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L’equivalenza Ricardiana: LEZIONE 16

Vincoli di lungo periodo sui conti pubblici (lezione 8)


I meccanismi che possono portare a un deterioramento dei conti pubblici , ossia che possono
portare a un incremento del deficit o a un incremento dello stock di debito, sono:
L’ origine del debito pubblico si colloca nel deficit pubblico, ossia nello sbilanciamento tra entrate
fiscali ed uscite in forma di spesa pubblica (G-T). Ogni qual volta la spesa pubblica (G) è maggiore
del livello della tassazione (T) si verifica un deficit pubblico primario. Lo Stato ha la necessità di
finanziare questo sbilanciamento tra entrate ed uscite utilizzando l’emissione di titoli di Stato. Con
l’emissione di titoli, lo Stato prende a prestito denaro dai propri cittadini  Debito pubblico
Il debito pubblico, a sua volta, può essere una fonte esso stesso del peggioramento dei conti
pubblici. Sullo stock di debito lo Stato deve pagare un tasso di interesse relativo ai titoli emessi
dallo Stato stesso. Ovviamente, maggiore è lo stock di debito e maggiore sarà lo stock di titoli, e maggiore
sarà la spesa per interessi  La spesa per interessi (iB) si somma al deficit primario (G-T) Deficit
pubblico
La spesa per interesse genera deficit e ciò può portare ad un circolo vizioso deficit-debito-deficit,
che porta ad un debito crescente ad un tasso sempre maggiore di anno in anno i privati
acquistano sempre più titoli di Stato; in questo modo lo Stato si indebita sempre di più.
Nel lungo periodo questo porta a un rischio di crisi finanziarialo Stato diventa insolvente, ossia
egli deve effettuare pagamenti in eccesso, rispetto a quello che sono le sue possibilità. Lo Stato si
trova in una condizione di DEFAULT. Questo rischio di crisi finanziaria rappresenta un limite per le
politiche fiscali implementate dai governi e un vincolo per i conti pubblici poiché il disavanzo
pubblico è insostenibile nel lungo periodo, ossia non è possibile che lo Stato presenti ogni anno un
disavanzo pubblico, in quanto questo inevitabilmente porta a una crisi finanziaria.
Nel lungo periodo i conti pubblici sono tendenzialmente in pareggio, ossia le entrate e le uscite
dello Stato devono bilanciarsi.
Disavanzo mediamente nullo nel lungo periodo  somma di entrate = somma di uscite
Ciò significa che in media, nel lungo periodo il disavanzo deve essere nullo.

Noi sappiamo che se il livello delle E< U nel lungo periodo si genera un debito sempre più
crescente e per evitare che il deficit cresca illimitatamente nel tempo, occorre garantire il
pareggio dei conti pubblici, ovvero che la somma delle entrate nel lungo periodo sia
uguale alla somma delle uscite nel lungo periodo (la formula soprastante). Questo vincolo
non implica che nel presente T=G, ma che nel futuro la loro somma sia uguale. Poiché
entrate e uscite avvengono in tempi diversi, se ne considera il valore attuale moltiplicando
ognuna di esse per l’opportuno fattore di sconto  basta solo che la loro somma sia
uguale.
N.B. Ciò non implica che il finanziamento (le T) debba avvenire oggi, ma che quello di
oggi più quello futuro andrà a formare un pareggio con la somma delle uscite.
Dunque, il vincolo non rende necessario il mantenimento del pareggio di bilancio in
ciascun periodo, anzi permette periodi in cui si genera disavanzo purché esso sia
recuperato nei periodi successivipiù riesco a dilazionare la spesa pubblica, meno mi costa.

Esempio : prendo la spesa di quest’anno G0, costa 1€, mentre il prossimo anno mi costa
1+(1+i)^(-1), ciò significa che mi costa di meno, perché 1/ un numero più grande di se stesso mi dà
un numero più piccolo di 1€, ovvero spesa di G0.
Se T0 è 1€, allora l’anno dopo è 1*(1+i)^(-1), dunque meno di 1€.
Col passare degli anni, c’è un tasso di sconto. L’orizzonte temporale dello Stato è infinito (ecco
perché si considera l’intervallo da 0 a infinito), ciò non significa che lo Stato sarà sempre in
pareggio, ma si presume che ha un’infinità di tempo per ripagare.
Il vincolo intertemporale è un vincolo che lega diversi periodi (lega il periodo presente a quelli
futuri). Il vincolo temporale è rappresentato dal valore attuale delle entrate e delle uscite che
vengono attualizzate al tasso di interesse i, ossia al tasso di interesse a cui di solito vengono emessi
i titoli di Stato (valore attuale di G e valore attuale di T). In questa operazione di attualizzazione,
teniamo conto di un orizzonte temporale che va da 0 a INFINITO, per il semplice fatto che lo Stato
ha un orizzonte temporale illimitato (la vita dello Stato è infinita≠ simbolo di un individuo).
Secondo questo vincolo intertemporale, il disavanzo pubblico, in media deve essere nullo (in
media, in quanto secondo tale vincolo, non necessariamente in ogni singolo periodo t la spesa
pubblica deve essere uguale alla tassazione). Secondo questo vincolo, è possibile che si verifichino
periodi in cui G>T (in alcuni periodi lo Stato presenta un disavanzo primario), ciò implica che in
futuro dovrò avere un avanzo primario, il cui valore attuale sia esattamente uguale al valore
attuale del deficit che ottengo oggi (se oggi faccio deficit, ci dovrà essere un periodo nel futuro in
cui le mie entrate fiscali saranno maggiori della spesa pubblica e con queste risorse eccedenti, sarò
in grado di pagare il deficit che ho contratto nell’istante in cui ho fatto deficit).
 Spesa di oggi NON deve necessariamente essere finanziata oggi. [non sono obbligato ad
avere entrate (tasse) sempre se non conto i vincoli europei] anche se G è>0]
 Spesa di oggi deve necessariamente essere finanziata oggi o in futuro.

Vincoli e decisioni di consumo


Finora abbiamo assunto che
C = C (Yd) = C0 + c1Yd
Abbiamo assunto: Consumo di oggi viene determinato sulla base del reddito di oggi (“reddito
corrente”)  non tiene conto delle aspettative future. Il consumo corrente dipende
esclusivamente dal reddito disponibile corrente.

≠ Teoria alternativa del consumo “Teoria del reddito permanente”


L’idea è che il consumo di oggi viene determinato sulla base della media dei redditi presenti e
futuri  (reddito medio = “reddito permanente”)
C = C (Ydp)
dove Ydp reddito permanente
Il modello dice che a seconda di quanto pensate di guadagnare in futuro consumate oggi.

Confrontiamo gli effetti della politica fiscale nei due casi (reddito corrente vs reddito permanente).

Manovra ↓T senza modificare G


1) Reddito corrente (analisi delle lezioni precedenti):
 ↓T oggi  a parità di Y, ↑Yd corrente  ↑C  ↑Y
 Per il vincolo intertemporale, dato che oggi caliamo le tasse (oggi facciamo deficit) ci dice
che a parità di G, ci deve essere in futuro un periodo in cui le tasse cresceranno ↑T, si
genererà un avanzo che sarà in grado di coprire il disavanzo di oggi, ossia il debito che
andrò a contrarre oggi. Il vincolo intertemporale ci dice che se oggi attuo una politica
fiscale espansiva, domani dovrò fare una politica fiscale restrittiva che generi risorse
sufficienti a ripagare il debito che ho contratto oggi [devo alzare le tasse per pagare il
deficit].
 Se in futuro ↑T  ↓Yd futuri  In futuro effetti restrittivi ↓Y
 Il vincolo intertemporale dello Stato, secondo il quale in futuro devono crescere le tasse
(↑T), non ha effetti su quello che succede oggi, ossia, il fatto che oggi vengano
incrementate le tasse genera un incremento del reddito e nient’altro. Il fatto che le tasse
vengano incrementate in futuro NON entra nelle decisioni delle famiglie. Le famiglie non
tengono conto di questo vincolo intertemporale dello Stato, semplicemente vedono le loro
tasse calare oggi e quindi accrescono il consumo e questo accresce la domanda e accresce
la produzione e il reddito.
 In futuro, quando le tasse verranno alzate, il reddito disponibile corrente diminuirà, il
consumo diminuirà, la domanda diminuirà e il reddito diminuirà. In questa descrizione, il
vincolo intertemporale dello Stato non ha alcuna influenza, ossia non influenza le scelte di
consumo.
 ↑T futuro non influenza Yd corrente  non cambia gli effetti di oggi della manovra

2) Reddito permanente
 ↓T oggi  ↑Yd corrente ↑Y permanente (media di reddito corrente e redditi futuri) 
↑C  ↑Y
 Vincolo intertemporale  in futuro ↑T
 ↑T domani ↓Yd futuri  ↓Y permanente (media di reddito corrente e redditi futuri) 
↓C  ↓Y
 L’effetto espansivo e quello restrittivo si compensano, ossia si bilanciano  questi due
effetti si compensano esattamente ,poiché tanto pago meno oggi in tassazione e tanto
dovrò pagare in più domani per far sì che il bilancio sia in pareggio.
Ciò significa che il reddito disponibile permanente (che è una media e tiene conto sia
dell’aumento del reddito presente sia della riduzione del reddito futuro) non cambierà. Tale
conclusione implica che, se i consumatori conoscono il vincolo e prendono decisioni in base
al reddito disponibile permanente, essi non modificheranno il consumo presente, rendendo
così inefficace la manovra: l’aumento del reddito disponibile corrente genererà solamente un
aumento del risparmio che servirà a non dover ridurre il consumo in futuro quando il reddito
diminuirà per l’inevitabile aumento di T. Il reddito permanente non varia, e dato che le
famiglie pianificano il loro consumo guardando il reddito permanente (e non quello
corrente), allora anche il livello di consumo oggi non cambierà.
Quando viene attuata una politica fiscale espansiva attuata tramite una riduzione della
tassazione, il reddito disponibile delle famiglie cresce, ma esse non spendono questo denaro
che ottengono tramite la riduzione delle tasse, ma lo mettono da parte, lo risparmiano, per
essere in grado di pagare in futuro di pagare le maggiori tasse che gli verranno richieste
dallo Stato, il quale deve tenere in considerazione il proprio vincolo di bilancio. Le famiglie
non cambiano il loro livello di consumo, quello che ottengono di più in termini di livello
disponibile lo mettono da parte e nel momento in cui la tassazione viene incrementata,
manterranno di nuovo costante il loro livello di consumo e utilizzeranno i risparmi che
hanno messo da parte quando le tasse sono state calate per coprire il calo del reddito
disponibile futuro che avviene a causa di una politica fiscale restrittiva attuata
incrementando le tasse.
In termini di reddito permanente, la politica fiscale implementata dal Governo che riduce
oggi le tasse, NON ha nessun effettoil consumo non cambia, la domanda aggregata non
cambia. Se non cambia la domanda aggregata non cambia neanche il livello del reddito.
In conclusione, la politica fiscale è del tutto inefficace secondo l’equivalenza ricardiana.
Non ha effetti sul consumo e non è in grado di variare il livello della produzione e del
reddito oggile famiglie sono PREVIDENTI, non guardano solo al reddito di oggi ma anche i
redditi futuri. Sanno che se oggi hanno più reddito disponibile, domani gli verranno chiesti
tassi maggiori e NON cambiano in nessun modo il loro comportamento.

Equivalenza ricardiana
La manovra di politica fiscale fa aumentare il reddito corrente ma riduce i redditi futuri il reddito
permanente è invariato e quindi il consumo non cambia.
 Conclusione: se utilizziamo una descrizione del comportamento delle famiglie che è quella
suggerita dal reddito permanente, la politica fiscale è del tutto inefficace.
 L’equivalenza ricardiana è stata introdotta da David Ricardo nel 1800 si chiama
equivalenza ricardiana in quanto il finanziamento corrente o futuro è equivalente del
disavanzo pubblico. Dal punto di vista dell’equivalenza ricardiana, non cambia nulla se oggi
riduco le tasse e faccio debito e le ripago con tasse più elevate domani. Con questa
operazione ottengo gli stessi effetti se io non riducessi le tasse, ossia se finanziassi la mia
spesa pubblica di oggi con entrate correnti (se mantenessi G=T in ogni singolo anno). Le
famiglie non ragionano in termini di reddito corrente ma in termini di reddito permanente.

Limiti dell’equivalenza ricardiana


L’equivalenza ricardiana Politica fiscale inefficace se il consumo dipende dal reddito
permanente.
In realtà esistono diverse ragioni per cui ciò non è vero, ovvero:
1) Orizzonte temporale delle famiglie diverso da quello dello Stato (lo Stato può ragionare
nel tempo infinito, ma la famiglia no, non può ripagare un debito tra 200 anni). Nel vincolo
di bilancio dello Stato, consideriamo il valore attuale della spesa pubblica, considerando ciò
che avviene tra 0 e INFINITO. L’incremento delle tasse può avvenire in un futuro molto
lontano, in quanto l’orizzonte dello Stato è infinito, a differenza di quello degli individui.
L’equivalenza ricardiana non è una legge sicura al 100% come non è completamente falsa.
Rivediamo vincolo intertemporale dei conti pubblici:

 
 G t 1  i  t
  Tt 1  i   t
t 0 t 0
Il vincolo implica che se oggi ↓T dovrò in futuro ↓G.
↑ T futuro può essere molto lontano nel tempo (l’orizzonte temporale dello Stato è infinito).
Mentre gli individui non hanno un orizzonte temporale infinito  ↑T può verificarsi in un futuro
lontano fuori dal loro orizzonte temporale.

2) Immigrazione o crescita della popolazione


 ↓T oggi e ↑T in futuroogni famiglia sa che in futuro verranno incrementate le tasse. Ciò
che fa la differenza tra il presente e il futuro è la modificazione nella base fiscale da cui
queste tasse vengono prelevate.
 Assumiamo che nel futuro gli immigrati e uno dei miei figli (immigrazione e crescita
economica) pagheranno parte di ↑T in futuro. In quel caso i soggetti cha pagano le tasse
aumentano. Il risparmio fiscale che ho oggi sarà maggiore del risparmio che avrò in futuro,
in quanto le tasse che pagherò in futuro saranno minori del risparmio fiscali di oggi perché
c’è stata immigrazione oppure perché si è verificata una crescita della popolazione,
pertanto ci sono più persone che pagano le tasse. Il peso dell’aggiustamento fiscale si
distribuisce su più soggettil’effetto netto per i residenti di oggi di una politica fiscale
espansiva è positivoaumenta il reddito disponibile, quindi aumenta il consumo, aumenta
la domanda aggregata, aumenta la produzione e aumenta il reddito.
 L’equivalenza ricardiana in questo caso NON vale poiché la politica fiscale rimane efficace.
3) Vincoli di liquidità
La teoria del reddito permanente sostiene che le decisioni sul consumo vengano effettuate sulla
base di redditi presenti e futuri. Ha come ipotesi implicita che i mercati finanziari funzionino
perfettamente, ossia che è sempre possibile per le famiglie ottenere almeno in parte un anticipo
sui redditi futuri (se la pianificazione delle famiglie è basata sul reddito permanente, ci potranno
essere dei momenti in cui il reddito corrente<reddito futuro, quindi il reddito corrente<reddito
permanente e per finanziare il livello di consumo che ho pianificato basandomi sul livello
permanete è necessario prendere del denaro a prestito).
Se reddito corrente < redditi futuri  È possibile che consumo presente > reddito corrente 
dovrei farmi prestare i soldi perché ora non ho ancora i soldi in più che guadagnerò domani.
Il prestito viene restituito quando i redditi crescono.
Ipotesi implicita: È sempre possibile ottenere prestiti
Nella realtà ciò non accade  Spesso è impossibile ottenere denaro in prestito (anticipare una
parte dei redditi futuri). Quando prendiamo decisioni in termini di consumo corrente, abbiamo un
vincolo, ossia il vincolo di liquidità, il vincolo è rappresentato dal reddito corrente.
Anche se, ragionando in termini di reddito permanente, sappiamo di poterci permettere un livello
di consumo più elevato rispetto a quello che ci permette il nostro reddito corrente, non si è in
grado di anticipare una parte dei nostri redditi futuri. Il massimo che possiamo spendere è il nostro
reddito disponibileè possibile consumare al massimo il reddito corrente  vincolo al consumo
(vincolo di liquidità)  OGGI POSSO CONSUMARE SOLO I SOLDI CHE HO OGGI
In presenza di vincoli di liquidità la politica economica ritorna efficace: la riduzione delle tasse
allenta il vincolo di liquidità e permette di aumentare il consumo, aumenta la domanda, aumenta
la produzione, aumenta il reddito.
↓T  ↑Yd corrente Z indebolisce il vincolo di liquidità  permette ↑C

4) Tassazione non in somma fissa


Nei nostri modelli assumiamo
Yd=Y-T
Tassa in somma fissa.
In realtà, le tasse non sono fisse, ad esempio l’IRPEF è calcolato in base al reddito, dunque più il
mio reddito è alto, più tasse dovrò pagare.

Nella realtà di norma:


Yd=(1-t)Y, in cui t è la percentuale di tassa
Quindi il mio reddito disponibile non è altro che il mio reddito al netto delle tasse, ovvero
percentuale di tassa per reddito.
Si può dimostrare che in questo caso l’equivalenza ricardiana non è verificatala tassazione NON
è in forma fissa (nell’equivalenza ricardiana T è costante e non dipende dal redditopoco
realistica).

In conclusione:
L’equivalenza ricardiana suggerisce l’inefficacia della politica fiscale, essa si verifica solo se vale la
teoria del reddito permanente. Tuttavia, presenta alcune limitazioni rilevanti.
Per queste ragioni la politica fiscale è di norma efficace nel breve periodo.
La sua efficacia può essere parzialmente ridotta rispetto a quanto sostenuto nelle lezioni
precedenti per gli effetti del reddito permanente.
La politica fiscale è tanto più efficace quanto minori sono i vincoli di liquidità, minore è la crescita
della popolazione per effetto dell’immigrazione e della crescita demografica, tanto più i sistemi
fiscali si avvicinano a un sistema di tassazione in forma fissa.

IL MERCATO DEL LAVORO: LEZIONE 17


Domanda ed offerta di lavoro
È il modello più semplice per esaminare il mercato del lavoro di tipo microeconomico, in cui le
imprese domandano lavoro.
Quindi la domanda di lavoro sarà inclinata negativamente, in quanto al crescere del livello del
salario, il livello del lavoro diminuiscele imprese, per poter massimizzare i propri profitti,
assumono tanti lavoratori tanti quanti gli consentono di avere che il salario pagato sia uguale alla
produttività marginale del lavoro. Dato che la produttività marginale del lavoro è decrescente alla
quantità di lavoro, al crescere del salario la produttività marginale sarà più alta e pertanto avrò
bisogno di meno lavoratori.
Da una parte abbiamo la domanda di lavoro (imprese), dall’altra l’offerta (lavoratori):
 Le imprese “domandano” lavoro  La domanda di lavoro (DL) indica quanti lavoratori le
imprese vogliono assumere al salario di mercato (W, wage) [fissato dal mercato].
Più è alto il salario meno le imprese desiderano assumere  DL è una funzione decrescente
del salario. Se il salario cresce, devo ridurre il numero dei lavoratori per incrementare la
produttività marginale del lavoro. Se il salario diminuisce, posso incrementare il numero di
lavoratori, quindi posso permettermi una produttività marginale più bassa.
 I lavoratori “offrono” lavorol’offerta di lavoro (OL) ci dice quanti lavoratori vogliono
lavorare al salario di mercato (W).
Più è alto il salario, più sono gli individui che vogliono lavorare OL è una funzione
crescente del salario.
Ad esempio, se il salario è troppo basso potrei trovare più conveniente non lavorare perché
ad esempio i sussidi dello stato solo più alti.

 In equilibrio DL = OL
 Equilibrio  Punto E
NEL PUNTO DI EQUILIBRIO NON C’È DISOCCUPAZIONE. Se tutti coloro che sono disponibili a
lavorare, trovano un lavoro, ciò significa che in un modello di questo tipo non esiste
disoccupazione.
In realtà, nelle economie a livello macroeconomico esiste disoccupazione.
Per spiegare l’esistenza della disoccupazione, prendiamo in considerazione il modello WS-PS.

Costruzione del modello WS-PS (wage setting- price setting)


Nel modello WS-PS:
 Le imprese fissano i prezzi dei beni prodotti
 Lavoratori e imprese contrattano i salari
Esaminiamo separatamente:
 La determinazione dei salari;
 La determinazione dei prezzi.

LA DETERMINAZIONE DEI SALARI


La contrattazione dei salari è spiegata da teorie diverse. Una sintesi delle principali teorie è data
dall’ equazione “wage setting” (WS):

W= PEF(u, z)
- +

Dove W è il salario e PE sono i prezzi attesi, F è una funzione del tasso di disoccupazione di u e di
variabili istituzionali del lavoro, nonché caratteristiche del mercato del lavoro dell’Italia.
U (unemployment) disoccupazione
Z (variabile che sintetizza diversi aspetti del mercato del lavoro) variabili istituzionali
del mercato del lavoro
I lavoratori, quando decidono il livello del salario, tengono in considerazione di ciò che avviene nel
futuro, ossia dei prezzi attesi del futuro.

 Esaminiamo gli elementi dell’equazione:


W= PEF (u, z)

a) W dipende da PE (prezzo atteso):


 Ai lavoratori non interessa quanto denaro ricevano ma quanti beni possono acquistare
con il loro salario. Nella contrattazione del salario, i lavoratori guardano al salario e ai
prezzi.
 Ai lavoratori interessa il salario “in proporzione” al livello dei prezzi.

b) Nell’equazione abbiamo PE anziché P (prezzi effettivi):


 I salari sono fissati anticipatamente (li fisso oggi anche per il futuro) per un certo
tempo per cui i prezzi non sono noti con certezza.
 I salari dipendono dal livello “atteso” dei prezzi  PE (N.B. rilevante per distinguere
breve e medio periodo, in quanto vengono introdotte le aspettative. Ogni qual volta si
presenta PE parliamo di una situazione che NON è di medio periodo ma solo in una fase
di transizione tra breve e medio periodo, in quanto ho delle aspettative che possono
essere giuste o sbagliate. Quando invece si presenta P, significa che le aspettative che
ho sono corrette, ossia il livello dei prezzi che mi aspetto è esattamente il livello che
avròin questo caso stiamo parlando dell’equilibrio di medio periodo, in quanto le mie
aspettative sono corrette. Quindi in questo caso specifico PE=P).

c) F (u, z)  W dipende negativamente da u


Al crescere della disoccupazione, il salario atteso diminuirà. All’aumentare della
disoccupazione in un sistema economico, la forza contrattuale dei lavoratori nella
contrattazione con le imprese sul salario è molto indebolita, poiché se il lavoratore
chiede un salario particolarmente elevato, le imprese possono rifiutare la loro offerta,
in quanto vi è uno stock di persone molto elevato che richiedono un posto di lavoro
 Maggiore concorrenza fra i lavoratori  ↓ potere contrattuale dei lavoratori  ↓
W.
Contrariamente, se il livello di competizione è basso, perché la disoccupazione è bassa,
l’ impresa ha il rischio di rimanere di rimanere con la posizione che gli serve scoperta.
Il livello di disoccupazione è un indice del grado di concorrenza che esiste tra i
lavoratori per i posti di lavoro disponibili.

 F(u, z)  W dipende positivamente dalle variabili istituzionali z


Tra queste variabili istituzionali vi sono:
- Livello dei sussidi di disoccupazione (ossia l’indennità che si può percepire se si è
senza lavoro): ↑ Sussidi  ↑ Compenso richiesto per lavorare ,perché non mi
conviene lavorare allo stesso prezzo circa dei sussidi, perché so che rimanendo a
casa riceverei quasi la stessa parcella.
- Livello del salario minimo (salario al di sotto del quale non si può scendere): ↑ W
minimo  ↑richieste salariali di tutti i lavoratori.

Riprendiamo l’equazione WS  W= PEF (u, z)

Assumiamo per il momento che le “aspettative” sui prezzi siano corrette  PE= P

In questo caso: WS  P F(u,z)  divido per P in entrambe le parti:

W
= F(u, z)
P

W
La grandezza rappresenta il salario rispetto al livello dei prezzi ed è chiamata “salario reale”,
P
ossia è il potere di acquisto del mio salario in termini di beni. Questo salario reale, dipenderà
negativamente dalla disoccupazione e positivamente dal livello delle variabili istituzionali.

W W
 Disegniamo l’equazione = F(u, z) in un diagramma cartesiano ( , u)
P P
 F è decrescente in u  la curva WS è decrescente

LA DETERMINAZIONE DEI PREZZI

Il prezzo dipende dal comportamento delle imprese  produzione

Due semplificazioni principali:


- Assumiamo che le imprese utilizzino un solo input  lavoro (N). Nel breve periodo
i costi sono fissi in quanto il capitale è costante. Effettuiamo la stessa ipotesi nel
medio periodo, ossia assumiamo che i costi sono fissi dato un capitale costante
(l’unico modo per incrementare la produzione è aumentare l’input LAVORO). Nel
lungo periodo, se il periodo di tempo è abbastanza ampio, il capitale è variabile.
- Il livello del prodotto (Y) è pari al lavoro impiegato, ossia ogni lavoratore produce
un bene Y=N

Ciò implica che il costo per produrre un’unità addizionale di Y (output) è il costo di impiegare un
lavoratore in più, che è pari al salario W. Il costo marginale è quindi pari al salario W
Assumiamo che le imprese fissino il prezzo di vendita sulla base del costo unitario seguendo la
regola:

Prezzo = costo unitario * (1 + μ) dove 0<μ< 1 dove μ è il mark up


 Il mark up è la differenza tra il prezzo di vendita di un bene o servizio e il suo costo di
produzione, solitamente espressa in percentuale del costo stesso. L’applicazione di un m.
u. genera profitti positivi per l’impresa, perché il prezzo supera i costi totali, sia fissi sia
variabili, sostenuti per produrre il bene. Infatti, il m. u. è strettamente connesso al margine
di profitto, che misura la stessa differenza tra prezzo e costo, ma in percentuale del prezzo.
La dimensione del mark up dipende dal grado di concorrenza che esiste tra le
impresemaggiore è la concorrenza tra le imprese e minore sarà μ. In concorrenza
perfetta avremo che μ=0 e P=W perché in concorrenza perfetta non abbiamo profitto,
dunque mark up=zero. Nel caso di beni che non hanno beni sostituti, il monopolio sarà
completo e μ sarà tendenzialmente molto vicino a 1, ossia il valore massimo assunto per μ.
Il grado di concorrenza tra le imprese è misurato da μ.
N.B.: μ è una % di ricarico sui costi, ad esempio se μ= 10% il prezzo è pari al costo aumentato del
10%

Riprendiamo l’equazione:
PS= P= W(1+μ)

Operando algebricamente otteniamo 

P W 1
= 1+μ  =
W P 1+ μ

W
Disegniamo l’equazione PS in un diagramma cartesiano ( , u).
P
W
Nella PS il salario reale non dipende da u (tasso di disoccupazione)  la curva PS è una retta
P
orizzontale
Esiste solo un prezzo di equilibrio, ossia 1/1+ μ .

Abbiamo esaminato le 2 curve che descrivono la determinazione di salari (WS) e prezzi (PS).
Consideriamo ora le 2 curve contemporaneamente disegnandole nello stesso grafico.
L’unico aggiustamento possibile è sulle quantità di lavoro, perché abbiamo assunto che nel medio
periodo il prezzo NON è flessibile. La quantità di lavoro è misurata in senso inverso tramite la
disoccupazione (u). La disoccupazione aggiusterà le richieste salariali dei lavorati al fine che tali
richieste siano compatibili con l’unico possibile livello del salario reale, che è fissato a 1/1+ μ .

Prezzo di equilibrio è quello di PS, mentre abbiamo anche il tasso di disoccupazione di equilibrio,
ovvero delle persone che al salario attuale vorrebbero lavorare ma non trovano lavoro.
Se inizialmente, il salario reale fosse al di sopra di 1/1+ μ , il salario reale sarebbe troppo alto e le
imprese inizierebbero a licenziare i lavoratori. Licenziando i lavoratori la disoccupazione (u)
aumenta e ciò ridurrebbe il potere contrattuale dei lavoratori, i quali richiederanno un salario
reale più basso e quindi si muoveranno sulla curva WG verso DESTRA, ossia verso l’EQUILIBRIO E
del mercato del lavoro (si muovono verso destra perché la disoccupazione cresce).
Invece, se inizialmente mi trovassi al di sotto del livello 1/1+ μ , il salario reale sarebbe troppo
basso e le imprese troverebbero conveniente assumere più lavoratori. In questo modo, la
disoccupazione sul mercato diminuirebbe. Se la disoccupazione sul mercato diminuisce, questo
rafforza i lavoratori la contrattazione dei lavoratori con le imprese sul salario. Il salario nominale
comincia a crescere e di conseguenza crescerebbe anche il salario reale (1/1+ μ); in questo caso ci
si muoverebbe verso la WS a SINISTRA, perché la disoccupazione diminuisce. In altri termini, il
salario reale è basso e per le imprese sarebbe più conveniente assumere più lavoratoriquesto
riduce la disoccupazione e contemporaneamente fa salire il salario nominale e di conseguenza
anche quello reale.
È un equilibrio di medio periodo in quanto il livello dei prezzi attesi è UGUALE al livello dei prezzi
effettivile ASPETTATIVE sono CORRETTE.

Il tasso naturale di disoccupazione è determinato solo da fattori strutturali, ossia dalle variabili
istituzionali del mercato, ossia di come è fatto strutturalmente il mercato del lavoro.
Nel modello WS-PS il sistema presenta disoccupazione in equilibrio.
Nel modello vi è disoccupazione e ciò avviene per 2 elementi specifici di questo modello, che
mancano nel modello microeconomico (assenti nel modello di una domanda ed offerta di lavoro):
 Concorrenza non perfetta (imperfetta) fra le imprese sul mercato dei beni prodotti;
 Introduzione di un meccanismo di contrattazione dei salari.

Anche il livello di disoccupazione un dipende da tali elementi, in particolare un è influenzato:


 Dal grado di concorrenza tra le imprese
 Dalle caratteristiche istituzionali del mercato del lavoro (=z)

Per comprendere queste relazioni vediamo gli effetti su un di:


 ↓concorrenza sui mercati dei beni finali
 Modifiche della legislazione sul lavoro (↑ sussidi di disoccupazione)

se cala la concorrenza tra le imprese, le imprese avranno più potere di mercato e possono
quindi permettersi di applicare un ricarico maggiore sul costo marginale. Se il mark-up cresce,
allora la frazione 1/1+ μ che descrive il salario reale nella PS, il suo valore sarà più basso.
In altri termini, la PS si sposta verso il bassoavremo un nuovo equilibrio E’, in cui la
disoccupazione è maggiore.
Se il livello della concorrenza diminuisce, ci si avvicina in una situazione di monopolio in cui la
produzione diminuisce. Se produco di meno allora avrò bisogno di meno n (occupazione) e di
conseguenza la disoccupazione naturale cresce.
Al contrario, se il grado di concorrenza tra le imprese aumenta, i prezzi calano e le quantità
crescerannola PS si sposta verso l’alto. L’effetto della riduzione del prezzo di vendita sui salari
reali è che il salario reale cresce (1/1+ μ aumenta). Se la quantità prodotta cresce ho più bisogno
di input lavoro e la disoccupazione naturale diminuisce.

L’incremento della disoccupazione naturale è datai sussidi aumentano e pertanto le richieste


salariali dei lavoratori diventano più elevate. L’unico modo per convincerli ad accettare lo stesso
livello del salario reale è incrementare il livello di concorrenza tra d loro. Per incrementare il livello
di concorrenza tra di loro, l’impresa deve licenziare qualcuno aumentando così il grado di
disoccupazione.
I risultati ottenuti evidenziano che:
 ↓ concorrenza tra le imprese  ↑ un
 Modifiche alla legislazione su lavoro influenzano u n
(ad ex, ↑ sussidi di disoccupazione ↑ un).

La disoccupazione un dipende dai fattori strutturali dell’economia (come funzionano i mercati) 


per questo motivo è chiamata “disoccupazione naturale”.
IL PASSAGGIO DAL BREVE AL MEDIO PERIODO- IL MODELLO AD-
AS: lezione 18

Premessa: breve vs. medio periodo.


Nella terza lezione abbiamo distinto diversi orizzonti temporali: breve, medio e lungo periodo.

“Cosa differenzia breve e medio periodo?”

1. Grado di flessibilità dei prezzi


- Breve periodo (IS-LM)  parzialmente flessibili
- Medio e lungo periodo  prezzi pienamente flessibili

2. Grado di correttezza delle aspettative


In quale contesto le aspettative sono corrette?
- È plausibile assumere che:
 Nel breve periodo i lavoratori possono commettere errori nel prevedere i
prezzi ( PE può essere ≠ da P), poiché gli agenti economici hanno a
disposizione un unico tentativo quando elaborano le loro aspettative, le
quali possono essere corrette oppure errate.
 Con il passare del tempo gli individui si accorgono dell’errore e possono
correggere le aspettative errate. In un arco temporale sufficiente lungo, le
aspettative diventano corrette grazie a questo processo di aggiustamento.
Pertanto, nel medio periodo la previsione è sempre corretta (PE = P).
Nel medio periodo le aspettative vengono corrette.
Ad esempio:
 È possibile che nel breve periodo i lavoratori sottostimino i prezzi ( PE < P).
 Con il passare del tempo i lavoratori si accorgono che PE è troppo basso 
↑PE

Nell’equilibrio del mercato nel modello WS-PS abbiamo assunto che P= PE :


-Sotto tale ipotesi u=un
Un  disoccupazione naturale
-L’ipotesi P = PE è corretta nel medio periodo  un è la disoccupazione di medio periodo

-La definizione di disoccupazione ci dice che:


Disoccupati U
u= =
Forze dilavoro L

Inoltre, in altri modi è possibile esprimere la disoccupazione come:


Disoccupati = Forze di lavoro – occupati  U= L-N
U L−N N
e quindi u= L = L
= 1 - L

Infine, per l’assunzione Y = N abbiamo:


Y
u = 1- L

Yn
Quando P = PE abbiamo u = un  un = 1- dove Yn è il livello naturale di produzione. In un
L
equilibrio di medio periodo, caratterizzato dalla correttezza delle aspettative (PE=P), la
disoccupazione assume uno specifico valore un=u e anche la produzione assume uno specifico
valore dato dal livello naturale della produzione (Y=Y n):

PE = P  u=un  Y= Yn

Consideriamo il passaggio dal breve al medio periodo.


Il processo tra breve e medio periodo è un processo di aggiustamento delle aspettative e di
conseguenza anche di aggiustamento dei prezzi  regola con cui le imprese fissano i prezzi e
determinano i costi di produzione, ossia da quanto ci dice la retta PS.
Per descrivere il passaggio da breve a medio periodo dobbiamo riprendere il modello WS-PS ed
analizzare il mercato del lavoro per comprendere l’aggiustamento dei prezzi, il quale ci porterà
all’equilibrio di medio periodo in cui il livello della produzione=livello della produzione naturale.

Passaggio dal breve al medio periodo:


L’equilibrio di breve periodo sarà un equilibrio congiunto di diversi mercati, ossia l’equilibrio del
mercato dei beni + equilibrio dei mercati finanziari + equilibrio del mercato del lavoro.
Per analizzare l’equilibrio congiunto di questi tre mercati dobbiamo utilizzare il modello AD-AS :
-Offerta aggregata (Aggregate supply)  AS
-Domanda aggregata (Aggregate Demand)AD

COSTRUZIONE DELLA CURVA AS

La curva AS discende dall’ equilibrio del mercato del lavoro.


L’offerta di beni è una relazione mette in relazione la quantità prodotta con il livello dei prezzi.
Questa relazione sarà descritta dal modello WS-PS del mercato del lavoro:

 Mercato del lavoro


- WS  W = PE F(u, z)
P
- PS  P= W (1+μ)  =W
1+ μ
 Equilibrio del mercato del lavoro  WS e PS devono essere verificate completamente,
ossia le decisioni delle imprese sulla fissazione dei prezzi saranno compatibili con il risultato
della contrattazione tra imprese e lavoratori sulla fissazione del salario.

P
-Sostituendo PS in WS  =PEF(u, z) da cui P= PE (1+ μ) F(u,z)
1+ μ
Y
-Sappiamo dall’analisi precedente che u= 1-
L

Y Y
-Sostituendo u= 1- in P = PE (1+μ) F (u, z)  P= PE (1+μ) F ( 1- , z)
L L
Equazione dell’offerta aggregata (AS) - +

L’equazione evidenzia una relazione crescente tra P e Y :


Esiste una relazione crescente tra il livello dell’output e il livello dei prezzi.
Y Y
↑ Y  ↓ = 1-  ↑ F (= 1- , z)  ↑ P
L L

Spiegazione economica (mercato del lavoro):


↑Y per far crescere il livello dell’output occorre aumentare anche il livello degli input utilizzati
nel processo produttivo (↑ occupazione N) il tasso di disoccupazione diminuisce (↓u) il grado
di concorrenza tra i lavoratori sul mercato del lavoro diminuisce e ciò rafforza i lavoratori nella
contrattazione con le imprese e ciò consente ai lavoratori di chiedere un salario nominale più
elevato (↑potere contrattuale dei lavoratori) dato che il salario nominale è il costo marginale
delle imprese, le quali fissano i loro prezzi come costo marginale + mark-up (W * 1+ μ) ↑ W  (via
mark up, se voglio guadagnare uguale, aumentano i costi allora aumento i prezzi di vendita)se W
aumenta anche ↑ P.

La relazione tra P e Y è crescente  l’equazione di offerta di moneta è una curva crescente in un


diagramma cartesiano (Y, P):
Qualcosa di intangibile (le aspettative) ha effetti tangibili, concreti, reale sul mercato.
dall’intersezione tra la curva IS e la curva LM definiamo un equilibrio congiunto tra il mercato dei beni e il
mercato della moneta.
Esiste una relazione tra il livello dei prezzi e il livello della produzioneil livello dei prezzi definisce la
posizione del piano i-Y della curva LM, quindi definisce anche dove avviene l’intersezione tra la curva IS e la
curva LM.
al crescere del livello generale dei prezzi, il livello della produzione che garantisce l’equilibrio tra
il mercato della moneta e il mercato dei beni decresce.

RELAZIONE DECRESCENTE TRA Y e P


,

I risultati precedenti indicano che nell’equilibrio del mercato dei beni e dei mercati finanziari Y è:
 Una funzione crescente di MS/P;
 Una funzione crescente di G;
 Una funzione decrescente di T.

Abbiamo quindi:
Curva AD  Y=Y (MS/P, G, T)
+ + -
Nel punto A:
 Siamo sulla AS  mercato del lavoro in equilibrio
 Siamo sulla AD  mercato dei beni e dei mercati finanziari in equilibrio

Il punto A può rappresentare sia l’equilibrio di breve che di medio periodo a seconda delle
assunzioni su PE.
La posizione di A, infatti, dipende dalla posizione della curva AS e quindi da P E. In particolare:
 Medio periodo PE= P  u=un  Y= Yn
Nell’equilibrio di medio periodo Y è sempre pari a Yn
 Breve periodo  PE può essere ≠ da P  Y ≠ Yn
Tre casi:
1. PE= P  Y = Yn
2. PE> P  Y < Yn in questo caso le richieste in termini di salario nominale dei lavoratori
sono particolarmente elevate e ciò porterà il costo del lavoro ad essere particolarmente
elevato. Sappiamo però che l’unico livello possibile per il salario reale è 1/1+ μ . Le imprese
reagiranno riducendo il loro utilizzo di input lavoro (aumentando la disoccupazione) e
ridurre quindi anche la produzione. In questo caso aumenta anche il grado di concorrenza
tra i lavoratori cioè l’esito della contrattazione del salario sarà sempre 1/1+ μ .
3. PE< P  Y > Yn
Il punto A può essere un equilibrio di breve o un equilibrio di medio a seconda del valore assunto
dai prezzi attesi, ma anche a seconda del valore che assume la produzione (P E=P).
Con PE avremmo dovuto avere Yn, tuttavia essendo sbagliate le prospettive, vale YA, quindi la
produzione è aumentata mentre i lavoratori sono più poveri perché hanno fatto delle aspettative
sbagliate.
 Nel medio periodo  PE= P e Y=Yn  l’intersezione di AS e AD avviene sempre lungo la retta
Y=Yn
 Come si passa dall’equilibrio di breve A all’equilibrio di medio periodo?
 Con il passare del tempo le aspettative vengono corrette (↑P E) e la curva AS si sposta
finché Y=Yn
 Aggiustamento  graduale spostamento della AS. L’aggiustamento verrà esaminato nella
prossima lezione.
Gli shock di domanda: l’aumento dell’offerta di moneta e la
riduzione del disavanzo pubblico (lezione 19)

“È plausibile che l’equilibrio dell’economia rimanga A?”


In A (equilibrio di breve periodo)  YA>Yn  gli individui sottostimano i prezzi

Gli individui sottostimano i prezzi  gli individui hanno aspettative errate sui prezzi.
Pertanto, con il passare del tempo i lavoratori si accorgono che P E è troppo basso  le aspettative
vengono corrette  ↑PE
AS dipende parametricamente da PE  Se ↑PE la curva AS si sposta verso l’alto
Ad ogni livello di Y, è associato un livello dei prezzi più elevato.
 ↑PE  A  A’
 A’ è l’equilibrio finale del sistema? NO, in A’  Y>Yn e P>PE prosegue
N.B. : La produzione è maggiore rispetto al suo livello naturale, e ciò significa che nonostante
l’iniziale revisione dei prezzi, il livello dei prezzi attesi è ancora inferiore rispetto al livello dei prezzi
effettivi. Il passaggio da A ad A’ è un passaggio da un equilibrio di breve periodo a un altro
equilibrio di breve periodo, il quale però assume due caratteristiche importanti:
a) il punto A’ è più vicino all’equilibrio di medio periodo rispetto al punto A grazie a una revisione
delle aspettativel’economia si sta avvicinando all’equilibrio di medio periodo;
b)l’incremento dei prezzi attesi ha spostato la curva AS verso l’alto, causando una diminuzione del
livello della produzione, la quale è ora più vicina al livello della produzione naturale, e causando
anche un aggiustamento dei prezzi, i quali crescono da PA a PA’ . La revisione delle aspettative è
all’origine della flessibilità dei prezzi; ciò che porta i prezzi a crescere da P A a PA’ è la revisione delle
aspettative.
Quando Y=Yn (punto A’’) l’aggiustamento si interrompe.
Nel medio periodo l’intersezione di AS e AD avviene sempre lungo la retta Y=Yn.
Il punto A’’ costituisce un equilibrio di medio periodo del sistema economico, il quale è
caratterizzato dall’intersezione di tre rette:
-AD, poiché naturalmente un equilibrio di breve periodo è un equilibrio congiunto del mercato dei
beni e del mercato della moneta;
-AS inclinata positivamente, che rappresenta l’equilibrio sul mercato del lavoro;
-la retta verticale che passa per Yn , che costituisce la retta di offerta aggregata di medio periodo;
l’unico valore di equilibrio del reddito è Yn.
La curva AS’’ sarà disegnata per un livello dei prezzi attesi pari al livello dei prezzi effettivi.
In questo caso, nessun aggiustamento è più richiesto e finisce la transizione che ci porta
dall’equilibrio di breve periodo A all’equilibrio di medio periodo A’’ attraverso una serie di diversi
equilibri di breve, ciascuno corrispondente a una specifica pozione della curva AS traslata verso
l’alto.

Conclusioni:
 Finché P>PE  gli agenti adeguano le aspettative:
-↑PE  ↑P e ↓Y
-L’aggiustamento si ferma quando Y=Yn e P=PE
-Punto A’’  equilibrio di medio periodo del sistema

 La dinamica è opposta se nell’equilibrio di breve Y<Yn

PE è perfettamente esogena nel breve periodo ed endogena nel medio periodo in quanto varia
fino a quando arrivano al PE che porta a Yn.

GLI SHOCK DI DOMANDA

 Utilizzando il modello AD-AS esaminiamo:


 Politica monetaria espansiva
 Riduzione del disavanzo pubblico
 I due casi sono esempi di “shock di domanda”

POLITICA MONETARIA ESPANSIVA

1) Politica monetaria espansiva (↑MS)


Assumiamo che la Banca Centrale aumenti l’offerta di moneta, ovvero la Banca Centrale va
sul mercato aperto dei titoli e compra titoli con moneta, immettendola nel sistema
economico.
Assumiamo che questa politica monetaria espansiva avvenga in un momento in cui
l’economia si trova in un equilibrio di medio periodo, ossia in un momento in cui Y=Y n.
MS è una componente della AD (la curva AD dipende da MS). La condizione di equilibrio
congiunto sul mercato dei beni e il mercato della moneta ci dice che :
Y= Y( MS/P, G, T)
+ + -
Se ↑ M  ↑Domanda aggregata  AD verso destra
S

 Aspettative errate  aggiustamento delle aspettative (descritto in precedenza)  ↑PE


 ↑PE  AS verso l’alto
 L’aggiustamento prosegue Y>Yn  AS verso l’alto finché Y>Yn
 Quando Y=Yn  PE=P  l’aggiustamento si interrompe  Equilibrio di medio periodo.
Effetti complessivi della manovra
 Breve periodo  ↑Y ↑PEFFETTO ESPANSIVO della politica monetaria
 Transizione  ↓Y ↑P
 Medio periodo  =Y, ↑P
La politica monetaria ha effetti espansivi solo nel breve periodo, nel medio periodo non ha alcun
effetto espansivo sul livello della produzione. Nel medio periodo, l’unica cosa che cambia in
equilibrio è il livello dei prezzi, il quale cresce.
Nel medio periodo Y non cambia. “È cambiata la composizione della domanda aggregata
(Z=C+I+G)?”
 Z non è cambiata (in equilibrio Y=Z);
 C non è cambiata (Y e T non sono cambiati);
 G non è cambiato (esogeno);
 Perciò nemmeno I è cambiato.
Nel medio periodo la moneta non ha effetti sulle variabili reali ma solo sul livello dei prezzi 
“neutralità” di medio periodo della moneta. La moneta non ha nessun effetto sulle varabili reali
(è neutrale), ossia sulla quantità dei beni prodotti, la quantità dei beni consumati, la quantità di
beni investititi e la quantità di beni che vengono acquistati tramite la spesa pubblica.
La moneta produce effetti sulle variabili nominali , ossia sui prezzi dei beni e NON sulle quantità,
dunque sul livello dei prezzi, livello del Pil nominale, livello nominale del consumo, livello nominale
dell’investimento e livello nominale della spesa pubblica.
 Una politica monetaria espansiva aumenta la produzione nel breve periodo  permette di
uscire da una recessione (↑Y);
 Nel medio periodo la politica monetaria è neutrale perché nel medio periodo il livello della
produzione sarà sempre e soltanto pari al suo livello naturale  La politica monetaria non
può essere utilizzata per promuovere incrementi permanenti del prodotto.
 Per avere cambiamenti permanenti nel livello naturale della produzione, devo agire sulle
variabili strutturali dell’economiail parametro μ (il livello di concorrenza tra le imprese);
il parametro z (il grado di tutela dei lavoratori sul mercato del lavoro); variare il livello di
capitale di economia e variare il livello di efficienza tecnologico, ossia implementare il
progresso tecnico.
2) Riduzione del disavanzo pubblico (↓G, ↑T)
 Assumiamo Y=Yn
 Il governo riduce G
 G è una componente della AD: Y= Y(MS/P, G, T)
 ↓G  ↓ Domanda aggregata AD verso SINISTRA

 Durante la transizione  ↑Y ↓P
 Nel medio periodo  YA’’ = Yn = YA PA’’ < PA

RIDUZIONE DEL DISAVANZO PUBBLICO

 Effetti complessivi della manovra


 Breve periodo  ↓Y ↓P
 Transizione  ↑Y ↓P
 Medio periodo  =Y ↓P
“È cambiata la composizione della domanda (Z=C+I+G)?”
 Z non è cambiata (in equilibrio Y=Z);
 C non è cambiata (Y e T non sono cambiati);
 G è cambiato (il Governo lo ha ridotto);
 I è aumentato.
Gli investimenti sono aumentati in quanto il prezzo diminuisce. Dato che il prezzo diminuisce,
l’offerta reale di moneta (MS/P )aumenta. Gli effetti sono quelli di una politica monetaria
espansivadiminuisce il tasso di interesse ma Y rimane invariato, pertanto il costo finanziario
dell’acquisto di nuovi beni capitale è diventato più basso e quindi il livello dell’investimento è
cresciuto.
La politica fiscale ha effetti reali sulla composizione della domanda aggregata (diversamente dalla
politica monetaria).
Nel breve periodo una riduzione del disavanzo pubblico provoca una recessione.
L’effetto è solo temporaneo  Nel medio periodo la produzione torna al livello precedente.
 Nel breve periodo una riduzione del disavanzo pubblico ha un effetto ambiguo sugli
investimenti (lezione 8).
 Nel medio periodo l’effetto sugli investimenti è certamente positivo (una politica
fiscale restrittiva ha un effetto sicuramente positivo sugli investimenti).

EFFETTI DEGLI SHOCK DI DOMANDA


 I casi esaminati sono shock di domanda.
 Shock di domanda  Variazioni nei valori delle variabili che influenzano la domanda
aggregata.
 Tra gli shock di domanda rientrano:
 Variazioni spesa pubblica e tassazione;
 Variazioni offerta moneta (e tasso di riferimento);
 Variazioni dei consumi autonomi (gusti, fiducia, consumatori);
 Variazioni degli investimenti (fiducia delle imprese).

 Gli shock di domanda generano nel breve periodo effetti su prezzi e produzione nella
medesima direzione (↑P↑Y o ↓P↓Y)
 Inoltre, abbiamo visto che nel medio periodo:
 In tutti i casi Yn non cambia  gli shock di domanda non influenzano la produzione di
medio periodo
 In tutti i casi P cambia  gli shock di domanda influenzano i prezzi nel medio periodo
 Gli shock di domanda possono modificare la composizione della domanda nel medio
periodo, tutti tranne quelli legati alla politica monetaria, la quale è neutrale nel breve
periodo, ossia non ha effetti sulle variabili reali.

Gli effetti di un aumento del prezzo del petrolio, il ciclo


economico: lezione 20 LO SHOCK DI OFFERTA

Prezzo stabile negli anni ’50 e ’60 (modesta riduzione)


 Forte aumento negli anni ’70 a causa delle varie guerre e rivoluzioni;
 Riduzione dagli anni ’80 ma parziale volatilità;
 Forte aumento fra il 2000 e il 2008 in cui grandi economie, come quella cinese e indiano, si
sono arricchite/sono migliorate velocemente, quindi c’è stato aumento della domanda di
petrolio.
 Calo dalla seconda metà 2008 a causa della crisi dei mutui subprime.

Spiegazione – Anni 60-90:


La fase di stabilità corrisponde anche ad una stabilità politica del Medioriente sperimentata in
quegli anni. I due shock petroliferi del 1974 e del 1978 riflettono degli eventi di geopolitica e degli
eventi bellici che hanno destabilizzato il Medioriente.
 Eventi bellici
 Funzionamento dell’OPEC
Spiegazione – Anni 90-oggi:
 Crescita della domanda mondiale (Cina, India…) che determina un aumento del prezzo del
petrolio.
 Recessione globale.

“Cosa succede a un’economia che dipende dal petrolio quando cambia il suo
prezzo?”

Esaminiamo l’effetto di un aumento del prezzo del petrolio (↑P petrolio).


L’utilizzo del modello AS-AD, per studiare gli effetti del prezzo del petrolio, presenta però un
problema analitico: la funzione di produzione che abbiamo introdotto nel nostro sistema
economico, ossia Y=N, non prevede l’utilizzo del petrolio come input nel processo produttivo e
quindi nella funzione di produzione il prezzo del petrolio non può comparire  il lavoro è l’unico
input e non si usa il petrolio.
Una soluzione possibile è quella di introdurre esplicitamente diversi input all’interno della funzione
di produzione, anche se questo avrebbe un costo dal punto di vista analitico molto consistente.
La soluzione utilizzata è quella di mantenere il lavoro come unico input e considerare il prezzo del
petrolio come un incremento del mark up (μ) che le imprese applicano sul costo marginale di
produzione, in particolare il ricarico che le imprese applicano sul livello del salario nominale(in
questo caso mark up sono tutti i costi che non sono lavoro)  Rappresentiamo l’aumento del
prezzo del petrolio con l’aumento del mark up (per forza di cose in quanto se il prezzo sale con il
salario(W) costante, deve per forza alzarzi il mark up).

La ragione per cui questa soluzione può essere accettabile dipende da come abbiamo descritto la
regola di determinazione dei prezzi da parte delle imprese. In particolare, abbiamo detto che
P= Costo unitario di produzione * (1+μ)
Nel nostro modello semplificato esiste un solo fattore di produzione, ossia il lavoro, quindi
P=W*(1+μ).
Se esistono diversi input in aggiunta al lavoro (ad es. lavoro e petrolio) il costo unitario di
produzione dipende dal costo di tutti tali punti.
Per semplicità, si sceglie di descrivere l’incremento del prezzo del petrolio come un incremento del
mark-up, anziché introdurre nella funzione di produzione esplicitamente questi nuovi input.

Un aumento del prezzo del petrolio a parità di W determina un aumento dei costi di produzione a
parità di W ↑P a parità di W
 In presenza del solo input lavoro abbiamo:

P=W(1+μ)

 In questo contesto ↑P a parità di W viene ottenuto ↑μ  perché genera effetti analoghi a


↑prezzo del petrolio
 Per questa ragione studiamo ↑prezzo del petrolio come ↑μ
“Quali sono le conseguenze di un incremento del mark-up?”

a)Sul mercato del lavoro

L’equilibrio del mercato del lavoro, che inizialmente era fissato nel punto E per un livello
della disoccupazione naturale pari a un , scivolerà lungo la curva WS fino al punto E’.
Nel punto E’, in corrispondenza del nuovo livello del mark-up e del nuovo livello del salario
reale di equilibrio definito dalla PS, il livello della disoccupazione sarà ora più elevato. Il
salario reale di equilibrio fissato dalla PS diminuisce; per far sì che questo salario reale
diventi il salario di equilibrio sul mercato del lavoro (ossia che emerga come esito della
contrattazione tra imprese e lavoratori sul livello del salario) è necessario incrementare il
livello di concorrenza tra i lavoratori attraverso un incremento della disoccupazione tra i
lavoratori.
L’incremento dei costi di produzione è uno shock positivo di offerta che si traduce in un
incremento dei prezzi e in un calo delle quantità prodotte. Il calo delle quantità prodotte si
traduce a sua volta in un minor utilizzo dell’input lavorolivello più elevato della
disoccupazione.
b)Nel modello AS-AD

L’incremento del mark-up produce un incremento della disoccupazione naturale e quindi


produce un calo del livello naturale della produzione. Il punto A cessa di essere un
equilibrio di medio periodo e diventa un equilibrio di breve periodo.
Nel punto A i prezzi attesi sono più bassi rispetto ai prezzi effettivi e pertanto sarà
necessario avviare un processo di aggiustamento delle aspettative che ci porterà, nel corso
della transizione, nel nuovo equilibrio di medio periodo corrispondente a un livello della
produzione naturale pari a Yn’.

“Cosa succede nel breve periodo?”


Gli effetti di breve periodo dell’aumento del prezzo del petrolio(=quindi dell’aumento del mark
up) sono dunque:
 ↓produzione
 ↑prezzi
Il livello della produzione naturale si è ridotto (Yn  Yn’).

“Analizziamo ora la transizione e l’equilibrio di medio periodo”


 Nel nuovo equilibrio A’ abbiamo Y > Yn’  la produzione è maggiore rispetto al nuovo
livello naturale  le aspettative sui prezzi sono errate  P>PE ;
 P>PE  aggiustamento delle aspettative (esaminato nella lezione precedente) ↑PE AS
verso l’ALTO;
 Lo spostamento verso l’alto prosegue fino a che Y raggiunge Yn (e PE raggiunge P)

L’aggiustamento prosegue affinché la curva AS di breve periodo interseca la curva AD nel


punto A” in cui abbiamo l’intersezione di tre linee:
-la curva AD;
-la curva AS di breve periodo;
-la curva di offerta aggregata di medio periodo che è rappresentata dalla retta verticale che
interseca l’asse delle X per il nuovo livello della produzione naturale Yn’.
In A” l’aggiustamento termina e siamo arrivati in un nuovo equilibrio di medio periodo
caratterizzato da un livello della produzione naturale più basso rispetto a quello iniziale.
Sia durante la transizione che nel medio periodo un aumento del prezzo del petrolio causa:
 ↓produzione
 ↑prezzi
Un aumento del prezzo del petrolio causa una riduzione della produzione accompagnata da un
aumento del livello dei prezzi.

 Ad esempio, nel 1974 il P del petrolio è aumentato di oltre il 50%. Effetti:


1973 1974 1975
US Crescita 5,2% -0,6% -0,8%
Inflazione 6,4% 8,7% 9,6%
Questo fenomeno è stato chiamato stagflazione (inflazione + stagnazione)verificatosi durante
gli shock petroliferi.
La stagnazione è data dal livello del reddito (recessione nel livello del reddito) in quanto la crescita
diventa stagnante, bassa se non negativa.
Questo fenomeno di stagnazione di crescita del Pil è accompagnato da un fenomeno di inflazione,
ossia una crescita del livello generalizzato dei prezzi.

EFFETTI DEGLI SHOCK DELL’OFFERTA


L’ aumento del prezzo del petrolio(=mark up) è un esempio di shock di offerta, in quanto modifica
alcuni parametri strutturali del sistema produttivo del Paese.
Con shock di offerta si intende tutte quelle variazioni nei valori delle variabili che influenzano la
produzione naturale:
 Variazione prezzo input (materie prime, petrolio);
 Variazione delle variabili istituzionali del mercato del lavoro (salario minimo, sussidi,
livello di protezione);
 Modifiche della tecnologia produttiva;
 Variazione de mark up.
Gli shock di offerta possono essere sia positivi sia negativi:

Confrontiamo le conclusioni di oggi con quelle della lezione 17:


1. Gli shock di domanda generano nel breve periodo effetti su prezzi e produzione nella
medesima direzione (↑P ↑Y o ↓P ↓Y);
2. Gli shock di offerta generano nel breve periodo effetti su prezzi e produzione in
direzioni opposte (↑P↓Y e ↓P↑Y);
3. Gli shock di domanda non hanno effetti sulla produzione di medio periodo;
4. Gli shock di offerta modificano la produzione di medio periodo.
Nella seconda lezione abbiamo visto come la dinamica del Pil sia caratterizzata da fluttuazioni
intorno alla tendenza di lungo periodo
 Esempio Pil italiano nel periodo 1970-2004

IL CICLO ECONOMICO

Le fluttuazioni sono spiegate dai meccanismi descritti nelle applicazioni del modello AD-AS.
L’origine delle fluttuazioni è la seguente:
 L’economia è colpita continuamente da shock di domanda e offerta;
 Ciascuno shock tende ad allontanare l’economia dall’equilibrio di medio periodo (Y si
allontana da Yn);
 I meccanismi di aggiustamento tendono a riportare l’economia verso l’equilibrio di
medio periodo (Y va verso Yn).
LEZIONE 21:La curva di Philips

Nella lezione 2 abbiamo visto che:


Tasso di inflazione (π)  Tasso di crescita nel tempo del livello generale dei prezzi

Effettuiamo un analisi di medio periodo utilizzando una dinamica dei prezzi misurata dal tasso di
inflazione. Uniamo quindi la dinamica dei prezzi con il mercato del lavoro, ossia il posto in cui i
prezzi si formano per effetto della relazione PS-WS.
La dinamica dei prezzi (inflazione) è legata all’andamento del mercato del lavoro, ossia è legata al
livello della disoccupazione.
Nella nostra analisi, metteremo in relazione diretta il tasso di inflazione con il tasso di
disoccupazione utilizzando la Curva di Philips (CP).

COSTRUZIONE DELLA CURVA DI PHILIPS


La Curva di Philips esamina l’inflazione ed è una riscrittura della curva aggregata AS, nella cui
equazione della curva AS possiamo trovare una descrizione di come viene determinato il livello dei
prezzi in un certo istante temporale:

P=(1+μ)PEF(ut, z)
- +

Utilizziamo una forma lineare per F(u, z):

F(ut, z) =1-αut + z

La funzione F dipende negativamente dalla disoccupazione al tempo t; dipende positivamente dal


parametro z.
α- parametro che misura l’effetto (negativo) della disoccupazione sui salari

In questo caso, possiamo riscrivere la curva AS 


P=(1+μ)PE (1 - αut + z)

Da questa espressione con opportuni calcoli (ed approssimazione) si ottiene la Curva di Philips.
Forma generale della Curva di Philips ottenuta dalla AS :

πt= πtE + (μ + z) -αut


 πt - inflazione al tempo t 

 πtE – inflazione attesa al tempo t 


 μ – mark up
 z – variabili istituzionali
 ut – disoccupazione al tempo t

Le variabili sono le stesse della cuva AS, in quanto la curva di Philips è una riscrittura in forma
dinamica della curva AS.

La curva di Philips evidenzia che:


1) ↑ πtE  ↑ πt
 ↑ πtE  ↓salario reale atteso  ↑richieste salariali
 ↑Richieste salariali  ↑Pt  (Dato Pt-1) ↑ πt

2) ↑μ (o ↑z)  ↑ πt
 ↑μ  ↓salario reale  ↑richieste salariali
 ↑richieste salariali  ↑Pt (Dato Pt-1) ↑ πt

3) ↑ut ↓ πt
 ↑ut  ↓potere contrattuale dei lavoratori  ↓richieste salariali
 ↓richieste salariali  ↓Pt  (Dato Pt-1) ↓ πt

4) Riscrivendola come:
πt - πtE = (μ + z) -αut
La curva di Philips evidenzia anche la relazione negativa tra “l’inflazione inattesa”
(“surprise inflation”) (πt - πtE) e disoccupazione.

LA CURVA DI PHILIPS E ASPETTATIVE


La curva di Philips ha forme diverse al variare di πtE

 Due casi di maggior interesse:


1. πtE = 0 il livello atteso dell’inflazione è sempre pari a 0.
 Gli individui si attendono sempre una inflazione nulla ossia che i prezzi rimangano
costanti (Pt=PtE);
 In questo caso la Curva di Philips  πt = (μ + z) -αut
 L’inflazione coincide con la “surprise inflation”; se i prezzi cambiano per gli agenti
economici è una sorpresa, in quanto al contrario si aspettano prezzi costanti.
 Nella formulazione precedente Curva di Philips  Relazione che esamina il legame fra
“inflazione” e “disoccupazione”. Questo tipo di metodo di formazione delle aspettative
dà origine a questa particolare curva di Philips che evidenzia un rapporto diretto, e non
mediato tra le aspettative, tra il livello dell’inflazione e l livello della disoccupazione. In
questo caso, tutte le volte che l’inflazione cresce, la disoccupazione diminuisce.
 In effetti Philips, nel 1958, ha considerato i dati di inflazione e disoccupazione relativi al
Regno Unito del periodo 1861-1957 accorgendosi che c’era una relazione negativa tra
queste due variabili πt = (μ + z) -αut
 Samuelson e Solow  Grafico analogo negli Stati Uniti gli anni dal 1900 al 1960 
Conclusioni analoghe (escludendo la “Grande Depressione” (1931-39)).
 Inflazione e disoccupazione Stati Uniti 1900-1960

 Curva di Philips  Relazione negativa tra π e u


 In particolare, forma utilizzata da Philips, Samuelson e Solow  Relazione esistente
negli anni ’50 e ‘60

 Spiegazione:
- L’ipotesi πtE = 0 da cui deriva la formulazione precedente è verificata negli anni ’50 e
’60;
- Nelli anni ’50 e ’60 l’inflazione era mediamente molto bassa  gli agenti si
attendevano prezzi più o meno costanti  πtE ≈ 0
 Negli anni ’70 viene meno la relazione stabile tra πt e ut , ossia la curva di Philip
originaria [πt= (μ + z) -αut].
 Due ragioni principali:
a) Shock petroliferi
- Negli anni ’70 forti (1974 e 1978) si verifica uno shock di offerta nel prezzo del petrolio
che genera un andamento dell’economia molto particolare, detta stagflazione
consistente in un aumento dei prezzi e un calo della produzione. In particolare, genera
un forte incremento di prezzi.
In questa nuova realtà , è irragionevole aspettarsi che l’inflazione sia sempre nulla.
CP  πt= πtE + (μ + z) -αut
- ↑μ  La relazione fra πt e ut cambia.

b) Di conseguenza, anche gli agenti economici cambiano il modo in cui formano le loro
aspettative Caratteristiche dell’inflazione negli anni ’70:
 Si aspettano un livello positivo dell’inflazione πt>0
 Gli shock petroliferi hanno anche introdotto nel sistema economico un alto livello di
persistenza dell’inflazione, ossia l’inflazione del periodo precedente è molto probabile
che si ripresenti anche nel periodo corrente (πt dipende da πt-1).
Il livello dell’inflazione al tempo t dipende in larga parte dal livello dell’inflazione al
tempo t-1.
In questo contesto gli individui non si attendono un’inflazione nulla ma un’inflazione
positiva e legata a quella del periodo precedente  uno shock di un anno può
cambiare le aspettative di più anni.

 Da a) e b) deriva una nuova formulazione delle aspettative sull’inflazione.

2. πtE=θπt-1 con 0<θ≤ 1 l’inflazione attesa sarà una parte dell’inflazione di ieri. La parte
dell’inflazione di ieri dipende dal valore del parametro θ, il quale è compreso tra 0 e 1.

θ mi dice quanto le aspettative sono influenzate dagli accadimenti che si sono realizzati nel
presente.
Il parametro θ definisce il grado di persistenza che gli agenti economici attribuiscono
all’inflazione:
-Se θ=1 la persistenza è totale, ossia ci si aspetta che tutta l’inflazione di ieri sia uguale a
tutta l’inflazione di oggi;
-Se θ<1 solo una parte dell’inflazione di ieri si trasferisce all’inflazione di oggi.

La formulazione della curva di Philips è ora descritta come:

πt = θπt-1 + (μ + z) - αut

Per cui
 negli anni ’50 e ’60  θ=0
 negli anni ’70  θ>0, al limite θ=1
 Con θ=1 abbiamo πtE = πt-1
Da cui:
πt = πt-1 + (μ + z) - αut
πt - πt-1 = (μ + z) - αut
La seconda riscrittura suggerisce che la surprising inflation corrisponde con
l’accelerazione nella crescita del livello di prezzi.
Il lato sinistro dell’ equazione della curva di Philips (πt - πt-1) è l’accelerazione nel tasso di
crescita dei prezzi.
Se i prezzi di oggi crescono più velocemente dei prezzi di ieri ho surprising inflation; se i
prezzi di oggi crescono a un ritmo inferiore rispetto ai prezzi di ieri ho surprising
disinflation.
 In questo caso  Relazione negativa fra la variazione dell’inflazione ( πt - πt-1 ) e la
disoccupazione.
Maggiore è la differenza tra πt - πt-1 e minore sarà il tasso di disoccupazione.
Se l’inflazione decelera, il tasso di disoccupazione sarà più alto.
Se πt - πt-1 è negativo, (μ + z) – αut dovrà essere negativo, e quindi ut dovrà essere
sufficientemente elevato per avere che (μ + z) – αut dà un valore negativo.
Ad esempio, il salario dei lavoratori di ieri è pari a 100. I lavoratori si aspettano
un’inflazione futura pari al 2% e pertanto, richiedono un salario pari a 102 in termini di
salario nominale. Se l’inflazione accelera, e dal 2% diventa 5%, i prezzi crescono più dei
salari nominali e il salario reale diminuisce; l’input lavoro diventa più a buon mercato e le
imprese assumono di più e la disoccupazione cala (viceversa se l’inflazione decelera).
 Spiegazione:
Gli agenti si attendono un’inflazione pari a quella del periodo precedente  La “surprise
inflation” è la variazione dell’inflazione.
 La nuova formulazione descrive correttamente la situazione degli anni ’70.
 Variazione dell’inflazione e disoccupazione negli anni ’70 e ‘80

CURVA DI PHILIPS E TASSO NATURALE DI DISOCCUPAZIONE


“Cosa succede se le aspettative sono corrette?”
Dalla formulazione:
πt= πtE + (μ + z) -αut
possiamo ottenerne una seconda curva di Philips legata al tasso di disoccupazione naturale
Il tasso di disoccupazione naturale è quel tasso che caratterizza l’economia quando le aspettative
sui prezzi sono corrette:
PtE = Pt  ut = un

Poiché conosciamo i prezzi passati (Pt-1) avere aspettative corrette su Pt implica avere aspettative
corrette su πt:
PtE = Pt  πtE = πt
Quindi ponendo: πt= πtE  ut=un
 Data la CP  πt= πtE + (μ + z) -αut
 πt - πtE= 0
μ+z
 Con πt= πtE abbiamo  0 = (μ + z) - αut  un= in cui ut=un perché stiamo parlando
α
di aspettative corrette. La curva di Philips sparisce perché la disoccupazione è sempre al
suo livello naturale e pertanto non esiste nessuna relazione tra inflazione e disoccupazione.
Questo è quello che ci dicono le aspettative razionali, ossia quelle aspettative per cui gli
agenti economici, date le informazioni che sono a disposizione, sono sempre in grado di
prevedere correttamente il livello dei prezzi effettivi.
μ+z
 Abbiamo un=  Il tasso naturale di disoccupazione dipende solo da μ e da z 
α
Risultato in linea con l’analisi del capitolo 6
 In particolare:
 ↑μ  ↑un
 ↑z  ↑un
μ+z
 Inoltre, un=  μ + z = αun
α
 Assumendo πtE = πt-1 e sostituendo questo risultato in πt= πtE + (μ + z) -αut otteniamo:

πt = πt-1 + αun – αut da cui πt = πt-1 – α(ut – un)

Seconda formulazione della Curva Philips ,equivalente alla prima, che ci consente di
mettere in evidenza gli scostamenti del livello della disoccupazione corrente dal livello della
disoccupazione naturale, anziché il livello assoluto della disoccupazione.

“Cosa evidenzia la seconda formulazione?”


πt - πt-1= – α(ut – un)

Esiste una relazione negativa tra:


 La variazione dell’inflazione (πt - πt-1);
 Lo scostamento della disoccupazione dal tasso naturale (ut – un).
Questa seconda formulazione descrive esattamente ciò che succede nella transizione nel modello
AS-AD. Nel modello AS-AD, quando la produzione è superiore rispetto al suo livello naturale,
durante la transizione la curva AS si spostava verso l’alto provocando una crescita dei prezzi.
Allo stesso modo, la curva di Philips ci dice che se ut < un , ossia se la disoccupazione di oggi è
inferiore rispetto alla disoccupazione naturale, ciò significa che la produzione di oggi è maggiore
rispetto alla produzione naturale, e ciò che succederà domani è la transizione verso il medio
periododato che ut – un è negativo, mentre πt - πt-1 è positivo, l’inflazione di oggi sarà maggiore
rispetto l’inflazione di ierispostamento della curva AS verso l’alto, verso l’equilibrio di medio
periodo, che genera un aumento dei prezzi.

Tale relazione ha due implicazioni:


1)L’inflazione è costante quando la disoccupazione è al tasso naturale
 Inflazione costante  πt = πt-1
Data πt = πt-1 – α(ut – un) ciò implica ut – un=0 ossia ut – un
 Se si mantiene ut – un , l’inflazione rimane costante (πt = πt-1) 
Per questo un è chiamato anche NAIRU (Non Accelerating Inflation Rate of Unemployment),
ossia tasso di disoccupazione che non accelera l’inflazione, poiché se u t=un , l’inflazione né
decelera né acceleraun è l’unico tasso di disoccupazione per cui l’inflazione rimane
costantecosì è perché si tratta di un equilibrio di medio periodo in cui nessuna
transizione viene innescata e non vi è alcun aggiustamento nel livello dei prezzi.
2)Agire su π o su u ha effetti anche sull’altra grandezza Esiste un trade off tra inflazione e
disoccupazione.
Se voglio decelerare l’inflazione dovrò far aumentare la disoccupazione. Al contrario, se voglio
portar la disoccupazione al di sotto del livello naturale dovrò accettare un tasso di inflazione
crescente. In altre parole, esiste un trade off tra l’obiettivo di politica economica (controllo
dell’inflazione) e obiettivo di politica economica (riduzione della disoccupazione).
LEZIONE 23: IL LUNGO PERIODO E L’EVIDENZA SULLA CRESCITA
Nella lezione 1  Tendenza di lungo periodo (30 anni)  Pil cresce nel tempo
Pil Italia 1970-2005

Nella lezione 1  Pil pro capite altra grandezza rilevante Anche il Pil pro-capite cresce nel lungo
periodo
Grafico Pil pro capite Italia 1970-2005

L’EVIDENZA SULLA CRESCITA


Questa dinamica specifica del sistema economico italiano, è una dinamica che osserviamo anche
in tutte le economie industrializzate, ossia caratterizzate da una crescita del livello assoluto del Pil,
accompagnata a una crescita del livello del Pil pro capite che segue più o meno la stessa dinamica
(crescita delle dimensioni dell’economia e del livello di benessere garantito dal livello economico a
tutti gli agenti che ne fanno parte).

Per vederlo e confrontare diverse economie consideriamo diversi paesi congiuntamente.


Per confrontare il Pil pro capite di diversi paesi, ci dobbiamo prima preoccupare di DUE ASPETTI
che possono influire sulla misurazione del Pil:
 Differenza nella valuta  Il Pil, calcolato come PXQ, mostra come la valuta utilizzata è
diversa nei vari Paesi. Pertanto, il valore del Pil è espresso in valute diverse, dal
momento che i prezzi in Paesi diversi sono espressi in valute diverse (ad esempio, il Pil
americano è espresso in dollari, il Pil italiano è espresso in euro, …).
Sorge pertanto la necessità di convertire tutti i valori ad un'unica unità di misura (unica
valuta) attraverso il tasso di cambio.
 Differenza nel livello dei prezziad esempio, dovute a differenze strutturali. La
misurazione del Pil può essere distorta da queste diversità che emergono in Paesi diversi.
Ad esempio, la differenza di prezzo tra un servizio offerto in India e in Italia.

Per risolvere questi problemi, ossia per confrontare il livello del Pil in diversi Paesi, si utilizzano dati
in “parità di potere di acquisto” , in cui il valore del Pil è convertito in un'unica valuta (solitamente
il dollaro) , inoltre si tiene conto di queste distorsioni che possono derivare dal sistema dei prezzi e
dalle differenze in termini di produttività (ossia il cambio reale tra diversi Paesi).

 Grafico Pil pro capite Italia, US, Germania, Giappone tra il 1970-2000
 Il livello del Pil pro-capite è diverso nelle quattro economie, ma ciononostante la dinamica
crescente caratterizza tutte le quattro economi.

 Ulteriore confronto fra paesi  crescita media e Pil iniziale e sottoperiodi


 Pil pro-capite (in dollari del 1996) e crescita media

Pil pro-capite 1950-2000 1950-1973 1974-2000


1950
Francia 5500 2,9 4,1 1,6
Germania 4600 3,3 4,8 1,7
Giappone 1900 5,0 7,8 2,4
UK 7300 2,2 2,5 1,9
US 11900 2,0 2,2 1,7
Italia 4100 3,4 4,9 2,1
 Il Pil pro-capite è aumentato molto nel corso del cinquantennio 1950-2000
 La crescita del Pil pro-capite nei primi 25 anni è stata maggiore che nei secondi 25
anni Nel periodo 1950-1973, il Pil è cresciuto molto; nel periodo 1974-2000 il Pil è
cresciuto più lentamente.
 I paesi inizialmente “più poveri” sono cresciuti maggiormente  Le differenze nei livelli
del Pil pro-capite nel 2000 sono minori che nel 1950.
 Maggiore crescita del Pil pro-capite nei paesi “più poveri”  convergenza dei paesi più
poveri verso quelli più ricchi
 Il fenomeno riguarda tutti i paesi OCSE L'OCSE è stata istituita con la Convenzione
sull'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico, firmata il 14
dicembre 1960 ed entrata in vigore il 30 settembre 1961, sostituendo l'OECE, creata nel
1948 per amministrare il cosiddetto "Piano Marshall" per la ricostruzione postbellica
dell'economia europea. Dai 20 Paesi iniziali, tra cui l’Italia, Paese fondatore, l’OCSE è
passata oggi a 37 Paesi membri.

 Analisi grafica  che mette in relazione il Pil pro capite degli anni ’50 con il tasso di
crescita medio tra il ’50-‘92 dei paesi OCSE

 Vi è una relazione inversa tra il punto di partenza degli anni ’50 e il tasso di
crescitachi è partito più indietro è riuscito a crescere più velocemente.
 Evidenza di una relazione negativa tra il Pil pro capite degli anni ’50 e il tasso di crescita
medio del ’50-’92.
 I paesi inizialmente più poveri crescono di più.
La convergenza precedente riguarda i paesi OCSE
 Esiste un fenomeno analogo a livello mondiale?
 “Paesi industrializzati e non industrializzati convergono?”

Consideriamo un gruppo più ampio di paesi  Pil pro-capite iniziale e crescita in 101 paesi
(industrializzati e non)

 Nessuna relazione univoca

Dividiamo i paesi in due gruppi:

 Convergenza fra i paesi OCSE  conferma risultati precedenti;


 Convergenza dei paesi asiatici rispetto alle economie ricche;
 Forte espansione delle “Tigri asiatiche” (Corea del sud, Taiwan, Hong Kong e
Singapore)  crescita media 6% negli ultimi 30 anniforte processo di
convergenza;
 Nessuna convergenza dei paesi africanii Paesi africani sono poveri  Crescita
bassa o negativa. Questo è vero in quanto il processo di convergenza è applicabile
solamente ai Paesi industrializzati
 La convergenza dipende in modo importante dall’accumulazione di capitale.
Ultime osservazioni sulla crescita  evidenza sulla crescita millenaria (2000 anni)

Livello più alto del Pil pro-capite:


 Fino al 1500  Cina
 1500-1700  Italia settentrionale
 1700-1820  Paesi Bassi
 1820-1870  UK
 1870-2000  US

La “leadership” nel livello del Pil cambia nel corso della storia.
L’analisi precedente ha evidenziato alcuni risultati:
1. Il Pil dei paesi industrializzati tende a crescere nel tempo;
2. Considerando l’ultimo cinquantennio(1950-2000) la crescita si è ridotta dalla metà degli
anni ’70;
3. Fra i paesi sviluppati c’è convergenza dei livelli del Pil pro-capite
4. La leadership nel livello del Pil pro-capite tende a cambiare nel tempo

Cerchiamo di spiegare questi risultati, analizzando le fonti della crescita economica.

LE FONTI DELLA CRESCITA


Crescita del Pil  crescita della produzione (abbiamo ragionato finora, però nel lungo periodo non
funziona così)
Nell’analisi di medio periodo la funzione di produzione che abbiamo introdotto era Y=N il
livello dell’output era uguale al livello dell’occupazione. Nel medio periodo, l’unico input variabile
è il lavoro, dunque espandere la produzione significa aumentare l’utilizzo di input lavoto.

Nell’analisi della crescita di lungo periodo vi sono diversi input variabili nella produzione
Capitale (K) e Lavoro (N)
Nel lungo periodo anche il capitale è variabile (ad esempio, vi è più tempo a sufficienza per
acquistare nuovi macchinari).

Funzione di produzione:
Y=F(K,N)

La funzione di produzione Y=F(K,N) indica che:


 Il prodotto aggregato dipende dal capitale aggregato K;
 Il prodotto aggregato dipende dal lavoro N:
 Il prodotto aggregato dipende dalla tecnologia F , che viene utilizzata per combinare
capitale e lavoro al fine di ottenere un particolare output.
“Come è fatta la funzione Y=F(K,N)?”

1) Al crescere degli input impiegati il prodotto cresce

↑K ↑Y
↑N ↑Y

2) Rendimenti di scala costanti (non ci interessa la dimensione della nazione, dunque la


popolazione)
Se moltiplico per un fattore λ le quantità di tutti gli input ottengo λ volte il prodotto iniziale
Ad esempio:
Y=F(K,N)
se impiego λK, λN ottengo  λY = F(λK, λN)

Ad esempio, se duplico le quantità degli input ottengo il doppio di output. La quantità di output
sarà proporzionale all’incremento del capitale e del lavoro, perché posso riprodurre lo stesso
processo produttivo su qualsiasi scala. Assumiamo che il processo produttivo sia costante, ossia sia
replicabile ad ogni scala senza perdita di efficienza.

3) Rendimenti del capitale decrescenti


Se incremento la quantità di capitale, ma mantengo costante la quantità di input lavoro, ciò che
otterrò sarà un incremento dell’output via via più piccolo mano a mano che lo stock di capitale
diventa più grande.

Esempio:
K=10 ↑K di 1 unità  ↑Y di 0,5
K= 20 ↑K di 1 unità  ↑Y di 0,3

4) Rendimenti del lavoro decrescenti


Se il lavoro impiegato aumenta di una unità, ma il capitale rimane costante, l’aumento del
prodotto è tanto più piccolo quanto più è elevato il numero dei lavoratori.

La funzione di produzione Y=F(K,N) esprime il livello del prodotto.


I risultati precedenti riguardano però il Pil pro-capite.
Il Pil pro-capite può essere approssimato dal Pil per lavoratore, poiché la dinamica degli occupati
e la dinamica della popolazione nel suo complesso possono essere più o meno considerati come la
stessa cosa.

 Pil per lavoratore = Rapporto tra il prodotto (Y) e il lavoro (N):


Y F (K , N )
N = N
 Per i rendimenti costanti di scala abbiamo
Y F (K ,N ) K N K
N = N
= F( , )=
N N F( N , 1)

Il prodotto per lavorare dipende dal capitale per lavoratore. Quindi , il Pil pro capite
dipende dallo stock di capitale per lavoratore.
Date le ipotesi su F, la relazione può essere espressa graficamente:

-K/N aumenta quando K aumenta, dato che N è costante.


-Se N è costante e K cresce, allora crescerà anche Y/N Y/N però crescerà sempre meno tanto
sarà più elevato K.
Questo spiega la “concavità” della funzione di produzioneper bassi livelli di K/N, se incremento
K/N, la crescita di Y/N è elevato (I parte); se K/N è già molto elevato, se incremento il suo livello
ulteriormente l’incremento di Y/N sarà piccolo.
Il grafico precedente evidenzia una prima fonte di crescita:
↑K/N  ↑Y/N
 L’accumulazione di capitale genera crescita.
 L’effetto dell’aumento di K/N si riduce al crescere del prodotto  l’accumulazione di
capitale non può sostenere la crescita per sempre perché ad un certo punto la crescita
perde vigore per effetto della produttività marginale decrescente del capitale.
la decelerazione del processo di crescita tra i Paesi sviluppati tra il 1974 e il 2000 i
Paesi più poveri negli anni ’50 crescevano più velocemente rispetto ai Paesi più ricchi negli
anni ’50laddove lo stock di lavoratore è basso la produttività marginale del capitale è
elevata e ciò fa crescere velocemente il Pil pro capite.
Mano a mano che il capitale per lavoratore si accumula, la produttività marginale
decrescente del capitale fa sì che la crescita del Pil pro capite diventi sempre più piccola al
crescere dello stock di capitale per lavoratore.
L’accumulazione di capitale costituisce una delle fonti della crescita, ma è una fonte della
crescita che prima o poi si esaurisce.

“Com’è possibile continuare a crescere anche se la spinta dell’accumulazione


capitale si è affievolita?”
 attraverso un cambiamento della tecnologia (F), ossia attraverso un progresso tecnico.
Progresso tecnico, ossia significa che la tecnologia migliora e che il processo produttivo diventa più
efficientecon gli stessi input ottengo più output, ossia con lo stesso K/N ottengo un Pil pro capite più
elevato (più Y/N).
LEZIONE 24: ACCUMULAZIONE DI CAPITALE E CRESCITA

IL MODELLO DI SOLOW
Nella lezione precedente abbiamo visto che:

Y K
= f ( )
N N

↑ K/N  ↑Y/N  l’accumulazione del capitale è una delle fonti della crescita

Esaminiamo cosa determina l’accumulazione di K/N.


Introduciamo dapprima 2 assunzioni:
1. Occupazione (N) e forze di lavoro sono costanti (non variano) K/N varia solamente per la
dinamica di K, ossia le variazioni nello stock di capitale per lavoratori, dipendono
esclusivamente da variazioni nello stock di capitale (ossia dal processo di accumulazione di
capitale).

2. Assenza di progresso tecnico, quindi la crescita dipende esclusivamente dalla dinamica di


K/N. L’unica possibile fonte di crescita è data dall’accumulazione di capitale.
N.B. ipotesi che sarà di seguito rimossa

“Cosa determina la dinamica di K?”

Il valore di K al tempo t+1 (Kt+1) dipende da:


 Il capitale presente al tempo t, ossia i beni capitali sono beni che vengono utilizzati nel
processo produttivo per più di un ciclo produttivo (es. i macchinari). Pertanto, il capitale
di ieri rimane anche oggi.
 Il deprezzamento del capitale presente al tempo t (obsolescenza e usura).
L’obsolescenza fa riferimento al caso in cui il macchinario, pur rimanendo funzionante,
è talmente poco efficiente che non vale più la pena utilizzarlo.
L’ usura fa invece riferimento al caso in cui un macchinario si rompe.
Sono entrambi FLUSSI NEGATIVI.
 Il nuovo capitale acquistato, ossia investimenti che faccio oggi.
È un flusso POSITIVO che incrementa lo stock di capitale.

In particolare, Kt+1 è pari a Kt meno il deprezzamento di Kt più il nuovo capitale acquistato:

Kt+1=Kt – δKt + It
δ – tasso di deprezzamento

Capitale di domani è uguale al capitale di oggi meno il deprezzamento naturale del capitale di oggi,
più l’investimento.
“Cosa determina It?”
Nella lezione 4 abbiamo visto che in equilibrio l’investimento è uguale al risparmio (privato +
pubblico):
It=St+Tt-Gt

Assumiamo il pareggio del bilancio pubblico (G=T), ossia che il risparmio pubblico sia nullo:
I t = St

Nel lungo periodo ciò che l’economia riesce a mettere da parte è ciò che investe; ex: l’azienda
prende investimenti nelle banche dove le persone hanno depositato il loro risparmio pubblico,
quindi il risparmio delle persone singole funge da investimento per le aziende.

Le famiglie consumano una parte del proprio reddito e risparmiano l’altra (RISPARMIO PRIVATO)
 il livello del risparmio dipende dal reddito
St=sYt con 0<s<1  propensione al risparmio

Sostituendo tale risultato nell’equazione di Kt+1 si ha:


Kt+1=Kt – δKt + sYt

Nel primo caso si ha ACCUMULAZIONE di CAPITALE.


Nel secondo caso si ha DECUMULAZIONE di CAPITALE.
al crescere dello stock di capitale cresce la dimensione di beni capitali che diventano
obsoleti.
Ad esempio, se il tasso di deprezzamento è del 10% e il mio stock di capitale è 100, avrò
che ogni anno 10 unità di capitale diventeranno obsolete o si usurerannol’andamento è
proporzionale e il deprezzamento può essere rappresentato con una retta con pendenza δ.

Le due curve si intersecano.


Nella parte iniziale aumenta più velocemente la retta sf(K/N) proprio per il fatto che con i
primi lavoratori e K, si produce di più, mentre a un certo punto si inizia a produrre meno di
prima.

avrò accumulazione di capitale


in questo caso avrò decumulazione di capitale. Questo avviene poiché l’acquisto di nuovi
beni capitale non è sufficiente a rimpiazzare tutti i beni capitale che sono diventati obsoleti.
Tra il periodo 0 e il periodo 1 avrò una riduzione dello stock di capitale per lavoratore.

nel punto di intersezione, l’investimento è pari al deprezzamento, cioè acquisto tanti beni
capitale tanti quanti quelli che diventano obsoleti o si usurano (faccio semplicemente un rimpiazzo
di ciò che non funziona più). In questo caso, lo stock di capitale rimane costante.
In questo caso si parla di stato stazionario poiché in quel punto il livello di K/N non cambia, è
stazionario. In questo caso si arresta il processo di accumulazione di capitale.
Questo punto di intersezione rappresenta anche l’equilibrio a cui tende il sistema economico di
lungo periodo.

In tutti i punti che si trovano a destra dell’intersezione si avrà decumulazione del capitale, quindi ci
muoveremo verso sinistra.
In tutti i punti che si trovano a sinistra dell’intersezione si avrà accumulazione del capitale, quindi
ci muoveremo verso destra.
Entrambi i movimenti ci porteranno così all’intersezione, ossia allo stato stazionario dell’economia
e equilibrio di lungo periodo del sistema economico.

se K/N cresce significa che Y/N , secondo la funzione di produzione secondo la quale Y/N
è una funzione crescente di K/N.
L’accumulazione di capitale genera crescita economica, ossia genera la crescita del Pil per
lavoratore.
Notiamo infine che avvicinandosi allo stato stazionario l’aumento di K/N rallenta gradualmente
fino a fermarsi.
Anche la crescita di Y/N rallenta gradualmente fino a fermarsi quando la produzione raggiunge
Y*/N.
Y*/N è il massimo livello della produzione che il sistema economico si può permettere in maniera
permanente.
In caso di stato stazionario per riattivare la crescita economia occorre qualcos’altro, ossia del
progresso tecnico. In questo caso, la crescita economica è possibile se e solo se c’è progresso
tecnico.

IL MODELLO DI SOLOW

Il modello di Solow evidenzia dunque che:


 Per un livello di capitale (K) basso l’investimento è più grande del deprezzamento e si
accumula capitale. La differenza tra investimento e deprezzamento dà un termine
positivo, ossia che la variazione dello stock di capitale per lavoratore è positiva e che
quindi c’è una accumulazione di capitale (K/N cresce). Tale accumulazione genera
anche la crescita del prodotto, ossia crescita economica.
 L’accumulazione non è illimitata ma si ferma ad un dato livello di K.
A quel punto anche la crescita del prodotto si ferma  “Stato Stazionario”.
Ciò significa che l’accumulazione del capitale guida la crescita per un certo periodo di
tempo ma non genera crescita illimitata.

La crescita economica finisce se e solamente se nel sistema economico non esiste progresso
tecnico, quindi se l’accumulazione di capitale è l’unica fonte di crescita economica.
“Cosa accade se rimuoviamo questa ipotesi, ossia che al contrario, esista progresso
tecnico?”
Abbiamo visto che il progresso tecnico è una delle fonti della crescita.
 Progresso tecnico  curva f(K/N) verso l’alto  ↑ Y/N a parità di K/N
 La crescita generata dal progresso tecnico si somma a quella prodotta dall’accumulazione
di capitale
 Per K<K*  crescita per accumulazione + crescita per progresso tecnico
 Quando K=K*  crescita per progresso tecnico  nello stato stazionario la crescita è
denominata solo dal progresso tecnico
 Per aumentare la crescita di lungo periodo bisogna accelerare il progresso tecnico occorre
incrementare le innovazioni.

MODELLO DI SOLOW ED EVIDENZA EMPIRICA


Il modello appena esaminato spiega alcuni fenomeni rilevati empiricamente nella lezione 22:

1) Il Pil pro capite delle economie industrializzate aumenta nel tempo:


 Spiegazione:
 ↑K/N fino allo stato stazionario  le economie tendono ad accumulare capitale che
genera crescita
 Progresso tecnico
2) La crescita nel periodo 1950-75 è stata maggiore che nel periodo 1975-2000
 Spiegazione:
 La spinta alla crescita dovuta all’accumulazione di capitale si riduce più ci si avvicina allo
stato stazionario  la crescita cala nel tempo
3) Fra i paesi sviluppati abbiamo convergenza del Pil pro capite
 L’accumulazione del capitale è maggiore dove il capitale è minore (dove si è più lontani
dallo stato stazionario)  la crescita è maggiore nei paesi più poveri
Tutto il mondo (nei Paesi industrializzate) tenderà a convergere a K*/N.
LEZIONE 26: IL CAMBIO E I MERCATI FINANZIARI IN ECONOMIA
APERTA
INTRODUZIONE AL RUOLO DEI RAPPORTI CON L’ESTERO
Analisi di economia aperta  effetti dei rapporti con l’estero
I rapporti con l’estero hanno effetti in tre mercati:

1. Mercato dei beni


Famiglie e imprese possono acquistare beni prodotti:
 All’interno del Paese
 All’esterno del Paese

2.Mercati finanziari
Gli individui possono acquistare:
 Attività finanziarie nazionali
 Attività finanziarie estere

3.Mercato dei fattori produttivi


Le imprese possono acquistare gli input:
 All’interno del Paese
 All’esterno del Paese

INTRODUZIONE AL RUOLO DEI RAPPORTI CON L’ESTERO


Con riferimento ai tre mercati esistono delle limitazioni ai rapporti con l’estero:
 Dazi nel mercato dei beni e nel mercato dei fattori produttivi. Esiste una tassazione che
serve a scoraggiare l’acquisto di beni dall’estero;
 Limiti all’investimento all’estero o tasse nei mercati finanziari che scoraggiano ad
acquistare attività finanziarie estere.

La tendenza recente, a seguito di un processo di globalizzazione, ha portato una progressiva


riduzione delle limitazione  ↓ Limitazioni (ultimamente i limiti sono tendenzialmente diminuiti).

Nella nostra analisi trascureremo le possibili limitazioni.

Inoltre, esamineremo solamente due mercati:


 Mercati finanziari
 Mercati dei beni
Trascureremo il mercato degli input.

Prima di esaminare i due mercati esaminiamo alcune nozioni preliminari  tasso di cambio
nominale e tasso di cambio reale
TASSO DI CAMBIO NOMINALE
Il tasso di cambio nominale (E) è il prezzo della valuta nazionale in termini della valuta estera.
Ossia, qual è il rapporto con cui possiamo scambiare la moneta nazionale con moneta estera
(quante unità di valuta estera sono necessarie per acquistare una unità di valuta nazionale).
Ad esempio:
 E€/$ - cambio nominale euro/dollaro
Euro – valuta nazionale
Dollaro – valuta estera
 Se E€/$ =1,2 significa che è necessario pagare 1,2 dollari per ottenere un euro (N.B.: N. di
dollari per un euro)
In generale:
1
EA/B = E A /B

Se scambio la valuta nazionale e la valuta estera, il cambio è pari all’inverso del cambio precedente
 Esempio:
E€/$= 1,2 E$/€ = 1/E€/$ = 0,83

I cambi fra due valute possono essere:


 Flessibili  determinati dal mercato
Il prezzo relativo dell’euro in termini di dollari è determinato esclusivamente dalla
domanda relativa di euro e di dollari.
L’aggiustamento avviene sulla base delle forze di mercato, della domanda e dell’offerta
di valuta.
Il regime di tasso di cambio flessibile è quello maggiormente utilizzato in tutti i Paesi
industrializzati.
 Fissi  fissati da accordi fra le economie
Il tasso di cambio non è un prezzo determinato dalle fluttuazioni di mercato di
domanda e offerta, ma è un valore fisso e dato e stabilito da accordi di diverse
economie.
Ad esempio, i cambi fra valute europee negli ultimi anni prima dell’euro.

Nel caso di cambi flessibili il tasso di cambio si modifica quotidianamente


 Se il tasso di cambio nominale aumenta (↑E)  sono necessarie più unità di valuta
estera per acquistare una unità di valutazione nazionale.
 La moneta nazionale “costa di più”
 Apprezzamento della valuta nazionale, ossia il prezzo della valuta nazionale è cresciuto.

 Se il tasso di cambio nominale diminuisce (↓E)  sono necessarie meno unità di


valuta estera per acquistare una unità di valuta nazionale.
 La moneta nazionale “costa meno”
 Deprezzamento della valuta nazionale, ossia una riduzione del prezzo della valuta
nazionale.
Nel caso di cambi fissi il tasso di cambio può essere modificato da cambiamenti negli accordi
internazionali o da operazioni della Banca Centrale

In questo caso abbiamo:


 ↑E  Rivalutazione del tasso di cambio . Non parliamo di un apprezzamento in quanto
in questo caso non vi è un prezzo di mercato ma una valutazione scritta all’interno di
alcuni accordi.
 ↓E  Svalutazione del tasso di cambio
Rivalutazione e svalutazione perché è una scelta.

IL TASSO DI CAMBIO REALE

Il cambio nominale regola lo scambio di valuta.


La scelte delle famiglie in economia aperta è data da:
 Scelta tra consumo e risparmio, ossia quanto consumare dato il reddito disponibile e
quanto risparmiare;
 Scelta tra acquisto di beni nazionali o beni esteri.

“Come scelgo fra beni nazionali e beni esteri?”


Le famiglie confronteranno i prezzi dei beni prodotti all’estero e quelli prodotti nel proprio
sistema economico.

ESEMPIO:
Assumiamo che esista un unico bene prodotto sia in Italia che negli Stati Uniti.
Escludendo costi trasporto, la scelta dipende dal confronto fra il prezzo italiano e quello
americano.
 Italia  P espresso in euro
 US  P* espresso in dollari
Per confrontare i prezzi dobbiamo utilizzare una valuta uguale  P in euro in $  utilizziamo il
tasso di cambio reale.
Per prima cosa devo esprimere il prezzo del bene domestico in dollari:
E€/$P

La scelta se acquistare il bene italiano o quello americano dipende dal confronto fra EP e P *.
Ovviamente, il tasso di cambio nominale (E) influenza il tasso di cambio reale.
Variabile per confrontare i prezzi  cambio reale (mi dice quanto costano i beni italiani in
confronto a quelli americani) ex: ԑ=2, mi dice che i beni italiani costano il doppio di quelli degli USA
 Tasso di cambio reale:
EP
ԑ= P∗¿ ¿ in cui EP prezzo italiano espresso in dollari
Rappresenta il prezzo dei beni nazionali in termini di beni esteri
Tutte le volte in cui ԑ assume un valore alto, sarà più conveniente acquistare beni
all’estero.
Dato che i prezzi dipendono anche dai costi marginali, ԑ definisce anche il grado di
efficienza relativa delle due economie.
 Il cambio reale indica quanto i beni nazionali “sono costosi” rispetto ai beni esteri 
indica il prezzo dei beni nazionali in termini di beni esteri.
 Utilizziamo il cambio reale non solo per confrontare un solo bene ma anche per
confrontare tutti i beni prodotti all’interno di un’ economia. In questo caso, invece che
utilizzare semplicemente P, utilizzeremo il deflatore il quale indica appunto il livello
generale dei prezzi di un sistema economico.
 Il tasso reale può modificarsi come quello nominale.
Esso varia se:
 Si modifica E, ossia se cambia il tasso di cambio nominale;
 Si modifica P, ossia il livello generale dei prezzi nazionale;
 Si modifica P*; ossia il livello generale dei prezzi esteri.

 ↑ ԑ  apprezzamento reale (minore competitività) se sappiamo che un bene è più


conveniente in un paese, si tende a comprarlo in quel paese, in quanto è meno
conveniente acquistare beni domestici rispetto ai beni esteri.
Per aumentare l’apprezzamento reale deve verificarsi un’inflazione in Italia (P cresce di più
rispetto a P*). Questo avrà un effetto negativo sia sulle esportazioni che sulle
importazionigli stranieri acquistano gli stessi beni nella loro economia.
↓ ԑ  deprezzamento reale (maggiore competitività)i beni prodotti domesticamente
diventano meno costosi rispetto ai beni prodotti all’estero e pertanto i beni prodotti
domesticamente diventano più competitivi sui mercati internazionali (è più conveniente
comprare beni domestici rispetto a quelli prodotti all’estero).

I MERCATI FINANZIARI IN ECONOMIA APERTA


 Allocazione della ricchezza in economia chiusa  scelta fra moneta e titoli
 Allocazione della ricchezza in economia aperta 
 Scelta fra moneta e titoli nazionali e esteri

Ricchezza Finanziaria

MD BD
BD nazionali BD esteri

“Come scegliere fra titoli nazionali e quelli esteri?”


 I titoli sono detenuti per il rendimento  confronto fra i rendimenti

Confronto fra acquisto di titoli nazionali (Italia) e titoli esteri (US).


 Impiego alternativo di 1€ in Italia e in US in titoli annuali con uguali caratteristiche:
 i – tasso di interesse in Italia fra t e t+1
 i* - tasso di interesse negli US fra t e t+1

 Chiamiamo E€/$  E
L’euro è valuta nazionale (quanti dollari servono per comprare un euro)

 Assumiamo delle ipotesi semplificatrici:


 Mobilità dei capitali senza costi, ossia che acquistare un obbligazione estera non
richieda di pagare costi aggiuntivi (è facile spostare i capitali all’estero);
 Uguale durata dell’impiego
 Consideriamo il punto di vista del risparmiatore in Italia

A) IL RENDIMENTO DELL’OBBLIGAZIONE ITALIANA


Impieghi di 1€ in Italia al tempo t.
Al tempo t+1 ottengo  1x(1+i)€ = (1+i)€ , ossia un euro più il tasso di interesse

B) IL RENDIMENTO DELL’OBBLIGAZIONE ESTERA


Impiego di 1€ in US al tempo t.

In questa operazione di investimento sono comprese tre frasi:

1. Al tempo t si cambia 1€ in $ per acquistare titoli in US. Converto al tempo t l’euro in dollari:
E€/$ = Et  quanti $ per 1€ al tempo t
1€= E dollari
2. Al tempo t+1 si ottengono gli interessi  Et dollari per (1+i*) = Et (1+i*) dollari
3. Dato che sono un investitore italiano e mi servono gli euro e non i dollari, al tempo t+1
devo cambiare $ in euro, applicando il tasso di cambio dollaro/euro E$/€= 1/ E€/$ =1/E
Così facendo, so a quanti euro corrispondono i dollari che ho ottenuto al termine del mio
investimento.
Scambiamo valuta nazionale e valuta estera.
In altri termini i calcoli che dobbiamo fare sono:
1. E$/€= 1/ E€/$ =1/E
2. 1$= 1/E euro  gli interessi ottenuti in t+1 sono pari a Et(1+i*) dollari
3. Per trasformarli in euro li moltiplico per 1/E al tempo t+1

Et (1+i*) $ = Et (1+i*) * (1/Et+1) €

L’impiego di 1€ (in t) in US porta ad ottenere (in t+1) Et/Et+1* (1+i*) €

 Se valuto l’investimento dopo averlo effettuato (in t+1) conosco il cambio Et+1.
 Se sto confrontando i due investimenti in US e in Italia prima di effettuarli (in t) non
conosco Et+1 , ossia il tasso di cambio nominale a scadenza.
L’unica cosa che può fare l’investitore è formare delle aspettative su ciò che sarà il tasso di
cambio euro/dollaro, ragionando sulla base del cambio atteso EEt+1. Il rendimento
dell’obbligazione statunitense non sarà un rendimento certo ma sarà un rendimento
atteso, il quale dipende dalle aspettative che l’investitore ha sul valore del tasso di cambio
nominale euro/dollaro tra un anno.

 “Scelta impiego in US o in Italia?”


Confronti tra:
 Rendimento in Italia  (1+i) €
 Rendimento in US  Et/EEt+1*(1+i*)€

Se (1+i) > Et/EEt+1*(1+i*) , allora tutti vogliono acquistare i titoli italiani  ↑domanda
di titoli italiani  l’eccesso di domanda viene riassorbito dall’incremento del livello del
prezzo dell’obbligazione italiana se il prezzo dei titoli aumenta, diminuisce il ↓
rendimento titoli italiani (lo stato italiano può diminuire il rendimento perché c’è tanta
domanda) ↓i

 Se (1+i) < Et/EEt+1*(1+i*), allora tutti vogliono acquistare i titoli US  ↑ domanda titoli
US  l’eccesso di domanda viene riassorbito dall’incremento del livello del prezzo
dell’obbligazione statunitensese il prezzo dei titoli aumenta, diminuisce il ↓ rendimento
titoli US  ↓ i*

Dunque, queste condizioni sono temporanee, tendono a tornare in equilibrio.


 In equilibrio, dunque, (1+i)= Et/EEt+1 *(1+i*)
 Se non mi aspetto nessuna variazione nel tasso di cambio nominale tra euro e dollaro,
allora il tasso di interesse i=i*
Se mi aspetto un apprezzamento del tasso di cambio nominale tra euro e dollaro i *
crescerà; se mi aspetto un deprezzamento dell’euro rispetto al dollaro i* calerà.
 La condizione ottenuta esprime una relazione tra tasso di interesse interno, tasso di
interesse esterno e il tasso di cambio. Questa relazione è una condizione di equilibrio ,una
condizione di non arbitraggio sui mercati finanziari, la quale coinvolge anche il tasso di
cambio in quanto investiamo in obbligazioni estere.
 Questa relazione si chiama parità scoperta dei tassi di interesse (uncovered interest rate
parity  UIRP. È SCOPERTA in quanto il rischio di cambio è scoperto, ossia sono esposto
alle variazioni del tasso di cambio.

 La condizione (1+i) = Et/EEt+1 può essere approssimata da:


it=i*t – [(EEt+1 – Et)/Et ] = i*t - ∆E% Et

 Il tasso di interesse nazionale deve essere pari al tasso estero meno la variazione attesa
del tasso di cambio.

 Diverse implicazioni:
1) Le aspettative sul cambio influenzano il tasso di interesse
 ∆E% Et < 0  i > i*
 Se una economia in futuro ha una elevata probabilità di svalutare deve pagare tassi di
interesse più alti.
 Se mi aspetto un deprezzamento del tasso di cambio, il tasso di interesse domestico
sarà maggiore del tasso di interesse esterose ho un deprezzamento del tasso di
cambio nominale, investendo nell’obbligazione estera acquisto valuta estera quando la
mia valuta domestica ha un prezzo elevato (=acquisto valuta estera quando la mia
valuta domestica vale molto; al contrario, acquisto valuta domestica quando la valuta
domestica si è deprezzatavale di meno).

2) ∆E% Et = 0  i = i*
 Se il cambio è stabile  I tassi di paesi diversi si influenzano e si muovono insieme.
 Nell’Unione Europea i tassi di cambio sono fissi e il tasso di interesse di mercato è unico
in tutti i Paesi membri dell’Unione Europea ed è quello deciso dalla Banca Centrale
tramite il tasso di interesse di riferimento.

3) La stessa conclusione è corretta se diverse economie hanno la stessa valuta, com’è il caso
dell’Unione Europea. [forte legame dei vari tassi di interesse]
Ciò spiega la dinamica recente dei tassi nei paesi dell’UE

 Introduzione dell’euro  ∆E% Et = 0  convergenza dei tassi di interesse


 Forte riduzione dei tassi in Italia

LEZIONE 27:IL MERCATO DEI BENI IN ECONOMIA APERTA


La domanda aggregata in economia chiusa è data da:
Z = C+ I + G
 In economia aperta:
 Beni prodotti all’estero acquistati nell’economia  Importazioni (IM)
 Beni prodotti nell’economia acquistati all’estero  Esportazioni (X)

Il valore delle importazioni IM è espresso in termini di beni esteri  Per esprimerlo in termini di
beni nazionali utilizziamo il cambio reale.
 Definiamo ԑ il cambio reale fra beni nazionali e beni esteri
 Per convertire il valore dei beni esteri in termini di beni nazionali 1/ԑ
 Importazioni espresse in termini di beni nazionali  IM/ԑ

La domanda aggregata in economia aperta è data da:


Z= C + I + G+ X -IM/ԑ
IM/ԑ costituisce il valore dei beni di consumo, di investimento e di spesa pubblica che sono
prodotti all’estero, che sono quindi importatiè la quota di consumo, investimento e
spesa pubblica soddisfatta dai beni importati.
Alcune grandezze sono analoghe a quelle di economia chiusa:
 C =C(Y-T)
+
 I= I(Y, i)
+ -
 G= G0
 T= T0
 i=i0

Esaminiamo ora importazioni ed esportazioni


 Importazioni (IM)
IM = IM(Y, ԑ)
+ +
Al crescere del reddito estero crescono le importazioni. Se cresce il reddito, cresce la
quantità di consumo e la quantità di investimento realizzate dalle imprese e dalle famiglie.
Se cresce la spesa per consumo e investimento, crescerà anche la spesa per i beni
importati, ossia per i beni di consumo e per i beni capitale importati  ↑domanda di beni
NAZIONALE ↑ domanda prodotti all’estero (IM)
Le IMPORTAZIONI dipendono positivamente dal livello del reddito

EP
 Le importazioni dipendono anche positivamente da ԑ 
P∗¿ ¿
All’aumentare di ԑ , i beni nazionali diventano “più costosi” rispetto ai beni esteri 
↑ domanda prodotti all’estero (IM), diventa più conveniente acquistare beni all’estero.
Infatti, il tasso di cambio reale misura la competitività del sistema produttivo domestico.
Più è elevato il prezzo dei beni prodotti domesticamente e maggiori saranno i costi
marginali di produzione, rispetto a quelli esteri, e di conseguenza è più conveniente
acquistare beni esteri (il cui prezzo è inferiore rispetto a quello nazionale).

 Esportazioni (X)
X=X(Y*, ԑ)
+ -
Dove Y* è il reddito estero ed è esogeno
 Se cresce il reddito estero, cresce la domanda di beni. Se cresce la domanda di beni cresce
anche la domanda per i beni prodotti dal mio sistema produttivo nazionalecrescerà la
domanda estera per i beni nazionali, ossia l’ammontare delle esportazioni.
↑ reddito estero  ↑domanda di beni  ↑ domanda estera di beni nazionali (X)

 Se il tasso di cambio reale cresce, i beni nazionali diventano più costosi relativamente ai
beni esteri e quindi la domanda estera per i beni nazionali inizierà a diminuire.
EP
↑ԑ  ↑  i beni nazionali sono “più costosi” rispetto ai beni esteri  ↓ domanda
P∗¿ ¿
estera di beni nazionali (X)

Chiamiamo, infine, esportazioni nette NX la differenza fra esportazioni ed importazioni:


NX= X – IM/ԑ
 Contabilità di esportazioni ed importazioni  Bilancia commerciale
 Saldo della bilancia commerciale:

NX= Esportazioni – importazioni

NX = 0  pareggio della bilancia commerciale


NX > 0  avanzo commerciale
NX < 0  disavanzo commerciale

La bilancia commerciale è una parte della contabilità complessiva dei rapporti con l’estero, che va
sotto il nome di bilancia dei pagamenti, la quale a sua volta comprende le transazioni in conto
corrente e le transazioni in conto capitale.
Bilancia dei pagamenti

Transazioni in conto corrente Transizioni in conto capitale


(se 1€ è sposta in USA e lì rimane) (se 1€ è spostato in USA ma poi ritorna)
Ex. conti correnti Ex. investimenti
Transazioni in conto corrente, riguardano lo scambio di merci o di servizi e fa riferimento:
 Redditi da investimento  redditi conseguiti dai possessori di attività finanziaria
dall’estero e verso l’estero. Rappresenta ciò che deriva dalla gestione finanziaria.
 Trasferimenti fra paesi  aiuti ricevuti dall’estero e nei confronti dell’estero.
Fa riferimento alla gestione extra ordinaria.
 La bilancia commerciale tiene conto di tutte le esportazioni ed importazioni (scambio
di beni e servizi che avviene tra l’economia estera e l’economia domestica) e tiene
conto di tutti i pagamenti che avvengono a seguito di scambi di merci, di servizi o meri
trasferimenti. Rappresenta il risultato operativo.
Le transazioni in conto corrente rappresentano il conto corrente dell’economia domestica, ossia
pagamenti effettuati o ricevuti a seguito dell’attività ordinaria del mio sistema economico
(importazioni ed esportazioni).

Transazioni in conto capitale, riguarda la compilazione patrimoniale del mio sistema economico.
Esse tengono conto di:
 Aumento delle attività finanziarie estere detenute nell’economia nazionale ossia se
incremento il possesso di attività finanziarie estere, significa che ho acquistato titoli, ma
al contempo acquistare titoli significa prestare denaro, ossia acquistare un credito.
Significa quindi aumentare i crediti della mia economia nei confronti del resto del
mondo.
 Aumento delle attività finanziarie nazionali detenute dal resto del mondo se cresce lo
stock di titoli nazionali detenuti dal resto del mondo, significa che il resto del mondo
acquistando titoli emessi dal nostro sistema finanziario, ci sta prestando denaro.
Significa quindi un incremento dei debiti dell’economia domestica rispetto al resto del
mondo.

In teoria:
Saldo di conto corrente= - Saldo in conto capitale

Nella contabilità nazionale i due aggregati sono rilevati separatamente, esiste cioè una
discrepanza statistica

Date le equazioni descritte la domanda aggregata Z può essere scritta come:


Z= C + I + G + X – IM/ԑ

Sostituendo le equazioni precedenti abbiamo:

Z= C(Y-T0) + I(Y, i0) + G0 + X(Y*, ԑ) - IM(Y, ԑ)/ԑ


Imponendo la condizione di equilibrio del mercato dei beni Y=Z abbiamo:
Y=C(Y-T0) + I(Y, i0) + G0 + X(Y*, ԑ) - IM(Y, ԑ)/ԑ

 Y è l’unica variabile endogena , in quanto il tasso di interesse è diventato una variabile


esogena. Nell’equazione che descrive la curva IS, ossia la curva che descrive il mercato
dei beni, vi è un'unica incognita ossia il valore del reddito (Y).
 L’analisi dell’equilibrio può essere effettuata graficamente.
 Come nel capitolo 3 consideriamo la funzione di domanda aggregata:

Z= C(Y-T0) + I(Y, i0) + G0 + X(Y*, ԑ) - IM(Y, ԑ)/ԑ

 Tale funzione è crescente in Y e può essere rappresentata da una curva come ZZ

La curva è simile a quella ottenuta in economia chiusa ma non ugualein questo caso anche IM
dipende da Y.
se Y cresce, le esportazioni nette diminuiscono.
NX può essere descritta come una retta inclinata negativamente.
Quando la retta NX intersecherà l’asse Y, siamo in una condizione di pareggio della bilancia
commerciale, ossia il saldo commerciale è uguale a 0.

TB significa Trade Balanca, ossia il saldo della bilancia commerciale è uguale a 0.
Condizione di medio e lungo periodo del sistema economico.
Per caratterizzare completamente l’equilibrio del mio sistema economico, devo mostrare
graficamente sia il valore del reddito che il reddito delle esportazioni nette. Per mostrare
congiuntamente i due parametri che costituiscono l’equilibrio di breve periodo del sistema
economico devo sovrapporre il grafico che descrive l’equilibrio del mercato dei beni e il grafico che
descrive il valore delle esportazioni nette.

SHOCK E VARIAZIONI DELL’EQUILIBRIO

 Esaminiamo gli effetti di alcune variazioni di variabili esogene:


 Politica fiscale espansiva (↑G)
 Aumento della produzione estera (↑Y*)
 Deprezzamento del cambio reale

assumiamo inizialmente di essere in una condizione di equilibrio di breve periodo in cui Y E=YTB
la ZZ si sposta verso l’alto (aumenta la spesa pubblica).
Vi è una nuova curva ZZ’, caratterizzata da un reddito YE’ maggiore. Il livello della produzione
aumenta.

l’incremento del reddito spinge il reddito al di sopra del livello di trade balance, ciò significa che
il livello delle importazioni aumenta mentre il valore delle esportazioni rimane costante:
↑G  ↑Z  ↑ Y  ↑ IM

Una politica fiscale espansiva genera un incremento della produzione di equilibrio ma causa anche
un peggioramento della bilancia commerciale.
L’incremento del reddito causa il fatto che abbiamo un saldo negativo della bilancia commerciale,
ossia stiamo accumulando debiti nei confronti del resto del mondo; il livello del reddito è eccessivo
perché deve essere finanziato da debiti.
 Sappiamo anche che ↑G peggiora il bilancio pubblicoincremento delle spese sostenute
dal settore pubblico a fronte di un ammontare di entrate invariato (G cresce e T rimane
invariato). Il disavanzo primario cresce, cresce il disavanzo pubblico che porterà di
conseguenza a un peggioramento del debito pubblico.
 ↑G  porta a disavanzo pubblico e disavanzo commerciale  Disavanzi gemelli (Twin
deficit), ossia politiche fiscali espansive causano un peggioramento della bilancia
commerciale e allo stesso tempo un peggioramento del bilancio pubblico.
Assumiamo inizialmente di essere in una condizione di trade balance (Y E=YTB)

le esportazioni NON DIPENDONO dal reddito, sono una componente della spesa autonoma.
Un incremento del reddito estero determina un incremento delle esportazioni, che causa un
incremento del reddito domestico.
La retta NX trasla verso l’alto (NX’)nuovo livello di YTB più elevato (YTB’)
La curva NX trasla verso l’altole importazioni crescono ma meno rispetto a quanto siano
cresciute le esportazioni. Solo una piccola parte del reddito generato finisce in importazioni.

 Abbiamo diversi effetti sulla bilancia commerciale:


 Effetto principale  ↑Y*  ↑X  ↑NX
 Effetto secondario  ↑Y*  ↑Z  ↑YE  ↑IM  ↓NX

Tuttavia, l’effetto principale è più consistente, quindi:


 Effetto netto  ↑NX
 NX aumenta ma meno di X