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API RE LA SCIENZA

La scienza raccontata dagli scienziati

LA BIBLIOTECA DI REPUBBLICA
4- CAPIRE LA SCIENZA La scienza raccontata dagli scienziati
Galileo, Kc:plero c la nascita dd metodo scientifico

«ENRICO BELLONE racconta Galileo, Keplero e la nascim del metodo scientifico n c cdN
SINTESI di Piergiorgio Odifreddi•• sono tratti dalla collana in DVD ocBEAlJIWUI.
MINDS,..
Pubblicati su licenza di Digitai E s.r.l., Torino

Gli apparati dci resti della sezione di approfondimento sono tratti da:
E. Berti, C. Rossitto, F. Volpi, Amologùt difilosofia d,zl/'amic!Jirà a oggi
© 2008, Gius. laten.a & Figli, Roma-Bari

L'articolo di Anna Maria Lombardi è tratto da •<Ì grandi dd la scienza», supplemento


a "Le Scienze:».

l.a biografia di Keplcro è tratta dall' E11ciclop�dia Zanidulli a cura di Edigco

RMiiZZitzione: Edigco s.r.l., Milano

/Jes(r:11 di ro pertiwt: Marco Sauro per Cromografìca s.r.l.

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racconta

• • •

e a nascita e meto o sctenn tco


ar1o

ENRICO BELLONE racconta pag. 7


G al i l eo Keplero
,

e la nascita del metodo scientifico

APPROFONDIMENTI

Galileo Galilei pag. 39


Il ctunzocchiale pag. 41
!l linguaggio della scù:nza pag. 45
Qualità primarie e secondarie: pag. 49
un ptzsso 11erso lafisica quantittztivn
La rovina del palazzo aristotelico pag. 55
Iljìnale del ((Dialogo>> . pag. 61

Giovanni Keplero pag. 65


Le tre leggi di Keplero pag. 67
di Anna Maria Lombardi

IN SINTESI di P iergiorgio Odifreddi pag. 91


racconta

a 1 eo, ep ero
• • •

e a nascita e meto o sc1ent1 1co


..

Due cen;e/li inquieti

Faremo insieme un breve viaggio nel passato, e lo faremo


al la ricerca delle radici della modernità. La prima tappa ci
porta alla periferia di Fi renze, nel gennaio del 1638, in
una casetta co n un piccolo ono atto rno. In una cameretta
c'è un uomo di secrantaquattro anni, diventato comple­
tamente cieco, che sta dettando una lettera a un amico
che abita a Venezia. Una lettera abbastanza lunga, in cui a
un cerro punto compare una frase, im maginiamo di
leggerla insieme: «Nelle mie tenebre non posso dar
quiete all'inquieto mio cervello». La firma della lettera:
Galileo Galilei.
Galileo era stato da pochi anni p rocessato e condan­
nato co me eretico, e aveva dovuto abiurare tutte le i dee
e tutte le teorie che aveva svil uppato durante la sua vita.

Era un cervello inquieto. Ecco, il nostro viaggio ad esso


fa u n'altra tappa nel passato, perché dobbiamo tenere
co nto che alla fine del Cinquecento nascono due cer­
velli inquieti: uno è Galileo, e l'altro è Keplero.
lO Galileo, Keplero e la 111/Scita del metodo scientifico
-

Galileo nasce a Pisa nel 1564, e la famiglia lo iscrive


alla facoltà di medicina: dovrà curare i corpi. Pochi anni
dopo, nel 157 1, alla periferia di Stoccarda nasce l'altro
grande cervello inquieto, Keplero , che viene inviato in
seminario: dovrà diventare un pastore luterano e dovrà
curare le anime. Due persone tra loro completamente
diverse, come vedremo nel nostro viaggio.
Galileo è un giovane irruente, un pessimo modello di
studente. Non frequenta le lezioni e abbandona la fa­
coltà di medicina dopo due o tre anni, cominciando a
studiare come autodidatta la geometria degli antichi:
Euclide, Archimede ecc.
Keplero comincia a imparare teologia e poi viene
trasferito in un altro seminario, a Tubinga. Lì, mentre
si dedica ai problemi classici della metafisica e della
teologia del suo tempo, incontra un grande maestro,
Maestlin, che lo introduce ai problemi dell'astronomia
e della fisica.
Negli stessi anni, anche il giovane Galileo incontra la
fisica e l'astronomia, ma con un maestro diverso. Si chia­
mava Buonamici, ed era un aristotelico colto, intelligente
e raffinato. Il suo era l'unico corso che Galileo aveva
seguito a medicina (prima andava prevalentemente nelle
osterie e in vari luoghi di piacere a divertirsi) . Grazie a
Buonarnici, il giovane Galileo incontra l'opera di Aristo­
tele e quella di Copernico. Qui ndi i due cervelli inquieti
confluiscono su un grande libro: il libro di Copernico.

!!libro ondamentale di Copernico

Il grande trattato copernicano De revolutionibus orbium


coelestium era stato pubbl icato nel 1543, quando né
Enrico Bello11e mcconta Il

Keplero né Galileo erano ancora nati. E qui va fatta una


piccola parentesi sul libro di Copernico.
In questa parentesi dobbiamo ricostru i re brevemente
qual era l'atteggiamento dei filosofi e degli scienziati
attorno alla metà del Cinquecento. La cosiddetta astro­
nomia matematica era fiorente. Essa doveva, come si
scriveva allora, «salvare i fenomeni»: cioè, introdurre
modelli geometrici dci n1oti dei pianeti e delle stelle, per
poter fare previsioni.
Accanto agl i astronomi matematici c'erano quelli che
allora si chiamavano natura/es, p i ti portati alla filosofia e
alla cosmologia: mentre i matematici dovevano salvare i
fenomen i, i natura/es volevano descrivere la realtà. Gl i
uni e gli al tri aveva no delle convinzioni i n comune:
i corpi celesti sono corpi quasi divini, perfetti, immuta­
bili, e si muovo no percorrendo ci rconferenze perfette,
sempre con la stessa vel ocità.
Questo, però , sollevava un problema per entrambi: il
moto dei pianeti . Se i nfatti aveste voglia di segui re, per
esempio, il moto d i M arre, osservandolo notte per
notte, lu ngo le settimane e i mesi, non vedreste affatto
un'orbita circolare sul fondo del le stelle fisse, ma vedre­
ste un moto retrogrado: il pianeta torna indietro, poi
ricom incia a muoversi i n avanti , poi ritorna indietro,
poi va avanti, e la velocità cambia da notte a notte.
Come risolvere questo probl ema? Copernico lo ri­
solve cercando di fon dere i nsieme la pulsione originale
degli astronomi matematici (salvare i fenomen i) con la
descrizione del mondo così com'è (la realtà) . L'idea
fondamentale di Copern ico è questa: la matematica
co nosce la realtà, conosce l'un iverso. Natu ralmente
deve affrontare il p roblema di come descrivere il moto
dei pianeti, che non sono circonferenze perfette.
12
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Gtlliko,
---
Keplero e la 11ascita del metodo scimrifico
-

Copernico riprende dal passato , dalla tradizione to­


lemaica, l'idea delle orbite circolari. Im magi nate che un
pianeta percorra con velocità costante una piccola cir­
conferenza, che veniva ch iamata «epiciclo». Il centro di
questa circonferenza si muove su un'altra circonferenza,
che veniva chiamata «deferente» . Il centro di questa
seconda circonferenza a sua volta si muove l ungo un
cerchio di maggiori dimensioni ecc. Se combiniamo
insieme tutti questi movimenti, viene fuori proprio
l'orbita strana che i pianeti percorrono in cielo, quella
che si vede a occhi o nudo.
E allora, che cosa introduce di nuovo Copern ico?
Introduce al centro del suo sistema i l Sole, al posto della
'ferra.

Il senso comune del moto terrestre

Il De revolutionibus orbium coelestium di Copernico è


un grosso tomo. Il pri mo libro non contiene calcoli
maten1atici, né tavole astronomiche, ed è quindi di
agevole lettura. I libri seguenti sono, i nvece, estrema­
mente complicati.
Gli storici della scienza hanno fatto una valutazione
che riguarda i l numero delle persone che nei cento ann i
dopo la p ubblicazione del trattato di Copernico lo
hanno davvero letto tutto e capito. Sapete quante sa­
rebbero? Nove o dieci , i n cento anni!
Ciononostante, la storia riporta che ci fu u n dibattito
molto acceso sulla validità o meno del sistema coperni­
cano, perché molte persone erano a conoscenza di ciò
che era contenuto nella prima parte del grande trattato
del 1543, e si divisero tra favo revol i a Copernico e
Enrico Bellone mcconttl 13

contrari. Essi, però, non discutevano di teoremi geo me­


trici. I m m aginate le discussioni che potevano esserci
alla fi ne del Cinquecento, o nei p rimi an ni del Seicento.
Su che cosa ci si concentrava?
Se Copernico ha ragione, la Terra si muove attorno al
Sole e impiega un anno a fare tutto il giro. I l giro è
molto lungo: a che velocità deve andare la Terra per
m uoversi in un anno e ritornare al punto di partenza?
Più di 1 00 000 chilometri all'ora. Forse che ce ne ac­
co rgiamo? Noi, le montagne, gli alberi , le torri, le case,
tutto è fermo: quindi, rispetto alle sensate esperienze,
quelle che possiam o avere quotidianamente, a livello di
senso comune, il sisten1a di Copernico è falso .
I n secondo luogo, immaginate che Copernico abbia
ragione anche quando dice che la Terra si m uove at­
torno a se stessa. Se foste sulla torre di Pisa e lasciaste
cadere a terra un sasso un esperin1ento che Galileo
non ha mai fatto in tutta la sua vita c questo impie­
gasse tre secondi per arrivare al suolo , dato che la Terra
sta girando anche la torre si sposterebbe mentre il sasso
cade. A che distanza dalla torre il sasso dovrebbe arri­
vare al suolo i n quei tre secondi? Molte decine di metri .
Eppure, se lasciate cadere il sasso, il sasso cade esatta­
tnent� al piede della torre, quindi l'ipotesi di Copernico
non è realistica.
Co me vedete, le discussioni ruotavano attorno a con­
cezioni del n1oro che erano diffuse sia nel senso co­
m une, come purtroppo sono ancora oggi, sia nell' am­
bito d el l a fi sica , che anche Keplero e Galileo impara­
rono nei loro prim i studi universitari.
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Galiko, Keplero e la nascita tkl metodo scientifico

La sica del Cinquecento

Qual era la fisica che il giovane Galileo e il giovane


Keplero impararono? Era quella che veniva insegnata
nelle u niversità. E che cosa si insegnava? Si insegnava
che la via per conoscere i movimenti degli oggerri era
basata, secondo la tradizione risalente ad Aristotele,
sulle sensate esperienze quando si studiavano i fenomeni
di movimento vici n i a noi. Per esempio, il pendolo, il
piano i ncli nato e la caduta libera di un oggetto. Oppure
i moti violenti: quelli che si realizzano quando, per
esempio, lanciamo una pietra.
Quando invece si esami navano i moti dei pianeti e
delle stelle, le sensate esperienze non erapo sufficienti.
In fin dei conti, una stella che cos'è? E un p untino
l u minoso nel cielo notturno, e con gli occhi non è che
si veda un granché. Allora, sempre secondo Aristotele,
i n questo caso devono intervenire, accanto alle sensate
esperienze, le certe dimostrazioni, cioè i teoremi della
geometria. Entriamo un po' nel dettaglio.
Che cos'è un moto naturale, secondo quanto inse­
gnato a Gal ileo e a Keplero? Se io lascio cadere u n grave,
quando esso è tra le mie dita la sua velocità è zero.
Quando cade, la sua velocità bruscamente aumenta: c'è
q uindi un brusco cambiamento di velocità. Poi il pro­
fessore diceva: «Guardate con grande attenzione la ca­
duta del grave, e vi rendete s ubito conto che, a parte
l'inizio del movi mento, la velocità di caduta è una
costante, non c'è accelerazione».
Oggi a scuola impariamo i l contrario, certo, m a
dovete tenere conto che in realtà il sistem a formato
dall'occhio e dal cervello non è in grado di percepire
l'accelerazione in u n grave che cade al suolo. E quindi l a
Enrico Bellone racconta 15
-- --

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p rima legge della fisica era questa: nel moto naturale,


l ungo la verticale, la velocità è costante.
Dopo di che, si faceva notare un'altra cosa. Se la
pietra , invece di cadere nell'aria, cadesse i n u n tubo di
vetro alto u n metro e mezzo e pieno di olio di oliva, ci si
renderebbe conto che il grave cade con una velocità
inferiore che nell'aria, perché il mezzo in cui cade è più
resistente. Seco nda legge della fisica: la velocità è inver­
samente proporzionale alla resistenza del mezzo.
P uò esistere il vuoto ? Immaginiamo che ci sia: qual è
la resistenza che esso offre al movimento di un grave che
cade? La resistenza è nulla, per definizione. Ma se la
velocità è inversamente p roporzionale alla resistenza,
quanto più la resistenza diminuisce, tanto più la vel o­
cità cresce, e quindi nel caso di resistenza nulla la
velocità diventa infinita.
Vi siete mai chiesti che cosa si osserverebbe se un
oggetto si muovesse davvero nel vuoto, i n base alla
fisi ca della fine del Cinquecento? Un oggetto che va a
velocità infinita è sen1pre ovunque. Qui ndi, quando
guardo Marre, dovrei vedere tutta la sua traiettoria sul
fondo delle stelle fisse, i l che non accade, quindi il
vuoto n o n esiste.

Considerate, invece, u n al tro movimento che si stu­


diava q uando Galileo e Keplero erano ragazzini: il moto
del pendolo. Tenete in mano uno spago a cui è appesa
una pall i na di piombo: se state ferm i, vi rendete conto
che il sistema è in equilibrio . Cosa voleva dire questo,
per i fisici del Ci nquecento ? Che se io taglio la fune, il
grave cade verso il centro della Terra, ma si ferma sul
pavimento, qui ndi q uesta è la nuova posizione di equi­
l ibrio . Adesso spostiamo un po' la sferetta e poi lascia­
mola andare: che cosa dovrebbe succedere? Dovrebbe
16 Galileo, Keplero e la nascita del m�totlo sdmtifico
-
-------

succedere che la sferetta, una volta arrivata all' equili­


brio, si ferma; e invece il pendolo continua a oscillare.
All'università insegnavano che questo era un enigma,
qualcosa che sarebbe stato capito solo in futuro.
C'erano poi i moti violenti: il lancio di una pietra o
di una freccia. Come lo descriveva no? C'erano diverse
teorie i n competizione fra di loro. U na particolar­
mente raffi nata era q uesta. Quando io lancio la pietra,
essa si stacca dalla mia mano, e al suo i nterno c'è un
impeto che la porta a muoversi in linea retta. M an
mano che la pietra si m uove, l'impeto diminuisce. A u n
certo punto la velocità diventa nulla e la pietra cade
l ungo la verticale.
Addio Copernico! Come abbiamo già visto, tutta
questa fisica è contro il sistema copernicano.

Keplero: l'armonia dell'u niverso

Nel 1 592, ad appena ventotto anni, Gal ileo diventa


lettore di n1atematica al l'università di Padova. D ue anni
dopo, nel 1 594, Keplero diventa insegnante çli m ate­
matica ad appena ventitré anni nella città di Graz.
Entrambi hanno a cuore i l sistema di Copernico.
Però sono due persone molto d iverse l' una dal l'altra, e
guardano a Copernico da due diverse finestre. Galileo
punta a costruire una nuova fisica conforme alle sue
ipotesi , una nuova teoria del moto.
Keplcro a ventici nque anni p ubblica il suo pri mo
libro, il Mysterium _cosmographicum, ded icato all'arnlo­
nia del l'un iverso. E un l ibro complicato, in cu i però
Keplcro pone domande nuove rispetto a quelle che si
ponevano i suoi contemporanei. Secondo Keplero non
l:."nrico Bt'llmze mcamta 17

basta descrivere i moti planetari: bisogna ca pire q uali


sono le loro cause, cap ire perché so no in un certo
numero, capire perché esistono certe distanze, capire
perché esistono certe velocità.
Egl i ri tiene di aver trovato una soluzione: l'armonia.
Qui la parola «armon ia» ha un significato musicale.
Keplero nel Mysterium cosmographicum suggerisce di
accenare Copernico, e respingere Tolomeo. Fa disegni
bellissi mi, in cui i p ianeti sono contenuti in sei sfere
co ncen triche, e tra una sfera e l'altra l'elemento di
separazione è una figura geometrica: i solidi plato nici,
dall'ottaedro al cubo.
Quindi una grande macchinosità, se volete. Con la
ri cerca, però, delle cause, che è un fano nuovo per
quegl i ann i. Keplero sa che a Padova è arrivato questo
giovane docente d i matenlatica, il quale sem bra tenga
lezioni splendide, e allora invia a Gal ileo due copie del
Mysterium cosmographicum. Pochi mesi dopo, ncl 1 597,
Galileo lo ringrazia dell'invio dei vo lumi , confessando­
gli che anche lui� copern icano, ma preferi sce restare in
si lenzio. Perché il silenzio?

Un prototipo del principio d'inerzia

I l si lenzio di Ga l i leo ha cause precise. Ho detto poco fa


che Galileo arri va a Padova nel159 2, e nel159 2 giunge
nella stessa cinà anche Giordano Bruno, che aspira alla
medesi ma catted ra di matematica. Però, per vicende
personali di tipo molto particolare, poch i mesi dopo
viene arrestato a Venezia e, accusato di eresia, è trasfe­
rito a Roma. Nello stesso periodo, Galileo assiste all'ar­
rivo, in quella zon a d ' I tal ia, di Tommaso Can1panella:
18 Galileo, Kepkro e la nascita da metodo scimtifico

anche lui fa una vita grarna, e anche lui finisce sotto


l'l�quisizione.
E comprensibile, quindi, che Galileo sia molto pru­
dente. Galileo non è l'eroe di Brecht: è un uomo che
preferisce le feste nelle case patri zie di Padova e Venezia,
le belle donne e il buon cibo. Tiene otti me lezioni, ma
non è un grande accademico: diserta volentieri le riu­
nioni dei professori.
Però sappi amo che, proprio nel periodo in cui scrive
quella strana lettera a Keplero, Galileo, i n p rivato, senza
dirlo quasi a nessuno, sta studiando una n uova fisica. Lo
sappiamo perché sono ri masti i testi delle sue lezioni,
proprio nel 1597-98 a Padova, in cui parla della mecca­
nica intesa come teo ria della leva. L'argomento è appa­
rentemente semplice, ma in questi testi troviamo qual­
cosa di decisantente nuovo.
Galileo dice ai propri studenti di immaginare una
sfera geometricamente perfetta, in quiete, appoggiata
su un piano perfetto, senza che su di essa agisca alcuna
resistenza, neanche quella dell'aria. Che forza si deve
applicare per mettere in movi mento questa sfera? La
risposta di Galileo è che basterà una forza più piccola
della più piccola delle forze che si possano immaginare;
e poi la sfera si muoverà all'infi nito con velocità co­
stante: è un prototipo del principio di inerzia.

Il moto del pendolo

La strada percorsa da Galileo per dimostrare la verità del


sistema di Copernico è diversa da quella di Keplero.
E questo lo sappiamo perfettamente, perché per fortuna
abbiamo i documenti, e in modo particolare la corri­
spondenza privata.
Enrico Bellone racconta 19

Qui va fatta una precisazione. Sappiamo che Galileo è


un esperto di problemi d i geometria, n1a all'epoca non ci
sono riviste sci entifiche. Cosa vuoi dire essere esperto?
Vuoi dire che in tutta Europa ci sono trenta, quaranta
persone che si interessano professionalmente di problemi
di geometria. E quando una di queste persone ritiene, per
esempio, di aver dimostrato un teorema, scrive una let­
tera, ne fa quaranta copie e la spedisce a quaranta persone,
sottoponendo le proprie scoperte al giudizio di questo
gruppo ristrettissimo di persone.
G al i leo scrive a G ui dobaldo del Monte una lettera i n
cui dice di avere fatto un esperimento con un risultato
tanto strano da essere incred ibile.
L'esperimento riguarda i l moto dei pendoli, che
come abbi amo visto era considerato un problema no n
risolto , perché il pendolo dovrebbe fermarsi nella sua
posizio ne d i equilibrio, e invece continua a m uovers i.
La genialità di Galileo consiste nell'avere osservato il
moto del pendolo in modo completamente diverso da
tutti i suoi contemporanei . Come racconta nella lettera,
egli ha preso due persone, le ha messe schiena contro
schiena, ciascuna co n in mano un ide ntico pendolo
semplice, u no spago con una pietruzza. Al comando di
Galileo, le due persone lasciano andare contemporanea­
mente il loro pendolo in oscillazione. Un a persona farà
fare un'oscillazione ampia, l'altra un'oscillazione più pic­
cola. Ciascuna delle due deve inoltre contare il numero
delle oscillazioni i n si lenzio, avvertendo quando arrivano
a cento. Le due persone arrivano a cento nello stesso
momento, quindi c'è isocronia, una legge fondamentale
per il moto pendolare.
Galileo aggiunge un disegno i n cui è riportato un
cerchio perfetto, un diametro lungo la verticale, e alcun i
20 Galileo, Kepkro f la nmcita tk/ metodo sciemifico
---

piccoli segmenti che partono dai punti bassi della cir­


conferenza e sono collegati al diametro verticale. Se si
i mmagina di far cadere delle palline dall'estremo supe­
riore del diametro lungo piani di diversa i ncl i nazione,
qui rappresentati da corde del cerchio, esse arrivano in
tempi egual i.
'

E un primo tentativo di unificare la caduta libera con il


moto dei piani inclinati. Un passo decisivo, che viene
però compiuto da Galileo sempre con l'idea che la velo­
cità, nella caduta libera come lungo il piano incli nato, sia
una costante del moto. Si può misurare questa velocità?

La scoperta dell'accelerazione

La misura delle velocità è un problema, perché nessuno


strumento può consen tire di ottenere di rettamente
questo dato. Allora Galileo fa costruire un piano incli­
nato di legno lungo dieci metri , in modo tale che il
piano, incl inato di dieci gradi rispetto al suolo sia quasi
parallelo al pavimento, e con un suo collaboratore in
laboratorio fa il seguen te esperim ento.
Il collaboratore tiene la pallina ferma nel punto più
alto del piano incli nato, e quando Galileo gli dà il via
lascia scendere la palli na. Mentre la pallina percorre il
piano inclinato, Galileo, che è un abile musicista, batte
alcune battute musicali (non ha bisogno del metro­
nomo, le batte interiormente): un numero molto pic­
colo, un i ntervallo di tempo molto breve. Quando le ha
battute tutte, avverte il col laboratore, che segna sul
piano inclinato il punto dove la pallina era nel mo­
mento in cui sono finite le battute. Chiamiamo questa
distanza l, per semplificare i conti.
Hnrico Bellone nrcconta 21
------- --

Poi si ricomincia da capo: si riporta la pallina in cima, e


Galileo batte due gruppi di battute, cioè due intervalli di
tempo tra loro eguali. Perché lo fa? Perché, se la velocità
con cui la pallina rotola l ungo il piano inclinato è una
costante, ed essa ha percorso uno spazio l in un gruppo di
battute, in un gruppo doppio di battute dovrebbe per­
correre uno spazio 2, in u n gruppo triplo uno spazio 3, e
via dicendo. Galileo sta q uindi controllando la validità di
una k:ggc nella quale egli crede, secondo la quale la
veloci tà di rotolamento è una costan te.
Ci è rimasto il manoscritto in cui è ripo rtato il
risultato del l'esperi mento, che è sconcertante. Gl i spazi
non crescono con1e l, 2, 3, 4, ma come 1, 3, 5, 7: cioè
'

come la seq uenza dei n umeri dispari . E un segno indu-


bitabile che c'è acc�lerazionc: la pallina, mentre scende,
acqu ista velocità. E un passo decisivo, perché cade una
delle leggi fondamentali della fisica del suo tem po c
deve essere sostituita.
Galileo lavora mesi e mesi ininterrottamente su questo
problema, e nell 'ottobre del 1604 scrive una lettera che
contiene il primo teorema della nuova fisica: quando un
grave cade di moto retti lineo uniforme, si verifica un'ac­
celerazione, e gli spazi percorsi sono proporzionali ai
quad rati dei tempi impiegati per percorrerli.
Non solo, ma Gal ileo aggiunge: la stessa legge vale
per il moto violento, non per il moto naturale. Cioè, se
io lancio l' oggeno verso l'alto, i cambiamenti di velocità
obbed iscono al la stessa legge. Un'al tra unifìcazione, un
altro co lpo alla fisica del tempo.
22 Galileo, Kepkro t la nascita del metodo scientifico

La prima accusa di eresia

Il 1 604 è un anno difficile per Gali leo. Nella città di


Padova si apre un conflitto tra i gesuiti e l'università.
Una persona si reca al palazzo vescovile di Padova, dove
ha sede il Sant'Uffizio, e sporge una denuncia contro
Galileo Galilei. D i questa faccenda si è venuti a cono­
scenza solo pochi anni fa, prima era ignota.
Le accuse contro Galileo erano molteplici. Teneva i n
casa e leggeva libri proibiti, i libri dell'Aretino, che
indulgevano ai piaceri della carne: questo era un pec­
cato, non un'eresia. Nei diciotto mesi precedenti non
era mai andato a messa e non si era mai confessato: qui
la situazione comincia a farsi leggermente più grave.
Conviveva con una donna, Marina Gamba, veneziana,
fuori dal sacramento del matrimonio, e aveva già avuto
due figli illegittimi: questo è un p roblema ancora più
pesante.
Ma, soprattutto, Galileo fa gli oroscopi a pagamento, e
il denunciante dichiara che Galileo dice alla persona a cui
fa l'oroscopo che ciò che le capita nella vita è determinato
in modo rigido dalla posizione dei pianeti, delle costel­
lazioni al momento della nascita: qui ndi non c'è il libero
arbitrio, e questa è eresia. Non solo, ma viene evocata
nella denuncia la figura della madre di Galileo, che
probabilmente aveva sobillato il denunciante. La madre
di Galileo è un personaggio orrido, spaventoso: ricattava
il figlio per avere denaro continua1nente.
Galileo a questo punto è i n stato di allarme. Per sua
fortuna, il senato accademicq prima, e il governo veneto
poi, insabbiano l'i nchiesta. E conservato il documento
veneziano in cui si sostiene che questa denuncia non
deve essere mandata all'Inquisizione romana. Siamo nel
Enrico Bellone racconta 23

1 604, e il rogo di Giordano Bruno è del 1600: in quei


tempi, dunque, una denuncia per eresia sarebbe stata un
grosso problema.
Galileo è naturalmente sollevato per questo insabbia­
mento, ma deve stare molto attento a quello che fa. Solo
che il cielo cospira contro di l ui: attorno alla metà di
ottobre dello stesso anno appare i n cielo una nuova
fonte l um inosa, la famosa «stella nuova», e Galileo viene
invitato a tenere pubbliche conferenze su questo feno­
meno astronomico. Sappiamo che ha tenuto queste
conferenze nel mese di dicembre del 1604, e sappiamo
che è stato violentemente criticato . Ma cosa ha detto di
così strano?
Per l'astronomia di quel periodo, come ho già ricor­
dato all'inizio, le stelle sono oggetti divini, im mutabili,
che non possono subire alcuna variazione. E invece
questa nuova stella, dal momento i n cui viene registrata,
il 1 O ottobre del 1604, per alcuni giorni ha mostrato
una luminosità crescente, che ha superato lo splendore
di Venere, e poi la sua luce ha iniziato a diminuire.
Gli studiosi si sono divisi. Se la luminosità osservabile
cam bia nel ten1po, allora quella non è una stel la. Invece
Galileo sosterrà che è una stella, e che bisogna modifi­
care addirittura I' astronomia. Le stesse cose le dice
Keplero, ma sono in minoranza.
Galileo pubblica allora uno stranissimo libricino di
poche pagine, scritto in dialetto di Padova, il Dialogo de
Cecco di Ronchitti da Bruzene in perpuosito de la stella
nuotJa, nel qual e d ue contadini, Matteo e Natale, discu­
tono della stella nuova. E il lettore di quel periodo ha
dei leggeri sussulti, leggendo quel libro.
Primo, sa che l'ha scritto Galileo e ha usato una firma
falsa. Ma, soprattutto, sa che in quel li bro si fanno degli
24
---
Galileo, Keplero e la nascita tkl metodo sciemifico

strani accenni a Giordano Bruno, senza nomi narlo, a


Copernico, senza nominarlo, e soprattutto si critica Ari­
stotele in modo violento. A un certo punto nel Dialogo si
legge: «Se loro si occupano solamente del misurare, che
gli fa a loro s'ei sia generabile o no? S'ei fosse anche di
polenta, non potrebbero essi né più né meno prenderla di
mira?». Perché, insomma, perdere il tempo a studiare le
essenze dei corpi celesti? Se anche una stella fosse fatta di
polenta, la si potrebbe misurare lo stesso.

Le intuizioni di Keplero

Dobbiamo adesso riprendere i l discorso a proposi to


dell'al tro grande cervello inquieto co ntemporaneo a
Gal ileo, Keplero.
Il primo libro pubblicato da Keplero aveva attirato
l'attenzione di un grande astronomo, Tycho B rahe, che
lo prende con sé. E siccome Keplero conosce bene la
matematica, gli chiede di risolvere il problema dell'or­
bita di Marte. Keplero comincia a lavorare su questo
problema e nel 1606 termi na il suo secondo libro,
Astronomia nova, che però, pe r varie vicende, verrà
pubblicato solo nel 1 609.
In quest'opera Keplero sostiene che i p ianeti girano
attorno al Sole, e la causa del loro moto è qualcosa
chiamato gravitas, che Keplero considera analoga al
magnetismo, arrivando a conclusioni verantente mo­
dernissime. Scrive infatti che una pietra cade verso la
Terra perché attirata dalla Terra stessa, ma nello stesso
tempo la Terra è attirata dalla pietra, quindi in realtà
cadono l'una verso l'altra: un'idea veramente geniale e
mnovanva.
• •
Enrico Bellone rmxonta 25
- - ------

Keplero enuncia una delle sue leggi, che poi saranno


chian1ate con il suo nome, i mmaginando che un pianeta
si stia muovendo in orbita circolare, non ellittica, solo
che il Sole non è proprio al centro dell'orbita, è un po'
spostato. La distanza tra i l pianeta e i l Sole varierà
naturalm ente a seconda della posizione del pianeta.
Ma, osserva Keplero, seguendo i l movimento del raggio
che separa il pianeta dal Sole in un dato tempo, questo
raggio percorre una data orbita, una data area. E in
tempi eguali , le aree descritte dal raggio sono tra loro
eguali . Noi la conosciamo come «seconda legge di Ke­
plero» , ma i n realtà lui la enuncia come prima.
Dopo di che si trova ad affrontare un nuovo pro­
blema. Se l'orbita è circolare e il Sole non è al centro, è
possibile control lare l'orbita circolare con i dati speri­
mentali disponibili? La risposta è no. E allora, dopo
anni e an ni di calcoli, abbandona la magia della ci rcola­
rità e arriva all'ell issi, enunciando la «prima legge di
Keplero»: le orbite sono ell ittiche, e il Sole occupa uno
dei fuochi dell'ellisse.

Guardare lontano

Nell'estate dell609 c'è un nuovo fatto accidentale, che


sposta comp letamente l'attenzione di Gal ileo dalla
meccanica ad altri problemi. Galileo riceve una lettera
da un an1ico che abi ta a Venezia, il quale gli scrive di un
olandese gi unto in Italia che aveva mostrato «un oc­
chiaie, col quale le cose lontane si vedevano così perfet­
tamente come se fussero state molto vicine>> . Galileo si
appassiona, per motivi principalmente con1merciali , a
questa notizia.
• •
26 Galil�o. KqJkro t la nascita tk/ mttodo scimtifìco
----- ---

In realtà la notizia è strana da tanti punti di vista,


perché nell609 questi oggetti sono in uso da più di tre
secoli. Le lenti sono comunemente utilizzate. Per com­
prare gli occhial i, si può andare nei mercatin i rionali,
rovistare in un cesto pieno di occhiali, provarli e cercare
quell i che correggono la vista nel modo opportuno. Per
trecento anni le lenti erano state messe tutte su uno
stesso p iano: a nessuno era venuto in mente che si
potessero mettere una sopra l'altra a una certa distanza.
Finché in Olanda tre occhialai lo fanno, in modo del
tutto accidentale, e si rendono conto che si può co-
stnure uno strumento con cui scorgere una nave pnma
• • •

che sia visibile a occhio nudo. Oppure osservare l'ac-


campamento nemico c contare quanti cannom Cl sono,
• • • •

quanti soldati, quanti cavalli ecc. Galileo costruisce un


cannocchiale, un oggetto rudimentale a otto ingrandi­
menti. Cerca subito di venderlo al governo di Venezia, e
1 n parte c1 nesce.
• • •

Passano i mesi. Sappiamo che Galileo ha p untato il


cannocch iale verso il cielo nel tardo autunno, e la p rima
cosa che ha osservato è stata la Luna. Tra le sue molte
qual ità, Galileo sa disegnare, sa usare l'acquerello molto
bene, e usa questa abilità per realizzare i prim i dj segni
della Luna ingrandita, così come gli appare. E una
rivoluzione, perché la Luna fino ad allora, per millenni,
era stata pensata come un corpo celeste privo di imper­
fezion i . In realtà sulla Luna, scrive Galileo, ci sono
montagne, e forse c'è anche il mare: cioè, la Luna è fatta
come la Terra, quindi non è un corpo perfetto.
Dopo di che passa a osservare i pianeti, che al tele­
scopio non appaiono più come puntini l uminosi, ma
come piccole lune. Poi guarda la Via Lattea renden dosi
conto che è composta da un numero i ncalcolabile di
Enrico Bellone racconttZ 27
---
----- --- ---- --�-- --- �

stelle distribuite in am massi, e scrive una frase bell is­


sima: «quello che fu da noi [ ] osservato, è l'essenza,
. . .

ossia la materia, della Via Lattea, che in virtù del can­


nocchi ale è dato scrutare tanto sensibilmente da esserne
risolte, con la certezza che è data dagl i occhi, tutte le
d ispute che per tanti secoli tormentarono i filosofi, e noi
liberati da verbose discussioni».
Nel gen naio del 16 1 O Galileo guarda Giove, e qui
trova l' imprevedibile e l'imprevisto. Sappiamo che cosa
vede, perché abbiamo i suoi manoscritti. La prima
osservazione d i Giove è del 7 gennaio. Immaginiamo
di essere d i notte con Gal ileo, e di guardare Giove. E una
pal l i na, vici no a essa c'è un p untino luminoso, e dall'al­
tra parte altri due puntini l uminosi. Galileo se li segna
non perché siano importanti, ma perché è curioso il
fatto che siano tutti allineati, domandandosi come sia
possibile che ci siano tre stelle fisse messe i n fila.
Fa una seconda osservazione la notte successiva, 1'8
gennaio, e con sua grande sorpresa le stelline non sono
più una da un lato e due dall'altro, ma sono tutte e tre
dalla stessa parte. U na spiegazione potrebbe essere che
Giove si è spostato lasciando le stelline indietro, ma
Gali leo controlla le tavole astronom iche e s i rende
conto che Giove si è mosso i n senso contrario. E allora,
cosa sono q uei tre puntini luminosi?
Abbiamo l'appunt9 della notte del 9, i n cui Galileo
scrive: «Fu n ugolo». E nuvoloso, e non si vede niente.
Egli guarda ancora la notte successiva, i l l O gennaio, e
adesso le stell i ne sono solo due, dallo stesso lato. E poche
notti dopo ce ne sono quattro.
Per capire l ' i mportanza di questa osservazione astro­
nomica di Giove bisogna tenere conto che Giove ha dei
satel liti, solo che le loro orbi te sono tutte su uno stesso
28 Galileo, Keplero e la nascita del metodo scimtifico
--
-

p iano, e noi le osserviamo da una posizione che è


all'incirca sempre s ul medesimo piano. uindi noi,
come Gal ileo, non vediamo l'orbita circolare, ma la
vediamo di taglio: ci sembra dunque che i satelliti si
muovano avanti e i ndietro. Galileo, in poche notti di
osservazione, è talmente bravo da riuscire a dedu rre
indicazioni abbastanza p recise addirittura dei periodi
d i rotazione.
Nella primavera dell6 1 O Galileo pubblica a Venezia
uno dei libri pi� i mportanti di tutta la storia della
cultura umana. E un libro in latino, di poche pagine,
intitolato Sidereus Nuncius, nel quale egli descrive l'a­
spetto della Luna e della Via Lattea. Ma in cui, soprat­
tutto, annuncia la scoperta di quelle che chiamerà
«Stelle medicee», in onore della fam iglia fiorentina dei
Medici . Il messaggio che i lettori possono dedurre è che
ha ragione Copernico: come la Luna gira intorno alla
Terra, attorno a Giove ruotano altri satelliti.
Quale accoglienza ha i l Sidereus Nuncius? Nel 16 1 O
Galileo è un uomo avanti negl i anni, avviato verso il
mezzo secolo di vita, e diventa i mprovvisamente l'uomo
più famoso di tutta Europa. Alcuni mesi più tardi si
parla del Sidereus Nuncius persino in India c in Cina.
In Italia il libro è accolto con relativo scetticismo e si
tenta prevalentemente di respingere le scoperte di Gal i­
leo. Diversi critici dicono che i satelliti attorno a Giove
non esistono, sono soltanto riflessi ottici sulle lenti .
Francesco Sizzi, i nvece, ritiene che Gal ileo starebbe
in realtà mettendo alla prova la nostra fede. Il motivo
sarebbe che è i mpossibile che ci siano satelliti attorno a
Giove, perché D io, quando ha creato il mondo, ha
sempre usato il numero sette. Sette sono i giorni della
settimana. Sette i rami del candelabro ebraico. Sette i
Enrico Bellont racconta 29

fori nel nostro cranio. I bambini di sette mesi sono più


intel ligenti e robusti dei bambini di nove. Non si è mai
capito perché, ma all'epoca la gente credeva a queste
cose, e qu indi anche i p ianeti dovevano essere sette:
Luna, Mercurio, Venere, Sole, Marre, Giove, Satu rno.
C h i approva Galileo? I l solito Keplero, il quale accusa
i suoi critici di aggirarsi i n un mondo di carta, rifiu­
tando di guardare i l n1ondo reale. Comincia così l ' iso­
lamento di Galileo nel mondo accademico ital iano.

La caduta di Galileo

Questo isolamento peggiora con i l passare dei mesi,


perché nell6 1 1 Gal ileo di mostra che Venere ha le fasi,
come la Luna: quindi, è i n orbita attorno al Sole.
Nel 16 1 2 determina i l moto del le macchie solari, c
arriva alla seguente conclusione: il Sole non è un corpo
celeste perfetto, tna trasporta con sé delle macchie.
In tal modo crollano tutta la cosmologia e tutta l'a­
stronomia del tempo. E si apre per Galileo, c anche per
Keplero, un violento conflitto con le idee dominanti.
Parlo delle idee domi nanti degli intellettuali , perché la
Chiesa non è ancora intervenuta. Queste idee dominanti
sono principalmente due.
l) la Natura ha già parlato con la bocca di Aristotele, e
non c'è più niente da scoprire. Le cose che non compren­
diamo oggi, sono misteri che non saranno mai capiti .
Quindi non ci possono essere novità scientifiche di alcun
genere.
2) dicendo che ha ragione Coperni co, si entra i n
conflitto con la metafisica e con la teologia. Alcuni
am ici cominciano a mettere in allarme Galileo. Uno, il
30 Galileo, Keplero e la nascita del metodo scientifico

vescovo di Padova Paolo Gualdo, gli scrive: «Molte cose


si possono dire per modo di disputa, che non è bene
asseverarle per vere, massime quando s'ha l'opinione
universale d i tutti contra» .
Co minciano per Galileo, e anche per Keplero, la
parabola discendente e la tragedia. A partire dal 1612
la s ituazione personale di entrambi si deteriora. G al ileo
in Italia è già isolato nel mondo accademico. Cito un
aneddoto, per capire cosa gli sta succedendo.
Dopo l a pubblicazione del Sidereus Nuncius, avendo
dedicato i satelliti di Giove alla fam iglia Medici, Galileo
va a Firenze come matematico e filosofo di corte. Ot­
tiene anche una cattedra universitaria a P isa, con un
contratto nel quale è stabilito che non farà mai lezione:
viene pagato, ma potrà dedicarsi soltanto alla ricerca
pura. Questo ovviamente genera i nvidia: perché mai
tutti q uesti privilegi per un uomo che scrive cose così
strane, così nuove, così difficili da capi re?
Adagio adagio, s i crea un'ostilità che nel 1614, poco
prima d i Natale, acqu ista una coloritura religiosa. 1120
dicembre, nella chiesa di Santa Maria Novella, durante
una predica, un frate che si chi ama Caccini pronuncia
un violento intervento contro la matematica, definita
come arte diabolica e fonte di eresie.
Passano poche settimane, e all'Inquisizione in Roma
arriva una denuncia formale. Galileo e i suoi seguaci, sta
scritto, preferiscono Copernico, che è i n conflitto con i
l ibri sacri. Passa ancora un anno, durante i l quale lavora
l'Inquisizione: guidata naturalmente dal cardinal Bel­
larmino , colui che aveva mandato al rogo Giordano
B runo.
Nel marzo del 1616 il trattato di Copernico viene
confiscato: cioè, viene tolto dalle biblioteche sia pub-
Enrico Bellone racconttl 31

bliche che private, in attesa di «correggerlo» per elimi­


nare i passi i n co ntrasto co n la lettura dei testi sacri. Nel
maggio dello stesso anno, Galileo è convocato da Bel­
larmino, che l o atnmon isce che le tesi di Copernico non
possono essere sostenute, né a voce, né per iscritto. Ma
gl i co nsegna comunq ue un salvacondotto, una lettera
che è un capolavoro di diplomazia, i n cui si nega che
Galileo sia stato denunciato come e retico o abbia subito
penitenze di vario genere: semplicemente, è stato infor­
mato delle decisi oni di Nostro Signore (il papa, ovvia­
mente, non Dio) .
C'è u na bellissima lettera di Galileo a un amico, in
cui scrive: «M i vien serrata la bocca». Sì, gli viene serrata
la bocca, perché risulta che della verità di Copernico
non si può parlare a voce, per iscritto, c non lo si p uò
neanche «tenere»: non lo si può addirittura pensare.

Le accuse a Keplero

Anche Keplero è coperni cano, e allora nel 16 1 5 se l a


prendo no con sua mad re, che viene denunciata per
stregoneria. In realtà era una donna che raccogl ieva
erbe per p reparare farmaci, ed era stata allevata da una
zia che era stata bruciata viva perché considerata una
strega. Anco ra oggi non è ben chiaro se l'accusa con tro
la madre fosse in realtà solo un ten tativo di fare tacere il
figlio. Comunque, dopo un lungo processo, la donna
viene infi ne rilasci ata, ma muore poco dopo, nel 1622,
in condizioni non invidiabili.
Intanto G al ileo tace. Ma Keplero no, insiste. E nel
16 1 9 pubblica un al tro grande l ib ro, l'Harmonices
mundi, dove enuncia la sua terza legge: i quadrati dei
32 Galileo, Keplero e la nascita del metodo scientifico
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periodi di rivoluzione di un p ianeta attorno al Sole sono


proporzionali ai cubi delle distanze. Il libro è molto
difficile, e Keplero l o sa, ma ha un concetto d i se stesso
molto alto, che esprime così i n una frase splendida di
questo l ibro: «Posso ben aspettare cento anni un lettore
che comprenda ciò che ho scoperto, se Dio ha aspettato
seimila anni qualcuno che sapesse meditare la sua crea-
.
zwne.» . l

Gal ileo continua a tacere. Ma nel1622, cioè tre anni


dopo, Keplero pubblica l a cosiddetta Epitome astrono­
miae, in cui generalizza tutta l a tematica delle orbite
ell i ttiche da Marte a tutti gli altri pianeti. E nel 1627
pubblica un altro testo, le Tavole rudol ne, un capola­
voro di astronomia. Poi tnuore, nel 1 630.

Il Dialogo sopra i due massimi sistem i del mondo

Il silenzio di Galileo era un silenzio obbligatorio. Però, a


un certo punto, Bellarm i no m uore e viene eletto Ur­
bano VIII. Il nuovo papa è amico di Galileo, ama le
belle lettere, ama la scienza, e Galileo comincia a illu­
dersi di poter convincere la Chiesa di Roma a spostarsi
su posizioni scientifiche più moderne, più avanzate.
Il Saggiatoreesce nel1623 con la benedizione del papa,
e i n questa opera c'è una tesi, tra lo scientifi�o e il filoso­
fico, che attraverserà tutti i secoli a venire. E la tesi delle
cosiddette qualità del mondo oggettivo. Galileo fa un
esempio un po' macabro, per farsi capire. Invita a pensare
a un essere umano al quale sono stati tolti gli occhi, il naso,
la lingua, le orecchie e l'epidermide. Supponiamo che
quest'essere umano sia ancora in grado di pensare: se gli
esponiamo un oggetto rosso, che cosa percepisce? Nulla.
Enrico Bellone mccoma 33

Qui n d i Gali leo può sostenere che il colore degl i


oggetti non è una loro p roprietà, ma una proprietà degl i
o rga ni d i senso. Lo stesso vale per i suoni, perché senza
le orecchie non si possono p i ù sentire. Idem per i sapori,
gli odori c il tatto . M a allora che cosa resta da studiare
alla scienza? Quell e che più tardi un grande filosofo alla
fi ne del Seicento, Locke, chiamerà le qualità primarie,
che per Galileo sono la forma geometrica dci corpi, il
numero delle parti costituenti un corpo e il suo stato di
movi mento. A studiar le sono la fisica e la geo metria, che
dovranno spiegare anche i fenomeni sensibili.
L ' i m patto del Saggiatore nella Ch iesa di Roma è
molto posi tivo, almeno per quanto riguarda il papa e
molte personalità vicine a l ui . Quindi Gal ileo decide di
mettere fi nalmente mano al Dialogo sopra i due massimi
sistemi del mondo, in cui enuncerà il p rincipio classico di
relatività e parlerà del la gravitazione.
Il principio di relatività viene esposto da Galileo nel
modo seguente. Immaginiamo di essere in una cabina di
una nave, senza poter vedere all'esterno, e di chiederci se la
nave è i n quiete o è in moto rettilineo uniforme. Per
rispondere, visto che non si può guardare fuori, po­
tremmo pensare di fare degli esperimenti di meccanica.
l<:.Speri menti mol to sempl ici, perché il Dialogo è un libro di
battaglia culturale, non un testo di fisica o di astronomia.
Se immaginiamo un secchia dal quale l'acqua goc­
ciola dentro un bicchiere, non possiamo stabilire se la
nave è ferma o in movimen to. E non possiamo farlo
neppure tàcendo dei salti sulle tavole del pavimento,
con ugual forza a destra e a sinistra, e poi contare quante
tavole abbiamo saltato. Quindi le leggi della fisica sono
invarianti per un sistema di riferimento in quiete o in
moto rettilineo unifo rme.
34 Galileo. Kepkro t la nascita tki metodo scimtifico

Un altro punto importante del Dialogo riguarda la


relatività. uando un oggetto cade, si può dire che è la
gravità a farlo cadere. Ma non conosciamo le cause, il
modo reale di agire della gravità, perché se lo sapessimo
sapremmo spiegare sia la caduta di un grave verso il
pavimento sia il moto della Luna attorno alla Terra.
Tornerò tra poco su questo punto, perché qui Galileo si
ferma.
Il Dialogo esce a Fi renze nel1632, ma il papa si irrita
terribilmente. Nella parte finale del Dialogo, infatti,
viene esposta la cosiddetta «angelica dottrina)) , che pro­
prio il papa aveva comunicato a voce a Galileo e che
possiamo tradurre in linguaggio moderno così: «Dio ha
un'infinita potenza, e potrebbe aver fatto il mondo i n
tantissimi modi tra loro differenti. Se tu, scienziato, mi
dici che il mondo è fatto in un certo modo, per esempio
di tipo copernicano, e non i n altri possibili, tu fai
violenza all'infinita sapienza di Dio, quindi la scienza
se ne deve stare in disparte)).
L'argomento è messo i n bocca a Simplicio, che già
dal nome si capisce essere un sempliciotto . Nelle ultime
pagi ne del Dialogo il papa si trova in pratica deriso, e
così scatta il meccanismo giuridico: la condanna per
eresia e l'abiura. Galileo è obbligato a leggere un docu­
mento terribile, in cui rinnega tutto ciò che aveva
compreso e sostenuto nei decenni precedenti.

L 'eredità di Galileo

Galileo fi nisce confinato ad Arcetri, in pratica agli


arresti domiciliari. Nel 1638 , la stessa data da cui era­
vanlo parti ti, a Leida si pubblica il vero libro di fisica di
Enrico Bellone raccomtz 35

Gali leo Gal ilei , i Discorsi e dimostrazioni matematiche


intorno a due nuove scienze.
Il testo era stato po rtato fuori dall'Italia di contrab­
bando, e contiene la fisica dei materiali e la ci nematica:
cioè, quanto Galileo aveva capito su lla teoria del m oto.
Ma contiene anche un messaggio, ed è per questo che
all'inizio ho detto che il nostro viaggio nel passato è una
ricerca delle nostre radici, delle radici della modernità.
Il messaggio sta nell'in troduzione del lib ro, e Galileo
dice che bisogna fare l'elogio dell'arsenale di Venezia,
perché lì si appl ica la tecnica. uel luogo, scrive Gali­
leo, è uno dei luoghi alti del vero filosofare. Vi è quindi
una rivendicazio ne della tecnoscienza come forma alta
della cultura.
Ma sappiamo già che nel 1638 Galileo è cieco, passa
gli ulti mi anni della sua vita grama in isolamento . Il suo
inquieto cervello si spegne nel 1642. Pochi mesi dopo,
i n u n paesino d i cam pagna in Inghil terra, nasce un
bambino di nome Isaac Newton . Attorno ai venti o
ventun anni di età egli avrà tra le mani la traduzione
inglese di Galileo, e segnerà a margine di u n foglio il
p asso in cui Galileo afferma che se noi sapessimo cos'è
davvero la gravi tà, sapremmo perché le pietre cadono al
suolo e perché la Luna gira attorno alla Terra.
Ecco l'eredità che ci lascia Gal ileo, i nsieme a Keplero.
Un 'eredità in1mensa, perché lì ci sono le radici della
nostra modernità.
• •

1 et

..

Nato a Pisa nel 1 564, Galileo vi studiò matematica sotto


la guida di Ostilio Ricci. Nel 1 589 fu nominato lettore di
nlatematica presso lo Studio (l'università) di Pisa. Dal
1 592 insegnò matematica a Padova, dove rimarrà fino al
1 6 1 O. A Padova redasse alcune opere di architettura
militare e di fisica, tra cui il trattato Le meccaniche. Risale
a questi anni la costruzione del cannocchiale. Certamente
Galileo non lo inventò, ma utilizzò informazioni che gli
erano pervenute dall'Olanda. Fu suo merito, tuttavia,
averlo perfezionato tecnicarnente, trasformandolo i n un
vero e proprio strumento scientifico. Servendosi del can­
nocchiale, infatti, egli realizzò le sue importanti scoperte
astronomiche. Pubblicate da Galileo nel Sidereus Nun­
cius del l 6 1 0, esse lo resero famoso in tutto il mondo.
Sempre nel 1 6 1 O, Gal ileo fu chiamato a Pisa con la
nomina di «matematico e filosofo primario)) del gran­
duca di Toscana, nonché «matematico primario» dello
Studio pisano senza l'obbligo di insegnamento. L'elevato
stipendio e la libertà da ogni impegno didattico (egli
viveva, difatti, a Firenze) gli consentirono di concentrarsi
40 Galileo, Keplero e la nascita del metodo sciemifico

esclusivamente sulla ricerca. A questo periodo risalgono


alcune opere importanti: il Discorso intorno alle cose che
stanno in su l'acqua ( 1 6 1 2) , l'lstoria e dimostrazioni in­
torno alle macchie solari ( 1 6 1 3), il Discorso sul usso e sul
ri usso del mare ( 1 6 1 6) , in cui tentò di dimostrare la
teoria copernicana attraverso il fenomeno delle maree.
Avendo sostenuto le dottrine copernicane, Galileo fu
denunciato al Sant' Uffizio. In sua difesa scrisse una
famosa lettera a Cristina di Lorena, madre del gran­
duca, in cui sostenne che la Bibbia si occupava non di
problemi scientifici, ma di questioni morali e religiose.
Nel febbraio 1 6 1 6 il Sant'Uffizio condannò la teoria
copernicana e Galileo venne ammonito di non difen­
derla con i suoi scritti. Egli si astenne pertanto dall' oc­
cuparsi pubblicamente della questione copernicana e
stud iò i nvece il fenomeno delle comete, da lui erronea­
men te ritenute nel Saggiatore ( 1 623) un semplice
effetto di rifrazione ottica.
L'ascesa al soglio pontificio dell'amico cardinale Maffeo
Barberini, con il nome di Urbano VIII, i ncoraggiò Gali­
leo a scrivere nuovamente sulla questione proibita. Nel
Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tolemaico e
copernicano ( 1 632) egli considerò la dottrina coperni­
cana come una semplice ipotesi matematica ed evitò di
pronunciarsi a favore di una delle due alternative. In ogni
caso, le preferenze di Gal ileo per la teoria copernicana
erano così manifeste che non fu difficile per i suoi avver­
sari denunciarlo nuovamente alrlnquisizione.
Al processo Galileo fu condannato all'abiura e al carcere a
vita, trasformato tuttavia in una pena formale. In tal
modo, egli poté trascorrere il resto della vita nella sua
casa di Arcetri. Nel 1 638 scrisse i Discorsi e dimostrazioni
matematiche intorno a due nuove scienze. Morì nel 1 642.
«Il cannocchiale nasce negli ambienti dell 'artigianato
olandese: Galilei si tras orma in paziente artigiano, riesce
11 ricostruir/o (pur disponendo in quel periodo di una
scarsa preparazione ottica) e lo presenta a Venezia nell'a­
gosto del 1 609. Ciò che va ortemente sottolineato è la
ducia di Galileo in uno strumento nato nell 'ambiente dei
((meccanici ': progredito" solo per pratica, parzialmente
accolto negli ambienti militari, ma ignorato, quando
non addirittura disprezzato, negli ambienti della scienza
accademica e u zciale. Per quest 'ultima le lenti sono,
principalmente, divertimenti o onti di illusioni ottiche o
di "inganni per la vista ". Il cannocchiale, al contrario,
non è per Galilei né uno strumento curioso costruito per il
diletto degli uomini di corte, né un oggetto la cui utilità si
esaurisca nell'uso immediato che possono arne i naviga­
tori o i generali nelle battaglie. Egli impiega il cannoc­
chiale come strumento scienti zco, lo volge verso il cielo con
spirito metodico, a con esso ((centinaia di migliaia di
esperienze in mille e mille oggetti, et vicini e lontani, e
grandi e piccoli, e lucidi e oscuri "». Questo brano di Paolo
Rossi mette in luce l'importanza della scoperta del cannoc-
42 Galileo, Keplero e la nascita del metodo scientifico

chiale da parte di Galileo. Ma come riuscì lo scienziato


pisano a costruire con le sue mani il suo primo cannoc­
chiale (in seguito si servirà di eccellenti <<meccanici>> per i
suoi strumenti)? Ce lo racconta lui stesso nelle prime
pagine del Sidereus Nuncius, nelle quali sottolinea anche
l'importanza delle scoperte astronomiche dovute al nuovo
strumento.

-
'

. Sidereus Nuncius

Grandi cose per verità in questo breve trattato pro­


pongo all'osservazione e alla contemplazione di quanti
studiano la natura. Grandi, dico, e per l'eccellenza della
materia stessa, e per la novità non mai udita nei secoli, e
i nfine per lo strumento mediante il quale queste cose
stesse si sono palesate al nostro senso.
Grande cosa è certaJnente alla immensa moltitudine
delle stelle fisse che fino a oggi si potevano scorgere con
la facoltà naturale aggiungerne e far manifeste all' oc­
chio umano altre innumeri, prima non mai vedute e che
il numero delle antiche e note superano più di dieci
volte. Bellissima cosa e mirabilmente p iacevole vedere il
corpo della Luna, lontano da noi quasi sessanta raggi
terrestri, così da vicino come distasse solo due di queste
dimensioni; così che s i mostrano il diametro stesso della
Luna quasi trenta volte, la sua superficie quasi nove­
cento, il volume quasi ventisettemila volte maggiori che
quando si guardano a occhio nudo: e quindi con la
certezza della sensata esperienza chiunque può com­
prendere che la Luna non è ricoperta da una superficie
l iscia e levigata, ma scabra e ineguale, e, proprio co me la
faccia della Terra, piena di grandi sporgenze, profonde
cavità e anfratti.
Approfondimenti 43
- - - ----- ------ -- ---- -

Inoltre non mi pare si debba stimar cosa da poco


l'aver rim osso le controversie intorno alla Galassia, o
Via Lattea, e aver manifestato al senso oltre che all ' i n­
telletto l'essenza sua, e inoltre il mostrare a dito che la
sostanza degli astri fino a oggi chiam ati dagli astronomi
nebulose è di gran lunga diversa da q uel che si è fìn qui
creduto sarà cosa grata e assai bel la.
Ma quel che di gran lunga supera ogni meraviglia, e
principaln1ente ci spinse a renderne avvertiti tutti gli
astronomi e filosofi, è l'aver scoperto quattro astri er­
ranti1, da nessuno, prima di noi, conosciuti né osservati,
che, a so miglianza di Venere e Mercurio intorno al Sole,
hanno le loro rivoluzioni intorno a un certo astro cospi­
cuo tra i conosciuti2, e ora lo precedono ora le seguo no,
non m ai allontanandosene oltre determ inati limiti.
E tutte q ueste cose furono scoperte e osservate pochi
giorni or sono con l'aiuto d'un occhiaie che io inventai
dopo aver ricevuto l'illuminazione della grazia divina.
Altre cose più mirabili forse da m e e da altri si
scopriranno in futuro con l'aiuto di questo strumen to ,
della cui forma e struttura e dell'occasione d'i nventario
dirò p rima b revemente, poi narrerò la storia delle osser­
vazioni da m e fatte.
Circa dieci mesi fa ci giunse notizia che era stato
costruito da un certo Fiammingo un occhiaie, per mezzo
del quale gli oggetti visibili, pur distanti assai dall'occhio
di chi guarda, si vedevan distintamente come fossero
vicini; e correvan voci su alcune esperienze di questo
mirabile effetto, alle quali chi prestava fede, chi no.

1 Corpi celesti che si muovono, a differenza delle srclle fisse.


2 Si trarra di Giove; i quattro r ri erranti» sono i satell i ti di Giove cui
C( as

Galileo dà il nome di «astri medicei».


44 Galileo, Kep lero e la nascita del metodo scientifico
------- ----------- � ----------

Questa stessa cosa mi venne confermata pochi giorni


dopo per lettera dal nobile francese Iacopo Badovere, da
Parigi; e questo fu causa che io mi volgessi tutto a cercar le
ragioni e a escogitare i mezzi per giungere all'invenzione
di un simile strumento, che poco dopo conseguii, basan­
domi sulla dottrina delle rifrazioni. Preparai dapprima
un tubo di piombo alle cui estremità applicai due lenti,
entrambe piane da una parte, e dall'altra una convessa e
una concava; posto l'occhio alla parte concava vidi gli
oggetti abbastanza grandi e vicini, tre volte più vicini e
nove volte più grandi di quanto non si vedano a occhio
nudo. In seguito preparai uno strumento pi ù esatto, che
mostrava gli oggetti pi ù di sessanta volte maggiori.
E finalmente, non risparmiando fatiche e spese, venni a
tanto da costruirmi uno strumento così eccellente, che gli
oggetti visti per il suo mezzo appaiono ingranditi quasi
mille volte e trenta volte più vicini che visti a occhio
nudo. Quanti e quali siano i vantaggi di un sim ile stru­
mento, tanto per le osservazioni di terra che di mare,
sarebbe del tutto superfluo dire. Ma, lasciate le terrestri,
mi volsi alle speculazioni del cielo; e primamente vidi la
Luna così vicina come distasse appena due raggi terrestri.
Dopo questa, con incredibile godimento dell 'animo,
osservai più volte le stelle sia fisse che erranti; e poiché le
vidi assai fitte, cominciai a studiare il modo con cui
potessi misurare le loro distanze, e finalmente lo trovai.

G . Gal ilei, Sidereus Nuncius, a cura di F. Flora, trad. L. L1nzillorra,


Ricciard i , M ilano 1 953 .


• •

I tnguaggto

L 'interpretazione della comparsa di tre comete nel 1 61 8 u


all'origine di una disputa tra il gesuita Orazio Grassi, che
sosteneva che le comete ossero oggetti celesti, e Galileo, che
invece le riteneva un e etto ottico atmos erico. Inizial­
mente Galileo a da la risposta alle teorie di Grassi al suo
discepolo Mario Guiducci (il «Signor Mario>> del testo),
ma dopo la replica di Grassi nell'opera Libra astronomica
ac philosophica (in cui -a uso dellopseudonimo di Lotario
Sarsi), Galileo decide di controbattere direttamente scri­
vendo Il Saggiatore (il «saggiatore» è una bilancetta di
precisione che Galileo contrappone alla «libra», l' impre­
cisa bilancia di Grassi). Nonostante la allacia della sua
interpretazione della natura delle comete, l'opera di Gali­
leo è ondamentale per la rivendicazione del suo metodo
basato sull'osservazione, gli esperimenti e l'interpretazione
matematica, contro la tradizione pedante e astratta di cui
Grassi è un rappresentante.
Nel celebre passo qui presentato Galileo sostiene che ilgrande
libro della natura «è scritto in lingua matematica, e i carat­
teri son triangoli, cerchi ed altre -gure geometriche>>, riven­
dicando la sua piena autonomia non solo dagli altri libri
46 Galileo, Kepkro e la ntiSCÙtl del metodo scient({ìt:o

dell'uomo qui Galileo cita /'Iliade e l'Orlando furioso,


chiamati a rappresentare tutta la ratura, le human ae
litterae, che non sono utili per ampliare la conoscenza della
naturaperché non sono scritti nella lingua adatta ma anche
dalla Bibbia, che ci indica la str, per la salvezza, ci parla
delle verità meta iche, non della natura.

-·- -- --

Il Saggiatore, ca pp. 6

Parmi, oltre a ciò, di scorgere nel Sarsi ferma credenza,


che nel filosofare sia necessario appoggiarsi all'opinioni
di qualche celebre autore, sì che la mente nostra, quando
non si maritasse col discorso d'un altro, ne dovesse i n
tutto rimanere sterile ed infeconda; e forse stima che la
filosofia sia un libro e una fantasia d'un uomo, come
l'Iliade e l'Orlando rioso, libri ne' quali la meno impor­
tante cosa è che quello che vi è scritto sia vero. Signor
Sarsi, la cosa non istà così. La filosofia è scritta in questo
grandissimo libro che continuarnente ci sta aperto in­
nanzi a gli occhi (io dico l'universo) , ma non si può
intendere se prima non s'impara a intender la lingua, e
· conoscer i caratteri, ne' quali è scritto. Egli è scritto in
lin matematica, e i caratteri son triangoli, cerchi, ed
altre figure geometriche, senza i quali mezi è impossibile a
intenderne umanan1ente parola; senza questi è un aggi­
rarsi vanamente per un oscuro laberinto. M a posto pur
anca, come al Sarsi pare, che l'intelletto nostro debba
farsi mancipio dell'intelletto d' un altr'uomo (lascio stare
ch'egli, facendo così tutti, e sé stesso ancora, copiatori,
loderà in sé quello che ha biasimato nel Signor Mario)3, e
� � -----

3 Infatti nella Libra il G rassi-Sarsi aveva accusato il Guiducci di essere


solo l a maschera e il portavoce di Gal i leo. Come si norcrà, G al i leo non
csira, pur di tirare una stoccara all'avversari o, a stravolgere coscieme-
Approfondimenti 47

che nelle con templazioni de' moti celesti si debba aderire


ad alcuno, io non veggo per qual ragione e i s'elegga
Ticonei, anteponendolo a Tolomeo e a Nicolò Coper­
nico, de' q uali due abbiatno i sistemi del mondo interi e
con sommo artificio costrutti e condotti al fine; cosa ch'io
non veggo che Ticone abbia fatta, se già al Sarsi non basta
l'aver negati gli altri due e promesso ne un altro, se ben poi
non esseguito. Né meno dell'aver convinto gli altri due di
falsità, vorrei che alcuno lo riconoscesse da Ticone: per­
ché, quanto a q uello di Tolomeo, né Ticone né altri
astronomi né il Copernico stesso potevano apertamente
convi ncerlo [ ... ] .

G. Galilei, Opere, Edizione nazionale, Barbera, F i renze 1 890- 1 907


mente il senso del l e sue parole; altro è, infatti , i sp i rarsi a un aurore, al rro
è fare da paravento di comodo a chi vuole rimanere nascosto.
4 L ' a vvers io ne
di Galileo per Tycho Brahe si trasfo rma i n a n r ipa r i a
imellet ruale, che lo porta poi a non voler accogl iere i molti elemen ti di
novità e d i valore che nella teoria di quel lo com u nque c'eran o. Si può
pensare certo a una rivalità verso chi aveva messo a umo una ipotesi
cosmol ogica al ternat iva a q uella di Co pe rn i co , a l a quale G alileo
aderiva ; ma il motivo p i ù rofondo risiede ndl'inrerprerazione che
Galileo dà dell'ast ronom ia i Tycho come di un tentativ o di compro­
messo tra le vecch ie e le n uove teorie.
.

ua 1ta p r1m ar1e e seco n ar1e :


. ' . .

• • •

un p asso verso a 1s1ca quan ntanva

..

Il brano ci mostra un Galileo prudente, quasi circospetto


nell 'a ontare un argomento che conosce soltanto per averlo
studiato sui libri, oltre ad avervi sicuramentepensato in base
alle comuni esperienze. L Idea che i sensi non siano realtà
'siche ma «nomi» per designare nzioni del corpo umano,
del resto, non è certo una scoperta di Galileo, il quale ri erisce
tuttavia concetti che lui non ha sottoposto a quelle indagini
metodiche che sono necessarie per ondare una conoscenza
sicura. Non potevano esserci parole più chiare per de nire
un -atto ondamentale, cioè che la nuova scienza si basa
sul/ 'osservazione; ilprotagonista della rivoluzione scienti ca
è l'occhio, straordinariamente potenziato dal cannocchiale
tanto da vedere cose lontanissime.

�·· Il Stlggiatore, cap. 48

Io credo che con qualche essetnpio più ch iaramente


spiegherò il m i o concetto. Io vo movendo una mano
ora sopra una statua di marmo, ora sopra un uomo vivo .
50 Galil�o, K�pkro e la nascita del metodo sciemificu

Quanto all'azzio ne che vien dalla mano, rispetto ad essa


mano è la medesima sopra l'uno e l'altro soggetto, ch 'è
di quei primi accidenti, cioè moto e toccamento, né per
altri nom i vien da noi chiamata: ma il corpo ani mato,
che riceve tali operazioni, sente diverse affezzioni se­
condo che i n diverse parti vien tocco; e venendo toc­
cato, v.g.S, sotto le piante de' piedi, sopra le ginocch ia o
sotto J>ascelle, sente, oltre al commun toccamento ,
un'altra affezzionc, alla quale noi abbiamo in1posto un
nome particolare, chiamandola solletico: la quale affez­
zione è tutta nostra, e non punto del la mano; e parmi
che gravemente errerebbe chi volesse dire, la mano,
oltre al moto ed al toccamento, avere in sé un'altra
facol tà diversa da queste, cioè il solleticare, sì che il
solletico fusse un accidente che risedesse i n lei. Un poco
di carta o una penna, leggicrmentc fregata sopra qualsi­
voglia parte del corpo nostro , fa, quanto a sé, per tutto la
medesima operazione, ch'è muoversi e toccare; ma in
noi, toccando tra gl i occh i, il naso , e sotto le narici,
eccita una titillazione quas i intolerabile, ed in al tra
parte a pena si fa senti re. Or quella ti tillazione è tutta
di noi, e non della penna, e rimosso il corpo animato e
sensitivo, ella non è più altro che un puro nome. Ora, di
sin1ile e non maggiore essistenza credo io che possano
esser molte qual ità che vengono attribuite a i corpi
natural i , come sapori , odori , colori ed altre.
U n corpo solido, e, come si dice, assai materiale,
mosso ed applicato a qualsivoglia parte della mia per­
sona, produce in me quella sensazione che noi diciamo
tatto, la quale, se bene occupa tutto il corpo, tuttavia

� · · · --

';
.

Abbrcv ia1.i one della formula di concsi a «verh igrazia», C:<j uivalcnrc a
« per esemp io •• .

Approfondimmti 51

pare che principalmente risegga nelle pal me delle mani,


e più ne i polpastrell i delle dita, co' quali noi sentiamo
p icco lissime differenze d'aspro, liscio, molle e duro, che
con altre parti del corpo non così bene le disti nguiamo;
e di queste, sensazioni altre ci sono più grate, altre
m eno·, secondo la diversità delle figure de i corpi tangi­
bili, lisce o scabrose, acute o ottuse, dure o cedenti: e
q uesto senso, come p i ù m ateriale de gli altri e ch'è fatto
dalla solidità della materia, par che abbia riguardo
all'elemento della terra6• E perché di questi corpi alcuni
si van no conti nuamente risolvendo in particelle mi­
nime, delle quali altre, come più gravi dell'aria, scen­
dono al basso, ed altre, più leggieri, salgono ad alto; di
q ui forse nascono, due altri sensi, mentre quelle vanno a
ferire due parti del corpo nostro assai più sensi ti ve della
nostra pelle, che non sente l'incursioni di materie tanto
sottili tenui e cedenti: e q uei minimi che scendo no,
ricevuti sopra la p arte s uperiore della lingua, pene­
trando, mescolati colla s ua umidità, la sua sostanza,
arrecano i sapori, soavi o ingrati , secondo la diversità
de' toccamenti delle diverse figure d'essi minimi, e
secondo che sono pochi o molti, più o men veloci; gli
altri , ch' ascendono, entrando per le narici , vanno a
ferire in alcune m ammillule che sono lo strumento
dell'odorato, e qui vi parimente so n ricevuti i l or tocca­
m enti c passaggi con nostro gusto o noia, secondo che le
lor figure son queste o quelle, ed i lor movi menti , lenti o
veloci , ed essi m i n i m i , pochi o molti. E ben si veggono
providamente disposti, q uanto al sito, la lingua e i
canali del naso: quella, distesa di sotto per ricevere

- - -
-

t> Il tano, i n quamo i ù legato alla materia e detenn i naro dalla solidirà srcssa
dd la materia, scm ra sia da mettere i n rdazione con l'elemento terra.
52 Galileo, Keplero e la nascita del metodo scientifico

l'incursioni che scendono; e questi, accommodati p er


quelle che salgono: e forse all'eccitar i sapori si accom­
modano con certa analogia i fl uidi che per aria discen­
dono, ed a gli odori gl'ignei che ascendono. Resta poi
l'elemento dell'aria per li suoni: i quali indifferente­
mente vengono a noi dalle parti basse e dal l ' al te e dalle
laterali, essendo noi costituiti nell'aria, il cui movi­
mento in sé stessa, cioè nella propria regione, è egual­
mente disposto per tutti i versi; e la situazion dell' orec­
chio è accommodata, il più che sia possibile, a tutte le
positure di luogo ; ed i suoni allora son fatti, e sentiti in
noi, quando (senz' altre qualità sonore o transonore7) un
frequente tremor dell'aria, in minutissime onde incre­
spata, m uove certa cartilagine di certo timpano ch'è nel
nostro o recchio. Le maniere poi esterne, potenti a far
questo increspamento nell'aria, sono moltissime; le
qual i forse si riducono in gran parte al tremore di
qualche corpo che urtando nell'aria l 'increspa, e per
essa con gran velocità si distendono l'onde, dalla fre­
quenza delle quali nasce l'acutezza del suono, e la gra­
vità dalla rarità8• Ma che ne' corpi esterni, per eccitare i n
noi i sapori, gli odori e i suoni, si richiegga altro che
grandezze, figure, moltitudini e movimenti tardi o ve­
loci, io non lo credo9; e stimo che, tolti via gli orecchi le
lingue e i nasi, restino bene le figure i nu meri e i moti10,

7 Al di là del suono percepibile.


8 Le onde frequenti producono suoni acuti, le onde rade producono
suoni gravi. L'intero passo, letterariamente assai pregevole, si avvale d i
i mmagini d i grande evidenza pi ttorica.
9 Galileo i ntende cioè ribadire che sapori, odori e suoni nascono per
qualità che abbiamo noi, non i corpi esterni .
10È la conclusione cui m i ra tutto il ragionamento: se eliminiamo l i
organi di senso, scompaiono le sensazioni del gusto, dell'olfatto, el
Approjònrlimenti 53
- . --- - - - . - - - --

ma non già gl i odori né i sapori né i suoni, l i quali fuor


del l 'ani mai vivente non credo che sieno al tro che nomi,
come a punto al tro che nome non è il solletico e la
titillazione, rimosse l'ascelle e la pelle i ntorno al naso.
E come a i quattro sensi co nsiderati ànno relazione i
quattro elementi, così credo che per la vista, senso sopra
tutti gl i altri emi nentissimo, abbi a relazione la luce, ma
con quella p roporzione d'eccellenza qual è tra 'l finito c
l' i nfi n i to, tra ' l temporaneo e l' instantan eo , tra 'l
quanto e l ' i ndivisibi le, tra la l uce e l e tenebre ' ' . Di
questa sensazione e delle cose attenenti a lei io non
pretendo d' intenderne se non pochiss i m o , e quel po­
chissimo per ispiegarlo, o per dir meglio per ado m­
brarlo i n carte, non mi basterebbe molto tempo, c però
lo pongo in silenzio.

G . Galilei, Opat•, Edizione nazionale, Barbera, F irenze 1 890- 1 907 ••

suono, che sono q ualità non inui nseche alla materia; ri mangon o invece
le forme, le quantità, i movi menri , cioè le qualità primarie.
1 1
La relazion e che c'è rra l a luce c la vista è analoga rispe tt o alle relazion i
che esi sto no tra li altri sensi c gli altri quattro cleme nti, ma con u n
ra r,porro di eccel enza come è quello tra il finito e l i n fi n i to, tra il tempo
'

e l isra n rc tra la luce e le tenebre. L'argome ntazione esprime l' idea della
,

superio rità d el la vista sugli al r ri sensi.


• •

La rovina e p a azzo anstote tco

Il Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo è


amb ienttlto a Venez ia e s i svolge tra l'aristotelico Simplic io
e il nob ile orent ino Salv iati, sosten itore della nuova s ica,
11 cu i dà ma n orte Sagredo, il gent iluomo veneziano, am ico
d i G1zlile i, nella casa del quale s i suppone s i svolga il d ialogo.
Nella prima delle quattro giornate in cui questo è art icol1zto,
Salviat i con tta la s ica aristotelica partendo dalla teoria
del moto e passando po i al! 'astronom ia. Nel brano qu i
r iportato appare in piena ez, idenza la d iversità tra i due
mod i d i intendere la scienza: per Galileo-Salv iat i «mille
Demosten i e m ille A ristoteli)) non valgono 11 tras Òrmare una
verit1Ì in menzogna o v iceversa; la nuova scienza non s i basa
sul princip io d i autorità, sull'osservaz ione de i enomen i t'
sulla ricerc11 della spiegaz ione che meglio v i s i adatta.

t- Dialogo sopm i due mtwimi sistemi tft.l mondo, G iornata prima


\•

SALVIATI Se questo di che si disputa fusse qualche


pu nto di legge o di altri studi umani, ne i quali non è
né verità né falsità, si potrebbe co nfidare assai nella
56 Galileo. Keplao e it1 nascita tkl metodo scientifico
-
-
- · · -----

sottigliezza dell' ingegno e nella pron tezza del dire e


nella maggior pratica ne gli scri ttori, e sperare che
quello che eccedesse in queste cose, fusse per far appa­
rire e gi udicar la ragion sua superiore; ma nelle scienze
naturali, le conclusioni delle quali son vere e necessarie
né vi ha che far nulla l 'arbitrio u mano, bisogna guar­
darsi di non si porre alla difesa del falso, perché m ille
Demosteni e mille Aristoteli resterebbero a piede co n­
tro ad ogni mediocre ingegno che abbia auto ventura di
apprendersi al vero. Però, Sig. S implicio, toglietevi pur
giù dal pensiero e dalla speranza che voi avete, che
possano esser uom ini tanto p i ù dotti, eruditi e versati
ne i libri, che non siamo noi altri, che al dispetto della
natura sieno per far divenir vero quello che è falso. E già
che tra tutte le opinioni che sono state prodotte sin qui
i n torno all'essenza di queste macchi e solari, questa
esplicata pur ora da voi vi par la vera, resta (se questo è)
che l'altre tutte sien false; ed io, per liberarvi ancora da
questa, che pure è falsissima chimera, lasciando m ill'al­
tre improbabilità che vi sono, due sole esperienze vi
arreco in contrario. L'una è, che molte di tali macch ie si
veggono nascere nel mezo del disco solare, e m o l te
pari mente dissolversi e svanire pur lontane dalla circon­
ferenza del Sole; argumento necessario che le si gene­
rano e si dissolvono: ché se senza generarsi e corrom­
persi comparissero quivi per solo movimento locale,
tutte si vedrebbero entrare e uscire per la estrema cir-
conferenza.
·

[L'argomentazione continua col concludere che le mac­


chie solari sono contigue al Sole; lo provano il fatto che
il movimento delle macchie è lento verso la circonfe­
renza e veloce nel mezzo del disco solare, che la figura
Approfondimenti 57
--- - ------· - · ------ -

delle macchie è stretta verso la circo n ferenza e p i ù


grande nel mezzo del d isco, perché i n quest' ultima
posizione esse si offrono secondo una prospettiva cen­
trale, men tre quando sono vicine alla circonferenza si
mostrano in iscorcio. Il fatto poi che cambino di forma
dimostra che non sono sferiche ma possono essere pa­
ragonate a falde sotti l i . ]

SIMPLI CIO Io, per dire i l vero, non ho fatto né sì lunghe


né sì dil igenti osservazioni, che mi possano bastare a
esser ben padrone del quod est di questa n1ateria; ma
voglio i n ogni modo farle, e poi provarmi io ancora se
m i succedesse concordare quel che ci porge l'esperienza
con quel che ci dimostra Aristotile, perché chiara cosa è
che due veri non si posson contrariare.

SALVIATI Tuttavolta che voi vogliate accordar quel che


vi mostrerà il senso con le più salde dottrine d'Aristo­
tile, non ci averete una fatica al mondo. E che ciò sia
vero, Aristotile non di c'egli che delle cose del ciclo,
mediante la gran lontananza, non se ne può molto
resolutamentc trattare?

SIM PLICIO Dicelo apertamente.

SALVIATI Il medesimo non afferm'egli che quello che


l ' esperienza e il senso ci dimostra, s i deve an tepo rre ad
ogn i discorso, ancorché ne paresse assai ben fo ndato? e
q uesto non lo dic' egl i resolutamente e senza punto
titubare?

SIMPLICIO Dicelo.

SAL VIAT IAdunque di queste due proposizion i , che


sono ambedue dottrina d'Aristotile, questa seconda,
che dice che bisogna anteporre i l senso al discorso, è
58 (,a/i/�o. Ktplao t 14. nascita dtl mttodo sdmtifico
--------------------�---

dottrina molto più ferma e risoluta che l'altra, che stima


il cielo inalterabile12; e però più aristotelicamente filo­
soferete dicendo «Il cielo è alterabile, perché così mi
mostra il senso», che se direte « I l cielo è i nalterabile,
perché così persuade il discorso ad Aristotile)). Aggiu­
gnete che noi possiamo molto megl io d i Aristotile
discorrer delle cose del cielo, perché, confessando egl i
cotal cognizione esser a lui difficile per la lontananza da
i sensi, viene a concedere che quello a chi i sensi meglio
lo potessero rappresentare, con sicureza maggiore po­
trebbe intorno ad esso filosofare: ora noi, mercè del
telescopio, ce lo sia m fatto vicino trenta e quaranta volta
più che vicino non era ad Aristotile, sì che possiamo
scorgere i n esso cento cose che egli non potette vedere, e
tra le altre queste macchie nel Sole, che assolutamente
ad esso furono i nvisibili: adunque del cielo e del Sole
più sicuramen te possiamo noi trattare che Aristotile.
SAGREDO Io sono nel cuore al Sig. Si mplicio, e veggo
'
che c si sente muovere assai dalla forza di queste pur
troppo concludenti ragioni; ma, dall' altra banda, il
vedere la grande autorità che si è acquistata Aristotile
appresso l'un iversale, il considerare il numero de gli
interpreti famosi che si sono affaticati per esplicare i
suoi sensi, il vedere altre scienze, tanto utili e necessarie
al pubblico, fondar gran parte della stima e reputazion
loro sopra il cred ito d'Aristotile, lo confo nde e spaventa
assai; e me lo par sentir dire: << E a chi s i ha da ricorrere
per defi n i re le nostre controversie, levato che fusse di
seggio Aristotile? qual altro autore si ha da seguitare

1 2 La rcoria dell' inal tcrabilirà dd cielo è quella che si scon rra con la
presenza delle macchie solari.
Approjòndimenti 59
-

nelle scuole, nelle accademie, nelli stud i? qual filosofo


ha scritto tutte le parti della natural filosofia, e tanto
ordinatamente, senza lasciar indietro pur una particolar
conclusione? adunque si deve desolar quella fabbrica,
sotto la quale si ricuoprono tanti viatori ? si deve de­
strugger quell'asilo, quel Pritaneo13, dove tanto agiata­
mente s i ricoverano tan ti studiosi, dove, senza esporsi
all 'ingi u rie dell'aria, col solo rivoltar poche carte, si
acquistano tutte le cognizioni della natura? si ha da
spian rar quel propugnacolo, dove con tro ad ogni ni­
m ico assalto in sicurezza si dimora?» . Io gli compatisco,
non meno che a quel signore che, con gran tempo, con
spesa im mensa, con l'opera di cento e cento artefici ,
fabbricò nobiliss i mo palazzo, e poi lo vegga, per esser
stato mal fondato, m i nacciar rovina, e che, per non
vedere con tanto cordoglio disfatte le m ura di tante
vaghe pi tture adornate, cadute le colonne sostegni delle
s uperbe logge, caduti i palchi dorati , rovinati gli stipiti ,
i fron tespizi e l e corn ici marmoree con tanta spesa
condotte, cerchi con catene, puntelli, contrafforti, bar­
bacani e sorgozzon i14 di riparare alla rovina.

SALVIATI Eh non tema già il S ig. Simplicio di si mi l


cadute: io con s ua assai mi nore spesa torrei ad assicu­
rarlo del danno. Non ci è pericolo che una moltitudi ne
sì grande di filosofi accorti e sagaci si lasci sopraffare da
uno o dua, che faccino un poco di strepito; anzi non
pure col voltargli contro le punte delle l or penne, ma col

-· - - -

u Il cuore della città g reca, edificio dove si cusmdiva il fuoco sacro c


venivano ospitati e mantenuti i cittadini che vamavano particolari
benemerenze.
11 ·1 ·
' ll «b arbacane" c u na struttura d'1 nmorzo
. r usata neI l e cosrruz1ont m1 t-
' . .

rari; i l ((sorgo7.zonc» è propriameme un pugno dato alla gola o al mento.


60 Galil�o, Kepkro e w 1Zascita da metodo scientifico

solo si lenzio; gli metteranno in disprezzo e derisione


appresso l'universale. Vanissimo è il pensiero di chi
credesse introdur nuova filosofia col reprovar questo o
quello autore: bisogna prima imparare a rifar i cervelli
degl i uomini, e rendergli atti a distinguere il vero dal
falso, cosa che solo Dio la può fare. Ma d'un ragiona­
mento in un altro dove siamo noi trascorsi? io non
saprei ritornare i n su la traccia, senza la scorta della
vostra memona.

G . Galilei , Opere, Edi1.io ne nazionale, Barbera, Firen7.c l 890- 1 907 .



Uno dei testi più signi 1cativi per comprendere le ragioni
dell'ira di papa Urbano VIII contro Galilei e i motivi che
condussero alla condanna di quest 'ultimo, è la parte tnale
del D i alogo sopra i due massi m i sistemi del mondo. Nel
brano che presentiamo, Galilei mette in bocca alpersonag­
gio di Simplicio l'argomento secondo cui, se il enomeno
delle maree osse la prova del moto della Terra, l'attuale
struttura dell'universo sarebbe necessaria, cioè non po­
trebbe essere diversa, il che limiterebbe l 'onnipotenza di
Dio. Pare che questo argomento osse stato avanzato dal
papa stesso a Galilei, in un colloquio del 1 624, e che
quindi il papa si sia adirato nel veder/o attribuito da
Galilei non a Salviati, che nel D ialogo nge da suo
portavoce, ma a Simplicio, che nella medesima opera viene
invece messo in ridicolo.
Anche la successiva dichiarazione di consenso -atta da Sal­
viati e Sagredo dovette essere considerata dal papa troppo
ironica e generica, e comunque insu ciente a invalidare
l'argomento delle maree, che invece Galilei considerava la
vera dimostrazione della teoria copernicana. In realtà, tanto
Urbano VIII quanto Galilei attribuivano un valore ecces-
62 Galileo, Kepkro e la nascita del metodo sdemi.fico

sivo alle dimostrazioni condotte col metodo risolutivo, che in


matematica attingono una necessità assoluta, mentre in
sica, dove una conclusione verapuò essere dimostrata anche
a partire da un 'ipotesi -a/sa, non hanno lo stesso valore.

'

Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, Giornata quarta


SIM PLICIO Non occorre che voi arrechiate q ueste scuse,


che son superflue, e massime a me, che, scndo consueto a
ritrovarmi tra circoli e pubbliche dispute, ho cento volte
sentito i disputanti non sola1nente riscaldarsi e tra di loro
al terarsi, ma prorompere ancora in parole i ngiuriose, e
talora trascorrere assai vicini al venire a i fatti . Quanto poi
a i discorsi avuti, ed in pa1 cicalare in quest'ultimo intorno
alla ragione del flusso c reflusso del mare, io veramente
non ne resto interamente capace; ma per quella qual si sia
assai tenue idea che me ne so n formata, confesso, il vostro
pensiero parermi bene più i ngegnoso di quanti altri io me
n'abbia sentiti, ma non però lo stimo verace e conclu­
dente: anzi, ritenendo sempre avanti a gli occhi della
mente una saldissima dottrina, che già da persona dottis­
sima ed eminentissima appresi ed alla quale è foa.a quie­
tarsi15, so che amendue voi, interrogati se Iddio con la Sua
infinita potenza e sapienza poteva conferire all'elemento
dell'acqua il reciproco movimento, che in esso scor­
giamo, in altro modo che co 'l far muovere il vaso
contenente, so, dico, che risponderete, avere egli potuto
e saputo ciò fare in m olti modi , ed anco dall'intelletto
nostro inescogitabili . Onde io immediatamente vi con­
cludo, che, stante questo, soverchia arditezza sarebbe se

1 5 Probabile allusione al papa Urbano VIII (Maffeo Barberi n i ) .


Approfondimenti 63

altri volesse lim itare e coartare la divina potenza e sa­


p ienza ad una sua fantasia particolare16•

SALVIATI Mirabile e veratnente angelica dottrina: alla


quale molto co ncordemente risponde quell'altra, pur
divina, la quale, mentre ci co ncede il d isputare i ntorno
alla costi tuzione del mondo, ci soggi ugne ( forse acciò
che l ' esercizio delle menti umane non s i tro nchi o
anneghittisca) che non siamo per ritrovare l'opera fab­
bricata dalle Sue m a n i . Vaglia dunque l'esercizio per­
nlessoci ed ordinatoci da Dio per riconoscere e tanto
m aggiormente amm i rare l a grandeza Sua, quanto meno
ci troviamo idonei a penetrare i pro fondi abissi della
S ua i nfinita sap ienza1i.

SAG REDO E q uesta po trà esser l'ulti ma chiusa de i


nostri ragionamenti quatriduani: dopo i quali se piacerà
al S ig. Salviati prendersi qualche intervallo d i riposo,
conviene che dalla nostra curiosità gl i sia conceduto,
con condizio ne però che, quando gli sia meno i nco­
modo, torni a sodisfare al desiderio, i n particolare mio,
circa i problem i lasciati i nd ietro, e da me registrati per
p ro porgli in una o due altre sessioni , con forme al con­
ven uto; e sop ra tutto starò con estrema avidità aspet­
tando di sentire gl i elen1enti della nuova scienza del
nostro Accadetnico i n torno a i moti locali, naturale e

6
------

1 L'argomemo di Simplicio (Urbano VI II) è che il fenomeno delle marce


può avere una spi egaz i one diversa dal moto della Terra (il che, come
sa pp iamo è vero , perché le marce sono prodotte dall'attrazione lunare) ;
,

st: così non fosst:, secondo Simpl icio, la dimostrazione di tale moto
condona a partire dalle marce attribuirebbe al mondo un caracterc di
necessità, che coarterebbe l' onnipotema divina (il che non è vero, perché
in fisica non vige la stessa nccessi tà che vige in matematica) .
1i
Qu i Salvia ti (Gal ilei) sembra ad e r i re all' argomento d i Simplicio, ma in
modo ironico e comun q ue generico.
64 Galileo, Keplero e la nascita del metodo scientifico

violento. Ed i ntanto potremo, seco ndo il solito, andare


a gustare p er un'ora de' nostri freschi nella gondola che
ct aspetta.

G. Galilei, Opere, Edizione nazionale, Barbera, Fi renze 1 890�1 907, vol. VII,
pp . 4 8 8 89
� -

Òo

Johan nes Kepler (iralianizzato in Giovanni Keplero) nac­
que da una famiglia di n1odeste con dizioni a Weil, nei
pressi di Sroccarda, nel 1 57 1 . Fu avviato agli studi eccle­
siastici nel semi nario di Tubinga; grazie agli i nsegna­
rnenri di Michael Macsrlin apprese matematica e astro­
nomia e ven ne a co noscenza del sistema copernicano.
Nel 1 594 lasciò il semi nario per un posto di professore di
matematica a Graz, dove si fece una b uona fama come
astrologo. Allievo ( 1 600) e quindi successore di Tycho
Brahe alla corre dell' im peratore Rodolfo II a Praga, dal
1 6 1 2 al l 626 insegnò a Linz e in seguito dovette spostarsi
più volte, mentre gli stati tedeschi erano travolti dai
conflitti religiosi. Morì a Ratisbona nel 1 630.
Convinto assertore dd modello copernicano , osservò la
grande cometa dd l 597, la supernova del 1 604 e le
macchie solari (che gli permisero di scoprire la rotazione
so lare ) . Grazie alle s ue osservazioni e a quelle su Marre di
Brahe, arrivò a formulare le leggi sul moro dei pianeti
(Astronomia nova, 1 609; Harmonices mundi, 1 6 1 9) , che
contribuirono all'affermazione del modello eliocentrico
66 Galiko, Kepkro e la nascita del metodo scimtifico

e che servi rono a Newton per dedurre la legge della


gravitazione universale. Compì anche studi di ottica
(Dioptrice, 1 6 1 1 ) e lasciò le Tavole rudol ne sul moto
dei pianeti.

Le tre eggt
di Anna M aria Lombardi

..

• . «Ì grandi Jdla scienza» n. U, supplemento a <<Le Scienze» n. 37H,


febbraio 2000

N e l 1 604, dopo aver dedicato un i ntero anno alla


stesura dell'Optica, Keplero ritornò ai tentativi di offrire
una gi usti ficazione fisica al bizzarro moto di M arte.
I l tem po apparentemente rubato alla sua guerra contro
i l p ianeta rosso lo aveva in realtà arricchito con nuove e
potenti armi: la conoscenza dei fenomeni di rifrazio ne,
che gl i rendeva ora possibile correggere i dati a sua
d i sposizione; una buona fam i li arità con la famiglia
delle coniche; un'analisi approfondita delle proprietà
di quel l uogo geometrico che aveva battezzato «fuoco»;
e, non ultima, la consapevolezza che a volte, nella de­
scrizione dei fenomeni natu ral i , al tre coniche fossero da
preferi rs i rispetto alla circo nferenza.
Il secondo libro dell'Astronomia nova era terminato
con l a p resa di coscienza che una ricerca basata sugl i
antichi dogn1i dell'astronomia non poteva portare a una
descrizione esatta del sistema solare. «Quindi l'edificio
che abbiamo innalzato sulle fondamenta delle osserva-
68 Giz/iko, Kep/ero e la nascita da metodo scientifico
------

zion i di Tycho l'abbiamo rovesciato . . . Fu q uesta l a


punizione per aver seguito gli assiomi plausibili, ma in
realtà s bagliati, dei grandi uomini del passato. » [ . . ] .

Il punto di partenza scelto da Keplero per studiare


Marre fu quello di aumentare l� p recisione nella descri­
zione dell'orbita della Terra. E dal la Terra che pren­
diamo tutte le nostre misure, c ogni inesattezza sulla sua
posizione si rifletterà in un errore sistematico in tutti i
dati raccolti , im pedendoci di cogliere eventuali regola­
rità o leggi a essi sottostanti. I m magi niamo allora d i
considerare un punto particolare dell'orbita di M arte.
Il p i aneta ritornerà nello stesso punto dopo 687 giorni ,
ovvero dopo un periodo. Ma quando Marre si ritroverà
nella medesima posizione, la Terra sarà a sua vol ta i n un
punto diverso della propria orbita. Se ogn i vol ta misu­
riamo la posizione di Marte e del Sole rispetto alla
Terra, riusciremo, tramite una triangolazione, a calco­
lare la posizione del nostro pianeta come se lo si osser­
vasse da Marre, e, punto dopo punto, a ricostrui re la sua
orbita i n una maniera originale e molto precisa.
Purtroppo non è così facile p rocurarsi misure tanto
distanziare nel tempo: Keplero poteva solo contare s u
dieci m isure di Tycho e due sue. La fatica a cui s i
sottopose per ridisegnare l'orb ita terrestre in maniera
più precisa venne ripagata con un'inattesa scoperta. F i n
dai tempi del Mysterium cosmographicum Keplero aveva
compreso come il moto dei pianeti non fosse unifo rme,
ma ora scopre che anche la nostra Terra non si muove
con una velocità costante: il suo moto è tanto p i ù veloce
quanto più essa si trova in p rossimità del Sole. Ecco
quind i che è necessario generalizzare anche alla Terra
l' idea espressa nel Mysterium, ovvero che la fo rza che
muove i p i aneti è situata nel Sole, cd è inversamente
Approfondimmti 69

propo rzionale alla distanza. Ancora una vol ta Keplero si


sofferma sulla necessità che la descrizione definitiva del
sistema solare scaturisca dalle leggi della fisica. Ri torna
però subito dopo ai suoi conti, perché la ricerca delre­
satta orbita della Terra è tutt'altro che fi nita.
Keplero, che in quel momento dà ancora per scontato
i l p unto di vista secondo cui l'orbita della Terra è ci rco­
lare, prova a calcolarne l'eccentricità. Questa è sicura­
mente meno evidente di quella di Marre, ma, grazie alla
precisione raggiunta dai dati di Tycho, non è più trascu­
rabile. L'eccen tricità, per i contemporanei di Keplero, era
la distanza tra la posizion e del Sole medio e il centro del
cerchio che rappresenta l'orbita di un pianeta. Per defi­
nizione la Terra aveva quindi eccentricità nulla, poiché
era proprio il centro dell'orbita terrestre a essere chiamato
Sole medio. Asserire che anche la Terra possiede un' ec­
centricità, significa spostare il punto di riferimento dal
Sole medio (come era nel sistema copernicano) al Sole
«vero». Keplero ottiene per la Terra un'orbita di cui
conosce con grande precisione l'eccentricità? ma che
co ntinua a credere perfettamente ci rcolare. E intanto
preso da u n nuovo problema: se il moto del nostro
pianeta non ha velocità costante, come si può prevedere
dove si troverà a un determi nato istante? Keplero, che ha
i n mente una velocità inversamente proporzionale alla
distanza, divide una sem iorbita in centottanta spicchi.
Son1ma poi le distanze dal Sole AS + BS + . . . + NS, così
che i l totale sia proporzionale al tempo necessario a
percorrere il tragi tto tra O e N. Risolto il problema di
calcolare dopo quanto tempo la Terra si sarebbe trovata
in una data posizione, Keplero si pone il problema in­
verso, ovvero quello di individuare la posizione del pia­
neta a un fissato istante t0• Una b uona approssimazione si
70 Galileo, K�pkro � lA nascita del metodo scientifico

otteneva interpolando i dati di una tabella, ma sarebbe


stato un lavoraccio snervante e noioso l'essere costretti a
sommare tutte le diverse distanze nei diversi casi. Keplero
cerca allora una scorciatoia. Egli vede un'analogia tra il
suo problema e un tentativo di quadrarura del cerchio
ideato da Archimede: considerando che, a priori, si po­
trebbe dividere non solo in180 ma in infiniti spicchietti
la semiorbita, alla somma di tutte le infinite distanze che
si otterrebbero Keplero sostituisce l'area contenuta nella
porzione di orbita che si vuole considerare.
Da questa sostituzione nasce, nel capitolo 40 del terzo
libro dell'Astronomia, la cosiddetta «seconda legge di Ke­
plero>>, secondo la quale il raggio vettore descrive aree
eguali in tempi eguali. La velocità quindi non è affatto
costante, ma si ha n1inima velocità quando il pianeta è alla
sua massima distanza dal Sole, e viceversa·. Si noti come la
seconda legge risalga al 1602, e sia stata trovata quindi
con qualche anno di anticipo rispetto alla «prima)) legge; a
essa Keplero si riferirà in seguito come alla «legge delle
aree)) , considerandola un'approssi mazione dell' «ipotesi
fisica)), secondo la quale il tempo di percorrenza sarebbe
proporzionale alla somma di tutti i raggi vettore compresi
tra i due estremi dell'arco di orbita percorso.
Keplero si rende conto di aver utilizzato con appa­
rente ) eggerezza alcuni passaggi niente affatto giustifi­
cati . E cosciente che i due concetti «aree dei triangoli)) e
«somma di infinite distanze)) non sono esattamente
equivalenti : mette quindi subito alla prova la l egge
ricorrendo ai dati osservati vi relativi alla T erra e ottiene
la conferma che il sistema che utilizza le aree fornisce
ottimi risultati. Keplero argome nta che, probabil­
mente, la seconda legge è il frutto della composizione
di più approssimazioni che si compensano l' una l'altra.
Approfondimenti 71

Trovata un'orbita della Terra più corretta, Keplero si


rivolge nuova mente a Marre, affron tando un ulterio re,
lungo tour de vrce attraverso i cap itoli 4 1 -60, fino a
muovere lo scacco finale.
Il primo passo sta nel capire che l'orbita non è un
cerchio. Come leggiamo nel cap itolo 4 1 , se l'orbita
fosse un cerchio, una volta assegnate tre posizioni do­
vremm o essere i n grado di ricavarla in maniera univoca.
Keplero considera pertanto la posizione di Marte in tre
date: 25 ottobre l 595, 3 1 ottobre 1 590 e 3 1 dicembre
1 590, e individua l'equazione di una circo nferenza. Ma,
subito dopo, mostra come sia sufficiente sostituire uno
dei tre dati con un'altra misura, presa tra quelle a sua
disposizione, per ottenere un' orbita differente. Così,
al l'inizio del capitolo 42 si può leggere: «tu hai com­
preso, mio caro lettore, che ci tocca ricominciare dac­
capo . . . io sospetto che non si tratti di un cerchio». In
effetti , le misure gli mettono davanti agli occhi una
strana forma ovale. Ma Keplero, che già si è buttato
alle spalle il «dogma» del moto ci rcolare uniforme,
vuole comunque ancora tentare di trovare una classica
orbita ci rcolare. Intuisce come sia conveniente prendere
come fondamentali due punti notevoli dell'orbita di
Marre, afelio e perielio. Raccoglie qui ndi tutti i dati
disponibili, di modo che ha ora a disposizione due
punti fissi di riferimento per ogni congettura futura.
Ora, considerando afelio e perielio come estremi di un
diametro del cerchio, basterebbe dividere a metà per
ottenere il raggio. Il problema è che, cercando di utiliz­
zare tale raggio per le aree della seconda legge, questa
sembra ,non essere più affidabile, come lo era per la
Terra. E c o m e se, allontanandosi dalla linea degl i
apsidi, il raggio fosse «troppo lungo».
72 Galileo, Kepkro e la nascita da mdodo scimtifico
-- -- ------
--
-------- � ----------------- - �

Keplero non è stato il primo ad ammettere che l'or­


bita dei pianeti non è un cerchio perfetto, ma piuttosto
un ovale. Anche Copernico e Brahe avevano confezio­
nato un apposito modellino, il quale, grazie a un epici­
clo ci rcolare che si muoveva di moto uniforme su un
cerchio perfetto, riproduceva una forma leggermente
schiacciata, senza turbare le regole del «circolare)) e
dell' «uniforme)). Keplero è consapevole del fatto che
quelle erano solo approssimazioni, ma è pronto a riper­
correre anche tal i vecchie strade, pur di ricavare le regole
geometriche a cui quella strana forma, che i dati gli
mettono davanti agli occhi, ubbidisce. Rispolvera allora
un model lo che aveva esposto nel capitolo 39. Esso
prevedeva ancora un epiciclo che ruotava con moto
circolare uniforme, con il centro E mobile lungo un
cerchio di riferimento (il deferente) . La novità del cap i­
tolo 45 consiste nel fatto che ora E si muove di moto
non uniforme sul deferente. La differenza della compo­
sizione di moti immaginata da Keplero , rispetto a
quello di Copernico e Brahc, è che l'orbita risultante è
tutta conten uta n el cerchio di riferimento, mentre
quella era «Un po' fuori, un po' dentro)) il deferente. In
ogn i caso, Keplero non è soddisfatto di dover ricorrere a
un arti ficiale epiciclo, una specie di trucchetto geome­
trico, e scrive: «Così fu che restai nel mio errore, che
poco prima avevo iniziato a rimuovere, cioè che il
pianeta possegga una propria forza che lo guidi lungo
un epiciclo)). Il suo ideale consiste, invece, in una de­
scrizione del sistema solare in cui la forza dipenda solo
dal Sole e dalla distanza tra il pianeta e il Sole stesso.
La figura che ottiene con la composizione dci moti di
deferente ed epiciclo ha una forma si mile a un uovo , più
schiacciata vicino al periel io, più dilatata vici no all'afe-
Approfondimenti
-·�� ------ ------
73

l i o . Mentre era immediato calcolare l 'area dci settori


circolari, non è affatto chiaro come ottenere l 'area di
parti della figura irrego lare dell' ovoide. Per poter veri­
ficare speri m entalmente se la seconda legge è valida per
l ' ovoide composto da deferente più epiciclo, Keplero
dapprima dovrebbe individuare un modo per calcolare
i n maniera sempl ice la diftèrenza tra l'area di questo
ovoide e quello della ci rconferenza perfetta che lo con­
tiene. I n izia a questo punto una serie i ncredibile di
costruzioni geom etriche, tese a rintracciare eventuali
regolarità o similitudini da sfruttare. Keplero utilizza
tutti i termini classici della geometria astronomica e ne
b attezza anche di nuovi.
Trovare una qualche legge che metta in relazione una
figura regolare con una irregolare è un' i m p resa che
assorbe una gran quantità di ènergie a Keplero, il quale,
già un anno e mezzo p rima, il 4 luglio 1 603, aveva
scritto all'amico F abricius: «Se soltanto l'orbita fosse
un'ell isse, il problema sarebbe già stato risolto da Ar­
chimede e Apollonia». I m merso nei calcol i , torna a
ripetere allo stesso amico che l'orbita, «co m e fosse
un'ellisse», deve trovarsi esattam ente intermedia tra un
cerchio e un ovale. Decide, solo per setnplificare un po'
le cose, di approssimare l ' ovoide con un'ell isse perfetta,
e prova ad applicare la seconda legge ai dati sperimen­
tali. Ma non trova un buon accordo: se ci si allontana
dalla l inea degli apsidi, si vede ancora che il raggio
detern1i nato teoricamente è troppo lungo rispetto a
quello misurato.
A q uesto punto Keplero arriva a mettere in dubbio la
seconda legge. Forse le approssimazioni i ntrodotte per
passare dalla somma delle distanze all'area del settore
spazzato non erano lecite. Riprende così i calcoli, cleri-
74 Galiko, Kepkro � la nascita tkl m�todo scientifico

vandosi prima tutti i raggi vettori (che ora sono tutti


diversi, perché l'orbita non è più una circonferenza!) ,
poi sommandoli e confrontando i risultati con i dati
sperimentali. Purtroppo, la si tuazione è ben lontana
dalla precisione a cui Keplero aspira: «Tanto valeva
restare all'ipotesi vicaria» scrive sconsolato.
[ . . . ] Se solo esistesse una figura geometrica esatta­
mente contenuta tra il cerchio e l'ovale . . . Keplero ri­
parte di nuovo e raccoglie ventidue nuove osservazioni
di posizioni di Marre, le quali lo portano a dubitare del
proprio ovoide. Le misure mostrano una figura che non
è affatto schiacciata da una parte e rigonfia dali' al tra, ma
«quasi una ellisse perfetta».
Finalmente un'illuminazione consente di dare una
svolta definitiva allo studio dell'orbita. Si può forse par­
lare di fortuna, di caso, ma come scrive lo storico della
scienza Alexandre Koyré è questo un tipico esempio di
«quei casi che capitano soltanto a chi se li merita». Keplero
nota che alla longitudine media (ovvero a metà strada tra i
due apsidi) tanto l'angolo «equazione ottica>>, quanto la
larghezza della lunetta contenuta tra l'ovale e il cerchio
assumono il loro valore massimo. L'angolo raggiunge il
valore 5° 1 8', la cui secante è l 00 429; al raggio è assegnato
il valore l 00 000, e la lar ezza della l unula è 429. Bastava
considerare quindi la curva che si otteneva sostituendo al
raggio EB la seca nte EA, e in generale a HR la secante
Keplero comprende che quella che si ottiene «aggiu­
stando» in questo modo i l cerchio è proprio la strana
figura che ricostruiva sperimentalmente, e racconta che, a
quel punto, credette di risvegliarsi da un sogno.
Keplero è riuscito a ricostruire matematicamente la
sua curva, ma non è ancora soddisfa tto. Come poteva
avere un significato fisico la relazione trovata, che si
Approfondimenti 75
- -------

potrebbe sintetizzare scrivendo che la distanza del p ia­


neta dal Sole è data da r l + e cos�, dove e è l' eccen­
=

trici tà (AB ) , e � l'anomalia eccentrica, cioè riferita al


centro dell'ovale, ovvero a un puro punto matematico
di cui Keplero aveva sempre diffidato ?
Ancora una vol ta rispolvcra una vecchia idea che
aveva utilizzato quando riteneva che l 'orbita fosse ci r­
colare: le librazioni, e cioè quegli spostamenti minimi
l ungo il raggio vettore che unisce i l pianeta al Sole, e che
matematicamente s i rappresentano con l'ai uto di epici­
cli. In particolare Keplero ha in mente un effetto di tipo
magnetico sull'asse terrestre, che paragona a un remo
che avvicina e allontana la «nave)) dal Sole. Anche in
questo caso, però, non riesce a ottenere l'ellisse in modo
rigoroso. Questa forza magnetica, di cui abbiamo già
parlato, va a som marsi alla forza che i l Sole esercita su
\Utti i pianeti , la quale originerebbe un moto circolare.
E come se i pianeti fossero piccoli magneti e lungo
l'orbita si alternassero momenti in cui Sole e pianeta si
attraggono ad altri in cui si respingono.
Keplero i mmagina di poter controllare la teoria delle
l ibrazioni osservando la variazione di diametro solare.
Infatti, i l Sole apparirà tanto più grande, quanto più
vicina sarà la Terra in quel momento dell'anno. E Ke­
plero, grazie agl i studi sul diametro apparente del Sole,
aveva a disposizione dati molto precisi.
Egli compie, qui, un altro passo decisivo: sostituisce,
all'angolo anomalia eccentrica (�) , l'angolo anomal ia
vera (a) . La sostituzione gli permette di rendere final­
mente fisica la sua teoria, visto che l'angolo a ha vertice
nel Sole, e, soprattutto, la nuova relazione, r I + e cosa,
=

seppure formalmente simile a quella trovata in prece­


denza, rappresenta finalmente una vera e propria ellisse!
76 Galileo, Kep/ero e la nascita dei metodo scientifico
--- -� ---
-
--- --=---
------
-

Purtroppo questo risultato non è immediatamente


evidente a Keplero, che pertanto è indotto a tornare alla
teoria dell'ep iciclo, la quale approssimava l ' ovale a
un'ellisse. Cercando così una figura che resti intermedia
tra un cerchio e un'ell isse, osserva che deve sem plice­
mente essere una nuova ellisse, con l'asse mi nore più
corto. I passaggi sono alquanto complessi, ma final­
mente Keplero ottiene una descrizione matematica­
mente corretta (ricavando i l luogo geometrico «el lisse»
come dalle defin izioni classiche di luogo dei punti la cui
somma delle distanze dai due fuochi è eguale a una
costante) , fisicamente sensata (cioè in cui il moto è
ricondotto alle sue cause) e in accordo con i dati speri­
mental i. Il Sole viene a trovarsi nel fuoco dell'ellisse,
anche se il termine « fuoco», che Keplero aveva usato
ripetutamente nell'Optica, in questo con testo non verrà
mai utilizzato (mentre lo ritroveremo nel 1 622 all'in­
terno dell'Epitome, dove Keplero ripresenterà le sue
leggi in un quadro p i ù maturo) .
Al termine di questa sovrumana fatica, Keplero non
raccoglie grandi entusiasmi tra i col leghi . Viene anzi
criticato da Maestlin, Fabricius e Longomontano, soprat­
tutto per il suo ostinato esigere giustificazioni fisiche ai
suoi modelli. Keplero sostiene che «l'astronomia non deve
essere basata su ipotesi fittizie, ma sulle cause fisiche» e, in
una lettera a Herwart von Hohcnburg del l O feb­
braio 1 605, racconta che il suo scopo è «mostrare il mondo
non come una macchina animale ma come un orologio».
Uno dei risultati più importanti che sente di aver
raggi unto nell'Astronomia nova è quello d i aver sosti­
tuito la forza animale del Mysterium con una forza
«quasi magnetica», una forza fisica. Neppure le orbite
ellittiche ebbero una buona accoglienza presso i suoi
Approjòndimeuti 77
---- --- --· ---- ----- -- --

co n temporanei; anche G al i leo, sebbene a conoscenza


delle sue leggi (come si evince da una lettera di Federico
Ccsi del 1 6 1 2) , continuerà a utilizzare orbite circolari
nel Dialogo sopra i due massimi sistemi del mondo, tole­
maico e copernicano del 1 632. E, quando ci dice che l a
natura è geometrica, n o n nomina le ellissi, ma sola­
mente i più rassi curanti cerchi.
La forma ellittica dell'orbita mostrerà tutta la sua forza
nel caso di Mercurio. L'eccentricità di questo pianeta è
piuttosto elevata, così che risulta i mpossibile approssi­
mare il suo cammino con un cerch io. L'orbita di Mercu­
rio, infatti, aveva rappresentato per secoli un altro mi­
stero per gl i astronom i . Anche Copernico considera
Mercurio come un pianeta a sé stante, con un epiciclo
dal periodo sospetto di un anno. Non è così nella teoria di
Keplero, dove Mercurio diventa un pianeta come tutti
gli altri. La conferma si h a quando l ' astronomo, sfrut­
tando l a nuova forma del l'orbita, riesce a prevedere un
transito d i Mercurio sul Sole che avverrà nel l 63 1 , e che
non sarà purtroppo verificato dal nostro astronomo,
ormai morto, ma da Pierre Gassend i, il quale ne con­
fermerà l a precisione al decimo d i grado.
[. ]. .

Nel I 6 1 8 Keplero termina i cinque libri dell Harmo nices


'

mundi, ossia della «Scienza dell'armonia del mondo».


'

E l'opera che racchiude la sua terza legge, per la quale il


rapporto tra i l cubo del semiasse n1aggiore dell'orbita di
un pianeta e il quadrato della sua distanza dal Sole è
costante. Le prime due leggi so no esposte all' interno
dell'Astronomia nova, u n testo che può risultare com­
plesso, ma che non esitiamo a catalogare tra i classici
dell'astronomia. L'Harmonices mundi è invece l'espres-
78 Galileo, Keplero e la nascita del mrtodo scientifico
-
------ -

sione di un progetto universale, con il quale Keplero


intende mostrare come le leggi dell'Armonia si possano
scorgere ovunque nel cosmo. Lungo lo svolgersi dei suoi
cinque libri ritroveremo infatti le stesse relazioni armoni­
che, applicate di volta in volta alla geometria, alla poli­
tica, alla musica, all'astronomia c all'astrologia. Per poter
comprendere il piano generale dell'opera è dunque ne­
cessario abbattere qualsiasi barriera intellettuale che tenti
di separare le singole discipline. In caso contrario, si
avrebbe la sensazione di un discorso continuamente in­
terrotto, perché, nell'Harmonices mundi, le riflessioni sul
miglior modo di governare uno Stato o sull'applicazione
delle m ulte fanno seguito allo studio dei poliedri regolari
e precedono i capitoli dedicati agli influssi dei pianeti.
Sono abbastanza comprensi bili lo sconcerto e il disa­
gio che si provano nel dover gi ustificare, i n un simile
contesto, la presenza di una legge ai nostri occhi tanto
razionale. Secondo alcuni storici , tra i quali spicca per
scetticismo E. Dijksterhuis, è addirittura da escludere
che l'Harmonices mundi rivesta un effettivo interesse
scientifico. Secondo altri, Keplero scoprì quasi casual­
mente la terza legge, e la inserì poi in questo libro
«dedicato alla musica», i n modo da poterla dare al più
presto alle stampe. Molti contemporanei di Keplero ,
che pure erano più abituati a trattazioni in cui la scienza
era profondamente impregnata di filosofia, teologia e
studi astrologici, non si accorsero affatto della presenza
della terza legge in questo libro . Lo storico Gerald
Holton scrive che persino Newton ne sottoval utò l' im­
portanza, introducendo la terza legge, anonimamente,
come la relazione con esponente 3/2.
In realtà, l'Harmonices mundi è u n'opera compatta, il
cui disegno si delinea esplicitamente lungo tutta la sua
Approfondimm ti 79

stesura. Se si è disposti ad adottare un linguaggio ibrido,


che sfrutta strumenti e metodologie prese in prestito da
ambiti diversi, si potrà ten tare di seguire il lungo per­
co rso che portò Keplero dalla ricerca di una trama
armo nica delrun iverso sino alla formulazione della sua
terza legge. Sarà possibile comprendere rimportanza,
agli occh i di Keplero, del fatto che lo «Strano esponente
frazionario», il q uale caratterizzava la relazione tra se­
m iassi e periodi di rivol uzione, ven isse a coincidere con
lo stesso rapporto che permetteva di costruire la scala
musicale pitagorica. Si potrà infine parteci pare al suo
e ntusiasmo per il ri nvenimento non di una legge qua­
lu nque, ma di quella che egl i co nsiderava proprio l'a­
nello di congiunzione tra l'Armonia del mondo e la
M usica del Cielo. Così , non appari rà fuo ri luogo la
poco umile esclamazione di Keplero che si può leggere
nell 'in troduzione al V libro: «Posso ben aspettare cento
anni un lettore che comprenda ciò che ho scoperto, se
Dio ha aspettato scimila anni qualcuno che sapesse
meditare la sua creazione!».
Già nel Proemio, Keplero dichiara i l proprio pro­
gramma di ricerca, volto al rinvenimento di propor­
zio n i armon iche nei moti celesti . La presenza della terza
legge è poi implicita i n tutto il qui n to li bro. Il titolo,
Sull 'armonia per ettissima dei moti celesti e come dagli
stessi si ricavino eccentricità, semidiametri e tempi perio­
dici, ann uncia, se n o n il sicuro ritrovamento della legge,
una ben determinata volontà di ricerca.
Più i n generale, l'Hannonices mundi è fondato sulla
convinzione, ben radicata nella tradizione, che l'intero
creato, dal sistema solare alle relazioni umane, sia gover­
nato da leggi di A nnonia. La novità apportata da Keplero
consiste nel non decidere a priori in quale modo questa
80 Gtllileo, Keplero e la nascita del metodo scientifico

Armonia si esprima. Sino ad allora, l'impronta di Dio si


era dovuta scorgere esclusivamente nella perfezione del
moto circolare uniforme: non era quind i importante
quanto complesso fosse il sistema di epicicl i da utilizzare
per ottenere una descrizione corrispondente alle osserva­
zioni. Keplero nell'Astronomia nova aveva posto come
condizioni sia l'esattezza che questa descrizione doveva
manifestare, in quanto riflesso di una creazione divina,
sia la necessità di ricondurla a cause fisiche. Per queste
ragioni di fondo, nel momento in cui le o rbite ottenute
per sovrapposizione di cerchi si erano dimostrate appros­
simazioni insoddisfacenti, era stato pronto a i ntrapren­
dere strade i nesplorate.
Anche nell'Hannonices mundi assisti arno a un processo
di questo tipo. Esistevano già diversi tentativi di indivi­
duare particolari relazioni tra le distanze dei pianeti, così
da spiegare perché si trovassero proprio in quelle posi­
zioni. Fatnoso era il modello proposto da Robert Fludd
nell'Utriusque cosmi del l 6 1 7, che immaginava il sistema
solare come un gigantesco n1onocordo, accordato da una
mano divina, sul quale le distanze dei pianeti dal Sole
erano in proporzione con la lunghezza delle corde neces­
sarie a produrre determinate note. Ma, anche in questo
caso, le proporzioni risultavano essere semplici approssi­
mazioni, mentre Keplero sentiva l'esigenza di rinvenire
leggi esatte. L'idea che Keplero si proponeva di verificare
i n questo caso, e che lo avrebbe portato alla scoperta della
terza legge, era che forse non esistevano relazio ni sempli ci
di Armonia tra le distanze, ma che si p otevano rintracciare
leggi che legavano tra loro più parametri (distanza, eccen­
tricità, periodo).
Harmonices mundi è suddiviso i n c i nq ue libri più
un'appendice, come possiamo leggere nell'indice:
Approfondimeuti 81

Primo libro, geotnctrico, sulle figure regolari e le p ro­


porzioni arm o n iche che q ueste forn1ano.
Secondo libro, architetton ico, sulle figure regolari piane
e soli de.
Terzo libro, p rop riamente armonico, su «ciò che è per­
tinente al canto)) .
Quarto libro, metafisico, psicologico e astrologico, sul­
l ' armonia del la mente e dei raggi che d agi i oggetti
celesti discendono sulla Terra.
Quinto libro, astronom ico c metafisica , sull'armonia
del moto celeste.
Appendice.
Nell 'Appendice, Kcplcro vuole propo rre un confronto
analitico tra la prop ria opera e quelle considerate classi­
che, di Claudio Tolomeo c di Robert Fl udd. Anal izza il
terzo libro degli Armonici di Tolon1eo e la parte relativa
alla scienza degli armonici contenuta nell' Utriusque
cosmi di Fludd, c sostiene che ent ra mbi i testi, non
essendo basati sul sistema copernicano e non avendo
individuato le corrette relazioni tra i parametri plane­
tari, sono stati ormai superati dal lavo ro che egl i stesso
ha realizzato.
I primi due l i b ri dell'Harmonices mundi hanno la
funzione di equipaggiare il lettore con gl i strumenti
tecnici mutuati da matematica, geometria e scienza
degli armo nici necessari per la co mprensione del
seguito delr opera.
Fin dalle prime pagine, Keplero sostiene che il lin­
guaggio p i ù corretto nell'analisi dei problemi relativi
alla m usica è q uello geometrico. La geo metria era stata
ovviamente uti lizzata sin dall'antichità per descrivere i
fenomeni astronomici. Keplero si preoccupa allora, nel
82 Galil�o. Kepkro � la nasciuz del maotk scimtifico

primo libro dell 'Hannonices mundi, di mostrare la sua


utilità anche nell'ambito della scienza degli armonici:
gli studiosi che prima di lui si erano occupati di teoria
musicale avevano i nfatti preferito il linguaggio dell'a­
ritmetica, basandosi sulla tradizione pitagorica e sulla
classica suddivisione del Quadrivio (musica e aritme­
tica, astronomia e geometria) .
Keplero sottolinea, i nvece, come aritmetica e geome­
tria si differenzino per il fatto che, mentre la seconda è
una scienza adatta a studiare fenomeni di tipo continuo,
l'aritmetica si limita alla descrizione di quantità di­
screte. Questo è il motivo per cui egli ritiene la geome­
tria più efficace per u n modello musicale, in quanto egli
classifica il suono come un fenomeno continuo. I noltre,
1 n umen sono pure enttta astratte, e, perc1o, meno
. . . ' . '

adatti a studiare i fenomeni naturali di figure e propor­


zioni geometriche che invece, secondo Keplero, sono
copie imperfette del mondo fisico. Keplero era abi­
tuato, come ogni astro nomo classico, a impostare i
problemi secondo il metodo geometrico. I l linguaggio
geometrico costi tu iva ormai la base consol idata del
ragionamento deduttivo e, probabilmente, a Keplero
sembrò del tutto naturale affrontare con lo stesso lin­
guaggio anche il mondo dei fenomeni m usicali. L'uso
di un linguaggio com u ne diventava uno straordi nario
strumento che permetteva ai due modelli, quello astro­
nomico e quello m usicale, di interagi re fra loro in
maniera originale e fruttuosa, pur rappresentando og­
getti fisici ben disti nti.
La successiva preoccupazione di Keplero era quella di
dare una precisa definizione di ciò che egl i intendeva
per Armonia. Ciò che oggi ci sembra col legato solo alla
consonanza degli intervalli musicali, agli occhi dello
Approjòmlimmri ------ - -
83
-
-

scienziato i n fl uenzava i nvece un campo ben più vasto di


problern i . Un Dio che era Armonia doveva aver creato
con un ben preciso ordine non soltanto i l sistema mu­
sicale, bensì un gran numero di altre entità, tutte gover­
nate dall e stesse regolari tà. In particolare, Keplero rive­
l ava al lettare come egli s i p roponesse di rintracciare, in
qualche opportuno pararnetro del moto dei pianeti, le
stesse proporzionalità già state rilevate negli in tervalli
musicali co nsonanti.
Nel terzo libro il lettore, tecnicamente ben preparato
dalle pagine precedenti, viene messo di fronte ad alcu n i
tra i pu nti pri ncipali dell a scienza dell'armonia musi­
cale del Seicento, legati al fenomeno della consonanza.
I n particolare, Kep lero osserva come la co nso nanza
pern1etta di selezio nare, tra tutti, solo alcuni rapporti
nu merici ; e come, tra tutti gl i intervalli, si venga a
stabi l i re la superiorità dell a quinta, definita dal rap­
porto nu merico 3/2 e già utilizzata come fondamento
della scala p i tagorica.
Keplero dedica a questi tem i ampio spazio, ci tando le
teo rie a l ui note ed esprimendo i n teressanti considera­
zi o n i , per esempio, sulla rel azione tra frequenza di
vibrazione d i una corda e frequenza del suono emesso.
I l concetto cardine del terzo l ibro è che «l'Armonia è
un' attività dell'anima» . L'anima quindi, secondo Ke­
plero, presenta i n sé un archetipo di una più universale
Armonia, che l a pone i n grado di giudicare la conso­
nanza di un certo i n tervallo. Dopo aver messo i n rela­
zione tra loro i n tervall i musical i , rapporti numerici e
rapporti geo metrici , egl i riporta l e proprie soluzioni dci
problemi della consonanza. Per distinguere, tra tutti i
possibili i ntervalli , quel l i consonanti , ripropone l a pro­
pria teoria del 1 5 99, che utilizzava gli arch i tagl iati sul
84 (;ali/�o. &pkro � la nascita tkl m�todo scientifico

cerchio dai poligoni regolari. La sensazione gradevole


che questi producono in noi co rrisponde al riconosci­
mento, da parte dell'anima, del l'archetipo <<Armonia».
Keplero aveva quindi costruito un modello di Armonia
che la musica, da lui opportunamente ((tradotta» in lin­
guaggio geometrico, poteva confermare sensibilmente,
grazie allo sperimentale e ripetibile controllo dell'udito.
Attraverso tale modello, egli aveva selezionato particolari
rapporti n umerici, ((superiori» ad altri, che nella musica
coincidevano con i rapporti tra le lunghezze dei segmenti
di corda atti a produrre gli intervalli consonanti su un
monocordo. Nel seguito dell Ha1monices mundi, Keplero
'

cerca allora di determinare quali parametri, nell'ambito


dei moti ce1esti, sfruttino le stesse proporzioni.
Già nel Mysterium, ventidue anni prima, Keplero
aveva costruito un modello geometrico per rappresen­
tare il sistema solare, dove al posto dci poligoni regol ari
inscritti i n u n cerch io ven ivano utilizzati i poliedri
regolari i nscritti nella sfera. Ma quando, nel 1 60 0 ,
aveva raggiunto Tycho Brahc a Praga, con lo scopo di
controllare la validità della p ropria teoria, era stato
costretto ad ammettere che il modello era una sempl ice
approssi mazione. Keplero, nel frattempo, n e aveva
inoltre compreso un forte limite: esso non dava ragione
dei molti parametri che caratterizzavano ciascun pia­
neta. S ia la velocità, che oltretutto era variabile nel
tempo, sia l'eccentricità dell'orbita, infatti , non si ri­
conducevano i n maniera esplicita alla distanza dal Sole,
che era l' unica grandezza astronom ica considerata nel
modello del Mysterium.
La ricerca venne qui ndi indi rizzata a ricavare una legge
di Armonia che esprimesse una dipendenza tra la forma
delle orbite, ovvero l'eccentricità, e le distanze medie dei
Approfondimemi 85
----- - - - . - - ---- ------

si ngoli pianeti. Anche tale tentativo si rivelò infruttuoso,


ma Keplero non rinunciò all'idea che il sistema solare
dovesse essere governato da leggi armon iche. I ntuì allora
che le relazioni non erano da ricercarsi utilizzando le
distanze, bensì le velocità e, più specifìcatamente, le
velocità angolari calcolate rispetto al Sole nei due punti
estremi dell'afelio e del periel io. Costruì una tabella con
lo scopo di evidenziare eventuali correlazioni tra questi
valori.
Una vol ta riconosciute l e proprietà armoniche delle
orbite p lanetarie nelle loro velocità, massime e minime,
Keplero intraprende due perco rsi. Da una parte vuole
tradurre in musica instrurnentalis le armonie rintraccia­
bili nei cieli , grazi e al la corrispondenza rappo rto di
velocità <=> i ntervallo . Dall'al tra, desidera comprendere
attraverso quali al tri meccanismi armonici sia possi bile
descrivere il sistema planetario come sistema armonico
in tutti i suoi parametri, tenendo quindi conto, per
esempio, anche dei raggi medi del le orbite, delle eccen­
trici tà o del le masse dei pianeti.
Seguendo l a prima di queste due ipotesi di l avoro, tra
l e pagi ne del quinto l ibro, è possibile rintracciare quat­
tro modal ità proposte da Keplero per leggere l a «Musica
dei cieli».
l ) U n primo esempio dell' effetto musicale che si può
attribuire ai singol i p ianeti è presentato nell' ultima
colonna a destra della tabel la. Ciascun p ianeta è carat­
terizzato da un particol are intervallo musicale, corri­
spondente al rapporto tra la sua velocità minima (all 'a­
felio) e quella tnassima (al periel io) .
2) I n modo analogo, si possono calcolare i rapporti tra
velocità massime e m i nime di due pianeti «adiacenti»,
86 G'aliko, &pl�ro � la na.scita d�J maotk scimtifico
--------�-- -

ottenendo così altri due intervalli per ciascun abbina­


mento di pianeti. Questi si trovano nelle due colonne di
sinistra, dove !'«i ntervallo convergente» è quello che
confronta la veloci tà minima del p ianeta interno con la
velocità massima di quello esterno , mentre l' «intervallo
divergente» mette i n rapporto la velocità massima del
pianeta i n terno con la velocità m i n i m a di quello
esterno. Dalla tabella risulta che tutti gli i ntervalli,
tranne quell i relativi alla coppia Marte-Giove, sono
buone approssimazioni di interval li consonanti.
3) Sugli intervalli generati dai pianeti è possibile co­
struire delle scale, ponendo come nota fondamentale la
frequenza del sol basso, che è attribuita al la velocità di
Saturno, e riducendo poi ogni nota nell'ambito delrot­
tava di partenza.
4) Si può costruire un accordo a sei parti, considerando
i sei pianeti contemporaneamente. Se a ciascuna velo­
cità è associata una frequenza, nel corso delrorbita sarà
possibile ascol tare u n «gl issando» (ovvero un lento
cambi amento di frequenza) ; sovrapponendo le sei note
che sono contemporaneamente p rodotte i n ciascun
istante si ascolterà, per la maggior parte del tempo, un
accordo dissonante. Esistono tuttavia particolari dispo­
sizioni consona nti , il cui numero e qualità viene princi­
palmente determ i nato dai due pianeti che, avendo
un'orbita quasi circolare e quindi una velocità presso­
ché costante, «producono» in p ratica sempre la stessa
nota. I due pianeti sono la Terra (a cui corrisponde la
nota sol) e Venere ( mi-mi b) . Keplero individua in tutto
trentadue possibili accordi basati sulla sesta maggiore
sol- mi e sedici accordi basati sulla sesta m i nore sol- mi b.
Approfondimenti
� - - ·
---- ------ -----
87
. -

Queste quattro ricette permettono a Keplero di descrivere


un sistema solare che produce molteplici accordi, ma la
cui musica è solamente razionale, non sonora. Egli ap­
proda ora all'ulti mo stadio della propria ricerca di un'Ar­
monia celeste, nel quale sarà finalmente possibile incon­
trare quella che oggi prende il nome di «terza legge)),
Era ormai quasi inevitabile tentare di rintracciare una
dipendenza di tipo armonico tra raggi medi e velocità (e
quindi periodi di rivol uzione) . La tradizione sosteneva
infatti che esistesse una d ipendenza tra i raggi delle
orbite e gli intervalli musicali. Keplero aveva invece
dimostrato l'inesistenza di una simile relazione, mentre
era ri uscito a mostrare l'Armonia esistente tra le velocità
minime e n1ass i me dei pianeti. Di qui il bisogno di
trovare, come successivo anello di q uesta descrizi one
del sistema solare, una armonica relazione tra le due
categorie di paran1etri, cioè una legge di tipo propor­
zionale che stabil isce un legame tra le veloci tà (e qui ndi
peri odi di rivoluzione) c i raggi delle orbite.
La ricerca della legge co rretta era già iniziata ai tempi
del Mysterium, nel 1 596. Allora Keplero aveva notato una
dipendenza monotona tra i periodi dei pianeti e le loro
distanze dal Sole: il periodo di rivoluzione cresceva al­
l' aumentare della distanza di un pianeta dal Sole. Avendo
poi verificato che non si trattava di una semplice dipen­
denza lineare, ovvero che non valesse T1 l T2 r1 l r!. , aveva
=

proposto: T1 l T2 r1 l r2 l ( r1 l r2)1 r2 che si può appros­


• =

simare scrivendo: T1 l T2 ( r1 l rJ�


=

Se la dipendenza lineare difettava in un senso, quella


quadrati ca era però eccessiva nel l ' al tro. Eppure Ke­
plcro, ancora all' interno del l'Astronomia nova, sem­
brava accontentarsi della relazione tra distanze e qua­
drati dci periodi, che gli permetteva di fornire un'ulte-
88 Galileo, Keplero e k1 !lllSCita del metodo scientifico

riore prova dell' anda men to che egli stesso aveva ipotiz­
zato immaginando che la forza esercitata sui pian eti dal
Sole fosse inversamente p roporzionale rispetto alla di­

stanza: T : (orbita/«forza») : rl r- r • 1
=

Diversi storici della scienza ritengono che Kcplero si


fosse già accorto di come questa fosse soltanto una
prima approssi mazione, e fosse gi � da anni alla ricerca
di una formulazione più corretta. E a questo punto che
sembra lecito domandarsi se, fra tutte le possibi l i com­
binazioni di potenze dei periodi e dei raggi medi, non ve
ne fossero alcune, dal punto di vista di Keplero, «prefe­
ribili» a priori. La maggior parte delle ricostruzio n i
storiche è basata sull'idea che l'esponente corretto, pari
a 3/2, sia scaturito per tentativi, essendo, q uesto valore,
giusto a metà tra i due esponenti utilizzati in p rece­
denza. Alexandre Koyré confessa, invece, di ritenere un
tale procedimento assai poco kepleriano, aggiungendo
che sia probabile una qualche si nergia tra gli interessi
armon ici, da cui l'astronomo era assorbito in quegli
anni, e la ricerca della legge astronomica.
Che la scelta d eli ' esponente fosse i n perfetto accordo
con gli intenti deii 'Harmonices mundi risulta evidente:
la proporzione sesquialtera (il rapporto 3/2) reggeva
tutto il sistema musicale pitagorico, come Keplero sot­
tol ineava più volte nel corso dell 'opera. Nel terzo libro,
ded icato agli intervalli musicali, Keplero aveva antici­
pato che questi gli sarebbero serviti più tardi, nel quinto
libro, per descrivere l'ordine dei moti celesti; parlando
poi dell'intervallo di quinta (che è quello prodotto dalla
proporzione sesquialtera) , egli aveva avvertito che sa­
rebbe tornato sull'argomento studiando il moto dei
corpi celesti , mentre non vi erano simili rimandi nelle
trattazioni degli al tri intervalli.
Approjòndimmti 89
-

Leggiamo ora il resoconto dello stesso Keplero, come


è ripo rtato nel terLo capitolo del quinto libro del l Har­'

morzices murzdi. Egl i ci racconta che già 1'8 marzo di


quell 'anno aveva scri tto la legge esatta, ma l'aveva scar­
tata credendola imprecisa: semplicemente, aveva sba­
gliato i co nti . Ma, il l 5 m aggio, l'idea s i era ri presentata
e, fi nalmente, «l 'ebbe vin ta sulle teneb re della mia
mente» . Erano stati necessari «ventidue an ni di attesa)) ,
da quando, nel Mysterium cosmographicum, aveva ini­
ziato il suo progetto di un universo di Armonia; l' idea
era « talmente in armonia con i miei ultimi diciassette
an ni di lavoro sulle osservazioni di Tycho, come pure
con i tniei studi attual i, che sulle prime pensai di so­
gnare e di stare assumendo come principio assodato
q ualcosa che era ancora oggetto di ricerca)) . Ecco dun­
que la chiave che permetterà a Keplero di accedere
all'ascolto dell 'Armonia celeste: «Infine, è cosa certis­
s i ma ed esattissima che la p roporzione che lega i tempi
,

periodici di ciascuna coppia di pianeti, sia precisamente


la propo rzione sesquialtera delle distanze medie» .
Keplero non si accontenta della bellezza formale del
pro p rio progetto. Di seguito alla forrnulazione della
terza legge, negl i ultimi capi toli del quinto libro, sono
ri portate le conferme speri mental i, ottenute util izzando
i dati di Tyc ho Brahe. Con i nuovi rapporti tra velocità
m i n i m e e m assime, Keplero ricalcola eccen tricità e
velocità medie c, sfruttando la terza legge, le distanze
medie dei pianeti dal Sole. In una tabella di compara­
zione si possono confro ntare i valori così ricavati con
q uel li sperim entalm ente osservati da Tycho B rahe,
men tre, nella prima colonn a, sono riportati i valori
dedotti dalla «vecchia» teoria dci poliedri regolari del
Mysterium.
90 Gizlilro, Kepkro e la nasciUJ tiri metodo scimtifico
-- -------

'

E interessante che Keplero abbia p roposto una tavola


di confro nto tra le previsioni ottenute con il metodo dei
poliedri, quelle ricavate con le p roporzioni armoniche e
quelle misurate sperimental mente, quasi a suggerire al
lettore che la rappresentazione armonica sia da prefe­
rirsi sulla base dei dati sperimentali. Per quell'epoca
rappresenta infatti un fatto straordinario che Keplero
sia stato disposto a mettere radicalmente in gioco il
proprio modello, per quanto metafisica esso fosse, at­
traverso il confronto con il dato sperimentale: egli aveva
assegnato alle discrepanze tra teoria e misure l'autorità
di esigere la modifica della teo ria stessa. In q uesto
atteggi amento è possibile sco rgere in Kep l ero u n
aspetto di autentica modernità.
Al termine del l Harmo n ices mundi, lo stesso autore
'

riassume il percorso, che, in ventiquattro anni, lo ha


portato alla scoperta della terza legge. I n una lucida
sintesi , egli ricorda la successione delle diverse ipotesi, il
modo in cui era arrivato a comprendere che queste non
erano corrette e, infine, l'illuminazione finale, che gli
permette di confermare la propria concezione armonica
dell'universo.

Anna M aria Lombardi si è laurcara in fisica p rc:sso l'U niversità degli Srudi
di Milano cd è dottore di ricerca i n fisica teorica; i suoi studi in storia della
fisica si sono concentrati i n particolare sulla figura di Giovanni Keplero c
sulla storia della fisica tra Ottocento e Novecento.
IN SINTESI


In precedenza abb iamo parlato di Tolomeo e di


Copernico e dei loro due grandi sistemi : il sistema
tolem aico o geocentrico , con al centro la 'Terra, e i l
sistema copernicano o el iocentrico, con al centro i l
Sole.
Una settantina di anni dopo la pubblicazione del
libro d i Copernico, la scienza raggiunse la sua mag­
giore età. Che cosa accadde, e come? Col passaggio
del secolo, tra il l 5 00 e il l 600, successe quello che
noi o ggi chiameremmo, in linguaggio scienti fico ,
una «mutazione di fase».
Arrivarono due altri grandi personaggi , G alileo e
Keplero, che oggi vediamo come i simboli del pas­
saggio di consegne che segnò l ' i n izio della scienza
moderna. Due personaggi simili per alcuni aspetti ,
ma comple tamente diversi per altri . Diversi per
ovvi motivi : Keplero viveva nel centro dell'Europa
e parlava tedesco, mentre Galileo viveva nel meri-
In precedenza abbiamo parlato di Tolomeo e di
Copernico e dei loro d ue grandi sistemi: il sistema
tolem aico o geocentrico , con al centro la Terra, e il
sistema copernicano o eliocentrico, con al centro il
Sole.
Una settantina di anni dopo la pubblicazione del
l i b ro di Copernico , l a scienza raggiunse la sua mag­
gio re età. Che cosa accadde, e co me? Col passaggio
del secolo, tra il 1 5 00 e il 1 600, successe quello che
noi oggi chia1nerem mo, in linguaggio scientifico,
una « m utazione di fase».
Arrivarono due al tri grandi perso naggi, G alileo e
Keplero, che oggi vediamo come i simboli del pas­
saggio di consegne che segnò l'inizio della scienza
moderna. Due personaggi simili per alcuni aspetti ,
ma completamente diversi per altri. D iversi per
ovvi motivi : Keplero viveva nel centro dell'Europa
e parlava tedesco , mentre Gali leo viveva nel meri-
94 Galiko, Keplero e la n
ascita titl metodo scientifico

dione dell'Europa ed era italiano. Ma le loro diffe­


renze erano ben più sostanziali di queste.
Gal ileo era il prototipo di quello che oggi chia­
meremmo lo scienziato sperimentale, grazie alle
grandi scoperte che fece col cannocchiale, con i
piani inclinati e con il pendolo. Keplero era invece
il prototipo di quello che oggi chiameremmo uno
scienziato teorico, grazie al le conseguenze che
seppe derivare dalle osservazioni che erano state
raccolte dal suo maestro Tycho B rahe.
La grande scoperta di Keplero furono le s ue
famose tre leggi , che descrivono il moto dei pianeti
attorno al Sole, e rappresentano i pilastri su cui fu
costrui ta l'astronomia moderna. Le grandi scoperte
di Galileo furono invece le leggi del moto unifo rme
e del moto accelerato, in particolare quelle che
descrivono il moto dei proiettili.
Galileo scoprì che il percorso dei pro ietti li è
parabolico, mentre Keplero scoprì che i l percorso
dei pianeti intorno al Sole è ellittico . uesto è
interessante, perché l a parabola e l'ellisse sono d ue
figure m atematiche, chiamate «sezioni coniche» ,
che erano state studiate da Apollonia circa duemila
anni prima. Per secoli erano rimaste sepolte nelle
biblioteche, e interessavano soltanto i matematici.
Ma poi , i m provvisamente, agli inizi del 1 600 fu­
rono riprese e applicate da Keplero e G alileo. ue­
sto mostra com e nella matematica niente vada per­
duto: q uello che si scopre p uò non avere un im­
p iego pratic o i mme diato , ma m agari lo trova seco l i
o millenni dopo.
In simesi di Piergiorgio Odifreddi - - - - ·- ----- -
95
- -

Con Galileo e Keplero l 'astro nom ia, e più in ge­


nerale la fisica e la scienza, entrano in un nuovo
periodo, a partire dal quale le osservazioni vengono
co niugate con la matematica. Di qui deriva la bel­
lissima metafora che Gal ileo propose nel Saggiatore,
della natura come un grande l ibro, scritto in linguag­
gio matematico . Per capi re questo l ibro, per poterlo
leggere, dobbiamo imparare il linguaggio in cui è
scri tto, cioè dobbiamo i mparare la matematica. Che
è i l m otivo per cui siamo appunto partiti da essa, e
ora abbia rno cominciato a vedere come questo lin­
guaggio è stato applicato nella scienza.