Sei sulla pagina 1di 214

a

cura di
PIERRE



La genetica si occupa delle differenze fra gli individui di una specie. Per
spiegare come esse si producono e si mantengono è stato necessario ricostruire i
meccanismi più intimi dei fenomeni biologici. Hanno così avuto origine la
biologia molecolare e la teoria dell’evoluzione che occupano oggi una posizione
centrale nelle scienze biologiche. L’applicazione all’uomo dei metodi della
genetica ha consentito di raggiungere alcune conclusioni importanti: alcuni dei
difetti più gravi di origine genetica che affliggono gli individui, le famiglie e la
società si possono già oggi prevedere, eliminare, correggere.
Questo volume riassume in modo elementare e senza richiedere conoscenze
preliminari i principali temi dibattuti in genetica umana, dai cromosomi e le loro
aberrazioni all’influenza dell’ambiente sui caratteri umani, dalla genetica
dell’immunità all’eugenica, dalle malattie cromosomiche agli effetti sul
patrimonio genetico che le acquisizioni mediche e il progresso sociale possono
avere provocato o potranno provocare.
Nel quadro di questa trattazione l’autore propone inoltre una storia evolutiva
della specie umana ricostruita sulla base di ricerche che egli ha compiuto,
avvalendosi dei metodi della genetica di popolazioni, sulle tribù che conservano
le caratteristiche dei popoli primitivi.


LUIGI LUCA CAVALLI-SFORZA, nato a Genova nel 1922, si laureò in
medicina all’Università di Pavia. Fu in seguito assistente all’Istituto di genetica
dell’Università di Cambridge e dirigente del reparto ricerche microbiologiche
dell’Istituto Sieroterapico Milanese. Per molti anni si è occupato dei batteri
compiendo osservazioni su meccanismi di incrocio batterico e sull’origine della
resistenza agli antibiotici. Divenuto professore di genetica all’Università di
Parma, cominciò a occuparsi di genetica umana, dedicandosi in particolare allo
studio dei fattori demografici e alla deriva genetica nell’evoluzione dell’uomo.
In seguito divenne direttore dell’Istituto di genetica di Pavia e professore di
genetica all’Università di Stanford in California e si occupa del comportamento
e di evoluzione culturale.


introduzione alla
GENETICA
UMANA
di Luigi L. Cavalli-Sforza






EDIZIONI SCIENTIFICHE E TECNICHE
MONDADORI




Direttore editoriale
EDGARDO MACORINI

Redattore
DONATELLA TESTA

Impaginazione
BRUNO PAGLIA

ISSN 0303-2752

In copertina:
Graffiti su una parete della grotta dell’Addaura
del monte Pellegrino presso Palermo (foto L. Pizzi).

Traduzione di
ALBAMARIA RAMAZZOTTI CAVALLI-SFORZA

Prima edizione: ottobre 1974
Seconda edizione: febbraio 1976

© 1974 by ARNOLDO MONDADORI EDITORE, MILANO


INDICE

Prefazione
I - I nostri cromosomi
CELLULE E CROMOSOMI
I CROMOSOMI DEL SESSO
TRISOMIA 21 O SINDROME DI DOWN
ALTRE ABERRAZIONI CROMOSOMICHE
LA FORMAZIONE DEGLI SPERMATOZOI E DELLE CELLULE UOVO
II - Sesso ed eredità legata al sesso
IL NUMERO DI MASCHI E FEMMINE
EREDITÀ DI UN CARATTERE DETERMINATO DAL CROMOSOMA X
PREVISIONE DEL RISULTATO DEGLI INCROCI
DAL DNA ALL’ENZIMA
DEFICIENZA DI G6PD
INATTIVAZIONE DI UN CROMOSOMA X
UN RECESSIVO DANNOSO: L’EMOFILIA
LA MAPPA DEL CROMOSOMA X
LA CROMATINA DEL SESSO
IL CROMOSOMA Y
III - Geni su altri cromosomi
AUTOSOMI ED EREDITARIETÀ MENDELIANA
LA GALATTOSEMIA
GENI MIMICI
INTERAZIONE FISIOLOGICA FRA GENI DIFFERENTI: EPISTASI
EREDITARIETÀ INDIPENDENTE DI GENI SITUATI SU CROMOSOMI DIFFERENTI
CONCATENAZIONE AUTOSOMICA
ASSEGNAMENTO DI GENI AUTOSOMICI A SPECIFICI CROMOSOMI
IV - Qualche numero
QUANTI INDIVIDUI DI UN DATO TIPO?
FREQUENZE GAMETICHE E GENICHE
LA REGOLA DI HARDY-WEINBERG E QUALCHE SUA APPLICAZIONE
V - Immunità e genetica
IMMUNITÀ, ANTIGENI E ANTICORPI
HLA E TRAPIANTI
VI - Eredità e ambiente
VARIAZIONE CONTINUA E DISCONTINUA
I GEMELLI
ANALISI DELL’EREDITARIETÀ DI CARATTERI QUANTITATIVI
UNA MALATTIA SOCIALMENTE IMPORTANTE: LA SCHIZOFRENIA
VII - Come cambiamo
LA MUTAZIONE
QUANTO SONO FREQUENTI LE MUTAZIONI?
LA SELEZIONE NATURALE
RARITÀ E MOLTEPLICITÀ DELLE MALATTIE GENETICHE
DUPLICAZIONE DEI GENI
ALTRI FATTORI EVOLUTIVI: LA DERIVA GENETICA CASUALE
VIII - Depressione da inincrocio ed eterosi
ININCROCIO E VIGORE DEGLI IBRIDI
EFFETTI SULLA DISCENDENZA DI UN MATRIMONIO FRA CONSANGUINEI
IL VANTAGGIO DEGLI ETEROZIGOTI
POLIMORFISMI
IX - Presente e futuro della genetica medica
INGEGNERIA GENETICA E TERAPIA DELLE MALATTIE EREDITARIE
EUGENICA
EUGENICA NEGATIVA
EFFETTI DISGENICI
X - Origine e storia dell’uomo
LA COMPARSA DELL’UOMO
L’UOMO MODERNO
TRASFORMAZIONE E DIFFERENZIAZIONE
LE RAZZE UMANE
RAZZE E GENETICA
LA RIVOLUZIONE NEOLITICA
CONSEGUENZE GENETICHE DELLA RIVOLUZIONE NEOLITICA
EVOLUZIONE BIOLOGICA ED EVOLUZIONE CULTURALE
Orientamento bibliografico




Prefazione



La genetica si occupa delle differenze tra gli individui di una specie. Per
spiegare come esse si producono e si mantengono è stato necessario ricostruire i
meccanismi più intimi dei fenomeni biologici. Hanno così avuto origine la
biologia molecolare e la teoria dell’evoluzione che occupano oggi una posizione
centrale nelle scienze biologiche.

L’applicazione all’uomo dei metodi della genetica ha consentito di
raggiungere alcune conclusioni importanti. In questo libretto ho cercato di
riassumere in modo elementare, e senza richiedere conoscenze preliminari,
quelle cose che mi sembrano di maggior interesse. Giungeremo così alla
convinzione che molte delle differenze che osserviamo fra individui sono
determinate geneticamente, ma non per questo dobbiamo lasciarci cadere in un
fatalismo ingiustificato. Alcuni dei difetti più gravi di origine genetica che
affliggono gli individui, le famiglie e la società si possono già oggi prevedere,
eliminare, correggere. Molti altri, contro i quali siamo ancora oggi inermi, sono
oggetto di studio e vi è buon motivo per sperare che, in un tempo relativamente
breve, potranno anch’essi ricadere sotto il controllo medico.

L’applicazione concreta di questi studi richiede interventi non solo di normale
terapia o profilassi, ma anche di altra natura, in alcuni casi limitati a consigli
sull’opportunità o meno di concludere un matrimonio o di avere ulteriore prole,
ma che in altri possono giungere a suggerire un aborto profilattico. Sono
convinto che una cauta applicazione di questo programma sia compatibile con
qualunque etica, anche se le nuove scoperte sollevano molti problemi in campo
morale e sociale, e che solo una diffusione di queste conoscenze e una
discussione larga e aperta potranno portare a una notevole e rapida riduzione
delle sofferenze umane.

LUIGI CAVALLI-SFORZA

Introduzione alla
GENETICA UMANA




I
I nostri cromosomi


CELLULE E CROMOSOMI

Un uomo è un organismo complesso, composto di molte migliaia di miliardi di
cellule. Molte di queste cellule sono diverse tra loro e spesso hanno funzioni che
differiscono considerevolmente; le cellule del tessuto nervoso, di quello
muscolare e di altri tessuti e organi che formano il nostro corpo hanno
caratteristiche particolari. All’interno di ogni cellula vi è il nucleo, il quale
contiene a sua volta i cromosomi. I cromosomi sono i depositari del nostro
programma genetico. In altre parole da essi dipende come le nostre cellule
saranno fatte e quindi anche come noi stessi saremo fatti alla fine di un periodo
di sviluppo molto lungo. Questo periodo ha inizio quando un gamete maschile,
spermatozoo, e uno femminile, cellula uovo si fondono per formare un nuovo
individuo, e richiede un certo numero di anni.
Nonostante la grande varietà di cellule nell’organismo, il numero dei
cromosomi in esse contenuti è praticamente sempre uguale in ogni cellula, e cioè
46 (a parte rare eccezioni che discuteremo in seguito). Una chiara, anche se
modesta, differenza si trova soltanto se paragoniamo i cromosomi delle femmine
con quelli dei maschi. Le cellule, in seguito a un processo chiamato mitosi, si
dividono in modo tale che le due cellule figlie, per quel che riguarda i loro
cromosomi, sono sempre identiche a quelle di partenza.
I cromosomi sono per lo più costituiti da un lungo filamento di DNA (acido
desossiribonucleico). Se il filamento di DNA che costituisce il cromosoma e che
è avvolto su se stesso potesse venir completamente srotolato, sarebbe lungo, nel
caso di un cromosoma umano, quasi due metri. Lo spessore del filamento è di
due milionesimi di millimetro, così che il DNA può essere osservato solo con
potentissimi microscopi elettronici.
Fortunatamente, a facilitare le nostre osservazioni, sopravvengono momenti in
cui i cromosomi tendono a formare masse spesse e corte, nelle quali il filamento
di DNA è avvolto, insieme ad altre sostanze, in un modo complesso e non ancora
completamente chiaro. In questo stadio, ogni cromosoma ha la forma di un corto
corpicciolo, con alcuni dettagli tipici. Questo accorciamento e ispessimento dei
cromosomi (che li rende visibili anche con un microscopio ordinario, a un
ingrandimento di circa 1000 volte) avviene durante la mitosi.
Come abbiamo già detto, quasi ogni cellula, in quasi ogni individuo, ha 46
cromosomi. Le valutazioni di tipo quantitativo sono difficili in biologia, perciò
non deve sorprendere se, fino al 1956 si riteneva erroneamente che il numero dei
cromosomi nell’uomo fosse di 48. Sappiamo oggi che 48 è il numero che spetta
invece ai nostri cugini più prossimi, i gorilla e gli scimpanzé. Il numero dei
cromosomi è caratteristico per ogni specie, e può variare da uno a molte
centinaia.

I CROMOSOMI DEL SESSO



I 46 cromosomi dell’uomo sono tutti presenti in duplicato; in realtà quindi si
dovrebbe parlare di 23 paia di cromosomi. Soprattutto oggi, grazie a nuove
tecniche di colorazione che mettono in risalto molti dettagli di ogni cromosoma,
ci si rende conto che le 23 paia sono distinguibili fra loro, mentre i due membri
dello stesso paio sono praticamente identici nella maggior parte degli individui.
Nelle cellule di una femmina, tutte le 23 paia sono formate da cromosomi
identici fra loro, mentre in quelle di un maschio vi è un paio di cromosomi che è
formato da membri non identici, ed è di speciale importanza per la
determinazione del sesso. Nei maschi questo paio è chiamato XY e il paio
corrispondente nella femmina è chiamato XX. L’X nel maschio è identico ai due
X nella femmina ed è un cromosoma relativamente lungo (si veda la FIG.1,
mentre il cromosoma Y è molto corto e, come vedremo, può anche mancare del
tutto.



Fig.1 Piastre metafasiche da mitosi ottenute da colture di sangue periferico di individui normali, maschio a
sinistra, femmina a destra. In basso il corredo cromosomico è ricostruito in coppie di omologhi, secondo la
classificazione di Denver del 1960. Le 22 coppie di autosomi (cromosomi non sessuali) sono suddivise in
sette gruppi, contrassegnati con le lettere dall’A alla G. Sono identificate con un numero solo le coppie
chiaramente distinguibili in base alle dimensioni e alla posizione del centromero. La distinzione dei singoli
cromosomi richiede altri metodi di colorazione che permettono l’identificazione di bande trasversali
caratteristiche. La coppia dei cromosomi del sesso (XY nel maschio, XX nella femmina) è riportata in basso
a sinistra nelle due ricostruzioni (per cortesia di F. Nuzzo).



Oggi si è quasi sicuri che il cromosoma Y sia essenziale per lo sviluppo della
mascolinità e ciò in base alle seguenti osservazioni. 1) In alcuni rari individui
manca completamente il cromosoma Y; essi hanno perciò 45 cromosomi, dei
quali uno solo è un X. Sono chiamati X0. È importante il fatto che questi
individui sono femmine. Non sono tuttavia completamente normali, in quanto
tendono a essere di statura inferiore alla media, spesso hanno un collo tozzo di
forma particolare e non hanno organi della riproduzione normalmente sviluppati.
Questa condizione X0 è chiamata anche sindrome di Turner ed è considerata il
risultato di un errore accaduto nel corso della formazione di quel particolare
gamete che ha dato origine all’individuo anormale. 2) Vi sono anche individui
eccezionali che hanno più di 46 cromosomi. Quelli che hanno più di due X (tre,
quattro, o anche più), ma nessun Y sono femmine quasi normali. 3) Esistono poi
alcuni individui con 47 cromosomi nei quali è chiara la presenza di due X
normali, ma anche di un Y. Questi individui (XXY) sono maschi: anche con più
di due cromosomi X, purché vi sia almeno un cromosoma Y, un individuo è
maschio. Questa condizione corrisponde alla sindrome di Klinefelter,
caratterizzata da sterilità e talora sviluppo intellettuale ritardato e aspetto
eunucoide. 4) È stato trovato un altro tipo di individui, relativamente raro (circa
uno su settecento maschi) chiamato XYY, portatore di due cromosomi Y. Questi
individui tendono a essere più alti del maschio normale circa di quanto un
maschio normale è di solito più alto di una normale femmina. Poiché è stata
osservata una maggiore frequenza di tali individui fra i detenuti, è stato avanzato
il dubbio che gli XYY non siano del tutto normali dal punto di vista del
comportamento: finora tuttavia non esistono prove sufficienti per affermare che
individui XYY siano da considerare socialmente pericolosi e il problema è
tuttora sub judice.


In conclusione, qualunque sia il numero di X di un individuo, purché ve ne sia
almeno uno e non vi siano Y, il sesso è femminile, mentre è maschile (con
rarissime eccezioni che sono suscettibili di spiegazioni relativamente semplici)
se sono presenti almeno un Y e un X (TAB. 1). Queste particolarità dei
cromosomi sessuali fanno ritenere che il cromosoma Y sia responsabile della
determinazione del sesso maschile nella specie umana (e in genere nei
Mammiferi), o meglio che sia la presenza dell’Y a indirizzare lo sviluppo di un
feto, che altrimenti diverrebbe una femmina, verso lo sviluppo di un feto
maschile. Il cromosoma X, invece, non è forse di grande importanza per la
determinazione del sesso; vedremo, però, come esso abbia un numero notevole
di altre funzioni conosciute.


TRISOMIA 21 O SINDROME DI DOWN

Le aberrazioni della costituzione cromosomica non sono limitate ai cromosomi
del sesso (FIG. 2). La prima anomalia che fu scoperta riguardava un altro
cromosoma, uno tra i più piccoli: il cromosoma 21. I cromosomi vengono
numerati in ordine di dimensioni cominciando dai più grandi, e i cromosomi del
sesso sono esclusi dalla numerazione. I cromosomi non sessuali sono detti
autosomi. Si trovò che una tipica sindrome clinica, un tempo chiamata
mongolismo e oggi comunemente conosciuta come sindrome di Down, è di
solito accompagnata dalla presenza di 47 cromosomi nelle cellule dei portatori di
questa condizione. Poiché il cromosoma in più appartiene alla coppia 21, questa
condizione è talora chiamata trisomia 21. Si potrebbe pensare che un cromosoma
in più o in meno non debba avere grande importanza, dal momento che ne
abbiamo due di ogni tipo; invece non è così. Nell’organismo esiste un equilibrio
delicatissimo e la produzione di una cellula è un processo di estrema
complessità. La formazione di un individuo contenente migliaia di miliardi di
cellule è un processo ancora più complicato; qualsiasi errore, per quanto piccolo,
può portare a serie conseguenze. Un individuo affetto da trisomia 21 è
riconoscibile di solito alla nascita per l’aspetto; ha uno sviluppo, specialmente
intellettuale, ritardato, non diventa mai un adulto normale e tende a morire
relativamente giovane.
Una conferma della diagnosi attraverso l’analisi dei cromosomi, è in ogni caso
utile, perché vi sono variazioni della sindrome di Down che possono avere 46
cromosomi. Si tratta di eccezioni apparenti, poiché anche questi individui hanno
in realtà tre cromosomi 21. Due di essi formano una coppia normale, e un terzo
cromosoma 21 o almeno una parte importante di esso, è attaccato a un
cromosoma di altro tipo. Questa situazione risulta dalla rottura di un cromosoma
21 e dal successivo riattacco di uno dei segmenti a un altro cromosoma
(traslocazione). Si verifica, talora, che uno dei genitori di un bambino con
sindrome di Down a 46 cromosomi ne abbia egli stesso 45 e sia clinicamente
normale. Questo genitore ha in realtà due cromosomi del tipo 21, senonché uno
dei due (o la maggior parte di esso), è attaccato (traslocato) a un altro
cromosoma (FIG. 2). La scoperta di questi casi può essere importante, perché
individui che hanno 45 cromosomi con una traslocazione del cromosoma 21
potranno avere figli affetti da trisomia con una frequenza alquanto più alta del
normale. Per tutti gli altri individui, che sono completamente normali, la nascita
di un bambino con questo tipo di trisomia è un evento relativamente raro: in
media un nato su 700 ha la trisomia 21.



Fig.2 Principali anomalie cromosomiche associate a condizioni patologiche nell’uomo. Nel riquadro in
colore è riportato il corredo cromosomico normale maschile. Le frecce indicano le coppie coinvolte nelle
varie sindromi, le cui costituzioni cromosomiche sono riportate nei riquadri laterali. Sono indicate anomalie
sia di numero sia di struttura (delezioni, traslocazioni e aberrazioni più complesse). La trisomia è indicata
con un segno + accanto al numero del cromosoma che è implicato. La delezione è indicata con un segno —
dopo i simboli p o q che indicano il braccio corto e il braccio lungo del cromosoma implicato. Il simbolo D
—, t(Dq21q) illustra la situazione di una trisomia 21 secondaria a traslocazione (con 46 cromosomi): il

cromosoma a sinistra nel riquadro è abnorme, e diverso dal cromosoma D normale alla sua destra. Esso non
è riconoscibile direttamente come D, donde la designazione D— del cariotipo. Il cromosoma abnorme porta
il braccio lungo di un cromosoma D (Dq) attaccato, per traslocazione, t, al braccio lungo di un cromosoma
21 (21q). Altre aberrazioni includono XXr, in cui un cromosoma X è chiuso ad anello, e XXqi
(isocromosoma del braccio lungo dell’X) in cui uno dei due cromosomi X porta in duplicato il braccio
lungo ed è privo del braccio corto (per cortesia di F. Nuzzo).



Anche in questo caso non si sa esattamente perché alcuni individui nascano
con trisomia 21, ma almeno un fatto è certo: un’alta percentuale di questi nasce
da donne che hanno superato i 45 anni al momento del parto. Questo vuol dire
che, quando una donna sopra i 45 anni concepisce un bambino, le sue cellule
uovo sono più soggette (in pratica in misura venti o più volte maggiore rispetto a
una donna più giovane) ad avere l’anormalità descritta. La conclusione, dal
punto di vista sociologico, è chiara: le donne sopra i 45 anni dovrebbero evitare
il concepimento poiché hanno una probabilità molto elevata di avere bambini
con questa grave menomazione. Oggi comunque è possibile, con l’aiuto di una
nuova tecnica, l’amniocentesi, e senza danneggiare il feto, ottenere cellule fetali
che vengono coltivate in vitro; su di esse può essere effettuata una diagnosi di
sindrome di Down e di altre condizioni patologiche. L’intervento può essere
eseguito in un periodo in cui l’aborto è ancora possibile. Non tutte le religioni e
non tutti i paesi sono d’accordo sugli aspetti etici e sugli aspetti legali dell’aborto
in tali condizioni. In particolare in Italia la legge non lo consente.
D’altra parte, in molti Stati, in particolare in quelli socialmente più avanzati,
l’aborto è stato recentemente legalizzato per ragioni di controllo delle nascite. La
prevenzione delle malattie genetiche, di cui la trisomia 21 è solo un esempio, e
non certo il più grave, è un motivo indipendente, certo non meno importante, per
rivedere la legislazione relativa all’aborto. Non si può non tener conto
dell’angoscia e delle sofferenze che genitori e pazienti di gravi malattie
ereditarie sono costretti a sopportare e del costo che ne deriva per le famiglie e
per la società.

ALTRE ABERRAZIONI CROMOSOMICHE



Vi sono molte altre condizioni in cui si trovano trisomie di cromosomi diversi
dal 21. Vi sono casi in cui mancano segmenti di cromosoma (delezioni o
deficienze), o vi sono segmenti in più (duplicazioni) e anche inversioni di
segmenti cromosomici, oltre alle traslocazioni, di cui abbiamo già visto un
esempio; da ciò deriva una gran varietà di malattie. La maggior parte di esse
sono molto gravi ma, fortunatamente, abbastanza rare. Nell’insieme, comunque,
il totale delle anormalità cliniche dovute ad aberrazioni cromosomiche, incluse
quelle dei cromosomi sessuali, è dell’ordine dello 0,05%. Questa valutazione è
fatta alla nascita, ma vi sono certamente molte altre aberrazioni cromosomiche
responsabili di conseguenze così serie per lo sviluppo del feto, da portarlo a
morte ancora nell’utero.



Fig.3 A sinistra mitosi in una cellula di un organismo diploide ipotetico, avente entro il nucleo due paia di
cromosomi, di cui uno con il centromero (dischetto bianco) in posizione centrale, l’altro in posizione
terminale. A destra meiosi di un maschio ipotetico, avente due paia di cromosomi, un paio di cromosomi
sessuali (XY) e un paio di autosomi (AA’).


Esse determinano quindi aborti spontanei e non vengono solitamente
diagnosticate. Le aberrazioni cromosomiche più importanti sono indicate nella
FIG. 2.
La leucemia è un tumore del sistema sanguigno, tuttora difficile da curare, e
che porta alla morte nel giro di breve tempo. In molti casi di leucemia si trova
una particolare modificazione del cromosoma 22: uno dei due membri del paio è
accorciato e ispessito e ha un aspetto tipico. Questo cromosoma anormale che si
trova nel sangue di alcuni pazienti leucemici viene chiamato ‘Philadelphia’ dal
nome del luogo ove fu scoperto la prima volta.


LA FORMAZIONE DEGLI SPERMATOZOI E DELLE CELLULE UOVO

Ciascun individuo si forma in seguito all’unione di uno spermatozoo con una
cellula uovo. Queste cellule, come abbiamo già detto, sono chiamate gameti: nel
corso della loro formazione avviene un fenomeno particolare che permette al
numero dei cromosomi di restare costante da una generazione alla successiva. Se
gli spermatozoi e le cellule uovo contenessero ognuno 46 cromosomi, dalla loro
fusione dovrebbe risultare un individuo con 92 cromosomi e il numero
aumenterebbe indefinitamente. Ciò ovviamente non si verifica; deve, dunque,
aver luogo un processo di riduzione del numero dei cromosomi: esso viene
chiamato meiosi e ha luogo proprio durante la formazione dei gameti. Si deve
trattare di un meccanismo molto preciso, poiché abbiamo appena visto che la
mancanza di un cromosoma o la presenza di un cromosoma in più possono
essere molto pericolose. Per assicurare a ogni individuo le giuste 23 paia di
cromosomi, basterà che egli riceva un membro di ogni paio dalla madre e uno
dal padre. Quando un gamete si forma, sia esso spermatozoo o cellula uovo,
deve quindi esistere un processo per garantire che i membri di ciascun paio di
cromosomi si separino e che un particolare spermatozoo, o una particolare
cellula uovo, riceva soltanto un membro di ciascun paio. Quale dei due membri
non importa; la probabilità che uno spermatozoo riceva l’uno o l’altro dei due
cromosomi di un particolare paio è quindi esattamente del 50%; lo stesso vale
per le cellule uovo. Così, sia gli spermatozoi sia le cellule uovo hanno tutti 23
cromosomi, uno di ciascun paio. Nel momento in cui uno spermatozoo si fonde
con una cellula uovo nel processo detto di ‘fecondazione’, si otterrà una cellula
con 46 cromosomi, due per ognuno dei 23 tipi. Tale cellula, chiamata zigote, è
pronta a svilupparsi per dar luogo a un individuo adulto, attraverso un processo
che richiede molte divisioni cellulari e quasi vent’anni.
La meiosi è una mitosi modificata. Nella mitosi, il consueto processo di
duplicazione cellulare, da una cellula si formano due cellule identiche, ciascuna
delle quali contiene lo stesso numero di cromosomi della cellula di partenza. I
due processi sono illustrati schematicamente nella FIG. 3.
È importante notare che quello della meiosi è il momento in cui è più
probabile che avvengano errori nella distribuzione dei cromosomi. Per esempio,
se due membri di un particolare paio di cromosomi non si separano al momento
della meiosi, il risultato può essere uno spermatozoo che contiene due membri di
un paio e un altro che non contiene nessuno dei due membri di quel paio. Le
aberrazioni cromosomiche che osserviamo nascono, per lo più, da errori nella
distribuzione dei cromosomi alla meiosi.
Si trovano, tuttavia, alcuni rari individui costituiti da cellule di due tipi: una
parte del corpo ha un patrimonio cromosomico normale e l’altra un patrimonio
anormale. Tali casi sono la conseguenza del fatto che l’aberrazione cromosomica
ha avuto luogo non durante la formazione dei gameti, ma durante lo sviluppo
dell’individuo, nel corso delle divisioni cellulari che avvengono durante il
processo di crescita. Questi individui sono chiamati ‘mosaici’ e mostrano
usualmente condizioni di gravità minore che non quelli nei quali esistono
soltanto cellule anormali.



II
Sesso ed eredità legata al sesso



IL NUMERO DI MASCHI E FEMMINE

I gameti femminili, o cellule uovo, sono uguali fra loro per i cromosomi del
sesso e portano tutti un cromosoma X. Ma i gameti maschili, gli spermatozoi,
sono di due tipi: un tipo porta un X e l’altro tipo una Y; infatti un maschio è XY
e questi due cromosomi si separano l’uno dall’altro quando si formano i gameti.
I due tipi di spermatozoi dovrebbero prodursi in ugual numero: metà delle
cellule spermatiche dovrebbero portare un X e metà un Y. Il risultato della
fecondazione è indicato nella FIG. 4:


Fig.4 Formazione di un ugual numero di individui dei due sessi al momento della fecondazione. Sia
all'interno degli spermatozoi, sia nel nucleo delle cellule uovo sono indicati soltanto i cromosomi del sesso.


al concepimento (fecondazione) la proporzione teorica è di metà maschi e metà
femmine. In realtà si conosce il rapporto numerico tra maschi e femmine
soltanto alla nascita, ma si hanno elementi per ritenere che sia assai simile a
quello previsto al concepimento. Si dà il fatto che, per ragioni non ben note, alla
nascita vi sia una leggera prevalenza di maschi (un po’ più del 51 % di tutte le
nascite). Questo lieve eccesso di maschi può essere utile, poiché la mortalità
maschile è un po’ più alta di quella femminile in tutti i gruppi di età. Vi è una
esatta uguaglianza di maschi e femmine circa all’epoca dell’inizio, della maturità
sessuale, quando l’uguaglianza del numero è più conveniente. Così l’eccesso di
maschi alla nascita può rappresentare un vantaggio per la nostra specie ed essere
la conseguenza di un adattamento attraverso la selezione naturale (si veda il
capitolo VII).


EREDITÀ DI UN CARATTERE DETERMINATO DAL CROMOSOMA X

1
La FIG. 5 mostra un esempio di una differenza ereditaria per un enzima .
L’enzima descritto nella FIG. 5 è il glucosio-6-fosfatodeidrogenasi, abbreviato
in G6PD. Esso è responsabile della determinazione di un passaggio nella
sequenza biochimica del metabolismo del glucosio. L’enzima si trova nei globuli
rossi del sangue e in molte altre cellule. Nella figura, estratti di globuli rossi
umani (contenenti l’enzima) sono stati sottoposti a elettroforesi, un processo
descritto brevemente in didascalia.
Esaminando il sangue di molti individui (in particolare africani) si trovano
vari tipi di enzima, dei quali due, mostrati nella FIG. 5, ci interessano al
momento. È possibile distinguerli perché migrano in campo elettrico a velocità
diversa, e saranno indicati con A e B. Vedremo più avanti perché esistono queste
differenze; al momento quel che ci interessa è che tra le donne se ne trovano
alcune che possiedono solo il tipo A, altre che possiedono solo il tipo B, altre,
infine, che producono all’incirca la stessa quantità sia dell’uno che dell’altro. Tra
i maschi invece quest’ultimo tipo non si trova; vi sono solo maschi che
producono l’enzima A e maschi che producono l’enzima B. Perché questa
differenza fra maschi e femmine?



Fig.5 Diverso quadro elettroforetico del sangue di cinque individui (tre femmine e due maschi). Una piccola
quantità di estratto di globuli rossi di ciascuno di essi è stata posta su una piastra di gel, in un tratto della
linea orizzontale, chiamata ‘linea di origine’, ed è stata applicata una corrente elettrica ai due estremi della
piastra. In queste condizioni l’enzima G6PD (glucosio-6-fosfatodeidrogenasi) migra; la velocità e la
direzione del movimento sono caratteristiche per ogni enzima e dipendono anche dalle condizioni
dell’esperimento. Dopo alcune ore di esposizione alla corrente elettrica il processo viene arrestato e la
posizione raggiunta dall’enzima viene messa in evidenza con una tecnica di colorazione specifica per
l’enzima. I tondi visibili nella figura rappresentano le posizioni degli enzimi G6PD dopo migrazione
elettroforetica. Le tre femmine appartengono a tre tipi diversi: una possiede un enzima lento (A), la seconda
un enzima veloce (B) e la terza possiede una quantità circa uguale dei due enzimi, lento e veloce. I due tipi
a destra sono maschi, uno soltanto con l’enzima A, l’altro soltanto con l’enzima B. Non esistono maschi
con ambedue le forme.


Una semplice spiegazione del fatto che i maschi non possono produrre i due
tipi A e B insieme è che l’enzima G6PD sia fabbricato dal cromosoma X. La
donna ha due cromosomi X ed è perciò possibile che uno produca l’enzima A,
mentre l’altro produce l’enzima B. Così vi possono essere donne che posseggono
entrambi gli enzimi, come il tipo 3 nella FIG. 5. I cromosomi X di un’altra
donna possono essere tutti e due del tipo che produce B e quindi essa appartiene
al tipo 2 nella stessa figura, oppure può avere i due cromosomi X del tipo che
fabbrica A ed essere allora come il tipo 1. Ma negli uomini il tipo con tutti e due
gli enzimi, A e B, non può esistere, perché gli uomini hanno soltanto un
cromosoma X. Evidentemente, così ragionando, si ammette che il cromosoma Y
sia incapace di produrre l’enzima.
Come mai vi sono questi due tipi di enzimi, A e B, ambedue con le stesse
funzioni? Un segmento del cromosoma X (un gene) produce l’enzima G6PD. Un
piccolo cambiamento in questo gene è sufficiente per determinare la differenza
elettroforetica tra la forma A e la forma B dell’enzima, pur senza alterarne la
funzione specifica. Il cambiamento deve essere avvenuto in passato e, essendo
ereditario, è stato trasmesso ai discendenti dell’individuo in cui si è manifestato
per la prima volta. Non sappiamo con sicurezza se il tipo originario fosse la
forma A o la forma B, ma supponiamo che fosse la A. Il cambiamento che ha
trasformato il gene che produceva l’enzima A in un gene che produce l’enzima
B è chiamato mutazione; può essere avvenuto anche centinaia di migliaia di anni
or sono ed essere stato trasmesso di generazione in generazione fino a noi. Lo
studio delle mutazioni è fondamentale per comprendere l’evoluzione. Ne
parleremo ancora in questo capitolo e nel capitolo VII. Per ora ci interessa
soltanto poter ‘predire’ come saranno i figli di matrimoni tra individui dei vari
tipi. È noto che ogni femmina riceve un cromosoma X dal padre e uno dalla
madre. Una femmina di tipo 1 (si veda la FIG. 5), che ha soltanto l’enzima di
tipo A, deve aver ricevuto sia dal padre sia dalla madre un cromosoma nel quale
il gene per l’enzima G6PD produceva l’enzima A. Se ora si considera un
individuo di tipo 2, cioè una donna che ha soltanto l’enzima del tipo B, si ripete
lo stesso ragionamento con la sola differenza che essa deve aver ricevuto da tutti
e due i genitori cromosomi X che contengono il gene producente l’enzima di
tipo B. Rispetto al G6PD questi individui hanno ricevuto entrambi lo stesso gene
dai due genitori, ma il tipo 1 ha ricevuto la forma A e il tipo 2 la forma B.
Individui che ricevono lo stesso tipo di gene sia dal padre sia dalla madre sono
chiamati omozigoti (per quel gene). Di conseguenza sia il tipo 1 sia il tipo 2 sono
omozigoti, anche se sono diversi uno dall’altro. Usiamo la parola allele per la
forma alternativa dello stesso gene (nel caso presente sono alleli, o allelici, i due
geni che producono gli enzimi A e B). Diciamo anche che le due donne sono
omozigoti rispettivamente per l’allele A e per l’allele B. È chiaro, invece, che
una donna del tipo 3 ha ricevuto dal padre un gene diverso da quello ricevuto
dalla madre: A dal padre e B dalla madre, (o viceversa; il risultato, nei due casi, è
lo stesso). Individui che ricevono alleli diversi dal padre e dalla madre sono
chiamati eterozigoti per quel gene.

PREVISIONE DEL RISULTATO DEGLI INCROCI



Si può prevedere il risultato di un incrocio tra individui di cui sia nota la
composizione genetica (il genotipo). Usiamo come esempio l’enzima G6PD.
2
Se si usa il simbolo GA per il gene che produce l’enzima A, e GB per il gene
che produce l’enzima B, si possono scrivere i genotipi dei cinque individui nel
modo seguente: GA/GA; GB/GB; GA/GB; GA; GB. Una barretta è qui usata per
separare i due alleli su un paio di cromosomi. Poiché vi sono tre genotipi
femminili e due genotipi maschili, vi sono in tutto 3× 2, cioè 6, diversi tipi di
incroci possibili.
Per predire il risultato di un incrocio si devono seguire queste regole:
1) specificare il genotipo dei due genitori;
2) determinare quali gameti (spermatozoo o cellula uovo), a seguito del
processo di meiosi, ogni genitore può formare e quanti gameti di ogni tipo;


Fig.6 Incrocio per un gene legato al cromosoma X fra una donna eterozigote (GAGB) con un uomo GB. Il
padre forma metà spermatozoi X (tutti del tipo GB) e metà spermatozoi Y. La madre forma due tipi di
cellule uovo, GA e GB, in numero uguale. Il risultato della fecondazione sarà quello indicato nella figura.


3) formare tutte le combinazioni possibili tra i gameti paterni e materni e
ottenere le proporzioni di ogni nuovo zigote così generato, come il prodotto
delle proporzioni dei gameti che lo hanno formato (uno zigote è la cellula che
risulta dalla fusione di Una cellula uovo con uno spermatozoo).
Applicheremo ora queste regole a uno dei possibili incroci (FIG. 6).
Immaginiamo che una donna eterozigote GA/GB sposi un uomo GB. La donna
può formare due tipi di cellule uovo, uno GA e l’altro GB, in proporzioni uguali
(metà e metà). L’uomo può formare soltanto un tipo di spermatozoi che porta
l’X e che sarà quindi GB. Quando questo spermatozoo incontra il primo tipo di
cellula uovo, ne deriva una femmina eterozigote GA/GB (tipo 3) e quando lo
spermatozoo incontra il secondo tipo, ne deriva una femmina omozigote GB/GB
(tipo 2). Ciò è, naturalmente, quanto accade se lo spermatozoo porta un X, ma
noi sappiamo che un ugual numero di spermatozoi porta un Y e questi gameti
daranno origine a figli maschi. Poiché il cromosoma Y non ha il gene per
l’enzima, il genotipo dei figli maschi per un gene che si trova nel cromosoma X
dipenderà interamente dal gene contenuto in quella particolare cellula uovo della
madre che darà loro origine. Nell’incrocio che stiamo considerando, perciò, metà
della discendenza maschile sarà di tipo GA e metà di tipo GB.




Le previsioni di tutti i sei possibili incroci sono date nella TAB. II. L’incrocio
descritto si trova nell’ultima casella a destra e in basso.
L’ipotesi fatta all’inizio di questo capitolo, che il gene che produce l’enzima
G6PD sia sul cromosoma X (o, come si dice, legato all’X), a questo punto può
essere ritenuta plausibile, ma di quali altre prove si dispone? Un primo controllo
si ha esaminando, in tutti e sei i tipi di incroci, se le proporzioni previste sono
sempre rispettate. Le previsioni sono risultate del tutto accurate. Chiaramente ciò
avvalora l’ipotesi che il G6PD e gli altri caratteri che si comportano allo stesso
modo siano determinati da geni che si trovano nel cromosoma X. Di fatto questa
ipotesi va d’accordo con molte altre osservazioni e ne sono state ottenute anche
conferme indipendenti.


DAL DNA ALL’ENZIMA

La struttura del DNA e il codice genetico sono stati ormai descritti perfino sui
quotidiani e sui settimanali. Daremo qui soltanto un sommario di questa grande
conquista della biologia per rinfrescare la memoria di chi legge. Un cromosoma
è, in sostanza, un filamento (sempre doppio) di DNA. Ogni singolo filamento è
composto di una lunga sequenza di elementi, i nucleotidi, attaccati uno all’altro
nel DNA; vi sono quattro diversi tipi di nucleotidi, un nucleotide è composto
dallo zucchero desossiribosio, da fosfato e da una delle quattro basi seguenti, che
li distinguono: adenina, A, timina, T, citosina, C e guanina, G. Poiché i
nucleotidi si differenziano l’uno dall’altro solo per la loro base, verranno indicati
con le lettere A, T, C e G, corrispondenti alle iniziali di ciascuna base. I due
filamenti che formano il DNA sono perfettamente complementari (FIG. 7); ogni
volta che ci sia un A su un filamento, nell’altro filamento, all’altezza
corrispondente, vi è un T; di fronte a T c’è A; di fronte a G vi è C: e di fronte a C
vi è G. In pratica cioè esistono solo coppie AT (o TA) e CG (o GC). Conoscendo
la sequenza dei nucleotidi in un filamento, noi possiamo dunque predire la
sequenza nell’altro. In pratica, uno solo dei due filamenti conta, sia perché è
possibile prevedere la composizione dell’altro, sia perché solo uno dei due è
effettivamente utilizzato nella produzione delle proteine, come si vedrà tra breve.



Fig.7 Frammento di un filamento di DNA (costituito da nove nucleotidi) in cui è visibile l’appaiamento fra
basi complementari, AT (adenina-timina) e GC (guanina-citosina).


Uno speciale meccanismo esistente nelle cellule assicura che le proteine
vengano prodotte secondo un meccanismo specifico di ‘traduzione’ da DNA a
proteina, in base a un certo ‘dizionario’ chiamato codice genetico. Va notato che,
prima di questa fase di traduzione, ve ne è un’altra (‘trascrizione’) durante la
quale uno, e uno solo, dei due filamenti di un segmento di DNA (segmento
corrispondente a un gene o a un gruppo di geni vicini, e comprendente centinaia
di nucleotidi) è trascritto, cioè copiato con semplici regole di complementarietà,
in un altro filamento più o meno simile di RNA, chiamato RNA messaggero, che
è singolo e complementare al filamento di DNA trascritto (FIG. 8). Un filamento
di RNA messaggero corrisponde a un gene (o talora a parecchi geni disposti in
fila l’uno dopo l’altro) e contiene le istruzioni per il meccanismo che costruisce
una (o più) catene proteiche. La catena proteica è formata di amminoacidi
anch’essi disposti in fila uno dopo l’altro, scelti tra venti diversi. A ogni tre
nucleotidi, in fila, dell’RNA messaggero, corrisponde un dato amminoacido (si
veda la TAB. III). Il codice prescrive quale amminoacido corrisponde a una certa
‘tripletta’ di nucleotidi. Così la tabella mostra che la tripletta adenina-adenina-
adenina, nel filamento di DNA, ordina, secondo il codice, l’introduzione di
fenilalanina (uno dei venti amminoacidi) nella catena proteica. Se i successivi tre
nucleotidi nel DNA sono citosina-adenina-guanina, sempre secondo il codice,
l’amminoacido successivo nella catena proteica sarà valina e così di seguito. Se
si ricorda che la sequenza di nucleotidi nell’RNA messaggero dipende da quella
di un filamento del DNA, è chiaro che la sequenza di nucleotidi nel DNA detta,
con la mediazione dell’RNA, la sequenza di amminoacidi nella proteina che si
formerà. Ma la sequenza degli amminoacidi nella proteina determina le proprietà
chimiche e biologiche della proteina stessa.



Fig.8 Meccanismo di sintesi proteica. Soltanto un filamento del DNA interviene in tale sintesi. Esso dirige
la sintesi dell’RNA messaggero, catalizzata dall’enzima RNA-polimerasi. L’RNA messaggero a livello del
ribosoma fornisce il codice (a ogni tripletta di base corrisponde un amminoacido) in base al quale si ha la
formazione delle catene polipeptidiche. Il t-RNA, RNA di trasporto o RNA solubile, porta la molecola di
amminoacido che si inserirà nella catena polipeptidica in via di formazione. Esiste un t-RNA per ciascun
amminoacido.




Se nel DNA avviene qualche cambiamento (per esempio, se un certo
nucleotide, in un punto del DNA è sostituito da uno degli altri tre)
l’amminoacido che viene immesso nella proteina nel posto corrispondente al
cambiamento può essere diverso, se così è prescritto dal codice. Questo è un
esempio di mutazione ed è possibile che la proteina, anche se mutata in uno solo
dei suoi amminoacidi, abbia proprietà diverse da quelle della proteina originale.
Il cambiamento può essere così grande da rendere l’intera molecola non
funzionale, o meno funzionale, o da modificarne la funzionalità in modo
sostanziale. D’altra parte, la mutazione può anche causare una differenza lieve o
perfino non apprezzabile. Nel caso specifico delle due molecole GA e GB, il
cambiamento non sembra aver alterato molto le proprietà specifiche dell’enzima.
L’enzima è funzionale in tutte due le forme e forse non vi è alcun vantaggio
nell’avere l’uno o l’altro tipo.
Alcuni dei venti amminoacidi diversi che si possono trovare in una catena
proteica hanno una carica elettrica, che può essere positiva o negativa. Sono
questi amminoacidi che determinano la direzione e la velocità del movimento di
una proteina in un campo elettrico, come si può verificare con la tecnica
chiamata elettroforesi. Quando si trova che due proteine, come gli enzimi A e B
(FIG. 5), si muovono in modo diverso sotto elettroforesi, sappiamo che esse
differiscono per almeno un amminoacido. In una delle due forme, un
amminoacido ha una data carica elettrica, positiva o negativa, mentre il
corrispondente amminoacido nell’altra forma non ha carica o ha una carica
opposta.


DEFICIENZA DI G6PD

Esistono altri alleli del gene G6PD che si distinguono dai due illustrati perché
formano enzimi a vita molto breve (cioè perdono attività rapidamente), tanto
che, in pratica, si trovano attivi solo nelle cellule molto giovani. Vi sono molti
diversi mutanti di questo tipo, ma usiamo come simbolo per tutti g (o G−). Gli
individui omozigoti per uno di questi mutanti hanno poco enzima e perciò
possono utilizzare solo scarsamente il glucosio per la strada metabolica relativa.
Usiamo la lettera G, o il simbolo G+, per indicare l’allele che produce l’enzima
A o B, che viene anche detto ‘normale’ perché è il più comune. La capacità di
produrre un enzima non è necessariamente la normalità. È chiaro che il concetto
di normale è del tutto relativo: normale può voler dire comune, o (ben)
funzionante. La prima definizione, basata sulla frequenza, è quella di solito più
largamente impiegata.
Se noi ora consideriamo semplicemente i due alleli G− e G+ (sinonimi di g e
G), il secondo producendo indifferentemente A o B, ci accorgiamo che possiamo
ripetere esattamente le stesse considerazioni già fatte per A. e B, per quanto
riguarda l’eredità di g e G. Così vi saranno tre tipi di femmine, due omozigoti
(una positiva, GG e l’altra negativa gg per l’enzima) e una eterozigote (Gg); e vi
saranno soltanto due tipi di maschi (uno positivo G ed uno negativo g). La
mancanza relativa, o anche completa, di questo enzima, non crea problemi gravi
anche se ciò può sembrare sorprendente. Tuttavia gli individui di tipo g hanno
una sensibilità particolare a certi medicamenti che possono causare in loro gravi
crisi di anemia emolitica, talora fatali. Di fatto, il tipo g fu scoperto perché si
trovò che circa il 10% di tutti i soldati americani negri ai quali era stato dato un
farmaco per il trattamento della malaria, la Primaquina, venivano colpiti da una
crisi emolitica, mentre lo stesso fenomeno era molto più raro fra i caucasici.
Tuttavia vi sono alcune popolazioni caucasiche, per esempio un gruppo ebraico
proveniente dal Kurdistan, nelle quali è stato dimostrato che vi è circa il 60% di
maschi g, ulteriore indicazione questa che tale gene non è troppo pericoloso per i
suoi portatori. In alcuni casi gli individui g, peraltro, sono esposti a pericolose
crisi emolitiche se mangiano fave. Talora basta loro attraversare un campo di
fave per avere una crisi! È la malattia nota come favismo.

INATTIVAZIONE DI UN CROMOSOMA X

La deficienza di G6PD è stata specialmente utile nel dimostrare l’ipotesi che
in una cellula femminile soltanto uno dei due cromosomi X è funzionale, mentre
l’altro è inattivo. A questo fatto si dà spesso il nome di lyonizzazione (dal nome
della sua scopritrice, Mary Lyon) e ne riparleremo a proposito della cromatina
sessuale. In circa metà delle cellule è inattivo uno dei due membri del paio,
mentre nell’altra metà è inattivo l’altro. Ciò è conseguenza del fatto che
l’inattivazione, in una fase precoce dello sviluppo, colpisce a caso uno o l’altro
cromosoma X. Il fenomeno è stato particolarmente facile da dimostrare con
l’enzima G6PD poiché è possibile colorare con certi reagenti ogni globulo rosso
del sangue che contiene l’enzima, mentre quelli che non lo contengono (o ne
contengono poco) si colorano poco. È stato trovato che circa la metà dei globuli
rossi di una donna eterozigote Gg contiene l’enzima, mentre gli altri non lo
contengono.
Questa osservazione è stata usata per un esperimento molto elegante (FIG. 9),
con cui si è dimostrato che i parassiti malarici non possono moltiplicarsi bene
nei globuli rossi che non contengono l’enzima. Infatti, i parassiti hanno bisogno
di una particolare sostanza che è scarsa o quasi assente quando l’enzima G6PD
non è presente. Perciò i parassiti malarici non prosperano negli individui che
hanno alcuni o tutti i globuli rossi parzialmente privi di enzima G6PD. Questa
ridotta suscettibilità alla malaria può essere una compensazione per gli altri
svantaggi degli individui g.



Fig.9 Schema di un preparato di sangue prelevato da una donna eterozigote per i geni G e g durante un
attacco malarico. A causa dell’inattivazione di uno dei due cromosomi X (lyonizzazione), la metà dei
globuli rossi nei quali il cromosoma con G è attivo produce l’enzima G6PD (glucosio-6-
fosfatodeidrogenasi), mentre nell’altra metà (nella quale è attivo il cromosoma con g) non se ne trova. I
globuli rossi che contengono G6PD sono in colore. I parassiti malarici si moltiplicano bene soltanto nel
primo tipo di cellule. Lo schema è basato su una libera interpretazione di un esperimento di L. Luzzato, E.
A. Usanga e S. Reddy del 1969. Nelle osservazioni reali infatti i parassiti si moltiplicano anche nelle cellule
che non contengono l’enzima, seppure in minore misura che nelle altre.


Così la selezione naturale (si veda il capitolo VII) può favorire i geni g nelle
zone malariche. Non bisogna dimenticare che la malaria è stata una delle
maggiori cause di morte nelle regioni tropicali e anche in alcune zone temperate.
Perciò la presenza di molti geni g è un’indicazione che la malaria è o era una
malattia importante nell’area di origine della popolazione in esame. In Italia il
gene g è diffuso soprattutto in Sardegna, ma lo si trova anche altrove: in tutte
queste zone la malaria era frequente prima della sua eradicazione.


UN RECESSIVO DANNOSO: L’EMOFILIA

La deficienza di G6PD è uno dei casi in cui la selezione naturale favorisce un
allele in certi ambienti ma non in altri. Possono esistere mutanti di altri geni che
sono favoriti in tutti gli ambienti; e perciò, la frequenza di questi mutanti
aumenterà ovunque. Vi sono, d’altra parte, casi in cui l’allele mutante è sempre
svantaggioso rispetto al normale. Non è difficile capire che alleli mutanti
svantaggiosi dovrebbero conservare una bassa frequenza nella popolazione,
poiché la selezione naturale agisce contro di essi (vedremo nel capitolo VII i
motivi della loro persistenza, pur essendo svantaggiosi).
Vi è un celebre esempio di un gene dannoso, situato sul cromosoma X: la
malattia chiamata emofilia. Di questa malattia esistono almeno due tipi, uno più
grave, l’emofilia A, l’altro meno grave, l’emofilia B. Tutti e due sono rari; la
frequenza totale degli individui malati è dell’ordine di grandezza di uno su
diecimila. Gli emofiliaci sono, o almeno sono stati finora, quasi tutti maschi, e
capiremo facilmente il perché. L’emofilia è un morbo nel quale è ritardata la
coagulazione del sangue per la mancanza di una proteina normalmente presente
in esso. Un emofiliaco può morire di emorragia anche per una ferita
modestissima. Oggi è possibile salvare questi individui somministrando loro la
proteina necessaria prelevata dal sangue di un individuo normale, ma fino a poco
tempo fa questa terapia non esisteva e quasi tutti i malati morivano prima di
riprodursi, venendo così rapidamente eliminati dalla popolazione.
Anche in questo caso, come per il G6PD, vi possono essere tre tipi di
femmine, una delle quali eterozigote (Hh, se chiamiamo H l’allele normale e h
quello dell’emofilia, che non può produrre la proteina specifica necessaria per
dare inizio alla coagulazione del sangue). Nella donna Hh un cromosoma è
capace di produrre la proteina normale, l’altro no. Ne risulta che, nel sangue di
queste donne, si trova una quantità di proteina pari alla metà di quella presente
nell’omozigote normale, che però consente un normale funzionamento della
coagulazione. Per questo motivo una donna eterozigote non è emofiliaca. Come
possiamo vedere nella TAB. II (ultima colonna, considerando H equivalente a
GA e h equivalente a GB) metà dei suoi figli maschi saranno emofiliaci (h) e
metà normali (H). I maschi emofiliaci sono così rari che il marito di questa
donna sarà quasi sempre normale (H). Metà delle figlie saranno portatrici
normali del gene, come la madre (Hh) e metà completamente normali (HH).
Perché una donna sia emofiliaca occorre che essa sia omozigote per il gene che
non può produrre la proteina e, perché questo accada, è necessario che sia la
figlia di un padre emofiliaco e di una madre eterozigote (Hh), oppure omozigote
(hh), dunque emofiliaca. Poiché fino a poco tempo fa gli uomini emofiliaci non
erano di solito in grado di raggiungere l’età della riproduzione, le donne
emofiliache erano, come conseguenza, estremamente rare. Non è perciò
sorprendente che quasi tutti gli emofiliaci conosciuti al giorno d’oggi siano
maschi. Questo discorso risulterà più chiaro quando lo riprenderemo in seguito e
lo tratteremo in modo più preciso.
Per ora aggiungeremo che un allele che non si manifesta nell’eterozigote,
quando l’altro allele è di tipo normale, si chiama recessivo. L’allele che appare
nell’eterozigote si chiama dominante. Nel caso dell’emofilia, perciò, H è
dominante e h recessivo. A causa del fenomeno della dominanza occorre
distinguere il genotipo di un individuo dal suo fenotipo; quest’ultimo è ciò che
possiamo osservare nell’individuo col metodo d’osservazione usato. Giudicando
soltanto sulla base del tempo di coagulazione non possiamo distinguere
chiaramente una donna eterozigote, Hh, da una donna omozigote normale, HH. I
loro fenotipi, sulla base del tempo di coagulazione, sono identici, ma il genotipo
è differente. Esami di laboratorio più minuziosi possono mettere in evidenza la
diversità. Nel caso di GA e GB non parliamo di dominanza o recessività, perché
entrambi gli alleli si mostrano nell’eterozigote; parliamo, invece, di
codominanza.
Il daltonismo è un altro caso di eredità legata al sesso, che, almeno in breve,
va menzionato. Ne esistono diversi tipi, la maggior parte dei quali è dovuta a
geni situati sul cromosoma X. Sono caratterizzati dall’incapacità di produrre uno
o più di quei pigmenti della retina necessari per la percezione dei colori. Come
conseguenza i daltonici non sono in grado di distinguere certi colori. Per poter
classificare i vari tipi di daltonismo, viene chiesto ai soggetti di distinguere varie
figure o numeri stampati in colori differenti che possono venire percepiti
soltanto da individui del tutto normali.
La frequenza del daltonismo varia nelle diverse popolazioni ed è più alta tra i
caucasici, tra i quali può raggiungere (considerando tutti i tipi esistenti di
daltonismo) la cifra sorprendente dell’8% tra i maschi. Tra le femmine la
frequenza è molto più bassa, perché gli alleli normali sono dominanti e quindi le
donne eterozigoti si comportano, come nel caso dell’emofilia o nel caso del gene
g, come normali rispetto al daltonismo (si veda anche il capitolo IV).

LA MAPPA DEL CROMOSOMA X



Esistono circa cento condizioni diverse, la maggior parte rare, delle quali si sa, in
base ad osservazioni simili a quelle sopra descritte, che sono dovute a geni
localizzati sul cromosoma X. Ognuna di queste condizioni è dovuta a mutazione
in un particolare gene, cioè in un segmento dell’intero cromosoma, il quale ha
una funzione precisa, di solito quella di costruire una specifica proteina. Vi
possono essere geni più complessi di quanto questa semplice definizione
implichi, in quanto includono diverse unità adiacenti con funzione simile o
collegata. Poiché conosciamo 1) la dimensione media di una proteina, 2) la
lunghezza relativa del cromosoma X rispetto agli altri cromosomi, e 3) la
quantità totale di DNA contenuto nella cellula, possiamo calcolare
approssimativamente quanti geni vi sono sul cromosoma X. Dovrebbero
3
esservene al massimo 200 000 . Noi conosciamo tuttora soltanto una frazione
molto piccola dei geni esistenti nel cromosoma X, perché per studiare
l’ereditarietà di un gene in alberi genealogici è necessario conoscerne almeno
due forme alleliche.



Fig.10 Un paio di cromosomi durante il Crossing over. Le lettere indicano geni ipotetici. Il Crossing over si
verifica dopo che il DNA cromosomico si è replicato e si osserva a uno studio della meiosi nel quale sono
già duplicati i cromosomi ma non i centromeri.


È chiaro che, se il cromosoma X venisse trasmesso come unità intera da
genitore a figlio, tutti i geni che si trovano sul cromosoma X tenderebbero a
restare insieme e verrebbero ereditati in blocco. Ma al momento della
formazione dei gameti, un fenomeno chiamato Crossing over permette un
reciproco scambio di parti tra i due cromosomi X. Questo scambio è
perfettamente complementare, come mostrato dal diagramma in FIG. 10. Il
Crossing over non è limitato al cromosoma X, ma avviene anche in tutti gli altri
cromosomi, come vedremo. Esso è comunque più facile da studiare nel
cromosoma X, in quanto è possibile vederne immediatamente le conseguenze
nella progenie maschile proveniente da una femmina eterozigote.



Fig.11 Albero genealogico di una donna eterozigote per il daltonismo (Cc) e per la deficienza di G6PD
(Gg). Le lettere maiuscole indicano gli alleli normali, dominanti; i rettangoli nei simboli di maschio e
femmina, i cromosomi del sesso su cui sono localizzati i geni.


La FIG. 11 mostra le proporzioni previste nella discendenza maschile di una
femmina che porti su un cromosoma X i geni G e C ricevuti dalla madre e
sull’altro i geni recessivi g e c. Essa è un doppio eterozigote, ma è
fenotipicamente normale per questi due geni. Se non vi fosse Crossing over essa
potrebbe avere soltanto due tipi di cellule uovo in numero uguale:



Fig.12 Mappa del cromosoma X: deutan e protan sono forme diverse di daltonismo; Xg è un gruppo
sanguigno; Xm è una proteina del sangue. Le distanze rappresentano percentuali di ricombinazione.



quelle che portano il cromosoma ricevuto dalla madre (aventi tutte e due i geni
normali per il daltonismo e G6PD) e quelle aventi tutte e due gli alleli recessivi,
ricevuti dal padre. Questi gameti sono detti di tipo parentale perché contengono i
due geni nella stessa combinazione che si trova nei genitori (in latino, parentes)
della donna. Poiché, tuttavia, il Crossing over avviene, si formerà una certa
proporzione di gameti nei quali i geni sono scambiati. I quattro tipi di gameti e le
proporzioni secondo le quali essi verranno formati sono indicate nella figura. Si
formano così due nuovi i cromosomi (e quindi due nuovi tipi di gameti); uno di
essi ha i geni G e c; il suo tipo complementare ha g e C. Entrambi sono attesi in
numero uguale e vengono detti ricombinanti per differenziarli dai tipi di gameti
parentali. La percentuale di gameti ricombinanti formati è detta percentuale di
ricombinazione.
È facile contare i ricombinanti nell’ereditarietà legata al sesso, osservando la
progenie maschile di una donna eterozigote per due geni sul cromosoma X.
Infatti vi troveremo i cromosomi X della madre senza doverci preoccupare del
possibile contributo gametico del padre, che ha dato ai figli soltanto un
cromosoma Y. In genere, come è già stato osservato, il cromosoma Y non
sembra avere alcuna influenza sui caratteri determinati da geni situati sul
cromosoma X.
L’albero genealogico mostrato in FIG. 11 indica una famiglia ideale nella
quale sono avvenuti vari casi di Crossing over e di non Crossing over. Attraverso
lo studio di molte famiglie, sommandone i dati in modo opportuno, si può
determinare l’effettiva percentuale di ricombinazione. Si noterà che vi sono due
possibili tipi di doppi eterozigoti. In uno, tutti e due gli alleli dominanti sono su
di un cromosoma e tutti e due gli alleli recessivi sull’altro. Questo tipo è detto
cis. L’altro doppio eterozigote ha un allele dominante e uno recessivo su
ciascuno dei due cromosomi ed è chiamato trans. La donna di FIG. 11 è un
doppio eterozigote cis. Se essa fosse un doppio eterozigote trans, le previsioni
per la sua progenie maschile sarebbero semplicemente scambiate, diventando i
non ricombinanti ricombinanti e viceversa; cioè, ci dovremmo attendere 2% di
tipi GC e gc, 48% di tipi Gc e gC. Uno studio molto esteso su animali, piante e
microorganismi ha chiarito che la percentuale di ricombinazione tra due geni
dipende da quanto lontani uno dall’altro essi si trovano sul cromosoma. Più sono
vicini, e minore è la ricombinazione; più sono lontani, maggiore è la
ricombinazione. Perciò la percentuale di ricombinazione è una misura semplice,
anche se non perfetta, della distanza tra due geni sul cromosoma. Ciò rende
possibile l’ordinamento dei geni sui cromosomi e la costruzione di mappe
genetiche, in cui le distanze sono date come percentuali di ricombinazione. La
FIG. 12 mostra una mappa del cromosoma X con i geni di cui oggi è meglio nota
la posizione.

LA CROMATINA DEL SESSO



Per poter osservare i cromosomi umani, è necessario coltivare in vitro cellule,
di solito globuli bianchi del sangue, e coltivarle in provetta, perché si dividano.
Nelle cellule non in via di divisione (a riposo) i cromosomi nel nucleo si
colorano sotto forma di un unico reticolo alquanto irregolare. Tuttavia è stato
scoperto (1949) che molte cellule a riposo hanno, entro il nucleo, un piccolo
grumo di DNA che può essere distinto con colorazione adatta. Questo grumo si
trova essenzialmente soltanto nelle femmine e viene chiamato cromatina del
sesso. È così possibile riconoscere il sesso di un individuo da un esame
microscopico di cellule raschiate per esempio dall’interno delle guance.
È stata fatta l’ipotesi che la cromatina del sesso sia un cromosoma X inattivo,
(almeno in parte). L’ipotesi si accorda bene con il fenomeno della lyonizzazione,
di cui abbiamo già parlato. Ulteriori prove ci vengono dall’analisi di individui
portatori di anormalità nei loro cromosomi. Così un individuo XXY che è, come
abbiamo visto, fenotipicamente un maschio quasi normale possiede la cromatina
del sesso di una femmina, perché uno dei due X è inattivo. D’altro lato un XXX,
che è una femmina quasi normale, ha due grumi di cromatina del sesso invece
che uno. Vi sono anche femmine XXXX; esse hanno tre grumi e così via (si
veda anche la TAB. I).

IL CROMOSOMA Y

Nel cromosoma X non è stato trovato nessun tipo di gene che abbia relazione
con il sesso. Come abbiamo visto, si accetta l’ipotesi che il cromosoma Y,
quando è presente, cambi in maschio una femmina potenziale. Tuttavia non si sa
molto di più sul cromosoma Y. Sono stati identificati su di esso pochissimi geni
che non hanno niente a che fare col sesso. Uno di questi è quello che determina
la crescita di peli nell’orecchio. Poiché questo gene è contenuto nel cromosoma
Y e il cromosoma Y fa di un individuo un maschio, è chiaro che questo carattere
si troverà solo nei maschi. Non tutti i maschi hanno le orecchie pelose; se le
hanno ci attendiamo che tutti i loro figli maschi abbiano anch’essi il pelo nelle
orecchie; ma il carattere è abbastanza variabile. Altri geni legati all’Y (così
vengono chiamati) sono stati descritti in passato, ma la loro esistenza non è stata
confermata da ricerche più recenti.


III
Geni su altri cromosomi



AUTOSOMI ED EREDITARIETÀ MENDELIANA

Abbiamo cominciato a studiare uno speciale tipo di ereditarietà, quella dovuta a
geni sul cromosoma X, perché è forse di comprensione più immediata nei
confronti di quella dei geni situati sugli altri cromosomi. Premettiamo che questi
altri sono la gran maggioranza. Il cromosoma X è soltanto circa il 5% dell’intero
genoma e l’Y sembra essere quasi privo di geni, a parte quelli che determinano
la mascolinità. I cromosomi diversi dall’X e dall’Y sono detti anche autosomi.
Le leggi dell’ereditarietà dei geni autosomici furono scoperte da Gregorio
Mendel che pubblicò i risultati delle sue ricerche nel 1865. Sfortunatamente il
lavoro di Mendel non fu capito dai suoi contemporanei, o sfuggì alla loro
attenzione. Fu soltanto nell’anno 1900 che tre scienziati riscoprirono,
separatamente, le leggi di Mendel. Al tempo in cui Mendel fece le sue scoperte, i
cromosomi e il loro comportamento durante la divisione cellulare, la formazione
dei gameti e la fecondazione non erano noti e sembra miracoloso che, senza
queste conoscenze, egli sia potuto arrivare a intuire le leggi dell’ereditarietà. Una
volta conosciuti i cromosomi e il loro comportamento, comprendere tali leggi
divenne molto più facile.

LA GALATTOSEMIA

Per illustrare queste regole prenderemo come esempio una malattia rara, la
galattosemia. Ci si potrà chiedere perché, qui e altrove, usiamo caratteri così
insoliti. Perché non trattare del colore degli occhi, della forma del naso,
dell’espressione del volto ecc.? La risposta è semplice: molti di questi ultimi
caratteri hanno un determinismo ereditario complicato. In alcuni casi è chiaro
che la loro complessità è dovuta al fatto che sono determinati da molti geni. Essi
non costituirebbero perciò esempi adatti per la comprensione delle regole base
della genetica, le quali sono evidentemente più semplici se studiamo un gene alla
volta. Incidentalmente, questa strategia è stata uno dei segreti del successo di
Mendel.
Fortunatamente, pochissimi bambini sono affetti da galattosemia. I
galattosemici non producono un enzima (galattosio-1-fosfatouridiltransferasi)
necessario per il metabolismo del galattosio, uno zucchero che fa parte del
lattosio, contenuto nel latte. A causa dell’assenza dell’enzima, il bambino mostra
gravi reazioni quando viene nutrito con il latte. È sufficiente sostituire il lattosio
con un altro tipo di zucchero perché il bambino cresca normalmente; altrimenti
si hanno conseguenze gravi come la deficienza mentale o anche la morte. Non
sappiamo su quale delle 22 paia di autosomi questo gene è situato, ma sappiamo
che non può trovarsi sul cromosoma del sesso, poiché in questo caso verrebbe
trasmesso secondo le modalità già descritte.
Poiché due sono i costituenti di ogni paio autosomico, per qualsiasi gene
autosomico esistono tre genotipi possibili, quando le forme alleliche note di un
gene sono due. Se chiamiamo gal+ e gal− le due forme alleliche note di questo
gene, definiremo gal− l’allele che non può formare l’enzima normale. Gli
individui che si trovano nella popolazione possono perciò essere di tre tipi:
gal+gal+ (omozigote per il gene normale), gal+gal− (eterozigote), gal−gal−
(omozigote per il gene anormale). Misurando la quantità di enzima prodotto dai
varii individui, si trova che gli omozigoti normali ne producono una quantità
doppia degli eterozigoti. Questo dimostra che i due cromosomi del paio agiscono
indipendentemente. La quantità di enzima prodotto dall’eterozigote, anche se è
la metà di quella osservata negli omozigoti, è però sufficiente per un normale
funzionamento. Perciò l’eterozigote gal+gal− non è affetto da galattosemia ed è
indistinguibile dagli omozigoti normali gal+gal+, a meno che non venga fatto il
dosaggio enzimatico. Gli omozigoti per l’allele gal− non producono enzima, o
ne producono in piccolissima quantità. Nella FIG. 13 descriviamo gli eventi in
un incrocio tra due eterozigoti. Il circolo che indica ciascun individuo è diviso in
due metà; le zone in colore rappresentano l’allele normale del gene per l’enzima
del galattosio (gal+), le zone bianche rappresentano l’allele gal−. I genitori,
entrambi eterozigoti, sono rappresentati con un circolo mezzo bianco e mezzo in
colore. Per trovare in quale proporzione i loro figli saranno galattosemici,
usiamo lo stesso procedimento che abbiamo già seguito nel capitolo II. Anzitutto
si devono elencare i tipi di gameti che ogni genitore può produrre e le
proporzioni relative di ognuno di essi. Si formano poi tutte le possibili
combinazioni di gameti prodotti e, come ultimo passo, si contano le discendenze
dei diversi tipi.



Fig.13 Incrocio tra individui eterozigoti per la galattosemia. L’area in colore, entro i circoli, indica il gene
normale (gal+), l’area bianca indica il gene per la galattosemia (gal−).

È facile capire la FIG. 13 ricordando 1) che i gameti, siano essi spermatozoi o
cellule uovo, saranno o bianchi o in colore (nella rappresentazione usata nella
figura), mai bianchi e in colore, poiché contengono soltanto uno dei due
cromosomi di un paio, e 2) che i due tipi di gameti (bianchi o in colore) vengono
prodotti in proporzioni uguali nell’eterozigote.


È anche importante ricordare che la probabilità di unione a caso di un particolare
tipo di spermatozoo con un particolare tipo di cellula uovo, si calcola
moltiplicando le proporzioni relative. Così le proporzioni di zigoti (si veda il
secondo passaggio nella FIG. 13) sono calcolate semplicemente come il prodotto
delle proporzioni (cioè, le frazioni), dei gameti corrispondenti. In questo
semplice esempio essi risultano tutti uguali a 1/2 × 1/2 = 1/4. Come si vede nel
terzo passaggio, sempre nella FIG. 13, ci attendiamo figli per un quarto normali,
per una metà eterozigoti, e per un quarto galattosemici. Questi sono i genotipi
della discendenza. Quanto ai fenotipi, se non effettuiamo il dosaggio
dell’enzima, ma ci limitiamo a constatare se compare o no la malattia, ci
attendiamo tre individui su quattro normali e uno su quattro galattosemico.
Le proporzioni mendeliane teoriche tra i figli derivanti da incrocio tra due
eterozigoti sono spesso indicate come 1:2:1 (omozigoti normali: eterozigoti:
omozigoti anormali) o come 3: 1 (3 per il fenotipo dominante e 1 per il fenotipo
recessivo). L’incrocio indicato nella FIG. 13 è soltanto uno di sei possibili altri
incroci (il quarto) della TAB. IV, ma è il più complicato di tutti. Con
ragionamenti simili ma più semplici, si possono prevedere le discendenze di tutti
gli altri tipi di incrocio dati nella TAB. IV.


GENI MIMICI

In questo paragrafo tratteggeremo brevemente alcune possibili, e istruttive,
complicazioni nell’ereditarietà. Per esempio, vi è un altro raro tratto ereditario,
chiamato albinismo, caratterizzato dalla completa assenza di pigmento in
qualsiasi parte del corpo. Sappiamo che vi è una notevole differenza nella
pigmentazione della pelle tra negri e bianchi, ma i ‘bianchi’ non sono bianchi
completamente. Vi sono individui più bianchi dei bianchi ed essi sono conosciuti
come albini. Non hanno pigmento neppure negli occhi, che sono rosa, né nei
capelli, che sono bianchi.



Fig. 14 Alcune tappe metaboliche dei due amminoacidi fenilalanina e tirosina. Entrambi sono presenti sia
negli alimenti sia nelle proteine dei tessuti. L’organismo può convertire la fenilalanina in tirosina (freccia a)
per mezzo di un enzima chiamato fenilalaninaidrossilasi. L’assenza di questo enzima è responsabile della
deficienza mentale nota con il nome di fenilchetonuria. L’eccesso di fenilalanina che si accumula viene
trasformato in acido fenilpiruvico, come indicato dalla freccia e; questo composto si trova nelle urine dei
fenilchetonurici e la reazione può essere usata per diagnosticare la malattia. La tirosina, d’altra parte, viene
trasformata in vari altri composti da altri enzimi. Il blocco della via metabolica che porta alla melanina,
responsabile del colore della pelle, dei capelli, ecc., causa l’albinismo.



Il pigmento principale prodotto nel nostro corpo, chiamato melanina, si forma
attraverso una serie di reazioni che partono dall’amminoacido tirosina (FIG. 14).
Un arresto, a qualsiasi livello, di questa serie di reazioni, porterà alla mancata
produzione del pigmento. Ogni passo della reazione è controllato da un enzima,
e ogni enzima da un gene, cioè da un particolare segmento di un cromosoma.
Useremo la parola locus (plurale, loci) per indicare un gene in questo senso. Un
locus, di solito, produce una data proteina (o una catena polipeptidica, cioè una
parte della proteina). Il termine locus ci serve per mettere in chiaro la differenza
tra diversi geni, corrispondenti a diversi segmenti del cromosoma (quindi,
diversi loci), i quali producono proteine o polipeptidi differenti, e i diversi alleli
di un gene, che sono invece forme alternative di uno stesso gene o locus. Due
alleli di un locus di solito differiscono per una sola mutazione che può aver
cambiato anche soltanto un amminoacido della proteina. Ma due loci diversi di
solito producono due proteine assai diverse fra loro e con funzioni diverse. Se
queste proteine sono, come nel caso dell’albinismo, enzimi, coinvolti nella
produzione di melanina, la mancanza di un enzima o di un altro, per mutazione
del locus corrispondente, determinerà l’arresto della produzione di melanina e
quindi l’albinismo.


Albini di origine diversa possono differire per il locus mutato e perciò per
l’enzima mancante; ma il risultato complessivo è fenotipicamente lo stesso,
l’albinismo, se limitiamo l’esame al colore della pelle. Di passaggio possiamo
ricordare che sono conosciuti anche tipi di albinismo localizzato ad esempio
l’albinismo oculare, che è legato al sesso (FIG. 12). Questo sta a indicare che
alcuni geni possono agire su parti molto specifiche del corpo, come particolari
tessuti o organi. Se vi fosse soltanto un passaggio enzimatico, e quindi un solo
locus che controlla lo sviluppo del pigmento, essendo l’allele deficiente
recessivo, ci aspetteremmo che un matrimonio tra due albini dia origine soltanto
a discendenza albina, come nell’ultimo incrocio illustrato nella TAB. IV. Ma
sono noti almeno due loci diversi, quindi due enzimi, la cui mancanza, per
mutazione del locus corrispondente, determina l’albinismo. Chiamiamo A
l’allele dominante, che forma il fenotipo normale, a ogni locus albino, e a l’allele
recessivo deficitario. Usiamo il suffisso 1 e 2 per differenziare i due loci. Questi
geni possono essere in punti diversi dello stesso cromosoma o su cromosomi
diversi.
In questo caso, con due loci indipendenti che controllano la produzione del
pigmento, potremo avere tre tipi di incroci tra genitori albini, con la discendenza
data nella TAB. V. I primi due incroci sono chiari; in ambedue sia l’uno sia
l’altro genitore sono albini, per una mutazione dello stesso locus. Il terzo
richiede una spiegazione leggermente più lunga e la TAB. VI mostra la
composizione genotipica completa di ognuno dei genitori. Se ne conclude che i
figli sono doppi eterozigoti, cioè eterozigoti per tutti e due i loci. A ogni locus (1
o 2), è sufficiente la presenza di un allele normale (come avviene nel doppio
eterozigote) perché venga prodotto abbastanza enzima, così che i doppi
eterozigoti sono normali per il colore della pelle.


Mutazioni in loci diversi che hanno un effetto fenotipico simile sono talora
chiamate mimiche. Per l’albinismo sono noti almeno due geni mimici. Esistono
molte condizioni che sono, almeno in parte, di origine genetica in cui sono
conosciuti molti geni mimici. Una di esse è, per esempio, la cecità; un’altra il
sordomutismo; una terza la deficienza mentale. Tutte queste anomalie possono
essere dovute a mutazioni (alcune dominanti, altre recessive), ma anche a traumi
o altre cause. Quando sono di origine genetica, tendono a verificarsi
ripetutamente nella stessa famiglia. Non è sorprendente che per malattie in cui
sono compromesse le funzioni di organi complicati, come la cecità, il
sordomutismo, la deficienza mentale, possano esistere un gran numero di geni
mimici (alcune dozzine per la cecità o il sordomutismo, centinaia nel caso della
deficienza mentale). La formazione di organi così complessi richiede la
cooperazione di molti geni e basta un difetto in un gene perché non funzioni
l’intero meccanismo. A causa dell’esistenza di molti geni mimici può accadere
che da un matrimonio fra sordi, discendenti da famiglie non imparentate,
nascano figli del tutto normali, pure se tutti e due i genitori sono omozigoti per
un singolo gene recessivo.


INTERAZIONE FISIOLOGICA FRA GENI DIFFERENTI: EPISTASI

Possiamo voler studiare l’azione congiunta di due geni differenti. Non
intendiamo qui due alleli diversi, ma loci diversi, vale a dire segmenti diversi del
cromosoma. I due loci presi in considerazione possono essere su differenti
cromosomi, o sullo stesso paio di cromosomi, ma, se sono sullo stesso
cromosoma, si trovano in posizioni differenti su di esso. Due geni (loci) diversi
non influenzano, di solito, la manifestazione fenotipica l’uno dell’altro, se non in
alcuni casi. Consideriamo come esempio un gene dominante, relativamente raro,
che determina la presenza di una ciocca di capelli bianchi. In un omozigote
albino (dovuto al gene recessivo per l’albinismo generalizzato) nel quale tutti i
capelli sono bianchi, non saremmo in grado di identificare la presenza di un gene
per l’albinismo localizzato (come è quello per la ciocca bianca). Si dice che
l’albinismo generalizzato è epistatico a quello localizzato (alla ciocca bianca).
Un gene epistatico è un gene il cui effetto copre quello di altri geni (loci). In
organismi in cui è possibile condurre incroci sperimentali si possono chiarire le
complicate situazioni dovute all’epistasi, ma gli incroci sperimentali sull’uomo
non sono possibili e l’epistasi può creare difficoltà di interpretazione. In tali
situazioni l’analisi biochimica e fisiologica potrà aiutare a capire almeno alcune
delle interazioni, come nel caso molto semplice ora citato.


EREDITARIETÀ INDIPENDENTE DI GENI SITUATI SU CROMOSOMI DIFFERENTI

L’emoglobina è una delle proteine del nostro organismo e la sua estrema
importanza è dimostrata anche dalla grande quantità presente nel nostro corpo
(14 g per ogni 100 cm3 di sangue). Essa assolve principalmente la funzione di
trasportare l’ossigeno dai polmoni ai tessuti. La struttura molecolare è ben
conosciuta. Ogni molecola di emoglobina è formata da quattro subunità o, più
precisamente, da due paia di subunità. I due tipi di subunità sono chiamate α e β
e le catene polipeptidiche che le formano hanno rispettivamente una lunghezza
di 141 e 146 amminoacidi.
Oggi sono note alcune centinaia di mutazioni diverse nelle due catene
dell’emoglobina. La maggior parte di esse sono rare e non determinano serie
malattie. La FIG. 15 mostra alcune delle mutazioni conosciute.



Fig.15 Un campione di mutanti dell’emoglobina (catene α e β), distinti elettroforeticamente. Nella parte
superiore della catena è riportato il numero progressivo dell’amminoacido mutato; nella parte inferiore è
riportato l’amminoacido normale e quello trovato nel mutante, il cui simbolo è indicato subito al di sotto:
J(TOR), J (Toronto); J (OXF), J (Oxford); G (HON), G (Honolulu); L (FERR), L (Ferrara); M (BOS), M
(Boston); G (PHI), G (Philadelphia); M (KAN), M (Kankakee); J (CAP), J (Capetown); O, O (Indonesia); J
(BAL), J (Baltimore); E, E (Saskatoon); G (GAL), G (Galveston); M (SAS), M (Saskatoon); J (IRA), J
(Iran); D (IBA), D (Ibadan); N, N (Memphis); D (PUN), D (Punjab) e infine K (WOO), K (Woolwich).


Una di queste mutazioni è molto famosa e determina, se omozigote, l’anemia
falciforme. L’emoglobina che si trova in tali individui viene detta S
(abbreviazione dall’inglese sickle cell anemia). Si sa che l’emoglobina S si
distingue dall’emoglobina A, che è la normale, per una differenza
nell’amminoacido in posizione 6 nella catena β. Tale amminoacido è la valina,
nell’emoglobina S, e l’acido glutammico, nell’emoglobina normale A. Poiché
questi due amminoacidi hanno cariche elettriche diverse, in particolari
condizioni possono venir facilmente distinti l’uno dall’altro elettroforeticamente.
Il gene S è particolarmente frequente in alcune zone tropicali della terra e più
esattamente: in Africa, un po’ meno in India, e si trova anche in Grecia e in altre
parti del Mediterraneo. Come conseguenza della loro origine africana, molti
negri americani posseggono questo gene. Le più alte frequenze geniche
osservate (si veda il capitolo IV per la definizione di frequenza genica) sono di
quasi il 20% in alcune tribù africane. Nel negro americano, in media, la
frequenza è di circa il 5%. Poiché l’omozigote soffre di un’anemia alquanto
grave, che abbrevia notevolmente la sua vita attesa, è sorprendente che il gene
possa raggiungere frequenze tanto alte. Vedremo più in dettaglio in un
successivo capitolo che ciò è dovuto al fatto che, in zone malariche, l’eterozigote
ha una capacità di sopravvivenza più alta di tutti e due gli omozigoti. Ma per ora
ci interessa considerare il gene S come un ‘marcatore’ genetico, cioè un allele
del tipo normale di emoglobina, il cui destino può venir seguito facilmente negli
incroci.
Consideriamo ora un altro gene che influisce anch’esso su alcune proprietà dei
globuli rossi del sangue, il gene Rh. Vedremo più avanti (capitolo V) la sua
importanza medica. Per ora ci basta sapere che l’allele r è recessivo e dà origine
al fenotipo Rh−; gli altri alleli sono Rh+ e ci limiteremo a indicarli come R. La
proprietà dell’Rh si manifesta anch’essa nei globuli rossi, ma è dovuta a una
sostanza presente sulla superficie della cellula e non ha alcuna connessione nota
con l’emoglobina. Sappiamo che sia il gene per l’emoglobina sia quello per l’Rh
sono ambedue autosomici e le probabilità che siano su cromosomi diversi sono
circa di 21 a 1 (visto che vi sono 22 paia di autosomi). Vogliamo ora vedere le
attese per la discendenza di incroci tra individui che differiscono per due geni
situati su cromosomi diversi. Immaginiamo un incrocio tra due individui:

maschio HbS HbA Rr × femmina HbA HbA rr

(in cui RR è l’omozigote Rh+, Rr è l’eterozigote Rh+ e rr è l’omozigote recessivo
Rh−). li padre è due volte eterozigote, per l’emoglobina S e per il fattore Rh, la
madre è omozigote, sia per l’emoglobina normale A che per l’Rh, ed è Rh−
(negativa).
Che figli ci attendiamo da un tale incrocio? Dobbiamo seguire il solito
procedimento: ordinare e contare i gameti formati da ognuno dei genitori,
combinare poi i gameti in tutti i modi possibili e contare le varie loro
combinazioni. È evidente che la femmina può formare solo un tipo di gameti,
HbA r, essendo omozigote per i due geni. Ma la formazione dei gameti nel
maschio è un po’ più complicata. Per capire a fondo le regole della formazione
dei gameti, ricordiamo sempre in primo luogo che ogni gamete contiene soltanto
un membro di ogni paio di ogni cromosoma, scelto a caso, e vi è quindi una
probabilità di un mezzo che un gamete contenga un certo membro di un paio.
Così metà dei gameti conterrà uno dei due alleli presenti nell’eterozigote e l’altra
metà conterrà l’altro. Ma dobbiamo anche ricordare che ogni gamete contiene
normalmente un membro di ogni paio di cromosomi. Nella FIG. 16 illustriamo
quanto accade nella formazione dei gameti maschili. Per ragioni di semplicità la
FIG. 16 non rappresenta tutte le 23 paia di cromosomi, ma soltanto quelle due
paia che sono marcate dai due geni che stiamo studiando. Nel caso a)
l’assortimento casuale dei membri di ogni paio di cromosomi ha unito insieme in
uno spermatozoo il gene HbS con il gene R, e nell’altro gamete, ad esso
complementare, il gene HbA con il gene r. Questi due tipi di spermatozoi
saranno in proporzioni uguali fra loro. Ma il caso a) non rappresenta la sola
possibile ripartizione dei cromosomi quando si formano i gameti; non vi è
ragione perché il cromosoma scuro di un paio vada con il cromosoma scuro di
un altro paio, come è avvenuto nel caso a) (chiaro e scuro si riferiscono alla
rappresentazione dei diversi alleli). La distribuzione dei cromosomi potrebbe
anche essere come quella mostrata nel caso b), in cui si formano due tipi di
spermatozoi, di nuovo in proporzioni uguali: uno HbS R e l’altro HbA r. Per
determinare le proporzioni relative dei due possibili casi, a) e b), va ricordato
che le varie paia di cromosomi non si influenzano reciprocamente quando i loro
membri si separano nella formazione dei gameti.
Perciò il caso a) è tanto probabile quanto il caso b) e se noi scegliamo uno
spermatozoo a caso, questo può essere rappresentato da uno qualsiasi dei quattro
tipi indicati nella FIG. 16. Quindi ognuno dei quattro tipi ha uguale probabilità,
di 1/4.



Fig.16 In a) e in b) i due possibili modi in cui possono formarsi i gameti negli eterozigoti per l’emoglobina
(A, S) e per il gene Rh (R, r). È probabile che questi due geni siano su cromosomi diversi. Ognuno dei due
modi a e b avviene con egual frequenza e dà origine a due gameti complementari fra loro, di eguale
frequenza. In totale si possono formare quattro tipi di gameti, SR, Ar, Sr, AR che hanno tutti eguale
frequenza di 1/4 (cioè del 25%).



Come abbiamo detto, le cellule uovo prodotte dalla femmina HbA HbA rr
sono sempre del tipo HbA r. Per trovare i genotipi degli individui generati da
questo incrocio non abbiamo che da mettere insieme i quattro tipi di spermatozoi
con l’unico tipo di cellule uovo (HbA r). Avremo quindi zigoti dei quattro tipi:

HbS HbA Rr - HbA HbA rr - HbA HbA Rr - HbS HbA rr

La probabilità di trovare ciascuno dei quattro è la stessa, perché dipende
direttamente dalle proporzioni dei quattro tipi di spermatozoi che sono tutte
uguali. Questa è la regola dell’assortimento o segregazione (vale a dire,
separazione) indipendente dei geni. Essa vale per geni localizzati su cromosomi
differenti.

CONCATENAZIONE AUTOSOMICA

All’inizio del secolo osservazioni di incroci sperimentali in piante e animali
mostrarono che la regola dell’assortimento indipendente non era sempre
rispettata. Allora si pensava che la regola si dovesse applicare a tutti i geni. La
teoria cromosomica dell’ereditarietà poté facilmente spiegare queste eccezioni,
poiché prevede che geni situati sullo stesso cromosoma devono mostrare un
comportamento diverso da quello di geni situati su cromosomi differenti.
Abbiamo già visto come si comportano i geni che si trovano sul cromosoma X
(geni legati al sesso). La situazione di geni situati sullo stesso autosoma è simile
a quella che abbiamo già incontrato per paia di loci sul cromosoma X, ed è
soltanto lievemente più complessa. In certi incroci è possibile contare gli
individui i cui genotipi indicano che è avvenuto un Crossing over e trovare quale
proporzione della discendenza totale degli incroci questi individui
rappresentano. Siamo allora in grado di stimare la percentuale di ricombinazione
tra due geni e così la distanza che li separa sul cromosoma.
Aggiungiamo che, se i due geni sono sullo stesso cromosoma, ma molto
lontani uno dall’altro, i gameti con Crossing over sono in numero praticamente
uguale a quelli senza Crossing over. In altre parole, la percentuale di
ricombinazione è prossima al 50%. Così, in pratica, per geni che sono molto
distanti tra loro sullo stesso cromosoma tutti e quattro i possibili tipi di gameti
avranno uguale probabilità di essere rappresentati, proprio come abbiamo visto
nella FIG. 16 e cioè per il caso relativo a geni situati su cromosomi differenti.
Perciò quando due geni sono molto distanti tra di loro su di un cromosoma,
può essere difficile, in base alla sola osservazione degli incroci che li riguardano,
capire se essi appartengono allo stesso cromosoma. Se si trova un terzo gene
situato tra i due, questo può essere sufficientemente vicino all’uno o all’altro da
mostrare la cosiddetta concatenazione (vale a dire una percentuale di
ricombinazione minore del 50%) con tutti e due i geni a entrambi gli estremi.
Questa concatenazione dimostrerà che il terzo gene è in mezzo agli altri due e
che tutti e tre i geni appartengono allo stesso cromosoma (FIG. 17).
In teoria dovremmo trovare che tutti i geni, in base al loro comportamento
negli incroci, formano 23 gruppi, chiamati gruppi di concatenazione e che
corrispondono alle 23 paia di cromosomi. La costruzione di tutti i gruppi di
concatenazione richiederebbe la conoscenza di un numero molto grande di
marcatori e lo studio di un numero altissimo di famiglie.
Questo studio, nell’uomo, è stato cominciato ormai da numerosi anni.
L’informazione accumulata in questo senso è tuttora relativamente scarsa ma è
in rapida crescita.
Nell’uomo il cromosoma meglio conosciuto resta il cromosoma X, del quale
abbiamo dato in precedenza la mappa di concatenazione. Negli organismi in cui
gli incroci sperimentali sono possibili e nei quali sono conosciute molte
mutazioni, come il moscerino della frutta (Drosophila), il granoturco e il topo,
tutti i mutanti noti formano gruppi di concatenazione ciascuno corrispondente a
un cromosoma. Per questi organismi sono state costruite mappe genetiche
piuttosto accurate che mostrano la posizione sui cromosomi di centinaia di geni.



Fig.17 Esempio di concatenazione in geni appartenenti allo stesso cromosoma. I geni A e C possono
sembrare non concatenati perché si trovano molto distanti l’uno dall’altro sul cromosoma e si comportano
come se fossero su cromosomi diversi. Se si trova un gene B collocato fra A e C, esso può mostrare
concatenazione (cioè meno del 50% di ricombinazione) con gli altri due geni. Si stabilisce che A e C sono
sullo stesso cromosoma e che B è nel mezzo. Le percentuali di ricombinazione sono misure imperfette delle
distanze fra geni e non si sommano esattamente. La distanza tra A e C (in % di ricombinazione) è di solito
inferiore alla somma delle distanze tra A e B e B e C, e non supera il 50%.


Le distanze sono espresse in queste mappe in percentuale di ricombinazione,
come nella FIG. 12.


ASSEGNAMENTO DI GENI AUTOSOMICI A SPECIFICI CROMOSOMI

Accanto al problema di formare i gruppi di concatenazione resta, comunque, da
risolvere un altro problema: l’assegnazione di dati geni a dati autosomi,
identificati morfologicamente. Tale lavoro è stato compiuto in molte specie ed è
stato fatto anche nell’uomo. Nuove tecniche di colorazione permettono lo studio
accurato dei singoli cromosomi e hanno rivelato l’esistenza di alcune differenze
morfologiche fra membri di uno stesso paio cromosomico (in alcuni individui).
Tali varianti cromosomiche si comportano come geni qualunque e la loro
ereditarietà può venir studiata allo stesso modo degli altri geni, che vengono
invece rilevati nello studio del fenotipo generale dell’individuo. In questo modo
è stato possibile assegnare ai cromosomi marcati citologicamente alcuni dei geni
noti. Un altro metodo per assegnare i geni ai cromosomi è quello di studiare la
distribuzione di caratteri a determinismo genetico noto in famiglie nelle quali
siano presenti aberrazioni cromosomiche (traslocazioni, deficienze ecc.). Le
aberrazioni cromosomiche determinano infatti alterazioni precise delle solite
leggi dell’ereditarietà, che possiamo considerare come eccezioni apparenti
dell’eredità mendeliana normale. Geni che mostrano tali eccezioni apparenti
nella famiglia in cui esiste una certa aberrazione cromosomica, possono venire
assegnati ai cromosomi interessati da questa particolare aberrazione.
Un terzo metodo, introdotto recentemente, può essere usato per tutti quei
caratteri, per lo più di natura biochimica, che si possono studiare su cellule
coltivate in vitro inducendo la fusione di cellule di vari ceppi derivati da animali
anche di specie diverse. Sono state effettuate, ad esempio, fusioni tra cellule di
uomo e di topo. Le cellule risultanti dalla fusione di una cellula umana a 46
cromosomi con una cellula di topo, che ha 40 cromosomi dovrebbe avere 86
cromosomi. Tali cellule tendono, però, a perdere rapidamente cromosomi ed è
possibile in tal modo isolare ceppi che hanno perduto certi particolari cromosomi
originati dall’uomo, oppure dal topo.
Studiando le proprietà biochimiche di tali linee eccezionali e le perdite
cromosomiche cui sono andate incontro, si possono assegnare geni che
determinano le proprietà biochimiche studiate a determinati cromosomi in base
alla coincidenza tra la perdita di una data proprietà biochimica e quella di un
dato cromosoma.
Queste linee di ricerca dovrebbero dare molti nuovi frutti nei prossimi anni.
Può valer la pena di accennare a qualche potenziale applicazione di questi studi
sulla concatenazione. Immaginiamo di sapere che una persona è affetta dalla
corea di Huntington, una malattia nervosa che conduce alla perdita della
coordinazione dei movimenti, grave deficienza mentale e morte. La malattia è
dominante e rara; gli individui affetti sono eterozigoti e, poiché la malattia ha
spesso inizio tardivo, gli individui affetti possono sposarsi e avere figli prima
che la malattia si manifesti. La probabilità che i figli di un individuo affetto
abbiano lo stesso male che ha colpito un genitore è del 50%, se l’altro coniuge è
normale, come è quasi sempre il caso (si veda la TAB. IV). Al momento non
abbiamo nessun metodo per predire se un determinato figlio di un individuo
affetto sarà vittima o no della malattia. Ma se conoscessimo un gene strettamente
concatenato a quello per la corea di Huntington, che potesse essere studiato nel
feto, potremmo sapere fin dal periodo della gravidanza, e con una buona
probabilità, se il bambino che deve nascere sarà affetto o no da corea di
Huntington nel corso della sua vita. Naturalmente, ciò solleva il problema
dell’aborto preventivo.
Per le malattie nelle quali la terapia preventiva è possibile, gli studi sulla
concatenazione offrono la possibilità di applicarla assai più efficacemente di
quanto si possa fare oggi. Al momento le nostre conoscenze sono ancora scarse,
ma la velocità con cui si accumulano va continuamente crescendo e le mappe
cromosomiche possono arricchirsi notevolmente in pochi anni.




IV
Qualche numero



QUANTI INDIVIDUI DI UN DATO TIPO?

Ci sono ormai familiari i termini gene, allele, dominante, recessivo, gameti,
zigote, fenotipo, genotipo. Vi è una certa tendenza a deprecare questo eccesso di
terminologia della genetica. In realtà queste sono soltanto otto parole e ce ne
servono poche di più per la comprensione dei fenomeni genetici di base. La
difficoltà sta non tanto nel numero dei termini quanto piuttosto nel fatto che,
come in altri rami della scienza, per esempio la matematica, dobbiamo ogni volta
fare attenzione a ricordare la definizione esatta. Una definizione che è spesso
fraintesa, perché ha un altro significato nel linguaggio comune, è quella della
parola ‘dominante’. Molti sembrano automaticamente dedurre che un allele (o
potremo dire in questo caso un po’ meno esattamente, un gene) perché
dominante in una popolazione sarà anche numericamente molto frequente. Ciò
non è vero e ne daremo un esempio. Una speciale forma di nanismo nota come
condrodistrofia o acondroplasia (crescita anormale e contorta delle ossa lunghe)
è dovuta a un gene dominante, ma è molto rara perché è prodotta per mutazione,
e perché le persone affette hanno poche probabilità di riprodursi, così che molti
portatori non avranno discendenti. Per questo la maggioranza della popolazione
non porta tale gene, benché esso sia dominante.
Passiamo ora al problema relativo alla previsione del numero di individui
portatori di un dato carattere genetico, in una certa popolazione. Per poterlo fare,
dobbiamo introdurre un concetto largamente usato anche nel discorso normale
senza che si pensi alla sua definizione. Questo concetto è frequenza. Di solito
frequente è il contrario di raro e non ha un significato preciso, ma nel linguaggio
4
scientifico frequenza ha una definizione esatta .
Supponiamo di prendere un campione di 100 maschi giapponesi e di contare
quanti individui dei vari tipi Rh vi sono tra questi. Nei giapponesi non esiste il
carattere Rh−, esiste solo l’Rh+. Tuttavia l’Rh+ può essere suddiviso, usando le
adatte analisi, in almeno due tipi che chiameremo R1 e R2. Essi sono dovuti a
due diversi alleli del gene Rh e perciò ci attendiamo di trovare tre possibili
genotipi, uno omozigote per R1, uno eterozigote (R1R2) e il terzo omozigote per
R2. Immaginiamo di aver trovato nel nostro campione 36 individui del tipo R1,
48 del tipo R1R2 e 16 del tipo R2. Se noi esaminiamo un altro campione di 100
maschi giapponesi troviamo probabilmente valori leggermente diversi da questi
e da quelli trovati se esaminiamo un terzo campione di giapponesi femmine.
L’esame statistico mostrerebbe comunque che le differenze sono piccole e tali da
poter considerare la distribuzione di questi genotipi come essenzialmente la
5
stessa (cioè omogenea) in differenti campioni e tra maschi e femmine . Quali
proporzioni di omozigoti e di eterozigoti per quei due alleli del tipo Rh, R1 ed
R2, si verificheranno nella generazione successiva, partendo dal nostro campione
di giapponesi? Le regole di calcolo sono esattamente le stesse di quelle che
seguiamo nel caso di un incrocio singolo, tenendo però conto
contemporaneamente di tutti gli incroci possibili. Si dovrà determinare la
frequenza di ognuno dei due tipi di alleli nei gameti, sia nel maschio sia nella
femmina, far incontrare a caso i gameti maschili e femminili, contare i genotipi
che si formano e i fenotipi che possiamo distinguere dai genotipi.
La comprensione dell’importante regola che descriveremo, detta di Hardy-
Weinberg (dal nome degli scopritori) è assolutamente essenziale per lo studio
delle popolazioni umane.
Immagineremo un esperimento di fecondazione artificiale. Essa viene
praticata da coppie che non sono in grado di avere figli per sterilità del marito. Il
bambino viene concepito grazie allo sperma di un altro individuo iniettato nella
vagina della donna. Per evitare problemi legali connessi con il padre biologico
(il donatore dello sperma) si prepara un miscuglio di sperma di vari donatori
(che di solito restano anonimi) in modo che diventa praticamente impossibile
risalire al vero padre.
Nei paesi in cui tale pratica è legale (l’Italia non è fra questi), i donatori sono
generalmente scelti tra studenti maschi sani che vogliono guadagnare un po’ di
denaro. Per quanto ne sappiamo i tipi R1 ed R2 non hanno alcun effetto sulla
salute; perciò la probabilità che il donatore scelto appartenga a uno dei tre
genotipi or ora elencati è determinata semplicemente dalle loro proporzioni.
Ricorderemo le operazioni che abbiamo descritto per prevedere il risultato di un
incrocio. La prima operazione consiste nel trovare quanti geni dell’uno o
dell’altro tipo sono presenti nei gameti. Immaginiamo di avere 100 volontari di
cui 36 R1, 48 R1R2 e 16 R2. Sappiamo che nella formazione dei gameti ha avuto
luogo il processo di riduzione, o meiosi, e questo processo ha separato i due
membri di ogni paio di cromosomi. Perciò nello sperma degli individui R1R2
troveremo soltanto due tipi di cellule spermatiche, in uguali proporzioni: un tipo
contenente il gene R1 e l’altro contenente il gene R2. 48 individui su 100 sono
R1R2 e questo è 48/100, cioè 0,48 in frequenza relativa (ovvero, anche 48%). La
metà di questi spermatozoi (cioè la metà di 0,48 = 0,24 o 24%) sarà R1 e l’altro
metà, 0,24, sarà R2. Negli individui di tipo R1, invece i geni paterni e materni
sono entrambi di tipo R1, perciò si forma un solo tipo di spermatozoi, R1.



Questi individui sono 36 su 100 (cioè 0,36 o 36%), perciò 0,36 dello sperma che
fa parte del miscuglio sarà del tipo R1 soltanto. Questo va aggiunto allo 0,24 di
spermatozoo R1 degli individui R1R2, per un totale di 0,36 + 0,24 = 0,60. Allo
stesso modo i 16 individui su 100 (16%) che sono del tipo R2 formano soltanto
spermatozoi del tipo R2. che vanno aggiunti al 0,24 di spermatozoi del tipo R2
formati dagli eterozigoti (0,24 + 0,16 = 0,40). Possiamo ora fare un bilancio,
illustrato nella TAB. VII. Le frequenze relative sono espresse come vere
frazioni, vale a dire come valori non maggiori di 1, ma è spesso consuetudine
trasformare questi valori in percentuali, moltiplicandoli per 100. Così possiamo
dire che i gameti R1 hanno una frequenza del 60% (0,60) e i gameti R2 una
frequenza del 40% (0,40). In tutte le operazioni numeriche su percentuali,
andrebbe ricordato che per ottenere i risultati esatti è necessario tornare alla
forma frazionaria della frequenza relativa. Se perciò abbiamo una frequenza
relativa espressa in percentuale, per esempio 97%, va ricordato che questo
significa 97/100 o 0,97. Questo eviterà certi errori di calcolo spesso commessi
dai principianti.

FREQUENZE GAMETICHE E GENICHE



Le due frequenze che abbiamo appena ottenute, 60% e 40%, possono venir
chiamate le frequenze dei geni R1 ed R2 nei gameti. Spesso vengono chiamate
direttamente frequenze geniche. Le frequenze degli alleli nei gameti e le
frequenze geniche nella popolazione sono ovviamente sinonimi.
Sarà ora chiaro che la frequenza genica, o meglio, la frequenza di un dato
allele di un gene, si può ottenere con una semplicissima operazione.



Fig.18 Fecondazione casuale. Viene qui preso in considerazione soltanto un gene, localizzato in uno dei 23
cromosomi, il gene R: la testa dello spermatozoo e il nucleo della cellula uovo sono indicati in colore se il
gene R è di tipo R1 in bianco se il gene R è di tipo R2. Negli spermatozoi e nelle cellule uovo le proporzioni
di R1 ed R2 sono prese arbitrariamente eguali a 3:2 (cioè 60% di tipo R1 e 40% di tipo R2). Con rincontro
delle due cellule si ricostituisce una cellula con 46 cromosomi, lo zigote. Le dimensioni relative degli
spermatozoi e delle cellule uovo sono alterate per ragioni pratiche e non sono considerate le fluttuazioni
statistiche: le proporzioni dei tipi sono rappresentate come in un campione ideale.



Fig.19 Cento zigoti ottenuti con fecondazione casuale, con il 60% di gameti (spermatozoi e cellule uovo)
del tipo R1 e il 40% del tipo R2 (con nucleo bianco). Essi sono ordinati in modo che tutte le cellule uovo
portatrici di R1 (con nucleo in colore) sono a sinistra, quelle portatrici di R2 a destra, gli spermatozoi con R1
in alto e gli spermatozoi con R2 in basso. Le proporzioni attese di zigoti R1R1, R1R2, R2R2 sono ottenute
contandoli e sono anche date in forma geometrica dalla rappresentazione riportata nella fig. 20. Gli
omozigoti R1R1 e R2R2 sono raggruppati, rispettivamente, nell’angolo in alto a sinistra e in quello in basso a
destra; il resto del quadrato è occupato dagli eterozigoti i quali hanno la costituzione R1R2.

Tale operazione consiste nel sommare la frequenza degli omozigoti per
quell’allele con la metà della frequenza degli eterozigoti per lo stesso allele. Per
un gene autosomico frequenze gametiche (e geniche) sono le stesse nelle
femmine e nei maschi. Per le frequenze geniche nelle femmine, cioè le frequenze
nelle cellule uovo, possiamo perciò usare direttamente i valori prima ottenuti nei
maschi: 60% per R1 e 40% per R2. L’operazione successiva da eseguire è quella
di far incrociare a caso i gameti dei maschi e delle femmine, operazione che può
sembrare in un certo senso artificiale. Sarebbe meno artificiale se potessimo
ottenere anche con i gameti femminili, le cellule uovo, un mescolamento simile a
quello che si riesce a ottenere per lo sperma nella fecondazione artificiale. Ma
nelle fecondazioni umane normali un solo maschio e una sola femmina danno
perlopiù origine a un concepimento.
Quando un marito non sceglie la moglie (o viceversa) sulla base del carattere
determinato dal gene in esame, si parla di accoppiamento casuale (rispetto a
quel gene). Questo è equivalente al mescolare i gameti a caso e lasciarli, sempre
a caso, incrociare. A caso significa qui che ogni spermatozoo ha la stessa
probabilità di fecondare qualsiasi cellula uovo esistente nel miscuglio.



Fig.20 I cento zigoti della fig. 19 sono distribuiti entro un quadrato diviso in quattro parti. Le proporzioni di
cellule uovo e spermatozoi dei tipi R1 e R2 sono indicate in alto e di fianco rispetto al quadrato; le quattro
aree entro il quadrato rappresentano i quattro tipi di zigoti. Due di esse, R1R2 (a destra in alto e a sinistra in
basso) sono fatte di individui indistinguibili e vengono considerate insieme, costituendo tutti gli eterozigoti.



Questo miscuglio a caso di gameti è rappresentato graficamente nella FIG. 18,
ove vediamo un certo numero di paia, ciascuno formato da uno spermatozoo e da
una cellula uovo. Nuclei di spermatozoi e cellule uovo del tipo R1 sono
rappresentati in colore, quelli del tipo R2 in bianco. Osservando la FIG. 19.
possiamo comprendere facilmente i risultati di questa unione a caso dei gameti. I
vari tipi di paia possibili sono stati messi in ordine e sono dati in frequenze
uguali a quelle reali. Vediamo che vengono formati quattro possibili tipi di paia:
spermatozoo R1 con cellula uovo R1, spermatozoo R1 con cellula uovo R2,
spermatozoo R2 con cellula uovo R1? e spermatozoo R2 con cellula uovo R2. Le
proporzioni dei quattro tipi sono rappresentate graficamente con la dimensione
dell’area che occupano. Una considerazione geometrica elementare, che salta
all’occhio osservando la FIG. 20 suggerisce che l’unione degli spermatozoi R1
con le cellule uovo R1 debba aver luogo con una frequenza uguale al prodotto
delle frequenze relative. Poiché 0,6 × 0,6 = 0,36, il 36% di tutti gli zigoti sarà del
tipo R1R1. D’altra parte ci si attende che l’altro tipo di omozigote R2R2 si formi
con una proporzione di 0,4 = 0,4 × 0,16 ovvero del 16%. Tutti gli altri incroci
formano eterozigoti i quali possono essere distinti in due classi: quelli in cui lo
spermatozoo è R1 e la cellula uovo R2 e il tipo complementare in cui gli
spermatozoi sono R2 e le cellule uovo R1. In generale, comunque, non ci
interessa distinguere questi due tipi di eterozigoti fra di loro e perciò li
consideriamo insieme. Il primo tipo ha una frequenza di 0,6 × 0,4 = 0,24, il
secondo di 0,4 × 0,6 = 0,24 e la somma dei due tipi è 0,24 + 0,24 = 0,48.


LA REGOLA DI HARDY-WEINBERG E QUALCHE SUA APPLICAZIONE

Introdurremo ora un simbolismo molto semplice. Chiamiamo p la frequenza
genica di R1 e q la frequenza genica di R2. Noteremo che p + q = 1, se questi
sono i due soli alleli che possiamo mettere in evidenza in una popolazione.
Noteremo poi che la frequenza con cui il tipo R1R2 è atteso nella generazione
successiva è semplicemente p x p = p2. La frequenza con cui è atteso il tipo R1R2
è 2pq e quella per l’omozigote R2 è q2. Questa è la regola di Hardy-Weinberg
(TAB. VIII) la quale è di capitale importanza per tutta la genetica degli
organismi che sono, come l’uomo, diploidi. Faremo ora qualche commento per
giustificare almeno in parte l’importanza di questo teorema e alcune sue
applicazioni.
1) Costanza delle frequenze geniche. Se determiniamo le frequenze geniche
nei figli, cioè negli zigoti formati come nelle FIGG. 18, 19 e 20, troveremo che
sono ancora le stesse: 60% di R1, e 40% di R2. Rimarranno le stesse di
generazione in generazione. Prendendo un sacchetto di fagioli in parte bianchi e
in parte neri secondo determinate proporzioni, e trasferendoli tutti in un altro
sacchetto, senza perderne neppure uno, è evidente che la proporzione dei fagioli
bianchi e neri rimane la stessa.


Nell’analogia dei geni, il trasferimento da un sacchetto all’altro corrisponde al
passaggio da una generazione alla successiva. In altre parole, poiché la
proporzione dei fagioli bianchi e neri è analoga alle frequenze geniche, le
frequenze geniche non cambiano a meno che non intervengano altre forze. Le
forze che cambiano le frequenze geniche sono forze evolutive e le discuteremo
nel prossimo capitolo. Ma, in loro assenza, le frequenze geniche restano costanti.
2) L’equilibrio di Hardy-Weinberg si raggiunge in una generazione. Eravamo
partiti, nel secondo paragrafo, dal 36% di individui R1R1, 48% R1R2, 16% R2R2 e
nella generazione successiva abbiamo ritrovato le stesse proporzioni della
generazione precedente. Supponiamo ora di partire con frequenze genotipiche
iniziali diverse, soggette però alla restrizione che la frequenza genica sia la
stessa. Immaginiamo, per esempio, che sia nei maschi sia nelle femmine di
partenza la frequenza di R1R1 sia del 50%, quella di R1R2 del 20% e quella di
R2R2 del 30%. La distribuzione dei genotipi in questo caso è molto diversa da
quella osservata nelle due generazioni successive del caso precedente. Tuttavia i
valori sono stati scelti in modo che le frequenze geniche siano le stesse, p = 0,6 e
q = 0,4. Questo si può verificare facilmente perché 0,50 + 1 / 2 di 0,20 è 0,6 per
la frequenza genica di R1 e similmente la frequenza genica di R2 è 0,4. Perciò,
applicando la legge di Hardy-Weinberg, noi sappiamo che nella generazione
successiva troveremo le proporzioni attese date dalla formula: p2, 2pq, q2, che
sono 36%, 48%, 16%, come abbiamo appena visto. Inoltre, esse resteranno le
stesse in tutte le generazioni successive. Il teorema di Hardy-Weinberg stabilisce
così che la distribuzione dei genotipi raggiunge in una generazione un equilibrio
tra i tre genotipi, che rimane costante in tutte le successive generazioni.
L’equilibrio di Hardy-Weinberg è rappresentato nella TAB. VIII. In questo
modo non soltanto le frequenze geniche restano costanti (se non entrano in gioco
forze evolutive, come si è già detto), ma, se l’accoppiamento è casuale, la regola
di Hardy-Weinberg dimostra che anche le frequenze dei genotipi restano
costanti.
3) Più di due alleli. La regola di Hardy-Weinberg si estende facilmente a più
di due alleli, come vedremo nel capitolo V.
4) Fluttuazioni statistiche. In tutti i paragrafi precedenti abbiamo cercato di
semplificare l’argomento prendendo frequenze esattamente uguali ai valori
attesi. Ma quando lavoriamo su campioni reali, cioè numeri reali di individui, le
frequenze osservate sono di rado esattamente uguali ai valori attesi. Questo
equivale a dire che non sempre nel gettare in aria una moneta dieci volte
otteniamo cinque volte testa e cinque volte croce, anche se la probabilità di avere
testa è esattamente 1/2. Non possiamo perciò aspettarci che le frequenze di
genotipi osservate siano identiche ai valori attesi; le fluttuazioni statistiche
creeranno qualche differenza dai valori attesi secondo Hardy-Weinberg. È
importante poter giudicare se le differenze osservate sono ancora entro limiti
ragionevoli o se sono tali da dover concludere che la regola di Hardy-Weinberg
non si applica. In questo secondo caso uno o più degli assunti che sono alla base
del teorema potrebbero essere stati violati (per esempio, gli accoppiamenti non
sono avvenuti a caso). In un’eventualità simile diciamo che la deviazione tra le
frequenze dei genotipi osservate e quelle attese è reale e non dovuta a errore
statistico di campionamento. Il problema di decidere se certe frequenze di
genotipi osservate deviano da quelle attese secondo la regola soltanto per
fluttuazione statistica casuale viene risolto da una tecnica statistica chiamata χ2
(chi quadrato). Immaginiamo che, in un campione osservato, siano stati trovati i
seguenti numeri dei tre genotipi (tutti distinguibili fenotipicamente) del gene A,
di cui siano noti due alleli, A1 e A2.


a) calcoliamo le frequenze geniche:


(controllo: p + q = 1)

b) calcoliamo le proporzioni dei genotipi secondo Hardy-Weinberg:



c) moltiplichiamo le proporzioni di Hardy-Weinberg per il numero totale di
individui, cioè N = 500 in questo caso. Questo ci dà:


d) eseguiamo quindi le operazioni indicate nella tabella sottostante:

Il valore ottenuto, χ2, corrisponde alla formula S[(O − E)2/E], dove la somma S è
estesa a tutti i genotipi e dà una misura del disaccordo tra l’ipotesi (secondo
Hardy-Weinberg) e i dati. Se questo valore è maggiore di 3,8 (per tre genotipi)
l’ipotesi viene, di solito, respinta. Questa conclusione implica un livello di
probabilità (P) del 5% di avere un accordo altrettanto cattivo o peggiore, per
puro caso, se l’ipotesi è giusta. Qui χ2 è meno di 3,8; l’ipotesi viene dunque
accettata. Ciò vuol dire che la deviazione osservata può essere dovuta a
fluttuazioni statistiche casuali e che la regola di Hardy-Weinberg è valida.
5) Recessivi. Una delle applicazioni più comuni della regola di Hardy-
Weinberg riguarda la previsione della frequenza degli omozigoti e degli
eterozigoti quando vi è dominanza completa e perciò non possiamo separare nei
fenotipi dominanti i due genotipi che vi contribuiscono. L’esempio che
considereremo per primo è quello di un recessivo raro, come la fenilchetonuria,
un difetto dovuto a mancanza o insufficiente attività di un enzima che trasforma
l’amminoacido fenilalanina in tirosina (FIG. 14). A causa dell’accumulo di
fenilalanina che da ciò risulta e anche della conseguente relativa mancanza di
tirosina, i fenilchetonurici si differenziano sotto molti aspetti dagli individui
normali. Ma la differenza principale è un grave deficit mentale, che può venir
evitato soltanto se durante i primi mesi di vita, che costituiscono un periodo
critico dello sviluppo del sistema nervoso, la dieta di questi soggetti viene
modificata in modo che essi assimilino meno fenilalanina che non gli individui
normali. La frequenza degli individui fenilchetonurici varia da una popolazione
all’altra, ma è circa di uno per ventimila nati fra i caucasici. Lo studio della sua
ereditarietà ha mostrato trattarsi di un gene recessivo. Chiaramente, quindi, la
fenilchetonuria si può trovare soltanto tra la discendenza di genitori entrambi
eterozigoti per il gene. Il gene è recessivo, quindi i due genitori saranno normali.


Esistono metodi, non sicuri in via assoluta, per identificare gli individui
eterozigoti, ma devono essere eseguiti in laboratori specializzati. Gli eterozigoti
non conosceranno il loro genotipo a meno che non si sottopongano a questi test.
La probabilità per due eterozigoti di avere un bambino fenilchetonurico è di 1/4,
secondo le leggi di Mendel.
Ora ci chiediamo: quanti individui eterozigoti ci sono nella popolazione? La
risposta ci viene direttamente dalla regola di Hardy-Weinberg, conoscendo la
frequenza degli omozigoti fenilchetonurici alla nascita. Questa, abbiamo detto, è
di 1/20 000 (0,00 005), corrispondente a q2, dove q è la frequenza del gene per la
fenilchetonuria. Il valore di q può essere facilmente ottenuto come radice
quadrata di 0,00005, ed è circa 0,007. La frequenza degli eterozigoti è data da
Hardy-Weinberg come 2pq, perciò = 2 × (1 − 0,007) × (0,007) = 0,014, o circa
l’1,4%. Quindi un individuo su 70 è eterozigote per la fenilchetonuria. Questo
può sembrare un valore alto, e lo è, ma va ricordato che questi individui sono
fenotipicamente normali almeno nel senso che non hanno alcuna infermità
conosciuta.
La TAB. IX fornisce alcuni valori di proporzioni genotipiche e alcuni rapporti
tra eterozigoti e tipi dominanti, quando un allele è dominante, per alcuni valori
di frequenza genica.
La legge di Hardy-Weinberg è una delle leggi più esatte della genetica ed è
difficile trovarvi eccezioni. Se deviazioni si trovano, queste possono avere molti
significati diversi, tutti interessanti.
6) Equilibrio per i geni legati al sesso. È chiaro che i geni legati all’X si
comporteranno in un modo particolare. Le femmine seguono la regola di Hardy-
Weinberg, ma i maschi hanno solo un X, quindi per essi la situazione è diversa.
Essi ricevono il cromosoma X dalla madre, perciò la frequenza di un certo allele
nei maschi sarà uguale alla frequenza genica di quell’allele nelle loro madri. Ciò
rende i calcoli particolarmente semplici, ma introduce la complicazione che, per
un carattere legato all’X, maschi e femmine hanno proporzioni diverse del
carattere. Ad esempio, in una popolazione di negri americani si trova di solito
che è del 10% (q = 0,1) la frequenza tra i maschi del gene g corrispondente alla
mancanza di G6PD che abbiamo già studiato nel capitolo II, mentre la
frequenza, tra i maschi, di G è 90% (0,9 = p). Le frequenze trovate nei maschi
sono uguali alle frequenze nei gameti delle madri e possono quindi essere usate
come valori di p e q per calcolare l’equilibrio di Hardy-Weinberg atteso nelle
femmine. Perciò, se si desidera per esempio sapere quante donne siano
omozigoti gg e quindi mancanti di G6PD, si dovrà calcolare (secondo Hardy-
Weinberg) il quadrato di q. Per q = 0,1, 0,12 = 0,01, e si può prevedere che la
frequenza delle donne mancanti di G6PD in quella popolazione, sarà dell’1%. Le
donne affette sono di gran lunga meno degli uomini, e ciò vale per qualsiasi gene
recessivo legato al sesso.


V
Immunità e genetica



IMMUNITÀ, ANTIGENI E ANTICORPI

I Cordati, un gruppo importante del regno animale, (che include i mammiferi e
quindi l’uomo) si proteggono dagli attacchi di germi patogeni, virus e veleni
mediante la produzione di anticorpi. Questi sono costituiti da molecole
proteiche, conosciute come gammaglobuline, e si trovano normalmente nel siero
del sangue.
Gli anticorpi vengono fabbricati dai linfociti (globuli bianchi del sangue) e da
altre cellule; la capacità di produrre anticorpi non si sviluppa immediatamente
dopo la nascita. Nei primi mesi di vita, durante i quali un neonato non è in grado
di fabbricare anticorpi, egli è tuttavia protetto da quelli che ha ricevuto dalla
madre attraverso la placenta. Si parla allora di immunità passiva. L’immunità
passiva può venir usata anche per scopi terapeutici. Per esempio, noi ci
proteggiamo contro l’infezione tetanica, facendoci iniettare anticorpi contro il
tetano, in seguito a una ferita che può essere potenzialmente infetta. Tali
anticorpi si ottengono di solito da cavalli che vengono iniettati ripetutamente con
la tossina del tetano. Questa tossina viene prima trattata in modo che non sia più
tossica, ma che sia tale da provocare ugualmente nel cavallo lo stimolo a
fabbricare anticorpi.
Dopo qualche mese, un neonato diventa capace di fabbricare i propri anticorpi
e può perciò sviluppare un’immunità attiva. Il meccanismo della produzione
degli anticorpi non è ancora del tutto chiaro; ne conosciamo tuttavia molti aspetti
importanti. L’individuo medio ne può produrre una gran varietà. Ad esempio,
una persona attaccata dal batterio che provoca il tifo produrrà anticorpi di più di
un tipo, ognuno diretto contro sostanze specifiche contenute nel batterio. Ma se
questo individuo non ha meccanismi immunitari abbastanza efficienti e noi non
lo aiutiamo con medicine specificamente capaci di distruggere quel batterio, o
almeno di rallentarne la crescita, egli non riesce talora a sopravvivere con le sue
sole forze. Le nostre difese immunologiche, comunque, ci liberano prontamente
della maggior parte delle malattie infettive alle quali siamo continuamente
esposti.
Non tutte le sostanze inducono la formazione di anticorpi diretti contro di
esse; quelle che sono capaci di stimolare la produzione di un anticorpo specifico
diretto contro di esse, sono chiamate antigeni. La reazione tra un antigene e il
suo anticorpo è abbastanza specifica. Ne risulta solitamente una neutralizzazione
detrazione dell’antigene; è chiara l’utilità, per un organismo, di neutralizzare la
tossicità di un antigene grazie a un anticorpo specifico. A causa della specificità
degli anticorpi e della grande varietà di antigeni esistenti, l’organismo deve
essere capace di produrre una varietà quasi infinita di anticorpi. Il meccanismo
dell’immunità garantisce che l’anticorpo adatto possa essere prodotto in grande
quantità al momento adatto.
Anche se può sembrar strano, una cellula che produca un dato anticorpo, può
fabbricare soltanto quel tipo specifico, e tutte le cellule che ne discendono
produrranno lo stesso tipo di anticorpo. Quando una cellula che può produrre un
certo anticorpo viene a contatto con un antigene specifico, si moltiplica. In tal
modo l’organismo viene rapidamente a disporre di molte più cellule capaci di
produrre l’anticorpo necessario. Ciò aumenta evidentemente le capacità di difesa
dell’organismo contro un agente patogeno che può essere anch’esso in via di
moltiplicazione. La divisione cellulare, tuttavia, è lenta e la corsa può finire a
favore dell’agente patogeno. È interessante sapere che, la prima volta che
l’organismo viene a contatto con un germe o una sostanza estranea, la
produzione di anticorpi è lenta, ma di solito l’organismo conserva la memoria
del primo contatto e, se l’incontro si ripete, produce per il seguito gli anticorpi
specifici molto più rapidamente.
Come può l’organismo fabbricare una tale grande varietà di anticorpi, che
possono essere dell’ordine delle decine di migliaia? Vi sono indicazioni
preliminari tendenti a far pensare che il numero dei geni coinvolti in questa
operazione non sia molto alto, e vi sono teorie che spiegano come questo fatto
sia compatibile con la gran varietà di anticorpi che l’organismo produce.
Il siero dell’organismo adulto contiene un gran numero di questi anticorpi,
tutti gammaglobuline di diversi tipi, che ci dicono la storia di un individuo, cioè
degli agenti patogeni con i quali è stato in contatto nel corso della sua esistenza
(o almeno negli anni più recenti). Lo studio chimico delle gammaglobuline è
reso difficile dal fatto che ve ne sono molte e diverse che non si possono
facilmente separare una dall’altra. Ma vi sono speciali condizioni,
essenzialmente tumori, nelle quali una specifica cellula che produce un tipo
specifico di anticorpo o parte di esso, si moltiplica disordinatamente. Così può
venir ricuperata una grande quantità di un certo anticorpo, o di parte di esso, dal
siero o anche dalle urine di questi individui, rendendone possibile lo studio
chimico.
La struttura molecolare delle gammaglobuline è complessa ed è nota solo in
parte; crea ulteriori difficoltà la gran varietà di gammaglobuline esistenti. È
comunque chiaro che ogni gammaglobulina è formata da almeno due paia di
unità, una delle quali detta variabile (cioè diversa da un anticorpo all’altro) e
l’altra costante. È il paio di unità variabili che dà all’anticorpo la sua specificità
di reazione verso un certo antigene. La struttura della parte variabile della
molecola dell’anticorpo determina la sua forma, forma che è in qualche modo
adattabile o complementare a quella dell’antigene.
L’anticorpo può così reagire con l’antigene in modo specifico e con esso
formare dei legami, che neutralizzano anche una possibile azione tossica
dell’antigene.
La parte cosiddetta costante delle molecole delle gammablobuline, non è
comunque così costante come implica la parola. Si trovano infatti differenze sia
tra individui, sia tra molecole di gammaglobuline prodotte dallo stesso
individuo. Queste differenze sono il risultato del solito tipo di mutazioni, cioè
sostituzioni di amminoacidi, e vengono rivelate con tecniche di carattere
strettamente immunologico (troppo complesse per essere descritte in questa
sede). I caratteri della parte costante delle gammaglobuline (dette anche
immunoglobuline) sono strettamente ereditari. Essi hanno mostrato una
considerevole varietà individuale, come anche considerevoli differenze razziali.
È ragionevole pensare che anche le differenze nella struttura della parte
cosiddetta costante delle molecole delle gammaglobuline abbiano qualcosa a che
fare con l’attività immunologica e vi è già qualche prova preliminare che questo
è vero. Ciò può aiutare a capire come mai vi siano differenze razziali e
individuali nei geni che fabbricano la parte costante delle globuline. Il più noto
dei sistemi genetici che influenzano la parte costante di certe molecole di
gammaglobuline è chiamato Gm. Il fatto che l’organismo umano sia dotato di un
sistema così complesso di difesa, l’immunità, provoca complicazioni genetiche e
relative conseguenze. Al principio del secolo è stato scoperto che non si può
trasfondere il sangue di una persona in un’altra senza qualche prova preliminare
per accertare che la trasfusione possa venir effettuata con successo. Questo fatto
ha portato a distinguere tutti gli esseri umani in quattro cosiddetti gruppi
sanguigni, che sono ora chiamati 0, A, B, AB. È raccomandabile trasfondere il
sangue di un individuo di un gruppo solo in un individuo dello stesso gruppo; se
si trasfonde da un individuo di un gruppo in un individuo di un altro gruppo,
occorre seguire strettamente alcune regole. La trasgressione di queste regole può
provocare serie conseguenze o anche la morte della persona che riceve il sangue
estraneo.
Sappiamo che le differenze nei gruppi AB0 sono dovute a differenze chimiche
in sostanze presenti sulla superficie dei globuli rossi del sangue (e di altre cellule
del corpo). Queste sostanze di gruppo sanguigno sono alquanto complesse; ma le
differenze tra i gruppi AB0 sono dovute alla presenza o assenza di certi zuccheri.
Tali zuccheri vengono attaccati alle molecole delle sostanze di gruppo sanguigno
da enzimi. Gli enzimi sono naturalmente prodotti da geni e le differenze tra gli
enzimi sono dovute, come abbiamo già visto nei capitoli precedenti, a mutazioni
avvenute in quei geni molto tempo fa.



Fig.21 Assegnazione di un individuo a uno dei quattro gruppi sanguigni AB0, sulla base della reazione di
agglutinazione del sangue con reagenti anti-A e anti-B. I cerchi uniformi indicano una reazione negativa; gli
ammassi di globuli rossi indicano una reazione di agglutinazione positiva.



Le prove per i gruppi sanguigni AB0 sono semplici. Ci servono due reagenti
chiamati anti-A e anti-B rispettivamente, costituiti da anticorpi. Per saggiare il
gruppo sanguigno di un individuo prendiamo due gocce del suo sangue: una si
mescola con il reagente anti-A e l’altra con il reagente anti-B. Dopo pochi minuti
potremo assistere a una delle due seguenti reazioni: 1) il sangue resta rosso in
modo omogeneo. Questa è una reazione negativa. 2) si notano diversi piccoli
agglomerati, i quali, scossi, tendono a rompersi in grumi più piccoli soltanto con
difficoltà. Se guardiamo al microscopio, con ingrandimento piuttosto basso,
queste due reazioni, vediamo che nella reazione negativa i globuli rossi sono
rimasti separati l’uno dall’altro. In una reazione positiva, invece, si sono riuniti
in ammassi. Questa reazione si chiama agglutinazione. Nel saggiare il sangue di
un individuo, la reazione può essere positiva o negativa con il reagente anti-A e
lo stesso vale per il reagente anti-B. In totale sono possibili quattro tipi di
reazioni, illustrate nella FIG. 21, la quale indica anche come gli individui
vengono classificati in quattro gruppi sanguigni a seconda delle loro reazioni con
anti-A e anti-B. Le sostanze dei gruppi sanguigni A e B non sono presenti solo
nell’uomo, ma in moltissimi altri organismi, inclusi i batteri.


Si trovano anche negli alimenti. Non è perciò sorprendente il fatto che noi
fabbrichiamo anticorpi contro A e B.
Vi è nell’immunità una regola generale: non è possibile sviluppare anticorpi
contro sé stessi. Quando, soltanto molto raramente, questa regola viene violata,
ne conseguono malattie chiamate da autoimmunità. Per quel che riguarda le
sostanze del gruppo sanguigno AB0, la regola è che, nel corso della sua vita, un
individuo sviluppa gli anticorpi contro gli antigeni che non possiede. Da questo
punto di vista, il gruppo 0 è caratterizzato dall’assenza di antigeni del tipo sia A
sia B. A e B possono essere considerati alleli, che controllano la produzione
rispettivamente della sostanza del gruppo sanguigno di tipo A e della sostanza
del gruppo sanguigno di tipo B. È così possibile per individui di gruppo
sanguigno B produrre anticorpi contro la sostanza A, cosa che, di solito, avviene.
Ciò non recherà loro danno, ma può portare danno a un individuo di gruppo A
ricevere sangue da un individuo di gruppo sanguigno B, perché i globuli rossi
che riceve verrebbero agglutinati dall’anti-B del ricevente. In tal modo un
individuo di gruppo A non può dare il suo sangue a un individuo di gruppo B e
viceversa. Gli anticorpi trovati nel sangue degli individui dei vari gruppi
sanguigni sono elencati nella TAB. X e in base a essi possiamo stabilire le regole
delle trasfusioni possibili. Il principio da tenere a mente è che, quando una
persona dona sangue a un’altra, una piccola quantità del sangue del donatore
viene a essere mescolata con una quantità molto più grande di sangue del
ricevente. Supponiamo che il sangue del donatore sia di gruppo 0. Trasfondendo
sangue passiamo dal donatore al ricevente sia i globuli rossi sia le sostanze
contenute nel siero, tra cui gli anticorpi anti-A e anti-B. Se il ricevente è di
gruppo sanguigno A, possiamo pensare che i suoi globuli rossi reagiranno con
gli anti-A del donatore e che ne seguirà agglutinazione con danno per il
ricevente. È chiaro infatti che se i globuli rossi si agglutinano nelle arterie di un
individuo, nelle vene o nei capillari, il sangue non può più circolare liberamente
e ne può risultare un danno serio. Tuttavia, poiché la quantità di sangue trasfusa
è in proporzione piccola, gli anticorpi contenuti nel siero del donatore vengono
diluiti nel sangue del ricevente abbastanza da non essere nella maggior parte dei
casi pericolosi. Così noi possiamo trasfondere sangue di tipo 0 in individui di
qualsiasi gruppo, compreso, beninteso, il tipo 0, perché gli anticorpi contenuti
nel siero del donatore verranno diluiti e i globuli rossi del donatore non
contengono sostanze che possano reagire con anticorpi contenuti nel sangue del
ricevente. Per questo motivo gli individui di gruppo sanguigno 0 sono chiamati
donatori universali.
Gli individui AB, d’altro lato, non possono dare sangue a nessuno degli altri
gruppi, perché i loro globuli rossi troverebbero sempre anticorpi che li
agglutinerebbero. Gli individui AB possono, come si può facilmente capire,
ricevere sangue da qualsiasi altro gruppo e sono quindi chiamati riceventi
universali.
La genetica di AB0 può essere descritta in termini semplici. Esistono tre alleli:
A, B, 0 (A può venir ulteriormente suddiviso da prove più sottili, ma qui ci
limitiamo ad accennarne).


Con tre alleli sono possibili sei genotipi, elencati nella prima colonna della TAB.
XI. Poiché 0 è recessivo rispetto ad A e a B, vi sono in pratica soltanto quattro
fenotipi osservabili, che corrispondono ai quattro gruppi sanguigni che abbiamo
visto (seconda colonna della TAB. XI). Nella terza colonna della tabella
vengono date le proporzioni dei quattro gruppi in una popolazione caucasica, e
quelle dei sei genotipi attese in base alla regola di Hardy-Weinberg estesa a tre
6
alleli . Le proporzioni in una popolazione africana sarebbero leggermente
diverse: vi sarebbero un po’ più frequenti i tipi B. Gli orientali mostrano ancora
più B, (fatta eccezione per gli indiani d’America che praticamente non hanno
geni B) ma, ancora, la differenza non è molto grande. I gruppi AB0 mostrano
quindi qualche variazione razziale, ma meno di altri geni, che discuteremo in
modo particolareggiato nel seguito. Molti altri gruppi sanguigni sono stati
scoperti successivamente all’AB0. Ne ricorderemo qui soltanto uno, l’Rh, a
causa della sua grande importanza clinica. Abbiamo già accennato al gene Rh e
usato gli alleli R1 ed R2, i quali sono chiamati Rh+, e l’allele r, che abbiamo
chiamato Rh−. A scopi clinici possiamo ignorare la distinzione tra i molti alleli
Rh+ esistenti. Basterà qui considerare soltanto un allele R che include tutti gli
Rh positivi menzionati, e un allele r. Di nuovo, questi alleli condizionano la
produzione di sostanze che si trovano sulla superficie dei globuli rossi, sostanze
che, in base alle nostre conoscenze attuali, sono chimicamente diverse da quelle
dei gruppi sanguigni AB0. Ecco come il gruppo Rh attrasse l’attenzione dei
clinici. Donne omozigoti per l’allele r (perciò Rh−) possono generare figli Rh+,
se il padre è Rh+. Quando ciò accade, il bambino può essere esposto nell’utero
materno, al rischio di una elevata distruzione dei suoi globuli rossi. Tutto ciò è
dovuto al fatto che la madre del bambino può produrre anticorpi contro gli
antigeni Rh+ contenuti nei globuli tossi del feto. Questi anticorpi passano nel
feto, i globuli rossi del quale vengono, almeno in parte, agglutinati e distrutti. Se
la distruzione di sangue così subita dal feto è molto seria, le conseguenze sono
fatali. Se essa è meno importante ma pur sempre seria, può risultarne una
deficienza mentale grave. Parte dei disturbi sono determinati dall’accumulo nel
sangue del bambino, di pigmenti biliari formati per degradazione
dell’emoglobina che si libera dai globuli rossi distrutti.
La possibilità che la madre immunizzi sé stessa contro i globuli rossi del suo
feto nell’utero può sembrare assurda, poiché si sa che la circolazione del sangue
fetale è separata da quella del sangue materno. Sostanze nutritive e molecole
relativamente grandi, così come alcuni anticorpi, possono attraversare questa
barriera, ma le cellule non passano. Vi sono, tuttavia, rare infiltrazioni di globuli
rossi del feto nella circolazione materna, e così la madre può venirne
immunizzata. La separazione tra i due sistemi sanguigni diminuisce
specialmente nell’ultima fase del parto quando è forte la pressione della
muscolatura uterina.
Possiamo così capire perché il primo figlio Rh+ di madre Rh− e padre Rh+ è
di solito perfettamente normale. I guai cominciano col secondo bambino Rh+ e
peggiorano con i figli successivi. È principalmente al momento della nascita del
primo figlio che la madre Rh− si immunizza contro i globuli rossi del bambino
Rh+, così che può già avere molti anticorpi quando il secondo feto Rh+ è in via
di sviluppo (FIG. 22).




Fig.22 Nella prima gravidanza di donna Rh negativa con feto Rh positivo si ha passaggio di globuli rossi
del feto entro il circolo materno e immunizzazione della madre (produzione di anticorpi anti-Rh) dopo il
parto. Alla gravidanza successiva con feto Rh positivo, gli anticorpi della madre possono entrare nel circolo
fetale e distruggere i globuli rossi del feto.


Che cosa si può fare in pratica? Se il bambino nasce vivo, ma si teme un grave
danno, perché sono presenti anticorpi materni anti-Rh, questi anticorpi devono
venir asportati dal corpo del neonato con speciali tecniche di trasfusione.
Recentemente è stato introdotto un metodo profilattico, che evita
l’immunizzazione della madre ed elimina quindi i danni da incompatibilità Rh.
Come abbiamo già detto, la maggioranza dei primi figli Rh+ nati da madri Rh−
sono normali. Immediatamente dopo il parto, la madre deve venir trattata con
siero anti-Rh+. Questo trattamento provocherà l’agglutinazione di tutti i globuli
rossi del bambino passati nella circolazione materna e, per ragioni non ancora
del tutto chiare, previene in tal modo l’immunizzazione della madre. Così il
successivo figlio Rh+ si potrà sviluppare in un ambiente immunologicamente
vergine e non avrà a soffrirne. Va anche aggiunto che donne Rh−, sposate a un
uomo Rh+, ma eterozigote (Rr), possono prevedere che metà dei figli sia Rh− e
perciò senza conseguenza alcuna dovuta a questo fattore.
Può essere interessante dare qualche cifra sulle frequenze dei tipi Rh. In una
popolazione caucasica vi è circa il 16% di individui Rh−. La proporzione,
naturalmente, è la stessa negli uomini e nelle donne, poiché questo è un gene
autosomico. Tutti gli altri individui di pelle bianca sono Rh+: omozigoti per il
36% ed eterozigoti per il 48%, con un totale dell’84%. Vi è quindi una
probabilità leggermente maggiore che una persona sia eterozigote piuttosto che
7
positiva omozigote.
Per ragioni non ben comprese vi è una gran variazione razziale per il carattere
Rh. Tra gli africani la frequenza del gene r è molto più bassa e vi è soltanto l’1 o
il 2% di individui Rh−; perciò il problema dell’incompatibilità Rh è molto meno
grave. Tra gli orientali la frequenza di r è 0% e quindi il problema non esiste.
Il tipo di interazione che abbiamo descritto è spesso chiamato incompatibilità.
Si trova anche per altri alleli del gruppo Rh e per altri sistemi di gruppi
sanguigni. In particolare si può avere incompatibilità materno-fetale per bambini
A di madre 0 (ma è allora clinicamente differente da quella di tipo Rh). Ma è più
importante clinicamente l’incompatibilità Rh, e per questa ragione tutte le donne
primigravide vengono sottoposte all’analisi per l’Rh.

HLA E TRAPIANTI

Il trapianto di organi e tessuti ha costituito il più importante progresso della
chirurgia degli ultimi anni e almeno per i reni, un certo grado di successo è stato
ottenuto. Ma nuovi e difficili problemi genetici sono emersi, per il fatto che ogni
individuo è risultato così diverso da tutti gli altri suoi simili, a livello
immunologico, che il trapianto viene a creare enormi problemi di
incompatibilità. Deve evidentemente esistere una varietà di differenze
immunologiche, fino a poco fa non sospettata. Sappiamo d’altra parte che questa
varietà deve essere di origine genetica, perché il trapianto tra gemelli identici, i
quali, come vedremo più in dettaglio in seguito, hanno un genotipo
perfettamente identico, ha quasi sempre successo. Il trapianto da un individuo a
un altro, presi entrambi a caso nella popolazione, di solito incontra gravi
difficoltà o fallisce totalmente, anche cercando di minimizzare la reazione
immunologica con tutti i mezzi a disposizione della moderna medicina.
È oggi chiaro che molti geni differenti contribuiscono a quella diversità che
crea l’incompatibilità degli organi trapiantati. È stato dimostrato che anche il
gruppo AB0 vi ha una parte. Si ritiene comunque che l’importanza maggiore
vada attribuita a un sistema di antigeni, che è stato descritto nei linfociti ma è
certamente presente anche in molti altri tessuti, non però nei globuli rossi.
Questo sistema viene chiamato HLA (dove le prime due lettere sono le iniziali in
inglese di human lymphocyte, cioè linfocita umano, e A sta per il primo, e per
ora l’unico, sistema chiaramente descritto). Sono conosciuti almeno due geni,
strettamente concatenati, e assegnati a un cromosoma noto. Ciascuno di questi
due geni ha molti alleli differenti. Il numero delle diverse possibili combinazioni
di questo sistema è così alto che le probabilità di trovare due individui non
imparentati identici per HLA sono bassissime. Inevitabilmente, individui
imparentati strettamente sono più facilmente simili anche immunologicamente e
il trapianto fra questi avrà maggiori probabilità di successo. La prima condizione
necessaria perché un trapianto abbia successo è che il ricevente possieda tutte le
sostanze antigeniche presenti nel donatore. Così il ricevente non svilupperà
anticorpi contro il tessuto o l’organo trapiantato. Vi è un altro aspetto, per quanto
forse un po’ meno importante, da tenere presente. Anche l’organo trapiantato
può avere cellule che fabbricano anticorpi e queste possono sviluppare anticorpi
contro l’ospite quando l’ospite ha antigeni che il donatore non possiede.
Idealmente, perciò, vi dovrebbe essere un’identità genetica completa per tutte le
sostanze antigeniche che possono sviluppare incompatibilità nel trapianto.
Questa condizione ideale si raggiunge soltanto tra gemelli identici. Trapianti fra
fratelli hanno migliore probabilità di riuscita che non trapianti tra individui presi
a caso. Essi dovrebbero riuscire meglio anche dei trapianti tra genitori e figli, per
quanto la somiglianza genetica tra genitori e figli sia, sotto altri aspetti,
essenzialmente la stessa di quella tra fratello e fratello. Consideriamo un incrocio
tra due individui: A1A2 × A3A4, dove A1… A4 indicano quattro alleli diversi per il
sistema HLA. I figli possono essere A1A3, A1A4, A2A3, A2A4 in proporzioni di
1/4. Qualsiasi trapianto da genitore a figlio è incompatibile per un allele; ma
ogni figlio ha una probabilità di 1/4 di essere identico a un fratello. Nel sistema
HLA vi sono così tanti alleli differenti che in pratica molti incroci sono del tipo
ora descritto, cioè coinvolgono quattro alleli diversi.
Viene naturale il chiedersi perché vi debba essere tanta diversità tra individui
per questa proprietà dell’HLA che interessa la superficie dei linfociti e di
moltissime altre cellule dell’organismo. Una spiegazione c’è; è tutt’altro che
certa, ma interessante. Alcuni virus, quando maturano nella cellula di un
organismo e poi la lasciano, portano con sé un pezzetto del rivestimento della
cellula nella quale sono cresciuti. Su questo frammento vi possono essere degli
antigeni HLA. Quando queste particelle virali attaccano un altro individuo, esse
devono superare la difesa immunitaria che l’organismo aggredito metterà in
azione contro di esse. Se le particelle di rivestimento cellulare portate dai virus
sono molto simili al rivestimento delle cellule del nuovo organismo invaso,
(come accade se i due individui sono dello stesso tipo HLA) allora il virus ha
una probabilità maggiore di stabilire con successo un’infezione - infezione che
potrebbe dimostrarsi fatale. Poiché il virus ha portato con sé un pezzetto del
rivestimento della cellula dell’ultimo ospite nel quale è cresciuto, si comporta
come se fosse un trapianto da quell’individuo in un nuovo ospite. Se il vecchio
ospite e il nuovo ospite appartengono allo stesso tipo HLA, la probabilità di
infezione è più alta, perché essendo il nuovo ospite compatibile con l’ospite
precedente, egli non può sviluppare la normale risposta immunologica. Ma se,
d’altra parte, vi è una gran diversità tra individui per il tipo di superficie
cellulare, è più difficile che un virus possa venir trasmesso da un individuo a un
altro. Di conseguenza la diversità fra individui per antigeni HLA può venir
favorita automaticamente dalla selezione naturale.
Dobbiamo forse all’HLA, attraverso meccanismi simili, la difesa dal contagio
nei tumori. È molto interessante il fatto che parecchie malattie, alcune delle quali
probabilmente dovute a infezioni virali lente o latenti siano più frequenti in
alcuni dei gruppi HLA. Si tratta, tuttavia di osservazioni agli inizi.
L’interpretazione che abbiamo visto è in accordo con questo fatto; ma vi sono
molte altre spiegazioni possibili. Un’altra interessante osservazione è quella che,
nonostante la grande diversità individuale per l’HLA, non vi sia, per questo
fattore, una gran differenza tra le razze umane. Per l’HLA vi è meno variazione
da razza a razza di quanta ve ne sia per l’Rh o per il Gm.


VI
Eredità e ambiente


VARIAZIONE CONTINUA E DISCONTINUA



Che cosa intendiamo esattamente quando diciamo che un carattere è ereditario?
Evidentemente ci riferiamo all’ereditarietà biologica, non a quella sociale e
culturale, anche se queste ultime possono essere particolarmente importanti in
alcuni caratteri di comportamento e possono anche influenzare caratteri
biologici. Il modo migliore per rispondere alla domanda è quello di seguire le
operazioni attraverso le quali si arriva a una conclusione sull’ereditarietà di un
carattere. Di solito ne studiamo uno alla volta, dopo di averlo accuratamente
definito, e molto del successivo lavoro dipende dalla natura del carattere e dal
modo in cui esso varia. È importante, in particolare distinguere due categorie
principali di caratteri: quelli che variano in modo continuo e quelli che variano
in modo discontinuo. Per variazione continua intendiamo il fatto che il carattere
può assumere qualsiasi valore tra due estremi, come avviene per l’altezza, il
peso, il quoziente di intelligenza. In questa categoria ve ne sono evidentemente
moltissimi altri. La misura di altezza e peso è particolarmente semplice, ma vi
sono altri caratteri variabili in modo continuo che possono essere difficili da
misurare come, ad esempio, la forma del naso. Se vogliamo realmente definire
un naso, dobbiamo tener conto di un insieme alquanto complesso di dati:
larghezza, lunghezza, angoli, ecc., senza tuttavia arrivare a raggiungere un
risultato pienamente soddisfacente. Resteremo spesso con l’impressione che la
descrizione sia incompleta. Evidentemente caratteri di natura complessa, come la
forma del naso, degli occhi, ecc. sono i più difficili da studiare.
Quando parliamo di variazione discontinua, ci riferiamo invece a caratteri che
esistono in due o più forme alternative chiaramente distinguibili l’una dall’altra,
senza termini di passaggio tra i vari tipi. Ne abbiamo già considerati alcuni
esempi come i gruppi sanguigni, le differenze elettroforetiche tra enzimi e
proteine in generale. Da quanto abbiamo detto finora sarà evidente che la
variazione di natura discontinua è molto più facile da studiare. Questo fatto fu
compreso chiaramente da G. Mendel, il quale dichiarò di aver scelto per l’analisi
caratteri che mostravano variazione discontinua. Fu questa una delle ragioni del
suo successo. Ciò non significa che i caratteri a variazione continua non siano
ereditari, ma soltanto che il loro studio è più difficile. Naturalmente si possono
incontrare difficoltà anche nello studio di variazioni discontinue, e l’attendibilità
dell’affermazione che un carattere è ereditario dipende dal livello di profondità
al quale la ricerca è stata condotta e dalla natura dei dati raccolti. Si conoscono
oggi molte centinaia di caratteri, alcuni malattie rare, altri senza riflessi chiari
sullo stato di salute, o sul comportamento in generale dei quali possiamo dire che
vengono ereditati in stretto accordo con le leggi di Mendel. Un elenco
aggiornato è stato pubblicato da V. A. Mc Kusick. Solo per un numero assai
piccolo di tali caratteri possiamo specificare quale sia la proteina interessata e
come essa agisca. Ma, almeno in qualche caso, possiamo ricostruire la storia
quasi completa di una particolare condizione, partendo dal DNA e arrivando fino
ai vari dettagli del fenotipo. Un esempio classico è la falcemia. Sfortunatamente
non sappiamo ancora come curarla in modo efficace, ma è certo che le
conoscenze che si sono andate accumulando permetteranno in un prossimo
futuro progressi pratici anche a livello della terapia. A una considerazione
superficiale può sembrare sorprendente che sia disponibile una cura per altre
malattie di origine genetica, come l’emofilia, e che proprio per la falcemia, che è
tanto meglio conosciuta sul piano genetico e biochimico, non esista una cura
ugualmente soddisfacente. Bisogna però notare che l’emofilia appartiene a
quella classe di malattie nelle quali manca una proteina del sangue ed è perciò
possibile una terapia sostitutiva, con diretta somministrazione ai pazienti di
quella proteina. Nel caso della falcemia non è una proteina che manca, ma è
presente nei globuli rossi quella sbagliata e ciò rende la terapia assai più difficile.
Si può sperare comunque che il rapido progresso della genetica molecolare aiuti
a trovare un metodo di terapia più efficace; alcune osservazioni pubblicate
recentemente aprono la via alla speranza.
Consideriamo ora il caso di caratteri a variazione continua come l’altezza o il
peso che, pur non essendo così difficili da definire e misurare come la forma del
naso, hanno tuttavia un determinismo complesso. Consideriamo anche caratteri
che forse variano in modo continuo o quasi continuo come, ad esempio, una
malformazione comune conosciuta con il nome di labbro leporino. Questo non è
un carattere continuo in senso stretto, perché è presente oppure assente, ma
certamente quando si manifesta, può farlo in gradi assai diversi. L’analisi ha
comunque dimostrato che una semplice interpretazione, sulla base di un gene
singolo, è insufficiente. Che cosa possiamo fare quando ci troviamo di fronte a
questi caratteri? Le spiegazioni possibili sono di due tipi. Può darsi che a influire
sul carattere in questione sia più di un gene, forse molti, e allora le regole
dell’ereditarietà sono complesse. Chiameremo questa ipotesi poligenica.
Un’altra possibilità è che il carattere sia influenzato da variabili ambientali oltre
che da geni. Può darsi, per esempio, che abbiano un certo effetto le malattie
infettive che possono essere diverse nella storia di ogni individuo. Può darsi che
la nutrizione sia importante: non si può negare infatti un’influenza della
nutrizione, per esempio, nel caso del peso. Fino a un certo punto senza dubbio
anche la statura è influenzata dalla nutrizione. Molti fattori possono quindi avere
importanza nel determinare il fenotipo; specialmente complessi sono i caratteri
di comportamento, come il quoziente di intelligenza. L’insieme di tutti quei
fattori che condizionano lo sviluppo di un individuo, dallo stadio di singola
cellula zigotica in poi, viene chiamato ambiente.
Noteremo che le due spiegazioni, la poligenica e l’ambientale, non si
escludono. Entrambe possono essere valide allo stesso tempo. È possibile che
per alcuni caratteri l’effetto dei geni sia più importante, siano essi uno o molti, e
che per altri siano predominanti le influenze dell’ambiente.

I GEMELLI

La prima via, e la più semplice, da seguire per vedere se un carattere ha una
componente ereditaria è lo studio della somiglianza tra congiunti: più stretta è la
parentela, più grande deve essere la somiglianza. Fu F. Galton che, durante il
secolo scorso, introdusse questo metodo e alcune misure di somiglianza tra
congiunti, molto simili a quelle più comunemente usate oggi, le quali, nel
linguaggio statistico, vanno sotto il nome di coefficienti di correlazione. Galton
si rese anche conto che lo studio dei gemelli può aiutarci nello stabilire se un
carattere è ereditario o no. Come ben si sa, esistono due tipi di gemelli, quelli
identici e quelli non identici (o gemelli fraterni). Vengono anche spesso distinti
in gemelli monozigotici e dizigotici, rispettivamente abbreviati in MZ e DZ.
Questi termini danno la spiegazione genetica del fenomeno. I gemelli identici
derivano da un unico zigote, vale a dire da una singola cellula uovo fecondata da
un singolo spermatozoo. Lo zigote si divide poi in due cellule uguali, ognuna
delle quali dà origine a un embrione distinto. Così i gemelli monozigotici di un
paio sono assolutamente identici geneticamente e rappresentano una specie di
‘esperimento di natura’ quasi ideale, attraverso cui si può verificare se due
individui geneticamente identici possono svilupparsi in modo diverso. Possiamo
cioè misurare, per così dire, le forze dell’eredità e dell’ambiente. Chiaramente,
se la genetica è sovrana nella determinazione di un carattere, quel carattere non
mostrerà differenze fra due gemelli MZ. L’altra categoria, dei gemelli dizigotici,
deriva invece da due zigoti indipendenti, vale a dire da due cellule uovo
fecondate da due diversi spermatozoi. Ci si attende quindi che i due neonati
siano tanto simili o tanto diversi fra loro quanto lo sono due fratelli, a parte
possibili influenze del fatto che essi hanno la stessa età e si sono sviluppati
contemporaneamente nell’utero della madre e in seguito.
I gemelli non sono rari. Tra gli europei un parto ogni ottanta dà origine a
gemelli: di solito due, molto più raramente tre e ancor più di rado quattro e così
via. Sempre tra gli europei circa un paio di gemelli ogni tre è del tipo
monozigotico, gli altri sono dizigotici. In altri gruppi razziali le proporzioni sono
un po’ diverse: tra gli orientali sono approssimativamente rovesciate; tra gli
africani la frequenza delle nascite di gemelli MZ è circa la stessa che nei
caucasici, ma quella dei gemelli DZ è più alta. Non conosciamo quasi nulla sul
determinismo della gemellarità. Qui, comunque, ci interessa lo studio dei
gemelli soltanto per servircene allo scopo di stabilire se un carattere è ereditario
o no.
Il lettore critico vorrà sapere come possiamo distinguere i gemelli
monozigotici da quelli dizigotici. Esistono molte tecniche, ma le più esatte usano
caratteri rigorosamente ereditari. I gemelli monozigotici, essendo geneticamente
identici, devono essere perfettamente identici l’uno rispetto all’altro per tutti
quei caratteri che noi sappiamo essere geneticamente determinati. Una prova
molto sensibile sarebbe quella del trapianto di pelle dall’uno all’altro gemello. In
gemelli MZ il trapianto è accettato; in gemelli DZ, invece, esso è praticamente
sempre rigettato. Questo metodo, tuttavia, per ovvi motivi, non ha impiego
pratico; vengono esaminati, invece, per determinare se un paio di gemelli sia MZ
o DZ, tutti quei caratteri strettamente genetici che si possono saggiare più
facilmente, dal sesso ai gruppi sanguigni, alle differenze proteiche controllate
geneticamente ecc. È sufficiente che un paio di gemelli differisca per uno solo di
questi caratteri per essere considerato dizigotico. Si corre così solo un piccolo
rischio di errore, quello di includere tra i gemelli diagnosticati come MZ alcuni
DZ che per caso siano identici per tutti i caratteri saggiati. La probabilità di un
tale errore può, comunque, venir calcolata e ridotta a valori molto piccoli, tanto
più quanto più numerosi sono i caratteri esaminati.


ANALISI DELL’EREDITARIETÀ DI CARATTERI QUANTITATIVI

Consideriamo ora la statura. Se noi misuriamo l’altezza di un certo numero di
paia di gemelli identici, troviamo che la differenza media tra i membri di un paio
è circa 1,5 cm. Dunque i gemelli MZ non sono identici per l’altezza, ma sono
certamente molto simili. Se vogliamo un termine di paragone, possiamo
prendere come controllo la stessa misura in gemelli dizigotici. Si trova che la
differenza media è di circa 4 cm, molto più grande dunque che nei gemelli
identici. Naturalmente, questa è ancora soltanto una misura parziale dell’effetto
dell’ereditarietà, perché i fratelli non sono un campione del tutto casuale della
popolazione. Sappiamo per esperienza che i fratelli possono somigliarsi
moltissimo, come anche possono essere molto diversi tra loro. Le misurazioni
compiute dimostrano, in ogni modo, che due fratelli si somigliano di più che due
persone prese a caso nella popolazione. Così la differenza media di statura tra
individui dello stesso sesso, presi a caso dalla popolazione, è di circa 6 cm.
Senza entrare per il momento in dettagli quantitativi, possiamo concludere che
l’effetto dell’ereditarietà sulla statura deve essere elevato, poiché i gemelli MZ
sono molto più simili tra loro dei gemelli DZ. Ma vi deve essere comunque
anche qualche effetto ambientale, poiché i gemelli MZ non sono identici. È
anche possibile dimostrare in modo indipendente che l’ambiente ha un effetto
sulla statura e può valer la pena di citarne uno. La statura media nei paesi
sviluppati ha subito negli ultimi cinquant’anni un aumento impressionante: da 5
a 10 cm. Migliorata nutrizione e altri cambiamenti nell’igiene e nelle condizioni
di vita vi hanno quasi certamente contribuito. Questo tipo di effetto ambientale
(dovuto a cambiamento di nutrizione ecc. in tempi recenti) non è
necessariamente rappresentato nelle differenze tra gemelli identici. Non è poi
detto che lo stesso tipo di cambiamento ambientale che ha causato l’aumento
della statura negli USA e in Europa abbia avuto luogo in altre popolazioni.
L’ambiente è un fattore molto complesso e anche nel caso dell’aumento della
statura non siamo completamente sicuri di quale sia stata l’esatta causa del
cambiamento.
Consideriamo un carattere di significato sociale maggiore della statura, come,
per esempio, il quoziente di intelligenza. Il quoziente di intelligenza, abbreviato
in QI, è una misura delle capacità intellettuali di un individuo, basata su alcuni
test standardizzati che implicano abilità nel ragionamento, memoria, conoscenza
della lingua e della cultura alla quale un individuo appartiene. L’ideale per gli
psicologi sarebbe di riuscire a mettere a punto test di intelligenza esenti da
influenze culturali, cioè indipendenti dalla cultura in seno alla quale un individuo
si sviluppa; ma, per il momento, questo ideale non è stato ancora raggiunto.
Comunque, facendo una media delle osservazioni compiute in Gran Bretagna e
negli USA, troviamo che i gemelli MZ hanno una differenza media di circa sei
punti di QI, mentre per i gemelli DZ la differenza media è di undici punti. Può
qui venire, più o meno, ripetuto lo stesso tipo di ragionamento che abbiamo fatto
per la statura. Chiaramente l’ereditarietà deve essere importante, dato che i
gemelli DZ differiscono fra loro più dei gemelli MZ, tuttavia anche i gemelli MZ
manifestano delle differenze. Perciò deve essere presente un effetto
dell’ambiente e anche da un esame sommario delle cifre si deduce che
l’importanza relativa dell’ambiente rispetto all’ereditarietà è un poco più grande
che per la statura.
In questo tipo di paragoni si cela, però, una trappola logica. I gemelli identici,
appunto perché tali, sono di solito esposti a un ambiente più simile rispetto ai
gemelli non identici. Talora contribuiscono a questo anche i genitori i quali per
esempio, almeno finché i gemelli identici sono piccoli, tendono a vestirli allo
stesso modo, più spesso di quanto avviene per i gemelli non identici. Il noto
genetista umano L. S. Penrose ha commentato: «da uno studio sui gemelli
condotto senza spirito critico si concluderebbe che i vestiti sono ereditati
biologicamente». Si può, almeno in parte, evitare questa trappola utilizzando il
fatto che alcuni gemelli sono stati separati poco dopo la nascita e allevati in
famiglie differenti. Per i due caratteri di cui abbiamo appena parlato, statura e
QI, si può constatare che la differenza media nei gemelli MZ è leggermente
superiore (nove punti in media per il QI), quando vengono allevati
separatamente, di quella dei gemelli MZ allevati insieme (sei punti). Quindi le
differenze di ambiente offerte da famiglie diverse hanno qualche effetto su
questi caratteri. Ma l’aumento non è così notevole da far definitivamente scartare
un contributo ereditario nella loro determinazione.
Val la pena di accennare, seppure in breve, a una misura correntemente in uso
per definire quantitativamente l’importanza relativa dei fattori ambientali e dei
fattori ereditari nella determinazione di un carattere quale la statura o il QI.
Questa misura prende il nome di ereditabilità. Il suo significato è spesso
frainteso e i suoi limiti non vengono sempre chiariti. Inoltre, esistono varie
misure dell’ereditabilità che hanno valori numerici e significati differenti.
Descriveremo qui come si calcola un coefficiente che indica il contributo totale
di tutti i vari fattori che possono essere imputati all’eredità. Prendendo come
esempio numerico il QI, la differenza fra membri di uno stesso paio di gemelli
MZ cresciuti separatamente è di 9 punti (in media). Tale differenza deve essere
tutta dovuta a diversità ambientali fra i membri di una coppia MZ, poiché le
differenze genetiche sono nulle. Se invece prendiamo due individui qualunque, a
caso, troviamo che la differenza di QI fra di essi è, in media, di circa 20 punti.
Questa differenza è dovuta naturalmente sia a fattori genetici sia ambientali.
Poiché la differenza di sola origine ambientale (A) è in media 9 punti, mentre
effetti genetici e ambientali insieme (G + A) sono responsabili di una differenza
media di 20 punti, potrebbe sembrare a prima vista che le differenze genetiche
da sole (G) siano responsabili della differenza tra 20 e 9, cioè siano di 11 punti
in media. Ma il calcolo delle probabilità mostra che le cose non sono così
semplici, e che, se si vuole valutare l’effetto medio di G per questa strada
occorre operare non nella scala originale, il QI, ma in scala di quadrati di queste
differenze. Una dimostrazione dei motivi di ciò esula dai limiti che ci siamo
posti in questa trattazione; ma è possibile completare facilmente il calcolo
considerando che invece della media dei quadrati delle differenze tra singole
coppie (che è il metodo esatto) si può ricorrere, con approssimazione
soddisfacente, al quadrato delle differenze medie che è semplice calcolare.
Abbiamo così 92 = 81, stima di A2 (il quadrato delle differenze di origine
ambientale), in base alla differenza media tra gemelli di una coppia MZ; e 202 =
400 come stima di (G2 + A2), dalla differenza media tra coppie di individui presi
a caso. È ora lecito calcolare l’effetto G2 (la differenza di origine puramente
genetica) per differenza tra (G2 + A2) e A2: si otterrà così G2 = 400 − 81 = 319.
Se vogliamo esprimerlo di nuovo in scala di QI ne prendiamo la radice quadrata,
che è G = √319 ~ 18: è questa la stima della differenza di QI che dovremmo
trovare in media se prendessimo due individui a caso, diversi per effetto genetico
soltanto, ma cresciuti nell’identico ambiente.
L’ereditabilità esprime il rapporto tra il valore G2 (319), cioè la frequenza
genetica, e il totale, che è dovuto sia alle differenze genetiche sia a quelle
ambientali (G2 + A2) = 400; nel caso del QI abbiamo perciò 319/400 ~ 0,8
ovvero l’80%. Il resto, cioè il 20%, rivela qual è l’importanza relativa dei fattori
ambientali nella popolazione da cui sono stati presi i dati. L’affermazione che i
fattori genetici contano per l’80% nella determinazione dei QI deriva da calcoli
di questo genere. Spesso gli entusiasti del determinismo genetico (gli
‘ipergenetisti’) dimenticano che questa stima è affetta da numerose incertezze ed
è probabilmente valida per eccesso; da parte di molti sociologi e psicologi, per i
quali l’ambiente soltanto è determinante, manca la volontà di accettare
l’esistenza di differenze individuali congenite e spesso anche la pazienza di
capire come sono ottenuti i valori numerici e il loro preciso significato.
Può valer la pena di accennare ai motivi di incertezza insiti nella stima
dell’eredità del QI. I dati sui gemelli monozigotici allevati separatamente sono
assai scarsi (poco più di cento coppie, quasi tutte della Gran Bretagna). I dati si
riferiscono perciò, in pratica, a differenze ambientali che si osservano in quel
paese e non in altri in cui la stratificazione socioeconomica può essere più
importante e ridurre l’ereditabilità. La validità di una parte dei dati inglesi
(raccolti da Cyril Burt) è stata recentemente contestata; altri dati, ottenuti da
Shields, appaiono più solidi, ma sono raccolti su un campione di gemelli che
hanno partecipato volontariamente alla ricerca (e può quindi essere più
facilmente affetto da vizi statistici). Inoltre, pur essendo i gemelli vissuti in
famiglie diverse, queste erano molto spesso costituite da congiunti stretti.
L’esperimento dei gemelli MZ allevati separatamente non avviene in pratica
nelle condizioni ideali che sarebbero auspicabili per ottenere stime di
ereditabilità completamente attendibili. È perciò probabile che la stima corretta
dell’ereditabilità del QI sia minore dell’80%, e magari vicina a quella
determinata per molti altri caratteri (50 o 60%). Pare decisamente inferiore a
quella della statura (che è del 90% circa).
In ogni caso le differenze ambientali valutate in base alle stime di ereditabilità
del QI esistenti oggi non possono venire utilizzate per confronti fra paesi diversi
o addirittura fra gruppi sociali privilegiati e altri mantenuti da secoli in
condizioni di netta inferiorità sociale, come nel caso estremo dei negri
americani. Sarebbe un grave errore, in base alle misure di ereditabilità finora
compiute, asserire che la differenza osservata in media fra bianchi e negri
americani (che è di 15 punti di QI) è per l’80% di origine genetica. La
valutazione dell’80%, ammettendo che sia accettabile si riferisce a osservazioni
molto diverse. In realtà negli USA le condizioni di vita sono sufficientemente
differenti fra negri e bianchi da rendere impossibile una diagnosi rigorosa
sull’origine di questa differenza del QI, se cioè essa sia genetica o ambientale.
L’acrimonia della discussione che si trascina da qualche anno sull’argomento
trova in parte la sua origine nel pregiudizio che una differenza genetica è
irrimediabile. In parole semplici, il pensiero corrente, anche se non espresso
esplicitamente, è che chi ha un QI basso per ragioni genetiche non è soltanto un
cretino, ma è un cretino senza speranza! In realtà il fatalismo facile (‘i tuoi
cromosomi, il tuo destino’) non è giustificato. Un esempio importante, al
proposito, è costituito dalla fenilchetonuria, difetto genetico che abbassa il QI
delle persone che ne sono affette di oltre 50 punti; il deficit di QI viene
interamente eliminato da un’alimentazione opportuna dei bambini
fenilchetonurici nei primi anni di vita. Le differenze genetiche sono rimediabili,
quando i meccanismi sono sufficientemente noti.
La differenza di QI tra razze raggiunge un valore elevato (in media 15 punti)
nel confronto fra negri americani e bianchi, ma non è un caso limite; assai più
grande è infatti la differenza tra classi socioeconomiche estreme. Tra lavoratori
non specializzati e professionisti, in media, vi sono quasi 50 punti di differenza.
Anche in questo caso ci si può chiedere se e quale parte della differenza sia
genetica.
Una delle difficoltà insite nell’applicazione diretta delle teorie genetiche
esistenti è che queste considerano soltanto un tipo di trasmissione ereditaria:
quella biologica, attraverso i cromosomi. Non vi è dubbio che tale trasmissione
sia importante per molti caratteri di comportamento, compreso il QI, anche se le
stime di ereditabilità più comunemente accettate sono, come si è brevemente
discusso, troppo elevate. Ma soprattutto nell’uomo, e soprattutto per i caratteri di
comportamento vi è anche un’eredità socioculturale che entro certi limiti si
sovrappone a quella cromosomica. Una distinzione tra gli effetti dei due modi di
trasmissione è molto difficile, ma non impossibile. Il metodo migliore è lo studio
dei casi di adozione, e in particolare delle somiglianze tra genitori biologici e i
loro figli adottati in altre famiglie, nonché tra i genitori adottivi e i figli che essi
hanno adottato. I risultati di cui finora si dispone non sono numerosi ma
sufficienti a dimostrare che le posizioni estreme sono errate.
La polemica più acuta si è accesa dopo la pubblicazione, nel 1969, di un
articolo di Arthur Jensen, professore di ‘educational Psychology’ all’Università
di Berkeley in California. In questo articolo si sosteneva la verosimiglianza
dell’ipotesi che la differenza del QI fra bianchi e negri sia genetica. In un libro
successivo Jensen stimava che da metà ai due terzi di questa differenza fosse di
origine genetica. Ma l’intero ragionamento di Jensen si basa su dati che non
distinguono l’eredità biologica da quella socioculturale. La posizione di Jensen e
dei suoi fautori ha preso il nome di ‘jensenismo’, parola che non a caso ricorda il
giansenismo, dottrina di cattolici rigoristi diffusa nel Seicento e nel Settecento e
dichiarata eretica dalla Chiesa cattolica. I giansenisti credevano nella
distribuzione ineguale della grazia divina.
L’esistenza di importanti barriere riproduttive (di origine sociale) e di
differenze socioculturali ed economiche fra bianchi e negri rende la soluzione
del problema particolarmente difficile, come si è già detto. Per poter dire se una
differenza osservata è genetica, occorrerebbe poterla rilevare in individui dei due
gruppi cresciuti nello stesso ambiente. L’estensione dei pregiudizi in argomento
razziale rende difficile ottenere un materiale di osservazione adeguato.
Particolarmente interessanti, comunque, le osservazioni della psicologa inglese
B. Tizard, pubblicate molto recentemente. Determinazioni del QI su bambini
africani, razzialmente misti, e bianchi, allevati in ‘nurseries’ ben dotate di
personale e di mezzi, sia per qualità sia per quantità, hanno mostrato che le
differenze di QI sono, se mai, a svantaggio dei bianchi. Tali ricerche
richiederanno estensione e conferma, trattandosi di numeri relativamente piccoli
di bambini e di condizioni particolari, ma certo contribuiscono a rendere
inaccettabile l’ipotesi di Jensen.
È un grave peccato che la polarizzazione dell’interesse sul problema delle
differenze tra gruppi (razze e classi sociali diverse), di più difficile analisi e
facilmente inquinate da pregiudizi di tipo razzistico o di altra natura, abbia
distolto almeno parzialmente la ricerca dai problemi delle differenze individuali.
I risultati acquisiti mostrano che esiste una componente ereditaria delle
differenze individuali, sia per il QI sia per altri caratteri del comportamento.
Purtroppo il QI è una misura insoddisfacente delle capacità intellettuali di un
individuo, troppo generica e legata a una cultura particolare. Meglio sarebbe
valutare capacità e tendenze in modo assai più specifico. Idealmente, si vorrebbe
poter prevedere la potenzialità di sviluppo di ogni individuo in condizioni
ambientali diverse. Non vi è dubbio che le tendenze innate di ogni individuo
possono variare notevolmente da un individuo all’altro e da un ambiente
all’altro. Sviluppare queste tendenze nel modo più soddisfacente per l’individuo
e per la società è certo uno scopo tanto nobile e importante quanto difficile. Ma
si può sperare di riuscire a divenire più efficienti di quanto siamo oggi.
Certamente ciò richiederà una maggiore individualizzazione dei procedimenti
educativi. Prima di tutto sarà comunque necessario chiarire gli scopi, e la scelta
degli scopi è naturalmente di natura politica. Essa è oggi espressa in ideali assai
diversi, che variano dall’eguaglianza dell’opportunità a quella dei risultati.
Qualunque sia la scelta compiuta, la realizzazione dovrà tener conto dei fatti
biologici. Forse, quando le nostre conoscenze saranno maggiori, la
pianificazione sociale prenderà aspetti meno caotici di quelli cui siamo ora
abituati.


UNA MALATTIA SOCIALMENTE IMPORTANTE: LA SCHIZOFRENIA

Studiamo ora, più in dettaglio, un esempio di importanza sociale considerevole,
il caso della schizofrenia. È questa una malattia mentale molto diffusa, tanto
diffusa che quasi il 2% degli individui ne è affetto. Ve ne sono molte forme e
molte diverse definizioni. Una manifestazione comune è uno stato di eccitazione
o anche, all’opposto, un completo disinteresse per il mondo circostante. Lo
schizofrenico non perde le sue capacità intellettive, ma non ne fa uso per
mancanza di motivazione o forse per paura. Spesso è soggetto ad allucinazioni e
ad altri sintomi e talora è pericoloso a se stesso e agli altri. Ci si può rendere
conto dell’importanza della schizofrenia se si pensa che, negli USA, circa la
metà di tutti i letti degli istituti psichiatrici sono occupati da schizofrenici. Sulla
biochimica della malattia non sappiamo praticamente nulla di sicuro. La malattia
certamente si presenta in gradi diversi e vi sono molti individui, nella
popolazione generale, che hanno tendenze leggermente schizofreniche, anche se
non sono particolarmente pericolosi o bisognosi di trattamento.
Si è molto discusso se la schizofrenia sia o meno ereditaria. Se osserviamo i
casi di schizofrenia tra gemelli, troviamo che, quando uno di due gemelli identici
è affetto dalla malattia, anche l’altro ha tendenza a esserlo. La frequenza con cui
il co-gemello MZ di uno schizofrenico è anch’esso affetto, facendo la media di
molte ricerche, è del 38%; questa cifra viene detta concordanza tra gemelli MZ.
Se la schizofrenia fosse completamente ereditaria, la concordanza dovrebbe
essere del 100%. È quindi chiaro che le differenze ambientali nello sviluppo di
individui diversi devono avere un peso piuttosto importante nel condurre, o
meno, a uno stato schizofrenico. Pur essendo la concordanza piuttosto bassa tra
gemelli identici, possiamo tuttavia chiederci se nella schizofrenia vi possa essere
una componente genetica. Eseguendo la stessa stima su gemelli DZ troviamo
una concordanza del 12% soltanto. Questo valore è molto vicino a quello trovato
per i comuni fratelli, come ci si deve aspettare dato che i gemelli DZ sono fra
loro geneticamente simili tanto quanto i normali fratelli. Praticamente tutte le
ricerche eseguite hanno mostrato, per la schizofrenia, valori di concordanza più
alti tra i gemelli MZ che tra i DZ e ciò indica che vi è un’ereditarietà nella
determinazione della malattia, anche se il peso dell’ambiente non solo non può
essere dimenticato, ma deve essere, in effetti, assai importante.
Un altro modo di affrontare l’argomento è lo studio dei figli di genitori
schizofrenici adottati da famiglie normali. Si è visto che tali individui hanno
tendenza a sviluppare la schizofrenia più dei controlli, cioè più dei figli adottivi
nati da genitori non schizofrenici. Gli studi sull’adozione dei figli di
schizofrenici confermano quindi che da un lato i fattori genetici hanno una parte
nella determinazione della schizofrenia, mentre, dall’altro, gli studi sui gemelli
MZ mostrano che anche l’ambiente ha un peso notevole. Così un individuo può
essere geneticamente più predisposto di un altro a sviluppare la schizofrenia, ma
può svilupparla o no a seconda dell’ambiente nel quale è stato allevato.
Sfortunatamente non si sa ancora quale dei molti fattori ambientali abbia una
reale influenza nello sviluppo di questa malattia.
L’esistenza di influenze ambientali sul manifestarsi della schizofrenia rende
più difficile chiarirne il meccanismo di trasmissione ereditaria. Sono state fatte
molte ipotesi di uno o più geni dominanti, o recessivi, e anche ipotesi
poligeniche. Sarà difficile raggiungere conclusioni sicure finché non si
conoscerà il determinismo biochimico della malattia.
Non è certo molto importante, almeno da un punto di vista sociale, il poter
predire o modificare la statura della discendenza, almeno entro il normale grado
di variazione. I casi estremi di nanismo e gigantismo sono di solito dovuti a
singoli geni e il loro studio, con le tecniche tradizionali, è possibile e in continuo
progresso. Al contrario, il quoziente di intelligenza può avere qualche
importanza, soprattutto in una società a orientamento tecnologico. In qualsiasi
tipo di società, poi, la schizofrenia è molto importante e il suo studio dovrebbe
avere ampia priorità. Come discuteremo più a fondo nell’ultimo capitolo, è
difficile modificare direttamente i geni, ma può essere facile agire su quei
componenti dell’ambiente che possono contribuire a determinare il QI o la
schizofrenia. Conclusioni assai simili valgono per le sindromi maniaco-
depressive e per tutte quelle alterazioni del comportamento che conducono ad
attività antisociali. La comprensione delle influenze ambientali sui caratteri di
comportamento, che è oggi estremamente limitata, potrebbe essere di grande
utilità e qualsiasi progresso significativo, in questo campo, sarà sicuramente di
grande importanza. La storia individuale di gemelli identici, ma discordanti per
un certo carattere, può insegnarci quali sono i fattori ambientali che concorrono
a determinare quel carattere.



VII
Come cambiamo


LA MUTAZIONE

Abbiamo già accennato al fatto che quando il nuovo DNA viene copiato dal
vecchio DNA di una cellula già esistente per formare due cellule con identico
DNA, il processo di copiatura può dar luogo a errori. Al posto di un certo
nucleotide può venirne erroneamente messo un altro: il risultato può essere la
sostituzione di un amminoacido nella proteina prodotta dal segmento di DNA
interessato, come permette di prevedere il codice genetico. Se, ad esempio, da
una sequenza di nucleotidi AAA si forma per errore la sequenza GAA nel DNA
copiato, la proteina che ne deriva conterrà, nel punto corrispondente, leucina
invece di fenilalanina.
Si possono anche avere perdite o aggiunte di nucleotidi. Chi ha una
conoscenza piuttosto approfondita del codice genetico sa che se il numero dei
nucleotidi perduti o aggiunti è uno o due, una parte della proteina che si forma
risulterà completamente aberrante, col risultato che molto probabilmente tutta la
proteina non sarà funzionale. Se invece tre nucleotidi successivi vengono
aggiunti o perduti, il risultato sarà l’aggiunta o la perdita di un amminoacido
nella catena proteica. Questi concetti saranno chiari soltanto a chi è a conoscenza
delle basi della genetica molecolare, ma la loro piena comprensione non è
essenziale per quanto segue.
Abbiamo anche brevemente accennato ad altri tipi di mutazioni che possono
verificarsi. I cromosomi possono rompersi e riattaccarsi in una posizione
differente, possono andar perduti o talora raddoppiarsi. Ne risulteranno allora
altri tipi di mutazioni (cromosomiche), le quali hanno di solito conseguenze
motto più gravi di quelle dovute a cambiamenti di ordine più limitato, che
riguardano uno o pochi nucleotidi. e che sono chiamate mutazioni geniche.


QUANTO SONO FREQUENTI LE MUTAZIONI?

Intuitivamente possiamo prevedere che le mutazioni non sono troppo frequenti.
L’organismo umano è simile a una macchina complessa, in effetti motto più
complicata della più complessa macchina costruita dall’uomo stesso, come un
missile o un calcolatore elettronico, nella quale tutte le parti, o almeno quelle
veramente vitali, devono funzionare. Vi sono casi che dimostrano come anche la
sostituzione di un solo amminoacido in una proteina possa essere letale per
l’organismo; tuttavia non tutte le mutazioni hanno effetti così drastici. Alcune di
esse possono causare solo un piccolo svantaggio al loro portatore, oppure
nessuno svantaggio e alcune possono addirittura essere utili, come vedremo
quando parleremo della selezione naturale. Possiamo stimare sia nell’uomo sia
in motti altri organismi viventi la frequenza delle mutazioni, e diverse di queste
stime sono disponibili. Diamo due esempi. La mutazione dominante che porta al
tipo di nanismo detto condrodistrofia appare una volta ogni 20000 gameti.
Questa è una delle più atte frequenze di mutazione conosciute. Un’altra
mutazione è di circa uno ogni 50000 gameti. Questi esempi sono stati però scelti
tra gli estremi e la frequenza media di mutazione per gene si può considerare
nell’uomo dell’ordine di 1 per ogni milione di gameti. Così, in ogni generazione,
un gene di un dato individuo ha una probabilità di circa uno su un milione di
essere mutato. Nell’uomo il numero di geni diversi è (al massimo) dell’ordine
del milione; ogni gamete perciò può contenere, in media, un gene mutato.
Queste stime si riferiscono tutte alla frequenza di mutazioni spontanee, vale a
dire di mutazioni che avvengono in assenza di qualsiasi specifico agente esterno.
Qual è la causa delle mutazioni? Sappiamo che i raggi X e tutti i tipi di
radiazioni ionizzanti, come i raggi cosmici e qualsiasi particella emessa nel
decadimento radioattivo, possono produrre mutazioni. Noi siamo tutti soggetti a
un fondo radioattivo che proviene da fonti diverse. L’introduzione dell’energia
atomica ha accresciuto questo fondo e lo accrescerà ancora. L’uso dei raggi X
per scopi medici ha ancor più seriamente contribuito a questo aumento. Quale
parte dell’intera frequenza di mutazione può essere attribuita alle radiazioni a cui
siamo esposti? Non possiamo ancora dare cifre esatte per l’uomo, ma calcoliamo
che la frazione dovuta alle radiazioni naturali può essere tra il 3% e il 30% della
frequenza totale di mutazione spontanea. È importante tener presente che non vi
è soglia sotto la quale le radiazioni siano completamente inattive nel produrre
mutazioni. Perciò ogni aumento del fondo radioattivo provocato dall’uomo
aumenterà la frequenza di mutazione. È anche per questo motivo che, poco dopo
la seconda guerra mondiale, i genetisti hanno svolto un’azione particolarmente
attiva ed efficace nel chiedere, al Congresso degli USA, la riduzione o
l’abolizione degli esperimenti nucleari. Pare in ogni caso certo che le radiazioni
non spieghino tutta la frequenza di mutazione osservata, ma solo una parte
relativamente modesta. A che cosa è dovuto il resto? Probabilmente le sostanze
chimiche che entrano nella composizione degli alimenti o che si trovano
nell’atmosfera o in generale nel nostro ambiente di vita possono in parte
contribuirvi. Chiaramente lo studio della possibile azione mutagena di sostanze
che vengono sempre maggiormente impiegate, come insetticidi, farmaci ecc., è
di considerevole importanza sociale. Anche alcuni virus sono stati accusati di
azione mutagena (in particolare per quanto riguarda le aberrazioni
cromosomiche), ma i dati a disposizione sono ancora troppo scarsi.

LA SELEZIONE NATURALE

Durante la seconda metà del secolo scorso, Charles Darwin fu il più grande
sostenitore della teoria che la selezione naturale determina il corso
dell’evoluzione e l’adattamento degli organismi al loro ambiente. Per queste sue
idee dovette sostenere una lunga battaglia. Ancor oggi esistono persone che non
credono nell’evoluzione - per lo più per fondamentalismo religioso o per
incomprensione. La selezione naturale può oggi essere espressa in termini
matematici e le può essere data (in effetti le è stata data) la forma e la forza di un
teorema. Per motivi di semplicità eviteremo qui qualsiasi approccio quantitativo.
Ammettiamo che un gene sia mutato; in questo caso il cambiamento è
potenzialmente trasmissibile a tutti i discendenti dell’organismo che porta il gene
nuovo, in quanto esso è ora l’originale da cui saranno tratte tutte le copie future
che appariranno nei discendenti. Il destino di un gene mutato, che chiameremo il
nuovo allele di un dato gene, è legato all’effetto che esso ha sull’organismo che
lo porta. Ammettiamo che il cambiamento sia vantaggioso per l’individuo,
almeno nel particolare ambiente in cui esso vive. Possiamo citare un caso di
questo tipo nell’uomo: la deficienza di G6PD in ambiente malarico. Noi
sappiamo ad esempio che tra gli ebrei del Kurdistan la frequenza del gene è
salita fino al 60% da una frequenza che, all’origine, deve essere stata molto
bassa. In altri gruppi le frequenze raggiunte sono minori. Non è escluso che, se
le condizioni malariche si fossero prolungate nel tempo, gli ebrei del Kurdistan
avrebbero tutti la deficienza di G6PD. In base a dati storici, possiamo
approssimativamente stabilire il lasso di tempo entro il quale è avvenuto questo
cambiamento. Il periodo deve essere stato dell’ordine di 2000 o 2500 anni.
Questo è forse, nell’uomo, il più rapido cambiamento genetico su cui si abbia
qualche informazione dettagliata. Tutti gli altri casi in cui vi sono stati
cambiamenti evolutivi quasi altrettanto rapidi riguardano geni che, come il
G6PD, determinano una maggiore resistenza alla malaria, così la falcemia e la
talassemia, che però portano con sé altre complicazioni (discusse nel capitolo
VIII). Non deve sorprendere il fatto che i casi più rapidi di evoluzione per
selezione naturale che siamo in grado di citare, riguardino tutti la malaria. Essa è
stata, infatti, ed è ancora in parte, il peggior flagello, sia nelle regioni tropicali
sia in quelle temperate, ovunque le zanzare trasmettitrici sopravvivono e
prosperano.
Alcuni semplici calcoli matematici dimostrano che non possiamo attenderci
un’evoluzione così rapida per la maggior parte degli altri geni. Anzi, una
tendenza oggi diffusa è quella di ritenere che molte sostituzioni di un singolo
amminoacido - ma certamente non tutte - non hanno un chiaro significato
selettivo. Questo vuol dire o che esse sono completamente neutre, vale a dire
non recano alcun danno o beneficio al portatore, oppure, più correttamente, che
il vantaggio o lo svantaggio selettivi sono così piccoli da essere trascurabili.
Questa ‘neutralità selettiva’ non può, naturalmente, essere vera per tutte le
mutazioni, altrimenti sarebbe impossibile per gli organismi adattarsi al proprio
ambiente. L’adattamento implica l’aumento del numero degli individui più adatti
al loro ambiente e ciò richiede che almeno alcune delle mutazioni siano
vantaggiose. La frazione di mutazioni dalle quali il portatore può trarre un reale
beneficio può essere relativamente piccola, ma senza di esse non ci sarebbe
adattamento all’ambiente.
D’altra parte, è chiaro che una frazione importante di tutte le mutazioni è
certamente dannosa per il portatore. Qui dobbiamo ricordarci di un fatto: noi
siamo organismi diploidi, cioè tutti i nostri cromosomi sono in duplicato. Un
mutante del tutto nuovo, comparso in un cromosoma di un gamete il quale
fecondi un altro gamete (che porterà quindi l’allele normale) formerà un
individuo eterozigote per l’allele mutante. Così, nel caso che la mutazione sia
recessiva, essa passerà più o meno inosservata agli effetti della selezione
naturale, dal momento che l’individuo eterozigote per il mutante sarà
fenotipicamente normale. Il fatto che siamo organismi diploidi (che abbiamo
cioè tutti i cromosomi in doppio) è un aiuto efficace per nascondere eventuali
effetti deleteri di mutazioni recessive. Questo ci spiega, in parte, la strategia
adottata dalia natura col rendere diploidi molti organismi. È la stessa strategia
adottata dai progettisti di aeroplani - un aereo con un solo motore
inevitabilmente cade, se quell’unico motore viene a mancare durante il volo. Per
diminuire le probabilità di un disastro, gli aerei con un solo motore sono di solito
forniti di due carburatori e di due magneti, per garantire che almeno uno dei due
funzioni. Maggior sicurezza è offerta da due o più motori. Lo stato diploide è
quindi utile, tra l’altro, anche per difenderci contro i pericoli delle mutazioni.


RARITÀ E MOLTEPLICITÀ DELLE MALATTIE GENETICHE

Lo stato diploide non ci difende contro mutazioni dannose dominanti. Infatti una
tale mutazione apparsa in un gamete, per la stessa definizione della parola
dominante, mostra effetti fenotipici nello zigote che da quel gamete deriva. Se
l’individuo che porta la mutazione muore o non si riproduce, anche il gene
appena mutato scomparirà. Ad esempio, la probabilità di lasciare discendenti per
un nano condrodistrofico è soltanto del 20% rispetto a un individuo normale.
Incidentalmente, questa quantità è detta valore riproduttivo (in inglese fitness)
della condrodistrofia; il suo complemento al 100% (l’80%) è anche chiamato
svantaggio selettivo. Ma, poiché alcuni nani condrodistrofici si riproducono
(anche se con una efficienza del 20% rispetto al tipo normale), essi
trasmetteranno il loro gene alla discendenza. A ogni nuova generazione
appariranno nuove mutazioni. Così un certo numero di nani condrodistrofici sarà
sempre presente.
Esistono quindi due forze che agiscono in direzioni opposte: la mutazione che
produce il nuovo allele mutato, e la selezione naturale che tende a eliminarlo.
Quando le due forze hanno effetto uguale viene raggiunto un equilibrio e la
frequenza della malattia rimane invariata. Possiamo visualizzare questo processo
pensando a un sacchetto di fagioli, la maggior parte dei quali sono neri, ma a cui
continuiamo ad aggiungere, a ogni generazione, qualche fagiolo bianco. Questi
rappresentano la mutazione. D’altra parte a ogni generazione leviamo anche
qualche fagiolo bianco e ciò rappresenta la selezione contro il mutante. Il
numero dei fagioli bianchi nel sacchetto non cambia se il numero che
aggiungiamo (nuovi mutanti) è uguale al numero che togliamo (il risultato della
selezione). Quando la selezione contro il mutante è molto forte, come nel caso di
un gene altamente deleterio, il numero di fagioli che sottraiamo a ogni
generazione è quasi uguale a quello di tutti i fagioli bianchi presenti. Quelli che
troviamo a ogni nuova generazione si saranno perciò formati per lo più ex novo,
cioè a seguito di mutazioni recenti. Per questo motivo la frequenza degli
individui affetti da una data malattia genetica dominante, altamente dannosa (che
cioè ha un basso valore riproduttivo) sarà dell’ordine delle frequenze di
mutazione. Queste variano moltissimo da gene a gene, ma sono solitamente assai
basse e perciò ogni malattia genetica è rara, perché è in media rara la mutazione
che produce l’allele dannoso.
Cosa accade per le mutazioni dannose recessive? Poiché esse restano nascoste
nell’eterozigote nuove mutazioni continueranno ad accumulare mutanti recessivi
dannosi, così che questi possono raggiungere frequenze abbastanza alte. Potrà
avvenire allora che due eterozigoti per l’allele mutante si incrocino; in tal caso la
condizione omozigote può venir osservata nella discendenza (in un quarto di
essa). È a questo punto che un gene recessivo dannoso si trova esposto alla
selezione naturale e, poiché è dannoso, viene eliminato insieme con l’omozigote
che lo porta. Si può prevedere, e semplici calcoli lo confermano, che la
frequenza di un gene recessivo dannoso possa diventare alquanto alta in una
popolazione. Lo abbiamo visto nel caso della fenilchetonuria. Tuttavia la
frequenza degli individui affetti rimarrà sempre bassa nella popolazione. Come
si può vedere dal teorema di Hardy-Weinberg, la frequenza degli individui affetti
è il quadrato della frequenza dell’allele dannoso. Se questa è di uno su cento, la
frequenza della malattia sarà uno su diecimila. Se la frequenza genica è di uno su
mille, la frequenza degli individui affetti sarà uno su un milione e così via.
Anche per le malattie recessive dannose, dunque, la frequenza degli individui
affetti è dell’ordine di grandezza della frequenza di mutazione, a meno che non
sopravvengano a complicare le cose altri fattori, di cui parleremo nel prossimo
capitolo.
Generalizzando, possiamo dire che a parte qualche situazione eccezionale, che
resta da discutere, ogni singola malattia genetica non può che essere rara. Vi è
forse un milione di geni nell’organismo umano e potenzialmente ognuno di essi
può produrre mutanti dannosi per l’organismo. Ci possiamo perciò attendere un
milione di differenti malattie genetiche e, anche se ciascuna di esse è rara,
sommando tutte le molte malattie possibili, la loro incidenza totale può essere
alta. Finora conosciamo circa un migliaio di malattie genetiche - e la maggior
parte di esse incompletamente - ma il numero è destinato ad aumentare con
l’aumentare delle conoscenze.

DUPLICAZIONE DEI GENI



Tra le mutazioni che non abbiamo ancora discusso ve n’è una che è di speciale
importanza nell’evoluzione: la duplicazione di segmenti cromosomici. I
segmenti possono essere geni interi o parte di essi o segmenti più lunghi
comprendenti molti geni. Il segmento duplicato si colloca di solito vicino al gene
di origine (in ‘tandem’), ma talvolta si può trovare altrove sullo stesso
cromosoma o anche in un altro cromosoma. Possiamo accorgercene perché
questi geni duplicati fabbricano proteine simili a quelle prodotte dal gene
originale. Vi sono prove che questo fenomeno deve essere accaduto
ripetutamente; l’esempio classico è quello delle emoglobine. Conosciamo, nei
mammiferi, almeno cinque catene di emoglobina, chiamate α, β, γ, δ ed ε.
Sappiamo che l’emoglobina normale dell’adulto è composta di due catene α, e
due β. Nel primo periodo della vita embrionale vengono usate, invece, le
emoglobine α ed ε; nell’ultimo periodo della vita intrauterina vengono prodotte
le α e le γ, che formano l’emoglobina detta fetale, e questo tipo viene
gradualmente sostituito dal tipo normale di emoglobina adulta, in un processo
che inizia durante la seconda parte della vita fetale e termina nel primo periodo
della vita postnatale. Sappiamo che la catena α è fabbricata da un gene su un
cromosoma, mentre β, γ e δ sono prodotte da tre geni, tutti strettamente
concatenati, e posti su un altro cromosoma.



Fig.23 Evoluzione molecolare di quattro catene emoglobiniche presenti nell’uomo e relative stime dei tempi
di separazione evolutiva (da E. Zuckerkandl e L. Pauling, 1965).

Fig.24 Crossing over anomalo in due cromosomi omologhi: si ha la conseguente formazione di una
duplicazione e di una delezione. L’appaiamento anomalo di de con fg è solitamente dovuto a una parziale
omologia delle due regioni, in seguito a duplicazione.


Possiamo anche ricostruire approssimativamente l’epoca in cui le duplicazioni
hanno avuto luogo studiando la struttura e la presenza di queste molecole nei
vari vertebrati. La catena δ, per esempio, è stata originata in un tempo
relativamente recente, come si può vedere nella FIG. 23, e differisce dal suo tipo
originario, la β, soltanto per la sostituzione di cinque (o sei) amminoacidi. In
generale, più antica è la separazione tra i due geni duplicati, più grande è il
numero degli amminoacidi diversi nelle due catene. La FIG. 23 mostra il numero
di amminoacidi diversi tra le principali catene di emoglobina. Aggiungiamo che
esiste un’altra proteina, la mioglobina, che svolge una funzione simile a quella
dell’emoglobina, ma in un altro tessuto, quello muscolare. Anche la mioglobina
è sufficientemente simile all’emoglobina da far supporre un’origine comune,
tuttavia deve essersi separata dall’emoglobina in un periodo precedente a quello
delle varie duplicazioni delle catene emoglobiniche, e per questo mostra
differenze ancora più grandi di qualsiasi differenza tra catene di emoglobina.
Sono noti molti altri casi in cui si può senz’altro ammettere che un gene si sia
duplicato diverse volte e che ciascuno dei duplicati sia evoluto
indipendentemente. La somiglianza tra catene polipeptidiche (in termini di
sequenza di amminoacidi) è la miglior prova, ma non la sola, di un’origine
comune.
È interessante discutere come possono essere sorte le duplicazioni. Il
meccanismo più semplice è, probabilmente, quello indicato nella FIG. 24. Il
crossing over è, in generale, un processo molto preciso, grazie alla tendenza dei
cromosomi che appartengono a uno stesso paio ad appaiarsi fisicamente l’uno
con l’altro alla meiosi, rispettando rigorosamente la somiglianza dei due
cromosomi, segmento per segmento. Se il segmento de di un cromosoma è
simile al segmento fg, magari per un’antica duplicazione (FIG. 24) i due
segmenti de ed fg possono allora, qualche volta, appaiarsi tra loro anziché nel
modo normale e cioè: d con d, e con e, f con f e g con g. Conseguenza dei
Crossing over in condizioni di appaiamento aberranti è la formazione di due
filamenti, uno dei quali contiene una duplicazione e l’altro una delezione (cioè
ha un segmento mancante).
La duplicazione dei geni è certamente un fenomeno di notevole importanza
per la formazione di organismi sempre più complessi. Il fatto che una stessa
proteina venga fabbricata da due geni diversi, originati uno dall’altro per
duplicazione, dà maggior libertà ad almeno uno dei due di differenziarsi e
assumere funzioni nuove. Questo fu certamente il caso della mioglobina e
dell’emoglobina, che devono essere ambedue originate da una duplicazione
avvenuta molto presto nella storia dei cordati. Il gene duplicato può, all’inizio,
non avere una funzione specifica o importante, almeno per quanto sappiamo fino
ad oggi. Non vi è, per esempio alcuna funzione importante collegata con la
catena 8 dell’emoglobina, la cui origine evolutiva è piuttosto recente. Il gene
partecipa alla produzione di una piccola parte (circa il 2%) dell’emoglobina
nell’adulto: questa emoglobina, detta A2, è composta di due catene α e due δ.
Anche se fossimo totalmente privi di emoglobina A2, saremmo probabilmente
del tutto normali. Ma può arrivare un tempo, cioè nuove condizioni ambientali,
in cui questa proteina può rivelare vantaggi insospettati. Così gli organismi
viventi portano con sé molte potenzialità di adattamento a nuove situazioni
ambientali per poter affrontare gli imprevedibili problemi della sopravvivenza in
un ambiente che muta continuamente intorno a loro. Essi sviluppano un sempre
maggior numero di meccanismi potenziali di adattamento, che la selezione
naturale coglie automaticamente ogni volta che le condizioni ambientali lo
richiedono. Così il caso, sotto forma di mutazione, e la scelta, sotto forma di
selezione, hanno potuto portare alla grande varietà di complessi organismi che
popolano la Terra.


ALTRI FATTORI EVOLUTIVI: LA DERIVA GENETICA CASUALE

Abbiamo citato il caso come un fattore di evoluzione parlando della casualità
delle mutazioni. In realtà una mutazione è un cambiamento casuale in una
complessa struttura molecolare, e i suoi effetti ci sembrano largamente
imprevedibili. Inoltre la mutazione è un evento casuale che si manifesta con una
data probabilità. Vi è infine un altro modo attraverso il quale il caso esercita un
ruolo diretto nell’evoluzione: nessuna popolazione, per quanto grande, è di
dimensioni infinite. Questo fatto provoca oscillazioni delle frequenze geniche da
una generazione all’altra, di origine completamente casuale e tanto più grandi
quanto più piccola è la popolazione. È il fenomeno di deriva genetica casuale
(drift, in inglese).
Per chiarire le idee, prendiamo in considerazione una situazione estrema.
Un’isola dell’Oceano Atlantico (Tristan da Cunha) è stata popolata, all’inizio del
secolo scorso, da un gruppo molto piccolo di individui: otto o dieci persone in
tutto. Oggi esistono alcune centinaia di discendenti dei primi colonizzatori. Tra i
fondatori di Tristan de Cunha ve n’era uno in cui si manifestò, nel corso della
sua vita, una malattia genetica: il retinoblastoma. Molti dei discendenti hanno
ricevuto dal fondatore questa triste eredità e la frequenza della malattia, altrove
bassissima, è cento o mille volte più grande in quell’isola, poiché, per caso, tra i
fondatori vi era un portatore del gene.
L’effetto del fondatore drammatizza quello che in realtà avviene a ogni
generazione: i geni rappresentati sono, direbbe uno statistico, un campione preso
a caso dei geni della generazione precedente. La teoria delle probabilità permette
di prevedere l’andamento del fenomeno e ci mostra che, se la popolazione - cioè
il numero di individui che partecipano alla riproduzione - è piccola, l’effetto
della deriva è importante, mentre se essa è grande l’effetto è modesto. Se la
popolazione fosse infinita (ma questo, nella realtà, non succede) la deriva
scomparirebbe del tutto. Alla fine, in una popolazione reale, il risultato della
deriva è sempre lo stesso: di ogni gene resterà un allele soltanto, che raggiungerà
così la frequenza del 100%, mentre tutti gli altri alleli saranno scomparsi. La
mutazione potrà riportare in una popolazione nuovi alleli, ma, in sua assenza, il
caso determinerebbe l’omogeneità totale. Il tempo necessario per raggiungere
questa omogeneità può essere però molto lungo e quindi, nel frattempo, nuove
mutazioni hanno la possibilità di introdursi. Tra le due forze opposte, il caso che
tende a creare l’omogeneità, e la mutazione che introduce le differenze, finirà
per crearsi un equilibrio.
Questa azione omogeneizzante del caso non è, di solito, chiara di primo
acchito. Per rendercene conto senza ricorrere a calcoli matematici, possiamo
‘simulare’ il fenomeno. La FIG. 25 ne dà un esempio grafico. Il calcolatore
elettronico, che ripete con grande fedeltà le operazioni che noi gli precisiamo e
le compie ad alta velocità, si presta particolarmente bene a simulare il fenomeno
della deriva genetica di cui la FIG. 26 è una esemplificazione. Sono state
simulate tre popolazioni, una di 25 individui, una di 250, e una di 2500,
studiando in ciascuna il comportamento di un solo gene. Si è supposto che
all’inizio fossero presenti due soli alleli, A e a, sempre in uguali proporzioni,
senza l’intervento di nuove mutazioni. Inoltre, non è stata introdotta,
nell’esperimento, la selezione naturale: gli alleli sono, cioè, selettivamente
neutri. Ogni individuo è diploide e porta due geni; in totale vi sono quindi 50
geni nella popolazione 1, 500 nella popolazione 2 e 5000 nella 3. Questi geni
vengono fatti riprodurre in calcolatore con le solite regole mendeliane. Poiché
partiamo da uguali proporzioni di A e a, le frequenze geniche dei due alleli sono,
all’inizio, del 50% nelle tre popolazioni. Ma l’effetto del caso le fa cambiare da
una generazione all’altra e, nella più piccola delle tre popolazioni, alla
quarantatreesima generazione il gene A ha raggiunto la frequenza del 100%, cioè
è stato fissato, mentre il gene a si è estinto. Avrebbe potuto succedere
esattamente il contrario, dal momento che abbiamo considerato i due geni, in
partenza, come selettivamente neutri.
Nelle popolazioni più grandi la fissazione richiede un periodo più lungo: non
ha ancora avuto luogo nelle popolazioni 2 e 3, dopo 150 generazioni.
In alcune popolazioni, per esempio delle valli alpine e appenniniche o delle
isole minori, i villaggi sono particolarmente piccoli e isolati. È facile quindi che
essi siano più esposti agli effetti della deriva genetica casuale e vedremo
(capitolo X) un esempio di una ricerca che lo dimostra. Ma la deriva non è
importante soltanto per popolazioni relativamente piccole.



Fig.25 La lotteria mendeliana. Meccanismo probabilistico della deriva genetica in una popolazione di
cinque individui che possono riprodursi senza distinzione di sessi. Ogni individuo produce un gran numero
di gameti; tra questi gameti vengono estratti a sorte quelli che formeranno la nuova generazione. Nel nostro
esempio, ogni generazione è formata da cinque adulti, quindi da dieci gameti. I cinque adulti producono un
pool di gameti, in cui le proporzioni dei tipi di gameti riproducono esattamente quelle dei geni presenti tra
gli adulti che partecipano alla riproduzione. A ogni generazione il pool gametico cambia di composizione,
rispecchiando quella dei geni tra gli adulti della generazione che forma i gameti. L’effetto della ‘lotteria’ nel
modificare le proporzioni dei tipi genetici si ha solo quando vengono scelti i gameti che daranno gli adulti.
I gameti prodotti sono in grandissimo numero, ma quelli utilizzati per dar luogo a zigoti che sopravvivono
fino alla maturità sessuale sono molto pochi e le fluttuazioni casuali sono particolarmente marcate quando
la popolazione di adulti è piccola. Nella figura viene considerato un solo gene di ogni gamete o individuo e
si suppone che esista all’inizio in due stati diversi (alleli), A e a, in uguale numero, rappresentati
rispettivamente in nero e in colore. Il calcolo delle probabilità permette di prevedere che si avrà sempre
fissazione dell’uno o dell’altro allele, e il tempo medio (in generazioni) per giungere alla fissazione è tanto
più lungo quanto più grande è la popolazione (di adulti). Nell’esperimento casuale illustrato in queste due
pagine sono bastate cinque generazioni, ma il tempo di fissazione è molto variabile da una prova all’altra.

Considerazioni teoriche mostrano che possiamo attenderci all’incirca la stessa


quantità di deriva in una popolazione di 100 individui che è stata sotto il suo
effetto ad esempio per 10 generazioni, o in una popolazione di 1000 individui
che lo ha subito per 100000 generazioni e così di seguito.


Fig.26 Deriva genetica in calcolatore. È stato simulato l’effetto della deriva in popolazioni di N = 25, N =
250, N = 2500. La frequenza del gene A è sempre del 50%.


In altre parole le dimensioni della popolazione e il tempo hanno un effetto
diametralmente opposto e perciò ci possiamo aspettare che la deriva genetica
produca cambiamenti evolutivi importanti anche in una popolazione di grandi
dimensioni, quanto un’intera specie di milioni o miliardi di individui, purché il
periodo in cui essa agisce sia proporzionalmente lungo.
Negli ultimi anni è stata studiata la sequenza degli amminoacidi in molte
proteine e la stessa proteina è stata analizzata in molti organismi diversi. Così, se
confrontiamo la catena α dell’emoglobina in varii vertebrati troviamo che il
numero degli amminoacidi differenti è grossolanamente proporzionale alla
quantità di tempo che separa i diversi vertebrati dall’ultimo antenato comune.
Questi tempi sono ottenuti, per una via del tutto indipendente, dai paleontologi i
quali hanno potuto ricostruire, almeno approssimativamente, le epoche in cui
vivevano gli antenati comuni alle diverse forme attualmente esistenti.



Fig.27 Diversa velocità di evoluzione di quattro polipeptidi e proteine. In ascissa è il tempo di separazione
tra gli organismi su cui sono state studiate queste sostanze, valutato dai paleontologi; in ordinate il numero
di sostituzioni di amminoacidi. I fibrinopeptidi sono brevi polipeptidi che si separano dal fibrinogeno (un
componente del plasma sanguigno) quando questo si trasforma in fibrina al momento della coagulazione del
sangue. La curva dell’emoglobina è la media delle catene α e β. Il citocromo c è un enzima diffuso in quasi
tutti gli organismi, importante per i fenomeni di ossidoriduzione. L’istone IV è una proteina’ associata al
DNA nei cromosomi (da R. E. Dickerson, (c) Scientific American, aprile 1972).


Il numero di amminoacidi differenti, per esempio fra la catena α dell’emoglobina
dell’uomo e quella del cavallo, può così essere utilizzato come una specie di
orologio evolutivo, che misura il tempo trascorso da quando i due organismi si
sono separati nel corso dell’evoluzione. Si trova, a dire il vero, che questo
orologio non funziona con la precisione che si potrebbe desiderare. Se, per
esempio, confrontiamo diverse proteine (FIG. 27) troviamo che ognuna di esse
batte il tempo in modo alquanto differente (e sarebbe importante capirne il
motivo).
È in corso da qualche anno una discussione per chiarire se i cambiamenti
osservati nello studio dell’evoluzione a livello della struttura molecolare delle
proteine possono essere largamente o completamente attribuiti alla deriva
genetica, o se rappresentano per lo più il risultato dell’adattamento dovuto alla
selezione naturale. Le opinioni sono discordi. Il solo fatto che proteine differenti
e differenti amminoacidi in una stessa proteina mostrino velocità diverse di
evoluzione indica che la selezione non può essere messa completamente da
parte. Rimane, comunque, la possibilità che almeno una frazione delle
sostituzioni di amminoacidi osservate nell’evoluzione molecolare sia neutra da
un punto di vista selettivo, e perciò sia il risultato della sola deriva genetica, in
assenza di selezione naturale. Vi sono, in ogni caso, altri segni che la selezione
naturale opera anche a livello molecolare. Non si può dimenticare che
l’adattamento all’ambiente non sarebbe possibile senza selezione.




VIII
Depressione da inincrocio ed eterosi


ININCROCIO E VIGORE DEGLI IBRIDI



Gli allevatori di piante e animali hanno una lunga esperienza nella produzione
delle cosiddette linee pure, formate da individui geneticamente molto simili
l’uno all’altro. Naturalmente, non è di solito la purezza di per sé che interessa,
ma la purezza per quei caratteri che sono considerati desiderabili. La produzione
di linee pure si ottiene con l’inincrocio ripetuto, vale a dire incrociando fra loro,
a ogni generazione, parenti stretti. Più sono stretti i parenti che si incrociano, più
il metodo è efficace. È possibile calcolare la probabilità di raggiungere un dato
grado di somiglianza tra individui di una linea pura conoscendo il sistema di
incrocio impiegato e il numero delle generazioni. Tuttavia, anche dopo venti o
più generazioni di stretto incrocio, si trova che vi sono ancora parecchi geni per i
quali non è stata raggiunta l’omogeneità completa, risultato quest’ultimo che si
ottiene solo eccezionalmente.
Un fenomeno che comunemente si incontra in quasi tutte le osservazioni del
genere è la depressione da inincrocio. Gli individui inincrociati tendono a essere
meno fertili, meno resistenti alle malattie e, talora, perdono anche in dimensione,
come ben sanno gli allevatori. Le linee pure possono essere molto difficili da
mantenere. Ma quando due linee pure, indipendenti, vengono incrociate tra loro,
accade il contrario. Gli ibridi della prima generazione mostrano, di solito, alta
fertilità, miglior resistenza alle malattie, dimensioni maggiori e così via.




Fig. 28 Albero genealogico riportato nel Decretum di Graziano (1150 circa) e pubblicato nell’edizione
veneziana (1600) del Decretum Gratiani, emendatum et notationibus illustratum.



Fig. 29 Generale aumento e successiva rapida diminuzione dei matrimoni fra consanguinei fra l’inizio del
XIX e la metà del XX secolo in alcune zone. Gli studi relativi a Reggio Emilia e alle isole Eolie sono dovuti
ad A. Moroni, quelli a Mogi das Cruzes a N. Freire Maia, quelli a Durbignin a P. Dodinval e N. Klein e
quelli per Ozieri a F. Conterio. Tale andamento sarebbe dovuto alla rapida comparsa, all’affermarsi e allo
scomparire dei matrimoni fra cugini primi (da L. L. Cavalli-Sforza, © Le Scienze, dicembre 1968).



Questo fenomeno è conosciuto con il nome di vigore degli ibridi o eterosi, ed è
stato oggetto di molta attenzione da parte dei coltivatori negli ultimi
sessant’anni. Esso ha rivoluzionato la produzione di piante coltivate ed è stato da
poco introdotto nell’allevamento degli animali domestici.
D’altra parte, praticamente in tutte le società umane, il tabù dell’incesto
previene, o almeno rende estremamente rari gli incroci fra parenti stretti. Non è
facile capire le origini di questo tabù. La constatazione delle conseguenze
biologiche (la depressione da inincrocio) può aver contribuito a determinare
l’avversione per l’inincrocio stretto. Però, l’allargamento della cerchia delle
persone sposabili ha pure indubbi vantaggi di ordine sociale e il tabù
dell’inincrocio ha quindi conseguenze sociali desiderabili. Inoltre anche tra le
scimmie superiori si nota una tendenza a evitare certi tipi di incesto. È quindi
possibile che il tabù dell’incesto si sia sviluppato, almeno in parte, per fattori di
tipo sociale e psicologico.
In pratica, le società umane sono pochissimo inincrociate; soltanto in alcune i
matrimoni tra parenti (di solito non troppo stretti) vengono incoraggiati. In una
certa parte dell’India, per esempio, sono considerati molto desiderabili i
matrimoni fra zio e nipote, e in Giappone, fino a non molto tempo fa, erano
popolari i matrimoni fra cugini primi; ora però questa usanza va scomparendo.
La religione cattolica ha posto da lungo tempo un freno ai matrimoni tra
consanguinei, rendendo necessaria la richiesta di una dispensa speciale per
celebrare il matrimonio. In passato la dispensa era necessaria anche per
matrimoni tra parenti molto lontani. I matrimoni tra cugini erano molto rari e la
necessità di richiedere una dispensa - senza la quale il matrimonio avrebbe corso
il rischio di venire invalidato - ha creato una documentazione di notevole
interesse per gli studi genetici, che si estende assai all’indietro nel tempo.
Nel secolo scorso, per ragioni probabilmente connesse con l’abolizione del
diritto all’eredità del primogenito, sono divenuti abbastanza frequenti i
matrimoni fra cugini primi, forse perché era così possibile riunire la proprietà
suddivisa tra i figli. Con la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, i matrimoni
tra consanguinei ricominciano a diventare più rari a causa sia dell’aumento della
mobilità geografica, dovuta all’industrializzazione che provoca vaste migrazioni
alla ricerca di lavoro, sia dell’aumento dei trasporti e delle comunicazioni (FIG.
29).


EFFETTI SULLA DISCENDENZA DI UN MATRIMONIO FRA CONSANGUINEI

Individui consanguinei sono quelli che hanno in comune almeno un antenato (da
non molte generazioni). Tali sono, ad esempio, i cugini primi che sono figli di
fratelli (come gli individui A e B nell’albero genealogico della FIG. 30) e hanno
due nonni in comune. Supponiamo che uno degli antenati comuni, per esempio E
nella figura, sia eterozigote per un gene dannoso raro, come la fenilchetonuria
(PKU). Dal momento che questo gene è raro possiamo ammettere che esso si
trovi solo nei discendenti diretti di E e non negli altri componenti dell’albero
genealogico. Il gene è recessivo, quindi E è fenotipicamente normale. I suoi figli
C e D possono tutti e due ricevere il gene, con una probabilità che può essere
calcolata facilmente. Allo stesso modo, l’individuo A può ricevere dal padre C e
l’individuo B può ricevere da D il gene per la PKU originalmente presente in E.
Noteremo che A, B, C, D ed E sono tutti per ipotesi eterozigoti e quindi
fenotipicamente normali. Ma se A e B si sposano, un loro figlio I si trova nella
situazione di avere entrambi i genitori eterozigoti per il gene PKU e ha quindi
una probabilità del 25% di essere affetto dalla malattia. La probabilità
complessiva che un gene qualunque di uno degli antenati comuni diventi
omozigote nella discendenza di matrimoni consanguinei è chiamata coefficiente
di inincrocio (F); nel caso dei cugini primi, essa è di 1/16 (FIG. 31).



Fig.30 Pedigree di un individuo I, figlio di cugini primi, A e B. La metà in colore di ciascun circolo indica il
gene recessivo trasmesso, ad A e a B, dall’antenato comune E.


In generale, si può dire che tra la progenie di matrimoni consanguinei gli
omozigoti sono più frequenti che in una popolazione a incrocio casuale,
sottoposta quindi alla regola di Hardy-Weinberg, di una quantità che dipende
appunto da F. Perciò ci aspettiamo di veder comparire con frequenza più alta
caratteri recessivi nel fenotipo dei discendenti di matrimoni consanguinei. E
poiché i geni recessivi sono spesso dannosi, i discendenti di matrimoni
consanguinei sono più esposti a malattie genetiche di natura recessiva. È chiaro
intuitivamente che la probabilità che i figli di matrimoni consanguinei siano
affetti da tali malattie sarà tanto più alta quanto più stretta è la consanguineità.
Nella maggior parte delle popolazioni umane, comunque, gli effetti dannosi
della consanguineità non sono molto grandi. Usando come stima del rischio la
percentuale di morti in età giovanile, si trova che la discendenza dei matrimoni
fra cugini primi comporta un rischio circa doppio che i matrimoni fra persone
non imparentate. Nei matrimoni zio-nipote, il più stretto grado di consanguineità
consentito in Italia, il rischio è quasi quattro volte più grande. Se, tuttavia, invece
di un rischio globale, consideriamo singole malattie rare, troviamo che il loro
aumento nella progenie di matrimoni consanguinei è molto più evidente. Perciò
non sorprende che gli omozigoti per caratteri recessivi rari (albinismo,
fenilchetonuria e molti altri) mostrino più consanguineità fra i genitori di quanto
si trova nel resto della popolazione. Anzi questo è un criterio utile per vedere se
una certa condizione è recessiva. Di fronte a una malattia rara, che si possa
sospettare ereditaria anche se non è mai comparsa nella famiglia, il medico
dovrebbe chiedere al paziente se i suoi genitori sono consanguinei. Se essi lo
sono, è assai verosimile che la malattia in questione sia dovuta a un gene
recessivo.
Nei discendenti da matrimoni consanguinei, si è visto che la fertilità, l’altezza,
il peso (e gli altri caratteri antropometrici in relazione con le dimensioni generali
dell’individuo) sono talora lievemente ridotti, ma si può concludere che la
depressione da inincrocio nell’uomo è modesta. D’altra parte l’inincrocio stretto
e ripetuto per varie generazioni è raro nell’uomo, e quindi difficilmente si
troverà in comunità umane una forte depressione da inincrocio. Inoltre lo studio
degli effetti della consanguineità su caratteri come quelli antropometrici, o di
comportamento, che sono altamente suscettibili alle condizioni
socioeconomiche, è complicato dal fatto che i matrimoni consanguinei non
avvengono a caso nei diversi strati socioeconomici.



Fig.31 Gradi di consanguineità consentiti e che richiedono dispensa ecclesiastica. I matrimoni tra cugini
primi-secondi (1 1/2), nonché i matrimoni tra cugini secondi, non richiedono dispensa ecclesiastica dal
1964, in seguito a una delibera del Concilio Vaticano II. La dispensa per il matrimonio tra cugini secondi-
terzi (2 1/2) e per il matrimonio tra cugini terzi è stata abolita fin dal 1917. Il simbolo ♂ indica il maschio, il
simbolo ♀ la femmina, il cerchietto sta a indicare il sesso non stabilito; il segno a forma di tetto in alto
indica un rapporto di fratellanza (da L. L. Cavalli-Sforza © Le Scienze, dicembre 1968).


In Europa, i matrimoni consanguinei sono specialmente frequenti nell’ambiente
rurale e nelle famiglie reali. In Giappone la concentrazione dei matrimoni
consanguinei nei vari strati sociali è diversa nell’ambiente rurale e in quello
urbano. Ciò rende difficile l’analisi e lascia sempre il dubbio che, almeno in
alcune ricerche, gli effetti socio-economici inevitabilmente presenti in caratteri
come statura, peso ecc., non siano stati propriamente valutati, anche se si è fatto
il possibile per tenerne conto.

IL VANTAGGIO DEGLI ETEROZIGOTI



A causa della struttura delle società umane la depressione da inincrocio è solo
eccezionalmente rintracciabile; reciprocamente, i casi di vigore degli ibridi non
sembrano essere evidenti. Tuttavia sono noti alcuni casi nei quali è visibile un
netto vantaggio degli eterozigoti (per certi singoli geni). In pratica, tali casi si
riferiscono tutti specificamente a geni che determinano la resistenza alla malaria.
Ci interesseremo di due di essi: l’anemia falciforme e la talassemia. Anche il
G6PD potrebbe entrare a far parte del quadro, ma la situazione è meno ben
conosciuta.
Abbiamo già visto che l’anemia falciforme è una malattia grave che, in
condizioni ordinarie, abbassa il valore riproduttivo al 20% del normale; in altri
termini, gli individui omozigoti per l’emoglobina S (e perciò affetti dalla forma
grave di anemia falciforme) hanno uno svantaggio selettivo dell’80%. È stato
stimato che questa malattia, diffusa tra gli africani, in alcune zone del
Mediterraneo e nell’Asia meridionale, costa alla specie umana quasi 100000
morti all’anno. L’eterozigote, invece, è praticamente normale, soggetto a pericoli
soltanto in condizioni particolari (per esempio quando la pressione dell’ossigeno
si abbassa notevolmente, come accade a grandi altitudini). A parte queste
condizioni eccezionali, l’eterozigote non accusa di solito alcun disturbo e può
essere distinto dall’omozigote normale solamente attraverso esami di
laboratorio. Il suo valore riproduttivo, in un ambiente normale, si avvicina al
100%, cioè è praticamente uguale a quello dell’omozigote normale. Ma in un
ambiente malarico la situazione cambia radicalmente; risulta da molte
osservazioni che l’individuo normale ha minor capacità di difesa dell’eterozigote
contro il parassita malarico. Da un lato, quindi, dovremmo ritenere che la
selezione naturale elimini il gene dell’emoglobina S, poiché esso si comporta
come un recessivo quasi completamente letale (la maggior parte degli omozigoti
muoiono giovani); dall’altro lato, in presenza di malaria anche l’omozigote per
l’emoglobina A (il cosiddetto tipo normale) muore più spesso dell’eterozigote.


Fig.32 Distribuzione in Africa del gene per l’emoglobina S. Negli omozigoti si manifesta l’anemia
ereditaria chiamata falcemia. Gli eterozigoti sono più resistenti alla malaria.



Più esattamente in ambiente malarico il valore riproduttivo dell’omozigote
normale è l’80-90% rispetto a quello dell’eterozigote. Nel caso estremo in cui
morissero tutti gli omozigoti, normali e falcemici, e sopravvivessero soltanto gli
eterozigoti, tra gli adulti si troverebbero soltanto individui Ss, cioè metà geni S e
metà geni s, quindi una frequenza dei due geni del 50%. In realtà la situazione è
meno estrema e, in presenza di malaria, ambedue gli omozigoti sopravvivono in
parte, i normali meglio degli omozigoti falcemici. Per questa ragione la
frequenza del gene per la falcemia non raggiunge il 50%; pur tendendo a restare
elevata in zone malariche, ove gli eterozigoti raggiungono frequenze del 20-
30%. Queste percentuali dei vari tipi, omozigoti ed eterozigoti, corrispondono
assai bene a quelle calcolate in base ai valori riproduttivi osservati per i vari
genotipi.



Fig.33 Distribuzione geografica della talassemia (sinonimo: microcitemia). Le percentuali si riferiscono agli
eterozigoti per il gene talassemico (da Silvestroni e Bianco, mod.).


Se in una popolazione con un’alta frequenza di geni falcemici la malaria viene
eliminata, scompare il vantaggio dell’eterozigote. Agli effetti della selezione il
gene diventa un semplice recessivo dannoso, poiché l’omozigote falcemico
continua a morire, mentre l’eterozigote sopravvive all’incirca quanto
l’omozigote normale. La selezione naturale contro i letali recessivi è lenta,
quindi il processo di eliminazione del gene falcemico richiede un certo numero
di generazioni. I negri degli USA, i quali per molte generazioni ormai sono
vissuti in un ambiente libero da malaria, hanno tuttora una frequenza per il gene
falcemico piuttosto elevata, ma un poco più bassa di quella che i loro antenati
avevano quando arrivarono in America come schiavi. La differenza è piccola,
dato che la selezione naturale contro i recessivi è lenta, ma è grande abbastanza
da poter essere rilevata su un campione sufficientemente numeroso di individui.
Nell’Africa centrale e occidentale, dove la malaria è ancora diffusissima, non vi
è ragione che il gene scompaia; là è infatti ancora vantaggioso, per l’individuo,
avere un gene falcemico. La distribuzione geografica del gene per la falcemia è
illustrata nella FIG. 32.
Un altro caso molto simile è quello della talassemia, un’anemia ereditaria
grave, detta anche anemia mediterranea. Il gene è un letale recessivo; ciò vuol
dire che la probabilità per un talassemico omozigote di raggiungere la maturità è
praticamente zero. Gli eterozigoti sono distinguibili dai normali solo con
particolari esami di laboratorio. Di nuovo, se non vi fossero ragioni che
avvantaggiano l’eterozigote rispetto all’omozigote normale, questo gene sarebbe
stato eliminato o ridotto a valori molto bassi in quasi tutte le popolazioni. Ma la
frequenza del gene è assai elevata in alcuni luoghi come la Sardegna, il Ferrarese
o parti della Grecia (FIG. 33). Qui gli eterozigoti possono essere il 20% o più
della popolazione. In tutte queste zone l’eterozigote è stato a lungo in vantaggio
rispetto all’omozigote normale, poiché fino a pochi anni fa vi era un’alta
probabilità di infezione malarica.

POLIMORFISMI

Sono detti polimorfici quei geni per i quali esiste più di un allele e i due o più
alleli presenti sono tutti piuttosto frequenti (in pratica, tra l’1% e il 99%: questo
intervallo è scelto arbitrariamente). Così AB0 è un polimorfismo e lo sono anche
Rh, Gm, HLA ecc. Abbiamo già detto che l’analisi con tecniche immunologiche
ed elettroforetiche ha rivelato che, in pratica, una larga frazione dei geni è
polimorfica. Ciò è vero per l’uomo e per qualunque altro organismo.
Perché è polimorfico un gene? La prima condizione è naturalmente che
avvengano mutazioni. Sappiamo che queste sono rare, ma il tempo a
disposizione è grande, e grande è anche il numero degli individui che forma una
popolazione. Anche se la frequenza media di mutazione è piccola, per esempio
di uno su un milione di gameti, per un dato gene, vi sono ben più di un milione
di gameti formati, e utilizzati in una generazione; prendendo l’intera specie
umana, essi sono miliardi. Mutanti se ne formano quindi sempre, e molti, anche
se sono relativamente rari. Tuttavia un nuovo mutante, mai apparso prima, avrà
una frequenza relativa bassissima, uguale a uno diviso per il numero di geni che
formano l’intera popolazione, cioè il numero di individui moltiplicato due. Quali
forze possono aumentare la frequenza di un allele nuovo, fino a quel livello al
quale chiamiamo polimorfico il gene?
Vi sono almeno tre situazioni che portano al polimorfismo. La prima è
semplicemente il caso, cioè la deriva genetica, che fa cambiare le frequenze dei
geni da una generazione all’altra, aumentandole e diminuendole senza sosta. Ma
spesso è in gioco anche la selezione naturale. Quando il nuovo mutante è
avvantaggiato, esso tende ad aumentare in frequenza e a soppiantare tutti gli altri
alleli. Osserveremo la condizione polimorfica prima di quel momento, quando
cioè l’allele o gli alleli che esistevano prima del completo affermarsi del nuovo
mutante non sono ancora del tutto scomparsi. Vi è infine una terza condizione in
cui il polimorfismo si forma facilmente e non ha tendenza a scomparire. Essa
riguarda geni (come quelli dell’anemia falciforme o della talassemia) per i quali
l’eterozigote è in vantaggio su tutti e due gli omozigoti.
In questo tipo di polimorfismo, chiamato stabile o bilanciato, le frequenze
geniche tendono a raggiungere un certo valore e, se disturbate per esempio da
fluttuazioni casuali, tendono a tornare a quel valore. In altre parole, tutti e due gli
alleli resteranno presenti e, a meno che non cambino l’ambiente o altre
condizioni, le frequenze geniche di quei geni nella popolazione tenderanno a
restare le stesse. Naturalmente è difficile pensare che un ambiente possa restare
immutato per molto tempo e, alla lunga, le condizioni ambientali che
mantengono un polimorfismo bilanciato possono modificarsi.
Se potessimo studiare la stessa popolazione a intervalli di tempo molto lunghi
potremmo quindi scoprire cambiamenti radicali. Molti alleli potrebbero essere
scomparsi ed essere stati sostituiti da altri nuovi, o per caso o perché i nuovi
alleli hanno conferito ai loro portatori un miglior adattamento all’ambiente. In
qualche caso, invece, potremmo trovare che alcuni polimorfismi si sono
mantenuti. Vediamo come funziona l’equilibrio delle frequenze geniche per un
polimorfismo bilanciato prendendo l’esempio della talassemia. Nelle zone
litoranee della Sardegna si trovano fra gli adulti il 20% di eterozigoti e l’80% di
omozigoti normali. Tutti (o quasi tutti) gli omozigoti con il gene per la
talassemia sono morti prima dell’età adulta, con la caratteristica grave anemia
detta morbo di Cooley. La frequenza genica dell’allele per la talassemia è facile
da calcolare; è metà della frequenza degli eterozigoti e perciò è del 10%, o 0,1;
quella dell’allele normale è 1 − 0,1 = 0,9. Se applichiamo la formula di Hardy-
Weinberg ci attendiamo che, tra tutti i nati della generazione successiva, vi
siano: (0,9)2 = 0,81 o 81% di omozigoti normali (TT); 2 × 0,9 × 0,1 =0,18 o 18%
di eterozigoti (Tt); (0,1)2 = 0,01 o 1% di omozigoti (tt). Questi ultimi moriranno
tutti prima di riprodursi; degli altri tipi, in presenza di malaria,
proporzionalmente moriranno più individui TT che non Tt. Possiamo
domandarci: queste frequenze resteranno immutate nella generazione successiva,
come è prevedibile se il polimorfismo è realmente stabile? Esse lo resteranno se
le forze selettive contro i due omozigoti sono in certe proporzioni. Un semplice
calcolo mostra che è raggiunto l’equilibrio quando la frequenza genica di T è
pari a una certa quantità che dipende dai valori riproduttivi di TT e Tt e cioè, nel
nostro caso, dalla probabilità di arrivare alla normale età della riproduzione degli
individui TT, confrontata con quella dei Tt. Ammettiamo che in presenza di
malaria tutti gli eterozigoti sopravvivano (anche se questa è una semplificazione
eccessiva) e che muoia in media uno ogni nove degli omozigoti normali, mentre
gli altri otto su nove sopravviveranno. Se vi erano 81 omozigoti normali su
cento, ne resteranno ora (8 9 di 81). Così gli individui che sopravvivono fino allo
stato adulto, e possono perciò riprodursi, sono ora in una proporzione di 72
omozigoti normali, contro 18 eterozigoti, e zero omozigoti talassemici. Si noterà
che, in questa nuova generazione, abbiamo ancora la stessa proporzione di TT:
Tt tra gli adulti che avevamo nella generazione di partenza, poiché 72 sta a 18
come 80 a 20; perciò la frequenza genica non è cambiata. Anche se avvenissero
perturbazioni, (dovute a mutazione, deriva o qualsiasi cambiamento accidentale
nelle frequenze geniche) questo equilibrio, dovuto al vantaggio degli eterozigoti,
rimarrebbe stabile. In altre parole, le frequenze geniche tenderebbero a
ritornare al valore originale che è determinato dalla proporzione dei valori
riproduttivi dei vari genotipi. Nell’esempio numerico appena dato abbiamo
scelto il valore riproduttivo dell’omozigote normale pari a 89 di quello
dell’eterozigote, e questa cifra è stata ottenuta così che le frequenze geniche
risultino in equilibrio, alle proporzioni desiderate. Tutto ciò può sembrare
artificioso. La forza della selezione può variare, in realtà, con il tempo e il luogo.
Ma senza dubbio la malaria è stata molto attiva, per varie migliaia di anni, in
queste regioni, e non è mancato il tempo necessario perché le frequenze geniche
raggiungessero i valori di equilibrio sotto l’impulso della selezione. Inoltre i
valori riproduttivi calcolati dalle frequenze di equilibrio corrispondono a quelli
che, almeno in alcune situazioni, sono stati calcolati con altro metodo. Ciò è
vero, in particolare, per la falcemia. Val la pena di aggiungere che nel
trattamento numerico abbiamo un poco semplificato la situazione. In realtà, in
Sardegna, esistono due diverse forme di talassemia, ambedue ereditarie, e la
frequenza degli omozigoti malati è minore dell’1 %. Malgrado ciò, questa
malattia rimane un flagello importante soprattutto fra la gente di origine sarda.



IX
Presente e futuro della genetica medica



INGEGNERIA GENETICA E TERAPIA DELLE MALATTIE EREDITARIE

Può l’applicazione delle conoscenze di genetica umana essere di aiuto
all’umanità? La risposta è senz’altro sì, anche se siamo soltanto agli inizi delle
applicazioni pratiche e le possibilità concrete sono ancora limitate. Forse le
speranze migliori, a scadenza di venti o trent’anni, ci vengono dalle applicazioni
della genetica molecolare. Sappiamo che una larga frazione delle nostre malattie
sono direttamente o indirettamente di origine genetica. Quanto grande sia questa
frazione non è facile calcolare, ma può essere di circa un quarto o forse di più.
Se potessimo praticare la chirurgia di geni e cromosomi, potremmo essere in
grado di dare una vita normale a esseri infelici. Una chirurgia del genere va
condotta a un livello ultramicroscopico che può sembrare al di là di qualsiasi
capacità tecnica. Eppure, le scoperte di genetica molecolare degli ultimi
vent’anni hanno dimostrato che essa è, almeno in via di principio, possibile. Una
speranza è quella di sostituire nelle cellule dell’individuo anormale i segmenti di
DNA responsabili del difetto con segmenti normali. In alcuni organismi si riesce
a introdurre DNA estraneo nei cromosomi e a renderlo funzionante, talora con
l’aiuto di virus (che devono essere innocui per il ricevente). Nei batteri questi
esperimenti sono ormai di routine, ma nell’uomo e in genere negli organismi
superiori si incontrano tuttora molte difficoltà. Tuttavia sono stati annunciati
risultati promettenti per il trattamento della galattosemia, ottenuti in colture di
cellule umane provenienti da un individuo galattosemico. Sarebbe stato possibile
dare a queste cellule la capacità di fermentare il galattosio ponendole in contatto
con un virus batterico portatore dell’enzima in difetto nelle cellule umane. Tali
esperimenti richiedono ulteriori conferme. È chiaro però che è questa una strada
importante da seguire in futuro; le si dà, talora, il nome di ingegneria genetica.





Non vanno dimenticate altre possibilità dell’ingegneria genetica, per il
momento soltanto teoriche; fra esse il trapianto di cellule normali (per esempio,
di midollo osseo) nel feto affetto da anemie o altre malattie ereditarie. Poiché il
feto non ha ancora sviluppato la capacità di rigetto, esso è tollerante verso le
cellule estranee. Alcuni adulti, affetti da malattie ereditarie eccezionali, come
certi tipi di agammaglobulinemia, che comportano l’incapacità di produrre
anticorpi, sono essi pure tolleranti e capaci di accettare trapianti di midollo a
scopo curativo.





Pur se oggi non sappiamo correggere direttamente i geni, possiamo almeno
correggere la loro errata azione. La terapia insulinica del diabete è, storicamente,
uno dei primi esempi di questo tipo di correzione. Molte altre malattie ormonali
vengono trattate in modo analogo; così anche l’emofilia. Quando la terapia
consiste nel dare all’organismo, dall’esterno, il prodotto che esso non è in grado
di fabbricare a causa di un gene difettoso, il trattamento è chiamato sostitutivo.
Questo tipo di terapia ha il grosso inconveniente di dover essere spesso
continuato indefinitamente con ripetuti, talora giornalieri, interventi. Oggi un
emofiliaco viene mantenuto in vita mediante iniezioni di globulina antiemofilica,
da praticare ogni due o tre settimane. Il procedimento è estremamente costoso
per l’individuo (o per la società, quando essa vi provvede). È chiaro che
sarebbero preferibili altre strade che verranno forse aperte dall’ingegneria
genetica.
In altre malattie è sufficiente un controllo adeguato dell’alimentazione del
malato, almeno per un certo periodo (TAB. XII). Ad esempio, se un
fenilchetonurico viene identificato in tempo e alimentato con una dieta povera in
fenilalanina, lo sviluppo mentale sarà perfettamente normale. È sufficiente
mantenere la dieta per i primi anni di vita, quelli in cui lo sviluppo del sistema
nervoso può essere compromesso da un eccesso di fenilalanina. Occorre, però,
che i bambini affetti da fenilchetonuria vengano identificati nel primo mese dopo
la nascita. L’esame opportuno viene ormai praticato abitualmente su tutti i nati
in USA e in Gran Bretagna. In tal modo, le conseguenze di questa malattia
genetica possono venir prevenute.
Altre forme genetiche, infine, determinano una sensibilità speciale a certi
alimenti, medicine o, in genere, a certe condizioni ambientali particolari.
Abbiamo già visto che individui deficienti per il G6PD sono sensibili a molti
farmaci; in presenza di un altro gene, frequente in Sardegna e nell’Italia
meridionale, essi sono sensibili anche all’ingestione di fave. Il favismo è appunto
lo sviluppo di una crisi emolitica, spesso grave, in questi soggetti. Nella TAB.
XIII compare un elenco di condizioni di sicura base genetica in cui è possibile,
con un opportuno controllo dell’ambiente, evitare lo sviluppo della malattia.
L’elenco sarebbe breve anche se fosse completo, perché le nostre conoscenze
sono ancora molto limitate e gli studi poco più che agli inizi.

EUGENICA

Le cure che pratichiamo oggi sono destinate a essere di carattere eufenico, vale a
dire possono migliorare il fenotipo di un individuo, ma non quello dei suoi
discendenti i quali erediteranno ancora il gene sbagliato. Esiste un indirizzo
chiamato eugenica, diventato popolare alla fine del secolo scorso, che mira al
miglioramento della specie umana applicando metodi di selezione artificiale,
come fanno gli allevatori di piante e animali domestici. Questo vorrebbe dire
togliere di circolazione i geni ‘cattivi’ e dare più alte probabilità di riprodursi ai
geni ‘buoni’. La prima operazione è chiamata eugenica negativa, la seconda
eugenica positiva. In certa misura l’eugenica negativa viene già praticata, come
si vedrà più avanti, mentre l’eugenica positiva soffre di alcuni gravi
inconvenienti. Innanzitutto di troppi geni è difficile dire se sono buoni o cattivi.
Anzi, per molti di essi può essere dimostrato che sono buoni in certe condizioni
e cattivi in altre; inoltre, non abbiamo un controllo sufficiente sull’ambiente che
ci circonda per poter essere sicuri di voler operare una selezione per un tipo
soltanto. In secondo luogo, per molti caratteri, importanti da un punto di vista
sociale o di comportamento, non è noto se la loro determinazione sia almeno in
parte genetica. Infine, la varietà genetica è essenziale sotto molti aspetti; la
perdita di questa varietà, una conseguenza secondaria ma inevitabile di molti
programmi di eugenica positiva, potrebbe essere assai dannosa, almeno nel
nostro attuale stato di ignoranza. È questo un punto chiave, su cui val la pena di
insistere. Una considerazione importante, da tenere a mente, è che gli esseri
umani, anche quelli di un medesimo gruppo, sono geneticamente assai diversi
l’uno dall’altro. Molte differenze sono sottili, alcune possono non avere
significato pratico, ma altre sono importanti. Questa varietà è tutt’altro che
indesiderabile, essa esprime l’adattamento a un ambiente che cambia nello
spazio e nel tempo e costituisce un’assicurazione della specie contro i possibili
cambiamenti ambientali. Sopprimendo la variazione tra individui
sopprimeremmo - con conseguenze pericolose - la possibilità di adattarsi ad
ambienti diversi, cioè la flessibilità della specie. Ma vi è anche un altro motivo,
sostanzialmente differente, per il quale è importante conservare la varietà
genetica. La complessità del nostro sistema sociale ha bisogno di una grande
molteplicità di individui.
Prendiamo un esempio estremo, anche se alquanto ipotetico. Parlando della
schizofrenia abbiamo accennato al fatto che esistono molti individui leggermente
schizofrenici, nei quali appare soltanto una traccia dei sintomi classici della
malattia vera e propria, così che è possibile considerarli praticamente normali.
Questo tipo di personalità è talora chiamata schizoide. Si è talvolta constatato
che i tipi schizoidi si ritrovano più facilmente tra i parenti degli schizofrenici, in
accordo con l’idea di un fondo biologico comune. Se volessimo essere più
precisi, potremmo misurare il grado di ‘schizofrenicità’ e costruire un quoziente
di schizofrenia (QS) secondo i principi del quoziente di intelligenza (QI). Se
applicassimo questa misura, scopriremmo forse che la maggior parte degli artisti
ha un QS alto e che la maggior parte degli amministratori ha un QS basso. Se in
una società ci fossero solo artisti e nessun amministratore, ci troveremmo
probabilmente tutti e rapidamente in fallimento completo, ma se ci fossero solo
amministratori e nessun artista, la noia potrebbe diventare mortale. È chiaro che
la società ha bisogno della coesistenza di un gran numero di tipi diversi. Le
nostre conoscenze sull’ereditarietà dei caratteri di importanza sociale come
quelli del comportamento sono tuttora estremamente vaghe per non dire nulle. In
particolare vorremmo conoscere di più anche sulla patologia del comportamento
sociale: la criminalità, l’alcoolismo, la tendenza a ricorrere o ad assuefarsi alle
droghe, eccetera, su cui non sappiamo sostanzialmente nulla. Tuttavia, da quanto
abbiamo finora appreso studiando i caratteri del comportamento due conclusioni
ci appaiono, in genere, fondamentali: 1) la componente genetica non è mai la
sola importante e gli effetti dell’ambiente hanno frequentemente anch’essi una
parte di primo piano; 2) una chiara analisi degli effetti dell’ereditarietà e
dell’ambiente è difficile; con i metodi solitamente a disposizione le conclusioni
restano largamente incerte. La strada per migliorare le nostre conoscenze è da
una parte la miglior comprensione dei fenomeni genetici a livello biochimico e
fisiologico, dall’altra uno studio più accurato degli effetti dell’ambiente. La
genetica può aiutarci anche in quest’ultima direzione. Le differenze tra gemelli
monozigotici, ad esempio, sono certamente di natura non genetica. Lo studio in
profondità delle discordanze tra gemelli monozigotici può permettere di rivelare,
con estrema chiarezza, l’effetto di fattori ambientali talora insospettati.
Ricerche del genere possono contribuire in modo importante al miglioramento
del nostro ambiente di vita. Se vi sono differenze genetiche, esse possono essere
utilizzate (o le loro conseguenze svantaggiose essere rimediate) creando intorno
a ciascun individuo l’ambiente più favorevole al suo sviluppo in una direzione
desiderabile. Ma nel nostro attuale stato di ignoranza dobbiamo evitare decisioni
affrettate, siano esse dirette da un’eccessiva convinzione nei fattori genetici, o
dall’errore opposto, quello di ritenerli inesistenti.
Vi sono poi altre obiezioni più concrete. Un fatto realmente avvenuto ne mette
in luce alcune. Una coppia senza figli, per sterilità del marito, aveva deciso di
ricorrere alla fecondazione artificiale. Normalmente, viene usato a questo scopo
lo sperma di individui la cui identità rimane segreta. Ma la coppia in questione
voleva ricorrere specificamente allo sperma di un certo scienziato che, fra l’altro,
era noto per avere caldeggiato l’eugenica positiva. Lo scienziato aderì alla
proposta; peraltro vi fu, in precedenza, una riunione fra gli avvocati delle due
parti nella quale, fra gli altri problemi, fu sollevato e discusso un punto
importante. Se il neonato dovesse essere affetto da una malformazione
congenita, o avere una deficienza mentale (come avviene in una certa
percentuale, pur se piccola, di nascite), chi avrebbe sostenuto le spese della
necessaria ospedalizzazione? Il problema non fu risolto e la fecondazione non
ebbe luogo.
Fra le proposte di eugenica positiva è stata fortemente caldeggiata da alcuni la
conservazione dello sperma di uomini eccezionali, da usare successivamente per
la fecondazione artificiale di donne disposte a riceverlo. La fecondazione
artificiale è ormai la regola nella riproduzione dei bovini, ed è abbastanza usata
anche nell’uomo, per cui non vi sono obiezioni tecniche a una procedura del
genere. Sorgono però, come abbiamo appena visto, molti problemi morali,
sociali e legali. Anzitutto, come mettersi d’accordo su quali persone siano
sufficientemente dotate perché valga la pena di diffondere il loro patrimonio
genetico? E quali doti conviene prendere in considerazione?
Un’altra possibilità di eugenica positiva, per l’uomo ancora valida solo in
teoria, è quella di ottenere dei cloni. Ciò significa, in pratica, la produzione di
bambini che siano gemelli identici di adulti. Ciò diverrebbe possibile se si
potesse prendere il nucleo di una cellula di un individuo e iniettarlo in una
cellula uovo fecondata il cui nucleo fosse stato eliminato precedentemente. Il
problema principale sarebbe: chi controllerebbe l’uso di una tale tecnica, il
giorno in cui fosse diventata possibile? In teoria, un dittatore potrebbe creare
così un’intera armata di individui, selezionati per le varie necessità di una guerra
e produrne tanti quanti ne servono per la conquista del mondo. Al momento, per
fortuna, si tratta soltanto di un incubo fantascientifico.
Possiamo concludere che oggi non siamo pronti né sul piano scientifico né su
quello sociale a esperimenti di eugenica positiva.

EUGENICA NEGATIVA

Le previsioni non sono così deprimenti per l’eugenica negativa la quale viene
già, in parte, applicata in alcuni paesi. Anzi, nel corso della storia è stata
praticata sotto forma di infanticidio dei malformati. La maggior parte delle
società umane attuali non accetta l’infanticidio, ma accetta l’aborto precoce. In
Francia e in Italia, per esempio, non si è avuta un’esplosione demografica - o
almeno è stata in parte contenuta - poiché molti concepimenti inopportuni sono
stati troncati da un aborto. È noto che la legislazione di ambedue i paesi è in
corso di revisione: fino a questo momento, però, essa condanna l’aborto non
terapeutico: esso può venir condotto solo in segreto, sotto minaccia di sanzioni
penali gravi, in condizioni sanitarie spesso inadeguate, o decisamente pericolose,
e a costi irragionevoli. Ciò malgrado, in ambedue i paesi, il numero degli aborti
è dell’ordine di grandezza di quello dei nati. Sarebbe tragico se questi aborti si
trasformassero in nascite: il mondo non ha posto, ormai, per tutti i bambini che
verrebbero così al mondo. In molti altri paesi l’aborto, come mezzo per limitare
le nascite, è consentito o almeno tollerato. Nel nostro paese le preoccupazioni
religiose e politiche (che vi determinano le leggi e controllano almeno una parte
dei legislatori) sono finora riuscite a rallentare o ad evitare l’adozione di una
politica anticoncezionale realistica. Certo la speranza migliore è l’introduzione
di procedure anticoncezionali di efficacia completa, accessibili a tutti, che non
richiedano nessuna particolare disciplina e siano perciò di facile e sicura
applicazione senza ricorrere all’aborto.
Se è accettabile l’eliminazione, per mezzo dell’aborto, di un prodotto normale
del concepimento allo scopo di controllare le nascite (e una larga parte degli
individui, in tutti i paesi, l’accetta), a maggior ragione dovrebbe essere
accettabile l’aborto profilattico quando si sappia in precedenza che il nuovo nato
potrebbe svilupparsi in un individuo gravemente menomato. La difficoltà, se
mai, può consistere nel decidere a che punto collocare una linea di demarcazione
tra il ‘normale’ e l’individuo menomato o pericoloso. Per esempio, non vi sono
oggi prove sufficienti per suffragare l’affermazione che gli individui XYY sono
pericolosi. Si dispone però di prove abbastanza sicure per poter dire che i
trisomici per il cromosoma 21 sono condannati a un’esistenza destinata a portare
molta infelicità alle famiglie e una spesa pesante per queste o per la società che
se ne accolli il costo. Oggi praticamente tutte le aberrazioni cromosomiche e un
paio di dozzine di altre gravi malattie genetiche possono essere riconosciute nel
feto, in un’epoca in cui l’aborto può ancora aver luogo senza pericolo per la
madre, e in cui il feto non è ancora capace di vita indipendente fuori dell’utero e,
in base a questo criterio, non è ancora vivo.
Parrebbe ragionevole che a tutti venisse data l’informazione più completa e la
totale libertà di accedere ai mezzi disponibili per evitare la procreazione quando
essa è destinata a determinare sofferenze gravi. Questa libertà esiste, per ora,
solo in alcuni paesi, ma si sta estendendo rapidamente.
In Italia, la posizione della Chiesa Cattolica determina largamente l’opinione
pubblica e l’azione legislativa; sarà perciò una grave limitazione per il Paese se
la Chiesa prenderà decisioni in direzione chiaramente contraria all’aborto
profilattico, come sembra, al momento, orientata a fare. La discussione dei
teologi verte sull’istante in cui l’anima si congiunge al corpo: alla formazione
dello zigote? più tardi, e quando? «Da 25 secoli» diceva F. Jacob «moltissimi
uomini di chiesa e laici si sono dedicati a questo problema senza trovarvi
soluzione. E ciò per la ragione che non vi è soluzione per un problema mal
posto. Perché è ora ben chiaro che la vita non comincia mai.








Essa continua. Essa continua da tre miliardi di anni. Uno spermatozoo isolato o
un uovo non è meno ‘vivo’ di un uovo fecondato. Fra l’uovo e il neonato che ne
risulterà non esiste un momento privilegiato, non vi sono tappe decisive che
conferiscono improvvisamente la dignità di persona umana. Esiste
un’evoluzione progressiva, una serie senza soluzione di continuità di reazioni e
di sintesi per cui si modella a poco a poco il piccolo uomo». Nella stessa
occasione, testimoniando a un processo per procurato aborto nell’autunno del
1972, J. Monod dichiarava: «Pretendere che un feto di poche settimane sia una
persona umana non è né sociologia, né antropologia né biologia, è metafisica…
Penso che la personalità umana sia legata molto precisamente all’attività del
sistema nervoso centrale, cioè alla coscienza». Anatomicamente e
biologicamente un feto di poche settimane non può presentare fenomeni
coscienti dato che non possiede un sistema nervoso centrale sviluppato.
Data l’importanza dell’aborto profilattico vale la pena di dedicarvi un po’ di
spazio. Diciamo anche subito che le tecniche di laboratorio sono delicate e
possono essere usate solo da pochissimi laboratori specializzati; anche gli
interventi chirurgici relativi, pur se semplici, non sono ancora alla portata di tutti
gli ospedali. L’esame diagnostico su materiale fetale può essere condotto senza
danno alcuno per il feto raccogliendo un po’ del liquido amniotico che lo
circonda. Tale liquido contiene in sospensione delle cellule che possono venire
coltivate in provetta. Questo e altri esami possibili sul liquido amniotico
permettono di riconoscere un certo numero di malattie ereditarie gravi nel feto. Il
procedimento di raccolta del liquido amniotico, che si chiama amniocentesi,
viene di solito condotto intorno alla sedicesima settimana di gravidanza, con una
normale siringa, per via transaddominale. Non comporta alcun rischio, né per la
madre né per il feto, se condotto con le opportune precauzioni. A quell’epoca, o
più tardi - poiché occorre qualche settimana per avere il risultato delle prove di
laboratorio - è ancora possibile l’aborto, ma non più con la tecnica che viene
usata in gravidanze meno avanzate. Il procedimento è più delicato, ma altrettanto
poco pericoloso.
Tra le malattie che possono venire diagnosticate attraverso l’amniocentesi vi
sono tutte quelle dovute ad anomalie cromosomiche gravi, che sono un po’ più
dello 0,5% di tutte le gravidanze. Vi è poi un numero notevole di errori congeniti
del metabolismo, cioè malattie genetiche dovute a blocchi metabolici determinati
dalla mancanza di un enzima specifico. Fra queste ne descriveremo due
particolarmente gravi, seppur rare. (Queste ed altre sono elencate nella TAB.
XIV). Una è la malattia di Lesch Nyhan, un disturbo del metabolismo delle
purine (per difetto dell’ipoxantinaguanina-ribosiotransferasi) che determina, tra
l’altro, una curiosa quanto tragica anomalia del comportamento. Il bambino si
mangia letteralmente le dita e le labbra, provocandosi mutilazioni gravissime.
L’altra è quella detta di Tay Sachs, rarissima nella maggior parte delle
popolazioni e - forse per ragioni di deriva genetica - assai più frequente tra gli
ebrei. In questa sindrome si ha una cecità precoce associata a difetto mentale
grave, seguita dalla morte a tre o quattro anni di età.
Molte malattie ereditarie non sono ancora abbastanza note a livello biochimico
per poter essere diagnosticate sul feto. Altre, pur essendo sufficientemente note,
come l’emofilia, non sono ancora diagnosticabili in utero. Ma per l’emofilia,
come per tutte le forme legate al cromosoma X, vi è la possibilità di abortire i
feti di sesso maschile quando la madre risulta essere eterozigote per il gene
dannoso recessivo. Sono, infatti, quasi soltanto i figli maschi a manifestare
questa forma. La diagnosi del sesso del feto è possibile, mediante
l’amniocentesi.
Poiché l’amniocentesi è una tecnica relativamente recente, è per ora
disponibile in pochi centri di pochi paesi. Naturalmente essa può essere utile a
scopo eugenico, solo se l’aborto per ragioni di medicina preventiva è legale.
Essa richiede inoltre una diffusione delle conoscenze genetiche non solo fra i
medici ma anche fra i pazienti, il che è vero oggidì in ben pochi paesi. Ma non vi
è dubbio che questo procedimento sia destinato a diffondersi e a recare sollievo
per alcune tra le malattie più gravi che esistano. L’opinione pubblica italiana è
stata recentemente sensibilizzata sull’argomento e vi sono proposte di legge che
potranno modificare la situazione.
Una forma di eugenica negativa che non incontra alcun ostacolo legale, ma già
trova applicazione anche in Italia, è la consulenza genetica. La cercano talora, in
fase prematrimoniale, quelle coppie che desiderano sposarsi ma sono
preoccupate da tare familiari, di cui temono la ricomparsa nella prole, o
dall’esistenza di stretti legami di parentela. Più spesso la consulenza genetica è
cercata da coppie che hanno già avuto un figlio anormale e desiderano conoscere
se può ripetersi un evento del genere. Il medico generico non ha di solito la
competenza necessaria per dare questi consigli; perciò esistono in varie città
centri di consulenza genetica diretti allo scopo. La risposta varierà naturalmente
a seconda della malattia, ma è sempre in termini di probabilità. In alcuni casi il
rischio è elevato. Come sappiamo, in alcuni incroci anche metà dei figli possono
essere affetti. Nei matrimoni fra individui normali, ma eterozigoti per un
recessivo dannoso, la probabilità che un figlio sia affetto è del 25%. In malattie
ereditarie, ma non determinate da un solo gene, o controllate in parte
dall’ambiente, come la schizofrenia la probabilità varia molto secondo i casi.
Naturalmente una risposta in termini di probabilità non è interamente
soddisfacente, ed è per questo che quando esiste la possibilità di un controllo
attraverso l’amniocentesi è importante poterne profittare.
L’esperienza mostra che la risposta dell’interessato alla consulenza genetica
varia secondo la gravità del rischio: il consiglio è seguito se il rischio è alto,
assai meno se il rischio è poco elevato. La clientela dei centri di consulenza è,
naturalmente, volontaria. Questa attività dà un contributo eugenico, anche se
modesto, e non può che essere incoraggiata, essendo, come è, basata sul senso di
responsabilità delle persone che cercano, e spesso seguono, il consiglio ricevuto.
Più preoccupanti, per il possibile conflitto con i diritti dell’individuo, sono
quegli interventi legislativi - come in Danimarca - che introducono la
sterilizzazione per gli individui portatori di malattie genetiche di qualche gravità.
In pratica il numero di sterilizzazioni effettuate nei paesi in cui tali leggi esistono
è molto basso. Considerazioni umanitarie a parte, i calcoli hanno dimostrato che
questo metodo non è molto efficace nel ridurre l’incidenza dei difetti nelle
generazioni future. Il beneficio è, di solito, assai modesto. In genere le variazioni
di frequenze geniche prevedibili in seguito a interventi a livello di eugenica
negativa sono poco rilevanti, e possono divenire importanti solo se valutate a
lunga distanza di tempo: decine o centinaia di generazioni. Ma a livello
dell’individuo o della famiglia colpita le previsioni eugeniche possono avere
grandissimo peso. Oggi, l’unica possibilità concreta di intervenire è attraverso il
monitoring genetico: il controllo medico degli individui e delle famiglie esposti
a rischio elevato, così da permettere l’intervento profilattico. Con la consulenza
genetica e l’aborto profilattico si possono già oggi evitare le nascite di figli
affetti da molte malattie gravi. Malattie, come la fenilchetonuria, la galattosemia
e altre sono suscettibili di trattamento profilattico postnatale se individuate a
tempo. È diritto di tutti avere accesso alle pratiche disponibili, ma perché sia
possibile esercitare questo diritto è necessaria la diffusione di una cultura
scientifica a livello generale. L’unico modo di raggiungere tale scopo è
l’introduzione dell’insegnamento dei principi basilari della genetica umana nella
scuola dell’obbligo.
Si noti che molti di questi problemi fanno parte di una disciplina più vasta,
l’igiene della riproduzione, che include problemi scottanti come quello del
controllo delle nascite e del comportamento sessuale. Vi è ancora molta strada
da fare prima di vincere la resistenza delle varie correnti, religiose,
nazionalistiche ecc., che pongono riserve o tabù alla discussione di questi
problemi e soprattutto al loro insegnamento nelle scuole. Tuttavia, la discussione
è stata aperta e non può che continuare.

EFFETTI DISGENICI

Fonte di una certa preoccupazione è l’effetto disgenico che può avere la
medicina e, in genere, il progresso sociale. Il fatto che malattie ereditarie,
normalmente letali o altamente svantaggiose al livello della selezione naturale,
vengano oggi curate può aumentarne la frequenza nelle generazioni future. Il
fenomeno prende il nome di rilassamento della selezione naturale. Qual è l’entità
reale del pericolo che esso comporta?
Come prima considerazione non sempre il progresso igienico e medico agisce
nel senso di un futuro aumento di una malattia genetica. Si prendano la falcemia
o la talassemia; la soppressione della malaria, operata dall’applicazione delle
misure igieniche, tende a eliminare anche la falcemia e la talassemia,
trasformando la selezione naturale di questi geni da quella di un equilibrio
bilanciato in una selezione contro geni recessivi dannosi. La frequenza relativa
di tali geni è quindi destinata a scendere dopo l’eliminazione della malaria,
anche se la diminuzione sarà lenta e potranno occorrere dieci generazioni
(trecento anni), ad esempio, perché la talassemia si riduca di quattro volte
(dall’1% di omozigoti allo 0,25%), e di cento generazioni, perché vada
praticamente a zero.
Per molte altre malattie ereditarie relativamente frequenti come, ad esempio, il
diabete o la fibrosi cistica, la situazione può essere simile a quella della falcemia
e della talassemia. In genere, se la selezione naturale è dovuta a un vantaggio
dell’eterozigote, un completo rilassamento della selezione naturale porta a una
diminuzione non a un aumento della frequenza della malattia.
Invece per le malattie genetiche più rare (e sono la gran maggioranza), che
sono mantenute nella popolazione dall’equilibrio fra eliminazione selettiva e
nuove mutazioni, la soppressione della selezione naturale non può che portare a
un aumento nel tempo delle malattie stesse. L’aumento è però estremamente
lento, poiché la forza che lo determina, la mutazione, è molto debole. Perciò
devono trascorrere centinaia di generazioni prima di osservare aumenti
importanti. Oggi l’umanità è assillata da problemi ben più urgenti; l’aumento di
frequenza dei geni dannosi dovuto alla soppressione della selezione è al
confronto un rischio ben modesto. Si deve notare, poi, che l’aumento di molte
malattie negli ultimi anni è solo apparente: esso è spesso dovuto al
miglioramento delle diagnosi o ad altri cambiamenti ambientali. Siamo, per
esempio, convinti che il progresso nel campo dell’ostetricia può determinare in
futuro un aumento dei parti difficili; oggi possono sopravvivere e riprodursi
donne geneticamente inclini a difficoltà ostetriche che in passato non avrebbero
avuto alcuna possibilità di restare in vita. Tuttavia non ci sentiamo, per questo
solo motivo, di rinunciare ai vantaggi dell’ostetricia moderna. Lo stesso vale per
gli altri rami della medicina.
Vi sono poi effetti disgenici che non hanno alcun rapporto con la medicina,
ma semplicemente con la maggior tolleranza sociale e con la maggior
disponibilità di alternative che permettono oggi la sopravvivenza. Per portare un
esempio estremo, fino a circa un secolo fa ciechi e sordomuti dalla nascita
venivano considerati quasi come deficienti mentali, e comunque come individui
irricuperabili per la società. Essi non ricevevano una vera educazione, vivevano
appartati e la loro probabilità di riprodursi era bassissima. Una metà di questi
difetti è di origine ereditaria. Oggi la situazione pur sempre difficile, è assai
mutata: molti ciechi e sordomuti si sposano e hanno figli, spesso normali. Anche
i vizi di rifrazione sono oggi - e da pochi anni soltanto su larga scala - corretti
con occhiali. Le popolazioni più civili hanno difetti della vista molto più
frequenti di quelle primitive. Lo stesso vale per il daltonismo. La parte avuta dal
rilassamento della selezione naturale non è facile da valutare esattamente, ma
pare indubbia.
Diventeremo tutti, pur se lentamente, ciechi, sordomuti o affetti da altre gravi
limitazioni o deformità se la medicina continua nel suo progresso? Il rischio è
assai lontano nel tempo; prima che il pericolo diventi realmente serio, (fra
centinaia o migliaia di anni) l’ingegneria genetica o qualche altro sviluppo della
scienza potranno risolvere il problema. Ma per questo è necessario che gli studi
di genetica continuino: se ciò non dovesse avvenire sarebbe certo più saggio
troncare anche l’applicazione della medicina.



X
Origine e storia dell’uomo



LA COMPARSA DELL’UOMO

Quando incomincia la storia dell’uomo? L’evoluzione è solitamente un processo
graduale: è difficile perciò porre un inizio preciso. Il problema se chiamare col
nome di uomo o con altro nome un essere simile ma non identico a noi, è
influenzato da molte considerazioni di ordine non scientifico. I pareri sono
inevitabilmente discordi; dunque, più che discutere la definizione di uomo,
conviene limitarsi a esporre i fatti quali oggi sono noti.
Chi ha avuto occasione di osservare abbastanza a lungo uno scimpanzé o un
gorilla non può aver mancato di notare una notevole somiglianza con la nostra
specie anche se vi sono, ovviamente, molte diversità. Eppure la separazione
evolutiva tra noi e questi cugini prossimi nella scala zoologica è grande. Gli
ultimi antenati comuni a noi e a loro sarebbero vissuti oltre venti milioni di anni
or sono, secondo i paleontologi più accreditati. Da allora i destini delle grosse
scimmie antropomorfe e dell’uomo sembrano dividersi. Vi è qualche altro
fossile a cui è stato fatto l’onore di essere accettato come nostro antenato sulla
linea diretta verso di noi: tra i più significativi, anche perché più recenti, e quindi
più simili a noi, sono gli australopitechi. Se ne conoscono varie specie,
soprattutto in Africa (ma anche altrove) che vivevano fra i cinque milioni e un
milione di anni or sono.



Fig.34 Evoluzione del cranio. In alto a sinistra, gorilla, a destra un antenato dell’uomo di oltre mezzo
milione di anni or sono; in basso a sinistra, un anello intermedio dello sviluppo, a destra uomo moderno. Si
noti l’aumento di volume della scatola cranica (porzione al di sopra della linea in grigio), la diminuzione
relativa delle dimensioni della faccia (parte al di sotto della linea in grigio) e la riduzione dei canini (da S.
Washburn, © Scientific American, settembre 1960).


Tra i loro caratteri ‘umani’, caratteri che li distinguono dalle scimmie più vicine
a noi e dagli antenati comuni: un cervello più grande (ma non ancora grande
come il nostro); la stazione normalmente eretta, o quasi; l’uso di pietre
rozzamente lavorate, a modo di strumenti per quanto grossolani; la costruzione
di primitivi ripari in pietra che, anche se non assimilabili a una casa,
rappresentano pur sempre qualcosa di più sofisticato e permanente dei nidi di
foglie costruiti dai nostri cugini scimmie per trascorrere la notte.
Osservazioni molto recenti in Africa orientale hanno arricchito
considerevolmente le nostre conoscenze su questi antenati più lontani. Di nuovo
è l’Africa a darci il materiale più prezioso; se questo voglia veramente dire che
l’uomo ha avuto origine in Africa, come vogliono alcuni, o soltanto che in
Africa vi sono state migliori condizioni di conservazione e scavo, è difficile dire
oggi. Ma i resti venuti recentemente alla luce e datati tre milioni di anni ci
mostrano un antenato più vecchio di quelli noti finora e più umano di molti di
essi: non solo sono più umane le fattezze, ma anche la capacità cranica è
superiore a quella degli australopitechi di periodi successivi. A questo uomo di
tre milioni di anni fa non è ancora stato dato un nome scientifico poiché vi sono
ancora alcune incertezze, è certo però che tali osservazioni hanno rivoluzionato
notevolmente le nostre conoscenze degli antenati più lontani.
Non si è trovato invece molto di nuovo sugli antenati dell’ultimo milione di
anni: la somiglianza tra gli uomini di questo periodo e noi stessi aumenta
lentamente ma chiaramente. Gli strumenti di pietra divengono più accurati e si
trovano praticamente diffusi su tutta la faccia della terra, ma limitatamente al
Vecchio Mondo, perché il Nuovo Mondo viene occupato solo molto tardi. Circa
mezzo milione di anni fa troviamo l’Homo erectus, oggi promosso a uomo,
almeno nella designazione del genere (Homo), e una volta designato con nomi
più ‘scimmieschi’ (pitecantropo, ecc.). Il suo cervello è ancora poco più di due
terzi del nostro, come volume (FIG. 34). Compare poi, nel periodo successivo,
sia un uomo che viene ormai chiamato Homo sapiens, sia l’uomo di
Neanderthal, il cui cranio raggiunge dimensioni ancora più grandi delle nostre,
ma accentua certi caratteri scimmieschi o che, almeno, ci sembrano tali. Per
ragioni ancora sconosciute, l’uomo di Neanderthal scompare del tutto trenta o
quarantamila anni or sono lasciandoci all’oscuro sui suoi veri rapporti con noi.
Era della nostra stessa specie o di un’altra? L’esistenza in alcune zone di
ambedue le forme, neandertaloide e sapiens, e di forme intermedie, suggerisce il
contatto e la formazione di discendenza ibrida, il che porta a pensare che si tratti
di varietà razziali della stessa specie. Infatti la definizione di specie che interessa
il genetista è: ‘il gruppo di individui che, procreando prole feconda, possono
scambiare geni’. Non vi è dubbio che tutti gli uomini oggi viventi appartengono
alla stessa specie, ma è naturalmente più difficile raggiungere una conclusione in
argomento su gruppi estinti.
Solo 50 o 60 000 anni fa compare, e presto si ritrova in tutto il Vecchio
Mondo, l’uomo moderno, il cui cranio e scheletro i craniologi riconoscono
praticamente indistinguibili dal nostro, tanto da attribuirgli la qualifica non solo
di Homo sapiens, che viene attribuita anche ai resti fossili precedenti (degli
ultimi due o trecentomila anni) ma di Homo sapiens sapiens (genere Homo,
specie sapiens, e anche varietà sapiens). I paleoantropologi hanno evidentemente
una maggior fiducia nella sapienza dell’uomo di quanta ne abbia, forse, l’uomo
della strada, che può domandarsi se siamo davvero doppiamente sapienti.


L’UOMO MODERNO

L’uomo moderno invade tutto il Vecchio Mondo, più tardi anche il Nuovo.
Asiatici del nord-est si spingono, attraverso lo Stretto di Behring, in America e la
occupano da cima a fondo, iniziando circa 25 000 anni or sono. Asiatici del sud-
est giungono in Australia e in Nuova Guinea. Quasi tutto il mondo è occupato, a
questo punto. Gli strumenti si moltiplicano e si affinano: sono di questo periodo,
forse, alcuni dei dipinti su roccia più belli, come quelli di Lascaux in Francia.
L’uomo è ancora un cacciatore e un raccoglitore di cibo, ha però già interessi
artistici, magici e religiosi - i Neanderthal seppellivano già i morti - assai
sviluppati. A partire da circa diecimila anni fa comincia una rivoluzione
importante: l’agricoltura, con l’allevamento degli animali. Questo periodo viene
definito spesso con il nome di Neolitico.
Quale serie di eventi abbia spinto l’uomo all’agricoltura è ancora poco chiaro.
Ma sono chiare le conseguenze. L’uomo è divenuto sedentario, mentre come
cacciatore aveva abitudini di nomade. Costruisce case più permanenti (questa
può anche essere una causa più che un effetto). La terra nutre assai più abitanti e
la popolazione cresce, i villaggi aumentano di numero e dimensioni diventando
cittadine di mille, anche di duemila e più individui. La tecnologia degli strumenti
di pietra si perfeziona notevolmente: più tardi compariranno il rame, il bronzo e
più tardi ancora, in epoca storica ormai, il ferro. La navigazione deve avere
avuto inizio nei primi periodi del Neolitico, anche se le barche usate dai primi
neolitici non sono ancora state trovate. D’altra parte sappiamo che Creta viene
occupata ottomila anni or sono e così le isole dell’Egeo, a partire dalla Turchia; è
questa la prima traccia di uomini nelle isole del Mediterraneo Orientale.
Un’importante invenzione, l’uso della terracotta per fare mattoni, vasi e
statuette, si diffonde rapidamente in tutta l’area del Medio Oriente. Questo ci
dice che i contatti in quell’area erano già assai sviluppati, anche se, certo, non
erano organizzati e avvenivano probabilmente da villaggio a villaggio vicino. La
rete di villaggi era peraltro abbastanza densa e i contatti abbastanza frequenti
perché in poche centinaia d’anni l’uso della terracotta si diffondesse in una zona
assai vasta. Anche l’ossidiana si ritrova fino a settecento o ottocento chilometri
dal luogo di origine. Non vi è ancora tuttavia un vero e proprio commercio, che
comincerà più tardi.
La civiltà - che vuol dire, letteralmente, la vita di città - è un vaso di Pandora;
porta con sé le guerre, gli eserciti, i governi organizzati, la scrittura e con questa,
per antonomasia, la storia. Arriviamo così a poco più di cinquemila anni fa e la
vita umana differisce ormai poco da quella a cui siamo abituati.

TRASFORMAZIONE E DIFFERENZIAZIONE

Perché l’uomo ha subito questa lunga trasformazione? Le forze che la causano le
abbiamo già elencate; si tratta solo di riassumerle brevemente. Ogni ‘novità’
genetica è conseguenza di mutazione; questo è un fenomeno raro, però avviene a
velocità sufficiente da permettere la lenta trasformazione della specie. Se il tipo
nuovo (mutato) è indifferente alla selezione può diffondersi o estinguersi sotto la
sola azione del caso (la deriva genetica); se reca vantaggio al suo portatore tende
a diffondersi nella popolazione e può affermarsi - sopprimendo il vecchio tipo -
anche in un centinaio di generazioni, pur se all’inizio vi era magari un solo gene
del tipo nuovo. Se il gene è svantaggioso tende a scomparire. Tra i processi che
possiamo documentare nell’evoluzione umana vi sono: il passaggio alla stazione
eretta, l’aumento della capacità cranica e presumibilmente cerebrale, lo sviluppo
degli organi della voce che permettono il linguaggio come noi soli possiamo
usare (le scimmie non hanno un organo della voce sviluppato come il nostro) e
molti altri, forse meno importanti, come la perdita del pelo, che pur sempre ci
distinguono dai cugini pelosi. Migliaia di mutazioni hanno contribuito a questa
evoluzione; ciò non deve stupire, anche se le mutazioni sono rare, dato il gran
numero di individui esistenti, e quello di geni per individuo. Ognuno di noi
porta, probabilmente, almeno una mutazione nuova e, di solito una mutazione
nuova diversa, o quasi. È la selezione naturale a scegliere automaticamente fra
queste quelle che sono vantaggiose. Nell’ambiente in cui viveva allora l’uomo, il
passaggio alla stazione eretta, l’aumento della capacità cranica ecc., devono aver
costituito un notevole vantaggio. Non sappiamo abbastanza di questo ambiente
per capire come mai esso abbia dato origine allo sviluppo di un essere piuttosto
eccezionale. Naturalmente, vi è un inevitabile antropocentrismo nel ritenerci
eccezionali e gli studiosi moderni spesso dimostrano che lo siamo assai meno di
quanto crediamo. Tanto è vero che, per capire qualcosa del nostro
comportamento (che dovrebbe differenziarci dagli animali) gli scienziati si
rivolgono sempre più agli animali stessi. È un fatto, però, che l’ingrandimento
del cranio è stato un processo particolarmente veloce (anche se ha occupato
milioni di anni) al confronto con altre variazioni evolutive.
Tra gruppi della stessa specie non vi è solo trasformazione, ma anche
differenziazione. Popolazioni che occupano ambienti diversi, con caratteristiche
diverse, si adattano per selezione ai diversi ambienti. Una separazione fisica,
favorita da difficoltà di comunicazione di origine geografica, riduce e magari
annulla la migrazione fra gruppi. La deriva genetica aiuta a differenziare
popolazioni separate, tanto più profondamente quanto più piccolo è lo scambio
migratorio. Così gruppi geograficamente separati tendono a differenziarsi, in
parte per adattamento selettivo ad ambienti diversi, in parte per deriva genetica.
Il differenziamento da isolamento geografico può essere osservato anche in
villaggi adiacenti, specie se lo scambio migratorio è ridotto. In media se i
villaggi sono piccoli l’effetto della deriva genetica è proporzionalmente più
grande. Uno studio del differenziamento geografico e delle sue cause è stato
condotto nei villaggi dell’alta Val Parma, approfittando delle condizioni
favorevoli offerte da quest’area (FIG. 35). Qui i villaggi sono di dimensioni
modeste (meno di trecento abitanti in media), come avviene in quasi tutte le zone
di montagna, e hanno un’immigrazione da altri villaggi relativamente più bassa
di quanto avvenga, ad esempio, nella pianura. L’indagine ha dimostrato che vi
sono differenze, seppur lievi, delle frequenze geniche da villaggio a villaggio.
L’entità della differenziazione corrisponde abbastanza bene a quella prevista in
base alla deriva genetica, di cui possiamo calcolare accuratamente gli effetti. Ci
hanno aiutato molto, a questo scopo, i libri parrocchiali che hanno permesso di
ottenere, nell’alta Val Parma, un panorama piuttosto accurato della demografia
degli ultimi trecento anni.
La differenziazione genetica che si osserva tra villaggi vicini, specie se piccoli
e con scarso scambio migratorio, corrisponde abbastanza bene a quella prevista
ammettendo che la sola deriva genetica, cioè il solo caso, ne sia responsabile.
Questa conclusione si può ripetere per varie altre zone, purché l’analisi sia estesa
in ambiente piuttosto omogeneo, in cui non ci attendiamo grandi differenze
ecologiche tali da favorire un allele di un gene in alcune parti, un altro in altre.
Un’osservazione interessante è che lo studio della distribuzione geografica dei
cognomi porta a risultati simili a quelli che si ottengono per i geni. È noto che
nei paesi piccoli e isolati si trovano pochi cognomi, quasi sempre gli stessi,
spesso diversi da villaggio a villaggio vicino. I fenomeni che determinano la
concentrazione di alcuni cognomi, o di alcuni geni, in villaggi diversi sono simili
e si possono descrivere con le stesse formule matematiche. Vi è però una
differenza importante tra cognomi e geni: mentre i primi vengono trasmessi solo
per via maschile, i secondi - almeno quelli siti sui cromosomi non sessuali - sono
trasmessi ugualmente per linea maschile e per linea femminile.



Fig.35 Rapporto fra densità di popolazione in comuni della provincia di Parma e variazione genetica. In
ordinate le differenze genetiche tra villaggi vicini; la curva è stata interpolata sulla base dei dati osservati
(da L. L. Cavalli Sforza, © Scient. Am., agosto 1969).



Il costume sociale, caratteristico di quasi tutte le popolazioni europee (e anche di
varie popolazioni extraeuropee) di trasmettere le proprietà immobiliari ai figli
maschi (similmente a quanto avviene anche per i cognomi) crea una differenza
nell’eterogeneità di distribuzione geografica importante tra cognomi e geni. La
migrazione maschile è, in tali condizioni, ridotta rispetto a quella femminile, in
quanto il figlio maschio che si sposa ed eredita la terra rimane nel villaggio di
origine; più raramente i figli maschi si stabiliscono altrove diffondendo sia i loro
geni sia il loro cognome. Le figlie che stabiliscono la loro residenza altrove (nel
villaggio del marito) se sposano un uomo nato fuori del villaggio, diffondono i
loro geni ma non il loro cognome, perché i figli prendono il cognome del padre.
Perciò i cognomi tendono a differenziarsi geograficamente più dei geni e la
differenza di eterogeneità dipende in prevalenza dal fatto che, nelle zone agricole
ove la terra viene ereditata dai figli maschi, la maggioranza della migrazione
avviene nella linea femminile. Così, in base alle dimensioni del villaggio e
all’immigrazione sia maschile sia femminile, si può prevedere quanto diversi
saranno i geni di quel villaggio dagli altri vicini e le differenze aumenteranno
quanto più piccolo è il villaggio e più ridotta l’immigrazione, per il solo effetto
del caso. In base agli stessi fattori demografici (ma limitati ai maschi) si genera
la differenziazione dei cognomi fra villaggi. L’interesse dello studio dei
cognomi, per il genetista, deriva dal fatto che è molto più semplice rilevare i
cognomi che non i geni. Purtroppo la diversità della migrazione di maschi e
femmine limita la validità dello studio dei cognomi agli effetti puramente
genetici; ciononostante esso ha portato qualche contributo in un campo ove le
misurazioni di interesse genetico sono difficili e costose.
Se, invece, paragoniamo fra loro i geni di popolazioni che hanno occupato
nicchie ecologiche assai diverse, l’adattamento per selezione naturale a questi
diversi ambienti aggiungerà altre differenze a quelle che può creare la deriva
genetica. L’uomo vive in ambienti che vanno dai deserti alle zone temperate, alle
steppe, alla tundra, alle regioni artiche. Inevitabilmente, quindi, ci troveremo di
fronte a importanti adattamenti a condizioni ambientali diverse e con diversi
risultati. Non devono perciò stupire le notevoli differenze tra gruppi umani che
hanno vissuto a lungo in condizioni tanto disparate, né quelle diversità che
riconosciamo anche a prima vista tra le varie razze umane.

LE RAZZE UMANE

È facile distinguere le tre razze umane principali: africana, caucasica e orientale.
Grossolanamente corrispondono alle razze nera, bianca e bruna; vi sono però
molti gruppi di transizione e non è facile, ad esempio, decidere se classificare
come africani o caucasici molti africani del nord. Vi sono caucasici assai scuri di
pelle in India così come vi sono nel Pacifico razze, quali i melanesiani e gli
aborigeni australiani, scure di pelle quanto gli africani. Il gruppo più eterogeneo
è quello orientale, che si estende dall’Australia alle Indie Occidentali, alla Cina,
al Giappone, all’America e ha popolato le isole del Pacifico. L’area occupata è
enorme e profondamente differenziata dal punto di vista ecologico. Non
stupisce, perciò, che le diversità siano notevoli.
I caratteri che ci permettono di assegnare un individuo a uno di questi gruppi -
anche se talvolta non senza errori - sono, oltre che il colore della pelle, il colore e
la forma dei capelli, la forma del corpo e ancora più della faccia e degli occhi.
Queste differenze sono senz’altro ereditarie, pur se il meccanismo di
determinazione è complesso; esse possono essere ricondotte in buona parte ad
adattamenti ambientali. Sappiamo che la pelle è scura all’equatore e soprattutto
negli ambienti più assolati e aridi, mentre è meno scura negli ambienti umidi e
protetti dal sole della foresta equatoriale, e che è solitamente chiara nelle
popolazioni che hanno vissuto a lungo in zone a clima temperato o freddo. È
logico pensare che la pelle scura costituisca una protezione contro l’eritema
solare e le altre infiammazioni (e tumori) della pelle dovute all’irradiazione
ultravioletta, particolarmente intensa nelle regioni calde e secche. Ma è stato
suggerito un altro meccanismo il quale, anche se non del tutto provato, offre
buone probabilità di poter spiegare almeno lo ‘sbancamento’ della pelle.
Attraverso una pelle scura la radiazione ultravioletta giunge solo in scarsa
quantità agli strati sottostanti. In questi strati viene compiuta la sintesi della
vitamina D a partire da precursori che si trovano nel cibo e che sono, di per sé,
inattivi. Se la vitamina D è insufficiente, la crescita è difettosa; ne soffrono in
particolare le ossa e, come è noto, si genera quella condizione patologica che è il
rachitismo. Ove la radiazione ultravioletta è più scarsa, cioè nelle zone temperate
e in quelle fredde, lo sbiancamento della pelle può essere stato favorito dalla
selezione naturale, per consentire la produzione di livelli normali di vitamina D.
In quei popoli, come gli eschimesi, che vivono al nord, ma si nutrono largamente
di cibo animale e in particolare di pesce, il cui fegato è particolarmente ricco di
vitamina D, questo sbiancamento non è stato necessario.
Il colore della pelle non è il solo carattere razziale che sia dovuto (almeno
parzialmente) al clima; molti altri caratteri che ci permettono con una sola
occhiata di distinguere l’origine razziale di un individuo hanno assai
probabilmente rapporti con il clima e rappresentano adattamenti al freddo o al
caldo, dalla forma dei capelli a quella degli occhi, delle narici e così via. Ad
esempio il capello crespo - tipico di popolazioni africane - sembra favorire il
condizionamento termico del cranio, aiutando a prevenire l’ipertermia che
potrebbe sopravvenire in clima caldo e potrebbe facilmente essere fatale. Narici
strette sembrano più convenienti ove l’aria è fredda, perché facilitano l’ingresso
più lento dell’aria e il suo riscaldamento prima dell’arrivo ai polmoni, mentre
narici larghe paiono più convenienti in climi tropicali. Un minor sviluppo del
rapporto superficie - volume del corpo è più adatto a climi freddi che a climi
caldi, rallentando la perdita di calore, e così via.
Si noti che molte di queste ‘regole’ di adattamento climatico, che hanno
spesso qualche validità non solo per l’uomo, ma anche per gli animali, non sono
ancora state studiate con sufficiente rigore e molte sorprese sono ancora
possibili.
Pare comunque ragionevole concludere che il clima è uno dei fattori più
importanti nel caratterizzare i vari ambienti in cui l’uomo vive e dunque anche il
fattore più importante di differenziamento razziale. Il contatto con l’ambiente
esterno avviene per lo più alla superficie del corpo, e i meccanismi di
regolazione influenzano inevitabilmente la superficie di contatto. Perciò è logico
supporre che la superficie del corpo umano dimostri il più grande adattamento
alle condizioni climatiche delle diverse regioni geografiche in cui l’uomo ha
vissuto per un tempo abbastanza lungo da permettere alla selezione naturale di
manifestare la sua azione.
Uno dei problemi che si incontrano nello studiare l’adattamento al clima (o a
qualunque altro fattore) è che spesso il risultato di un adattamento selettivo può
essere irreversibile, almeno in parte, quando viene a cessare lo stimolo
ambientale. Se perciò una popolazione esposta a un ambiente che favorisce, ad
esempio, un rapporto elevato fra arti e tronco, viene a trovarsi per migrazione o
cambiamento del modo di vita, in condizioni in cui tale rapporto non ha più
importanza, il risultato della selezione precedente non si modifica più o si
modifica solo di poco. Non possiamo quindi attenderci correlazioni troppo
strette tra ambiente e costituzione genetica. L’elevata mobilità geografica
dell’uomo, specie negli ultimi millenni, e la modificazione artificiale
dell’ambiente hanno portato molti gruppi umani a vivere in condizioni diverse
da quelle per cui erano stati selezionati. Alcuni adattamenti ambientali
precedenti sono così stati ‘fissati’ e non hanno più stimolo a modificarsi, oppure
il cambiamento di ambiente è stato così recente da non esservi stato il tempo per
osservare delle variazioni selettive. A meno che la selezione naturale sia molto
intensa, la variazione genetica dovuta ad adattamento selettivo è, in poche
centinaia di anni, estremamente modesta. Ciò malgrado, alcune correlazioni tra
la costituzione genetica e l’ambiente di vita sembrano abbastanza chiaramente
apprezzabili.
Per concludere, quei caratteri che siamo abituati a considerare come
caratteristici delle razze rispecchiano largamente l’adattamento genetico,
avvenuto attraverso la selezione naturale, all’ambiente in cui si è svolta la
maggior parte della vita delle varie popolazioni nelle ultime decine di migliaia di
anni. Tra le condizioni ambientali la più importante è stata probabilmente il
clima.

RAZZE E GENETICA

La dimostrazione dei polimorfismi genetici, di cui il più studiato nell’uomo è il
sistema di gruppi sanguigni AB0, fu presto accompagnata dalla scoperta che le
frequenze dei vari alleli sono diverse da una popolazione all’altra. Le differenze,
peraltro, sono modeste nel caso dell’AB0. In quasi tutte le popolazioni (con
l’eccezione di molte tribù amerindie, che hanno quasi soltanto l’allele 0) si
trovano sempre i tre alleli in proporzioni solo lievemente diverse.
Oggi conosciamo parecchie dozzine di geni polimorfici. Alcuni fra essi
mostrano ancora meno differenze razziali che l’AB0. Altri ne mostrano di più;
pochi giungono a gradi di differenza estremi. Fra i polimorfismi che mostrano le
massime differenze razziali vi è l’Rh. Tra gli africani troviamo quasi soltanto
l’allele positivo Rh0, mentre tra gli orientali troviamo solo due altri alleli,
anch’essi ambedue positivi, R1 ed R2. Tra gli europei troviamo l’allele Rh
negativo, che è raro o assente altrove, e che raggiunge frequenze particolarmente
elevate (fino al 50%) tra i baschi.
Possiamo fare una stima delle differenze genetiche che si trovano fra due
individui presi a caso o, ancor più semplicemente, fra due gameti presi a caso,
contando quante volte due gameti portano, in un certo gene, un allele diverso.
Naturalmente il confronto va eseguito su molti gameti. Ogni gene polimorfico
fornisce una stima indipendente di questa differenza e, facendo la media fra tutti
i polimorfismi sufficientemente studiati, troviamo un valore che indica, meglio
di qualunque altro oggi noto, la differenza genetica totale che possiamo trovare
tra due individui o due popolazioni. Se prendiamo i due gameti dalla stessa
popolazione, troviamo una stima della differenza genetica entro la popolazione.
Per una popolazione relativamente piccola (di qualunque origine razziale)
troviamo che questa differenza è del 30%; cioè 30 volte su 100 troviamo che i
due gameti hanno un allele diverso dello stesso gene e 70 volte su 100 lo stesso
allele. Ciò indica che esiste una notevolissima variazione genetica in una stessa
popolazione. Anche una popolazione piccola e isolata mostrerebbe una
variazione poco inferiore; per quanto isolata e inincrociata, una popolazione
umana è ben lungi dall’essere geneticamente pura.
Se, invece, prendiamo un gamete da una popolazione di una razza e uno da
una razza diversa, abbiamo una stima della differenza tra le due razze. Si osserva
che questa differenza è solo di poco superiore a quella fra due individui della
stessa popolazione; la più grande differenza osservata è quella fra africani e
orientali, che non raggiunge il 41%, di poco superiore a quella che si trova tra
africani e caucasici o caucasici e orientali. Perciò la differenza di origine
razziale, se prendiamo un gene a caso, è poco più grande di quella che esiste fra
individui della stessa razza o anche di un sottogruppo di una razza.
Lo studio dell’insieme dei geni noti, scelti tra quelli polimorfici (che è oggi il
modo migliore a nostra disposizione per compiere una scelta rappresentativa di
tutto il patrimonio genetico) mostra perciò che le differenze razziali sono
relativamente modeste. L’uomo della strada ha invece l’impressione che le
differenze siano grandi e ha, a suo modo, ragione. Come si risolve il paradosso?
Il fatto è che le differenze razziali osservate dall’uomo della strada sono quelle
che si vedono facilmente e queste sono tutte, per definizione, differenze
‘superficiali’. Abbiamo appena visto come la superficie del corpo abbia
sviluppato grandi differenze razziali come risposta alle grandi differenze
climatiche. Vi è un’elevata correlazione tra quello che l’uomo della strada vede
(la superficie del corpo) e la parte del corpo che risponde al clima. Le differenze
che vediamo sono perciò, in effetti, piuttosto cospicue, ma sono solo una piccola
parte, altamente selezionata, di tutte le differenze che esistono tra le razze,
mentre quelle complessive che possiamo studiare attraverso i polimorfismi
genetici sono invece, in media, modeste. Né potrebbero essere grandi dato che il
tempo a disposizione per sviluppare queste differenze è stato poco; l’uomo
moderno, in seno al quale si sono sviluppate le differenze razziali che vediamo
tra i gruppi umani oggi viventi (FIG. 36), non sembra aver avuto più di 50 000 o
60 000 anni di vita. In un arco di tempo di questo genere le differenze genetiche
che si possono sviluppare sono scarse. È interessante notare che le differenze fra
razze, di cui abbiamo indicato le dimensioni in termini di differenze percentuali,
corrispondono abbastanza bene, numericamente, a quelle che ci attenderemmo in
base alla velocità media di evoluzione osservata paragonando la stessa proteina
(ad esempio l’emoglobina) in specie assai lontane fra loro. È stato calcolato che
ogni amminoacido di una proteina cambia, in media, ogni miliardo di anni. La
stima delle differenze genetiche tra razze umane, che abbiamo sopra indicato,
corrisponde abbastanza bene al tempo di 50 000 o 60 000 anni che gli archeologi
indicano come l’epoca intorno alla quale si è iniziata la diffusione nel Vecchio
Mondo dell’uomo moderno, e che ha successivamente dato origine alla
differenziazione delle razze umane.
Il confronto genetico fra razze porta ad altre interessanti conclusioni. Abbiamo
visto che alcuni geni variano molto da un gruppo razziale a un altro. Abbiamo
indicato, fra essi, l’Rh. Ve ne sono altri ancora più diversi: ad esempio i geni
Gm, che controllano parte delle catene polipeptidiche di cui sono formati gli
anticorpi. Questi geni mostrano differenze estreme; ne esistono molti alleli,
alcuni dei quali formano la totalità dei geni Gm in alcune razze ma sono
completamente assenti in altre. La funzione dei geni Gm non è ancora compresa
abbastanza da poter capire il significato di queste differenze, ma non è
impossibile che esse siano dovute alla prevalenza di diverse malattie infettive e
parassitane in ambienti diversi.



Fig.36 Albero evolutivo dei gruppi etnici umani, ricostruito in calcolatore sulla base delle frequenze di
cinque grappi sanguigni (AB0, MN, Rh, Diego e Duffy) e di quattro proteine del sangue. Sono stati inclusi
nell’analisi da due a quattro gruppi aborigeni di ogni continente. L’analisi compiuta dà K. Kidd e L.
Sgaramella-Zonta nel 1972, conferma le conclusioni raggiunte su un materiale simile, ma comprendente un
minor numero di geni da L. L. Cavalli-Sforza e A. W. Edwards dieci anni prima.



Altri geni invece, e sono la maggioranza, mostrano poche differenze. Una
considerazione interessante è la seguente: se le diversità fra razze per i geni
polimorfici fossero interamente dovute alla deriva genetica, non vi sarebbe
motivo di trovare differenze di comportamento tra geni diversi. Non dovrebbe
cioè accadere che alcuni geni variano poco mentre altri variano molto da una
razza all’altra. La spiegazione più verosimile, oggi, è che quei geni che mostrano
le differenze razziali più grandi hanno reagito a condizioni ambientali e, perciò
selettive diverse, nelle diverse razze, mentre quelli che mostrano una minor
variazione si sono differenziati, in prevalenza, per deriva genetica. Vi sono,
comunque, altre spiegazioni da tenere presenti. Il vantaggio selettivo degli
eterozigoti può aver avuto, per qualche gene, un effetto stabilizzante che ha
ridotto la variazione razziale delle frequenze degli alleli di quel gene. Se
conoscessimo meglio di quanto ci è oggi possibile la demografia dei nostri
antenati più lontani, potremmo prevedere l’effetto della deriva casuale.
Allo stato attuale delle conoscenze possiamo solo concludere che
probabilmente tutte queste forze, deriva genetica, selezione a effetto
differenziante e selezione a effetto stabilizzante, sono insieme responsabili delle
variazioni razziali che osserviamo.

LA RIVOLUZIONE NEOLITICA

Circa quindicimila anni fa, come abbiamo visto, i nostri antenati avevano
colonizzato all’incirca tutto il mondo. Ma allora l’agricoltura, per quanto ne
sappiamo oggi, non esisteva ancora. L’unico modo di procurarsi il cibo era
quello di raccogliere i vegetali, di andare a caccia o a pesca. Se ci basiamo sulla
selvaggina oggi a disposizione si dovrebbe concludere che c’era poco da stare
allegri.
Certamente allora ve n’era molta di più. Probabilmente, riuscivano a vivere di
caccia e raccolta, su tutta la superficie della Terra, vari milioni di esseri umani:
mille volte meno di quanti ve ne sono oggi, però sempre un numero notevole.
Questo stadio primitivo dell’economia umana, che si chiama appunto di caccia
e raccolta, è durato praticamente per il 99% del tempo durante il quale l’uomo si
è evoluto. Infatti l’agricoltura è cominciata assai tardi, all’incirca diecimila anni
or sono, quindi nella tarda preistoria. Non molto tempo dopo ha avuto inizio il
periodo storico propriamente detto.
Gli archeologi hanno raccolto, negli ultimi decenni, una quantità notevole di
informazioni sui centri in cui ha avuto origine l’agricoltura. Vi sono stati
probabilmente diversi centri indipendenti (FIG. 37). Il più noto è quello che si
trova nel Vicino Oriente, in una zona che comprende la Turchia orientale, la
Siria e Israele. È questo il centro di origine più antico e meglio noto. È qui che i
cereali sono stati coltivati per la prima volta, non solo i vari tipi di grano, ma
anche l’orzo e l’avena. Qui, o nelle immediate vicinanze, sono stati
addomesticati i bovini, gli ovini e i suini. Vi sono stati anche altri centri di
origine dell’agricoltura, probabilmente indipendenti da quello del Vicino
Oriente. Nella Cina e probabilmente nel sud-est asiatico vi sono state delle aree
di sviluppo, per esempio, del riso e nel Messico sono iniziate le colture del
granturco, delle zucche e dei fagioli. Successivamente molti altri vegetali e
animali si sono aggiunti alla lista delle piante e degli animali domestici. Vi
furono probabilmente altri centri, ma purtroppo ne sappiamo ancora poco. Le
notizie archeologiche più complete riguardano il Vicino Oriente. Si ricordi che
non molto dopo l’inizio dell’agricoltura ha avuto inizio, più o meno nella stessa
area, l’uso della ceramica che, naturalmente, si è diffuso con grande rapidità. Gli
strumenti che venivano adoperati erano ancora di pietra, di legno o d’osso e i
metalli non erano ancora stati scoperti. Questa nuova fase dell’economia umana
viene chiamata con il nome di periodo neolitico per indicare che l’uso della
pietra aveva subito allora importanti innovazioni. In realtà alcuni archeologi
identificano il Neolitico con la presenza della ceramica e dei mattoni. Altri,
invece, preferiscono indicare con questo nome l’inizio dell’agricoltura. Poiché i
due fenomeni non sono cominciati insieme, può esservi un po’ di confusione
nell’uso della parola Neolitico; impiegheremo questo termine, comunque, per
indicare il nuovo stadio di economia in cui si è venuto a trovare l’uomo con
l’introduzione della coltivazione delle piante e degli animali.
Come si è diffusa l’agricoltura dai punti di origine al resto del mondo? Con un
giovane archeologo americano, A. Ammermann, abbiamo studiato la diffusione
dal centro meglio noto, quello del Vicino Oriente (FIG. 38).



Fig.37 Centri di origine dell’agricoltura in tutto il mondo: in colore intenso sono indicati i centri meglio
conosciuti, in colore più tenue quelli meno noti (da Harlan, modificato).


Lo studio archeologico dell’Europa è particolarmente progredito e così ci è
stato facile ottenere la data del primo arrivo dell’agricoltura in molti punti di
questo continente.
Per quanto riguarda l’Europa praticamente tutte le regioni sono ben studiate
mediante datazione con radiocarbonio. Se una regione è ben nota
archeologicamente, è abbastanza facile dire quando vi è cominciata, per
esempio, la coltivazione del grano. È questo forse il più importante di tutti gli
alimenti introdotti con l’agricoltura. Inoltre esso cresceva allo stato selvatico
solo nel Vicino Oriente e in altre regioni, ma in Europa era totalmente
sconosciuto e vi è stato portato interamente dall’uomo. Riportando su una mappa
dell’Europa le date del primo arrivo dell’agricoltura nelle varie zone ci si
accorge che vi è una regolarità straordinaria nella sua diffusione (FIG. 38). Si
vede così che, partendo dal Vicino Oriente, l’agricoltura si diffonde alla Turchia
occidentale e da questa alla Grecia e alle sue isole più importanti, come Creta;
dalla Grecia risale verso il nord attraverso i Balcani, si espande a ovest e,
probabilmente attraverso l’Adriatico, arriva in Italia. Dai Balcani il Neolitico si
diffonde nell’Europa centrale e infine giunge attraverso la Germania fino alla
Danimarca, penetra nella Svezia meridionale e intanto arriva anche
all’Inghilterra e alla Spagna. Tutta l’Europa è ora stata invasa dalla nuova
economia, ma il processo è stato molto lento. Abbiamo calcolato che, in media,
l’agricoltura si è diffusa alla velocità di un chilometro all’anno. L’espansione dal
Vicino Oriente è cominciata tra gli otto e i novemila anni fa e ha impiegato circa
tremila anni per raggiungere i punti più distanti, come l’Inghilterra, la Spagna o
la Svezia meridionale che sono appunto all’incirca a 3000 km in linea d’aria dal
Vicino Oriente. A quel tempo la Svezia settentrionale era ancora troppo fredda
per consentire lo sviluppo dell’agricoltura ed è stata occupata solo più tardi.
Viene fatto di chiedersi, naturalmente, se la diffusione nelle altre direzioni,
non solo quella verso l’Europa, è avvenuta alla stessa velocità. Purtroppo i dati
disponibili sull’Asia e sull’Africa non sono altrettanto buoni; i pochi esistenti,
tuttavia, confermano l’impressione che, anche nelle altre direzioni, la diffusione
sia avvenuta all’incirca alla stessa velocità. Val la pena di ricordare che, a
quell’epoca, il Sahara non era un deserto e quindi era aperto a quest’espansione
agricola e di allevatori quanto le altre regioni. È solo circa tremila anni or sono, e
forse anche più tardi, che il Sahara ha cominciato a inaridire e a prendere,
sempre più nettamente, la fisionomia di un vero deserto. Per questo non stupisce
di trovare oggi nel centro del Sahara i resti di culture preistoriche assai
sviluppate e interessanti.




Fig.38 Diffusione dell’agricoltura dei cereali dal centro di origine in Medio Oriente verso l’Europa studiata
con il calcolatore. Le date si riferiscono ad ‘anni or sono’ e sono ottenute mediante radiocarbonio (da A.
Ammermann e L. L. Cavalli-Sforza, 1971).



Vale la pena di aggiungere che questo processo di diffusione è regolare se lo si
guarda a grandi linee. Se lo si studia in maggior dettaglio si vede che,
inevitabilmente, alcune barriere geografiche hanno posto un ostacolo, e quindi
determinato un ritardo, mentre le zone in cui la comunicazione era più facile
sono state percorse più rapidamente dall’ondata dell’agricoltura. Quando si
studia però la velocità media della diffusione su regioni abbastanza vaste si
riscontra una notevole regolarità. Questo è anche dovuto al fatto che i nostri
progenitori superavano con una certa facilità anche i tratti d’acqua, come
dimostra l’occupazione delle isole, almeno quelle principali.

CONSEGUENZE GENETICHE DELLA


RIVOLUZIONE NEOLITICA

Che interesse genetico può esservi nella diffusione dell’agricoltura? Poniamoci il
problema: come è avvenuta questa diffusione? Esistono due possibilità
sostanzialmente diverse. Può darsi che l’agricoltura si sia diffusa, come si suol
dire, culturalmente, cioè che i vicini cacciatori abbiano imparato dai vicini
agricoltori la coltivazione delle piante e l’allevamento degli animali, ma è
possibile anche l’ipotesi che, invece dell’idea dell’agricoltura, si siano diffusi gli
agricoltori stessi.
Gli archeologi non si erano mai posti chiaramente questo problema che per
loro è, in fondo, di interesse quasi secondario. Ma per il biologo evidentemente
l’interesse è grande, poiché nel primo caso può non esservi alcuna influenza
sulle caratteristiche genetiche della popolazione. Se però sono gli agricoltori che
si sono diffusi, allora le conseguenze genetiche sono profonde. Noi europei, per
esempio, saremmo allora tutti più o meno discendenti di quei progenitori che
hanno cominciato a sviluppare l’agricoltura nel Vicino Oriente.
Come si può scegliere tra le due ipotesi? Cominciamo con il dare un nome a
queste possibili diffusioni, per poterle distinguere nel seguito l’una ‘dall’altra.
Chiamiamo la prima, quella basata sull’ipotesi che sia stata l’idea
dell’agricoltura a diffondersi, una diffusione di tipo culturale e la seconda, quella
basata sull’ipotesi che si siano diffusi gli agricoltori stessi, una diffusione demica
(parola nuova questa che possiede la stessa radice che è utilizzata nella parola
demografia e che si riferisce, come è ben noto, allo studio della popolazione:
infatti, nella seconda ipotesi, è la popolazione che si diffonde).
Le due ipotesi non si escludono del tutto a vicenda. È perfettamente possibile
che si siano verificati un po’ dell’uno e un po’ dell’altro dei due tipi di
diffusione. Ma se sono avvenuti tutti e due, al biologo interessa sapere quanto
importante è stata la diffusione di tipo demico, poiché solo questo tipo di
diffusione, a differenza di quella culturale, può avere dirette conseguenze sulla
composizione genetica delle popolazioni che vivono oggi in questi territori.
Perché questa diffusione demica possa avvenire occorre ovviamente che la
popolazione dei nuovi contadini si riproduca molto attivamente. È realmente
avvenuta questa riproduzione più rapida dei contadini? I dati sulle popolazioni
preistoriche basati sui resti ossei sono pochissimi e poco studiati. Ma basta
guardarci intorno per raccogliere notizie che possono illuminarci in proposito.
L’agricoltura non è riuscita, neppur oggi, a diffondersi in tutto il mondo; in
alcuni luoghi, per la verità piuttosto isolati e difficili da raggiungere, non è
tuttora arrivata. Vi sono, infatti, nel mondo una trentina di popolazioni che
ancora vivono di sola caccia e raccolta. Naturalmente tutto cambia in modo
rapido, oggi più che mai, e queste popolazioni stanno estinguendosi o
effettuando una veloce transizione all’economia moderna. Gli eschimesi sono
ancora, o erano fino a pochissimo tempo fa, cacciatori e raccoglitori. Nell’Africa
centrale vi sono quasi 200 000 pigmei, il popolo della foresta, che vive
largamente di caccia e raccolta e che solo in piccola parte ha effettuato la
transizione all’economia agricola. Nel Sud Africa esistono i boscimani, circa 60
000, che in parte ancora, ma solo in una piccola proporzione, sono essi pure
cacciatori e raccoglitori. Gli aborigeni australiani sono, o erano fino a poco
tempo fa, cacciatori e raccoglitori. Un fatto molto interessante, e sulle prime
inspiegabile, che risulta dallo studio di queste popolazioni è che esse di solito
non si riproducono attivamente. Anche se una donna pigmea continua ad avere
figli per tutta la vita, ne ha in media meno di quanti ne avrebbe una donna
africana che vive nell’economia di tipo agricolo, ancor oggi diffusa quasi
dappertutto in quel continente. Non si tratta di una minore fecondità, ma di una
riduzione nel numero di figli operata attraverso costumi sociali, che vanno dal
tabù sessuale della durata di tre anni dopo una gravidanza (presso i pigmei)
all’infanticidio (in altri popoli primitivi). Si cerca così di evitare la nascita di
figli per un periodo piuttosto lungo dopo l’ultimo nato. I popoli primitivi
riescono molto bene in questo intento e quasi tutti tendono ad avere, in media, un
figlio ogni quattro anni. A ciò contribuisce, in parte, anche il prolungato
allattamento: non stupisce quindi di trovare bambini pigmei e di altri gruppi
primitivi che vengono allattati fino a tre anni. Quali sono i motivi di questo
costume sociale? Non possiamo dirlo con esattezza, poiché il ricordo si è,
naturalmente, perso nei tempi. Vi è però una ragione molto buona; i popoli
cacciatori si spostano di frequente, inseguendo la selvaggina o passando dall’uno
all’altro territorio di caccia. Durante questi spostamenti la madre porta i figli
piccoli finché non sono in grado di camminare; ma è chiaro che ben
difficilmente riesce a portarne più di uno. Vi è un notevole vantaggio quindi nel
porre un certo intervallo tra la nascita di un figlio e quella del successivo, in
modo da far sì che questi nasca quando l’ultimo nato è in grado di camminare da
solo.
Cacciatori e raccoglitori sono praticamente sempre nomadi; per l’agricoltore,
sostanzialmente sedentario, questa necessità di un lungo intervallo fra due
nascite successive non è così viva. Al contrario, in un’economia agricola vi sono
buoni motivi che spingono ad avere molti figli, soprattutto quando non vi sono
limitazioni del terreno a disposizione, come era certamente il caso per i primi
agricoltori che si sono diffusi in tutto il mondo. I figli contribuiscono ad
aumentare la produttività della famiglia e a mantenere i genitori quando questi
sono vecchi e ormai incapaci di lavorare i campi.
L’agricoltore, quindi, ha una valida motivazione ad aumentare il numero dei
figli e non ha le restrizioni della vita nomade all’avere un figlio dopo l’altro.
Pare, infatti, che nelle popolazioni neolitiche primitive l’intervallo delle nascite
tra un figlio e l’altro fosse piuttosto breve, per quanto è possibile ricostruire
dall’esame degli scheletri raccolti. Una maggiore natalità e forse anche una
minore mortalità, resa possibile dalla maggiore disponibilità di cibo e dalla
maggiore sicurezza della vita dell’agricoltore rispetto a quella del cacciatore,
hanno contribuito entrambe a generare una vera e propria esplosione
demografica, che deve avere caratterizzato l’inizio del periodo neolitico. In
questo modo si è realizzato, in un tempo forse abbastanza breve, un notevole
aumento della densità di popolazione. Questo aumento può essere stato di venti
o di cinquanta volte in poche migliaia di anni.
Vi è un’altra caratteristica importante dell’agricoltura primitiva che deve avere
contribuito alla diffusione degli agricoltori. Abbiamo detto che i contadini sono
sedentari assai più dei cacciatori e raccoglitori, ma questo è vero soltanto fino a
un certo punto: nel Neolitico non si conoscevano la concimazione dei campi,
l’irrigazione o la rotazione delle colture e, di conseguenza, il terreno veniva
esaurito molto presto; nel giro di tre, quattro o cinque anni il contadino doveva
cambiare terreno. Problemi non ve n’erano, la terra abbondava; ma era
necessario, evidentemente, spostarsi. Inoltre le case che si costruivano allora non
duravano molto; i contadini dopo cinque, dieci o quindici anni, secondo i casi, si
spostavano, costruivano un’altra casa e disboscavano un altro tratto di foresta per
farvi crescere le messi.
La velocità di avanzamento del fronte contadino calcolata a partire da dati di
ordine demografico, nell’ipotesi di una diffusione demica, corrisponde
abbastanza bene a quella rilevata archeologicamente (un chilometro all’anno).
Questo ci ha confortato nell’idea che effettivamente vi sia stata una diffusione
demica e che, anche se in parte essa è stata accompagnata da una diffusione
culturale, il fenomeno dell’espansione dei contadini, dal Vicino Oriente in tutte
le direzioni, sia realmente avvenuto. Resta ora da vedere se troviamo quelle
conseguenze genetiche che sarebbero prevedibili. Supponiamo che la
popolazione dei contadini, originata nel Vicino Oriente, avesse caratteristiche
genetiche diverse da quelle dei cacciatori e raccoglitori che allora vagavano per
le foreste dell’Europa e degli altri continenti vicini. Se noi che abitiamo oggi
l’Europa siamo i discendenti di quei contadini dobbiamo evidentemente avere i
loro geni e non quelli dei cacciatori e raccoglitori che prima del loro arrivo
abitavano le regioni del nostro continente. Questi cacciatori e raccoglitori
probabilmente non sono stati del tutto distrutti ma, almeno in parte, assimilati e
quindi assorbiti nell’ondata di espansione dell’agricoltura. Ci aspettiamo, allora,
di trovare, nei dati genetici, una situazione complessa, cioè una variazione
graduale. Nel centro di origine dell’agricoltura (se non vi sono altre
complicazioni) dovrebbero esserci quelli che erano i contadini primitivi e quanto
più ci si allontana dal centro di origine, tanto più si dovrebbe trovare che il loro
sangue si è mescolato con il sangue degli abitatori precedenti.
Uno studio di questo genere sembra urtare contro difficoltà insuperabili.
Stiamo parlando, infatti, di fenomeni avvenuti tra gli ottomila e i cinquemila
anni fa. La storia ci dice che, dopo di allora, hanno avuto luogo molte altre
migrazioni. Anche se il quadro poteva essere chiaro al termine di questo
fenomeno, oggi forse non lo è più perché è stato cancellato dalla
sovrapposizione di molti altri fenomeni. Un’analisi preliminare dei dati genetici
indica che alcuni fatti sono chiaramente in accordo con l’ipotesi di una
diffusione demica dal Vicino Oriente. Ad esempio, nelle zone d’Europa più
lontane dal punto di origine dell’agricoltura troviamo una concentrazione
particolarmente elevata di geni Rh negativi. Già da tempo gli antropologi che
avevano osservato questo fenomeno avevano avanzato l’idea che i geni Rh
negativi fossero caratteristici dei primi abitatori dell’Europa. In accordo con
quest’ipotesi esistono molte altre osservazioni, ma un’analisi definitiva
richiederà ancora parecchio tempo.
Il problema è complicato per vari motivi. Siamo sicuri, fra l’altro, che
l’agricoltura ha avuto anche conseguenze genetiche che non hanno nulla a che
vedere con la diffusione demica. La nostra dieta è stata profondamente
modificata e alcuni di questi cambiamenti hanno indubbiamente favorito
l’affermarsi di alcuni tipi genetici: la selezione naturale ha cioè agito in loro
favore. Un esempio molto interessante è quello dell’adattamento all’uso del latte
da parte dell’adulto. Naturalmente tutti i bambini fino all’età di tre o quattro anni
sono capaci di digerire il latte. Ma fra gli adulti di quasi tutti i gruppi etnici
questa capacità viene perduta, soprattutto per quanto riguarda lo zucchero del
latte, il lattosio. È stato scoperto abbastanza recentemente che vi sono tra gli
europei alcuni adulti incapaci di tollerare il latte, e in particolare il lattosio.
Spesso queste persone, inconsciamente, tendono a evitare il consumo di latte.
Ma mentre fra gli europei questo tipo è raro, in altre popolazioni, e in particolare
tra gli africani e gli asiatici dell’Estremo Oriente, l’intolleranza al lattosio è,
negli adulti, la regola. Non è ancora del tutto sicuro se questa intolleranza sia
interamente genetica, ma parecchi dati indicherebbero che, almeno in parte, si
tratta di un fenomeno ereditario.
Perché solo gli europei e alcuni popoli dell’Africa settentrionale rivelano
un’elevata frequenza di individui perfettamente tolleranti al lattosio da adulti? La
risposta è semplice: sono questi gli unici popoli che hanno sviluppato da tempo
l’uso del latte fresco, avendo addomesticato bovini e ovini. Gli altri popoli, che
solo molto più tardi hanno fatto ricorso all’allevamento di questi animali o non
consumano abitualmente latte da adulti, non hanno avuto il tempo e lo stimolo
ad adattarsi geneticamente, cioè a evolvere verso il tipo tollerante.
È probabile che, oltre a questa modificazione presumibilmente genetica della
nostra costituzione, l’agricoltura ne abbia determinate molte altre che ancora non
conosciamo. L’agricoltura, infatti, può aver migliorato la nostra dieta a livello
quantitativo e senza dubbio ha permesso a molti più uomini di venire al mondo
di quanto sarebbe stato possibile in un’economia di caccia e raccolta ma, sul
piano qualitativo, non vi è stato miglioramento, anzi, in alcuni casi, possiamo
parlare di un peggioramento netto. Ad esempio vi è una malattia, che era diffusa
fra l’altro nel Veneto fra la fine del secolo scorso e l’inizio di questo, la pellagra,
dovuta al consumo quasi esclusivo di granturco. Oggi il miglioramento
qualitativo del cibo, con l’introduzione di altri componenti nella nostra
alimentazione, ha praticamente eliminato la pellagra. Il Kwashiorkor, diffuso in
Africa e in India e in altri paesi nei quali l’alimentazione è povera di proteine, è
un altro esempio di una condizione dovuta in sostanza all’uso di certi cibi
contadini, sconosciuta tra i cacciatori e i raccoglitori che vivono ancora alla loro
vecchia maniera.
Naturalmente, molte di queste malattie sono dovute a un’alimentazione
squilibrata, in cui un solo alimento costituisce la quasi totalità del cibo
introdotto. Variando gli alimenti in modo opportuno questi squilibri vengono
facilmente evitati.
Continuando a esaminare gli aspetti nocivi dell’introduzione dell’agricoltura
possiamo citare il fatto che molto probabilmente una delle malattie più funeste
per l’umanità, la malaria, è stata diffusa largamente proprio dalle pratiche
agricole.
Questo mostra una volta di più come ogni innovazione tecnologica abbia
sempre i suoi aspetti negativi. D’altra parte, quasi nulla dell’attuale situazione di
progresso economico e di progresso sociale sarebbe stato possibile senza questo
sviluppo, il quale è cominciato circa diecimila anni or sono.
Infine, non è impossibile che l’agricoltura, riducendo l’uso di cibi animali e
quindi l’introduzione di vitamina D naturale, abbia contribuito a far impallidire
la pelle di quei popoli che per primi l’hanno praticata e che si sono spinti sempre
più verso nord, in Europa, dove la quantità di radiazione ultravioletta non era più
sufficiente - con una pelle scura - a garantire la produzione di vitamina D, a
partire dai precursori che sono contenuti negli alimenti.
La rivoluzione neolitica ha perciò avuto una lunghissima serie di conseguenze
anche sul piano genetico oltre che su quello sociale e su quello economico.

EVOLUZIONE BIOLOGICA ED EVOLUZIONE


CULTURALE

Abbiamo visto che alcune innovazioni tecnologiche hanno avuto effetti di varia
natura sull’evoluzione biologica dell’uomo. Abbiamo considerato solo alcuni
esempi e certo ne restano altri da scoprire. Inoltre la tecnologia non è l’unico
aspetto della cultura (intesa in senso vasto) che sia soggetto ad evoluzione. Il
linguaggio è un’altra caratteristica culturale che cambia nel tempo e nello spazio
così come cambiano, nello spazio e nel tempo, i costumi sociali che reggono le
società umane. Esiste quindi un’evoluzione culturale che è certo in larga misura
indipendente dall’evoluzione biologica, ma qualche rapporto fra le due esiste,
almeno nel senso che l’una influenza l’altra. Talora l’influenza è reciproca; non
sarebbe concepibile un’evoluzione culturale come quella umana se non
nell’ambito di un organismo particolare, l’uomo, il quale deve le sue
caratteristiche, incluse quelle che manifesta a livello culturale, alla sua struttura
biologica. Se tentassimo di introdurre a una cultura tipicamente umana uno
scimpanzé, il risultato sarebbe sicuramente un insuccesso. In questo senso la
cultura umana ha una base biologica. D’altra parte le differenze genetiche tra
razze umane sono così modeste che sarebbe davvero sorprendente trovare che le
differenze culturali osservate tra razze umane hanno una base biologica. Sulla
scala dell’evoluzione biologica il tempo di separazione tra bianchi e neri, tra
africani e orientali è breve. Ripetiamo che l’evoluzione biologica è lenta; nel
breve tempo trascorso possono essersi accumulate, perciò, solo poche differenze
genetiche. Abbiamo discusso per quale ragione le differenze che ‘vediamo’ tra le
razze siano più grandi di quelle che troviamo, in media, se studiamo tutti i geni e
non solo quelli che influenzano la superficie del corpo.
Come vedremo ora, l’evoluzione culturale è assai più rapida di quella
biologica e le divergenze culturali tra razze sono imponenti. Bisogna quindi fare
attenzione a non confondere i due meccanismi di differenziazione.
Mancano di solito del tutto i dati per una distinzione e i metodi sono difficili e
irti di trappole. Oggi non esistono prove rigorose che le differenze di
comportamento sociale e culturale tra razze siano di natura culturale piuttosto
che genetica, ma diverse considerazioni rendono assai più verosimile che esse
siano, almeno in gran parte, di natura culturale.
Nell’ultima parte di questo capitolo vogliamo analizzare, a livello puramente
teorico, alcune previsioni che si possono fare a proposito dell’evoluzione
culturale.
Val la pena di aggiungere che anche organismi non umani hanno una loro
‘cultura’ e una loro evoluzione ‘culturale’, ma i termini qui vengono usati tra
virgolette perché molti - anche alcuni antropologi - sono poco propensi all’idea
di condividere queste caratteristiche della nostra specie con gli animali e
preferiscono riservare la parola cultura e i suoi derivati esclusivamente all’uomo.
In realtà, il lavoro degli etologi sta distruggendo questo pregiudizio e ci
accorgiamo sempre più che la cultura, almeno certa cultura, non è un privilegio
esclusivamente umano. Certo la cultura possibile tra gli animali è diversa dalla
nostra e più limitata. La cultura, come fenomeno collettivo, è resa possibile dalla
comunicazione tra individui e questo avviene prevalentemente, anche se non
unicamente, mediante il linguaggio. Di nuovo, gli etologi hanno dimostrato che
molti animali - forse tutti - possiedono un ‘linguaggio’, seppur limitato, e inoltre
che imparano per imitazione. Possiamo, naturalmente, definire il linguaggio in
modo da renderlo prerogativa soltanto umana, ma c’è da domandarsi quale
vantaggio tutto questo antropocentrismo ci porti. L’uomo ha dimostrato di avere
un sufficiente controllo sulla natura da non aver bisogno di rassicurarsi sulla sua
unicità, inventando molte parole per distinguere ciò che lo riguarda direttamente
dagli stessi fenomeni osservati in altri esseri viventi. Anzi, esiste il pericolo che
il controllo acquisito dall’uomo sulla natura sia già troppo grande. Esso è certo
sproporzionato alle doti di preveggenza e in genere di saggezza di cui l’uomo è
provvisto, tanto che le azioni umane sono ormai spesso pericolose non solo per
gli altri organismi, ma anche per la nostra stessa esistenza.
Un problema scientifico di notevole interesse è quello di riuscire a creare, per
l’evoluzione culturale, una teoria che ci permetta di fare delle previsioni, come
possiamo fare per quella biologica. L’evoluzione biologica è stata oggetto di
numerose ricerche matematiche di cui abbiamo solo indicato in questo libro, con
parole del linguaggio comune e senza formule, alcune conclusioni.
In realtà, l'edificio teorico costruito per spiegare l’evoluzione biologica è certo
il più completo e soddisfacente che esista in biologia e costituisce forse il
miglior esempio dell’utilità del ragionamento matematico nelle applicazioni alle
scienze naturali (al di fuori della fisica). Viene spontaneo il chiedersi se questa
costruzione teorica possa essere utilizzata per comprendere altre forme di
evoluzione, in particolare quella culturale, e se possa aiutarci a capire più a
fondo tutti quei fenomeni ai quali assistiamo e contribuiamo (seppure in
piccolissima misura) ogni giorno, fenomeni che condizionano così grandemente
la nostra vita.
La risposta è positiva (con una certa cautela). I fattori fondamentali
dell’evoluzione biologica sono mutazione, selezione e caso, quest’ultimo in
forma di deriva genetica determinata da dimensioni e struttura della popolazione.
La mutazione provvede la ‘novità’ e nell’equivalenza con la cultura al posto
delia mutazione è l’innovazione, che può essere una vera e propria invenzione
(un’idea nuova) ma, di solito, è soltanto un piccolo o grande cambiamento
involontario. Per rendere l’idea con un esempio: nell’imparare il linguaggio,
ciascuno di noi imita il modello fornito dalle persone che ci insegnano. Ma
l’imitazione è spesso imperfetta. Se una mutazione non ha effetto selettivo, cioè
non porta vantaggio o svantaggio, è soggetta soltanto alla deriva genetica i cui
effetti, a lunga distanza di tempo, possono diventare importanti anche se sono
piccoli in ciascuna generazione.
Pur se non dimostrato, è probabile che le variazioni dialettali del linguaggio
abbiano origine da queste piccole variazioni individuali, errori di imitazione,
accumulate nel corso delle generazioni, ma limitate al gruppo in cui si sono
presentate e affermate.
Se una mutazione ha un effetto selettivo, cioè è chiaramente vantaggiosa o
svantaggiosa, la sua sorte è largamente segnata dall’inevitabilità della selezione
naturale, che favorisce le mutazioni vantaggiose e condanna quelle svantaggiose.
Così è anche delle innovazioni: quelle che rappresentano un vantaggio,
comprensibile ai più, si diffondono e vengono adottate, mentre quelle
svantaggiose si spengono.
Sia nell’evoluzione biologica sia in quella culturale la selezione naturale
consente l’adattamento, mediante la scelta automatica delle variazioni che
portano un vantaggio.
Fino a qui il parallelismo è elevato, anche se solo a un livello formale. Il
substrato, il materiale ereditario, è assai diverso: nel caso dell’evoluzione
biologica si tratta di DNA e in quello dell’evoluzione culturale di strumenti, di
vocaboli e di modi di pronunciarli e usarli, di costumi sociali, di idee. A questo
punto la divergenza tra le due evoluzioni, biologica e culturale, si fa
fondamentale, perché diverso è il meccanismo di trasmissione.

Nell’evoluzione biologica, la trasmissione ereditaria passa strettamente da


genitori a figli. In quella culturale, la trasmissione avviene ancora, in parte, da
genitori a figli, ma il patrimonio culturale di ogni individuo si forma anche
attraverso molte altre fonti: parenti, insegnanti, amici, compagni, tutte quelle
persone che hanno, in genere, influenza su di noi. In larga parte l’insegnamento
ci viene da persone della generazione precedente alla nostra, ma hanno il loro
peso sia i coetanei sia le molte generazioni passate (attraverso i libri e la
tradizione orale).
La trasmissione culturale somiglia di più alla trasmissione di un virus, o in
genere di un agente infettivo, cioè a una trasmissione per contagio, che a quella
di un gene. Infatti un’innovazione culturale può trasmettersi rapidamente al
mondo intero, mentre un’innovazione biologica, una mutazione, impiega in
media migliaia di generazioni per farlo, poiché passa necessariamente soltanto ai
discendenti diretti, da genitore a figlio e nipote e così via.
Questa differenza fondamentale ci spiega immediatamente perché
l’evoluzione culturale può essere ed è, di solito, molto più rapida di quella
biologica. La velocità di diffusione di un’innovazione culturale dipende dalla
velocità di comunicazione, dall’entità e velocità delle interazioni sociali.
Naturalmente non basta comunicare un’innovazione perché essa si diffonda; essa
deve anche venir accettata. L’accettazione di una società dipende da fattori
psicologici e sociali complessi. In media, comunque, l’evoluzione culturale è
assai più rapida di quella biologica. I fenomeni culturali, contrariamente a
quanto accade per quelli biologici, possono subire cambiamenti così rapidi da
potercene accorgere nel corso stesso della nostra vita.
Eppure anche l’evoluzione culturale può essere assai lenta; troviamo talora
esempi di conservazione culturale che lasciano perplessi. Ho avuto occasione di
studiare sul piano biologico diversi gruppi di pigmei africani. Pigmei che vivono
a distanza di quasi mille chilometri mostrano differenze biologiche di una certa
entità; alcuni gruppi, forse per ragioni di scambio genetico antico o recente,
mostrano una certa somiglianza biologica con altri africani, coltivatori di lingua
bantù, giunti nella foresta tropicale assai più tardi (solo qualche secolo fa). Tra
gli stessi pigmei è invece assai elevata la somiglianza di costumi sociali, anche
quando vivono a grandi distanze e hanno certo avuto una vita ‘biologica’
differente, come è dimostrato dalla loro diversa costituzione genetica.
L’evoluzione culturale è stata, in questo caso, più lenta di quella biologica.
Contribuiscono a questo fenomeno almeno due ordini di fattori: da una parte la
conservazione quasi perfetta di un ambiente naturale, la foresta, a cui i pigmei
sono altamente adattati e che costituisce un rifugio sicuro, offre una vita
gradevole e soddisfacente; dall’altra la difficoltà di cambiare i costumi sociali
appresi fin dall’infanzia e che, in assenza di scuole e di altri interventi esterni in
giovane età, vengono trasmessi ai figli senza interruzione o turbamento. Dai
costumi sociali acquisiti nel periodo della nostra formazione siamo tutti
condizionati. È ben difficile emanciparci da quanto abbiamo assimilato nei primi
anni della nostra vita tanto più se, come nel caso dei pigmei, non vi è stimolo a
liberarsene. La vita di caccia e raccolta di cibo che essi conducono nella foresta è
probabilmente più attraente di quella che potrebbero avere se abbandonassero
queste loro usanze e accettassero quelle messe in atto dai vicini agricoltori.
Vi è un’altra considerazione a cui si è giunti per via teorica e che differenzia
l’evoluzione culturale da quella biologica, oltre alla maggior velocità di
cambiamento: mentre le differenze biologiche tra individui di una popolazione
sono grandi, quelle culturali sono piccole, esiste cioè un’elevata omogeneità
culturale tra gli individui che appartengono allo stesso gruppo sociale. È stato
dimostrato che il meccanismo di trasmissione culturale smorza
considerevolmente la variazione tra individui e la mantiene al di sotto di un
livello piuttosto basso. Ove l’insegnamento avviene, in prevalenza, a opera dei
genitori, o in genere di poche persone, la variazione è più elevata; se vi
contribuiscono molte persone e, soprattutto, quando pochi insegnano a molti
(come, ad esempio, gli insegnanti nelle scuole) l’omogeneità è più grande.
L’importanza di mantenere elevata l’omogeneità di un carattere culturale può
essere apprezzata più facilmente, se si considera che l’intelligibilità del
linguaggio sarebbe compromessa da un’eccessiva variazione nella pronuncia o
nel vocabolario impiegato. Allo stesso modo, la convivenza sociale è resa
possibile da una certa omogeneità nelle regole del comportamento e nei costumi.
D’altra parte, gruppi che non hanno scambi importanti di informazione o di
individui possono diversificarsi nella loro cultura a piacere. Sorge così l’enorme
eterogeneità di costumi e di lingue che osserviamo non appena usciamo dal
nostro ristretto ambiente e abbiamo occasione di notare le abitudini e la vita
degli altri. Alcuni di questi contrasti non finiscono di stupirci. In certe culture si
ritiene che sia giusto e doveroso mangiare il cadavere dei propri parenti morti, in
altre si inorridisce all’idea; alcuni gruppi sono convinti che la moglie ideale sia
la figlia della sorella, altri ritengono una tale unione incestuosa. Gusti,
pregiudizi, costumi e linguaggio differiscono da una cultura all’altra, ma entro
una stessa cultura le divergenze sono poche. Ciò rende possibile la vita sociale di
gruppo ma, inevitabilmente, crea incomprensioni fra i popoli. Il giorno in cui ci
renderemo conto di come tali differenze possono originarsi, di quanto
superficiali esse possono essere, quando ci convinceremo tutti che queste
differenze non ne celano altre più profonde e inalterabili perché di origine
biologica, impareremo a guarire dalla malattia chiamata razzismo e a rendere più
gradevole e distesa la vita sul nostro pianeta.




Orientamento bibliografico


Le pubblicazioni in lingua italiana che trattano i problemi di genetica dell’uomo
sono particolarmente rare e quasi tutti i lavori originali, così come la maggior
parte dei testi, sono in lingua inglese. Val la pena di ricordare, fra i testi generali
in varie lingue: Huron R., Ruffié J., Les méthodes en génétique générale et en
génétique humaine, Parigi (1959); Vogel F., Lehrbuch der allgemeinen Human-
genetik, Berlino (1961); Stern C., Human genetics, San Francisco (31973). Il
libro di Cavalli-Sforza L. L., Bodmer W., The genetics of human populations,
San Francisco (1971) esamina con notevole dettaglio gli aspetti popolazionistici,
introducendo, in forma elementare, la teoria matematica dell’evoluzione. A
questo libro si rimanda anche per una bibliografia dettagliata sulla maggior parte
degli argomenti trattati nel presente volume. Il libro di Harris H., The principles
of human biochemical genetics, New York (1973), è una introduzione alle
differenze genetiche dal punto di vista chimico, con particolare interesse ai
difetti del metabolismo. Fra i testi di genetica medica si ricordano: Thompson J.
S., Thompson M. W., Genetics in medicine, Filadelfia (21973); McKusick V. A.,
Genetica umana, Bologna (1973). Una collezione di ristampe di articoli originali
è quella di Boyer S.: Papers on human genetics, Englewood Cliffs, N. J. (1963).
Le riviste specializzate più importanti sono: American Journal of Human
Genetics, Annals of Human Genetics (una volta Annals of Eugenics), Journal of
Medical Genetics. Lavori di rilievo sono comparsi anche in numerose altre
riviste di affini specializzazioni o nelle riviste di genetica generale: Genetics,
Genetical Research, Heredity, Journal of Genetics. Articoli riassuntivi o di
messa a punto si trovano nelle seguenti pubblicazioni annuali: Advances in
Human Genetics, Progress in Medicai Genetics, Annual Review of Genetics.

CAPITOLO I

L’osservazione che i cromosomi umani sono 46 e non 48 risale al 1956 (A.
Levan e J. H. Tijo; C. E. Ford e J. Hamerton) ed è stata resa possibile
dall’introduzione delle tecniche di coltura in vitro di linfociti del sangue
circolante e di fìbroblasti della pelle e di speciali metodi di trattamento e
colorazione. Per i dettagli bibliografici si veda l’opera di Hamerton J., Human
cytogenetics, New York (1971).
Le prime osservazioni diedero in realtà 46 cromosomi, ma poi il loro autore,
T. S. Painter, si convinse, erroneamente, che i cromosomi erano 48. Fu
necessaria l’introduzione delle nuove tecniche per raggiungere la certezza
attuale. L’attuale classificazione dei cromosomi in base alla loro morfologia (in
particolare la lunghezza, la posizione del centromero e altre eventuali
caratteristiche) risale alla riunione di Denver (1960).
Negli ultimi anni, l’introduzione di nuove tecniche (colorazioni fluorescenti e
altre) permette di rivelare strutture interne caratteristiche di ogni cromosoma. In
tal modo si può riconoscere ognuna delle 22 paia di autosomi e l’X e l’Y, mentre
con i metodi impiegati al tempo della classificazione di Denver era possibile
riconoscere individualmente pochi cromosomi, e gli altri venivano riuniti nei
gruppi, indicati da lettere, di cromosomi non distinguibili fra loro, come nella
FIG. 1.
L’importanza dei cromosomi nella patologia fu subito chiara in base alla
scoperta (J. Lejeune, 1959) che il ‘mongolismo’, come veniva allora chiamato, o
la sindrome di Down secondo il nome attuale, prende origine da una trisomia del
cromosoma 21. Da allora, molte osservazioni hanno esteso le nostre conoscenze,
di cui solo le più importanti compaiono nella FIG. 2.
Oggi esistono in Italia diversi laboratori in cui viene effettuata da tempo
l’analisi citologica a scopo clinico: gli istituti di biologia generale delle
Università di Milano, Pavia, Roma e gli istituti di genetica o genetica medica,
delle Università di Bari, Pavia, Roma, Torino.

CAPITOLO II

L’eredità legata al sesso è nota da lunghissimo tempo per il suo comportamento
caratteristico. Il Talmud prescrive di evitare la circoncisione di bambini che
abbiano congiunti emofiliaci. Quando la malattia sia nota in uno o più degli zii
materni del bambino o in un suo fratello maggiore vi è infatti una probabilità
elevata che il bambino stesso sia emofiliaco e la circoncisione provochi una
emorragia fatale. La localizzazione nel cromosoma X dei fattori genetici che
mostrano la caratteristica eredità legata al sesso è stata resa possibile dagli studi
in Drosophila melanogaster iniziati da T. H. Morgan e i suoi collaboratori
all’inizio del secolo. Il modo di trasmissione ereditaria, quando è chiaro, come
per l’emofilia e il daltonismo (la cecità ai colori, descritta per la prima volta nel
1794 dal chimico inglese John Dalton, che ne era affetto), è sufficiente per
assegnare al cromosoma X il gene che la determina. Per un elenco dei fattori
ereditari legati al cromosoma X si veda il volume di V. A. McKusick indicato
nella bibliografia del capitolo III. Un elenco dei molti alleli G6PD oggi noti e
degli aspetti clinici si trova (sia in lingua inglese sia in lingua francese) nella
monografia pubblicata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: Treatment of
hemoglobinopathies and allied disorders in World Health Org. techn. Rep. Ser.,
DIX (1972). Per la lyonizzazione, si veda: Lyon M. F., in Nature, CXC, 372
(1961) e in Ann. Rev. Genetics, II, 31 (1968).
I cenni di biologia molecolare sono stati limitati a quanto è necessario per la
comprensione del testo per lettori che non conoscono l’argomento. Esistono
molte opere in italiano, che permettono di approfondire l’argomento: basterà qui
citare Watson J., Biologia molecolare del gene, Bologna (1970) e Smith C. M.,
Biologia molecolare, Milano (1971).

CAPITOLO III

Oggi sono noti circa un migliaio di geni, per la gran maggioranza responsabili di
malattie. Ne esiste un catalogo che li raggruppa in autosomici dominanti,
autosomici recessivi, legati al sesso dominanti e recessivi, di McKusick V. A.,
Mendelian inheritance in man, Baltimora (31972). Qui si trova, oltre a una breve
descrizione del fenotipo e delle conoscenze fisiologiche e biochimiche, una
bibliografia dei lavori in argomento che, pur se incompleta, consente di
rintracciare rapidamente almeno i lavori principali su ogni gene. L’opera è
particolarmente utile a scopi di consulenza eugenica. Circa i gruppi sanguigni si
consulti il libro di Race R., Sanger S., Blood groups in man, Filadelfia (61968).
Per le emoglobine, oltre la già citata monografia dell’Organizzazione Mondiale
della Sanità (si veda la bibliografia del capitolo II), si veda il libro di Livingstone
F., Abnormal hemoglobins in human populations, Chicago (1967). Per la
concatenazione o linkage si veda l’articolo di Renwick J., The mapping of
human chromosomes, in Annual Review of Gesnetics (1971) e quello di Ruddle
F., Linkage analysis using somatic cell hybrids, in Advances in Human Genetics,
III (1972). Circa la metodologia usata in quest’ultimo approccio si veda Ephrussi
B., Weiss M. C., Ibridi di cellule somatiche, in Le Scienze, novembre (1969).

CAPITOLO IV

La regola di Hardy e Weinberg fu scoperta contemporaneamente dal matematico
inglese G. H. Hardy e dal medico tedesco W. Weinberg nel 1908. La
dimostrazione della regola, qui data solo intuitivamente, si trova in tutti i trattati
di genetica più ampi. Una trattazione particolareggiata si trova nel secondo
capitolo del già citato libro di L. L. Cavalli-Sforza e W. Bodmer.


CAPITOLO V

L’immunità è di grande importanza per la biologia dei vertebrati. Si veda per un
riassunto: Edelman G. M., Struttura e funzione degli anticorpi, in Le Scienze,
novembre (1970). La teoria moderna della produzione di anticorpi risale, in
sostanza, a F. M. Burnet. La prima dimostrazione che una cellula produce un
solo tipo di anticorpo è stata data da J. Lederberg. I gruppi Gm delle
gammaglobuline sono stati scoperti da S. Grubb (1965), e l’ulteriore analisi è
opera di molti ricercatori. Per un riassunto, si veda: Fudenberg H. H., Warner W.
L., Genetics of immunoglobulins, in Adv. in Human Genetics, I (1970). I gruppi
sanguigni AB0 e la loro importanza clinica per le trasfusioni di sangue sono stati
scoperti all’inizio del secolo. La loro determinazione genetica a opera di tre alleli
di uno stesso locus è stata dimostrata da F. Bernstein (1924), grazie a
un’applicazione della regola di Hardy e Weinberg. L’effetto clinico dei gruppi
Rh fu scoperto da Levine e Stetson (1939), i quali, studiando le cause della
morte di un feto, trovarono che la madre aveva prodotto un anticorpo nuovo,
attivo contro i globuli rossi del marito (e del figlio morto). K. Landsteiner e A. S.
Wiener dimostrarono (1940) che un anticorpo prodotto contro i globuli rossi di
Macacus rhesus agglutinava il sangue dell’85% di individui di origine caucasica.
Il simbolo Rh viene dalle due lettere iniziali di rhesus; si trovò che l’anticorpo
responsabile della morte del feto era un anticorpo anti-Rh. Le ulteriori estensioni
del sistema Rh sono largamente dovute a R. Race e S. Sanger (si veda il libro già
citato) e a Wiener. Pur se inevitabilmente invecchiato, il volume di Ceppellini
R., Nasso S., Tecilazich F., La malattia emolitica del neonato, Milano (1952) è
ancora una delle migliori esposizioni dell’argomento. I fattori del gruppo HLA
sono stati scoperti negli anni Cinquanta a opera di vari laboratori e al loro
sviluppo, così come a quello del problema più generale dell’istocompatibilità, ha
contribuito un numero di ricercatori, fra cui W. Bodmer e R. Paine in America,
R. Ceppellini in Italia, G. Dausset in Francia e J. Van Rood in Olanda. I risultati
più recenti si trovano in buona parte esposti in una serie di volumi dal titolo
Histocompatibility testing pubblicati a Copenaghen (1973). Un riassunto dei più
importanti aspetti dell’immunogenetica si trova nel capitolo V del libro di L. L.
Cavalli-Sforza e W. Bodmer, già citato.


CAPITOLO VI
L’analisi della variazione continua, in cui si trova più spesso una determinazione
in parte genetica e in parte ambientale, richiede una metodologia matematica
particolare. Il capitolo nono del libro già citato di L. L. Cavalli-Sforza e W.
Bodmer dà un’introduzione critica a questa metodologia. In quella sede, e anche
nell’articolo di Bodmer W., Cavalli-Sforza L. L., Intelligenza e razza, in Le
Scienze, febbraio (1971), si trova pure un’analisi del problema degli effetti
genetici sul QI delle differenze razziali. Il problema è stato risollevato (1969) da
A. R. Jensen, il quale ha affermato che anche se non certo è molto probabile che
le differenze medie di QI osservate tra negri e bianchi americani siano di origine
genetica. La discussione sull’argomento che ne è seguita è stata ed è tuttora assai
nutrita; gli aspetti politici e sociali del problema saranno facilmente
comprensibili anche da chi non conosca la storia e la situazione sociale odierna
negli Stati Uniti.
Il fascicolo successivo della Harvard Educational Review porta numerosi
commenti all’articolo di Jensen. Nel libro Educability and group differences
(1973) Jensen ribadisce i punti da lui sollevati nell’articolo del 1969. Si veda
anche Lewontin R., Race and intelligence, in Bull. Atomic Scientists, marzo
(1970). Un problema parallelo, ma più facilmente riconducibile a un’analisi
scientifica è quello della stratificazione sociale di fattori genetici determinante il
QI. Si vedano, in proposito, Herrnstein R., IQ in the meritocracy, Boston (1973)
e Jencks: Inequality (1972) per un’esposizione di tesi molto diverse. Mentre il
problema dell’origine genetica o no delle differenze razziali per il QI è al
momento praticamente insolubile, quello delle differenze tra classi sociali è
meno difficile. Il substrato teorico peraltro è ancora insoddisfacente. Il conflitto
di idee tra coloro che danno peso preminente alle condizioni ambientali
(socioeconomiche, ecc.) e coloro che hanno maggior fiducia nei fattori genetici
si traduce, al livello teorico, nella relativa importanza dell’eredità socioculturale
e dell’eredità biologica nel determinismo del QI. Uno studio teorico degli effetti
congiunti dell’eredità culturale e di quella biologica è stato iniziato da Cavalli-
Sforza L. L. e Feldman M., Cultural versus biological inheritance: phenotypic
transmission from parents to children (A theory of the effect of parental
phenotypes on children’s phenotypes, in Amer. J. Hum. Gen., XXV, 618 (1973)
e dimostra che i problemi sono complessi e solubili solo attraverso lo studio di
figli adottivi. Peraltro le adozioni sono scarse e di rado avvengono in condizioni
tali da prestarsi a un’analisi rigorosa. Non vi è dubbio che come in tutti i
problemi di difficile soluzione e che sollevano importanti reazioni di ordine
emotivo la discussione continuerà a essere infiammata e nutrita. L’unico
contributo recente di importanza è la breve nota di Tizard B., Intelligence and
race, in Nature, CCXLVII (1974).
Per gli altri problemi discussi in questo capitolo: sui gemelli esiste una
bibliografia molto vasta: si veda Gedda L., Lo studio dei gemelli, Roma (1951);
per l’eredità delle malattie mentali, è utile il volume di Rosenthal D., Genetics
theory and abnormal behaviour, New York (1970).

CAPITOLO VII

Per gli aspetti di genetica molecolare si rimanda ai libri di biologia molecolare
già citati, e all’articolo di Magni G. E. Mutazioni in Enciclopedia della scienza e
tecnica, VIII, Milano (B1972). La teoria della cinetica di popolazioni sotto
l’azione della mutazione e della selezione è largamente opera di R. A. Fisher, J.
B. S. Haldane e S. Wright. Si vedano le opere di questi autori, tra cui i libri di
Fisher R. A., The genetical theory of natural selection (1930, 21961); Haldane J.
B. S., The causes of evolution, Londra (1932); Wright S., Evolution and the
genetics of populations, in tre volumi di cui i primi due sono stati stampati.
S. Wright e in tempi più recenti M. Kimura sono i maggiori responsabili degli
sviluppi teorici della ‘deriva genetica’. La teoria e le applicazioni all’uomo sono
descritte in forma elementare nel libro, già citato, di L. L. Cavalli-Sforza e W.
Bodmer. Per una esposizione delle teorie matematiche dell’evoluzione si veda
anche il libro di Crow J. e Kimura M., An introduction to population genetics
theory, Londra e New York (1970). Uno studio della deriva in una popolazione
umana, condotta in Italia (nella Val Parma) dall’autore è riassunto nell’articolo
dello stesso Cavalli-Sforza L. L., Studi sulla struttura genetica di una
popolazione italiana, in Le Scienze, dicembre (1968).

CAPITOLO VIII

Gli studi sulla consanguineità sono stati perseguiti con particolare interesse in
Italia. Si vedano Moroni A., in Atti Assoc. Genet. Ital. 1964, 1967; Ateneo
Parmense 1966, 1971, 1972; Serra A., La consanguineità e i suoi effetti nelle
popolazioni umane in: Gedda L., De genetica medica, pars III, Roma (1961). Un
elenco dei matrimoni consanguinei avvenuti in Italia dal 1910 al 1964 (circa 540
000) è disponibile per uso scientifico (A. Moroni, Istituto di Ecologia, Università
di Parma). Quanto alla falcemia e alla talassemia (sinonimo: microcitemia), si
vedano, oltre al libro di Livingstone e alla monografia dell’Organizzazione
Mondiale della Sanità già citati, i lavori di M. Siniscalco, G. Montalenti e
collaboratori che hanno dimostrato i rapporti tra talassemia e malaria, e hanno
contribuito insieme con i lavori di E. Silvestroni, Bianco e altri a illustrare la
distribuzione geografica delle varie forme di talassemia e altri aspetti del
problema che è di notevole importanza in Italia. Ad esempio: Siniscalco M., in
Nature, CXC, 1179 (1961). La falcemia è assai meno diffusa in Italia; si trova
però talora sola, talora in congiunzione, con geni per la talassemia soprattutto in
Sicilia. Un riassunto sulla situazione della talassemia (microcitemia) in Italia è
stato pubblicato da Silvestroni E., La profilassi prematrimoniale contro il morbo
di Cooley, in Atti del II Congresso internazionale di genetica umana, Roma
(1961).

CAPITOLO IX

Una monografia dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, dal titolo Genette
disorders: prevention, treatment and rehabilitation (in lingua inglese e anche in
francese), in World Health Org. techn. Rep. Ser., CDXCVII (1972), riassume
vari dei problemi di controllo delle malattie genetiche esposti in questo capitolo.
Circa le differenze ereditarie di sensibilità ai farmaci si veda la monografia
Pharmacogenetics in World Health Org. techn. Rep. Ser., DXXIV (1973).
Sull’amniocentesi si veda l’articolo di Friedmann T., Diagnosi prenatale delle
malattie genetiche, in Le Scienze, febbraio (1972).
I centri di consulenza genetica in Italia si trovano presso gli istituti di biologia
generale, genetica o genetica medica, indicati nel capitolo I. Nelle cliniche
ostetriche delle Università di Milano e di Torino si pratica l’amniocentesi a
scopo diagnostico.


CAPITOLO X

Un’esposizione recente, a livello elementare, della paleoantropologia e
dell’antropologia fisica dei primati si trova nel libretto di Pilbeam D., The ascent
of man, New York, Londra (1972). Un riassunto dei lavori recenti sull’origine
delle razze umane si trova in Cavalli-Sforza L. L., Origin and differentiation of
human races, in Huxley Memorial Lecture 1972 Proceedings of the Royal
Anthropological Institute. Una descrizione dei caratteri fisici che differenziano le
razze umane e un elenco di gruppi etnici si trova in Garn S., Human races,
Springfield, 111. (1968). Dati sulle frequenze geniche in molte popolazioni
umane si trovano nel libro di Mourant A., The distribution of the human blood
groups, Oxford (1954). Dalla data di pubblicazione della prima edizione di
questo libro si sono accumulati molti nuovi dati, ed è ora in corso di stampa una
seconda edizione.
L’ipotesi di diffusione demica dell’agricoltura e i dati a sostegno dell’ipotesi
si trovano in Ammerman A., Cavalli-Sforza L. L., in Man, VI, 674 (1971) e
Proc. of the research seminary in archeology and related subjects, Sheffield,
dec. 13-17 (1971). Sull’intolleranza al lattosio, si veda Kretchmer N., Lattosio e
lattasi, in Le Scienze (1973).
Sulla evoluzione dei cognomi si veda: Yasuda N., Cavalli-Sforza L. L.,
Skolnick M., Moroni A., The evolution of surnames: an analysis of their
distribution and extinction, in Theoretical Population Biology, V, 123 (1974).
Sulla teoria della trasmissione e dell’evoluzione culturale si veda: Cavalli-
Sforza L. L., Similarities and dissimilarities of sociocultural and biological
evolution, in Hodson F. R., Kendall D. G., Tautu P. (ed.), Mathematics in the
archaeological and historical sciences, Edimburgo (1971); Cavalli-Sforza L. L.,
Feldman M. W., Models for cultural inheritance, I, Group mean and within
group variation, in Theoretical Population Biology, IV, 42 (1973).
Note
[←1]
Molte sostanze esistenti nelle cellule sono proteine: esse sono formate da uno o più filamenti di
composti più semplici detti amminoacidi; e talora anche da altre sostanze. Un enzima è una proteina,
e come tale composta da molti amminoacidi (di solito centinaia) che catalizza una specifica reazione
chimica nell’organismo, cioè ne permette lo svolgimento rapido. Esistono molte migliaia di enzimi
diversi e ognuno può svolgere una trasformazione specifica di un numero molto limitato di sostanze,
dette substrati, in altre dette prodotti. Per esempio, l’enzima glucosio-6-fosfatodeidrogenasi
trasforma il glucosio-6-fosfato (il suo substrato) in 6-fosfogluconato (il suo prodotto). Tutti gli
enzimi vengono indicati con il suffisso -asi e con un prefisso, un’espressione che tende a descrivere,
se possibile brevemente, la loro azione chimica, o il loro substrato o tutti e due.
[←2]
Per ragioni di chiarezza non vengono usati qui i simboli standard per i geni, ma simboli
semplificati.
[←3]
La quantità totale di DNA in una cellula gametica è quattro miliardi di paia di nucleotidi. Diciamo
paia, perché il filamento di DNA è doppio e i due filamenti sono perfettamente complementari;
soltanto uno dei due è attivo nel produrre l’RNA messaggero e perciò, da questo punto di vista
possiamo considerare il paio come un’unità. Un singolo cromosoma X è circa il 5% di tutto l’insieme
dei 23 cromosomi (chiamato talvolta genoma). Nel cromosoma X vi dovrebbero dunque essere circa
duecento milioni di paia di nucleotidi. Se la proteina, in media, è composta da 300 amminoacidi,
possiamo calcolare che la lunghezza del DNA che vi corrisponde è di circa 900 nucleotidi, perché a
ogni 3 nucleotidi corrisponde un amminoacido. Il totale di paia di nucleotidi sul cromosoma X,
diviso per il numero di paia di nucleotidi corrispondente a una proteina, e perciò al gene che la
produce, è di poco superiore a 200 000; questa è la stima del massimo numero di geni diversi che
possono esistere sul cromosoma X. C’è tuttavia la possibilità che qualche tratto del DNA non porti
informazione genetica, sia destinato ad altre funzioni, о che serva a formare RNA che non viene
trasformato in proteine. Così il numero reale dei geni che specificano le proteine può essere più
piccolo, forse anche assai più piccolo (secondo alcuni, è solo il 2% di questa cifra: 4000 geni nel
cromosoma X, 80 000 nell’intero genoma).
[←4]
Una frequenza assoluta è il risultato di un’operazione che conta un numero predeterminato di
elementi (individui o oggetti) di una popolazione definita in precedenza. È quindi un numero intero,
che può essere anche zero. Una frequenza relativa è il rapporto tra il numero di individui di un certo
tipo (frequenza assoluta) e il numero di tutti gli individui esaminati: è così il rapporto tra due numeri
interi e quindi è una proporzione, cioè una frazione che non può mai essere inferiore a zero o
superiore a uno. Usiamo spesso frequenze relative come stime di probabilità. Così, se contiamo tutte
le nascite di maschi in un anno in Italia e troviamo che la frequenza relativa delle nascite di maschi è
0,516, prendiamo questa frequenza relativa come una stima della probabilità della nascita di un
maschio. Questa stima si riferisce necessariamente all’Italia e all’anno alla fine del quale furono fatti
i conteggi. Spesso, però, non possiamo applicare questo valore ad altre popolazioni, perché altre
popolazioni mostrano (di solito) piccole differenze nella probabilità della nascita di maschi. In
generale, la somma di tutte le probabilità che si riferiscono a tutte le forme possibili nelle quali un
evento può aver luogo è uguale a uno. Per il sesso delle nascite le forme possibili sono soltanto due:
maschi e femmine; ma in altri casi possono essere più di due. Lo stesso vale per la somma delle
frequenze relative di tutte le possibili alternative che un evento può assumere.
[←5]
È un fatto statistico noto che campioni differenti presi dalla stessa popolazione sono ben raramente
identici. Essi mostrano differenze piccole o grandi a seconda della dimensione del campione.
Campioni più grandi tendono a mostrare differenze più piccole. Esistono leggi di probabilità che ci
dicono esattamente, in termini di probabilità, che differenze attenderci tra campioni diversi. Se il
lettore non ha con queste regole alcuna familiarità, potrà persuadersi da solo che campioni differenti
danno valori differenti eseguendo il seguente semplice e classico esperimento. Prenda una moneta e
la getti in aria dieci volte. Egli si aspetterà di ottenere cinque volte testa e cinque volte croce. Ciò si
verificherà, tuttavia, soltanto in un certo numero di prove. In altre prove egli può trovare che, su dieci
lanci 6 sono testa e 4 croce (o viceversa), oppure anche 7 e 3 (o 3 e 7) e così via, compresi i casi
estremi di 10 e 0 (o 0 e 10), i quali sono però i più rari di tutti. Esiste una legge di probabilità,
chiamata teorema binomiale, che dà le attese esatte per questo esperimento. Lanciare una moneta
equivale a prendere un individuo da una popolazione e ad esaminare un carattere con probabilità di
manifestarsi di 1/2. Lanciare parecchie monete (o la stessa moneta più volte) equivale a prendere un
campione di parecchi individui da quella popolazione. Perché il campione sia valido, o, come si dice,
perché sia rappresentativo della popolazione, il campionamento deve essere fatto a caso.
Campionamento casuale significa dare ad ogni individuo nella popolazione la stessa opportunità di
essere rappresentato nel campione stesso. Può essere esemplificato dal lancio di una moneta fatto in
modo da non dare preferenze a testa o croce.
[←6]
Per due alleli, il teorema di Hardy-Weinberg può essere espresso così: se p è la frequenza genica
del gene A e se q=1 − p è la frequenza dell’allele a, le proporzioni attese dei tre possibili genotipi
sono date dall’espansione del binomio (pA + qa)2 = p2AA + 2pq Aa + q2aa. Nell’estensione a tre
alleli, scrivendo p per la frequenza genica di A, q per la frequenza genica di B ed r per quella di 0,
abbiamo (pA + qB + r0)2. Chi conosce l’algebra elementare si accorgerà che questa formula dà come
risultato le proporzioni attese indicate nella terza colonna della TAB. XI. Così, per esempio, il primo
termine dell’espansione del quadrato sarà p2AA, indicante che la proporzione di individui AA è p2. Il
secondo termine è 2pq AB, indicante che AB ha una frequenza di 2pq, ecc. Per chi ha interesse a
questi semplici calcoli numerici, i valori dati nella terza colonna di TAB. XI si basano sull’assunto
delle seguenti frequenze geniche: p = 0,28, q = 0,06, r = 0,66. Essendo questi i soli alleli qui
considerati, la loro somma è 1. Nei numeri dati nella TAB. XI vi sono piccole approssimazioni
numeriche.
[←7]
Le cifre di cui sopra sono calcolate ammettendo che la frequenza genica per R sia 0,6 e quella per
r sia 0,4. Nella maggior parte delle popolazioni europee r è, in realtà un po’ più piccolo (0,38), con
qualche variazione tra le popolazioni.