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LAVANDARE

La lirica fa parte della raccolta Myricae (1891). In un contesto autunnale, il poeta ascolta il canto triste di
alcune lavandaie. La poesia è ricca di immagini simboliche che richiamano la solitudine. Inoltre, il poeta
mostra una particolare attenzione per i suoni prodotti dalle parole, che contribuiscono ad arricchire la
rappresentazione. Nonostante l’apparente semplicità, che a lungo ha fatto pensare a Pascoli come a un
poeta “facile”, la scrittura è piena di simboli e figure retoriche.

Metro: tre strofe (due terzine e una quartina) di endecasillabi con rima ABA CBC DEDE.

«Nel campo mezzo grigio e mezzo nero


resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene


lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,


e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l'aratro in mezzo alla maggese.»

Nel campo mezzo arato e mezzo no (mezzo grigio e mezzo nero: la metà grigia è quella non ancora arata,
mentre la metà nera è quella in cui la terra è stata rivoltata dall’aratro) rimane un aratro abbandonato
(senza buoi) che sembra dimenticato, nella nebbiolina (vapore: dà l’impressione di un fumo che sale dal
terreno).
Il ritmo cadenzato (rima con dimenticato del v.3 – rima interna – e indica il ritmo monotono e sempre
uguale del lavoro delle lavandaie) proviene dal fossato (gora) dove le lavandaie sciacquano nell'acqua i
panni (lo sciabordare – onomatopea e rima interna -are) con frequenti (spessi) colpi sordi (tonfi) e lunghi 
canti popolari (lunghe cantilene – spessi-tonfi/lunghe-cantilene: chiasmo, sostantivo-aggettivo/aggettivo-
sostantivo):
[In questa strofa (vv.7/10) Pascoli riprende quasi per intero il testo di un canto popolare marchigiano.] il
vento soffia e dai rami le foglie cadono come fiocchi di neve  (vento soffia e nevica la frasca - chiasmo), e tu
non fai ritorno al tuo paese! Quando partisti sono rimasta abbandonata come l’aratro in mezzo al campo
non arato (come…aratro: similitudine; maggese: campo lavorato in maggio e lasciato poi a riposo perché
possa tornare ad essere fertile).
La poesia viene inserita nella terza edizione di Myricae e appartiene alla sezione “L’ultima passeggiata” ed è
un quadretto di vita rustica, di vita semplice.
Il poeta ascolta il canto di un gruppo di lavandaie al lavoro nel vicino torrente. E’ un canto triste, che
racconta la storia di un amore tradito e della vana attesa della donna abbandonata e della sua solitudine. La
tematica trova corrispondenza nel malinconico e spoglio paesaggio della campagna autunnale e soprattutto
nell’aratro che campeggia, dimenticato in mezzo al prato, simbolo di desolazione ed abbandono.
L’intento è simbolico e non descrittivo, il paesaggio, il lavoro delle lavandaie e la vicenda dell’amore infelice
non sono l’obiettivo del poeta ma sono solo strumenti per arrivare al tema di fondo della poesia che è lo
stato d’animo malinconico e smarrito che la situazione e il paesaggio ispirano.
Nella prima strofa prevalgono le sensazioni visive, mentre nella seconda e terza strofa prevalgono quelle
uditive.

Madrigale con rime, composto di due terzine e una quartina di endecasillabi. Schema: ABA CBC DEDE.
Molti gli elementi del simbolismo pascoliano: le onomatopee, i richiami musicali, i termini tecnici
(gora, maggese) e la frammentarietà del discorso.
La rima frasca/rimasta non è una rima perfetta ma solo un’assonanza (identità delle vocali), adottata da
Pascoli per richiamare, anche attraverso la metrica, la poesia popolare, per riprodurre le forme del canto
popolare e, quindi, per dare un’impressione di monotona semplicità. La poesia si caratterizza infatti per la
cadenza lenta e ripetitiva, quasi una cantilena che nasconde anche un valore simbolico, vuole cioè
riprodurre il ritmo del faticoso lavoro delle lavandaie. Enjambement vv.2/3 (pare/dimenticato).

In Lavandare, i temi principali sono quelli dell’abbandono e della solitudine, rappresentati dall’immagine


dell’aratro dimenticato in mezzo al campo deserto, che torna all’inizio e alla fine, conferendo alla poesia
una struttura circolare ed assurgendo a simbolo dell’abbandono e della nostalgia. Già il titolo evoca un
mondo quotidiano e semplice, quale è quello delle donne che lavano i panni al fiume; il lessico e la sintassi
sono elementari e quotidiani, a differenza della struttura fonica, che è molto elaborata e ben studiata. Le
pause marcate (dopo “buoi”, “dimenticato”, “spessi” e “partisti”), insieme all’enjambement dei versi 2-3,
creano un ritmo spezzato e mesto, quasi a voler riprodurre le “lunghe cantilene” delle donne.

La prima strofa è statica e vi dominano le sensazioni visive: infatti, descrive un aratro fermo e
abbandonato in un campo arato solo a metà e avvolto dalla nebbia. Nella seconda strofa, invece, le parole
onomatopeiche (“sciabordare”, “tonfi”) contribuiscono al prevalere delle sensazioni uditive; le rime al
mezzo, inoltre, ne velocizzano il ritmo: ora sono descritti i suoni dei panni lavati e i tristi canti delle
lavandaie. La congiunzione coordinante “e” che apre la seconda strofa indica che le due scene descritte
nelle prime due strofe sono accostate, ma nettamente distinte l’una dall’altra. Nella terza strofa, quella
finale, il ritmo risulta molto rallentato, per rendere l’idea della nenia cantata dalle donne, e viene istituito
un parallelo tra la donna protagonista del canto, abbandonata dal marito, e l’aratro lasciato dai contadini in
mezzo al campo. Gli ultimi versi sono tratti da canti popolari marchigiani.

Anche in Lavandare, che, a prima vista, potrebbe sembrare un bozzetto naturalistico, il “fumare”
mattutino della nebbia, il cadere delle foglie, lo sciabordare delle lavandaie, gli oggetti semplici legati al
mondo agricolo producono una sorta di “rivelazione”, perché l’oggetto diventa un simbolo, colto per la
prima volta da un poeta fanciullino che scandaglia a fondo la realtà e suggerisce al lettore l’essenza vera di
tutto ciò che lo circonda. Così, la rappresentazione apparentemente oggettiva della natura autunnale e dei
gesti quotidiani delle donne diventa una proiezione simbolica dell’inquietudine e della profonda malinconia
dell’animo del poeta.