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Il colloquio psichiatrico
Di Harry Stack Sullivan

Presentazione

Sullivan discute e analizza estesamente la tecnica per svolgere un colloquio psichiatrico: alla luce
della sua concezione, che vede nella psichiatria soprattutto un processo interpersonale, il colloquio
psichiatrico si pone innanzitutto come un esempio particolare di situazione interpersonale,
caratterizzato dal fatto che uno dei due membri della situazione, il medico intervistatore, grazie alla
sua posizione di esperto, è particolarmente in grado di aiutare l’altro, il paziente intervistato, a
muovere verso la soluzione dei propri problemi.
Questo libro pertanto, benché centrato essenzialmente sul colloquio psichiatrico, riguarda qualunque
genere di colloquio o di intervista che si proponga di chiarire certi schemi di vita a beneficio della
persona intervistata. Pur rivolgendosi primariamente al mondo medico e psichiatrico, le
osservazioni di Sullivan possono essere di estrema utilità anche a tutti coloro che sono chiamati
dalla professione a condurre inchieste personali, nonché, più in generale, a tutti coloro che mirano a
una migliore comprensione dei problemi e dei rapporti interpersonali in qualunque situazione
sociale.

Harry Stack Sullivan (1892-1949) fu docente alla facoltà di medicina dell’Università del Maryland, fu tra i fondatori della Washington School
of Psychiatry e della rivista Psychiatry. A lui si deve la teoria interpersonale della psichiatria.

INDICE

Introduzione alla nuova edizione italiana


di Marco Conci VII

Prefazione del curatore dell’edizione originale


di Helen Swick Perry e Mary Ladd Gawel XLI
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Prefazione all’edizione italiana
di Enzo Codignola XLIII

Introduzione
di Otto Allen Will XLIX

CAPITOLO PRIMO
CONCETTI FONDAMENTALI DEL COLLOQUIO PSICHIATRICO 1

Definizione del colloquio psichiatrico. 2 - La comunicazione vocale. 2 - Il gruppo a due. 5 - Integrazione volontaria dei
partecipanti. 5 - Il rapporto tra esperto e cliente. 7 - I modi di vita caratteristici del paziente. 8 - Il paziente si attende un
beneficio. 10 - Lo psichiatra come osservatore partecipe. 12 - Il concetto di distorsione paratassica. 16

CAPITOLO SECONDO
LO SVILUPPO DEL COLLOQUIO 19

Ruolo culturale dello psichiatra come esperto. 19 - Dati importanti e meno importanti. 21 - I luoghi comuni della psichiatria. 24 -
Impedimenti al lavoro dello psichiatra dipendenti dalla cultura. 25 - L’impiego di un procedimento per superare gli ostacoli
personali. 26

CAPITOLO TERZO
CONSIDERAZIONI TECNICHE GENERALI SUL COLLOQUIO 29

Tipi di colloqui psichiatrici. 29 - Il passaggio da un argomento all’altro. 31 - Il prendere appunti durante un colloquio. 34 -
L’integrazione interpersonale tra intervistatore e intervistato. 36

CAPITOLO QUARTO
LE PRIME FASI DEL COLLOQUIO 41

L’inizio formale del colloquio. 41 - Il riconoscimento. 50 - Il riconoscimento nella psicoterapia intensiva. 55 - L’uso delle
libere associazioni. 57 - Riassunto del riconoscimento. 59

CAPITOLO QUINTO
L’INCHIESTA DETTAGLIATA: FONDAMENTI TEORICI 67

Il concetto di ansia. 71 - Lo sviluppo del sistema del sé. 72

CAPITOLO SESTO
IL COLLOQUIO COME PROCESSO 81

Le prime impressioni che si ricavano sulla situazione del colloquio. 82 - L’osservazione dei cambiamenti nella situazione
del colloquio. 85 - Le impressioni come ipotesi da verificare. 87 - La situazione in cui la comunicazione migliora. 88 - La
situazione in cui la comunicazione peggiora. 89 - Il teorema dell’emozione reciproca. 92 - I vari sbocchi delle situazioni
interpersonali. 95 - L’uso da farsi delle precedenti formulazioni. 96

CAPITOLO SETTIMO
LA STORIA DELLA PERSONA COME PUNTO DI RIFERIMENTO NELL’INCHIESTA DETTAGLIATA 99

Suggerimenti sullo schema da seguire per ottenere i dati. 105 - La personificazione del sé. 127

CAPITOLO OTTAVO
SEGNI DIAGNOSTICI E CARATTERISTICHE DEL DISTURBO
MENTALE GRAVE O LEGGERO 133

Segni diagnostici e relativi sintomi. 133 - Diversi tipi di disturbi mentali. 142

CAPITOLO NONO
LA FINE DEL COLLOQUIO 153
3
Le considerazioni finali. 153 - Le prescrizioni. 155 - La valutazione finale. 157 - Il commiato formale. 158

CAPITOLO DECIMO
PROBLEMI DI COMUNICAZIONE NEL COLLOQUIO 161

CONCLUSIONE 179

Introduzione alla nuova edizione italiana

E infine l’intervistatore, nella sua qualità


di esperto, fa sì che l’intervistato riesca,
come risultato di questa sua esperienza, a “conoscere
meglio se stesso”
Sullivan 1967, 233

Il contesto
Nell’ottobre 1967, come volume n. 18 della Biblioteca di Psichiatria e di Psicologia Clinica, la casa editrice Feltrinelli
pubblicava Il colloquio psichiatrico di Harry Stack Sullivan (1892-1949), nella traduzione di Italo Fontana. Sono molto grato a
Giovanni Fioriti, psichiatra ed editore, per aver pensato a ripubblicare finalmente questo preziosissimo volume, da tanti anni
introvabile, inserendolo nella sua collana di psicoanalisi, diretta da Alessandro Grispini e Benedetta Guerrini Degl’Innocenti –
e di aver pensato a me per introdurre questa nuova edizione, a 50 anni di distanza dalla prima. In effetti, nel 2014 l’editore
Fioriti in questa stessa sua collana aveva ripubblicato un altro classico del pensiero psicoanalitico introdotto in Italia da
Gaetano Benedetti e da Pier Francesco Galli attraverso la Biblioteca di Feltrinelli, ossia il famoso Medico paziente e malattia
di Michael Balint (1896-1970) – la cui edizione originale era uscita nel 1957, tre anni dopo quella del libro di Sullivan.
Accompagnata dagli interventi di Antonino Minervino, Francesco Benincasa e Mario Perini, dall’introduzione del figlio di
Balint John alla nuova edizione del 2000, e dalla ristampa della prefazione di Galli alla prima edizione italiana del 1961, la
nuova edizione del Balint aveva lo scopo di reintrodurlo nel dibattito contemporaneo, così come io cercherò di fare col libro di
Sullivan. In entrambi i casi si tratta di brillanti pionieri che meritano di rientrare nei classici del nostro campo, ossia nel novero
di quegli autori di cui ogni generazione di clinici e terapeuti dovrebbe riappropriarsi.
Di questo parere era stato lo stesso Gaetano Benedetti (1920-2013), che nel settembre 1961 accompagnava la
pubblicazione de La moderna concezione della psichiatria di Sullivan – che, col n. 1 stampato in verde sul dorso di copertina,
inaugurava la stessa Biblioteca di Feltrinelli – con una molto articolata e sentita “Prefazione all’edizione italiana”, intesa a
introdurre il lettore alla sua opera complessiva, nonché al ruolo da Sullivan giocato nell’ambito della recente storia della
psicoanalisi – un ruolo affine a quello di Benedetti stesso. In effetti, Benedetti risultò catturato dalla dimensione dialettica
dell’orientamento di Sullivan, che – a conclusione della sua Prefazione – riuscì dunque a rendere nella seguente impareggiabile
maniera:
“Apparentemente Sullivan è vicino ad Adler per la sua instancabile enfasi sull’importanza dei fenomeni di stima e di potere
sociale. In realtà, allo scrutinio critico del suo pensiero, egli mi sembra stare in mezzo tra Freud e Adler; e a noi posteri egli
appare come una felice sintesi di quanto è andato disperso nel contrasto delle prime scuole. Questa mi parrebbe dirsi
un’acquisizione fondamentale del nostro attuale pensiero: la libido freudiana, e con essa i bisogni affettivi dell’uomo da un
canto, e il potere e la sicurezza sociale, il senso di stima di sé (su cui tanto ha posto l’accento Adler) dall’altro, sono aspetti
polari di un’unica relazione umana; ciascun polo esiste solo in funzione dell’altro. Nessuna stima per se stesso, nessuna
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sicurezza sociale, nessun senso del potere, nessuna capacità di trovare una propria identità è possibile se le esperienze affettive
risultano disastrose; e viceversa, nessuna capacità d’amare è possibile se il potere e la sicurezza sociale svaniscono. Nessuno
mi sembra essere stato tanto cosciente della inscindibilità di questo binomio quanto il nostro Sullivan, anche se egli non ha
discusso il problema in termini di storia della psicoanalisi” (Benedetti 1961, p. XXVII).
Se del carattere dialettico dell’orientamento di Benedetti mi sono recentemente occupato nella Postfazione al volume di
Maurizio Peciccia (2016) I semi di psiche, ecco un ulteriore eloquente modo in cui Benedetti all’epoca cercava di avvicinare il
lettore italiano all’eredità di Sullivan:
“La capacità di Sullivan a sceverare la dinamica degli stati mentali è stata raramente raggiunta da altri ricercatori; qui il
clinico Sullivan supera il teorico Freud, che ha studiato un numero relativamente ristretto di pazienti mentali. Ci impressiona
anche il senso di reale veridicità che emana dalle osservazioni cliniche di Sullivan, e che ci fa sentire come egli sia alieno da
qualsiasi costruzione a carattere puramente dottrinale. Sullivan ci fa vivere dinnanzi agli occhi quel che in molti sistemi
psichiatrici appare talora come un preparato di anatomia psichica. Lo stesso Freud ci sembra coinvolto in un rigido e astratto
meccanicismo, in confronto alla fenomenologia dinamica di Sullivan” (ibidem, p. XVIII).
In effetti, si tratta di parole che potrebbero valere anche per il modo in cui Eugen Bleuler (1857-1939) parlava dei pazienti
schizofrenici, ossia per come sapeva comunque coglierne l’individualità, a differenza del modo in cui lo faceva Emil Kraepelin
(1856-1926), la cui priorità era quella di raggruppare i pazienti in categorie diagnostiche. Ma, per quanto nato a Catania nel
1920, Benedetti era approdato proprio al Burghölzli (la Clinica Psichiatrica Universitaria di Zurigo) subito dopo la laurea
conseguita nella città natale, e a Zurigo era diventato prima allievo e poi uno dei più stretti collaboratori del figlio di Eugen,
Manfred Bleuler (1903-1994). Colpito dal modo in cui l’approccio di Benedetti ai pazienti gli richiamava alla memoria quello
del padre (vedi Bleuler 1987), l’allora direttore del Burghölzli mise Benedetti in contatto con la psichiatra e la psicoanalisi
nord-americana, i cui più importanti rappresentanti (da Frieda Fromm-Reichmann, 1889-1957, ad Harold Searles, 1918-2015)
egli ebbe modo di conoscere fin dai primi anni 1950. E fu proprio al Chestnut Lodge Sanitarium che li incontrò, ossia la clinica
privata vicino a Washington D.C. fondata nel 1910 da Ernest Bullard, dove la Fromm-Reichmann e Searles lavoravano, e dove
Sullivan (morto nel 1949, all’età di 57 anni) aveva tenuto tutta quella serie di cicli di conferenze da cui erano nati i suoi libri
postumi, tra cui anche Il colloquio psichiatrico – uscito in inglese nel 1954, a cura di Helen Swick Perry e di Mary Ladd
Gawel.
Ottenuta la libera docenza in psichiatra nel 1953, e avendo nel 1956 organizzato insieme a Christian Müller (1921-2013) il
I Simposio Internazionale sulla Psicoterapia della Schizofrenia (I.S.P.S.), Benedetti nello stesso anno si trasferì con la famiglia
da Zurigo a Basilea, dove andò a coprire la cattedra universitaria di “Igiene mentale e psicoterapia” che era stata del pioniere
della psicoanalisi Heinrich Meng (1887-1972). In effetti, già nel marzo del 1955 egli era stato invitato da Padre Agostino
Gemelli (1878-1959) a tenere la sua prima conferenza milanese nell’ambito del Laboratorio di Psicologia Sperimentale
dell’Università Cattolica (come ho documentato nella Postfazione sopra citata, in cui ho rivisitato l’opera di Benedetti, alla luce
del suo rapporto di collaborazione con Maurizio Peciccia), ovvero la sede in cui nel corso degli anni successivi poté tessere
anche quei rapporti professionali e umani, che stanno a monte della creazione stessa della Biblioteca di Feltrinelli – e di tutta
una serie di ulteriori sviluppi nel campo della psicoterapia della schizofrenia e del training analitico nel nostro Paese, che lo
videro protagonista. Per oltre 35 anni Milano rimase il centro di queste sue attività italiane, con particolare riferimento per la
Associazione di Studi Psicoanalitici (A.S.P.), che nel 1989 egli contribuì ad affiliare all’International Federation of
Psychoanalytic Societies (I.F.P.S.) (vedi Conci 2014). Il primo importante gruppo con cui Benedetti collaborò a Milano fu
comunque il “Gruppo Milanese per lo Sviluppo della Psicoterapia” fondato da Pier Francesco Galli, da cui nel 1967 nacque la
prestigiosa rivista Psicoterapia e Scienze Umane. Andato in pensione dall’Università di Basilea nel 1985, Benedetti rimase
scientificamente molto attivo (in ambito non solo svizzero e italiano, ma anche tedesco e internazionale) fino a pochi anni dalla
sua morte, avvenuta a Basilea il 3 dicembre del 2013 (vedi Conci, Koelher, Peciccia 2014).
Analogamente a Sullivan, Benedetti non fu solo un grande pioniere della psicoterapia della schizofrenia (vedi ad esempio,
Benedetti 1980 e 1997), ma anche – in linea con la Scuola di Zurigo – un fautore della cosiddetta “psichiatria dinamica”,
inaugurata da William Alanson White (1870-1937; che Sullivan considerava il suo maestro), e portata avanti dalla Washington
School of Psychiatry, fondata da Sullivan stesso nel 1936. Questa era anche l’impostazione della “bibbia psichiatrica” della
mia generazione, ossia il famoso American handbook of psychiatry curato da Silvano Arieti (1914-1981) – e pubblicato in tre
volumi da Paolo Boringhieri nel 1969 col titolo Manuale di psichiatria. Per non parlare di questo stesso orientamento come
della linea guida seguita dallo stesso Otto Kernberg (nato, 1928) in tutta la sua vita professionale – da pioniere della terapia
degli stati borderline a presidente dell’International Psychoanalytic Association (I.P.A.; 1997-2001). Per chi come me ha avuto
la fortuna di averlo avuto come supervisore (Milano, 1992-1995; vedi anche Conci 1997 e 2010), sono testimone del fatto che
Benedetti naturalmente non pensava che la psicoterapia individuale della schizofrenia potesse guarire tanti pazienti, me era
certo che essa potesse rappresentare uno strumento di formazione insostituibile: soltanto chi avesse da subito cercato di entrare
in contatto con questi particolari pazienti, poteva sperare di dare vita a un rapporto psicoterapeutico efficace con la generalità
dei pazienti psichiatrici. Ovvero: è parlando con i pazienti schizofrenici che impariamo a parlare con tutti gli altri pazienti,
ossia a fare della parola il nostro strumento di lavoro. Proprio questo è anche il messaggio di fondo del Sullivan del Colloquio
– così come proprio questa è anche la sua storia professionale. Dal mondo senza parola della schizofrenia alla parola come
strumento fondamentale di lavoro con tutti i pazienti. Last but not least, da questo punto di vista anche l’opera complessiva di
Benedetti può essere vista come una specie di costante dialogo con Sullivan, anche quando non lo cita esplicitamente, con
particolare riferimento per il concetto della “dimensione interpersonale” di tutto il nostro lavoro.
Se per quanto riguarda la collaborazione di Pier Francesco Galli (nato, 1931) con Gaetano Benedetti posso rinviare il
lettore a vari scritti di Galli stesso (vedi ad esempio, Galli 2005), è proprio al fondatore di Psicoterapia e Scienze Umane (che
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nel 2016 ha festeggiato i 50 anni di vita) che dobbiamo la “Prefazione all’edizione italiana” della Teoria interpersonale della
psichiatria, il secondo libro di Sullivan a uscire nella Biblioteca di Feltrinelli (come n. 6, nell’ottobre 1962). Si tratta di uno
scritto breve, ma – come è nello stile di Galli – molto denso ed efficace, di cui riporto qui volentieri i passaggi più significativi:
“Contatti personali e collaborazione con colleghi statunitensi, allievi diretti di Sullivan... mi hanno mostrato che c’era
qualcosa nel suo sforzo personale, nel suo impegno di psichiatra, nella sua umanità, che sfugge a chi lo conosca soltanto
attraverso gli scritti. Questo permette di spiegare l’enorme influenza da lui avuta sulla psichiatria statunitense, nonostante le
sue opere siano state pubblicate quasi tutte dopo la morte... Egli è stato uno dei pochi teorici della psichiatria che abbia avuto
anche una fortissima personalità in campo terapeutico” (Galli 1962, p. VII).
Degno di nota è anche come Galli riesca a trovare il modo di caratterizzare tale orientamento di Sullivan attraverso i due
seguenti princìpi da lui formulati con analoga parsimonia di parole: “Siamo tutti sempre soprattutto umani” e “se una
situazione sociale è reciproca, può avere l’effetto di trasformare” (ibidem) – enunciati che illuminano anche la citazione da me
posta a capo di questa Introduzione.
In effetti, avendolo conosciuto da vicino (mi riferisco alla mia collaborazione alla rivista da lui diretta, negli anni 1986-
1995) posso permettermi di parlare di quella che considero essere stata la centralità del punto di vista di Sullivan nella
produzione scientifica e nella prassi professionale di Pier Francesco Galli. Entrambi gli aspetti sono già presenti in un
importante scritto della metà degli anni 1960 come “Psicoterapia e scienza” (Galli 1964), che non solo ruota attorno a
un’istanza già essenziale in Sullivan, ossia la necessità di “costruire una teoria generale della psicoterapia”, ma contiene anche
l’esplicitazione di un’attitudine personale che molto si avvicina a quella sullivaniana, e cioè: “Psicoterapia significa dunque,
nell’accettazione consapevole dei nostri limiti, testimoniare l’umano presso la sofferenza”. Per non parlare del suo
pluridecennale lavoro di supervisione di tutta una serie di gruppi di lavoro della psichiatria pubblica del nostro Paese, centrati
su un’istanza così centrale nell’orientamento di Sullivan come la soluzione dei problemi di comunicazione e di rapporto
interpersonale non solo coi pazienti, ma anche tra gli stessi operatori (vedi, per esempio, Galli 1990).
Naturalmente, non dobbiamo dimenticare il fatto che la Teoria interpersonale della psichiatria conteneva anche una
importante testimonianza come quella offerta da una grande amica e collaboratrice di Sullivan come Mabel Blake Cohen
(1908-1972) – la moglie di Robert Cohen (1909-2009), a sua volta amico e collaboratore di Sullivan. Se per un suo ritratto
posso rimandare al “Profilo bibliografico degli autori” da me preparato per l’antologia La tradizione interpersonale (curata con
Sergio Dazzi e Maria Luisa Mantovani nel 1997), basti qui ricordare che la sua vicinanza a Sullivan le permise di succedergli
quale direttrice della rivista Psychiatry (1949-1961), mentre la sua fama di analista è legata all’articolo “Controtransfert e
angoscia” (1952), che il lettore può trovare incluso nell’antologia sopra citata. Della testimonianza della Cohen selezionerei in
questa sede i due dati seguenti: il suo ricondurre l’opera di Sullivan nell’alveo freudiano, e il suo considerarlo come uno dei
tanti psicoanalisti post-freudiani, che non potevano fare altro che superare Freud e/o divergere dal suo percorso; e la sua enfasi
sulle sue grandi qualità di clinico, terapeuta e supervisore, cosa che la Cohen fa con le parole seguenti:
“Un sommario dei maggiori contributi dati da Sullivan non sarebbe completo se si omettesse la sua opera di clinico. Fu
nella pratica terapeutica che la sua teoria si sviluppò, ritornando costantemente a situazioni terapeutiche per verifica e ulteriore
elaborazione. Anzi, chi conobbe Sullivan e con lui lavorò, pensa spontaneamente a lui anzitutto come clinico: l’insegnamento
della psicoterapia come arte e come scienza era una delle sue abilità più grandi. Nel lavoro di supervisione degli aspiranti
psichiatri, dopo aver ascoltato per un’ora l’incerto resoconto dello studente sul paziente aveva già una comprensione di
quest’ultimo come persona che era insieme stupefacente e illuminante. Lavorando col paziente, Sullivan ascoltava sempre tutti
i dati tenendo in mente questa domanda: ‘In che momento il flusso della corrente comunicativa rischia di essere interrotto dalla
minaccia dell’ansia?’. Questo punto poteva essere identificato notando quando il paziente abbandonava un argomento
presumibilmente significativo; quando le sue operazioni di sicurezza cominciavano a intensificarsi; oppure quando
cominciavano ad apparire i vari segni somatici che accompagnano l’ansia. Avvenuta l’identificazione di questo punto di svolta,
il terapista si trova in condizione di poter ricordare, o investigare, che cosa stava accadendo al momento della svolta. Questa
tecnica, quando ci se ne impadronisce in modo da poterla usare correttamente, fornisce un metodo pratico e sicuro per
identificare e investigare le varie forme di difficoltà che i pazienti incontrano nel vivere” (Blake Cohen 1962, p. 15).
Arriviamo così al febbraio del 1965: data la buona recezione dei primi due volumi di Sullivan da parte degli psichiatri
italiani sempre più impegnati in direzione della riforma dei manicomi e del lavoro territoriale (un clima di lavoro per il quale
rimando volentieri il lettore alla recente biografia di Franco Basaglia scritta dallo storico inglese John Foot), uscivano gli Studi
clinici di Sullivan, anche essi come i due precedenti volumi nella ottima traduzione di Enzo David Mezzacapa – e come n. 12
della Biblioteca Feltrinelli. Questa volta nessuno dei colleghi italiani (verosimilmente impegnati nel lavoro pratico di
trasformazione istituzionale) accompagna il volume con un suo scritto e a esso il lettore italiano viene introdotto dalla
“Prefazione del curatore”, Helen Swick Perry, e da una utilissima “Premessa” del direttore di Chestnut Lodge, Dexter Bullard
– già presenti nell’edizione originale americana del 1956. Data la loro importanza nell’economia complessiva del nostro
discorso, vale la pena ascoltarne la voce.
In primo luogo, quella di Helen Swick Perry, la ex-segretaria di redazione della rivista Psychiatry (fondata da Sullivan nel
1938 e tuttora in attività), nonché coordinatrice della produzione dell’opera postuma (ossia di ben 6 dei 7 libri di Sullivan usciti
negli Stati Uniti tra il 1940 e il 1972) e autrice della affascinante biografia Psychiatrist of America. The life of Harry Stack
Sullivan (1982). Essenziale nel suo lavoro di vero e proprio confezionamento dei tre libri postumi tratti dai seminari tenuti da
Sullivan a Chestnut Lodge (The interpersonal theory of psychiatry, 1953; The psychiatric interview, 1954; Clinical studies in
psychiatry, 1956) fu un quasi eroico lavoro di sbobinatura dei nastri registrati, di trascrizione e di selezione – un vero e proprio
“work of love” – la cui dettagliata descrizione la curatrice introduceva in questo modo:
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“Gran parte del lavoro preparatorio per questo libro è consistito in una scelta rappresentativa delle lezioni di argomento
clinico tenute da Sullivan a Chestnut Lodge. L’intero materiale comprendeva oltre un milione di parole: le 246 lezioni e
seminari furono tenuti nel periodo che va dall’ottobre 1942 all’aprile 1946. Il presente volume contiene 130.000 parole, in
massima parte provenienti dalle lezioni tenute fra l’aprile e il novembre 1943” (Swick Perry 1965, p. VII).
In effetti, è stata proprio la mia coscienza dell’importante ruolo svolto da Helen Swick Perry anche nella produzione del
Colloquio psichiatrico che mi ha portato a suggerire a Giovanni Fioriti di includere nella nuova edizione italiana del Colloquio
anche la “Editor’s preface”, assente dall’edizione Feltrinelli del 1967.
E ora vengo a Dexter Bullard e a come egli all’inizio della sua “Premessa” ci restituisce il clima in cui le lezioni di Sullivan
si svolgevano:
“Sono passati più di dieci anni da quando ho ascoltato da Harry Stack Sullivan, a Chestnut Lodge, le lezioni che formano
questo libro. Leggendole ora per la prima volta in volume, mi sorprendo ancora pieno di entusiasmo per la costante pertinenza
delle sue idee. In certi punti rivedo la scena e rivivo il clima creato da Sullivan e dal gruppo: Mabel Cohen, Edna Dyar, Frieda
Fromm-Reichmann, Douglas Noble, Robert Morse, David Rioch, Alfred Stanton, Edith Weigert, Ben Weininger, Mabel
Wilkin. L’ambiente era la stanza di soggiorno della mia abitazione a Chestnut Lodge. Il gruppo si riuniva dopo pranzo,
d’inverno, davanti al caminetto: il grosso danese si accucciava sul tappeto e Sullivan cominciava... Inutile dire che c’erano
momenti in cui la discussione si faceva vivace quanto dotta. L’umore di Sullivan variava molto, come del resto quello di tutti
noi. A volte un tour de force particolarmente brillante di Sullivan ci meravigliava; a volte protestavamo energicamente per
qualche apparente incoerenza di una sua argomentazione. Ma è un fatto che nessuno mai si addormentava. Nessuno si
addormentava quando parlava Sullivan” (Bullard 1965, p. XI).
Questo è dunque il contesto – ossia l’ottimo clima di recezione dell’opera postuma di Sullivan sviluppatosi anche in Italia
– in cui nell’ottobre 1967 usciva Il colloquio psichiatrico, questa volta con un’importante “Prefazione all’edizione italiana” di
Enzo Codignola (1930-1977) e una fondamentale “Introduzione” di Otto Allen Will (1911-1993). Prima di vedere come questi
due colleghi presentarono il libro, ossia con scritti di grande significato, da noi inclusi anche nell’attuale edizione italiana,
permettetemi brevemente di presentarveli.
Will, medico internista prima di diventare psichiatra, era stato in analisi con Sullivan stesso e a Chestnut Lodge aveva
lavorato a stretto contatto con Frieda Fromm-Reichmann, dopo la cui scomparsa fu nominato director of psychotherapy. Nel
1967 passò da Chestnut Lodge al famoso Austen Riggs Center di Stockbridge (nel Massachusetts, tra New York e Boston),
dove dagli anni 1950 aveva lavorato Erik Erikson, e che al giorno d’oggi (dopo la chiusura di Chestnut Lodge alla fine degli
anni 1990) rimane uno dei pochi centri privati di studio e terapia psicoanalitica dei pazienti bisognosi di cure ospedaliere.
Ritiratosi in pratica privata in California nel 1978, Will moriva nel 1993. Ma ecco cosa scrivevano di lui i colleghi Sacksteder,
Schwartz e Akabane nell’introduzione al volume a lui dedicato nel 1987, Attachment and the therapeutic process. Essays in
honor of Otto Allen Will, Jr.:
“Otto Will è uno dei pochi psicoanalisti che hanno scelto di dedicare l’intera loro vita professionale a comprendere e aiutare
individui psicotici, entrando con loro in rapporti psicoterapeutici intensivi e a lungo termine. In aggiunta al lavoro
psicoterapeutico individuale, egli ha trascorso la vita a supervisionare il lavoro di altri terapeuti con questi stessi individui. È
stato anche e tuttora rimane un terapeuta di questi terapeuti” (Sacksteder, Schwartz, Akabane 1987, pp. 8-9).
In pratica, ci troviamo di fronte a un profilo umano e a un impegno professionale analoghi a quelli sia di Sullivan che di
Benedetti, che emergono con molta chiarezza nei due seguenti lavori di Will usciti in italiano. Se nel 1992 Psicoterapia e
Scienze Umane pubblicava la traduzione italiana (opera di Sergio Dazzi) dell’articolo di Will “Lo psicoterapeuta, il paziente e
il consulente”, che Sergio Dazzi accompagnava con un’articolata introduzione, nel 1997 l’articolo di Will “Relazioni umane e
schizofrenia” trovava posto nella sopra citata antologia La tradizione interpersonale in psichiatria psicoterapia e psicoanalisi,
dal cui “Profilo biobibliografico degli autori” ho anche tratto le notizie sopra riportate.
Altrettanto indicata della scelta di affidare a Will l’Introduzione al libro più noto di Sullivan, fu quella di Benedetti e di
Galli di affidare a Enzo Codignola il compito di presentare questo classico della psichiatria psicodinamica (così come della
psicoterapia e della psicoanalisi) al lettore italiano. Nato a Genova nel 1930, Codignola scomparve prematuramente all’età di
47 anni, lasciando un vuoto non da poco nel gruppo di lavoro fondato da Pier Francesco Galli. Infatti, al pari di Benedetti e di
Galli stesso, anche Codignola – dopo essersi specializzato in neuropsichiatria nella sua città natale e dopo aver lavorato un paio
d’anni nel locale Ospedale Psichiatrico – nel 1960 si recò in Svizzera, a Kreuzlingen, al “Sanatorium Bellevue”, la clinica
psichiatrica privata diretta da Ludwig Binswanger (1881-1966), rimanendoci per circa tre anni, in cui si formò come
psicoanalista e lavorò come psichiatra (Codignola 1978, p. 1). Infatti, qualunque collega italiano interessato a questo (per il
nostro Paese) nuovo discorso non poteva fare nulla di meglio che emigrare e andare ad apprenderlo alla fonte alla quale esso
era iniziato. In Italia, soltanto Edoardo Weiss (1889-1970), il primo psicoanalista italiano, formatosi a Vienna con Paul Federn
(1871-1950), aveva cercato di creare un rapporto terapeutico (e non solo custodialistico) coi pazienti psichiatrici nel suo lavoro
presso l’Ospedale Psichiatrico di Trieste negli anni 1920. Negli anni 1950 a Milano avevano ripreso a farlo, tra gli altri, due
allievi di Cesare Musatti (1897-1989) come Franco Fornari (1921-1985) ed Elvio Fachinelli (1928-1989). Al tempo stesso, è
vero che ancora nel 1957 il primo italiano a recarsi alla Clinica di Binswanger, rimanendoci fino al 1963, era stato Fabrizio
Napolitani (1925-1996), pioniere col fratello Diego (1927-2013) della psicoanalisi di gruppo nel nostro Paese. Giampaolo Lai
(n. 1931) è invece il collega più noto che a cavallo tra gli anni 1950 e 1960 fece tutta la propria formazione psicoanalitica in
Svizzera, lavorando nell’ambito della Clinica Psichiatrica dell’Università di Losanna, diretta – con un’ottica psicoanalitica – da
Christian Müller (che ho già citato in collegamento con Benedetti).
Per inciso, nel n. 1/2017 di Psicoterapia e Scienze Umane (uscito qualche giorno fa) troviamo una ricostruzione di questo
stesso clima attraverso i due contributi seguenti: la recensione di Davide Cavagna dell’edizione italiana del Briefwechsel tra S.
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Freud e L. Binswanger, uscito a cura di Aurelio Molaro nel 2016 (la cui edizione originale tedesca, a cura Gerhard Fichtner,
era uscita nel 1992!); e l’articolo di Bianca Ceresara Declich sull’iniziativa del gruppo coordinato da Galli di organizzare, nel
1967, presso l’Ospedale Psichiatrico di Sondrio, un teaching hospital, ovvero un corso pilota di formazione a una psichiatria
psicoanaliticamente orientata – un’esigenza che le nostre Cliniche Universitarie di Malattie Nervose e Mentali erano ancora
ben lontane dal riuscire a soddisfare. Preciso anche che quest’ultimo contributo fa parte di tutta una serie di testimonianze di
analogo tenore intese a tessere le “Tracce” – così si chiama la specifica rubrica della rivista – del contributo alla fondazione del
campo della psicoterapia nel nostro Paese dato dal gruppo di lavoro che nel 1967 fondò Psicoterapia e Scienze Umane –
portando la rivista stessa avanti senza interruzione fino ai giorni nostri. Last but not least, di questi temi – con particolare
riguardo per la tardiva penetrazione della psicoanalisi nella società e nella cultura italiana – io stesso già mi sono occupato in
varie occasioni (vedi ad esempio 1996 e 2008).
Tanto più tragica fu la prematura scomparsa di Enzo Codignola in relazione al fatto che poco prima di morire era riuscito a
pubblicare un libro originale e importante, quale Il vero e il falso. Saggio sulla struttura logica dell’interpretazione
psicoanalitica, che faceva presagire la possibilità di avere da lui ulteriori importanti contributi negli anni seguenti – e che fu
valorizzato attraverso un’edizione tedesca (1986) con una prefazione di Paul Parin (1916-2009) e un’edizione in lingua inglese
(1987) con un’introduzione di Paolo Migone. Per una illustrazione del merito tuttora attuale del discorso sviluppato allora da
Codignola, rimando agli interventi che a questo proposito uscirono nel 2009 su Psicoterapia e Scienze Umane da parte di
Alessandro Ancona, Marianna Bolko e Paolo Migone.
Come introduceva dunque Otto Will il lettore americano del 1954 al capolavoro di Sullivan? Will incominciava dalla
definizione di psichiatria proposta da Sullivan come “il campo dello studio delle relazioni interpersonali” (Will 1967, p. XV),
nel senso dell’”osservazione di ciò che avviene tra i due partecipanti” (ibidem), e sottolineava come Sullivan “pensava di poter
applicare il metodo scientifico allo studio dei processi interpersonali” (ibidem, p. XVI), ovvero “il suo metodo era quello
dell’indagine” (ibidem, p. XVII), un’indagine a carattere “operativo” (ibidem). Centrale nel modo in cui Sullivan definiva
questo incontro era il ruolo dell’ansia, che va attentamente gestita per evitare che il processo avviato da psichiatra e paziente si
blocchi. Questo – ci spiega Will – è quanto Sullivan stesso aveva appreso a proprie spese lavorando per anni con i pazienti
schizofrenici (negli anni 1920, in ambito ospedaliero) e con i pazienti ossessivi (a partire dagli anni 1930, in ambito privato),
pazienti che gli stavano così a cuore da fare di lui uno dei co-fondatori (nel 1948, a Londra) della World Federation for Mental
Health (vedi ibidem, p. XXI). Da questo punto di vista, Sullivan fu tra i pionieri del concetto della malattia mentale come
correlata a una comunicazione di tipo patologico (vedi ibidem, p. XXII), e tra i promotori della conduzione del colloquio in
termini di come creare le basi per una comunicazione riuscita e quindi in sé terapeutica. Will coglie inoltre molto bene il
messaggio di fondo del Colloquio quando scrive:
“Sia ben chiaro che questo libro non si propone di fornire uno schema definitivo di ciò che l’intervistatore dovrebbe fare nel
condurre un colloquio. Il libro non è stato concepito come una guida all’azione, ma piuttosto come uno stimolo atto a
provocare una successione di idee che può spingere alla meditazione colui che conduce il colloquio” (Will, ibidem, p. XXIII).
In pratica, quello che lo psichiatra deve imparare a padroneggiare è l’”enorme intreccio tra gli aspetti comunicativi e quelli
difensivi del linguaggio” (ibidem, p. XXVIII), intreccio la cui decodificazione, con particolare riguardo per gli aspetti non-
verbali, aveva fatto di Sullivan – ci ricorda ancora Otto Will – un pioniere della registrazione audio-visiva delle sedute – che
divenne il fondamento di tutto il lavoro di ricerca empirica sulla psicoterapia psicoanalitica della Scuola di Ulm di Helmut
Thomäe e Horst Kächele soltanto negli anni 1970.
Non solo molto ben informata, dall’iter formativo personale descritto sopra, ma anche fin dall’inizio molto chiara ed
eloquente era la “Prefazione all’edizione italiana” del 1967 di Codignola, che cominciava con queste parole:
“Il colloquio psichiatrico non è tanto un’opera di psichiatria, quanto un libro sulla psichiatria: su un determinato modo di
vivere l’incontro con l’ammalato psichico, su una certa posizione affettiva e mentale nei confronti del lavoro quotidiano dello
psichiatra. È una testimonianza e insieme un testo di tecnica psicologica nato dalla teoria sullivaniana della psicoterapia e della
psichiatria. Nella situazione culturale italiana d’oggi la sua traduzione – precisava Codignola – ha un duplice significato: da un
lato viene mostrato il senso di un’integrazione del lavoro psichiatrico con tecniche psicologiche sviluppate nella loro
applicazione concreta, più che nelle ragioni teoriche; dall’altro vengono contestate le posizioni psichiatriche positivistiche e
viene messa in crisi in modo operativo più che polemico quella separazione ideologica manichea fra psichiatria e psicoanalisi,
che la realtà attuale sta già superando. Si può considerare Sullivan – conclude Codignola, questo primo paragrafo della sua
Prefazione – non come uno psicoanalista, ma come uno psichiatra moderno, che trae dalla psicoanalisi (in questo caso, dalla
propria teoria psicoanalitica) la possibilità pratica di porsi in un nuovo modo, precisabile e trasmissibile, di fronte ai propri
compiti di medico” (Codignola 1967, p. VII).
Ebbene, se con Giovanni Fioriti abbiamo preso l’iniziativa di ristampare questo libro a 50 anni di distanza è anche perché
crediamo che esso, anche da questo punto di vista, abbia ancora un ruolo importante da svolgere – in un contesto in cui quelle
che Codignola chiamava “posizioni psichiatriche positivistiche” tuttora rischiano di impedire quella presa in carico e quel
rapporto psicoterapeutico individualizzati che molti di noi sanno rappresentare la medicina migliore per i nostri pazienti. È così
che Codignola stesso non mancava di concludere questa sua prefazione invitando il lettore a intendere Il colloquio come “un
contributo a una nuova educazione psichiatrica”, intesa a determinare “il volto della psichiatria di domani nel nostro Paese”, e
questo nel senso “di una valorizzazione dello sviluppo personale dell’aspirante psichiatra e di un’attenzione costante
all’elaborazione delle sue esperienze affettive” (ibidem, p. XIV). Ossia di quella dimensione soggettiva e inter-soggettiva che
rappresentò una delle motivazioni di fondo degli psichiatri italiani della nostra generazione – e che continuiamo a considerare
come una dimensione fondativa della disciplina stessa.
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In effetti, si tratta di una dimensione che Codignola riesce a metter bene a fuoco in questa sede, nel momento in cui entra
nel merito della specificità del contributo di Sullivan, e di come “ogni disturbo psichico ha un inevitabile risvolto nelle
relazioni interpersonali dell’individuo che ne soffre” (ibidem, p. VIII), ossia:
“... nella misura in cui egli [il medico] partecipa a ciò che sta avvenendo al paziente, e fra se stesso e il paziente, il medico
compie un apprendimento esperienziale. Egli deve essere disponibile, di fronte alle proprie esperienze affettive, fino a poterle
adoperare in quanto apprendimento, e a usarle come strumento di conoscenza del paziente, e indirettamente anche di sé: questo
è il senso della famosa definizione dello psichiatra come osservatore partecipe” (Codignola, ibidem, p. IX).
Da questo punto di vista, Codignola non manca di notare come “l’attività dello psichiatra, così immaginata, cambia volto”
(ibidem), e di come Sullivan offra così “la prima guida a una tecnica psichiatrica strutturata sull’intersoggettività” (ibidem, p.
X).
Last but not least, nella sua Prefazione Codignola non manca di accennare ai seguenti tre ulteriori aspetti. Primo: come la
sua “concretezza operativa” permetta a Sullivan di proporre quella “metodologia di ricerca precisa”, che sostanziò tutto il
filone di ricerche sul micro-funzionamento dei luoghi di cura portato avanti da Stanton e Schwartz (1954), Hollingshead e
Redlich (1965) e dal sociologo Erving Goffman (1922-1982) – il cui classico Asylums (1961) fu introdotto in Italia nel 1968 da
Franco e Franca Basaglia. Secondo: Codignola non manca di accennare a un tema che riprenderò più avanti, ossia quello per
cui “non solo il medico raccoglie informazioni immediate... ma anche il paziente riceve un’impressione concreta del medico”,
ovvero quell’aspetto che al giorno d’oggi chiamiamo con vari termini, da “reciprocità” a “mutua regolazione”. Terzo:
Codignola non manca di notare come, nel suo tentativo di usare “lo strumento psicologico per costruire una diagnosi
psichiatrica”, Sullivan cerchi anche di ovviare alla crisi della nosografia tradizionale, giocando anche da questo punto di vista
un ruolo pionieristico.
Se Il colloquio fu il quarto dei sette libri di Sullivan pubblicati negli Stati Uniti a uscire in italiano, dobbiamo attendere il
1993 per arrivare al quinto; mi riferisco a Schizophrenia as a human process, l’antologia dei suoi lavori sulla schizofrenia degli
anni 1920 curata da Helen Swick Perry nel 1962, e uscita in italiano col titolo di Scritti sulla schizofrenia – di nuovo da
Feltrinelli e nella traduzione di David Mezzacapa. In effetti, su invito di Pier Francesco Galli, fui io stesso a occuparmene,
concordando col traduttore una serie di termini tecnici, e accompagnandola con una mia “Prefazione all’edizione italiana”.
L’invito di Galli, che confermava il suo duraturo interesse per il nostro Autore, era scaturito da una comunicazione sul lavoro
di Sullivan come pioniere della psicoterapia della schizofrenia da me tenuta al IX Simposio sulla Psicoterapia della
Schizofrenia, organizzato a Torino nel settembre 1988 da Gaetano Benedetti e Pier Maria Furlan – e poi pubblicata su
Psicoterapia e Scienze Umane, insieme a Lucio Pinkus. In effetti, l’invito di Galli rappresentò anche uno stimolo importante in
termini del progetto di dedicare tempo ed energie al lavoro di studio, di ricerca e di scrittura che culminò nel mio volume del
2000 Sullivan rivisitato. La sua rilevanza per la psichiatria la psicoterapia e la psicoanalisi contemporanee.
Per inciso, il mio rapporto con l’opera di Sullivan era cominciato ancora quando, studente del terzo anno di medicina,
avevo letto molto attentamente la sua Teoria interpersonale – e mi ero sentito molto aiutato nella comprensione di me stesso.
Se da giovane psichiatra in formazione, alle prese coi primi pazienti, avevo tratto molto profitto dalla lettura degli altri suoi tre
libri (vedi sopra), nell’estate del 1987 mi trovai a leggere avidamente la citata biografia di Helen Swick Perry, che non solo mi
permise di incontrare finalmente la persona da cui erano scaturititi i suoi preziosi libri, ma anche di intravedere l’organico
rapporto tra l’uomo e la sua opera – il tema attorno al quale la biografia stessa è costruita. Desideroso di cogliere tutte le
implicazioni di questa nuova chiave di lettura, decisi di dedicare al tema “H.S. Sullivan: l’incontro tra psichiatria e scienze
sociali” il seminario per studenti di filosofia che avrei tenuto alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Venezia (nell’ambito
della cattedra di Psicologia dinamica del Prof. Lucio Pinkus) nell’anno accademico 1987/1988.
Il risultato fu che mi appassionai ancora di più a questo autore, una passione che ebbi la grande fortuna di poter
condividere – a Firenze nell’aprile del 1988 – con Stephen Mitchell (1946-2000), al suo primo viaggio in Italia, insieme a Jay
Greenberg, su invito dell’Istituto fiorentino di Psicoterapia Analitica. Trovandomi per caso a Firenze (dove mi ero laureato nel
1981), un’amica mi portò a seguire il seminario di Mitchell, che finii col tradurre io stesso, data la fatica che faceva la
traduttrice preposta a farlo. “Adesso so che la traduzione funziona – disse Mitchell a un certo punto – perché il gruppo ha
cominciato a ridere delle mie battute!” – battute che evidentemente faceva per controllare la bontà della traduzione. Fu così
che, alla cena offerta dall’Istituto, scoprii che Mitchell stesso insegnava Sullivan al White Institute di New York, e che lo
trovava anche molto stimolante e congeniale. Anzi – da grande catalizzatore di energie creative quale era – finì con
l’incoraggiarmi a scrivere un libro su Sullivan, della cui vita e della cui opera complessiva nessuno ancora sapeva nulla nel
nostro Paese! In altre parole, questo era il punto del mio lavoro su Sullivan a cui ero arrivato all’epoca della relazione di Torino
di qualche mese dopo, e quindi lo spirito con cui all’inizio degli anni 1990 affrontai l’emozionante sfida di introdurre il lettore
italiano ad un capolavoro come i suoi Scritti sulla schizofrenia – e di completare così l’opera intrapresa prima di me da esimi
colleghi quali Gaetano Benedetti, Pier Francesco Galli ed Enzo Codignola.
Per inciso, per quanto riguarda la necessità di correggere il lacunoso quadro che della personalità di Sullivan circolava in
Italia prima della pubblicazione del suo quinto libro, posso per esempio accennare al fatto che uno dei più colti maestri della
nostra “nuova psichiatria”, Stefano Mistura, in una sua guida bibliografica al nostro campo pubblicata dal Centro di
Documentazione di Pistoia nel 1975 (che tuttora conservo), presentava Sullivan in una maniera che ormai (nel 1988) sentivo
non solo come unilaterale, ma anche come piuttosto fuorviante. Se da una parte il collega parlava della “scoperta della
interpersonalità” come di “un grosso passo avanti nella storia della psichiatria contemporanea”, dall’altra mostrava pure tutta la
sua preoccupazione per un suo possibile uso riduttivo – la dinamica interpersonale come l’unico livello di osservazione e di
intervento. Vero è (come potei capire fino in fondo attraverso il mio seminario di Venezia) che, se apprezzato in tutta la sua
portata, l’orientamento di Sullivan avrebbe fin dagli anni 1960 potuto fornire un correttivo importante all’enfasi unilaterale del
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momento socio-politico di una certa “nuova psichiatria italiana”, a scapito della dimensione clinica, individuale e
psicoterapica. Infatti, così l’amico di Sullivan Patrick Mullahy (1912-1982) ne aveva sintetizzato l’orientamento nel suo
“Saggio critico” annesso alla Moderna concezione della psichiatria:
“Se scopo della psichiatria è comprendere la vita per renderla più facile, in ultima analisi occorre cercare di comprendere
l’ordine sociale nel quale si vive. Appare che proprio nell’ordine sociale siano da cercare le cause ultime dei disturbi mentali.
In altri termini, lo studio delle relazioni interpersonali conduce direttamente allo studio dell’ordine sociale che ne è matrice.
Oggi è evidente che le insufficienze e le contraddizioni della cultura sono un fertile terreno per le malattie e le difficoltà della
mente. Lo psichiatra non può più stare in disparte se vuole avere una funzione sociale; ma deve, conservando la sua
specializzazione, unirsi agli altri studiosi di scienze sociali (corsivo mio, M.C.). Questo più ampio punto di vista richiede un
nuovo orientamento e il perfezionamento di nuove tecniche” (Mullahy, 1962, p. 292).
Ebbene, la pubblicazione dei suoi Scritti sulla schizofrenia avrebbe permesso una documentazione ulteriore e definitiva di
quanto la dimensione socio-politica della malattia mentale stava a cuore a Sullivan – fatto di cui deve essersi convinto anche il
collega Mistura, perché qualche anno più tardi mi invitò a contribuire la voce “Psichiatria interpersonale” al dizionario Psiche
uscito da Einaudi nel 2007.
Con tutto questo voglio dire che nella mia Prefazione del 1993 riuscì non solo a far confluire le formule introduttive di chi
mi aveva preceduto in questo ruolo, la chiave biografica della sua opera complessiva offerta da Helen Swick Perry, e la
persuasiva rilettura del suo contributo alla psicoanalisi fatta da Jay Greenberg e Stephen Mitchell nell’ormai classico Le
relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica del 1983. Quanto anche a proporre, per questo suo quinto libro tradotto
finalmente in italiano, la seguente – innovativa – chiave di lettura:
“Questi Scritti sulla schizofrenia, che quasi in coincidenza con il centenario della nascita vengono ora a trovarsi finalmente
a disposizione del lettore italiano, rappresentano non solo il luogo d’origine e di prima elaborazione di tutta l’opera successiva,
quanto anche, a mio avviso, lo specchio più fedele delle molteplici valenze contenute nel suo pensiero. E quindi il primo libro
di Sullivan che chiunque dovrebbe leggere; ovvero quello da cui i molti colleghi che l’avevano potuto apprezzare negli anni
sessanta possono ora ripartire per rivisitarne l’opera. La stessa teoria interpersonale non può essere realmente compresa senza
partire da questo volume. Al di là, ovviamente, del pionieristico, affascinante e tuttora valido contributo alla
concettualizzazione dinamica e alla psicoterapia della schizofrenia” (Conci 1993a, p. VIII).
Del resto, così già si era espresso Pier Francesco Galli due anni prima, nella “Nota introduttiva” da lui inclusa nella nona
edizione del Colloquio:
“Ritengo che oggi sia esplicito che la presentazione di un Sullivan psichiatra ad orientamento psicoanalitico e di un suo
contributo nell’area circoscritta del trattamento delle psicosi riduce la dimensione della sfida teorica lanciata dalla sua linea di
pensiero alle stereotipie stratificate del pensiero psicoanalitico tradizionale” (Galli 1991, pp. V-VI).
Per altro, nettamente anti-riduzionista era anche la conclusione alla quale perveniva Sergio Dazzi nella sua recensione su
Psicoterapia e Scienze Umane, ossia:
“Gli Scritti sulla schizofrenia rimangono un classico la cui lettura può essere utile a chiunque sia interessato alla clinica.
Adotto questo generico riferimento perché è l’unico che mia sia chiaro; infatti non saprei se definire questo libro come il
contributo di uno psichiatra clinico, di un ricercatore, di un psicologo sociale, di uno psicoanalista o di un teorico della
comunicazione umana. Forse è tutte queste cose insieme e l’errore più grossolano sarebbe quello di ridurlo ad una sola delle
diverse ‘anime’” (Dazzi 1993, p. 140).
Last but not least, molto qualificante di quest’edizione italiana (che col n. 84 rappresentava uno degli ultimi volumi della
Biblioteca di Feltrinelli) è naturalmente anche l’inclusione dell’”Introduzione” di Helen Swick Perry che accompagnava
l’edizione originale del 1962 – in cui la curatrice entra nel merito del reparto da Sullivan diretto allo Sheppard Pratt Hospital
tra il 1923 e il 1930, ci offre “uno sguardo d’insieme sulla biografia intellettuale di Sullivan”, nonché una “nota sullo stile della
prosa di Sullivan”. Anzi, a conferma dell’importanza di questi scritti in termini della sua base di partenza, così come della sua
grande “vocazione politica”, ecco come la Swick Perry concludeva questo suo scritto:
“In modo simile a quello qui descritto [in termini dell’uso dell’immaginazione creativa proposta da John Lowes 1867-1945;
M.C.], Sullivan divenne innanzitutto il cronista e il custode del processo schizofrenico in quel mondo caotico che è l’ospedale
psichiatrico; quindi, avendo costruito in quel mondo una base di speranza, si lanciò alla ricerca di una vita per mettere ordine
nel più vasto caos del travagliato mondo esterno” (Swick Perry 1993, p. 22).
E proprio questo è uno degli aspetti, fino ad allora del tutto ignoti ai colleghi italiani, di cui mi sono occupato nella mia
sopra citata monografia su Sullivan del 2000, con particolare riferimento per esempio alla sua fondazione, nel 1938, della
rivista Psychiatry, da lui diretta fino alla sua morte prematura (Parigi, 14 gennaio 1949), e tramite la quale per esempio
accompagnò da vicino lo sforzo bellico nordamericano, mettendo la sua competenza clinica a disposizione del Paese e
dell’esercito degli Stati Uniti. Un’altra testimonianza del suo impegno sociale e politico e dell’orientamento interdisciplinare
della sua opera e del suo lavoro è l’antologia The fusion of psychiatry and social science (ancora inedita in italiano), in cui la
Swick Perry raccolse nel 1964 i suoi lavori a sfondo sociologico ed antropologico. Per inciso: inedito in italiano è ancora
quello che fu il suo settimo e ultimo libro a comparire in inglese, Personal psychopathology, da Sullivan scritto nei primi anni
1930, ma uscito – sempre a cura della Swick Perry – solo nel 1972. Naturalmente, anche di esso mi occupai nella mia
monografia.
Se però dovessi rispondere al possibile quesito del lettore relativo a quali aspetti di Sullivan rivisitato tenere presenti per
affrontare (nuovamente) il suo Colloquio, citerei innanzitutto l’orientamento di fondo del mio libro: integrativo, dialettico e
anti-riduzionistico. E qui mi riferisco in primo luogo al tentativo – sulla scia della Swick Perry – di rispondere alla domanda
“Chi era Sullivan?”, integrando la sua vita nella sua opera. E in questione è qui non solo la sua identità di maschio
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omosessuale, che lo predispose a schierarsi sempre dalla parte dei “diversi”, ma ancora di più la crisi dissociativa di cui fu
vittima nella primavera del 1909, che lo costrinse a sottoporsi a due anni e mezzo di cure psichiatriche, prima di proseguire i
suoi studi universitari, laureandosi in medicina a Chicago nel 1917. In altre parole, abbiamo a che fare con un collega che
sceglie il nostro lavoro, dopo aver lui stesso superato una così difficile fase della propria vita (una cosa che, mutatis mutandis,
vale pure per Freud, e per molti di noi); ovvero con un collega che non ci meraviglia che – come si evince dai suoi scritti sulla
schizofrenia – riusciva (e tuttora riesce, per chi lo legga al giorno d’oggi) a penetrare il mondo interno di certi pazienti gravi
come se si trattasse di una dimensione nella quale pure lui aveva vissuto (in una fase precedente della sua vita).
Per quanto riguarda l’orientamento dialettico, mi riferisco al modo in cui ho cercato di cogliere la mente di Sullivan al
lavoro, ovvero al carattere sia dinamico che interdisciplinare del suo pensiero, così come è stato colto anche da Sergio Dazzi
nella recensione dei suoi Scritti sulla schizofrenia (vedi sopra), ossia un carattere che è già presente nel suo lavoro degli anni
1920, andando incontro ad un processo di costante articolazione e aggiornamento. Da questo punto di vista, la sua opera ha
davvero il carattere del work in progress, come si può dire in psicoanalisi solo di pochi grandi autori, quali Freud stesso oppure
Wilfred Bion (1897-1989). E come, con Bion, anche con Sullivan abbiamo a che fare con un collega che intende in primo
luogo rimanere fedele a se stesso, prima che alla sua identità professionale di psicoanalista o di psichiatra – cosa che già nel
2009 mi ha portato ad accostarli l’uno all’altro.
Ed è qui che diventa pertinente anche quello che ho chiamato sopra l’orientamento anti-riduzionistico: nel suo complesso
ed articolato percorso, Sullivan è sia psichiatra (psichiatra, ad esempio, della schizofrenia), che psicoterapeuta (ad esempio,
uno dei pionieri della terapia di gruppo e della terapia della famiglia), che psicoanalista (un pioniere, ad esempio, della
psicoanalisi del Sé). E, in effetti, è vero anche che Sullivan mai si dimise dall’American Psychoanalytic Association, di cui era
diventato membro nel 1924 e di cui era stato anche vicepresidente nei primi anni 1930; e con cui continuò a collaborare fino
alla sua morte (come affermò anche Reuben Fine nel 1982, p. 76). Sul piano storico, egli era in effetti un “normale analista
nord-americano”, che – in quanto tale – si sentiva più vicino a William James e G.H. Mead che non a Freud, e che si trovò –
come altri suoi colleghi – spinto ai margini dell’American Psychoanalytic Association dall’ arrivo negli Stati Uniti dei molti
analisti europei vittime del nazi-fascismo – e che si appropriarono dell’Associazione di cui lui stesso era stato un pioniere. Del
resto, questo stesso punto di vista, anti-riduzionistico, aveva informato anche la preparazione – con Sergio Dazzi e Maria Luisa
Mantovani – della già citata antologia La tradizione interpersonale in psichiatria psicoterapia e psicoanalisi.
E’ così che al completamento della mia descrizione del contesto in cui calare questa nuova edizione italiana del Colloquio
psichiatrico di Sullivan, ossia il testo che non mancherò di affrontare direttamente tra poco, manca soltanto un accenno alla
psicoanalisi relazionale inaugurata da Stephen Mitchell nel 1988 e agli sviluppi istituzionali che hanno portato gli analisti del
White Institute di New York (fondato da Sullivan nel 1943) a diventare finalmente membri dell’International Psychoanalytic
Association. Entrambi questi eventi contribuiscono naturalmente a riportare in primo piano il contributo di Sullivan alla
psicoanalisi contemporanea – e a vedere dunque di più in quest’ottica anche il suo Colloquio.
Per quanto riguarda Mitchell, mi riferisco non solo al modo in cui, tramite Gli orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per
un modello integrato, perfezionò l’operazione (iniziata con Greenberg nel 1983) di riportare Sullivan all’interno del
mainstream psicoanalitico, ma ancora di più – avendo avuto modo di conoscerlo da vicino – a quella che ho sempre sentito
come la sua identificazione con Sullivan stesso, anche nell’atto stesso di fondare la psicoanalisi relazionale che a lui fa capo.
Per inciso, con Mitchell, al nostro primo incontro fiorentino aveva fatto seguito una mia visita a New York all’inizio dell’anno
seguente, nel cui ambito avevo letto Relational concepts in psychoanalysis. An integration, per poi recensirlo su Psicoterapia e
Scienze Umane e nel 1993 presentarlo al lettore italiano (vedi Conci 1990 e 1993b). Nel 1991 e poi nel 1996 mi trovai io stesso
ad aiutarlo ad organizzare i due successivi viaggi italiani, con una serie di relazioni e seminari a Roma, Milano, Bologna e
Firenze, e quindi ad essere anche uno dei primi italiani a leggere la rivista da lui fondata proprio nel 1991, Psychoanalytic
Dialogues. A Journal of Relational Perspectives (vedi Conci 2012). Ebbene, come ho scritto anche nella mia monografia su
Sullivan (Conci 2000, pp. 613-617), credo che Mitchell ne abbia seguito le orme da ben quattro punti di vista: analoga a quella
di Sullivan mi sembra proprio la grande sensibilità clinica di Mitchell, ovvero il preciso senso dell’estrema complessità della
situazione psicoanalitica; molto affine a Sullivan è Mitchell per quanto riguarda l’orientamento interdisciplinare e la sensibilità
epistemologica che ne informano l’opera; infine, altrettanto grande mi sembra la loro comune ambizione, ovvero esigenza – a
carattere anche politico, se così si può dire - di andare al di là di Freud. In altre parole, attraverso la mediazione di Mitchell, la
lezione di Sullivan è ancora con noi.
Per quanto riguarda infine il livello istituzionale, del superamento dell’emarginazione di cui il White Institute era stato
vittima dopo la morte di Sullivan da parte dell’American e dell’International Psychoanalytic Association, posso fornire la
seguente testimonianza personale. Premesso che si tratta di un’operazione importante sul piano scientifico, nel senso
dell’inclusione nel mainstream psicoanalitico di un orientamento che come la psicoanalisi interpersonale post-sullivaniana così
tanto ha contribuito alla più recente evoluzione della nostra disciplina, posso dire di aver io stesso dato un mio piccolo
contributo in questa direzione. In primo luogo, con Sullivan rivisitato e con le sue traduzioni (tedesco, 2005; inglese, 2010 e
2012; spagnolo, 2012), libro che avevo scritto anche sulla scia del citato intento di Greenberg e Mitchell (1983) di portare la
figura e l’opera di Sullivan all’interno del mainstream psicoanalitico – operazione completata da Mitchell con la sua relational
turn, la sua “svolta relazionale” di cui sopra, di cui Sullivan diventava uno dei pionieri. In secondo luogo, attraverso i contatti
istituzionali coltivati con il White Institute a partire dal 1988, anche attraverso la comune appartenenza del White
all’International Federation of Psychoanalytic Societies, che il White stesso aveva contribuito a fondare nel 1962, e della quale
(nel 1989) era entrata a far parte la sopra citata Associazione di Studi Psicoanalitici di Milano. Per esempio, dal 2007 faccio
parte del comitato editoriale di Contemporay Psychoanalsyis, la rivista del White Institute fondata da Max Deutscher e Rose
Spiegel nel 1964.
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Per inciso, mi sto intrattenendo su questi dettagli non per una forma di auto-promozione, ma piuttosto per dare
(sullivanianamente parlando) le coordinate scientifiche ed interpersonali del mio punto di vista, della mia collocazione, ovvero
della mia distanza-vicinanza dal tema che sto trattando. Per non parlare del fatto che quando iniziai a lavorare come psichiatra
(1982) e un autore come Kernberg già era un autore importante, i suoi primi libri (a partire da Sindromi marginali e narcisismo
patologico, uscito in italiano nel 1978) non erano facili da capire anche perché... nessuno di noi ancora l’aveva visto, l’aveva
sentito parlare, lo conosceva da vicino – nessuno di noi, a parte Paolo Migone (vedi Migone 1983). Solo molto più tardi
venimmo a capo del fatto che era nato a Vienna, si era formato come medico, psichiatra e analista a Santiago del Cile, e aveva
poi lavorato alla Menninger Clinic di Topeka (Kansas), prima di trasferirsi a New York, ovvero solo molto più tardi venimmo
a capo del fatto che era la sua stessa biografia (oltre alle sue grandi capacità di integrazione e di sintesi) a predisporlo a
proporre la sua personale versione della psicoanalisi, in cui trovava posto sia la psicologia dell’Io nord-americana e la Scuola
Inglese delle Relazioni Oggettuali che la psicoanalisi kleiniana (imparata in Cile). In altre parole, fu attraverso queste
esperienze che scoprimmo (ovvero, la mia generazione scoprì) che solo conoscendo un autore psicoanalista da vicino, si può
davvero intendere e capire il suo messaggio.
Del resto, sul piano storico, proprio questa fu la grande sfida con cui per tanti anni la stessa psicoanalisi italiana si trovò
confrontata, come già emergeva da un testo classico su questo tema come La psicoanalisi nella cultura italiana di Michel
David (1966; terza edizione riveduta e ampliata, 1990), disponendo il nostro Paese di un solo psicoanalista (Edoardo Weiss)
formatosi a Vienna, a diretto contatto con Freud. Fu così che ci vollero apparentemente vari decenni per capire da dove la
psicoanalisi stessa provenisse e che lingua parlasse. Ma ecco le parole di David: “Il paradosso più strano fu che la psicoanalisi
apparve come prodotto teutonico nel primo dopoguerra, prodotto ebraico quando il regime si avvicinò alla Germania, e
prodotto americano quando l’America sbarcò in Italia” (David 1990, p. 85).
In effetti, come emerge dalle pagine che precedono, la stessa operazione di progressiva messa a fuoco dell’opera e della
vita di un autore come H.S. Sullivan (e del loro reciproco rapporto) ha pure richiesto e comportato l’impegno di varie
generazioni di colleghi, come peraltro accade anche in campi come la storia della letteratura. Questo mi ha recentemente
confermato anche un amico scrittore, Alessandro Tamburini, che tramite L’uomo al muro (2016) ha finalmente chiarito il
contesto della scrittura, da parte di Beppe Fenoglio (1922-1963), e della originaria controversa recezione, del suo primo libro, I
ventitre gironi della città di Alba (1952).
Ma, tornando alla psicoanalisi italiana, posso fare l’esempio della più che positiva recezione dell’opera di Bion, e di come
essa sia stata particolarmente stimolata dai suoi Seminari italiani, da lui tenuti a Roma nell’estate del 1977, così come dalla
presenza ed attività nel nostro Paese di sua figlia Parthenope Bion Talamo (1945-1998). Non avendo mai messo piede in
Germania, la recezione della sua opera nel mondo di lingua tedesca è stata molto posteriore e di portata molto più limitata. In
altre parole, è stato proprio attraverso questo processo pluridecennale di traduzione, avvicinamento, messa a fuoco e
conoscenza personale di tutta una serie di autori stranieri che la stessa psicoanalisi italiana (vedi anche Conci 2008), qualche
anno fa ha finalmente cominciato ad acquistare una sua visibilità internazionale. E questo attraverso colleghi come, ad
esempio, Stefano Bolognini (presidente S.P.I., 2009-2013; presidente I.P.A., 2013-2017) e Antonino Ferro (presidente S.P.I.,
2013-2017).
Last but not least, per quanto riguarda Sullivan e la tradizione che a lui fa capo, noi stessi come italiani abbiamo in Europa
un analogo primato a quello relativo alla recezione dell’opera di Bion, se consideriamo ad esempio il fatto che solo due libri di
Sullivan sono mai stati tradotti in tedesco e solo uno in francese – e che la tradizione di pensiero che a lui fa capo, compresa la
psicoanalisi relazionale, ha avuto anche molto meno diffusione negli altri Paesi europei.
È stato dunque così, ossia nell’ambito del contesto che ho appena descritto, che nel gennaio del 2010 e nel gennaio del
2011 mi fu possibile co-organizzare, con Seth Aronson e con Sandra Buechler, all’Istituto White di New York, due giornate di
studio, una con Antonino Ferro (2010) e una con Stefano Bolognini (2011). E questo non solo ha permesso a me di trovare
affinità tra il loro orientamento psicoanalitico e quello di Sullivan, ma anche – questa è la mia presunzione – di contribuire a
promuovere nuovi orizzonti di dialogo e collaborazione sul piano scientifico ed istituzionale. E qui mi riferisco in primo luogo
al dialogo intorno al concetto di “campo analitico” sviluppatosi da allora in poi; alla fondazione da parte di Montana Katz della
International Field Theory Association (I.F.T.A.); e alla sua prima conferenza internazionale, tenutasi a Cambridge e Boston
nel luglio 2015, i cui atti sono usciti l’autunno scorso nel volume Advances in contemporary field theory - a cui ho contribuito
io stesso, cercando di mostrare lo sviluppo del concetto di “campo analitico” a partire da Sullivan, da Bion e da Madelaine e
Willy Baranger. E, in secondo luogo, mi riferisco al panel da me organizzato qualche giorno dopo a Boston – nell’ambito del
49. Congresso dell’I.P.A. che, con Stefano Bolognini presidente, vedeva l’ammissione all’Associazione fondata da Freud
stesso nel 1910 dell’Istituto White – di rivisitazione dell’eredità sullivaniana, con lavori di Sandra Buechler e Henry Zvi
Lothane – attualmente in corso di pubblicazione sull’International Forum of Psychoanalysis, la rivista dell’I.F.P.S. di cui sono
condirettore.

Il testo
Date queste premesse, ossia l’operazione anti-riduzionistica di constestualizzare in maniera così ampia ed articolata questa
nuova edizione italiana de Il colloquio psichiatrico, penso valga finalmente la pena, anche in linea con gli ultimi avvenimenti
descritti, di presentare questo classico in primo luogo come un classico della psicoanalisi – e della psicoterapia psicoanalitica.
Ossia di fare un’operazione che – mi viene da dire – nessuno ha mai tentato di fare prima di me. In altre parole, pur rimanendo
esso – nell’ottica anti-riduzionistica articolata nelle pagine precedenti – anche un classico della psichiatria e della psicoterapia,
penso che meriti davvero celebrare in questo modo la definitiva inclusione della psicoanalisi post-sullivaniana nel mainstream
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psicoanalitico, ossia parlando del Colloquio come dell’opera di uno psicoanalista – per non parlare del fatto che io stesso da
anni lavoro non più come psichiatra, ma come psicoterapeuta e psicoanalista.
Per inciso, se lo stesso Mitchell propendeva per accettare (vedi ad esempio 1999, il capitolo 3) la decisione di Sullivan di
definire la sua identità professionale più quale psichiatra che quale psicoanalista, la mia posizione è stata sempre quella di
viverlo e di presentarlo, sul piano della storia della idee e della scienza, come un autore post-freudiano e quindi come uno
psicoanalista. Per me, Sullivan – analogamente a Jung – ha esteso la psicoanalisi di Freud ai pazienti gravi, con tutte le dovute
modifiche che questo ha comportato. Naturalmente, da questo punto di vista, anche Jung è un autore post-freudiano. Oppure:
sebbene abbia coniato e preferito il termine di “paratassi” a quello freudiano di “transfert”, anche a Sullivan era molto chiaro
che la terapia psicoanalitica ruota attorno al trasferimento e alla ripetizione dei comportamenti, pensieri e affetti del paziente
nell’ambito del rapporto con l’analista, che, a sua volta, ne fa oggetto di riflessione con il paziente. Del resto, si tratta di un
punto di vista – analogo a quello non solo di Mabel Blake Cohen, ma anche di Clara Thompson (1972) - che ho ampiamente
argomentato nel mio Sullivan rivisitato e che (adesso lo posso anche dire apertamente) sono davvero contento che abbia
trovato conferma nella recentissima conclusione della pluriennale trattativa istituzionale di cui sopra.
Prima di prendere in mano Il colloquio dal punto di vista dell’articolazione del discorso, del discorso psicoanalitico, che
Sullivan vi sviluppa, capitolo per capitolo, cercherò dunque di tratteggiare la figura di psicoanalista che da esso emerge, e lo
farò richiamandomi a tutta una serie di autori ai quali la maggior parte di noi fa tuttora riferimento. Tanto per cominciare,
analogamente a quella promossa da Melanie Klein (1882-1960), la psicoanalisi che emerge da questo libro di Sullivan e “una
psicoanalisi del Qui e Ora”. Oppure: in linea con la Scuola Inglese delle Relazioni Oggettuali, ci troviamo davanti a pazienti
che, nell’ambito del colloquio, riattualizzano le proprie relazioni oggettuali interiorizzate, ed è compito dell’analista aiutarli a
metterle a fuoco. Oppure: in sintonia con la psicologia dell’Io (di Anna Freud e di Heinz Hartmann), il paziente mette in atto
una serie di difese (che Sullivan chiama “operazioni di sicurezza”), la cui comparsa e funzione rappresentano uno dei temi
centrali del lavoro terapeutico. Oppure: in anticipazione di quello che sarà il punto di vista della psicologia del Sé di Heinz
Kohut (1913-1981), anche per Sullivan a monte delle difese messe in atto dal paziente ci sono le vicissitudini dello sviluppo
della sua auto-stima e della sua identità. Del resto, si tratta di convergenze già messe in evidenza da Ernst Ticho (psicoanalista
viennese emigrato negli Stati Uniti negli anni 1930 ed uno dei pochi europei privi di pregiudizi nei confronti della psicoanalisi
autoctona nord-americana) nel 1978, in un articolo in cui confrontava Sullivan con le correnti principali della psicoanalisi del
dopo-guerra.
Soltanto a partire dal 1991, ossia dall’epoca del convegno organizzato a New York da Lewis Aron e Adrienne Harris allo
scopo di rivisitare l’eredità ed il ruolo di Sándor Ferenczi (1873-1933), è stato finalmente possibile parlare apertamente del
ruolo fondamentale svolto dal grande analista ungherese, tramite la sua paziente ed allieva Clara Thompson (1893-1958), nella
fondazione ed articolazione della “psicoanalisi interpersonale”. Se per il ruolo avuto da questo punto di vista dalla Thompson,
posso rinviare il lettore al sopra citato importante libro di Mitchell Influenza e autonomia in psicoanalisi, ricordo volentieri
anche l’importante ruolo nel recupero e valorizzazione dell’eredità di Ferenczi avuto da un protagonista della psicoanalisi
interpersonale post-sullivaniana quale Benjamin Wolstein – un’ex-analizzando della Thompson, testimone di come la
Thompson stessa tendesse a tacere il suo legame con Ferenczi (vedi Wolstein 1993).
Per inciso, se ho messo la dizione “psicoanalisi interpersonale” tra virgolette è anche perché essa fino a qualche anno fa
non esisteva nella letteratura psicoanalitica italiana, come la troviamo rappresentata ad esempio nel Trattato di psicoanalisi
curato nel 1990 da Antonio Alberto Semi. E questo nonostante il fatto che un’autrice illuminata come Luciana Nissim
Momigliano (1919-1998) fosse riuscita a scoprirne la portata (1984) e a trasmetterla ai suoi allievi – come io stesso avevo
avuto modo di verificare in un incontro avuto con lei nel 1993, all’indomani dell’edizione italiana del libro di Mitchell Gli
orientamenti relazionali in psicoanalisi. Per un modello integrato (vedi Conci 2012).
Del resto, promuovendo nel 1990 (insieme a Stefania Manfredi Turillazzi) l’edizione italiana dell’antologia di scritti di
Willy (1922-1990) e Madelaine Baranger (nata, 1920) dal titolo La situazione analitica come campo bipersonale, Antonino
Ferro iniziava quella lunga marcia di avvicinamento alla riscoperta del pionieristico ruolo di Sullivan nella messa a fuoco del
concetto di “campo analitico” che sfociò nella sopra citata iniziativa seminariale organizzata dalla collega Montana Katz nel
luglio 2015. Se il concetto post-bioniano di “campo analitico” dei Baranger e di Ferro è naturalmente ben diverso da quello di
Sullivan, che vi era approdato sulla scia della definizione e dell’uso che per primo ne aveva fatto lo psicologo Kurt Lewin
(1890-1947; prima in Germania, nell’ambito della Scuola della Gestalt, e poi negli Stati Uniti), non è difficile individuarne il
comune denominatore: il carattere singolare e irripetibile della “coppia analitica al lavoro”.
Da questo punto di vista, la rivoluzione iniziata da Sullivan in psicoanalisi ha affiancato e/o superato, quella iniziata da
Freud. Se l’inconscio svolge un ruolo così importante, e a noi molto spesso ignoto, nella nostra vita psichica (Freud), è anche
vero che, in qualsiasi campo interpersonale di cui entriamo a far parte, con l’altra persona si instaura, senza che ce ne
accorgiamo, una comunicazione a livello inconscio (Sullivan). Col suo linguaggio cosiddetto “operazionale”, centrato attorno
alla descrizione di ciò che possiamo cogliere con i nostri sensi, Sullivan formulava questo fenomeno dicendo che “la
personalità si manifesta nelle situazioni interpersonali e non altrimenti” (una posizione da lui formulata già nel 1938; vedi
anche Mitchell 1999, p. 71). Ma con questo non intendeva sottovalutare il ruolo dell’inconscio!
Per inciso, è altrettanto vero che Freud, nel suo lavoro clinico, non trascurava questo livello (interpersonale e, al tempo
stesso, inconscio) di comunicazione, ma la sua teoria generale si limitava in linea di massima alla situazione analitica e si
muoveva su un binario mono-personale. Famosa è, da questo punto di vista, la metafora consegnata al famoso scritto “Consigli
al medico nel trattamento psicoanalitico” (1912):
“Come l’analizzato deve comunicare tutto ciò che riesce a cogliere mediante l’auto-osservazione a prescindere da ogni
obiezione logica e affettiva che intendesse indurlo a operare una selezione, così il medico deve mettersi in condizione di
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utilizzare tutto ciò che gli viene comunicato ai fini dell’interpretazione e del riconoscimento del materiale inconscio celato,
senza sostituire alla rinuncia di scelta da parte del malato una propria censura; espresso in una formula: egli deve rivolgere il
proprio inconscio come un organo ricevente verso l’inconscio del malato che trasmette; deve disporsi rispetto all’analizzato
come il ricevitore del telefono rispetto al microfono trasmittente” (Freud 1912, p. 536).
Del resto, fu proprio attorno a questa contraddizione di fondo dell’orientamento freudiano che Greenberg e Mitchell
scrissero Le relazioni oggettuali nella teoria psicoanalitica – la contraddizione tra il primato clinico delle relazioni oggettuali e
quello teorico del punto di vista pulsionale, mono-personale.
Se, in linea con questa sua cornice teorica, Freud assegnava dunque all’interpretazione la funzione di motore privilegiato
del lavoro psicoanalitico, nell’opera di Sullivan è pure contenuta la svolta tecnica, condivisa da larghissima parte della
psicoanalisi contemporanea, di attribuire analoga (se non addirittura maggiore) importanza alla relazione che creiamo col
paziente. E anche attorno a questo aspetto dell’opera di Sullivan, Mitchell stesso costruiva la sua “svolta relazionale”, così
come è vero che a questo problema dedicava il decimo ed ultimo capitolo del suo libro del 1993, “La tela di Penelope: la
psicopatologia e il processo psicoanalitico”. Ma ecco la voce di Mitchell:
“L’interpretazione è sempre stata considerata l’attività essenziale dell’analista, la leva fondamentale che produce il
cambiamento psicoanalitico. Ma sono emerse importanti differenze, nei tentativi di comprendere ciò che accade quando
l’analista interpreta, che cosa esattamente nel processo interpretativo permette il cambiamento... Nel modello del conflitto
relazionale, sia il contenuto informativo che la tonalità affettiva sono considerati centrali, ma i loro effetti vengono intesi in
modo un po’ diverso: nei termini del ruolo che essi svolgono nel posizionare l’analista rispetto all’analizzando.
Un’interpretazione è un evento relazionale complesso, non primariamente perché altera qualcosa all’interno dell’analizzando,
non perché riavvia un processo evolutivo bloccato, ma perché dice qualcosa di molto importante sulla posizione dell’analista di
fronte all’analizzando, sul tipo di rapporto possibile tra loro” (Mitchell 1993, pp. 265-266).
Ed è a questo punto che, avviandomi a completare la rivalutazione dell’orientamento psicoanalitico dell’opera di Sullivan,
mi viene in mente il punto di vista di Stefano Bolognini, a partire dalla sua rivisitazione dell’empatia psicoanalitica (Bolognini
2002) come un evento mentale complesso e non prevedibile, per arrivare alla sua descrizione dei “passaggi segreti” (2008)
attraverso cui transita il processo psicoanalitico nel suo aprirsi alla “dimensione interpsichica”. In altre parole, la percezione
che sia Sullivan che Bolognini ci trasmettono della complessità del nostro lavoro (per quanto riguarda quest’ultimo, vedi anche
la postfazione di Vincenzo Bonaminio 2002), mi sembra un importante comune denominatore, ovvero una significativa
conferma del ruolo di Sullivan (e non solo di Bolognini) come un imprescindibile punto di riferimento nell’ambito della
psicoanalisi contemporanea.
In una pagina centrale del Colloquio – al quale ora finalmente ci rivolgeremo – Sullivan così descrive la continua tensione
insita nel processo analitico tra il “conoscere quello che ci aspetta” e il “sapere quello che succederà”, una tensione la cui
soluzione è rappresentata dalla capacità che con l’esperienza e lo studio gradualmente sviluppiamo di essere “attenti alle
possibilità riservate dall’immediato futuro della relazione in cui si è coinvolti” (Sullivan 1967, p. 53). Ma ecco il passaggio in
questione, tratto dal terzo capitolo, “Considerazioni tecniche generali sul colloquio”, ovvero dal paragrafo “L’integrazione
interpersonale tra intervistatore e intervistato”:
“Poiché l’attenzione di una persona è ‘funzione dei processi nascosti’ [da Sullivan definiti qualche riga prima come
‘processi che non possono essere osservati, ma soltanto dedotti’; M.C.], è utile nell’addestramento al colloquio avere in mente
il genere di dati che ci si può aspettare dalle diverse fasi del colloquio. Si può definire questo esercizio come ‘conoscere quello
che ci aspetta’. Io tuttavia esito a definire così questo processo, perché chiunque pensi in questi termini corre il rischio di
credere di guardare, da un punto di osservazione isolato, ad avvenimenti ai quali egli è legato solamente come osservatore,
cosa che l’intervistatore non può assolutamente fare. I dati psichiatrici non possono essere mai osservati, da una posizione
totalmente distaccata, da una persona che non è in alcun modo coinvolta nell’operazione. Tutti i dati psichiatrici sorgono dalla
partecipazione alla situazione osservata; in altre parole, dall’osservazione partecipe. Così, invece di ‘sapere quello che
succederà’, bisogna invece essere ‘attenti alle possibilità riservate dall’immediato futuro della relazione in cui si è coinvolti’.
Per questo non posso dire: ‘Ecco qui diciassette tavole con gli eventi che possono caratterizzare i colloqui; imparatele a
memoria e saprete sempre cosa aspettarvi’. Una cosa simile non è possibile” (Sullivan ibidem).
Se questa densa citazione rappresenta il cuore del Colloquio, vediamo ora - più brevemente – come il discorso di Sullivan
si articola nei suoi dieci capitoli – nel cui merito ero entrato in grande dettaglio nell’ultimo capitolo di Sullivan rivisitato, anche
perché all’epoca (2000) il libro era già da anni introvabile. In effetti, mi fa molto piacere accompagnare il lettore in questa
ultima tappa del nostro viaggio, alla riscoperta di Sullivan e della sua stimolante eredità.

I singoli capitoli
È con grande competenza didattica che Sullivan mette mano al capitolo 1, “Concetti fondamentali del colloquio
psichiatrico”, partendo da una esauriente “Definizione del colloquio psichiatrico”, che si prende poi il tempo di approfondire
parola per parola, a partire da “La comunicazione vocale”, come una delle sue caratteristiche di fondo. Ma ancora più
innovativo e lungimirante del carattere vocale (e non solo verbale) della comunicazione, trovo il carattere di simmetria e di
reciprocità che Sullivan attribuisce al colloquio definito dunque come una situazione in cui “il paziente si attende un
beneficio”. Naturalmente, non era questa la definizione che ne dava Freud, che usava i “colloqui preliminari” solo allo scopo di
fissare la cornice del trattamento (vedi Freud 1913), ma questo è comunque lo spirito con cui da anni cerchiamo di lavorare nel
nostro campo. Naturalmente, come “beneficio” intendiamo semplicemente che (come recita la citazione posta in apertura di
questa Introduzione) “l’intervistato riesca... a ‘conoscere meglio se stesso’”. Sulla scia di Bion, lo stesso Thomas Ogden – nel
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settimo capitolo de Il limite primigenio dell’esperienza – parla dello scopo del primo colloquio come quello di aprire un nuovo
“spazio analitico”, ossia di creare col paziente una dimensione di conoscenza che quest’ultimo possa vivere come – direbbe
Sullivan – “un beneficio”.
Al tempo stesso, in questo capitolo troviamo declinato anche il tema di fondo sopra citato, non solo per quanto riguarda
l’atteggiamento del terapeuta, ma anche l’azione terapeutica del colloquio. Per quanto riguarda il terapeuta come osservatore
partecipe:
“Perciò lo psichiatra è coinvolto inestricabilmente e inevitabilmente in tutto ciò che si svolge nel colloquio. E quanto meno
si rende conto e non ha coscienza della sua partecipazione al colloquio, tanto meno capirà che cosa sta succedendo” (Sullivan
ibidem, p. 18).
Per inciso, sulle implicazioni sia tecniche che teoriche di questo tema centrale non solo in Sullivan, ma anche in tutta la
psicoanalisi interpersonale post-sullivaniana, rinvio il lettore all’importante articolo di Merton Gill (1914-1994) “Il paradigma
interpersonale e la misura del coinvolgimento del terapeuta”. E per quanto riguarda l’azione terapeutica del colloquio:
“Poche cose fanno bene al paziente, nel senso di approssimarsi al desiderio più o meno chiaramente espresso di trarre
beneficio dal colloquio, come questa reale preoccupazione dell’intervistatore di capire esattamente ciò che viene detto”
(Sullivan ibidem, p. 20).
Non ci meraviglierà dunque trovare nel capitolo successivo, “Lo sviluppo del colloquio”, la precisazione seguente:
“Così il rispetto e la consapevolezza del senso di sicurezza dell’interlocutore sono il primo elemento della perizia in
relazioni interpersonali, ed ogni cliente li cercherà in un intervistatore che si sia impegnato in un compito psichiatrico o del
genere psichiatrico” (Sullivan ibidem, p. 29).
Da questo punto di vista, in anticipo sui tempi è anche il paragrafo su “I luoghi comuni della psichiatria”, in cui Sullivan ci
mette in guardia dall’usare espressioni gergali come “fissazione materna” e consiglia lo psichiatra (ovvero, lo psicoterapeuta o
lo psicoanalista) di “coltivare una certa umiltà”, ovvero di “non essere troppo incline ad agire come se sapesse tutto” (ibidem,
p. 34) - con questo evocando in me l’invito di Bion a lavorare “senza memoria e senza desiderio”. Chiude il capitolo la
divisione del colloquio nelle seguenti quattro fasi: l’inizio, il riconoscimento, l’inchiesta dettagliata e la conclusione.
Nel capitolo 3, “Considerazioni tecniche generali sul colloquio”, ci imbattiamo in due paragrafi tecnicamente utili come
“Il passaggio da un argomento all’altro” e “Il prendere appunti durante un colloquio”, prima di approdare al paragrafo da cui
ho ricavato la lunga citazione sopra riportata, che Sullivan completa alla pagina successiva precisando che “... il
comportamento del paziente, e ciò che dice, è adattato, per quanto il paziente stesso sappia o ne sia capace, a quello che egli
pensa dello psichiatra” (Sullivan ibidem, p. 54). E proprio qui ci imbattiamo in un’altra prospettiva di cui Sullivan fu pioniere,
ossia quella che Irwin Hoffman tematizzò nell’importante articolo “Il paziente come interprete dell’esperienza dell’analista”.
Nel capitolo 4, “Le prime fasi del colloquio”, l’esperienza personale, con cui Sullivan accompagna la sua trattazione e di
cui ci mette a parte, diventa ancora più preziosa. Vediamo anche come egli possa essere sia lapidario: “Il modo in cui
l’intervistato è ricevuto può grandemente accelerare il raggiungimento del risultato desiderato, oppure può rendere questo
risultato praticamente irraggiungibile” (Sullivan ibidem, p. 55); che caustico: “Ritengo che il modo di fare di molti medici
abbia reso ostile buona parte dei loro pazienti, più di quanto abbia fatto la loro mancanza di abilità o i loro evidenti errori di
giudizio” (Sullivan ibidem, p. 56). È così che entriamo ora in medias res per quanto riguarda tutto quello che l’analista stesso
può imparare su di sé in termini di come tutto quello che fa (pensa e sente) influenza l’andamento del colloquio stesso (cfr.
Sullivan ibidem, p. 64). Se Sullivan dedica parecchie pagine a spiegarci come gestisce la fase del “riconoscimento”, di grande
interesse e modernità è il paragrafo successivo, relativo a “L’uso delle libere associazioni”:
“Così il mio metodo per raggiungere questo aspetto realmente importante della personalità consiste nel convincere il
paziente a parlare dei pensieri che gli vengono in modo relativamente spontaneo alla mente, prima di rivelargli che ciò
rappresenta un metodo di lavoro molto importante... Così lo psichiatra deve tentare di far accadere qualcosa, di cui poi potrà
parlare come di qualcosa di realmente accaduto, invece di dire al paziente di riferire ogni piccola cosa che gli viene in mente, o
qualcosa del genere” (Sullivan ibidem, pp. 79-80).
Ebbene, proprio questo è il modo in cui la maggior parte di noi lavora al giorno d’oggi – incluso il sopra citato Thomas
Ogden – a differenza dell’approccio più tradizionale di cui Freud si era fatto promotore nello scritto sopra citato, ossia quello
della “prescrizione della regola fondamentale” (vedi Freud 1913, p. 344).
Arriviamo così al capitolo 5, “L’inchiesta dettagliata: fondamenti teorici”, in cui Sullivan – attingendo alla sua teoria
interpersonale – ci presenta le centralità per la sua conduzione del colloquio dei concetti di “ansia” e di “sistema del Sé”:
l’aiutare a guardare a se stesso con occhi nuovi, uno degli scopi della seconda fase del colloquio, crea ansia nel paziente, ansia
che può arrivare al punto da portare il suo sistema del Sé ad attivarsi, a mettere in atto una serie di “operazioni di sicurezza”
tendenti ad annullare l’acquisita maggiore (e dolorosa !) consapevolezza. A ciò si oppone quella che il nostro Autore chiama
“spinta verso la salute mentale” (ibidem p. 99), ossia la manifestazione di “processi che tendono a migliorare la sua efficienza
[del paziente stesso; M.C.] come essere umano, le sue soddisfazioni, il suo successo nella vita” (Sullivan ibidem). Ma ecco
come, alla fine del capitolo, ritroviamo Sullivan che ci mette a parte della seguente sua esperienza personale:
“È inevitabile che l’intervistatore di tanto in tanto ferisca, e spesso in modo maldestro, la stima che l’intervistato ha di se
stesso. Tutto questo va bene se l’intervistatore sa che cosa sta facendo e ne trae qualche insegnamento. Ma se egli si comporta
così perché è insicuro o distratto, l’inchiesta dettagliata non si svilupperà in modo soddisfacente, anzi, l’intervistatore
raccoglierà molti dati fittizi su una persona immaginaria” (Sullivan ibidem, p. 104).
Per inciso, il lettore avrà nel frattempo capito come, leggendolo attentamente, io possa aver maturato l’impressione di
conoscere il nostro Autore da vicino, e/o mi sia sentito così ben accompagnato nella mia attività clinica – come da un buon
supervisore !
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È così che arriviamo al capitolo 6, “Il colloquio come processo”, in cui entriamo nel cuore del problema, per quanto
riguarda la qualità del lavoro condotto nel colloquio, alla luce dell’interazione che si sviluppa tra i due partecipanti ad esso.
Rileggendolo alla luce del concetto di Sullivan come psicoanalista da me articolato in queste pagine, questo capitolo può essere
benissimo colto in termini delle affinità tra Sullivan e Bion, il Bion di Apprendere dall’esperienza: di fronte a tutti i problemi
in cui analista e paziente possono inciampare nel corso del loro tentativo di lavorare insieme, possiamo bionianamente definire
l’analista come “colui che è in grado di apprendere dall’esperienza” e di trasmettere al paziente stesso questa sua capacità di
apprendimento. Però esiste anche l’alternativa di rileggerlo in termini del lavoro condotto dal (sopra citato) Merton Gill negli
anni 1980, ossia in termini del suo concetto di “resistenza alla presa di coscienza del transfert”, la cui “interpretazione...
dovrebbe prendere spunto da tutto ciò che il paziente fornisce come risposta nell’ambito del setting o dell’interazione analitici”
(Gill 1985, pp. 160-161).
Ma ecco, a questo proposito, quanto pionieristicamente sosteneva Sullivan:
“Così è molto importante notare che vi sono due gruppi di operazioni dirette verso l’intervistatore: uno è l’atteggiamento
diretto dell’intervistato verso di lui; l’altro è quella parte del comportamento dell’intervistato che è fedelmente collegata al
supposto atteggiamento dell’intervistatore.... Così sarà molto utile per l’intervistatore osservare attentamente nelle osservazioni
e nel comportamento dell’intervistato, i segni che riflettono quello che egli pensa sul conto dell’intervistatore” (Sullivan
ibidem, pp. 106 e 109-110).
Ed ecco come Gill cercò di trasformare questo punto di vista nelle seguenti due raccomandazioni tecniche: “... il terapeuta
dovrebbe essere sempre pronto ad indagare l’esperienza di relazione del paziente” (Gill 1995, p. 27); e: “... l’analista dovrebbe
essere sempre pronto a tenere presente che associazioni non esplicitamente riferite alla relazione possono tuttavia rappresentare
allusioni mascherate ad essa” (Gill ibidem, p. 29).
Ma ecco, prima di passare al capitolo successivo, come Sullivan in questo contesto riesca addirittura a essere prescrittivo:
“Detterò ora una regola che l’intervistatore farebbe bene a scolpire in qualche angolo della sua mente: durante tutto il
colloquio, anche nelle fasi finali, è importante che l’intervistatore verifichi senza farsi notare le proprie osservazioni; non deve
semplicemente ‘reagire’ in modo automatico, e forse involontario, con il tono, i gesti o le parole all’atteggiamento del paziente.
Tutti noi siamo molto inclini a reagire in modo automatico... Ma questo non può essere utilizzato nel lavoro terribilmente
complesso, e perciò straordinariamente incerto, svolto durante il colloquio psichiatrico. Sebbene un’apparenza di spontaneità
sia desiderabile nelle reazioni dell’intervistatore ai moti affettivi e ai mutamenti che avvengono nel paziente, questa reazione
non deve tuttavia essere così automatica come potrebbe esserla verso la moglie, i figli o il conduttore dell’autobus, in quanto
nel momento stesso della reazione automatica una disattenzione selettiva eliminerebbe probabilmente una buona metà dei dati
utili; e nessun intervistatore può permettersi questo lusso” (Sullivan ibidem, pp. 119-120).
Veniamo così al capitolo 7, “La storia della persona come punto di riferimento nell’inchiesta dettagliata”, il più lungo
capitolo del libro, il cui scopo è quello di dare all’intervistatore una traccia da seguire nella ricostruzione della storia del
paziente – il tipo di traccia che l’esercizio della professione rende automatica, ma che Sullivan illustra in dettaglio a beneficio
dei “principianti”. Per quanto un concetto come quello di “inchiesta dettagliata” non suoni molto psicoanalitico, faccio presente
come tanti colleghi analisti, con analoga esperienza di lavoro coi pazienti più gravi, abbiano pure sottolineato l’importanza di
raccogliere un’anamnesi dettagliata dei pazienti, prima di cominciare a lavorare con loro – come non manca di ricordarci
spesso Franco De Masi (vedi ad esempio De Masi 2015), in collegamento con quanto lui stesso imparò da Herbert Rosenfeld
(1910-1987).
Se nel capitolo 8, “Segni diagnostici e caratteristiche del disturbo mentale grave o leggero”, ci troviamo di fronte al
tentativo di Sullivan di sensibilizzare i suoi lettori alla dimensione più strettamente psichiatrica del colloquio, al capitolo 9, “la
fine del colloquio”, troviamo il suo modo di portare a termine il colloquio. Da una parte troviamo qui conferma
dell’importanza dell’assunto iniziale, “il raggiungimento di un vantaggio per l’intervistato” (ibidem p. 204), e, dall’altra, di
nuovo, il seguente puntualissimo feedback:
“E così (non cerco affatto di divertirvi) è bene che l’intervistatore impari ad allontanare il paziente nel modo più rapido
possibile quando il colloquio è giunto alla fine. Questo richiede talvolta una certa abilità, ma è molto importante. In altre
parole, lo psichiatra non deve ripetersi: non deve chiarire quello che è già chiaro e che non potrebbe comunque divenire più
chiaro anche se venisse ripetuto” (Sullivan ibidem, pp. 205-206).
Di gran lunga più importante è quindi l’ultimo capitolo, “Problemi di comunicazione nel colloquio”, in cui troviamo
un’ottima sintesi della cornice teorica e dell’esperienza personale da Sullivan proposte nelle pagine di questo suo classico - che
finalmente riproponiamo al lettore italiano. Ecco, ad esempio, come il nostro Autore sintetizza la sua filosofia terapeutica:
“L’abilità e l’arte del terapista consistono nel mantenere le cose quanto più semplici possibili, in modo che possa succedere
qualcosa; in altre parole, egli sgombra la strada ad un cambiamento favorevole, e cerca poi di evitare di intralciarne lo
sviluppo” (Sullivan ibidem, pp. 217-218).
Ovvero:
“Voglio dire questo: quando una persona si rivolge a uno psichiatra perché ha un problema, si può presumere che a questa
persona sia stato impedito di utilizzare completamente le proprie capacità. Il compito dello psichiatra durante il trattamento
consiste nello scoprire quali sono gli ostacoli che gli impediscono di fare uso di tutte queste sue capacità. Penso che quanto ho
detto sia quasi sempre valido” (Sullivan ibidem, p. 227).
Questo vale naturalmente anche per la cornice in cui situare il nostro personale sviluppo professionale, che Sullivan
formula nel modo seguente:
“Non voglio ora raccomandare agli altri di seguire il mio esempio; ogni psicoterapista porta nel suo lavoro il proprio
bagaglio, le proprie operazioni che usa ogni giorno nel trattare con gli altri, alcune buone, altre cattive. Il problema di ogni
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terapista consiste nello scegliere quelle operazioni che egli compie bene e di costruire con queste la propria tecnica
psicoterapeutica” (Sullivan ibidem, p. 215).
In altre parole, nel trovare il coraggio di cercare se stesso, l’analista impara a fare altrettanto con il paziente, impara ad
aiutarlo a trovare la sua identità unica ed irripetibile – una ricerca che anche per questo motivo gli mette così tanta ansia.
Ebbene, questo punto di vista – per tornare alla psicoanalisi contemporanea e a come Sullivan ne sia stato un precursore –
richiama quello sviluppato in questi ultimi anni dal collega Howard Bacal, un allievo di Balint e di Kohut, e da lui affidato al
libro (scritto con Lucyann Carlton) La forza della specificità in psicoterapia, che ruota attorno alla proposta seguente (nella
sintesi che ne fa Carlo Rodini nella Prefazione, riportata come segue in retrocopertina):
“Se ogni interazione tra individui è unica, come unici sono i suoi attori, quel genere particolare di interazione che è
costituito dalla psicoterapia non può sfuggire a tale principio. Finora però le maggiori scuole psicoanalitiche ne hanno
sottovalutato la rilevanza terapeutica. Howard A. Bacal, affiancato da Lucyann Carlton, inverte decisamente la rotta,
elaborando una nuova teoria interpersonale della psicoterapia che riconduce l’efficacia del trattamento alla specificità della
diade analista-paziente e alla qualità dei processi che entrambi sono in grado di co-creare attraverso l’adattamento reciproco.
Un paradigma processuale che, a differenza delle teorie strutturali a orientamento intrapsichico, non occlude il campo
osservativo e affronta ogni situazione clinica senza prescrizioni o proscrizioni. Rinunciare alla linearità che presupponevano
visioni generalizzanti della cura e dei suoi esiti significa per Bacal rendere più inclusiva la prospettiva teorico-clinica, con lo
scopo di concettualizzare esplicitamente – attraverso la ‘forza della specificità’ – il modo in cui i migliori terapeuti hanno
sempre lavorato”.
Bacal, che già si era occupato di collegare l’opera di Kohut a quella di Sullivan (nel libro pubblicato con Kenneth Newman
nel 1993), col concetto di “specificità” si pone ora in continuità diretta con l’opera del nostro Autore.
Al tempo stesso – e qui concludo questo mio lungo, ma giustificato excursus introduttivo – Sullivan stesso pur si muove
nella dimensione psicoanalitica inaugurata da Freud, quando pone termine alla “Conclusione” del suo libro con le parole citate
all’inizio di questa mia Introduzione:
“E infine l’intervistatore, nella sua qualità di esperto, fa sì che l’intervistato riesca, come risultato di questa sua esperienza, a
‘conoscere meglio se stesso’” (Sullivan ibidem, p. 233).
In altre parole, è questa – della conoscenza di noi stessi che possiamo conseguire solo nel rapporto con l’Altro – la
dimensione che secondo me fonda la dimensione e l’esperienza psicoanalitica, che Freud stesso aveva pur attinto a tutta una
serie di rapporti interpersonali significativi precedenti alla sua fondazione della psicoanalisi, a partire da quello con il suo
amico di infanzia e adolescenza Emil Fluss (vedi Conci 2016c).

Marco Conci
Trento, aprile 2017

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Collana: psicoanalisi
prezzo: € 25,00
Formato 16×24
Pubblicazione: Settembre 2017 - ISBN: 978-88-98991-51-8