Sei sulla pagina 1di 55

Afrodite

Afrodite (in greco antico: Ἀφροδίτη, Aphrodítē) è la dea della bellezza, dell’amore, della
generazione, dell’arte e della primavera in fiore, ma veniva anche venerata come la dea che rende
sicura la navigazione o come protettrice dei combattenti.
Inizialmente era solamente la dea della luce, ma poiché la luce fa meglio risaltare la beltà, divenne
presto dea della bellezza. Infine, poiché tutti amano le cose belle, divenne la dea dell’amore.
Afrodite è una divinità molto complessa ma che in ogni caso rappresenta sempre la forza
dell’amore nelle sue diverse espressioni al fine della conservazione della vita. Ella è considerata
da tutti, divini e mortali, la più bella tra le dee, la più irresistibile e attraente, vero simbolo
dell’amore, di cui non solo si fa portatrice, ma che incarna e rappresenta. Lei rappresenta quella
potenza che spinge un essere verso un altro essere. Ma questo amore deve essere inteso anche
come attrazione delle varie parti dell’Universo tra loro.
Afrodite, oltre che della bellezza, è la personificazione della grazia e della leggiadria. Incarna il
principio del piacere fine a sé stesso. Lei ama per il piacere di amare e, a differenza di altre,
sceglie uno ad uno i suoi amanti, non subendo mai le altrui scelte. Lei fa dono della sua bellezza e
del suo amore, senza altri scopi se non l’amore stesso. Lei non attrae per ciò che offre, come altre
dee, ma per ciò che è. Non fa nulla per essere amata, bensì incarna l’amore, prima di tutto per sé
stessa, poi verso gli altri.
Afrodite viene collegata anche al matrimonio ed alla generazione dei figli, anche se non fu mai la
dea dell’unione coniugale come fu Era. Afrodite era piuttosto quella forza che spinge un essere
verso l’altro.

Nome e origini
Il nome Ἀφροδίτη (Aphrodítē) non è attestato in Lineare B (un sistema di scrittura miceneo, usato
per denotare graficamente la loro lingua, che risultata essere una forma arcaica della lingua
greca). Il nome della dea sembra essere collegato ad Astarte, dea fenicia della fertilità e della
fecondità. Nonostante ciò, tradizionalmente il nome di Afrodite viene ricondotto al greco αφρος
(aphros, "schiuma del mare”), termine legato al mito di Esiodo.
Così come per il nome, anche l’origine della figura divina è piuttosto controversa. Secondo la
tradizione greca, la dea sarebbe di origine orientale: Erodoto sostiene che il suo santuario di
provenienza sia quello di Afrodite Urania ad Ascalona, in Israele, da cui i Ciprioti ne importarono il
culto. Per Pausania, furono i Fenici a trasferire direttamente il culto a Citera. Nell’Odissea, invece,
la si fa originare dal santuario di Pafo nell’isola di Cipro, datato al XII secolo a.C., quando vi
giunsero i Micenei (Achei).
Più tardi, Platone immaginò l’esistenza di due afroditi diverse: quella nata da Urano (il Cielo),
Afrodite Urania, dea dell’amore puro, e la figlia di Dione, l’Afrodite Pandemia (cioè l’Afrodite
Popolare), dea dell’amore volgare. Ma questa è un’interpretazione filosofica tardiva, estranea ai
più antichi miti della dea.
Attorno Afrodite si sono formate diverse leggende che non costituiscono un corpus coerente, ma
vari episodi nei quali interviene la dea.

Potenza divina
L’elaborazione del mito di Afrodite in ambiente greco s’incentrò sull’idea dell’amore, inteso però
non come sentimento, ma come forza naturale di cui il sentimento amoroso non sarebbe che un
sintomo. Tale forza si configurò come un potere specifico di Afrodite su ogni essere vivente, sugli
dei e persino su Zeus.
La potenza divina di Afrodite è l’amplesso, sacro in quanto manifesta la forza che congiunge
l’elemento maschile con l’elemento femminile, impersonato da lei stessa.
Afrodite rappresenta la potenza irresistibile dell’amore che sta alla radice della vita stessa. In ogni
creatura vivente la dea, se vuole, sa accendere il desiderio. Poiché quando ama, ognuno sembra
perdere la ragione, quella di Afrodite è considerata una follia appunto, ma di tipo particolare: “i più
grandi doni – scrive Platone – vengono agli uomini da parte degli dei attraverso la follia, quella che
viene data per grazia divina”.
Afrodite sconvolge le menti degli uomini, ma sa suscitare il desiderio anche nelle menti divine. Solo
tre dee non vengono influenzate: Atena, Artemide ed Era.

I miti
A dimostrare la potenza ineluttabile dell’amore, i Greci attribuirono ad Afrodite molti miti, nei quali
si presenta spesso come dea gelosa, passionale, consapevole della propria bellezza, sensuale e
facile all’ira ed alla vendetta, soprattutto nei confronti di coloro che pretendono di strapparle i suoi
amanti, o anche solo di volerli condividere.

- La nascita
In merito alla nascita di Afrodite esistono versioni differenti. Una prima leggenda, meno conosciuta,
riferita da Luciano, vuole che la dea sia stata allevata da Nereo, il vecchio del mare, per poi essere
portata Citéra. Secondo altre fonti, pare essere figlia del dio Poseidone.
Nella teogonia orfica riportata dal Papiro dei Derveni, un rotolo di papiro rinvenuto semicombusto
all’interno di una tomba macedone collocata a Derveni (nei pressi di Salonicco) datata al IV secolo
a.C., la dea Afrodite è concepita dal re degli dei, Zeus.
«Zeus è re, Zeus dalla vivida folgore il sovrano di tutte le cose;
li nascose tutti e poi alla luce dispensatrice di gioia
li fece salire dal suo cuore sacro, terribili atti compiendo.
In verità prima di ogni altra cosa l'aurea Afrodite,
l'Urania desiderabile, con una sola eiaculazione concepì.»

Secondo Euripide, il giorno della sua nascita l’Olimpo fece una festa e tutti gli dei si stupirono
dell’apparire di tanta bellezza, mentre Era ed Atena, fin dal primo momento, sentirono nel cuore il
morso della gelosia: capirono istintivamente che da quel momento la loro supremazia sarebbe
stata messa in forse da una rivale. Nessuno, infatti, riusciva a resistere al suo potere: tutti, uomini
e animali, persino le piante a primavera obbedivano al suo dolce richiamo.
L’esistenza di varie versioni denota l’ambiguità di Afrodite nei confronti dell’ordinamento olimpico (il
cosmo di Zeus), sul quale i Greci regolavano la propria esistenza culturale.
Nonostante le numerose varianti, quelle più accreditate sarebbero quella di Omero e quella di
Esiodo.
- Afrodite della Teogonia di Esiodo
«E come ebbe tagliati i genitali con l'adamante
li gettò dalla terra nel mare molto agitato,
e furono portati al largo, per molto tempo; attorno bianca
la spuma dall'immortale membro sortì, e in essa una fanciulla
nacque, e dapprima a Citera divina
giunse, e di lì poi giunse a Cipro molto lambita dai flutti;
lì approdò, la dea veneranda e bella, e attorno l'erba
sotto i piedi nasceva; lei Afrodite,
cioè dea Afrogenea e Citerea dalla bella corona,
chiamano dèi e uomini, perché nella spuma
nacque; e anche Citerea, perché prese terra a Citera;
Ciprogenea che nacque in Cipro, molto battuta dai flutti;
oppure Philommedea perché nacque dai genitali.
Lei Eros accompagnò e Himeros bello la seguì
da quando, appena nata, andò verso la schiera degli dèi immortali.
Fin dal principio tale onore lei ebbe e sortì
come destino fra gli uomini e gli dèi immortali,
ciance di fanciulle e sorrisi e inganni
e il dolce piacere e affetto e blandizie.»

Il mito esiodeo rappresenta la versione più completa del racconto sulla nascita della dea, in quanto
vi descrive non solo il modo in cui la dea viene data alla luce, ma anche il suo primo approdo sulla
terra. Esiodo nella Teogonia fa derivare in nome Afrodite da ἀφρός (spuma, aphrós) e ne narra la
nascita provocata proprio dalla spuma marina. In questa versione, Afrodite è anteriore a Zeus per
nascita.
Secondo questo mito, la dea nacque in primavera dalla spuma del mare fecondata dai genitali di
Urano, che Crono, suo padre, aveva evirato come punizione per la ribellione del figlio. Dall’unione
del seme di Urano con l’acqua del mare (che è possibile identificare con Talassa) ebbe vita la dea.
Afrodite approdò a Citera sopra una conchiglia madreperla e poco dopo venne portata a Cipro da
Zefiro. Appena la dea mosse i primi passi sulla spiaggia, i fiori sbocciarono sotto i suoi piedi e
subito le vennero incontro le Ore, le Cariti, Peito (la persuasione), Potos (il desiderio) e Himeros (la
brama) per accoglierla, onorarla e servirla. La vestirono con un bellissimo vestito e con una
cintura, le misero boccole d’oro e di gemme alle orecchie, braccialetti ai polsi e una collana
splendente al collo. Dal cielo arrivò un carro di gemme, tirato da due colombe, su cui la dea salì.
Afrodite fu così assunta in cielo. La dea è quindi figlia di solo padre, come lo sarà la dea Atena o
Dioniso.
Afrodite è l’ultima nata di una genesi cruenta e questo particolare ha dato luogo a non pochi
problemi interpretativi, soprattutto pensando alla natura della dea dell’amore: morbida, gentile,
urania (“celeste”), signora di una sfera che nulla sembra avere a che fare con il sangue e la morte.
La dea viene qui presentata come la prima figura femminile in forme antropomorfe.
24^ Secondo Omero, Efesto era evidentemente il figlio di Era e Zeus.
25^ Secondo Esiodo, Efesto è stato generato solamente da Era, senza padre.
26^ Secondo Esiodo, figlia di Zeus dalle sue sette mogli, Atena è stata la prima a essere
concepita, ma ultima a nascere; Zeus ingravidò Meti, poi la ingerì, in seguito lui stesso fece
nascere Atena "dalla sua testa".
27^ Secondo Esiodo, Afrodite è nata dai genitali recisi di Urano.
28^ Secondo Omero, Afrodite era la figlia di Zeus e Dione.

- Afrodite nei poemi del Ciclo Omerico


Nei poemi omerici la presenza di Afrodite è spesso rimarcata.
Nell’Iliade Afrodite appare come figlia di Zeus e della ninfa Dione. Qui ha il ruolo di proteggere i
Troiani dagli Achei e di difendere il figlio Enea, generato con l’eroe troiano Anchise. In questo
poema viene evidenziata l’origine non guerriera della dea. Infatti, nel IV canto dell’Iliade Afrodite
sarà terribilmente ferita dall’eroe greco Diomede cercando di portare via il figlio Enea dalla
battaglia per proteggerlo, e per questo verrà rimproverata da suo padre, nonostante le cure
ricevute da Peone, medico degli dei. Zeus la intimerà a non occuparsi della guerra, ma a dedicarsi
ad “amabili cose d’amore” che sono di sua competenza. Afrodite riuscirà anche a salvare la vita di
Paride, che stava per essere ucciso da Menelao. Dopo questo avvenimento, la dea andrà a
rifugiarsi fra le braccia della madre Dione in lacrime.
La protezione di Afrodite non poté impedire la caduta di Troia e la morte di Paride. Tuttavia, ella
riuscì a conservare la stirpe troiana e grazie a lei Enea, col padre Anchise e il figlio Iulo (o
Ascanio), portando i Penati a Troia, riuscì a fuggire dalla città in fiamme e ad approdare nel Lazio
dove poté dare alla sua gente una nuova patria.
Nell’Odissea, Afrodite è la dea dell’amore, originaria di Pafo, nell’isola di Cipro. Ma è anche moglie
del dio Efesto, amata anche da Ares.

- Il Pomo della Discordia


Si celebrava sul monte Pelio il matrimonio della nereide Teti con Peleo, re dei Mirmidoni a Ftia.
Tutti gli dei erano stati invitati, ad eccezione di Eris, la dea della discordia. Eris, per vendicarsi,
fece cadere dall’alto una magnifica mela d’oro con su scritto “Alla più bella”. Era subito l’arraffò, ma
Afrodite e Atena la reclamarono con grida. Zeus allora, per cercare di calmare gli animi, lasciò il
compito di giudicare al più bello tra gli uomini, Paride, dinnanzi al quale Hermes doveva
accompagnare le tre contendenti. Paride era il figlio di Priamo, re di Troia, e in quel momento si
trovava sul monte Ida. Hermes allora condusse le tre dee e spiegò le circostanze a Paride. Ogni
dea gli fece una proposta per cercare di convincerlo: Atena gli promise saggezza infinita e
innumerevoli vittorie in battaglia; Era gli offrì il dominio dell’Asia; Afrodite gli promise la mano della
donna più bella del mondo, Elena, moglie dell’Atride Menelao. Paride consegnò la mela ad
Afrodite, non sapendo che a causa di ciò sarebbe scoppiata la guerra di Troia.

- Gorgia - Encomio di Elena


Elena, la donna più bella sulla Terra, era la figlia della regina Leda, moglie del re di Sparta Tindaro.
Quando raggiunse l’età da marito tutti i principi e i sovrani della Grecia si presentarono alla corte di
Sparta, spinti dalle voci sulla leggendaria bellezza della principessa. Il giovane che vinse la sua
mano fu Menelao, futuro re di Sparta. Il re Tindaro, per evitare la nascita di violente dispute,
secondo suggerimento di Ulisse, fece giurare a tutti che i pretendenti non scelti avrebbero difeso a
qualunque costo il promesso sposo.
Tuttavia, un triste fato incombeva sul matrimonio dei due giovani sovrani: anni prima, infatti,
mentre stava sacrificando agli dei, Tindaro aveva dimenticato di onorare la dea Afrodite, la quale
architettò di vendicarsi rendendo adultere entrambe le figlie del re, Elena e Clitennestra. Per
qualche tempo il matrimonio tra Menelao e la sua sposa procedé per il meglio. Eppure, un giorno,
durante le nozze di Peleo e Teti, di cui abbiamo parlato in precedenza, Afrodite promise al giovane
Paride la mano di Elena. Entusiasta dal mirabile racconto della dea dell’amore, senza pensarci due
volte Paride consegnò la mela d’oro tra le mani dell’astuta Afrodite, scatenando l’odio eterno di Era
e di Atena, che si allontanarono confabulando sulla distruzione di Troia. Qualche tempo dopo
Paride si recò a Sparta, dove fu accolto benevolmente dai sovrani Menelao ed Elena, che
festeggiarono per ben nove giorni l’importante ospite. Quando il re spartano fu costretto ad
allontanarsi, Paride riuscì a rapire Elena e a portarla con sé a Troia dove la sposò. I troiani
accolsero la regina con enorme entusiasmo, totalmente rapiti dalla sua bellezza e del tutto ignari
del terribile destino che li attendeva.

- Inni omerici ad Afrodite


Tre degli Inni Omerici, una raccolta di componimenti poetici attribuiti tradizionalmente ad Omero
ma composti in realtà da diversi autori, sono stati dedicati ad Afrodite: Ad Afrodite (V), Ad Afrodite
(VI) e Ad Afrodite (X).
Il componimento si apre con un lungo prologo che esalta la potenza della dea e la contrappone
alle divinità Atena, Artemide ed Estia. La celebra per la sua forza invincibile, a cui nemmeno Zeus
può resistere.
L’inno ad Afrodite V racconta l’astuzia con cui la dea dell’amore, per volere di Zeus, sedusse il bel
pastore Anchise. Da Pafo, tempio nel quale la dea si era rifugiata, andò al cospetto di Anchise, sul
monte Ida. Anchise, appena la vide in tutta la sua bellezza, si innamorò di lei, ma sospettò subito
che ella fosse una dea e le promise di dedicarle un tempio, chiedendole una vita lunga e prospera.
Afrodite negò di essere una dea ed elaborò una complicata menzogna: disse di essere una
principessa destinata a sposarlo, portata lì da Hermes per rimanere col suo futuro marito. Anchise
si tranquillizzò e ricambiò l’amore. Afrodite allora riprese la propria forma divina in una luminosa
epifania a cui Anchise assisté atterrito: temé di aver commesso un sacrilegio e la supplicò di
risparmiarlo. Molto spazio occupa il discorso di Afrodite che rassicura Anchise e gli profetizza che
avrà con lui un figlio destinato a regnare sui Troiani. Non manca un messaggio morale, se non
strettamente religioso: l’amore concesso da un dio può rendere immortale un uomo. Anchise
quindi sarà a suo modo immortale, attraverso il figlio e tutti i suoi discendenti, a cui toccherà
l’onore di regnare. Infine, la dea ammonì Anchise a non parlare con nessuno del loro amore. Il
segno del suo dolore resterà nel nome del figlio, Enea, il quale sarà allevato dalle Oreadi sul
monte Ida e, a quattro anni, andrà a vivere col padre a Troia. Anchise racconterà di averlo avuto
da una ninfa, non da Afrodite: il ricordo di quell’amore deve essere cancellato. Concluso il suo
discorso, Afrodite si levò nel cielo e scomparì. L’inno si conclude col saluto convenzionale del
poeta.
Secondo alcune versioni, Anchise, ubriaco, osò vantarsi del suo amore con la dea durante una
festa e Zeus per punirlo lo colpì con un fulmine per renderlo zoppo.
Si tratta di un inno del tutto peculiare: infatti non vi è alcun legame col culto di Afrodite, anzi, non
ricorre nemmeno un accenno a un particolare rito.
L’Inno Omerico VI ruota intorno alla nascita della dea, riprendendo la versione narrata nella
Teogonia, anche se raccontata in modo diverso. Infatti, in questo poema la dea emerge nuda dalle
acque, trasportata dalle onde e avvolta in una morbida schiuma. Viene accolta dalle Ore, divinità
sorelle delle Moire e custodi dell’Olimpo, che l’abbiglieranno con divine vesti e che le porranno sul
capo una corona d’oro e le infileranno a lobi orecchini preziosi. Afrodite sarà quindi adornata con
monili d’oro e d’oricalco

- Afrodite e Psiche
Afrodite era gelosa della bellezza di Psiche, una giovane donna mortale così bella che i popoli
vicini usavano offrirle sacrifici e chiamarla Afrodite. Chiese quindi al figlio Eros di usare le sue
frecce dorate per farla innamorare dell’uomo più brutto della terra. Eros accettò ma si innamorò
egli stesso di Psiche, forse pungendosi inavvertitamente con una delle sue frecce. A causa di ciò,
la fanciulla venne portata sulla cima di una rupe e lasciata sola. Con l’aiuto di Zefiro, Eros la
trasportò al suo palazzo dove poteva incontrare la sua amata al buio e senza incorrere nelle ire
della madre Afrodite. Così, per molte notti, Eros le faceva visita. Lui le chiese solo di non
accendere mai nessuna luce, poiché non voleva che lei sapesse chi egli fosse davvero (avere le
ali lo rendeva individuabile). Le due sorelle di Psiche, gelose di lei, la convinsero a trasgredire e
così una notte ella accese un lume, riconoscendo Eros all’istante. Una goccia di olio bollente
cadde sul petto di Eros svegliandolo e facendolo fuggire. Nella disperata ricerca del perduto
amore, Psiche giunse al palazzo di Afrodite. La dea, mossa dall’ira, sottopone la fanciulla a una
serie di prove. Nella prima, dovette suddividere un mucchio di granaglie con diverse dimensioni in
tanti mucchietti uguali; disperata, non provò nemmeno ad assolvere il compito assegnato, finché
non ricevette un aiuto inaspettato da un gruppo di formiche, che provavano pena per l’amata di
Eros. La seconda prova consisteva nel raccogliere la lana d’oro di un gruppo di pecore. Ingenua,
Psiche fece per avvicinarsi alle pecore, ma una verde canna la avvertì e la mise in guardia: le
pecore potevano diventare, infatti, molto aggressive con il sole e per raccogliere la lana avrebbe
dovuto aspettare la sera. La terza prova consisteva nel raccogliere acqua da una sorgente che si
trovava nel mezzo di una cima tutta liscia e a strapiombo. Qui venne però aiutata dall’aquila di
Zeus. L’ultima e più difficile prova consisteva nel discendere negli inferi e chiedere alla dea
Persefone un po’ della sua bellezza. Svolto il compito, Persefone le diede il suo dono
conservandolo nell’ampolla che Afrodite stessa aveva consegnato a Psiche. La fanciulla, mossa
dalla curiosità, la aprì, senza sapere però che il dono conservato nell’ampolla non era altro che il
sonno più profondo. Questa volta verrà in suo aiuto Eros, che riuscì a risvegliarla dopo aver messo
a posto la nuvola soporifera uscita dall’ampolla. Solo alla fine, lacerata nel corpo e nella mente,
Psiche ricevette con l’amante l’aiuto di Zeus: mosso da compassione, infatti, esso riuscì a far
ricongiungere i due amanti. Psiche divenne così la dea protettrice delle fanciulle e dell’anima,
sposando Eros. Il racconto termina con un grande banchetto a cui parteciparono tutti gli dei. Più
tardi dal loro amore nacque una figlia di nome Edoné, che in greco significa piacere.

- Il mito di Narciso
Narciso era un giovanetto della Beozia, figlio del fiume Cefiso. E di lui, per sua disgrazia, si
innamorò una ninfa dei monti, ossia una orèade: la gentile Eco. Ma Narciso non le badava: aveva
una grande idea di sé e pensava che, essendo figlio di un dio fluviale, poteva aspirare a nozze di
maggior conto. La povera Eco si struggeva, si assottigliava sempre più, finché un brutto giorno il
suo piccolo corpo consunto si trasformò in una roccia e di lei non rimase che la voce: l'eco. Allora
Afrodite vendicò senza pietà la poveretta. Un giorno Narciso, vedendo la propria immagine riflessa
nel chiaro specchio di un lago, se ne innamorò perdutamente: rimase sempre lì, a contemplarsi,
rifiutando cibi e bevande, andando così in consunzione anche lui. Infine, fu trasformato in un
narciso, triste fiore caro agli dei infernali, Ade e Persefone.

- Afrodite e Hermes
Le nozze alchemiche di Afrodite con Hermes generano un giovane fanciullo che racchiude la
bellezza della madre e l’ambivalenza del padre, Ermafrodito. Il dio venne allevato dalle ninfe in
Frigia. Quindicenne, nel corso della sua esplorazione del mondo, il bellissimo dio giunse in Caria,
sulle rive di un grande lago. Qui lo vide la ninfa Salmace, che si innamorò subito di lui. Questa,
appena Ermafrodito si bagnò nel lago, chiese agli dèi di potersi unire per sempre a lui. I due
divennero un essere solo, metà uomo metà donna.

- Afrodite e Adone
Afrodite era l’amante di Adone, un giovane dalla bellezza ultraterrena, ed ebbe un ruolo nella sua
nascita.
Si racconta che un giorno, la moglie del re Cinira di Cipro si vantò che sua figlia Mirra fosse più
bella di Afrodite. Come spesso avviene in questi casi, la dea si offese per quelle parole e decise di
vendicarsi. Ella infatti fece innamorare Mirra perdutamente di suo padre Cinira. La fanciulla
attendeva tutte le sere che Cinira si ubriacasse, per infilarsi al buio nel letto del padre. Quando
Cinira scoprì la cosa, si adirò e inseguì la figlia con un coltello. Per salvarla, gli dei la trasformarono
in un albero di mirra, la pianta araba che stilla lacrime di resina di un amaro profumo. Adone
nacque da questo albero, in primavera che miracolosamente si aprì per far uscire il bimbo dalla
corteccia materna.
Secondo altre versioni, fu Afrodite a trasformare Mirra in albero e Adone nacque quando Teia colpì
l’albero con una freccia o quando un cinghiale usò le zanne per strapparne la corteccia.
Una volta nato Adone, Afrodite lo prese sotto la sua ala, seducendolo con l’aiuto di Elena, sua
amica, e rimanendo ammaliata dalla sua bellezza ultraterrena. Afrodite lo diede a Persefone, la
regina dell’Erebo, perché lo vigilasse, ma anche Persefone fu meravigliata dalla sua bellezza e si
rifiutò di restituirlo. La discussione tra le due dee venne appianata da Zeus o da Calliope, con
Adone che avrebbe passato quattro mesi l’anno con Afrodite, quattro con Persefone e quattro per
conto suo.
Adone alla fine venne ucciso dal geloso Ares. Afrodite fu avvertita di questa gelosia e le venne
detto che Adone sarebbe stato ucciso da un cinghiale in cui si sarebbe trasformato Ares durante
una battuta di caccia sui monti del Libano. Afrodite cercò di persuadere Adone a restare con lei
tutto il tempo, ma il suo amore per la caccia fu la disgrazia. Mentre Adone cacciava, Ares lo trovò e
lo colpì a morte. Afrodite arrivò appena in tempo per udire il suo ultimo respiro. La dea recitò un
incantesimo sulle sue spoglie, ordinando che queste tornassero in vita ogni in primavera con le
sembianze di un anemone. Si narra anche che Afrodite diede una figlia ad Adone, Beroe.

- Afrodite ed Efesto
Efesto fu concepito da sua madre Era solo per vendetta nei confronti del marito Zeus per tutte le
sue amanti avute nel corso dei millenni. Appena lo vide Era lo lanciò dall’Olimpo, facendolo cadere
giù. Efesto era considerato il più brutto degli dei.
Come scritto nell’Odissea, Era costrinse Afrodite a sposarsi con Efesto. Questo perché Efesto
imprigionò la madre su un trono d’oro dal quale avrebbe potuto alzarsi solo se avesse permesso il
matrimonio. Questa scelta non fu delle più felici. Proprio da questo nasce l’infedeltà della dea nei
confronti del marito.
C’era un dio guerriero, Ares, il quale faceva alla dea una corte così sfacciata che Efesto, molto
innamorato della moglie, non poteva proprio sopportare, tanto che Afrodite ne sembrava molto
lusingata. Racconta il mito che un giorno, al tempio in cui soggiornava in Olimpo, Efesto,
esasperato nel vedere Ares accorrere presso la sua sposa appena egli si allontanava, costruì una
rete invisibile, la stese sul pavimento e poi finse di partire per certi suoi lavori. Appena ebbe
svoltato l’angolo, Ares si presentò con l’armatura sfolgorante e un pennacchio nuovo sull’elmo per
presentare i suoi omaggi alla dea rimasta sola. Questa l’accolse nella sua dimora. Ma allora la rete
scattò, avvolse i due dei e li sollevò nell’aria mostrandoli, confusi e sgambettanti, a tutte le divinità
dell’Olimpo, che ridevano e li schernivano.
Si tratta, naturalmente, di un mito popolaresco al quale si ispirarono però, a volte, anche poeti.
Secondo altre leggende, Efesto non era figlia di Era, ma solo il frutto di una delle tante scappatelle
di Zeus con le altre donne. Per questo fu espulso dall’Olimpo, solo per vendetta.

- Il mito di Pigmalione
Pigmalione era re di Cipro, nonché un abile scultore, per cui non aveva né tempo né voglia di
pensare all’amore o al matrimonio. Afrodite se ne accorse e volle vendicarsi. Lo fece allora
innamorare di una statua d’avorio da lui stesso scolpita che raffigurava una fanciulla bellissima. Da
quel giorno Pigmalione non ebbe più pace: passava giorno e notte a contemplare la figura scolpita,
ad accarezzarla, a dirle soavi parole d’amore. Ma a tutte le sue espansioni la statua restava muta,
fredda, insensibile. Pigmalione, credendo di impazzire, decise di chiedere l’aiuto di Afrodite. In
principio la dea godeva di quella vendetta, ma dopo un po’ si commosse e, toccando con le sue
mani la statua, le diede vita. La fanciulla scese allora dal piedistallo e si avvicinò a Pigmalione col
sorriso. Lo scultore la sposò e dalla loro unione nacque un figlio, Pafo.

- Afrodite e Nerito
Prima di diventare una degli dei dell’Olimpo, Afrodite viveva nel mare. Proprio in questo periodo si
era innamorata di Nerito, l’unico figlio maschio di Nereo e Doride. Quando ella volle salire
sull’Olimpo invitò anche Nerito a venire con lei, ma lui preferì rimanere tra le onde insieme alle
sorelle. Così Afrodite, presa dall’ira, lo trasformò in una conchiglia.

- La nascita di Eros
I poeti greci raccontano che quando Afrodite ebbe Eros, essa si lamentò con la dea Temi perché il
figlio non cresceva. Temi le rispose che il bambino non sarebbe cresciuto finché non avesse avuto
un fratello. Allora Afrodite diede vita ad Anteros, che significa “colui che ricambia l’amore”. Così i
poeti con questa graziosa leggenda hanno voluto dire che l’amore, per poter crescere, deve
essere ricambiato.

- Le vendette
La collera e le maledizioni di Afrodite erano celebri. Ella ispirò a Eos (l’Aurora) un amore
insuperabile per vari mortali (Orione e Titone tra gli altri) per punirla di aver scoperto il suo
adulterio con Ares (o, secondo un’altra tradizione, perché ella invece aveva ceduto proprio ad
Ares). Castigò tutte le donne di Lemno perché non la onoravano, affliggendole con un odore
nauseabondo, dimodoché i loro mariti le abbandonassero per prigioniere tracie. Le Lemie uccisero
tutti gli uomini dell’isola e fondarono una società di donne, fino al giorno in cui gli Argonauti
vennero a dare loro figli.

Lirici
- Mimnermo - I fragili doni di Afrodite
«Quale vita, che dolcezza senza Afrodite d’oro?
Meglio morire quando non avrò più cari
gli amori segreti e il letto e i dolcissimi doni,
che giovinezza sono i fiori effimeri
per gli uomini e le donne. Quando viene la dolorosa
vecchiaia che rende l’uomo bello simile al brutto,
sempre nella mente lo consumano malvagi pensieri;
né più s’alieta guardando la luce del sole;
ma è odioso ai fanciulli e sprezzato dalle donne;
tanto grazie Zeus volle la vecchiaia.»

Mimnermo dedica questo e altri testi alla malinconica riflessione sulla vita umana: senza l’amore,
appannaggio della giovinezza, la vita non è degna di essere vissuta. Infatti, a dare un senso alla
vita è solo “l’Afrodite d’oro”, la quale porta agli uomini “amori segreti”, ossia i segreti dell’amore,
“dolcissimi doni”, quelli che si scambiano gli amanti, ma anche i doni di Afrodite, e il letto, simbolo
dell’amore fisico e concreto.

- Saffo - Inno ad Afrodite


«Afrodite eterna, in variopinto soglio,
Di Zeus fìglia, artefice d'inganni,
O Augusta, il cor deh tu mi serba spoglio,
Di noie e affanni.

E traggi or quà, se mai pietosa un giorno,


Tutto a' miei prieghi il favor tuo donato,
Dal paterno venisti almo soggiorno,
Al cocchio aurato
Giugnendo il giogo. I passer lievi, belli
Te guidavano intorno al fosco suolo
Battendo i vanni spesseggianti, snelli
Tra l'aria e il polo,
Ma giunser ratti: tu di riso ornata
Poi la faccia immortal, qual soffra assalto
Di guai mi chiedi, e perché te, beata,
Chiami io dall'alto.
Qual cosa io voglio più che fatta sia
Al forsennato mio core, qual caggìa
Novello amor ne' miei lacci: chi, o mia
Saffo, ti oltraggia?
Se lei fugge, ben ti seguirà tra poco,
Doni farà, s'ella or ricusa i tuoi,
E s'ella non t'ama, la vedrai tosto in foco,
Se ancor nol vuoi.
Vienne pur ora, e sciogli a me la vita
D'ogni aspra cura, e quanto io ti domando
Che a me compiuto sia compi, e m'aita
meco pugnando.»

L'Inno ad Afrodite è la lirica che apriva i libri delle poesie della poetessa lesbia Saffo. Essa ci è
pervenuta intera grazie alla citazione di Dionigi di Alicarnasso.
Nell'inno ad Afrodite, forse una delle più belle e delicate liriche pervenuteci, Saffo esprime la pena
e l'ansia per l'amore non sempre corrisposto e il “penoso tormento” che questo le dà. Questa lirica
assume la forma di una preghiera in cui, con il richiamo di un incontro precedente, cerca di
coinvolgere la dea in suo favore ed ella, pronta, interviene in maniera diretta con la promessa che
Saffo si aspetta. In questa poesia la forza emotiva si coniuga con l'eleganza e la dolcezza delle
espressioni, che raggiungono l'acme nella sesta strofa in cui la parola della dea diventa impegno,
conciso e perentorio.

- Saffo – Invito all’Erano


«Venite al tempio sacro delle vergini
dove più grato è il bosco e sulle are
fuma l'incenso.
Qui fresca l'acqua mormora tra i rami
dei meli: il luogo è all'ombra di roseti,
dallo stormire delle foglie nasce
profonda quiete.
Qui il prato ove meriggiano i cavalli
è tutto fiori della primavera
e gli aneti vi odorano soavi.
E qui con impeto, dominatrice,
versa Afrodite nelle tazze d'oro
chiaro vino celeste con la gioia.»

- Saffo - Eros ha scosso la mia mente


«Eros ha scosso la mia mente
come il vento che giù dal monte
batte sulle querce.

Dolce madre, non posso più tessere la tela


domata nel cuore dall’amore di un giovane:
colpa della soave Afrodite.

Sei giunta, ti bramavo,


hai dato ristoro alla mia anima
bruciante di desiderio.»

- Saffo – A Gongila
«O mia Gòngila, ti prego:
metti la tunica bianchissima
e vieni a me davanti: intorno a te
vola desiderio d'amore.
Così adorna, fai tremare chi guarda;
e io ne godo, perché la tua bellezza
rimprovera Afrodite.»

- Asclepiade - Il mantello di Afrodite


«È dolce d’estate a chi ha sete bere la neve, dolce ai vaniganti
Veder uscire d’inverno la Corona primaverile,
più dolce quando un solo lenzuolo copre gli amanti,
e da ambedue insieme è celebrata Afrodite.»

Il motivo arcaico della “cosa più bella” viene rivisitato in questo epigramma di Asclepiade insieme a
quello consueto della dolcezza e del piacere d’amore. Più ironica e leggera è però la sensibilità del
poeta, che valorizza soprattutto la componente edonistica dell’amore.

- Filodemo - I misteri di Afrodite


«Da’ da bere, Filenide, l’olio alla lampada
testimone taciturna dei nostri misteri,
e poi vattene. Ad Amore non piacciono
i testimoni viventi; e chiudi a chiave la porta.
E tu baciami, Xanto; e tu impara, letto d’amore,
tutto il resto che appartiene alla divina Afrodite.»

Un incontro “rituale” in una scena quasi “teatrale”. Si tratta del prologo di un incontro galante in cui,
ancora una volta, Afrodite con il suo amore ne è in qualche modo protagonista.

- Empedocle - fr. 22
«Amici sono infatti tutti questi [elementi] delle lor parti
lo splendore del sole, la terra, il cielo e il mare,
quante di essi negli esseri mortali errano disgiunte.
Così quante sono maggiormente disposte alla mescolanza
Reciprocamente si amano rese simili ad opera di Afrodite.»

In diversi passi (tutti frammentari) dell’opera di Empedocle Afrodite è figura dell’amore inteso come
forza cosmica. Va sottolineato il fatto che il termine amici va legato al termine mescolanza, perché
ciò di cui si parla sono gli elementi che compongono la physis: aria, acqua, terra, fuoco.

- Sofocle
«Eros invincibile,
Eros, che sulle tue prede ti abbatti,
e sulle tenere guance
della fanciulla la notte ti posi,
tu che vaghi sul mare
e sulle campagne:
nessuno ti sfugge,
né uomo né dio. E la mente impazzisce.
Chi ha l’animo giusto,
sai renderlo ingiusto, e lo porti a rovina,
sei tu che infiammi la lotta
fra uomini legati dal sangue.
Ma splendente trionfa negli occhi
della bella sposa
il desiderio, che siede accanto alle leggi
supreme. È il gioco ridente
di Afrodite divina.»

Le tragedie
- Euripide - Ippolito
Il prologo dell’Ippolito è recitato da Afrodite, che afferma di sentirsi offesa da Ippolito, figlio di
Teseo, perché questi, devoto ad Artemide, rifiuta l’amore e si dedica soltanto alla caccia,
conservandosi ostinatamente casto: perciò la dea ha infuso in Fedra, matrigna di Ippolito, un
amore irresistibile e colpevole per il figliastro.

- Euripide – Alessandro
Nel prologo, Afrodite racconta che, venti anni prima, la regina Ecuba, incinta, aveva sognato di
partorire una fiaccola ardente che bruciava Troia e che Priamo, preoccupato, aveva fatto
convocare gli indovini. Dopo aver ascoltato la profezia secondo la quale il nascituro avrebbe
distrutto la città, Priamo ed Ecuba avevano fatto abbandonare il bambino sul monte Ida.

- Sofocle - Antigone
«Eros invincibile,
Eros, che sulle tue prede ti abbatti,
e sulle tenere guance
della fanciulla la notte ti posi,
tu che vaghi sul mare
e sulle campagne:
nessuno ti sfugge,
né uomo né dio. E la mente impazzisce.
Chi ha l’animo giusto,
sai renderlo ingiusto, e lo porti a rovina,
sei tu che infiammi la lotta
fra uomini legati dal sangue.
Ma splendente trionfa negli occhi
della bella sposa
il desiderio, che siede accanto alle leggi
supreme. È il gioco ridente
di Afrodite divina.»

La tragedia narra la vicenda che conduce alla morte Antigone, nata dall’incesto tra Edipo e sua
madre Giocasta e discendente del fondatore di Tebe, Cadmo.
Antigone, frutto di un’unione contro natura, è destinata a soccombere al medesimo destino
avverso che ha toccato i suoi genitori; ma a differenza di Edipo, profondamente inserito nel
contesto sociale di cui resta succube, Antigone è un personaggio emancipato, che si oppone a
delle leggi arcaiche fondate sull’onore in nome di un sentimento morale estremamente moderno.

Afrodite nelle teologie


Da Empedocle, Amore è indicato anche con il nome di Afrodite o con il suo appellativo di Kypris,
indicando qui la “natura divina che tutto unisce e genera la vita”. Tale accostamento tra Amore e
Afrodite ispirò al poeta epicureo romano Lucrezio l’inno a Venere, collocato nel proemio del De
rerum natura. In questa opera Venere non è la dea dell’amplesso, quanto piuttosto “l’onnipotente
forza creatrice che pervade la natura e vi anima tutto l’essere”, venendo poi, come nel caso di
Empedocle, opposta a Marte, dio del conflitto.

Culto
La dea Afrodite era una delle dee più importanti e venerate nel pantheon greco, a lei furono
dedicati moltissimi templi, culti e celebrazioni religiose.
Il culto di Afrodite era particolarmente sviluppato a Cipro e a Corinto. A Cipro Afrodite aveva
almeno due culti importanti: il primo collocato a Pafo, sede di un grande santuario della dea; il
secondo nella località di Amatunte, dove Afrodite portava l’epiteto di Amatusia, un termine che fa
riferimento non soltanto a un’identificazione topografica del culto, ma a una caratteristica peculiare
della declinazione cipriota della dea. Ad Amatunte, infatti, veniva venerata una dea con il corpo
morbido di una donna, ma con le armi di un uomo. In occidente ebbe il suo maggior centro in
Sicilia, in particolare ad Erice dove esisteva un tempio dedicato a Tanit; dalla Sicilia si diffuse fino a
Roma, dove la dea venne onorata con il nome di Venere.
Nata dal mare, Afrodite veniva dunque venerata dai naviganti, non come Poesidone, ma come
colei che rende il mare bello e tranquillo e sicura la navigazione.
Il culto della dea era considerato molto seriamente: era celebrata con feste periodiche, molto
spesso al termine di imprese importanti. Plutarco ricorda che in suo onore si chiudevano le
celebrazioni a Poseidone a Egina.
Le feste “Afrodisie” erano proprie dei marinai, che la veneravano come dea sorta del mare, al
termine del loro viaggio per mare. Venivano celebrate in particolare a Corinto e ad Atene. Durante
queste feste venivano spesso comprese gare atletiche e lampadoforie.
Gli animali sacri ad Afrodite erano il delfino, il passero, il cigno, la lepre, il carpo, la tartaruga e
soprattutto la colomba. Tra le piante a lei sacre ci sono la rosa, il mirto, la palma, il papavero e il
melocotogno.

Epiteti e titoli
• Urania: amore puro e ideale; è la dea precormica, figlia di Urano.
• Areia: guerriera, rappresentata armata e associata al culto di Ares.
• Anzenia: fiorita, venerata come dea della fecondità in rapporto ai frutti della terra e
raffigurata con fiori di mirto e di melo.
• Pontia: marina; venerata come protettrice dei naviganti.
• Ambologera: che non invecchia mai; in Pausania (III, 18, 1) riferito a una sua statua
collocata a Sparta che riportava tale epiteto.
• Anadiomene: che emerge dal mare; in riferimento all’Afrodite Anadiomene, un dipinto
andato perduto di Apelle di Kos descritto da Ateneo.
• Cipride/Ciprigna: nell’Iliade (V, 330), in Esiodo, Teogonia (188-206), in quanto sorge dal
mare e quindi tocca terra sull’isola di Cipro.
• Citerèa: in Esiodo, Teogonia (188-206), in quanto appena nata si recò sull’isola di Citera.
• Calliglutea/Callipigia: dalle belle forme; compare in Nicandro, frammento 23, e in Ateneo
(Deipnosofisti XII.554).
• Colpode: sinuosa; in riferimento alla dea che indossa il kolpos, ovvero quella parte del
chitone ionico che fascia morbidamente il petto. Il termine compare associato ad Afrodite in
Alceo (frammento 12) e in Saffo.
• Euplea/Euploia: della buona navigazione
• Eustéphanos: dal bel diadema; in Omero, Odissea, VIII, 266.
• Idalia: venerata nel santuario di Idalio nell’isola di Cipro.
• Melaina/Melainis: la nera.
• Morfo: armoniosa e come sinonimo di bellezza; compare in Licofrone 449 e Pausania
3,15,10.
• Pandemia/Pandémos: dell’amore triviale, di tutto il popolo; era la divinità civica inserita nel
cosmo.
• Skotia: la scura.
• Anosia: l’empia.
• Androphonos: sterminatrice di uomini.
• Epitymbidia: colei che sta sulle tombe.
• Basilis: regina.
• Vergine: colei che è una in sé stessa.
• Polikilòtron: seduta su un trono variegato; immagine presente in Saffo, la divinità in Età
Arcaica era infatti spesso raffigurata su di un trono.
• Dolòplokos: tessitrice di inganni.
• Filommedea, traducibile come “amante del sorriso” se si fa derivare dal verbo meidiao,
oppure come “nata dai genitali”, se come Esiodo si cerca l’origine nel sostantivo medea,
che la ricollega alla sua nascita secondo la Teogonia (v. 200).

Amanti e figli

Padre Stato Figli

1. Golgo
Adone Umano 2. Beroe
3. Priapo
1. Enea
Anchise Umano
2. Lirno
1. Eros
2. Anteros
3. Armonia
Ares Dio 4. Imero
5. Deimos
6. Phobos
7. Athys Ares
Bute Umano 1. Erice
Crono Titano 1. Poto
1. Cariti
1. Aglaia
2. Eufrosine
Dioniso Dio
3. Talia
2. Imeneo
3. Priapo
Dinlas Umano 1. -
1. Ermafrodito
2. Eunomia
Ermes Dio 3. Peito
4. Priapo
5. Tyche
Fetonte Umano 1. Astinoo
Pigmalione 1. Pafo
1. Erice
Poseidone Dio
2. Rodo
Zeus Dio 1. Priapo

Afrodite e Venere
Quando il culto di Afrodite si diffuse dalla Sicilia a Roma, la dea entrò nel pantheon romano e
cambiò nome in Venere. Qui assume il carattere di protettrice dell’amore coniugale oltre che
protettrice della vegetazione e della primavera, della grazie e della bellezza.
Secondo la tradizione, quindi, Venere era l’antenata della Gens Iulia, i discendenti di Iulio. Per
questo Cesare edificò un tempio dedicandolo alla Venus Genitrix, cioè la Venere Madre.
La bellezza di Afrodite, ma ancor più della romana Venere, ha molto a che fare col concetto di
armonia. Se per i greci questa armonia riguardava principalmente la perfezione delle forme, con
Venere si parla di una bellezza interiore, legata all’essere veri ed autentici.
La dea romana Venere è la figlia del dio Giove e della dea, Dione. Suo marito è il dio greco del
fuoco, Vulcano. È la madre di due bambini, uno con suo marito e uno con un amante mortale,
Anchise. Suo figlio mortale, Aenaes, fuggì da Troia e fondò la Nazione d'Italia. È attraverso questo
che è diventato il mitico antenato del popolo romano. A sua volta, Venere fu trattata con onore
speciale come il divino progenitore dell’Impero romano.
Venere Erycina era uno dei culti della dea romana Venere, come protettrice della fertilità,
conosciuta precedentemente come Afrodite ericina. La leggenda la racconta Virgilio, con Enea e
della morte del vecchio padre dell’eroe. Anchise fu sepolto proprio sul monte Erice, dove si
svolsero cerimonie grandiose in suo onore. Enea, figlio di Venere, fondò sul monte, per la divina
madre, "una sede vicina alle stelle". Diodoro Siculo scrisse che "Erice", figlio di Bute e di Afrodite
stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Poi narra l'arrivo di
Liparo, figlio di Ausonio, alle Isole Eolie (V, 6,7), aggiungendo che i Sicani "abitavano le alte vette
dei monti e adoravano Venere Ericina".
L'importanza di Venere e il suo culto, attraverso l'influenza di diversi leader politici romani come
Silla, Giulio Cesare e Augusto. Il dittatore Silla la fece sua patrona. Sebbene Venere sia spesso
associata all'amore e alla fertilità, è anche conosciuta come dea protettrice delle prostitute e
protettrice del vizio. Lo stesso Giulio Cesare la adorava come "Madre Venere" e fece erigere un
tempio nel 46 aEV sotto il suo nome. Pensò che il popolo romano fosse discendente di questa dea
e introdusse il culto di Venus Genetrix, la dea della maternità e del matrimonio. Era anche adorata
sotto molti altri epiteti. L'imperatore Augusto chiamò Venere come antenato della loro famiglia
(giuliana).

Iconografia
L’immagine di Afrodite compare in moltissimi esemplari fin dall’epoca arcaica. La si trova nella
ceramica a figure nere e rosse, nella scultura in rilievo e a tutto tondo, in pittura, su gemme e
monete.
Pausania ricorda nei suoi scritti che già dall’epoca di Dedalo esistevano xoana (simulacro templari
in legno) di Afrodite. A partire dal V secolo a.C. la rappresentazione della dea greca assunse un
significato più specifico con opere come la famosa Afrodite Sosandria di Calamide (460 a.C. circa),
in cui essa era rappresentata avvolta nel mantello e con un’espressione solenne e sacrale. Anche
Fidia diede alla rappresentazione della dea un forte senso di dignità.
A partire dal IV secolo a.C. l'iconografia della dea mutò radicalmente, a partire dall'Afrodite cnidia
di Prassitele, primo nudo femminile dell'arte greca. In quegli stessi anni Apelle ne dipingeva una
celebre immagine (perduta), l'Anadiomene.
Ulteriori sviluppi si ebbero con l'ellenismo. Verso il 250 a.C. Doidalsa scolpì una celebre Afrodite
accovacciata. Negli anni successivi si continuò sulla medesima strada. Al II secolo a.C. risale la
celebre Afrodite di Melos (nota come Venere di Milo). Nelle opere più tarde dell'arte greca la resa
naturalistica del corpo femminile nudo aveva ormai posto in secondo piano i significati religiosi,
come si vede nell'Afrodite di Cirene o nell'Esquilina.
L’immagine di una dea dell’amore nata dalle acque avrò una grande fortuna iconografica, ma verrà
del tutto dimenticata dalle fonti letterarie a vantaggio di un’altra genealogia, più convenzionale:
quella che fa di Afrodite la figlia di Zeus.
Afrodite veniva spesso rappresentata nel fiore della sua giovinezza, avvenente, graziosa,
ingioiellata e sorridente, col corpo cinto di rose e di mirto su un carro tirato da passeri, colombe e
cigni. Il suo volto era ovale, delicato e gentile. I suoi occhi grandi, tremuli, avevano uno sguardo
soave e languido che ispiravano tanta dolcezza. Suo era il cinto, portato sopra il vestito, che
rendeva irresistibile chiunque lo indossasse, in quanto vi erano intessute tutte le malie d’Afrodite,
tutti i vezzi, le grazie, il sorriso che promette ogni gioia, i teneri dialoghi degli innamorati, i sospiri
che persuadono e il silenzio espressivo. Persino Era lo chiedeva in prestito quando Zeus aveva
per la testa qualche scappatella. Quando si guardava allo specchio non lo faceva per vanità, ma
perché attraverso esso contemplava al di là.

Quadri
- William Blake Richmond – Venere e Anchise (1889)
Olio su tela conservato al Walker
Art Gallery di Liverpool, Inghilterra.
Il dipinto rappresenta Afrodite
appena arrivata da Anchise, con al
seguito tutti gli animali che l’hanno
seguita nel suo percorso da Pafo.

- Sandro Botticelli – La Nascita di Venere (1484)


La Nascita di Venere è un dipinto a
tempera su tela di lino di Sandro
Botticelli. Realizzata per la villa medicea
di Castello, l'opera d'arte è attualmente
conservata nella Galleria degli Uffizi a
Firenze. La Nascita di Venere è da
sempre considerata l'idea perfetta di
bellezza femminile nell'arte
Contrariamente al titolo con cui l'opera è
nota, essa non raffigura la nascita della
dea, ma il suo approdo sull'isola di
Cipro.
Venere avanza leggera fluttuando su una conchiglia lungo la superficie del mare increspata dalle
onde, in tutta la sua grazia e ineguagliabile bellezza, nuda e distante come una splendida statua
antica. Viene sospinta e riscaldata dal soffio di Zefiro, il vento fecondatore, abbracciato a un
personaggio femminile con cui simboleggia la fisicità dell'atto d'amore, che muove Venere col
vento della passione. Forse la figura femminile è la ninfa Clori, forse il vento Aura o Bora.
Sulla riva una fanciulla, una delle Ore che presiede al mutare delle stagioni, in particolare la
Primavera, porge alla dea un magnifico manto rosa ricamato di fiori per proteggerla (mirti, primule
e rose). Essa rappresenta la casta ancella di Venere ed ha un vestito setoso riccamente decorato
con fiori e ghirlande di rose e fiordalisi, i fiori che la dea Flora trovò vicino al corpo dell'amato
Cyanus.
La posa della dea, con l'equilibrato bilanciamento del "contrapposto", deriva dal modello classico
della Venus pudica (cioè che si copre con le braccia il seno e il basso ventre) e Anadiomene (cioè
"emergente" o nascente dalla spuma marina), di cui i Medici possedevano una statua classica fin
dal 1375 citata da Benvenuto Rambaldi. Il volto pare che si ispirasse alle fattezze di Simonetta
Vespucci, la donna dalla breve esistenza (morì a soli 23 anni) e dalla bellezza "senza paragoni"
cantata da artisti e da poeti fiorentini mentre lo sfondo sembrerebbe ispirarsi al Golfo dei Poeti
dove il pittore avrebbe conosciuto la sua musa ispiratrice.
- Sandro Botticelli – Venere e Marte (1483)
Venere e Marte è un dipinto a tecnica mista
su tavola conservato nella National Gallery
di Londra.
La scena raffigura Venere mentre osserva,
consapevole e tranquilla, Marte dormiente,
distesi su un prato e circondati da piccoli
fauni che giocano allegri con le armi del dio.
I satiri sembrano tormentare Marte
disturbando il suo sonno, mentre ignorano
del tutto Venere, vigile e cosciente: uno ne
ha l'elmo che gli copre completamente la testa mentre, con un altro, ruba furtivo la lancia del dio;
un altro suona addirittura un corno di conchiglia nell'orecchio del dio per svegliarlo, senza
successo; un quarto fa capolino dalla corazza sulla quale il dio è adagiato.
Nonostante il contorno scherzoso dei fauni, nel dipinto serpeggiano anche elementi di
inquietudine, come il sonno spossato e abbandonato di Marte o lo sguardo lievemente malinconico
di Venere. Un errore dell'artista si riscontra nella gamba destra di Venere, che, smaterializzata
dalle pieghe delle veste setosa, va quasi a scomparire.

- Sandro Botticelli – La Primavera (1482)


La Primavera è un dipinto a
tempera su tavola di Sandro
Botticelli. L'opera d'arte è
conservata nella Galleria degli
Uffizi a Firenze.
In un ombroso boschetto, che
forma una sorta di semi-
cupola di aranci colmi di frutti
e arbusti sullo sfondo di un
cielo azzurrino, sono disposti
nove personaggi, in una
composizione bilanciata
ritmicamente e
fondamentalmente simmetrica
attorno al perno centrale della
donna col drappo rosso e
verde sulla veste setosa. Il suolo è composto da un verde prato, disseminato da un'infinita varietà
di specie vegetali e un ricchissimo campionario di fiori: nontiscordardimé, iris, fiordaliso, ranuncolo,
papavero, margherita, viola, gelsomino, ecc.
L'opera è, secondo una teoria ampiamente condivisa, ambientata in un boschetto di aranci (il
giardino delle Esperidi) e va letta da destra verso sinistra, forse perché la collocazione dell'opera
imponeva una visione preferenziale da destra. Zefiro, vento di nord ovest e di primavera che piega
gli alberi, rapisce per amore la ninfa Clori (in greco Clorìs) e la mette incinta; da questo atto ella
rinasce trasformata in Flora, la personificazione della stessa primavera rappresentata come una
donna dallo splendido abito fiorito che sparge a terra le infiorescenze che tiene in grembo. A
questa trasformazione allude anche il filo di fiori che già inizia a uscire dalla bocca di Clori durante
il suo rapimento. Al centro campeggia Venere, inquadrata da una cornice simmetrica di arbusti,
che sorveglia e dirige gli eventi, quale simbolo neoplatonico dell'amore più elevato. Sopra di lei
vola il figlio Cupido, mentre a sinistra si trovano le sue tre tradizionali compagne vestite di veli
leggerissimi, le Grazie, occupate in un'armoniosa danza in cui muovono ritmicamente le braccia e
intrecciano le dita.
Chiude il gruppo a sinistra un disinteressato Mercurio, coi tipici calzari alati, che col caduceo
scaccia le nubi per preservare un'eterna primavera.

- Francois Boucher – Il trionfo di Venere (1740)


La dea dell’amore galleggia con un
baldacchino tenuto da argani e amorini
ed è accompagnato da naiadi e tritoni.
Gli dei, il pesce, l'acqua e le nuvole
formano un movimento vorticoso che
l'artista François Boucher dipinse a colori
freddi. Il mare si fonde con il cielo grigio-
blu e l'orizzonte è a malapena
riconoscibile. La composizione e i colori
dell'immagine fanno parte del rococò, il
che non sorprende dal momento che
François Boucher è il principale
rappresentante del rococò francese. I
suoi dipinti ruotano intorno a una serie di
motivi del rococò francese: figure
mitologiche, scene pastorali, cineserie,
putti e vari ornamenti.

- Francois Boucher – Nascita di Venere (1754)


La nascita di Venere è un dipinto ad olio su tela di
François Boucher; risalente al 1754 è oggi esposto alla
Wallace Collection di Londra.
L'opera rappresenta la nascita di Venere (divinità) dal
Mare, una delle iconografie più notevoli della Dea
- Francois Boucher – Venere disarma Cupido (1730-1770 ca.)
Questo dipinto è conservato al Museo Civico Filangeri di Napoli.

- Francois Boucher – Venere disarma Cupido (1749)


Olio su tela conservato al Museo del Louvre,
Parigi.

- Francois Boucher – Marte e Venere sorpresi da Vulcano (1754)


È conservato nella Wallace Collection di Londra. La tela raffigura Venere,
moglie di Vulcano, ed il suo amante Marte.
- Francois Boucher – La toilette di Venere (1751)
Madame de Pompadour, l’amante del re Luigi XV, fu una grande
estimatrice di Boucher e ne fu la protettrice dal 1747 fino alla di lei
morte avvenuta nel 1764. Questo famoso dipinto fa parte di una
coppia commissionata per il gabinetto di toeletta a Bellevue, il suo
castello vicino a Parigi. Nel 1750 Madame de Pompadour aveva
recitato come protagonista in un’opera teatrale messa in scena a
Versailles, intitolata appunto “La Toilette de Venus” e, anche se
questo dipinto non è un ritratto, con ogni probabilità intendeva
essere una lusinghiera allusione.

- William Bouguereau – Nascita di Venere (1879)


Il dipinto è attualmente ospitato presso il Musée d'Orsay a Parigi.
Contrariamente a quello che il titolo suggerisce, esso non rappresenta
il momento della nascita di Venere ma il suo trasporto a bordo di una
conchiglia dal mare aperto verso Paphos, nell'isola di Cipro.
Il tema del dipinto, così come la sua composizione grafica, ricorda la
più nota interpretazione, ad opera di Sandro Botticelli, dello stesso
episodio mitologico.
Le linee del dipinto sono sinuose, morbide e delicate. I colori sono
prevalentemente chiari e spiccano fra di essi il bianco e l'azzurro, che
rappresentano la purezza e la divinità. La centralità di Venere è
accentuata dal fatto che gli altri personaggi sembrano lasciati in
ombra.
Nelle due coppie di amanti ai lati della dea gli uomini sono di carnagione scura e le donne chiara:
ciò testimonia l'idea di complementarità dell'amore. Il cielo è lievemente nuvoloso, presagio di una
tempesta: il difficile cammino che attende l'amore per riscattare il mondo, o forse è solo una
correzione ottica per giustificare l'ombra sui personaggi.
Nell'insieme l'opera non sembra dar l'idea di un'austera rappresentazione del divino, piuttosto una
giocosa immagine che trasmette armonia e vivacità.

- Alexandre Cabanel – La nascita di Venere (1863)


È un olio su tela conservato al Metropolitan
Museum of Art di New York.
- Carracci – Venere e Anchise (1597)
Venere e Anchise è un affresco (appartenente al
pannello del fregio) a soggetto mitologico di Annibale
Carracci custodito nel Palazzo Farnese a Roma.
Sullo sgabello si legge chiaramente la scritta: “GENVS
VNDE LATINVM” ovvero “GENUS UNDE LATINUM”
(Eneide, I, 6) che certamente allude ad Enea,
capostipite della popolazione romana, che ebbe i natali
dalla mitica unione dei personaggi raffigurati nel
pannello.

- Lucas Cranach – Venere e Cupido (1509)


Olio su tela conservato al Museo del Louvre, Parigi.

- Lucas Cranach – Venere in un passeggio (1529)


- Lucas Cranach – Venere e Cupido (1529)
Venere e Cupido è un dipinto a olio su tavola conservato nella National
Gallery di Londra.
L'opera è un'allusione ai piaceri e i rischi, fisici e morali, dell'amore.
Venere è raffigurata in una posa che ne evidenzia il fisico sinuoso ed
affusolato, e nuda, tranne il cappello e il girocollo. La sua carnagione
eburnea è evidenziata ad arte dallo sfondo di un cespuglio scuro
(probabilmente di alloro) ed essa si appiglia al ramo di un melo carico di
frutti, secondo l'iconografia di Eva che proprio in quegli anni era oggetto
di importanti dipinti e studi sulla proporzione umana.

- Correggio – Venere, satiro e cupido (1525)


Venere e il figlio si sono assopiti totalmente nudi - appena sopravvelati
dall'ampio drappo azzurro - e tali appaiono non appena il satiro (forse
Pan) silentemente li scopre.
L'atmosfera innegabilmente lasciva inviterebbe a leggere la scena
come un'allegoria delle potenze progenitrici della natura e dei piaceri
dell'amore carnale. L'idea della forza terrestre onnipervasiva sembra
essere il soggetto principale del dipinto. Infatti, da sotto il lenzuolo, sul
quale sono sdraiati Venere e Cupido, spunta una torcia accesa, le cui
fiamme sono rivolte verso l'alto: simbolo dell'amore non sopito, e assai
temibile. La pelle del gran leone sulla quale dormono Venere e Cupido
può rappresentare - al contrario - il concetto astratto della fortezza
temperante, anche perché le frecce della faretra pericolosa sono
immobili, e l'arco è ben custodito dalla dea madre.

- Correggio – Educazione di Cupido (1525)


L'Educazione di Cupido è un dipinto a olio su tela conservato nella
National Gallery di Londra.
Venere alata, con le piume azzurre, ha tolto l'arco dalle mani di Eros e
trattiene il figlioletto presso il maestro. Ha una posa mossa, flessa e
contrapposta, studiata magistralmente e vivificata dal gioco delle ombre
e dalla smagliante luce sul petto. Ella ci guarda, rimarcando l'importanza
della sua decisione didattica, quasi a coinvolgerci nel monito avvertibile
circa le intemperanze di Amore, e sorride compiaciuta. Mercurio
introduce il dio-bambino alla lettura dei precetti che devono ordinare i
sentimenti, ma Cupido tentenna, tra diligenza ed impazienza,
dondolandosi sulle piccole gambe, già pronte all'infantile svicolarsi.
- Henri Camille Danger – Afrodite e Eros

- Jacques Louis David – Marte disarmato da Venere (1824)


Marte disarmato da Venere è l'ultimo dipinto realizzato
dall'artista francese Jacques-Louis David. L'artista inviò
l'opera a Parigi per una mostra, sapendo che il Romanticismo,
in quegli anni, fosse in ascesa al Salon. Nel 2007 è stato
esposto nel salone principale del Museo Reale delle Belle Arti
del Belgio, a Bruxelles, vicino all'entrata.
Posta davanti ad un tempio che fluttua nelle nuvole, Venere,
la dea dell'amore e della bellezza, con le Tre Grazie e Cupido,
sta portando via le armi, l'elmo, lo scudo e l'armatura a Marte,
dio della guerra. Egli permette di farsi disarmare, cedendo al
fascino di Venere. La maggior parte dei modelli di David per
l'opera furono figuranti del Teatro La Monnaie: la modella per
Venere fu l'attrice Marie Lesueur, per Cupido Lucien Petipa,
Marte fu ispirato da un iscritto o "abonné" e una delle Grazie
dalla madama di Guglielmo II.

- Piero di Cosimo – Venere, Marte e Amore (1490)


- Francesco del Cossa – Trionfo di Venere (1469)
Il trionfo di Venere mostra la dea che avanza
su di un carro parato a festa, trainato da due
cigni bianchi (iconografia mutuata dai Trionfi
del Petrarca), che si muove scivolando sulle
acque di un fiume. Su di esso la dea dell'amore
celebra la sua vittoria su Marte, raffigurato
nella sua armatura di cavaliere medievale,
incatenato ed inginocchiato di fronte alla dea.
La sua presenza simboleggia la ritirata degli
istinti bellicosi davanti all'amore. Sullo sfondo,
in un paesaggio di rocce fantastiche, si
scorgono le tre Grazie, mentre sul prato in riva
al fiume si muovono bianchi conigli, simbolo di fertilità. Le siepi di rose nella metà sinistra alludono
al mito della morte di Adone.

- Hebert James Draper – Le Perle di Afrodite (1907)

- Edmond Dulac – Afrodite e Adone (1935)


- Luca Giordano – Psiche punita da Venere (1692)

- Luca Giordano – Venere e Marte (1670)

- Luca Giordano – Venere, Cupido e Marte (1663)


Il Venere, Cupido e Marte è un dipinto olio su tela conservato
presso il Museo nazionale di Capodimonte a Napoli.
Il dipinto, di discreta fattura, non costituisce un'opera di primaria
importanza del Giordano. L'artista napoletano, infatti, vede la sua
vita artistica caratterizzata dall'altalenante qualità delle produzioni,
queste ultime numerosissime e, molto probabilmente, di fattura
dipendente dallo "spessore" del relativo committente.
I contorni delle figure del dipinto risultano molto approssimative
all'impaginazione della scena e la stessa risulta compressa e non
perfettamente equilibrata. Inoltre, la tela presenta punti di luce
eccessivi che ne disarmonizzano la composizione.
- John William Godward – Venere si lega i capelli (1897)

- John William Godward – Venere al bagno (1901)

- John William Godward – L’offerta a Venere (1912)


- Gorgione – Venere dormiente (1509)
È la prima Venere semi distesa. Il capo che poggia sul
braccio destro (adagiato su un panneggio) e le gambe
incrociate sono gli elementi che verranno ripresi dagli
artisti postumi.
Il pittore veneto rappresenta la dea con gli occhi chiusi
per evidenziarne l’innocenza e l’inconsapevolezza di
essere osservata.
Sullo sfondo si vede un paesaggio bucolico dai colori
tenui. Non sono presenti altri soggetti umani.

- Guercino – Venere, Marte e Cupido (1633)


Le note tecniche invitano lo sguardo all’esplorazione visiva.
Seguiamo perciò l’indicazione di Venere, suggerita dal
gesto della mano destra della divinità, raffigurata nuda,
appena coperta sulle gambe da un serico mantello. Cupido
sta per lasciar partire la sua freccia verso il riguardante,
che è così invitato a identificarsi nel committente
dell’opera, Francesco I d’Este in persona. Il gioco
dell’invenzione artistica lascia irrompere, nello spazio del
dipinto, un Marte in armatura, che accentua il senso di
apparizione improvvisa, in una sorta di inatteso colpo di
scena.

- Gavin Hamilton – Venere presentata a Elena e Paride


- Francesco Hayez – Venere che scherza con due colombe (1830)

- J. A. D. Ingres – Venere Anadiomene (1848)


La Venere Anadiomene è un dipinto a olio che mostra l'episodio della nascita
della Dea Venere nella sua tipologia di Venere Anadiomene, che sorge cioè
fuori sospesa sull'acqua.

- J. A. D. Ingres – Venere a Pafo (1852)


In uno dei suoi taccuini, tuttavia, Ingres scrive "Schizzo per una Venere,
ritratto-dipinto", e sottolinea la parola "ritratto" per porre l'accento sul
genere stesso della tela . Quest'ultima, dunque, non deve essere
semplicemente considerata un'opera mitologica. Del resto, questa
Venere, con la sua fisionomia particolare caratterizzata da un viso ovale e
da grandi occhi grigio-azzurri, non assomiglia affatto alle divinità molto
stereotipate che Ingres ama ritrarre.
- Abraham Janssens – Zeus rimproverato da Afrodite (1612)

- William Key – Marte, Venere e Cupido (1560)

- Louis Jean Francois Lagrenée – Marte e Venere sorpresi da


Vulcano (1768)
- Frederick Leighton – Venere spogliata per il bagno

- Nicolas Poussin – Venere dormiente e Cupido (1630)


Raffigura una Venere nuda che dorme sotto gli alberi
accompagnata ai suoi piedi da Cupido con arco e
frecce. Un putto siede al suo fianco stringendo più
frecce. Il corpo vivacemente dipinto di Venere in primo
piano è posto su uno sfondo rurale scuro, in cui due
uomini la guardano lussuriosamente da dietro un albero
e una coppia di innamorati si trova al centro.

- Nicolas Poussin – Venere presenta le armi ad Enea (1639)


- Nicolas Poussin – Marte, Venere e Vulcano (1626)

- Guido Reni – Venere e Cupido (1640)

- Pieter Paul Rubens – Venere allo specchio (1618)


- Enrique Simonet – Il giudizio di Paride (1904)

- Gian Battista Tiepolo – Venere e Vulcano

- Tintoretto – Venere, Vulcano e Marte (1550)


Venere, Vulcano e Marte, conosciuto anche come
Marte e Venere sorpresi da Vulcano, è un dipinto
a olio su tela conservato nell'Alte Pinakothek di
Monaco di Baviera.
All'interno di una camera da letto dal puro stile
rinascimentale, nella quale regna il silenzio più
totale, Vulcano si avvicina alla moglie, Venere, e
le toglie la stoffa che la stessa si era posata per
coprirsi in tutta fretta. Infatti, il marito era entrato
di soprassalto nella stanza, convinto di cogliere la
donna in flagrante con l'amante che, preso alla
sprovvista, si è dovuto nascondere sotto al letto. Il Dio Vulcano però non se n'è accorto; solo il
cane sa dove si trova Marte. Lei, a metà tra lo sconcerto e lo stupore, ha ancora il braccio sinistro
mezzo sospeso nell'intento di coprirsi. In una culla a fianco al suo letto si trova Cupido che dorme
beato ignaro di cosa sta succedendo o ben consapevole di cosa sia già successo nella stanza.
- Anthony van Dyck – Venere nella fucina di Vulcano (1626)

- Tiziano Vecellio – Venere di Urbino


Nel dipinto, Tiziano Vecellio crea una immagine
perfettamente equilibrata e con un impianto
compositivo che non toglie nulla alla naturalezza
della figura.
Si tratta anche dell’opera più importante di un nudo
femminile in ambito artistico. Nella storia fu modello
per altri artisti come Édouard Manet che lo riprese nel
suo dipinto Olympia. La donna, nuda, in primo piano
è distesa e dipinta con un attenzione estremamente
realistica. Occupa interamente la porzione inferiore
del dipinto. Il suo corpo disteso, infatti, si estende dal
margine sinistro, che quasi tocca con il gomito, al margine destro che incontra con la gamba
sinistra completamente distesa. La Venere è adagiata sopra un letto di materassi rosso porpora. Al
di sopra è disposto un lenzuolo panneggiato con pieghe morbide e eleganti.
La Venere nella mano destra un mazzo di fiori che tiene rivolto verso di sé. Con la mano sinistra si
copre delicatamente il pube. La donna si adagia su due cuscini disposti a sinistra e allunga il suo
corpo verso destra dove si trova un cagnolino che dorme.

- Tiziano Vecellio – Giove e Venere (1540)


- Tiziano Vecellio – Venere con cupido e un organista (1548)
Si tratta di un olio su tela custodito negli Staatliche
Museen a Berlino.

- Tiziano Vecellio – Venere e Adone (1553)


Venere e Adone è un dipinto a olio su tela conservato
nel Museo del Prado di Madrid.
È l'alba. Dopo una notte d'amore il cacciatore Adone
prepara i cani e, lasciando Amore ancora addormentato,
parte per la caccia, invano trattenuto dalla bella Venere.
Tiziano rappresenta un momento particolare della storia:
l'abbandono di Venere, che torcendo il corpo, cerca di
trattenere il giovane. La partenza è favorita da Amore
che dorme e dunque non può nulla in quel momento. La
conclusione inevitabile, cioè la morte di Adone, non
interessa l'artista, che invece vuole rappresentare la
negatività della caccia, metafora della vita, soggetta ai capricci della fortuna e all'ingiustizia divina

- Tiziano Vecellio – Venere con specchio (1555)

- Tiziano Vecellio – Venere benda Cupido (1565)


- Apelle – Venere Anadiomese
Afrodite anadyomenē, cioè nascente, è un dipinto perduto del pittore greco
Apelle. Più in generale indica anche un modo di rappresentare la dea
Afrodite nascente, nell'atto di ravviarsi i capelli bagnati.

- Diego Velàzquez – Venere allo specchio (1644)

- Paolo Veronese – Venere e Adone (1580)


Olio su tela conservato al Museo del Prado di Madrid. Il
soggetto del dipinto è il celebre episodio di Venere e Adone
rivisto da Ovidio, viene scelto da Veronese un momento
precedente alla partenza di Adone per la caccia. Adone è
ritratto addormentato, con il capo posato sulle ginocchia di
Venere che gli accarezza i capelli; ai piedi dei due
personaggi vi sono due cani da caccia, tra i quali uno viene
ostacolato da Amore. Questo gesto indica il presentimento
di Venere, la quale comprende che alla partenza di Adone
per la caccia seguirà la sua morte. Alle loro spalle si trova
un paesaggio dalla natura rigogliosa, mentre il cielo sullo
sfondo è cosparso di dense nuvole. La forma attuale del dipinto deriva da un restauro del XVIII
secolo, nel quale sono stati eliminate delle colonne ai lati dell'opera, che le donavano una forma
orizzontale.

- Paolo Veronese – Venere e Adone (1562)


La tela rappresenta il momento in cui Venere tenta di
fermare Adone in procinto di andare a caccia, avendo
percepito il presentimento della sua futura morte.
Secondo alcuni critici, Veronese si basò, per questa
versione, sull'opera omonima di Tiziano conservata al
Prado, di cui era venuto a conoscenza grazie a
incisioni di Cornelis Cort. Da Tiziano è infatti ripresa
la posizione di spalle di Venere, così come
l'impostazione generale dell'opera. Nonostante
alcune citazioni tra i due dipinti, i risultati sono
differenti: la tela di Veronese è meno drammatica e
certamente più composta, la dea ostacola Adone solo afferrando la corda che tiene i cani e
nascondendo il corno da caccia; il rapporto tra i due personaggi è basato più sugli sguardi, che sui
contatti fisici.

- Paolo Veronese – Marte che spoglia Venere con amorino e cane

- Venere nascente
- Ares e Afrodite

- Adone ferito sorretto da Venere

- Peito con Eros e Venere con Anteros


Statue
- John Gibson – Tinted Venus (1862)

- Afrodite Cnidia (IV secolo a.C.)


Afrodite di "Cnido" (anche Afrodite Cnidia), copia in marmo
conservata nel Museo nazionale di Roma; si tratta di copia
romana di un originale di Prassitele (IV secolo a.C.). Questa
raffigurazione della dea è probabilmente l'immagine più bella
tramandataci dall'antichità e deve il suo nome al fatto che era
presente sulle monete di Cnido. In origine la statua era conservata
in un tempio piuttosto piccolo ma dotato di due porte di modo che i
visitatori potessero ammirarne le fattezze girandovi intorno e
uscendo dall'ingresso posteriore.
Qui Afrodite è rappresentata mentre sta per immergersi nel bagno
sacro, con uno sguardo lontano che ne sottolinea il carattere
ultraterreno.
- Venere in bikini
La dea Afrodite mentre si slaccia un sandalo, opera conosciuta come
"Venere in bikini". Piccola in marmo pario, proviene dal sito archeologico
di Pompei ed è oggi conservata presso il Museo archeologico nazionale di
Napoli. Il bambino accovacciato ai piedi della Dea è Eros, mentre la figura
a cui la Dea si appoggia è un Priapo, originariamente itifallico. L'opera è
una copia romana da originale ellenistico.

- Afrodite di Siracusa (II secolo d.C.)


Statua di Afrodite tipo "Landolina" (appartenente alla serie di Afrodite "Pudica")
in marmo pario, conservata presso il Museo archeologico nazionale di Atene,
risalente al II secolo d.C. e basata su un originale rinvenuto a Siracusa, questo
risalente al IV secolo a.C. Il collo, la testa e il braccio destro sono frutto del
restauro da parte di Antonio Canova (1757-1822). Qui Afrodite è ritratta in
piedi e nuda, fatto salvo che con la mano sinistra, che regge un himation
(ἱμάτιον) ben drappeggiato, copra le parti intime.
- Venere di Milo
L’Afrodite di Milo, meglio conosciuta come Venere di Milo, è una delle più
celebri statue greche. Si tratta di una scultura di marmo pario cm priva delle
braccia e del basamento originale ed è conservata al Museo del Louvre di
Parigi.
Afrodite si leva stante col busto nudo fino all'addome e le gambe velate da un
fitto panneggio. Il corpo compone una misurata tensione che richiama un
tipico chiasmo di derivazione policletea. Il modellato è reso con delicate
suggestioni chiaroscurali, col contrasto tra il liscio incarnato nudo e il vibrare
della luce nei capelli ondulati e nel panneggio increspato della parte inferiore.
Non si conosce precisamente quale episodio mitologico della vita di Venere
venga rappresentato: si ritiene possa essere una raffigurazione della Venus
Victrix che reca il pomo dorato a Paride. Del resto, alcuni frammenti di un
avambraccio e di una mano recante una mela sono stati ritrovati vicino alla
statua stessa. In generale comunque colpisce l'atteggiamento naturale della
dea, ormai lontana dalla compostezza "eroica" delle Veneri classiche dei
secoli precedenti.

- Antonio Canova – Venere e Adone (1794)


Adone e Venere è una scultura neoclassica di Antonio Canova esposta
al Musée d'Art et d'Histoire di Ginevra.
Il gruppo scultoreo raffigura l'estremo saluto tra la dea Venere e Adone.
Canova raffigura i due amanti mentre sono immersi in un momento di
profonda intimità: i due sembrano aver perso il contatto diretto con la
realtà, presentano le labbra socchiuse e i volti reclinati e si guardano
dolcemente negli occhi, ingredienti con i quali lo scultore intende
mettere in risalto il loro idillio amoroso. Entrambi sono in piedi, e
Venere sta accarezzando il viso di Adone, come per trattenerlo,
appoggiandosi su di lui come se fosse una colonna e abbandonando
languidamente la sua testa sulle sue spalle. Adone, invece, è
caratterizzato da una bellezza efebica, ed è privo di una muscolatura
sicura (Canova, in questo modo, ne sottolinea la giovane età): accosta,
inoltre, il piede sinistro in avanti, come a voler suggerire una
sensazione di dinamismo e il distacco ormai imminente. La sua
espressione è al contempo triste e contemplativa, come se presagisse
la selvaggia aggressione che lo sta attendendo.
- Afrodite Medici
La Venere de' Medici è una statua greca ellenistica originale in
marmo, databile alla fine del I secolo a.C.
L'opera ritrae Venere al bagno, nella posizione pudica. Sulla base si
trova la firma di "Cleomene, figlio di Apollodoro", ma non è chiaro se
si tratti dell'autore originale o di un copista. La postura ricorda anche
quella della Venere capitolina. Sulla gamba sinistra sono appoggiati
un amorino su delfino e un cigno, che servono ad aumentare la
stabilità dell'insieme.
Evidente è la ricerca di una resa naturalistica e idealizzata del corpo
femminile nudo, che all'epoca aveva messo in secondo piano i
significati sacrali legati alla figura della dea nelle rappresentazioni
anteriori. Durante il restauro del 2012 sono state ritrovate tracce
dell'originaria doratura nei capelli e fori nei lobi, a cui dovevano essere appesi orecchini.

- Afrodite a Roma
Variante dell’Afrodite accovacciata.
- Antonio Canova – Venere Italica
La Venere italica è un'opera in marmo realizzata da Antonio Canova.
L'opera fu realizzata come compensazione per il trasferimento in Francia della
Venere de' Medici, rastrellata dai francesi tra i furti napoleonici. A tale opera lo
scultore si ispirò idealmente, a livello più che altro spirituale, cercando di
rievocarne la tenerezza della carne, il suo dolce vibrare, il movimento nello
spazio, che rende attraverso l'articolazione libera del corpo e la delicatezza
delle sfumature. Lo scultore stese un impasto morbido e rosato per esaltare
meglio la bellezza del corpo della dea, nell'atto di nascondersi dietro ad un
telo, probabilmente sorpresa dall'arrivo di qualcuno, secondo il tema classico
della Venus pudica.

- Afrodite di Capua
Afrodite, stante sulla gamba destra, con il piede sinistro poggiato
sull'elmo di Ares, è rappresentata seminuda, con un himation
riccamente panneggiato che copre la parte inferiore del corpo
sostenuto dal ginocchio della gamba sinistra leggermente flessa. La
testa, con i capelli divisi sulla fronte e rialzati alla nuca, ornata da un
diadema sul cui bordo doveva esservi un filo di perle, con gli occhi
allungati, il volto ovale e le labbra ben disegnate, e la parte superiore
del corpo, sono volte verso sinistra, mentre le braccia sono sollevate
a reggere, probabilmente, lo scudo di Ares, usato come specchio.
Restaurata nel 1820 da Augusto Brunelli nelle braccia, in parte del
panneggio e nel naso, insieme ad altre statue in marmo (ad es.
l'Adone e la cd. Psyche) decorava la summa cavea dell'Anfiteatro
Campano di Capua. Deriva da un originale bronzeo della fine del IV
sec. a.C., ripreso in età adrianea, a giudicare dalla resa morbida del
volto e dal contrasto tra la levigatezza delle parti nude ed il
chiaroscuro del panneggio. In età romana questo tipo venne in altri
casi modificato a figura di Nike in atto di scrivere sullo scudo le lodi del vincitore, con l'aggiunta
delle ali e di uno stilo nella mano destra.
- Venere capitolina
L'opera ritrae Venere al bagno, nella posizione pudica. Essa infatti
si piega leggermente su sé stessa per coprirsi con le mani e le
braccia il pube e i seni. Accanto a sé ha un panno appoggiato su
un'alta anfora. L'acconciatura è alquanto particolare, coi capelli
annodati sia sulla nuca, sia sulla testa, a mo' di fiocco.

- Venere Landolina
La Venere Landolina è una scultura marmorea, copia romana di un
originale greco della prima metà del I secolo a.C., conservata presso il
Museo archeologico di Siracusa.
L'opera ritrae Venere al bagno, nella posizione pudica o, più
probabilmente, una Venere Anadiomene, cioè nascente. Essa infatti si
copre con la destra il seno, ruotando elegantemente la testa, e con la
sinistra regge un panno calato sui fianchi (come la Venere di Milo), che
si apre teatralmente gonfiato dal vento, rivelando le gambe della dea.
Evidente è la ricerca di una resa naturalistica e idealizzata del corpo
femminile nudo, che all'epoca aveva messo in secondo piano i
significati sacrali legati alla figura della dea nelle rappresentazioni
anteriori.
- Kalamide – Afrodite Sosandra
Lo scrittore Luciano di Samosata ricordò la statua precisando che era
collocata all'ingresso dei Propilei dell'Acropoli di Atene, sottolineandone il
sorriso "puro e venerando".
La dea Afrodite è rappresentata avvolta da un mantello, compresa la testa,
che ricade con pieghe studiate, mentre ai piedi si vede un lembo della
setosa veste sottostante, con pieghe più fini, dalla quale sporgono i calzari.
Si tratta di uno degli esempi più famosi della scultura greca dello stile
severo, che qui si declina in una compostezza dell'espressione del viso e
soprattutto nel panno che chiude tutta la figura celandone completamente
l'anatomia e lasciando alla luce la possibilità di scivolare morbidamente sugli
ampi piani del tessuto.

- Afrodite Urania

- Afrodite accovacciata
L'Afrodite accovacciata era una scultura bronzea di Doidalsa, databile al
250 a.C. circa e oggi nota solo da copie di epoca romana, tra cui la
migliore è considerata quella marmorea senza braccia nel Museo
nazionale romano di Palazzo Massimo a Roma.
Doidalsa rappresentò Afrodite in una posa originalissima, ovvero
accovacciata mentre sta per ricevere l'acqua del bagno sacro, sviluppando
l'idea dell'Afrodite cnidia di Prassitele. Un'altra interpretazione è che
raffiguri la dea in una posa "pudica", mentre si accorge di uno spettatore
voltando la testa e cerca di coprire con le mani il petto e il pube.
- Venere di Cirene

- Venere esquilina
La Venere esquilina è una scultura ellenistica in marmo pari) del I
secolo a.C., conservata nei Musei Capitolini di Roma.
Rappresenta una donna nell'atto di legarsi i capelli (le dita della mano
sinistra si conservano sui capelli raccolti, mentre le braccia, sollevate,
sono perdute) prima di immergersi nel bagno. La figura è nuda ad
eccezione dei sandali (tratto significativo per le interpretazioni recenti
visto che Venere non indossa mai sandali). La scultura si appoggia ad
un sostegno che raffigura un vaso intorno al quale si arrotola un cobra,
sul quale è poggiato un panno: la presenza dell'animale ha fatto
pensare a una rappresentazione romana di Cleopatra (d'altronde la
datazione coincide con gli anni della presenza di Cleopatra VII a
Roma).

- Venere di Arles
Si tratta di una statua tutto tondo, scolpita in origine in un solo blocco di
marmo bianco dell'Imetto. Rappresenta una figura femminile giovanile,
con le gambe avvolte da un mantello e il busto nudo. Nella mano destra
sollevata reggeva un frutto, mentre nella sinistra doveva reggere
probabilmente uno specchio, nel quale si specchiava. La testa è girata
verso destra e inclinata verso il basso. La capigliatura è raccolta in una
crocchia e fermata da un doppio nastro, le cui estremità ricadono sulle
spalle.
La figura doveva essere colorata: sono state rinvenute tracce di colore
rosso nei capelli e si è ipotizzato che il mantello fosse di colore blu.
Dovevano essere dipinti anche un gioiello presente su uno dei nastri
della capigliatura e una delle gemme presenti sul braccialetto che la
dea porta all'avambraccio sinistro. È possibile che fossero anche
presenti aggiunte in metallo.
Altre opere
- Afrodite Pafos – mosaico

- Afrodite e Eros – dipinto sul dorso di uno specchio

- Afrodite raffigurata su un carro tirato da due Eros


- Nascita di Afrodite alla presenza di Eros, Ermes e Poseidone (400-
300 a.C.)
Pelike attica a figure rosse.

- Nascita di Afrodite alla presenza di eroti (metà IV sec. a.C.)


Lekythos attica con decorazione plastica policroma.

- Nascita di Afrodite in piedi su un cigno (400-300 a.C.)


Pelike attica a figure rosse.
- Pittore di Afrodite
Particolare dell'anfora del IV secolo a.C. (opera del cosiddetto
"Pittore di Afrodite") conservata al Museo archeologico di
Paestum. La figura rappresentata è Afrodite, dea della fertilità, e
richiama il suo arrivo sull'isola di Cipro: al suo passaggio la
vegetazione esplode rigogliosa. La dea è circondata da due eroti
con ali di colomba.

- Coppa di Nestore
Rinvenuta ad Ischia dall'archeologo tedesco Giorgio Buchner
risalente all'VIII secolo a.C. e conservata nel Museo
Archeologico di Pithecusae. La coppa riporta l’iscrizione:
«Io sono la bella coppa di Nestore,
chi berrà da questa coppa
subito lo prenderà il desiderio di Afrodite dalla bella
corona»

- Afrodite e Adone
Risalente al 340 a.C. Pittura a figure rosse
- Afrodite con colomba (365-355 a.C.)
Ceramica a figure rosse.

- Afrodite che cavalca un’oca (470 a.C.)


Ceramica a figure rosse.

- Roccia di Afrodite
Situata nei pressi di Pafo, Cipro. Il luogo dove,
secondo la tradizione che si rifà alla Teogonia di
Esiodo, emerse l'Afrodite "Cipride" (κύπρις).
Templi
- Tempio di Afrodite Urania
Il Tempio di Afrodite Urania (Βωμός Αφροδίτης Ουρανίας Vomós Afrodítis Ouranías) è un tempio
dell'Agorà ateniese, consacrato ad Afrodite, detta Urania. Venne eretto agli inizi del V secolo
avanti Cristo.

- Duomo di Ancona
Il duomo di Ancona è dedicato a san Ciriaco ed è la cattedrale metropolitana dell'arcidiocesi di
Ancona-Osimo. È una chiesa medioevale in cui lo stile romanico si fonde con quello bizantino,
evidente nella pianta e in molte decorazioni.
Secondo la tradizione storiografica, i dori siracusani eressero ad Ancona un tempio dedicato ad
Afrodite, quando la città era colonia greca con il nome di Ankón. Il tempio è identificato con quello
rappresentato nella scena 58 della Colonna Traiana.
In particolare, il carme 36 di Catullo ci presenta, quasi come in un inno cletico, i luoghi che fin
dall’età arcaica furono sedi del culto di Afrodite, diffusosi lungo le antiche rotte di navigazione
dall'oriente verso l'occidente. Sono così citate dal poeta le città di Cnido, in Asia Minore, di Idalio,
Golgi ed Amatunte, nell'isola di Cipro, ed infine di Urio, Ancona e Durazzo, sulle coste adriatiche.
Ancona rientra dunque tra le città mediterranee più note nell'antichità per il culto di Afrodite. È
interessante notare che, nella versione originale del carme di Catullo, il termine Ancona è un
accusativo con desinenza greca; in latino, e specialmente in poesia, il nome della città è sentito
come un termine greco e ciò ne influenza la declinazione.
Resti e ricostruzione del tempio di Afrodite, secondo Lidiano Bacchielli: di ordine dorico e dunque
con crepidine. Il passo di Giovenale, invece, ci informa sulla localizzazione del tempio, dominante
sul mare: in questo senso si deve intendere l'espressione "che la dorica Ancona innalza".
L'antico edificio, del quale furono rinvenute le fondazioni sotto al Duomo, aveva una pianta
corrispondente a quella del transetto della chiesa attuale. Tali fondazioni sono costituite da blocchi
di arenaria sovrapposti; quelle perimetrali compongono un rettangolo di metri 19 X 32, hanno una
larghezza di metri 2,50 e sono conservate per un'altezza massima di circa due metri. Parallele ed
interne a questo rettangolo, e con pianta a Π (pi greco), sono rimaste tracce della fondazione della
cella. Non tutti i blocchi di arenaria delle fondazioni si sono ritrovati; dove essi mancano, sono
comunque rimaste le trincee ove erano allocati, cosa che permette di ricostruire tutto il sistema
fondante del tempio e di formulare ipotesi ricostruttive del suo aspetto originario. Importante, a tal
proposito, è la presenza di trincee di collegamento tra le fondazioni esterne e quelle interne, che
permette di risalire al numero delle colonne di ogni lato.
Secondo le ipotesi comunemente accettate, l'edificio sacro era un periptero esastilo con l'ingresso
rivolto verso sud-est, ossia verso la città e la strada di accesso all'acropoli.

- I resti del tempio di Afrodite a Palazzolo


I resti del tempio di Afrodite a Palazzolo Acreide si trovano sul piano immediatamente superiore
alla latomia dell’Intagliata. Il tempio, chiamato Aphrodision in greco, del VI secolo a.C., aveva
un’estensione totale di m 18.30 x m 39.50. Dagli studi risulta che l’edificio doveva avere sei
colonne sul prospetto principale e tredici su ogni lato. I pilastri, di stile dorico, erano caratterizzati
da venti scanalature ed erano rastremate verso l’alto (il diametro, cioè, andava riducendosi in
altezza).
I triglifi, ovvero le decorazioni quadrate solcate da scanalature verticali, che si trovano nel fregio, la
parte sottostante al frontone, erano caratterizzati da motivi a spirale in alto e a piccole palmette
nella parte inferiore. Il ritrovamento di alcuni frammenti nel sito porta a pensare che la copertura
del tempio fosse coronata da terrecotte architettoniche, che rivestivano le parti lignee del tetto e
del frontone. Materiale, quello della terracotta, che probabilmente fu utilizzato anche nella
realizzazione delle sculture del tempio.
Del tempio, oggi, è rimasto ben poco. Come ci segnala lo studioso Luigi Bernabò Brea, infatti,
dopo il terremoto del 1693, i blocchi del tempio furono impiegati per la ricostruzione degli edifici
civili.

- Tempio locrese
Considerato il santuario urbano più importante dell'antica colonia locrese di Locri Epizefiri, il
Santuario di Afrodite, sorge in contrada Marasà, nell'area del Parco Archeologico di Locri Epizefiri.
Il santuario, che solo di recente è stato attribuito alla dea Afrodite, considerata la maggiore divinità
dell'area locrese, presenta l'impianto originario di epoca arcaica, risalente al VII secolo a.C. di cui
sono ben visibili i resti in arenaria. Accanto a questi sono ben visibili i resti archeologici del
secondo impianto di ordine ionico, che risale al IV secolo a.C. e presenta evidenze in calcarite
grigiastra, tra le quali la base spezzata di una colonna ionica poggiata al basamento del tempio.
Oltrepassate le grandi mura di cinta dell'antica Locri Epizefiri, alla quale sono addossate alcune
strutture oggetto di recenti indagini, si accede all'area del Santuario di Afrodite, del quale si
individuano, al centro il complesso dei resti delle molteplici fasi edilizie, e sul lato verso mare
l'altare principale. Fra queste ultime, vi sono le fondazioni per il colonnato di una stoà, struttura
porticata funzionale a dare riparo ai fedeli.
Il tempio ionico del Santuario di Afrodite è stato oggetto di una sistematica spoliazione per
riutilizzarne i blocchi di calcare, di quali si può ricavare calce. Dello stilobate del tempio, su cui
poggiavano le colonne, rimangono solo due blocchi presso il braccio nord, uno dei quali presenta
un piccolo incasso centrale (empolion) per il perno di innesto della base della colonna.
Buona parte degli oggetti archeologici rinvenuti sono oggi esposti presso il Museo Archeologico
Nazionale di Locri Epizefiri, che fa da porta d'ingresso all'omonimo Parco Archeologico.

- Il Castello di Venere
Le origini di Erice sono indissolubilmente legate al sacro "thémenos", il santuario a cielo aperto
dedicato al culto dell’Afrodite greca e della Venere Ericina romana, luogo che attirava popolazioni
provenienti da ogni parte del Mediterraneo e dove, secondo Diodoro Siculo, Erice, figlio di Bute e
di Afrodite stessa, aveva eretto il tempio dedicato alla propria madre e fondato la città. Nel
"thémenos" i marinai di passaggio si univano alla dea tramite l’amplesso con le jeròdulai, le
sacerdotesse del tempio, giovani prostitute dispensatrici di sensualità e passione.
Il Castello di Venere era anticamente collegato attraverso un ponte levatoio, lo stesso del quale fa
menzione il geografo arabo Ibn-Giubayr (sec. XII), con le cosiddette Torri del Balio. Nel Castello
dimorarono i maggiori rappresentanti dell’autorità regia fra cui il Castellano che amministrava la
giustizia penale e che annoverava, tra i suoi compiti principali, la direzione del carcere e la
manutenzione della fortezza il Bajulo che soprintendeva alla giustizia civile oltre che al controllo sul
pagamento delle tasse. L’area circostante il Castello assunse il nome di “Balio” proprio dalla figura
del Bajulo del regno.
Quello che resta oggi dell’antica fortezza fu opera dei Normanni. Al suo interno sono stati rinvenuti
- e, anche, purtroppo, perduti - elementi architettonici a supporto del percorso storico,
essenzialmente riferibili alla ricostruzione medievale della fortezza, in cui erano stati riutilizzati
anche frammenti dell'antichissimo santuario, e alla riedificazione del tempio in epoca romana.
La rocca sulla quale nel medioevo venne edificato il Castrum Montis Sancti Juliani, conosciuto
tradizionalmente come “Castello di Venere”, fu frequentata dalle popolazioni locali sin dalla
preistoria, come attesta il ritrovamento di molti oggetti in pietra, ceramica e bronzo rinvenuti
nell’area.
A partire dall’età Arcaica (VII-VI a.C.), così come testimoniato dalle fonti storiche e soprattutto da
alcune iscrizioni ritrovate ad Erice, il sito fu sede di un Santuario dedicato al culto di una importante
divinità femminile della fecondità. La notorietà del Santuario, nel quale si praticava la prostituzione
sacra, così come in altri coevi santuari sparsi lungo le principali rotte marittime del Mediterraneo, si
accrebbe dopo la conquista della Sicilia da parte dei Romani (III a.C.) che identificarono la dea con
Venere portando il suo culto anche a Roma dove furono dedicati due templi a Venere Ericina.
Dopo un lungo periodo di declino, durato dalla tarda antichità all’alto medioevo quando gran parte
dei resti del santuario andarono perduti, nell’area venne edificata una piccola chiesa dedicata a
Santa Maria della Neve, forse in concomitanza con la costruzione del castello da parte dei
Normanni (XI-XII sec.). In età moderna l’area intorno al castello subì ulteriori manomissioni a
partire dalla costruzione dell’attuale rampa di accesso (nel XVI sec.) che sostituì l’antico ponte
levatoio, colmando il fossato che divideva la parte bassa fortificata (noto con il toponimo di castello
del “Balio”) dal nucleo sulla rocca. Ulteriori interventi di restauro e manomissioni furono condotti dal
conte Pepoli nel XIX secolo; infine, scavi archeologici eseguiti dalla Soprintendenza alle
Antichità nel 1930-31 e condotti dal Cultrera, modificarono ulteriormente gli spazi interni del
monumento, con l’abbattimento di muri e l’apertura di saggi di scavo grazie ai quali è stato
possibile individuare solo parzialmente le antiche strutture relative al recinto sacro del santuario.

Sitografia e Bibliografia
https://it.wikipedia.org/
http://mitologiagreca.blogspot.com/
https://www.sullacrestadellonda.it/
https://www.treccani.it/
https://www.elicriso.it/
https://www.lacooltura.com/
https://www.mitiemisteri.it/
https://www.sapere.it/sapere.html
http://ilcrepuscolo.altervista.org/

Giulio Guidorizzi, KOSMOS, l’universo dei greci, l’età arcaica, MONDADORI Education.
Giulio Guidorizzi, KOSMOS, l’universo dei greci, dal IV secolo all’età cristiana, MONDADORI
Education.
Omero, ILIADe e ODISSEA, passi scelti, a cura di G. Gaspari, Principato.

Maria M.