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Echi danteschi nell'italiano letterario e non letterario

Author(s): LUCA SERIANNI


Source: Italica , Summer 2013, Vol. 90, No. 2 (Summer 2013), pp. 290-298
Published by: American Association of Teachers of Italian

Stable URL: https://www.jstor.org/stable/23474998

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Echi danteschi nell'italiano letterario e
non letterario

Le hanno
celebrazioni del centocinquantenario
rinnovato dell'Unità
l'interesse per la percezione dei italiana, nel 2011,
grandi scrittori
nella memoria collettiva e nella stessa costruzione dell'identità
nazionale1. Non fu solo Dante, com'è noto, a essere celebrato nel p
theon dei grandi scrittori considerati precursori del Risorgimento: ba
pensare al Petrarca, al quale in quest'ottica qualche anno fa Moni
Berté ha dedicato una brillante monografia2.
La reinterpretazione in chiave risorgimentale ha toccato entrambi
poeti, accomunati da una biografia segnata da continue peregrinazion
lontano dalla terra natale e dalla passione per gli eventi civili del lor
tempo. L'intera vicenda biografica di Dante, e il suo esilio per motiv
politici, si prestavano bene a essere letti come la prefigurazione dell'
sule cara al Romanticismo; del Petrarca contò molto la canzone
all'Italia e l'avversione alle milizie mercenarie lì vigorosamente procla
mata. Ma non solo. Quando Giuseppe Verdi lavorava alla nuova edi
zione del Simon Boccanegra, nel 1880, immaginò un finale del tutto di
verso per l'atto primo, dominato dalla figura del Petrarca, «il romito di
Sorga» del libretto, che esorta Dandolo e Boccanegra a non «intrapren
dere una lotta fratricida, ché entrambi erano figli d'una stessa madre
l'Italia et. et. ...»; commentando significativamente, nella stessa lettera
a Ricordi: «Sublime questo sentimento d'una Patria Italiana in quell'e
poca!» (70)3.
Se Petrarca ha contato innegabilmente di più per la storia delle isti
tuzioni letterarie, in forza della replicabilità del modello del can
zoniere, il Dante della Commedia ha avuto una più diretta capacità di
sollecitare l'immaginario simbolico, talvolta producendo vere e pro
prie allucinazioni: notissima quella di un rispettabile dantista tedesco,
Alfred Bassermann, che volle vedere nel Veltro la prefigurazione di
Hitler e nel DVX che si ricava dal «cinquecento diece e cinque» di
Purg., XXXIII43 quella di Mussolini. Ma a parte singole aberrazioni dei
critici, quel che conta è che Dante, in Italia, è stato più largamente re
cepito (ossia: letto e mandato a memoria) nella massa anonima dei
lettori, anche umili.
Nell'Ottocento l'ammirazione per Dante circola tanto nella lettera
tura di consumo, o comunque destinata a un pubblico di facile con
tentatura, quanto in quella alta, se non specialistica. Nel primo caso
possiamo ricordare il racconto Dante a Ravenna di Erasmo Pistoiesi
(1844), occasione «di sfogo di quell'afflato civile dentro le cui maglie
l'Ottocento avvolse la figura di Dante» (Caruso 17) o L'amore di Dante
di Luigi Capranica (1864), in cui all'Alighieri viene messo in bocca un
Italica Volume 90 Number 2 (2013)

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Echi danteschi nell'italiano letterario e non letterario 291

auspicio ingenuamente anacronistico: «Ah spero un giorno dare


agl'Italiani un linguaggio comune, perché s'intendano! Una essendo la
lingua, una diverrà la nazione!» (27). Come esempio della seconda
linea citerò un nome illustre, quello di Cesare Balbo, che apre la sua
Vita di Dante (1839) con queste parole:
Se Dante non fosse stato altro che poeta o letterato, io lascerei l'assunto di
scriverne a tanti, meglio di me esercitati nell'arte divina della poesia, o in
quella così ardua della critica. Ma Dante è gran parte della storia d'Italia;
[. . .] non avendo potuto o saputo ritrarre la vita di tutta la nazione italiana,
tento ritrarre quella almeno dell'Italiano che più di niun altro raccolse in sé
l'ingegno, le virtù, i vizi, le fortune della patria. Egli ad un tempo uomo
d'azioni e di lettere, come furono i migliori nostri; egli uomo di parte; egli
esule, ramingo, povero, traente dall'avversità nuove forze e nuova gloria;
egli portato dalle ardenti passioni meridionali fuori di quella moderazione,
che era nella sua altissima mente; egli, più che da niun altro pensiero,
accompagnato lungo tutta la vita sua dall'amore; egli insomma l'italiano
più italiano che sia stato mai (7-8)4.

Oggi potremmo non solo prendere le distanze, ma persino sorridere


di qualche affermazione, come lo stereotipo dei "meridionali" appas
sionati e la percezione come tale, per il torinese Balbo, di chi era nato
in riva all'Arno, non al Volturno o al Simeto. Resta però l'immagine,
netta ed efficace, di un personaggio avvertito come icona di una comu
nità: non solo per la sua altezza poetica, ma per la capacità di far vi
brare corde emotive largamente condivise. Quelle stesse corde che,
anni dopo, sarebbero state sollecitate dai redattori della Gazzetta del
Massachussets, uno dei più importanti giornali della comunità italo
americana del New England fondato nel 1903: Dante «era considerato
all'origine stessa della cultura e dell'orgoglio patriottico» e la «sua pre
senza emerge anche in certe affermazioni in cui l'aggettivo "volgare"
appare, in contesti moderni e di cronaca, in opposizione all'inglese e
con tutta la sua pregnanza semantica dantesca» (Pierno 91).
Ma punterò su Dante non come simbolo identitario, bensì come sim
bolo linguistico, insomma come padre della lingua italiana, per usare
un'immagine tradizionale. Qualche anno fa, in una pregevole mono
grafia, Riccardo Tesi ha eccepito sulla legittimità di questa definizione,
ritenendo che non si tratti se non di un «pregiudizio [...] duro a
morire» (71). Da parte mia credo che, pur senza sottovalutare il ritmo
evolutivo della lingua (e sia pure di una lingua prevalentemente scritta
com'è stata per molti secoli la nostra), si debba intanto sottolineare il
forte indice di stabilità delle strutture fonologiche e morfologiche, vale
a dire delle componenti più profonde e strutturanti per individuare la
fisionomia di una lingua. Quanto a Dante, si può senz'altro cedere la
parola a Tullio De Mauro—che non è uno studioso sospetto di pas
satismo patriottardo—il quale, affrontando il tema della stratificazione
diacronica del lessico italiano, ha scritto:

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292 Luca Serianni

Quando Dante comincia a scrivere la Commedia il vocabolario


è già costituito al 60%. La Commedia lo fa proprio, lo integra
lo trasmette nei secoli fino a noi. Alla fine del Trecento il vocabolario
fondamentale italiano è configurato e completo al 90%. Ben poco è sta
aggiunto nei secoli seguenti. Tutte le volte che ci è dato di parlare con le su
parole, e accade quando riusciamo a essere assai chiari, non è enfasi retorica
dire che parliamo la lingua di Dante. È un fatto (1166).

Naturalmente, si potrà precisare che in un certo numero di casi si h


condivisione del significante, ossia della materiale struttura fonetica
delle parole, non del significato: leggendo il primo canto dell'Inferno
per esempio, ci imbattiamo in almeno cinque vocaboli (rubricati come
appartenenti al lessico "fondamentale" nella classificazione di De
Mauro, tranne parente, considerato "di alto uso") che hanno un signif
cato diverso da quello attuale: parenti 'genitori' 68, noia 'angoscia' 76, c
car 'esplorare' 84, convien 'è indispensabile' 91, salute 'salvezza' 106. M
si tratta di precisazioni marginali, che non intaccano l'assunto di fondo
Oltre a singoli vocaboli, grazie a Dante sono entrate in circolo
espressioni memorabili o semplici locuzioni estratte dalla Commedia5.
La forza d'urto dei lacerti danteschi è condizionata dalla popolarità de
canti (maggiore dunque per l'Inferno che per le altre cantiche); dall'ag
gancio a un personaggio, non necessariamente centrale nell'econom
del poema6; dalla trasparenza del passo o del lessema7, qualche volt
incerto nello stesso assetto testuale. In alcuni casi l'origine dantesca si
è obliterata e la parola o la locuzione nuota liberamente, ma senza nes
sun blasone di nobiltà, nel gran mare della lingua.

Per distinguere le due fattispecie può essere dirimente la singol


forma flessa. Il verbo inurbarsi, caratteristico parasintetico dantesco,
legge in un canto famoso, Purg., XXVI, 69, in una similitudine che ra
presenta lo stupore dei lussuriosi alle parole di autopresentazione
Dante; uno stupore che evoca quello del montanaro «quando rozzo
salvatico s'inurba.» È facile constatare che oggi inurbarsi è un verbo a
operato, soprattutto nella lingua scritta8, senza nessun ricordo d
poema; gli àmbiti sono i più vari, dalla cronaca sociale (in un camp
profughi africano «accampano 134 mila somali che non possono n
tornare a casa né inurbarsi in Kenya» 5.7.2003)9 alla letteratu
(«Beolco [. ..] si concentra sulla miseria dei contadini sradicati dalla
campagna e costretti a inurbarsi» 4.1.2002), al pezzo di costume («sta
tisticamente la stragrande maggioranza dei nostri contemporanei,
chissà perché, pretende di inurbarsi» 24.6.2005). Non mancano l'im
pronta letteraria di un raffinato scrittore, Guido Ceronetti («tutta la
montagna che ha preteso inurbarsi ha contribuito ad estendere gli in
ferni urbani» 16.9.2004), né l'uso ironico di una brillante giornalista,
Lietta Tornabuoni («una specie di Tarzan inurbatosi per amore»
29.4.2006). Ma se guardiamo alla specifica forma dantesca, inurba, e alle
altre tre presenze nella tradizione letteraria10, ricaviamo un ricordo

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certo e uno probabile: il primo è nel Morgante, XXV 299 («ché non
sanza cagion lupo si inurba»; depongono per una specifica connes
sione intertestuale il fatto che fino al Pulci il verbo non risulta usato da
altri; la posizione in clausola; infine la rima con turba, anche se si deve
tener conto che si tratta di rima difficile e dunque la rosa dei rimanti
possibili è ristretta); quello probabile è in un romanzo di Pratesi,
L'eredità (1883), in cui spicca l'affinità del contesto: «la tattica del con
tadino toscano che spesso s'inurba.» Il terzo esempio che emerge dalla
LIZ (dall'Odissea di Pindemonte, VI 413; a rigore, imperativo non in
dicativo) non ha rapporti diretti con l'antecedente dantesco: «allor che
giunta / mi crederai, tu pur t'inurba e cerca / il palagio del re.»

Nessuna eco dantesca si percepisce in una locuzione arcaizzante,


per li rami («Rade volte risurge per li rami / l'umana probitate» Purg.,
VII 121-122), col valore di 'risalendo una linea di discendenza (nei due
sensi: dal capostipite ai discendenti o viceversa)'. La locuzione non
sembra registrata nei grandi dizionari dell'uso, ma è tutt'altro che rara:
tralasciando l'uso giornalistico, possiamo citare due esempi letterari11,
da Malaparte, La pelle («attraverso Luigi Filippo scende per li rami fino
ai grands bourgeois di M. Thiers») e da Lalla Romano, Le parole tra noi
leggere («Ciò significava, per me, il rinascere per li rami dell'ingenu
ità»). Assai curioso è il caso dell'espressione dalla cintola in su, estratta
dal canto di Farinata («da la cintola in su tutto il vedrai» Inf., X 33), che
con totale obliterazione del contesto originario viene usata nel lessico
tecnico del calcio, in riferimento ai ruoli di 'centrocampo e attacco'
(dalla cintola in su) e, per quanto riguarda la filiazione parallela dalla
cintola in giù, di 'centrocampo e difesa': «stasera dalla cintola in su si
replica la nazionale di Kiev.»12
Quanto alle riprese esplicite, ne sono indizi, in ordine di forza pro
batoria, i seguenti: a) coincidenza di un'espressione o di un sintagma;
b) rarità del vocabolo implicato; c) e d) presenza in quel contesto di al
tri elementi lessicali danteschi e, in poesia, coincidenza di rime;
trascurabile invece un ultimo parametro, e), relativo all'affinità di con
tenuti e di situazioni narrative. Procediamo a una sommaria esemplifi
cazione, attinta alla letteratura del passato e ai giornali d'oggi («La
Stampa» e «Il Corriere della Sera,» sondati per tutto il 2010).
Il requisito a) è soddisfatto in casi in cui il rimando a versi famosi è
evidente. Le bramose canne non possono essere se non quelle di Cerbero
(Inf., VI 27) e questo era noto non solo ad Annibal Caro, che ripete esat
tamente il verso dantesco in un contesto analogo (VI 621 )13, ma anche
al Rovani che in Cento anni arieggia il dantismo con ironia («se noi
avessimo una sorella od una figlia ci guarderemmo bene di gettarla
nelle bramose canne di questi galantuomini»).
Lo stesso vale per il fiero pasto del conte Ugolino; anche qui il cele
berrimo verso è ripreso puntualmente dal Marino (Adone, XIV 166)14,
ma era certo ben presente a Serafino Aquilano, all'Ariosto (Orlando

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furioso) e poi al Monti (Bassvilliana), che usano tutt


clausola. L'allusione dantesca è adibita con chiara con
registro ironico-brillante da E. Minucci («La Stampa,
scrive: «L'Aperol è ancora lì, sulla tovaglia, intonso, ghi
prattutto circondato da quel che resta del fiero pasto d
Particolare il caso di una dittologia che compare in In
mi fa tremar le vene e i polsi.» Dichiarate le imitazioni d
tore dell'Iliade (XVIII 330: «facea loro tremar le vene e i
dei Troiani atterriti da Achille) e del Leopardi visio
pressamento della morte, ricco di echi danteschi (II126: «
e i polsi i' mi sentia»). Ma nelle frequenti riprese g
locuzione è stata banalizzata—anche perché, compren
persa consapevolezza del fatto che nel passo dantesco
'arterie'—diventando tremare le vene ai (o meno spesso:

«La Stampa»: «un rompicapo da far tremare le ve


Romano, 7.2), «Un lavoro da far tremare le vene ai
Mattina, 11.3), «A far tremar le vene ai polsi del
Grinzane [...] ora ci si mette pure la letteratura» (L.
«all'ACNA, un nome che fa tremare le vene ai polsi»
«Il Corriere della Sera»: «il nome dell'ex premier belg
non è certo di quelli che possano far tremare le ve
Pechino» (O. Riva, 11.2), «la partita che si gioca a Gallar
che fanno tremare le vene dei polsi» (M. Parilli, 18.3
Palermo, alle prese oggi con problemi da far tremare le
(S. Rizzo, 17.6), «Incarico tremendo, da far tremare l
(dichiarazione del presidente della Regione siciliana
Rizzo, 10.7), «gestire un'azienda municipalizzata è c
tremare le vene ai polsi» (S. Rizzo, 19.9).

Anche il disiato (o desiato) riso rimanda immediatame


evocata da Francesca da Rimini (Inf., V 133). Se non
brità della iunctura, potremmo additare la presenza in
per Giusto de' Conti (requisito d; «Fa che io riveggia il
la concorrenza di vocaboli tipicamente legati all'epi
come bocca e baciare, come avviene nella Gerusalemme
Tasso, XXII 5915 in cui si parla, castamente, di un padr
Argante, e del bambino (requisiti c e d; «e de la bocca il
bacia») e nell'Adone del Marino, III 28, in cui si rappr
castamente, le tenerezze profuse da Venere al vezzoso f
tenuto in grembo («Or degli occhi ribacia il raggio arde
bocca il desiato riso»).
Un grande scrittore può alludere in modo più discreto a un dan
tismo famoso, ricalcandolo senza ripeterne le componenti. È quel che
fa il Tasso quando, nel coro del primo atto dell' Aminta, condensa il

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rimpianto per la mitica età dell'oro, in cui tutto era concesso, con la
sentenza «s'ei piace, ei lice»; in filigrana risaliamo facilmente alla
Semiramide dantesca «che libito fé licito in sua legge» (Inf., V 56).
Risponde variamente ai requisiti b), c) e d) il caso di delubro, uno dei
tanti latinismi che punteggiano il sesto canto del Paradiso («che fu ser
rato a Giano il suo delubro», v. 81 [: colubro : rubro]). Delubro è raro, ma
non rarissimo, nella nostra tradizione letteraria; un'eco dantesca si può
cogliere in un verso di Salvator Rosa (Satire, L'invidia, 552: «quivi ove
Giove ultore ebbe il delubro»; requisiti b e d) e in un verso del secen
tista Battista, che si legge nella terzina conclusiva di un sonetto di am
bientazione pastorale, nel quale il poeta ostenta indifferenza alle
pompe della carriera ecclesiastica: «E schiuda pure il suo delubro
Giano, / ch'io godo pace, e nulla angoscia io sento / ch'a me porpore
nieghi il Vaticano» (requisiti b e c).
Concludiamo questa rassegna indicando non una parola o una
locuzione, ma un meccanismo di formazione delle parole tipico di
Dante: la creazione di verbi parasintetici formati col prefisso illativo
in-, audacemente tratti da pronomi personali (intuarsi, immiarsi), nu
merali immillarsi), avverbi (innoltrarsi, insemprarsi), oltre che da nomi
(incielarsi, imparadisarsi, impolarsi e il già citato inurbarsi). Torquato
Tasso, parlando nei Discorsi dell'arte poetica del «nome che, non essendo
mai stato usato da alcuno, il poeta il fa di nuovo» (Scritti sull'arte poeti
ca 289), esemplifica per Dante questa categoria citando, oltre al dubbio
binato di Purg., XXXII 47, solo parasintetici con in-: «intuassi, immii, in
ciela, impola, imparadisa, inoltra, insempra.» Un secolo dopo, Francesco
Saverio Quadrio menzionava alcuni «novellismi» danteschi: anche in
questo caso la maggioranza è costituita da parasintetici con in- (impara
disare, intuare, immiarsi, illujarsi, indiarsi, insemprarsi, mostrare; oltre a
pennelleggiare, avvalorare, ondeggiare e all'onomatopea crich). Non tutte
queste formazioni saranno effettivamente di conio dantesco e poche
sono quelle che sono entrate in circolo (forse solo inoltrarsi, senza il
raddoppiamento della nasale in fonosintassi, normale nel toscano an
tico); ma certo richiamano tutte, inconfondibilmente, la lingua della
Commedia.
Un grande poeta torinese, Guido Gozzano, che amava dissimulare
nei suoi versi prelievi dai classici, «non diversamente—è stato felice
mente osservato—da chi abbattesse una cattedrale gotica allo scopo
di riutilizzare i rosoni o le vetrate» (Casella 13), si ricorderà di uno di
questi parasintetici, immillare, in una delle sue poesie più note, L'amica
di nonna Speranza, 12, a proposito del «gran lampadario vetusto» che
«immilla nel quarzo le buone cose di pessimo gusto.»16
Il mio trascorrere dai piani alti della lingua (la poesia e il suo dia
logo intertestuale con altri poeti del passato) e piani bassi (la contin
genza delle pagine giornalistiche e il connesso rischio di banalizzazioni
e alterazioni del dettato dantesco) non dipende solo dall'abito dello

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storico della lingua, avvezzo a guardare con l'occhio


studioso i vari prodotti linguistici, senza lasciarsi condi
versi risultati artistici. Nel caso di Dante mi pare che
prospettive sia una strada obbligata: la sua ecumenic
così, la sua funzione simbolicamente unitaria dipend
scito a coinvolgere tanto i letterati, quanto i comuni pa
non potremmo più farne un profeta del Risorgimento,
immaginarlo nell'Ottocento, possiamo però valutarne
portata, a sette secoli di distanza, il lascito linguistico e

LUCA SERIANNI

La Sapienza Università di Roma

NOTE
1 Per Dante si può citare una mostra tenuta alla Biblioteca Nazionale di
Firenze, documentata da un eccellente catalogo a cura di Eugenia Querci:
Dante vittorioso. Il mito di Dante nell'Ottocento.

2 "Intendami chi può". Il sogno del Petrarca nazionale nelle ricorrenze dall'unità
d'Italia a oggi.
3 Alla nota 5 le indicazioni sulle Familiares petrarchesche evocate dal mu
sicista e da lui lette nella traduzione del Fracassetti.

4 L'immagine conclusiva riprendeva, quasi con le stesse parole, un giudizio


pronunciato dal suo conterraneo Vincenzo Gioberti nel trattato filosofico Del
bello (1841): «L'italiano più italiano che abbia giammai veduto il mondo»; cfr.
Piccoli 137.
5 Ma ci sarebbero anche invenzioni onomastiche, italiane e straniere.
Ricordiamo il personaggio di Belacqua, lo studente dublinese apparentemente
astratto dalle vicende del mondo che apre il primo dei racconti pubblicati da
Beckett nel 1934, More Pricks than Kicks (in italiano il gioco di parole è stato reso
con Più pene che pane); il Farfarello in dialogo con Malambruno di un'operetta
morale leopardiana; il Barbariccia delle Avventure del signor Bonaventura di
Sergio Tofano. E si potrebbero aggiungere i vari richiami danteschi presenti nei
videogiochi e nei fumetti manga: segni della circolazione internazionale delle
invenzioni del poeta della Commedia.
6 Ciò che avviene non solo per la lingua, ma per la fortuna di un episodio:
si pensi alla presenza di Pia de' Tolomei nella pittura, nella letteratura e nel
melodramma italiani dell'Ottocento: cfr. Paolo Peluffo e Stefano Ragni, in
Querci, risp. pp. 16 e 77.
7 Non mostrano tracce di vitalità, per esempio, hapax come ramogna (Purg.,
XI 25), flailli (Par., XX 14), entomata, come si leggeva un tempo, o antomata
(Petrocchi, Lanza, Sanguineti; Purg., X 128).
8 E soprattutto nei modi indefiniti, come avviene per tutti i verbi che, per il
significato e per i contesti d'uso, hanno scarsa probabilità di figurare in un dia
logo; dal giornale «La Stampa» (di cui ho consultato elettronicamente l'ultimo

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Echi danteschi nell'italiano letterario e non letterario 297

decennio abbondante, dall'I.1.2000 al 30.6.2011), non emerge nessun esempio


di quattro forme di indicativo come inurba, inurbò, inurbarono, inurbavano, men
tre sono ben rappresentati gerundio (inurbandosi, 2 esempi), infinito (inurbarsi
5) e soprattutto participio passato (inurbato 14, inurbatosi 1, inurbati 32).
9 Da notare l'estensione dell'argomento: non una città, ma un intero stato,
sia pure con implicito riferimento all'incardinarsi in strutture urbane.
10 Attraverso la LIZ (= Letteratura italiana Zanichelli 4.0, a cura di P. Stoppell
e E. Picchi). La disponibilità di questo archivio (così come di quello indicat
nella nota seguente) mi esonera dal dare sistematico riscontro ai brani letterar
che avrò occasione di richiamare di passata.
11 Grazie a un meritorio archivio elettronico curato da T. De Mauro, Primo
tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento.
12 Ho segnalato l'espressione in Serianni 269.
13 Del resto, nel canto VI la traduzione virgiliana del Caro è particolarmente
ricca di dantismi; ad esempio: «ma tornar poscia e riveder le stelle» 193 (cfr.
Inf., XXXIV 139; Aen., 128: «evadere ad auras»); «si mise dentro a le secrete
cose» 388 (cfr. Inf., Ili 21; Aen., 267: «pandere res alta terra et caligine mersas»)
«Ha gli occhi accesi / come di bragia» 445-446 (cfr. Inf., Ili 109; Aen., 330: «stant
lumina fiamma»); «e di costinci, / di' chi sei, quel che cerchi, e perché vieni»
570-571 (cfr. Purg., IX 85; Aen., 389: «fare age, quid venias, iam istinc»),
14 Anche se non è chiara la ragione «del trasferimento in un contesto così di
verso, se non supponendo nel M[arino] la lettura dell'episodio di Ugolino in
chiave grottesca e quindi l'impiego di spezzoni danteschi come denotatori di
stile basso» (così G. Pozzi, in Marino, L'Adone, 557).
15 L'ottava è la 60 nell'edizione a stampa del 1593; ma si veda ora l'ediz. cri
tica di C. Gigante, fondata sull'autografo.
16 Anche se, come ha osservato Edoardo Sanguineti in Guido Gozzano, Le
poesie, p. 147, è possibile una mediazione dannunziana e fors'anche pascoliana.

OPERE CITATE
Balbo, Cesare. Vita di Dante Alighieri. Napoli: Rondinella, 1852.
Berté, Monica. "Intendami chi può". Il sogno del Petrarca nazionale nelle ricorren
dall'unità d'Italia a oggi. Roma: Edizioni dell'Altana, 2004.
Caruso, Maria Grazia. Io ghibellino esagerato. La vita di Dante in alcuni raccon
dell'Ottocento italiano. San Cesario di Lecce: Manni, 2010.
Casella, Angela. Le fonti del linguaggio poetico di Gozzano. Firenze: La Nuov
Italia, 1982.
Dante Alighieri. La Commedia secondo l'antica vulgata. A cura di Giorg
Petrocchi. Milano: Mondadori, 1966-1967.
De Mauro, Tullio. "Postfazione." Grande dizionario italiano dell'uso. Voi. 4.
Torino: UTET, 1999.
. Primo tesoro della lingua letteraria italiana del Novecento. Torino: UTET,
2007.

Gozzano, Guido. Le poesie. A cura di Edoardo Sanguineti. Torino: Einaudi,


1990.

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298 Luca Serianni

Marino, Giovan Battista. L'Adone. A cura di G. Pozzi. Voi. 2. Milano: Monda


dori, 1976.
Piccoli, Valentino. "Il mito di Dante nella ideologia giobertiana." La Rassegna
XXVI (1919): 136-144.
Pierno, Franco. "La 'lingua raminga.' Appunti su italiano e discorso identitario
nella prima stampa etnica in Nord America." Lingua e identità a 150 anni
dall'Unità d'Italia. A cura di Matteo Brera e Carlo Pirozzi. Firenze: Cesati,
2011. 65-98.

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