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FRIEDRICH NIETZSCHE

LA NASCITA DELLA TRAGEDIA


CONSIDERAZIONI INATTUALI, I-III

VERSIONI DI
SOSSIO GIAMETTA E MAZZINO MONTINARI

ADELPHI · MILANO

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La traduzione della Considerazione inattuale « Schopenhauer
come educatore» è qui pubblicata per gentile concessione
dell'Editore Boringhieri s. p. a., Torino.
Edizione critica delle « Opere complete» e dei testi finora inediti
di Friedrich Nietzsche, condotta sui manoscritti originali.
Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione e di utilizzazione
sono riservati per tutti i paesi compresa l'U .R.S.S.

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CL 55-6027-6

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SULL'UTILITÀ E IL DANNO
DELLA STORIA PER LA VITA

CONSIDERAZIONI INATTUALI, II
VERSIONE DI SOSSIO GIAMETTA

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PREFAZIONE

«Del resto mi è odioso tutto ciò che mi istruisce sol-


tanto, senza accrescere o vivificare immediatamente
la mia attività».* Con queste parole di Goethe, come
.
un ceterumcenseoenergicamente espresso, puo comin-
' .
ciare la nostra considerazione sul valore e la mancanza
di valore della storia. In essa si esporrà infatti perché
un'istruzione senza vivificazione, perché un sapere in
cui l'attività si infiacchisce, perché la storia in quanto
preziosa superfluità di conoscenza e in quanto lusso,
ci debbano essere sul serio, secondo il detto di Goethe,
odiosi - per il fatto cioè che mancano ancora del più
necessario, e che il superfluo è nemico del necessario.
Certo, noi abbiamo bisogno di storia, ma ne abbiamo
bisogno in modo diverso da come ne ha bisogno l'o-
zioso raffinato nel giardino del sapere, sebbene costui
guardi sdegnosamente alle nostre dure e sgraziate oc-
correnze e necessità. Ossia ne abbiamo bisogno per la
vita e per l'azione, non per il comodo ritrarci dalla
vita e dall'azione, o addirittura per l'abbellimento
della vita egoistica e dell'azione vile e cattiva. Solo
in quanto la storia serva la vita, vogliamo servfre la
storia: ma c'è un modo di coltivare la storia e una
valutazione di essa, in cui la vita intristisce e degenera.
Sperimentare questo fenomeno da notevoli sintomi del-
la nostra epoca, è oggi necessario quanto può essere
doloroso.
Mi sono sforzato di descrivere un sentimento che mi
ha molto spesso tormentato; me ne vendico abbando-
nandolo al pubblico. Forse qualcuno sarà indotto da
una tale descrizione a dichiararmi che anch'egli in-
vero conosce questo sentimento, ma che io non l'ho
sentito in modo abbastanza puro ed originale, e non
l'ho affatto espresso con la dovuta sicurezza e maturità

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260 CONSIDERAZIONI INATTUALI, Il

d'esperienza. Così forse dirà l'uno o l'altro; ma i più


mi diranno che è un sentimento completamente falso,
innaturale, orribile e addirittura illecito, anzi che con
esso mi sono mostrato indegno della così potente cor-
rente storica che, com'è noto, si può osservare nelle
ultime due generazioni, specialmente fra i Tedeschi.*
Ora dal fatto che io osi venir fuori con la descrizione
naturale del mio sentimento, il decoro generale viene
comunque piuttosto favorito che danneggiato, in
quanto offro a molti l'occasione di dire gentilezze a
una corrente come quella appena menzionata. Quan-
to a me poi, guadagno qualcosa che ai miei occhi ha
ancora più valore del decoro - di essere cioè pubbli-
camente istruito e illuminato sulla nostra epoca.*
Inattuale è inoltre questa considerazione, perché cer-
co di intendere qui come danno, colpa e difetto del-
l'epoca qualcosa di cui l'epoca va a buon diritto fiera,
la sua formazione storica; perché credo addirittura
che noi tutti soffriamo di una febbre storica divorante
e che dovremmo almeno riconoscere che ne soffriamo.*
Ma se Goethe ha detto a buon diritto che con le nostre
virtù noi coltiviamo nello stesso tempo anche i nostri
difetti, e se, come tutti sanno, una virtù ipertrofica -
come mi sembra che sia il senso storico della nostra
epoca - può causare la rovina di un popolo, così come
può causarla un vizio ipertrofico, allora per una volta
mi si lasci dire.* Inoltre a mia discolpa non dev'essere
taciuto che le esperienze che suscitarono in me quei
sentimenti tormentosi, io le ho attinte per lo più da
me stesso e dagli altri le ho attinte solo per paragonarle,
e che solo in quanto sono allievo di epoche passate,
specie della greca, giungo a esperienze così inattuali
su di me come figlio dell'epoca odierna. Ma questo
devo potermelo concedere già per professione, come
filologo classico: non saprei infatti che senso avrebbe

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PREFAZIONE

mai la filologia classica nel nostro tempo, se non quel-


lo di agire in esso in modo inattuale - ossia contro il
tempo, e in tal modo sul tempo e, speriamolo, a favore
di un tempo venturo.

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I*

Osserva il gregge che ti* pascola innanzi: esso non


sa cosa sia ieri, cosa oggi, salta intorno, mangia, riposa,
digerisce, torna a saltare, e così dall'alba al tramonto
e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo pia-
cere e dolore, attaccato cioè al piuolo dell'istante, e per-
ciò né triste né tediato. Il veder ciò fa male all'uomo,
poiché al confronto dell'animale egli si vanta della sua
u1nanità e tuttavia guarda con invidia alla felicità di
quello - giacché questo soltanto egli vuole, vivere come
l'animale né tediato né fra dolori, e lo vuole però inva-
no, perché non lo vuole come l'animale. L'uomo chiese
una volta all'animale: perché non mi parli della tua
felicità e soltanto mi guardi?* L'animale dal canto suo
voleva rispondere e dire: ciò deriva dal fatto che di-
mentico subito quel che volevo dire - ma subito di-
menticò anche questa risposta e tacque; sicché l'uomo
se ne meravigliò.
Ma egli si meravigliò anche di se stesso, per il fatto
di non poter imparare a dimenticare e di essere con-
tinuamente legato al passato: per quanto lontano, per
quanto rapidamente egli corra, corre con lui la catena.
È un miracolo: l'istante, eccolo presente, eccolo già
sparito, prima un niente, dopo un niente, torna tutta-
via ancora come spettro, turbando la pace di un istan-
te posteriore. Continuamente un foglio si stacca dal
rotolo del tempo, cade, vola via - e rivola improvvi-
samente indietro, in grembo all'uomo. Allora l'uomo
dice « mi ricordo» e invidia l'animale che subito di-
mentica e che vede veramente morire, sprofondare
nella nebbia e nella notte, spegnersi per sempre ogni
istante.* Quindi l'animale vive in modo non storico,
poiché si risolve come un numero nel presente, senza
che ne resti una strana frazione;* non è in grado di

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 263
fingere, non nasconde nulla e appare in ogni momento
in tutto e per tutto come ciò che è, quindi non può
essere nient'altro che sincero. L'uomo invece resiste
sotto il grande e sempre più grande carico del passato:
questo lo schiaccia a terra e lo piega da parte; questo
appesantisce il suo passo come un invisibile e oscuro
fardello, che egli può ben far mostra di rinnegare, e che
nei rapporti coi suoi simili rinnega fin troppo volentie-
ri, per suscitare la loro invidia. Perciò lo commuove,
come se si ricordasse di un paradiso perduto, il vedere
il gregge che pascola o, in più familiare vicinanza, il
bambino che non ha ancora nessun passato da rin-
negare e che giuoca in beatissima cecità fra le siepi
del passato e del futuro. E tuttavia il suo giuoco deve
essere disturbato: anche troppo presto egli si risveglia
dal suo oblio. Allora impara a intendere la parola
«c'era», quella parola d'ordine con cui lotta, sofferen-
ze e tedio si avvicinano all'uomo, per rammentargli
ciò che in fondo è la sua esistenza - qualcosa di imper-
fetto che non può essere mai compiuto. E quando infi-
ne la morte porta il desiato oblio, essa sopprime insieme
il presente e l'esistenza, imprimendo in tal modo il
sigillo su quella conoscenza - che l'esistenza è solo un
ininterrotto essere stato, una cosa che vive del negare e
del consumare se stessa, del contraddire se stessa.
Se è una felicità, se è un correr dietro a una nuova
felicità ciò che in un certo senso trattiene in vita il
vivente e continua a spingerlo alla vita, nessun filosofo
ha forse più ragione del Cinico, poiché la felicità
dell'animale, come perfetto Cinico, è la prova vivente
del diritto del cinismo. La felicità più piccola, purché
esista ininterrottamente e renda felici, è senza con-
fronto una felicità maggiore della più grande, che
venga solo come episodio, per così dire come capriccio,
come idea folle, fra mera sofferenza, brama e priva-

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264 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

zione. • Ma sia nella massima, sia nella minima felicità ,


è sen1pre una cosa sola quella per cui la felicità diven-
ta felicità: il poter dimenticare o, con espressione più
dotta, la capacità di sentire, mentre essa dura, in mo-
do non storico. Chi non sa mettersi a sedere sulla soglia
dell'attimo dimenticando tutte le cose passate, chi non
è capace di star ritto su un punto senza vertigini e
paura come una dea della vittoria, non saprà mai che
cosa sia la felicità, e ancor peggio, non farà mai alcun-
ché che renda felici gli altri. Immaginate l'esempio
estremo, un uomo che non possedesse punto la forza
di dimenticare, che fosse condannato a vedere dap-
pertutto un divenire: un uomo simile non crederebbe
più al suo stesso essere, non crederebbe più a sé, ve-
drebbe scorrere l'una dall'altra tutte le cose in punti
n1ossi e si perderebbe in questo fiume del divenire:
alla fine, da vero discepolo di Eraclito, quasi non ose-
rebbe più alzare il dito. Per ogni agire ci vuole oblio:
come per la vita di ogni essere organico ci vuole non
soltanto luce, ma anche oscurità. Un uomo che volesse
sentire sempre e solo storicamente, sarebbe simile a
colui che venisse costretto ad astenersi dal sonno, o
all'animale che dovesse vivere solo ruminando e sem-
pre per ripetuta ruminazione.• Dunque, è possibile
vivere quasi senza ricordo, anzi vivere felicemente,
come mostra l'animale; ma è assolutamente impossi-
bile viverein generale senza oblio. Ovvero, per spiegar-
mi su questo tema ancor più semplicemente: c'è un
grado di insonnia, di ruminazione, di senso storico, in cui
l'essereviventericevedanno e alla fine perisce,* si tratti poi di
un uomo, di un popolo o di una civiltà.
Per determinare questo grado e poi per mezzo suo il
limite in cui il passato deve essere dimenticato, se non
vuole diventare l'affossatore del presente, si dovrebbe
sapere con esattezza quanto sia grande la forza plastica

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 265
di un uomo, di un popolo o di una civiltà, voglio dire
quella forza di crescere a modo proprio su se stessi,
di trasformare e incorporare cose passate ed estranee,
di sanare ferite, di sostituire parti perdute, di riplasma-
re in sé forme spezzate. Ci sono uomini che posseg-
gono così poco questa forza che, per un'unica espe-
rienza, per un unico dolore, spesso soprattutto per un
unico lieve torto, si dissanguano inguaribilmente come
per una piccolissima scalfittura sanguinante; d'altra
parte ci son di quelli che dalle più selvagge e terribili
disgrazie della vita e finanche dalle azioni della pro-
pria malvagità possono essere così poco intaccati, che
. . . . .'
essi riescono a giungere, 1n mezzo a tutto c10 o poco
tempo dopo, a un passabile benessere e a una specie
di coscienza tranquilla. Quanto più la natura intima
di un uomo ha radici forti, tanto più egli si approprie-
rà o impadronirà del passato; e se si immaginasse la
natura più potente e immane, essa si potrebbe rico-
noscere dal fatto che per lei non ci sarebbe nessun
limite del senso storico, ove questo agisse in modo sof-
focante e dannoso; ogni cosa passata, propria ed estra-
neissima, essa l'attirerebbe a sé, l'introdurrebbe in sé,
trasformandola per così dire in sangue. Una tale na-
tura, ciò che non vince, lo sa dimenticare; esso non
esiste più, l'orizzonte è chiuso e completo, e niente può
rammentare che al di là di esso ci sono ancora uomini,
passioni, dottrine e scopi. E questa è una legge generale;
ogni vivente può diventare sano, forte e fecondo solo en-
tro un orizzonte; se esso è impotente a tracciare un oriz-
zonte intorno a sé, e d'altra parte troppo egocentrico
per rinchiudere il suo sguardo in uno estraneo, si av-
via in fiacchezza o in concitazione a fine prematura.
La serenità, la buona coscienza, la lieta azione, la
fiducia nel futuro - tutto ciò dipende, nell'individuo
come nel popolo, dal fatto che ci sia una linea che di-

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266 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

vida ciò che si può abbracciare con lo sguardo, ciò


che è chiaro, da ciò che è non rischiara bile e oscuro· ,
dal fatto che si sappia tanto bene dimenticare al tempo
giusto, quanto ricordare al tempo giusto; dal fatto che
si discerna immediatamente con forte istinto quando è
necessario sentire in modo storico e quando in modo
non storico. È proprio questa la proposizione alla cui
considerazione il lettore è invitato: ciò che è non storico
e ciò che è storico sono ugualmente necessari per la salute
di un individuo, di un popolo e di una civiltà.
Ma qui ognuno si farà subito innanzi con un'osserva-
zione: il sapere e il sentire storico di un uomo pos-
sono essere molto limitati, il suo orizzonte può essere
ristretto come quello dell'abitante di una valle alpina,
egli può porre in ogni giudizio un'ingiustizia, in ogni
esperienza l'errore di essere il primo a farla - e a di-
spetto di ogni ingiustizia e di ogni errore eccolo che si
trova in invincibile salute e gagliardia, rallegrando gli
occhi di tutti; mentre proprio vicino a lui l'uomo di
gran lunga più giusto e istruito è malaticcio e deperi-
sce, perché le linee del suo orizzonte tornano sempre a
spostarsi irrequietamente, perché non sa districarsi
dalla rete molto più delicata delle sue giustizie e verità
per passare di nuovo al rude volere e bramare. Ab-
biamo visto invece l'animale, che, è. totalmente non
storico, abita quasi in un orizzonte puntiforme e vive
tuttavia in una certa felicità, almeno senza tedio e
dissimulazione; dovremo dunque ritenere più impor-
tante e originaria la capacità di sentire in un certo
grado non storicamente, in quanto in essa si trova il
fondamento su cui soltanto può in genere crescere
qualcosa di giusto, di sano e di grande, qualcosa di ve-
racemente umano. Ciò che non è storico assomiglia a
un'atmosfera avvolgente, la sola dove la vita può ge-
nerarsi, per sparire di nuovo con la distruzione di

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 267
quest'atmosfera. È vero, solo per il fatto che l'uomo
pensando, ripensando, paragonando, separando, unen-
do, limita quell'elemento non storico, solo per il fatto
che dentro quella avvolgente nuvola di vapore nasce
un chiaro e lampeggiante raggio di luce - cioè solo
per la forza di usare il passato per la vita e di trasfor-
mare la storia passata in storia presente, l'uomo diventa
uomo: ma in un eccesso di storia l'uomo viene nuova-
mente meno, e senza quell'involucro del non storico non
avrebbe mai incominciato e non oserebbe mai inco-
minciare. Dove si trovano le azioni che l'uomo sareb-
be capace di fare, senza essere prima entrato in quello
strato vaporoso di ciò che non è storico? O per lasciare
da parte le immagini e per passare a illustrare con
gli esempi, ci si figuri un uomo che sia agitato e trasci-
nato da una violenta passione, per una donna o per
una grande idea: come cambia per lui il suo mondo !
Guardando indietro si sente cieco, ascoltando ac-
canto a sé percepisce le cose estranee come una riso-
nanza sorda e priva di significato; ciò che in genere
percepisce, non lo aveva mai percepito così, così tan-
gibilmente vicino, colorito, risonante, illuminato, co-
me se lo afferrasse contemporaneamente con tutti i
sensi. Tutte le valutazioni sono cambiate e private di
valore; tante cose non è più capace di valutarle, per-
ché quasi non può più sentirle: si chiede se non sia
stato fino allora lo zimbello di parole estranee, di
opinioni estranee; si meraviglia che la sua memoria
giri instancabilmente in un cerchio, e sia tuttavia
troppo debole e stanca per fare anche un solo balzo
fuori da questo circolo. È lo stato più ingiusto del
mondo, stretto, irriconoscente verso il passato, cieco
ai pericoli, sordo agli avvertimenti, un piccolo vivo
vortice in un mare morto di notte e di oblio: e tuttavia
questo stato - non storico, antistorico da cima a

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268 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

fondo - è la matrice non solo di un'azione ingiusta, ma


anche e soprattutto di ogni azione giusta; e nessun
artista giungerà alla sua effigie, nessun condottiero
alla sua vittoria, nessun popolo alla sua libertà, senza
aver prima, in un tale stato non storico, anelato e
aspirato a esse. Come colui che agisce, secondo l'espres-
sione di Goethe, è sempre senza coscienza,* così anche
è senza scienza, dimentica la maggior parte delle cose
per farne una sola, è ingiusto verso ciò che è dietro
di lui, e conosce solo un diritto, il diritto di ciò che
deve ora divenire. Quindi chiunque agisca ama la
propria azione infinitamente più che essa non meriti
di essere amata: e le azioni migliori vengono compiute
in una tale esaltazione d'amore, che in ogni caso non
possono non essere immeritevoli di questo amore,
quand'anche il loro valore sia per un altro verso incal-
colabilmente grande.
Se uno fosse in grado di fiutare e di respirare in nume-
rosi casi questa atmosfera non storica, in cui ogni
grande evento storico è sorto, costui potrebbe forse,
come essere conoscente, elevarsi a un punto di vista
sovrastorico,quale Niebuhr ha una volta descritto come
possibile risultato delle considerazioni storiche. «A
una cosa almeno,» egli dice « la storia, intesa in modo
chiaro ed esauriente, è utile: che si sa come anche gli
spiriti più grandi e alti del genere umano non sap-
piano quanto fortuitamente il loro occhio ha assunto
la forma attraverso cui essi vedono e attraverso cui
essi violentemente pretendono che tutti vedano, vio-
lentemente in quanto l'intensità della loro coscienza è
eccezionalmente grande. Chi non sa e non ha capito
ciò con grande precisione e in molti casi, viene sog-
giogato dall'apparizione di uno spirito potente, che
rechi la più alta passionalità in una forma data». So-
vrastorico sarebbe da dire un tale punto di vista,

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 269

perché chi l'assumesse, non potrebbe più risentire nes-


suna seduzione a vivere oltre e a collaborare alla for-
mazione della storia, per il fatto che avrebbe ricono-
sciuto la sola condizione di ogni accadere, quella ce-
cità e ingiustizia nell'anima di chi agisce; egli stesso
sarebbe guarito dalla tendenza a prendere ancora ec-
cessivamente sul serio la storia: avrebbe comunque
imparato a rispondere a se stesso, per ogni uomo, per
ogni vicenda, fra Greci o Turchi, su un'ora del primo
O del diciannovesimo secolo, circa la questione del
come e perché si viva. Chi chiede ai suoi conoscenti
se desiderino vivere di nuovo gli ultimi dieci o venti
anni, vedrà facilmente chi di loro sia predisposto a
questo punto di vista sovrastorico: essi invero rispon-
deranno tutti «no!», ma motiveranno diversamente
questo «no!». Gli uni forse confidando: «ma i pros-
simi venti saranno migliori»; sono coloro di cui David
Hume dice ironicamente:
And from the dregs of life hope to receive,
What thefirst sprightly running could not give.*
Chiamiamoli gli uomini storici; lo sguardo nel passato
li spinge verso il futuro, infiamma il loro coraggio a
misurarsi ancora con la vita, accende la speranza che
ciò che è giusto possa ancora venire, che la felicità stia
dietro il monte verso cui camminano. Questi uomini
storici credono che il senso dell'esistenza verrà sem-
pre più alla luce nel corso del suo processo,guardano
indietro solo per imparare, in base alla considerazione
del processo finora avvenuto, a capire il presente e a
desiderare più ardentemente il futuro; non sanno af-
fatto quanto poco storicamente, nonostante tutta la
loro storia, essi pensino e agiscano, e come anche il loro
occuparsi di storia non sia al servizio della pura cono-
scenza, bensì della vita.

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270 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

Ma a quella domanda, riguardo a cui abbiamo sentito


la prima risposta, si può rispondere anche diversamen-
te. Cioè ancora con un «no!» - ma con un «no» diver-
samente motivato. Col «no» dell'uomo sovrastorico , il
quale non vede la salvezza nel processo, e per il quale
al contrario in ogni momento il mondo è completo e
tocca il suo termine. Cosa potrebbero insegnare altri
dieci anni, che non abbiano potuto insegnare i dieci
anni passati?
Se poi il senso della teoria sia la felicità o la rassegna-
zione o la virtù o la penitenza, in ciò gli uomini sovra-
storici non sono mai stati d'accordo fra loro; ma, di
contro a tutte le maniere storiche di considerare il pas-
sato, essi giungono alla piena unanimità sulla proposi-
zione: il passato e il presente sono la stessa e identica
cosa, cioè tipicamente uguali in ogni varietà, e costi-
tuiscono, come onnipresenza di tipi non transitori, una
struttura immobile di valore immutato e di significato
eternamente uguale. Come le centinaia di lingue di-
verse corrispondono agli stessi bisogni, tipicamente
fissi, degli uomini, sicché uno che capisse questi biso-
gni non potrebbe imparare niente di nuovo da nessuna
delle lingue, così il pensatore sovrastorico si rischiara
dal di dentro ogni storia dei popoli e degli individui,
indovinando chiaroveggentemente il senso originario
dei diversi geroglifici e addirittura scansando a poco
a poco, affaticato, gli ideogrammi sgorganti sempre
di nuovo: come potrebbe infatti non giungere, nell'in-
finita sovrabbondanza di ciò che accade, alla sazietà,
alla saturazione, anzi alla nausea? Sicché infine il più
audace è forse pronto a dire al suo cuore con Giacomo
Leopardi:
«Non val cosa nessuna
I moti tuoi, né di sospiri è degna
La terra. Amaro e noia

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 271

La vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.


T'acqueta ornai».*

Ma lasciamo* agli uomini sovrastorici la loro nausea


e la loro saggezza: oggi vogliamo piuttosto allietarci
di cuore della nostra mancanza di saggezza e concedere
a noi stessi, come uomini attivi e progressivi, come
adoratori del processo, una giornata buona. Sia pure
la nostra valutazione della sfera storica soltanto un
pregiudizio occidentale, purché almeno nell'àmbito
di questi pregiudizi progrediamo e non ci fermiamo !
Purché impariamo sempre meglio proprio questo, a
coltivare la storia a scopo di vita ! Poi concederemo di
buon grado ai sovrastorici che essi posseggono più sag-
gezza di noi, nel caso cioè in cui possiamo essere sicuri
di possedere più vita di loro: giacché così la nostra
mancanza di saggezza avrà comunque più avvenire
della loro saggezza. E affinché nessun dubbio possa
sussistere sul senso di questo contrasto fra vita e sag-
gezza, mi gioverò di un procedimento sperimentato
fin dall'antichità ed enuncerò subito alcune tesi.
Un fenomeno storico, conosciuto in modo puro e com-
pleto e ridotto a fenomeno di conoscenza è, per colui
che lo ha conosciuto, morto: egli ha infatti ricono-
sciuto in esso l'illusione, l'ingiustizia, la cieca passione,
e in genere tutto l'orizzonte terrestremente offuscato
di questo fenomeno e insieme appunto la sua potenza
storica. Questa potenza è ora per lui, come sapiente,
divenuta impotente: ma forse non ancora per lui,
come vivente.*
La storia, pensata come pura scienza e divenuta so-
vrana, sarebbe una specie di chiusura e liquidazione
della vita per l'umanità. L'educazione storica è invece
qualcosa che è salutare e promette futuro solo al se-
guito di una forte corrente vitale nuova, per esempio

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272 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

di una cultura in divenire, cioè solo quando viene do-


minata e guidata da una forza superiore e non quando
è essa stessa a dominare e a guidare.
La storia, in quanto sia al servizio della vita, è al ser-
vizio di una forza non storica, e perciò non potrà né
dovrà diventare mai, in questa subordinazione, pura
scienza, come per esempio lo è la matematica. Ma la
questione fino a che grado la vita abbia bisogno in
genere del servizio della storia, è una delle questioni
e preoccupazioni più alte riguardo alla salute di un
uomo, di un popolo, di una cultura. Perché con un
certo eccesso di storia la vita si frantuma e degenera, e
alla fine a sua volta, a causa di questa degenerazione,
va perduta la storia stessa.

Ma che la vita abbia bisogno del servizio della storia,


deve essere compreso altrettanto chiaramente quanto
la proposizione che sarà più tardi da dimostrare - se-
condo cui un eccesso di storia danneggia l'essere vi-
vente. In tre riguardi al vivente occorre la storia: essa
gli occorre in quanto è attivo e ha aspirazioni, in
quanto preserva e venera, in quanto soffre e ha biso-
gno di liberazione. A questi tre rapporti corrispondono
tre specie di storia, in quanto sia permesso distinguere
una specie di storia monumentale, una specie antiquaria
e una specie critica.
La storia occorre innanzitutto all'attivo e al potente,
a colui che combatte una grande battaglia, che ha
bisogno di modelli, maestri e consolatori, e che non può
trovarli fra i suoi compagni e nel presente. Così essa
occorreva a Schiller: il nostro tempo è infatti così
cattivo, dice Goethe, che nella vita umana che lo at-
tornia il poeta non incontra più nessuna natura uti-

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 273
lizzabile. Con riguardo all'attivo, Polibio chiama per
esempio la storia politica la vera preparazione al go-
verno di uno Stato, e l'ottima maestra che col ricordo
delle altrui sventure ci ammonisce a sopportare con
fermezza i mutamenti di fortuna.* Chi ha imparato a
riconoscere in ciò il senso della storia, deve essere
infastidito nel vedere viaggiatori curiosi o meticolosi
micrologi arrampicarsi sulle piramidi dei grandi eventi
del passato; là dove egli trova incitamenti a imitare
e a far meglio, non desidera incontrare l'ozioso che,
desideroso di distrazioni o di sensazioni, gironzola co-
me fra i tesori artistici accumulati in una galleria. È
per non scoraggiarsi e sentir nausea in mezzo agli oziosi
deboli e senza speranze, in mezzo a compagni in ap-
parenza attivi, ma in verità soltanto eccitati e gesti-
colanti, che l'attivo si guarda indietro e interrompe la
corsa verso la sua meta, per prendere respiro. Ma la
sua meta è una qualche felicità, forse non la sua pro-
pria, spesso quella di un popolo o quella dell'umanità
intera; egli fugge dalla rassegnazione e usa la storia
come mezzo contro la rassegnazione. Per lo più non
lo attende nessuna ricompensa se non la gloria, cioè il
diritto a un posto d'onore nel tempio della storia, dove
egli stesso potrà essere maestro, consolatore e ammoni-
tore per i posteri. Giacché il suo comandamento suona:
ciò che una volta poté estendere oltre e adempiere in
modo più bello l'idea «uomo», deve anche esistere in
eterno, per poter fare ciò in eterno. Che i grandi mo-
menti nella lotta degli individui formino una catena,
che attraverso essi si formi lungo i millenni la cresta
montuosa dell'umanità, che per me le vette di tali
momenti da lungo tempo trascorsi siano ancora vive,
chiare e grandi - è questo il pensiero fondamentale di
una fede nell'umanità che si esprime nell'esigenza di
una storia monumentale.*Ma proprio per questa esigen-
18

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274 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

za, che il grande debba essere eterno, si accende la più


terribile lotta. Ogni altra cosa che vive grida infatti
il suo no. Il monumentale non deve sorgere - è questa
la parola d'ordine contraria. La muffita abitudine, ciò
che è piccolo e basso, riempiendo tutti gli angoli del
mondo, vaporando come pesante aria terrestre intorno
a tutto ciò che è grande, si getta ostacolando, ingannan-
do, smorzando e soffocando attraverso la strada che
la grandezza deve percorrere per giungere all'immor-
talità. Ma questa strada passa attraverso cervelli uma-
ni! Attraverso i cervelli di animali impauriti e dalla
vita corta, che si trovano sempre di nuovo davanti alle
stesse necessità e che respingono da sé a fatica, per un
piccolo tratto di tempo, la rovina. Giacché vogliono
prima d'ogni altra cosa solo questo: vivere a ogni
costo. Chi potrebbe supporre in loro quella difficile
corsa con la fiaccola della storia monumentale, me-
diante la quale soltanto può sopravvivere ciò che è
grande? E tuttavia sempre di nuovo si destano alcuni
che, guardando alla grandezza passata e rafforzati
dalla contemplazione di essa, si sentono pieni di fe-
licità, come se la vita umana fosse una cosa magnifi-
ca, e come se addirittura il più bel frutto di que-
st'amara pianta consistesse nel sapere che una volta
qualcuno passò attraverso questa esistenza con orgo-
glio e forza, un altro con profondità, un terzo con
misericordia e carità - tutti comunque lasciando die-
tro di sé una dottrina, secondo cui vive nel modo più
bello colui che non dà peso all'esistenza. Se l'uomo
volgare prende questa spanna di tempo in modo così
melanconicamente serio e avido, quelli seppero giun-
gere, sulla loro via verso l'immortalità e la storia mo-
numentale, a un riso olimpico, o per lo meno a un
sublime scherno; spesso scesero nella tomba con iro-
nia, giacché cosa c'era in loro da sotterrare?* Nient'al-

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 275
tro che ciò che li aveva sempre oppressi come scoria,
lordume, vanità e bestialità, e che era ormai conse-
gnato all'oblio, dopo essere stato a lungo esposto al
loro disprezzo. Ma una cosa vivrà, il monogramma
della loro piu., .
propria. essenza, un ' opera, un ' azione,
una rara illuminazione, una creazione: vivrà, perché
nessuna posterità potrà farne a meno. In questa tra-
sfiguratissima forma la gloria è invero qualcosa di
meglio del più prelibato boccone del nostro amor pro-
prio, come Schopenhauer l'ha chiamata,* è la fede
nell'omogeneità e continuità della grandezza di tutti i
tempi, è una protesta contro il mutamento delle stirpi
e contro la transitorietà.
In che giova dunque all'uomo d'oggi la considerazione
monumentale del passato, l'occuparsi delle cose clas-
siche e rare delle epoche precedenti? Egli ne deduce
che la grandezza, la quale un giorno esistette, fu co-
munque una volta possibile, e perciò anche sarà possi-
bile un'altra volta; egli percorre più coraggiosamente
la sua strada, poiché ora il dubbio che lo assale nelle
ore di debolezza, di volere forse l'impossibile, è spaz-
zato via. Si supponga che qualcuno creda che non ci
vorrebbero più di cento uomini produttivi, educati e
attivi in un nuovo spirito, per far crollare quella «cul-
turalità» che è venuta proprio ora di moda in Ger-
mania: come dovrebbe rafforzarlo il constatare che la
cultura del Rinascimento si edificò sulle spalle di una
siffatta schiera di cento uomini!
E tuttavia - per imparare subito dallo stesso esempio
ancora qualcosa di nuovo - come sarebbe fluido e
fluttuante, come sarebbe inesatto quel paragone!
Quanta diversità dev'essere al riguardo trascurata, se
esso vuol aver quell'effetto corroborante, quanto vio-
lentemente l'individualità del passato deve essere co-
stretta in una forma generale e smussata in tutti gli

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276 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

angoli acuti, e le linee spezzate a favore di una con-


cordanza! In fondo anzi ciò che fu possibile una volta
potrebbe presentarsi come possibile per la seconda
volta solo se i Pitagorici avessero ragione nel credere
che, per una medesima costellazione dei corpi cele-
sti, anche sulla terra si dovessero ripetere le medesin1e
cose fin nei minimi particolari:* sicché quando le
stelle avessero una certa posizione reciproca, uno Stoi-
co si unirebbe sempre di nuovo con un Epicureo per
assassinare Cesare,* e in un'altra posizione Colombo
scoprirebbe sempre di nuovo l'America.* Solo se la
terra ricominciasse ogni volta la sua commedia dopo
il quinto atto, se fosse stabilito che la stessa concatena-
zione di motivi, lo stesso deus ex machina, la stessa cata-
strofe ritornassero a determinati intervalli, allora il
potente potrebbe desiderare la storia monumentale
secondo una piena, iconica veracità, ossia ogni fatto
nella sua particolarità e unicità esattamente formate:
probabilmente dunque non prima che gli astronomi
fossero diventati di nuovo astrologi. Fino ad allora la
storia monumentale potrà non aver bisogno di quella
piena veracità: sempre avvicinerà, generalizzerà e in-
fine parificherà il dissimile, sempre attenuerà la di-
versità dei motivi e delle occasioni, per presentare gli
ejfectus a spese delle causae in maniera monumentale,
cioè esemplare e degna di imitazione: sicché con una
piccola esagerazione, in quanto prescinde il più pos-
sibile dalle cause, la si potrebbe dire una raccolta di
«effetti in sé», come di avvenimenti che «faranno ef-
fetto» in ogni tempo. Ciò che viene festeggiato nelle
feste popolari, nelle ricorrenze religiose o guerresche,
è propriamente un tale «effetto in sé»: è questo che
non fa dormire gli ambiziosi, che posa sul cuore degli
intraprendenti come un amuleto, non già il connexus
veramente storico di cause ed effetti che, conosciuto

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 277
completamente, dimostrerebbe soltanto che mai più
qualcosa di assolutamente uguale potrà risultare nel
giuoco di dadi del futuro _e del caso. . . .
Finché l'anima della storiografia consiste nei grandi
impulsi che un uomo potente ne trae, finché il passato
deve essere descritto come degno di imitazione, imi-
tabile e per la seconda volta possibile, essa è in ogni
caso in pericolo di essere alquanto falsata, abbellita
nell'interpretazione e in tal modo avvicinata alla libera
invenzione; anzi ci sono epoche che non sono affatto
capaci di distinguere fra un passato monumentale e
un'invenzione mitica, perché da uno di questi mondi
possono essere tratti esattamente gli stessi impulsi che
dall'altro. Se la considerazione monumentale del pas-
sato domina sulle altre forme di considerazione, voglio
dire sull'antiquaria e sulla critica, lo stesso passato ne
soffre danno: intere, grandi parti di esso vengono di-
menticate, spregiate, e scorrono via come un grigio e
ininterrotto flusso, mentre emergono come isole solo
singoli fatti abbelliti; nei rari personaggi che in genere
divengono visibili, salta agli occhi un che di innatu-
rale e di meraviglioso, come l'anca d'oro che i disce-
poli di Pitagora volevano vedere nel loro maestro.* La
storia monumentale inganna con le analogie: con sedu-
centi somiglianze essa eccita il coraggioso alla temera-
rietà, l'entusiasta al fanatismo; e se si immagina poi que-
sta storia nelle mani e nelle menti degli egoisti dotati e
dei ribaldi fanatici, ecco che regni vengono distrutti,
prìncipi assassinati, guerre e rivoluzioni scatenate, e che
il numero degli «effetti in sé» storici, cioè gli effetti sen-
za cause sufficienti, viene di nuovo accresciuto. Que-
sto per ricordare i danni che la storia monumentale
può fare tra i potenti e gli attivi, siano poi buoni o cat-
tivi: ma cosa causerà mai quando di essa si impadroni-
ranno e si serviranno gli impotenti e gli inattivi!

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278 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

Prendiamo l'esempio più semplice e frequente. Si im-


maginino le nature non artistiche, o debolmente artisti-
che, corazzate e armate dalla storia monumentale del-
1'arte: contro chi volgeranno ora le loro armi? Contro
i loro nemici secolari, gli spiriti artistici forti, ossia
contro coloro che soli sono capaci di apprendere vera-
cemente da quella storia, vale a dire per la vita, e di
convertire quanto hanno appreso in una prassi po-
tenziata. A costoro viene sbarrata la via; a costoro
viene ottenebrata l'aria, quando si danza con idolatria
e con grande impegno intorno a un monumento com-
preso a metà di un qualche grande passato, come se si
volesse dire: « Guardate, è questa l'arte vera e reale:
cosa v'importa di coloro che divengono e vogliono?».
In apparenza questo sciame danzante possiede per-
fino il privilegio del « buon gusto»: colui che crea è
infatti sempre svantaggiato rispetto a colui che sta
solo a guardare e non pone mano all'opera lui stesso;
come in tutti i tempi il politicante è più saggio, giusto
e riflessivo dello statista governante. Ma se si vuole
addirittura trasferire nel campo dell'arte l'uso dei ple-
bisciti e delle maggioranze numeriche, e costringere
l'artista per così dire a difendersi davanti al foro dei
fannulloni estetici, ci si può giurar sopra in anticipo
che sarà condannato: e ciò proprio perchéi suoi giudici
hanno solennemente proclamato il canone dell'arte
monumentale (ossia, secondo la spiegazione data, del-
l'arte che «ha fatto effetto» in tutti i tempi), non già
nonostante questo. Invece per ogni arte che non è
ancora monumentale, in quanto arte del presente,
manca in tali giudici in primo luogo il bisogno, in
secondo la pura inclinazione e in terzo appunto quel-
l'autorità della storia. Per contro il loro istinto rivela
loro che l'arte può essere ammazzata dall'arte: il mo-
numentale non deve mai più risorgere, e a tale scopo

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UTILITÀ E DANNO DELLA STORIA 279
serve proprio ciò che all'autorità del monumentale
proviene dal passato. Così sono conoscitori d'arte, per-
ché vorrebbero eliminare l'arte in genere; così si at-
teggiano a medici, mentre in fondo hanno mirato al-
l'avvelenamento; così educano la loro lingua e il loro
gusto, per spiegare con la loro raffinatezza perché
rifiutino così insistentemente tutto ciò che di nutriente
cibo artistico viene loro offerto. Giacché non vogliono
che la grandezza nasca; il loro strumento sta nel dire:
«guardate, il grande esiste già!». In verità a loro, di
questa grandezza che esiste già, importa tanto poco,
quanto di quella che sorge: ne fornisce testimonianza
la loro vita. La storia monumentale è l'abito masche-
rato, in cui il loro odio per i potenti e i grandi del loro
tempo si spaccia per sazia ammirazione dei potenti e
dei grandi dei tempi passati; camuffati così rovesciano
il vero senso di quella maniera storica di considerare
in quello opposto; che lo sappiano chiaramente o no,
agiscono in ogni caso come se il loro motto fosse: la-
sciate che i morti seppelliscano i vivi.
Ciascuna delle tre specie di storia che esistono è nel
suo diritto su un solo terreno e in un solo clima: su
ogni altro terreno cresce come erbaccia distruttiva. Se
l'uomo che vuol creare cose grandi ha in genere biso-
---~-
gno del passato, se ne impossessa per mezzo della sto-
ria monumentale; chi invece ama perseverare nel tra-
dizionale e in ciò che è venerato da gran tempo, col-
tiva il passato come storico antiquario; e solo colui al
quale una sofferenza presente opprime il petto, e che a
ogni costo vuol gettar via il peso da sé, ha bisogno della
storia critica, vale a dire di quella che giudica e con-
danna. Molto male deriva dal trapiantare sconsidera-
tamente i vegetali: il critico senza sofferenza, l'anti-
quario senza pietà, il conoscitore della grandezza sen-
za la capacità della grandezza sono tali piante diven-

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280 CONSIDERAZIONI INATTUALI, II

tate erbacce, estraniate al loro terreno naturale e per-


ciò degenerate.

3*
Della storia ha bisogno in secondo luogo colui che
custodisce e venera - colui che guarda indietro con
fedeltà e amore, verso il luogo onde proviene, dove
è divenuto; con questa pietà egli per così dire paga
il debito di riconoscenza per la sua esistenza. Colti-
vando con mano attenta ciò che dura fin dall'antichi-
tà, egli vuole preservare le condizioni nelle quali è
nato per coloro che verranno dopo di lui - e così serve
la vita. In una tale anima il possesso del patrimonio
ancestrale* muta il suo concetto: giacché è piuttosto
l'anima a essere da quello posseduta. Ciò che è piccolo,
limitato, decrepito e invecchiato riceve la sua propria
dignità e intangibilità dal fatto che l'anima dell'uo-
mo antiquario, la quale custodisce e venera, trapassa
in queste cose e vi si prepara un nido familiare. La
storia della sua città diventa per lui la storia di se stes-
so; egli concepisce le mura, la porta turrita, l'ordinan-
za municipale, la festa popolare come un diario illu-
strato della sua gioventù, e in tutte queste cose ritrova
se stesso, la sua forza, la sua diligenza, il suo piacere,
il suo giudizio, la sua follia e le sue cattive maniere.
Qui si poteva vivere, egli si dice, giacché si può vivere;
qui si potrà vivere, giacché siamo tenaci e non ci si
può spezzare da un giorno all'altro. Così, con questo
«noi», egli guarda oltre la caduca e peregrina vita
individuale, e sente se stesso come lo spirito della casa,
della stirpe e della città. Talvolta saluta, anche al di là
di secoli lontani, oscuri e confusi, l'anima del suo po-
polo come la sua stessa anima; un penetrare col sen-
timento e un presagire cose nascoste, un fiutare tracce
quasi cancellate, un'istintiva ed esatta decifrazione del

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NOTE AL TESTO DI
«SULL'UTILITÀ E IL DANNO DELLA STORIA
PER LA VITA»

Prefazione

Del restomi ~ odioso.•• la mia attività] cfr. la lettera di Goethe a


Schiller del I g dicembre I 798. Forse qualcuno sarà indotto
•• •specialmentefra i Tedeschi]correzione di Nietzsche su un esem-
plare di HL: «Quale ricompensa me ne verrà in cambio?
Non ne dubito: mi si risponderà che nulla è più falso, più a
buon mercato e più illecito di questo mio sentimento - con
esso io mi mostre indegno di quel possente movimento a favore
della storiografia, di quel senso storico che si è reso avvertibile
solo da due generazioni in Europa, e da quattro in Germania,
come qualcosa di nuovo nella storia». illuminato sulla nostra
epoca]la stesura di U II 4, 60 continuava con il passo, poi can-
cellato da Nietzsche: « Oltre a ciò, chi percorrerebbe mai una
valle la cui eco è famosa, munito di una frusta, senza farla
schioccare qualche volta solo per ascoltare la bella eco? Chi
vuol conoscere la propria epoca deve parlare francamente -
trattandola addirittura - - -». Inattuale ~ inoltre• •. che ne sof-
friamo] correzione di Nietzsche su un esemplare di HL: « Orbene,
l'inattualità del mio modo di considerare consiste proprio in
questo. Io cerco di intendere qui come danno, colpa e difetto
del nostro secolo qualcosa di cui esso va a buon diritto fiero,
la <sua> formazione storica, poiché credo addirittura che esso
ne soffra come della sua più pericolosa malattia, e dovrebbe
almeno riconoscere che ne soffre». Ma se Goetheha detto •••
mi si lasci dire] correzione di Nietzsche, senza che venga indicata
la sua precisa collocazione, su un esemplare di HL: «Desidero
convincere i miei lettori a riconoscere come me una pericolosa
malattia di questo secolo al di sotto di questa formazione sto-
rica. Con ciò non si vuol tentare nulla di assurdo. Goethe -
e tutto quanto voglio dimostrare sta nel fatto che con il nostro
"senso storico" abbiamocoltivatoe accresciutoi nostri difetti». Quan-
to alla citazione di Goethe contenuta nel testo di HL, cfr.
Dichtung und Wahrheit, III, 13.

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NOTE

1 L'inizio di questo paragrafo è stato ispirato dal Canto notturno


di un pastore errante dell'Asia di Leopardi, come dimostrano le
prime stesure, da noi pubblicate come frammenti postumi in
29[98] e 30[1], dove sono citati in traduzione tedesca i w.
107-112: « Quanta invidia ti porto! Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai; Ch'ogni stento, ogni danno, Ogni estremo
timor subito scordi; Ma più perché giammai tedio non pro-
vi». Osserva il gregge che ti] correzione di Nietzsche su un
esemplare di HL:«- Questo gregge, che qui mi». della tua
felicità e soltanto mi guardi] correzione di Nietzsche su un esem-
plare di HL: «della tua felicità? perché invece taci sempre?».
che subito dimentica• •• ogni istante] correzione di Nietzsche
su un esemplare di HL: «per il fatto che dimentica e "uccide"
realmente il tempo». comeun numero• •. stranafrazione] nota
di Rohde sulle bozze di stampa dove si leggeva «come un nu-
mero si divide per un altro senza resto»: «brutta immagine».
brama e privazione] aggiunta di Nietzsche su un esemplare
di HL: «e appunto per questo centuplichi la capacità di dolo-
re». Un uomoche volesse••. ruminazione]cfr. 29[32]. e alla
fine perisce] la stesura preparatoria di U II 2, 103 continuava:
«forza plastica. Memoria e dimenticanza sono entrambe neces-
sarie per la salute, entrambe lo sono per la salute di un popolo,
di una cultura». Come colui . •. senza coscienza]cfr. Goethe,
Maximen und Refiexionen,24 J. And from the ••• could not give]
«E dagli avanzi della vita sperano di ricevere, Quello che la
prima corsa piena di vita non poteva dare». Non val cosa .••
T'acqueta ornai] cfr. Leopardi, A se stesso, w. 7-11. Nietzsche
aveva letto i Canti nella traduzione tedesca: Gedichtevon Giacomo
Leopardiverdeutscht. .. von R. Hamerling, Hildburghausen 1866.
In HL cita da questa traduzione, p. 108, BN: « Nichts lebt,
das wi.irdig War' deiner Regungen, und keinen Seufzer ver-
dient die Erde. Schmerz und Langeweile ist unser Sein und
Koth die Welt - nichts Andres. Beruhige dich». Ma lascia-
mo] la stesura primitiva del passo seguente sta in 30[2]. come
vivente] la stesura preparatoria di U II 2, 91 continuava con il
passo, poi cancellato da Nietzsche: « Ma solo per il fatto che
non viene guidato dal sapere, bensì dall'impulso vitale, egli
desume unicamente da una posizione non decorativa rispetto
al passato - - -».

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NOTE

2 Con riguardo all'attivo • •• i mutamenti di fortuna] cfr. Polibio,


Storie 1, 1, 2: &À'r).fhvCi>-rcx:nJv
µèv e!vixt 1t1XL8dixvxixl yuµvixa(ixv
1tpÒç 't'«x<;7t'OÀt't'LX!X<;
1tp1XçEL<; 't'l)V ÈX Tijç {a-rop(ixç µcx&lJaLV,
èvixpyea-rcx't"r)v8è xixl µ6V'r)v 8t8ixaxlXÀov -rou 8uvixa.&ixt -r&ç Tijç
'TO)('r)t;;
µETIX~OÀoct;;yevvix(Ci>t;;
Ù1tocpépELV 't'l)V 't'WV &ÀÀCi>'t'p(Ci>V
7t'E-
pL7t'E't'ELWV
ù1t6µv'r)atv... di tali momentida lungo tempo.•• sto-
ria monumentale]stesura preparatoria di Mp XII 4: «di un'epoca
passata siano altresì grandi, e che la fede profetica del desiderio
di gloria si adempia, ecco il pensiero fondamentale della cultu-
ra». in loroda sotterrare]la stesura preparatoria di Mp XII 4
continuava: « I compagni più temerari, tra questi avidi di
gloria, devono essere peraltro i grandi filosofi». del più pre-
libato • •. l'ha chiamata] cfr. Schopenhauer, Parerga e Paralipo-
mena, 1, 424 (ed. Frauenstadt, Wiesbaden 1966), il quale però
dice «per il nostro orgoglio e la nostra vanità», anziché «del
nostro amor proprio». Cfr. la traduzione italiana (Torino
1963), p. 500. Infondo anzi ••• minimi particolari]cfr. 29[29];
29[108]. uno Stoico ••• Cesare]cfr. 29[62]. l'America] le
bozze di stampa, prima della correzione, continuavano: «e
l'America Colombo». Nietzsche cancellò queste parole su sug-
gerimento di Rohde, che aveva annotato: «in ogni caso di
cattivo gusto». come l'anca .•• nel loro maestro] le bozze di
stampa, prima della correzione, continuavano: «mentre una
volta faceva il bagno». Rohde aveva annotato accanto a queste
parole: « cancellare, perché è un errore di fatto». In realtà le
fonti non parlano di «bagno»; cfr. Diogene Laerzio, VIII, 11;
Apollonio Paradossografo, Mirabilia, 6 (da Aristotele; cfr. Ari-
stotelis Fragmenta,ed. Rose 1886, fr. 191, e ed. Ross 1955, fr. 1
de Pyth.).
3 Cfr. 29[180]; 29[114]. patrimonio ancestrale] in tedesco
«Urvater-Hausrath», letteralmente suppellettili domesticheance-
strali; cfr. Goethe, Faust, 1, v. 408. Qui è sempre••• pericolo]
cfr. 29[114]. Giacchétutto citJ• •• che nientenascesse]cfr. Goe-
the, Faust, 1, vv. 1339-1341.
4 Cfr. 29[118]; 29[121]; 29[122]; 29[65]; 29[81]. come av-
viene nellafavola] cfr. Grimm, Il lupo e le sette caprette. per bar-
bari esterni]la stesura di U II 4, 1-2 continuava con il passo, poi
cancellato da Nietzsche: « Si può anzi procedere oltre e dire:
solo attraverso gli studi storici è venuta al mondo l'antitesi tra

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Friedrich Nietzsche: Sämtliche Werke Friedrich Nietzsche
Kritische Studienausgabe in 15 Einzelbänden Die Geburt der Tragödie
Unzeitgemäße Betrachtungen
KSA 1: Die Geburt der Tragödie I-IV
Unzeitgemäße Betrachtungen I-IV Nachgelassene Schriften
Nachgelassene Schriften 1870-1873 1870-1873
KSA 2: Menschliches, Allzumenschliches I und II
KSA 3: Morgenröte Kritische Studienausgabe
Idyllen aus Messina Herausgegeben von
Die fröhliche Wissenschaft Giorgio Colli und Mazzino Montinari
KSA 4: Also sprach Zarathustra
KSA 5: Jenseits von Gut und Böse
Zur Genealogie der Moral
KSA 6: Der Fall Wagner
Götzen-Dämmerung
Der Antichrist • Ecce homo
Dionysos-Dithyramben • Nietzsche contra Wagner
KSA 7 Nachgelassene Fragmente 1869-1874
KSA 8 Nachgelassene Fragmente 1875-1879
KSA 9 Nachgelassene Fragmente 1880-1882
KSA 10 Nachgelassene Fragmente 1882-1884
KSA 11 Nachgelassene Fragmente 1884—1885
KSA 12 Nachgelassene Fragmente 1885-1887
KSA 13 Nachgelassene Fragmente 1887-1889
KSA 14 Einführung in die KSA
Werk- und Siglenverzeichnis
Kommentar zu den Bänden 1-13
KSA 15: Chronik zu Nietzsches Leben
Konkordanz
Verzeichnis sämtlicher Gedichte
Gesamtregister
Deutscher Taschenbuch Verlag
de Gruyter
Band i der ,Kritischen Studienausgabe' (KSA) in 15 Bänden,
die erstmals 1980 als Taschenbuchausgabe erschien
und für die vorliegende Neuausgabe durchgesehen wurde.
Sie enthält sämtliche Werke und unveröffentlichten Texte
Friedrich Nietzsches nach den Originaldrucken und -manuskripten
auf der Grundlage der ,Kritischen Gesamtausgabe',
herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari,
erschienen im Verlag de Gruyter, Berlin/New York 1967 ff.
Die Bände 14 (Kommentar) und 15 (Chronik und Gesamtregister)
wurden eigens für die KSA erstellt.
Übersetzung des Nachworts von Ragni Maria Gschwend.
KSA 15 enthält die Konkordanz zur ,Kritischen Gesamtausgabe'. Inhalt
Vorbemerkung 7
Die Geburt der Tragödie 9
Unzeitgemäße Betrachtungen I 157
Unzeitgemäße Betrachtungen II 243
Unzeitgemäße Betrachtungen III 335
Unzeitgemäße Betrachtungen IV 429
Nachgelassene Schriften 1870-1873 511
Nachwort 899
November 1988
Inhaltsverzeichnis 921
Deutscher Taschenbuch Verlag GmbH & Co. KG, München
Walter de Gruyter, Berlin/New York
© 1967-77 und 1988 (2., durchgesehene Auflage)
Walter de Gruyter & Co.,
vormals G. J. Göschen'sche Verlagsbuchhandlung - J. Guttentag,
Verlagsbuchhandlung - Georg Reimer - Karl J.Trübner -
Veit & Comp., Berlin 30
Umschlaggestaltung: Celestino Piatti
Gesamtherstellung: C.H.Beck'sche Buchdruckerei,
Nördlingen
Printed in Germany
ISBN dtv 3-423-02221-3
ISBNWdeG3-n-oii8 4 o-8
242 Unzeitgemässe Betrachtungen I

kenntniss eines Einzelnen; und was vermöchte so ein Einzelner


gegen alle Welt, selbst wenn seine Stimme überall gehört würde!
Sein Unheil würde doch nur, um Euch zu guterletzt mit einer
äditen und kostbaren Straussenfeder zu schmücken, „von eben
so v i e l s u b j e c t i v e r W a h r h e i t als o h n e j e d e o b -
j e c t i v e B e w e i s k r a f t sein" — nicht wahr, meine Guten?
Seid deshalb immerhin getrosten Muthes! Einstweilen wenigstens
wird es bei Eurem „von eben so v i e l — als ohne" sein
Bewenden haben. Einstweilen! So lange nämlich das noch als un-
zeitgemäss gilt, was immer an der Zeit war und jetzt mehr als je
an der Zeit ist und Noth thut — die Wahrheit zu sagen. —
Unzeitgemässe Betrachtungen
Zweites Stück:
Vom Nutzen und Nachtheil
der Historie für das Leben.
Vorwort.

„Uebrigens ist mir Alles verhasst, was mich bloss belehrt,


ohne meine Thätigkeit zu vermehren, oder unmittelbar zu be-
leben". Dies sind Worte Goethes, mit denen, als mit einem herz-
5 haft ausgedrückten Ceterum censeo, unsere Betrachtung über den
Werth und den Unwerth der Historie beginnen mag. In derselben
soll nämlich dargestellt werden, warum Belehrung ohne Belebung,
warum Wissen, bei dem die Thätigkeit erschlafft, warum Historie
als kostbarer Erkenntniss-Ueberfluss und Luxus uns ernstlich,
io nach Goethes Wort, verhasst sein muss — deshalb, weil es uns
noch am Nothwendigsten fehlt, und weil das Ueberflüssige der
Feind des Nothwendigen ist. Gewiss, wir brauchen die Historie,
aber wir brauchen sie anders, als sie der verwöhnte Müssiggänger
im Garten des Wissens braucht, mag derselbe auch vornehm auf
15 unsere derben und anmuthlosen Bedürfnisse und Nöthe herab-
sehen. Das heisst, wir brauchen sie zum Leben und zur That, nicht
zur bequemen Abkehr vom Leben und von der That oder gar zur
Beschönigung des selbstsüchtigen Lebens und der feigen und
schlechten That. Nur soweit die Historie dem Leben dient, wol-
io len wir ihr dienen: aber es giebt einen Grad, Historie zu treiben
und eine Schätzung derselben, bei der das Leben verkümmert und
entartet: ein Phänomen, welches an merkwürdigen Symptomen
Unzeitgcmässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie. Vorwort 247
246

unserer Zeit sich zur Erfahrung zu bringen jetzt eben so noth- schwiegen werden, dass ich die Erfahrungen, die mir jene quälen-
wendig ist als es schmerzlich sein mag. den Empfindungen erregten, meistens aus mir selbst und nur zur
Ich habe mich bestrebt eine Empfindung zu schildern, die mich Vergleichung aus Anderen entnommen habe, und dass ich nur
oft genug gequält hat; ich räche mich an ihr, indem ich sie der sofern ich Zögling älterer Zeiten, zumal der griechischen bin, über
5 Oeffentlichkeit preisgebe. Vielleicht wird irgend Jemand durch 5 mich als ein Kind dieser jetzigen Zeit zu so unzeitgemässen Erfah-
eine solche Schilderung veranlasst, mir zu erklären, dass er diese rungen komme. So viel muss ich mir aber selbst von Berufs wegen
Empfindung zwar auch kenne, aber dass ich sie nicht rein und als classischer Philologe zugestehen dürfen: denn ich wüsste nicht,
ursprünglich genug empfunden und durchaus nicht mit der ge- was die classische Philologie in unserer Zeit für einen Sinn hätte,
bührenden Sicherheit und Reife der Erfahrung ausgesprochen wenn nicht den, in ihr unzeitgemäss — das heisst gegen die Zeit
i° habe. So vielleicht der Eine oder der Andere; die Meisten aber >o und dadurch auf die Zeit und hoffentlich zu Gunsten einer kom-
werden mir sagen, dass es eine ganz verkehrte, unnatürliche, ab- menden Zeit — zu wirken.
scheuliche und schlechterdings unerlaubte Empfindung sei, ja dass
ich mich mit derselben der so mächtigen historischen Zeitrichtung
unwürdig gezeigt habe, wie sie bekanntlich seit zwei Menschen-
1
5 altern unter den Deutschen namentlich zu bemerken ist. Nun wird
jedenfalls dadurch, dass ich mich mit der Naturbeschreibung
meiner Empfindung hervorwage, die allgemeine Wohlanständig-
keit eher gefördert als beschädigt, dadurch dass ich Vielen Ge-
legenheit gebe, einer solchen Zeitrichtung, wie der eben erwähn-
20 ten, Artigkeiten zu sagen. Für mich aber gewinne ich etwas, was
mir noch mehr werth ist als die Wohlanständigkeit — öffentlich
über unsere Zeit belehrt und zurecht gewiesen zu werden.
Unzeitgemäss ist auch diese Betrachtung, weil ich etwas, wor-
auf die Zeit mit Recht stolz ist, ihre historische Bildung, hier ein-
*5 mal als Schaden, Gebreste und Mangel der Zeit zu verstehen
versuche, weil ich sogar glaube, dass wir Alle an einem verzehren-
den historischen Fieber leiden und mindestens erkennen sollten,
dass wir daran leiden. Wenn aber Goethe mit gutem Rechte ge-
sagt hat, dass wir mit unseren Tugenden zugleich auch unsere
3° Fehler anbauen, und wenn, wie Jedermann weiss, eine hyper-
trophische Tugend — wie sie mir der historische Sinn unserer
Zeit zu sein scheint — so gut zum Verderben eines Volkes werden
kann wie ein hypertrophisches Laster: so mag man mich nur ein-
mal gewähren lassen. Auch soll zu meiner Entlastung nicht ver-
Vom Nutzen und Nichtheil der Historie für das Leben 1 249

aus, flattert fort — und flattert plötzlich wieder zurück, dem


Menschen in den Schooss. Dann sagt der Mensch „ich erinnere
mich" und beneidet das Thier, welches sofort vergisst und jeden
Augenblick wirklich sterben, in Nebel und Nacht zurücksinken
5 und auf immer erlöschen sieht. So lebt das Thier u n h i s t o -
r i s c h : denn es geht auf in der Gegenwart, wie eine Zahl, ohne
dass ein wunderlicher Bruch übrig bleibt, es weiss sich nicht zu
verstellen, verbirgt nichts und erscheint in jedem Momente ganz
und gar als das was es ist, kann also gar nicht anders sein als
•o ehrlich. Der Mensch hingegen stemmt sich gegen die grosse und
immer grössere Last des Vergangenen: diese drückt ihn nieder
Betrachte die Heerde, die an dir vorüberweidet: sie weiss oder beugt ihn seitwärts, diese beschwert seinen Gang als eine un-
nicht was Gestern, was Heute ist, springt umher, frisst, ruht, ver- sichtbare und dunkle Bürde, welche er zum Scheine einmal ver-
daut, springt wieder, und so vom Morgen bis zur Nacht und von läugnen kann, und welche er im Umgange mit seines Gleichen gar
$ Tage zu Tage, kurz angebunden mit ihrer Lust und Unlust, näm- «J zu gern verläugnet: um ihren Neid zu wecken. Deshalb ergreift
lich an den Pflock des Augenblickes und deshalb weder schwer- es ihn, als ob er eines verlorenen Paradieses gedächte, die wei-
müthig noch überdrüssig. Dies zu sehen geht dem Menschen hart dende Heerde oder, in vertrauterer Nähe, das Kind zu sehen, das
ein, weil er seines Menschenthums sich vor dem Thiere brüstet und noch nichts Vergangenes zu verläugnen hat und zwischen den
doch nach seinem Glücke eifersüchtig hinblickt — denn das will Zäunen der Vergangenheit und der Zukunft in überseliger Blind-
J
io er allein, gleich dem Thiere weder überdrüssig noch unter Schmer- ° heit spielt. Und doch muss ihm sein Spiel gestört werden: nur zu
zen leben, und will es doch vergebens, weil er es nicht will wie das zeitig wird es aus der Vergessenheit heraufgerufen. Dann lernt es
Thier. Der Mensch fragt wohl einmal das Thier: warum redest du das Wort „es war" zu verstehen, jenes Losungswort, mit dem
mir nicht von deinem Glücke und siehst mich nur an? Das Thier Kampf, Leiden und Ueberdruss an den Menschen herankommen,
will auch antworten und sagen, das kommt daher dass ich immer ihn zu erinnern, was sein Dasein im Grunde ist — ein nie zu voll-
15 gleich vergesse, was ich sagen wollte — da vergass es aber auch *5 endendes Imperfectum. Bringt endlich der Tod das ersehnte Ver-
schon diese Antwort und schwieg: so dass der Mensch sich darob gessen, so unterschlägt er doch zugleich dabei die Gegenwart und
verwunderte. das Dasein und drückt damit das Siegel auf jene Erkenntniss, dass
Er wundert sich aber auch über sich selbst, das Vergessen nicht Dasein nur ein ununterbrochenes Gewesensein ist, ein Ding, das
lernen zu können und immerfort am Vergangenen zu hängen: davon lebt, sich selbst zu verneinen und zu verzehren, sich selbst
20 mag er noch so weit, noch so schnell laufen, die Kette läuft mit. Es 3° zu widersprechen.
ist ein Wunder: der Augenblick, im Husch da, im Husch vorüber, Wenn ein Glück, wenn ein Haschen nach neuem Glück in
vorher ein Nichts, nachher ein Nichts, kommt doch noch als Ge- irgend einem Sinne das ist, was den Lebenden im Leben fest-
spenst wieder und stört die Ruhe eines späteren Augenblicks. hält und zum Leben fortdrängt, so hat vielleicht kein Philosoph
Fortwährend löst sich ein Blatt aus der Rolle der Zeit, fällt her- mehr Recht als der Cyniker: denn das Glück des Thieres, als des
250 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 1 251

vollendeten Cynikers, ist der lebendige Beweis für das Recht des Um diesen Grad und durch ihn dann die Grenze zu bestim-
Cynismus. Das kleinste Glück, wenn es nur ununterbrochen da men, an der das Vergangene vergessen werden muss, wenn es
ist und glücklich macht, ist ohne Vergleich mehr Glück als das nicht zum Todtengräber des Gegenwärtigen werden soll, müsste
grösste, das nur als Episode, gleichsam als Laune, als toller Ein- man genau wissen, wie gross die p l a s t i s c h e K r a f t eines
5 fall, zwischen lauter Unlust, Begierde und Entbehren kommt. Bei 5 Menschen, eines Volkes, einer Cultur ist, ich meine jene Kraft, aus
dem kleinsten aber und bei dem grössten Glücke ist es immer sich heraus eigenartig zu wachsen, Vergangenes und Fremdes um-
Eines, wodurch Glück zum Glücke wird: das Vergessen-können zubilden und einzuverleiben, Wunden auszuheilen, Verlorenes
oder, gelehrter ausgedrückt, das Vermögen, während seiner zu ersetzen, zerbrochene Formen aus sich nachzuformen. Es giebt
Dauer unhistorisch zu empfinden. Wer sich nicht auf der Schwelle Menschen die diese Kraft so wenig besitzen, dass sie an einem
10
des Augenblicks, alle Vergangenheiten vergessend, niederlassen 'o einzigen Erlebniss, an einem einzigen Schmerz, oft zumal an
kann, wer nicht auf einem Punkte wie eine Siegesgöttin ohne einem einzigen zarten Unrecht, wie an einem ganz kleinen
Schwindel und Furcht zu stehen vermag, der wird nie wissen, blutigen Risse unheilbar verbluten; es giebt auf der anderen
was Glück ist und noch schlimmer: er wird nie etwas thun, was Seite solche, denen die wildesten und schauerlichsten Lebensun-
Andere glücklich macht. Denkt euch das äusserste Beispiel, einen fälle und selbst Thaten der eigenen Bosheit so wenig anhaben,
iJ Menschen, der die Kraft zu vergessen gar nicht besässe, der ver- 'S dass sie es mitten darin oder kurz darauf zu einem leidlichen
urtheilt wäre, überall ein Werden zu sehen: ein Solcher glaubt Wohlbefinden und zu einer Art ruhigen Gewissens bringen. Je
nicht mehr an sein eigenes Sein, glaubt nicht mehr an sich, sieht stärkere Wurzeln die innerste Natur eines Menschen hat, um so
alles in bewegte Punkte auseinander fliessen und verliert sich in mehr wird er auch von der Vergangenheit sich aneignen oder an-
diesem Strome des Werdens: er wird wie der rechte Schüler Hera- zwingen; und dächte man sich die mächtigste und ungeheuerste
*o klits zuletzt kaum mehr wagen den Finger zu heben. Zu allem -o Natur, so wäre sie daran zu erkennen, dass es für sie gar keine
Handeln gehört Vergessen: wie zum Leben alles Organischen Grenze des historischen Sinnes geben würde, an der er über-
nicht nur Licht, sondern auch Dunkel gehört. Ein Mensch, der wuchernd und schädlich zu wirken vermöchte; alles Vergangene,
durch und durch nur historisch empfinden wollte, wäre dem ähn- eigenes und fremdestes, würde sie an sich heran, in sich hinein-
lich, der sich des Schlafens zu enthalten gezwungen würde, oder ziehen und gleichsam zu Blut umschaffen. Das was eine solche
2
*5 dem Thiere, das nur vom Wiederkäuen und immer wiederholten 5 Natur nicht bezwingt, weiss sie zu vergessen; es ist nicht mehr da,
Wiederkäuen leben sollte. Also: es ist möglich, fast ohne Erinne- der Horizont ist geschlossen und ganz, und nichts vermag daran
rung zu leben, ja glücklich zu leben, wie das Thier zeigt; es ist zu erinnern, dass es noch jenseits desselben Menschen, Leidenschaf-
aber ganz und gar unmöglich, ohne Vergessen überhaupt zu leben. ten, Lehren, Zwecke giebt. Und dies ist ein allgemeines Gesetz:
Oder, um mich noch einfacher über mein Thema zu erklären: e s jedes Lebendige kann nur innerhalb eines Horizontes gesund,
3° giebt einen G r a d von S c h l a f l o s i g k e i t , von 3° stark und fruchtbar werden; ist es unvermögend einen Horizont
W i e d e r k ä u e n , von h i s t o r i s c h e m S i n n e , bei dem um sich zu ziehen und zu selbstisch wiederum, innerhalb eines
d a s L e b e n d i g e zu S c h a d e n k o m m t , u n d z u l e t z t fremden den eigenen Blick einzuschliessen, so siecht es matt oder
z u G r u n d e g e h t , s e i es n u n e i n M e n s c h o d e r e i n überhastig zu zeitigem Untergange dahin. Die Heiterkeit, das
Volk oder eine Cultur. gute Gewissen, die frohe That, das Vertrauen auf das Kommende
252 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 1 253

— alles das hängt, bei dem Einzelnen wie bei dem Volke, davon durch, dass der Mensch denkend, überdenkend, vergleichend,
ab, dass es eine Linie giebt, die das Uebersehbare, Helle von dem trennend, zusammenschliessend jenes unhistorische Element ein-
Unaufhellbaren und Dunkeln scheidet, davon dass man eben so schränkt, erst dadurch dass innerhalb jener umschliessenden
gut zur rechten Zeit zu vergessen weiss, als man sich zur rechten Dunstwolke ein heller, blitzender Lichtschein entsteht, also erst
5 Zeit erinnert, davon dass man mit kräftigem Instincte heraus- 5 durch die Kraft, das Vergangene zum Leben zu gebrauchen und
fühlt, wann es nöthig ist, historisch, wann unhistorisch zu emp- aus dem Geschehenen wieder Geschichte zu machen, wird der
finden. Dies gerade ist der Satz, zu dessen Betrachtung der Leser Mensch zum Menschen: aber in einem Uebermaasse von Historie
eingeladen ist: d a s U n h i s t o r i s c h e u n d d a s H i s t o - hört der Mensch wieder auf, und ohne jene Hülle des Unhistori-
r i s c h e ist g l e i c h e r m a a s s e n für die G e s u n d h e i t schen würde er nie angefangen haben und anzufangen wagen. Wo
10
eines E i n z e l n e n , eines Volkes und einer C u l - 1° finden sich Thaten, die der Mensch zu thun vermöchte, ohne vor-
tur nöthig. her in jene Dunstschicht des Unhistorischen eingegangen zu sein?
Hier bringt nun Jeder zunächst eine Beobachtung mit: das Oder um die Bilder bei Seite zu lassen und zur Illustration durch
historische Wissen und Empfinden eines Menschen kann sehr be- das Beispiel zu greifen: man vergegenwärtige sich doch einen
schränkt, sein Horizont eingeengt wie der eines Alpenthal-Be- Mann, den eine heftige Leidenschaft, für ein Weib oder für einen
is wohners sein, in jedes Unheil mag er eine Ungerechtigkeit, in '5 grossen Gedanken, herumwirft und fortzieht; wie verändert sich
jede Erfahrung den Irrthum legen, mit ihr der Erste zu sein — ihm seine Welt! Rückwärts blickend fühlt er sich blind, seitwärts
und trotz aller Ungerechtigkeit und allem Irrthum steht er doch hörend vernimmt er das Fremde wie einen dumpfen bedeutungs-
in unüberwindlicher Gesundheit und Rüstigkeit da und erfreut leeren Schall; was er überhaupt wahrnimmt, das nahm er noch
jedes Auge; während dicht neben ihm der bei weitem Gerechtere nie so wahr; so fühlbar nah, gefärbt, durchtönt, erleuchtet, als
2° und Belehrtere kränkelt und zusammenfällt, weil die Linien 20 ob er es mit allen Sinnen zugleich ergriffe. Alle Werthschätzungen
seines Horizontes immer von Neuem unruhig sich verschieben, sind verändert und entwerthet; so vieles vermag er nicht mehr zu
weil er sich aus dem viel zarteren Netze seiner Gerechtigkeiten schätzen, weil er es kaum mehr fühlen kann: er fragt sich ob er
und Wahrheiten nicht wieder zum derben Wollen und Begehren so lange der Narr fremder Worte, fremder Meinungen gewesen
herauswinden kann. Wir sahen dagegen das Thier, das ganz un- sei; er wundert sich, dass sein Gedächtniss sich unermüdlich in
25 historisch ist und beinahe innerhalb eines punktartigen Horizon- *$ einem Kreise dreht und doch zu schwach und müde ist, um nur
tes wohnt und doch in einem gewissen Glücke, wenigstens ohne einen einzigen Sprung aus diesem Kreise heraus zu machen. Es
Ueberdruss und Verstellung lebt; wir werden also die Fähigkeit, ist der ungerechteste Zustand von der Welt, eng, undankbar
in einem bestimmten Grade unhistorisch empfinden zu können, gegen das Vergangene, blind gegen Gefahren, taub gegen War-
für die wichtigere und ursprünglichere halten müssen, insofern in nungen, ein kleiner lebendiger Wirbel in einem todten Meere von
30 ihr das Fundament liegt, auf dem überhaupt erst etwas Rechtes, 3° Nacht und Vergessen: und doch ist dieser Zustand — unhistorisch,
Gesundes und Grosses, etwas wahrhaft Menschliches wachsen widerhistorisch durch und durch — der Geburtsschooss nicht nur
kann. Das Unhistorische ist einer umhüllenden Atmosphäre ähn- einer ungerechten, sondern vielmehr jeder rechten That; und kein
lich, in der sich Leben allein erzeugt, um mit der Vernichtung Künstler wird sein Bild, kein Feldherr seinen Sieg, kein Volk
dieser Atmosphäre wieder zu verschwinden. Es ist wahr: erst da- seine Freiheit erreichen, ohne sie in einem derartig unhistorischen
254 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 1 255

Zustande vorher begehrt und erstrebt zu haben. Wie der Han- oder des neunzehnten Jahrhunderts, die Frage sich zu beantwor-
delnde, nach Goethes Ausdruck, immer gewissenlos ist, so ist er ten, wie und wozu gelebt werde. Wer seine Bekannten fragt, ob
auch wissenlos, er vergisst das Meiste, um Eins zu thun, er ist sie die letzten zehn oder zwanzig Jahre noch einmal zu durch-
ungerecht gegen das, was hinter ihm liegt und kennt nur Ein leben wünschten, wird leicht wahrnehmen, wer von ihnen für
5 Recht, das Recht dessen, was jetzt werden soll. So liebt jeder 5 jenen überhistorischen Standpunkt vorgebildet ist: zwar werden
Handelnde seine That unendlich mehr als sie geliebt zu werden sie wohl Alle Nein! antworten, aber sie werden jenes Nein! ver-
verdient: und die besten Thaten geschehen in einem solchen schieden begründen. Die Einen vielleicht damit, dass sie sich ge-
Ueberschwange der Liebe, dass sie jedenfalls dieser Liebe unwerth trösten „aber die nächsten zwanzig werden besser sein"; es sind
sein müssen, wenn ihr Werth auch sonst unberechenbar gross die, von denen David Hume spöttisch sagt:
10
wäre.
10
Sollte Einer im Stande sein, diese unhistorische Atmosphäre, And from the dregs of life hope to reeeive,
in der jedes grosse geschichtliche Ereigniss entstanden ist, in zahl- What the first sprightly running could not give.
reichen Fällen auszuwittern und nachzuathmen, so vermöchte ein
Solcher vielleicht, als erkennendes Wesen, sich auf einen ü b e r - Wir wollen sie die historischen Menschen nennen; der Blick in die
'$ h i s t o r i s c h e n Standpunkt zu erheben, wie ihn einmal Niebuhr Vergangenheit drängt sie zur Zukunft hin, feuert ihren Muth an,
als mögliches Resultat historischer Betrachtungen geschildert hat. es noch länger mit dem Leben aufzunehmen, entzündet die Hoff-
„Zu einer Sache wenigstens," sagt er, „ist die Geschichte, klar und •5 nung, dass das Rechte noch komme, dass das Glück hinter derrt
ausführlich begriffen, nutz: dass man weiss, wie auch die grössten Berge sitze, auf den sie zuschreiten. Diese historischen Menschen
und höchsten Geister unseres menschlichen Geschlechtes nicht wis- glauben, dass der Sinn des Daseins im Verlaufe eines P r o z e s -
2
° sen, wie zufällig ihr Auge die Form angenommen hat, wodurch ses immer mehr ans Licht kommen werde, sie schauen nur des-
sie sehen und wodurch zu sehen sie von Jedermann gewaltsam halb rückwärts, um an der Betrachtung des bisherigen Prozesses
fordern, gewaltsam nämlich, weil die Intensität ihres Bewusst- 10
die Gegenwart zu verstehen und die Zukunft heftiger begehren
seins ausnehmend gross ist. Wer dies nicht ganz bestimmt und in zu lernen; sie wissen gar nicht, wie unhistorisch sie trotz aller
vielen Fällen weiss und begriffen hat, den unterjocht die Erschei- ihrer Historie denken und handeln, und wie auch ihre Beschäfti-
*s nung eines mächtigen Geistes, der in eine gegebene Form die gung mit der Geschichte nicht im Dienste der reinen Erkenntniss,
höchste Leidenschaftlichkeit bringt." Ueberhistorisch wäre ein sondern des Lebens steht.
solcher Standpunkt zu nennen, weil Einer, der auf ihm steht, gar *$ Aber jene Frage, deren erste Beantwortung wir gehört haben,
keine Verführung mehr zum Weiterleben und zur Mitarbeit an kann auch einmal anders beantwortet werden. Zwar wiederum
der Geschichte verspüren könnte, dadurch dass er die Eine Be- mit einem Nein! aber mit einem anders begründeten Nein. Mit
3° dingung alles Geschehens, jene Blindheit und Ungerechtigkeit in dem Nein des überhistorischen Menschen, der nicht im Prozesse
der Seele des Handelnden, erkannt hätte; er wäre selbst davon das Heil sieht, für den vielmehr die Welt in jedem einzelnen
geheilt, die Historie von nun an noch übermässig ernst zu neh- 30 Augenblicke fertig ist und ihr Ende erreicht. Was könnten zehn
men: hätte er doch gelernt, an jedem Menschen, an jedem Erleb- neue Jahre lehren, was die vergangenen zehn nicht zu lehren
niss, unter Griechen oder Türken, aus einer Stunde des ersten vermochten!
256 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 1 257

Ob nun der Sinn der Lehre Glück oder Resignation oder nur dies gerade immer besser lernen, Historie zum Zwecke des
Tugend oder Busse ist, darin sind die überhistorischen Menschen L e b e n s zu treiben! Dann wollen wir den Ueberhistorischen
mit einander nie einig gewesen; aber, allen historischen Betrach- gerne zugestehen, dass sie mehr Weisheit besitzen, als wir; falls
tungsarten des Vergangenen entgegen, kommen sie zur vollen wir nämlich nur sicher sein dürfen, mehr Leben als sie zu besitzen:
5 Einmüthigkeit des Satzes: das Vergangene und das Gegenwärtige $ denn so wird jedenfalls unsere Unweisheit mehr Zukunft haben,
ist Eines und dasselbe, nämlich in aller Mannichfaltigkeit typisch als ihre Weisheit. Und damit gar kein Zweifel über den Sinn die-
gleich und als Allgegenwart unvergänglicher Typen ein still- ses Gegensatzes von Leben und Weisheit bestehen bleibe, will ich
stehendes Gebilde von unverändertem Werthe und ewig gleicher mir durch ein von Alters her wohlbewährtes Verfahren zu Hülfe
Bedeutung. Wie die Hunderte verschiedener Sprachen denselben kommen und gerades Wegs einige Thesen aufstellen.
io typisch festen Bedürfnissen der Menschen entsprechen, so dass io Ein historisches Phänomen, rein und vollständig erkannt und
Einer, der diese Bedürfnisse verstände, aus allen Sprachen nichts in ein Erkenntnissphänomen aufgelöst, ist für den, der es erkannt
Neues zu lernen vermöchte: so erleuchtet sich der überhistorische hat, todt: denn er hat in ihm den Wahn, die Ungerechtigkeit, die
Denker alle Geschichte der Völker und der Einzelnen von innen blinde Leidenschaft und überhaupt den ganzen irdisch umdunkel-
heraus, hellseherisch den Ursinn der verschiedenen Hieroglyphen ten Horizont jenes Phänomens und zugleich eben darin seine
1
J errathend und allmählich sogar der immer neu hinzuströmenden >$ geschichtliche Macht erkannt. Diese Macht ist jetzt für ihn, den
Zeichenschrift ermüdet ausweichend: denn wie sollte er es im un- Wissenden, machtlos geworden: vielleicht noch nicht für ihn, den
endlichen Ueberflusse des Geschehenden nicht zur Sättigung, zur Lebenden.
Uebersättigung, ja zum Ekel bringen! so dass der Verwegenste Die Geschichte als reine Wissenschaft gedacht und souverän
zuletzt vielleicht bereit ist, mit Giacomo Leopardi zu seinem geworden, wäre eine Art von Lebens-Abschluss und Abrechnung
*o Herzen zu sagen: *o für die Menschheit. Die historische Bildung ist vielmehr nur im
Gefolge einer mächtigen neuen Lebensströmung, einer werden-
„Nichts lebt, das würdig den Cultur zum Beispiel, etwas Heilsames und Zukunft-Ver-
„War deiner Regungen, und keinen Seufzer verdient heissendes, also nur dann, wenn sie von einer höheren Kraft be-
die Erde. herrscht und geführt wird und nicht selber herrscht und führt.
„Schmerz und Langeweile ist unser Sein und Koth »5 Die Historie, sofern sie im Dienste des Lebens steht, steht im
25 die Welt — nichts Andres. Dienste einer unhistorischen Macht und wird deshalb nie, in
„Beruhige dich." dieser Unterordnung, reine Wissenschaft, etwa wie die Mathe-
Doch lassen wir den überhistorischen Menschen ihren Ekel und matik es ist, werden können und sollen. Die Frage aber, bis zu
ihre Weisheit: heute wollen wir vielmehr einmal unserer Unweis- welchem Grade das Leben den Dienst der Historie überhaupt
heit von Herzen froh werden und uns als den Thätigen und Fort- 30 brauche, ist eine der höchsten Fragen und Sorgen in Betreff der
3° schreitenden, als den Verehrern des Prozesses, einen guten Tag Gesundheit eines Menschen, eines Volkes, einer Cultur. Denn bei
machen. Mag unsere Schätzung des Historischen nur ein occi- einem gewissen Uebermaass derselben zerbröckelt und entartet
dentalisches Vorurtheil sein; wenn wir nur wenigstens innerhalb das Leben und zuletzt auch wieder, durch diese Entartung, selbst
dieser Vorurtheile fortschreiten und nicht stillestehen! Wenn wir die Historie.
258 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Naditheil der Historie für das Leben 2 259

Ekel empfinde, blickt er hinter sich und unterbricht den Lauf zu


seinem Ziele, um einmal aufzuathmen. Sein Ziel aber ist irgend
Dass das Leben aber den Dienst der Historie brauche, muss ein Glück, vielleicht nicht sein eigenes, oft das eines Volkes oder
eben so deutlich begriffen werden als der Satz, der später zu be- das der Menschheit insgesammt; er flieht vor der Resignation
weisen sein wird — dass ein Uebermaass der Historie dem 5 zurück und gebraucht die Geschichte als Mittel gegen die Resig-
5 Lebendigen schade. In dreierlei Hinsicht gehört die Historie dem nation. Zumeist winkt ihm kein Lohn, wenn nicht der Ruhm, das
Lebendigen: sie gehört ihm als dem Thätigen und Strebenden, heisst die Anwartschaft auf einen Ehrenplatz im Tempel der
ihm als dem Bewahrenden und Verehrenden, ihm als dem Leiden- Historie, wo er selbst wieder den Späterkommenden Lehrer,
den und der Befreiung Bedürftigen. Dieser Dreiheit von Bezie- Tröster und Warner sein kann. Denn sein Gebot lautet: das was
hungen entspricht eine Dreiheit von Arten der Historie: sofern 10
einmal vermochte, den Begriff „Mensch" weiter auszuspannen
'= es erlaubt ist eine m o n u m e n t a l i s c h e , eine a n t i q u a - und schöner zu erfüllen, das muss auch ewig vorhanden sein, um
r i s c h e und eine k r i t i s c h e Art der Historie zu unter- dies ewig zu vermögen. Dass die grossen Momente im Kampfe der
scheiden. Einzelnen eine Kette bilden, dass in ihnen ein Höhenzug der
Die Geschichte gehört vor Allem dem Thätigen und Mäch- Menschheit durch Jahrtausende hin sich verbinde, dass für mich
tigen, dem, der einen grossen Kampf kämpft, der Vorbilder, Leh- M das Höchste eines solchen längst vergangenen Momentes noch
15 rer, Tröster braucht und sie unter seinen Genossen und in der lebendig, hell und gross sei — das ist der Grundgedanke im
Gegenwart nicht zu finden vermag. So gehörte sie Schillern: denn Glauben an die Humanität, der sich in der Forderung einer
unsere Zeit ist so schlecht, sagte Goethe, dass dem Dichter im um- m o n u m e n t a l i s c h e n Historie ausspricht. Gerade aber an
gebenden menschlichen Leben keine brauchbare Natur mehr be- dieser Forderung, dass das Grosse ewig sein solle, entzündet sich
gegnet. Mit der Rücksicht auf den Thätigen nennt zum Beispiel 10
der furchtbarste Kampf. Denn alles Andere, was noch lebt, ruft
20 Polybius die politische Historie die rechte Vorbereitung zur Re- Nein. Das Monumentale soll nicht entstehen — das ist die Gegen-
gierung eines Staates und die vorzüglichste Lehrmeisterin, als losung. Die dumpfe Gewöhnung, das Kleine und Niedrige, alle
welche durch die Erinnerung an die Unfälle Anderer uns er- Winkel der Welt erfüllend, als schwere Erdenluft um alles Grosse
mahne, die Abwechselungen des Glückes standhaft zu ertragen. qualmend, wirft sich hemmend, täuschend, dämpfend, erstickend
Wer hierin den Sinn der Historie zu erkennen gelernt hat, den 2
$ in den Weg, den das Grosse zur Unsterblichkeit zu gehen hat.
1
5 muss es verdriessen, neugierige Reisende oder peinliche Mikro- Dieser Weg aber führt durch menschliche Gehirne! Durch die
logen auf den Pyramiden grosser Vergangenheiten herumklettern Gehirne geängstigter und kurzlebender Thiere, die immer wieder
zu sehen; dort, wo er die Anreizungen zum Nadiahmen und Bes- zu denselben Nöthen auftauchen und mit Mühe eine geringe Zeit
sermachen findet, wünscht er nicht dem Müssiggänger zu begeg- das Verderben von sich abwehren. Denn sie wollen zunächst nur
nen, der, begierig nach Zerstreuung oder Sensation, wie unter den 5° Eines: leben um jeden Preis. Wer möchte bei ihnen jenen schwie-
3° gehäuften Bilderschätzen einer Galerie herumstreicht. Dass der rigen Fackel-Wettlauf der monumentalen Historie vermuthen,
Thätige mitten unter den sdiwächlichen und hoffnungslosen durch den allein das Grosse weiterlebt! Und doch erwachen immer
Müssiggängern, mitten unter den scheinbar thätigen, in Wahr- wieder Einige, die sich im Hinblick auf das vergangene Grosse
heit nur aufgeregten und zappelnden Genossen nicht verzage und und gestärkt durch seine Betrachtung so beseligt fühlen, als ob
260 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 2 261

das Menschenleben eine herrliche Sache sei, und als ob es gar die men, dass die Cultur der Renaissance sich auf den Schultern einer
schönste Frucht dieses bitteren Gewächses sei, zu wissen, dass solchen Hundert-Männer-Schaar heraushob.
früher einmal Einer stolz und stark durch dieses Dasein gegangen Und doch — um an dem gleichen Beispiel sofort noch etwas
ist, ein Anderer mit Tiefsinn, ein Dritter mit Erbarmen und hülf- Neues zu lernen — wie fliessend und schwebend, wie ungenau
$ reich — alle aber Eine Lehre hinterlassend, dass der am schönsten 5 wäre jene Vergleichung! Wie viel des Verschiedenen muss, wenn
lebt, der das Dasein nicht achtet. Wenn der gemeine Mensch diese sie jene kräftigende Wirkung thun soll, dabei übersehen, wie
Spanne Zeit so trübsinnig ernst und begehrlich nimmt, wussten gewaltsam muss die Individualität des Vergangenen in eine all-
jene, auf ihrem Wege zur Unsterblichkeit und zur monumentalen gemeine Form hineingezwängt und an allen scharfen Ecken und
Historie, es zu einem olympischen Lachen oder mindestens zu Linien zu Gunsten der Uebereinstimmung zerbrochen werden! Im
!° einem erhabenen Hohne zu bringen; oft stiegen sie mit Ironie in 'o Grunde ja könnte das, was einmal möglich war, sich nur dann
ihr Grab — denn was war an ihnen zu begraben! Doch nur das, zum zweiten Male als möglich einstellen, wenn die Pythagoreer
was sie als Schlacke, Unrath, Eitelkeit, Thierheit immer bedrückt Recht hätten zu glauben, dass bei gleicher Constellation der
hatte und was jetzt der Vergessenheit anheim fällt, nachdem es himmlischen Körper auch auf Erden das Gleiche, und zwar bis
längst ihrer Verachtung preisgegeben war. Aber Eines wird leben, auf's Einzelne und Kleine sich wiederholen müsse: so dass immer
1
i$ das Monogramm ihres eigensten Wesens, ein Werk, eine That, 5 wieder, wenn die Sterne eine gewisse Stellung zu einander haben,
eine seltene Erleuchtung, eine Schöpfung: es wird leben, weil ein Stoiker sich mit einem Epikureer verbinden und Cäsar er-
keine Nachwelt es entbehren kann. In dieser verklärtesten Form morden und immer wieder bei einem anderen Stande Columbus
ist der Ruhm doch etwas mehr als der köstlichste Bissen unserer Amerika entdecken wird. Nur wenn die Erde ihr Theaterstück
Eigenliebe, wie ihn Schopenhauer genannt hat, es ist der Glaube jedesmal nach dem fünften Akt von Neuem anfienge, wenn es
*° an die Zusammengehörigkeit und Continuität des Grossen aller *° feststünde, dass dieselbe Verknotung von Motiven, derselbe deus
Zeiten, es ist ein Protest gegen den Wechsel der Geschlechter und ex machina, dieselbe Katastrophe in bestimmten Zwischenräumen
die Vergänglichkeit. wiederkehrten, dürfte der Mächtige die monumentale Historie in
Wodurch also nützt dem Gegenwärtigen die monumentalische voller ikonischer W a h r h a f t i g k e i t , das heisst jedes Factum
Betrachtung der Vergangenheit, die Beschäftigung mit dem Clas- in seiner genau gebildeten Eigentümlichkeit und Einzigkeit be-
*5 sischen und Seltenen früherer Zeiten? Er entnimmt daraus, dass *5 gehren: wahrscheinlich also nicht eher, als bis die Astronomen
das Grosse, das einmal da war, jedenfalls einmal m ö g l i c h war wieder zu Astrologen geworden sind. Bis dahin wird die monu-
und deshalb auch wohl wieder einmal möglich sein wird; er geht mentale Historie jene volle Wahrhaftigkeit nicht brauchen kön-
muthiger seinen Gang, denn jetzt ist der Zweifel, der ihn in nen: immer wird sie das Ungleiche annähern, verallgemeinern
schwächeren Stunden anfällt, ob er nicht vielleicht das Unmög- und endlich gleichsetzen, immer wird sie die Verschiedenheit der
30 liehe wolle, aus dem Felde geschlagen. Nehme man an, dass Je- 30 Motive und Anlässe abschwächen, um auf Kosten der c a u s a e
mand glaube, es gehörten nicht mehr als hundert produetive, in die e f f e c t u s monumental, nämlich vorbildlich und nach-
einem neuen Geiste erzogene und wirkende Menschen dazu, um ahmungswürdig, hinzustellen: so dass man sie, weil sie möglichst
der in Deutschland gerade jetzt modisch gewordenen Gebildetheit von den Ursachen absieht, mit geringer Uebertreibung eine
den Garaus zu machen, wie müsste es ihn bestärken wahrzuneh- Sammlung der „Effecte an sich" nennen könnte, als von Ereig-
262 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 2 263

nissen, die zu allen Zeiten Effect machen werden. Das, was bei angestiftet und die Zahl der geschichtlichen „Effecte an sich",
Volksfesten, bei religiösen oder kriegerischen Gedenktagen ge- das heisst der Wirkungen ohne zureichende Ursachen, von Neuem
feiert wird, ist eigentlich ein solcher „Effect an sich": er ist es, vermehrt. Soviel zur Erinnerung an die Schäden, welche die
der die Ehrgeizigen nicht schlafen lässt, der den Unternehmenden monumentale Historie unter den Mächtigen und Thätigen, seien
5 wie ein Amulet am Herzen liegt, nicht aber der wahrhaft ge- $ sie nun gut oder böse, anrichten kann: was wirkt sie aber erst,
schichtliche Connexus von Ursachen und Wirkungen, der, voll- wenn sich ihrer die Ohnmächtigen und Unthätigen bemächtigen
ständig erkannt, nur beweisen würde, dass nie wieder etwas und bedienen!
durchaus Gleiches bei dem Würfelspiele der Zukunft und des Nehmen wir das einfachste und häufigste Beispiel. Man denke
Zufalls herauskommen könne. sich die unkünstlerischen und schwachkünstlerischen Naturen
io So lange die Seele der Geschichtschreibung in den grossen 'o durch die monumentalische Künstlerhistorie geharnischt und be-
A n t r i e b e n liegt, die ein Mächtiger aus ihr entnimmt, so lange wehrt: gegen wen werden sie jetzt ihre Waffen richten! Gegen
die Vergangenheit als nachahmungswürdig, als nachahmbar und ihre Erbfeinde, die starken Kunstgeister, also gegen die, welche
zum zweiten Male möglich beschrieben werden muss, ist sie allein aus jener Historie wahrhaft, das heisst zum Leben hin zu
jedenfalls in der Gefahr, etwas verschoben, in's Schöne umge- lernen und das Erlernte in eine erhöhte Praxis umzusetzen ver-
'5 deutet und damit der freien Erdichtung angenähert zu werden; M mögen. Denen wird der Weg verlegt; denen wird die Luft ver-
ja es giebt Zeiten, die zwischen einer monumentalischen Ver- finstert, wenn man ein halb begriffenes Monument irgend einer
gangenheit und einer mythischen Fiction gar nicht zu unter- grossen Vergangenheit götzendienerisch und mit rechter Beflissen-
scheiden vermögen: weil aus der einen Welt genau dieselben heit umtanzt, als ob man sagen wollte: „Seht, das ist die wahre
Antriebe entnommen werden können, wie aus der anderen. und wirkliche Kunst: was gehen euch die Werdenden und Wol-
*° R e g i e r t also die monumentalische Betrachtung des Vergange- " lenden an!" Scheinbar besitzt dieser tanzende Schwärm sogar
nen über die anderen Betrachtungsarten, ich meine über die anti- das Privilegium des „guten Geschmacks": denn immer stand der
quarische und kritische, so leidet die Vergangenheit selbst S c h a - Schaffende im Nachtheil gegen den, der nur zusah, und nicht
d e n : ganze grosse Theile derselben werden vergessen, ver- selbst die Hand anlegte; wie zu allen Zeiten der politische Kanne-
achtet, und fliessen fort wie eine graue ununterbrochene Fluth, und giesser klüger, gerechter und überlegsamer war, als der regierende
2
5 nur einzelne geschmückte Facta heben sich als Inseln heraus: an »5 Staatsmann. Will man aber gar auf das Gebiet der Kunst den
den seltenen Personen, die überhaupt sichtbar werden, fällt etwas Gebrauch der Volksabstimmungen und der Zahlen-Majoritäten
Unnatürliches und Wunderbares in die Augen, gleichsam die gol- übertragen und den Künstler gleichsam vor das Forum der aesthe-
dene Hüfte, welche die Schüler des Pythagoras an ihrem Meister tischen Nichtsthuer zu seiner Selbstvertheidigung nöthigen, so
erkennen wollten. Die monumentale Historie täuscht durch Ana- kann man einen Eid darauf im Voraus leisten, dass er verur-
30 logien: sie reizt mit verführerischen Aehnlichkeiten den Muthigen 3° theilt werden wird: nicht obwohl, sondern gerade w e i l seine
zur Verwegenheit, den Begeisterten zum Fanatismus, und denkt Richter den Kanon der monumentalen Kunst, das heisst nach der
man sich gar diese Historie in den Händen und Köpfen der gegebenen Erklärung, der Kunst, die zu allen Zeiten „Effect
begabten Egoisten und der schwärmerischen Bösewichter, so wer- gemacht hat," feierlich proclamirt haben: während ihnen für
den Reiche zerstört, Fürsten ermordet, Kriege und Revolutionen alle noch nicht monumentale, weil gegenwärtige Kunst erstens
264 Unzeitgemässe Betrachtungen II Vom Nutzen und Nachtheil der Historie für das Leben 2—3 265

das Bedürfniss, zweitens die reine Neigung, drittens eben jene ohne Noth, der Antiquar ohne Pietät, der Kenner des Grossen
Auctorität der Historie abgeht. Dagegen verräth ihnen ihr In- ohne das Können des Grossen sind solche zum Unkraut aufge-
stinct, dass die Kunst durch die Kunst todtgeschlagen werden schossene, ihrem natürlichen Mutterboden entfremdete und des-
könne: das Monumentale soll durchaus nicht wieder entstehen, halb entartete Gewächse.
5 und dazu nützt gerade das, was einmal die Auctorität des Monu-
mentalen aus der Vergangenheit her hat. So sind sie Kunstkenner,
weil sie die Kunst überhaupt beseitigen möchten, so gebärden
sie sich als Aerzte, während sie es im Grunde auf Giftmischerei Die Geschichte gehört also zweitens dem Bewahrenden und
abgesehen haben, so bilden sie ihre Zunge und ihren Geschmack Verehrenden, dem, der mit Treue und Liebe dorthin zurückblickt,
io aus, um aus ihrer Verwöhntheit zu erklären, warum sie alles das, woher er kommt, worin er geworden ist; durch diese Pietät trägt
was ihnen von nahrhafter Kunstspeise angeboten wird, so beharr- er gleichsam den Dank für sein Dasein ab. Indem er das von
lich ablehnen. Denn sie wollen nicht, dass das Grosse entsteht: 'o Alters her Bestehende mit behutsamer Hand pflegt, will er die
ihr Mittel ist zu sagen „seht, das Grosse ist schon da!" In Wahr- Bedingungen, unter denen er entstanden ist, für solche bewahren,
heit geht sie dieses Grosse, das schon da ist, so wenig an, wie das, welche nach ihm entstehen sollen — und so dient er dem Leben.
15 was entsteht: davon legt ihr Leben Zeugniss ab. Die monumen- Der Besitz von Urväter-Hausrath verändert in einer solchen
talische Historie ist das Maskenkleid, in dem sich ihr Hass gegen Seele seinen Begriff: denn sie wird vielmehr von ihm besessen.
die Mächtigen und Grossen ihrer Zeit für gesättigte Bewunderung •5 Das Kleine, das Beschränkte, das Morsche und Veraltete erhält
der Mächtigen und Grossen vergangener Zeiten ausgiebt, in wel- seine eigene Würde und Unantastbarkeit dadurch, dass die be-
chem verkappt sie den eigentlichen Sinn jener historischen Be- wahrende und verehrende Seele des antiquarischen Menschen in
JO trachtungsart in den entgegengesetzten umkehren; ob sie es diese Dinge übersiedelt und sich darin ein heimisches Nest berei-
deutlich wissen oder nicht, sie handeln jedenfalls so, als ob ihr tet. Die Geschichte seiner Stadt wird ihm zur Geschichte seiner
Wahlspruch wäre: lasst die Todten die Lebendigen begraben. *° selbst; er versteht die Mauer, das gethürmte Thor, die Raths-
Jede der drei Arten von Historie, die es giebt, ist nur gerade verordnung, das Volksfest wie ein ausgemaltes Tagebuch seiner
auf Einem Boden und unter Einem Klima in ihrem Rechte: auf Jugend und findet sich selbst in diesem Allen, seine Kraft, seinen
*S jedem anderen wächst sie zum verwüstenden Unkraut heran. Fleiss, seine Lust, sein Urtheil, seine Thorheit und Unart wieder.
Wenn der Mensch, der Grosses schaffen will, überhaupt die Ver- Hier Hess es sich leben, sagt er sich, denn es lässt sich leben, hier
gangenheit braucht, so bemächtigt er sich ihrer vermittelst der *5 wird es sich leben lassen, denn wir sind zäh und nicht über Nacht
monumentalischen Historie; wer dagegen im Gewohnten und umzubrechen. So blickt er, mit diesem „Wir", über das vergäng-
Altverehrten beharren mag, pflegt das Vergangene als antiqua- liche wunderliche Einzelleben hinweg und fühlt sich selbst als
30 rischer Historiker; und nur der, dem eine gegenwärtige Noth die den Haus-, Geschlechts- und Stadtgeist. Mitunter grüsst er selbst
Brust beklemmt und der um jeden Preis die Last von sich ab- über weite verdunkelnde und verwirrende Jahrhunderte hinweg
werfen will, hat ein Bedürfniss zur kritischen, das heisst richten- 3° die Seele seines Volkes als seine eigne Seele; ein Hindurchfühlen
den und verurtheilenden Historie. Von dem gedankenlosen Ver- und Herausahnen, ein Wittern auf fast verlöschten Spuren, ein
pflanzen der Gewächse rührt manches Unheil her: der Kritiker instinctives Richtig-Lesen der noch so überschriebenen Vergangen-
FRIEDRICH NIETZSCHE

FRAMMENTI POSTUMI
1869-1874-
PARTE SECONDA

VERSIONE DI

GIORGIO COLLI E CHIARA COLLI STAUDE

í
ADELPHI EDIZIONI
Edizione critica delle «Opere complete» e dei testi finora inediti
di Friedrich Nietzsche, condotta sui manoscritti originali.
Tutti i diritti di riproduzione, di traduzione e di utilizzazione
sono riservati per tutti i paesi compresa l'U.R.S.S.

© I992 ADELPHI EDIZIONI S.P.A., MILANO,


PER LA LINGUA ITALIANA

© WALTER DE GRUYTER 8( CO., BERLIN,


PER LA LINGUA TEDESCA

© ÉDITIONS GALLIMARD, PARIS,


PER LA LINGUA FRANCESE
© HAKUSUISHA PUBLISHING COMPANY, TOKIO,
PER LA LINGUA GIAPPONESE
ISBN 88-459-08844
274. FRAMMENTI POSTUMI

29 [92] Quando storici come Ranke diventano


astratti, non ammaestrano: tali frasi si conoscevano
molto prima del loro lavoro: fanno pensare all'insen-
sato esperimentare di cui si lamenta Zöllner* per le
scienze naturali.

29 [93]* Mirabeau: sij”ai dit la vérite', pourquoi ma vehé-


mence en l 'exprimant, diminuerait elle de son prix?

29 [94]* - La via per la quale ci spinge la cecità


delle ultime generazioni è quella al termine della quale,
secondo un detto veritiero di von Stein: «gli Ebrei co-
stituiranno la classe dominante, il contadino sarà uno
straccione e l'artigiano non varrà più nulla: dove tut-
to si disgregherà e dominerà soltanto la spada».

29 [95]* Niebuhr (fere): «A una cosa almeno, la sto-


ria, intesa in modo chiaro ed esauriente, è utile: che
si sa come anche gli spiriti più grandi e alti del gene-
re umano non sappiano quanto fortuitamente il loro
occhio ha assunto la forma attraverso cui essi vedono
e attraverso cui essi violentemente pretendono che tutti
vedano, violentemente in quanto l'intensità della lo-
ro coscienza è eccezionalmente grande. Chi non sa
o non ha capito ciò con grande precisione e in molti
casi, viene soggiogato dall'apparizione di uno spirito
potente che rechi la più alta passionalità in una for-
ma data: se il lettore non è maturo, l'osservare diret-
tamente la vita intellettuale quotidiana di un potente
produce nella sua anima lo stesso effetto negativo che
ha la lettura di un romanzo per una debole giovinetta››.

29 [96]* L'«oggettività dello storico›› è un'assurdi-


tà. Si pensa che significhi contemplare un avvenimento
in tutti i suoi motivi e in tutte le sue conseguenze in
ESTATE-AUTUNNO 1873 29[92-96] 275

modo così puro che esso non faccia più nessun effetto,
rimanga cioè un puro processo intellettuale, come il
paesaggio per il pittore che egli soltanto rappresenta.
«Un contemplare disinteressato››, un fenomeno este-
tico, l'assenza di ogni moto della volontà. Con il ter-
mine «oggettivo» quindi si intende una condizione
dello storico, e cioè la contemplazione artistica: è pe-
rò una superstizione il credere che l”immagine che le
cose mostrano in un uomo siffattamente disposto, ri-
veli la vera essenza delle cose. Oppure si pensa che
in quella disposizione le cose letteralmente si fotografi-
no, si pensa che si tratti di una condizione puramen-
te passiva? Al contrario: è il momento propriamente
creativo dell'opera d'arte, un momento compositivo
della specie più elevata: in esso la volontà individua-
le è assopita. Il quadro è artisticamente vero, ma certo
non per questo storicamente vero; non si tratta qui
dei fatti, ma di ciò di cui sono intessuti, del nesso- che
vi si sovrappone e che può essere casualmente vero:
ma se è falso, può essere sempre « oggettivo».
Pensare la storia oggettivamente è il segreto lavoro
dell'autore drammatico: pensare tutte le cose in un
rapporto reciproco, intessere ciò che è isolato in un
tutto: dappertutto col presupposto artistico che nelle
cose sia contenuto un piano, un nesso: un presuppo-
sto che non è assolutamente storico-empirico e che si
oppone ad ogni «oggettività›› comunemente intesa.
Che l'uomo tessa la sua tela sul passato e lo domini
è istinto d'arte: non istinto di verità. La forma per-
fetta di una tale storiografia è pura opera d'arte; sen-
za una scintilla di verità comune.
E lecito che tutto venga considerato artisticamente? Per
il passato io auspico soprattutto la valutazione mora-
le. Uno scambio discutibile quindi fra artistico e mo-
rale: dal quale l'aspetto morale esce indebolito.
276 FRAMMENT1 PosTUM1
Molto spesso però quell'oggettività è solo espressio-
ne verbale, mancando la potenza artistica. Al posto di
quella calma dell'arte, subentra Faffettazione da com-
mediante della calma: la mancanza di pathos e di forza
morale si atteggia a superiore freddezza dell'osserva-
zione. Nei casi più comuni, la banalità, la saggezza
volgare, che però non ha in sé nulla di commovente,
subentra al disinteresse artistico. Si cerca tutto ciò che
non commuove -
Ma proprio dove viene trattato ciò che è più alto e
raro, la comune e piatta motivazione è rivoltante, se
ha origine dalla vanità dello storico. (Swift: «Ciascu-
no possiede tanta vanità quanto più manca di intel-
ligenza››).
E necessario che il giudice sia freddo? No; egli sem-
plicemente non deve essere fazioso, non deve tener
conto del proprio utile e del proprio danno. Soprat-
tutto deve veramente stare al di sopra delle parti. Non
riesco a concepire come mai chi è nato dopo già per
questo debba essere giudice di tutti quelli nati prima.
La maggior parte degli storici è al di sotto degli ogget-
ti di cui tratta!
Oggi si suppone che colui a cui non importa nulla di un
momento del passato, sia eletto a rappresentarlo. Tale
è spesso il rapporto vicendevole tra filologi e Greci:
agli uni non importa proprio nulla degli altri. E que-
sto viene chiamato «oggettività»: anche per la foto-
grafia, oltre alla lastra e all'oggetto, occorre la luce:
eppure si pensa che basti l'oggetto e la lastra. Manca
la raggiante luce del sole: nei casi migliori si ritiene
che sia sufficiente la lucerna dello scrittoio.
Uomini del tutto sprovveduti pensano in genere di aver
ragione, loro e il loro tempo, in tutte le opinioni po-
polari: la stessa cosa pensa di sé ogni religione. Essi
chiamano «oggettività» misurare le opinioni del passa-
ESTATE-AUTUNNO 1873 29[96-97] 277

to sulle opinioni correnti del momento, nelle quali cer-


cano il canone di tutte le verità. Il loro lavoro consi-
ste nel tradurre il passato nella banalità del presente.
Sono ostili ad ogni storiografia che non consideri ca-
noniche queste opinioni popolari: la tacciano di «sog-
g'€|1tiV3.››!
Solo con la massima forza del presente voi potete interpretare
il passato: solo nella suprema tensione indovinerete ciò
che del passato è degno di essere conosciuto. L'ugua-
le mediante l'uguale! Altrimenti sarete perduti, altri-
menti abbasserete il passato a voi. Non credete ad una
storia, se essa non è tra le mani degli spiriti pià rari:
sempre vi accorgerete di che qualità è il suo spirito,
quando essa esprimerà qualche proposizione univer-
sale. Nessuno può essere allo stesso tempo un grande
storico e una mente superficiale o confusa. Ma non
scambiateli con i lavoratori: per esempio les historiens
de M. Thiers come si dice più ingenuamente in Fran-
cia. Un grande dotto che sia contemporaneamente un
superficiale - ciò è possibile!
Dunque: della storia ha bisogno l'uomo d'azione, la storia
la scrive l'esperto! Chi non ha vissuto qualcosa in modo
più grande e alto di tutti, non sa neppure interpreta-
re niente del passato. - Il responso del passato è sem-
pre un responso oracolare: solo come veggenti del
futuro, come sapienti del presente, voi lo interprete-
rete. Oggi si spiega l'influenza di Delfi soprattutto col
fatto che quei sacerdoti erano esatti conoscitori del pas-
sato: oggi conviene sapere che soltanto colui che co-
struisce il futuro ha diritto di giudicare il passato:
soltanto in quanto veggente, egli è storico. ll presen-
te non ha valore, è soltanto una linea.

29 [97]* 1. Nessuna considerazione del passato. Ani-


male - Leopardi.
278 FRAMMENTI POSTUMI

_ Monumentale - Antiquario.
. «Oggettività».
lpertrofia che deriva da debolezza.
Effetti.
Educazione in ciò.
Mitologia della storia.
°°>I:=¬<¬~e-< ›°
. Cause.
9. Hartmann.
1o. Reazione - Caos di atomi.
11. Rimedi.
12. Metro degli storici futuri.

29 [98]* Il gregge ci pascola innanzi: esso non ha al-


cuna percezione del passato, salta, mangia, riposa, di-
gerisce, torna a saltare, e così dall'alba al tramonto
e di giorno in giorno, brevemente legato con il suo
piacere e dolore, attaccato cioè al piolo dell'istante:
perciò l'uomo a quella vista è costretto a sospirare e
vorrebbe rivolgersi al gregge come Giacomo Leopardi*
nel canto notturno del pastore errante nell'Asia:
Quanta invidia ti porto!
Non sol perché d'affanno
Quasi libera vai;
Ch'ogni stento, ogni danno,
Ogni estremo timor subito scordi;
Ma più perché giammai tedio non provi.

Noi invece sospiriamo pensando a noi stessi, perché


non possiamo liberarci del passato: mentre ci pare che
l'animale debba essere felice perché non prova tedio,
subito dimentica e vede continuamente l”istante ap-
pena vissuto dileguarsi nella nebbia e nella notte. Così
esso si risolve nel presente, come un numero in un
altro numero, senza resto, e appare in tutto e per tut-
to ciò che è, in ogni momento, senza bisogno di do-
EsTATE-AUTUNNO 1873 29197-1001 279
ver recitare o dissimulare intenzionalmente. Noi in-
vece soffriamo tutti per ciò che di oscuro e di insolu-
bile resta del passato, e siamo qualcosa d'altro da come
si appare, perciò proviamo un senso di commozione
nel vedere il gregge, o, in più familiare vicinanza, il
bambino che, ancora privo di questa sofferenza, in una
cecità troppo beata e troppo breve, gioca fra le soglie
del passato e del futuro, gioca o forse sembra solo gio-
care; noi abbiamo timore di turbare quel gioco e di
risvegliarlo dal suo oblio - perché sappiamo che con
la parola «c'era›› ha inizio la sofferenza e la lotta e
viene inaugurata la vita come qualcosa di infinitamente
imperfetto; infine la morte imprime il suo sigillo su
questa conoscenza, che l'esistenza è un qualcosa di
eternamente imperfetto - in quanto ininterrotto es-
sere stati - , arrecando sì il desiato oblio, ma soppri-
mendo insieme il presente e l'esistenza stessa.
Dobbiamo quindi considerare il passato - questa è ap-
punto la sorte degli umani: e nessuno può sottrarsi
all'indurire sotto la durezza di questo giogo, e chi sa-
rà diventato veramente duro, arriverà forse al punto
di lodare la sorte umana proprio per quell'impossibi-
lità di dimenticare, proprio perché in noi ciò che è
passato non può morire e ci spinge avanti senza tre-
gua, con l'inquietudine di un fantasma, per tutte le
gradazioni della scala di ciò che gli uomini chiamano
grande, stupefacente, immortale, divino.

29 [99] Ritengo che la normale storiografia e la con-


versazione normale risultino piacevoli per lo stesso mo-
tivo: il loro carattere è composto di cortesia e menzo-
gna.

29 [100] La migliore considerazione della storia è


quella che dà più frutti, ma per la vita. Che utilità
28O FRAMMENTI POSTUMI

può avere radunare rigorosamente le cause, da esse


costruire il fatto e così mortificarlo! Applicando un'al-
tra considerazione, il fatto avrebbe potuto continua-
re a procreare con vitalità: non appena esso appare
come il risultato di un calcolo, non ha più effetto, ma
sperpera tutte le forze nello spiegare se stesso.

29 [1o1]* Antiquario - Monumentale.


Tutti i pericoli dei due modi sono riuniti nell'«ogget-
tività».
Quali uomini siano così giunti alla storia -
Così ha preso piede una generale ipertrofia.
Niebuhr e Goethe non trovarono alcun punto di con-
tatto; vinse Niebuhr.* Può essere un bene, per moti-
vi nazionali: ma adesso è tempo di tornare indietro.

29 [1o2]* Influsso sulla vita.


Condizioni naturali del modo monumentale e di quello
antiquario.
Storia come lusso* - effetto puramente negativo.
Questi impulsi recano con sé pericoli per la verità della
storia: perciò si è voluto estirparli: ma adesso la storia
non ha senso.
A. Imitare - non imitare. Risultato: Assimilazione.
Punto di vista del monumentale.
Venerazione, gratitudine: risultatoƒedeltà. - Motivo del
modo antiquario - riverenza; «una volta era così»,
« consolazione ››.
B. Storia senza alcuna motivazione soggettiva, senza
imitazione, riverenza, sofferenza del presente.
Massima stima della verità come caratteristica dell'e-
poca: Kant - menzogna.
Adesso il puro comprendere, senza rapporto con la vita
- accoglie in sé la degenerazione del modo antiqua-
ESTATE-AUTUNNO 1873 29[10o-106] 281
rio (ciò che è morto senza venerazione) e del monu-
mentale (ciò che è vivo senza venerazione).
Descrizione dell'oggettività.
C. Di quali istinti vive questo lusso (dato che man-
cano quelli naturali).
Motivi dell”ipertrofia.
D. Conseguenze che tali storici hanno per la storia
stessa. Nuova mitologia.
E. Conseguenze per il popolo, l”arte, ecc. La politi-
ca, la religione.
F. Ultima conseguenza per la morale - Hartmann.
G. Rimedio: la storia non come lusso.

29 [103] Che significato ha la storia nella formazione


di una cultura?
Essa mette in guardia e sconsiglia: bisogna usarla come
il dairnonion: altrimenti non va usata.

29 [104] Storia senza imitazione (senza sottomettersi


a ciò che è grande), senza riverenza (senza riguardi
per l'atmosfera di ciò che è vivo), senza sofferenza del
presente - - -

29 [1o5]* Niebuhr scrive nel 1796 che la letteratura te-


desca si sta chiaramente esaurendo, che Schiller e Goe-
the sono peggio che se fossero morti. «Deve essere Voss
l'unico che rimane in piedi? ››. Come motivo viene ad-
dotto anzitutto: «il corso naturale delle cose, che si
è costantemente dimostrato valido presso tutti i po-
poli». «Sono contento di dividere con Baggesen* l'a-
marezza per l'almanacco schilleriano di quest'anno».

29 [I06]* Hölderlin: «Converrai certamente che gli or-


ganismi umani, quegli animi che la natura pare aver
282 FRAMMENTI POSTUMI

costruito con la massima determinazione per l'uma-


nità, siano adesso dappertutto i più infelici, proprio
perché sono più rari che mai in altri tempi e in altri
luoghi. I barbari che ci circondano dilaniano le no-
stre forze migliori, prima ancora che esse si siano svi-
luppate, e soltanto la salda, profonda conoscenza di questo
destino ci può salvare, così che almeno non periamo indegna-
mente. Dobbiamo cercare ciò che è ottimo, far causa
comune con esso, rafforzarci il più possibile e guarire
nella coscienza di esso, e così acquistareforza; per ricono-
scere ciò che è rozzo, storto, deforme, non soltanto nel dolore,
ma nella sua vera natura, nell 'essenza del suo carattere, del
suo precipuo difetto».

29 [1o7]* Hölderlin: «Anch'io con tutta la mia buo-


na volontà, nei miei pensieri e nelle mie azioni non
faccio che seguire brancolando questi uomini unici al
mondo (i Greci), e sono spesso così poco abile e in-
consistente nelle cose che faccio e che dico, perché me
ne sto come un'oca con i piedi piatti nelle acque mo-
derne e, impotente, sbatto le ali verso il cielo greco ››.

29 [1o8]* Sarebbe utilissimo se tutto si ripetesse (co-


me intendono i Pitagorici): in quel caso bisognereb-
be conoscere il passato e la costellazione, per poter
riconoscere precisamente questo ripetersi. Invece nulla
si ripete.

29 [109] Si lamenta la fine del cosmopolitismo: es-


so si trova ancora come residuo nella storia: ma è an-
data perduta la premessa, la riverenza universale, il
desiderio di aiutare in ogni luogo.

29 [11o]* Goethe a Schiller: «Lei ha perfettamente


ragione: nelle figure della poesia antica, come nella
EsTATE-AuTuNNo 1313 291 106-1 141 283
scultura, compare qualcosa di astratto che può rag-
giungere il suo culmine solo attraverso ciò che si chia-
ma stile. Si giunge all'astrazione anche attraverso la
maniera, così come avviene presso i Francesi».

29 [111]* Trattamento epico e drammatico del pas-


sato. Schiller: « Il poeta epico ci illustra soltanto la quie-
ta esistenza delle cose e il loro effetto secondo la loro
natura; in ogni punto del movimento è già contenuto
tutto il suo scopo; perciò non ci affrettiamo impazienti
verso una meta, ma, con amore, ci soffermiamo ad
ogni passo».

29 [112] Goethe: «È soltanto con l'inclinazione che


si riesce a vedere il contenuto dell'opera d'arte, e con
la sola inclinazione si vede anche di che cosa essa
manchi».
Goethe: «E divertente vedere che cosa abbia propria-
mente fatto sdegnare questo genere di uomini, che cosa
essi considerino motivo di sdegno, che immagine in-
sipida, vuota e ordinaria abbiano dell'esistenza altrui,
come appuntino le loro frecce contro llapparenza este-
riore, come non abbiano la più vaga idea di quanto
sia inespugnabile la fortezza in cui vive chi considera
se stesso e le cose con immutabile serietà ››.*

29 [113]* La riverenza per il passato giunge a tal punto


che i Greci tollerarono lo stile ieratico con i nasi ap-
puntiti e con quel sorriso, accanto a quello libero e
grande: più tardi anzi diventò una raffinatezza da
buongustai. Tale è il modo antiquario rispetto a quello
monumentale.

29 [114.]* Modo antiquario. - Riverenza per ciò da cui


proveniamo e per ciò che ci circonda. Potenza san-
284. FRAMMENTI POSTUMI

tificatrice della personalità. - Il patrimonio ancestrale,


le istituzioni comunali acquistano dignità e suscitano
solerti ricerche. Viene nobilitato ciò che è piccolo, li-
mitato - donnescamente- si ritroval'idilliaco. Dap-
pertutto testimonianze di una maniera di sentire brava,
fedele, diligente.
I danni: considerare tutto il passato come ugualmente
importante, non esiste un rapporto con la vita come
elemento conservante, non è creativo, l'aspetto vitale viene
sottovalutato a vantaggio di ciò che si venera (modo
ieratico). Manca la facoltà di giudicare; tutto il pas-
sato giace ai loro piedi come una preda variopinta.
Questo modo impedisce una energica decisione, pa-
ralizza chi agisce, chi sempre viola la riverenza. Il
«vecchio ›› venerabile: de mortuis nil nisi bene. Le più an-
tiche usanze, religioni, ecc., si giustificano con l°età
e confondono ogni apprezzamento dei valori: perché
assommano insieme tutta la simpatia dimostrata loro
dai Greci. Ciò che ha generato la massima simpatia
è più venerabile: viene onorata la massa di amore.
E ci si dimentica di porsi delle domande sui motivi
di questa simpatia: pigrizia, egoismo, inerzia menta-
le, ecc.
Ma quanto soffre in questo modo il passato? Non ci
sono proporzioni nei rapporti delle cose fra di loro,
per l'uno è importante una cosa, per l'altro un'altra.
Il passato si disgrega: e mentre un frammento può su-
scitare in qualcuno simpatia, per quello successivo c'è
solo freddezza e indifferenza. E inoltre si perpetuano
le cose insignificanti.
A poco a poco si instaura un°abitudine erudita, vien
meno la riverenza, subentra una furia collezionisti-
ca, un totale scompiglio nei compiti dell'uomo: le na-
ture valide si perdono in problemi bibliografici, ecc.
Insomma è la rovina dei vivi, che sono tormentati con-
tinuamente da un tanfo venerando.
524 NOTE

cit. , p. 267): «Molti asini in concreto danno come risultato l'a-


sino in abstracto, e questo è un animale terribile »; cfr. _]. Sa-
laquarda, Studien zur zweiten « Unzeitgemässen Betrachtung», in
«Nietzsche-Studien››, 13 (1984), p. 24.
29[92] Zöllner] Cfr. nota a 19[92].
29[93] Citazione di Mirabeau non identificata.
29[94] Cfr. la lettera del Freiherr Karl von Stein a F.A. v.
Spiegel del 2 marzo 1822, in G.H. Pertz, Das Leben des Mini-
sters Freiherrn von Stein, vol. 5, 1815-1823, Berlin, 1854, pp. 648
sg. Cfr. nota a 24[2].
29[95] Citazione di Niebuhr non identificata. Cfr. 29[78] e
nota, HL, vol. 111, 1, p. 268.
29[96] Cfr. HL, vol. 111, 1, pp. 306-307, 310-11.
29[97] Schema per HL. Cfr. 29[48] e nota.
29[98] Versione primitiva di HL, cap. 1. Leopardi] Nietz-
sche aveva letto i Canti di Giacomo Leopardi nella traduzio-
ne tedesca: Gedichte von Giacomo Leopardi vera'eutscht...von R.
Hameling, Hildburghausen, 1866.
29[101] Schema per HL. vinse Niebuhr] cfr. Goethe a Zelter,
17 gennaio 1831; 29[78].
29 [102] Schema per HL. Cfr. 29[48] e nota. Storia come lus-
so] cfr. 29 [87].
291105] Cfr. Niebuhr ad Adam Moltke, 9 dicembre 1796.
Cfr. 29[78] e nota. Baggesen] _]ens Immanuel Baggesen
(1764-1826), scrittore danese.
29[1o6] Hölderlin al fratello, 4 giugno 1799.
291107] Hölderlin al fratello, 1° gennaio 1799.
29[108] Cfr. 29[29]; HL, vol. 111, 1, p. 276.
29 [110] Cfr. Goethe a Schiller, 1° aprile 1797.
29 [1 11] Cfr. Schiller a Goethe, 21 aprile 1797.
29[112] Goethe...serietà»] Goethe a Schiller, 5 dicembre 1796.
2911131 Cfr. HL, vol. 111, 1, p. 283.
2911111 Cfr. HL, vol. 111, 1, p. 283.
2911151 Schema per HL.
29[116] Sul trattato di Schiller Sulla poesia ingenua e sentimentale.
291117] Il Principe di Hamburg] È il noto dramma di Heinrich
von Kleist.
29[118] Cfr. HL, vol. 111, 1, p. 291.
Friedrich Nietzsche
Nachgelassene Fragmente
1869-1874

Kritische Studienausgabe
Herausgegeben von
Giorgio Colli und Mazzino Montinari

Deutscher Taschenbuch Verlag


de Gruyter
Band 7 der ,Kritischen Studienausgabe' (KSA) in 15 Bänden,
die erstmals 1980 als Taschenbuchausgabe erschien
und für die vorliegende Neuausgabe durchgesehen wurde.
Sie enthält sämtliche Werke und unveröffentlichten Texte
Friedrich Nietzsches nach den Originaldrucken und -manuskripten
auf der Grundlage der ,Kritischen Gesamtausgabe',
herausgegeben von Giorgio Colli und Mazzino Montinari,
erschienen im Verlag de Gruyter, Berlin/New York 1967ff.
Die Bände 14 (Kommentar) und 15 (Chronik und Gesamtregister)
wurden eigens für die KSA erstellt.
KSA 15 enthält die Konkordanz zur ,Kritischen Gesamtausgabe'.

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November 1988
Deutscher Taschenbuch Verlag GmbH & Co. KG, München
Walter de Gruyter, Berlin/New York
© 1967-77 und 1988 (2., durchgesehene Auflage)
Walter de Gruyter & Co.,
vormals G. J. Göschen'sche Verlagsbuchhandlung- J. Guttentag,
Verlagsbuchhandlung - Georg Reimer - Karl J.Trübner -
Veit & Comp., Berlin 30
Umschlaggestaltung: Celestino Piatti
Gesamtherstellung: C. H. Beck'sche Buchdruckerei,
Nördlingen
Printed in Germany
ISBN dtv 3-423-02227-2
ISBN WdeG 3-n-on846-7
672 Nachgelassene Fragmente

29 [90]
I Historisch - U nhistorisch.
II Monumental - Antiquarisch.
III Wirkungen der Hypertrophie.
IV Ursachen derselben. Hartmann als Illustration zum
Schluss.
V Die schwache Persönlichkeit. D e s h a I b i s t j e n e r
T r i e b z u b e z w i n g e n , er ruht auf einer
Schwäche.
(Mythologie der Geschichte.)
Io M i t t e I gegen das historische Fieber:
1) Keine Geschichte?
2) Leugnung aller Zwecke: das Atomengewirr.
3) Goethe Naturwissenschaft.
4) Pflege des unhistorischen Sinns: Philoso-
15 phie - Religion -
Kunst. Seher: Zukunft.

29[91]
Viele Schwachen machen noch nichts Furchtbares: wohl
aber viele Dummen, die geben den Esel in concreto, ein furcht-
bares Thier. Dumm ist die Zeit nicht.
10 Starker, freue dich der Kraft.

29 [92]
Wenn solche Historiker wie Ranke allgemein werden, be-
lehren sie nicht: solche Sätze wusste man längst vor ihrer Ar-
beit: sie erinnern an das unsinnige Experimentiren, über das
Zöllner in den Naturwissenschaften klagt .

.29[93]
15 Mirabeau: si j'ai dit la verite, pourquoi ma vehemence en
l'exprimant, diminuerait eile de son prix?
Sommer-Herbst 1873 29 (90-96) 673

19 (94]
- Der Weg,. auf den die Blindheit der letzten Generationen
hintreibt, ist der, an dessen Ende, nach einem wahren Wort des
Herrn von Stein, ,,die Juden die herrschende Klasse, der Bauer
ein Lump und der Handwerker ein Pfuscher sein wird: wo alles
aufgelöst sein wird und nur das Schwert herrscht".

19 [95]
Niebuhr ( f e r e ) : ,,zu einer Sache wenigstens ist die Ge-
schichte, klar und ausführlich begriffen, nutz: dass man weiss,
wie auch die grössten und höchsten Geister unsres menschli-
chen Geschlechts nicht wissen wie zufällig ihr Auge die Form
10 angenommen hat, wodurch sie sehen, und wodurch zu sehen

sie von Jedermann gewaltsam fordern, gewaltsam nämlich,weil


die Intensität ihres Bewusstseins ausnehmend gross ist. Wer dies
nicht ganz bestimmt und in vielen Fällen weiss und begriffen
hat, den unterjocht die Erscheinung eines mächtigen Geistes,
I s der in eine gegebene Form die höchste Leidenschaftlichkeit

bringt: ist der Leser unreif, so bewirkt das unmittelbare An-


schauen des täglichen intellectuellen Lebens eines M ä c h t i -
g e n in seiner Seele den gleichen N achtheil, den Romanlecture
für ein schwaches Mädchen hat."

19 (96]
20 „Objectivität des Historikers" ist ein Unsinn. Man meint, es
bedeute, dass ein Ereigniss in allen seinen Motiven und Folgen
so rein angeschaut werde, dass es keine W i r k u n g mehr thut,
nämlich ein reiner intellectueller Process bleibt: wie die Land-
schaft für den Künstler, der sie nur darstellt. ,,Interesseloses An-
2s schauen", ein ästhetisches Phänomen, Abwesenheit aller Wil-
lensregungen. Mit „objectiv" ist also ein Zustand im Historiker
gemeint, die künstlerische Beschaulichkeit: ein Aberglaube aber
ist es, dass das Bild, das die Dinge in einem solchermassen ge-
stimmten Menschen zeigen, das wahre Wesen der Dinge offen-
674 Nachgelassene Fragmente

bare. Oder meint man, dass in jenem Zustande die Dinge sich
förmlich abphotographiren, meint man, es sei ein rein pass i -
v e r Zustand? Im Gegentheil: es ist die eigentliche Zeugungs-
zeit des Kunstwerks, ein Compositionsmoment allerhöchster
Art: der Einzelwille schläft dabei. Das Gemälde ist k Uns t I e -
r i s c h w a h r , gewiss noch nicht historisch; es sind die facta
nicht, sondern deren Gewebe und Zusammenhang, der hier
hinzugedichtet ist und der zufällig wahr sein kann: ist er aber
falsch, immer noch „objectiv".
10 Objectiv Geschichte denken ist die stille Arbeit des Drama-
tikers: alles an einander denken, alles Vereinzelte zum Ganzen
zu weben: überall mit der künstlerischen Voraussetzung, dass
der Plan, der Zusammenhang darin sei: eine Voraussetzung,
die gar nicht empirisch-historisch ist und aller „Objectivität",
15 wie man sie gewöhnlich versteht, widerstreitet. Dass der
Mensch die Vergangenheit überspinnt und bändigt, ist Kunst-
trieb: nicht Wahrheitstrieb. Die vollkommene Form einer sol-
chen Geschichtsschreibung ist rein Kunstwerk: ohne einen Fun-
ken der gemeinen Wahrheit.
20 Ist es erlaubt, dass alles k ü n t I e r i s c h betrachtet werde?
Fur das V ergangne wünsche ich vor allem die m o r a I i s c h e
Abschätzung. Also eine bedenkliche Verwechslung des Künstle-
rischen und des Moralischen: wodurch das Moralische abge-
schwächt wird.
15 Nun aber ist meistens jene Objectivität nur eine Phrase, weil
die k ü n s t I e r i s c h e Potenz fehlt. An Stelle jener künstleri-
schen Ruhe tritt die s c h a u s p i e I e r i s c h e A ff e c t a t i o n
der Ruhe: der Mangel an Pathos und moralischer Kraft kleidet
sich als überlegne Kälte der Betrachtung. In gemeineren Fälle(n)
30 tritt die Banalität, und AllerweltsWeisheit, die allerdings gar
nichts Aufregendes hat, an Stelle der künstlerischen Interesselo-
sigkeit. Alles Ni c h tau f r e g e n d e wird gesucht -
Wo nun gerade das Höchste und Seltenste behandelt wird,
da ist die gemeine und flache Motivation empörend, wenn sie
Sommer-Herbst 1873 29 (96] 675

aus der E i t e l k e i t des Historikers herstammt. ( S w i f t :


,,jeder Mann hat gerade soviel Eitelkeit, als es ihm am V er-
stande mangelt.")
Soll der Richter kühl sein? Nein: er soll nicht parteiisch
sein, nicht Nutzen und Schaden für sich im Auge haben. Vor
allem muss er wirklich über den Parteien stehen. Ich sehe nicht
ein, weshalb ein Spätgeborner schon deshalb Richter aller frü-
her Gebornen sein solle. Die meisten Historiker stehen u n t e r
ihren Objecten !
10 Man nimmt jetzt an: der, den ein Moment der Vergangen-
heit gar nichts angeht, sei berufen ihn darzustellen: Phi-
lologen und Griechen verhalten sich meistens so zu einander:
sie gehen sich nichts an. Das nennt man auch „Objectivität":
selbst zum Photographiren gehört, ausser Object und Platte,
1 s das Licht: doch meint man, es genüge Object und Platte. An

strahlendem Sonnenlicht fehlt es: im besten Falle glaubt man,


dass das Oellicht der Studirstube genüge.
Ganz unbesonnene Menschen glauben überhaupt dass sie
und ihre Zeit, in allen Popularansichten, Recht habe(n): wie
2 0 jede Religion es von sich glaubt. Sie nennen „ 0 b j e c t i v i -

t ä t" das Messen vergangner Meinungen an den Allerweltsmei-


nungen, in denen sie den Canon aller Wahrheiten suchen.
Übersetzung der Vergangenheit in die Trivialität der Gegen-
wart ist ihre Arbeit. Feindselig sind sie gegen jede Geschichts-
zs schreibung, die diese Popularmeinungen nicht für kanonisch
hält: das soll „subjectiv" sein!
Nur aus der höchsten Kraft der Gegenwart
dürft ihr d a s Ver gang n e deuten : nur in der höch-
sten Anspannung werdet ihr errathen, was in dem Vergangnen
30 wissenswürdig ist. Gleiches durch Gleiches! Sonst seid ihr ver-
loren, sonst zieht ihr das Vergangne zu euch nieder. Glaubt
einer Geschichtsschreibung n i c h t, wenn sie nicht in den
Händen der s e I t e n s t e n G e i s t e r ist: ihr werdet es immer
merken, welcher Qualität ihr Geist ist, wenn einmal ein allge-
676 Nachgelassene Fragmente

meiner Satz ausgesprochen wird. Es kann Keiner zugleich ein


grosser Historiker und ein Flach- oder Duselkopf sein. Ver-
wechselt mir aber die Arbeiter nicht: z. B. les historiens de Ms.
Thiers wie man in Frankreich naiver sagt. Ein grosser Gelehrter
s und zugleich ein Flachkopf - das ist möglich!
Also: G e s c h i c h t e b e d a rf d e r T h ä t i g e , G e -
s c h i c h t e s c h r e i b t d e r E rf a h r n e ! Wer nicht Einiges
grösser und höher erlebt hat als alle, wird auch nichts aus der
Vergangenheit zu deuten vermögen. - Der Spruch der Ver-
10 gangenheit ist immer ein Orakelspruch: nur als Seher in die Zu-

kunft, als Wissende der Gegenwart werdet ihr ihn deuten. Man
erklärt jetzt die Wirkung Delphi's besonders daraus, dass diese
Priester genaue Kenner des Vergangnen waren: jetzt geziemt
sich zu wissen, dass nur der, welcher die Zukunft baut, ein
15 Recht habe, die Vergangenheit zu richten: als Seher nur ist er
Historiker. Die Gegenwart ist schlecht und nur eine Linie.
29 (97]
1. Keine Betrachtung des Vergangnen. Thier - Leo-
pardi.
2. Monumental - Antiquarisch.
10 3. ,,Objectivität".
4. Hypertrophie aus Schwäche.
5. Wirkungen.
6. Erziehung darin.
7. Mythologie der Historie.
25 8. Ursachen.
9. Hartmann.
10. Reaction - Atomengewirr.
11. Gegenmittel.
12. Maassstab der zukünftigen Historiker.

29 (98]
30 Die Heerde weidet an uns vorüber: sie fühlt keine Vergan-
genheit, springt frisst ruht verdaut, springt wieder und so vom
Sommer-Herbst 1873 29 [96-98] 677

Morgen bis zur Nacht und von Tag zu Tage, kurz angebunden
mit ihrer Lust und Unlust, nämlich an den Pflock des Augen-
blicks: so dass der Mensch sie sehend seufzen muss und sie an-
reden möchte, wie Giacomo Leopardi im Nachtgesang des Hir-
s ten in Asien:
Ach wie muss ich dich beneiden!
Nicht nur weil frei du scheinest
Beinah von allen Leiden,
Mühsal, V crlust, die schlimmste
10 Beängstigung im Augenblick vergessend -
Mehr noch, weil nie der Überdruss dich quälet!
Wir seufzen aber über uns, dass wir das Vergangne nicht los
werden können: während es uns scheinen will, als ob das Thier
glücklich sein müsse, weil es (nicht} überdrüssig wird, sofort
15 vergisst und fortwährend den erlebten Augenblick in Nebel und
Nacht zurückweichen sieht. So geht es auf in der Gegenwart,
wie eine Zahl in einer andern ohne Rest aufgeht, und erscheint
ais das ganz und gar, was es ist, in jedem Moment, ohne alle
Schauspielerei und absichtliches Verbergen. Wir dagegen leiden
10 alle an dem dunkeln und unauflöslichen Reste des Gewesenen
und sind etwas anderes als was wir erscheinen, (wir} fühlen uns
ergriffen, die Heerdc oder, in vertrauterer Nähe, das Kind zu
sehen, das noch ohne dieses Leiden zwischen den beiden Tho-
ren der Vergangenheit und Zukunft in allzu kurzer und allzu
15 seliger Blindheit spielt, ja vielleicht ~ur zu spielen scheint, wir
scheuen uns sein Spiel zu stören und es aus der Vergessenheit
zu wecken - weil wir wissen, dass mit dem Wort „es war" das
Leiden und der Kampf beginnt und das Leben als ein unendli-
ches lmperfectum inaugurirt wird: zuletzt drückt der Tod auf
Jo diese Erkenntniss, dass das Dasein ein ewiges lmperfectum ist
- als ewiges Gewesensein - , sein Siegel, indem er zwar das
begehrte Vergessen bringt, aber die Gegenwart und Dasein
selbst dabei unterschlägt.
678 Nachgelassene Fragmente

Wir m ü s s e n also das Vergangne betrachten - das ist


nun einmal Menschenloos: unter diesem harten Joche hart zu
werden soll keinem erspart sein, und wenn einer sehr hart ge-
worden ist, bringt er es vielleicht sogar so weit, das Menschen-
loos eben wegen jenes Nichtvergessenkönnens zu preisen, eben
deshafü·weil das Vergangne in uns nicht sterben kann und uns
mit der Unruhe eines Gespenstes rastlos weiter treibt, die ganze
Stufenleiter alles dessen hinauf, was die Menschen gross, er-
staunlich, unsterblich göttlich nennen.

2.9[99)
10
Dass die gewöhnliche Geschichtsschreibung als angenehm
gilt, führe ich auf denselben Grund zurück, aus dem eine ge-
wöhnliche Unterhaltung als angenehm gilt: ihr Character ist
aus Höflichkeit und Lüge zusammengesetzt.

2.9[100)
Diejenige Betrachtung der Geschichte ist die beste, welche
15 die fruchtbarste ist, aber für das Leben. Was nützt es, die Ursa-
chen streng zu sammeln, daraus das Factum herzustellen und so
zu mortificiren ! Bei einer anderen Betrachtung hätte es noch le-
bendig weiterzeugen können: sobald es als Resultat der Rech-
nung erscheint, wirkt es nicht mehr, sondern vergeudet alle
20 Kräfte in der Erklärung seiner selbst.

2.9[101]
Antiquarisch - Monumental.
Alle Gefahren beider vereinigt in der „Objectivität".
Welche Menschen dadurch an die Historie gekommen
sind-
25 Allgemeine Hypertrophie dadurch eingetreten.
Niebuhr - Goethe fanden kein Verhältniss; Niebuhr
siegte. Das mag gut sein, des Nationalen wegen: aber
jetzt ist die höchste Zeit zurück zu gehen.
Sommer-Herbst 1873 29 [98-102] 679

29 (102)
Einwirkung auf's Leben.
Natürliche Bedingungen bei Monumentalem und Antiquari-
schem.
Historie als Luxus - Einwirkung rein negativ.
Diese Triebe bringen Gefahren für die Wahr -
h e i t der Geschichte mit sich: deshalb hat man sie e x s t i r p i -
r e n wollen: aber jetzt hat Historie keinen Sinn.
A. Nachmachen - nicht nachmachen - Resultat:
Ass im i I a t i o n . Gesichtspunkt des Monumenta-
10 len.
V e r e h r e n , D a n k : Resultat T r e u e - Motiv des
Antiquarischen - Pietät. ,.Es war einmal so"
,,Trost".
B. Historie ohne alle subjectiven An I ä s s e, ohne Nach-
rs ahmung, Pietät, gegenwärtige Noth.
Höchste Schätzung des Wahren ein Characteristi-
kum der Zeit: Kant - Lüge.
Jetzt reines Begreifen, ohne Beziehung zum Le-
ben - übernimmt die Ausartung des Antiquarischen
20 ( das Todte o h n e Verehrung) und des Monumen-
talen (das Lebende ohne Nachahmung).
S c h i I d e r u n g der Objectivität.
C. Von welchen Trieben lebt dieser Luxus (da die natürli-
chen fehlen).
2s Motive der Hypertrophie.
D. Consequenzen solcher Historiker für die Historie selbst.
Neue Mythologie.
E. Consequenzen für das Volk, Kunst usw. Politik, Reli-
gion.
Jo F. Letzte Consequenz für das Moralische - Hartmann.
G. Heilmittel: Historie kein Luxus.
680 Nachgebssene Fragmente

29 [103]
Was bedeutet Historie für die Bildung einer Cultur?
Sie w a r n t u n d r ä t h a b : sie ist gleich dem D ä m o -
n i o n zu benutzen: sonst nicht.

29 [104]
Historie ohne Nachahmung (ohne sich dem Grassen zu un-
terweden), ohne Pietät (ohne die Atmosphaere des Lebendigen
zu schonen), ohne gegenwärtige Noth - - -

29 [105]
Nie buh r schreibt 1796, dass es mit Deutschland's Litte-
ratur sichtbarlich auf die Neige gehe, dass Schiller und Goethe
schlimmer als todt seien „soll V oss allein stehen bleiben?" Als
10 Grund wird zunächst angeführt "der gewöhnliche Naturgang,
der sich durchgängig bewiesen hat bei allen Völkern". ,,Mich
freuts die Erbitterung über den heurigen Schillerschen Alma-
nach mit Baggesen zu theilen."

29 [106]
H ö l d e r l i n „du wirst durchaus finden, dass jetzt die
15 menschlichen Organisationen, Gemüther, welche die Natur zur
Humanität am bestimmtesten gebildet zu haben 'scheint, dass
diese jetzt überall die unglücklicheren sind, eben weil sie selte-
ner 5ind als sonst in anderen Zeiten und Gegenden. Die Barba-
ren um uns her zerreissen unsre besten Kräfte, ehe sie zur Bil-
.10 dung kommen können, und nur die f e s t e t i e f e E i n s ich t
dieses Schicksals kann uns retten, dass wir
wenigstens nicht in Unwürdigkeit vergehen.
Wir müssen das Treffliche aufsuchen, zusammenhalten mit
ihm, so viel wir können, uns im Gefühle desselben stärken und
.15 heilen u n d s o Kr a ft g e w i n n e n ; d a s R o h e ,
Schiefe, Ungestalte nicht nur im Schmerz,
sondern als das, was es ist, was seinen Cha-
Sommer-Herbst 1873 29 [103-111] 681

racter, seinen eigenthümlichen Mangel aus-


macht, zu erkennen."

.29[107]
H ö l d e r l i n , ,,auch ich, mit allem guten Willen, tappe mit
meinem Thun und Denken diesen einzigen Menschen (den
s Griechen) in der Welt nur nach und bin in dem, was ich treibe
und sage, oft nur um so ungeschickter und ungereimter, weil
ich wie die Gänse mit platten Füssen im modernen Wasser stehe
und unmächtig zum griechischen Himmel emporflügle."

.29[108]
Den grössten Nutzen, wenn sich alles (pythagoreisch)
10 wiederholte: dann müsste man die Vergangenheit und Constel-
lation kennen, um die Wiederholung genau zu erkennen. Nun
wiederholt sich nichts .

.29 [109]
Man klagt, dass der Cosmopolitismus vorüber sei: in der
Geschichte besteht er, als Residuum: aber die Voraussetzung,
•s die universale Pietät ist verloren, der Wunsch überall zu helfen .

.29 [uo]
Goethe an Sch{iller),,Sie haben ganz Recht, dass in den Ge-
stalten der alten Dichtkunst, wie in der Bildhauerkunst, ein Ab-
stractum erscheint, das seine Höhe nur durch das, was man Styl
nennt, erreichen kann. Es giebt auch Abstracta durch Manier,
20 wie bei den Franzosen."

.29[1II]
Epische und dramatische Behandlung des Vergangenen.
Schiller: ,,der epische Dichter schildert uns blass das ruhige Da-
sein und Wirken der Dinge nach ihren Naturen; sein Zweck
liegt schon in jedem Punkte der Bewegung; darum eilen wir
682 Nachgelassene Fragmente

nicht ungeduldig zu einem Ziele, sondern verweilen mit Liebe


bei jedem Schritte."

29 [I 12]
Goethe "es ist doch nur die Neigung, die alles sehen kann,
was das Kunstwerk enthält, und die reine Neigung, die dabei
noch sehen kann, was ihm mangelt."
G o e t h e „es ist lustig zu sehen, was diese Menschenart
eigentlich geärgert hat, was sie glauben, dass einen ärgert, wie
schaal leer und gemein sie eine fremde Existenz ansehen, wie
sie ihre Pfeile gegen das Aussenwerk der Erscheinung richten,
ro wie wenig sie auch nur ahnen, in welcher unzugänglichen Burg
· der Mensch wohnt, dem es nur immer Ernst um sich und um die
Sachen ist."

29[u3]
Die P i e tä t f ü r d a s V e r g a n g e n e geht so weit, dass
die Griechen den hieratischen Stil neben dem freien und gros-
r5 sen duldeten, mit den spitzen Nasen und dem Lächeln: später
wurde daraus eine Feinschmeckerei. So die antiquarische Ma-
nier gegenüber der monumentalen.

29 [u4]
Anti q u arisch . - Pietät gegen das, woraus oder worin
wir sind. Heiligende Macht der Persönlichkeit - Urväterhaus-
20 rath und Gemeindeinstitutionen bekommen Würde und erregen
eifriges Nachforschen. Das Kleine, das Beschränkte wird ge-
adelt - frauenhaft - das Idyllische gefunden. Überall Zeug-
nisse von braver treuer fleissiger Sinnesart.
S c h ä d e n : alles Vergangne gleich wichtig genommen,
25 keine Beziehung auf's Leben als bewahrend, nicht
s c h a ff e n d , das Lebendige zu Gunsten des Verehrten (Hie-
ratischen) unterschätzt. Mangel an Unheil, alles Vergangene
liegt wie eine bunte Jagdbeute da. Hindert den kräftigen Ent-
Sommer-Herbst 1873 29 [111-116) 683

schluss, lähmt den Handelnden, der immer die Pietät verletzt.


Der ehrwürdige .Alte"; de monuis nil nisi bene. Die ältesten
Sitten, Religionen usw. rechtfertigen sich durch Alter und ver-
wirren alle Werthabschätzungen: weil sie die viele Sympathie,
die die Griechen ihnen geschenkt haben, zusammenrechnen.
Das, was die meiste Sympathie erzeugt hat, ist am ehrwürdig-
sten: man ehn die Masse Liebe. Man vergisst nach den Motiven
dieser Sympathie zu fragen: Faulheit Egoismus Gedankenbe-
quemlichkeit usw.
10 Wie leidet dabei die Vergangenheit? Es giebt keine Propor-
tion der Dinge zu einander, der Eine hält dies, der Andere das
wichtig. Die V{ergangenheit) zerfällt: ein Partikel ist jemandem
sympathisch, das nächste kalt und gleichgültig. Dazu wird das
Unbedeutende perpetuin.
Is Allmählich entsteht eine gelehnenhafte Gewohnheit, die
Pietät stirbt ab, die Sammelwuth tritt ein, völlige Verwirrung
der menschlichen Aufgaben: bedeutende Naturen verlieren sich
in bibliographische Fragen usw. In summa Ruin der Lebendi-
gen, die fortwährend durch ehrwürdigen Moderduft geplagt
10 werden.

29[115]
Der Mensch will schaffen monumentalisch
im Gewohnten verharren antiquarisch
von Noth sich befreien kritisch.

29 [116]
Gegen den Contrast von Sentimentalisch und Naiv wäre
2 s einzuwenden: dass gerade unsere Gegenwan jene frostig klare

und nüchterne Atmosphaere hat, in der der Mythos nicht ge-


deiht, die Luh des Historischen - während die Griechen in der
dämmerigen Luft des Mythischen lebten und dafür in ihren
Dichtungen, im Contrast klar und linienbestimmt sein konnten:
Jo da wir die Dämmerung in der Kunst suchen, weil das Leben zu