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Il libro

«È ormai assodato che la finanza ha un ruolo decisivo nella nostra


vita quotidiana, persino mentre dormiamo. Per quale ragione,
allora, nessuno spiega i concetti base? Perché non farlo già a
scuola? La risposta è semplice: ci vogliono ignoranti e manipolabili. Molti
cittadini pensano sia una materia difficile e per addetti ai lavori e rinunciano
a informarsi. Dopo oltre vent’anni come manager bancario, ho pensato di
scrivere un manuale che non esisteva sul mercato e che rispondesse alle
domande più diffuse: come scegliere una banca sicura, il conto corrente più
vantaggioso, il mutuo migliore, come far fruttare i risparmi, come
individuare il consulente finanziario di cui fidarsi, come costruirsi la
pensione, come non indebitarsi. In un percorso facile e coinvolgente vi
mostrerò le cose da fare e quelle da evitare se volete gestire, salvaguardare,
investire e aumentare i vostri soldi. Questo libro è una guida step-by-step alle
principali tappe della vostra vita finanziaria con molti esempi pratici,
avvertenze, test e soluzioni che nessun illustre professore si curerebbe di
fornirvi perché troppo ‘semplici’. A me, invece, piace l’idea di dotarvi di un
kit semplice ed efficace che solleciti e sviluppi la vostra intelligenza
finanziaria, cioè la capacità di affrontare e risolvere con successo situazioni e
problemi nuovi o sconosciuti e rendervi più autonomi e consapevoli. Questo
manuale di ‘autodifesa finanziaria’ vi consentirà di salvare i vostri soldi e il
vostro futuro.»

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L’autore

VINCENZO IMPERATORE (Napoli, 1963) è consulente di


direzione e autore di saggi. Dopo una laurea in
Economia e Commercio e un master in Business
Administration, è stato per ventidue anni manager di
importanti banche. Nel 2009 diventa presidente della
onlus UnitedColours of Futsal, che favorisce,
attraverso lo sport, l’integrazione di ragazzi inseriti in
contesti «difficili» e di giovani extracomunitari. Nel
2012 diventa libero professionista e oggi è titolare di Imperatore Consulting
(www.imperatoreconsulting.eu), brand di consulenza aziendale specializzato
nei processi di riorganizzazione delle piccole imprese. Con Chiarelettere ha
pubblicato Io so e ho le prove (2014), Io vi accuso (2015) e Sacco bancario
(2017), saggi-inchiesta in cui sono svelati i segreti, le strategie e gli scandali
avvenuti nel sistema bancario italiano. Con Darwin Pastorin ha pubblicato
per Aliberti Juve-Napoli. Romanzo popolare (2018). Giornalista pubblicista,
collabora con quotidiani e riviste specializzate e conduce un programma
radiofonico di informazione finanziaria. È autore di un blog su
ilfattoquotidiano.it

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Vincenzo Imperatore

SOLDI GRATIS

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A te, Alessandra,
alla vigilia della tua prima grande prova della vita,
affinché tu possa guardare oltre, pensare con la tua testa
e sorridere sempre, ti prego, come stai facendo ora.

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Introduzione

NEL 2012 abbandono il mio lavoro da dirigente bancario, dopo più di


vent’anni vissuti con un solo chiodo fisso: fare carriera. Allora credevo di
avere chiuso per sempre con le banche.
Ho dedicato tutto me stesso a quel lavoro, come si farebbe solo per
l’amico più caro o un famigliare. Ma continuo a domandarmi se
assecondare certi metodi poco ortodossi fosse davvero la strada giusta da
seguire, non solo da un punto di vista morale: le banche, specialmente
quelle private, devono perseguire il profitto. I miei scrupoli, invece,
riguardano soprattutto il profilo etico (e quindi giuridico). Mi riferisco, per
esempio, al vendere prodotti spazzatura ai clienti o convincerli a comprare
diamanti, elettrodomestici, televisori, cellulari o altre cose superflue solo
per sbloccare, come per magia, le pratiche di un fido o di un finanziamento.
Intimidire, ricattare i piccoli imprenditori e i risparmiatori che volevano
investire o accendere un mutuo: erano forse queste le mie ragioni per
andare al lavoro ogni mattina? Per osservare in silenzio i pochi evadere il
fisco impuniti e i molti vessati dal sistema? Certo che no. Eppure, inutile
negarlo, per anni ho praticato questi metodi. Sono stato un dirigente
allineato, il più convinto sostenitore di un sistema sempre pronto a generare
utili e profitti, senza guardare in faccia a nessuno.
Per giustificarmi mi dicevo che la banca sosteneva costi di gestione
elevati: viaggi premio o corsi di aggiornamento in località esotiche per
consolidare il rapporto tra filiali, ma pure lo stipendio di migliaia di
impiegati, che dipendeva anche dal mio lavoro. Volendo guardarlo da
questa prospettiva, il mio impegno aveva un fine più che nobile.
Ma le cose non stavano così. Questa nuova consapevolezza è stata la
ragione determinante della mia scelta di voltare pagina. Nemmeno
immaginate fino a che punto la mia professione poteva incidere
negativamente sulla vita delle persone.
Dal 2008 questo è diventato chiaro a tutti grazie alla bancarotta di

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Lehman Brothers e ai suoi effetti devastanti, di cui qualunque addetto ai
lavori era a conoscenza. In quel momento terminava l’idillio tra la banca e i
vari manager, consulenti e impiegati, con poche disposizioni: raccogliere
subito liquidità, rimediare ai danni fatti e tenere presente che ognuno di noi
è legalmente responsabile in prima persona. Saremo soli, d’ora in poi.
All’improvviso erano crollate tutte le certezze che per anni mi avevano
accompagnato, lontano dal quartiere popolare di San Carlo all’Arena di
Napoli, dalle mani callose di mio padre – un tempo artigiano, esperto nelle
decorazioni di bicchieri in vetro, ora in pensione – e dall’instancabile
operosità di una madre casalinga. Di lì a poco sarei diventato un
fuoriuscito, una spia, determinato a smascherare e denunciare il sistema
vessatorio delle banche.
Così mi sono schierato dalla parte dei cittadini, non più solo «clienti» o
«correntisti» (termini ideali, se si vuole mantenere un certo distacco). Avrei
svolto una nuova professione: quella di consulente finanziario,
indipendente e privo di legami con i tradizionali istituti di credito, per
contrastare gli abusi bancari, occuparmi di start up e finanza etica.
Alle storie delle prime persone che ho aiutato se ne aggiungono ogni
giorno molte altre, anche grazie alle centinaia di presentazioni dei miei
libri, agli incontri con le associazioni di categoria e dei consumatori, agli
articoli su blog e quotidiani nazionali. Stando tra le persone e ascoltando le
loro domande, mi sono reso conto che l’informazione in tema di finanza è
troppo tecnica, astratta e poco accessibile a chi non ha una formazione
specifica sull’argomento. Manuali, allegati a quotidiani di settore,
trasmissioni con esperti e giornalisti usano un linguaggio troppo complesso,
e raramente «parlano semplice».
In questo modo aumenta la confusione delle persone, che finiscono per
disinteressarsi o, peggio ancora, per affidarsi al consulente bancario «di
fiducia», oppure a privati senza scrupoli, spesso in conflitto d’interessi.
«Cosa devo fare per non mettere a rischio i miei risparmi?»
«Quale banca mi consiglia?»
«Come si legge un estratto conto?»
«Le spese che mi hanno addebitato sono corrette?»
«Quale mutuo mi consiglia per acquistare una casa?»
«Cosa posso leggere, di facile, per capire come difendermi?»
Ecco le domande che in tanti mi rivolgono, spesso anche amici e parenti.
Ma quali sono le reali esigenze di uno studente, di un pensionato o di un

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piccolo imprenditore? E di una casalinga, di un operaio o di un’impiegata?
Non certo afferrare la logica che muove i mercati della speculazione o degli
investimenti, ma piuttosto comprendere e usare al meglio gli strumenti alla
base del rapporto di fiducia con la loro banca. Si tratta di cittadini che non
hanno più tempo per acquisire le competenze necessarie a capire i concetti
più complessi della finanza: troppo tardi, ormai. Piuttosto, hanno bisogno di
indicazioni precise, pratiche, simili a quelle dei tutorial che cerchiamo sul
web quando, per esempio, il nostro smartphone si blocca e vogliamo
rimediare da soli. Lo facciamo tutti, senza avere una laurea in ingegneria
informatica.
Considero la denuncia uno strumento necessario. Io stesso l’ho usato,
ma non è sufficiente. Demolire ha senso solo se esistono i mezzi per
ricostruire. L’ho imparato sulla mia pelle: la banca non è soltanto un luogo
fisico in cui entrare e da cui uscire in base alle nostre esigenze. Tutt’altro.
In un sistema come il nostro, dove tutto è economia e finanza, la banca è
sempre con noi, anche quando torniamo a casa, quando andiamo al lavoro o
in vacanza, quando guardiamo una partita o prendiamo il caffè al bar.
È ormai assodato che la finanza ha un ruolo decisivo nella nostra
quotidianità, persino mentre dormiamo. Per quale ragione, allora, nessuno
ne spiega i concetti base? Perché non farlo già nelle scuole primarie,
anziché solo all’università? La risposta è semplice: ci vogliono ignoranti,
manipolabili.
L’educazione finanziaria spaventa soprattutto il cittadino medio, che non
crede di poter capire nemmeno le nozioni più basilari. Infatti,
nell’immaginario collettivo la finanza è una materia troppo difficile da
padroneggiare in poco tempo e con letture «facili».
La finanza è complessa, è vero, ma sarebbe sbagliato confondere la
competenza professionale con la conoscenza divulgativa. Informare il
signor Rossi non significa trasformarlo in George Soros, ma renderlo un
cittadino più consapevole e quindi dotarlo di maggiore potere negoziale.
Per assurdo, in molti oggi vorrebbero impartire un’educazione
finanziaria, e in cima alla lista ci sono proprio le banche, con il loro
linguaggio incomprensibile. E questa «operazione simpatia» verso i clienti
non stupisce affatto, perché gli istituti di credito tengono molto alla propria
reputazione. Tuttavia, alzare bandiera bianca e lasciare che giochino questa
partita da soli sarebbe come affidare a un pasticciere un corso su come
mangiare sano.

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Nelle pagine seguenti, dunque, cercherò di rispondere a tutte le domande
che mi sono sentito porre dalle persone, ma in modo diverso dai soliti
manuali che trovate in libreria o in edicola. Tenterò di guidarvi lungo un
vero e proprio percorso di consapevolezza, per tradurre il complesso
linguaggio tecnico della finanza in una lingua popolare ma non banale, che
vi accompagni passo dopo passo con esempi chiari e pratici per ogni
argomento.
Questo libro è un viaggio, un itinerario tra passaggi obbligatori e altri
facoltativi, da esplorare in base alle vostre personali esigenze. Non vi
fornirò nozioni per diventare esperti di finanza, sarebbe inutile: ci troviamo
ancora in un Paese in cui il livello di cultura finanziaria dei cittadini è tra i
più bassi delle economie avanzate, e come se non bastasse le rare iniziative
educative in questo senso sono lacunose e poco frequentate. Invece, mi
piace l’idea di dotarvi di un vademecum che solleciti e sviluppi la vostra
intelligenza finanziaria, cioè la capacità di affrontare e risolvere con
successo situazioni e problemi finanziari nuovi o sconosciuti; un «libro
zero» sulla finanza, da leggere prima di qualunque altro testo
sull’argomento; un prontuario per misurare, come vi chiederò di fare al
termine di ogni capitolo, il vostro FAQ (Financial Awareness Quotient),
ovvero il «quoziente di consapevolezza finanziaria».
State per leggere una guida attraverso le principali tappe della vostra vita
finanziaria. Vi troverete consigli atipici, spesso non tecnici, suggerimenti
che di certo un illustre professore di finanza non si curerebbe neanche di
fornirvi, magari arricciando il naso disgustato da tanta semplicità.
Dobbiamo smontare lo stereotipo della finanza come materia per pochi
eletti, perché ogni argomento, anche il più complesso, può essere spiegato
in modo accessibile. E questo manuale di «autodifesa finanziaria» vi
consentirà di salvare i vostri soldi e il vostro futuro.
Buon viaggio!

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Nota sui test di consapevolezza finanziaria

IL FAQ, o quoziente di consapevolezza finanziaria, è un indicatore che ho


ideato per capire quanto ne sapete di finanza e quanto riuscite a districarvi
nel complicato e perverso mondo delle banche e degli intermediari
finanziari.
Potrete misurare il vostro FAQ al termine di ogni step del percorso
tracciato in questo libro. In altre parole, alla fine di ogni capitolo siete
invitati a eseguire un test di comprensione, e se non risponderete
correttamente al numero di risposte indicato vi consiglio di rileggere il
capitolo.
Trovate le soluzioni in fondo al libro, ma ovviamente guardatele solo
dopo avere fatto il test!
Potete compilare i test annotando le risposte su un quaderno a parte
oppure scaricarli (completi di soluzioni) da questo link:
www.sperling.it/blog/test-di-consapevolezza-finanziaria.

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I PASSI CHIAVE DEL RAPPORTO CON LA BANCA

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Scegliere la banca giusta

DOPO circa trecento interventi pubblici tra presentazioni di libri e


partecipazioni a programmi radio e TV, ho constatato che le domande che
mi vengono poste con sistematica ripetitività al termine degli incontri sono
queste: «Quale banca mi consiglierebbe?» Oppure: «Sono cliente della
Banca Popolare di Pizzofalcone, è sicura?»
Domande legittime, dopo quanto accaduto al nostro sistema bancario
negli ultimi dieci anni. È quindi fondamentale scegliere una banca solida e
affidabile.
Ma che cosa significa «solida e affidabile»?
Significa che in caso di turbolenze sui mercati e di catastrofi finanziarie
la vostra banca è in grado sia di restituirvi i soldi che avete depositato o
investito presso di lei, sia di mantenere gli impegni presi se vi ha concesso
un finanziamento, nel senso che non esige l’estinzione di un prestito
all’improvviso.
La buona notizia, tuttavia, è che bastano pochi clic per avere un quadro
completo della situazione in cui versa la banca di cui siete già clienti o di
cui intendete diventarlo. I passi da compiere per rispondere ai vostri dubbi
sono ancora più semplici di quelli che fate, per esempio, quando volete
acquistare l’ultimo modello di smartphone.
Vi illustrerò tre semplici passi per sapere se la vostra banca è sicura. Il
primo è obbligatorio, gli altri due facoltativi, come vedremo.

1. Controllate la solidità della banca


Per cominciare, dovete familiarizzare con l’indicatore più comune per
stabilire il livello di solidità di un istituto di credito: il CET1 Ratio
(Common Equity Tier 1 Ratio). Sulla base degli accordi di Basilea, questo
indice confronta due aspetti di una banca: la quantità dei suoi investimenti

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(soprattutto prestiti), ponderati in base al loro rischio, e il suo capitale. In
sostanza, l’indicatore rivela con quali risorse pronte per l’uso (dette anche
«primarie») una data banca riesce a garantire i prestiti concessi ai clienti e a
gestire i rischi che derivano dai crediti non restituiti, detti anche
«deteriorati».
Vi starete chiedendo: Ma perché una banca deve fornire garanzie sui
prestiti che concede alla clientela?
La ragione è semplice: salvaguardare chi affida i suoi risparmi alla
banca, dato che i prestiti vengono finanziati proprio con quei soldi!
Cosa succederebbe se domani tutti i clienti di una banca si recassero allo
sportello per ritirare i propri risparmi? Verosimilmente, assisteremmo a
scene già viste a Cipro e in Grecia: saracinesche abbassate e file
chilometriche di persone inferocite. Infatti è possibile che l’istituto di
credito non disponga di un patrimonio sufficiente a coprire un rimborso del
genere, proprio perché i soldi dei risparmiatori sono stati dati in prestito.
A questo punto, il CET1 viene in vostro soccorso. Quasi tutte le banche
italiane hanno un indice superiore alla soglia minima (floor) dell’8%,
prevista dagli accordi di Basilea III per le banche europee: significa che
molti istituti di credito del Paese dispongono di un patrimonio sufficiente a
garantire i loro investimenti.
Se volessimo però indicare una percentuale di riferimento per l’Italia,
potremmo dire che un CET1 di salvaguardia si attesta intorno al 12%.

COSA FARE?

Cercate su Google «CET1» seguito dal nome della vostra banca: per
esempio, «CET1 Banca Popolare di Pizzofalcone».

Se riscontrate un valore superiore al 12%, potete dormire sonni


tranquilli.
Se riscontrate un valore tra l’8% e il 12%, potete dormire.
Se riscontrate un valore inferiore all’8%, è meglio che stiate svegli e
corriate allo sportello a ritirare i vostri risparmi.

Ecco i dati relativi al primo trimestre 2018.

BANCA CET1

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Mediolanum 21,7%
Banca Generali 20,3%
FinecoBank 20,15%
Banca Fideuram 16,8%
BPER Banca 14,61%
Monte dei Paschi di Siena 14,4%
Creval 14,4%
ING Group 14,3%
Mediobanca 13,9%
Credem 13,63%
Banco BPM 13,48%
Intesa Sanpaolo 13,3%
UniCredit 13,13%
Banca Farmafactoring 12,9%
Banca Carige 12,1%
UBI Banca 12%
Banca Sistema 11,8%
Banca Popolare di Sondrio 11,72%
Banco Desio 11,65%
Banca Sella Holding 11,49%
Banca IFIS 11,1%

Ovviamente vi starete chiedendo: Come avrei potuto salvaguardarmi se


l’indice CET1 della mia banca fino a poche settimane prima del default era

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rassicurante? Perché banche poi fallite avevano un CET1 comunque
confortante? Semplice. I bilanci di quelle banche erano falsi!
Ecco perché i prossimi due passi, sebbene facoltativi, necessitano
comunque di attenzione. Perché l’ignoranza è facoltativa, ma la
consapevolezza è obbligatoria!

2. Verificate l’andamento in Borsa del prezzo delle azioni


della banca
Questa mossa è facoltativa perché non tutte le banche sono quotate in
Borsa. Se la vostra lo è, cominciate a guardare il prezzo della singola
azione. Da solo non dice granché sull’affidabilità della banca perché la sua
quotazione è influenzata da tanti fattori: cosa gli investitori decidono di
acquistare e vendere, ma anche elementi imprevedibili che riguardano il
settore bancario o la nostra economia.
Per farvi un’idea più precisa, vi consiglio invece di confrontare il prezzo
dell’azione della banca con un dato indicativo dell’intero settore bancario
del Paese. Questo valore è ben rappresentato dall’indice FTSE Italia
Banche, facilmente comparabile con tutti i titoli degli istituti di credito
quotati in Borsa.
Non occorre essere analisti di Borsa per capire i grafici seguenti, che
riguardano due esempi di banche agli opposti. Basta avere una buona vista
e osservare la distanza tra le due curve.

FinecoBank: la curva in alto indica l’andamento del valore del titolo


Fineco, quella in basso l’andamento del valore dell’indice di settore. In altri
termini, Fineco performa meglio della media del settore bancario.

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Banca Carige: nel grafico alla pagina successiva, la curva in basso
indica l’andamento del valore del titolo Carige, quella in alto l’andamento
del valore dell’indice di settore. Carige, quindi, performa peggio della
media del settore bancario.

E, tanto per aggiungere un altro esempio celebre, guardate che cosa


accadde in Borsa a Lehman Brothers (curva in basso) due anni prima del

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crac:

COSA FARE?

Andate sul sito di Borsa Italiana e digitate il nome della vostra banca nella
barra in alto a destra. Scegliete il risultato relativo ad «azione» e attivate
l’opzione «grafico interattivo». Poi digitate «FTSE» nella barra sotto il grafico
e cliccate «compara».

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3. Ascoltate e interpretate le «voci»
Nessun fallimento bancario è mai arrivato come un fulmine a ciel sereno.
Nei mesi, se non addirittura negli anni precedenti al default di un istituto di
credito, anche se non quotato in Borsa, ci sono sempre stati allarmi e
dicerie sotto forma di notizie di cronaca economica e giudiziaria.
Prendiamo per esempio alcune notizie riportate nel 2014 sulla situazione
di Banca Etruria (ben due anni prima del crac, quindi):

«Banca Etruria: spunta piano B per vendita sofferenze.»


Corriere della Sera, 3 marzo 2014

«Banca Etruria, ecco la svolta…»


La Nazione, 5 maggio 2014

«Banca Etruria, in forte calo dopo conti, avvio ispezione ordinaria…»


Reuters Italia, 12 novembre 2014

COSA FARE?

Informatevi sulle vicende che riguardano la vostra banca. Se non avete il


tempo o non sapete come ricercare le notizie una per una in Rete o sui
giornali, vi consiglio di utilizzare Google Alert, un servizio gratuito che
raccoglie quotidianamente tutte le notizie riguardanti il soggetto per il
quale viene richiesto il monitoraggio. Basta avere un account Google e
inserire come soggetto di ricerca il nome della vostra banca.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Sei alla ricerca della banca a cui affidare i tuoi risparmi. Un consulente
bancario ti consiglia quella per cui lavora, dicendoti che è solida e
affidabile, cosa fai?

1. Controlli su Google che si tratti di una banca che esiste da molto


tempo.

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2. Cerchi su Google l’indicatore CET1 Ratio e controlli l’andamento del
titolo in Borsa qualora fosse quotata.
3. Controlli su Google che se ne parli bene.

B) Il consulente bancario ti dice che la sua banca è solida e affidabile


perché è quotata in Borsa, cosa fai?

1. Controlli quali altre banche sono quotate in Borsa.


2. Ti rassicuri e apri il conto presso la sua banca.
3. Confronti l’andamento del titolo della banca con l’indice FTSE Italia
Banche.

C) La banca alla quale hai pensato di affidare i tuoi risparmi riporta un


CET1 inferiore all’8%, cosa fai immediatamente?

1. Sei sicuro che salirà, pertanto sei tranquillo.


2. Scappi a gambe levate.
3. Meglio cercare una banca che abbia un CET1 superiore al 12%.

D) Ultimamente le notizie che riguardano il mondo bancario ti


preoccupano, cosa fai?

1. Acquisti e leggi quotidianamente i giornali di economia e finanza.


2. Controlli i tuoi risparmi depositati in banca ogni settimana.
3. Utilizzi il servizio gratuito Google Alert per recuperare
quotidianamente le notizie sulla tua banca e controlli il CET1.

E) Scopri che la banca che ti è stata proposta non è quotata in Borsa,


cosa fai?

1. Vai a cercarne una quotata.


2. Ti accerti che appartenga a un gruppo finanziario-assicurativo quotato
e ne controlli il CET1.
3. Controlli il CET1 e segui le notizie che circolano sulla banca.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 4 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

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Come aprire il conto corrente

IL conto corrente è il prodotto basilare del rapporto con la vostra banca, il


contenitore che regola qualsiasi operazione, sia ordinaria (accrediti di
pensione e stipendi, pagamento tasse e bollette, bonifici eccetera) sia di
investimento o di prestito e/o finanziamento. Senza conto corrente non si
può avere una relazione con un istituto di credito.
In due semplici passi vedremo come districarsi nella giungla dei conti
correnti e scegliere quello più adatto alle proprie esigenze.
Fino a quando le banche non saranno obbligate a semplificare le
comunicazioni ai consumatori, per orientarsi bisogna armarsi di un po’ di
pazienza, anche per evitare di pagare troppo caro ciò che invece potrebbe
costare molto meno.
Naturalmente, questo è necessario anche per chi ha già un conto corrente
e vuole verificare quanto sia conveniente.

Primo passo
Individuate il vostro «profilo di operatività»
Nel 2009 la Banca d’Italia ha distinto diversi profili di operatività dei conti
correnti con un’indagine statistica in collaborazione con il Consiglio
Nazionale dei Consumatori e degli Utenti (CNCU) e l’Associazione
Bancaria Italiana (ABI). La ricerca si basava su parecchi fattori, tra cui: il
numero e il tipo di operazioni svolte dai correntisti, la giacenza media dei
loro conti e l’utilizzo di strumenti aggiuntivi, come le carte di credito.
L’indagine ha rilevato sette profili di operatività, compatibili con
tipologie diverse di clienti:

Sei profili per il cosiddetto «conto a pacchetto» (il più utilizzato), che a
fronte di un canone o forfait periodico offre agevolazioni e sconti su

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alcuni servizi, e talvolta un numero illimitato di operazioni.
Un profilo per il conto corrente a consumo, il cui costo è direttamente
collegato al numero di operazioni effettuate. È quindi consigliato per
chi utilizza poco i servizi bancari.

Per capire qual è il profilo di operatività più simile al vostro è necessario


porsi alcune domande:

Apro il conto per esigenze famigliari o solo personali?


Intendo operare allo sportello oppure su Internet?
Quante operazioni penso di effettuare al mese?
Ho bisogno di una carta bancomat, carta di credito e/o di una carta
prepagata?
Devo domiciliare le bollette (energia elettrica, telefono, gas eccetera) in
modo che vengano pagate automaticamente?
Quanti pagamenti faccio in media all’anno tramite assegno? E quanti
bonifici?
Ho intenzione di fare degli investimenti con il denaro depositato sul
conto?
Addebiterò sul conto le rate del mutuo o del prestito?
La giacenza mensile media sarà superiore a 5.000 euro?

Mio figlio Agostino, per esempio, che ha ventiquattro anni, vive ancora
in casa con noi ed è praticante presso uno studio legale (si è da poco
laureato in Giurisprudenza), si è fatto tutte queste domande ed è arrivato
alla conclusione che ha bisogno di un conto corrente per eseguire le
seguenti operazioni:

Accreditare lo stipendio mensile.


Avere una carta bancomat e una carta di credito.
Addebitare la ricarica automatica dello smartphone e il servizio di
musica in streaming.
Saldare l’addebito mensile della carta di credito.
Fare massimo cinque prelievi al mese con bancomat.
Fare massimo tre addebiti al mese per acquisti online.
Fare massimo due versamenti di contante allo sportello al mese.
Avere una giacenza media mensile non superiore ai 5.000 euro.

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Quindi mio figlio esegue al massimo tredici-quattordici operazioni al
mese, per un totale di centosessanta operazioni all’anno. La sua operatività
è dunque coerente con il profilo «giovani», il primo dei sei individuati dalla
Banca d’Italia per il conto «a pacchetto», che prevede un numero massimo
di centosessantaquattro operazioni annue.
Ecco una tabella che raccoglie i sette profili sopra descritti.

TIPOLOGIA CONTO PROFILO NUMERO OPERAZIONI


CORRENTE OPERATIVITÀ ANNUALI

A pacchetto Giovani 164


A pacchetto Famiglie con bassa 201
operatività
A pacchetto Famiglie con media 228
operatività
A pacchetto Famiglie con elevata 253
operatività
A pacchetto Pensionati con bassa 124
operatività
A pacchetto Pensionati con media 189
operatività
Ordinario Bassa 112

Secondo passo
Individuate il conto corrente più conveniente
Una volta identificato il vostro profilo, occorre passare alla ricerca del
conto corrente più adatto dal punto di vista economico. Per fortuna esiste
un indice facilmente reperibile sul web o in ogni banca: l’Indicatore
Sintetico di Costo (ISC), anche chiamato «TAEG» (Tasso Annuo Effettivo
Globale). È un valore che fornisce un’indicazione del costo complessivo
del conto corrente, considerate tutte le spese (anche quelle non
«comprensibili» per il correntista) e le commissioni addebitabili al cliente
nel corso dell’anno, esclusi oneri fiscali e interessi.
In pratica, anziché leggervi (se ci riuscite) le quindici pagine del

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documento di sintesi (alla faccia della sintesi!) riguardo all’apertura del
conto corrente, vi basterà dare un’occhiata a questo valore contenuto nel
foglio informativo rintracciabile sul sito web della banca o presso una delle
filiali.
Inoltre, sul web ci sono diversi siti che mettono a confronto i costi dei
conti correnti applicati dalle banche, uno dei quali è ConfrontaConti.it
In fase di apertura di un conto, l’ISC rappresenta dunque un valido
strumento di confronto delle varie offerte disponibili, poiché è sempre
calcolato sulla base dei profili di operatività definiti dalla Banca d’Italia.
Naturalmente, ciascuno dovrà comparare le offerte delle banche presenti
sul proprio territorio, anche in base alla loro affidabilità e solidità, come
abbiamo visto all’inizio del libro. E ricordate che ai costi di un conto
corrente dovete sempre aggiungere l’imposta di bollo e gli eventuali
interessi nel caso si utilizzi uno scoperto di conto corrente.
Attenzione: l’ISC è un costo indicativo calcolato artificialmente in base
al tipo di utilizzo più adatto a voi. Perciò è possibile che a fine anno il
vostro estratto conto riporti un’altra storia: basta un utilizzo diverso dei
servizi, qualche operazione in più del previsto o anche azioni che il vostro
profilo non garantiva. Al 31 dicembre è quindi opportuno che confrontiate
il costo effettivo sostenuto per il conto corrente (riportato nell’estratto
conto) con quello orientativo dichiarato nell’ISC. Una differenza
significativa tra i due costi sta a indicare che la tipologia di conto che avete
aperto non è adatta alle vostre esigenze.
Nell’ultimo anno i costi per i servizi sui conti correnti bancari, compresi
quelli online (più economici), dei dieci principali istituti di credito sono
cresciuti in media del 20%. Si tratta di un groviglio in cui districarsi diventa
difficile per il cittadino comune (e non solo), perché contrariamente a
quanto si possa immaginare, vi è un eccesso di informazione!
Sì, proprio così, ogni pagamento che effettuiamo in banca o da casa è
riportato, per filo e per segno, nell’esteso documento di sintesi allegato
all’estratto conto di fine anno: domiciliazione delle bollette, bonifici,
pagamento dei pedaggi, invio delle comunicazioni da parte della banca,
bancomat, carta di credito e qualsiasi registrazione (scrittura) relativa a
qualunque movimento (in entrata e in uscita) sul vostro conto corrente. E
forse anche il buongiorno degli impiegati allo sportello!
Non esistono quindi costi occulti per il correntista, ma tanti e
incomprensibili oneri di difficile analisi, se considerati singolarmente.

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Senza contare che queste spese aumentano in corso d’opera, anche
attraverso subdole «manovre massive», come vengono chiamate, ovvero
attività poco trasparenti che le banche svolgono per aumentare di qualche
punto base i tassi applicati alla clientela e accrescere il loro profitto.
Per esempio, dalla direzione centrale dell’istituto arriva una circolare per
informare il personale che, «con decorrenza ieri, su tutti i conti correnti i
tassi attivi [quelli che guadagna la banca quando ci presta i soldi] sono
aumentati dello 0,1%, e i tassi passivi [quelli che la banca paga a chi
deposita i soldi] sono diminuiti dello 0,001%. La clientela sarà informata
tramite il prossimo estratto conto trimestrale».
Punto. Senza se e senza ma. Con un semplice clic che parte dalle «torri
cablate» delle direzioni generali vengono modificate le condizioni a tutti i
correntisti!
Di solito gli istituti agiscono all’inizio del trimestre, in modo che gli
aumenti vengano comunicati solo attraverso l’estratto conto scalare, che se
tutto va bene viene recapitato entro i primi venti giorni del trimestre
successivo (che si riducono a quattro-cinque per la versione digitale).
Se il cliente non se ne accorge, continuerà a pagare un tasso diverso da
quello che ha concordato all’apertura del conto. Secondo una statistica
interna di un noto istituto elaborata sulla base dei reclami pervenuti, circa il
97% dei correntisti non presta attenzione a questi aumenti.

Come difendervi?
Esiste un percorso molto più rapido per ottenere un quadro immediato della
situazione. Ho cercato di sintetizzarlo attraverso alcune domande-risposte.

Le banche possono cambiare le condizioni dei conti?


Sì, possono farlo. La legge prevede che le banche dispongano di questa
facoltà purché venga specificato un giustificato motivo, e che questo sia
riportato sulla comunicazione (anche l’estratto conto) inviata al cliente.
Inoltre, la Banca d’Italia puntualizza che deve sempre esserci un legame
diretto tra la causa dell’aumento e l’importo della modifica.
Per questo motivo nel 2017 ha inviato una lettera alle banche in cui
specifica quando le modifiche unilaterali non sono efficaci («anomale»),
ovvero quando non vengono rispettate le regole di cui sopra. In altri

26
termini, se la banca aumenta le spese perché vuole riversare sui correntisti i
costi della sua inefficienza, oppure quelli che ha sostenuto per salvare le
sue consorelle, i clienti hanno il diritto di reclamare.

Come reclamare per l’aumento ingiustificato dei costi del conto


corrente?
Per verificare se il vostro caso è tra quelli indicati come «anomali» dalla
Banca d’Italia si può fare un reclamo all’istituto prima verbalmente (di
solito senza alcun risultato), poi con un’e-mail (meglio se tramite posta
certificata). Se entro trenta giorni non arriva risposta o ne arriva una non
soddisfacente, si può fare ricorso all’Arbitro Bancario e Finanziario (ABF),
un organo di composizione extragiudiziale delle controversie tra
consumatori e banche. Pochi euro per una raccomandata a/r e si ottiene una
risposta.
In ogni caso, se il comportamento della banca non vi è piaciuto a
prescindere e avete perso fiducia, è venuto il momento di cambiarla!

Il conto corrente base per i cittadini


in difficolta finanziarie
Esiste una possibilità per i cittadini che devono aprire un conto corrente e
non godono di condizioni economiche favorevoli. Si tratta del conto
corrente base che le banche difficilmente (se non mai) propongono, perché
ci guadagnano poco o nulla.
A ogni modo, questa tipologia di conto non è una novità. In Italia esiste
dal 2012, e dal 20 giugno 2018 è un prodotto regolamentato dal Testo
Unico Bancario (TUB), che riporta le leggi in materia bancaria e creditizia
ed è pubblicato dalla Banca d’Italia. Sono infatti entrati in vigore i dettagli
attuativi del prodotto di inclusione finanziaria (decreto ministeriale
70/2018), che offre ai risparmiatori in difficoltà finanziarie o in età sensibili
il diritto di aprire un conto corrente denominato «base», con solo canone
annuale onnicomprensivo e senza ulteriore addebito per altre spese, oneri o
commissioni.
È un conto corrente semplificato, perché non prevede assegni, scoperto,
fido, deposito titoli.
A parte il canone, la banca non può far pagare nulla di più per un conto

27
base. Ma sulla carta è ancora troppo costoso e con sostanziali differenze tra
le varie offerte.

Qual è l’operatività del conto base?


La legge ha individuato un pacchetto di operazioni e servizi che tutti i
conti base devono prevedere.
Nel canone sono inclusi:

Sei prelievi annui di contante allo sportello.


Una carta di debito (bancomat).
Prelievi illimitati allo sportello automatico della banca, o dello stesso
gruppo.
Dodici prelievi allo sportello automatico di altre banche.
Numero illimitato di pagamenti (area euro) con carta di debito.
Dodici versamenti annui di contanti e assegni.
Trentasei accrediti all’anno ricevuti con bonifico, compresi stipendio
e/o pensione nella zona euro.
Dodici bonifici relativi a pagamenti ricorrenti nella zona euro.
Sei bonifici (non ricorrenti) se effettuati con addebito in conto nella
zona euro.
Sei richieste di elenco movimenti.
Quattro invii informativa periodica (estratti conto e documenti di
sintesi, incluse le spese postali).
Una comunicazione di trasparenza (incluse le spese postali).

Inoltre, nei contratti del conto base dovrà essere chiaramente indicato il
numero di operazioni gratuite a disposizione del cliente, e il costo delle
singole operazioni nel caso in cui tale soglia venga superata.

Chi può avere gratis un conto base?


La legge ha anche individuato delle categorie particolari per cui il conto
base è offerto gratuitamente, senza alcun tipo di spese (neppure i bolli):

Persone che hanno un Indicatore della Situazione Economica


Equivalente (ISEE) inferiore agli 11.600 euro. In tal caso il conto può
essere cointestato solo ai componenti del nucleo famigliare sul quale è
stato calcolato l’indicatore.

28
Pensionati che ricevono una pensione annua non superiore ai 18.000
euro lordi.

Un correntista che rientrasse in queste categorie e avesse aperto un conto


base gratuito, per mantenere le stesse condizioni di favore nell’anno
successivo deve comunicare, entro il 31 maggio, l’autocertificazione
attestante il proprio ISEE in corso di validità o il proprio trattamento
pensionistico. In caso di mancata comunicazione entro questo termine,
oppure di comunicazione di ISEE o di trattamento pensionistico superiore a
quanto sopra indicato, la banca addebiterà il canone e, se dovuta, l’imposta
di bollo a decorrere dal 1° gennaio dell’anno in corso.

Come aprire un conto corrente base gratuito?


Preparate un’autocertificazione scritta in cui si attesta il vostro
trattamento pensionistico o il vostro ISEE. Dopodiché andate in banca
(anche Banco Posta) e chiedete – è un diritto sancito dal decreto
ministeriale 70/2018, come già detto – di aprire un conto corrente base
gratuito. Se vi dicono che non hanno questo tipo di prodotto o fanno
ostruzionismo, denunciate il fatto con raccomandata a/r (o posta elettronica
certificata) all’ufficio reclami della banca, che avrà trenta giorni per
rispondere. Per la denuncia, potete ispirarvi a questo modello di lettera:

Spett.le Banca ________


Ufficio reclami

Oggetto: rifiuto accensione conto base gratuito.

Il/la sottoscritto/a ____________ , titolare del conto corrente n. ________,


denuncia, pur avendone i requisiti, il rifiuto da parte dell’Istituto di aprire un
conto base gratuito in data ___________. Si tratta di un diritto acquisito per
legge (decreto ministeriale 70/2018) e tuttavia non riconosciuto dalla filiale di
[città] per il quale si chiede il vostro intervento risolutivo. In mancanza di tale
adempienza mi vedrò costretto/a ad adire l’Arbitro Bancario e Finanziario.
Città, data
Firma

Se non ricevete una risposta soddisfacente, o non la ricevete affatto,

29
potete dunque fare appello, entro dodici mesi, all’ABF. Ma siccome la
procedura dell’arbitrato è lunga e complicata, forse è meglio rivolgersi
direttamente a un’altra banca!

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Hai scelto la banca, ora devi aprire un conto corrente, cosa fai?

1. Apri il conto che ti propongono senza soffermarti troppo sulle


condizioni.
2. Controlli le condizioni e scegli quello più coerente con le tue esigenze.
3. Scegli quello più pubblicizzato perché secondo te sarà sicuramente il
migliore.

B) Il consulente bancario ti propone un conto «a pacchetto» che


secondo lui è adeguato all’utilizzo che ne farai, tuttavia ti chiedi se in altre
banche potresti trovare una soluzione più vantaggiosa, cosa fai?

1. Controlli l’Indicatore Sintetico di Costo (ISC), chiamato anche TAEG,


e lo confronti con l’ISC dei conti correnti di altre banche.
2. Controlli il CET1 della banca.
3. Leggi per bene tutte le pagine del documento di sintesi.

C) Hai scelto il tuo conto corrente, ma dopo un anno scopri di avere


pagato più di quanto prospettato, cosa fai?

1. Cambi banca senza chiedere spiegazioni.


2. Chiudi il conto e ne apri un altro presso un’altra banca.
3. Verifichi che il tuo utilizzo sia adeguato al profilo scelto.

D) Hai scoperto che le condizioni del tuo conto corrente sono state
modificate, cosa puoi fare?

1. Dev’esserci stato un errore, la banca non può modificare le condizioni


del conto corrente.
2. Non paghi e chiudi il conto.
3. Reclami con un’e-mail, meglio se certificata, e se entro trenta giorni
non arriva risposta, o ne arriva una non soddisfacente, fai ricorso

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all’Arbitro Bancario e Finanziario con una raccomandata a/r.

E) Vai in banca perché hai bisogno di un conto corrente, ma siccome sei


in difficoltà economiche…

1. …non puoi aprirlo.


2. …puoi chiedere di aprire un conto base.
3. …devi organizzare una raccolta fondi per poterlo aprire.

F) Vai in banca per chiedere di aprire un conto base gratuito sapendo di


averne diritto, ma ti rispondono che non è possibile, cosa fai?

1. Ti rivolgi a una banca con un CET1 favorevole.


2. Invii una raccomandata a/r o un’e-mail certificata all’ufficio reclami
della banca denunciando che il diritto al conto base è riservato a tutte le
persone con un ISEE inferiore agli 11.600 euro e ai pensionati che non
superano i 18.000 euro lordi annui.
3. Recensisci negativamente la banca sui social.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 5 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

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Scegliere il consulente bancario

Figli della stessa madre


Una volta scelta la banca (o, meglio ancora, il gruppo bancario) e il conto
corrente che fa per voi, dovrete scegliere il consulente che possa servirvi
nel modo più professionale, trasparente e onesto possibile, se volete fare
degli investimenti oppure chiedere un finanziamento.
La scelta del consulente vi è consentita in tre casi su quattro fra quelli
che andremo a trattare nelle prossime pagine (b, c, d), mentre quello che
trovate allo sportello, di solito, vi viene semplicemente assegnato (a).
Questa scelta è quindi determinante nel percorso verso la consapevolezza
finanziaria, che è l’obiettivo di questo libro. Un passaggio non semplice che
richiede una piccola analisi psicologica della persona che vi troverete di
fronte. Si tratta, in sostanza, di osservare i modelli mentali con cui i
venditori di prodotti finanziari approcciano il cliente.
Il nostro rapporto con le banche è spesso influenzato dalla presunta (e
ingenua) consapevolezza che tale relazione goda di «privilegi» e di
particolari attenzioni solo perché magari conosciamo il direttore, figura
simbolo di un «potere che fu», la cui amicizia, conoscenza o stima
ostentiamo per un caffè al bar o anche solo per un semplice saluto di
riconoscimento in filiale, come se fosse uno status.
A questo proposito, la prima cosa che dovete sapere è che oggi tutte le
funzioni decisionali in materia sia creditizia sia di prezzi dei prodotti
bancari e finanziari sono accentrate nelle «torri cablate» delle direzioni
generali degli istituti. Al direttore di filiale resta quindi una limitata
capacità decisionale e pochi spazi di manovra, se non il coordinamento
delle direttive impartite dall’alto e le pressioni sui suoi consulenti-venditori
affinché vendano ciò che gli hanno imposto di collocare.
Una figura determinante, invece, e spesso anche tecnicamente più
preparata del direttore e più idonea a indirizzarvi nelle scelte di gestione e

32
investimento dei risparmi, è il consulente-venditore di filiale. È con lui che
parlerete di più prima di prendere le vostre decisioni; è con lui che dovrete
instaurare un rapporto di trasparenza e lealtà; ed è lui che dovrà gestire le
pressioni dei suoi capi affinché collochi, tra gli altri, anche i prodotti
cosiddetti «spazzatura». Perché ricordate: più si sale nella gerarchia di una
banca o gruppo bancario – direttore, superdirettore, megadirettore galattico,
per dirla alla Fantozzi – più l’autonomia di pensiero e l’etica vengono
controllate e gestite dai vertici che compongono il top management.
Sotto quest’ottica, si possono individuare quattro tipologie di consulenti-
venditori, che ora cercherò di descrivere affinché impariate a riconoscerli.

a) I consulenti bancari che trovate allo sportello


Sono quelli che svolgono i propri compiti sulla base di un contratto di
lavoro dipendente, quindi percepiscono uno stipendio fisso mensile
eventualmente incrementato dai bonus legati alle campagne di
incentivazione per la vendita di determinati prodotti che, come ho già detto,
vengono decise dai top manager delle banche. In altri termini, questo tipo di
consulente si ritrova costretto a eseguire gli ordini di scuderia per evitare
ulteriori pressioni o, peggio, trasferimenti in altre filiali.
Ecco il punto che negli ultimi vent’anni ha determinato una mutazione
antropologica del consulente bancario, il quale ha via via subito
un’assuefazione ai ritmi imposti dal top management e si è adeguato. Si
chiama «sistema di incentivazione delle prestazioni», noto come
Management By Objectives (MBO, gestione per obiettivi), un meccanismo
che può trasformare un consulente bancario in un venditore aggressivo,
incisivo, convincente e spesso subdolo.
Mi spiego meglio.
Le banche, così come tutte le imprese orientate al profitto, all’inizio
dell’anno consegnano alla rete delle filiali il budget. Di cosa si tratta? Il
budget, o «bilancio di previsione», comprende gli obiettivi commerciali e
reddituali che ogni gestore, consulente, filiale e direzione di area regionale
deve ottenere entro il 31 dicembre al fine di contribuire al risultato
economico dell’azienda. Quindi ogni uomo di filiale – ripeto: ogni singolo
dipendente che opera all’interno di una filiale di banca, anche il cassiere –
riceve una propria scheda obiettivi che, in base al ruolo che ricopre e alla

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sua posizione nella gerarchia aziendale, riporta il traguardo che dovrebbe
raggiungere entro l’anno in termini di vendita di prodotti finanziari. E alla
scheda obiettivi è legato, appunto, un incentivo. In pratica, la banca dice ai
suoi uomini: se raggiungerete questo risultato vi darò un premio.
Raggiunto l’obiettivo (essenzialmente commerciale), il dipendente avrà
sia una maggiore visibilità in termini di percorso di carriera e di crescita
professionale, sia vantaggi economici (con incrementi di reddito che negli
anni d’oro sono stati anche del 20% della retribuzione fissa), viaggi premio,
regali (scooter, televisori, biciclette, cellulari) o altri benefit.
Così, attraverso questi incentivi – che il sostenitore più integralista
dell’etica commerciale fatica ad accettare –, si trasformano la psiche e i
comportamenti del bancario, la cui vita inizia a dipendere da tale sistema.
Per esempio, nei miei ventidue anni di management bancario mi sono
ritrovato, quasi senza rendermene conto, a organizzare il budget famigliare
non a partire dal mio stipendio fisso, come sarebbe stato normale e naturale
fare, ma dando per scontati i premi di fine anno e quindi il raggiungimento
degli obiettivi, che ovviamente erano sempre più ambiziosi. Nel mio
bilancio i premi non erano una parte variabile del reddito, bensì un’entrata
fissa e garantita. Non potevo più farne a meno.

COSA FARE?

Un semplice ma efficace consiglio che posso darvi deriva da un’esperienza


personale – una lezione che non dimenticherò mai – che risale a quando ero
manager bancario. Ora lo adotto io stesso quando devo acquistare un
prodotto o servizio e mi trovo di fronte a un consulente-venditore
dipendente.
Un cliente era stato contattato da un consulente della banca che «doveva»,
perché pressato dagli obiettivi incentivati, proporgli l’acquisto di una polizza
assicurativa. Le sollecitazioni erano continue, sistematiche, forti, ma il
risparmiatore non cedeva.
A un certo punto chiese di parlare con il direttore, cioè il sottoscritto. Lo
fecero accomodare nel mio ufficio e, senza scomporsi, mi disse: «Direttore,
sono due settimane che il suo collaboratore mi pressa per vendermi questo
prodotto che ritiene coerente e indicato per il mio profilo. Me ne ha
descritto la magnificenza, ma io non sono convinto. E sa perché? Perché»,

34
continuò senza aspettare la mia risposta, «voglio vedere la sua scheda di
incentivazione e quella del suo collaboratore, e se non siete spinti da una
motivazione di guadagno personale allora lo acquisterò!»
Rimasi sbigottito. Non tirai fuori la scheda perché sarei stato «sgamato».
Ovviamente, il risparmiatore non solo non acquistò il prodotto, ma perse
completamente la sua fiducia nei confronti della banca e trasferì i suoi
risparmi in un altro istituto di credito.
Provate a fare come lui e osservate la reazione del consulente (o del suo
superiore). La sua risposta, compreso il suo silenzio, vi fornirà sicuramente
un’indicazione sull’etica commerciale della vostra banca.

b) Consulenti finanziari (ex promotori finanziari)


Sono i venditori «porta a porta» di prodotti finanziari, liberi professionisti
che svolgono il loro operato sulla base di un mandato. In altri termini, si
tratta di professionisti-impresa, con una propria partita IVA, che possono
però collocare solo i prodotti della banca a cui sono legati da un vincolo
monomandatario.
Il promotore finanziario non può dunque vendere i prodotti di un altro
istituito. Ecco perché spesso, per dissuadere i suoi clienti dal comprare un
prodotto di un’altra banca, utilizza la formula: «Quello non esiste più» o «È
troppo rischioso». Per questo la loro consulenza si definisce «non
indipendente».
Il promotore finanziario non riceve uno stipendio fisso dalla banca, ma
viene remunerato in base alle provvigioni sulle vendite effettuate al suo
cliente. Sembra paradossale, ma il datore di lavoro del promotore non è la
banca, bensì il cittadino che diventa suo cliente (del promotore, non della
banca). E a differenza dello scenario con il precedente tipo di consulente,
qui sono due i soggetti a dover guadagnare: la banca e il promotore. E
secondo voi chi paga?
A ogni modo, sia i consulenti bancari (venditori allo sportello) sia i
promotori finanziari (venditori «porta a porta») sono figli della stessa
madre. I gruppi creditizi-assicurativi, le grandi holding della finanza,
posseggono sia una banca (con un brand, per esempio UniCredit) sia una
rete di promotori finanziari (spesso con un altro brand, per esempio

35
FinecoBank). Le logiche commerciali sono le stesse: spingere le vendite
per massimizzare i profitti per le banche e i consulenti, spesso senza
preoccuparsi di offrire benefici ai clienti.
Occorre un cambio delle dinamiche e quindi di mentalità. Nel frattempo,
però, dobbiamo difenderci.

COSA FARE?

Anche in questo caso, un’esperienza che ho vissuto come formatore può


essere indicativa dell’approccio commerciale del promotore finanziario.
Durante un seminario sull’«etica della professione del venditore di prodotti
finanziari», tenuto a un gruppo di promotori di un’importante banca, chiesi
qual era stata la loro esperienza più traumatica durante la fase di
persuasione di un cliente. Rimasi colpito dal racconto di una professionista
molto stimata che fece riferimento a un episodio, anche nel suo caso
determinante, capitatole a inizio carriera. Un suo cliente, prima di
sottoscrivere l’acquisto di un prodotto, le aveva chiesto: «Se è così convinta
dei benefici di questo prodotto, sicuramente l’avrà acquistato anche lei. Mi
fa vedere il suo estratto conto titoli?»
Fate la stessa domanda al vostro promotore e osservate la sua reazione. A
volte i muscoli maxillo-facciali fanno capire tante cose.

c) Il consulente finanziario indipendente


È legato solo al cliente in base a un mandato ricevuto, e può aiutare il
risparmiatore a orientarsi meglio, a evitare prodotti poco efficienti o troppo
rischiosi. Ponendo in concorrenza più intermediari, può trovare le migliori
condizioni sul mercato e utilizzare strumenti che le banche di solito non
propongono perché semplici e/o a basso valore aggiunto per se stesse.
Il professionista indipendente viene remunerato solo dal risparmiatore, e
non essendo assillato da pressioni sulle vendite, dato che non riceve alcun
compenso dagli intermediari, ha tempo di seguire i mercati ed è in grado di
far cogliere ai suoi clienti le opportunità per ottenere un rendimento in linea
con le loro aspettative, mantenendo al tempo stesso il controllo sul rischio

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concordato.
Nel nostro Paese la lobby finanziaria vuole un popolo di risparmiatori
ignoranti. Il sistema bancario sa perfettamente che un cliente poco
informato è più facile da gestire, quindi non ha interesse a elevarne il livello
di cultura finanziaria. Per una maggiore consapevolezza in questo ambito,
dunque, sono indispensabili due fattori: un’informazione oggettiva, priva di
conflitti d’interesse (che è l’intento di questo libro), e la volontà di
cambiare.
Nei Paesi anglosassoni, in cui la cultura finanziaria è più elevata,
chiunque disponga anche solo di un piccolo patrimonio si avvale di un
consulente finanziario indipendente e di fiducia che lo assista nella
pianificazione e nella relazione con gli intermediari finanziari. Il consulente
non è un mago, ma può aiutare il risparmiatore a orientarsi e a evitare
prodotti poco efficienti o troppo rischiosi.
La parcella di un professionista indipendente è di solito inferiore alla
somma che la banca o l’assicurazione preleva direttamente dal conto
corrente del cliente sotto forma di commissioni. Non solo: spesso il
risparmiatore, oltre a non sapere quanto sta rischiando, non è nemmeno a
conoscenza dell’ammontare effettivamente prelevato dai suoi investimenti
a titolo di spese, né sa a quali costi aggiuntivi è soggetto. Ma di questo
parleremo più avanti, nella parte sugli investimenti.
A ogni modo, anche in questo caso i soggetti che devono guadagnare
sono due: la banca e il consulente finanziario indipendente, che quindi deve
essere un ottimo professionista, uno che sappia scegliere prodotti e banche
che gli permettano di massimizzare i rendimenti e minimizzare i costi per il
cliente.

COSA FARE?

Semplice! Un’analisi costi-benefici del prodotto proposto dal consulente


indipendente, da confrontare con la stessa offerta da parte della vostra
banca.
In altri termini, dovete farvi fare un preventivo dei costi dell’offerta
(comprensivi degli onorari del professionista) e poi andare dalla vostra
banca e chiedere quanto vi costerebbe all’anno un investimento del genere.
Questo vi permetterà di capire immediatamente di che pasta è fatto il

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consulente finanziario indipendente a cui vi siete rivolti.

d) Il gestore esterno indipendente


È una figura di cui in Italia si parla poco, ma è molto diffusa in Svizzera e
nei Paesi anglosassoni, dove è noto come «external asset manager»
(gestore patrimoniale esterno). Lavora per una Società di Gestione del
Risparmio (SGR), la cui attività principale è la gestione dei portafogli. Le
SGR sono di fatto i fornitori di prodotti finanziari delle banche, le quali poi
li rivendono a costo maggiorato ai loro clienti.
Queste società gestiscono sia i fondi d’investimento sia i portafogli dei
clienti, direttamente e in maniera indipendente. Per la tutela dei patrimoni
dei loro clienti, i gestori esterni si avvalgono comunque delle banche, che
però accettano di essere soltanto depositarie (cioè guadagnano una piccola
percentuale sulle somme in gestione).
Praticamente, rivolgendosi al gestore che lavora per queste società il
cliente accorcia la filiera e si rapporta direttamente con il «produttore»,
come se fosse lui stesso un soggetto professionale o istituzionale, e quindi
risparmiando costi e guadagnando in personalizzazione. Essendo il primo
anello della catena della distribuzione finanziaria, il gestore esterno
indipendente non viene pagato dai prodotti, ma applica in chiaro le sue
commissioni al cliente per creare una gestione personalizzata. I consulenti
finanziari delle SGR possono dunque concentrarsi sulle esigenze del
cliente, grazie all’indipendenza della società per cui operano.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Hai scelto la banca e il conto, e ora vorresti avere un’unica persona


con cui rapportarti, cosa fai?

1. Chiedi direttamente del direttore, che potrà sicuramente riservarti un


trattamento migliore.
2. Chiedi di poter scegliere il consulente di filiale che ti ispira maggiore
fiducia dopo avere osservato come si approccia al cliente.
3. Non puoi scegliere, devi rapportarti di volta in volta con chi troverai

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allo sportello.

B) Il tuo consulente ti propone prodotti con insistenza, cosa fai?

1. Ti affidi a lui.
2. Chiedi di verificare la sua scheda di incentivazione per capire se è
spinto a vendere quei prodotti più di altri.
3. Rifiuti a priori, non ti piace la sua insistenza.

C) Sei stato avvicinato da un consulente finanziario che dice di essere


indipendente dalle banche e ti prospetta investimenti e onorario da
pagargli, cosa fai?

1. Rifiuti perché in banca la consulenza non la paghi.


2. Rifiuti perché sai che non esistono consulenti indipendenti.
3. Chiedi alla banca quanto ti costerebbero all’anno gli stessi prodotti che
ti ha proposto lui, per confrontare la trasparenza e l’economicità (o
costi) della tua banca con quella del consulente che ti ha contattato.

D) Un tuo amico che vive in Svizzera ti ha detto che per i suoi


investimenti si rivolge direttamente alle Società di Gestione del Risparmio,
riducendo i costi che di solito applicano banche e consulenti indipendenti.
Tu pensi:

1. Magari vivessi in Svizzera! Qui in Italia è tutto più complicato e c’è


sempre chi deve mangiarci sopra.
2. Devo informarmi meglio e capire come posso farlo anch’io, una volta
individuato il prodotto finanziario adeguato a me e la società di
gestione che può fornirmelo direttamente.
3. Sicuramente il mio amico si sta sbagliando.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 3 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

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Fare il test per il profilo di rischio

QUESTA è forse la parte più importante di tutto il libro. Se il comune


cittadino prestasse la giusta attenzione al profilo di rischio, forse potrebbe
evitare la maggior parte dei suoi problemi con le banche.
Le mie denunce e la cronaca, che tra qualche anno diventerà storia, degli
ultimi sei-otto anni hanno dimostrato che la madre di tutte le truffe
finanziarie è stata la manipolazione dei profili di rischio da parte degli
intermediari finanziari. Non c’è scandalo finanziario che non abbia
all’origine tale alterazione. Quindi concentratevi e seguitemi.
La direttiva comunitaria sui servizi di investimento, entrata in vigore nel
2007 e nota come MiFID (Market in Financial Instruments Directive),
richiede che le banche, per qualsiasi cliente e per qualunque offerta di
prodotti, debbano obbligatoriamente valutare «l’adeguatezza e
l’appropriatezza del prodotto o servizio offerto e venduto ai clienti». A tale
fine, la normativa stabilisce che ciascuna banca deve «obbligatoriamente»
classificare i propri clienti in base alle loro caratteristiche e alla loro
competenza in materia finanziaria, e tracciarne quindi un «profilo di rischio
o finanziario».
Ma perché questa precauzione? Che cosa fanno le banche di solito?
Il profilo di rischio è una vera e propria fotografia dell’investitore che
emerge da un questionario detto «test di appropriatezza», il quale raccoglie
e documenta i dati che il cliente fornisce alla banca attraverso le risposte. In
sostanza, dovrebbe servire alla banca per tutelare il risparmiatore affinché
si possa creare un portafoglio titoli che sia in linea con le caratteristiche, le
aspettative e l’attitudine al rischio finanziario, appunto, che il cliente ha
espresso attraverso il test. Il problema, però, è che in molti casi questo test,
e quindi il profilo che ne risulta, non corrisponde all’esatta fotografia
dell’investitore, ma a quella che la banca, spesso surrettiziamente, produce
per lui precompilando il questionario, cioè spuntando le caselle del test che
ritiene più «convenienti». In questo modo gli istituti di credito si

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precostituiscono la «base» obbligatoria per poter collocare e vendere i
prodotti più proficui per loro, non quelli coerenti con il profilo del
risparmiatore!
Si tratta di un «paracadute» spesso difficile da smontare, anche davanti a
un giudice, quindi fate molta attenzione.
Ma ora vediamo com’è costruito questo test.

Le domande
L’intervista è costituita da quindici-venti domande che variano da banca a
banca, riguardanti cinque aspetti chiave.

1. Gli obiettivi d’investimento


Solo dopo che avrete individuato i vostri obiettivi potrete adottare
consapevolmente una strategia d’investimento coerente. A tale proposito è
importante ricordare che a ogni rendimento è associato un rischio: nel
mondo degli investimenti finanziari è fondamentale tenere conto di questa
equazione. Più rischio, maggiore potrebbe essere il rendimento; meno
rischio, minore sarà il rendimento.

1. Quale obiettivo si propone per il portafoglio dei suoi investimenti?


a) Voglio sicurezza riguardo al capitale investito e al rendimento cedolare
(rispetto al mio portafoglio avrò flussi contenuti ma costanti e
prevedibili).
b) Voglio ottenere una crescita del capitale investito, anche accettando il
rischio di perderlo in parte.
c) Voglio ottenere una crescita elevata del capitale investito, anche
accettando il rischio di perderne una parte consistente.

Sulla base di quanto detto finora, se alla domanda 1 rispondete a), siete
investitori poco propensi a correre rischi. Di conseguenza, dovrete anche
limitare le vostre aspettative di rendimento.
Se rispondete b), mostrate invece di avere una maggiore propensione al
rischio, a fronte di un più alto rendimento atteso. Questo esprime la vostra
disponibilità a mettere a rischio il rendimento del vostro portafoglio,

41
pregiudicando solo in piccola parte il monte dei risparmi investiti. Potendo
attuare una strategia d’investimento meno conservativa rispetto alla
precedente, avrete accesso a rendimenti attesi più elevati.
Se rispondete c), manifestate una decisa propensione ad assumervi dei
rischi, e quindi ad accedere a rendimenti attesi più elevati. In linea generale,
siete propensi a investire una quota significativa del capitale in titoli
azionari o nel comparto titoli obbligazionari ad alto rischio. In altre parole,
accettate una variabilità potenziale consistente del valore del vostro
portafoglio, e quindi del risultato dei vostri investimenti.

2. Esperienza di investitore e disponibilità di tempo


Solo con l’esperienza e la conoscenza dei prodotti e dei mercati è
ragionevole pensare di assumersi maggiori rischi. Investire sui mercati
finanziari con la logica del gioco può esporvi a eventi di cui non avete
consapevolezza.

2. Con quale frequenza, in media, si dedica alla gestione del portafoglio dei
suoi investimenti?
a) Non più di due volte all’anno.
b) Trimestralmente.
c) Spesso.

3. In termini di esperienza finanziaria, in quale dei seguenti profili si


riconosce maggiormente?
a) Dotato di un’esperienza operativa estesa a diverse tipologie di strumenti
finanziari e di mercati.
b) Dotato di un’esperienza operativa limitata solo ad alcune tipologie di
strumenti finanziari e di mercati.
c) Nessuna esperienza.

4. In termini di informazione finanziaria, in quale dei seguenti profili si


riconosce di più?
a) Mi informo costantemente sull’andamento dei mercati finanziari.
b) Mi informo solo saltuariamente.
c) Non mi informo mai.

42
Si tratta di domande che offrono l’opportunità di approfondire la vostra
conoscenza, anche in relazione alla vostra storia personale nel mondo degli
investimenti.
I rendimenti attesi di molti strumenti finanziari sono soggetti a
variazioni anche molto consistenti e repentine. È il caso degli investimenti
in azioni, in derivati o in obbligazioni ad alto rischio-rendimento. Pur
avendo un’esperienza adeguata, se non avete il tempo per seguire
l’evoluzione del vostro portafoglio e riallocarne la composizione con
sollecitudine, è opportuno che la vostra esposizione ai rischi sia limitata.

3. La situazione finanziaria
Raccogliere informazioni sulla vostra situazione finanziaria è fondamentale
per attribuirvi un profilo di rischio. Le prossime tre domande sono dunque
relative alla vostra sfera personale: il loro scopo è prendere consapevolezza
di eventuali vincoli o impegni personali in termini di spesa che possano
impedirvi di intraprendere strategie d’investimento «aggressive» di medio o
lungo termine.

5. Considerato l’attuale tasso annuo d’inflazione, quali aspettative ha


riguardo ai suoi redditi futuri?
a) Un incremento molto superiore al tasso d’inflazione.
b) Un incremento in linea con il tasso d’inflazione.
c) Un reddito in declino.

La logica alla base di questa domanda è quella di capire in quale misura


sentite il bisogno di proteggere il capitale che intendete investire in
relazione alla vostra capacità di produrre un reddito. In particolare, l’ipotesi
di un reddito in declino (risposta c) supporta la scelta di una strategia
d’investimento conservativa.

6. In un orizzonte temporale di tre-cinque anni, quale percentuale del suo


portafoglio pensa di utilizzare per spese importanti, anche di natura
straordinaria (per esempio, per l’acquisto di case, automobili, terreni
eccetera)?
a) Fino al 10%.
b) Fino al 30%.

43
c) Fino al 50%.
d) Tutto.

Questa domanda affronta il tema delle spese (per esempio in beni


durevoli come un’automobile, elettrodomestici, un orologio o un gioiello) o
degli investimenti non finanziari (come quelli immobiliari).
Se avete in programma questo tipo di spese o investimenti entro un
termine di tre-cinque anni, è opportuno che limitiate l’esposizione ai rischi
finanziari. Da un lato, infatti, se una strategia d’investimento aggressiva
può consentirvi di ottenere un rendimento elevato (che a sua volta vi
permetterà di raggiungere gli obiettivi non finanziari), dall’altro vi espone
al rischio di perdite anche significative, compromettendo radicalmente la
destinazione d’uso dei vostri risparmi nel medio termine.

7. In valori percentuali, quanto utilizza dei flussi generati dai suoi


investimenti (cedole, dividenti) per mantenere il suo attuale tenore di
vita?
a) Non li utilizzo.
b) Fino al 50%.
c) Li utilizzo tutti.

Se prevedete di usare una parte di questi flussi (di solito le cedole per le
obbligazioni e i dividendi per le azioni) a scopo non finanziario, o per
mantenere il vostro tenore di vita, allora è opportuno che limitiate gli
investimenti in prodotti finanziari rischiosi.

4. La propensione ad accettare una variabilità elevata dei rendimenti


Si tratta di un indicatore importante per verificare la vostra reazione ai
movimenti negativi del mercato. È il termometro della vostra disponibilità
ad accettare che il rendimento dei vostri investimenti, a priori ignoto perché
incerto, possa essere più o meno variabile a prescindere dalle altre variabili
finora menzionate. A volte, infatti, capita che un investitore percepisca
l’effettiva assunzione di rischio solo quando gli si propone in maniera
concreta l’idea di un rendimento altalenante dell’investimento.

8. Che cosa ne pensa di un investimento in titoli azionari?

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a) Lo considero eccessivamente rischioso, anche nell’ottica di un
portafoglio diversificato.
b) Lo potrei considerare solo in percentuale limitata rispetto agli
investimenti complessivi.
c) Non può mancare nel mio portafoglio, nel quale può raggiungere anche
un discreto peso.

Questa domanda intende verificare tale consapevolezza ponendosi come


prova di coerenza rispetto alle risposte già fornite. Di solito cita
l’investimento azionario come una sorta di simbolo dell’investimento
volatile, essendo perlopiù percepito come tale dagli investitori. Tuttavia,
vale la pena ricordare che anche gli investimenti obbligazionari possono
avere un rischio equivalente a quello azionario. È fondamentale per la
banca tenere conto di queste considerazioni quando vi rivolge questa
domanda, al fine di presentarla nel modo più preciso.
Se alla domanda 1 sugli obiettivi d’investimento avete risposto a) –
«Voglio sicurezza riguardo al capitale investito e al rendimento cedolare
(rispetto al mio portafoglio avrò flussi contenuti ma costanti e prevedibili)»
–, allora la risposta c) alla domanda 8 è considerata non coerente, perché
implica l’assunzione di un rischio troppo elevato rispetto all’obiettivo
prescelto, e quindi non potete sceglierla. Se invece alla domanda 1 avete
risposto b) o c), – «Voglio ottenere una crescita del capitale investito, anche
accettando il rischio di perderlo in parte» o «Voglio ottenere una crescita
elevata del capitale investito, anche accettando il rischio di perderne una
parte consistente» –, allora è la risposta a) che non può essere considerata
coerente.
Vi consiglio dunque di soffermarvi sull’eventuale incoerenza, in modo
da ottenere un riscontro immediato della comprensione delle domande che
vi sono state poste finora, ed eventualmente rivedere le risposte.

9. A quanto ammontano, in termini percentuali, gli investimenti effettuati


presso la banca X rispetto al suo patrimonio complessivo?
a) Il 100%.
b) Più del 50%.
c) Tra il 10% e il 50%.
d) Meno del 10%.

45
Questa domanda fa parte dell’intervista, ma non concorre alla
determinazione del profilo di rischio. Non è obbligatorio rispondere, quindi,
ma per la banca rappresenta una buona occasione per acquisire questa
informazione. Dovete infatti sapere che, se avete conti correnti e
investimenti attivi anche presso altri istituti, i servizi informativi sul rischio
di portafoglio che la banca potrà offrirvi saranno più efficaci se terranno
conto di tutte le vostre attività finanziarie: fondi, azioni, gestioni
patrimoniali, polizze unit linked o index linked, derivati, obbligazioni e la
stessa liquidità.

5. Informazioni generiche
10. Età
Oltre a richiedere la maggiore età, per gli investimenti finanziari è bene
che vi sia una certa tutela per i trader più giovani. Gli intermediari
finanziari devono cioè agire con trasparenza, consapevoli che un giovane,
di solito, ha accumulato pochi risparmi e in genere ha poca o nessuna
esperienza in materia di investimenti (in Italia, infatti, il risparmio si
accumula perlopiù fra i trentacinque e i cinquantacinque anni).

11. Professione
La professione che svolgete potrebbe essere un indicatore della vostra
conoscenza del mondo del trading o della vostra familiarità con i suoi
strumenti, o almeno con il vocabolario in uso nel settore. E anche perché il
vostro reddito potrebbe derivare da attività non lavorative: a questo preciso
riguardo, tuttavia, sarà più importante la risposta che darete alla domanda n.
13, quella sulla fonte di reddito.

12. Livello di istruzione


Al pari delle due precedenti, questa non è una domanda vincolante, ma
di solito si suppone che un livello di istruzione più alto sia sinonimo di
maggiore consapevolezza o possibilità di comprensione dei meccanismi dei
mercati e degli strumenti finanziari.

13. Fonte di reddito


Da dove deriva principalmente il vostro reddito? Lavoro, pensione,
immobili, titoli o altro. La domanda serve a valutare la vostra potenziale

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elasticità nella gestione delle vostre risorse.

14. Capacità reddituale annua


Insieme alla domanda precedente, questa mette a fuoco le caratteristiche
della vostra «potenza di fuoco» finanziaria. Si tratta di una delle domande
più utili per elaborare un piano di investimenti su misura.

Il calcolo del profilo di rischio


Una volta terminata l’intervista, vi raccomando di ripercorrere rapidamente
le risposte fornite e di accertarvi che tutte esprimano le vostre volontà,
opinioni o preferenze.
Fatta questa verifica, richiedete alla banca il profilo di rischio che vi è
stato attribuito con la sintesi delle risposte. I profili che possono emergere
dalle risposte sono cinque:

1. Cauto
2. Prudente
3. Bilanciato
4. Dinamico
5. Aggressivo.

L’assegnazione di un profilo di rischio agli NDG di


cointestazione
Una banca deve attribuire un profilo di rischio a ogni suo cliente
maggiorenne che intenda fare investimenti con i propri risparmi. Se il
cliente è cointestatario di uno o più conti correnti presso tale banca, questa
deve chiedergli se desidera che il suo profilo di rischio venga esteso anche
a uno o più di tali conti. In tal caso è opportuno che i cointestatari si rechino
insieme in banca per sottoporsi all’intervista. Non solo: è anche
desiderabile e auspicabile che i cointestatari di un conto abbiano il
medesimo profilo di rischio, affinché le decisioni d’investimento siano
prese in modo coerente con gli obiettivi di entrambi. Tuttavia, non sempre
questa condizione si verifica. Che fare in tal caso? Vediamo un semplice
esempio.

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Il signor Mario Rossi è sposato con la signora Bianca Ferraro, ed
entrambi hanno un conto corrente cointestato. Il signor Mario, inoltre, ha
anche un conto corrente cointestato con la madre, la signora Carla Mariani.
I coniugi amministrano i risparmi famigliari insieme per soddisfare
obiettivi d’investimento comuni. Mario e Carla hanno invece obiettivi
diversi. Più precisamente, Mario è di supporto a Carla nella gestione
quotidiana dei risparmi.
Sulla base delle informazioni a disposizione, è ragionevole pensare che
Mario e Bianca abbiano il medesimo profilo di rischio. Può essere pertanto
desiderabile che svolgano insieme l’intervista e che ne emerga un profilo
coincidente.
Nel caso in cui i due profili fossero invece distinti, come nel caso di
Mario e Carla, la banca dovrà assegnare alla cointestazione il profilo meno
aggressivo, affinché questo rappresenti una sorta di massimo comune
denominatore.

Il consenso da parte del cliente


È un passaggio determinante: la banca deve ricevere dal cliente il consenso
o il rifiuto scritto del profilo di rischio risultante dall’intervista, di cui viene
consegnata una copia al risparmiatore. A quest’ultimo, nel caso esistessero
altri rapporti intestati a più persone, viene inoltre richiesto di certificare per
iscritto a quali NDG (Numero Direzione Generale, ovvero l’identificativo
del cliente all’interno dell’istituto) cointestati estendere il proprio profilo di
rischio, come descritto poco sopra.
Consiglio dunque di prestare la massima attenzione a questo importante
passaggio, anche perché, ricordiamolo, una volta determinato, il profilo di
rischio potrà essere utilizzato dalla banca per giustificare le scelte
d’investimento del cliente.
Sulla base di queste considerazioni, è facile comprendere perché la
normativa richieda di attribuire un profilo di rischio al cliente anche quando
quest’ultimo si rifiuta di fare l’intervista. In tal caso gli viene assegnato un
profilo «cauto», per consentire comunque alla banca di offrire, in assenza di
informazioni dettagliate, il migliore servizio possibile. Affinché il cliente
sia consapevole che in questa situazione la banca non potrà supportare
neppure decisioni d’investimento in strumenti a basso rischio (ma solo in

48
«strumenti di liquidità»), è necessario raccogliere l’attestazione per iscritto
da parte del cliente circa la sua intenzione di non voler fornire alla banca le
informazioni richieste.
A questo punto il profilo di rischio «cauto» assegnato al cliente potrà
essere modificato solo a seguito di un’intervista completa e approvata.

Quando ripetere l’intervista


Abbiamo visto come il profilo di rischio di un investitore possa essere
influenzato da cinque fattori:

1. Gli obiettivi d’investimento.


2. L’esperienza e la disponibilità di tempo.
3. La situazione finanziaria personale.
4. La propensione ad accettare un’elevata variabilità dei rendimenti.
5. L’età.

Si tratta di elementi che di solito non subiscono variazioni frequenti nel


corso del tempo. Di conseguenza, il profilo di rischio si mantiene stabile
anche per lunghi periodi. In relazione all’età, peraltro, la soglia sensibile è
quella dell’età pensionabile.
Per la banca è importante informare il cliente che questi elementi
concorrono alla determinazione del suo profilo di rischio. Il cliente, da
parte sua, dovrà premurarsi di informare la banca nel caso in cui uno o più
fra questi elementi dovesse modificarsi.

COSA FARE?

Andate in banca e chiedete di verificare il vostro profilo di rischio: se vi


accorgete che non coincide più con le vostre attuali caratteristiche o
esigenze di investitori, esigete immediatamente di modificarlo attraverso
una nuova intervista. A questo punto la banca, com’è ovvio, non potrà più
offrirvi e vendervi prodotti in linea con il vostro precedente profilo.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

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A) Hai deciso di investire i tuoi risparmi, e dopo avere parlato con il tuo
consulente bancario e deciso su quali prodotti investire, ti viene chiesto di
firmare una serie di documenti, tra cui alcuni con le caselle barrate, cosa
fai?

1. Li leggi tutti.
2. Li firmi, è la prassi.
3. Cerchi tra i documenti il test di appropriatezza e ti accerti che le caselle
relative al tuo profilo di rischio non siano prebarrate.

B) Il tuo consulente bancario ti comunica che deve farti «un’intervista»


prima di avviare il vostro rapporto e predisporre qualsiasi tipo di
investimento, cosa fai?

1. Gli chiedi di mettere delle risposte a caso perché l’importante è


decidere con lui cosa fare.
2. Ti armi di pazienza e ti sottoponi ad almeno una quindicina di
domande sapendo che le risposte devono rispecchiarti, in modo da fare
investimenti adeguati alla tua propensione al rischio.
3. Gli chiedi di barrare le caselle utili per avere il migliore investimento
con il massimo rendimento.

C) Sai che non avrai tempo per seguire da vicino l’andamento della tua
situazione finanziaria e prevedi che nei prossimi anni il tuo reddito
diminuirà, cosa fai?

1. Opti per una strategia d’investimento che limiti i rischi e chiedi che ti
venga assegnato un profilo di rischio «prudente».
2. Meglio non rischiare troppo, quindi scegli obbligazioni.
3. Chiedi che ti venga assegnato un profilo di rischio «dinamico».

D) Hai deciso di cointestare il conto con il tuo partner, ma lui è più


cauto di te con i soldi, mentre tu sei più propenso al rischio. Quale profilo
di rischio vi verrà assegnato?

1. La banca assegnerà il profilo di chi parla più spesso con il consulente.


2. Tu e il tuo partner dovete mettervi d’accordo sul profilo che volete
assegnino al conto.

50
3. Il profilo emerge dall’intervista a entrambi, e in caso di profili distinti e
incongruenti si procede secondo il profilo meno aggressivo.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 3 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

51
INVESTIRE I RISPARMI

52
Un piccolo vademecum

COME Virgilio con Dante, prima di farvi addentrare nella «selva oscura»
delle scelte finanziarie, voglio darvi alcune indicazioni di natura
macroeconomica sintetizzabili in quattro formule. Non spaventatevi, sono
più facili di quanto possa sembrare.

1. R = C + Rs
In questa semplice espressione algebrica è racchiusa tutta la vostra capacità
decisionale in merito alle problematiche finanziarie. Le famiglie ottengono
un reddito (R) che in parte viene utilizzato per l’acquisto di beni e servizi,
cioè per i consumi (C), e in parte accantonato a scopo prudenziale come
risparmio (Rs). In altri termini, ciò che guadagniamo lo spendiamo per le
nostre esigenze oppure lo risparmiamo.

2. R < C
Spesso capita che le spese per i consumi vengano fatte prima che il reddito
sia realmente disponibile sul conto corrente. In tal caso il reddito (R) è
minore (<) delle spese per i consumi (C). Pensate alla classica dinamica del
lavoratore dipendente che incassa lo stipendio il giorno 27 e «non riesce ad
arrivare alla fine del mese».
In tal caso si ricorre alle forme cosiddette di «credito al consumo». Con
questa espressione si intendono tutte quelle attività di finanziamento delle
persone fisiche e delle famiglie che hanno lo scopo di sostenere i consumi o
di rimandare o rateizzare i pagamenti. Il credito al consumo si caratterizza
per il fatto che non serve per sostenere investimenti, ma solo per finanziare
la spesa corrente delle famiglie.

53
3. Rs = Af + Ar (I)
Il risparmio (Rs) può avere a sua volta due destinazioni, a parte il semplice
deposito in banca:

Attività finanziarie (Af), se serve all’acquisto di azioni, obbligazioni o


altri strumenti finanziari.
Attività reali (Ar), anche conosciute come investimenti (I), se serve
all’acquisto di beni durevoli (anche detti «a fecondità ripetuta», cioè
che possono essere usati più volte per soddisfare un bisogno) come
case, opifici, televisori, auto, macchinari eccetera.

4. I = (Rs-Af) + P
Vi sarà ormai chiaro che, se non avete risparmio (Rs) sufficiente per
l’acquisto di beni durevoli, allora gli investimenti (I) si potranno effettuare
soltanto ricorrendo al prestito bancario (P).
Stampate queste formule su un foglio A3, incorniciatelo e appendetelo
alle pareti di casa vostra o del vostro ufficio.
Memorizzatele e guardatele ogni volta che dovete prendere una
decisione finanziaria. Non vi servirà altro, o quasi!

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Come funzionano i mercati

Domanda e offerta
«I mercati hanno reagito male», «Positività sui mercati», «La decisione del
governo ha destabilizzato i mercati», «I mercati crollano» e tante altre
locuzioni simili sono ormai nell’orecchio di ognuno di noi.
Tutti abbiamo letto e sentito dai mezzi di informazione espressioni del
genere, e tutti ci siamo posti le stesse domande: Ma cosa sono i mercati?
Quale fantomatico soggetto si nasconde dietro questa entità astratta?
È molto più semplice di quanto possiate pensare.
Il mercato è un luogo di scambio tra persone alla ricerca di un bene e
altre persone disposte a cedere quel bene in cambio di denaro. Le prime
formano la domanda, le seconde l’offerta.
Esiste un mercato per ogni cosa. Ci sono domanda e offerta per tutto ciò
che ci circonda, e ogni giorno, senza rendercene conto, siamo attori dei
mercati sia come offerenti sia come acquirenti: quando andiamo a lavorare
facciamo parte del mercato del lavoro offrendo le nostre prestazioni a vario
titolo in cambio di denaro; se ci fermiamo a fare benzina facciamo parte del
mercato delle materie prime acquistando un surrogato del petrolio; se
compriamo un’auto siamo parte del mercato automobilistico; se andiamo al
supermercato siamo attori del mercato alimentare eccetera.
Capire come funzionano i mercati, quindi, va al di là del concetto
finanziario. Comprenderli ci permette di capire anche le dinamiche del
nostro vivere quotidiano nei diversi contesti in cui ci troviamo a vendere o
ad acquistare beni e servizi.
Potremmo semplificare il concetto di mercato descrivendolo come
l’insieme di tutti gli scambi che avvengono per un determinato prodotto.
Ipotizziamo di voler comprare un paio di scarpe. C’è chi va in un negozio
griffato, chi in un centro commerciale e chi anche in un mercatino rionale
per negoziare con chi vende scarpe. Individuato il venditore si possono

55
realizzare la vendita e l’acquisto, a patto che vi sia accordo sul prezzo con
cui scambiarsi le scarpe, altra componente fondamentale del mercato, oltre
alla domanda-offerta e allo scambio.
Il prezzo è la sintesi di uno scambio commerciale. La somma di tutti
questi scambi formano il mercato di un bene e ne determinano il prezzo
medio di acquisto o di vendita. In pratica è come se, prima di effettuare la
transazione, tutti quelli che si scambiano uno stesso bene dessero
un’occhiata agli altri attori per capire se il prezzo del loro scambio è in
linea o meno con il prezzo medio di mercato, ed eventualmente lo
adeguano.
Quando i mercati sono molto sviluppati (pensate al mercato del grano) il
prezzo di un bene è la sintesi di tutti gli scambi che avvengono in un
determinato arco temporale. Ciò significa che a stabilire il prezzo saranno
le interazioni tra tutti quelli che offrono il bene in questione (offerta) e tutti
quelli che vogliono comprarlo (domanda) in un determinato periodo. Ed è
qui che nasce una legge fondamentale dei mercati, ovvero la legge della
domanda e dell’offerta.
Quando in un mercato ci sono troppe persone che offrono un bene
rispetto a quanti lo vogliono comprare, il prezzo di quel bene scende,
poiché gli offerenti entrano in concorrenza tra loro e abbassano i prezzi per
venderlo prima degli altri. Quando invece è la domanda a essere superiore
all’offerta, ecco che il prezzo sale, perché per accaparrarsi il bene prima
degli altri gli acquirenti offrono un prezzo più alto.
Il prezzo di un bene, dunque, lo si può considerare come lo specchio
degli scambi, una sintesi perfetta delle richieste di acquisto e di vendita che
avvengono sul mercato. Detta in altri termini, in un determinato momento
la maggior parte di chi vende e di chi acquista un determinato prodotto è
disposta a farlo a «quel» determinato prezzo. Ma che cosa spinge una
persona a comprare o meno un bene? E perché proprio a quel prezzo?
Le decisioni di acquisto o di vendita di un bene sono soggette a
molteplici variabili. Dovete infatti sapere che sui mercati il prezzo va
distinto da un altro concetto molto importante: il valore. Un bene o un
servizio hanno dunque un prezzo e anche un valore. Mentre il prezzo è un
dato oggettivo, pubblico, noto a tutti, il valore è soggettivo, emotivo,
cambia di luogo in luogo e può assumere entità differenti a seconda delle
persone coinvolte nello scambio o del metodo usato per determinarlo.
Il valore, dunque, è legato alla nostra percezione delle cose, per questo si

56
parla spesso di «valore percepito». Un dipinto, per esempio, potrebbe avere
un valore inestimabile per me, tanto che sarei disposto a pagare milioni per
averlo, ma un’altra persona potrebbe ritenere una follia pagarlo anche solo
1.000 euro.
Questo comportamento asimmetrico è dovuto, oltre che alle diverse
percezioni del valore, anche alle differenze culturali, geografiche, religiose,
sociali che ognuno di noi si porta dietro. Ecco perché a volte il valore
percepito di un bene non coincide con il suo prezzo.
Il valore di un bene o servizio lo decidiamo noi in ragione dei nostri
bisogni, dell’utilità che gli attribuiamo, dei benefici che può procurarci e
persino dell’emozione che proviamo nell’acquistarlo o nel venderlo. Il
prezzo, invece, lo determina il mercato.
Quando operiamo in un mercato come acquirenti confrontiamo il valore
percepito con il prezzo di mercato. Ed è qui che scatta la scintilla:

Se il nostro valore percepito di un bene o servizio sarà superiore al


prezzo richiesto dal mercato, avremo la sensazione che sia un affare e
lo acquisteremo.
Se il nostro valore percepito sarà identico al prezzo di mercato, avremo
la sensazione che il prezzo sia adeguato e compreremo comunque.
Se invece il nostro valore percepito sarà inferiore al prezzo di mercato,
avremo una sensazione di ingiustizia e non acquisteremo.

Tutte le nostre decisioni di acquisto-vendita, anche quelle più importanti,


oscillano dunque tra valore percepito e prezzo di mercato. Non è un caso
che tutte le attività di marketing siano studiate per innalzare il valore
percepito di un determinato bene: più riescono ad aumentare il nostro
valore percepito, più sarà facile vendere quel bene a un prezzo alto.
Pensate alle campagne dell’iPhone, che tengono migliaia di persone in
fila per giorni fuori dagli Apple Store in attesa dell’ultimo modello. Quelle
persone sono il chiaro risultato di una strategia di marketing che è riuscita a
trasferire nella loro percezione di quel prodotto un valore straordinario!
Riassumendo, i mercati finanziari, come tutti i mercati, si muovono sulla
base di questi semplici elementi: domanda, offerta, scambio, prezzo e
valore.

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I mercati finanziari
Oggi i mercati finanziari, tranne qualche eccezione, non sono più ubicati in
un luogo fisico, ma i loro scambi avvengono online, ventiquattr’ore su
ventiquattro. La loro domanda e l’offerta hanno una natura globale – stando
seduti a Milano compriamo prodotti a Tokyo –, gli scambi sono continui e
incessanti e i prezzi cambiano continuamente.
Ma cosa si scambia sui mercati finanziari? Quali sono i prodotti che
vengono venduti? E perché hanno così tanta importanza?
Semplificando, possiamo dire che nei mercati finanziari si scambiamo
gli ingredienti principali che poi formano i prodotti finanziari che ci
vengono offerti dai consulenti. Sulla base di questo possiamo suddividere i
mercati finanziari in sette grandi categorie:

1. Mercati azionari, dove si scambiano azioni.


2. Mercati obbligazionari, dove si scambiano obbligazioni e titoli di Stato
con durata superiore ai diciotto mesi.
3. Mercato monetario, dove si scambiano obbligazioni e titoli di Stato con
durata inferiore ai diciotto mesi.
4. Mercato delle materie prime, dove si scambiano petrolio, gas, oro
eccetera.
5. Mercato delle valute, dove si scambiano le monete dei vari Paesi come
euro, dollaro americano, sterlina inglese eccetera.
6. Mercato dei derivati, dove si scambiano titoli particolari il cui valore
deriva da un bene sottostante (valore «derivato», appunto), e da cui è
opportuno stare alla larga, come spiegherò più avanti nel capitolo
«Cosa evitare in finanza».
7. Mercato delle criptovalute. Nato nel 2009, è un mercato giovanissimo
non regolamentato in cui si scambiano monete e servizi virtuali, e si
fonda su una nuova tecnologia detta «blockchain». Anche in questo
caso, meglio starne alla larga. Ci torneremo nel capitolo sopra citato.

Delle ultime due categorie parleremo dunque più avanti. Qui ci


concentreremo sulle prime cinque, con particolare attenzione ad azioni,
obbligazioni e strumenti del mercato monetario, poiché rappresentano il
cuore dei mercati finanziari, su cui i risparmiatori possono elaborare
strategie di investimento con un adeguato controllo del rischio.

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Iniziamo subito con il chiarire che cosa sono le azioni e le obbligazioni e
che cosa le distingue. Per spiegarlo in modo semplice vi parlerò di Giorgio,
il mio salumiere di fiducia.
Giorgio è titolare di una salumeria, i suoi affari vanno bene e per questo
decide di assumere una persona per offrire un servizio migliore alla sua
clientela. Nel frattempo gli affari aumentano e Giorgio capisce che se vuole
incrementare il fatturato deve ampliare la salumeria, trasformarla in un
minimarket e assumere altre persone. Però c’è un piccolo problema: non ha
soldi. Allora decide di chiedere ad Aldo, un suo cliente facoltoso, di
partecipare con lui in questa impresa. Aldo accetta e gli versa i soldi
necessari per aprire il minimarket, Giorgio in cambio lo fa diventare socio
intestandogli una quota del 35% della sua società.
Praticamente, da quel momento Aldo partecipa come socio di capitale
all’attività d’impresa di Giorgio con una quota che viene chiamata,
appunto, «partecipazione». Ciò significa che Aldo seguirà il destino
dell’azienda nel bene e nel male. Se il minimarket avrà successo, anche
Aldo guadagnerà di più; se il minimarket fallirà, perderà i soldi investiti. In
altre parole, Aldo è proprietario «in quota-parte» del minimarket.
Ora ipotizziamo che Aldo abbia bisogno di soldi, ma non avendo più
disponibilità decide di vendere una parte della sua partecipazione
nell’attività di Giorgio ad altre persone. In questo caso potrebbe dividere la
sua quota in tanti piccoli pezzi e assegnare a ciascuno un valore in base a
quello complessivo dell’azienda. Facciamo un esempio.
Se il minimarket di Giorgio valesse 100 euro, Aldo, detenendo una
partecipazione del 35%, avrebbe un valore di quota complessivo di 35 euro.
Ora ipotizziamo che Aldo decida di dividere la sua quota in cinque pezzi,
quindi ciascuno varrebbe 7 euro. Bene: questi singoli pezzi vendibili
separatamente a Tizio, Caio, Sempronio eccetera sono le azioni, cioè tante
piccole partecipazioni. Pertanto, chi investirà 7 euro in un’azione del
minimarket di Giorgio diventerà a tutti gli effetti suo socio e ne risponderà
come tale: avrà guadagni se l’azienda cresce, si sviluppa e distribuisce gli
utili che ha prodotto; al contrario, subirà perdite se l’azienda va in crisi; o
addirittura potrà anche perdere tutto, se il minimarket fallisce.
Un’azione, quindi, è uno strumento con cui diventiamo proprietari di
una parte di un’azienda e ne seguiamo il destino, nel bene e nel male.
Nei mercati finanziari che trattano azioni vengono scambiate quote di
partecipazione delle più disparate aziende, e voi potete decidere di quali

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aziende essere soci e quale ammontare di capitale sottoscrivere.
Ogni nazione ha un suo mercato. Quelli più importanti e grandi si
trovano negli Stati Uniti (S&P 500, Dow Jones eccetera). In Italia il
mercato azionario non è molto grande, ed è gestito da Borsa Italiana S.p.a.,
il cui indice più importante è il FTSE MIB.
Ma torniamo al nostro esempio. A questo punto Giorgio, il socio di
maggioranza e fondatore del minimarket, decide di trasformare la sua
attività in un supermercato, pertanto ha bisogno di ulteriori soldi, ma non
vuole altri soci. Non ha intenzione di emettere nuove azioni e vuole
chiedere un prestito, ma non alla banca, bensì a qualche suo cliente. C’è
però un problema: nessun cliente del minimarket ha una cifra così elevata
da prestargli. Allora Giorgio, pensa e ripensa, trova la soluzione: decide di
dividere il prestito di cui ha bisogno in tanti piccoli pezzi.
Per capirci meglio, ipotizziamo che per avviare il supermercato Giorgio
abbia bisogno di 200 euro. Allora divide queste 200 euro in cinquanta
piccole parti da 4 euro ciascuna, e si impegna (si «obbliga») per iscritto a
restituire il prestito dopo dieci anni e a corrispondere un interesse annuo del
5%.
In pratica, chi compra un pezzo del prestito spende 4 euro, che gli
saranno restituiti tra dieci anni e nel frattempo percepirà ogni anno un
interesse del 5%. Queste persone non partecipano alla crescita dell’azienda,
ma sono garantite nella restituzione del capitale e nella riscossione di un
interesse annuo del 5% da un’obbligazione che Giorgio si è impegnato a
rispettare nei confronti dei suoi clienti-finanziatori. Quindi l’obbligazione
non è altro che un prestito che facciamo a un’azienda. Nel caso questo
prestito lo facessimo a uno Stato, l’obbligazione non cambia sostanza e si
chiama «titolo di Stato».
Il mercato obbligazionario, dunque, vede la negoziazione di prestiti
(obbligazioni), ed è sviluppato in tutto il mondo come il mercato azionario,
ma è più grande. Il mercato monetario, invece, non è altro che un mercato
in cui si scambiano obbligazioni con scadenze inferiori ai diciotto mesi.
In sintesi, un’azione rappresenta una quota del capitale di impresa e ci
rende soci di tale impresa, un’obbligazione è un prestito che facciamo a
un’azienda o a uno Stato. L’azione e l’obbligazione sono cellule fondanti
dell’intero mercato finanziario. Sono gli strumenti base su cui fondare le
strategie d’investimento, senza tanti voli pindarici né formule magiche.
Strumenti semplici ma di grande efficacia.

60
Prima di addentrarci nelle logiche d’investimento, però, dobbiamo
chiarire un altro punto.

Oscillazioni ed emozioni
In questa sede non ci interessa il funzionamento tecnico dei mercati
finanziari. Troppo complesso, lasciamolo ai testi classici di finanza. Qui
dobbiamo capire come si «muovono» i mercati, il loro comportamento
fisiologico, e cosa determina le loro oscillazioni.
Comprendere i motivi di certe oscillazioni vi permetterà di evitare una
serie di comportamenti nocivi per il vostro benessere finanziario.
Molti investitori approcciano i mercati finanziari attraverso l’intelligenza
razionale. Sono convinti di poter ottenere risultati applicando le teorie
economico-finanziarie, le più disparate: dal modello matematico del Capital
Asset Pricing Mode (CAPM) di Harry Markowitz e William Sharpe, alle
tesi dell’analisi quantitativa, tecnica, fondamentale eccetera. Tutto giusto,
peccato che occorrerebbero anni di studio per capire questi meccanismi.
Ma oltre agli aspetti tecnici c’è un ulteriore fondamentale tassello che
decreta il successo o le perdite della maggior parte degli investitori sui
mercati sia azionari sia obbligazionari: l’intelligenza emotiva. Per poter
stare sui mercati, infatti, non è sufficiente l’intelligenza razionale, bisogna
essere padroni delle proprie emozioni attraverso l’intelligenza emotiva.
La gestione del denaro, a differenza di quello che credono in molti, non
è un argomento economico-finanziario, cioè non rientra nella sfera degli
acquisti razionali, quella di chi si fa due calcoli per capire se gli conviene
prendere un’Audi o una Fiat. I soldi e i risparmi sono argomenti emotivi, e
spesso quando li affrontiamo reagiamo in maniera istintiva, andando a
pescare nelle nostre emozioni più profonde.
Questo rappresenta un problema serio per chi investe, perché le
emozioni fanno sembrare logico ciò che non lo è, di conseguenza ci
spingono a fare cose insensate, al limite della follia. Ciò spiega perché tutti
i mercati finanziari, in particolare quelli azionari, a volte hanno un
andamento così estremo, creando situazioni che oscillano tra due eccessi: il
panico e l’euforia.
Per capire come funzionano i mercati bisogna dunque renderci conto che
non sono razionali ma emotivi, e che il loro andamento non rispecchia

61
sempre il valore del bene scambiato, ma solo l’emozione che i soggetti
coinvolti nel mercato riversano sul bene.
Questi cicli emotivi, del resto, non colpiscono solo i singoli titoli, ma
spesso influiscono sull’intero mercato. Come abbiamo visto, infatti, sui
mercati possono verificarsi fasi in cui non vi è coincidenza tra prezzo e
valore, dove l’emotività degli investitori stimola la domanda e l’offerta del
mercato in modo talmente irrazionale da allontanare il mercato stesso dal
suo valore intrinseco, detto «fair value», o «giusto valore».
Le tendenze dei mercati al rialzo o al ribasso non sono dettate solo
dall’andamento dell’economia reale, ma anche dagli atteggiamenti emotivi
degli investitori. Per questo una tendenza al rialzo può essere giustificata
sia da una crescita economica sia da una fase di euforia, così come una
tendenza al ribasso può essere giustificata tanto da una crisi economica
quanto dalla paura (o dal panico, nei casi estremi) degli investitori che
operano sul mercato.
Per comprendere meglio il ciclo emotivo sui mercati finanziari,
osservate la figura nella pagina accanto: il prezzo di un’azione oscilla
quando esce una notizia positiva sull’azienda cui fa riferimento. La curva
mostra come l’emozione spinga il prezzo a oscillare oltre il suo effettivo
valore. Una notizia positiva sull’azienda (che fa aumentare il suo effettivo
valore intrinseco da A a B) compie infatti un percorso tortuoso che
inizialmente spinge a comprare le azioni solo chi conosce da vicino
l’azienda (insider).
La notizia è arrivata ancora a poche persone e il prezzo dell’azione
aumenta leggermente per effetto della domanda, ma subito dopo il dato
viene notato dagli analisti fondamentali, quelli che leggono i bilanci e
cercano di individuare il valore effettivo di un’impresa, e che rilevando
l’aumento di valore dell’azienda comprano a mani basse, sicuri dell’affare.

62
La notizia comincia poi a diffondersi tra gli addetti ai lavori, il prezzo
sale ancora e sul movimento in salita del prezzo intervengono gli analisti
tecnici, cioè quelli che leggono e interpretano i grafici e sono parecchio più
numerosi degli analisti fondamentali. Vedendo il movimento al rialzo,
colgono il momento favorevole del titolo e decidono di acquistare.
La notizia si diffonde nel mercato finanziario, facendo aumentare
ulteriormente il prezzo. A questo punto il titolo è cresciuto così tanto che ha
attirato l’attenzione degli investitori comuni (risparmiatori), dei media e
degli operatori del settore (banche, consulenti eccetera), i quali notano il
movimento in positivo del titolo e si tuffano nell’affare.
A questo punto il rialzo è considerevole perché intervengono in tanti,
dunque si crea consenso e tutti si convincono che potrà ancora salire.
Questo suscita un’euforia talmente diffusa e coinvolgente che spinge a
investire anche chi non aveva mai approcciato un simile strumento
finanziario. È quello che in gergo viene chiamato «parco buoi», perché,
come i buoi, corrono tutti insieme nella stessa direzione senza sapere dove

63
stanno andando.
Ora inizia il declino. I primissimi investitori (insider) cominciano a
uscire, poiché hanno portato a casa un consistente guadagno. Subito dopo, e
con la stessa logica, prende a disinvestire anche una parte degli analisti
fondamentali. Così il prezzo scende, attirando l’attenzione degli analisti
tecnici che, rilevando graficamente l’inversione di tendenza, escono in
massa accentuando il crollo del prezzo.
A questo punto gli ultimi entrati, gli investitori comuni e il «parco buoi»,
che ora sono in perdita (perché hanno acquistato ai massimi prezzi), presi
dalla paura vendono in massa e fanno crollare ulteriormente il titolo fino a
farlo sprofondare oltre il suo valore intrinseco. Siamo nella fase della paura,
del panico.
Il ciclo si chiude quando il titolo, fuori dal circuito delle influenze
emotive, lentamente risale e torna a «prezzare» il suo valore effettivo.
L’investitore che approccia il mercato solo con la tecnica e le teorie,
nella maggior parte dei casi non riesce a controllare le emozioni, che molto
spesso dominano la ragione. Chi invece gestisce la propria intelligenza
emotiva può uscire dal «tunnel».
L’intelligenza emotiva non nega l’emozione che ci porta a compiere
errori, ma la riconosce e si pone tre obiettivi principali:

Comprendere e gestire le proprie emozioni e quelle degli altri.


Imparare a gestire le fasi di rischio riflettendo sul proprio stato
emotivo.
Imparare a gestire gli errori emotivi.

Per gestire emotivamente i mercati finanziari bisogna capirne il valore, e


da dove questo deriva. Il valore intrinseco (il giusto valore) dei mercati
azionari, per esempio, è rappresentato dalla produzione di ricchezza
globale, che tendenzialmente cresce anno dopo anno da circa cinquemila
anni e che rappresenta l’evoluzione della nostra civiltà. È nella crescita
globale che si annida il valore dei mercati azionari, i quali oscilleranno nel
breve termine per effetto dei cicli emotivi degli investitori, ma nel lungo
periodo tenderanno a incorporare la crescita effettiva di ricchezza globale,
generando valore per quegli investitori emotivamente capaci di gestire le
situazioni estreme.
Dal 1999 al 2018, per esempio, il valore dei mercati azionari globali si è

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allineato alla ricchezza mondiale. In questo periodo l’indice della Borsa
mondiale ha attraversato diverse situazioni di panico ed euforia – crollo del
settore tecnologico, attentato alle torri gemelle, fallimento di Lehman
Brothers, crisi del debito sovrano eccetera – e in queste situazioni estreme i
mercati hanno reagito con forti oscillazioni emotive. L’investitore poco
attento alle dinamiche irrazionali è rimasto vittima della paura e del panico
perdendo molti soldi. Chi invece è riuscito ad attingere alla propria
intelligenza emotiva, magari anche con qualche momento di sofferenza o
disagio, è stato in grado di superare il guado e portare a casa risultati
straordinari.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) A cena con gli amici si discute di crollo dei mercati, allora pensi…

1. …che ci sia stato qualche altro attentato.


2. …che siccome il mercato è l’insieme degli scambi di determinati
prodotti, se i mercati crollano vuol dire che l’offerta supera la
domanda.
3. …che c’è molta domanda, quindi l’offerta scarseggia e i mercati
crollano.

B) Tuo fratello torna dalla banca e, soddisfatto, dice di avere fatto un


affare, cosa fai?

1. Gli chiedi che cosa ha acquistato e corri a fare la sua stessa operazione.
2. Ti informi per bene, perché può darsi che tuo fratello attribuisca al
prodotto che ha acquistato un valore superiore al suo prezzo di
mercato, e quindi che abbia solo la sensazione di aver fatto un affare.
3. Tuo fratello non ha mai fatto un affare in vita sua, non vale nemmeno
la pena perdere tempo per informarsi.

C) A cena si parla di investimenti e un amico ti chiede su quali mercati


finanziari hai investito, che cosa rispondi?

1. Non sai cosa dire, sai solo che i mercati si dividono in mercato della
domanda e mercato dell’offerta.
2. Rispondi che si occupa di tutto il tuo consulente e che non sai niente,

65
hai solo firmato.
3. Sai che ci sono cinque grandi categorie di mercati finanziari, e che il
tuo consulente ha diversificato i tuoi investimenti coerentemente con il
tuo profilo di rischio.

D) La tua banca ti ha fatto acquistare azioni di una nota azienda


internazionale, questo vuol dire che…

1. …diventerai ricco.
2. …rischi di perdere tutto il tuo patrimonio.
3. …ora sei proprietario di una quota-parte del capitale di quell’azienda e
da socio ne seguirai il destino, nel bene e nel male.

E) Un amico ti dice che ha acquistato obbligazioni di una grande


società, cosa fai?

1. Gli dici che ha sbagliato, perché le obbligazioni sono il prodotto più


rischioso sul mercato.
2. Gli dici che deve stare lontano dalle obbligazioni e fare come te, che
hai acquistato un CET1.
3. Sai che il tuo amico, acquistando obbligazioni, ha prestato denaro a
un’azienda in cambio di interessi. Se l’avesse prestato a un Paese le sue
obbligazioni sarebbero titoli di Stato.

F) Ora sei a tutti gli effetti un investitore sul mercato finanziario, cosa
devi assolutamente fare?

1. Vendere appena il titolo che hai acquistato scende.


2. Vendere se vedi che il titolo ha toccato un prezzo altissimo mai
raggiunto prima.
3. Gestire le tue emozioni.

G) Hai fatto scelte d’investimento rispettando il tuo profilo di rischio e


ora il mercato ha i suoi classici alti e bassi, come ti comporti rispetto a
queste oscillazioni?

1. Non ti fai prendere dal panico né dall’euforia, ma aspetti di confrontarti


con il tuo consulente finanziario di fiducia.

66
2. Prendi dei calmanti nel periodo di ribasso e festeggi nei periodi di
rialzo.
3. Decidi che la prossima volta farai di testa tua, sicuramente farai
meglio.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 5 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

67
Le logiche d’investimento dei risparmi

Il risparmiatore italiano
Venti minuti, non di più. Questo è il tempo che mediamente impiega un
consulente bancario, pressato dai suoi capi, per vendervi un prodotto che
dovrebbe soddisfare le vostre esigenze di risparmiatori. In quei venti minuti
deve cioè esplorare e capire quali sono i vostri bisogni e desideri, cosa che
realisticamente richiederebbe come minimo un paio d’ore. Si tratta, in altre
parole, di addentrarsi nelle logiche alla base delle scelte d’investimento, e
io cercherò di farlo in questo capitolo, sperando di condurvi a una sana
consapevolezza del prodotto finanziario da acquistare.
Ecco il verbo male utilizzato in ogni rapporto risparmiatore-banca:
«acquistare». Riflettete su questa domanda: siete mai entrati in banca per
acquistare un prodotto? Acquistare significa entrare in un negozio e avere
le idee chiare su ciò che ci occorre per soddisfare i nostri bisogni. A quel
punto scatta un meccanismo di persuasione da parte del venditore, che sulla
base delle indicazioni di massima fornite dall’acquirente cerca di
canalizzare tale bisogno verso i propri interessi, ovvero il profitto. È un po’
quello che accade quando entriamo in un supermercato perché vogliamo
acquistare del prosciutto: le idee sono chiare, vogliamo mangiare del
prosciutto, ma sarà poi l’addetto al banco gastronomia a canalizzare la
nostra scelta verso un determinato tipo di affettato, e magari sollecitare
anche il bisogno di qualche altro prodotto da accompagnare al prosciutto
(per esempio un vino rosso) attraverso un’operazione che nel marketing
viene definita «cross-selling».
Ebbene, nel mondo della finanza questo non accade, perché in banca
entriamo senza avere le idee chiare su ciò che vogliamo. Non sappiamo
cioè se ci serve il prosciutto, il caviale o magari del pesce. Non abbiamo, in
altri termini, consapevolezza dei nostri bisogni. Perché in banca, come
ripeto da anni, i prodotti non si acquistano, si vendono.

68
Per sviluppare una cultura della domanda di servizi finanziari che non
sia forzata, cioè per far sì che i consulenti bancari vi vendano ciò che volete
effettivamente e non ciò che conviene alle banche o alle società finanziarie
per cui lavorano (e che surrettiziamente vi fanno credere essere «fortemente
richiesto» nelle indagini di customer satisfaction), dovete imparare a
navigare in questo mare. Quindi non vi suggerirò prodotti specifici, ma vi
aiuterò a capire che cosa fare prima di sceglierne uno.
Cominciamo con una considerazione storico-antropologica: gli italiani
sono da sempre grandi risparmiatori, ma pessimi investitori. Come mai?
Innanzitutto, per le particolari abitudini finanziarie (e patrimoniali) che
hanno adottato dal dopoguerra a oggi. Sia chiaro: non è mia intenzione
giudicare i comportamenti finanziari dei nostri padri e nonni, né valutare se
quei comportamenti siano stati più o meno corretti. Il mio obiettivo è far
comprendere in modo semplice l’enorme trasformazione economico-sociale
in atto, che sempre di più ci obbligherà a sviluppare nuove abitudini e nuovi
comportamenti finanziari, prima che sia troppo tardi. Chi non intercetterà
questo cambiamento avrà vita difficile.
Dal dopoguerra fino all’inizio del nuovo millennio gli italiani erano
accuditi da «mamma Stato». In altre parole, dalla culla alla pensione c’era
una «mano invisibile» a proteggerli. Lo stato sociale (scuola, sanità, servizi
pubblici, assistenza eccetera) permetteva di fare sonni tranquilli, di non
doversi preoccupare (economicamente) per eventuali malattie o per
l’istruzione dei figli, né tantomeno per la pensione. Tutto era garantito e
assicurato, appunto, dallo Stato.
Questa sorta di bolla protettiva in cui gli italiani sono vissuti per oltre
settant’anni ha inculcato loro alcuni comportamenti che nel tempo sono
diventati abitudini, sulle quali costruivano il proprio stile di vita finanziario.
Infatti, non avvertivano l’esigenza di pianificare un investimento per gli
studi dei figli o di accantonare parte del risparmio per il periodo del
pensionamento, né di crearsi una copertura finanziaria (o assicurativa) per
un’eventuale inabilità sul lavoro, poiché per tutte queste emergenze, future
ed eventuali, interveniva lo Stato sociale.
Questo approccio ha rimosso dalla vita finanziaria dei risparmiatori
italiani il concetto di tempo, proprio perché non avevano bisogno di
guardare al lungo termine. Non era «percepito» come conveniente
rinunciare al momento ai propri risparmi per investirli a dieci o vent’anni al
fine di soddisfare un’esigenza futura: alla peggio, pensavano, avrebbero

69
sempre avuto il supporto di «mamma Stato», che garantiva salute,
pensione, alloggio eccetera. Era invece considerato conveniente tenere i
soldi risparmiati sempre disponibili, «liquidi», come si dice in gergo, in
modo da poterli utilizzare a ogni evenienza. È così che nacque il «primo
grande amore» degli italiani: i Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), titoli di
Stato a tre, sei o dodici mesi con un buon tasso d’interesse.
I BOT hanno dominato le scene finanziarie per oltre cinquant’anni.
Piacevano perché rispondevano a pennello ai desiderata degli italiani: erano
sicuri, liquidabili nel breve periodo e rendevano bene. Basti pensare che
negli anni Ottanta i BOT a dodici mesi hanno avuto un rendimento tra il
15% e il 22%!
I risparmiatori erano contentissimi, ma era solo una percezione, quella
percezione di «valore» di cui abbiamo parlato precedentemente. In realtà il
rendimento «reale», cioè quello al netto dell’inflazione (aspettate poche
righe e capirete di cosa si tratta), spesso era negativo, ma nessuno se ne
rammaricava. Ciò che contava in quegli anni era la percezione che si stesse
facendo un affare, ed è proprio in quel periodo che nacque la prima
convinzione distorta del risparmiatore italiano, cioè quella di poter investire
a breve termine, con un rendimento alto, senza correre rischi. Convinzione
che ancora oggi viene discussa sulle scrivanie dei consulenti finanziari,
proprio perché figlia della nostra storia recente e quindi difficile da
estirpare dall’immaginario collettivo.
Ma non finisce qui.
Visto che a tutto il resto ci pensava lo Stato, a partire dagli anni
Cinquanta i risparmiatori hanno lentamente maturato l’idea di potersi
indebitare per l’acquisto della prima casa dando come anticipo proprio quei
pochi risparmi che avevano messo da parte. Ed è qui che è nato il secondo
amore viscerale degli italiani: l’immobile. Operai, impiegati, piccoli
commercianti, imprenditori: tutti a costruire o ad acquistare casa. E chi non
poteva permetterselo? Be’, ormai la risposta è facile: interveniva lo Stato
con le case popolari.
Capiamoci: l’amore per gli immobili non è un peccato, ma il mercato
immobiliare italiano si è potuto sviluppare ed è potuto crescere solo grazie
alle particolari condizioni economico-politiche di quegli anni.
Oggi però le condizioni che hanno generato tale boom non ci sono più.
Bisogna prenderne atto e capire quali possono essere i pro e i contro di una
scelta d’investimento immobiliare, soprattutto perché la «mano invisibile»

70
dello Stato non c’è più, e quindi alla sanità, alla pensione, alla scuola dei
nostri figli eccetera dovremo pensarci noi con i nostri risparmi.
Le pensioni sono a rischio: un giorno sì e l’altro pure l’INPS lancia
l’allarme sulle difficoltà dell’istituto a reggersi in piedi.
Le spese sanitarie sostenute dallo Stato si sono ridotte, e l’assistenza per
infortuni, inabilità eccetera si è drasticamente ridimensionata.
Le prestazioni scolastiche in molti casi sono deficitarie, e sempre più
spesso per poter entrare con il piede giusto nel mondo del lavoro i nostri
figli hanno la necessità di frequentare un’università privata o un master a
nostre spese, magari anche all’estero.
E così via.
Se a questo aggiungiamo che i tassi d’interesse si sono praticamente
azzerati (lo capiremo bene nella parte «L’economia per tutti») e che l’epoca
del «20% a un anno» non tornerà mai più (per fortuna, dico io, perché non
era tutto oro ciò che luccicava, ma questa è un’altra storia), comprendiamo
come questo lento e inesorabile cambiamento stia generando un nuovo
contesto sociale, tale da rendere sempre più importante per il risparmiatore
trasformarsi in investitore.
Non possiamo più pensare solo alle singole esigenze di breve periodo e
lasciare il nostro futuro in balia del caso. Dobbiamo imparare a elaborare
progetti di lungo periodo con l’obiettivo non solo di soddisfare le nostre
necessità, ma anche di assicurarci quei servizi non più garantiti dallo Stato.

Qual è la differenza tra un risparmiatore e un investitore?


Il risparmiatore è colui che trattiene una parte del proprio reddito e la lascia
lì, in bella mostra sul conto corrente o in un cassetto di casa, in attesa di
consumarla in futuro per un evento imprevisto o per l’acquisto di un bene.
Non pianifica, non si pone obiettivi e accumula risparmi in attesa di «fare
qualcosa».
L’investitore, invece, non si accontenta di questo. Vuole aumentare la
sua ricchezza impiegando i sui risparmi nel tempo. Pertanto si «priva» dei
suoi risparmi per un periodo definito con l’intento di farli crescere, in modo
da raggiungere un preciso obiettivo di vita: per esempio, procurarsi la
somma necessaria per iscrivere il figlio a un master all’estero.
Il risparmiatore vive alla giornata, l’investitore pianifica per obiettivi di

71
vita.
Il risparmiatore mantiene tutto liquido o liquidabile in poco tempo,
l’investitore si priva del suo risparmio per periodi lunghi, puntando a buoni
rendimenti e proteggendosi dall’inflazione.
Il risparmiatore concentra il suo patrimonio finanziario, l’investitore
tende a diversificare.
Il risparmiatore non vuole correre alcun rischio, l’investitore sa che nulla
è esente da rischi, neppure tenere i soldi sul conto corrente.
Molti risparmiatori, infatti, pensano di stare al sicuro lasciando i propri
soldi sul conto corrente o su altro strumento simile, per esempio un conto
deposito. La verità, invece, è che proprio questo comportamento
apparentemente sicuro genera perdite certe, perché soggetto a un fenomeno
molto sottovalutato dai risparmiatori: l’inflazione, che è come un nemico
invisibile!
Perché il pericolo inflazione sia così sottovalutato è inspiegabile. Un
investitore, al contrario, conosce bene il fenomeno e cerca strumenti per
proteggersi.
L’inflazione è un virus, un fenomeno subdolo e vigliacco, un tarlo che si
insinua nel nostro patrimonio e lo erode lentamente, senza che ce ne
accorgiamo. L’inflazione, infatti, non è altro che l’aumento generalizzato
dei prezzi. In pratica, se nel 2000 avevamo risparmiato 100 euro, con quei
soldi potevamo comprarci quaranta pizze da 2,5 euro ciascuna; oggi con gli
stessi 100 euro possiamo comprare solo venticinque pizze, perché il prezzo
è salito a 4 euro. I 100 euro sono sempre gli stessi, ma non hanno più lo
stesso valore, visto che non ci consentono più di comprare gli stessi beni di
vent’anni fa.
Questo significa che se vi limitate a lasciare i vostri risparmi sul conto
corrente, il tempo e l’inflazione genereranno una perdita certa, anno dopo
anno. Si verifica cioè una riduzione del cosiddetto «potere d’acquisto», che
non vi permetterà più di comprare le stesse cose che compravate prima.
Ecco una tabella di semplice interpretazione che mostra la perdita di
potere d’acquisto di 100.000 euro nel corso degli anni per effetto della
crescita dei prezzi (inflazione) del 2% all’anno. Come potete vedere,
mantenendo i vostri soldi fermi sul conto corrente al cospetto di
un’inflazione del 2%, in cinque anni il vostro capitale di 100.000 euro
subirà una perdita certa di 9.426,92 euro. In dieci anni la perdita sarà di
17.965,17 euro, in venti di 32.702,87 euro e in trenta di ben 44.792,91 euro!

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ANNI VALORE REALE PERDITA

1 98.039,22 1.960,78
2 96.116,88 3.883,12
3 91.232,23 5.767,77
4 92.384,54 7.615,77
5 90.573,08 9.426,92
6 88.797,14 11.202,86
7 87.056,02 12.943,98
8 85.349,04 14.650,96
9 83.675,53 16.324,47
10 82.034,83 17.965,17
11 80.426,30 19.573,70
12 78.849,32 21.150,68
13 77.303,25 22.696,75
14 75.787,50 24.212,50
15 74.301,17 25.698,53
16 72.844,58 27.155,42
17 71.416,26 28.583,74
18 70.015,94 29.984,06
19 68.643,08 31.356,92
20 67.297,13 32.702,87
21 65.977,58 34.022,42
22 67.683,90 35.316,10
23 63.415,59 36.584,41
24 62.172,15 37.827,85
25 60.953,09 39.046,91
26 59.757,93 40.242,07
27 58.586,20 41.413,80

73
28 57.437,46 42.562,54
30 55.207,09 44.792,91

Di fronte a questi numeri vi renderete conto che, se avete del risparmio


accumulato o prevedete di accumularlo, vi conviene cercare una
remunerazione adeguata per i vostri soldi.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Hai appuntamento con il consulente bancario per pianificare i tuoi


investimenti, e dopo venti minuti è già lì che prova a venderti dei prodotti,
cosa fai?

1. Non conosci i prodotti, il tuo consulente sì, quindi decidi di affidarti a


lui e di accettare quello che ti propone.
2. Non hai ben chiaro che cosa possa soddisfare i tuoi bisogni, e di certo
nemmeno lui, dopo appena venti minuti di colloquio. Meglio non
acquistare nulla e tenere i soldi nei barattoli.
3. Capisci che devi chiarirti bene le idee sulle tue esigenze e trovare
qualcuno che le faccia emergere in maniera disinteressata e
professionale.

B) Ricordi con piacere quando tuo nonno ti spiegava come investiva le


sue lire e lo racconti al tuo consulente finanziario. Lui ribatte spiegandoti
alcune cose, a quale credi?

1. Il nonno investiva sicuramente in BOT in un’epoca in cui il rendimento


di questi strumenti era molto elevato, ma che veniva neutralizzato da
un’inflazione altrettanto alta.
2. Con la lira era tutto più facile, anche investire.
3. Questa è un’epoca in cui bisogna vivere alla giornata.

C) Tra amici si discute se conviene più risparmiare o investire, tu che


dici?

1. Meglio risparmiare, tenendo il denaro custodito a casa.


2. Meglio risparmiare mese per mese, e se a fine anno i soldi non servono

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allora si possono investire.
3. Meglio diventare investitori, risparmiando sistematicamente per
obiettivi di vita ben precisi.

D) Da quando tuo figlio ha raggiunto l’indipendenza economica ha


deciso di diventare un investitore, cosa gli dici?

1. Che la speculazione finanziaria non è per giovani.


2. Che dovrà avere disciplina, tempo e pazienza per raggiungere i suoi
obiettivi.
3. Che per diventare investitori è necessario capire l’analisi tecnica,
studiare la macroeconomia e il commercio internazionale.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 2 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

75
Come diventare un investitore

METTIAMO subito in chiaro una cosa: per me il concetto di investitore non è


sinonimo di speculazione finanziaria, di ricerca dell’affare o della dritta
dell’ultima ora per guadagnare in un giorno quello che un operaio guadagna
in un anno. Essere investitori significa adottare un modello di
comportamento, un processo predeterminato (o protocollo di investimento)
attraverso il quale si definiscono scelte e azioni volte a raggiungere i propri
obiettivi.
Il protocollo, però, da solo non basta. È necessario dotarsi di disciplina,
tempo e pazienza. Sono questi i tre elementi fondamentali per avere
successo investendo i propri risparmi.
Orientarsi nel mare magnum della finanza è complicato, e questo libro
sarà una bussola molto semplice ma efficace per procedere spediti nel
mondo degli investimenti. Poche regole chiare che hanno l’obiettivo di
stimolare l’acquisizione di nuove abitudini.
Prima di qualsiasi considerazione sulle logiche d’investimento, però,
dobbiamo sfatare un tabù: per essere un buon investitore non è necessario
diventare un superesperto di finanza, capire l’analisi tecnica e
fondamentale, studiare la macroeconomia, il commercio internazionale e
così via. Certo, studiare aiuta sempre ed è importante farlo per ogni materia
e per ogni disciplina, ma in un Paese con una cultura finanziaria media da
terzo mondo richiederebbe troppo tempo, e invece dobbiamo sbrigarci!
Meglio concentrarci sull’essenziale, sull’inevitabile.
Pertanto, per essere buoni investitore vi basterà imparare alcuni principi
fondamentali della gestione finanziaria che vi aiuteranno a prendere
decisioni d’investimento consapevoli e appropriate alle vostre esigenze, al
vostro profilo di rischio e alle vostre aspettative di rendimento.
La finanza non è una scienza esatta, è un fenomeno umano. E come tutti
i fenomeni umani non può essere racchiuso in formule o modelli
matematici. Diffidate da chi vi propone manuali ricchi di formule per capire

76
l’andamento futuro di un titolo, perché è impossibile prevederlo. Nessuno
potrà mai dirvi se domani i mercati finanziari saranno positivi o negativi.
Come tutti i fenomeni naturali, però, si possono osservare attraverso la
statistica, gli scenari probabilistici e le tendenze di fondo.
Un buon investitore deve fare affidamento su questi studi per prendere le
sue decisioni. Ma non temete, non parleremo di numeri o formule, ma solo
di comportamenti e abitudini virtuosi, che si possono maturare seguendo
cinque semplici passi.

Primo passo
Analisi dei rischi patrimoniali
Ancora prima di decidere come investire i propri soldi, un risparmiatore
deve fare il punto della sua situazione famigliare e professionale, cioè
un’analisi dei rischi che ricadono sulla sua persona e sulla sua famiglia.
I media ci hanno bombardato parlando prevalentemente di rischi
finanziari, banche fallite, spread in salita, soldi bruciati, Borse che crollano,
patrimoni andati in fumo eccetera, espressioni ormai entrate nel linguaggio
comune. Quasi mai, invece, vengono approfonditi i reali pericoli per la
tutela della ricchezza famigliare: mi riferisco ai rischi patrimoniali, capaci
di compromettere il futuro economico di una famiglia, se non
adeguatamente coperti.
Questi rischi si dividono in due grandi categorie:

Personali (e/o famigliari).


Professionali.

Rischi personali
I rischi personali sono quelli che potrebbero colpire la sfera affettiva
famigliare da un momento all’altro e cambiarne per sempre il destino
economico. Quelli su cui porre particolare attenzione sono i seguenti.

Rischio famiglia. Il divorzio e la separazione di solito generano una


nuova redistribuzione del reddito e dei beni tra moglie e marito, spesso con

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effetti catastrofici. Molti sottovalutano questo rischio, credendo nell’amore
eterno, nella stima e nel rispetto del proprio partner. Sentimenti bellissimi e
condivisibili, ma la realtà è un’altra cosa.
Le statistiche ci dicono che i divorzi e le separazioni sono in costante
aumento, e che in molti casi uno dei due subisce danni patrimoniali e
reddituali tali da rendergli difficile la sopravvivenza: si pensi ai papà in
difficoltà a causa delle elevate spese di mantenimento, o alle madri con figli
a carico che non vengono supportate economicamente dagli ex mariti.
In questo caso il rischio famiglia è dunque sottovalutato, cioè non si
pianifica un’adeguata gestione patrimoniale dei beni da destinare all’uno o
all’altro. Forse questo discorso può sembrare cinico, ma è proprio quando
ci si ama che bisogna pianificare la destinazione del proprio patrimonio e
della propria ricchezza, nel caso l’«amore eterno» venisse improvvisamente
meno.
Rischio salute. Una malattia improvvisa o un’invalidità permanente
potrebbero comportare il dispendio di tutto o di gran parte del reddito, cosa
che a sua volta può creare un notevole disagio economico.
Fino a qualche decennio fa, come ho già raccontato, la copertura per tali
rischi non si considerava necessaria, perché si era supportati o da «mamma
Stato», che interveniva con pensione e sanità pubblica, o (soprattutto) da
una rete sociale formata dalla famiglia di origine, che spesso si sostituiva
allo Stato nell’accudire l’ammalato o l’invalido. Oggi lo Stato fa
continuamente passi indietro sia sull’assistenza sanitaria sia sull’erogazione
di pensioni per invalidità, e i valori imperanti hanno intaccato anche la
forza della vecchia struttura famigliare. Le famiglie vanno cioè
disgregandosi, e non sono più in grado di assicurare un sostegno ai loro cari
in difficoltà.
Rischio morte prematura. Nella malaugurata ipotesi che venga a
mancare una componente redditualmente importante della famiglia, i suoi
cari si ritroverebbero in enormi difficoltà economiche. Sembrerà strano, ma
questo è uno dei rischi più semplici ed economici da coprire, eppure in
pochi lo fanno. Molti preferiscono pensare che vivranno in eterno, che non
sia necessario proteggersi da un simile evento, a volte anche solo per
scaramanzia. Questo approccio molto superficiale, però, rischia di
compromettere la solidità patrimoniale dei propri cari. Si pensi soprattutto
alle famiglie monoreddito, magari fortemente indebitate con mutuo, prestiti
eccetera. In tutti questi casi la perdita di una persona redditualmente

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importante crea danni enormi, a volte irreparabili.
Rischio longevità. È il rischio opposto al precedente, ed è legato
all’allungamento della vita media. Vivere a lungo a volte diventa un
problema (ne parleremo nel capitolo «Costruire una pensione»). Vista la
riduzione drastica delle prestazioni pensionistiche, il rischio di non riuscire
a mantenere un tenore di vita dignitoso è da considerarsi seriamente nella
pianificazione previdenziale, senza dimenticare le esigenze di assistenza
domiciliare relative agli acciacchi da invecchiamento.
Rischio responsabilità civile. È un altro rischio molto sottovalutato. Ma
che cos’è la responsabilità civile? In parole semplici, è la responsabilità di
tutte le nostre azioni che abbiano generato un danno a un’altra persona, e
pertanto siamo tenuti a risarcire il costo della lesione al danneggiato. Per
esempio, se il vento fa cadere un vaso dal nostro balcone e colpisce in testa
un passante, rischiamo di dover risarcire migliaia di euro al malcapitato.
Ricordate, inoltre, che siete responsabili civilmente anche dei
comportamenti dei vostri figli minori. Pertanto, se giocando con la bici
vostro figlio di dieci anni fa cadere un anziano signore procurandogli un
danno, sarete tenuti a rispondere economicamente del danno arrecato.
Anche in questo caso, coprirsi da tale responsabilità è importante per
vivere sereni e abbattere il rischio di una perdita patrimoniale.
L’assicurazione dell’auto, la più conosciuta (perché obbligatoria) dagli
italiani, serve proprio a proteggerci in caso di incidente grave in cui
abbiamo torto.
Rischio patrimonio immobiliare. Se siete proprietari di immobili, il
loro valore potrebbe essere compromesso da furti, incendi, calamità
naturali, quindi una semplice copertura assicurativa vi risparmierebbe
perdite enormi. Non è un caso che quando chiedete un mutuo in banca vi
obbligano a sottoscrivere una polizza (incendio e scoppio) a tutela del
prestito. Loro sanno bene il rischio che corrono!
Rischio successorio. Ultimo ma non meno importante è il rischio di una
mancata pianificazione della successione. In Italia solo l’8% delle persone
fa testamento, e pochissimi pianificano la loro successione. Questo
comportamento genera continui litigi famigliari che spesso sfociano in
cause lunghissime, costi di avvocati, proprietà abbandonate per anni e
soggette a deperimento. Pianificare questo aspetto permette anche di
ottimizzare il prelievo fiscale al verificarsi dell’evento luttuoso. La
successione può essere pianificata a partire da strumenti semplici e talvolta

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gratuiti, come il testamento olografo o la donazione antemorte, fino a
strumenti complessi e molto particolari come il trust o il patto di famiglia,
le polizze assicurative eccetera, destinando il patrimonio in modo chiaro e
inequivocabile a chi ci sarà dopo di voi.

Rischi professionali
Che siate dipendenti, lavoratori autonomi o imprenditori, sappiate che tutti
a vario titolo siete soggetti a rischi che è opportuno conoscere e da cui
proteggersi, dove possibile, con gli strumenti adatti.

Rischio responsabilità professionale. Chi commette errori


nell’esercizio delle sue funzioni lavorative e professionali ne risponderà in
proprio, con l’intero suo patrimonio attuale e futuro, con un risarcimento a
favore della persona danneggiata. È il rischio più importante da considerare
per i professionisti o per chi svolge attività autonome, tant’è che il decreto
legislativo 137/12 li obbliga a stipulare una polizza per i rischi connessi alla
responsabilità civile. Al di là dell’obbligatorietà, comunque, non coprirsi da
questo pericolo significa mettere a rischio tutto il proprio patrimonio
finanziario e immobiliare.
Rischio passaggio generazionale. È il rischio che un imprenditore corre
nel passaggio di testimone della sua azienda, quando ne va della vita della
sua impresa.
In Italia moltissime aziende non vanno oltre la terza generazione. Spesso
questo accade perché le nostre imprese hanno dimensioni medio piccole, a
conduzione famigliare e gestite dal capo famiglia, la cui successione
avviene all’interno dell’asse ereditario. Ed è qui che sorgono i problemi:
non sempre gli eredi riescono a trovare un accordo sulle modalità di
gestione dell’azienda, e non sempre sono all’altezza del compito cui sono
chiamati. Diventa dunque fondamentale, per il benessere degli eredi,
programmare un passaggio generazionale dell’azienda affidandola a chi si
ritiene capace. A tal proposito esistono specifici strumenti giuridici come il
patto di famiglia o il trust, che contemplano anche interessanti agevolazioni
fiscali.
Rischio fallimento. Per evitare che questo rischio ricada sulla propria
famiglia, l’imprenditore (soprattutto se piccolo o artigiano) deve creare un

80
cuscinetto di protezione tra patrimonio di famiglia e patrimonio aziendale.
Nella realtà, invece, l’imprenditore tende a mischiare il tutto mettendo in
gioco non solo le risorse dell’azienda, ma anche le risorse famigliari,
offrendo così ai creditori fideiussioni, ipoteche e pegni su beni personali.
Questo è uno dei rischi più complicati da estirpare, perché si scontra con
la cultura imprenditoriale dominante, ma è anche uno dei più pericolosi per
la tutela del proprio patrimonio. Coprirsi da tale rischio con strumenti sia
finanziari sia giuridici, come il fondo patrimoniale, diventa una scelta
intelligente per salvaguardare la ricchezza personale.
Rischio infortunio o malattia sul lavoro. Sono rischi perlopiù legati a
professioni usuranti che possono compromettere l’abilità al lavoro o far
insorgere malattie. Spesso la protezione da simili rischi si ottiene
direttamente dall’azienda presso cui si lavora attraverso accordi collettivi
pubblici (per esempio INAIL) o grazie alle coperture assicurative private
(quando si vogliono coprire rischi diversi da quelli garantiti dallo Stato).
Rischio creditori. Riguarda i debiti contratti durante l’attività
lavorativa, per i quali si risponde con l’intero patrimonio personale. In
questi casi si possono attivare una serie di istituti giuridici a protezione
della ricchezza famigliare: fondo patrimoniale, separazione dei beni,
donazione eccetera. Decorsi cinque anni diventano un interessante scudo
protettivo.

Tutti questi rischi sono come una spada di Damocle. Sono lì nell’aria, e
da un momento all’altro uno di loro potrebbe bussare alla porta. Questa
incertezza latente prende possesso della vita delle persone e genera ansia,
timore per il futuro, preoccupazione per i loro cari, e diventa uno dei
principali motivi per cui tendono a mantenere i soldi liquidi in banca, a non
impegnarsi in investimenti di lungo periodo, a non progettare il futuro per
paura degli imprevisti. Sanno di non avere il pieno controllo della loro vita,
ci sono troppe incognite sul loro cammino, allora preferiscono navigare a
vista mantenendosi «liquidi», cioè rimanendo risparmiatori.
Un esempio può aiutarci a capire.
Se sottoscriviamo una copertura assicurativa per invalidità permanente,
saremo più tranquilli nel fare progetti a lungo termine, perché se si dovesse
verificare l’evento nefasto potremo fare affidamento sulle prestazioni
assicurative senza toccare l’investimento in essere.
Ora capite perché, prima di iniziare un percorso di investimento, dovete

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conoscere bene i vostri rischi patrimoniali e coprirli con strumenti adeguati,
siano questi giuridici o assicurativi. Solo così potrete essere timonieri e
padroni del vostro viaggio e liberare le risorse giacenti sul conto corrente,
pianificando serenamente il futuro.

Secondo passo
Definire gli obiettivi di vita
Nelle pagine precedenti abbiamo sottolineato la netta differenza tra un
risparmiatore e un investitore. Ora facciamo un ulteriore passo avanti e
chiediamoci perché si investe.
Molti rispondono a questa domanda istintivamente: per guadagnare più
soldi ed essere più ricchi! Sbagliato, risposta troppo superficiale.
Un vero investitore pianifica i propri investimenti fissando specifici
obiettivi di vita. Perché avere bene in mente che cosa volete dalla vita e
pianificare i «grandi obiettivi» della vostra esistenza vi aiuterà a fare scelte
consapevoli e a prendere decisioni importanti anche in ambito finanziario.
Avere un approccio generico, come chi dice di voler solo guadagnare di
più o essere più ricco, crea confusione, impedisce di rimanere concentrati
sui propri traguardi e spinge a cambiare, a rivedere spesso le proprie scelte,
cadendo in preda all’emotività e commettendo molti errori.
Essere consapevoli dei propri obiettivi di vita aiuta anche a selezionare i
mercati sui quali investire e gli strumenti finanziari da utilizzare, favorendo
in tal modo una corretta pianificazione finanziaria. In sintesi, chi investe
per obiettivi pianifica la propria ricchezza in maniera intenzionale e
responsabile; chi invece investe senza obiettivi accetta di fatto
passivamente quello che di volta in volta il mercato e gli «squali» gli
offrono.
A dire il vero, oltre a stabilire gli obiettivi che vogliamo raggiungere è
anche importante dare un valore monetario a ciascuno, passando da una
definizione qualitativa a una quantitativa. Niente aggettivi, nessuna
connotazione emotiva, solo numeri. Un obiettivo, infatti, dev’essere
quantificabile, misurabile, avere un proprio nome, un valore monetario e un
tempo per raggiungerlo. Il nome ci tiene ancorati alla promessa che
facciamo a noi stessi in termini di impegno nel perseguirlo; il valore
monetario ci stimola a evitare consumi inutili e focalizza la nostra

82
attenzione sul risparmio necessario da accantonare periodicamente; il
tempo è l’orizzonte entro cui ci impegniamo a destinare le nostre risorse
finanziarie per portare a casa il risultato.
Stabilire obiettivi è qualcosa che in alcuni può suscitare una certa dose
di resistenza emotiva: al solo pensiero potreste provare una sensazione di
sfiducia e di inadeguatezza, ma è necessario andare avanti e affrontare
questi sentimenti con la ragione. Vedrete che ne sarà valsa la pena!
Innanzitutto, le informazioni che riguardano gli obiettivi devono essere
messe per iscritto, perché vi serviranno da bussola negli anni a venire, e
anche perché scriverli rafforza la motivazione, spinge all’azione, chiama a
raccolta tutte le vostre energie.
Comprate un quaderno e destinatelo alla raccolta delle vostre storie
finanziarie. Attenzione, però: la motivazione scatta solo quando vi
prefiggete obiettivi raggiungibili con una somma e con tempi coerenti con
il vostro tenore di vita attuale e futuro. Eccone alcuni a titolo di esempio
classificati per tipologia, valore monetario e tempo di raggiungimento.

OBIETTIVO DI VITA VALORE TEMPO


MONETARIO

Acquisto auto 20.000 3 anni


Comprare una barca 15.000 5 anni
Avviare una nuova attività 100.000 7 anni
Acquisto prima casa 200.000 10 anni
Università figli 50.000 15 anni
Fare il giro del mondo 110.000 20 anni
Costruirsi una rendita 200.000 25 anni
pensionistica

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Così presentati, con un proprio nome, gli obiettivi hanno una loro
specificità: a ognuno è associato il numero di anni in cui si intende
raggiungerlo e di quanto capitale si ha bisogno per realizzarlo. A questo
punto sarà più semplice assegnare a ogni traguardo uno o più strumenti
finanziari, i quali saranno dedicati esclusivamente a quel determinato
scopo. Ciò rende più efficace la strategia di investimento, avendo la
possibilità di calibrare per ciascuno la quantità di risparmio da investire, il
rischio da sostenere e il rendimento atteso nel periodo prefissato.
Questo approccio favorisce la propensione al risparmio, nonché a
ragionare per investimenti di lungo periodo ottimizzando le risorse
disponibili.
Definire e monitorare i propri obiettivi di vita deve dunque diventare una
delle nuove abitudini finanziarie nel proprio percorso di crescita da
risparmiatore a investitore. I benefici sono sorprendenti:

Permette di assumere il controllo dei propri progetti.


Spinge a essere finanziariamente responsabili.
Consente di avere una chiara visione di ciò che si vuole ottenere.
Rende fortemente motivati a raggiungere i propri traguardi.
Consente di ottenere il meglio dalle proprie finanze.

D’altra parte, però, non tutti gli obiettivi possono essere realizzati
secondo i nostri desideri. Dovete pertanto sempre essere oggettivi e dare un
ordine di priorità a quelli prefissati.

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In sintesi, ogni obiettivo di vita dovrebbe essere:

Specifico e ben definito.


Quantificabile in termini monetari.
Misurabile.
Coerente con il proprio tenore di vita.
Raggiungibile in un determinato tempo.

Spesso per facilitare la conquista di un traguardo si consiglia di adottare


la strategia dei piccoli passi, cioè di suddividere il percorso verso la meta in
tante piccole tappe, o miniobiettivi, da raggiungere in periodi prefissati
(ogni anno, ogni lustro eccetera).
Piccoli cambiamenti portano a mutamenti sostanziali, se introdotti in
modo sistematico. Apportare modifiche minime, inoltre, riduce la paura per
qualcosa che non si conosce perfettamente. Il nostro cervello, infatti, di
solito fatica a sopportare i cambiamenti perché vede ciò che non rientra
nelle nostre abitudini come pericoloso: un meccanismo inconscio e spesso
dannoso, che ci tiene ancorati alle cose che ci rendono insoddisfatti.
Con gli investimenti finanziari è dunque fondamentale, oltre che agevole
e conveniente, pianificare accantonamenti periodici di importi differenti per
ogni singolo obiettivo.

Terzo passo
Redigere un budget famigliare
Una volta individuati gli obiettivi da raggiungere, il terzo passo da
compiere è elaborare un bilancio famigliare di previsione, detto anche
«budget». La famiglia, nel suo piccolo, funziona come un’azienda, quindi
ogni anno deve fare un bilancio. Ma poiché registrare tutti i movimenti di
entrata e di uscita richiede molto tempo, vi consiglio di seguire un’altra
strada: una volta all’anno dedicate qualche ora alla definizione del budget
famigliare, poi effettuate un riscontro ogni tre mesi, per verificare che
l’andamento sia effettivamente quello. Un semplice foglio Excel (come
quello scaricabile dal mio sito/blog www.imperatoreconsulting.eu/bilancio-
familiare) con le vostre previsioni di spesa per l’anno successivo dovrebbe
fotografare abbastanza bene l’economia della vostra famiglia. Uno degli

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errori più comuni dei risparmiatori, infatti, è la totale assenza di controllo
sulle proprie finanze.
Forse vi starete chiedendo: Ma perché redigere un budget? Cosa c’entra
con gli investimenti? Io so già quanto spendo e quanto riesco a risparmiare,
a che mi serve?
Sono le domande più comuni che i risparmiatori mi rivolgono quando
parlo loro dell’importanza del bilancio di previsione. Un investitore non
può prescindere dal conoscere in maniera precisa i propri flussi monetari in
entrata e in uscita, nonché la loro natura e provenienza, perché solo
conoscendo il proprio budget potrà poi quantificare il risparmio, presente e
futuro.
Una delle abitudini sbagliate, infatti, è proprio quella di spendere e
consumare in ragione della propria disponibilità monetaria mese per mese.
È un vero e proprio suicidio finanziario, poiché si è spinti a spendere non in
ragione delle reali esigenze famigliari, ma reagendo impulsivamente ai
bombardamenti commerciali e pubblicitari a cui la società ci sottopone
attraverso numerosi mezzi, digitali e non. È dunque necessario sviluppare
una nuova abitudine finanziaria che ci liberi da questo assedio mediatico-
commerciale, ovvero stabilire prima quanti soldi risparmieremo e poi
decidere come e quanti spenderne. Tutto questo grazie al controllo delle
entrate e delle uscite con lo strumento del bilancio famigliare, che ci
permette di confrontare quanto programmato con quanto poi effettivamente
consuntivato.
Per esempio, monitorare quanto spendete ogni mese per l’auto
(manutenzione, benzina, bollo assicurazione eccetera), o quanto pesano
effettivamente le spese scolastiche di vostro figlio sul budget famigliare,
può aiutarvi ad accantonare più risparmi e, di conseguenza, a pianificare
meglio gli investimenti. Spesso piccoli importi che singolarmente appaiono
insignificanti, rapportati all’intero anno diventano una somma che influisce
negativamente sul bilancio. Solo così potrete valutare se eliminarli o ridurli.
Il controllo consapevole della spesa totale della propria famiglia è
fondamentale per generare risparmio, ricchezza e benessere, oltre che per
capire se è il caso di tagliare costi superflui o anche cercare altre entrate,
come un secondo lavoro o affittare eventuali immobili di proprietà.
Ecco un esempio di voci di spesa di un tipico bilancio famigliare:

Cibo e bevande

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Utenze e condominio
Auto e trasporti
Tasse, imposte, servizi pubblici
Vacanze, svago, hobby
Spese per la casa
Spese sanitarie
Scuola per i figli
Consulenze varie
Regali e ricorrenze
Mobili, elettrodomestici, computer
Abbigliamento e accessori
Spese mantenimento immobili e beni preziosi
Noleggi, fitti e pagamenti periodici
Benessere e salute della persona.

Niente paura, è un compito molto semplice che presto diventarà


abitudine anche per voi.
Si prendono quindi in considerazione tutti i soldi che si spendono in un
anno per una determinata categoria di spesa e si calcola la quota mensile «a
spanne», senza soffermarsi sui particolari.
Stessa cosa per le entrate. La differenza fra entrate e uscite dovrebbe
determinare il risparmio annuo previsto. Se tale differenza è uguale a zero,
o addirittura negativa, allora dovrete tagliare qualche costo o, cosa più
difficile, aumentare i ricavi.
Ogni trimestre sarà inoltre necessario controllare che la quota di
risparmio prevista sia stata effettivamente accantonata. Se il risparmio
preventivato è inferiore a quello accantonato, occorre rivedere le stime e
rifare un budget più verosimile. Il risultato dell’analisi trimestrale sarà o un
taglio di alcune voci di spesa o un incremento dei ricavi, così da
determinare un nuovo obiettivo di risparmio.
Acquisire nuove abitudini non è semplice, richiede tempo e impegno,
ma per costruire il vostro budget famigliare possono esservi d’aiuto tre
semplici linee guida.
Vediamole una per una.

1. Come accumulare risparmio

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La maggior parte dei risparmiatori non si pone questo obiettivo e risparmia
indirettamente, cioè prima spende e poi controlla se è riuscito a mettere da
parte qualcosa.
Questo comportamento non favorisce la consapevolezza delle proprie
spese e rende difficile accantonare un risparmio periodico costante, poiché
induce a spendere finché ci sono soldi disponibili. Anzi, senza freni
inibitori spesso ci si spinge oltre e si inizia a comprare prendendo capitale a
prestito. La costruzione del budget deve servire proprio a programmare un
risparmio mensile decidendo da subito quanto volete mettere da parte,
compatibilmente con le vostre esigenze e i vostri redditi.
Dovete capovolgere la logica con cui gestite le vostre finanze,
soprattutto se siete spendaccioni. Non bisogna partire dai consumi –
spendere e poi vedere se si è riuscito a risparmiare qualcosa – ma dal
risparmio. Dovete domandarvi: Qual è la somma minima che intendo
risparmiare ogni mese?
Una volta definita la cifra, la si toglie dal conto materialmente, come se
fosse una vera e propria spesa mensile, e la si accantona su un diverso
strumento finanziario (conto deposito, fondo, libretto di risparmio
eccetera), in modo da sottrarla alla propria disponibilità e quindi agli
eventuali impulsi consumistici. Dopodiché, con ciò che resta sul conto
corrente, si programmano le spese mensili.
Attraverso questo processo avrete introdotto una nuova, fondamentale
abitudine finanziaria, perché sarete passati da «risparmiatori occasionali» a
«risparmiatori sistematici». Due modelli di comportamento così
sintetizzabili:

RISPARMIATORE OCCASIONALE RISPARMIATORE SISTEMATICO


ENTRATE C/C ENTRATE C/C
- -
SPESE MENSILI RISPARMI PROGRAMMATI
= =
RISPARMI EVENTUALI SPESE MEN
(comportamento poco virtuoso) (comportamento virtuoso)

Il risparmiatore sistematico è uno che ogni mese dà un premio a se


stesso e alla sua famiglia: risparmiando, dichiara di volersi bene perché

88
investe per rendere più sereno il suo futuro.

2. Limitare gli acquisti a rate


Un altro fardello per il budget famigliare è rappresentato dagli acquisti a
rate. Innanzitutto perché presentano rischi legati ai prodotti che li
agevolano (per esempio le carte revolving, vedi qui), ma soprattutto perché
fare debito per consumare è un comportamento nocivo per le proprie
finanze: più mi indebito, più in futuro pagherò un conto salato.
Bisogna fare molta attenzione, perché apparentemente in questo «gioco»
del credito al consumo, cioè la vendita rateale di beni e servizi di largo
consumo, sembrerebbe che vincano tutti: il negoziante vende di più, la
società finanziaria incassa gli interessi e il consumatore riesce a permettersi
beni e servizi che altrimenti non potrebbe comprare.
La realtà è però molto diversa. Ogni fenomeno finanziario è a somma
zero: c’è sempre un vincitore e un perdente, uno che ci guadagna e l’altro
che ci perde. E in questo caso a perderci è sempre il consumatore. Vediamo
perché.
Chiariamo subito un concetto: non sono contrario al credito.
Nell’economia moderna è uno strumento utile quando è destinato alla
produzione e alla creazione di ricchezza attraverso l’attività professionale o
d’impresa: prendendo a prestito un certo capitale su cui paga un
determinato interesse, un’azienda sa che investendolo può ottenere un
ritorno superiore all’interesse pagato sul prestito, accrescendo così la
ricchezza complessiva dell’impresa stessa.
Situazione completamente diversa, invece, è il credito al consumo per i
cittadini, che in questo caso non fanno un debito per investire nella
produzione di maggiore ricchezza, ma solo per consumare. Pertanto il loro
debito non sarà altro che un pegno, un vincolo sulle loro entrate future,
perché stanno «vendendo» il loro benessere futuro a chi gli fa credito per
acquistare, per esempio, il megatelevisore, l’aspirapolvere di ultima
generazione o lo smartphone griffato. Comprare a rate è un po’ come
decidere consapevolmente (o quasi) di vendere le proprie ore di lavoro
future alle società finanziarie.
Quante persone conoscete che pagano rate mensili uguali o superiori al
proprio stipendio? E quante che stanno cercando di rifinanziare (o
rimodulare) i propri debiti perché non riescono più ad arrivare alla fine del

89
mese? Ebbene, queste persone, senza saperlo, sono gli schiavi moderni,
schiavi volontari che scelgono di vendere il loro lavoro futuro per
possedere un televisore, un cellulare o un’auto all’ultima moda.
Vi siete mai chiesti perché molti prodotti costano meno, se li comprate a
rate piuttosto che in contanti? Come mai i rivenditori il più delle volte
insistono affinché li compriate in questo modo? Semplice: perché ci
guadagnano! Le società finanziarie (di credito al consumo) hanno capito
che dovevano iniettare una droga nel sistema, ma avevano bisogno di
«pusher» in grado di spacciarla. E così si sono affidati direttamente ai
rivenditori, concedendo loro una commissione su tutte le vendite a rate.
Così il rivenditore guadagna non solo dalla vendita del prodotto, ma anche
dal finanziamento concesso all’acquirente. E questo ulteriore guadagno gli
permette appunto di offrire un prezzo più basso, se l’acquisto viene fatto a
rate.
Per limitare gli acquisti a rate potreste adottare una semplice ma efficace
strategia: la regola delle due settimane. Quando vi sentite spinti a comprare
qualcosa perché credete che vi serva o che sia utile, sospendete
momentaneamente l’acquisto spiegando al negoziante che ritornerete tra
due settimane. Se dopo questo periodo sarete ancora dell’idea che il bene vi
occorra e che vada acquistato, allora fatelo. In caso contrario, scoprirete che
era solo un acquisto compulsivo, dettato dalle pressioni commerciali e non
da una vostra reale esigenza. È una sana abitudine che funziona molto bene,
da insegnare anche ai vostri figli, soprattutto ai nativi digitali, che
subiscono più di noi questo bombardamento.

3. Attenzione ai beni che generano costi


Molti beni, oltre ad avere un costo di acquisto (che si percepisce
immediatamente), prevedono anche spese di mantenimento che incideranno
sul vostro bilancio famigliare. Un esempio classico è l’automobile, che
genera costi futuri differenziati in base al modello: benzina, bollo,
manutenzione, assicurazione eccetera. Un investitore attento deve
considerare queste variabili di spesa futura prima di comprare un’auto, e
valutare se sono in linea con le proprie aspettative di risparmio.
Molti altri beni, invece, possono anche produrre reddito per compensare
le spese future, o addirittura per generare un’entrata aggiuntiva. È il caso,
per esempio, della seconda abitazione per le vacanze, che spesso viene

90
acquistata a prezzi salatissimi rispetto all’utilizzo che ne si fa, di solito
pochissime volte all’anno. Pochi considerano le tante uscite che una casa al
mare o in montagna genera tra tasse, utenze, condominio, manutenzione e
balzelli vari. Tutte spese che andranno a ridurre la disponibilità mensile da
accantonare. Una simile situazione, tuttavia, potrebbe essere ribaltata
decidendo di affittare l’immobile, magari tramite agenzie specializzate o
anche online, nel periodo dell’anno in cui non lo si utilizza. Questa
operazione è virtuosa per il proprio bilancio, perché aumenta la
disponibilità finanziaria, il risparmio e di conseguenza il benessere futuro.

In conclusione, il bilancio famigliare è fondamentale per migliorare la


propria capacità di risparmiare e successivamente di investire. Rende
consapevoli della reale dinamica delle proprie entrate e uscite: definisce fin
da subito la quota minima di risparmio mensile, riduce gli sprechi e le spese
inutili, ottimizza gli acquisti a rate e garantisce un monitoraggio costante
della propria capacità attuale e futura di generare risparmio.

Quarto passo
Pianificazione finanziaria
Questo quarto step può essere diviso in due fasi:

1. Selezione degli strumenti a copertura dei rischi patrimoniali (analizzati


nel primo passo).
2. Individuazione degli strumenti d’investimento idonei a raggiungere gli
obiettivi di vita (scelti nel secondo passo).

Fase 1: l’importanza delle coperture dai rischi


A questo punto dovreste sapere tutto in merito ai rischi che potrebbero
compromettere la solidità del vostro patrimonio. Neutralizzarli attraverso
un’adeguata copertura assicurativa rende più sereno il vostro futuro,
liberando quelle risorse che avevate accantonato in via precauzionale. Una
volta attivate le dovute coperture assicurative, infatti, quelle stesse risorse
potranno essere indirizzate su progetti più importanti.
Per comprendere meglio questo concetto pensate per esempio

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all’impatto che potrebbe avere sulla vostra tranquillità finanziaria il rischio
calamità naturali. Se siete particolarmente sensibili al fenomeno del
cambiamento climatico e temete che la vostra casa possa essere distrutta da
una qualche sciagura naturale, sarete sempre restii a investire i risparmi in
attività di medio-lungo periodo, poiché preferireste tenerli liquidi per
coprire il costo dell’eventuale danno.
Se a questa preoccupazione fate invece seguire una buona copertura
assicurativa che vi garantisca il risarcimento, vi sentirete più sereni e liberi
di disporre dei vostri risparmi.
Stesso discorso se a preoccuparvi sono la salute, gli infortuni,
l’autosufficienza, il furto eccetera, perché in tutti questi casi ciò che vincola
le vostre azioni è l’incertezza, l’assenza di controllo su quello che potrebbe
accadere domani.
Il modo più semplice per liberarsi di questa incertezza è dunque quello
di trasferire tali rischi al di fuori del vostro patrimonio famigliare attraverso
adeguate coperture. In genere ci si affida a una compagnia assicurativa, che
in cambio di una somma (chiamata «premio») si impegna a rispondere
economicamente al verificarsi dell’evento assicurato.
Quando si sottoscrive una polizza assicurativa in genere intervengono
quattro soggetti:

Contraente
Assicuratore
Assicurato
Beneficiario.

Il contraente è colui che stipula il contratto e paga il premio periodico.


L’assicuratore è la compagnia che si impegna a coprire il rischio e ha
diritto a incassare il premio.
L’assicurato, invece, è colui su cui ricade il rischio (nel caso del rischio
salute, per esempio, è la persona che si deve ammalare per vedersi
riconoscere la prestazione).
Infine c’è il beneficiario, cioè colui che gode della prestazione
assicurativa e incassa i soldi!
Nella giungla delle offerte assicurative bisogna prestare molta attenzione
a quella più adatta al rischio da neutralizzare. In molti casi è addirittura
possibile farsi costruire una copertura assicurativa su misura, in modo che

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risponda al preciso rischio che l’assicurato sta correndo.
È importante soffermarsi sugli elementi fondamentali di un contratto
assicurativo, che sono quattro:

Rischio
Premio
Somma assicurata
Franchigia.

Il rischio è l’incerto evento futuro che, se si verificasse, vi procurerebbe


un danno economico da cui volete proteggervi. La compagnia assicurativa
lo sottoporrà a valutazione per decidere se accollarselo o meno.
Il premio rappresenta il costo per la copertura del rischio e lo decide la
compagnia una volta stimato il rischio. Può essere pagato in un’unica
soluzione o con versamenti periodici (annuali, trimestrali, mensili).
La somma assicurata rappresenta il capitale che la compagnia
assicurativa è disposta a versare nel caso si verifichi l’evento.
La franchigia è una somma al di sotto della quale la compagnia, pur
verificandosi l’evento, non paga. Per esempio, se siete assicurati dal rischio
furto casa e avete una franchigia di 2.000 euro, significa che se vi rubassero
oggetti per un valore di 1.500 euro l’assicurazione non vi riconoscerebbe
alcun indennizzo. Se invece subiste un furto per 10.000 euro, avreste
riconosciuto il danno per l’intera cifra se la franchigia è «relativa», oppure
per 8.000 (10.000-2.000) se è «assoluta».
La franchigia è uno strumento molto importante per la pianificazione e
la gestione dei costi assicurativi. Molti la sottovalutano, non capendone la
natura e il ruolo. Vediamo perché.
Assicurarsi da un rischio ha senso se al suo verificarsi subiste un danno
patrimoniale tale da compromettere la vostra solidità finanziaria. In una
pianificazione assicurativa, dunque, occorre prestare molta attenzione solo
ai grandi danni legati ai grandi rischi e trascurare le piccole perdite legate ai
piccoli rischi. Questo perché il costo di una copertura assicurativa dipende
dalla frequenza con cui tale rischio può (statisticamente) manifestarsi.
Facile quindi intuire che i piccoli rischi sono molto frequenti e pertanto
costano tanto in termini di premio da pagare alla compagnia. Inoltre, questi
piccoli danni non vi cambiano la vita, non compromettono il vostro
patrimonio e di conseguenza pagate per una copertura che non è strategica

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ai fini della pianificazione.
Ecco allora che l’uso attento della franchigia può farvi risparmiare molti
soldi in premi assicurativi senza rinunciare a una solida ed efficace
copertura dei rischi tanto temuti. Per evitare di pagare un premio alto,
quindi, occorre trovare il giusto equilibrio tra la franchigia (innalzandola
fino al punto giusto) e i rischi da coprire.
Per esempio, se voleste coprirvi contro il rischio malattie, di sicuro non
prendereste in considerazione tutti i piccoli acciacchi (influenza e
indisposizioni varie), altrimenti paghereste un premio elevatissimo a fronte
di rischi che non determinano una seria minaccia alla vostra capacità di
produrre reddito. Terreste invece conto del rischio malattie incurabili o
altamente debilitanti, come ictus e infarti, e in tal caso stabilireste il giusto
livello di franchigia dicendo al vostro consulente assicurativo: «Guardi, se
mi capitasse una disgrazia del genere, in base alle rendite che percepisco
dall’affitto di una casa di mia proprietà per i prossimi cinque anni, potrei
assicurarmi per lo stesso periodo fissando la franchigia a 50.000 euro».
Le tipologie assicurative sono tantissime, ma nel processo di
pianificazione bisogna considerarne solo alcune:

1. Le coperture per danni contro le cose (abitazione, auto eccetera), che vi


tutelano da eventi esterni come furto, incendio eccetera.
2. Le coperture per danni contro le persone, che offrono una tutela in caso
di infortuni o malattie della persona assicurata e/o dei suoi famigliari.
3. Le coperture contro il rischio di una variazione negativa del patrimonio
dovuta a richieste di risarcimento per danni provocati a terzi (è il
classico esempio della responsabilità civile).
4. Le coperture che garantiscono, in caso di decesso dell’assicurato, un
capitale ai beneficiari designati nel contratto.
5. Le coperture contro le malattie e contro il rischio di non
autosufficienza, che coprono dal rischio di malattie gravi (sostenendo i
costi di operazioni importanti o delle visite specialistiche) e anche dal
rischio di gravi invalidità da infortuni che producono la non
autosufficienza (in questi casi sono previsti anche assistenza
domiciliare, sostegno economico eccetera).

Queste sono le cinque aree assicurative che, insieme alla previdenza


complementare (trattata in modo approfondito nel capitolo «Costruire una

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pensione») vanno considerate nel vostro percorso di pianificazione
finanziaria. Tutto il resto è fuffa: quando sentite parlare di cose come unit
linked e index linked, scappate! Si tratta di prodotti con costi elevatissimi e
scarsa copertura dei rischi, poco utili al vostro scopo, cioè proteggere il
patrimonio e liberare le risorse.

Fase 2: la selezione degli strumenti finanziari


Una volta coperti i rischi, potete liberare le vostre risorse per selezionare al
meglio gli strumenti di investimento che vi aiuteranno a raggiungere gli
obiettivi di vita.
La costruzione del modello d’investimento passa attraverso due concetti
importanti, senza i quali non comprendereste la logica e l’efficacia
dell’intero percorso: i conti mentali e il ruolo del tempo.

I conti mentali e i barattoli della nonna


Nel dopoguerra le nonne rivestivano un ruolo fondamentale nelle famiglie
patriarcali: oltre a gestire la casa e a occuparsi dei figli, dovevano anche far
quadrare i conti. Per questo i mariti mettevano nelle loro mani i pochi
guadagni, nella speranza che riuscissero pure a risparmiare qualcosa.
In quegli anni, come del resto ancora oggi, le donne mostravano una
marcia in più nella gestione delle finanze, e per riuscire ad arrivare alla fine
del mese crearono un sistema molto intelligente che prevedeva l’uso di
alcuni barattoli da conserva.
In pratica, si munivano di tanti barattoli quante erano le spese mensili
che dovevano affrontare, per poi etichettarli con le rispettive voci (affitto,
acqua, luce, vestiario, cibo) e mettervi dentro la somma prevista per quella
spesa (quindi anche loro facevano un budget famigliare!).
Questa semplice abitudine consentiva alle nostre nonne, mese per mese,
di tenere una contabilità perfetta che permetteva loro di decidere se fare una
certa spesa piuttosto che un’altra, se risparmiare per un acquisto da fare a
breve termine o investire la stessa somma a lungo termine (all’epoca il
padrone della scena, per gli investimenti, era l’ufficio postale).
Molti ricordano ancora con affetto questa sana e buona abitudine
finanziaria, che è stata foriera della grande capacità di risparmio che ancora
oggi è riconosciuta al nostro popolo. Ma la logica dei barattoli non è
passata inosservata nemmeno a economisti e studiosi, che la considerano un

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metodo efficace per una corretta gestione del denaro. Richard Thaler,
premio Nobel per l’economia nel 2017, fu il primo a occuparsi di queste
abitudini finanziarie elaborando la cosiddetta «teoria dei conti mentali», che
dimostra come il nostro cervello si trovi a suo agio quando, nella gestione
dei soldi, usa differenti sezioni dell’encefalo (i barattoli della nonna,
appunto), assegnando a ogni obiettivo di vita uno strumento finanziario
preciso.
Ecco allora che la pianificazione finanziaria di un investitore di successo
deve partire da qui, cioè dall’assegnare a ogni obiettivo di vita un conto
mentale, un barattolo separato dagli altri. Questa abitudine ci aiuta ad
assegnare a ogni obiettivo un importo e a non distoglierlo (disinvestire) nei
momenti di difficoltà, a mantenere la barra dritta anche nelle fasi di discesa
dei mercati, concentrando l’attenzione non più sullo strumento finanziario
in sé, ma sull’obiettivo di vita da perseguire.
Al contrario, la maggior parte delle persone è solita investire i propri
risparmi in maniera indistinta, senza definire obiettivi, tempi e
caratteristiche del prodotto da utilizzare. Questo le rende emotivamente
deboli nei momenti di crollo dei mercati, poiché vanno in stato
confusionale, vengono sopraffatti dalla paura e dallo sconforto e allora
provano a rimediare entrando e uscendo dai mercati finanziari, generando
perlopiù perdite.
Si tratta di un comportamento emotivo e irrazionale che s’innesca
quando non si fanno i conti mentali e non si definiscono in maniera chiara
obiettivi, strumenti, rischi e tempi d’investimento.
È necessario uscire da questa logica e riappropriarci della semplice ma
efficace abitudine finanziaria delle nostre nonne: a ogni obiettivo di vita
uno strumento, a ogni strumento un rischio, e a ogni rischio un tempo
d’investimento.

Il tempo è rendimento
Il tempo è una variabile fondamentale nel processo di investimento. Come
abbiamo visto nel secondo passo (vedi questa tabella), per ogni obiettivo di
vita è bene definire un preciso tempo di realizzazione. Stabilire a priori una
durata per i singoli investimenti è importante perché a ogni orizzonte
temporale potreste abbinare uno strumento finanziario con caratteristiche di
rischio differenti e diverse aspettative di guadagno.

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Facciamo un esempio. Se desiderate conseguire un obiettivo nei
prossimi due anni, allora non potrete investire in strumenti azionari, che nel
breve termine oscillano molto e potrebbero compromettere il
raggiungimento del vostro traguardo. Se invece l’arco temporale
dell’obiettivo si allunga a dieci anni, allora un investimento azionario è più
che appropriato, poiché in questo arco temporale non solo si ridimensiona il
rischio, ma potete puntare su rendimenti molto più elevati.
Il tempo, dunque, è un fattore chiave per la crescita dei vostri
investimenti, il motore trainante dell’effetto capitalizzazione. Forse vi
starete chiedendo: Cosa significa «effetto capitalizzazione»? Per
spiegarvelo partirò da quella che Albert Einstein definì «la più grande
scoperta matematica di tutti i tempi»: l’interesse composto.
L’effetto capitalizzazione non è altro che l’accumulo degli interessi sul
capitale, che a loro volta generano altri interessi. Faccio un esempio: ho un
capitale di 1.000 euro e lo investo in un prodotto che rende l’8% all’anno;
dopo un anno avrò 1.080 euro e dopo due anni, dal momento che l’8% si
calcolerà su quest’ultima cifra, avrò 1.166,4 euro.
Questo fenomeno diventa determinante quando fate scelte di
investimento consapevoli nel lungo periodo, poiché potete selezionare lo
strumento con il maggior rendimento atteso e godere al meglio dell’effetto
capitalizzazione.
Per capirlo in modo intuitivo e senza tanti tecnicismi basta osservare il
prossimo grafico, che illustra l’azione del tempo su un investimento di
1.000 euro con interesse composto (con effetto capitalizzazione) dell’8% e
su un conto deposito con interesse al 2% (senza effetto capitalizzazione).
Nel primo caso, in quarant’anni di rendimento i 1.000 euro sono diventati
20.155 euro, nel secondo caso appena 2.165 euro. Una differenza enorme
che può pregiudicare il raggiungimento dei vostri traguardi. Pertanto,
selezionare il prodotto giusto in base al tempo dato è una scelta da non
sottovalutare.

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Gli strumenti per investire in modo efficiente e riducendo
al minimo i rischi
Negli ultimi dieci anni il mondo della finanza si è modificato radicalmente.
Le certezze si sono trasformate in rischi enormi. Strumenti come i titoli di
Stato (BOT, BTP, CCT), considerati da sempre sicuri e affidabili, si sono
rivelati rischiosi e privi di rendimento.
Come abbiamo visto, in questo «nuovo mondo» è indispensabile
cambiare approccio agli investimenti adeguandosi continuamente e
rendendosi conto che non esistono più investimenti privi di rischio (i
cosiddetti «pasti gratis»).
E allora, come fare per proteggere i vostri soldi? Quali strumenti usare?
Fermi tutti! Ci risiamo con l’errore di concentrarci subito sugli
strumenti. Il problema non è tanto di strumenti, quanto di comportamenti.
Proteggere i vostri risparmi, ormai, non dipende più da questo o da quel
prodotto, cioè dal titolo cosiddetto «sicuro», ma da un comportamento che
sia corretto e consapevole.
Il prossimo istogramma mette a confronto i rendimenti delle differenti
classi di investimento offerte dal mercato (le cosiddette «asset class»,

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quindi azioni, obbligazioni, immobili, oro eccetera) nei vent’anni che vanno
dal 1994 al 2014.
Il rendimento medio dell’investitore fai da te in questo ventennio è stato
disastroso: 2,5%, di gran lunga inferiore a tutte le altre asset class. Il
mancato guadagno è dovuto al cosiddetto «gap comportamentale», cioè a
quel comportamento emotivo secondo cui il risparmiatore entra ed esce
continuamente dal mercato e dai vari asset (ne ho parlato in maniera più
approfondita nel capitolo «Come funzionano i mercati»).

Ma cosa si intende per «comportamento corretto» quando si investe?


Significa munirsi di una bussola in grado di fornirvi precise coordinate
operative, per evitare errori generati da scelte emotive, improvvise e poco
ragionate. Facciamo un esempio sul mercato delle azioni.
Il pensiero comune di molti investitori è che il mercato azionario sia
molto rischioso e poco affidabile, e pertanto acquistare azioni dev’essere
fatto con spirito speculativo: compra, cerca di guadagnare in fretta e poi
vendi subito. Niente di più falso! Il mercato azionario è un asset rischioso
solo per chi non ne conosce la natura e le regole.
Avere un comportamento corretto ed evitare brutte sorprese, quindi,
significa acquisire buone abitudini finanziarie rispettando tre semplici
regole:

Prima regola: investire nell’economia globale.


Seconda regola: investire con strumenti efficienti; non singoli titoli, ma
strumenti di risparmio gestito.
Terza regola: investire per un tempo adeguato, in questo caso non
inferiore ai dieci anni.

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Prima regola: investire nell’economia globale
Investire nell’economia globale e non in settori, singoli titoli o mode del
momento, è il primo passo per un investimento efficiente. Provo a
spiegarmi meglio.
La costante e continua crescita economico-sociale e tecnologica della
civiltà umana è l’unica cosa di cui siamo certi da cinquemila anni a questa
parte. Le condizioni economiche globali sono in costante miglioramento, e
non si prevedono rallentamenti. E la crescita della ricchezza globale nei
prossimi decenni sarà accompagnata dallo sviluppo di tecnologie che
miglioreranno di gran lunga la qualità delle nostre vite.
Dal 1990 al 2015 la popolazione in condizioni di povertà estrema nei
Paesi in via di sviluppo si è molto ridotta, passando dal 47% al 14%.
Anche il numero di persone che ha accesso all’acqua potabile è quasi
raddoppiato, da 2,3 a 4,2 miliardi, chiaro segno di un’economia in forte
crescita e di un benessere mondiale sempre più diffuso.
La dispersione scolastica si è ridotta a 57 milioni di bambini,
confermando le migliorate condizioni di vita. (Spesso la dispersione è
dovuta alla necessità per le famiglie povere di far lavorare i bambini fin da
piccolissimi, sottraendoli così alla scuola.)
Questi dati mostrano due cose:

1. La percezione che abbiamo del mondo spesso è condizionata dal nostro


microcosmo: quanti in Italia sarebbero disposti a scommettere che
negli ultimi decenni a livello globale si è avuta una crescita economica
importante?
2. Le buone notizie non fanno mai notizia. In questi decenni pochissimi
organi di informazione hanno posto l’accento sull’enorme crescita di
ricchezza che si è registrata nel globo, trainata soprattutto dai Paesi in
via di sviluppo.

La spinta all’evoluzione e alla crescita economica nei secoli, però, non è


dipesa sempre dalla stessa area geografica, ma si è spostata costantemente
in funzione di moltissimi fattori, non ultimo quello demografico.
Se oggi vi chiedessi qual è l’area del mondo a maggiore crescita e
sviluppo tecnologico, sicuramente pensereste a India, Cina eccetera, cioè
Paesi che vent’anni fa erano considerati poco affidabili sia economicamente
sia in termini di stabilità politica e sociale, e che oggi invece rappresentano

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il motore economico del pianeta. Basti pensare che, secondo le previsioni,
nel 2030 l’86% della forza lavoro sarà concentrata in queste aree.
Ecco allora che investire nell’economia globale diventa un modo per
agganciarsi a questa crescita e produrre valore nei vostri investimenti.
L’Italia o l’Europa sono solo province del riferimento geografico di un
investitore. Per far rendere i vostri investimenti dovete chiedere al vostro
consulente: «Mi fa vedere qualche prodotto che investe nel mercato
globale?»

Seconda regola: investire con strumenti efficienti


Oltre a investire in modo globale, dovete assicurarvi che lo strumento su
cui investite sia efficiente. Dovete puntare sulla crescita economica del
pianeta, non su singoli titoli (per esempio Telecom, Enel eccetera) o mode
del momento (come settori particolari tipo biotecnologie, farmaceutici,
energetici e così via), e nemmeno su singoli Paesi (per esempio,
esclusivamente su titoli o indici italiani).
Ma cosa s’intende per «efficiente»?
Un indice, un mercato o uno strumento finanziario è efficiente quando è
in grado di incorporare appieno l’economia reale che rappresenta.
Tecnicamente, gli economisti parlano di capacità di incorporare tutte le
informazioni che derivano dal mercato.
Inoltre, un mercato è efficiente quando ci sono tanti operatori, così da
impedire che pochi attori possano condizionarne l’andamento, e anche
quando è molto liquido e reattivo, in grado cioè di incorporare
immediatamente i cambiamenti che avvengono al suo interno.
Un mercato azionario efficiente, dunque, incorpora sempre la crescita
economica, che però avviene esclusivamente nel lungo periodo. Come
abbiamo visto, nel breve periodo i fattori emotivi e speculativi incidono
sulle oscillazioni delle azioni.
Per questo è fondamentale saper aspettare che i frutti maturino e non
farsi prendere dalla logica di breve periodo: anche se i mercati crollano,
bisogna vedere un’eventuale perdita momentanea del 30-40% come
un’importante opportunità, più che una tragica fatalità.
Il mercato finanziario italiano, per esempio, non è un mercato efficiente.
Al di là della nostra economia, che ormai è al palo da decenni, il nostro
mercato azionario non presenta le caratteristiche dell’efficienza, e non è in

101
grado di incorporare la crescita economica del Paese, perché condizionato
da pochi attori che fanno il bello e il cattivo tempo.
Chi non ricorda le scorribande del finanziere Soros & compagni tra il
2011 e il 2013 sui nostri titoli di Stato, che rischiarono di mettere in
ginocchio il Paese? O tutte quelle attività ultraspeculative fatte su singoli
titoli azionari che nel tempo hanno affossato anche il mercato nel suo
complesso?
Questo spiega in parte anche perché dal 2011 a oggi mercati più
efficienti come quello americano ed europeo abbiano più che raddoppiato il
loro valore, mentre il mercato italiano è ancora in negativo rispetto ai
massimi del 2008!
Oltre all’efficienza in senso stretto, la selezione degli strumenti da
inserire nel portafoglio deve considerare anche l’efficienza in termini di
costi (commissioni e spese varie).
Ipotizziamo un investimento di 1.000 euro e un rendimento annuo del
6% per trent’anni. Un prodotto con un costo dell’1% genera in questo arco
di tempo, per effetto dell’interesse composto, un capitale finale di 4.248
euro, mentre lo stesso prodotto ma con un costo del 2,5% (quindi 1,5% in
più) frutta un capitale finale di soli 2.687 euro. L’incidenza dei costi,
dunque, in questo caso quasi dimezza il capitale finale!
La sintesi di tutto quanto detto finora si chiama «risparmio gestito»,
ovvero quando il risparmio di un investitore viene gestito da un
intermediario finanziario specializzato, sia questo una SGR o una banca.
L’intermediario esegue tutte le operazioni di acquisto e vendita di attività
finanziarie per costruire un portafoglio caratterizzato da un livello di rischio
e da una modalità di gestione (attiva o passiva). Agli operatori, ovviamente,
viene riconosciuta una commissione su tali attività.
Forse starete pensando: Ma che fa Imperatore, ci ributta di nuovo tra le
fauci di quegli squali delle banche?
A questo punto, infatti, è fondamentale avviare un’attività di selezione
non più della banca, che abbiamo già scelto secondo i criteri esposti nella
prima parte del libro, ma dei migliori strumenti globali del risparmio
gestito, capaci non solo di incorporare la crescita di aree economiche
importanti, ma anche di ridurre al minimo i costi. È la combinazione di
questi due fattori a incidere sui rendimenti di portafoglio.
Gli strumenti da prendere in considerazione si potrebbero dividere in
due grandi categorie: fondi attivi e fondi passivi.

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I fondi gestiti in maniera attiva cercano di «battere» il mercato
selezionando solo alcuni titoli, convinti che questi saliranno più degli altri.
Il gestore di un fondo attivo costruisce dunque il portafoglio con un
costante lavoro di ricerca, analisi e selezione. Questa complessa attività ha
un costo a volte anche elevato che ricade sul fondo, e dunque
sull’investitore.
I gestori attivi possono applicare differenti strategie d’investimento (stili
di gestione) selezionando alcuni titoli piuttosto che altri, aumentando o
diminuendo la posizione in un’area geografica piuttosto che in un’altra e
così via. In sintesi, il gestore attivo è libero di operare a livello globale con
l’unico obiettivo di guadagnare più del mercato.
Questo, però, solo sulla carta. L’esperienza, invece, ha dimostrato che
pochissimi gestori riescono sistematicamente a battere il mercato. Meno del
15% è in grado di farlo in maniera costante, e non solo per le enormi
difficoltà tecniche di prevedere (e quindi indovinare) quale titolo andrà
meglio di altri, ma anche perché sulle performance di questi fondi incidono
molto le spese di gestione.
Un fondo passivo (per esempio gli ETF, Exchange Traded Fund) ha
invece come obiettivo principale la replica del mercato. Si prefigge di
comprare tutti i titoli presenti in un mercato attribuendogli anche lo stesso
peso, in modo da avere un andamento identico al mercato stesso. Per questo
i fondi passivi, una volta implementati, non hanno bisogno di analisi,
strategie o altro e possono ridurre al minimo i costi di gestione.
Quindi, quali fondi scegliere tra attivi e passivi?
Dipende.
Se siamo in grado di selezionare tra i fondi attivi quei pochi che riescono
costantemente a «performare» più del mercato, allora possiamo inserire in
portafoglio una buona dose di fondi attivi, consapevoli che il loro
andamento non dipenderà solo dal mercato, ma anche dalle scelte del
gestore (ci sono molti gestori attivi che da anni ottengono performance
eccezionali, come pure gestori attivi che non sono mai riusciti a battere il
mercato).
Di solito i fondi attivi sono più efficienti nelle fasi in cui sul mercato c’è
maggiore oscillazione (che tecnicamente si chiama «volatilità»), perché
nelle situazioni di incertezza riescono a esprimere meglio la loro bravura
nel selezionare i titoli vincenti.
I fondi passivi, al contrario, sono imbattibili quando l’oscillazione è

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molto contenuta, anche se avendo costi molto ridotti (come gli ETF,
appunto) nel lungo periodo riescono sempre a generare performance
positive.
Per questo motivo, e anche per rendervi la vita un po’ più semplice, nel
processo di investimento vi consiglio di utilizzare come strumenti di base i
fondi passivi, che sono più affidabili e meno costosi, e come strumenti
satellite i fondi attivi (ma selezionando quei pochi gestori capaci!), che nei
momenti di alta volatilità dei mercati potrebbero dare una mano al
rendimento del portafoglio.

Terza regola: investire per un tempo adeguato


L’ultima regola per operare sui mercati azionari è quella di pianificare
l’investimento in un corretto orizzonte temporale.
La natura di questi mercati e la loro storia ci insegnano che
l’investimento su un indice azionario globale non può avere una durata
inferiore ai dieci anni. Del resto, in questo periodo il mercato, pur riuscendo
a catturare la crescita economica globale con risultati quasi sempre
straordinari, non si sottrae alle forti oscillazioni che danno vita a cali anche
del 40-50%.
Per esempio, nei quarant’anni che vanno dal 1976 al 2018 l’andamento
dei principali cinquecento titoli del mercato americano (S&P 500) ha
registrato un’imponente crescita di valore, da uno a 100 dollari, anche
considerando il decennio di forti oscillazioni 2000-2010, denominato
appunto «decennio perduto», in quanto gli andamenti negativi hanno
impedito di chiudere il periodo in guadagno.
L’investitore consapevole che conosce la natura del mercato e le sue
fluttuazioni, dettate dai cicli emotivi degli investitori, non dà peso a queste
variabili, anzi le considera opportunità per comprare a prezzi più bassi («a
sconto») titoli già presenti nel suo portafoglio.
Per pianificare i nostri portafogli, però, non possiamo fare affidamento
solo ed esclusivamente sui mercati azionari. Pur essendo molto redditizi sul
lungo periodo, nel breve termine le loro naturali oscillazioni rischierebbero
di compromettere il raggiungimento dell’obiettivo prefissato. Per questo è
opportuno costruire portafogli per ogni singolo obiettivo che siano
composti da obbligazioni e da azioni.
A seconda di come combineremo le due asset class, avremo differenti

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combinazioni di rischio-rendimento. Per esempio, se abbiamo 10.000 euro
da investire potremmo avere le seguenti combinazioni:

Un portafoglio investito al 100% (10.000 euro) in obbligazioni.


Un portafoglio investito al 30% (3.000 euro) in azioni e al 70% (7.000
euro) in obbligazioni.
Un portafoglio investito al 50% (5.000 euro) in azioni e al 50% (altri
5.000 euro) in obbligazioni.
Un portafoglio investito al 70% (7.000 euro) in azioni e al 30% (3.000
euro) in obbligazioni.
Un portafoglio investito al 100% (10.000 euro) in azioni.

Le diverse combinazioni hanno, storicamente (dal dopoguerra a oggi) e


per ogni decennio, ciascuna il proprio rendimento medio, massimo e
minimo di portafoglio, con valori proporzionalmente più alti o più bassi in
funzione della percentuale azionaria: da un 5,5% medio (ricordatevi sempre
che nella media ci sono i valori minimi e massimi) per un investimento
interamente obbligazionario (prima combinazione) a un 10,2% medio per
un investimento completamente azionario (ultima combinazione).
Fin qui, nel processo di investimento avete identificato l’obiettivo da
raggiungere, gli avete dato un tempo di maturazione e avete definito
l’importo necessario per soddisfarlo. Ora dovete decidere quale livello di
rischio accettare.
Un punto da chiarire subito è che anche un asset completamente
obbligazionario (apparentemente sicuro) ha le sue oscillazioni negative.
Sono imprescindibili, fanno parte della natura stessa dell’investimento. Ciò
che conta è essere consapevoli del rischio. In altri termini, bisogna sapere
quale potrebbe essere la perdita massima di periodo e quanto tempo si
dovrà aspettare affinché l’investimento faccia il suo corso e restituisca il
capitale investito più la remunerazione attesa.
Questo è importante perché il livello di rischio accettato determinerà il
rendimento atteso. In altre parole, è il rischio che ci assumiamo oggi a
determinare il guadagno di domani.
Ma come identificare il rischio? E come potete misurarlo?
Nel processo di investimento dovete trattare il rischio in modo
essenziale, poco accademico ma molto efficace. Per l’investitore è rischio
tutto ciò che genera una perdita, quindi va misurato come «fattore di

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perdita», cioè come perdita massima di periodo conseguibile da quel
determinato portafoglio.
Nella tabella seguente è riportato, con riferimento alle composizioni di
portafoglio sopra elencate, un tipico esempio di mappa articolata per fattore
di perdita, rendimento e durata.

TIPO DI FATTORE DI RENDIMENTO DURATA


PORTAFOGLIO PERDITA

Monetario -3% 0-1% 1 anno


0% azioni 100% -10% 2-4% 5 anni
obbligazioni
25% azioni 75% -22% 3-5% 6 anni
obbligazioni
50% azioni 50% -35% 5-7% 8 anni
obbligazioni
75% azioni 25% -42% 6-8% 10 anni
obbligazioni
100% azioni 0% -55% 7-10% 12 anni
obbligazioni

Prima di investire in un determinato portafoglio dovete essere


consapevoli della durata minima dell’investimento e del rendimento atteso
che potrà maturare, ma soprattutto accettare il fattore di rischio, e cioè che
durante la vita dell’investimento potrebbe verificarsi una fase temporanea
di perdita più o meno ampia, a seconda del portafoglio. Ma la perdita non è
definitiva, e va gestita nei tempi corrispondenti alla natura dell’asset in cui
investite.
Per esempio, la seguente tabella mostra come investendo sui mercati
azionari per almeno dieci anni, solo nel 5% dei casi il mercato non è
riuscito a essere in positivo. Sui vent’anni, addirittura, si è sempre (100%)
ottenuto un risultato positivo.

S&P 500: 1926-2018

PERIODO POSITIVO NEGATIVO

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giornaliero 54% 46%
trimestrale 69% 31%
1 anno 75% 25%
5 anni 88% 12%
10 anni 95% 5%
20 anni 100% 0%

La vera bravura dell’investitore consapevole, dunque, sta nel pianificare


i diversi portafogli nei giusti orizzonti temporali. Così non avrà mai
difficoltà a gestire i momenti di discesa dei mercati, perché avrà sempre
davanti a sé il tempo necessario per recuperare.

Quinto passo
Monitoraggio
L’ultimo passo del processo di investimento è di sicuro quello più difficile
da rispettare. È semplice da spiegare ma complicato da seguire, perché a
determinare le scelte, ormai lo sapete, non è la ragione ma l’istinto, la
paura, l’euforia.
Sapete anche che i comportamenti irrazionali talvolta rischiano di
compromettere non solo i risparmi degli investitori, ma anche i loro
obiettivi di vita. Per evitare di cadere nei soliti errori, proviamo a ragionare
su alcuni comportamenti da adottare per migliorare la gestione del
portafoglio e dare vita a un’efficace politica di controllo (o monitoraggio).
In particolare, dovreste:

1. Garantire un «constant mix» o peso costante.


2. Approfittare del mix in caduta.
3. Inserire il pilota automatico.

Constant mix: monitoraggio dei portafogli e riallocazione periodica del rischio di


portafoglio
Una strategia importante da considerare per monitorare un investimento nel
lungo periodo è il cosiddetto «constant mix», una regola semplice ma

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utilissima e molto efficace. In pratica, a intervalli di tempo definiti (almeno
di dodici mesi) si può intervenire sul portafoglio per mantenere costante il
peso dei differenti asset all’interno del portafoglio.
Il constant mix presenta due vantaggi:

1. Mantiene inalterati i livelli di rischio.


2. Consente di avere un approccio razionale: applicato con costanza,
infatti, permette di alleggerire (vendere) asset rischiosi dopo fasi di
elevata crescita e di investire (acquistare) negli stessi quando scendono
pesantemente. Cosa non da poco, se consideriamo che tutte le ricerche
dimostrano come l’emotività degli investitori li porti a scappare quando
i mercati scendono, e a investire solo dopo avere osservato con lo
specchietto retrovisore che da alcuni anni quell’asset è cresciuto.

Per esempio, se investite il 50% dei vostri risparmi in azioni e l’altro


50% in obbligazioni, nel tempo questi due asset avranno un rendimento
diverso (data la loro differente natura) che potrebbe portare a sbilanciare il
portafoglio verso rischi che non volevate assumervi.
Nel caso rappresentato nella prossima tabella, l’azionario passa da 50%
a 90%, con un’incidenza sul nuovo portafoglio complessivo del 60%
(90/150%) e non più del 50%. Pertanto è opportuno riequilibrare il
portafoglio nel rispetto dei rischi che ci si era ripromessi di assumere,
trasferendo il 15% dalle azioni (che diventano 75%) alle obbligazioni (che
si riducono a 75%), in modo da riavere la composizione originaria
50%-50%.

AZIONI OBBLIGAZIONI TOTALE

Investimento 50% 50% 100%


iniziale
Variazione 90% 60% 150%
Constant mix 75% 75% 150%

La stessa regola vale anche in caso di performance negativa. Come si


nota dalla tabella successiva, un calo importante dell’azionario (da 50% a
30%) e un aumento dell’obbligazionario (da 50% a 56%) alterano
pesantemente la struttura di portafoglio: l’azionario in questo caso peserà

108
solo per il 34% (30/86%) e non come da intenzione iniziale per il 50%. In
questa ipotesi è bene aumentare la quota azionaria da 30% a 43%
attingendo dall’asset obbligazionario, che scenderà da 56% a 43%, in modo
da ritornare alla composizione originaria 50%-50%.

AZIONI OBBLIGAZIONI TOTALE

Investimento 50% 50% 100%


iniziale
Variazione 30% 56% 86%
Constant mix 43% 43% 86%

Mix in caduta: approfittatene!


Il monitoraggio dei portafogli va fatto cogliendo le opportunità che il
mercato offre lungo il percorso di investimento. Se applicate il constant mix
in automatico a determinate scadenze (almeno ogni dodici mesi, come già
detto), il mix in caduta si attiva ogni qualvolta un vostro asset subisce un
calo importante (nel caso dell’azionario, superiore al 30%; nel caso
dell’obbligazionario, superiore al 10%) riequilibrando il portafoglio
secondo la regola del constant mix di cui sopra, o in alternativa investendo
nuove risorse (nel rispetto dei vostri obiettivi e del profilo di rischio,
naturalmente).
Spieghiamo il perché.
Abbiamo detto a più riprese che l’economia globale cresce sempre e che
noi, investendo in strumenti efficienti, siamo in grado di incorporare questa
crescita. Ma abbiamo anche sottolineato che i mercati finanziari non
crescono in modo costante e lineare, perché nel breve periodo sono
condizionati da fattori emotivi e speculativi che generano oscillazioni
incontrollabili. Pertanto, ogni volta che il mercato crolla abbiamo
un’opportunità unica di acquisto. È un po’ come durante i saldi, ma su
prodotti di lusso: chi si farebbe sfuggire l’occasione di acquistare a metà
prezzo una Mercedes, un iPhone, una borsa di Louis Vuitton o un Rolex?
Ebbene sì: quando crolla la Borsa abbiamo l’occasione unica di
comprare a metà prezzo le azioni di tutte queste aziende, quindi perché non
farlo?
Se non lo fate è perché il vostro sguardo non è rivolto lontano,

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all’orizzonte temporale giusto, ma è concentrato sul breve periodo, sulla
piccola tragedia che state vivendo in quel momento. Vi impantanate a
rimuginare che state momentaneamente perdendo il 30-40%! È solo
questione di prospettiva.
Mi direte: «E come faccio a seguire i mercati in caduta? Non ho tempo e
competenze per poterlo fare!»
In questo i media contribuiscono parecchio a spaventarvi. Se per almeno
una settimana sentite al telegiornale o nei talk televisivi o leggete sul
giornale commenti del tipo: «La Borsa sta crollando», «I mercati non
reagiscono» e altre frasi a effetto negativo, allora è il momento di sedersi al
tavolo con il vostro consulente e verificare se è il caso di approfittare del
mix in caduta.

Pilota automatico: siete gocce nel mare, lasciatevi trasportare dall’onda


Che i mercati non possano solo salire lo sappiamo tutti. Così come tutti, nei
momenti peggiori, ci diciamo: «Nelle discese più profonde si colgono le
migliori opportunità». Peccato però che quando poi ci si trova a tu per tu
con un calo del 50%, le teorie crollano e le emozioni (negative) dominano.
La verità, infatti, è che appena i mercati iniziano a scendere riaffiorano i
comportamenti irrazionali, e con questi la voglia di entrare e uscire dai
mercati, anticipare i crolli, investire nei minimi per uscire sui massimi:
comportamenti che nel 99,99999999% dei casi non riescono mai a produrre
l’effetto desiderato.
I mercati (azionari, obbligazionari o di qualunque altro tipo, come ho
spiegato) non sono che la somma di tutte le scelte di acquisto e di vendita di
tutti i partecipanti ai mercati stessi. Le scelte formano i prezzi dei singoli
prodotti finanziari e determinano i rialzi e i ribassi di un determinato
mercato.
Può essere interessante osservare come negli ultimi undici anni, a partire
dalla pesantissima crisi del 2008, l’indice della paura, il cosiddetto «VIX»
(Volatility Index), utilizzato dalla maggioranza degli analisti per
«prevedere» l’imminente crollo dei mercati, abbia dato a più riprese una
serie di falsi segnali spiazzando completamente chi, più furbo degli altri,
aveva pensato di uscire dal mercato per poi rientrarci a prezzi più
convenienti.
Bene, in quest’ultimo decennio i «furbetti del mercatino» sono più volte

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rimasti a bocca asciutta, proprio perché, a dispetto delle previsioni, il
mercato ha continuato a salire senza soluzione di continuità!
Il singolo investitore, in pratica, può essere paragonato alla classica
goccia in un oceano formato da tantissime goccioline che oscillano,
scivolano le une sulle altre, creano onde, si mischiano e fluttuano, ma in cui
nessuna può condizionare il movimento complessivo del mare. Tutte ne
fanno parte, ma nessuna può avere la forza di andare contro corrente, può
solo accettare l’evoluzione delle onde. Per questo per investire bene
bisogna maturare buone abitudini finanziarie, inserire il pilota automatico
(magari aiutati da un fedele e professionale consulente-copilota) e lasciarsi
trasportare.

Conclusione
Come promesso, non vi ho parlato di marche di prodotti. Non vi ho
consigliato uno specifico strumento. Non ho magnificato una determinata
griffe. Perché non è l’obiettivo di questo libro, che tenta solo di farvi
maturare più consapevolezza e sicurezza quando entrate in un negozio e il
commesso vi accoglie con la classica frase: «Prego, di cosa ha bisogno?
Posso esserle d’aiuto?»
Ma come già sapete, nei «negozi finanziari» i prodotti non si acquistano,
si vendono!
I commessi-consulenti vi accolgono con la frase: «Ho questo prodotto
per lei, lo deve acquistare», senza nemmeno chiedervi se soddisfa i vostri
bisogni.
Ora però, alla fine di questo percorso sugli investimenti, avete tutti gli
elementi per acquistare un prodotto e schivare certe pressioni. Un po’ come
avviene quando entrate in un negozio per acquistare una cravatta avendo
già bene in mente che:

dovete abbinarla a un abito formale scuro e scarpe classiche nere;


dovete indossarla per una cerimonia in un ambiente molto chic;
dovete indossarla in piena estate.

Consapevoli di tutto questo, non credo che riuscirete a farvi convincere


dal commesso-venditore ad acquistare una cravatta di lana a motivi floreali

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di colori sgargianti.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Vorresti risparmiare sistematicamente e investire i tuoi risparmi, ma i


tuoi consumi, anche per cose sciocche, superano quasi sempre il tuo
reddito, cosa fai?

1. Capisci che è ora di acquisire una nuova abitudine finanziaria e di


sfuggire all’assedio mediatico-commerciale che spinge all’acquisto
compulsivo.
2. Ti iscrivi a un corso di analisi finanziaria per imparare i concetti
fondamentali del trading, così da investire poco e guadagnare tanto.
3. Prendi una carta revolving per pagare le spese comodamente a rate.

B) Hai abbastanza risparmi e decidi di investirli. Dal confronto con il


tuo consulente emergono alcuni aspetti che non avevi considerato e ora
devi prendere una decisione.

1. È meglio comprare solo immobili.


2. Prima di investire i tuoi risparmi devi fare un’analisi dei rischi
patrimoniali, sia personali e famigliari sia professionali.
3. Fai un lavoro usurante, il consulente ti invita a riflettere su come
proteggerti dal rischio di inabilità al lavoro, ma rispondi che in tal caso
ci penserà lo Stato.

C) Vuoi assicurare le tue proprietà immobiliari dai rischi idrogeologici,


ma scopri che il premio (costo) dell’assicurazione è molto alto, cosa puoi
fare?

1. Puoi chiedere di assicurarti su grandi e piccoli danni, in modo che il


premio sia più basso.
2. Puoi innalzare la franchigia al punto giusto, così da risparmiare sul
premio ma coprirti ugualmente dal rischio di un danno patrimoniale
tale da compromettere la tua solidità finanziaria.
3. In caso di danni alla tua proprietà sei certo che interverrà la protezione
civile.

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D) Se dovessi dire in sintesi qual è il giusto atteggiamento
dell’investitore, quale di queste definizioni useresti?

1. Non dire gatto se non ce l’hai nel sacco.


2. A ogni obiettivo di vita un suo strumento finanziario, a ogni strumento
finanziario un suo rischio, a ogni rischio un suo tempo d’investimento.
3. Esci sempre dai mercati finanziari quando le quotazioni scendono.

E) Devi scegliere se reinvestire gli interessi che fruttano da uno


strumento finanziario, cosa fai?

1. Decidi di prendere gli interessi e conservarli a casa.


2. Scegli il beneficio dell’effetto capitalizzazione, perché nel lunghissimo
periodo l’effetto dell’interesse composto è straordinario.
3. Non lasci i tuoi interessi in mano alla banca.

F) Ti hanno detto che per investire bisogna adottare una linea, ma


quale?

1. Compra, cerca di guadagnare in fretta e poi vendi subito!


2. Compra quando i prezzi salgono.
3. Investi nell’economia globale, seleziona strumenti efficienti, scegli un
orizzonte temporale corretto.

G) Hai investito i tuoi risparmi con il giusto atteggiamento, ora cosa


fai?

1. Non manca più nulla da fare, se non aspettare che il consulente ti


chiami perché è arrivato il giorno della scadenza.
2. Mantieni invariati gli asset fino alla scadenza.
3. Monitori l’investimento per garantire un constant mix al fine di
rispettare i rischi che hai deciso di assumerti e approfittare del mix in
caduta per cogliere le opportunità quando il mercato crolla.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 6 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

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Costruire una pensione

La pensione pubblica
Pensioni: tutti ne parlano. Molti sono interessati, pochi ci capiscono
davvero qualcosa.
Quella delle pensioni è una materia molto complessa che necessita di
uno sforzo di semplificazione ed essenzialità. Occorre cioè presentare in
maniera comprensibile i fattori che determinano il futuro pensionistico del
cittadino e fornire qualche utile suggerimento per prepararsi in questo senso
e migliorare la propria condizione di vita. Anche perché lo Stato, il
principale erogatore di pensioni, procede da tempo con consistenti rettifiche
di ciò che promette: quello che è vero oggi, infatti, è molto probabile che
non lo sia tra qualche anno.
Dico questo perché fino agli anni Novanta del secolo scorso le pensioni
pubbliche garantivano ai cittadini di poter vivere serenamente la terza e
anche la quarta età, senza particolari patemi. Negli ultimi trent’anni, invece,
questa tranquillità è sempre meno assicurata.
Semplificando, cercherò di spiegare i passaggi salienti che hanno portato
alla situazione attuale.
Innanzitutto, che cos’è una pensione?
È una rendita vitalizia, una somma di denaro che si ha diritto di
incassare vita natural durante al verificarsi di condizioni prestabilite, in
particolare al raggiungimento di una determinata età e in relazione agli anni
di lavoro. Tale rendita può essere erogata dal sistema pensionistico
pubblico tramite i suoi istituti ed enti (INPS in primis), dalle casse di
previdenza dei professionisti o da compagnie assicurative private.
Al centro di questo processo c’è l’INPS, l’Istituto nazionale di
previdenza sociale, del quale è necessario conoscere scopi, storia,
meccanismi e stato di salute.
Nel 2018 l’INPS ha festeggiato i suoi centoventi anni, durante i quali è

114
diventato il pilastro del sistema previdenziale italiano, poiché gestisce i
contributi e le pensioni del 94% dei lavoratori e dei pensionati. È il più
grande ente di previdenza europeo: il suo bilancio è secondo solo a quello
dello Stato, ed eroga 440 tipologie di prestazioni. Conta 22,6 milioni di
assicurati, 1,5 milioni di aziende con cui si interfaccia, 18,1 milioni di
beneficiari di trattamenti pensionistici, 2,6 milioni di pensionati per
invalidità civile, 4,8 milioni di prestazioni a sostegno del reddito.
Numeri impressionanti, che sono generati da 28.900 dipendenti, 359
agenzie sul territorio, 556 milioni di visite del sito istituzionale nel 2018,
144 milioni di servizi erogati e 828 milioni di euro di flussi finanziari
complessivi tra entrate e uscite, ovvero quanto la spesa totale di
funzionamento dell’intero Stato italiano!
Ma questo colosso sta vacillando già da qualche anno. Fanno infatti
rabbrividire i dati sull’ultimo bilancio dell’INPS, trasmesso con la solita
competenza e trasparenza dall’ormai ex presidente Tito Boeri: un risultato
negativo, in linea con le perdite precedenti, di 108,4 miliardi di euro
interamente ripianati dallo Stato.
Si è arrivati a questi numeri preoccupanti attraverso varie fasi storiche.
Non le ripercorreremo tutte, ma basti pensare che dal 1992 a oggi abbiamo
avuto ventidue riforme delle pensioni! È stata elevata più volte l’età
pensionabile, aumentati l’entità della contribuzione obbligatoria e il numero
minimo di anni di contribuzione, ridotta la prestazione finale rispetto al
reddito, ridisegnate le prestazioni accessorie. Tante modifiche, insomma, e
non possiamo certo escludere che altre ancora ce ne saranno.
Attualmente coesistono tre modi per calcolare la pensione di anzianità,
cioè suddividendo i lavoratori in tre categorie in base all’anzianità
contributiva:

1. Quelli che potevano vantare diciotto anni di contribuzione al 31


dicembre 1995 sono rimasti nel vecchio sistema di calcolo, pertanto la
loro pensione è calcolata interamente con il sistema retributivo: in altre
parole, è pari alle ultime retribuzioni ricevute.
2. Ai lavoratori che avevano meno di diciotto anni di contribuzione alla
stessa data è stato attribuito il sistema misto, cioè retributivo fino al 31
dicembre 1995 e contributivo (pensione calcolata in base ai contributi
versati) per gli anni successivi, con un’evidente riduzione della
prestazione pensionistica e l’aumento di quello che viene chiamato

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«tasso di sostituzione»: in pratica, la differenza tra ultimo stipendio e
prima mensilità di pensione.
3. Gli assunti dopo il 31 dicembre 1995 vedranno invece la loro pensione
calcolata esclusivamente con il metodo contributivo, con gravi
incertezze sulle somme a cui avranno diritto.

Considerata allora la gravissima situazione in cui si trova il nostro


sistema pensionistico pubblico, dobbiamo prendere atto che tutte queste
riforme altro non sono che la voce dello Stato, il quale implicitamente, e a
cadenze regolari, ci dice: «Per la tua pensione dovrai fare qualcosa anche
tu, perché più di così io non posso fare».
Per questo lo Stato, con il decreto legislativo 124/1993, ha introdotto una
disciplina organica della previdenza complementare istituendo fondi
pensione ad adesione collettiva, fondi pensione aperti e fondi pensione
individuali. Nasce così il «secondo pilastro» previdenziale volontario,
destinato a erogare prestazioni pensionistiche complementari del sistema
obbligatorio pubblico.

La pensione complementare
Vista la situazione del sistema pensionistico pubblico, per cercare di
mantenere un tenore di vita decoroso anche dopo avere cessato la propria
attività professionale, i lavoratori devono guardare alla previdenza
complementare come a una valida soluzione. Nonostante esista da quasi
vent’anni, però, il bilancio complessivo del cosiddetto «secondo pilastro»
non può essere considerato soddisfacente.
A ogni modo, più che addentrarci nelle cause della modesta adesione da
parte dei lavoratori, è forse più importante cercare di capire quali sono oggi
i fattori rilevanti da valutare per aderire in maniera consapevole e proficua.
Anche in questo caso, infatti, si tratta di districarsi in una giungla di offerte,
istituti di credito, compagnie di assicurazioni, consulenti bancari e
promotori finanziari.
Tutti i lavoratori, pubblici, privati e autonomi, hanno bisogno di
costruirsi una pensione complementare, perché trovandosi di fronte alle
prospettive fin qui descritte hanno una certezza: una volta a riposo
dovranno accettare un «gap previdenziale», cioè la differenza tra il proprio

116
reddito da lavoro e l’importo della pensione, che la generazione precedente
non ha dovuto subire.
La pensione complementare può essere alimentata con contributi del
datore di lavoro e/o del lavoratore dipendente, oltre che con il TFR
(Trattamento di Fine Rapporto), e anche con contributi volontari per altre
tipologie di lavoratori. Ma cosa dobbiamo sapere per scegliere in maniera
consapevole il prodotto giusto per integrare la pensione pubblica?
Cominciamo dal fattore tempo, che a volte può essere vissuto come un
ostacolo, altre come un vantaggio. Se da un lato il lavoratore tende a non
decidere e a rinviare la scelta – Tanto c’è tempo, è il pensiero più diffuso
quando si parla di previdenza complementare –, dall’altro andrebbe
considerato che il timing è la variabile più importante. Aderire da giovani a
un fondo pensione consente di impegnare modeste risorse poco per volta e
sfruttare la rivalutazione dei mercati finanziari, ottenendo così importi più
rilevanti al termine della propria carriera.
Il risparmiatore previdenziale modello è quindi un lavoratore giovane,
costante, tenace e consapevole, che vuole essere protagonista del proprio
futuro. E per «giovane», visto l’allungamento della età pensionabile,
intendo un lavoratore di massimo cinquanta-cinquantacinque anni, che ha
ancora a disposizione almeno dieci-quindici anni di lavoro e risparmio per
integrare la pensione pubblica. In altre parole, a mano a mano che generate
reddito da lavoro e accumulate risparmio, è bene orientare una parte di
quest’ultimo verso un piano di previdenza complementare e integrativa, in
modo da garantirvi una rendita dignitosa per la terza e la quarta età.
Un’altra regola basilare da tenere presente nella scelta dei piani
previdenziali è che più si è lontani dalla pensione, più è consigliabile
accettare del rischio. I fondi pensione sono particolarmente adatti alla
calmierazione del rischio perché sono soggetti a un’attenta diversificazione
degli investimenti imposta per legge.
A questo proposito, l’approccio più corretto è il cosiddetto «Life Cycle»
(ciclo vitale). Si tratta di un modello che nel tempo rimodula i tipi di
investimento del fondo in base all’orizzonte temporale, diminuendo
progressivamente la parte azionaria (più rischiosa), fino ad arrivare a
scadenza con il portafoglio investito al 100% sul mercato monetario
(prodotti a bassissimo rischio). In sintesi, il rischio del portafoglio
previdenziale diminuirà con l’avvicinarsi dell’età pensionabile.
Esistono specifici programmi pensionistici strutturati come fondi

117
multicomparto che consentono a questa tecnica di esprimere tutte le sue
potenzialità. In un fondo pensione multicomparto sono previste più linee
d’investimento (o comparti, appunto) che offrono differenti profili di
rischio e di rendimento. I comparti sono classificati in base alle seguenti
categorie:

Obbligazionario puro: solo obbligazioni con esclusione


dell’investimento in azioni.
Obbligazionario misto: è consentito l’investimento in azioni, che
assume carattere residuale e comunque non superiore al 30%.
Azionario: almeno il 50% del comparto è investito in azioni.
Bilanciato.

Avete dunque la possibilità di scegliere il comparto a cui aderire in


funzione del vostro profilo di rischio-rendimento, delle vostre esigenze
(quale pensione mensile vorreste avere) e dell’orizzonte temporale di
permanenza nel fondo.
Inoltre, non sottovalutate il fatto che, visto quanto avvenuto per i
risparmiatori di Banca Etruria e non solo, i capitali dei fondi pensione sono
totalmente separati dai capitali (e i relativi rischi) delle società proponenti.
Quindi se fallisce la banca che vi ha proposto l’acquisto di un fondo
pensione non perdete il capitale investito in quel prodotto.
Un’altra importante opportunità è rappresentata dal cosiddetto
«risparmio fiscale». Lo Stato, infatti, favorisce coloro che aderiscono a
programmi di previdenza complementare attraverso la progressiva
riduzione della pressione fiscale sui redditi da lavoro. Le aliquote IRPEF
applicate sono inversamente proporzionali agli anni di partecipazione al
fondo pensione, e vanno da un massimo del 15% a un minimo del 9%. In
sintesi, più anni aderite al fondo, meno tasse pagate.
Altro importante incentivo ad aderire a forme di previdenza
complementare è la deducibilità degli accantonamenti annui, fino a un tetto
massimo annuo di 5.164 euro dal proprio reddito, secondo l’aliquota
marginale IRPEF (la più alta). Così come non è da trascurare il fatto che, al
momento di andare in pensione, se sceglierete di ricevere una rendita
vitalizia anziché il capitale investito in un’unica soluzione, questa non
costituirà ulteriore reddito, rimanendo pertanto tassata (al 20%) solo per la
parte della sua rivalutazione annua, proprio come una rendita finanziaria.

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I lavoratori dipendenti devono inoltre considerare un altro aspetto
positivo: in Italia vanno in pensione almeno un anno prima degli autonomi,
e mediamente con pensioni superiori. Oltre a versare un’aliquota
contributiva previdenziale che mediamente è di un terzo in più, hanno a
disposizione altri due strumenti importanti per potenziare il loro «secondo
pilastro» previdenziale: il TFR, che può essere convogliato verso il fondo
pensione, e un contributo dell’azienda frutto della contrattazione, nel caso
in cui venga stipulato un accordo collettivo aziendale. Unitamente al
contributo del lavoratore, l’accantonamento annuo potrà così aggirarsi
intorno al 10% della retribuzione lorda annua.
Un consiglio: quando si tratta di finanza previdenziale è bene abituarsi a
ragionare in termini percentuali più che di valori assoluti. È un
accorgimento per evitare spiacevoli sorprese future dovute all’inflazione:
una pensione di 2.000 euro prevista oggi per il 2032, e considerata coerente
con il proprio stile di vita, potrebbe non avere lo stesso valore quando verrà
erogata.
Ma, in termini percentuali, quella pensione quanto dista (è diversa)
dall’ultimo stipendio? Il 20%? Il 35%? E allora come posso utilizzare la
previdenza complementare per ridurre quel gap?
Infine, una scelta importante come quella di aderire a un programma
previdenziale integrativo richiede un monitoraggio costante, che non
consiste solo nella rendicontazione annuale (peraltro spesso
approssimativa), ma soprattutto nell’aiuto da parte di seri professionisti che
tengano conto dei continui mutamenti normativi e finanziari. In sintesi,
specialisti del settore, non consulenti «tuttologi». Attenzione quindi ai
bancari che vogliono fare gli assicuratori (così come agli assicuratori che
vogliono fare i bancari, del resto). Tutto questo, ovviamente, ha un prezzo,
e i risparmiatori più consapevoli sanno che un servizio è buono quando
funziona ed è accessibile a un costo ragionevole.

I fondi pensione
Il viaggio nel complicato mondo della previdenza complementare termina
con una tappa obbligata nella giungla delle proposte che vi troverete di
fronte nel caso decidiate di aderirvi. Cerchiamo di fare chiarezza, così che
possiate ragionare e scegliere in maniera più consapevole.

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Una regola generale, che vale per tutte le forme di pensione
complementare proposte dagli intermediari bancari e assicurativi, è che
l’adesione è volontaria, ma una volta firmato il contratto le possibilità di
recedere sono regolamentate in maniera rigida. È quindi fondamentale
conoscere tali casistiche prima di sottoscrivere un piano.
I fondi pensione, non potendo assumere impegni di tipo assicurativo,
gestiscono le proprie risorse mediante convenzioni con soggetti autorizzati,
cioè affidano la gestione dei soldi a coloro che devono poi farli fruttare, e
cioè a società autorizzate all’esercizio dell’attività di intermediazione,
imprese di assicurazione, enti gestori di forme di previdenza obbligatoria,
oppure attraverso la sottoscrizione o l’acquisizione di quote di fondi
immobiliari. A proposito: vi consiglio di chiedere sempre quanta parte del
capitale di un fondo pensione è investito in fondi immobiliari. Se supera il
3%, non sottoscrivete nulla. Il perché lo capirete leggendo la parte sui fondi
immobiliari nel capitolo successivo.
A ogni modo, esistono tre grandi tipologie di prodotti di previdenza
complementare, per alcuni versi simili tra loro e per altri con caratteristiche
specifiche da valutare ed eventualmente adattare alle proprie esigenze.

I fondi pensione negoziali (FPN)


Sono sottoscrivibili dai lavoratori dipendenti di aziende private e pubbliche
che abbiano firmato il contratto collettivo di lavoro contenente la proposta
di un fondo di categoria dedicato agli addetti di quel settore. Un esempio è
il fondo Cometa, il più consistente di tutti, riservato ai lavoratori
metalmeccanici. Una volta raccolte le adesioni al fondo, il suo cda
(rappresentativo dei lavoratori) deve avviare specifiche gare d’appalto per
l’affidamento a gestori specializzati di tutte le somme raccolte, suddivise
per tipologia di scelta d’investimento.
A questi fondi si aderisce in forma collettiva attraverso due distinte
modalità: con il conferimento della sola quota del TFR, oppure con il
contributo dell’azienda frutto di accordo negoziale con le rappresentanze
sindacali, a cui si aggiunge il contributo del lavoratore, che non può essere
mai inferiore a quello dell’impresa. In molti casi è prevista la possibilità per
il dipendente di contribuire con un importo fino al doppio di quello versato
dal datore di lavoro.
In questo modo il lavoratore sfrutta appieno la normativa a suo favore,

120
godendo di almeno tre vantaggi significativi (che equivalgono a migliaia di
euro in più):

1. La deducibilità del contributo aziendale e del proprio.


2. Il plus di rendimento derivante dalla gestione professionale del TFR e
dei contributi versati.
3. Al maturare del diritto alla pensione pubblica, una consistente
riduzione di tassazione rispetto a quella cui sarebbe soggetto al
momento del ritiro del TFR lasciato in azienda.

I fondi pensione aperti (FPA)


Si propongono sia ai lavoratori dipendenti sia agli autonomi, con una
doppia possibilità di adesione: individuale o collettiva. Nel primo caso i
lavoratori dipendenti, una volta scelto autonomamente il fondo, possono
chiedere alla loro azienda di trasferirvi il TFR sia maturato sia maturando, e
aggiungere contributi volontari propri deducibili dal reddito. Con
l’adesione individuale, il lavoratore dipendente perde il contributo
aziendale, ma decide in autonomia a quale interlocutore affidarsi,
avvalendosi del rapporto fiduciario intrattenuto con un professionista.
È inoltre possibile per le aziende sottoscrivere convenzioni con operatori
privati, dando così la possibilità ai propri dipendenti di aderire in forma
collettiva non solo a un fondo negoziale di categoria, ma anche a un fondo
proposto da operatori alternativi. Nel caso in cui l’azienda abbia meno di
cinquanta dipendenti, tale convenzione si chiama «accordo
plurisoggettivo»; se invece supera i cinquanta dipendenti, la convenzione si
chiama «accordo aziendale». In entrambi i casi la convenzione definisce
l’entità del contributo aziendale e viene sottoscritta dal datore di lavoro e
dai lavoratori che intendono aderirvi. In più, in aziende con oltre cinquanta
dipendenti è necessaria la firma delle delegazioni sindacali. Con questa
norma il legislatore ha inteso garantire la concorrenza tra operatori,
lasciando più possibilità di scelta ai lavoratori.
Anche i lavoratori autonomi e i liberi professionisti possono valutare di
aderire ai fondi pensione aperti. Non disponendo però del TFR né del
contributo aziendale, conferiscono solo versamenti volontari, deducibili dal
proprio reddito fino a 5.164 euro annui. Inoltre, è necessario sottolineare
che entrambe queste tipologie di lavoratori, oltre che andare in pensione più
tardi rispetto ai lavoratori dipendenti, subiscono gap previdenziali molto

121
superiori, anche dovuti al fatto che gli importi di contribuzione obbligatoria
stabiliti dalle loro aliquote contributive sono decisamente inferiori. Per
massimizzare il risultato, quindi, questi lavoratori tendono a scegliere i
piani individuali pensionistici, che spesso offrono più linee gestionali.

I piani individuali pensionistici (PIP)


Sono la terza opzione possibile a disposizione dei lavoratori dipendenti e
autonomi che vogliano conferire solo contributi volontari. Le principali
caratteristiche che differenziano i fondi pensione aperti dai PIP sono due: i
costi di gestione di questi ultimi sono generalmente più elevati, ma nella
stragrande maggioranza dei casi i PIP dispongono di un «universo
investibile» più ampio. Vediamo che cosa significa.
I fondi pensione, anche quelli negoziali, sono multicomparto, cioè
offrono a chi vi aderisce profili di rischio-rendimento diversi, da modulare
nel tempo secondo le tecniche di Life Cycle di cui abbiamo già parlato. Ma
se per i FPN la gamma di comparti è abbastanza standardizzata e limitata e
per i FPA è più ampia, per i PIP è massima, poiché i gestori osservano
regole di diversificazione orientate non solo alla tipologia di titoli o al
posizionamento geografico delle imprese oggetto dell’attività gestionale,
ma anche alle valute, ai settori e agli stili di gestione. Molti PIP consentono
addirittura di investire contemporaneamente in più comparti, secondo
percentuali scelte dal sottoscrittore per ottimizzare gli asset di portafoglio,
possibilità preclusa a molti altri fondi pensione.
In altre parole, sono prodotti più sofisticati che ricercano valore per
l’aderente in aree meno tradizionali, e che hanno bisogno di certificate
professionalità per essere gestiti.

Rendimenti e costi
E i rendimenti? Gli ultimi dati messi a disposizione dalla Commissione di
Vigilanza sui Fondi Pensione (Covip) certificano che i lavoratori che hanno
aderito alla previdenza complementare dovrebbero ritenersi soddisfatti
perché, a prescindere dalla forma scelta fra le tre disponibili, tutte vincono
sulla rivalutazione del TFR lasciato in azienda.
Questo è sufficiente per capire che, per quanto riguarda FPA e PIP, è
difficile consigliare quale preferire, perché l’ampiezza del «catalogo»
comprende quarantatré compagnie assicurative attive sui FPA e trentasei

122
sui PIP!
I costi medi nazionali dei FPA, comparabili grazie all’ISC, oscillano tra
lo 0,47% e l’1,72% annui, a seconda dei comparti prescelti. Quelli dei PIP
stanno invece tra l’1,87% e il 2,71%. La forbice è molto ampia, ma dietro
questi dati medi esistono comunque comparti di FPA più cari di quelli dei
PIP.
Verificare i costi è doveroso, ma questi vanno poi coniugati con i
rendimenti. Prodotti poco costosi e poco performanti, peggio ancora molto
costosi e poco redditizi, si alternano ad altri mediamente costosi e ben
performanti.
Va inoltre sottolineato che i fondi pensione sono strumenti di
investimento tipicamente di lungo periodo (pluridecennali) in cui si
innescano meccanismi di costi inversamente proporzionali all’importo
versato. In altre parole, più versate nel fondo, meno costi pagate.
A fare il resto della differenza, e quindi della scelta, sono elementi quali
l’expertise gestionale, la consistenza delle masse, il miglior rapporto
rischio-rendimento, la capacità di innovazione, il sapersi adeguare
velocemente ai cambiamenti di mercato, normativi, fiscali e operativi.
Evitate il fai da te in questo settore. Per ridurre gli errori, maturare
conoscenza e ottenere di più è bene affidarsi a professionisti seri e di
provata esperienza, che abbiano come unica vocazione la gestione
professionale delle pensioni.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Senti parlare dell’approvazione della riforma del sistema pensionistico


pubblico, cosa pensi?

1. Sei certo del fatto che la riforma sarà migliorativa per i futuri
pensionati.
2. Non è la prima e non sarà l’ultima, comunque ti informerai.
3. Non ti interessa poiché sei un dipendente pubblico.

B) Decidi di informarti sul perché delle tante riforme del sistema


pensionistico e ti rendi conto che…

1. …il sistema pensionistico ha bisogno di continui «ritocchi» a causa dei

123
pessimi dati di bilancio dell’INPS, che di anno in anno continuano a
presentare scenari negativi.
2. …si fanno solo per pagare parcelle ai consulenti dell’INPS.
3. …sono necessarie perché così aumentano le pensioni.

C) Sei un lavoratore dipendente del settore privato e vuoi assicurarti di


poter andare in pensione con il sistema retributivo, grazie al quale tuo
padre ha ottenuto una pensione dignitosa. Che cosa devi controllare?

1. Che al 31 dicembre 1995 avevi diciotto anni di contributi.


2. Di essere ancora nello stato di famiglia di tuo padre.
3. Che al 31 dicembre 1995 avevi dieci anni di contributi.

D) Al parco ti confronti con alcuni anziani su argomenti riguardanti la


pensione, e scopri che tutti sono andati in pensione con il sistema
retributivo. Questo significa che…

1. …la loro pensione è pari alle ultime retribuzioni che hanno ricevuto.
2. …la loro pensione sarà sempre più alta mese dopo mese.
3. …la loro pensione è molto più bassa rispetto alla media delle pensioni
degli altri Paesi.

E) Sei un neoassunto di un’azienda privata, con quale sistema


pensionistico pensi sarà calcolata la tua pensione?

1. Sistema doppio (scegli tu il migliore).


2. Sistema retributivo.
3. Sistema contributivo, con gravi incertezze sulle somme a cui avrai
diritto.

F) Hai preso consapevolezza della grave situazione del nostro sistema


previdenziale pubblico, cosa fai?

1. Niente, tanto ci penserà comunque lo Stato a mantenermi.


2. Ti informi sulle forme di pensione complementare.
3. Andrai in pensione il prima possibile, così non avrai problemi.

G) Il tuo consulente finanziario fa emergere l’esigenza di progettare una

124
pensione complementare per colmare il tuo gap previdenziale, che non ti
aspettavi essere così ampio. Cosa fai?

1. Vai all’INPS e chiedi di versare più contributi.


2. Aderisci volontariamente alla previdenza complementare e versi
quanto sufficiente a colmare il tuo gap previdenziale.
3. Niente, sei giovane e puoi aspettare la prossima riforma.

H) Sei giovane e quasi convinto che l’adesione alla previdenza


complementare possa essere una valida soluzione per mantenere un tenore
di vita decoroso anche quando sarai in pensione. Ma cosa devi sapere per
essere più consapevole?

1. Che essere giovane è un vantaggio perché puoi aspettare ancora


qualche anno prima di aderire alla previdenza complementare.
2. Che aderire da giovani è conveniente perché puoi impiegare modeste
risorse, sfruttare la rivalutazione dei mercati finanziari e avere anche un
interessante vantaggio fiscale.
3. Che devi aspettare di avere compiuto trentacinque anni prima di aderire
alla previdenza complementare.

I) La tua banca ti ha proposto di sottoscrivere un piano individuale


pensionistico (PIP), e tra le caratteristiche principali ricordi che:

1. Le somme versate sul fondo pensione sono sempre disponibili e si


possono prelevare.
2. Puoi decidere la durata che vuoi.
3. Il versamento sul fondo è volontario e non obbligatorio, il capitale
versato non è liberamente disponibile prima della scadenza ma il
prelievo delle somme è rigidamente normato.

J) Sei dipendente di un’azienda privata e vuoi destinare il TFR a un


fondo pensione, ma che tipo di fondo?

1. Fondo di solidarietà.
2. Fondo pensione aperto.
3. Fondo di garanzia.

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Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 8 domande passa
felicemente al prossimo capitolo.

126
Cosa evitare in finanza

TUTTI parliamo con noi stessi. Lo facciamo per rassicurarci, per


incoraggiarci, per riflettere. Qualcuno lo fa a bassa voce, altri a voce alta,
soprattutto se non c’è nessuno intorno.
Quando parliamo con noi stessi è la mente razionale, quella «adulta»,
che parla alla mente «bambina», quella emotiva, come un genitore che
insegna qualcosa al proprio figlio e lo aiuta. E in questo «dialogo» ci sono
parole ed espressioni che è importante evitare perché possono fare male.
È in questo momento che dovete soffermarvi su alcuni termini che
identificano prodotti e strumenti da scansare sempre, anche quando la
vostra vocina interiore vorrebbe condurvi tra le braccia di inganni o
situazioni troppo complesse anche per gli addetti ai lavori.
In particolare, quando sentite parole come «bitcoin», «diamanti» o
«swap», fuggiteeeeee! Parlate a voi stessi ad alta voce e ditevi: «Vade retro
Satana!»
Potrebbe bastare questo appello per consigliare al risparmiatore comune
di stare lontano da certe tipologie di investimenti che non sono
assolutamente adatte a lui né alla sua portata, visti le competenze richieste
per capirli e gli elevatissimi rischi connessi alla mancanza di protocolli di
sicurezza. Eppure la massa continua a domandarsi se si tratta di
investimenti convenienti, e sono sempre tanti quelli che ci cascano.
È vero che l’etica negli affari va scomparendo e che a farne le spese
sono di fatto i poveri risparmiatori, ma come per ogni generalizzazione
occorre stare attenti, perché non tutti i risparmiatori sono quei poveri
stupidi disinformati che si vuole far credere. D’altro canto, però, se l’etica
latita è anche a causa di certi risparmiatori che, sempre alla ricerca
dell’affare del secolo, acquistano prodotti finanziari molto rischiosi (se non
palesemente «spazzatura») che però promettono rendimenti abnormi. E lo
sanno perfettamente. Solo che, spinti dall’ingordigia, si convincono che in
fondo il rischio è sostenibile. E allora comprano. Salvo poi gridare

127
all’inganno quando si ritrovano spennati.
Il mercato dei prodotti finanziari si comporta esattamente come tutti gli
altri mercati, in cui la domanda genera l’offerta.
Se nessuno si sentisse più furbo degli altri, e se nessuno volesse
straguadagnare, tempo pochi giorni e certi prodotti sarebbero un lontano
ricordo. Se invece la domanda si fa sempre più importante, l’offerta non
può che andarle dietro. E allora chi è senza etica? Chi offre l’impossibile
perché è ciò che il mercato chiede, o chi chiede l’impossibile che poi il
mercato gli offre? Nessuno dei due. E neppure i consulenti che accettano i
mandati da quei risparmiatori che si sono presentati da loro in una
situazione disperata (perché magari avevano acquistato azioni di Banca
Etruria) chiedendo dei bitcoin o di un derivato.
A questi ultimi ho revocato i contratti e mi sono rifiutato di assisterli e
difenderli in giudizio. Quelle sono «liti temerarie», cioè azioni legali
esperite con malafede, ovvero con la consapevolezza del proprio torto o con
intenti dilatori o defatigatori.
I furbi travestiti da «ignoranti occasionali», siete avvisati, non li difendo!
Semmai li avviso, così come sto facendo in questo capitolo.

Le criptovalute
Avrei preferito non parlare di criptovalute (bitcoin, ethereum, ripple
eccetera), perché per me è palese che si tratta di un inganno. Ma ho deciso
di farlo perché un’amica l’altro giorno mi ha chiesto: «Vincenzo, posso
comprare i bitcoin?»
Intanto, il crollo del valore delle valute digitali prosegue inarrestabile.
Siamo di fronte a una criptoillusione generata dalla mente di
criptospeculatori esperti e monopolisti del web, impegnati a truffare
cittadini criptopolli, eppure negli ultimi tempi sembra che non si parli
d’altro. Al bar, a tavola con gli amici, sui social network e ovunque esista
un microcosmo sociale, tutti si chiedono (e mi chiedono) se conviene
investire in moneta virtuale senza nemmeno domandarsi di cosa si tratti. E
in quel «tutti» ci sono l’imprenditore poco scolarizzato, il pensionato, la
casalinga, lo studente al primo anno di Economia, il calciatore. Ma la cosa
che mi preoccupa di più è che ci sono anche persone che negli ultimi anni
hanno subito abusi dalle banche: possessori più o meno inconsapevoli di

128
azioni, obbligazioni subordinate, diamanti da investimento, polizze
assicurative e derivati che hanno richiesto la mia consulenza e mi hanno
affidato il mandato per difenderli dai presunti illeciti e soprusi perpetrati ai
loro danni. Siccome le bolle speculative si manifestano quando anche il
macellaio inizia a parlare di finanza come se fosse la tombola, è il caso che
vi spieghi perché non investirei un euro in criptovalute, ma senza nemmeno
raccontarvi di cosa si tratta, perché sarebbe inutile.
Quello delle criptovalute è un mercato non regolamentato, cioè un luogo
virtuale in cui gli operatori si incontrano per collocare, scambiare o
rimborsare valori mobiliari sulla base di «nessuna regola». Assenza di
regolamentazione significa che il funzionamento di tale mercato, i prodotti
e gli operatori ammessi non sono assoggettati alla disciplina specifica e
all’autorizzazione delle autorità di vigilanza sui mercati regolamentati, e
non sono iscritti nell’apposito albo.
Inoltre, si tratta di fenomeni finanziari che si stanno sviluppando senza i
necessari protocolli di sicurezza previsti dalla già citata direttiva europea
MiFID per la lotta contro il riciclaggio dei fondi di provenienza illecita. Si
sta infatti dirottando su questi mercati virtuali troppo denaro senza i
metodici protocolli KYC (Know Your Customer), necessari per
l’identificazione dell’intestatario del rapporto.
In sintesi, l’apertura di un criptoconto che consente di convertire il
denaro comune in una valuta virtuale non è soggetta ad alcuna procedura di
verifica. Chi l’ha aperto ha osservato questa peculiarità fin da subito: una
volta caricata una copia della carta d’identità unitamente a un «proof of
address» (di solito l’intestazione con dati anagrafici e IBAN del proprio
conto corrente) si viene abilitati a operare senza alcuna limitazione.
Infine, non è semplice prelevare da tali conti. C’è gente che per oltre due
settimane ha tentato di ritirare la somma di criptovaluta guadagnata
(convertita in euro) senza riuscirci. Sostanzialmente, il conto non
permetteva di farlo. La risposta diplomatica dell’exchange (l’ufficio cambi)
faceva riferimento a fantomatiche verifiche legali da effettuarsi da parte del
Compliance Department, e che a breve il denaro richiesto in prelievo
sarebbe stato versato. Faccio presente che il conto di trading di queste
persone risultava già verificato da mesi, e che non era soggetto ai limiti di
prelievo che invece hanno i conti non verificati. In questo caso l’investitore
non può fare nulla se non sperare. Al conto, infatti, non è associato un
numero telefonico a cui rivolgersi: si trova dall’altra parte del mondo e non

129
c’è nemmeno una chat di supporto in tempo reale. Si può solo inoltrare una
richiesta di assistenza in remoto per segnalare un’anomalia.

I derivati
Si legge su Wikipedia:

Lo «strumento derivato» o semplicemente «derivato» (in inglese, derivative) in


finanza è un contratto o titolo il cui prezzo sia basato sul valore di mercato di un
altro strumento finanziario, definito «sottostante» (come, per esempio, azioni,
indici finanziari, valute, tassi d’interesse o anche materie prime).
Gli utilizzi principali degli strumenti derivati sono la copertura da un rischio
finanziario (detta «hedging»), l’arbitraggio (ossia l’acquisto di un prodotto in un
mercato e la sua vendita in un altro mercato) e la speculazione.

Chi ha capito alzi la mano!


Proprio nell’ignoranza e nella scarsa consapevolezza del cliente si
annida la principale leva commerciale utilizzata dalle banche per compiere
il più atroce dei delitti: la vendita di uno strumento finanziario derivato.
Come diceva il mitico Totò nel film Miseria e nobiltà, dove interpretava
uno scrivano «marketing oriented» in una Napoli analfabeta di fine
Ottocento: «Lei è ignorante? Bene, così si fa! E non mandi i suoi figli a
scuola». Perché se la popolazione si fosse alfabetizzata, lui che faceva lo
scrivano avrebbe perso clienti.
Tornando ai derivati, si tratta di strumenti talmente complessi che
faticano a capirli anche gli stessi bancari di filiale che vengono sbattuti sul
fronte a collocare questi prodotti senza un’adeguata formazione.
I derivati sono studiati e preparati nelle «torri cablate» delle direzioni
generali delle banche con la piena consapevolezza, in questo caso sì, del top
management e della direzione finanziaria.
Ma allora perché un funzionario di banca, soprattutto se nel ruolo di
gestore di imprese, spinge affinché il cliente metta a repentaglio il proprio
equilibrio finanziario? Semplice: per puro guadagno. Già, perché se una
polizza assicurativa rende alla banca mediamente il 13% delle provvigioni,
un derivato frutta anche il 50%!
Senza tentare di spiegare questo complesso strumento finanziario dal

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punto di vista tecnico – vi annoierei a morte –, quello che occorre
comprendere è la logica (o «illogica») del prodotto. Nella sostanza sono
una scommessa, né più né meno, come quella dei giochi: se si verifica una
certa situazione, si vince. Solo che non abbiamo a che fare con un limitato
numero di possibilità, ma con «l’intero pianeta», dato che si può
scommettere su qualunque cosa. L’unico che veramente ci guadagna, però,
è il venditore!
Paradossalmente, si potrebbe creare un derivato anche sull’eventualità
che la prossima settimana a Napoli ci sia la nebbia. Sembra pazzesco, ma è
così. Con il decreto legislativo 164/2007 (che ha dato attuazione alla
direttiva comunitaria 2004/39/CE) è stata apportata una modifica
sostanziale alla normativa finanziaria italiana, la quale ha introdotto la
possibilità che i derivati siano connessi anche alle variabili climatiche, alle
tariffe di trasporto, alle quote di emissione, ai tassi di inflazione e, dulcis in
fundo, alle statistiche economiche ufficiali!
Il nome di questi prodotti viene proprio da questo: hanno un valore che
deriva da qualcos’altro. Può essere l’andamento di un indice di Borsa, il
prezzo del petrolio, il cambio di due monete, il tasso d’interesse… o il
prezzo delle pere!
Un esempio vi chiarirà le idee.
Oggi vado al mercato perché voglio mangiare le pere, ma ahimè non ci
sono. La mia fruttivendola di fiducia mi dice che la prossima settimana
forse ci saranno.
Come «forse»? penso io.
Questo dubbio mi getta nello sconforto: adoro le pere, e pensare che non
le mangerò per un’intera settimana mi manda già in crisi d’astinenza.
Allora la fruttivendola e io facciamo un accordo: la settimana successiva
comprerò da lei ben dieci pere a un prezzo stabilito: 7 euro, cioè quanto le
avrei pagate oggi se le avessi trovate.
Come promesso, la settimana dopo torno dalla fruttivendola e per
fortuna trovo le mie dieci pere. Soddisfatto, pago i 7 euro, ma mentre sto
per andare via una signora acquista altrettante pere pagandole solo 3 euro!
Stupito, chiedo spiegazioni alla fruttivendola, che mi risponde: «Dottore, ci
eravamo accordati la scorsa settimana, non è colpa mia se il prezzo delle
pere è sceso. Del resto è lei che ha voluto fare un derivato».
Derivato? Ebbene sì: avevo inconsapevolmente «fatto un derivato» della
specie future senza saperlo, spendendo ben 4 euro in più in cambio della

131
certezza di avere le mie adorate pere. Un derivato ha infatti queste
caratteristiche: definizione del prezzo in anticipo e scambio della merce alla
data stabilita.
Il problema con i derivati è che non sempre, o quasi mai, avviene lo
scambio effettivo della merce. In altre parole, la settimana successiva
all’accordo sarei potuto andare dalla fruttivendola, non prendere le pere e
pagare solo la differenza tra il prezzo pattuito e quello di mercato della
settimana in corso, cioè 4 euro. Se il prezzo delle pere (il bene sottostante)
fosse aumentato anziché sceso, per esempio a 9 euro, ci avrei guadagnato
io, perché la fruttivendola avrebbe dovuto darmi 2 euro, anche tenendosi le
pere.
Semplice, no? Niente di strano, tutto regolare. L’importante però è
saperlo.
La scommessa del derivato nasce dal fatto che un soggetto ha venduto
all’altro, contestualmente a un contratto, dieci pere senza nemmeno averle.
Il problema è che, continuando con lo stesso esempio, una delle due parti –
in questo caso la banca-fruttivendola – è un professore universitario
specializzato in merceologia e l’altro (io, il cliente contraente) è invece un
cittadino che non legge neppure le previsioni del tempo sul giornale.
Tra i due scommettitori vi è dunque un’«asimmetria informativa»: il
primo è cioè molto più informato e tecnicamente preparato del secondo.
Probabilmente, la banca-fruttivendola sa con ragionevole certezza che la
settimana prossima le pere avranno un prezzo diverso, e questo può
prevederlo solo chi conosce bene la materia. Naturalmente, non si
preoccupa di avvisare la controparte. Al massimo gli consiglia di cautelarsi
con un’ulteriore assicurazione contro il rischio che il prezzo delle pere
aumenti.
Ecco il punto. Capita spesso, anzi quasi sempre (e ancora oggi,
nonostante quanto accaduto negli ultimi dieci anni senza limiti né
vergogna), che un istituto bancario proponga un derivato come
un’assicurazione. I funzionari della banca «spiegano» e «presentano» il
contratto come se fosse un’assicurazione – si può parlare di truffa? –, in
base alla quale il contraente paga un premio (limitato) per tutelarsi contro
un rischio potenzialmente illimitato.
Intellettualmente affascinante, ma tecnicamente fuorviante e
impossibile, il rischio per chi emette un contratto derivato è sempre
calcolato!

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COSA FARE?

Quando vi propongono un’«assicurazione» fate sempre queste domande:


«Ma si tratta di un future? Di una option? È un warrant? Un certificate? È un
derivato?»
Imparate a memoria questi termini, e di fronte alla minima incertezza,
scappate!

I diamanti come prodotti di investimento


Sembra finito un incubo: un’impresa che vende diamanti è fallita e l’altra
naviga in cattive acque. Non solo: nel 2017 un provvedimento dell’Autorità
Garante della Concorrenza e del Mercato (AGCM) ha comminato, a seguito
della segnalazione dell’associazione Altroconsumo, una multa di quasi 15
milioni di euro sia a queste due imprese sia a quattro banche che
collocavano allo sportello questo pseudoprodotto finanziario. Infine, a
febbraio 2019 la Guardia di Finanza ha sequestrato circa 700 milioni di
euro.
Sto parlando della vicenda della Diamond Private Investment (DPI) e
della Intermarket Diamond Business (IDB). Le banche in questione, invece,
sono Intesa Sanpaolo, UniCredit, Banca Aletti, Monte dei Paschi di Siena e
Banco BPM, che svolgevano il servizio di segnalazione del prodotto delle
due aziende (ricevendo una lauta percentuale) ai propri clienti,
sostenendolo e garantendolo con la forza del proprio brand.
Ora tutti a parlarne, tutti a mettere in guardia i risparmiatori. Soprattutto,
tutti a partecipare all’olimpiade dell’«io l’avevo detto per primo», una gara
tra autorevoli commentatori di altrettante prestigiose testate per
aggiudicarsi la medaglia d’oro per lo scoop.
Ma il primo che ha scoperchiato il pentolone dei diamanti venduti in
banca – concedetemi un simpatico, ironico e assolutamente non risentito
ricorso – è stato il sottoscritto, e precisamente in «Un diamante è per
sempre», un capitolo del mio libro Io so e ho le prove. Il volume è uscito il
16 ottobre 2014, ma già dal 10 ottobre era stato recensito dai principali
media del Paese, i quali riprendevano lo «scandalo diamanti». Solo Report,

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con un’interessante e approfondita inchiesta, trasmise un servizio il 17
ottobre 2014. E da lì sono cominciate tutte le indagini che hanno portato
alle condanne. Quindi, per favore, tutti gli altri giù dal podio!
Tornando a noi, perché non bisogna mai acquistare diamanti come
«prodotto d’investimento»? Per tre motivi che ora vi spiego.
Innanzitutto, il valore gemmologico dei diamanti custoditi all’interno di
quelle piccole teche che vi mostrano in banca è molto inferiore a quello
delle stesse pietre vendute come «prodotto d’investimento», una formula
lessicale subdola e geniale per dire: non aprite quella teca, altrimenti la
pietra non ha più valore di strumento finanziario.
Un cliente della banca per la quale lavoravo ha portato il diamante da un
gioielliere per farselo valutare. Il gioielliere ha aperto la teca e il cliente ha
scoperto che una pietra pagata 7.000 euro ne valeva meno di 3.000.
Dove stava il trucco? Si presentava ai clienti un investimento in diamanti
vendendoli a un prezzo descritto come «di mercato», solo che un vero e
proprio mercato dei diamanti non c’è, o almeno non come prodotti
finanziari.
In secondo luogo, quindi, i diamanti non hanno un mercato ufficiale: non
c’è una Borsa come per l’oro o il platino. Ci sono però indici di riferimento
riconosciuti. Uno di questi è il Rapaport Price List, «un benchmark
internazionale», come scrive l’AGCM, per il prezzo all’ingrosso dei
diamanti. Un altro indice è l’International Diamond Exchange (IDEX), che
pubblica ogni mese un suo benchmark (parametro di riferimento) per i
prezzi al dettaglio.
Ma ai clienti che compravano i diamanti di IDB e DPI le banche non
presentavano né l’uno né l’altro. Ne mostravano uno fatto in casa, nel senso
che le quotazioni di cui parlavano le due aziende e le banche non
rappresentavano altro che i loro prezzi di acquisto-vendita dei diamanti,
pubblicati su Il Sole 24 Ore come inserzioni pubblicitarie. Le aziende
compravano uno spazio pubblicitario sul quotidiano, poi la fotocopia di
quella pagina di giornale finiva sulla scrivania di ogni consulente bancario
che, ipocritamente, «dimostrava» all’ignaro risparmiatore che il valore
dell’investimento cresceva nel tempo!
A questo proposito, una piccola riflessione sugli autorevoli e preparati
analisti de Il Sole 24 Ore: le banche facevano credere ai risparmiatori che
esistesse un «fixing» (un mercato ufficiale) dei diamanti consegnando loro
una brochure in cui si spacciava un’inserzione pubblicitaria per una

134
quotazione derivante dall’incontro tra domanda e offerta, ma è mai
possibile che nessuno si sia accorto di quanto stava accadendo?
Il terzo motivo è che per i diamanti è stata sovvertita la logica di
mercato, secondo la quale l’acquirente dovrebbe essere libero di comprare e
vendere un bene ogni volta che decide di farlo. Nel caso dei diamanti
bancari, invece, i vincoli sono molto stringenti e sfavorevoli per chi
compra. Intanto, se vuole disfarsene prima del sesto anno deve pagare
penali molto alte. Poi, se riesce ad aspettare tutto questo tempo – in oltre
vent’anni di attività bancaria ne ho conosciuti davvero pochi che hanno
potuto tenere fermo il denaro così a lungo –, dovrà comunque accettare suo
malgrado anche una «rivisitazione» del concetto di domanda e offerta:
potrà cioè vendere il diamante soltanto alla stessa società parallela alla
banca (IDB e DPI) che gliel’ha propinato molto tempo prima.
A questo punto vi starete chiedendo: Ma perché metterci in guardia da
questo pericolo, se dopo il dissesto delle imprese venditrici e le multe
comminate agli istituti di credito non si vendono più diamanti nelle banche?
Per due motivi.
In primo luogo perché continuano a farlo! E tra l’altro sono state
indirettamente autorizzate proprio dalla stessa AGCM, che dopo avere
usato il macete con Intesa Sanpaolo, UniCredit, Monte dei Paschi di Siena e
Banco BPM, oltre che con IDB e DPI, appellandosi a un aspetto meramente
burocratico non ha utilizzato il pugno di ferro con UBI Banca e con una
terza società di vendita dei diamanti, Diamond Love Bond (DLB), beccate
con le dita nella marmellata. Un piccolo condono che ha consentito loro di
«salvarsi», concedendogli anche la possibilità di riprendere la vendita dei
diamanti.
In secondo luogo perché l’inchiesta che ha evidenziato il raggiro e fatto
emergere i colpevoli ha preso in considerazione solo il periodo 2012-2016,
mentre la truffa è iniziata nel 2000, come testimoniano le circolari della
banca presso la quale ho lavorato per ventidue anni. Quindi la platea dei
truffati si allarga. Come mai l’indagine si riferisce solo a quel periodo? I
truffati prima del 2012 sono forse di serie B?

Fondi immobiliari
Se proprio avete qualche risparmio da parte e credete nel mercato

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immobiliare (case, ville, opifici eccetera) ma non potete realizzare il sogno
della vostra vita, allora investite in una multiproprietà, ma non lasciatevi
abbagliare dalle sirene dei fondi immobiliari. Quella della multiproprietà è
una pratica commerciale in cui più soggetti sono pieni proprietari di uno
stesso immobile, che viene goduto da ciascuno, a turno, per una frazione
limitata dell’anno. Così almeno potrete godervi una vacanza in un bel
posto, mentre con un fondo immobiliare rischiate di non andarci mai più in
vacanza!
I fondi immobiliari, che negli ultimi vent’anni hanno accumulato
notevoli perdite, oggi compaiono poco tra le offerte delle banche (ho detto
«poco» ma non sono scomparsi!), mentre li ritroviamo in quantità
industriale nei fondi pensione e anche nelle casse previdenziali dei
lavoratori autonomi: Enasarco, ENPAM, ENPAP, Inarcassa eccetera.
Pertanto milioni di italiani sono obbligati, solo perché iscritti a una di
queste casse, a tenersi sul groppone investimenti senza averli scelti e
magari senza sapere quanta spazzatura stanno comprando con il proprio
sudore (vedi «Costruire una pensione»).
I fondi immobiliari entrano in scena alla fine degli anni Novanta. Si
tratta di un prodotto finanziario di investimento che dovrebbe permettere, a
chi possiede qualche risparmio da far fruttare, di acquistare quote di un
patrimonio immobiliare. Ma per capirne la portata speculativa è meglio
spiegare di che cosa si tratta.
Il mattone, si sa, ha sempre rassicurato di più rispetto a beni mobili come
titoli di Stato, obbligazioni, azioni, fondi comuni d’investimento eccetera, e
poiché con pochi risparmi una casa non si riesce a comprare, i fondi
immobiliari diventano la soluzione «perfetta». Il concetto che vi sta dietro
è: se non posso comprarmi una villa al mare, almeno me ne compro un
pezzo.
Tuttavia, si tratta di un tipo d’investimento molto restrittivo, definito
«chiuso» perché prevede il rimborso della quota investita solo al
raggiungimento di una certa scadenza, che di solito è minimo di dieci anni!
Prima di allora, quindi, non potrete riavere indietro i vostri soldi.
Soprattutto, è un prodotto poco chiaro che non è mai oggetto di alcuna
attenzione da parte degli organi di controllo per la violazione della legge
sulla trasparenza bancaria.
I fondi nascono con una base iniziale di patrimonio prestabilita che viene
suddivisa in un certo numero di quote, a cui viene assegnato un valore. La

136
prima fase è la sottoscrizione. L’obiettivo è raccogliere denaro dagli
investitori, il quale sarà poi utilizzato per la gestione del portafoglio
immobiliare (acquisto, vendita e affitto di immobili). Le sottoscrizioni sono
aperte fino al raggiungimento di un preciso ammontare: arrivati al capitale
necessario, vengono chiuse.
Vi è poi una seconda fase in cui, a denaro raccolto, il fondo seleziona gli
immobili da rilevare. Le quote possono essere sottoscritte solo durante la
fase di offerta e il rimborso avviene di norma solo alla scadenza. C’è però
un’eccezione: è possibile acquistare o vendere quote sul mercato purché vi
sia una negoziazione, cioè se quel fondo viene quotato in Borsa. Lo prevede
la legge ed è un modo per garantire al capitale una maggiore liquidabilità,
ovvero la capacità di un titolo di essere facilmente venduto senza sacrificio
di prezzo.
I partecipanti possono poi rientrare in possesso dei capitali investiti
maggiorati degli eventuali guadagni (capital gain) o penalizzati dalle
perdite (market discount), ovvero della differenza che esiste in un
determinato momento tra il prezzo di mercato e il valore di sottoscrizione
della quota.
Attenzione però: a quanto detto si aggiunge il fatto che i fondi
immobiliari, sebbene spesso quotati in Borsa, restano comunque strumenti
molto poco «liquidi», cioè poco vendibili rispetto a titoli di Stato,
obbligazioni e azioni. Pertanto potrebbe essere più difficile trovare a breve
una controparte che compri. Questo implica che spesso ci si deve
accontentare di un valore inferiore a quello della propria quota, cosa che
certamente i risparmiatori non sanno, altrimenti di fondi se ne venderebbero
assai meno.
Ora capite perché in questi ultimi anni sono state chieste così tante
proroghe alle scadenze dei numerosi fondi in circolazione. Perché alla
scadenza, che come ho detto è dopo almeno dieci anni, quei risparmi
avevano un valore inferiore a quello che avevano quando sono stati
investiti.
I giornali hanno spesso dato risposte fumose e tecniche che non sono
certo servite a orientare il risparmiatore, anzi gli hanno lasciato una residua
speranza di guadagno che però è presto scemata.
I fondi immobiliari sono prodotti a rendimento non garantito, ma le cui
spese a carico del cliente sono assicurate e sono di due tipi: la commissione
di sottoscrizione, che di solito varia dall’1% al 4% in base all’importo

137
investito, e la commissione di gestione, spesso «scalettata» secondo una
progressione che mediamente prevede l’1% per il primo anno e l’1,5%
all’anno dal secondo in poi.
Ma quanto rendono i fondi immobiliari? È un dato difficile da calcolare,
poiché solo i fondi cosiddetti «retail», cioè quotati in Borsa e destinati ai
risparmiatori, hanno l’obbligo di dichiarare la performance. Scenari
Immobiliari, istituto indipendente di studi e ricerche che analizza i mercati
immobiliari in Italia e in Europa, per il 2017 parla di un rendimento dei
fondi retail e di alcuni fondi riservati pari allo 0,4%: in lieve miglioramento
rispetto allo 0,2% del 2016, ma comunque piuttosto risicato.
Insomma, calcolate voi la differenza tra i costi certi (commissioni) e i
ricavi (incerti e poco trasparenti) e non ci sarà bisogno di Warren Buffett
per capire che è meglio stare alla larga da questi prodotti.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Al bar hai sentito due amici parlare di investimenti particolarmente


interessanti con promesse di grossi guadagni, cosa pensi?

1. Sono talmente sfortunato che quando mi informerò non sarà più


possibile ottenere quei guadagni.
2. Sarà il solito fumoso e pericoloso affare del secolo! Non mi lascio
attirare da proposte d’investimento dal guadagno facile, non
regolamentate o addirittura «spazzatura».
3. Il mio profilo di rischio è basso, pertanto potrò sicuramente aderire.

B) Hai ricevuto un’e-mail pubblicitaria che ti consiglia di aprire un


criptoconto in moneta virtuale. Incuriosito ti informi, anche perché in giro
non si parla d’altro che dei rialzi dei bitcoin, e scopri un’importante verità.
Quale?

1. I bitcoin hanno guadagnato molto e tutti ci stanno investendo (anche il


mio barbiere, che è uno scaltro), quindi sono davvero interessanti e
sicuramente continueranno a salire.
2. Il mercato delle criptovalute non è regolamentato e manca un’autorità
di vigilanza che controlli gli operatori. Inoltre non è semplice prelevare
da un criptoconto.

138
3. Che c’è ancora un modo per guadagnare soldi facili.

C) Il direttore della tua banca continua a consigliarti di acquistare un


diamante come prodotto d’investimento, cosa gli rispondi?

1. Che i diamanti venduti come investimenti non hanno un mercato


ufficiale e quindi il loro valore è «fatto in casa» dalle banche e dalle
imprese venditrici, e che la vendita è inoltre gravata da commissioni
molto alte.
2. Che non puoi detenere più di un diamante e tu ne hai già uno.
3. Che le tasse su questi investimenti sono troppo alte e continueranno a
esserlo, quindi non lo trovi conveniente.

D) Il tuo sogno di sempre – una proprietà immobiliare, e magari più di


una – sembra non potersi realizzare, ma sei informato sul mercato
immobiliare. Hai qualche risparmio, così decidi di sottoscrivere un
investimento in un fondo immobiliare. Ti informi bene, e in sintesi scopri
che:

1. Il fondo immobiliare è un ottimo investimento per vivere di rendita, ma


ci vogliono risorse elevate per investirvi.
2. Se non hai la prima casa di proprietà non puoi investire in un fondo
immobiliare.
3. Si tratta di prodotti con restrizioni che non tutti possono sopportare,
come la durata (minimo dieci anni), e la cui sottoscrizione è consigliata
solo se il fondo è quotato in Borsa (pochi lo sono).

E) Il tuo consulente finanziario ti parla di «una sorta di assicurazione»,


come reagisci?

1. Fai questa domanda: «Ma si tratta di un future? Di una option? È un


warrant? Un certificate? È un derivato?» In caso di risposta affermativa
scappi a gambe levate.
2. Ti piacciono le scommesse e ti lasci convincere.
3. Accetti tutto ciò che ti dice il tuo consulente.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 4 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

139
IL CREDITO, O CHIEDERE FINANZIAMENTI

140
Il credito alle famiglie

Le esigenze primarie
Il grosso del fabbisogno finanziario di una famiglia, ovvero il motivo per
cui si rivolge a una banca per chiedere un prestito o un finanziamento, è
legato storicamente all’acquisto o alla ristrutturazione di un’abitazione,
oppure alla soddisfazione di altre esigenze, come arredi, mezzi di trasporto
o altri beni materiali. Per soddisfare tale fabbisogno ci sono forme di
finanziamento a scadenza fissa e con piano di rientro a medio-lungo
termine, come i mutui ipotecari o i prestiti personali.
Ma in molte famiglie, soprattutto negli ultimi anni di grave crisi
economica, si manifesta sempre più spesso la necessità di denaro per i
consumi correnti (anche solo la spesa al supermercato) quando stipendio,
pensione o altra forma di reddito non sono ancora disponibili sul conto
corrente.
In questo caso il cittadino ha un fabbisogno finanziario di fido a breve
termine, e per soddisfarlo si può ricorrere a finanziamenti come lo scoperto
di conto corrente, ovviamente d’importo limitato, o alle comuni carte di
credito.
Naturalmente, il sistema bancario offre tante altre modalità di
finanziamento, ma il 90% delle operazioni creditizie di una famiglia si
ritrovano in queste quattro forme di prestito:

1. Scoperto di conto corrente.


2. Carta di credito.
3. Prestito personale.
4. Mutuo ipotecario.

Prima di analizzare singolarmente queste quattro modalità di credito


basilari, è importante sapere secondo quali criteri una banca misura

141
l’affidabilità di un cliente privato, in base alla quale gli concederà o meno
una di queste quattro possibilità. Perché il sistema bancario, anche in
considerazione della profonda crisi economica che ha investito il nostro
Paese, ma soprattutto per la scellerata politica creditizia dei vent’anni
precedenti al 2008, è ormai molto attento, se non impaurito, quando si tratta
di concedere credito a qualcuno.

L’affidabilità del privato


Per effetto delle severe norme degli accordi interbancari di Basilea e delle
disposizioni tassative della Banca Centrale Europea (BCE), che impone il
rispetto di stringenti criteri di selezione, le banche non hanno alcuna
intenzione di fare credito a qualsiasi costo. Anzi, filtrano severamente le
nuove richieste di finanziamento, talvolta dilatando nel tempo le risposte
per «costringere» le persone a rinunciare. Quindi, per evitare di perdere
tempo e di crearsi aspettative che molto spesso vengono disattese, è meglio
farsi due calcoli prima di andare in banca a chiedere un prestito.
Una regola universale e determinante per un’efficiente gestione del
conto economico di una banca si basa sulla sua capacità di concedere
credito. Questo è importante per la banca, innanzitutto perché guadagna
dalla differenza tra ciò che paga per accaparrarsi risparmio e ciò che invece
ottiene vendendo finanziamenti (si chiama «margine finanziario»). E poi
perché attraverso la leva del credito riesce, per effetto della sottomissione
psicologica del richiedente, a piazzare prodotti spazzatura (come diamanti e
polizze assicurative) o altri non richiesti (tablet, frigoriferi eccetera),
creando il cosiddetto «margine da servizi». Ma ogni volta che presta denaro
deve poter rispondere a questa semplice domanda: il beneficiario del
prestito come restituirà il denaro?
In altri termini, la concessione di un finanziamento si deve basare
innanzitutto sulla capacità reddituale del richiedente (ovvero quanto
guadagna). Poi, in secondo luogo – anche se questo aspetto conta molto
poco nei sistemi di rating creditizi – da un’eventuale garanzia: se il
beneficiario non paga il suo debito, su cosa si rivale la banca? Per esempio
l’immobile, che può essere soggetto a ipoteca.
Nell’analisi dell’affidabilità di un privato, quindi, le banche valutano in
via quasi esclusiva la sua capacità di reddito, intesa come flusso di entrate

142
di cui si possa a priori misurare, almeno indicativamente, la portata. Tale
flusso dovrà poi essere esaminato per individuare quale sua parte è
potenzialmente destinabile al rimborso del finanziamento.
Facciamo l’esempio di una persona che ha un reddito mensile di 2.500
euro, ma anche impegni di spesa fissi (rate di mutui e prestiti) pari a 1.500
euro al mese. Il suo reddito disponibile, quindi, è di 1.000 euro. A questo
punto, per determinare il reddito minimo necessario (detto «cash flow
operativo») che chi richiede un prestito dovrebbe avere, le banche adottano
un criterio di calcolo più o meno standardizzato e generalizzato secondo il
quale l’ammontare annuo delle rate del prestito non dev’essere superiore al:

30%-35% del reddito disponibile, se si tratta di un mutuo ipotecario;


nel nostro esempio, la rata mensile non deve essere superiore a 350
euro.
55%-60% del reddito disponibile, se si tratta di un prestito personale;
nel nostro esempio, la rata mensile non deve essere superiore a 600
euro.

In altri termini, nel caso di un mutuo ipotecario si suppone che con il


30%-35% del reddito disponibile una persona possa coprire i pagamenti
delle rate, e con il restante 70% possa invece soddisfare le spese correnti
della sua vita famigliare (affitto, utenze, alimentazione, abbigliamento
eccetera).
Per quanto riguarda invece il credito al consumo, di solito le banche
concedono scoperti di conto corrente e carte di credito solo se ci sono flussi
di reddito in entrata certi, sistematici e continui (stipendi, affitti attivi,
rendite, pensioni eccetera) canalizzati sul conto corrente del richiedente. In
tal caso, normalmente le banche erogano finanziamenti complessivi (in
forma di scoperto o di credito tramite carta) pari a due volte il reddito totale
in entrata (il massimo è due volte e mezzo). Per esempio, se avete uno
stipendio di 2.000 euro al mese potete ottenere uno scoperto di conto
corrente di massimo 4.000-4.500 euro.
Come già detto, se i parametri di cui sopra non possono essere
integralmente soddisfatti dal vostro reddito, la banca avrà anche bisogno di
conoscere, ma solo in via sussidiaria, l’ammontare del vostro patrimonio
(beni mobili e immobili), in modo da capire quali potrebbero essere le
vostre garanzie.

143
I documenti necessari
La documentazione che dovrete fornire alla banca, quindi, sarà di due tipi:
una inerente alla vostra capacità di restituzione (aspetto reddituale), l’altra
riguardante la tutela del credito, cioè le garanzie (aspetto patrimoniale). Per
quanto riguarda l’aspetto reddituale, la documentazione necessaria è
essenzialmente quella di natura fiscale, quindi:

Modello CUD o 730 per i lavoratori dipendenti o i pensionati.


Modello UNICO per soggetti con redditi di natura diversa.
Eventuali documenti che attestino la permanenza del reddito in entrata
(contratto di lavoro, ultimo cedolino eccetera).

Per quanto riguarda invece l’aspetto relativo alla tutela del credito,
ovvero le garanzie, per gli istituti di credito sarà necessario acquisire la
documentazione che attesti la proprietà dei beni immobili o mobili del
richiedente. Tale documentazione potrà essere verificata attraverso visure
presso pubblici registri (Catasto e Conservatoria), e da queste visure
emergeranno eventuali vincoli gravanti sui beni in analisi (ipoteche,
pignoramenti, decreti ingiuntivi eccetera).
Un ulteriore elemento di assoluto rilievo nella valutazione delle garanzie
è costituito dall’ambito giuridico nel quale è inserito il cliente. In
particolare, si fa riferimento al «regime patrimoniale della famiglia»,
ovvero si distingue tra:

Soggetto non coniugato.


Soggetto coniugato in regime di comunione di beni.
Soggetto coniugato in regime di separazione di beni.

Ma i documenti non bastano!


Infine, è importante tenere presente che nessuna istruttoria può essere
costituita solo dalle vostre dichiarazioni o dai dati provenienti da fonte
ufficiale. Occorre verificare che quanto comunicato da voi, e parzialmente
confermato dai documenti che avete fornito, sia accertato dal cosiddetto
«sistema informatico di referenza creditizia». Si tratta di uno strumento
costituito da banche dati (CRIF, Centrale Rischi, bollettino protesti) che

144
operano in tempo reale e in cui vengono censiti tutti coloro che richiedono
finanziamenti, voi compresi dunque.
Il sistema informatico di referenza creditizia consente di verificare
diverse cose:

L’eventuale richiesta da parte vostra di altri finanziamenti, anche


presso istituiti diversi.
Eventuali vostre insolvenze o inadempienze nei confronti di banche e
finanziarie.
Il vostro impegno mensile e globale residuo in termini di debito verso
le banche.
Le eventuali garanzie che avete prestato a terzi.

Se avete problemi in relazione a qualcuno di questi aspetti, evitate di


perdere tempo!
Non è confortante sapere che circa sedici milioni di italiani sono
segnalati nelle banche dati. Di questi, però, circa sei milioni sono costretti a
subire per diversi anni l’abuso della segnalazione come «cattivi pagatori»
nonostante dai terminali e dagli atti emerga che hanno da tempo
regolarizzato la propria posizione debitoria, e quindi gli istituti di credito
non hanno nulla da pretendere nei loro confronti. Tuttavia, questo implica
ugualmente che non possono accedere a nuovo credito. Sarebbe necessario
l’intervento del legislatore, ma nell’attesa è meglio evitare ulteriore
frustrazione!

Il costo del finanziamento


Tutti pensano che quando a un cittadino privato viene concesso un
finanziamento, il suo impegno prevede la restituzione del capitale preso in
prestito più il pagamento di un prezzo (gli interessi) per il fatto stesso che la
banca gliel’ha messo a disposizione: in pratica, l’interesse è il prezzo che il
cittadino paga per avere il prestito, nonché il guadagno della banca. Nella
realtà dei fatti, tuttavia, non è proprio così. Questo prezzo, calcolato in base
a un tasso d’interesse, è solo una delle componenti del costo complessivo
che pagate a chi vi concede il finanziamento.
Il peso delle cosiddette «competenze», come viene chiamato il totale

145
delle spese complessive sostenute da chi richiede un finanziamento, è
quindi solo parzialmente influenzato dal tasso d’interesse, mentre una
componente determinante è rappresentata da tutta una serie di ricavi (per la
banca) che derivano dai servizi che questa offre (in realtà, che obbliga ad
acquistare) in accoppiata (bundling) con la concessione del finanziamento.
Se vi dicessi di «leggere attentamente il contratto», come fanno tutti i
guru della finanza, offenderei la vostra intelligenza, perché sono certo che
non lo fareste. Il «banchese», ancor più del politichese, è una lingua
difficile da decifrare e subdolamente criptica.
Allora ecco il mio unico consiglio: leggete sulle offerte e sui contratti
solo il numero riportato a fianco di un acronimo, TAEG, che rappresenta un
indicatore sintetico del costo complessivo del finanziamento. Oltre al tasso
d’interesse, il TAEG comprende tutte le altre spese che il consumatore deve
sostenere per ottenere e poi pagare il prestito:

Commissioni e spese per l’analisi della richiesta di finanziamento.


I costi per avere pagato in ritardo una rata o avere utilizzato il fido oltre
il limite consentito (DIF o CIV).
I costi delle polizze assicurative che spesso le banche obbligano a
comprare presso la propria compagnia di assicurazione. Una pratica
scorretta che può essere segnalata all’AGCM.
I costi per l’apertura e la gestione di un conto corrente che non deve
necessariamente esistere presso la banca che eroga il finanziamento.
Altra pratica scorretta che può essere eventualmente segnalata
all’autorità di cui sopra.
Le commissioni di estinzione anticipata del finanziamento.
Imposte e bolli.

Sicuramente ne ho dimenticata qualcuna, ma non occorre che andiate a


vederle tutte, sarebbe complicato e difficile. Limitatevi al TAEG, come ho
detto. Questo sì che è fondamentale, dopodiché sbizzarritevi sul web a
confrontare le diverse offerte. A questo riguardo può esservi utile, tra i tanti
strumenti che la Rete mette a disposizione, il calcolatore di Altroconsumo
per i finanziamenti rateali: https://bit.ly/2TOhfo6
Facciamo un esempio. Ipotizziamo che prendiate in prestito 10.000 euro
a un tasso d’interesse del 10%, e che sosteniate spese iniziali di apertura
della pratica pari a 200 euro. Il capitale verrà restituito in dodici rate

146
mensili dello stesso importo, pari a 879,17 euro ciascuna, e l’esborso totale
sarà pari a 10.750 euro (rimborso del capitale di 10.000 euro, più 550 euro
versati a titolo d’interesse, più 200 euro di spese). Qual è il TAEG
dell’operazione? In questo caso è pari al 14,75% (del capitale più interessi
più spese), un valore ben più elevato del solo tasso d’interesse.
Per avere però un’idea di ciò che offre il mercato e tentare di fare una
scelta oculata, occorre confrontare il TAEG che vi viene proposto con
quello medio che ogni tre mesi la Banca d’Italia rileva per tutte le
operazioni di finanziamento. Basta andare nella sezione «Fonti
Documentali» del sito dell’Istituto di Ricerca Centrale della Repubblica
Italiana (IRCRI), all’indirizzo https://bit.ly/2VNcz3X, e verificare di quanto
il TAEG che vi è stato proposto si discosta, nel trimestre corrispondente,
dal tasso medio annuo calcolato da Bankitalia (terza colonna), e anche
quanto si avvicina al tasso soglia (quarta colonna), oltre il quale una banca
è da considerare usuraia!

CATEGORIA DI CLASSI DI TASSI EFFETTIVI TASSI


OPERAZIONI IMPORTO in unità GLOBALI MEDI su SOGLIA su
di euro base annua base
annua
Aperture di credito in fino a 5.000 10,78 17,4750
conto corrente oltre 5.000 8,47 14,5875
Scoperti senza fino a 1.500 15,69 23,6125
affidamento oltre 1.500 15,56 23,4500
Finanziamenti per fino a 50.000 da 7,12 12,9000
anticipi su crediti e 50.000 a 200.000 5,05 10,3125
documenti e sconto oltre 200.000 3,11 7,8875
di portafoglio
commerciale,
finanziamenti
all’importazione e
anticipo fornitori
Credito personale intera 10,01 16,5125
distribuzione
Credito finalizzato intera 9,16 15,4500
distribuzione

147
Factoring fino a 50.000 4,96 10,2000
oltre 50.000 2,63 7,2875
Leasing immobiliare intera 3,89 8,8625
a tasso fisso distribuzione
Leasing immobiliare intera 3,11 7,8875
a tasso variabile distribuzione
Leasing aeronavale e fino a 25.000 7,36 13,2000
su autoveicoli oltre 25.000 6,43 12,0375
Leasing strumentale fino a 25.000 7,80 13,7500
oltre 25.000 4,60 9,7500
Mutui con garanzia intera 2,54 7,1750
ipotecaria a tasso distribuzione
fisso
Mutui con garanzia intera 2,27 6,8375
ipotecaria a tasso distribuzione
variabile
Prestiti contro fino a 15.000 11,65 18,5625
cessione del quinto oltre 15.000 8,43 14,5375
dello stipendio e
della pensione
Credito revolving intera 16,12 24,1200
distribuzione
Finanziamenti con intera 12,11 19,1375
utilizzo di carte di distribuzione
credito
Altri finanziamenti intera 9,07 15,3375
distribuzione

È inutile dirlo, ma lo faccio comunque: preferite finanziamenti che


abbiano un TAEG inferiore alla media. E in ogni caso negoziate sempre i
prezzi e le condizioni contrattuali, perché la banca ha margini di trattativa
per venirvi incontro e non far saltare quello che per lei è comunque un
affare.
Ora possiamo analizzare le quattro modalità di credito basilari elencate

148
all’inizio di questo capitolo.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Hai in programma delle spese ma non hai abbastanza denaro, cosa fai?

1. Me li faccio prestare da un parente.


2. Organizzo una raccolta fondi.
3. Chiedo in banca la forma di prestito più appropriata.

B) La banca ti dice che per considerare la possibilità di un prestito deve


prima valutare la tua affidabilità, cosa fai?

1. Sei tranquillo, vieni da una famiglia rispettabile.


2. Vai in banca con la dichiarazione dei redditi per attestare la tua
capacità reddituale.
3. Dimostri di avere la fedina penale pulita, dicendo che questo basterà!

C) Vai in banca con la tua dichiarazione dei redditi, certo di poter


subito procedere con la richiesta di un prestito, ma la banca ti dice che
deve verificare il reddito disponibile. Cosa fai?

1. Verifichi subito quanta disponibilità hai sul conto corrente.


2. Ti infastidisci, il consulente ti sta facendo troppe domande.
3. Sai che per avere il finanziamento, la rata per ripagarlo dovrà
ammontare al 55-60% del tuo reddito disponibile mensile, se si tratta di
un prestito personale, o del 30-35% nel caso di un mutuo.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 2 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

149
Scoperto di conto corrente

SI tratta di una particolare forma di prestito, conosciuta tecnicamente come


«apertura di credito in conto corrente per elasticità di cassa», ma più
comunemente e genericamente chiamata «fido», con la quale il cliente
titolare di un conto corrente viene autorizzato dalla banca a prelevare
denaro in misura eccedente la propria disponibilità.
Questo tipo di prestito può essere considerato, dal punto di vista
economico, come un anticipo che la banca concede al cliente sulla base dei
suoi introiti previsti nel breve termine, come lo stipendio, la pensione, le
rendite, gli affitti attivi eccetera.
Ogni volta che si utilizza il fido, anche parzialmente, nel linguaggio
comune si dice che «si va in rosso», espressione che fa riferimento alle
vecchie scritture contabili che riportavano con la matita blu i saldi attivi dei
conti correnti, cioè quelli derivanti dalle giacenze del cliente-correntista, e
con la matita rossa i saldi passivi, cioè quelli derivanti dalle somme messe a
disposizione dalla banca.
E ogni volta che «si va in rosso» si paga!
Quanto? Seguitemi.

Quanto costa «andare in rosso»


A questo proposito, ci sono due cose che dovete «obbligatoriamente» fare
nel periodo che va tra la fine dell’anno e i primi tre mesi di quello
successivo:

1. Controllare il TAEG nel documento di sintesi.


2. Evitare la trappola del cosiddetto «anatocismo».

I manuali di finanza consigliano di controllare l’estratto conto ogni tre

150
mesi, cioè quando arriva l’estratto conto scalare. Suggerimento inutile! Non
sanno che nel 99% dei casi quei fogli vengono cestinati senza un minimo
sguardo?
A ogni modo, una volta all’anno dovete fare il seguente sforzo: come
spiegato in «Come aprire il conto corrente», con l’estratto conto di fine
anno ricevete anche il documento di sintesi, una comunicazione analitica
che offre una completa e chiara informazione sull’andamento del vostro
rapporto con la banca, nonché un quadro aggiornato delle condizioni
economiche applicate al vostro conto. Di solito si riceve nei primi quindici
giorni dell’anno. Ma invece di perdervi nei meandri di numeri, percentuali
e cifre, nel documento di sintesi controllate solo il TAEG, perché le banche,
nel corso dell’anno, molto spesso applicano le cosiddette «manovre
massive», attività poco trasparenti che hanno la finalità di alzare di pochi
centesimi di punto i tassi applicati alla clientela. Gli istituti agiscono di
solito all’inizio del trimestre, in modo che gli aumenti vengano comunicati
solo attraverso l’estratto conto scalare trimestrale, che se tutto va bene
viene recapitato entro i primi quindici-venti giorni del trimestre successivo
(un po’ prima, se avete l’operatività online del conto).
Ma gli addebiti di quanto speso dal consumatore durante l’anno, cioè gli
interessi maturati dallo scoperto e gli aumenti delle «manovre massive»,
vengono fatti a partire dal 1° marzo dell’anno successivo, e solo dopo
sessanta giorni dall’invio dell’estratto conto annuale (al 31 dicembre)
comprensivo del documento di sintesi. Infatti, in mancanza di opposizione
scritta, cioè se il cliente non contesta singole voci o l’intero contenuto
dell’estratto conto, le comunicazioni si intendono approvate dopo sessanta
giorni da quando sono state ricevute. Pertanto, se il cliente non se ne
accorge continuerà a pagare un tasso diverso da quello che ha concordato.
A questo proposito, dovete sapere che in base a una statistica interna di
un grande istituto di credito (la banca dove lavoravo), fatta sulla base dei
reclami pervenuti, circa il 97% dei correntisti non presta attenzione a questi
aumenti.
L’altra cosa «obbligatoria» che dovete fare è evitare la trappola del
cosiddetto «anatocismo». Il termine deriva dal greco anà, cioè «di nuovo»,
e tokòs, che significa «interesse», e consiste semplicemente nella
capitalizzazione degli interessi passivi affinché questi, appunto cumulati al
capitale, producano maggiori interessi. In pratica, produzione di interessi su
interessi. Questa capitalizzazione composta porta a un aumento

151
esponenziale del debito a carico del correntista.
Per esempio, se siete stati in rosso di 1.000 euro per un anno e dovete
pagare alla banca interessi per 100 euro, al 1° gennaio del nuovo anno, se
non li avete ancora pagati, gli interessi si sommano ai 1.000 euro. E quelli
successivi saranno calcolati su 1.100 euro.
La Corte di Cassazione, con sentenza del 2004, ha dichiarato illegittimo
l’anatocismo bancario. Sentenza tra l’altro accolta, esattamente dieci anni
dopo, anche dal governo Letta (2014), che nel decreto di stabilità ne
dichiarava il divieto.
Le banche, però, se ne sono sempre infischiate – meglio una condanna in
tribunale piuttosto che minori utili –, perché, ecco l’alibi, «mancava (e
manca) la delibera del Comitato Interministeriale per il Credito e il
Risparmio (CICR), tra i cui membri ci sono Bankitalia e il Tesoro».
Il problema è stato risolto dal governo «bancocentrico» di Matteo Renzi,
che ha stabilito che l’anatocismo trimestrale sugli interessi convenzionali è
stato annullato. Trimestrale, appunto. Quindi, per esclusione, è consentito
l’anatocismo annuale. E sui soli interessi convenzionali, cioè quelli pattuiti
al momento dell’apertura del conto corrente. E quindi, sulla base della
stessa equazione linguistica, è applicabile agli «interessi di mora».
L’anatocismo, nonostante l’introduzione delle nuove norme dal 1°
ottobre 2016, non è dunque scomparso. Infatti, cambia solo il meccanismo
di calcolo degli interessi (debitori) sugli interessi, che non avviene più con
periodicità trimestrale ma annuale, così come accade per gli interessi
creditori.
Non solo. Gli interessi calcolati a fine anno solare su uno scoperto di
conto corrente potranno essere pagati entro il 1° marzo dell’anno
successivo. Prima di questa data il correntista ha due possibilità:

1. Pagare cash (per cassa, portando direttamente i soldi in banca)


l’ammontare degli interessi passivi. In questo caso il problema
dell’anatocismo non si pone e gli interessi continuano a essere calcolati
sul capitale originale.
2. Decidere di non regolare per cassa gli interessi passivi ma di farseli
addebitare sul conto corrente a partire dal 1° marzo. In questo caso,
però, il correntista deve dichiarare per iscritto questa sua intenzione
alla banca. A questo punto gli interessi passivi maturati fino al 31
dicembre dell’anno precedente andranno ad aggiungersi al capitale, e

152
sulla somma risultante, che potrebbe riportare il conto in rosso,
verranno calcolati nuovi interessi. E dunque ritorna l’anatocismo.

Gli interessi sul «rosso» e l’autorizzazione al prelievo


Da tutto questo si evince che non è obbligatorio sottoscrivere alcuna
clausola che autorizzi la banca «preventivamente» ad addebitarvi le
competenze, perché la legge non prevede quest’obbligo. Infatti, l’articolo
120 del Testo Unico Bancario, recentemente modificato, permette al
correntista-cliente di concedere tale autorizzazione, ma non lo costringe, né
prevede conseguenze nel caso l’autorizzazione sia negata, anzi.
L’autorizzazione, semmai, serve a permettere agli istituti di credito di fare
ciò che la legge vieta espressamente.
Tuttavia, leggendo alcuni moduli che gli istituti di credito consegnano ai
correntisti tra fine anno e i primi tre mesi dell’anno successivo, si ha una
rappresentazione diversa della realtà, poiché dipingono fosche conseguenze
nel caso di mancata autorizzazione. Il solito linguaggio meschino, subdolo
e «terroristico». Ciò che scandalizza, infatti, è il vocabolario utilizzato in
queste carte, che nella sostanza autorizzano la banca ad addebitare gli
interessi come descritto nel punto 2. Penso in particolare a una
comunicazione di un noto istituto di credito, in cui si leggeva:

Cosa succede se non autorizza la banca ad addebitare? L’addebito in conto


degli interessi debitori comporta alcune conseguenze di cui essere consapevoli:
infatti, qualora il pagamento degli interessi non avvenisse puntualmente al 1°
marzo, la banca potrà calcolare interessi di mora in ragione del ritardato
pagamento. Inoltre, il mancato o ritardato pagamento può essere oggetto di
segnalazione, in base all’importo e alle caratteristiche della posizione debitoria,
nella Centrale Rischi di Banca d’Italia e/o nei sistemi di informazioni creditizie
cui la banca aderisce.

È evidente che questo induce il cliente a fare valutazioni che possono


essere fuorvianti, poiché è portato a credere di dover pagare gli interessi di
mora già dal 1° marzo, oltre che di rischiare di venire pregiudicato da una
segnalazione alla Centrale Rischi di Bankitalia. La fotografia d’insieme che
la Centrale Rischi restituisce serve ai clienti che hanno una buona «storia

153
creditizia» per ottenere un finanziamento più facilmente e a condizioni
migliori, e alle banche e alle società finanziarie per valutare la capacità dei
clienti di restituire i finanziamenti concessi.
Nulla di più lontano dal vero. A tale proposito viene in soccorso la
legge, in particolare gli articoli 119 e 120 del Testo Unico Bancario.
Secondo quanto stabilito nella nuova disciplina, l’addebito degli
interessi è possibile solo dal momento in cui tali poste, cioè gli interessi
calcolati dalla banca, diventano esigibili, cioè da quando si possono
riscuotere. L’articolo 120 chiarisce che gli interessi sono esigibili dal 1°
marzo dell’anno successivo a quando sono maturati. Ma questo non è
sufficiente. Infatti, affinché gli interessi siano esigibili in concreto è
necessaria una sorta di approvazione, quantomeno in forma di silenzio-
assenso, da parte del correntista-cliente. L’articolo 119 chiarisce, come già
anticipato sopra, che l’estratto conto si intende approvato «in mancanza di
opposizione scritta da parte del cliente, trascorsi sessanta giorni dal
ricevimento».
È dunque chiaro che affinché gli interessi siano concretamente esigibili è
necessario che il correntista-cliente sia informato, tramite estratto conto,
circa il loro concreto ammontare, e solo in mancanza di contestazione nei
sessanta giorni dalla comunicazione (che, ricordiamolo, arriva nei primi
venti giorni del mese di gennaio, e quindi sempre dopo il 31 dicembre)
potranno essere pretesi in pagamento.
Al contrario, in presenza di autorizzazione «preventiva» gli interessi
sono esigibili fin da subito. Allo stesso modo, occorre calcolare il termine
per la decorrenza degli interessi di mora. Infatti, la mora è dovuta solo
all’esito del mancato pagamento degli interessi corrispettivi, e più in
generale delle competenze. In sintesi, in caso di mancata sottoscrizione del
modulo non si verificano le nefaste conseguenze prospettate nella
comunicazione della banca, mentre l’autorizzazione anticipa i tempi di
esigibilità e di capitalizzazione degli interessi.
L’autorizzazione «preventiva» agevola dunque la banca, che non deve
preoccuparsi di effettuare le comunicazioni previste per legge e nei tempi
che quest’ultima stabilisce: già dal 31 dicembre è «preventivamente»
autorizzata ad addebitare gli interessi in conto capitale.
Inoltre, è opportuno sapere che tali «autorizzazioni» non costituiscono
«adeguamento» alla nuova disciplina dettata dall’articolo 120, ma, come
già spiegato, rappresentano piuttosto un escamotage per consentire alle

154
banche di fare quello che la legge vieta chiaramente. È una precisazione
doverosa, perché a volte vengono presentate come una sorta di
adeguamento alla nuova normativa, in virtù della quale sono previste
modifiche contrattuali.
Ma tali modifiche contrattuali non costituiscono affatto un adeguamento
alla legge, e soprattutto contengono ulteriori tutele per l’istituto di credito,
che si salvaguarda rispetto al pagamento degli interessi maturati laddove
non vi siano disponibilità o capienza sull’apertura di credito.
A questo proposito è interessante riportare quanto ho letto in un altro
modulo:

La banca ha diritto di utilizzare, ai fini dell’estinzione del debito di interessi, i


fondi nella disponibilità del cliente presenti sul conto o su altri rapporti allo
stesso intestati o cointestati. Il cliente autorizza altresì espressamente la banca a
impiegare le somme accreditate e accreditabili a qualsiasi titolo sul conto o su
altri rapporti intestati o cointestati al cliente per il pagamento degli interessi
debitori divenuti esigibili e non addebitati ai sensi del comma precedente.

Ebbene, sottoscrivendo questa clausola il cliente autorizza la banca a


prelevare da altri conti intestati al cliente, o cointestati con altri soggetti, la
cifra relativa agli interessi debitori. La banca, in altre parole, si tutela
preventivamente rispetto a un futuro ed eventuale «insoluto» degli interessi
calcolati.
Pertanto, prima di sottoscrivere qualsiasi documento relativo alle
modifiche ex art. 120, leggete tutte le clausole che costituiscono oggetto di
modifica del rapporto, sapendo che l’autorizzazione in parola non
costituisce adeguamento né obbligo di legge, e nemmeno arreca alcun
concreto beneficio.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Con l’estratto conto di fine anno ricevi anche il documento di sintesi


dello scoperto di conto corrente (o fido), cosa controlli?

1. Confronto il TAEG con il valore medio fornito da Bankitalia ed evito


di firmare l’autorizzazione all’addebito degli interessi per non cadere
nella trappola dell’anatocismo.

155
2. Il CICR.
3. Che il CET1 della banca non sia cambiato.

B) Qualche anno fa hai avuto difficoltà a rimborsare un prestito e sei


finito negli archivi delle banche dati di referenza creditizia (CRIF,
Centrale Rischi eccetera). Ora, dopo molti anni, e non avendo mai
sistemato quella debitoria, sei in una situazione reddituale migliore e vai in
banca per chiedere un finanziamento…

1. …convinto di ottenere il prestito sulla base del tuo attuale reddito.


2. …consapevole che sarà meglio trovare una soluzione alternativa.
3. …e parlarne con il direttore per ottenere l’autorizzazione.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 1 domanda passa


felicemente al prossimo capitolo.

156
La carta di credito

LA carta di credito è uno strumento di pagamento elettronico che consente


di acquistare beni o servizi presso negozi o altre attività convenzionate con
il circuito di riferimento (Visa, MasterCard, American Express, Diners
eccetera) anche se in quel preciso momento non avete i soldi per pagare, né
in tasca né in banca. Gli acquisti fatti in un mese vengono così addebitati, in
un’unica soluzione, sul vostro conto corrente il giorno 15 del mese
successivo.
Quindi si tratta di un vero e proprio strumento di credito che viene
pertanto concesso solo a chi supera l’analisi di affidabilità finanziaria. Una
carta di credito, infatti, funziona secondo lo stesso meccanismo di un
prestito, anche se nella sostanza è un prestito che ricevete da voi stessi,
perché vi permette di pagare beni e servizi ancora prima che incassiate il
vostro reddito. Ovvero: comprate subito, pagate tra un mese.
Attenzione però a non confondere la carta di credito con la carta
bancomat (o carta di debito), altro strumento di pagamento elettronico che
vi permette di acquistare qualcosa solo se i soldi sono presenti sul conto
corrente. Soprattutto, la carta bancomat è un dispositivo necessario per
prelevare contante agli sportelli automatici senza (quasi sempre) alcun
costo aggiuntivo, al contrario di quanto avviene, invece, quando prelevate
presso una banca diversa da quella in cui avete il conto. Se invece prelevate
allo sportello automatico con una carta di credito, magari perché fate
confusione tra le tante carte di pagamento che avete nel portafogli, pagate
una commissione di anticipo contante molto salata, anche se avete quei
soldi sul conto. In pratica, su 100 euro prelevati potreste pagare fino a 7
euro di commissione!

Scegliere la carta di credito: occhio alle revolving!

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Per scegliere la carta di credito più conveniente dovete sapere quali sono i
costi per averla e utilizzarla, ovvero:

Canone annuo (qualche banca non lo fa pagare, se nell’anno precedente


i pagamenti con carta di credito sono stati superiori a un certo
ammontare).
Costo per l’invio dell’estratto conto cartaceo (quello digitale, via e-mail
o nella propria area riservata online, non si paga).
Commissione di anticipo del contante in caso di prelievo allo sportello
automatico.
Commissione aggiuntiva sul tasso di cambio in caso di pagamenti in
valuta diversa dall’euro.

Attenzione, però. La carta di credito è una forma di prestito che in teoria


dovrebbe servire per acquistare beni di prima necessità (vedi «Un piccolo
vademecum»).
Pensate che un chilo di pane costi sempre 3 euro indipendentemente da
come lo si paga? O che un detersivo per lavare i panni costi 4 euro? Non è
così! La spesa al supermercato può essere soggetta a tassi (quasi) da usurai!
Da qualche anno, infatti, oltre a quelle emesse dai circuiti internazionali
e collocate prevalentemente dal sistema bancario, si stanno diffondendo
particolari carte di credito rilasciate direttamente dalle catene della grande
distribuzione alimentare (Carrefour, Auchan, PAM, Coop). Sto parlando
delle carte di credito dette «revolving», uno strumento di pagamento che
offre la possibilità di pagare in maniera dilazionata ciò che non è possibile
acquistare in un’unica soluzione, o nemmeno con saldo il mese successivo,
come avviene con le carte di credito tradizionali. La diffusione delle carte
revolving rientra in una subdola strategia di banche, finanziarie e Grande
Distribuzione Organizzata (GDO), che hanno l’obiettivo di creare bisogni e
sostenere i consumi di beni di prima necessità nel cittadino esasperato e
impoverito dalla recessione, e quindi costretto a pagare a rate mensili anche
quello che mangia. In altre parole, compra il pane oggi e lo paga a rate in
tot mesi!
Il meccanismo è semplice: il titolare della carta ha a disposizione una
somma di denaro in forma di fido da utilizzare a piacere, in una o più
soluzioni, che può restituire con «comodi» rimborsi mensili. Quando si usa
la carta, ovviamente, tale disponibilità diminuisce, ma si ripristina

158
automaticamente a ogni rimborso di rata. Ciascuna rata comprende una
quota capitale e una quota interessi. La quota capitale va a ripristinare, per
la sua parte, il credito disponibile; ma la quota interessi, per effetto di un
perverso meccanismo moltiplicatore mensile (e non annuale), determina
una spirale difficile da controllare.
Così, se la rata viene pagata il credito disponibile residuo non si
esaurisce mai, e il titolare della carta può contare sempre su una riserva di
denaro, che però diventa come una droga, se deve affrontare con difficoltà
le ordinarie spese quotidiane.
La «ricostituzione» continua del fido disponibile attraverso rimborsi
minimi mensili (mediamente tra il 3% e il 5% della linea di credito
concessa) e gli eventuali nuovi utilizzi della carta comportano una durata
indeterminata del finanziamento, a fronte di una rata che non cambia.
In altre parole, con la carta revolving si compra e non si finisce mai di
pagare. E se questo tipo di carta di credito è tra i prodotti più venduti dal
sistema finanziario – si stimano più di tre milioni e mezzo di carte attive nel
nostro Paese –, allora il pericolo è sicuramente dietro l’angolo. Perché i
tassi d’interesse legati all’utilizzo di queste carte sono sostanzialmente da
usurai!
Riguardo al terzo trimestre del 2018 la Banca d’Italia rileva per le carte
revolving un tasso annuo effettivo globale (il solito TAEG) del 16,15%,
con un tasso soglia usura, ovvero il tasso oltre il quale scatta il reato, del
24,15%, il più alto in assoluto rispetto a tutte le altre tipologie di
finanziamento. Eppure, gli squali delle banche ve la vendono come se fosse
l’affare della vita: è come avere una specie di salvadanaio che si riempie a
mano a mano che pagate la rata mensile. Quanto sono bravi i bancari a
modificare le leggi macroeconomiche, sanno persino trasformare il credito
in risparmio a usura. Keynes li perdonerà.
Proviamo a simulare ciò che accade a una famiglia che spende al
supermercato, quindi per acquistare beni di prima necessità, mediamente
180 euro a settimana (circa 720 euro mensili) utilizzando una carta
revolving con un plafond di 2.000 euro mensili, e che prevede il rimborso
delle spese effettuate in un mese in rate mensili da 80 euro, pari cioè al 4%
del fido ottenuto (2.000 euro) a un Tasso Nominale Annuo (TAN) – quello
scritto sul contratto – del 15,5%.
In realtà, per effetto del perverso meccanismo di moltiplicazione dei
tassi d’interesse, dove il tasso viene applicato a livello mensile e non

159
annuale, il tasso annuo effettivo pagato dalla famiglia per acquistare pane,
latte e detersivi è del 19,81%! La spesa al supermercato di 720 euro mensili
verrà dunque rimborsata integralmente dopo 32 mesi, con un carico di
interessi di ben 192 euro. Totale: 912 euro!
In pratica, un chilo di pane per questa famiglia non costa 3 euro, ma
3,60!

COSA FARE?

È inevitabile, dunque, che al cittadino ignaro la situazione sfugga di mano.


Come sempre in questi casi, occorre innanzitutto capire se siete consapevoli
di utilizzare una carta revolving, quindi con rimborso mensile indeterminato,
o se pensate di avere tra le mani una tradizionale carta di credito con
rimborso a saldo, in un’unica soluzione, il mese successivo.
L’Antitrust ha attivato un numero verde (800166661) a cui fare riferimento in
caso di pratiche commerciali scorrette, tra cui rientrano anche i tassi
applicati alle carte revolving. A questo proposito, per verificare quanto state
effettivamente pagando ed eventualmente rendervi conto se vi stanno
applicando tassi da usurai, Altroconsumo ha predisposto sul suo sito un
servizio gratuito per calcolare il reale costo del pagamento rateale con una
revolving. Lo trovate all’indirizzo https://bit.ly/2sBXkxv. Per eseguire il
calcolo tenete a portata di mano il contratto che avete firmato, nel quale
sono riportate informazioni come il costo di invio dell’estratto e il TAN che
dovrete pagare.
In ogni caso, e se vi è possibile, state lontani da questo tipo di carta, che
anziché «revolving» sarebbe più opportuno chiamare «revolver», dato che si
tratta di una vera e propria rivoltella puntata alla testa del malcapitato di
turno, secondo un macabro meccanismo che assomiglia tanto alla roulette
russa.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Vai in banca perché vorresti una carta con cui pagare e prelevare dal
tuo conto. Allo sportello ti consigliano una carta di credito, dicendoti che
con quella potrai sia prelevare sia pagare anche quando non hai

160
abbastanza soldi sul conto. Cosa fai?

1. Accetti senza battere ciglio: non sapevi di questa fantastica possibilità!


2. Sai che esistono due carte, bancomat e carta di credito, e che con
quest’ultima prelevare comporta un costo elevato.
3. Rinunci. Troppo complicato riuscire a capire tutti questi meccanismi, e
per paura lasci perdere.

B) Un’amica ti dice di avere preso una carta di credito revolving che le


permette di fare acquisti e di pagarli poi in comode rate mensili. Te la
consiglia, cosa fai?

1. Leggi le condizioni e ti accorgi che non è una tradizionale carta di


credito, perché le rate prevedono interessi molto alti.
2. Ne prendi una anche tu: ormai le propongono anche al supermercato,
non c’è da preoccuparsi.
3. Pensi che debba trattarsi della stessa che ti è stata proposta in più
supermercati e dal benzinaio: tanto vale prenderle tutte, così potrai
comprare molte più cose.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno una domanda passa


felicemente al prossimo capitolo.

161
Il prestito personale

SI tratta di un finanziamento erogato da una banca o da una finanziaria che


non richiede necessariamente di specificare la finalità per cui lo chiedete.
L’importo che viene concesso di solito va da un minimo di 1.000 euro a un
massimo di 100.000 euro, e deve essere restituito a rate mensili costanti
entro un massimo di dieci anni.
Come per le altre forme di finanziamento, anche in questo caso il tasso
d’interesse è di solito l’unica condizione su cui il cittadino si sofferma per
fare le sue valutazioni. Ma sebbene sia sicuramente la più importante, è
solo una delle tante che compongono il prezzo da pagare. Quindi ricordate
– ve lo ripeterò fino ad annoiarvi – di guardare sempre il TAEG.
A ogni modo, altre insidie si nascondono dietro l’angolo.
Innanzitutto, se per scegliere il migliore prestito personale è sacrosanto
valutare diverse offerte, è altrettanto vero che non sempre l’offerta della
banca in cui avete il conto corrente è la migliore. Certo, alcune banche
erogano prestiti solo ai propri clienti e quindi per ottenerlo vi costringono
ad aprire un conto corrente presso di loro, ma non è obbligatorio seguire
questa strada.
Soprattutto, attenti alla dinamica del processo di vendita di alcuni nuovi
prodotti che vengono offerti in accoppiata con il finanziamento: spesso fa
leva su pressioni e ricatti psicologici, in generale per tutti quelli che hanno
bisogno di un finanziamento e in particolare nei confronti di chi richiede
prestiti personali. Si tratta, nello specifico, non solo di prodotti finanziari
della banca (polizze assicurative, diamanti, obbligazioni strutturate, fondi
immobiliari chiusi, azioni), ma di prodotti che da qualche anno le banche
(non tutte) hanno aggiunto nella loro gamma di offerte per diversificare il
loro business (televisori, computer, cellulari, tablet, scooter, tapis roulant
eccetera), e che vengono venduti a prezzi scontati allo scopo di aumentare
l’importo del finanziamento richiesto. In sostanza, entrate in banca per
richiedere un prestito di 10.000 euro per iscrivere vostro figlio

162
all’università e ne uscite con anche un tapis roulant di cui non avevate
bisogno.
E se rispondete: «No, non mi interessa!» vi fanno capire che il prestito
non potete averlo. È il solito atteggiamento estorsivo attraverso il quale
negare un credito a chi si rifiuta di acquistare un prodotto che
probabilmente già possiede o di cui non se ne fa niente, creando bisogni che
non esistono.

COSA FARE?

Non voglio esagerare, ma qui si configura il reato di violenza privata.


Secondo l’articolo 610 del Codice Penale, infatti, commette violenza privata
«chiunque, con violenza o minaccia, costringe altri a fare, tollerare od
omettere qualche cosa». La pena prevista è la reclusione fino a quattro anni.
Quante volte un consumatore, pressato psicologicamente per ottenere un
finanziamento, si è visto costretto a firmare atti e contratti che altrimenti
non avrebbe sottoscritto?
Ma attenzione, la violenza privata non va confusa con l’estorsione: per
commettere violenza privata non è necessario che il soggetto «abbia
procurato a sé o ad altri un ingiusto profitto con altrui danno».
E quindi? direte voi. E quindi rispondete con un secco no a chi vi fa simili
«offerte», in modo da denunciare una pressione che non volete ricevere. Vi
assicuro che a quel punto si avvicinerà un responsabile, il direttore o chi per
lui, il quale vi inviterà a calmarvi e vi garantirà il prestito. Soprattutto se la
valutazione della vostra affidabilità era già positiva!
Perché le banche temono solo per la propria reputazione.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Hai chiesto un finanziamento, ma da un controllo informatico viene


fuori che sei un «cattivo pagatore». Tu però sai di avere sempre pagato
regolarmente, cosa fai?

1. Comunichi alla banca di non tenerne conto.


2. Te ne vai offeso, ti rivolgerai altrove.

163
3. Spieghi che c’è un errore: hai regolarizzato la tua posizione ormai da
tempo e sei pronto a rivolgerti alle autorità competenti.

B) Ritieni che il tasso d’interesse che hanno applicato al tuo


finanziamento non sia concorrenziale, cosa fai?

1. Controlli il CET1 della banca che ti offre il prestito.


2. Confronti il TAEG del finanziamento che ti hanno approvato in banca
con quello di altri finanziamenti di banche diverse.
3. Controlli il tasso usura.

C) Tuo figlio decide di iscriversi a un’università fuori sede. Non hai


disponibilità economiche, allora ti rivolgi alla banca per un prestito. Dopo
avere accertato la tua affidabilità, questa ti accorda il prestito e in
accoppiata ti vende un computer per tuo figlio, cosa fai?

1. Rispondi con un no deciso: la valutazione di affidabilità è positiva e


non hai bisogno di nessun computer.
2. Capisci che si tratta di un ricatto psicologico e per ottenere il prestito
cedi.
3. Chiedi se puoi avere una lavatrice al posto del computer.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 2 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

164
Il mutuo per l’acquisto della casa

L’ACQUISTO della casa, soprattutto la prima casa, è il sogno «basico» di


ciascuno di noi. Soprattutto di noi italiani, visto che otto famiglie su dieci
(il 73% circa della popolazione) possiedono la casa in cui abitano.
Questa è un’eccezione rispetto ad altri grandi Paesi europei, se pensiamo
che solo il 51,9% dei tedeschi, il 64,1% dei francesi e il 63,5% degli inglesi
abitano in una casa di proprietà (dati del ministero dell’Economia e delle
Finanze riferiti al 2015).
Per realizzare tale sogno si ricorre spesso al finanziamento bancario
sotto forma di mutuo ipotecario. Ed è in questo passaggio che il sogno si
trasforma in effetto dopante, narcotizzandoci al punto da farci perdere, nella
scelta e nella negoziazione con la banca, ogni facoltà di ragionamento: in
quel momento, quando i nostri desideri sembrano essere nelle mani altrui,
diventiamo troppo permissivi, lasciamo che approfittino di noi, che ci
violentino psicologicamente.
Ho visto di tutto. Persone obbligate ad accettare condizioni vessatorie,
talvolta anche fantasiose, che mai avrebbero sottoscritto in situazioni di
piena padronanza delle proprie facoltà mentali. Per non cadere in questa
trappola e ridurre al minimo rischi e problemi è quindi necessario seguire
alcune regole fondamentali.
Il mutuo è un finanziamento di durata medio-lunga (fino a trent’anni)
garantito da un’ipoteca, solitamente iscritta sulla casa per cui si chiede il
prestito. L’ipoteca è una garanzia esclusiva per la banca che concede il
mutuo: in altri termini, se non si paga il mutuo la banca ha un diritto
esclusivo di recuperare i soldi prestati vendendo la casa. Diritto esclusivo
ma contestabile, se ci sono irregolarità nella definizione del contratto.
Perché ci si indebita?
Perché non si ha il denaro necessario per acquistare l’immobile. In
questo caso la banca verifica che il rapporto tra la rata del mutuo e il
reddito netto mensile di chi lo richiede non superi il 30-35%. In altri

165
termini, la rata che la persona andrà a pagare non dovrà essere superiore a
questa percentuale del suo reddito mensile, già depurato degli impegni in
essere, cioè delle rate di altri eventuali finanziamenti. Quindi se avete un
reddito che non consente di garantire questo rapporto, evitate delusioni e
non entrate nemmeno in banca.
Tenete presente che la banca non eroga mai più dell’80% del valore di
perizia dell’immobile.
Ciò significa che per acquistare una casa occorre avere da parte un po’ di
risparmi per coprire il restante 20% e le altre spese collaterali, come quelle
notarili, peritali, assicurative (facoltative), fiscali (per esempio l’imposta di
registro) e gli eventuali costi dell’agenzia immobiliare.
Fin qui, tutto normale. Ma la cronaca degli ultimi anni ci ha insegnato
che il vero problema del rapporto banca-cliente è che non c’è reciprocità
informativa. Anzi, in tutte le operazioni finanziarie vi è una costante
ambiguità chiamata «asimmetria informativa»: in pratica, le informazioni
sull’operazione oggetto di finanziamento non sono conosciute allo stesso
modo da tutte le parti in gioco.
Una delle prime lezioni che ho appreso in banca da un mio ex capo, oggi
indagato, riguardava proprio il come realizzare l’asimmetria informativa in
maniera subdola e formalmente pulita. Questo top manager ripeteva spesso
che «in banca non si dicono bugie, ma non bisogna dire tutto». Ovvero: si
utilizza l’omissione affinché i clienti non capiscano.
Voglio quindi darvi alcuni consigli per tentare di colmare il buco delle
frequenti omissioni da parte degli istituti di credito.

Tasso fisso o variabile?


Con l’attuale situazione dei tassi di sistema, mai così bassi nella storia del
credito bancario, e considerata la previsione per i prossimi anni (vedi
«L’economia per tutti»), è bene scegliere il tasso fisso, bloccando così il
prezzo (a tasso basso e rata invariata) per tutta la durata del mutuo.
Naturalmente, le banche spingono per vendere mutui a tasso variabile,
ovvero la cui rata cambia periodicamente secondo scadenze indicate nel
contratto, per garantirsi maggiori guadagni in futuro, perché i tassi potranno
soltanto salire! Come strumento di terrorismo psicologico usano la formula:
«Con il tasso fisso paga una rata maggiore». Verissimo! Però dimenticano

166
di aggiungere – ecco l’omissione – l’avverbio temporale «oggi», perché
questo vale, come avrete capito, soltanto finché i tassi si mantengono bassi.
Se proprio volete scegliere un mutuo a tasso variabile, ricordate che
quasi sempre la banca riporta nel contratto solo il valore minimo (il
cosiddetto «tasso floor», al di sotto del quale non può scendere), senza
ovviamente menzionare quello massimo (o «tasso cap»), per assicurarsi di
guadagnare di più, o comunque non di meno, e non porre limite al proprio
profitto.
Quindi cercate di negoziare un tasso cap (o «tetto»). Chiedete un mutuo
a tasso variabile con cap (le banche ce l’hanno in catalogo ma lo offrono
raramente). Oppure la banca dovrebbe almeno offrirvi la possibilità di
rescindere il contratto quando il tasso sale troppo, ma spesso in questi casi
chiede una penale di rescissione che è vietata per legge. Perché la applicano
se è vietata per legge? Perché l’ostacolo legale, previsto anche per i
finanziamenti, è facilmente aggirabile.
Gli istituti di credito, anziché far pagare la penale, provano infatti ad
addebitare spese di chiusura del contratto molto alte (fino a 1.000 euro), che
possono essere calcolate anche in proporzione al debito residuo. Si tratta di
penali mascherate e si possono evitare stando attenti (e rifiutandole) al
momento della stipula del contratto.

L’ipoteca come garanzia


C’è poi il problema delle garanzie. Quando fate un mutuo la banca iscrive
l’ipoteca sull’immobile per il quale vi viene concesso il prestito. Di solito la
garanzia (l’ipoteca, appunto) è il doppio dell’importo del debito.
In pratica, se ottenete un mutuo di 100.000 euro, la garanzia è di 200.000
euro.
Fin qui, tutto corretto. È solo la prassi!
Succede però che, a mano a mano che pagate le rate del mutuo,
l’importo del debito diminuisce ma il valore della garanzia rimane lo stesso,
determinando così un eccesso di garanzia dovuto al fatto che il rapporto
garanzia-debito è più del doppio convenuto nel contratto. Ma se chiedete di
ridurre l’ipoteca in base a quanto vi è rimasto ancora da pagare, la banca si
rifiuta. E la legge, anche se il buon senso direbbe il contrario, lo permette.
Quindi come tutelarsi? Quando stipulate il contratto, siate lucidi e

167
chiedete la possibilità di adeguamento dell’ipoteca in funzione di quanto vi
resta da pagare.

Polizze incendio o vita


Un discorso a parte riguarda infine le polizze incendio o vita, la cui
sottoscrizione spesso rientra fra le condizioni imposte dalla banca per
concedere il mutuo, ma che è illegittima quando viene proposta senza la
possibilità di scegliere tra i prodotti offerti da altre banche concorrenti o da
compagnie di assicurazione. In altri termini, il «consiglio» delle banche è
spesso quello di assicurare l’immobile dal rischio incendio e scoppio o altre
cause naturali di depauperamento del valore, nonché di coprirvi dal rischio
di morte, invalidità permanente o anche di licenziamento dal vostro lavoro
al fine di non lasciare una pesante eredità (i debiti) ai vostri legittimi
successori. Il debito residuo, in tal caso, verrà pagato dalla compagnia di
assicurazione.
Fin qui, tutto bene. Anch’io consiglio di acquistarle entrambe, ma da chi,
così come indicato dalla legge, vi offre le migliori condizioni, e non
necessariamente dalla banca che vi concede il mutuo.
Inoltre, per quanto riguarda la polizza incendio e scoppio sull’immobile
vincolata a favore della banca presso cui si accende il mutuo, bisogna
controllare che nel contratto sia indicata la clausola «nei limiti
dell’ammontare residuo», e non «dell’intero valore del mutuo», perché
ovviamente è soltanto il primo che la banca rischia eventualmente di
perdere.
Infine dovete accertarvi che le polizze, con qualunque banca le
stipuliate, siano «attivate». Perché io so, e ne ho le prove, che dopo la
formalizzazione dei contratti non viene avviata, sistematicamente e molto
spesso per impreparazione (ma soprattutto per l’atavica, scarsa attenzione
alla soddisfazione del cliente), la procedura per mettere in «copertura» i
rischi per pagare l’eventuale premio nel caso in cui si verifichino gli eventi.
Semplicemente, la banca deve inviare i documenti alla compagnia
assicurativa, ma se questo non viene fatto (anche perché spesso tali
documenti non vengono mai richiesti) la polizza risulta sottoscritta ma,
appunto, non «attivata». Pertanto si arriva spesso a un paradosso: gli eredi
dell’assicurato che non ha più potuto pagare regolarmente le rate spesso

168
non sanno dell’esistenza di una polizza assicurativa, quindi si ritrovano
nella morsa delle segnalazioni delle banche dati, che li etichettano come
morosi, nonché vittime dei pressanti solleciti da parte delle società di
recupero crediti.
Attenzione quindi a questi aspetti, perché talvolta il sogno di comprare
casa potrebbe trasformarsi in un incubo!

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Con la banca si è stabilito che la tua capacità reddituale ti consentirà di


avere un mutuo ipotecario. Ora il consulente ti chiede le garanzie a tutela
del credito, cosa fai?

1. Rispondi di avere già portato la dichiarazione dei redditi.


2. Sai che la banca dovrà acquisire la documentazione che attesti
eventuali proprietà di beni immobili, quindi gliela fornisci.
3. Porti le foto della tua casa che vuoi mettere a garanzia.

B) Sei indeciso tra un mutuo a tasso fisso e uno a tasso variabile. Il


consulente ti fa notare che quest’ultimo ha una rata più bassa, cosa fai?

1. Scegli il variabile perché il consulente ha sempre ragione.


2. Chiedi di sottoscrivere un mutuo a tasso variabile con cap (tetto),
oppure di poter rescindere il contratto se il tasso variabile sale troppo,
ma facendo attenzione che non ti applichino penali «occulte».
3. Opti per il tasso fisso, tanto per i prossimi cinque anni almeno non
salirà.

C) Finalmente riesci a ottenere buone condizioni per un mutuo


ipotecario. All’atto delle firme la banca ti obbliga a sottoscrivere una
polizza assicurativa presso la compagnia della banca stessa, facendotelo
passare come «debito morale». Cosa fai?

1. Eri pronto, quindi segnali subito la pratica all’antitrust.


2. Capisci che se non accetti non avrai il mutuo, quindi firmi.
3. Controlli il TAEG prima di accettare.

D) Un amico ti racconta che al momento della formalizzazione di un

169
mutuo gli hanno fatto sottoscrivere una polizza assicurativa, e che al
momento del bisogno ha scoperto di non poterne beneficiare perché
inattiva. Tu cosa avresti fatto al suo posto?

1. Ti saresti rifiutato di sottoscrivere la polizza.


2. A te non sarebbe capitato, perché conosci il direttore della banca.
3. Ti saresti accertato che la polizza venisse «attivata» subito dopo la
formalizzazione del contratto.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 3 domande passa


felicemente al prossimo capitolo.

170
L’ECONOMIA PER TUTTI

171
STAMATTINA Luca, l’edicolante sotto casa, mi fa: «Dotto’, mi devo
preoccupare per lo spread? E cos’è questo rapporto deficit/PIL? Non ci sto
capendo più nulla, tra la paura del bail in, il debito dell’Italia e altre
preoccupazioni».
Sorrido e penso con tenerezza a quell’uomo che, come la maggior parte
degli italiani, non conosce l’economia e soprattutto non riesce a
immaginare gli effetti che i temi economici hanno sulla finanza e viceversa.
Ma poi il sorriso mi si spegne in faccia. Immagino Luca davanti al
televisore che cerca di capire, dopo ore di «maratone» e «speciali», che
cosa diavolo stiano dicendo i superesperti che, intervistati sulla situazione
economica e finanziaria, utilizzano un linguaggio tecnico che confonde
ancora di più l’ignaro cittadino.
Me lo immagino che si domanda: Che cos’è lo spread? Chi lo genera?
Quali sono gli effetti pratici sulle persone? E cosa succede se il debito
aumenta oltre il 130%? E se il rapporto deficit/PIL supera il 2,4%?
I temi economici sono complessi da spiegare e, in tempi di crisi, anche
deprimenti. Perché è difficile appassionarsi, specie quando si ha la
sensazione di non poter incidere minimamente sulle sorti dell’economia, e
dunque della propria vita.
Inoltre tra i vari concetti, già difficili di per sé, ci sono tanti collegamenti
– le dinamiche finanziarie italiane, infatti, dipendono dagli esiti della crisi
internazionale e viceversa, e la crisi dipende dai meccanismi della Borsa,
delle valute e della speculazione –, troppi per spiegare la realtà, renderla
semplice (ma non banale) e allo stesso tempo comprensibile a tutti.
In quest’ultima parte del nostro percorso cercheremo dunque di capire
poche cose, ma fondamentali, su alcuni indicatori economici che danno una
misura del benessere di una nazione e di quanto incidono sui nostri risparmi
e investimenti. E lo faremo attraverso esempi e storie, ma non «favole».

172
Economia famigliare ed economia di Stato

L’ECONOMIA famigliare, detta anche «domestica», ovvero quell’insieme di


nozioni e insegnamenti che riguardano l’amministrazione della casa dal
punto di vista economico, per certi aspetti è simile all’economia pubblica (o
di Stato). In Italia non viene studiata, ma negli Stati Uniti è una materia
popolare, tanto che la si studia alle scuole superiori.
Cerchiamo di capirne i collegamenti per comprendere i ben più
complessi concetti di economia pubblica. E riportiamoci per un attimo agli
anni della «grande abbuffata» del sistema bancario, ovvero i quindici anni
che vanno dal 1994 al 2009, in cui, in nome del ROE (Return On Equity) –
in sintesi, il guadagno dell’azionista in rapporto al capitale investito – e del
sistema incentivante (il guadagno dei manager!), sembrava che tutto fosse
possibile.
In quel periodo uno dei prodotti più venduti in banca era il mutuo
ipotecario per l’acquisto della casa (quasi sempre la prima casa), un asset
facile da vendere perché c’era tanta domanda, ma soprattutto una fonte di
guadagno enorme per le banche.
Per realizzare il sogno della vita (comprare una casa, appunto) ci si
indebitava, logicamente, per mancanza di disponibilità. In tal caso per la
banca era necessario verificare che il rapporto rata/reddito del richiedente
non superasse il 35%, ma in quegli anni di vacche grasse questo limite
percentuale non è mai stato rispettato, oppure è stato «considerato» alla
luce di una documentazione reddituale «formalmente» adeguata. In altri
termini, se le dichiarazioni dei redditi erano state falsificate bene, le banche
non entravano nel merito dell’autenticità dei documenti – la loro frase
tipica era: «Mica siamo la Guardia di Finanza!» –, ma si limitavano a
verificare che fossero «formalmente a posto».
Ecco spiegata, in breve e con parole semplici, l’essenza della crisi dei
mutui subprime che ha investito le principali economie sviluppate. In
sostanza, i soldi venivano prestati a chi, com’era chiaro fin da subito, non

173
avrebbe potuto restituirli, o almeno non nel caso in cui, nell’arco temporale
del mutuo (almeno dieci anni, ma siamo arrivati anche a trenta), il suo
reddito avesse subito una variazione in negativo.
I subprime sono prestiti o mutui erogati a clienti definiti «ad alto
rischio». Sono chiamati così perché a causa delle loro caratteristiche e del
maggiore rischio a cui sottopongono il creditore sono definiti «di qualità
non primaria», ossia inferiore ai debiti primari (prime) che rappresentano
prestiti erogati in favore di soggetti con una storia creditizia e garanzie
abbastanza affidabili.
Ora vediamo un caso tipico di quegli anni, quando a tante famiglie, non
solo italiane, venivano concessi mutui subprime.
La famiglia Rossi, composta da cinque persone, in un anno guadagna
30.000 euro netti, cioè 2.500 euro al mese. Le sue spese correnti (cibo,
abbigliamento, utenze, scuola dei figli eccetera) ammontano a circa 1.500
euro al mese, mentre quelle straordinarie sono di circa 1.200 euro. Si tratta,
in quest’ultimo caso, della rata del mutuo da 100.000 euro contratto
nell’anno in corso per l’acquisto di una casa al mare (che ha un valore di
150.000 euro).
Il totale delle spese della famiglia Rossi è dunque di 2.700 euro mensili,
a fronte di 2.500 euro di entrate. La famiglia Rossi ha quindi un deficit di
bilancio (entrate meno uscite) di 200 euro al mese (2.400 euro l’anno), e un
debito di 100.000 euro. E il suo «PIL», cioè i soldi spesi nell’anno in corso
per produrre ricchezza, è di 130.000 euro, ovvero il debito contratto per
l’acquisto della casa al mare più il reddito da lavoro. Come fa quindi questa
famiglia ad arrivare alla fine del mese? Ha tre alternative:

1. Cercare altri lavori che aumentino le entrate.


2. Vendere i gioielli di famiglia o la casa al mare, da poco acquistata con
un mutuo subprime.
3. Indebitarsi ulteriormente.

Dopo ripetute consultazioni di famiglia, i Rossi scelgono la terza strada


e, presso un’altra banca, chiedono un altro prestito di 10.000 euro da
rimborsare in cinque anni con la speranza che, nel prossimo lustro, riescano
ad aumentare le loro entrate. Decisioni difficili e per certi versi
drammatiche che devono tenere conto delle opinioni di ogni componente
della famiglia – non tutti potrebbero essere d’accordo a vendere i beni di

174
famiglia –, ma anche delle regole imposte o fissate dagli altri attori in
scena. Per esempio le banche, alle quali, dopo i fallimenti degli ultimi dieci
anni, gli organi di controllo hanno imposto norme precise per erogare
prestiti: non possono concedere finanziamenti a tutti, se non vengono
rispettati certi parametri che garantiscano la restituzione del prestito. E
questo è anche nell’interesse della famiglia Rossi, che potrebbe andare
incontro a un collasso finanziario. Insomma, ci sono delle regole da
rispettare!
Per verificare se la famiglia Rossi è prossima al default, occorre tenere
sotto controllo alcuni indicatori. Il primo è proprio il rapporto deficit/PIL,
che in questo caso è dell’1,85%, così calcolato:

deficit di bilancio annuale/PIL x 100


2.400/130.000 x 100 = 1,85%

Ciò significa che la famiglia Rossi spende più di quanto incassa per una
cifra pari all’1,85% della ricchezza prodotta annualmente. Se continua così,
ogni anno dovrà vendere beni (gioielli, mobili, auto, casa eccetera) per
questo valore.
L’altro indicatore è il rapporto debito/PIL, che è del 77%:

debito/PIL x 100
100.000/130.000 x 100 = 77%

Questo valore misura la capacità della famiglia Rossi di restituire i soldi


ai suoi creditori (la banca che gli ha concesso il mutuo). In questo caso, se i
Rossi vendessero il 77% della loro ricchezza (che ha un valore complessivo
di 130.000 euro), avrebbero la possibilità di ripagare il debito. I problemi
nascerebbero invece nel caso in cui il debito fosse superiore al 100% della
loro ricchezza, perché se anche vendessero tutto ciò che hanno (casa, auto,
mobili e anche le posate acquistate nell’anno), non ce la farebbero a
restituire l’intero debito. Dovrebbero dichiarare il loro dissesto ed
entrerebbero in una crisi con conseguenze anche drammatiche.
Lo Stato italiano funziona allo stesso identico modo. L’Italia, però, è un
Paese della Comunità Europea, quindi deve sottostare alle regole fissate
negli accordi tra tutti gli Stati membri (Maastricht 1992 e seguenti). E
nell’ambito di tali accordi gli economisti hanno stabilito, in base a questi

175
indicatori, delle soglie oltre le quali il rischio di crisi finanziaria diventa
concreto.
Il PIL di uno Stato è dunque il valore di tutto ciò che lo stesso produce
in un anno. Semplificando, anche perché si tratta di una misura senz’altro
grossolana del benessere economico di un Paese, il PIL è la somma dei
salari pagati ai lavoratori, dei profitti delle aziende e delle tasse dei
cittadini.
Il deficit dello Stato, invece, è quella quota di spesa statale (costi della
pubblica amministrazione per pagare le pensioni e i servizi pubblici) non
coperta dalle entrate (tasse), e viene messa in relazione al PIL per capire in
quali condizioni sono le finanze pubbliche. Il rapporto deficit/PIL non deve
superare, in base agli accordi europei, la soglia del 3%: significa che uno
Stato può spendere più di quanto incassa, ma entro la soglia del 3% della
ricchezza prodotta. Se invece le spese superano le entrate, per garantire il
pagamento delle pensioni, degli stipendi ai dottori negli ospedali, ai
conducenti dei treni e così via, lo Stato italiano deve fare un debito, cioè si
deve indebitare emettendo titoli (BOT, BTP, CCT). Ed emettere titoli vuol
dire farsi prestare da cittadini, banche e investitori istituzionali soldi che
dovrà poi restituire, con determinate scadenze e pagando il dovuto
interesse, a chi sottoscrive i titoli.
Il debito pubblico italiano – più di 2.300 miliardi di euro! – non deve
superare, secondo le regole europee, il 130% del PIL. Paradossalmente, se
il nostro governo vendesse tutto ciò che produce in un anno avrebbe ancora
un 30% di debito da saldare! Ma l’Italia è già ben oltre questa soglia di
tolleranza (132%), quindi occorre tenere sotto controllo l’altro indicatore,
cioè il rapporto deficit/PIL, perché all’aumentare del deficit il rapporto,
sebbene ancora al di sotto del 3%, determina un necessario ricorso ad altro
indebitamento, che non necessariamente, così come capitato ultimamente,
sarà sottoscritto. In altri termini, i cittadini, le banche e gli investitori
istituzionali, preoccupati dallo stato di salute del Paese, non presteranno più
soldi allo Stato italiano. E quei titoli (BOT, BTP, CCT) – che
rappresentano, lo ripetiamo, un debito di 2.300 miliardi di euro –
diventerebbero solo una montagna di promesse di pagamento. Promesse,
non certezze!
E sapete chi sono i principali acquirenti del debito pubblico italiano? Le
banche!

176
Gli effetti del debito pubblico

IL dramma dell’Italia, ma forse di tutta l’Europa, è il debito pubblico, che


oggi può e deve essere finanziato soltanto dalle banche. Perché i
risparmiatori non se lo «comprano» più.
Quella tra le banche private e lo Stato è davvero una relazione
pericolosa, soprattutto per noi correntisti. Con il finanziamento del debito
pubblico sappiamo infatti che le banche forniscono una «stampella» allo
Stato. Questo «aiutino» avviene attraverso un massiccio acquisto (370
miliardi circa, ad agosto 2018) di Buoni Ordinari del Tesoro (BOT), Buoni
del Tesoro Poliennali (BTP) e Certificati di Credito del Tesoro (CCT). In
questo modo i governi finanziano il proprio debito – anche se non
gratuitamente, certo – e le banche, acquistando titoli ad «alto rischio di
restituzione», si guadagnano la «simpatia» dello Stato.
Basti pensare alle accertate «sviste» degli organi di controllo sui numeri
di bilancio (farlocchi) e sulle procedure commerciali (poco ortodosse)
riscontrate in Banca Etruria, Monte dei Paschi di Siena, Banca Popolare di
Vicenza, Veneto Banca, Banca Carige e in tutte le altre piccole banche poi
andate in default.
Un mare di soldi, dunque.
Come mai così tanta generosa «accoglienza» delle banche nei confronti
dello Stato? Il mio dubbio è che, lungi dall’essere paladine di una causa
sociale o morale, le banche siano più prosaicamente interessate, per
convenienza e per opportunismo, a tenere una poltrona riservata nel salotto
buono delle lobby. Patti chiari, amicizia lunga: la banca compra i titoli di
Stato e in cambio quest’ultimo, e quindi anche BCE, Banca d’Italia,
Consob e commissioni parlamentari, non rompe le scatole sugli affari meno
«nobili», per così dire, degli istituti.
Quali sono le conseguenze di tutto questo sui nostri risparmi e sui nostri
investimenti? In sintesi, quando i due indicatori sopra descritti crescono
(rapporti deficit/PIL e debito/PIL), a rischiare sono soprattutto le banche,

177
che potrebbero prendere decisioni gestionali rigide. Per esempio:

Chiudere ulteriormente i rubinetti del credito.


Aumentare i tassi d’interesse sui finanziamenti.
Applicare la direttiva comunitaria inserita nel nostro ordinamento con
il decreto legislativo 180/2015, che ha introdotto in Italia il principio
del bail in voluto dall’Unione Europea.

La norma stabilita da Bruxelles prevede che, in caso di fallimento (non


giuridico) della banca, il deficit di patrimonio rispetto a quello necessario
affinché l’istituto possa continuare a operare – la cosiddetta «soglia minima
di patrimonio» – debba essere «trovato» non all’esterno (bail out), ma
presso gli stessi finanziatori della banca (bail in), i quali vedranno i loro
crediti convertiti in capitale fino a ristabilire la soglia minima.
Contemporaneamente, la banca viene ristrutturata dal punto di vista
operativo e, grazie all’avvenuto rafforzamento patrimoniale, rimessa in
condizioni di reperire liquidità.
Più in dettaglio, se una banca va in default, i primi a dover sborsare il
proprio denaro per salvarla sono gli azionisti della banca (ovvero i
possessori di azioni di quell’istituto), seguiti dagli obbligazionisti meno
assicurati (quelli che hanno acquistato le obbligazioni subordinate della
banca) e da chi ha depositi bancari superiori ai 100.000 euro. La direttiva
comunitaria, dunque, garantisce solo i depositi inferiori a questa soglia.
Non devono invece partecipare al bail in le obbligazioni garantite (quelle
ordinarie sono escluse), le pensioni e i salari dei dipendenti. In pratica, in
caso di fallimento di una banca sono in prima battuta i suoi clienti a pagare
per salvarla. Lo Stato entra in gioco solo in un secondo momento.
Quindi, come evitare brutte sorprese? Basta sapere quali banche sono
maggiormente esposte nei confronti dello Stato italiano, cioè quali hanno
«in pancia» più titoli di Stato del nostro Paese, e agire di conseguenza!
Per scoprirlo, guardate questa tabella, frutto di un’analisi dell’IÉSEG
School of Management sull’esposizione delle principali banche italiane ed
europee al nostro debito (numeri espressi in miliardi di euro):

BANCA PAESE ESPOSIZIONE TITOLI DI STATO

UniCredit Italia 65,7559 59,1726


Intesa Sanpaolo Italia 52,6254 39,6691

178
Banco BPM Italia 26,2491 25,9762
Monte dei Paschi Italia 19,8045 17,2527
di Siena
BNP Paribas Francia 19,2484 16,0163
Dexia Belgio 20,0545 14,7804
UBI Banca Italia 11,9050 11,0234
Banco Sabadell Spagna 10,4720 10,4720
Groupe Crédit Francia 10,6616 10,3385
Agricole
Commerzbank Germania 9,9912 9,9822
Banco Bilbao Spagna 9,5937 9,5330
Vizcaya
Argentaria
ICCREA Banca Italia 9,5669 9,4108
Banco Santander Spagna 8,7915 8,7458
Groupe BPCE Francia 8,9991 8,5082
Banca Popolare Italia 8,9013 8,3878
di Sondrio
SFIL Francia 6,1146 6,0969

179
Lo spread non è un aperitivo

LO spread, o differenziale, è uno degli indicatori dello stato di salute di un


Paese europeo. Una sorta di elettrocardiogramma del «cuore» di una
nazione, ovvero la sua economia. Ovviamente, per capire se il nostro cuore
funziona bene occorre confrontare il nostro elettrocardiogramma con quello
di qualcuno che abbia un cuore quasi perfetto e non presenta alcuna
patologia. E questo qualcuno, in ambito comunitario, è la Germania, perché
ha un’economia abbastanza stabile e virtuosa.
Nello specifico, il cuore dei due Paesi viene analizzato confrontando due
obbligazioni emesse dai governi tedesco e italiano, chiamate
rispettivamente «Bund» e «BTP». Sono titoli rappresentativi del debito
dello Stato, che emettendoli si fa prestare denaro da cittadini, banche,
investitori istituzionali per pagare, come abbiamo già detto, le pensioni, i
dottori negli ospedali, i vigili del fuoco e gli autisti degli autobus e delle
metro che ogni giorno ci rendono la vita più agevole. In cambio di questo
prestito lo Stato, quando restituisce il capitale ricevuto, paga un interesse al
prestatore (cittadino, banca, investitore istituzionale).
Lo spread è quindi la differenza tra i tassi d’interesse (o «rendimento»)
dei titoli italiani e tedeschi. In pratica, se i BTP hanno un interesse del
3,25% e i Bund dell’1,25%, lo spread è del 2,25%, ovvero 225 punti,
perché lo spread si esprime con numeri di tre cifre, che comprendono anche
i decimali.
L’edicolante sotto casa mia, a questo punto, sembra abbastanza
soddisfatto, ma mi chiede: «Dotto’, una cosa mi sfugge: se in questo
momento i BTP italiani offrono un tasso d’interesse più alto rispetto a
quelli tedeschi, allora non è più conveniente per i risparmiatori mettere i
soldi nel cuore italiano, visto che possono ottenere un interesse maggiore e
quindi guadagnare di più?»
«Caro Luca», rispondo, «ha ragione. Ma lei presterebbe dei soldi
sapendo che il cuore del creditore, cioè di chi le dovrà restituire il denaro,

180
presenta delle patologie? E che il suo corpo potrebbe non reggere e
addirittura morire? Se è consapevole del rischio, lo faccia pure!»
L’edicolante replica con ironia, ma dimostrando di avere capito: «Ma
allora lo spread sale perché per curare un cuore malato ci vogliono
medicinali più costosi?»
«Esatto!» ribatto compiaciuto. «Lo Stato italiano aumenta i tassi
d’interesse quando teme di non trovare investitori nei periodi d’instabilità.
Al contrario, i tassi d’interesse offerti dai Bund tedeschi sono più bassi
perché è molto più facile trovare investitori.»
Insomma, l’affidabilità dei titoli di Stato dipende dall’affidabilità dello
Stato stesso, e viceversa. In un periodo di difficoltà politica come quello
che l’Italia sta vivendo in questo momento, gli investitori – persone singole,
banche, società e persino altri Stati – temono che il cuore italiano non sia
sicuro per i loro soldi. Per questa ragione, purtroppo, preferiscono metterli
altrove, e lo Stato italiano, per attrarli, offre loro rendimenti più alti che,
naturalmente, a noi costano in termini di minori risorse da destinare ai
servizi sopra citati.
Ecco perché lo spread sale. Perché il cittadino, la banca o l’investitore
istituzionale preferisce investire i suoi capitali nel più sicuro debito
pubblico tedesco. A meno che lo Stato italiano non paghi almeno il 2,70%
(spread medio del periodo in cui scrivo) di interessi in più rispetto a quanto
offre la Germania.
Luca dimostra di avere capito tutto, perché mi dice: «Dotto’, ma allora
se non investo in titoli di Stato, perché non ho risparmi, non rischio nulla?
Io ho solo debiti, un mutuo con la banca».
Luca ha ragione solo in parte, perché purtroppo per far stare bene lo
Stato italiano, e quindi far funzionare ospedali, trasporti, pagare le pensioni
eccetera, qualcuno dovrà pur prestare i soldi al nostro Paese. E quel
«qualcuno» sono le banche, ovviamente. Ma poiché sono costrette a
investire nei titoli di Stato e quindi a «rischiare», devono guadagnare da
qualche altra parte ciò che stanno perdendo per la diminuzione di valore dei
BTP, tanto che nel frattempo (non immediatamente, come lasciano credere
i media) potrebbero aumentare, per esempio, la rata del vostro mutuo a
tasso variabile. Così come potrebbero aumentare le tasse, in particolare
l’IVA.
Se una quantità maggiore di risorse dello Stato dev’essere utilizzata per
pagare gli interessi dei BTP, allora ci saranno meno risorse disponibili per

181
la crescita e gli investimenti in infrastrutture e servizi, e quindi l’economia
ne soffrirà. Per esempio, per recuperare risorse potrebbero scattare le
clausole di salvaguardia inserite nella legge di bilancio, che portano l’IVA
dal 22% al 25,2% nel 2020 e al 26,5% nel 2021.
L’unico effetto positivo per i risparmiatori, anche i più piccoli, è la
crescita dei rendimenti per chi investe in titoli di Stato italiani. Per esempio,
nell’asta del 30 ottobre 2018 i BTP a dieci anni, che fino a quel momento
avevano un rendimento lordo del 2,80%, hanno avuto un rendimento del
3,36%. Si tratta però di un effetto positivo a breve termine – lo dimostrano i
risultati delle aste successive, disponibili sul sito del ministero
dell’Economia e delle Finanze (https://bit.ly/2RUgSLA) –, che non basta a
compensare gli effetti negativi sopra descritti.

182
I tassi d’interesse

I TASSI d’interesse rappresentano quell’aspetto dell’economia che ci


riguarda più da vicino. «Quanto ho guadagnato?» o «Quanto sto pagando?»
sono infatti le domande che più prosaicamente cerchiamo di porre ai nostri
interlocutori finanziari. Pertanto, capire che cosa sono i tassi e come
funziona il meccanismo con cui si formano è fondamentale.
I tassi d’interesse sono i prezzi in base ai quali le banche acquistano e
vendono denaro. Se porto i miei soldi in banca, ottengo una remunerazione
in base a un tasso d’interesse; se chiedo un prestito, devo invece pagare alla
banca un compenso in base a un tasso d’interesse.
Sia la remunerazione sia il compenso sono calcolati in base a precisi
parametri riscontrabili sui mercati monetari e finanziari, a cui la banca
aggiunge una maggiorazione detta «spread» (da non confondere con lo
spread sopra descritto). L’entità di tale maggiorazione, che rappresenta la
differenza tra il parametro di riferimento e il prezzo effettivamente
applicato, è il guadagno della banca.
Provo a spiegarlo con un esempio.
La banca, come qualsiasi altro commerciante, nella sua espressione più
elementare svolge un mestiere molto semplice: acquista la sua materia
prima (il denaro) da chi la possiede e la rivende a chi la richiede sotto
forma di prestito o finanziamento. Il suo obiettivo, così come quello di
qualsiasi operatore economico, è di comprarla al prezzo più basso e
rivenderla a quello più alto. Se il denaro ha un costo e c’è gente che lo
acquista e lo vende come qualunque altra merce, è evidente che esiste un
mercato. E su questo mercato, come su qualsiasi altro, ogni giorno si crea
una domanda e un’offerta.
Ma chi sono i fornitori della «materia prima» delle banche? Senza
dubbio i «depositanti», in primis i cittadini che canalizzano i loro risparmi
su conti correnti, libretti di risparmio, certificati di deposito e ogni altro
strumento finanziario offerto dalle banche per raccogliere i soldi di chi

183
vuole ottenere una remunerazione per il semplice fatto che li presta a un
istituto di credito.
Ma come in tutti i settori economici, molto spesso la «materia prima»
così acquistata non è sufficiente per poter svolgere l’attività commerciale.
In altri termini, con i soli depositi dei cittadini la banca non riesce a vendere
denaro, cioè a concedere finanziamenti e prestiti, quindi si deve rivolgere al
mercato «all’ingrosso».
Il primo mercato all’ingrosso è quello gestito dalla BCE, che vende e
acquista denaro dalle banche in base a un parametro chiamato «Tasso
Ufficiale di Riferimento» (TUR). I tassi d’interesse della BCE sono il frutto
delle decisioni che l’Europa prende nell’ambito della politica monetaria per
garantire equilibrio tra le diverse nazioni che vi aderiscono.
Al termine della prima riunione mensile il direttorio della BCE emette,
alle 14:30, un comunicato in cui esprime le decisioni in materia di politica
monetaria tramite l’imposizione del tasso ufficiale di riferimento. Bisogna
vivere su un’isola deserta per non avere informazioni sulla decisione
mensile della BCE: in caso di variazione, infatti, qualunque mezzo di
informazione produce un titolo a nove colonne!
Immaginatevi il mercato del pesce. All’alba i pescatori consegnano il
pesce a un unico grande grossista, il quale determina, sulla base di un
interesse comune, il prezzo della compravendita. Allo stesso identico modo
i titolari delle pescherie, che rivendono al dettaglio, in primissima mattinata
vanno al mercato del pesce e lo acquistano a un prezzo stabilito dal
grossista. Quel prezzo di acquisto-vendita equivale, nel mercato finanziario,
al TUR.
Adesso, mentre scrivo queste righe, il tasso è pari a zero. In altri termini,
se oggi una banca deve acquistare denaro dalla BCE per fare finanziamenti
lo paga zero! È ovvio che poi lo rivende, all’imprenditore o all’impiegato
che richiedono un mutuo, per esempio al 3%, maggiorandolo cioè di uno
spread, che è il guadagno. Ma la BCE, che rappresenta anche un organo di
controllo di tutte le banche, per garantire la stabilità e l’equilibrio
finanziario può vendere alle singole banche solo determinate quantità di
denaro.
Pertanto, se un giorno una banca ha bisogno di altra «materia prima»
oltre a quella che ha già acquistato dalla BCE, non può fare altro che
chiedere a un’altra banca sua concorrente se ne ha da vendere.
È ovvio che il prezzo concordato (tasso d’interesse) in questo secondo

184
mercato interbancario sarà più alto del TUR, perché le banche vorranno
guadagnare qualcosa rispetto al prezzo-tasso che hanno pagato per
acquistare quel denaro presso la BCE, anche quando è uguale zero.
Il prezzo che si viene così a creare, cioè secondo la legge della domanda
e dell’offerta, si chiama «Euribor», se l’accordo prevede un rimborso nei
dodici mesi, o «Eurirs», se il rimborso va oltre i dodici mesi.
L’Euribor (Euro Inter Bank Offered Rate, Tasso Interbancario di Offerta
in Euro) è quindi un tasso di riferimento, calcolato giornalmente, che indica
il tasso d’interesse medio degli scambi di denaro (euro) tra le principali
banche europee, con scadenza del rimborso a una, due o tre settimane, o da
uno a dodici mesi. Viene utilizzato dalle banche come parametro di
riferimento per i prestiti a tasso variabile.
L’Eurirs (Euro Interest Rate Swap, Tasso per gli Swap su Interessi),
anche questo calcolato giornalmente, è il tasso d’interesse medio al quale i
principali istituti di credito europei si scambiano denaro con durata del
rimborso superiore ai dodici mesi. Viene utilizzato dalle banche come
parametro di riferimento per i prestiti a tasso fisso.
Vediamo i valori dei due tassi, per esempio, nei giorni di fine febbraio e
inizio marzo 2019, weekend escluso (dati ricavati da CercaMutuo.com):

Euribor 360 04/03/19 01/03/19 28/02/19 27/02/19


1 mese -0,37 -0,37 -0,37 -0,37
3 mesi -0,31 -0,31 -0,31 -0,31
6 mesi -0,23 -0,23 -0,23 -0,23
12 mesi -0,11 -0,11 -0,11 -0,11

Eurirs 04/03/19 01/03/19 28/02/19


5 anni 0,17 0,18 0,18
10 anni 0,60 0,72 0,71
15 anni 1,06 1,08 1,06
20 anni 1,23 1,25 1,23
25 anni 1,28 1,31 1,30
30 anni 1,30 1,32 1,30

185
Conoscere la dinamica di questi tre parametri di riferimento – TUR,
Euribor ed Eurirs – è dunque importante per capire due cose:

1. Se il costo, e quindi la rata, del vostro mutuo-prestito-finanziamento


già stipulato cambierà. Ovviamente, mi riferisco ai finanziamenti a
tasso variabile, o comunque a tutti i prestiti non a tasso fisso già
stipulati (e che state già rimborsando), per i quali la rata da sostenere
non è sempre la stessa e dipende, appunto, dalla variazione di questi
parametri. Più crescono il TUR o l’Euribor, maggiore sarà la rata che
dovrete pagare, e dunque il costo complessivo del prestito.
2. Quale sarà il costo, e quindi la rata, del vostro mutuo-prestito-
finanziamento prima di richiederlo. Se avete deciso di rivolgervi al
mercato del credito per finanziare una vostra attività o l’acquisto di un
bene, dovete fare una stima dei costi complessivi del prestito di cui
avete bisogno. Per fare tale stima, però, è fondamentale avere
consapevolezza anche di un altro strumento: la curva dei tassi
(ovviamente utile anche per le valutazioni di cui al punto 1). Poiché
richiedendo un finanziamento vi assumete un impegno per un
determinato periodo, è bene conoscere le previsioni sull’andamento dei
tassi per quel preciso arco temporale, le quali sono appunto
rappresentate da una curva. Per esempio:

Osservando il grafico, anche a un profano della finanza salta


immediatamente agli occhi l’inclinazione della curva, che aumenta a partire
dal terzo anno (segno X). Questo significa che se doveste richiedere oggi
un finanziamento della durata di tre anni, il costo complessivo del prestito

186
potrebbe aumentare leggermente, mentre se doveste fare un mutuo a dieci
anni dovrete mettere in conto che fra tre anni il suo costo totale potrebbe
subire un brusco rialzo.
Tuttavia, tenete presente che la curva dei tassi è elaborata sulla base di
previsioni, stime e congetture che gli economisti fanno considerando molti
parametri, quindi a voi interessa soltanto conoscerne l’andamento generale.
E da un confronto tra la curva dei tassi di dicembre 2018 e gennaio 2019
con quelle di sei mesi e di un anno prima emerge che al momento gli
economisti hanno una percezione più nitida dell’andamento dei tassi a
partire dal 2022, che a quanto pare cresceranno in maniera costante.
A ogni modo, e a maggior ragione se siete imprenditori o professionisti,
per avere una visione d’insieme di ciò che potrebbe avvenire nel mondo dei
tassi d’interesse dovreste verificare questi tre parametri di riferimento
(TUR, Euribor/Eurirs, curva dei tassi) ogni tre mesi, meglio ancora se ogni
mese.

TEST DI CONSAPEVOLEZZA FINANZIARIA

A) Stamattina il giornale titola: «Sale il debito pubblico dello Stato


italiano», ma cosa significa?

1. Che scendono i tassi d’interesse sui mutui.


2. Che siccome i principali acquirenti del debito pubblico sono le banche,
probabilmente i tassi d’interesse sul tuo finanziamento aumenteranno.
3. Non ti tocca, perché hai investito in obbligazioni.

B) A casa di amici si discute di banche e di bail in, cosa pensi?

1. Questo dialetto non lo capisci!


2. Sai che l’Unione Europea ha stabilito che in caso di default della banca
i primi a dover sborsare denaro per salvarla saranno gli azionisti della
banca stessa, seguiti dagli obbligazionisti e poi da chi ha depositi e
conti correnti superiori ai 100.000 euro. Solo in seconda battuta entra
in gioco lo Stato.
3. Cose che riguardano le banche, ma non toccano i risparmiatori.

C) Al bar si parla di spread, cosa dici?

187
1. Ne ordini subito uno: pare sia un aperitivo molto venduto.
2. Racconti che l’hai dovuto controllare su un sito per verificare se il
finanziamento che ti hanno concesso è conveniente.
3. Sai che si tratta di un indicatore dello stato di salute del Paese che viene
confrontato con quello tedesco.

D) Nei telegiornali rimbalza la notizia che lo spread è ai livelli più alti


degli ultimi decenni, cosa fai?

1. Sei tranquillo perché la tua banca ti dà addirittura interessi più alti sui
titoli di Stato.
2. Corri a disinvestire tutto subito, senza aspettare di conoscere altro.
3. Hai un profilo di rischio molto basso ma controlli comunque di non
avere titoli di Stato.

E) A una cena tra amici si sta parlando di tassi d’interesse. Ognuno dice
la sua e sembra che non esista una visione unitaria su come controllarli.
Cosa fai?

1. Regali a ognuno una copia di questo libro. Intanto spieghi che ogni tre
mesi è importante controllare almeno i tassi BCE, Euribor, Eurirs e la
curva dei tassi.
2. Pensi: Inutile sforzarsi di controllarli.
3. Consigli di controllare la MiFID.

Se hai risposto in maniera corretta ad almeno 4 domande,


congratulazioni! Il tuo percorso di formazione finanziaria è terminato e il
tuo FAQ ha raggiunto il punteggio pieno!

188
Soluzioni dei test di consapevolezza finanziaria

Scegliere la banca giusta

A) 2B) 3C) 2D) 3E) 3

Come aprire il conto corrente

A) 2B) 1C) 3D) 3E) 2F) 2

Scegliere il consulente bancario

A) 2B) 2C) 3D) 2

Fare il test per il profilo di rischio

A) 3B) 2C) 1D) 3

Come funzionano i mercati

A) 3B) 2C) 3D) 3E) 3F) 3G) 1

Le logiche d’investimento dei risparmi

A) 3B) 1C) 3D) 2

Come diventare un investitore

A) 1B) 2C) 2D) 2E) 2F) 3G) 3

189
Costruire una pensione

A) 2B) 1C) 1D) 1E) 3F) 2

G) 2H) 2I) 2J) 2

Cosa evitare in finanza

A) 2B) 2C) 1D) 3E) 1

Il credito alle famiglie

A) 3B) 2C) 3

Scoperto di conto corrente

A) 1B) 2

La carta di credito

A) 2B) 1

Il prestito personale

A) 3B) 2C) 1

Il mutuo per l’acquisto della casa

A) 2B) 2C) 1D) 3

L’economia per tutti

A) 2B) 2C) 3D) 3E) 1

190
Ringraziamenti

ARRIVARE ai ringraziamenti è un po’ come tagliare il traguardo a una


maratona: sai di avere dato tutto ciò che avevi in corpo, speso ogni energia,
mentale e fisica. Sai che adesso è finita e ciò che ti resta non è il risultato,
spesso illusorio e sempre temporaneo, bensì quello che avevi prima di
cominciare a correre, e che sarà ancora lì anche dopo.
E «quello», in realtà, sono «quelli», cioè le persone a cui devo la mia
riconoscenza.
Ci sono poche cose che faccio volentieri come dire grazie. Sarà per la
mia ostinata e ferma fede nella purezza del ringraziamento, un gesto unico
nella sua capacità di creare una vibrazione positiva in se stessi e negli altri.
Una deflagrazione.
Proprio come una maratona, un libro non è altro che un prodotto
individuale a forte influenza e dipendenza collettiva. Io questa corsa non
avrei potuto sostenerla senza l’aiuto e il supporto di apprezzati
professionisti del settore della consulenza che mi hanno dedicato il loro
tempo, personale e professionale, i loro consigli e, soprattutto, il loro
rispetto e la loro stima.
Faccio i nomi, sennò mi dilungo troppo e avrei bisogno di altri
quarantadue chilometri di corsa.
Grazie a Luigi Criscuolo, amico e scrupoloso professionista, che ha
ricoperto il ruolo di «grillo parlante» del consulente finanziario.
Grazie ad Alberto e ad Andrea Bonadei, per avermi aperto il vaso delle
loro conoscenze nel comparto assicurativo.
Grazie a Cristoforo Capuano, per avermi fornito una logica da applicare
ai percorsi di consapevolezza finanziaria.
Grazie a Lucia Esposito, per la sua fantasia nella preparazione dei test di
consapevolezza finanziaria.
Grazie ai miei agenti, Roberto Di Pietro e Andrea Carnevale,
dell’Agenzia Letteraria Edelweiss, per le coccole che mi riservano.

191
Grazie a Sperling & Kupfer per la professionalità, l’interesse e la stima
manifestatami, che spero di godermi per lungo tempo. Senza non sarei
riuscito a giustificare emotivamente la mia scelta.
Grazie a chi mi è stato vicino, spesso in maniera invisibile, dandomi il
coraggio di scegliere una strada, quella percorsa nelle difficoltà, quando da
solo non sarei riuscito a farlo. Da solo, da solo non puoi continuare. Perché
soltanto con chi ti è vicino sul serio puoi continuare.
Grazie a chi mi ha dato la forza di credere che ne vale la pena.
Io scrivo per chi, come me, non conosce il futuro ma vuole renderlo più
luminoso. Per chi ha sete di sapere.
Quando John Maynard Keynes, uno dei maggiori economisti del XX
secolo, nel 1930 scrisse che la rincorsa alla soluzione dei problemi
dell’economia sarebbe durata il tempo di tre generazioni, forse non poteva
prevedere che le maggiori insidie risiedono nello stesso meccanismo di
crescita.
Ancora oggi, infatti, continuiamo a correre, spesso soli e senza una meta
precisa. Per questo occorre «allenarsi», insieme, per farlo almeno nella
direzione corretta: la consapevolezza.

192
Questo ebook contiene materiale protetto da copyright e non può essere copiato, riprodotto,
trasferito, distribuito, noleggiato, licenziato o trasmesso in pubblico, o utilizzato in alcun
altro modo ad eccezione di quanto è stato specificamente autorizzato dall’editore, ai termini
e alle condizioni alle quali è stato acquistato o da quanto esplicitamente previsto dalla legge
applicabile. Qualsiasi distribuzione o fruizione non autorizzata di questo testo così come
l’alterazione delle informazioni elettroniche sul regime dei diritti costituisce una violazione
dei diritti dell’editore e dell’autore e sarà sanzionata civilmente e penalmente secondo
quanto previsto dalla Legge 633/1941 e successive modifiche.
Questo ebook non potrà in alcun modo essere oggetto di scambio, commercio, prestito,
rivendita, acquisto rateale o altrimenti diffuso senza il preventivo consenso scritto
dell’editore. In caso di consenso, tale ebook non potrà avere alcuna forma diversa da quella
in cui l’opera è stata pubblicata e le condizioni incluse alla presente dovranno essere
imposte anche al fruitore successivo.

www.sperling.it
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Soldi gratis
di Vincenzo Imperatore
Proprietà Letteraria Riservata
© 2019 Mondadori Libri S.p.A., Milano
Pubblicato in accordo con Agenzia Letteraria Edelweiss
Pubblicato per Sperling & Kupfer da Mondadori Libri S.p.A.
Ebook ISBN 9788893428279

COPERTINA || GRAFICA DI ANDREA DRBESTIA CAVALLINI | ART DIRECTOR:


FRANCESCO MARANGON | GRAPHIC DESIGNER: CARLO MASCHERONI

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