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Roma, carcere di Rebibbia.

I detenuti di massima sicurezza recitano Shakespeare: all'interno del carcere,


infatti, viene messo in scena un particolare allestimento del 'Giulio Cesare' in cui sentimenti e personaggi
vivranno sulla scena con gli attori e nelle celle con i detenuti.

I detenuti-attori adattano e reinterpretano anche mediante il loro vissuto: ecco l’idea che permette di
annullare la distanza tra rappresentazione e realtà. Quando si schierano contro Cesare, il leader che si fa
dittatore, le parole tradimento e lealtà hanno un significato universale e calzante allo stesso tempo. Sono
“uomini d’onore”, dice Antonio (Antonio Frasca) degli assassini di Cesare, nel duplice senso che
conosciamo: alcuni di loro stanno effettivamente scontando la pena per reati mafiosi. Si entra e si esce dal
palcoscenico virtuale del carcere, la recita si mescola con la vita, così scopriamo che Bruto (Salvatore
Striano) è fuori da Rebibbia e si è dato alla recitazione, con delle parti nella serie tv Gomorra ed altri film
sulla malavita.
Per molti di loro non c’è il lieto fine, Cassio (Cosimo Rega), uno dei protagonisti.
Sono molti anni che è entrato in carcere, ma in quella notte, rappresentata nel film, la cella gli appare
diversa, ostile. confessa davanti alla camera da presa: “Da quando ho scoperto l’arte questa cella mi
sembra una prigione”.
Si comincia a colori. Con la ricerca fra i detenuti di quelli che potrebbero recitare in uno spettacolo che
dovrà svolgersi tra le mura del carcere. Poi, in un intenso bianco e nero, inizia il dramma.
Con i suoi interpreti che, scortati, lasciano le loro celle per partecipare alle prime prove in un palcoscenico
improvvisato: le parti imparate a memoria, le battute dei primi atti, con un'altra splendida trovata, quella di
lasciare che i singoli 'attori' si esprimano nei loro dialetti d'origine, in maggioranza meridionali, non solo non
sminuendo quel testo di fama mondiale ma, anzi, dotandolo di una vitalità e di sapori.
Gli attori sono uomini che devono rispondere a un loro passato, lontano o recente, di colpe e delitti, di
valori offesi, di rapporti umani spezzati. I registi contrappongo a questa realtà, il “Giulio Cesare” un’opera di
eguale forza, ma di segno opposto. In questa storia italiana, porta in campo i grandi rapporti che legano o
contrappongono gli uomini, l’amicizia e il tradimento, il potere e la libertà, il dubbio. E il delitto, l’assassinio.
Due mondi che in qualche modo si rispecchiano. Agli “uomini d’onore” appartengono molti dei detenuti-
attori di “uomini d’onore” parla anche Antonio nel suo atto di accusa contro i cospiratori contro Cesare.
Io penso che i primi ad essere consapevoli della necessità di guardare in faccia la realtà fossero proprio loro,
gli attori reclusi in carcere.
Allo scorrere di fronte a noi della vicenda raccontata da Shakespeare, i registi hanno infatti accompagnato
qua e là il racconto di piccoli casi privati di questo o quel detenuto
Questo percorso porterà alcuni di loro a sottolineare la contemporaneità di situazioni, per qualcuno anche
personali, incontrate in un testo pur distante secoli da loro: quasi a testimoniare dell'eternità dell'arte e
l’universalità dell’opera di Shakespeare.
La forza del film è proprio nell'aver messo in scena il dramma inglese senza soluzione di continuità: gli attori
lo declamano nella loro cella, durante l'ora d'aria, sul palco. Non c'è confine tra la loro vita e la 'finzione',
perché la rappresentazione è la prima forma di analisi che porta i protagonisti anche a farsi un esame di
coscienza.
Una interpretazione diretta, che ad ogni battuta è di una intensità sempre crescente, per culminare
quando, per rappresentarci il coro dei Romani prima e dopo l'uccisione di Cesare, non si muovono masse in
scena, ma si fanno ascoltare le invettive e le grida di altri detenuti affacciati numerosi da finestre con le
sbarre.
Il 'Giulio Cesare' sembra scritto per loro, che conoscono la violenza, che conoscono il potere, la logica del
tradimento, l’assassinio e il tormento interiore delle scelte difficili che comporta. In ogni vita c'è la lotta, in
ogni vita c'è una galera.
Sono facce che rimangono impresse, ritratti di uomini fuori dal comune.