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Della stessa autrice

Loescher Editore
(www.loescher.it)
Il fantasma del Capitano
e
Avventure di un’estate

EmmErre Libri
L’Arcobaleno collana per piccoli lettori
Felina De Micis investigatrice
Un’astuta gatta di Park City alla ricerca dei colpevoli

Alessandra Bertocci
CONGIURA NELLA GRANDE CASA
© 2007 Alessandra Bertocci
www.letturacreativa.com
alessandrabertocci@yahoo.it
ISBN 978 - 1 - 84799 - 773 - 9
A Roberto per
i preziosi
consigli
1
Il furto

Ori si affacciò sulla porta con aria preoccupata.


Nonostante nel locale sontuosamente arredato
regnasse il silenzio più assoluto, prima di decidersi a
entrare attese qualche istante immobile sulla soglia
cercando di percepire anche il minimo rumore.
Quando finalmente si convinse che nei paraggi non
c'era nessuno fece un cenno con la mano e si portò
al centro della stanza.
Era la prima volta che s'intrufolava nell'abitazione di un
sacerdote e rimase sbalordito di fronte alla bellezza e alla
ricchezza degli arredi.
Numerosi cassoni di legno finemente decorati d’oro
addossati alle pareti e coperti da guanciali ricamati
risaltavano nell’immensa stanza avvolta dalla penombra.
Appoggiati sopra al mobilio Ori ammirò innumerevoli vasi di
vetro dalle forme più svariate e decine di piccole statue di
maiolica raffiguranti le numerose divinità egizie.
Grazie al chiarore della luna che attraversava la finestra il
giovane riuscì a distinguere ogni particolare: lo splendido
letto rivestito d'oro e il lucido poggiatesta; una grande
poltrona con capitelli incastonati da lapislazzuli; due sedie
con braccioli e, sparsi un po' ovunque, cofanetti e piccoli
bauli fregiati d'immagini sacre.
Davanti a una simile bellezza la sua umile casa di
contadino gli sembrò ancora più miserevole.
― Dobbiamo fare presto, prima che arrivi qualcuno.
Senza alcuna esitazione Meba si gettò sui bauli
rovistandoli in gran fretta ma ben attento a non produrre
alcun rumore.
Ori fissò l’amico con grande perplessità. Sebbene da anni
si dedicasse all'attività di tombarolo, a malincuore aveva
accettato di seguire Meba all'interno della casa di un
sacerdote.
― Il Gran Sacerdote possiede immense ricchezze ― aveva
detto Meba per convincere l’amico. ― Vedrai, troveremo più
tesori all’interno della sua residenza di quelli che abbiamo
ricavato negli ultimi mesi dalle tombe in cui siamo penetrati.
Ori lo aveva guardato titubante.
― Ma si tratta del Gran Sacerdote di Amon ― aveva
replicato. ― Gli dèi ci puniranno per questa profanazione.
― Non dire assurdità ― si era infuriato Meba. ― Gli dèi
egizi sono solo delle statue di pietra. Il loro fantomatico
potere è tutta un’invenzione dei sacerdoti. E poi hai
dimenticato la malattia di tua madre? Ti servirà molto denaro
se vorrai curarla.
A differenza dell'amico, Ori nutriva un profondo rispetto
per la religione e per i celebranti del culto. Era certo che
profanare l’abitazione di un sacerdote avrebbe scatenato la
vendetta del dio Amon, ma il pensiero della madre sofferente
sul misero giaciglio di casa lo aveva convinto ad aderire
all’impresa di Meba.
A diciannove anni il volto di Ori era inesorabilmente
segnato dal sole, dagli stenti e dalla fatica del duro lavoro nei
campi. La fame e la miseria lo avevano reso un profanatore
di tombe.
Da qualche tempo il suo giovane amico Meba lo
accompagnava nelle scorribande notturne. Meba aveva un
fiuto infallibile per rintracciare i cunicoli d'accesso alle tombe
e un sesto senso gli indicava sempre la giusta direzione in cui
scavare per trovare dei preziosi. Attratto solo dal miraggio
della ricchezza non si curava di deturpare dipinti e sarcofagi
o di distruggere bellissimi ornamenti.
Destatosi dai suoi pensieri Ori vide Meba frugare
all'interno di un cofanetto rovesciandone per terra il
contenuto e si decise a fare altrettanto.
Finito di rovistare tutti i bauli Ori e Meba si scambiarono
uno sguardo colmo di delusione: non avevano trovato
nemmeno un gioiello. Dopo aver ispezionato nel massimo
silenzio le pareti della stanza, Meba si mosse con fare sicuro
verso la statua di granito rosa raffigurante Anubi, dio dalla
testa di sciacallo protettore degli imbalsamatori. L’imponente
divinità reggeva nella mano destra l'ankh, la croce ansata.
Meba contemplò a lungo la statua e infine, con un gesto
repentino, afferrò le orecchie dello sciacallo strattonandole
come a volerle staccare dal supporto. Il cuore di Ori sussultò.
Avrebbe voluto intimare all'amico di smetterla, ma prima che
un qualunque suono potesse uscire dalla sua bocca Meba
aveva afferrato l'ankh e dopo alcuni energici strattoni era
riuscito a farla ruotare nella mano di Anubi.
Un suono debole e sordo fece sussultare i due giovani
ladri.
La statua del dio vibrò leggermente e poi si mosse. Meba
indietreggiò sbalordito e Ori fu sul punto di gridare dallo
spavento. Dopo pochi secondi la stanza ripiombò nella più
assoluta tranquillità e i due ragazzi trovarono il coraggio per
avvicinarsi alla statua. Solo allora si accorsero che il blocco di
granito su cui poggiava l’effigie divina era scivolato
all'indietro svelando una nicchia ampia e poco profonda.
Meba gettò una mano nella cavità e la ritrasse colma di
gioielli d'oro incastonati di pietre preziose. In preda a
un’irrefrenabile eccitazione iniziò a riempire il sacco che si
era portato appresso. Anche Ori si chinò a guardare
l'apertura notando sul fondo un papiro arrotolato. Lo prese
delicatamente fissando il sigillo che vi era stato impresso: un
avvoltoio dalla testa di ariete.
― Che te ne fai? Non sai nemmeno leggere ― lo
rimproverò Meba.
― Se era nascosto con i gioielli dev'essere prezioso ― gli
fece notare Ori.
― Per uno scriba o un sacerdote forse... ma a noi non
frutterà ricchezza.
Stordito dall’immensa fortuna appena scoperta Meba balzò
in piedi gettandosi il sacco colmo di preziosi sulle spalle.
Malauguratamente il sacco urtò un vaso che finì in frantumi
sul pavimento provocando un rumore assordante.
Ori e Meba trattennero il respiro. Una guardia armata di
spada comparve nella stanza. Terrorizzati, i due ragazzi si
gettarono verso l’ingresso da cui erano entrati e prima che la
guardia potesse intimare loro di fermarsi scomparvero nel
buio della notte.
2
La principessa

Antef scivolò circospetto lungo il viale che conduceva


alla Grande Casa e, per non farsi scorgere dalle
guardie, procedette nascondendosi dietro le
numerose statue che costeggiavano la strada per la
dimora faraonica. Giunto vicino a uno specchio
d'acqua si accovacciò dietro un cespuglio, curiosando
su ciò che stava avvenendo sul bordo del laghetto.
Seduta per terra sopra una grande stuoia Neith, figlia della
regina Hatshepsut da poco incoronata Faraona d'Egitto, si
dedicava alla quotidiana cura del corpo. La giovane
principessa dall'aria sbarazzina e dagli occhi scuri e brillanti
era completamente assorta nel lungo e piacevole rituale di
bellezza doveroso per una personalità del suo rango.
Con un sottile pennello Neith prelevò una piccola quantità
di kohl verde dalla tavolozza e, osservandosi nello specchio
di bronzo retto da una giovane ancella, lo distribuì in una riga
sottile lungo il contorno degli occhi lucenti. I folti capelli neri
lunghi fino alle spalle erano ravvivati da un fiore di loto
fissato con un nastro bianco. La leggera tunica di lino bianco
che le fasciava elegantemente il corpo lasciava scoperte le
braccia su cui la principessa si era fatta dipingere con l'henné
l'immagine di un gatto e di un leone.
Acciambellata ai piedi della padrona un’altera gatta dal
manto nero dormiva placidamente.
Nonostante avesse solo dodici anni Neith era già una
splendida giovane donna e a corte si cominciava a
mormorare di un probabile prossimo matrimonio.
Dopo aver atteso a lungo dietro al cespuglio Antef si
guardò prudentemente attorno, quindi cercò di attirare
l’attenzione della ragazza sporgendosi oltre la siepe.
― Ehi! ― sussurrò il giovane dimenando una mano.
La gatta, destatasi bruscamente, ebbe un leggero
sussulto. Alzò faticosamente la testa e fissò il giovane che
faceva degli strani segni, poi si voltò verso la sua padrona e,
quasi annoiata, riprese a dormire.
Neith, accortasi della presenza del ragazzo, posò il
pennello con cui si stava truccando e fece cenno di
avvicinarsi.
― Vieni pure ― esclamò sorridendo. ― Senmut non è a
palazzo.
Rincuorato, Antef uscì dal nascondiglio e le si avvicinò.
Figlio dodicenne di un umile artigiano del tempio di Amon,
Antef aveva conosciuto Neith qualche anno addietro durante
le celebrazioni di una festa religiosa. In quell'occasione la
principessa, sfuggita al controllo dei suoi tutori, si era
confusa con il popolo festante e aveva fatto conoscenza con
Antef. In breve tempo i due ragazzi erano diventati amici e
avevano preso a frequentarsi assiduamente nonostante
l'avversità che Senmut, attuale tutore di Neith, nutriva nei
confronti del giovane popolano.
Senmut, architetto prediletto dalla Faraona, aveva
ottenuto l'incarico di tutore della principessa quale
testimonianza della considerazione che la sovrana riponeva
nei suoi confronti. Il colto precettore reputava disdicevole per
una principessa frequentare il figlio di un artigiano, perciò
aveva proibito a Neith di vedere Antef. Nonostante il severo
divieto, i due amici riuscivano ugualmente a inventarsi mille
espedienti per trascorrere insieme gran parte del tempo
libero.
― Sei sicura che Senmut non tornerà? ― chiese Antef
sedendosi sulla stuoia vicino alla principessa.
Neith sorrise all’amico che indossava il tradizionale
gonnellino e disse:
― È fuori per adempiere alle disposizioni di mia madre,
non sarà di ritorno prima di sera.
Rassicurato dalle parole dell’amica Antef allungò la mano
per accarezzare la gatta che si stava stiracchiando e gli
offriva docilmente la testa.
― A parte me, sei l'unico che riesca a toccarla senza farsi
graffiare ― gli fece notare Neith.
― Sa che può fidarsi di me ― esclamò orgoglioso il
ragazzo.
La principessa osservò a lungo l'animale prodigarsi in mille
fusa.
― Allora, che cosa facciamo oggi? ― chiese infine la
giovane principessa impaziente.
― Non devi studiare? ― s’informò Antef.
Il sorriso sulle labbra di Neith scomparve.
― Veramente Senmut mi ha assegnato dei compiti... ma
poiché non sarà di ritorno prima di sera non c'è motivo di
sprecare questa bella giornata.
― Allora potremmo andare a fare un bagno al fiume ― si
entusiasmò Antef.
― Ottima idea ― approvò impaziente la principessa. ―
Muoviamoci allora.
Si stavano già alzando quando un'ancella dalla pelle scura
sopraggiunse correndo. La giovane serva dai lineamenti
mascolini aveva un'espressione sconvolta e dimenava le
mani per sottolineare l’inquietudine che turbava il suo animo.
Giunta davanti alla sua padrona si fermò improvvisamente,
chinò la testa e rimase in tacita attesa.
Neith fissò la silenziosa ancella sospirando rassegnata.
Sapeva bene che la ragazza era una gran pettegola e che
non si sarebbe liberata di lei fino a quando non l’avesse
interrogata.
― È successo qualcosa? ― domandò Neith dopo aver
atteso inutilmente che l’ancella si decidesse a parlare.
― Una cosa terribile, mia signora ― rispose la ragazza con
voce sofferente.
― Avanti parla! Non ho tempo da perdere ― la minacciò la
principessa ansiosa di gettarsi nelle acque fresche del Nilo.
― Questa notte dei ladri si sono introdotti nella dimora di
Sebeki e hanno ucciso una delle sue guardie.
Neith e Antef si guardarono increduli.
― Il Gran Sacerdote del tempio? ― domandò il ragazzo.
― Sì. Sembra che abbiano rubato molti preziosi ― precisò
la serva.
Soddisfatta della rivelazione e desiderosa di raccontarlo al
maggior numero di persone possibili, pronunciata l’ultima
frase l'ancella si dileguò con un inchino.
― Credo che il bagno dovrà aspettare ― esclamò Neith
rivolta all’amico. ― Sono curiosa di sapere che cos'è
successo. Voglio andare a casa di Sebeki e tu verrai con me.
Detto ciò la principessa s’incamminò lungo il viale senza
aspettare risposta. Antef la guardò allontanarsi e poi si
decise a seguirla docilmente. Per quanto Neith fosse la sua
migliore amica e la persona più buona e gentile che avesse
mai conosciuto, era pur sempre la figlia di una Faraona e non
si poteva discutere un suo ordine.
3
La dimora

In piedi, in mezzo alla stanza, Sebeki fissava


impassibile l'uomo disteso per terra in un lago di
sangue mentre le guardie si affannavano all'intorno.
Il Gran Sacerdote di Amon era una figura
imponente e maestosa. La testa lucida e rasata
faceva risaltare i profondi e impenetrabili occhi
verdi. Sotto la leggera tunica di lino impreziosita da
una collana di lapislazzuli s'intravedeva il fisico possente. I
raffinati sandali, un intreccio di foglie di palma dipinte di
bianco, cingevano i piedi di uno dei più importanti personaggi
d'Egitto.
― Deve aver sorpreso i ladri e loro lo hanno pugnalato ―
esclamò un soldato chino sul corpo senza vita del suo
commilitone.
― È andata sicuramente in questo modo ― rispose Sebeki
distrattamente osservando la cavità vuota nel pavimento.
Obbedendo a un ordine impartito da uno dei soldati le
guardie scattarono in piedi assumendo una posizione fiera.
Con i muscoli tesi e lo sguardo rivolto verso l'alto salutarono
l'ingresso della principessa Neith.
Neith entrò con la grazia e la decisione che il suo rango le
imponeva. Dietro di lei, a pochi passi di distanza, Antef la
seguiva incerto guardandosi attorno preoccupato.
Sebeki salutò la giovane principessa accennando un lieve
inchino.
― A quale onore devo la tua presenza nella mia umile
dimora? ― chiese il sacerdote con tono lezioso.
Antef, intimorito dall’autorevolezza del Gran Sacerdote, si
guardò attorno sbalordito dalla ricchezza degli arredi e pensò
tra sé: “Se vieni a casa mia ti faccio vedere io com'è fatta
un'umile dimora.”
Notando il cadavere disteso sul pavimento Neith disse:
― Mi hanno appena riferito lo spiacevole avvenimento di
questa notte ed ero curiosa di sapere se ci sono novità.
Neith non amava Sebeki. Il suo sguardo imperturbabile e
sfuggente le impediva di riporre la minima fiducia in
quell'uomo ambizioso che dal nulla era diventato Gran
Sacerdote del tempio di Amon.
Messosi al servizio di uno scriba che gli aveva insegnato
tutto il suo sapere, da abile stratega Sebeki era riuscito a
intrecciare intimi rapporti con i più alti funzionari del regno e
in poco tempo aveva ottenuto importanti incarichi statali che
lo avevano condotto sino all'ambìto ruolo di sacerdote.
Fondamentale si era rivelato il matrimonio con la figlia di
un nobile che, oltre a renderlo molto ricco, lo aveva condotto
al palazzo reale.
― In casa non c'era nessuno e purtroppo due ladri hanno
rubato i gioielli di mia moglie e alcuni preziosi amuleti e sono
fuggiti ― spiegò brevemente Sebeki.
Neith guardò l'uomo supino sul pavimento. Dalla profonda
ferita nel petto era fuoriuscita un'enorme quantità di sangue.
Un pugnale dal manico in oro incastonato di corniole,
turchesi e lapislazzuli giaceva vicino al corpo.
― C'è stato anche un omicidio ― fece notare la
principessa.
― Ah, sì. Una guardia che ha sorpreso i furfanti... quando
sono rincasato l'ho trovato sul pavimento ― si limitò a
spiegare il sacerdote ritenendolo solo uno spiacevole
incidente del tutto secondario alla scomparsa del suo tesoro.
― Allora in casa c’era qualcuno ― lo corresse la
principessa.
― Solo la guardia.
Neith si avvicinò alla vittima. Antef la seguì, incuriosito
dalla vicenda.
― Però è strano... ― esclamò il ragazzo esaminando il
cadavere.
Neith lo fissò perplessa.
― A cosa ti riferisci? ― chiese.
― Al pugnale ― rispose il giovane indicando l'arma. ―
Sembra un oggetto molto prezioso. Perché i ladri non lo
hanno portato via?
― Non sono cose che ti riguardano ― intervenne
aspramente Sebeki.
― Invece Antef ha ragione ― si risentì Neith. ―Non ha
senso che dei ladri lascino un oggetto di così grande valore.
Sebeki scrollò le spalle quasi annoiato.
― Inoltre esigo rispetto per il mio amico ― concluse la
principessa fissando l'uomo con severità.
Sul volto di Antef comparve un sorriso.
Lo sguardo di Sebeki lasciava trasparire tutto il disprezzo
per l’umile popolano che Neith si ostinava a considerare un
amico e che gli aveva causato il severo rimprovero della
principessa. Nonostante tutto Sebeki porse le sue scuse:
― Ti chiedo perdono mia signora, ma spero capirai che
sono ancora sconvolto per quanto è successo.
Neith annuì soddisfatta.
― Di chi è il pugnale? ― domandò Antef aggirandosi per la
stanza.
― È mio ― rispose il sacerdote.
― Si trovava insieme agli altri gioielli che sono stati rubati?
― domandò Neith.
― No. Era appoggiato su quel mobile laggiù ― rispose
Sebeki puntando l’indice innanzi a sé.
La principessa si soffermò qualche istante a osservare la
nicchia vuota sotto la statua di Anubi.
― C'erano solo gioielli? ― chiese infine.
― Solo gioielli ― rispose secco il sacerdote.
Neith non si accorse che Senmut era entrato nella camera
e le si stava avvicinando. Lo vide solo quando le fu di fianco.
La principessa sussultò gettando lo sguardo all’intorno. Per
fortuna Antef era scomparso e, a giudicare dall'espressione
serena sul volto di Senmut, questi non doveva averlo visto.
― Come mai sei qui? ― domandò l’architetto sorpreso.
― Curiosità ― rispose Neith con il più luminoso dei sorrisi.
Da tre anni Senmut era stato onorato dalla regina
Hatshepsut del titolo di tutore di Neith. Purtroppo però,
nonostante l'intelligenza e la perspicacia dimostrati dalla
ragazza, il suo compito non si era rivelato dei più facili.
Neith era incredibilmente testarda e ribelle. Non le piaceva
studiare anche se apprendeva tutto con estrema facilità,
odiava l'etichetta di corte e ai ricevimenti ufficiali a palazzo
preferiva le scorribande lungo il Nilo in compagnia del figlio
di un artigiano.
Senmut era fermamente convinto che quell'amicizia non
avrebbe portato nulla di buono e aveva inutilmente cercato
di convincere la principessa a rompere il legame. Era arrivato
persino a proibirle tassativamente di frequentare Antef.
Con Neith occorreva essere severi e inflessibili, doti che di
sicuro non mancavano all'architetto. Tuttavia la ragazza
sapeva come farsi amare e più di una volta Senmut aveva
capitolato di fronte ai suoi languidi sguardi.
― Non ti avevo lasciato dei compiti da fare? ― la
rimproverò teneramente.
― E tu non dovevi essere in città? ― replicò decisa la
principessa.
― Sono stato informato del terribile avvenimento di questa
notte e sono tornato subito a palazzo. La regina Hatshepsut
mi ha inviato qui per rassicurare il Gran Sacerdote ― esclamò
Senmut rivolto a Sebeki. ― Sarà fatta luce sull’accaduto. Un
simile affronto al Gran Sacerdote di Amon non resterà
impunito.
― Ringrazia la regina da parte mia ― rispose il sacerdote.
― Spero proprio che i responsabili saranno puniti.
Senmut si voltò severo verso la principessa.
― Io ero curiosa di vedere con i miei occhi la scena di un
crimine ― tentò di giustificarsi Neith.
― Questo non è posto per te ― la rimproverò il tutore. ―
Torna subito ai tuoi studi, tra poco ti raggiungerò per
controllare gli esercizi di aritmetica.
Senza discutere Neith uscì dalla residenza di Sebeki. Era
contrariata; non poteva sprecare una bella giornata sui libri,
doveva assolutamente trovare il modo di sfuggire al controllo
di Senmut.
4
Libertà!

Antef attese a lungo sotto la finestra della stanza


di Neith, nascosto tra i sicomori del giardino reale.
Era indeciso se andarsene o aspettare. Senmut non
avrebbe mai permesso alla sua amica di uscire prima
di aver terminato i compiti che erano sempre
numerosi. D'altra parte sarebbe stato difficile per
Neith dileguarsi sotto lo sguardo vigile del suo
tutore.
Il ragazzo decise che era meglio allontanarsi. Stava già
strisciando tra le piante per raggiungere il lato opposto del
giardino quando un lieve scricchiolio dall’alto attirò la sua
attenzione.
Agile e veloce, Neith si stava calando dalla finestra,
aggrappata a un graticcio di legno ricoperto di piante
rampicanti. Giunta a terra si avvicinò ad Antef tra il folto della
vegetazione. Dopo avergli intimato di non fare rumore lo
guidò attraverso un angusto passaggio tra le palme usato già
molte volte per uscire di nascosto da palazzo.
La principessa aveva tolto ogni traccia di trucco dal volto,
il fiore che ornava i capelli scuri era scomparso; indossava
una semplice tunica da popolana qualunque.
― Finalmente! ― esclamò Neith dopo essere usciti dai
giardini reali ― Non ne potevo più dell'aritmetica!
― Come hai fatto a eludere la sorveglianza di Senmut?
― Per fortuna mia madre lo ha mandato a chiamare. Ne
avrà per molto tempo.
― In ogni modo non capisco perché non ti piaccia
l'aritmetica. Io la trovo interessante ― esclamò Antef.
― La prossima volta li farò fare a te tutti quegli esercizi e
poi vediamo se dopo la troverai ancora tanto interessante.
Nonostante Antef fosse il figlio di un artigiano e come tale
non avesse diritto a un istruzione, grazie a Neith stava
imparando a leggere, scrivere e fare di conto.
Durante i lunghi pomeriggi trascorsi assieme la principessa
gli ripeteva quanto appreso nello studio e gli regalava fogli di
papiro per scrivere. Neith gli aveva promesso che sarebbe
riuscita a farlo entrare nella scuola per diventare uno scriba.
― Senmut mi dà il tormento perché sostiene che una
futura regina deve possedere un'ottima cultura, ma io non ho
intenzione di salire al trono.
― Se sposerai Tutmosi, un giorno salirai sul trono
d'Egitto...
Antef pronunciò quelle parole sottovoce, quasi temesse
una violenta reazione che non tardò ad arrivare. Neith, che
gli camminava innanzi, si fermò di scatto e lo fulminò con lo
sguardo.
― Non sposerò mai quello zotico di Tutmosi! So che mia
madre lo desidera ma dovrà cambiare i suoi piani. Tutmosi è
il legittimo erede al trono e lei spera di perpetuare la nostra
dinastia con questo matrimonio ma io non ci tengo affatto a
diventare regina.
― E cosa pensi di fare?
― Diventerò una sacerdotessa.
Antef la guardò stupito.
― Vuoi diventare una sacerdotessa di Amon?
― Non di Amon. Diventerò sacerdotessa della dea Bastet,
cui sono devota.
― Ma Amon è il dio supremo! È lui che insieme alla moglie
Muth e al figlio Khons forma la triade di Tebe.
― E allora? Il fatto che nella nostra città si celebri il suo
culto non significa che gli altri dèi siano meno importanti.
Bastet è la mia protettrice e io voglio dedicarmi a lei.
― Bastet è la dea gatta, vero?
― Sì. Ha un corpo femminile e la testa di una gatta.
― Raccontami la sua storia ― la incoraggiò il ragazzo.
― Un giorno il figlio di Ra, l'occhio del sole, s'infuriò e dopo
essersi trasformato nella dea Sekhmet, una donna dalla testa
di leonessa, si nascose in Nubia. Sekhmet aveva una duplice
personalità: protettrice della salute e dispensatrice di male
allo stesso tempo. Thot, dio della saggezza e messaggero
degli dèi, riuscì a trovarla e a calmarla e lei si trasformò in
Bastet, dea dall'indole pacifica.
― È una bella storia ― esclamò Antef che aveva ascoltato
con interesse.
― Bastet ha sempre vegliato su di me perché mi vuole tra
le sue sacerdotesse.
― E come l'hai capito?
― È semplice. Ho sempre avuto una gatta a tenermi
compagnia. Sai quanto sia difficile addomesticare un gatto,
eppure con me sono docili e affettuosi.
― E pensi che questo sia un segno della chiamata di
Bastet?
― Ne sono sicura.
Immersi nella discussione i due giovani sbagliarono strada.
Invece di recarsi, come stabilito, sulle rive del Nilo i due amici
giunsero nel villaggio di Deir el Medina. Nel piccolo centro
abitato gli artigiani avevano le loro botteghe e Iafet, padre di
Antef, viveva e lavorava nei dintorni.
― Ma non dovevamo andare a nuotare? ― protestò Neith.
― Ci siamo lasciati distrarre dalle chiacchiere...
― La dea Bastet non è una chiacchiera ― si risentì Neith.
― Scusa principessa, non volevo offenderti. Ma ormai che
siamo qui, perché non andiamo a fare visita a mio padre? Sta
preparando alcuni bellissimi gioielli per i sacerdoti del
tempio.
Neith accettò volentieri la proposta e i due ragazzi si
avventurarono per le strade del villaggio tra le case di
mattoni crudi addossate l’una all’altra.
Passarono vicino a una compagnia di donne chine sui
lavatoi. Spettegolavano sulla presunta storia d'amore di una
fanciulla del villaggio con un ricco commerciante mentre,
poco distante, si poteva sentire il frenetico chiacchiericcio di
venditori e avventori del mercato locale. Numerosi bambini
schiamazzanti si rincorrevano mentre un uomo sulla soglia di
casa imprecava contro quel baccano insopportabile.
Sebbene fosse impossibile non rimanere impressionati
dalla povertà in cui viveva la popolazione, Neith osservava
affascinata la frizzante allegria e la spensieratezza della
gente del popolo. Abituata alla rigida etichetta di corte,
passeggiare lungo le vie di quel misero villaggio era una
boccata d'aria fresca. Persino l'asino del venditore d'acqua le
sembrava meraviglioso.
All'interno di un'angusta stanzetta un uomo era chino
sopra una sorta di banco fatto di mattoni. Con l'aiuto di
alcune pinze stava accuratamente sistemando delle pietre
colorate su di un grande monile rettangolare di oro sbalzato
con al centro il disco solare, simbolo di Ra.
Quando i ragazzi entrarono, Iafet sollevò lo sguardo e li
accolse con il più sincero dei sorrisi.
― Ciao figliolo, salve Neith.
Iafet era un uomo robusto e dallo sguardo leale. Date le
dimensioni delle sue mani c'era da chiedersi come riuscisse a
produrre e punzonare con tanta precisione oggetti talvolta
piccolissimi come fermagli e spille. Eppure era uno degli
artigiani più bravi del regno.
― Non vogliamo interrompere il tuo lavoro ― si scusò
Antef.
― Non c'è problema! Anche se stasera devo consegnare
questo monile al tempio adesso ho bisogno di una pausa.
― È per uno dei sacerdoti? ― chiese Neith indicando il
prezioso oggetto.
― È per il Gran Sacerdote Sebeki! È un amuleto
propiziatorio.
Iafet non conosceva la vera identità di Neith. Lei si era
presentata come la figlia di un mercante e fino a quando
nelle celebrazioni ufficiali non fosse stata richiesta la sua
presenza a fianco della regina il suo segreto era al sicuro,
poiché nessun popolano era ammesso a corte.
Iafet prese il monile e lo porse a Neith che lo guardò
estasiata.
― È davvero bellissimo! ― esclamò la ragazza facendo
scorrere il dito sulle incisioni. ― Sei un vero artista.
― Forse un giorno avrai anche tu gioielli come questi! Ti
starebbero bene ― disse l'uomo orgoglioso del complimento
appena ricevuto.
Antef soffocò un sorriso pensando alle decine di cofanetti
colmi di gioielli che appartenevano a Neith.
Dopo aver ammirato gli altri splendidi gioielli che Iafet
stava preparando i ragazzi salutarono l'artigiano e se ne
andarono.
Dopo qualche minuto Neith ruppe il silenzio.
― È un'ingiustizia che un bravo artigiano come tuo padre
debba vivere così miseramente.
― Purtroppo non è facile mettere su un'attività
indipendente e quindi è costretto a lavorare per il tempio, ma
la paga è una miseria! Però mio padre ama il suo lavoro,
anche se per me sogna una vita migliore. È convinto che
frequentando il tempio alla fine riuscirà a farmi entrare in
una scuola per scriba.
― Allora sa che sai leggere e scrivere?
― Sì, anche se ignora come abbia imparato.
― I sacerdoti di Amon fanno il bello e il cattivo tempo. Il
loro crescente potere preoccupa anche mia madre ma dice di
non poter intervenire in questo momento.
― Se un giorno diventassi regina potresti cambiare le cose
― azzardò Antef.
― Per diventare regina dovrei sposare Tutmosi e io non
voglio.
Stavano già svoltando in direzione del fiume quando un
urlo straziante li fece sussultare.
5
Assassinato

Un’anziana donna si disperava piangendo sulla


soglia di casa. Accasciata per terra, con una mano si
batteva disperatamente il petto coperto da una
logora tunica rammendata. Due popolane tentavano
di darle conforto. Le due donne l’aiutarono ad alzarsi
mentre un piccolo gruppo di curiosi si stava
radunando all’intorno.
Neith e Antef si fecero largo tra la folla e osservarono
l’anziana rientrare faticosamente in casa.
Antef interrogò sull'accaduto uno degli uomini al suo
fianco.
― Chi è quella donna?
― Una povera contadina malata ― rispose l’uomo.
― E cosa le è successo?
― Hanno trovato il corpo senza vita di suo figlio ― disse
semplicemente.
― Dove? ― insistette il ragazzo.
― Laggiù, in quel magazzino abbandonato ― rispose
l’uomo indicando un edificio di due piani che s'intravedeva in
lontananza tra la vegetazione.
― Andiamo a vedere ― propose Neith incamminandosi a
passo svelto.
― Aspetta! ― esclamò Antef. ― Perché ci tieni tanto ad
andare in quel magazzino? Un cadavere non è un bello
spettacolo. Andiamo piuttosto al fiume.
― Ci andremo dopo che saremo stati nel magazzino ―
replicò la principessa contrariata.
― Ma perché vuoi andare laggiù? ― protestò Antef
confuso.
― Perché sono curiosa ― rispose Neith in tono sbrigativo.
Antef sapeva bene che quando la ragazza si metteva in
testa qualcosa era inutile insistere. Decise di seguirla
docilmente anche se la prospettiva di trascorrere il resto del
pomeriggio in compagnia di un morto non lo entusiasmava
affatto.
Giunti presso la costruzione in rovina indicata dal
popolano, i due giovani si meravigliarono di non vedere
nessuno all’intorno. Solo quando si addentrarono all'interno
dell’edificio si resero conto di non essere soli. Cinque uomini
dall’espressione incredula si stavano guardando attorno
disorientati.
― Ci hanno detto che qui è stato trovato il cadavere di un
ragazzo ― disse semplicemente Neith rivolta a uno degli
sconosciuti.
― Ti hanno detto bene. È spaventoso quello che è
successo ― rispose un individuo dal volto pallido.
― Perché? Di che si tratta? ― domandò Neith sempre più
curiosa.
― Non è un bello spettacolo per dei ragazzi ― ammonì
l’uomo. ― È meglio che torniate a casa.
― Forse è meglio dargli retta ― sussurrò Antef all'orecchio
dell'amica.
Ignorando il consiglio del giovane, Neith si diresse convinta
nella stanza contigua.
Seduto su di una sedia, con i polsi legati ai braccioli, le
caviglie immobilizzate da una pesante corda e la testa
chinata su di un lato, giaceva il corpo senza vita di un
giovane uomo.
Antef, che a malincuore aveva seguito la ragazza, soffocò
un urlo di terrore. Il corpo del ragazzo era straziato da decine
di ferite.
― È stato torturato ― sentenziò Neith mentre china sul
cadavere lo esaminava con attenzione.
Antef rimase stupefatto dalla calma di Neith e si domandò
come l’amica riuscisse a guardare quel corpo senza provare
nausea.
― Ne sei sicura? ― balbettò il ragazzo.
― Non vedi com'è stato straziato il corpo? Ci sono ferite di
arma da taglio e bruciature. Deve aver sofferto molto prima
di morire.
― Come fai a sapere queste cose?
― S'imparano molte cose sul corpo umano assistendo alla
mummificazione dei defunti ― rispose seria la principessa.
― Tu assisti alla mummificazione? ― chiese sbalordito
Antef fissando l’amica che non mancava mai di sorprenderlo.
― Qualche volta ― mormorò Neith senza distogliere lo
sguardo dal cadavere.
Antef prese a esaminare la stanza, evitando con lo
sguardo il corpo inanimato.
― Perché gli avranno fatto questo? ― chiese Antef.
― Probabilmente volevano che il ragazzo rivelasse
qualcosa. Le ferite sono state inferte da una mano esperta
che sapeva come procurare dolore senza indurre una morte
rapida ― chiarì la principessa.
― Che cosa avranno voluto scoprire?
Neith lanciò un'occhiata di rimprovero al suo amico.
― La finisci di fare domande idiote? Come posso saperlo?
Antef non si accorse nemmeno di quel rimprovero.
― È meglio se esci fuori a prendere una boccata d’aria ―
suggerì Neith lanciando un’occhiata all’amico. ― Sei molto
pallido.
Antef non se lo fece ripetere e si precipitò all'aperto.
Sebbene la giornata assolata avesse scaldato l'aria fino a
renderla quasi rovente, i profondi respiri restituirono ad Antef
un po' di colore e gli fecero passare la nausea.
Dopo circa cinque minuti Neith lo raggiunse e, stringendo
qualcosa nella mano destra, gli fece cenno di allontanarsi dal
magazzino. Quando furono abbastanza lontani dal luogo del
delitto Neith mostrò all’amico ciò che aveva trafugato dalla
scena del crimine.
― Che cos'è? ― chiese perplesso Antef osservando la
piccola pietra azzurra.
― È un amuleto di lapislazzuli che i sacerdoti di Amon
portano sempre sulla tunica ― spiegò la principessa.
― E dove l’hai trovato?
― Per terra, in un angolo della stanza in cui è stato
torturato quel giovane.
Antef la guardò incredulo.
― Vuoi dire che...
― Che probabilmente c'era un sacerdote tra coloro che
hanno straziato il corpo del ragazzo ― disse Neith con voce
sicura.
Antef era confuso.
― Ma è una traccia importante. Devi riportarlo indietro... la
polizia... ― balbettò Antef.
― Non essere sciocco ― lo rimproverò Neith. ― Sai meglio
di me che la polizia non farà un bel niente. Sono più
interessati a riscuotere le imposte che a trovare gli assassini
di un poveraccio. Pensi forse che andranno a indagare al
tempio solo perché un contadino è morto?
Antef sapeva che l’amica aveva ragione. Ogni giorno
qualche popolano moriva in situazioni poco chiare ma
nessuno si premurava di scoprire la verità. Solo quando la
vittima era un nobile o un personaggio illustre del regno la
giustizia si dimostrava sollecita ed efficiente.
― Ma non possiamo lasciare che quest'orribile delitto resti
impunito ― protestò Antef.
― Non rimarrà impunito ― lo rassicurò Neith.
― Ma se hai appena detto che le autorità non svolgeranno
alcuna indagine...
― Vorrà dire che le svolgeremo noi ― esclamò la
principessa molto sicura di sé.
― Noi? Ma noi non sappiamo come si conduce un'indagine
― le fece notare Antef.
― Impareremo.
― Potrebbe essere pericoloso. Chiunque sia l'assassino è
chiaro che è spietato ― insisté il ragazzo.
― Saremo cauti. E poi non dimenticare che io sono la figlia
della Faraona.
― Fuori da palazzo nessuno ti conosce ― protestò Antef.
― Non puoi esercitare alcuna autorità senza svelare la tua
identità.
― Insomma, basta con queste scuse. Ho deciso di
condurre questa indagine e lo farò con o senza di te ― si
innervosì la ragazza.
Senza aggiungere altro Neith si allontanò in gran fretta in
direzione di Deir el Medina.
Per quanto contrario dall'atteggiamento dell'amica, Antef
decise che non poteva lasciarla sola. Anche se era convinta
di potersela cavare in ogni situazione, la principessa
conosceva ben poco della vita dura e a volte crudele che si
conduceva nei poveri sobborghi della città.
― Dove hai intenzione di andare? ― le chiese Antef
appena riuscì a raggiungerla.
― Vado dalla madre di quel ragazzo ― rispose la
principessa. ― Forse saprà darci qualche utile spiegazione.
Antef osservò lo sguardo fermo e deciso di Neith e capì
che aveva appena preso un impegno serio. Per la principessa
non si trattava di un semplice gioco.
6
Vita di un tombarolo

La povera madre affranta, seduta su di un piccolo


sgabello, era circondata da cinque donne assorte in
preghiera.
Neith entrò timidamente nell'angusta stanzetta.
Era straziante vedere la donna che, con le braccia in
grembo, aveva smesso di piangere e rassegnata
fissava il vuoto.
La principessa si domandò come avrebbe potuto
giustificare la sua presenza e in quale modo avrebbe dovuto
porgerle le domande che l’assillavano senza far nascere
sospetti. Aveva quasi trovato il coraggio di farsi avanti
quando, fissando il volto addolorato della madre, pensò che
fosse una crudeltà costringerla a parlare del figlio proprio in
quel momento.
Neith si voltò per andarsene e fece cenno ad Antef di
seguirla.
― Siete amici di mio figlio? ― chiese una debole voce alle
loro spalle.
Neith si voltò lentamente e incrociò lo sguardo stanco e
fiero della donna. Per un istante la ragazza fu perplessa circa
la risposta da dare, ma poi s'infuse coraggio e disse:
― Lo conoscevamo poco, ma sembrava una buona
persona.
Un accenno di sorriso comparve sulle labbra pallide della
contadina.
― Il mio Ori era un tesoro ― confermò orgogliosa.
Neith era felice di aver almeno scoperto il nome del
defunto e fu assalita dall’irresistibile curiosità di conoscere
tutto della vita del giovane, tuttavia non riuscì a porre altre
domande.
― Venite pure avanti ― li invitò la madre. ― Siete i
benvenuti.
Esitanti, Antef e Neith entrarono e si sedettero per terra
vicino alla donna.
― Ci dispiace molto per quanto è successo ― balbettò
Antef imbarazzato.
― Mi hanno detto che è stato ucciso da qualcuno che
voleva derubarlo ― sospirò la contadina.
I ragazzi si scambiarono uno sguardo perplesso.
Evidentemente nessuno aveva avuto il coraggio di dirle la
verità e, probabilmente, era la scelta più giusta.
― Anche a noi lo hanno detto ― confermò Antef.
― Chi sa cosa potevano volergli prendere ― rifletté la
donna. ― Siamo gente povera e non possediamo niente di
prezioso. Spero solo che non abbia sofferto.
Neith avvertì una stretta al cuore.
― Abbiamo parlato con gli uomini che hanno trovato il
corpo di Ori. Ci hanno detto che aveva un'espressione serena
e che non doveva essersi accorto di niente ― mentì la
principessa.
Il volto della donna si rasserenò.
― Vorrei tanto poter dare a mio figlio degna sepoltura ― si
rammaricò la madre. ― Vorrei che il suo corpo fosse
imbalsamato e potesse così raggiungere l'aldilà, ma non
posso permettermelo e la sua anima morirà come il suo
corpo.
Una delle donne che le sedevano vicino si alzò e convinse
la contadina a sdraiarsi per riposare. Antef e Neith uscirono
dalla casa profondamente rattristati.
Neith pensò alla splendida tomba che sua madre si stava
facendo costruire nella Valle dei Re e trovò profondamente
ingiusto che un povero ragazzo non potesse permettersi
nemmeno una semplice imbalsamazione.
Per un egiziano era fondamentale eseguire i riti funerari
per assicurarsi una vita nell'aldilà.
Prima di entrare nel regno di Osiride, sovrano dei defunti, il
deceduto avrebbe dovuto presentarsi al cospetto di Thot,
divinità dalla testa di ibis, per sottoporsi al giudizio divino.
Durante il rituale il suo cuore, sede della memoria e della
ragione, sarebbe stato posto sul piatto di una bilancia cui
avrebbe fatto da contrappeso una piuma, simbolo della Maat.
La Maat, emblema di verità e giustizia, per gli Egizi era
indice della rettitudine del defunto e avrebbe dovuto essere
più pesante del cuore per permetterne l’accesso al regno dei
morti.
Se il giudizio fosse stato favorevole il nuovo arrivato
avrebbe avuto accesso all’aldilà.
Una volta giunto nell’oltretomba, il defunto avrebbe avuto
facoltà di scegliere.
Avrebbe potuto rimanere con Osiride e condurre una vita
simile a quella terrena o decidere di accompagnare l'eterno
viaggio del sole, impersonato dal dio Ra, percorrendo di
giorno il cielo sulla barca diurna e tornando alla sua dimora
con la barca notturna.
Un’ulteriore alternativa avrebbe permesso al defunto di
rimanere nella propria tomba di giorno e tornare nel regno
dei morti di notte.
Per fare ciò lo spirito del defunto avrebbe avuto bisogno
dell'integrità del corpo, poiché con la distruzione del
cadavere periva inevitabilmente anche l'anima. Ecco perché
era tanto importante farsi imbalsamare.
Una delle donne più anziane presenti nella casa raggiunse
i due ragazzi. Era visibilmente ansiosa di dire loro qualcosa.
― Avete fatto bene a non dire niente di come è morto Ori,
sarebbe terribile per sua madre ― mormorò. ― Purtroppo
non sappiamo come fare per nascondere il cadavere. Non
possiamo permettere che veda com’è stato martoriato il
corpo del figlio.
La donna tacque improvvisamente sperando che i due
ragazzi le porgessero qualche domanda. Neith e Antef la
fissarono in silenzio.
― Naturalmente, c'era da aspettarselo che finisse così. Nel
suo ambiente ci sono persone poco raccomandabili. ―
continuò ansiosa di rivelare quanto sapeva.
― Di che ambiente parli? ― domandò Neith infastidita da
quei subdoli chiacchiericci.
― Parlo dei tombaroli ― rispose a bassa voce. ― Quella
donna non sa che di notte il figlio andava a depredare le
tombe. E lo faceva da molti anni. Dicono che fosse anche
molto bravo, ma era anche un grande ingenuo. Cedeva i
tesori rubati per pochi spiccioli e quindi ha continuato a fare
il poveraccio. Probabilmente avrà avuto da ridire con qualche
suo complice e questi l’ha fatto fuori. È tutta gentaglia quella.
Non mi stupirei se fosse stato il suo amico a ridurlo così.
― Chi è il suo amico? ― chiese Antef.
― Si chiama Meba e da qualche tempo lavoravano insieme
― rispose la donna ben informata. ― È un ragazzo che si fa
pochi scrupoli, quello.
― Dove possiamo trovarlo?
― Di giorno, con la sua famiglia, coltiva i campi del
tempio. Ma…
Neith si allontanò risentita senza lasciare alla donna la
possibilità di terminare la frase. Era irritata dalla malignità
delle parole di quella popolana che non aveva mostrato il
minimo rispetto per la tragedia appena avvenuta.
― Che cosa orribile profanare le tombe ― esclamò Antef
riflettendo sulle informazioni appena ricevute. ― Sempre che
quella donna abbia detto la verità.
― Quelle come lei sanno sempre tutto ― disse acida Neith.
― Certo che se aveva simili amicizie, non c'è da stupirsi
che abbia fatto quella fine ― esclamò il ragazzo.
Neith non rispose. Aveva lo sguardo assorto e pensieroso.
― Devi farmi un favore ― ordinò improvvisamente
fissando Antef.
― Volentieri ― si offrì il giovane.
― Vieni con me, dobbiamo tornare alla Grande Casa ―
esclamò la principessa avviandosi lungo una strada.
Giunti nei giardini reali, Antef rimase nascosto tra le piante
mentre Neith salì nella sua stanza dalla stessa via per cui era
fuggita poche ore prima. Dopo pochi minuti la principessa
ridiscese e raggiunse l'amico.
― Devi andare alla casa degli imbalsamatori e dire loro di
passare a prendere il corpo di Ori. Devono mummificarlo.
Questo basterà per pagarli ― disse Neith porgendo all'amico
un bellissimo bracciale d'oro e lapislazzuli.
― Vuoi far mummificare un profanatore di tombe? ―
chiese Antef sconcertato.
― Anche se deplorevole, lo ha fatto per sfamare la sua
famiglia. Sarà la Maat a decidere del suo destino. Non spetta
a noi giudicare ― gli ricordò Neith.
― Perché lo fai?
― Non voglio che sua madre veda il corpo straziato ―
rispose la ragazza.
― Ma perché devo andarci io dagli imbalsamatori? ―
protestò il giovane.
L'idea di entrare in quel posto tetro e sinistro non gli
piaceva per niente.
― Perché molti degli imbalsamatori mi conoscono! Come
potrei giustificare il mio interesse per la mummificazione del
cadavere di un contadino?
Poiché Antef non sembrava decidersi Neith lo esortò
nuovamente.
― Non fare il fifone, è una cosa importante ― si innervosì
la principessa.
― Io non ho paura ― si risentì Antef.
― Allora vai e fai presto ― insisté la ragazza. ― Io devo
rientrare, non vorrei che Senmut mi facesse un'improvvisata.
Domattina ci troviamo sotto il solito albero lungo il Nilo e
decideremo come condurre le indagini.
Antef la guardò sorpreso.
― Vuoi continuare a indagare? ― domandò incredulo.
― Certo. Voglio trovare l'assassino.
― Ma hai sentito cosa hanno detto? ― protestò Antef. ―
Sicuramente è stato un tombarolo suo rivale a ucciderlo.
Potrebbe essere pericoloso.
― Non sono convinta che le cose siano andate in questo
modo ― replicò Neith. ― E poi c'è sempre quell'amuleto.
Come mai era sul luogo del delitto?
― Forse non c'entra niente...
― O forse è la chiave di tutto. Domani ne parleremo, ma
ora sbrigati a fare ciò che ti ho chiesto.
Così dicendo Neith si diresse verso il palazzo e, agile e
silenziosa, si arrampicò sino alla finestra della sua stanza
dietro cui scomparve.
7
Scoperta interessante

Neith si alzò molto stanca quella mattina.


Non aveva dormito pensando all'omicidio del
giovane contadino. Aveva ancora davanti agli
occhi il volto dimesso della madre e
l'insistente sensazione che dietro quel crimine
ci fosse ben altro che un regolamento di conti
tra tombaroli non le dava pace.
Rifiutò di fare colazione ma lasciò che
l'ancella le massaggiasse il corpo con essenze profumate e
che le pettinasse i capelli. Il dolce tocco della ragazza riuscì a
rilassarla e per qualche minuto non pensò più alla misteriosa
morte.
Quando i trattamenti di bellezza terminarono entrò
l'ancella incaricata di aiutarla a vestirsi e, con stupore, Neith
notò che non si trattava della solita serva che
quotidianamente le portava le vesti.
― Come mai non è venuta Nemura? Non si sente bene? ―
domandò Neith all'ancella al suo fianco.
Gli occhi della ragazza si velarono di tristezza.
― Purtroppo no ― rispose mestamente. ― Il suo promesso
sposo è stato ucciso.
― Ma è terribile ― esclamò la principessa. ― Com'è
successo?
― Durante un furto. Si tratta della guardia uccisa nella
dimora del Gran Sacerdote Sebeki.
Neith rimase senza parole. Per la prima volta si rese conto
di non sapere nulla delle numerose ragazze al suo servizio,
incaricate di esaudire ogni suo desiderio.
― E pensare che io ho visto i due assassini fuggire ―
aggiunse l'ancella con un sospiro.
Neith la guardò stupita.
― Hai visto gli assassini? Com'è possibile?
Le guance della ragazza si fecero rosse.
― Ero nelle vicinanze della casa di Sebeki quella notte ―
ammise la giovane abbassando lo sguardo.
― E che ci facevi laggiù?
La ragazza esitò un momento e poi, con un sorriso
malizioso, disse:
― Sai... anche io sto per sposarmi e il mio promesso sposo
è un sacerdote del tempio che vive a poca distanza
dall'abitazione di Sebeki.
― Capisco ― sorrise dolcemente Neith. ― Ma come hai
fatto a vedere i ladri?
― Io e il mio promesso ci stavamo salutando sulla soglia di
casa quando, dal fondo della via, sono comparsi due individui
che correvano. Sembravano inseguiti da una belva feroce ―
ricordò l’ancella. ― Mi sono passati accanto e, per poco, non
mi hanno travolto. Ho notato che uno dei due aveva un sacco
sulle spalle e l'altro reggeva in mano un papiro arrotolato. In
quel momento non sapevamo che cosa era successo e, in
ogni caso, è accaduto tutto talmente in fretta che non
avremmo potuto fare niente per fermarli.
― Saresti in grado di descriverli? ― chiese Neith ansiosa.
― Non molto bene. La strada era buia e sono scomparsi in
un attimo. So soltanto che erano giovani fellah.
Neith la fissò sorpresa.
― Come fai a essere sicura che fossero dei contadini?
L'ancella guardò la pelle candida della sua padrona e
rispose:
― Perché c’era la luna piena e ho potuto notare che
avevano la pelle abbronzata.
La descrizione fatta dalla ragazza le fece ricordare Ori.
Anche lui era giovane e aveva la pelle scurita dal sole per il
lavoro nei campi. Una serva appena entrata si avvicinò alla
principessa porgendole un candido e prezioso abito da
indossare ma Neith ordinò di posarlo su di uno sgabello e di
lasciarla sola.
Quando le ancelle se ne furono andate, Neith prese un
semplice vestito di lino da un baule, lo indossò e uscì senza
farsi notare dalle guardie per raggiungere il luogo
dell’appuntamento con Antef.
Il ragazzo la stava aspettando in riva al Nilo, all'ombra di
una palma. Comodamente sdraiato sul fianco destro
ammirava il paesaggio. Lungo il fiume, tra piante di papiro e
di loto, si stava aggirando un ibis, grande uccello dalle
candide piume e dalla punta delle ali nera. L'animale
sembrava scrutare il cielo con il suo collo nudo e il lungo
becco teso verso il sole.
Poco distante un lavorante tagliava fusti di papiro con una
falce di selce. I papiri, dopo una sapiente lavorazione,
sarebbero diventati fogli per scrivere o numerosi altri oggetti
in uso nella vita quotidiana.
Essendo in shema, la stagione del raccolto, le rive del Nilo
pullulavano di contadini intenti a immagazzinare frumento,
avena, miglio e lino. La piena del Nilo era stata propizia e
aveva ricoperto i campi di una grande quantità di terra nera
molto fertile.
Negli orti cipolle, cetrioli, aglio, porri e lattuga crescevano
rigogliosi. L'orticultura era praticabile grazie alle numerose
cisterne che immagazzinavano acqua e che permettevano
l'irrigazione dei campi anche nei momenti di secca del fiume.
Antef era affascinato soprattutto dal grande progresso
della tecnica. Osservava un uomo che stava attingendo
acqua dal Nilo mediante lo shaduf, costituito da una pertica
che a un'estremità era dotata di una corda cui era legato un
recipiente di cuoio e all'altra estremità aveva un contrappeso
che permetteva di sollevare agevolmente il contenitore pieno
d'acqua.
Anche lui un giorno avrebbe inventato qualcosa di
importante.
Neith sopraggiunse correndo e si sedette vicino all’amico.
Antef le sorrise dolcemente ma notò subito la tristezza che
emanavano i suoi bellissimi occhi.
― C'è qualcosa che non va? ― domandò, abituato a
vederla sempre sorridente.
La ragazza sospirò.
― Purtroppo oggi sono venuta a conoscenza di un'altra
triste storia ― rispose mestamente.
― Di che si tratta?
― Ti ricordi la guardia uccisa a casa di Sebeki?
Antef annuì.
― Era promesso sposo di una delle mie ancelle.
― Poverina, sarà distrutta dal dolore ― si rammaricò il
giovane.
― Temo di sì ― convenne Neith abbassando lo sguardo.
Antef non sapeva cosa dire per consolarla.
Dopo qualche istante di silenzio, il sorriso tornò sulle
labbra della ragazza che balzò in piedi gridando:
― Andiamo a fare il bagno ― disse lanciandosi di corsa
verso il fiume.
Antef la guardò allontanarsi. Nonostante la conoscesse da
molto tempo, Neith riusciva sempre a sorprenderlo con i suoi
imprevedibili comportamenti. Ciò che ammirava di più
nell’amica era la sua incredibile capacità di reagire con
determinazione e ottimismo anche nelle situazioni più
critiche. Sarebbe potuta diventare una grande regina, ma
questo era meglio non dirglielo.
Dopo che Antef si decise a raggiungere la compagna, i
ragazzi si divertirono a lungo nell'acqua. La giornata era
molto calda e quel bagno fu un piacevole refrigerio. Dopo
circa mezz'ora, stanchi di nuotare, si sdraiarono sulla riva per
asciugarsi sotto i caldi raggi del sole. Antef era felice perché
Neith non aveva più accennato alle indagini sulla morte del
giovane tombarolo e sperava che se ne fosse dimenticata. La
sua felicità però, era destinata a durare poco.
― Hai portato il braccialetto ai mummificatori? ― chiese
Neith mentre si crogiolava sotto il sole.
― L'ho fatto ― rispose il ragazzo con espressione
disgustata. ― E ti assicuro che non metterò mai più piede in
un posto come quello.
Seguì un lungo silenzio, poi Neith riprese a parlare.
― Il palazzo è in gran fermento in questo periodo ― disse
quasi distrattamente.
― Come mai? ― s’incuriosì Antef.
― Sta per arrivare Asha, il Visir.
― So che è un funzionario molto importante.
― È la massima autorità dopo mia madre ― chiarì la
ragazza. ― È responsabile di tutta l'amministrazione del
regno.
― Perché viene a palazzo?
― Deve riferire dell'amministrazione dell'anno appena
trascorso ― rispose Neith con scarso entusiasmo.
― Sbaglio, o non ti piace molto questo Asha? ― azzardò
l’amico.
― Mi ha sempre dato l'impressione di essere un individuo
viscido e poco affidabile, ma mia madre afferma che è un
ottimo amministratore, anche se penso che nemmeno lei gli
conceda fiducia.
― E perché non nomina un nuovo Visir? In fondo è lei la
regina ― propose Antef.
― Prima di tutto, non è facile trovare qualcuno altrettanto
capace ― spiegò la ragazza. ― I compiti del visir sono
molteplici e difficili: dirige i lavori di interesse pubblico,
gestisce l'esercito e la polizia, controlla i monopoli reali, per
dirne alcuni. E poi Asha è un personaggio molto popolare tra i
nobili egiziani e la sua destituzione potrebbe causare delle
rivolte.
― Vuoi dire che non può essere rimosso dal suo incarico
qualunque cosa faccia? ― si meravigliò il giovane.
― Non ho detto questo, ma per rimuovere un personaggio
del rango di Asha occorre avere prove inconfutabili di
qualche suo gravissimo comportamento.
Per Antef i meccanismi del potere restavano un mistero.
― Ma ora basta perdere tempo, abbiamo delle indagini da
fare ― esclamò Neith alzandosi a sedere.
― Indagini? Pensi ancora a questo? ― si rammaricò il
ragazzo.
― Certo, e dobbiamo sbrigarci. Più tempo passa e più
difficile sarà trovare il colpevole.
Così dicendo la principessa si alzò in piedi e s'incamminò.
― Dove vuoi andare? ― chiese Antef disperato.
― Al tempio. Voglio parlare con Meba, l'amico del ragazzo
morto.
A malincuore Antef la seguì.