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PITAGORA IN OVIDIO

Dopo aver descritto la mitica origine della città di Crotone, sorta sul
tumulo del sacro eroe che le diede il nome, Ovidio inizia a parlarci di un
illustre cittadino crotoniate proveniente da Samo, il quale aveva scelto la
via dell'esilio per odio verso il regime di Policrate, tiranno dell'isola egea
(vv. 60- 62). Ovidio non ci rivela il nome del personaggio, che interviene in
prima persona per dare nobili insegnamenti all'umanità, ma in questa
figura possiamo riconoscere il filosofo Pitagora e, soprattutto, il mentore
del poeta latino, che fa di lui un vaticinor ispirato da Apollo. Il maestro
greco espone quindi i principi cardini della sua scienza filosofica, come
l'origine del cosmo e le cause dei fenomeni, poi si addentra nel mondo del
vegetarianismo ed esorta i mortali a non cibarsi di carne, perché la natura
abbonda di così tanti alimenti che non sono disumani ed elargisce a
sazietà senza che ci sia scorrimento di sangue (vv. 75-83). Per dissuaderci
da abitudini alimentari primitive e per indurci alla riflessione, Pitagora
incalza col chiederci se lo strazio delle carni animali non sia paragonabile
alle abitudini dei Ciclopi e se la voracità del ventre non si plachi se non
con la morte di un altro essere vivente (vv. 91-94). Non era così nei tempi
antichi, quando non c'erano insidie né inganni e regnava la pace assoluta
(vv. 102-103). L'età dell'oro ebbe fine quando giunse un auctor, quisquis
fuit ille, un personaggio, chiunque egli fosse, che invidioso dei banchetti
degli dei cominciò ad uccidere non più per legittima difesa (gesto
ammissibile, se qualcuno minaccia la nostra vita), ma per il piacere della
tavola. Traendo esempio da quello scellerato, l'uomo mise a morte non
solo animali resisi colpevoli di recar danno alle colture, come maiali o
capri, ma animali del tutto pacifici come le pecore o laboriosi nei campi
come i buoi. Chi macella un compagno di lavoro, ammonisce Pitagora, è
un ingrato e, come se non bastasse, si macchia di empietà, perché si ciba
delle membra di un animale immolato, di cui ha dapprima ispezionato le
viscere per conoscere la volontà divina. La vittima sacrificale offerta agli
dei assetati di sangue, è senza macchia e talmente bella che è una
disgrazia la bellezza, nam placuisse nocet, commenta il Pitagora ovidiano.
Tutta adornata di bende, d'oro e delle messi che ha fatto crescere, la
vittima assiste ignara al suo martirio con i coltelli che arrossano l'acqua,
ma la stirpe umana sappia che sta mangiando le membra dei suoi
coltivatori (v. 142). Attingendo alle sue conoscenze iniziatiche, nei versi
seguenti Pitagora espone la teoria della trasformazione di tutte le cose,
perché nulla muore e lo spirito passa da un corpo all'altro, dall'umano
all'animale o dal bestiale all'umano e mai perisce. A causa della
trasmigrazione dell’anima non si deve esercitare la violenza, onde evitare
che il sangue si nutra di sangue. Questo ragionamento sarà ripreso a
conclusione della sua interpretazione del divenire di tutte le cose.

METAMORFOSI

E’ noto che la parola ‘metamorfosi’, nel suo significato etimologico


derivato dal greco, indica semplicemente il passaggio da una forma a
un’altra, in perfetta corrispondenza con il termine ‘trasformazione‘ che ha
la stessa etimologia, ma derivata dalla lingua latina. In zoologia, la
metamorfosi è un processo nel quale avvengono diverse modificazioni
strutturali e funzionali nel corpo di un animale che inizia il suo ciclo vitale
allo stadio di larva, per formare un animale adulto la cui forma definitiva
nulla ha più a che vedere con quella iniziale. Nella mitologia greca, il
termine ‘metamorfosi’ ha assunto lo specifico significato di
trasformazione di esseri divini, o umani (e talora anche inanimati) in
entità differenti, animate o inanimate, a seguito di intervento divino o per
arte magica (ma talora anche per altre cause). La metamorfosi può
presentarsi con caratteri e modalità diversi: essere volontaria (quella degli
dèi) o involontaria (quella degli uomini, che però va fatta risalire alla
volontà divina o, come accennato, alla magia o ad altra causa), conscia o
inconscia. La trasformazione, inoltre, può comportare la possibilità di
tornare alla forma primitiva, oppure essere permanente ed irreversibile.
La metamorfosi poi, quando riguarda esseri umani o semidei, può
avvenire durante la loro vita o al momento della loro morte, o anche
dopo di essa. Infine, la metamorfosi può essere ascendente o discendente
a seconda che rappresenti una ricompensa o una punizione, o a seconda
delle finalità cui obbedisce: prevalentemente la metamorfosi comporta il
passaggio da uno status superiore ad uno inferiore, specialmente se ha
carattere di punizione degli dèi che, di solito, trasforma il punito in un
essere inanimato; ma la regola conosce numerose eccezioni, ad esempio
quando l’uomo è trasformato, come premio degli dèi per le sue virtù, in
stella o costellazione e pertanto assunto in cielo. Quando la
trasformazione riguarda gli dei, bisogna distinguere il concetto di
metamorfosi da quello di mascheramento: per mascheramento deve
intendersi «qualsiasi condotta o azione di occultamento o alterazione dei
tratti pertinenti e identitari di un singolo soggetto o oggetto, finalizzata al
raggiungimento di un obiettivo specifico, sia esso salvifico o
contaminante».