli, l’aumento del prezzo del
grano, diedero inizio a questo periodo di grandi carenze per la popolazione. Una parte di
questi contadini decisero di emigrare verso le grandi città, altri invece lo fecero verso
altri paesi europei però la maggior parte di questa emigrazione si condusse oltre il
continente europeo e fu composta maggiormente da contadini meridionali. Il nascente
Regno d’Italia presentava profondi imprevisti per trovare l’equilibrio economico e
sociale dovuto in gran parte alla lunga storia che ogni singola regione portò avanti negli
ultimi secoli, specialmente la differenza tra nord e sud.
Argentina è una nazione costruita sulla base dell’immigrazione europea. Questa
europeizzazione fu altamente desiderata dalle autorità nazionali e dai leader ideologici
del XIX secolo, i quali videro nel colonizzatore europeo il modo preciso di rendere
“civilizzata” una nazione che era in vie di organizzarsi politicamente. Nel 1880, il
presidente argentino Julio A. Roca, chiamò il diplomatico Lucio V. Mansilla e gli diede
l’incarico di “pubblicizzare” l’Argentina in Europa. Il primo intervento di Mansilla fu in
Italia, dove parlò delle bontà che offriva l’Argentina a coloro che volessero lavorare e
prometteva terre che aspettavano di essere coltivate dai propri padroni.
Malgrado la grandezza dei flussi migratori, non esistette una politica di
emigrazione da parte del governo italiano, nè come freno nè come fomento, perciò si
può considerare l’immigrazione quale processo “spontaneo”. La crisi di sussistenza
economica e le epidemie, presenti prima dell’unificazione, si accentuarono nei primi
tempi di “modernizzazione” della nazione. In termini relativi, Italia era sovrapopolata,
specialmente nelle zone rurali. Inoltre l’agricoltura fu orientandosi verso una
produzione intensa, indirizzata da un appena iniziato capitalismo agropastorile che
ridusse le fonti di lavoro forzando gli agricoltori a processi di migrazione esterna ed
interna. Non si deve dimenticare certi fenomeni della dinamica delle classi in Italia
come cause di migrazione, in un’epoca nella quale i movimenti sindacali e anarchici si
svolsero con ampiezza su tutta la nazione. A metà del 1860 gli scioperi e le agitazioni
sociali erano comuni e venivano represse con rigidezza dalle forze di sicurezza. Il
governo italiano vide nell’uscita dei “sovversivi” come il “miglior rimedio”, una

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“valvola di sicurezza” contro la diffusione delle idee rivoluzionarie. La sensazione di
ricevere “ciò che la granata della polizia napoletana spazzava dall’immondezzaio, ciò
che c’è di più canceroso in una società corrotta” (idem) da parte dei paesi riceventi
portò a svolgere politiche di controllo sugli immigranti in transito, rifiutando a molti di
essi per sospetto di militanza nell’anarchismo.
Nel gennaio del 1884 iniziò l’arrivo a Buenos Aires di importanti masse di
immigranti italiani. La loro prima fermata era l’”Hotel de los Immigrantes”, qui
ottenevano vitto e alloggio per non più di cinque giorni, dopodiché erano obbligati a
trovare un’altra abitazione. Molti si incamminavano verso il quartiere “La Boca”, vicino
al porto di Buenos Aires e cercavano posto negli ormai famosi “conventillos” (case
popolari), altri, invece, partirono verso le zone di campagna o in altre provincie¹ della
nazione.
L’immagine che trasmettevano questi italiani appena scesi dalle navi era
veramente molto deludente. Alcuni autori gli descrivono quali “animali, esseri oscuri,
qualcosa di amorfo che grazie al loro approccio con l’ambiente di accoglienza, riescono
a trasformarsi in esseri umani civilizzati”. (idem)
Il lavoro italiano compie un ruolo essenziale nello sviluppo dell’Argentina. Fu
un’epoca di grande crescita economica e di espansione della produzione agricola. La
massa proletaria immigrante provvide di mano d’opera molto economica, riassicurò
l’occupazione delle zone di frontiera, neutralizzò la richiesta delle terre da parte degli
indigeni nativi e premise il consolidamento dei terratenenti lettifondisti.

Benché l’economia argentina si trovasse beneficiata, vari furono i problemi che


dovettero affrontare tanto i governanti quanto gli immigranti: l’identità dell’immigrante
e l’integrazione culturale con la società ricevente, la mancanza di sostegno culturale e
commerciale da parte del governo e la mancanza di unione tra gli italiani stessi. La
questione linguistica ebbe sfumature diverse. Da una parte, c’erano molti italiani che
non si capivano tra di loro poiché si esprimevamo utilizzando diversi dialetti, dall’altra
una maggioranza di cittadini di Buenos Aires, parlava l’italiano ma era quasi
incomprensibile per gli immigranti dialettofoni. L’interscambio di queste realtà diede
origine al lunfardo, che trovò nel tango uno spazio di espressione privilegiato, trasformò
il dialetto del Rio de la Plata e insieme agli italianismi si inoltrarono fino ai registri
formali del teatro e della letteratura.
1. La provincia in Argentina corrisponde alla regione in Italia.

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Ciò provvoca ancor oggi, che colui che inizia l’apprendimento dell’italiano
scopre sorpreso fino a quale punto il castigliano originale è stato modificato
dall’impatto degli immigranti italiani. Il processo immigratorio attivò un
cambiamento sull’idea di “focolare” per milioni di persone che lasciarono i luoghi di
origine per stabilire un nuovo concetto di casa di famiglia, come uno spazio stabile,
sicuro per sè stessi e per i loro discendenti. Nonostante il cambiamento delle
condizioni economiche nei paesi espulsatori e nei paesi riceventi (in questo caso
l’Argentina) si invertirono i ruoli tra i paesi in questione, senza per questo poter
riferire un progetto frustrato per coloro che emigrarono. Il crollo economico
argentino negli ultimi trent’anni non permette sostenere questa posizione poiché è
indubitabile il processo di promozione sociale che quegli stessi settori poterono
raggiungere in Argentina. Questi stessi immigranti – molti di loro analfabeti,
discriminati per l’origine e per l’appartenenza di classe – trovarono in Argentina le
condizioni per far sì che i loro figli promozionassero velocemente nella piramide
sociale, specialmente attraverso un sistema di educazione pubblica a tutti i livelli
che garantizzò la loro formazione universitaria, portata avanti grazie alla Legge
Nº1420² del 1885. Appena bastò una generazione per rovesciare le contraddizioni
sfavorevoli alle quali fecero fronte gli immigranti e gli permise un’integrazione
quasi totale.

Oggi, una gran parte dei discendenti degli italiani immigranti tornano alla
penisola con una preparazione professionale notevolmente superiore a quella che
possedevano i loro nonni o i loro genitori, sfrattati dalla situazione dell’Europa.

L’immigrazione italiana in Argentina ha generato al suo passaggio un


processo di ibridazione culturale che ha trasformato definitivamente la società di
accoglienza. L’incidenza dell’immigrazione europea nella crescita della popolazione
dell’Argentina fu notevole. I dati dei primi censimenti marcano una crescita di
popolazione sostenuto dal flusso immigratorio di circa 1.800.000 abitanti nel 1869 a
quasi 4 milioni nel 1895 e di 8 milioni nel 1914. Ad ogni modo, quando si parla
dell’immigrazione italiana si perdono di vista le diverse etnie che hanno composto
quel femomeno che non permette

2. La Legge Nº1420 garantizza l’istruzione pubblica e gratuita ai livelli elementare, superiore e universitario
in tutta la nazione.

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di riferirsi al processo migratorio italiano come un fenomeno monolitico e
omogeneo nel quale le diverse regioni hanno avuto una pertecipazione numerica varia:
Calabria (403.000), Piemonte (396.000), Sicilia (300.000), Lombardia (246.000), Le
Marche (200.000), Toscana (72.000), Friuli (28.000), Sardegna (23.000), Lazio
(20.000), Trentino (10.000), Umbria (9.000). Inoltre, quando molti di essi lasciarono le
loro terre l’Italia non esisteva ancora come stato nazione o ancor più complesso, i loro
luoghi di origine appartenevano ad altri paesi, ed è il caso dei coloni friulani della
provincia di Santa Fe, studiati da Archetti & Stolen (1975), identificati nel censimento
del 1882 come austriaci.
Fino al 1830, il modo in cui venivano chiamati gli italiani dalla popolazione nativa
era vincolata con ciò che in data odierna si conosce come regioni, essendo i sardi e i
genovesi coloro con maggiore presenza. Generalmente erano gruppi di elite che si
concentravano nella zona di Buenos Aires e che di solito si dedicavano alle attività
commerciali. Dopo il 1830, quella composizione sociale fu modificandosi per dar luogo
ad altri settori medi, mentre che in Italia mancavano gli intenti di unificazione. Soltanto
dal 1870 fu possibile dare il titolo di massiva all’immigrazione italiana. Essa nella
nostra nazione mostrò le stesse tendenze mondiali, con un chiaro privilegio delle regioni
settentrionali e meridionali, di fronte a una fascia centrale di minore tendenza migratoria
Questi processi migratori furono di tale grandezza in Argentina che nell’attualità vivono
nel paese circa 1 milione di italiani e si calcola che almeno il 60% della popolazione
abbia antenati di quest’origine.
Nei flussi immigratori posteriori arrivati in Argentina, gli immigranti italiani
trovarono con una società nella quale un numero importante di domini culturali davano
la possibilità di un’integrazione veloce e di successo. La religione cattolica deve
considerarsi un dominio culturale chiave così come altri aspetti della sociabilità quali la
struttura familiare, gli sport o le caratteristiche fisiche. Molti di questi domini furono
impattati direttamente dagli immigranti della stessa origine in periodi precedenti, per cui
coloro che arrivarono in Argentina durante il XX secolo trovarono una società molto
simile a quella che avevano abbandonato. Però questo non vuol dire che le esperienze
migratorie non abbiano provocato conflitti e tensioni o che non ci siano stati problemi di
integrazione. Anche nei casi di integrazione di successo (veloce apprendimanto della
lingua, matrimoni tra nativi, mobilità sociale ascendente) molti dei testimoni raccolti e
documentati, sono strazianti e mostrano la crudezza di qualsiasi esperienza migratoria
quando si tratta di un esilio forzato dalle condizioni economiche. Queste memorie

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acquisiscono un carattere drammatico quando gli immigranti subirono – come di fatto
capitò agli italiani e i loro discendenti – risposte discriminatorie dai nativi, che gli
disprezzavano per le loro condizioni sociale inferiori e per la loro procedenza da una
nazione colpita dalle guerre e dagli squilibri regionalistici.

Sembra essere una costante dei fenomeni migratori che gli stranieri siano vittime
degli stereotipi negativi che prendono forma da stigmi, cioè fisonomie di connotazione
sociale negativa. Secondo alcune testimonianze raccolte da una parte e dall’altra
dell’italianità, la discriminazione verso gli italiani si diede più per questioni di classe
sociale che di razza o di appartenenza etnica. La società nativa non poteva nascondere la
sua ascendenza europea latina, ma questionava agli appena arrivati, certi atteggiamenti
che contrastavano con ciò che consideravano socialmente accettabile. Uno degli
atteggiamenti puniti socialmente con severità fu senza dubbio, i modi di utilizzare e di
valutare il denaro. Quegli immigranti che venivano con “una mano dietro e un’altra
davanti”, avevano abitudini di consumo che ponevano loro lo stigma di “miserabili” e
“avari”. Questo era più chiaro per la popolazione nativa quando questi immigranti
riuscivano a prosperare economicamente e non avevano più bisogno – secondo ciò che
credevano i nativi – di privarsi di cose o di fare attenzione alle spese come continuavano
a fare. Queste fobie crescevano allo stesso tempo che prosperavano economicamente e
non abbandonavano le abitudini austere imparate durante la guerra. Inoltre bisogna
ricordare che molte degli stigmi che circolavano nella società argentina ebbero origine
nelle rappresentazioni che gli italiani di diverse regioni imposero su di loro.
Il collettivo che tradizionalmente nucleò gli immigranti italiani in Argentina è
stato sempre predominantemente a carattere nazionale. Sebbene la prima ondata
immigratoria non avesse affermata l’idea di nazione italiana, le successive generazioni
erano già state italianizzate dalla scuola e dalle politiche ufficiali. L’altro collettivo di
maggior importanza era collegato alla comunità reale del paese attraverso la figura del
paesano. Logicamente esisteva una chiara coscienza di appartenenza ad una regione ma
non era questo il collettivo che esercitava la maggior determinazione sulle forme di
organizzazione sociale. I discorsi e le politiche omogeneizzatori dello Stato Italiano
ebbero un impatto inevitabile e gli immigranti che raggiunsero queste terre dopo la
Prima Guerra Mondiale si riconoscevano soprattutto come italiani. Allo stesso modo i
regionalismi e i campanelismi non smisero mai di costituire marche determinanti
dell’identità sociale e dell’autoascizione degli immigranti italiani. Le stigmatizzazioni di

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origine si riprodussero nella società ricettrice, ed è ingenuo sperare che i meridionali
discriminati in Italia non lo fossero anche in un paese fiero della sua posizione
internazionale e di una configurazione etnica predominantemente europea. La
contrazione al lavoro e al modo di disputarseli (giardiniere, muratore, sorvegliante, ecc.)
fecero guadagnarsi lo stigma che denigrava la loro condizione sociale. Queste strategie
di adattamento che gli italiani utilizzarono per prosperare nella società ricevente erano
ancorate nelle difficili condizioni nelle quali vivevano nella loro terra di origine. Come
ricorda un immigrante toscano: “dopo la guerra mangiare la carne era un lusso
impossibile da soddisfare. Essa si vedeva sone nelle macellerie, invece quando sono
arrivato qua si mangiava la carne tutti i giorni. Questo era un paradiso, c’era lavoro da
scegliere”. La cura del denaro era ancora più necessaria quando credevano che
l’immigrazione era temporale e avevano bisogno di generare una differenza economica
per ritornare o per spedire alla famiglia che era rimasta in Italia aspettando il ritorno
dell’uomo o il richiamo verso il nuovo mondo. Questi immigranti avevano abitudini
(gruppi numerosi in piccole stanze, volontà di lavoro illimitata, consumo di alimenti)
che contrariavano la società opulenta, con livello di vita e di isruzione europee e che
vedevano a se stessi come “il granaio del mondo”.
Oltre allo stigma di povertà, l’avarizia che si plasmava nella frase “tano³ morto di
fame” o “tano miserabile” si sommava “tano bruto”. La persistenza della lingua
materna, a volte con variazioni dialettali incapibili per la popolazione nativa, suscitò un
rifiuto extra per la “resistenza coscente” ad argentinizzarsi completamente. Tuttavia
oggi tra gli argentini può causare sorpresa, comicità e indignazione che gli italiani e gli
spagnoli dopo aver vissuto 40 o 50 anni in Argentina conservino ancora l’inflessioni
linguistiche più evidenti della loro lingua di origine. Questa resistenza – nel peggiore
dei casi - o incompetenze per parlare e pronunciare il castigliano del Rio de la Plata
significava un atteggiamento antiargentino o una carenza di intelligenza per
assomigliarsi alla nuova potenza sudamericana. Le storie familiari sono colme di
aneddoti nei quali i genitori italiani sono richiesti dalle maestre affinché parlino il
castigliano a casa di fronte alle difficoltà dei figli per portare avanti le esigenze
scolastiche. Il problema era che i nuovi arrivati a volte potevano a mala pena esprimersi
in castigliano ed alcuni di loro si mostravano renuenti ed abbandonare la lingua
materna.
3. Tano: modo in cui venivano chiamati gli italiani immigranti, usato per lo più in modo spregiativo. Oggi si continua
ad utilizzare con gli italiano o i loro discendenti, ma in molti casi in modo amichevole.

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GLI ITALIANI A MAR DEL PLATA

Mar del Plata è una città situata sulla riva dell’Oceano Atlantico, nello stremo
sud-est della Provincia di Buenos Aires, con 39 chilometri di costa. Fu una delle
prime città a svilupparsi su terreni privati, appartenenti alla famiglia Peralta Ramos.
È la settima fascia urbana dell’Argentina ed è stata quasi dalla sua nascita la capitale
turistica della nazione, per cui ha un’infrastruttura di servizi capace di sostenere il
duplice della popolazione stabile (oltre 600 mila abitanti), durante la stagione estiva.
La città di Mar del Plata presenta una serie di caratteristiche interessanti dovute alla
propria configurazione urbana. Città turistica per eccellenza del cono sud argentino,
permette leggere nella propria trama urbana una parte importante delle dimensioni
del successo del progetto di nazione che girava attorno alla molteplicità etnica e alla
democrazia sociale. La storia di Mar del Plata e le sue trasformazioni raggruppa forse
meglio che in nessun’altra città, l’efficacia di una delle forze motrici del paese in
questo secolo: “la passione per l’uguaglianza sociale”. La sua formazione come città
turistica di mare e la propria configurazione umana è marcata dalla mancanza di una
elite tradizionale e dalla continua crescita della popolazione dovuta alle migrazioni
esterne ed interne che hanno reso diffuse le distanze sociali stabilite nella nazione da
una elite aristrocatica, sebbene imposta da una società gerarchica che generò gli spazi
per far sì che altri settori più ampi (per esempio gli immigranti) ottenessero i profitti
di un paese costruito sugli eccedenti approdati dal modello agroesportatore. Mar del
Plata è, inoltre, una città chiave nel contesto mondiale dell’italianità. Nei registri
consolari figurano circa ventimila cittadini italiani e nelle ultime elezioni del
Com.it.es è stata la terza città al mondo con maggior affluenza di votanti con una
cifra che ha superato i 13 mila (circa 75% dell’anagrafe).

La presenza italiana a Mar del Plata è ben documentata dai primi momenti,
quando arrivarono i pescatori siciliani, i muratori di Como e del Cantone Ticino. Gli
immigranti che arrivarono tra il 1880 e il 1919 erano in maggioranza uomini soli, tra
i 15 e i 50 anni. I primi pescatori si stabilirono in capanne, vicino alla spiaggia
popolare di fronte alla via principale della città. Dal momento nel quale Mar del Plata
diventa la “perla” dell’Atlantico e diviene luogo di villeggiatura di ricchi e aristocrati
di Buenos Aires, questi vengono sfrattati poiché costituivano una brutta immagine
per il turismo di elite che arrivava alla città e furono mandati al quartiere “Tierra del

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Fuego”, dove oggi si trova la stazione di autobus. Con la mancanza di una politica
peschiera, le scarse risorse, e l’arrivo di questa elite che si facevano costruire ville
fastose in zone chiavi della città, alcuni pescatori si trovarono a dover cambiare il
mestiere alcuni lavorarono come bagnini, altri si dedicarono al giardinaggio, alla
sistemazione di carrozze o alla sorveglianza delle ville dell’aristocrazia e
dell’oligarchia di Buenos Aires. I professionisti, invece, continuarono con le loro
attività, come per esempio Francesco Beltrami, incaricato della costruzione del
Duomo e del Palazzo Comunale.

Con la finalizzazione del porto di Mar del Plata (1922), si formò intorno a questo
un quartiere abitato per lo più dai pescatori italiani. A poco a poco altri italiani
traslocarono verso questa parte, essendo al giorno d’oggi, il borgo con più
concentranzione di abitanti italiani o di origine italiana.

Conclusione

Né la posizione del pluralismo culturale né quella del crogiolo di razze costituiscono


prospettive analitiche che permettano di comprendere la complessità del fenomeno
migratorio argentino. Questi due antinomi non fanno altro che progettare estremi basati
in dati imparziali e incompleti di un processo tremendamente ricco, contradditorio e con
un ventaglio di sfumature che è impossibile esaurire con l’analisi empirica di un gruppo
migrante. Per tanto si è cercato di indagare su una problematica concreta, particolare e
allo stesso tempo generale, della diversità etnica della nazionalità argentina rispetto
dell’immigrazione italiana, la cui propria definizione è la eterogeneità.

4. Molte di queste ville si trovano ancor oggi nei quartieri residenziali “Stella Maris” o “Los Troncos” o sulle
vie costiere. In tutti i casi sono ville molto costose. Alcune di esse funzionano come musei.

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BIBLIOGRAFIA:

 Más allá del océano. Los Inmigrantes italianos en la Argentina. Van Blengino.

 La inmigración italiana en la Argentina, Fernando Devoto. Gianfausto Rosoli.

 Movimientos migratorios. Historiografia y problemas. Fernando J. Devoto.

 L’Argentina degli italiani. Maria Clotilde Giuliani-Balestrino.

RICERCA A CURA DI GABRIELA UGHI

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