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Il libro

S econdo volume de Gli italiani in Africa Orientale, questo saggio


ricostruisce le vicende del colonialismo in Eritrea, Somalia ed
Etiopia dall’avvento del fascismo all’entrata di Badoglio in Addis Abeba
il 5 maggio 1936. Utilizzando documenti d’archivio e testimonianze
dirette, in gran parte inedite, Del Boca racconta il vero volto di quella
storia che gli italiani conobbero attraverso la retorica del regime, le
copertine di Beltrame per la «Domenica del Corriere» e le canzonette dei
legionari. Ciò che l’autore mette in risalto è come la conquista
dell’impero abbia modi cato il quadro degli equilibri politici in Europa
e nito per legare indissolubilmente l’Italia alla Germania hitleriana.
L’autore

Angelo Del Boca (Novara 1925), per anni inviato speciale in Africa e
Medio Oriente, ha insegnato Storia contemporanea alla facoltà di
Scienze politiche dell’Università di Torino. Per oltre quindici anni
Presidente dell’Istituto storico della Resistenza di Piacenza e direttore di
«Studi piacentini», ha scritto numerose opere sul colonialismo italiano,
tra cui ricordiamo negli Oscar L’Africa nella coscienza degli italiani, Gli
italiani in Africa Orientale e Gli italiani in Libia.
Angelo Del Boca

GLI ITALIANI IN AFRICA


ORIENTALE
2. La conquista dell’Impero
GLI ITALIANI IN AFRICA ORIENTALE
La conquista dell’Impero
Avvertenza

Mentre sto per licenziare questo secondo volume dell’opera Gli


italiani in Africa Orientale, il mio grato pensiero va a tutti coloro
che in questi ultimi quindici anni, con le loro testimonianze o i
loro suggerimenti, mi hanno aiutato a realizzarla: i loro nomi
sono via via elencati nelle pagine che seguono. Il mio
ringraziamento va anche ai direttori e al personale degli archivi
italiani ed etiopici nei quali ho condotto, senza alcuna
limitazione, le mie ricerche. Un grazie particolare va inoltre agli
amici Giorgio Rochat e Pier Luigi Contessi e a mia moglie Maria
Teresa, che hanno letto le bozze di questo libro e mi sono stati
preziosi con consigli e osservazioni.
Nell’accingermi, in ne, a raccogliere il materiale
documentario per redigere la terza parte di questa storia, che
copre il periodo 1936– 1980, dalla conquista dell’Abissinia alla
progressiva estinzione della presenza italiana in Etiopia, Eritrea
e Somalia, rivolgo un invito — convinto come sono che gli scavi
d’archivio vanno sempre vivi cati dai ricordi dei protagonisti —
a mettersi in contatto con me (via Perrone di San Martino, 5
Milano) a tutti quelli che hanno operato in Africa Orientale negli
anni sopra indicati e che ritengono di poter fornire
testimonianze orali o contributi di altro genere (diari, memorie
inedite, documenti) atti a illuminare questo periodo storico.
Angelo Del Boca

Aprile 1979
ABBREVIAZIONI

DDI I Documenti Diplomatici Italiani (1861-1945)


ACS Archivio centrale dello Stato
ACS, Archivio centrale dello Stato. Segreteria particolare del duce. Carteggio
SPD/CR riservato (1922-1945)
ASMAE Archivio storico del Ministero degli A ari Esteri
ASMAI Archivio storico del Ministero dell’Africa Italiana
DBFP Documents on British Foreign Policy (1919-1939)
ATdR Archivio Thaon di Revel. Presso la Fondazione Einaudi.
AUSSME Archivio U cio storico dello Stato Maggiore dell’Esercito
AMC Archivio generale delle Missioni della Consolata
SDN, J. O. Società delle Nazioni. Journal O ciel
AHS The Autobiography of Emperor Haile Sellasie I
DEPA Documentazione sull’Etiopia presso l’Autore
TaA Testimonianza all’Autore
Parte prima
LA SOVVERSIONE
I
La politica coloniale fascista del primo decennio

A rimorchio, ma non troppo.


Il trapasso fra lo Stato demoliberale e il regime fascista avviene,
nell’ambito della politica coloniale, senza scosse, senza svolte
signi cative, il che garantisce, anche se non voluta, una perfetta
continuità. Anche se in seguito si farà il processo all’Italietta,
alle sue incertezze, alle sue sudditanze, alla politica del piede di
casa, è un fatto che il 30 ottobre 1922, giorno in cui Mussolini
assume il potere, Graziani occupa Jefren, nell’entroterra
tripolino, in quell’operazione di riconquista della Libia iniziata
dal ministro liberale delle Colonie, Amendola, e che sarà
continuata dal suo successore, il fascista Federzoni. Questa
continuità è messa in rilievo anche da Graziani: «Servivo quindi
la Patria, nel regime liberale, con quello stesso ardore col quale
continuai a servirla poi nel regime fascista». 1 Anche nei
confronti dell’Etiopia, l’atteggiamento dell’Italia non subisce
modi che. Nel suo discorso alla Camera del 22 giugno 1922,
Amendola, dopo aver precisato che l’intento del governo sarebbe
quello di attivare, attraverso l’Eritrea, un grande commercio di
transito con l’Etiopia, assicura quest’ultima che Roma «non ha
alcuna mira che possa comunque minacciare l’integrità
territoriale dell’impero». 2 Cinque mesi dopo, Mussolini ripete
gli stessi concetti, quasi con le stesse parole: «Caposaldo
fondamentale della nostra azione politica in Africa Orientale
resta il mantenimento rigoroso dell’integrità dell’Etiopia, con la
quale intendiamo promuovere, così attraverso l’Eritrea come
attraverso la Somalia, i più intensi e fecondi rapporti
commerciali». 3
Questo trapasso indolore fra i due regimi e questa continuità
di intenti non possono del resto sorprendere. E per almeno due
motivi: 1) gli Esteri e le Colonie, i due ministeri ai quali è
a dato il coordinamento della politica coloniale, non
subiscono, all’avvento del fascismo, alcun rimaneggiamento nel
personale, fatta eccezione per le dimissioni di Sforza, Frassati e
pochi altri; 2) Mussolini giunge al potere senza avere elaborato
una propria politica estera e con idee imprecise, mutevoli,
qualche volta contraddittorie, riguardo alla politica coloniale.
Egli non ha, quindi, e non l’avrà per alcuni anni, un suo progetto
originale da proporre, che possa imprimere un’autentica svolta
al disegno coloniale della liberaldemocrazia.
Non si dimentichi, a proposito di questa carenza, la lontana
ma netta opposizione di Mussolini alla guerra di Libia, anche se
poi farà di tutto per far dimenticare l’episodio. Non si
dimentichi la sua insistenza, ancora nel 1920, nel voler
sottolineare le di erenze fra nazionalismo e fascismo, anche
riguardo la politica coloniale: «Il nazionalismo romano è
imperialista mentre noi siamo espansionisti». 4 In altre parole,
secondo Mussolini l’espansionismo fascista non ha un
programma di conquiste coloniali, si pre gge soltanto la
di usione del genio italiano nel mondo attraverso
l’emigrazione, il commercio, la cultura. Per meglio illustrare
questi concetti intervengono, fra il 1920 e il 1921, Enrico Rocca
e Giuseppe Bottai. Per il primo, «l’espansione italiana che il
fascismo si propone di favorire non signi ca imperialismo,
invadenza nel campo altrui, ma incanalamento saggio verso
l’Estero delle energie esuberanti in patria». 5 Bottai, dal canto
suo, si infatua talmente dell’argomento da giungere a precisare
che «una politica coloniale come questa vuol dire liberazione. È
così audace che si risolve in un anticolonialismo vero e proprio.
[...] Signi cando cooperazione intima, morale e intellettuale coi
popoli, un’espansione del genere di quella da noi disegnata non
può essere che rivoluzionaria, antiimperialista». 6
Fra il 1920 e il 1922, avvicinandosi al potere, Mussolini
annacqua questo civile programma di espansione, pur senza
abbandonarlo del tutto, anzi riproponendolo in varie occasioni,
nei primi anni della dittatura, con «lo scopo principale —
osserva Carocci — di rassicurare i conservatori italiani ed esteri
sul conclamato imperialismo del fascismo, volto non già a
ordire aggressioni foriere di guerra, bensì ad a ermarsi nel
campo paci co del commercio e della cultura». 7 Ma accanto a
queste formule rassicuranti, a queste frasi a e etto, Mussolini
va ra azzonando, a partire dal 1919, altre formule e altre frasi
che contraddicono le prime e che in parte mutua da altri, come
Corradini, Bodrero, Rocco, D’Annunzio, Marinetti. Così, per fare
qualche esempio, il 9 maggio 1919 scrive che «una nazione di
40 milioni di abitanti, come l’Italia, che potrà contarne 60 fra
cinquanta anni, quand’abbia coscienza di sé, delle ingiustizie e
delle umiliazioni so erte, e delle sue memorie, può dare del lo
da torcere agli odierni trionfatori del dollaro e della sterlina». 8
Il 20 settembre 1920, al politeama Rossetti di Trieste, dopo aver
detto che alla Tunisia si è rinunciato «in un momento di
minchioneria colossale», dà per scontato che essa tornerà
all’Italia. 9 Il 6 febbraio 1921, sempre nello stesso teatro,
sostiene di nutrire una fede illimitata nell’avvenire di grandezza
del popolo italiano e precisa: «È destino che il Mediterraneo
torni nostro. È destino che Roma torni a essere la città direttrice
della civiltà in tutto l’Occidente d’Europa. Innalziamo la
bandiera dell’impero, del nostro imperialismo che non
dev’essere confuso con quello di marca prussiana o inglese». 10
Un programma troppo aggressivo per poter coincidere con
quello dell’espansionismo economico e spirituale e, nello stesso
tempo, troppo informe, infarcito di «scampoli nazionalisti», 11
per costituire un progetto proponibile e funzionante.
All’inizio, perciò, mentre assegna il dicastero delle Colonie a
Luigi Federzoni, esponente dell’ala moderata del nazionalismo,
Mussolini tiene per sé gli Esteri e in pratica si a da, in
mancanza di un preciso programma, alla competenza e alla
sensibilità politica del segretario generale del ministero, il
siciliano Salvatore Contarini, uomo vicino ai nazionalisti
moderati e che tende, sulla linea di Antonino Di San Giuliano, a
ra orzare la posizione dell’Italia, ma nell’ambito delle alleanze e
delle intese esistenti, senza colpi di testa e senza atteggiamenti
sovvertitori. Sui rapporti fra Mussolini e Contarini, sulla ducia
del segretario generale di poter «condurre il fascismo in una via
di moderazione» 12 e sulle successive sue delusioni dinanzi alle
alzate d’ingegno di Mussolini (al convegno di Teeritet, durante
l’occupazione della Ruhr, per l’a are di Corfù), sulla sua abilità
nel trovare rimedi ai guasti causati dal capo del fascismo, si è già
scritto ampiamente e autorevolmente, 13 né ci interessa, in
questa sede, analizzare a fondo i motivi e le ripercussioni dei
consensi e dei dissensi fra i due uomini. Quello che ci preme
sottolineare, invece, è che, nonostante i colpi di testa di
Mussolini, almeno no al 1925 è palazzo Chigi che prevale su
alcuni problemi fondamentali, come i rapporti con l’Europa
danubiana e balcanica e la politica di espansione nel
Mediterraneo orientale e in Africa.
Tuttavia, anche se Mussolini accetta e fa sue gran parte delle
direttive moderate di Contarini e della «carriera», egli non
rinuncia, sin dall’inizio, come ha osservato De Felice, «ad
a ancare alla diplomazia u ciale una sorta di “diplomazia
parallela”, fuori dai canali tradizionali, attraverso propri uomini
di ducia». 14 Di questa «diplomazia parallela» fanno o faranno
parte alti u ciali come il generale Capello, uomini di partito
come il segretario generale dei fasci all’estero Bastianini, agenti
personali del duce come il maggiore Renzetti, esploratori come
Franchetti, e poi giornalisti, italiani e stranieri, avventurieri,
fuorusciti e terroristi balcanici. Una diplomazia segreta, che ha
per tattica la sovversione e l’intrigo, estremamente costosa e
quasi sempre improduttiva, spesso in contrasto con la
diplomazia u ciale, e che tende con i suoi metodi, nonostante
gli sforzi di Contarini di accreditare all’estero l’immagine di un
Mussolini uomo di Stato responsabile, ad attribuire al regime
fascista l’intenzione di sovvertire con ogni mezzo l’assetto
internazionale uscito dalla guerra e sancito dai trattati di pace.
Ma, ancora prima che Contarini lasci palazzo Chigi e subentri
Grandi, prima come sottosegretario e poi come ministro, si
assiste a un progressivo avvicinamento fra la diplomazia
u ciale e quella segreta, almeno nell’uso dei metodi; ed ecco,
come osserva Rumi, il personale degli Esteri «prestarsi alla
sorveglianza dei fuorusciti antifascisti; ecco i consoli creare o
sostenere focolai di irredentismo a Malta, in Corsica o nel
Ticino; ecco i rapporti con le varie destre europee in via di
formazione e di crescita». 15 La mappa della sovversione è su
scala quasi planetaria, privilegia i paesi dell’area danubiana e
balcanica, ma non trascura il Levante islamico, in particolare
l’Egitto, la Siria, il Libano, l’Anatolia, persino la Palestina, e
prende in considerazione alcuni paesi dell’Africa, come la
Tunisia, il Marocco, il Ciad, l’Etiopia, e dell’Asia, come lo Yemen e
l’Arabia. Una mappa che sembra disegnata dai più radicali fra i
nazionalisti, da Corradini, Coppola, Forges Davanzati. «Per loro
— ha scritto Di Nolfo — nessuna conquista, nessun vantaggio
territoriale bastava; nella loro verbosa ideologia imperialista,
nelle formule contorte escogitate a uso e diletto delle mistiche
esaltazioni patriottiche d’una piccola borghesia ansiosa di
evasione, i destini d’Italia erano postulati in termini di
grandezza imperiale». 16
Sino al 1925, comunque, il disegno revisionistico ed eversivo
resta in gran parte sulla carta. Non soltanto Mussolini è
impegnato a fondo nel consolidare il suo potere all’interno del
paese ma, anche se volesse fare una politica estera più dinamica,
non glielo consentirebbe la staticità della situazione
internazionale. Per cui, a parte lo «stile», la sua politica si muove
ancora in gran parte nelle linee tradizionali della politica estera
prefascista, che privilegia innanzitutto l’amicizia con la Gran
Bretagna. È con questa politica e con l’accordo con Londra che
Mussolini, per limitarci alla sfera delle rivendicazioni coloniali,
riesce a conseguire alcuni risultati: l’annessione dell’Oltre
Giuba, il riconoscimento della sovranità italiana sulle isole
dell’Egeo, l’occupazione dell’oasi di Giarabub, l’intesa italo-
inglese sulla spartizione dell’Etiopia in zone di in uenza.
Ma sono magri successi, certo insu cienti a soddisfare le
attese dei nazionalisti con uiti nel 1923 nel PNF, gli
ultrafascisti e le correnti colonialiste. C’è un abisso fra le poche
terre ottenute e quelle previste nel programma di rivendicazioni
esposto da Federzoni alla Camera nel giugno 1916. Per non
parlare dei programmi, minimo e massimo, elaborati dai
colonialisti più esigenti. La mancata intesa con la Francia,
inoltre, ha bloccato il contenzioso che l’Italia ha con essa, e che
riguarda Tangeri, lo statuto degli italiani in Tunisia, i con ni
meridionali e occidentali della Tripolitania, la revisione dei
mandati, la mano libera nel Mediterraneo orientale, senza
contare le rivendicazioni non u ciali, su Gibuti, il Ciad, le «terre
umide, esposte al sole equatoriale» 17 del Camerun. Altrettanto
modesto appare ai colonialisti il bilancio delle realizzazioni del
regime nelle colonie di diretto dominio. A tutto il 1925 non è
stata rioccupata che la Tripolitania settentrionale, mentre in
Cirenaica il generale Pizzari controlla soltanto il Gebel ed è ben
lontano dall’aver debellato la Senussia. Quanto alla Somalia,
l’occupazione è ancora limitata al vecchio Benadir; e l’Eritrea
resta la terra ingrata di sempre, nonostante gli sforzi del
governatore Gasparini. Ed è forse con intenzioni ironiche che,
sul nire del 1925, alcuni giornali inglesi e americani
annunciano che l’Italia è in procinto di proclamare l’impero.
Punto sul vivo, Mussolini ordina alla «Stefani» di rispondere che
«tali notizie assurde sono assolutamente fantastiche e
tendenziose». 18 E certo non lo consola, nel leggere uno dei suoi
autori preferiti, Emilio Bodrero, incappare nel brano che, con
disinvolto ottimismo, annuncia: «Trovino altri paesi, scavando
il loro ricco suolo, ferro e carbone: l’Italia scava nella sua storia e
vi trova la tradizione mirabile dell’Impero, incomparabile
ricchezza ideale». 19

L’«anno napoleonico».
Nella seconda metà del 1925, superata la crisi originata dal
delitto Matteotti e instaurata la dittatura, Mussolini decide,
stanco della lunga mezzadria con Contarini, di riprendere
completamente nelle sue mani la direzione della politica estera.
Contemporaneamente a da a Dino Grandi, che il 14 maggio ha
nominato sottosegretario agli Esteri, il compito di fascistizzare
palazzo Chigi, una manovra che si realizza anche più facilmente
dopo le dimissioni di Contarini nel marzo 1926.
Di ri esso anche la politica coloniale sembra ricevere nuovi
impulsi. È dell’8 luglio la lettera al ministro delle Colonie, Lanza
di Scalea, con la quale Mussolini prende per la prima volta
posizione sull’Etiopia e impartisce direttive decisamente
aggressive in vista di uno «sfasciamento» dell’impero etiopico.
Pochi mesi dopo, all’inizio del 1926, l’urgenza dell’espansione
coloniale viene indicata al paese con una campagna di stampa
che prende le mosse da un intervento dello stesso Mussolini su
«Gerarchia»: «Fede nella rivoluzione fascista che avrà nel 1926 il
suo anno napoleonico; fede nel popolo italiano che oggi
comincia ad avere il suo posto materiale e morale nel mondo e
tale posto è capace di ampliare per proporzionarlo alla sua
aumentata e aumentante potenza. Fede insonne e armata». 20
Subito dopo interviene, su «Politica», Francesco Coppola
precisando che «il problema del Mediterraneo è per l’Italia,
insieme con quello dell’espansione coloniale, il massimo
problema storico, il più vitale e urgente». 21 E di rincalzo viene
«Il Popolo d’Italia», che annuncia: «Oggi nalmente il regime
fascista pone il problema coloniale all’ordine del giorno della
nazione [...]. Se Ginevra vuole non soltanto assicurare la
digestione dei popoli più fortunati, ma anche provvedere a
opere di pace e di equità, il problema delle colonie deve essere
ripresentato sul tappeto. È necessario ed è urgente rendere
giustizia al popolo italiano». 22
È in questo clima di grande attesa, reso per qualche ora anche
drammatico per il colpo di rivoltella sparato a Mussolini
dall’irlandese Violetta Gibson, che ha inizio il primo viaggio del
capo del fascismo in Tripolitania. Gli obiettivi che il duce si
propone con questo gesto sono più d’uno: innanzitutto
dimostrare che egli va personalmente a prendere possesso di
una colonia che il regime ha restituito all’Italia; poi esaminare
sul posto i problemi della colonizzazione; e in ne, «con un
violento scossone, concentrare l’attenzione degli italiani
sull’oltremare». 23 Per l’occasione non lesina i mezzi, perché il
viaggio si trasformi in uno spettacolo imponente, memorabile,
già da nazione imperiale. Per cominciare, convoca sulla
corazzata Cavour, ancorata al largo di Fiumicino, il direttorio del
partito e i segretari di tutte le federazioni provinciali fasciste
d’Italia, e in un brevissimo discorso, dopo aver precisato che li
ha invitati a bordo della nave perché prendano «famigliarità con
questi strumenti di guerra», lancia uno degli slogan più
fortunati e durevoli del suo repertorio: «Noi siamo mediterranei
e il nostro destino, senza copiare alcuno, è stato e sarà sempre
sul mare». 24
Alle 11.25 del 10 aprile la Cavour leva le ancore, seguita dalla
gemella Giulio Cesare, da sette cacciatorpediniere e da un
esploratore, mentre si alzano nel cielo gli idrovolanti di scorta.
L’indomani la otta è davanti a Tripoli e, per il primo incontro
con le autorità, con i coloni italiani, con la folla araba, Mussolini
indossa la più vistosa tra le sue divise, l’alta uniforme di
caporale d’onore della milizia con l’altissima piuma bianca sul
fez e il gran collare dell’Annunziata. Sceso a terra, nel suo primo
discorso, Mussolini vuol subito precisare che il suo viaggio «non
deve essere interpretato come un atto di ordinaria
amministrazione», ma deve essere considerato
«un’a ermazione della forza del popolo italiano, una
manifestazione di potenza del popolo che da Roma ripete le
proprie origini e porta il Littorio trionfante e immortale di
Roma sulle rive del mare africano. È il destino che ci sospinge
verso questa terra. Nessuno può fermare il destino e soprattutto
nessuno può spezzare la nostra incrollabile volontà». 25
Nei cinque giorni della sua visita in Tripolitania, nei discorsi
che pronuncia a Tripoli, a Zuara, a Tagiura, il capo del fascismo
esprime concetti che hanno il duplice intento di galvanizzare il
paese e di intimorire le nazioni troppo soddisfatte. «In Africa c’è
posto e probabilmente gloria per tutti», grida alle camicie nere
di Tagiura. 26 «Noi abbiamo fame di terre perché siamo proli ci
e intendiamo restare proli ci», dice alla folla che gremisce il
teatro Miramare di Tripoli. Ma non è soltanto per la pressione
demogra ca che il popolo italiano è spinto verso l’Africa, verso
gli spazi ancora vuoti e vitali. C’è qualcosa di più alto, di più
nobile che giusti ca l’espansionismo italiano. È la «capacità di
miracolo» di «questa nostra razza italiana che mi appare ognora,
quando io ne faccio oggetto delle mie meditazioni, un prodigio
singolare nella storia umana». Ma c’è di più: la spinta verso
l’Africa e il mondo non rientra fra i disegni dell’uomo, ma si
ascrive fra quelli sovrannaturali, e perciò è inarrestabile, fatale:
«Quando io penso al destino dell’Italia, quando io penso al
destino di Roma, quando io penso a tutte le nostre vicende
storiche, io sono ricondotto a vedere in tutto questo svolgersi di
eventi la mano infallibile della Provvidenza, il segno infallibile
della Divinità». 27
Passeranno altri dieci anni, bisognerà arrivare alle adunate
oceaniche del 1935, prima che Mussolini torni, con lo stesso
impegno, la stessa enfasi, lo stesso dogmatismo, sui destini
imperiali d’Italia. L’eco nel paese è notevole, così l’attesa per una
svolta, per un fatto sensazionale. Passando in rassegna le mete
dell’espansionismo italiano, Arnaldo Mussolini così si esprime
con un giornalista americano: «Tunisia? Forse. Ma più tardi. C’è
tutto il bacino orientale del Mediterraneo dove si trovano i resti
del vecchio impero turco. C’è Smirne che dovrebbe appartenere
a noi. E in ne c’è Adalia». 28 Per qualche giorno, in Italia, c’è chi
pensa che il primo obiettivo sarà la Turchia di Kemal Ataturk,
anche perché il pretesto non manca: sembra infatti che Ankara
aiuti segretamente i ribelli libici. Questa sensazione l’hanno
anche i turchi, come riferisce a Mussolini l’ambasciatore a
Costantinopoli, Orsini Baroni: «Ad Angora [Ankara] regna
grande nervosità perché è nella convinzione generale che nei
prossimi giorni Italia attaccherà Turchia. Nervosismo è
aumentato dal fatto che realmente sono state richiamate sotto
le armi sette classi». 29 Una certa apprensione si avverte anche
in Francia, non soltanto per il viaggio del duce in Tripolitania
ma per la visita, compiuta subito dopo dal sottosegretario
all’Aeronautica Balbo, alle comunità italiane in Tunisia. Parigi
replica annunciando manovre della otta nel Mediterraneo, e
Londra, anch’essa decisa a frenare le ambizioni imperiali di
Mussolini, fa giungere un suo monito a palazzo Chigi tramite
l’ambasciatore, sir William Tyrrel.
Il fermo atteggiamento francese e inglese convince Mussolini
che il momento non è ancora propizio per l’azione e che è più
prudente ritirarsi in buon ordine. Dopo aver fatto smentire i
preparativi militari e rassicurare il governo turco, il 28 maggio,
parlando al Senato, Mussolini rispolvera per l’occasione la sua
prima e rassicurante interpretazione dell’espansionismo
fascista: «Il nostro imperialismo non esiste nel senso di un
imperialismo aggressivo, esplosivo, che prepara la guerra.
Debbo dichiarare [...] per il mondo, per tutto il mondo, che il
governo fascista segue e non può seguire che una politica di
pace». Comunque egli non nega le aspirazioni italiane, solo
con da che le nazioni alleate dell’Italia nell’ultima guerra si
a rettino a soddisfare le sue «legittime richieste»: «Bisognerà
che anche questa giovane Italia si faccia un po’ di posto nel
mondo. Credo che bisognerà essere abbastanza intelligenti per
farlo in tempo e con buona grazia». 30 Altra acqua sul fuoco la
getta Giuseppe Bottai. Dopo aver ricordato la promessa di
Mussolini che il 1926 «sarà l’anno della potenza», si a retta a
precisare che la potenza non deve necessariamente signi care la
guerra e che «può essere, anzi, la pace operosa e feconda, ma che
è, n d’ora, preparazione, studio, tensione dello spirito». 31 Così,
fra smentite e rassicurazioni, fra marce indietro e attenuazioni,
fra nte e acrobatismi, si chiude l’«anno napoleonico». Ma la
ritirata, se delude l’attesa nazionalfascista, non la deprime.
Scrive «L’Impero» del 10 dicembre: «Dalla nostra razza emana
oggi tanta potenza sica che il suo diritto a espandersi
attraverso il mondo è indiscutibile come il diritto dei torrenti di
precipitarsi verso il mare».

La svolta del 1929.


Dopo lo smacco del 1926, Mussolini accentua il suo interesse
per i paesi dell’area danubiano-balcanica, nell’intento di
modi care i rapporti di forza esistenti nell’Europa centrale, e
mette la sordina alla politica di espansione nel Mediterraneo e
nel Mar Rosso. Ciò non signi ca, tuttavia, una battuta d’arresto.
Al contrario. Cambia soltanto la tattica: si fa più uso della
diplomazia tradizionale, si inventa la «politica della
mor nizzazione», si prende tempo. Con l’Etiopia, ad esempio,
con la quale nel 1926 si è giunti quasi alla rottura dopo lo
scambio di note Mussolini-Graham, si dà inizio a un nuovo
corso, basato su trattative amichevoli e su una paci ca
penetrazione, che avrà il suo epilogo nel patto ventennale
d’amicizia del 1928. Un accordo e una posizione di privilegio
che vengono raggiunti con il pieno appoggio di Londra e che
hanno, come contropartita, la rinuncia dell’Italia alla
penetrazione nello Yemen.
La politica della moderazione sembra prevalere anche nel
Mediterraneo. Non soltanto si giunge nel 1928 a un’intesa con le
altre potenze interessate sulla questione dello statuto di
Tangeri, ma si rinuncia in pratica a ogni espansione in Anatolia
con il riavvicinamento alla Turchia e la rma del trattato del 30
maggio 1928. E anche se ci si sforza di ottenere un mandato
sulla Siria, e si trama in segreto con i nazionalisti siriani, 32 c’è
anche chi, come Scialoja, «fa presenti le inevitabili e ingenti
spese a cui si andrebbe incontro, una volta ottenuto un
mandato». 33 Né va dimenticato l’atteggiamento conciliante
con cui Mussolini conduce le trattative con l’ambasciatore
Beaumarchais sulle frontiere della Libia e lo statuto degli
italiani in Tunisia, anche se poi verranno abbandonate. In ne
non va trascurato, a conferma di questa fase conciliante, il
tentativo di compromesso con Omar el Muktar, capo della
guerriglia in Cirenaica, e gli abboccamenti, al Cairo, del ministro
Paternò con lo stesso leader della Senussia, Mohammed Idris. 34
Ma a frenare l’espansionismo fascista non sono stati,
ovviamente, soltanto i moniti francese e inglese. Fra il 1926 e il
1929 a orano in Italia tali problemi di natura economica e
sociale da consigliare a Mussolini una certa prudenza
nell’elaborazione dei suoi progetti. È sintomatico che nel
«discorso dell’Ascensione», considerato uno dei bilanci più
signi cativi del regime, Mussolini dedichi soltanto poche parole
al tema dell’espansionismo («Se si diminuisce, signori, non si fa
l’impero, si diventa una colonia») 35 e pochissime altre alla
necessità di armare entro il 1935 cinque milioni di uomini «per
far sentire la nostra voce e vedere nalmente riconosciuti i
nostri diritti»; 36 mentre tutto il resto del discorso, che consta
di ben 14 mila parole, è dedicato ai problemi di politica interna,
da quelli economici a quelli amministrativi, da quelli della
sicurezza a quelli della difesa della razza. A rontando quelli
economici, in particolare, egli cerca di dissipare il malcontento e
le apprensioni causati dalla rivalutazione della lira, che ha
voluto, soltanto per scopi politici, a prezzo di una pesante
de azione interna, della riduzione dei salari e di un’alta
disoccupazione. Per quanto, come ricorda Augusto Turati,
prefetti e federali vadano «a gara nel falsi care i dati cercando di
far passare sotto la indicazione di disoccupati provvisori quelli
che inesorabilmente lo sono per 365 giorni all’anno», 37
Mussolini non può ignorare che fra il 1926 e il 1928 il numero
dei disoccupati è triplicato e che, almeno sotto il pro lo
salariale, come osserva De Felice, «le condizioni dei lavoratori
non migliorarono e, anzi, peggiorarono rispetto a quanto questi
avevano ottenuto nel “biennio rosso”». 38
A congelare momentaneamente il programma di espansione
e a rendere più modesto lo stesso sforzo di avvaloramento delle
colonie già acquisite concorrono anche l’ostruzionismo o la
reticenza di taluni ambienti economici che, così come hanno
disapprovato la politica de azionistica lanciata da Mussolini a
Pesaro, rivelano anche una scarsa propensione a investire
capitali nelle colonie, in Etiopia, nello Yemen. Come ai tempi di
Crispi, e per gli stessi motivi, soltanto le industrie cantieristiche,
chimiche e siderurgiche, o rono un sostegno incondizionato
alla politica di espansione. Del tutto inascoltato è rimasto infatti
l’appello che Federzoni ha lanciato da Milano, nel 1923, «al
coraggio del capitale privato per le audaci imprese di
oltremare». 39 Cinque anni dopo, nei discorsi alla Camera e al
Senato sul bilancio delle Colonie, deve purtroppo ammettere
che i mezzi disponibili sono insu cienti, che lo Stato non è in
grado di a rontare tutti i problemi dello sviluppo, 40 che i
privati «stanno a guardare», che alcuni fra i «più poderosi enti
bancari» rivelano «renitenze» e «scarsa sensibilità di un dovere
patriottico». 41 I pochi che rischiano i loro modestissimi
capitali sono i coloni, meno di mille a tutto il 1930 e sparsi fra la
Libia, l’Eritrea e la Somalia. Quando Mussolini li incontra in
Tripolitania, all’inizio del 1926, li addita, tanto sono pochi e
benemeriti, all’ammirazione della nazione: «Pongo all’ordine del
giorno quei coloni, quei pionieri che appartengono al patriziato
italiano e che sono evidentemente dissimili da quelli che
ballano stupidamente negli atri dei grandi alberghi alla
moda». 42
Il periodo caratterizzato dai toni sommessi, dalle trattative
pazienti, dai patti di amicizia (del loro grado di sincerità
parleremo più avanti) si chiude, e per sempre, nel 1928. Col
nuovo anno, che segna, dopo un decennio di immobilismo, la
prima svolta importante nella politica internazionale con lo
sgombero anticipato della Renania, la vittoria dei laburisti in
Inghilterra, le conferenze per il disarmo, lo scoppio della
«grande crisi» negli Stati Uniti, anche la politica estera del
fascismo, non più subordinata a quella interna dopo il netto
ra orzamento del regime in seguito ai Patti Lateranensi e al
plebiscito, risente dei mutamenti, avverte che l’assetto
mondiale del 1918 sta per esplodere, si fa più autonoma, più
aggressiva. Agendo dietro la copertura della rispettabilità
internazionale di Grandi, promosso ministro degli Esteri il 12
settembre 1929, Mussolini fa del revisionismo l’elemento
essenziale della sua strategia, un revisionismo che, come
osserva Carocci, «a di erenza di quello democratico, non ebbe
mai una visione europea e generale dei problemi, non si pose dei
limiti ma fu sempre angustamente nazionalistico». 43
Con la svolta del 1929, con i discorsi incendiari del duce,
faticosamente controbilanciati, in un gioco non sempre accorto
delle parti, dalle dichiarazioni paci ste di Grandi, si torna a
parlare, con toni più veementi e decisi, della pressione
demogra ca ormai insopportabile, della necessità di rivedere la
distribuzione dei mandati, dell’esigenza di trovare una colonia
di popolamento. «L’Italia — scrive un foglio del regime — ha
urgente bisogno di piazzare le sue forze lavorative: non sarebbe
forse meglio dirigerle in Africa, piuttosto che farle esplodere in
Europa? Perché non bisogna farsi illusione: l’intero sistema
fascista sta sotto il motto “espandersi o esplodere”». 44 Con più
misura e nell’ambito riservato del Gran Consiglio, Grandi
dichiara il 2 ottobre 1930: «L’Africa rimane l’ansia segreta e
fedele della Nazione italiana. Un’Italia forte non può rimanere
per sempre aggrappata, come siamo oggi in Eritrea, all’estremo
ciglio dell’altopiano etiopico, ovvero ristretta, come lo siamo
oggi in Somalia, tra il Giuba e i deserti petrosi dell’Ogaden. La
nostra Nazione ha una missione di civiltà da assolvere nel
continente nero, così come la nostra generazione ha un
problema da risolvere: il problema coloniale. Si tratta per noi di
riprendere, di fronte alle grandi potenze che hanno fatto la pace
di Versailles e che hanno misconosciuto questi diritti dell’Italia,
la discussione brutalmente interrotta nel 1919 da Clemenceau,
Wilson e Lloyd George, discussione che noi consideriamo
ancora aperta e ben lungi dall’essere de nita». 45 E qualche
mese dopo, sempre nella stessa sede, Grandi non esita a indicare
nell’Africa il principale obiettivo della politica estera fascista: «È
in Africa, non in Europa, dove noi potremo trovare la soluzione
del nostro problema nazionale». 46 Questa e altre autorevoli
dichiarazioni autorizzano l’ex governatore dell’Eritrea, Corrado
Zoli, a rimettere in discussione la spartizione dell’Africa, a
minimizzare e dileggiare i compensi ricevuti dalla Gran
Bretagna («le quattro palme spennacchiate di Giarabub» e i
«novantunmila chilometri quadrati di boscaglia» dell’Oltre
Giuba, «che pareva ben più il dominio di un sultano
d’antropofaghi che non quello di una grande potenza
colonizzatrice») e a ricordare a Parigi che, se l’Inghilterra ha
dato poco, la Francia non ha «neppure incominciato a
pagare». 47
La svolta si avverte anche nelle colonie. In Libia, per
cominciare, nell’inverno 1929 si porta a termine l’occupazione
del Fezzan, si rompe la tregua con Omar el Muktar, ed il ministro
al Cairo, Paternò, viene da De Bono di dato dal riprendere i
contatti con il Saied Idris. 48 Per so ocare le ultime resistenze
della Senussia, Badoglio e Graziani rompono lo stretto legame
che esiste fra le popolazioni del Gebel cirenaico e la guerriglia
deportando 80’mila persone e con nandole nei campi di
concentramento della Sirtica. Si tratta di una misura di estremo
rigore, lo riconosce lo stesso Badoglio, ma essa deve essere
perseguita «sino alla ne anche se dovesse perire tutta la
popolazione della Cirenaica». 49 Una macabra previsione che
quasi si avvera. Nel corso delle azioni repressive e per il tifo
petecchiale contratto nei campi di concentramento muoiono
infatti nel solo biennio 1930-31 dai 40 ai 60 mila abitanti del
Gebel, pari a un terzo dell’intera popolazione della Cirenaica,
mentre altri 15-20 mila nomadi riescono a riparare in Egitto
prima che venga eretta, sui 270 chilometri che separano Bardia
da Giarabub, una barriera di lo spinato sorvegliata di continuo
dall’aviazione e da pattuglie autocarrate. 50 L’impiccagione del
settantenne Omar el Muktar, il 16 settembre 1931, davanti a
ventimila deportati, conclude praticamente la più sanguinosa
fra le campagne repressive ordinate dal regime e che già
anticipa, per lo «stile» e l’e cienza degli esecutori, quelle che
verranno scatenate in Etiopia. «Ci sembra signi cativo —
sottolinea Rochat — che l’atto decisivo della conquista italiana
della Libia porti la rma di Badoglio, come per simboleggiare la
continuità tra il colonialismo liberale e quello fascista». 51
Anche nelle colonie dell’Africa Orientale la svolta del 1929
incide sensibilmente sull’azione dei governatori Zoli e Corni,
mettendo in moto un meccanismo che si rivelerà inarrestabile.
A conferma che la politica di amicizia e di cooperazione con
l’Etiopia non è mai stata sincera, ma è stata soltanto un
espediente per guadagnare tempo, a pochi mesi dalla rma del
patto ventennale palazzo Chigi si sposta sulle posizioni
intransigenti del ministero delle Colonie, e alla politica di
collaborazione con Addis Abeba sostituisce la «politica
periferica» di sovversione. Il che autorizza Corni a iniziare la sua
opera di disgregazione nelle regioni meridionali dell’impero
etiopico e spinge Zoli a compiere alcune retti che di con ne in
Dancalia e nel paese dei Cunama, che verranno contestate
dall’Etiopia.
All’inizio degli anni Trenta, dopo molti anni di incertezze e di
tentativi a vuoto, il regime dispone nalmente di un
programma coloniale su cientemente organico e degli uomini,
politici e militari, adatti a realizzarlo. Si tratta di un programma
di ispirazione sostanzialmente nazionalista, che tende ad
assicurare all’Italia un autentico impero coloniale, e che trova
consenzienti tanto i responsabili degli Esteri, come Grandi,
Guariglia, Guarnaschelli, che quelli delle Colonie, come De Bono,
Lessona, Colucci. Un programma che ricalca quelli antichi di
Colosimo e di Federzoni, con qualche aggiornamento e
correzione che tradiscono il radicalismo di Coppola, il tutto
disciplinato, temperato, strumentalizzato da Grandi e dagli
uomini della «carriera». Un programma che, per la prima volta,
prende in considerazione soprattutto l’Etiopia, la sua
occupazione integrale, ma che è palesemente irrealizzabile
senza il consenso della Francia e della Gran Bretagna. È questa
considerazione che spinge anche Guariglia, che pure è
responsabile di aver silurato le trattative Mussolini-
Beaumarchais del 1928-29, 52 a favorire un riavvicinamento
alla Francia, specie dopo le caute avances fatte a proposito
dell’Etiopia da Laval e da Flandin. «Io sono fermamente
convinto — scrive Guariglia a Grandi alla ne del luglio 1931 —
che se noi potessimo ottenere dalla Francia [...] la cessione
sostanziale di Gibuti e mano libera in Abissinia, nonché il
riconoscimento di speciali posizioni in Oriente, noi potremmo
senza alcuna esitazione giungere alla chiusura della questione
libica e alla liberazione della Tunisia dalla nostra ipoteca [...]. È
certo che l’Abissinia è il solo sbocco demogra co ed economico
che sia ancora aperto per noi. Per penetrarla occorrono denari —
per prenderla, probabilmente la guerra. Ma nulla si ha al mondo
senza sforzo e fatica. Se vogliamo l’Impero bisogna
guadagnarcelo». 53
All’inizio del 1932 Grandi autorizza il marchese Alberto
Theodoli, presidente della Commissione permanente dei
Mandati, a iniziare conversazioni u ciose con il segretario
generale del Quai d’Orsay, Philippe Berthelot. Ma sin dalle prime
battute appare chiaro, come ricorda Guariglia, che il governo
francese non è in grado «di fare all’Italia delle concessioni
veramente importanti quali Mussolini sperava [...] come la
cessione di una vera e propria colonia». 54 Né hanno fortuna le
conversazioni che Grandi ha con Herriot che, nel giugno,
succede a Laval. La responsabilità del mancato riavvicinamento
fra Italia e Francia viene attribuita da taluni alle manovre di
Berthelot, 55 da altri alla di denza di Mussolini. 56 Comunque,
non è soltanto perché Grandi si è spinto troppo avanti nelle
trattative con Parigi che il 20 luglio 1932 Mussolini lo congeda
bruscamente e riassume il dicastero degli Esteri. Al di là dei
contrasti personali fra i due uomini, 57 il vero motivo che
spinge il duce a riprendersi il portafogli è la convinzione, come
sottolinea De Felice, che la situazione europea sia «sul punto di
modi carsi radicalmente e di avviarsi quindi su dei binari assai
diversi da quelli lungo i quali si era mossa sino allora». 58
Dinanzi all’irresistibile ascesa di Hitler, che con il suo
accentuato revisionismo può rimettere in discussione l’intero
assetto dell’Europa, Mussolini prende le distanze tanto dalla
Francia che dalla Germania, convinto di poter fare una politica
assolutamente autonoma e marcatamente fascista, di poter
ottenere, con un’abile politica pendolare e alzando il prezzo della
sua alleanza con Francia e Inghilterra, i massimi risultati, tanto
in Europa che in Africa. L’avvio del nuovo corso della
diplomazia italiana — che ora è decisamente mussoliniana,
revanscistica e antiginevrina, e che porterà, come primo e etto,
alla rma del Patto a quattro del 15 luglio 1933 — coincide con
un più marcato interesse di Mussolini per l’Etiopia, con la
decisione di alimentare con ogni mezzo la sovversione
nell’impero abissino, con la preparazione dei primi progetti
aggressivi. La pace in Europa, che Mussolini con da di poter
assicurare per almeno un decennio con il Patto a quattro, deve
appunto fruttare all’Italia l’Etiopia, un compenso che oltretutto
non lede che marginalmente gli interessi francesi e inglesi e
nello stesso tempo non irrita i tedeschi, come invece sarebbe
accaduto se Mussolini avesse scelto come settore di espansione i
paesi lungo la linea Ciad-Camerun, patrocinato da ex
nazionalisti come Federzoni. Mentre l’Italia celebra il
«decennale» e la politica di Versailles sembra avviata al
tramonto, Mussolini si va persuadendo sempre più di poter
riuscire là dove ha fallito Crispi, di poter saldare il vecchio conto
di Adua, di poter nalmente mantenere la sua promessa
imperiale, e forse anche subito, se l’Europa sarà tanto
intelligente da capire il peso determinante della nuova Italia;
ma in ogni caso non più tardi del 1935, quando il riarmo sarà a
buon punto e così la preparazione psicologica del paese.

Il peso della propaganda.


La preparazione dell’opinione pubblica italiana al grande evento
precede senza alcun dubbio, e di molto, quella militare e persino
quella politica. Per molti aspetti si può sostenere che, per quanto
la macchina propagandistica del fascismo cominci a lavorare a
tutto regime a partire dal 1929 e raggiunga i toni più alti, quasi
ossessivi, dopo l’incidente di Ual Ual, è dall’inizio della dittatura
che si cerca di interessare gli italiani al problema delle colonie,
che ci si sforza di fornire una coscienza imperiale a un popolo
che avverte soltanto un confuso istinto espansionistico. Gli inizi
non sono facili, lo riconosce lo stesso Federzoni inaugurando
l’11 novembre 1923, nella capitale, il Museo coloniale: «È
innegabile che da noi, le colonie non sono amate; esse vivono
fuori dell’orizzonte spirituale della più grande parte degli
italiani, così nel mondo del pensiero come, e ancor più, in quello
dell’azione. Gli apostoli della fede coloniale, in Italia, se non
sono più guardati, come accadeva ancora pochi anni or sono,
quali incomprensibili maniaci, trovano pur sempre acca
rispondenza e rado seguito nell’opinione pubblica. In un
ambiente così freddo, distante e spesso ignaro, voi non potete
immaginare quali forze di resistenza e di inerzia debba superare
ogni iniziativa di governo o privata, e come in questa lotta si
consumi il fervore e si stanchi la perseveranza». 59
Ma soltanto cinque anni dopo, parlando alla Camera e al
Senato sul bilancio delle Colonie, lo stesso Federzoni si rivela
ottimista, annuncia che «la parola incitatrice di Benito
Mussolini ha compiuto anche questo prodigio, di fare amare
nalmente dai nostri connazionali l’idea coloniale»; e precisa
che la «propaganda ha ottenuto ripercussioni così vaste che
talvolta dovrebbero quasi preoccuparci. Prima ancora che siano
indetti i concorsi per le nuove immissioni nel ruolo coloniale [...]
la nostra gioventù più nobilmente ambiziosa e studiosa fa ressa
per entrarvi». E non per lo stipendio, che è «italianamente
modico», ma per «questa passione tutta nuova di servire la
Patria nelle sue terre lontane, che investe la generazione delle
giovani camicie nere». E anche se la propaganda coloniale,
coordinata dal «geniale amico Piero Bolzon», non ha ancora
scosso tutti, ad esempio gli «uomini d’a ari», e i mezzi a
disposizione sono ancora modesti, si può tuttavia sostenere,
conclude Federzoni, che l’Italia fascista «ha capovolto la
situazione nelle colonie». 60
Anche se il bilancio di Federzoni è eccessivamente
ottimistico, è indubbio che il regime si è impegnato a fondo con
tutta una serie di iniziative, che vanno dalla celebrazione di una
«Giornata Coloniale» alla distribuzione nelle scuole di opuscoli e
carte geogra che dei possedimenti italiani; dal potenziamento
dell’Istituto coloniale (che intanto ha assorbito le vecchie
Società di geogra a commerciale di Milano e la Società africana
di Napoli), ai corsi di cultura tenuti da africanisti di rilievo come
Conti Rossini, Nallino, Almagià, Mondaini, Ducati, Cesari; dal
rilancio di vecchie riviste, come «Africa», «L’Illustrazione
Coloniale», «L’Idea Coloniale», alla pubblicazione di nuove, come
«L’Oltremare», «L’Azione Coloniale», la «Rivista delle Colonie
Italiane»; dai congressi, convegni, cicli di conferenze alle mostre
d’arte coloniale, alle campagne di scavo a Sabratha, Leptis
Magna, Cirene, che tendono essenzialmente a sottolineare la
presenza in Africa della Roma imperiale; dalle crociere
mediterranee a quelle che raggiungono la lontana Somalia.
La prima di queste crociere, che si svolge nel settembre 1927
ed è diretta a Tripoli, coinvolge mille avanguardisti, inquadrati
dal console Diamanti, un personaggio che ritroveremo nel
gennaio 1936 a passo Uarieu, mentre porta, per imperizia, i suoi
uomini al macello. La crociera, come testimoniano i giornalisti
Luciano Folgore, Oreste Mosca, Ugo D’Andrea, che sono a bordo
della Cesare Battisti, non è soltanto uno strumento di
propaganda marinara e coloniale, ma un mezzo di «educazione
virile», una lezione di «stile», un invito a «vivere
pericolosamente». «Non ogni giovinetto sarà un proconsole
romano destinato ad ampliare l’impero italiano d’oltremare —
scrive Ugo D’Andrea —, ma ognuno conoscerà città e compagni
italiani e adunerà nuove sensazioni e avrà, subito dopo, più
vaste aspirazioni e più larghi orizzonti. E poi questo andare
inquadrati, questo marciare al passo, tenacemente,
appassionatamente, col piacere delle venture e dei destini
collettivi, potrà fare molto bene se la disciplina non sarà solo
formale». 61 Per i mille ragazzi sono dieci giorni di vita
esaltante, indimenticabile: il mare, una nave tutta per loro, la
proiezione a bordo di lm come Dux e Il Duce in Tripolitania, lo
sbarco a Tripoli nel giorno del Milud musulmano, le visite
all’oasi di Tagiura, all’ossario di Zarzur e alle rovine romane di
Sabratha Vulpia. E poi, al termine della crociera, il premio più
ambito: il duce li riceve nel cortile del Viminale. «Se penso che
tutto quello che ho visto e che ho goduto è per merito del grande
e potente Governo Fascista — scrive nel proprio diario Arturo
Botta — sento il dovere di promettere a me stesso che sarò un
avanguardista sempre fedele e devoto». 62
La propaganda del regime punta innanzitutto sulle più
giovani generazioni poiché può più facilmente plasmarle
attraverso la scuola, lo sport, le organizzazioni giovanili. La
funzione di indottrinamento della scuola, ad esempio, appare
determinante quando, a partire dal 1930, diventa obbligatorio
per tutte le scuole, pubbliche e private, il libro di Stato, stampato
in cinque milioni di esemplari per le sole elementari. La
massiccia operazione, che diventa inevitabile all’interno di una
concezione totalitaria del regime, accelera il processo di
formazione di quell’«uomo nuovo», di quell’«italiano nuovo»,
che Mussolini ritiene indispensabile al futuro imperiale del
paese. Una materia d’insegnamento come la storia, in modo
particolare, subisce di conseguenza, grazie alle manipolazioni di
Roberto Forges Davanzati, Roberto Paribeni, Alfonso Gallo, una
profonda alterazione. La storia romana, per cominciare, si rivela
uno splendido pretesto per esaltare i valori, le scelte, le
aspirazioni imperiali del fascismo. Da una visione
romanocentrica della storia si passa infatti con estrema
disinvoltura a una prospettiva italocentrica, nella quale l’Italia
fascista ha un ruolo di «naturale» padrona del Mediterraneo. Per
non parlare dell’impudenza con la quale si esalta il legame fra
risorgimento e fascismo, il ruolo decisivo dell’Italia nella guerra
mondiale, l’avvento del fascismo come una soluzione naturale e
inevitabile. 63
Oltre che a scuola, negli stadi, nelle palestre, al «campo
Dux», 64 l’«italiano nuovo» va costruito all’interno della
famiglia, che sarà patriarcale, gerarchica, autoritaria, e che si
asterrà da ogni pratica malthusiana perché, come ha
sottolineato Mussolini, «il numero è forza». In questo tipo di
famiglia precapitalistica, auspicata dal duce e resuscitata dal
codice Rocco, il ruolo della donna è perciò subalterno, essendo
stata sancita la sua «inferiorità spirituale e intellettuale, la sua
completa estraneità alla dimensione sociale e politica, la sua
insopprimibile vocazione al ruolo di casalinga e di madre». 65
Più che delle sue braccia, si ha bisogno dei suoi anchi per
combattere la denatalità e migliorare la razza, per raggiungere
quei «60 milioni di abitanti» senza i quali, come ha detto
Mussolini nel «discorso dell’Ascensione», «non si fa l’Impero».
Su questa corsa ai 60 milioni, alla guerra, all’espansione,
all’impero, il «Guerin Meschino» cerca di imbastire una satira,
ma il tono è troppo morbido, sa di autocensura:

Signore e signori, son chiari


gli avvisi che diè Mussolini:
alacre ciascuno prepari
la scorta degli italianini:
bisogna che prima dell’anno ’50
quaranta milion diventin sessanta!
Sessanta milioni! La Gran Proletaria
in ne, a suo modo, si fa milionaria. 66

Ma la campagna demogra ca non basta se continua


l’emorragia dell’emigrazione, soprattutto se transoceanica, cioè
de nitiva. «L’emigrazione permanente — scrive A. Fiorentino —
è, secondo noi, un male da combattere, specie da una nazione
che è conscia del suo posto nel mondo e che si è ridestata, per
merito del Fascismo, alla sua missione imperiale». 67 Con le tre
circolari del 1927 si assiste così a una svolta anche nella politica
migratoria del regime: mentre si tollera l’emigrazione
temporanea, per i suoi vantaggi economici, si giunge a vietare
quella permanente con una regolamentazione sempre più
restrittiva. La media annua degli espatri, che agli inizi del secolo
è sulle 500 mila unità e nei primi anni del fascismo è ancora
intorno alle 300 mila, cade così sotto le 100 mila negli anni
compresi fra il 1931 e il 1934. Contemporaneamente ci si sforza
di incanalare le correnti migratorie verso le colonie di diretto
dominio. «A ciò si giungerà — scrive Fiorentino, basandosi sulla
forza della retorica più che su quella dei dati reali — con una
metodica opera di propaganda e di persuasione fra i contadini,
specie della Sicilia e delle Calabrie, e mercé una serie di
provvedimenti economici, in gran parte già adottati dal
Governo, che faciliteranno l’acquisto e lo sfruttamento delle
terre demaniali, ossia di quasi tutta la super cie delle colonie.
Tutti sanno cosa abbiano saputo fare i nostri contadini in
Tunisia; non vi è nessun motivo perché la Libia non sia
restituita alla sua funzione di granaio di Roma». 68
Disponendo del controllo quasi assoluto dei mezzi di
informazione, il regime intraprende, a partire dal 1928, una
vasta campagna a favore delle colonie, coinvolgendo anche la
stampa quotidiana e utilizzando la rete radiofonica, che fra il
1929 e il 1934 conosce un grande sviluppo con l’attivazione di
nuove stazioni e con l’aumento delle ore di trasmissione. 69
Prendendo la parola l’8 aprile 1931, all’apertura dei lavori del I
Congresso di studi coloniali, il ministro De Bono riconosce
infatti che «si ha la fortuna di leggere quasi tutti i giorni in un
giornale degli articoli che in ogni modo risvegliano questa
coscienza coloniale [...] e nalmente hanno persuaso tutti
quanti che le colonie non sono un peso, ma sono un faro che
deve sempre rimanere acceso, ed è l’unico che veramente può
far pensare, e deve far pensare, all’avvenire e alla grandezza
della nostra Patria». 70
Che lo sforzo propagandistico sia di notevoli dimensioni lo
riconosce anche il governatore della Somalia, Guido Corni, ma
egli fa osservare che purtroppo la maggior parte degli articoli
non ha alcuna validità scienti ca e fa parte di una letteratura
amena che non è ancora riuscita a liberarsi «dai clichés
superatissimi della solita Africa zingaresco-chiromantico-
sentimentale». Decretando inoltre che «il romanzo coloniale ha
certamente fatto il suo tempo», invita gli scrittori a gettare a
mare «le scorie del passatismo coloniale romantico» e a
produrre «buoni libri coloniali, veri, esatti, utilmente
dilettevoli». 71 L’appello di Corni verrà raccolto, ma i risultati
saranno sul piano della qualità più che deludenti, nonostante
l’adesione quasi totale della cultura italiana alle direttive del
regime. In verità, se il concetto astratto di impero può colpire la
fantasia di un Ardengo So ci e spingerlo a ipotizzare un futuro
abbraccio fra impero fascista e cattolicesimo, 72 la meschina
realtà delle colonie italiane non riesce a ispirare che mediocri
giornalisti e prezzolati corifei. Quando il regime vorrà far
compiere agli studi coloniali un vero salto di qualità dovrà
creare, nel 1935, il Centro studi AOI e a darne la gestione alla
stessa Accademia d’Italia. 73
Comunque, nonostante alcuni intoppi, la macchina
propagandistica del regime riesce, nel primo decennio, se non
proprio a dirottare le correnti migratorie verso le colonie,
almeno a fermare l’attenzione dell’opinione pubblica su di esse e
sul loro imminente sviluppo, e a individuare, divulgare,
inculcare nelle masse i princìpi dell’imperialismo coloniale
fascista. Un imperialismo rozzo e brutale, dilettantesco e
improvvisato come quello che l’ha preceduto, in ritardo sul
tempo, che sbandiera miti vecchi e superati e che, come osserva
Zaghi, «nella sua essenza e nelle sue nalità non ha né lo slancio
culturale, e tanto meno le illusioni egualitarie, democratiche e
umanitarie di quello francese, né il pragmatismo e la duttilità di
quello britannico [...] e che ri etteva in pieno il carattere, gli
umori, la super cialità, lo scarso bagaglio culturale e ideologico
dell’uomo che l’ispirava e lo guidava». 74

1. Rodolfo Graziani, Ho difeso la patria, Garzanti, Milano 1948, p. 32.

2. Giovanni Amendola, La nuova democrazia. Discorsi politici (1919-1925), Ricciardi,


Milano-Napoli 1976, p. 133.

3. Ministero degli A ari Esteri, I documenti diplomatici italiani (d’ora innanzi: DDI),
Settima serie, vol. I, doc. 222.

4. Benito Mussolini, Ciò che rimane e ciò che verrà, «Il Popolo d’Italia», 13 novembre
1920.

5. Enrico Rocca, Le basi del partito fascista, ivi, 15 settembre 1921.

6. Giuseppe Bottai, Politica coloniale ardita, «L’Ardito», 23 ottobre 1920. Gli stessi
concetti anche in Pietro Gorgolini, Il fascismo nella vita italiana, Ed. Italianissima,
Torino 1922, p. 226.

7. Giampiero Carocci, Appunti sull’imperialismo fascista negli anni ’20, «Studi storici»,
gennaio-marzo 1967, p. 116.

8. «Il Popolo d’Italia», 9 maggio 1919.

9. Cit. in L’espansione coloniale, a cura di Paolo Orano, Pinciana, Roma 1936, p. 21.

10. Ivi, pp. 27-8.

11. Ennio Di Nolfo, Mussolini e la politica estera italiana (1919-1933), CEDAM, Padova
1960, p. 36.

12. DDI, I, doc. 2. Contarini a Sforza, 31 ottobre 1922.


13. Si veda, soprattutto: E. Di Nolfo, op. cit., pp. 39-98; G. Carocci, La politica estera
dell’Italia fascista (1925-1928), Laterza, Bari 1969, pp. 18-31; Ra aele Guariglia,
Ricordi. 1922-1946, Ed. scienti che italiane, Napoli 1949, pp. 7-36; Renzo De
Felice, Mussolini il duce, I, Gli anni del consenso (1929-1936), Einaudi, Torino 1974,
pp. 323-65; Giorgio Rumi, L’imperialismo fascista, Mursia, Milano 1974, pp. 31-54.

14. R. De Felice, op. cit., p. 346.

15. G. Rumi, op. cit., p. 45.

16. E Di Nolfo, op. cit., p. 5.

17. Celso Ulpiani, Presagi d’impero, Ed. Stella, S. Benedetto del Tronto 1937, p. 69.
Ideatore del «ruralismo», al quale Mussolini si ispirò, Ulpiani aveva rivendicato il
Camerun n dal 1919 in un saggio intitolalo Verso l’equatore.

18. DDI, IV, doc. 207. Tel. di Mussolini del 21 dicembre 1925 agli ambasciatori Della
Torretta, a Londra, e De Martino, a Washington.

19. Emilio Bodrero, Auspici d’impero, Cavenaghi e Pinelli, Milano 1925, p. 89.

20. B. Mussolini, Opera Omnia, a cura di E. e D. Susmel, Firenze 1952 sgg., vol. XXII,
pp. 66-7.

21. Francesco Coppola, L’idea imperiale della nazione italiana, «Politica», febbraio
1926.

22. «Il Popolo d’Italia», 21 marzo 1926.

23. Dal discorso pronunciato a Tripoli l’11 aprile 1926, cit. in Mario dei Gaslini,
Mussolini in Africa, Ed. Paladino, Mantova, s.d. (ma 1926), p. 33.

24. Ivi, p. 20.

25. Ivi, p. 29.

26. Ivi, p. 41.

27. Ivi, pp. 45-6.

28. Cit. in Gaetano Salvemini, Mussolini diplomatico, 1922-1932, Laterza, Bari 1952,
p. 151.
29. DDI, IV, doc. 298. Tel. del 17 aprile 1926.

30. B. Mussolini, Opera Omnia, cit., vol. XXII, pp. 151-2.

31. G. Bottai, Mussolini costruttore d’impero, Ed. Paladino, Mantova 1927, p. 7.

32. DDI, VII, doc. 487. De Cicco a Mussolini, 13 giugno 1929.

33. Ivi, V, doc. 275.

34. Ivi, VII, doc. 337. Paternò a Mussolini, 23 marzo 1929.

35. B. Mussolini, Discorso dell’Ascensione. Pronunciato il 26 maggio 1927 alla Camera


dei deputati, Libreria del Littorio, Roma 1927, p. 23.

36. Ivi, p. 72.

37. Augusto Turati, Fuori dell’ombra della mia vita. Dieci anni nel solco del fascismo,
Centro bresciano di iniziative culturali, Brescia 1973, p. 141.

38. R. De Felice, op. cit., p. 73.

39. Luigi Federzoni, Venti mesi di azione coloniale, Mondadori, Milano 1926, p. 63.

40. L. Federzoni, A.O. Il posto al sole, Zanichelli, Bologna 1936, pp. 153-4. Discorso del
21 maggio 1928.

41. Ivi, pp. 156-9. Discorso del 4 giugno 1928.

42. M. dei Gaslini, op. cit., p. 45. Alla ne del 1930 c’erano, in Tripolitania, 394
concessionari e 45 proprietari; 26 concessionari e 58 proprietari in Cirenaica.

43. G. Carocci, op. cit., p. 116.

44. Fame coloniale, «Echi e commenti», 25 giugno 1931.

45. Cit. in R. De Felice, op. cit., p. 374.

46. Ivi, p. 374. Relazione del 5 marzo 1931.

47. La ripartizione dell’Africa, «Gerarchia», luglio-agosto 1932.

48. DDI, VIII, doc. 116. Lettera del 27 ottobre 1929.

49. Archivio centrale dello Stato, Fondo Graziani (d’ora innanzi: ACS, Fondo Graziani),
1/2/2. Badoglio a Graziani, 20 giugno 1930.
50. Secondo fonti u ciose italiane i ribelli della Cirenaica caduti sul campo furono
6.450 dal 1923 al 1931. Per altre cifre e notizie si veda, in particolare, Giorgio
Rochat, La repressione della resistenza araba in Cirenaica nel 1930-31, nei documenti
dell’archivio Graziani, «Il Movimento di liberazione in Italia», n. 110, gennaio-
marzo 1973; e E. E. Evans Pritchard, The Sanusi of Cyrenaica, University Press,
Oxford 1949.

51. G. Rochat, op. cit., p. 19.

52. R. Guariglia, op. cit., p. 71. Scrive Guariglia: «Non ho nessun ritegno a confessare
di essere stato l’autore principale di questo misfatto».

53. ASMAE, Carte Lancellotti, c. 222, «Francia».

54. R. Guariglia, op. cit., p. 141.

55. Léon Noël, Les illusions de Stresa, Editions France-Empire, Paris 1975, p. 35.

56. R. Guariglia, op. cit., p. 144.

57. «Il vero motivo del congedo fu che Mussolini non si dava più di Grandi e ne era
geloso», sostengono Luigi Salvatorelli e Giovanni Mira (Storia d’Italia nel periodo
fascista, Einaudi, Torino 1964, p. 750). «I due uomini, pur prodigandosi adulazioni
da una parte e segni d’amicizia dall’altra — scrive Guariglia (op. cit., p. 63) —, in
realtà si odiavano e avevano una reciproca di denza».

58. R. De Felice, op. cit., p. 411.

59. L. Federzoni, Venti mesi di azione coloniale, cit., p. 163.

60. L. Federzoni, A.O. Il posto al sole, cit., pp. 154-6.

61. Opera Nazionale Balilla, La crociera mediterranea degli avanguardisti. Palazzo del
Viminale, Roma 1927, pp. 53-4.

62. Ivi, p. 128.

63. Giuseppe Ricuperati, La scuola italiana e il fascismo, Consorzio prov. pubblica


lettura, Bologna 1977, pp. 15-23. Si veda inoltre: Gianni Bertone, I gli d’Italia si
chiaman balilla, Guaraldi, Rimini-Firenze 1975.

64. Si veda Felice Fabrizio, Sport e fascismo, Guaraldi, Rimini-Firenze 1976.


65. Piero Meldini, Sposa e madre esemplare. Ideologia e politica della donna e della
famiglia durante il fascismo, Guaraldi, Rimini-Firenze 1975. p. 35. Si veda anche
Maria Antonietta Macciocchi, La donna «nera». Consenso femminile e fascismo,
Feltrinelli, Milano 1976.

66. Cit. in P. Meldini, op. cit., p. 88.

67. A. Fiorentino, Emigrazione transoceanica, Roma 1931, p. 148. Si veda anche Ze ro


Ciu oletti, Maurizio Degl’Innocenti, L’emigrazione nella storia d’Italia, 1868-1975,
Vallecchi, Firenze 1978, vol. II, pp. 97-204.

68. A. Fiorentino, op. cit., p. 158.

69. Si vedano Franco Monteleone, La radio italiana nel periodo fascista, Marsilio,
Padova 1976, e Philip V. Cannistraro, La fabbrica del consenso. Fascismo e mass
media, Laterza, Roma-Bari 1975.

70. «L’Oltremare», maggio 1931.

71. Guido Corni, Problemi coloniali, Tip. del «Popolo d’Italia», Milano 1933, pp. 169-
76. Anche il romanzo coloniale italiano, del resto, fu più che mediocre. Un autore
molto proli co fu Gino Mitrano Sani che, fra il 1926 e il 1933, pubblicò: ...e per i
solchi millenari delle carovaniere, La reclusa di Giarabub, Mariam Scioaitù, Femina
somala, Malati di sud.

72. Ardengo So ci, Intorno alla questione romana, «Il Selvaggio», n. 20, 1927.

73. Marinella Ferrarotto, L’Accademia d’Italia. Intellettuali e potere durante il fascismo,


Liguori, Napoli 1977, p. 38.

74. Carlo Zaghi, L’Africa nella coscienza europea e l’imperialismo italiano, Guida, Napoli
1973, p. 397.
II
L’Eritrea di Jacopo Gasparini

I veri e i falsi fascisti.


Ritornando in Eritrea pochi giorni dopo la marcia su Roma, il
futuro governatore della Somalia, Maurizio Rava, scopre
indignato che la colonia primogenita è nel più totale
abbandono; che Massaua, rasa al suolo dal terremoto l’anno
prima, è rimasta un cumulo di macerie; che, dopo la cessione di
Cassala, Cheren è morta; che gli indigeni, dopo trent’anni di
nostro dominio, dissodano ancora la terra con l’aratro a chiodo;
che i governi liberaldemocratici non hanno «mai intrapreso
boni che, e che giacciono incolti centinaia di migliaia di ettari e
scivolano via — sperse per noi, preziose agli inglesi — le acque
dei nostri umi, oltre frontiera, a ingrassare le terre d’altri».
Dopo aver elencato, con parole ora ironiche ora s duciate, altri
guai e altre calamità, Rava conclude: «L’Eritrea non progredisce,
non vive, vegeta appena, e neppure più, tra poco — se non si
rimedi energicamente — respirerà». 1
Ma ciò che è addirittura insopportabile, osserva Rava, è che la
maggioranza dei funzionari coloniali si è ormai persuasa che
«siamo tollerati in Eritrea, quasi fossimo in paese non nostro», e
che di tale opinione sono anche gli eritrei più evoluti. «Oggi
l’indigeno che s’a retta a rotolar di sella quando si imbatta in
un qualsiasi degiac, o taurari, o anche prete copto — nota
scandalizzato Rava — neppure si scansa imbattendosi in un
bianco; e siamo giunti a tale punto, che è capace di non salutare
il commissario incontrandolo per via». 2
Questo quadro, già fosco, è reso ancora più cupo da alcune
annotazioni del nuovo ministro delle Colonie, il nazionalista
Luigi Federzoni: «Una sempre maggior baldanza dell’elemento
etiopico d’oltre con ne osava a acciare una sorta di assurdo
irredentismo verso i nostri territori. Ad Asmara governava “pro
forma” un eccellente signore, un esemplare cittadino, persona
sotto ogni aspetto degnissima, che peraltro non aveva mai
ricevuto alcun appoggio, alcun e cace sussidio di mezzi
materiali e morali da parte del Governo centrale. Che più? Alla
crisi politica ed economica si aggiungeva, per demolire
interamente l’autorità dell’Italia dinnanzi alle popolazioni
indigene, un intollerabile sfregio: la parodia del movimento
fascista. Dalle loggie massoniche, che avevano sempre
spadroneggiato in Eritrea, e che da alcuni anni vi erano
divenute quasi onnipotenti, era saltata fuori, alla vigila della
Marcia su Roma, la caricatura dello squadrismo fascista». 3
Vale la pena di so ermarsi su questo episodio, peraltro assai
poco noto, non soltanto perché è un esempio insigne di
camaleontismo, ma perché ha posto il fascismo, appena giunto
al potere, nel rischio di incappare nella sua prima vertenza
internazionale. Federzoni e altri autori 4 sostengono che il
primo fascio eritreo sia nato con sorprendente tempestività nei
giorni della marcia su Roma e che a fondarlo siano stati
venerabili e fratelli delle locali logge massoniche. Il fatto è
verosimile, tenuto conto che in un primo tempo la massoneria
sembrava disposta a favorire, dopo l’impresa umana, anche
l’avventura fascista. 5 Comunque, siano o no in origine
massoni, i primi fascisti dell’Eritrea tentano una «marcia su
Asmara», s dano ed esautorano il governatore Cerrina Feroni
(noto per la sua onestà ma anche per la sua scarsa energia),
spalleggiati in questa prima fase dallo stesso Federzoni, 6 il
quale coglie l’occasione per porre in cattiva luce l’alto
funzionario del vecchio regime. Questo particolare,
ovviamente, Federzoni lo cela nelle sue ricostruzioni postume. E
invece pone l’accento sulla seconda fase, quella repressiva, che
vede lo smantellamento del fascio eritreo. Il voltafaccia di
Federzoni ha almeno due spiegazioni: la messa al bando della
massoneria decisa da Mussolini e gli eccessi dei fascisti eritrei, i
loro discorsi go amente imperiali, che mettono in allarme le
autorità etiopiche.
L’11 dicembre 1922, infatti, in un lungo e accorato
telegramma a Mussolini, il ministro ad Addis Abeba Renato
Piacentini annuncia fra l’altro: «Mi viene trasmesso da Asmara il
numero unico pubblicato dal Fascio Eritrea dieci novembre
contenente programma del fascismo Eritreo. Senza entrare nella
questione non di mia competenza ed interesse il numero unico
deplora debolezza vari governi Eritrea nel non aver saputo e
voluto occupare Etiopia. Tale a ermazione è antitetica con
dichiarazioni di V. E. esposte nel comunicato pubblicato dal
Sottosegretario di Stato Presidenza del Consiglio 16 novembre
scorso: “Caposaldo fondamentale nostra azione politica Africa
Orientale resta mantenimento rigoroso integrità Etiopia”,
dichiarazione che ha prodotto presso questo Governo e presso
tutti i grandi Capi più simpatica e più felice impressione». 7 A
Roma si cerca di correre subito ai ripari. Mentre il
sottosegretario agli Esteri Vassallo invita Piacentini a
tranquillizzare il governo etiopico «facendo comprendere che
nota a ermazione contenuta programma fascio eritreo è priva
qualsiasi importanza politica», 8 Federzoni invia in colonia il
sottosegretario Marchi con l’incarico di bloccare le polemiche
antietiopiche e di sedare gli eccessi imperialistici.
Dalle indagini di Francesco Marchi risulta subito chiaramente
che gli scalmanati, prima ancora di essere fascisti o massoni,
sono degli avventurieri, venuti in colonia in cerca di rapidi
guadagni e convinti di poter ottenere, dal nuovo ed energico
regime, una svolta politica traducibile in noli, in forniture
belliche, in a ari di ogni genere. Di questi personaggi, come si
ricorderà, ne abbiamo sempre incontrati dal 1885 in poi: pronti
a suggerire la maniera forte con gli indigeni, a privilegiare «la
politica periferica» con i capi etiopici, a ricordare i bei tempi di
Saletta, Di San Marzano, Baratieri e Baldissera quando il porto di
Massaua era pieno di navi e ci si arricchiva in una stagione. Ma il
loro torto è di essere questa volta troppo in anticipo. Il fascismo,
appena giunto al potere con metodi violenti, non è pronto per
nuove avventure e cerca anzi patenti di rispettabilità.
Presa visione della situazione, il governo di Roma decide di
neutralizzare gli elementi più turbolenti e, nello stesso tempo,
di liquidare Cerrina Feroni che non è riuscito a domarli. A
sostituirlo viene inviato in Eritrea il trevigiano Jacopo
Gasparini, un vecchio coloniale che abbiamo già incontrato in
Somalia, fra il 1910 e il 1919, prima come funzionario poi come
segretario generale. «Egli non ebbe bisogno di prendere misure
severe — ricorda Federzoni —. Bastarono la sua autorevolezza, la
sua serenità, la precisione dei suoi criteri, la ducia che egli
nuovamente infuse nei migliori, il timore che egli
immediatamente produsse nei malvagi. Con dieci o dodici
espulsioni dalla colonia, il malanno fu guarito. Tutti i
connazionali che erano stati fuorviati dai cattivi pastori
rientrarono docilmente nell’ordine, e in Eritrea si cominciò a
rispettare la legge, a credere nella forza salutare di Roma e a
lavorare alacremente per la prosperità della colonia e per la
grandezza della Patria». 9
In Eritrea torna dunque l’ordine ma la colonia, a di erenza
della Somalia che dall’ottobre 1923 passa sotto il personale
controllo del quadrumviro De Vecchi, sfugge per lungo tempo al
processo di fascistizzazione. «Fu soltanto nei primi mesi del
1928 — precisa Renzo Martinelli — che la parola Fascismo prese
un senso in Colonia. Un fervidissimo credente, una “camicia
nera” arrivata nei ranghi quando ancora i ranghi si formavano
in ordine di battaglia, Guido Cortese, fu quegli che gettò la
nuova sementa nel solco insterilito e ne fece germogliare la
mirabile pianta». 10
In realtà Gasparini, che si trova sulle spalle una colonia
sull’orlo del collasso, ha ben altro a cui pensare che la
fondazione dei fasci. Forse tra i migliori funzionari del periodo
giolittiano, buon agricoltore (possiede in provincia di Treviso
un’azienda all’avanguardia), politico avveduto anche se con una
marcata inclinazione per le trame segrete, egli si sforza, nei
cinque anni del suo governatorato, di ricostruire Massaua,
rinnovare le strutture della colonia, dare impulso alla languente
economia, sapendo di non poter contare troppo sui contributi
nanziari del governo centrale. Ma più che i problemi
economici, lo interessano, anzi lo a ascinano, quelli politici.
Durante il suo governatorato, come vedremo più avanti, egli
riprende i contatti con i capi dell’Etiopia nord-occidentale,
cercando di rinverdire, dopo una pausa di trent’anni e anche se
con metodi più accorti, la politica periferica degli Orero, dei
Gandol e dei Baratieri. Ma Gasparini è più ambizioso (e più
fortunato) dei suoi predecessori. Egli non guarda soltanto
all’Etiopia. Guarda allo Yemen, che fronteggia l’Eritrea, al di là
del Mar Rosso: una terra sconosciuta, quasi impenetrabile, con
la quale l’Italia non ha ancora stretto relazioni e dalla quale
giungono purtuttavia in colonia molti giovani per arruolarsi fra
gli ascari. Riprendendo il vago programma di Martini, Sonnino e
Di San Giuliano, e inserendolo nella tendenza imperialistica del
nuovo Stato fascista, inaugura dal suo scrittoio di Asmara una
politica yemenita che in un primo tempo sarà coronata dal
successo e che qualche volta egli porterà avanti, come vedremo,
forzando le consegne di Roma.
Convinto che Mussolini non si limiterà a intimorire i greci
bombardando Corfù, ma riprenderà un giorno anche
l’ambizioso disegno di Crispi, Gasparini intuisce che
l’importanza politica e strategica dell’Eritrea è destinata a
crescere. E poiché, come bene ha osservato Roberto Cantalupo,
«la passione africana di Gasparini era in realtà la sola della sua
vita», a volte egli pensa l’Eritrea come il centro del mondo.
«Osava per no a ettare una su ciente ironia, nei confronti di
qualsiasi problema politico che non si riportasse all’Africa — ha
scritto ancora Cantalupo in occasione della sua scomparsa nel
1941 —. Il suo mondo completo era il Continente Nero che egli
considerava come il centro intorno a cui si svolge la vita di tutto
il resto della super cie terrestre, resto che però era secondario...
Settarismo talora commovente, talora fastidioso, sempre
inaccettabile: ora capisco che era il segno della sua
predestinazione: amava la terra in cui aveva passato quasi tutta
la sua vita, perché era la terra in cui sarebbe stato sepolto». 11
Gasparini è anche l’ultimo governatore dell’Eritrea a praticare
la cosiddetta «politica degli indigeni», una tattica di governo
cara alla vecchia Italia prefascista e che verrà ripudiata dalle
giovani generazioni come indecorosa e ine ciente.
Aldobrandino Malvezzi, che di questa politica è uno dei teorici,
così ne sintetizza le caratteristiche e i meriti: «Sporadicamente e
impulsivamente terribili e talvolta eccessivi nell’ira, gl’Italiani
in circostanze normali dimostrano tanta possibilità di
tolleranza, tale larghezza di spirito e una così meravigliosa
facoltà di adattamento, da sapere facilmente trovare la
soluzione di quegli in niti problemi che fa nascere la necessità
di convivenza di razze diversissime fra di loro e che per altri
popoli sembrano insormontabili. L’Inglese ha contro di sé
l’istintiva, sica ripugnanza per l’uomo di colore, il Francese
vuole troppo conformare altrui alla propria somiglianza;
l’Italiano vive e lascia vivere, non ha né fobie, né preconcetti, né
fanatismi, né spirito missionario, né mania di proselitismo». 12
Senza giungere ad adottare il sistema dell’indirect rule,
Gasparini punta molto sui capi e i notabili indigeni, li premia, li
blandisce, li ammette alla mensa governatoriale, li vuole in
prima la, durante le cerimonie u ciali, accanto alle autorità
metropolitane. Disposizioni che verranno subito abolite dal suo
successore, Corrado Zoli, in considerazione «dell’igiene e
dell’olfatto» e «nell’intento di ricondurre le popolazioni
indigene a quel giusto senso del loro posto naturale». 13 Più
sostanzialmente Gasparini si adopera per dare agli eritrei la più
solenne conferma dell’intangibilità delle loro terre
dell’altopiano, e infatti il regio decreto n. 269 del 7 febbraio
1926 risente dei suoi suggerimenti, limitando la colonizzazione
bianca alle terre dei bassopiani orientale e occidentale della
colonia. 14 A chi lo critica per questa sua politica, i cui cardini
sono la psicologia e una diplomazia levantina, egli risponde:
«Sappiamo farla tutti la politica energica, ora che abbiamo alle
spalle un governo e un’Italia forti: ma io ho lavorato per venti
anni avendo alle spalle governi deboli e un’Italia che non voleva
noie». 15 Gli è perciò di cile adeguarsi alle nuove concezioni;
ma lo fa, anche se lentamente, prova ne sia che durante i suoi
cinque anni di governo non mancano gli attriti con le
popolazioni indigene e un centinaio di eritrei scon na per
evitare il carcere e va a ingrossare quel nucleo di fuorusciti che
vive e si agita nella compiacente Addis Abeba. 16
Ma che in Eritrea si usi il paternalismo della defunta
liberaldemocrazia o il pugno di ferro del nuovo regime fascista
gli e etti, sulla distanza, non cambiano. Negli anni Venti, in
Eritrea, come nel resto dell’Africa, si avverte un risveglio delle
coscienze che viene segnalato anche dal ministro delle Colonie,
Pietro Lanza di Scalea: «Avviene in Eritrea un fenomeno che
bisogna esaminare con molto interesse spirituale, con grande
amore. L’Eritreo si va giorno per giorno individualizzando; si
distacca dalla razza dei popoli che l’attorniano, si sente ero di
essere glio dell’Italia. È un fenomeno singolare che ritengo in
gran parte derivi da un attaccamento speci co di quelle forti
popolazioni che tanto sangue generoso hanno dato alla causa
legittima dell’espansione italiana. Certo è che l’Eritrea si va man
mano formando una coscienza che direi quasi nazionale, che
potrà essere un baluardo sicuro per l’avvenire della nostra
colonia». 17 Lanza di Scalea individua acutamente un
fenomeno che, proprio oggi, a cinquant’anni dagli avvenimenti
che stiamo narrando, sta provocando le sue manifestazioni
conclusive e forse la nascita di una nuova nazione. Ma là dove
egli sbaglia è nel credere che la coscienza nazionale degli eritrei
si sviluppi grazie all’Italia e non a causa dell’Italia, in amore
all’Italia e non in odio a essa. Lo vedremo fra un decennio,
quando interi battaglioni di eritrei diserteranno, faranno causa
comune con gli etiopici e preferiranno la morte o l’esilio
all’antica collaborazione con l’Italia colonialista.

Il miraggio di Tessenei.
Giunto in Eritrea alla ne del maggio 1923, Gasparini compie
un minuzioso sopralluogo nella colonia e subito dà inizio ai
lavori più urgenti. Fra questi c’è la ricostruzione della città e del
porto di Massaua distrutti per l’80% nei due sismi dell’agosto e
del settembre 1921. «Dopo circa 40 anni di occupazione —
scrive Guido Corni, il futuro governatore della Somalia, che agli
inizi del 1923 è in Eritrea per prendere parte a una spedizione
nel paese dei Cunama — il porto di Massaua non appariva allora
molto diverso dai soliti porti africani; e la città si presentava
ancora con tutti i segni dei gravi danni recati dal terremoto del
1921. Tra le rovine, gli indigeni, nella loro indolenza fatalistica,
si venivano adattando nei modi più bizzarri e primitivi; mentre
le poche centinaia di europei rimasti si rifugiavano in baracche,
nell’attesa, sino allora vana, di un piano organico di
ricostruzione». 18 In realtà, c’è tutto da rifare. Delle vecchie case
arabo-egizie è rimasto in piedi soltanto il bianco Serraglio. Le
banchine del porto, già insu cienti, sono sprofondate, e il mare
all’alta marea invade le strade.
Con i 52 milioni che Roma gli mette a disposizione durante il
suo governatorato, Gasparini ricostruisce e amplia Massaua,
secondo criteri antisismici e le linee di un moderno piano
regolatore. Dove una volta si assiepavano casupole malsane
vengono ora costruiti il lungomare Umberto I e le nuove
banchine, i magazzini doganali, il palazzo della Banca d’Italia,
gli edi ci delle compagnie di navigazione, le Poste, l’albergo
Savoia, destinato a diventare il più importante centro d’incontro
della città. Presentando il bilancio delle Colonie, il 21 maggio
1928, il ministro Federzoni può perciò annunciare: «Massaua è
diventata il più interessante centro politico e commerciale di
tutto il Mar Rosso, focolare di utili e paci che in uenze su
l’opposta sponda». 19 Non mancano tuttavia le critiche: «Chi
mise mano alla ricostruzione di Massaua — scrive Renzo
Martinelli — non seppe che rifarla tutta sul vecchio
gurino». 20 E Giannino Marescalchi: «La città è risorta con
criteri molto opportuni di igiene, di ordine, ma gli architetti
hanno spesso sentito il colore locale in funzione più di
coreogra a che di utilità. E così capita di vedere accanto alle
bellissime case Batoc, con verandine di legno a musciarabia e
una varietà di ornati quanto mai suggestivi e rispondenti a un
preciso scopo, una bruttissima casa con archi e fronzoli di
cemento: l’Oriente visto da un architetto oreale». 21
Ma a Gasparini interessano i fatti, le cifre, e questi parlano
chiaro: Massaua è in ripresa e il porto non ha mai visto tante
navi. Anche perché, contemporaneamente alla ricostruzione
della città, il governatore ha provveduto a migliorare le vie di
comunicazione della colonia, agevolando soprattutto i tra ci
da e per l’Etiopia nord-occidentale e il Sudan anglo-egiziano. Il
tra co carovaniero, grazie all’accorta propaganda che Gasparini
fa svolgere in Abissinia dalle agenzie commerciali, passa da un
valore globale di 53 milioni di lire nel 1922 a 119 milioni nel
1925 e a 128 milioni l’anno successivo. Gasparini porta anche a
compimento il tratto di ferrovia Cheren-Agordat, di 86
chilometri, e imposta il primo tronco della Agordat-Tessenei,
che dovrebbe poi prolungarsi no a Om Ager e al con ne
etiopico. Ma la ferrovia si fermerà irrimediabilmente a Biscia, a
soli 37 chilometri da Agordat, nonostante le ottimistiche
previsioni fornite dal ministro Federzoni nel 1928. Per motivi di
bilancio, il fascismo interrompe così l’ambizioso progetto, caro
ai vecchi coloniali, di una ferrovia Massaua-Gondar-lago Tana,
che avrebbe dovuto far concorrenza alla Gibuti-Addis Abeba e
alla costruenda Port Sudan-Cassala-Ghedaref-Gallabat. Ma su
questa rinunzia del regime e sulla rabbiosa battaglia di De Bono
per contrastarla, torneremo più avanti.
Per far decollare una colonia come l’Eritrea, però, ci vuol altro
che una ferrovia, qualche opera pubblica e la passione di un
governatore. Per quanto Federzoni faccia «appello insistente
all’ardimento e all’iniziativa del capitale nazionale», 22 gli
industriali, se si fa eccezione per qualche investimento nelle
saline di Massaua, Uachiro e Assab, continuano a ignorare la
colonia. Né si può contare sull’agricoltura, nonostante i
benemeriti u ci agrari, i servizi tosanitari, i vivai e i campi
sperimentali, l’Istituto siero-vaccinogeno. Armando Maugini,
direttore dell’Istituto agricolo coloniale di Firenze, la cui
devozione al regime non gli impedisce tuttavia di dire la verità,
scrive: «L’Eritrea è paese tormentato da un clima caldo e
asciutto, capricciosissimo, che rende molto incerti i prodotti del
suolo. Ciò che nei confronti dell’economia della colonia si
traduce in risorse povere e in oscillazioni rilevanti fra annate
buone e periodi di mancati raccolti, fra benessere e miseria». 23
In e etti per cinque anni di seguito, dal 1927 al 1932, le
cavallette devastano i raccolti, e la produzione del grano, ad
esempio, cala dai 62 mila quintali del 1926 ai 5 mila del 1927,
come dire il raccolto di una sola grossa azienda della valle
padana. E analogo crollo subiscono l’orzo, la dura, il granoturco,
il ta , costringendo il governo centrale a inviare d’urgenza in
Eritrea grossi quantitativi di cereali per scongiurarvi la fame, e
obbligando, come testimonia Baldrati, direttore dell’u cio
agrario sperimentale, «tutti i concessionari a contrarre debiti,
tanto più onerosi e insopportabili, in quanto nessuna
disposizione favorevole era mai stata presa a favore
dell’agricoltura». 24 Questo spiega come, a quasi cinquant’anni
dallo sbarco di Saletta a Massaua, le proprietà e le concessioni di
italiani non siano che 162 per l’irrisoria estensione di 6.303
ettari. 25 Nonostante questi risultati, l’annosa polemica sulla
colonizzazione bianca si riaccende di tanto in tanto, e mentre il
ministro Lanza di Scalea si rallegra che la politica delle
concessioni abbia fatto il suo tempo, 26 il governatore della
Somalia, Corni, assicura che «nel mediopiano e nell’altopiano
Eritreo [...] vi è certamente posto per molte migliaia di coloni
italiani» e ciò può contribuire «alla soluzione del problema
demogra co in misura forse maggiore di quanto non possa
credersi ad un esame super ciale». 27
Anche nel campo agricolo, Gasparini, indubbiamente più
esperto del quadrumviro De Vecchi e di Luigi di Savoia, che in
Somalia stanno ultimando le grandi opere di valorizzazione
agraria di Genale e del Villaggio Duca degli Abruzzi, vuole
lasciare la sua impronta personale. E lo fa riesumando un
vecchio progetto del 1905, elaborato dall’ingegner Nicola
Coletta su invito dell’allora governatore Ferdinando Martini. Il
progetto, poi perfezionato dagli ingegneri Nobile e Avetrani nel
1907, prevedeva lo sbarramento del ume Gasc alla stretta di
Togolel e la boni ca e l’irrigazione di 15 mila ettari della pianura
di Tessenei, una località quasi al con ne con il Sudan, a sessanta
chilometri da Cassala.
Ricevuta l’autorizzazione da Roma, Gasparini dà il via ai
lavori prima della ne del 1923. Vengono reclutate migliaia di
indigeni: Bileni, Mària, Cunama, At Mariam, At Tacles Baria,
Tacruri, abissini, yemeniti, sudanesi. La regione, più che
inospitale, è un inferno. «Alle avversità del suolo — scrive
Marescalchi — si aggiungevano quelle del clima: la malaria
decimava gli operai indigeni, alieni da qualsiasi pratica
pro lattica. Venivano a frotte, baldanzosi; ripartivano dopo
qualche tempo s niti dalla febbre. “Da dove vieni?”. “Senèi.”
rispondevano con un l di voce, abbreviando com’è loro
consuetudine il nome di Tessenei». 28 Ma, anche se fra molte
di coltà, i lavori procedono. Dopo la costruzione della diga,
lunga 153 metri, si procede al disboscamento della piana e poi al
suo dissodamento e in ne alla sistemazione irrigua dei terreni,
mentre ai margini del comprensorio di boni ca sorgono dal
nulla otto villaggi.
Avviati i lavori, Gasparini deve però risolvere due grossi
problemi: trovare un accordo con gli inglesi per l’uso delle acque
del Gasc e reperire in Italia capitalisti e gruppi nanziari
interessati alla concessione dei terreni. Il primo ostacolo viene
facilmente superato: il 12 dicembre 1924 Gasparini è a
Khartoum e pone la sua rma sull’accordo accanto a quella di
Wasey Sterry, reggente il governo generale del Sudan. L’appello
rivolto al capitale italiano non dà invece alcun risultato,
nonostante le condizioni di estremo favore. Gasparini è così
costretto a continuare i lavori iniziati, accingendosi anche alla
trasformazione e alla messa a coltura dei terreni. Nel 1926
vengono coltivati a cotone 700 ettari e altri 300 a dura. L’anno
successivo la super cie coltivata a cotone viene raddoppiata. Ma
tanto nel 1927 che nel 1928 alcuni nubifragi provocano
straripamenti del Gasc e rovine nel comprensorio di boni ca.
Mentre le frettolose riparazioni ingoiano altri milioni. Con
pesante ironia, scrive il giornalista Martinelli: «Si parla spesso in
Italia dell’impresa di Tessenei. Magni che serie di fotogra e ci
mostrano dighe e canali: opere senza dubbio bellissime anche
dal punto di vista panoramico. Ma, visto il quadro, è necessario
metter gli occhi sui libri di contabilità. Entro l’anno 1930
l’Azienda di Tessenei avrà bisogno di altri tre milioni di lire per
riparare ai danni che in questi ultimi venti mesi ha so erto. Per
realizzare circa tremila ettari di terreno coltivabile, si saranno
così spesi, in totale, dai trentacinque ai trentasei milioni di
lire». 29
La cifra è colossale. Più di tre volte le entrate ordinarie della
colonia. E per di più, nel 1926 e nel 1928, le coltivazioni
vengono attaccate dall’Heliothrips indicus e il prodotto è
dimezzato. Ma non basta. Quando il Gasc non straripa, sono le
cavallette a portare la rovina. E per nire, nel 1928, la crisi
mondiale del cotone fa crollare i prezzi, rendendo ancora più
pesante il passivo dell’azienda. Ma il fascismo, che punta su
Tessenei per motivi di prestigio, non bada alle spese. E per
sottolineare l’importanza dell’impresa a da a Umberto di
Savoia l’incarico di inaugurarla. Di questa cerimonia, svoltasi il
13 febbraio 1928, è rimasta traccia in un’epigrafe, che dice:

Qua tumidus vaga praecipitavit fulminea Gascis


Desertis jam nunc ariditate locis
Ultro foecundum dat vitam aes italium et robur
Faustum omen Felix omnibus his operis
Visens regius Umbertus Sabaudius haeres
Praebuit Augustum nomen ad Aeva Suum. 30

Quattro mesi dopo l’inaugurazione di Tessenei, Gasparini


termina il suo mandato e lascia la colonia. Ma oramai l’esistenza
del governatore è legata all’impresa sul Gasc. Egli non può
abbandonare questa sua creatura che i suoi successori si
ri utano di nanziare, questa cattedrale nel deserto che ingoia
milioni e non fornisce che poche migliaia di quintali di cotone.
Tornato in Italia, si sforza quindi di trovare quei capitali che non
era stato in grado di ottenere nel 1924. E ci riesce perché, ora
che lo Stato fascista ha nanziato a fondo perduto l’intera opera
di boni ca, il rischio per chi subentra nella gestione è minimo. Il
1° luglio 1931 Tessenei passa quindi in concessione alla Società
imprese africane, il cui presidente, ovviamente, è il senatore
Jacopo Gasparini. Da allora, per dieci anni, egli farà la spola fra
Treviso e Tessenei, all’apparenza assorbito esclusivamente dai
suoi a ari, 31 ma segretamente con mansioni di governatore-
ombra della colonia e di animatore della più e ciente centrale
di spionaggio ai danni dell’Etiopia.

La missione Malladra.
Per Tessenei Gasparini s derà anche le critiche e da Tessenei
non se ne andrà che nel 1941, sotto l’incalzare dei carri armati
inglesi; eppure c’è qualcosa che Gasparini ama più di Tessenei:
la politica, il suo modo di far politica, come abbiamo già detto.
Quando giunge in colonia, a metà del 1923, la consegna, nei
confronti dell’Etiopia, resta quella enunciata da Mussolini nel
novembre 1922: «Caposaldo fondamentale della nostra azione
politica nell’Africa Orientale resta il mantenimento rigoroso
dell’integrità dell’Etiopia, con la quale intendiamo promuovere
così attraverso l’Eritrea come attraverso la Somalia i più intensi
e fecondi rapporti commerciali». 32 Una consegna che sembra
confermata da due avvenimenti sui quali torneremo più avanti:
l’ammissione dell’Etiopia alla Società delle Nazioni, votata, dopo
un no iniziale, dall’Italia, e il viaggio in Europa, con tappa a
Roma, del reggente Tafari Maconnen.
Come ricorda Guariglia, in base alle disposizioni ricevute,
Gasparini «aveva cominciato una intelligente azione di
avvicinamento al governo di Addis Abeba, e se ne riprometteva
una feconda collaborazione economica». 33 Abbiamo visto,
infatti, come abbia favorito il tra co carovaniero da e per
l’Etiopia e come abbia aperto Tessenei a lavoratori di ogni razza,
abissini compresi. Ma contemporaneamente Gasparini pratica
anche la politica periferica, secondo la miglior tradizione dei
governatori dell’Eritrea. Tuttavia, a di erenza di Orero e di
Gandol , che prediligevano le mosse plateali, Gasparini agisce
di nascosto, qualche volta anche di Roma. È dal 1924 che, in
collaborazione con un gruppo di funzionari formatisi nel
periodo giolittiano e fra i quali eccellono Alberto Pollera e Luigi
Talamonti, egli perfeziona quel servizio di informazioni
sull’Etiopia, che dal 1918 è una prerogativa del governatore. Le
fonti che Gasparini utilizza sono essenzialmente tre: le
con denze dei capi etiopici, specie durante i non infrequenti
transiti da Asmara; le informazioni fornite da esploratori e
viaggiatori italiani; le notizie portate da informatori indigeni, in
genere commercianti oppure abissini che hanno servito come
ascari nell’esercito italiano.
Fra gli informatori di qualità, Gasparini predilige il degiac
Garasellasie Barya-Gaber, un vecchio amico dell’Italia, posto a
capo di una parte del Tigrè da Menelik n dal 1902 e poi
confermato nel comando di Adua da ras Tafari. In realtà
Garasellasie, che è stato no al 1896 u ciale nell’esercito italo-
eritreo, è, più che un informatore prezioso, un partigiano
dell’Italia. Accompagnando, ad esempio, nel 1924 ras Tafari nel
suo viaggio in Europa egli fa di tutto per sottrarlo all’in uenza
dei francesi e sarà da costoro dipinto «come venduto agli
italiani». 34 Non deve sorprendere, quindi, se Gasparini
rivelerà, nella seduta del Comitato interministeriale del 19
ottobre 1926, che Garasellasie è il più attendibile informatore
«sulla e cienza militare di ciascuno dei capi e sul loro
atteggiamento politico». 35 Ma Gasparini, nei suoi contatti, non
si ferma al con nante Tigrè. Seppure meno fruttuosi, ha
rapporti con ras Hailù Tecla Haimanot del Goggiam, con ras
Gugsa Oliè del Beghemeder e con il degiac Ajaleu Burrù
dell’Uogherà. Tre capi che negli anni Trenta o si ribelleranno al
governo di Addis Abeba oppure tradiranno il loro paese.
Né meno utili, ai ni di tracciare un quadro il più possibile
esatto di quell’universo che si chiama Etiopia, sono gli italiani,
esploratori o viaggiatori di diporto, che ottengono il consenso di
viaggiare in Abissinia lontano dalle strade più battute. Nel
1923, ad esempio, la missione Corni-Calciati-Bracciani, che si
gloria di de nirsi la «prima spedizione fascista dopo l’avvento
del Fascismo al governo», 36 si spinge nel paese dei Cunama,
aggiudicato all’Italia con la convenzione di frontiera del 10
luglio 1900, ma in gran parte inesplorato e non presidiato per
non creare contestazioni con l’Etiopia. «Al Governo di Roma —
riferisce Corni — interessavano in modo particolare i rilievi
topogra ci corredati da esatte informazioni su tutta la zona
compresa tra il Gasc e il Setit a est di Giarabà». 37 La missione
compie tutti i rilievi necessari, preparando così
quell’occupazione militare che si realizzerà sei anni dopo e che
creerà tante preoccupazioni ad Adua e ad Addis Abeba.
Un personaggio che viene utilizzato in maniera costante è
l’esploratore e geologo Tullio Pastore, che è stato amico di
Menelik ed è certo fra i migliori conoscitori del complesso
mondo abissino. «Nel 1924 fui avvicinato dal capitano
Malladra, poi diventato generale, e pregato di una missione
particolarmente delicata — confessa Pastore —. Nei miei viaggi
annuali in Etiopia, alla ricerca di minerali, avrei dovuto fare
tutti i rilievi possibili intorno ai umi che tagliano e difendono
l’altopiano etiopico: misurare la quantità d’acqua nei periodi di
magra e di piena, indicare i guadi e così via. Accettai l’incarico e
per anni inviai regolarmente i miei quadernetti pieni di cifre al
capitano Malladra. Nel 1928 fui incaricato di una missione
ancora più delicata, che mi fece sospettare che la campagna
fosse già stata decisa e che il con itto fosse imminente.
Dovendo recarmi, in compagnia del geologo inglese Nesbitt, da
Addis Abeba a Dallol, fui pregato di prestare molta attenzione al
ponte sull’Auasc della ferrovia Gibuti-Addis Abeba e di
osservare quali fossero i suoi punti più deboli nell’eventualità di
doverlo far saltare». 38 Pro cue sono anche le relazioni
dall’Etiopia occidentale di Enrico Cerulli, il futuro governatore
dell’Harar, e le note del maggiore Vittorio Tedesco Zammarano,
che segnala fra l’altro l’importanza strategica del passo di Af
Gagà, nello Scirè, teatro di una delle battaglie risolutive del
con itto italo-etiopico del 1935-36. 39
«L’attività del Gasparini si andava svolgendo nelle migliori
condizioni — ricorda Guariglia — quando nell’estate 1925
piombò, quasi un fulmine a ciel sereno, a Palazzo Chigi una nota
britannica». 40 Su questo documento e sul successivo scambio
di note anglo-italiane, che provocherà la prima protesta etiopica
alla Società delle Nazioni, torneremo a lungo più avanti.
Ricordiamo brevemente, per ora, che lo scambio di note in
questione tendeva ad attivare l’accordo tripartito del 1906 sulle
zone di in uenza in Etiopia, ma ignorando questa volta il terzo
rmatario, cioè la Francia. In pratica la Gran Bretagna chiedeva
per sé di poter costruire uno sbarramento nel lago Tana per
poter regolare le acque del Nilo, e riconosceva all’Italia
l’esclusività dell’in uenza economica sull’ovest dell’Abissinia e il
diritto a costruire una ferrovia che collegasse l’Eritrea alla
Somalia. Tutto questo, ovviamente, all’insaputa degli
interessati, cioè degli etiopici.
A Gasparini, però, questo progetto di accordo non va. E non
soltanto perché minaccia di rovinargli il paziente lavoro che ha
fatto alla periferia dell’impero, ma perché sa che Addis Abeba
non potrà che respingerlo, che la Francia, esclusa dal patto, si
a retterà ad appoggiare il governo etiopico, e che in ne è
inutile chiedere ad Addis Abeba concessioni colossali quando
non si hanno i mezzi nanziari neppure per completare le
infrastrutture dell’Eritrea. Anche Gasparini pensa a una
espansione dell’Italia in Etiopia, anzi l’immagina in esclusiva
senza compartecipazioni inglesi o francesi, ma non per oggi,
non prima che le due basi di partenza per questa espansione,
l’Eritrea e la Somalia, siano e cienti e autosu cienti. E in ogni
caso Gasparini è per una politica morbida con Addis Abeba, una
politica subdola e dei tempi lunghi: alla ne l’Etiopia cadrà,
come una mela matura.
«Ma era troppo evidente la portata politica della proposta
inglese — riferisce Guariglia — e perciò Contarini e io
controbattemmo gli argomenti del Governatore dell’Eritrea,
nella convinzione che [l’Inghilterra] era la sola potenza che
poteva prestarci e cace aiuto nella nostra politica
coloniale». 41 L’atteggiamento di Guariglia è anche motivato
dalla conoscenza che egli ha di due documenti riservati,
estremamente importanti, che sottolineano la ripresa di
interesse del fascismo per l’Etiopia. Il primo, del ministro alle
Colonie Lanza di Scalea, è del 7 luglio 1925, è diretto a Mussolini
e dice fra l’altro: «Volere ignorare il problema etiopico
restringendoci in una modesta politica coloniale del piede di
casa, non sarebbe per noi possibile, in quanto tale problema
contiene in sé i germi di inevitabili svolgimenti, che la nostra
inazione non farebbe che rendere per noi più pericolosi. [...] È
quindi mia ferma opinione che si debba uscire al più presto
dall’attuale disinteressamento della questione abissina, e che
occorra prendere alla prima favorevole occasione contatto con
l’Inghilterra per vedere in qual modo sia possibile a rontare di
accordo con essa tale questione». 42 La risposta di Mussolini è
immediata, del giorno dopo, ed è forse il primo documento nel
quale il capo del fascismo precisi in maniera inequivocabile
l’intenzione di aggredire l’Etiopia e di vendicare Adua:
«Prepararsi militarmente e diplomaticamente e appro ttare di
un eventuale sfasciamento dell’impero etiopico. Nell’attesa,
lavorare in silenzio, sin dove sia possibile in collaborazione con
gli inglesi e cloroformizzare il mondo u ciale abissino». 43
A metà del dicembre 1925 l’accordo viene perciò concluso
con il noto scambio di lettere fra Mussolini e Ronald Graham, e
la reazione etiopica non si fa attendere, mentre l’indignazione
cresce, s’impadronisce di tutto il paese. Preoccupato, forse
anche eccessivamente, il ministro ad Addis Abeba, Giuseppe
Colli di Felizzano, il 27 giugno 1926 avverte Mussolini che il
«governo dell’Abissinia da parte sua si opporrà con ogni mezzo a
tale riconoscimento [l’in uenza italiana sull’ovest etiopico] ed a
qualsiasi nostra eventuale imposizione, e già oggi nelle stesse
sfere u ciali si teme un possibile con itto fra Italia e Abissinia.
[...] Da fonte sicura, e a semplice titolo informativo, so che
nell’eventualità di un con itto con l’Italia il governo abissino
crede di poter contare, oltre che sull’appoggio morale della
Francia e di altri stati europei, sul tradimento delle truppe
eritree e di parte di quelle popolazioni e sulla ribellione di tutta
la Somalia». 44 E cinque giorni dopo, allarmatissimo, telegrafa
di nuovo a Mussolini: «È mio stretto dovere riferire a V. E. che
nel lungo periodo di anni in cui ho retto questa legazione la
nostra situazione in Abissinia non è mai stata così... 45 e
complicata come oggi». 46
A Roma i due telegrammi di Colli provocano un vivo allarme.
Anche la sola ipotesi di un con itto con l’Etiopia disturba
Mussolini, che è già ai ferri corti con la Jugoslavia e, quel che è
peggio, ha intuito proprio in questi giorni, dinanzi al continuo
peggioramento della lira, che «la sorte del regime è legato alla
sorte della lira». 47 Inutilmente Gasparini, da Asmara, cerca di
sdrammatizzare la situazione, sostenendo «di poter escludere
ogni probabilità di una aggressione abissina contro l’Eritrea» e
precisando che «non vi è né vi può essere alcun dubbio sulla
fedeltà e compattezza delle truppe e popolazioni eritree [...]
sempre che si continui nella politica adottata in questi tre anni»,
il cui «presupposto principale» è «la tranquillità delle
popolazioni nei riguardi del regime terriero e dei loro rapporti
con l’elemento italiano». 48
Dell’inquietudine di Mussolini appro tta Badoglio, il quale
riesce a ottenere dal capo del governo l’autorizzazione a inviare
d’urgenza in Eritrea il generale Malladra, munito dei più ampi
poteri per esaminare la situazione militare della colonia e porla
in condizioni di a rontare la guerra. «Colpo di mano» de nisce
Rochat questa mossa di Badoglio, e a ragione. Avendo fallito nel
tentativo di ottenere, nella seduta del 28 giugno del Comitato
interministeriale per le questioni militari coloniali, il controllo
sulle forze dislocate nelle colonie, 49 Badoglio cerca ora, con la
missione Malladra, di «ria ermare il ruolo dello stato maggiore
dell’esercito nella possibile guerra e quindi la necessità di un suo
intervento nelle questioni coloniali già in tempo di pace». 50 È il
primo episodio della lunga lotta fra militari e politici, un
con itto che si farà più aspro dopo il 1932, nell’imminenza
dell’aggressione all’Etiopia.
Che la situazione ad Addis Abeba non sia così esplosiva come
l’ha descritta Colli e che il viaggio di Malladra in Eritrea sia poco
più di un pretesto lo dimostrano i telegrammi del 9, 16 e 17
luglio dello stesso Colli, con i quali il diplomatico rassicura
Mussolini e lo mette al corrente che «si a accia anzi
l’opportunità di riannodare con questo Governo relazioni più
salde e pro cue». 51 Certo i rapporti permangono ancora per
qualche tempo incerti e, insistendo gli etiopici nella loro
protesta presso la Società delle Nazioni, Mussolini rinvia «a
epoca indeterminata» la visita ad Addis Abeba del duca degli
Abruzzi. 52 Ma già in dicembre è tornato il sereno e Mussolini
può telegrafare al governatore della Somalia, De Vecchi, di
avvertire il principe-contadino che agli inizi del 1927 potrà
recarsi in Etiopia a restituire la visita fatta a Roma nel 1924 da
ras Tafari. 53
Non ci sarà guerra, dunque, anzi si entra in una fase quasi
idilliaca di rapporti, che culminerà nella rma del trattato
d’amicizia italo-etiopico del 2 agosto 1928. Ma intanto Malladra
è in Eritrea e prepara piani di guerra. In base alle direttive di
Badoglio, egli deve «esaminare il piano di difesa e la
sistemazione difensiva della colonia Eritrea in rapporto alla
mobilitazione e impiego del Corpo coloniale e all’eventuale invio
di rinforzi organizzati dalla madrepatria, tenendo presente la
probabile gradualità della mobilitazione avversaria e la natura
ed entità dei mezzi bellici di cui l’avversario dispone». 54
Malladra soggiorna in Eritrea circa un mese e gran parte delle
informazioni le attinge da Gasparini e dai suoi collaboratori (il
segretario generale Pollera, il direttore degli a ari civili
Talamonti, il comandante le truppe, generale Melchiade Gabba),
nonostante egli sia giunto in colonia senza alcun preavviso. Di
fondamentale importanza, ad esempio, è il Promemoria
concernente le forze militari che l’Etiopia potrebbe mettere in
campo contro l’Eritrea, che Talamonti ha messo assieme con
anni di paziente lavoro. Secondo questa stima, che Malladra farà
sua, l’Etiopia dispone, all’inizio del 1926, di 560 mila fucili, 193
cannoni (tutti antiquati) e 250 mitragliatrici. In caso di guerra
con l’Italia, tuttavia, dovendo assicurare la difesa della capitale e
delle altre frontiere, più la guardia al deposto imperatore Ligg
Jasu, il governo etiopico non può mettere in campo che 320 mila
fucili, 120 mitragliatrici e 70 cannoni, con scarse munizioni.
Tempo della radunata: 90 giorni. 55
In base a queste informazioni e conclusa l’ispezione alle opere
difensive della colonia, Malladra stende una relazione che
occupa, con gli allegati, oltre cento pagine dattiloscritte e porta
la data: Asmara, 18 agosto 1926. Dopo un modesto preambolo
politico, nel quale il collaboratore di Badoglio precisa che il
popolo etiopico «sarà tratto o spinto ben presto ad aspirare con
veemenza alla riconquista dei territori a nord del Mareb, al
possesso del mare», e che «i sonni dell’Eritrea, poco tranquilli
nel passato, saranno anche più agitati nell’avvenire», Malladra
passa a calcolare le forze necessarie per un’azione difensiva e
o ensiva. Respingendo, come superati, i vecchi piani che
prevedevano, in caso di guerra con l’Etiopia, l’invio in Eritrea di
un corpo di spedizione di tre divisioni (circa 60 mila uomini), il
generale suggerisce che «il rapporto tra la nostra forza e
l’avversaria non scenda mai al disotto della metà» e propone
perciò l’invio dall’Italia di venti divisioni «alleggerite», cioè
dimezzate (160 mila uomini), da a ancare alle truppe eritree
mobilitabili in colonia (30-40 mila).
Per accogliere questa ingente massa di uomini, Malladra
consiglia di realizzare alcuni lavori urgenti (strade, ferrovie,
magazzini, depositi, forti cazioni) con una spesa straordinaria
di 25 milioni. Suggerisce inoltre (per ra orzare la posizione dei
militari nei confronti dell’amministrazione coloniale) di
stabilire un rapporto diretto fra il comandante delle truppe in
Eritrea e lo stato maggiore dell’esercito, e la riorganizzazione del
servizio informazioni (che reputa molto scadente) sotto il
controllo dei militari. Chiede inoltre 16 mila colpi da 77/28
carichi di liquidi speciali, con questa motivazione: «Riuscirà
utilissimo contro le masse profonde dell’avversario in marcia o
in combattimento l’impiego dei proiettili a liquidi speciali, ad
azione istantanea come sarebbe il fosgene, secondo le
indicazioni che ebbi a Roma dal generale Penna». Indugia in ne
a esaminare i vantaggi dell’impiego dell’arma aerea: «Considero
assiomatica l’utilità dell’impianto dell’aviazione nella colonia
Eritrea. Apparecchi che abbiano soltanto l’autonomia di 800
km. possono, movendo da Asmara, raggiungere la fronte
Gondar-Socotà-Ascianghi, distante 15 o 20 giornate di marcia
dal con ne sud della Colonia; scoprire e bombardare masse
dense e profonde dell’avversario procedenti lungo le pochissime
consuetudinarie e ben note direttrici di marcia, decimarle e
interdire loro le acque mediante bombe a liquidi speciali. [...] Si
può persino pensare che un’aviazione audace, su ciente per
quantità e specie di mezzi, assillando e avvelenando senza
tregua per due, tre, quattro settimane le colonne avversarie in
movimento, produca tali danni materiali e morali da ingenerare
la disgregazione della forza nemica, e farla desistere dalla lotta,
vincendo insomma da sola la guerra». 56
Ci siamo so ermati a lungo a esaminare la relazione Malladra
non soltanto perché rappresenta il primo serio proposito
aggressivo del fascismo contro l’Etiopia e perché documenta il
sorgere di una rivalità fra militari e politici, ma perché, come
giustamente osserva Rochat, la richiesta di uomini e di mezzi
fatta da Malladra è «talmente più alta delle previsioni
anteriormente (e posteriormente) fatte, da rendere assai
evidente che il generale aveva come obiettivo la disfatta totale e
la conquista completa dell’Etiopia; notiamo incidentalmente
che questo calcolo è l’unico ad avvicinarsi alla realtà della
campagna 1935-36». 57 E non soltanto il calcolo degli uomini.
Ciò che Malladra anticipa, con sinistra esattezza, a dieci anni
dagli avvenimenti bellici, è l’impiego dell’aviazione, come arma
assoluta, e l’uso sistematico dei mezzi chimici, dalle bombe al
fosgene ai proiettili al fosforo, dall’iprite alle arsine, alla
cloropicrina.
Il compito di giudicare le proposte di Malladra spetta al
Comitato interministeriale per le questioni militari coloniali,
che discute infatti la relazione nelle sedute del 19-20-21 ottobre
1926. 58 Ma la discussione, così come prima il viaggio del
generale in Eritrea, si rivela un pretesto. Spalleggiato dai suoi
consiglieri tecnici (i generali Grazioli e Bollati e il col. Redini),
Badoglio sin dal primo giorno muove all’attacco facendo un
certo numero di richieste, che vengono una dopo l’altra respinte
dal blocco dei coloniali, ra orzato per l’occasione da un
Gasparini particolarmente risentito e polemico. Il servizio di
informazioni dell’Eritrea, ad esempio, oggetto di tante critiche,
non viene ceduto ai militari, ma ci si accorda per mandare ad
Addis Abeba un «addetto militare segreto» (verrà designato il
col. Vittorio Ruggero), che dirigerà lo spionaggio in Etiopia, ma
facendo capo al ministero delle Colonie. La discussione si fa poi
rovente quando, alle richieste di Badoglio di poter corrispondere
direttamente con il comandante delle truppe in Eritrea e di
tenervi, come comandante, un generale di brigata e non un
colonnello, Gasparini, appellandosi al fatto che le prerogative
del governatore sono ssate per legge, risponde con due secchi
no, sostenuto dal ministro Lanza di Scalea.
Inso erente per le troppe critiche al suo operato contenute
nella relazione Malladra, Gasparini attacca duramente Badoglio,
prima ricordandogli che il governo dell’Eritrea non ha mai
sollecitato la missione Malladra, poi sostenendo che «in
confronto di altre colonie l’organizzazione militare dell’Eritrea
non appare a atto in condizioni preoccupanti. La guerra con
l’Abissinia non è probabile; gli abissini non hanno spirito
aggressivo contro di noi. Essi non ci hanno mai attaccati per
primi, neppure nel ’96; credere a una probabilità di guerra per
l’Eritrea è un pericolo perché può indurci a provvedimenti
inopportuni». 59
In conclusione, avendo lo stesso Badoglio giudicato esagerate
le richieste di Malladra relative ai rinforzi dall’Italia, 60 il
Comitato conclude i lavori limitandosi praticamente a chiedere
al governo uno stanziamento straordinario di 50 milioni per
potenziare le strutture militari dell’Eritrea. Stanziamento che il
direttore generale dell’Africa Orientale alle Colonie, Riccardo
Astuto dei Lucchesi, propone di ripartire in dieci esercizi, e che
invece Badoglio consiglia di suddividere in cinque: «Dieci anni
sono troppi. È necessario concentrare i lavori nel minor tempo
possibile per essere pronti al più presto». 61 Ma in realtà
nessuno crede più alla minaccia di guerra, supposto che prima
vi abbia creduto. E tantomeno vi crede Mussolini, il quale infatti
concederà soltanto in parte le somme richieste. «Questi piani e
preparativi — osserva Rochat — non rivelano una precisa
volontà aggressiva. In sostanza la politica fascista in Africa
Orientale negli anni ’20, dettata da motivi di prestigio assai più
che da interessi economici determinati, mirava a instaurare
sull’Etiopia un controllo reale, in stretto contatto con
l’Inghilterra, ma non cercava una conquista armata a breve
scadenza, contentandosi di una presenza attiva in Eritrea e
Somalia che fosse di ostacolo al ra orzamento dell’autorità
statale etiopica». 62 Gli e ettivi del corpo truppe coloniali
dell’Eritrea non vengono perciò aumentati, secondo i voti di
Gasparini, mentre i primi reparti aerei non verranno costituiti
in colonia che nel 1932.
La riprova che l’allarme dell’estate 1926, così come del resto
altre minacciate invasioni abissine nei primi vent’anni del
secolo, non è che una montatura, sta nel fatto che Gasparini,
tornato in colonia, anziché prepararsi ad a rontare gli etiopici,
si accinge ad andare loro ospite ad Addis Abeba, al seguito del
duca degli Abruzzi. A questo viaggio, ai suoi retroscena, alla
convenzione per la camionale Assab-Dessiè e alla genesi del
patto ventennale italo-etiopico dedicheremo gran parte del
capitolo che sintetizza gli avvenimenti in Etiopia dal 1922 al
1932. Diciamo soltanto, per inciso, che nella fase delle trattative
per l’accordo Gasparini non sarà più un attore di primo piano,
sopravanzato, come è naturale, dal ministro ad Addis Abeba,
Giuliano Cora, e da Ra aele Guariglia, nominato alla ne del
1926 direttore degli a ari politici d’Europa e Levante. Del resto
Gasparini sta per lasciare l’Eritrea, dopo un nale tempestoso a
causa della questione yemenita e dopo aver rotto con palazzo
Chigi.

Alla corte di re Yahia.


«La politica araba — ha scritto Federzoni — fu certamente
l’elemento più originale dell’azione di Gasparini in Eritrea». 63
«Gasparini fu di questa politica assai più che un esecutore, un
arte ce ricco di iniziative, audace e prudente, eccellente tattico
e lungimirante stratega — ha scritto il sottosegretario alle
Colonie Roberto Cantalupo —. Nessuno, fra gli amministratori
di colonie, aveva elaborato sulle direttive mussoliniane un tal
piano con la persuasione, la tenacia, la sicurezza di linea e la
cura dei particolari, con cui Gasparini l’aveva disegnato, ri nito,
alimentato e messo in moto». 64 Come abbiamo visto nel primo
volume di questa opera, 65 già durante il primo con itto
mondiale un gruppo abbastanza consistente di colonialisti
aveva posto un’ipoteca sullo Yemen e Savino Acquaviva era
giunto a ipotizzare un mitico regno sabeico che doveva
comprendere l’Eritrea, la Somalia, l’Etiopia, lo Yemen e
l’Hadramaut. Anche Gasparini faceva parte di questo gruppo e
sin da allora aveva guardato allo Yemen come a una testa di
ponte per penetrare nella penisola arabica, per contrastarvi lo
strapotere della Gran Bretagna e dare alla colonia Eritrea un ben
diverso respiro.
L’interesse per lo Yemen si riaccende in Gasparini subito
dopo la sua nomina a governatore. Ma l’impresa è
estremamente di cile in quanto che gli Esteri intendono
condurre la politica yemenita, che non può essere che
antinglese, nell’ambito però della cooperazione italo-inglese. Si
tratta, in sostanza, di sostenere il sovrano dello Yemen, l’Imam
Yahia, che è in urto con l’Inghilterra perché rivendica, a nord, lo
staterello dell’Assir e, a sud, alcuni territori del possedimento di
Aden, senza però rompere con Londra. Un’impresa piena di
rischi, che o re come contropartita la possibilità di sostituire
all’assoluta prevalenza britannica nella regione strategica dello
stretto di Bab el Mandeb un regime di maggior equilibrio e, sul
piano economico, di poter collocare manufatti su un mercato
che ha bisogno di tutto. 66
Gasparini sa tuttavia che in questo paese, che non mantiene
relazioni diplomatiche con nessun altro e che è forse il più
chiuso del mondo, gli italiani non sono sconosciuti. Anzi
godono di una eccellente reputazione grazie ai fratelli Luigi e
Giuseppe Caprotti, i quali si sono stabiliti a Sanaa agli inizi del
secolo e, dopo essere entrati nelle grazie dell’Imam, hanno
iniziato i primi tra ci fra l’Italia e lo Yemen. Con dando sul
buon ricordo lasciato da questi ambasciatori, Gasparini avvia
sin dalla ne del 1923 una prudente azione di carattere politico
e contemporaneamente stimola l’attività commerciale in
direzione dello Yemen. Ma agli inglesi, che sorvegliano la via
delle Indie con un’attenzione particolare, non sfuggono le
manovre. «Già da tempo il governatore dell’Eritrea — scrive
Lanza di Scalea a Mussolini il 12 luglio 1924 — comunica le
molestie continuate che ai nostri sambuchi eritrei, che fanno
frequente commercio con la costa araba, vengono fatte dalla
marina inglese con il pretesto formale di impedire la tratta degli
schiavi». In realtà, «il governo britannico ci accusa di
commercio di armi con il governo ascemita e per suo conto,
fatto — si dice — da alcuni nostri connazionali, e di rapporti
segreti del nostro governatore dell’Eritrea con l’Imam». 67
Accuse che non sono campate in aria perché Gasparini è in
e etti entrato in rapporti con denziali con re Yahia, mentre il
tra co delle armi è praticato, secondo il Foreign O ce, almeno
dal 1922. 68
Con quasi tre anni di segreto e paziente lavoro Gasparini
riesce a persuadere il vecchio re Yahia ad a dare all’Italia
l’incarico di far uscire il biblico paese dal sottosviluppo. E lo fa
battendo tutti gli altri concorrenti, egiziani, francesi, tedeschi e
soprattutto inglesi, i quali inviano a Sanaa ben due missioni,
capeggiate dal tenente colonnello Harold Fenton Jacob e da sir
Gilbert Falkingham Clayton. Ma a Gasparini non basta aver
messo piede sull’altra sponda del Mar Rosso. È convinto che
l’Inghilterra, scon tta nello Yemen, scenda a patti e, nell’ambito
di una transazione amichevole, regoli con l’Italia l’intero
problema della penisola arabica. In un telegramma a Lanza di
Scalea del 15 febbraio 1926, Gasparini precisa addirittura i
capisaldi di questa intesa: «La divisione dell’Arabia in due zone
di in uenza, l’una comprendente l’Hegiaz e il Neged riservata
all’Inghilterra, la seconda comprendente lo Yemen e l’Assir
riservata all’Italia. Se l’Inghilterra non volesse ammettere che
l’Assir fosse compreso nella nostra zona, stabilire che esso sia
libero all’una e all’altra potenza, senza però che nessuna delle
due possa ottenere concessioni territoriali». 69
Gasparini, però, come vedremo più avanti, sottovaluta gli
inglesi. Essi possono anche subire una scon tta nello Yemen,
ma non possono rinunciare, sulla distanza, a ripristinare la loro
totale in uenza sull’Arabia. Comunque, nell’attesa della
immancabile contro ensiva britannica, Jacopo Gasparini il 22
agosto 1926 parte per il mitico Yemen per andare a raccogliere i
frutti della sua iniziativa politica. In dono a re Yahia porta una
lussuosa automobile, o erta da Vittorio Emanuele, e un aereo,
donato da Mussolini, che viene presentato davanti a «tutta la
cittadinanza con riuscito volo». 70 Il soggiorno a Sanaa si
protrae per una decina di giorni, fra ricevimenti, colloqui,
riviste militari. Ma ancora il 26 Gasparini non è in grado di «fare
previsioni dato che qui devo manovrare fra intrighi e
lungaggini di una certa orientale misoneistica». 71 Re Yahia,
che ha trascorso buona parte della sua esistenza a capo di bande
armate contro i turchi, ha, secondo la descrizione di Sandro
Volta, «spalle da spaccalegna», «sguardo senza incertezza»,
«maniere da cacciatore di frodo» e «la barba bianchissima che lo
rassomiglia a un ritratto di doge tintorettiano». 72 Proprio
perché ha vissuto un’intera vita a combattere gli oppressori del
suo paese, l’Imam di da di tutti e prima di aprire le porte dello
Yemen vuole essere certo di non essersi liberato di una tirannia
per nire sotto un’altra.
Ma il 2 settembre, nalmente, rimossi gli ultimi ostacoli,
Gasparini e re Yahia rmano un patto di amicizia che, a parte il
signi cato politico, contiene clausole di preferenza commerciale
per il nostro paese e prevede l’a usso dall’Italia di un certo
numero di tecnici. Re Yahia a da infatti a medici italiani i
servizi sanitari dello Stato; 73 l’incarico di costruire la prima
fabbrica di munizioni a Romolo Cipressi, uno specialista del
Pirotecnico di Bologna; e il compito di formare il primo gruppo
di piloti yemeniti a due u ciali della regia aeronautica. 74
Commentando qualche giorno dopo il trattato, Lanza di Scalea
così si esprime rivolgendosi a Mussolini: «Questo accordo
rappresenta la prima parola imperiale della nostra politica
coloniale, segna cautamente la decisa volontà fascista di non
imprigionare, nei limiti del territorio, le risorse dei nostri
domini coloniali. Ritengo che questo avvenimento ci dia il
diritto di considerare il Mar Rosso come una zona di nostra
in uenza e non come una sola via-transito per le nostre
colonie». 75
«Entusiasmi e speranze esagerati» rileva Giampiero
Carocci. 76 Più coltivati dalle Colonie che dagli Esteri, e in
particolar modo da Gasparini, che viene invitato da Mussolini in
Italia per riferire. E all’inizio, in realtà, la piega degli
avvenimenti sembra dar ragione al governatore dell’Eritrea.
L’accordo di Sanaa obbliga Londra a prendere l’iniziativa di
aprire conversazioni con l’Italia. Il Foreign O ce prospetta
infatti l’opportunità «di una franca spiegazione fra i due
Governi sui rispettivi interessi negli a ari dell’Arabia». 77 Le
conversazioni si svolgono a Roma agli inizi del 1927 e si
concludono il 7 febbraio con un accordo che, pur togliendo
all’Italia ogni speranza sull’Assir, sancisce tuttavia la sua
presenza nella penisola arabica. Si parla di successo. Di una
grande a ermazione della diplomazia fascista. Ma sono parole.
Gli inglesi stanno già approntando le contromisure.
Poiché l’Italia, con il trattato di Sanaa, ha in e etti compiuto
un riconoscimento formale dell’indipendenza dello Yemen e
tende a sposarne anche le rivendicazioni, gli inglesi prendono il
paese di re Yahia fra due fuochi aizzandogli contro, a nord, il re
dell’Hegiaz Ibn Saud, e bloccando, a sud, ogni tentativo di
rivendicazione yemenita con la minaccia di pesanti
bombardamenti aerei. Contemporaneamente il segretario di
Stato agli Esteri, Chamberlain, avvicinando il nostro
rappresentante a Londra, Chiaramonte Bordonaro, gli fa
comprendere che non è più disposto a lasciar mano libera
all’Italia nello Yemen e di non tollerare né le clausole
commerciali preferenziali, né le forniture d’armi. Incontrando
poi a Ginevra, il 13 settembre 1927, il sottosegretario agli Esteri
Grandi, Chamberlain ritorna sull’argomento con viva
insistenza. «Non mi ha nascosto — riferisce Grandi — le sue
preoccupazioni a proposito della situazione in Arabia e mi ha
espresso il timore che l’Inghilterra e l’Italia, nonostante la
reciproca buona volontà, possano di ri esso trovarsi ad un certo
momento trascinate ad una situazione per ambedue
spiacevole». 78
Dinanzi al discreto ultimatum di Chamberlain, Mussolini, che
giudica ancora necessaria la cooperazione italo-inglese, in modo
particolare mentre si sta de nendo il patto italo-etiopico, fa
subito marcia indietro e ordina al riluttante Gasparini di
convincere l’Imam a ridimensionare le sue aspirazioni e a
fornire una «paci ca soluzione» alle sue vertenze con
l’Inghilterra. 79 È la ne della «politica yemenita» che il regime
ha tanto esaltato. Ma a Gasparini, che con molto tatto glielo
ricorda, Mussolini risponde seccamente che «occorre tener
conto delle necessità di politica generale alle quali in de nitiva
va subordinata ogni nostra azione locale che ha come suoi
naturali limiti appunto dette necessità. La chiara visione di
questi limiti dovrà servire appunto ad evitare che la nostra
opera fallisca per averli oltrepassati». 80
Per Gasparini le delusioni non sono nite. Il 2 febbraio 1928
riceve un rimprovero anche da Guariglia. «Questo Ministero —
gli scrive il direttore generale per l’Europa e il Levante — manca
talmente di informazioni esatte sulla nostra penetrazione
economica nello Yemen e sul modo con cui essa si esplica, che io
ho sentito il dovere di dichiarare in una relazione a S. E. il Capo
del Governo che dovevo declinare ogni responsabilità per ciò
che avveniva nello Yemen, perché la situazione sfuggiva in
buona parte al controllo di questa Amministrazione». In realtà,
a diciassette mesi dalla rma dell’accordo di Sanaa, non è
ancora stata creata quella Società commerciale per il Mar Rosso,
auspicata dagli Esteri, che dovrebbe «sottrarre il Governo da
una azione economica diretta che è sempre fatta male e che non
può avere facili e vantaggiose contropartite». 81 Soltanto agli
inizi del 1928, infatti, Gasparini può ottenere un milione
all’anno per favorire la penetrazione economica. Ma il modesto
contributo arriva nel momento meno opportuno, quando sullo
Yemen cominciano a cadere le bombe inglesi e si pro la
addirittura la minaccia di uno sbarco britannico a Hodeida.
La posizione di Gasparini si fa a questo punto di cile, quasi
insostenibile. Per obbedire alle direttive di Mussolini ha dovuto
mandare per due volte a Sanaa un funzionario del ministero
delle Colonie, Martino Moreno, per chiedere al re Yahia
moderazione. Ma questo atto è in netto contrasto con tutta la
sua politica precedente e con la promessa di fornire allo Yemen
cannoni antiaerei. Una politica che è sintetizzata alla perfezione
da Corrado Zoli, l’uomo che succederà a Gasparini: «È necessario
anzitutto ricordare che i nostri rapporti d’amicizia con l’Imam
[...] non si sono ottenuti per intervento della divina
provvidenza, ma bensì per una tenace e sottile, forse troppo
sottile, opera politica che sostanzialmente era antiinglese.
Conviene anche aggiungere che tale politica è stata possibile in
quanto era tale, perché se non fosse esistito un dissidio anglo-
yemenita, noi non avremmo mai potuto penetrare né
politicamente, né economicamente nello Yemen». 82 Ma Roma,
dopo un secondo intervento di Chamberlain, è ormai decisa a
interrompere questa rischiosa politica, perché non vuole urtarsi
con gli inglesi alla vigilia di concludere il patto con l’Etiopia. E
poiché Gasparini si è irrimediabilmente e pericolosamente
compromesso con re Yahia, con patti segreti e impossibili
forniture di cannoni, lo richiama in Italia e lo sostituisce con il
segretario generale delle Colonie, Corrado Zoli. 83
Dopo cinque anni di governo, Gasparini lascia dunque
l’Eritrea apparentemente scon tto, senza aver potuto portare a
termine nessuna delle sue opere, né la boni ca di Tessenei, né la
penetrazione politica ed economica nello Yemen, né la politica
periferica nell’Etiopia. Per favorire quest’ultima, ad esempio,
negli ultimi mesi del suo governatorato ha caldeggiato la
creazione ad Asmara di un istituto che potesse raccogliere «i
gli dei Capi e i migliori elementi destinati a esercitare nel
proprio paese delle funzioni direttive», e nel contempo ha
sostenuto il progetto del Vaticano «di creare all’Asmara un
grande seminario, che potesse raccogliere tutti gli allievi
indigeni di una zona che comprendesse la Somalia italiana,
inglese e francese, l’Etiopia e l’Eritrea»; entrambi gli istituti
avrebbero suscitato «un notevolissimo aumento di prestigio per
l’Italia». 84
Gasparini, però, non è uno scon tto. È soltanto la
momentanea vittima delle eterne contraddizioni del
colonialismo italiano. E viene accantonato soltanto perché non
ha tenuto conto «delle necessità di politica generale». Ma nel
breve spazio di un decennio egli riuscirà a realizzare tutti e tre i
suoi progetti, meritandosi, in mortem, questo elogio di
Cantalupo, che non è eccessivo, vista l’ottica del tempo: «Mi si
lasci dire che è sparita la nostra maggiore gura africana, forse
la personalità di più alta statura, dopo Ferdinando Martini,
dall’occupazione dell’Eritrea ad oggi. Nessuno, né tra i vivi né tra
i morti, può stare accanto a lui per potenza di sentimento,
vastità di visione, accanimento costante nella fede e nella fatica
coloniale». 85 Non fascista, egli porta al fascismo la sua vasta
esperienza di alto funzionario coloniale, la sua visione
romantica e ottocentesca di un’Italia in continua e predestinata
espansione, il gusto dell’avventura, del rischio, dell’intrigo che
lo accomuna più all’Antonelli che al Martini. E in realtà nessuno
più di Gasparini riesce a gettare un ponte ideale fra il
colonialismo predatorio e straccione dell’età liberale e il
colonialismo dissipatore e alla ricerca di prestigio dell’èra
fascista.

1. Maurizio Rava, Parole ai coloniali, Mondadori, Milano 1935, pp. 17-9.

2. Ivi, pp. 36-8.

3. Luigi Federzoni, Commemorazione di Jacopo Gasparini, «Gli Annali dell’Africa


Italiana», anno V, n. 2, Mondadori, Milano 1942, p. 293.

4. Ad esempio Dante Maria Tuninetti in La politica coloniale del regime, Pinciana,


Roma 1933, pp. 193-4.

5. Aldo Alessandro Mola, Storia della Massoneria italiana dall’Unità alla Repubblica,
Bompiani, Milano 1976, p. 427.
6. Associazione italiana per il controllo democratico, Il governo fascista nelle colonie,
Corbaccio, Milano 1925, pp. 21-2.

7. DDI, I, doc. 222.

8. Ivi, doc. 232. Tel. del 15 dicembre 1922.

9. L. Federzoni, Commemorazione di Jacopo Gasparini, cit., p. 293.

10. Renzo Martinelli, Sud. Rapporto di un viaggio in Eritrea e in Etiopia, Vallecchi,


Firenze 1930, p. 102.

11. Roberto Cantalupo, Jacopo Gasparini, «Gli Annali dell’Africa Italiana», anno IV, n.
2, Mondadori, Milano 1941, p. 686.

12. Aldobrandino Malvezzi, La politica indigena nelle colonie, CEDAM, Padova 1933, p.
236.

13. DDI, VIII, doc. 385, in nota.

14. Sugli e etti della legge 269, si veda Gennaro Mondaini, La legislazione coloniale
italiana nel suo sviluppo storico e nel suo stato attuale (1881-1940), vol. I, ISPI,
Milano 1941, pp. 182-96.

15. Cit. in R. Cantalupo, op. cit., p. 687.

16. DDI, VIII, doc. 385, in nota.

17. Camera dei deputati, Sul bilancio del ministero delle Colonie. Discorso del ministro
Pietro Lanza di Scalea, pronunciato nella tornata del 29 novembre 1924, Tip. della
Camera dei deputati, Roma 1924, pp. 20-1.

18. Guido Corni, Tra Gasc e Setit, Sindacato italiano arti gra che, Roma 1930, p. 21.

19. L. Federzoni, Sul bilancio delle Colonie, Tip. della Camera dei deputati, Roma 1928,
p. 25.

20. R. Martinelli, op. cit., p. 28.

21. Giannino Marescalchi, Eritrea, Bietti, Milano 1935, p. 28.

22. L. Federzoni, Venti mesi di azione coloniale, cit., p. 80.


23. Armando Maugini, Flora ed economia agraria degli indigeni, Ministero delle
Colonie, Roma 1931, pp. 116-7. Si vedano inoltre, dello stesso autore: L’economia
eritrea, Istituto agricolo coloniale italiano, Firenze 1932, e, insieme ad altri autori,
La valorizzazione agraria delle colonie italiane, Cappelli, Bologna 1933.

24. I. Baldrati, Mostra delle attività economiche della colonia Eritrea, Stab. tip. coloniale
M. Fioretti, Asmara 1932, p. 15.

25. A. Maugini, L’economia eritrea, cit., p. 11. Le cifre si riferiscono al 1931.

26. Camera dei deputati, Sul bilancio del ministero delle Colonie. Discorso del ministro
Lanza di Scalea, cit., p. 8.

27. G. Corni, Problemi coloniali, cit., pp. 13-4.

28. G. Marescalchi, op. cit., p. 124.

29. R. Martinelli, op. cit., pp. 256-7.

30. Cit., in Nicola Malizia, L’Africa Orientale Italiana e l’Abissinia, Chiurazzi, Napoli
1935, p. 200.

31. Gasparini, che in Italia si occupava dell’amministrazione della provincia di


Treviso ed era presidente della locale Cassa di risparmio, aveva altri incarichi in
Africa: presiedeva l’Ente per il cotone dell’Africa Italiana, una Società per la coltura
del ca è negli Arussi e la SAPIE (S. A. Patto Italo-Etiopico), che aveva l’incarico di
costruire la progettata e mai realizzata camionale Assab-Dessiè. Di quest’ultima
società Gasparini deteneva, a nome dello Stato, il pacchetto di maggioranza (si
veda in Fondazione Einaudi, Archivio Thaon di Revel [d’ora innanzi: ATdR], sezione
24, fascicolo 36).

32. «Gazzetta del Popolo», 17 novembre 1922.

33. R. Guariglia, op. cit., p. 44.

34. DDI, III, doc. 514. Tel. di Renato Bova a Mussolini, da Addis Abeba, del 24
settembre 1924. Garasellasie era stato ricevuto, in colloqui riservati, da Mussolini e
da Contarini durante il soggiorno romano della missione etiopica.
35. ACS, Fondo Badoglio, busta 4, n. 4. A Garasellasie erano stati venduti, tramite
Gasparini, 10 mila fucili, con nalità piuttosto oscure e che il ministro ad Addis
Abeba, Cora, avrebbe severamente criticato (DDI, VII, doc. 441. Tel. a Mussolini del
22 maggio 1929).

36. G. Corni, Tra Gasc e Setit, cit., p. 12.

37. Ivi, p. 49.

38. Angelo Del Boca, La guerra d’Abissinia. 1935-1941, Feltrinelli, Milano 1965, p. 19.
Pastore, che ci fornì questa preziosa testimonianza ad Asmara, nella «sala gialla»
dell’albergo Minghetti-Italia, ha probabilmente fatto un po’ di confusione con le
date. Nel 1924 Malladra era già generale e non capitano, e quasi certamente Pastore
lo incontrò due anni dopo mentre Malladra stava facendo in Eritrea un bilancio
della situazione politico-militare.

Editing 2017: nick2nick www.dasolo.co

39. Vittorio Tedesco Zammarano, Da Adua al Lago Tana, Ceschina, Milano 1936, p. 43.

40. R. Guariglia, op. cit., p. 44.

41. Ivi, p. 45.

42. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 1.

43. L’originale di pugno di Mussolini, ingiallito e slabbrato, in data 8 luglio, è in


ASMAE, Fondo guerra. Etiopia, b. 5, f. 3, pos. 1. La parola «militarmente» è
sottolineata da Mussolini tre volte. Copia del documento è anche in ACS, Fondo
Badoglio, b. 4, n. 2, ma porta la data del 10.

44. DDI, IV, doc. 350.

45. Gruppo indecifrato. Ma probabilmente la parola che manca è «grave».

46. DDI, IV, doc. 354. Tel. del 1° luglio 1926.

47. Ivi, doc. 387. Lettera di Mussolini al ministro delle Finanze Volpi dell’8 agosto
1926.

48. Ministero della Guerra, Comando del Corpo di Stato Maggiore, U cio Storico, La
campagna 1935-36 in Africa Orientale, vol. I, La preparazione militare, Tip.
Regionale, Roma 1939, allegato n. 15, tel. di Gasparini a Lanza di Scalea del 4 luglio
1926, p. 248.

49. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 4.

50. G. Rochat, La missione Malladra e la responsabilità della preparazione militare in


Africa Orientale nel 1926, «Il Risorgimento», n. 3, 1970, p. 138.

51. DDI, IV, docc. 364, 374, 375.

52. Ivi, doc. 406, in nota. Tel. del 5 settembre 1926.

53. Ivi, doc. 511. Tel. del 2 dicembre 1926.

54. Ministero della Guerra, U cio Storico, op. cit., all. 14, «riservatissimo», del 10
luglio 1926, p. 246.

55. Ivi, all. 16, pp. 252-69.

56. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 3.

57. G. Rochat, La missione Malladra, cit., p. 139.

58. Il Comitato era costituito da cinque rappresentanti del ministero delle Colonie (i
quali detenevano le cariche di presidente, vice presidente e segretario) e da sei
esponenti dei tre ministeri militari.

59. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 4.

60. Badoglio sostenne che bastava un corpo di spedizione su 3 divisioni (40-50 mila
uomini) per condurre con successo qualsiasi tipo di guerra contro l’Etiopia. Ma
dieci anni dopo, al momento di assumere il comando del corpo di spedizione in
Etiopia, gli sembreranno pochi i 300 mila uomini a sua disposizione.

61. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 4.

62. G. Rochat, Militari e politici nella preparazione della campagna d’Etiopia, Franco
Angeli, Milano 1971, p. 22.

63. L. Federzoni, Commemorazione di Jacopo Gasparini, cit., p. 294.

64. R. Cantalupo, op. cit., pp. 690-1.


65. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, Dall’Unità alla marcia su Roma,
Laterza, Roma-Bari 1976, pp. 847-50 e 873-7.

66. Lo Yemen, negli anni Venti, aveva una super cie di 185 mila chilometri quadrati e
una popolazione di 3 milioni di abitanti.

67. DDI, III, doc. 385.

68. R. J. Gavin, Aden under British Rule. 1939-1967, C. Hurst & Company, London
1975, p. 281.

69. DDI, IV, doc. 245.

70. Ivi, doc. 397. Tel. di Gasparini a Mussolini del 25 agosto 1926.

71. Ibid.

72. Sandro Volta, La corte di re Yahia, Garzanti, Milano 1941, p. 50.

73. La missione medica italiana aprì un ospedale a Sanaa, dotato di gabinetto


radiologico, e istituì laboratori e infermerie a Hodeida e Taiz. I prodotti
farmaceutici venivano importati da Massaua.

74. Secondo il Colonial O ce, gli italiani fallirono in questo ultimo tentativo. Si veda
R. J. Gavin, op. cit., p. 430.

75. DDI, IV, doc. 414. Lettera del 10 settembre 1926.

76. G. Carocci, op. cit., p. 222.

77. DDI, IV, doc. 416. Della Torretta a Mussolini 11 settembre 1926.

78. Ivi, V, doc. 414. Grandi a Mussolini.

79. Ivi, doc. 452. Mussolini a Federzoni, 6 ottobre 1927.

80. Ivi, doc. 480. Tel. del 21 ottobre 1927.

81. Ivi, VI, doc. 81.

82. Ivi, VII, doc. 59. Zoli a Federzoni, 1° novembre 1928.

83. Dopo il ri uto italiano di fornire allo Yemen i cannoni antiaerei, Cipressi —
riferisce Volta (op. cit., pp. 132-3) — «trasformò due batterie Skoda in antiaerei e si
deve a quei dodici vecchi cannoni riaggeggiati da un operaio italiano se la
prepotenza britannica non si spinse anche sulla capitale».

84. DDI, V, doc. 482. Gasparini a Federzoni, 22 ottobre 1927.

85. R. Cantalupo, op. cit., p. 691.


III
Un quadrumviro in Somalia

Un nuovo «stile».
A un anno di distanza dall’avvento del fascismo, giunge anche
per la Somalia il momento di cambiare governatore. Il
giolittiano Carlo Riveri, «che governava con savia e serena
modestia, lavorando indefessamente senza scomodare le
trombe della fama», 1 viene sostituito il 21 ottobre 1923
addirittura con un quadrumviro della marcia su Roma, il
piemontese Cesare Maria De Vecchi, sei medaglie al valor
militare, due lauree, un grande attaccamento ai Savoia e una
solida fama di duro, di megalomane e di sciupone. Al ras di
Torino, tuttavia, il governatorato della Somalia non giunge
gradito. In realtà, non si tratta di un premio, ma di una
punizione. Cinque anni di con no, anche se dorato, quasi regale.
I rapporti fra Mussolini e De Vecchi non erano mai stati
buoni, anche prima della marcia su Roma, ed erano peggiorati
dopo la conquista del potere. In una lettera del 18 dicembre
1922, dopo averlo accusato di essere un temerario calunniatore,
Mussolini soggiungeva: «Avresti poi aggiunto che il merito della
marcia su Roma è tuo, mentre io sarei stato a Milano a vestire la
camicia nera. Anche questo è inesplicabile perché tu sai
benissimo che la marcia su Roma l’ho ideata io, l’ho voluta io e
all’ultimo l’ho imposta io». 2 De Vecchi rispondeva negando
tutto e dimettendosi da sottosegretario alle Pensioni di guerra.
Ma era troppo in vista nel fascismo piemontese per essere di
colpo accantonato a due mesi dal colpo di Stato. Poco dopo,
infatti, gli toccava un altro sottosegretariato, quello delle
Finanze, ma Mussolini lo teneva d’occhio e lo faceva sorvegliare
dal prefetto di Torino Palmieri. 3 Aspettava soltanto una buona
occasione per toglierlo di mezzo e questa si presentava il 22
aprile 1923, dopo un violentissimo discorso del quadrumviro al
teatro Al eri di Torino. Oltre che un duro attacco al generale
Bonzani, l’invettiva di De Vecchi conteneva un invito a ripulire
l’Italia dallo «sporco» che vi era rimasto anche dopo il 28
ottobre: «Se occorra, e occorrerà certamente, io credo, per
instaurare l’ordine nuovo appieno e per il raggiungimento dello
scopo supremo, sapremo creare mezz’ora di stato d’assedio e un
minuto di fuoco. Questo io penso che basterà». 4
Leggendo il testo del discorso trasmessogli dal prefetto
Palmieri, Mussolini aveva avuto un’esplosione di collera, ma a
Torino c’era la crisi municipale e il capo del fascismo aveva
dovuto pazientare sino al 1° maggio prima di annunciare a De
Vecchi il suo biasimo e la relativa sentenza: «Ora che questa crisi
si è felicemente risolta, ho l’obbligo di dirti che il tuo discorso di
Torino dev’essere pagato colle tue dimissioni da membro del
Governo. Il tuo discorso ha danneggiato grandemente il
fascismo e non meno grandemente il Governo. Non solo
all’interno, ma soprattutto all’estero». Lo accusava inoltre di
essersi installato al ministero delle Finanze trasformando
alcuni u ci in un appartamento. «Non mi piace. Non bisogna
mescolare il sacro al profano. Ciò che è personale con ciò che è
nazionale. [...] Ogni uomo ha i suoi numeri e tu, debbo
dichiarartelo schiettamente, non hai dimostrato sino ad oggi di
possedere quelli essenziali per un uomo di Governo. Tu sei un
soldato. Ottimo. Come tale puoi rendere, come hai già reso,
servigi di primo ordine nella Milizia. Forse la tua ora di governo
verrà in un secondo tempo». 5
De Vecchi si era dimesso non senza riconfermare, a denti
stretti, «i sensi» della sua «più assoluta e severa disciplina», 6
ma poche settimane dopo il prefetto Palmieri telegrafava a
Mussolini che il ras piemontese aveva «manifestato il proposito
di impegnare il partito in una lotta a fondo contro la
“plutocrazia industriale”, leggasi Agnelli», 7 e suggeriva al capo
del governo di richiamarlo all’ordine. Questo era troppo. Era una
s da. E per di più venata di pesante ironia. Era insopportabile
che fosse proprio il conservatore e monarchico De Vecchi a
promuovere la crociata contro gli Agnelli, mentre Mussolini
stava ancora scontando le cambiali della marcia su Roma con
agrari e industriali. Era necessario che De Vecchi fosse posto in
condizioni di non nuocere. Federzoni suggerì la Somalia.
Mussolini trovò che era su cientemente lontana.
A De Vecchi non resta che ubbidire. Ma lo Stato pagherà
carissima la sua espulsione dalla scena italiana. La pagherà con
uno sfarzo degno di un viceré, con campagne militari
sanguinose e inutili, e moltiplicando per otto le spese della
colonia. Il primo segno di vita che il nuovo governatore dà di sé
a Mogadiscio è un telegramma, da Napoli, al momento
dell’imbarco, e già rivela le sue manie di regalità: «Dispongo che
intero palazzo governatoriale sia immediatamente sgombrato.
Preparate cinque camere da letto con mobilio nuovo e salotto
per la signora». 8 Non senza di coltà, perché le 42 camere
dell’edi cio sono in gran parte occupate dagli u ci del governo
e alcune stanze anche dal duca degli Abruzzi, l’ordine viene
eseguito. Ma subito dopo arriva un secondo telegramma,
altrettanto incredibile e perentorio, che getta i funzionari della
colonia nella più nera costernazione: «Intendo essere ricevuto
massiccia solennità e massimo numero popolazione. Indosserò
alta uniforme e farò ingresso a cavallo, passando rivista truppe.
Pomeriggio cabile renderanno omaggio». 9 E vada per la
solennità e il concorso di popolo, si può sempre fare appello alla
buona volontà dei somali, ma a Mogadiscio non ci sono cavalli,
ci sono soltanto muli. E il tempo stringe. La nave di De Vecchi ha
già doppiato il capo Guardafui.
Il quadrumviro sbarca a Mogadiscio l’8 dicembre con una
piccola corte di familiari e di squadristi torinesi armati. Alla
folla dei sudditi, che dall’alto del balcone governatoriale saluta
brandendo una spada romana, De Vecchi dice: «Io sono il
rappresentante del grande capo Mussolini e sono qui per
eseguire i suoi ordini. So governare perché ho governato e ho la
mano dura. Non voglio commenti. Ciò che faccio, faccio bene.
Questa colonia non è che una tappa delle vie imperiali, che
l’Italia si prepara a raggiungere». 10 E più tardi, nella giornata,
dirà ai funzionari di governo: «Voi vi sarete domandati perché
ho preteso tutta questa solennità. Perché una nazione non è
forte se non ha la forma, perché questa nella vita dei popoli è tre
quarti mentre la sostanza è un quarto. L’epoca vergognosa della
democrazia e della modestia è nita, e ora l’Italia vuole
a ermarsi anche con la pompa. Io sono il rappresentante
dell’Italia nuova, nata dalla guerra, che diventa forte e temuta
nel mondo e che ha dei ni imperiali da raggiungere. Pretendo il
massimo lavoro e disciplina. Occorre lavorare 24 ore su 24 e
domandarsi se vi è ancora altro tempo». 11
Dopo le parole, i fatti. De Vecchi non è riuscito a liberare
l’Italia dello «sporco» residuo e cerca di farlo almeno in Somalia.
Le sue liste di proscrizione riguardano almeno il 20% dei
funzionari, classi cati come massoni, liberali, socialisti o, più
genericamente, indesiderabili. «Alcuni di questi funzionari e
u ciali che pretesero di avere una prassi politica da insegnare e
da difendere furono sostituiti e rimpatriati — scriverà De Vecchi
in Orizzonti d’impero, un esempio quasi inimitabile di
autoesaltazione —. Si trattava di due mentalità politiche
opposte ed inconciliabili nel migliore dei casi: fascismo e
liberalismo paci sta e massone». 12 Nel giro di poche settimane
porta a termine l’opera di «risanamento morale» rimpatriando
le «energie decrepite», svecchiando «i comodi patriarcati,
incrostati di indigenismo» e sostituendo i vecchi coloniali con
squadristi e giovani combattenti che «sbarcano quaggiù sorretti
dall’ideale di valorizzare queste terre sotto i segni del
Littorio». 13
Alla Somalia De Vecchi impone dunque un nuovo stile, il suo,
già tristemente noto ai suoi avversari politici in Piemonte.
Stendendo, nel settembre 1924, la prima relazione sul progetto
di bilancio, si compiace, nella sua prosa ampollosa e delirante, di
aver già messo a punto una macchina perfetta e perfettamente
funzionante: «L’artiere non aveva chiesta e non aveva ambita
quest’opera nuova e solitaria in terra lontana. Comandato, ha
ubbidito in disciplina e quivi nel silenzio e nel raccoglimento
quasi mistico e ascetico sta foggiando col pensiero e con le opere
una parte, non so quanto piccola, dell’avvenire della Patria; e
quivi nella stessa nostalgica clausura sta aprendo una parte,
non so quanto piccola, della grande via Imperiale all’Italia
Madre ed alla sua millenne Augusta Dinastia. [...] Si è così
circondato, con selezione talvolta aspra e dura, ma sempre
necessaria, di una accolita di altri silenziosi operanti che
ovunque nella Colonia ogni giorno non risparmiano lo sforzo
più tenace e più puro. Essi, con lui, non parlano, non cantano il
peana della vittoria; sudano, chinato il capo sotto lo sforzo,
ascendendo continuamente la china senza perdere un passo,
senza pronunziare una parola che non sia necessaria allo stretto
compimento dell’opera». 14 Nelle 64 pagine della relazione
indirizzata al ministro Lanza di Scalea, De Vecchi non pone
alcun freno all’autoincensamento, ma l’esilio gli brucia e non
può fare a meno di sottolineare polemicamente che «non aveva
ambita quest’opera nuova e solitaria». È l’unico accenno a
Mussolini. Poi deliberatamente lo ignora. Tutti i suoi pensieri, le
sue attenzioni, le sue adulazioni, i suoi vaticini vanno ai Savoia.
Prima di lasciare l’Italia era stato ospite della regina Margherita
a Bordighera e da lei aveva ricevuto in dono una medaglia d’oro
e smalto che recava questa scritta: «San Cristoforo protegga
sulle vie della terra quegli la cui anima non conosce che la via
diritta». 15

Alla conquista dei sultanati.


Anche se è in rotta con Mussolini e sa che dovrà trascorrere in
Somalia non meno di cinque anni, De Vecchi non pensa
lontanamente di ritenersi uno scon tto e decide anzi di
sfruttare al massimo la nuova carica e la nuova esperienza. «Io
sono un valorizzato dalla guerra e dalla lotta contro i socialisti
— con da un giorno a un funzionario —. Non posso quindi che
continuare a fare la guerra per andare sempre più in alto». 16
Del resto non fa che prendere in parola Mussolini, che gli ha
dato la patente di «ottimo soldato» e che si aspetta da lui
«servigi» in campo militare.
Ma la Somalia, dopo la morte del Mullah, è tranquilla e il
serkal, anche se non è amato, è rispettato. È vero che i sultanati
del nord godono forse di una eccessiva indipendenza, ma
essendo buoni i rapporti con i sultani Ali Yusuf e Osman
Mahmud è più pensabile un nuovo e più impegnativo accordo
che una guerra di conquista. Questo, almeno, è il giudizio
complessivo che della situazione somala danno il governatore
uscente Riveri, il ministero delle Colonie e i vecchi funzionari di
Mogadiscio. Ma De Vecchi è di tutt’altra opinione. Non soltanto è
dell’avviso, ad appena otto giorni dal suo arrivo in colonia, che
in Somalia ci sia «tutto da fare o da rifare», 17 ma ritiene che la
situazione politica sia addirittura «intollerabile e pericolosa
perché tutte le popolazioni di diretto dominio erano armate, e
quelle protette dei Sultanati erano per di più inquadrate da una
certa quale organizzazione militare totalmente al di fuori del
nostro controllo, che manteneva vivo uno spirito di assoluta
indipendenza». 18 Dopo una rapida visita ai centri del vecchio
Benadir, De Vecchi comincia inoltre a inviare al ministero
telegrammi allarmati con i quali denuncia «l’inso erenza
ostile» degli Auadle, dei Galgial, dei Badi Addo, dei Mobilen, dei
Bimal e riferisce che i somali posseggono 16 mila fucili contro i
2500 in dotazione alle forze armate della colonia. Avverte
quindi Federzoni che procederà «con ogni mezzo disponibile al
disarmo delle popolazioni», 19 mentre con un decreto del 24
dicembre ha già provveduto a cancellare il vecchio ordinamento
del corpo di polizia e ha istituito un «Corpo zaptiè della
Somalia» forte di 800 uomini.
De Vecchi non perde tempo. Ai primi di gennaio ordina il
disarmo di tutti gli abitanti della Somalia meridionale.
Inutilmente il commissario della regione dello Scebeli,
maggiore Dall’Era, cerca di spiegare al governatore che i fucili in
circolazione sono dei catenacci, che non furono mai usati contro
il governo della colonia, ma, al contrario, ai tempi della rivolta
dei dervisci, furono impiegati in sua difesa. De Vecchi non vuol
sentire ragioni, rimpatria il «commissario vecchio stile», ignora
gli inviti alla prudenza del ministero, e porta avanti
l’operazione-con sca con la certezza assoluta che il fatto d’armi
ci sarà. L’occasione gliela fornisce una lettera del vecchio capo
dei Galgial Bersane, Hagi Hassan scek Nur. Ritenendola una
«provocazione intollerabile», 20 De Vecchi ordina al
comandante delle truppe della Somalia, ten. colonnello Mario
Re, di marciare su Mahaddei Uen con 800 uomini, due sezioni di
mitragliatrici e una batteria di cannoni da 70, e di eseguire il
disarmo delle «cabile riottose».
Per quattro giorni, fra il 27 e il 31 marzo 1924, la regione
abitata dai Bersane viene messa a ferro e fuoco: il bestiame è
razziato, alcuni villaggi bombardati e poi dati alle amme, una
ventina di indigeni passati per le armi, il vecchio Hagi Hassan
scek Nur tradotto in catene a Mogadiscio. 21 La spietata
ingiusti cata repressione riporta in colonia una viva
inquietudine; si notano fermenti fra gli Auadle e i Badi Addo; il
6 aprile in uno scontro a Gialalassi fra ribelli e italo-somali un
ascaro è ucciso e il tenente Maramaldo gravemente ferito. Un
altro eccellente pretesto per dirottare la colonna del ten.
colonnello Re sul territorio dei Badi Addo. «Gli incendi dei
villaggi abbandonati, che si alzarono presto sulla marcia delle
truppe — riferisce compiaciuto De Vecchi —, dovevano essere
l’ammonimento salutare a decidere le popolazioni alla
sottomissione. I loro capi si precipitarono a chiedere
clemenza». 22
La spedizione punitiva contro i Bersane non costituisce che il
primo, modesto e troppo rapido fatto d’armi. Una semplice
prova per saggiare gli umori di Federzoni e soprattutto quelli di
Mussolini. Ma le ambizioni del quadrumviro sono ben altre. Egli
vuol ripetere l’operazione-disarmo anche nei sultanati protetti
del nord, sapendo che ciò signi ca la guerra, uno o più anni di
operazioni di grande polizia coloniale, la necessità di
conquistare palmo a palmo immensi e inospitali territori. Dalla
metà del 1924 questa è la sua idea ssa. Egli è oltretutto
convinto che i due sultanati hanno ormai esaurito il loro
compito, che era essenzialmente antimullista, e che prolungano
soltanto una situazione anacronistica. «In realtà noi non
avevamo più un protettorato — spiega lui stesso —. Bisognava
conquistarlo e, con la conquista, sostituirvi il dominio
diretto». 23
Per realizzare questo proposito De Vecchi dedica, per quasi
due anni, la sua attenzione a riorganizzare e potenziare le forze
militari della colonia. Le truppe regolari, che nel maggio 1923
comprendevano 2500 uomini, vengono più che raddoppiate.
Mentre le bande irregolari, che non superavano i 300 uomini,
raggiungono nel 1926 i 3 mila. Nel pieno delle operazioni,
contando anche i tre battaglioni di ascari venuti in rinforzo
dall’Eritrea, ci saranno in Somalia ben 300 u ciali e 12 mila
soldati indigeni, un contingente quale la colonia non ha mai
visto e che verrà superato soltanto nel 1935 all’arrivo di
Graziani. Per il piccolo esercito De Vecchi ottiene da Roma anche
nuove artiglierie e l’invio della 36 a squadriglia R.2 da
ricognizione, comandata dal capitano Renato Sandulli e
composta di 16 apparecchi. 24 Può disporre inoltre di un’intera
divisione navale, al comando dell’ammiraglio Ugo Conz e
costituita dalle navi San Giorgio, Campania, Toselli, Arimondi,
Berenice, Alula.
Alla preparazione militare De Vecchi a anca poi quella
politica inviando presso i due sultani nuovi rappresentanti: il
colonnello Trivulzio a Obbia e il commissario Ettore Coronaro
ad Alula. Essi hanno il duplice incarico di preparare i due capi ai
mutamenti in vista e di raccogliere notizie sul loro potenziale
bellico. Potenziale che si rivela, dalle stesse valutazioni di De
Vecchi, assai modesto: Ali Yusuf dispone infatti di 4 mila fucili,
con scarso munizionamento, e di una dozzina di garese «di
costruzione tale da non resistere al tiro col cannone»; mentre
Osman Mahmud può mettere in campo 8-9 mila combattenti,
dei quali soltanto 5-6 mila armati di fucili, «ma molti erano
ormai da ritenersi fuori uso». 25 De Vecchi sa inoltre che anni di
reciproche razzie hanno avvelenato i rapporti fra i due sultani e
che, in caso di con itto, potrà batterli separatamente. Una realtà
che, seppure in ritardo, viene percepita anche dai due capi
somali: «Ti dirò anche che qui c’è un italiano che segue
attentamente le nostre azioni — scrive Ali Yusuf a Osman
Mahmud in una lettera dell’aprile 1925 che viene intercettata —
e desidera che tu e io ci facciam guerra sino allo sterminio della
nostra gente. Questo io non voglio». 26 Ma è troppo tardi per
un’alleanza, e Ali Yusuf, per primo, cede alle pressioni del
colonnello Trivulzio e nel settembre 1925 compie la prima
consegna di armi: 400 fucili, un cannone e 36 casse di cartucce.
Le altre le consegnerà ai comandanti delle colonne che sono in
procinto di entrare nel suo territorio.
Il 1° ottobre, tre colonne di soldati regolari e di dubat, al
comando rispettivamente del colonnello Di Bello e dei maggiori
Bechis e Musso, invadono il sultanato di Obbia e in meno di un
mese lo occupano interamente. Compiaciuto per la manovra,
che non è costata alcuna perdita, De Vecchi scrive: «Il Sultanato
poteva considerarsi occupato e disarmato. Presidiate le sue
località principali, ritirato il blocco delle armi, il Governatore,
che aveva visto il piano di azione svilupparsi con cronologica
regolarità, provvedeva con suo decreto del 14 ottobre
all’istituzione di un regio commissariato nella regione di Obbia
e di regie residenze a Obbia, a El Bur, a Gallacaio e a Illig». 27
Le cose, però, non vanno altrettanto bene in Migiurtinia,
dove, in concomitanza, ai primi di ottobre sono sbarcate truppe
nei porti di Hafun e di Alula. Constatando che queste truppe
non sono state accolte con il dovuto riguardo, De Vecchi
incarica il commissario di Alula di comunicare a Osman
Mahmud la sua disapprovazione e di presentargli un suo
ultimatum: «Se non otterrò piena ubbidienza spontaneamente,
troverò il modo di farmi ubbidire come sa fare sempre l’Italia
Fascista». 28 Poi, senza aspettare risposta, ordina alle navi il
blocco della costa per impedire ogni inoltro in Migiurtinia di
armi, viveri e cotonate, e fa sequestrare un certo numero di
sambuchi. Usando subito la maniera forte, De Vecchi mostra
evidentemente di ignorare la storia dei somali, i valori del loro
nascente nazionalismo. Osman Mahmud non ha certo le doti
militari e la coerenza politica del Mullah, ma è un guerrigliero
che ha già dato del lo da torcere nei primi vent’anni del secolo
a inglesi e italiani. Tanto lui che suo glio Erzi Bogor non sono
uomini da accettare umilianti ultimatum. Il 23 ottobre, infatti,
il sultano tronca il suo gioco dilatorio e, a nome anche di «tutti i
capi migiurtini», scrive al commissario di Alula, colonnello
Nicosia: «Ho ricevuto la tua lettera e ho capito il contenuto: cioè
consegnare le armi e le munizioni, dopo di che potranno essere
restituiti i sambuchi. Bene: il Governo prenda pure i sambuchi e
io tengo le armi». 29 Sdegnato per la risposta negativa e
sferzante, il quadrumviro replica: «Prenderò i sambuchi, gli
armati, le armi, le munizioni, tutti i capi Migiurtini e te
pure». 30 Da questo momento è la guerra o meglio, come
osserva Mario Giovana, «una riedizione coloniale delle
spedizioni punitive dello squadrismo delle origini». 31 In altre
parole, azioni terroristiche a sorpresa e, come sempre, in dieci
contro uno.
Contro i migiurtini De Vecchi prende personalmente il
comando delle operazioni. Il 24 ottobre lo troviamo sulla
Campania alla fonda davanti al porticciolo di Bender Bela,
abituale residenza di Erzi Bogor. De Vecchi vorrebbe convincerlo
all’obbedienza, ma il glio del sultano, per una legittima
precauzione, si è ritirato nell’interno n dal giorno prima. Per
questo solo reato, De Vecchi ordina la distruzione del villaggio,
che viene compiuta, secondo la testimonianza del comandante
della nave, Gregoretti, con ventun colpi da 76 e ventotto da
152. 32 Dopo questa azione e il disarmo forzato delle
popolazioni di Afgalaio e Bereda e l’arresto di un centinaio di
notabili, il governatore si porta il 28 davanti a Bargal nella
certezza che Osman Mahmud, che ormai dovrebbe essere in
grado di valutare il nuovo stile degli italiani, scenda a patti. Ma
il sultano non si presenta all’incontro e, esasperato per le
violenze subite dalla sua gente, prepara un’imboscata sulla
spiaggia di Bargal, nella quale vanno a cadere gli equipaggi di tre
imbarcazioni inviate a terra da De Vecchi.
Sotto il fuoco dei migiurtini, che sono alcune centinaia e sono
appostati nel villaggio e sulle dune circostanti, cadono uccisi tre
marinai italiani e due ascari di marina, mentre altri cinque
soldati indigeni restano feriti. Sottraendosi all’insidia della
trappola, due degli equipaggi riescono a raggiungere le loro
imbarcazioni e a tornare a bordo della Campania; il terzo
equipaggio, che comprende anche il capo di gabinetto del
governatore, Coronaro, viene invece tagliato fuori e trova
scampo in una moschea, dove si barrica e resiste per ventidue
ore, protetto dal fuoco delle artiglierie della nave. Il gruppo non
verrà liberato che l’indomani quando, richiamata
telegra camente da Alula la cannoniera Arimondi, verrà
sbarcata una compagnia del 2° Benadir che vincerà le ultime
resistenze somale. Redigendo il suo rapporto, con l’abituale
pignoleria, il comandante Gregoretti annota: «Il materiale si è
comportato benissimo, sono stati sparati complessivamente
217 colpi da 152 e 551 da 76. [...] Si può ritenere sicuramente
che le perdite subìte dagli indigeni superino il centinaio di
morti di cui la massima parte è dovuta al tiro delle
artiglierie». 33 Il commento di De Vecchi è una volta tanto
conciso: «Bargal veniva spianato, messo a sacco e incendiato». 34
Nei giorni successivi De Vecchi fa occupare Bender Cassim,
Bender Ziada e altri punti della costa nell’attesa di sviluppare le
operazioni all’interno della Migiurtinia. Ma il 9 novembre,
proprio nello stesso giorno in cui annunzia a Lanza di Scalea di
essere pronto a inseguire Osman Mahmud all’interno del paese,
un gravissimo episodio accade a El Bur nell’ormai «paci cato»
sultanato di Obbia. Un ex naib, di nome Omar Samantar, che il
comandante del locale presidio, capitano Franco Carolei, ha
assoldato per il grande ascendente che esercita sulle popolazioni
Darod, si introduce con uno strattagemma nella garesa di El Bur
e, spalleggiato da un gruppo di insorti, uccide il capitano Carolei
e una sessantina di ascari, poi si impadronisce del forte dove
sono custoditi 344 fucili appena versati dalle popolazioni della
regione, 50 fucili mod. 91, due mitragliatrici pesanti Fiat e ben
100 mila cartucce: un arsenale e ciente che è quasi delle stesse
proporzioni di quello recuperato con l’operazione-disarmo
appena ultimata. La liberazione di El Bur e il ricupero delle armi,
due fatti già di per sé gravissimi, provocano anche la ribellione
dei Darod e degli Averghedir, cosicché tutta la regione è da
riconquistare.
La reazione di De Vecchi non sorprende, è scontata, nel suo
stile. Egli scarica tutta la responsabilità sul morto, su Carolei:
«Era avvenuto ciò che il Governatore aveva temuto potesse
avvenire. Una chiara disubbedienza, anche se in perfetta buona
fede, aveva dato i suoi tristi frutti. [...] Il residente di El Bur aveva
scelto a suo uomo di ducia il più fanatico e irriducibile nostro
nemico». 35 Tutta la colpa è dunque di Carolei, un coloniale
vecchio regime, e di Samantar, che è nato per tradire. Ma a
Roma, negli ambienti coloniali, non la pensano così. De Vecchi è
accusato di provocare, con la sua insensibilità, la sua ignoranza
dei fatti, i suoi raid terroristici, la totale ribellione di popolazioni
che da trent’anni sono fedeli all’Italia. E criticata è anche la sua
decisione di arrestare il sultano Ali Yusuf, la sua famiglia, tutti i
naib di Obbia e inoltre le «persone sospette» e di trasferirli per
nave a Mogadiscio. Accuse di incapacità e di dilettantismo gli
vengono rivolte anche da taluni ambienti militari, che premono
per sottrargli la responsabilità delle operazioni e a darle allo
stato maggiore generale. Ma Mussolini e Lanza di Scalea, anche
se turbati dagli ultimi avvenimenti di Somalia e perplessi per
alcune iniziative del quadrumviro, gli vengono in aiuto, gli
riconfermano la ducia. «Questa prima bufera — riferisce
soddisfatto De Vecchi — si era così sedata per il diretto e pacato
intervento del Duce!». 36 Il quale, però, comincia a ricredersi
anche sulle doti militari del quadrumviro e gli manda, in
rinforzo, tre battaglioni di ascari dall’Eritrea.
Rinforzi che giungono provvidenziali poiché all’improvviso
tutta la Somalia del Nord, dall’Uebi Scebeli al capo Guardafui, è
in rivolta e gli attacchi alle guarnigioni italiane appaiono
coordinati. Nella notte del 25 novembre un centinaio di
migiurtini assalta il presidio del faro Francesco Crispi a capo
Guardafui e massacra il fanalista Aldo Jonna e quattro ascari. Il
30 novembre un gruppo di ribelli attacca, nel sultanato di
Obbia, un’autocolonna che rientra a Bulo Burti da Bud Bud e
uccide il ten. colonnello Splendorelli e due ascari. Il 2 dicembre,
in ne, un migliaio di migiurtini, al comando di Erzi Bogor,
circonda gli apprestamenti difensivi di Hordio e, con una serie
di fortunati attacchi, distrugge la centrale elettrica, il pontile,
gli impianti delle saline e dà alle amme il villaggio Dante,
senza che il presidio italiano, forte di trecentotrenta uomini e
otto mitragliatrici, sappia reagire e impedire le distruzioni. Anzi
è tale lo sgomento degli assediati che nei giorni successivi,
nonostante l’arrivo nelle acque di Hordio di alcune unità della
divisione navale dell’Oceano Indiano e l’inizio del solito e
indiscriminato bombardamento della costa, il presidio
abbandona Hordio e si trincera sulla vicina penisola di Hafun.
Lo sgombero, deciso dall’ammiraglio Conz nonostante le
proteste di De Vecchi, viene da quest’ultimo giudicato come
un’«inammissibile misura» 37 e rivela gravi dissapori al vertice
del comando.
In e etti, per quanto il quadrumviro cerchi di imporre
sempre il suo punto di vista, tanto il comandante delle truppe
della Somalia, colonnello Renzo Dalmazzo, che l’ammiraglio
Conz, tendono a difendere la loro autonomia e più volte si
trovano in netto contrasto con De Vecchi. Per rioccupare El Bur,
ad esempio, stanco della prudenza e delle tergiversazioni di
Dalmazzo, il governatore utilizza le sole forze che sono ai suoi
diretti ordini, ossia le bande di dubat, comandate dal
conterraneo e fedelissimo maggiore Bechis. Con queste truppe
di irregolari può rioccupare il 21 dicembre El Bur e sospingere
verso l’Ogaden i ribelli di Omar Samantar. Ma prima di
scon nare in Etiopia, dove troverà appoggi e una nuova patria,
il somalo Samantar attacca il 14 gennaio 1926 quattrocento
dubat che lo inseguono e, in uno scontro violentissimo a
Scilláve, ne uccide 58 e ne ferisce 40. Poi passa il con ne,
accompagnato dal fratello del sultano di Obbia, Mussa Yusuf,
alcuni capi minori e centinaia di guerriglieri. Per dieci anni, no
alla sua morte, come vedremo, Samantar sarà fra i più ostinati e
implacabili nemici dell’Italia.
Rioccupato il sultanato di Obbia e dopo averlo presidiato con i
rinforzi giunti dall’Eritrea, De Vecchi decide di occupare il
territorio del Nogal, lo staterello-cuscinetto posto fra i sultanati
di Obbia e di Migiurtinia e creato nel 1905 nel tentativo di
ammansire il Mullah, di dargli una patria. Le operazioni, iniziate
ai primi di aprile con l’occupazione di Garad, Geriban, Illig e Eil,
si concludono soltanto in agosto con la presa di Callis e di Gardò.
Per cinque mesi, infatti, Erzi Bogor contrasta con un migliaio di
armati la penetrazione italiana nel Nogal tentando anche di
riconquistare Eil e di rigettare in mare gli aggressori. Ma il suo
sforzo generoso si rivela inutile. Sprovvisto di artiglierie e di
armi automatiche, nell’impossibilità di rifornirsi di munizioni
per il blocco navale della costa, indebolito dalle defezioni
provocate dal terrore delle ritorsioni o dal denaro, Erzi Bogor,
che in qualche momento ricorda, per l’audacia e l’aggressività, il
grande Mullah, viene battuto a Eil e a Ellindrà e deve ritirarsi in
Migiurtinia.
Ma già nel settembre i migiurtini, che ormai avvertono
sempre più stretta la morsa degli italiani, cercano di allentarla
sferrando un’o ensiva in più direzioni. Il 26 settembre, a sud di
Carin, attaccano un gruppo di dubat e di sottomessi Desciscia,
che sono a guardia del bestiame, e uccidono quattordici
avversari, ne feriscono cento e razziano 20 mila ovini. Più a sud,
il 9 ottobre, ottocento guerriglieri al comando di un nipote del
sultano, Ali Arbe, investono la garesa di Gardò, presidiata da 62
dubat e, dopo averne ucciso tutti i difensori, la occupano. 38 Il 2
novembre, in ne, un migliaio di uomini cerca di rioccupare
Botiala, sul golfo di Aden, che no a pochi giorni prima
costituiva, per la ribellione, l’ultima porta aperta sul mare. Ma
l’attacco è respinto da un battaglione di ascari eritrei protetto da
solidi trinceramenti.
Mentre nel nord della Somalia i migiurtini tengono
impegnata buona parte delle truppe governative, la rivolta
divampa anche nel sud, alle porte di Mogadiscio. E ciò accade il
28 ottobre 1926, per un’azione che sembra combinata fra
migiurtini e Bimal, proprio mentre il vanesio De Vecchi, che nel
frattempo è stato fatto conte di Val Cismon, dà gli ultimi
ritocchi all’annuale Relazione sul progetto di bilancio e annuncia
al ministro Lanza di Scalea: «Ormai la grande Somalia è stata
creata e va, con gli ultimi guizzi di ribellione, e con le ultime
azioni di conquista in Migiurtinia, acquistando la sua salda
unità etnica quale è stata pensata e fortemente voluta
attraverso uno spasimo di creazione che è costato sangue e
fatiche, atti di eroismo militare, impiego veggente di sapienza
politica». 39 Da questi sublimi vertici della retorica e della
vanità De Vecchi viene sbalzato all’improvviso dalle scariche di
fucileria che infrangono la quiete di Merca, la città bianca
ritenuta una fra le più tranquille del vecchio Benadir.
Alle sue porte, nella moschea di El Hagi, vive lo scek Ali
Mohamed Nur, circondato dalla fama di uomo santo e da una
corte dei miracoli che comprende, per usare la prosa del
governatore, «liberti e diseredati, peccatrici pentite e fuori legge
desiderosi di oblio». 40 Apparentemente tutto dedito al
raggiungimento della perfezione religiosa e alle cure della sua
giamia, Mohamed Nur cova invece un profondo odio per gli
italiani, un sentimento sul quale fanno leva alcuni notabili
migiurtini che già da un anno sono stati relegati da De Vecchi
nella vicina Danane. È impossibile provare, con i documenti
oggi a disposizione, se dagli incontri segreti fra i notabili
migiurtini e Mohamed Nur sia scaturita la decisione di
organizzare una vera e propria guerriglia nel Benadir in
concomitanza con l’o ensiva di Osman Mahmud nel nord. Ciò
che è certo, però, è che lo scek di El Hagi opera nella regione più
propizia, quella dei Bimal, che ha dato sin dall’inizio del secolo i
più accaniti avversari della penetrazione coloniale italiana e che
ora comprende una grande massa di scontenti, la cui punta è
costituita dai diecimila contadini sottoposti al lavoro coatto
nella zona delle concessioni di Genale.
La progressiva occupazione della Somalia

Proprio in questo comprensorio, nel villaggio di Dobloi,


vengono uccisi il 28 ottobre cinque indigeni, fra cui un capo
notoriamente favorevole al governo. Un reparto di zaptiè,
inviato sul posto per far luce sull’episodio, è attaccato da almeno
duecento rivoltosi e deve ritirarsi a Bulomererta pur dopo aver
abbattuto una trentina di aggressori. Il commissario di Merca,
avendo indagato e accertato che la sommossa è stata promossa
da alcuni santoni che dipendono dalla giamia di El Hagi,
convoca Mohamed Nur sia per ottenere spiegazioni sul fatto che
per invitarlo a cooperare nell’opera di paci cazione. Ma lo scek
respinge per due volte l’invito. E quando il maresciallo dei
carabinieri Aldo Fiorina va alla moschea con una piccola scorta,
con l’ordine di tradurlo con la forza a Merca, viene assalito da un
gruppo di seguaci del santone e ucciso.
Informato nella notte dei gravi avvenimenti, De Vecchi invia
a Merca il capitano Giuriati al comando di centoventi ascari,
centodieci zaptiè e una sezione di artiglieria da montagna. Ma la
colonna, che deve coprire i centocinquanta chilometri che
separano Mogadiscio da Merca, non potrà essere a destinazione
che all’alba del 30 ottobre. Per cingere subito d’assedio la
moschea di El Hagi e impedire la fuga dei ribelli, il governatore
decide allora di ricorrere ai concessionari di Genale, ossia al
gruppo di squadristi piemontesi che lo ha seguito
nell’avventura somala: «Io vi ho dato i canali per irrigare i vostri
bananeti e le sciambe indigene, ho fatto sorgere dal nulla, a
centoventi chilometri da Mogadiscio, il comprensorio di Genale
che rappresenta la vostra futura ricchezza, ora datemi i vostri
fucili. Non dimenticate di essere stati i soldati vittoriosi della
Grande Guerra». 41
Spronati dal quadrumviro, cinquanta fascisti lasciano Genale
e a piedi, attraverso le dune che si stendono no al mare,
puntano sulla vicina Merca, armati di moschetti e di fucili da
caccia. Sembrano tornati i tempi della guerriglia antisocialista,
delle squadracce di Brandimarte, dell’assalto alla Camera del
lavoro di Torino. Ma qui, a ottomila chilometri da casa, senza
testimoni imbarazzanti e sotto l’ala protettrice di De Vecchi, il
gioco è estremamente più facile. Per di più i seguaci di
Mohamed Nur non dispongono che di pesanti sciabole, di
coltellacci e dei pochi fucili recuperati dopo l’attacco alla scorta
del maresciallo Fiorina. È come partecipare a una battuta di
caccia grossa, più eccitante e meno pericoloso. E infatti, prima
che sorga l’alba, i cinquanta squadristi riescono a scacciare i
ribelli dai loro villaggi e a stringere d’assedio la moschea di El
Hagi, dove hanno nito per rifugiarsi con le loro famiglie.
Il 30 mattina, mentre i concessionari di Genale fanno buona
guardia e abbattono tutti quelli che tentano di fuggire dalla
grossa trappola, arriva il capitano Giuriati con il «compito di
ristabilire l’ordine turbato e di catturare i ribelli o di
sopprimerli». 42 Due cannoni vengono subito messi in batteria
e, dopo alcuni colpi e l’intimazione della resa, dalla moschea
escono duecento persone fra donne e bambini. Gli uomini sono
invece decisi a resistere, anche perché hanno intuito che non
potranno più sfuggire, in nessun caso, alla vendetta e alla
morte. E per tutto il 30 ottobre si difendono «bravamente», 43
come lo stesso De Vecchi riconosce, fra gli edi ci della moschea
ormai ridotti a cumuli di macerie. Ma, privi ormai di munizioni,
non possono più sopportare altri assalti. All’alba del 31, quando
gli italiani occupano in ne la moschea, trovano fra le rovine
settanta cadaveri; e i pochi che tentano ancora una resistenza,
usando daghe e pugnali, vengono passati per le armi.
Nella notte, però, eludendo la sorveglianza degli ascari e degli
zaptiè, Mohamed Nur è riuscito a fuggire con una settantina di
seguaci e a trovare rifugio nella tta boscaglia in direzione di
Danane. De Vecchi lancia gli zaptiè, comandati dai tenenti Pepe
e Blasi, all’inseguimento, poi ordina alle altre truppe di
rastrellare tutta la zona di El Hagi per impartire ai sopravvissuti
una indimenticabile lezione, come si apprende da un lungo
telegramma che il 2 novembre invia a Lanza di Scalea e nel quale
è detto, fra l’altro: «Nuovamente intimata resa e compiuti
sanguinosi tentativi arresto, paesi Giamia venivano per mio
ordine rasi al suolo dopo ostinata resistenza». 44 Faceva quindi
il bilancio delle perdite nei due campi: da parte governativa, 21
morti e 16 feriti, 45 da parte somala, 74 morti e 170 arresti.
Il 3 novembre gli zaptiè possono in ne rintracciare i ribelli
nella boscaglia, agganciarli e spingerli al combattimento, ma lo
scontro non è risolutivo. Soltanto quattro giorni dopo, in
località Fiddarot, a una decina di chilometri da Danane,
riescono a circondarli e a non lasciar loro via di scampo. Ma
quello che segue non è più un combattimento, è un massacro.
Anche quelli che si arrendono vengono abbattuti a fucilate. Alla
ne, sul campo, restano lo scek Mohamed Nur, l’ultimo ribelle
della Somalia del Sud, e settanta dei suoi. Complessivamente,
dal 28 ottobre al 7 novembre, come riferisce lo stesso De Vecchi,
«più di duecento rivoltosi vi avevano trovato la morte. Tutti,
d’ordine del Governatore, erano stati passati per le armi». 46
Ci si può chiedere oggi, come ci si chiese allora, anche negli
ambienti di governo, il perché di tanta ferocia. La risposta non si
trova nei documenti, anche nei più riservati, ma non è di cile
da fornire, se si tiene conto della situazione che si è venuta a
creare in Somalia. De Vecchi, che ha appena nito di vantarsi
con Lanza di Scalea per aver portato «a termine una delle più
belle e delle più dure imprese coloniali» nella Somalia
settentrionale, «donando trecentomila chilometri quadrati di
territorio alla Patria», 47 viene clamorosamente smentito dalla
contro ensiva di Osman Mahmud. Non soltanto, ma il 28
ottobre, proprio il 28 ottobre, nella ricorrenza della marcia su
Roma, subisce un altro smacco addirittura alle porte della
capitale, fornendo così ai suoi critici romani la conferma che,
anziché paci care la Somalia, la sta trasformando in un solo
campo di battaglia, oltreché in un cimitero. Questo è troppo per
De Vecchi. E questo spiega la sua decisione di colpire subito,
e cacemente e con la massima crudeltà, per evitare che la
rivolta dilaghi anche nel sud e che Roma lo sostituisca per
incapacità. Le ragioni degli squadristi di Genale sono anche più
semplici. Come riferisce Quadrone, «il fatto d’armi non è stato
per i concessionari che un diversivo, dopo del quale, riposte le
armi nelle rastrelliere, riprendono la scure e l’aratro». 48 Ma non
è stato soltanto un «diversivo». È stata l’occasione, tanto attesa,
di ricordare ai somali, in modo particolare a quelli che lavorano
nel comprensorio di boni ca, che i fascisti venuti al seguito di
De Vecchi sono degli italiani assolutamente nuovi, che non
hanno e non intendono avere niente in comune con gli indigeni;
sono dei padroni esigentissimi, i quali non sopportano né i
tentativi di ribellione né l’apatia o la svogliatezza sul lavoro. Le
fucilate di El Hagi sono il decreto legge che nessuna autorità ha
mai emanato ma che da oggi funziona e tacitamente viene
accettato. Da oggi, se ancora era possibile, i somali sono ancora
più schiavi, più cose, censiti in blocco come i cammelli, gli ovini
e i caprini.
Nonostante le critiche al suo operato, nel dicembre 1926 De
Vecchi perfeziona il suo piano riuscendo a far rimpatriare il
comandante delle truppe, colonnello Dalmazzo, e ad assumere
personalmente la direzione delle operazioni. Il 30 dicembre si
imbarca sulla Lussin, a Mogadiscio, e si trasferisce ad Hafun per
seguire da vicino quello che egli ritiene, ora che si è sbarazzato
dell’ultima persona in grado di contestarlo, l’attacco risolutivo.
Ai primi di gennaio tre colonne, che muovono da Eil, da Hafun e
da Carin, puntano verso l’interno della Migiurtinia, occupano
Iredámi e Scusciúban, e battono separatamente Erzi Bogor e
Osman Mahmud, il primo a Scusciúban il 20 gennaio, il secondo
quattro giorni dopo a sud di Idda. E mentre i due principali capi
della rivolta riparano a stento nel Somaliland, con qualche
centinaio di armati, altre colonne del serkal compiono vaste
operazioni di rastrellamento e di disarmo. Il 28 febbraio 1927
De Vecchi può annunciare nalmente che la Somalia del Nord è
domata, che sono state recuperate 16.500 armi da fuoco e che
non resta nella colonia un solo fucile che non sia dello Stato. Il
suo trionfo è reso ancora più completo dal rientro in Somalia del
sultano Osman Mahmud e dalla sua teatrale resa a Mogadiscio,
il 6 novembre, con la consegna della spada al quadrumviro.
E tuttavia De Vecchi non è ancora soddisfatto. Egli sa che a
Gorrahei, in territorio etiopico, si sono venuti concentrando
tutti i ribelli somali superstiti, con circa 700 fucili, le due
mitragliatrici catturate a El Bur e un forte quantitativo di
munizioni. E sa che alla loro testa ci sono i capi più prestigiosi:
Omar Samantar, Erzi Bogor, il fratello dell’ex sultano di Obbia,
Mussa Yusuf, il notabile di El Bur, Abdi Uardere, il vecchio capo
mullista Abscir Dorre, Yusuf Dulbohanta e Godo Godo. Uomini
che, in esilio, hanno compreso, seppure in ritardo, la futilità
delle loro passate discordie e sono più che mai decisi a
riprendere la lotta con ideali e nalità comuni. «La s da
permanente e la permanente minaccia di costoro — scrive De
Vecchi — non poteva non essere raccolta e parata». 49 Ma
Gorrahei è troppo all’interno della regione etiopica dell’Ogaden
per potervi mandare truppe regolari al comando di u ciali
italiani; tanto più ora, sul nire del 1927, mentre Italia ed
Etiopia stanno faticosamente elaborando il patto ventennale
d’amicizia. De Vecchi, pur sapendo di correre un gravissimo
rischio, non rinuncia tuttavia all’idea di un raid su Gorrahei e
crede di cautelarsi a dandone la realizzazione a una banda di
400 irregolari dubat al comando del somalo Uarsama Botan.
Partendo da Olassan e percorrendo in quattro giorni
trecentocinquanta chilometri, la banda di dubat piomba di
sorpresa sul campo dei fuorusciti, occupa la garesa e i pozzi
d’acqua, scompagina e disperde le forze avversarie, recupera le
due mitragliatrici di El Bur e si ritira rapidamente verso l’incerto
con ne italiano. Ma sulla via del ritorno è agganciata dagli
uomini di Erzi Bogor, che si sono riavuti dalla sorpresa, e perde
metà dei suoi e ettivi nel durissimo scontro di Scilláve. 50
Riesce tuttavia a riparare in Somalia, con le due preziose
mitragliatrici, mentre Erzi Bogor, persa ormai ogni speranza di
mantenere in vita la guerriglia, si rifugia ad Addis Abeba dove,
colpito da vaiolo, muore nell’aprile 1929. Adesso De Vecchi può
fare il bilancio de nitivo delle perdite nei due campi in due anni
di guerriglia e controguerriglia. Sono morti 3 u ciali italiani, 4
soldati metropolitani, 97 ascari, 449 dubat, mentre i feriti sono
341. Nel campo avversario i morti sono 1236 e i feriti 757. 51
Dal che si deduce che l’intero tributo di sangue è stato pagato
dai somali, in una guerra fratricida, mentre i dominatori hanno
talmente perfezionato i loro metodi, con l’ausilio della marina e
dell’aviazione e assoldando senza risparmio i mercenari, da non
perdere che sette uomini in tutto.
Nonostante questi bilanci e i bollettini di guerra, redatti con
l’iperbolica e insopportabile prosa dell’autore, Mussolini non è
soddisfatto di De Vecchi e sul nire del 1927 ha già deciso di
sostituirlo. Non soltanto il quadrumviro si è creato la fama di
macellaio in un momento in cui il fascismo ricerca in Europa
attestati di perbenismo, ma il costo delle grandi operazioni di
polizia è stato altissimo (62 milioni soltanto per il 1927) proprio
mentre il governo è impegnato a fondo nel risanamento della
lira. Per nire, Mussolini è preoccupato per le conseguenze che il
raid su Gorrahei potrebbe avere ed è indignato con il suo
promotore. «È indubbio che il ripetersi di episodi del genere di
quello svoltosi nei pressi di Gorrahei — scrive al ministro delle
Colonie Federzoni il 28 febbraio 1928 — tra una nostra colonna
di bande di con ne, lanciata sin là dal governatore De Vecchi, e
un gruppo di ribelli fuorusciti dal territorio di Obbia, non
mancherebbe di provocare fra noi e l’Etiopia il sorgere di
qualche incidente, la cui gravità e le cui conseguenze non è dato
n d’ora di prevedere. Ciò deve essere assolutamente vietato». 52
C’è il pericolo che salti il patto d’amicizia, che sta per andare in
porto, e che s’interrompa il usso di volontari abissini, che in
Libia costituiscono i nove decimi degli ascari 53 e sopportano
l’intero peso della guerriglia anti-araba. Mussolini ordina perciò
a Federzoni di impartire a De Vecchi «istruzioni di non
prendere, per nessun motivo, iniziativa di ulteriori operazioni, e
di evitare, nel modo più assoluto, ogni incidente che possa
valere a turbare le buone relazioni italo-etiopiche» 54 E con
questo dà il benservito al quadrumviro per la rioccupazione
della Somalia del Nord, un’operazione che De Vecchi ritiene un
capolavoro purtroppo incompreso e che in ogni caso egli
sintetizza con queste parole: «Il miracolo della fede servita dalla
volontà è compiuto e ha originato potenza tale da aprire le vie
alla grandezza. Il miracolo è totalmente Fascista». 55

Una politica anti-etiopica.


De Vecchi, del resto, non ha mai nascosto la sua profonda
avversione per quella «strana larva di popolo e di Stato che è
l’Etiopia». 56 Quando giunge in colonia, sul nire del 1923, in
Somalia è ancora vivo il ricordo della spedizione nell’Ogaden dei
degiac Uolde Sellassiè e Uakè e della supposta minaccia di una
loro invasione. Rievocando l’episodio, De Vecchi coglie
l’occasione per mettere in ridicolo il suo predecessore, Carlo
Riveri: «Nella primavera del 1923 un capo abissino sceso
dall’Harrar con qualche migliaio di uomini male armati si era
a acciato al con ne e, facendo spargere la voce dei suoi
propositi aggressivi, aveva messo in allarme il Governo della
Colonia. Se ne tornò ad Harrar quando credette di aver ottenuto
abbastanza, carico di molti doni ricevuti e con un sacchetto di
sterline fattegli pervenire, soddisfatto che il gioco fosse così ben
riuscito». E soggiunge: «Una prepotenza senza misura tollerata
con una pazienza al di là di ogni con ne». 57
All’incerto e malsicuro con ne con l’Etiopia De Vecchi dedica
subito la sua attenzione costituendo, come si è già detto, le
nuove bande di dubat e dislocandole nei posti avanzati di Dolo,
Adeile, Corrobàn, Ièt, Ato, Bugberde, El Gorùm, Chirchirri, Bélet
Uèn. Ma queste guarnigioni non costituiscono che un velo lungo
lo smisurato con ne di 800 chilometri. E sono pressoché
indifese negli attuali fortilizi e incapaci comunque di
«provvedere, in caso di serio pericolo, neppure ad una prima
difesa e neppure come semplice truppa di copertura». 58
Rientrando da un’ispezione alle frontiere, De Vecchi scrive: «La
vecchia deplorevole abitudine adottata anche dagli organi
militari superiori di chiamare forti quelle cinte di muretti
crollanti, che non sarebbero neppure idonee a difendere nei
nostri paesi un orto dai ladruncoli di frutta o di galline, deve
certamente avere indotti i tecnici militari a credere, invero bene
a torto, che esistessero sulla linea Nord cosiddetta dei “presidi”
dei solidi punti di appoggio. [...] Se questo era, come credo, uno
tra i fondamentali presupposti di tutto un ragionamento
tecnico, debbo senz’altro dichiararlo pienamente
insussistente». 59
Nel 1925, nonostante «la scarsità di mezzi», il governatore
può comunque annunciare di aver «chiuso il con ne con
l’Abissinia», 60 migliorato gli apprestamenti difensivi e fatto
costruire dai dubat piste camionabili di grande interesse
strategico. Nell’ottobre dello stesso anno, nel ciclo delle
operazioni per l’occupazione del sultanato di Obbia, De Vecchi
prende inoltre una decisione i cui e etti condizioneranno in
futuro i rapporti italo-etiopici e costituiranno, dieci anni dopo,
l’elemento detonatore del con itto con Addis Abeba. Preso dalla
foga di «donare» sempre più «territorio alla Patria», il
quadrumviro ordina alle bande di dubat di avanzare e di
occupare la nuova linea Ferfèr-Olassan-Lammabar-Scilláve-
Gherlogubi-Ual Ual-Uarder-Galadi, «linea — egli speci ca — di
con ne antico per le popolazioni del sultanato di Obbia». 61 E
può anche essere che le tribù nomadi di questo sultanato
abbiano portato da tempo immemorabile le loro mandrie no ai
pozzi del nuovo con ne, ma esso non coincide a atto con quello
tracciato nel 1897 da Menelik e Nerazzini, che prevede una
massima distanza dal mare di 180 miglia, e non coincide
neppure con il con ne, leggermente modi cato, stabilito con
l’accordo del 16 maggio 1908 e sottoscritto da Colli di Felizzano.
È proprio quest’ultimo, che ha avuto il raro privilegio di
tornare per la seconda volta ad Addis Abeba come
rappresentante dell’Italia, ad accorgersi del gravissimo e
pericoloso errore di De Vecchi. In un telegramma a Mussolini del
21 novembre 1925, Colli denuncia l’arbitrio con motivazioni
inoppugnabili: «Dall’esame delle carte geogra che esistenti
appare evidente che la nuova linea di con ne proposta da S. E.
governatore Somalia si allontana di gran lunga nello interno
dalla linea di con ne stabilita da Nerazzini raggiungendo, in
alcune località, distanza 300 miglia dal mare; le località
suddette sono inoltre ben conosciute da Governo etiopico che
già vi ha esercitato diritto di sovranità. È mio dovere far
presente a V. E. che questo governo si ri uterà energicamente di
riconoscere tale retti ca con ne e, di fronte a eventuale fatto
compiuto da parte nostra, esso non mancherà di protestare n
presso Società delle Nazioni. È bene ricordare che dalla morte di
Menelik questo Governo si è mostrato specialmente
intransigente nella questione dei con ni». 62
Dinanzi a questa persuasiva documentazione, Mussolini
ordina a De Vecchi di far rientrare le bande di dubat nelle
guarnigioni del vecchio con ne. Ma l’ordine viene eseguito
soltanto a metà, nel senso che De Vecchi fa sì arretrare le bande,
ma saltuariamente le rimanda a pattugliare il con ne
«proibito» per esercitarvi un diritto di sovranità. Un
compromesso che deve far comodo anche a Mussolini, poiché
sei mesi dopo la situazione non è mutata e Colli, da Addis Abeba,
lo mette in guardia: «Il silenzio mantenuto nora dal Governo
dell’Etiopia sugli avvenimenti in Somalia mi sorprende
grandemente e mi fa sospettare che esso sia stato consigliato a
tacere per poi portare la questione dei con ni alla Società delle
Nazioni. Come ho riferito nel mio telegramma 93 mai il sospetto
dell’Etiopia sulle nostre intenzioni è stato così forte come in
questi giorni e se essa non ha preso nora nessuna disposizione
militare però tende a stabilire una larga rete di spionaggio per
conoscere quello che succede oltre le nostre frontiere». 63
La prova della malafede di Mussolini e della sua complicità
con De Vecchi l’abbiamo dal più volte citato telegramma di
Mussolini a Federzoni dopo il raid su Gorrahei, ideato e
autorizzato dal quadrumviro nel novembre 1927. Nell’indicare
a Federzoni che esiste una «linea insormontabile» che De Vecchi
deve rispettare, ed è precisamente quella «delle 180 miglia»
sottoscritta dal Nerazzini, Mussolini non teme di apparire
incoerente facendo seguire questa seconda e opposta
disposizione: «Ma, pur ssata tale linea, non riterrei opportuno
il ritirarci, per ora, dalla linea oggi e ettivamente occupata dalle
nostre bande avanzate, anche se questa linea sia eventualmente
più al nord o più a ovest della suindicata “linea
insormontabile”». 64 A parole, quindi, Mussolini si dice
rispettoso delle vecchie convenzioni stipulate con Menelik, ma
in realtà tiene un saldo piede in Etiopia, grazie all’imbroglio del
«con ne elastico» escogitato da De Vecchi. Se gli etiopici
protesteranno, avrà buon gioco nel dimostrare che il con ne
e ettivamente presidiato è quello de nito con Menelik; se
continueranno a mantenere il silenzio, ne appro tterà per
convertire l’occupazione saltuaria in una stabile. Ed è quello che
ordinerà di fare, come vedremo, nella primavera 1930.
De Vecchi non si limita tuttavia a rivendicare la linea dei
punti d’acqua. Egli guarda più avanti, all’Ogaden, che sa
trascurato dal governo abissino e nel quale sono presenti
fermenti secessionistici. In odio ad Addis Abeba, il quadrumviro
pensa di «creare in breve tempo un grande blocco di Somali
chiamato certamente nel futuro ai più grandi destini sotto la
guida delle aquile di Roma». 65 L’idea della Grande Somalia, che
è già stata del Mullah e che poi verrà perfezionata dal
nazionalismo somalo negli anni Cinquanta, si a erma così, in
funzione anti-etiopica, anche grazie a De Vecchi e ai suoi
successori, Corni, Rava e Graziani. Il quadrumviro punta
soprattutto, per realizzare il suo progetto di espansione
nell’Ogaden, sul sultano degli Sciaveli, il trentenne Olol Dinle,
che vive a Buslèi, è informatore del serkal n dal 1923, 66
fornisce regolarmente mano d’opera alla SAIS del duca degli
Abruzzi, e detesta su cientemente gli abissini pur professando
fedeltà al governo di Addis Abeba. «Alto, snello, di colorito
bronzo chiaro con ri essi aurei, Olol Dinle ha nei tratti ni del
volto, nelle mani sottili, in tutta insomma la sua sagomatura
esteriore, le impronte inconfondibili del somalo di classe, del
capo di razza — scrive il giornalista Marco Pomilio —. Veste con
squisita eleganza, senza fronzoli; una giubba cachi attillata, una
futa candida e un bel turbante rosso sapientemente
drappeggiato». 67
Questa è l’oleogra a di Olol Dinle che va per la maggiore e che
s’impone in Italia, soprattutto più tardi, ai tempi di Graziani,
suo grandissimo estimatore. In realtà il personaggio, a parte il
gradevole ed esotico aspetto, è ambizioso, avido, senza scrupoli,
abilissimo nel doppio gioco e spietato nelle sue vendette. De
Vecchi, lasciando la colonia nel 1928, non farà in tempo a
utilizzarlo come vorrebbe, ma sarà prezioso ai suoi successori e
raggiungerà la fama quando Graziani, nel dicembre 1935, lo
lancerà con mille uomini lungo l’Uebi Scebeli contro le forze del
degiac Bejenè Merid. Nella sua opera di sovversione, De Vecchi
prende anche contatto con buona parte dei notabili dell’Ogaden
e degli Arussi, specialmente della fascia di con ne, per attrarli
nell’orbita italiana e assorbirli politicamente in attesa di
inglobarli con i loro territori. Per il governatore, infatti,
«disarmata e paci cata» la Migiurtinia, non resta ora che
risolvere il «problema unico e principale: il con itto con la forza
militare etiopica». 68
In un documento indirizzato all’attenzione del generale
Malladra, 69 De Vecchi espone un suo piano militare, che è tanto
aggressivo quanto super ciale e avventato: «Sono convinto che
il modo più e cace di difendersi è quello di attaccare. La
Somalia per difendersi dall’Abissinia, quando se ne presenti
l’occasione, dovrà attaccarla a fondo, buttando le sue genti sul
Serer (paese fra l’Uebi Scebeli e l’Uebi Gestro, tra il 6° e il 7°
parallelo), lanciando fortissime colonne di arditi irregolari a
portare la distruzione e il disordine nell’Harrar, tagliando la
ferrovia Addis Abeba-Gibuti, impedendo il passaggio dei
bianchi, dei mezzi, delle armi, delle munizioni nel travagliato e
lento periodo della raccolta, che è grave e vitale per l’impero
abissino». 70 Dieci anni dopo Graziani, che pur nella sua
pochezza ha qualche cognizione e qualche virtù militare in più
di De Vecchi, impiegherà sette mesi a compiere la «passeggiata»
descritta dal quadrumviro e alla ferrovia Addis Abeba-Gibuti
arriverà soltanto a guerra nita. Ma ciò che sorprende non è la
faciloneria di De Vecchi, alla quale ci si abitua come alla sua
prosa ridondante, ma il fatto che Malladra lo prenda sul serio e
ne inserisca le opinioni nella sua relazione allo stato maggiore
generale.
L’annessione dell’Oltre Giuba.
Mentre De Vecchi si preparava a mettere a ferro e fuoco i
sultanati di Obbia e di Migiurtinia e meditava spedizioni
punitive contro l’Etiopia, l’Italia annetteva il 1° luglio 1925,
senza colpo ferire, l’Oltre Giuba, con i suoi 90 mila chilometri
quadrati e 72 mila abitanti. Si è già detto, nel primo volume di
questo studio, 71 delle lunghe ed estenuanti trattative condotte
con l’Inghilterra, prima dai governi liberaldemocratici poi da
quello fascista, per ottenere il Giubaland quale compenso per
l’entrata in guerra dell’Italia a anco delle potenze dell’Intesa. E
se nel 1920 Londra subordina la cessione al riconoscimento
italiano del protettorato inglese sull’Egitto, nel 1923 la fa
dipendere dallo sgombero degli italiani dal Dodecaneso, una
condizione che fa andare Mussolini su tutte le furie. 72 In un
telegramma dell’8 gennaio 1924 all’ambasciatore a Londra,
Della Torretta, il capo del fascismo così si esprime: «Si vorrebbe
in sostanza che l’Italia cedesse alla Grecia molte isole del
Dodecaneso che le son costate sangue e denaro sol per far cosa
gradita al Governo inglese, il quale si limiterebbe a e ettuare la
consegna di un arido e insigni cante territorio nell’Africa
Orientale, l’unica realizzazione ormai de nitiva per l’Italia degli
impegni assunti dagli Alleati con l’articolo 13 del Patto di
Londra, magro corrispettivo in confronto del largo bottino
coloniale toccato all’Inghilterra e alla Francia in seguito alla
guerra. Ed è da quattro anni che questa desolata fetta di
Giubaland si fa pesare poco decorosamente sui rapporti politici
fra l’Italia e l’Inghilterra». 73
Poi nalmente, con l’arrivo dei laburisti al potere, la
questione si sblocca e il 15 luglio 1924 l’accordo per la cessione
viene rmato. Ma mentre gli inglesi fanno pesare il gesto,
de nendo il Giubaland «the jewel of the English Crown», 74 a
Roma ci si rende conto che l’acquisizione non ha fatto che
accrescere la collezione nazionale di deserti. Commentando il 29
novembre 1924, in Parlamento, il conseguimento dell’accordo,
Lanza di Scalea tenta una de nizione dell’Oltre Giuba che non
tradisca la profonda delusione del governo: «La terra dell’Oltre
Giuba ha dato luogo a speranze eccessive e a scetticismi pure
eccessivi. Chi dice che è terra di malaria, chi dice che è il
paradiso terrestre; io credo che non sia né l’uno, né l’altro; né
l’inferno malarico, né il paradiso terrestre». 75 Un più esatto
giudizio l’avrebbe dato, qualche tempo dopo, un esperto di
agricoltura, Pompeo Gorini: «L’esame dei dati doganali e la
critica delle notizie e degli elementi a nostra disposizione, ci
mostrano che l’Oltregiuba, privo di vie di comunicazione,
mancante di centri di consumo che portino un impulso alla
scarsa e uniforme produzione, rispecchia attualmente, in
misura ancor più modesta, le forme e le caratteristiche
dell’economia indigena della Somalia». 76
Comunque, anche se in realtà il paese del «piccolo Nilo» è
poverissimo e, per dirla con Gorini, è fastidiosamente immerso
in un «tanfo di stalla, di caprino e di pelli secche», 77 il fascismo
vuol dare alle operazioni per la sua occupazione una certa
solennità e cogliere l’occasione per o rire ai nuovi sudditi un
saggio della potenza e dell’e cienza della nuova Italia. Dal
novembre 1924 al giugno 1925 viene così organizzato, a
Mogadiscio, il Regio corpo d’occupazione dell’Oltregiuba, forte
di 43 u ciali, 70 sottu ciali e soldati nazionali, 2 mila ascari,
10 cannoni e 30 mitragliatrici, al comando del tenente
colonnello Odello. A reggere la carica di Alto Commissario è
stato invece scelto un funzionario delle Colonie, il palermitano
Corrado Zoli, già nazionalista, compagno di D’Annunzio
nell’avventura umana, autore di un paio di libri sugli
avvenimenti del Carnaro e di alcune mediocri opere narrative.
Durante i mesi della preparazione e della snervante attesa del
giorno dell’imbarco per Chisimaio, l’unico diversivo, nella
uggiosa Mogadiscio del quadrumviro De Vecchi, è costituito —
ce ne parla ammirato lo stesso Zoli — da una lodrammatica
creata e animata dal futuro generale Bernardo Valentino Vecchi,
per la verità più guitto che militare e autore di un’operetta
musicale sulla imminente «conquista del vello
oltregiubano», 78 che dice, a un dato punto, con l’ormai
tradizionale e ingiusti cato ottimismo:

D’Oltre-Giuba noi faremo


un novello gran paese:
noi l’erario aggiusteremo
dell’Italia e le sue spese
Chisimaio pagherà! 79

Finalmente, da Londra e da Roma, giunge il segnale tanto


atteso, il corpo di spedizione si imbarca sulla Roma, prende terra
il 28 giugno a Chisimaio e l’indomani entra in possesso della
città dopo lo scambio delle consegne fra l’inglese Hope e
Corrado Zoli. Nello stesso giorno, Zoli fa a ggere sui muri un
proclama che dice, tra l’altro, fra una lusinga e una minaccia,
nella prosa che è comune ai bandi da Baldissera a De Bono:
«Abitanti del territorio di riva destra del Giuba, il Governo
d’Italia viene a voi animato dai più cordiali sentimenti di
benevolenza. Con suo non lieve sacri cio pecuniario e colla
vostra volonterosa cooperazione, esso vi darà strade, pozzi,
mercati e studierà ogni mezzo per migliorare le vostre
condizioni economiche; mentre assicurerà al Paese ordine, pace
e giustizia mercé leggi eque, concordanti colle vostre tradizioni
e colla vostra religione. In confronto dei bene zi che vi apporto,
io esigo da voi il rispetto assoluto della Legge e di tutti i
Rappresentanti del Governo incaricati di farla osservare». 80
Zoli, che nell’e mero governo di Fiume è stato
sottosegretario agli Esteri e ha fornito un contributo a quel
documento ambiguo e imbevuto di corporativismo che è la
Carta del Carnaro, è ansioso di governare, di emanare leggi, di
dare al nuovo possedimento un’originale organizzazione
politica, di migliorare Chisimaio, lasciata dagli inglesi nel più
completo abbandono. Ma il tempo a sua disposizione è
brevissimo, appena un anno, dopodiché l’Oltre Giuba verrà fuso
con la Somalia. Comunque, a sentire i suoi agiogra , Zoli compie
miracoli, pur disponendo di scarsi mezzi e della collaborazione
di un modesto gruppo di funzionari e u ciali. Chisimaio, ad
esempio, dopo un anno è «rinata a nuova vita. Le strade rifatte,
le case imbiancate, alcune belle costruzioni (ospedale, Banca
d’Italia, scuola, distillatore, chiesa e due palazzine per alloggi);
illuminazione elettrica pubblica e privata, un rimorchiatore per
i servizi del porto; ca è, negozi, circoli. Irriconoscibile dall’epoca
dello sbarco italiano». 81 Sul piano politico, l’atto più rilevante
di Zoli è la riconciliazione fra le due principali cabile somale: gli
Haerti e gli Ogadèn Mohamed Zubiér, che sotto il dominio
inglese si sono sempre ferocemente avversate. L’Alto
Commissario non vuole neppure trascurare l’aspetto culturale
della sua missione nel Giubaland e si sforza di dare del nuovo
territorio «un quadro sintetico e preciso». E si può dire che ci sia
riuscito con la ponderosa monogra a Oltre Giuba, che resta
ancora oggi un documento di una certa utilità. 82
Ma il tempo stringe. Il 1° luglio 1926 l’Oltre Giuba passa a far
parte della Somalia e Zoli viene sostituito a Chisimaio con un
semplice commissario. Un estimatore di Zoli, il Vecchi, giudica
questo cambio prematuro, una vera iattura: «Quando l’Oltre
Giuba passò a far parte della Somalia, il governo della colonia
era fortemente impegnato e completamente assorbito dalla
sottomissione dei sultani migiurtini, mentre gli sforzi agricoli
erano da tempo concentrati nel basso Uebi Scebeli. Accadde
così, inevitabilmente, che l’Oltre Giuba si arrestasse nel suo
cammino di rinascita e che rimanesse arretrato rispetto al resto
della colonia». 83 Ma l’opera di Zoli non provoca soltanto
consensi. De Vecchi, ad esempio, si duole per aver dovuto
ripetere, ad annessione avvenuta, «l’ordine di disarmo per
quelle popolazioni che erano rimaste, contrariamente al
previsto e ai propositi dell’Alto Commissario, ancora
abbondantemente armate». 84 Alla mancanza di polso di Zoli
supplisce tuttavia De Vecchi, con la sua brutale e cienza. Nel
giro di quaranta giorni il disarmo dell’Oltre Giuba è ultimato
con la consegna di 1053 fucili e 62 pistole.

La «boni ca umana» e quella della terra.


Sin qui abbiamo visto Cesare Maria De Vecchi nelle vesti del
politico, dello stratega e del «paci catore». Vediamolo ora in
quelle dell’amministratore e, per usare una de nizione dello
stesso quadrumviro, in quelle «dell’arte ce primo, non si sa se
più fabbro, più bifolco o più poeta». 85 Rioccupati i sultanati del
nord, annesso l’Oltre Giuba, spostata l’antica e incerta frontiera
con l’Etiopia no alla linea dei punti d’acqua, a De Vecchi si
presenta la necessità di dare all’ingrandita colonia una nuova
organizzazione amministrativa. Con decreto governatoriale n.
5271, dell’11 settembre 1926, dispone perciò di dividere la
Somalia Italiana 86 in sette commissariati (Giuba, Centro, Uebi
Scebeli, Con ne, Obbia, Nogal, Migiurtinia) e in 43 residenze,
mentre a da il mantenimento dell’ordine a un corpo di zaptiè
organizzato su 1300 gregari, 41 stazioni, 5 tenenze e un
comando centrale a Mogadiscio.
A questi provvedimenti ne fanno seguito altri, come
l’introduzione della lira al posto della rupia indiana (ciò che
provoca un sensibile dirottamento del commercio locale verso
l’Italia); l’uni cazione e la riorganizzazione dei tributi, i quali
comprendono anche quella «imposta sulle capanne», che è la
prima tassa diretta imposta ai somali; l’avvio, con l’arrivo in
colonia dei padri della Consolata, di un primo programma
scolastico, 87 del tutto irrisorio e fortemente limitativo nei
riguardi degli indigeni. «I nostri padri — ha scritto Mohamed
Aden Scek — videro questo invasore proibire, con una decisione
“coloniale” deliberata, l’accesso dei “sudditi” ai corsi superiori
alla 3 a elementare (già appena su cienti perché fossero in
grado di eseguire i lavori manuali ai quali erano destinati) e
giusti care questa decisione — e molte altre — con qualche
chilometro di strada asfaltata lanciata sul territorio». 88 E con
Corni, il successore di De Vecchi, sarà anche peggio.
Considerando come indecorosa la promiscuità fra padroni e
«sottomessi», Guido Corni estenderà la segregazione anche alla
scuola.
Fedele agli «insegnamenti inequivocabili di Roma imperiale»,
De Vecchi triplica poi lo sviluppo della rete stradale portandola
da 2.003 chilometri a 6.400. Fra le nuove strade, che hanno
sempre un’origine bellica e continuano ad avere una nalità
squisitamente politica, le più importanti sono la Mogadiscio-
Bulo Burti-Bélet Uèn-Rocca Littorio-Gardò-Bender Cassim di
1.484 chilometri; la Mogadiscio-Afgoi-Bur Acaba-Baidoa-Lugh-
Dolo-Malca Rie di 559 chilometri; la Mogadiscio-Genale-Brava-
Giumbo-Chisimaio di 509 chilometri. Sempre per motivi
essenzialmente militari, il quadrumviro completa il tronco
ferroviario Mogadiscio-Afgoi-Bivio Adalei-Villaggio Duca degli
Abruzzi di 115 chilometri, che al suo arrivo in colonia era fermo,
per incertezze e polemiche, al chilometro otto. De Vecchi fa
anche tracciare il percorso della ferrovia sino al con ne con
l’Etiopia, ma né lui né i suoi successori riusciranno mai ad avere
da Roma i fondi necessari per realizzare il progetto.
Una particolare cura De Vecchi dedica poi a Mogadiscio, che
dal 1924 dispone dell’illuminazione elettrica e del suo primo
piano regolatore. In una relazione indirizzata al quadrumviro
dal residente della capitale, Bottazzi, si può leggere:
«Notevolissimo progresso ha fatto nell’anno la città dal lato
dell’estetica e della decorosità, coi molti lavori di riparazione
ordinati alle case di proprietà della pubblica amministrazione,
con la creazione, voluta da V. E., dei bei giardini pubblici, colla
istituzione della piccola squadra dei giardinieri indigeni, e
coll’aver fatto piantare per la città, che ne era quasi priva, gran
numero di piante ornamentali». 89 Con l’arrivo in Somalia dei
padri della Consolata, che prendono il posto dei meno
intraprendenti padri trinitari, De Vecchi può anche «dar mano
al suo programma religioso e sociale», 90 che ha il suo
caposaldo nella costruzione della cattedrale di Mogadiscio.
Un’opera, progettata dall’ingegner A. Vandone e curata nei
particolari dallo stesso quadrumviro, che solleva non poche
critiche in Italia e in colonia, per la sua mole sproporzionata alle
esigenze del culto e che solo può costituire, in una città
interamente islamica, un’ennesima provocazione e coercizione.
Ma l’opera alla quale De Vecchi intende legare il suo nome,
così come Gasparini lo lega a Tessenei e Luigi di Savoia al
Villaggio Duca degli Abruzzi, è il comprensorio agricolo di
Genale, una piana di 40 mila ettari compresa fra l’Uebi Scebeli e
le dune mobili di Merca. «L’opera che si compie nel territorio di
Merca-Genale — sostiene il quadrumviro con l’abituale
immodestia — si sviluppa e dilaga come una macchia d’olio e
non ha bisogno di propaganda, di volumi, di discorsi, di
magni cazione di successi. Il negarla le giova forse più che non
l’a ermarla; cammina ormai da sé e si riproduce, aumenta,
ingigantisce per se stessa: è una creatura vivente, e l’arte ce,
guardandola, trae ragione di compiacimento da questa glia
della fede e della volontà». 91
In realtà l’«arte ce» ha meno meriti di quelli che vanta. A
scegliere Genale come stazione sperimentale è stato, come si
ricorderà, Romolo Onor sin dal 1911, ai tempi del governatore
De Martino. 92 De Vecchi, che non può permettersi di sbagliare,
«dopo molte accurate ricognizioni lungo l’Uebi Scebeli e lungo il
Giuba», 93 nisce per ancorare cautamente il suo ambizioso
progetto alla preesistente Azienda governativa fondata da Onor
e si limita ad ampliarla e a potenziarla con le somme veramente
ingenti che il regime gli fornisce. Oltre che per la sua
sperimentata fertilità, De Vecchi sceglie Genale perché la
località, per la sua posizione altimetrica, può ricevere acqua
dall’Uebi Scebeli senza ricorso a costosi impianti idrovori;
perché il comprensorio è a pochi chilometri da Merca, dove i
pirosca potranno fermarsi per caricare i prodotti; e in ne
perché Genale è vicino al sultanato di Bulomererta che può
o rire, con i suoi villaggi di liberti, la manodopera necessaria
alla costruzione delle opere di boni ca e alla coltivazione delle
terre.
Iniziati nel novembre 1924, i lavori vengono in gran parte
conclusi nel 1928 con la costruzione di una diga in cemento
armato lunga 91 metri, lo scavo di sette canali per uno sviluppo
complessivo di 55 chilometri e la sistemazione dei terreni su
una super cie di 20 mila ettari. Ma già nel 1925, mentre alcune
opere non sono ancora ultimate, De Vecchi fraziona il
comprensorio in 83 concessioni, varianti da 75 a più di 1.000
ettari, con una media che oscilla sui duecento, e li assegna a
improvvisati coloni, che hanno il solo merito di appartenere al
Gruppo Pionieri Fascisti di Torino e di averlo seguito in Somalia
nell’anno della sua disgrazia e di aver creduto in lui, nelle sue
«prove di benevolenza e di paterna protezione». Il più volte
citato Vecchi — che, oltre che militare e uomo di teatro, ha
anche la curiosità del giornalista e diventerà, con la sua mezza
dozzina di libri sulla Somalia, una non trascurabile fonte di
informazioni — così descrive i nuovi concessionari: «Sono ex
u ciali, commercianti, agricoltori, medici, ingegneri,
capimastri, ex impiegati, contadini; bei nomi dell’aristocrazia e
qualcuno noto in politica. Tutti riuniti nella medesima passione
della terra, tutti intenti alla piantagione del cotone, alla cura dei
bananeti, agli esperimenti di colture varie che promettono assai
bene». 94
I veri agricoltori sono perciò una minoranza, ma il fatto non
sembra sorprendere alcuno. Del resto, che bisogno c’è della
competenza speci ca quando il governo concede la terra,
l’acqua, la manodopera indigena (33 lavoratori per ogni 100
ettari), l’assistenza tecnica, gli sgravi scali e i prestiti? Al
concessionario si chiede soltanto di saper comandare, secondo il
vecchio adagio inglese white head and black hand. E tuttavia,
nonostante questo trattamento di favore, i concessionari non
sono soddisfatti e passano ben presto dal mugugno alla
protesta. Al punto che De Vecchi è costretto, il 14 giugno 1926, a
inviare al residente di Merca una circolare nella quale,
denunciando l’inatteso fenomeno, si dice pronto a stroncarlo
con ogni mezzo, compreso il rimpatrio dei concessionari più
riottosi.
«Sono oggi decisamente convinto — scrive il quadrumviro
nella circolare — che da una parte dei concessionari non è stato
compreso né lo sforzo compiuto per loro né il ne e l’indirizzo
dato dal Governatore fascista». Ciò che non perdona loro è di
non volersi umilmente considerare «parti di una grande
macchina» e di essere «portati da un mal inteso individualismo,
dominato da un egoismo gretto e da non poca protervia, a
credersi ciascuno creatore, operatore e centro della risoluzione
di un problema che invero è stato risolto soltanto dal dono
fondamentale dell’acqua, della terra e della organizzazione delle
braccia che la lavorano, e cioè dallo Stato per tutti». Alludendo
poi alle loro pretese di aver «esposto denaro e fatica», De Vecchi
replica con durezza: «Il denaro esposto dai singoli in questa
bellissima e orente impresa è assai inferiore a quello esposto
dallo Stato. Provi ciascuno a rifare i conti e veda se si sentirebbe
di creare, anche legato in consorzio o società coi vicini, la rete di
canali e ogni opera compiuta dal Governo della colonia».
De Vecchi lascia per ultimo il problema più delicato, quello
della manodopera indigena, e polemizzando con i concessionari
che pretendono tutto dallo Stato, compresa un’aliquota ssa di
manodopera, dice: «Come se ciascun bianco che arriva qui
dall’Italia, per la semplice ragione di aver fatto un viaggio per
mare e di aver ottenuto in uso un pezzo di terreno, avesse pieno
diritto di tenere per forza al suo servizio un certo numero di
indigeni e di pagarlo o non pagarlo se e come crede, e di
trattarlo... come purtroppo è avvenuto». 95
Dieci anni dopo, dal suo principato e nuovo esilio di Rodi, De
Vecchi tornerà su questo episodio rivelando un particolare che
getta una luce sinistra sul microcosmo di Genale: «Fu richiesta
da taluno, con notevole insistenza, una legislazione che
ordinasse il lavoro coattivo e il Governo locale la negò
recisamente ottenendo tutto l’appoggio del Governo Centrale. Il
Governo coloniale non legiferò in nessun modo; e i rapporti fra
coloni e colonizzati furono regolati caso per caso». 96 De Vecchi,
dunque, sostiene di non essersi piegato al ricatto dei
concessionari, non legalizza il lavoro forzato, e crede di poter
risolvere il più delicato problema della Somalia con la citata
circolare, fatta di vaghe minacce e di equivoche e retoriche
esortazioni. In realtà il quadrumviro se ne lava le mani. Tanto
più dopo il 28 ottobre 1926 e il sollecitato concorso dei
concessionari di Genale alla spietata liquidazione della rivolta di
El Hagi. In cambio dei loro fucili, che lo salvano in uno dei
momenti più critici del suo governatorato, egli si disinteressa
del grave con itto sociale e abbandona nelle mani dei rozzi e
insaziabili coloni i diecimila indigeni che lavorano nel
comprensorio. Delle loro penose condizioni di vita — lo
vedremo più avanti — ci parlerà un testimone imprevisto
quanto insospettabile, il federale della Somalia, Marcello
Serrazanetti.
Mentre De Vecchi sviluppa Genale grazie alla diga sull’Uebi
Scebeli, a 170 chilometri più a monte, sullo stesso ume, Luigi
di Savoia porta a termine, fra successi e calamità, la grande
azienda della SAIS. Come si ricorderà, 97 il principe-contadino,
ignorando deliberatamente l’annosa polemica sull’esistenza o
meno di una proprietà privata sulle terre della Somalia, aveva
nel 1921 stretto un patto con gli abitanti del medio Scidle con il
quale la SAIS, mentre riconosceva loro la proprietà della terra,
otteneva di poter sfruttare per novantanove anni 25 mila ettari
lungo il ume. Pur rivelando il massimo di liberalità per le
abitudini dell’epoca, il contratto ledeva fortemente gli interessi
dei somali, perché ssava sostanziali limitazioni al diritto di
proprietà, impegnava i contadini a restare sulle terre anche a
lavori di boni ca ultimati e li obbligava a cedere parte dei loro
prodotti alla SAIS. Per De Vecchi, al contrario, il patto era troppo
liberale ed era frutto «di una errata impostazione del problema
della disponibilità delle terre». 98 Negando in partenza ogni
diritto agli indigeni, il quadrumviro era infatti dell’avviso che
tutta la terra era del governo e che l’individuo non poteva che
averne la concessione in uso. Anche per questa diversa
concezione, i rapporti fra De Vecchi e Luigi di Savoia, che non
erano mai stati cordiali, peggiorarono sino a s orare la rottura.
Iniziati alla ne nel 1920, i lavori sono a buon punto all’inizio
del 1923, con la costruzione della diga sull’Uebi Scebeli, lo scavo
di 761 chilometri di canali, la boni ca dei primi 4.300 ettari,
l’edi cazione del Villaggio Duca degli Abruzzi, e già nel 1922
vengono prodotti 2.280 quintali di cotone, grazie all’impegno
del direttore agrario della SAIS, Giuseppe Scassellati Sforzolini,
che raccoglie i frutti del lavoro di sperimentazione di Romolo
Onor. Ma l’anno dopo l’Uebi Scebeli, di cui non si conosce ancora
il regime, rompe gli argini, danneggia le colture e travolge
persino una parte dei lavori di boni ca. Non bastasse, il 1923
registra un’epidemia di peste bubbonica, mentre alcuni
parassiti (gelechia gossypiella e syagrus rugiceps) attaccano le
colture cotonifere. Completa il disastro una crescente
rarefazione di manodopera, causata dalla fuga dei contadini
verso i loro paesi d’origine. 99
Se ai danni materiali si può rimediare elevando il capitale
della società dagli originari 24 milioni a 35 milioni di lire, più
di cile si presenta il problema di arginare le fughe, che sono
provocate dai metodi non sempre ortodossi degli assistenti
italiani e dalla nostalgia dei somali per i loro villaggi e le loro
consuetudini di vita. Nel tentativo di ssare sulle terre del
comprensorio i 5-6 mila indigeni necessari, Luigi di Savoia
migliora il contratto colonico della SAIS e o re ai lavoratori una
rudimentale assistenza sanitaria e sociale. «La conseguenza più
notevole — scrive un’agiografa del principe — fu l’adozione di
un contratto analogo da parte del Governo per le sue aziende del
comprensorio di Genale. [...] È veramente notevole il fatto che,
in questa occasione, non fosse il Governo a dettare ai privati le
norme da seguire in una materia di interesse politico e sociale
che investiva tutto il paese, ma fosse un ente privato, quale era
la SAIS, a ispirare e guidare l’azione governativa che ne rati cava
l’operato e lo elevava a dignità di legge». 100
In realtà, nonostante le migliorie e le buone intenzioni del
principe, non sarà possibile sedentarizzare più di 2.400 famiglie
e Luigi di Savoia è costretto a ricorrere a De Vecchi per far
dichiarare i lavori della SAIS opere di pubblica utilità e poter
ottenere dal governo coloniale che tutti i villaggi della residenza
di Giohar forniscano mensilmente un certo numero di
lavoratori. Questo ricorso alla manodopera coatta, che i biogra
del Savoia s orano appena, ridimensiona notevolmente la
leggenda del principe-contadino. Nel 1930, perdurando il
fenomeno di rarefazione, sarà costretto a ingaggiare lavoratori
nell’Etiopia meridionale ricorrendo indecorosamente ai buoni
u ci del sultano di Buslèi, Olol Dinle, del quale abbiamo già
parlato e che di tutto si preoccupa meno che del benessere e
della sorte dei suoi amministrati.
È la ne di un mito, che il regime cerca ostinatamente di
alimentare, forse per relegare in secondo piano l’opera di De
Vecchi. È un fatto che nel discorso sul bilancio delle Colonie, che
il ministro Lanza di Scalea pronuncia il 29 novembre 1924, non
si fa il minimo accenno al quadrumviro, mentre di Luigi di
Savoia si dice: «Non si può parlare della Somalia, senza mandare
un saluto riconoscente all’opera veramente eroica di Sua Altezza
Reale il Duca degli Abruzzi (Vivissimi applausi — I deputati e i
ministri si alzano — Anche le tribune applaudono). E dico eroica
nel senso ellenico della parola, perché un principe della
Nobilissima Casa porta l’esempio alla coscienza coloniale
italiana dei doveri che essa ha, se vuole essere e diventare
sempre più una potenza coloniale». 101 Un elogio che un
biografo del duca fa suo e perfeziona: «Luigi di Savoia [...] si
prodiga senza risparmio. Vincere, avviando l’azienda a
prosperità, è per lui come quando lottava con ostinazione per la
scalata del Sant’Elia o del Ruwenzori. Egli sente, anzi, che
vincere e costruire in questo campo è anche più
sostanzialmente utile e degno che scalare un vertice inaccesso.
Qui, il nobile orgoglio della conquista di un primato; là il
generoso contributo al benessere comune, per tutte le
generazioni». 102
Superata la grave crisi del 1923, seguono per la SAIS anni più
sereni, durante i quali vengono portati a termine quasi tutti i
lavori di boni ca, la produzione di cotone raggiunge gli 8.902
quintali, mille ettari sono seminati a ricino, sesamo e girasole ed
entra in funzione un olei cio. Ma nel 1926 l’Uebi Scebeli è di
nuovo in piena, il comprensorio di boni ca è in gran parte
allagato e quando le acque si ritirano in erisce la febbre
malarica. Tutte le energie vengono perciò impegnate nel
riparare i danni dell’alluvione, ciò che provoca il parziale
abbandono delle colture. Per proteggersi da quella che ormai è
diventata la peggiore calamità, Luigi di Savoia fa dichiarare
opere di pubblica utilità tutti i lavori già compiuti sull’Uebi
Scebeli e, ottenuti dal governo coloniale i fondi necessari, fa
eseguire l’arginatura del ume, a monte e a valle, per oltre 108
chilometri.
I disastri del 1923 e del 1926 non soltanto indicano l’urgenza
di realizzare uno studio idrogra co del bacino dell’Uebi Scebeli,
ma evidenziano i pericoli della monocoltura. Il cotone, infatti, è
particolarmente delicato, richiede molte cure e un largo
impiego di manodopera. La canna da zucchero, invece, ha il
grande vantaggio di non essere bersagliata da parassiti animali
e vegetali e di dare un prodotto più sicuro. Dal 1927 la SAIS
punta perciò anche sulla canna da zucchero e ne produce già nel
primo anno 92.800 quintali, che saliranno due anni dopo a 300
mila e giusti cheranno la costruzione di un grande
zuccheri cio. L’introduzione nel comprensorio della policoltura
dà nalmente all’impresa di Luigi di Savoia un assetto certo e
de nitivo. L’impresa si colloca, come fa osservare Leone Iraci,
nella prospettiva di un colonialismo capitalistico di stampo
europeo, ben lontano tanto dal colonialismo predatorio
dell’epoca liberale quanto dall’arti ciosa monocoltura
bananiera che sta per essere introdotta a Genale: «C’era
probabilmente, nel Duca degli Abruzzi, quel tanto di educazione
anglosassone che era su ciente a far vedere quanto fosse
inferiore al livello dei tempi un colonialismo preindustriale che
si risolveva nell’ine cienza amministrativa e nell’assenza di
una politica di sviluppo e che, nella meschina e eratezza di un
militarismo provinciale, soddisfaceva le anacronistiche
megalomanie di un’Italia semieuropea». 103
Il 1° luglio 1927 la SAIS segna un altro punto a suo vantaggio
con l’arrivo della ferrovia al Villaggio, un fatto che consente di
accelerare il trasporto dei materiali pesanti e la costruzione
dello zuccheri cio. 104 Ma Luigi di Savoia avverte che la sua
opera non può considerarsi ultimata ntanto che non avrà
esplorato il bacino dell’Uebi Scebeli e de nito i motivi delle sue
disastrose piene. Di questo suo desiderio parla con ras Tafari nel
maggio 1927 allorché, come vedremo nel prossimo capitolo, egli
è a Addis Abeba come capo della missione che deve preparare il
trattato d’amicizia italo-etiopico. Nonostante gli arbitrari
spostamenti del con ne somalo ordinati da De Vecchi e i validi
motivi che dovrebbero suggerirgli di proibire agli italiani ogni
accesso al conteso Ogaden, Tafari acconsente alla richiesta del
duca e anzi, quando il Savoia fa ritorno in Etiopia nell’ottobre
1928, mette a disposizione della sua carovana una scorta di
centocinquanta soldati.
Il viaggio di esplorazione dell’Uebi Scebeli, che sarà l’ultimo
per il principe e che dura quasi cento giorni, si conclude il 6
febbraio 1929 dopo una marcia di 1.400 chilometri. Il principe è
soddisfatto. Non soltanto ha scoperto le sorgenti del ume, ma
ne ha potuto studiare nel dettaglio l’idrogra a e individuare le
ragioni delle sue piene e delle non meno nocive lunghe
magre. 105 Informazioni di cui si varrà negli anni successivi,
anche se non potrà realizzare, per l’enorme costo, lo
sbarramento della stretta di Laggio, che avrebbe risolto tutti i
problemi idrici del comprensorio. Cinque giorni dopo il suo
rientro al Villaggio, probabilmente perché nel frattempo il
quadrumviro De Vecchi ha lasciato de nitivamente la Somalia,
Luigi di Savoia acconsente a recarsi a Mogadiscio, dove gli viene
tributato una sorta di trionfo, con una accolata notturna di cui
si parlerà per un pezzo. Nel corso della giornata trionfale, forse
contagiato dall’impeto della folla, egli pronuncia un discorso
che è in contraddizione con la sua mitezza e con il suo buon
gusto e che sembra mediato da De Vecchi: «La Somalia che
prima vibrava di speranze, oggi vibra di operosità: aeroplani ne
solcano il cielo, autoblindate le ampie vie, navi capaci il glauco
mare, e aratri questi nostri campi: dovunque è lieto fervore di
opere con le quali la nostra Italia mostra la sua tenace volontà,
la sua forza spirituale, la sua potenza». 106
Ma da chi è composta la folla che l’11 febbraio 1929 acclama il
principe-contadino? Chi sono questi italiani che aiutano
«l’arte ce primo» De Vecchi a perfezionare il suo «strumento di
creazione»? E quali sono i loro rapporti con i sudditi somali? Da
una relazione del residente di Mogadiscio, Bottazzi, 107
sappiamo innanzitutto che gli italiani che vivono nella capitale
sono 303 e che gli indigeni sono 22.109. Degli italiani, 232 sono
uomini, 41 donne e 30 bambini. Gli uomini sono occupati
nell’amministrazione civile (78), sono militari dell’esercito o
della marina (70), oppure lavorano per ditte private (84). Queste
sono soltanto aride cifre, ma Ugo Pini ci dice qualcosa di più,
classi ca gli italiani per categorie, ne svela la provenienza, le
debolezze, i vizi, con un’indagine sociologica che se non è
proprio rigorosa ha almeno il pregio della vivacità.
Per Pini, dunque, la Somalia, che negli anni dell’«Italietta»
accoglieva di solito uomini irrequieti, esploratori e pionieri, con
il fascismo diventa invece «la residenza ambita da persone
comuni e tranquille. A molti civili o rì attività redditizie; a
militari e impiegati di governo evitò la cessione del quinto dello
stipendio; a qualcuno consenti di sottrarsi alle nefandezze del
regime». Ma la categoria che gode dei maggiori privilegi è quella
delle donne: «Alleggerite dalla risciacquatura dei piatti, le loro
mani potevano ora o rirsi al bacio di solerti gentiluomini, in
strada, al circolo coloniale, nei ricevimenti privati e u ciali: il
baciamano in Somalia era un’usanza di cui si faceva spreco
illimitato». In cerca di «remoti privilegi» o per dar «lustro a
governatori di sicura origine plebea» sono approdati in Somalia
anche conti, marchesi e baroni. «Era raro — osserva Pini —
trovare proconsoli del duce che non ne avessero a anco almeno
uno, come segretario particolare o u ciale d’ordinanza». 108
Non mancano neppure le «canaglie», che il fascismo ha relegato
in Somalia perché la loro presenza a Roma infastidiva Mussolini.
Si tratta, fra gli altri, di Amerigo Dumini, squadrista a Sarzana,
spia del regime in Francia e uno degli assassini di Giacomo
Matteotti; del delatore e agente provocatore Quaglia; della
medaglia d’oro ed «ex moschettiere del duce» Dario Vitale. «Il
fascismo li aveva spediti no all’Oceano Indiano — ricorda Pini
— ma non abbandonati: in Somalia assicurò a ognuno esistenza
comoda e redditizia. Di quei tre, il primo, il sicario, divenne
all’incirca un colono; l’altro, la spia, fu creato funzionario
coloniale di governo; il terzo, il moschettiere, fu nominato legale
per cause civili e penali, divenendo anche una specie di
eminenza grigia del potere locale». 109 Così come lo era
diventato, trent’anni prima, in Eritrea, un altro losco
personaggio, l’avvocato Eteocle Cagnassi. 110
In questi uomini, funzionari, soldati di mestiere, impiegati,
coloni, commercianti, ‘nobili e canaglie’ De Vecchi vuol
trasfondere il «divino dono della fede» perché sia «così fatta più
gioconda la nostalgica e pesante fatica sotto il sole
dell’Equatore». 111 Per quest’opera, che de nisce di «boni ca
umana», il quadrumviro non si risparmia. Le sue improvvise
ispezioni negli u ci, nelle caserme, nel comprensorio di Genale
mantengono la comunità italiana in continuo allarme, in una
sorta di perenne mobilitazione. A Genale piomba sempre
inatteso prima che sorga l’alba, va di fattoria in fattoria, e
premia chi sorprende già al lavoro. 112 Ma non si limita a
guidare, spronare, premiare e punire (spesso con il rimpatrio).
Intende occuparsi anche del tempo libero degli italiani, evitare
che immiseriscano nelle «piccole questioni e nei troppi
pettegolezzi dei piccoli ambienti», e promuovere invece la loro
«elevazione spirituale e intellettuale», ad esempio con la
biblioteca della colonia, che ha riordinato nel palazzo
governatoriale e di cui ha curato personalmente
l’aggiornamento. 113 Muni co e insieme tiranno, egli crede
anche di elevare la razza dei padroni imitando «il fasto dei
viceré britannici, con ridicole trovate cerimoniali, ricevimenti
dispendiosi e messe in scena militaresche che lo resero lo
zimbello della stessa comunità bianca, procurandogli
l’appellativo di “Sciupone l’Africano”». 114
La messa sotto tutela della comunità italiana e il coprifuoco
alle 22 per gli indigeni rendono Mogadiscio ben diversa da
quella di Dulio e di Sapelli, quando, per circolare, un bianco era
costretto a farsi scortare da due guardie armate. 115 «È notevole
il fatto — riferisce Bottazzi — che quasi nessun delitto è stato
nell’anno commesso per brutale malvagità, che nessuna rapina
è stata commessa a danno di carovane e sulle strade di
comunicazione a erenti alla città. [...] Il delitto più comune è
stato il piccolo furto commesso il più delle volte da ragazzi
abbandonati e da boy in maggior contatto con bianchi e con
indigeni facoltosi». 116 In questo clima di sicurezza Mogadiscio
si sviluppa, prospera, non ha più nulla da invidiare ad Aden,
Berbera o Gibuti. Ricorda l’attento cronista Vecchi che, sul nire
del governatorato del quadrumviro, Mogadiscio ha tre «buoni
ristoranti e tre alberghi così così», tre circoli «con ampie sale da
ballo, da musica e da giuoco», due ca è, un cinematografo, un
teatro, un campo sportivo con tribuna, due campi da tennis
«attrezzati anche per gioco notturno», un campo ostacoli, un
mediocre quotidiano, «Il Corriere della Somalia», e un parco
macchine di ben 600 automobili. Unico neo, la carenza di nuove
case, che costringe ancora molti italiani a «vivere in case arabe,
spesso a contatto con indigeni... una piaga per noi che non
dobbiamo mai dipartirci dal concetto di mantenere alto il
prestigio del bianco, ad ogni costo». 117
Nonostante i maggiori agi e i nuovi svaghi di cui può fruire la
comunità italiana, il «giorno del piroscafo» continua a essere
l’avvenimento più importante per Mogadiscio, come ai tempi
della compagnia Filonardi o del Benadir. «È il giorno in cui tutti
si svegliano prima — scrive Vecchi — e stanno in osservazione
dalle nestre e dalle porte, dalle strade e dalle terrazze sinché
avvistano la sagoma grigia del postale [...]. È il giorno in cui le
pratiche d’u cio rimangono sui tavoli, non degnate neppure di
uno sguardo... e i biglietti rimangono senza risposta... e i
telefoni trillano invano... Tutti, bianchi e indigeni, sono
invasati! Arriva il piroscafo!». 118 Arriva la posta, che è il bene
più ambito, e arrivano nuovi funzionari, nuovi coloni, altre
donne, tanto da alimentare le chiacchiere no all’arrivo del
prossimo postale.
Alla cerimonia del piroscafo, che si svolge una volta al mese,
non mancano neppure i concessionari di Genale, i quali, anzi,
colgono questa occasione per lasciare i loro campi e le loro
abitazioni provvisorie e soggiornare un paio di giorni nella
capitale, dove trovano un vero letto, un autentico bagno e una
cucina con qualche pretesa. Questi uomini che «sanno di
boscaglia», riferisce Franco Monile, hanno «camicie aperte su
petti abbronzati, braghette corte che lasciano libere le ginocchia
asciutte e ramigne sui grandi stivaloni, aria mezzo “maremma”
e mezzo “prateria”, gesti larghi, discussioni, vocio, canzoni
anche qualche volta. E solide mascelle. È un reparto
interessante». Il nostro cronista di turno, Monile, li sorprende
nel loro abituale luogo di incontro, la veranda minore
dell’albergo Savoia, ascolta i loro discorsi che vertono sulla
stagione troppo piovosa, sulla gelecchia e la cicalina che
distruggono le colture del cotone, sulla di coltà di smerciare la
banana e il granone. «La mano d’opera scarseggia, è infedele,
scappa». «Macché scappa... scappa se non è pagata... scappa
perché non avete fatto i tukul. Da me va benissimo invece; non
darei un caporale nero per due sorveglianti bianchi... Anche le
donne...». 119
Nella veranda dell’albergo Savoia, come ovunque in Somalia
appena due italiani si incontrano, l’argomento donne nisce
sempre per prevalere. E quasi sempre emergono due tesi. Una
che sostiene, con impeto, con passione, che le somale, in
particolare le migiurtine, sono le più belle, le più docili, le più
aggraziate donne del mondo; l’altra che a erma, con sdegno,
che il confronto con le italiane non è neppure proponibile, che è
un’eresia e un insulto. Ma è pura accademia, perché poi dalle
con denze si scopre che nella realtà prevale il primo
convincimento e che il madamismo in Somalia è fenomeno più
di uso che in Eritrea. Anche perché, e ettivamente, le somale
sono più attraenti delle eritree e delle abissine. Non c’è
giornalista o scrittore che, dopo un soggiorno più o meno lungo
in Somalia, non lo scriva, come per un rituale d’obbligo.
«Le donne somale — sostiene Edgardo Giaccone — si
distinguono per il loro portamento grave e severo e per la
bellezza sica, che spesso ne fa delle mirabili statue di bronzo.
Sdegnose e poco loquaci, si distinguono subito dalle ciarliere
femmine bantù e delle altre razze negre». 120 Se l’elogio di
Giaccone è contenuto, quasi da antropologo, quello di Giuseppe
Zucca prorompe come un urlo per poi concludersi con
un’indagine minuziosa: «Belle, bellissime donne produce
all’Italia, ottima buongustaia, la sterminata pianura della
Somalia, voluttuosamente distesa sotto il potente sole
dell’Equatore. [...] Questa loro pelle, compatta, opaca, levigata,
setosa [...] non si può immaginare se non assai fresca al tatto, di
un colore ca è poco bruciato, cacao al latte, mogano naturale,
melanzana nero-violacea, ricca di ri essi, di impasti, di
sottosensi, di sfumature, chiude come in una elastica guaina un
corpo dove tu non sai più pensare alla rigida armatura dell’osso
o alle corde dei tendini o al volume e al guizzo dei muscoli. [...] E
le mammelle piccole e erte, piantate molto aperte a sommo del
torace; e ventre, niente. Molto essuosa la vita; solide le anche
ma ben scivolate; le reni cave; la gamba lunga, piuttosto sottile,
sfusata con garbo; sotto il ginocchio minuto perfettamente a
piombo; arida la caviglia, temprata in schietto metallo dal lungo
andare per sentieri delle carovane». 121 In altre parole, uno
straordinario, meraviglioso oggetto da concupire e da
consumare. Ma nulla di più. Ernesto Quadrone le nega
un’anima, la sensibilità, l’intelligenza. Soltanto l’istinto le
concede, come agli animali: «Tu Cadigia, sei come tutte le donne
della tua razza; in te io so che c’è la stessa anima, che
fermentano i medesimi istinti, dai quali tutte le tue pari sono
dominate. Tutte vi rassomigliate spiritualmente, se si può
parlare di spirito, parlando di voi». 122
Fonte di desiderio, assolto il suo compito la donna somala
rientra nel suo mondo, che è il mondo dei dominati, dei servi. Il
fascismo non applica ancora con De Vecchi i princìpi della
segregazione razziale, ma il distacco fra le due comunità, che
con i governi liberal-democratici non era ancora incolmabile, si
fa ora netto, de nitivo. Ciò che preme a questo nuovo italiano,
in ogni momento e in ogni luogo, è di stabilire la propria
superiorità, la propria diversità. «Le nostre sentenze — scrive il
commerciante Umberto Bargoni — devono essere elargite con
sicurezza di voce, senza esitazioni, con tutta la esteriore
apparenza di sacra infallibilità che questa razza, tanto alla
nostra inferiore, ci attribuisce». 123 Il distacco fra le due
comunità è anche accentuato dal fatto che il nuovo italiano non
rivela alcuna curiosità per il mondo dei somali. Fra i quattro o
cinquemila volumi che appaiono in Italia durante il ventennio e
che illustrano le conquiste o i fasti del colonialismo fascista,
quelli che tentano un bilancio dell’universo somalo sono appena
una decina.
Con il fascismo, che non tollera alcuna spartizione del potere,
anche i capi tradizionali vengono esautorati, ciò che provoca la
rottura degli ultimi e già fragili legami fra le due comunità. «È
mia opinione — scrive il residente Bottazzi — che l’autorità dei
capi ha nito per essere completamente assorbita dall’autorità
del Governo e che la maggior parte di essi, per non dire tutti, più
non rappresentino che delle gure decorative». Bottazzi,
tuttavia, suggerisce, «per ragioni storiche» e «di consuetudine»,
di non abolire le cariche, tanto più che i capi stipendiati sono
pochi e i loro miseri appannaggi non incidono certo sul bilancio
della colonia. In un promemoria a De Vecchi, Bottazzi traccia dei
diciotto capi di Mogadiscio un pro lo vago e a rettato, farcito di
pettegolezzi e che sottolinea l’irrazionale disprezzo nutrito dai
padroni per i loro servi. I più, infatti, vengono sommariamente
classi cati come: «inetto e de ciente», «molto venale e
insinuante», «vanitosissimo e imbroglione», «donnaiuolo e in
rapporto di a ari con madame e prostitute», «senza autorità e
degenere». I pochi che strappano a Bottazzi un riconoscimento o
un elogio, come lo scek Alì Ahmed Abdi Nur e Mohamed Abuker
Afrà, lo ottengono perché o hanno reso, come il primo, «ottimi
servizi al Governo quale informatore», o perché, come il
secondo, sono «sinceramente a ezionati alle nostre
istituzioni». 124
Privati di ogni incarico, spogliati di ogni residuo prestigio,
ridotti al rango di pura manovalanza, i somali si appartano
sempre di più e, in segno di tacita protesta, accentuano le
manifestazioni del loro spirito religioso. «In verità — osserva
Pini — le nostre adunanze della domenica in cattedrale, a
ra ronto delle preghiere che gli indigeni in ginocchio, curvi
sulla terra, rivolgevano la sera ad oriente, sembravano allegre
sagre paesane di fronte alla rivelazione di un quotidiano
silenzioso viaggio nel mistero di Dio. I somali al nostro
confronto erano dei mistici». 125 Dopo i disperati e vani
tentativi, compiuti lungo un trentennio e senza un piano
preciso e coordinato, di riacquistare la libertà, questo sforzo di
tentare a loro volta di sottolineare la loro diversità, utilizzando il
patrimonio dell’islam, segna indubbiamente un altro passo
verso il recupero di una coscienza nazionale.
Prima che si chiuda l’èra De Vecchi, la Somalia registra un
avvenimento che riconferma l’interesse dei Savoia per la
politica coloniale perseguita dal fascismo e l’adesione totale ai
programmi di «paci cazione» e di sfruttamento. Con il suo
viaggio in Egitto, Eritrea e Somalia, intrapreso fra il gennaio e
l’aprile 1928, Umberto di Savoia apre infatti la serie delle visite
che la casa regnante dedica alle colonie italiane. 126 Non
soltanto per approvare pubblicamente i metodi e le nalità del
regime, ma per ricordare che se esiste un’Italia coloniale il
merito è esclusivamente dei Savoia. «Se oggi l’Italia può vantarsi
di possedere un dominio coloniale — scrive un agiografo della
famiglia reale — lo si deve a quella politica abile e tenace
sviluppata dal 1870 ai giorni nostri grazie alla guida coerente,
lucida ed essenziale di una Monarchia satura di esperienza
storica e di secolare saggezza». 127
Imbarcatosi il 27 gennaio 1928 a Taranto sulla San Giorgio, il
principe ereditario giunge a Mogadiscio, dopo le tappe in Egitto,
Sudan ed Eritrea, il 28 febbraio, accolto allo sbarco da un De
Vecchi che si ritiene all’apice del successo e della gloria e che
coglie l’occasione della visita di Umberto per allestire una
chiassosa rassegna della sua gestione e delle sue opere e per
sfoggiare tutto lo sfarzo di cui è capace. Per cominciare, ha fatto
erigere un grande arco di trionfo, sul quale campeggia la scritta
«A Umberto di Savoia romanamente», che è del tutto
sproporzionato alle gesta e ai meriti del principe
ventiquattrenne. E che oltretutto non viene apprezzato perché,
non avendo la colonia cave di marmo, l’arco è stato costruito con
materiale vile e i fasci e le corone sabaude sono di semplice
stucco.
Per venti giorni (con una sola pausa dedicata alla caccia
grossa) 128 il giovane principe viene condotto in tutti gli angoli
della Somalia per inaugurare o apprezzare tutto ciò che il
quadrumviro ha ideato nel segreto della sua «fucina»: la
cattedrale di Mogadiscio, il villaggio di Vittorio d’Africa, la diga
di Genale, il brefotro o Regina Margherita, e poi strade,
monumenti, caserme, u ci, acquedotti, stazioni
radiotelegra che. Né De Vecchi si lascia sfuggire l’opportunità
di documentare al futuro re le sue qualità di «paci catore». Lo
conduce negli ex sultanati di Obbia e di Migiurtinia e gli illustra
le fasi della controguerriglia sugli stessi campi di battaglia,
vantandosi che le operazioni hanno «avuto un esito così
de nitivo da consentirgli di portare tanto addentro nella
Migiurtinia e lungo il con ne con il Somaliland l’Erede al Trono
senza scorta ed in assoluta sicurezza». 129
Conclusa la visita di Umberto di Savoia, «il Governatore, dopo
lo sforzo quinquennale e il compiuto programma, chiedeva al
Capo del governo di essere esonerato dalla carica, ciò che gli
veniva concesso». 130 In realtà il suo richiamo è già stato deciso
da tempo da Mussolini, il quale non tollera più i suoi
atteggiamenti da viceré e il suo modo di amministrare, che è
rovinoso per le casse dello Stato. 131 Non potendo, tuttavia, per
la sua qualità di capo storico del fascismo, esonerarlo da ogni
incarico, gli a da prima la presidenza della Cassa di risparmio
di Torino, poi lo fa ambasciatore presso la Santa Sede, quindi
ministro dell’Educazione Nazionale e in ne governatore di Rodi.
Ma i rapporti fra i due uomini continueranno a essere tesi,
mentre alla presidenza del Consiglio continueranno a giungere
lettere e documenti contro il più impopolare e odiato fra i
quadrumviri. Scrive un anonimo: «Duce grande! Vi siete liberato
di quell’insetto di De Vecchi mandandolo a Rodi! Ma Rodi è
ancora troppo vicino! Iddio vi protegga!». 132

1. Associazione italiana per il controllo democratico, op. cit., p. 11.

2. ACS, SPD, busta 4/47 R, De Vecchi.

3. Nella già citata busta 4/47 R ci sono alcune lettere del prefetto Enrico Palmieri che
illustrano a Mussolini le intemperanze di De Vecchi.

4. Cit. in B. Mussolini, Corrispondenza inedita, a cura di Duilio Susmel, Ed. del


Borghese, Milano 1972, p. 203.

5. Ivi, pp. 44-5.

6. Ivi, p. 204. Lettera del 2 maggio 1923.

7. ACS, SPD, b. 4/47 R, De Vecchi. Tel. del 26 giugno 1923.

8. Associazione italiana per il controllo democratico, op. cit., pp. 11-2.

9. Ivi, p. 12.
10. Ivi, p. 13.

11. Ibid.

12. Cesare Maria De Vecchi di Val Cismon, Orizzonti d’impero. Cinque anni in Somalia,
Mondadori, Milano 1935, p. 25.

13. Pietro Barile, Colonizzazione fascista nella Somalia meridionale, Società italiana arti
gra che, Roma 1937, p. 162.

14. C.M. De Vecchi, Relazione sul progetto di bilancio della Somalia Italiana per
l’esercizio nanziario 1925-1926, Tip. Bettini, Mogadiscio 1924, pp. 60-1.

15. Paolo Orano, De Vecchi di Val Cismon, Pinciana, Roma 1935, p. 127.

16. Associazione italiana per il controllo democratico, op. cit., p. 14.

17. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 12.

18. Ivi, p. 10.

19. Ivi, p. 14.

20. Ivi, p. 28.

21. Condannato a 30 anni, morirà in carcere il 28 gennaio 1927 per cachessia


malarica.

22. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 37.

23. Ivi, p. 64.

24. Vincenzo Lioy, L’opera dell’aeronautica, tomo II, Ministero degli A ari Esteri,
L’Italia in Africa, Ist. poligra co dello Stato, Roma 1965, p. 11.

25. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., pp. 106-9.

26. Ivi, pp. 70-1, in nota.

27. Ivi, p. 121.

28. Ivi, p. 126.

29. Ivi, p. 128.

30. Ivi, p. 129.


31. Mario Giovana, L’avventura fascista in Etiopia, Teti editore, Milano 1976, p. 31.

32. Guido Po, Luigi Ferrando, L’opera della R. Marina in Eritrea e Somalia, a cura
dell’U cio Storico del ministero della Marina, Ist. poligra co dello Stato, Roma
1929, pp. 651-2. Di questo bombardamento navale, inutile e provocatorio, De
Vecchi non fa alcun cenno nel suo libro Orizzonti d’impero.

33. Ivi, p. 658.

34. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 131.

35. Ivi, pp. 139-40.

36. Ivi, p. 148.

37. Ivi, p. 176.

38. Il sacri cio della banda di Gardò fu molto pubblicizzato in Italia per dimostrare
che i somali sapevano morire per il nostro paese. Nel 1932, durante una sua visita
in Somalia, il sottosegretario alle Colonie Lessona inaugurò a Gardò una lapide in
memoria del fatto. Sull’episodio e la visita di Lessona, si veda Marco Pomilio, Un
giornalista all’Equatore, Vallecchi, Firenze 1933, pp. 109-17.

39. C.M. De Vecchi, Relazione sul progetto di bilancio della Somalia Italiana per
l’esercizio nanziario 1927-1928, Stamperia della Colonia, Mogadiscio 1926, p. 110.

40. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 243.

41. Ernesto Quadrone, Pionieri, donne e belve, Agnelli, Milano 1934, pp. 34-5. Da una
testimonianza dell’ex concessionario Carlo Vecco, rilasciataci a Torino il 21 ottobre
1977 (d’ora innanzi: TaA di Carlo Vecco), apprendiamo che una squadra di 20
uomini era comandata dallo stesso Vecco, mentre gli altri 30 erano agli ordini di
Cesare Bu o, segretario politico di Genale. Vecco ricorda che della spedizione
punitiva facevano parte, fra gli altri, Benvenuto Bordone, Giovannini e Ganglio. I
più «sfegatati», ricorda ancora Vecco, erano decisi a liquidare tutta la popolazione
indigena della zona. Il testimone rammenta di aver assistito alla fucilazione di 13
somali sulle dune. Il ragionier Carlo Vecco era andato in Somalia nell’agosto del
1925, a 26 anni, dopo aver avuto qualche noia con il fascio di Rivoli, pur senza
essere antifascista. Ottenuto il consenso di De Vecchi, aveva preso in concessione
con l’amico Mario Chiamberlando (che era un agricoltore) 325 ettari a Genale. Nel
novembre 1925, dopo aver subìto qualche pressione da parte del quadrumviro,
aveva preso la tessera del PNF.

42. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 246.

43. Ibid.

44. Archivio storico del Ministero dell’Africa Italiana (d’ora innanzi ASMAI), Somalia,
pos. 89/9, f. 35.

45. Nel suo libro, Orizzonti d’impero, De Vecchi riduce invece le perdite dei governativi
a 9 morti e 20 feriti.

46. Ivi, p. 246.

47. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., p. 4.

48. E. Quadrone, op. cit., p. 35.

49. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 277.

50. Secondo De Vecchi (ivi, p. 280), nel raid su Gorrahei i dubat ebbero 108 morti e
riuscirono a trasportare in territorio italiano 53 feriti. I fuorusciti avrebbero perso
320 uomini.

51. Sono cifre ovviamente incontrollabili e che, a nostro avviso, non comprendono le
perdite fra la popolazione civile.

52. DDI, VI, doc. 114.

53. Ivi, in nota. Questo dato è fornito da Federzoni a Mussolini in un promemoria del
14 febbraio 1928.

54. DDI, VI, doc. 114.

55. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., p. 110.

56. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 9.

57. Ivi, p. 8. In e etti il governatore Riveri si era molto turbato per la minaccia ai
con ni, a di erenza di Federzoni che sosteneva di non vedere alcun grave pericolo
(si veda il carteggio fra i due personaggi in ASMAI, Somalia, pos. 89/9, f. 31).
Qualche anno dopo, però, l’episodio venne ingigantito, le poche migliaia di armati
dei due degiac diventarono 30 mila e la minaccia alla colonia fu ritenuta reale (si
veda la Memoria del Governo italiano circa la situazione in Etiopia presentata alla
SDN, in Il con itto italo-etiopico. Documenti, vol. I, ISPI, Milano 1936, p. 404).

58. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1925-1926, cit., p. 57.

59. Ivi, pp. 57-8.

60. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., p. 4.

61. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 121.

62. DDI, IV, doc. 182.

63. Ivi, doc. 318. Tel. del 26 maggio 1926.

64. Ivi, VI, doc. 114.

65. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., pp. 4-5.

66. Il fatto è confermato dal governatore Riveri in un telegramma alle Colonie del 14
febbraio 1923 (in ASMAI, Somalia, pos. 89/9, f. 31).

67. Marco Pomilio, Con i dubat, fronte sud, Vallecchi, Firenze 1937, pp. 64-5.

68. Ministero della Guerra, U cio Storico, La campagna 1935-36 in Africa Orientale,
cit., p. 95.

69. Sempre nel 1926, Malladra compì una ricognizione anche in Somalia e redasse
uno studio analogo a quello fatto per l’Eritrea.

70. Ministero della Guerra, U cio Storico, La campagna 1935-36 in Africa Orientale,
cit., p. 95.

71. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 875-6.

72. DDI, II, docc. 518, 523, 580; III, doc. 3.

73. Ivi, II, doc. 542.

74. R. Guariglia, op. cit., p. 36.

75. Camera dei deputati, Sul bilancio del ministero delle Colonie. Discorso del ministro
Lanza di Scalea, cit., p. 19.
76. M. Pompeo Gorini, L’Oltregiuba com’è e come potrà essere, in Per le nostre colonie,
Vallecchi, Firenze 1927, p. 215.

77. Ivi, p. 226.

78. Dalla Prefazione di Corrado Zoli a Bernardo Valentino Vecchi, L’Italia ai margini
dell’Etiopia, Bietti, Milano 1935, pp. 9-14.

79. Cit. in Giuseppe Zucca, Il paese di madreperla. Sette mesi in Somalia, Stab. tip.
Terragni & Calegari, Milano 1926, p. 16.

80. Cit. in B. V. Vecchi, Sotto il so o del monsone. Un anno nell’Oltre Giuba, Alpes,
Milano 1927, pp. 39-40.

81. B. V. Vecchi, L’Italia ai margini dell’Etiopia, cit., pp. 38-9.

82. Ministero delle Colonie, Oltre Giuba, Sindacato italiano arti gra che, Roma 1927.

83. B. V. Vecchi, L’Italia ai margini dell’Etiopia, cit., pp. 37-8.

84. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 233.

85. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., p. 7.

86. Con la legge del 14 luglio 1926, n. 1587, la Colonia assumeva la denominazione di
Somalia Italiana e veniva a comprendere tutti i territori dall’Oltre Giuba alla
Migiurtinia.

87. Nel 1926 funzionavano le elementari a Mogadiscio, Merca, Afgoi, Villaggio Duca
degli Abruzzi, Bur Acaba, Baidoa, Gelib, con 817 iscritti complessivamente. A
Mogadiscio erano anche stati istituiti, alla stessa data, una scuola serale, una scuola
di arti e mestieri, un asilo infantile e il brefotro o per i bimbi meticci.

88. Mohamed Aden Scek, L’Italie et nous, «Presence Africaine», n. 38, 3° trimestre
1961, numero dedicato a La Somalie lndépendante, p. 181.

89. Bottazzi, Relazione anno solare 1924, Mogadiscio. Dattiloscritto di pp. 41 in nostro
possesso.

90. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 345.

91. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., p. 5.


92. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., p. 830.

93. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 315.

94. B. V. Vecchi, Vecchio Benadir, Alpes, Milano 1930, p. 139.

95. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., pp. 320-7.

96. C. M. De Vecchi, Politica sociale verso gli indigeni e modi di collaborazione con essi,
Tip. Rodea, Rodi 1938, p. 27.

97. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 869-72.

98. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 312.

99. Sulle origini e la vita della SAIS si vedano: Giuseppe Scassellati Sforzolini, La
Società Agricola Italo-Somala in Somalia, Istituto agricolo coloniale italiano, Firenze
1926; Clelia Maino, La Somalia e l’opera del Duca degli Abruzzi, Istituto italiano per
l’Africa, Roma 1959; SAIS, L’opera della Società Agricola Italo-Somala in Somalia,
Tip. Coppini, Milano 1970.

100. C. Maino, op. cit., p. 129.

101. Camera dei deputati, Sul bilancio del ministero delle Colonie, Discorso del ministro
Lanza di Scalea, cit., p. 18.

102. Ettore Fabietti, Vita eroica del Duca degli Abruzzi, Barion, Milano 1937, pp. 273-4.

103. Leone Iraci, Per una demisti cazione del colonialismo italiano: il caso della
Somalia, «Terzo Mondo», n. 3, marzo 1969, p. 64.

104. Sino al 1927 erano stati trasportati al Villaggio Duca degli Abruzzi, con
autocarri, cammelli e per via uviale, 350 mila quintali di materiali vari. Questa
cifra dà un’idea dell’entità dell’impresa.

105. Sull’esplorazione dell’Uebi Scebeli si vedano: Luigi di Savoia, L’esplorazione


dell’Uabi-Uebi Scebeli dalle sue sorgenti nell’Etiopia Meridionale alla Somalia Italiana
(1928-29), Mondadori, Milano 1932; Cosimo Basile, Uebi Scebeli. Nella spedizione di
S.A.R. Luigi di Savoia, Cappelli, Bologna 1935.

106. C. Basile, op. cit., p. 277.


107. Bottazzi, op. cit., pp. 11-20.

108. Ugo Pini, Sotto le ceneri dell’Impero, Mursia, Milano 1967, pp. 27-8.

109. Ivi, pp. 43-4.

110. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., p. 283 e pp. 436-7.

111. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., p. 62.

112. TaA di Carlo Vecco, cit.

113. C. M. De Vecchi, Relazione per l’esercizio 1927-1928, cit., pp. 41-2.

114. M. Giovana, op. cit., p. 31.

115. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., p. 780.

116. Bottazzi, op. cit., p. 7.

117. B. V. Vecchi, Vecchio Benadir, cit., pp. 64-7.

118. Ivi, p. 63.

119. Franco Monile, Somalia (Ricordi e visioni), Cappelli, Bologna 1932, pp. 108-11.

120. Edgardo Giaccone, L’Impero africano d’Italia, Bocca, Milano 1939, p. 277.

121. G. Zucca, op. cit., pp. 135-8.

122. E. Quadrone, op. cit., p. 54.

123. Umberto Bargoni, Nella terra di Nassib Bunda, Marzocco, Livorno 1931, p. 61.

124. Bottazzi, op. cit., «Promemoria» in appendice, pp. 1-10.

125. U. Pini, op. cit., pp. 54-5.

126. Nell’aprile 1928 re Vittorio Emanuele visitò la Tripolitania, nel 1932 l’Eritrea,
nel 1933 la Cirenaica, nel 1934 la Somalia.

127. Mirko Ardemagni, Il re in Africa, Mondadori, Milano 1934, p. 14.

128. Si veda, in B. V. Vecchi, Somalia, Marangoni, Milano 1935, pp. 124-137, la storia
della partita di caccia sul Giuba, narrata, per servilismo, come se fosse stata
un’epica impresa.
129. C. M. De Vecchi, Orizzonti d’impero, cit., p. 291.

130. Ivi, p. 292.

131. Il bilancio dell’ultimo anno di governo di De Vecchi (1928-29) presentava questo


quadro: entrate 22 milioni, uscite 75, disavanzo 53. Il de cit era tre volte superiore
a quello dell’Eritrea.

132. ACS, SPD, b. 4/47 R, De Vecchi. Lettera dell’11 giugno 1936.


IV
L’irresistibile ascesa di Tafari

L’Etiopia entra nella Società delle Nazioni.


Mentre la Somalia subisce la «dittatura» di De Vecchi e l’Eritrea
vivacchia sotto la guida dell’intrigante Gasparini, l’Etiopia cerca
di ricomporre la propria unità dopo la lacerazione causata dal
lungo e cruento contrasto fra il reggente Tafari Maconnen e l’ex
imperatore Ligg Jasu. 1 Nel momento in cui il fascismo si
impadronisce dell’Italia è appena un anno che Jasu è stato
catturato e a dato in custodia a ras Cassa Hailù; 2 e il potere
risulta ora diviso fra l’imperatrice Zaoditù, che rappresenta la
fazione più conservatrice del paese e il clero copto, e ras Tafari,
che tenta di organizzare in un movimento le forze più
progressiste. Sulla scena, accanto alla glia di Menelik e all’erede
al trono, c’è anche il vecchio ministro della Guerra, il taurari
Apte Ghiorghìs, che si atteggia ad arbitro, ma che in realtà, sino
alla sua morte nel 1926, sosterrà il «partito» di Zaoditù.
All’inizio si cerca di dissimulare il dissidio al vertice, più che
per motivi di politica interna per il timore di proiettare
all’esterno l’immagine di un paese in preda al disordine. In un
documento ai capi dell’impero, Zaoditù scrive nel suo stile
immaginoso e ingenuo: «Ogni momento si fanno correre in città
notizie del tutto false. Ultimamente si è detto che l’erede al
trono e io abbiamo litigato. Se c’è qualcuno che, con queste
parole, cerca di dividerci, chi mai lo crederà? Chi potrei trovare
io, che mi sia più vicino del mio ragazzo, di mio fratello, del
glio di ras Maconnen, che non mi ha mai contraddetto? [...]
Amici e fratelli, se udite qualcuno di ondere simili notizie,
impadronitevi di lui e portatelo davanti al giudice che lo punirà
severamente». 3 Ma il contrasto è reale e profondo: lo
riconoscerà nelle sue memorie lo stesso Tafari: «Alcuni uomini
che erano alla ricerca soltanto del loro pro tto si interposero fra
di noi e tentarono di distruggere la nostra unità. [...] A volte ella
seguiva i loro consigli senza esaminare la loro inutilità per il
governo [...] per cui incontrai grosse di coltà nel portare avanti
il lavoro di governo secondo i miei piani». 4
L’uomo che così si esprime e che d’ora innanzi apparirà come
il principale protagonista di questa storia, ha appena trent’anni,
ma ha già una lunghissima esperienza: amministratore a 13
anni, governatore a 14, reggente a 25, sarà re a 36 e imperatore a
38. Fra i tanti ritratti che gli sono stati dedicati, uno fra i più
minuziosi e fedeli ci sembra quello delineato dallo scrittore
francese Jean D’Esme, che lo incontra a metà degli anni Venti:
«Piccolo e fragile, quasi minuto l’andatura agile e il gesto vivace,
la testa ricoperta da un casco di capelli arricciati, la fronte larga
e alta, leggermente bombata, gli occhi scuri e dotati di una
strana intensità, il naso arcuato, stretto e spiovente su di una
bocca piccola dalle labbra delicatamente orlate di lunghi ba , la
parte inferiore del viso nascosta da una barba corta e quadrata,
così ci appare il Reggente dell’Impero, il futuro Re dei re,
allorché lo vediamo per la prima volta nel salotto della sua villa
europea. Fatto singolare, nonostante questo insieme di
delicatezza e di grazia aristocratica, l’uomo non ha niente di
e eminato. [...] A ogni istante l’autorità del gesto, la nitidezza
metallica di un’intonazione, il vigore di un atteggiamento
rivelano l’energia segreta del carattere». 5 Anche lo scrittore
André Armandy, che dedicherà all’Etiopia di Tafari uno dei libri
più ironici e corrosivi, osservando le «sue mani sottili, di una
delicata debilità, mani di aristocratico, e che non hanno nulla,
anche chiuse della stretta dei reggitori d’uomini», cade all’inizio
nell’errore di crederlo fragile. Ma subito modi ca il suo giudizio:
«Tuttavia, i tratti del viso correggono la prima impressione.
Strano e quanto imprevisto questo pro lo asiatico che si direbbe
tolto da un bassorilievo di Khorsabad». 6
È un errore di valutazione che commettono anche i suoi rivali
e che per alcuni di essi risulterà fatale. Il vecchio degiac Balcià,
ad esempio, che lo giudica «mezzo uomo e mezzo serpente» 7 e
che non lo rispetta e non lo teme perché non è un soldato come
Teodoro, Johannes, Menelik e Ligg Jasu, verrà spazzato via dalla
scena ancor prima di aver intuito il pericolo. In e etti, ras Tafari
non ha il sico del guerriero, non ama adornarsi la testa, come i
capi tradizionali, di criniere di leone, ma all’occorrenza è un
eccellente soldato, come prova la sua lunga esistenza costellata
di fatti d’arme. E per di più Tafari possiede alcune doti che i suoi
rivali non hanno: una vasta cultura, la conoscenza di alcune
lingue europee, 8 una curiosità senza limiti. Un patrimonio di
conoscenze e di stimoli, che non soltanto gli conferisce in patria
una indiscussa superiorità sugli altri, ma che gli consente di
capire il mondo esterno e di a rontarlo senza complessi e
pregiudizi quando tenterà di rompere il medievale isolamento
dell’Etiopia e di aprirla all’in uenza dei paesi più avanzati.
Analizzando i motivi del suo successo, John Markakis
individua con molta acutezza alcuni tratti dominanti della «sua
formidabile personalità: una profonda ambizione perseguita
con giudiziosa prudenza; una pazienza senza limiti appaiata alla
capacità di agire con prontezza; un’indole benevola e modi
garbati accoppiati a una grande brutalità nelle questioni
politiche; un esagerato atteggiamento di indecisione e un
talento per la dissimulazione; la capacità di attrarre e di
in uenzare, reciprocamente e simultaneamente, forze
antagonistiche; una facilità ad assicurarsi l’impegno di ognuno
alla sua causa senza impegnare se stesso per nessuno; un acuto
giudizio del carattere umano e un’abilità nella sua
manipolazione; un’inclinazione per l’intrigo e una presa di
posizione morale di distacco da esso; un abile senso della
propaganda; una natura frugale la cui sola passione dominante
è il potere; e un senso di suprema sicurezza nella propria
capacità di guidare il destino del popolo etiopico». 9
All’inizio degli anni Venti queste qualità positive e negative
non sono ancora tutte manifeste nel giovane reggente, ma ciò
che egli vuole, e come, è già evidentissimo. Innanzitutto egli si
sforza di accrescere il peso della sua fazione attraendo nella
propria orbita grandi feudatari come ras Cassa, ras Immirù,
degiac Ajaleu Burrù o giovani aristocratici come Maconnen
Endelacciù e Abiye Abebe. Ma Tafari non attinge i suoi
sostenitori soltanto nel tradizionale serbatoio della nobiltà. Al
contrario, egli tende a ricoprire i posti più importanti
dell’amministrazione con uomini che non hanno denaro né un
nome illustre, ma che ha egli stesso scelto e fatto educare, e che
senza di lui non sarebbero nulla e che tutto gli debbono. Così,
per la prima volta, partecipano al governo del paese uomini che
non provengono soltanto dallo Scioa, come per il passato, ma da
tutte le regioni dell’impero, anche dal lontano Sidamo o
addirittura dall’Eritrea italiana, come i giovani Lorenzo Taezaz
ed Efrem Teuolde Medhin.
Nel giro di pochi anni, intorno a Tafari si costituisce un
gruppo abbastanza omogeneo, le cui principali caratteristiche
sono l’elevato grado di cultura, il desiderio di modernizzare il
paese, una certa competenza e, per nire, l’assoluta lealtà verso
il vicario imperiale. Di questo gruppo — che Donald N. Levine
classi ca come la «nuova nobiltà» per «la perpetuazione
dell’immagine tradizionale e gerarchica di un superiore e
privilegiato gruppo sociale» 10 — fanno parte, ad esempio,
Teclé Hawariate, il padre della prima Costituzione etiopica
(1931); il futuro ministro degli Esteri e maggior scrittore
dell’epoca, Heruy Walda Sellasie; lo scrittore Gabru Desta, che
ha fatto parte di molte missioni all’estero; il medico Uorqneh
Martin, che rappresenterà l’Etiopia a Londra; il taurari
Mangascià Ubiè, futuro ministro a Roma; Mes n Scilesci, che dal
1936 sarà uno dei principali organizzatori della guerriglia anti-
italiana; il degiac Igazu Behabté, governatore di Addis Abeba dal
1918; il maggadrâs Gabré-Hiwot Baykedagn, che è stato educato
in Germania e ha servito Menelik come interprete; i tre fratelli
Maconnen, Aklilù e Akalou Worq Hapte Uold, che saranno al
vertice del potere a partire degli anni Quaranta; il degiac Nasibù
Zamanuel, console ad Asmara dal 1918 al 1922 e che sarà
comandante in capo delle armate del fronte sud nel con itto
italo-etiopico del 1935-36. Quest’ultimo, specie negli anni in
cui è sindaco di Addis Abeba, viene da più parti considerato
come la guida di quel movimento informe impropriamente
indicato come il «partito dei giovani etiopici», che sostiene il
cauto riformismo di ras Tafari e che si esprime sulle colonne del
giornale «Berhanena Selam» (Luce e pace). 11
Per quanto la situazione interna del paese e la lotta per il
potere continuino a essere per il reggente, almeno no al 1930, i
due pensieri dominanti, ras Tafari rivela sin dai primi anni di
governo un grande interesse per ciò che accade fuori dai con ni
dell’impero: in modo particolare, nelle colonie italiane, inglesi e
francesi, che stringono in una morsa l’Etiopia, e in Europa dove,
nonostante il fresco ricordo del grande massacro e le solenni
dichiarazioni di principio, stanno ria orando gli appetiti
coloniali. Appetiti che si appuntano principalmente sull’Etiopia,
anche se Tafari, con un’accorta mossa, ha inviato nel 1919 tre
missioni in Gran Bretagna, Stati Uniti, Francia e Italia, non
soltanto per felicitarsi con i vincitori del primo con itto
mondiale, ma per ricordare le sue benemerenze nella guerra
contro il tedesco lo Ligg Jasu e l’impegno assunto nel 1906, con
l’accordo tripartito franco-anglo-italiano, di mantenere intatta
l’integrità dell’Etiopia.
Le minacce, come per il passato, provengono soprattutto
dall’Italia e dall’Inghilterra. A Tafari, che segue attentamente gli
avvenimenti internazionali sui giornali europei e sui dispacci
della «Reuter», non sono ignote le risoluzioni dei congressi
coloniali italiani del primo dopoguerra, redatte in un clima di
«vittoria mutilata», né tantomeno possono sfuggire i passi
u ciali del governo di Roma per ottenere dagli alleati, in base
all’art. 13 dell’accordo di Londra, compensi coloniali,
soprattutto nell’Africa Orientale. 12 Un telegramma «Reuter»
del febbraio 1919, che erroneamente annuncia che la Francia ha
acconsentito a cedere all’Italia Gibuti, getta il ghebì nel panico e
nell’angoscia. Anche le trattative fra Roma e Londra per la
cessione del Giubaland, un tempo promesso dagli inglesi a
Menelik in cambio di un’ipoteca sul lago Tana, sono seguite con
giusti cata apprensione da Tafari, che vede sfumare per il suo
paese ogni possibile sbocco al mare. Pure le generiche
assicurazioni rilasciate da Mussolini, subito dopo la marcia su
Roma, di voler mantenere in modo rigoroso l’integrità
dell’Etiopia, sono presto smentite, come abbiamo visto, dal
programma revanscista del fascio dell’Eritrea. Toccherà poi al
ministro ad Addis Abeba, Piacentini, sincero fautore della
distensione fra l’Italia e l’Etiopia, di recarsi al ghebì nel tentativo
di tranquillizzare l’imperatrice Zaoditù e il vicario imperiale. 13
Comunque, nei primi anni del dopoguerra, la nazione che
rivela una maggiore ostilità nei confronti dell’Etiopia non è
l’Italia, ma l’Inghilterra. Mentre da un lato il Foreign O ce
agevola la creazione dell’Abyssinian Corporation, che si è posto
l’ambizioso traguardo di monopolizzare l’intero commercio
etiopico, dall’altra ispira ad alcuni giornali, come la
«Westminster Gazette», il «Times» e la «West Africa», una
violentissima campagna contro l’Etiopia e le sue istituzioni.
«L’anarchia più completa regna in Etiopia — scrive nel gennaio
1922 la «Westminster Gazette» —. Ogni ras o governatore locale
è padrone assoluto a casa propria e può permettersi tutte le
devastazioni, tru e o furti che vuole. L’autorità reale del
reggente si estende appena al di là della capitale». Lo stesso
giornale, in un altro articolo che sottopone all’attenzione del
«mondo civile», lancia un’accusa ancora più grave: «Chi avrebbe
potuto immaginare che in un punto qualsiasi del globo si
sarebbe potuto vedere in quest’anno 1922 una carovana di
diecimila schiavi appena catturati in marcia verso una prigionia
di tutta la vita?». 14 A questo punto, dopo gli indignati articoli
della «Westminster Gazette», entra in scena la più autorevole fra
le riviste coloniali inglesi, la «West Africa», con tutta una serie
di proposte e di minacce. In breve, considerando che l’Etiopia
non è in grado da sola di uscire dalla notte del medioevo,
suggerisce di porla sotto la tutela di un amministratore
coloniale della statura di un sir Frédérick Lugard o di un
Wilkinson. Se invece l’Etiopia respinge l’o erta e si oppone al
piano di riforme, «si dovrà inevitabilmente ricorrere a metodi di
intervento e di protezione». 15
Che ci sia del vero nelle accuse della stampa inglese, è di cile
negarlo. Nel 1922 il potere centrale etiopico è ancora
estremamente debole, intere regioni sono praticamente
sottratte a ogni controllo, gli e etti delle poche riforme non si
avvertono che in un paio di grandi città, mentre il tra co degli
schiavi, se non è più orido come ai tempi di Menelik, non è
certo un fenomeno in via di estinzione. Ma è altrettanto vero —
e il fatto viene subito denunciato in Francia e negli Stati Uniti —
che l’obiettivo della campagna di stampa inglese non è la
redenzione di un paese infelice e arretrato, ma la sua inclusione
nell’area di in uenza britannica, per poter risolvere,
innanzitutto, con il controllo del lago Tana, l’annoso problema
della regolamentazione e sfruttamento delle acque del Nilo.
La minaccia è avvertita ovviamente anche da ras Tafari, ed è
forse questo episodio che spinge il reggente, dopo una serie di
riunioni con i più autorevoli capi abissini, a inoltrare
telegra camente a Ginevra, il 30 luglio 1923, la domanda di
ammissione alla Società delle Nazioni, nella speranza di mettere
l’Etiopia al riparo dalle ambizioni coloniali. 16 In una successiva
lettera del 12 agosto, indirizzata al segretario generale della
SDN, sir Eric Drummond, dopo aver sottolineato che da sempre
l’Etiopia «combatte contro i pagani che la circondano», ras
Tafari riconosce che i princìpi della SDN «sono proprio quelli
che convengono ad una nazione che è sempre rimasta
fermamente cristiana» e che desidera di essere governata «nella
pace e nella tranquillità». 17 Ma benché la richiesta di
ammissione sia stata subito appoggiata dalla Francia, che in
Abissinia persegue interessi economici e non territoriali,
quando il 6 settembre la delegazione etiopica giunge a Ginevra
scopre che il suo compito è tutt’altro che facile.
Nell’assemblea di Ginevra lo scontro fra sostenitori e
avversari dell’ammissione dell’Etiopia si pro la infatti, n dalle
prime battute, vivacissimo. Due tesi si a rontano: quella della
Francia, che sostiene con fermezza che l’impero etiopico o re
tutte le garanzie per essere ammesso nella Società, e quella
inglese, appoggiata dall’Italia, dall’Australia, dall’Olanda, dalla
Norvegia, dalla Svizzera, che a erma che l’Etiopia non ha
ancora raggiunto il grado di civiltà previsto dallo statuto della
Lega e che la sua ammissione va ritardata di un anno e in ogni
caso va subordinata a un’inchiesta da condursi in Abissinia. A
far prevalere la prima tesi, dopo giorni di accesi dibattiti
durante i quali l’assemblea appare nettamente divisa, è il
delegato francese Henry de Jouvenel, il quale, superando gli
ostacoli procedurali e lacerando i velari dell’ipocrisia ginevrina,
dichiara brutalmente che l’Etiopia è minacciata e che cerca
rifugio nella Società delle Nazioni per salvare la sua
indipendenza. «Il faut choisir entre la politique de conquête et la
politique de collaboration amicale — soggiunge de Jouvenel —. La
France n’hésite pas. Elle choisit la politique de collaboration
amicale avec l’Ethiopie, qui est la seule conforme aux principes que
les membres de la Société des Nations se sont engagés à
respecter». 18
Dopo quasi un mese di dibattiti e in seguito al consenso, da
parte dell’Etiopia, di sottoscrivere un documento con il quale si
impegna ad abolire la tratta e la schiavitù e a limitare il tra co
delle armi, il 28 settembre 1923 l’Abissinia viene ammessa alla
SDN con il voto unanime dei 45 delegati. «L’Italia votò per
l’ammissione — scrive lo storico Luca dei Sabelli —. Perché?
Perché era necessario mandare a vuoto la minaccia britannica
di impadronirsi dell’Etiopia, ma soprattutto perché, col suo voto
decisivo, in un momento dal quale dipendeva l’avvenire
dell’Abissinia, l’Italia intendeva dare a quest’ultima una prova
inconfutabile del proprio desiderio di iniziare con essa una
politica di amicizia e di chiarezza». 19 Lo spoglio dei documenti
diplomatici sconfessa in pieno lo storico del regime. In realtà,
sino alla vigilia del voto, l’Italia è solidale con l’Inghilterra nel
suo tentativo di bloccare all’Etiopia l’ingresso nella Lega.
Dallo scambio di telegrammi apprendiamo che il ministro ad
Addis Abeba, Gino Macchioro Vivalba, è nettamente contrario
all’ammissione e suggerisce di a dare il compito di ostacolarla
a una «potenza meno interessata di noi» all’Etiopia. 20 Anche
Mussolini è per il no, pur ritenendo che occorra «procedere con
molta cautela nell’opposizione per evitare comprensibili
inconvenienti». 21 Il ministro delle Colonie, Federzoni, al
contrario, ritiene che una «opposizione sia pur larvata e
indiretta non potrebbe essere che di dubbia e cacia e di certa
odiosità», e consiglia non soltanto di assumere un
«atteggiamento apertamente favorevole» ma di porgere al
governo di Addis Abeba, ancor prima che la missione etiopica
parta per Ginevra, «l’o erta di ogni appoggio e
agevolazione». 22 Mussolini però indugia, fa sondare
dall’ambasciatore Della Torretta il governo inglese e spera che
sia Londra, col suo atteggiamento palesemente ostile all’Etiopia,
a mandare in fumo i progetti di ras Tafari e a toglierlo così
dall’impaccio. Senza chiare istruzioni, la delegazione italiana
alla SDN, capeggiata da Antonio Salandra, mantiene così un
contegno estremamente equivoco, tale da costringere Tafari a
telegrafare direttamente a Mussolini per conoscere i motivi
della netta ostilità italiana. A questo punto, manca una sola
settimana al voto decisivo, Mussolini è costretto a uscire allo
scoperto, a pronunciarsi, seppure controvoglia, in modo
favorevole. «Mentre chiedo a S. E. Salandra come siasi potuta
ingenerare nei Delegati abissini l’impressione che
l’atteggiamento della nostra delegazione fosse ostile alla
domanda etiopica — si legge in un suo telegramma a Marchioro
— prego anche da parte sua indagare da qual parte Ras Tafari
abbia realmente ricevuto informazioni che lo hanno mosso a
telegrafarmi direttamente. Ella vorrà subito assicurare il Ras
che egli può contare sull’appoggio dell’Italia e che mai da parte
nostra vi è stata intenzione di contrastare azione delegazione
abissina a Ginevra. Provveda insomma ad eliminare ogni
equivoco». 23
Il 15 settembre, qualche giorno prima del voto decisivo e
mentre Mussolini con da ancora in un insuccesso etiopico, per
dimostrare la sua buona volontà di adempiere agli obblighi
dell’art. 23 del patto della SDN, ras Tafari promulga una prima
legge contro la schiavitù, che verrà in seguito perfezionata con
altri editti del 31 marzo 1924 e del 31 luglio 1931.
Contemporaneamente apre ad Addis Abeba e in ogni provincia
dell’impero u ci appositi dove gli schiavi possono recarsi per
reclamare la loro libertà. Più tardi, nel 1930, assumerà anche un
consigliere inglese, Frank de Halpert, che al ministero
dell’Interno organizzerà uno speciale dipartimento incaricato di
liquidare il fenomeno dello schiavismo. Il vicario imperiale,
tuttavia, non si illude di poter sradicare facilmente né in breve
tempo un istituto che costituisce la base stessa dell’intero
sistema economico etiopico e che è giusti cato dalle tre
religioni dell’Etiopia, la copta, l’islamica e l’ebraica. A una
delegazione inglese dell’Anti-Slavery Society, in visita ad Addis
Abeba nel 1931, ras Tafari con derà di aver bisogno di altri
vent’anni per eliminare de nitivamente l’istituto della
schiavitù.
Nelle sue memorie, il reggente scrive che il numero degli
schiavi liberati prima del 1935 s ora i centomila. 24 È una cifra
che viene contestata da tutti i suoi critici e probabilmente a
ragione. Come rileva lo stesso de Halpert, «una cosa è redigere
queste misure [contro la schiavitù] sulla carta ed un’altra è farle
rispettare». 25 Tutti gli stranieri che hanno occasione di visitare
l’Etiopia o di soggiornarvi fra il 1922 e il 1935 giungono più o
meno alle stesse conclusioni: la schiavitù domestica appare
appena intaccata dalle leggi antischiaviste; la tratta è ancora
praticata anche se in misura inferiore rispetto al passato; gli
u ci governativi incaricati della liquidazione del fenomeno
sono paralizzati dall’ine cienza e ancor più dalla
corruzione. 26 Là dove esagerano, invece, è nel quanti care il
fenomeno: alcuni osservatori azzardano la cifra di 2 milioni di
schiavi mentre altri parlano addirittura di 5 milioni in un paese
la cui popolazione è valutata fra i 6 e i 12 milioni di abitanti. Più
ragionevolmente Frank de Halpert valuta gli schiavi fra i 300 e i
500 mila. Cifra che si avvicina a quella fornita dall’Italia nel
1936 a conclusione della campagna di liberazione degli schiavi
(420 mila), e che già appare gon ata.
Nell’autobiogra a ras Tafari scrive «di aver fatto tutto quello
che era possibile fare» e di «sentirsi a posto con la coscienza». 27
È molto probabile che abbia scritto ciò in assoluta buona fede.
Ma ciò che non dice, ciò che non vorrà mai ammettere è che ha
assunto un impegno, con la SDN e con il suo popolo, al di sopra
delle sue forze e al di là di ogni ragionevole speranza, con
l’obiettivo prioritario di o rire al mondo un’immagine diversa,
più amabile, dell’Etiopia e, di ri esso, di consolidare il proprio
potere. In realtà, egli scal sce appena l’istituto della schiavitù e
non può pretendere che le nazioni ostili che circondano
l’Etiopia, che non hanno ancora perso la speranza di mettere le
mani sull’ultimo paese libero dell’Africa, si arrestino in
atteggiamento riverente dinanzi alle sue velleità di riformatore
e rinuncino a usare contro di lui l’arma della denuncia e della
denigrazione.
È forse anche per chiedere tempo e ducia che, verso la ne
del 1923, l’erede al trono comincia a preparare il suo viaggio in
Europa, evento che interrompe la millenaria tradizione che
vuole che i sovrani d’Etiopia non abbandonino mai il paese. 28
Ed egli stesso indica gli altri motivi che lo inducono a
intraprendere un viaggio di ben quattro mesi e mezzo: «Avevo la
speranza e la convinzione che il mio viaggio in Europa mi
avrebbe arrecato tre vantaggi: 1) di vedere con i miei occhi la
civiltà europea e la bellezza di città come Parigi, Londra, Roma,
Bruxelles, Atene e Il Cairo, delle quali avevo letto nei libri, prima
a scuola e poi per lavoro; 2) pensavo inoltre che sarebbe stato
possibile, al ritorno nel mio paese, di adottare alcuni aspetti
della civiltà che avevo osservato, sebbene fosse di cile
realizzare questo tutto in una volta e completamente; 3) speravo
in ne di trovare un porto, poiché prima del nostro viaggio
avevamo ricevuto qualche incoraggiamento, circa uno sbocco al
mare, dalla Francia e dall’Italia». 29 Si aggiunga che ras Tafari,
accettando l’invito di sette capi di Stato, intende anche sottrarre
l’Etiopia a un’altra delle sue dannose tradizioni, quella di un
caparbio isolamento.
Per evitare sorprese durante la sua lunga assenza, ras Tafari
prende alcune precauzioni, in base a criteri di ra nata alchimia
politica che poi userà lungo tutto il suo regno. La responsabilità
del governo l’a da al ministro della Guerra, Apte Ghiorghìs, ma
nello stesso tempo incarica ras Cassa, che ha i suoi domini e il
suo esercito vicini alla capitale, di sorvegliarlo. Per neutralizzare
poi gli altri due capi più ambiziosi, Hailù Tecla Haimanot, ras
del Goggiam, e Sejum Mangascià, ras del Tigrè, li conduce con sé
in Europa. Della missione fanno inoltre parte alcuni giovani
pupilli del reggente, come il futuro primo ministro Maconnen
Endelacciù, il degiac Uonduossen Cassa, il patriota che Graziani
farà fucilare nel 1936, e Sahle Tsedalu, che diventerà ministro
dell’Istruzione. Il 16 aprile 1924 la delegazione etiopica lascia
Addis Abeba. Sul treno per Gibuti, fra gli altri regali per i
regnanti europei, ci sono sei leoni e quattro zebre.
Il viaggio in Europa, caratterizzato da un’accoglienza quasi
dovunque cordiale, anche se si concluderà con un parziale
insuccesso, soddisfa però pienamente la curiosità inesauribile
del reggente. Mentre ras Hailù e ras Sejum rivelano una
predilezione per i night club e prodigano il loro denaro in
acquisti di ogni genere (dai sigari alle automobili), ras Tafari,
circondato dai suoi giovani collaboratori, visita scuole,
biblioteche, università, ospedali, industrie, al punto che i
giornali cominciano a indicarlo come il «principe pensoso».
Anche la sua gura gracile, avvolta in abiti metà abissini e metà
europei, colpisce l’immaginazione e diventa subito patrimonio
dell’iconogra a popolare. «La prima cosa che uno osserva di ras
Tafari è la bombetta — scrive il «London Evening News» —. Il
secondo shock ve lo procura il paio di calzature a fasce elastiche
che timidamente fa capolino di tanto in tanto da sotto il suo
sciamma». 30 Ed è su questi elementi, più il naso semita, che
negli anni Trenta giocheranno gli autori delle vignette satiriche.
Modesti, invece, i risultati dal punto di vista politico. Parigi
riserva a Tafari accoglienze che il ministro inglese ad Addis
Abeba, Claud Frédérick William Russell, non esita a de nire
«esagerate», 31 ma quando il reggente a ronta il problema del
porto franco a Gibuti non ottiene che vaghissime promesse. Più
fortunato è a Londra, dove riceve in omaggio da re Giorgio la
corona che Napier ha preso a Màgdala all’imperatore Teodoro, e
dove può acquistare la quasi totalità delle azioni della Banca
d’Abissinia. 32 Ma sul problema dello sbocco al mare anche gli
inglesi sono vaghi, e il primo ministro Ramsay MacDonald
giunge addirittura a dire a Tafari di «non aver mai sentito
parlare sino allora della faccenda», e in ogni caso prende
tempo. 33
In Italia, dove giunge il 18 giugno, otto giorni dopo
l’assassinio di Matteotti, ras Tafari trascorre intere giornate ad
ammirare le chiese di Roma, i tesori del Vaticano, il Colosseo.
Visita inoltre il Collegio etiopico, il Museo coloniale, e depone
sulla tomba del Milite Ignoto una corona d’argento, la cui
armatura è fatta di zanne di elefante. Ma il programma u ciale
prevede anche una parata militare a Centocelle, un’esercitazione
a fuoco con artiglierie pesanti a Bracciano, la visita alla otta
ancorata nella rada di La Spezia e una puntata a Torino, ai
grandi stabilimenti della Fiat. Si vuole, anche troppo
scopertamente, metterlo di fronte alla potenza militare e
industriale del paese, con gli stessi propositi intimidatori
perseguiti (con quali risultati, lo si è visto) trent’anni prima con
suo padre, ras Maconnen. 34 Né il capo del fascismo, già
particolarmente turbato e irritato per la reazione del paese al
delitto Matteotti, intende lasciarsi sfuggire l’occasione di
trattare dall’alto in basso il glio del vincitore di Adua. Scrive
infatti Federzoni, ricordando il pranzo o erto in suo onore al
Quirinale: «Il giovane Negus sedeva a destra del nostro Augusto
Sovrano; noi presenti vedemmo che il posto a sinistra era vuoto.
Si sapeva che due avversari del Governo fascista, Sforza e
Bonomi, avevano declinato l’invito per non trovarsi a tavola con
Mussolini; ma neppure il Duce vi sedeva. Era già stata servita la
prima portata... Oh no, eccolo farsi avanti lentamente in un
tight di ottimo taglio, fermarsi a chinare il capo davanti a
Vittorio Emanuele III e poi un cenno disinvolto all’ospite e
in ne sedersi e tacere. Era arrivato con dieci minuti di ritardo il
Duce, per la manifesta intenzione di dimostrare una scarsa
considerazione a chi non se ne dimenticò tanti anni dopo. Al
dessert parlò solamente il Re con un brindisi di tiepida
urbanità». 35
Sgarbato in pubblico con ras Tafari, in privato Mussolini si
mostra con lui più arrendevole. Dopo aver ascoltato
«attentamente» le richieste del reggente, che concernono una
zona franca nel porto di Assab, egli incarica Contarini e Colli di
Felizzano di esaminare il problema e di redigere una bozza di
accordo. Il documento, in dieci punti, viene consegnato a Tafari
poco prima della sua partenza e ha molte analogie con quello
che poi verrà sottoscritto dalle due parti nel 1928. Una
sostanziale di erenza la si trova però nell’oggetto di scambio:
nel 1924 l’Italia pretende come contropartita una ferrovia che
da Assab punti al cuore dell’Etiopia, quattro anni dopo si
accontenterà di una strada. Comunque, come ci informa lo
stesso reggente, che è restio a rmare l’accordo senza prima aver
consultato il Consiglio della Reggenza, «per una varietà di
motivi l’abbozzo di trattato non entrò mai in vigore». 36 In un
«memoriale riservatissimo», redatto per Mussolini, Colli di
Felizzano fornisce altri dettagli che motivano a su cienza le
cause del mancato accordo: «Nella sua permanenza a Roma le
trattative vennero condotte in persona da Tafari Maconnen, e il
sottoscritto, che vi prese parte attiva e che ha una profonda e
intima conoscenza del Reggente del Governo etiopico, può
a ermare che egli era ed è tuttora sinceramente desideroso di
concludere il desiderato accordo per lo sbocco al mare col
Governo italiano a preferenza di qualunque altro Governo.
Purtroppo egli non può o non vuole convincersi che la buona
volontà del Governo italiano, che già gli è acquisita, non è
su ciente, e che la questione può solo essere risolta sulla base
di un “do ut des”. Ma più di tutto mancava a ras Tafari
Maconnen una formale autorizzazione dell’Imperatrice per
concludere qualsiasi negoziato; ed egli stesso in un momento di
amarezza ebbe a confessarmi che il suo mandato e le sue facoltà
si limitavano ad accettare tutto quello che gli venisse o erto o
regalato, senza però nulla concedere in corrispettivo!». 37
Dopo 142 giorni di assenza dall’Etiopia, il 4 settembre ras
Tafari fa nalmente ritorno ad Addis Abeba, accolto alla
stazione dal corpo diplomatico al completo, dall’abuna Matteos,
dai ministri, dai dignitari e da una grande folla festosa che si
eccita a udire le salve dei cannoni catturati ad Adua. Anche se
non ha potuto ottenere uno sbocco al mare per l’Etiopia, il
vicario imperiale è tuttavia soddisfatto del viaggio. Non
soltanto perché è convinto di aver corretto in Europa una falsa
immagine del suo paese e di averne rotto per sempre
l’isolamento, ma soprattutto perché ha potuto vedere con tutto
il suo agio i modelli di civiltà che intende imitare, e ora sa ciò
che può realizzare, ciò che è intempestivo e ciò che è inutile.
Un altro motivo di soddisfazione lo trae dagli immediati
ri essi che il viaggio in Europa ha sulla politica interna. La sua
autorità e il suo prestigio ne risultano accresciuti, mentre si
a evolisce il potere dell’imperatrice, certo più dedita, a
di erenza di Taitù, alle preghiere e ai digiuni che non agli
intrighi di palazzo. È in queste condizioni sensibilmente più
favorevoli che ras Tafari comincia ad abbozzare il suo
programma di riforme. Cauto, modesto, scarsamente
coordinato, esso presta il anco a censure e a derisioni, ma
di cilmente lo si potrebbe pensare diverso, tenendo conto
dell’arretratezza dell’Etiopia e delle di cili condizioni in cui
opera il vicario imperiale. Il quale, oltretutto, di da delle
soluzioni radicali. «Credo l’in uenza europea salutare —
con derà un giorno a Henry de Monfreid 38 — e, ben assimilata
dal mio popolo, potrà renderlo più forte, tanto forte da seguire
da solo la via del progresso. Ma tutto sta nell’assimilarla... Il mio
paese, vede, è come il palazzo della Bella Addormentata nel
bosco, in cui tutto è stazionario da duemila anni. Bisogna,
dunque, prendere minuziose precauzioni al suo risveglio, dopo
un così lungo letargo. [...] Devo lottare, da una parte, contro
l’impazienza dei lantropi europei e, dall’altra, contro l’inerzia
del mio popolo, che preferisce chiudere gli occhi dinanzi a
questa luce troppo violenta». 39
Il maggior sforzo ras Tafari lo compie nel settore
dell’istruzione, convinto com’è della necessità di liquidare al più
presto la vecchia classe dirigente, incolta e retriva. Nel decennio
che intercorre fra il suo viaggio in Europa e l’aggressione
fascista, il reggente apre scuole governative ad Addis Abeba,
Harar, Dessiè, Gimma, Gore e in altri centri minori, a dando
l’incarico dell’insegnamento a docenti francesi, greci ed
egiziani. In questo periodo ricevono così i rudimenti di
un’educazione moderna dai 600 ai 700 ragazzi, ai quali vanno
aggiunti i giovani istruiti nelle missioni protestanti e cattoliche,
largamente appoggiate dal reggente, nonostante le critiche di
un Apte Ghiorghìs, che già vede il declino della religione copta e
il trionfo di quelle straniere. «Debbo riconoscere — scrive nel
1929 il giornalista Renzo Martinelli — di aver assistito a saggi di
interrogatorio, su argomenti indicati da me medesimo, che
potrebbero fare onore a qualunque scuola europea.
Particolarmente per le lingue i giovinetti abissini mostrano
un’attitudine che ha del miracoloso». 40 Nello stesso decennio
Tafari invia all’estero, di preferenza in Francia, Belgio, Egitto,
Siria, Stati Uniti e Gran Bretagna, circa 200 giovani perché
ricevano un’istruzione universitaria soprattutto nei campi della
medicina, dell’ingegneria e dell’agricoltura. Sarà su questa
nuova élite progressista che nel 1937, dopo l’attentato a
Graziani, si scatenerà la rappresaglia. Secondo una fonte
etiopica, perirà nei tre giorni di massacri il 75% dei laureati
etiopici all’estero. 41
Si nota anche, specie nei più grandi centri urbani, un
notevole miglioramento nel servizio sanitario. Addis Abeba, ad
esempio, che sino al 1922 non dispone che del vecchio ospedale
Menelik, diretto dal francese Mouzels, vede nascere in meno di
dieci anni altri sei istituti: l’ospedale Bet Sayda, retto dal medico
svedese Knut Hanner e dotato degli strumenti più moderni;
l’ospedale con 160 letti della American Presbyterian Mission; il
lebbrosario costruito dalla Sudan Interior Mission; la clinica
ostetrica Imperatrice Zaoditù, a data al personale medico
dell’americana Seventh Day Adventists; l’ospedale dei
missionari della Consolata, fondato da padre Gaudenzio
Barlassina; e in ne il dispensario municipale a dato alle cure
di un medico francese. Altri ospedali e dispensari sono costruiti,
soprattutto per iniziativa di missionari svedesi, americani,
francesi e italiani, tanto nell’Etiopia cristiana e amhara che in
quella «pagana» e musulmana conquistata da Menelik. Mentre
le regioni più impervie vengono saltuariamente visitate da
infermieri etiopici istruiti negli ospedali governativi.
Con estrema prudenza no al 1930, per non rendere
insanabile il con itto con le altre forze conservatrici, in seguito
più speditamente, ras Tafari tenta di far uscire l’Etiopia dal
«lungo letargo», di spostare in avanti la lancetta della storia. Nel
1930 promulga il primo codice penale, migliora le condizioni
dei detenuti e proibisce le esecuzioni capitali in pubblico. 42 Per
rendere più e cienti i ministeri, assolda alcuni esperti
occidentali, come il giurista svizzero Jacques Auberson, come
l’economista americano Everett Colson, il già citato Frank de
Halpert, l’ex comandante dell’aviazione svedese, generale Eric
Virgin. Riscatta per 235 mila sterline l’anglo-egiziana Bank of
Abyssinia e al suo posto crea una banca nazionale. Dedica
all’esercito, dopo la scomparsa di Apte Ghiorghìs, particolari
cure, dotandolo di armi più moderne e uniformi e a dandone
l’istruzione a u ciali belgi e svizzeri. Contemporaneamente
acquista una decina di aerei e incarica alcuni istruttori francesi
di formare i primi piloti etiopici. Completa inoltre le reti
telegra ca e telefonica collegando la capitale anche con i più
lontani distretti, mentre a da all’Ansaldo il mandato di
costruire potenti stazioni radio nei centri più importanti. Dota
in ne Addis Abeba di una centrale elettrica e inizia la
costruzione di alcune migliaia di chilometri di strade con
nalità anche militari.
A questo programma, caotico ma non irrilevante, il ministro
ad Addis Abeba, Cora, dedica il 14 settembre 1929 un lungo e
ben informato rapporto. «Da parecchi anni è ormai sul trono un
Principe riformatore — scrive a Dino Grandi — e gli e etti della
sua politica cominciano a vedersi e a farsi sentire. Scuole,
ospedali, maternità, asili, insegnanti, medici, veterinari,
agronomi: tutto ciò implica ormai delle spese considerevoli per
le nanze personali del Negus e per quelle governative». E Cora
si chiede, dopo aver valutato le entrate dello Stato etiopico,
costituite quasi esclusivamente dal gettito delle dogane, «per
quanto ancora l’Etiopia potrà “fare da sé” senza ricorrere a
prestiti esteri od all’aiuto della nanza internazionale». E
conclude il rapporto augurandosi che sia l’Italia per prima a
investire capitali in Etiopia. 43
L’insieme di vecchio e di nuovo, di barbaro e di civile, di
conquiste utili e di imprese super ue, presente soprattutto
nella capitale, sconcerta i visitatori europei e li predispone più
al dileggio che al rispetto. «Addis Abeba si gloria di possedere il
telefono — scrive André Armandy — ma non esiste l’elenco; una
rete di strade completa, ma è impraticabile e tracciata senza un
piano. [...] Le strade non hanno nomi, le case sono senza numeri
[...]. Non ci sono fogne né servizio di pulizia: sono i nibbi e le iene
i funzionari incaricati della nettezza urbana. [...] C’è l’u cio
postale, che però non distribuisce la posta. C’è la polizia, ma i
lebbrosi circolano e mendicano in tutta libertà [...]. Il tifo
esantematico vi regna allo stato endemico, ma c’è un campo di
corse, un club imperiale e due archi di trionfo». 44 Ancora più
caustico, Martinelli annota: «In Addis Abeba non c’è acqua
potabile, non ci son fogne, non ci sono molte altre cose di cui
avrò occasione di parlare in seguito; ma c’è un tabarin. Francese,
naturalmente». 45 E padre Ciravegna: «Per quanto riguarda i
trasporti, invece, un salto di secoli: dal muletto all’automobile.
In pochi anni, le macchine son salite a più di trecento e ne
giungono delle nuove a ogni treno. Sempre così in Etiopia:
nché Menelik era vivo e non usciva che a muletto, nessun
abissino si sarebbe permesso di fare altrimenti: oggi che i Reali
fan la loro apparizione in pubblico su delle lussuose automobili,
ogni abissino per bene s’è a rettato a dare il bando ai
muletti». 46 E soggiunge Martinelli: «Non v’è capo, o sottocapo,
o aiuto di sottocapo, che non abbia la sua brava macchina. [...]
Però, da Addis Abeba, in automobile, si può andare solo... no ad
Addis Abeba». 47
Sono critiche, a volte ingiusti cate e maligne, ma spesso
esatte, che non sfuggono al reggente, il quale spoglia
personalmente i ritagli che gli invia l’«Agence Havas». «Bisogna
lasciare all’Etiopia il tempo di trasformarsi», 48 ripete
pazientemente ai giornalisti stranieri che lo interrogano sul
futuro dell’impero. 49 E a quelli che gli suggeriscono riforme
più radicali, ricorda il fallimento di re Amanullah, costretto alla
fuga per aver voluto occidentalizzare troppo rapidamente
l’Afghanistan. È un episodio, questo, che lo ha molto colpito. Ne
ha parlato a lungo anche con il ministro Cora ed è giunto a
chiedergli una relazione precisa sugli avvenimenti. 50
Ma il suo programma di riforme non provoca soltanto
critiche o grossolani dileggi. Non mancano gli osservatori della
realtà etiopica — anche italiani — che gli riconoscono i successi
e che, in ogni caso, sottolineano il suo costante sforzo. «La
previsione più corrente — scrive Martinelli — è che Tafari la
spunti, e riesca a costruire l’Impero che sogna. Un impero, cioè,
sicuro nei suoi con ni, organico, laborioso, fruttifero,
rompendo la secolare catena delle lotte intestine, delle razzie,
dei complotti provinciali, delle ambizioni dei ras». 51 «Chi
mette oggi la prima volta il piede nell’Etiopia trova molto da
criticare — avverte Ciravegna —, ma chi conosce da vicino il
lavoro già compiuto da Hailè Selassiè nei suoi quattordici anni
di reggenza sa invece ammirare i risultati reali ch’egli ha saputo
conseguire nel progressivo incivilimento del suo vasto impero.
[...] Ed è doveroso tributare la più alta lode a quest’uomo di
buona volontà e di risorse eccezionali». 52 Il riconoscimento più
autorevole e più sincero, perché segreto, perché riservato
soltanto al ministro degli Esteri Grandi, resta comunque quello
di Giuliano Cora: «Le velleità riformatrici del Negus cozzano
contro la forza d’inerzia delle masse e contro l’organizzazione
feudale dell’Impero. Il Negus vuole le riforme, il progresso, una
politica amichevole con le Potenze con nanti e particolarmente
con l’Italia, ma tutto ciò non vuole imporre con la forza, come
nora non ha nemmeno imposto se stesso come supremo
governante». 53
Da reggente a imperatore.
Cauto nelle riforme, ras Tafari lo è ancora di più, come
acutamente osserva Cora, nella lotta per il potere. Nei primi
dieci anni di reggenza, come abbiamo visto, si sforza di
aumentare il proprio prestigio e di consolidare il movimento
progressista che lo sostiene, ma non cede mai alla tentazione di
forzare i tempi e si accontenta di dividere il potere con
l’imperatrice Zaoditù e con il ministro della Guerra Apte
Ghiorghìs.
Il rapporto di forza cambia decisamente nel 1926 con la
scomparsa di due ostinati avversari del reggente, il taurari
Apte Ghiorghìs e l’abuna Matteos, entrambi rappresentanti della
più caparbia conservazione. Tafari non si fa però sorprendere
dagli avvenimenti, anzi rivela, alla morte del vecchio ministro
della Guerra, quella «caratteristica mescolanza di prudenza e di
audacia» 54 che gli consentirà spesso, nella sua lunga esistenza
di politico, di dominare le situazioni. Informato segretamente
che Apte Ghiorghìs è gravemente ammalato, il reggente fa in
modo che la notizia non venga di usa e nel frattempo mobilita
le unità che dipendono da lui e fa presidiare i telegra , così da
bloccare ogni eventuale iniziativa dell’imperatrice. Morto il
taurari, e sapendo che Zaoditù non gli concederebbe mai
spontaneamente di mettere le mani sui suoi feudi e soprattutto
sull’esercito imperiale, con rara tempestività ras Tafari fa
occupare le proprietà e i depositi d’armi del defunto, fraziona i
suoi feudi e li distribuisce a capi di sua ducia, e assume il
controllo dei 16 mila uomini dell’armata imperiale. Quando
l’imperatrice, per controbilanciare l’accresciuta potenza del
reggente, cerca l’appoggio di altri ras, è ormai troppo tardi, i
giochi sono fatti, la grande macchina di guerra di Apte
Ghiorghìs è completamente smontata, e non esistono ormai
nell’impero altre forze capaci di frenare l’ascesa di Tafari.
E tuttavia il vicario imperiale, pur controllando gli eserciti
dell’Harar e dello Uollo, suoi feudi personali, e l’armata
imperiale, e pur arrogandosi ormai l’esclusiva dell’acquisto
all’estero delle armi, non si fa cogliere dall’impazienza, ma
continua a consolidare quasi impercettibilmente il proprio
potere, rinnovando i quadri del governo, ponendo a capo delle
province meridionali di recente conquista governatori di sua
scelta e isolando sempre più le regioni settentrionali che ancora
costituiscono i feudi ereditari dell’aristocrazia. Una classe
sociale, questa, che Tafari è in attesa di spodestare a vantaggio
di quell’accentramento amministrativo vagheggiato anche da
Teodoro, Johannes e Menelik, e che cerca ora di neutralizzare
applicando la vecchia regola del divide et impera e sfruttando
l’altro sperimentato espediente dei matrimoni combinati. 55
Al paziente lavoro di consolidamento, ras Tafari associa
inoltre una continua vigilanza. Per quanto sappia che non è
l’imperatrice a creargli i più gravi ostacoli, tuttavia ne fa
controllare ogni mossa. «Non era l’Imperatrice gelosa del potere
di Tafari — scrive giustamente il console Agenore Frangipani,
che guarda gli avvenimenti d’Etiopia dal suo osservatorio di
Gondar — ma i capi che a lei si appoggiano: non fu mai ella che
complottò, o si pose in lotta, contro il Reggente, ma coloro che
da essa si facevano ben volere, o credevano di essere ben voluti
al punto di far su di lei completo assegnamento per i loro più
arditi disegni di ribellione». 56 E tanto più puntano su di lei,
quanto più Zaoditù rivela una salute malferma e sembra volersi
staccare dalle cose terrene, dagli stessi a ari di Stato, per
chiudersi nel suo mondo di preghiere e di penitenza (agli intimi
giungerà a con dare di volersi ritirare in un convento o a
Gerusalemme). Armandy, che l’incontra nel gennaio 1930, in
occasione della visita ad Addis Abeba del patriarca copto di
Alessandria, così la descrive: «Un viso minuto da bambola di
sto a, la fronte e il mento cinti da una benda di lino; un’enorme
corona d’oro, troppo pesante per la sua fragile testa, che
l’opprime. Non fosse stato per il rapido bagliore delle sue vigili
pupille, la si sarebbe potuta scambiare per un idolo bruno». 57
Il primo che cerca di abbattere Tafari con il pretesto di voler
difendere l’imperatrice è il vecchio degiac Balcià, uno fra i più
capaci e crudeli generali di Menelik, l’uomo che abbiamo visto
all’assedio di Macallè e sul campo di Adua manovrare
l’artiglieria etiopica, 58 e che ora governa, dopo Harar, la
provincia del Sidamo. Convocato ad Addis Abeba per
rispondere, davanti al tribunale, di maltrattamenti nei
confronti di servi e soldati, dopo lunghi indugi e rinvii, si mette
nalmente in viaggio per la capitale ma conducendo con sé un
esercito di 10 mila uomini. Giunto ai primi di febbraio nelle
vicinanze di Addis Abeba, Balcià fa accampare i suoi uomini
nella piana di Furi, poi — secondo la versione piuttosto colorita
di alcuni autori inglesi e francesi — con una scorta di seicento
soldati si reca al ghebì imperiale dove il reggente ha fatto
preparare per lui, nell’aderasc, uno di quei colossali banchetti
che per tradizione durano un’intera giornata. Nonostante l’aria
di festa, i convenevoli, i tentativi di conciliazione, la situazione è
molto grave, al punto che Tafari, per precauzione, ha fatto
preparare alcuni treni per poter evacuare eventualmente
l’intera comunità europea della capitale. Ma ancora una volta il
vicario imperiale riesce a dominare la situazione. Dovendo
lottare con un avversario medievale, egli scende sul suo stesso
terreno e, nell’arte dell’intrigo e della simulazione, si rivela di
gran lunga il più abile. Mentre il banchetto si protrae, un alleato
del reggente, ras Cassa, raggiunge con i suoi uomini il campo di
Balcià, lo circonda e, un po’ con le minacce, un po’ con una
generosa distribuzione di talleri, un po’ con la promessa che le
terre del degiac saranno assegnate ai primi che le occuperanno,
riesce a disperdere l’esercito, a rimandarlo nel Sidamo. Quando
Balcià si accorge di essere rimasto pressoché solo e di aver
sottovalutato Tafari, si rifugia, con la complicità dell’ecceghiè
Gabrè Menfes Cheddus, in una chiesa di Entotto. Ma viene
subito catturato e posto al con no. 59
Fin qui la versione degli storici sopracitati. Ma forse le cose
sono andate diversamente, in maniera più semplice. Riferisce
infatti Cora, in un suo lungo rapporto del 18 aprile 1928, che la
sera stessa dell’arrivo di Balcià ad Addis Abeba il «Reggente
riceveva la visita di una delegazione di sottocapi del degiac
Balcià, incaricati di comunicargli che la maggioranza dei loro
soldati non aveva alcuna intenzione di farsi ammazzare per un
colpo di testa di un vecchio pazzo e poteva così giocare a colpo
sicuro». Cora conclude il racconto degli avvenimenti precisando
che «abili parlamentari, facendo appello al patriottismo del
degiac [...] lo inducono a sottomettersi con la promessa che non
sarebbe stato incatenato». 60 In seguito riabilitato, Balcià
morirà quasi ottantenne nel 1936, combattendo contro gli
italiani.
La lenta ma irresistibile ascesa di Tafari proprio in quei giorni
viene percepita e analizzata da Mussolini, il quale, per aver
lavorato un anno alle varie stesure del patto italo-etiopico e per
aver letto gli esemplari rapporti di Cora, è perfettamente al
corrente di ciò che accade ad Addis Abeba. In un telespresso
all’ambasciatore a Londra, Chiaramonte Bordonaro, dopo aver
ammesso che l’«Abissinia è ad una svolta della sua storia» con la
«trasformazione da Stato feudale a Stato unitario», riconosce
che dopo la morte del « taurari Apte Ghiorghìs, il grosso
esercito dell’impero si è quasi completamente disperso, ed
attualmente il maggior esercito che conti l’Abissinia, ben
armato ed il meglio istruito, è quello del reggente ras Tafari, il
quale cerca a annosamente di acquistare armi e rinforzarlo, in
modo da imporre il rispetto, eventualmente armata mano, agli
altri grandi Capi abissini [...] e portare a compimento il suo
programma di centralizzazione». Rilevando tuttavia che alcuni
capi etiopici «mordono il freno, e non sarebbero alieni dal
cogliere la prima favorevole occasione per abbattere la forza del
Reggente», Mussolini prega Chiaramonte Bordonaro di sondare
il governo inglese, che già mantiene «con uno dei maggiori capi
dissidenti, Ras Hailù del Goggiam, ottime relazioni», per sapere
se è disposto a concertare con l’Italia, preoccupata per la
«formazione e il grosso armamento di uno Stato abissino
centralizzato», una comune «azione di pressione e di forza». 61
Riservandoci di esaminare più avanti questa assurda
proposta, fatta alla vigilia della rma del patto italo-etiopico, ci
preme ora di sottolineare che sono proprio l’Italia e la Gran
Bretagna, che nel 1923 hanno descritto alla SDN l’Etiopia come
un paese ingovernabile, soggetto a una costante anarchia, a
essere ora preoccupate per i successi di Tafari nella sua opera di
centralizzazione e a rivelare il proposito di ostacolarla. A partire
dal 1928, infatti, il reggente dovrà a rontare congiure,
movimenti eversivi, rivolte di intere regioni, tutti alimentati da
potenze straniere. L’ultimo tentativo di scalzare ras Tafari, non
in uenzato dall’esterno, è invece quello tramato, con molta
imperizia e per conto di notabili ben più in vista di lui, dal
comandante della Guardia Imperiale, degiac Abba Uocau. Il
tentativo, che si manifesta il 5 settembre 1928 con
l’ammutinamento di parte della Guardia e l’occupazione del
ghebì imperiale, viene stroncato da ras Tafari nel giro di poche
ore. Per domare l’insurrezione, il reggente si avvale anche
dell’unico carro armato in dotazione all’esercito, un Fiat 3000 A,
manovrato dal caporalmaggiore in congedo De Martini. Dopo la
resa degli insorti, avvenuta all’alba del 6, Abba Uocau viene
condannato a morte dal Consiglio della Corona costituitosi in
tribunale supremo, ma Tafari preferisce commutare la pena
all’incauto ribelle e lo a da in custodia al nuovo ministro della
Guerra, degiac Mulughietà Igazu.
Questa generosità, che ras Tafari ostenterà in molte altre
occasioni e che fa parte del suo sottile gioco politico, è del resto
ben motivata, perché il tentativo del dilettante Uocau gli
fornisce un eccellente pretesto per realizzare quello che gli
storici italiani coevi interpreteranno, con qualche forzatura,
come un autentico colpo di Stato. 62 Sfruttando infatti le
manifestazioni che il 6 e il 7 settembre si svolgono ad Addis
Abeba in suo sostegno e contro l’imperatrice — dimostrazioni
abilmente organizzate dal leader dei Giovani etiopici, degiac
Nasibù Zamanuel, e che sollecitano una soluzione radicale del
con itto con la deposizione dell’imperatrice, la proclamazione
di Tafari a Negus Neghesti, lo scioglimento della Guardia
Imperiale e l’esilio per l’intrigante ecceghiè Gabrè Menfes
Cheddus, — il vicario imperiale riesce a ottenere ciò che vuole,
ossia il titolo di negus e l’esclusiva del potere, ma con l’aria di
non chiedere nulla, anzi, di ergersi a difesa di Zaoditù e di
restare nella legge.
In realtà — per quanto nelle sue memorie sostenga che, anche
se può sembrare che abbia incitato il popolo a proclamarlo re,
«Dio solo sa che io non sono implicato in questa faccenda» 63 —
ras Tafari ha puntato tutto, sin dall’inizio della crisi, sul titolo
regale che automaticamente lo pone al di sopra degli altri capi.
Ma anche in questa occasione, Tafari dimostra di non aver
fretta. Potrebbe salire sul trono imperiale, bandire l’ecceghiè e
gli altri oppositori, ma è troppo accorto per correre il rischio di
gettare il paese nella guerra civile, di apparire all’estero come un
usurpatore e di perpetuare l’immagine di un’Etiopia in preda al
caos. Si accontenta così del titolo di Negus, e quando ras Cassa,
chiamato in aiuto dall’imperatrice, giunge nalmente ad Addis
Abeba con un suo esercito, la crisi è già superata, e inutile il suo
intervento paci catore. Cassa, del resto, pur avendo gli stessi
titoli di Tafari per aspirare al trono di Salomone, pur avendo,
come «guardiano» di Ligg Jasu, una importante carta in mano, e
pur non rinunciando al suo ruolo di arbitro in Etiopia, né in
questa né in altre occasioni tenterà di impadronirsi del potere.
Uomo di chiesa piuttosto che di guerra, si riterrà pago di essere
considerato il secondo uomo dell’impero. 64
Il 27 settembre, a tre settimane dall’inizio della crisi, il
governo etiopico comunica u cialmente alle legazioni estere in
Addis Abeba che «l’Erede al trono e Enderassiè plenipotenziario
dell’imperatrice, ras Tafari Maconnen, è stato nominato Negus
d’Etiopia» e che la cerimonia dell’incoronazione sarà celebrata il
7 ottobre. Due giorni dopo l’annuncio, in un telegramma a
Mussolini, l’incaricato d’a ari ad Addis Abeba, Mario Porta, fa
rilevare «come il reggente con abilità davvero eccezionale abbia
saputo trasformare una situazione inizialmente di netto
svantaggio per lui in un suo grande successo personale». 65 Un
successo che il trentaseienne Tafari può valutare in tutto il suo
signi cato il 7 ottobre, quando, nella tenda di seta eretta
dinanzi alla chiesa della Trinità, l’imperatrice Zaoditù gli pone
sul capo la corona regale, alla presenza del corpo diplomatico al
completo, dei dignitari di corte e dello Stato e, fatto nuovo, dei
governatori delle tre colonie limitrofe, sir Harold Baxter
Kittermaster (Somaliland), Chapon Baissac (Somalia Francese) e
Corrado Zoli (Eritrea). «E quando, poco dipoi, ritiratasi
l’Imperatrice, il Governatore dell’Eritrea annunziava al nuovo
Negus che Sua Maestà il Re d’Italia lo insigniva della suprema
onori cenza del Collare della SS. Annunziata, un sorriso
illuminava il volto melanconico e impassibile del Monarca, che
si sollevava leggermente dal trono per ringraziare. Un altro dei
grandi scopi della sua tenace e abile politica appariva
raggiunto». 66
Fra i tanti complotti che mirano ad abbattere Tafari, in questi
anni caldi, ce n’è almeno uno che, dopo aver sollevato allarme,
apprensioni e polemiche, si rivelerà una montatura. 67 Il
complotto, che viene scoperto nel maggio 1929 e che verrà
classi cato come «bolscevico», coinvolge alcuni esponenti della
comunità russa che si è costituita ad Addis Abeba nella seconda
metà degli anni Venti e che comprende molti u ciali zaristi che
hanno combattuto contro l’Armata Rossa, alcuni professionisti
e un certo numero di nobili e di falsi nobili: tutti, comunque,
simpatizzanti del vecchio regime e ostili al bolscevismo.
Nonostante questo ben noto loro orientamento, fra il maggio e
l’agosto quattro fra essi vengono espulsi dall’Etiopia 68 sotto
l’accusa di macchinare un’azione violenta per sovvertire le
istituzioni dello Stato etiopico. Contemporaneamente è
arrestato anche un etiopico, il taurari Teclé Hawariate, uno dei
più vicini collaboratori di Tafari e futuro compilatore della
prima Costituzione, 69 mentre l’u cioso «Berhanena Selam»
pubblica, con intenti propedeutici, una serie di articoli che
descrivono gli orrori della rivoluzione sovietica.
Poi, di colpo, si apprende che il complotto è esistito soltanto
nella fantasia del capo della polizia di sicurezza, il capitano
armeno Babikhian. E Teclé Hawariate viene scarcerato dopo sei
mesi di detenzione e i quattro russi espulsi sono riabilitati e
invitati a rientrare in Etiopia. Si è trattato di un madornale
errore, scrive la stampa di Addis Abeba, e per tutti paga
l’armeno Babikhian, che viene dimesso dalle sue funzioni. Ma
ciò che nessuno spiega è la fretta di Tafari nel voler liquidare,
pur disponendo soltanto di scarse e dubbie prove, il «complotto
bolscevico». Per cercare una spiegazione a questa fretta
eccessiva, bisogna ricordare che il negus Tafari è un progressista
moderato, deciso a stroncare il potere feudale e a eliminare gli
aspetti più morti canti della vecchia Etiopia, ma altrettanto
deciso a bloccare ogni richiesta del popolo, a non considerarlo
ancora come un interlocutore. Anche se l’Etiopia non ha mai
visto sorgere alcun movimento autenticamente popolare e non
è stata, per il suo grado di arretratezza, per nulla in uenzata
dalla rivoluzione d’Ottobre, Tafari deve aver ricordato con
apprensione, leggendo i rapporti di Babikhian, il movimento di
protesta organizzato nel 1918 dai soldati del Mahal Safaris
(Guardia Imperiale) e ispirato da ato Gueno, un altro dei giovani
etiopici inviato da Menelik a studiare in Russia. In
quell’occasione, il giovanissimo Tafari dovette cedere alla
pressione di quelli che i diplomatici accreditati ad Addis Abeba
già indicavano come «soviets» e congedare tutti i ministri che i
soldati indicavano come ladri.
Sulla decisione presa da Tafari nel 1929, di agire con
prontezza contro i muscòf, ha certamente in uito il ricordo di
quella capitolazione, ma anche la consapevolezza che all’interno
del movimento dei Giovani etiopici si va costituendo una, per
così dire, fazione di sinistra, alimentata dai giovani laureati che
rientrano dalle università straniere e che non si accontentano
più del cauto riformismo del negus. È molto probabile, perciò,
che il rigore verso i «cospiratori» russi abbia in realtà coperto un
secondo e più vero bersaglio dell’operazione: la nascente
dissidenza dell’ala più avanzata dell’intellighenzia etiopica,
Teclé Hawariate in testa. 70
Ma i veri pericoli, per Tafari, non sono ad Addis Abeba, ma
nelle province settentrionali dell’impero, dove a partire dal
1928 gli Uoggerat, gli Azebò Galla e i Raia Galla sono in rivolta e
compiono razzie. Per domare queste popolazioni — che, come si
vedrà, non verranno mai completamente assimilate e
costituiranno anzi uno degli strumenti più e caci dell’opera di
penetrazione e di eversione dell’Italia in Etiopia — il negus
incarica i capi locali di organizzare vaste campagne repressive.
Ma queste falliscono una dopo l’altra, o per l’incapacità di alcuni
capi o, peggio ancora, per la loro connivenza con gli stessi
insorti. 71 Il capo sul quale più si appuntano i sospetti di Tafari
è il governatore del Beghemeder, ras Gugsa Oliè, il quale ha più
di un motivo per odiare il negus: oltre a ritenerlo responsabile
del suo forzato divorzio dall’imperatrice Zaoditù, dopo la sua
ascesa al trono, lo accusa di negargli il feudo avito dello Jeggiù.
Per riportare l’ordine al nord, sconvolto da due anni di razzie e
controrazzie, nel gennaio 1930 il negus Tafari decide
nalmente di impiegare l’esercito imperiale, al comando del
ministro della Guerra Mulughietà, ra orzato dalle truppe di ras
Gugsa Araia, dei degiac Ajaleu Burrù, Chebbedè Guangùl,
Uonduossen (primogenito di ras Cassa), Mescescià Uoldiè, Burrù
Uolde Gabriel e del cagnasmac Ficrè Mariam. E mentre queste
forze rastrellano per tre mesi e con successo le province insorte,
Tafari e Zaoditù aprono con ras Gugsa Oliè, che nel frattempo si
è apertamente ribellato, segrete trattative per evitare inutili
spargimenti di sangue. «Noi abbiamo vissuto a lungo uniti —
scrive il 7 febbraio Zaoditù in una patetica lettera all’ex consorte
—, epperò, non posso credere che tu nutra dei mali disegni
contro il Governo della tua giovinezza». 72 E, poiché nella
capitale circola la voce che è stata la stessa imperatrice a
sobillare Gugsa Oliè, Zaoditù a ronta coraggiosamente
l’argomento in una seconda lettera al ras: «Perché tu non ti
inganni in false manovre e non mi si accusi di cose che non ho
mai pensato né consigliato, asserendo che sono io che ti ho
indotto a ribellarti, io debbo, per quel che ti riguarda,
domandarti quale bene zio troveresti tu in una simile
ribellione se vi incontrassi una morte vergognosa». E conclude
la missiva supplicando l’ex marito, in nome «di Dio croce sso e
Salvatore del mondo», di presentarsi alle truppe imperiali, senza
alcun timore, poiché si fa lei garante della sua vita. 73
Alle suppliche, agli inviti, alle intimidazioni il ras ribelle non
risponde oppure replica con lettere ambigue, evasive, quasi
volesse prendere tempo e guadagnare alla sua causa i grandi
feudatari incerti, come ras Hailù del Goggiam e ras Sejum del
Tigrè. Tafari, che paventa una simile coalizione e che è inoltre
preoccupato per le accuse che Gugsa Oliè gli rivolge di essere il
protettore del cattolicesimo, 74 ha anche appurato nel
frattempo che il ras è in contatto con gli italiani e che l’uomo
che maggiormente lo ha spinto a ribellarsi è il console di
Gondar, Alberto Pollera. Nelle sue memorie, il negus accusa
apertamente quest’ultimo di «aver fatto della propaganda la sua
maggiore occupazione», di aver insinuato il sospetto, nel
religiosissimo Gugsa Oliè, che il cattolicesimo si sarebbe
ra orzato in Etiopia grazie all’appoggio di Tafari, e di aver
promesso al ras ribelle ogni forma di aiuto da parte del governo
dell’Eritrea. 75 Accuse che trovano parziale conferma nei
documenti, seppure reticenti, dei nostri archivi.
A rompere gli indugi e a troncare le oziose trattative, è ras
Gugsa Oliè. Il 25 marzo lascia Cummer Dengià, dove si è
compiuta la radunata del suo esercito, e punta su Zebìt, dove è
accampata l’armata imperiale. Mulughietà, che ne può
sorvegliare le mosse grazie ai due Potez pilotati dai francesi
Maillet e Corriger, 76 gli invia un ultimatum intimandogli di
rientrare a Debrà Tabòr e lo ritiene responsabile, in caso di
con itto, «del sangue che si verserà». 77 Ma Gugsa Oliè, che
pure non è un uomo di guerra e ha trascorso la sua vita a
costruire chiese, non si lascia intimidire né dagli ultimatum del
ministro della Guerra né dai manifestini che piovono dal cielo e
che gli annunciano che l’abuna scomunicherà chiunque si
opporrà al negus Tafari, riconosciuto, nonostante le calunnie,
come un vero glio della Chiesa. 78 Ormai ha deciso. Il 29
marzo, raggiunte le sorgenti del torrente Soga, si accampa a
meno di dieci chilometri dal campo trincerato di Mulughietà.
I due eserciti si fronteggiano per due giorni, si studiano,
valutano il terreno circostante. Quello imperiale è forte di 20
mila fucili, 6 cannoni e una trentina di mitragliatrici. Quello di
Gugsa Oliè dispone soltanto di 10 mila fucili, 2 cannoni e una
decina di mitragliatrici. Per compensare l’inferiorità in uomini e
mezzi, il ras ribelle decide di agire di sorpresa, di prendere il
nemico alle spalle con la tipica manovra avvolgente abissina. Ma
l’abile mossa viene sventata da uno dei Potez, che all’alba del 31
marzo è già in ricognizione sopra le alture di Medam Alem.
Bombardate e mitragliate prima dagli aerei, le tre colonne che
stanno tentando la manovra a tenaglia vengono in seguito
a rontate separatamente e battute. Alle 8.30 il ras Gugsa Oliè è
agganciato da un reparto di Mulughietà, colpito da un fendente
di sciabola alla fronte, disarcionato e poi crivellato di colpi. Sette
ore dopo tutto è nito. Gli imperiali hanno perso pochissimi
uomini; gli avversari lamentano oltre tremila perdite.
Commentando il fatto d’arme, il negus Tafari ribadisce le sue
accuse all’Italia: «Il fatto che la maggioranza delle armi
catturate ai soldati di ras Gugsa, nel corso di questa battaglia,
fosse costituita da fucili Vetterli che provenivano da Asmara, ci
convinse sempre di più che erano stati gli italiani ad aiutare ras
Gugsa a ribellarsi». 79
Due giorni dopo la battaglia di Zebìt, l’imperatrice Zaoditù,
che ha soltanto 54 anni, muore all’improvviso. Su questo
decesso si è molto scritto e ancor di più fantasticato. Secondo il
negus Tafari, che porta anche la testimonianza del medico
svedese Hanner e del medico svizzero Mayenberger, la glia di
Menelik è morta stroncata dal diabete. E non di «crepacuore»,
come scrivono i giornali italiani e poi gli storici coevi. Il negus,
che in questa versione nota soltanto il malanimo degli italiani e
la «piena misura della loro falsità», 80 assicura che
all’imperatrice, proprio in considerazione del suo grave stato di
salute, era stata tenuta nascosta la notizia della morte dell’ex
marito. In ogni caso, non sono soltanto i giornali italiani ad
avanzare ipotesi maligne. Altri, ad esempio, si interrogano sui
motivi dell’a rettata e segreta inumazione della salma,
avvenuta appena sei ore dopo la morte. E altri giungono
addirittura a escludere che Zaoditù sia mancata per morte
naturale. 81
L’indomani stesso della scomparsa di Zaoditù, il Consiglio
della Corona nomina Tafari Maconnen imperatore e questi, per
salire al trono, assume il nome di Hailè Selassiè I. 82
Infrangendo una antica e radicata tradizione, il nuovo
imperatore non si fa incoronare subito, ma rinvia la cerimonia
di ben sette mesi per essere in grado di ospitare ad Addis Abeba
non soltanto i dignitari dell’impero ma gli inviati straordinari
delle dodici nazioni straniere rappresentate nella capitale: un
altro segno della volontà di Hailè Selassiè di togliere per sempre
l’Etiopia dal suo isolamento. Per rendere poi la cerimonia
indimenticabile, l’imperatore rinfresca il volto della capitale,
pavimenta a nuovo le arterie principali e le dota di
illuminazione elettrica, fa costruire archi di trionfo ed erigere
dinanzi alla cattedrale di San Giorgio un monumento equestre a
Menelik. Per l’occasione acquista anche in Germania la carrozza
dell’ex imperatore Guglielmo II e a da a un orafo di Regent
Street l’incarico di forgiare una ventina di corone d’oro
tempestate di diamanti e di perle, 83 scettri e spade, diademi e
anelli e medaglie commemorative per gli ospiti. Gli echi di
questi preparativi raggiungono l’Europa e non tutti i commenti
sono favorevoli. C’è anche chi mette in rilievo il contrasto,
troppo palese, ingiurioso, tra il fasto della corte negussita e
l’estrema indigenza della popolazione dell’impero. 84
Il 2 novembre tutto è pronto per la cerimonia, la più sfarzosa
della storia etiopica e anche l’ultima del suo genere. Sono giunti
nella capitale — alcuni, più che invitati, convocati sin dall’aprile
— tutti i dignitari dell’impero, fra cui i ras Cassa, Hailù, Sejum,
Gugsa Araia e Chebbedè Mangascià Atechim. Dall’estero sono
arrivati il duca di Gloucester, il principe di Udine, il maresciallo
di Francia Franchet d’Esperey, il barone von Waldthausen, il
conte Metaxas, Muhittin Pascià, il conte Dzieduszycki, il
giapponese Isaburo Yoshida e ancora i rappresentanti del Belgio,
della Svezia, dell’Olanda, dell’Egitto e degli Stati Uniti. La
cerimonia dell’incoronazione, che è o ciata nella chiesa di San
Giorgio dal nuovo abuna Cirillo, dai cinque vescovi etiopici e dal
rappresentante del patriarca copto di Alessandria, abuna Yosab,
comincia la sera del 2 novembre, prosegue tutta la notte e si
conclude a mezzogiorno del 3. «Seguendo il rituale antichissimo
— scrive Luca dei Sabelli — l’Abuna presentò al Sovrano lo
scettro d’oro, mentre i diaconi intonarono il salmo “Eterno si
estenderà da Sion lo scettro della Tua potenza”. Venne quindi
consegnato al sovrano il globo d’oro, simbolo di sovranità sulla
terra, la spada e la lancia per conquistarla e l’anello per
governarla con giustizia. L’Abuna cosparse allora le chiome del
Re con olio sacro, profumato coi sette mistici unguenti. Dopo di
che gli cinse la fronte del diadema imperiale tempestato di
gemme. Allora, tra le nuvole dell’incenso e i canti liturgici,
s larono dinanzi al trono dell’Imperatore i Ras con la spada
sguainata e rinnovarono il giuramento di fedeltà». 85
È un momento particolarmente solenne. Atteso dal
trentottenne imperatore si può dire da sempre. Eppure,
nonostante l’intima soddisfazione, i testimoni riferiscono che
nessun sentimento trapela dal suo volto. Adesso, nalmente, è
solo a governare. Adesso può portare avanti, con maggior
decisione, il suo programma di riforme. Ma Hailè Selassiè sa
anche che la lotta per il potere non è nita. Fra i ras presenti alla
cerimonia, e che hanno giurato fedeltà, almeno tre non
esiterebbero a tradirlo, se si presentasse l’occasione: per primo
ras Hailù, il quale, sospettato di complicità con Gugsa Oliè, da
maggio non può più lasciare la capitale; poi ras Sejum, che è
stato partigiano di Ligg Jasu e non dimentica la sua ascendenza
imperiale; in ne ras Gugsa Araia, che ha tenuto un
atteggiamento ambiguo durante le campagne del 1928-29
contro i razziatori. Poi, un gradino più in basso, nella gerarchia,
ci sono altri oppositori: il degiac Ajaleu Burrù, deluso per non
essere stato ricompensato con il titolo di ras per il suo
contributo nella liquidazione del ribelle Gugsa Oliè. E il degiac
Averrà Tella, rimosso dal suo incarico di governatore dello Zebul
per collusione con i razziatori Azebò Galla. E altri ancora.
Ma Hailè Selassiè ha ormai troppa esperienza e si è già
sbarazzato di troppi altri rivali per lasciarsi intimorire. La
presenza nel paese di pretendenti al trono e di oppositori lo
spinge anzi ad a rettare i tempi del suo programma. Il 16 luglio
1931, quindici mesi dopo la sua ascesa al trono, egli elargisce
all’impero la prima Costituzione scritta della sua storia. Un atto
che gli consente di raggiungere almeno quattro scopi: 1) di
assicurare alla propria famiglia, in virtù dell’art. 2, la
successione imperiale; 2) di concentrare, in base all’art. 6, tutti i
poteri nella sua persona; 3) di o rire al paese i primi, anche se
rudimentali, strumenti per partecipare alla direzione degli
a ari del governo; 4) di far tacere, almeno in parte, le critiche e
le calunnie, specie di parte italiana, sulla ingovernabilità
dell’Etiopia.
Il documento, tuttavia, non soddisfa il console a Gondar,
Frangipani, il quale scrive, nel suo abituale tono sprezzante: «La
costituzione del luglio 1931 è nata morta. Essa è un esercizio di
composizione dei signori segretari di S.M. il Negus per darla a
bere ai gonzi d’oltremare». 86 Ma il ministro ad Addis Abeba,
Gaetano Paternò, è molto più cauto nei giudizi, non sottovaluta
gli e etti della Carta costituzionale, riconosce che «la situazione
dei Ras è da considerarsi indebolita», che «l’impalcatura
feudale» sta crollando, e che per bloccare o ritardare l’opera di
centralizzazione di Hailè Selassiè è indispensabile moltiplicare
le operazioni sovversive nel paese. 87 Certo, quella del 1931,
non è una Costituzione liberale né, tantomeno, democratica.
Ullendor , a ragione, la de nisce «a modest a air»; tuttavia
riconosce che è un atto del tutto volontario dell’imperatore, che
nessuno l’ha sollecitata, e che comunque, con tutti i suoi limiti,
è un valido strumento di modernizzazione. 88
Anche se questa non è la sede per un’approfondita analisi del
documento costituzionale, varrà la pena di esaminarne i criteri
fondamentali e di so ermarci sulla sua genesi. «Quando ero
ancora reggente — scrive Hailè Selassiè nelle sue memorie —
informai la regina Zaoditù che la promulgazione di una
costituzione sarebbe stata di grande bene cio al governo e al
popolo. Ma alcuni dei grandi nobili, il cui vantaggio era di
governare il paese senza una costituzione, insinuarono che la
sua adozione avrebbe diminuito la dignità e l’autorità della
regina. Per questo motivo il nostro piano rimase
inadempiuto». 89 Diventato imperatore, Hailè Selassiè
rispolvera il vecchio progetto e a da a Teclé Hawariate, l’uomo
che soltanto due anni prima ha mandato in carcere per
complicità nel «complotto bolscevico», l’incarico di stendere un
abbozzo di Costituzione. 90 Compito che Hawariate assolve
lavorando su tutte le Costituzioni che ha potuto ottenere dalle
legazioni straniere di Addis Abeba, in modo particolare quella
del 1889 dell’impero giapponese. Il documento viene quindi
sottoposto al vaglio di una commissione composta di una
dozzina fra ras, ministri e alti funzionari, 91 in seno alla quale si
veri ca subito una spaccatura poiché i nobili, fatta eccezione
per ras Immirù (che un giorno regalerà tutte le sue terre ai
contadini), premono per conservare intatti i loro privilegi. Ma
Hailè Selassiè, deciso a spezzare il potere feudale, non soltanto
per considerazioni di ordine morale, ma anche per realizzare
l’unità nazionale sotto la sua sola guida, convince i ras a
ingoiare il boccone amaro e a sottoscrivere, volenti o nolenti, la
propria resa. 92
Come sottolinea giustamente Christopher Clapham, «il primo
e immediato bene ciario» della Costituzione «è lo stesso
imperatore». 93 In e etti, più della metà dei 55 articoli della
Carta costituzionale servono a de nire i suoi immensi poteri e a
precisare che la «sua persona è sacra, la sua dignità inviolabile e
il suo potere indiscutibile». 94 Egli detiene l’intero potere
esecutivo e ha il controllo su quello legislativo e su quello
giudiziario, il che gli riserva tutti gli strumenti per poter
realizzare una seria politica centralizzatrice. L’innovazione più
importante, introdotta dalla Carta, è la creazione del
Parlamento, composto dal Senato (Yaheg Mawossena Meker-bet)
e dalla Camera dei deputati (Yaheg Mamria Meker-bet). Ma le due
Camere non sono elettive e neppure, a stretto rigore,
rappresentative. I 28 membri del Senato, infatti, sono designati
dall’imperatore e scelti fra i nobili «che per lungo tempo hanno
servito il governo nella dignità di principi o ministri, di giudici o
di comandanti militari», 95 mentre i 56 deputati,
«temporaneamente e in attesa che il popolo sia in grado esso
stesso di eleggerli, sono scelti dalla nobiltà e dai capi
regionali». 96 Frutto del cauto riformismo di Hailè Selassiè, le
due Camere hanno un ruolo essenzialmente consultivo, non
hanno alcun potere decisionale. E si può essere d’accordo con
Luca dei Sabelli quando scrive che «le due Camere non ebbero
altra funzione che di sanzionare la volontà sovrana.
L’Imperatore se ne valse soprattutto per trattenere, con il
pretesto dell’attività legislativa, i capi più importanti nella
capitale, sotto il suo diretto controllo, staccandoli il più a lungo
possibile dalle loro basi e dai loro partigiani». 97
Con la promulgazione della Costituzione nel 1931 e con una
serie di altri atti più sostanziali, come la formazione di un
nuovo apparato di governo, la modernizzazione dell’esercito,
l’istituzione di un embrione di aviazione, la parziale soluzione in
senso nazionale del problema della Chiesa copta, Hailè Selassiè
pone le basi per il decollo del paese, in un clima di acceso
nazionalismo che gli è sempre di più favorevole e che a volte,
quando l’assedio delle potenze colonialiste si fa maggiormente
sentire, si vena anche di xenofobia o di revanscismo. Sul nire
del settembre 1931, un menestrello di nome Turù Birchiè,
cantando a uno sposalizio le lodi dell’imperatore, sintetizza in
una strofetta l’amarezza per le terre perdute:

Come sarebbe stato bene


che la Tua nascita
fosse avvenuta prima:
prima, cioè,
che ci fossero strappate
Asmara, Massaua e Gibuti. 98

Questi versi, pubblicati dal «Berhanena Selam» proprio mentre


il governatore dell’Eritrea è in visita ad Addis Abeba, se irritano
Riccardo Astuto dei Lucchesi, dovrebbero essere di sprone per il
giovane imperatore. Ma il tempo gioca a sfavore di Hailè
Selassiè. Non soltanto non potrà soddisfare le attese revansciste
dei Giovani etiopici, ma non potrà neppure ultimare il suo
programma di riforme. All’appuntamento con Ual Ual mancano
ormai soltanto tre anni.

1. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 852-3.

2. Scon tto in battaglia nel 1916 e 1917, Jasu aveva trovato rifugio nel deserto
dancalo e più tardi nel Tigrè. Veniva catturato nell’aprile 1921 mentre ras Tafari,
deciso a stroncare la dissidenza, stava muovendo verso le province del nord con un
esercito di 100 mila uomini. Fu relegato a Ficcè.

3. Cit. in Pierre Alype, L’empire des Négus, Plon, Paris 1925, p. 146.

4. The Autobiography of Emperor Haile Sellasie I, My Life and Ethiopia’s Progress,


1892-1937 (d’ora innanzi AHS), a cura di Edward Ullendor , Oxford University
Press, London 1976, pp. 63-4.

5. Jean D’Esme, A travers l’empire de Ménélik, Plon, Paris 1928, pp. 95-6.
6. André Armandy, La désagréable partie de campagne. Incursion en Abyssinie,
Lemerre, Paris 1930, p. 177.

7. Cit. in Richard Green eld, Ethiopia. A New Political History, Pall Mall Press, London
1965, p. 159.

8. Il francese, ad esempio, lo apprende dal dr. Vitalien e da Abba Samuel, a sua volta,
quest’ultimo, educato nella missione cattolica di Harar.

9. John Markakis, Ethiopia. Anatomy of a Traditional Polity, Clarendon Press, Oxford


1974, p. 201.

10. Donald N. Levine, Wax & Gold. Tradition and Innovation in Ethiopian Culture, The
University of Chicago Press, Chicago 1972, p. 183.

11. Il giornale era diretto da Gabrè Christos Teclehaimanot. Il reggente aveva


acquistato nel 1921 due macchine con le quali faceva stampare libri a basso costo,
il settimanale «Luce e pace» e il mensile «Kasate Berhan» (Rivelatore della luce).
Una stamperia di Stato pubblicava invece il settimanale «Aymero» (Conoscenza).

12. Per le rivendicazioni italiane nel dopoguerra, si veda: A. Del Boca, Gli italiani in
Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 847-50 e 873-7.

13. DDI, I, doc. 274. Tel. del 27 dicembre 1922.

14. Cit. in Pierre Alype, op. cit., pp. 188-90.

15. Ivi, p. 193. La questione fu portata anche davanti al Parlamento inglese e Arthur
Steel, delegato della Nuova Zelanda alla SDN, tentò di provocare un’inchiesta sotto
gli auspici della società ginevrina.

16. La Francia, grande protettrice dell’Etiopia, aveva già cercato nel 1919 di farla
ammettere nella SDN, ma aveva incontrato la netta opposizione della Gran
Bretagna e di alcuni suoi domini.

17. Cit. in Pierre Alype, op. cit., pp. 271-3.

18. La delegazione era capeggiata dal degiac Nado Abba Wallo, già fra gli uomini più
eminenti al tempo di Menelik, e comprendeva Heruy Walda Sellasie e il console
etiopico a Gibuti, ato Fasika. Cit. in Pierre Alype, op. cit., pp. 294-5.
19. Luca dei Sabelli, Storia d’Abissinia, vol. IV, Edizioni Roma, Roma 1938, p. 185.

20. DDI, II, doc. 161. Tel. del 6 agosto 1923.

21. Ivi, doc. 169. Tel. del 10 agosto 1923. Questa intransigenza, che sottolinea la
continuità di intenti fra Stato liberale e Stato fascista, era stata espressa nel 1919
dai ministri delle Colonie Colosimo e Rossi al primo tentativo degli etiopici di farsi
ammettere alla SDN. «Ormai — scriveva il Rossi al Tittoni il 28 ottobre 1919 — solo
l’esclusione dell’Etiopia dalla SDN può garantirci dal pericolo dell’armamento di
essa» (in ASMAE, AAP, Etiopia, pacco 1019, anno 1919, f. 2945).

22. DDI, II, doc. 179. Tel. del 23 agosto 1923.

23. Ivi, doc. 391. Tel. del 21 settembre 1923. Ancora l’8 settembre la delegazione
italiana a Ginevra rimetteva alla SDN un documento nel quale si segnalava un
episodio di tratta avvenuto nell’Aussa. Niente fu evitato, no all’ultimo, per
nuocere all’Etiopia.

24. AHS, op. cit., p. 81.

25. Margery Perham, The Government of Ethiopia, Faber and Faber, London 1969, p.
226. Il capitolo Slavery è scritto in collaborazione con Frank de Halpert.

26. Citiamo, fra i tanti testimoni, Lady Simon, Slavery, Hodder and Stoughton,
London 1929 (di questo libro apparve in Italia un’edizione molto ridotta col titolo
Orrori della schiavitù in Etiopia, Ed. Ardita, Roma 1936); H. Darley, Slaves and Ivory,
London 1926; G. Montandon, L’esclavage en Abyssinie, George & C. editori, Genève
1923; Ludwig Huyn e Josef Kalmer, Abissinia, Ed. Elettra, Milano 1936, pp. 14-103;
Ludovico M. Nesbitt, La Dancalia esplorata, Bemporad, Firenze 1930, pp. 227-30;
Hermann Norden, En Abyssinie, Payot, Paris 1935, pp. 182-91; Guelfo Civinini,
Ricordi di carovana, Mondadori, Milano 1933, pp. 167-79; Ra aele Di Lauro, Tre
anni a Gondar, Mondadori, Milano 1936, pp. 101-18; Max Grühl, L’impero
d’Abissinia, Minerva, Milano 1928, pp. 186-92; Giovanni Ciravegna, Nell’impero del
Negus Neghesti, Istituto Missioni Consolata, Torino 1929, pp. 136-41; Agenore
Frangipani, L’equivoco abissino, Hoepli, Milano 1935, pp. 149-78; Cap. Roberto di
San Marzano, Dal Giuba al Margherita, Ed. L’Azione Coloniale, Roma 1935, pp. 125-
7; Arnold Wienholt Hodson, Seven Years in Southern Abyssinia, Fisher Unwin,
London 1927 e Nel regno del leone, Mantero, Tivoli 1936; Charles F. Rey,
Unconquered Abyssinia, Seeley Service & C., London 1923, pp. 181-91. Il problema
della schiavitù in Etiopia è trattato anche nelle seguenti opere, ma con scarsa
serenità e informazioni spesso non controllate: Renato Trevisani, L’a rancamento
degli schiavi nell’impero fascista, Ed. Politica sociale, Roma 1937; Memoria del
governo italiano circa la situazione in Etiopia, ISPI, Milano 1935; G. C. Baravelli
(Mario Missiroli), L’ultimo baluardo della schiavitù, Novissima, Roma 1935.
Segnaliamo inoltre gli articoli di: Gaudenzio Barlassina, La schiavitù e l’Etiopia,
«Antischiavismo», marzo 1933; Mario Borello, La schiavitù in Etiopia e l’opera dei
missionari della Consolata, ivi, maggio, giugno 1932; Noel Buxton, Slavery in
Abyssinia, «Contemporary Review», giugno 1932.

27. AHS, op. cit., p. 81.

28. Precedentemente si era assentato dall’Etiopia per due brevissime visite a Gibuti e
ad Aden. In quest’ultima località, nell’ottobre 1922, era salito per la prima volta su
un aereo e aveva anche assistito ad azioni di bombardamento dal cielo,
un’esperienza che gli aveva subito fatto capire l’enorme valore della nuova arma.

29. AHS, op. cit., p. 84.

30. Cit. in Leonard Mosley, Haile Sellasie. The Conquering Lion, Weidenfeld and
Nicolson, London 1964, p. 130.

31. DDI, III, doc. 196. Per le accoglienze a Tafari in Francia e la penetrazione francese
in Etiopia, si veda Laurent D’Arce, L’Abyssinie. Etude d’actualité, Librairie Aubanel,
Avignone 1925.

32. DDI, III, docc. 411, 439, 457.

33. AHS, op. cit., p. 108.

34. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 343-6.

35. Luigi Federzoni, Italia di ieri per la storia di domani, Mondadori, Milano 1967, p.
256. Un altro sgarbo a Tafari Mussolini lo aveva commesso alla vigilia del viaggio
negando l’imbarco della missione etiopica sull’Aquileia perché le «spese per
cambiamento orario viaggio e trasporto ras Tafari e seguito» superavano il milione
(DDI, III, doc. 87, 19 marzo 1924). A sua volta l’incaricato d’a ari ad Addis Abeba,
Renato Bova, aveva commesso la grave mancanza di non recarsi a salutare Tafari
alla sua partenza per Gibuti, scorrettezza che aveva provocato un telegramma di
protesta del reggente. Per liquidare l’increscioso episodio, Mussolini era stato
costretto a inviare incontro a Tafari, alla tappa del Cairo, il nuovo ministro in
Etiopia, Colli di Felizzano (DDI, III, docc. 157, 160).

36. AHS, op. cit., p. 103. Il testo del documento è alle pp. 100-2.

37. DDI, III, doc. 466. Datato Rapallo, 27 agosto 1924. È molto probabile che Tafari
fosse titubante ricordando le accuse che erano state rivolte in patria a suo padre
dopo il suo viaggio in Italia e la rma a Napoli della «Convenzione addizionale».

38. Di questo personaggio, che alterna alla scrittura di reportages lo svolgimento di


ogni tipo di attività, lecita e illecita, parleremo più avanti quando lo troveremo sui
libri-paga del controspionaggio italiano.

39. Henry De Monfreid, Verso le terre ostili dell’Abissinia, Genio, Milano 1935, p. 197.

40. R. Martinelli, op. cit., pp. 511-2.

41. Cit. in M. Perham, op. cit., p. 249.

42. La fucilazione in un luogo chiuso sostituì l’impiccagione.

43. DDI, VIII, doc. 2.

44. A. Armandy, op. cit., pp. 114-5.

45. R. Martinelli, op. cit., p. 429.

46. G. Ciravegna, op. cit., p. 30.

47. R. Martinelli, op. cit., p. 421.

48. Henriette Celarié, Ethiopie XX siècle, Hachette, Paris 1934, p. 207.

49. Già sin dal periodo della reggenza, Hailè Selassiè seppe valutare il peso della
stampa e non negò mai un’intervista. È stato, per tutta la sua esistenza, il capo di
Stato africano più facilmente avvicinabile. Le interviste concesse si contano a
migliaia.
50. R. Martinelli, op. cit., pp. 471-2.

51. Ivi, p. 332.

52. G. Ciravegna, op. cit., pp. 234-5.

53. DDI, VIII, doc. 149. Rapporto dell’11 novembre 1929.

54. J. Markakis, op. cit., p. 200.

55. Ras Tafari combinò i matrimoni di tre suoi gli: la principessa Tenagne Uorch, che
sposò nel 1924 ras Destà Damtèu; il principe ereditario Asfa Uossen, che si legò alla
glia di ras Sejum nel 1932; e la principessa Zenabe Uorch, che andò sposa al degiac
Hailè Selassiè Gugsa nel 1932. Tutti e tre i matrimoni furono sfortunati. Il principe
ereditario divorziò dalla moglie; Tenagne Uorch restò vedova nel 1937 di ras Destà,
ucciso dagli italiani; la giovanissima Zenabe Uorch morì un anno dopo il
matrimonio.

56. A. Frangipani, op. cit., p. 185.

57. A. Armandy, op. cit., p. 176.

58. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., p. 699.

59. L’episodio è raccontato, più o meno con gli stessi particolari, da L. Mosley, op. cit.,
pp. 144-8; da R. Green eld, op. cit., pp. 159-60; e da A. Armandy, op. cit., pp. 123-6.
Ignorato da altri autori, non trova alcun riscontro in AHS (pp. 151-3) e nei
documenti diplomatici italiani.

60. Cit. in Giuseppe Vedovato, Gli accordi italo-etiopici dell’agosto 1928, Biblioteca
della «Rivista di studi politici internazionali», Firenze 1956, p. 63.

61. DDI, VI, doc. 112. Telespr. del 17 febbraio 1928.

62. Luca dei Sabelli, op. cit., pp. 128-32; Corrado Zoli, Cronache etiopiche, Sindacato
italiano arti gra che, Roma 1930, pp. 234-49.

63. AHS, op. cit., p. 154.

64. Pur non essendo considerato un progressista, ras Cassa aveva nito per sposare la
causa di Tafari. Conversando nel 1925 con Jean D’Esme, aveva detto: «Siamo dei
ragazzi ai quali occorre lasciare il tempo di diventare adulti. E noi lo diventeremo,
perché il governo non vuole più lotte né guerre. Vuole che si lavori e noi
cominciamo» (op. cit., p. 257).

65. DDI, VII, doc. 12. Tel. del 29 settembre 1928.

66. Corrado Zoli, Etiopia d’oggi, Soc. anonima italiana arti gra che, Roma 1935, p.
117.

67. Si veda, per questo episodio poco noto, il saggio di Aleme Eshete, Ethiopia and the
Bolschevik Revolution: 1917-1935, «Africa», n. 1, marzo 1977, pp. 1-27.

68. Erano: il medico Gavrilo , gli ingegneri Trachtenberg e Voronovsky e il pittore


Dietrich, tutti impiegati in u ci governativi.

69. Inviato in Russia da Menelik subito dopo Adua, con altri giovani, Teclé Hawariate
aveva frequentato la scuola di artiglieria Mikailovoskaia di Pietroburgo uscendone
con il grado di colonnello. Dopo aver trascorso in Russia più di dieci anni e aver
assimilato le idee democratiche del liberalismo russo prerivoluzionario, aveva
vissuto altri anni in Francia e in Inghilterra compiendo studi di agraria.

70. Non si dimentichi, in ne, che il dottor Gavrilo era un grande amico del degiac
Abba Uocau, esiliato dopo il suo ammutinamento del 5 settembre 1928. E i conti
tornano.

71. Il resoconto più dettagliato di queste operazioni lo fa il governatore dell’Eritrea,


Zoli, in Cronache etiopiche, cit., pp. 255-378.

72. Il carteggio fra Tafari e Zaoditù e ras Oliè fu pubblicato sul «Berhanena Selam»
nella seconda quindicina dell’aprile 1930. Cit. in C. Zoli, Cronache etiopiche, cit., p.
345.

73. Ivi, pp. 345-6.

74. Un analogo tentativo di metterlo in di coltà con il clero copto lo aveva fatto
anche il taurari Apte Ghiorghìs, il quale aveva addirittura avanzato il sospetto che
Hailè Selassiè fosse cattolico.

75. AHS, op. cit., pp. 158-63.


76. Erano due marescialli dell’aviazione francese, inviati in Etiopia per pilotare i sei
Potez acquistati da Tafari in Francia.

77. Cit. in C. Zoli, Cronache etiopiche, cit., p. 353.

78. Ras Tafari aveva potuto sventare la manovra di Gugsa Oliè e anzi convincere il
clero copto dell’opportunità di scomunicarlo. Questa manovra gli era riuscita
perché, fra il 1927 e il 1930, aveva potuto sovrintendere personalmente alla
riorganizzazione della gerarchia episcopale etiopica. Infrangendo una secolare
tradizione, pur accettando che fosse sempre il patriarca di Alessandria a scegliere il
metropolita per l’Etiopia, aveva ottenuto che, accanto all’egiziano abuna Cirillo,
venissero eletti anche cinque vescovi abissini: il già nominato ecceghiè Gabrè
Menfes Cheddus e quattro monaci che furono consacrati con i nomi di Abraham,
Isak, Petros e Micael.

79. AHS, op. cit., p. 163. Il negus aveva anche messo alla prova la tanto vantata
amicizia dell’Italia chiedendo, prima della battaglia, di poter acquistare da Roma
due aerei da bombardamento (p. 162), ma, nonostante il parere favorevole di Cora
(DDI, IX, doc. 14. Tel. del 30 aprile 1930), l’Italia aveva respinto la richiesta.

80. AHS, op. cit., p. 163.

81. Eric Dutton, nel suo libro Lillibullero or the Golden Road (Zanzibar 1944), avanza
l’ipotesi che sia stata strangolata. Edoardo Borra, in La carovana di Blass. Padre
Gaudenzio Barlassina. Ricordi di un medico (Editrice degli Istituti Missionari,
Bologna 1978, pp. 85-90), scrive che la morte per vene cio di Zaoditù «trovò
credito in ambienti autorevoli del patriarcato copto del Cairo» e narra come sfuggì
a un tentativo di coinvolgerlo, come «medico della missione della Consolata»,
nell’oscura ne dell’imperatrice. All’Archivio centrale di Stato, in ne, fra le Carte
Graziani, c’è un documento del medico di Zaoditù, Achim Ghisau, che accusa il
dottor Zervos (medico di Tafari e console generale di Grecia ad Addis Abeba) di aver
avvelenato l’imperatrice (b. 23. Il documento reca la data: 14 aprile 1937).

82. Tradotto dall’amarico suona: «Forza della Trinità».

83. Le corone, di diverso tipo e valore, erano destinate all’imperatore e alla consorte
Menen, ai principi e ai ras. Del loro disegno si era occupato personalmente Hailè
Selassiè.

84. Il 3 maggio 1930, ad esempio, la «Gazzetta del Popolo» di Torino dedicava ai


preparativi dell’incoronazione l’intera terza pagina corredandola di nove
fotogra e.

85. Luca dei Sabelli, op. cit., pp. 147-8. Nello stesso giorno, per espresso volere di Hailè
Selassiè, e non tre giorni dopo come voleva la tradizione, fu incoronata anche
l’imperatrice Menen e l’erede al trono Asfa Uossen prestò giuramento di fedeltà. La
coppia imperiale aveva altri quattro gli: Mes n Maconnen, Tenagne Uorch,
Zenabe Uorch e Tsahai. L’ultimo glio, Sahle Selassie, sarebbe morto nel 1931. Si
veda, per altre notizie sulla famiglia imperiale, Christopher Clapham, Halle
Sellasie’s Government, Longmans, London 1969, pp. 59-63. Un resoconto di prima
mano sull’incoronazione in comtesse de Jumilhac, Ethiopie moderne, Editions
Berger-Levrault, Paris 1933, pp. 145-64.

86. A. Frangipani, op. cit., p. 73.

87. DDI, X, doc. 449. Rapporto del 1° settembre 1931.

88. Edward Ullendor , The Ethiopians, Oxford University Press, London 1960, p. 190.

89. AHS, op. cit., p. 178.

90. Su questo episodio abbiamo una testimonianza dello stesso Hawariate, rilasciata
a Mangascià Gessesse (Report of an Interview on the 1931 Constitution, Department
of Public Administration, Haile Sellasie I University, Addis Abeba 1963). Hawariate
sostiene di essere stato lui a spingere l’imperatore a concedere la Costituzione, il
che è molto probabile tenuto conto del suo passato e delle sue idee liberali. Nel
settembre 1931, per i suoi meriti, Hawariate fu fatto ministro delle Finanze.

91. Per l’esattezza: i ras Cassa, Hailù, Sejum, Gugsa Araia e Immirù; i ministri Burrù
Uolde Gabriel, Uolde Tzadek, Heruy Walda Sellasie, Uolde Mascal Tariku; il degiac
Igazu Behabté e lo stesso Hawariate.

92. Nelle sue memorie, Hailè Selassiè dedica uno spazio considerevole, addirittura
due capitoli (op. cit., pp. 178-201), alla genesi e alla promulgazione della
Costituzione, il che prova l’importanza che egli attribuiva ad essa.
93. C. Clapham, op. cit., p. 34.

94. Art. 5. Il testo della Costituzione del 1931 si può leggere in M. Perham, op. cit., pp.
423-32.

95. Art. 31.

96. Art. 32.

97. Luca dei Sabelli, op. cit., p. 158.

98. Cit. in C. Zoli, Etiopia d’oggi, cit., p. 205.


V
Dal patto di amicizia alla sovversione

Con Londra contro Parigi.


Seguendo le tappe dell’irresistibile ascesa di Hailè Selassiè da
reggente a imperatore, abbiamo visto come egli non si sia
limitato, nell’intento di uni care l’Etiopia, ad abbattere uno
dopo l’altro i suoi avversari interni, ma come sia stato costretto
a impiegare altrettanta energia nel fronteggiare gli attacchi e le
insidie delle tre potenze colonialiste presenti nel Corno d’Africa
e rivali fra loro. 1 Abbiamo anche visto, seppure in maniera sin
qui frammentaria, che, delle tre potenze ansiose di stabilire
l’egemonia sull’Etiopia, quella che si impegna più a fondo è
l’Italia, alternando, secondo una consuetudine che ha ormai
mezzo secolo, la politica di appoggio al governo centrale di
Addis Abeba con la «politica periferica» di sostegno ai capi
etiopici dissidenti. Abbiamo in ne osservato come, in fatto di
programmi coloniali e di metodi per realizzarli, esista una
perfetta saldatura fra lo Stato liberaldemocratico e quello
fascista. Si pensi soltanto ai piani di Agnesa e di Colosimo, 2 in
gran parte attuati dal fascismo.
Anche se col fascismo si tende a ridimensionare il fatto di
Adua, a minimizzarne la scon tta, a esaltarne il risvolto
glorioso, Adua è sempre presente. Come inguaribile ferita, come
infamia da cancellare, come pretesto per osare. I rapporti che
l’Italia intrattiene con l’Etiopia non sono mai, quindi, neppure
nei periodi della maggiore distensione e collaborazione,
autenticamente sinceri e cordiali. Li guastano
irrimediabilmente il risentimento, il sospetto, l’ipocrisia, il
doppiogiochismo, le eterne rivalità fra gli Esteri e le Colonie, e
non ultimo il razzismo. Abbiamo visto, ad esempio, che nel
novembre 1922, mentre Mussolini garantisce il «rigoroso
mantenimento dell’integrità dell’Etiopia», il fascio di Asmara
pubblica un documento dal contenuto assolutamente antitetico
e dal tono aspramente revanscista. E si ricorderà
l’atteggiamento dell’Italia, prima negativo e in ne equivoco,
quando nel 1923 l’Etiopia chiederà di entrare a far parte della
SDN. E l’accoglienza, piuttosto fredda, riservata a Tafari nel
1924, e le inutili sgarberie di Mussolini. Per non parlare delle
spericolate iniziative del quadrumviro De Vecchi, che nel 1925
sposta arbitrariamente il con ne fra la Somalia e l’Etiopia e
occupa la linea dei punti d’acqua.
Questi, e altri che vedremo, sono episodi che denotano un
atteggiamento di continua e tenace ostilità, appena mitigata,
falsamente mitigata, da promesse che non verranno mai
mantenute, da accordi che non saranno mai rispettati, da aiuti
elargiti soltanto per mascherare secondi ni. Per cui ci sembra
piuttosto ozioso il dibattito che si svolge ormai da decenni per
individuare l’anno, il mese, il giorno esatto in cui Mussolini ha
deciso di aggredire l’Etiopia. Che sia stato il 1925, l’anno
dell’invito a Lanza di Scalea di «prepararsi militarmente», o il
1930, l’anno in cui il patto italo-etiopico rivela tutta la sua
inconsistenza, o il 1932, l’anno del progetto aggressivo OME, o il
1934, l’anno di Ual Ual, il fatto è di scarso interesse. Più che una
data, a noi preme veri care l’incessante volontà di o esa del
regime, la lenta ma costante preparazione alla guerra
aggressiva, l’inevitabilità del con itto.
Comunque, il 1925 segna indubbiamente l’inizio del
decennio decisivo. Se nei primi sette anni del dopoguerra l’Italia
si è limitata a sondare il terreno, a contrastare il riarmo
dell’Etiopia, a sperare di poterne rallentare il processo di
uni cazione, a controbattervi l’in uenza francese e i disegni di
egemonia inglese, dal 1925 spiega un’attività ben più
complessa, mettendo a punto programmi di penetrazione
economica e piani di sovversione, progetti militari e strumenti
diplomatici come lo scambio di note Mussolini-Graham del
dicembre 1925. Come ha osservato Di Nolfo, «dopo aver parlato
altamente di pace», nel 1925 Mussolini si compiace «di evocare
l’idea della guerra» 3 e annuncia per la prima volta che l’Italia
sarà imperiale. «Guerra e rivoluzione — a erma in un discorso
del 22 giugno — sono due termini che vanno quasi sempre
accoppiati: o è la guerra che determina la rivoluzione o è la
rivoluzione che sbocca in una guerra [...]. Qualche volta bisogna
conoscere le ritirate più o meno strategiche; qualche volta
bisogna stagnare lungamente sulle posizioni conquistate; ma la
mèta è quella: l’impero». 4 È una promessa che Mussolini può
fare ora che ha superato la grave crisi provocata dal delitto
Matteotti, ha vinto la resistenza aventiniana e instaurato la vera
dittatura, sta per sottrarsi alla tutela di Contarini, può fare a
meno della collaborazione con la vecchia classe dirigente
liberale e ha adottato, pur se fra molte resistenze, l’ambizioso
programma di politica estera dei nazionalisti.
A favorire i progetti imperiali di Mussolini sull’Etiopia
interviene nell’estate 1925 l’iniziativa inglese di rivitalizzare
l’accordo tripartito del 1906, accordo che, come ricorda
Guariglia, « no allora non aveva funzionato che in senso
negativo» 5 e che il Guariglia stesso aveva cercato invano di
attivare nel 1922 durante le trattative londinesi per i compensi
africani. 6 La decisione inglese di accogliere le proposte italiane,
ma con la sostanziale innovazione di realizzare un’intesa a due
escludendo la Francia, viene presa dopo che a Londra ci si è resi
conto che, per ottenere il controllo delle acque del lago Tana,
sono state inutili tanto le trattative dirette con Addis Abeba che
le campagne terroristiche e di amatorie della «Westminster
Gazette». Per aumentare e cacemente la pressione sul governo
etiopico, Londra giunge perciò alla determinazione di associarsi
all’Italia. In base alle note che Mussolini e Graham si scambiano
nel dicembre 1925, i due paesi si impegnano a sostenersi
mutualmente nei confronti di Addis Abeba nché i loro
obiettivi non verranno raggiunti: ossia, per gli inglesi, la
costruzione di una diga al Tana e, per gli italiani, il
riconoscimento della loro esclusiva in uenza economica
nell’ovest etiopico, compresa l’autorizzazione a costruire una
ferrovia che colleghi l’Eritrea alla Somalia. 7
L’accordo, di notevole importanza per l’Italia fascista perché
ripristina la preziosa collaborazione con l’Inghilterra — che è
alla base, come si è visto nel primo volume di questo studio,
delle nostre fortune coloniali nel Corno d’Africa —, dovrebbe
restare segreto. Ma nel febbraio 1926 Chamberlain ci ripensa,
decide di comunicarne il testo all’Etiopia e nell’aprile ne dà
pubblica notizia ai Comuni. Tafari, del resto, come ha già riferito
Colli a Mussolini, sa già tutto dal dicembre: «Agenti francesi
hanno segnalato a questo governo che tra Italia e Inghilterra si
sta discutendo un accordo riguardante l’Etiopia. Tale fatto mi è
stato comunicato dallo stesso ras Tafari al quale ho risposto che
è possibile che Italia e Inghilterra vogliano uniformare la loro
condotta nei riguardi dell’Abissinia, ma ciò sempre come nel
passato tenendo conto degli interessi di questa ultima e
rispettando la sua integrità». 8 Anche le voci che circolano nelle
cancellerie europee, come l’intenzione dell’Italia di proclamare
l’impero il 1° gennaio 1926 9 o di preparare un colpo di mano
sull’Etiopia nella primavera successiva, 10 e di cui Tafari ha
subito notizia, sono tutt’altro che incoraggianti, anche se
Mussolini si a retta a smentirle.
La comunicazione u ciale dell’accordo italo-inglese perviene
a ras Tafari soltanto il 9 giugno e, benché Colli, su suggerimento
di Mussolini, abbia cercato più volte di convincere il reggente
che l’atto non è di «natura politica né di natura territoriale ma
semplicemente un’intesa procedurale avente per scopo di
cercare di attuare alcuni interessi economici italiani e
inglesi», 11 non ottiene certo l’e etto di rassicurarlo. Tanto è
vero che, appena sei giorni dopo, Tafari fa recapitare due lettere
quasi identiche a Colli e al suo collega inglese Charles Bentinck
con le quali, dopo aver sottolineato che «il fatto che vi siete
messi d’accordo e il fatto che abbiate creduto di doverci
noti care questo accordo con un passo comune manifestano
una intenzione di fare pressioni», 12 comunica loro che porterà
la questione davanti alla Società delle Nazioni. Il 19 giugno invia
infatti una lunga lettera al vice segretario generale della SDN,
Joseph Avenol, nella quale si avvertono, in egual misura,
sorpresa, amarezza, risentimento. «Non ci sembra corretto —
scrive Tafari — che alcuni membri della Società delle Nazioni
concludano un accordo fra di loro e forzino un altro membro ad
accettare i loro piani, anche se non intaccano gli interessi
nazionali di questo membro». Il vicario imperiale fa inoltre
notare che gli accordi italo-inglesi non costituiscono soltanto
un chiaro disegno per stabilire un’in uenza economica
sull’Etiopia, ma rappresentano anche un’inaccettabile in uenza
politica, che lede l’indipendenza del paese ed «è incompatibile
con i princìpi fondamentali della Società delle Nazioni». Per
questi motivi, eleva un’energica protesta. 13
Il pronto e abile intervento di Tafari costringe Roma e Londra
a fare dei passi indietro, a deplorare che «il tenore delle note sia
stato interpretato inesattamente» e a ribadire «la volontà di
rispettare l’indipendenza dell’Etiopia». Il che consente a Tafari,
il 4 settembre, di chiudere la vertenza con una lettera al
segretario generale della SDN, sir Eric Drummond, che precisa,
nelle sue conclusioni, che il governo imperiale «conserva piena
ed intera libertà di valutare le richieste che gli potranno essere
rivolte e il diritto assoluto di essere il solo giudice degli interessi
dell’Etiopia». 14 L’incidente appare così concluso, ma nel
frattempo ha provocato tali timori e sospetti da danneggiare
quasi irreparabilmente i rapporti italo-etiopici, anche perché
Mussolini nel 1926, un anno che egli de nisce «napoleonico»
per la rivoluzione fascista, precisa la sua politica di espansione e
con il viaggio in Libia sembra indicare nell’Africa il campo delle
future conquiste.
Se esaminiamo i telegrammi che Colli di Felizzano invia da
Addis Abeba nella tarda primavera e nell’estate 1926, notiamo
che il loro tono si fa via via più concitato, allarmato, tale da
mettere in subbuglio gli Esteri e le Colonie. «Mi risulta che
l’Abissinia è più che mai agitata e inquieta dal sospetto
derivante dalle nostre intenzioni nei riguardi di essa — riferisce
il 25 maggio a Mussolini —. Concorrono a questa situazione le
virili dichiarazioni fatte da V. E. in merito alla questione
coloniale e sulla necessità di dare alla popolazione italiana un
congruo sfogo coloniale, le polemiche suscitate dalla suddetta
dichiarazione sui giornali stranieri che indicano
tendenziosamente e apertamente l’Abissinia come mèta delle
nostre pratiche; le importanti operazioni che si stanno facendo
nella Somalia settentrionale e, più di tutto, l’ultimo accordo
italo-inglese che viene spiegato non solo in Abissinia come la
libertà d’azione lasciata all’Italia verso quest’ultima». 15 Il 7
giugno, dopo un incontro con Tafari, Colli telegrafa a Mussolini
che il reggente ha nei suoi confronti «un sentimento di vero
terrore»; 16 venti giorni dopo riferisce che «nelle stesse sfere
u ciali [etiopiche] si teme un possibile con itto tra Italia e
Abissinia»; 17 e il 1° luglio riconosce che in tutti gli anni in cui
ha retto la legazione di Addis Abeba «la nostra situazione in
Abissinia non è mai stata così [grave] e complicata come oggi.
[...] Anche i miei rapporti personali con ras Tafari, che furono
sempre improntati ad una particolare intimità, sono oggi
tesi». 18 In questo clima Colli fallisce nel tentativo di convincere
Tafari a non ricorrere alla SDN, e non gli resta, come ritorsione,
che suggerire a Mussolini di rimandare «a epoca indeterminata»
la visita in Etiopia del duca degli Abruzzi. 19
Abbiamo già visto, in un precedente capitolo, come Roma
reagisce a questi telegrammi, nonostante i tentativi di Gasparini
di sdrammatizzare la situazione. Nell’agosto il generale Malladra
è in Eritrea e Somalia per esaminare il dispositivo bellico delle
due colonie e per porle in condizioni di a rontare una guerra. In
ottobre il Comitato interministeriale per le questioni militari
coloniali prende in esame le proposte di Malladra e chiede al
governo stanziamenti straordinari per potenziare le strutture
militari delle due colonie. Poi, come si ricorderà, la tensione
cala. E mentre Colli si rivela più ottimista e Mussolini toglie il
veto al viaggio del duca degli Abruzzi in Abissinia, a palazzo
Chigi, già dal novembre, emerge la volontà di cambiare tattica,
di instaurare un nuovo corso con l’Etiopia, fondato su trattative
amichevoli e su una paci ca penetrazione. A questa decisione si
giunge molto probabilmente per questi motivi: 1) nonostante il
bellicismo ostentato da Mussolini nell’«anno napoleonico»,
l’Italia non è in grado di a rontare un con itto di nessun
genere; 2) Eritrea e Somalia, alla luce del rapporto Malladra, non
sono in condizioni di sopportare neppure una guerra difensiva;
3) considerati questi fatti, una politica di forza non ha alcun
senso e non può che favorire Inghilterra 20 e Francia; 4) il
ricorso di Tafari alla SDN costituisce un elemento nuovo, non
trascurabile; 5) Federzoni, che ha appena riassunto il dicastero
delle Colonie, teme che la tensione con l’Etiopia possa far
diminuire gli arruolamenti di ascari, 21 che sono assolutamente
necessari per le campagne repressive condotte in Libia da
Badoglio e Graziani.

Il patto di amicizia.
Per dare l’avvio al nuovo corso si decide per prima cosa di
sacri care Colli di Felizzano, il quale, nonostante sia ad Addis
Abeba da quattordici anni e goda di un grande «prestigio
personale fra gli abissini», è «però l’uomo dei tempi di Menelik»
ed è sempre stato portato a considerare come i veri dirigenti
dell’Etiopia il taurari Apte Ghiorghìs e l’abuna Matteos, e non il
giovane e ambizioso Tafari. 22 A sostituire Colli viene scelto
Giuliano Cora, un giovane diplomatico che è già stato a lungo ad
Addis Abeba come segretario di legazione e che n dall’inizio
della sua missione riesce a stabilire con Tafari «una corrente di
duciosa simpatia» poiché ha avuto, fra l’altro, l’accortezza di
trattarlo «come l’e ettivo sovrano dell’Etiopia». 23
Ma ancor prima che avvenga il cambio fra Colli e Cora, è il
governo etiopico che, avvertendo il mutato atteggiamento
dell’Italia, prende l’iniziativa. In occasione della partenza di Colli
dall’Etiopia, il degiac Garasellasie, che è un noto amico
dell’Italia 24 e che certo parla per conto di Tafari, prega il
diplomatico di presentare a Roma queste due sue proposte: 1) la
stipulazione di un patto di amicizia fra Italia ed Etiopia; 2)
l’invio nelle principali capitali europee di un ministro
plenipotenziario abissino. Se questa seconda proposta venisse
accettata, egli si candiderebbe per la sede di Roma. Sulle reazioni
di palazzo Chigi al passo di Garasellasie abbiamo un appunto, 25
preparato per Mussolini, di Dino Grandi, da poco nominato
sottosegretario agli Esteri. In sostanza, mentre giudica che non
ci si può opporre alla seconda richiesta, egli suggerisce di
modi care la prima, facendo oggetto della trattativa, più che un
«accordo generico» di pace, una convenzione per la concessione
dell’apertura di una strada fra l’Eritrea e l’Etiopia. In altre parole,
come giustamente fa osservare Carocci, Grandi tende a rendere
l’accordo meno impegnativo e a fare in modo che scopo della
trattativa non sia «già la sicurezza dell’Etiopia (con un trattato
di pace) bensì la penetrazione economica italiana in
quell’impero». 26 L’imminente viaggio del duca degli Abruzzi
ad Addis Abeba, conclude Grandi, costituisce comunque la
migliore occasione per esaminare il problema.
Cora, tuttavia, non attende l’arrivo di Luigi di Savoia per
agire, e già nell’aprile avvia, «in forma personale segretissima»,
trattative con Tafari per ottenere l’autorizzazione a costruire la
camionale Assab-Dessiè, quella, egli precisa, «che desta meno
sospetti». «Posso ora assicurare — telegrafa il 23 aprile a
Mussolini — che ras Tafari è pronto ad accordare in nome del
governo locale la costruzione della camionale suddetta alle
seguenti condizioni: dono personale a lui di 300 fucili
mitraglieri (ne aveva chiesti 500) e, per il governo etiopico, la
ripresa delle note trattative per lo sbocco al Mar Rosso». 27 La
risposta di Mussolini, di appena due giorni dopo, è, in linea di
massima favorevole: sempre che ras Tafari si accontenti di una
zona franca e non di uno sbocco al mare in piena sovranità. 28
Cora riesce a persuadere Tafari ad accettare questa limitazione
e, per spianare del tutto la strada al duca degli Abruzzi, ottiene
anche di liquidare tutti gli incidenti sorti durante il periodo
della tensione. 29
Cosicché, quando nel pomeriggio del 18 maggio 1927 Luigi di
Savoia giunge in treno ad Addis Abeba, accompagnato da
Ra aele Guariglia e da Jacopo Gasparini, l’atmosfera non
potrebbe essere più serena. «Tafari Maconnen, non appena il
treno si arresta — scrive il capitano di vascello Luigi Ornati, che
con il Venezia ha condotto la missione italiana a Gibuti —
s’avanza, circondato dai grandi Capi e Ministri, incontro a S.A.R.
il Duca degli Abruzzi mentre le numerose truppe all’europea,
schierate, presentano le armi e la musica intona la marcia reale.
Lo spettacolo o erto dalla massa enorme raggruppata, dalle
varietà e ricchezza di costumi, dalla purezza del cielo e dallo
sfolgorio del sole, è superbo». Poi, il corteo delle auto, scortato
dalla guardia a cavallo dell’imperatrice e di Tafari, sale verso il
ghebì imperiale; «le strade, i pochi edi ci, i tucul sono stati
imbandierati — continua Ornati — coi colori delle due nazioni,
archi di trionfo sono stati eretti di tratto in tratto e pennoni
imbandierati si susseguono per tutto il percorso». 30
Per sette giorni, quanto dura la visita del duca, gli etiopici
dispensano ai loro ospiti i più alti onori e le più squisite
attenzioni. Mentre Zaoditù, infrangendo un antico rituale, siede
per la prima volta a tavola con i membri della missione italiana
e concede al duca la più alta decorazione abissina, l’Ordine di
Menelik, Tafari, che ha fatto costruire apposta una palazzina per
Luigi di Savoia, gli accorda il permesso, negato per oltre un
decennio, di compiere l’esplorazione dell’Uebi Scebeli. Anche gli
italiani, come ricorda Guariglia, non sono da meno: «Il Duca
degli Abruzzi prodigò i suoi sorrisi all’Imperatrice, noi
portammo in dono a ras Tafari un carro armato, che l’anno
seguente gli fu molto utile contro i ribelli, e il ras volle darci un
saggio dell’importanza delle forze armate dell’Impero facendoci
assistere a una spettacolosa rivista, che durò ininterrottamente
sei o sette ore. Solo verso la ne del nostro soggiorno ad Addis
Abeba ci fu possibile parlare di a ari». 31
I colloqui politici si svolgono il 22 maggio in un clima di
grande cordialità, come non si avvertiva dai tempi ormai
lontani delle prime missioni ad Addis Abeba di Salimbeni e di
Antonelli. È tale la stima che Tafari ha di Cora 32 che, a un dato
momento, invitato dal duca a fornire notizie sullo stato delle
trattative per la convenzione stradale, preferisce che sia Cora a
mettere al corrente gli altri. «Un raro esempio — commenta
Cora — di assoluta ducia e accordo con un rappresentante
estero». 33 Una volta tanto, poi, i rappresentanti degli Esteri
(Guariglia, Cora) e delle Colonie (Gasparini) si trovano d’accordo,
parlano lo stesso linguaggio e forniscono gli stessi contenuti
alla svolta impressa con l’Etiopia. Ma è un accordo che, come
vedremo, non durerà a lungo. Mentre Cora sosterrà sino alla ne
del suo mandato l’idea di appoggiare lealmente Tafari nella sua
opera di uni cazione, Guariglia, al contrario, assumerà già nel
gennaio 1928 un atteggiamento equivoco: «Se ci convenga o
meno conservare l’anarchia in Abissinia, o favorirne la
civilizzazione e la centralizzazione in concorrenza con la Francia
— scriverà in un rapporto al ministero —, è questione da non
potersi facilmente decidere, ma è soprattutto questione che
dipende dai mezzi disponibili e dalle possibilità generiche per
noi e per l’Inghilterra di muovere in un dato momento alla
conquista dell’Etiopia». 34
Del resto, a essere a itto dai dilemmi, non è il solo Guariglia.
Nel corso dell’estate, dopo che palazzo Chigi ha perfezionato lo
schema della convenzione, Tafari ha dei ripensamenti, si mostra
esitante e quindi impone alle trattative una battuta d’arresto.
Perché questa interruzione, nel momento in cui l’Italia sembra
tornare a godere il privilegio di nazione più favorita? A sentire
Cora, che cerca di capire e di giusti care i timori e le perplessità
di Tafari, il motivo principale del ritardo è l’acuirsi del contrasto
anglo-etiopico. «Ras Tafari mi ha pregato, in via assolutamente
con denziale — riferisce Cora in un telegramma del 29
settembre a Mussolini —, di non fare pressioni nel momento
attuale, spiegandomi che egli non ritiene possibile la rma della
nostra Convenzione prima che le trattative sul lago Tana
abbiano preso certezza di avviamento». 35 Ma non è soltanto il
timore di urtare Londra che trattiene il reggente. Il 6 dicembre
Cora comunica a Roma che Tafari ha voluto sondare anche
l’atteggiamento del governo francese. Al che Mussolini replica
irritato che «tale passo non può essere considerato che come
atto poco amichevole» e che la dilazione da parte di Tafari «alla
rma della convenzione non trova presso di noi spiegazioni
plausibili». 36 Cora cerca ancora una volta di gettare acqua sul
fuoco e, in una sorta di bilancio del suo primo anno di lavoro in
Etiopia, fa rilevare che se Tafari, anziché reggente, fosse
imperatore, la convenzione sarebbe stata già rmata da un
pezzo. Poi, per solleticare la vanità di Mussolini, soggiunge: «Il
Ras sta sperimentando a suo danno e a danno del Paese gli
inconvenienti della “autorità a mezzadria”. Egli stesso me lo
diceva poco tempo fa con questa testuale e preziosa confessione:
“Bisogna che faccia come Mussolini: così non possiamo
continuare, me ne rendo perfettamente conto, altrimenti fra
qualche anno l’Etiopia indipendente avrà cessato di
esistere”». 37
A questo punto, forse per sondare la buona fede degli italiani,
e ripetendo in un certo senso la mossa fatta quarant’anni prima
da Menelik alla vigilia della rma del trattato di Uccialli, Tafari
chiede di poter acquistare in Italia un forte quantitativo di armi:
5 mila fucili, 1.000 moschetti per cavalleria, 24 mitragliatrici
pesanti e 48 leggere, 50 rivoltelle e 3 milioni di cartucce. 38 La
richiesta pone Roma in un serio imbarazzo. Non soltanto perché
l’Italia — che da Adua in poi non ha mai escluso la possibilità di
una futura guerra con l’Etiopia — ha sempre cercato di
ostacolare il riarmo etiopico, ma perché quello del controllo
sulle importazioni di armi è il principale strumento usato
dall’Inghilterra per premere su ras Tafari. E c’è di più: Londra ha
sempre cercato di associare l’Italia a questa pressione, in virtù
degli accordi presi con lo scambio di note Mussolini-Graham.
L’incaglio è notevole, ma Mussolini lo supera manovrando in
modo da persuadere Londra che l’Italia è sempre disposta a
collaborare e a costituire un «fronte unito» contro le pretese di
Tafari. Nello stesso tempo, però, autorizza Cora a promettere al
reggente le armi, facendo tuttavia subordinare la fornitura
all’impegno preciso di Tafari di rmare la convenzione «senza
ulteriore indugio». 39 E poiché, come vedremo, il trattato viene
rmato il 2 agosto, nel marzo successivo il quantitativo di armi
sarà spedito ad Addis Abeba. 40 Così, come i Remington e i
Vetterli ceduti da Crispi a Menelik sono stati poi usati contro gli
italiani ad Adua, anche i Männlicher forniti da Mussolini a Tafari
faranno fuoco contro gli italiani durante il con itto del 1935-
36. Del resto, non sono soltanto questi due episodi, che rivelano
un comune e cinico modo di far politica sulla pelle della propria
gente, a far risaltare le a nità fra Crispi e Mussolini.
All’inizio del marzo 1928, alla ripresa delle trattative, ras
Tafari — che si è consultato a lungo con l’imperatrice Zaoditù e
con ras Cassa — dopo aver con dato a Cora che il progetto di
apertura della strada Assab-Dessiè ha sollevato in certi ambienti
etiopici timori e critiche, propone di abbinare alla convenzione
stradale quel trattato di amicizia e di buon vicinato al quale,
evidentemente, non ha mai rinunciato e che gli sembra o rire
maggiori garanzie. 41 La proposta di Tafari viene accolta
favorevolmente da Mussolini, il quale, forte anche del consenso
inglese, autorizza Cora ad ampliare le trattative, precisandogli
tuttavia che trattato e convenzione debbono essere rmati
contemporaneamente, che la durata del patto non deve
superare i 5-10 anni e che ras Tafari deve rinunciare a chiedere
con insistenza la delimitazione delle frontiere fra l’Etiopia e le
colonie italiane. 42
Ha scritto Carocci che «la convenzione stradale nacque col
tacito pensiero, da parte etiopica e da parte italiana, di non darle
esecuzione. Sia ras Tafari, sia, anche, Palazzo Chigi diedero la
netta preminenza al trattato politico: il primo perché vi vedeva
uno strumento di sicurezza, [...] il secondo perché, con calcolo
sottile, intendeva esercitare una pressione politica su Tafari,
rinfacciandogli, al momento opportuno, la mancata esecuzione
della convenzione». 43 Il rilievo è esatto e trova riscontro nella
dichiarazione di Guariglia, fatta molti anni dopo, che la
mancata realizzazione della strada «o rì, poi, almeno una
utilità in senso negativo: servì cioè a dare una certa base alla
nostra azione bellica in Etiopia, alla quale Mussolini non aveva
fatto precedere alcuna preparazione politica, salvo un’imprecisa
conversazione con Laval, che forse complicò le cose piuttosto
che facilitarle». 44 Ma nella primavera 1928 il trattato di pace
con l’Etiopia non è visto soltanto come un malizioso espediente.
Giuliano Cora, almeno, è convinto che darà all’Italia la
«supremazia in Abissinia», a condizione che non si urti troppo
la suscettibilità degli etiopici 45 e che si appoggino lealmente e
con generosità gli sforzi di Tafari: «Non si può non avere una
certa ammirazione per il giovane Reggente, per questa esile
gura che pur dà prova di energia e che fornisce una somma di
lavoro incredibile, che praticamente solo, si è assunto l’immane
compito di avviare il suo Impero millenario verso una reale
evoluzione di civiltà». 46
Così, come Antonelli era convinto nel 1889 di aver trovato le
chiavi del cuore di Menelik e di poter regalare l’Etiopia ai Savoia
grazie al suo ingegno di diplomatico, Cora è persuaso nel 1928,
in buona fede, ma con la stessa dose di presunzione
dell’Antonelli, di avere in pugno Tafari e il suo destino. Ma Cora
sa anche che il suo disegno di penetrazione e di conquista
paci ca richiede tempi lunghi e l’appoggio incondizionato di
palazzo Chigi. Scrivendo a Mussolini, perciò, lo mette in guardia
dal cambiare indirizzo e dal cedere alle pressioni di certi
ambienti colonialisti: «Un’azione politica in Etiopia che fosse
basata sul calcolo del rovesciamento del Governo attuale, sulle
gelosie dei Capi, sullo sfruttamento e incoraggiamento di
ambizioni tigrine o scioane o amhara, con la speranza di
provocare la disintegrazione dell’Etiopia e l’intervento delle
Potenze [...] sarebbe un’azione incerta e aleatoria, basata su false
speranze». 47
Tra aprile e giugno il carteggio fra Roma e Addis Abeba si
in ttisce mentre le due parti presentano progetti e
controprogetti e contrattano modi che. Da parte etiopica, in
questo serrato nale, si ottiene che la durata del trattato di
amicizia venga portata a 20 anni, mentre da parte italiana si
riesce a evitare che, in materia di arbitrato, si faccia cenno alla
SDN o alla Corte dell’Aja. Il 13 giugno Cora può in ne
annunciare a Mussolini che le trattative «possono dirsi
ultimate», 48 e nei dispacci successivi fa infatti cenno soltanto a
modi che marginali. Ma il 19 luglio, giorno scelto per la rma,
Tafari fa sapere a Cora che per sei ore ha dovuto fronteggiare
un’inattesa levata di scudi da parte dei membri del Consiglio
della Corona e che è giunto a minacciare la sua rinunzia alla
reggenza se gli accordi non fossero stati rmati. 49 Motivo
u ciale del contrasto: la scarsa super cie concessa dagli italiani
per la zona franca di Assab. Ma il vero, eterno, giusti cato
motivo è un altro: è la di denza, che può trasformarsi in
sospetto, in paura, in angoscia. Ancora la notte prima della
rma del trattato, come ricorda Cora, Tafari convoca il ministro
del Belgio, nel quale ripone la massima ducia, e gli chiede se
può apporre la sua rma al trattato senza timore di
compromettere l’indipendenza del suo paese. 50
Analizzando il comportamento italiano nell’ultima, cruciale
decade di luglio, Vedovato si sente in dovere di «rilevare ancora
una volta lo spirito altamente conciliativo di Mussolini». 51
L’elogio ci sembra quantomeno gratuito. Se, infatti, Mussolini si
mostra paziente in questa fase delle trattative, lo fa
esclusivamente perché non ha alcun interesse a rompere i
negoziati, come si deduce anche dal suo telegramma a Cora del
24 luglio. 52 Ma c’è di più, e Vedovato sembra non accorgersene:
mentre Mussolini ostenta tolleranza a Roma, Cora ad Addis
Abeba sottopone Tafari a pressioni di ogni genere, al punto che
il reggente — è il diplomatico italiano che ce lo riferisce — «non
mi ha nascosto che oggi il suo governo e quello del suo paese
sono in nostre mani». 53 Il 2 agosto, nalmente, superati gli
ultimi ostacoli, si arriva alla rma simultanea del trattato di
amicizia e della convenzione stradale. 54 Nel darne l’annuncio a
Mussolini, Cora, che non nasconde la sua soddisfazione,
riferisce che «sono stati scambiati brindisi molto cordiali che
hanno messo in rilievo la saggia politica dell’E. V. verso
l’Etiopia». 55
In Italia, la notizia viene di usa dalla «Stefani» il 4 agosto e
l’indomani compare sulle prime pagine di tutti i quotidiani con
commenti positivi ma orchestrati, che tendono soprattutto a
sottolineare il successo della diplomazia fascista e il peso
sempre più rilevante dell’Italia negli a ari del mondo. Come
all’indomani del trattato di Uccialli, fra Italia ed Etiopia sembra
aperta una nuova èra, paci ca e feconda di iniziative. «Quanto
cammino percorso in cinque anni — scrive Roberto Cantalupo
—, oggi l’Etiopia comunica con il mondo civile attraverso la
colonia dell’Eritrea, vale a dire attraverso il territorio italiano e
con la garanzia della nostra bandiera». 56 Per realizzare ciò che
Cantalupo dà già per scontato, cioè la camionale Assab-Dessiè, il
31 ottobre viene costituito a Roma il Sindacato studi e progetti
per l’esecuzione del patto italo-etiopico, con un capitale iniziale
di 150 mila lire. 57
Tutto, dunque, sembra concorrere alla riuscita del grande
progetto di penetrazione paci ca di Cora: l’apparente spirito
conciliativo dell’Italia, la sua decisione di ra orzare (anche con
la vendita di armi) Tafari, la messa a punto degli strumenti per
costruire la Assab-Dessiè, il ra orzamento del reggente dopo la
crisi di settembre e la sua elevazione a negus. Ma forse soltanto
Cora vive pienamente e duciosamente in questa illusione. Già
l’11 ottobre, Mussolini è costretto a disapprovare l’operato del
governatore dell’Eritrea, Corrado Zoli, il quale, a proposito di
alcuni incidenti di frontiera, ha giudicato «tardiva ed ine cace»
l’azione di Cora presso il negus e ha minacciato, nel caso tali fatti
si ripetessero, di «agire direttamente per far rispettare da
chiunque il buon diritto ed il decoro dell’Italia». 58 L’episodio è
marginale, ma indica che fra Colonie ed Esteri non c’è già più
l’intesa dell’estate (ammesso che ci sia stata realmente), che
ria ora il contrasto di sempre fra la politica di penetrazione
paci ca e la politica periferica ed eversiva, al punto che
Mussolini, il quale momentaneamente sembra appoggiare la
prima, deve intervenire per ricordare che giudizi e decisioni su
ciò che riguarda l’Etiopia sono «esclusivamente» di pertinenza
degli Esteri.

Le trame nel sud-etiopico.


È stato scritto in periodo fascista, ma anche dopo, che il
deterioramento dei rapporti italo-etiopici, che si delinea a
partire dal 1930, è stato causato soprattutto dalla mancata
applicazione, per colpa di Addis Abeba, della convenzione
stradale. Il giudizio non è soltanto a rettato, ma fazioso. Non è
lecito, infatti, isolare l’episodio della camionale e ngere di
ignorare tutta una serie di atteggiamenti e di manovre, di parte
italiana, che è all’origine del fallimento dell’impresa.
Vediamo, comunque, i fatti. Già nell’aprile 1929 palazzo Chigi
segnala a Cora che la delegazione etiopica, operante nella
commissione mista incaricata di riconoscere il tracciato della
futura strada, ha assunto un «atteggiamento ostruzionistico»
che tende a ritardare i lavori, e che il maggior responsabile di
questo «inesplicabile contegno» è il capo della missione tecnica,
l’ingegnere francese Charles La Rivière. 59 Fra le due delegazioni
esistono in e etti delle divergenze, soprattutto sulla scelta del
tracciato. Gli italiani propendono per la «pista del sud», che
attraversa l’Aussa, che è già stata percorsa da Domenico Brielli e
sembra o rire maggiori vantaggi sul piano commerciale. Gli
etiopici, invece, insistono per la «pista del nord», che attraversa
le regioni più inospitali della Dancalia, ma che è la più diretta e
militarmente la meno interessante. Sono contrasti, tuttavia, che
si potrebbero facilmente comporre, se le due parti non fossero
così prevenute e sospettose. Mentre gli abissini sono persuasi
che la scelta degli italiani sia soprattutto motivata da interessi
di carattere militare, gli italiani sospettano che l’ingegnere La
Rivière faccia in realtà il gioco dei francesi, i quali temono che la
«pista del sud» possa entrare in concorrenza con la ferrovia
Addis Abeba-Gibuti. In questo clima di reciproca s ducia, i
lavori vengono interrotti e le due delegazioni sono richiamate
dai rispettivi governi.
Il negus Tafari scriverà più tardi di essersi accorto che gli
italiani «anziché lavorare» stavano «sollevando controversie
come per il passato». 60 Ma il motivo che lo spinge a rimandare
lo studio della camionale (studio che non verrà più ripreso) non
è soltanto costituito dal comportamento ambiguo e cavilloso
degli italiani. Come si ricorderà, il 1929 e il 1930 sono due anni
caratterizzati da gravi disordini nel nord dell’impero e
dall’atteggiamento equivoco dei grandi feudatari, che culmina
con la rivolta di ras Gugsa Oliè. «In tale situazione — riconosce
lo stesso Zoli — come avrebbe potuto il Negus a rontare la
impopolarità degli studi pel tracciato dell’Assab-Dessiè, della
quale i suoi avversari avevano fatto un vero e proprio capo di
accusa contro di lui? [...] L’atteggiamento del Negus Tafari in
tutta questa faccenda deve essere, in omaggio alla verità,
almeno in parte giusti cato». La responsabilità del fallimento
degli accordi va invece riversata, secondo Zoli, su Giuliano Cora,
il quale, pur di «giungere a una soluzione», ha dato «prova di
inconsulta precipitazione e di soverchia fretta». 61
Può essere che Cora abbia impostato il suo piano facendosi
sorreggere da un eccessivo ottimismo ed è certo che nell’estate
del 1928 non poteva prevedere le di coltà che Tafari avrebbe
incontrato nei due anni successivi. Ma ciò che Zoli nge di
ignorare, nel suo incontrollato livore per Cora, è che il governo
fascista, proprio all’inizio dei lavori della camionale, adotta
alcune misure più che su cienti ad alimentare i sospetti dei
governanti etiopici.
Per cominciare, il 17 gennaio 1929, nel riferire a Guariglia
che alcuni capi del sud-etiopico, sobillati dal governatore della
Somalia, Guido Corni, sono intenzionati a indirizzare alla SDN
proteste contro il malgoverno degli abissini, De Bono, da appena
un mese nominato sottosegretario alle Colonie, precisa che ha
impartito istruzioni a Corni a nché «continui con la massima
cautela, per non sollevare di denze specialmente in Addis
Abeba, a svolgere l’azione già iniziata per attrarre nella nostra
orbita le popolazioni Ogaden d’oltre con ne che aspirano a stare
sotto la sovranità dell’Italia». 62 Di questa azione, è lo stesso
Corni che ci parla, in un promemoria indirizzato al capo di
gabinetto di Mussolini, barone Pompeo Aloisi: «Ho lavorato
intensamente le cabile esterne su tre linee principali: 1)
sfruttando la diversità di religione e l’odio di razza cogli abissini;
2) sviluppando la propaganda sanitaria e commerciale; 3)
attirando nella nostra orbita tutti i capi delle cabile più
numerose e più potenti in modo da acquistare tale e tanta
ducia da portare quelle popolazioni ad essere pronte a
combattere per noi. [...] Per la parte religiosa mi sono servito di
tre noti santoni, molto in uenti, che ho inviato alla Mecca a
spese delle Colonie e che ho stipendiato con un modesto
mensile. [...] Per la parte commerciale mi sono valso di alcuni
commercianti indigeni e di alcuni ottimi u ciali nostri, i quali,
in abito borghese e adeguato al compito loro assegnato, hanno
assolto ottimamente il loro non facile mandato, rimanendo alle
volte anche parecchi mesi in territorio etiopico». 63
Vedremo in seguito gli e etti di questa azione; per ora ci
preme soltanto far rilevare la gravità della iniziativa di De Bono
e di Corni, tollerata, se non avallata, anche dagli Esteri, e
realizzata all’insaputa della legazione italiana di Addis Abeba.
Uno degli u ciali che vengono introdotti nel sud-etiopico, con
il compito di sobillarvi le popolazioni e di compiervi dello
spionaggio militare, è il capitano Roberto Asinari di San
Marzano, nipote del generale che bloccò l’esercito di Johannes IV
davanti alle forti cazioni di Saati. 64 Partito da Dolo nel
gennaio 1929, Di San Marzano percorre per otto mesi le
province meridionali dell’impero e agisce in maniera così
scoperta da attrarre l’attenzione non soltanto degli etiopici ma
della stessa legazione italiana di Addis Abeba. 65 «L’azione del
San Marzano in territorio etiopico — scriverà nel 1931 il
ministro Paternò a Grandi — è stata addirittura disastrosa. Egli
non ha fatto altro che parlare ai capi di una prossima
occupazione italiana dell’Etiopia Meridionale e specialmente
della zona dei Borana». Nonostante questo, come vedremo più
avanti, e malgrado il parere negativo degli Esteri, l’u ciale
compirà in Etiopia un secondo viaggio di otto mesi tra il nire
del 1932 e l’estate 1933. 66
Non soddisfatto di aver avuto carta bianca per la sua azione
di penetrazione nel sud-etiopico, Corni, cogliendo a pretesto
uno scontro al con ne con l’Etiopia fra dubat e razziatori Isak,
propone di rioccupare la linea dei pozzi Gherlogubi-Uarder-Ual
Ual. «O per lo meno occorrerebbe — spiega in un telegramma
del 25 marzo a De Bono — che noi continuassimo a farci vedere
su quella linea di pozzi sino a passare gradatamente ad una
occupazione di fatto, primo elemento di un futuro
riconoscimento di diritto». 67 È una proposta insensata, perché
proprio due mesi prima Cora ha ribadito al ministero degli
Esteri abissino che Ual Ual è in territorio etiopico. 68 E
Mussolini, ancora in bilico fra la politica della collaborazione e
quella della sovversione, tanto che poi nisce per gestirle
entrambe, trova che il passo è ancora troppo rischioso. Nel
rispondere a Corni, gli precisa quindi «che le ovvie ragioni di
opportunità che mi indussero ad ordinarne l’abbandono tre
anni fa perdurano tuttora. [...] La linea dei posti con nari deve
restare quella che io indicai tre anni fa al suo predecessore». 69
Poi, come vedremo, cambierà idea, e già nel 1930 tanto Ual Ual
che Uarder verranno occupate stabilmente e forti cate.
Mentre Corni prepara la sovversione nelle regioni meridionali
dell’impero, Corrado Zoli, in Eritrea, prende un’iniziativa che
non soltanto ravviva i sospetti di Addis Abeba, ma ne provoca le
proteste. Fra il dicembre 1928 e il marzo dell’anno successivo fa
occupare una grossa fetta della Dancalia e l’intero paese dei
Cunama, tra il Gasc e il Setit, e fa spostare in avanti i posti
con nari su quella che egli ritiene la vera linea di frontiera
riconosciuta dai trattati, ma che in realtà è ancora in
discussione non essendo mai stata delimitata. Non solo, ma
costringe il taurari Galù, che amministra i Cunama in nome
dell’Etiopia, a sottomettersi al governo italiano. Le misure prese
da Zoli, oltretutto all’insaputa di Cora, suscitano le proteste di
ras Sejum e degli altri capi etiopici delle regioni di con ne, e
vengono sfruttate dagli avversari di Tafari in questi termini:
«Ecco i primi frutti dell’amicizia italiana: il Negus ha venduto il
nostro territorio». 70 Si può facilmente immaginare il
risentimento e il malumore del vicario imperiale, che già è alle
prese con i ribelli e i razziatori del nord. Nel riferire a Grandi, a
proposito di questo episodio, Cora così si esprime: «Non ritengo
si possa imputare a malanimo del Negus il ritardato inizio del
rilievo del tracciato per la nostra camionabile. [...] Mi consenta
l’E. V. questa domanda: “È stato opportuno di far coincidere
l’inizio dei lavori delle commissioni tecniche in Assab con la
rioccupazione del con ne dell’Adiabò e la sottomissione del
taurari Galù? Non avrebbe potuto durare lo statu quo, che
durava da sette anni, per altri sei mesi?”». 71
Se da un lato questo episodio nisce per convincere Tafari
Maconnen che è in atto un vero e proprio piano per erodere
tanto a sud che a nord i con ni dell’impero, dall’altro mette in
luce che palazzo Chigi si sta riavvicinando, sia pure lentamente
e con qualche riserva, alla politica, patrocinata dalle Colonie, di
aiuto ai capi etiopici periferici. È un processo che si delinea nel
corso del 1929 e che si conclude nei primi mesi del 1930. In
questo periodo, la polemica fra Cora e Zoli si fa addirittura
rovente, ma a poco a poco Cora perde il sostegno di Grandi e di
Guariglia e resta isolato. Il 21 luglio Grandi giunge persino a
rimproverarlo, invitandolo ad «astenersi nei suoi telegrammi di
usare frasi ed espressioni polemiche verso il governatore
dell’Eritrea». 72 È la vittoria di De Bono, che dal settembre ha un
peso ancora maggiore perché è diventato ministro delle Colonie,
e di Zoli, che ha cercato di sabotare in tutti i modi la politica di
collaborazione con Tafari.
Un altro fatto che non può non turbare e irritare il negus è il
tentativo, in parte riuscito, delle Colonie e degli Esteri di
coinvolgere nell’opera di penetrazione e di sovversione anche le
missioni della Consolata, in particolare il prefetto apostolico del
Ca a, Gaudenzio Barlassina. 73 Questi, in un certo modo, può
essere considerato il successore e l’emulo del Massaja in Etiopia,
sia per l’opera di evangelizzazione che per la sua disponibilità a
capire i problemi politici e a mettere a disposizione le sue
immense conoscenze del paese. I migliori rapporti sul sud-
etiopico, che giungono al ministero degli Esteri, sono rmati da
Barlassina, il quale chiede, per ovvie ragioni, che sia tenuta
«celata la fonte». 74 Pure di Barlassina sono le informazioni più
esatte e le analisi più acute sul fenomeno dello schiavismo in
Etiopia: un prezioso materiale che sarà utilizzato nel 1935 da
palazzo Chigi per elaborare quella Memoria del governo italiano
circa la situazione in Etiopia che sarà inviata alla SDN come atto
di accusa. 75 Osteggiato prima da Colli di Felizzano e poi da
Cora, che di da del suo attivismo poliedrico, 76 Barlassina
collabora invece attivamente con il successore di Cora,
Paternò, 77 il quale, nel passare a sua volta le consegne a Vinci,
nel 1932, gli con da che l’unica fonte degna di fede in Addis
Abeba è il prefetto apostolico del Ca a. 78 È tale l’autorità e la
fama di e cienza di Barlassina che nel 1930, quando ormai
Roma ha scelto de nitivamente la politica della disgregazione
dell’impero, Esteri e Colonie fanno a gara nel corteggiare il
prelato e gli chiedono di aprire due missioni anche
nell’Ogaden, 79 una regione già ampiamente lavorata da Corni e
ormai matura per la rivolta. 80
Dinanzi a questa o ensiva, scatenata ai con ni e all’interno
stesso dell’impero, e che si vale, come abbiamo visto, degli
strumenti più subdoli, il negus Tafari reagisce con molta
prudenza e applicando, in un certo senso, la stessa tattica degli
italiani. Mentre ad Addis Abeba continua a mantenere con Cora i
contatti più cordiali, cercando di salvare il salvabile degli
accordi dell’agosto 1928, sul piano delle cose concrete tenta di
bloccare le iniziative degli italiani, rispondendo colpo a colpo.
Così, per fare qualche esempio, egli frena i lavori della
camionale Assab-Dessiè per replicare alla retti ca arbitraria dei
con ni operata da Zoli in Eritrea. A Corni, che punta sull’agenzia
commerciale di Magálo, nel sud-etiopico, non soltanto per
incrementare i tra ci con la Somalia ma per farne una base
della sovversione, replica, come osserva Ciravegna, con «una
gran dose di furberia: si credeva di suonarli e ci han suonato con
la congiura dell’isolamento». 81 A Zoli e poi al suo successore
Astuto, che cercano di sollevargli contro il Tigrè, risponde
incaricando il console etiopico ad Asmara, Uodagiò Ali, di
sorvegliare i capi etiopici sospetti di intese con l’Italia. 82
Sotto questo serrato scambio di colpi, l’impalcatura degli
accordi di agosto, già di per sé fragile, minaccia di rovinare
interamente. «La clausola fondamentale del trattato — osserva
Luigi Villari — dispone che i due governi si impegnano “ad
ampliare e a far prosperare il commercio esistente fra i due
paesi”. Fu violato dall’Etiopia nella lettera e nello spirito in
ripetute occasioni. Nessuna nuova concessione fu fatta a
italiani, e le già esistenti imprese italiane commerciali, agricole,
industriali e minerarie venivano so ocate. [...] Il Governo
etiopico procedette quindi alla nomina di numerosi nuovi
consiglieri stranieri per i vari rami dell’amministrazione. Di
questi uno solo era italiano, un ingegnere elettrotecnico». 83 Il
quadro è abbastanza esatto, ma ha il difetto, come tutti i
documenti fascisti coevi, di non registrare le inadempienze
italiane e tutte le subdole manovre per far fallire gli accordi di
agosto. In ogni caso, anche se nessuna delle due parti giungerà a
denunziare il patto, esso è morto e sepolto, già dalla ne del
1929, con grande soddisfazione di De Bono, e, più tardi, di
Guariglia, alla ricerca di pretesti per giusti care l’aggressione
all’Etiopia.

Entra in scena il barone Franchetti.


A complicare le cose, in questo periodo già di per sé di cile e
confuso dei rapporti italo-etiopici, compare sulla scena, con
tutta l’irruenza del suo carattere e con il peso delle sue
protezioni, il barone Raimondo Franchetti. 84 Sulle sue gesta ci
fermeremo a lungo, non tanto per il loro risultato nale,
piuttosto modesto, ma perché Franchetti si inserisce nella
trama contro l’Etiopia con una sua politica esclusiva, spericolata
e brutale, che infastidisce il personale degli Esteri, non coincide
sempre con quella delle Colonie, ma trova l’appoggio costante e
la preziosa copertura di chi in Italia dice l’ultima parola, cioè
Mussolini. Il quale, come si vedrà, l’utilizza in un gioco al di
fuori di ogni regola, qualche volta all’insaputa dei ministeri
competenti o addirittura contro di essi, per far esplodere
contraddizioni, esercitare stimoli, mettere tutti davanti ai fatti
compiuti.
È con tutta probabilità nel 1926, l’«anno napoleonico», che
Franchetti riesce ad avvicinare Mussolini e a esporgli le sue idee.
Da allora stabilisce con lui un rapporto diretto, di estrema
con denza, che non verrà interrotto che dalla sua morte nella
sciagura aerea del Cairo, il 7 agosto 1935. «A Mussolini era
subito piaciuto — conferma l’ex ministro alle Colonie,
Alessandro Lessona —. Il suo personaggio lo a ascinava». 85
Probabilmente perché è alto, forte, spavaldo, temerario, un
autentico uomo d’azione, l’italiano nuovo che Mussolini
predilige e che amerebbe si moltiplicasse. Non ha certo la
cultura e la sensibilità politica del cugino Leopoldo, che ha
tentato, come abbiamo visto, la colonizzazione dell’Eritrea
nell’ultimo decennio dell’Ottocento. 86 Ma, di rimando, ha il
temperamento di Bottego, lo stesso orgoglio, la stessa forza di
volontà, lo stesso piglio autoritario, lo stesso disprezzo per gli
africani.
Nel 1928, con Mussolini alle Colonie e in un periodo di
cordiale collaborazione con Addis Abeba, Franchetti comincia a
tessere la sua rete, nella quale, egli con da, verranno a
impigliarsi i capi etiopici che mal sopportano la presenza
sempre più ingombrante del negus Tafari accanto
all’imperatrice Zaoditù o che aspirano a mantenere una certa
autonomia dal potere centrale. In modo particolare, il ras del
Goggiam, Hailù, e i sultani dell’Aussa, del Birù e del Terù. Per
poter entrare in contatto con essi, Franchetti decide di
intraprendere una spedizione nella Dancalia etiopica e, poiché si
rende conto che i soli scopi scienti ci e sentimentali (la ricerca
delle salme della spedizione Giulietti) potrebbero far nascere
sospetti nelle autorità abissine, include fra gli obiettivi del
viaggio anche un programma di ricerche minerarie. 87
Nonostante questo espediente, qualcuno, alla corte etiopica,
avanza «insinuazioni pericolose sugli scopi della missione
Franchetti in Dancalia», 88 e il permesso viene concesso dopo
lunghe trattative e soltanto perché in quei mesi Tafari sta
perfezionando con Roma il patto ventennale di amicizia.
Nella primavera 1928 Franchetti si reca ad Addis Abeba per
discutere con il vicario imperiale alcuni particolari della
spedizione, e nel viaggio di ritorno verso l’Eritrea si ferma a
Debrà Marcòs, la sede di ras Hailù. Di questo primo incontro con
il capo del Goggiam è lo stesso Franchetti a lasciarci una colorita
testimonianza: «Trovandomi suo ospite nel 1928, parlandomi
delle acque del lago Tana, mi diceva: “Perché voi italiani non
mandate i vostri ingegneri nel mio paese? Io li aiuterei per fare
tutti i lavori che dovranno essere fatti per lo sbarramento del
Tana”. Poi mi condusse a vedere il suo tesoro consistente in
sacchi d’oro grezzo, lavorato in modo primitivo dai suoi schiavi
e dai suoi sudditi. Diceva: “Questo oro viene dalle mie terre. Dì al
tuo Capo che io voglio portare la civiltà nel mio paese, ma mi
occorrono uomini del colore della tua pelle, che vengano qui da
me e insegnino ai miei uomini come adoperare le vostre
macchine. Ma voglio che la gente bianca che verrà da me parli la
tua lingua, non altre lingue”. E mi consegnò una sciabola in oro
da portare a Benito Mussolini in segno di grande
ammirazione». 89
Oro a montagne, una ciclopica diga sul lago Tana, il controllo
delle acque del Nilo, una possibile penetrazione massiccia di
italiani nelle fertilissime terre del Goggiam: 90 ce n’è
abbastanza per montare la testa a Franchetti. Il barone, infatti,
non si limita a promettere a ras Hailù che caldeggerà a Roma le
sue richieste ma va oltre: critica il governo imperiale che non gli
ha ancora concesso, come a suo padre Tecla Haimanot, il titolo
di negus; fa risalire la causa di questo mancato riconoscimento
più al giovane e ambizioso reggente Tafari che all’imperatrice
Zaoditù; insinua nella mente del ras l’idea di una rivolta contro
il potere centrale e gli assicura l’appoggio dell’Italia fascista, che
ora guarda all’Africa con maggiore interesse e non è più imbelle
come ai tempi di Adua.
Qualche settimana dopo, Franchetti è di ritorno a Roma con
le richieste di ras Hailù e un suo piano d’azione. Ma tanto agli
Esteri che alle Colonie le notizie dal Goggiam vengono accolte
con interesse, senza però suscitare l’impazienza che muove
l’esploratore. Si è alla vigilia della rma del patto d’amicizia con
l’Etiopia e niente deve turbare i rapporti fra i due paesi. Questo
non vuol dire che in futuro non si possa prendere in
considerazione l’opportunità di armare ras Hailù contro Tafari
Maconnen, così come quarant’anni prima si è armato Menelik
contro l’imperatore Johannes. Per il momento, però, come
abbiamo visto, la consegna è di ostentare cordialità e desiderio
di collaborazione.
Questa svolta paci ca dei rapporti italo-etiopici non convince
Franchetti. Egli ritiene che l’Etiopia si possa neutralizzare
soltanto con una sistematica politica di sovvertimento, non con
patti d’amicizia che non verranno mai onorati. Tuttavia si
rassegna dinanzi a questo primo insuccesso, perché è alla vigilia
di partire per la Dancalia, dove spera di fare un buon lavoro
nonostante Roma lo inviti alla prudenza. Alla ne di novembre è
infatti ad Assab, da dove, dopo vari contrattempi, parte per
l’interno alla testa di una colonna di oltre 150 uomini, fra
italiani 91 ed eritrei, tutti armati di fucile e, per maggior
precauzione, provvisti anche di una mitragliatrice.
La spedizione dura tre mesi, dal marzo agli inizi del giugno
1929, e si chiude, per Franchetti, con un bilancio abbastanza
deludente. Se è vero che riesce a localizzare le tombe di Giulietti
e dei suoi tredici compagni e a recuperarne i resti, fallisce
tuttavia nel tentativo di mettersi in contatto con Mohamed
Jassin, sultano del Birù, che avrebbe dovuto diventare, nei suoi
disegni, un’importante pedina nel piano di disgregazione
dell’impero. Il 1° marzo, giorno della disfatta di Adua, il barone
annota con amarezza nel suo diario: «Giorno di tristi ricordi! Da
quel tempo, l’Italia è completamente cambiata [...] ma
l’impressione di debolezza di quei tempi è rimasta ancora nella
memoria di queste primitive popolazioni [...]. Se non fosse così,
non si spiegherebbe il fenomeno di questo Sultanello del Birù,
che si permette avere delle velleità di resistenza, e la boria
altezzosa di chiedere per giunta armi e munizioni». 92
Più fortunato è con gli Azebò e i Raia Galla, che incontra a Mai
Ceu e a Corbettà dopo l’attraversamento del deserto dancalo. I
contatti con queste popolazioni di razziatori, che Addis Abeba
non è mai riuscita a domare, daranno i loro frutti un anno dopo,
durante la rivolta di ras Gugsa Oliè, e, più ancora, agli inizi del
1936, quando si schiereranno con Badoglio dopo la battaglia
dell’Endertà e molesteranno le armate etiopiche in ritirata.
Prima di raggiungere l’altopiano, Franchetti ha però avuto
uno scontro a Dargaha con un gruppo di razziatori Uoggerat,
scontro in cui ha lasciato sul terreno, sotto le ra che sparate
dal capitano e geodeta Veratti, 14 morti e 20 feriti. Qualche
giorno dopo, informato del combattimento, il governatore
dell’Eritrea, Corrado Zoli, telegrafa a Franchetti di sospendere il
progettato viaggio nel Terù e di rientrare subito in colonia per la
strada sicura di Macallè. Questo, tenuto conto che la situazione
nel bassopiano dancalo si sta aggravando e che gli stessi degiac
Sejum Desta Darghiè e Abebè Damtèu non sono in grado di
garantire l’incolumità della carovana.
La reazione di Franchetti è colma di indignazione e di
sarcasmo. «Lo spirito e la lettera di questo telegramma —
annota il 6 maggio 1929 nel proprio diario — mi ricordano
troppo lo stile e “l’horreur de la responsabilité” propria degli
u ci burocratici [...]. Non posso credere che il telegramma sia
stato redatto da S. E. Zoli, la cui vita è una continua
a ermazione di arditezza!». 93 Naturalmente non ubbidisce a
Zoli, né alle autorità etiopiche, alle quali rilascia una
dichiarazione con la quale si impegna a viaggiare d’ora innanzi
esclusivamente sotto la propria responsabilità. Ancora una
volta si sfoga nelle pagine del diario: «Gl’Imperi coloniali, la
storia insegna, non si formano e non si mantengono che colla
fermezza e colla forza: le “strade per arrivarci” si battono
soltanto quando si ha una spina dorsale forte!». 94
Franchetti si comporta esattamente come Gustavo Bianchi
quarant’anni prima. Entrambi hanno per destinazione la fossa
dancala, la strada del Golima, e niente li trattiene, né le lusinghe
né le minacce. Più fortunato di Bianchi, perché più previdente
in fatto di scorte e di armi, Franchetti riesce tuttavia là dove
l’altro ha fallito 95 e il 2 giugno arriva senza ulteriori incidenti
ad Assab. Ma si è giocata l’amicizia di Zoli. E ha cominciato a
crearsi la fama di uomo violento, ostinato, irresponsabile.
Rientrando in Italia scopre però che molte cose sono mutate a
suo favore. La politica di amicizia e di collaborazione con
l’Etiopia ha già fatto il suo tempo. Il patto ventennale, appena
rati cato, viene già violato dalle due parti. La polemica fra Cora
e Zoli è ormai agli insulti. De Bono, che nel frattempo ha assunto
il dicastero delle Colonie, sta cercando di ribaltare la politica
precedente, appro ttando del fatto che il negus Tafari è alle
prese con ras Gugsa Oliè in aperta rivolta e facendo tesoro anche
delle informazioni di Franchetti. In una lettera al ministro degli
Esteri Grandi, il generale così riassume le sue «idee in fatto di
politica etiopica»: «Evitare con ogni mezzo in nostro potere che
l’opera di accentramento, svolta in Abissinia da Tafari, ed
evidentemente appoggiata dalla Francia, sia coronata da
successo. [...] È quindi a mio giudizio necessario di equilibrare la
nostra posizione, entrando in contatto con la parte opposta:
quella dei grandi feudatari. E di questi l’unico veramente
importante è ras Hailù [...]. Il Ministro Plenipotenziario
Guariglia conosce quali sono e di che genere i passi che si
dovrebbero fare verso ras Hailù, dei quali non è qui il caso di
scrivere». 96
De Bono non soltanto ha fatto suo il progetto eversivo di
Franchetti, ma, d’accordo con Mussolini, vuol bruciare i tempi e
incarica l’esploratore di metterlo subito in esecuzione, senza
avvertire di questa mossa il ministro ad Addis Abeba, Cora, né il
governatore dell’Eritrea, Zoli. Questo esempio di «diplomazia
parallela», a ancata alla diplomazia u ciale e sperimentata da
Mussolini in molte circostanze, 97 solleva in questa occasione
malumori e dissensi. Scrivendo a Guariglia, Corrado Zoli non
cela la sua profonda avversione per Franchetti e il suo
dilettantismo: «Mi è arrivato qui, tra capo e collo, Franchetti,
a ermandomi che egli è stato incaricato dal R. Governo (pare,
dai suoi discorsi un po’ confusi, come sempre, piuttosto dal
Ministero delle Colonie che da quello degli Esteri) di una
importantissima missione politica presso ras Hailù: si
tratterebbe di decidere il Ras a marciare su Gondar e sul
Beghemeder (badi che l’onesto Franchetti ignorava persino che
nel Beghemeder fosse ritornato il Ras ed è naturalmente caduto
dalle nuvole quando gliel’ho comunicato!) per riconquistare il
paese dei suoi avi e ribellarsi così apertamente al Negus; di
recare al ras Hailù cinquecentomila cartucce». 98
La risposta di Guariglia non si fa attendere e rivela che il
contrasto fra gli Esteri e le Colonie, a causa dei metodi spicci
dell’accoppiata Mussolini-De Bono, non è ancora del tutto
sanato. Scrive il direttore generale per l’Europa e il Levante:
«Concordo [...] pienamente su quanto Ella dice nei riguardi del
Ras Hailù e del Suo e nostro Richelieu: Franchetti. Ella riceverà
circa quest’ultimo istruzioni riservate dal Ministero delle
Colonie, ma non posso esimermi dall’informarla in via
altrettanto riservata e assolutamente personale che io sono stato
recisamente contrario a questa avventura. Del resto glielo potrà
dire lo stesso Gasparini al suo prossimo arrivo, poiché egli era
del mio stesso parere e ambedue avemmo un colloquio
abbastanza concitato col Franchetti per ridurlo alla ragione. Ma
invano, ché il Ministero delle Colonie già gli aveva dato appoggi
e promesse. Ugualmente invano ripetetti le mie opinioni al
ministro De Bono [...]. Declino quindi per conto mio ogni
responsabilità in questa faccenda». 99
La diplomazia di carriera che, accettando di servire il regime,
si è pure adattata a tessere trame in tutta Europa, nanziando e
armando i separatisti croati, i profughi macedoni, i transfughi
albanesi, i fascisti francesi, le austriache «Heimwehren», non
apprezza questo ennesimo piano di sovversione, non tanto
perché è immorale, ma perché è tecnicamente fragile, quasi
certamente destinato al fallimento e più adatto a ra orzare
Tafari che ad abbatterlo. Per di più la «carriera» non ignora che il
servizio di informazioni etiopico è molto più e ciente di quello
italiano e sa che il negus è già in allarme per la dissidenza di ras
Gugsa Oliè ed è convinto, come abbiamo già visto, che sia stato
istigato dal console italiano a Gondar, Alberto Pollera. «È
sorprendente osservare — scriverà Tafari a proposito di questo
episodio — come gli italiani, che costantemente accusano
l’Etiopia dinanzi alla Società delle Nazioni di essere un paese
senza unità, siano essi stessi impegnati in attività di
propaganda per dividere l’impero etiopico [...]. L’attività di
inganno e di propaganda, che essi realizzarono con la complicità
di ras Gugsa Oliè e ras Hailù, è nota in tutta l’Etiopia». 100
Nella primavera 1930, che vede la ne sul campo di battaglia
di ras Gugsa Oliè, la morte dell’imperatrice Zaoditù e l’ascesa al
trono imperiale di Tafari, l’operazione Franchetti non va
comunque in porto, soprattutto per l’e cienza dei servizi di
spionaggio etiopici che hanno loro agenti persino all’u cio cifra
del governo di Asmara. 101 Del fallimento ci informa il verbale
di una riunione interministeriale tenuta a palazzo Chigi. È lo
stesso De Bono che, laconicamente, ricorda «che noi
mandammo a ras Hailù mezzo milione di cartucce con quella
missione Franchetti che non poté giungere a destino». 102
L’imprevisto epilogo dello scontro fra Tafari e i grandi
feudatari dissidenti e la repentina ne di Zaoditù, che consente
al reggente di assumere tutti i poteri, se da un lato frenano
momentaneamente l’attività del ministero delle Colonie,
dall’altra sconcertano i responsabili degli Esteri, forse non
ancora del tutto persuasi dell’e cacia della nuova «politica
periferica» e, se non altro, li predispongono alla prudenza. «Le
direttive politiche da seguirsi in Etiopia rimangono le stesse —
scrive Grandi a De Bono —. Ma è evidente che, in seguito ai
recentissimi avvenimenti che hanno condotto alla
proclamazione del Negus Tafari ad Imperatore di Etiopia,
ra orzandone grandemente la personale situazione, la nostra
azione di cercare di attirare nella nostra orbita i capi abissini più
prossimi ai nostri con ni debba essere condotta con sempre
maggiore cautela e prudenza». 103
Di questo atteggiamento all’apparenza ancora incerto degli
Esteri, Cora sembra volersi valere, fra aprile e luglio, in un
disperato tentativo di salvare gli accordi del 1928. In un
lunghissimo rapporto a Grandi, nel quale sintetizza la cronaca
degli ultimi avvenimenti e rivela che Tafari, alla vigilia della
battaglia decisiva di Zebìt, chiese all’Italia, e non ottenne, alcuni
aeroplani da bombardamento, Cora insiste ancora una volta
sulla convenienza di appoggiare il riformismo di Tafari e,
ancora una volta, mette in guardia gli Esteri dall’incoraggiare la
politica della sovversione: «Occorre che su questi possibili
dissensi non contino troppo coloro che speculano facilmente
sulle lotte intestine fra i Capi etiopici, anticipando dalle guerre
civili lo sfacelo e lo smembramento di questo impero millenario.
Ciò sarebbe un errore gravissimo, mi sia concesso di ripeterlo
ancora una volta in questo rapporto che sarà, con ogni
probabilità, l’ultimo che scrivo dall’Etiopia». 104 Ma sono sforzi
vani. De Bono ha già chiesto e ottenuto la testa di Cora. 105
Fra i due ministeri si arriva infatti, fra il giugno 1930 e il
febbraio dell’anno successivo, a un compromesso. Le Colonie
rinunciano (almeno per il momento) a sostenere pericolose
avventure (leggi Franchetti), mentre gli Esteri, che hanno
buttato a mare Cora, decidono di «tenere aperte tutte le possibili
vie», compresa ovviamente quella della «politica periferica», ma
da esercitarsi, quest’ultima, con molta prudenza, così da «non
provocare in nessun caso complicazioni che possano dare
origine ad un processo in ammatorio di vasta portata». 106
Guariglia riesce a imporre il suo punto di vista e a persuadere il
riottoso De Bono che «occorre non pensare per il momento a
spingere la politica periferica verso irrealizzabili scopi, quali ad
esempio il voler suscitare e appoggiare un vero e proprio rivale
dell’attuale Imperatore, nella competizione per il trono etiopico.
[...] Il suo più forte rivale ras Hailù, mentre ci fa le più ampie
proteste di una esclusiva amicizia, tresca coi francesi e cogli
inglesi. Non bisogna dimenticare che Menelik fu in un certo
modo posto sul trono da noi e che con lui dovemmo fare la
guerra». Al posto di sostenere un solo rivale, Guariglia
suggerisce «piuttosto di creare una rete di intrighi e mantenere
rapporti politici con il maggior numero possibile di capi,
suscitandone e attizzandone le aspirazioni, riunendoli o
eccitando gli uni contro gli altri nell’intento di procurarci le
migliori posizioni in qualsiasi eventualità delle vicende
etiopiche». 107
Nei confronti di Hailè Selassiè si conviene invece di praticare,
in attesa di eventi più favorevoli, una politica di «normalità e di
buon vicinato», secondo la disposizione di Mussolini di
«mor nizzare» per ora la situazione in Etiopia. Ovviamente,
anche in queste condizioni, si dovrà esercitare ogni mezzo per
ritardare il consolidamento del potere centrale, contrastare
l’in uenza francese e tentare la creazione in Etiopia di nuove
attività e interessi italiani. A realizzare questa nuova, complessa
ed equivoca politica, che ricorda quella del «doppio accordo»
inaugurata nel 1892 da Giolitti, 108 viene inviato ad Addis
Abeba il marchese Gaetano Paternò, già ministro
plenipotenziario al Cairo ed esperto di questioni orientali,
mentre a reggere il governatorato ad Asmara va un
professionista coloniale, Riccardo Astuto. Per facilitare il
compito di cauta sovversione, assegnato à quest’ultimo, gli
Esteri stanziano mezzo milione di lire, raccomandando
soprattutto il ra orzamento dei consolati e delle agenzie
italiane di Gondar, Adua, Debrà Marcòs, Dessiè, da dove è più
agevole stabilire contatti con i capi etiopici e far sentire
l’in uenza italiana. 109
Nonostante il compromesso fra Esteri e Colonie e la
determinazione della «carriera» di far valere tutte le sue
prerogative, Raimondo Franchetti non viene estromesso dai
giochi, segno che gode ancora dell’appoggio di De Bono e
soprattutto della benevolenza di Mussolini. Nel febbraio 1931,
infatti, presenta ai ministeri competenti un progetto che è
di cilmente classi cabile e che pure incontra l’approvazione di
De Bono e di Guariglia. In breve, egli propone la costituzione di
un gruppo di giovani (possibilmente ex u ciali) da utilizzare in
Etiopia per «missioni speciali». Essi dovranno essere impiegati
«apparentemente per scopi scienti ci», ma «in realtà per
assolvere delicate missioni di indole politica» e dovranno essere
«pronti ad operare per uno scopo altamente patriottico ed a
sacri care, occorrendo, la propria persona». 110 Quattro mesi
dopo, forse per ispirazione dello stesso Mussolini e in ogni caso
con l’approvazione dell’ambiguo Guariglia, Franchetti pubblica
sul «Popolo d’Italia», serbando l’anonimo, due violentissimi
articoli contro la politica incerta e troppo cauta
dell’amministrazione coloniale e degli Esteri, 111 sollevando ad
Addis Abeba l’indignazione del ministro Paternò, al quale
sembra sfuggire del tutto il motivo della manovra anche se già
ne prevede gli e etti. In un rapporto del 20 luglio, egli condanna
severamente «i due articoli la cui ripercussione qui ad altro non
servirà se non a ridestare sospetti contro cui ho speso e spendo
non poca fatica». 112
L’imbarazzo e il risentimento di Paternò non soltanto sono
comprensibili, ma rivelano la fragilità del compromesso fra
Esteri e Colonie e quanto sia di cile portare avanti la «doppia
azione politica» patrocinata da Grandi e Guariglia, e come essa
non abbia dato sinora alcun risultato apprezzabile. In un anno
di lavoro Paternò non è riuscito a vincere l’ostilità e la di denza
di Hailè Selassiè, anzi, a sentire Astuto, «la nostra situazione in
Etiopia è grave, anzi è giunta o sta per giungere ad una vera e
propria “impasse” dal punto di vista della politica estera». 113
Ma il peggioramento dei rapporti italo-etiopici non è avvenuto,
come sostiene Astuto, perché l’Italia ha commesso l’errore di
stipulare il trattato di amicizia con l’Etiopia, ma perché ha fatto
di tutto per non onorarlo, perché è stata l’unica potenza, alla
Conferenza delle armi di Parigi, a opporsi alla vendita di aerei da
caccia all’Etiopia e perché, in ne, ri utando un prestito di 20
milioni ad Hailè Selassiè, ha o erto la prova che non intende
a atto ra orzare il potere centrale. 114
Se Paternò non è in grado di realizzare ad Addis Abeba le
direttive di Grandi, anche per la carenza di mezzi che gli
impedisce di prendere qualsiasi iniziativa, per lo stesso motivo
si trova in di coltà Astuto ad attuare la politica periferica. «Le
parole non hanno mai partorito i fatti — scrive il 18 febbraio
1931 a De Bono —. Non basta dire di fare, occorre fare,
possibilmente senza dire. E per fare occorrono i mezzi». 115 I
progetti non mancano per cercare di agganciare i più in uenti
capi etiopici. Gasparini, ad esempio, che ha potuto incontrarli
ad Addis Abeba in occasione dell’incoronazione di Hailè
Selassiè, ha discusso con ras Cassa la possibilità di costruire la
strada Setit-Gondar; con ras Hailù il prolungamento della stessa
no a Debrà Marcòs; con il degiac Destà Damtèu la sua
partecipazione alla società italo-etiopica per la gestione del
tronco Assab-Dessiè; con ras Sejum e ras Gugsa Araia, «che
vanno a gara nell’accentuare le loro simpatie verso l’Italia,
dell’intensi cazione dei tra ci con la colonia Eritrea». 116 Ma
ognuno di questi progetti costa decine di milioni e meraviglia
che Gasparini, il quale sa che la grande depressione mondiale si
è estesa anche all’Italia e conosce l’in essibilità del ragioniere
generale dello Stato, De Bellis, faccia promesse che non potrà
mai mantenere.
Non soltanto non ci sono soldi per la politica periferica, ma
non ce ne sono neppure per tenere in vita le vecchie colonie. In
un documento inviato a Mussolini l’11 giugno 1931, dal titolo
Vita o morte della Colonia Eritrea, De Bono fa osservare con
accenti drammatici che per la mancanza di denaro sono stati
interrotti i lavori della ferrovia Massaua-Tessenei, l’unico
strumento che ancora possa salvare la colonia dalla bancarotta.
«I governi precedenti hanno messo assieme 310 km. di strada
ferrata, con la quale non si è riusciti a congiungere il porto di
Massaua col con ne etiopico. Ma ahimè: ben poco si è fatto anche
in regime fascista e, sotto un certo aspetto, si è fatto anche peggio.
[...] Era da sperare che, essendo la via dell’Eritrea la più breve per
giungere al mare tanto dal Sudan come dall’Interland etiopico
settentrionale, si sarebbe a poco a poco riusciti ad attirare il
tra co dalla nostra parte e a dare vitalità al porto di Massaua.
Ma i fondi vennero sul più bello a mancare, i lavori furono
sospesi e il poco di buono che era stato fatto cadde in rovina.
Non mando a V. E. le fotogra e che testi cano il tanto lavoro e i
tanti denari sciupati: fanno piangere il cuore». Concludendo la
sua lettera, De Bono avverte Mussolini che gli studi iniziati dagli
americani per lo sfruttamento del lago Tana sono entrati nella
fase conclusiva e che l’ing. Roberts della White Engineering
Corporation avrebbe preso in considerazione l’ipotesi di
utilizzare la via di Massaua, come la più breve ed economica. Ma
per nire la ferrovia occorrono 60 milioni. «E occorre averli
subito, la cosa è urgentissima. O prendere o lasciare. Gli
americani, se devono dare la preferenza alla nostra via, vogliono
avere la prova che si fa, si fa bene e si fa in fretta». 117 A questo
concitato appello Mussolini non risponde. E quando De Bono si
reca a palazzo Venezia per strappargli una risposta, questa è
laconica come una sentenza: «Non ci sono quattrini». 118
Per la mancanza di idee, di coerenza, di denaro, la politica
italiana nel Corno d’Africa entra così nel suo periodo più oscuro.
«Non essendosi raggiunto fra i ministeri romani alcuna
concordanza di vedute sugli intenti da perseguire — scrive
George W. Baer — non si adottò nei rapporti con l’Etiopia alcuna
politica coerente. Il ministro delle Colonie De Bono non riuscì a
ottenere che il Duce approvasse un qualsiasi programma di
sviluppo; di fronte all’indi erenza di Mussolini, il suo dicastero
trascurò i possedimenti dell’Africa Orientale». 119 Ma il termine
indi erenza è improprio. Mussolini non si disinteressa a atto
dell’Africa. Non si dimentichi che soltanto di lì a un anno, nel
novembre 1932, metterà in moto il meccanismo della
preparazione della guerra contro l’Etiopia. Ciò che sembra
distrarlo dall’Abissinia, nel 1931, è soltanto la grave crisi
economica. Ed è logico che, fra la ferrovia Massaua-Tessenei e
l’intero sistema creditizio italiano, decida di salvare
quest’ultimo.
1. Per gli intrighi di Francia, Inghilterra e Italia contro l’Etiopia si veda Giovanni
Buccianti, L’egemonia sull’Etiopia (1918-23), Giu rè, Milano 1977.

2. Giacomo Agnesa era stato direttore generale degli A ari Politici del ministero delle
Colonie; Gaspare Colosimo ministro delle Colonie dal 1916 al 1919.

3. E. Di Nolfo, op. cit., p. 106.

4. B. Mussolini, Opera Omnia, cit., vol. XXI, p. 363.

5. R. Guariglia, op. cit., p. 43.

6. Analogo tentativo era stato già fatto nel 1919.

7. Il testo delle note si trova in Il con itto italo-etiopico. Documenti, I, cit., pp. 90-3 e in
A. Gingold Duprey, De l’invasion à la libération de l’Ethiopie, Paul Dupont, Paris
1955, pp. 444-50. Un sunto e cace dell’accordo viene fatto da Mussolini nel
telegramma che invia il 21 dicembre a Colli di Felizzano (DDI, IV, doc. 208).

8. DDI, IV, doc. 211. Tel. del 27 dicembre 1925.

9. Ivi, doc. 207. Tel. del 21 dicembre 1925.

10. Ivi, doc. 257. Telespr. del 25 febbraio 1926.

11. Ivi, doc. 267. Tel. del 9 marzo 1926.

12. Il testo di questa lettera è reperibile in Il con itto italo-etiopico, I, cit., p. 95, e in
AHS, op. cit., pp. 134-5. In questa ultima redazione, tuttavia, non compare
l’espressione «intenzione di fare pressioni», ma la frase: «The fact [...] raises some
disquieting thoughts in Us».

13. Il testo integrale in AHS, op. cit., pp. 135-7; e in Gingold Duprey, op. cit., pp. 454-5.

14. Il testo in AHS, op. cit., pp. 142-3; e in Gingold Duprey, op. cit., pp. 459-60.

15. DDI, IV, doc. 317.

16. Ivi, doc. 328.

17. Ivi, doc. 350. Tel. del 27 giugno 1926.

18. Ivi, doc. 354.


19. Ivi, doc. 406. Tel. del 2 settembre 1926. Il duca degli Abruzzi avrebbe dovuto
recarsi ad Addis Abeba per ricambiare la visita in Italia di Tafari del 1924.

20. A un dato momento si pro lò infatti il pericolo che, sotto la pressione dell’Italia,
ras Tafari nisse per cedere all’Inghilterra. Ma svaniti i timori di un’aggressione, il
reggente si guardò bene dal cedere alle richieste inglesi sul lago Tana e fece entrare
nel gioco, con la J. E. White Engineering Corporation, anche gli Stati Uniti. Si veda
Italo Neri, La questione del Nilo, Ed. Italiane, Roma 1939, pp. 163-91.

21. Dal Tigrè e dalle altre regioni di con ne provenivano, come si è già detto, i nove
decimi degli ascari.

22. Cora a Mussolini, 17 febbraio 1928. Cit. in G. Vedovato, op. cit., p. 48.

23. Ivi, p. 49.

24. Per le precedenti attività di Garasellasie si veda A. Del Boca, Gli italiani in Africa
Orientale, vol. I, cit., pp. 762-3. Privato nel 1925 del comando che aveva nel Tigrè,
perché sospetto di essere troppo amico dell’Italia, aveva in seguito ottenuto il
perdono del governo centrale. Arrestato nell’estate 1927, durante una battuta di
arresto impressa da Tafari al negoziato con l’Italia, aveva in seguito ottenuto un
modesto comando nell’Etiopia meridionale. Morì il 16 ottobre 1930 presso
Ancòber. Secondo fonti italiane fu avvelenato.

25. DDI, V, doc. 13. Appunto del 12 febbraio 1927.

26. G. Carocci, op. cit., p. 232.

27. DDI, V, doc. 156.

28. Ivi, doc. 161. Tel. del 25 aprile 1927.

29. Riuscì a comporre, con piena soddisfazione di Roma, un incidente di con ne


accaduto a Biara. Poté inoltre impadronirsi, con la complicità di Tafari, del
fuoruscito somalo Erzi Bogor. E ottenere in ne che il direttore della «Berhanena
Selam», il fuoruscito eritreo Gabrè Christos Teclehaimanot, fosse destituito nel giro
di 48 ore per aver pubblicato un articolo che conteneva minacce di morte per
Mussolini.
30. G. Po, L. Ferrando, op. cit., p. 882.

31. R. Guariglia, op. cit., p. 55.

32. Scrive R. Martinelli di Cora (op. cit., pp. 470-1): «Giuliano Cora va spessissimo al
Ghebi, e non tutte le volte solo per compiervi doveri inerenti al proprio u cio.
Spesso ci va perché il Re ha “qualcosa da chiedergli”. Questo “qualche cosa” è quasi
sempre un’informazione o un commento delucidativo su un avvenimento della
politica mondiale».

33. G. Cora, Attualità del trattato italo-etiopico del 1928, in Atti del terzo convegno di
studi africani, Firenze 1948, p. 17.

34. R. Guariglia, op. cit., p. 58.

35. DDI, V, doc. 442.

36. Ivi, doc. 663. Mussolini a Cora, 9 dicembre 1927.

37. Tel. del 17 febbraio 1928, cit. in G. Vedovato, op. cit., p. 49.

38. DDI, V, doc. 641. Cora a Mussolini, 2 dicembre 1927.

39. Ivi, VI, doc. 3. Tel. del 4 gennaio 1928.

40. La fornitura, come risulta anche da fonti etiopiche (si veda Gianfranco Bianchi,
Rivelazioni sul con itto italo-etiopico, CEIS, Milano 1967, pp. 217-21), comprendeva
4 mila fucili Männlicher, mille moschetti dello stesso tipo, 24 mitragliatrici Colt, 50
rivoltelle Beretta, 3 milioni di cartucce. Fu fatta in due tempi: nel marzo 1929 e nel
corso del 1930. L’importo del primo stock fu saldato subito con un assegno di lire
557.305; la seconda fornitura, per un importo di lire 1.348.743, fu pagata solo
parzialmente. Il ministro Vinci, in una lettera del 9 febbraio 1934, ricordava al
ministro degli Esteri etiopico che il suo governo restava «tuttora debitore per la
somma di lire 843.102».

41. DDI, VI, doc. 165. Cora a Mussolini, 18 marzo 1928.

42. Ivi, doc. 186. Mussolini a Cora, 26 marzo 1928.

43. G. Carocci, op. cit., pp. 236-7.

44. R. Guariglia, op. cit., p. 56.


45. DDI, VI, doc. 207. Cora a Mussolini, 30 marzo 1928.

46. Rapporto del 18 aprile 1928 di Cora a Mussolini, in G. Vedovato, op. cit., p. 64.

47. Ivi, pp. 64-5.

48. DDI, VI, doc. 404.

49. Ivi, doc. 498. Cora a Mussolini, 20 luglio 1928.

50. Cit. in G. Vedovato, op. cit., p. 106, in nota.

51. Ivi, p. 99.

52. DDI, VI, doc. 511.

53. Ivi, doc. 498.

54. I testi in G. Vedovato, op. cit., pp. 102-5.

55. Tel. del 2 agosto 1928 in G. Vedovato, op. cit., p. 106.

56. In «L’Oltremare», settembre 1928.

57. Successivamente il capitale venne portato a 1 milione di lire e la ragione sociale


modi cata in «S.A. Patto Italo-Etiopico» (SAPIE). Più tardi, ancora, il capitale fu
portato a 4 milioni (12 aprile 1934). Nel 1935 il capitale azionario gurava diviso
fra questi uomini o enti: Jacopo Gasparini (di fatto la sua quota era di proprietà
dello Stato), Fiat, principe Ginori Conti, barone Franchetti, Marescalchi, eredi Tito
Vacchelli, Alberto Prasso, S.A. Costruzione Esercizio Ferrovie (notizie contenute in
un promemoria per Thaon di Revel, ATdR, 24/36).

58. DDI, VII, doc. 32. Mussolini a Federzoni.

59. Ivi, doc. 375. Guariglia a Cora, 19 aprile 1929. Ivi, doc. 382. Grandi a Cora, 23
aprile 1929. La missione era capeggiata dal balambaras Beienè Merscià, e
comprendeva, oltre a La Rivière, due ingegneri russi dell’U cio tecnico di Addis
Abeba, Théodore Chimansky e Nicolas Voronovsky.

60. AHS, op. cit., p. 150. La delegazione italiana comprendeva otto persone: gli
ingegneri Carlo Tonetti e Francesco Azzaroni, l’architetto Ernesto Gallo, il
topografo Fortunato Paglia, il geometra Guido Paternoster, il maggiore medico
Ritucci, il radiotelegra sta Badolato, il funzionario coloniale Tasser.

61. C. Zoli, Etiopia d’oggi, cit., pp. 127-8.

62. DDI, VII, doc. 184.

63. ASMAE, Somalia, b. 4, f. 1. Il rapporto è datato: Roma, 27 aprile 1935. Ed è il sunto


di un più lungo documento inviato anni prima alle Colonie.

64. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 277-96.

65. Su questo viaggio, Di San Marzano ha riferito in Dal Giuba al Margherita, cit.

66. Sconsigliato da Guariglia, il viaggio ottenne l’approvazione di De Bono (in ASMAE,


Etiopia, b. 2, f. 3, pos. 1).

67. DDI, VII, doc. 342, allegato 1.

68. George W. Baer, La guerra italo-etiopica e la crisi dell’equilibrio europeo, Laterza,


Bari 1970, p. 60.

69. DDI, VII, doc. 342, alleg. 2.

70. Ivi, doc. 402. Cora a Mussolini, 2 maggio 1929.

71. Ivi, VIII, doc. 149. Tel. dell’11 novembre 1929.

72. Ivi, VII, doc. 517.

73. Il torinese Barlassina fu designato prefetto apostolico del Ca a nel 1913, ma,
osteggiato dalle autorità etiopiche, soltanto alla ne del 1916 poteva raggiungere
Addis Abeba, camu ato da mercante. In queste vesti e tollerato da Tafari, poteva
l’anno successivo avviare una piccola attività commerciale. Di questo periodo di
semiclandestinità, Barlassina ha scritto: «Per ben navigare in mezzo agli scogli
senza numero che incontravo, bisognava che di dassi di tutti, ascoltassi senza
parlare, guardassi senza farmi accorgere, agissi senza lasciarmi vedere e
camminassi senza preoccuparmi degli apprezzamenti umani. Bisognava
soprattutto essere più serpente che colomba». Nel 1920 ottenne in ne di poter
agire come religioso e contemporaneamente di poter sfruttare le foreste di Sahyo e
An lla nell’Uollega, una concessione di ben 70 chilometri per 20. Nei dodici anni
successivi, essendo entrato nelle grazie di Tafari, poteva aprire missioni nel Ca a,
scuole e un ospedale ad Addis Abeba. Incontrava però l’ostilità del vescovo cattolico
di Harar, Jarosseau, il quale lo accusava davanti alla Propaganda Fide di privilegiare
le attività industriali a detrimento del lavoro di evangelizzazione. Sull’attività di
Barlassina in Etiopia si veda l’Archivio generale delle Missioni della Consolata.
Torino-Ca a (d’ora innanzi: AMC). Si veda inoltre La carovana di Blass già citata, di
Edoardo Borra.

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74. ASMAE, Etiopia, b. 6, f. 1, pos. 1.

75. Cit. in particolare le pp. 149-207.

76. Sui rapporti fra missione e legazione italiana è illuminante la lettera che padre
Luigi Olivero invia il 17 maggio 1929 al Superiore Generale a Torino. Dopo essersi
lagnato che degiac Destà Damtèu ha tentato di chiudere le stazioni di Anderaccia e
Cianna (per le quali i missionari non avevano il permesso) e che anche ras Tafari
sembra fare il doppio gioco, Olivero sottolinea che «il ministro Cora, dell’antico
stampo liberalmassonico ed erede della politica del conte Colli, cioè di non urtare il
governo abissino ed evitare questioni, non si è mostrato all’altezza dell’Italia d’oggi.
[...] Bisogna che il Ministro spinga no a farci riconoscere come ente morale. Si
avrebbe bisogno che venisse un altro dell’era nuova, un po’ intraprendente, come si
aspettava già l’anno scorso. Certo per molti motivi c’è molta freddezza fra noi e la
legazione» (AMC, 1929).

77. Di questa collaborazione fa fede uno dei primi dispacci inviati da Paternò a
Grandi. In data 21 novembre 1930 scrive, infatti, a proposito dell’incremento che
egli vuol dare alla penetrazione economica in Etiopia: «Ho già preso accordi di
massima con il R. Console in Harar e con i Padri Missionari della S.S. Consolata per
fare delle loro rispettive sedi, e con il loro concorso, altrettanti centri di attiva
irradiazione nelle zone sud-orientali dell’Abissinia» (in DDI, IX, doc. 392, alleg. 1).

78. ASMAE, Etiopia, b. 6, f. 1, pos. 1. Lettera da Stoccolma del 25 novembre 1932.

79. Sull’episodio: DDI, IX, doc. 392, alleg. 1; e E. Borra, op. cit., pp. 157-60.
Precedentemente, Barlassina aveva accettato di aprire degli ambulatori nel
Goggiam e si era già accordato con ras Hailù (DDI, X, doc. 449, del 1° settembre
1931. Paternò a Grandi).

80. Per i suoi servigi allo Stato italiano, Barlassina otteneva nel 1932 la commenda
dell’ordine dei S.S. Maurizio e Lazzaro. Nel dare il suo assenso, Guariglia così la
motivava: «Per molteplici e specialissime benemerenze» (in ASMAE, Etiopia, b. 12,
f. 4, pos. 58, in data 13 gennaio 1932; anche in AMC, 1932). Nel novembre 1933 De
Bono comunicava a Barlassina di avergli fatto ottenere dalle Colonie un «sussidio
speciale di lire quattromila» per «le missioni di cui ella è a capo, nell’Etiopia
Meridionale e Occidentale, e che hanno svolto un’attività veramente encomiabile
nel campo dell’insegnamento dell’Italiano, in quello dell’assistenza sanitaria e in
quello interessantissimo dell’istruzione tecnica degli operai indigeni a mezzo di
piccole aziende specializzate» (AMC, 1933). Una di queste aziende, a Magi, si
chiamava, per espresso desiderio di Barlassina, «Villaggio della libertà Benito
Mussolini» (AMC e dr. Abdul-Halim Elias Nosseir, Les richesses de l’Ethiopie, Berger-
Levrault, Nancy 1928, p. 12). Oltre a Barlassina, inviava regolarmente rapporti agli
Esteri il dott. Edoardo Borra, venuto in Etiopia nel 1927 per conto dell’«Italica
Gens» e che avrebbe svolto, alla vigilia del con itto, trattative segrete con il negus
attraverso il suo segretario, il cattolico Taddese Mesciascià (ASMAE, Etiopia, b. 9, f.
4). Cenni sull’attività della Consolata in Etiopia in G. Civinini, op. cit., pp. 153-65; M.
Grühl, op. cit., pp. 197-9; G. Ciravegna, op. cit.; H. Celarié, op. cit., pp. 55-6.
Interessanti le Memorie, inedite e presso l’autore, di padre Mario Borello, che ha
speso gran parte della sua vita nel Ca a.

81. G. Ciravegna, op. cit., p. 228. A Magálo operava il capitano medico Giovanni Fuccio,
che aveva l’incarico di tenere i contatti con i Galla Arsi (ASMAI, AOI, pos. 181/17, f.
81).

82. ASMAE, Etiopia, b. 4, f. 3, pos. 1. Fu dichiarato persona non grata dal governo di
Asmara nel marzo 1932.

83. Luigi Villari, Storia diplomatica del con itto italo-etiopico, Zanichelli, Bologna
1943, pp. 40-1.
84. Grazie al cospicuo patrimonio di famiglia, Franchetti aveva potuto sin dalla prima
giovinezza (era nato a Venezia nel 1889) viaggiare in tutti i continenti, spinto
dall’amore per l’avventura e dalla grande passione per la caccia. Era stato in
Malesia, Indocina, Annam. Aveva visitato la Tripolitania e le regioni meno note del
Bahr el Ghazal. Dopo il primo con itto mondiale (che aveva fatto da caporale,
poiché non possedeva alcun titolo di studio) era tornato in Africa, viaggiando nel
Kenya, nell’Uganda, nell’Etiopia meridionale, in Somalia. «Fu in questo tempo che
Franchetti, pensoso dei destini coloniali d’Italia — scrive un suo agiografo —,
cominciò a concepire e a maturare un ardito progetto: la necessità di una parte del
territorio etiopico per congiungere la Somalia con l’Eritrea e dare alle nostre due
colonie forza, vita, civiltà. [...] Questa idea divenne il chiodo risso del solitario
esploratore» (Olinto Laguzzi, Pionieri dell’Impero fascista: Raimondo Franchetti «il
Lawrence italiano», Tip. Artigianelli, Lavagna 1938, p. 132). Cominciò infatti a
tempestare i ministeri delle Colonie e degli Esteri di promemoria, relazioni,
suggerimenti. Fra l’altro sconsigliò l’annessione dell’Oltre Giuba poiché, disse, con
le sue acacie spinose avrebbe potuto fornire soltanto stuzzicadenti.

85. TaA di Alessandro Lessona, rilasciata a Firenze il 24 aprile 1977.

86. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 385-8 e 454-80.

87. Raimondo Franchetti, Nella Dancalia etiopica, Mondadori, Milano 1930, p. 34. Alle
ricerche era interessata la Montecatini.

88. DDI, VI, doc. 510. Cora a Mussolini, 24 luglio 1928.

89. Cit. in O. Laguzzi, op. cit., pp. 124-5. Nato nel 1875, glio naturale del negus Tecla
Haimanot, ras Hailù era negli anni Venti forse l’uomo più ricco dell’Etiopia.
Governatore dal 1908, per diritto ereditario, delle regioni più fertili dell’impero,
aveva organizzato un esercito personale forte di 90-100 mila fucili. Ad Addis Abeba
era proprietario di alberghi, cinematogra , night-club. Sul personaggio si vedano:
Martino Mario Moreno, Biogra e etiopiche 1933, in ASMAE, Etiopia, Fondo Guerra,
b. 5, f. 2, pos. 1; Anthony Mockler, Il mito dell’impero, Rizzoli, Milano 1977, pp. 39-
40; A. Frangipani, op. cit., pp. 215-22; C. Zoli, Etiopia d’oggi, cit., pp. 213-27; J.
D’Esme, op. cit., pp. 261-81. Quest’ultimo autore così lo descrive: «È alto, robusto,
largo di spalle e di collo. Una faccia energica illuminata da occhi scuri e vivaci,
labbra spesse sormontate da corti ba , un mento volitivo e rude incorniciato da
una sottile barba nera, un naso stretto leggermente ricurvo, una fronte alta e larga,
tutto questo gli donava una bella testa intelligente ed espressiva».

90. Delle ricchezze del Goggiam, come si ricorderà, aveva già parlato nei suoi rapporti
Augusto Salimbeni e, più tardi, Giuseppe Ostini in un rapporto del 30 ottobre 1908
citato da Ra aele Di Lauro in Le terre del lago Tsana, Società italiana arti gra che,
Roma 1936, pp. 29-62. Secondo Di Lauro, le terre dell’Amhara settentrionale
potevano ospitare due milioni di italiani (in Tre anni a Gondar, cit., p. 23).

91. Gli italiani che facevano parte della spedizione erano, oltre al Franchetti: il
funzionario delle Colonie Alberto Pollera; il capitano Piero Veratti, geodeta
topografo dell’Istituto geogra co militare; l’ing. Silvio Gilardi della Montecatini;
l’ingegnere minerario Candido Maglione; il dott. Amedeo Moscatelli, primario
dell’ospedale di Treviso; il conte Riccardo Rocca; l’operatore dell’Istituto Luce Mario
Craveri; Erminio De Filippi, capo della carovana; Ettore Nannoni, operaio
specializzato della Montecatini.

92. R. Franchetti, op. cit., p. 155.

93. Ivi, pp. 373-4.

94. Ivi, pp. 382-3.

95. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 156-61.

96. DDI, VIII, doc. 310. Lettera del 16 gennaio 1930.

97. R. De Felice, op. cit., p. 346.

98. DDI, VIII, doc. 386, in nota. Lettera del 9 febbraio 1930.

99. Ivi. Lettera del 24 febbraio 1930.

100. AHS, op. cit., pp. 156-7.

101. Questo fatto sarà denunciato da Guariglia in una riunione a palazzo Chigi del 27
giugno 1930 (DDI, IX, doc. 117): «Si permette di richiamare l’attenzione sulle voci
di “fughe” che esisterebbero nei servizi di cifra e corrispondenza del Governo
dell’Asmara, dove vi sono troppi impiegati indigeni che sbrigherebbero anche le
questioni riservatissime. Gli inconvenienti sono stati segnalati in occasione
dell’ultima spedizione Franchetti».

102. DDI, X, doc. 78, in nota. La riunione si tenne il 17 gennaio 1931.

103. DDI, IX, doc. 2. Lettera del 18 aprile 1930. Il 4 giugno Grandi invitava De Bono a
una prudenza ancora maggiore «per non incorrere nel pericolo di alienarci
inutilmente e totalmente l’animo dell’Imperatore» (DDI, IX, doc. 80).

104. Ivi, doc. 14. Rapporto del 30 aprile 1930.

105. Grandi aveva deciso di sostituire Cora con Paternò già nel marzo 1930 (ivi, doc.
117, in nota).

106. Ibid. Dal verbale della seduta interministeriale del 27 giugno 1930.

107. Ivi, X, doc. 78, in nota. Dal verbale della seduta del 17 gennaio 1931.

108. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 480-3.

109. DDI, X, doc. 172. Tel. del 27 marzo 1931. La cifra di mezzo milione (106 milioni
del 1976, secondo il ricalcolo ISTAT) era molto modesta per l’azione che si
richiedeva ad Astuto e che comportava non soltanto aiuti, doni, prestiti ai capi
etiopici, ma anche il ra orzamento della presenza italiana, ossia nuove infermerie,
nuove scuole, nuove iniziative.

110. ASMAE, Etiopia, b. 5, f. 10, pos. 84.

111. Ibid. Gli articoli apparvero il 6 e 9 giugno 1931. In un appunto per Grandi,
Guariglia gli comunicava il consenso dato alla pubblicazione nonostante «la ben
nota intemperanza di carattere del barone».

112. DDI, X, doc. 408, in nota.

113. Ivi, doc. 56, in nota. Astuto a De Bono.

114. La storia di questo prestito è piuttosto oscura. Secondo Hailè Selassiè, Cora
l’avrebbe promesso all’imperatore all’atto di congedarsi. Gli Esteri, in e etti,
cercarono di reperire la somma sul mercato nanziario italiano, ma tanto la
Montecatini che il Banco di Roma e la Banca Commerciale, che erano stati
interessati al prestito etiopico, declinarono l’invito. Non potendo, o non volendo, lo
Stato italiano concederlo direttamente, palazzo Chigi consigliò Paternò di superare
l’ostacolo suggerendo al negus di cercare un prestito di carattere internazionale
tramite la SDN.

115. DDI, X, doc. 56, in nota.

116. Ivi, IX, doc. 446. Lettera di Gasparini a Guariglia, 17 novembre 1930.

117. Ivi, X, doc. 329.

118. Ivi, doc. 349.

119. G. W. Baer, op. cit., p. 20. Si aggiunga inoltre che tanto Paternò che Astuto
consideravano la politica periferica di più di cile applicazione dopo l’ascesa al
trono di Tafari. E Paternò si chiedeva se non fosse tra le popolazioni, anziché fra i
capi, che ora andava preparata la sovversione (DDI, X, doc. 408. Paternò a Grandi,
16 giugno 1931).
VI
Trionfa la politica della sovversione

Il re in Eritrea.
Gli anni che vanno dal 1928 al 1932, e che vedono al palazzo
governatoriale di Asmara prima Zoli e poi Astuto, sono fra i più
infausti per l’Eritrea. Non soltanto perché la depressione
mondiale ha reso guardingo Mussolini ed estremamente avaro il
ministro delle Finanze Mosconi, ma perché per cinque anni di
seguito le cavallette invadono la colonia e causano «la quasi
completa distruzione delle coltivazioni». 1 De Bono, che visita
l’Eritrea all’inizio del 1932, ne traccia, in un rapporto
«riservato» a Mussolini, un quadro piuttosto desolante, dal
quale emerge che la disastrosa situazione della colonia è sì
imputabile al suo esiguo bilancio e alle calamità naturali, ma
anche all’incuria dei suoi governanti, a cominciare da Corrado
Zoli. «Io non so proprio quale concetto avesse S. E. Zoli dei doveri
di un Governatore verso la Colonia datagli in governo — scrive il
generale —. Intelligente, lavoratore, colto anche; ma delle
colonie aveva solo la visuale di carattere strettamente politico e
persino, più che politico, militare. Una matta voglia di fare il
generale aveva S. E. Zoli, perché a molti sembra questo il
mestiere più facile che ci sia». 2 E gli addebita, fra le altre cose,
di aver lasciato andare in rovina le opere del comprensorio di
Tessenei e di aver trascurato «delittuosamente» la
manutenzione della ferrovia Massaua-Biscia.
Ma ciò che colpisce di più, sfavorevolmente, il quadrumviro è
l’insuccesso dei concessionari, «la maggior parte dei quali si è
fatta delle illusioni all’inizio, ha fatto male i suoi conti e si è
riempita di debiti che non sa come pagare». 3 Colpa delle
cavallette, della mancanza di credito fondiario, della «legge sui
contributi» che favorisce soltanto la Libia. «Dico le cose come
sono. Fino a tre anni fa — commenta De Bono — essi non
avevano ricevuto il minimo aiuto governativo. Solo coi 15
milioni assegnati al bilancio delle Colonie ho potuto dare
qualche soccorso». 4
La sola nota positiva del rapporto riguarda l’oro. «In Eritrea ce
n’è positivamente», annuncia il generale, e soggiunge: «Il ten.
colonnello Menotti Garibaldi sta inventando una macchina per
la più pronta e pura estrazione del metallo. Speriamo!». 5 In
realtà, la corsa all’oro comincia in Eritrea nel 1931 e non è
stimolata, come altrove, da importanti ritrovamenti, ma dalla
crisi economica, che colpisce ogni categoria e crea un
insostenibile numero di disoccupati. «Allora qualcuno si ricordò
— narra Giannino Marescalchi, che assiste all’inizio del gold rush
— che l’Eritrea aveva terre aurifere; che nel passato vari
tentativi erano stati fatti con un discreto risultato; che l’ultima
miniera, quella di Medrizien, era stata chiusa nel 1922». 6
Alcune centinaia di disperati, già in attesa di rimpatrio, giocano
così l’ultima carta e si riversano nelle «zone della speranza»:
Medrizien, Sciumagallè, Adi Nefas, Toràt, Seroà, Doborò. Ma
sono inesperti, senza mezzi, e presto il loro numero si
assottiglia. Restano a picconare i migliori e i più fortunati. 7 Ma
tutti insieme, nel 1931, non riescono a estrarre che due chili
d’oro. La produzione salirà poi nel 1934 a 25 chili al mese e nel
1938 a 60, ma non sarà mai, per il basso rendimento del quarzo
eritreo, molto remunerativa e non cambierà certo il destino
della colonia.
L’industria più sicura e redditizia resta ancora, come per il
passato, l’amministrazione coloniale. Gran parte dei 4.600
italiani d’Eritrea vive infatti sul bilancio della colonia, che è di
20 milioni. Gli stipendi sono irrisori, avverte il funzionario
coloniale Alberto Denti di Pirajno, ma precisa anche che «un
capretto, se si dava la pelle della bestia al pastore, costava una
lira». 8 Ciò consente di vivere un’esistenza modesta, ma quieta,
in cittadine come Asmara, Massaua, Cheren, Agordat, che
sempre di più assomigliano a cittadine italiane, ma con il
vantaggio di non essere stravolte dalle chiassose manifestazioni
del regime. «Gli italiani — ricorda ancora Denti di Pirajno — si
contentavano di sbarcare il lunario nella maniera meno
sgradevole, lavorando, andando a caccia e facendo all’amore».
Una volta alla settimana, «al circolo di Asmara u ciali e
borghesi ballavano tutti insieme la quadriglia che un archivista
da trent’anni in Eritrea dirigeva in un gergo franco-
beneventano che solo gli iniziati potevano comprendere». Alle
italiane che vivono in colonia è poi riservato un trattamento
addirittura impensabile in patria, non soltanto perché sono
poche, ma perché nel microcosmo eritreo subiscono un curioso
processo di sublimazione: «Passato il Canale di Suez quella che
per gli amici di casa era sempre stata la “sciura” Rosetta, la
“sora” Rosa o “‘gna’ Rusidda” si sentiva chiamare donna Rosa;
all’altezza di Assab, per il commissario di bordo che leggeva
D’Annunzio, era donna Rosanna, e quando sbarcava a
Mogadiscio aveva molte probabilità di diventare contessa». 9
In questa «particolare atmosfera casalinga e ordinata», come
la de nisce un altro funzionario coloniale, Luigi Pignatelli, 10
l’incontro fra i vecchi coloniali (spesso incolti, non esenti da
manìe, tutti classi cati come «insabbiati», ma forniti di una
vastissima esperienza) e i nuovi funzionari (cresciuti nelle
scuole del fascismo, imbottiti di dottrina e con ideali imperiali)
non crea, dopo tutto, gravi attriti. «I giovani funzionari — rileva
Denti di Pirajno — restavano perplessi e smettevano di fare
dell’ironia quando vedevano che ancora il piano regolatore di
Cheren doveva per forza seguire le linee tracciate trent’anni
prima dal colonnello Fioccardi, quando ascoltavano il
colonnello Talamonti parlare delle genti dell’altopiano, quando
si accorgevano che se volevano capire qualcosa delle popolazioni
Baria e Cunama dovevano ricorrere al volume di Alberto Pollera,
nel quale nessuno in vent’anni aveva potuto aggiungere una
riga o modi care un giudizio». 11
Se abbondano le testimonianze, nostalgiche o ironiche,
retoriche o impietose, sulla vita degli italiani in Eritrea all’inizio
degli anni Trenta, mancano invece del tutto ragguagli
sull’esistenza degli indigeni. Se sappiamo tutto, infatti, grazie ai
diligenti studi del Pollera e del Conti Rossini, 12
sull’organizzazione sociale delle popolazioni indigene, sul loro
passato, sui loro costumi, lingue, religioni, superstizioni e dati
antropometrici, nulla sappiamo invece di ciò che pensano i
sudditi eritrei dei loro padroni, della loro vita intima, delle loro
esigenze e delle loro rinunzie. 13 Forse l’ultimo ad averli
guardati con un minimo di simpatia, e nel tentativo di capirli, è
ancora il paternalista Ferdinando Martini. Quando si cimenta
De Bono, invece, il prodotto della sua indagine è un misto di
super cialità e dabbenaggine: «Popolazioni sobrie, primitive,
e ettivamente devote ed assai più aperte di quelle dell’Africa
settentrionale. Tutti salutano romanamente; ma non si
accontentano e all’alzata del braccio fanno seguire il profondo
inchino di rito. Provvide le Missioni dei Cappuccini. A Barentù i
bambini cunama cantano Giovinezza in italiano e la Marcia
Reale, sui versi di un Cappuccino, che cominciano: “Esultiam,
esultiam, esultiam” e che tradotti in linguaggio cunama
suonano “Coccodì, coccodì, coccodì”!». 14
Né una maggior comprensione per le esigenze delle
popolazioni eritree rivelano i due governatori che reggono le
sorti della colonia dal 1928 alla vigilia del con itto italo-
etiopico. Zoli anzi — ne abbiamo fatto un breve cenno nel II
capitolo — tende ad allargare il solco che già separa la comunità
bianca da quella indigena con odiose disposizioni, che
governatori aristocratici e conservatori come Ferdinando
Martini e Giuseppe Salvago Raggi mai avrebbero pensato di
prendere. Per motivi di «igiene e di olfatto», Zoli segrega gli
indigeni nella seconda galleria dei cinematogra e, per le stesse
ragioni, bandisce capi e notabili dalla mensa governatoriale. Poi,
«nell’intento di ricondurre le popolazioni indigene a quel
“giusto senso del loro posto naturale”», dispone che, durante le
cerimonie u ciali e i ricevimenti, «contrariamente a quanto
accadeva prima», i capi indigeni prendano posto «dopo tutte le
autorità e le rappresentanze della popolazione
metropolitana». 15 Ma queste sono inezie al confronto del
tentativo che egli fa per scacciare gli indigeni dalle migliori terre
dell’altopiano. «La nostra opera immediata — con da a un
giornalista all’inizio del 1929 — deve essere diretta allo
sfruttamento su più larga scala di questo altopiano e delle sue
immediate pendici portandovi quella mano d’opera bianca che
il Governo centrale e io intendiamo accostare gradatamente, e
sostituire n dove è possibile, alla mano d’opera indigena». 16
Zoli cerca infatti di modi care l’ordinamento fondiario della
colonia ripetendo le indemaniazioni che già ai tempi di Baratieri
provocarono la rivolta di Batha Agos. 17 E se il suo piano
fallisce, fallisce soltanto perché è iniziata la crisi e Roma non è
più disposta a operare grossi investimenti in Eritrea.
Riccardo Astuto, che subentra a Zoli il 16 luglio 1930, non
insiste con questa politica suicida, anzi, in polemica con il suo
predecessore, precisa «che le terre degli altipiani non sono, in
linea di massima, disponibili per la colonizzazione, perché
necessarie, e in qualche tratto già insu cienti, al
mantenimento della popolazione indigena, che ne gode da
tempo immemorabile e sotto varie forme il diritto di proprietà».
Ma se esprime l’intenzione di non «modi care questo stato di
fatto» e di non aggravare gli indigeni di «eccessivi balzelli», non
lo fa tanto perché intende migliorare la loro condizione umana,
ma perché l’Eritrea rappresenta un prezioso serbatoio di carne
da cannone e le «bellissime e valorose truppe d’Eritrea» sono ora
più che mai necessarie per stroncare in Libia gli ultimi disperati
sussulti della ribellione senussita. 18 Comunque, in colonia,
almeno dagli italiani, il cambio di Zoli con Astuto viene
giudicato positivamente, e il ritratto che Denti di Pirajno ne fa è
abbastanza valido: «L’Eritrea era governata in quel tempo da un
uomo dotato di qualche virtù e di molti difetti. Era onesto e
questo lo metteva in cattiva luce e gli attirava scarse simpatie.
Inoltre non era un uomo politico ed aveva percorso la carriera
coloniale dai gradi più modesti sino alla greca di governatore:
conosceva perciò così bene tutti i trucchi e le malizie del
mestiere che commissari regionali e direttori di Governo non
potevano mai usare con lui quegli innocenti stratagemmi e
piccoli sotterfugi che rendevano piacevole la vita dei poveri
funzionari governati da alti gerarchi spediti da Roma, immuni
da esperienze africane, persuasi che gli alisei fossero tribù di
cannibali. A compensare queste imperfezioni aveva un ottimo
apparato digerente e gli piacevano le donne». 19
Se fra Zoli e Astuto c’è disparità di vedute sui rapporti da
tenere con le popolazioni indigene e soprattutto sul problema
delle terre dell’altopiano, nulla o quasi li divide a proposito della
politica da condurre con l’Etiopia. Entrambi convinti partigiani
della politica periferica, li distingue soltanto il modo di gestire le
cose. Il primo, come si è visto, pur di condurre a fondo la
sovversione apre una violenta polemica con Cora, entra in
contrasto con gli Esteri e spesso si rivela inso erente a ogni
consiglio di moderazione. Il secondo è invece più cauto, più
ri essivo, più disciplinato e disposto ad armonizzare la propria
azione con quella del ministro Paternò ad Addis Abeba. Ed è
proprio da questa loro insolita intesa che nasce nell’aprile 1931
l’idea di un viaggio di Astuto in Etiopia. Il viaggio, caldeggiato
da Hailè Selassiè e avversato sin dall’inizio da Guariglia e da De
Bono, i quali temono che possa risolversi in un ulteriore
«ra orzamento del Governo Centrale», ha due obiettivi: quello
di dissipare le di denze dell’imperatore verso l’Eritrea, dopo
che la «gestione Zoli ha accumulato particolari ragioni di
frizioni», 20 e quello di ottenere da Hailè Selassiè che Astuto
possa stabilire contatti con i capi abissini delle province
settentrionali dell’impero senza passare per Addis Abeba. 21
Due obiettivi che collimano perfettamente con il tipo di
strategia adottata nell’estate 1930: azione cloroformizzante nei
riguardi del potere centrale e azione sovvertitrice alla periferia.
Dopo lunghe discussioni e rinvii, e pur mantenendo il
ministero degli Esteri i «suoi dubbi», 22 il viaggio è autorizzato
e nell’agosto 1931 Astuto può raggiungere Addis Abeba, dove
non riceve le calorose accoglienze tributate a Ferdinando
Martini nel 1906, 23 ma può farsi un’idea abbastanza esatta
della situazione etiopica, può prendere contatti con i massimi
feudatari e decidere quali modi che apportare alla politica
periferica alla luce degli ultimi avvenimenti. Nel rapporto per
Grandi, che stende insieme a Paternò, egli rileva che «la
situazione dei Ras è da considerarsi indebolita, ad eccezione del
ras Cassa. Ha contribuito a ciò la politica abile dell’Imperatore,
che ha in due anni indebolito l’impalcatura feudale. [...]
Constatata la de cienza dei Ras e il loro diminuito potere, la
politica periferica deve anzitutto rivolgersi verso le popolazioni.
[...] Circa il ras Cassa, è diversa cosa. Bisogna puntare (sempre
con la dovuta prudenza) su lui. Per ora e per il poi. Attirarlo a noi
con la Società Commerciale 24 signi ca impadronirci della sua
zona. [...] Accanto a questo problema centrale si sono constatate
diverse necessità nella zona nord di diretto interesse per
l’Eritrea. Vaccinogeno da espandersi nelle tre zone Cassa-Tigrè-
Goggiam. Ambulatori nel Goggiam (intese Barlassinaras
Hailù)». E per nire: «Al centro continuare, conforme istruzioni,
la politica addormentatrice». 25
L’altro grosso problema che Zoli e Astuto si trovano a dover
a rontare sono i rapporti con lo Yemen. Come si ricorderà,
Gasparini era riuscito a stringere nel 1926 un patto di amicizia
con re Yahia, che sembrava garantire all’Italia una certa
in uenza nel Mar Rosso e nella penisola arabica. Ma la pronta
reazione inglese alla manovra di Gasparini valse a dissipare
presto ogni illusione. Roma fu costretta a fare marcia indietro, a
sospendere il rifornimento di armi all’Imam, a consigliargli anzi
moderazione, e a sacri care, sull’altare della rinnovata amicizia
italo-britannica, lo stesso Gasparini. Quando Zoli gli subentra,
gli ordini di Mussolini sono tassativi: «Ciò che è necessario far
comprendere nettamente all’Imam è che siamo disposti sempre
a fornirgli ogni possibile appoggio diplomatico e politico, ma
che non possiamo assecondarlo quando la sua condotta si
manifesta in operazioni militari contro l’Inghilterra, i cui scopi
sono evidentemente illusori e puerili». 26 Ci si accontenta
dunque di fare del piccolo commercio attraverso la SCITAR 27 e
di ottenere che l’Imam saldi a poco a poco il suo debito di 500
mila talleri per forniture militari.
Non potendo fare della grande politica con lo Yemen,
l’irrequieto Zoli decide nel dicembre 1929 di occupare, d’intesa
con gli Esteri ma all’insaputa delle Colonie, le isole Hanisch, nel
Mar Rosso. «Ci siamo da quindici giorni. Tutto bene», annuncia
in un rapporto con denziale all’amico Guariglia. Poi, dopo aver
descritto le fasi del colpo di mano e come ha arredato le isole per
far credere agli inglesi che sulle Hanisch gli italiani ci sono da
sempre, soggiunge: «Insomma, sembra che ci siamo dai tempi
di Re Salomone... e quindici giorni fa l’arcipelago era
assolutamente deserto! Della cosa darò notizia, tra qualche
giorno, al Ministero Colonie, come se si trattasse di a are di
ordinarissima amministrazione e... coll’aria più ingenua del
mondo! Come d’accordo, niente bandiera; ma grandi stemmi
tricolori, fasci, ecc.». 28
Dopo la sostituzione di Zoli, si cerca di migliorare i rapporti
con l’Imam, di fugare le sue di denze, ma la situazione appare
gravemente compromessa perché nel frattempo i sovietici si
sono installati a Sanaa 29 e forniscono a re Yahia le armi negate
dagli italiani, mentre il re dell’Hegiaz, Ibn Saud, manovrato
dagli inglesi, ha occupato lo staterello dell’Assir, rivendicato
anche dallo Yemen. Non solo, quindi, come osserva Astuto,
«l’Italia, occorre dirlo francamente, è la potenza europea dalla
quale maggiormente di da lo Yemen», 30 ma ha perso anche
ogni in uenza e possibilità di manovra nella penisola arabica,
vincolata com’è dalle intese italo-inglesi di Roma. Per uscire da
questa impasse, all’inizio del 1931 vengono tenute alcune
riunioni ministeriali, nel corso delle quali si prende in
considerazione l’opportunità di riprendere le forniture d’armi
all’Imam, di ricostituire la SCITAR, di creare una compagnia di
navigazione per il basso Mar Rosso, di demandare a Jacopo
Gasparini quelle incombenze troppo delicate che non possono
essere a date ad Astuto. «Come gli inglesi forniscono aeroplani
ad Ibn Saud — propone Guariglia nella seduta dell’8 gennaio —
noi potremo fornire aeroplani all’Imam [...]. Però è in ogni caso
da escludersi l’invio di piloti italiani». 31 Ma anche per
realizzare questa politica di rilancio mancano i soldi, e De Bono,
che dell’operazione è il maggior sostenitore, scrive a Grandi:
«Secondo me, non bisogna lasciar passare più nemmeno un’ora.
Mettere la corda al collo al Ministro delle Finanze, o purtroppo
lasciar andare tutto alla deriva dando nel consueto
“stellone”». 32
Non si può concludere questa sintesi del periodo 1928-32
senza dedicare almeno un breve cenno alla politica religiosa in
Eritrea, che subisce proprio in questi anni alcune modi che
soprattutto per iniziativa di De Bono e di De Vecchi di Val
Cismon, ambasciatore presso il Vaticano dal 1929. Il
programma è piuttosto ambizioso e prevede: 1)
l’intensi cazione della propaganda cattolica; 2) il distacco,
anche sotto il pro lo religioso, delle popolazioni copte
dell’Eritrea dall’Abissinia facendole dipendere direttamente dal
patriarca di Alessandria anziché dall’Abuna etiopico; 3) il
contenimento dell’opera delle missioni protestanti, dalle quali
proviene il maggior numero di dissidenti e che alimentano il
nucleo di fuorusciti eritrei di Addis Abeba. Ma, mentre il
secondo obiettivo viene facilmente raggiunto, il primo e più
importante incontra l’iniziale ostilità del Vaticano, in particolar
modo del segretario della Propaganda Fide, monsignor
Francesco Marchetti Selvaggiani. «Antifascista, democratico
dissolvente, popolare arrabbiato — scrive di lui, a Grandi,
l’ambasciatore De Vecchi —, dice chiaramente, anche a chi non
lo vuol sentire, che “intende di impedire che la religione diventi
strumento dei vari imperialismi”». 33 Qualche tempo dopo De
Vecchi segnala a Grandi «tutta la gravità dell’invio in Eritrea di
un vescovo indigeno allevato in ambiente di di dente
malevolenza, quale è quello del Seminario Etiopico, verso l’Italia
Stato dominante in Eritrea». 34 La nomina di Abba Chidanè
Mariam Cassà a vescovo titolare di Tibari e ordinario dei 72 preti
indigeni della colonia riveste indubbiamente un non
trascurabile valore: non soltanto rivela l’intenzione della Santa
Sede di non considerare le colonie comprese nel regime del
Concordato, ma pone in evidenza il proposito di puntare sul
clero indigeno, in netto contrasto con l’azione coloniale del
regime. Ma, come vedremo, è un dissenso che durerà poco. Alla
vigilia del con itto italo-etiopico il Vaticano muterà di nuovo
atteggiamento e non lesinerà il suo appoggio all’avventura
fascista. 35
Nell’autunno 1932, a testimoniare che Roma non ha a atto
rinunciato al suo programma di espansione coloniale ma è
soltanto e momentaneamente paralizzata dalla crisi economica,
Vittorio Emanuele III decide di visitare l’Eritrea. Il pretesto è il
cinquantesimo anniversario dell’acquisto di Assab, 36 ma il
vero motivo del viaggio è un altro: sottolineare, osserva Mirko
Ardemagni, che come cronista seguirà il re in tutti i suoi viaggi
africani, che «l’Africa deve essere la speranza e la mèta del
popolo italiano, il complemento della Patria metropolitana,
l’immenso cantiere e la sterminata campagna dove i suoi operai,
i suoi contadini e i suoi artigiani avranno da compiere la più
elevata missione storica di tutto il ventesimo secolo». 37 Partito
da Brindisi il 22 settembre a bordo della nave reale Savoia, che
per tutto il tragitto è scortata dagli esploratori Zeno e Pancaldo,
Vittorio Emanuele giunge a Massaua all’alba del 2 ottobre e non
lascerà l’Eritrea che la notte del 9. Per otto giorni, accompagnato
da De Bono, nelle vesti di ministro delle Colonie, e dal
governatore Astuto, il re visita i centri principali della colonia,
inaugura ad Asmara la Mostra delle attività economiche
dell’Eritrea, prende contatto con concessionari, industriali,
cercatori d’oro, visita le aziende agricole del bassopiano
orientale, assiste a una parata militare allestita dal colonnello
Cubeddu e riceve l’omaggio dei ras Sejum e Gugsa Araia in
transito per la colonia.
E n qui il programma rientra nella normalità. Il gesto che
assume invece un preciso signi cato politico e che riconferma
come Adua sia ancora una ferita aperta, è la visita al
monumento di Dahrò Conàt, dove sono raccolte le ossa dei
caduti di Abba Garima. L’obelisco e il sottostante ossario sono
stati costruiti da poco, e non a caso, su un ciglione dal quale si
domina la valle del Mareb e il campo di battaglia di Adua.
Mentre il colonnello Cubeddu pronuncia il discorso inaugurale e
la valle è piena degli echi delle salve d’artiglieria, Vittorio
Emanuele fa scorrere lo sguardo sui lontani monti d’Adua, sul
Raio, il Semaiata, il Dirian, il Monoxeitò, la fatale valle di Enda
Mariam Sciauitò, un labirinto montuoso nel quale si è
consumata la più bruciante scon tta per l’Italia, più avvilente di
Lissa. «Vi era qualcosa di nostalgico e di immenso, di triste e di
sublime — annota Ardemagni — in quest’adunata di eroi
sull’alto spalto di un’amba agellata dal vento in un giorno in
cui sembrava vibrare nell’osanna al Re la formula di un
giuramento». 38
Al di là della retorica del cronista di regime, l’adunata sul
ciglione di Dahrò Conàt, con il Savoia che passa in rivista i
reduci e i decorati di Dogali, di Adigrat, di Macallè, di Abba
Garima e si intrattiene con gli ascari mutilati dopo la battaglia
di Adua, è qualcosa di più di una cerimonia nostalgica, di un
monito all’Etiopia. Si confrontino le date. Il 3 ottobre 1932
Vittorio Emanuele III è sul ciglione di Dahrò Conàt e il 29
novembre De Bono, con tre lettere al ministro della Guerra, al
ministro dell’Aeronautica e al governatore dell’Eritrea, mette
u cialmente in moto il meccanismo della preparazione della
guerra contro l’Etiopia. Forse il re, come assicurano i suoi
biogra , è ancora contrario al con itto. Ma, in realtà, né ora né
più tardi egli farà il minimo gesto per impedirlo. La verità è che
la scon tta di Adua brucia più ai Savoia che al popolo italiano.

L’anno della decisione.


Anche se è almeno dal 1925, con le sue inequivocabili direttive a
Lanza di Scalea, che Mussolini medita di aggredire l’Etiopia,
soltanto nel 1932 egli prende delle decisioni che si riveleranno
poi irreversibili. In quest’anno, come vedremo, per quanto tutto
sembra ancora inceppato dalla crisi economica, sono invece
poste tutte le premesse per la svolta decisiva: viene impostato il
«Progetto OME», che si ripromette di risolvere il problema della
sicurezza dell’Eritrea e della Somalia; Guariglia abbandona la
sua posizione ambigua e opta per l’occupazione militare
dell’Etiopia; Dino Grandi viene allontanato dagli Esteri perché
giudicato da Mussolini troppo «societario»; e si riprende a
favorire il risveglio di una coscienza coloniale con tutti i mezzi
dell’apparato propagandistico fascista.
So ermiamoci, per ora, su quest’ultimo punto. Fra il 1930 e il
1932 il regime, anche in previsione del «decennale della
rivoluzione», compie un notevole sforzo di propaganda su due
temi di carattere generale: il «mito del duce» e l’idea della
«nuova Italia». Gli arte ci di questa campagna, Lando Ferretti e
Gaetano Polverelli, i quali reggono in questi anni l’U cio
stampa della presidenza del Consiglio, incoraggiano inoltre la
di usione di scritti su di un altro grande tema, «la romanità,
l’italianità e il regime», che consente anche il rilancio dell’idea
coloniale. Assistiamo così, in questo periodo, a una
proliferazione senza precedenti di opere coloniali, che hanno
due precisi obiettivi: magni care le realizzazioni compiute nelle
colonie nel decennio fascista, e indicare i nuovi obiettivi della
politica coloniale. Al primo genere appartengono la
monumentale opera La nuova Italia d’Oltremare, curata da
Angelo Piccioli, su ordinazione di De Bono, 39 e La politica
coloniale del regime di Dante M. Tuninetti; 40 al secondo genere,
quello che più ci interessa ai ni della nostra storia,
pubblicazioni come il numero unico di «Gerarchia» dedicato ai
Problemi africani. 41
Vediamo, da questi scritti, che tendono massimamente a
preparare l’opinione pubblica a nuovi eventi, che cosa il regime
lascia trapelare dei suoi programmi, delle sue decisioni segrete.
In un articolo intitolato Ieri e oggi in colonia e dedicato
all’Eritrea, De Bono annuncia, pur con perifrasi e
ammiccamenti, la guerra e l’impero: «È la, nella bella Eritrea e
più giù nella promettente Somalia che devono ormai appuntarsi
le menti e le energie di coloro che hanno una fede vera, una fede
fascista nell’avvenire grandioso d’Italia. [...] Il piede di casa di
nefasta memoria è fuori moda. Si pronuncia, si grida anche — e
forse troppo — una bella parola, che io mi sono personalmente
ripromesso di non dire e di non scrivere più, se non quando si
potrà con l’azione diretta dar ragione al perché di quella grande
parola. E benché vecchio, quel giorno io lo vedrò». 42 Il
sottosegretario alle Colonie Lessona, nell’indicare che «l’Italia
mussoliniana ha ritrovato anche in Africa le vie maestre del suo
divenire», precisa che «ancor prima forse che sulle terre
africane, il Fascismo ha dato e vinto la sua battaglia coloniale
nel Paese: mancava infatti interamente una coscienza coloniale,
magari allo stato embrionale, e le colonie, lungi dal formare
oggetto di studi severi e di gagliarde iniziative, eran considerate
un pesante fardello, rinnegato dal socialismo, faticosamente
sopportato dalla democrazia». 43
Sempre Lessona, che punta al popolamento della Libia per
motivi di ordine demogra co, politico ed economico, annuncia
«che nell’Africa settentrionale possono trovare collocamento
100 mila famiglie e cioè, alla media di cinque persone per
famiglia, circa 500 mila persone». 44 È un indirizzo che trova il
pieno sostegno di Arnaldo Mussolini, giudicato da taluni come il
«caposcuola» del colonialismo fascista: 45 «Le emigrazioni
interne sono una ragione di equilibrio e hanno un substrato
economico nonché un fondamento a carattere sociale. Ma la
massa vera, quella che può alleggerire alcune regioni, non può
sfociare che in zone vastissime di potenziamento graduale a
carattere agricolo. Nel momento presente questa nalità non è
raggiungibile che nelle colonie: anzi, soltanto in Africa». 46 Gli
viene di rincalzo l’ex governatore della Somalia, Guido Corni:
«In tutta la Libia, nel mediopiano e nell’altopiano Eritreo, e
anche nelle stesse pianure della Somalia — dove non è esclusa,
con le dovute cautele, possibilità di lavoro bianco — vi è
certamente posto per molte migliaia di coloni italiani. Tutta
l’Africa è destinata a subire nei prossimi anni la penetrazione
de nitiva delle razze più numerose e più industrialmente
agguerrite che tendono fatalmente a espandersi e a fare del
Continente Nero sempre più una vera Europa del sud». 47
Sui temi dell’espansione e della colonizzazione intervengono
storici, esperti coloniali, giuristi, antropologi, giornalisti. Lidio
Cipriani, ad esempio, che ha pubblicato molti studi per
dimostrare l’inferiorità mentale dei negri, sostiene che «l’Africa
non potrà mai essere degli Africani e fra tutti i popoli del mondo
l’Italiano, per ragioni etniche, per doti innate e per la sua
adattabilità ai climi tropicali dimostrata in ogni paese, è il
predestinato a trionfarvi». 48 Osservando come i francesi non
siano in grado da soli di colonizzare il Nord Africa, anzi stiano
per essere sommersi dalle popolazioni arabe nettamente più
proli che, Bruno Francolini invita la Francia a non contrastare
la presenza italiana da Tunisi a Rabat perché «la massa italiana è
la base etnica su cui poggia e poggerà la società mediterranea
del nord-Africa, massa che è forte per natalità, potente per
nobiltà originaria, rispettata e temuta per precedenti storici;
scolta vigile, la più valida e sperimentata, della civiltà cristiana
e latina nel Mediterraneo». 49 Paolo d’Agostino Orsini di
Camerota, sollevando il problema del revisionismo, sostiene che
«bisogna rimaneggiare la carta dell’Africa» perché «l’odierna
posizione dell’Italia in Africa non è adeguata ai suoi paci ci
bisogni, non è adeguata agli sforzi precursori di molti dei suoi
gli, non è adeguata alla funzione di grande potenza
mediterranea ed europea». 50 Di indicare quali siano i compensi
che l’Italia attende si incarica Ra aele Micaletti: «Oggi occorre
che la Francia ci lasci a acciare al Ciad e, tramite il Camerun, al
Golfo di Guinea. Occorre che la Francia molli Gibuti se vuole
veramente addivenire ad un accordo radicale e duraturo con
l’Italia». 51 Anche Carlo Giglio insiste su queste richieste: «Noi
non saremo un grande, forte e temuto popolo sino al giorno in
cui non potremo contare su una piena libertà di movimenti, su
una sicura via per i nostri rifornimenti. Ed oggi non abbiamo
dinanzi a noi che una possibilità: giungere all’Atlantico,
sull’Oceano aperto, lungo la linea che dalla Sirtica va al Golfo di
Guinea. Non strillino le galliche oche all’imperialismo e alle
pretese dell’Italia, perché ciò è nella inevitabilità delle cose di
questo mondo, e la nostra volontà vi è quasi estranea». 52 E il
deputato Carlo Baragiola guarda ancora più lontano, all’Africa
Centrale: «Potremo col nostro lavoro procurarci molti dei
prodotti per i quali dipendiamo dai mercati stranieri, prodotti
che né il suolo patrio, né quello delle nostre Colonie possono
fornirci». 53
Tornano così, in queste enunciazioni, tutti i vecchi motivi del
colonialismo crispino e dell’imperialismo di impronta
nazionalista. Vengono persino riproposte iniziative, come quella
del popolamento delle colonie dell’Africa Orientale, che già
erano state bocciate, e a ragione, nei dibattiti parlamentari della
liberaldemocrazia. E le a ermazioni, da quella del ministro a
quella del cronista, hanno tutte lo stesso tono apodittico,
rivelando che, se il concerto di voci appare ampio, la mano che
dirige è una sola e autoritaria. Per cui meraviglia, e pare stonata
nel contesto, la voce di Santi Nava, il quale, con il suo Il problema
dell’espansione italiana ed il Levante islamico, tratta con grande
disinvoltura i problemi coloniali, si permette di dubitare del
risveglio di una coscienza coloniale in Italia e parla piuttosto di
«cattiva improvvisazione»; 54 polemizza con i colonialisti
impreparati che vorrebbero colonizzare mezzo mondo; sostiene
che l’espansione italiana può trovare il suo compimento in forza
dei trattati e non in virtù di «moleste» tesi come quella della
«missione dell’Italia nel mondo»; 55 e o re in ne un quadro
insolitamente realistico delle colonie italiane demolendo molti
miti, a cominciare da quello che esse possono risolvere il
problema demogra co della metropoli. Una voce onesta, ma
isolata, coperta dal coro delle altre, dai cento oratori u ciali che
dal 1930 celebrano ogni anno la «Giornata Coloniale», dal tono
ottimistico di pubblicazioni come «L’Oltremare» di Roberto
Cantalupo e «L’Azione Coloniale».
Salvo qualche voce isolata, dunque, la propaganda coloniale è
tutta ispirata dal regime e si propone di preparare il paese ai
fasti ma anche ai sacri ci dell’impero, annunciato da Mussolini
sin dal discorso dell’Ascensione. Qualche articolo, però, specie se
suggerito o manipolato da Guariglia, ha altre funzioni, di
monito, di sondaggio, provocatorie, ed è indirizzato alle
cancellerie di Addis Abeba, di Londra o di Parigi, a seconda delle
necessità. Da questa montagna di messaggi, a uso interno ed
esterno, si possono ricavare, alla ne del 1932, almeno due
indicazioni: 1) il regime sembra ormai deciso a giocare la carta
coloniale; 2) l’obiettivo, anche se non ancora indicato con
precisione, è l’Etiopia.
Ma dietro le parole, non c’è nulla di concreto o quasi.
Lasciando nell’estate gli Esteri per recarsi a Madrid come
ambasciatore, Guariglia stende una lunghissima Relazione
sull’Etiopia 56 con la quale critica la «tisica politica abissina che
abbiamo dovuto condurre nora» e ammonisce che il metodo
«dell’apatia e della dilazione» non può che annientare il
prestigio italiano nel Corno d’Africa a tutto vantaggio
dell’Etiopia. Uscendo dalla sua abituale ambiguità, Guariglia
osserva che la politica di amicizia con Addis Abeba non «ha dato
alcun importante frutto positivo» e che è ormai tempo di
«tentare la maniera forte», di attuare sul serio la politica
periferica in modo da dare «alle popolazioni etiopiche
malcontente ed ai capi locali la sensazione che vi è ancora un
grande paese cui far capo: l’Italia». Suggerisce inoltre di
ra orzare i dispositivi militari dell’Eritrea e della Somalia,
perché l’Etiopia si sta armando e non è già più il paese di cinque
o sei anni prima. Ma non è qui che bisogna arrestarsi: «Se noi
vogliamo dare un’espansione coloniale al nostro Paese, anzi, per
dire una parola grossa, formare un vero Impero Coloniale
italiano, non possiamo cercare di fare ciò in altro modo che
spingendoci verso l’Etiopia. I posti al sole e specialmente al sole
africano (che sono quelli che più ci interessano) sono tutti
accaparrati». L’occupazione dell’Etiopia, del resto, osserva
ancora Guariglia, non soltanto completerebbe il ciclo coloniale
dell’Italia, ma le consentirebbe di formare «un vero e proprio
esercito nero, della cui forza e del cui valore abbiamo già
sperimentato da lungo tempo i vantaggi, poiché proprio
dall’Etiopia abbiamo tratto i migliori combattenti per la Libia».
Comunque, conclude Guariglia, una campagna militare contro
l’Abissinia è impensabile se prima non si ottiene l’approvazione
della Francia e dell’Inghilterra, ed è ovvio altresì che non si può
a rontare «il rischio di un con itto con l’Abissinia senza essere
sicuri in casa nostra», perché nessun possedimento coloniale
vale il prezzo di una rinuncia dell’Italia in Europa.
Dopo anni di indecisione, di direttive confuse e
contraddittorie, di piani ambigui e so sticati, il documento di
Guariglia ha almeno un pregio, quello della chiarezza.
Trascurando tutti gli impossibili traguardi, dal Ciad al
Camerun, da Gibuti alla Siria, esso indica nell’Etiopia il solo
obiettivo raggiungibile e ne precisa la strategia per conseguirlo,
i tempi della preparazione diplomatica, gli indispensabili
appoggi. Il documento è del 27 agosto 1932 e Mussolini deve
averlo esaminato a lungo prima di autorizzare De Bono, in
novembre, a iniziare la preparazione militare. Ma una volta
approvato, lo fa suo persino nei dettagli, come si arguisce da
questa pagina di diario del suo capo di gabinetto, Aloisi:
«Mussolini riceve in presenza mia e di Suvich il nuovo ministro
in Etiopia, conte Vinci, al quale dà le sue istruzioni per una
politica di amicizia destinata a mascherare in tutti i modi i
nostri piani e la politica periferica che sarà seguita da Roma.
Mussolini crede, senza tuttavia condividere l’ottimismo degli
ambienti militari, che una nostra operazione di guerra in
Etiopia riuscirebbe, a condizione di essere completamente liberi
in Europa. Dice che il comitato militare presieduto da De Bono
ha già studiato tutti i piani. Bisogna che Vinci, nel periodo della
sua missione, allontani ogni sospetto». 57
Mentre il regime, con metodi accelerati, cerca di dare agli
italiani una coscienza coloniale e degli ideali imperiali e
Guariglia presenta la sua relazione-programma, il ministro alle
Colonie De Bono, che già intuisce la svolta e la grande occasione
che gli si o re, dedica tutta la sua attenzione all’Eritrea, grazie
anche al fatto che con il 24 gennaio 1932 Badoglio e Graziani
hanno praticamente liquidata la ribellione in Cirenaica. De Bono
ottiene innanzitutto da Mussolini l’incarico di andare in Eritrea
«per vedere e poi riferire». Nel rapporto che egli inoltra al capo
del governo il 22 marzo, e di cui abbiamo già visto alcuni passi
sulla situazione economica della colonia, il quadrumviro, pur
rendendosi conto che «l’Abissinia è un’incognita non ancora
paurosa, ma che può diventarlo», sostiene che «il nostro
apparecchio militare esistente, specie dopo la costituzione di
una discreta aviazione, rinforzato da ciò che si potrà mobilitare
sopra luogo è su ciente per una resistenza sicura in attesa di
rinforzi dalla Madre Patria». Detto questo, De Bono precisa
tuttavia che egli non sottovaluta il pericolo del riarmo etiopico e
ritiene che, essendo dell’opinione che l’Etiopia «non capisce che
l’uso della forza», «un nostro intervento armato in forze che ci
desse un successo militare stabilizzerebbe per anni la nostra
situazione». Subito dopo, però, sconsiglia questo intervento
preventivo: «Ma è inutile pensarci adesso. Esso comporterebbe
un lungo lavoro di preparazione e centinaia di milioni di spesa,
che sarebbero meglio impiegati altrove. Resta quindi l’azione
politica. Il “mor nizzamento” è riuscito pochino; la politica
periferica di accordi coi Capi è fallita. Ci rimane l’accordo con la
Francia e l’Inghilterra». 58
In questo documento del marzo, come si è visto, De Bono
rivela prudenza e moderazione. Ma nei mesi successivi, forse
avvertendo il pericolo di essere scavalcato da altri, il generale
cambia atteggiamento e comincia a prendere in considerazione
la guerra preventiva che prima ha sconsigliato. A questo punto,
egli ritiene del tutto insu ciente il «Progetto OME» varato
all’inizio del 1932 dallo stato maggiore dell’esercito, un progetto
a carattere difensivo che prevede la mobilitazione di 60 mila
indigeni in Eritrea e l’invio dall’Italia di altri 22 mila uomini. 59
Incarica perciò il colonnello Luigi Cubeddu, comandante delle
truppe dell’Eritrea, di preparare una Memoria per un’azione
o ensiva contro l’Etiopia. 60 Il progetto, ritoccato in più punti da
De Bono per «imprimere alle operazioni un maggior
dinamismo», 61 prevede di impiegare dal nord contro l’esercito
abissino, valutato in 200-300 mila uomini, un corpo di
spedizione forte di 60 mila eritrei e 35 mila italiani (2 divisioni
di fanteria e 1 reggimento alpino), appoggiato da una brigata
aerea (111 aeroplani). De Bono, che punta tutto sulla fulmineità
dell’o ensiva e sull’appoggio determinante dell’aviazione, conta
di occupare tutto il Tigrè prima che l’Etiopia abbia completato la
sua mobilitazione e di «prevenire il grosso dell’esercito
imperiale alla stretta di Alagi». 62 Alla Somalia assegna invece
una forza minore (1 brigata speciale somala di 10 mila uomini e
1 divisione libica di 10-12 mila soldati), poiché l’o ensiva da
sud verso Addis Abeba deve avere un carattere esclusivamente
diversivo.
«Non si può non ricavare da questo primo schema di
operazioni un’impressione di super cialità — osserva Giorgio
Rochat — in parte imputabile a De Bono e ai suoi collaboratori
diretti, in parte maggiore al sistema decisionale politico
militare. Esempli chiamo parlando dell’aviazione, cui Cubeddu
e De Bono (e poi lo stesso Badoglio) a davano un ruolo decisivo
senza alcun tentativo di adattare i propri desideri alla realtà. [...]
In sostanza, questo primo progetto di operazioni ha una
rilevante importanza, non tanto militare quanto politica. Segna
infatti il prevalere, all’interno del ministero delle Colonie, di
coloro che, per favorire una politica aggressiva verso l’Etiopia,
ne diminuivano i rischi e il costo, sottovalutando il nemico e la
complessità della preparazione necessaria». 63
Completato il progetto o ensivo, De Bono compie un altro
passo di notevole importanza, poiché esso tende a coinvolgere i
Savoia nei piani di espansione. Il quadrumviro riesce infatti a
convincere Vittorio Emanuele a visitare nell’ottobre l’Eritrea ed
è certo che lo mette al corrente sia del programma per
potenziare i dispositivi militari delle colonie dell’Africa
Orientale che del piano per un’o ensiva contro l’Etiopia. Non
soltanto, ma si vale anche della esperienza e delle intuizioni del
sovrano. Riferisce De Bono: «Sua Maestà è un acuto e profondo
osservatore: nulla gli sfugge e su quanto vede pronunzia giudizi
che si impongono per la loro praticità. La rete stradale e la poca
potenzialità della ferrovia fermarono anche l’attenzione del
Sovrano, il quale ne tenne parola col Capo del Governo». 64
De Bono, che ha accompagnato il re nel suo viaggio in Eritrea
e che ha potuto con Cubeddu rivedere sul posto alcuni
particolari del piano, ne parla con Mussolini probabilmente
verso la metà di novembre, perché il 29, come si è già detto,
invia a Gazzera, a Balbo e ad Astuto quelle lettere che
costituiscono il primo vero atto della preparazione bellica. A
Balbo, ministro dell’Aeronautica, scrive infatti fra l’altro: «È
necessario perciò disporre sin dal primo momento di una
potente aviazione che possa portare il terrore nella capitale e nei
principali centri dell’impero, sconvolgere e ritardare la raccolta
degli armati nemici, bombardandone e mitragliandone le masse
in marcia sulle poche carovaniere [...] in iggere perdite tali alle
varie masse da accarne l’ardore combattivo». 65
Del piano o ensivo De Bono riparla con Mussolini ai primi di
dicembre, con ogni probabilità per porre un’ipoteca sul
comando della spedizione. Alla data del 15 il generale annota
nel diario: «Ho parlato a Mussolini: il progetto per una eventuale
azione in Abissinia gli è piaciuto. Comanderei, al caso, io.
Sarebbe un bel canto del cigno. Dovrebbe essere per il 1935, ma
temo che egli non abbia ben calcolato le spese e le conseguenze.
Vedremo. Certo la nostra posizione in Etiopia e nel Mar Rosso è
povera, ci vogliono danari: è questa l’unica forza». 66 Su questo
incontro con Mussolini il quadrumviro darà poi, in un suo libro
apparso nel 1937, una versione molto colorita ma che non
rispetta la verità, almeno per quanto riguarda le date. Scrive De
Bono: «Non si poteva certo ancora dire nel 1933 — anno in cui si
cominciò a pensare praticamente al da farsi pel caso di con itto
con l’Etiopia — se la guerra ci sarebbe stata o no; ma io ritenni di
non perdere tempo e un bel giorno dissi al Duce: “Senti, se ci
sarà una guerra laggiù — se me ne ritieni degno e capace —
dovresti concedere a me l’onore di condurla”. Il Capo mi guardò
ssamente e mi disse subito: “Certamente”. Io soggiunsi: “Non
mi credi troppo vecchio?”. “No — rispose lui — perché non
bisogna perdere del tempo” [...]. Eravamo nell’autunno del 1933.
Con nessuno il Duce aveva parlato di prossime operazioni in
A.O.; solo lui ed io ne eravamo al corrente». 67
Si può capire la vanità del vecchio generale, ma egli esagera
quando sposta avanti i fatti di un intero anno e assicura che
nessuno, all’infuori di lui e di Mussolini, è al corrente del piano
per aggredire l’Etiopia. Tutto, infatti, accade alla ne del 1932 e
non alla ne del 1933, e del piano è informato, oltre a Gazzera,
Balbo e Astuto, anche Badoglio che ha ricevuto per conoscenza
le lettere ai tre personaggi sopra citati. Ne è al corrente anche
Aloisi, come abbiamo visto, il duca d’Aosta 68 e lo stesso
Graziani, il quale anzi apprende da Balbo che nell’impresa
etiopica avrà una «funzione di comando». Anche Badoglio
gliene parla e gli con da addirittura di averlo proposto a
Mussolini come nuovo governatore dell’Eritrea in modo che
possa cominciare «a preparare il terreno laggiù». E Graziani, che
ingenuamente riferisce questo colloquio a De Bono, si sente
ripetere dal terribile vecchio: «“Ah no, mio caro, in questo caso
laggiù ci vado io”. Eravamo nell’estate del 1932». 69 In breve, è il
segreto di Pulcinella. E già cominciano le grandi manovre per
l’accaparramento dei posti di comando.

Franchetti complotta con ras Hailù.


Intanto i rapporti fra Roma e Addis Abeba vanno guastandosi
irreparabilmente, e ormai sono più frequenti gli atti di ostilità
che quelli di collaborazione. Non soddisfatta della politica
periferica, Roma cerca ogni appiglio per nuocere all’Etiopia. Con
la scusa, ad esempio, che i dazi etiopici sono aumentati,
Guariglia suggerisce nel novembre 1931 una maggiore intesa
fra le tre potenze interessate all’Abissinia onde «creare il
pretesto per chiedere, al momento opportuno, l’espulsione
dell’Etiopia dalla Società delle Nazioni, ciò che sarebbe
particolarmente vantaggioso ai ni della nostra azione politica
in quel settore africano». 70 Qualche mese dopo, nella già citata
Relazione, Guariglia prende addirittura in considerazione
l’ipotesi di «minacciare la denunzia del patto di amicizia italo-
etiopico». 71 La risposta abissina agli atti di ostilità dell’Italia,
palesi e occulti, si manifesta invece nell’ostruzionismo, in
episodi di xenofobia e nell’aumento degli incidenti di con ne.
Un estremo tentativo per salvare il patto di amicizia lo
compie Hailè Selassiè, all’inizio del 1932, proponendo
segretamente all’Italia la cessione dell’Ogaden in cambio di una
zona dell’Eritrea che consenta all’Etiopia di avere uno sbocco al
mare. Per quanto giudicata «importante» da Guariglia, la
proposta viene lasciata cadere, non soltanto perché la permuta è
considerata svantaggiosa ma perché Roma non è a atto
disposta a togliere l’assedio all’Etiopia. Tuttavia, per dimostrare
che l’Italia è sempre propensa a collaborare, Guariglia rinuncia
al vecchio progetto della strada Assab-Dessiè, che tanti ostacoli
ha incontrato, e fa «riprendere indirettamente dalla stampa, dai
colonialisti, ecc. l’idea di chiedere invece all’Etiopia una strada
Setit-Gondar, che partendo direttamente da regioni ricche
dell’Etiopia o riva ben maggiori vantaggi dal punto di vista
economico, oltre ad avere anche un valore strategico». 72
Si tratta, in realtà, di una controproposta che non ha alcun
senso, perché avvantaggia esclusivamente l’Italia. E per la quale,
oltretutto, confessa De Bono, non ci sono i soldi. 73 Comunque,
nel gennaio 1932, viene creato in tutta fretta, su sollecitazione
degli Esteri, un ente privato ttizio che ha il compito di svolgere
in Etiopia un programma di penetrazione e collaborazione
economica. E l’incarico di rappresentare questa società
fantasma e di iniziare le trattative con le autorità etiopiche è
a dato a Franchetti, perché, osserva il sottosegretario alle
Colonie Lessona, «non impegnando responsabilità governative
ma solo interessi economici di un gruppo, egli non era tenuto a
eccessivi riguardi diplomatici». 74 Franchetti parte questa volta
anche con il consenso degli Esteri per quanto Guariglia, in un
suo rapporto, riveli di conoscere a fondo l’esploratore: «Egli è
dotato di scarso equilibrio politico, di carattere impetuoso,
volitivo e impulsivo, ma nello stesso tempo non manca di
esperienza e di tenacia, di passione leale sincera, di entusiasmo
patriottico e coloniale fervidissimo. Bisogna sfruttare le sue
molte qualità buone, e cercare di rendere il meno possibile
nocive quelle cattive». 75
L’11 aprile 1932 Franchetti atterra con un quadrimotore in
un campo di fortuna situato fra Addis Alem e Olettà, a una
quarantina di chilometri dalla capitale, con la scusa che
l’aeroporto di Addis Abeba non è idoneo a ricevere grandi
velivoli. Hailè Selassiè, che non sospetta di nulla, ha concesso
l’autorizzazione. Da questo momento Franchetti cerca di
realizzare il suo piano, che ha due aspetti: uno u ciale, quello di
trattare con il negus la concessione della strada Setit-Gondar; e
uno segreto, di cui diremo più avanti.
I colloqui che Franchetti ha con l’imperatore sono
caratterizzati dal contegno aspro, insolente del barone. Egli non
chiede, pretende. Non discute, minaccia. «L’ha fatto con la
maniera forte — riferisce Guariglia — attaccando abbastanza
violentemente il Governo etiopico». 76 E Lessona: «Il Negus,
allarmato dal tono brusco del suo linguaggio, desiderò
informarsi presso la legazione sul carattere reale della missione
e dei suoi scopi». 77 Il povero Paternò cerca di buttare acqua sul
fuoco, e mentre si sforza di ricondurre Franchetti alla ragione
tenta anche di calmare l’imperatore, spiegandogli che
Franchetti è soltanto un nanziere, che agisce per conto di una
società privata che è vista tuttavia con simpatia dal governo
italiano. Per sbarazzarsi dell’arrogante barone, Hailè Selassiè
tronca le trattative precisando che sottoporrà la richiesta
italiana al Consiglio della Corona e al Senato, e che, a suo tempo,
farà conoscere la sua decisione. Franchetti, che forse si è accorto
di aver oltrepassato i limiti, cerca di mettere le mani avanti e,
scrivendo più tardi al capo di gabinetto di Mussolini, Pompeo
Aloisi, lo avverte che molto probabilmente il ministro etiopico a
Roma, Afework, si lamenterà con il capo del governo «per le mie
maniere troppo brusche che ho usato col Negus», ma lo prega di
«informare Mussolini che ho agito in quella forma perché ne ero
autorizzato dagli Esteri». 78
Per spiegare l’arroganza di Franchetti non basta ricordare che
è razzista, che de nisce gli etiopici «semi-negroidi», che crede
soltanto nella politica ottocentesca delle cannoniere. Franchetti
è brutale con Hailè Selassiè perché è convinto che abbia i giorni
contati. E ne è persuaso perché fa parte di una congiura
preparata contro di lui, anzi ne è il principale istigatore. Di
questo episodio sono rimaste poche tracce negli archivi delle
Colonie e degli Esteri. Per corrispondere con Roma Franchetti
usa i cifrari della regia aeronautica e i suoi telegrammi niscono
direttamente nelle mani di Aloisi, cioè di Mussolini. Per
completare il racconto degli avvenimenti dobbiamo perciò
attingere anche alle memorie di Hailè Selassiè. 79
Il piano eversivo preparato da Franchetti e da ras Hailù non
manca di una certa ingegnosità, ma troppi elementi appaiono
a dati al caso. Il complotto prevede intanto, come prologo, la
fuga del deposto imperatore Jasu dalla sua prigione dorata di
Ficcè. Riuscita la fuga, Jasu deve raggiungere al più presto il
Meccià, la regione dove si trova il campo di fortuna sul quale è
atterrato il quadrimotore armato di Franchetti. Da qui, con
un’ora di volo, tutti i congiurati possono trasferirsi al sicuro, a
Debrà Marcòs, dove Ligg Jasu si proclamerà imperatore,
innalzerà ras Hailù alla dignità di negus del Goggiam e inizierà
la mobilitazione di tutte le popolazioni che mal sopportano la
dominazione scioana, per poi marciare su Addis Abeba.
Ma subito dopo l’arrivo di Franchetti cominciano i
contrattempi. Il 14 aprile un consesso di grandi capi, presieduto
da Hailè Selassiè, riconosce ras Hailù colpevole di malgoverno e
lo condanna a un’ammenda di 300 mila talleri e alla perdita di
metà delle sue province. Anche a Ficcè l’opera di corruzione dei
guardiani di Ligg Jasu si presenta più di cile del previsto. 80
Così passano i giorni, le settimane, e Franchetti comincia a
inquietarsi, a sentirsi in trappola. Il 16 maggio, dopo aver
pazientato per un intero mese e convinto ormai di essere alla
vigilia dell’arresto, il teorico della sovversione, l’uomo che
perorava la costituzione di squadre di «patrioti-suicidi»,
abbandona il campo e si mette in salvo con l’aereo ad Asmara.
Il resto è più noto. Esattamente quattro giorni dopo la
partenza di Franchetti, Ligg Jasu riesce a fuggire da Ficcè
mentre il suo carceriere, ras Cassa, è ad Addis Abeba per il
matrimonio del principe ereditario Asfa Uossen con la glia di
ras Sejum, Uolettè Israel. Travestito da monaco, Ligg Jasu
raggiunge nel Meccià il luogo dell’appuntamento, ma qui
apprende che ras Hailù e suo glio Mamo sono stati arrestati.
Perciò si sposta nel Ghindaberèt e cerca di passare il Nilo in
direzione di Debrà Marcòs. Ma la sua fuga non dura che pochi
giorni. Sorvegliato dal cielo dal pilota Maillet, inseguito dalle
truppe del genero dell’imperatore, degiac Destà Damtèu, Ligg
Jasu viene arrestato a due giorni di marcia da Debrà Marcòs
dallo stesso nipote di ras Hailù, taurari Ghessessè Belau, che
avrebbe dovuto porlo in salvo. E questa volta esce per sempre
dalle cronache etiopiche. 81
Quanto a ras Hailù, nonostante un suo tardivo tentativo di
salvarsi confessando il complotto e attribuendo la colpa di tutto
a Satana, è processato il 29 giugno e condannato a morte. Pena
poi commutata da Hailè Selassiè nella detenzione a vita e nella
con sca dei beni. Relegato a Dendi, un luogo di acque termali a
ovest di Addis Abeba, 82 non tornerà in libertà che nel maggio
1936 dopo la fuga del negus. Con la liquidazione del complotto
di maggio, Hailè Selassiè non si sbarazza soltanto dell’ultimo fra
i suoi rivali, ma diminuisce il potere di ras Cassa, togliendogli la
custodia di Ligg Jasu, e può a dare al fedelissimo cugino ras
Immirù il comando dell’irrequieto Goggiam. Avendo assegnato
inoltre al primogenito Asfa Uossen la provincia dell’Uollo, il
Sidamo e il Borana al genero Destà Damtèu, il Bale al leader dei
Giovani etiopici, degiac Nasibù, ed essendosi assicurato la
fedeltà dei due grandi feudatari del Tigrè con due matrimoni
dinastici, il negus può ritenere alla ne del 1932 di avere
solidamente in pugno le redini dell’impero.
Della partecipazione di Franchetti alla congiura, almeno
u cialmente, non emerge invece nulla al processo di Addis
Abeba. Il negus, del resto, ha tutto l’interesse a tacere, poiché se
svelasse gli intrighi del barone e dei suoi mandanti si troverebbe
anche costretto a denunziare il patto d’amicizia, passo al quale
non è ancora preparato. Comunque, dopo il soggiorno di
Franchetti ad Addis Abeba, i rapporti italo-etiopici si fanno
ancora più tesi, al limite della rottura. E ciò irrita innanzitutto il
personale della legazione italiana, che ora deve rimediare ai
guasti. In una lettera «con denziale» di tredici pagine, diretta al
collega degli Esteri Guarnaschelli, il segretario Michele
Scammacca, che pure non deve essere al corrente dei più gravi
intrighi dell’esploratore, lo dipinge come un essere
estremamente pericoloso, intollerante e imprevedibile, e prega
l’amico di mettere in guardia il ministero dalla sua catastro ca
«Hailù lia» e dalla sua politica del «pugno duro». 83
Siano gli interventi di Scammacca o le proteste (previste dal
Franchetti, come si ricorderà) del ministro etiopico Afework,
per qualche tempo, dopo il suo ritorno a Roma, Franchetti viene
tenuto in disparte, e le sue richieste di tornare ad Addis Abeba
per attendervi la risposta di Hailè Selassiè vengono eluse. Allora
egli si sfoga, come di consueto, scrivendo lettere di fuoco. In
una, diretta al conte Vittorio Zoppi, alto funzionario degli
Esteri, c’è tutta la sua loso a di colonialista fascista, con un
lessico che anche i più rozzi e ostinati imperialisti del periodo
crispino non avrebbero mai usato. Dopo aver precisato, in un
preambolo, che tutti gli abissini, dal negus ad Afework, sono
contrari a un suo nuovo viaggio in Etiopia, Franchetti
soggiunge: «Conoscendo la mentalità di quei semi-negroidi, mi
fa sperare che quando sarò in Addis Abeba, adottando quei
sistemi che ho sempre adottato con quella gente, cioè
trattandoli da negri, potrò metterli con le spalle al muro e far
mantenere all’Imperatore la parola che mi ha dato; e questo
spiega come io sia un ospite tutt’altro che desiderabile». Poi
cambia bersaglio e indirizza i suoi strali contro i ministeri: «La
politica adottata n’ora del mor nizzare non ha servito altro
che a distruggere il nostro prestigio di Grande Potenza». 84
Quasi certamente per un personale intervento di Mussolini,
alla ne di ottobre cadono gli ultimi ostacoli e Franchetti può
prendere ancora una volta la strada di Addis Abeba. 85 E ancora
una volta egli non rinuncia ai suoi metodi, come possiamo
vedere da un telegramma «segretissimo» che invia il 7
novembre ad Aloisi, col quale lo informa che ha preso contatto
con «un forte esponente locale del Goggiam» e attende
istruzioni per sapere se deve insistere nella sua opera di
sovversione. Ma questa volta la «carriera» si difende. Anzi
contrattacca. Con un telegramma allo stesso Aloisi, Scammacca,
che dopo il rientro in Italia di Paternò regge la legazione di Addis
Abeba, rivela che l’uomo contattato da Franchetti (il cagnasmac
Imer) è un personaggio in do e passa per essere l’uomo che ha
tradito ras Hailù. Con l’abituale leggerezza Franchetti gli ha
o erto denari e armi «per una eventuale sommossa nel
Goggiam». 86
Informato o no di questo ennesimo intrigo di Franchetti,
Hailè Selassiè decide comunque di chiudere la partita con il
barone. Il 9 novembre, in seduta segreta, il Senato etiopico
respinge il progetto della camionale Setit-Gondar accampando il
motivo che d’ora innanzi avranno la priorità le strade che si
irradiano dalla capitale; e, in ogni caso, i lavori potranno essere
appaltati soltanto da società costituite in Etiopia. Per Franchetti
questo no de nitivo è uno smacco insopportabile. E incapace di
ogni autocritica, cerca di rigettare su altri la colpa del
fallimento, sostenendo che sulla decisione negativa del Senato
hanno senza dubbio in uito «i lavori militari in corso nella
colonia Eritrea» e le pressioni esercitate sul negus dai
«nazionalisti» e «dall’accozzaglia dei consiglieri europei». 87 In
un accidioso rapporto del 26 novembre, torna poi a suggerire la
maniera forte: «Concludendo, è urgente sfruttare il malcontento
del popolo contro il Negus. Appoggiarsi, se ancora è possibile, al
Goggiam». E sostiene in ne che è giunto il momento di
impiegare in Etiopia le sue squadre di patrioti-suicidi. 88
Nonostante il totale fallimento della missione, Franchetti
non si dà per vinto. Ma al suo rientro a Roma scopre che agli
Esteri non gli sono rimasti appoggi, mentre il nuovo ministro ad
Addis Abeba, Luigi Orazio Vinci Gigliucci, ha inoltrato a
Mussolini un promemoria nel quale chiede senza mezzi termini
che «non siano dati incarichi a persone che, come il Barone
Franchetti, sono già in sospetto del Governo etiopico, o che non
hanno mostrato, nel campo politico, quell’avvedutezza e quella
segretezza che sono necessarie». 89 In un altro dispaccio, Vinci
rincara la dose de nendo i sistemi del barone «inutili» e
«dannosi». 90
Per Franchetti inizia così un periodo decisamente avverso.
Mal visto agli Esteri, tollerato alle Colonie, trascurato anche da
Mussolini che è troppo impegnato in Europa con il «Patto a
quattro» e a evitare l’Anschluss, egli non si rassegna e continua
a sollecitare i potenti. In una lettera non datata, ma
probabilmente del marzo 1933, indirizzata a una non ben
precisata «Eccellenza» (Aloisi o Suvich o forse lo stesso
Mussolini), Franchetti annuncia che ha ripreso i contatti con i
capi del Goggiam e che ora tutto è pronto per la rivolta, che
potrebbe scoppiare fra maggio e giugno. Ma, aggiunge, ora viene
a sapere che la «politica periferica» è stata accantonata e non sa
più che cosa pensare, non riesce a orientarsi. «Oramai —
continua — non faccio più a tempo a fermare i capi perché sono
già partiti per l’interno. Questo sarebbe il secondo tentativo da
noi incoraggiato e poi all’ultimo momento sospeso. Il primo
tentativo è nito con la prigionia di ras Hailù. La prego,
Eccellenza, di orientarmi perché seguitando di questo passo
niremo seriamente di avere tutto il popolo etiopico contro di
noi». 91 Ma non gli danno ascolto e persino De Bono, che lo ha
sempre protetto, sconsiglia il 4 ottobre 1933 un altro suo
viaggio in Africa Orientale. 92 Adesso che la guerra è decisa, ma
tutto è ancora da preparare, la leggerezza e l’arroganza del
barone possono essere ancora più dannose che in passato.
Eppure Franchetti non è uscito di scena. Lo ritroveremo.
Nonostante l’opinione di De Bono che la politica periferica
abbia fatto il suo tempo e che ora si impongono ben altre
soluzioni al problema etiopico, Franchetti non è il solo nel 1932
a portare la sovversione in Abissinia. Ritroviamo infatti, sulle
piste che collegano le province meridionali dell’impero, il
capitano Asinari di San Marzano, rimesso in gioco nonostante il
pesante giudizio di Paternò e la pubblicazione sul «Popolo
d’Italia» di un suo articolo che denota, secondo De Bono, «scarso
senso di responsabilità politica». 93 Partito il 30 ottobre da
Dolo, alla testa di una carovana composta da venti somali e
cinque eritrei, tutti armati di fucile Männlicher-Carcano, egli
percorre alcune migliaia di chilometri attraverso il Bale, l’Arussi,
il Sidamo, il Guraghe, lo Scioa, l’Harar, l’Ogaden e rientra in
Somalia il 4 giugno 1933. Gabellata agli etiopici come una
missione a carattere scienti co e commerciale, essa ha invece,
come testimoniano i documenti degli Esteri, «scopi militari,
politici, topogra ci, commerciali e di propaganda». 94
Dal suo lungo viaggio Asinari di San Marzano riporta infatti
un prezioso materiale di valore militare, costituito da un lm di
parecchie migliaia di metri; da centinaia di fotogra e del
terreno attraversato (in particolare delle nuove strade a
carattere strategico che scendono verso la Somalia e dei presidi
militari costituiti da pochi mesi nelle regioni di con ne); da
rilievi topogra ci delle vie naturali di invasione come le valli del
Genale, del Gerer e del Fafàn; da una serie di appunti che
condensa in un libro, Dalla piana somala all’altipiano
etiopico, 95 e in alcuni rapporti segreti riservati ai ministeri
competenti. Da questa massa di informazioni di ogni tipo
emergono due fatti rilevanti, già noti, ma che attendevano una
veri ca sul posto: 1) gli etiopici, che avevano sempre trascurato
le regioni meridionali dell’impero, ora le stanno attrezzando,
anche militarmente; 2) le popolazioni non abissine sembrano
favorevoli a una penetrazione italiana.
È fra queste popolazioni che Asinari di San Marzano svolge,
nei sette mesi del suo viaggio, dopo l’attività di spionaggio
quella di propaganda. «Mi fu facile — scrive — avere annuenti
alla mia azione i Somali e Galla, popolazioni stanche di una
trentennale dominazione, e che perciò, volentieri, ascoltano il
bianco che sappia fare intendere una futura loro esistenza ben
più lieta di quella che oggi conducono». 96 Egli organizza così,
nelle zone più nevralgiche del sud, una sorta di «servizio di
informazioni» che si avvale di posti di «ascolto» e di
«propaganda» nei centri forniti di grandi mercati. 97 Quanto
alle notizie raccolte, esse vengono inoltrate a Mogadiscio con
speciali corrieri o tramite i mercanti che scendono alla costa.
Questa attività di spionaggio e di propaganda è svolta, con
mezzi anche maggiori, dalle agenzie commerciali di Adua,
Dessiè, Gondar, Debrà Marcòs, Harar, Magálo, 98 che nel corso
del 1932 vengono trasformate in consolati, nonostante la
tenace e giusti cata opposizione etiopica. Scrive infatti il negus
a proposito della sede di Debrà Marcòs: «L’Italia non aveva un
solo suddito o mercante, bianco o nero, a Debrà Marcòs, così
tutti potevano vedere che il solo scopo era la propaganda. Il
console aveva allestito, nel recinto del consolato, un
ambulatorio dove i capi e la gente del Goggiam venivano per
farsi curare». 99 Questi ambulatori, aggregati a ogni consolato,
sono indubbiamente gli strumenti più e caci perché
consentono, sotto l’etichetta umanitaria, contatti con decine di
migliaia di persone di ogni ceto, grandi e piccoli capi, funzionari
governativi e preti, mercanti e miserabili contadini, su ognuno
dei quali si può esercitare un diverso tipo di propaganda. Lo sa
Ra aele Di Lauro che il 18 aprile 1932 prende possesso del
consolato di Gondar e in pochi mesi, grazie all’infermeria e alla
scuola, riesce a ingraziarsi parte della popolazione, in
particolare esponenti del basso clero sordi alle direttive
progressiste del governo centrale, sottocapi a amati di talleri,
ragazzi ai quali insegna il saluto romano e Giovinezza.
Ma Di Lauro, che è capace e ambizioso, punta più in alto e,
dopo aver fallito con uno dei gli dì ras Cassa, Uonduossen,
cerca di «lavorare» lo stesso governatore dell’Amhara
settentrionale, degiac Ajaleu Burrù, che egli sa già in contatto
con Jacopo Gasparini e che passa, anche ad Addis Abeba, per un
amico degli italiani. Fra i più giovani e brillanti generali
dell’impero, Ajaleu Burrù ha contribuito nel 1916 alla disfatta di
Ligg Jasu, ha partecipato nel 1929 alla repressione degli Azebò
Galla e l’anno successivo alla liquidazione della rivolta di ras
Gugsa Oliè. 100 Deluso per non essere stato fatto ras, egli gioca
la carta degli italiani, ma senza troppa convinzione, e infatti,
come vedremo, il suo contegno durante il con itto sarà troppo
ambiguo per essere premiato. Comunque, nel 1932, egli
rappresenta, per le sue qualità militari e l’importante comando
in una delle regioni di con ne, una delle pedine essenziali, se
non la più rilevante, nel disegno eversivo che va maturando
nelle menti di Astuto, di Gasparini e dell’addetto militare presso
la legazione di Addis Abeba, colonnello Vittorio Ruggero.
Questo spiega i frequenti viaggi di Di Lauro a Dabàt, sede del
governatorato di Ajaleu Burrù. «I miei colloqui con lui —
racconta il console — erano lunghi, si protraevano no a tarda
sera. Egli non disprezzava né le buone sigarette del monopolio
italiano né lo spumante del nostro bel Piemonte». Durante uno
di questi incontri, resi festosi dai vini italiani, il degiac, narra
ancora Di Lauro, «volle che fosse attaccata immediatamente al
muro della camera una oleogra a di Mussolini. Brindò due o tre
volte al Duce, mi con dò che voleva far pratiche per diventare
fascista, poi, piano piano, pro erendo parole di lode verso il mio
Paese, il suo Re, il suo Governo, scivolò sui tappeti sotto la tavola
e si addormentò profondamente». 101 L’episodio è gustoso e
quasi certamente autentico, ma Ajaleu Burrù è meno
sempliciotto di quanto Di Lauro voglia farci credere. In realtà è
scaltro, elusivo, e il console deve presto rendersi conto che da
Gondar egli non può lavorarlo a fondo. Per cui chiede a Roma
che venga aperta a Dabàt un’agenzia commerciale in modo da
tenere il degiac sotto un costante controllo. E avendogli Roma
bocciato il progetto, Di Lauro si sfoga con Guarnaschelli: «Noi
siamo sempre stati per le formule indecise, per le soluzioni
ambigue. [...] Sono costretto a rinunciare alla prosecuzione di
una grande opera, per mancanza di mezzi e di
autorizzazioni». 102
Mentre Di Lauro è alle prese con Ajaleu Burrù, ad Adua il
console Scudieri, e i suoi successori, Amedeo De Caro e Pietro
Franca, tentano di accattivarsi l’animo dei due grandi feudatari
che governano il Tigrè e che sono, nonostante i recenti legami di
parentela con Hailè Selassiè, piuttosto ostili alle direttive del
governo centrale. Con ras Sejum, glio di quel Mangascià con il
quale l’Italia ha inaugurato n dal 1891 la politica
periferica, 103 il tentativo però fallisce, perché il ras sembra aver
ereditato dal padre tanto l’incertezza che l’inquietudine.
«Oscillante, pavido, furbo, ras Sejum non fu mai nostro
dichiarato amico — osserva Lessona — ma nemmeno nostro
convinto nemico: fu questo del resto anche il suo contegno
verso il Negus». 104 Più fortunato è invece Scudieri con ras
Gugsa Araia, che governa da Macallè il Tigrè orientale.
Vedendolo so rire per una grave malattia, lo convince nel
febbraio 1932 a recarsi ad Asmara e ad a darsi alle cure dei
medici italiani. È l’occasione a lungo attesa dal governatore
Astuto, il quale colma di tante attenzioni l’infermo da
conquistarne la ducia e da strappargli una sorta di richiesta di
«protezione». 105 Venuto a mancare l’anno successivo, proprio
mentre si sta recando di nuovo ad Asmara per farsi curare,
Gugsa Araia ha però trasmesso al glio, degiac Hailè Selassiè
Gugsa, il segreto impegno contratto con l’Italia. Impegno che,
come vedremo, il degiac ra orzerà dopo la decisione presa dal
negus nel 1934 di assegnare a ras Sejum, oltre che il comando
superiore militare di tutto il Tigrè, alcune regioni che prima
appartenevano al defunto Gugsa Araia. 106
Il piano di sovversione che siamo venuti esaminando non ha
ancora nel 1932, e non l’avrà sino al 1935, una sola mente
direttiva, ed è a dato, come abbiamo visto, al caso,
all’intraprendenza di un console, all’in uenza di medici come
Lecco e Alemagna, alle conoscenze personali di vecchi coloniali
come Pollera e Talamonti, alla discontinua attività che
Gasparini esercita dal suo feudo di Tessenei, alla fantasia di un
Franchetti e di un Asinari di San Marzano, alle informazioni, per
la verità abbastanza esatte, raccolte da Ruggero ad Addis Abeba.
Del resto, anche le somme stanziate per le «spese politiche»
sono molto modeste. A una richiesta di 200 mila lire, fatta da
Paternò per la legazione di Addis Abeba, Guariglia risponde che
non può superare le 100 mila. 107 Mentre per tutti i consolati
viene proposta, per il 1933, la cifra irrisoria di 82 mila lire. 108
Ma ciò che limita il disegno eversivo non è tanto la carenza di
fondi quanto le direttive, che sono spesso confuse e
contraddittorie, le rivalità, le interferenze. Il tutto complicato, a
partire dal 1932, dall’ingresso nell’arena dei militari.

Il riarmo dell’Etiopia.
Come reagiscono gli etiopici alle ostilità dell’Italia, al suo
assedio sempre più stretto, alle retti che arbitrarie dei con ni,
ai suoi tentativi, maldestri e no, di disgregare l’impero? Il
contegno di Hailè Selassiè e dei suoi collaboratori, civili e
militari, rivela prudenza e moderazione, non disgiunte tuttavia
da una crescente apprensione. In un rapporto segreto al
ministero della Guerra, l’addetto militare ad Addis Abeba
Ruggero precisa nell’agosto 1932 che il dominante «assillo degli
abissini» è l’ipotesi di una guerra con l’Italia. 109 In realtà,
anche se il mito di Adua e della invincibilità dell’Etiopia è più
che mai in auge, specie fra le masse popolari, l’élite abissina al
potere sa perfettamente che l’Italia di Mussolini non è più quella
di Crispi, che non soltanto sono cambiati i rapporti di forza ma
non si può più sperare, come nel 1896, sull’intervento di una
opposizione anticolonialista per il semplice motivo che
nell’Italia fascista non esiste più alcun tipo di opposizione.
In previsione di un con itto, che di anno in anno si fa sempre
meno improbabile, Hailè Selassiè corre perciò ai ripari
intensi cando, oltre che l’azione diplomatica, la propaganda
nazionalista e la preparazione militare del paese, obiettivi non
facili da conseguire sia per la quasi totale assenza di mezzi di
comunicazione che per la povertà delle nanze etiopiche. Per
cui si può parlare di una preparazione psicologica alla guerra
soltanto nei più importanti centri urbani, dove l’Associazione
dei Giovani etiopici è presente con nuclei di una certa entità.
Un’altra associazione che compie una notevole attività di
propaganda nazionalista è la Iehullu tegem Mahber (Società per
l’utile comune), che raggruppa ad Addis Abeba i fuorusciti
eritrei. Presieduta dal maestro Ki e Egzi Yehedego e ispirata
dall’avvocato Lorenzo Taezaz, 110 che ritroveremo alla vigilia
del con itto italo-etiopico come personaggio di primo piano,
conta all’inizio del 1933 oltre 600 aderenti, in genere ex ascari e
graduati eritrei fuggiti soprattutto dalle vecchie province
etiopiche dell’Hamasièn e dell’Acchele Guzai cedute da Menelik
all’Italia. 111 Per quanto Asinari di San Marzano li sottovaluti e
li disprezzi sostenendo che «essi sono i propalatori di tutte le
panzane che di tanto in tanto vengono divulgate, in Addis
Abeba, sul conto dell’Italia», 112 agli Esteri la loro attività
irredentistica è invece osservata con qualche preoccupazione.
Se, da un lato, l’attività nazionalista dei Giovani etiopici e dei
fuorusciti eritrei raggiunge lo scopo pre sso di sensibilizzare e
mobilitare le masse urbane chiarendo i buoni diritti dell’Etiopia
e i rischi a cui essa è esposta, dall’altro dà luogo a frequenti
manifestazioni sciovinistiche e a episodi di xenofobia che si
ritorcono contro l’Etiopia perché, come sottolinea il barone
Roman von Prochazka, dimostrano che «il governo etiopico,
anche se animato della più serena volontà, non è in grado di
mantenere l’ordine e la pace». 113 È lo stesso Prochazka, che per
due anni, dal 1932 al 1934, difende ad Addis Abeba gli interessi
degli europei nella sua qualità di procuratore presso il tribunale
misto e i tribunali consolari, a raccogliere nel dossier Abessinien:
die schwarze Gefahr l’elenco degli incidenti, delle provocazioni,
delle aggressioni agli europei. Un nutrito dossier che verrà
sfruttato dagli italiani durante il con itto soprattutto
nell’ambito della Società delle Nazioni.
Tuttavia, al di là di questi indegni ma inevitabili episodi, la
propaganda nazionalista dell’inizio degli anni Trenta conduce a
ben altri risultati: come quello di accelerare l’uni cazione
dell’Etiopia nonostante le tendenze centrifughe, come la
formazione di quadri che pagheranno un altissimo contributo
di sangue nel con itto del 1935-36, nelle stragi dopo l’attentato
a Graziani e nei lunghi anni della guerriglia partigiana. Il clima
di mobilitazione morale di questi anni di vigilia ci sembra resa
alla perfezione da questa poesia di anonimo apparsa sul
«Berhanena Selam»:

Patria mia, Abissinia, in cui son nato,


molti sono i tuoi nemici e tu come stai?
Non ti esporremo, prenderemo lo scudo
perché lo sappiamo, il nemico non ci lascerebbe
neppure un tozzo di pane!
Siamo circondati all’intorno come una tana di leoni
ma se noi tuoi gli leveremo d’accordo gli scudi
con un nostro solo rutto faremo mancare al nemico
la forza di camminare,
il ato per parlare!
Com’egli ci ha reso latrina per le sue orine! 114

Se la campagna nazionalista si sviluppa agli inizi degli anni


Trenta ed è una risposta alle pressioni e alle mire dell’Italia e, in
misura minore, della Gran Bretagna, la modernizzazione
dell’esercito etiopico ha invece inizio nel 1929, quando Hailè
Selassiè è ancora reggente, e ha come obiettivo primario,
almeno sino al 1931, il ra orzamento del governo centrale,
ancora contestato dai grandi feudatari. In seguito, invece, il
potenziamento dell’esercito non avrà che uno scopo, quello di
difendere le incerte, discusse e smisurate frontiere dell’impero.
Il primo corpo a subire una profonda trasformazione è quello
degli zabagnà, la polizia metropolitana di Addis Abeba, che
viene a data alle cure di una missione militare svizzera.
Organizzato in tre reparti di fanteria di mille uomini ciascuno
più uno squadrone di cavalleria, il corpo degli zabagnà è dotato
di ottimi Männlicher ed è il primo reparto a indossare
un’uniforme di tela cachi.
Nel novembre 1929 il ministro ad Addis Abeba Cora
conferma a Grandi che la notizia data dalla stampa egiziana, a
proposito dell’imminente arrivo in Etiopia di una missione
militare belga, è esatta. 115 Nel gennaio 1930, infatti, giungono
ad Addis Abeba, ingaggiati con un contratto di tre anni, sei
u ciali belgi ai quali è a dato l’incarico di istruire la Guardia
Imperiale, primo nucleo del futuro esercito permanente
etiopico. Composta in prevalenza di tripoloc 116 e di soldati che
hanno servito in Kenya nei King’s African Ri es e comandata da
u ciali abissini di ritorno dalla scuola militare francese di
Saint-Cyr, la Guardia Imperiale ha in dotazione le migliori armi,
dai fucili Mauser alle mitragliatrici leggere Browning, dalle
mitragliatrici pesanti Hotchkiss ai cannoni da montagna
Schneider e ai lanciabombe Stokes-Brandt. «La disciplina e il
contegno della truppa della Guardia — ha osservato Corrado
Zoli — e specialmente degli u ciali, anche fuori servizio, era già
allora irreprensibile». 117 E quando, cinque anni dopo, verrà
impiegata a Mai Ceu, nell’ultima disperata battaglia per la difesa
dell’impero, si rivelerà all’altezza delle migliori truppe d’assalto
europee.
Soddisfatto dell’e cienza dei primi 5 mila uomini della
Guardia Imperiale, Hailè Selassiè rinnova all’inizio del 1933 il
contratto agli istruttori belgi 118 e li incarica di creare altri
centri dì addestramento ad Harar, a Góba nel Bale, a Dessiè
nell’Uollo, ad Agheressalàm nel Sidamo, a Gore nell’Ilù Babòr,
raggiungendo non soltanto lo scopo di formare nuovi nuclei di
un esercito moderno ma anche quello di a darne il comando a
giovani u ciali, preparati e devotissimi, e non più, come in
passato, a capi abissini di vecchio stampo. Nel corso del 1934, il
negus completa il programma di modernizzazione dell’esercito
istituendo ad Olettà, nelle vicinanze della capitale, la prima
scuola per allievi u ciali dell’impero, e ne a da la direzione a
una missione svedese capeggiata dall’ex comandante
dell’aeronautica, generale Eric Virgin. 119 Scuola che non farà in
tempo a fornire, prima del crollo dell’Etiopia, una completa
istruzione ai centotrentotto cadetti, fra i quali troviamo i futuri
capi dell’esercito etiopico, come i generali Abiye Abebe, Merid
Mangascià, Mengistu Neuay, Mulugheta Bulli.
Analoga cura Hailè Selassiè pone nel creare un embrione di
aviazione, nonostante i tentativi, soprattutto dell’Italia, di
impedirgli l’acquisto di aerei sul mercato europeo. Nel 1929
riesce a ottenere dalla Francia alcuni Potez, che gli rendono,
come si ricorderà, pilotati dai tenenti André Maillet e Corriger,
preziosi servizi nella campagna contro ras Gugsa Oliè e nella
caccia a Ligg Jasu. Contemporaneamente acquista in Germania
un Junker e può ingaggiare l’ingegnere costruttore Ludwig
Weber, che diventerà il suo pilota personale. Ma Hailè Selassiè sa
che non è con un’aviazione di mercenari che potrà domani
a rontare un con itto, per cui assolda in Francia, come
istruttore, Gaston Vedel, uno fra i più coraggiosi e spericolati
piloti della leggendaria linea aerea Tolosa-Casablanca-Dakar. In
meno di tre mesi Vedel riesce a formare due piloti etiopici, il
meticcio Mischa Babitche e Asfau Ali, e il 15 ottobre 1930 li fa
volare sul campo di Addis Abeba alla presenza del negus e del
corpo diplomatico, sfatando così la leggenda che soltanto gli
europei sono in grado di pilotare aerei. Nei due anni di
permanenza in Etiopia Vedel riesce ad addestrare altri quattro
allievi, 120 ma la de cienza dei mezzi a sua disposizione e più
ancora, forse, l’ostilità della legazione francese di Addis Abeba,
lo costringono a rientrare in Europa. 121
Il punto sullo stato dell’aviazione etiopica nel 1933 lo fa il
colonnello Ruggero nella sua Relazione annuale. Perfettamente
informato, l’addetto militare riferisce al ministero della Guerra
che l’Etiopia possiede 13 aerei di vario tipo e di diversa
e cienza; 122 che il personale di volo è costituito in tutto e per
tutto da 2 piloti europei, 6 piloti etiopici e 4 meccanici bianchi;
che gli aeroporti agibili sono 22. «In complesso — scrive
Ruggero — l’aviazione etiopica, allo stato attuale, ha un
immenso valore ai ni morali interni, ed ai ni pratici di
controllo e dominio del potere centrale sulla periferia. Ha però
uno scarso valore bellico contro nemici europei esterni, che
possono facilmente eliminarla in brevissimo tempo in caso di
con itto». 123 Un giudizio esatto e una facile profezia.
Con la stessa Relazione Ruggero invia a Roma altri dati sul
riarmo etiopico. Gon ando un poco le cifre, annuncia che
l’esercito permanente abissino ascende a 350 mila uomini,
mentre i mobilitabili oscillano fra i 560 e i 610 mila. L’arsenale
di Addis Abeba è invece costituito da 17 cannoni moderni (in
prevalenza Oerlikon), 6 lanciabombe Stokes-Brandt, 200 vecchi
cannoni rigidi di bronzo da montagna, 240-280 mitragliatrici
pesanti, 747 mitragliatrici leggere (Hotchkiss, Terni, Beretta,
Thompson, Eda), 65 mila fucili moderni (Mauser, Männlicher,
Lebel, Lee-Metford, Mosin, Männlicher-Carcano mod. 91), 650
mila fucili di vecchio tipo (Vetterli, Gras, Martini-Henry, 70/87),
7 carri d’assalto Fiat 3000 A e 3000 B e 7 automezzi Ford armati
di mitragliatrici. Concludendo il suo rapporto di ventiquattro
pagine, Ruggero precisa che per la prima volta l’Etiopia possiede
anche un abbondante munizionamento (da 100 a 130 milioni di
proiettili) e che è quindi in grado di a rontare una guerra.
Per quanto ancora modesto, se rapportato a quello di una
nazione industriale come l’Italia, l’arsenale etiopico si è tuttavia
notevolmente potenziato rispetto al 1926, quando Talamonti lo
valutava in 560 mila fucili, 250 mitragliatrici, 193 vecchi
cannoni e 15-30 cartucce per arma. 124 Ma pur valutandone la
crescente pericolosità, Roma si trova nella curiosa condizione,
almeno sino al 1933, di doverlo alimentare anziché limitarlo.
Come fa osservare De Bono a Grandi il 13 ottobre 1930, l’Italia
deve partecipare alle forniture d’armi all’Etiopia per almeno tre
motivi: battere la concorrenza inglese e francese «mediante la
buona qualità dei prodotti e la mitezza dei prezzi», o rire dei
vantaggi economici all’industria nazionale, e in ne
«salvaguardare quella posizione di prestigio ch’è nostro
interesse mantenere nei riguardi dell’Etiopia». 125 Le
motivazioni che porta Ruggero sembrano anche più
convincenti: «1) Non cedendo noi armi all’Etiopia, non
otteniamo che questa ne resti priva, poiché troverà la stessa
quantità da altri; 2) quindi, senza ottenere nessun risultato
materiale, teniamo sempre viva la di denza verso di noi — che
si dice — vogliamo che l’Abissinia sia disarmata per poterla
attaccare quando vogliamo; 3) cedendo noi armi all’Etiopia,
otteniamo il grande vantaggio di controllare il
munizionamento. E mentre in caso di guerra l’Abissinia può
contare su qualsiasi rifornimento, ad esempio, di cartucce Lebel,
resterebbe invece priva di qualunque rifornimento di cartucce
tipo italiano». 126
Col peggiorare dei rapporti italo-etiopici, all’inizio del 1932
Grandi dispone però che le forniture d’armi non siano più fatte
come in passato dal ministero della Guerra ma da ditte
private. 127 Subentra così la Fiat, che o re ad Addis Abeba carri
d’assalto, mitragliatrici pesanti, moschetti mod. 91,
munizioni. 128 Ma non tutti i fornitori sono graditi. Il 7 maggio
1932, ad esempio, Guariglia fa di dare dalla polizia il
commerciante Rodolfo Simonetta, che voleva fornire all’Etiopia
armi di fabbricazione danese, e, non soddisfatto della di da,
consiglia: «Sarà bene che l’attività del Simonetta venga
possibilmente sorvegliata». 129 Le più importanti partite
d’armi, comunque, vengono acquistate da Addis Abeba in
Francia e in Svizzera, dove nel 1932 e nel 1933 si recano
appositamente in missione degiac Nasibù e ras Immirù.
Il quadro del riarmo etiopico non sarebbe completo se
dimenticassimo le opere di natura anche militare compiute a
partire dal 1930, come la riorganizzazione dei servizi telegra ci
e telefonici a data all’ingegnere tedesco Vogel, l’impianto di
alcune stazioni radio con la partecipazione di tecnici e capitali
italiani, 130 la costruzione di numerose strade con collegamenti
strategici specialmente nelle regioni meridionali dell’impero.
Nell’Ogaden, nel Sidamo, nel Bale, infatti, dove più facile e più
manifesta è la penetrazione italiana, gli etiopici compiono
notevoli sforzi non soltanto nella costruzione di strade,
aeroporti, pozzi, presidi e fortini, ma anche nel tentativo di
migliorare i rapporti con le popolazioni di recente conquista,
nella speranza, se non di averle alleate, almeno di non averle
contro. Una politica ardua e comunque tardiva che Hailè
Selassiè porterà avanti no allo scoppio della guerra ma con
scarsi risultati, specie fra le popolazioni somale.
Hailè Selassiè è tuttavia consapevole che tutti gli sforzi per
potenziare l’esercito si riveleranno inutili se l’Etiopia continuerà
a rimanere isolata, con pochi e tiepidi amici. Per cui è con
grande soddisfazione che approva i trattati di amicizia e di
commercio con il Giappone (1930), con la Grecia (1931) e con la
Svizzera (1933). Per rinsaldare poi i rapporti con la Francia, nel
1930 apre a Parigi una legazione, che a da prima a ras
Ghetacciù Abatè, poi al bigerondi Zellechiè e in ne, dal 1933, al
padre della Costituzione etiopica, Teclé Hawariate, che
rappresenterà l’Etiopia anche alla SDN. Se la scelta di Hawariate
è eccellente, così come lo sarà, più avanti, quella del dottor
Martin per la sede di Londra, non altrettanto felice si rivela
quella di Mangascià Ubiè, incaricato nel 1931 di aprire a Roma
una legazione. 131 E neppure il suo successore, il naggadrâs
Afework Gabre Iyasus, che giunge a Roma nella seconda metà
del 1932, sarà un buon servitore dell’Etiopia.
Forse il più grande scrittore in lingua amarica del suo tempo,
Afework lo abbiamo conosciuto nel primo volume di
quest’opera soprattutto come storico di Menelik. Ma il
personaggio è complesso, geniale e avido, disposto a servire più
padroni, anche contemporaneamente e, come osserva Martino
Mario Moreno, «sommamente ipocrita». 132 In una nota
informativa del 1908, stesa dal direttore centrale degli A ari
Coloniali, si può leggere: «Fra gli abissini che abbracciarono la
causa italiana, prestarono zelanti e fedeli servigi, va segnalato
Afework Gabre Jesus. Fin dal 1890, quando ancora si trovava
nello Scioa, egli si adoperava moltissimo a favore dell’Italia [...].
E poi più tardi, nel ’94, in Svizzera e nella colonia Eritrea, ci fu
largo di consigli e di aiuto. Né questo suo interessamento ci
venne mai meno, neanche quando, caduto in sospetto del suo
antico sovrano, si vide con scare i suoi beni». 133 È l’alba del
nuovo secolo e Afework si trasferisce in Italia, sposa la torinese
Rossi e per otto anni insegna amarico all’Istituto Orientale di
Napoli. Il ministero degli Esteri, che non ha potuto o rirgli la
quali ca di funzionario coloniale, gli corrisponde tuttavia un
assegno mensile e nel 1909 accende a suo favore una cospicua
polizza sulla vita. 134 Nel 1915 lo ritroviamo ad Asmara,
proprietario di un piccolo fondo agricolo, mentre in Etiopia lo
considerano ancora un fuoruscito. Ma nita la prima guerra
mondiale e ottenuto il perdono, torna ad Addis Abeba, dove
lentamente e silenziosamente si rifà una posizione all’ombra di
Tafari.
Certo è di cile spiegare come un uomo cauto e di dente
come Hailè Selassiè abbia potuto inviare come suo
rappresentante nell’Italia fascista un personaggio tanto
ambiguo, che ha tradito la ducia di Menelik, che ha servito per
diciotto anni l’Italia, che ha trescato e tresca con Ligg Jasu. 135
Un uomo che non può che tradire ancora una volta, per il vezzo
di stare sempre dalla parte dei vincenti. E tuttavia, come
vedremo, convinto di agire per il bene del suo paese. Ci siamo
trattenuti a lungo sul personaggio Afework non soltanto perché
è stato quasi ignorato dagli storici coevi, nonostante il suo ruolo
di primo piano nel con itto italo-etiopico, ma perché il suo caso
rivela a su cienza in quali di cili condizioni agisce il negus,
costretto com’è, a suo rischio, a utilizzare i pochi intellettuali
etiopici, fedeli o infedeli che siano.
Anche il viaggio in Europa del principe ereditario Asfa
Uossen, che si svolge all’inizio del 1932, va collocato nella vasta
o ensiva diplomatica di Hailè Selassiè. U cialmente Asfa
Uossen restituisce la visita ai paesi che hanno inviato
rappresentanti all’incoronazione del padre, ma in realtà la
missione etiopica, composta interamente da giovani, come i
degiac Destà Damtèu e Aberra Cassa, cresciuti nel nuovo clima
di acceso nazionalismo, va in Europa per osservare e imparare,
sondare gli umori e veri care le amicizie. Dopo aver toccato
Marsiglia, Parigi, Ginevra, Berlino e Londra, il 19 gennaio la
missione arriva in Italia, dove si trattiene sino alla ne del mese.
Il giorno più solenne è il 24, quando, davanti a Vittorio
Emanuele e Mussolini, il sedicenne Asfa Uossen, che per
l’occasione porta il Gran Cordone dell’ordine Mauriziano
ricevuto due anni prima, pronuncia un’allocuzione nella quale
si riconosce la mano del professor Afework e nella quale è detto
fra l’altro: «Non ho bisogno di dire come io mi sia sentito
commosso per l’accoglienza che ho avuto in questa città eterna,
dove la civiltà del mondo intero ha avuto la sua culla e dove mio
nonno e mio padre hanno conosciuto il fascino di un’ospitalità
cordiale e sinceramente amichevole». 136 In questa occasione,
per la prima e ultima volta, si trovano di fronte il degiac Destà
Damtèu e Mussolini. E certo il genero del negus non può
immaginare che l’uomo che veste impacciato il frac e si dà un
contegno ruotando minacciosamente gli occhi intorno sarà, di lì
a quattro anni, il suo implacabile persecutore e carne ce.
Alle parole di pace di Asfa Uossen, il regime fascista risponde
con uno spettacolo di forza, che è ormai entrato nella tradizione
dei rapporti fra l’Italia e l’Etiopia. Così come nel 1889 si è cercato
di intimidire ras Maconnen con i reggimenti di cavalleria
lanciati al galoppo sul campo di Somma, e ras Tafari nel 1924,
col fuoco delle artiglierie pesanti a Bracciano, adesso si ripete il
gioco con il giovanetto Asfa Uossen organizzando a
Civitavecchia manovre tattiche alle quali partecipano reparti di
fanteria, di cavalleria, d’artiglieria, squadroni di carri armati e
formazioni aeree. È il 1932, l’anno del «Decennale» della
rivoluzione fascista, l’anno in cui Mussolini prende, nei
confronti del vecchio impero d’Etiopia, una decisione
irrevocabile.

1. A. Maugini, L’economia eritrea, cit., p. 14. Sul fenomeno, si veda anche I. Baldrati, op.
cit., p. 15.

2. Rapporto «riservato» del 22 marzo 1932 dal Fondo De Bono, cit. in G. Bianchi, op.
cit., pp. 125-31.
3. Ivi, p. 127. La Banca d’Italia aveva erogato del credito agrario d’esercizio per circa
30 milioni (6 miliardi e 390 milioni del 1976, secondo il ricalcolo 1STAT).

4. Ivi, p. 127.

5. Ivi, p. 129.

6. G. Marescalchi, op. cit., p. 190.

7. Citiamo alcuni nomi: Luigi Silvestri, Giorgio Calimani, Antonio Fogliani, Rinaldo
Marchese, Mario Puglielli, Egisto Tocci, Gaetano Tringoli, Vito Licata, l’ing. Salvo, i
fratelli Berti, Marazzani, Garavaglia, Michelazzo.

8. Alberto Denti di Pirajno, Incantesimi neri, Mondadori, Milano 1959, p. 185.

9. Ivi, pp. 185-7. Secondo il censimento del 1931, c’erano in Eritrea 4.284 europei
civili e 316 militari. La popolazione indigena contava 617.361 anime. La città più
popolosa era Asmara con 3.101 europei e 20.638 indigeni.

10. Luigi Pignatelli, La guerra dei sette mesi, Longanesi, Milano 1965, p. 58.

11. A. Denti di Pirajno, op. cit., p. 185.

12. Si veda, in particolare, del Pollera: Le popolazioni indigene dell’Eritrea, Cappelli,


Bologna 1935; I Baria e i Cunama, R. Società Geogra ca Italiana, Roma 1914; La
donna in Etiopia, Soc. anonima industrie gra che, Roma 1922; L’Abissinia di ieri,
Scuola tip. Pio X, Roma 1940.

13. Sfortunatamente mancano, su questo periodo, testimonianze di parte eritrea. E


anche i libri apparsi dopo la ne dell’occupazione italiana non portano alcun
contributo originale. Si veda, per tutti, Yemane W. Yohannes Dini, Nella terra del
mare rosso. Eritrea, Jaca Book, Milano 1977, che si rifà quasi esclusivamente ad
autori italiani del periodo coloniale.

14. Rapporto del 22 marzo 1932, dal Fondo De Bono, cit., p. 130.

15. DDI, III, doc. 385, in nota.

16. R. Martinelli, op. cit., pp. 100-1.

17. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 521-9.
18. Riccardo Astuto, Economia e sviluppo dell’Eritrea, in L’A rica Orientale italiana e il
con itto italo-etiopico, a cura di Tomaso Sillani, La Rassegna Italiana, Roma 1936,
pp. 132-5.

19. A. Denti di Pirajno, op. cit., p. 184.

20. DDI, X, doc. 233. Paternò a Guariglia, 30 aprile 1931.

21. ASMAE, Etiopia, b. 2, f. 2, pos. 1.

22. DDI, X, doc. 358. Grandi a Paternò, 25 giugno 1931.

23. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 770-6.

24. L’idea di questa società, collegata al progetto di una strada dal Setit a Gondar, era
a orata, per iniziativa di Gasparini, durante un colloquio di questi con ras Cassa,
ad Addis Abeba.

25. DDI, X, doc. 449. Paternò a Grandi, 1° settembre 1931.

26. Ivi, VII, doc. 48. Mussolini a Federzoni, 25 ottobre 1928.

27. La Società Commerciale Italo-Araba era stata costituita per espresso desiderio di
Mussolini nel 1926 e godeva dell’appoggio delle Colonie. Fu liquidata nel 1930
dopo che aveva accumulato perdite per una decina di milioni.

28. DDI, VIII, doc. 286. Rapporto del 31 dicembre 1929.

29. Tanto Grandi che De Bono non erano sfavorevoli alla penetrazione sovietica nella
zona del Mar Rosso convinti di «poter giocare la pedina russa in funzione anti-
britannica» (DDI, X, doc. 352. Grandi a De Bono, 23 giugno 1931).

30. Ivi, IX, doc. 449, in nota. Astuto alle Colonie, 12 dicembre 1930.

31. Ivi, in nota, p. 666.

32. Ivi, X, doc. 82. Tel. del 19 febbraio 1931.

33. Ivi. IX, doc. 5. Lettera del 25 aprile 1930.

34. Ivi, doc. 57, in nota. Telespr. del 9 maggio 1930.

35. Sulle condizioni della Chiesa cattolica in Eritrea nel periodo preso in esame si veda
P. Clemente di Terzorio, L’Etiopia prima e dopo il Massaja, Curia Generalizia, Roma
1937, pp. 306-16.

36. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 121-5.

37. Mirko Ardemagni, op. cit., p. 286.

38. Ivi, p. 89.

39. L’opera, in due volumi, stampata da Mondadori, apparve all’inizio del 1933.

40. Casa editrice Pinciana, Roma 1933.

41. «Gerarchia», anno XII, n. 7-8.

42. Ivi, p. 531.

43. A. Lessona, Il fascismo per le colonie, Istituto coloniale fascista, Roma 1932, pp. 3-
5. L’articolo era prima apparso sul «Popolo d’Italia» del 28 ottobre 1932.

44. A. Lessona, Scritti e discorsi coloniali, Ed. Arte e storia, Milano 1935, p. 75.
L’articolo Il popolamento della Libia era stato in precedenza pubblicato sulla
«Rassegna Italiana» dell’aprile 1932. Federzoni, dal canto suo, aveva ipotizzato
l’invio di 300 mila italiani in 25 anni nella sola Tripolitania; Cantalupo, per
insediare lo stesso numero di coloni, prevedeva un periodo di 20 anni.

45. Guido Corni, Problemi coloniali, cit., p. 45.

46. Bilanci coloniali, «Il Popolo d’Italia», 2 dicembre 1931.

47. G. Corni, op. cit., p. 14.

48. Lidio Cipriani, Considerazioni sopra il passato e l’avvenire delle popolazioni africane,
Bemporad, Firenze 1932, p. 162.

49. Bruno Francolini, Africa Bianca. Panorami fra Mediterraneo e Sahara, Vallecchi,
Firenze 1932, p. 248.

50. Revisionismo in Africa, in Africa. Espansionismo fascista e revisionismo, a cura di


Asvero Gravelli, Ed. «Nuova Europa», Roma 1933, pp. 64-8.

51. Ivi, p. 71. Titolo del saggio: Africa: ingiustizia per l’Italia.

52. Ivi, p. 127. Titolo del saggio: L’Europa, l’Italia e l’Africa.


53. Carlo Baragiola, Sulle orme di Roma, Ed. Arte e storia, Milano 1934, p. 164. Prima di
pubblicare questo libro, Baragiola aveva inviato a Mussolini una relazione del suo
viaggio, rapporto che aveva trovato il consenso anche di Grandi (DDI, X, doc. 145.
Grandi a Benni, 20 marzo 1931).

54. CEDAM, Padova 1931, p. 2.

55. Ivi, p. 20.

56. ASMAE, Etiopia, b. 13, f. 1. La relazione è stata pubblicata da Guariglia anche nei
suoi Ricordi, cit., p. 763-73.

57. Pompeo Aloisi, Journal, Plon, Paris 1957, p. 45. In data 3 gennaio 1933.

58. In G. Bianchi, op. cit., pp. 130-1.

59. Per la Somalia il progetto considerava su cienti le forze sul posto, circa 16 mila
uomini.

60. Questa Memoria è riassunta con ampiezza nel volume del Ministero della Guerra,
U cio Storico, La campagna 1935-36 in Africa Orientale, cit., pp. 112-24.

61. G. Rochat, op. cit., p. 28. L’A. analizza e critica i clamorosi ritocchi del generale.

62. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 6. Lettera di De Bono a Gazzera del 29 novembre 1932.

63. G. Rochat, op. cit., pp. 29-30.

64. Emilio De Bono, La preparazione e le prime operazioni, Istituto naz. fascista di


cultura, Roma 1937, p. 6.

65. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 8.

66. In G. Bianchi, op. cit., p. 17.

67. E. De Bono, op. cit., pp. 8-9.

68. Scrive Aloisi (op. cit., p. 51): «È molto al corrente della situazione in Eritrea e
approva anche lui la nostra politica. [...] Mi ha dato dei nomi di persone che possono
mettere in pratica la politica periferica». In data 14 gennaio 1933.

69. Rodolfo Graziani, Ho difeso la patria, cit., p. 76.


70. ASMAE, Etiopia, b. 5, f. 4, pos. 28. Guariglia a ministero Colonie, 30 novembre
1931.

71. Ivi, b. 13, f. 1.

72. Ibid.

73. Ivi, b. 7, f. 6, pos. 1. De Bono agli Esteri. La spesa prevista era di 16 milioni.

74. A. Lessona, Verso l’impero, Sansoni, Firenze 1939, p. 13.

75. ASMAE, Etiopia, b. 13. f. 1.

76. Ibid.

77. A. Lessona, op. cit., pp. 13-4.

78. ASMAE, Etiopia, b. 12, f. 8, pos. 84. Lettera del 5 settembre 1932.

79. AHS, op. cit., pp. 201-6.

80. Come si ricorderà, Ligg Jasu era stato a dato in consegna a ras Cassa nel 1921,
dall’imperatrice Zaoditù. L’essere guardiano del deposto imperatore aveva dato a
Cassa un notevole peso nella vita politica.

81. Trasferito in treno a Dire Daua, Ligg Jasu fu in seguito relegato nel villaggio di
Grana fra i monti del Garamullata, a 70 chilometri da Harar. A dato alle cure del
monaco e tesoriere del negus, Abba Hanna, e del governatore di Harar, Gabre
Mariam, morirà in circostanze misteriose sul nire del 1935. Si veda, per il
trasferimento di Ligg Jasu a Grana, il racconto del francese Gaston Vedel, che lo
trasportò in auto no all’inaccessibile prigione (Le pilote oublié, Gallimard, Paris
1976, pp. 147-56).

82. Secondo H. Celarié (op. cit., p. 91), ras Hailù fu invece con nato in una delle
cinque isole del lago Zuài, 160 chilometri a sud di Addis Abeba.

83. ASMAE, Etiopia, b. 12, f. 8, pos. 84. Lettera del 20 maggio 1932.

84. Ivi, f. 2, pos. 28. Lettera del 17 settembre 1932.

85. Per la missione furono versate a Franchetti 40 mila lire (ivi, f. 8, pos. 84).

86. Ibid.
87. Cit. in A. Lessona, op. cit., pp. 14-5.

88. ASMAE, Etiopia, b. 12, f. 2, pos. 28.

89. Ivi, b. 21, f. 2, pos. 1.

90. Ivi, b. 18, f. 13, pos. 84.

91. Ibid.

92. Ibid.

93. L’articolo apparve il 23 marzo 1932 e provocò la decisione di De Bono di


sospendere la seconda missione di Asinari in Etiopia. Chi abbia poi revocato questo
ordine non è possibile stabilire in base alle carte dell’ASMAI. Cogliamo infatti
l’occasione per precisare che esistono molti vuoti fra i documenti sull’Etiopia
archiviati alla Farnesina. Moltissimi documenti sono stati prelevati una ventina di
anni fa da alcuni membri del «Comitato per la documentazione dell’opera
dell’Italia in Africa», e a tutt’oggi non sono stati restituiti o sono stati restituiti solo
in parte e non più catalogati.

94. ASMAE, Etiopia, b. 6, f. 3, pos. 1. Per la spedizione. Asinari aveva ricevuto 30 mila
lire dalle Colonie e 30 mila lire dal governatore della Somalia, Rava.

95. Ed. L’Azione Coloniale, Roma 1935.

96. Ivi, p. 8.

97. Da un rapporto di 14 cartelle in ASMAE, Etiopia, b. 6, f. 3, pos. 1.

98. Con il cambiamento, i primi cinque consolati, che prima dipendevano dal governo
dell’Eritrea, furono posti alle dipendenze della legazione di Addis Abeba. Magálo,
che restava agenzia, continuò invece a dipendere dal governo della Somalia. Dal
1932, i consolati di Gondar e Debrà Marcòs furono dotati di stazioni
radiotelegra che.

99. AHS, op. cit., p. 203.

100. Congiunto dell’imperatrice Taitù, il degiac Ajaleu Burrù aveva sposato una glia
di ras Cassa, Man Jalisciàl.

101. R. Di Lauro, op. cit., pp. 138-41.


102. ASMAE, Etiopia, b. 24, f. 1, pos. 1/5. Lettera del 13 luglio 1933.

103. A. Del Boca, Gli italiani in Africa Orientale, vol. I, cit., pp. 463-73.

104. A. Lessona, op. cit., p. 55. Nipote dell’imperatore Johannes IV, Sejum si era
ribellato a Menelik e poi si era sottomesso. Nel 1921, per il suo ambiguo
atteggiamento nei confronti di Ligg Jasu, era stato rimosso da governatore del
Tigrè. Reintegrato più tardi nel comando, sarà visto da Addis Abeba con costante
di denza.

105. Ivi, p. 52.

106. Il 24 marzo 1933 era anche morta, di polmonite in uenzale, Zenabe Uorch,
moglie del degiac Hailè Selassiè Gugsa e glia prediletta del negus. La morte della
sposa sedicenne aveva sciolto ogni legame fra le due casate.

107. ASMAE, Etiopia, b. 7, f. 5, pos. 1. Tel. del 7 maggio 1931.

108. Ivi, b. 24, f. 1, pos. 1/5.

109. Ivi, b. 6, f. 1, pos. 1. Tel. del 20 agosto 1932.

110. Nato in Eritrea, Lorenzo Taezaz vi aveva ricevuto la sua prima educazione, che
poi aveva completato a Besançon. Non potendo, come indigeno, esercitare la
professione di avvocato nella colonia italiana, si era trasferito ad Addis Abeba, dove
gli era stato o erto un posto di rilievo al ministero degli Esteri. Con lui, agli Esteri,
c’erano altri due fuorusciti eritrei: Efrem Teuolde Medhin e Dawit Ogbagzy.

111. ASMAE, Etiopia, b. 19, f. 3.

112. R. Asinari di San Marzano, op. cit., p. 18.

113. Roman von Prochazka, Abissinia pericolo nero, Bompiani, Milano 1935, p. 139.

114. Cit. in Leopoldo Traversi, L’Italia e l’Etiopia da Assab a Ual Ual, Cappelli, Bologna
1935, pp. 107-8.

115. DDI, VIII, doc. 192. Tel. del 27 novembre 1929.

116. Venivano chiamati tripoloc i soldati etiopici che avevano servito nei battaglioni
indigeni in Libia.
117. C. Zoli, Etiopia d’oggi, cit., p. 50.

118. Alla vigilia del con itto gli u ciali belgi erano una dozzina e avevano istruito fra
i 20 e i 30 mila uomini. Fra il 1930 e il 1935 si sono avvicendati in Etiopia i
seguenti istruttori: i maggiori Polet e Dothée; i capitani Faniel, Sistemans, De
Meulenaer, Listray; i tenenti Wagner, Delrez, Vandendriessche, Deceunynck, Motte,
Cambier; i sottotenenti Tellier, Meys, Dieudonné de Corbeck Overloo (ASMAE,
Etiopia, b. 19, f. 4).

119. La missione era costituita, oltre che dal generale Virgin, da cinque u ciali
inferiori, fra i quali il capitano Viking Tamm, che parteciperà attivamente al
con itto italo-etiopico. Gli altri u ciali erano: i tenenti Gösta Heuman, Nils
Bouveng, Arne Thorburn, Anders Nyblom.

120. E precisamente: Sejum Kebbedè, Demissiè Hailè, Bahrù Cassà e Tesfai Micael
Hailè.

121. G. Vedel, op. cit., pp. 161-3.

122. Gli aerei de niti «e cienti» ed «e cientissimi» erano 3 Potez da 500 HP, 1 Potez
da 450 HP, 1 Junker W 33, 1 Farman da turismo, 1 Breda pure da turismo. Fra quelli
vecchi e in cattive condizioni, Ruggero elencava: 1 Moth de Havilland, 2 Potez da
450 HP, 1 FIAT SS 1, 1 Farman e 1 Fokker F.VII (trimotore).

123. ACS, Fondo Badoglio, b. 4. Tel. del 13 dicembre 1933.

124. Ivi, Relazione Malladra, p. 54.

125. DDI, IX, doc. 297.

126. Ivi, X, doc. 453, in nota. Rapporto di Ruggero agli Esteri, 12 giugno 1931.

127. ASMAE, Etiopia, b. 11, f. 1, pos. 4. Lettera al ministero della Guerra, 12 aprile
1932.

128. Ibid. Al 19 agosto 1932 la Fiat aveva già fatto sei o erte di armi.

129. Ibid.

130. La più potente fra le stazioni, quella di Addis Abeba, era stata appaltata
dall’Ansaldo ed era entrata in funzione nel 1933. Costruita dall’ing. Zambon, il suo
costo era stato di 3 milioni e mezzo. La concessione per la costruzione della
stazione era stata ottenuta da Secondo Bertolani, facente funzione di cancelliere
presso la legazione italiana, sin dai tempi di Menelik. Ma in seguito Bertolani era
stato estromesso dall’a are perché considerato troppo nelle grazie di Hailè Selassiè,
rimpatriato e anche condannato al con no di polizia (ASMAE, Etiopia, b. 11, f. 5,
pos. 18 e b. 19, f. 8).

131. Mangascià Ubiè, che aveva presieduto ad Addis Abeba il tribunale per la
liberazione degli schiavi, a Roma fece una pessima prova. In una lettera a Paternò
(ASMAE, Etiopia, b. 2, f. 4, pos. 1), Guariglia assicurava che la sola attività del
diplomatico era quella di accumulate debiti. La sede della legazione etiopica era in
corso Trieste 99.

132. ASMAE, Etiopia. Fondo guerra, b. 5, f. 2, pos. 1. Dalle Biogra e etiopiche.

133. ASMAI, Eritrea, pos. 35/17, f. 68.

134. La polizza, di lire 18.257, è stata accesa il 19 gennaio 1909 presso l’Assicurazione
Generale Venezia. Ricalcolata ai valori del 1976, è di circa 17 milioni.

135. Secondo un dispaccio degli Esteri alle Colonie, del 13 agosto 1932, Afework era
segretamente in contatto con Ligg Jasu (ASMAE, Etiopia, b. 9, f. 1, pos. 1).

136. Ivi, b. 7, f. 1, pos. 1.


VII
La spedizione di Gabre Mariam

Da Corni a Rava.
Interrompiamo ora il lo della narrazione per fare un passo
indietro e tornare in Somalia, che abbiamo lasciato prostrata ma
«paci cata» dopo quasi cinque anni di governo del
quadrumviro De Vecchi. Il 1° giugno 1928 gli succede Guido
Corni, un funzionario del ruolo Colonie, che abbiamo già
incontrato in Eritrea, nel 1923, con Calciati e Bracciani, nelle
vesti di esploratore. Uomo di Federzoni e quindi tiepido fascista,
grande estimatore di Arnaldo Mussolini che considera
«caposcuola» del nuovo colonialismo, Corni ha innanzitutto il
compito di mettere un po’ di ordine nella colonia, sconvolta da
anni di guerriglia, turbata dall’attività frenetica e disordinata
del quadrumviro e con le casse vuote. «Avendo notato una
tendenza ambientale centrifuga — scrive il nuovo governatore,
sforzandosi di avere la mano leggera con il suo illustre e
temibile predecessore — mio primo atto fu il ferreo
consolidamento dell’autorità politico-amministrativa, sia al
centro che alla periferia. [...] Ritenni anche opportuno di
riordinare l’amministrazione centrale sul modello delle altre
nostre colonie». 1
Dopo il caos amministrativo, Corni deve a rontare la rivolta
dei coloni di Genale, sconvolti o addirittura rovinati dal crollo
dei prezzi del cotone. Quello che doveva essere il monumento
imperituro a De Vecchi, è invece un «comprensorio turbolento
negli spiriti, non sorretto dall’esperienza indispensabile per uno
sforzo grave e complesso, pressoché privo ancora di un impianto
tecnico- nanziario ed alquanto de ciente nell’organizzazione
economica generale, cui tempo e mezzi erano veramente
mancati, anche perché tutta la produzione era orientata solo
verso il cotone». 2 Nel tentativo di venire incontro ai coloni,
anche se continuano a fornire prove di «indisciplina e di
irriconoscenza», 3 Corni delibera alcune provvidenze, come la
riduzione del canone dell’acqua da 10 a 2 lire l’ettaro, un
contributo di avvaloramento di 300 lire per ettaro, prestiti
agricoli, assistenza tecnica, miglioramento della rete stradale
della zona e completamento delle opere idrauliche.
Corni cerca dunque di limitare i danni della monocoltura, ma
favorendo, come egli fa, la produzione delle banane, non si
avvede che nisce per sostituire una monocoltura all’altra.
Nell’arco di un quinquennio, infatti, i concessionari a dano
sempre di più le loro fortune alla bananocoltura e raggiungono
una produzione che nel 1934 s orerà i 150 mila quintali, quasi
interamente esportati in Italia. Tipica operazione di
colonialismo predatorio, favorisce i coloni di Genale e la Regia
azienda monopolio banane, mentre danneggia il consumatore
italiano che paga la piccola banana di Merca quasi il doppio di
quanto gli altri consumatori europei pagano le banane
dell’America Centrale, e ancor più danneggia i somali perché,
come osserva Iraci, «fra tutte le coltivazioni alternative che si
potevano prendere in considerazione nella Somalia italiana del
principio degli anni ’30 la banana era quella che meno poteva
contribuire allo sviluppo di lungo periodo dell’economia
locale». 4 L’operazione, comunque, va in porto, anche se
dapprincipio incontra l’ostilità di De Bono, il quale, in una
lettera a Mussolini, sconsiglia di importare le banane somale per
la loro qualità scadente e per la loro facile deperibilità,
suggerendo invece di adottare in Somalia un nuovo tipo di
banana che possa sostenere la concorrenza di quella delle
Canarie. 5
Va detto, a questo proposito, che De Bono, a di erenza di
quasi tutti gli altri vicini collaboratori di Mussolini, è riuscito a
conservare una grande indipendenza di giudizio, per cui spesso
è portato a esprimere le proprie opinioni con brutale
franchezza. Ad esempio, quando nel febbraio 1929 Mussolini gli
ordina di preparare un provvedimento che garantisca alle auto
italiane vendute in Somalia ed Eritrea la stessa protezione
doganale di cui fruiscono in Italia, De Bono, pur obbedendo
all’ordine, protesta per il provvedimento che giova alla Fiat, ma
danneggia lo sviluppo economico delle colonie. «A mio
subordinato parere, è in errore il senatore Agnelli nel pretendere
una maggiore protezione — scrive a Mussolini —. Per farti un
esempio, ti dirò che la fabbrica Chevrolet importa in colonia dei
camion del peso di due tonnellate al prezzo di lire 16 mila
ciascuno, macchine completamente utilizzabili dagli
agricoltori, che per acquistare una Fiat della stessa specie
dovrebbero pagare, franco banchina, lire 27 mila circa. Di fronte
a queste cifre, comprenderai che non esiste protezione doganale
che basti». 6 E qualche tempo dopo sarà anche più esplicito, più
critico: «Quasi la totalità dei coloni ha macchine agricole estere;
vi sono molte Caterpillar. Perché? Perché costano meno e
lavorano meglio. Le Fiat si piantano e la Fiat, da questo lato, sa
piatire, ma non fare». 7
La stessa brutale, soldatesca franchezza si trova nei giudizi
che egli dà degli uomini che operano o che hanno operato in
colonia, anche se egli sa che sono nelle grazie di Mussolini. Nel
tracciare il pro lo dei primi tre governatori fascisti della
Somalia, De Bono scrive: «De Vecchi ha dato il primo impulso. La
sua azione energica e volitiva ha lasciato un’impronta che segna
l’inizio, l’impostazione di quanto si doveva fare per il progresso
della Colonia. Vi è stato in lui un pochino di malinconia, che ha
portato a spese troppo forti per opere non di prima necessità. Il
suo successore ha fatto qualche cosa di utile, parecchie cose non
necessarie. Soprattutto non ha saputo tenere il governo degli
uomini; sicché Rava andando a Mogadiscio trovò la Colonia in
disorganizzazione e l’ha messa a posto. Ha reinstaurato la
disciplina basata, non sulla paura, ma sulla stima di coloro che
devono comandare, sia funzionari che gerarchi del Partito. Ha
placato i concessionari e ha aiutato nel miglior modo l’azione
del Ministero per risolvere anche la questione economica». 8
Maurizio Rava succede a Corni il 1° luglio 1931 e terrà il
governo della colonia per quasi quattro anni no alla vigilia del
con itto con l’Etiopia. Vecchio coloniale, ha trascorso un quarto
di secolo fra l’Africa e l’India, ed è già stato in Somalia, come
sottotenente, agli inizi del secolo, al tempo della rivolta dei
Bimal. Ma la sua carriera comincia col fascismo, a Tripoli, dove,
come e ciente segretario generale, entra nelle grazie dell’allora
governatore De Bono. Promosso vicegovernatore della
Tripolitania, partecipa all’occupazione di Cufra e nisce, con i
suoi ba e barba alla Vittorio Emanuele II, sulla foto di
copertina dell’«Illustrazione Italiana», 9 che negli anni Venti e
Trenta è un po’ il Gotha del fascismo. De Bono, che lo stima
come funzionario ma anche come uomo di partito, e Mussolini,
che lo de nisce «fascista di fede adamantina», 10 lo mandano
in Somalia con il duplice ed eccezionale incarico di governatore
e di segretario federale, persuasi che egli possa rasserenare
l’atmosfera turbata dagli scontri fra Corni e il federale
Serrazanetti, di cui parleremo più avanti. Compito che Rava
riesce ad assolvere, come apprendiamo dallo stesso De Bono:
«Con l’assunzione del camerata Rava a Governatore e anche a
Segretario Federale, il Fascismo, che prima aveva colà carattere
di gruppetti e di sette combattentisi, ha iniziato la sua opera di
cementazione, che è riuscita in pieno». 11
In realtà, Rava riporta un po’ di quiete nella comunità italiana
soltanto perché cede, ancora più di De Vecchi e di Corni, alle
pressioni dei concessionari, che costituiscono il gruppo più
numeroso, più forte, più omogeneo, più fascista della colonia.
«Mi avrete sempre vicino a voi, concessionari — a erma nel
primo discorso che pronuncia dopo il suo sbarco a Mogadiscio
—. A Roma ho già cominciato a lavorare per far sorgere anche
qui un istituto di credito fondiario agrario sul tipo di quello che
esiste in Tripolitania; spero di riuscirvi. Col mio Segretario
Generale ho già cercato nel bilancio — e con diamo di averla
trovata — la somma che possa aiutarvi a ben organizzare
l’esportazione delle banane». 12 Sono promesse che mantiene.
Ma non sono le sole. Per favorire i concessionari ridurrà del 50%
i dazi di esportazione ed elargirà a tutti premi di miglioramento
e di incoraggiamento.
Placati gli insaziabili concessionari, Rava rivolge le sue cure al
risanamento dei fasci della Somalia, che ha trovato al suo arrivo
«in condizioni di smarrimento e di disperdimento materiale e
soprattutto morale», e costituisce le organizzazioni giovanili
fasciste, «che non esistevano se non di nome». 13 Ma Rava va
più in là, tenta anche la fascistizzazione dei somali, attraverso la
scuola e la caserma. Quando nel maggio 1932 il sottosegretario
alle Colonie Lessona, primo membro del governo fascista a
visitare la Somalia, giunge a Baidoa, gli ascari lo accolgono
cantando Giovinezza 14 . L’operazione di super ciale
fascistizzazione non tende però a promuovere i somali da
sudditi a cittadini e tantomeno prevede per essi le prime tappe
dell’autogoverno. Tende al massimo, in questa fase di
espansione imperialistica che ha per obiettivo l’annessione
dell’Etiopia, a promuovere i somali da mercenari ad alleati,
puntando sul loro odio per gli abissini. Ma tutto si svolge ancora
nell’ambito della logica coloniale: se da un lato si desidera
risvegliare in essi, con lo spauracchio dell’espansionismo
etiopico, una certa coscienza nazionale, dall’altro si fa di tutto
perché non degeneri in un moderno e dirompente
nazionalismo.
Ma troppe cose dividono ancora le due comunità. Anche se al
vertice dell’amministrazione coloniale si cominciano a
elaborare fumosi disegni di collaborazione, l’italiano medio che
vive in colonia è saldamente convinto che «nelle teste nere» vi
siano «molti più riccioli che non cervello», 15 che «il bianco è il
fratello maggiore che comanda per il loro bene», 16 che «essi
sono una debolezza e noi una forza, che essi sono una decadenza
e noi una luminosa a ermazione. Ad essi il “bakscisc” a noi
“alalà”». 17 Scrivendo alla madre in pena, l’aviere e futura
«medaglia d’oro» Livio Zannoni assicura: «Ti prego di non
credere alle ciarle che parlano dell’Africa e della sua gente come
di un inferno. Il clima, se non è ottimo, è buono; e la razza basta
un urlo e subito tace». 18
In questo «basta un urlo» c’è tutta la loso a del coloniale,
fatta di convinta superiorità, di disprezzo, di fastidio. «Basta un
urlo» e le orde nere tornano a nascondersi nelle loro sudicie ma
conformi abitazioni. Fuori, nel sole, nella luce inebriante,
restano soltanto i dominatori, ciascuno dei quali sente di vivere
un’esaltante missione. «Qui non si conoscono tabarin, visi
impomatati e impiastricciati dalle toilette, non si pensa (come
troppi credono) a balli, cocotte, ecc. La nostra vita — scrive
l’aviere Zannoni — è alimentata dai sentimenti più nobili. Noi i
balli più belli li facciamo stretti alle nostre ali tricolori, i baci e le
carezze li riceviamo dall’aria che violentemente ci sferza il viso
nella purezza dei cieli». 19
Soltanto una minoranza pensa alla «razza» con pietà e
stancamente propone che essa venga redenta con metodi
educativi. Il cinema, ad esempio, suggerisce Augusta Perricone
Violà, è un eccellente strumento e il Film-Luce il più
appropriato: «A ogni apparizione di S. M. il Re, e di S. E.
Mussolini sono applausi spontanei e formidabili [...]. Il Film-
Luce nella loro mente si compendia in una sola parola: “Sercal”
(Governo), che racchiude per loro, in un tutto unico, potente,
straordinariamente grandioso, gli uomini illustri, le grandi
navi, le magni che città, le opere colossali, le cerimonie
suggestive, i voli arditi». 20 Ma c’è anche un cinema che va
proibito ed è quello che realisticamente dipinge il mondo dei
bianchi, con le sue contraddizioni, i suoi vizi, i suoi delitti. Colta
dal timore che esso possa danneggiare il «prestigio» dei bianchi,
la signora Violà si chiede: «Perché dunque noi dobbiamo
mostrare a questi poveri esseri lontani, il lato desolante della
nostra umanità [...] e non mostriamo invece ad essi tutte le
nostre bellezze naturali e morali, tutte le grandezze del nostro
genio, tutte le sublimità della nostra ra nata civiltà? Perché ci
sottoponiamo al giudizio di questi esseri a noi tanto inferiori,
senza invece cercare di destare soltanto la loro ammirazione per
averne un più completo, profondo e convinto rispetto?». 21 Una
pietà e un interesse che sono forse peggiori dell’istintivo
disprezzo.
Ma ciò che scava più profondo il solco fra le due comunità è il
comportamento dei concessionari di Genale, di Afgoi, del Giuba;
il loro modo di interpretare il contratto agricolo Bertello, che
trasforma i coloni indigeni in altrettanti forzati. A denunciare
questa piaga, con accenti che fanno tornare alla memoria lo
sdegno antischiavista di un Chiesi o di un Robecchi Bricchetti, è
un testimone fra i più imprevedibili, il segretario federale della
Somalia, quindi la più alta autorità fascista in colonia. Intimo
amico di Leandro Arpinati, tra i fondatori del fascio di Bologna,
sindaco per sette anni di S. Agata Bolognese, Marcello
Serrazanetti si trasferisce in Somalia nel 1929 e nello stesso
anno viene nominato segretario federale. 22 Uomo d’azione ma
anche acuto osservatore, spirito critico e frondista come il suo
capo spirituale Arpinati, Serrazanetti invia a Mussolini e alle
Camere, fra il 1930 e il 1934, tre lunghe memorie che
a rontano tutti i problemi della Somalia e in primissimo piano
quello del lavoro forzato. Scritte e stampate in pochissime copie,
queste memorie costituiscono l’unico documento pubblico
apparso durante il ventennio che metta in discussione
l’organizzazione delle colonie, l’infelice rapporto stabilito con le
popolazioni indigene, i criteri della spesa pubblica, le scelte per
lo sviluppo agricolo. 23
Serrazanetti, che sa benissimo di innescare un ordigno
infernale, cerca, con mossa ingenua, di metter le mani avanti, di
cautelarsi precisando nei suoi scritti che egli agisce «nella
convinzione di servire il Fascismo» e con «lo scopo di attirare
l’attenzione del Duce e delle due Camere su di una situazione di
cui giungono al centro soltanto notizie svisate e parziali». 24 Ma
le critiche e le accuse non sono soltanto dirette a Corni e a Rava,
coinvolgono anche il ministero delle Colonie, gli Esteri, il
regime. E il tono è troppo aspro, le imputazioni troppo poco
sfumate perché possano essere tollerate da un De Bono e da un
Mussolini. Vediamo, ad esempio, come introduce il problema del
lavoro forzato. Dopo aver premesso che «sarebbe ingenuo
considerare la colonizzazione come un’espansione puramente
lantropica» e che si può anche, di fronte all’urgenza di mettere
in valore una colonia, «ricorrere al lavoro forzato»
considerandolo appunto «come una dura necessità iniziale»,
Serrazanetti precisa tuttavia che esso comunque deve essere
«limitato all’esecuzione di opere di pubblica utilità», mai di
«utilità privata» e mai accompagnato da soprusi e
maltrattamenti. 25
Al contrario, testimonia il federale, «il lavoro forzato che
s’impone da alcuni anni ai nativi della Somalia, invano
cinicamente mascherato nel 1929 da un contratto di lavoro, è
assai peggiore della vera schiavitù, poiché laggiù è stata tolta al
lavoratore indigeno quella valida tutela dello schiavo che era
costituita dal suo valore venale, tutela che gli assicurava almeno
quel minimo di cure che l’ultimo carrettiere ha per il suo asino,
nella preoccupazione di doverne comprare un altro se quello
muore. Mentre in Somalia quando l’indigeno assegnato a una
concessione muore o diviene inabile al lavoro, se ne chiede
senz’altro la sostituzione al competente U cio Governativo che
vi provvede gratis». 26
Poi Serrazanetti passa a esaminare il fenomeno nei
particolari, precisando che i lavoratori non vengono reclutati
ma «prelevati dalle Cabile ritenute le più devote e le più docili»,
con la complicità di notabili come il sultano di Bulomererta,
Avicher Ahmed, o il capo dei Bimal del ume, Abdulraman Ali
Issa. Le colonne dei lavoratori, maschi e femmine, sono poi
avviate a destinazione, qualche volta a oltre cento chilometri di
distanza, a piedi e sotto scorta armata. E «quando vi sia qualche
recalcitrante o si abbia tema di qualche tentativo di fuga —
spiega Serrazanetti — [gli indigeni] vengono legati gli uni agli
altri con delle funi, assicurando così una più facile
sorveglianza». Giunti alla concessione, le nuove reclute sono
invitate ad apporre la loro impronta digitale a un contratto di
cui non possono capire il signi cato e quindi sono avviate al
lavoro, che è di dieci ore al giorno e ettive, e che si svolge sotto
la stretta sorveglianza dei concessionari o dei capoccia. «Se le
condizioni di salute, la stanchezza sica e soprattutto
l’abbattimento morale, comunissimo nella psicologia del
Somalo, gli inibiscono un e cace rendimento — continua il
federale — avviene che in molte concessioni si usi il sistema di
dimezzargli o sospendergli la razione, attendendo che la fame lo
spinga a una maggiore attività». 27
In queste condizioni, alcuni si adattano lentamente al nuovo
ambiente, altri si ammalano e muoiono, altri ancora tentano la
fuga e si riducono a vivere nelle più inospitali boscaglie, lontane
dai centri abitati. «Nel 1929 — ricorda Serrazanetti — ne furono
rastrellati parecchie centinaia, nei pressi del Giuba, a
quattrocento chilometri di distanza da Genale». Se poi
qualcuno, fra quelli che si sono sottomessi, si ri uta di lavorare
o si ribella al concessionario, è denunciato alle autorità coloniali
e da queste duramente punito, di solito con un certo numero di
scudisciate e nei casi più gravi con alcuni mesi di prigione.
«Questi sono fatti che ho constatato personalmente in luogo, in
Colonia erano e sono di dominio pubblico — assicura il federale
— e chiunque lo voglia può ancora controllarli». 28
Dopo aver citato alcuni episodi della tratta e della sistematica
persecuzione, Serrazanetti prosegue: «Non mi dilungo a esporre
altri episodi, di morti trovati nei campi o per le strade, di
ammalati e moribondi abbandonati alla loro sorte senz’alcuna
assistenza o aiuto, di lavoratori morti in seguito alle bastonate
ricevute dal concessionario da cui dipendevano, perché spinti
dalla fame avevano rubato alcune pannocchie nel campo, di
individui in ne che destinati al lavoro in concessione hanno
preferito il suicidio, fatto rarissimo fra i somali, aprendosi il
ventre col proprio coltello». 29 Nonostante una circolare del
commissario Pietro Barile, che denunzia gli abusi e invita i
concessionari a essere più umani, la situazione, osserva il
federale della Somalia, è peggiorata col tempo anziché
migliorare. Ne sono indici la natalità bassissima fra i lavoratori,
l’altissimo tasso di mortalità infantile e l’aumento delle fughe a
causa di un ulteriore abuso, quello di riconfermare i contratti
all’in nito senza il consenso degli interessati. Ma c’è di più e di
peggio: «Per arginare la costante diminuzione in rendimento del
lavoratore, si è provveduto da parte delle Autorità locali a
intensi care l’applicazione di pene corporali. S. E. Rava, a una
riunione di concessionari da lui presieduta a Vittorio d’Africa
nell’estate scorsa, ha dichiarato di assumere personalmente la
responsabilità morale delle punizioni corporali in itte». 30
Ciò che infastidisce Serrazanetti, oltre all’ingordigia dei
concessionari e alla palese complicità dei governatori, è il
quadro «suggestivo, georgico, olimpico» che della situazione
danno in Italia politici come l’on. Pace e il ministro De Bono, o
studiosi di problemi coloniali, come Mondaini, Cucinotta,
Malvezzi. Dopo aver citato i loro testi, disinformati e pieni di
menzogne, 31 dopo aver ironizzato su De Bono — che alla
Camera ha sostenuto che «in tutto il nostro lavoro di
colonizzazione non è mai stato trascurato l’elemento indigeno,
che non solo non è mai stato sfruttato, ma ne abbiamo fatto un
elemento integratore» 32 —, il federale non soltanto li accusa di
falso, ma li incolpa di essere di corte vedute, di bloccare coi loro
metodi lo sviluppo della colonia, che si può realizzare soltanto
stimolando l’economia indigena e non puntando tutto sui
concessionari la cui economia è soltanto accessoria. A questo
proposito, cita il parere di Armando Maugini, direttore
dell’Istituto agricolo coloniale di Firenze e uno dei pochi esperti
che abbiano conservato un’indipendenza di giudizio: «La
colonizzazione italiana, anche nelle ipotesi più rosee e col
passare di qualche decennio, non potrà conquistare che poche
centinaia di migliaia di ettari; forse un tale obiettivo non sarà
mai raggiunto. La rimanente parte di territorio della Somalia, di
estensione enorme, resterà il campo delle forme di economia
indigena opportunamente modi cata in quel poco che
l’esperienza farà ritenere possibile. Anche nell’avvenire il
maggior strumento di ricchezza sarà rappresentato dalle
popolazioni locali, umili, misere, sobrie, le uniche capaci di
trarre beni economici dai territori più poveri». 33
L’invito di Serrazanetti è quindi quello di abolire il lavoro
forzato «che tiene in uno stato peggiore della schiavitù sei-
settemila neri», 34 di potenziare l’economia indigena, di
procedere senza indugio alla protezione delle popolazioni
somale, che soltanto nell’ultima carestia del 1932 hanno
lamentato 60 mila morti. 35 «Alcuni — osserva Serrazanetti —
vorrebbero rappresentare i Somali come una specie di bruti
immeritevoli d’amore e di cure e incapaci di a etto e di
riconoscenza, ma questo non è a atto vero. Se vi è qualche
eccezione, si tratta il più delle volte delle conseguenze dei
contatti avuti coi bianchi». 36 Quanto al denaro per realizzare
questa nuova politica, lo si può reperire risparmiando sui
favolosi stipendi e appannaggi dei governatori, su alcuni lavori
pubblici di puro prestigio, sui frequenti e costosi ricevimenti
governatoriali e su altre spese non indispensabili. «Se per
squarciare il diaframma che deforma la verità agli occhi del
Capo — conclude Serrazanetti la sua terza e ultima memoria — è
d’uopo che uno di quelli che in altri tempi furono chiamati fessi,
quando andarono all’assalto di una trincea nemica, si o ra
ancora; come fascista, sono orgoglioso di o rirmi, a dandomi
al giudizio del Duce e del tempo». 37
Il tempo gli farà giustizia, Mussolini no. Già costretto a
rimpatriare sul nire del 1932, Serrazanetti diventa
vicesegretario della federazione fascista di Bologna; ma,
coinvolto nella caduta di Arpinati, viene arrestato e mandato al
con no in Sardegna. Non farà tutti i cinque anni della pena
in ittagli, ma la sua carriera è ormai troncata e nel 1938
tornerà in Africa, nel Gimma, per crearvi un’azienda agricola.
Eliminato come testimone, De Bono può ritorcere contro di lui
l’accusa di mentitore: «È stata anche risolta la questione della
mano d’opera indigena — scrive a Mussolini il 30 novembre
1934 — la quale è ora su ciente e giustamente pagata. Le
insinuazioni libellistiche di Serrazanetti sono nettamente
smentite dai fatti constatati con assoluta obiettività sul
posto». 38 In realtà, quello che gli indigeni chiamano
«schiavismo bianco» non verrà soppresso che nel febbraio 1941,
con l’occupazione inglese della Somalia. Ma non del tutto
perché, ancora nel 1948, una delle ventitré condizioni poste
dalla Conferenza della Somalia per accettare l’amministrazione
duciaria dell’Italia è proprio la soppressione del lavoro
forzato. 39
Nonostante la scon tta di Serrazanetti, non si può tuttavia
sostenere che le sue critiche e i suoi suggerimenti non siano
stati accolti, almeno in parte e in linea di principio. In alcuni
scritti del 1932 e del 1935 il sottosegretario Lessona ammette,
per esempio, che «una sottrazione improvvisa e violenta di
manodopera dei gruppi agricoli (indigeni) per destinarla alla
colonizzazione europea industriale non può non causare un
perturbamento. In alcuni casi signi ca abbandono di terra
lavorata, diminuzione di produzione come è accaduto ad
esempio per la zona di Afgoi che, esportatrice no a ieri di
granoturco, è oggi costretta a importarne». Rivelati gli
inconvenienti e i rischi della industrializzazione a oltranza e
della monocoltura, Lessona suggerisce quindi di non estendere
«oltre i limiti presenti» la colonizzazione di tipo industriale e di
potenziare invece l’agricoltura indigena, perché ciò «porta a
estensione di super cie valorizzata» e alla «preparazione di un
nuovo ambiente atto a favorire l’incremento demogra co». 40
Per concludere, il lavoro forzato non sarà abolito, com’era nei
voti di Serrazanetti, ma, non aumentando il numero dei
comprensori destinati alla colonizzazione europea, il fenomeno
dello «schiavismo bianco» non subirà almeno una dilatazione.

Una minaccia alla frontiera.


Ma più che l’ordine interno, ormai assicurato da anni, più che il
destino dei somali, che sembra stare a cuore soltanto a
Serrazanetti, più che il bilancio, che ogni anno viene comunque
integrato con cinquanta milioni, ciò che preoccupa e nello
stesso tempo stimola e impegna Corni e Rava è il rapporto con
l’Etiopia, sempre più ambiguo e precario. Come abbiamo già
visto da alcune anticipazioni, Corni e Rava portano avanti e
perfezionano, durante i loro sette anni di mandato, l’opera di
penetrazione nel sud dell’Etiopia, iniziata dal quadrumviro De
Vecchi con la provvisoria occupazione della linea dei punti
d’acqua. Corni, come si ricorderà, cerca sin dal marzo 1929 di
occuparla stabilmente, ma, bloccato da Mussolini che giudica il
passo ancora troppo rischioso, svolge allora una segreta azione
per attrarre nell’orbita dell’Italia le popolazioni Ogaden d’oltre
con ne, oltre agli Sciaveli, agli Abdalla, ai Talamogle. Su questa
vasta operazione egli fa un bilancio che invia alle Colonie e che
dice, fra l’altro: «In meno di tre anni di lavoro si raggiunsero i
seguenti risultati: 1) domanda da parte delle popolazioni
somale alla SDN tendente ad ottenere i diritti di autodecisione
per passare sotto il governo di S. M. il Re d’Italia e non rimanere
sotto il Negus; 2) possibilità di attuare i successivi spostamenti
delle nostre truppe di frontiera in relazione ai diritti, che le
nostre cabile avevano per tradizione e per la Convenzione del
1908, senza creare incidenti; 3) la costruzione di piste
camionabili, anche di 300 km. in territorio etiopico, dove
meglio ritenni conveniente ai nostri interessi, per qualsiasi
eventualità futura; 4) il censimento, con una certa
approssimazione, del numero dei fucili che esistevano fra i
Somali del Sud-Etiopico; 5) l’avere nel febbraio del 1930 a
ricevermi al mio sbarco a Mogadiscio, a anco delle autorità
italiane e dei capi somali dell’interno, i 62 capi somali più
in uenti del territorio sud-etiopico». 41
Preparato il terreno e avendo ottenuto nel frattempo il
consenso di Roma, nella primavera 1930 Corni fa rioccupare la
linea dei pozzi, che comprende o s ora le località di Ferfèr,
Lammahar, Scilláve, Gherlogubi, Uarder, Ual Ual, Galadi, Curmis
e Dòmo, ciò che sposta avanti il vecchio con ne, in alcuni punti,
anche di 150 chilometri. Nel darne notizia a Grandi, De Bono
esprime il parere che l’operazione, eseguita da «gruppi di nostri
armati indigeni, in veste di pastori», dia meno nell’occhio della
«prima occupazione di carattere nettamente militare» ordinata
cinque anni prima da De Vecchi. 42 Ma lo spostamento in
avanti, per quanto grossolanamente camu ato, è troppo vistoso
per passare inosservato. Paternò, da Addis Abeba, avverte
infatti gli Esteri che da Giggiga è giunto al governo etiopico un
rapporto nel quale è detto «che nostri posti di frontiera si sono
addentrati in territorio etiopico per qualche centinaio di
chilometri». 43
In seguito a questo episodio, Hailè Selassiè invita ancora una
volta il governo italiano a sistemare le frontiere ancora incerte
e, in modo particolare, quella della Somalia. Ma se Roma si
a retta a delimitare il con ne tra la Somalia del Nord e il
Somaliland (accordi Cerulli-Sta ord del 2 giugno 1931 e Cerulli-
Horsley del 2 settembre dello stesso anno), con l’Etiopia
continua a preferire la politica dei rinvii, per guadagnare tempo
e consolidare le occupazioni abusive. La corda è però talmente
tesa che lo stesso De Bono, in una lettera a palazzo Chigi, non
nasconde le sue perplessità: «Il continuo rinvio, che noi
riusciamo a procurarci per tale delimitazione, non ci assicura
però che, prima o poi, a essa non si addiverrà, né ci esime quindi
dal prepararci e tenerci pronti per le eventualità». 44 Nel
frattempo Corni colloca una guarnigione a Ual Ual, insedia un
comando a Uarder, intensi ca i rapporti con il sultano degli
Sciaveli, Olol Dinle, a da a Roberto Asinari di San Marzano il
compito di sobillare le popolazioni d’oltre con ne, mentre
Paternò, da Addis Abeba, fa pressioni su monsignor Barlassina
perché faccia anche dell’Ogaden un campo di missione. 45
Mentre ferve al massimo l’opera di sovversione e di
provocazione, il 13 maggio 1931 Corni apprende da Paternò che
il governatore di Harar, degiac Gabre Mariam, ha avvertito i
consoli italiano, inglese e francese che, essendosi i somali
dell’Ogaden etiopico ri utati di pagare gli annuali tributi, ha
deciso di scendere lui stesso nella regione per «raccogliere detti
tributi, conciliare i dissidi e punire i colpevoli». 46 Il degiac
esortava pertanto a richiamare entro i rispettivi territori
d’origine, non oltre il 22 giugno, le tribù suddite italiane, inglesi
o francesi che eventualmente si trovassero per motivi di pascolo
nell’Ogaden «per evitare eventuali reclami da parte loro nel caso
siano loro con scati bestiame o in itte punizioni». 47 Posta in
questi termini, la richiesta abissina appare del tutto legittima e
per nulla altezzosa, ma De Bono la ritiene invece
«assolutamente inaccettabile» e perciò incarica Paternò di
protestare con il governo etiopico. 48 Da questo momento la
Somalia entra in stato d’allarme e ha inizio quello che
ironicamente De Bono de nirà il De bello Ogadense, nonostante
che il ministro degli Esteri Heruy, sconfessando Gabre Mariam,
abbia assicurato Paternò che il governo etiopico si assume la
responsabilità della protezione dei sudditi italiani e dei loro
beni.
Il 20 luglio, mentre Corni è in viaggio per rientrare in Italia, a
missione compiuta, e la colonia è a data alle cure del segretario
generale, Francesco Saverio Caroselli, le forze della spedizione
etiopica iniziano il loro movimento, suddivise in varie colonne.
Gabre Mariam, con il degiac Gobanà e il taurari Mezlechià
partono dalla regione di Harar e di Giggiga con due colonne,
forti di 8 mila uomini, 10 mitragliatrici e un aeroplano, e
puntano su Callafo e Gorrahei. Qualche giorno più tardi una
terza colonna, al comando dei taurari Tafari e Tesamma, e
forte di 4 mila uomini, lascia Góba negli Arussi e punta su Imi
per poi congiungersi con le altre due colonne. L’avanzata degli
abissini è seguita ora per ora dal comandante delle truppe della
Somalia, colonnello Luigi Frusci, che dispone, per
l’osservazione, di due ricognitori Ro.1 e di molti informatori. «In
complesso — scrive il 10 agosto in un rapporto — si può notare
che le intenzioni degli armati non sono tanto quelle di
riscuotere i tributi quanto di fare nuovo atto di presenza nei
territori di loro sovranità, forse per mettere un primo punto
fermo alle trattative per la delimitazione dei con ni». 49
Le intuizioni di Frusci sono esatte. Gabre Mariam non sta
discendendo l’Ogaden, alla testa di 12 mila uomini, soltanto per
riscuotere tributi, ma ha il preciso incarico di osservare il livello
di penetrazione italiana, di veri care i limiti e l’e cienza delle
recenti occupazioni, di punire i capi infedeli e di premiare quelli
devoti (anche il doppiogiochista Olol Dinle verrà nominato
grasmac), di occupare stabilmente con presidi la zona di
frontiera. Sapendo in ne che gli e ettivi militari della Somalia
sono stati quasi dimezzati dopo la partenza di De Vecchi nel
1928, Gabre Mariam si ripromette anche di ottenere un e etto
intimidatorio sulle truppe italo-somale di frontiera in modo da
indurle ad abbandonare le posizioni illegittimamente occupate.
In realtà Frusci, quando il 18 settembre le avanguardie
dell’esercito di Gabre Mariam giungono davanti al posto
avanzato di Cau, presidiato dai dubat, non ha potuto mettere
insieme, concentrandoli a Bélet Uèn, che 57 u ciali, 15
sottu ciali, 2.986 indigeni, 42 mitragliatrici, 16 cannoni, 4
autoblindo e due aerei, sguarnendo i presidi dell’intera
colonia. 50
Pur disponendo di armi più moderne e di un maggior volume
di fuoco, Frusci si trova a fronteggiare forze quattro volte
superiori e, allarmatissimo, lo stesso 18 settembre consiglia al
nuovo governatore della Somalia, Maurizio Rava, di chiedere a
Roma due misure di estrema gravità: un intervento armato
contro l’Etiopia a partire dall’Eritrea e il bombardamento aereo
di Addis Abeba. 51 Per buona fortuna Rava non si lascia cogliere
dal panico e cerca di risolvere la vertenza per vie diplomatiche,
sia facendo intervenire Paternò presso il negus sia a dando a
Caroselli, che ha inviato alla frontiera, l’incarico di parlamentare
con Gabre Mariam. Per alcuni giorni la situazione permane
incerta. Il 18 settembre, piuttosto inquieto, Caroselli telegrafa a
Rava da Mustáhil che il governatore di Harar «pare deciso a
colpo di testa per acquistare personale merito riconquista
territorio che a erma da noi usurpato; naturalmente non mi
muovo». 52 Nello stesso giorno comunica a Mogadiscio che
«informazioni concordi anche da parte taurari Tafari
assicurano intenzione abissini giungere Bélet Uèn. Essi
rivendicano tutto antico territorio cabile assegnato da
Convenzione 1908». 53 Ma già il giorno dopo Caroselli è più
disteso, quasi ottimista. Dopo aver informato Rava di aver
ricevuto da Gabre Mariam una «cortese» lettera, nella quale il
degiac precisa la sua intenzione di regolare la questione delle
«popolazioni di con ne che creano disordine», conclude il
messaggio a ermando che si può considerare la «situazione con
tranquillità» e sconsiglia qualsiasi «atto di ostilità». 54
La tensione si allenta del tutto il 25 settembre quando,
sollecitato da Paternò, Hailè Selassiè invia a Gabre Mariam,
tramite le autorità italiane di Addis Abeba e di Mogadiscio,
l’ordine telegra co di ripiegare. Il telegramma, ritirato a
Mustáhil dallo stesso degiac la sera del 26, non contiene però
soltanto l’ingiunzione a Gabre Mariam di rompere il contatto
con i posti avanzati italiani, ma include la precisazione, a uso di
Rava, che tali presidi sono abusivamente in territorio etiopico:
«Il Ministro d’Italia mi partecipa che sei in procinto di varcare la
frontiera e di introdurti nel territorio italiano. Avverti il
guardiano di frontiera che il territorio dove è il posto è territorio
etiopico e ritorna senza oltrepassare il posto che ti dicono essere
il con ne. Per la questione del con ne parleremo noi col
Ministro». 55
Sfumata la possibilità di rioccupare con la sorpresa il
territorio abusivamente invaso dagli italiani, il negus vuole
almeno far rilevare che, se ha ordinato a Gabre Mariam di
ripiegare, lo ha fatto soltanto per evitare un con itto armato, e
non perché ci siano dei dubbi sulla appartenenza all’Etiopia dei
territori contesi. Il 1° ottobre Gabre Mariam inizia il movimento
di ritirata, lasciando però alle proprie spalle presidi permanenti,
che fronteggiano a pochi chilometri di distanza quelli italiani, a
Buslèi, Bur Dodi, Mallaile, Bargheile, Guralei, Bucurale, Dolo
etiopica, Lammascillìndi. Ripiegando, il degiac fa anche
costruire campi di fortuna e piste camionali, ma bada
soprattutto, e lo rileva con stizza Lessona, a migliorare i rapporti
con le popolazioni somale, scompaginando in parte l’opera di
sovversione intrapresa da Corni. 56
La spedizione di Gabre Mariam verrà poi de nita, alla vigilia
del con itto italo-etiopico, come la più grave minaccia abissina
contro la Somalia, 57 ma a Roma, al momento dei fatti, non
suscita in verità molte apprensioni. In un telegramma del 23
settembre, davanti alle pressanti richieste di Rava e Frusci di
enormi quantitativi di materiale bellico, De Bono replica,
seccato ma tranquillo: «Non esageriamo e non mettiamoci in
testa di appro ttare dell’occasione per fare un ricco deposito di
materiali, il quale, non impiegato, rovinerà». 58 E tre anni dopo,
nel già citato rapporto a Mussolini, De Bono ammetterà che «il
De bello Ogadense — che sostanzialmente non fu una minaccia
di guerra — fu liquidato pel nostro contegno fermo e per la
mancanza di viveri e conseguente malcontento della gente di
Gabre Mariam. Io non credo a serie minacce abissine verso la
Somalia, ma bisogna guardarsi per parare ogni possibile
sorpresa. [...] Da tre anni circa si è migliorato il nostro assetto
militare nella colonia. È noto a V. E. che avevamo a mala pena
una giornata di fuoco. Ora si è provveduto a portare le dotazioni
a cinque giornate». 59
La vasta ricognizione abissina nell’Ogaden e le misure di
difesa adottate alla sua conclusione, dovrebbero persuadere
Rava che il governo etiopico non è più disposto a subire
passivamente lo sgretolamento delle regioni meridionali
dell’impero e dovrebbero suggerirgli una maggiore cautela. Al
contrario, l’opera di sovversione viene ripresa con più grande
intensità e quasi scopertamente, come nel caso di Olol Dinle.
Dalla ne del 1932 ai fatti di Ual Ual, il sultano degli Sciaveli,
come riconoscerà più tardi lo stesso Graziani, conduce «una
continua guerriglia contro gli abissini, sino ad attaccare il forte
presidio di Dagnerei». 60 Quando si trova a corto di viveri, di
munizioni, di uomini, Olol Dinle si rifugia in territorio italiano,
dove si rifornisce per poi ripassare subito all’azione. Ed è tale lo
scompiglio che il sultano porta nella regione di con ne che
Hailè Selassiè è costretto a inviargli contro prima il taurari
Mezlechià e poi lo stesso degiac Gabre Mariam, ma senza
risultati apprezzabili, perché Olol Dinle, quando si trova a mal
partito, ripara a Cau, sotto la protezione del tricolore. Nell’aprile
1933, durante un colloquio con il nuovo ministro italiano Vinci,
Hailè Selassiè chiede che gli venga consegnato Olol Dinle e che si
giunga nalmente alla delimitazione del con ne con la
Somalia. 61 Ma Vinci, come i suoi predecessori, tergiversa,
cavilla, prende tempo, mentre gli Esteri si limitano a
raccomandare alle Colonie di dare a Olol Dinle «consigli di
moderazione». 62
Per nire, l’epilogo incruento della spedizione di Gabre
Mariam produce anche l’e etto di convincere Rava che gli
abissini, posti di fronte a una nuova Italia, quella fascista,
hanno avuto paura di battersi. È un’impressione sbagliata,
naturalmente, ma essa serve ad alimentare, tanto negli italiani
che nei somali della colonia, sentimenti di odio, di disprezzo, di
arroganza, di cui questo canto, composto da un menestrello
somalo del rer Abdullah Ugaz, è un tipico esempio:

L’Amhara discese a Giggiga agguerrito e numeroso.


Giunto che fu al fronte italiano,
tti come pioggia vide i «camions» e i cannoni.
Si sentì tremare il cuore, e si fermò.
Dove sono le strade costruite,
dove gli Italiani uccisi,
così come promettesti, o Amhara, al tuo partire?
Mangiasti il foraggio, e fuggisti colla fame.
Quando vedesti gli ascari del «Maggiore», armati e pronti a combattere,
come moglie bastonata ti azzittisti, o Amhara!
Ma chi può parlare cogli Italiani, quando c’è la guerra?. 63

La morte del principe-contadino.


Mentre Corni e Rava dedicano buona parte del loro tempo
all’opera di sgretolamento del sud-etiopico, al Villaggio Duca
degli Abruzzi il principe-contadino completa e rende redditizia
la grande azienda della SAIS, nonostante le disastrose piene
dell’Uebi Scebeli e il crollo dei prezzi del cotone. L’azienda
conosce infatti la sua terza e ultima crisi nel 1930, allorché il
ume, pur senza allagare i terreni boni cati, inonda la zona
circostante, danneggia le arginature a monte e a valle del
villaggio e minaccia il terrapieno della ferrovia per Mogadiscio.
Non bastasse, una forte epidemia di amebiasi colpisce tanto il
personale somalo che quello europeo nella misura del 70%. Un
altro colpo alla SAIS viene inferto, nello stesso anno, dal forte
ribasso dei prezzi del cotone sul mercato mondiale. E se
l’azienda si salva, lo si deve soltanto alle intuizioni di Luigi di
Savoia e di Scassellati Sforzolini, che hanno visto in tempo i
pericoli della monocoltura e hanno dato il massimo incremento
alla produzione della canna da zucchero, del mais, del banano,
del sesamo, delle arachidi. Ma già nel 1931 la crisi appare
superata. Entrando nel suo secondo decennio di attività, la SAIS
ha quasi raggiunto il suo massimo sviluppo producendo
401.783 quintali di canna da zucchero, 10.703 quintali di
cotone, 37.830 quintali di mais, 5.928 quintali di banane. 64
Con la certezza che la SAIS è ormai un organismo vitale, Luigi
di Savoia prolunga, a partire dal 1930, i suoi soggiorni in Italia,
anche perché, fra l’altro, è stato nominato accademico d’Italia
per la classe di scienze siche, matematiche e naturali e gli è
stata a data la presidenza della società di navigazione Italia.
Alla ne del 1932 le sue condizioni di salute, già non buone
dopo il viaggio di esplorazione lungo l’Uebi Scebeli, si
aggravano, gli scoprono un carcinoma, gli danno pochi mesi di
vita. Da questo momento, per i suoi atti e soprattutto per le sue
parole, è quasi impossibile separare la realtà dalla fantasia, la
storia dalla leggenda. I suoi stessi agiogra riconoscono che la
ne del principe-contadino è fortemente sublimata dal
sentimento popolare. Per cui, ad esempio, anche se non esistono
prove su cienti per stabilire che Luigi di Savoia torna all’inizio
del 1933 in Somalia consapevole di morirvi, tutti propendono
per questa versione romantica. Scrive, senza l’ombra di un
dubbio, uno dei suoi biogra : «Ricordiamo ancora le sue parole
di quei giorni: “Preferisco che intorno alla mia tomba
s’intreccino le fantasie delle donne somale, piuttosto che le
ipocrisie degli uomini civilizzati”». 65
Il 7 febbraio si imbarca a Napoli, e a Mogadiscio, dove giunge
il 22, vuole passare in rivista le truppe schierate sulla banchina,
nonostante che Rava gli abbia suggerito di sottrarsi alla fatica.
«Vi ringrazio — dirà dopo la cerimonia agli u ciali — voi avete
reso l’onore delle armi al Duca morente». 66 Poi sale sul treno
che deve condurlo al villaggio, ma le scosse gli producono tali
so erenze che più volte il convoglio viene fermato in mezzo alla
boscaglia. Meno di un mese dopo, la notte del 16 marzo, Luigi di
Savoia si spegne. «Sua Maestà il Re sa che desidero essere
sepolto, per sempre, quaggiù — si legge nel suo testamento —
Appena morto rivestitemi dell’uniforme di Ammiraglio. Si
annunci il trapasso con il rituale suono delle campane della
Chiesetta. Non altro. Voglio dire che i funerali si svolgano tutti
qui al villaggio, non a Mogadiscio». 67 Rispettano le sue volontà,
lo seppelliscono nel cimitero del villaggio, all’ombra delle acacie
selvatiche, e la tomba è un grezzo masso di pietra migiurtina.
In Italia, dove si vuol mantenere in vita il mito del principe-
contadino, è lo stesso Mussolini che lo commemora al Senato:
«Spregiatore degli agi, del riposo, delle futili anche se talora
inevitabili cosiddette mondanità, egli amava il rischio con le sue
incognite, il pericolo con le sue seduzioni, la solitudine con i
suoi silenzi, che pongono l’uomo a contatto con l’essenziale e
l’eterno». 68 Ma in privato, e in alto nella gerarchia dello Stato, il
giudizio è diverso. Vittorio Emanuele, un’ora prima che ne
celebrino la memoria all’Accademia d’Italia, enumera
freddamente al maresciallo d’Italia Caviglia tutti gli errori che
Luigi di Savoia ha commesso durante la guerra come
comandante in capo della otta. E Caviglia, lo stesso giorno,
annota nel diario: «Era un uomo di carattere forte, ma la sua
intelligenza non era pari all’altezza del carattere». 69
Al villaggio, però, dove il principe-contadino ha speso quasi
quindici anni della sua esistenza, la sua scomparsa è avvertita e
la sua tomba diventa mèta di pellegrinaggi. La sua reputazione,
anzi, cresce con le fortune della SAIS ed è forse la sola cosa in
Somalia che uscirà indenne dalla guerra, dall’occupazione
inglese, dal collasso del regime coloniale. Ed è naturale che sia
così, perché, al di là del mito gon ato e gestito dal regime, il
ricordo di Luigi di Savoia resta legato alla sola azienda moderna
e vitale che il colonialismo italiano sia riuscito a creare in
Somalia.

1. Guido Corni, Somalia Italiana, vol. II, Editoriale Arte e storia, Milano 1937, pp. 32-3.

2. Ivi, p. 38.

3. Ivi, p. 39.

4. Leone Iraci, Note sul terzo mondo, Bulzoni, Roma 1970, p. 307.

5. ACS, SPD/CR, 224/R, sf. De Bono. Lettera del 24 luglio 1929.

6. Ivi. Lettera del 20 febbraio 1929.

7. Ivi. Dalla Relazione sulla visita alla Somalia compiuta dal Re, in data 30 novembre
1934.

8. Ibid.

9. «L’Illustrazione Italiana», 8 febbraio 1931.

10. M. Rava, Parole ai coloniali, cit., dalla Prefazione.

11. ACS, SPD/CR, 224/R, sf. De Bono. Dalla già cit. Relazione.

12. M. Rava, op. cit., p. 349.

13. Ivi, p. 392.

14. M. Pomilio, op. cit., p. 26.

15. Augusta Perricone Violà, Ricordi somali, Cappelli, Bologna 1935, p. 80.

16. F. Monile, op. cit., p. 121.

17. A. Perricone Violà, op. cit., p. 163.


18. Enrico Parrini, Ala infranta, S.A. Arte tip. Fiorentina, Firenze 1937, p. 127. Lettera
da Bender Cassim del 24 gennaio 1930.

19. Ivi, p. 135. Lettera alla madre del 16 febbraio 1932.

20. Ivi, pp. 214-5.

21. Ivi, p. 218.

22. Per altre notizie su Serrazanetti si veda Agostino Iraci, Arpinati l’oppositore di
Mussolini, Bulzoni, Roma 1970, pp. 113-5.

23. I tre opuscoli di Serrazanetti, tutti stampati dalla Tipogra a La Rapida di Bologna,
portano i seguenti titoli: Basi economiche della Somalia Italiana, 1930;
Considerazioni sulla nostra attività coloniale in Somalia, 1933; La politica indigena in
Somalia, 1934.

24. M. Serrazanetti, Considerazioni sulla nostra attività coloniale in Somalia, cit., p. 3.

25. Ivi, pp. 5-9.

26. Ivi, p. 10.

27. Ivi, pp. 11-2.

28. Ivi, pp. 12-3.

29. Ivi, p. 14. Il quadro tracciato da Serrazanetti ci è stato confermato dal


concessionario Carlo Vecco (TaA, cit.). Vecco, anzi, fornisce alcuni particolari che
rendono il quadro anche più fosco. Ad esempio, egli ammette che le ore di lavoro
erano anche 11 o 12 e che la razione di botte era costante. In genere, la disciplina e
le punizioni erano amministrate dal maresciallo dei carabinieri di Genale, Avella,
ma spesso i concessionari si facevano «giustizia» da sé. Vecco racconta che un
giorno, essendo stato schia eggiato da un Bimal, lo trascinò sull’aia e, davanti a
tutu i suoi compagni, quasi lo uccise a botte. Poi lo spedì legato al maresciallo
Avella perché gli desse il resto.

30. Ivi, p. 18.

31. M. Serrazanetti, La politica indigena in Somalia, cit., pp. 4-11.

32. Ivi, p. 7.
33. Ivi, p. 21. Il passo è tolto dal libro di A. Maugini, Flora ed economia agraria degli
indigeni, cit., p. 187.

34. Ivi, p. 20. Sul numero dei lavoratori impiegati nelle concessioni le valutazioni non
sono concordi. Rolando Guidotti scrive, ad esempio, che per il solo comprensorio di
Genale «il fabbisogno richiesto di mano d’opera» ascendeva «a 100.000 individui
ogni sei mesi» (in G. Corni, Somalia Italiana, II, cit., p. 413).

35. Ivi, p. 24.

36. M. Serrazanetti, Considerazioni sulla nostra attività coloniale in Somalia, cit., p. 22.

37. M. Serrazanetti, La politica indigena in Somalia, cit., p. 32.

38. ACS, SPD/CR, 224/R, sf. De Bono. Dalla cit. Relazione.

39. Pietro Beritelli, L’amministrazione municipale di Mogadiscio negli anni dal 1941 al
1949, edizione fuori commercio, s. d., p. 207.

40. Si vedano i due articoli: Le possibilità, i problemi e gli sviluppi avvenire della Somalia
(«Il Popolo d’Italia», 28 luglio 1932), Politica indigena ed economica in Somalia
(conferenza a Firenze, maggio 1935) raccolti nel volume Scritti e discorsi coloniali,
cit., pp. 91-105 e pp. 225-44.

41. ASMAE, Somalia, b. 4, f. 1. Dal rapporto cit.

42. DDI, IX, doc. 95. De Bono a Grandi, 10 giugno 1930.

43. Ivi, X, doc. 199. Grandi a De Bono, 14 aprile 1931.

44. ASMAE, Etiopia, b. 5, f. 1, pos. 17. Lettera del 16 dicembre 1931.

45. «Per rendere possibile questa nostra cooperazione — scriveva Barlassina a Paternò
agli inizi del 1931 — occorrono provvedimenti adeguati. Se Roma vuole e ci porta
in condizioni di poterlo fare, noi lo faremo» (cit. in E. Borra, op. cit., p. 159).

46. Cit. in Stato Maggiore Esercito, U cio Storico, Somalia, II, Roma 1960, all. 114, p.
503.

47. Ibid.

48. Ivi. De Bono a Corni, 26 maggio 1931. All. 115, p. 504.


49. Ivi. All. 116, p. 505.

50. Le cifre sono desunte dallo studio eseguito da Frusci che reca il titolo: Gli
avvenimenti dell’anno 1931 alla frontiera tra la Somalia Italiana e l’Etiopia
meridionale. Per non addormentarci (Mogadiscio, ottobre 1931. In ASMAI, Somalia,
pos. 89/13, f. 49).

51. Ibid.

52. Cit. in A. Lessona, Verso l’impero, cit., p. 39.

53. Ivi, p. 40.

54. Stato Maggiore Esercito, U cio Storico, Somalia, II, cit., all. 125, p. 518.

55. Ivi, all. 126, p. 519.

56. A. Lessona, op. cit., p. 44.

57. Memoria del governo italiano circa la situazione in Etiopia, cit., pp. 92-4.

58. ASMAI, Somalia, pos. 89/13, f. 49.

59. ACS, SPD/CR, 224/R, sf. De Bono. Il pericolo era giudicato a Roma così poco serio
che una squadriglia di 6 aeroplani che, partita da Tripoli, doveva giungere di
rinforzo in Somalia il 27 o il 28 settembre, «arrivò dimezzata a Mogadiscio il 24
ottobre» per vari incidenti (Vincenzo Lioy, L’opera dell’aeronautica, tomo II, Istituto
poligra co dello Stato, Roma 1965, p. 16).

60. R. Graziani, Il fronte sud, Mondadori, Milano 1938, p. 50.

61. ASMAE, Etiopia, b. 15, f. 2, pos. 1. Vinci a Mussolini, 22 aprile 1933.

62. Ivi, b. 14, f. 7, pos. 1. Suvich a De Bono, 8 giugno 1933.

63. Cit. in C. Zoli, Etiopia d’oggi, cit., p. 211.

64. SAIS, op. cit., p. 271.

65. E. Fabietti, op. cit., p. 306.

66. Alberto Amante, Luigi di Savoia duca degli Abruzzi, Superga società editrice,
Torino 1950, p. 40.

67. Ivi, p. 41.


68. E. Fabietti, op. cit., p. 308.

69. Enrico Caviglia, Diario, Casini, Roma 1952, pp. 112-7.


Parte seconda
LA PREPARAZIONE
I
L’azione diplomatica e i piani dei militari

Dal Patto a quattro al riavvicinamento alla Francia.


L’inizio del secondo decennio del regime fascista coincide con il
sostanziale avvio della preparazione politica e militare della
campagna contro l’Etiopia. A dato alle Colonie e al ministero
della Guerra il compito di allestire i piani per l’aggressione,
Mussolini, che da pochi mesi ha riassunto il dicastero degli
Esteri, si impegna a fondo nel tentativo di creare in Europa le
condizioni indispensabili per poter liberamente agire in Africa.
Ma all’inizio del 1933 queste condizioni sono tutt’altro che
ideali. In Francia, ad esempio, dove le tesi revisionistiche del
duce hanno provocato più irritazione che timori, il generale
Weygand non fa mistero che, se avesse le mani libere,
scatenerebbe una guerra preventiva contro l’Italia. 1 Ormai
prigioniero del proprio programma di rivendicazioni, Mussolini
non ha che un’alternativa alla guerra: quella di ottenere con le
lusinghe ciò che non è riuscito a strappare in dieci anni con le
minacce. È con questo obiettivo che nel marzo egli consegna
agli ambasciatori di Francia, Gran Bretagna e Germania lo
schema di un «patto a quattro», che dovrebbe poter garantire
all’Europa almeno un decennio di pace. In realtà, quello che
Aloisi de nisce un «piano di ricostruzione europea», 2 nei
disegni di Mussolini deve servire innanzitutto a rilanciare la
diplomazia italiana, ad a dargli un ruolo di moderatore nella
politica europea, a inserire nalmente la parola revisione in un
trattato, con tutto ciò che può provocare, anche nel campo
coloniale, il riconoscimento del principio. 3
Considerato dall’adulatore Grandi «un tale capolavoro di
nezza da fare venire la voglia di battere le mani» 4 e giudicato
al contrario dall’inglese Vansittart «an elaborate nullity», 5 il
Patto a quattro viene siglato il 7 giugno a Roma, ma il testo
dell’accordo è stato nel corso delle trattative ampiamente
modi cato dai francesi, i quali hanno voluto togliergli il
carattere direttoriale, antisocietario e revisionistico. Non
bastasse, il Patto viene rati cato soltanto dall’Italia e dalla
Germania e non entrerà mai in vigore, segnando così il
fallimento dei piani mussoliniani per un revisionismo paci co
in Europa. Il Patto a quattro, tuttavia, nonostante l’impegno dei
francesi nell’annacquarlo, soprattutto là dove si fa cenno alle
questioni coloniali, costituisce il punto di partenza del
riavvicinamento fra l’Italia e la Francia, favorito, da una parte,
dal crescente timore di Parigi dinanzi al riarmo tedesco,
dall’altra, da una serie di avvenimenti, come l’uscita improvvisa
della Germania dalla SDN, la pesante ingerenza di Berlino
nell’area danubiana, la minaccia nazista sull’Austria, l’assassinio
di Dollfuss, che a poco a poco deteriorano i rapporti italo-
tedeschi.
Deluso per il fallimento della diplomazia delle conferenze,
irritato per non aver potuto svolgere il ruolo di mediatore in
Europa, convinto, e ne vedremo più avanti le ragioni, di non
potere più a lungo rimandare la campagna militare contro
l’Etiopia, nel corso del 1934 Mussolini rinuncia,
momentaneamente, ai suoi progetti di ricostruzione europea e
punta tutto sull’intesa con la Francia, che può garantirgli tre
cose essenziali: la mano libera in Etiopia, l’allontanamento del
pericolo di un fronte unico europeo contrario all’impresa
africana, la difesa dell’integrità dell’Austria e quindi anche la
protezione del Brennero. La premura di Mussolini di giungere a
un accordo con Parigi si fa anche più evidente a ne luglio 1934
quando, in seguito all’uccisione di Dollfuss, è costretto a
mobilitare quattro divisioni e a concentrarle intorno a Tarvisio.
Da informazioni in suo possesso, Mussolini sa che Hitler non
sarà in grado di risolvere il problema dell’Anschluss prima del
1937: perciò deve iniziare e concludere l’impresa africana entro
quella data per poi tornare in forza sul Brennero.
Nel luglio hanno inizio i colloqui preliminari fra il nuovo
ambasciatore francese a Roma, Chambrun, e palazzo Chigi, e sin
dall’inizio appare evidente che, pur di ottenere il disinteresse
della Francia per l’Etiopia, il cosiddetto désistement, Mussolini è
disposto non soltanto a ridurre il numero e l’entità delle
rivendicazioni coloniali, ma è pronto a sua volta a fare delle
concessioni. Da un «appunto» del 16 luglio apprendiamo infatti
che palazzo Chigi è favorevole a barattare il «disinteressamento
italiano nel Nord Africa Francese» con il «disinteressamento
francese nell’Africa Orientale, Etiopia compresa», 6 il che
signi ca che per avere le mani libere in Etiopia Mussolini
rinuncia al sogno italiano di dominio in Tunisia e abbandona al
loro destino i 100 mila italiani che vivono nella reggenza. 7 «Il
“sacri cio” della Tunisia — scrive Romain Rainero — era il
contraltare della sperata connivenza francese con l’ormai
imminente aggressione italiana all’Etiopia. Pur non essendo
mai stato attuato, l’accordo-rinuncia sulla Tunisia peserà a
lungo sugli storici fascisti non riuscendo costoro a capire il
meccanismo della rinuncia del duce ad una collettività così
vicina al fascismo e così sollecitata da esso». 8
Ma non sarà l’ultima concessione. Nel corso delle trattative,
che non vengono interrotte neppure dall’assassinio a Marsiglia,
per mano del fascista croato Korto , del ministro degli Esteri
francese Barthou e di re Alessandro di Jugoslavia, palazzo Chigi
rinuncia prima all’espansione verso il lago Ciad, poi al porto di
Gibuti, quindi a tutto il territorio della Costa francese dei Somali
salvo un tratto di costa sullo stretto di Bab el Mandeb e l’isolotto
di Dumeira. E già è considerata una circostanza favorevole il
fatto che all’intransigente Barthou sia succeduto il più
malleabile Laval. Alla resa dei conti, quando il 7 gennaio 1935 si
arriverà alla rma degli accordi coloniali italo-francesi, sul
grande piatto delle rivendicazioni italiane non sono rimaste che
briciole: un territorio desertico di 114 mila chilometri quadrati
al con ne meridionale della Libia, una retti ca di frontiera che
accresce l’Eritrea di 800 chilometri quadrati, la possibilità di
acquistare 2.500 azioni della ferrovia Gibuti-Addis Abeba, ossia
una modesta quota del 7% che non consente certo il controllo
della società. 9
Anche se di colpo ha dissipato il patrimonio di rivendicazioni
di due generazioni di colonialisti e a Tunisi alcuni studenti
italiani strappano dalle pareti del liceo il suo ritratto per
calpestarlo e sputarvi sopra, Mussolini è soddisfatto
dell’accordo stipulato con la Francia, che gli assicura
l’indipendenza dell’Austria e la mano libera in Etiopia. Vedremo
più avanti, quando esamineremo nei particolari gli accordi del 7
gennaio e i loro risvolti segreti, che la formula escogitata per
marcare il disinteresse della Francia per l’Etiopia è tutt’altro che
«felicissima», 10 come sostiene Aloisi, ma estremamente
ambigua; e infatti Laval ne appro tterà in seguito per precisare
che era soltanto sotto il pro lo economico che intendeva dare
mano libera a Mussolini in Etiopia. Ma si tratta di un’ambiguità
voluta, forse concertata fra le parti. Un’ambiguità che
consentirà a Laval di respingere l’accusa di aver avallato
l’aggressione all’Etiopia e a Mussolini di dare al désistement
francese l’interpretazione più larga, più favorevole.
Mussolini, del resto, ha fretta. Troppa per badare alle
sfumature. Il 30 dicembre 1934, mentre sono ancora in alto
mare le trattative con Laval, invia alle più alte autorità del
regime un «promemoria» nel quale il giorno dell’attacco
all’Etiopia è già ssato e la conquista integrale dell’impero è data
come un fatto ineluttabile. E il 7 gennaio, il giorno stesso della
rma degli accordi italo-francesi, De Bono parte per l’Eritrea per
prepararvi la guerra. Fra i tanti motivi (li vedremo in seguito)
che spingono il duce ad accelerare i tempi c’è ora anche il timore
che un’altra nazione, più aggressiva, più spregiudicata, possa
precedere l’Italia nella conquista dell’Abissinia. I sospetti si sono
appuntati n dal 1930 sul Giappone, le cui missioni
economiche hanno rivelato in Etiopia una insolita attività di
studio e di penetrazione. Ma è nell’autunno 1933 che il pericolo
si precisa maggiormente e che la stampa del regime scende in
guerra contro la «megalomania giapponese». 11 Tokyo viene
infatti accusata di concorrenza sleale, di inondare il mercato
etiopico di prodotti a prezzo vilissimo e, ciò che è più grave, di
avere ottenuto segretamente da Hailè Selassiè una concessione
di tre milioni di ettari e addirittura uno sbocco alla sua
emigrazione. Alcune di queste notizie si riveleranno poi
infondate, ma è tale la preoccupazione di Roma che alla
polemica antigiapponese partecipa lo stesso sottosegretario alle
Colonie Lessona. Se il bersaglio è il Giappone, il monito di
Lessona è però diretto all’Etiopia, che viene invitata, «anziché
adottare strade dal lungo giro, che conducono a paesi estranei al
grande gioco degli interessi africani», a «seguire la via maestra
dei suoi interessi storici, politici, commerciali [...] che fa capo a
Roma». 12 La polemica continuerà no allo scoppio della
guerra, prima alimentata dalle voci di un imminente
matrimonio del principe ereditario d’Etiopia, Asfa Uossen, con
una nobile giapponese, 13 poi dai pretesi aiuti militari forniti
dal Giappone ad Addis Abeba. «Negli ultimi tempi del regno di
Hailè Selassiè — scrive uno storico del regime, ignorando tutte
le precisazioni di fonte nipponica — il Giappone aveva
praticamente eliminato ogni concorrenza europea e minacciava
di fare dell’Etiopia una sua esclusiva zona di espansione». 14
Contemporaneamente all’azione diplomatica, che ormai
gestisce in prima persona, Mussolini intende curare
personalmente anche la preparazione militare del paese.
Riassunti nel corso del 1933 i dicasteri militari, favorisce il
programma di riforme elaborato dal generale Baistrocchi, che
prevede la dotazione di armi più moderne alla fanteria, il
perfezionamento dell’artiglieria divisionale, un forte impulso
alla motorizzazione e alla meccanizzazione, l’intensi cazione
dell’addestramento con campi e manovre estivi e autunnali di
lunga durata e a largo raggio. Il 26 agosto 1933, al termine delle
grandi manovre che si sono tenute nelle Langhe, Mussolini
dichiara dinanzi a duemila u ciali: «Stiamo diventando e
diventeremo sempre più una nazione militare. Perché non
abbiamo paura delle parole aggiungeremo militarista. Per
completare: guerriera». L’anno successivo, infatti, il Consiglio
dei ministri stabilisce che d’ora in poi la preparazione militare
della nazione si articolerà su tre gradi successivi: l’istruzione
premilitare (dal 18° al 21° anno), quella militare (servizio di
leva) e quella postmilitare ( no a dieci anni dopo il congedo).
Nello stesso tempo viene reso obbligatorio nelle scuole medie
l’insegnamento della cultura militare. Per nire, anche gli
iscritti al partito fascista sono invitati a indossare un’uniforme
di taglio militaresco confezionata, su espressa raccomandazione
di Starace, con autentico orbace sardo. Per cui si può ben dire
che alla vigilia dell’impresa etiopica l’intera nazione veste il
grigioverde oppure la camicia nera. Per di più Mussolini,
vedendo s lare il 28 ottobre 1934, sulla nuova via del Circo
Massimo, quindicimila atleti che avanzano alla cadenza perfetta
di 132 passi al minuto, ha anche la sensazione che in dodici
anni il regime sia riuscito a creare l’italiano nuovo. «Chi vi ha
visto s lare — grida ai giovani atleti — ha avuto la profonda e
quasi plastica impressione della nuova razza che il fascismo sta
virilmente foggiando e temprando per ogni competizione». 15
Anche militare. Al passaggio del Mareb manca ormai meno di
un anno.

La lotta per la direzione dell’impresa.


Mentre il duce cerca di coprirsi le spalle in Europa con la lenta
marcia di riavvicinamento alla Francia e con dando nella
rinnovata amicizia con la Gran Bretagna, i militari mettono a
punto, fra il 1933 e il 1934, i piani di aggressione all’Etiopia. Per
l’esattezza, il 1933 va perso in discussioni, in polemiche, in
critiche, che pongono in evidenza le rivalità fra i generali, in
modo particolare fra De Bono e Badoglio, che ambiscono
entrambi a ottenere il comando delle operazioni in Africa. 16
Questo comando, come si ricorderà, è stato però promesso da
Mussolini a De Bono già nei primi giorni del dicembre 1932,
allorché De Bono gli ha presentato il suo piano d’azione contro
l’Etiopia, progetto che ha elaborato con l’aiuto di Cubeddu nel
corso di due viaggi in Eritrea. È su questo piano, perciò, che si
appuntano nel 1933 tutte le critiche, con l’evidente scopo di
mettere De Bono in di coltà e di escluderlo dal gioco.
Come già abbiamo detto, il progetto o ensivo di De Bono si
presta a più di una critica per la sua super cialità, per la
tendenza che rivela a diminuire i rischi e il costo dell’impresa e a
sottovalutare l’avversario. Il primo attacco parte dal capo di
stato maggiore dell’esercito, Alberto Bonzani, ed è un attacco
diretto e violento, che stronca il concetto-base del piano e ne
mette in rilievo il carattere bersaglieresco. Alla puntata
o ensiva sino al passo di Alagi e all’impiego terroristico
dell’aviazione sui centri dell’impero etiopico, previsti da De
Bono, Bonzani contrappone uno sbalzo iniziale più modesto
( no alla linea Adua-Adigrat), la sosta su questa linea
opportunamente forti cata e il successivo annientamento
dell’avversario, in una grande battaglia campale, appena esso ha
terminato la sua radunata ed è giunto a contatto con le
posizioni italiane. 17
A sostegno del cauto atteggiamento di Bonzani interviene
Badoglio, che con la ne del 1933 lascia il governatorato della
Libia e riassume in pieno le sue funzioni di capo di stato
maggiore generale. In una lettera a De Bono del 23 ottobre, egli
si rivela ancora più prudente di Bonzani, scarta l’ipotesi di un
«balzo avanti» e precisa che se in Libia la vittoria «l’abbiamo
ottenuta con il movimento, in Eritrea l’otterremo
essenzialmente rimanendo in potenza con le nostre forze». La
prima fase sarà quindi difensiva, con un arroccamento sulle
posizioni forti cate dell’Eritrea, e sarà attiva soltanto
l’aviazione, ma non contro «centri territoriali nemici, che non
esistono di importanza tale da prendere in considerazione, e
non contro colonne isolate, ma contro il grosso avversario a
radunata ultimata». Alla contro ensiva e alla liquidazione
dell’avversario si potrà pensare soltanto quando l’aviazione lo
avrà su cientemente logorato. Nella stessa lettera Badoglio
elenca i requisiti che deve avere il comandante in capo in Africa,
requisiti (età relativamente giovane e libertà da ogni altro
incarico) che non corrispondono a atto a quelli di cui è in
possesso De Bono, il quale ha già 67 anni e per di più è ministro
delle Colonie. 18
È chiaro il tentativo di sabotare la candidatura di De Bono. Ma
la mossa di Badoglio fallisce, perché proprio sul nire
dell’autunno Mussolini u cializza la promessa segreta fatta un
anno prima al quadrumviro e lo designa a comandare le
operazioni in Africa. Badoglio non si dà per vinto e, quando
Mussolini sollecita un suo parere globale sulla questione
etiopica, ne appro tta per ribadire che «nessuno può mettere in
dubbio le qualità militari di sua eccellenza De Bono, così
luminosamente dimostrate in guerra. Ma egli è ministro delle
Colonie e detto ministero in caso di guerra con l’Abissinia
dovrebbe entrare in una delle sue più grandi fasi di direzione e
di azione [...] e non mi sembra che sia conveniente allontanare in
dette condizioni proprio il supremo timoniere del ministero
delle Colonie». 19 Mussolini però non recede dalla sua decisione:
lo apprendiamo da De Bono, che l’8 febbraio 1934 annota nel
suo diario: «Finalmente il capo si è mosso per l’Abissinia. Si è
fatta una riunione da lui con Badoglio e Suvich. Conclusioni:
bisognerà agire. Badoglio va laggiù in marzo; ma non potrà
cambiare niente. Io sarei sempre il designato per
l’operazione». 20
Ma i guai per il quadrumviro non sono ancora niti. Anche
nei primi mesi del 1934 continua la lotta, palese o segreta, fra
coloniali e militari. I primi registrano un punto a loro vantaggio
ottenendo che l’ispezione in Eritrea non venga fatta da Badoglio
ma dal colonnello Visconti Prasca. I secondi, ossia Bonzani e
Baistrocchi, riprendono i loro attacchi al piano di De Bono,
mentre Badoglio esce allo scoperto e chiede esplicitamente a
Mussolini che la preparazione della guerra sia sottratta a De
Bono e alle Colonie e a data allo stato maggiore dell’esercito. De
Bono accusa il colpo e il 28 marzo si sfoga scrivendo nel diario:
«Quel porco di Badoglio ha tentato di giocarmi un tiro. Ha
scritto a Mussolini che la responsabilità della preparazione
militare anche nelle colonie spetta allo stato maggiore e che
quella che si faceva qui al ministero non contava. Già il
principale continua con le sue pruderies. Gli ho parlato franco
come sempre e ho messo le cose a posto». 21 In realtà, come
bene osserva Rochat, anche in questo nuovo scontro non ci sono
né vinti né vincitori e la situazione resta ancora per qualche
tempo uida, perché «la contrapposizione voluta di due centri
di potere è una caratteristica costante della politica
mussoliniana: il duce aveva concesso a De Bono il ruolo
principale nella preparazione dell’aggressione, ma ne sminuiva
l’autorità lasciandolo esposto alle critiche dei militari,
riservandosi l’autorità di dirimere gli inevitabili contrasti». 22
Intanto, fra l’aprile e l’agosto, mentre continuano le
schermaglie fra coloniali e militari e il loro carteggio si in ttisce
con proposte e controproposte, suggerimenti e critiche, lo stato
maggiore dell’esercito mette a punto, con la supervisione di
Badoglio, una serie di piani di mobilitazione e di operazioni
contro l’Etiopia, che prende il nome di «Progetto A.O.» e che,
precisa una pubblicazione del ministero della Guerra, «pure
rispondendo al concetto della difensiva manovrata, prevedeva
una seconda fase contro ensiva da operarsi da nord. Nel
pensiero lungimirante del Duce tale contro ensiva doveva
risolversi in un’azione a fondo con obiettivi lontani, ma
sicuramente realizzabili: Addis Abeba-Harrar». 23 Ciò che
appare subito evidente, da un’analisi di questo piano, è che i
militari, accantonando de nitivamente il progetto di De Bono,
che prevedeva una guerra coloniale di modeste proporzioni,
impostano invece una guerra di dimensioni ben più vaste, con
l’impiego di un corpo di spedizione che comprende 3.105
u ciali, 79.198 uomini di truppa, 13.872 quadrupedi, 2.435
automezzi, 399 motomezzi, 1.872 mitragliatrici, 220 pezzi di
artiglieria, 46 carri armati e 100 aeroplani. 24 A queste forze
vanno aggiunte quelle mobilitabili in Eritrea, ossia da 30 a 60
mila ascari, a seconda delle diverse valutazioni.
Il 12 maggio 1934 il colpo di scena. Mentre i militari
elaborano gli studi per il «Progetto A.O.» (ma De Bono continua
a fruire di una posizione di preminenza nell’impostazione
dell’impresa africana, secondo il gioco delle parti voluto da
Mussolini), Badoglio, che no a questo momento non ha mosso
obiezioni al progetto della guerra aggressiva, di colpo muta
atteggiamento e, in una lettera a De Bono, consiglia di ritardare
le operazioni e manifesta un tale pessimismo che il
quadrumviro gli suggerisce di inviare copia della lettera anche a
Mussolini. Badoglio, in sostanza, riferendosi a una proposta di
De Bono e del sottosegretario all’Aeronautica, Valle, di
concentrare in Eritrea bombardieri in grado di raggiungere
Addis Abeba «per attuare una provocazione decisiva», sconsiglia
questo tipo di o esa, che non è per niente risolutiva sul piano
militare e «ci metterà ancora più contro l’opinione mondiale»; e
raccomanda, invece, una più lunga e seria preparazione, che ha
il duplice scopo di frenare «qualsiasi velleità del negus» e, in
caso di guerra, di garantire agli eserciti italiani «di uscire
sicuramente vittoriosi dalla dura prova».
Secondo Badoglio, la guerra contro l’Abissinia è un
avvenimento che va a rontato soltanto «se obbligati», perché,
anche se vittoriosa, essa «rappresenterà sempre per il paese uno
sforzo onerosissimo». Badoglio calcola che la campagna militare
non costerà meno di 6 miliardi, cioè un terzo della riserva aurea.
Ma non è tutto. L’alto costo della spedizione africana impedirà la
rapida sostituzione di tutto il materiale che si sarà deteriorato, e
ciò metterà in crisi l’esercito rendendolo meno e ciente in
Europa per un periodo piuttosto lungo. Poi Badoglio si chiede
«se il gioco vale proprio la candela». Perché, a parte il «risultato
apprezzabilissimo» di mettere a tacere almeno per
cinquant’anni le «velleità abissine», le terre no all’Amba Alagi
valgono assai poco e già l’erario non è in grado di soddisfare le
«necessità sempre crescenti delle attuali colonie». 25
Le argomentazioni di Badoglio contro la guerra africana sono
corrette e responsabili, ma non sono formulate in buona fede. In
realtà il Maresciallo non è contro la guerra, come è dimostrato
dal fatto che al momento giusto sarà poi lui a dirigerla. Vuole
soltanto guadagnare tempo, nella speranza di convincere
Mussolini che la scelta di De Bono è sbagliata. Infatti, quando
Visconti Prasca rientra dalla sua ispezione in Eritrea, con una
relazione che pone in luce tutte le de cienze organizzative della
colonia, 26 Badoglio si fa forte di questo documento per
chiedere a Mussolini di rinviare di tre anni («sino alla ne del
’37 o al principio del ’38») le operazioni e per lanciare, nello
stesso tempo, il più duro, il più scoperto, il più accidioso attacco
a De Bono, che dipinge come un vecchio cadente, sprovvisto di
reali doti di organizzatore, impulsivo e arte ce di piani «fuori di
ogni realtà». 27
È il momento culminante della lotta per la direzione della
guerra. Ma non è soltanto Badoglio che si agita e intriga. Gli altri
pretendenti sono almeno quattro: il quadrumviro De Vecchi, che
non si sente molto a suo agio come ministro dell’Educazione e
vorrebbe tornare a menare le mani; Balbo, che è stato privato del
dicastero dell’Aeronautica e relegato in Libia come governatore;
Graziani, che si trova spaesato al comando del corpo d’armata di
Udine e sente nostalgia per i grandi spazi africani; Baistrocchi,
che vorrebbe il comando in Africa senza però rinunciare al suo
incarico di sottosegretario alla Guerra. 28 Nella grande tenzone
viene coinvolto anche il sottosegretario alle Colonie Lessona,
forse perché è abbastanza noto che non stima il suo diretto
superiore De Bono e non gli riconosce «l’ascendente e le qualità
professionali per il comando che gli era stato assegnato». 29 Ne
cerca l’appoggio Graziani, tramite la moglie intrigante. Ne cerca
l’alleanza Balbo, che dall’esilio libico, sempre più avvilito e
sdegnato, vorrebbe dare a Mussolini una prova della sua lealtà
«magari all’uso del Samurai, uccidendomi domani stesso in
volo». 30 Anche Baistrocchi si rivolge a Lessona, che sa in ottimi
rapporti con il duce, e quando si accorge che la sua candidatura
non ha alcuna probabilità di passare, allora, pur di ostacolare
quella di Badoglio, suggerisce il nome del generale Pirzio Biroli,
cugino di Lessona. Dei buoni u ci di quest’ultimo si vale in ne,
e con più fortuna degli altri, lo stesso Badoglio. Ricorda Lessona:
«Ero a Palazzo Venezia in attesa di essere ricevuto dal Duce.
Giunse Badoglio, il quale mi prese da parte e mi disse: “Si rende
conto il Capo del Governo delle responsabilità che si assume
a dando il comando delle truppe in Africa ad un generale
esonerato dal servizio dopo la prima guerra mondiale, mentre è
ancora vivo il Maresciallo che ha condotto le nostre armate a
Vittorio Veneto?”. Badoglio poneva così la sua candidatura quale
comandante in Africa e lo diceva a me perché lo ripetessi al
Duce». 31
Mussolini osserva con distacco queste lotte da basso impero e
non cambia le sue decisioni. È evidente che conosce anche lui i
limiti di De Bono, ma la guerra che si sta preparando è una
guerra del fascismo, la prima, grande dimostrazione di potenza,
di e cienza, di disciplina del regime, e soltanto un fascista della
prima ora, un quadrumviro come De Bono può dirigerla. Del
resto, lo a ancheranno i migliori generali e sarà lui stesso,
Mussolini, a coordinare gli sforzi dei quattro ministeri
impegnati nell’impresa, a impedire che commetta errori. A
partire dal giugno, quindi, la preminenza di De Bono si
accentua; cala, pur senza scomparire del tutto, la tensione fra
militari e coloniali; Badoglio, che nalmente ha capito che i suoi
sforzi sono vani, si ritira in buon ordine e si allinea; chi non si
rassegna invece alla supremazia del quadrumviro è Bonzani, ma
in settembre viene estromesso dalla sua carica e relegato al
comando d’armata di Bologna. Alla vigilia di Ual Ual De Bono è
quindi solidamente in sella, ma i contrasti e le rivalità hanno
notevolmente ritardato i preparativi. «A due anni e mezzo
dall’inizio degli studi speci ci — fa osservare Rochat — e a otto-
dieci mesi dalla decisione di massima dell’aggressione, la
preparazione vera e propria doveva ancora praticamente
iniziare in tutti i campi». 32
Nell’estate 1934 anche Vittorio Emanuele viene messo al
corrente dei progetti di guerra e subito, come riferisce De Bono,
si rivela contrario alla spedizione e ne scrive a Mussolini. «Si
capisce — annota il quadrumviro nel suo diario alla data del 18
luglio —, in ogni avventura la posta dei re è la corona». 33 Per
calmare il sovrano, Mussolini gli manda De Bono che, quale
comandante designato, è l’uomo più quali cato per fornire
spiegazioni sulla ventilata campagna. Ma il re non si «acquieta»,
come vorrebbe il duce, ed esprime il timore che possa succedere
qualche cosa in Europa mentre l’Italia è impegnata in Africa.
Dopo la visita, sconsolato, De Bono, scrive nel diario: «Il Re si è
mostrato impressionato per il pericolo di guerra con
l’Abissinia». E qualche giorno dopo annota ancora: «Sua Maestà
è contrario a operazioni belliche in Abissinia». 34 Anche in
precedenza, quando l’ipotesi della guerra veniva appena
s orata, Vittorio Emanuele si era sempre rivelato contrario: «Si
illudono — aveva detto al Maresciallo d’Italia Caviglia — che
l’Abissinia si divida fra tanti ras in guerra fra di loro. Succederà
invece che, quando saremo in guerra, si riuniranno tutti contro
di noi». 35
Comunque, nonostante tutte le sue perplessità e i suoi timori,
il re parte alla ne di ottobre per la Somalia, e il suo viaggio,
compiuto in un periodo in cui stanno già a uendo a Massaua e
a Mogadiscio le prime navi cariche di materiale bellico, non può
non essere interpretato come un segno dell’adesione dei Savoia
alla politica imperialistica del regime. Il re si trattiene in
Somalia dal 3 al 21 novembre e, come annota un cronista al suo
seguito, «Mogadiscio non vide mai un evento così grandioso,
benché la sua antichità rimonti nella notte dei tempi». 36
Nonostante le ristrettezze del bilancio, il governatore Rava non
ha fatto economie cercando soprattutto, convinto com’è che
«fra l’Italia dei Cesari e l’Italia di Mussolini» siano stati
«cancellati i secoli», 37 di creare nella colonia un clima
imperiale. Così l’arco di trionfo, eretto per celebrare la visita del
re, reca una epigrafe che de nisce Vittorio Emanuele «simbolo
vivente della storia e della gloria d’Italia» e ricorda ai posteri che
«dinanzi a Lui pionieri, agricoltori, soldati giurarono di
rinnovare su quest’estrema terra d’Italia il miracolo di vita che
rese immortale nei secoli il nome di Roma». 38 Anche la grande
s lata dei notabili nella sala maggiore della garesa si ispira
chiaramente alle cerimonie della Roma imperiale, all’omaggio
dei capi che provenivano, con i loro doni e tributi, dalla periferia
dell’impero. «Alcuni erano giovanissimi — scrive Cipolla — altri
decrepiti. Tutti salutavano romanamente. Molti deposero ai
piedi del trono il dono con le loro mani. Il più pittoresco mi
parve il sultano di Obbia, con nato a Mogadiscio con una
piccola corte. I più signi cativi erano certamente i capi etiopici
con i loro mantelletti di seta nera. I più solenni gl’indiani, che
recavano il cofano contenente il dono della loro comunità». 39
C’è tutta l’aristocrazia somala, araba, indiana, ma, come fa
notare Cipolla, la presenza più signi cativa è quella dei capi
d’oltre con ne, dei notabili che sono giunti dalle regioni
meridionali dell’Etiopia. La loro presenza è come un anticipo
d’impero e Rava, che è il regista dell’insolito spettacolo, non
nasconde la sua soddisfazione.
Poi il re parte per l’interno ripercorrendo l’itinerario di
prammatica lungo lo Scebeli, il Giuba e la costa oceanica.
L’unico strappo alla regola lo fa, e l’episodio è abbastanza
eloquente, per inaugurare un nuovo forte costruito sullo
sperone del Fitaurari, a ridosso di Mustáhil. Dalla terrazza del
forte, dove è stato installato un cannocchiale a treppiede,
Vittorio Emanuele osserva a lungo la regione degli Sciaveli, i
posti di con ne abissini che sono a sei chilometri appena la
località dove ha sostato il degiac Gabre Mariam durante la sua
spedizione del 1931. È la seconda volta in due anni — prima sul
ciglione di Addi Qualà e ora sullo sperone del Fitaurari — che il
re sosta sui con ni con l’Etiopia, e il gesto non può passare
inosservato. Poi il viaggio riprende sui binari consueti, con i
soliti incontri, omaggi, cerimonie e riti. Nella boscaglia di Gelib
il sovrano abbatte un elefante e il nostro cronista ci informa che
Vittorio Emanuele è «assolutamente felice dopo la fatica della
giornata [...]. Parlandoci stringeva nella destra la coda
dell’elefante ucciso, alla quale dieci persone del seguito cercano
di strappare qualcuno dei grossissimi peli, che sono poi degli
aculei, a cominciare dal ministro De Bono, perché è noto che i
peli d’elefante portano fortuna». 40
Anche se durante il viaggio in Somalia il re ribadisce a Rava il
concetto che «bisogna avere gli occhi e le mani pronti in
Europa», 41 al suo ritorno in Italia sembra non essere più
assillato dai vecchi dubbi e timori. Se ne accorge Caviglia, il
quale annota nel diario alla data del 16 dicembre 1934, quando
cioè l’incidente di Ual Ual è ormai noto: «Il Re sta bene, ma è un
po’ invecchiato. Era lieto, vivace e contento di parlare della
Somalia. Il suo atteggiamento mi lascia il sospetto che possa
aver cambiato opinione rispetto ad una guerra con l’Etiopia. Fu
lui a non voler no ad ora la guerra con l’Abissinia». 42 È
di cile dire che cosa abbia fatto cambiare d’opinione il re.
L’unico fatto documentabile è l’impressione, decisamente
positiva, che ha tratto dalla sua ricognizione in Somalia. Ma non
basta. Comunque, la sua conversione all’idea della guerra è
totale, senza riserve: lo si vedrà dall’apporto che i Savoia, tutti i
Savoia, uomini e donne, sovrani, principi e duchi, daranno di lì a
un anno all’impresa africana.

L’o ensiva dei talleri.


Anche se nel biennio 1933-34 i preparativi per la guerra in
Eritrea e Somalia sono ancora assai limitati, essi non sfuggono
all’attenta osservazione degli etiopici. Hailè Selassiè è tenuto
costantemente informato su quanto accade nelle colonie
italiane, e quando, ad esempio, nel marzo 1933, apprende che in
Eritrea sono giunti nuovi aerei, telegrafa subito a ras Sejum per
chiedere «se gli italiani non stiano preparando la guerra». 43
Uno dei migliori posti di osservazione per gli etiopici è il
consolato di Asmara, retto da ligg Tedla Hailè, un giovane
nazionalista che ha sposato una glia del ministro etiopico a
Londra, Uorqneh Martin. In un suo rapporto del 13 marzo 1934,
intercettato dal controspionaggio italiano, egli suggerisce
all’imperatore di far sorvegliare con la massima cura il con ne
con l’Eritrea ed espone un suo piano per incendiare, al momento
giusto, gli accampamenti delle guarnigioni italiane. 44 Anche se
non lo dice esplicitamente, con molte probabilità Tedla Hailè
pensa di realizzare il progetto utilizzando gli eritrei. Lo si
arguisce da un dispaccio del 28 marzo, indirizzato al ministro
degli Esteri Heruy e anch’esso intercettato, nel quale, dopo aver
riferito sulle ispezioni del generale Cubeddu alle forti cazioni di
con ne, il console si dilunga nel descrivere le angherie alle quali
le popolazioni eritree sono sottoposte e i loro umori: «La politica
del signor Astuto è buona per noi. Si fanno molti torti alla
popolazione, i fatti aumentano, le punizioni sono frequenti, i
restì dei paesani si danno agli italiani. 45 Gli eritrei sono nostri.
Se trovassero speranza da noi, avrebbero potuto sollevare una
rivolta. Però sentendo ogni giorno la cattiva amministrazione
del Tigrè, la non sorveglianza del nostro con ne, ciò che fanno i
rappresentanti italiani nel nostro Paese, perdono la
speranza». 46
In realtà, come osserva Tedla Hailè, il comportamento dei
diplomatici italiani in Etiopia è sempre più arrogante, ostile, e la
loro funzione è sempre più scopertamente quella di agenti
provocatori. Per questo motivo, n dal 1933, le autorità
etiopiche raddoppiano la vigilanza sui consolati italiani sparsi
nell’impero, cercano di recidere i legami che i consoli più
intraprendenti sono riusciti a stabilire con le popolazioni locali
nel tentativo di isolarli, di renderli ino ensivi. Questa
operazione, ad esempio, riesce alla perfezione a Debrà Marcòs,
dove regge il consolato il barone Muzi Falconi, un giovane
diplomatico che ha già lavorato alla legazione di Addis Abeba e
che ha avuto momenti di notorietà, più che per le sue qualità,
per il suo lungo e contrastato amore per una glia di sir Sidney
Barton, il rappresentante della Gran Bretagna ad Addis Abeba.
All’inizio del 1934, superate nalmente tutte le contrarietà, 47 i
due giovani avevano potuto sposarsi e subito si erano trasferiti a
Debrà Marcòs dove, come si ricorderà, al lo-italiano ras Hailù è
subentrato come governatore del Goggiam un cugino
dell’imperatore, ras Immirù, e dove il consolato ha una funzione
puramente politica non essendovi in tutto il territorio né un
suddito italiano da proteggere né interessi economici da
tutelare.
Per rendere innocuo Muzi Falconi, ras Immirù lo colma, da
una parte, di cortesie, dall’altra gli fa il vuoto intorno. Il ras
gioca quasi ogni giorno a tennis con l’italiano, lo aiuta nella
costruzione della casa insegnandogli a fabbricare i mattoni, è
particolarmente generoso con sua moglie Marion quando
ricambia i suoi doni di ortaggi; 48 ma contemporaneamente
rende ine ciente il consolato subornandone gli impiegati
eritrei, parte dei quali abbandonano il loro posto, altri debbono
essere rimpatriati perché non più dati. In un lungo rapporto
del 20 ottobre, Muzi Falconi riconosce la sua assoluta impotenza
dinanzi alla tattica di ras Immirù e precisa che, no a quando il
Goggiam resterà alle sue dipendenze, ogni tentativo di
in ltrazione si rivelerà inutile: «In lui ho trovato il primo
abissino, fra tutti quelli con cui ho avuto a che fare, che sappia
talvolta dire un bel “no” sulla faccia, senza ricorrere ai soliti
mezzucci dei “ni” e degli “isci naga”. Le questioni che lo fanno
maggiormente imbestialire sono quelle in cui vede o crede di
vedere dei tentativi di propaganda. “Gli italiani”, ebbe una volta
a dirmi, “sono peggio degli inglesi: dove entrano fanno come
una macchia d’olio”». 49 Paralizzato dalla cortesia e
dall’intransigenza del ras, Muzi Falconi si consola allevando
cavalli, che poi fornisce regolarmente al ministro Vinci, il quale
ritiene di mantenere alto il prestigio dell’Italia anche con le sue
vittorie all’ippodromo di Addis Abeba. 50
Una diversa tattica viene invece utilizzata con Ra aele Di
Lauro, il console a Gondar di cui abbiamo già potuto notare
l’intraprendenza. Ex u ciale, autoritario, ambiziosissimo, Di
Lauro ha fatto, dal 1932, un notevole lavoro di penetrazione
prendendo contatti a ogni livello, dai degiac Ajaleu Burrù e
Uonduossen Cassa ai sottocapi, ai rappresentanti del clero, ai
commercianti. Per paralizzare l’attività di propaganda e
sovversione del console, gli elementi più politicizzati di Gondar,
come il cantibai Destà Metkiè, il tesoriere imperiale ligg Tesfai e
i maestri della scuola etiopica, nell’estate 1934 corrono ai ripari
organizzando a loro volta una vasta campagna di propaganda
antitaliana. Dinanzi alle legittime misure adottate dai
nazionalisti gondarini, Di Lauro prima si sorprende e poi si
indigna. Ecco come riferisce i fatti: «Il Cantibai pronunciava
dappertutto discorsi ed orazioni a sfondo patriottico; aveva la
vena demostènica e non v’era discorso in cui non si accennasse
alla difesa del “sacro suolo d’Etiopia” contro le mire dello
straniero ingordo [...]. Ai ragazzi di Gondar inculcava l’odio verso
gli italiani; fece persino un’ordinanza contro il saluto romano
che era di usissimo in Gondar e che poi fu interdetto. Parlava
dei “fratelli eritrei” con commozione patetica; aveva al suo
servizio dei fuorusciti eritrei, cercava di circuire gregari ed
impiegati eritrei, obbligandomi ad ingaggiare gli assaortini.
Nella scuola governativa faceva insegnare solo il francese e
l’inglese; minacciava i “negadi” che commerciavano con
l’Asmara». 51
È in questo clima che nel tardo pomeriggio del 5 novembre si
veri ca quello che poi verrà indicato come «l’incidente di
Gondar». Secondo la versione italiana, alcuni membri della
polizia municipale, al comando del belai Gheresghièr, attaccano
sull’imbrunire il consolato, forse con il proposito «di
distruggervi la stazione radiotelegra ca», e nello scontro
uccidono un ascaro e ne feriscono altri due. 52 Secondo gli
etiopici, invece, l’obiettivo della spedizione di Gheresghièr non è
stato il consolato in quanto simbolo dell’Italia, ma il recinto del
consolato in quanto domicilio di Buzzunec Negasc, un’amhara
venticinquenne che sembra riservasse i suoi favori non soltanto
al marito Taddesè Alemù, gregario del consolato. La rissa,
infatti, e questo particolare è confermato anche da Di Lauro, ha
il suo inizio nella casa del gregario, dove gli assalitori
aggrediscono sia l’uomo che la donna. È solo in seguito, quando
Di Lauro accorre con gli ascari armati, che la rissa per questioni
private degenera in scontro armato. Sull’episodio abbiamo
anche una dichiarazione di Hailè Selassiè, che aggiunge alcune
precisazioni non trascurabili: «L’attacco all’agenzia italiana di
Gondar è stato presentato all’opinione pubblica come un atto
che ha violato le leggi internazionali. In realtà si è trattato di
una rissa locale fra Gondarini e ascari eritrei che facevano parte
della guardia dell’agente. La presenza di questi militari in
uniforme, in numero di quasi cento, non era oltretutto
autorizzata da noi. Era violando le leggi elementari
dell’ospitalità che l’agente di Gondar, un u ciale di fanteria fra
l’altro, viveva fra i soldati su di un terreno che non godeva
a atto dei diritti di extraterritorialità». 53
Anche se con ogni probabilità la versione etiopica dei fatti è la
più veritiera, il governo italiano chiede e ottiene riparazione, e il
24 novembre Ra aele Di Lauro può godersi lo spettacolo dei
soldati scioani che per tre volte «si sprofondano nell’inchino»
mentre «il tricolore si leva lentamente sul pennone» e gli alunni
della scuola italo-amharica del consolato intonano Giovinezza.
Di Lauro ha voluto prendersi una pesante rivincita, ma quando
osserva gli scioani uscire dal campo, «lugubri e minacciosi col
Cantibai in testa», si rende conto che «da quel momento tra noi
e gli scioani era stato scavato un abisso forse incolmabile». 54
Durante gli ultimi mesi del suo soggiorno a Gondar, Di Lauro si
sente ogni giorno di più isolato. I primi a disertare il consolato
sono gli allievi della scuola, poi i frequentatori dell’infermeria,
in ne i negadi, ai quali è praticamente proibito condurre
carovane di merci verso l’Eritrea lungo la «pista Balugani».
Anche prima della sua espulsione, nell’ottobre 1935, Di Lauro è
talmente segregato da non essere più in grado di nuocere.
Più di cile, per gli etiopici, è isolare i consolati di con ne,
come quello di Adua, ed è qui che gli italiani svolgono l’attività
più intensa e che strapperanno il loro più grande successo. Nel
1934 il consolato di Adua è retto da Pietro Franca, che si vale
della stretta collaborazione del cancelliere Alberto Marietti, del
funzionario Alessandro Latini e del medico Nicola Alemagna.
Apparentemente il quartetto bada, senza troppo a aticarsi, a
tutelare gli scarsi interessi italiani nella regione, a favorire i
pochi tra ci verso l’Eritrea, a compiere un’opera umanitaria
attraverso l’ambulatorio. In realtà i quattro uomini, dietro il
comodo paravento, svolgono una febbrile attività di spionaggio
e di sovversione, dividendosi i compiti a seconda della loro
specializzazione. Per cominciare, il giovane Marietti, che in
realtà si chiama Mosca e non è cancelliere ma u ciale e ettivo
dell’esercito, si assenta per lunghi periodi dal consolato,
percorre a cavallo le regioni più impervie dell’Enticciò, del
Tembien, dell’Agamè, con il compito di rilevarne gli itinerari.
Un’altra delle sue mansioni è quella di coltivare l’amicizia di ras
Sejum, nelle cui grazie è entrato per aver insegnato al giovane
glio a cavalcare e per essere diventato, in un certo senso, il
fotografo di corte. 55 Anche Latini è ad Adua sotto false spoglie.
In verità non è un funzionario delle Colonie, ma un capitano del
servizio topocartogra co, e il suo preciso compito è quello di
rilevare gli itinerari dal Mareb ad Adua e da Adua a Macallè e ad
Adigrat, cioè della zona che sarà teatro delle prime operazioni.
L’incarico è estremamente delicato e Latini, per non dare
nell’occhio, lo porta a termine rinunciando a ogni mezzo tecnico
vistoso e utilizzando una semplice bussola e un aneroide da
tasca. 56 Al dottor Alemagna, per nire, è a data la mansione
di mantenere i rapporti con il governatore del Tigrè orientale,
degiac Hailè Selassiè Gugsa. Rapporti che Alemagna coltiva con
facilità poiché il degiac tigrino non dimentica di dovergli la
vita. 57
L’attività dei quattro uomini non sfugge ovviamente ai
duciari del governo centrale presenti ad Adua. «Quantunque il
Tigrai sia nostro dominio di nome, di fatto è degli italiani —
telegrafa uno di questi al console etiopico di Asmara —. Si
dubita che tra pochi giorni il console italiano presenzi il
tribunale e giudichi il popolo. Poiché tutto ciò deriva dalla
debolezza di Sua Altezza, bisogna segnalare la cosa
all’Imperatore e porvi riparo, giacché gli italiani, come se si
trattasse di una colonia italiana o di un loro possesso, vi fanno
quello che vogliono». 58 Nonostante il pesante giudizio, ras
Sejum non tradisce il suo paese, pur concedendo molta corda
agli italiani per via del suo temperamento inquieto e incerto.
Chi invece accetta di porsi al servizio dell’Italia è Hailè Selassiè
Gugsa. La molla che fa scattare il tradimento è la ripartizione dei
territori del Tigrè, decisa dall’imperatore nel maggio 1934.
Gugsa la trova ingiusta, così come ritiene insopportabile che al
rivale ras Sejum sia stato assegnato il comando superiore
militare dell’intero Tigrè. Il 19 maggio, prima di lasciare Addis
Abeba per rientrare nei suoi domini, il degiac fa una visita di
cortesia al ministro Vinci. 59 È il primo passo. Il 28 maggio, in
transito per Asmara, riesce a eludere la sorveglianza del console
Tedla Hailè e ad abboccarsi segretamente, di notte, con il
governatore Astuto. «Mio padre ras Gugsa Araia — con da ad
Astuto — negli ultimi mesi della sua vita aveva deciso di
stringere un’intesa col Governo d’Italia e, se Dio lo avesse
conservato, avrebbe dimostrato coi fatti la lealtà e la sincerità
delle sue intenzioni. Io devo seguire gli intendimenti di mio
padre». 60 E per dimostrare che ha ormai tagliato i ponti alle
proprie spalle, espone un suo piano, da realizzare subito, mentre
ras Sejum è ancora trattenuto ad Addis Abeba, che dovrebbe
assicurare all’Italia il possesso delle regioni settentrionali
dell’impero no a Quoram.
La foga e le proposte del ventisettenne Gugsa mettono in
serio imbarazzo Astuto, il quale sa che non è ancora venuto il
momento di agire e che ogni mossa falsa può compromettere
anni di lavoro. Per cui si veri ca il fatto, abbastanza insolito, che
Astuto deve usare tutte le sue arti non per pungolare il tigrino,
ma per smorzarne gli ardori. Cosa non facile, tuttavia, perché,
ora che Gugsa ha deciso di tradire, ha anche fretta di agire. In
novembre torna infatti a riproporre il suo piano, asserendo che
il momento è particolarmente favorevole perché le popolazioni
del Lasta, dello Jeggiù, dello Zebul, dell’Uollo Galla sono ancora
in fermento per la fallita rivolta di Tedios Cassa, uno dei tanti
gli di ligg Jasu. In dicembre, al dottor Alemagna che gli rende
una delle abituali visite in Macallè, Gugsa con da che sta
istruendo, «con esito soddisfacente», uno speciale reparto di
200 uomini e che «in caso di bisogno quelli erano soldati che
avrebbero combattuto con noi». 61 Da Adua e da Asmara si
chiedono istruzioni a Roma, ma il tempo delle grandi decisioni
non è ancora venuto e la risposta è di far pervenire a Gugsa,
ancora una volta, «generici consigli di pazienza». 62
Vedremo più avanti che gli etiopici riusciranno a entrare in
possesso anche delle prove di questo tradimento, mentre invece
falliranno in altre direzioni. Ed è naturale, perché mai l’Etiopia
ha conosciuto un’o ensiva così vasta e così subdola come quella
che si scatena a partire dalla seconda metà del 1934. La
coordina da Addis Abeba l’addetto militare, colonnello Vittorio
Ruggero, forse l’uomo più capace, insieme al generale Dall’Ora,
fra tutti quelli che prepareranno e dirigeranno la guerra.
Ruggero cura personalmente due settori-chiave: il Goggiam e lo
Zebul, abitato dai Raia e dagli Azebò Galla. Per sollevare il
Goggiam egli punta su ligg Mamo, uno dei gli di ras Hailù, e lo
nanza con migliaia di talleri. 63 Per sobillare gli Azebò Galla
egli si a da al loro ex governatore, il degiac Aberrà Tella, che è
caduto in disgrazia n dal 1931 e che vive ad Addis Abeba in
residenza sorvegliata. 64 Vedremo in seguito che Ruggero, con
questi due uomini, non avrà sprecato il suo tempo né i suoi
talleri.
Mentre Ruggero, dal cuore dell’impero, coordina l’opera di
sovversione e interviene di persona là dove i consoli sono poco
e cienti o paralizzati dalle contromisure etiopiche, alla
periferia dell’impero agisce Jacopo Gasparini. Per la sua
posizione privilegiata, a ridosso dei con ni con l’Etiopia e il
Sudan, l’azienda agricola di Tessenei, di cui Gasparini è
presidente, diventa infatti nel corso del 1934 il più importante
centro di raccolta di informazioni sull’Abissinia. Scrive De Bono,
ricordando l’opera di Gasparini: «Egli gurava di badare ai suoi
interessi e, con la scusa di a ari, riceveva le persone d’oltre
con ne e faceva passare la frontiera ai suoi emissari. S. E.
Gasparini era anche in buon accordo con le autorità inglesi di
Kassala e Kartoum e questo gli valse per non subire noie dalla
parte del Sudan». 65 È in questo periodo che Gasparini
intensi ca i contatti con il degiac Ajaleu Burrù, già «lavorato»
da Ra aele Di Lauro, e con suo glio, il taurari Zeudè Ajaleu. La
posta in gioco è di estrema importanza perché Ajaleu Burrù, per
il suo passato di valente guerriero, avrà senza dubbio, in caso di
guerra, il comando di una delle armate del nord. Quella di
minare l’e cienza di questa armata diventa perciò per
Gasparini, da questo momento, la preoccupazione dominante, il
gioco più esaltante, tanto più che Mussolini è al corrente delle
trattative e le segue con particolare interesse.
Con il rilancio della politica di sovversione torna sulla scena
etiopica anche l’ine abile barone Franchetti, che ha conosciuto
un breve periodo di eclissi dopo i suoi maldestri contatti con ras
Hailù. Alla data del 30 giugno 1934, Pompeo Aloisi registra
infatti nel Journal: «Ricevo il barone Franchetti, che mi racconta
il suo ultimo incontro con il Duce e come questi l’ha esortato ad
avviare subito la politica periferica in Abissinia. Gli ho allora
chiesto perché non avesse cominciato: mi ha risposto che era
preoccupato per la mancanza di legami fra il ministero degli
A ari Esteri e quello delle Colonie, e che senza una forte
direzione centrale non si può combinare nulla. Gli ho detto che
ignoravo tutto questo, ma che, a mio avviso, in mancanza di una
seria preparazione europea non si poteva intraprendere nulla in
Abissinia senza andare verso un disastro. Questo lo capisce
anche lui. Dopodomani sarà ricevuto in udienza dal Duce e mi
riferirà la conversazione». 66 Ancora una volta, dunque, è
Mussolini a rimettere a galla questo avventuriero senza scrupoli
e pasticcione. E ancora una volta lo fa senza avvertire nessuno.
Il 3 gennaio 1935, infatti, il vicegovernatore dell’Eritrea, Ottone
Gabelli, che si è visto arrivare il barone senza alcun preavviso,
telegrafa a De Bono per sapere se è vero che Franchetti è
autorizzato a iniziare «sondaggi verso alcuni capi della regione
Dancalia e degli Azebò Galla. Per svolgere la sua azione, secondo
le istruzioni che egli a erma avere avuto dal Capo del Governo e
con la quale proponesi lo sgretolamento servendosi dei capi
malcontenti, egli intenderebbe stabilirsi sulla frontiera nella
regione Assab». In calce a questo telegramma abbiamo trovato
una nota di pugno di De Bono, che dice: «È necessario pel
momento Franchetti non si muova». 67 De Bono, in partenza
per l’Eritrea, dove assumerà l’incarico di Alto Commissario per
l’A.O., e in procinto di giocare la carta della sua vita, non vuole
ovviamente che si commettano errori proprio ora che la guerra
all’Etiopia è stata decisa. Se deve sopportare Franchetti, perché
Mussolini glielo impone, intende perlomeno guidarlo e frenarne
l’esuberanza. Oltretutto, a capo dell’U cio politico, ha destinato
Vittorio Ruggero ed esige che tutte le operazioni di sovversione
siano coordinate da lui.
Nonostante il veto del quadrumviro a prendere qualsiasi
iniziativa, nella seconda metà di gennaio Franchetti va ad Addis
Abeba, chiede udienza ad Hailè Selassiè e gli propone una nuova
campagna di esplorazione in Dancalia per cercarvi petrolio e
altri minerali. Formulata a un mese dall’incidente di Ual Ual, la
richiesta è assolutamente insensata. Ma c’è di più. Franchetti
chiede all’imperatore che sia il governo etiopico a nanziare la
spedizione. 68 Non conosciamo i motivi di questo passo, che ha
tutta l’aria di essere provocatorio. Sappiamo soltanto che
qualche giorno dopo lo richiamano in Eritrea e lo assegnano a
Beilul, ai margini del grande deserto dancalo. Posto sotto il
controllo di Ruggero, lo incaricano di riprendere i contatti con i
sultani del Birù e dell’Aussa e di «proseguire verso le popolazioni
dankale e quelle dell’Aussa l’opera di attrazione già da lui
iniziata nei precedenti anni». 69 Ma Franchetti trova che il
compito assegnatogli è troppo modesto per lui, e perciò
continua a occuparsi anche del Goggiam, inviando corrieri a ligg
Mamo che da qualche tempo si è ribellato al potere centrale.
Questa volta però la sua invadenza viene prontamente e
duramente contrastata. «Aspetto qui Franchetti — telegrafa De
Bono alle Colonie, il 16 febbraio, da Asmara — perché sua azione
comincia avviarsi verso danni per noi». 70 Poi è la volta di Vinci
che, da Addis Abeba, protesta con Suvich per la leggerezza di
Franchetti che ha inviato corrieri a ligg Mamo proprio nei giorni
in cui veniva arrestato. Ciò provoca un intervento di Suvich, che
il 27 maggio chiede alle Colonie se non sia il caso di «far
rientrare il Franchetti stesso in Italia [...] in considerazione dei
danni che dalle intempestive iniziative del Franchetti possono
derivare alla nostra azione politica in Etiopia». 71 Un altro che
protesta è il colonnello Ruggero, che ha favorito la ribellione di
Mamo e non intende dividere con altri il merito di questa
azione: «La rivolta di Mamo, per la quale avevo speso all’inizio
circa 7 mila talleri, continuò per circa sei mesi; egli si arrese
quando, a causa della mia partenza da Addis Abeba, rimase
senza notizie nostre che lo confortassero a perseverare». 72
Dinanzi alla grande e segreta o ensiva italiana del 1934,
alimentata da un usso considerevole di talleri, gli etiopici,
come abbiamo visto, sono quasi ovunque sulla difensiva. Dove,
invece, prendono l’iniziativa è nell’Ogaden, sollecitati dalla
crescente e all’apparenza incontenibile penetrazione italiana.
Visti inutili tutti i tentativi di giungere con l’Italia a una
de nizione della frontiera con la Somalia, all’inizio del 1934
Hailè Selassiè decide di fare un primo passo molestando le
posizioni italiane nell’Ogaden, in modo particolare i posti
avanzati di Ual Ual e di Uarder occupati abusivamente n dal
1930. Non che si illuda di poterli rioccupare con un colpo di
mano, come insinuano gli italiani: gli basta esercitare su di essi
una continua pressione e sorveglianza, in modo da sottolineare
che l’Etiopia non si è rassegnata alla loro perdita. L’azione di
disturbo, che Hailè Selassiè autorizza nella primavera 1934, va
anche interpretata come una ritorsione per i continui atti di
guerriglia che Olol Dinle, che ha il suo rifugio e le sue basi di
rifornimento in Somalia, compie in territorio etiopico.
Fra il marzo e l’aprile vengono così costituite a Giggiga e nella
regione di frontiera alcune bande di irregolari abissini e somali,
e il comando di una di esse è a dato a Omar Samantar, il noto
fuoruscito di Obbia sulla cui testa il governo di Mogadiscio ha
posto una taglia di 25 mila lire. Già il 4 aprile il governatore
Rava segnala indignato al ministero delle Colonie che l’uccisore
del capitano Carolei è al soldo di Addis Abeba e che si prepara ad
attaccare Ual Ual. 73 Qualche giorno dopo il ministro Vinci
presenta una protesta al governo etiopico facendo rilevare
«l’inopportunità di a dare un comando militare a un
fuoruscito italiano condannato per omicidio»; 74 ma il ministro
degli Esteri Heruy si mostra evasivo e si limita a promettere che
chiederà chiarimenti al governatore di Harar, degiac Gabre
Mariam. Il 14 giugno Rava segnala che Omar Samantar, lasciata
Dagahbùr, si sta avvicinando con 250 uomini alla frontiera, e il
7 luglio Caroselli informa che il fuoruscito sta pattugliando la
zona davanti a Ual Ual e Uarder, 75 mentre più a sud è segnalata
la presenza di altri 400 irregolari al comando di ato Ali Nur.
Senza far sparare un solo colpo di fucile, ma solo manovrando
alcune centinaia di uomini dinanzi alle posizioni italiane, Hailè
Selassiè ottiene così il risultato di bloccare le iniziative di Rava e
di costringerlo per la prima volta alla difensiva. Rava, infatti,
temendo il ripetersi di spedizioni come quella di Gabre Mariam
nel 1931, fa ra orzare i posti avanzati mentre a da a un nucleo
di tre aeroplani la sorveglianza della frontiera. De Bono approva
le misure precauzionali adottate dal governatore, ma il 15 luglio
gli telegrafa per ribadire che «occorre evitare incidenti». 76 Ciò
che non dice, ma è sottinteso, è che l’Italia non è ancora pronta e
che bisogna evitare i passi falsi. E anche più tardi, nel novembre,
quando il nuovo governatore dell’Ogaden, taurari Sciferra,
compare nella zona contesa con nuclei di forze regolari e
assume il comando anche degli irregolari di Ali Nur e di
Samantar, Lessona così replica a Rava che lo avverte di aver
inviato ulteriori rinforzi a Ual Ual: «Approvo disposizioni
purché sia ben chiaro che nostri atti non siano provocatori». 77
Siamo alla vigilia dello scontro di Ual Ual e nulla prova, anche
dopo lo spoglio dei documenti segreti, che l’Italia cerchi in
questo periodo di provocare un incidente nella regione. Ma ci
sono ormai troppi soldati intorno alla «linea dei punti d’acqua»,
e l’atmosfera va troppo riscaldandosi, perché non possa
accadere un fatto imponderabile.
Non si dimentichi, oltretutto, che dall’agosto 1934 sono
concentrati fra Harar e Ual Ual alcuni fra i migliori uomini di
cui disponga l’impero, e per di più legati fra di loro da
un’avversione totale per l’Italia. C’è il vecchio Gabre Mariam che
nel 1931, se Hailè Selassiè non lo avesse trattenuto, avrebbe
travolto le fragili difese di Mustàhil e avrebbe invaso la Somalia.
C’è Omar Samantar, che da dieci anni vive in esilio in attesa di
una rivincita che ora non sembra più così remota. C’è il
musulmano Ali Nur, un brillante militare che ha fatto le sue
prime esperienze nei King’s African Ri es, e che ha ora
costituito una sorta di «Legione straniera etiopica»,
raccogliendo fuorusciti somali, disertori dai Camel Corps del
Somaliland, cacciatori di elefanti, nomadi e delinquenti
comuni. 78 E c’è, soprattutto, il grasmac Afeuork, che alle doti
eccezionali di organizzatore associa la più ferma opposizione a
ogni intrusione europea in Etiopia. «Il ritorno di Afeuork
nell’Ogaden — scrive il console italiano di Harar in un rapporto
dell’agosto — potrebbe signi care una nuova svolta della
politica etiopica in quelle regioni nel senso di una maggiore
intransigenza [...]. Egli riprenderà la politica di Gabre Mariam
che consiste: nell’opporsi con ogni mezzo alla penetrazione e
all’in uenza italiana in quei territori; nell’assogettare con talleri
o con le mitragliatrici quelle tribù ancora ribelli che hanno
molte o poche simpatie per noi; nel ra orzare i presidi esistenti
lungo la linea di frontiera etiopica e nel crearne dei nuovi;
nell’occupare stabilmente, spingendosi il più avanti possibile,
determinate zone di territorio dalle quali, il giorno più o meno
lontano della delimitazione dei con ni italo-etiopici, sarà molto
di cile far sloggiare chi vi è per primo». 79
Queste previsioni del console Renato Giardini si riveleranno a
una a una esatte. Afeuork, che ha imparato la lezione dagli
italiani, cerca, nei mesi che precedono Ual Ual, di recuperare
all’Etiopia parte dei territori meridionali costruendo campi
militari quasi a ridosso dei posti avanzati italiani. Nello stesso
tempo porta avanti la costruzione di strade che collegano i
maggiori centri dell’Ogaden e che gli consentiranno una
mobilità del tutto sconosciuta nel resto dell’impero. Tanto che
alla vigilia del con itto, disponendo di 150 autocarri, sarà in
grado di trasferire migliaia di uomini da un punto all’altro del
fronte. «Senza eccezione, egli era l’etiopico più capace che io
abbia incontrato — scriverà durante la guerra il giornalista
inglese George Steer —. Le sue riserve di energia erano enormi.
Fino alla sua morte, alla ne di novembre, organizzò l’intera
guerra nel sud». 80
L’invio nell’Ogaden dei più capaci e dati uomini di cui
disponga l’impero (non si dimentichi che anche i taurari
Sciferra e Alemajo sono imparentati con l’imperatrice Menen),
non è motivato soltanto dall’esigenza di contrastare la
penetrazione italiana. C’è un movente segreto, noto a
pochissimi, ed è che l’imperatore sta per cedere agli inglesi
l’Ogaden. Come si ricorderà, all’inizio del 1932 Hailè Selassiè,
rispolverando un suo antico progetto, aveva o erto all’Italia
l’Ogaden in cambio di uno sbocco territoriale al mare, ma, come
ci informa Guariglia, Esteri e Colonie avevano giudicato il
compenso «troppo meschino», per cui non avevano mai dato
una risposta all’imperatore e avevano «menato il cane per
l’aia». 81 Lasciato trascorrere quasi un anno, il 17 novembre
1932 Hailè Selassiè incaricava il dottor Martin di fare la stessa
proposta al ministro inglese ad Addis Abeba, sir Sidney Barton,
e il progetto di barattare Zeila con alcuni territori etiopici
incontrava il favore del Foreign O ce e del Colonial O ce, i
quali impiegarono però quasi un anno e mezzo a elaborare le
loro controproposte.
Il 21 marzo 1934 il ministro degli Esteri, sir John Simon,
autorizza nalmente Barton a iniziare le trattative con
l’imperatore, 82 sulla base di un progetto che prevede, in
cambio di Zeila e di un corridoio per accedervi, la cessione di
parte dell’Ogaden, alcune retti che alle frontiere con il Sudan e
il Kenya e la stipulazione di un trattato di amicizia e commercio.
Nel corso delle conversazioni, che si svolgono nel massimo
segreto dall’aprile all’ottobre, Barton a ronta anche l’argomento
della recente espansione italiana nell’Ogaden e fa notare ad
Hailè Selassiè l’illegalità dell’occupazione di Ual Ual e Uarder.
«Ho chiarito all’Imperatore — riferisce Barton a Simon — che
entrambi questi pozzi erano inclusi nelle nostre richieste, e
poiché essi sarebbero stati visitati in un prossimo futuro dalla
Commissione di frontiera che sta indagando sulle zone di
pascolo, 83 noi avremmo potuto ottenere precise informazioni
sulla natura della penetrazione italiana in questo punto». 84
Dapprincipio Hailè Selassiè si rivela molto interessato alle
controproposte inglesi e con Barton le valuta con l’ausilio di
mappe del War O ce. La cessione di quasi metà dell’Ogaden alla
Gran Bretagna porrebbe innanzitutto l’Etiopia nelle condizioni
di non subire più la minaccia di un’invasione dalla Somalia
Italiana, e l’ipotesi non può che piacere all’imperatore. Ma alla
ne dell’estate, essendo giunte notizie dall’Ogaden che gli
italiani non solo non hanno abbandonato i pozzi di Ual Ual e di
Uarder, ma hanno ra orzato i loro dispositivi di difesa,
l’imperatore con da a Barton che, pur essendo ansioso di
concludere le trattative, ora teme che esse possano
«coinvolgerlo in un diretto con itto con gli italiani a Ual Ual e a
Uarder». 85
Dinanzi alle perplessità di Hailè Selassiè, i responsabili del
Foreign O ce si riuniscono in ottobre per riesaminare l’intera
questione e giungono alla conclusione che, essendo con molte
probabilità trapelata qualche notizia sulle conversazioni di
Addis Abeba, non è più possibile mantenere il segreto su di esse;
per cui, o le trattative vanno interrotte oppure se ne deve dare
annunzio all’Italia e alla Francia in base agli obblighi
dell’accordo tripartito del 1906. Il sospetto che gli italiani siano
al corrente delle trattative anglo-etiopiche è a acciato anche da
Simon in un dispaccio indirizzato a Barton. Ma c’è di più. Simon
avanza l’ipotesi «che il ra orzamento dell’occupazione italiana
di Ual Ual e di Uarder possa, almeno in parte, essere diretta
contro di noi». 86 L’incidente di Ual Ual, comunque, vani ca il
dilemma del Foreign O ce e interrompe per sempre le
trattative. Ed è quasi con soddisfazione che il sottosegretario
agli Esteri Vansittart rileva che «Ual Ual ha uccisa e sepolta la
proposta» inglese, proposta, egli osserva, che non ha mai goduto
di una grande vitalità. 87
È chiaro, comunque, nonostante queste tardive ammissioni,
che le trattative anglo-etiopiche del 1934 e ancor più la
presenza nell’Ogaden della Commissione mista di frontiera,
proprio nella fase più acuta dell’attrito fra italiani ed etiopici,
sono elementi che contribuiscono in grande misura a far
precipitare la situazione. Quando, come vedremo di usamente
nel prossimo capitolo, il taurari Sciferra e il tenente colonnello
Cli ord si presentano davanti a Ual Ual, con un migliaio di
armati, e ne contestano all’Italia il possesso, i margini per un
compromesso sono ormai inesistenti e la s da etiopica va
prendendo dimensioni sempre più rilevanti. «L’Etiopia aveva
deciso di a ermare i propri diritti territoriali — osserva il Baer
— e quella presa di posizione era importante perché, se voleva
cedere l’Ogaden all’Inghilterra, doveva farlo in base a un preciso
titolo di proprietà, il che comportava un atteggiamento
intransigente contro l’occupazione italiana di Ual Ual ed
escludeva qualsiasi discussione sulla legittimità di essa». 88

1. P. Aloisi, op. cit., p. 81.

2. Ivi, p. 83.

3. Sul Patto a quattro si veda, in particolare, Giancarlo Giordano, Il Patto a quattro


nella politica estera di Mussolini, Forni, Bologna 1976; e Jens Petersen, Hitler e
Mussolini. La di cile alleanza, Laterza, Roma-Bari 1975, pp. 133-73.

4. Cit. in R. De Felice, op. cit., p. 450. Grandi a Mussolini, 24 marzo 1933.

5. Cit. in J. Petersen, op. cit., p. 164.

6. ASMAE, Fondo Lancellotti, 213.

7. Si veda, per la parte delle trattative che concerne la Tunisia, Romain Rainero, La
rivendicazione fascista sulla Tunisia, Marzorati, Milano 1978, pp. 215-94.

8. Ivi, p. 238.

9. Si veda Luigi Giannitrapani, Gli accordi coloniali italo-francesi del 7 gennaio 1935,
Bemporad, Firenze 1935.

10. P. Aloisi, op. cit., p. 246.

11. Angelo Ducati, Auspicati rapporti italo-etiopici, in Africa. Espansionismo fascista e


revisionismo, cit., p. 149.

12. A. Lessona, Scritti e discorsi coloniali, cit., pp. 167-8. L’articolo Eritrea e Somalia ai
ni dell’espansione italiana era stato pubblicato nella «Rassegna Italiana» del
settembre-ottobre 1933.

13. Nelle sue memorie (op. cit., p. 209) Hailè Selassiè dedica a questo episodio una
pagina piena di amarezza e di sarcasmo e fa notare che il glio Asfa Uossen era già
sposato con la principessa Uolettè Israel, glia di ras Sejum.

14. Luca dei Sabelli, op. cit., IV, p. 203.

15. AA.VV., Il cittadino soldato. Testo per i corsi di preparazione politica, Libreria dello
Stato, Roma 1935, p. 94.

16. Per un dettagliato esame di questi contrasti e in genere per la lotta fra politici e
militari per la direzione della guerra in A.O., si rimanda all’eccellente ricostruzione
dei fatti realizzata da G. Rochat in Militari e politici nella preparazione della
campagna d’Etiopia, cit.

17. Queste critiche e questi concetti sono contenuti nella lettera indirizzata il 12
settembre 1933 da Bonzani a Baistrocchi (in ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 12).
18. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 14.

19. Ivi, b. 4, n. 20. La lettera è del 20 gennaio 1934.

20. In «Realtà illustrata», 10 ottobre 1956.

21. Ivi, 17 ottobre 1956.

22. G. Rochat, op. cit., p. 50.

23. Ministero della Guerra, Relazione sull’attività svolta per l’esigenza A.O., Istituto
poligra co dello Stato, Roma 1936, p. 2.

24. Ivi, p. 3. Il progetto non contemplava per la Somalia l’invio di unità metropolitane
di rinforzo. La colonia avrebbe dovuto fronteggiare la situazione con i propri
mezzi, mantenendo un atteggiamento di «difensiva attiva».

25. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 48.

26. Ivi, n. 52.

27. Ivi, n. 55. Lettera del 29 maggio 1934.

28. TaA di A. Lessona, cit.

29. A. Lessona, Memorie, Sansoni, Firenze 1958, pp. 155-6.

30. Balbo a De Bono, 19 gennaio 1934. Cit. in G. Bianchi, op. cit., p. 30.

31. A. Lessona, op. cit., pp. 157-8.

32. G. Rochat, op. cit., p. 100.

33. «Realtà illustrata», 17 ottobre 1956.

34. Cit. in G. Bianchi, op. cit., p. 36.

35. E. Caviglia, op. cit., p. 128.

36. Arnaldo Cipolla, Da Baldissera a Badoglio, Bemporad, Firenze 1936, p. 321.

37. M. Rava, Parole ai coloniali, cit., pp. 365-6.

38. Ivi, p. 318.

39. Ivi, p. 321.


40. Ivi, p. 349.

41. Nino D’Aroma, Vent’anni insieme: Vittorio Emanuele e Mussolini, Cappelli, Roma
1957, p. 230.

42. E. Caviglia, op. cit., p. 127.

43. ASMAE, Etiopia, b. 15, f. 1, pos. 1.

44. Ivi, b. 24, f. 1, pos. 1/5.

45. Secondo il diritto fondiario indigeno, preesistente all’occupazione italiana, le terre


in restì erano quelle di proprietà collettiva degli indigeni. Anche durante
l’occupazione italiana questo patrimonio comune fu amministrato da un
rappresentante del paese (cicca) coadiuvato dagli anziani, e solo raramente si
assistette a degli espropri.

46. ASMAE, Etiopia, b. 24, f. 1, pos. 1/5. Tedla Hailè, imparentato con la casa regnante,
era uno dei funzionari più preparati della nuova élite nazionalista etiopica. Si era
laureato all’Università coloniale di Anversa discutendo la tesi Pourquoi et comment
pratiquer une politique d’assimilation en Ethiopie, nella quale sosteneva i diritti
dell’Etiopia su Massaua, Gibuti e Zeila. Un’altra tesi di laurea che fece scalpore in
Italia fu quella presentata a Roma da Micael Tesemma, che intendeva laurearsi in
Scienze politiche. Il relatore, prof. Francesco Coppola, non lo ammise alla
discussione perché la tesi «oltre a contenere molte fandonie e falsi cazioni della
storia, è riboccante di dichiarato odio e di sprezzante insolenza contro l’Italia, e
per no di minacce contro la sicurezza delle nostre colonie». Rientrato ad Addis
Abeba, Micael Tesemma fu nominato capo dell’U cio Italia al ministero degli
Esteri. Commentando questa nomina, il diplomatico Gino Buti scrisse: «Dato il
trattamento che le RR. autorità hanno creduto riservargli, sono immaginabili le
sue disposizioni verso di noi anche nelle piccole questioni correnti» (in ASMAE,
Etiopia, b. 27, f. 7, pos. 53).

47. Gli ostacoli al matrimonio erano essenzialmente due: il «no» di sir Barton e la
proibizione per i funzionari degli Esteri di contrarre matrimoni con stranieri. Il
secondo ostacolo cadde quando Marion Barton ottenne la cittadinanza italiana e si
fece cattolica. Quanto a sir Barton, che era un protestante bigotto, pieno di
pregiudizi nei confronti dei cattolici e degli italiani, non diede mai il suo assenso
rompendo praticamente i rapporti con la glia (TaA di Marion Muzi Falconi,
rilasciata a Milano il 21 febbraio 1978).

48. TaA di Marion Muzi Falconi, cit.

49. ASMAE, Etiopia, b. 24, f. 1, pos. 1/5.

50. TaA di Marion Muzi Falconi, cit.

51. R. Di Lauro, op. cit., pp. 184-5.

52. Da un telegramma di Di Lauro a Vinci in Il con itto italo-etiopico. Documenti, I,


cit., p. 109.

53. Come si ricorderà, l’imperatore non aveva riconosciuto come valida la


trasformazione in consolati delle vecchie agenzie commerciali. Il brano è tratto da
La vérité sur la guerre italo-éthiopienne. Une victoire de la civilisation, par le Négus,
supplemento di «Vu», Paris, luglio 1936, p. 12 (d’ora innanzi: La vérité). Il
documento, di estremo interesse e che costituisce una delle fonti più importanti
alle quali Hailè Selassiè attingerà per scrivere l’Autobiogra a, è il racconto degli
avvenimenti che l’imperatore ha fatto a caldo subito dopo il suo arrivo in Europa e
che l’etnologo Marcel Griaule ha trascritto fedelmente. La versione etiopica
dell’attacco al consolato di Gondar si trova anche in Ladislas Farago, Abyssinia on
the Eve, Putnam, London 1935, pp. 205-6.

54. R. Di Lauro, op. cit., pp. 204-5.

55. Paolo Caccia Dominioni, Ascari K 7. 1935-1936, Longanesi, Milano 1966, pp. 83-4.

56. L’Istituto Geogra co Militare in Africa Orientale, 1885-1937, I.G.M., Firenze 1939,
pp. 83-8.

57. Alemagna lo aveva salvato da un avvelenamento provocato dalle esalazioni di un


braciere. L’episodio in L. Pignatelli, op. cit., pp. 85-6.

58. Cit. A. Lessona, Verso l’impero, cit., p. 56.

59. ASMAE, Etiopia, b. 19, f. 1, pos. T.G.

60. Cit. in A. Lessona, op. cit., pp. 57-8.


61. ASMAE, Etiopia, b. 19, f. 1, pos. T.G. Tel. «segretissimo» di Ottone Gabelli alle
Colonie, 7 dicembre 1934.

62. Ivi. Esteri a De Bono, 10 dicembre 1934.

63. ASMAI, Africa Orientale Italiana, pos. 181/13, f. 59. Promemoria di Ruggero per il
capo di stato maggiore, 11 gennaio 1936.

64. ASMAI, AOI, pos. 181/17, f. 81. Nei carteggi fra i ministeri, Aberrà Tella era
indicato con la sigla A-3-A. Era uno degli informatori più preziosi di Ruggero.

65. E. De Bono, op. cit., p. 35.

66. P. Aloisi, op. cit., pp. 200-1.

67. ASMAE, Etiopia, b. 27, f. 12, pos. 84.

68. E. Borra, Prologo di un con itto, Ed. Paoline, Torino 1965, p. 62.

69. E. De Bono, op. cit., pp. 35-6.

70. ASMAE, Etiopia, b. 27, f. 12, pos. 84.

71. Ibid.

72. ASMAI, AOI, pos. 181/13, f. 59.

73. ASMAE, Etiopia, b. 23, f. 1, pos. T.G.

74. SDN, Journal O ciel (d’ora innanzi J.O.), 1935, p. 1544.

75. ASMAE, Etiopia, b. 23, f. 1, pos. T.G.

76. Ibid.

77. Ibid.

78. George L. Steer, Caesar in Abyssinia, Hodder and Stoughton, London 1936, p. 87.

79. Cit. in Stato Maggiore Esercito, U cio Storico, Somalia, II, cit., pp. 253-4.

80. G. L. Steer, op. cit., p. 93.

81. R. Guariglia, op. cit., p. 773.

82. Documents on British Foreign Policy, 1919-1939, 2 a serie, vol. XIV, n. 1, Her
Majesty’s Stationery O ce, London 1976 (d’ora innanzi: DBFP).
83. La Commissione anglo-etiopica di frontiera aveva iniziato i lavori l’8 gennaio
1932 apportando qualche leggera modi ca al con ne fra l’Etiopia e il Somaliland.
Nella fase nale dei lavori doveva, almeno u cialmente, occuparsi di fare sul posto
alcuni rilievi sui pascoli dell’Ogaden.

84. DBFP, XIV, n. 5. Tel. da Addis Abeba del 19 giugno 1934.

85. Ivi, n. 9. Barton a Simon, 10 settembre 1934.

86. Ivi, n. 11. Simon a Barton, 5 ottobre 1934.

87. Ivi, n. 9, in nota.

88. G. W. Baer, op. cit., p. 69.


II
Ual Ual: prologo di un con itto

Incidente o provocazione?
Il fortino di Ual Ual, che nel dicembre 1934 entra di prepotenza
nella storia dell’umanità (la disputa per il suo possesso non sarà
soltanto all’origine del con itto italo-etiopico, ma anche della
destabilizzazione del precario equilibrio europeo), non è altro
che una trincea circolare del diametro di settanta metri,
ra orzata con tronchi e ramaglie tagliati nella vicina boscaglia.
All’interno della spianata delimitata dalla trincea i dubat hanno
costruito una trentina di capanne (mondul), destinate a loro
stessi e alle loro famiglie, e due ricoveri rettangolari, più capaci
e robusti, adibiti l’uno a deposito di munizioni, l’altro ad
alloggio per i bianchi di passaggio. Intorno al forte, per un
raggio di un centinaio di metri, gli alberi e gli arbusti sono stati
tagliati per impedire attacchi di sorpresa. Al di là della radura
comincia la boscaglia, tta, monotona, composta di cespugli
spinosi e di acacie ombrellifere, qui e là sovrastata dai pinnacoli
rossicci dei termitai.
Eppure questo paesaggio arido e squallido cela un bene
prezioso per le popolazioni nomadi della regione: una riserva
perenne d’acqua. Con i suoi 359 pozzi, scavati a ridosso del
fortino, Ual Ual è il punto d’acqua più importante dell’Ogaden e
ciò spiega perché da tempo immemorabile il suo possesso abbia
provocato con itti tra le cabile somale, mettendo i Merehan rer
Beidian e gli Omar Mahmud contro i Macail e gli Ogaden rer
Abdulla. Gli italiani, come abbiamo visto, si attestano
de nitivamente a Ual Ual sino dal 1930 forzando il dettato
dell’art. 4 della convenzione italo-etiopica del 1908 e in base alla
tesi, assai fragile, che la linea d’acqua Gherlogubi, Ual Ual,
Uarder, Galadi costituisce il legittimo e antichissimo con ne del
sultanato di Obbia, occupato stabilmente dall’Italia durante il
governatorato di De Vecchi. Da parte sua l’Etiopia, come si
ricorderà, cerca di ria ermare la sua sovranità sul territorio con
la spedizione militare di Gabre Mariam e, fallito il tentativo,
u cialmente non protesta contro la penetrazione italiana: un
silenzio che autorizza il governo di Mogadiscio a ra orzare con
nuovi presidi la frontiera contestata.
Il 22 novembre 1934, all’alba, il dubat di sentinella a Ual Ual
segnala l’avvicinarsi al forte di un grosso contingente di armati
etiopici. Sono circa 600, al comando del governatore
dell’Ogaden Sciferra, e u cialmente costituiscono la scorta alla
Commissione anglo-etiopica di frontiera, che è rimasta ad Ado e
che raggiungerà Ual Ual l’indomani, accompagnata da 80
uomini del Somaliland Camel Corps. Al momento dell’arrivo di
Sciferra, a Ual Ual non ci sono che 60 dubat, comandati da due
sottu ciali indigeni, gli jusbasci Ali Uelie e Salad Mahmud
Hassan, i quali respingono sia l’intimazione di abbandonare il
forte che l’invito a disertare, e segnalano invece l’incidente al
vicino forte di Uarder, che è provvisto di una ricetrasmittente e
che subito mette in allarme Mogadiscio. E mentre il governatore
Rava predispone l’invio a Ual Ual di alcuni aeroplani e di una
squadriglia di autoblindo, il comandante delle bande armate di
con ne, capitano Roberto Cimmaruta, raggiunge il 24 il forte
minacciato. Qui gli consegnano una lettera, rmata
congiuntamente dai due capi della Commissione di frontiera, il
ten. colonnello Cli ord e il taurari Tesamma Bante, con la
quale essi protestano formalmente con le autorità italiane
avendo constatato «che un impedimento a mano armata è stato
posto alla loro libera circolazione in Etiopia nella regione di Ual
Ual». 1
Questa lettera, che tanto sorprende e sconcerta Cimmaruta,
rivela che il piano di Hailè Selassiè di riprendere l’iniziativa
nell’Ogaden viene portato avanti dai suoi collaboratori con
prudenza ma ormai scopertamente, senza più sotterfugi. È
chiaro che gli etiopici, giungendo in forze davanti a Ual Ual, si
propongono almeno questi obiettivi: 1) ria ermare che la
località si trova senza alcuna ombra di dubbio in territorio
etiopico; 2) far constatare ai testimoni inglesi la palese
violazione della frontiera, cercando di coinvolgerli nella
vertenza; 3) forzare gli italo-somali, grazie anche alla presenza
dei delegati inglesi, 2 a retrocedere volontariamente; non
veri candosi quest’ultima ipotesi, saggiare la consistenza delle
difese italiane, senza però impegnarsi a fondo. Da entrambe le
parti, almeno all’inizio, non sembra infatti ci sia l’intenzione di
provocare gravi incidenti. Cimmaruta, ad esempio, trascorre
l’intera giornata del 24 novembre nel campo etiopico per
cercare insieme ai commissari, in attesa di comunicazioni da
parte dei rispettivi governi, il miglior modo per evitare che i due
gruppi di armati, che nel frattempo hanno scavato trincee e in
alcuni punti si trovano alla distanza di appena due metri,
entrino in con itto.
Si arriva infatti, nel pomeriggio, dopo interminabili e
animate discussioni e contestazioni, a un compromesso,
suggerito da Cimmaruta in questi termini: «Per evitare
incidenti incresciosi fra i vostri armati e i nostri, che sono ora a
stretto contatto sulla linea, sarei a proporvi che le stesse due
linee attuali (una italiana, l’altra vostra) siano mantenute
intangibili da una parte e dall’altra, solo mediante un materiale
riconoscimento sul terreno che sseremo insieme. Tanto io che
voi ci dovremmo impegnare con una sorveglianza adeguata che
esse non vengano varcate». 3 I lavori di delimitazione sono
appena cominciati che in cielo compaiono due aeroplani Ro. 1,
da caccia e ricognizione, che prendono a sorvolare il campo
etiopico a bassissima quota. Sono contrassegnati dalle sigle «SO
4» e «SO 7» e fanno parte della squadriglia che Rava ha inviato
da Mogadiscio e che Cimmaruta, come sosterrà più tardi, ha
cercato invano, con un contrordine, di far rientrare alla base. Per
una ventina di minuti i due aerei incrociano nel cielo di Ual Ual
compiendo ogni tanto, a scopo chiaramente intimidatorio, tu
sull’accampamento abissino e sulle tende della commissione
anglo-etiopica, pur avendo notato, come riferirà poi il
comandante dell’aviazione della Somalia, capitano Mario Porru
Locci, che pilota uno dei due aerei, la presenza di Cimmaruta nel
campo etiopico e i segnali che egli fa con le braccia per far
intendere che non corre alcun pericolo. Durante uno di questi
tu , come preciserà Cli ord nel suo documento di protesta,
l’aereo che porta il numero di matricola «SO 4» punta la
mitragliatrice «contro i membri della Commissione, la loro
scorta e il loro personale». 4
La provocazione è grave, al punto da spingere Cli ord ad
abbandonare Ual Ual e a ritirarsi con gli altri membri della
commissione ad Ado, trenta chilometri più indietro. Prima di
partire, Cli ord indirizza a Cimmaruta una seconda lettera di
protesta nella quale è detto, fra l’altro: «Durante la giornata
odierna è apparso evidente che, dinanzi all’atteggiamento
provocatorio adottato dalle autorità italiane, la presenza della
commissione anglo-etiopica a Ual Ual rischierebbe molto di
produrre un incidente internazionale assai spiacevole. Io
de nisco l’atteggiamento del vostro governo come
provocatorio, soprattutto per la condotta dei due aeroplani». 5
E Cli ord non sa — lo sappiamo soltanto ora, a più di
quarant’anni dagli avvenimenti — che l’aereo «SO 4», pilotato
dal tenente Angelo Mastragostino e che ha a bordo il tenente
osservatore Gerardo Zaccardo e l’aviere marconista Battista
Broglio, non si è limitato a puntare la mitragliatrice tu andosi
sull’accampamento etiopico, ma ha aperto, seppure per pochi
secondi, il fuoco. 6
Partiti i membri della commissione mista, ad assediare Ual
Ual restano gli uomini di Sciferra e gli irregolari di Omar
Samantar e di Ali Nur. Il loro numero, anzi, aumenta giorno per
giorno e alla vigilia dello scontro, secondo i dati della
osservazione aerea, oscilla fra i 1.400 e i 1.600 uomini, armati di
ottimi fucili, di sei mitragliatrici pesanti e di un cannoncino.
Anche da parte italiana ci si ra orza. Rava invia a Uarder, dove
nel frattempo è stata preparata una pista di fortuna, cinque dei
nove aerei disponibili in colonia. Ma lo sforzo maggiore viene
fatto per proteggere Ual Ual, facendovi a uire oltre 400 dubat e
una seconda squadriglia di carri veloci. Il 4 dicembre, in ne,
giunge a Uarder, per assumere il comando di tutti i reparti
dislocati nella zona minacciata, l’ispettore delle bande di
con ne, maggiore Umberto Montanari.
Nei dieci giorni che precedono lo scontro, mentre Cimmaruta
e Cli ord continuano a scambiarsi lettere con accuse e
controaccuse, precisazioni e retti che, si accentua la tensione
fra i due gruppi di armati che si fronteggiano. Ad alimentarla
concorrono in gran misura gli irregolari di Omar Samantar con
insulti, lancio di ossa e di sassi, inviti ai dubat a disertare. «Non
vi vergognate di stare con gli italiani?» gridano i somali di
Samantar ai somali di Cimmaruta. 7 «O per paura, o per la
speranza di ottenere grandi bene ci — riferisce Cimmaruta —
alcuni di essi disertarono. La gioia degli abissini fu grande. Li
accolsero come trionfatori, li vestirono di fute sgargianti o
addirittura con l’uniforme dei regolari, nominandoli capi di
forti gruppi di armati, e li condussero con le nuove vesti a
passeggiare in prossimità della linea a nché i dubat li
vedessero». 8 La tensione ha ormai raggiunto un tale livello che
anche il minimo incidente può ora scatenare il con itto e sarà
impossibile poi, come infatti accadrà, stabilire da che parte è
stato sparato il primo colpo di fucile.
Ad Addis Abeba, intanto, Hailè Selassiè, che è in contatto con
la commissione mista ritiratasi ad Ado, segue di continuo la
prova di forza che si è ingaggiata a Ual Ual. Il 4 dicembre
convoca al ghebì il ministro d’Inghilterra, sir Sidney Barton, il
diplomatico che, dopo la partenza dall’Etiopia di Giuliano Cora,
stima di più ed è solito consultare nei momenti di cili. Posto
dinanzi a precise domande, Barton suggerisce all’imperatore di
negoziare al più presto un modus vivendi con il ministro italiano
ad Addis Abeba, lo sconsiglia di rivolgersi alla SDN senza prima
«aver esaurito ogni tentativo per un accordo diretto» con l’Italia
e critica vivamente il metodo etiopico di far vivere le truppe alle
spalle delle tribù di con ne, con il rischio di provocare
incidenti. 9 L’indomani, quindicesimo giorno del confronto a
Ual Ual, Hailè Selassiè riunisce i suoi più vicini consiglieri,
l’americano Everett Colson, lo svedese Eric Virgin e lo svizzero
Jacques Auberson, 10 e, per quanto essi lo invitino, come
Barton, a mostrarsi conciliante, si ri uta di ordinare a Sciferra
di ritirarsi da Ual Ual. Ciò che può fare, al massimo, è mettere
nalmente le carte in tavola, rompere il silenzio che troppo a
lungo ha mantenuto sulla vertenza e denunciare all’opinione
pubblica le arbitrarie annessioni compiute dall’Italia
nell’Ogaden e le recentissime provocazioni. L’indomani, infatti,
il ministro degli Esteri Heruy consegna all’incaricato d’a ari
italiano Mombelli una nota di protesta. Ma è troppo tardi. A Ual
Ual si combatte già da alcune ore.
Se dietro l’intransigenza dell’imperatore ci sono questioni di
prestigio e il ventilato accordo con la Gran Bretagna per la
cessione di parte dell’Ogaden, dietro quella italiana c’è ormai la
decisione di Mussolini di imbarcarsi nell’avventura africana.
Appena otto mesi prima, scrivendo a Suvich a proposito dei
frequenti incidenti di frontiera, De Bono suggeriva di «mollare,
fare gli indi erenti, non rilevare i dispettucci che ci fanno, a
meno che non ledano la nostra dignità. Il Capo ha consentito
alla mia idea». 11 Ma già in novembre, in occasione
dell’incidente di Gondar, l’Italia si rivela in essibile, respinge
ogni compromesso. E ancor più intransigente si rivela, n dalle
prime battute, nell’a are di Ual Ual. È il segno della grande
svolta che si è veri cata nell’estate. Relegata in secondo piano la
politica della sovversione, l’Italia fascista esce ora allo scoperto,
s da apertamente l’Etiopia, nega le sue pretese, a erma le
proprie. Dello scontro di Ual Ual, anche se in realtà non lo ha
preparato, è decisa a fare il primo passo sulla strada della
conquista.
Nel pomeriggio del 5 dicembre, dopo quindici giorni di
tensione e mentre a Roma e ad Addis Abeba non si fa nulla per
allentarla, accade l’irreparabile. Sull’inizio del combattimento ci
sono due versioni, che discordano in tutto, persino nell’ora. Per
gli etiopici, lo scontro comincia alle 15.30, mentre il sole è
ancora alto nel cielo; per gli italiani, alle 17.30, un’ora prima del
tramonto. Secondo gli etiopici, l’attacco viene sferrato dagli
italo-somali dopo che un graduato ha ordinato: «A terra!
Fuoco!». Subito dopo la fucileria e l’intervento degli aerei e dei
carri veloci. Per gli italiani, invece, tutto comincia con un colpo
di fucile, sparato dal campo abissino, che ferisce un dubat posto
di vedetta su un albero e lo fa precipitare. Poi le prime scariche e
ra che che abbattono i dubat colti di sorpresa.
Chiunque sia stato a sparare il primo colpo di fucile, la
battaglia divampa subito violenta, segno che la tensione ha
raggiunto il punto culminante e che i due schieramenti stanno
all’erta. Nei primi cinque minuti di fuoco cadono, da una parte,
il comandante militare etiopico, taurari Alemajo, dall’altra, lo
jusbasci Salad Mahmud Hassan. Da parte italiana entrano quasi
subito in azione le squadriglie di autoblindo e di carri veloci
mentre nel cielo compaiono tre Ro. 1 che, da trecento metri di
quota, mitragliano e spezzonano il campo di Sciferra. «Degli
etiopici e somali sciftà — scrive Lioy — molti non avevano mai
visto un aeroplano e nessuno forse aveva mai udito una bomba
aerea scoppiare. L’e etto terrorizzante quindi dei
bombardamenti e mitragliamenti dovette essere largamente
determinante per l’andamento della lotta». 12 Fra il tardo
pomeriggio del 5 e l’alba del 6, gli aerei che si avvicendano sul
campo di battaglia di Ual Ual lanciano 127 bombe da 12 chili e
130 da 2 chili, provocando prima un arresto della pressione
etiopica, poi il cedimento dello schieramento abissino.
Secondo un rapporto etiopico, verso le 23 «il taurari
Sciferra, per calmare il con itto, partì con i suoi uomini per
raggiungere la Commissione ad Ado, ma parte dei soldati erano
rimasti accerchiati e solo l’indomani poterono ritornare ad
Ado». 13 Il ripiegamento, in realtà, avviene per motivi e in
circostanze diversi. Come riferisce Steer, «Sciferra, un
personaggio mite, che non amava la guerra», cogliendo il
pretesto di andare a seppellire il corpo di Alemajo «in terra
consacrata», abbandonò nella notte il campo di battaglia con
una parte dei suoi uomini lasciando sul posto, a continuare la
resistenza, il musulmano Ali Nur. 14 Ma all’alba del 6 dicembre,
quando il combattimento si riaccende, le possibilità per gli
etiopici di mantenere le loro posizioni sono ormai nulle. Nel
cielo di Ual Ual ci sono ormai tutti gli apparecchi disponibili in
colonia mentre le autoblindo e i carri veloci penetrano nel
campo abissino «rovesciando zeribe, lacerando tende,
schiacciando o costringendo a una fuga disordinata coloro che
vi si trovavano». 15 Per valutare l’intensità dello scontro, si
pensi che soltanto i dubat consumano 40 mila proiettili.
Fiaccati soprattutto dai bombardamenti aerei, verso le 8.30
gli uomini di Ali Nur rompono il contatto con gli italo-somali e
si ritirano su Ado. Nel combattimento, secondo le stime italiane,
hanno avuto 110 morti, ma «le perdite si accrebbero poi
durante la fuga, poiché molti feriti, non avendo la forza di
arrivare alle basi, furono abbandonati alla loro sorte, e la
popolazione Ogaden assalì i ritardatari della colonna scon tta
massacrandone un buon numero. In complesso quindi gli
etiopici ebbero non meno di 300 morti». 16 Da parte italiana, si
lamentano invece 21 morti e 61 feriti, 17 tutti somali, mentre
gli italiani che hanno diretto il combattimento non denunciano
una sola scal ttura, il che non impedisce loro di essere tutti
promossi o decorati. 18
Mentre i dubat di Cimmaruta rastrellano il campo di battaglia
raccogliendo il bottino e gli aerei di Porru Locci sorvegliano la
regione di con ne facendo puntate su Ado e Gherlogubi e
spezzonandone gli accampamenti militari con intenti
dissuasivi, ad Addis Abeba il ministro degli Esteri Heruy e
l’incaricato d’a ari Mombelli si scambiano note di protesta,
ciascuno accusando il governo dell’altro di aver provocato lo
scontro. Il 9 dicembre il governo etiopico invoca l’applicazione
dell’art. 5 del trattato di amicizia italo-etiopico del 1928, che
prevede la procedura d’arbitrato nelle controversie fra i due
paesi. Ma due giorni dopo, ignorando del tutto la proposta
etiopica, il governo di Roma chiede soddisfazione morale e
materiale per l’incidente di Ual Ual presentando un lungo e
pesantissimo elenco di richieste, così speci cate: 1) il
governatore di Harar, degiac Gabre Mariam, si recherà a Ual Ual
e presenterà le scuse del governo etiopico al comandante di quel
forte; nello stesso tempo, per sancire il diritto dell’Italia a
occupare Ual Ual, un distaccamento etiopico renderà gli onori
alla bandiera italiana; 2) il governo di Addis Abeba verserà alla
legazione italiana la somma di 200 mila talleri a titolo di
indennizzo; 3) gli u ciali responsabili dell’attacco dovranno
essere destituiti e puniti; 4) il fuoruscito somalo Omar
Samantar dovrà essere consegnato alle autorità italiane.
A questo punto della vertenza, come testimonia Barton, Hailè
Selassiè ha ormai compreso che Mussolini è deciso a sfruttare
l’incidente di Ual Ual per realizzare i suoi piani di espansione e
con da al ministro inglese che non gli resta che «cercare armi
per la difesa» dell’Etiopia. 19 In questi giorni di cili
l’imperatore è stretto fra due fuochi. Da una parte ci sono i
ministri inglese e francese, che esercitano su di lui pressioni
perché accetti le richieste italiane e liquidi rapidamente la
controversia. Dall’altra ci sono i più alti gradi dell’impero, che lo
spingono ad agire, a compiere un’adeguata rappresaglia, a
impartire all’Italia una seconda lezione, memorabile come
quella di Adua. 20 Respingendo le une e le altre pressioni, il 13
dicembre Hailè Selassiè rinnova all’Italia la proposta di
arbitrato, ma questa viene bruscamente respinta da Roma con
una nota del 14. Dinanzi all’intransigenza italiana, l’imperatore
decide nella stessa giornata del 14 di sottoporre la vertenza alla
Società delle Nazioni, un’istituzione che forse Hailè Selassiè
sopravvaluta, ma che già nel 1926, comunque, gli ha reso
giustizia. Con un telegramma di 170 parole, rmato da Heruy e
spedito nella notte, nel quale è scritto a chiare lettere che Ual
Ual è a cento chilometri all’interno dell’Etiopia, Hailè Selassiè
attira così l’attenzione della SDN sulla gravità della situazione
ed evita con questa mossa di far cadere la controversia italo-
etiopica nel silenzio e nell’indi erenza.
Nel dare l’indomani notizia del passo all’Italia, l’imperatore
precisa tuttavia che l’aver investito la SDN della questione non
pregiudica a atto il proseguimento delle trattative dirette. Che
egli sia disposto a trattare, a cercare una qualsiasi soluzione pur
che sia onorevole, è documentato da un episodio quasi del tutto
ignorato dagli storici coevi, ma anche, e stranamente, da
studiosi contemporanei attenti e acuti come Baer. Già nella
prima quindicina di dicembre Hailè Selassiè incarica il suo
primo segretario, il cattolico Taddese Mesciascià, di prendere
contatto con il direttore dell’ospedale italiano di Addis Abeba, il
piemontese Edoardo Borra, per chiedergli se è disposto a
«interessarsi privatamente per contribuire alla soluzione della
vertenza». 21 Autorizzati da entrambi i governi, i colloqui
segreti, non verbalizzati, fra Taddese e Borra hanno inizio nel
dicembre 1934 e continueranno, pur con qualche interruzione,
sino al giorno del con itto. Nei primi mesi essi tendono
soprattutto a trovare una soluzione alla vertenza di Ual Ual; dal
luglio, invece, a rontano, come vedremo in seguito, il delicato
problema di un possibile protettorato italiano sull’Etiopia. Sono
colloqui che si riveleranno inutili come tutti i tentativi di
conciliazione dentro e fuori della SDN, come tutti gli sforzi di
mediazione di governi e di privati, ma che sono del tutto insoliti
e intonati, come ricorda il Borra, «a cortesia e chiarezza» e
tendono «sinceramente alla paci cazione». 22
In questo inizio della vertenza, l’apporto che Colson, Virgin e
Auberson o rono ad Hailè Selassiè, sia sul piano politico che su
quello procedurale, è notevole. Lo si avverte dalle note, dai
telegrammi, dai memorandum, redatti in un francese
impeccabile e apprezzabili per il contenuto, ai quali l’imperatore
si limita ad apportare piccoli ritocchi. Chi invece rivela tutta la
sua ine cienza e o re ormai più di un motivo per far dubitare
della sua fedeltà è il ministro etiopico a Roma, naggadrâs
Afework, che nel passato, come si ricorderà, è stato informatore
e consulente del ministero delle Colonie. A Roma dal 1932,
fornito dal suo governo di scarsi mezzi, egli nisce per subire di
nuovo l’in uenza dei funzionari degli Esteri e delle Colonie, al
punto di ricorrere a palazzo Chigi per spedire i suoi telegrammi
ad Addis Abeba. 23 La sua inettitudine si precisa ancora di più
dopo Ual Ual, quando, invece di moltiplicare gli sforzi a favore
del suo paese, si limita a fare da postino. Si noti con quale
disprezzo il barone Aloisi ne parla nel suo diario alla data del 27
dicembre 1934: «Ricevo l’incaricato d’a ari d’Etiopia al quale
consegno la risposta alle sue ultime note verbali sui pretesi
attacchi italiani alle frontiere dell’Eritrea e gli dico, in breve, che
è tempo di nirla con queste storie. Mi snocciola le sue lagnanze
sul fatto che lui, quasi un italiano, si trova fra l’incudine e il
martello. Gli prometto in ne che trasmetterò un suo
telegramma all’imperatore per convincerlo a consentire che egli
vada sul posto a rendersi conto della situazione». 24 Non è
ancora il tradimento, ma ormai poco ci manca.

Le iniziative di Mussolini.
«È un fatto — osserva Zaghi — che l’incidente di Ual Ual non era
di per sé né drammatico, né irremissibile e diventò tale soltanto
quando Mussolini vi innestò una carica di provocazione aperta,
continua e dichiarata, respingendo tutti i tentativi di
accomodamento proposti dal Negus e dalla Società delle
Nazioni. Se non fu composto facilmente e onorevolmente ciò fu
dovuto semplicemente al fatto che da una certa parte non ci fu
mai la volontà di farlo e prevalse invece l’interesse di sfruttarlo e
di aggravarlo per ni diversi e inconfessabili». 25 Nella storia
dei rapporti italo-etiopici l’incidente di Ual Ual non è certo il
primo e neppure il più grave. Secondo fonti italiane, almeno 51
incidenti di frontiera si veri cano fra il 1923 e il 1935. 26 E più
numerosi ancora sono gli incidenti che accadono sulle 1.900
miglia di frontiera dell’Etiopia con le colonie inglesi del Sudan,
del Kenya e del Somaliland. Nel solo periodo fra il 1916 e il 1927
sono 139, «eppure — commenta Arnold J. Toynbee — il governo
inglese non pensò mai di fare di questo serio fastidio un casus
belli». 27 Né Parigi medita di aggredire l’Etiopia quando il 18
gennaio 1935 duemila razziatori Danachil Assaimara
scon nano nel territorio della Costa Francese dei Somali e
massacrano il funzionario Bernard e un centinaio di uomini
della sua scorta.
Come fanno rilevare Jones e Monroe, questi incidenti sono
«del tipo col quale le autorità di frontiera inglesi e francesi sono
familiarizzate e che liquidano come questioni tribali con un
u ciale subalterno e qualche soldato indigeno». 28 Anche gli
italiani, in passato, non hanno mai fatto un dramma di questi
episodi. Ma Ual Ual cade nel momento giusto della preparazione
politica e militare, è abbastanza rilevante perché se ne possa
discutere, si veri ca nel punto più caldo delle frontiere con
l’Etiopia, tutte circostanze propizie che non sfuggono
all’attenzione di Mussolini e che lo spingono ad agire. Nei
venticinque giorni che seguono l’incidente il capo del fascismo
prende infatti le ultime decisioni, quelle che si riveleranno
risolutive. Il 24 dicembre autorizza De Bono a partire per
l’Eritrea e ssa anche la data: 7 gennaio. Il 27 ordina la
mobilitazione in Somalia e quella parziale in Eritrea e, come
annota De Bono nel suo diario, «manda laggiù ogni materiale
occorrente. Non lesina nulla. Non lesina aeroplani e carri
veloci». 29 Il 30, in ne, consegna ai suoi collaboratori più vicini
un promemoria dattiloscritto in quattordici punti dal titolo
Direttive e piano d’azione per risolvere la questione italo-abissina,
sul quale Mussolini ha vergato a mano la parola Segretissimo. 30
Il documento, di 1.200 parole, è, come sottolinea Rochat,
«fondamentale perché segna una svolta in tutta la preparazione
dell’aggressione e anticipa con molta precisione l’atteggiamento
che Mussolini terrà no alla ne della campagna». 31 Per questo
motivo va analizzato, punto per punto, non soltanto per
ricercarvi i motivi che spingono Mussolini a intraprendere
l’ultima guerra coloniale della storia e i metodi che egli
suggerisce per vincerla, ma perché contiene, come nessun altro
documento, tutti gli elementi della loso a del suo tardo
imperialismo. Con il primo paragrafo Mussolini sembra voler
giusti care l’intransigenza adottata dopo Ual Ual precisando
che «il problema dei rapporti italo-abissini si è spostato in
questi ultimi tempi su un piano diverso: da problema
diplomatico è diventato un problema di forza». Ma subito dopo
completa la frase sostenendo che è anche «un problema
“storico” che bisogna risolvere con l’unico mezzo col quale tali
problemi furono sempre risolti: coll’impiego delle armi». E qui
lo stimolo non è più Ual Ual, ma Adua. Non è più l’irritazione per
una contesa di con ne, ma il risentimento per una vergogna
nazionale non ancora cancellata.
Nei successivi tre paragra egli dà una breve sintesi della
situazione politico-militare in Etiopia. Un riepilogo, abbastanza
super ciale, nel quale a orano opinioni di Cora e di Paternò,
moniti di Guariglia e di Zoli, informazioni di Ruggero e di Rava,
e che tende a dimostrare come l’Etiopia, sotto la guida di Hailè
Selassiè, stia diventando uno Stato centralizzato, più moderno,
politicamente più compatto e omogeneo, militarmente più
e ciente, e perciò più potente e pericoloso. «Tenendo conto di
quanto precede — scrive Mussolini al paragrafo cinque —
bisogna trarre la prima logica conclusione: il tempo lavora contro
di noi [...]. Seconda non meno logica conclusione: bisogna
risolvere il problema al più presto possibile, non appena cioè i
nostri apprestamenti militari ci diano la sicurezza della
vittoria».
Il comma sesto è di importanza capitale, ma, pur essendo
esplicito, non sempre è stato interpretato correttamente. Dice:
«Decisi a questa guerra, l’obiettivo non può essere che la
distruzione delle forze armate abissine e la conquista totale
dell’Etiopia. L’impero non si fa altrimenti». Si tratta di una
direttiva precisa, che non lascia margine ai dubbi, eppure
Lessona, nelle sue Memorie, sostiene che «anche quando i nostri
preparativi militari erano iniziati, il Capo del Governo sarebbe
stato proclive ad una soluzione paci ca della vertenza». 32
Partendo da queste a ermazioni e condividendo acriticamente
la tesi di Lessona, anche De Felice a erma che «Mussolini non
doveva a quest’epoca a atto escludere che un atteggiamento
energico e un abile negoziato internazionale potessero evitare il
con itto». 33 Ma Mussolini non vuole evitare il con itto. Anche
se, nei nove mesi che intercorrono tra la formulazione di queste
Direttive e il passaggio del Mareb, egli non rinuncia a negoziare
con l’Etiopia dentro e fuori della SDN e favorisce ogni tentativo
di mediazione, anche i più strampalati e inattuabili, lo fa
soltanto per guadagnare tempo, per confondere le idee, per
evitare che si condanni l’Italia come paese aggressore. Il 30
dicembre, redigendo il comma 6, Mussolini chiude il decennio
di preparazione iniziato con le istruzioni impartite a Lanza di
Scalea e, annunciando la guerra e la decisione di conquistare
l’Etiopia nella sua totalità, mantiene la promessa di dare agli
italiani un impero. Un impero che non si fa negoziando, ma
coinvolgendo, come infatti riuscirà a fare, un intero popolo nella
guerra di conquista.
Per intraprendere questa guerra, che con l’impero deve
assicurare all’Italia anche una completa integrazione nazionale,
Mussolini ha bisogno di non essere impegnato in Europa.
«Condizione essenziale, ma non pregiudiziale, della nostra
azione è quella di avere alle spalle un’Europa tranquilla, almeno
per il biennio 1935-36 e 1936-37, che dovrebbe essere il periodo
risolutivo», a erma al punto ottavo, e subito precisa che un
«esame della situazione» gli consente di prevedere «che ci sarà
in Europa un ulteriore periodo di pace», grazie soprattutto agli
accordi che sta per rmare con la Francia. Accordi che
rallenteranno il dinamismo del Terzo Reich, allontaneranno il
pericolo di un nuovo attentato della Germania all’Austria e che
miglioreranno le relazioni italo-jugoslave. Continuando, nel
decimo comma, a esporre le sue previsioni, Mussolini si azzarda
a dire: «Nessuno ci solleverà di coltà, in Europa, se la condotta
delle operazioni militari determinerà rapidamente il fatto
compiuto. Basterà dichiarare all’Inghilterra e alla Francia che i
loro interessi saranno riconosciuti. [...] Imbarazzi da parte della
Società delle Nazioni non ne verranno o saranno tali da non
impedirci di condurre a fondo l’impresa».
Per determinare il «fatto compiuto», osserva ai paragra 9 e
10, la guerra dovrà dunque essere «rapida e de nitiva» e
condotta con «grandi mezzi». Dovranno essere impiegati, in
modo particolare e «su vasta scala», i mezzi meccanizzati di cui
difetta l’Etiopia, mentre dovrà essere assicurata la «superiorità
assoluta di artiglieria e di gas». Mussolini prevede inoltre che
bisognerà a ancare, ai 60 mila soldati indigeni, 100 mila
nazionali e che sarà necessario inviare almeno 250 apparecchi
in Eritrea e 50 in Somalia, 150 carri armati in Eritrea e 50 in
Somalia. Tutto, in ne, dovrà essere pronto per l’ottobre 1935 e
«more nipponico non ci sarà nemmeno bisogno di dichiarare
u cialmente la guerra». Né va rallentata, precisa Mussolini al
comma 11, l’opera di sovversione in Abissinia, in modo da
accelerare la disgregazione dell’impero e da «suscitare negli
abissini d’oltre con ne il dubbio e l’apprensione». Con i punti 12
e 13 il capo del fascismo indica in ne alla diplomazia e agli stati
maggiori i loro compiti, che sono essenzialmente quelli di
armonizzare i preparativi militari con quelli politici e di
assicurare l’e cienza globale dell’esercito con la costante
reintegrazione dei magazzini.
L’ultimo punto delle Direttive è dedicato alla situazione
interna italiana, che agli occhi di Mussolini non desta alcuna
preoccupazione: «Nelle masse fasciste è ormai di usa la
convinzione dell’ineluttabilità dell’urto e anche la convinzione
che più si tarda e più ardua diventa l’operazione. Nelle masse
giovanili il “tono” è ancora più elevato. I residui del vecchio
mondo temono l’“avventura” perché credono che la guerra
sarebbe condotta coi loro sistemi, ma s’ingannano e inoltre non
contano politicamente e socialmente nulla». Nel concludere il
promemoria, Mussolini ricorda ancora che il problema abissino
esiste dal 1885 e che «l’Etiopia è l’ultimo lembo d’Africa che non
ha padroni europei». Per cui non esiste altra soluzione che
quella di tagliare «il nodo gordiano dei rapporti italo-abissini» e
subito, «prima che sia troppo tardi».
La lettura di questo documento, alle cui direttive tutti si
adegueranno per l’intero corso della guerra, invita a formulare
alcune considerazioni: 1) con il promemoria del 30 dicembre
1934 Mussolini si assume in pieno la responsabilità politica
dell’impresa e anche quella di averne precisato n nei dettagli
gli obiettivi nali, i metodi di lotta, la quantità dei mezzi
necessari, il tipo degli strumenti distruttivi. A lui, più che a ogni
altro, va quindi addebitata la responsabilità dell’uso sistematico
dei gas; 2) la decisione di trasformare la piccola guerra coloniale
pronosticata da De Bono in quella che poi sarà de nita la più
grande impresa coloniale di tutti i tempi, rivela le intenzioni di
Mussolini di coinvolgere nel con itto l’intero paese e di
alimentare, con la fulmineità di una guerra meccanizzata,
l’immagine di un regime moderno, e ciente, imbattibile; 3) la
scelta del momento per aggredire l’Etiopia può sembrare
opportuna perché la Germania non è ancora su cientemente
forte per annettersi l’Austria e a acciarsi al Brennero e la
Francia sta per riavvicinarsi all’Italia con un accordo che ha
risvolti anche militari, ma Mussolini commette l’errore di
pensare che l’Inghilterra possa subire l’iniziativa italiana in
Africa Orientale senza reagire e liquida con troppa fretta e con
disprezzo la Società delle Nazioni; 4) per quanto risponda alla
verità che l’Etiopia sta diventando uno Stato centralizzato e
politicamente più compatto, il suo riarmo e la sua e cienza
bellica sono, alla ne del 1934, trascurabili e tali comunque da
non costituire un pericolo per l’Eritrea e la Somalia. Il fatto di
ingigantire questo pericolo risponde soltanto all’esigenza di
Mussolini di far apparire urgente e inevitabile un con itto che è
invece stato preparato segretamente in un decennio; 5) nel
documento, il duce non fa alcun cenno alle tesi economiche,
demogra che e sociali alle quali si farà in seguito ricorso per
giusti care l’aggressione. Questa mancanza di motivazioni la si
spiega con il fatto che, in realtà, Mussolini non crede a una sola
di queste tesi. Egli poggia le sue pretese sull’Etiopia su
argomenti puramente imperialistici: l’Etiopia non ha ancora un
padrone europeo, quindi va occupata prima che ci pensi
qualcun altro. Un imperialismo rozzo, avventuristico, in ritardo
sulla storia, attuato in un momento in cui le altre potenze
coloniali si sono già avviate sulla strada della collaborazione con
le popolazioni indigene soggette.
Cinque giorni prima di consegnare questo documento a un
numero imprecisato, ma ristrettissimo di suoi collaboratori,
Mussolini con da ad Aloisi che la questione etiopica «maturerà
quando noi avremo concluso l’accordo con la Francia e pertanto
è necessario a rettare le cose». 34 Come abbiamo già visto, le
trattative fra Roma e Parigi, che si trascinavano da anni,
ricevono all’improvviso un nuovo e decisivo impulso e in meno
di due mesi vengono concluse. E mentre alcuni degli accordi
sono resi pubblici, quello che concerne l’Etiopia è invece oggetto
di uno scambio di lettere segrete fra Mussolini e Laval. Lettere
vaghe e ambigue, che consentiranno a Laval, appena un anno
dopo, al culmine del dramma ginevrino, di sostenere di non
aver mai dato «mano libera» a Mussolini in Etiopia, salvo che
sotto il pro lo economico. 35 «Le concessioni che io ho fatto a
Mussolini — ripeterà, con più dovizia di particolari, al processo
contro Pétain nell’agosto 1945 — erano puramente di carattere
economico. Ho detto a Mussolini: ora avete le mani libere, ma
non ne abusate per compiere atti di forza. Prendere esempio dal
maresciallo Lyautey». 36
Queste messe a punto di Laval e i retroscena degli accordi di
Roma hanno fatto versare umi d’inchiostro e ancora oggi, a più
di quarant’anni dai fatti, le polemiche non sono nite. Ma ciò
che emerge ormai chiaramente dalle indagini d’archivio e, in
particolare, dai documenti preparatori delle lettere scambiate
dai due statisti, è che al momento della rma degli accordi, il 7
gennaio 1935, tanto Laval che i suoi collaboratori sono
perfettamente consapevoli che il loro désistement equivale a un
abbandono puro e semplice dell’Etiopia nelle mani dell’Italia.
Soltanto che, come sottolinea De Felice, essi «cercarono di non
lasciare tracce troppo esplicite del loro consenso». 37 Del resto
le poste in gioco, da una parte e dall’altra, sono di tale rilevanza
da legittimare qualsiasi arti cio, qualsiasi riserva mentale. Per
Laval, gli accordi di Roma non signi cano soltanto l’appoggio
italiano contro la Germania e il riconoscimento del primato
francese in Europa, ma la liquidazione quasi senza sacri ci di
un contenzioso che per quindici anni ha angustiato i suoi
predecessori con la pesante opzione italiana sull’Africa francese.
Per Mussolini, nonostante la rinuncia alla Tunisia, i vantaggi
non sono meno rilevanti: mentre da un lato si copre le spalle in
Europa e può sguarnire la frontiera del Brennero, dall’altro
ottiene per l’Italia di potersi espandere in Africa Orientale a
spese dell’unico paese ancora senza «padroni europei». Che è il
progetto che accarezza da dieci anni. L’idea ssa che lo assilla da
qualche mese.
Mentre Mussolini si assicura l’appoggio della Francia, che sarà
reale anche quando Laval cercherà di scindere le proprie
responsabilità da quelle del duce, la vertenza per Ual Ual si
complica. Con un telegramma del 3 gennaio alla SDN, il governo
etiopico denuncia l’ammassamento di truppe italiane davanti a
Gherlogubi, un attacco contro la guarnigione etiopica e il
continuo sorvolo della località da parte di aerei italiani; e in base
all’art. 11 del patto, che prevede una imminente minaccia di
guerra, chiede alla SDN di intervenire nella controversia. Il
passo etiopico coglie di sorpresa gli italiani e, come ricorda
Aloisi, suscita un certo allarme: «Mussolini non vuol cedere a
nessun costo davanti ad Addis Abeba ma nello stesso tempo
non vuole assolutamente che il Consiglio della SDN si
impadronisca della vertenza». 38 Diplomatico fra i più preparati
e avveduti, Aloisi riesce a sottrarre la controversia alla Lega
ginevrina facendo rinviare la discussione della nota etiopica e
ottenendo di poter continuare le trattative dirette con Addis
Abeba, nello spirito dell’art. 5 del trattato di amicizia italo-
etiopico del 1928.
L’aggiornamento della discussione non segna soltanto
un’importante vittoria diplomatica dell’Italia sull’Etiopia, ma il
primo dei tanti cedimenti della SDN, che ne causeranno il
progressivo discredito. Francia e Inghilterra, che della Lega sono
i maggiori pilastri, esercitano infatti, in questa occasione, forti
pressioni su Addis Abeba perché accetti le proposte italiane.
L’appoggio che Parigi e Londra o rono all’Italia, in questa prima
fase della vertenza, ha motivazioni assai diverse. Mentre per
Parigi si tratta semplicemente di rendere operanti gli accordi
appena sottoscritti, per Londra, come riferisce l’incaricato
d’a ari nella capitale inglese, Leonardo Vitetti, il motivo
essenziale è che «l’Inghilterra vuole evitare che le controversie
tra noi e il governo abissino si ripercuotano sfavorevolmente sui
suoi possedimenti nell’Africa e sui suoi rapporti con
l’Etiopia». 39 Per spegnere il più rapidamente possibile il fuoco
nell’Ogaden, Simon e Barton, abbiamo visto, non soltanto
invitano Hailè Selassiè alla prudenza, ma cercano di dissuaderlo
dal rivolgersi alla SDN e lo consigliano di accettare persino
alcune delle pesanti richieste di Mussolini in fatto di riparazioni.
Ma già il 16 gennaio, davanti all’intransigenza italiana, Simon
appare stanco di mediare inutilmente e all’ambasciatore a
Roma, sir Eric Drummond, scrive: «Questo è molto
probabilmente l’ultimo contributo che noi possiamo dare per
aiutare l’Italia ad ottenere la transazione amichevole che
desidera; se il signor Mussolini lo respinge, non ci sarà nulla di
più che possa fare io, personalmente, a questo paese
singolarmente, per allontanare una crisi che può essere
disastrosa per la Lega». 40
Questo, per Mussolini, potrebbe essere il momento più
opportuno, considerata la buona disposizione di Londra, per
mettere le carte in tavola e cercare di ottenere, dopo quello della
Francia, anche l’appoggio dell’Inghilterra, che, sin dallo sbarco
di Saletta a Massaua nel 1885, ha sempre dimostrato di favorire
anziché ostacolare la presenza italiana in Africa Orientale.
Mussolini, invece, si limita il 29 gennaio a incaricare Vitetti, in
assenza di Grandi, di mettere al corrente il governo inglese
dell’accordo segreto raggiunto fra lui e Laval per il désistement
francese in Etiopia, e coglie l’occasione per invitare Londra ad
aprire dei negoziati con Roma «per de nire più precisamente la
misura dei nostri rispettivi interessi in relazione all’accordo
tripartito del 1906». 41 Ma l’invito non ha nulla di pressante,
sembra piuttosto un semplice passo esplorativo, e suggerisce a
Guariglia alcune congetture che ci sembrano ancor oggi valide:
«Ri ettendo sulle ragioni che avevano potuto indurre Mussolini
a non tentare di insistere cogli inglesi per aprire una esauriente
conversazione sulla questione etiopica, così come aveva fatto
con Laval, pensai che Mussolini aveva evidentemente ritenuto
che una soluzione radicale della questione stessa, quale egli si
proponeva di raggiungere, avrebbe certo trovato a Londra la più
forte opposizione e che pertanto non conveniva svegliare, come
si dice, il can che dorme, per non correre il rischio di suscitare
tale opposizione prima ancora di aver cominciato ad agire». 42
Ma c’è dell’altro. Come ci ricorda Ciano, «Mussolini, prima di
iniziare l’impresa etiopica, studiò la composizione del popolo
inglese diviso per età. Rilevò che contro 22 milioni di uomini vi
erano 24 milioni di donne, 12 milioni di cittadini al di sopra dei
50 anni, età limite della bellicosità. Quindi predominio delle
masse statiche sulle masse dinamiche della gioventù. Vita
tranquilla, compromesso, pace». 43 Per cui Mussolini conta
anche sul paci smo del popolo britannico ed è persuaso che non
frapporrà ostacoli all’impresa italiana in Etiopia se gli interessi
inglesi in quel paese non verranno lesi. Le intuizioni del duce, a
questo proposito, sono abbastanza esatte. Che il governo di
Londra desideri mantenere l’amicizia con l’Italia e salvare a ogni
costo la collaborazione anglo-franco-italiana in Europa, è un
fatto che emerge chiaramente da un appunto del segretario
permanente del Foreign O ce, sir Robert Vansittart. Dopo aver
precisato che sin dall’inizio il Foreign O ce ha interpretato
l’episodio di Ual Ual «come il preludio all’espansione italiana a
spese dell’Abissinia», Vansittart esprime l’opinione che sia
necessario e urgente dissuadere l’Italia dall’intraprendere la sua
avventura africana, ma usando i «mezzi più paci ci ed
amichevoli». Uno scontro con Roma, sottolinea Vansittart, non
soltanto incrinerebbe l’equilibrio europeo, ma «spingerebbe
l’Italia nelle braccia della Germania». Nella sua analisi della
situazione, il segretario del Foreign O ce precisa inoltre che un
tentativo dell’Italia di espandersi da qualche parte era del resto
prevedibile, e soggiunge: «Qualche volta ho pensato che è stato
un peccato che noi non abbiamo permesso all’Italia di avere una
colonia tedesca nel 1919. In realtà siamo stati incautamente
avidi. L’episodio di oggi è la conseguenza della nostra politica
egoistica». 44
Vansittart conclude il documento suggerendo l’immediata
convocazione di una commissione interministeriale di esperti
per valutare gli interessi inglesi in Etiopia e per decidere
sull’atteggiamento da assumere nei riguardi dell’Italia. Il 6
marzo la commissione viene infatti insediata in gran segreto e
la sua presidenza è a data all’ex governatore del Sudan, sir
John Ma ey. Ma già qualche giorno prima, il 27 febbraio,
Vansittart ha manifestato a Grandi la sua preoccupazione per la
stasi dei negoziati diretti italo-etiopici e per i preparativi
militari italiani «che appaiono sproporzionati all’entità della
controversia», e ha aggiunto che «l’Italia non può farsi illusioni
sull’atteggiamento dell’opinione pubblica britannica che è ostile
ad ogni idea di guerra in Africa come altrove. La vostra impresa
in Abissinia, perché è ormai chiaro che voi mirate ad una
conquista coloniale, mette nel più serio imbarazzo tutti coloro»
che si sforzano di mantenere la pace in Europa. 45 Questo di
Vansittart non è il solo monito che gli inglesi rivolgono all’Italia
in questo periodo. Ma i moniti, e per di più vaghi ed espressi con
scarsa fermezza, servono a poco. Sottolineano soltanto
l’indecisione del governo inglese, la sua incapacità a trovare
subito una linea di condotta coerente ed e cace dinanzi alle
pretese italiane, la sua tendenza a rinviare ogni decisione,
compresa quella di dare una risposta all’invito italiano a trattare
sull’Etiopia del 29 gennaio. Un’incertezza che Mussolini
scambia, almeno all’inizio, per debolezza, forse anche per un
tacito consenso. «Mussolini non aveva alcuna assicurazione che
l’Inghilterra l’avrebbe lasciato compiere la sua conquista —
osserva Baer — ma, tutto considerato, non temeva gli inglesi, e il
silenzio britannico gli pareva altrettanto buono della strizzata
d’occhi francese». 46
L’interludio di Stresa.
Dopo aver sgombrato, o creduto di sgombrare, il terreno in
Europa, Mussolini rivolge tutta la sua attenzione ai preparativi
di guerra. «Il Duce — annota Aloisi nel suo diario — è di
un’intransigenza assoluta e non si occupa più che della
questione abissina. Non vuol più sentir parlare di altre
faccende, anche se importanti». 47 Dal 17 gennaio ha assunto
anche il dicastero delle Colonie per cui ora è,
contemporaneamente, capo del governo, ministro degli Esteri,
degli Interni, della Guerra, della Marina, dell’Aeronautica, delle
Colonie, capo del PNF e comandante generale della milizia. Dal
momento in cui ha preso la decisione «irrevocabile» di fare della
campagna contro l’Etiopia una guerra nazionale, impegnandovi
non soltanto il prestigio del regime, ma il suo stesso
avvenire, 48 Mussolini assume in proprio la gestione della
preparazione della guerra spiegando, come fa rilevare Rochat,
«una direzione politico-militare autorevole e pressante, larga di
mezzi e ferma nell’indicazione degli obiettivi, capace di superare
le di coltà dei tecnici e le esitazioni dei capi». 49
Si tratta, tuttavia, di un dinamismo che spesso si associa a
una irragionevole impazienza e alla faciloneria, e il primo a
rilevarlo è De Bono, giunto in Eritrea il 16 gennaio: «Il principale
in cose militari è un orecchiante. Lui manderebbe giù tutto
l’esercito, tutta l’aviazione e tutta la marina senza pensare a
come là si possono collocare e far vivere». 50 L’Alto
Commissario per l’A. O., ancora fermo ai piani militari del 1934,
che prevedevano l’invio in colonia soltanto di tre divisioni
nazionali, osserva con sgomento l’a usso caotico dei
rifornimenti dall’Italia e, in una lettera al duce del 22 gennaio,
segnala che «l’accelerare l’invio qui di uomini e materiali, per il
momento, non servirebbe che a ingenerare confusione, non
essendo qui ancora pronti i mezzi per l’impiego e cace dei
materiali e per far vivere ed operare gli uomini». 51 In e etti,
come vedremo meglio nel prossimo capitolo, in Eritrea c’è
ancora tutto da fare per accogliere il corpo di spedizione: dalle
strade agli aeroporti, dai baraccamenti ai magazzini, dagli
impianti idrici agli ospedali.
Ma Mussolini ha fretta. Ha deciso di attaccare l’Etiopia in
ottobre e ora ogni avvenimento, anche minimo, anche dubbio,
gli serve come pretesto per accelerare la preparazione bellica.
Dopo un nuovo incidente ad Afdub, ad esempio, ordina la
mobilitazione, fra il 5 e l’11 febbraio, per «misure di carattere
precauzionale», di due divisioni, la Peloritana e la Gavinana. Il 6
febbraio, con dandosi con Aloisi, svela il suo pensiero sso
quando a erma che «una nazione, per restare sana, deve fare la
guerra ogni venticinque anni». 52 Il 16, prendendo la parola in
Gran Consiglio, comunica che oltre 70 mila camicie nere hanno
chiesto di essere arruolate nei reparti destinati all’Africa
Orientale. Il 20, presiede la Commissione suprema di difesa, che
deve valutare se sono su cienti le risorse italiane per la guerra.
Il 26, rispondendo a due lettere di De Bono (nelle quali, fra
l’altro, il quadrumviro riferisce che il «Negus Neghesti ordina
troppe preci e troppi digiuni per farci pensare che ci voglia
attaccare») 53 , gli annuncia che ha deciso di raddoppiare, forse
anche di triplicare, le forze che invierà in Africa.
«Può anche darsi che il Negus non abbia intenzione di
attaccarci — scrive il duce —, nel qual caso dobbiamo noi stessi
prendere l’iniziativa. Ciò non può avvenire se tu, oltre ai negri,
non disponi verso la ne di settembre di almeno centomila
bianchi, i quali rapidamente devono salire a 200 mila. Io voglio
mandarti entro l’anno 200 mila uomini. Così l’o ensiva avrà le
forze su cienti per spingersi a fondo e ottenere sin dal
principio successi essenziali». 54 Dopo questa lettera, scritta
alla ne di un mese di attività febbrile, l’impresa africana
assume proporzioni ancora più rilevanti. Non è soltanto l’entità
del corpo di spedizione che cambia, ma lo stesso programma. Da
un progetto di difensiva manovrata, seguita da contro ensiva,
si passa di punto in bianco a un’azione o ensiva. È anche
interessante notare che Mussolini muta radicalmente
l’impostazione della campagna africana proprio mentre
Badoglio tenta, per l’ultima volta, di rinviare le operazioni di
almeno un anno. Oramai non c’è suggerimento o invito alla
prudenza che possa fermarlo.
L’8 marzo, in una nuova lettera a De Bono, Mussolini espone
con maggior chiarezza le sue nuove direttive e lascia intravedere
anche alcuni fra i motivi che lo hanno spinto alla svolta radicale.
«È mia profonda convinzione che — dovendo noi prendere ne
ottobre o ne settembre l’iniziativa delle operazioni — tu devi
avere una forza complessiva di 300 mila uomini (di cui 100 mila
neri tra le due colonie), più 300-500 aeroplani, più 300 carri
veloci [...]. Tu chiedi tre divisioni per la ne d’ottobre: io intendo
mandartene 10, dico dieci: cinque di regolari dell’esercito;
cinque di formazioni volontarie di camicie nere, le quali
saranno accuratamente selezionate e preparate. Queste divisioni
di camicie nere — continua il duce fornendo una delle
motivazioni più certe della campagna — saranno la
documentazione che l’impresa trova il consenso popolare». Già
dal marzo, quindi, Mussolini è deciso a presentare l’impresa non
come una campagna coloniale, ma come una guerra nazionale;
non come un fenomeno dell’imperialismo, ma come un atto
popolare, rivoluzionario.
Continuando a illustrare il suo nuovo progetto, il duce
abborda la questione logistica: «Il problema che tu devi
a rontare è questo: alloggiare, nutrire, muovere, far combattere
300 mila uomini. Problema gravissimo, ma non insolubile coi
mezzi che io sono pronto a fornirti in tempo utile [...]. Nell’aprile
riceverai la Gavinana e successivamente una divisione al mese».
È a questo punto che Mussolini o re a De Bono la chiave per
comprendere il motivo essenziale dell’inarrestabile crescita
dell’impresa: «Per poche migliaia di uomini che non c’erano
perdemmo Adua: non commetterò mai questo errore. Voglio
peccare per eccesso, non mai per difetto». 55 Ciò che non è
riuscito a Crispi, che bene o male doveva rispondere dei suoi atti
al Parlamento e all’opinione pubblica, riesce ora al dittatore, che
in tredici anni di regime ha annullato ogni strumento di
controllo e ogni forma di dissenso. Ma non è nita. Non si
accontenterà di 300 mila uomini. Prima che si concluda il
con itto, il timore che il disastro di Adua si possa ripetere, lo
spingerà a portare il numero dei soldati in Africa Orientale, fra
nazionali e indigeni, a oltre 400 mila.
Deciso a concedersi i margini, i più ampi possibili, di
sicurezza, il 20 febbraio Mussolini destina in Somalia, a
sostituire Rava, il generale Rodolfo Graziani. La scelta di questo
militare, il più noto e brillante fra i generali coloniali e devoto
come pochi altri alla causa fascista, rivela che anche per la
Somalia — considerata dallo stato maggiore dell’esercito, e da
Badoglio in particolare, un teatro secondario — il duce ha idee e
propositi diversi da quelli espressi dai militari. «Per quanto
concerne la Somalia — scrive l’8 marzo a Badoglio — è
veramente da considerare secondario quel fronte? Non è esso più
facile per una “penetrazione” nei confronti con l’Eritrea che ha
di fronte l’altopiano abissino?». Continuando nell’analisi del
valore strategico della colonia, le sue critiche alle «direttive
strategiche» del Maresciallo 56 si fanno anche più pesanti:
«Penso che con una massa ben armata di 40-50 mila uomini la
pura difensiva sia un errore. Tale massa appoggiata da 100 carri
veloci e 50-100 velivoli può penetrare molto a fondo in Etiopia e
attraverso territori le cui popolazioni sono ostili ad Addis
Abeba». 57
Mentre esprime queste critiche, egli ha già preso, comunque,
due decisioni che in pratica ribaltano il ruolo della Somalia. Con
la scelta di Graziani e con l’invio, assolutamente non previsto
dai piani elaborati sino al gennaio 1935, di una divisione
metropolitana a Mogadiscio, Mussolini pone tutti i presupposti
per dare alla colonia sull’Oceano Indiano una parte più rilevante
nella guerra imminente. Secondo le «direttive strategiche» di
Badoglio, Graziani avrebbe dovuto assumere in Somalia un
atteggiamento «esclusivamente difensivo», mettendo in conto
anche «di abbandonare gran parte del territorio all’invasione
nemica» e limitandosi, in pratica, a difendere i campi trincerati
di Mogadiscio e di Chisimaio. 58 Al contrario, come vedremo,
Graziani si prepara sin dall’aprile, con la complicità e l’appoggio
determinante di Mussolini, a quell’azione o ensiva dal sud che
lo porterà, da una parte, a Neghelli, dall’altra, ad Harar.
«D’altronde — ha scritto Graziani — non ero io l’uomo che si
sarebbe messo l’animo in pace, accontentandosi d’arrostire ai
monsoni dell’Oceano Indiano». 59
Intanto nella regione contesa di Ual Ual si è potuto tracciare,
su proposta etiopica, una «zona neutra» di sei chilometri. Ma si
tratta di un rimedio del tutto provvisorio e insu ciente, forse
in grado di evitare nuovi incidenti, ma non certo di risolvere la
controversia, che ora, anzi, dopo gli imponenti preparativi
italiani, va ormai al di là dell’episodio di Ual Ual e investe in
pieno i rapporti italo-etiopici. Nonostante l’impegno preso dalle
due parti a Ginevra, il 19 gennaio, di aprire immediate
trattative, ai primi di marzo non è stata ancora nominata la
commissione arbitrale, a causa dell’ostruzionismo praticato da
Vinci, che Baer de nisce, e non senza motivi, «quanto mai
insolente». 60 Il 16 marzo, dopo aver inutilmente sollecitato il
governo italiano con quattro note, Addis Abeba si rivolge per la
seconda volta alla Società delle Nazioni appellandosi agli articoli
10 e 15 del Covenant e facendo rilevare, in una nota
dell’indomani, che «in conseguenza della mobilitazione del
Regio Governo italiano e del continuo invio di truppe e
materiale bellico alla frontiera italo-etiopica, esiste ora fra
l’Etiopia e il Regio Governo italiano una controversia
suscettibile di portare ad una rottura». 61
In una successiva lettera alla SDN del 29 marzo, rmata dal
ministro a Parigi Teclé Hawariate, il governo etiopico fa rilevare
che, con l’abuso dei cavilli procedurali, l’Italia ha già fatto
perdere alcuni mesi preziosi. «Questi rinvii — prosegue la nota
— non devono essere utilizzati per la prosecuzione di
preparativi militari o per l’invio di truppe e di materiale bellico,
come è avvenuto nora». Paventando un’aggressione, preparata
e giusti cata con un’abile campagna di stampa, il governo di
Addis Abeba fa notare che l’Etiopia «non ha giornali, né mezzi di
propaganda per in uenzare l’opinione pubblica e per presentare
tutti i fatti, quali che siano, sotto una luce che le sia favorevole.
Per difendere i propri diritti, non le resta quindi che l’appello
alla Società delle Nazioni. Essa non può rinunciare a
quest’ultimo ricorso per proteggere la propria indipendenza e
l’integrità del suo territorio». Essendo tuttavia ancora animati
dalla ferma volontà di accettare «ogni leale procedura
arbitrale», gli etiopici propongono di ssare un termine di
trenta giorni entro cui procedere alla nomina degli arbitri.
Scaduto il termine, se il procedimento arbitrale non fosse
ancora interamente avviato, la SDN si assumerebbe in proprio
l’impegno di gestire l’arbitrato. 62
Il nuovo ricorso etiopico alla SDN e le relative e ragionevoli
proposte lasciano quasi indi erenti gli italiani, padroni come
sono dei meccanismi societari e convinti di poter sottrarre
ancora una volta la controversia alla Lega. Il passo, comunque,
non rallenta il programma di Mussolini. Il 23 marzo, infatti,
ordina il richiamo dell’intera classe 1911. Il 28, nomina De Bono
comandante di tutte le truppe dell’Africa Orientale. Il 4 aprile,
a da a Guariglia la direzione di un nuovo u cio speciale, che si
occuperà esclusivamente della questione etiopica. Poi, per
qualche giorno, stacca la sua attenzione dalla vertenza con
l’Etiopia per prepararsi alla conferenza di Stresa, che si apre l’11
aprile in gran parte per le sue sollecitazioni e che si propone la
creazione di un fronte anglo-franco-italiano contro il
revanscismo di Hitler. 63
L’appuntamento di Stresa è per Mussolini di grande
importanza. Innanzitutto egli ha bisogno che l’equilibrio
europeo non venga alterato per almeno due anni, tanti quanti,
egli pensa, gli serviranno per preparare e condurre a termine la
guerra in Etiopia, e soltanto la Francia e la Gran Bretagna
possono contenere la spinta revanscista del Terzo Reich e
coprirgli le spalle. A Stresa, poi, egli con da di poter discutere a
fondo la questione etiopica e ottenere dalla Gran Bretagna ciò
che ha già ottenuto dalla Francia. Il che gli consentirebbe,
in ne, di guardare con maggior ottimismo alla seduta del 15
aprile della SDN, certo di poter isolare ancora una volta l’Etiopia
e di evitare di esporre l’Italia a una condanna per aggressione.
È noto come sono andate le cose a Stresa, poiché quasi tutti i
partecipanti alla conferenza hanno fornito ampie e abbastanza
convergenti testimonianze. Per cui non ci attarderemo a
esaminare l’evento nei particolari. Ci preme tuttavia far
osservare, alla luce delle nuove ricerche, che almeno due episodi
vanno profondamente modi cati se non addirittura riscritti. Il
primo riguarda il silenzio inglese sulla vertenza italo-etiopica; il
secondo l’intervento di Mussolini per limitare all’Europa
l’estensione della garanzia collettiva della pace, ciò che gli
avrebbe consentito di avere le mani libere in Etiopia. Sul primo
episodio, che tanto inchiostro ha fatto versare, bisogna dire che,
se è vero che il problema abissino non viene toccato al vertice, è
però certo che esso è a rontato dagli esperti che fanno parte
delle delegazioni. Come risulta dai documenti diplomatici
inglesi, di recente pubblicazione, e dalle carte ancora inedite
della Farnesina, durante i quattro giorni della conferenza
Geo rey Thompson si incontra con Guarnaschelli e Vitetti ben
quattro volte, e a un quinto colloquio è presente anche il
delegato francese Massigli. 64 Ed è importante sottolineare
subito che nel corso delle conversazioni le parti chiariscono i
rispettivi punti di vista con estrema franchezza.
Si veda, ad esempio, come Thompson replica a Guarnaschelli
la mattina dell’11, quando il delegato italiano ha appena nito
di illustrargli le aspirazioni italiane in Africa Orientale e non gli
ha a atto smentito i propositi aggressivi di Mussolini: «Ho detto
al signor Guarnaschelli che quanto egli aveva dichiarato mi
aveva turbato moltissimo. L’Italia non poteva attendersi
collaborazione alcuna dal Regno Unito se avesse attaccato
l’Etiopia: una o ensiva contro quel paese non solo sarebbe stata
estremamente pericolosa per l’Italia perché, una volta iniziata,
poteva rivelarsi eccezionalmente costosa in uomini e denaro,
ma avrebbe anche in uito negativamente sui rapporti anglo-
italiani. Noi abbiamo nella nostra opinione pubblica un
elemento assai attivo e umanitario che non nasconderebbe i
suoi sentimenti». 65 Per quattro giorni Thompson ribatte punto
per punto gli argomenti italiani e di questo impegno abbiamo la
controprova nelle relazioni di Guarnaschelli e Vitetti.
Quest’ultimo, ad esempio, riferisce una frase del delegato
inglese, che non soltanto ha il pregio della chiarezza ma già
anticipa quella che sarà la posizione dell’Inghilterra a Ginevra:
«Il governo britannico non può non tenere presente che
l’Etiopia è uno Stato membro della SDN e a questo titolo essa ha
il diritto di esigere il rispetto della sua indipendenza e integrità.
Tale indipendenza e integrità sono state garantite inoltre
dall’accordo tripartito, e l’Inghilterra non potrebbe permettere
una violazione aperta di questo trattato». 66
Dinanzi a queste precise prese di posizione, che sono riferite
giorno per giorno a Mussolini, Suvich e Aloisi, riesce di cile
capire perché mai Mussolini in seguito denunci e condanni il
silenzio inglese a Stresa e giunga a sostenere di averlo
interpretato come un tacito consenso alle sue iniziative
africane. Così come resta indecifrabile il motivo per cui si vanta
con Bottai, con Alberto Pirelli e con John Munro del «Morning
Post» di aver inserito di suo pugno la dizione «in Europa» nella
risoluzione nale della conferenza di Stresa, per marcare il fatto
che la condanna del ripudio dei trattati non si estendeva
all’Africa. Una versione confermata sostanzialmente dal primo
ministro francese Flandin e accolta senza riserve da quasi tutti
gli storici che si sono occupati sin qui del con itto italo-
etiopico.
Ma questa versione dei fatti appare oggi seriamente
compromessa dalla scoperta, fatta dal curatore della
pubblicazione dei documenti diplomatici inglesi, W. N.
Medlicott, che il verbale della riunione conclusiva della
conferenza non contiene alcuna traccia del presunto intervento
di Mussolini. Ma c’è di più: la dizione limitativa «in Europa» si
trova già nel progetto inglese di risoluzione, redatto prima che
la sessione cominciasse. 67 «Allo stato attuale della
documentazione, dunque, tutto lascia pensare — osserva Serra
— che la famosa “aggiunta limitativa”, di cui poi tanto si vantò
Mussolini allo scopo di giusti care la sua politica del “fatto
compiuto”, non ci sia mai stata. L’ipotesi più probabile rimane
quella riportata da Churchill nelle sue memorie e condivisa dal
Medlicott; e cioè che Mussolini, nel leggere ad alta voce il testo
della risoluzione, laddove si parla del completo accordo
nell’opporsi alle violazioni dei trattati” che possono mettere a
repentaglio la pace in Europa” abbia sottolineato quest’ultima
parola, facendo prima e dopo una pausa, il cui signi cato
nessuno raccolse, almeno sul momento». 68
Che gli inglesi siano decisamente ostili a un’avventura
italiana in Etiopia e siano anche, dopo tante esitazioni, decisi a
uscire allo scoperto, lo conferma comunque il fatto che, ad
appena ventiquattr’ore dalla conclusione della conferenza di
Stresa, John Simon, con un intervento alla SDN che Aloisi
de nisce «subdolo e veramente poco amichevole», 69 sposa in
pratica la proposta etiopica del 29 marzo e invita le due parti a
dare un’immediata assicurazione al Consiglio che entro maggio
nomineranno i rispettivi arbitri, poiché, soggiunge, «sarebbe
veramente spiacevole che alla sessione ordinaria del Consiglio
di maggio la situazione fosse la stessa di oggi». 70
«L’improvviso e inatteso intervento del ministro inglese —
ricorda Alberto Berio — generò senso di panico nelle le della
delegazione italiana. Quest’intervento [...] costituiva un monito
estremamente chiaro. Sconvolse ogni illusione che si sarebbe
potuta iniziare l’impresa etiopica con il sia pure tacito accordo
con l’Inghilterra». 71
Cadute le illusioni, a Roma si conviene nalmente che è
giunto il momento di parlare con gli inglesi nel modo più
aperto. Tra la ne di aprile e la seconda decade di maggio Grandi
si incontra a Londra con Vansittart e Simon, mentre Aloisi
avvicina Eden e Patterson a Ginevra, e Mussolini ha due colloqui
con l’ambasciatore Drummond. Nel corso di questi incontri gli
italiani parlano scopertamente di guerra e la indicano anzi
come un fatto irrevocabile. A Drummond, che non ha mai
nascosto le sue simpatie per l’Italia e che si sforza di suggerire
compromessi, Mussolini risponde in tono cortese ma fermo che
il con itto italo-etiopico è per l’Italia un fatto puramente
coloniale e quindi non di competenza della Società delle
Nazioni; che va a rontato e risolto radicalmente, poiché è
chiaro che egli non ha speso ingenti somme e fatto grandi
preparativi militari soltanto per risolvere l’incidente di Ual Ual;
che se in ne la SDN dovesse decidere di appoggiare l’Etiopia
contro l’Italia, egli abbandonerebbe la Lega per non farvi mai
più ritorno. 72 «La mia impressione — riferisce Drummond a
Simon concludendo il riassunto del suo lungo colloquio con il
duce — è che fosse dominato dal destino piuttosto che
dominarlo. Per due o tre volte menzionò il “fato”». 73
Nel mese di maggio, che segna l’inizio del con itto fra Italia e
Gran Bretagna, un con itto che durerà, salvo brevi schiarite,
no all’8 settembre 1943, Mussolini accelera i preparativi
militari e con due discorsi alle Camere espone il punto di vista
italiano in termini espliciti e ultimativi. Il 7 maggio, cogliendo il
pretesto che l’Etiopia accenna a mobilitare e che l’imperatore ha
pronunciato un discorso molto bellicoso, 74 ordina la
mobilitazione della Sabauda e di due divisioni di camicie nere, la
23 Marzo e la 28 Ottobre, e il richiamo alle armi dei congedati
della classe 1913. Il 14, in un breve discorso al Senato, fa
chiaramente intendere all’Inghilterra e alla Francia che ogni
mediazione diplomatica è ormai da escludere e che ogni
ingerenza sarà respinta: «Voglio aggiungere subito, e nella
maniera più esplicita e solenne, che manderemo tutti i soldati
che riterremo necessari e che nessuno può arrogarsi l’arbitrio
intollerabile di interloquire su quanto concerne il carattere e il
volume delle nostre misure precauzionali [...]. Ritengo che un
totale di 800-900 mila soldati sia su ciente a garantire la
nostra sicurezza. Sono uomini perfettamente inquadrati, con un
morale che si può chiamare, senza esagerazione, superbo, e
muniti di armi sempre più moderne, fabbricate dalle nostre
industrie di guerra, le quali, non svelo un segreto, lavorano da
alcuni mesi in pieno». 75 Undici giorni dopo, alla Camera dei
deputati, in un discorso che a ronta le principali questioni di
politica estera, Mussolini lancia un altro avvertimento:
«Nessuno deve sperare di fare dell’Abissinia una nuova pistola
che sarebbe puntata perennemente contro di noi e che in caso di
torbidi europei renderebbe insostenibile la nostra posizione
nell’Africa Orientale: ognuno si metta bene in mente che,
quando si tratta della sicurezza dei nostri territori e della vita
dei nostri soldati, noi siamo pronti ad assumerci tutte, anche le
supreme responsabilità». 76 Il 31 maggio, sempre sostenendo
che l’Etiopia ha messo in atto una «parziale mobilitazione» e che
sta ricevendo ingenti quantitativi di armi, mobilita altre tre
divisioni, la Gran Sasso, la 21 Aprile e la 3 Gennaio, e destina il
contrammiraglio Barone a comandare il complesso delle forze
navali dislocate nel Mar Rosso.
Nello stesso mese di maggio Mussolini deve anche a rontare
la SDN e cercare di uscire indenne dalla 86 a sessione del
Consiglio, che si apre il 20. In previsione di questa scadenza, il
15 si decide nalmente ad annunciare i nomi dei due arbitri per
l’Italia, 77 ma lo fa soltanto per guadagnare tempo e perché
spinto a ciò dai suoi collaboratori. In realtà, il suo disprezzo per
la Lega e il fastidio di dover sottostare ai suoi riti hanno
raggiunto un tale livello che egli medita in questi giorni di
compiere un gesto clamoroso di rottura per a rettare il con itto
e liquidare bruscamente le ingerenze ginevrine. I gesti
clamorosi presi in considerazione sono in verità due: la
creazione di un nuovo incidente di frontiera con l’Etiopia e la
denuncia del trattato di amicizia del 1928.
Vediamo il primo, che avrebbe potuto anticipare il con itto di
quattro mesi. Da un promemoria del 17 maggio, scritto e
portato personalmente in Eritrea da Lessona, ma le cui idee e
propositi vanno fatti risalire a Mussolini, 78 apprendiamo che,
«data la necessità nella presente situazione politica
internazionale nei confronti del con itto italo-etiopico di
superare la stasi attuale determinatasi, giungendo invece ad
una azione che ci svincoli dalle commissioni di conciliazione e
ponga l’Europa e specialmente l’Inghilterra in presenza di un
fatto compiuto, è ovvio che occorra nei prossimi giorni un
incidente tale da dimostrare come l’anarchia etiopica ci
costringa ad agire». 79 Secondo il promemoria, l’incidente
avrebbe dovuto essere provocato dal solito Olol Dinle alla
frontiera somala perché, essendo questa già considerata dopo
Ual Ual «zona in ammata», l’episodio avrebbe avuto «di fronte
all’opinione pubblica mondiale un carattere meno ttizio
perché meno inaspettato». L’attacco avrebbe potuto essere
sferrato nella zona di Gherlogubi o in quella di Scilláve e
svilupparsi in seguito in un’o ensiva verso Harar, il che avrebbe
conseguito il duplice scopo di regalare all’Italia «la zona più
ricca dell’Etiopia dal punto di vista agricolo» e di «chiudere una
parte della frontiera anglo-etiopica, troncando così sul nascere
eventuali manovre inglesi in quel lato». 80 Il progetto, invece,
non va in porto perché De Bono 81 e più ancora Graziani 82
fanno osservare che, se è facile creare un incidente, più di cile
è sopportarne le conseguenze, perché la Somalia non è ancora
pronta a respingere un eventuale attacco in forze dell’avversario
così come non è preparata a sferrare un’o ensiva su Harar.
Dinanzi alle valide argomentazioni dei due generali, Mussolini
si piega, ma non rinuncia al progetto, lo rinvia soltanto: «A are
17 maggio può venire a maturare fra agosto e settembre». 83
Ancora prima di conoscere le opinioni di De Bono e Graziani
sul primo progetto, il 28 maggio il duce a ronta il secondo
inviando a De Bono questo telegramma: «Ho intenzione di
dichiarare decaduto il trattato di amicizia coll’Etiopia.
Telegrafami se ci vedi inconvenienti dal tuo punto di vista». 84
Analogo messaggio invia ad Addis Abeba al ministro Vinci, ma a
farlo desistere da questo proposito non sono tanto le risposte,
comunque sostanzialmente negative di De Bono e di Vinci,
quanto, come vedremo, le pressioni di Suvich e di Aloisi. Come
ricorda quest’ultimo nel suo diario, il 28 maggio è per Mussolini
una giornata nerissima, di ansie, di malumori, di sfoghi. La
collera del duce è provocata dall’atteggiamento della stampa
inglese, che ha fatto rilevare che i risultati dell’ultima sessione
della SDN rappresentano un successo britannico e un
cedimento dell’Italia. In realtà, anche se è vero che la
delegazione italiana è riuscita per la terza volta a respingere il
tentativo etiopico di investire il Consiglio della vertenza nei suoi
veri termini, essa non ha comunque potuto impedire che nella
notte del 25 maggio venissero adottate due risoluzioni, che
ssavano al 25 agosto l’ultimo termine entro cui concludere la
procedura di conciliazione e arbitrato. L’Italia guadagnava
ancora qualche settimana ma, come facevano notare i giornali
inglesi, essa non poteva ormai più sfuggire alle procedure, ai
controlli, alle sollecitazioni, alle sanzioni eventuali della Lega.
Ad Aloisi, che cerca di calmarlo, di dimostrargli che l’Italia
non ha ceduto in nulla sugli elementi essenziali della sua tesi,
Mussolini, «adiratissimo», «esasperato», dice che «sarebbe stato
meglio rompere con la SDN» e soggiunge che, comunque, egli
«se ne in schia dell’opinione pubblica mondiale, che andrà
avanti no alle estreme conseguenze e che non esiterà a mettere
a fuoco l’Europa». 85 Per quattro giorni Aloisi e Suvich usano
tutte le loro arti per rabbonirlo, per dissuaderlo dal fare un colpo
di testa, e il 31, con una certa soddisfazione, Aloisi può annotare
nel diario: «Grazie a Dio, si è ottenuto che non denunci il
trattato di amicizia con l’Etiopia». 86 Frodato dei suoi due
progetti per anticipare il con itto, Mussolini si prende tuttavia
una rivincita sui suoi collaboratori proclamando il 31, come
abbiamo già scritto, altri provvedimenti militari. «Oggi esce il
comunicato annunciante la mobilitazione di tre nuove divisioni
— telegrafa a De Bono —. È necessario dopo quanto è accaduto a
Ginevra, con relative ripercussioni ad Addis Abeba, far vedere
che la nostra volontà è irremovibile». 87 Con la mobilitazione di
undici divisioni e la chiamata alle armi di 900 mila uomini, alla
ne di maggio Mussolini raggiunge il punto dal quale non è più
possibile tornare indietro. Unico elemento positivo, ma a quale
prezzo, sta diminuendo il numero dei disoccupati, che passa da
1.011.711 in gennaio a 638.100 in giugno.
Anche il mese di giugno è denso di avvenimenti, e alcuni di
questi sono decisivi nei riguardi del con itto italo-etiopico. Per
cominciare, il 6 e 7 giugno si riunisce per la prima volta, a
Milano, la Commissione arbitrale, la quale, assolte alcune
formalità preliminari, decide di riunirsi nuovamente il 25 a
Scheveningen, un sobborgo dell’Aja. Il 7, dopo una crisi
acutissima ma che dura appena una settimana, Pierre Laval
succede a Flandin e costituisce il 99° gabinetto della Terza
Repubblica. Nello stesso giorno anche il gabinetto britannico di
unione nazionale viene completamente rimaneggiato: Stanley
Baldwin subentra a Ramsay MacDonald come primo ministro,
Samuel Hoare prende il posto di Simon agli Esteri, e Anthony
Eden entra nel governo come ministro «per gli a ari della SDN»,
un dicastero di nuovo conio. Nonostante i mutamenti, il nuovo
governo inglese non riesce tuttavia, nei confronti del con itto
italo-etiopico, a superare le perplessità e i dilemmi e a operare
una scelta precisa, come invece invoca, ad esempio, per
l’opposizione, il laburista Clement Attlee. Ancora più incerto di
Simon, Samuel Hoare nirà per adottare contemporaneamente
due politiche: quella di venire incontro (ma soltanto in parte)
alle richieste di Mussolini per evitare un con itto con l’Italia e la
rottura del fronte di Stresa, e quella di appoggiare la SDN per
impedirne la distruzione. Due atteggiamenti che sono
assolutamente inconciliabili fra di loro e che non serviranno,
come vedremo, né ad appagare Mussolini, né a salvare la SDN e a
impedire l’aggressione all’Etiopia. E questo mentre Mussolini
esce allo scoperto, si impegna in pubblico in una politica di s de
e ha toni sempre più irritati per le ingerenze societarie e inglesi.
Ai soldati della Sabauda, che partono da Cagliari per l’Africa
Orientale, l’8 giugno dice: «Abbiamo dei vecchi e dei nuovi conti
da regolare: li regoleremo. Non terremo nessun conto di quello
che si possa dire oltre frontiera, perché giudici dei nostri
interessi, garanti del nostro avvenire siamo noi, soltanto noi,
esclusivamente noi e nessun altro. Imiteremo alla lettera coloro
i quali ci fanno la lezione. Essi hanno dimostrato che, quando si
trattava di creare un impero e di difenderlo, non tennero mai in
alcun conto l’opinione del mondo». 88
A complicare le cose, il 18 giugno viene annunciato a Londra
la conclusione di un accordo navale fra Gran Bretagna e
Germania che, consentendo a quest’ultima di possedere una
otta pari al 35% del tonnellaggio della otta inglese, non
soltanto seppellisce de nitivamente il trattato di Versailles, ma
liquida in pratica anche il fronte di Stresa. Stipulato quasi
all’insaputa della Francia e dell’Italia, rmato d’urgenza in base
alla considerazione che se la Germania si riarma tanto vale che
lo faccia attraverso un trattato che le pone dei limiti, l’accordo
suscita a Parigi sorpresa e irritazione e provoca un ulteriore
riavvicinamento fra Laval e Mussolini. «La Francia non avrebbe
rotto i vincoli che la univano all’Inghilterra — fa osservare Baer
— ma non l’avrebbe più seguita nell’aiutarla a tenere a freno
Mussolini. Nella sua visita a Parigi, Eden trovò che le “ferme
convinzioni”, manifestategli da Laval in maggio a Ginevra,
sull’importanza della sicurezza collettiva e sull’esigenza di fare
intervenire la Società delle Nazioni nel con itto italo-etiopico,
erano “evaporate”». 89 D’altra parte, il primo colpo al prestigio
della SDN l’ha dato proprio l’Inghilterra, poiché, con l’accordo
navale del 18 giugno, essa ha mostrato implicitamente di
ignorare la condanna pronunciata il 16 aprile dalla Lega contro
il riarmo tedesco. «Questo stesso accordo — fa notare Léon Noël
— toglieva alla Gran Bretagna ogni autorità morale per opporsi,
come poi fece, a partire dal 25 giugno 1935, alle mire italiane
sull’Etiopia». 90
Dieci giorni dopo la rma dell’accordo navale anglo-tedesco,
Badoglio e il capo di stato maggiore francese Maurice Gamelin
rmano a Roma una convenzione militare segreta che conclude
una serie di contatti fra alti u ciali dei due paesi e che prevede,
nel caso di un attacco di Hitler all’Austria, una serie di
contromisure: dall’azione congiunta delle forze aeree delle due
parti, allo scambio di corpi d’armata, a una strategia comune.
L’accordo favorisce in notevole misura la Francia, che può
togliere dalla Tunisia e dalla frontiera alpina con l’Italia ben 17
divisioni e trasferirle in Alsazia e in Borgogna. Ma anche
Mussolini ne trae immediati vantaggi, poiché può ritirare
truppe dal con ne con la Francia e inviare, nel corso dell’anno,
15 divisioni in Africa senza sguarnire la frontiera del Brennero.
Mentre la Francia reagisce al colpo di testa inglese
avvicinandosi all’Italia, a Londra il nuovo governo Baldwin
decide di a rontare nalmente il problema italo-etiopico,
favorito anche dal fatto che il 18 giugno è giunto al Foreign
O ce il «rapporto Ma ey». 91 Il documento è troppo noto
perché se ne parli di usamente in questa sede. Sarà su ciente
dire che esso escludeva che esistessero «vitali interessi
britannici in Etiopia e nelle sue vicinanze tali da imporre al
governo di S. M. la resistenza ad una conquista dell’Etiopia da
parte dell’Italia». 92 Ma ancor prima che il «rapporto Ma ey»
giunga al Foreign O ce, si fa strada nella mente di Vansittart
un progetto, successivamente ampliato e perfezionato da Hoare
e da Eden, che sembra, al momento, su ciente a far
abbandonare all’Italia i suoi propositi aggressivi, a impedirne
l’uscita dalla Lega e ad appagare Mussolini, «che può ottenere
senza combattere qualcosa di sostanziale per la vetrina». 93 Il
piano che i tre statisti mettono a punto il 16 giugno è in realtà
assai modesto e neppure originale. Esso prevede la cessione
all’Etiopia del porto di Zeila e di un corridoio attraverso il
Somaliland; come contropartita, l’Inghilterra chiede all’Etiopia
di cedere parte dell’Ogaden all’Italia, più qualche altra
concessione di carattere economico da precisare.
Supporre che Mussolini, specie dopo i discorsi di Cagliari e di
Sassari alle truppe in partenza per l’Africa e dopo aver già
investito nell’avventura etiopica quasi un miliardo di lire, possa
ritenersi appagato con l’o erta dell’Ogaden, non depone certo a
favore dell’acutezza e della lungimiranza dei tre politici inglesi,
e neppure di Drummond, il quale, consultato, risponde che ci
sono cinquanta probabilità su cento che Mussolini accetti. 94
Comunque, il 19 giugno il gabinetto inglese approva il piano e
sceglie, per la missione a Roma, Anthony Eden, che proprio in
quei giorni è stato oggetto di violenti attacchi da parte della
stampa fascista. Ma questo non è che l’errore più trascurabile
dell’intera vicenda. Si aggiunga che Londra prende questa
iniziativa senza neppure consultare Addis Abeba e Parigi; che
Drummond, nell’annunciare a Suvich la visita di Eden,
commette l’imprudenza di far balenare concessioni più
sostanziose; e che in ne, proprio alla vigilia dell’incontro fra
Eden e Mussolini, la misera proposta viene rivelata a Londra per
un’indiscrezione, e si avrà un’idea di come sia stata preparata
l’operazione e di come sia votata all’insuccesso.
Il primo incontro fra Eden e Mussolini avviene la mattina del
24 e, contrariamente a quanto è stato scritto negli anni della più
accesa polemica fra i due paesi, si svolge in un’atmosfera di
grande correttezza. «Mussolini — riferisce Guariglia — fu
veramente ammirevole per la sua pazienza». 95 Giudizio che è
sostanzialmente condiviso dallo stesso Eden, il quale precisa nel
suo rapporto a Hoare: «Il tono della conversazione fu sempre
amichevole e il signor Mussolini parlò con calma,
pazientemente. Non ci fu alcun tentativo di sfuriata». 96 Dopo
un breve preambolo, con il quale ribadisce l’«irrevocabile»
appoggio dell’Inghilterra alla SDN ed esprime preoccupazione
per il suo futuro minacciato dalla vertenza italo-etiopica, Eden
espone pacatamente il piano inglese, facendo rilevare che, con
la cessione di Zeila all’Etiopia, la Gran Bretagna aliena parte di
una propria colonia senza chiedere nulla in cambio. Non solo,
ma il governo inglese si impegna a fare pressioni sull’Abissinia
perché faccia concessioni economiche all’Italia, assuma
consiglieri italiani e favorisca ancora gli italiani nel caso
decidesse di aprire ai coloni stranieri qualche regione
dell’impero.
La risposta di Mussolini è immediata e negativa. Non soltanto
egli giudica il piano «insoddisfacente» ma lo ritiene
«sicuramente pericoloso». Innanzitutto, egli dice, la cessione
all’Etiopia di Zeila e del corridoio di accesso non può avere altro
risultato che quello di renderla più forte e di assicurarle con
ancor più facilità il rifornimento delle armi. Il piano, inoltre,
così com’è congegnato, non consente all’Italia di collegare
l’Eritrea alla Somalia, un fatto che gli etiopici segnerebbero a
loro vantaggio vantandosene come di una vittoria. E c’è in ne
da fare un’ultima considerazione: se l’Abissinia fosse spinta a
compiere delle concessioni, è certo che sosterrebbe di averle
fatte per amicizia verso l’Inghilterra e non per un dovere verso
l’Italia, che detesta. Per cui, pur non dubitando delle buone
intenzioni del governo inglese, è costretto a respingere in blocco
il progetto. Tuttavia, per sottolineare che apprezza gli sforzi di
Londra, egli intende esporre, con assoluta franchezza, quali
sono gli obiettivi dell’Italia in Etiopia, «obiettivi che spera
ancora di conseguire senza la guerra».
Per Mussolini non ci sono che due soluzioni, l’una paci ca,
l’altra con il ricorso alla guerra. Con la prima, l’Italia si
accontenta della cessione di tutti i territori non amarici
conquistati da Menelik e dai suoi successori negli ultimi
cinquant’anni, più il controllo dell’altopiano centrale, che può
tuttavia restare sotto la sovranità nominale abissina. Se
l’Etiopia non accetta queste condizioni e l’Italia deve ricorrere
alle armi, allora il prezzo è molto più alto. «Il signor Mussolini —
riferisce Eden — fece un largo movimento con la mano per
indicare che l’Italia si sarebbe preso l’intero paese».
Continuando nella sua esposizione, il duce informa Eden che
l’Italia ha già inviato in Africa 150 mila uomini, che saliranno,
se necessario, a 500 mila, ma l’«eterna» questione etiopica deve
essere risolta e subito, nonostante i grandi sacri ci che il paese
deve accollarsi. Mussolini soggiunge che ha anche preso in
esame tutte le conseguenze della sua azione, ma ormai non può
più interromperla, anche a costo di venire ai ferri corti con
l’Inghilterra e di abbandonare la SDN. Verso la ne del colloquio,
il duce rivela inoltre a Eden che Laval gli ha dato mano libera in
Etiopia e non soltanto sotto il pro lo economico. Precisa infatti
che non avrebbe mai barattato i centomila italiani di Tunisia
con un deserto che non contiene che mezza dozzina di palme, se
non fosse stato ben chiaro che la Francia si disinteressava
completamente dell’Abissinia.
De nendo questo primo colloquio «un asco completo»,
Aloisi non si limita a sottolineare che la proposta di Eden è del
tutto irrilevante, ma arriva a giudicarla «una trappola»: «Se
fosse stata accettata, avrebbe valso all’Inghilterra una posizione
predominante in Etiopia a nostro intero detrimento e noi non
avremmo avuto in mano che un deserto». 97 Ciò non gli
impedisce, tuttavia, di avvicinare Eden nel pomeriggio del 25 e
di esporgli un piano 98 che, a suo dire, potrebbe salvaguardare il
prestigio della SDN e nello stesso tempo consentirebbe all’Italia
di realizzare i suoi progetti in Etiopia. «Al momento opportuno
— spiega Aloisi — io scatenerei a Ginevra un attacco contro
l’Abissinia, fondato su dei fatti autentici [...] che non la rendono
degna di appartenere alla SDN». 99 A questo scopo, precisa
Aloisi a Eden, l’u cio di Guariglia sta lavorando da qualche
settimana a preparare un voluminoso memorandum con il
quale l’Italia accusa l’Etiopia di «aggressione continuata» e di
non avere i requisiti per appartenere alla Lega. Se l’Italia potesse
contare sull’appoggio della Francia e della Gran Bretagna,
l’espulsione dell’Etiopia dalla SDN potrebbe essere considerata
cosa fatta.
Qualche ora dopo aver ascoltato questa sconcertante
proposta, Eden ha un secondo colloquio con Mussolini di circa
un’ora, durante il quale prega il capo del fascismo di indicargli
su una carta geogra ca le regioni dell’Etiopia che intende
occupare direttamente e quelle sulle quali vuole esercitare
soltanto un controllo. Mussolini precisa allora che le pretese
italiane riguardano la regione di con ne con l’Eritrea sud-
orientale, l’Aussa, l’Harar, l’Ogaden, i due sultanati a sud
con nanti con il Kenya e una larga fascia di territorio lungo
tutta la frontiera con il Sudan, che dovrebbe includere, anche se
il duce non scende nei particolari, le province di Baco, Magi,
Ghimirra, Ilù Babòr, Saio, Beni Sciangul, parte dell’Uollega, il
Cangiaro, il Ghedaui, forse l’Uolcait. Sul resto dell’Abissinia,
ossia sul Tigrè, il Goggiam, lo Scioa e l’Amhara, Mussolini ripete
che intende praticare un controllo del tipo di quello esercitato
sull’Iraq o sull’Egitto o sul Marocco. Nel caso di un con itto
questa soluzione verrebbe ovviamente a cadere e lo stesso nome
dell’Abissinia verrebbe cancellato dalla carta geogra ca. 100
Scrive Aloisi che questo colloquio è per Eden «una seconda
doccia fredda». 101 Se non altro, però, adesso gli inglesi sanno
esattamente che cosa Mussolini desidera ottenere, con quali
mezzi, entro quali scadenze. E tuttavia questo non basta ancora
a togliere il governo britannico dalla sua inerzia: a ne giugno,
precisa Vansittart con un’immagine e cace, «remava in una
poltiglia di parole sperando di pescare una formula». 102 Il 27
giugno, però, il giorno stesso del rientro di Eden a Londra, si
veri ca un fatto che, anche se non subito, in uirà sulla
condotta del governo Baldwin. Lord Robert Cecil annuncia
infatti l’esito del Peace Ballot, al quale hanno partecipato oltre
undici milioni e mezzo di inglesi e che costituisce un fenomeno
senza precedenti. Dai dati del referendum, risulta che il 95,9%
dei votanti è per la permanenza della Gran Bretagna nella SDN,
mentre l’86,8% è favorevole alle sanzioni economiche contro i
paesi aggressori e il 58,7% ritiene si possano adottare, «se
necessario», anche misure militari per dissuadere i sovvertitori
della pace. «Per il governo, che durante i mesi primaverili del
1935 andava alla deriva indeciso — osserva il Baer — l’esito del
referendum era un esplicito mandato per appoggiare la Lega».
Tuttavia, precisa con acutezza lo storico americano, «il voto non
fece del governo l’al ere della Società delle Nazioni, perché lo
scetticismo privato delle autorità rimase forte come prima; ma
ora divenne più di cile per il governo giusti care all’interno le
concessioni a Mussolini, mentre diveniva politicamente
opportuno accrescere in qualche modo l’appoggio alla Lega». 103
Mentre il governo britannico, sospinto dall’opinione pubblica
e in vista delle elezioni politiche, si sforza di trovare una via di
uscita, Mussolini, che dall’incontro con Eden ha «tratto
l’impressione che la Gran Bretagna ci darà qualche fastidio, ma
d’ordine puramente societario», 104 prosegue imperterrito nei
preparativi militari, persuaso ormai dell’inevitabilità della
guerra. In una lettera a De Bono del 26 giugno annuncia
addirittura la data dell’inizio delle ostilità: «È inteso che la
marcia su Adua comincerà il 24 ottobre e che io per quell’epoca
sarò in Eritrea. Hai dunque soltanto 120 giorni a tua
disposizione per preparare l’attacco che dovrà essere n dalle
prime battute schiacciante». 105
In Eritrea Mussolini non andrà né il 24 ottobre né mai, ma
questo annuncio è signi cativo perché conferma: 1) che il duce
non ricerca compromessi, ma vuole a tutti i costi la guerra; 2)
che l’idea di vendicare Adua lo ossessiona e lo a ascina; 3) che
ad Adua, il 28 ottobre, con le truppe vittoriose, vorrebbe esserci
anche lui, depositario delle amarezze della patria, vindice delle
sue scon tte, arte ce della sua futura grandezza. A quattro
battaglioni di camicie nere in partenza da Eboli per l’Africa, il 6
luglio dice: «Ricordate che quando le forze non furono troppo
disuguali, i soldati italiani batterono regolarmente gli etiopici.
Adua vide 14 mila italiani contro 90 mila abissini, ma la strage
di costoro fu così grande, che alla sera gli abissini levarono il
campo e si ritirarono sulle montagne. [...] Adua fu perduta non
dalle nostre truppe, bensì da un governo che non si preoccupava
del sacri cio dei soldati, ma delle abbiette manovre
parlamentari». Dopo la rievocazione e giusti cazione della
scon tta che lo tormenta, alle camicie nere che hanno «nel
sangue il combattimento» e che preferiscono «il rischio di una
vita eroica alla stasi di un’esistenza insulsa», Mussolini dice
ancora, nello stile arrogante degli anni di via Paolo da Cannobio:
«A coloro che pretenderebbero di fermarci con carte e parole,
noi risponderemo col motto eroico delle prime squadre d’azione
e andremo contro chiunque, di qualsiasi colore, tentasse di
traversarci la strada». 106 Nove giorni dopo mobilita altre due
divisioni, la Sila e la 1° Febbraio, e ordina la costruzione
immediata di dieci sommergibili. A quelli in ne che, in Italia
ma soprattutto fuori, nutrono ancora qualche dubbio sulle sue
reali intenzioni, il 31 luglio rivolge, dalle colonne del «Popolo
d’Italia», questo avvertimento: «Posto in termini militari, il
problema italo-abissino è di una immediata semplicità, di una
logica assoluta: posto in termini militari, il problema non
ammette, con Ginevra, senza Ginevra, contro Ginevra, che una
soluzione, ossia un’occupazione militare dell’impero
africano». 107

Entusiasmi e timori.
Come reagiscono gli italiani all’incidente di Ual Ual, al richiamo
alle armi dei primi contingenti, agli scontri verbali a Ginevra, ai
primi appelli di Mussolini e all’ipotesi, sempre più accreditata,
di una guerra in Africa? L’inizio della vertenza con l’Etiopia, per
la verità, passa quasi inosservato. La notizia dello scontro di Ual
Ual, ad esempio, viene data con qualche giorno di ritardo e in
poche righe. In quei giorni «l’attenzione del pubblico — osserva
Perria — era rivolta all’ultima vittoria di Primo Carnera
sull’argentino Vittorio Campolo, al pareggio fra il Milan e
l’Ambrosiana nel derby di San Siro e all’inaugurazione di
Littoria, la perla dell’Agro pontino che, come assicurava la
propaganda, sarebbe divenuta il granaio d’Italia. Ai
trecentodieci morti dell’Ogaden il “Corriere della Sera” dedicò
una cinquantina di righe di piombo con un titolo su una
colonna». 108 Alla radio, Forges Davanzati ne dà notizia, nella
sua quotidiana rubrica «Cronache del regime», soltanto il 17
dicembre, dodici giorni dopo i fatti, e in pratica sdrammatizza
l’episodio che, soggiunge, «non deve a atto sorprendere in
territori vasti, dove le frontiere non sono praticamente segnate,
e dove gli spostamenti di popolazione con certe inveterate
abitudini razziatrici hanno la tendenza a ripetersi». 109
Alla vertenza si comincia a prestare attenzione soltanto
all’inizio di febbraio, con il richiamo alle armi dei primi
contingenti della classe 1911 e la mobilitazione delle prime due
divisioni da inviare in Africa. Adesso che il fascismo, dopo anni
di promesse imperiali, sembra fare sul serio, accanto a quelli che
subito si esaltano all’idea della grande avventura africana, in
tutti gli strati sociali e persino tra i fascisti convinti ci sono
quelli che si preoccupano per i ri essi che l’impresa potrà avere
sulla già fragile economia del paese, sul programma di opere
sociali varato fra tante di coltà dal regime, sui rapporti con la
Francia e l’Inghilterra, sul revanscismo tedesco. A orano
anche, a livello popolare, nonostante l’intenso lavoro della
propaganda fascista, i vecchi timori che già hanno angosciato le
classi subalterne durante la prima guerra d’Africa: la paura
dell’incognita africana, del lungo viaggio verso terre ostili,
dell’impeto irrefrenabile delle orde abissine, del ripetersi di
rovesci, come quelli di Amba Alagi, Macallè, Adua, che
alimentano ancora il panico più che il risentimento. A ravvivare
questi timori e certe perplessità della borghesia interviene
anche l’antifascismo militante, che sin dal febbraio esprime le
prime condanne contro la guerra imperialista che si sta
preparando, rilancia l’antica parola d’ordine di Costa, «né un
uomo, né un soldo», e ne conia una nuova, che dice: «Viva Adua!
Viva la scon tta militare!». 110
Preoccupato per alcuni segni di dissenso, il 9 febbraio il
sottosegretario all’Interno Guido Bu arini Guidi invia a tutti i
prefetti del regno una circolare segreta con la quale ordina di
reprimere ogni forma di propaganda contro la preparazione
della campagna africana, di individuare i «disfattisti» e di
punirli col massimo rigore. 111 Vengono così colpite, su
segnalazione degli agenti dell’Ovra, con la prigione, il con no,
multe o la semplice ammonizione, alcune migliaia di persone,
spesso colpevoli soltanto di aver di uso pettegolezzi o il
contenuto di lettere di congiunti arrivate dall’Africa. Ma più che
le chiacchiere, la fuga di notizie riservate, la propalazione di
«false voci», l’incetta di generi alimentari, ciò che disturba il
regime sono i casi di renitenza o di espatrio clandestino, che si
veri cano soprattutto fra i tedeschi dell’Alto Adige e fra gli
sloveni della Venezia Giulia. 112 Il fatto è così grave che Forges
Davanzati lo a ronta alla radio, ovviamente per smentirlo, 113
ma fonti tedesche precisano che soltanto i disertori altoatesini
che riparano in Germania e in Austria superano il migliaio. 114
Vengono anche segnalati, nei primi mesi del 1935, tentativi
di ammutinamento, subito repressi, in alcuni reparti di alpini in
partenza per l’Africa, casi di autolesionismo e di aperta protesta
contro la guerra. Da una relazione del ministero dell’Interno,
apprendiamo inoltre che nello stesso periodo «la polizia, in
accordo con gli altri organi competenti, ha adottato speciali
misure di precauzione per salvaguardare da atti di sabotaggio
gli stabilimenti di produzione militare, i trasporti marittimi e le
navi adibite al trasporto delle truppe nell’A. O. Così pure ha
portato la propria attenzione sui numerosi operai e
imprenditori che si recano nell’A. O., in modo da impedire che
tra essi si celino propagandisti sovversivi, in attuazione delle
direttive che il partito comunista avrebbe in proposito
impartite». 115
Alla ne di giugno il vice capo della polizia, Carmine Senise,
rileva inoltre che «lo stato dell’opinione pubblica in merito
all’ormai sicura campagna militare nell’Africa Orientale non è
del tutto soddisfacente» e fa osservare che «per la grande massa
del pubblico è mancata nora e manca tuttora una guida
intelligente, che in questo caso dovrebbe essere rappresentata
dalla stampa italiana». 116 In realtà no a giugno, nonostante
l’innegabile e cospicuo fenomeno del volontarismo, non si può
parlare di un entusiasmo di massa per la campagna imminente,
e gli strumenti di propaganda, cui ricorre il regime per suscitare
l’adesione all’impresa, non sono ancora né e caci, né usati in
larga misura. Certo non possono fare presa l’appello a vendicare
Adua o la prospettiva di liberare in Etiopia milioni di schiavi,
mentre le tanto strombazzate «provocazioni abissine» sono
ritenute dal pubblico «come un puerile pretesto, insu ciente in
ogni caso a giusti care una guerra». 117
La propaganda del regime comincia a diventare e cace dopo
giugno, quando l’Inghilterra, dovendo scegliere fra l’Italia e la
SDN, sembra scegliere, e irreversibilmente, quest’ultima.
«L’opposizione britannica — scrive Baer — fu l’elemento che
trasformò gli italiani, avversi o indi erenti all’avventura
personale di Mussolini, in vigorosi, patriottici sostenitori
dell’imperialismo italiano e del diritto dell’Italia ad agire in
maniera indipendente». 118 Dato il via alla campagna
antibritannica e avendone valutato gli immediati e etti
positivi, 119 il regime impegna nell’impresa tutto il suo
apparato propagandistico e, quasi a sanzionarne l’assoluto
primato, il sottosegretariato per la Stampa e la Propaganda,
a dato a Ciano, viene elevato il 24 giugno a ministero. Da
questo momento, migliaia di messaggi, alcuni confezionati con
sottile malizia altri con e cace rozzezza, raggiungono gli
italiani attraverso le 530 mila radio private, gli 11 mila
apparecchi posti nelle scuole e nelle sedi delle organizzazioni del
regime, gli 81 quotidiani e i 132 periodici politici, i cinegiornali
e i documentari dell’Istituto Luce.
Il più abile fra i manipolatori di notizie e il più ascoltato fra i
cronisti del regime è il napoletano Roberto Forges Davanzati, un
ex nazionalista con uito nelle le del fascismo. Pacato,
semplice, persuasivo, quasi ogni sera, per quindici minuti, egli
presenta alla radio un panorama di avvenimenti che tende a
mettere in luce un’Italia operosa e paci ca, immune dai agelli
che turbano le altre società, e purtuttavia angariata da altre
nazioni opulente, sazie, egoiste, che le negano caparbiamente la
sua parte di ricchezze coloniali e le impediscono di conquistarsi
nel mondo il posto che le compete. La sua polemica con
l’Inghilterra, che si farà ancora più aspra dopo le sanzioni, lascia
giorno dopo giorno sedimenti nelle coscienze, diventa vangelo
in mancanza di altre voci contrarie, fa leva sull’orgoglio
nazionale, induce al risentimento e all’odio, realizza quella
crociata popolare e patriottica che il ricordo di Adua non era
riuscito a generare. «Nella struttura della comunicazione
radiofonica dell’Italia fascista — osserva Monteleone — la
componente persuasiva è infatti prevalente su quella
informativa-referenziale; l’appello emotivo elimina la necessità
della argomentazione; gli espedienti retorici più comuni sono
utilizzati e nalizzati a uso politico». 120
Ci sono altri strumenti, oltre ai più di usi ed e caci mass-
media, che il regime utilizza in questa fase di mobilitazione
generale. La canzonetta popolare, ad esempio, assume un ruolo
di primo piano per la sua funzione iterativa e consolatoria. Versi
e musica sono molto spesso mediocri, ma sono in perfetta
sintonia con le direttive del regime, con le sue tesi, le sue parole
d’ordine. Si veda, per esempio, come il più celebre fra gli autori
di canzoni d’Italia, l’inesauribile E. A. Mario, utilizza, con la
canzone Me ne frego, una frase del discorso di Mussolini a Eboli:

L’Italia,
che chiede un posto al sole,
non vuole,
non può star sempre a balia:
il linguaggio suo rivela
ch’ella è uscita di tutela,
e a chi si scandalizza può ben dir:
«Me ne frego!
Non so se ben mi spiego:
me ne frego,
fo quel che piace a me». 121

Sempre tempestivo nell’utilizzare gli slogan del duce, dopo la


proclamazione delle sanzioni Mario compone Noi tireremo
diritto, che dice:

Giacché la Lega delle Nazioni


vuol regalarci
le sanzioni,
giacché la Lega contro noi s’ostina,
sopporteremo
con disciplina,
cantando allegramente una canzon:
Noi tireremo diritto:
l’amor di Patria non fu mai delitto...
Se il fante in guerra va senza paura,
chi resta a casa stringa la cintura:
anche il digiuno, in questo caso, è salutar!

Altri parolieri, invece, come Alfredo Gargiulo, si accontentano


di di ondere messaggi più semplici e generici, nei quali i motivi
sentimentali quasi sovrastano gli argomenti politici. È il caso di
La canzone dell’Africa:

Lascio, mamma, la dolce casetta,


la mia piccola bimba d’amor,
ed a erro il destino che aspetta
per segnare di gloria il mio cor.
V’è nei petti, nel sangue di tutti
un sol grido: l’IMPERO... e si avrà.

C’è anche chi sfrutta il lone satirico e in genere il bersaglio è


il negus. Si vedano, ad esempio, questi due stornelli di Rastelli e
Ravasini:

Vi dico un indovinello.
C’è un coso né brutto né bello,
pieno di pazze intenzioni
si veste alla Carlo Goldoni.
Ha barba, ed è ricciutello...
Ma in ne non sapete cos’è?
Posso aiutarvi nel rebus:
è tutta la testa del Negus.

Due piccioni italiani


volando nel cielo abissino
sopra il cappello del Negus
lasciarono un bel regalino.
«Guarda che brutti villani»
grugniva Ailè Selassiè,
«Anche i piccioni, o spavento,
mi fanno il bombardamento».

Il maggior successo, comunque, arride alla canzone meno


conformista, a Faccetta nera di Micheli e Ruccione. Una volta
tanto un paroliere non attinge i suoi versi al grande e
inesauribile serbatoio di motti e di slogan autorizzati, ignora e
quasi s da la politica razziale del regime per fare un elogio della
«bella abissina», nella tradizione del primo colonialismo
italiano, che era sensibile ai richiami esotici ma non era razzista.
Dicono i versi di Micheli:
Si mo dall’artopiano guardi er mare,
moretta che sei schiava tra le schiave,
vedrai come in un sogno tante nave
e un tricolore sventolà pe te.

Faccetta nera, bella abissina,


aspetta e spera già l’Italia s’avvicina;
quanno staremo insieme a te,
noi te daremo un’antra legge e un antro re.

La legge nostra è schiavitù d’amore


ma libertà de vita e de pensiere,
vendicheremo noi camicie nere
l’eroi caduti e liberàmo a te.

Dopo giugno, l’apparato propagandistico del regime non


parla quasi più dell’incidente di Ual Ual, delle riparazioni, dei
con ni minacciati, ma concentra tutti i suoi sforzi su due
grandi temi: 1) la necessità di o rire, con l’espansione in
Etiopia, terra e lavoro alla popolazione italiana in continuo
aumento; 2) la s da dell’Italia proletaria e rivoluzionaria alle
nazioni europee, sazie e conservatrici, che si oppongono ai suoi
disegni di espansione, minacciando di ricorrere alle sanzioni
economiche e militari. Su questi temi, che fanno presa su masse
sempre più imponenti, si apre un vasto dibattito, che inonda la
stampa del regime e coinvolge anche i giovani. «Se i nostri
nonni hanno fatto l’unità, se i nostri padri l’hanno completata e
perfezionata — scrive Ugo Piazzi su «Conquiste» — noi, giovani,
sentiamo che il comandamento che a noi vien dato dal destino,
la nostra parte di fatica nell’opera grandiosa del risorgimento
d’Italia, la missione storica della nostra generazione è questa:
espansione». 122 «Perché — precisa Fernando Bernabini — le
nuove generazioni incalzano ed hanno bisogno di vita. E in terra
d’Africa vi è posto e gloria per tutti». 123 Dai giovani
collaboratori del «Bargello», come Ricci, Bilenchi, Pratolini,
Pellizzi, Vittorini, l’imminente guerra d’Africa viene salutata
come un fatto traumatico e provvidenziale che può rimettere in
discussione le scelte del fascismo e riaprire il suo processo
rivoluzionario rimasto interrotto. 124 Perché «l’impresa
abissina — scrive Vito Rastelli su «Il Solco fascista» — non è una
impresa coloniale tipo diciannovesimo secolo, ma è
squisitamente una impresa rivoluzionaria del nostro nuovo
imperialismo europeo, che porta per il mondo l’idea della civiltà
del lavoro ossia del Fascismo. Non è più il capitalismo liberale
che manda i suoi emissari armati di sta le per lo sfruttamento
del lavoro degli indigeni, ma è il Fascismo che manda un intero
esercito di lavoratori, a lavorare concretamente al anco degli
indigeni, per il comune benessere». 125
Questo tipo di propaganda galvanizza in modo particolare i
giovani, che per tredici anni, giorno dopo giorno, hanno
assimilato l’ideologia del regime, e fa aumentare in modo
considerevole le domande dei volontari. Tuttavia, come ci fa
osservare Fidia Gambetti, i motivi che spingono in Africa decine
di migliaia di giovani non sono soltanto quelli indicati dal
fascismo. «Presento anch’io la mia domanda», scrive Gambetti.
E poi si chiede: «Per onore di rma e debito di coerenza? Per la
necessità di acquistare un titolo di benemerenza e cessare di
essere tra quelli “che non hanno fatto niente”? Per puro calcolo
di carriera? Per puro impulso giovanile di evasione e di
avventura? C’è tutto questo e forse altro ancora: magari Salgari,
Stevenson, Kipling, Melville, Conrad, Garibaldi, un’infantile
vocazione missionaria, magari un sogno di poesia». 126
La grande confusione di idee coraggiosamente denunciata da
Fidia Gambetti, l’impasto di motivi ideali e di motivi pratici, di
spinte intelligibili e di spinte irrazionali, che sta alla base della
sua scelta, che è la scelta di migliaia di italiani, ci aiutano a
decifrare meglio anche i motivi che spingono Mussolini nel
1935 a puntare tutto, la sua carriera di politico e di statista e il
futuro stesso del fascismo, sulla campagna d’Etiopia. Da
quarant’anni, storici, memorialisti, comprimari del regime si
sforzano di individuare il movente, quello determinante, quello
fatale, dell’avventura di Mussolini in Africa, ma si tratta, a
nostro avviso, di una fatica inutile, perché anche Mussolini,
come Gambetti, come gli altri protagonisti dell’impresa
africana, appare sollecitato da impulsi di varia natura, dei quali,
al massimo, si potrà cercare di stabilire una graduatoria.
Anche se la ricerca del motivo determinante non ci persuade,
diamo comunque, in una breve rassegna, le motivazioni
dell’aggressione all’Etiopia che ci sembrano più corrette e che in
ogni caso sono delle concause del con itto. Baer, Catalano,
Rochat, ad esempio, ritengono che la decisione di Mussolini sia
da attribuirsi a motivi di politica interna ed economica. Secondo
Catalano, la grande crisi mondiale del 1929, che aveva colpito
l’Italia più tardi degli altri paesi europei, andava fronteggiata
con misure economiche radicali e innanzitutto con la
svalutazione della lira. «Ma ad una simile soluzione si era
dichiarato risolutamente contrario il duce, il quale non voleva
abbandonare la parità aurea, perché credeva che ciò signi casse
tradire la politica inaugurata con la quota 90 e riconoscersi
scon tto [...]. Allora non rimaneva che un’altra strada, ed era
quella del riarmo e della guerra, che sola avrebbe potuto
rimettere in moto il sistema economico italiano mediante le
commesse belliche alle industrie». 127 L’interpretazione di
Catalano è condivisa da Rochat, il quale, dopo aver elencato i
danni provocati in Italia dalla grande crisi, scrive: «Il governo
fascista era generosamente corso in aiuto degli industriali, ma
ciò non bastava a rilanciare l’economia italiana; e inoltre la
diminuzione del potere d’acquisto delle masse andava
alimentando un di uso malcontento assai pericoloso per il
regime. In questa situazione un’impresa coloniale in grande
stile poteva rappresentare un utile diversivo propagandistico e
nel medesimo tempo l’occasione di una ripresa economica,
grazie alle inevitabili commesse statali». 128 Anche Federzoni
ritiene che a spingere Mussolini in Africa sia stato il «fallimento
del programma di quota 90: bisognava trovare, per tale disastro,
sia pure a posteriori, una forte giusti cazione, la quale
permettesse all’estemporaneo nanziere di Pesaro di non
disdirsi troppo palesemente; e bisognava, insieme, o rire al
Paese una grandiosa compensazione per il mancato
raggiungimento di un così importante obiettivo del regime». 129
Altri studiosi, invece, sostengono che la guerra contro
l’Etiopia sia stata voluta da Mussolini essenzialmente per
ragioni di prestigio. «Le ragioni economiche dell’impresa
imperiale, e caci sul piano propagandistico, non avrebbero
retto ad un’indagine ravvicinata e seria — scrive Denis Mack
Smith —. Più sostanziale era la questione di prestigio, poiché
Mussolini aveva urgente bisogno di ra orzare negli italiani la
convinzione che il fascismo fosse qualcosa di grande, di
importante e di vittorioso». 130 Anche per Chabod non è la
situazione economica ad aver indotto il duce ad agire:
«Essenziale è invece nel pensiero di Mussolini il motivo politico,
cioè la potenza, il prestigio della nazione. [...] È la legge fatale
delle dittature: il successo all’esterno destinato a compensare la
perdita della libertà all’interno». 131 Su questa stessa linea
interpretativa sono arroccati Rumi, 132 Santarelli, 133
Toynbee, 134 Zaghi. Scrive quest’ultimo, con molta e cacia, che
sulla decisione di Mussolini in uiscono «ragioni di prestigio,
risentimenti a lungo covati, torbide e confuse velleità
imperialistiche ed egemoniche di vecchio stampo, un desiderio
orgoglioso e arrogante di rivincita contro tutto e contro tutti; un
bisogno, quasi sico, di staccarsi totalmente e prepotentemente
dall’“infausto” passato e di mettere al fuoco dell’esperienza la
saldezza e la capacità del nuovo regime, e una smania
incessante e continua di muoversi, di colpire la fantasia, di
misurarsi col mondo, in piena libertà e senza controlli, in
un’opera di prestigio e di progresso, dove poteva trovare più
facili e generici consensi e raccogliere, senza fatica, abbondanti
allori». 135
Per De Felice, in ne, così come è «arbitrario» spiegare la
guerra d’Etiopia «sulla base della situazione economica italiana
del ’34-35», non è neppure possibile cercare la spiegazione del
con itto nelle «esigenze di prestigio e di successi di Mussolini»
anche se «hanno una loro validità». «La spiegazione di fondo,
quella che veramente permette di comprendere la logica della
decisione mussoliniana va però ricercata non in motivi di
politica interna ma, essenzialmente, in motivi di politica estera.
Va ricercata nella convinzione che Mussolini aveva maturato
che solo in quel momento nessuna delle grandi potenze gli
avrebbe potuto impedire di espandersi in Etiopia e che dal loro
comportamento di fronte alla sua iniziativa egli si sarebbe
potuto fare una idea precisa per il futuro del loro reale
atteggiamento non solo verso l’Italia ma anche verso il
fascismo». 136 Sostanzialmente d’accordo con De Felice è Jens
Petersen, il quale, però, se accetta la teoria del momento giusto,
vede anche nell’impresa di Mussolini «un piano a lunga
scadenza, in preparazione n dalla metà degli anni Venti, teso
alla creazione di un impero coloniale nell’Africa orientale, la cui
realizzazione dipendeva, però, dallo sviluppo dei rapporti di
forza europei». 137
Chi ha seguito n qui la nostra ricostruzione dei fatti dal
lontano 1922, si rende facilmente conto che nessuna fra le
interpretazioni sopra citate coglie il motivo determinante del
con itto. Perché, ripetiamo, non esiste un motivo
determinante, ma una serie di motivi, di impulsi vecchi e nuovi,
di coincidenze, di casualità. Per cui, se è vero che Mussolini cerca
(e trova) nella politica estera, e al momento giusto, le chiavi
dell’Etiopia, è altrettanto vero che viene sollecitato anche da
motivi di politica interna, economici, sociali e di prestigio. Ma
ciò che ci preme maggiormente mettere in rilievo è che gli studi
più recenti pongono l’accento sulla premeditazione
dell’impresa, secondo quel piano a lunga scadenza che siamo
venuti sin qui esaminando. Del resto, ciò che oggi emerge dagli
scavi d’archivio sull’origine lontana dell’aggressione all’Etiopia è
già anticipato da taluni storici del regime. Nel 1938, quando
ormai i giochi sono fatti e sembra super ua ogni cautela, Guido
Bortolotto scrive: «Nello stesso anno in cui [...] si stipulavano gli
accordi di Locarno (1925), il Duce moveva i primi passi diretti a
riparare all’ingiusto trattamento fatto all’Italia al tavolo della
pace di Versaglia; e conducendo con l’Inghilterra delicate
trattative, siglava il protocollo relativo alla successione etiopica.
Da quel tempo il Duce lavorò ininterrottamente alla
preparazione della nuova impresa. Realizzare lo stato fascista
nella sua pienezza signi cava realizzare l’Impero». 138

1. J.O., XVI anno, n. 2, febbraio 1935, allegato 1530, p. 258.


2. La Commissione mista anglo-etiopica era costituita, oltre che dai due capi, il ten.
col. E. H. M. Cli ord e il taurari Tesamma Bante, dal capitano Taylor, dal tenente
Collingwood, dal commissario civile Alex T. Curle e dagli etiopici Lorenzo Taezaz e
Zeude Belainè.

3. Roberto Cimmaruta, Ual Ual, Mondadori, Milano 1936, p. 118.

4. J.O., febbraio 1935, all. 1530, p. 260.

5. Ibid.

6. TaA del generale Gerardo Zaccardo del 30 novembre 1977. Nella sua testimonianza
scritta, Zaccardo riferisce, fra l’altro: «L’essere stato destinato al terzo posto
dell’apparecchio mi dispiacque perché era mio desiderio mitragliare, a scopo
intimidatorio, la zona dei pozzi d’acqua occupata dagli abissini. Giunti sulla zona
dei pozzi di Ual Ual, mentre il radiotelegra sta del mio apparecchio svenne,
rimanendo a lungo in stato di incoscienza, riuscii a portarmi fuori dell’apparecchio
puntando i piedi contro la carlinga, e impugnando la mitragliatrice, e ettuai una
scarica di pallottole, mentre il pilota eseguiva tu sull’accampamento abissino. [...]
Soltanto Mastragostino e io sapevamo chi aveva fatto partire la scarica di
mitragliatrice». Con molta probabilità, non essendo andata a segno la ra ca,
nessuno si accorse del fatto avendo il motore coperto il rumore delle esplosioni.

7. R. Cimmaruta, op. cit., p. 134.

8. Ivi, pp. 157-8.

9. DBFP, XIV, n. 37. Barton a Simon, 8 dicembre 1934. Barton reggeva la legazione di
Addis Abeba dal 1927 dopo essere stato console generale a Shanghai. Egli detestava
la politica del fascismo in Etiopia ed era perfettamente al corrente delle attività
sovversive dell’Italia in Africa Orientale. Per Hailè Selassiè aveva una grande
ammirazione, ricambiata, e certo riuscì a in uire, in alcune occasioni, sulle sue
decisioni. Ma non si staccò mai dalle direttive del Foreign O ce e non ci sono
elementi che giusti chino la tesi di sua glia Marion (TaA, cit.), secondo la quale il
corso degli avvenimenti sarebbe stato diverso se, al posto di Barton, «bigotto,
anticattolico, antitaliano», ci fosse stato un altro diplomatico.
10. Dei tre consiglieri, Colson, che aveva ricoperto come diplomatico incarichi in
Cina, nelle Filippine e ad Haiti, era il più ascoltato dall’imperatore per la sua lealtà
ma anche per la sua brutale franchezza (si veda G. L. Steer, op. cit., pp. 27-30).
Mentre Colson assisteva Hailè Selassiè soprattutto nelle questioni nanziarie, il
generale Eric Virgin, che nel 1934 aveva preso il posto del connazionale J.
Kolmodin, era il suo consigliere per gli a ari esteri, e Auberson il suo consulente
legale. Nell’amministrazione etiopica c’erano, alla vigilia del con itto, altri
consiglieri europei: il tedesco David Hall al Dipartimento stranieri; l’armeno S.
Paparian al ministero dell’Educazione; il francese Emile Sibilensky al ministero
delle Poste e Telegra .

11. ASMAE, Etiopia, b. 19, f. 8. Lettera del 2 marzo 1934.

12. Vincenzo Lioy, op. cit., p. 19.

13. J.O., febbraio 1935, all. 1530, p. 267.

14. G. L. Steer, op. cit., p. 19.

15. R. Cimmaruta, op. cit., p. 188.

16. Ivi, p. 197. Fonti etiopiche limitano invece le perdite a 107 morti e 45 feriti.

17. C. Zoli, La conquista dell’impero, Zanichelli, Bologna 1937, p. 17. Altre fonti danno
cifre leggermente superiori.

18. Il maggiore Montanari fu promosso ten. colonnello; Cimmaruta maggiore. Furono


inoltre distribuite 3 medaglie d’argento e 9 di bronzo.

19. DBFP, XIV, n. 42. Barton a Simon, 10 dicembre 1934.

20. Alle Colonie, come riferisce Aloisi (op. cit., p. 239), risultava addirittura che «i ras
volevano detronizzare l’imperatore perché era contrario a un’azione in grande stile
contro di noi».

21. E. Borra, Prologo di un con itto, cit., p. 44. La scelta di Borra non era casuale. A
parte la grande amicizia che lo legava a Taddese, Borra era uno dei pochi italiani di
Addis Abeba che rivelasse sentimenti favorevoli al popolo etiopico. Figlio di un
generale che aveva trascorso alcuni anni in Eritrea, buon conoscitore dell’amarico e
della cultura etiopica (che ben si guardava dal considerare una sub-cultura), era in
Abissinia, come medico, dal 1927. Come ci ha riferito Borra (TaA, rilasciata ad Alba
il 9 aprile 1978), l’amicizia fra lui e Taddese era rinsaldata anche dalla comune fede
religiosa: «Eravamo due cattolici legati dalla speranza che il con itto si potesse
evitare».

22. E. Borra, La carovana di Blass, cit., p. 228.

23. Non disponendo di fondi per le spese telegra che, Afework si serviva spesso degli
Esteri per inoltrare i suoi dispacci, il che l’obbligava ovviamente a rivelare agli
italiani il contenuto dei telegrammi, anche di quelli in cifra. Nel luglio 1934, ad
esempio, il ministero degli Esteri pregò quello delle Colonie di inoltrare un
telegramma di Afework «via lo dall’Asmara, in modo che appaia da lui
direttamente spedito». Il dispaccio in questione rivela a quali disonorevoli
compromessi l’Afework giunse: «Je répéte encore une fois jamais agression de la parte
de l’Italie contre l’Ethiopie. [L’Italie] a expédié armement purement et simplement pour
précautions pour défense» (ASMAE, Etiopia, b. 20, f. 1, pos. 1).

24. P. Aloisi, op. cit., p. 240. Lo stesso giorno Aloisi redasse per Mussolini un appunto
sul suo incontro con Afework, nel quale è detto, fra l’altro, che il ministro etiopico
«si è di uso sulla propria imbarazzante situazione personale, essendo egli accusato
di favorire l’Italia» (ASMAE, Etiopia, b. 23, f. 1, pos. T.G.).

25. C. Zaghi, op. cit., p. 436.

26. Memoria del governo italiano circa la situazione in Etiopia, cit., pp. 80-112.

27. Arnold J. Toynbee, Survey of International A airs 1935, vol. II, Abyssinia and Italy,
Oxford University Press, London 1936, p. 41.

28. A. H. M. Jones, E. Monroe, Histoire de l’Abyssinie des origines à nos jours, Payot, Paris
1935, p. 237.

29. Cit. in G. Bianchi, op cit., p. 40.

30. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 127. Il documento si trova anche in G. Bianchi, op. cit.,
pp. 132-5, e in A. Lessona, Memorie, cit., pp. 165-71. Nel libro di Lessona il
documento appare mutilato là dove si accenna all’uso dei gas e alla disposizione di
aggredire l’Etiopia senza dichiarare la guerra. Baer, sfortunatamente, ha visto solo
questo documento monco credendolo integrale.

31. G. Rochat, op. cit., p. 104.

32. A. Lessona, Memorie, cit., p. 171.

33. R. De Felice, op. cit., p. 609.

34. P. Aloisi, op. cit., p. 239.

35. Si vedano le lettere di Laval a Mussolini del 22 dicembre 1935 e del 23 gennaio
1936 in Hubert de Lagardelle, Mission à Rome. Mussolini, Plon, Paris 1955, pp. 275-
6 e 285.

36. Cit. in R. Guariglia, op. cit., p. 223.

37. R. De Felice, op. cit., p. 532.

38. P. Aloisi, op. cit., p. 247.

39. Vitetti a Mussolini, 4 gennaio 1935. In Leonardo Vitetti, Ministero A ari Esteri,
Servizio storico e documentazione, Roma 1977, p. 39.

40. DBFP, XIV, n. 111.

41. Ivi, n. 143. Simon a Drummond, 29 gennaio 1935.

42. R. Guariglia, op. cit., p. 215.

43. Galeazzo Ciano, 1937-1938 Diario, Cappelli, Bologna 1948, p. 12.

44. DBFP, XIV, n. 175. Scritto in data 25 febbraio 1935.

45. R. Guariglia, op. cit., p. 217.

46. G. W. Baer, op. cit., p. 116.

47. P. Aloisi, op. cit., p. 255. Appunto del 15 febbraio 1935.

48. Ivi, p. 253. 23 gennaio 1935.

49. G. Rochat, op. cit., p. 109.

50. Cit. in G. Bianchi, op. cit., p. 40.

51. Ivi, p. 137.


52. P. Aloisi, op. cit., p. 255.

53. E. De Bono, op. cit., p. 80.

54. In G. Bianchi, op. cit., p. 150.

55. ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 143.

56. Il Maresciallo le aveva comunicate il 6 marzo a Mussolini, in un estremo tentativo


di adeguarsi al dinamismo del duce. In ACS, Fondo Badoglio, b. 4, n. 142.

57. Ivi, n. 143.

58. Ivi, n. 142.

59. R. Graziani, Ho difeso la patria, cit., p. 79.

60. G. W. Baer, op. cit., p. 145.

61. J.O., giugno 1935, all. 1549, p. 740.

62. Ivi, maggio 1935, all. 1537, p. 576.

63. Il 9 marzo Hitler aveva annunciato che la Germania possedeva di nuovo


un’aviazione militare; il 16, aveva reintrodotto il servizio militare obbligatorio.

64. Thompson era un esperto di questioni africane; Giovan Battista Guarnaschelli era
capo dell’U cio III di palazzo Chigi; Leonardo Vitetti era consigliere di ambasciata
a Londra; René Massigli era un alto funzionario del Quai d’Orsay.

65. DBFP, XIV, n. 230. Appunto di Thompson, Stresa, 12 aprile 1935. Si vedano anche
gli altri memorandum di Thompson ai nn. 231, 232, 233, 234.

66. Cit. in Enrico Serra, La questione italo-etiopica alla Conferenza di Stresa, «A ari
Esteri», n. 34, aprile 1977, p. 333. L’ottima ricostruzione di Serra dei retroscena
della conferenza elimina molti punti dubbi e colma alcune lacune.

67. DBFP, XII, n. 722, nota 43; e DBFP, XIV, n. 230, nota 5.

68. E. Serra, op. cit., p. 339.

69. P. Aloisi, op. cit., p. 266.

70. J.O., maggio 1935, p. 549.


71. Alberto Berio, L’a are etiopico, «Rivista di studi politici internazionali», aprile-
giugno 1958, p. 188.

72. DBFP, XIV, n. 281. Drummond a Simon, 21 maggio 1935.

73. Ibid.

74. Hailè Selassiè pronunciò il suo discorso davanti al Parlamento l’11 aprile. Rivolto
al mondo ma in modo particolare al popolo etiopico, ha già il tono di un disperato
appello e già contiene qualche istruzione per fronteggiare l’aggressione. Il testo,
mal tradotto e mutilato, in «A ari Esteri», n. 17, 27 aprile 1935, pp. 353-4.

75. Il con itto italo-etiopico. Documenti, I, cit., p. 214.

76. Il testo integrale nell’Annuario di politica internazionale (Europa 1935), ISPI,


Milano 1936, pp. 178-81.

77. Per l’Italia furono nominati l’ambasciatore Luigi Aldrovandi Marescotti e il


consigliere di Stato Ra aele Montagna. L’Etiopia scelse il francese Albert de
Geou re de La Pradelle, insegnante di diritto all’università di Parigi, e l’americano
Pitman B. Potter, docente all’Istituto superiore di studi internazionali di Ginevra.
Un episodio che è sempre rimasto ignorato è che Mussolini aveva in precedenza
nominato come arbitro l’ex governatore dell’Eritrea, Giuseppe Salvago Raggi, ma
costui respinse la designazione. «Gli dissi — si legge in un manoscritto inedito di
21 cartelle, datato giugno 1935 (Archivio Salvago Raggi) — che egli sapeva cosa
pensassi di tutta l’avventura ma che, indipendentemente da ciò, le mie condizioni
di salute erano tali da non consentirmi di prendere impegni di viaggiare». Nei mesi
che precedettero il con itto — si apprende sempre da questo documento — Salvago
Raggi aveva manifestato a Badoglio la sua opposizione alla guerra, autorizzandolo
a riferire il suo pensiero a Mussolini. Si aprì anche con il re: «Nei primi giorni di
gennaio andai all’udienza solita da Sua Maestà e presi il mio coraggio a due mani e
gliene parlai. Egli mi disse sapere come la pensavo e che anche Egli era di avviso
che bisognava evitare una simile eventualità».

78. TaA di A. Lessona, cit.

79. ACS, Fondo Graziani, b. 29.


80. Ibid.

81. Ivi. De Bono a Graziani, 4 giugno 1935.

82. Ivi. Graziani a De Bono, 6 giugno 1935.

83. Ivi. De Bono a Graziani, 17 giugno 1935. De Bono aveva «girato» il telegramma di
Mussolini a Graziani.

84. Questo telegramma fa parte di un blocco di cento telegrammi di Mussolini del


periodo 1935-36. Raccolti in una cartella azzurra del ministero dell’Africa Italiana,
sono battuti a macchina e recano le stampigliature «Sopracifrato» e «Ministero
delle Colonie. U cio cifra. Spedito». Trafugati con molta probabilità durante il
trasferimento degli archivi ministeriali al nord, durante la repubblica di Salò, o nei
giorni della Liberazione, sono venuti in nostro possesso nel 1968 e in parte sono
stati pubblicati sul quotidiano «Il Giorno» nei giorni 12, 14, 15, 19 e 21 novembre
1968. D’ora innanzi verranno indicati come segue: DEPA (Documentazione
sull’Etiopia presso l’Autore), Tel. Mussolini AO.

85. P. Aloisi, op. cit., p. 276.

86. Ivi, p. 278.

87. DEPA, Tel. Mussolini AO. Segreto, n. 5498.

88. «A ari Esteri», n. 24, 15 giugno 1935, p. 501.

89. G. W. Baer, op. cit., p. 248.

90. Léon Noël, op. cit., p. 100.

91. Qualche giorno dopo, copia del documento segretissimo era sul tavolo di
Mussolini. Autore del colpo era il capo commesso della cancelleria dell’ambasciata
inglese a Roma, un italiano che lavorava per il SIM.

92. Cit. in A. Lessona, Verso l’impero, cit., p. 92.

93. DBFP, XIV, n. 308. Vansittart a Hoare, 16 gennaio 1935.

94. Ivi, n. 312. Drummond a Hoare, 18 giugno 1935.

95. R. Guariglia, op. cit., p. 245.


96. DBFP, XIV, n. 320. Eden a Hoare, Roma 24 giugno 1935. Per il primo e il secondo
colloquio fra Eden e Mussolini, abbiamo utilizzato i verbali redatti da Eden, poiché
ci sembrano i più completi. Comunque essi non si di erenziano che per alcuni
particolari dai verbali di parte italiana utilizzati da Mario Toscano (Eden a Roma
alla vigilia del con itto italo-etiopico, «Nuova Antologia», n. 478, gennaio 1960, pp.
21-44) e da Luigi Villari (op. cit., pp. 96-100).

97. P. Aloisi, op. cit., p. 282.

98. L’idea di questo piano era nientedimeno che del segretario generale della SDN,
Joseph Avenol, il quale, del resto, aveva sempre parteggiato per l’Italia. Si veda R.
Guariglia, op. cit., pp. 241-3.

99. P. Aloisi, op. cit., p. 283.

100. DBFP, XIV, n. 323 e n. 325. Eden a Hoare, 25 giugno 1935.

101. P. Aloisi, op. cit., p. 283.

102. Robert Vansittart, The Mist Procession: the Autobiography of Lord Vansittart,
Hutchinson, London 1958, p. 487.

103. G. W. Baer, op. cit., pp. 269-70.

104. In G. Bianchi, op. cit., p. 172.

105. Ivi, p. 173.

106. «A ari Esteri», n. 32, 10 agosto 1935, p. 115. Questa che pubblichiamo è la
versione u ciale del discorso di Eboli, reso pubblico quasi un mese dopo
l’intervento di Mussolini. Salvemini, in Prelude to World War II (Gollancz, London
1953, pp. 237 e 255), dà un’altra versione del discorso, che in parte si discosta da
quello u ciale per alcune espressioni rozze e violenti. Questo brano, ad esempio,
manca del tutto nel discorso pubblicato dalla stampa italiana: «L’Abissinia, che voi
state per conquistare, l’avremo tutta quanta. Non ci contenteremo di concessioni
parziali e, se essa osa resistere alla nostra forza formidabile, la metteremo a ferro e
a fuoco. Avrete armi formidabili, che nessuno al mondo sospetta». In un altro
punto, la versione riprodotta da Salvemini presenta una variante signi cativa: «A
quelli che sperano di fermarci con documenti o con parole, risponderemo col
motto eroico dei nostri primi squadristi: “Me ne frego!”. Schia eggeremo i biondi
difensori della razza negra». All’estero i giornali pubblicarono questa versione del
discorso, per cui il regime corse ai ripari de nendo i testi «apocri e tendenziosi».
La versione cosiddetta «apocrifa» circolò anche in Italia e fu da molti considerata
autentica: l’abbiamo trovata anche fra le carte del generale Orlando Freri.

107. Il «dato» irrefutabile in «Il Popolo d’Italia», 21 luglio 1935.

108. Antonio Perria, Impero mod. ’91, Ed. Il Momento, Milano 1967, p. 33.

109. Roberto Forges Davanzati, Cronache del Regime. Anno XIII, Parte I, Mondadori,
Milano 1936, p. 137.

110. Giuliano Procacci, Il socialismo internazionale e la guerra d’Etiopia, Editori


Riuniti, Roma 1978, p. 22.

111. ACS, Ministero dell’Interno. Mobilitazione della classe 1911, b. 1, f. 1/1. Si veda
anche Alberto Sbacchi, The Italians and the Italo-Ethiopian War, 1935-36,
«Transafrican Journal of History», V, 2, 1976, pp. 123-5.

112. ACS, SPD/CR, 2/13, bis, R/l.

113. R. Forges Davanzati, op. cit., pp. 337-8.

114. Jens Petersen, op. cit., pp. 393 e 575, in nota.

115. ACS, Ministero dell’Interno. Direzione generale PS, Divisione a ari generali e
riservali (1903-49), b. 387.

116. ACS, Ministero dell’Interno. Mobilitazione della classe 1911, cit.

117. Ibid.

118. G. W. Baer, op. cit., p. 210.

119. Si veda Denis Mack Smith, Anti-British Propaganda in Fascist Italy, in Inghilterra e
Italia nel ’900, La Nuova Italia, Firenze 1973, pp. 87-128. All’inizio di questa
campagna il direttore del «Secolo fascista», il capitano G. A. Fanelli, s dò a duello
Clement Attlee per un suo intervento alla Camera dei Comuni del 7 giugno. La
polemica sull’incidente si trascinò per tutta l’estate ed ebbe più echi all’estero che
in Italia. Per la vicenda si veda Paolo Balbis, G. N. Serventi, Inglesi 1935, Ed. del
Secolo fascista, Roma 1936.

120. F. Monteleone, op. cit., p. 131.

121. Un buon numero di canzoni sulla campagna d’Etiopia in A. V. Savona, M. L.


Straniero, Canti dell’Italia fascista, Garzanti, Milano 1979, pp. 260-84.

122. «Conquiste», numero speciale dal titolo: Abissinia problema italiano, Roma,
luglio 1935, p. 18.

123. Ivi, p. 67.

124. Si vedano, ad esempio, sul «Bargello», gli articoli Atlantino universale (nn. 20 e
24, 1935) e Inglesi, barbari e civiltà di Elio Vittorini (n. 38, 1935).

125. Vito Rastelli, La civiltà del lavoro verso l’impero, «Il Solco fascista», 11 agosto
1935.

126. Fidia Gambetti, Gli anni che scottano, Mursia, Milano 1967, p. 250.

127. Franco Catalano, L’economia italiana di guerra, Istituto naz. per la storia del
movimento di liberazione, Milano 1969, pp. 4-7.

128. G. Rochat, Il colonialismo italiano, Loescher, Torino 1973, p. 137.

129. L. Federzoni, op. cit., p. 132. Federzoni cita altri due moventi: l’assalto ai mercati
etiopici da parte del dumping giapponese e il desiderio di Mussolini di cancellare
con una conquista africana il «ricordo della sua sediziosa opposizione alla
campagna libica» (p. 131).

130. D. Mack Smith, Le guerre del Duce, Laterza, Roma-Bari 1976, pp. 85-6.

131. Federico Chabod, L’Italia contemporanea, 1918-48, Einaudi, Torino 1961, pp. 91
sgg.

132. G. Rumi, op. cit., pp. 58-9.

133. E. Santarelli, Storia del movimento e del regime fascista, vol. II, Roma 1967, pp.
143 e 161.

134. A. J. Toynbee, op. cit., pp. 21-5.


135. C. Zaghi, L’Africa nella coscienza europea e l’imperialismo italiano, cit., p. 393.

136. R. De Felice, op. cit., pp. 613-4.

137. Jens Petersen, La politica estera del fascismo come problema storiogra co, in
L’Italia fra tedeschi e alleati, a cura di R. De Felice, Il Mulino, Bologna 1973, pp. 53-5.

138. Guido Bortolotto, Storia del fascismo, Milano 1938, pp. 556 sg., cit. in J. Petersen,
op. cit., p. 53.
III
I preparativi dell’aggressione

In Eritrea con De Bono.


Lasciamo Mussolini a Roma mentre da una parte organizza il
fronte interno e dall’altra contrasta le manovre societarie, e
trasferiamoci ad Asmara, con De Bono, facendo nel contempo
un passo indietro, al 16 gennaio 1935, giorno del suo arrivo in
colonia. Allorché assume, in questa data, la carica di Alto
Commissario, il quadrumviro Emilio De Bono ha 69 anni, da
moltissimo tempo non ha più avuto un comando militare e su
di lui pesa l’accusa di Badoglio di essere un pessimo
organizzatore. 1 Si aggiunga che, al momento del congedo,
Mussolini gli ha detto che ha soltanto e tassativamente nove
mesi per attrezzare l’Eritrea a ricevere il corpo di spedizione e
per mettere in grado questo esercito di iniziare le operazioni. Il
compito è indubbiamente arduo e gravoso, per cui De Bono, sin
dall’inizio, decide di occuparsi soltanto delle questioni politiche
e della preparazione militare lasciando la cura di tutto il resto al
vicegovernatore Gabelli. Dal marzo, inoltre, De Bono può
contare su altri due eccellenti collaboratori: il generale di corpo
d’armata Melchiade Gabba, che assume l’incarico di capo di
stato maggiore, e il generale di brigata Fidenzio Dall’Ora,
designato come intendente.
«A prima vista la colonia nel gennaio si presentava ancora
con la calma e, direi, l’apatia di quando l’avevo visitata due anni
prima — constata De Bono arrivando in Eritrea —. Il porto
vuoto; qualche gruppo di lavoratori nei tratti della strada
Massaua-Asmara che avevo potuto vedere percorrendo il tratto
in ferrovia. Asmara appariva ancora il calmo villaggio-capitale
di un tempo. In conclusione quasi tutto era da fare. Coraggio;
l’essenziale era fare e voler fare». 2 Per cominciare, De Bono
ordina la mobilitazione del corpo d’armata indigeno, poi
a ronta i problemi più urgenti, dai lavori portuali, stradali e
idrici all’impianto dei magazzini, degli ospedali, dei
baraccamenti per le truppe in arrivo dall’Italia. Nel contempo
emana alcune ordinanze per imporre in colonia un nuovo stile
di vita, più serio, più responsabile, più consono all’impresa
imperiale in preparazione. Una di queste ordinanze, ad esempio,
dice: «Alle mense si parli di donne, d’arte, di letteratura, di
sport, di astronomia, di quel che si vuole, ma non di politica, di
guerra o di altri argomenti militari». 3
Ma è di cile imporre uno stile alla massa sempre più
imponente ed eterogenea di soldati che dilaga in colonia, e per
De Bono arrivano le prime delusioni. Per supplire, ad esempio,
alle de cienze della manodopera indigena, scarsa e di poco
rendimento, e non avendo potuto ingaggiare operai in Egitto e
Sudan per l’opposizione degli inglesi, De Bono aveva chiesto a
Mussolini di inviargli quattro battaglioni di camicie nere da
utilizzare per i lavori più pressanti. Ma al loro arrivo si accorge
subito che le 2.500 camicie nere non bastano e per di più sono
male in arnese, hanno poca voglia di lavorare e non conoscono
la disciplina. «Sono stato a Nefasit per vedere i due battaglioni
di Camicie nere — scrive il generale il 13 febbraio nel suo diario
—. Ho saputo molto: armi in disordine, militi senza mutande, né
fasce di lana. Cose, cose!». Qualche giorno dopo annota
indignato: «Quelle porche Camicie nere! Furti, e pare anche
violenze sulle donne. Ma li faccio castrare, come è vero Dio!
Anche oggi una cartolina indiziaria del lazzaronismo di quella
gentaglia: ma li metto io al passo!». 4 Sui militari che giungono
in Eritrea piovono accuse anche di altro genere, ad esempio di
fermare abusivamente gli indigeni, di sottoporli a interrogatori,
di privarli della libertà per ore e per giorni. «È ormai deciso —
riferisce il commissario regionale Valle a De Bono — che ognuno
che sbarca dall’Italia si debba scoprire eminenti attitudini
poliziesche e debba vedere in ogni indigeno una pericolosa spia
che occorre al più presto acciu are». 5
Assillato da continue richieste di manodopera, De Bono «salta
allora il fosso» e chiede a Roma 10 mila operai (che poi saliranno
presto a 50 mila). Ma anche questi primi nuclei di lavoratori gli
procurano non pochi «fastidi» perché, spiega il quadrumviro,
«in quei primi scaglioni fu inviato giù chiunque, senza scelta,
senza nessuna garanzia sica né morale. Di essi ve n’era di quelli
che non avevano mai preso un attrezzo di lavoro in mano; si
trovarono 12 maestri di scuola, 4 farmacisti, 3 avvocati, 9
orologiai e parecchi barbieri». 6 «Io mi permetto di aggiungere
— scrive il ten. colonnello Guido Battaglini, uno dei più vicini
collaboratori del generale — che ho trovato una quantità
enorme di sarti e di calzolai, di camerieri, diversi sagrestani e
scaccini, dei gobbi deformi, dei cardiaci, degli epilettici, dei
mutilati di gamba ed uno per no mancante di un braccio». 7 De
Bono ha «sacrosantamente» ragione «di andare in bestia»
dinanzi a questa corte dei miracoli e di prendersela con i
segretari federali che hanno colto l’occasione per sbarazzarsi
una volta per sempre degli sfaticati e dei disoccupati cronici
delle loro province, ma ne ha un po’ meno quando si meraviglia
che al segretario del partito, Achille Starace, arrivino tante
denunce e lagnanze dall’Eritrea. In realtà, almeno nei primi
mesi, il trattamento degli operai lascia molto a desiderare, come
appare dagli stessi documenti u ciali.
Apprendiamo infatti da Battaglini, responsabile dell’«U cio
operai», che le proteste sono in gran parte provocate dal pesante
(e addirittura insopportabile, nel bassopiano) orario di dieci ore
di lavoro, dal vitto scadente, dai tagli al salario operati a causa
delle ore perse per la pioggia, dall’obbligo di lavorare anche di
domenica, dalla proibizione di uscire dai cantieri dopo il lavoro,
dal disservizio postale. A Dogali, durante una visita di De Bono,
un operaio esce dalla folla e, masticando del pane militare, si
avvicina al quadrumviro e protesta per il pane che de nisce
immangiabile. «E di lì trovò argomento — racconta Battaglini,
indignato per la sfrontatezza dell’operaio — per dire che, in
quella conca infuocata, sarebbero morti tutti, non solamente
per il caldo e la malaria, ma perché il vitto orribile e il pane
ammu to costringevano gli operai a digiunare in
continuazione». 8
Sul tavolo di Battaglini piovono a migliaia le domande di
rimpatrio e De Bono se la prende con i medici che le avallano:
«Ho l’impressione che i sanitari adottino il sistema di proporre
rimpatri con eccessiva facilità, tirando per vie spicce e, forse,
perché presi da inesplicabile senso di pietà davanti ad abili
simulatori o piagnucolosi. In tal modo perdono di vista le
supreme necessità del momento». 9 Dall’aprile 1935 al febbraio
1936, 4.416 operai ottengono di poter rientrare in Italia per
motivi di salute, mentre altri 868 vengono rimpatriati per
indisciplina. Ma dopo l’ottobre, i «riottosi» subiscono una
sanzione più severa: sono incorporati nelle compagnie speciali
di «Rieducazione sociale» e inviati a lavorare nelle regioni più
torride. Come riferisce Battaglini, a proposito di un suo
incontro-scontro con alcuni operai «pervasi da reminiscenze
marxiste» che protestavano per l’orario di dieci ore, la sola idea
di nire nelle compagnie di disciplina incute terrore: «Li avevo
visti pallidi come morti quando li ho minacciati di mandarli a
lavorare ad Assab, che era un campo di concentramento per quei
pochi che abbandonavano il lavoro, si ubriacavano
abitualmente o, comunque, si mostravano riottosi». 10
Se sul tavolo di Battaglini arrivano a migliaia le richieste di
rimpatrio, si può immaginare il numero delle lettere, colme di
amarezza e di proteste, che nisce nelle maglie della censura.
Inutilmente De Bono, in polemica con Starace, cerca di
addossare tutte le colpe dei malumori ai «soliti piantagrane di
mestiere». 11 La situazione di disagio è tale in Eritrea da
provocare un intervento dello stesso Mussolini. «L’arrivo di due
pirosca di malarici e specialmente l’arrivo non preavvisato del
secondo — telegrafa al quadrumviro il 6 giugno — ha prodotto
un’impressione deleteria in molti ambienti italiani e provocato
un’ondata disfattista negli ambienti esteri ostili all’Italia». Per
evitare altri spettacoli del genere, il duce sostiene che «è
necessario, durante i mesi estivi di giugno, luglio e agosto, non
impiegare operai italiani nel bassopiano salvo aliquote di
specialisti o altri che siano disposti a rimanervi
volontariamente. Tutti gli operai italiani devono lavorare
nell’altopiano a rendere perfetta la nostra organizzazione
logistica. Durante i mesi estivi lavoreranno nel bassopiano i
mille libici che arriveranno dalla Somalia e altri africani o
asiatici da ingaggiare». 12
Il lavoro, in Africa, presenta tuttavia per gli operai anche
alcuni aspetti positivi. Innanzitutto quello del salario, che è di
25 lire al giorno per i manovali, 30-35 per gli specializzati, più
un’indennità di 15 lire per tutti quelli che lavorano al di sotto
dei mille metri, nei bassopiani e nelle regioni malariche. Si
tratta di salari due o tre volte superiori a quelli percepiti in Italia
e che i lavoratori possono in forte misura inviare alle famiglie.
Poi, con il passare dei mesi, vengono anche eliminate alcune fra
le cause dei disagi e delle proteste e il clima nei cantieri migliora
sensibilmente. Sempre attento a spiare gli umori degli operai, a
captare i consensi e i dissensi, Battaglini si rallegra il 14 luglio
allorché riceve da un cantiere di Dogali questa poesia, scritta da
un operaio:

Della canicola
l’ardente raggio
nel sangue penetra,
toglie il coraggio;
ma noi s dandolo
senza parole
siamo insensibili
roventi al sole.

   Che importa, ditemi,


se noi bruciamo?
Qual è l’incarico
che tutti abbiamo?

   Vincere ostacoli,
vincere tutto,
temprare i muscoli
metterli a frutto.

   Siamo a Dogali,
luogo d’Eroi,
s’è fatto un grappolo
di tutti noi;
e se il barometro
sale alle stelle,
se il sole torrido
brucia la pelle,
le mine scoppiano,
batte il piccone,
prosegue l’opera
di costruzione.

E se necessita
darem la vita
perché quest’opera
venga nita.

   Duce, comandaci!
Con da in noi!
Evviva Dogali!
Sagra d’Eroi! 13

A ottobre, quando iniziano le operazioni, il numero degli


operai supera i 50 mila e quattro mesi dopo toccherà la punta
massima di 63 mila. Pur con qualche indulgenza letteraria
Alessandro Pavolini, che è venuto in Eritrea con la 15ª
squadriglia La Disperata, ci dà un ritratto abbastanza fedele di
questo lavoratore-soldato che sta preparando il terreno al corpo
di spedizione: «L’operaio che sta trasformando in sei mesi
Massaua e l’Eritrea è un uomo fra i trenta e i quaranta, col casco
sulla nuca, il torso nudo o la camicia da borghese, i calzoni da
militare: e con la barba dei missionari e degli esploratori. Il suo
aspetto santo e antico lo riallaccia un poco ai pionieri che
s’avventurarono sui bassopiani del Mar Rosso nell’Ottocento.
Generoso illimitatamente nello sforzo e nella privazione,
tuttavia nulla spreca: né un colpo di piccone, né un soldo:
attentissimo al suo risparmio, ai suoi vaglia e nché può alla
sua salute». 14
Accanto a questo operaio, che lavora per le grandi ditte
appaltatrici (in testa la Scalera), che è vincolato da un contratto
e sottoposto a una disciplina quasi militare, agisce un altro tipo
di lavoratore, il camionista civile, che gode di una libertà
scon nata possedendo nel proprio autocarro lo strumento più
richiesto e più remunerato del momento. «I sei o settemila
autisti civili — ricorda Gino De Sanctis — furono i veri
dominatori della strada. Avevano creato una specie di divisa
della quale erano molto eri: portavano il fazzolettone al collo
come i gauchos, e dei gauchos avevano il cappello a larghe tese.
Quel cappello veniva chiamato “alla Negus”: infatti Hailè
Selassiè ne aveva uno uguale. Portavano pantaloncini cortissimi
e alti stivali. V’era una certa abbondanza di barbette, pizzetti e
basettoni. [...] Trattavano con denzialmente gerarchi ed
u ciali. Quando attaccava, da Massaua, la salita di Ghinda, il
camionista che trasportava truppa appena sbarcata, era
padrone assoluto dell’orario di marcia della colonna. Diceva:
ragazzi, sono 48 ore che non dormo. Mi lasciate dormire o
proviamo a fare un salto tutti assieme alla prima curva?». 15
Con questo esercito di manovali e di operai specializzati, di
minatori e di camionisti, De Bono si sforza di preparare l’Eritrea
a ricevere il più grande corpo di spedizione che l’Africa abbia
mai visto. Nel primo bilancio che egli invia a Mussolini il 12
luglio 1935, dopo sei mesi di attività, il quadrumviro precisa, ad
esempio, che sono state costruite ex novo, riattate o allargate
strade per 600 chilometri, compresa la Massaua-Nefasit-
Decamerè, che è l’arteria principale di tra co; che sono stati
creati in vari ospedali 5.400 nuovi posti letto, ai quali vanno
aggiunti gli impianti di 17 ospedali da campo; che il numero
degli aeroporti è passato da 3 a 10 e quello dei campi di fortuna
da 10 a 20; che si è provveduto ad alloggiare convenientemente
la popolazione metropolitana, che in sette mesi è passata da
4.528 unità a 55 mila, esclusi i soldati; analoga sistemazione, in
tende e baracche, ha ricevuto la forza militare, che già conta
2.946 u ciali, 2.650 sottu ciali, 28.394 soldati nazionali,
45.772 soldati indigeni; e che, in ne, il porto di Massaua è stato
riattivato e ampliato, e consente di scaricare 3.600 tonnellate al
giorno contro le 300 iniziali. 16
Fra tutti i problemi, quello che più dà lo da torcere è il porto
di Massaua, che non è in grado, nonostante la costruzione di
nuove banchine e piazzali, di accogliere tutto il materiale che
giunge dall’Italia. Si pensi che, soltanto fra il marzo e il
settembre, giungono in rada 498 navi che sbarcano 177.431
uomini, 24.531 quadrupedi, 4.278 automezzi e materiale vario
per 548.658 tonnellate. 17 Ma se le attrezzature del porto non
sono in condizioni di scaricare più di 3.000 tonnellate al giorno,
la capacità di smaltimento è ancora più lenta, non supera le
2.000, cosicché le banchine continuano a essere ingombre e le
navi restano in rada inattive con grave danno per gli armatori.
In giugno è tale l’intasamento del porto e così alte le proteste,
che nella vicenda interviene lo stesso Mussolini. «Metti
immediatamente a disposizione dell’ammiraglio Barone —
telegrafa a De Bono — una corvè militare di almeno 500 ascari
— con paga doppia durante la corvè — per sgombrare le
banchine del porto di Massaua dai rotoli di lo di ferro e dal
legname delle baracche. Si tratta di portare fuori di Massaua, a
tergo di Massaua, a destra e a sinistra della strada Massaua-
Saati, il lo di ferro e le plance che saranno poi utilizzate
secondo le necessità. Si tratta di trasportare questi materiali a
piedi come noi abbiamo fatto cento volte durante la guerra». 18
Di questa attività febbrile, che per mesi non conosce soste,
uno fra i più popolari giornalisti dell’epoca, Mario Appelius, ci
ha lasciato un’immagine abbastanza e cace: «Navi, navi, navi.
Un bagliore di alto forno. Una temperatura da serra tropicale.
Mosche. Zanzare. Fragore. Rombi di autocarri. Stridore metallico
di verricelli in perpetuo movimento. Urli di sirene. Fischi di
locomotive. Il quadro che o riva Massaua nell’agosto 1935 era
un quadro infernale o sublime secondo il punto di vista nel
quale l’osservatore si collocava. [...] Chi sbarcava merci
brontolava contro chi le lasciava ammassare nelle banchine. Chi
doveva sgombrare le banchine brontolava contro la ferrovia e
contro gli automezzi che non arrivavano a portar via i materiali.
Tutti brontolavano e tutti lavoravano». 19
Per l’impresa africana lo Stato ha noleggiato quasi metà della
otta mercantile, dai lussuosi transatlantici dell’Italia, della
Cosulich, del Lloyd Triestino alle carrette degli armatori liberi, e
ha dovuto inoltre acquistare sui mercati del Nord Europa altre
dodici navi per 140 mila tonnellate. 20 Va da sé che a trarre i più
ingenti bene ci dall’avventura coloniale sono proprio gli
armatori, a cominciare da Lauro, che mette a disposizione dello
Stato 38 navi per 334.745 tonnellate. 21 Gli altri gruppi
economici che registrano enormi pro tti sono i cotonieri, gli
zuccherieri, i grandi appaltatori di opere pubbliche, le piccole e
medie imprese di trasporti. Chi si lascia invece sorprendere
impreparata dalla decisione di Mussolini di aggredire l’Etiopia è
la Fiat che, come ricorda Castronovo, non è in grado in giugno di
provvedere a una fornitura di 5 mila mitragliatrici «modello
30», né ha in produzione un autocarro adatto ai territori
coloniali, consentendo quindi alla Ford di fornire a De Bono e a
Graziani oltre 3.000 autoveicoli. La Fiat riesce comunque nel
corso del con itto a recuperare parte del terreno perduto e a
produrre un nuovo ed eccellente autocarro, il 634 N, che verrà
ribattezzato l’«autocarro della vittoria». 22
I pro tti sono enormi non soltanto perché l’impresa africana
ha assunto proporzioni colossali, ma perché tutto viene fatto
all’insegna della fretta. Nel chiedere, ad esempio, al ministero
delle Finanze, l’immediata disponibilità di 100 mila sterline
presso la liale della Banca d’Italia di Asmara, Lessona precisa
che la somma «ha lo scopo di permettere a De Bono di e ettuare
acquisti — anche in contanti, in paesi a sud del Canale di Suez —
che non possono so rire ritardi anche solo di pochi giorni». 23
E Mussolini avalla ogni richiesta, benché il sovrintendente agli
Scambi e Valute, Felice Guarneri, non si lasci «sfuggire
occasione per ammonirlo che ogni prelievo di oro dalla riserva
segnava un passo avanti sulla china verso l’insolvenza, cioè
verso l’abisso, e che occorreva ad ogni costo arrestarsi prima che
fosse troppo tardi». 24 Soltanto nel 1935, infatti, le riserve
auree scendono da 5,9 miliardi a 3,4, mentre il de cit
commerciale sale a 3,2 miliardi. Gli sperperi debbono essere
molto evidenti, se persino uno dei gli del duce, Vittorio, giunto
in Eritrea alla ne di agosto con altri piloti della squadriglia La
Disperata, mentre da un lato si compiace di sottolineare «che
nessun’altra spedizione può vantare i mezzi grandiosi di
sussistenza, comodità e accessori di questa», dall’altro riconosce
che «si notava persino in certe materie la troppa abbondanza e il
conseguente danno». 25
Mentre De Bono porta avanti la preparazione in Eritrea e
sistema sull’altopiano le prime divisioni giunte dall’Italia,
Mussolini sottopone il 7 luglio al giudizio di Badoglio e di
Baistrocchi il Piano dell’azione o ensiva oltre il con ne
meridionale dell’Eritrea elaborato da De Bono in giugno. Il piano,
che dovrebbe scattare alla ne di settembre e che ha come
obiettivo la linea Adigrat-Adua-Axum, non si scosta nella
sostanza dalle direttive di Badoglio del 6 marzo e tuttavia
consente a quest’ultimo di rivolgere al quadrumviro severe
critiche e di tentare, ancora una volta, di far rinviare la data
d’inizio del con itto. Accusando De Bono di leggerezza e di
eccessiva impazienza, Badoglio suggerisce a Mussolini di «non
muovere ad azioni o ensive di grande apertura, come quella
proposta nel piano, se non si hanno pronte in posto le quattro
divisioni metropolitane ed almeno tre di camicie nere e tutta,
dico tutta, l’aviazione prevista». 26 Anche Baistrocchi, nella sua
risposta, avanza riserve sul piano De Bono, lo giudica «un po’
troppo teorico», lo apparenta a quello infausto di Baratieri, e
consiglia, per evitare un «inizio catastro co», di scegliere come
primo obiettivo soltanto Adigrat, sempre che nel frattempo
siano giunti in Eritrea tutti gli apparecchi previsti, cioè 250. 27
Ma questi inviti alla prudenza, a operare un rinvio, cadono nel
vuoto. Ai primi di agosto, dinanzi alla situazione internazionale
che si complica, Mussolini è preso dalla stessa fretta e dalla
stessa «assoluta intransigenza» già manifestata in febbraio. Ad
Aloisi, in partenza per Parigi, dove, come vedremo più avanti,
Francia e Inghilterra tentano un nuovo compromesso, il duce
impartisce istruzioni che lasciano ben poco margine alle
manovre: «Non voglio accordi a meno che non mi si conceda
tutto, compresa la decapitazione dell’imperatore». 28 E ancora:
«Anche se mi si accorda tutto, io preferisco vendicare Adua.
Sono già pronto». 29 Il 13 agosto, pur sapendo che De Bono e
Dall’Ora non hanno ancora completata la sistemazione delle
ultime forze giunte in colonia, telegrafa al quadrumviro: «Ti
prego vivissimamente di anticipare di 10 giorni la partenza
delle divisioni 23 Marzo e 28 Ottobre che sono da tempo
prontissime. Rispondi con un monosillabo». 30
Da questo momento la fretta di Mussolini si trasforma in
impazienza, in orgasmo. Nei suoi telegrammi a De Bono si
avverte la preoccupazione di chi tiene d’occhio le scadenze
politiche, ma si avverte anche la spregiudicatezza di chi ormai si
a da al caso. «La conferenza tripartita di Parigi è fallita —
comunica a De Bono il 20 agosto —. Ora c’è Ginevra, ma la
situazione diplomatica è ormai esaurita. Puoi trarne le
conclusioni». 31 Qualche giorno dopo, quando ormai anche a
Ginevra la battaglia è persa, Mussolini scrive a De Bono per
annunciargli che entro il 10 settembre potrà disporre in Eritrea
di altre due divisioni e di un’altra sessantina di aerei: «Le forze
sono su cienti per il primo scatto ed il raggiungimento degli
obiettivi stabiliti. [...] Dopo il 10 settembre, quando riceverai un
mio telegramma così concepito: “ricevuto tuo rapporto”, a mia
rma, darai l’ordine di avanzare nelle successive 24 ore». 32