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Luca e Francesco

CAVALLI-SFORZA

CHI SIAMO
La storia della diversità umana

EDIZIONI
Questo volume è stato realizzato grazie al sostegno di

fu Fondazione
J l:j Bracco

Luca e Francesco Cavalli-Sforza


Chi siamo
La storia della diversità umana

Progetto grafico, impaginazione e copertina: Bellissimo


Fotografia di copertina: Giovanni Porzio
Coordinamento produttivo: Enrico Casadei
Stampa: Stamperia Artistica Nazionale, Trofarello, Torino
Novembre 2013

Le mappe presenti nel volume sono state lavorate a partire dalle mappe di Luca
Cavalli-Sforza e Telmo Pievani, Homo sapiens. La grande storia della diversità umana,
Codice edizioni, Torino.© De Agostini Libri- Novara 2011

Illustrazioni di pp. 18, 22, 43, 58, 70-71, 74-75, 84, 96-102, 105, 123, 126, 170, 206,
208-209,214-215,222 di Laura Arienti

Fotografie: per gentile concessione di Giovanni Porzio


Fotografie di pp. 14, 16, 36, 38: per gentile concessione della famiglia Cavalli-Sforza

© 2013 by Luigi Cavalli-Sforza and Francesco Cavalli-Sforza


Published by arrangement with Agenzia Santachiara

© 2013 Codice edizioni, Torino


Tutti i diritti sono riservati

Isbn 978-88-7578-396-9
Dedicato alle donne
che ci hanno trasmesso
i loro mitocondri
Indice

VIli Expo 2015: un'agorà planetaria sulla nutrizione


con al centro l'uomo, tra diversità e uguaglianza
a cura di Diana Bracco

Xl Prefazione
Capire la storia

XIV Un inviato speciale sul fronte dell'evoluzione


di Giovanni Porzio

2 Introduzione
Un uomo è un uomo

6 Capitolo 1
Il più antico stile di vita

44 Capitolo 2
Una galleria di antenati

78 Capitolo 3
Centomila anni

118 Capitolo 4
Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione
164 Capitolo 5
Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità

198 Capitolo 6
Gli ultimi diecimila anni: il lungo cammino degli agricoltori

252 Capitolo 7
La torre di Babele

306 Capitolo B
Eredità culturale, eredità genetica

344 Capitolo 9
Razza e razzismo

378 Capitolo 10
Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana

410 Epilogo

419 Note bibliografiche

427 Ringraziamenti
EXPO 2015: UN'AGORÀ PLANETARIA SULLA NUTRIZIONE
CON AL CENTRO L'UOMO, TRA DIVERSITÀ E UGUAGLIANZA

L'Esposizione Universale che Milano ospiterà nel2015 ha per tema Nu-


trire il Pianeta, Energia per la Vita, e rappresenterà una pietra miliare nel
dibattito planetario sui problemi del terzo millennio: cibo, risorse e soste-
nibilità. Oggi c'è un assoluto bisogno di dibattere su queste problematiche
con il mondo scientifico, quello produttivo, i cittadini, le ONG e le mas-
sime istituzioni internazionali. Sottolineo spesso che, proprio per questo,
l'Expo 2015 rappresenta un'occasione utile e irripetibile per discutere in-
sieme in un'agorà globale le difficili sfide che l'umanità ha di fronte.
Una più equa distribuzione delle risorse e l'accesso al cibo e all'acqua
sono infatti uno dei maggiori contributi alla pace tra i popoli. La condivi-
sione del cibo, un gesto di ospitalità e di incontro conviviale, è un poten-
tissimo strumento di integrazione, che ha da sempre favorito gli scambi,
la conoscenza reciproca e il dialogo.
Da questo punto di vista il libro di Luca e Francesco Cavalli-Sforza, Chi
siamo. La storia della diversità umana può essere letto come una sorta
di anteprima scientifica di alcuni dei temi dell'Expo di Milano. Il gran-
de scienziato, che fa parte dell'Advisory Board di Fondazione Bracco, è
stato un pioniere negli studi sulle migrazioni umane. Intrecciando i dati
della biologia con l'antropologia, la storia e la linguistica, ci ha insegnato
quanto la nostra natura sia sempre più debitrice dell'ambiente e della cul-
tura che produciamo. Insieme a Francesco, suo figlio, Cavalli-Sforza ha
scritto libri memorabili e al tempo stesso semplici, perché rivolti a tutti e
comprensibili da un pubblico ampio.
Il cammino che questo bellissimo volume ci invita a compiere è un viag-
gio nella ricchezza e nella varietà dell'uomo. Già dal titolo gli autori pon-
gono a se stessi e allettare l'interrogativo sulle nostre radici e sulla nostra
storia comune. In un contesto sempre più globalizzato siamo abituati a
vedere e incontrare le diversità, che caratterizzano le numerosissime cul-
ture del nostro pianeta.
Questo libro ha pertanto una triplice ricchezza: oltre al valore scientifi-
co e a quello artistico, grazie alle splendide immagini del fotografo Gio-
vanni Porzio, rappresenta anche una sorta di "educazione alla diversità"
che ci può aiutare a superare le barriere e a comprendere meglio gli altri.
Conoscere le nostre radici storiche e le reciproche culture ci rende più
vicini, più sensibili, in una parola meno diversi. «Quando riesci a instau-
rare un contatto con un'altra persona», scrive Cavalli-Sforza, «ti rendi
subito conto che siamo uguali. Questo ho capito girando il mondo>>.

Diana Bracco
Presidente Expo 2015
Presidente Fondazione Bracco
Prefazione

CAPIRE LA STORIA

Questo è un libro per chi ama la storia. Racconta com'è stato rico-
struito il nostro passato, dai primi lontanissimi antenati che chiamiamo
<<uomini» fino alla vicenda di quella minuscola popolazione umana, com-
parsa circa 100.000 anni fa, che ha avuto uno straordinario successo e
si è diffusa all'intero pianeta, sostituendo tutti gli altri tipi umani. La
chiamiamo «uomo moderno>>, e siamo noi.
Com'è successo tutto questo? Nei modi in cui ogni evoluzione avviene
nel mondo della vita, ma con una marcia in più, per così dire, perché
nella storia dell'umanità l'evoluzione culturale ha sempre accompagnato
quella biologica, e spesso ha preso il sopravvento. Siamo così diventati
un po' diversi gli uni dagli altri nell'aspetto- ma solo superficialmente- e
più diversi nella lingua, nelle credenze, nei costumi.

Da quanto tempo ci si chiede «chi siamo?>>, «da dove veniamo?>> e «dove


andiamo?>>. Si dirà che ce lo si è sempre chiesto, ma non è così: forse è solo
da qualche secolo, da quando il pensiero ha iniziato a confrontarsi senza
troppi pregiudizi col mondo, al di là dei miti e dei testi sacri. Quando sono
nati i due autori di questo libro, a trent'anni l'uno dall'altro nel secolo
scorso, non sarebbe stato ancora possibile rispondere a queste domande,
se non in modo assai parziale, e chi le avesse poste avrebbe ricevuto pro-
babilmente una risposta metafisica di dubbia validità.
Oggi possiamo dire di avere molte di queste risposte. Il passato, la storia
che riusciamo a comprendere e ricostruire, non è più una successione di
e~enti lontani e misteriosi che affondano le radici nella notte dei tempi. È
PIUttosto una maestosa architettura sepolta, che si rivela venendo liberata
poco alla volta dalle sabbie del tempo. La combinazione di archeologia,
genetica, linguistica, demografia e altre discipline, nonché l'applicazione
di metodi statistici e la potenza dei computer, con l'apporto fondamentale
di una varietà di tecnologie che permettono analisi sempre più fini, ci per-
mettono oggi di spingere lo sguardo in profondità e di cercare risposte a
domande una volta impensabili. Possiamo chiederci, per esempio: quan-
do è stata raggiunta una certa regione del mondo? Da quanti pionieri
o coloni? Come ha fatto l'uomo preistorico ad adattarsi agli ambienti
più freddi del pianeta? Perché credenze manifestamente erronee sono così
dure a morire? Le risposte che oggi siamo in grado di dare apriranno la
strada a nuove domande.
La chiave per capire <<chi siamo>> risiede nella storia, nel <<da dove ve-
niamo>>. Ci si potrà chiedere quale importanza possa avere saperlo: la
vita, in fondo, basta a se stessa e non richiede spiegazioni. In realtà capire
chi siamo è importante perché la risposta alla terza domanda, <<dove an-
diamo>>, dipende in larga misura da noi, e la conoscenza del passato può
aiutarci a dirigere con intelligenza ciò che verrà. Oggi c'è bisogno di futu-
ro; c'è quasi fame, di futuro. I modelli di sviluppo che hanno formato le
nostre società non funzionano più: come già altre volte nella storia della
nostra evoluzione, è necessario inventare modalità nuove. Non possiamo
più limitarci a ripetere i comportamenti di ieri.

Questo libro è stato pubblicato per la prima volta nel 1993. Ha avuto
fortuna, è stato più volte ristampato e tradotto in diverse lingue. Da al-
lora le ricerche che erano in corso sono proseguite e lo stato delle nostre
conoscenze è assai migliorato. L'evoluzione più antica dell'uomo è sta-
ta quasi riscritta dalle nuove scoperte, che ne hanno confermato l'unica
origine africana e hanno mostrato come la nostra specie non sia evoluta
in modo lineare ma piuttosto a cespuglio, in più direzioni, migrando in
regioni diverse del pianeta e dando origine a varianti umane distinte. La
comparsa e diffusione dell'uomo moderno, così come il libro la presen-
tava allora, è stata confermata da parecchi studi, ed è oggi nota come
<<modello standard dell'evoluzione umana>>. Al tempo stesso assistiamo
quasi impotenti alla progressiva scomparsa delle popolazioni aborigene,
piegate dagli interessi legati alla distruzione della foresta e allo sfrutta-
mento delle risorse minerarie; sempre ammesso che siano sopravvissute
ai batteri di cui siamo portatori.
Nel preparare questa nuova edizione abbiamo tenuto conto delle no-
vità portate da recenti ricerche. Ci ha colpito però scoprire che quanto
si era scritto allora ha mantenuto la propria attualità. Il libro è in parte
una narrazione: racconta come si è arrivati, nell'arco di cinquant'anni, a
indagare il passato partendo dai segni che ha lasciato nel presente. È un
esempio di come cammina la scienza, questo straordinario strumento per

Xli Chisiamo
vedere al di là di ciò che si offre ai nostri sensi. In parte è un libro che
offre parecchie spiegazioni: per capire l'evoluzione, ad esempio, è neces-
sario capire come i caratteri si trasmettono dai genitori ai figli. Abbiamo
esposto gli argomenti con la massima semplicità di cui siamo stati capaci,
perché vogliamo parlare a chiunque sia in grado di leggere. Chi ci seguirà
avrà il vantaggio di cogliere l'intrinseca semplicità dei processi evolutivi.
Chi già conosce le basi della genetica e della teoria dell'evoluzione salterà
i paragrafi esplicativi, o ne seguirà con facilità l'esposizione.

Auguriamo buona lettura a chi prenderà il libro in mano. Siamo con-


vinti che lo aiuterà a capire un insieme di fatti d'interesse universale, che
riguardano direttamente ciascuno di noi.

Luca e Francesco Cavalli-Sforza


ottobre 2013

Capire la storia Xlii


UN INVIATO SPECIALE SUL FRONTE DELL'EVOLUZIONE

Da ragazzo, anzi da bambino, quando conobbi Luca Cavalli-Sforza e i


suoi figli sulla battigia di una spiaggia ligure, pensavo che <<lo scienziato
genetista>> fosse una specie di marziano: un professore in camice bianco
che passava mesi chiuso in un laboratorio intento a misteriosi calcoli,
circondato da provette, alambicchi e microscopi.
Dovetti presto ricredermi. Giungevano infatti, negli anni del liceo clas-
sico, notizie di favolose di spedizioni tra i pigmei nelle foreste africane, di
avventurose cacce all'elefante, di popoli cannibali in isole ai confini del
mondo. E io, che sognavo il viaggio più di ogni altra cosa, compresi che
Luca era innanzitutto un grande esploratore. Se John Speke e Richard
Burton, di cui leggevo avidamente i resoconti, avevano speso le loro esi-
stenze alla scoperta delle sorgenti del Nilo, Luca ha dedicato la sua vita
alla ricerca delle sorgenti dell'uomo. Ma è un esploratore dei nostri tem-
pi, e ha saputo sostenere le intuizioni del suo ingegno con le tecniche più
avanzate che la scienza contemporanea gli ha messo a disposizione.
Ciò che più colpisce, nei libri di Luca, come nelle conferenze e nelle con-
versazioni private, è l'impareggiabile e naturale capacità di collegare tra
loro i percorsi di un'indagine che attinge ai campi più svariati del sapere:
la minuziosa inchiesta sul campo che trova spunti e riscontri nella storia
e nell'archeologia, i dati di laboratorio che rimandano alle statistiche de-
mografiche, l'osservazione linguistica che avvalora la teoria antropologi-
ca, il modello matematico che spiega il flusso delle migrazioni.
Un filo rosso, caparbiamente perseguito, connette la sequenza cro-
mosomica ai monasteri medievali, lo studio delle proteine allo sviluppo
dell'agricoltura, la sintesi dell'emoglobina all'albero delle popolazioni del
pianeta, la deriva genetica alla nascita delle civiltà urbane, le simulazioni
al computer alle rovine di Babilonia, i gruppi sanguigni alla confutazione
del razzismo. Una simile visione dell'origine e dell'evoluzione del genere
umano non poteva che sbocciare negli spaziosi territori della mente di
Luca, dove il rigore scientifico agisce da stimolo alla libertà di pensiero e
ad una curiosità insaziabile.
Riflettendo sulla proposta di corredare con alcune mie fotografie la
nuova edizione di Chi siamo. La storia della diversità umana, ho provato
a individuare i punti di contatto, le possibili affinità tra le ricerche di Luca
e il mestiere del giornalista e del fotoreporter. Ci accomunano la curiosità
e la passione per i viaggi; la voglia di capire, ascoltare, verificare, appro-
fondire, tentare strade inesplorate; e la necessità di comunicare, che negli
innumerevoli scritti di divulgazione scientifica di Luca e di Francesco si
dispiega con il linguaggio limpido e autorevole che solo scaturisce dalla
lucida comprensione della materia trattata.
L'uomo è al centro dell'interesse di Luca: gli uomini e le donne nel-
la loro apparente diversità di cultura, religione, lingua, costumi, tratti
somatici. E uomini, donne, vecchi, bambini di ogni angolo del mondo
appaiono in quasi tutte le mie foto. Ho dovuto scandagliare a fondo un
archivio che abbraccia 122 paesi per rintracciare immagini di paesaggi e
di ambienti inanimati. Mi è stato perciò di conforto, dovendo affiancare
il mio lavoro a quello altissimo di Luca, constatare che da sempre l'uomo
è il fuoco del mio obiettivo, il soggetto principale dei miei libri e delle mie
inchieste giornalistiche.
Ma se Luca Cavalli-Sforza, inviato speciale sul fronte dell'evoluzione,
ha seguito le direttrici della grandi migrazioni di Homo sapiens dalla prei-
storia ai nostri giorni, ricostruendo le radici comuni dei popoli della Ter-
ra e risalendo fino allo sparuto gruppo di cacciatori-raccoglitori africani
da cui discendiamo, al cronista tocca rilevare come la consapevolezza di
appartenere allo stesso albero genealogico non riesca ancora a prevalere
sulle spinte conflittuali alimentate dalle presunte diversità etnico-lingui-
stiche. E ancor più ostinatamente da quelle religiose, sociali e culturali
che gli uomini hanno voluto erigere.

Giovanni Porzio

Un inviato speciale sul fronte dell'evoluzione XV


CHI SIAMO
La storia della diversità umana
Introduzione

UN UOMO t UN UOMO

«Zo we zo>>: in una lingua dell'Africa centrale, il sango, significa «un


uomo è un uomo>>. Una persona è una persona: ciascun essere umano ha
uguale dignità. È una verità antica quanto noi stessi, offuscata in questi
anni che vedono la violenza razziale, il genocidio, la guerra economica e
religiosa, faide secolari devastare paesi che vorrebbero dirsi civili.
Cosa possiamo fare, individualmente e collettivamente, perché questo
abbia termine, perché non accada più? A giudicare da quanto riferiscono
giornali e televisione ogni giorno, la risposta è <<nulla, o ben poco>>. Io
non sono in grado di rispondere, e non ho mai incontrato qualcuno che lo
sia. Se c'è chi ha capito come evitare questo massacro quotidiano, è bene
che si faccia vivo al più presto. Il mondo trabocca di buone intenzioni e
di applicazioni funeste. Ma se non siamo in grado di rendere più vivibile
la società di cui facciamo parte, che ci stiamo a fare qui?
Può rispondere chi è venuto prima di noi? Non credo, perché ciò che
abbiamo intorno oggi è in buona parte un'eredità lasciata da chi ci ha
preceduto. <<lo dico che i morti seppelliscono i vivi>>, esclama un perso-
naggio di Eschilo. Eppure, dobbiamo ai nostri genitori e ai nostri nonni
il fatto stesso di essere vivi. Cosa può fare una nuova generazione per
incidere sul corso della storia? Dobbiamo riuscire a rispondere.
Luca Cavalli-Sforza, mio padre, è uno scienziato. Ha dedicato oltre qua-
rant'anni di attività alla ricerca sull'evoluzione delle popolazioni umane:
ha utilizzato le informazioni rese disponibili dalla lettura del patrimonio
genetico, affiancandole ai dati acquisiti da altre scienze: archeologia, lin~
guistica, antropologia, storia, demografia, statistica.
Questo libro presenta domande che sono state poste, ricerche ideate per
rispondervi, osservazioni compiute, dati raccolti, interpretazioni emerse
nel tentativo di chiarire quale sia stata la nostra storia. Non è la biografia
scientifica di un ricercatore; se la figura di Luca vi occupa una posizione
centrale è per l'originalità delle sue ricerche e perché ha portato a conver-
gere i contributi dei più diversi campi d'indagine.
È curioso, e certo pertinente al tema, che un libro che affronta la conti-
nuità e il cambiamento nel succedersi delle generazioni sia stato scritto a
quattro mani da padre e figlio. Nato come libro-intervista, si è sviluppato,
strada facendo, in un racconto in prima persona. L' «io narrante>>, nel te-
sto, è Luca. Racconta la sua vicenda di scienziato che si è posto problemi
e ha cercato soluzioni, di uomo che ha trovato la strada per collaborare
con persone apparentemente così diverse da lui, come i pigmei africani, o
apparentemente così simili, come gli scienziati di altre discipline, spesso
separate da una lunga tradizione di sviluppo indipendente.

Io non sono uno scienziato, sono un regista. Il mio lavoro è raccon-


tare storie. Preparando questo libro mi sono trovato faccia a faccia con
la Storia, con il cammino percorso da quelle poche migliaia o decine di
migliaia di persone che in 100.000 anni hanno colonizzato ogni angolo
del pianeta, sono diventate oggi oltre sette miliardi, e sembrano avviate
a raddoppiare di numero nell'arco di una generazione o poco più. Mi si
è offerta un'importante occasione di conoscere e di riflettere sul nostro
passato. Auguro a chi legge un'esperienza analoga.
C'è almeno un aspetto che il lavoro di mio padre e il mio hanno in
comune, ed è l'aspetto collettivo: allo sviluppo di una ricerca scientifica,
come alla realizzazione di un film, contribuiscono dozzine e dozzine di
persone. La capacità di comunicare e di cooperare, di ideare e di mettere
in opera, di porsi i problemi giusti e trovare le soluzioni più felici, sono
essenziali alla riuscita dell'una come dell'altro. Quasi tutte le ricerche di
cui si parla in questo libro sono state condotte da più persone, che hanno
unito le proprie attività per un obiettivo comune.
Fa piacere scoprire che l'analisi archeologica dei siti da cui sono emerse
le più antiche testimonianze di esseri umani indica che già i nostri ante-
nati remoti agivano in collaborazione. A quanto sembra, la capacità di
cooperare estesamente si è rivelata fin dagli inizi una delle caratteristiche
più utili per lo sviluppo della specie umana.

Ricordo che verso il gennaio del Sessantotto mio padre mi offrì di unir-
mi a lui e ad alcuni suoi colleghi per traversare il deserto del Sahara in
Land Rover e raggiungere certi gruppi pigmei nella foresta equatoriale.

Un uomo è un uomo 3
Nonostante il fascino di un lungo viaggio nel deserto, e la possibilità di
incontrare persone che sono una testimonianza vivente della nostra storia
più antica, preferii restare a Milano. Sentivo aria di cambiamento. Di lì a
qualche settimana occupammo il nostro liceo ed ebbe inizio, per me come
per tantissimi altri, un tempo di innovazione ed esplorazione che ci portò
a guardare il mondo in un modo che non era più quello dei nostri genitori
o insegnanti, o di quanti ci avevano preceduto. L'estate di quell'anno mi
trovai a percorrere l'Europa in autostop. Un anno dopo, le strade erano
quelle del Messico e degli Stati Uniti, l'ambiente umano era quel «move-
ment» nato dalle rivolte studentesche e dai figli dei fiori. <<Cambiare la
vita, prima che la vita cambi noi», si diceva allora.
Cito queste mie esperienze perché ogni generazione ha questa possibi-
lità: sperimentare la vita in modo originale, aprire alternative alla storia.
Per molti della mia generazione, in Europa come negli Stati Uniti, questo
ha significato esplorare le relazioni interpersonali e i rapporti fra i sessi,
sondare la propria interiorità e le frontiere della percezione, inventarsi
uno stile di vita e misurarsi nell'azione politica. Agire in libertà, fare via
via riferimento ai risultati della propria esperienza, senza appoggiarsi a
religioni o ideologie. Ci vuole coraggio, bisogna correre i rischi che ogni
cambiamento comporta. Il successo non è garantito, soprattutto quando
si percorrono strade nuove.
Rispetto a quanto si è messo in moto allora, si può pensare che la mon-
tagna abbia partorito un topolino. Alcuni semi hanno attecchito e danno
frutto, ma abbiamo anche imparato che i cambiamenti culturali importan-
ti richiedono generazioni per affermarsi ed essere riconosciuti come tali.

Mi ha sempre affascinato leggere la storia. È straordinario che grazie


allo sviluppo dei metodi di ricerca sia possibile oggi - a centinaia e mi-
gliaia di anni di distanza - avere una visione dell'antichità spesso più
chiara di quella di cui poteva disporre il più informato degli antichi sul
suo tempo, sulla sua gente e sulle altre nazioni. Le migliaia di generazioni
venute prima di noi hanno lasciato in eredità il risultato delle loro azioni
e la loro costituzione biologica, cui dobbiamo la nostra stessa esistenza.
In ogni nuovo giorno che si apre sul mondo, tutto dipende da chi è vivo e
dall'esempio che trasmetterà a chi nasce.
La nostra storia sta scritta nei nostri geni e nelle nostre azioni. Sui primi
la nostra capacità d'intervento è scarsa, sulle seconde pressoché totale,
se siamo persone libere. Mai come in questo periodo - fine del secondo
millennio dell'era cristiana, XIV secolo dell'egira per l'Islam, XXVI seco-

4 Chi siamo
lo dall'illuminazione di Buddha - abbiamo avuto i mezzi per fare della
Terra un giardino o un deserto, rendere la vita gradevole o infernale. Fare
la storia oggi è fare questa scelta.
Giova ricordare che ciò che ci rende simili è preponderante rispetto a
ciò che ci rende dissimili. Il colore della pelle e la forma del corpo, la lin-
gua e la cultura differenziano i miliardi di esseri umani sparsi sul pianeta.
Questa varietà, che testimonia la nostra capacità di fare fronte al cambia-
mento, di adattarci ad ambienti diversi ed evolvere stili di vita originali, è
la migliore garanzia per il futuro della specie umana. Le conoscenze che
abbiamo acquisito su noi stessi mostrano però con chiarezza che tutta
questa diversità, come il mutevole aspetto della superficie del mare o della
volta del cielo, è ben poca cosa rispetto allo sterminato patrimonio che
noi esseri umani abbiamo in comune.

Francesco Cavalli-Sforza
(1993)

Un uomo è un uomo 5
Cap ito lo 1

IL PIÙ ANTICO
STILE DI VITA
Foresta tropicale, Havelock, isole Andamane, India.© Giovanni Porzio 2013
Non sono un cacciatore. Anni fa però sono stato invitato in una riserva
di caccia in Austria e non ho resistito alla tentazione. C'era una posta-
zione mascherata nel bosco, con una scaletta che portava a un balcon-
cino. Sulla balaustra era pronto un fucile Mauser, poggiato su cuscini.
Era passato poco tempo quando un bel capriolo è entrato lentamente in
una zona di sole, ben visibile, a poco più di cento metri dalla postazione.
Sapevo sparare abbastanza bene ma - inesperto di caccia -non mi era
chiaro dove fosse meglio mirare. L'ho colpito fra il petto e la pancia, e la
bellissima bestia deve essere morta, per fortuna, quasi subito. Un attimo
dopo ho cominciato a sentirmi gravemente colpevole e ho seguito con
un senso di pena il rito antico del guardiacaccia che celebrava la morte
dell'animale, bagnando un rametto di pino nel sangue e mettendolo sul
cappello. Ho pensato che non sarei mai più andato a caccia.

Non è stato così. Negli anni sessanta ho iniziato una ricerca sui pig-
mei africani, che vivono cacciando e raccogliendo il cibo in natura. Il
mio lavoro non mi metteva direttamente a contatto con i loro metodi
di caccia, ma ho provato la curiosità di vedere questi grandi specialisti
all'opera nella foresta tropicale. Sapevo che i pigmei avevano procurato
più o meno tutto l'avorio arrivato sui mercati occidentali dopo che i
portoghesi si stabilirono sulla costa atlantica d'Africa. Allora come oggi
abitavano nella foresta, in genere lontano dalla costa dove approdavano
le_ navi portoghesi. Gli agricoltori africani erano il tramite tra i cacciatori
e 1 marinai.
I pigmei cacciano alla loro maniera, non con il fucile. Come è noto sono
molto piccoli; suona quasi ironico che siano gli uomini più piccoli del
mondo a uccidere gli animali più grossi. Con enorme coraggio attendono
la carica dell'elefante dopo avere fissato in terra una grossa lancia diretta
verso il petto dell'animale, e all'ultimo momento scappano; oppure lo
colpiscono nei fianchi e nella pancia, o nelle gambe per tagliare i tendini.
Non ho provato ad andare a caccia di elefanti con loro. Per raggiun-
gere la zona adatta sarebbero occorsi almeno quattro o cinque giorni di
marcia nella foresta, a una temperatura fra i 35 e i 40 gradi centigradi
e soprattutto con un'umidità del 100 per cento. Ricordo il racconto di
un agricoltore africano che ci era andato e al momento cruciale si era
nascosto dietro un albero, per la paura incontrollabile che si impadronì
di lui vedendo il grande animale correre contro il suo «tuma >> (il titolo
prestigioso cui ha diritto il pigmeo che è maestro nella caccia all'elefante).

A caccia con i pigmei

Chiesi al capo di un accampamento se potevamo andare a caccia insie-


me; eravamo in due, un collega ed io. Mi rispose che doveva sentire gli
altri. La società pigmea non ha gerarchia sociale, e il "capo" non ha au-
torità vera, ma è solo un punto di riferimento per le persone che vengono
da fuori. Fece ai suoi un discorso abbastanza lungo; certo tenne conto del
fatto che avevamo portato in regalo parecchio cibo, sigarette e un fucile.
L'accampamento si componeva di nove o forse dieci famiglie: sette furono
d'accordo. Per la caccia alla rete, che è quella normalmente praticata dal-
la grande maggioranza dei pigmei, occorrono almeno sette reti per creare
un cerchio di dimensioni sufficienti attorno agli animali. Ogni famiglia
di solito ne ha una, lunga circa quaranta metri, intessuta con un cordino
ricavato dalla corteccia di particolari alberi.
Partimmo il mattino seguente e ci accampammo nella foresta a poche
ore dalla base di partenza. Le donne costruirono in due o tre ore le ca-
panne, che sono di forma emisferica un po' allungata, lunghe quanto un
pigmeo sdraiato e provviste di un'apertura così piccola che bisogna entra-
re strisciando. Sono formate di uno scheletro di rami intrecciati, coperto
da grandi foglie che le rendono perfettamente impermeabili alla pioggia.
Il letto è composto di tronchi sottili disposti per il lungo, parallelamente
al corpo. Due pigmei giovani non avevano una moglie che costruisse la
loro capanna e dormirono su un letto di rami all'aria aperta, abbracciati

10 Chi siamo
per proteggersi dal freddo della notte. Noi avevamo portato dei lettini
da campo con zanzariera; durante la notte cominciò a piovere e fummo
costretti ad indossare l'impermeabile e mettere in salvo i letti per evitare
che si bagnassero troppo, appoggiandoli in verticale sotto un tronco d'al-
bero. La pioggia durò poco (eravamo nella stagione secca) e fu possibile
tornare a dormire.

Il giorno dopo si partì per la caccia, insieme con le donne e i bambini


più piccoli, che andavano alla ricerca di tartarughe e uccelli. La foresta
è fitta, con alberi alti trenta o quaranta metri; il fogliame è così folto da
non lasciare filtrare i raggi del sole, per cui si vive immersi in una densa
ombra e a terra vi è poca vegetazione, solo cespugli o arbusti, verdissimi
per compensare la scarsità della luce; sono le stesse piante che si trovano
negli appartamenti di città, dove la luce non abbonda. Il suolo è cosparso
di tronchi caduti e ostacoli vari. Gli uomini dispongono le reti, che sono
alte circa un metro, in modo da formare un cerchio approssimativo, ap-
pendendole a rami bassi perché gli animali non le vedano facilmente.
In questa fase tutti rimangono silenziosi, invisibili gli uni agli altri, fin-
ché un segnale comunica che il cerchio è pronto e la caccia ha inizio.
Un gruppo di tre o quattro uomini avanza verso il centro con le !ance,
facendo rumore per spaventare la selvaggina; tutti gli altri stanno alle reti,
anche le donne, pronti ad afferrare gli animali che, scappando, vi urtano
contro e cadono o rimangono temporaneamente impigliati. Si rialzano
rapidamente e bisogna essere svelti per fermarli o colpirli. La foresta è
molto folta e di solito si vede solo a pochi metri di distanza, per cui è raro
assistere all'incontro con l'animale; si sentono rumori di lotta e grida,
un'eccitazione che dura finché la selvaggina è stata presa o è scappata. Il
ciclo dura quaranta o cinquanta minuti, poi il gruppo si sposta di circa un
chilometro e ricomincia in un altro punto.
Si andò avanti così per tutta la giornata, senza fare molta preda. Tra un
ciclo e l'altro si cercò di mutare il corso della fortuna con formule e azio-
ni magiche, sputando sulle reti, ora adescando gli animali con canzoni,
ora insultandoli. A un certo punto si catturò una bestia importante: lo si
capì subito perché nel trambusto della caccia si udì a qualche distanza un
riso fortissimo, argentino, che era chiaramente un'esclamazione di gran-
de gioia. Era una grossa antilope.

Tutta la selvaggina viene divisa fra i membri dell'accampamento, ma


alcune delle parti migliori toccano a chi ha preso l'animale. Per i pigmei

Il più antico stile di vita 11


la caccia è chiaramente un lavoro, è necessaria per vivere, ma è anche un
lavoro divertente. In un certo senso è come una partita a poker: presenta
tutte le incertezze della fortuna ma richiede astuzia ed esperienza. La po-
sta è riuscire a mangiare, oppure tenersi la fame.
I pigmei hanno sviluppato una conoscenza straordinaria del comporta-
mento degli animali che permette loro cacce molto difficili, come quella al
formichiere, o pericolose come quella all'elefante. È tutt'altra avventura
da quella di molti nostri contemporanei non pigmei, che hanno fatto del-
la caccia il loro divertimento favorito e passano le ore in una botte dentro
un fiume in attesa delle anitre, rischiando se mai di essere impallinati da
un altro cacciatore, ma senza avere il problema di sfamarsi.
I pigmei amano profondamente la loro vita. È difficile sradicarli: lo si
può fare soltanto distruggendo la foresta, come è avvenuto negli ultimi
duemila anni e continua ad avvenire a velocità pazzesca, in un auten-
tico annientamento su scala planetaria, ma finché resteranno in Africa
larghi tratti di foresta tropicale indisturbati vi si troveranno dei pigmei
che vanno a caccia. La loro abilità è proverbiale, e ce ne accorgemmo
anche quando affidammo a uno dei loro il fucile che ci avevano prestato,
e quattro cartucce: tornò a fine giornata con tre animali e una cartuccia
che aveva fatto cilecca.
Nella foresta ci si può dedicare a mille altri divertimenti e si trovano
fonti di leccornie. Volevo mangiare del miele di api selvatiche e un pigmeo
mi disse di conoscere un alveare a tre ore di strada (e più di trenta metri
di altezza su un albero): gli promisi un regalo, ed eccolo di ritorno a fine
giornata con l'arnia scurissima, piena di miele dal sapore molto forte, che
in parte mescolammo al whisky.
In primavera vi è una grande festa, cui non ho mai assistito, quando
viene la stagione dei bruchi. La foresta si riempie di bruchi di farfalla,
che a quanto pare sono ottimi da mangiare. Io (per fortuna) non mi sono
trovato in zona al momento giusto; so che tutto il villaggio degli agricol-
tori africani parte per la foresta, guidato dai pigmei, e fa senza saperlo
una grande scorta di proteine preziose che nella sua dieta sostanzialmente
vegetariana di tutti i giorni non riesce a trovare.

Un genetista stregone

Sono un genetista e negli ultimi trent'anni mi sono occupato soprat-


tutto dell'evoluzione delle popolazioni umane. Nel 1966 insegnavo ge-

12 Chi siamo
netica all'Università di Pavia e mi convinsi che sarebbe stato importante
organizzare una spedizione scientifica fra i pigmei della foresta tropicale
africana. Perché proprio i pigmei, e cosa hanno a che vedere con le mie
ricerche?
La genetica è la scienza dell'ereditarietà. È la chiave di tutta la biologia,
perché spiega i meccanismi responsabili della riproduzione dei viventi, del
funzionamento e trasmissione del materiale ereditario, delle differenze tra
individui, dell'evoluzione biologica. Sono queste le caratteristiche fonda-
mentali che distinguono gli organismi viventi dalla materia inanimata.
Per oltre il 99 per cento della sua storia l'umanità è vissuta di caccia e
raccolta. I pigmei sono uno dei pochi esempi ancora esistenti di popo-
li che praticano questo stile di vita. Mi interessava studiarli per capire
vari aspetti dell'evoluzione dell'uomo in questo arco maggiore della sua
esistenza. Già negli anni sessanta erano rimaste pochissime popolazioni
presso cui era ancora possibile svolgere questo genere di ricerca. Vole-
vo anche capire i rapporti fra l'evoluzione dei pigmei e quella degli altri
africani, che erano ignoti, comprese le ragioni della differenza di statura.
Per studiare la genetica dei pigmei avevo bisogno di prelevare loro pic-
cole quantità di sangue. Non è sempre facile convincere anche il più ra-
zionale degli europei a farsi pungere con un ago e a vedere il sangue
scorrere fuori dalle proprie vene. Non avevo la minima idea di come si
sarebbero comportati i pigmei.

Nelle nostre prime spedizioni facevamo capo ad un laboratorio aperto


dal Museo di Storia Naturale di Parigi presso il confine sudoccidentale
della Repubblica Centrafricana. Era un piccolo gruppo di costruzioni
in pietra in una radura nel cuore della foresta, al centro di una zona
popolata da numerosi gruppi pigmei. Per gli spostamenti usavamo Jeep
o Land Rover.
Il mio primo tentativo fu un vero fallimento. Avevo preso un appunta-
mento con uno di questi gruppi pigmei attraverso il capo dei lavoranti di
una piantagione di caffè, proprietà di un francese, un nobile di provincia
che si era trasferito in Africa a fare l'agricoltore. Il giorno stabilito mi
presentai con i miei colleghi e tutta la nostra strumentazione sull'aia della
fattoria, solo per scoprire che tutti i pigmei erano scappati nella foresta.
Qualcuno aveva messo in giro la voce che ero un <<likundu>>, cioè un de-
monio, uno stregone cattivo, e i pigmei avevano lasciato dietro di sé per
i miei esperimenti l'idiota del villaggio, non so bene se per scherno o per
vedere cosa gli avrei fatto.

Il più antico stile di vita 13


Mi preoccupai che questa cattiva fama, creatasi in modo così improv-
viso e imprevisto, si diffondesse per tutta la zona, provocando il vuoto
dovunque fossi andato. Decisi di cercare altri pigmei il più lontano pos-
sibile e scelsi un luogo a sette ore di automobile dalla nostra base. Era il
massimo della distanza che si poteva percorrere in una giornata, parten-
do prestissimo (all'una di notte) e rientrando molto tardi, perché in quel
primo anno non eravamo attrezzati per passare la notte fuori.
Mi tornò utile il ricordo di un racconto che mi aveva fatto mio padre,
una volta che da bambino mi aveva portato a vedere un film sul com-
mercio dell'avorio. Mi disse che i pigmei hanno una grande passione per
il sale, come le capre. Questa volta portai con me una grande quantità
di sale ed evitai accuratamente - per quanto possibile - di ricorrere ad
intermediari.

Il successo fu completo. Da quella volta in poi divenne facilissimo ot-


tenere campioni di sangue dai pigmei, molto più facile che da qualunque
altra popolazione con cui io abbia lavorato prima o dopo. Portavamo
in regalo sale, sapone, tabacco e curavamo qualche loro malattia con
medicine quando possibile, ma credo abbia anche contribuito il compor-
tamento rispettoso e amichevole che abbiamo sempre tenuto con loro. I
pigmei sono abilissimi a distinguere gli amici dai nemici e a riconoscere
quali sono le vere intenzioni di un interlocutore nei loro confronti.
Sono stato dieci volte in Africa nell'arco di quasi vent'anni e abbiamo
raccolto il sangue di più di millecinquecento pigmei in oltre trenta luoghi
diversi, non solo in Repubblica Centrafricana ma anche in Camerun e in
Zaire. In alcuni di questi posti sono tornato varie volte e ho sempre rice-
vuto buona accoglienza.
Ricordo un episodio buffissimo, che può dare un'idea di quale sia l'in-
dole dei pigmei. Alla mia seconda spedizione, nel1967, partecipò Gianni
Roghi, un carissimo amico, giornalista e sportivo, appassionato di antro-
pologia. Gianni era una persona esuberante e vivissima, dalle straordina-
rie qualità umane. Un giorno notò che in un gruppo di pigmei, disposti
ordinatamente in fila dinanzi al nostro tavolo, in attesa del proprio tur-
no di prelievo, tutti avevano un'aria serissima e compunta, quasi un po'
abbacchiata. Gianni decise di movimentare la scena: si mise per terra a
quattro zampe e cominciò ad abbaiare come un cane. In pochi attimi tutti
i pigmei stavano ridendo a crepapelle. Molti caddero al suolo e comin-
ciarono a rotolarsi per terra dalle risa. Andarono avanti per minuti, non
riuscivano a smettere. Non ho mai visto gente ridere con tanto gusto.

Il più antico stile di vita 15


Il popolo della foresta

L'organizzazione sociale primitiva doveva essere molto simile a quella


attuale dei pigmei. Sono nomadi o seminomadi. Una tribù può comporsi
di 500, 1000 o 2000 persone, a volte anche di più, ma vivono sempre in
bande, in gruppi di una trentina di persone in media - possono variare
da dieci a cinquanta comprese le donne e i bambini -che vanno a caccia
insieme. A intervalli di tempo più bande, o l'intera tribù, si riuniscono per
feste o celebrazioni in cui danno vita a grandi danze e a riti collettivi. Le
danze e i cori sono le loro attività sociali più importanti.
Basta poco tempo per costruire una casa, come abbiamo visto, per cui
è facile cambiare spesso accampamento - una necessità imposta dalla
caccia -e costruirne uno nuovo a qualche giornata di cammino. La com-
posizione del campo non è fissa ma abbastanza fluida. Le poche famiglie
che lo formano sono di solito imparentate per via maschile, ma non sem-
pre. Ad ogni spostamento c'è chi va da una parte e chi dall'altra, arrivano
altre famiglie, per cui ogni nuovo campo può essere un po' diverso dal
precedente. Il territorio di caccia è ripartito fra i vari gruppi e i singoli in-
dividui lo ereditano dai genitori; in più, sposandosi, acquistano il diritto
di cacciare nel territorio della famiglia della moglie.
Circa il 30-40 per cento del cibo mangiato dai pigmei è carne di selvag-
gina varia, soprattutto antilopi e gazzelle. Anche le scimmie sono consi-
derate vere prelibatezze, specie i nostri cugini scimmioni come gorilla e
scimpanzé, che abitano esattamente le stesse regioni dei pigmei. La caccia
è compito degli uomini, mentre le donne raccolgono il resto del cibo:
frutta, verdura e ogni sorta di prodotti vegetali.
Camminano a piedi nudi e sono o almeno erano fino a poco fa quasi del
tutto svestiti. L'unico indumento è un cache-sexe, in genere di corteccia
d'albero. Non sono in grado di tessere e quando ne hanno la possibili-
tà si procurano volentieri dagli agricoltori stracci di cotone, camicie o
pantaloni un po' malconci. All'inizio del mio lavoro - a metà degli anni
sessanta - fabbricavano ancora questi cache-sexe con panni di corteccia
d'albero, battuta in modo da renderla più morbida. I pigmei dello Zaire
nordorientale li dipingevano a colori diversi, con disegni talora molto
belli che in Europa e in America oggi si vendono per centinaia o anche
migliaia di dollari.
l pigmei sono straordinariamente adattati all'ambiente della foresta.
Sono esperti di tutto ciò che vi vive. Da erbe e radici ricavano medica-
menti in genere sconosciuti alla medicina occidentale. lntingono le free-

Il più antico stile di vita 17


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Perizomi di corteccia d'albero battuta e dipinta, opera dei pigmei di Epulu (foresta dell'lturi, Zaire).

18 Chi siamo
ce in un veleno micidiale, composto di estratti di tre o quattro vegetali
diversi. Hanno anche sviluppato degli antidoti per questi veleni. La loro
più grande competenza è l'etologia, il comportamento animale. Per loro
è fondamentale nella caccia. Sono in sostanza gli unici uomini in grado di
sopravvivere con i propri mezzi nella foresta.

Qualche anno fa ho visto una scena davvero bellissima in un film di


ottima qualità scientifica: un pigmeo insegna a un bambino che gli scim-
panzé sono tremendamente ghiotti di termiti, e per prenderle usano dei
bastoncini con i quali aprono le gallerie costruite da questi insetti nella
corteccia dei tronchi degli alberi. Le termiti, che vivono al buio, disturba-
te dalla luce si agitano come impazzite e si arrampicano sul bastoncino;
allora lo scimpanzé lo estrae rapidamente e se le mangia. La scoperta
che gli scimpanzé sanno usare strumenti - di cui il bastoncello di legno
impiegato per stanare le termiti è il più importante - ha suscitato molto
clamore nel mondo scientifico alcuni anni fa. È stata fatta del tutto indi-
pendentemente da Jane Goodall, un'etologa inglese che dopo molti mesi
di lavoro in Tanzania è riuscita a far accettare la sua presenza a un grup-
po di scimpanzé e ne ha studiato abitudini e costumi per anni. I pigmei lo
sanno da secoli o millenni, anche se loro preferiscono friggere le termiti
prima di mangiarle.

Vita pigmea

Incontrare i pigmei è stata un'esperienza straordinaria. Sono la gen-


te più pacifica che io abbia mai conosciuto. Gentili, di grande dignità,
anche spiritosi. Detestano la violenza e ne rifuggono. Se sono in disac-
cordo discutono, litigano rumorosamente, magari si picchiano - anche
fra marito e moglie, sono tutti più o meno forti eguali - ma è rarissimo
che ricorrano alle armi. Gli omicidi sono rari. Quando due persone non
vanno d'accordo, si evitano e non si parlano per un certo tempo; ciascuno
costruisce la propria capanna in modo che l'entrata non sia rivolta verso
l'ingresso della capanna dell'altro, così da non vederlo quando esce. Nei
casi di dissidio più gravi, uno dei due lascia l'accampamento e si unisce a
un'altra banda.
Uno dei punti fermi dell'etica pigmea - è possibile solo in una zona a
bassissima densità di popolazione! -è che se due litigano forte si separa-
no. Gli altri, nel campo, si seccano a sentire la gente che urla e cercano di

Il più antico stile di vita 19


farli stare zitti. Se quelli insistono li allontanano. Non sopportano chi <<fa
rumore>>, chi <<disturba la pace», per esprimersi con le loro parole.
Non esistono capi, gerarchie o leggi. C'è parità fra uomini e donne.
Le questioni che riguardano tutti vengono discusse in comune intorno
al fuoco. La punizione più grave che può essere inflitta dalla comunità è
l'allontanamento dal campo, che nella foresta in pratica equivale quasi
ad una condanna a morte: la vita nella foresta è magnifica in gruppo, ma
è impossibile sopravvivere da soli. Naturalmente, l'esiliato può sempre
unirsi ad un'altra banda, se questa è disposta ad accoglierlo.
Uno degli aspetti che mi ha più colpito è l'amore eccezionale che sia i
padri sia le madri hanno per i bambini, che vengono cresciuti dai genito-
ri, ma sono trattati da tutti gli adulti del gruppo come propri figli. Se un
bambino rimane orfano viene adottato automaticamente nella famiglia
degli zii ed è considerato al pari degli altri figli. Racconta Colin Turnbull,
il primo antropologo che è vissuto a lungo con i pigmei - è anche un ot-
timo scrittore- che i bambini chiamano <<padre» e <<madre» tutte le per-
sone della generazione dei genitori, <<nonni» tutti quelli della generazione
precedente, <<fratello» e <<sorella» quelli della loro età.
Vi è una forte solidarietà verso gli anziani e i disabili, almeno finché è
possibile aiutarli senza mettere in pericolo la vita del gruppo. Ricordo
il caso di un pigmeo chiamato dagli agricoltori per dare la caccia ad un
gorilla impazzito, che terrorizzava la gente del villaggio. In circostanze
simili i contadini ricorrono spesso ai pigmei perché sono bravissimi nella
caccia e coraggiosi. Affrontato il gorilla con la lancia, il pigmeo gli ave-
va inflitto una ferita mortale, ma volgendosi in fuga aveva ricevuto un
morso terribile alla regione lombare che gli aveva paralizzato le gambe.
Nella foresta, non essere in grado di camminare equivale a morte sicura.
In questi casi la banda si fa carico degli infortunati: ho visto che ciechi o
malati gravi non venivano abbandonati.

I pigmei non hanno più una lingua propria. Parlano quelle dei popoli
con cui sono venuti in contatto nel corso del tempo, magari secoli ad-
dietro. Poiché sono stati spesso costretti a emigrare a grandi distanze,
le lingue che usano possono appartenere a popoli geograficamente assai
lontani. Turnbull riferisce che sembrano non dare importanza al passato
e al futuro. Ciò che conta è il presente. Cita una loro espressione: <<Se non
è qui ed ora, cosa importa dove e quando?».
La loro divinità -chiamiamola così -è la foresta, di cui si sentono parte
in tutto e per tutto. È il padre e la madre, è l'ente che rende possibile la

20 Chi siamo
vita e che bisogna rispettare. Quando un pigmeo muore, a seconda delle
regioni lo bruciano o lo depongono all'interno della sua capanna e dopo
avere compiuto i riti funebri abbattono la capanna sul cadavere e sposta-
no l'accampamento, lasciandolo lì a dissolversi nel terreno.
Il matrimonio non ha un rito molto elaborato. Se è il caso divorzia-
no. È probabile che abbiano preso dagli agricoltori l'attuale abitudine di
«comprare>> la moglie, non con denaro perché non hanno denaro, ma con
servizi per i futuri suoceri, magari lavorando per loro, cioè in sostanza an-
dando a caccia per un anno o due. Un uomo per sposarsi deve dimostrare
di essere in grado di catturare selvaggina, quindi di poter mantenere una
famiglia, e nel momento in cui porta via una donna ai genitori deve dare
qualcosa in cambio, per rimpiazzare il contributo che la moglie portava
al sostentamento della famiglia d'origine.

Il messaggio di un faraone

I pigmei hanno un'indole allegra: sono chiacchieroni, fanno una vita


che considerano - e in effetti è - molto gradevole. Spesso rimangono
nell'accampamento ad oziare, ma adorano il ballo, il canto e la musica,
che è una polifonia molto ricca, dai timbri particolari, in cui ogni indivi-
duo produce una nota, sempre la stessa, o una certa melodia, a intervalli
di tempo predeterminati. Il loro senso del ritmo è incredibile. Un musico-
logo francese ha registrato il canto di uno di essi, che era una ripetizione
della stessa nota a intervalli di tempo irregolari, poi il canto di un altro,
di un altro ancora, e quindi ha messo insieme tutti i nastri. Ha così ri-
composto un coro identico a quello originale, perché nessuno aveva mai
perduto il tempo. Usano strumenti molto semplici, come tamburi, flauti
ed una sorta di violino ad una corda. In alcune regioni vi sono gruppi di
ottimi musicisti.
La loro passione universale è però la danza: un bambino di sette-otto
mesi non cammina, ma balla se c'è musica ed è tenuto per le mani dalla
madre. Le madri danzano tenendo i bambini sulle spalle o sul fianco. C'è
sempre il battito di qualche tamburo a dare un ritmo molto veloce e spes-
so un virtuoso si esibisce in danze rapide e difficili. In una lettera scritta
oltre 4500 anni fa, un faraone egiziano esorta un suo generale, partito
alla ricerca delle fonti del Nilo, a portargli con la massima rapidità un
pigmeo dal paese di Punt (forse l'alto Nilo), chiamandolo <<danzatore di
Dio,,, <<colui che rallegra il cuore del faraone>>.

Il più antico stile di vita 21


A tanti anni di distanza, il tono entusiasta della lettera non suscita me-
raviglia in chi conosce i pigmei. Sono ballerini eccellenti, sciolti e vitalissi-
mi. In genere si raccolgono in un grande cerchio intorno al fuoco e sono
in grado di andare avanti a danzare, suonare e cantare per tutta la notte.
Troviamo un danzatore pigmeo raffigurato in un affresco egizio. Il di-
pinto riporta il nome Aka. Ancora oggi i pigmei di una certa tribù chia-
mano se stessi «Aka>>. È un nome che è sopravvissuto per molte migliaia
di anni e che nella loro lingua significa semplicemente "uomo".

L'antropologo scozzese Coli n Turnbull con il pigmeo Makubasu di Epulu (foresta dell'lturi, Zaire).
Statura: 183 cm e 142 cm circa.

22 Chi siamo
Il popolo più basso del mondo

I pigmei sono noti fin dall'antichità- ne parlano già Erodoto e Aristote-


le - per essere gli uomini più piccoli che esistano. In realtà non sono così
bassi come molti credono. La tribù più piccola ha in media una statura di
143 cm per i maschi e di 137 per le femmine. Vi sono gruppi di pigmei più
alti, anche di dieci centimetri in media. Non è una statura molto inferiore
a quella dell'ex re d'Italia Vittorio Emanuele III; anche da noi si vedono
a volte in giro persone basse quanto un pigmeo africano. È quando se ne
vedono tante insieme che ci si rende conto che si tratta di una popolazio-
ne molto particolare. Non vanno confusi con i nani, che sono tali per una
disfunzione fisiologica. In vari casi di nanismo ipofisario si riscontrano
stature ancora inferiori.

Non sappiamo se siano diventati piccoli col tempo o se lo siano sempre


stati. Se sono sempre vissuti nella foresta, come è possibile, non abbiamo
speranza di ritrovare i loro scheletri, perché il suolo è così acido che anche
le ossa si sciolgono rapidamente.
I primi uomini, di due o tre milioni di anni fa, erano molto piccoli, an-
che più di loro. Nel mondo industriale la statura media è aumentata negli
ultimi due secoli, fondamentalmente perché è migliorata l'alimentazione.
Se guardiamo le armature medievali ci rendiamo conto che di solito sono
molto piccole; un uomo di oggi non potrebbe entrarci. I primi dati di-
sponibili sull'altezza media degli europei risalgono al principio del secolo
scorso- Napoleone faceva misurare l'altezza dei coscritti- e ci mostrano
che i nostri quadrisnonni erano nettamente più bassi di oggi, i trisnonni
un po' meno, e così via; ma il grande salto è stato fatto in questo secolo,
prima nel nord Europa, poi nel sud. Sono aumentati di statura anche i
pigmei? Qualcuno dice di sì, ma non ne siamo sicuri.

Perché sono piccoli?

Oggi i pigmei vivono tutti nella foresta africana. Vediamo che i popoli
che abitano la foresta tropicale, dove il clima è molto umido, in genere
sono sempre piccoli: è così in India del sud come in Indonesia, nelle Fi-
lippine e in Nuova Guinea, per i maya dell'America centrale come per
gli abitanti delle foreste tropicali brasiliane, anche se i pigmei sono i più
piccoli di tutti.

Il più antico stile di vita 23


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Distribuzione della foresta equatoriale e dei pigmei che sopravvivono in Africa.

24 Chi siamo
La foresta equatoriale ha un clima particolare. Non fa molto caldo ma
c'è quasi sempre un'umidità del 100 per cento. Anche se la temperatura
non è elevatissima, rimane comunque abbastanza alta da non aiutarci a
smaltire il calore interno del corpo e da richiedere una sudorazione molto
intensa.
Il sudore ci aiuta a raffreddarci perché evaporando produce freddo. È
lo stesso meccanismo con cui si genera il freddo nei frigoriferi, dove un
fluido speciale, evaporando in un recipiente chiuso, assorbe calore e lo
sottrae all'ambiente interno del frigorifero, per essere quindi riportato
allo stato liquido fuori del frigorifero e poi fatto nuovamente evaporare,
in un ciclo continuo.

Con un'umidità allOO per cento la sudorazione, che è il nostro normale


meccanismo di difesa contro il caldo eccessivo, non è molto efficace o non
lo è per nulla, perché se il sudore non evapora ma rimane liquido non ci
raffredda. Nei momenti più critici c'è il rischio che la temperatura corpo-
rea salga oltre i normali 37 gradi centigradi e anche oltre quei 42-43 che
sono il massimo che possiamo tollerare restando in vita. C'è il pericolo di
un colpo di calore, quindi è necessario essere in qualche modo protetti.
Il pigmeo suda moltissimo ma non basta. Si protegge, grazie alla piccola
statura, attraverso due meccanismi diversi. Il primo è che se la statura è
tJiccola la superficie del corpo è più grande rispetto al volume del corpo.
E un fatto matematico: se il cubo A ha un centimetro di lato e il cubo B
ne ha il doppio, la superficie di A è un quarto di quella di B ma il volume
è otto volte più piccolo.

Il calore è prodotto nella massa del corpo, specie nel fegato e nei musco-
li, e si disperde attraverso la superficie; se questa è relativamente più gran-
de, perché siamo più piccoli, il calore si disperde più facilmente e l'azione
di raffreddamento è più efficace. In un ambiente caldo-umido conviene
essere piccoli. Questo è un primo meccanismo di protezione.
Un altro vantaggio della piccola statura, per chi deve spendere mol-
te energie, è che si usa meno energia per muovere il proprio peso. Gli
atleti possono generare una grande quantità di calore: i maratoneti ad
esempio sono costretti ad uno sforzo muscolare intenso per un tempo
lunghissimo; di solito sono di corporatura relativamente minuta, anche
se si potrebbe pensare che convenga essere molto alti, per il vantaggio
della falcata lunga. Il pigmeo nel muoversi fa uno sforzo minore di un
individuo più grande di lui, perché il peso che deve muovere è più piccolo.

.. Il più antico stile di vita 25


Allo stesso modo i piccoli cavalli, i pony, sono più efficienti dei cavalli
grandi, in termini di energia che producono rispetto al cibo che consu-
mano. Per muovere un carico enorme ci vuole un cavallo grande, ma se
si tratta semplicemente di viaggiare o di trasportare un carretto di dimen-
sioni ridotte conviene che sia piccolo, anche un asinello va bene. Negli
Stati Uniti del secolo scorso le compagnie di trasporti utilizzavano grandi
cavalli da tiro ma il servizio postale celere era affidato ai pony.

La piccola statura appare quindi un adattamento biologico alla vita


della foresta. Può darsi che i pigmei vi siano vissuti abbastanza a lungo
perché questo abbia potuto accadere. Se 5000 anni fa, come dicono alcu-
ni, non c'era ancora foresta in Africa, può essere che vi si siano adattati
in questi ultimi 5000 anni. Però è anche possibile, anzi ritengo probabile
che la foresta vi fosse già e che i pigmei vi siano vissuti molto più a lungo.
Mancano resti fossili che ce lo raccontino e non sappiamo abbastanza
bene quali fossero i climi di una volta.

1cm 2cm
.. ~

SUPERFICIE DI UNA FACCIA 1cm' 4cm'


SUPERFICIE DEL CUBO 6cm' 24cm'
VOLUME 1cml Bcml
RAPPORTO SUPERFICIE 6:1 3:1
VOLUME

Aumentando il volume di un corpo, il rapporto tra superficie e volume diminuisce e il calore


prodotto nel corpo si disperde all'esterno più lentamente.

26 Chi siamo
Anche se sono piccoli, la loro testa è grande quanto la nostra. Il torace
è muscoloso, braccia e gambe sono sottili e affusolate, le gambe sono un
po' corte, però l'insieme è aggraziato. Sono atletici, gli uomini salgono
con meravigliosa agilità su alberi alti anche 40 metri.
Hanno gli occhi lunghissimi e il naso più largo del mondo. Questo di
nuovo è un adattamento alla foresta: le narici minuscole servono quando
l'aria è molto fredda, in modo che ci sia il tempo che si riscaldi prima di
arrivare nei polmoni; però se l'aria è calda e umida come nella foresta
non c'è nessun bisogno di modificarne temperatura e umidità attraverso
il filtro del naso e conviene che le narici siano larghe.

l pigmei e gli agricoltori

Oggi molti gruppi pigmei non trascorrono più tutto l'anno nella fo-
resta. Per quattro, anche sei mesi all'anno, nella stagione secca, costrui-
scono i loro accampamenti presso i villaggi degli agricoltori locali, che li
usano come manodopera per le loro piantagioni e li trattano come servi.
In verità, molti agricoltori considerano i pigmei meno che umani. Han-
no stabilito un sistema di servitù ereditaria, nel senso che un pigmeo ha
sempre un padrone fra gli agricoltori, i suoi figli ereditano il padrone e
i figli del padrone ereditano i pigmei. Questa servitù in realtà è più che
altro nelle intenzioni degli agricoltori; di fatto ha luogo solo quando c'è
il consenso del pigmeo. Il padrone deve trattarlo ragionevolmente, altri-
menti questo se ne va nella foresta, dove più nessuno è in grado di rin-
tracciarlo. È interesse del padrone conservare il proprio pigmeo, quindi
stabilisce un rapporto accettabile per lui; in genere ha un atteggiamento
burbanzoso, ma qualche volta anche affettuoso.

C'è un rapporto commerciale fra agricoltori e pigmei, di solito svantag-


gioso per questi ultimi, che non usano il denaro e non ne conoscono il va-
lore. Gli agricoltori non sono in grado di cacciare o di allevare bestiame,
tranne galline, qualche capra e più raramente maiali e si procurano dai
pigmei soprattutto carne ed altri prodotti della foresta. I pigmei ne otten-
gono in cambio, oltre che cibo, manufatti in ferro, come punte di lancia,
coltelli e recipienti di terracotta (ora sempre più di frequente sostituiti da
pentole fabbricate magari in Cina). Non sono in grado di lavorare il ferro
perché le abitudini nomadiche non permettono di portare in giro pesi
eccessivi, come incudini, forge ecc.

Il più antico stile di vita 27


Sono considerati i più poveri di tutti, al gradino più basso della scala
economica. Finché è possibile, gli agricoltori fanno sì che restino igno-
ranti dell'uso della moneta, perché hanno paura che altrimenti vengano
a costare troppo. Almeno nelle stagioni meno adatte alla caccia il pigmeo
lavora parecchio per loro, soprattutto nei campi. Costruisce anche i tetti
delle case, perché è abile ad arrampicarsi ed è leggero. Oltre che con stru-
menti, viene pagato con alcool, tabacco, maniaca e banane, che almeno
fino a qualche tempo fa venivano prodotte solo dagli agricoltori.
Ora anche alcuni pigmei cominciano a produrre maniaca. Possono far-
lo perché è una pianta la cui coltivazione richiede pochissimo controllo:
basta mettere un rametto per terra, tornare due anni dopo e raccogliere le
radici. Anche le foglie si usano per farne una buona minestra. È originaria
dell'America del sud e da quando è stata introdotta in Africa, circa 200
anni fa, ha soppiantato la maggior parte delle colture precedenti. Non
solo è facile da coltivare, ma il suo sapore si sposa bene con quello di
quasi tutti gli alimenti (come è vero per pane, polenta, riso).

Comunque ai pigmei l'agricoltura non piace. Devono sottomettervisi


soltanto quando la foresta viene distrutta. Costretti a cambiare modo di
vita, alcuni sono diventati vasai, altri pescatori, oltre che contadini. So-
pravvivono come possono ma, finché ci riescono, vanno a caccia.
La vita degli agricoltori non è mai stata considerata molto piacevole.
Nella Bibbia, dopo che Adamo ed Eva hanno mangiato la famosa mela,
Dio caccia l'uomo dal giardino dell'Eden, <<a lavorare la terra da cui è
stato tratto>>, «a procurarsi il pane con il sudore della fronte».
Il cacciatore in genere lavora meno dell'agricoltore. Questo vale anche
per i pochissimi gruppi di cacciatori rimasti nella savana: la pianura co-
perta di erba, di solito con poche piante, abitata da moltissimi animali
erbivori. Oggi sono quasi scomparsi nella concorrenza con le economie
più avanzate, ma una volta dovevano fare una vita meravigliosa per la
ricchezza e la visibilità della selvaggina; nella foresta gli animali si na-
scondono più facilmente.
Alle donne pigmee tocca forse un lavoro più monotono, ma anch'esse
paiono contente della loro vita, benché quella dell'uomo sembri più di-
vertente. Le donne degli agricoltori, cui è affidata la parte più dura del
lavoro nei campi, lavorano decisamente più di quelle pigmee.
La foresta è un po' cupa, naturalmente, però il pigmeo si trova perfet-
tamente a proprio agio, vi si sente protetto. È un posto dove non gli può
succedere niente di male, dove i pericoli per lui sono minimi e la vita è

28 Chi siamo
molto gradevole. Lo stesso discorso vale anche per tutti gli altri popoli
di cacciatori-raccoglitori moderni di cui abbiamo notizie etnografiche o
storiche. Sono (o erano) magnificamente adattati al proprio ambiente, ma
quando questo è stato distrutto è stato inevitabile cambiare modo di vita,
o scompanre.

1cacciatori-raccoglitori nei tempi moderni

Prima dell'agricoltura esistevano alcune zone specifiche in cui vivere


di caccia e raccolta, soprattutto di pesca, era particolarmente facile: ad
esempio le foci dei grandi fiumi del Pacifico settentrionale, in America,
erano ricchissime di salmoni, tanto che nella stagione del loro passaggio
li si prendeva con le mani. Affumicandolo poteva poi durare per parec-
chio tempo. Un'altra società preistorica che divenne molto popolosa è
quella giapponese, che viveva di caccia e raccolta di ghiande, ma anche
di pesca. Queste società di pescatori hanno potuto raggiungere, in alcuni
ambienti particolarmente favorevoli, densità di popolazione anche cento
o mille volte più elevate della gran maggioranza di quelle di cacciatori-
raccoglitori.
Prima dell'agricoltura il numero di abitanti della Terra difficilmente su-
perava i 5-10 milioni. È stato calcolato che in Inghilterra, ad esempio, vi
erano probabilmente 5000, forse 10.000 abitanti (cioè quasi diecimila
volte meno di ora). Il passaggio all'agricoltura ha determinato un'esplo-
sione demografica. La popolazione mondiale è aumentata di mille volte
negli ultimi 10.000 anni. Vediamo che anche nelle società africane tra-
dizionali le tribù che hanno effettuato da diversi millenni la transizione
all'agricoltura- come quelle della Nigeria- sono oggi composte di molti
milioni di individui. Le tribù che sono rimaste allo stadio più antico di
economia, la caccia e raccolta, invece constano tuttora di pochissimi in-
dividui.
Ai tempi in cui furono raggiunte dalla colonizzazione bianca, le società
agricole vivevano spesso fianco a fianco con quelle che ancora praticava-
no un'economia di caccia e raccolta e magari qualche forma minore di
coltivazione. Gli indiani del Nordamerica, ad esempio, erano in prevalen-
za cacciatori-raccoglitori. Nelle pianure vivevano della caccia al bufalo,
diventata molto più facile dopo l'arrivo degli spagnoli, che portarono i
cavalli. Alcuni di questi animali, liberatisi, erano tornati allo stato brado
e in seguito erano stati catturati dagli indiani, che se ne servirono di lì in

Il più antico stile di vita 29


avanti per la caccia. Arrivando in Nordamerica, i primi bianchi trova-
rono però anche indigeni che avevano già sviluppato in qualche misura
l'agricoltura. Diversamente, i <<pellegrini» inglesi sbarcati nel Massachu-
setts agli inizi del Seicento non sarebbero sopravvissuti, perché le provvi-
ste che avevano portato con sé per lo più non erano sufficienti a passare
l'inverno. Si procurarono granoturco e altri cibi dagli indiani e in seguito
impararono a coltivare le piante locali.
Anche nell'America del sud c'erano cacciatori-raccoglitori, ma il Cen-
tramerica e le Ande e anche parte delle grandi pianure e foreste erano
già profondamente organizzate in senso agricolo. Nell'estremo sud del-
le Ande e nella Terra del Fuoco, zone particolarmente difficili e povere,
l'agricoltura invece non era ancora arrivata.

Gli ultimi sopravvissuti

Nel mondo vi sono ancora circa 5000 popolazioni umane, a giudicare


dal numero di lingue attualmente esistenti; è un criterio imperfetto ma
utile, se non altro perché le lingue sono le sole di cui esistano dei conteg-
gi. Di cacciatori-raccoglitori però sono rimaste pochissime popolazioni,
una trentina fino a qualche anno fa, oggi ancor meno. Praticamente solo
i pigmei in Africa centrale, i khoisan in Africa meridionale e gli aborige-
ni australiani sono ancora di qualche importanza numerica (superano le
centomila persone) ma solo i pigmei, e non tutti, vivono ancora prevalen-
temente di caccia e raccolta. Altri gruppi più piccoli esistono qua e là. Di
alcuni di questi conosciamo, se non lo stile di vita di una volta, almeno
quello che avevano prima di essere disturbati da noi.

In Sudafrica esistono due popolazioni, conosciute in genere come bo-


scimani (da <<Bushmen>>, cioè gente della boscaglia) e ottentotti. Gli an-
tropologi hanno coniato il nome <<khoisan>> mettendo insieme il nome di
khoi (gli ottentotti) e san (i boscimani), perché il nomignolo di boscimani
è considerato spregiativo; ma pare che anche questo nuovo nome non sia
loro gradito, per cui non sappiamo bene come chiamarli. Il nome com-
posto è stato creato perché entrambi i popoli parlano lingue affini. Oggi
abitano luoghi molto aridi, ma in tempi precedenti vivevano in ambienti
migliori, nella savana, da cui sono stati cacciati. I khoisan, a parte la
differenza di ambiente, di ecologia, vivono in modo piuttosto simile ai
pigmei, nel senso che anch'essi si muovono in bande di trenta persone

30 Chi siamo
in media, passano liberamente da una banda all'altra e si associano in
gruppi di dimensioni maggiori in certe circostanze. Pochissimi di loro
sono rimasti cacciatori-raccoglitori oggi. Molti sono diventati servi nelle
fattorie, talvolta soldati, o vivono in qualche modo nelle città.
Hanno conservato la loro lingua, che è certamente antichissima e ha
una caratteristica straordinaria: ha dei suoni che nessun'altra lingua pos-
siede; si chiamano <<click» e sono come degli schiocchi, di cui esistono
diverse varietà, tutte difficili da imitare. Varie tribù bantu del Sudafrica,
come gli xhosa, si sono mescolate parecchio con i khoisan, come dimo-
stra la comparsa di tre click diversi nella loro lingua e di geni khoisan nel
loro patrimonio genetico. I khoisan hanno anche fattezze piuttosto carat-
teristiche, quasi orientali. Il personaggio più carismatico della politica su-
dafricana, Nelson Mandela, è di origine xhosa e mostra nel viso qualche
chiara fattezza khoisan. Fra l'altro, la parola «xhosa» si dovrebbe scrive-
re <<!xhosa>>; il punto esclamativo indica appunto secondo le convenzioni
fonetiche un particolare click.
Gli aborigeni australiani sono largamente dispersi o raccolti in riserve
in cui conducono vita sedentaria assai diversa da quella delle loro origini,
tranne per un gruppetto nel nord, cui è stato assegnato dal governo au-
straliano un territorio perché possano continuare a vivere nel modo loro
proprio. Ve ne sono circa 170.000, di cui 47.000 hanno ancora qualche
conoscenza di una delle proprie lingue originarie. Solo una parte, relativa-
mente piccola, non mostra mescolanza con gli australiani bianchi. Vivo-
no in bande di 25-30 persone e la tribù, quando esisteva (la maggior parte
sono state distrutte o disperse, o amalgamate, oppure poste in riserve) era
di 400-500 persone in media. Ogni tribù australiana sopravvissuta ha
una lingua diversa, antica, non presa in prestito dai vicini, come avviene
invece per i pigmei. In Australia l'agricoltura non era ancora arrivata al
tempo della scoperta di James Cook, alla fine del Settecento.

Queste dimensioni dei gruppi di cacciatori-raccoglitori sono in media


le stesse indicate anche dai reperti archeologici che precedono la scoper-
ta dell'agricoltura: gli accampamenti e i focolari che si trovano, la quan-
tità di ossa di animali mangiati, indicano numeri paragonabili a quelli
delle bande di cacciatori pigmei o di aborigeni australiani. Naturalmente
la «banda di caccia>> (un equivalente approssimativo dell'accampamento
dei pigmei moderni, nonché dei reperti archeologici) si compone di un
numero variabile di individui, perché si tratta di gruppi dinamici, che
cambiano facilmente, prendono persone e ne cedono altre, si riducono a

Il più antico stile di vita 31


32 Chi siamo
Diecimila anni fa vi erano solo cacciatori-raccoglitori sparsi su tutta la Terra, ma in piccolo
numero, in tutto erano pochi milioni. Oggi ne rimangono poche tribù; sono indicate le più
importanti ancora viventi o da poco estinte.

Il più antico stile di vita 33


nuclei più piccoli o si associano in gruppi più grandi secondo le esigen-
ze della caccia e della vita. La tribù è un'entità superiore alla banda, è
più stabile e tende ad essere endogama, cioè la grande maggioranza dei
matrimoni (di solito fra 1'80 e il 90 per cento) avvengono al suo inter-
no. È stato fra l'altro dimostrato che il numero di 500 individui che si
incontra in media per una tribù australiana è la dimensione minima per
evitare più facilmente un numero eccessivo di incroci fra parenti stretti,
che sono dannosi per la prole.
I pigmei hanno l'abitudine di dire che conviene «sposarsi lontano>>, per-
ché il marito acquista il diritto di cacciare nei territori della moglie e così
allarga il suo orizzonte di caccia e quindi di sopravvivenza. Se si sposasse
nella sua stessa banda non guadagnerebbe nulla da questo punto di vista.
Il motivo economico è molto valido, ma la consuetudine presenta anche
un altro vantaggio davvero importante, benché non consapevole: dimi-
nuisce la probabilità di matrimoni fra consanguinei e allarga l'orizzonte
genetico. Le popolazioni primitive, vivendo in gruppi molto ridotti di nu-
mero, correrebbero un forte rischio di «inincrocio>>, cioè di matrimonio
fra parenti stretti, che può portare ad una diminuzione della vitalità e del-
la fertilità dei figli. Scopriamo che hanno quasi sempre praticato costumi
che permettono loro di evitare questo pericolo. Sono stati ricostruiti- per
molte generazioni - gli alberi genealogici degli eschimesi di Thule, un
gruppo piccolissimo e assai isolato, che abita verso l'estremo nord della
costa della Groenlandia occidentale. Con straordinarie acrobazie genea-
logiche sono riusciti a far sì che pur sposandosi - inevitabilmente - fra
cugini, si tratti sempre di matrimoni fra cugini molto lontani.

Un caso di esaurimento della varietà genetica

Qualunque popolazione si studi, anche la più primitiva, vi si trova una


grande varietà genetica. I costumi che prevengono l'incrocio fra parenti
stretti aiutano a mantenere una popolazione umana - anche se di dimen-
sioni ridottissime- sempre molto ricca di tipi genetici diversi.
L'unico esempio che conosco in cui pare essersi verificato un parziale
esaurimento della varietà genetica si trova nelle isole Andamane, oggi
sotto il controllo politico dell'India ma vicino alla costa birmana. Sono
anch'essi cacciatori-raccoglitori.
Nelle Andamane c'erano almeno quattro tribù, che parlavano lingue
diverse ma imparentate. Nell'Ottocento queste tribù erano ancora com-

34 Chi siamo
poste di un numero ragionevole di individui, e almeno una ne contava
5000 o 6000. Sono state praticamente distrutte dal contatto con l'uo-
mo bianco, gli inglesi nella fattispecie: in parte dalle malattie, in parte
dall'alcool, in parte dalla volontà dei colonizzatori. Il governatore inglese
responsabile al tempo ha scritto nel suo diario di aver ricevuto l'ordine di
distruggerli con l'alcool e con l'oppio. Per uno di questi gruppi ci è riusci-
to completamente. Altri hanno reagito con estrema violenza.
Fra i viaggiatori antichi si trovano idee molto diverse riguardo all'atteg-
giamento degli andamanesi verso i visitatori. Marco Polo dice che erano
terribili ma non credo ci fosse stato di persona perché riferisce che ave-
vano testa di cane. Giovanni dal Pian del Carpine, un altro veneto che
vi era stato prima di lui, dice invece che erano molto gentili. La realtà è
che le varie tribù avevano reazioni diverse al contatto con lo straniero.
Quando, verso la metà del secolo scorso, una nave inglese attraccò nella
Piccola Andamana e mandò a terra una lancia con pochi marinai, gli in-
digeni Onge (pronunciato onghe) ne catturarono alcuni, tagliarono loro
le gambe e le braccia e ne bruciarono il tronco, ancor vivi, sulla spiaggia,
sotto gli occhi dei compagni che erano riusciti a salvarsi e a tornare alla
nave. Questo episodio provocò una feroce vendetta da parte degli inglesi,
che tornati un anno dopo e fatto sbarcare un reparto di soldati, attesero
che gli indigeni uscissero sulla spiaggia dalla foresta e quindi spararono,
uccidendone una settantina o più, per poi ritirarsi.
Fra Onge e occidentali non vi fu più nessun contatto fino a questo se-
colo. Nel 1951 vi si recò, rimanendovi per due anni, un antropologo ita-
liano, Lidio Cipriani, che ha svolto un bellissimo lavoro di ricerca. Riuscì
a farsi rispettare ed è il primo dal quale abbiamo ricevuto notizie sicure.
Ha spiegato tra l'altro che per gli Onge era necessario smembrare i ma-
rinai inglesi e poi bruciarne il tronco, perché altrimenti - secondo la loro
religione- gli spiriti dei morti sarebbero sempre ritornati per tormentarli.
Così invece se ne liberavano.
Questa gente era veramente molto primitiva. Per esempio aveva perdu-
to persino la capacità di accendere il fuoco. Si limitavano a mantenerlo
ma non lo sapevano più generare. I pigmei invece sanno accendere il fuo-
co ma di solito preferiscono tenerlo sempre acceso, perché è più comodo.
Le donne viaggiano nella foresta portandosi dietro dei tizzoni ardenti.
Gli andamanesi si sono ridotti parecchio di numero, anche quelli che
non hanno avuto contatto con gli inglesi. Gli Onge della Piccola Anda-
mana non sono più di 98-99 persone. Sono così pochi da non riuscire a
evitare un fortissimo inincrocio. Oggi la sterilità è tale che la maggior

Il più antico stile di vita 35


parte delle coppie è senza bambini o ne ha al massimo uno o due. Fanno
molta attenzione a mantenere in vita la tribù: se le ragazze che maturano
sessualmente non hanno figli da una prima unione vengono sposate a un
altro e poi a un altro ancora.
Un altro gruppo di andamanesi, che vive su una piccola isola detta
Sentine! Island, ha fatto sapere solo nel gennaio 1991 di avere interesse a
prendere contatto col governo indiano! Sono questi gli ultimi indigeni, io
credo, a non avere mai avuto rapporti con la cosiddetta civiltà.

Un'etica lontana dalla nostra

Tutti i cacciatori-raccoglitori esistenti oggi hanno ancora costumi m


comune fra loro, anche se vanno scomparendo, o per estinzione fisica
oppure per conversione ad altri modi di vita. Vivono sempre in piccoli
gruppi; non hanno un'organizzazione gerarchica, in genere non esistono
capi e la loro vita sociale è basata sul rispetto reciproco.
Di solito hanno un'etica avanzata. Un aspetto importante delle popo-
lazioni ai livelli più bassi della scala economica è che non sono affatto
primitive sul piano morale. Semplicemente hanno una visione profon-
damente diversa dalla nostra. Quando gli olandesi, arrivati a Città del
Capo, cominciarono a espandersi verso nord con le loro mandrie, occu-
pando i territori degli indigeni, ebbero inizio gli incidenti con i locali. La
storia non è chiara, a quei tempi non vi erano antropologi. Non stupisce
però che ai khoisan le vacche degli olandesi che pascolavano sui loro ter-
reni di caccia facessero una gola irresistibile. I contadini boeri iniziarono
a sparare a vista, sterminando letteralmente i khoisan in ampie zone. Ne
sono rimasti solo in Namibia e in Botswana, in deserti o savane povere e
poco desiderabili. Nelle zone occupate dagli olandesi sono forse soprav-
vissuti meglio gli ottentotti, che avevano adottato la pastorizia, per cui
non davano più la caccia alle vacche degli altri.
Per i cacciatori-raccoglitori il senso della proprietà è diverso, perché
la proprietà individuale è rara e non è molto importante. Ci sono però
alcuni diritti, come quello del territorio di caccia. Il pigmeo che viene sor-
preso a cacciare in un territorio non suo deve pagare una multa, che non
è in denaro perché non conoscono il denaro, ma in natura. Non rispetta
invece le proprietà degli agricoltori - se può farla franca - e in particolare
i prodotti alimentari che questi coltivano e distribuiscono con enorme fru-
galità ai pigmei che lavorano per loro nei campi. Si tratta in pratica solo

Il più antico stile di vita 37


Giovane san . © Cavalli-Sforza

38 Chi siamo
di banane e maniaca, entrambe poverissime sul piano nutritivo. In fondo
la proprietà agricola odierna è un loro antico terreno di caccia, foresta
convertita abbattendo gli alberi senza chiedere alcun permesso o dare
compensi. I pigmei sanno benissimo che gli agricoltori li sfruttano e li
considerano come bestie, ma hanno la necessità di non rompere i rapporti
con loro. Si vendicano rubando cibo quando possono, e burlandoli. Dice
Turnbull che i pigmei hanno due diversi sentieri per raggiungere i loro
accampamenti nella foresta. Quello che usano loro è un po' nascosto. Per
gli agricoltori che vengono a trovarli c'è un sentiero più grande e diretto,
che i pigmei usano come toilette, coprendo i propri escrementi di foglie.
Mi ha colpito la storia di un pigmeo che rubava banane di notte nel
campo di un agricoltore africano. L'agricoltore si nascose per sorprendere
il ladro e sentendo rumore sparò, ferendolo a morte. Il pigmeo fu arresta-
to e condannato, ma, prima di morire, chiese perdono all'agricoltore e lo
discolpò dell'assassinio, dicendo che la colpa era sua e che non avrebbe
dovuto portare via le banane. Per quanto ne so, non era stato influenzato
da un religioso cristiano. In linea di massima, i preti cattolici o protestanti
hanno pochissimo accesso ai pigmei e l'etica pigmea non è influenzata da
queste religioni. Le missioni sono di solito grossi edifici- spesso gli unici
costruiti in mattoni - in cittadine di qualche importanza, molto lontane
dalle regioni dove vivono i pigmei. Al più, qualche missionario va a cele-
brare la messa una volta la settimana nei maggiori villaggi periferici.
In alcune zone vi sono eccezioni. Notevole un caso di cui ho sentito par-
lare in Zaire, nel1985. Tra i pigmei è assai diffusa una malattia dovuta a
una spirocheta estremamente simile a quella della sifilide, ma trasmessa
per contatto della pelle e non per via sessuale: è più facilmente fatale nei
bambini, ma colpisce anche gli adulti ed è causa di gravi mutilazioni,
quasi come la lebbra. Guarisce con una sola iniezione di penicillina. Una
piccola suora di Milano, da anni alla missione di Nduye nell'Ituri, la
principale regione pigmea di quel paese, faceva giornate di marcia nella
foresta per portare l'antibiotico in accampamenti lontani.

Società senza futuro

Le ultime società di primitivi ancora esistenti non hanno futuro. Sono


ridotte a piccoli gruppi di individui, spesso solo poche centinaia o miglia-
ia, e le economie industriali e monetarie stanno distruggendo dappertutto
il loro habitat e il loro stile tradizionale di vita.

Il più antico stile di vita 39


Nel parco creato nel nord dell'Australia, gli aborigeni sopravvivono
secondo i loro costumi. Attraverso qualche attività artistica tradizionale
alcuni si sono procurati la possibilità di migliorare un poco le proprie con-
dizioni. Quasi tutti gli altri però hanno abbandonato il modo di vivere tra-
dizionale e passano la vita da disoccupati, raccolti in villaggi di baracche.
Un altro gruppo importante, gli eschimesi, ridotti in 20.000 in Canada
e meno in Alaska, oggi per lo più campano grazie al sussidio sociale. Al-
cuni lavorano per le stazioni americane di controllo radar, oppure vivono
di attività artistiche. Vanno ancora a pesca, ma è difficile che usino il
kayak e l'arpione, semmai il fuoribordo e il fucile, se hanno i mezzi per
permetterseli. Da trent'anni non costruiscono più gli iglù ma vivono in
baracche prefabbricate, fornite dal governo.
Aiutati da alcuni mercanti d'arte e dal governo canadese hanno svilup-
pato la scultura, in una pietra locale molto bella. Hanno anche appreso
da un artista canadese, John Houston, che ha passato nove anni con loro
per insegnargliela, la tecnica dell'incisione, senza però influenzarne i gusti
che sono rimasti quelli tradizionali. Naturalmente i creatori veramente
originali sono pochi; la maggioranza fa solo statuette commerciali, la co-
siddetta «arte d'aeroporto>>. Colpisce però pensare che quasi il 70 per
cento degli eschimesi del Canada almeno in un periodo della vita abbia
provato a vivere di queste attività. Vi sono alcuni villaggi in cui tutti, oggi,
sono buoni artisti.
Tranne qualche piccolo gruppo, anche i lapponi non sono più cacciatori
e pescatori. Alcuni vanno a caccia con una renna femmina addomesticata,
che serve da esca per attirare i maschi. Il loro stile di vita però non ha più
molto di primitivo. Un amico svedese, psichiatra, che è stato di recente
in una zona del nord dove segue un gruppo di malati schizofrenici, mi ha
raccontato che volendo andare a trovare una famiglia di lapponi che co-
nosceva gli è stato risposto che era andata a pesca: con l'elicottero!
Il pigmeo invece va ancora a caccia con l'arco, in certe zone con la bale-
stra, ma soprattutto con la rete. Il suo futuro è il futuro della foresta, che
è stata distrutta lentamente in passato e viene distrutta rapidamente oggi.
In Africa questo processo ha avuto inizio 3000 anni fa, quando i conta-
dini bantu partiti dal Camerun si sono diffusi verso sud e verso est, ed è
proseguito lentamente per secoli. Oggi è accelerato e numerosi gruppi pig-
mei sono stati costretti negli ultimi decenni ad abbandonare la loro vita.
La foresta delle Amazzoni, in Brasile, somiglia molto alla foresta africa-
na, di cui rappresenta, così come il suolo, una continuazione oltre l'Oce-
ano Atlantico: le due terre infatti erano connesse prima della separazione

40 Chi siamo
dei due continenti, un centinaio di milioni di anni fa. Negli ultimi anni la
distruzione della foresta delle Amazzoni è proceduta a velocità elevatis-
sima, travolgendo nel disastro le centinaia di tribù indiane che ancora vi
sopravvivono in numero sempre più ridotto.

Perché occuparsi di queste strane popolazioni?

Sappiamo che circa due milioni e mezzo di anni fa viveva un essere


che chiamiamo «Homo habilis» e che siamo disposti a riconoscere come
uomo, benché molto primitivo. Discendeva da un antenato vissuto forse
cinque milioni di anni fa, comune all'uomo e alle scimmie odierne. Co-
nosciamo altri antenati vissuti prima di Homo habilis, che rimane finora
il più antico fra quanti presentano caratteristiche tali da indurci ad accet-
tarli nella grande famiglia del genere umano. Le ragioni importanti sono
due: non solo non usava più le mani per camminare- non è stato il primo
ad avere questa capacità- ma con le mani costruiva strumenti di pietra,
che usava per la caccia e la preparazione del cibo.
Da allora gli appartenenti alla famiglia umana sono evoluti lentamente,
fino al tipo di uomo moderno che ci è familiare, l'unico tuttora vivente,
cui apparteniamo sia noi sia i pigmei e tutte le varie razze. L'uomo moder-
no compare sulla scena solo negli ultimi 200.000 anni, ma fino a poche
migliaia di anni fa- un tempo molto recente, quindi, nella storia dell'evo-
luzione umana - tutti i discendenti di Homo habilis vivevano in modo
non dissimile dai loro antenati: in gruppi piccoli, semi-nomadici, procu-
randosi il cibo attraverso la caccia, la pesca e la raccolta, usando strumen-
ti di pietra (e presumibilmente di legno e altri materiali non conservati),
che sono andati lentamente evolvendosi nel corso del tempo. Nelle ultime
poche migliaia di anni sono intervenuti cambiamenti massicci: ha avuto
inizio la produzione di cibo attraverso l'agricoltura e l'allevamento degli
animali, che ha permesso, anzi stimolato, un aumento rapidissimo della
densità di popolazione. Oggi siamo oltre mille volte più numerosi degli
uomini che vivevano sulla Terra 10.000 anni fa. Il nostro modo di vita è
cambiato moltissimo, tranne che in pochi ambienti naturali che rappre-
sentano condizioni ecologiche estreme, come la foresta tropicale o la tun-
dra artica. In questi luoghi non c'è stato né lo stimolo, né la possibilità di
un cambiamento: l'agricoltura e l'allevamento degli animali sono difficili
o impossibili, e comunque poco redditizi, per cui il modo di vita non è
cambiato, se non per alcuni e solo nelle ultime decine di anni.

Il più antico stile di vita 41


Lo studio di pigmei, boscimani, eschimesi, aborigeni australiani, e di
quei pochi altri gruppi di cacciatori-raccoglitori che sopravvivono (proba-
bilmente ancora per poco, come si è visto), ci aiuta a capire come poteva-
no vivere i nostri antenati. Naturalmente non si può pensare che il modo
di vita di queste popolazioni non sia cambiato affatto dai tempi più remo-
ti: Da almeno 2000 anni i pigmei sono in contatto con agricoltori africani
e barattano i prodotti della caccia contro i loro strumenti di ferro, più
efficienti di quelli di pietra. Gli aborigeni australiani, però, al tempo della
scoperta dell'Australia usavano - e in parte usano ancora - strumenti di
pietra simili a quelli del paleolitico antico. In una mia visita all'altopiano
della Nuova Guinea, nel 1967, ho riscontrato che si fabbricavano e si
usavano tuttora strumenti di pietra, anche se di tipo più recente.
La costruzione delle abitazioni, la vita di società in piccoli gruppi semi-
nomadici, la dimensione stessa di questi gruppi, non sono probabilmen-
te cambiate in modo importante. Numerosi altri aspetti della vita dei
cacciatori-raccoglitori odierni ci riconducono a quella dei nostri antenati:
la consuetudine di condividere il cibo, consumandolo in comune; la ca-
ratteristica mancanza di gerarchie rigide e di leggi prestabilite (tutta la
tribù concorre alle decisioni); probabilmente anche le usanze inerenti alla
fertilità e alla natalità, come avremo modo di vedere più avanti.
L'etnografia, cioè lo studio dei costumi di tutte le popolazioni che vivo-
no in mondi socioeconomici e tecnologici diversi da quello della società
industriale, è di grande aiuto all'archeologo per capire, ad esempio, come
venivano fabbricati e usati i vari strumenti rinvenuti negli scavi. Ci riem-
pie di ammirazione osservare l'ingegnosità di queste persone. I cacciatori-
raccoglitori sono i più interessanti, in quanto rappresentano il modo di
vivere più antico. Per il genetista è anche di particolare interesse quella
che chiamiamo la struttura genetica di queste popolazioni, che ci permet-
te di capire quanto variano l'uno dall'altro i diversi popoli, tribù, villaggi.
Inoltre, le differenze genetiche fra questi popoli e quelli che conosciamo
più da vicino, cioè i bianchi, ci danno informazioni preziose sull'evolu-
zione della specie umana e sulle differenze che ci separano da quei nostri
antenati che erano uomini moderni come noi.

42 Chi siamo
Un pigmeo si diverte a guardare le figure di African Pygmies (da una foto scattata nel1g88).

Il più antico stile di vita 43


Capitolo 2

UNA GALLERIA
DI ANTENATI
Abitazioni sull'acqua, lago Titicaca, Perù. ©Giovanni Porzio 2013
Nel primo Seicento James Ussher, arcivescovo di Armagh in Irlanda,
determina con scrupolo la data della creazione del mondo nel4004 a.C.,
basandosi sulla Bibbia.
Ancora nel secolo scorso era opinione comune che la specie umana
fosse vecchia di poche migliaia di anni. Si riteneva che Dio avesse creato
l'uomo poco tempo prima dell'inizio della storia, che data a circa 5000
anni fa, con i primi documenti scritti sumeri ed egiziani.
Oggi pensiamo che l'agricoltura sia stata inventata 10.000 anni fa, che
l'attuale specie umana abbia 200.000 o 300.000 anni, il genere Homo
due milioni e mezzo e la vita sulla Terra quasi quattro miliardi di anni. A
farci cambiare idea sul conto dei nostri antenati e sull'antichità del mon-
do è intervenuta una lunga serie di scoperte, che all'inizio sono state con-
siderate con grande scetticismo. Le convinzioni dell'arcivescovo Ussher
erano diffuse ai tempi e ancor oggi vari gruppi di cristiani fondamentalisti
difendono a spada tratta l'interpretazione letterale della Bibbia.

Una scoperta controversa

L'analisi scientifica dei resti fossili umani ha avuto inizio solo nell'Otto-
cento. La paleontologia, cioè lo studio dei fossili e delle antiche forme di
vita, è più antica. Già Erodoto ci parla di conchiglie ritrovate sui monti
d'Egitto e le cita a dimostrazione che parte dell'Egitto era anticamente
occupata dal mare.
Alcuni reperti fossili umani erano stati rinvenuti già al principio dell'Ot-
tocento, ma è solo con la scoperta del primo Neandertal, nel 1856, che
il mondo ha cominciato a rendersi conto che potevano essere esistiti in
tempi antichi uomini diversi da noi. Il ritrovamento avvenne per caso,
all'interno di una caverna scoperta demolendo la roccia in una cava:
affiorarono delle ossa che avevano qualche strano particolare; furono
consegnate al padrone della cava, che le diede in custodia al maestro di
scuola locale. Il tutto avveniva vicino a Diisseldorf, nella valle del fiume
Neander (<<Tal>> in tedesco significa valle). Il maestro si rese conto che era
il caso di attribuirvi importanza e le affidò a sua volta a un professore
di anatomia, Hermann Schaffhausen che, colpito dalla loro peculiarità,
diffuse la notizia del ritrovamento al mondo scientifico. Molti dissero che
non avevano nulla di strano. Altri avanzarono ipotesi curiose. Furono
attribuite persino a cosacchi morti.
Le ossa mostravano uno spessore, una grossolanità per così dire, e una
robustezza inconsuete nelle ossa umane, pur essendo molto simili a quelle
dell'uomo attuale. C'era poi un cranio, che era come schiacciato, spro-
fondato rispetto alla faccia, con arcate sopracciliari molto pronunciate,
enormi. È naturale che ai tempi ci si potesse sbagliare - abbiamo una
lunga storia di errori in tutta la scienza e in particolare nella paleoantro-
pologia - perché si trattava di una scoperta davvero strana. Fra l'altro,
l'idea che fosse esistito un uomo antico diverso da noi era in completo
contrasto con le credenze religiose, che ponevano nella creazione l'origi-
ne dell'uomo ed escludevano un'evoluzione successiva. Vale la pena di
ricordare che quando furono scoperte le prime ossa di dinosauro, sempre
nel secolo scorso, si disse che non potevano appartenere ad una specie
scomparsa perché era impossibile che Dio avesse creato degli esseri vi-
venti e poi, scoprendo che si era sbagliato, li avesse portati all'estinzione.
Il più grande anatomopatologo dell'epoca, un tedesco di nome Rudolf
Virchow, interpretò le ossa di Neandertal come il risultato di una malattia
subita dall'uomo cui erano appartenute in vita. Il suo prestigio era tale
che altri -che in precedenza avevano espresso idee più vicine a quelle di
oggi - dovettero ricredersi.
Ci volle un po' di tempo perché si accettasse l'idea che si trattava delle
ossa di un uomo primitivo. Chi maggiormente influenzò al riguardo i
suoi contemporanei, portando avanti validamente l'idea dell'evoluzione
dell'uomo e delle scimmie a partire da antenati comuni, fu un naturalista,
Thomas Huxley. Era amico e sostenitore di Charles Darwin, il più grande
studioso dell'evoluzione. Darwin fu più prudente nel parlare dell'origine

48 Chi siamo
comune di uomini e scimmie, probabilmente per timore che un intervento
in forze delle chiese cristiane potesse sotterrare la teoria dell'evoluzione
prima che avesse il tempo di diffondersi. Huxley invece si scontrò aperta-
mente con vescovi e politici, imponendosi grazie alle sue capacità oratorie
e all'altezza del suo ingegno. È rimasta famosa la risposta che diede al ve-
scovo Samuel Wilberforce, che lo aveva deriso dicendo che evidentemente
gli antenati di Huxley e Darwin erano delle scimmie. Replicò che preferi-
va di gran lunga avere scimmie come antenati, piuttosto che uomini che
ragionavano come il vescovo.

Le scoperte si moltiplicano

Nei decenni successivi vennero alla luce molti altri esempi di uomini
di Neandertal, assai somiglianti al precedente, e confermarono che era
effettivamente esistito un essere diverso da noi, eppure abbastanza simile
a noi da doverlo considerare un uomo. Alcune di queste ossa, fra l'altro,
erano state scoperte prima del ritrovamento nei pressi di Diisseldorf, ma
la notizia non aveva avuto diffusione.
Nel 1868, nel corso di scavi eseguiti per la costruzione di una ferrovia
lungo la valle del fiume Vézère, nella regione del Périgord nel sud-ovest
della Francia, comparvero i resti di altri uomini, sempre molto antichi ma
decisamente più simili a noi. Anch'essi hanno preso nome dalla località
dove furono scoperti, Cro-Magnon. Vivevano in zone non lontane da
quelle abitate dai Neandertal rinvenuti in Francia. Settant'anni più tardi,
nelle vicinanze si scoprirà la grotta di Lascaux, con le pareti ricoperte
da affreschi straordinari raffiguranti animali preistorici e scene di caccia,
opera, per l'appunto, di uomini di Cro-Magnon. Stavolta il ritrovamento
è dovuto a un cane, il quale finisce in un buco che conduceva alle grotte
dipinte e viene rintracciato dai ragazzi che erano con lui.
Cro-Magnon è molto simile a noi, è ciò che chiamiamo un uomo mo-
derno. Se lo incontrassimo non lo troveremmo insolito, mentre probabil-
mente un Neandertal ci colpirebbe come differente da noi.
In seguito si sono trovati altri uomini, diversi da Neandertal e Cro-Ma-
gnon, ma certamente anch'essi antichi, anzi più antichi. Alla fine dell'Ot-
tocento, ad esempio, un olandese ha rinvenuto a Giava e nelle vicinanze
dei resti umani precedenti a Neandertal. Ha cominciato così a crearsi
un corpus di dati e di informazioni che non si potevano trascurare o
seppellire con pregiudizi e la paleontologia umana è diventata una disci-

Una galleria di antenati 49


Una spiaggia a Socotra, Yemen. ©Giovanni Porzio 2013

so Chi siamo
plina riconosciuta, non è più stata considerata una semplice invenzione.
C'è molta casualità nei ritrovamenti, perché non abbiamo dei sistemi per
andare a cercare direttamente questi resti. Possiamo sapere che in alcune
zone è più facile trovarli: è quello che succede ad esempio oggi in Africa
orientale. In genere però capitano per caso. Fortunatamente di solito de-
stano molta attenzione e vengono segnalati.
Purtroppo molti reperti sono andati perduti perché venivano usati per
altri scopi. Per esempio in Cina le ossa fossili sono considerate benefiche
come ricostituente. Le chiamano «ossa di drago», ritenendo che appar-
tengano a draghi preistorici. Tritandole finemente, se ne fanno delle pol-
verine molto leggere che si vendono in farmacia. Ne ho comprato qualche
grammo anch'io. La consuetudine ha probabilmente causato la distruzio-
ne di reperti preziosissimi, ma si tratta di una medicina tradizionale cara
al cuore dei cinesi.

Cos'è un fossile?

Non c'è una definizione molto precisa per stabilire se un resto sia o non
sia fossile. L'origine della parola indica che si tratta di oggetti provenienti
dal sottosuolo. In linea di massima sono pietrificati, però si considerano
fossili anche resti che non lo sono.
Il processo di pietrificazione è una sostituzione chimica di determinati
elementi, che rispetta la forma dell'oggetto trasformandolo progressiva-
mente in pietra. Filtrando attraverso un residuo organico che appartene-
va a un essere vivente, soluzioni saline possono depositarvi cristalli di sali
di calcio o di silicati che si sostituiscono ai componenti organici, finché
l'organismo diviene come pietra.
Al termine del processo la materia originaria è andata distrutta nella
sostituzione, oppure si è mantenuta solo in parte. L'organismo dal punto
di vista chimico è trasformato, tuttavia la sua forma - che è sempre ciò
che ci colpisce - può essersi conservata intatta. Vi sono ali di insetti o
foglie di piante che hanno 50-100 milioni di anni e più la cui struttura si
è preservata in modo a volte perfetto. Al microscopio si vedono le cellule
e alloro interno si trova ancora il Dna, che è il codice che racchiude tutte
le informazioni necessarie a formare un organismo vivente.

Una galleria di antenati 51


l luoghi ove sono avvenuti i principali ritrovamenti di fossili di australopitechi e del primo uomo
(Homo habilis) in Africa. Fra gli animali dei cui resti si cibavano vi erano gnu, zebre, antilopi,
gazzelle, damalischi, iene, maiali selvatici, giraffe, elefanti.

52 Chi siamo
L'anello di congiunzione

Nell'ultimo secolo le principali scoperte di resti umani sono avvenu-


te in Africa. Nel 1924 Raymond Dart, professore di anatomia a Johan-
nesburg, trova in Sudafrica i primi australopitechi, che consideriamo oggi
i predecessori dell'uomo. Non li riconosciamo ancora come umani, però
sono anelli di congiunzione fra noi e gli antenati comuni a noi e alle scim-
mie. Il nome australopiteco significa scimmia dell'emisfero australe (dal
greco «pithekos>>, scimmia, in quanto questi individui somigliano molto
alle scimmie, pur avendo particolarità decisamente umane).

La separazione tra la linea evolutiva della scimmia più vicina a noi, lo


scimpanzé, e quella dell'uomo, dev'essere avvenuta intorno a 5-6 milioni
di anni fa. Gli australopitechi sono vissuti a partire da 4 milioni di anni fa.
Il più famoso è stato battezzato Lucy (dalla famosa canzone dei Beatles,
Lucy in the Sky with Diamonds, che veniva suonata nell'accampamento
degli archeologi), è una femmina ed è stata scoperta nel 1974 in Africa
orientale, in un deserto dell'Etiopia tra Addis Abeba e Gibuti, non lonta-
no dal mare. Il luogo si chiama Hadar ed è abitato da una popolazione
detta Afar. Il nome scientifico che è stato attribuito ai simili di Lucy, Au-
stralopithecus afarensis, indica che provengono dal territorio degli Afar.
C'è un buon motivo per cui reperti simili vengono trovati in zone così
distanti fra loro ed è che si tratta di regioni che appartengono geologica-
mente alla stessa conformazione, la Rift Valley, una gigantesca vallata dai
pendii scoscesi ( «rift>> significa spaccatura) creata da fenomeni sismici e
vulcanici importanti, che si estende appunto dal Sudafrica fino all'Etiopia.
Le ricerche nella Rift Valley sono state avviate da un archeologo, Louis
Leakey, che ha lavorato soprattutto in Tanzania e poi più a nord, sca-
vando per oltre trent'anni prima di giungere ad una serie di scoperte fon-
damentali per la conoscenza del nostro passato. Altri hanno proseguito
il lavoro all'estremità settentrionale della vallata, in Kenya e in Etiopia,
trovando esemplari molto antichi di uomini ed anche di australopitechi
simili a quelli rinvenuti in Sudafrica.
Nella Rift Valley c'è una condizione di particolare vantaggio: è una
zona di grande attività vulcanica e le eruzioni hanno ricoperto i resti fos-
sili di polvere finissima. Questo li ha preservati in modo così straordina-
rio che si sono conservate persino le orme dei passi di una coppia, forse
';llla donna e un bambino, o un maschio e una femmina più piccola di lui.
E come a Pompei ed Ercolano.

Una galleria di antenati 53


Come datare i ritrovamenti?

Il primo metodo che si applica è la stratigrafia: studiando a fondo la ge-


ologia di una regione si determina la successione dei vari strati di terreno
e di roccia presenti nell'area. È necessario scavare con grande accuratez-
za, per ricostruire tutta la serie degli strati. Si cerca di datarli, e la preci-
sione dipende dal numero di strati, sopra e sotto il reperto che interessa,
di cui si riesce a determinare l'età. Nella zona in cui si è scoperta Lucy è
stato possibile datarne vari e precisare in modo notevole l'età degli strati
fra cui è compreso lo scheletro di Lucy. La data attribuita a questo ecce-
zionale reperto è oggi di 3,2 milioni di anni, secondo il suo scopritore,
Donald Johanson.

La fisica viene in aiuto agli archeologi

La stratigrafia è preziosa in generale, ma lo è soprattutto per la datazione


dei reperti più antichi. Esistono poi metodi fisici e biologici, cui di recente
se ne sono aggiunti alcuni chimici, utili di solito su periodi più vicini a noi.
Il metodo di datazione più vecchio e più noto usa il radiocarbonio 14.
Per capire come funziona, bisogna avere presenti alcune caratteristiche
della materia.
Sappiamo che la materia è composta di elementi chimici. La materia
vivente, in particolare, si compone soprattutto di quattro elementi: car-
bonio, ossigeno, idrogeno, azoto. Questi esistono in più forme, che si
differenziano per il loro peso atomico, calcolato come la somma di neu-
troni e protoni, due particelle elementari che insieme formano il nucleo
dell'atomo e hanno quasi esattamente la stessa massa, ma carica elettrica
diversa: come dice il suo nome, il neutrone è elettricamente neutro, men-
tre il protone ha una carica positiva.
Il carbonio si trova in natura in tre forme: C12, C13 e C14: il nume-
ro dopo la C, che sta per carbonio, si riferisce alla somma del numero
di protoni e neutroni nel nucleo. Le proprietà chimiche di un elemento
dipendono dal numero di protoni e gli atomi di Cl2, C13 e C14 hanno
lo stesso numero di protoni, sei; ciò dà loro lo stesso comportamento
chimico, quello appunto del carbonio. Si dice perciò che sono <<isotopi>>.
Il termine letteralmente significa che occupano l'identico luogo, perché si
trovano nella stessa posizione in una famosa tabella che prevede il com-
portamento chimico degli elementi.

54 Chi siamo
Il C14 è radioattivo ed è presente in natura in quantità molto piccole
accanto al carbonio normale, non radioattivo, C12 e C13. «Radioattivi-
tà>> significa produzione di radiazioni: quando un atomo di C14 emette
radiazione, quel che avviene in pratica è che un neutrone dell'atomo si
trasforma in un protone. I protoni a questo punto sono diventati sette e
l'atomo trasmutato non cambia peso atomico ma ha le proprietà chimi-
che di un atomo a sette protoni: è questo l'atomo d'azoto, che ha simbolo
N. In pratica, C14 è diventato N14.
La trasmutazione avviene con una cadenza perfetta, non influenzata
dalla temperatura (un vantaggio molto importante). Il C14 si distrugge
quindi nel tempo con un ritmo regolare, che permette di usarlo come
orologio. È un processo lento: ci vogliono 5730 anni perché si dimezzi
il numero degli atomi di un campione. Dopo 40.000 anni si è dimezzato
quasi sette volte e ne rimane così poco che è difficile rilevarlo.
Con questo metodo si può datare solo il materiale che contiene car-
bonio in quantità sufficiente: ossa e soprattutto legno sono i materiali
più usati. Si determina chimicamente la quantità di carbonio presente
nel campione e con metodi fisici la radioattività riferibile a C14. C12 e
C13 non sono radioattivi e non cambiano nel corso del tempo, per cui
dal loro rapporto con la quantità residua di C14 si può calcolare l'età del
campione. Ci sono limiti pratici, perché il materiale che ha più di 40.000
anni ha un contenuto di radiocarbonio troppo basso per poterlo stimare,
se non con metodi assai più delicati, costosi e incerti. Inoltre si può datare
solo materiale organico.

Il carbonio 14 si forma in piccolissima quantità nell'atmosfera, per


bombardamento degli atomi d'azoto da parte delle radiazioni cosmiche;
viene messo in circolazione sulla Terra, insieme con il carbonio normale,
dalle piante, che utilizzano l'anidride carbonica e l'acqua per vivere. Il
metodo si basa sull'ipotesi che la concentrazione di C14 nell'atmosfera
sia sempre stata la stessa. Questa ipotesi non è esatta ma è stato possibile
dimostrare le variazioni di C14 nell'atmosfera in tempi diversi e correg-
gere i dati. Sono stati di aiuto i tronchi di pini rimasti intatti per millenni
dopo la loro morte in regioni desertiche dell'Arizona, da cui si sono otte-
nuti campioni di legno assai antichi: contando gli anelli di accrescimento
del tronco, che come è noto si accumulano un anno dopo l'altro, è stata
determinata la quantità di radiocarbonio contenuta nel legno di diverse
e~à. La sequenza di anelli è stata ricostruita per un periodo lunghissimo,
nsalendo fino a migliaia di anni addietro, grazie a un procedimento noto

Una galleria di antenati 55


La foresta equatoriale di Tikal, Guatemala.© Giovanni Porzio 2013

56 Chi siamo
come dendrocronologia, reso possibile dal fatto che ogni anno il clima
determina l'aspetto dell'anello formatosi in quell'anno. L'alternanza di pe-
riodi caldi e freddi crea una serie caratteristica di anelli, riconoscibile in
tutti gli alberi vissuti - almeno in parte - nello stesso periodo. È stato così
possibile stabilire che un albero particolare è vissuto, poniamo, da 5527 a
5110 anni prima, un altro fra i 5230 e i 4991, e si sono trovati abbastanza
alberi da coprire tutto il periodo che va da oggi a più di 7000 anni fa.
Altri elementi chimici ci aiutano su periodi più lunghi: il radiopotassio
si trasforma in argon con estrema lentezza e serve per datare rocce, specie
se ricche di potassio; l'uranio si trasforma secondo una lunga catena di
elementi, tra cui il radio e alla fine il piombo. La serie dell'uranio è utile
fino ad età di 500.000 anni ma con approssimazione non indifferente. Il
metodo argon-potassio serve soprattutto per età fra 100.000 e 10 milioni
di anni, o più.

Alla ricerca della parentela fra uomini e scimmie

Con questi metodi di datazione si è arrivati a stabilire l'età dei reperti


fossili. Ma come si è arrivati a confermare la parentela fra uomini e scim-
mie, proposta da Darwin e Huxley?
Oggi non è difficile rendersi conto di quanto ci somiglino i nostri lontani
cugini, gli scimpanzé e i gorilla, se si ha occasione di visitare un giardino
zoologico. Una volta era molto raro poter vedere questi animali. Era così
raro che nel Seicento un inglese, Tyson, pubblicò un libro sull'anatomia
di un pigmeo paragonata a quella di una scimmia, di uno scimmione e
di un uomo, descrivendo come ossa di pigmeo quello che in realtà era lo
scheletro di uno scimpanzé. Anche l'orangutang in fondo è molto umano,
per quanto sia facile notare che le differenze sono maggiori; in effetti si è
separato da noi in un momento più antico nel corso dell'evoluzione.

Da qualche decennio comunque disponiamo di un metodo genetico


nuovo per stabilire le somiglianze fra diverse specie e datare la loro ori-
gine: è il metodo detto dell'<<orologio molecolare>>. Si tratta di studiare
una molecola biologica complessa -meglio, anzi, parecchie molecole di-
verse - e di contare le differenze che ci sono, ad esempio, fra la molecola
de}l'uomo e quella dello scimpanzé.
E necessario avere un riferimento, una scala di misura, che ci dica in
quanti milioni di anni si produce in media una differenza. Per fissare que-

Una galleria di antenati 57


sta scala occorre disporre di molte date valide che ci dicano quando è
avvenuta la separazione tra due organismi di cui possiamo studiare oggi
il materiale biologico.

L'emoglobina

Le molecole che servono per questo studio sono di due tipi: le proteine
e gli acidi nucleici (il Dna). Sono le molecole caratteristiche della materia
vivente. Si trovano solo negli organismi viventi e sono responsabili delle
funzioni che permettono la vita. Cominciamo a parlare delle proteine,
perché sono state usate per prime per stabilire la differenza fra uomo e
scimmia. Più avanti parleremo del Dna.

a a

l l

lB
Una molecola di emoglobina è fatta di quattro globine: due dette anche <<catene alfa)), e due
<<catene beta>>. Qui le quattro catene sono mostrate come figure solide nei loro rapporti reciproci.
Possiamo immaginare una catena tipica come un filo a spirale di circa 150 perle, gli aminoacidi
che la formano. l dischetti sono le molecole di eme.

58 Chi siamo
Le proteine sono in numero grandissimo nell'organismo, decine di mi-
gliaia. Prendiamone una di cui spesso si sente parlare, l'emoglobina, la
costituente principale dei globuli rossi, palline di otto millesimi di mil-
limetro di diametro che formano metà del nostro sangue. L'emoglobina
dà al sangue non solo il suo colore ma anche la sua proprietà più impor-
tante, quella di raccogliere ossigeno dai polmoni e trasportarlo ai tessuti,
dove viene utilizzato dalle cellule. È noto che ogni cellula deve bruciare
. .
ossigeno per vivere.
Una molecola di emoglobina è fatta di quattro sotto-molecole, per così
dire, di quattro catene che sono unite insieme in un modo particolare e di
cui esistono due tipi: due catene uguali fra loro che si chiamano «alfa>> e
altre due, sempre uguali fra loro ma diverse dalle prime, che si chiamano
<<beta>>. Ciascuna ha dentro di sé una molecola più piccola, in cui avviene
la fissazione dell'ossigeno e che consente lo scambio di ossigeno con i
tessuti. Questa si chiama <<eme>> e contiene del ferro: il motivo per cui si
dà del ferro agli anemici è perché hanno perduto emoglobina e ne hanno
bisogno per produrne di nuova.

Le quattro catene sono fondamentali: il ferro da solo o l'eme che lo


contiene non basterebbero a dare all'emoglobina la proprietà di scambia-
re ossigeno. Ciascuna catena si compone di unità più piccole, disposte in
fila; possiamo vederla come una fila di perle. Ce ne sono 141 nella catena
del tipo alfa e 146 nella catena del tipo beta.
Queste "perle" a loro volta non sono uguali fra loro ma sono di venti
tipi diversi. Le proprietà di una proteina sono determinate dalle unità
che le compongono, chiamate <<aminoacidi>>. A ciascuna è stato dato un
nome (alanina, glicina, triptofano, serina ... ).
Per definire la funzione delle proteine è importante sapere non solo qua-
li aminoacidi contengono ma anche e soprattutto l'ordine in cui questi
sono disposti.

Lo studio dell'evoluzione attraverso le proteine

In linea di massima, se guardiamo una stessa proteina - per esempio


l'emoglobina- in due individui della stessa specie troviamo che è identica
o molto simile, mentre in due organismi separati da un'evoluzione più o
meno lunga è diversa, perché sono stati sostituiti o mancano o si sono
aggiunti alcuni aminoacidi. Possiamo contare le differenze esistenti e sco-

Una galleria di antenati 59


priamo che in generale tanto più diversi sono due organismi, tanto più
grande è il numero di aminoacidi che li differenzia.
Prendiamo come esempio l'inizio della catena alfa dell'emoglobina in
tre specie assai diverse fra loro, contrassegnando ciascun aminoacido con
la sua iniziale. Nell'uomo la catena alfa comincia così: VLSP ... , ove V sta
per valina, L per leucina, S per serina, P per prolina, e così via. I primi
quindici aminoacidi sono i seguenti nell'uomo e in altre due specie, il
cavallo e il pollo:

Uomo: V L S P A D K T N V K A A W G
Cavallo: V L S A A D K T N V K A A W S
Pollo: V L S N A D K N N V K G I F T

È facile vedere che l'uomo e il cavallo sono diversi per due aminoacidi
tra i 15 indicati (il quarto e il quindicesimo), mentre l'uomo è diverso
dal pollo per 6 aminoacidi su 15. Anche confrontando pollo e cavallo si
trovano 6 aminoacidi diversi.
Questo già ci mostra una cosa interessante: in linea di massima la strut-
tura generale dell'emoglobina è analoga nelle tre specie, anche se si tratta
di organismi notevolmente diversi; però due organismi più simili tra loro,
come l'uomo e il cavallo, differiscono solo per due aminoacidi su quin-
dici, mentre il pollo è diverso dalle altre due specie per sei aminoacidi su
quindici. Questo è in accordo col fatto che il pollo è un Uccello, mentre il
cavallo e l'uomo sono Mammiferi.

Come misurare questa distanza sulla scala dell'evoluzione? Oggi pen-


siamo che i Mammiferi abbiano cominciato a diventare numerosi sulla
Terra solo dopo un cataclisma avvenuto intorno a 65 milioni di anni fa.
Secondo la teoria oggi prevalente, un grandissimo meteorite, che si ritie-
ne sia caduto probabilmente in una zona del Messico odierno, avrebbe
sollevato nell'atmosfera una colossale nuvola di polveri che oscurò la
luce del sole, provocando un inverno lungo molti anni e mutando pro-
fondamente il clima. A seguito di questo, grandi animali come i dino-
sauri scomparvero, mentre ebbero la possibilità di diffondersi animali
piccoli (e a sangue caldo!) come i Mammiferi di allora. È plausibile
quindi che i Mammiferi abbiano iniziato a differenziarsi l'uno dall'altro
intorno ai 65 milioni di anni fa, mentre sappiamo dallo studio dei fossili
che gli Uccelli hanno iniziato la loro differenziazione forse 200 milioni
di anni fa.

60 Chi siamo
La differenza di due aminoacidi fra uomo e cavallo (sui quindici mo-
strati prima), e quella di sei fra uomo e pollo, come anche fra cavallo e
pollo, sono in rapporto di uno a tre, pressappoco come la separazione
evolutiva tra uomo e cavallo (65 milioni di anni) e quella tra Uccelli e
altri Vertebrati, che è circa tre volte più antica. Questa relazione semplice
tra la divergenza evolutiva misurata tra i patrimoni biologici di diverse
specie e il tempo in cui essa ha potuto accumularsi è stata controllata su
molte proteine e su molti animali, ed è la base del cosiddetto «orologio
molecolare>>, utilizzato per calcolare i tempi di evoluzione a partire dalle
differenze osservate fra due organismi e per ricostruire i corrispondenti
alberi evolutivi.
Naturalmente una statistica fatta su quindici aminoacidi non è suffi-
ciente. Prendiamo una statistica più lunga, ad esempio il numero di dif-
ferenze di aminoacidi su tutta la catena alfa dell'emoglobina per quattro
Mammiferi.

Numero di aminoacidi diversi nella catena alfa dell'emoglobina


di uomo, gorilla, maiale e coniglio

Uomo Gorilla Maiale Coniglio


Uomo o l 19 26
Gorilla l o 20 27
Maiale 19 20 o 27
Coniglio 26 27 27 o

È facile rendersi conto dalle somiglianze visibili che uomo e gorilla sono
più vicini fra loro di uomo e maiale; invece è difficile dire, sempre giudi-
cando dall'aspetto, se il maiale oppure il coniglio siano più vicini all'uo-
mo, ma la tabellina ci dice che il maiale è più vicino all'uomo e al gorilla
del coniglio, perché, almeno sulla base di questa singola osservazione, il
numero di differenze è minore.

L'albero evolutivo delle scimmie e dell'uomo

A questo punto possiamo costruire un albero evolutivo: prima met-


tiamo insieme uomo e gorilla, che sono i più simili perché hanno solo
un aminoacido diverso. Uomo e gorilla hanno rispettivamente 19 e 20
differenze con il maiale, per cui pensiamo che la separazione sia avvenuta

Una galleria di antenati 61


in un tempo parecchio più antico di quella tra uomo e gorilla. Inseriamo
quindi sull'albero un ramo che porta al maiale. Infine mettiamo il coni-
glio sul ramo più esterno dell'albero, perché ha da 26 a 27 differenze sia
con l'uomo, sia con il gorilla, sia con il maiale. Naturalmente occorre stu-
diare catene di aminoacidi più lunghe perché i numeri abbiano valore dal
punto di vista statistico. Conviene anzi fare la media fra molte proteine e,
come vedremo, con il Dna.

Questa statistica è stata fatta anche con un metodo che permette di


calcolare il numero delle differenze di aminoacidi in modo meno diretto.
Due scienziati di Berkeley- un antropologo, William Sarich, e un biochi-
mico, Allan Wilson- hanno così trovato che la differenza fra scimpanzé
e uomo data fra i 5 e i 7 milioni di anni.

ANTENATO COMUNE

Albero evolutivo di quattro Mammiferi, costruito sulla base della catena alfa dell'emoglobina.

62 Chi siamo
All'inizio questa conclusione ha fatto molto scalpore, perché si ritene-
va che la separazione fra le grandi scimmie e noi fosse quattro volte più
antica. La si datava a 20-25 milioni di anni fa, sulla base di dati paleon-
tologici poco affidabili.
Successivamente è stata scoperta Lucy, che ha molti caratteri scimmie-
schi ma anche dei caratteri umani ed è chiaramente sulla linea che porta
all'uomo, quindi è successiva alla separazione tra le grandi scimmie e noi,
anche se non di molto. Ora, abbiamo detto che Lucy ha potuto essere
datata con un buon margine di sicurezza a 3,2 milioni di anni fa, un risul-
tato che evidentemente va molto più d'accordo con i 5-7 milioni di anni
proposti dai biologi molecolari per il distacco fra le due linee evolutive
che non la vaga datazione a 20-25 milioni di anni cui ci si atteneva in
precedenza.
Oggi è opinione comune che la separazione fra uomo e scimpanzé sia
avvenuta fra i 5 e i 7 milioni di anni fa. La separazione tra gorilla e uomo
è un po' più antica e quella tra orangutan e uomo è più vecchia ancora,
dell'ordine di 10-15 milioni di anni.
Un ipotetico antenato avrebbe dato origine a una doppia discendenza.
Da una parte gli scimpanzé, dall'altra quegli organismi cui si concede
l'onore, forse dubbio, di avere dato inizio alla linea evolutiva conosciuta
con il nome di genere Homo.

Genere e specie

Che cosa significa fare parte di uno stesso genere o di una stessa specie?
La nomenclatura consueta è stata introdotta dal primo e più grande
classificatore degli organismi viventi, lo svedese Linneo, nel Settecento.
Un organismo vivente è contrassegnato da due nomi latini: il primo è il
nome del genere, cioè di un gruppo di specie affini, il secondo è il nome
della specie, che viene definita come l'insieme degli individui capaci di
dare origine a figli che possano avere prole feconda.
Per esempio, asini e cavalli appartengono allo stesso genere (Equus) ma
non alla stessa specie, perché gli ibridi fra loro, cioè i muli e i bardotti,
sono sterili.
Tutti gli uomini viventi appartengono alla stessa specie, Homo sapiens.
Non vi è un resoconto sicuro di incroci fra scimmie e uomini. Se sono av-
venuti (forse ad opera di pseudoscienziati nazisti) c'è da sperare che non
vengano mai ripetuti. Fra l'altro, viene da chiedersi: dove potrebbe mai

Una galleria di antenati 63


vivere l'eventuale discendente di un incrocio del genere, se l'incrocio dav-
vero avvenisse e desse origine a prole? Fra di noi o in un giardino zoolo-
gico? Basterebbe questa considerazione per distogliere qualsiasi persona
sensata da un simile esperimento.

L'antenato più antico

Negli ultimi anni, le scoperte si sono moltiplicate. Fra le più interes-


santi, uno scheletro proveniente dall'Africa orientale, datato a oltre 4,4
milioni di anni fa, battezzato Ardi (per Ardipithecus ramidus). Ardi è più
antico di Lucy, è bipede ma è molto ben adattato alla vita sugli alberi: non
sembra però trovarsi sulla linea evolutiva che condurrà all'uomo. Come
nel caso di altri fossili più vicini all'antenato comune con lo scimpanzé, si
direbbe semplicemente che l'evoluzione abbia tentato molte strade diver-
se, come sempre accade, e che alcune abbiano avuto fortuna più a lungo
di altre.
Per quanto ne sappiamo oggi, gli australopitechi seguono gli antenati
comuni a noi e alle scimmie. Non sono più protoscimmie e, per così dire,
non sono ancora uomini. Rappresentano un anello di congiunzione.
Sappiamo che ne sono esistiti parecchi. Sono state denominate più
specie: afarensis, africanus, robustus, aethiopicus, boisei, sediba, ghari.
Fra queste, il più probabile anello di congiunzione è l' Australopithecus
afarensis: si pensa che di qui siano discesi da una parte il genere uma-
no, dall'altra almeno due linee diverse di australopitechi, alcuni dei quali
sarebbero vissuti, sempre in Africa, fino a un milione di anni fa, per poi
estinguersi.

L'albero genealogico della specie umana

l ritrovamenti ci mostrano più specie del genere Homo: Homo habilis,


il primo e più vecchio, che è vissuto fra 2,5 e meno di 2 milioni di anni
fa in un'area dell'Etiopia attuale, più o meno nella stessa epoca è vissuto
Homo rudolphensis, in Kenya e nel Malawi. Poi, sempre in Africa orien-
tale, intorno a 1,9 milioni di anni fa compare Homo ergaster, che avrà
numerosi discendenti, tutti oggi estinti. Fra i 300.000 e i 200.000 anni
fa compare l'unica specie sopravvissuta fino ad oggi, Homo sapiens, che
siamo noi.

64 Chi siamo
4,4 Ardipithecus ramidus

Austrafopithecus 3,2 Austrafopithecus


africanus afarensis

Homo rudo/phensis

Homo erectus
Asia, Euro a

Austra/opithecus
l- ---1!- ------.s""
eCfilia

l
estinti 1,5 milioni di anni fa
1,85 Homo georgicus
Caucaso
1,5
,.........
<=
<=
' --.._.
', ._. ._. 1,2 Homo antecessor
"'
"O 6o0·500.ooo anni fa Spagna
soo
"'
:~
- - - Homo heidelbergensis
Africa, Europa, Asia
oo
E l
250

100

so
10 est inti 3o.ooo anni fa

Albero genealogico degli australopitechi e del genere Homo, con date approssimative, basato
sui crani fossili rintracciati in Africa ed Eurasia. L'intensificarsi degli studi e dei ritrovamenti lo
complica progressivamente, tenendoci per ora lontani da una ricostruzione definitiva.

Una galleria di antenati 65


In realtà non sappiamo con certezza se Homo habilis e Homo erectus
siano davvero appartenuti a specie diverse da Homo sapiens. La stessa in-
certezza vale del resto per la maggior parte delle specie di piante e animali
battezzate dagli studiosi di sistematica, che sono moltissime. Soprattutto
nel caso di specie estinte non si può neanche sperare di raggiungere que-
sta conoscenza con esperimenti di incrocio. Infatti, per dimostrare che
due individui appartengono alla stessa specie è necessario, in completo
rigore, controllare se sono in grado di generare prole feconda.
L'affinamento dei metodi d'indagine sta però portando sempre nuovi
tasselli alla ricostruzione della nostra genealogia, e anche se non siamo
ancora in grado di distinguere con sicurezza tutte le singole linee di di-
scendenza, risulta chiaro il quadro complessivo dell'evoluzione del genere
umano.

Gli australopitechi

Con una scatola cranica decisamente piccola rispetto alla faccia, gli au-
stralopitechi avevano presumibilmente un aspetto scimmiesco. Il conte-
nuto del cranio, che deve corrispondere all'incirca al volume del cervello,
è intorno ai 400 millilitri (o centimetri cubi, abbreviati come mi o cc),
poco più di quello di scimpanzé e gorilla, che peraltro hanno un corpo
più grande, mentre la statura di Lucy è piccola, 110 cm. Il cranio non
solo è piccolo ma è anche basso rispetto alla faccia, una caratteristica che
cambierà radicalmente solo con l'uomo moderno, in cui il cranio si eleva
rispetto alla faccia e comincia a comparire una fronte alta.
La faccia di Lucy sporge in avanti, la mandibola è grossa. Dalla forma
degli attacchi di tendini e muscoli alle ossa si vede che la muscolatura era
potente. Si nota già una modificazione dei denti che si accentuerà nella
linea umana. Le scimmie hanno denti canini sviluppati e separati dagli
incisivi da un intervallo, mentre nell'uomo i canini perdono importanza
e non sono più separati dagli incisivi. Nell' Australopitechus afarensis i
canini sono di dimensioni intermedie, però l'intervallo che li divide dagli
in~isivi è pari a quello che si trova nello scimpanzé.
E molto importante il fatto che gli australopitechi avessero la stazione
eretta, anche se c'è una piccola differenza rispetto a noi nel modo di stare
in piedi. Scimpanzé e gorilla possono stare eretti, ma la loro camminata
normale è a quattro zampe e camminano appoggiandosi sulle nocche del-
le dita, in modo quindi molto diverso dal nostro.

66 Chi siamo
Gli australopitechi si differenziano in molte specie che non giungono
fino a noi; gli ultimi scompaiono un milione di anni fa. Invece, sempre
in Africa orientale comincia a differenziarsi il tipo che consideriamo il
primo uomo. È stato scoperto, di nuovo da Louis Leakey, nella gola di
Olduvai, in Tanzania.

Homo habilis

Cosa ci porta a individuarlo come il capostipite della nostra specie?


Intanto l'aumento delle dimensioni del cranio e quindi del cervello, il
cui volume medio è salito, nel milione e più di anni intercorso dai primi
reperti di australopitechi, da 400 cc a 630 cc. Poi la comparsa di stru-
menti di pietra lavorata, dapprima molto rozzi. Nella gola di Olduvai
si vede ancora, esposta ai visitatori nel luogo ove fu scoperta da Leakey,
una collezione di strumenti e ossa di questo primo antenato veramente
umano. Cammina eretto, ma continua ad essere molto piccolo (poco più
di un metro di altezza), con braccia lunghe come già quelle di Lucy, forse
un vantaggio se questi antenati continuavano a salire sugli alberi con la
disinvoltura delle scimmie.
È stato datato fra 2,5 e meno di 2 milioni di anni fa all'incirca e battez-
zato Homo habilis, che sta a significare "operaio, abile, tuttofare", con
riferimento alla sua capacità di usare strumenti. Non si può escludere
tuttavia che già alcuni australopitechi fossero tra i primi produttori di
pietre lavorate. I reperti non sono abbastanza chiari e numerosi perché ci
. . .
s1 possa pronunciare con siCurezza.
I suoi strumenti erano assai grezzi. Molti sono schegge, che venivano
usate come raschiatoi, o pietre più grosse usate come scuri. Insieme alle
pietre si trovano anche ossa di animali: presumibilmente gli strumenti
servivano a staccare la carne dalle ossa e a romperle per mangiarne il mi-
dollo. In ricordo di Olduvai, la tecnica con cui sono stati lavorati prende
il nome di «olduvaiana».

La presenza di questi abbondanti depositi di pietre e ossa ci informa che


l'uomo andava a caccia, a differenza dei suoi predecessori, e consuma-
va carne (mentre gli scimpanzé odierni sono largamente vegetariani). Ci
rivela anche una significativa differenza di comportamento rispetto alle
scimmie: la preda viene condivisa, consumata insieme. È un primo passo
verso la cooperatività.

Una galleria di antenati 67


Homo ergaster

Il tipo umano immediatamente successivo è l'Homo ergaster (come vie-


ne definito oggi), ed è stato datato a partire da 1,9 milioni di anni fa.
Sappiamo ben poco della transizione fra questi due antenati: è difficile
da studiare perché il numero di fossili e di siti archeologici bene analizzati
e datati è molto piccolo. Il passaggio da Homo habilis a Homo erga-
ster è contrassegnato dall'aumento di volume del cervello, che continua
a crescere e passa, forse in modo graduale, da una media di 630 a poco
più di 1000 cc, mentre gli strumenti continuano a divenire più numerosi,
specializzati e perfezionati.
Con lo sviluppo del cervello il cranio cresce per così dire in altezza,
sopra le arcate sopracciliari, che però restano sempre molto pronunciate.
La faccia diviene meno lunga ma le arcate dentarie continuano a protru-
dere. La mandibola è meno alta ma un po' sfuggente all'indietro, un ca-
rattere che scomparirà solo nell'uomo moderno, in cui si viene a formare
un mento quasi puntuto.
Probabilmente lo sviluppo del cervello è almeno in parte collegato con
quello dello strumentario. I nuovi strumenti vengono chiamati «acheu-
leani>> - dalla località di Saint-Acheul, in Francia, ove furono descritti
dagli archeologi francesi - e vengono ad arricchire quelli della vecchia
tecnica olduvaiana. Compaiono per la prima volta intorno a 1,5 milioni
di anni fa, naturalmente in Africa dove ergaster ha avuto origine. Verso
la stessa data si trova l'esempio più antico di focolare acceso dall'uomo.
Compaiono le scuri a due facce, che in seguito non cambieranno molto
nel tempo. In generale, strumenti di tipo acheuleano si trovano fino a
200.000 anni fa, in siti abitati non più da ergaster ma dai suoi successori.

l luoghi dell'evoluzione umana e le prime grandi migrazioni

Per mezzo milione di anni e più, teatro della storia dell'uomo è l'Afri-
ca, come del resto era stato previsto, con lucida intuizione, da Darwin e
Huxley fin dall'Ottocento. Il ragionamento era semplice: gli esseri viventi
più simili all'uomo sono scimpanzé e gorilla, che vivono in Africa; dev'es-
sere quindi in Africa che ha avuto origine la specie umana.
Da quanto si è potuto ricostruire, i nostri antenati umani- e già gli au-
stralopitechi molto prima di loro - avevano lasciato la foresta, dove abi-
tano ancor oggi le grandi scimmie, e vivevano in ambienti simili all'odier-

68 Chi siamo
na savana: una prateria tropicale con alte erbe e arbusti e macchie di
alberi sparsi, popolata da grandi quadrupedi e da una ricca varietà di
specie vegetali e animali.
A partire da poco meno di due milioni di anni fa Homo ergaster si è
messo in cammino, per così dire, e nelle centinaia di migliaia di anni
successivi si è diffuso in Asia e in Europa, praticamente in tutto il Vec-
chio mondo. La capacità di controllare il fuoco potrebbe avere giocato
un ruolo fondamentale in questa espansione, che probabilmente è stata
resa possibile dalla capacità di adattarsi ad ambienti diversi, dalle tec-
niche di caccia più progredite e dalla maggiore intelligenza associata a
un cervello più sviluppato (che nell'ergaster aveva una dimensione più
che doppia rispetto a quello degli australopitechi). Uno scheletro molto
ben conservato, di 1,6 milioni di anni fa, ci restituisce un adolescente
longilineo, che da adulto avrebbe potuto superare i 180 cm di altezza.
Questi antenati dovevano essere dei grandi camminatori. Alcuni indizi
fanno pensare che il periodo dello sviluppo durasse molto più a lungo
che negli australopitechi, un tratto che si rivelerà fondamentale nella
futura evoluzione umana.

Le prime testimonianze di questo viaggio sono antichissime: un inse-


diamento datato a 1,85 milioni di anni fa è nel Caucaso, a Dmanisi; uno
di l ,6 milioni di anni fa è a Ubeidiya, nella valle del Giordano, in Medio
Oriente. A partire da 1,5 milioni di anni fa troviamo l'uomo in Cina e
sull'isola di Giava. Intorno a 1,2 milioni di anni fa è in Europa, nel nord
della Spagna.
Nelle centinaia di migliaia di anni che seguono si nota una certa dif-
ferenziazione nei resti scheletrici dei vari continenti, che ha portato a
designare come Homo erectus le varietà orientali che si svilupparono a
partire da questa prima grande migrazione (un nome che in precedenza
comprendeva tutti questi tipi umani) e a limitare il nome di Homo erga-
ster a quanti restarono in Africa. I discendenti dell'ergaster che raggiunge
l'Europa (i più antichi europei conosciuti) sono stati invece battezzati
Homo antecessor.

Una seconda grande migrazione umana, a partire forse da 700.000 anni


fa, porterà in Africa settentrionale, in tutta Europa e fino in Cina e nel
sud-est asiatico, una nuova specie, detta Homo heidelbergensis, con un
cranio di volume vicino ai 1200 cc. All'aumento delle distinzioni operate
dai paleontologi per rendere conto delle differenze tra i vari tipi umani

Una galleria di antenati 69


che emergono dai ritrovamenti, non corrispondono però differenze par-
ticolarmente significative nel loro strumentario, che per un lunghissimo
periodo di tempo si manterrà largamente invariato nei luoghi raggiunti
dall'uomo. Nell'est e nel sud-est asiatico vi è una relativa mancanza di
bifacciali, cioè di scuri scheggiate sulle due facce. È stato suggerito che in
quest'area, in cui cresce spontaneamente il bambù, se ne potesse utilizzare
il legno per gli scopi per i quali altrove si usavano strumenti di pietra. A
partire da 500.000 anni fa compaiono buoni esempi di focolari, in Eu-
ropa occidentale come in Cina. A 400.000 anni fa sono datate le prime
capanne conosciute, con una struttura di rami intrecciati, opera di Homo
heidelbergensis, nel sud della Francia.

Strumenti di Homo habilis (cultura olduvaiana). La ricostruzione è l/4 della grandezza naturale.

70 Chi siamo
Homo sapiens arcaico

I primi reperti di individui che appartengono chiaramente ad una linea


di discendenza che porterà alla nostra specie sono datati fra i 500.000 e i
300.000 anni fa. Li si designa spesso come Homo sapiens arcaici, perché
solo in tempi più vicini a noi, verso i 100.000 anni fa, si trovano scheletri
indistinguibili dai nostri. V Homo sapiens è l'ultima tappa nell'accresci-
mento in volume del cervello, che arriva molto presto ad una media intor-
no ai 1400 cc, quella attuale, con poche differenze fra maschi e femmine
(almeno in parte in rapporto con le differenze di peso e statura nei due
sessi) ma con molta variazione fra individui.

Strumenti di Homo erectus (cultura acheuleana). La ricostruzione è l/4 della grandezza naturale.

Una galleria di antenati 71


72 Chi siamo
Luoghi dei principali ritrovamenti di fossili di Homo habi/is [t], Homo ergaster [e ), Homo erectus
[• L Homo heidelbergensis [+ )e Homo sapiens arcaico [ ) (che è la probabile evoluzione africana
di Homo heidelbergensis).

Una galleria di antenati 73


A differenza di quanto molti pensano, se prendiamo una popolazione
umana moderna vediamo chiaramente che il volume individuale del cer-
vello ha poca relazione con la misura dell'intelligenza di ciascuno: si può
avere una testa molto piccola ed essere molto intelligenti e viceversa. Ma
nella storia evolutiva della specie il forte aumento medio di volume del
cervello indica con ogni probabilità un aumento di certe capacità intellet-
tive, come quella di fabbricare strumenti e di usare il linguaggio in modi
sempre più complessi.
Negli ultimi 300.000 anni pare che il volume del nostro cranio non si
sia più espanso, però vi è una differenza tra la forma dei crani di Homo
sapiens arcaico di 300.000-400.000 anni fa e dell'uomo di oggi. Nei crani
arcaici l'arcata sopracciliare è ancora potente, l'ossatura robusta, la fac-
cia protrude in un modo che ricorda ancora un poco la scimmia.

6 ..

Homo sapiens: strumentazione del musteriano. La ricostruzione è 1/2 della grandezza naturale.

74 Chi siamo
Un mondo abitato da più tipi umani

Homo sapiens arcaico compare in un mondo già abitato dai discendenti


degli altri tipi umani. Fossili esiti archeologici aumentano man mano che
ci avviciniamo ai nostri giorni e le conoscenze di cui disponiamo si fanno
più precise, benché rimangano ancora interrogativi. A partire da circa
300.000 anni fa si trova in Europa un tipo di uomo piuttosto diverso dal
sapiens: lo si designa come Homo neanderthalensis. Per molto tempo è
stato considerato una sottospecie di sapiens (Homo sapiens neandertha-
lensis) e come un antenato degli europei moderni. Oggi sappiamo che non
è così. È probabile che sia sapiens sia neanderthalensis siano entrambi di-
scendenti di quell'Homo heidelbergensis che abbiamo visto protagonista
di una seconda grande migrazione umana, meno di un milione di anni fa.

' u
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'D .-

Homo sapiens: strumentazione dell'aurignaziano. La ricostruzione è 1/2 della grandezza naturale.

Una galleria di antenati 75


L'analisi del Dna fossile ha anche permesso di verificare, in anni recenti,
che vi sono stati scambi fra i patrimoni genetici delle due specie; però la
loro separazione è antica- datata a 700.000-500.000 anni fa- e le loro
storie sono state completamente diverse, per cui oggi le indichiamo come
specie distinte, anche se sull'albero genealogico risultano cugini prossimi.
L'uomo di Neandertal si diffonde su un'area vastissima, che copre tutta
Europa e buona parte dell'Asia centrale. A partire da 120.000 anni fa lo si
ritrova anche in Medio Oriente, dove sembra alternarsi a più riprese con
il sapiens moderno, nelle decine di migliaia di anni che seguono. A partire
da 32.000 anni fa scompare. Pensiamo che si sia estinto per la concorren-
za con l'uomo moderno, che nel frattempo è giunto in Europa dal Medio
Oriente e lo ha progressivamente sostituito. Negli ultimi 100.000 anni
compare l'uomo moderno, cioè indistinguibile da noi, l'unico che soprav-
viva oggi, che in passato era stato battezzato Homo sapiens sapiens per
distinguerlo dai cugini neandertaliani ma che oggi ha perso il secondo
sapiens e che indichiamo semplicemente come Homo sapiens moderno.
Si diffonderà nel mondo intero portando cambiamenti importanti, che ci
riguardano sempre più da vicino: compare un linguaggio più avanzato e
gli strumenti di pietra vanno incontro a modificazioni significative.
L'uomo moderno e Neandertal non sono però gli unici tipi umani pre-
senti sul pianeta negli ultimi 100.000 anni. Ritrovamenti recenti hanno
portato alla luce almeno altre due specie. Dalla falange di un dito migno-
lo, scoperta nella grotta di Denisova sui Monti Altai, in Siberia, e datata
a 40.000 anni fa, e da pochi altri reperti, è stato possibile risalire ad una
terza specie, detta Homo denisovianus. Un'analisi parziale del Dna ha
suggerito che si tratta di un probabile discendente di una forma antica
di Homo heidelbergensis, come il sapiens e Neandertal, da cui si sarebbe
separato intorno a 500.000 anni fa.
Ritrovamenti più spettacolari, effettuati sull'isola di Flores, nelle Pic-
cole Isole della Sonda, in Indonesia, hanno mostrato che ancora 12.000
anni fa là viveva una varietà particolarissima di uomo, che aveva abitato
quei luoghi per quasi un milione di anni: l'Homo floresiensis era alto
poco più di un metro e aveva caratteristiche assai primitive nella struttura
scheletrica ma una tecnologia avanzata, pari a quella dei suoi contempo-
ranei. Forse si trattava di una varietà di erectus, o forse di un discendente
diretto della più antica migrazione umana.

Verso la fine del periodo del sapiens arcaico la vecchia tecnica acheu-
leana, rimasta quasi invariata per un milione di anni o più, comincia

76 Chi siamo
a essere sostituita da un nuovo metodo di fabbricazione degli strumen-
ti, che fa uso soprattutto di schegge di forme molto diverse, lavorate a
scaglie e continuamente ritoccate nel corso del tempo per migliorarne
l'efficienza. La nuova tecnica prende il nome di <<musteriana>>, dal nome
della grotta francese di Le Moustier, vicino a Cro-Magno n, dove furono
trovati i primi esemplari (il sito era però molto precedente agli uomini di
Cro-Magnon).
Non è chiaro né dove né quando viene introdotta la tecnica musteriana,
che comunque sostituisce ben presto l'acheuleano e genera una serie di
strumenti più fini e differenziati. Fino a 50.000-40.000 anni fa rimane la
tecnica dominante in Europa, Africa e Medio Oriente, finché compare
un nuovo strumentario, detto <<aurignaziano>> (dal sito francese di Auri-
gnac), ancora più evoluto.
A questo punto del nostro viaggio nel passato troviamo contempora-
neamente in Europa, almeno per un breve periodo, due genti diverse:
l'uomo di Neandertal e l'uomo moderno, che si distinguono non solo
per la fisionomia del cranio e delle ossa ma anche per gli strumenti in
pietra che troviamo nei siti da loro abitati: rispettivamente il musteriano
e l'aurignaziano. Il musteriano scompare insieme con Neandertal. Stiamo
entrando nell'epoca moderna.

Una galleria di antenati 77


Capitolo 3

CENTOMILA ANNI
Bassa marea a Ponta Grossa, Brasile.© Giovanni Porzio 2013
Il cervello ha dimensioni uguali alle nostre già negli uomini di 300.000
anni fa; anzi, sembra quasi abbia addirittura un volume un po' superiore
a quello odierno. Questo non implica che fosse di struttura interna uguale
alla nostra. È possibile che abbia dovuto subire ancora notevoli cambia-
menti per giungere allivello di perfezionamento attuale. Lo suggerisce lo
strumentario, che è ancora grossolano e lo resterà per un certo tempo.
Nel corso dei 100.000 o 200.000 anni successivi scompariranno le parti
più primitive della fisionomia (il sapiens arcaico ha ancora un aspetto un
po' scimmiesco) e si assisterà ad una notevole evoluzione degli strumenti.
La nuova tecnica musteriana, che troviamo associata all'Homo sapiens,
sostituisce la vecchia tecnica acheuleana e comprende una varietà mag-
giore di strumenti, ritoccati di solito con cura, spesso più volte nel corso
del loro uso. Non siamo però in grado di dire dove e quando esattamente
siano comparsi né il musteriano né Homo sapiens.
Ciò che possiamo dire con una certa sicurezza è che negli ultimi 200.000
anni in Europa si sviluppa un tipo speciale di Homo, l'uomo di Nean-
dertal (che comparirà con le sue forme classiche circa 60.000 anni fa),
mentre in Africa si trova un tipo di sapiens arcaico che sembra essere un
antenato diretto dell'uomo moderno. Questo è in accordo con altri fatti
che pongono l'Africa al centro dell'origine e dell'espansione dell'uomo
moderno, come delle specie umane che lo hanno preceduto. È un'ipotesi
che in passato ha dato origine ad accese discussioni tra gli esperti. Alcuni
paleoantropologi davano molta importanza alle scoperte fatte in Cina,
ove i reperti di Homo erectus sarebbero somiglianti ai cinesi odierni (una
somiglianza su cui non vi è molto accordo), ipotizzando che l'uomo mo-
derno non si sia sviluppato in una zona particolare ma su un'area vastis-
sima, in pratica il mondo intero. Il dibattito fra le due teorie, che contem-
plano un'origine unica africana o in alternativa un'origine policentrica,
è andato scemando a mano a mano che i dati genetici hanno indicato
un'origine unica, seguita da un'espansione.

Tutte le prime scoperte importanti di materiale fossile sono state fatte


scavando non a scopi archeologici ma per costruire case, strade, ferrovie.
In Europa la densità di popolazione è molto più elevata che in Africa o in
altre parti del mondo, esclusa la Cina o l'India (dove però non c'è stato
uno sviluppo comparabile dell'archeologia); è stata la regione dove per
parecchio tempo si è scavato di più per costruire, e quando si sono trovati
reperti interessanti sono stati in genere consegnati a università e musei.
Questo spiega perché l'Europa ha fornito maggiori quantità di materia-
le ed è stata meglio studiata sul piano archeologico e paleoantropologico.
Vi sono stati scoperti sia Neandertal sia Cro-Magnon: per Neandertal
c'è la buona ragione che era diffuso soprattutto in Europa, mentre Cro-
Magnon è un esemplare relativamente tardo di uomo moderno. Ne sono
stati trovati esemplari più antichi altrove; anch'essi, come Cro-Magnon,
sono quasi indistinguibili dagli uomini che vivono attualmente in tutto il
mondo.

Homo neanderthalensis

Neandertal ha attirato molta curiosità perché ha chiaramente caratteri


primitivi ed è abbastanza diverso da noi da suggerire immediatamente
che valga la pena di tenerlo distinto, tanto è vero che in passato era stata
creata una sottospecie di Homo sapiens tutta per lui, Homo sapiens ne-
anderthalensis, mentre oggi tendiamo a considerarlo una specie diversa.
Negli ultimi anni è stato possibile analizzare, con metodi molto avanzati,
il Dna estratto dai resti ossei di alcuni neandertaliani, e confrontarlo con
quello dell'uomo moderno: si è visto che le differenze sono piccole, ma
abbastanza significative da farne due specie distinte, benché, come vedre-
mo, si siano verificati in passato scambi di materiale genetico.

Le differenze fra i due tipi umani balzano all'occhio ma in realtà non


sono enormi. Mio suocero Beppe Ramazzotti, valente naturalista ma non

82 Chi siamo
antropologo, diceva che basta guardarsi attorno con attenzione per ren-
dersi conto che Neandertal è sempre con noi! Io però non ho mai avuto
occasione di incentrarlo, e penso che mio suocero scherzasse, come al
solito. Un'analisi quantitativa del professar Howells di Harvard non mo-
stra alcuna particolare somiglianza dei Neandertal con i crani europei o
di altre razze umane viventi.
Grazie alla cortesia del professar].]. Hublin, del Musée de l'Homme di
Parigi, ho potuto vedere uno accanto all'altro in originale due crani fa-
mosi, uno trovato a Cro-Magnon, che è chiaramente di uomo moderno,
e un celebre Neandertal, scoperto in Francia a La Chapelle aux Saints.
La differenza è impressionante, però bisogna anche dire che Neandertal
mostra molta variabilità e che i reperti provenienti dall'Europa orientale
sono forse meno estremi.
Il cranio di Neandertal ha lo stesso volume interno di quello dell'uomo
moderno, anzi a volte un po' più grande, ma la calotta cranica è più lun-
ga e si trova ad un'altezza inferiore rispetto alla faccia, per cui la fronte
risulta molto più bassa e le arcate sopracciliari più marcate e avanzate.
La faccia è lunga, il naso è largo, il mento ha una forma diversa, deci-
samente sfuggente, mentre solo nell'uomo moderno compare il mento a
punta che oggi è comune a quasi tutti noi. C'è anche una sorta di chignon
osseo all'occipite. Gli attacchi della muscolatura alle ossa indicano che
era molto forte.
Una caratteristica curiosa, specie nei vecchi, è che gli incisivi sono con-
sumati verso l'esterno. Evidentemente si tratta di una modificazione che
non è innata, ma sembra dovuta all'uso dei denti come morsa per fissare
strumenti in corso di lavorazione; forse li usavano per reggere delle corde
o altro materiale che poi lavoravano. Questo tipo di usura si ritrova fra
l'altro, benché in modo molto meno pronunciato, fra gli eschimesi.

La vita di Neandertal

I Neandertal erano adattati a vivere in climi diversi e sono sopravvissuti


a varie glaciazioni. Pensiamo che vivessero in caverne, dove sono stati
scoperti quasi tutti i siti archeologici noti, ma c'è da dire che gli archeo-
logi preferiscono scavare nelle caverne perché vi è buona probabilità di
trovarvi dei resti; inoltre lì ci sono più probabilità di trovare reperti in
un buon stato di conservazione. Si sono trovati anche siti all'aria aperta,
spesso vicino a sorgenti, fiumi e laghi, che però non mostrano segni di

Centomila anni 83
essere stati modificati per viverci a lungo, come i resti degli accampamen-
ti dell'uomo moderno. Negli insediamenti all'aperto sono stati rinvenuti
più che altro resti di pietre: forse in quei luoghi venivano lavorate oppure
usate per tagliare a pezzi gli animali cacciati e portarseli poi altrove.
Questi uomini erano senza dubbio cacciatori e nomadi, forse a partire
da un campo centrale dove poi facevano ritorno. Vivevano soprattutto
di carne: cervi, bovini, equini. Nei luoghi da loro abitati si trovano sem-
pre strumenti di fattura musteriana, per cui il musteriano è diventato un
buon marcatore della presenza di Neandertal in Europa, benché non si
debba dimenticare che questa tecnica è durata a lungo ed è stata usata
anche da sapiens arcaici e da uomini moderni.
Accanto a coltelli, raschiatoi, punteruoli e a tanti altri attrezzi si tro-
vano alcuni reperti di lance, fra cui una di legno, lunga più di due metri,
con la punta indurita al fuoco, ancora conficcata fra le coste di un elefan-
te. Evidentemente era stata usata con successo. Non lavoravano ossa o
avorio, ma soprattutto pietra e legno. Per molto tempo si è pensato che

Un trattamento grafico del flauto di Oivje Babe a grandezza naturale.

84 Chi siamo
non avessero interesse per l'arte, a differenza dell'uomo moderno, poi
rinvenimenti recenti, datati grosso modo intorno a 55.000-45.000 anni
fa, hanno mostrato che facevano uso di coloranti minerali per dipingere
conchiglie e forse parti del corpo, e probabilmente di penne come monili.
La scoperta di quello che sembra a tutti gli effetti essere un flauto, rica-
vato da un femore di giovane orso, in una grotta nei Balcani, fa di questo
reperto il più antico oggetto musicale finora ritrovato.
Il ritrovamento di scheletri di persone in età avanzata o con i segni di
lunghe malattie fa pensare che i vecchi e i disabili fossero assistiti.

Comportamenti rituali?

Si sono trovate sepolture di Neandertal in caverne. Di solito il cadavere


era deposto flesso, rannicchiato. È possibile che praticassero comporta-
menti rituali, però questo non è necessariamente indizio di un rito parti-
colare, forse lo scopo era solo di scavare un buco più piccolo.
Sono stati scoperti anche accumuli di ossa umane frammentate: que-
sto fa pensare che ne mangiassero l'interno, il midollo nelle ossa lunghe
e il cervello nel cranio. Non vuole dire che si ammazzassero a vicenda
per mangiarsi, come hanno pensato alcuni: può darsi che si trattasse di
necrofagia, l'uso di mangiare i morti, una forma di cannibalismo molto
comune ancora adesso in Africa e che era diffusa fino a pochi anni fa in
Nuova Guinea.
In Repubblica Centrafricana, quando vi lavoravo, ogni tanto venivano
scoperti casi di antropofagia, benché fosse proibita e punita. Lo stesso
presidente Bokassa, che in seguito si proclamò imperatore del Centrafri-
ca, a quanto pare aveva banchettato con i corpi di studenti che aveva fat-
to ammazzare dalla sua polizia perché si erano ribellati a un'imposizione.
La necrofagia è una pratica diffusa nella storia dell'uomo. Nel 1967 ho
visitato una regione della Nuova Guinea dove era ancora corrente ed era
responsabile della trasmissione del kuru, una grave sindrome neurologica
che porta inevitabilmente alla morte nel giro di qualche anno. Sembrava
una malattia genetica poiché se ne trovavano parecchi casi in una stessa
famiglia, ma poi si è scoperto che il kuru è dovuto a un virus trasmesso
dai genitori ai figli a causa del costume di mangiare i genitori morti; anche
la preparazione del cadavere per il rito funebre ad opera dei famigliari, le
donne in particolare, può essere responsabile della trasmissione. Per que-
sto motivo si credette all'inizio che si trattasse di una malattia ereditaria.

Centomila anni 85
Sulle ossa dei Neandertal non vi sono tracce di lesioni dovute all'at-
tacco di altri uomini, mentre ce ne sono varie - segni di denti ecc. - che
sembrano determinate da animali carnivori. Altre lesioni indicano che le
ossa venivano scarnificate con raschiatoi, forse prima dell'inumazione.
La sepoltura poteva essere un modo di sottrarre i cadaveri ai predatori
e il costume di togliere la carne dalle ossa forse nasceva dalla necessità
di eliminare l'odore portato dalla decomposizione, volendo continuare a
vivere nella stessa caverna.
Alcuni reperti hanno suggerito l'esistenza di riti connessi con la sepol-
tura. In una grotta del monte Circeo, a sud di Roma, durante gli scavi per
la costruzione di una villa nel1939, si trovò un cerchio di pietre disposto
intorno a un cranio sul pavimento della caverna. Purtroppo il teschio fu
rimosso dagli scopritori prima che potessero intervenire gli antropologi,
quindi non se ne conosce la posizione originale. La base del cranio era
stata aperta: per mangiare il cervello, si disse, ma le ricerche successive
non hanno portato conferme a questa ipotesi.
Un caso che ha fatto molto scalpore, forse senza meritarlo, è la scoperta
di polline di fiori in un'altra sepoltura di Neandertal. Si è pensato che sul
cadavere fossero stati deposti omaggi floreali, ma non v'è sicurezza alcu-
na, perché potrebbe trattarsi di materiale intrusivo, di diversa provenien-
za. Questo è uno dei grandi problemi di tutti gli scavi. In conclusione, non
siamo sicuri che vi fosse un intento religioso nella sepoltura dei morti.
Molti anzi lo escludono decisamente.

Diffusione di Neandertal

Troviamo Neandertal diffuso in tutta l'Europa centrale e orientale. Al


massimo della sua espansione è arrivato in Medio Oriente e a est del Mar
Caspio, fin nel cuore dell'Asia centrale.
In Medio Oriente si direbbe che l'uomo di Neandertal e l'uomo mo-
derno si alternino a più riprese, talvolta in grotte vicine. Troviamo Nean-
dertal 120.000 anni fa; poi, nei 30.000 anni successivi, vi sono insedia-
menti dell'uomo moderno, che in seguito scompare dall'area. Tra 60.000
e 50.000 anni fa vi si trova di nuovo Neandertal, poi di nuovo sapiens
a partire da 45.000 anni fa. Sulla base di queste datazioni è stata fatta
l'ipotesi che il primo insediamento dell'uomo moderno in Medio Orien-
te, avvenuto prima di 100.000 anni fa, non abbia avuto successo, che
in seguito vi sia stata un'occupazione da parte di Neandertal e che più

86 Chi siamo
tardi ancora Neandertal sia scomparso dal Medio Oriente e vi sia tornato
l'uomo moderno. Le ultime tracce di Neandertal sono state datate intorno
ai 29.000 anni fa e provengono da un'estremità occidentale d'Europa, la
rocca di Gibilterra.

Homo sapiens moderno

Le testimonianze più antiche dei nostri diretti progenitori sono due: una
proviene dall'Etiopia, l'altra dalla Dancalia, e sono datate rispettivamen-
te a circa 195.000 e a 160.000-154.000 anni fa. Sono ancora, nell'insie-
me, un po' più robuste rispetto a noi. In Sudafrica troviamo resti in più
luoghi, con date distribuite fra i 160.000 e i 100.000 anni fa. Un cranio
di circa 100.000 anni fa, proveniente dalle caverne chiamate Border Ca-
ves, è fra i più antichi a presentare una forma anatomica perfettamente
moderna. Sulla base di questi ritrovamenti si è convenuto che l'uomo
moderno abbia avuto origine in Africa, una conclusione suffragata dal
fatto che l'Homo sapiens arcaico africano, che viveva in precedenza in
varie regioni d'Africa, sembra più simile all'uomo moderno rispetto agli
altri tipi umani che si trovavano allora nel resto del mondo.
In Medio Oriente sono stati scoperti e datati con accuratezza vari siti
archeologici abitati da uomini di tipo moderno. Il primo e forse il più
importante è a Qafzeh in Israele. La datazione è fra i 109.000 e i 92.000
anni fa, anche qui a seconda dei metodi d'esame, con un certo margine
d'errore statistico per ambedue le date. Anche gli altri rinvenimenti in
Medio Oriente hanno pressappoco la stessa età.

Due nuovi metodi di datazione

La datazione di Qafzeh è affidata soprattutto a due metodi di recen-


te invenzione, la termoluminescenza e un altro metodo simile, l'electron
spin resonance (Esr). La termoluminescenza serve in particolare per le ce-
ramiche, e in genere per materiale che è stato esposto ad alte temperature
al tempo di cui si cerca di stabilire la data. Nel caso dell'uomo di Qafzeh
la si usò per datare strumenti litici che erano stati esposti al fuoco, quasi
certamente al tempo in cui erano stati prodotti.
Il metodo si basa sul conteggio di tracce, visibili al microscopio, lascia-
te dagli atomi di uranio, radio-potassio e altri elementi radioattivi ogni

Centomila anni 87
profilo delle antich e coste
durante le fasi glaciali
)

88 Chi siamo
Il territorio dei Neandertal. Le indicazioni dei siti sono relative ai siti dei Neandertal, mentre le
frecce e le date rappresentano l'espansione di Homo sapiens.

Centomila anni Bg
go Chi siamo
Probabili vie di espansione dell'uomo anatomicamente moderno, a partire da un'origine africana,
verso gli altri continenti, e date probabili di primo arrivo nei vari continenti.

Centomila anni 91
volta che si trasmutano. È possibile contare le tracce lasciate dagli atomi
trasmutati perché riscaldandoli generano una luce visibile. Occorre però
che al tempo della produzione dell'oggetto vi sia stato un riscaldamento
abbastanza forte da azzerare, per modo di dire, l'orologio, così da annul-
lare tutte le tracce precedenti e da permettere il conteggio solo di quelle
dovute alle trasmutazioni avvenute in seguito. Per questo il metodo è
particolarmente utile per la datazione di ceramiche cotte in forno.

La diffusione dell'uomo moderno

A partire da circa 120.000 anni fa l'uomo moderno inizia a diffondersi


oltre gli estremi della Rift Valley, sia all'interno dell'Africa sia all'esterno
del continente, dando prova di sapersi adattare agli ambienti più diversi
e- potremmo dire- di uno spiccato senso dell'avventura. È una migra-
zione che avviene a più riprese, a ondate successive, forse seguendo il
corso del Nilo, verso nord, o forse verso est, traversando lo stretto di Bab
al-Mandab, dove l'angolo più meridionale della penisola arabica dista
appena 27 chilometri dalla costa africana, o magari seguendo entrambe
le strade. Una nuova spinta migratoria, fra 85.000 e 70.000 anni fa, lun-
go gli stessi percorsi, lo porta fino in Asia. Una terza ondata, a partire da
60.000 anni fa, lo porta a raggiungere quasi ogni angolo del pianeta nei
50.000 anni successivi.
Lo troviamo a Zhoukoudian, in Cina, già 67.000 anni fa. Procedendo
lungo le coste meridionali dell'India e dell'Indocina, raggiunge la Nuo-
va Guinea e l'Australia intorno ai 60.000 anni fa. Può esserci arrivato
solo costruendosi imbarcazioni per attraversare il mare, che ai tempi era
meno esteso ma rappresentava pur sempre un ostacolo superabile solo
con qualche mezzo nautico, per quanto primitivo. In Australia si trovano
i resti fossili di un uomo - che secondo la maggior parte dei paleoantro-
pologi è un uomo moderno- datato fra i 40.000 e i 35.000 anni fa, esiti
ricchi di materiale archeologico ben datato anche a 60.000-55.000 anni
fa. Al confronto, in Europa l'uomo moderno arriva tardi, provenendo
dall'Asia centrale e forse dal Medio Oriente, fra i 50.000 e i 45.000 anni
fa. Lo si trova prima in Europa orientale e un po' più tardi in Francia,
intorno ai 40.000 anni fa. Forse perché il continente era già occupato
dai Neandertal? Sta di fatto che a partire da questa epoca le tracce di
Neandertal diminuiscono, fino a scomparire. In seguito l'uomo moderno
si spinge verso le parti più fredde dell'Asia.

92 Chi siamo
È stata senza dubbio una conquista molto difficile, perché la Siberia è
una delle zone più fredde del mondo. Si è reso necessario un adattamento
culturale e probabilmente anche biologico a questi climi. Di lì raggiunge
le Americhe, al più tardi intorno ai 15.000 anni fa, ma forse anche pri-
ma, presumibilmente approfittando del lungo periodo in cui lo stretto di
Bering divenne terra emersa nel corso dell'ultima glaciazione, quando le
acque degli oceani si ritirarono concentrandosi nei ghiacciai ai poli, e la
linea della costa si abbassò e si estese, in particolare dove i mari erano
poco profondi. In figura diamo una mappa delle possibili vie principali di
espansione dell'uomo moderno.

Uomo moderno e Neandertal: concorrenza o mescolanza?

Il sequenziamento del Dna di Neandertal, compiuto dai genetiSti


dell'Istituto Max Planck di Lipsia qualche anno fa, ha mostrato che nel
Dna di sapiens vi è da un 2 per cento a un 4 per cento di Dna neanderta-
liano, ma soltanto nei non-africani. L'interpretazione più probabile è che
vi siano stati incroci e scambi genetici fra Homo sapiens e Homo nean-
derthalensis nel periodo in cui entrambi abitavano in Medio Oriente, in-
torno a 100.000 anni fa. Altre tracce di Dna comune parrebbero risalire
a un tempo più antico, prima della separazione fra le due specie, ad un
comune antenato africano di 500.000 e più anni fa. Anche con l'uomo
di Denisova pare che possano esservi stati scambi genetici, le cui tracce
risulterebbero più evidenti in alcune popolazioni della Nuova Guinea e
della Melanesia. È notevole come queste ricerche suggeriscano antiche
ibridazioni fra diversi tipi umani, anche se è difficile sperare che potremo
giungere a ricostruire la storia delle più lontane.
È difficile dire se l'uomo moderno abbia soppiantato Neandertal, ma-
gari eliminandolo fisicamente, come alcuni hanno sostenuto, o se si sia in
qualche misura mescolato. Non vi è evidenza di violenze. Rimane però
una precisa corrispondenza, sia pure sull'arco di varie migliaia di anni,
tra la penetrazione dei sapiens e la scomparsa dei Neandertal. In genere,
quando specie diverse sono in concorrenza per le stesse risorse in uno
stesso ambiente, alla lunga ne sopravvive una sola. Al tempo in cui en-
trambi vivevano in Europa vi erano importanti differenze culturali fra i
due tipi umani, che potrebbero avere reso gli incroci poco plausibili.
Quando compare l'uomo biologicamente moderno, i cui resti sono in-
distinguibili dai nostri, verso i 100.000 anni fa, ha ancora uno strumenta-

Centomila anni 93
rio di tipo musteriano, come avevano i Neandertal e tutti i sapiens arcaici
e gli altri uomini più antichi, sia in Africa sia nel resto del mondo. Si
direbbe quindi che la biologia si sia modificata prima della cultura, che il
cambiamento culturale sia avvenuto ad un ritmo più lento. Di solito av-
viene il contrario: l'evoluzione culturale è più veloce di quella biologica.
Ma se vi è una base biologica del cambiamento culturale, per esempio
lo sviluppo di nuove strutture cerebrali che permettono una nuova evo-
luzione culturale, allora può succedere che vi sia un lungo periodo di
cambiamento biologico, al termine del quale l'evoluzione culturale avvie-
ne rapidamente. Oggi pensiamo che lo sviluppo del linguaggio moderno
sia avvenuto proprio così, nell'epoca che precede la grande espansione
di Homo sapiens, e che un'avanzata capacità di comunicare sia stata la
grande novità che ha promosso la sua rapida evoluzione culturale e la sua
diffusione nel mondo.
Abbiamo già visto che a partire da circa 60.000-50.000 anni fa l'uomo
moderno comincia ad usare uno strumentario diverso dal musteriano,
designato come «aurignaziano>> (e anche con altri nomi a seconda dei
tempi e dei luoghi), che porta con sé arrivando in Europa. È così originale
per l'epoca che oggi lo si usa per distinguere i suoi siti da quelli di Nean-
dertal, in assenza di reperti umani. Questo criterio può essere pericolo-
so, comunque sinora in Europa si è riscontrata sempre l'associazione del
musteriano con Neandertal e dell'uomo moderno con la nuova tecnica
aungnaz1ana.
Lo strumentario dell'aurignaziano è più ricco e differenziato di quello
musteriano. Comprende molti tipi diversi di strumenti, di forme precise
e funzioni riconoscibili, che implicano una specializzazione più elevata.
Vi sono pietre scheggiate a lama, più lunghe che larghe, con bordi molto
taglienti, scalpelli e raschiatoi molto affilati. Oltre alla silice si lavorano
l'avorio, il corno, l'osso.
L'aurignaziano evolve rapidamente nello spazio e nel tempo, generando
una molteplicità di culture locali che producono strumentazioni diversifi-
cate e richiedono di essere distinte con nuovi nomi, per cui si assiste qua-
si ad una esplosione di nomi archeologici. Un archeologo molto bravo,
Glynn lsaac, purtroppo scomparso, ha formulato l'interessante ipotesi
che questa grande varietà corrisponda all'inizio di una grande differen-
ziazione delle lingue, che cominciano a raggiungere un grado elevato di
perfezionamento. Analisi successive hanno rilevato la diversa conforma-
zione del tubo faringo-laringeo in Neandertal e nell'uomo moderno: solo
in quest'ultimo compare, con l'allungamento della sezione verticale del

94 Chi siamo
tratto vocale (faringe e laringe), che giunge ad eguagliare in lunghezza la
sezione orizzontale (palato e labbra), una struttura in grado di modulare
finemente il suono, permettendo una ricchezza vocale di cui Neandertal
non sarebbe stato capace. È un'altra ipotesi a sostegno dell'idea che il
linguaggio di Neandertal fosse meno sviluppato del nostro. Lo strumen-
tario musteriano presenta variazioni locali ma mai così pronunciate come
quello di tipo aurignaziano. Si può dire che la grande diversificazione
locale dello strumentario sia un evento contemporaneo alla rapida diffu-
sione dell'uomo moderno. La diversificazione linguistica è probabilmente
simultanea e avviene per gli stessi motivi: evoluzione indipendente in so-
cietà che non comunicano fra loro a causa della distanza.
Lo scenario più probabile che porta alla scomparsa dei Neandertal è
allora quello di una popolazione in continua espansione dal punto di
vista demografico, munita di efficaci strumenti di sopravvivenza, quali
un'avanzata capacità di comunicare e uno strumentario in rapida evo-
luzione, che progressivamente toglie spazio vitale alle altre popolazioni
che abitavano in precedenza gli stessi luoghi, e con il tempo le sostituisce.

Un nuovo stile di vita

L'uomo moderno rivela una notevole attitudine artistica, di gran lunga


superiore a quella che rintracciamo tra i Neandertal. Scopriamo in pra-
tica dappertutto graffiti e dipinti sulla roccia. Le prime manifestazioni
artistiche della regione francese, nel sud-ovest, verso i Pirenei, accom-
pagnano senza dubbio l'arrivo dell'uomo moderno a partire da 40.000
anni fa. È una grande fioritura d'arte, distribuita soprattutto nella regione
francocantabrica- fra l'attuale Dordogna e la costa atlantica che unisce
Francia e Spagna, dove sinora sono state scoperte ben 150 grotte decora-
te! Probabilmente si trattava di luoghi eccellenti per vivere, e in realtà lo
sono ancora oggi. Accanto alle pitture rupestri, che raffigurano soprattut-
to animali con impressionante precisione e potenza espressiva, troviamo
rocce scolpite, statuette in pietra (spesso si tratta di figure femminili con
seni, pance e fianchi enormi) e oggetti personali come collane e altri orna-
menti, realizzati con denti di animali o conchiglie oppure in avorio, osso,
pietra morbida, eseguiti con tecniche elaborate.
Un'innovazione importante è l'uso dell'arco, che compare forse 20.000
anni fa e si diffonde rapidamente. La lancia viene perfezionata estenden-
dola grazie a un corto bastone, munito di un incavo in cui si appoggia la

Centomila anni 95
base dell'asta: è una sorta di prolungamento del braccio, che consente di
scagliarla con più forza e più lontano. Munita di una punta affilatissima
d'ossidiana, detta «punta di Clovis>>, si usa in America per uccidere i
mammut. Accanto a strumenti da caccia più raffinati compaiono i primi
strumenti da pesca, come gli arpioni e gli ami.
I siti archeologici ci rivelano che il tipo e la distribuzione degli insedia-
menti sono cambiati rispetto ai tempi di Neandertal e presentano somi-
glianza con quelli dei cacciatori-raccoglitori attuali.

Arte pari eta le e oggetti ornamentali del tardo Paleolitico in Europa.


l. Testa di statuetta in avorio di mammut proveniente da Brassempouy (Francia), 22.000 anni fa: cm 3,5
2. Statuetta femminile intagliata in avorio di mammut, proveniente da Lespugue (Francia),
circa 25.000 anni fa: cm 14,7
3. Vene re di Savignano in pietra (Emilia Romagna), circa 3s.ooo anni fa

96 Chi siamo
L'uomo vive ancora in grotte, che tende a modificare per rendere più
abitabili, ma costruisce anche tende o capanne, talora di grandi dimen-
sioni; si sono ritrovati i resti di intelaiature di legno ricoperte di pelli,
fissate al suolo usando come pesi le ossa dei grandi animali dell'epoca.
Fabbrica vestiti di pelle e di pelliccia e inventa l'ago per cucirli. Una
sepoltura trovata a nord di Mosca, che racchiude tre scheletri di 22.000
anni fa, rivela tracce di abiti completi di cappuccio, camicia, giacca,
calzoni e mocassini.

4 Recto e verso di una piccolissima rondella d'osso incisa e perforata, Dordogne (Francia)
5 Guado dei cervi, Grotta di Lascaux (Francia)
6. Donna inseguita da un uomo, in un'incisione su osso, Grotta di lsturiz (Francia)

Centomila anni 97
La questione di «Eva africana>)

Nel 1987, le prime pagine dei giornali si riempirono di titoli sulla sco-
perta di <<Eva africana>>, un termine d'effetto ma che risultò fuorviante
per più motivi, prima di tutto perché sugg,erisce l'idea che ci sia stata
un'unica progenitrice per la nostra specie. E un'idea che non mancò di
piacere a quei fondamentalisti cristiani che difendono un'interpretazione
letterale della Bibbia (a patto di dimenticare che la data di nascita della
cosiddetta Eva africana, in base ai dati molecolari, sarebbe circa 200.000
e non 6000 anni fa). Bisogna raccontare un po' di biologia per spiegare
questa ipotesi, nata da una ricerca di laboratorio sui mitocondri condotta
da Allan Wilson, un bravissimo biochimico passato ad occuparsi di evo-
luzione. Lavorava all'Università di Berkeley e purtroppo morì prematu-
ramente nell'estate del 1991.
Il mitocondrio è un piccolo organo cellulare presente in tutte le cellule
degli organismi superiori, che utilizza l'ossigeno introdotto con la respi-
razione per produrre energia. È come la centrale elettrica della cellula, la

Il propulsore, uno strumento per «allungare>> il braccio, che permette di lanciare un giavellotto
con maggior forza e a distanze superiori. Era molto comune nel tardo Paleolitico, dall'Europa
all'Australia all'America.

98 Chi siamo
quale produce energia anche in altri modi, però meno efficienti. Si trova
all'esterno del nucleo, nel liquido compreso fra il nucleo e la membrana
esterna. Possono essercene migliaia o decine di migliaia di esemplari in
ogni cellula ma ce n'è sempre almeno uno. Ha la forma di un piccolo bat-
terio e probabilmente lo è: un batterio che più di un miliardo di anni fa
si è adattato a vivere in simbiosi con la cellula e ne è diventato una parte
importantissima, assumendo appunto la funzione di centrale energetica.

Il mitocondrio ha una certa indipendenza dal resto della cellula, in


quanto è provvisto di un suo piccolissimo cromosoma, fatto, come tutti
i cromosomi, di Dna. Il Dna o Adn (la sigla sta per acido desossiribonu-
cleico) è la struttura portante dell'eredità: è la sostanza che contiene tutta
l'informazione necessaria per trasformare il materiale inanimato in mate-
riale vivente e costruire nuovi organismi, dirigendo la trasformazione del
nutrimento verso la generazione di nuove cellule, figli, discendenti. Sarà
bene presentarlo in maggiore dettaglio, perché è grazie al Dna che i carat-
teri biologici si trasmettono dai genitori ai figli in ogni organismo vivente.

Esempi di propulsori decorati.

Centomila anni 99
La struttura del Dna

Il Dna si presenta in lunghissimi filamenti e forma i cromosomi, che


sono segmenti di Dna, all'interno del nucleo di ogni cellula. I cromoso-
mi sono uguali in tutte le cellule di un individuo e sono caratteristici di
quell'individuo particolare. Questo non significa che guardando al mi-
croscopio i cromosomi di una persona si noti che sono diversi da quelli
di un'altra. La differenza è molto più fine: il grado di dettaglio al loro
interno è enorme.

Arte parietale del tardo Paleolitico in Europa

100 Chi siamo


Le unità che compongono i cromosomi sono in numero elevatissimo
ma possono essere solo di quattro tipi: A, G, C e T. Le lettere si usano per
comodità e sono le sigle di quattro composti chimici semplici e ben noti
(adenina, guanina, citosina, timina). A e G sono della classe di sostan-
ze chiamate «purine>>, cui appartengono ad esempio anche la caffeina e
l'acido urico; C e T sono delle «pirimidine», molecole un po' più piccole
(la vitamina Bl è un derivato della pirimidina). Hanno tutte il compor-
tamento chimico di alcali o basi (l'opposto di acidi) e vengono perciò
chiamate anche semplicemente «basi».

MITOCONDRI

NUCLEO
'Il. ""' E MEMBRANA
· · · · · NUCLEARE

-~~~'·
·--. ~ ~v
'

La cellula semplificata. A sinistra: allo stato di riposo, il Dna del nucleo cellulare è una massa di
filamenti. l mitocondri sono simili a batteri, stanno al di fuori del nucleo e contengono ciascuno
una o più copie di un piccolissimo filamento di Dna circolare (non mostrato in dettaglio).
Vi è almeno un mitocondrio per cellula, ma possono esservene anche decine di migliaia.
A destra: in preparazione per la divisione della cellula i filamenti del Dna nucleare si accorciano
e ispessiscono (e divengono visibili al microscopio), formando i cromosomi.

Centomila anni 101


Ogni base è attaccata a una molecola di zucchero, il desossiribosio
(donde la D di Dna). La struttura generale di un filamento di Dna è molto
semplice: lo scheletro è formato da un'alternanza regolare di acido fosfo-
rico e di un desossiribosio. Indicando con il simbolo P l'acido fosforico, e
con D lo zucchero, lo scheletro del Dna è quindi:

... P-D-P-D-P-D-P-D-P-D-P-D ...

A
T
G
G
c
c
c
A

Un cromosoma mitocondriale circolare. Il Dna che lo costituisce è una doppia elica. Un'elica
singola è un filamento fatto di nucleotidi a distanza costante l'uno dall'altro. 1 nucleotidi sono di
quattro tipi, A, T, C e G disposti in un ordine caratteristico. Ce ne sono circa 16.ooo per cromosoma
mitocondriale.

102 Chi siamo


Ad ogni zucchero D è attaccata una base, A, C, G o T, in una certa
sequenza, che è diversa e caratteristica di ogni segmento di Dna. La strut-
tura completa di un singolo filamento di Dna può essere, ad esempio:

... P-D-P-D-P-D-P-D-P-D-P-D ...


T A A C T G

Si può separare il Dna in sezioni che contengono ciascuna una molecola


di D, una di P, e una base (A, C, Go T). Vengono chiamate «nucleotidi))
e naturalmente ne esistono quattro tipi, tanti quanti sono le basi (A, C, G
e T). Ricorreremo a questo nuovo termine perché è un po' meno generico
di «base>> ed è molto usato.
Possiamo anche dire che il Dna è una catena di nucleotidi, come se fos-
se un filo di perle in cui le perle sono di soli quattro tipi diversi (anziché
di venti come nell'esempio delle proteine fatto nel capitolo precedente,
quando abbiamo parlato dell'orologio molecolare).
La sequenza dei nucleotidi nel Dna è responsabile di tutta la biologia
dell'individuo. Dall'ordine in cui si trovano i nucleotidi nei cromosomi
dipenderà se abbiamo i capelli biondi, bruni o neri, se siamo alti o bassi,
se il nostro naso è piccolo o grande. Tutto ciò che è determinato dall'ere-
dità è scritto nei cromosomi, che sono fatti di Dna: quindi è tutto scritto
nel Dna e dipende dall'ordine in cui vi si trovano le basi. Possiamo veder-
lo come il libro che racchiude l'identità biologica di ogni individuo.

Il Dna mitocondriale

La cellula, che ospita i mitocondri, ha nel suo nucleo un corredo di cro-


mosomi, che presiedono alla duplicazione della cellula ed alla formazione
di nuovi individui. l mitocondri invece non sono più in grado di crescere e
duplicarsi da soli. Come si è accennato, un miliardo di anni fa o più erano
batteri che esistevano liberi, e poi si sono adattati a vivere all'interno delle
cellule, come simbionti: una cellula non può, di solito, fare a meno dei
mitocondri, e i mitocondri non possono fare a meno della cellula.
Ogni mitocondrio contiene uno o più filamenti di Dna, ognuno dei qua-
li è un minuscolo cerchietto (questa è fra l'altro una caratteristica dei
batteri, che hanno di solito un unico cromosoma circolare). Il piccolo
cromosoma che si trova in un mitocondrio umano si compone di 15.600
nucleotidi circa, quindi è molto più corto di qualunque cromosoma del

Centomila anni 103


nucleo della cellula, il quale ne contiene decine o centinaia di milioni. Il
cromosoma mitocondriale serve per fare altri mitocondri, però può agire
solo in associazione con il nucleo cellulare, che si è garantito per così dire
il controllo generale della situazione. Perciò il mitocondrio non può im-
pazzire e diventare una specie di tumore che cresce senza controllo all'in-
terno della cellula. Molte delle sostanze che compongono un mitocondrio
vengono fabbricate dal nucleo cellulare: questo garantisce l'integrazione
fra nucleo e mitocondri.
Un fatto importante da tenere in mente è che i mitocondri sono tra-
smessi ai figli solamente dalla madre. Se guardiamo il Dna dei mitocondri
di due fratelli scopriamo che è identico, anche se hanno un padre diverso.
Però ogni tanto nel Dna mitocondriale hanno luogo dei piccoli cambia-
menti, che chiamiamo «mutazioni>>, per cui uno di quei quindicimila e
più nucleotidi viene sostituito da un altro. Da quel momento in avanti, i
discendenti di una stessa madre avranno quel filamento di Dna mitocon-
driale nella forma mutata.
Le mutazioni sono un fenomeno abbastanza raro e quando osserviamo
il Dna mitocondriale di individui imparentati per via materna non ne
notiamo. Però se prendiamo individui senza ovvie parentele le differenze
si trovano. Non possiamo guardare tutti i 15.600 nucleotidi, sono troppi;
ci basterà sceglierne una porzione utile a fare il confronto.

Alla ricerca di «EVa>>

Il lavoro più bello svolto da Allan Wilson e dai suoi allievi è stato con-
dotto su una parte sola, non molto lunga, del cromosoma mitocondriale:
si tratta di 600-700 nucleotidi, un campione ridotto ma in cui la varietà
è tale che è molto difficile trovare due individui identici, a meno che non
siano fratelli o parenti molto stretti per via di madre.
Andando a studiare le differenze si può ricostruire un albero genealo-
gico, nel senso che due individui che differiscono per un solo nucleotide
hanno ascendenti comuni più vicini nel tempo di individui che differisco-
no per due o più nucleotidi. È un metodo che abbiamo già visto usato per
lo studio dell'evoluzione delle proteine nel capitolo precedente e che è la
base del cosiddetto orologio molecolare.
L'albero di Wilson è rappresentato in figura come una sorta di ferro di
cavallo. Gli individui esaminati sono 182, disposti all'esterno del ferro di
cavallo e rappresentati da simboli diversi secondo la loro origine: vi sono

104 Chi siamo


africani, europei, asiatici, aborigeni australiani e della Nuova Guinea.
Dall'analisi della sequenza di un segmento di Dna mitocondriale è stato
dedotto l'albero genealogico indicato in figura, fatto di rami di diversa
lunghezza. L'antenato più antico da cui discendono tutti i 182 individui
è rappresentato a destra in basso dalla parola «antenato». Ci si chiede:
quando è vissuto e dove? L'albero può dare una risposta a questi proble-
mi. Per capirlo meglio, notiamo che dall'antenato comune partono due
rami: uno, che va in basso a destra, dà origine dopo alcune biforcazioni
a 7 individui, tutti africani. L'altro ramo, che parte dall'antenato comu-

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O EUROPA

L'albero del Dna mitocondriale secondo Wilson e collaboratori. La storia dell'origine dei
mitocondri di molti individui ricostruita in base alla struttura del loro Dna. La tabella storica
delle parentele umane è stata pubblicata per la prima volta su «Nature» nel1987. ©R. Cann/M.
Stoneking/A. Wilson.

Centomila anni 105


ne e va verso l'alto, dà origine dopo molte biforcazioni a tutti gli altri
individui, compresi molti altri africani. Le biforcazioni dell'albero sono
di lunghezza diversa. La lunghezza di un segmento che va, per esempio,
da una biforcazione a due individui misura il numero di differenze fra gli
individui, cioè il numero di nucleotidi per i quali sono diversi. Due indi-
vidui connessi a una biforcazione corta, come ad esempio gli individui
68 e 69, sono poco diversi fra loro. Ci si può fare un'idea quantitativa
della differenza fra individui in riferimento alla scala relativa indicata
sotto i due rami del ferro di cavallo, che esprime il numero di nucleotidi
diversi in percentuale del numero totale di nucleotidi che compongono la
sequenza di Dna esaminata. Come nell'analisi delle proteine che abbiamo
visto nel capitolo precedente, si fa l'ipotesi che il numero di mutazioni
che differenziano due individui aumenti in media con il tempo decor-
so dall'ultimo antenato comune (che è appunto indicato simbolicamente
dalla biforcazione).

Notiamo che la prima biforcazione, la pm antica, che corrisponde


all'antenato comune a tutti, separa africani da africani, e che le biforca-
zioni che separano fra loro genti di altri continenti sono tutte più tardive.
Se ne è concluso che l'uomo moderno ha avuto origine in Africa.
Questa conclusione è stata criticata perché in base agli stessi dati si pos-
sono ricostruire altri alberi diversi, che potrebbero essere migliori, anche
quando indicano un'origine non chiaramente africana. La realtà è che la
ricostruzione dell'albero non è il metodo più sicuro per affrontare il pro-
blema. Vi sono molti metodi di ricostruzione, che possono dare risultati
diversi; però quasi tutti i metodi usati, e molti altri dati diversi da quelli
qui impiegati, portano alla stessa conclusione.
Vi è un altro modo di analisi, del tutto indipendente, che giunge egual-
mente a concludere in favore di un'origine africana: ed è che gli africani
mostrano la massima differenza fra loro, cioè la massima eterogeneità,
mentre la gente di altri continenti mostra una diversità meno spiccata. Ci
attendiamo che la popolazione che ha avuto più tempo a disposizione per
differenziarsi riveli la massima diversità. Questo criterio è indipendente
dal metodo usato per ricostruire l'albero, che può essere insoddisfacente
sul piano teorico o su quello statistico.
Infine Wilson e collaboratori hanno calcolato la data di nascita della
cosiddetta Eva africana, cioè dell'antenato comune a tutti gli individui
rappresentati nel ferro di cavallo. A questo scopo hanno rapportato la
divergenza genetica che corrisponde alla biforcazione dell'antenato co-

106 Chi siamo


mune ai primi africani e agli altri, a quella osservata tra l'uomo medio e
lo scimpanzé. Wilson stesso aveva mostrato che la separazione tra questi
due lontani cugini era avvenuta circa 5 milioni di anni fa, e ha calcolato
che la prima separazione nell'albero del Dna mitocondriale umano avreb-
be avuto luogo 190.000 anni fa (con un margine d'errore importante, per
cui in pratica la data è da considerare compresa fra i 300.000 e i 150.000
anni). È una data straordinariamente vicina a quelle emerse dai ritrova-
menti paleontologici avvenuti in seguito. Si può dire che in questo caso la
ricerca di laboratorio abbia precorso la ricerca sul campo. E confortante
scoprire la corrispondenza tra le due date, generate in modi del tutto in-
dipendenti, però non vi è ragione di pensare che la data della più antica
mutazione mitocondriale comune a tutti debba coincidere con la data in
cui compaiono i primi resti ossei morfologicamente moderni.

Una data di origine per l'uomo moderno

L'idea è che tutto abbia avuto inizio in Africa. Effettivamente l'Homo


habilis è comparso in Africa. Anche l'Homo ergaster è apparso in Africa,
poi si è diffuso al Vecchio Mondo. Le osservazioni archeologiche sull'uo-
mo moderno suggeriscono che anch'esso abbia avuto origine in Africa
e che di qui si sia espanso a tutto il mondo. Quindi un inizio africano o
vicino all'Africa c'è sempre. Il problema è quando. Per l'habilis, si parla
di due milioni e mezzo di anni fa; l'ergaster ha lasciato l'Africa quasi due
milioni di anni fa; per il sapiens moderno pensiamo a 200.000 anni fa,
confortati dalla coincidenza tra dati archeologici e dati genetici. Tutta-
via, è bene precisare subito che i 190.000 anni indicati da Wilson non si
riferiscono al primo uomo moderno. Se mai, trattandosi di mitocondri,
dovrebbero riferirsi alla prima donna, donde il nome di Eva.
In realtà i 190.000 anni sono una data molto speciale: quella della pri-
ma mutazione nel Dna mitocondriale di cui riconosciamo la presenza e
corrisponde alla prima biforcazione nell'albero di Wilson, cioè al tempo
in cui visse l'ultimo antenato comune a tutti gli individui viventi oggi.
Quindi i 190.000 anni segnano un avvenimento molto particolare: in una
singola donna è avvenuta la mutazione di un solo nucleotide, per cui una
sua figlia è risultata diversa dagli altri. I discendenti di quella donna han-
no avuto destini geografici diversi; ma sembra probabile, anche se non è
certo, che la comune progenitrice vivesse in Africa. I suoi discendenti che
hanno lasciato l'Africa non sono necessariamente emigrati subito dopo la

Centomila anni 107


Sulla spiaggia di Clifton, Karachi, Pakistan. ©Giovanni Porzio 2013

108 Chi siamo


mutazione; deve anzi essere passato molto tempo fra l'origine della muta-
zione e il formarsi di un gruppo di discendenti in qualche punto (ignoto)
del continente africano, che ne raggiunse i confini e penetrò in Medio
Oriente attraverso l'istmo di Suez, o in Arabia attraverso il Mar Rosso.
La data della migrazione può essere anche solo di poco anteriore a
quella rivelata dal ritrovamento dei primi crani in Israele, ed è molto
probabile che sia assai più tarda di quella in cui è avvenuta la mutazione
mitocondriale che è all'apice dell'albero di Wilson. Le date della mutazio-
ne mitocondriale e della migrazione sono quindi logicamente diverse, e la
prima dev'essere più antica della seconda.

Eva africana: un aiuto dai cognomi

Possiamo capire meglio la questione dell'Eva africana riferendoci ai co-


gnomi. Nelle culture occidentali i cognomi, all'opposto dei mitocondri,
vengono trasmessi per via maschile. Molti hanno inteso che il lavoro di
Wilson implicasse che siamo tutti discesi da un'unica donna. Questo è il
primo equivoco portato dalla parola «Eva>>, perché molti pensano: «Al-
lora c'è stata una sola progenitrice>>. È un termine che ha fatto comodo ai
giornalisti, per le risonanze che evoca: secondo la tradizione biblica, Eva
era la prima donna, non ce n'erano state altre prima e tutti discendono
da lei. Ora, questo può essere grosso modo vero per quanto riguarda i
mitocondri, nel senso che sono sopravvissuti solo i mitocondri di una
donna, mentre quelli di tutte le sue contemporanee sono andati perduti.
Abbiamo già detto che i mitocondri passano di generazione in genera-
zione solo per via materna: ricorriamo ora all'esempio dei cognomi, che
si trasmettono anch'essi attraverso un solo genitore (il padre), per capire
meglio il dilemma di questa Eva, non biblica ma «mitocondriale>>.
Parecchi avranno notato che nei piccoli paesi di montagna vi sono pochi
cognomi. Questo è un effetto del caso che tende a eliminare cognomi ad
ogni generazione: alcuni abitanti del villaggio emigrano, alcuni muoiono
prima di avere avuto figli, le donne perdono il cognome del padre spo-
sandosi ... se nuovi immigranti non portano nuovi cognomi da fuori, il
numero dei cognomi tenderà sempre a diminuire. Dovremo parlarne più
avanti, perché si tratta di un fenomeno evolutivo molto importante, che è
vero anche per i geni e che si chiama «deriva genetica>>. Se si continuasse a
lungo, cioè per molte generazioni, nel paese resterebbe un cognome solo.
Ciò avviene di rado in Europa, dove i cognomi hanno solo qualche secolo

Centomila anni 109


Villaggio galleggiante di pescatori, Sehwan, Pakistan. ©Giovanni Porzio 2013

110 Chi siamo


di vita e non vi è stato il tempo di arrivare a questo estremo, mentre in
Cina, dove i cognomi sono spesso antichissimi (vecchi anche più di 4000
anni), vi sono paesi e addirittura cittadine in cui tutti hanno lo stesso co-
gnome. Se si continuasse per molti millenni alla stessa maniera resterebbe
un solo cognome nell'intera Cina, e più avanti ancora nel tempo, se tutto
il mondo adottasse la lingua e le usanze cinesi, ne resterebbe uno solo nel
mondo intero. Naturalmente i cognomi a questo punto non servirebbero
più alloro scopo e verrebbero abbandonati.
Allo stesso modo, oggi sulla Terra esistono solo discendenti del mi-
tocondrio portato da un'unica donna vissuta in passato, l' «Eva mito-
condriale». È come se esistesse un cognome solo, a parte il fatto che i
mitocondri discesi da Eva si sono un poco modificati per mutazioni accu-
mulate nel corso delle generazioni successive, per cui non sono identici fra
loro. Queste mutazioni permettono di ricostruirne l'albero genealogico,
come abbiamo visto.

La grande maggioranza di tutto il patrimonio genetico è nei cromosomi


contenuti nel nucleo della cellula, per i quali questo principio non vale
perché vengono tutti ereditati sia dal padre sia dalla madre (con l'eccezio-
ne dei cromosomi sessuali X e Y, che seguono leggi speciali di trasmissio-
ne da genitori a figli). L'analisi del patrimonio cromosomico con metodi
matematici ci dice che fra gli antenati che hanno portato all'uomo vi sono
sempre state moltissime donne e moltissimi uomini, diciamo fra i 10.000
e i 100.000 come ordine di grandezza. Quindi, niente Adamo ed Eva
come coppia definita nel senso biblico dell'espressione.
La ricostruzione dell'albero di Wilson e la data dell'antenato comune
sono state oggetto di critiche che sono parse ridurre la portata delle con-
clusioni dei ricercatori di Berkeley, ma la validità di queste critiche è stata
praticamente annullata da ulteriori analisi. Risultati successivi hanno so-
stanzialmente confermato lo stesso range di variazione. Vedremo che pure
l'analisi dei cromosomi del nucleo cellulare porta alle stesse conclusioni.

Scienza e certezza

Il profano, il cosiddetto uomo della strada, spesso chiede alla scienza


delle certezze. Ma lo scienziato dedica buona parte delle sue energie a
sollevare dubbi e a cambiare le proprie teorie se è necessario. Ci sono già
fin troppe religioni e ideologie a conclamare la «verità>>. Per capire come

Centomila anni 111


Processione del Timkat, festa dell'epifania copta, Massaua, Eritrea.© Giovanni Porzio 2013

112 Chi siamo


procede la scienza e a che grado di sicurezza consente di giungere è utile
ricordarsi che ci sono due tipi di lavoro scientifico profondamente diversi.
Si può sperimentare, o soltanto osservare.

Nella ricerca di tipo sperimentale si può raggiungere un grado di cer-


tezza delle proprie conclusioni tanto elevato quanto lo si desideri. Conti-
nuando a sperimentare si possono rafforzare e affinare le conclusioni di
un esperimento già fatto, ripetendolo su scala maggiore, oppure facendo
altre prove in cui le condizioni dell'esperimento precedente vengono op-
portunamente modificate. Magari esse arriveranno a smentire le ipotesi
di partenza e costringeranno a sostituirle con altre. In varie discipline
però si sono ormai accumulate molte conoscenze e, pur continuando a
sperimentare, si nota che alcune regolarità di base non cambiano più,
oppure cambiano così poco che le possiamo considerare rigorosamente
valide, dopo averle chiarificate e affinate.

La biologia moderna assegna al Dna il posto centrale nella spiegazione


dei fenomeni della vita, compresa l'origine degli organismi viventi. Que-
sta conclusione è il risultato di moltissime osservazioni ed esperimenti,
talora assai indiretti. Possono venire dubbi sulla validità delle teorie svi-
luppate per spiegarli. Non si può sperare di ripetere tutti gli esperimenti
che hanno portato a trarre certe conclusioni per assicurarci che siano
veramente validi. Ma vi è un altro modo di convincersi che una teoria
funziona: sono le applicazioni che essa rende possibili. Ecco un esempio
biologico: sfruttando le conoscenze teoriche sul Dna è divenuto possibile
inserire in un cromosoma batterico il gene responsabile della produzione
di una sostanza complessa, come un enzima, un ormone, un fattore di
crescita e così via. In molti esperimenti di ingegneria genetica di que-
sto tipo è stato possibile far produrre ai batteri sostanze caratteristiche
dell'organismo umano. Si riscontra che esse hanno la stessa struttura e
funzione di quelle prodotte dall'uomo. L'importanza di questi esperi-
menti sta nel fatto che sarebbe molto difficile avere quantità adeguate di
queste sostanze per usi clinici se non si producessero attraverso l'inge-
gneria genetica. Applicazioni del genere costituiscono le prove più sicure
che la teoria è corretta.
Allo stesso modo è rassicurante poter andare sulla Luna e controllare
che molte conclusioni scientifiche cui si era giunti prima di arrivarci erano
corrette. La Luna non è una forma di cacio né la sede dei morti, come si
pensava una volta.

Centomila anni 113


C'è però un altro tipo di scienza in cui è possibile solo l'osservazione,
senza speranza di poter mai sperimentare. È la storia, la ricostruzione
di fatti avvenuti in passato. Non si può ripetere a volontà, non possia-
mo fare un esperimento in cui rilanciamo l'evoluzione delle stelle, degli
organismi viventi o dell'umanità, quest'ultima per vedere se gli uomini
vengono fuori di nuovo uguali o magari un po' diversi da come sono ora.
Esperimenti di evoluzione vengono fatti ma sono sempre enormemen-
te semplificati rispetto alla storia di cui siamo parte. Possiamo prendere
delle drosofile, i moscerini del mosto che sono stati per un secolo l'or-
ganismo principe per lo studio della genetica, allevarle in bottiglia o in
altre condizioni, creare popolazioni di migliaia di drosofile, vedere se e
come cambiano, se perdono le ali o se ne mettono quattro invece di due.
Possiamo fare simulazioni al calcolatore di processi evolutivi sempre più
complicati. Abbiamo una solida teoria matematica dell'evoluzione che
ci permette di fare delle previsioni importanti e di verificarle. Però non
potremo mai sperare di riprodurre con le nostre teorie o con la simula-
zione al calcolatore la storia esattamente com'è avvenuta, perché è troppo
complessa e ha un grado di dettaglio che non potremo mai arrivare a co-
noscere o imitare. Inoltre il caso gioca una parte non trascurabile anche
negli avvenimenti storici; possiamo prevedere quel che succederà in una
situazione media, ma non nel caso singolo. Quindi tutte le interpretazioni
storiche- e l'evoluzione è una di queste- sono condannate ad un'incer-
tezza superiore a quella di ogni conoscenza sperimentale. La speranza di
arrivare ad essere completamente convincenti, di non lasciare ombra di
dubbio è qui più tenue.
Non stupisce neppure che ancor oggi ci siano persone che non credono
all'evoluzione e ritengono che tutto ciò che noi diciamo siano in sostanza
fandonie. Queste persone non hanno di solito conoscenze scientifiche e
comunque la forza della loro convinzione viene da un'altra sorgente: la
loro religione insegna che l'evoluzione non è avvenuta. Alcune religioni
sono abbastanza intelligenti da non escluderla; altre sono legate mani e
piedi e non possono accettarla, ad esempio se obbligano ad attenersi ad
un'interpretazione letterale della Bibbia. La sicurezza assoluta che l'evo-
luzione abbia avuto luogo possono averla solo le persone che conoscono
bene l'argomento e ci hanno pensato abbastanza.
Per essere convincenti nell'interpretare i fenomeni storici dobbiamo
sforzarci di ottenere quante più prove sia possibile. Potrà sempre rimane-
re qualcuno che non vorrà convincersi, soprattutto se ha forti pregiudizi
che gli impediscono di credere anche all'evidenza più ovvia.

114 Chi siamo


Le scienze storiche hanno quindi un maggior grado di incertezza rispet-
to ad altre discipline e l'unico modo di superarla è quello di osservare gli
stessi fenomeni da tutti i possibili punti di vista. Questo è uno dei motivi
per cui io cerco di studiare l'evoluzione umana, ad esempio, non solo sul
piano biologico, ma anche su quello archeologico, culturale, linguistico
ecc. Sarò il primo a credere di più a quello che dico se riesco a trovare
in discipline molto diverse elementi che convergano tutti nella stessa di-
rezione. Sappiamo che una sola prova contraria sicura è sufficiente per
distruggere una teoria: se questa prova esiste, mi interessa scoprirla, qua-
lunque sia la sua natura. L'unico modo di controllare le nostre ipotesi e
teorie scientifiche è di riprovare da punti di vista diversi, compiere sempre
nuove osservazioni per controllare se otteniamo i risultati attesi in base
alla nostra teoria, e considerarci soddisfatti solo se essa effettivamente ci
serve a predire il risultato di tutte le osservazioni attendibili. È importante
quindi estendere l'indagine ad ogni disciplina che abbia qualche rilevanza
rispetto al nostro problema.
Non c'è dubbio che, in ogni caso, la scienza comporti sempre un cer-
to grado d'incertezza. Se vi è una possibilità di dubbio, presto o tardi
qualche ricercatore interessato all'argomento se ne accorgerà. Per que-
sta stessa ragione, le nostre affermazioni contengono di solito le parole
<<probabilmente», <<sembra che» e così via; sappiamo benissimo che cam-
biamenti anche piccoli potrebbero rovesciare la nostra interpretazione.
Cerchiamo di garantircene finché possibile, soprattutto introducendo noi
stessi nella nostra ricerca tutti quei mutamenti che ci consentono di ve-
dere lo stesso fenomeno da punti di vista diversi, di controllare in altri
modi le nostre interpretazioni, così da renderei conto più chiaramente
se abbiamo ragione oppure no. Sperimentatore o storico, lo scienziato
lavora immerso nel dubbio: crea ipotesi per aiutarsi a capire i fenomeni
che studia, le controlla come può, le accetta solo quando hanno superato
con successo queste prove, pronto sempre a dover modificare e raffinare
le ipotesi di partenza, e magari a sostituirle completamente se necessario.

Alla ricerca di Adamo

I cognomi ci sono serviti per spiegare perché attraverso il Dna mito-


condriale possiamo risalire fino ad una sorta di Eva un po' speciale. C'è
il modo di risalire allo stesso modo fino ad Adamo? Sì, attraverso il cro-
mosoma Y; un cromosoma che si trova solo nei maschi perché, quando è

Centomila anni 115


presente, determina il sesso maschile. Abbiamo detto che il Dna è la base
fisica del patrimonio ereditario; esso è raccolto in 23 paia di cromosomi,
che si trovano nel nucleo della cellula (mentre il Dna mitocondriale è
esterno al nucleo). Il Dna dei cromosomi è molto, molto più abbondan-
te di quello mitocondriale, perché è formato da miliardi di nucleotidi,
contro i 15.600 del cromosoma mitocondriale. In ognuna delle 23 paia
di cromosomi, un membro della coppia viene dal padre e l'altro dalla
madre, e non si può distinguere (al microscopio) alcuna differenza fra
il cromosoma di origine paterna e quello di origine materna, tranne che
per un paio, detto XY. Nei maschi ci sono un X e un Y; nelle femmine ci
sono due X. È facile distinguere X da Y perché l'X è un cromosoma di
dimensioni medie, l'Y è fra i più piccoli, e vi sono molti metodi di colora-
zione per distinguerlo al microscopio da tutti gli altri cromosomi piccoli
presenti nel nucleo.

Le equazioni del sesso, quindi, sono:

maschio= XY femmina= XX

Gli spermatozoi sono cellule con una lunga coda presenti nello sperma,
che corrono attraverso la vagina e l'utero verso le tube di Falloppio alla
ricerca della cellula uovo per unirsi con essa e fecondarla, dando così
inizio a un embrione. Quando gli spermatozoi si formano, X e Y si se-
parano: uno spermatozoo riceve solo un X o solo un Y. Le cellule uovo,
che unendosi con uno spermatozoo formano l'embrione, ricevono invece
solo un X. Lo spermatozoo che ha il cromosoma Y, unendosi con una
cellula uovo X dà origine a un embrione XY, cioè a un futuro maschio.
Quello che ha il cromosoma X dà origine a un embrione XX, una futura
femmina. È la cellula uovo fecondata che dividendosi dà origine all'em-
brione, e questo spiega perché ogni figlio, maschio o femmina, porta i
mitocondri materni.
Anche nel cromosoma Y sono avvenute mutazioni e si trovano differen-
ze tra individui, come per il Dna mitocondriale. Per cui, a partire dalla pri-
ma ricerca di Wilson e con l'ausilio di metodi di sequenziamento sempre
più veloci ed efficaci, negli ultimi vent'anni si sono ricostruiti anche alberi
genealogici del cromosoma Y, datando il portatore della più antica muta-
zione del cromosoma Y che ancora sopravvive oggi; un Adamo che, per
analogia con l'Eva mitocondriale, è stato battezzato Adamo Y. La data di
origine di questo Adamo, come era del resto verosimile, si è rivelata assai

116 Chi siamo


diversa da quella di Eva, rendendo ancor più difficile credere all'idea della
coppia che nel racconto biblico fu cacciata dal paradiso terrestre.
Da ricerche di questi ultimi anni, l'antenato comune più recente della
linea maschile (cromosoma Y) è stato datato a circa 103.000 anni fa,
mentre quello della linea femminile (Dna mitocondriale) è stato datato
a 157.000 anni fa. Queste datazioni, basate su dati genetici, presenta-
no comunque un forte margine di errore statistico, dell'ordine qui di
20.000-30.000 anni. A prescindere da come le datazioni potranno va-
riare a mano a mano che si affinano i metodi d'indagine, la differenza
di circa un terzo (50.000 anni) tra l'epoca dell'antenato comune a tutti
i maschi e dell'antenata comune a tutti, maschi e femmine, cioè la di-
stanza temporale e probabilmente anche geografica che separa Eva da
Adamo (benché entrambi africani), necessita di una spiegazione. E sono
parecchie quelle possibili.
La risposta si può cercare in più direzioni. Da un lato, è possibile che gli
uomini avessero una mortalità più elevata delle donne. Tra i cacciatori-
raccoglitori moderni gli uomini sembrano esposti a maggiori pericoli:
caduta dagli alberi (dove di solito sono gli uomini a salire), morso di
serpenti (che spesso si incontrano sugli alberi), ferite riportate nel cor-
so della caccia, possibili lotte tra tribù e altri motivi. Dall'altro, ragioni
demografiche devono avere giocato un ruolo fondamentale. È probabile
che le donne abbiano viaggiato più degli uomini, specie negli spostamenti
inevitabili quando si formano le coppie matrimoniali.
Un'altra ragione è che la poligamia è molto più spesso poliginia (un
uomo sposa più donne) che poliandria (una donna sposa più uomini).
Spingendo all'estremo la variazione nel numero di figli per padre, se l'ul-
tima generazione di una tribù è tutta generata da un solo padre, un capo
villaggio molto attivo, l'Adamo di quella tribù è vissuto solo una genera-
zione prima. Ancora oggi l'uomo ha in media 1,3 mogli in buona parte
del mondo: una differenza di quest'ordine è sufficiente a creare la diffe-
renza di date fra i due sessi.

Abbiamo appena detto che nel ricostruire la storia siamo sempre in


condizione di proporre ipotesi e cercare spiegazioni che le rendano plau-
sibili, ma che non possiamo sperare di raggiungere lo stesso grado di
certezza dello sperimentatore che può ripetere i suoi esperimenti a volon-
tà. La scoperta di Eva mitocondriale e Adamo Y è stata però un ottimo
esempio di come l'indagine genetica e statistica ci aiutano a ricostruire la
storia dell'umanità.

Centomila anni 117


Capitolo 4

PERCHÈ SIAMO DIVERSI?


LA TEORIA
DELL'EVOLUZIONE

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Valle dei Re, Qurna, Egitto.© Giovanni Porzio 2013
Prendiamo due individui a caso: c'è sempre qualche differenza tra loro,
grande o piccola. Perché queste diversità? Non parliamo di quelle tra le
(cosiddette) razze, che saltano agli occhi di tutti, ma prendiamo una città
o un paese qualsiasi: dappertutto troveremo che due individui presi a
caso sono diversi.
Alcune di queste differenze sono dovute a fatti accidentali o a modifi-
cazioni volontarie. Oggi si incontrano ogni tanto donne coi capelli verdi,
che una volta non esistevano; sappiamo che non si tratta di una diffe-
renza biologica, semplicemente i capelli vengono tinti in quel colore. È
facile convincersi che una certa parte di queste differenze è veramente
biologica, cioè genetica, ereditaria, innata; parole che vogliono dire, con
sfumature di significato, che esse sono determinate dalla nostra natura,
cioè dal nostro Dna, o, come si suole anche dire, dai nostri cromosomi, o
dai nostri geni (segmenti di Dna che hanno una funzione specifica nota).
Basteranno due considerazioni. Tra genitori e figli possiamo trovare so-
miglianze che sono talora impressionanti: la stessa attaccatura e gli stessi
vortici dei capelli, tanti altri caratteri e comportamenti. I genitori eviden-
temente sono diversi fra loro. Studiando carattere per carattere si può
trovare che il figlio somiglia a uno dei due genitori, è intermedio fra i due,
o è diverso da tutti e due. Esistono poi i gemelli cosiddetti identici: lo sono
davvero, ed è corretto dire che si somigliano come due gocce d'acqua.
Commediografi greci e latini, e anche Shakespeare, li hanno utilizzati
per alcuni celebri lavori, sfruttando gli equivoci cui la loro estrema somi-
glianza dà origine. I gemelli identici sono così uguali l'uno all'altro che
qualche volta anche le madri o le mogli non sanno distinguerli e devono
ricorrere a segni speciali. Questo dimostra quanto potente possa essere
l'eredità biologica.
Sono i meccanismi dell'eredità a rendere i figli simili ai genitori e i ge-
melli identici uguali fra loro; al tempo stesso creano differenze tra i di-
versi individui. Come avviene la trasmissione dei caratteri ereditari da
genitori a figli?

Cellule germinali: Dna, geni e cromosomi

Ogni organismo vivente è fatto di cellule e ciascuna di queste svolge


funzioni particolari. Un uomo è fatto di un milione di miliardi di cellule.
La generazione dei figli è affidata a speciali cellule dette «germinali>> in
quanto danno origine al germe, alla nuova cellula che forma un individuo
della prossima generazione: nell'uomo è lo spermatozoo, nella donna la
cellula uovo. Un nuovo individuo viene concepito quando uno sperma-
tozoo feconda una cellula uovo. In queste cellule germinali è contenuto
tutto il Dna destinato a formare il nuovo individuo e a renderlo simile ai
suoi genitori.
Gli spermatozoi sono composti quasi solo di un nucleo che contiene i
cromosomi, di membrane di protezione, di una lunghissima coda che dà
loro la mobilità e di una testa che serve a penetrare nella cellula uovo. Le
cellule uovo sono assai più grandi, ma il nucleo che contiene i cromosomi
è pressappoco delle stesse dimensioni di quello degli spermatozoi. Il cor-
redo ereditario trasmesso dai genitori ai figli si trova nei cromosomi e la
sostanza chimica cui è affidata la trasmissione è il Dna. Tutta la biologia ci
conferma che questo è vero. Non stupisce quindi che lo stesso Dna si trovi
all'interno di ogni cellula di un organismo, non solo in quelle germinali.
Il Dna si può concepire come un manuale di istruzioni per fare un nuo-
vo individuo. Il manuale viene, per così dire, "letto" dai meccanismi della
cellula che fabbricheranno fisicamente il figlio, trasformando a questo
scopo il materiale che trovano nell'ambiente (cioè il nutrimento dispo-
nibile alla cellula) in base alle informazioni contenute nel Dna. Ci si può
immaginare l'insieme del Dna che compone i cromosomi come un gros-
sissimo libro in molti volumi, tanti quanti i cromosomi, che in ogni cel-
lula germinale umana sono 23. Si tratta di un documento di straordina-
ria lunghezza, un'enciclopedia enorme. Se consideriamo un cromosoma
l'equivalente di un volume, ognuno di essi è assai più grosso di quello di

122 Chi siamo


Fecondazione della cellula uovo e formazione dell'embrione.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 123


un'enciclopedia normale, perché contiene un numero di caratteri molto
superiore.
Parlando dei mitocondri, abbiamo visto che questo libro è scritto in
un alfabeto diverso dal nostro, fatto di sole quattro lettere, che conven-
zionalmente chiamiamo, per riconoscerle, A, C, G e T, i nucleotidi di cui
già si è detto. Un filamento di Dna è formato di nucleotidi attaccati l'uno
all'altro in un ordine che è caratteristico per ogni individuo.
Questa è la base chimica dell'eredità. Ciò che chiamiamo <<gene>> o fat-
tore ereditario è un segmento di Dna che ha una certa speciale funzione e
che si compone di solito di qualche centinaio di nucleotidi (talvolta molti
di più) disposti in un ordine particolare. Le lettere base sono sempre le
stesse quattro ma la loro sequenza cambia in ogni segmento e determina
la funzione di ogni gene. Un gene forma il pigmento che dà un certo
colore ai capelli o agli occhi o alla pelle, un altro è responsabile della
formazione di qualcuno dei numerosissimi caratteri visibili o invisibili
del nostro corpo.
Ogni cellula germinale è provvista di una serie completa di tutti i cro-
mosomi, uno per ogni tipo. Lo spermatozoo ha 23 cromosomi e altret-
tanti ne ha la cellula uovo; dalla loro fusione nasce il nuovo individuo
le cui cellule avranno quindi 46 cromosomi, o più esattamente 23 paia,
poiché ogni cromosoma ha una sua identità e di ciascuno il figlio riceve
una copia dal padre e una dalla madre.

La trasmissione dei caratteri genetici

In sintesi, ecco un breve glossario di questi termini, fondamentali per


ca p ire i meccanismi della trasmissione ereditaria. Il Dna è una sostanza
chimica che ha una precisa struttura: è un filamento fatto di quattro nu-
cleotidi disposti in una sequenza particolare, come le lettere che formano
le parole di un libro.
Un gene è un segmento di Dna che ha una funzione particolare nello
sviluppo e nell'attività di un organismo vivente; è lungo centinaia o mi-
gliaia, qualche volta anche centinaia di migliaia, di nucleotidi.
Un cromosoma è un filamento di Dna lunghissimo, ma avvolto in modi
particolari, per cui in certe condizioni lo si può vedere dentro una cel-
lula, contratto in un corto corpicciolo con forma caratteristica di quel
cromosoma. Tipicamente, i cromosomi diventano visibili quando una
cellula si divide.

124 Chi siamo


Su un cromosoma sono disposti uno dopo l'altro moltissimi geni, e
anche segmenti di Dna che non chiamiamo geni perché non hanno una
funzione nota o magari non ne hanno alcuna, sono come parassiti che di
solito però non danno fastidio (il cosiddetto «Dna egoista>>, o più preci-
samente <<Dna non codificante>>).
Il numero dei cromosomi varia negli esseri viventi, da uno nei batteri
a dozzine o anche centinaia negli organismi superiori. Nelle cellule di un
uomo sono 23 paia, come abbiamo detto: in ogni paio, un membro pro-
viene dal padre e uno dalla madre.
Tutto il Dna contenuto in un organismo- e responsabile dell'eredità- è
raccolto nei cromosomi, che si trovano nel nucleo della cellula. Vi è un
po' di Dna anche al di fuori del nucleo (ma sempre dentro la cellula), nei
mitocondri- di cui abbiamo parlato a proposito di «Eva africana>>- pic-
coli organi provvisti di un loro corto Dna, un minuscolo cromosoma che
si trasmette in modo speciale (solo la madre passa i mitocondri ai figli sia
maschi sia femmine).
I cromosomi si trovano all'interno di ogni cellula dell'organismo viven-
te, ma solo i cromosomi contenuti nelle cellule sessuali vengono trasmessi
alla discendenza.
La cellula uovo, una volta fecondata dallo spermatozoo, si divide in
due nuove cellule, che a loro volta si dividono dando vita a quattro nuove
cellule e così via, in un processo di moltiplicazione che genera il nuovo
individuo.
Sia la cellula uovo fecondata, sia tutte le cellule del corpo che ne di-
scendono sono identiche e hanno 46 cromosomi. Una piccola parte delle
cellule che così si formano daranno origine agli spermatozoi oppure alle
cellule uovo del nuovo individuo, secondo il suo sesso.

La mutazione

Nel processo di duplicazione di ogni cellula il Dna della cellula madre


viene copiato e le due versioni di Dna trasmesse alle due cellule figlie
sono identiche al Dna di partenza. Possono però intervenire mutazioni,
veri e propri errori nel processo di copiatura. Ne avvengono nella divisio-
ne di tutte le cellule, quindi anche di quelle che diverranno spermatozoi
nell'uomo e cellule uovo nella donna. Sono le mutazioni che hanno luogo
nelle cellule germinali a interessarci ora, perché possono essere trasmesse
alla discendenza.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 125


l 2 4

8 9 lO 11 12 x

13 14 15 16 17 18

Alt Ali
19 20 21 22 y

CROMOSOMA Dna

Cellula nucleo cromosomi Dna.

126 Chi siamo


Abbiamo detto che il Dna è una sequenza di un grandissimo numero di
nucleotidi, che chiamiamo A, C, G o T. La mutazione è il cambiamento di
uno di questi nucleotidi. Poniamo che nel padre vi sia un certo segmento
di Dna in una certa posizione, in cui la sequenza dei nucleotidi è:

GCACCAATC,

e che in uno spermatozoo che darà origine a un figlio sia avvenuta una
mutazione nel terzo nucleotide, a seguito della quale A sia stato sostituito
da G. Il figlio avrà la sequenza:

GCGCCAATC,

e tutti i discendenti del figlio porteranno questo Dna invece di quello


del padre.

Conseguenze della mutazione

In certi casi, un cambiamento piccolissimo può avere conseguenze enor-


mi. Può anche determinare la differenza fra salute e malattia. In altri può
non averne nessuna. Dipende dalla posizione del nucleotide cambiato, e
dalla natura del cambiamento.
Riferendo di uno dei primi viaggi spaziali, i giornali scrissero che un sa-
tellite andò distrutto solo perché nel programma di lancio c'era un errore
di una virgola, che fu sufficiente a fare fallire la spedizione.

Ci sono anche esempi che non vengono dal campo dell'alta tecnologia,
come il famoso responso dell'oracolo di Delfi a un re, che lo aveva inter-
rogato per sapere se fosse il caso di partire per una determinata guerra.
L'originale naturalmente è in greco, ma l'equivoco rimane anche nella
versione latina. La sibilla delfica rispose: «Ibis redibis non morieris in bel-
Io,,. Erano risposte orali, prive di punteggiatura. Il re credette che l'ora-
colo gli avesse detto: <<Partirai, tornerai, non morirai in guerra>>. Partì e
restò ucciso in battaglia. Aveva sbagliato a collocare la virgola. Il respon-
so andava interpretato così: <<Partirai, non tornerai, morirai in guerra>>.
La posizione di una virgola, che andava posta dopo NON anziché dopo
REDIBIS, aveva fatto tutta la differenza. È un altro esempio di come un
piccolissimo cambiamento possa portare a conseguenze gigantesche.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 127


Una malattia genetica

C'è un'anemia ereditaria, la cosiddetta <<microcitemia>> o <<talassemia>>,


in cui l'organismo non produce abbastanza emoglobina, la sostanza che
dà il colore ai globuli rossi contenuti nel sangue e che permette lo scambio
dell'ossigeno tra polmoni e tessuti (vi abbiamo già accennato parlando
dell'orologio molecolare). La produzione dell'emoglobina è diretta da
due geni, che formano due proteine (o catene proteiche) alfa e beta.
Il difetto genetico responsabile di una forma di talassemia comune nel
Mediterraneo, specialmente in Sardegna, riguarda il gene che dirige la sin-
tesi della catena beta. Il Dna del gene della catena beta è fatto di 438 nu-
cleotidi, e il difetto riguarda il 118esimo, che normalmente è G. Una mu-
tazione, avvenuta probabilmente in Sardegna tre o quattromila anni fa, ha
provocato la sostituzione di quel G con un A. La conseguenza è che il gene
della catena beta non viene più "letto" da quel punto in avanti e la sintesi
della catena si arresta, per cui non si può formare emoglobina normale.

Fino a pochi decenni or sono in Sardegna morivano un centinaio di


bambini all'anno a causa di questa mutazione, che a partire dall'unico in-
dividuo in cui ha avuto origine si è diffusa a moltissimi abitanti dell'isola
nei tre o quattromila anni successivi.

Nei monasteri medievali

Questa è la mutazione, un cambiamento nel Dna. Poiché il Dna viene


copiato da una generazione all'altra, quando si verifica un cambiamento
la prossima copia partirà dal modello modificato, cioè dal nuovo Dna
che ha subito la mutazione, per cui i genitori che hanno il tipo mutato lo
trasmetteranno ai figli.

C'è una situazione praticamente identica in campo culturale, che è


(mutatis mutandis) quella degli errori che vengono fatti nella copia di
manoscritti. Analizziamo una poesia che è stata scritta da un monaco
irlandese del VI secolo, il Venerabile Beda, quando stava per morire.
La poesia si riferisce a quello che succederà dopo la morte: si chiede se
uno giunto al termine della vita sia in grado di capire meglio che cosa lo
aspetta (non stupirà scoprire che la risposta di Beda è no, non si capisce
niente). Ecco le prime tre parole della poesia, in inglese antico, così come

128 Chi siamo


ci è giunta in sette manoscritti diversi, le cui date sono approssimativa-
mente note. Sono tutti molto simili ma hanno differenze significative,
anche se piccole, che permettono di ricostruirne la storia.

Manoscritto Secolo Inizio della poesia

l IX FORE TH'E NEIDFAERAE


2 x FORE THAE NEIDFAERAE
3 Xli FORE TH·E NEIDFAERAE
4 Xli FORE TH-E NEIDFAER-E
5 xv FORE TH-E NEYDFAER-E
6 Xlii FORE TH-E NEIDFAOR-E
7 Xli FORE TH-E NEIDFAOR-E

«Prima del viaggio inevitabile .. .>>

L'ordine attribuito ai testi non è cronologico ma si basa sulla parentela


riscontrabile fra le diverse scritture. Con il trattino indichiamo la caduta
di una lettera, per cui ad esempio nei manoscritti dal 3 al 7 la seconda
parola è l'articolo «the» (il) dell'inglese moderno.
In ognuno di questi casi, un monaco ha copiato il manoscritto da uno
precedente. Ogni tanto un copista ha cambiato la grafia di una parola per
errore di trascrizione o per una sua preferenza speciale. Ciascun piccolo
cambiamento è stato poi ritrasmesso dagli amanuensi successivi che han-
no ricopiato un manoscritto diverso dall'originale.

Ecco come si può partire nell'analisi: delle tre prime parole della poe-
sia, la prima (corrispondente all'inglese moderno before, cioè prima) è
sempre scritta nello stesso modo e non ci aiuta; la seconda è identica nei
manoscritti dal 3 al 7; la terza (composta di due parole: neid per need, bi-
sogno, necessità, e faerae che significa viaggio) mostra una parentela per i
manoscritti dall'l al 3 da una parte e dal4 al 7 dall'altra. Vi è quindi una
incertezza per la posizione del manoscritto 3 che per un verso somiglia a
l e 2 e per un altro a quelli dal4 al 7. La si può risolvere studiando il resto
della poesia, che è molto lunga.

Questa è la ricostruzione compiuta da un filologo dell'intero albero ge-


nealogico dei 7 manoscritti. Un manoscritto oggi perduto, del settimo se-
colo, è stato copiato da due monaci diversi. Da una delle due copie sono

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 129


discesi i manoscritti l e 2; dall'altra sono discesi tutti i rimanenti: prima
tre di essi (i manoscritti 3, 4 e 7), poi il 6, che è stato copiato dal 7, e il 5,
copiato dal 4. Questa analisi è stata compiuta con gli stessi ragionamenti
che si usano per ricostruire l'evoluzione molecolare, come abbiamo già
visto nel caso dell'emoglobina e del Dna mitocondriale.
Non sempre un errore, anche casuale, come la mutazione, ha conse-
guenze negative. Spesso non ha alcuna conseguenza, come nell'esempio
della poesia di Beda. In questo caso il senso della poesia non cambia; altre
volte un piccolo cambiamento può mutare il significato.

SECOLO MANOSCRITTI

VII ORIGINALE (PERDUTO)

~
/
/\
VIli x~

v~

IX

x
Xl

Xli 4 7

Xlii 6

XIV
*
xv

Albero genealogico di 7 manoscritti medievali.

130 Chi siamo


Un vantaggio inatteso

Qualche volta una variazione casuale come la mutazione può risultare


vantaggiosa. Per usare una metafora abbastanza comune, può capitare di
prendere per sbaglio una strada diversa dalla solita e di scoprire che è una
scorciatoia. È così anche con la mutazione: può accadere, benché sia raro,
che presenti dei vantaggi.
È questo, in parte, il caso della talassemia. È una brutta anemia, che in
passato portava regolarmente alla morte e oggi richiede molte trasfusio-
ni per sopravvivere (che sono comunque pericolose, perché c'è il rischio
di contrarre l'epatite Bo l'Aids). La si trova in certe zone della Sardegna,
in molte altre regioni costiere del Mediterraneo e anche più lontano,
ed è naturale chiedersi perché, dato che una malattia genetica potrebbe
venire eliminata automaticamente, se uccide i portatori o impedisce loro
di riprodursi.
C'è una ragione. Chi si ammala di talassemia ha due genitori che non
sono esattamente normali. Entrambi portano il gene della talassemia, ma
non lo dimostrano. Li chiamiamo «portatori sani>> del gene; hanno rice-
vuto il gene della talassemia da un solo genitore, e non sviluppano l'ane-
mia ma grazie al gene talassemico sono più resistenti alla malaria.

Un tempo la malaria era una malattia molto grave, presente in varie


parti del Mediterraneo e anche in Sardegna, soprattutto sulle coste. I por-
tatori sani si trovano in grande vantaggio nelle zone malariche: la ragione
è che il parassita della malaria non riesce a riprodursi nei loro globuli ros-
si. È per questo che il nuovo gene, originato per mutazione, si è diffuso ai
discendenti del primo portatore. L'anemia grave può manifestarsi soltanto
in coloro che ereditano il gene da entrambi i genitori, come può accadere
solo quando sia il padre sia la madre sono portatori sani: in questo caso, i
loro globuli rossi non sono in grado di svolgere normalmente la loro fun-
zione. I figli malati di portatori sani però non sono molto numerosi, e non
capita quindi spesso che due di loro si sposino, anche perché prima della
medicina moderna doveva essere eccezionale che la malattia permettesse
loro di raggiungere l'età adulta. Perciò i malati sono relativamente rari,
difficilmente arrivano all'l per cento e solo in zone intensamente malari-
che, mentre può esservi anche il 20 per cento di portatori sani.
Il calcolo delle probabilità ci dice che la malattia colpirà in media un fi-
glio su quattro di una coppia di portatori sani (in passato questo sarebbe
morto in pochi anni); altri due figli saranno a loro volta portatori sani del

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 131


gene (quindi più resistenti alla malaria); un quarto figlio sarà perfetta-
mente sano (e privo di difesa contro la malaria).
Si può andare a colpo sicuro nel dire che dove si trova talassemia do-
veva esservi molta malaria in passato, prima che venisse debellata boni-
ficando la regione. Il danno del figlio talassemico è più che compensato,
in termini demografici che potranno sembrare crudeli ma sono reali, dal
vantaggio che hanno ricevuto i genitori del malato, riuscendo a sopravvi-
vere in una zona malarica, e dal fatto che una metà dei loro figli potranno
portare la stessa resistenza alla malaria.

Il genoma umano

I nostri cromosomi sono composti complessivamente di circa 3,16 mi-


liardi di nucleotidi. Il primo sequenziamento completo del genoma umano
si è concluso nel 2001, due decenni dopo che aveva avuto inizio l'analisi
di singoli segmenti di Dna e delle loro differenze individuali. Da allora, il
sequenziamento del genoma- cioè la determinazione della sequenza dei
nucleotidi nel Dna - è divenuto sempre più veloce ed economico: è plau-
sibile pensare che in un futuro non lontanissimo il genoma individuale
potrà essere a disposizione di ciascuno, magari codificato nella sua tessera
sanitaria. Nell'ultimo decennio è stato poi sequenziato il genoma di mol-
tissime altre specie viventi di vegetali, animali e microrganismi.
Nel genoma umano sono stati individuati circa 25.000 geni, definiti
come segmenti di Dna che dirigono la produzione di una determinata
proteina. È una percentuale molto piccola del genoma, intorno al 2 per
cento. Un'altra parte del genoma, ancora assai poco conosciuta, esercita
funzioni di controllo sull'espressione di singoli geni, cioè sulle loro mo-
dalità d'azione. Una parte del Dna può essere inutile; lo si chiama in vari
modi, per esempio con l'inglese <<junk Dna», cioè Dna spazzatura, op-
pure <<selfish Dna,,, Dna egoista. È più che plausibile che sia così, perché
gli esseri viventi trasmettono per intero il proprio patrimonio genetico ai
figli: a parte le occasionali mutazioni, non c'è modo di liberarsi di intere
porzioni di Dna che siano diventate nel tempo inattive, magari perché le
sue funzioni sono ora svolte da un altro tratto di Dna. Altre porzioni pos-
sono essere entrate nel Dna dall'esterno, come parassiti, magari innocui
ma di cui non è facile sbarazzarsi. È difficile dire esattamente quale Dna
sia inutile o addirittura dannoso. Però conosciamo esempi in cui questo
Dna egoista è causa di malattia. Ci sono moltissime ricerche in corso e

132 Chi siamo


moltissimo ancora da capire. Come sempre accade nella scienza, più le
nostre conoscenze aumentano più si rivela la nostra ignoranza, più si
scopre e più c'è da scoprire.
Vi sono specie, come alcuni anfibi, che hanno più Dna di noi, il che
non le rende però più intelligenti o più complesse. Gli insetti hanno meno
Dna di noi; i batteri ancor meno e alcuni virus meno di tutti. I virus
sono parassiti che - come tutti i parassiti - si sono semplificati nel corso
dell'evoluzione fino ad avere soltanto la capacità di stabilirsi nell'organi-
smo dell'ospite e riprodurvisi. Hanno spesso sviluppato meccanismi di
penetrazione molto complessi ed efficienti, e non hanno bisogno di molto
altro macchinario biochimico per moltiplicarsi perché sfruttano quello
presente nell'ospite.
La mutazione più comune consiste nella sostituzione di un nucleotide
con un altro; qualche volta invece se ne può perdere uno o più, oppure
se ne possono aggiungere uno o più. Può capitare, più raramente, che un
lungo segmento o addirittura un intero cromosoma si duplichi o sia per-
duto, in genere con conseguenze patologiche.
Il Dna ha la forma di una doppia elica, come tutti ormai sanno. In una
piazza di Pechino c'è un monumento al Dna, costruito appunto a forma
di doppia spirale.
Questa doppia elica si compone di due spirali di Dna che sono esat-
tamente complementari, nel senso che se su un'elica in una determinata
posizione c'è l'elemento C, sull'altra elica c'è G. Se sulla prima c'è G, sulla
seconda c'è C. Se su di una c'è A, sull'altra c'è T; se c'è T c'è A.
I due filamenti che formano la doppia elica sono quindi completamente
diversi, però l'informazione che c'è sull'uno, in termini di sequenza di nu-
cleotidi, è strettamente corrispondente a quella che c'è sull'altro. Essi dico-
no sostanzialmente la stessa cosa e si possono tradurre l'uno nell'altro sen-
za errori. Si usa dire appunto che i due filamenti sono «complementari>>.
Il Dna umano è perciò composto, complessivamente, di tre miliardi di
paia di nucleotidi, presenti nella doppia spirale che forma i 23 cromosomi
delle cellule germinali. Sappiamo che queste hanno un solo cromosoma
per ognuna delle 23 paia; in gergo genetico si dice che esse hanno un <<ge-
noma aploide»: esso rappresenta, per così dire, il campionario completo di
tutti i geni disponibili nel patrimonio ereditario della specie umana. Si trat-
ta di un campionario dove ogni gene è presente in una sola delle varie for-
me in cui può esistere nei diversi individui che formano una popolazione.
Poiché occorrono due cellule germinali per fare un individuo, nelle cel-
lule di un adulto si ritrovano sia il genoma che viene dal padre sia quello

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 133


che viene dalla madre, per cui vi sono due doppie eliche di Dna (e quindi
quattro nucleotidi in ciascuna posizione), una di origine paterna e una di
origine materna, in tutto dodici miliardi di nucleotidi.
Ci riferiamo a tre miliardi di nucleotidi quando parliamo di genoma
umano, perché gli altri nove sono in un modo o nell'altro ripetitivi rispet-
to ai primi tre. I contributi paterno e materno sono soltanto simili, non
identici fra loro.

t frequente la mutazione?
La mutazione è normalmente un fenomeno molto raro. È raro perché è
necessario che lo sia. Siamo costruiti in modo così dettagliato e complesso
che la mutazione può essere dannosa all'organismo e anzi di solito lo è,
perché è un mutamento casuale. È stata paragonata, scherzosamente, a
ciò che accade quando si dà una botta a un televisore: spesso è irrilevante,
talvolta può anche succedere che l'apparecchio si metta a funzionare me-
glio di prima, ma qualche volta lo si danneggia. Perché il nuovo individuo
che nasce sia funzionante è necessario che ogni sua parte lo sia, per cui è
importante che le mutazioni siano rare.
Vi sono meccanismi di controllo e di correzione delle copie di Dna ap-
pena fatte. È come nei computer, che operano controlli per verificare che
la copia sia eseguita bene. Se è eseguita male viene corretta, con il risul-
tato che le mutazioni sono appunto molto rare. In una cellula, nel corso
di una generazione, su tre miliardi di nucleotidi se ne ritroverà qualche
dozzina cambiata: c'è quindi un errore piccolissimo, dell'ordine, grosso
modo, di uno su duecento milioni di nucleotidi per ogni copiatura.

Due gemelli identici hanno esattamente lo stesso, Dna perché vengono


da una sola cellula uovo fecondata da un solo spermatozoo, che però si è
divisa in due prima di cominciare a formare un embrione. Confrontando
i due gemelli troveremo poche dozzine di differenze dovute a mutazioni
fra l'uno e l'altro.
Se però confrontiamo due individui presi a caso da una stessa popola-
zione ne troviamo molte di più, perché si sono accumulate nelle genera-
zioni precedenti. Naturalmente troveremo meno differenze fra due fratelli
o fra genitori e figli, ma saranno comunque parecchie, perché vi è sempre
il contributo di due genitori diversi. Può essere interessante sapere che in
media fra fratelli (o fra genitori e figli) c'è circa la metà delle differenze

134 Chi siamo


che si trovano fra due individui presi a caso nella stessa popolazione. Si
troveranno quindi somiglianze anche straordinarie fra fratelli per alcuni
caratteri, ma pure molte diversità, che non devono stupire.
La probabilità di mutazione di uno su duecento milioni per nucleotide
in una generazione è una media approssimata, ancora mal nota. Vi sono
alcuni punti del Dna in cui la frequenza di mutazione è maggiore. È molto
più alta per esempio nei mitocondri.

Le mutazioni come misura della differenza genetica

Nel corso del tempo le mutazioni si accumulano. Questo significa che


possiamo misurare la differenza genetica sia fra individui sia fra specie
in base al numero di mutazioni che li separano. Basta prendere a caso
due individui e contare il numero di nucleotidi diversi in un determinato
segmento di Dna.
Prendendo due individui a caso da una stessa specie troviamo poche
differenze; circa una ogni mille nucleotidi, in media, che però su un totale
di tre miliardi divengono tre milioni di differenze. Questa è una media
molto generale. Per fare un esempio nella nostra specie, quando è stato
sequenziato il genoma di Jim Watson- uno dei primi ad essere sequen-
ziali per intero, in omaggio al ricercatore che insieme a Francis Crick
scoprì la struttura del Dna nel 1953 -si sono trovate circa 15 milioni di
differenze fra i nucleotidi del genoma materno e di quello paterno, quasi
uno su duecento.
Se confrontiamo due individui di specie diverse troviamo un numero
maggiore di differenze, che divengono tanto più numerose quanto più
lontane sono le specie. Parlando delle proteine abbiamo visto che se pren-
diamo l'uomo, il cavallo e il pollo, scopriamo che l'uomo è più simile al
cavallo e più lontano dal pollo. È questa la base dell'orologio molecolare
che abbiamo descritto parlando delle proteine: gli stessi concetti si appli-
cano per la differenziazione del Dna, che fornisce un altro orologio mo-
lecolare. Ci aspettiamo che dia gli stessi risultati, come di fatto avviene.

Un fattore da cui dipende il destino di una mutazione

La mutazione da cui ha avuto origine la talassemia sarda di cui si è


appena detto è avvenuta in un gene responsabile della sintesi dell'emoglo-

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 135


bina. Riteniamo che si tratti di una mutazione molto rara. Esistono centi-
naia di talassemie diverse e tutte presentano una distribuzione geografica
così particolare da suggerire che molte di esse abbiano avuto origine da
un'unica mutazione, diversa in ciascun caso.
Supponiamo che una certa mutazione si sia presentata, per la prima e
forse unica volta, in uno spermatozoo. La cellula uovo con cui si è unito
lo spermatozoo avrà un gene normale nella posizione corrispondente a
quello mutato nello spermatozoo (abbiamo supposto che la mutazione sia
avvenuta solo in quest'ultimo). Il risultato sarà un individuo diverso da
tutti gli altri finora esistenti nella popolazione, eterogeneo rispetto al gene
che stiamo considerando, perché ha ricevuto dal padre un gene mutato
(che chiameremo T), e dalla madre uno normale (che chiameremo N).
Chiediamo scusa al lettore nell'introdurre due nuovi termini: «eterozi-
gote>> e «omozigote>>. Eterozigote è un composto di due parole greche:
«zigote>>, che indica una cellula uovo fecondata, ed «etero>>, che significa
diverso. Lo usiamo per indicare l'individuo che ha ricevuto un contributo
differente dal padre e dalla madre (è stato "diversamente fecondato"). In
contrasto con questa prima parola, omozigote designa un individuo che
ha ricevuto lo stesso gene dal padre e dalla madre ( <<omo>> significa ugua-
le). Con i simboli che abbiamo appena introdotto, N e T, l'eterozigote è
NT, mentre vi sono due omozigoti possibili, NN e TI. TI è l'individuo
che ha ricevuto il gene mutato T sia dal padre sia dalla madre, una possi-
bilità che comincerà a verificarsi varie generazioni dopo che la mutazione
ha avuto luogo per la prima volta, quando nella popolazione si comin-
cerà a trovare un certo numero di individui del tipo NT, che potranno
sposarsi fra loro. Lo capiremo meglio proseguendo nel ragionamento.

A questo punto è però necessario sostare per un breve inciso e introdur-


re l'idea di vitalità di un tipo genetico, da applicare a questi tre tipi NN,
NT e TI. Per vitalità si intende la capacità di sopravvivere fino all'età
della riproduzione e di avere figli.
Vitalità è una traduzione italiana approssimativa della parola inglese
corrispondente, che è <<fitness>>. In inglese però non basta dire fitness per-
ché c'è possibilità di confusione. Si deve aggiungere un aggettivo e chia-
marla <<fitness darwiniana>> (o <<fitness relativa>>), perché abbia il senso in
cui la userebbe Darwin, il padre della teoria dell'evoluzione per selezio-
ne naturale. Infatti la parola <<fitness», di uso comunissimo, si riferisce
alla prestanza fisica, ottenuta attraverso l'esercizio, la dieta salutista ecc.,
idee oggi molto popolari soprattutto negli Stati Uniti. Vi è naturalmente

136 Chi siamo


una relazione fra la fitness fisica e quella darwiniana, ma mentre chi ama
correre misurerà la sua fitness fisica in base alla durata della sua corsa
o ai chilometri percorsi ogni mattina, la fitness darwiniana si riferisce
alla prestazione genetica ed è valutata in base al numero di figli che un
tipo genetico ha in media. Questa misura include infatti sia la capacità
di sopravvivere fino all'età adulta sia quella di avere figli. Vi sono tipi
mingherlini che farebbero brutta figura in palestra ma fanno molti figli,
mentre vi sono splendidi atleti che non ne hanno, quindi la fitness fisica e
quella darwiniana non sono la stessa cosa.
Ora, la vitalità dei tre tipi genetici NN, NT e TI è diversa in presenza
e in assenza di malaria. Se questa malattia non esiste nell'ambiente di
vita, l'individuo normale NN e l'eterozigote NT hanno la stessa vitalità,
mentre l'individuo TI ha l'anemia che chiamiamo mediterranea, ovvero
microcitemia o talassemia, e in assenza di cura muore prima dell'età adul-
ta. Ci sono oggi terapie, molto recenti e dispendiose (come il trapianto
di midollo osseo), che permettono al malato una buona speranza di vita,
anche di giungere all'età riproduttiva, ma fino a poco tempo fa le speran-
ze di sopravvivere oltre qualche anno erano decisamente scarse o nulle.
La situazione è diversa se c'è malaria, perché in quelle condizioni il tipo
NT sopravvive meglio del tipo normale NN. Il parassita malarico infatti
si moltiplica nei globuli rossi dell'individuo NN che contrae la malattia,
li distrugge e penetra in altri nuovi, distruggendoli a loro volta ecc., pro-
vocando così gli attacchi malarici. Nei globuli rossi dell'individuo NT,
in cui c'è una emoglobina diversa, i parassiti invece hanno difficoltà a
riprodursi, a tutto beneficio della salute della persona. Il tipo TT però
muore comunque.
È chiaro a questo punto che la mutazione T, pur portando gravi danni
agli omozigoti, può avere un valore adattativo positivo ma solo in am-
biente malarico.

Il destino di un mutante in una popolazione

Questo lungo prologo è stato necessario e non è ancora sufficiente per


capire che cosa succede alla mutazione T non appena prodotta. Ritor-
niamo al momento in cui tutti gli individui della popolazione sono NN,
tranne uno che per via della mutazione è diventato NT. Questo individuo
è in buona salute almeno quanto gli NN e sta addirittura meglio di loro
se c'è malaria nella regione.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 137


Il primo NT potrà sposare solo un individuo NN, perché non ci sono
altri tipi genetici, e trasmetterà a ciascun figlio o figlia il gene N, oppure
il gene T. Non è difficile rendersi conto che i due avvenimenti avranno la
stessa probabilità, cioè il 50 per cento, esattamente come nel lancio di una
moneta può uscire testa o croce. L'altro genitore è NN e può solo dare un
gene N; quindi i figli di un matrimonio NN x NT saranno per metà NN
e per metà NT.
Qui possiamo congratularci con il lettore che ci ha seguito, perché ha
imparato una legge fondamentale della genetica, proposta dal monaco
agostiniano Gregor Mendel, abate del convento di Brno in Cecoslovac-
chia, e da lui resa pubblica nel 1865.

@-@)
FEMMINA
OMOZIGOTE
lO O%
CELLULE
NORMALE uovo
MASCHIO ETEROZIGOTE l LORO FIGLI SARANNO
PER LA TALASSEMIA (T)

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NORMALI
@
so%
ETEROZIGOTI
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Incrocio fra omozigote ed eterozigote. Lo schema indica i figli attesi nel matrimonio fra una
femmina normale NN e un maschio NT (o portatore sano della malattia): metà dei figli sono NN
e metà NT. Questi due tipi genetici vengono chiamati rispettivamente omozigoti ed eterozigoti.
Nel matrimonio tra maschio normale NN e femmina NT (portatrice sana) il risultato è lo stesso.

138 Chi siamo


Ciò che accade in pratica, quando uno dei due genitori è NT e l'altro
è NN, è che metà dei figli sono come un genitore e metà come l'altro.
Naturalmente parlare di metà dei figli può non aver molto senso se c'è un
figlio solo in famiglia. Viene in mente la situazione di cui parlava scher-
zosamente Trilussa per spiegare la statistica: se io ho mangiato un pollo e
tu no, abbiamo mangiato mezzo pollo a testa.
Se gli individui NT che discendono dal primo continuano a crescere di
numero nelle generazioni successive, come è più che plausibile che accada
in zone malariche, perché sono ben più resistenti alla malattia degli in-
dividui normali, a un certo punto potrà capitare che due individui NT si
sposino fra loro. Subentra così un fatto nuovo, poiché uno spermatozoo

FEMMINA
ETEROZIGOTE
PERLA
@ t;.iT\
V
TALASSEMIA (T)

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@)@)
so% so%
CELLULE CELLULE
uovo uovo
MASCHIO ETEROZIGOTE l LORO FIGLI SARANNO:
PER LA TALASSEMIA (T)

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2S% NORMALI 2S% ETEROZIGOTI

@ @
2S% ETEROZIGOTI 2S% MALATI

Incrocio fra due eterozigoti. Lo schema indica i figli attesi nel matrimonio fra due individui NT
(eterozigoti), entrambi portatori sani della malattia. In media i figli risultano normali in un caso
su quattro, portatori sani in due casi su quattro, e malati di talassemia in un caso su quattro.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 139


T potrà fecondare una cellula uovo T, e ne nascerà il terzo tipo genetico
che finora non si era prodotto nella popolazione: il tipo TI, il quale si
ammala e muore.
Usando la terminologia che abbiamo già introdotto, possiamo dire che
nel matrimonio fra due eterozigoti NT può prodursi un omozigote TT
ogni quattro figli (in media).
Dal matrimonio NT x NT abbiamo quindi un quarto di individui TI.
Ad una coppia in cui sia il marito sia la moglie sono NT, un figlio TT
nasce con la stessa probabilità con cui, lanciando due monete in aria,
si ottiene che entrambe diano croce. È necessario il contributo di uno
spermatozoo T del marito (probabilità del 50 per cento) e di una cellula
uovo T della moglie (probabilità del 50 per cento). Qui l'evento può ave-
re luogo nella metà della metà di tutti i casi, cioè per un figlio su quattro
(probabilità del25 per cento).
A questo punto abbiamo digerito un'altra legge di Mendel e abbiamo
avuto purtroppo il primo caso di talassemia, che sarà presto seguito da
altri. Oggi in Sardegna ne nascono circa 110 all'anno, o meglio nasce-
vano, perché è quasi sempre possibile prevederne in tempo la nascita e
sottoporsi ad una interruzione di gravidanza profilattica.

Una pausa per raccogliere le idee

Se il lettore è riuscito a digerire i concetti presentati fin qui, può anche


saltare questo paragrafo. Se invece sente la testa un po' pesante (come
dopo un pasto troppo ricco) può prendere questo riepilogo come digestivo.
Abbiamo considerato due tipi diversi di uno stesso gene, che partecipa-
no a formare l'emoglobina:

N, gene normale;
T, gene mutato (talassemico).
Quando parliamo di individui invece abbiamo tre casi possibili di tipi
genetici. Nel nostro esempio:
NN, l'omozigote normale, che ha ricevuto il gene N sia dal padre sia
dalla madre;
NT, l'eterozigote che ha ricevuto un gene N da un genitore e un gene T
dall'altro;
TT, l'omozigote talassemico, che ha una grave malattia per avere rice-
vuto il gene T da entrambi i genitori.

140 Chi siamo


Qual è la vitalità di questi individui? Varia secondo l'ambiente. In assen-
za di malaria, NN ed NT hanno la stessa vitalità, mentre TI è malato e di
solito non arriva all'età adulta se non riceve cure moderne molto speciali.
In presenza di malaria, NN ha meno resistenza al parassita, specie alla
forma malarica più grave dovuta al parassita più letale (il Plasmodium
falciparum) e muore più facilmente di NT; TT è comunque condannato,
in assenza di cure.

Torniamo alla trasmissione da genitori a figli. Il nostro NT, l'eterozi-


gote, sposato a un normale NN, può avere figli NT e NN con eguale
probabilità, perché metà delle sue cellule germinali ricevono il gene N e
l'altra metà il gene T, mentre il coniuge può fornire solo cellule germinali
con il gene N.
Perché si producano individui TI, che muoiono di talassemia, in una
popolazione che parte da un solo eterozigote originato per mutazione, è
necessario che trascorrano parecchie generazioni e che dal primo indivi-
duo NT ne discendano parecchi.
Nelle prime generazioni dopo che si è verificata la mutazione non avre-
mo in genere matrimoni fra individui NT, perché saranno parenti troppo
stretti. Un individuo NT può avere un figlio e una figlia NT, però i matri-
moni tra fratelli e sorelle non usano più dai tempi dei faraoni egiziani e
degli imperatori dell'antica Persia. Dopo due generazioni potremmo già
avere un matrimonio in cui un individuo NT sposa una cugina prima,
NT anche lei. I matrimoni tra cugini primi sono permessi anche dalla
Chiesa cattolica (dopo speciale autorizzazione) e non sono rarissimi; in
Italia variano grosso modo fra l'un per cento e l'un per mille. Dopo poche
generazioni ci si è dimenticati del grado di parentela. Cosa succederà ai
figli quando un NT ne sposa un altro? Ciascuno dei due genitori produce
metà cellule germinali T; metà della metà dei figli (cioè il 25 per cento,
uno su quattro) riceverà il gene T sia dal padre sia dalla madre e avrà la
malattia.

Il destino di una mutazione: gran finale

Ritorniamo all'origine della mutazione. Essa ha determinato la nascita


di un individuo NT. Quanti figli avrà questo individuo? La variazione è
grandissima, come tutti sappiamo. Molti non si sposano mai, oppure si
sposano e non hanno figli. In questi casi la mutazione va perduta.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 141


Verso il mercato, Nepal. ©Giovanni Porzio 2013

142 Chi siamo


Se NT ha un figlio solo, indipendentemente dal sesso, c'è una probabili-
tà del 50 per cento che il figlio sia NN: anche in questo caso la mutazione
è perduta. Se invece il figlio è NT, ci sono possibilità che vada avanti
attraverso le generazioni successive. Se l'individuo ha più figli, e parec-
chi di questi sono NT, la probabilità aumenta. Il caso gioca comunque
un ruolo importante, specie finché gli NT sono pochi nella popolazione.
Dopo parecchie generazioni il gene T può aumentare di frequenza e potrà
con il tempo ritrovarsi in una percentuale notevole degli individui di una
popolazione, soprattutto se questa è di dimensioni ridotte.
Senza bisogno di sviluppare calcoli complessi, è intuitivo che se c'è ma-
laria, per cui NT è avvantaggiato su NN- che soccombe alla malaria- è
molto più facile che NT aumenti nel tempo. In certi casi il gene mutato
può alla fine soppiantare completamente quello che all'inizio era il tipo
"normale", ma i calcoli mostrano che ci vorranno comunque parecchie
generazioni e che difficilmente il gene N scomparirà dalla scena, a meno
che il vantaggio di NT su NN sia davvero molto forte, e anche così po-
tranno occorrere molte generazioni. Nel caso della talassemia poi non è
possibile che il gene T soppianti del tutto il gene N, perché i TT muoiono
prima di riprodursi. Anche se all'inizio gli NT possono aumentare di fre-
quenza, a un certo punto questo aumento si ferma, perché cominciano
a nascere troppi TI, che presto muoiono. Con la terapia moderna oggi
gli omozigoti hanno però una possibilità di salvarsi, con un intervento di
notevole impegno e molto costoso.

Le forze che ci rendono diversi

Possiamo cominciare a rispondere alla domanda che ci siamo posti in


questo capitolo. Quali sono i fattori che rendono gli individui e le po-
polazioni biologicamente diversi l'uno dall'altro? Sostanzialmente tre: la
mutazione, la selezione naturale e il caso. Dedicheremo le pagine che se-
guono a spiegare questa affermazione.
Possiamo distinguere le mutazioni in grandi categorie: quelle che dan-
neggiano l'individuo, perché ne modificano una funzione in modo sfa-
vorevole; quelle che non hanno nessun effetto sulla funzione; quelle che
migliorano il funzionamento dell'individuo nelle condizioni particolari in
cui vive. Il primo e il terzo tipo sono esempi di selezione naturale.
Una mutazione svantaggiosa si traduce in un'incapacità dell'individuo
che la porta a vivere e riprodursi normalmente, vale a dire con la stessa

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 143


Bambino indio, lago Titicaca, Perù. ©Giovanni Porzio 2013

144 Chi siamo


probabilità dell'individuo non mutato. È quindi automatico che nel corso
delle generazioni venga eliminata.
Per una mutazione vantaggiosa è vero tutto il contrario: essa aumenta
la sopravvivenza o la fertilità o tutte e due, quindi i tipi genetici che porta-
no una mutazione vantaggiosa aumentano automaticamente di frequenza
nel corso delle generazioni.

Il caso che abbiamo affrontato, la talassemia, è complesso, perché in


presenza di malaria il gene T è vantaggioso, ma solo nell'individuo NT,
mentre nel tipo TT è comunque svantaggioso ed elimina il portatore.
Arriveremo dopo un certo numero di generazioni a una situazione in cui
vi è un rapporto stabile nella popolazione fra geni N e T, e nasce una pro-
porzione fissa di bambini TT, che sono affetti dalla malattia e muoiono
presto. La selezione naturale mantiene qui una differenza tra individui. In
assenza di malaria NN e NT hanno invece la stessa vitalità e la selezione
naturale non esercita pressione né sull'uno né sull'altro: qui abbiamo il
caso di una mutazione irrilevante o selettivamente neutra, almeno rispet-
to a questi due tipi genetici. Quando però nascono individui TI, che non
sono in grado di sopravvivere, il gene T si trova in svantaggio e viene
gradualmente perduto, se non arriva la malaria a sostenerne le sorti.

Le malattie ereditarie

Una mutazione dannosa rende impossibile lo sviluppo normale dell'in-


dividuo. Vi sono mutazioni grossolane come quelle dovute alla perdita
di un cromosoma, o alla presenza di un cromosoma in più; esse sono in
genere mortali, talora anche prima della nascita, oppure provocano fatti
patologici gravi, come la sindrome di Down, che è dovuta alla presenza di
un piccolo cromosoma in più. Anche mutazioni piccolissime, che portano
il cambiamento o la perdita o l'aggiunta di un solo nucleotide, possono
però essere letali per l'individuo.

Le malattie ereditarie sono tutte dovute a mutazioni dannose, che per-


mettono la nascita dell'individuo, ma determinano una elevata probabi-
lità o la certezza che esso avrà, prima o poi, una malattia grave e morirà
prima del tempo normale. Ne conosciamo ormai quasi ventimila e sono
tutte tendenzialmente rare, perché essendo svantaggiose vengono via via
eliminate dalla selezione.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 145


Naturalmente con l'andar del tempo compaiono nuove mutazioni, che
continuano a mantenere qualche malato nella popolazione, ma poiché si
tratta di mutazioni rare questi non riescono di solito a raggiungere una
frequenza elevata. Molte malattie genetiche sono così rare che sono state
finora osservate solo in poche famiglie.

All'estremo opposto, la mutazione più frequente è quella responsabile


della sindrome di Down, che si riscontra all'incirca in uno ogni mille nati.
Per fortuna oggi è possibile riconoscere gli embrioni affetti dalla malat-
tia in tempo per l'interruzione profilattica di gravidanza. La sindrome si
manifesta nelle persone che hanno ricevuto tre copie del cromosoma 21
invece delle solite due, in quanto uno spermatozoo o una cellula uovo
(di solito quest'ultima) aveva due copie del cromosoma 21 anziché una
sola, per un errore nel processo di formazione delle cellule germinali. In
passato, la sindrome di Down prendeva il nome di mongolismo perché
gli occhi delle persone che ne sono affette somigliano un po' a quelli dei
mongoli; oggi, per rispetto ai cinesi e ai giapponesi, la chiamiamo con il
nome del primo clinico che l'ha descritta in modo soddisfacente. Provoca
un deficit intellettuale piuttosto grave, per cui molto difficilmente chi ne
è colpito riesce ad integrarsi nella società. Oggi la diagnosi è sicura attra-
verso l'analisi dei cromosomi. Una volta non lo era, come posso attestare
per esperienza personale. Mia madre mi portava, da bambino, per visite
di controllo da un professore torinese molto noto; questi mi guardava
con un'aria pensosa, quasi triste. Diceva: mi sembra proprio che questo
bambino sia affetto da mongolismo. Oggi sono assolutamente certo che,
per fortuna, quella diagnosi era sbagliata!
La sindrome di Down colpisce circa un neonato su mille, di più se la
madre ha superato i trentacinque anni alla nascita del bambino, e tanto
di più quanto maggiore è l'età. Si può evitare completamente se si pratica
la diagnosi in utero e l'interruzione profilattica di gravidanza. Una mu-
tazione più rara di questa, ma pur sempre frequente, provoca un tumore
benigno, la neurofibromatosi, che ha un'incidenza nella popolazione di
circa uno su tremila individui: causa polipi, di solito cutanei e a volte mol-
to numerosi, che se non operati possono raggiungere dimensioni enormi
(un caso famoso di naso che somigliava a una proboscide ha ispirato un
film, The Elephant Man).
Altre malattie gravi - come la corea di Huntington, che porta ad inca-
ordinazione progressiva dei movimenti e demenza -sono più rare (uno
su 12.000 nati). La selezione naturale è quasi inerme nei suoi confronti,

146 Chi siamo


perché la malattia si manifesta nell'età adulta, cominciando a quarant'an-
ni in media, e porta alla morte verso i cinquanta. Non ha praticamente
effetto sulla vitalità poiché quasi tutti i figli che potevano nascere sono già
nati quando la malattia si manifesta e si sviluppa fino a portare alla morte.

Ci sono moltissime mutazioni irrilevanti, dette anche neutrali dal pun-


to di vista della selezione naturale, che non ci accorgiamo nemmeno di
avere.
Malattie e difetti congeniti gravi come quelli che portano a cecità, sor-
dità e così via possono non essere svantaggiosi in organismi e circostanze
molto particolari. Gli animali cavernicoli hanno spesso perduto gli occhi,
che in assenza di luce non servono e possono anche essere pericolosi: una
ferita all'occhio, che può capitare facilmente al buio, è potenzialmente
più grave di altre.

Mutazioni vantaggiose

Le mutazioni vantaggiose sono relativamente poche. In fondo, tutte


quelle che erano utili e si sono manifestate in passato sono state ormai
fissate dalla selezione naturale e fanno quindi già parte di noi. Se una
mutazione ci ha reso più resistenti ad una malattia particolare e questa
malattia era frequente, i malati sono già morti tutti e sono rimasti solo gli
individui resistenti.
Un esempio importante di una mutazione vantaggiosa che si è presen-
tata nel corso dell'evoluzione umana recente è la capacità di utilizzare il
lattosio da adulti. Illattosio è lo zucchero presente nel latte ed è una parte
importante del nutrimento che il lattante riceve dalla madre. Il discorso
vale per tutti i Mammiferi, o meglio per quasi tutti, perché alcuni, come
la foca, non hanno lattosio nel latte.
L'utilizzazione dellattosio è resa possibile da un enzima -la lattasi- che
lo digerisce scindendolo nei suoi componenti zuccherini. Dopo lo svezza-
mento, tutti i Mammiferi smettono di produrre lattasi, perché non è più
necessaria. L'uomo però fa eccezione, perché molti adulti continuano a
produrre lattasi anche dopo lo svezzamento e quindi possono continuare
a bere latte perché sono in grado di utilizzare il lattosio. Coloro che non
producono lattasi, invece, non sono in grado di berne da adulti senza
conseguenze sgradevoli, come nausea, gonfiore di ventre, flatulenza, an-
che dissenteria. Chi ha questa incapacità tende a sviluppare un senso di

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 147


disgusto per il latte, per cui evita di prenderlo o ne prende poco, ma può
avere attacchi sgradevoli se gli viene propinato a sua insaputa, magari
perché è stato utilizzato come ingrediente di qualche cibo.
Fino a pochi anni fa questa «intolleranza al lattosio>>, come spesso è
chiamata, non era nota o diagnosticabile. Chi ne è affetto spesso non se
ne rende conto, almeno in Europa e Nordamerica dove il consumo di
latte è molto diffuso: magari è abituato a bere poco latte senza reazioni
sgradevoli, o magari semplicemente non mette in relazione i suoi disturbi
intestinali con il latte che ha consumato; ma vi sono paesi, come la Cina
e molte altre parti del mondo, in cui il latte è considerato un alimento
non adatto all'adulto e nessuno ne beve dopo la fine dell'allattamento. Il
discorso non vale per tutti i latticini, perché nella fabbricazione del for-
maggio e dello yogurt illattosio viene largamente consumato dai batteri
usati per produrli e la sua concentrazione si riduce a livelli che non danno
disturbi sensibili. Molti latticini quindi possono essere consumati anche
da chi è intollerante allattosio.
La spiegazione viene dalla storia. Il consumo di latte fresco da adulti è
diventato possibile solo negli ultimi 10.000 anni dell'evoluzione umana,
quando si è cominciato ad allevare ovini e bovini. Prima di allora l'uni-
co latte disponibile era quello materno ed era naturalmente riservato ai
bambini.
Allevare questi animali non significa necessariamente consumare latte
fresco, in particolare da adulti; occorre sviluppare speciali costumi, che
si ritrovano unicamente presso certi popoli: in pratica solo in Europa,
soprattutto al nord, e in numerose tribù di pastori africani. La capaci-
tà di continuare a produrre lattasi dopo lo svezzamento è un carattere
ereditario, il risultato di una mutazione che è stata avvantaggiata dalla
consuetudine di allevare bovini e ovini e berne il latte a tutte le età senza
trasformarlo necessariamente in formaggi e yogurt.
Salvo poche eccezioni, fra questo costume e la frequenza di individui
capaci di utilizzare il lattosio da adulti vi è una relazione molto precisa:
in Scandinavia, ove il consumo di latte è elevato, ve ne è il 90 per cento
o più; in Italia varia, da regione a regione, tra il 50 e il 90 per cento. La
capacità di utilizzare il lattosio dà probabilmente diversi vantaggi, oltre
al nutrimento che deriva dall'assimilazione dellattosio stesso: ad esempio
è di aiuto nell'assorbimento del calcio, importante nelle regioni nordiche
ove vi è poca luce e c'è maggior rischio di rachitismo (malattia una volta
molto frequente e oggi rara grazie al fatto che la vitamina antirachitica -la
vitamina D- è assai più disponibile che in passato).

148 Chi siamo


Oggi siamo in grado di dire dove e quando si è verificata la mutazio-
ne presente in Europa: nell'area dei monti Urali, in una popolazione di
pastori di renne, intorno a 6000 anni fa. Da lì si è diffusa soprattutto in
Europa del nord, probabilmente favorita dall'utilità di assimilare un ali-
mento ricco di calorie come il latte in ambiente freddo. Si è anche capito
il semplice meccanismo con cui funziona: accanto al gene che permette
la produzione di lattasi vi è un gene «interruttore», che dopo lo svezza-
mento <<spegne>> il gene vicino; la mutazione consiste semplicemente nel
fatto che il gene interruttore non spegne più il gene vicino, consentendo
all'organismo di continuare a produrre lattasi. Mutazioni simili, e anche
di nuovo la stessa, sono sorte in alcune altre parti del mondo ove è dive-
nuto consueto il consumo di latte da parte di adulti.

La mutazione propone, la selezione dispone

La mutazione è casuale e genera delle innovazioni che possono essere


utili o dannose. È la selezione che sceglie automaticamente, favorendo le
mutazioni vantaggiose ed eliminando quelle sfavorevoli rispetto alle con-
dizioni di vita della popolazione: in questo modo permette un adattamen-
to alle condizioni ambientali, che sarà diverso a seconda dell'ambiente.
Le mutazioni che portano vantaggio in zone artiche possono non darne
in zone tropicali. La mutazione che ha determinato la persistenza della
lattasi nell'adulto è inutile e, chissà, forse anche lievemente svantaggiosa
se non si beve più latte dopo lo svezzamento. È vantaggiosa se il latte è un
alimento comune anche per gli adulti. L'ambiente in questo caso è deter-
minato da un costume alimentare, che è un fatto culturale, non genetico.

Vi sono molti altri esempi che mostrano come la nostra alimentazione


eserciti un'influenza nel determinare il tipo di geni che ci sono utili o
dannosi. Pare che un tipo genetico frequente fra gli indiani d'America -e
forse anche altrove - determini la capacità di risparmiare e mettere da
parte certi componenti alimentari, soprattutto amidi e zuccheri, quando
il cibo è scarso (un po' come il cammello o i cactus sono capaci di im-
magazzinare l'acqua, quando ce n'è a disposizione, una metafora molto
approssimativa ma che forse fa capire che cosa si intende qui per rispar-
mio). Quando invece zuccheri, o alcool, sono abbondanti, questo tipo ge-
netico è predisposto al diabete o all'obesità (o a entrambi). E così che oggi
queste malattie sono diventate frequenti in alcuni gruppi indiani, mentre

Perché siamo diversi? La. teoria. dell'evoluzione 149


erano presumibilmente sconosciute un tempo. I geni che consentono il
risparmio alimentare sono diventati potenzialmente dannosi quando non
c'è più bisogno di risparmiare.

In Europa lo sviluppo dell'agricoltura ha diffuso negli ultimi 10.000


anni l'uso dei cereali come fonte primaria di cibo. I cereali non conten-
gono vitamina D, come le carni animali e soprattutto il fegato del pesce.
Contengono però un precursore della vitamina D, che diventa vitamina
D se viene esposto all'irradiazione ultravioletta dei raggi solari, assorbiti
attraverso la pelle.
Se si mangiano cereali è ancora possibile che il nostro organismo pro-
duca abbastanza vitamina D da sopravvivere e crescere normalmente, ma
perché questo avvenga bisogna che la pelle sia chiara, perché se è scura i
raggi ultravioletti vengono fermati.
La pelle scura al contrario porta da un lato una notevole protezione
contro i raggi stessi, che possono recare danni cutanei quando il sole è
molto forte; dall'altro impedisce la trasformazione dei precursori in vi-
tamina D. Ciò non è importante quando se ne introduce abbastanza nu-
trendosi di carne e pesce. Lo diventa nelle regioni del nord, dove c'è meno
sole e con una dieta di cereali non si riuscirebbe ad assorbire una quantità
sufficiente di ultravioletti se la pelle fosse scura.
In sostanza, è stato possibile abitare le regioni del nord e continuare a nu-
trirsi dei prodotti dell'agricoltura grazie al fatto che nel corso dell'evoluzio-
ne gli abitanti di quelle zone hanno selezionato un colore di pelle più chiaro.
In certe regioni settentrionali del mondo, però, anche nel nord più
estremo, risiedono popolazioni di pelle piuttosto scura - come gli eschi-
mesi- che hanno sempre mangiato abbastanza pesce da non aver biso-
gno di sviluppare una carnagione chiara.

C'è anche un tipo di selezione che ha minore importanza a livello della


stretta sopravvivenza ma che è pur sempre selezione naturale: la cosid-
detta <<selezione sessuale>>. È possibile che il colore degli occhi sia stato
selezionato sulla base dei gusti. Così forse anche il colore dei capelli, che
però di solito va insieme al colore della pelle (pelle chiara, capelli chiari;
pelle scura, capelli scuri); il colore della pelle- come abbiamo visto- può
avere un significato adattativo importante, che è in relazione al clima e
all'alimentazione.
Può essere che nella variazione della pelle sia intervenuto anche un fat-
tore di selezione sessuale. Può darsi che il tipo raro, che fosse nero o bian-

150 Chi siamo


co, sia piaciuto. Sovente i tipi che piacciono sono quelli rari e le mutazioni
ne provvedono abbondante varietà. Non sappiamo come fosse il colore
originale della pelle. Racconta una leggenda cinese, che si ritrova in più
forme anche in altri popoli, che Dio generò l'uomo cuocendolo al forno.
Al primo tentativo risultò troppo cotto - gli africani - al secondo non
abbastanza- gli europei- e solo al terzo tentativo ottenne il grado giusto
di cottura: dal forno uscì il cinese.

Vantaggi evolutivi

La selezione naturale garantisce la sopravvivenza del più adatto, cioè


del più adatto a quel luogo e a quelle condizioni: clima, fonti di alimenta-
zione, resistenza a malattie sono i fattori più importanti. Come abbiamo
appena visto, nelle regioni tropicali conviene essere scuri di pelle, mentre
in quelle settentrionali conviene essere chiari, a meno di non disporre di
altre fonti di vitamina D. Questo è uno dei motivi per cui abbiamo colori
della pelle diversi. Contano certamente anche fattori di resistenza ai raggi
del sole. La pelle scura protegge contro l'eritema solare e contro i tumori
da irradiazione ultravioletta della pelle.
L'umanità, insediandosi in diverse regioni del pianeta, è andata via via
differenziandosi nel corso del tempo, per adattarsi alle specifiche con-
dizioni ambientali. La diffusione alle regioni settentrionali della Terra e
l'adattamento al freddo che vi regna d'inverno sono avvenute tardi nella
storia dell'evoluzione umana. È stato l'uomo moderno a sviluppare le in-
novazioni che gli hanno permesso di estendersi al nord, fino alle estreme
zone artiche.
In parte queste innovazioni sono state biologiche, cioè mutazioni parti-
colari, introdotte dal caso e favorite dall'ambiente. Diverse caratteristiche
del corpo e della faccia fanno parte del «design» biologico più adatto ai
vari climi. Ne abbiamo già parlato a proposito dei pigmei, che hanno uno
splendido adattamento alla foresta tropicale, calda e umida.
Al freddo- all'opposto- è utile avere narici più piccole, così l'aria fred-
da impiega più tempo per arrivare ai polmoni e può riscaldarsi per strada;
proteggere gli occhi, riducendo la fessura palpebrale e creando cuscinetti
di grasso dentro le palpebre; rendere l'individuo simile a una palla (cioè
più corto e più largo, più grande e rotondo per quanto è possibile), con
una superficie minima rispetto al volume del corpo, dato che il calore
prodotto al suo interno si disperde attraverso la sua superficie.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 151


Villaggio galleggiante di pescatori, Sehwan, Pakistan. ©Giovanni Porzio 2013

152 Chi siamo


Accanto a questi cambiamenti biologici vi sono state importanti inno-
vazioni culturali dirette allo stesso scopo: il fuoco, l'uso di pellicce, di
vestiti (pelli cucite con aghi), di capanne calde, e cento altri accorgimenti,
come quello di trattare il cibo perché si conservi durante l'inverno, quan-
do l'approvvigionamento può essere troppo difficile, o il costume di spal-
marsi il corpo di grasso quando il freddo è più intenso. La selezione natu-
rale c'entra ancora, in quanto ha favorito tipi umani capaci di progresso
culturale adeguato, ma esercita qui un'azione indiretta. Per completare il
quadro è necessario tener conto non solo dell'adattamento biologico ma
anche di quello culturale.

L'importanza del caso

C'è una terza componente molto importante che determina l'evoluzio-


ne. Tecnicamente la chiamiamo <<deriva genetica casuale>>, ma potremmo
più semplicemente chiamarla <<caso».
Abbiamo già accennato prima al fatto che se compare una mutazione
può accadere che chi la porta (che chiamiamo il <<mutante>>) non abbia fi-
gli, oppure abbia soltanto figli che non portano la mutazione, per cui essa
andrà perduta. Questo può accadere in varie altre occasioni nel corso del
tempo. Una mutazione singola, se andiamo a guardare dopo parecchie
generazioni, va anzi quasi sempre perduta. Quelle che si salvano sono
pochissime. È una questione di caso e può anche capitare il contrario,
cioè che a seguito di uno o molti eventi casuali una mutazione si propaghi
nelle generazioni successive e divenga abbastanza frequente, o addirittura
soppianti definitivamente il tipo precedente.
Il caso gioca un ruolo particolarmente importante in una popolazione
fatta di pochi individui. Lanciando per aria una moneta si ha una proba-
bilità del 50 per cento che esca testa, e del 50 per cento che esca croce.
Lanciandone due è facile avere solo teste, o solo croci. Lanciandone dieci,
la probabilità di avere solo teste è circa dell'uno per mille (per l'esattezza,
l/2 moltiplicato per 1/2 moltiplicato per 1/2, ripetendo la moltiplicazione
per dieci volte). Lo stesso vale per le croci. Lanciandone cento è difficilis-
simo che non vi sia almeno una testa o almeno una croce.
Nel caso della moneta, la probabilità di testa e croce è sempre la stessa
ad ogni lancio. Nel caso della deriva genetica, la probabilità cambia ad
ogni generazione. Se vi è un mutante su mille individui non è sicuro che
se ne troveranno ancora nella prossima generazione, poiché può darsi che

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 153


Processione del Timkat, festa dell'epifania copta, Massaua, Eritrea.© Giovanni Porzio 2013

154 Chi siamo


non ne nasca nessuno; la mutazione allora è perduta. Per chi ama le cifre,
una formula mostra che questo accadrà con una probabilità del 37 per
cento circa. La probabilità che invece vi sia solo un mutante, come nella
prima generazione, è anch'essa del 37 per cento; quella che ve ne siano
due è del 18 per cento, tre del 6 per cento e così via. Se capita che vi siano
tre mutanti nella seconda generazione, la probabilità che nella generazio-
ne successiva la mutazione vada perduta è decisamente più piccola rispet-
to a quando vi è un solo individuo mutato. Quindi ad ogni generazione
può cambiare la frequenza dei mutanti e con essa la probabilità di una
perdita della mutazione. Se la frequenza dei mutanti diventa più grande
tende a stabilizzarsi nel tempo, specie se la popolazione è fatta di molti
individui, e la deriva genetica perde corrispondentemente di importanza.

Le isole del Pacifico sono di solito popolate da pochi abitanti; anche le


più grandi sono state spesso colonizzate da piccoli gruppi di persone che
in seguito hanno raggiunto numeri relativamente importanti, talora de-
cine o centinaia di migliaia come in Nuova Zelanda o nelle isole Hawaii.
Un caso classico avvenuto in tempi storici è quello dei celebri ammutinati
del Bounty: sei marinai inglesi, insieme a circa altrettante donne melane-
siane o polinesiane o miste, furono i <<fondatori>> dell'isola di Pitcairn nel
Pacifico. Dopo un inizio burrascoso in cui quasi tutti i fondatori si ucci-
sero fra loro, avendo comunque già procreato, la popolazione cominciò
ad aumentare di numero, tanto da doversi trasferire ad abitare altre isole.
In queste isole ritenute felici si sono spesso verificate circostanze in cui
la popolazione è passata attraverso un collo di bottiglia (una drastica
diminuzione) al tempo dell'insediamento o in tempi successivi, a seguito
di invasioni di nemici e di distruzioni causate dai tifoni. Quando i «fon-
datori>> sono pochi, o quando vi sono pochi <<rifondatori>> dopo un collo
di bottiglia, e per caso la loro composizione genetica è diversa per qualche
carattere da quella della popolazione aborigena, possono aversi impor-
tanti cambiamenti nella composizione genetica della popolazione. Si usa
parlare di <<effetto dei fondatori>>, ma si tratta sempre di deriva genetica.
In realtà, ogni generazione è la fondatrice di quelle successive; e gli effetti
della deriva genetica si accumulano nel corso delle generazioni.

la deriva genetica può avere conseguenze fortissime sulla patologia:


malattie genetiche rare in altre popolazioni possono essere del tutto as-
senti tra i fondatori e lo rimarranno anche nelle generazioni successive,
se non vengono riportate da qualche nuova (rara) mutazione o, più fa-

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 155


cilmente, da qualche immigrante che ha la malattia. Oppure, malattie
rare - se sono presenti tra i fondatori - possono diventare comunissime.
In un'isola della Micronesia, Pingelap, un grave difetto oculare che de-
termina totale cecità ai colori affligge il l O per cento della popolazione,
mentre praticamente non esiste in altre parti del mondo. La mutazione
si deve essere prodotta in un abitante dell'isola qualche secolo fa ed è
divenuta frequente per deriva genetica. Se vi sono dieci fondatori e uno
di essi ha una malattia genetica rara, che si trasmette alle generazioni
successive perché non è grave o perché sì manifesta molto tardi nella vita
come la corea di Huntington, la frequenza relativa della malattia è dellO
per cento all'inizio - quindi altissima - e può restare elevata anche nelle
. . .
generaztom successive.
Questo principio non vale evidentemente solo per popolazioni isolate
geograficamente, ma per qualunque gruppo umano che si trovi in una
condizione di isolamento genetico.

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DENSITÀ

Cambiamento delle frequenze di un gene da una generazione all'altra, dovuto alla deriva
genetica. Rapporto fra densità di popolazione e deriva genetica: i risultati dell'analisi in Val
Parma (i pallini rossi rappresentano 10 diversi paesi interessati dall'indagine).

156 Chi siamo


Un gruppo che per ragioni storiche o culturali o religiose non pratica
matrimoni misti e ha quindi pochi scambi genetici con altri gruppi mostra
facilmente quadri patologici speciali.
Fra gli ebrei è diffusa una malattia rarissima altrove, una cecità grave
che si sviluppa dopo i primi mesi di vita e porta rapidamente alla morte (la
malattia di Tay-Sachs). Un caso che si verificò in Sudafrica tempo fa colse
tutti di sorpresa perché avvenne in una famiglia cristiana. Fu possibile
dimostrare che entrambe le famiglie degli sposi erano di origine ebraica,
recentemente convertite al cristianesimo. Oggi la malattia di Tay-Sachs
può essere evitata - come molte altre malattie ereditarie - saggiando la
costituzione genetica dei genitori e, se questi sono ambedue eterozigoti,
controllando le cellule dell'embrione a rischio. Nelle famiglie ebraiche
di origine nordeuropea (gli ebrei aschenaziti) quest'analisi speciale viene
praticata, ma negli altri gruppi etnici la malattia è così rara che non val la
pena di farne la diagnosi profìlattica.

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N = 15
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NUMERO DI GENERAZIONI

Cambiamento delle frequenze di un gene da una generazione all'altra, dovuto alla deriva genetica.
Simulazione al calcolatore dell'impatto della deriva genetica per un singolo gene non sottoposto
a selezione naturale, per 3 popolazioni di diversa consistenza numerica (N= numero di individui).

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 157


In montagna, dove i villaggi sono piccoli e gli scambi migratori meno
importanti che nelle zone di pianura, la deriva si fa sentire di più. Nelle
valli alpine, e in genere in villaggi di montagna isolati, è facile trovare
piccoli (a volte grandi) focolai di malattie o difetti genetici. È tipico l'al-
binismo, cioè la mancanza di pigmento nella pelle e persino nella retina:
la pelle è bianchissima, gli occhi rosa e vi è un'ipersensibilità alla luce del
sole. Il difetto è relativamente raro (uno su 10.000) ma di solito è diffuso
geograficamente a grappoli qua e là in zone isolate, e assente altrove.
Si tratta di mutazioni avvenute in passato, che non sono state eliminate
ma hanno avuto casualmente fortuna e sono aumentate di frequenza in
singoli luoghi.

Alla stessa maniera altri difetti ereditari gravi, dalla deficienza mentale
alla cecità alla sordità, tendono a concentrarsi in paesi che ricevono pochi
immigranti. Qualche volta è stato possibile dimostrare con certezza che
si tratta dell'aumento casuale di concentrazione di un solo mutante com-
parso molto tempo prima. In Costa Rica, in un paese isolato chiamato
Taras, esiste una forma locale di sordità che è oggetto di studio appro-
fondito. Dai registri parrocchiali è stato possibile ricostruire le genealogie
dei malati e dimostrare che tutti i casi di malattia discendono da una sola
coppia iniziale, vissuta circa quattrocento anni fa. L'analisi genetica di
molti pazienti ha mostrato che si tratta sempre della stessa mutazione.

Una ricerca sul campo: la valle del fiume Parma

La deriva genetica è responsabile di tutte queste situazioni eccezionali,


originate per effetto del caso, e naturalmente non è limitata alle malattie
genetiche ma si estende a tutti i caratteri ereditari.
Tempo fa (negli anni cinquanta) ho deciso di studiarla più sistematica-
mente in una regione italiana, la valle del fiume Parma; ho potuto farlo
grazie ad un contratto di ricerca della Fondazione Rockefeller e alla tena-
cia del mio allora giovanissimo collaboratore Franco Comerio, che in se-
guito divenne preside della Facoltà di scienze a Parma. Abbiamo raccolto
campioni di sangue da quasi cento villaggi della valle: prima nella pianura
intorno alla città di Parma (villaggi ricchi e popolosi); poi risalendo il fiu-
me verso la collina (numerosi villaggi di medie dimensioni, alcuni famosi
come Langhirano, ove stagionano i migliori prosciutti di Parma, per non
parlare delle forme di parmigiano; celebre anche Torrechiara, uno dei più

158 Chi siamo


bei castelli d'Italia); fino ad arrivare alla montagna, dove i paesi avevano
qualche centinaio di abitanti o meno. Ai tempi si potevano studiare solo
pochi geni: gruppi sanguigni come ABO, Rh ed altri. La ricerca ha potuto
svolgersi con facilità grazie all'appoggio dei parroci, che erano stati quasi
tutti allievi in seminario di don Antonio Moroni, allora mio studente e
poi professore di ecologia a Parma e presidente della Società Italiana di
Ecologia. I prelievi di sangue avvenivano nella sagrestia delle piccole par-
rocchie, dopo la funzione domenicale.
In base alla teoria della deriva genetica, cui molti genetisti non credeva-
no ancora in quegli anni, ci attendevamo di trovare poche differenze fra
i villaggi di pianura, più grossi: le percentuali di individui con un certo
gruppo sanguigno, poniamo Rh positivi e negativi, dovevano essere mol-
to simili nei diversi paesi, intorno all'86 per cento positivi e 14 per cento
negativi attesi in quella zona d'Italia. Nei villaggi di collina ci aspettava-
mo di trovare una variazione maggiore tra paese e paese, perché abitati
da comunità di minori dimensioni. Nei villaggi di montagna, i più piccoli,
variazioni ancora più importanti. La nostra attesa fu completamente con-
fermata dalle osservazioni, talora nei più minuti dettagli.

Gli effetti della deriva genetica

La deriva genetica è «la fluttuazione casuale delle frequenze dei geni da


una generazione all'altra>>. È completamente prevedibile in base a due
dati demografici: il numero di individui per popolazione e gli scambi mi-
gratori che interessano la popolazione. Nel caso della Val Parma ci fu
possibile studiare i registri parrocchiali di tutta la valle, che riportano
dalla fine del Cinquecento in avanti battesimi, morti e matrimoni di ogni
parrocchia, e dai dati demografici così ottenuti calcolare quale doveva
essere la variazione genetica tra villaggi, verificandola alla fine con i dati
sui gruppi sanguigni raccolti sul campo.
Può sembrare strano che studiando l'effetto del caso si possano ottenere
degli effetti regolari: non dovrebbero essere imprevedibili per definizione?
Il caso impedisce in realtà di prevedere l'esito singolo, per esempio se una
certa parrocchia avrà una maggiore o minore percentuale di individui Rh
negativi, ma consente di ottenere tutta la precisione desiderata se si rac-
colgono abbastanza osservazioni da fare medie su molti dati.
Non bisogna comunque pensare che quando una popolazione è molto
grande la deriva genetica cessi di funzionare. Essa è sempre presente, ma

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 159


in una popolazione più grande impiegherà più tempo per dispiegare i
propri effetti.
L'effetto della deriva, sul lungo termine, è quello di far diminuire e an-
che scomparire la variazione genetica. È come nel caso dei cognomi e
dell'Eva africana, di cui abbiamo parlato nel capitolo precedente. Alla
lunga, una popolazione in cui siano presenti due forme di uno stesso
gene, poniamo quello Rh positivo e quello Rh negativo, dovrebbe risulta-
re composta unicamente di individui dell'uno o dell'altro tipo. Per deriva
genetica, la frequenza di una certa variante di un gene all'interno di un
gruppo può aumentare come può diminuire di generazione in generazio-
ne in modo del tutto casuale, ma nel corso del tempo tende a fissarsi una
variante sola. Questo è vero però solo se non arrivano immigranti da al-
tre popolazioni che reintroducano il tipo eliminato dalla deriva genetica.
Se l'immigrazione è frequente, l'effetto della deriva genetica diviene più
modesto. Contano quindi anche gli scambi migratori fra paesi, che non
sono necessariamente soggetti al caso.

Caso e necessità

Il discorso sui tre fattori di evoluzione vale assolutamente per qualunque


specie: è sempre vero che la mutazione è quella che fornisce il materiale
(le differenze genetiche) su cui poi lavora l'evoluzione, sia attraverso il
caso sia attraverso la selezione naturale. Quest'ultima si può anche chia-
mare <<necessità>>, o «destino». Come si è detto, la mutazione propone, la
selezione dispone; il caso è un fattore aggiunto che letteralmente cambia
le carte in tavola ogni volta.
Fino a non molto tempo fa si pensava che il caso non fosse rilevante,
invece ora ci rendiamo conto che ha una doppia importanza: fa sentire
la sua influenza sia attraverso l'effetto statistico che chiamiamo «deriva
genetica», per cui le frequenze dei tipi nelle popolazioni oscillano da una
generazione all'altra e da un paese all'altro, sia attraverso la casualità con
cui avviene la mutazione. Sono casuali, del resto, anche eventi cosmici che
hanno più volte mutato la storia della vita sulla Terra e il corso dell'evo-
luzione, come l'impatto di grandi meteoriti.
Alcune mutazioni rarissime possono dare grandi sorprese. Ogni tanto
se ne verifica una completamente nuova o che non si è manifestata negli
ultimi dieci secoli o dieci milioni di anni, molto importante e positiva e
che apre all'evoluzione possibilità del tutto inedite. Naturalmente non ba-

160 Chi siamo


sta che la mutazione compaia, occorre che sia accettata dall'evoluzione,
cioè sia favorita dalla selezione e sia fortunata. L'evoluzione non è soltan-
to la sopravvivenza del più adatto, come ha pensato Darwin, ma anche la
«sopravvivenza del più fortunato>>, come afferma il genetista giapponese
Motoo Kimura, che si è occupato più di chiunque altro dell'influenza del
caso sull'evoluzione.

Mutazioni che hanno fatto la storia

Il cambiamento genetico più importante nella storia dell'uomo è stato


l'aumento delle dimensioni e lo sviluppo di nuove funzioni del cervello, a
partire da circa tre milioni di anni fa. Un salto molto importante è stato
compiuto nell'ultimo milione di anni. Già 300.000 o 400.000 anni fa il
nostro cervello ha raggiunto le dimensioni attuali, che sono quattro volte
superiori a quelle del nostro cugino più prossimo nella scala zoologica,
lo scimpanzé.
Non c'è dubbio che siano state mutazioni genetiche, più di una, a de-
terminare l'aumento di volume del cervello. Di certo non si è trattato
solo di un fatto quantitativo, ci sono state anche variazioni qualitative: si
è sviluppata ad esempio la parte del cervello destinata alla produzione e
comprensione del linguaggio, che costituisce la più grande differenza fra
noi e gli animali.
Altre mutazioni fondamentali ci hanno portato a sviluppare le capacità
manuali, che hanno consentito la creazione di strumenti perfezionati, una
caratteristica esclusiva della specie umana. Sono state rese possibili da
mutazioni avvenute in precedenza, che ci hanno permesso di camminare
soltanto su due gambe invece che sui quattro arti e hanno così liberato le
mani per le nuove funzioni.
Un'ulteriore variazione genetica importante è stata la perdita quasi
completa del pelo, che ci distingue dagli animali più vicini. La perdita del
pelo potrebbe essersi rivelata meno svantaggiosa per l'uomo di quanto
non sarebbe stata per un altro animale - altri animali nudi sono molto
rari - perché forse l'uomo, quando è avvenuta, aveva già sviluppato la
capacità culturale di procurarsi dei vestiti, cioè delle pelli. Quindi il dan-
no, se danno c'è stato, non è stato grave; anzi, possiamo considerare un
vantaggio essere senza pelo d'estate quando fa molto caldo. Inoltre, senza
pelo il raffreddamento permesso dalla sudorazione diviene probabilmen-
te più efficiente. Quando invece fa freddo ci si può ricoprire del pelo di

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 161


altri animali. Fra l'altro, non basta procurarsi delle pelli per avere dei
vestiti; perché siano funzionali devono venire tagliate e cucite e queste
abilità fanno parte del corredo culturale dell'uomo moderno.

La migrazione

Di solito si preferisce specificare ulteriormente i possibili fattori di evo-


luzione e distinguere, oltre a mutazione, selezione e deriva genetica, anche
la migrazione, portandoli così a quattro. In realtà non si finirebbe mai di
specificare: anche la migrazione non è un fattore unico ma può prendere
aspetti e funzioni completamente diversi.
Praticamente qualunque specie, quella umana compresa, è suddivisa in
molte popolazioni che vivono distanti l'una dall'altra. Se l'isolamento fra
due gruppi è completo, cioè non vi è migrazione di individui dall'uno
all'altro- in una direzione o in entrambe- i gruppi tendono a differenziar-
si; se l'isolamento continua ad essere completo o almeno molto elevato per
parecchio tempo potranno anche diventare specie diverse (nei Mammiferi
occorre in media un periodo lungo, dell'ordine di un milione di anni).
La deriva genetica è sufficiente a operare una distinzione anche profon-
dissima fra gruppi completamente isolati, ma al differenziamento gene-
tico provocato dalla deriva può aggiungersi quello operato da selezione
naturale diversa in diversi ambienti. Gruppi che risiedono in luoghi diver-
si si dovranno probabilmente adattare ad ambienti fisicamente diversi per
il clima, le piante da mangiare, gli animali da cacciare. Una popolazione
che vive in una zona arida ha problemi completamente differenti da quelli
di una popolazione che vive in una zona magari non distante ma molto
umida.

È raro tuttavia che due popolazioni siano completamente isolate: la


migrazione tra i gruppi limita l'isolamento e diminuisce l'incidenza della
deriva. Di solito la migrazione avviene tra vicini, o almeno tra villaggi
o paesi non troppo lontani, con il risultato che i villaggi più vicini sono
sempre geneticamente più simili fra loro di quelli più lontani. Migrazioni
del genere di solito si ripetono da una generazione all'altra allo stesso
ritmo fra le stesse popolazioni: un motivo importante è la ricerca di un
coniuge, che spesso non si trova nel proprio villaggio, specie se questo è
piccolo. Questo tipo di migrazione invariabilmente riduce l'effetto della
deriva genetica che si stabilirebbe altrimenti fra i villaggi.

162 Chi siamo


Ma vi è un altro tipo di migrazione, quando un gruppo intero, magari
pochi individui alla volta, cambia residenza e si stabilisce altrove, talora
assai lontano. Migrazioni del genere sono frequenti in tempi critici, per
fuggire carestie, disastri naturali, guerre, o semplicemente la sovrappo-
polazione. Queste migrazioni di massa sono state numerose nella storia
dell'umanità e hanno permesso l'occupazione di nuove regioni e conti-
nenti. Quando la migrazione portava il gruppo molto lontano, specie in
tempi più antichi in cui viaggiare era meno facile di oggi, spesso si inter-
rompevano i contatti fra la nuova colonia e la madrepatria, e la deriva
e l'adattamento a nuovi ambienti creavano opportunità per differenzia-
zioni anche estreme. Questo tipo di migrazione porta quindi a scissioni e
all'aumento della differenziazione fra gruppi, mentre la migrazione indi-
viduale fra gruppi vicini riduce la differenziazione.

Una scelta estetica

Gli argomenti finora toccati traducono in parole i punti più importanti


di una teoria matematica che è stata sviluppata nel secolo scorso da molti
genetisti. Tre di questi hanno dato un contributo della massima impor-
tanza. Due sono inglesi, Sir Ronald A. Fisher e J.B.S. Haldane, l'altro è
americano, Sewall Wright. Ho lavorato con il primo a Cambridge per due
anni e ho conosciuto abbastanza bene anche gli altri due. Erano eerso-
nalità straordinarie che si possono considerare veri e propri geni. E una
coincidenza piuttosto eccezionale che queste tre persone siano vissute nel-
lo stesso periodo- erano tutti nati verso fine Ottocento- e abbiano avuto
quasi esattamente la stessa passione e le stesse idee. Sono soprattutto loro
che hanno creato la teoria matematica dell'evoluzione.

Mi sono laureato in medicina durante la seconda guerra mondiale. Ai


tempi, in Italia, la genetica era pressoché sconosciuta. Sono stato spinto
allo studio dell'evoluzione da considerazioni che chiamerò estetiche: la
bellezza della teoria dell'evoluzione. Ero stato introdotto a questa disci-
plina lavorando come studente con Adriano Buzzati-Traverso, fratello di
Augusto, Nina e Dino Buzzati. Adriano era mio professore a Pavia e oltre
ad avermi fatto scoprire la scienza dell'ereditarietà mi ha anche- del tutto
involontariamente- spinto ad esercitare la genetica nel senso più letterale
della parola, presentandomi a sua nipote Alba, che poi divenne la madre
dei miei quattro figli.

Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione 163


Capitolo s
QUANTO SIAMO DIVERSI?
LA STORIA GENETICA
DELL' UMANITÀ
Le scogliere di Ponta Grossa, Brasile.© Giovanni Porzio 2013
Si può ricostruire il passato dell'umanità in base alla situazione genetica
odierna? Mi sono posto questa domanda oltre quarant'anni fa. Ne ho
fatto una scommessa con me stesso, perché secondo me è possibile. La
teoria dell'evoluzione ci fornisce i mezzi per rispondere.
La genetica era una scienza ancora giovanissima quando ho cominciato
ad occuparmene, negli ultimi anni della guerra. Mi sono occorsi vent'an-
ni per procurarmi gli strumenti necessari a cercare di dare risposta a que-
sta domanda. Ripercorrerò la strada fatta, a partire da ciò che si sapeva
quando l'ho affrontata per la prima volta.

Fra il 1948 e il 1950 avevo un incarico di ricerca a Cambridge. Ero


all'inizio della mia carriera e ho avuto la fortuna di lavorare con uno dei
genetisti più bravi di questo secolo, Sir Ronald A. Fisher, il padre della
statistica moderna ed uno dei creatori della teoria matematica dell'evolu-
zione, un uomo eccezionale.
In quei due anni ho svolto una serie di esperimenti sulla genetica dei
batteri. Venivo da un ambiente in cui avevo studiato genetica di popola-
zioni e conoscevo l'immunologia e i gruppi sanguigni, su cui avevo fatto
ricerca presso l'Istituto sieroterapico milanese subito dopo la laurea in
medicina.
A Cambridge, Fisher dava moltissimo peso alla ricerca sui gruppi san-
guigni finalizzata allo studio dell'evoluzione umana. Si era occupato dei
gruppi ABO ma soprattutto aveva interpretato i gruppi Rh, che erano
molto difficili da comprendere, formulando una bella teoria che è pro-
babilmente valida ancor oggi. Aveva anche sviluppato metodi di ricerca
nuovissimi, che promettevano di rivelarsi di grande interesse in futuro.
Lavorando in quell'ambiente, ho assorbito l'interesse e la curiosità per
questi argomenti.

Una cittadella del sapere

Cambridge è una città gotica, nello stile fiorito del tardo medioevo,
ricca di chiese dalle navate altissime e di cappelle scolpite, con le strade
fiancheggiate dagli imponenti edifici in pietra grigio-rosea dei suoi colle-
ge. L'aria è tersa, il clima più secco che nel resto d'Inghilterra. È cresciu-
ta per quasi ottocento anni intorno all'università, che - come quella di
Oxford - è distribuita in due dozzine di college, sparsi per la città, dove
vivono gli studenti e anche molti professori. I college sono per lo più in
palazzi gotici, qualcuno rinascimentale, altri moderni, quasi tutti bellis-
simi, con grandi cortili interni e prati meravigliosi: sono tenuti rasi ma
sembra di camminare su un velluto morbidissimo. Con poche eccezioni,
solo il personale insegnante ha diritto a camminare sul prato del proprio
collegio. In realtà questi prati sono musei delicatissimi che richiedono
enorme cura, anche perché a Cambridge piove meno che nel resto d'In-
ghilterra. Ho chiesto quanto tempo occorre per ottenere un prato perfet-
to. La risposta tradizionale è che occorrono cinquecento anni, ma molti
giardinieri dicono che sono stupidaggini: ne bastano duecento.
Cambridge ha una tradizione di autogoverno che dura fin dalle sue ori-
gini. Ogni college è retto dal proprio corpo insegnante e dispone di mezzi
finanziari propri, per cui l'università è riuscita a difendersi validamente
dal potere della Chiesa e dello Stato. Ha conservato antiche e peculiari
tradizioni accademiche. Nelle cerimonie, il corpo docente indossa costu-
mi e segue usanze stabilite secoli fa.
È attraversata dal fiume Cam, costeggiato da alcuni dei college più belli
e dai <<backs», ampi prati-giardini dove si va a passeggiare e chiacchiera-
re. Durante i fine settimana il fiume è molto animato: lo si percorre con
barche che non sono spinte da remi ma da lunghi pali e vi si tengono
regate, con una procedura particolare perché il Cam è strettissimo. Ogni
barca che arriva a toccare quella che la precede ne prende il posto e vince
chi alla fine è riuscito a toccare tutte le imbarcazioni davanti a lui.
A Cambridge, lavoravo nella casa del professore. Insieme a un bellissi-
mo giardino essa costituiva l'appannaggio- per così dire- della cattedra

168 Chi siamo


di genetica. L'università non aveva però fornito un laboratorio, per cui
Fisher aveva adibito quasi interamente la casa a questo scopo. Tra i fiori
coltivati c'erano quelli del pisello odoroso, che erano serviti cent'anni
prima all'abate Gregor Mendel per capire le leggi dell'ereditarietà che
portano il suo nome e che abbiamo un po' surrettiziamente propinato al
lettore nel capitolo precedente. In casa c'era anche un grande allevamen-
to di topi per gli esperimenti genetici di Fisher; ne esalava un odore non
proprio gradevole che pervadeva ogni angolo. Io avevo allestito un mio
piccolo laboratorio di genetica dei batteri. Il mio lavoro includeva anche
molta matematica e statistica, sulla scia delle ricerche avviate da Fisher.
Mi ero già occupato da studente di genetica di popolazioni, lavorando
con Adriano Buzzati-Traverso. Raccoglievamo enormi quantità di droso-
file (i moscerini che hanno permesso il grande sviluppo iniziale degli studi
di genetica) sui tini dove fermentava il vino nella cantina della sua villa di
famiglia, a Belluno, negli ultimi anni della guerra. Le studiavamo al mi-
croscopio, poi le facevamo riprodurre in barattoli. Fino ad allora c'erano
stati pochissimi studi sulle drosofile in natura: la ricerca genetica si faceva
in laboratorio, con incroci sperimentali. Sull'uomo non si possono fare
incroci sperimentali, naturalmente, e ci si deve accontentare di studiare
quelli che avvengono spontaneamente. Oggi si possono fare in laborato-
rio esperimenti paragonabili ad incroci, usando cellule umane coltivate in
provette. Vi sono però dei limiti: per esempio è impossibile capire dalle
cellule in coltura la forma del naso del proprietario originale delle cellule.

La ricerca sui gruppi sanguigni

In genetica umana, ai tempi in cui io ero a Cambridge, si lavorava quasi


esclusivamente sui gruppi sanguigni, perché l'unica variazione genetica
che si conoscesse veramente bene era stata individuata studiando le tra-
sfusioni. Per i clinici era importante capire chi può ricevere il sangue di
chi, e i fatti più rilevanti a questo riguardo erano stati scoperti già al
principio del secolo. I gruppi sanguigni sono appunto i gruppi delle per-
sone che possono scambiare sangue fra di loro senza reazioni avverse. Ve
ne sono quattro principali: O, A, B, e AB. Il gruppo O è anche detto dei
donatori universali, perché un individuo zero può dare sangue a persone
di altri gruppi, benché sia sempre meglio, se possibile, trasfondere all'in-
terno dello stesso gruppo. I gruppi ABO sono determinati da tre forme di
uno stesso gene, chiamate appunto A, Be O.

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 169


Nel timore di introdurre troppi termini, non abbiamo ancora detto che
le diverse forme alternative di un gene si chiamano «alleli», e lo diciamo
adesso con un poco di titubanza. Gli individui O ricevono l'allele, cioè la
forma O, sia dal padre sia dalla madre. Gli individui A possono essere di
due tipi: AA oppure AO; gli AA hanno ricevuto A sia dal padre sia dalla
madre (sono gli omozigoti); gli AO hanno ricevuto A da un genitore e O
dall'altro (sono gli eterozigoti; entrambi i termini sono stati introdotti nel
capitolo precedente). In modo simile, gli individui di gruppo B possono
essere BB o BO. Quelli di gruppo AB possono essere soltanto AB. Ecco un
piccolo problema, che chi ne abbia voglia può provare a risolvere: può
nascere un figlio O da genitori che sono entrambi A? Secondo problema:
può nascere un figlio O da un matrimonio fra un AB e un A? (La risposta
è a p. 425.)

SANGUE DI INDIVIDUI DI GRUPPO SANGUIGNO:

o A 8 AB

ANTI·A~ ~
~
ANTICORPI

ANTIB. ~

Comportamento dei globuli rossi di un individuo in presenza di anticorpi an ti-A o anti-B: se questi
è di gruppo A oppure AB i globuli rossi- normalmente dispersi in modo omogeneo nel sangue
e visibili solo al microscopio- vengono agglutinati dagli anticorpi anti-A, raccogliendosi in una
massa chiaramente visibile anche a occhio nudo; se è Bo AB vengono agglutinati dagli anti-B.

170 Chi siamo


In seguito si sono scoperti molti altri sistemi di gruppi sanguigni, ma i
più importanti rimangono ABO e Rh, entrambi essenziali per le trasfusio-
ni. Ci sono regole molto precise.
Il motivo per cui non è possibile scambiare sangue liberamente fra in-
dividui qualsiasi è che gli organismi reagiscono in modo molto specifico
all'introduzione di sostanze eterogenee, di provenienza esterna, fabbri-
cando anticorpi che ne favoriscono l'eliminazione. Globuli rossi del san-
gue di un donatore di gruppo sanguigno diverso da quello del ricevente
possono reagire con gli anticorpi presenti in quest'ultimo, venendone ag-
glutinati in grappoli che non riescono più a circolare liberamente nei vasi
sanguigni, fino a determinare occlusioni gravi, che possono anche causare
la morte.

Studiando i gruppi ABO, si è subito visto che sono distribuiti con diver-
se frequenze fra i diversi popoli: in Europa troviamo in media un 40 per
cento di individui O, un 40 per cento di individui A, un 15 per cento di Be
un 5 per cento di AB. In altre popolazioni le percentuali cambiano. Anche
in Europa le frequenze variano a seconda della località.
Un nuovo gruppo sanguigno scoperto nel 1940 si è rivelato anch'esso
molto importante nella pratica clinica. A una madre era morto il figlio
appena nato. Un bravissimo immunologo di New York, Philip Levine,
poté dimostrare che il neonato era stato ucciso dagli anticorpi fabbricati
dalla madre stessa contro una sostanza presente nei globuli rossi del bam-
bino e non della madre, per cui il corpo della madre aveva reagito con
una reazione immunitaria. La sostanza era stata trasmessa al figlio dal
padre. È stata chiamata Rh per via di un'altra scoperta che si era fatta,
indipendentemente, nello stesso anno.
Si era visto che una sostanza originariamente individuata nei globuli
rossi di scimmie della specie Macacus rhesus è presente anche nei globuli
rossi di molti esseri umani. All'interno della popolazione americana di
pelle bianca (che fu la prima sottoposta ad analisi) è presente nell'85 per
cento delle persone, mentre manca nel restante 15 per cento. La sostanza
fu chiamata Rh dalle due prime lettere del nome rhesus: Rh+ (Rh positivi)
furono detti gli individui in cui essa si ritrova, Rh- (o Rh negativi) quelli
in cui è assente. Risultò che era esattamente questa la sostanza responsa-
bile della morte del bambino studiato da Levine. Padre e figlio erano Rh
positivi, mentre la madre era Rh negativa e aveva reagito alla presenza di
sostanza Rh nei globuli rossi del figlio quando questi era ancora in utero;
aveva perciò formato anticorpi specifici anti-Rh che, passati al bambino

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 171


Raccolta della legna, Rolpa, Nepal. ©Giovanni Porzio 2013

172 Chi siamo


attraverso la placenta, avevano provocato la distruzione dei globuli rossi,
determinando un'anemia così grave da ucciderlo.
In seguito ci si è resi conto che questo è un fenomeno abbastanza fre-
quente, per cui donne Rh- reagiscono al feto Rh+ producendo anticorpi
che agglutinano i globuli rossi del figlio e lo fanno morire. Nella prima
gravidanza di solito il bambino si salva perché la madre non produce ab-
bastanza anticorpi, nelle successive può subire danni gravi e anche morire
in utero. Per fortuna nel sistema Rh, a differenza dell' ABO, gli anticorpi
non esistono spontaneamente, ma vengono prodotti negli individui Rh
negativi solo per trasfusione con sangue Rh positivo (e nelle donne Rh-
per gravidanza se il figlio è Rh+). È possibile salvare il neonato con un'im-
mediata trasfusione dopo la nascita, sostituendone per intero il sangue.
Studiando il gene Rh si è visto che l'Rh negativo è presente con grande
frequenza soprattutto in popolazioni di origine europea, fra cui si trova
in media un 15 per cento di individui Rh-. In alcune popolazioni europee
la percentuale è superiore. La frequenza massima si trova fra i baschi, che
talora arrivano fin oltre il 30 per cento. In Africa gli Rh- sono rari, in Asia
e fra gli amerindi sono assenti.

Dalsangueipotesisulpassato

Alla metà di questo secolo non si sapeva molto di più, però un ema-
tologo di origine basca, Michele Angelo Etcheverry, aveva già osservato
che i baschi hanno un'alta frequenza di Rh-, ed aveva avanzato l'ipotesi
che fossero una popolazione protoeuropea con frequenze molto elevate
di Rh negativi (forse anche illOO per cento), vissuta in Europa prima che
dall'esterno sopravvenissero altri popoli che erano invece tutti o quasi Rh
positivi. Nel nord della Spagna e nel sud della Francia, dove abitano oggi
i baschi, la presenza dei nuovi arrivati si sarebbe sentita di meno che nel
resto del continente, perché quei luoghi erano tra i più distanti dal loro
punto di partenza, situato probabilmente in Asia. Oggi abbiamo molti
altri elementi per pensare che questa ipotesi, allora certamente rivoluzio-
naria, sia giusta.
Un altro caso piuttosto sorprendente - scoperto vari decenni or sono -
riguarda i gruppi ABO negli indiani d'America, fra cui si trova solo il
gruppo O, con l'eccezione di alcune tribù del Canada, dove si trova anche
il gruppo A, con frequenza molto elevata (ma non il B). In altri continenti
si trovano sempre sia A sia B oltre a O, con qualche variazione nelle loro

Quanto siamo diversi:> La storia genetica dell'umanità 173


Carovana kirghiza, corridoio di Wakhan, Afghanistan.© Giovanni Porzio 2013

174 Chi siamo


percentuali, e lo stesso vale per gli ultimi arrivati in America in tempi
preistorici, gli eschimesi. Uno studio su mummie precolombiane aveva
indicato la presenza di gruppi A e B fra gli amerindi di qualche migliaio di
anni fa, ma la ricerca era infirmata da difficoltà tecniche, poiché sostanze
simili a quelle responsabili per i gruppi A e B sono prodotte anche da al-
cuni batteri. Le metodiche di studio del Dna introdotte negli ultimi anni
danno speranze che si possano ripetere questi studi giungendo a conclu-
sioni più sicure, ma vi sono ancora difficoltà da superare.
Si potevano formulare due ipotesi interessanti per spiegare la mancanza
di B e di A in quasi tutto il continente americano. La prima è che ai tem-
pi della colonizzazione umana dell'America pochissimi individui fossero
passati dalla Siberia all'Alaska attraverso la Terra di Beringia (che il mare
in seguito ha ricoperto ed è oggi diventata lo stretto di Bering), la strada
percorsa dall'Homo sapiens 15.000 anni fa o più, e che fossero tutti di
gruppo O. Si sarebbe trattato in questo caso di deriva genetica, un esem-
pio di «effetto dei fondatori» molto pronunciato. Ne abbiamo già parlato
a proposito dei polinesiani: se ai fondatori manca un particolare tipo
genetico, poi questo non si forma più, a meno che non arrivi più tardi
per mutazione o con nuove migrazioni. In realtà non occorre che il "collo
di bottiglia" sia proprio tra i fondatori: potrebbe verificarsi anche dopo,
come fa pensare la presenza di A e assenza di B in alcune tribù del nord.
La seconda ipotesi possibile era che la selezione naturale avesse fatto
sparire gli altri gruppi, ad esempio perché il gruppo O si era rivelato più
resistente a certe malattie. Anche in questo caso occorrerebbe un'ipotesi
supplementare per spiegare la presenza di A nell'estremo nord.
La mancanza di gruppi A e B in quasi tutta l'America è stata messa
in connessione con una malattia comparsa in Europa pochissimo tempo
dopo il ritorno di Cristoforo Colombo: la sifilide. Si è cercato di verificare
se per caso gli individui di gruppo O siano più resistenti a questa malattia.
Fino alla seconda guerra mondiale la sifilide era ancora molto diffusa;
è stata praticamente eliminata solo più tardi, grazie alla scoperta della
penicillina, che si è dimostrata più efficace delle cure note in precedenza.
Ancor oggi chi si sposa negli Stati Uniti deve prima sottoporsi a un esa-
me del sangue, la reazione di Wassermann, che serve a stabilire se ha la
malattia: chi ce l'ha si deve curare prima di sposarsi. È obbligatorio per
legge, per evitare di contagiare il coniuge e magari anche i figli.
Si riscontrò che gli individui di gruppo O non sono meno esposti degli
altri alla sifilide, ma che curandoli con le medicine che si conoscevano
allora- prima della penicillina- guarivano più rapidamente. Questo sug-

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 175


gerisce che gli individui di gruppo O possano essere più resistenti e che
quindi la mancanza di A e B negli amerindi sia dovuta a selezione natura-
le, perché gli individui di questi gruppi sono meno resistenti alla sifilide.
È una possibilità, non una certezza.
Si è visto comunque, per i gruppi ABO, che individui di un gruppo o
dell'altro possono essere particolarmente sensibili ad alcuni tipi di di-
sturbi del sistema digerente (ulcere e tumori gastroduodenali) e anche
a molte altre malattie infettive. Fra queste ultime sono state indicate la
tubercolosi, malattie da streptococchi ed altre dovute a particolari ceppi
di Bacterium coli, frequenti soprattutto nei bambini. È quindi probabile
che per l' ABO vi sia una certa influenza della selezione naturale.
Ciò malgrado, con l'eccezione degli amerindi, le frequenze dei grup-
pi ABO sono abbastanza costanti nel mondo e non variano da luogo a
luogo quanto quelle di molti altri geni. Forse la selezione naturale, pur
favorendo individui di gruppo diverso in climi e regioni diverse, in certe
circostanze può avere la tendenza a mantenerli relativamente costanti.
Ciò avviene in una situazione particolare, cioè quando gli individui che
hanno ricevuto forme diverse di un gene dai due genitori (cioè gli eterozi-
goti) hanno un vantaggio selettivo sugli altri individui, come succede ad
esempio per la talassemia in presenza di malaria. Ma negli amerindi, per
altri motivi, questo tipo di selezione non avrebbe funzionato e i tipi A, e
soprattutto quelli B, sarebbero scomparsi quasi ovunque.
Studi moderni sui mitocondri degli amerindi sembrano indicare che i
fondatori non dovevano essere molto numerosi, ma non ci dicono ancora
quanti furono. Le due ipotesi, selezione naturale e deriva genetica, non si
escludono a vicenda, e per il momento il problema resta aperto.

Come ricostruire il nostro passato?

Queste e poche altre conclusioni e ipotesi erano quanto si sapeva quan-


do ho iniziato ad occuparmi di evoluzione umana. Troppo poco per rico-
struire il passato dell'uomo. Usando solo i geni del gruppo ABO o dell'Rh
si sarebbero potute fare al massimo affermazioni molto generiche e di
solito limitate a casi isolati, come per i baschi.
Il mio punto di partenza è stato: se si accumuleranno dati su altri geni,
può darsi che a un certo punto riusciremo a raccoglierne abbastanza da
ricostruire addirittura l'intero albero evolutivo o filogenetico. Era mol-
to probabile che l'accumulo di informazioni su molti geni avrebbe dato

176 Chi siamo


modo di capire con maggior chiarezza quello che un solo gene lasciava
intuire in modo vago. Preparai un metodo di analisi che avrebbe permes-
so di usare dati sulle differenze genetiche fra popoli, se si fossero rese
disponibili sufficienti informazioni su molti geni in parecchie popolazioni
diverse. Sarebbe stato difficile per me a quel tempo analizzare di persona
le popolazioni indigene di varie parti del mondo. Però ero sicuro che le
informazioni si sarebbero accumulate abbastanza rapidamente grazie al
lavoro di molti altri ricercatori interessati ad esaminare gruppi sanguigni
e altri esempi di variazioni genetiche scoperte nel frattempo. Si trattava
solo di aspettare.
Intorno al1960 ebbi l'impressione che ormai esistessero nella letteratu-
ra scientifica dati sufficienti a tentare l'impresa. In quel periodo dispone-
vo di fondi di ricerca italiani e americani all'Università di Pavia e invitai
Anthony Edwards, anche lui allievo di Fisher, a raggiungermi. Anthony,
che ora è di nuovo a Cambridge, è un grande esperto sia di statistica e
genetica di popolazioni, sia di elaborazione al calcolatore. Avevamo a
disposizione un nuovo elaboratore Olivetti, appena acquistato dall'Uni-
versità di Pavia, in un momento in cui il Ministero della Pubblica Istru-
zione di allora, di solito molto restio a concedere fondi, aveva deciso di
aiutare le università a utilizzare il calcolatore elettronico. Lo strumento
era nuovo per tutti e ci trovammo ad esserne a lungo gli utenti principali,
di solito anzi gli unici, senza limitazione di tempo. Il calcolatore occupava
una stanza intera, con l'aria condizionata, ma era molto meno potente
e rapido di un personal computer di oggi. Anthony preparò una quan-
tità di programmi per applicare all'analisi dei dati i metodi statistici più
opportuni (questi programmi sono oggi di uso comune e disponibili in
"pacchetti" semplici da usare, ma allora non esistevano) e i nostri nuovi
metodi di ricostruzione degli alberi filogenetici. Sviluppò anche un suo
metodo originale di ricostruzione degli alberi, diverso da quello che ave-
vo proposto, basato su un principio oggi divenuto popolare (il <<principio
di minima evoluzione>>). I metodi di ricostruzione di alberi evolutivi oggi
disponibili sono molti. Ognuno ha vantaggi e svantaggi rispetto agli altri,
ma non vi sono grosse differenze nei risultati.
Parecchi geni mostrano pochissime differenze tra popolazioni. Ce ne
sono alcuni che hanno una frequenza quasi costante dappertutto, cioè
sono presenti nelle stesse proporzioni in tutte le popolazioni del mondo.
~i sono spiegazioni possibili per questo fatto, comunque è chiaro che per
1 nostri obiettivi geni che rivelano differenze modeste sono meno utili.

Molti geni invece variano maggiormente da un popolo all'altro e forni-

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 177


scono di solito una maggior quantità di informazioni utili ai nostri scopi.
Per cercare di ricostruire la storia dell'umanità, ero convinto, bisognava
in ogni caso fare una media dei dati di molti geni.
Era necessario però trovare il modo di sintetizzare, con un valore unico
che tenesse conto di tutti i geni disponibili, la differenza fra due popo-
lazioni. Chiamiamo «distanza genetica>> questo indice sintetico. Suppo-
niamo, per esempio, di considerare l'alternativa Rh positivo/negativo: se
fra i baschi c'è - poniamo - il 20 per cento di Rh negativi, in Italia del
nord il 15 per cento, in Cina il 2 per cento, una distanza genetica molto
semplice potrebbe essere: 5 per cento fra baschi e italiani (20-15=5), e
analogamente 18 per cento (20-2=18) fra baschi e cinesi, 13 per cento
(15-2=13) fra italiani e cinesi. In realtà avevamo già allora buoni motivi
per usare una formula un po' più complicata, che non vale la pena di spie-
gare. Si è poi visto che la formula particolare utilizzata nel calcolo della
distanza non è molto importante. Ma si è già detto, e ripetiamo ancora,
che è necessario considerare simultaneamente quanti più geni possibile:
qualunque sia la formula di base per calcolare la distanza a partire da un
gene solo, la distanza genetica globale si otterrà facendo una media di
quelle rilevate per ogni gene.

Un albero evolutivo basato sui gruppi sanguigni

Nel 1961-1962 siamo riusciti a raccogliere valori pubblicati su 15 po-


polazioni, tre per continente, per un totale di 20 varianti genetiche. Erano
tutti gruppi sanguigni: ABO, Rh e altri tre sistemi (che si chiamano, per la
cronaca, MN, Diego e Duffy).
Abbiamo valutato la distanza genetica fra due popolazioni sulla base di
questi dati, per tutte le possibili 105 paia formate dai confronti fra le 15
popolazioni prese a due a due. Questo ci ha dato la possibilità di ottenere
l'albero più ragionevole in base ai dati disponibili, usando i metodi di
ricostruzione che avevamo sviluppato.

Nella pagina seguente c'è l'albero ottenuto nel primo tentativo, ripro-
dotto in forma semplificata. È ancora oggi approssimativamente giusto,
malgrado il numero assai modesto di geni utilizzati. Osservando il risul-
tato, si nota che le popolazioni di uno stesso continente tendono ad asso-
ciarsi l'una con l'altra: buon segno, perché è ragionevole attendersi che le
popolazioni di uno stesso continente siano più simili fra loro.

178 Chi siamo


Alcune popolazioni tendevano a raggrupparsi su uno stesso ramo
dell'albero: gli indiani d'America ad esempio risultavano imparentati con
gli eschimesi e più alla lontana con i coreani. Questo era un altro segno
incoraggiante, perché vi è accordo praticamente generale nel ritenere che
gli amerindi e gli eschimesi siano di origine mongolica, e che siano arriva-
ti in America partendo dall'Asia dell'est, attraverso la Siberia e l'Alaska,
come già si è accennato.
Per altre popolazioni si ottenevano risultati di cui era difficile valutare
il significato in base alle conoscenze di allora: ad esempio trovavamo gli
europei abbastanza simili agli africani, ma anche alle altre popolazioni,
come fossero in qualche modo intermedi. I poli estremi della variazione
erano da una parte gli africani, dall'altra i popoli della Nuova Guinea e
gli aborigeni australiani .

....---- AUSTRALIANI (ABORIGENI)


NUOVA GUINEA

AMERINDI DELL'ARIZONA
' - - - - - - MAORI (NUOVA ZELANDA)

. - - - - - - LAPPONI DELLA SVEZIA


....----- TURCHI MERIDIONALI

INGLESI
....---- TIGRINI DELL'ETIOPIA
BANTU

GHANA

Albero evolutivo ottenuto nel1g62 sulla base di cinque sistemi di gruppi sanguigni in 15
popolazioni, tre per continente (in collaborazione con Anthony Edwards).

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 179


La realizzazione di questo primo albero evolutivo fu naturalmente fon-
te di una certa soddisfazione sia per Anthony sia per me. Fra l'altro, di-
sponendolo su una mappa geografica del mondo si otteneva una figura
che sembrava indicare le strade percorse dall'uomo moderno nella sua
espansione. Naturalmente l'indicazione era inevitabilmente molto ap-
prossimata. L'albero riportato qui in figura e quello proiettato sulla map-
pa geografica erano stati ottenuti con due metodi diversi, quello favorito
da me e quello progettato da Anthony, che davano risultati molto simili
ma non identici. Avevamo a questo punto ragione di ritenere che era vera-
mente possibile prendere popolazioni viventi oggi e ricostruirne la storia
con un metodo matematico. Stavamo vincendo la scommessa con noi
stessi, ma sapevamo pure che questo era solo un primo tentativo. C'era
ancora molta strada da fare.
Le biforcazioni dei rami dell'albero devono corrispondere, storicamen-
te, a separazioni tra due popolazioni: al momento in cui da una di queste
si è staccato un frammento che è migrato altrove, in una regione abba-
stanza distante dalla prima da far sì che gli scambi migratori successivi
siano stati modesti o nulli. Se la ricostruzione è giusta, la sequenza dei
rami dovrebbe corrispondere a quella delle scissioni, e - ad essere molto
fortunati -la lunghezza dei rami corrisponderebbe ai tempi in cui queste
scissioni sono avvenute. Ci siamo però permessi di fare calcoli sui tempi
di separazione solo più avanti, quando abbiamo potuto disporre di dati
assai più solidi.

Un albero basato sull'aspetto esterno del corpo

Nel lavoro immediatamente successivo abbiamo controllato questi ri-


sultati esaminando caratteri completamente diversi, su cui pure esisteva-
no dati già raccolti: il colore della pelle, la statura, tutte le altre misure
dette «antropometriche», come la circonferenza del torace, la lunghezza
degli arti, le misure del cranio inclusi i due diametri trasversale e antera-
posteriore, molto popolari fra gli antropologi. Alla metà dell'Ottocento
fu proposto di calcolarne il rapporto, il cosiddetto indice cefalico, donde
la famosa distinzione in dolicocefali (a testa lunga) e brachicefali (a testa
larga), il cui interesse biologico ed evolutivo è oggi considerato molto mo-
desto. Abbiamo così analizzato una ventina di caratteri corrispondenti a
osservazioni esterne del corpo, che sappiamo essere solo in parte determi-
nate dall'eredità e in parte molto sensibili a fattori ambientali.

180 Chi siamo


Usando esattamente lo stesso metodo, abbiamo ottenuto un albero
piuttosto diverso. Gli aborigeni australiani risultavano più affini agli afri-
cani che agli asiatici (cinesi e giapponesi), mentre gli amerindi, che nell'al-
bero genetico risultavano simili ai cinesi, ora erano più vicini agli europei.

Quali caratteri ci parlano della storia dell'uomo?

Era naturalmente necessario spiegare la discrepanza tra l'albero ottenu-


to coi geni e quello dei caratteri antropometrici. Ma la discrepanza non
ci ha preoccupato molto, perché i caratteri antropometrici non sono così
strettamente ereditari quanto quelli dei gruppi sanguigni. Sapevamo che
vi erano forti influenze dirette e indirette dell'ambiente di vita che pote-
vano rendere conto dei risultati. In realtà la statura, e tutte le misure del
corpo che hanno inevitabilmente un rapporto importante con la statura,
cambiano con le condizioni di vita; chi mangia di più, e meglio, cresce di
più. Il colore della pelle è influenzato dall'esposizione al sole (anche gli
africani prendono la tintarella). Naturalmente vi sono anche influenze
genetiche sulle dimensioni del corpo, il colore della pelle, la forma della
faccia. Ma se l'influenza genetica su questi caratteri è forte, perché ci dan-
no un albero diverso da quello dei geni? Dobbiamo forse concludere che
l'influenza dei geni sui dati antropometrici è piccola o inesistente?
Non si conosce bene l'importanza dei fattori genetici nel determinare
questi caratteri, ma vi è un'altra considerazione che ci esime dal preoccu-
parcene troppo.
I caratteri esterni del corpo, come colore della pelle, forma e dimensioni
del corpo, sono influenzati moltissimo dalla selezione naturale determina-
ta dal clima. È ragionevole quindi che africani e australiani si trovino vici-
ni sull'albero dei caratteri antropometrici, perché abitano in climi molto
simili. Anzi, è addirittura pericoloso usare questi caratteri per studiare la
storia genetica, perché in realtà ci dicono molto sulla geografia del clima
e poco sulla storia della popolazione. Ci dicono che sia gli africani sia gli
australiani e gli abitanti della Nuova Guinea sono vissuti a lungo in climi
caldi, e i mongoli in climi freddi, ma non ci aiutano a capire quando que-
ste popolazioni si siano separate, e da quale ceppo preesistente. Sappiamo
da ricerche apposite svolte in seguito che il fattore climatico può incidere
anche sui geni di gruppi sanguigni ecc. studiati da noi. Molto probabil-
mente si tratta di effetti di selezione naturale, ma le influenze sono molto
più modeste che per i caratteri antropometrici.

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 181


La variazione tra geni è largamente influenzata da fatti casuali, e leggen-
dola correttamente può raccontarci la storia delle separazioni che hanno
accompagnato l'occupazione di nuove regioni e continenti da parte di
gruppi di colonizzatori. Può sembrare strano che i fatti casuali siano utili
per ricostruire la storia evolutiva in termini di scissioni tra popolazioni,
ma la ragione- come si diceva nel capitolo precedente- è che i fenomeni
casuali sono esattamente prevedibili se facciamo una media su un numero
sufficiente di dati.
È di grande interesse che Darwin, il quale non poteva pensare alla de-
riva genetica o alla casualità delle mutazioni perché nessuno le aveva an-
cora concepite, abbia riconosciuto che i caratteri più utili per lo studio
dell'evoluzione sono quelli che egli chiama «trivial», parola che non si
traduce in italiano con il suo equivalente letterale ma che significa ba-
nale, futile, senza importanza. Oggi li chiamiamo <<selettivamente neu-
tri», perché non hanno valore adattativo, e sappiamo che molti caratteri
sono selettivamente neutri o quasi, come ha sostenuto per primo il gene-
tista Motoo Kimura in un celebre articolo del 1968 interpretando i dati
dell'evoluzione molecolare. Vi è stata una lunga diatriba fra la posizione
<<neutralista>> di Kimura e quella di molti biologi i quali avevano reagito
inizialmente con totale scetticismo alla proposta rivoluzionaria del gene-
tista giapponese.

Oggi la diatriba è risolta con soddisfazione di entrambe le parti. È giu-


sto ricordare che i biologi moderni erano cresciuti nell'idea che la selezio-
ne naturale è l'unica forza evolutiva che permette l'adattamento all'am-
biente e, quindi, la vita. Questa affermazione è verissima, e si trovano nel
Dna e nelle proteine molti segni inconfondibili di selezione naturale. Ma
ve ne sono anche molti altri che confermano l'importanza del caso, specie
in regioni del Dna protette dall'azione della selezione, perché non si espri-
mono. Un esempio: vi sono nel genoma parecchi duplicati di geni attivi,
che non possono funzionare perché hanno subito mutazioni che li inatti-
vano; li chiamiamo <<pseudogeni>>. La selezione naturale è impotente su
questo Dna, che è particolarmente prezioso per lo studio dell'evoluzione
appunto per avere subito, su periodi di tempo molto lunghi, solo i cam-
biamenti dovuti all'insorgenza di mutazioni casuali. Il nostro materiale
di studio non ha incluso pseudogeni, ma diverse analisi fatte permettono
di concludere che la maggior parte dei geni da noi studiati è influenzata
largamente dalla deriva genetica e quindi dal caso, forse ancor più che
dalla selezione.

182 Chi siamo


Dovevamo scegliere fra i due alberi quello che più probabilmente rap-
presenta la storia evolutiva dell'uomo. Abbiamo concluso che doveva es-
sere l'albero ottenuto con i dati genetici, perché i caratteri antropometrici
ci raccontano invece la geografia del clima, un fatto interessante, ma non
ciò che stavamo cercando.

Geni e caratteri antropometrici

Gli sviluppi successivi ci hanno dato ragione: fra questi ci sono gli studi
di un antropologo di Harvard molto noto, W.W. Howells, che ha girato
il mondo misurando di persona un numero elevato di crani in 17 popola-
zioni di diversi continenti e svolgendo su di essi un'indagine affine a quel-
la compiuta da noi con i gruppi sanguigni. I dati antropometrici spesso
variano a seconda di chi prende le misure; quando il misuratore è una
persona sola si raggiunge una maggiore accuratezza. L'albero ricostruito
in base alle sue misurazioni del cranio ha dato praticamente gli stessi
risultati cui eravamo arrivati noi con i caratteri esterni del corpo (che già
includevano una piccola parte di dati craniometrici come quelli usati da
Howells, ma anche molte altre misure somatiche, nonché il colore della
pelle). Nell'albero di Howells africani ed australiani vanno insieme: se
l'albero avesse significato evolutivo dovrebbero avere un'origine comune
recente, e lo stesso è vero di amerindi ed europei.
Come si è appena detto, avevamo rifiutato l'interpretazione evolutiva
dell'albero basato sui caratteri esterni, perché questi sono per lo più il
frutto di adattamenti a climi diversi e ci parlano della geografia del clima
più che della storia evolutiva. Esattamente la stessa obiezione valeva per
i nuovi dati craniometrici di Howells: abbiamo infatti potuto dimostrare
che tutti i suoi dati più importanti sono in stretta relazione col clima.

Ciò in realtà non stupisce, perché tutte le dimensioni del corpo si adat-
tano al clima; ne abbiamo già parlato diffusamente sia a proposito dei
pigmei sia riguardo alla colonizzazione delle regioni artiche da parte
dell'uomo moderno. Vi sono osservazioni molto più estese, che indica-
no, ad esempio, una relazione precisa fra statura e clima (espresso dalla
temperatura annua media). In climi freddi conviene essere più grandi, per
limitare la dispersione di calore attraverso la superficie corporea; in climi
caldi è vero l'opposto. Un individuo alto ha in media un cranio più gran-
de e le dimensioni corporee in generale tendono ad essere superiori rispet-

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 183


to a quelle di un individuo piccolo. Tutte le misure craniche, come quelle
del corpo, tendono ad essere in rapporto con la temperatura media.
In una ricerca successiva, Howells ha calcolato indici statistici che
misuravano la forma, più che le dimensioni, del cranio. È risultato che
anch'essa è correlata al clima. Il cranio facciale mongolo, con il volto
largo e schiacciato, come racchiuso su se stesso, esprime un adattamento
a climi freddi: una faccia priva di appendici prominenti aiuta a difender-
si dal gelo. In climi caldi è invece utile un volto sporgente, allungato: il
classico prognatismo degli africani, non dissimile da quello che si trova in
altre zone tropicali nel sud-est asiatico e in Nuova Guinea.
Anche la forma della faccia continua a dire le stesse cose che dicono le
dimensioni del cranio. I caratteri esterni del corpo esprimono soprattutto
i risultati della selezione naturale dovuta a differenze climatiche. Vi sono
poi anche altri motivi, di ordine statistico, per cui i caratteri metrici del
corpo sono di minor aiuto dei geni nell'analisi evolutiva .

.---..r-- SVEDESI
FRANCESI
L------- ESCHIMESI
L------ INDIANI NORDAMERICANI
....---- GIAPPONESI
,...-------1
' - - - - CINESI

r----- INDIANI SUDAMERICANI

. . . . - - - - - AINU
.----MAORI
POLINESIANI

PAPUANI
L------ AUSTRALIANI
....----- BANTU
r - - - - PIGMEI
' - - - - - BOSCIMANI

Albero delle popolazioni del mondo elaborato in base a caratteri craniometrici secondo
W.W. Howells. '

184 Chi siamo


L'albero evolutivo si perfeziona

Ho riprodotto il nostro primo albero (p. 179) perché mi piace- anche


se richiede qualche correzione- nonostante la povertà del materiale di al-
lora rispetto a quello di cui disponiamo oggi, mille volte più abbondante.
Abbiamo continuato a perfezionare il nostro albero a varie riprese, ne-
gli anni successivi, introducendo nuovi dati e correggendo alcuni inevi-
tabili errori. Verso la fine del secolo scorso sono divenuti disponibili dati
su centinaia di geni: molti dello stesso tipo di quelli già esaminati, cioè
gruppi sanguigni; altri di nuove categorie, proteine ed enzimi studiati in
seguito. In genere chiamiamo <<marcatori genetici>> tutti questi geni uti-
li allo studio dell'evoluzione, perché mostrano differenze tra individui
e quindi ci servono per contrassegnare le popolazioni attraverso il loro
materiale ereditario.
Negli ultimi trent'anni è poi divenuto possibile lavorare a livello <<mo-
lecolare», direttamente sul Dna: in particolare, dal principio di questo
secolo è diventato possibile determinare con precisione la sequenza dei
singoli nucleotidi su lunghi tratti di Dna, con rapidità e sicurezza via via
maggiori e a costi progressivamente più accessibili. Questo assicura una
chiarezza e precisione assai maggiori nell'analisi del materiale genetico.
Gruppi sanguigni e proteine permettono solo uno studio indiretto, meno
chiaro e completo.
Abbiamo continuato ad ottenere risultati molto simili, con un grado di
dettaglio cento e mille volte maggiore, anche se permangono incertezze
che richiedono dati più estesi. In un albero degli anni novanta abbiamo
studiato 110 geni su un gruppo di 42 popolazioni aborigene di tutto il
mondo. Sono geni di tipo classico, come quelli che si esaminavano fino a
pochi anni prima: includono gruppi sanguigni, proteine del sangue, enzi-
mi ed altri caratteri ereditari. La figura dell'albero completo è riportata
più avanti (p. 299); in quella riprodotta qui le 42 popolazioni sono state
conglobate, per semplicità, in nove gruppi.
L'albero mostra che la differenza più grande è quella che separa gli
africani dai non-africani, e questo rafforza l'ipotesi avanzata da molti
paleoantropologi che l'uomo moderno abbia avuto origine in Africa e da
lì si sia espanso al resto del mondo. Non era stato possibile accorgersi,
nella nostra analisi iniziale, che la prima biforcazione dell'albero separa
africani e non-africani, un fatto scoperto per primo dal genetista giap-
ponese Masatoshi Nei, perché i dati sui pochi gruppi sanguigni allora
disponibili indicavano una elevata somiglianza tra africani ed europei, e

Quanto siamo diversi~ La storia genetica dell'umanità 185


tendevano così a creare la prima biforcazione tra afroeuropei e resto del
mondo. Almeno in parte, si trattava di un <<errore statistico>>, nel senso
che i dati disponibili non erano sufficienti a rappresentare la situazione
reale, divergendone per ragioni casuali.

I non-africani si dividono in due rami maggiori. Uno corrisponde alle


popolazioni che abitano attualmente il sud-est asiatico e a quelle che
-partendo molto probabilmente di lì- hanno raggiunto l'Australia, la
Nuova Guinea e le isole del Pacifico. L'altro ramo ha popolato l'Asia
del nord, con una diramazione principale verso est (la Siberia e di qui le
Americhe) e una verso ovest, che include soprattutto i caucasoidi, europei
e non. Questi ultimi sono in prevalenza popoli di pelle bianca ma inclu-
dono anche le popolazioni dell'India del sud, che è in zona tropicale e
mostra un forte oscuramento della pelle, con tratti facciali e corporei che
sono peraltro caucasoidi e non africani o australiani.
Gli abitanti del sud-est asiatico in quest'albero tendono a restare con
l'Australia e la Nuova Guinea. Questo è un punto ancora incerto, poiché
con metodi di analisi un po' diversi si nota che il sud-est asiatico tende
piuttosto a unirsi con i mongoloidi che vivono più a nord, anziché con gli
abitanti dell'Oceania.

. . . . - - - - - - - NUOVA GUINEA E AUSTRALIA


ISOLE DEL PACIFICO

ASIA SUDOVEST
ASIA NORDOVEST

ARTICO ASIATICO
....___ _ INDIANI D'AMERICA
EUROPEI

CAUCASOIDI NON EUROPEI


' - - - - - - - - - - - - - - - - AFRICANI

Albero delle popolazioni del mondo in base a no geni, tutti di gruppi sanguigni, proteine, enzimi
ecc. (in collaborazione con Paolo Menozzi e Alberto Piazza, da Storia e Geografia dei geni umani,
Adelphi, Milano 1997)

186 Chi siamo


Vi sono eterogeneità genetiche fra le popolazioni del sud-est asiatico
che non siamo ancora in grado di analizzare bene per insufficienza dei
dati a disposizione. Alcune, come i vietnamiti e alcuni cambogiani, sono
di tipo più mongolico e somigliano di più a cinesi e giapponesi; altre,
come i malesi e ancor più i «negritos>>, sono diverse e forse più simili
a popolazioni dell'Oceania. Non vi è dubbio che ricerche più estese in
quest'area aiuteranno a risolvere le attuali perplessità. In genere, vi è mol-
to bisogno di arricchire i dati genetici esistenti sulle popolazioni umane, e
lo si può fare in modo eccellente utilizzando le nuove tecniche di genetica
molecolare. È questo il compito di una recente iniziativa, il progetto in-
ternazionale di studio della diversità genomica umana, di cui mi occupo
con molti colleghi dal 1991.

Migrazioni reciproche

Il principale problema che complicava il quadro, allora risolto solo


in parte, è che vi sono stati frequenti scambi fra popolazioni vicine per
migrazioni reciproche, successive alle scissioni corrispondenti ai rami
dell'albero.
Quando gli scambi sono stati importanti, si notano anomalie partico-
lari, che abbiamo incontrato fra l'altro nel caso degli europei o, più in
generale, dei caucasoidi. La complicazione è che i caucasoidi (un grup-
po che include europei, mediorientali, iraniani, pakistani, indiani d'Asia)
somigliano sia agli africani sia agli asiatici. Una conseguenza visibile già
nel primo albero è che gli europei e in parte anche gli asiatici hanno rami
più corti. Una possibile spiegazione è che vi siano stati scambi genetici tra
caucasoidi ed africani da una parte, e tra caucasoidi ed asiatici dall'altra.
Poiché i caucasoidi si trovano in una sorta di sandwich geografico tra
Africa ed est asiatico vi sono buone ragioni per pensare che siano effetti-
vamente avvenuti scambi migratori, in parte recenti ma anche più antichi.
Vi era però un'altra possibile spiegazione di questo fenomeno, di natura
tecnica: la selezione dei marcatori usati per queste ricerche fino ad allora
aveva privilegiato la variabilità esistente fra le popolazioni di origine eu-
ropea. Non si era trattato di una scelta maliziosa o razzista ma di como-
dità; i ricercatori che avevano bisogno di campioni di sangue da individui
e famiglie per controllare la ereditarietà di un marcatore appena scoperto
si erano sempre rivolti alle persone immediatamente sottomano, che era-
no quasi invariabilmente di origine europea. Sarebbero state necessarie

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 187


nuove scelte di marcatori, che tenessero conto opportuno della variabilità
esistente in popolazioni extraeuropee, e che avrebbero richiesto ancora
anni di lavoro.

Quando sono avvenute le grandi separazioni fra


i gruppi umani?

Per quanto riguarda le date archeologiche, i fatti più chiari sono quelli
che riguardano l'occupazione di nuovi continenti. Oggi disponiamo di
più date attendibili, anche se potranno variare in futuro a seguito di nuo-
ve scoperte.
La prima si riferisce ai più antichi ritrovamenti di esemplari di uomini
del tutto indistinguibili da quelli moderni e si aggira intorno ai 100.000
anni fa. I reperti provengono sia dall'Africa sia dal Medio Oriente, come
si è già detto, e a stretto rigore di termini non siamo in grado di dire quali
siano i più antichi. I crani africani che precedono quella data sembrano
mostrare una precisa progressione verso l'uomo moderno, per cui è con-
vinzione comune fra i paleoantropologi che l'origine sia stata veramente
in Africa. Questo è in accordo con i dati del Dna mitocondriale (la famo-
sa Eva africana), con le correzioni che abbiamo spiegato, per cui l'unica
affermazione che possiamo fare con sicurezza è che la data suggerita dal
Dna mitocondriale deve essere precedente all'effettivo ingresso degli afri-
cani in Asia. Il fatto di trovare l'uomo moderno a ovest come a est di Suez
100.000 anni fa suggerisce che il passaggio dall'Africa all'Asia (o, meno
probabilmente, viceversa) sia avvenuto all'incirca in quest'epoca, per cui
la differenziazione fra africani e non-africani può avere avuto inizio allo-
ra o poco prima.
Le prime tracce umane in Australia e Nuova Guinea sono state datate
a 60.000-55.000 anni fa. La distanza genetica fra gli aborigeni dell'Ocea-
nia (considerati come la somma degli aborigeni australiani e di quelli del-
la Nuova Guinea, che mostrano una certa somiglianza genetica fra loro) e
i loro vicini del sud-est asiatico è circa la metà di quella che c'è tra africani
e non-africani. Anche la data è circa la metà, quindi finora abbiamo un
rapporto fra date e distanze che sembra perfettamente ragionevole.

Le altre due date sono più recenti e corrispondono all'occupazione


dell'Europa (presumibilmente a partire dall'Asia Occidentale) che si pone
tra i 45.000 e i 40.000 anni fa, e l'occupazione delle Americhe, la cui data

188 Chi siamo


è purtroppo ancora assai incerta ma è quasi certamente compresa fra i
35.000 e i 15.000 anni fa.
La mappa a p. 91 mostra le probabili strade percorse dall'uomo moder-
no (l'itinerario preciso è reso molto incerto dalla scarsità dei reperti) e le
date relative al suo ingresso nei vari continenti, desunte dall'informazione
archeologica.
A questo punto si può ragionare sui rapporti che possiamo attenderci
fra le date di ingresso in un certo continente da una parte, e dall'altra
le distanze genetiche fra le popolazioni che lo abitano oggi e quelle che
oggi vivono ancora nel continente di origine, cioè discendono dagli stessi
antenati degli emigranti di allora, ma non si sono mosse. Le distanze
genetiche che corrispondono alle biforcazioni dell'albero dei 9 gruppi di
popolazioni mostrato a p. 186 sono riportate nella tabellina sottostante.
Le distanze genetiche fra le popolazioni umane sono riportate qui sotto in
scala relativa, ponendo arbitrariamente eguale a 100 la massima distanza
trovata, fra africani e non-africani.

Ecco i valori dei quattro confronti fra dati archeologici e dati genetici:

Separazione fra popolazioni Tempo in cui avvenne Distanza genetica

Africa e resto del mondo 100.00 anni fa 100


Asia S.E. 55·6o.ooo anni fa 62
Asia ed Europa 35-40.000 anni fa 48
Asia N.E. e America 15-35.00 anni fa 30

La distanza genetica fra due popolazioni deve aumentare con il tempo


della separazione fra esse; nell'ipotesi più semplice aumenterà in modo
costante. Notiamo nella tabellina una progressione precisa: come ci at-
tendevamo, diminuendo il tempo trascorso dalla separazione diminuisce
la distanza genetica. Purtroppo le date sono approssimative, e le distanze
genetiche sono affette da errore statistico, che pur avendo lavorato sul-
la media di 110 geni è ancora importante, dell'ordine del 20 per cento.
Tenendo conto dell'errore statistico si trova un buon accordo nei primi
tre confronti, come se le distanze genetiche aumentassero regolarmente
e in modo proporzionale con le date di separazione. Il quarto confronto
è troppo impreciso per poterne tenere molto conto, però si può provare
a calcolare, prendendo come scala di riferimento i primi tre confronti,

Quanto siamo diversi~ La storia genetica dell'umanità 189


quale dovrebbe essere stata, in base alla distanza genetica, la data di oc-
cupazione dell'America. Si trova il valore di 30.000 anni circa, che è quin-
di all'interno dell'intervallo tra i valori estremi proposti dagli archeologi
(15.000-35.000 anni), e più vicino a quello superiore.

Diversi, ma in superficie

Siamo pochissimo diversi. Abituati a notare le differenze tra pelle bianca


e pelle nera o tra le varie strutture facciali siamo portati a credere che deb-
bano esistere grandi differenze fra europei, africani, asiatici e così via. La
realtà è che i geni responsabili di queste differenze visibili sono quelli cam-
biati in risposta al clima. Tutti coloro che oggi vivono ai tropici o nell'ar-
tico devono - nel corso dell'evoluzione - essersi adattati alle condizioni
locali; non è tollerabile troppa variazione individuale per caratteri che
controllano la nostra capacità di sopravvivere nell'ambiente che abitiamo.
Dobbiamo anche tenere a mente un'altra necessità: i geni che rispondono
al clima influenzano caratteri esterni del corpo, perché l'adattamento al
clima richiede soprattutto modifiche della superficie del corpo (che è la
nostra interfaccia con il mondo esterno). Appunto perché esterne, queste
differenze razziali catturano in modo prepotente il nostro occhio, e au-
tomaticamente pensiamo che differenze della stessa entità esistano anche
per tutto il resto della costituzione genetica. Ma questo non è vero: siamo
poco diversi per il resto della nostra costituzione genetica.
Non possiamo studiare in completo dettaglio le differenze genetiche
fra le cosiddette razze per quanto riguarda il colore della pelle, o gli altri
caratteri visibili, perché non abbiamo ancora individuato a livello di Dna,
i geni che li determinano. Sappiamo solo che vi sono almeno tre o quat-
tro geni diversi che sommano i loro effetti nel determinare le differenze
estreme di pigmentazione, per esempio quelle fra bianchi e neri. Per qua-
lunque altro gene esaminato le differenze sono molto più modeste.

La varietà genetica e la storia dell'uomo moderno

La migliore conferma di ipotesi avanzate cinquant'anni prima è venuta


da ricerche compiute qualche anno fa da più gruppi di ricercatori, diretti
da me e da Mare Feldman, presso l'Università di Stanford, in California,
dove ho lavorato nella seconda metà della mia vita.

190 Chi siamo


Esaminando il Dna dei circa 1000 individui di 52 popolazioni del mondo
reso disponibile dal Progetto della Diversità Genomica Umana, una prima
ricerca ha analizzato 783 microsatelliti, un tipo di geni molto informati-
vo che ha un elevato numero di alleli, cioè di varianti (grossolanamente
qui equivalenti a circa 3000 variazioni nucleotidiche). Una seconda ricerca,
molto più potente perché ha usato una metodica appena messa a disposi-
zione dei ricercatori, ha usato circa 650.000 variazioni di un singolo nucle-
otide, selezionate in quanto già note per essere variabili in base a dati prece-
denti, esaminando circa 320 individui raccolti in tre popolazioni mondiali:
una europea, una africana dalla Nigeria, e una da Cina e Giappone.
I risultati hanno mostrato che esiste un'altissima correlazione tra distanza
geografica e distanza genetica: se distribuiamo su un grafico queste popola-
zioni in base alla loro maggiore o minore diversità genetica, queste vengo-
no a trovarsi tutte distribuite praticamente su un'unica linea, e la distanza
genetica fra di loro aumenta con le distanze coperte dall'uomo moderno
nel corso della sua espansione dall'Africa orientale fino alle isole del Pacifi-
co: a distanza geografica maggiore corrisponde distanza genetica maggiore,
con estrema regolarità.

.•. .:·•...;...: "··-t·


A
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~-L~·~~~~~~~----,--------,-------,-------,------
o 5000 10.000 15.000 20.000 25.000

Distanze misurate a volo d'uccello (km)

B o
N
o'

o
....
o'

o
o
o'
o 5000 10.000 15.000 20.000 25.000

Distanze misurate tenendo conto dei percorsi effettivi (km)

Correlazione tra distanza geografica e distanza genetica (Sohini Ramachandran et al., Support
from the Relationship of Gene tic an d Geographic Distance in Human Populations far a Seria/
Founder Effect Originating in Africa, in «PNAS)), 1 novembre 2005).

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 191


Sfollati a Mogadiscio, Somalia.© Giovanni Porzio 2013

192 Chi siamo


Nei due grafici l'asse orizzontale (ascissa) è la distanza geografica fra
due delle 52 popolazioni esaminate, ponendo il centro di origine, per
convenzione, ad Addis Abeba. La distanza geografica fra popolazioni è
calcolata a volo d'uccello nel grafico in alto, mentre in quello in basso è
calcolata tenendo meglio conto dell'effettivo percorso seguito dalle popo-
lazioni nel corso della loro propagazione al mondo. In pratica, il grafico
più in basso è influenzato soprattutto dal fatto che l'espansione all' Ame-
rica è avvenuta solo passando dalla Siberia all'Alaska, allungando quindi
la distanza geografica massima fra due popolazioni (per esempio fra Afri-
ca orientale e America del sud) di quasi diecimila chilometri.

Sull'asse verticale (ordinata) è riportata invece la misura della distanza


genetica. Chiaramente, la correlazione fra distanza genetica e distanza
geografica è molto maggiore nella seconda cartina, dove è altissima, pari
a 0,89 (il massimo sarebbe l).
I punti rossi sono popolazioni del continente africano, che hanno di-
stanza geografica minore. I punti rossi più in alto sono pigmei e san, che
vivono ancora largamente di caccia e raccolta e hanno avuto più tempo
per differenziarsi fra loro e dagli altri, per cui mostrano maggiore distan-
za genetica.
I triangoli verdi sono distanze fra popolazioni di continenti diversi del
Vecchio Mondo (Africa, Europa, Asia).
I rombi blu interessano popolazioni dell'America e dell'Oceania, con-
frontate fra loro e con quelle di altri continenti.

Lo studio di campioni di popolazioni a livello mondiale dà la possibilità


di stimare la variazione genetica totale fra tutti gli individui del mondo,
e di ripartirla tra la variazione fra popolazioni e la variazione al loro
interno. La variazione fra popolazioni è risultata dell'l l per cento della
diversità totale, contro una variazione interna dell'89 per cento.
I risultati di queste ricerche non solo confermano la grande similarità
tra popolazioni umane, ma gettano una luce interessantissima su come
può essersi sviluppata la nostra storia di uomini moderni. Sono tre le
conclusioni che possiamo trame.
La prima è una conferma, in base a dati genetici, dell'origine dell'uomo
moderno in Africa orientale. Nessun altro modello rende conto dei dati in
modo altrettanto soddisfacente.
La seconda conclusione riguarda il modo in cui l'uomo moderno si è
diffuso sul pianeta, nel corso della migrazione dall'Africa. I dati puntano

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 193


Donne indie di Atitlan, Guatemala.© Giovanni Porzio 2013

194 Chi siamo


a quello che abbiamo chiamato <<effetto del fondatore in serie»: la succes-
sione di piccole comunità umane, ciascuna delle quali progressivamente
cresce di numero (perché sono brave a procurarsi il cibo e bene adattate
all'ambiente che hanno intorno), fino a quando un frammento del grup-
po deve staccarsi e cercare nuovi territori di caccia e raccolta, o magari
l'intero gruppo deve abbandonare l'insediamento dove ha fatto base (ad
esempio per ragioni igieniche, come è stato suggerito in alcuni casi) e poi
scindersi. Ogni volta che un gruppo cresce di numero e una frazione se ne
distacca per creare un nuovo insediamento, solo una piccola parte della
variazione genetica presente nel gruppo originario si ritroverà fra i nuovi
fondatori.
Il processo si è ripetuto per varie centinaia di tappe di colonizzazione
successive, fino a quando il mondo intero non è stato popolato. Questo
ha determinato una lenta ma regolarissima perdita di diversità genetica
(calcolata come perdita di eterozigosi media) a partire dall'origine africa-
na, che non è stata compensata dall'affermarsi di successive mutazioni (in
un periodo in fondo breve sulla scala evolutiva), né dalle migrazioni fra
popolazioni vicine, che pure l'hanno in varia misura contrastata.
È così che il successo demografico dell'uomo moderno (che è insieme
successo riproduttivo e successo adattativo) lo porta a diffondersi su tut-
to il pianeta nell'arco di poco più di 100.000 anni. Circa 11.500 anni fa
viene raggiunta anche la Patagonia, la punta estrema dell'America me-
ridionale. Si stima che a questo punto la popolazione umana presente
sulla Terra sia cresciuta, in centomila anni, da qualche migliaio a qualche
milione di individui.
La terza conclusione è che la ragione principale della correlazione è la
deriva genetica, che dipende dal numero di riproduttori ad ogni gene-
razione ed è completamente casuale. Essa è la causa principale di diffe-
renziazione tra le popolazioni. Naturalmente vi sono anche effetti della
selezione naturale, che però ha agito soprattutto attraverso le differenze
climatiche (adattamento al caldo e al freddo e alle differenze locali di die-
ta, che dipendono dai cibi vegetali ed animali disponibili); questi effetti
sono però minori di quelli della deriva. La ragione fondamentale è che
gli adattamenti principali messi in opera dall'uomo nel corso della sua
diffusione al pianeta non sono stati genetici, bensì culturali.

Quanto siamo diversi~ La storia genetica dell'umanità 195


Quanto siamo diversi

Possiamo dire che, se ignoriamo la diversità di pigmentazione, le diffe-


renze fra le cosiddette razze sono solo quantitative e non qualitative, nel
senso che non troviamo praticamente mai due tipi di un gene completa-
mente diversi in razze diverse. Esaminiamo per esempio le statistiche delle
differenze per alcuni geni fra gli aborigeni di continenti diversi o regioni
lontane fra loro nello stesso continente, come l'Europa, l'Africa (limitata
alla regione subsahariana, poiché il nord Africa è abitato da popolazioni
caucasoidi, più simili agli europei che agli africani subsahariani), l'India,
l'Estremo Oriente (Cina e Giappone), il Sudamerica ove vi è stato meno
mescolamento con i coloni bianchi che in Nordamerica, e gli aborigeni
australiani. Scegliamo tre geni, e diamo nella tabellina le frequenze per-
centuali di ognuno. Per il primo dei tre geni, GC, esistono due forme più
importanti, GC-1 e GC-2. È una proteina presente nel sangue che lega la
vitamina D e ne regola la distribuzione nell'organismo. Nella prima riga
della tabellina nella pagina seguente compaiono le percentuali di geni del
tipo GC-1 e nella seconda quelle del tipo GC-2. Poiché le forme del gene
che in questo momento ci interessano sono solo queste due, la loro som-
ma è sempre 100 per cento. Si vede dai valori della tabella che le propor-
zioni delle due forme del gene che si trovano in individui diversi variano
molto poco fra le popolazioni del mondo.

Nella tabellina riportiamo anche altri due geni: HP e FY. HP è un'al-


tra proteina del sangue, che fissa l'emoglobina uscita dai globuli rossi
quando si distruggono spontaneamente alla fine della loro vita normale o
vengono distrutti da qualche processo patologico, ad esempio dalla ma-
laria. Esiste in due forme, HP-l ed HP-2; raramente si ha l'assenza della
proteina, la forma HP-O, che è compatibile con la vita ma può compor-
tare qualche svantaggio per l'individuo portatore. Diamo soltanto la fre-
quenza percentuale della forma HP-l poiché HP-2 è quasi sempre eguale
a l 00 meno la percentuale di HP-l.
L'ultimo dei tre geni, FY-0, è l'assenza della sostanza FY; normalmente
essa si trova alla superficie dei globuli rossi e aiuta l'ingresso in questi
ultimi di un parassita malarico particolare, Plasmodium vivax, che come
tutti i parassiti malarici si moltiplica appunto nei globuli rossi. L'assenza
della proteina rende più difficile la crescita del parassita e conferisce una
certa resistenza all'individuo nei confronti di questa forma speciale di
malaria.

196 Chi siamo


Geni Europa Africa India Estremo America Australia
subsah. Oriente meri d.

GC·l 72% 88% 75% 76% 73% 83%


GC·:Z 28% 12% 25% 24% 27% 17%
HP·l 38% 57% 17% 23% 60% 27%
FY·o 0,3% 87% 3% o% 0,2% o%

La fluttuazione delle percentuali di GC-1 o GC-2 fra popolazioni di-


verse è minima: dal 72 all'88 per cento. Questo gene è probabilmente
importante per garantire la normale circolazione della vitamina D nell'or-
ganismo. È stato asserito che una delle due forme, GC-2 è più adatta
dove la radiazione solare è più intensa, e GC-1 dove è meno intensa, ma
si deve trattare di una differenza piccola, perché vi è poca variazione fra
le percentuali delle due forme del gene in climi diversi.
Le percentuali di HP-1 mostrano una variazione fra popolazioni mag-
giore: dal17 al 60 per cento. Naturalmente anche le percentuali di HP-2,
che si calcolano facilmente a partire da quelle di HP-1, mostrano una
variazione corrispondente (dall'83 al 40 per cento). È chiaro che in con-
fronto ad HP il gene GC varia poco.
L'ultimo gene, FY, è quello che mostra la più grande variazione: da O
a 87 per cento. Il tipo FY-0 è avvantaggiato in Africa poiché qui si trova
un parassita malarico cui i portatori di FY-0 sono resistenti, per cui la
selezione naturale lo ha reso particolarmente frequente in questa regione
mentre è quasi inesistente altrove. La variazione che si osserva nel colore
della pelle è paragonabile a quella di FY, ma si tratta di un caso unico
fra le varie centinaia di geni noti. Tutti gli altri geni, su 110 esaminati,
mostrano differenze percentuali in media molto più piccole, mentre FY
mostra differenze tra africani e non-africani paragonabili a quelle che
riteniamo esistano, per il colore della pelle, tra le popolazioni dei tropici e
quelle che vivono lontano dall'equatore. Come già notato, non conoscia-
mo in dettaglio i geni della pigmentazione, ma sappiamo che ve ne sono
almeno tre o quattro e che sommano i loro effetti.
Le differenze tra le «razze» -espressione di cui esamineremo più avan-
ti significato e limiti - sono quindi assai limitate e quantitative più che
qualitative. All'interno dei continenti poi le differenze sono in media più
piccole ancora. Viste in questa ottica, la confusione e le grandi tragedie, le
crudeltà causate al mondo dalla diversità razziale sono, usando le parole
di Macbeth, «una storia raccontata da un idiota, piena di vociare e di
furia, che non significa nulla».

Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità 197


Capitolo 6

GLI ULTIMI
DIECIMILA ANNI :
IL LUNGO CAMMINO
DEGLI AGRICOLTORI
Terrazzamenti coltivati a riso, Nepal. ©Giovanni Porzio 2013
Diecimila anni sono l'arco di tempo che ci separa dall'inizio di una
vera e propria rivoluzione nella storia dell'uomo: il passaggio da un'eco-
nomia di caccia e raccolta alla produzione diretta del cibo. Fino a quel
momento l'uomo viveva di ciò che trovava già disponibile in natura. Le
sue capacità di cacciatore e la sua conoscenza dell'ambiente si erano svi-
luppate in misura straordinaria nel corso di milioni di anni, e lo avevano
messo in condizione di trarre vantaggio da quanto il mondo circostante
aveva da offrire.
Le testimonianze lasciate dai nostri antenati che abitavano l'Europa
20.000-15.000 anni fa suggeriscono un'elevata qualità di vita. Attra-
verso la caccia, la pesca e la raccolta di piante, frutta, radici, gli uomini
si procuravano il necessario per il sostentamento di comunità di piccole
dimensioni e vivevano bene: lo testimoniano strumenti perfezionati, og-
getti ornamentali e opere d'arte che ci lasciano ammirati ancor oggi.
Da diecimila anni a questa parte però l'uomo ha iniziato a produrre
da sé il proprio cibo, coltivando vegetali e allevando animali, di solito
gli stessi di cui già prima si era nutrito procurandoseli in natura. Questo
ha avuto come conseguenza un aumento enorme, almeno in potenza,
dei numero di individui in grado di vivere sulla Terra. Nel corso delle
quattrocento o cinquecento generazioni che si sono susseguite in questo
periodo di tempo, la popolazione mondiale è aumentata di mille volte
e anche più, passando dai pochi milioni di allora ai quasi sette miliardi
di oggi: un aumento che, come ben sappiamo, è decisamente lontano
dall'avere termine.
Sulle tracce dei megalitici

Ci si può chiedere come mai un genetista si occupi della produzione del


cibo. Vi sono arrivato per una strada piuttosto indiretta, che vale la pena
di raccontare.
Circa trent'anni fa mi accadde di visitare il Museo preistorico ed et-
nografico Pigorini di Roma. Tempo prima ero stato in Sardegna e avevo
avuto occasione di vedere i nuraghi, le grandi costruzioni in blocchi di
pietra a secco che si trovano disseminate in gran numero su quasi tutta
l'isola.
I nuraghi sono edifici straordinari. Chi non li ha visti con i propri occhi
difficilmente se ne può fare un'idea. Sono torri che servivano probabil-
mente sia da abitazione sia da fortezza; formavano una rete che copriva
l'isola ed erano disposti con un criterio di interconnessione, in modo da
poter fare segnalazioni dall'uno all'altro. Furono costruiti a partire da
3800 anni fa, per almeno 1000 anni. Ne restano circa 6000, un numero
che dimostra che vi era allora in Sardegna una popolazione molto nume-
rosa, forse fra i 200.000 e i 300.000 abitanti. Oggi sono soltanto dieci
volte di più.
Visitando il Museo Pigorini mi resi conto che nell'Italia meridionale, in
Puglia, si trovano moltissimi monumenti, oggi quasi tutti distrutti, che si
chiamano «specchie» e hanno una somiglianza notevole con i nuraghi. In
seguito ho avuto modo di verificare che monumenti non molto dissimili
si trovano anche in altre isole mediterranee; deve esservi stata dunque
un'unica civiltà che le ha raggiunte e vi ha costruito questi monumenti.
In realtà, grandi costruzioni preistoriche in pietra si trovano distribuite
su una fascia che si estende dall'Oceano Atlantico all'India e fin quasi
al Giappone, ma gli esempi più importanti e le concentrazioni maggiori
sono in diverse regioni europee, non lontano dal mare. I nuraghi non
sono che un esempio, peraltro molto speciale. Esistono varie altre forme
architettoniche, case, tombe, templi, e potrebbero essere state tutte rea-
lizzate da un unico popolo di colonizzatori, navigatori e contadini, che
chiamiamo appunto megalitici, in mancanza di altre informazioni su di
loro. Si pensa che possano avere avuto origine in Francia, in Inghilterra
o in Spagna, perché è lì che si trovano i monumenti megalitici più anti-
chi. Il più celebre, Stonehenge, ad ovest di Londra, è stato definito, con
un'espressione suggestiva, «computer di pietra>>: si pensa infatti che fosse
un osservatorio utilizzato a scopi astronomici, per prevedere i fenomeni
importanti per la semina e l'agricoltura in genere.

202 Chi siamo


Distribuzione dei monumenti megalitici in Europa occidentale.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 203


I nuraghi della Sardegna rivelano un'architettura particolare, che li di-
stingue da costruzioni simili altrove. Sembra però che le specchie pugliesi
fossero disposte in una rete difensiva come i nuraghi, per quanto è pos-
sibile ricostruire, visto che le specchie che sopravvivono sono quasi tutte
ridotte a mucchi di sassi e che molte altre possono essere andate comple-
tamente distrutte.
La mia reazione, quando mi resi conto di queste similitudini, fu di pen-
sare che si sarebbero potute cercare delle somiglianze genetiche fra i po-
poli che costruivano questo particolare tipo di monumenti megalitici. Il
compito avrebbe potuto essere facilitato dal fatto che i sardi, come si
sapeva già allora, sono geneticamente molto diversi da quasi tutti gli altri
europei, molto probabilmente per ragioni di deriva genetica dovuta a un
lungo isolamento. La Sardegna è un'isola molto grande ma è assai distan-
te dalle sponde del Mediterraneo, per cui è sempre rimasta piuttosto iso-
lata, e la popolazione che la ha abitata negli ultimi 10.000 anni o più si è
sviluppata in modo abbastanza indipendente dal resto del Mediterraneo.
Al tempo non si sapeva molto invece della genetica della Puglia e decisi
perciò di organizzare una piccolissima spedizione, con due o tre amici e
colleghi che avevano interessi simili ai miei, per andare a raccogliere cam-
pioni di sangue nelle zone della Puglia che risultavano più interessanti e
fare quelle analisi che ci avrebbero permesso di confrontare la genetica
dei sardi con quella dei pugliesi ed eventualmente di altre popolazioni.

Una falsa partenza e una buona idea

Il risultato di questo primo tentativo di stabilire una connessione tra


archeologia e genetica fu un perfetto fallimento. Risultò chiaramente che
non c'è alcuna somiglianza particolare fra i sardi e i pugliesi, i quali sono
invece assai simili alle popolazioni del resto dell'Italia meridionale. Que-
sto insuccesso mi ha dato un insegnamento importante: somiglianze cul-
turali non bastano per pensare che esistano somiglianze genetiche.
Se esistono monumenti simili ai nuraghi sardi in Puglia e altrove, questo
dovrebbe significare che una gente in grado di costruirli era arrivata in
queste regioni ed era riuscita a stabilire dei buoni rapporti con i locali, op-
pure li aveva sottomessi con la forza delle armi. In ogni caso li aveva con-
vinti, oppure obbligati, ad aiutarla a edificare queste grandi costruzioni,
che avevano scopi di abitazione e difesa ma forse anche religiosi, politici e
talora astronomici. Più che coloni, i megalitici potevano essere una sorta

204 Chi siamo


di casta di sacerdoti, una piccola aristocrazia della preistoria, che dispo-
neva di buone navi e forse anche di buone armi, oltre che di conoscenze
astronomiche e architettoniche ben più avanzate di quelle dei contem-
poranei. Imponevano la propria superiorità alle genti che incontravano,
però probabilmente non erano molto numerosi rispetto agli agricoltori
che avevano ormai colonizzato le coste del Mediterraneo e raggiunto una
certa densità di popolazione.
L'apporto in geni dei megalitici quindi è rimasto modesto e insufficiente
a modificare la fisionomia genetica dei popoli che hanno raggiunto, ben-
ché sul piano della cultura abbiano lasciato dietro di sé tracce molto im-
ponenti. I monumenti grandiosi che essi costruirono rappresentano uno
dei maggiori misteri della preistoria.
Si potrebbero fare altre interpretazioni, per esempio che successiva-
mente all'arrivo dei megalitici vi siano state altre immigrazioni numeri-
camente molto importanti, che ne hanno diluito l'apporto genetico fino a
rendere impossibile osservarlo con i metodi da noi utilizzati. Comunque
sia, non si sono ancora trovati in nessun luogo in Europa segni chiari di
un apporto genetico dei megalitici alle genti che abitano le regioni in cui
sorgono questi loro monumenti.
Se la storia dell'umanità ci fosse nota, se guardando in uno specchio
magico potessimo vedere alle nostre spalle tutto ciò che hanno fatto le ge-
nerazioni che ci hanno preceduto, i dati dell'archeologia e della genetica
potrebbero spiegarsi a vicenda, perché evidentemente la storia dell'uma-
nità è una sola. Dal momento che il nostro passato ci è largamente scono-
sciuto e che le scienze che lo studiano apportano ad un'unica verità fram-
menti distinti e spesso non comunicanti, è importante porle in condizione
di collaborare a vicenda.

Ho cominciato ad occuparmi dello sviluppo dell'agricoltura (che, come


appena detto, è stato la causa del primo boom demografico) pensando
che avrebbe consentito di trovare un rapporto più chiaro tra fenomeni
archeologici e fenomeni genetici. Infatti, quando il numero degli indivi-
dui che formano una popolazione aumenta in modo molto importante,
spingendo una parte abbastanza grande della gente a emigrare e occupare
altri paesi, imponendo così i propri geni, il quadro genetico della popola-
zione mista che ne risulta dipende esclusivamente dal rapporto numerico
fra i nuovi arrivati e quelli che erano già sul posto. Si fanno calcoli molti
semplici che dipendono soprattutto da questi due numeri: immigranti e
residenti.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 205


Alle origini dell'agricoltura

Nessuno era in grado di sapere, evidentemente, quanto robusti fossero


in termini numerici i contingenti di migrazione degli agricoltori, ma era
probabile che fossero molto più cospicui che in altri fenomeni migrato-
ri. Per questo ho cominciato ad occuparmi del periodo archeologico in
cui l'agricoltura ha avuto inizio, che in Europa si chiama Neolitico («età
della pietra nuova»). Il nome viene dai nuovi strumenti litici introdotti
dagli agricoltori. Sono destinati a scopi talora diversi e sono comunque
meglio rifiniti, spesso levigati anziché scheggiati, di quelli del Paleolitico
(«età della pietra antica>>) fabbricati dai predecessori dei contadini, cioè
dai cacciatori.
Agli agricoltori servivano strumenti di nuovo genere, ad esempio falci
per mietere, che si fabbricavano facendo uso soprattutto di ossidiana,
dove la si trovava, perché l'ossidiana può venire scheggiata in modo da
ottenere un taglio estremamente affilato. I contadini neolitici ne ricava-
vano delle lamette tutte uguali, che disponevano sul bordo della falce,
ottenendo così superfici molto taglienti e che restavano affilate a lungo
grazie alla grande durezza della pietra.

l 3 4 5

..
·.':,

Strumenti agricoli del Neolitico: utensili d'osso con lama in selce: 1-5, coltelli da mietitura
provenienti dall'Iran e dall'Egitto; 6-7, falcetti provenienti dalla Bulgaria e dalla Spagna.

206 Chi siamo


La mezzaluna fertile in Medio Oriente e il suo prolungamento in Turchia, con l'indicazione
dei si ti più importanti in cui si è trovata traccia di coltivazione di cereali e allevamento di animali.
Il Più antico che conosciamo è Abu Hureyra, lungo il corso dell'Eufrate (oggi in Siria), dove le
Prime tracce di agricoltura risalgono a 11.500 anni fa, al termine dell'ultima grande glaciazione.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 207


Per avviare queste ricerche mi sono associato a un giovane archeologo,
Albert Ammerman, che ho invitato a lavorare con me una prima volta
quando ancora mi trovavo in Italia, a Pavia, e in seguito per vari anni a
Stanford, in California.
Abbiamo esaminato insieme quello che si sapeva sulla diffusione
dell'agricoltura a partire dai luoghi di origine, il meglio noto dei quali era
allora il Medio Oriente.

La prima cittadina neolitica: çatal HOyOk, in Turchia, una collinetta che gli archeologi hanno
dimostrato essere costituita di strati sovrapposti, ognuno corrispondente a una cittadina
costruita in epoche successive sulle rovine della precedente. Non vi sono strade (nelle case
si entrava dall'alto).

208 Chi siamo


In queste zone è iniziata la coltivazione di cereali, che già in precedenza
venivano consumati utilizzando le piante allo stato selvatico. L'agricoltu-
ra ha consentito di ottenere un controllo ben maggiore sulla quantità e
la qualità del cibo e sull'ubicazione dei campi da cui ricavarlo. Accanto
ai cereali - in Medio Oriente si trovavano allo stato selvatico vari tipi di
grano e l'orzo- sono stati allevati diversi animali, in particolare pecore,
capre, bovini e suini.

çatal Hi.iyi.ik. Esempi di decorazioni in stanze adibite probabilmente a funzioni religiose, e di


disegni i cui motivi si sarebbero tramandati fino ad oggi, tuttora riconoscibili, malgrado l'elevata
stilizzazione, in tappeti e kilim fabbricati nelle stesse regioni e in quelle vicine: corna di bue
e di montone, dee della fertilità e degli avvoltoi, caverne.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 209


Si è formata così un'economia mista molto potente, che ha permesso
alla gente che abitava queste zone di riprodursi in misura superiore al
passato, grazie alla maggiore disponibilità di cibo, e di costruire dei vil-
laggi grandi e poi le prime cittadine, di cui rimane un esempio bellissimo
a çatal Hiiyiik, in Turchia. È una collina artificiale, creata dagli insedia-
menti umani che vi si sono succeduti nel corso dei millenni: un primo
strato di case di argilla è stato costruito intorno ai 10.000 anni fa; quando
queste, dopo un certo periodo, si sono deteriorate e sono diventate ina-
bitabili, gli abitanti ne hanno costruito sopra di nuove e così hanno ag-
giunto, nel corso del tempo, un grandissimo numero di strati, fino a dare
forma a una collina. Lo scavo è stato condotto con cura e ha consentito
di dimostrare l'antichità di questi insediamenti e come già 9000 anni fa
esistesse una cittadina di agricoltori di circa 5000 abitanti. Vi si era svi-
luppata, tra l'altro, un'arte di decorazione delle pareti che probabilmente
è stata applicata anche ai tessuti. Ancor oggi si ritrovano gli stessi motivi
su stoffe ornamentali e tappeti, come i kilim anatolici.

L'esplosione demografica

Il primo effetto dell'agricoltura è stato quindi di nutrire molte più per-


sone nella stessa regione e di consentire un aumento della densità di po-
polazione. Le abitudini e i costumi che determinano la natalità, sono sem-
pre molto radicati. Prima dell'agricoltura questi costumi permettevano
una crescita lentissima della popolazione. L'agricoltura ha reso possibile,
e utile, un aumento della natalità. Una volta che essa è salita diventa dif-
ficile arrestarla.
I cacciatori-raccoglitori di allora presumibilmente si comportavano
come quelli di oggi, che hanno in media cinque figli, uno ogni quattro
anni circa. Con un intervallo di quattro anni fra le nascite possono sem-
pre viaggiare portando con sé, in braccio o sulle spalle, l'ultimo nato,
mentre i precedenti sono già in grado di camminare, se non a un passo
veloce, almeno a un'andatura ragionevole. Distanziando le gravidanze è
possibile proseguire l'allattamento finché il bambino ha tre anni di età,
e questo a sua volta diminuisce la probabilità di una nuova gravidanza.
Con una media di cinque figli per donna, in pratica la popolazione si
mantiene a un livello all'incirca costante, perché di questi cinque figli più
della metà muore prima di arrivare all'età adulta, in genere nei primi anni
di vita. Ogni coppia di marito e moglie tende così ad avere solo due figli

210 Chi siamo


che raggiungono l'età adulta e si riproducono a loro volta; la popolazione
rimane stazionaria, cioè non aumenta, o tutt'al più aumenta molto lenta-
mente. Abbiamo detto che nell'espansione dell'uomo moderno nel mon-
do la popolazione globale aumenta di circa mille volte in 100.000 anni,
in condizioni particolarmente favorevoli perché c'era un intero pianeta
davanti a loro (i gruppi umani già stanziati nei vari continenti dovevano
avere densità assai basse). È più che probabile che il passaggio all'agri-
coltura sia avvenuto quando nelle zone più favorevoli all'insediamento
umano si è raggiunta una densità limite.
II contadino non ha più motivo di limitare il numero dei figli come
il cacciatore-raccoglitore. È diventato sedentario, non ha il problema di
spostarsi con figli troppo piccoli né quello di averne troppi e di non riusci-
re a nutrirli tutti: ora vi è cibo per molti, anzi ha bisogno di averne molti
che lo aiutino a coltivare la terra e a badare agli animali. Se diventano
troppo numerosi per restare sul luogo, possono sempre andare altrove e
occupare nuove terre. All'inizio della rivoluzione agricola, quando i con-
tadini erano pochi, non c'era limite alla possibilità di migrazione. C'era
tutto il mondo da occupare.
Questo movimento di espansione alla ricerca di nuove terre da coltivare
ha continuato a verificarsi in varie regioni fino a quest'ultimo secolo della
storia dell'uomo. In tempi recenti, quando ogni angolo è stato occupato,
specie nelle regioni in cui lo sviluppo agricolo ha avuto inizio più antica-
mente, come il Medio Oriente, l'Europa e la Cina, è stato necessario an-
dare a cercare nuove terre o qualche altro tipo di lavoro in regioni anche
molto lontane, spesso al di là degli oceani.

L'espansione degli agricoltori

La diffusione dell'agricoltura dalle zone dove ha avuto inizio dev'essere


avvenuta proprio perché si è rapidamente creata, a seguito della moltipli-
cazione dei primi contadini, una sovrasaturazione della popolazione locale.
Inevitabilmente una parte dei figli ha dovuto cercar terra da coltivare nelle
aree vicine. Agli inizi questa era disponibile quasi dappertutto, e così le po-
polazioni che hanno sviluppato l'agricoltura in Medio Oriente hanno potu-
to espandersi in tutte le direzioni. Una di queste portava verso l'Europa, per
la quale Ammerman ed io avevamo trovato nella letteratura archeologica
dati molto buoni, che ci hanno permesso di ricostruire una mappa delle
date del primo arrivo dell'agricoltura in quasi tutte le zone del continente.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 211


L'espansione ha avuto inizio intorno ai 9000 anni fa, a partire da una
zona compresa fra l'Iraq e la Turchia odierni. È stata una diffusione molto
lenta e graduale, a macchia d'olio, in alcuni punti lievemente più rapida,
in particolare lungo le coste del Mediterraneo e lungo i fiumi dell'Europa
centrale, in altri più lenta. Una volta raggiunta l'estremità settentrionale
del continente, ad esempio la Scandinavia, si è fermata: ai tempi faceva
ancora molto freddo e non esistevano sistemi adeguati di coltura. Ha
proseguito verso nord solo più tardi e più lentamente. Per raggiungere i
punti più lontani dall'origine, come Inghilterra, Danimarca e Spagna, ha
impiegato 4000 anni, procedendo a una velocità che si può calcolare in l
chilometro all'anno (in linea d'aria), poiché vi sono circa 4000 chilometri
fra la zona di partenza e la zona d'arrivo più distante.

Gli agricoltori erano senza dubbio in grado di usare delle imbarcazioni,


che hanno consentito loro di espandersi lungo le vie d'acqua un po' più
velocemente di quanto sia stato possibile per via di terra. Recentemen-
te è stata trovata, vicino a Parigi, una barca neolitica che veniva usata
sulla Senna; ma sapevamo già che i neolitici potevano navigare, perché
usavano molta ossidiana per i loro strumenti. L'ossidiana è un materiale
raro, di origine vulcanica, che gli agricoltori, espandendosi dalla Turchia
verso la Grecia, si sono procurati dapprima nelle isole del mar Egeo e in
seguito, quando hanno raggiunto l'Italia meridionale, nell'isola di Lipari,
dove ne esistono tuttora importanti giacimenti. L'ossidiana veniva inviata
anche molto lontano dal punto di origine, attraverso quello che è stato
definito <<il primo commercio>> e che doveva essere un'attività di scambio
che andava sostanzialmente solo da un villaggio all'altro.
Sulla terraferma, una volta raggiunto il Danubio, è stato facile risalirne
sia il corso principale sia gli affluenti, fino alla sorgente del fiume, molto
vicina a quella del Reno, che scende verso nord, come anche l'Elba e altri
fiumi vicini; per questa via i nuovi colonizzatori hanno potuto occupare
tutta la pianura dell'Europa centrale e piano piano, moltiplicandosi e dif-
fondendosi, quindi moltiplicandosi di nuovo e diffondendosi di nuovo,
riempire tutto il continente.
Al tempo della diffusione dei contadini neolitici l'Europa era già abitata
dalle popolazioni che vi si erano stanziate nel corso dei 30.000-40.000
anni precedenti, durante la grande espansione dell'uomo moderno. Era-
no cacciatori-raccoglitori e chiamiamo mesolitici (dell' <<età della pietra
di mezzo,,) quelli vissuti negli ultimi millenni prima dell'agricoltura. Si
distinguevano dagli ultimi paleolitici perché disponevano di tecniche li-

212 Chi siamo


<6000 ANNI FA ~ 750D-8000
600D-6500 ~ 8000·8500

- 650D-7000 ~ 8500·9000
- 700G-7500 ~ >9000 ANNI FA

Diffusione dell'agricoltura in Europa, in base alla datazione archeologica- eseguita col


radiocarbonio- del primo arrivo degli agricoltori neolitici nelle varie regioni (in base a ricerche
di Ammerman e Cavalli-Sforza).

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 213


tiche più avanzate ed efficienti, ma non erano in grado di lavorare la
terra, o se avevano sviluppato qualche coltura locale erano comunque
molto lontani dall'avere quell'economia complessa di piante coltivate e
animali d'allevamento caratteristica dell'economia agricola originaria del
Medio Oriente. I mesolitici vivevano in modo sostanzialmente diverso
dagli agricoltori neolitici e quasi certamente anche su altri tipi di suolo: il
cacciatore-raccoglitore cercava soprattutto terreni dove trovare animali,
specie nelle foreste che ai tempi ricoprivano la maggior parte del conti-
nente, mentre i neolitici dovevano abbattere la foresta per convertirla in
terreno di coltura.
Il processo di distruzione della foresta è stato lento e quindi dev'essere
stata possibile la convivenza fra cacciatori da una parte ed agricoltori
dall'altra, anche nelle zone in cui i mesolitici erano inizialmente più nu-
merosi. La parte d'Europa più abitata era quella in cui già si era svilup-
pata la grande cultura che è stata chiamata magdaleniana - preceduta e
seguita da altre culture cui sono stati attribuiti altri nomi- che occupava
la Francia sudoccidentale e la Spagna del nord. Sono le zone in cui si
parla basco e vi sono molti motivi per pensare che il basco discenda da
una lingua parlata anticamente in quelle regioni, dagli ultimi cacciatori
mesolitici che le abitavano prima dell'arrivo degli agricoltori (vedi figure
alle pp. 354-355).

Pianta e ricostruzione di abitazione neolitica

214 Chi siamo


L'ipotesi che abbiamo avanzato Ammerman ed io sulla base dell'ana-
lisi dei dati archeologici è che l'espansione dell'agricoltura sia stata una
espansione di persone, gli agricoltori, a seguito di una spinta demografica
determinata da un eccesso di popolazione dovuto alla loro stessa tenden-
za a prolificare.
Naturalmente, a partire dal luogo di origine di questa espansione, è
stato a un certo punto inevitabile che la crescita demografica diminu-
isse. L'agricoltura ha determinato la prima <<transizione demografica>>:
l'aumento delle nascite, che si sono mantenute assai a lungo a un livello
elevato. La seconda transizione demografica, quella inversa, è avvenuta
in Europa fra Ottocento e Novecento e ha comportato un'importante
diminuzione delle nascite.

l) Recipiente con piedistallo proveniente dall'Ungheria, 4500 a.C. 2) Figurine in terracotta di


donna e uomo, IV millennio a.C. 3-6) Esempi di ceramiche: vaso Cris proveniente dalla Romania,
vaso danubiano, vaso cardiale proveniente dalla Francia meridionale, ceramica lineare
proveniente dalla Germania.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 215


Dove la pratica dell'agricoltura era più antica è stato possibile intro-
durre nuove tecniche che hanno permesso di sfruttare meglio il terreno
e quindi di sostentare più persone. Così è avvenuto abbastanza presto in
Medio Oriente, ave si è sviluppata per la prima volta nella storia dell'uo-
mo una civiltà urbana, resa possibile da una serie di nuove invenzioni
agricole. Ma la vita cittadina ha aumentato la mortalità, e la crescita
demografica nei centri d'origine dell'agricoltura deve essersi rallentata.
Le zone agricole più periferiche, nello stesso periodo in cui i centri di
origine si urbanizzavano, erano invece ancora caratterizzate da una agri-
coltura molto semplice, di cui si trovano dappertutto tracce che sembrano
quasi identiche. Passando dall'Ungheria all'Austria alla Germania e alla
Francia, per esempio, nei primi millenni si ritrova pressoché inalterata
una stessa cultura: ceramiche decorate in un modo che è stato chiamato
<<lineare>> e case dappertutto simili, con un'ossatura di legno, pareti di
fango secco e poca varietà nella pianta.

Un'ipotesi poco ortodossa

Questa nostra ipotesi era però in contrasto con l'opinione prevalente


degli archeologi, soprattutto angloamericani, i quali da molti anni aveva-
no rinunciato a pensare in termini di espansione e di migrazioni e ritene-
vano che la composizione delle popolazioni in una regione non cambiasse
praticamente mai, ma che si muovessero soltanto le idee e i manufatti.
Fra le due guerre mondiali gli archeologi inglesi si erano lasciati sedurre
dall'interpretazione di un loro brillante collega, Gordon Childe, il quale
vedeva un'espansione di popoli in ogni comparsa di manufatti speciali e
di altre novità (come asce o spade di forma particolare oppure bicchieri
o coppe) e nella loro successiva diffusione ad un'area più vasta. Di queste
espansioni avvenute in periodo preistorico però non si sapeva nulla e si
dava agli ipotetici conquistatori il nome degli oggetti che li identificavano
nei reperti archeologici (popolo del bicchiere a campana, dell'ascia da
battaglia e così via). Identificare la diffusione di questi oggetti con quella
di popoli era senza dubbio improprio; si poteva anche trattare di diffusio-
ne di mode, fra l'altro di breve durata ed estensione geografica limitata,
oppure della conquista di un territorio da parte di una aristocrazia, con
la diffusione non solo di mode e oggetti ma di persone, che però apparte-
nevano a una classe sociale poco numerosa. Non si trattava quindi della
diffusione di una gente, ma al più di una frazione piccola di un popolo.

216 Chi siamo


Iniziò così nel dopoguerra una violenta critica al <<migrazionismo>>, col
consenso praticamente unanime degli archeologi angloamericani. La re-
azione era in sostanza corretta in alcune situazioni, come abbiamo detto,
ma non lo era in altre. Servì comunque a mostrare che, di solito, il reperto
archeologico non riesce facilmente a scegliere fra il migrazionismo e il suo
opposto, la dottrina che divenne di moda in seguito, l' <<indigenismo>>,
che nella sua forma estrema sosteneva che nessuno si muoveva mai, ma
circolavano soltanto le idee e al più gli oggetti.
La nostra proposta che vi fosse stata una diffusione che noi abbiamo
chiamato «demica>>, cioè di popolazioni, contraddiceva in pieno la tesi di
una diffusione semplicemente culturale. Per provare la nostra posizione,
prima di tutto abbiamo dimostrato che era possibile che vi fosse stata
una diffusione demica, in quanto i dati demografici la suffragavano. Era
chiaro che dopo il primo arrivo degli agricoltori si era verificato un note-
volissimo aumento di popolazione. I contadini neolitici avevano densità
di popolazione probabilmente da 10 a 50 volte superiori a quelle degli
ultimi cacciatori.
Come si fa a valutare la densità di popolazione in base a dati archeolo-
gici? In linea di massima si conta il numero di insediamenti, di siti arche-
ologici individuati, e si valuta il numero di individui che vi abitavano in
base al numero di capanne e alle loro dimensioni. Aiuta molto l'esame di
situazioni etnografiche simili. Moltiplicando il numero di siti per il nume-
ro di persone per sito ci si può fare un'idea della densità. Naturalmente vi
sono varie sorgenti di errore possibili, fra le quali il fatto che ovviamente
non tutti i luoghi abitati che esistevano ci sono noti e che comunque dob-
biamo !imitarci a basare i nostri calcoli su esempi che sono stati molto
ben studiati, su aree esaminate così minuziosamente da poter pensare che
tutto quello che c'era sia stato trovato, mentre nella maggioranza delle
aree una ricerca così completa non è possibile o non è mai stata compiuta.
I mesolitici in Inghilterra andavano a caccia di cervi; le ossa dei cervi ri-
trovate vicino agli accampamenti dove venivano mangiati sono state con-
tate e in base a questo è stato possibile stimare quella che doveva essere la
popolazione mesolitica, cioè pre-agricola, dell'Inghilterra intera. Era tra
le 5000 e le 10.000 persone, un numero ridottissimo se si pensa che oggi
gli abitanti sono quasi 10.000 volte di più. Che si tratti di un numero ra-
gionevole lo dimostra però un parallelo storico: è stato possibile contare,
benché molto approssimativamente, una popolazione che viveva, ancora
nell'Ottocento, di caccia e raccolta. In Tasmania, quando è stata occupa-
ta dai coloni bianchi, vivevano in tutto 2000 o 3000 indigeni, su un'area

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 217


che era circa un terzo di quella dell'Inghilterra e presentava condizioni
climatiche simili.
Purtroppo tutti gli abitanti originari della Tasmania sono scomparsi,
uccisi sia per desiderio di disfarsi di gente scomoda sia dalle malattie im-
portate dagli occidentali: vi sono state cioè una componente volontaria
e una involontaria, che in Tasmania come in moltissime altre parti del
mondo hanno determinato la scomparsa degli autoctoni a seguito dell'ar-
rivo dei bianchi.

Perché è nata l'agricoltura?

Lasciando per ora aperta la questione se la nostra ipotesi fosse valida o


no, conviene chiedersi perché si è sviluppata l'agricoltura e anche perché
si è sviluppata proprio in certi luoghi e in un determinato momento della
storia.

È ragionevole pensare che in alcune zone si sia venuta a determinare


una densità più elevata di abitanti, che rese difficile sostentare la popo-
lazione locale con la vecchia economia di caccia e raccolta. Si dev'essere
creato insomma un problema di sovrappopolazione. Probabilmente ciò
è andato di pari passo con un cambiamento nelle condizioni ambientali
che ha interessato in quel periodo l'intero globo terrestre, determinando
importanti cambiamenti nella distribuzione della flora e della fauna. In
America, per esempio, intorno a 11.000 anni fa si sono estinti i mammut,
o per la scomparsa delle loro fonti di cibo vegetale oppure perché ster-
minati dai cacciatori. Nelle pianure dell'America settentrionale sono stati
sostituiti dal bisonte, che è diventato il nuovo cibo, ma non dappertutto
l'avvicendamento è stato così rapido e indolore; in altri luoghi le popola-
zioni umane devono essersi trovate in grandi difficoltà.
In generale, l'ultima grande glaciazione, che si è verificata all'incirca
fra i 108.000 e i 12.000 anni fa, ha accompagnato la diffusione dell'uo-
mo moderno, da un lato promuovendola in più modi e dall'altro facili-
tandola, per via del forte abbassamento del livello degli oceani, che ha
reso più agevole l'attraversamento di tratti di mare. Le temperature non
sono rimaste rigide per tutto questo tempo: a millenni in cui gran par-
te dell'emisfero nord era ricoperto dai ghiacci si sono alternati periodi
di clima più mite. In particolare, l'ultima grande avanzata dei ghiacci
si registra all'incirca fra i 22.000 e i 12.000 anni fa. In Europa questo

218 Chi siamo


ha determinato una contrazione degli insediamenti umani, con la popo-
lazione che si ritira nei cosiddetti «rifugi glaciali>>, aree dove il clima è
meno rigido, per esempio nel centro della Spagna, nel meridione d'Italia
e probabilmente nei Balcani. Quando le temperature sono migliorate, al
termine della glaciazione, le popolazioni umane rimaste devono essere
aumentate rapidamente di numero, occupando tutto il territorio disponi-
bile. In condizioni favorevoli, una popolazione umana può aumentare di
dieci volte e più in cent'anni.
Questi fattori possono spiegare perché l'agricoltura ha avuto inizio più
o meno in una stessa epoca in punti diversi del mondo, probabilmente
nelle zone le cui condizioni favorivano una densità di popolazione più
elevata, perché disponevano di un ambiente più ricco, e soprattutto di
piante e animali facili da coltivare o da allevare.
Ciò si è verificato originariamente in tre regioni. La prima è il Medio
Oriente: qui già da tempo si consumavano i cereali locali, che crescevano
spontaneamente, in particolare grano e orzo. Nell'attuale Israele si era
stabilita una popolazione, detta natufiana, che aveva costruito case in
pietra, probabilmente perché non aveva bisogno di andare molto lontano
per trovare il proprio nutrimento e poteva quindi permettersi il lusso di
rinunciare al nomadismo proprio del cacciatore-raccoglitore. Una volta
ancorati a una casa, deve essere diventata anche più forte la tentazione
di coltivare dei campi nelle immediate vicinanze. Israele è stato uno dei
centri di ricerca, e forse anche di origine, più attivi ma non è stato certo
l'unico, perché vi sono esempi più lontani. Alcune delle prime tracce oggi
note di allevamento di pecore e capre si trovano in Iran, e sono state da-
tate intorno a 10.700 anni fa.
Un'altra regione in cui si sono verificati questi stessi sviluppi, pur in
condizioni diverse, è la Cina. Dapprima l'agricoltura si è affermata nel
nord, circa 9000 anni fa, nella zona intorno alla vecchia capitale Xian,
dove sono stati scavati di recente interi villaggi neolitici, molto grandi,
che vivevano soprattutto di miglio. In questa zona le donne erano par-
ticolarmente in onore, tanto che gli archeologi cinesi hanno avanzato
l'ipotesi che siano state le donne a sviluppare l'agricoltura. È una buona
ipotesi, perché fra i cacciatori-raccoglitori in genere gli uomini hanno
la responsabilità della caccia e le donne della raccolta: erano dunque le
donne a conoscere le piante che normalmente raccoglievano e a trarre il
maggior vantaggio dall'avere i campi in cui coltivarle vicino alle case.
Si ritiene che le donne fossero tenute in grande onore nei villaggi ne-
olitici della Cina settentrionale perché le loro tombe sono più ricche di

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 219


220 Chi siamo
'"i "'',. ,. . .
Nella Mezzaluna fertile,
a partire da 11.500 anni fa, con

Le principali e più antiche zone d'origine dell'agricoltura nel mondo.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 221


quelle degli uomini, mentre di solito altrove si verifica il contrario o non
vi è differenza.
Nel sud della Cina invece, in almeno due regioni, una vicina a Shangai
e un'altra a Taiwan, che allora era connessa con la terraferma, si è svilup-
pata la coltura del riso. L'allevamento di animali è stato meno intenso,
benché il maiale e il pollo si ritrovino in abbondanza in entrambi i territori.
La terza zona di grande importanza nello sviluppo dell'agricoltura
comprende il Messico e le Ande settentrionali, dove già almeno 8000
anni fa si coltivavano il granoturco- che è arrivato in Europa solo dopo
la scoperta dell'America - le zucche e i fagioli. All'inizio il granoturco
era una piantina che dava pannocchie lunghe due o tre centimetri, ma
nel corso dei millenni sono aumentate di dimensioni con regolarità, fino
a raggiungere quelle attuali, grazie alla cura dedicata alla coltivazione e
probabilmente alla continua selezione delle pannocchie più belle.

Il contributo dell'America all'agricoltura è stato grandissimo: fra le nu-


merose piante la cui coltivazione è stata esportata ad altri continenti solo
in tempi molto vicini a noi troviamo le patate e i pomodori, il cacao e la
mamoca.

l) 5200-3400 a.C.
2) 3400-2300 a.c.

3) 300 a.C.- 700 d.C.

4) e 5) 700-1540 d.C.

Lo sviluppo della pannocchia di granoturco in Messico dagli inizi della coltivazione (a grandezza
naturale).

222 Chi siamo


La manioca -nota in Europa con il nome di tapioca -non può crescere
se non in condizioni tropicali, anzi è una delle pochissime piante che vi si
coltivano facilmente, tanto che, da quando alcuni missionari l'hanno por-
tata in Africa due o tre secoli fa (si ritiene, almeno, che così sia avvenuto),
questa pianta vi ha conosciuto uno sviluppo esplosivo. In tutte le zone
tropicali umide d'Africa la mani oca ha sostituito le colture precedenti,
che probabilmente erano di sorgo.
Arrivata in Nord-Africa probabilmente dal centro di origine mediorien-
tale, l'agricoltura si è estesa alle zone tropicali del continente in tempi più
recenti. A cominciare da circa 4000 anni fa i primi coltivatori africani,
che abitavano il Sahara e vi tenevano anche allevamenti importanti di
bovini, hanno abbandonato quella regione, che stava diventando troppo
secca (si sarebbe nel tempo trasformata nel deserto che oggi conosciamo).
Emigrando verso sud hanno dovuto sviluppare la coltura di numerose
nuove piante, fra cui la più importante è stata il sorgo.

Dal Medio Oriente l'agricoltura si è diffusa in tutte le direzioni percor-


ribili, non solo verso l'Europa e l'Africa settentrionale ma verso nord,
dove ha raggiunto le steppe, e verso est, dove attraverso Iran e Pakistan
è arrivata fino in India. Il contadino neolitico si è rivelato anche un abile
genetista, che ha addomesticato molte piante selvatiche e ha selezionato
nuove varietà.

Vi è stata una grande diffusione anche dagli altri centri di origine. Dalla
Cina l'agricoltura è arrivata in Corea, in Giappone, in Tibet, nel sud-est
asiatico; un'espansione secondaria è partita da Taiwan e attraverso le
Filippine ha raggiunto l'Indonesia, spingendosi fino alla Polinesia, verso
est, e al Madagascar verso ovest. In Nuova Guinea vi fu uno sviluppo
precoce e importante della coltivazione di piante locali, che si diffuse alle
isole più vicine della Melanesia. Esso permise un notevole aumento della
densità di popolazione, ma non vi fu sviluppo della tecnologia dei metalli,
come avvenne quasi ovunque altrove. Ho avuto occasione di verificare
che ancora nella seconda metà del secolo scorso nell'interno della Nuova
Guinea si fabbricavano e usavano strumenti di pietra. In Australia invece
l'agricoltura non penetrò mai prima dell'arrivo dei colonizzatori bianchi.
Dal centro dell'America e dalle Ande settentrionali l'agricoltura si dif-
fuse verso il resto del continente con una certa lentezza; in alcune regioni,
come la costa nordamericana del Pacifico, California compresa, la regio-
ne artica e l'estremo sud delle Ande, arrivò soltanto con i coloni bianchi.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 223


Si sono diffusi gli uomini o la tecnologia?

La nostra ipotesi che la diffusione dell'agricoltura sia stata una diffusio-


ne di contadini e non di tecnologie di coltivazione mi convinceva anche
per un motivo abbastanza semplice, cioè che è molto difficile cambiare
modo di vita e che le differenze fra la vita del cacciatore e quella dell'agri-
coltore sono profondissime. Il cacciatore preferisce restare cacciatore-
raccoglitore perché è un modo di vivere molto gradevole, quando è pos-
sibile farlo e permette di sopravvivere bene. L'invenzione dell'agricoltura
è probabilmente stata una pura questione di necessità: nelle zone in cui
essa ha avuto origine caccia e raccolta ormai non erano più sufficienti,
per il depauperamento ambientale dovuto alla pressione di una comunità
umana numerosa e ai cambiamenti climatici dell'epoca.
Al termine delle ricerche con Ammerman era chiaro che l'archeologia
da sola non avrebbe facilmente fornito la risposta alla nostra ipotesi. Lo
abbiamo raccontato in un libro, La transizione neolitica e la genetica
di popolazioni in Europa, pubblicato da Bollati-Boringhieri nel 1986,
insieme alle successive indagini genetiche. L'archeologia ci ha fornito co-
munque dei punti di partenza importanti, come il fatto che l'agricoltura,
originata in Medio Oriente, si era diffusa a tutta l'Europa a un ritmo
costante e molto lento.
Gli archeologi avevano oscillato fra le due interpretazioni ed ora erano,
almeno nel mondo scientifico angloamericano (il più attivo nella ricerca),
cristallizzati in una ipotesi certamente giusta per alcune situazioni, ma che
era chiaramente erroneo generalizzare a tutte le altre. Come detto sopra,
la convinzione pressoché universale era che in un mondo di popolazioni
stanziali si fossero diffuse le tecnologie e non le persone. La nostra ipotesi
che nella diffusione dell'agricoltura si fossero mossi gli agricoltori, spinti
dalla pressione demografica alle loro spalle, agli inizi fece molta fatica ad
essere accettata in un ambiente in cui dominava come unica spiegazione
quella opposta.
Era necessario trovare prove convincenti. Speravo che la genetica mi
avrebbe aiutato a risolvere il problema. Ma come?

Il contributo della genetica

La genetica aveva già indicato che all'estremo occidente d'Europa si


trovavano popoli diversi da quelli che si trovano vicino all'Asia. Era già

224 Chi siamo


stata prospettata l'idea che i baschi fossero discendenti dei primi uomini
moderni che avevano occupato l'Europa e che oggi identifichiamo con gli
uomini di Cro-Magnon. L'elemento originale che aveva portato a questa
ipotesi era che i baschi avevano la frequenza più elevata di geni Rh ne-
gativi nota. L'analisi successiva mostrò che essi erano diversi anche per
altri geni. La carta geografica dei geni Rh negativi mostrava che in Eu-
ropa orientale e in Asia i geni Rh negativi sono molto meno numerosi
e sono addirittura del tutto assenti appena ci si allontana ancora di più
dall'Europa. Questo suggeriva che i geni Rh positivi fossero largamente
prevalenti fra i neolitici all'inizio della loro diffusione dal Medio Oriente
e che all'opposto gli europei autoctoni fossero largamente, o forse esclu-
sivamente, Rh negativi.
La carta geografica dell'Rh testimoniava quindi a favore dell'idea di
una diffusione dal Medio Oriente verso l'Europa di popoli con geni Rh
positivi, che si erano mescolati per strada con altri popoli con geni pre-
valentemente o forse soltanto Rh negativi. Ma un gene solo non bastava
per raggiungere questa conclusione; accorrevano altre prove dello stesso
tipo. La migrazione interessa tutti i geni, non uno solo, per cui era essen-
ziale confermare questo risultato con quanti più geni possibile.

Insieme a due colleghi italiani che passarono vari anni con me a Stan-
ford, Paolo Menozzi dell'Università di Parma e Alberto Piazza dell'Uni-
versità di Torino, cominciammo ad accumulare nel calcolatore i dati esi-
stenti nella letteratura scientifica su tutti i gruppi sanguigni conosciuti,
sui geni HLA, che vengono studiati per prevedere l'attecchimento degli
organi nei trapianti, e su parecchi altri geni che erano stati nel frattempo
scoperti e analizzati in molte popolazioni diverse.

Potemmo così produrre carte geografiche per molti geni e confrontarle.


Studiandole, si vide che alcuni di essi davano un quadro simile a quello
dell'Rh: come l'Rh positivo è particolarmente frequente verso est, e l'Rh
negativo particolarmente raro nella stessa regione, così si comportavano
altri geni. Certe volte vi era addirittura un valore massimo (o un minimo)
nella regione d'origine dell'agricoltura in Medio Oriente. Vi era dunque
una buona probabilità che la geografia dei geni avrebbe confermato la
nostra ipotesi. Altri geni però si comportavano in modo diverso; ad esem-
pio la mappa del gruppo sanguigno B mostrava un valore massimo nella
Russia meridionale. Bisognava chiaramente studiarne molti e tracciare un
quadro sintetico.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 225


<11% . . 15-18%

11-13% . . 18·20%

. . 13-15% . . >20%

In questa pagina, mappa delle frequenze degli individui Rh negativi e, nella pagina a destra, dei
geni B in Europa.

226 Chi siamo


>6% . . 12·15%

6·9% . . >15%

. . 9·12%

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 227


Paesaggi genetici

Quando si deve lavorare con molte osservazioni- come nel nostro caso,
in cui moltissime popolazioni europee erano state esaminate per parecchi
geni diversi (39 per l'esattezza) - e si vuole cercare di estrapolarne un
comportamento generale, è necessario ricorrere alla statistica.
Un bravo matematico americano, Harold Hotelling, aveva inventato
già negli anni trenta del Novecento un metodo per fare una sintesi di
dati numerosi e complicati come i nostri, che però fu usato molto poco
perché richiedeva lunghissimi calcoli. Sarebbe stato necessario disporre di
un esercito di persone disposte a eseguire una miriade di operazioni arit-
metiche a mano. Prima dell'epoca del calcolo moderno, i cristallografi, i
fisici e qualche matematico erano stati gli unici scienziati in grado di or-
ganizzare questi eserciti di individui precisi e pazienti per eseguire calcoli
numerici così lunghi e complessi. Quasi nessuno aveva osato applicare il
metodo di Hotelling. Fu solo quando i calcolatori elettronici divennero
accessibili che lo si poté usare facilmente.

Descrivere il procedimento, che ha il nome di <<analisi delle componenti


principali>>, non è possibile senza introdurre concetti matematici non noti
alla gran maggioranza dei lettori. Diremo però che esso permette di fare
una sintesi di moltissimi dati - nel nostro caso, le carte geografiche di
tutti i geni studiati -e di scoprirvi tendenze e regolarità che sono comuni
a parecchi geni e sono dovute ai fenomeni che hanno influenzato la loro
distribuzione geografica. In tal modo è possibile descrivere <<strutture>>
latenti nell'insieme dei dati, molto probabilmente determinate da fattori
storici o geografici. Possiamo anche isolare l'una dall'altra le strutture
più importanti e mostrare graficamente ciascuna di esse, in un modo che
può aiutarci a capire la natura dei fenomeni che le hanno determinate.
Gli effetti di questi fenomeni si possono vedere anche studiando i geni sin-
goli, ma il quadro che se ne ottiene è molto approssimativo e incomple-
to, poiché vi sono oscillazioni casuali delle frequenze di un singolo gene
che ne rendono difficile l'analisi. Come in ogni applicazione del metodo
statistico, si supera la difficoltà calcolando medie opportune di molte os-
servazioni (in questo caso molti geni diversi). Matematici e fisici che non
conoscono questo metodo statistico potranno intuirne la natura sapendo
che si tratta di compiere l'analisi spettrale della matrice formata dai dati
di frequenze di ogni gene in ogni punto di un reticolo che rappresenti la
carta geografica dei geni esaminati.

228 Chi siamo


Le carte geografiche di ogni gene, di cui abbiamo già dato un esempio
per il gene Rh negativo, sono costituite da curve <<isogeniche>> che uni-
scono le zone in cui un dato gene ha la stessa frequenza e sono quindi
simili a carte geografiche altimetriche o batimetriche. Quando si fa una
specie di media di molti geni, come avviene nell'analisi delle componenti
principali, i valori di ciascun gene vengono sostituiti da un valore unico,
in ogni punto della carta, per tutto il gruppo dei geni considerati: questo
rappresenta il valore che la componente principale assume in quel punto
e lo trattiamo come se fosse un'altitudine su una carta geografica. Abbia-
mo così una sorta di <<paesaggio genetico>> anch'esso costruito con curve
di livello come una carta altimetrica, che mostra una struttura latente nei
dati, di cui potremo cercare una spiegazione.
Ma il bello non finisce qui. Una volta estratta dai dati la prima com-
ponente principale, che esprime la frazione più importante di variabilità
genetica, non abbiamo ancora esaurito tutta l'informazione in essi conte-
nuta; abbiamo spiegato solo una certa percentuale di tutta la variabilità
esistente per tutti i geni fra i punti della carta geografica. Per esempio in
Europa la prima componente spiega il 28 per cento di tutta la variabilità
delle frequenze geniche da punto a punto (cioè dell'informazione dispo-
nibile); ne resta un 72 per cento non spiegato.
Possiamo ripetere l'operazione per ottenere un'altra componente prin-
cipale da questo residuo, usando essenzialmente la stessa tecnica. La chia-
miamo seconda componente principale e formerà un secondo paesaggio
genetico, diverso e indipendente dal primo, e meno importante. Difatti,
sempre in Europa, la seconda componente estrae il 22 per cento della
variazione iniziale. Si può continuare così con una terza e una quarta
componente, sempre meno importanti, fino ad averne tante quanti sono
i geni usati meno uno. Dopo aver estratto dai dati le prime cinque o sei
componenti, le altre divengono però troppo poco affidabili. L'informa-
zione più importante sulla variabilità genetica della regione in esame è
stata esaurita.
Menozzi, Piazza ed io applicammo questo metodo per la prima volta
nel1978 ai dati allora disponibili sull'Europa (39 geni) e scoprimmo, con
nostra grande soddisfazione, che la prima componente principale mo-
strava un valore massimo proprio nella regione del Medio Oriente e che
digradava verso la periferia, mostrando valori minimi in regioni come
quelle, ad esempio, dove vivono i baschi.
Nella mappa seguente rappresentiamo il valore della componente prin-
cipale con l'intensità del colore. La scelta della tonalità più intensa o più

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 229


Il più importante paesaggio genetico d'Europa (la prima componente principale delle frequenze
di 95 geni) rispecchia in modo estremamente fedele la diffusione dell'agricoltura neolitica (vedi
carta geografica a p. 213), che ne è molto probabilmente la causa.

230 Chi siamo


leggera è arbitraria; quello che conta è che la carta suggerisce una espan-
sione genetica originata nel Medio Oriente e di qui diffusa a tutta l'Eu-
ropa in modo abbastanza regolare. L'analisi presentata qui (pubblicata
nel 1994) è stata compiuta su dati più recenti di quelli usati nel 1978,
relativi a un maggior numero di geni (95): malgrado il notevole aumento
di materiale disponibile, la nuova figura è pochissimo diversa da quella
ottenuta la prima volta. Ci si può chiedere il perché di questa peculiare
distribuzione geografica della prima componente principale dei geni eu-
ropei, e la spiegazione non è difficile. Al tempo dell'inizio dell'agricoltura
vi era certamente una differenza genetica tra le popolazioni delle varie
parti d'Europa. Vi includiamo ai fini del discorso anche quelle del Medio
Oriente, benché geograficamente si tratti di Asia occidentale, per defini-
zione extraeuropea. Le differenze genetiche fra genti di regioni diverse
erano al tempo particolarmente grandi poiché la densità di popolazione
prima dell'agricoltura era decisamente bassa. La popolazione europea e
mediorientale poteva essere intorno ai centomila individui, come ordine
di grandezza; oggi supera i settecento milioni. Era anche probabilmente
frazionata in gruppi di modeste dimensioni e relativamente isolati, per cui
la deriva genetica determinava variazioni elevate fra le varie popolazioni,
un po' come succede ancor oggi nei piccoli e isolati paesini di montagna.
A questo aveva contribuito fra l'altro l'ultima glaciazione: il freddo,
che raggiunse la sua punta massima 18.000 anni fa, determinò quasi una
spaccatura nella popolazione dell'Europa centrale, fra la parte occidenta-
le, che viveva nella zona occupata dai Cro-Magnon (Francia meridionale
e Spagna) e la parte orientale. Fu probabilmente allora che la popolazio-
ne dell'Europa occidentale si differenziò fortemente da quella orientale e
forse per deriva genetica divenne prevalentemente Rh negativa, mentre il
resto del mondo rimaneva Rh positivo.

Mesolitici e neolitici

Perché si producesse fra Medio Oriente ed Europa un «gradiente gene-


tico>>, cioè una variazione graduale (che può essere aumento o diminuzio-
ne) di frequenze geniche così forte e regolare come quella indicata dalla
prima componente principale, era necessario che vi fosse una differenza
iniziale importante di frequenze geniche fra le due regioni per almeno
alcuni geni, non necessariamente per tutti. Questa differenza poteva es-
sersi creata in buona parte al tempo dell'ultima glaciazione, ma poteva

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 231


Mietitura del frumento a Forbesganj, Bihar, India.© Giovanni Porzio 2013

232 Chi siamo


esistere già in precedenza. Era anche necessario ammettere che nel corso
dell'espansione dei contadini del Medio Oriente verso l'Europa vi fosse
stato un graduale mescolamento con gli autoctoni, cioè con i mesolitici,
come sono chiamati gli ultimi cacciatori-raccoglitori europei del periodo
che precede immediatamente l'arrivo degli agricoltori neolitici.
Abbiamo detto che mesolitici e neolitici prosperavano in due tipi di
ambienti diversi: agli uni serviva la foresta, agli altri terreno favorevole
all'agricoltura, che si può ricavare da certi tipi di foresta abbattendone gli
alberi. All'estrema periferia dell'espansione, per esempio in Spagna e in
Danimarca, alcuni mesolitici sopravvissero a lungo accanto ai primi neo-
litici, forse perché erano di costumi abbastanza avanzati da non temere il
confronto. Vi furono certamente numerosi contatti fra gli uni e gli altri,
ma non ci sono tracce sicure di conflitti. Gli agricoltori vivevano di solito
in villaggi e in case singole senza protezioni speciali, con palizzate tutt'al
più utili per trattenervi il bestiame. Solo millenni più tardi, e soprattutto
all'epoca dei metalli, compaiono chiare postazioni difensive.
La suddivisione dei territori fra mesolitici e neolitici può essere stata
pacifica e anzi avere favorito lo scambio di beni e anche un passaggio di
persone attraverso matrimoni misti.
Vi sono sempre dei rapporti sociali fra cacciatori-raccoglitori e agricol-
tori che abitano nella stessa regione: lo vediamo ad esempio nel caso dei
pigmei africani, che da migliaia di anni mantengono relazioni con i conta-
dini che vivono vicino alla foresta tropicale. Anche sul piano demografico
vi è sempre stato scambio, benché limitato: alcune tribù di contadini,
pur considerando i pigmei una razza inferiore, prendono talora in moglie
donne pigmee, perché in quella parte d'Africa la moglie deve venire com-
perata e la donna pigmea costa meno. Vi furono addirittura regine pig-
mee tra i watussi, gli orgogliosi e altissimi pastori del Ruanda. Qui non si
trattava di convenienza del prezzo delle mogli, ma di ragioni politiche o
magiche, oppure di un vero e proprio riconoscimento delle qualità di que-
ste donne. Il passaggio opposto - di donne dagli agricoltori ai pigmei - è
molto più raro se non eccezionale; in genere si accetta che la donna salga
nella scala sociale ma non che scenda. In una società maschilista la donna
è un bene troppo prezioso perché venga concesso agli inferiori. In India
alcune caste praticano l'ipergamia: una donna può sposarsi in una casta
superiore, ma se il matrimonio è con un uomo di casta inferiore la coppia
viene degradata e in pratica esclusa dal contesto sociale indù.
Scambi genetici dovuti a matrimoni misti devono essere certamente av-
venuti, visto che i cacciatori-raccoglitori oggi non esistono più in Europa

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 233


La mietitura, Sultan lshkashim, Afghanistan.© Giovanni Porzio 2013

234 Chi siamo


ma che le loro tracce genetiche continuano ad essere visibili nel gradiente
continuo mostrato dalla carta geografica della prima componente prin-
cipale: esso fra l'altro corrisponde in modo quasi perfetto alla sequenza
delle date archeologiche del primo arrivo dell'agricoltura in Europa. Pos-
siamo spiegare quindi la prima componente principale con la migrazione
dei neolitici e il loro graduale mescolamento con i mesolitici europei.

Una simulazione a computer

Restavano alcuni punti interrogativi da chiarire. Abbiamo potuto farlo


con una simulazione al calcolatore, che ha compiuto a Stanford un'al-
lieva di Alberto Piazza, Sabina Rendine di Torino. Una simulazione è la
ricostruzione semplificata del comportamento di un fenomeno, nel nostro
caso la migrazione dei neolitici dal Medio Oriente.
Abbiamo costruito un'Europa semplificata nel calcolatore, con circa
quattrocento tribù di cacciatori-raccoglitori, disposte geograficamente in
modo omogeneo (poiché non sapevamo come fossero effettivamente di-
sposte) tenendo conto però delle barriere fisiche principali, soprattutto le
montagne e naturalmente il mare.
Le simulazioni sono inevitabilmente molto ingenue, o, più esattamente,
sono una supersemplificazione della situazione reale, a meno di essere
disposti a fare un lavoro eccezionalmente complesso, che di solito non
è necessario. Ad esempio, abbiamo ricostruito il comportamento delle
tribù e non quello dei singoli individui e abbiamo rinunciato a simulare
in modo preciso il fatto che i neolitici devono essere migrati in Europa
seguendo le coste del Mediterraneo e i fiumi.
Nella nostra simulazione, abbiamo fatto crescere la popolazione di ogni
tribù neolitica fino a densità assai più elevate di quelle dei cacciatori-
raccoglitori, basandoci sulla loro capacità di produrre il proprio cibo an-
ziché limitarsi a consumare quello già esistente in natura. Man mano che
la popolazione di una tribù si avvicinava alla densità di saturazione locale,
il suo accrescimento diminuiva fino a scomparire, ma continuavano age-
nerarsi emigranti che occupavano le zone vicine ancora libere.
Le tribù di contadini che vivevano in regioni diverse avevano scambi
migratori matrimoniali con quelle vicine, come avviene in quasi tutte le
tribù del mondo, e vi era anche una modesta migrazione dalle tribù di
cacciatori-raccoglitori a quelle locali di contadini. I cacciatori-raccoglitori
erano in partenza in numeri bassi, come dettato dalle osservazioni archeo-

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 235


logiche, e non potevano aumentare di densità; la loro migrazione a senso
unico verso le tribù degli agricoltori locali era un modo imperfetto ma
pratico di simulare il loro passaggio da un'economia più primitiva a quella
agricola e fu uno dei fattori per cui essi scomparvero, nella simulazione,
alcune centinaia o migliaia di anni dopo l'arrivo sul luogo dei contadini.
Abbiamo dato in partenza ad ogni popolazione un corredo genetico
di parecchi geni, per l'esattezza venti (per non rendere troppo costosa
la simulazione! ma sarebbe stato meglio averne di più: il numero di geni
è molto importante per ottenere una precisione sufficiente). In questo
modo abbiamo potuto simulare la diffusione in Europa dei geni di cui
abbiamo fornito inizialmente i primi agricoltori, cioè le popolazioni del
Medio Oriente.
Ci attendevamo naturalmente che, procedendo in questo modo, l'ana-
lisi delle componenti principali ci avrebbe dato la rappresentazione geo-
grafica della corrente migratoria dal Medio Oriente all'Europa generata
dalla espansione degli agricoltori. Sarebbe stato poi possibile verificare
l'influenza di possibili complicazioni, originate dal fatto che l'espansione
degli agricoltori è terminata cinquemila anni fa e che in seguito sono av-
venute altre migrazioni.
Certamente vi è stata, per tutto il periodo dell'espansione neolitica e
successivamente ad essa, una migrazione di piccolo cabotaggio tra paesi
vicini (rappresentata da noi, nella simulazione, come migrazione fra tri-
bù vicine). Ma vi furono in seguito anche spostamenti di popoli di mag-
gior rilievo, alcuni dei quali storicamente noti, e probabilmente anche
altre espansioni.
Si è potuto concludere che la migrazione di piccolo cabotaggio, di entità
paragonabile a quella osservata per questi ultimi tre secoli fra contadini
dell'Italia settentrionale (come fu misurata per esempio nella valle del
Parma), pur continuata per 5000 anni, non poteva oscurare se non in
modo marginale il gradiente generato dall'espansione dei neolitici.
Simulando altre migrazioni importanti in aggiunta a quella neolitica
abbiamo anche potuto mostrare che l'analisi delle componenti principali
consentiva spesso di isolare queste migrazioni l'una dall'altra. Ciascuna
di esse infatti generava, nella simulazione, un «paesaggio genetico>> diver-
so, che indicava il luogo di origine e la regione principale dell'espansione.
Abbiamo così confermato che le diverse componenti principali posso-
no isolare l'una dall'altra espansioni partite da luoghi diversi, e possono
quindi suggerire l'esistenza di espansioni preistoriche tuttora ignorate.
Purtroppo le mappe delle componenti principali non servono per rico-

236 Chi siamo


struire le date di un'espansione, se non mettendole in relazione con i fatti
archeologici, che è possibile datare. Una indicazione generica della data
di un'espansione viene dal fatto che di solito le migrazioni più antiche
sono le più importanti, in quanto avvengono quando la densità di popo-
lazione è ancora scarsa: come già accennato, gli effetti della deriva geneti-
ca sono più sensibili e si determinano differenze più rilevanti di frequenze
geniche. Per questa ragione le migrazioni avvenute nel tardo Paleolitico
e nel primo Neolitico hanno un'alta probabilità di influenzare le prime
componenti principali.

Un'ipotesi poco ortodossa trova conferma

La nostra prima ricerca a livello genetico sull'espansione neolitica in


Europa, realizzata esplorando dati genetici con un metodo mai usato pri-
ma, è stata pubblicata nel1978 dalla rivista «Science>>, a firma di Menoz-
zi, Piazza e mia. È stata naturalmente una grande soddisfazione vedere
confermata l'ipotesi fatta sei anni prima con l'archeologo Ammerman
che la diffusione dell'agricoltura dal Medio Oriente all'Europa fosse il
risultato dell'espansione geografica degli agricoltori. Nello stesso lavo-
ro abbiamo mostrato anche le mappe della seconda e terza componente
principale, che suggerivano altri possibili fenomeni e avvenimenti. La se-
conda componente mostrava un chiaro gradiente nord-sud, che abbiamo
interpretato come probabilmente dovuto a selezione naturale determi-
nata dal clima. Anche il terzo era interessante: vi si vedeva il possibile
centro di un'altra espansione in Polonia-Ucraina, che non abbiamo allora
tentato di spiegare in alcun modo.
La nostra conclusione è stata confermata con metodi statistici del tutto
diversi da un gruppo di ricercatori americani diretto da Robert Sokal di
Stony Brook, Long Island (New York), in un lavoro pubblicato in tre
tempi, fra il1982 e il1991.
Dieci anni più tardi abbiamo ripetuto l'analisi dei dati genetici, inseren-
do le nuove informazioni pubblicate nel frattempo, che ci hanno permes-
so di ampliare di due volte e mezzo il numero dei geni usati. Le nostre
conclusioni hanno potuto esser ripetute e migliorate. Siamo anche riusciti
a capire e giustificare meglio il significato della seconda, terza, quarta e
quinta componente principale.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 237


Una dissezione genetica dell'Europa

Per quanto riguarda l'Europa vi sono buone ragioni per spiegare in


termini di espansioni almeno le prime cinque componenti principali; le
successive non sono abbastanza sicure sul piano statistico perché valga la
pena di tentarne una interpretazione.
All'inizio della ricerca avevamo notato che la seconda componente mo-
stra un gradiente da nord a sud che potrebbe essere legato a un adatta-
mento genetico al clima. Il lavoro successivo ha mostrato che vi è anche
una correlazione fra queste differenze genetiche e le differenze linguisti-
che tra popoli che parlano lingue indoeuropee e lingue uraliche: questo
comporterebbe a sua volta una spiegazione in termini di espansione di
popoli. Fra l'altro la seconda spiegazione non nega la prima, in quanto i
popoli che parlano lingue uraliche hanno abitato tradizionalmente regio-
ni freddissime.
I popoli della Siberia, che hanno un tipo fisico simile ai mongoli, hanno
sviluppato una speciale resistenza al freddo, che li rende geneticamente
un po' diversi da popolazioni che vivono più a sud. Nelle migliaia o de-
cine di migliaia di anni di separazione da altri gruppi etnici, nella Siberia
occidentale si è sviluppata una nuova famiglia linguistica, l'uralica. Ma
nel nord della Russia e nel sud della Scandinavia sono poi arrivate po-
polazioni di tipo europeo che parlavano altre lingue, e si sono in parte
mescolate con gli uralici.

La seconda componente mostra perciò un gradiente da nord a sud che


corrisponde sia alla differenziazione di origine climatica sia a quella lin-
guistica. I più tipici rappresentanti del tipo fisico siberiano e delle lin-
gue uraliche si trovano a est dei monti Urali, e quindi in Asia, mentre
in Europa si parlano lingue di un gruppo della famiglia uralica, detto
ugro-finnico, che include varie lingue !apponi, parlate nell'estremo nord
della Scandinavia, il finlandese, altre lingue baltiche, e anche l'ungherese.
Sul piano fisico i !apponi sono quelli che mostrano maggiormente i segni
genetici dell'origine siberiana, ma qualche traccia leggera, appena identi-
fic,abile, si ritrova anche fra ungheresi e finlandesi.
E anche possibile che questa seconda componente sia da interpretare
come il risultato di due diverse espansioni: la prima partita da sud-ovest,
dove la popolazione del nord-ovest europeo si era rifugiata durante l'ul-
tima glaciazione e da dove si sarebbe diffusa verso nord quando questa
ebbe termine, intorno ai 12.000 anni fa; la seconda si sarebbe sviluppata

238 Chi siamo


su un asse simile ma in senso opposto, a partire dal nordest d'Europa, in
data posteriore, con la migrazione di popoli di lingua uralica.

La terza componente ha rivelato una forte correlazione con un fatto ar-


cheologico distinto dalla diffusione originaria dell'agricoltura: un'espan-
sione secondaria di popolazioni, legata allo sviluppo della pastorizia nella
regione meridionale della Russia. Vi ritorneremo parlando delle lingue
indoeuropee.

La quarta componente ha una forte somiglianza con l'espansione greca,


che ha avuto il suo apice tra illOOO e il500 avanti Cristo, in tempi storici,
ma era certamente iniziata prima.

La quinta è ancora legata all'agricoltura, ma in senso negativo, in quan-


to mostra il quadro genetico di popolazioni tardo-paleolitiche e mesoli-
tiche dell'Europa occidentale, che hanno resistito almeno parzialmente
all'avanzata degli agricoltori. Sono così riuscite a sopravvivere senza me-
scolarsi in modo completo e sono rimaste geneticamente distinguibili dai
loro vicini. La zona scura nella mappa corrisponde a un'area che parla, o
meglio, parlava, basco (o un linguaggio da cui ha avuto origine il basco
moderno). Oggi, specie in Francia, l'area di lingua basca è più ristretta di
quella mostrata dalla mappa, ma i nomi dei luoghi hanno caratteristiche
comuni nell'area basca più antica. È noto che i toponimi tendono a per-
manere molto a lungo nel tempo.

Il confronto della quinta componente principale con le altre mappe po-


trebbe far pensare che vi sia stata un'espansione a partire dalla regione
basca; ma le componenti principali non permettono di riconoscere se si
sia trattato di esplosione o di implosione, cioè se le popolazioni residenti
oggi nelle zone in cui si parla basco si siano espanse a partire da quelle
zone o vi si siano concentrate sotto la pressione di migrazioni provenienti
dall'esterno. In base a quanto sappiamo è molto più probabile che si tratti
di una popolazione residua che ha resistito sia geneticamente sia lingui-
sticamente e culturalmente all'infiltrazione di agricoltori da tutte le par-
ti. Verrebbe voglia di coniare un neologismo e parlare di <<impansione>>.
Naturalmente, oggi l'agricoltura è diffusa nei paesi baschi, ma la cronaca
di questi decenni testimonia che il desiderio di resistere all'aggressione
della cultura esterna e di affermare la propria autonomia è ben lontano
dall'essersi spento!

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 239


La seconda componente principale della mappa genetica d'Europa genera un secondo paesaggio
del tutto indipendente dal primo e dai successivi. Può rappresentare un adattamento genetico
al freddo del nord europeo, ma è anche in relazione con la distribuzione delle lingue della
famiglia uralica, che sono diffuse soprattutto nelle zone più settentrionali dell'Europa e dell'Asia
occidentale e sono parlate da popolazioni presumibilmente discese da gruppi che si sono spinti
verso nord in tempi antichi e si sono adattati geneticamente a condizioni artiche (vedi mappa a
p. 270). È possibile che questa componente rifletta due espansioni, avvenute in tempi diversi:
l'una, più antica, a partire dalla penisola iberica verso l'Europa centrale e settentrionale, al termine
dell'ultima glaciazione; l'altra, successiva e in senso opposto, di popoli che hanno diffuso le lingue
uraliche a partire dal nordest d'Europa.

240 Chi siamo


La terza componente principale dei geni europei mostra una notevole correlazione con la mappa
dei dati archeologici (vedi a p. 248), che indicherebbero, secondo M. Gimbutas, la diffusione di
pastori nomadi di lingua indoeuropea a partire dalle steppe euroasiatiche, fra i 6ooo e i 4500
anni fa. Si trattava molto probabilmente di discendenti dei primi agricoltori migrati nella
regione delle steppe, a nord della zona di origine dell'agricoltura. La pastorizia, in particolare
l'addomesticazione del cavallo, frequente nelle steppe, fu un adattamento locale.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 241


l

2 ...
. .7

Quarta componente principale d'Europa, molto probabilmente in rapporto con l'espansione


greca nel secondo e primo millennio a.C.

242 Chi siamo


l . .7

Quinta componente dei geni europei. La regione indicata in un colore più scuro (7) corrisponde
all'area che fino a pochi secoli orsono parlava- e in parte ancor oggi parla -lingue basche.
Altre correlazioni con toponimi e dati artistici sono illustrate dalle figure alle pp. 354-355.
L'area indicata in scuro non è in questo caso l'origine di una espansione (come è probabile sia
vero per le aree di colore scuro nelle carte della prima, terza e quarta componente principale);
indica piuttosto popolazioni preneolitiche residue, che non sono state completamente assorbite
dai neolitici venuti da est.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 243


Moltiplicazione e migrazione: i fattori di espansione

Estendendo la nostra analisi con le carte dei paesaggi genetici al di fuori


dei confini d'Europa ci siamo resi conto che si possono trovare tracce
importanti di numerose espansioni, tanto da arrivare alla convinzione
che la storia dell'uomo moderno è stata ripetutamente punteggiata da
migrazioni che hanno tutte un carattere comune: un vantaggio culturale,
trasmissibile ai discendenti, che ha permesso un aumento di popolazione
sufficiente a provocare un'emigrazione sostenuta. Notiamo anche che la
parola <<migrazione>> è ambigua, in quanto può semplicemente indicare
lo spostamento di un popolo; in un'espansione invece vi è anche una cre-
scita demografica che è la causa della migrazione.
L'introduzione dell'agricoltura è stata forse l'esempio più drammatico,
perché nel corso di 10.000 anni ha permesso un aumento di popolazione
di mille volte o più, da milioni a miliardi. Ma anche l'espansione dell'uo-
mo moderno a tutto il mondo, avvenuta tra 100.000 (o forse dovremmo
dire 60.000) e 10.000 anni fa, ha determinato un aumento di popolazio-
ne di cento o mille volte (da migliaia, o decine di migliaia, a milioni). Tutti
questi numeri sono molto incerti, ma possiamo distinguere alcune tappe
fondamentali, tanto per fissare le idee:

a) I primi uomini moderni: all'incirca 100.000 anni fa, nei luoghi in


cui ha avuto inizio la diffusione dell'uomo moderno, in Africa orientale
o in Medio Oriente (o in entrambi i luoghi), vi erano forse tra 20.000 e
100.000 persone. È una stima basata su dati molto fragili.
b) Alla fine dell'espansione a tutta la Terra oggi abitata, circa 15.000-
10.000 anni fa, vi erano intorno a cinque milioni di persone (fra l e 15
milioni è la stima data abitualmente, in assenza di dati certi).
c) Tra 10.000 e 9.000 anni fa il cibo cominciava a scarseggiare per
un'economia di pura caccia e raccolta, almeno nelle regioni temperate.
In più parti del mondo è iniziata così la produzione del cibo, che ha reso
possibile un aumento di densità senza precedenti, con l'agricoltura e l'al-
levamento di animali.
d) L'allevamento di certi animali ha portato possibilità particolari di
espansione: così è stato per il cavallo, che fu usato come cibo, mezzo di
trasporto e strumento di guerra. Al cavallo si deve la diffusione dei pa-
stori nomadi della Russia meridionale, a partire da 5000 anni fa, verso
l'Europa, l'Asia centrale e l'India. La pastorizia ha generato anche altre
possibilità: per esempio l'allevamento del cammello ha favorito l'espan-

244 Chi siamo


sione araba all'Africa del nord nell'era cristiana. Nelle Ande meridionali
l'animale da trasporto di merci (non di uomini), usato anche come cibo, è
stato il lama, una delle sorgenti di ricchezza dell'impero Inca.
e) I trasporti sono stati facilitati non solo da alcuni animali domestici
ma anche da numerosissime invenzioni: fra le altre la ruota, la vela, i me-
talli, il bilanciere per la navigazione oceanica, la bussola, lo studio della
posizione e del corso delle stelle.
f) La diffusione accompagnata dalla conquista di nuovi paesi è stata
resa più facile dallo sviluppo di alcune innovazioni militari, come le armi
metalliche di difesa e di offesa, prima in bronzo e poi in ferro, nonché
dall'uso del cavallo.

In questi vari esempi vi è spesso una novità che ha una funzione predo-
minante o addirittura essenziale. Non sappiamo ancora bene quale no-
vità o complesso d'innovazioni possa avere favorito la prima fase, ossia
la diffusione iniziale dell'uomo moderno a tutto il pianeta, ma possiamo
fare alcune ipotesi:

l) Lo sviluppo di un linguaggio più avanzato ha permesso un miglio-


ramento della comunicazione tra individui e tra gruppi, così da facilitare
l'espansione a regioni e climi completamente nuovi per l'uomo. L'arche-
ologo Glynn Isaac ha notato un frazionamento sempre più notevole del-
le culture preistoriche nel periodo dell'espansione dell'uomo moderno,
tanto che gli archeologi hanno sentito la necessità di moltiplicare i nomi
delle varie culture rilevate negli ultimi 50.000 anni. È come se sorgessero
lingue e dialetti distinti nei manufatti litici e ossei che si ritrovano in luo-
ghi diversi, e questa varietà culturale ha radici comuni con la diversifica-
zione di lingue o dialetti che separano i gruppi etnici e facilitano la loro
differenziazione culturale e forse· anche genetica.
Se, come sembra molto verosimile, il linguaggio umano ha fatto un
salto di qualità negli ultimi 50.000 o 100.000 anni, vi è stata certamente
anche un'evoluzione biologica che lo ha permesso. Si tratta quindi non
soltanto di innovazioni culturali e tecnologiche ma, almeno in questo
caso, anche biologiche.
2) Il miglioramento dei trasporti è stato probabilmente determinante
per arrivare in regioni lontane. L'Australia poteva essere raggiunta solo
traversando tratti di mare impegnativi, anche di settanta-ottanta chilo-
metri. Non vi sono resti di barche, zattere o altri natanti usati in questi
passaggi. Potrebbero essere stati utilizzati anche dei semplici tronchi, seb-

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 245


bene percorrere una distanza marina di 70-80 chilometri a cavallo di un
tronco o di una zattera fatta di tronchi possa sembrare un'impresa diffici-
le. In ogni caso, le imbarcazioni dovevano essere di materiale )igneo, che
molto difficilmente si conserva per lungo tempo.
3) L'espansione a regioni con climi profondamente diversi ha portato
ad adattamenti biologici e culturali importanti: questi ultimi hanno avuto
espressione nelle nuove tecniche di costruzione delle case, nella produzio-
ne di vestiti e nelle tecniche di caccia e pesca.

Altre grandi migrazioni

Di alcune espansioni, di cui si vedono tracce genetiche, possiamo ri-


costruire oggi la causa probabile. Su altre possiamo solo fare ipotesi in
base ai dati archeologici. Altre ancora, avvenute in regioni in cui la ricer-
ca archeologica è stata scarsa o inesistente, sono uno stimolo a cercare
tracce di civiltà scomparse, a cui ricondurle. In molte regioni del mondo,
peraltro, i dati sono ancora insufficienti per sviluppare buone carte dei
paesaggi genetici. È possibile per ora ricostruire alcune probabili espan-
sioni, suggerite in parte da dati linguistici.

Dalla zona di origine dell'agricoltura in sede mediorientale si vede una


direttrice di espansione non solo verso l'Europa ma anche nella direzione
opposta, cioè verso Iran, Pakistan e India. In Pakistan è nota una civiltà
agricola che ha raggiunto il suo apice fra i 4500 e i 3500 anni fa, la civiltà
della valle deii'Indo. È un po' più tarda di quelle dell'Eufrate e del Tigri;
si trovano tracce di rapporti tra le due civiltà, che però si sono sviluppate
indipendentemente. Due città in particolare, Mohengio-daro e Harappa,
rivelano uno sviluppo eccezionale: avevano quasi 50.000 abitanti l'una
all'epoca del loro massimo splendore. Circa 3500 anni fa sono state ab-
bandonate, probabilmente a seguito di un cambiamento del corso del fiu-
me Indo, e non sono più state ricostruite, forse a causa dell'occupazione
della regione da parte di pastori nomadi di origine asiatica, che introdus-
sero lingue indoeuropee in India, Pakistan ed Iran.
In Africa si vedono chiaramente diverse espansioni: una nel Nordafri-
ca, proveniente dal Medio Oriente, che è in parte la diffusione originaria
degli agricoltori. È seguita dall'espansione dei popoli di lingua bantu,
che origina fra Nigeria e Camerun e si diffonde verso est ma soprattutto
verso sud, fra i 3500 e i 500 anni fa. Un'altra migrazione, anch'essa mol-

246 Chi siamo


. . . ANTICHE LINGUE FORSE PROTO·INDOEUROPEE

LINGUE AFRO-ASIATICHE

. . . LINGUE DRAVIDICHE

Un'ipotesi sulle lingue parlate dagli agricoltori neolitici che si espansero dal Medio Oriente,
proposta indipendentemente da Luca Cavalli-Sforza e da Coli n Renfrew.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 247


. . PASTORI NOMADI DI LINGUE INDO·EUROPEE

. . ELAM -POPOLAZIONI DI LINGUE DRAVIDICHE FINO A 2000 ANNI FA

POPOLAZIONI DI LINGUE DRAVIDICHE OGGI

Espansione di nomadi delle steppe, che parlavano lingue indoeuropee, verso Persia e India e
forse anche verso l'Europa (frecce). Sono questi i cosiddetti «ariani)), un termine che significa
nobili. Possono avere qualche rapporto di parentela, all'origine, con le popolazioni individuate.
dalla mappa della terza componente (p. 241), che si sono diffuse verso l'Europa. La data dell'arnvo
in India è intorno ai 3500 anni fa. In Persia e in India le lingue indoeuropee parlate dai pastori
nomadi hanno largamente sostituito le lingue dravidiche che vi si parlavano in precedenza.

248 Chi siamo


ARRI VO DI
CONTADINI

N i~~~:~CI\

J
AGRICOLTURA NEL SAHEL
COLTURA DI SORGO E MIGLIO
PASTORI MIGRANO VERSO
~ SUO l -4ooo anni fa

\ "'----
anni fa •
'"'

CENTRO DI DIFFU SIONE


DELLE LINGUE NILO-
/ \ LAVORAZIONE DEL FERRO SAHARIANE (PASTORI)
,.! \t.. >sooanmfa ~ (
ADATI AMENTO DELL'AGRICOLTURA \..
Al CLIMA UMIDO J-4000 anni fa CENTRO DI DIFFUSIONE
DELLE LINGUE BANTU NELL'ALTOPIANO
(AGRICOLTORI) ---...._ _ ETIOPI CO
~

\~\TY
1500 3000 an m fa ,

~BANTU
1500 anni fa

REG IONE AB ITATA


\ ~

DAl KHOI -KH01


IOTIENTOTII I E SAN
!BOSCIMANI)

Probabili espansioni recenti in Africa, in base alle mappe genetiche. Almeno una di queste, la più
tarda, detta «espansione bantu)), è in buon accordo con i dati linguistici, che sono stati i primi a
suggerirla, e con quelli archeologici.

Gli ultimi diecimila anni: il/ungo cammino degli agricoltori 249


to recente, ha luogo fra Arabia meridionale ed Etiopia e si sviluppa in
entrambe le direzioni. Un regno arabo-etiopico nasce circa 3000 anni fa
in Arabia del sud, con capitale a Saba, ma in seguito la capitale si trasfe-
risce ad Axum, nell'Etiopia del nord. Dall'Etiopia possono essere partite
migrazioni più antiche. Precedenti a quella bantu devono essere probabili
espansioni agricole in Africa occidentale, di cui mancano precise prove
archeologiche.
In Cina, a partire dall'area ove avvenne il primo sviluppo agricolo, con
la coltivazione del miglio, l'espansione fu limitata verso nord e ovest dal
deserto e dalla steppa. A sud invece condizioni climatiche diverse favori-
rono, un poco più tardi, lo sviluppo di almeno altre due civiltà agricole,
basate soprattutto sul riso. Fra cinesi del nord e del sud vi è una profonda
differenza genetica, che rispecchia probabilmente differenze più antiche,
mantenutesi con lo sviluppo separato delle due culture agricole del nord e
del sud; l'est (la regione intorno a Shanghai) è in un certo senso interme-
dio geneticamente e culturalmente, ma mostra anche una sua evoluzione
indi pendente.
Il Giappone rivela i risultati genetici di un'importante antica espansio-
ne. Si deve ricordare a tal riguardo che tra i 15.000 e i 10.000 anni fa
il Giappone era unito con la terraferma- la Russia a nord e la Corea a
sud - e racchiudeva un mare interno, per cui l'intera regione può avere
avuto uno sviluppo unico, favorito dalla pescosità dei mari. Le prime
ceramiche di uso domestico oggi note compaiono proprio in Giappone,
più di 11.000 anni fa. La popolazione era già molto numerosa fra i 6000
e i 5000 anni fa: aveva raggiunto i 300.000 abitanti circa e declinò lieve-
mente in epoche successive. Questi sviluppi precedono l'agricoltura, che
in Giappone è iniziata molto tardi, poco più di 2000 anni fa, provenendo
dalla Corea. L'aumento della popolazione era stato consentito dallo svi-
luppo della pesca e dall'abbondanza di piante selvatiche.

Come già si è detto, le mappe delle componenti principali non ci aiu-


tano a determinare le date delle migrazioni, se non in quanto le più anti-
che lasciano in genere tracce più sensibili. In base a questa osservazione,
l'espansione giapponese potrebbe essere forse collegata con qualcuna del-
le migrazioni paleolitiche dall'Asia orientale all'America.
Proseguendo in questa direzione di ricerca, ci si può attendere che il
miglioramento dei dati genetici e archeologici e la loro elaborazione co-
ordinata aprano strade nuove alla ricerca sulla storia umana più antica.

250 Chi siamo


Capitolo 7

LA TORRE DI BABELE
Caravanserraglio, deserto di Damghan, Iran.© Giovanni Porzio 2013
Le rovine di Babilonia si trovano 88 chilometri a sud di Bagdad. Nella
lingua del tempo (l'accadico) la città si chiamava Babilani, che significa
<<porta degli dei>>. Nel recinto del tempio dedicato a Marduk, il dio più
importante della città, sorgeva la Etemenanki, la <<casa del fondamento
del cielo e della terra>>, che la tradizione ha ribattezzato «Torre di Babe-
le>>. Era una torre a gradoni a sette piani, a forma di piramide, una <<zig-
gurat>> alta 91 metri. Erodoto ce ne ha lasciato una descrizione accurata.
Dice la Bibbia che i babilonesi volevano costruire una città potente, con
una torre che avesse la punta nei cieli, ma questo ambizioso progetto non
piacque a Dio, che decise di impedirne la costruzione. A questo scopo
rese diverse tra loro le lingue degli operai che lavoravano a costruire la
torre, e la confusione che ne nacque impedì la prosecuzione dei lavori. In
ebraico Babele <<balah (confondere) si somigliano, per cui la Bibbia, con
un gioco di parole, dice in Genesi 11:9: <<Perciò il suo nome fu Babele,
perché il Signore colà confuse le lingue di tutta la terra: e di lì il Signore li
disperse sul mondo intero>>,

Riflessioni su una leggenda

Questa è la leggenda sull'origine delle differenze fra le lingue umane.


Possiamo facilmente constatare che le diversità sono veramente grandi,
~l punto da rendere difficile la collaborazione fra genti di lingua diversa.
E però poco verosimile, con tutto il rispetto per coloro che prendono la
Bibbia alla lettera, che questa variazione si sia originata di colpo. È più
facile credere che si sia sviluppata in un arco di tempo abbastanza lungo.
È più ragionevole pensare che il problema cui allude la Bibbia, se ve ne
fu uno, nacque perché vi erano lavoratori stranieri di diverse regioni che
non si capivano e perciò litigavano fra loro. Le differenze tra le lingue
devono aver avuto origine molto tempo prima.
Parliamo di lingue diverse quando non sono reciprocamente intelligibi-
li. Differenze più lievi, che non compromettono la comprensibilità, sono
considerate «dialettali>>. In realtà, è praticamente impossibile capire, sen-
za traduzione, certi esempi estremi di dialetti e può venire qualche dubbio
se sia giusto considerarli tali e non lingue diverse. Vi sono però ragioni
storiche, geografiche e sociologiche che possono spiegare le differenze
estreme fra alcuni dialetti. C'è una gamma di variazione estesissima che
possiamo recepire facilmente viaggiando specie nelle regioni rurali di pa-
esi come l'Italia, la Francia o la Spagna; la lingua è comune, ma i dialetti
variano moltissimo.
All'interno di certe regioni si parlano più lingue chiaramente diverse.
Nella penisola iberica si trovano il basco, il catalano, lo spagnolo e il por-
toghese. Il basco, parlato da più di un milione di abitanti della Spagna del
nord-est, si ritrova anche un po' a nord dei Pirenei, nella Francia sudocci-
dentale, ove sono rimaste alcune decine di migliaia di persone che ancora
lo parlano. In Italia vi sono minoranze etniche che hanno conservato la
loro lingua originale: francese nel nord-ovest, tedesca e slovena nel nord-
est , greca e albanese in alcune regioni del sud. Il Belgio e la Svizzera sono
divisi linguisticamente in grandi settori.
Oltre alle variazioni linguistiche nello spazio, di cui ci si rende conto fa-
cilmente viaggiando, sappiamo che ve ne sono state parecchie nel tempo,
abbastanza recenti per essere chiaramente iscritte nella storia. Non occor-
re andare lontano per rendersi conto di quanto poco tempo sia necessario
perché una lingua si trasformi in un'altra. Fino a 1500 anni fa circa in
Europa occidentale si parlava latino; oggi non potremmo capirci con gli
europei di allora se non limitatamente a semplici espressioni. In Italia,
Francia, Spagna si sono evolute altre lingue, che sono tutte reciproca-
mente incomprensibili anche se mostrano chiaramente la comune origine
latina; un'altra consorella si trova più lontano, in Romania, un paese che
è rimasto legato a Roma non solo nella lingua, ma anche nel nome.
Millecinquecento anni sono più che sufficienti per non capirsi più.
L'Islanda è stata colonizzata da norvegesi alla fine del IX secolo d.C.: gli
islandesi possono ancora capire, benché a fatica, le lingue della penisola

256 Chi siamo


scandinava, ma gli scandinavi hanno difficoltà a capire gli islandesi. In
questo esempio, mille anni sono un tempo minimo perché una lingua
cambi abbastanza da divenire incomprensibile.

Diverse lingue, un unico linguaggio

Se andiamo più lontano nello spazio e nel tempo troviamo fra le lingue
differenze così grandi da destare un profondo senso di meraviglia. Forse
le più lontane da tutte le altre parlate oggi appartengono a un gruppo lin-
guistico detto «khoisan>> e sono parlate da boscimani e ottentotti, gli abo-
rigeni dell'Africa meridionale incontrati nella regione di Città del Capo
dagli olandesi che intorno al 1650 vi fondarono la colonia omonima. Vi
si usano suoni speciali, i cosiddetti «click» (schiocchi della lingua, come
quelli che si fanno per dare ordini ai cavalli o imitare il suono del loro
trotto}: ce ne sono quattro o cinque diversi, in aggiunta alle vocali e con-
sonanti che noi pure usiamo. I click non si trovano in nessun'altra lingua,
se non in quelle di popoli che hanno o hanno avuto abbastanza di recente
contatto con i khoisan.
Non vale la pena di insistere a lungo sulle grandi diversità fra lingue
lontane; diciamo ancora che, per esempio, una delle poche parole cinesi
che hanno qualche somiglianza con quelle equivalenti di lingue europee è
la parola <<ma>> (mamma), ma aggiungiamo subito che la sillaba <<ma>> in
cinese può essere pronunciata in almeno quattro modi diversi, corrispon-
denti a intonazioni musicali differenti, e che solo una di queste quattro
vuoi dire madre; le altre significano canapa, cavallo, sgridare, e si scrivo-
no in modo diverso.
Nonostante le enormi differenze esistenti fra le lingue, alcuni fatti as-
solutamente fondamentali ci riportano ad una unità di base. Qualunque
sia l'origine di una persona, essa può imparare altrettanto bene qualsiasi
lingua, purché questa le venga insegnata nei primi anni di vita. In questi
primi anni vi è non solo una grande facilità di apprendimento, ma anche
una vera pulsione (una forte spinta, all'incirca simile a quel che si chia-
mava una volta <<istinto>>) a imparare a parlare. Se non si apprende una
lingua in questo periodo può diventare del tutto impossibile riuscire a
esprimersi in modo corretto. Dopo la pubertà diventa poi molto difficile
impadronirsi della pronuncia di una lingua straniera così bene da essere
scambiati per nativi del luogo. Poche le speranze di fare la spia in un pae-
se diverso dal proprio, se non imparandone la lingua molto presto.

La torre di Babele 257


Altro fatto importantissimo: tutte le lingue esistenti al mondo hanno
una complessità di struttura paragonabile; quelle parlate dagli aborigeni
economicamente più malmessi sono ricche come le nostre, e talora dotate
di strutture più complesse. Hanno anche letteratura e poesia, benché solo
orali, perché la grande maggioranza delle lingue non sono mai state scrit-
te se non in tempi assai recenti.

Quante lingue esistono oggi?

Sono ancora in uso circa 5000 lingue, e molti più dialetti. Molte sono
parlate da poche centinaia di individui e presto scompariranno, come è
accaduto per tante altre negli ultimi secoli. Alcune sono già in via di estin-
zione o si sono appena estinte. Ho conosciuto trent'anni fa il sindaco di
Montecarlo, una delle quattro persone che conoscevano la parlata locale
(che si potrebbe chiamare un dialetto ligure); ha scritto una grammatica
monegasca perché non ne andasse completamente perduta la memoria.
Ora probabilmente non c'è più nessuno che la conosca.
Le lingue si differenziano in molti modi: nel suono (la fonetica), nei si-
gnificati (la semantica), nella grammatica e sintassi. La parola latina «ma-
ter>> è diventata «madre>> in italiano e in spagnolo, e «mère>> in francese
(pronunciata mèr). I tedeschi hanno <<Mutter>>, gli inglesi <<mother>>, gli
svedesi <<Mor>>, i russi <<mat',,, i greci <<metéra>>. La m iniziale è conservata,
la seconda consonante non lo è sempre, la vocale cambia spesso (diceva
Voltaire, con il suo solito spirito tagliente, che le consonanti servono a
poco per ricostruire l'etimologia, e le vocali non servono a nulla). Nella
lingua ancestrale comune alle lingue indoeuropee si diceva <<ma>>.
Passando da una lingua all'altra si assiste spesso a cambiamenti di si-
gnificato, magari sottili ma talvolta importanti. L'italiano <<moglie>>, che è
ben distinto da <<donna>>, viene dal latino «mulier>>, che significava don-
na, ma anche moglie. In francese, come in latino, moglie e donna si dico-
no con un'unica parola «femme>>, che proviene dal latino «foemina>>, per
<<donna». In inglese <<wife>> (pronunciato uàif) è la moglie, e dalla stessa
radice viene il tedesco «Weib>> (pronunciato vàip =donna, ma anche mo-
glie come secondo significato). Parole che sono praticamente identiche e
hanno certamente la stessa origine possono sviluppare significati diversi
in diverse lingue, generando le coppie di parole conosciute come <<falsi
amici>>: <<eventuale>> in italiano indica qualcosa che può succedere, <<even-
tual» in inglese qualcosa che succederà alla fine; in spagnolo <<burro» è

258 Chi siamo


l'asino, <<aceite>> l'olio, <<salir>> significa uscire; in inglese <<apology>> vuoi
dire scusa, raramente corrisponde all'italiano apologia. Una <<sage fem-
me>> in francese non è una donna saggia, che si direbbe <<femme sage>>,
ma una levatrice. Il tedesco <<Fleisch>> (carne, anche nel senso di cibo) ha
la stessa origine dell'inglese <<flesh>>, ma in inglese la carne che si mangia
è <<meat>>, che ha un'altra origine.
Questi cambiamenti hanno suggerito un metodo quantitativo di analisi
delle somiglianze tra lingue; è stato inventato da due linguisti americani,
Morris Swadesh e Robert Lees, e prende il nome di statistica lessicale (o
glottocronologia). È facile riconoscere che l'italiano e lo spagnolo <<ma-
dre>>, il francese <<mère>> e anche il tedesco e l'inglese <<Mutter>> e <<mo-
ther>> hanno un'origine unica e hanno mantenuto il proprio significato.
Possiamo chiamare <<affini>> ( <<cognates>> in inglese) tutte queste parole.
Non è chiaro a prima vista, ma sono affini anche l'italiano «occhio>> e
il tedesco <<Auge>>, e così sono affini fra loro anche l'italiano <<acqua>> e
il francese <<eau>>: ce lo dimostrano le regole di cambiamento dei suoni.
Talvolta la catena di trasformazione è complessa; ma di solito vi sono
pochi dubbi. In eschimese, padre si dice <<ataattaq>>: è chiaro che non vi è
affinità con padre, pater, père, Vater (pronunciato fater in tedesco).

Con che velocità cambiano le lingue?

Swadesh e Lees hanno preparato una lista standard di cento parole,


scelte tra quelle che non variano troppo e hanno calcolato la percentuale
di parole affini fra coppie di lingue di cui si conosce il tempo di separa-
zione, come il latino e l'italiano. Hanno scoperto che la percentuale di
parole affini scende in modo prevedibile a mano a mano che aumenta il
tempo di separazione.
Se confrontiamo una lingua con la sua antenata di mille anni fa trovia-
mo (in media) 1'86 per cento di parole affini; se invece consideriamo due
lingue che si sono separate mille anni fa da un'antenata comune, sia l'una
sia l'altra mostreranno un'affinità residua dell'86 per cento con la lingua
madre, e se la loro evoluzione è stata indipendente (cioè se non vi sono
stati scambi) la loro reciproca affinità residua sarà 1'86 per cento dell'86
per cento (cioè il 74 per cento), poiché entrambe dovrebbero essere cam-
biate in misura simile a partire dalla comune origine. L'islandese, cui si
accennava prima, che si è separato dal norvegese mille anni fa, è in realtà
una nota eccezione: forse a causa del suo isolamento è cambiato meno

La torre di Babele 259


delle altre lingue scandinave. Lavorando con questo criterio si potrebbe
sperare di ricostruire la storia della separazione delle lingue e persino di
datarle. Il procedimento è chiamato glottocronologia e dà di solito esiti
assai approssimati perché è affetto da varie cause di errore.
Vi è comunque una sorprendente somiglianza fra questo metodo e
quello dell'orologio molecolare di cui abbiamo già parlato a proposito
dell'evoluzione biologica.
Il principio è sempre lo stesso: secondo la glottocronologia vi è una
probabilità fissa che vi sia un cambiamento semantico nell'unità di tem-
po, per cui un significato viene espresso con una parola diversa da quella
di origine. Nell'evoluzione molecolare un nucleotide del Dna è sostituito
da un altro, o un aminoacido di una proteina da un altro aminoacido,
e la probabilità di sostituzione è anch'essa fissa nel tempo. Però queste
probabilità non sono tanto costanti quanto sarebbe desiderabile: variano
talora molto per parole diverse e sono variabili anche in biologia, benché
in misura meno drammatica.
Il risultato è che i tempi di separazione calcolati con la glottocronologia
non sono molto sicuri. Metodi di correzione sono stati proposti, ma non
ancora sperimentati a sufficienza.

Chi morde chi?

I giornalisti dicono: un cane che morde il padrone non fa notizia; ma


un padrone che morde il cane sì. L'ordine delle parole è chiaramente im-
portante, specie quello di soggetto (S), verbo (V) e oggetto (0). I cambia-
menti linguistici non sono solo semantici o fonologici; anche grammatica
e sintassi possono variare. Chi conosce il tedesco sa che in molti casi, per
esempio nelle proposizioni subordinate, si deve mettere il verbo in fondo
alla frase: << ... che un cane il padrone morde>>. Nella consuetudine italia-
na, francese, inglese e spagnola l'ordine è SVO; in tedesco è spesso SOV.
Una statistica ha mostrato che nei linguaggi del mondo intero le costru-
zioni SVO e SOV sono le più frequenti: si trovano in più del 75 per cento
delle numerose lingue esaminate. L'ordine VSO (con il verbo al principio
della frase, seguito dal soggetto) si trova nel l 0-15 per cento delle lingue
(ad esempio in gallese). L'ordine VOS (sempre col verbo prima, ma con il
soggetto in fondo) si trova nelle lingue del Madagascar, che hanno avuto
origine nella lontana Indonesia. Nel bacino delle Amazzoni si trovano
alcune lingue in cui si dice <<il padrone morde il cane>> (ordine OVS) per

260 Chi siamo


dire che il cane morde il padrone. Sempre in America ve ne sono altre,
benché rare, con l'ordine OSV, che si usa anche in giapponese ove però la
costruzione prevalente è SOV. Allo stesso modo molte altre regole gram-
maticali e sintattiche possono cambiare, ma in genere sono più stabili nel
tempo di quanto non lo siano fonetica e semantica. Perciò l'origine di un
linguaggio si può riconoscere con maggior sicurezza dalla sua struttura
che non dalla sua fonetica o dalla semantica, e questo benché la fonetica
sia poco permeabile alle influenze di altre lingue.
L'inglese ha preso in prestito un enorme numero di parole di origine
latina (il 50 per cento del suo vocabolario circa). Ciò è avvenuto attraver-
so l'influenza dell'occupazione romana, che ha portato l'uso della lingua
latina, della conquista normanna (con la battaglia di Hastings nel 1066),
che ha portato l'uso del francese, e infine del Rinascimento. Ma la strut-
tura dell'inglese moderno mostra che si tratta di una lingua anglosassone,
anche se semplificata.

Famiglie linguistiche

L'uomo contemporaneo tende a classificare tutto, e naturalmente ci ha


provato anche con le lingue. Un classico, clamoroso esempio fu il rico-
noscere, da parte di un giurista e orientalista inglese, Sir William Jones,
che la più vecchia lingua indiana nota, rimasta in uso per scopi filosofici
e religiosi, il sanscrito, aveva indubbie somiglianze con lingue antiche
dell'area mediterranea, il latino e il greco. In un famoso discorso tenuto
nel 1786 a Calcutta, alla Royal Asiatic Society, Jones mostrò che almeno
sei gruppi di lingue affini- sanscrito, greco, latino e probabilmente anche
gotico, celtico e persiano- <<erano originati da una sorgente comune che
probabilmente non esiste piÙ>>.
Le somiglianze tra le lingue derivate dal latino, come francese, italiano,
spagnolo ecc., tra quelle germaniche, tra quelle slave e così via erano già
state ravvisate. La somiglianza tra sanscrito e italiano, in particolare, era
stata notata duecento anni prima dall'italiano Filippo Sassetti, che visse
in India tra il 1581 e il 1588, ma il primo riconoscimento della famiglia
che fu chiamata indoeuropea risale a Jones. Nell'Ottocento ebbe inizio
un intenso lavoro linguistico dedicato in larghissima parte a questa fami-
glia, che è di gran lunga la più studiata.
All'inizio del Novecento si riconobbe una parentela fra le lingue indo-
europee e una lingua estinta scritta in documenti della Cina occidentale,

La torre di Babele 261


datati intorno al VII secolo della nostra era, che rivelarono due linguaggi
simili, detti «tocario A>> e <<tocario B>>, Pressappoco negli stessi anni, ta-
volette di argilla provenienti dalla capitale dell'impero ittita, che prosperò
in Turchia tra il 1500 e il 1200 a.C., poterono essere decifrate perché
scritte in caratteri cuneiformi, il cui valore fonetico ci è noto, e mostraro-
no così l'esistenza di un'altra antica lingua indoeuropea, l'ittito.

Con l'Ottocento si cominciarono a riconoscere anche altre famiglie lin-


guistiche- diverse da quella indoeuropea aprendo nuove direzioni alla ri-
cerca, che è proseguita fino ad oggi. Su alcune famiglie vi è ancora discus-
sione, talora incandescente, perché fra i linguisti vi sono grosse differenze
di metodo che possono condurre a risultati molto diversi.
Nella tabella riportiamo un esempio del metodo seguito da un grandissi-
mo sistematico scomparso nel2001, il linguista Joseph Greenberg di Stan-
ford, che consiste nel confrontare, su centinaia di lingue diverse, centinaia
di parole, note per essere tra quelle che si conservano meglio nel tempo,
come i numeri uno due e tre, i termini che designano parti del corpo e
aspetti universali della natura, i pronomi personali, certe regole gramma-
ticali e così via. Molte di queste parole sono tra le prime che vengono
apprese dal bambino e questo aiuta a renderle meno soggette a variazioni.

Lingua uno due tre testa occhio dente


Irlandese aon dau ri ceann sui l iacal
Gallese un do tri pen ligad da nt
Danese en to tre ho ved tije tand
Svedese en to tre huvud tiga tand
Inglese uan tu thri hed ai tut h
Tedesco ai n zwai drai kopf auge zahn
Spagnolo un dos tres kabesa oho di ente
Francese ti n dti truà t et ti i dan
Rumeno un do i t rei kap okiu di nte
Albanese n ii dy tre krie sy dami
Greco enas dyo tris kefali mati dondi
Polacco jeden dv a tsi giova oko zab
Russo adi n dv a tri galava oko zup
Bulgaro ed in dv a tri giava oko zib
Finlandese yksi kaksi kolme paa sii me hammas
Estone i.iks kaks kolm pea sii m hambaid
Ungherese egy ket haro m foe se m fog
Basco ba t bi iru buru begi ortz

262 Chi siamo


Greenberg nota che una tabella semplice come questa suggerisce imme-
diatamente il raggruppamento sistematico di lingue europee moderne che
oggi è universalmente riconosciuto. Di ogni parola non abbiamo dato la
grafia ma la pronuncia, rappresentandola in modo molto approssimato
con l'alfabeto italiano, aggiungendo la dieresi sopra una vocale quando
è utile, per non ricorrere ai simboli fonetici, che sono poco familiari alla
maggior parte dei lettori.
Le prime 15 lingue sono tutte indoeuropee: due sono celtiche, quattro
germaniche, quattro romanze (cioè derivate dal latino, compreso l'ita-
liano nella prima riga), tre slave, due (albanese e greco) sono isolate. Le
ultime quattro non sono indoeuropee; tre di queste- finlandese, estone e
ungherese- appartengono ad un'altra famiglia, chiamata uralica, com-
posta di lingue parlate nel nord dell'Europa ed intorno alla catena dei
monti Urali (che divide l'Europa dall'Asia); la quarta, la lingua basca,
non appartiene a nessuna famiglia nota, ma ha qualche lontana relazione
con lingue parlate nel Caucaso. Non è difficile notare la totale mancanza
di similarità tra il basco e le altre lingue della tabella. Le tre lingue urali-
che hanno notevoli somiglianze reciproche (l'ungherese meno delle altre
due) ma ne hanno ben poche per non dire nessuna, in questi esempi, con
quelle indoeuropee.
Da questa tabella risulta chiaro che vi sono in Europa almeno due fami-
glie linguistiche e una lingua isolata.

Uno dei punti oggi più controversi tra i linguisti riguarda le famiglie del-
le lingue degli indiani d'America, che fino a poco tempo fa erano stimate
essere almeno 60, ma secondo un lavoro di Greenberg del 1987 sono
soltanto 3. Una è formata dalle lingue eschimesi (dette eskimo-aleutine)
che sono 9 e si parlano nell'estremo nord. Le lingue na-dené sono 34 e
sono diffuse soprattutto nel Canada occidentale, mentre negli Stati Uniti
vengono parlate da due tribù che si separarono da quelle settentrionali
quasi mille anni fa: gli apache e i navaho. Tutte le altre lingue (designate
come amerindie), che sono 583, includendone anche qualcuna estinta ma
abbastanza nota, formano una terza famiglia piuttosto eterogenea ma
ancora ben riconoscibile.
Vi è un abisso fra le vedute di Greenberg e pochi suoi colleghi e quelle di
altri americanisti, i quali lavorano con un metodo diverso: confrontano
le lingue solo a due per volta. Raramente estendono i loro confronti a più
coppie e dichiarano due lingue imparentate solo se trovano somiglianze
straordinariamente forti. Con 583 lingue, i possibili confronti a due a

La torre di Babele 263


Ritorno al villaggio, Nepal. ©Giovanni Porzio 2013

264 Chi siamo


due sono 169.653, e questi ricercatori ritengono che il decidere se due
lingue siano o meno imparentate sia il lavoro di una vita o quasi. Finora
hanno creato un grandissimo numero di famiglie diverse, almeno sessan-
ta e secondo molti più di cento, dove Greenberg ne vede una sola. È una
situazione un po' sconcertante, se si pensa che in tutto il resto del mondo
esistono solo quattordici famiglie linguistiche.
Perché tanta differenza di vedute? Anche in zoologia, botanica e altre
discipline esistono talora profonde divergenze fra i sistematici che preferi-
scono vedere le cose nel loro insieme e conglobare i fatti, e coloro che in-
vece amano il particolare e le differenze. In inglese si parla di <<lumpers>>,
gli ammassatori che tendono a raccogliere animali o piante - in questo
caso i linguaggi- in pochi grandi gruppi, e di <<splitters>>, che preferiscono
farne molti più piccoli. Il dizionario dice alla voce splitter: <<Chi spacca il
capello in quattro, cavillatore>>. Probabilmente chi ha scritto questa voce
del dizionario non andava d'accordo con coloro che si rifiutano di vede-
re le cose in sintesi e preferiscono fermarsi su descrizioni dettagliate cui
manca la veduta d'insieme.

L'uomo è un infaticabile classificatore

La discussione sulle famiglie linguistiche degli indiani d'America non si


può considerare chiusa ed è certo la più accesa; ma anche su varie altre
famiglie linguistiche non vi è ancora un ampio accordo. Che cosa è una
,,famiglia>>, ci si chiederà? Aggiungiamo pure che nel nostro uso questa
parola è equivalente a «phylum>>, che altri preferiscono. Vi è una certa
somiglianza fra la situazione in biologia e quella in linguistica; anche in
biologia vi sono state discussioni, ed alcune sono ancora in corso, sulla
divisione dei phyla e sull'assegnazione di organismi o gruppi di organismi
all'uno o all'altro, ma sono assai più tranquille. Inoltre, le unità di classifi-
cazione biologica sono in stretto ordine gerarchico: regno, phylum (nelle
piante, divisioni), classe, ordine, famiglia, genere, specie. I linguisti non si
sono assoggettati ad una altrettanto ferrea disciplina, che fra l'altro con-
tiene sempre, inevitabilmente, elementi di soggettività. Solo per la specie
esiste una definizione precisa che aiuta a decidere se un certo gruppo di
organismi sia o no una specie, anche se all'atto pratico qualche volta falli-
sce. Val la pena di notare che l'unità specie biologica corrisponde all'unità
linguaggio: ambedue sono gruppi di individui capaci di comunicare, cioè
di scambiare informazione. Entro una specie biologica è possibile l'incro-

La torre di Babele 265


Sfollati nel Darfur, Sud an.© Giovanni Porzio 2013

266 Chi siamo


cio fra individui della stessa specie e quindi lo scambio di informazione
genetica all'atto della procreazione; fra individui che parlano la stessa
lingua è possibile la comunicazione di idee, un altro tipo di scambio di
informazione.
Come per gli organismi biologici, in linguistica l'unità tassonomica più
importante, che possiamo chiamare famiglia o phylum, è un gruppo di
lingue che si ritiene abbiano una comune origine. Fino a poco fa que-
sta era l'unità tassonomica più elevata, donde la corrispondenza con il
phylum zoologico. Oggi si riconoscono sempre più di frequente gruppi di
famiglie che molti ritengono aver avuto origine comune, che sono spesso
chiamate superfamiglie. Manca ancora però un albero di classificazione
di tutte le lingue cui si possa riconoscere con sicurezza un significato evo-
lutivo, cioè una classificazione che renda conto delle loro origini e della
loro storia, anche se si comincia a intravederne l'aspetto generale.
Le famiglie linguistiche sono di dimensione e grado di omogeneità assai
diversa: alcune includono pochissime lingue, altre un migliaio o più. Il
loro grado di complessità cambia perciò molto. Sono in debito con la
fortuna per aver avuto a disposizione, mentre era ancora in corso di pub-
blicazione e in un momento critico per una ricerca svolta con Menozzi
e Piazza, il libro di Merritt Ruhlen, linguista e allievo di Greenberg, A
Guide to World's Languages. Questo libro è l'esposizione più moderna,
ordinata e coerente della storia e della filosofia della sistematica linguisti-
ca e comprende una classificazione completa di quasi 5000 lingue. Ci è
servita per organizzare in una gerarchia semplice i dati biologici raccolti
sulle popolazioni del mondo e vi abbiamo attribuito solo valore formale.
Alla fine ci siamo accorti, con enorme soddisfazione, che la gerarchia lin-
guistica aveva un senso profondo, di cui parleremo più avanti.

In appoggio all'ipotesi di Greenberg

Le discussioni tra sistematici tendono ad essere combattute e prolun-


gate, non solo in linguistica; alla fine in genere subentra un consenso, in
parte perché si raggiunge un risultato che soddisfa un numero elevato di
specialisti, ma talora anche per stanchezza, per esaurimento dell'interesse
a proseguire in diatribe non molto costruttive. Le maggiori difficoltà a
trovare un accordo sono state incontrate finora proprio sulla questio-
ne degli amerindi, anche perché si tratta di una proposta recente. Per-
sonalmente, scelgo di seguire Greenberg per varie ragioni. Una è che il

La torre di Babele 267


suo metodo di confronto globale mi sembra preferibile a quello binario,
che considera le lingue solo a due a due (e si limita a decidere se le due
lingue siano imparentate o meno, senza valutare un grado di affinità).
I sostenitori di quest'ultimo rifiutano, senza ragioni comprensibili, di
prendere in considerazione anche similarità tra lingue amerindie che le
differenziano da tutte le altre lingue del mondo, ad esempio un sistema
unico di pronomi personali. Mentre nelle lingue eurasiatiche i pronomi
che rappresentano la prima e seconda persona singolare sono <<mi» e
<<ti>> (presenti anche in dialetti del nord Italia!), nelle lingue amerindie si
ha <<n» e <<mi». È da tenere presente che i pronomi personali sono tra le
parole più altamente conservate e perciò più importanti per ricostruire le
affinità, specie lontane.
Vi sono poi fattori esterni alla linguistica che giocano a favore dell'ipo-
tesi che vi siano state solo tre distinte migrazioni dalla Siberia all' Ameri-
ca, corrispondenti esattamente alle tre famiglie. Si tratta di motivi fisici,
somiglianze biologiche osservate sulla forma dei denti, che si ritrovano
anche nelle popolazioni antiche e nei fossili, e di somiglianze genetiche
che noi pure abbiamo confermato con chiarezza.
C'è infine una ragione, per così dire storica, per dare fiducia alle con-
clusioni di Greenberg. Questo linguista, che ha dato contributi importan-
tissimi in molti campi di questa scienza, iniziò il suo lavoro di sistematica
più di cinquant'anni fa lavorando sulle lingue africane, ove fino ad allora
esisteva una confusione simile a quella che si ritrova oggi fra gli ameri-
canisti. Applicando il suo metodo, mostrò che in Africa esistono solo
quattro famiglie. Vi fu all'inizio un simile pandemonio fra i linguisti di
allora, che non erano disposti a rinunciare alle loro conclusioni preceden-
ti. Oggi la discussione è dimenticata e la classificazione greenberghiana è
accettata praticamente da tutti. Chi sarà vivo fra trent'anni potrà vedere
se la storia si ripete.

Uno sguardo d'insieme alle lingue del mondo

Accettando le conclusioni di Greenberg anche per l'Oceania, ove vige


una situazione simile, ma meno controversa, le 5000 lingue esistenti nel
mondo risultano raggruppate in 17 famiglie (il numero varia da un autore
all'altro), più alcune lingue isolate. Quattro di queste famiglie si trovano
in Africa, una in Australia, una in Nuova Guinea, tre in America, due in
Europa e tutte le altre in Asia, con qualche sovrapposizione ai confini fra

268 Chi siamo


continenti. La loro distribuzione geografica nel mondo può essere messa
in relazione con la storia della diffusione dell'uomo moderno ed è in buon
accordo con quanto abbiamo visto finora sulle migrazioni e la differen-
ziazione genetica.

La mappa a pagina 270 mostra 19 famiglie e riproduce la loro distribu-


zione geografica come pubblicata nel 1987 da Merritt Ruhlen.
Non vi è una vera e propria divisione tra Europa e Asia: conviene consi-
derarle come un singolo continente, l'Eurasia. La catena dei monti Urali,
che è il tradizionale confine geografico, non continua nella Russia del
sud. Dalla Romania fino alla Manciuria, sul Pacifico, si potrebbe fare
una sola, lunga passeggiata senza interruzioni, per lo più in un ambiente
quasi omogeneo, la steppa, una distesa di erbe alte che si estende quasi
ininterrottamente per molte migliaia di chilometri.
Una famiglia linguistica, quella indoeuropea, si distribuisce tra l'Euro-
pa e l'Asia del sud, con un'interruzione a livello della Turchia, ove si parla
una lingua della famiglia altaica. La famiglia altaica occupa la maggior
parte della Siberia e la Mongolia, fino all'Oceano Pacifico; anche il corea-
no e il giapponese vi appartengono, almeno secondo vari linguisti. È stata
diffusa soprattutto con le armi in tempi relativamente recenti: i turchi
sono arrivati in Asia Minore alla fine dell'XI secolo e di nuovo nel XV,
giungendo a conquistare Costantinopoli nel1453, e la lingua turca ha co-
minciato a soppiantare il greco che vi si parlava prima. Un'altra famiglia,
l'uralica, è a cavallo dei monti omonimi e si divide fra Asia ed Europa,
vicino all'Oceano Artico. È diffusa in una regione molto fredda. Vi sono
in realtà due famiglie caucasiche, non una come nella figura, e si parlano
nei monti del Caucaso, vicino al confine fra Europa e Asia.
In Asia, la famiglia sino-tibetana copre l'intero territorio della Cina e
il Tibet. Al di sotto di questa regione vi sono altre famiglie che occupano
aree meno estese. Limitata estensione ha anche la famiglia dravidica, le
cui lingue si parlano oggi soprattutto nel sud dell'India. Vi sono ragioni
per pensare che una volta si estendesse dall'Iran al Pakistan e all'India.
Documenti storici mostrano che a est di Bassora, città resa famosa dai
combattimenti fra Iran e Iraq negli anni ottanta, si parlava intorno a
4500 anni fa la lingua elamitica, strettamente imparentata con quelle dra-
vidiche e scomparsa in seguito, forse 2000 anni fa. Il nome degli elamiti
compare nella Bibbia, e documenti elamitici scritti in alfabeto cuneiforme
hanno reso possibile classificarne la lingua nella famiglia dravidica, una
sensazionale scoperta.

La torre di Babele 269


270 Chi siamo
Distribuzione geografica delle famiglie linguistiche secondo Ruhlen (largamente basata sul
lavoro sistematico di Greenberg).

La torre di Babele 271


È verosimile che lingue dravidiche si parlassero dal confine occidentale
dell'Iran fino a tutta l'India, ove furono portate dai contadini neolitici a
partire da 9000 anni fa. Forse anche la civiltà della valle deii'Indo, nell'at-
tuale Pakistan, parlava lingue dravidiche, ma purtroppo non abbiamo
abbastanza documenti scritti per confermarlo. Questa civiltà, detta anche
di Harappa o di Mohenjo-daro dal nome delle principali città, scoperte e
scavate nella prima metà del secolo scorso, scomparve verso i 3500 anni
fa in circostanze non completamente chiare; la data potrebbe anche coin-
cidere con l'invasione degli arii o ariani, pastori nomadi di lingua indoeu-
ropea provenienti dalla regione a sud degli Urali attraverso il Turkestan
e l'Iran. Furono loro molto probabilmente a portare lingue come il san-
scrito in Pakistan e India. Le lingue dravidiche parlate al tempo in India
scomparvero quasi tutte, tranne che in qualche tribù nel nord dell'India e
in Pakistan e nell'estremo sud dell'India stessa.

L'arrivo di conquistatori vittoriosi a occupare vaste regioni è spesso


seguito dalla scomparsa delle lingue parlate localmente, che però riman-
gono talora vive in zone periferiche e in regioni isolate, difficili da rag-
giungere e di scarso interesse economico, come le zone montagnose, certe
isole, e così via. Questo è un principio di cui si ritrovano molti esempi
nella distribuzione geografica dei linguaggi umani.

Un esempio familiare riguarda un ramo della famiglia indoeuropea, for-


mato dalle lingue celtiche, che 2500-3000 anni fa erano parlate nell'Eu-
ropa centrale e furono diffuse a quasi tutta l'Europa fra il 600 e il 200
avanti Cristo. Ma dopo quest'epoca Roma iniziò la conquista dell'Eu-
ropa meridionale e occidentale, e il latino sostituì il celtico in Francia
(i Galli parlavano una lingua celtica), in Spagna, in Italia del nord e,
qualche secolo dopo, anche in Inghilterra. Lingue germaniche si espan-
sero all'Europa centrale, e per un certo tempo il ramo celtico scomparve
dall'Europa continentale.
Quattro lingue celtiche sono parlate ancora oggi in regioni periferiche
rispetto all'origine: in Scozia e Galles ove la conquista romana si rivelò
difficile e non fu né completata né mantenuta, e in Irlanda ove non avven-
ne. In Cornovaglia, nell'estremo sud-ovest dell'Inghilterra, si parlava una
lingua celtica fino a poco tempo fa. In Francia i bretoni parlano ancora
una lingua celtica, ma si tratta di un ritorno: abitanti delle isole britan-
niche si rifugiarono in Bretagna per sfuggire alla conquista anglosassone
dopo la caduta dell'impero romano d'occidente, nel V-VI secolo d.C.

272 Chi siamo


AREA DI ORIGINE ESPANSIONE NEL IV·III SECOLO A.C.

- DIFFUSIONE NEL VI·V SECOLO A.C . . . AREA DI DIFFUSIONE ATIUALE O RECENTE

Distribuzione delle lingue celtiche nell'antichità e di lingue derivate in tempi recenti.

La torre di Babele 273


Nel Nord-Africa si parlano lingue della famiglia afro-asiatica, che si
estende anche al Medio Oriente, all'Arabia e all'Etiopia. Una volta si
chiamava camito-semitica; il ramo semitico include l'ebraico, l'arabo,
l'aramaico, l'assiro e molte lingue mesopotamiche oggi estinte, ma anche
alcune delle lingue afroasiatiche che si parlano in Etiopia (come il tigre
e l'amhara). Nell'Africa al di sotto del Sahara si parlano lingue della fa-
miglia niger-kordofaniana, stranamente composta di un piccolo nucleo
nel Sudan (la regione di Kordofan) e di un grandissimo numero di lingue
parlate in tutta l'Africa dell'ovest, del centro e del sud. Fra la famiglia
afroasiatica e quella niger-kordofaniana si trova, come il contenuto di
un sandwich un po' sfilacciato, la famiglia nilo-sahariana. Infine, quella
delle lingue khoisan è nell'estremo sud dell'Africa, caratterizzata, come
abbiamo visto, dalla presenza di suoni eccezionali, i click.
Sappiamo che America e Australia furono occupate dall'uomo a partire
dall'Asia e ne costituiscono in questo senso delle appendici. In America
troviamo le tre famiglie linguistiche di cui abbiamo già detto. Le lingue
parlate dagli aborigeni australiani sono molte ed una volta erano ancor
più: ogni tribù parlava una lingua diversa e vi erano 500 o 600 tribù,
molte più di quante ne sopravvivano oggi. I nativi della Nuova Guinea
parlano anch'essi centinaia di lingue, di un'altra famiglia, detta indopa-
cifica, che doveva essere un tempo più estesa. Ambedue queste famiglie
sono probabilmente assai antiche, poiché Australia e Nuova Guinea furo-
no occupate forse già 60.000 anni fa, e non stupisce che siano entrambe
composte di lingue molto diverse l'una dall'altra, talora difficili da ricon-
ciliare in due sole famiglie se, come è possibile, hanno una lunga storia di
differenziazione reciproca.

Nelle isole del Pacifico più piccole si distinguono, sul piano antropolo-
gico, tre tipi umani: melanesiani, scuri come gli africani, con capelli spes-
so ricci, corpo piccolo, naso sovente dantesco: sono simili agli indigeni
della Nuova Guinea e si trovano nelle isole ad essa più vicine; microne-
siani, che abitano un gruppo di isole relativamente piccolo più lontano, a
nord della Nuova Guinea, e sono un po' diversi; e polinesiani, che sono di
pelle più chiara, tendenzialmente grassottelli, e sono noti per essere felici,
grazie alla pubblicità che hanno fatto loro Gauguin e i vari film di Hol-
lywood. I polinesiani parlano lingue di una sottofamiglia detta «austro-
nesiana>>; non stupirà apprendere che è composta di 959 lingue diverse,
sapendo che i polinesiani abitano una miriade di isole e isolette. Erano
eccellenti navigatori; lo conferma l'estensione geografica della sottofami-

274 Chi siamo


glia, diffusa nell'Oceano Pacifico ma anche nell'Oceano Indiano. Lingue
austronesiane si trovano a occidente persino nell'isola del Madagascar,
vicino alla costa africana, occupata circa mille anni fa; nelle isole della
Nuova Zelanda, a sud-est dell'Australia; nelle isole Hawaii e nell'isola
di Pasqua, a non grandissima distanza dalla costa americana. Dei mela-
nesiani che vivono nelle isole vicino alla Nuova Guinea, per esempio a
Bougainville, alcuni parlano lingue della famiglia della Nuova Guinea,
altri usano lingue austronesiane. Un simile mix si trova anche sulle coste
della Nuova Guinea stessa.
Rimangono fuori da questa classificazione almeno cinque lingue «isola-
te>>, nel senso che non si riesce ad attribuirle a nessuna di queste famiglie.
Un esempio è il basco ma in Asia ve ne sono altre.

Famiglie e superfamiglie: Eurasiatico e Nostratico

Molte delle famiglie citate sono riconosciute come valide da tutti o qua-
si tutti i linguisti, e da tempo si è cominciato a riconoscere che vi sono
somiglianze, anche se meno marcate, tra famiglie diverse. Non è sempre
facile riconoscerle. Il problema è che le lingue variano rapidamente, e
alcuni linguisti sono persuasi che non sia possibile risalire a parentele an-
teriori a 6000 anni fa. A questa convinzione contribuisce il fatto, rilevato
dalla glottocronologia, che dopo 6000 anni le parole in comune sono
ridotte al 10 per cento circa, che su una lista di cento o duecento danno
un errore statistico troppo grande.
Il metodo usato in glottocronologia non è quindi adatto a dare risposte
quantitative, soprattutto su periodi temporali molto lunghi. Specializzan-
dosi però su parole altamente conservate e utilizzando altri approcci è
stato possibile risalire più indietro, al punto da convincere un gruppo
di ricercatori russi ed un americano che si può salire di un gradino nella
classificazione e riunire insieme alcune famiglie in una <<superfamiglia>> di
lingue eurasiatiche.
Vi è qualche differenza tra la superfamiglia proposta dai russi e quella
dell'americano, che è poi sempre Greenberg, cui si deve lo sforzo siste-
matico più notevole che sia mai stato compiuto. Entrambe raccolgono
insieme le famiglie indoeuropea e uralica oltre all'altaica, mentre differi-
scono per le altre che associano. La superfamiglia di Greenberg si chiama
<<Eurasiatico>> e comprende anche il giapponese, il coreano (che alcuni
preferiscono tenere distinto dalla famiglia altaica) e le famiglie eschimese

La torre di Babele 275


e ciukci: in pratica tutta la parte nord dell'Eurasia, con propaggini in Iran
e India, e la parte artica dell'America. I russi includono nella loro fami-
glia, che chiamano «Nostratico>> anche le famiglie dravidica, afroasiatica
e parte della caucasica.

Greenberg si è basato sul suo metodo, che comporta lo studio di molte


parole e di altre parti della lingua, specie la grammatica, massimamente
conservate, confrontandole simultaneamente in molte lingue. Ecco qual-
che esempio di parole affini: il trattino indica che si tratta di un suffisso
e l'asterisco che la parola è quella ricostruita per la lingua ancestrale cor-
rispondente:

Famiglia io tu desinenza fratello pensare


o lingua plurale maggiore

lndoeuropeo *me *tu, te *m ed·


Uralico *-m *ti, te *-t aka me t t
Mongolico mini *ti *-t aqa *mede
Coreano -ma mi t
Ciukci -m -t -ti mitelhen
Eschimese -ma -t -t misiyaa

Alcune di queste parole hanno significato non identico a quello indicato


dalla prima riga, ma chiaramente derivato da questo: per esempio «mi-
telhen>> in ciukci vuoi dire esperto, <<mit>> in coreano vuoi dire credere,
<<mede>> in mongolo vuoi dire sapere. L'estensione del significato ad un
cerchio semantico più largo è anch'essa una parte importante del meto-
do di Greenberg, perché permette di andare più indietro nel tempo. Può
restare la possibilità di prestiti da altre lingue e di coincidenze casuali.
Greenberg nota vari buoni motivi per escludere la possibilità che que-
ste sorgenti di errore abbiano seriamente inquinato le sue conclusioni. Il
campo di parole usato è ristretto a quelle notoriamente più conservate,
ed è quindi più difficile che esse vengano prese in prestito da altre lingue.
Quanto alle coincidenze casuali, è assai improbabile che se ne verifichi-
no molte, per numerose parole e per numerose lingue. Per questi motivi
l'approccio <<multilaterale>> di Greenberg, che considera simultaneamente
molte lingue di una stessa famiglia, è particolarmente utile.

276 Chi siamo


SUPERFAMIGLIA NOSTRATICA

- SUPERFAMIGLIA EURASIATICA

- SUPERFAMIGLIA NOSTRATICA +EURASIATICA

Distribuzione delle superfamiglie eurasiatica (Greenberg) e nostratica (di autori russi).

La torre di Babele 277


Le somiglianze aumentano se si considerano linguaggi vicini a quelli so-
praelencati: per esempio in giapponese antico il pronome che corrisponde
alla prima persona è «mi)); fratello maggiore si dice «aka>> anche in turco,
nel giapponese parlato nell'isola di Ryukyu e nella lingua degli ainu, che
una volta abitavano in tutte le isole del Giappone e oggi sono rimasti solo
nell'isola di Hokkaido e nelle Sachalin.
Il metodo usato dai russi si basa sulla ricostruzione della «protolingua>>
di ogni famiglia, cioè dell'ipotetica lingua ancestrale dalla quale sono de-
rivate le varie lingue moderne (protoindoeuropeo per la famiglia indo-
europea, protouralico ecc.). Naturalmente è possibile utilizzare solo le
famiglie la cui protolingua sia stata già ricostruita dai linguisti, e questo
diminuisce la portata del metodo. Le parole così ricreate non sono in
realtà molto precise, perché spesso non si riesce a scegliere con sicurezza
fra le molte alternative possibili. Il primo e principale artefice russo del
Nostratico, Vladislav Illich-Svitych, ha comunque tentato di ricostruire
la protolingua nostratica in base alle protolingue delle famiglie che vi ap-
partengono. Ha persino scritto una poesia in questa lingua ipotetica, che
può essere stata parlata più di 10.000, forse addirittura 20.000, anni fa. Il
linguista russo Vitaly Shevoroshkin ritiene che anche le lingue amerindie
ne facciano parte.
Non vi è un reale disaccordo fra le conclusioni di Greenberg e dei russi;
data la differenza di metodo e lo sviluppo indipendente delle rispettive
ricerche è anzi straordinario che le conclusioni siano state così simili.
Greenberg ritiene che le lingue afroasiatiche e quelle dravidiche si siano
differenziate da quelle che egli ha incluso nella superfamiglia eurasiatica
in un tempo precedente e che quindi mostrino un'affinità minore. È molto
probabile che le differenze attuali fra Nostratico ed Eurasiatico saranno
risolte da una classificazione più generale.
Queste sintesi hanno trovato un'accoglienza molto fredda e talora osti-
le tra gli altri linguisti. Bisogna rilevare per la verità che sono pochissimi
quelli che hanno un reale interesse alla questione e le conoscenze di base
necessarie per affrontarla. La stragrande maggioranza dei linguisti lavora
su problemi diversi da questi, di portata assai più specializzata, relativi a
periodi storici ben più recenti e su cui esiste di solito parecchia documen-
tazione scritta. Tendono perciò a guardare con diffidenza a conclusioni di
natura sistematica che si riferiscono a periodi assai più lontani nel tempo
e che richiedono metodi diversi da quelli tradizionali.
Si direbbe quasi che si avverta ancora l'influenza negativa di un tabù
proclamato ufficialmente dalla società di linguistica di Parigi nel 1866,

278 Chi siamo


che vietava di occuparsi di problemi di evoluzione del linguaggio. È da
dire comunque che i metodi usati avrebbero tutto da guadagnare se di-
venissero più quantitativi di quanto sono ora; si potrebbero così anche
rendere più obbiettivi.

Si è mai parlata un'unica lingua ancestrale?

Sono state proposte altre superfamiglie. Si sono trovate somiglianze tra


il gruppo delle lingue na-dené del Nord America, il sino-tibetano e un
gruppo di lingue del Caucaso, le stesse che si sono scoperte somigliare al
basco. Si tratta di famiglie molto lontane geograficamente l'una dall'altra,
distribuite dalla Spagna fino all'America settentrionale.
È probabile che questa superfamiglia, detta «denè-caucasica», fosse dif-
fusa su tutto il territorio eurasiatico prima della espansione del Nostratico
dei russi o dell'Eurasiatico di Greenberg. Le famiglie geograficamente più
compatte sono infatti quelle i cui popoli si sono espansi più di recente, e
abbiamo visto esempi di famiglie o sottofamiglie più antiche frammentate
dalla parziale sovrapposizione di altri gruppi che si sono espansi in segui-
to e hanno in parte ricoperto aree prima occupate da quelle più vecchie.
La superfamiglia denè-caucasica dovrebbe in questo caso essere la più
antica, vecchia di oltre 30.000 anni, se davvero il basco è, come sembra
molto verosimile, discendente della lingua parlata dai primi uomini mo-
derni entrati in Europa, i cosiddetti «Cro-Magnon». Se d'altra parte lo
sviluppo e l'espansione della superfamiglia nostratica-eurasiatica hanno
avuto inizio 20.000 anni fa, non stupisce che quella denè-caucasica abbia
anche 40.000 anni.
Altre superfamiglie sono state ipotizzate, e la tendenza è verso la crea-
zione di un unico albero evolutivo delle lingue, un traguardo non ancora
raggiunto.

Ora che si comincia a intravedere una classificazione linguistica capace


di riunire quasi tutte le lingue esistenti e di ricondurle a pochi rami ini-
ziali, diventa inevitabile chiedersi: vi è stata un'unica lingua nel passato
dell'umanità? Molti si rifiutano ancora di considerare il problema, rite-
nendo che la velocità di evoluzione delle lingue sia troppo grande per po-
tervi rispondere. Ma Greenberg - di nuovo! - ha cominciato a dare una
risposta, dimostrando che esiste almeno una radice che sembra comune a
tutte le lingue: l'etimo tik.

La torre di Babele 279


280 Chi siamo
Distribuzione moderna della superfamiglia na-dené/sino-tibetana/caucasica Si deve trattare di
residui di una grande famiglia assai antica, frammentata da espansioni successive di lingue del
gruppo Nostratico-Eurasiatico.

La torre di Babele 281


Eccone alcune variazioni:

Famiglia o lingua Forme Significato

Ni lo-sahariano tok-tek-dik uno


Caucasico (sud) titi, tito dito; singolo
Uralico ik-odik-itik uno
lndoeuropeo dik-deik additare
Giapponese te mano
Eschimese tik dito indice
Si no-ti betano tik uno
Austro-asiatico ti mano, braccio
l ndopacifico tong-tang-teng dito, mano, braccio
Na-dené tek-ti ki-tak uno
Amerindio tik dito

Mancano esempi di somiglianze solo in khoisan e niger-kordofaniano,


le due famiglie africane più importanti e probabilmente anche le più an-
tiche famiglie umane. È interessante vedere le variazioni fonetiche, talo-
ra abbastanza estreme, come nel gruppo indopacifico ( «tong>> ), e quelle
semantiche. Il significato si incentra sulla equivalenza tra dito e numero
uno, che è assai ragionevole visto che usiamo un dito, di solito l'indice,
per indicare il numero uno.
Oltre all'oscillazione fra il significato di uno e quello di dito, vediamo
che il dito talora diventa mano, addirittura braccio, oppure diventa il
verbo additare; uno invece diventa singolo. In eschimese «tib specifica
il dito indice, ma nelle lingue che si parlano nelle isole Aleutine (vicino
all'Alaska, ove vivono pescatori che hanno aspetto fisico e costumi assai
simili agli eschimesi e parlano lingue della stessa famiglia) «tib è diven-
tato il dito medio. Il verbo indoeuropeo «additare>>, <<mostrare>> (forme
<<dik-deib, in greco classico <<deik-numi>>, la cui radice è la prima par-
te, <<deib) è probabilmente l'origine del latino <<digitus>>, da cui <<digit>>
(cifra, in inglese) e <<dito>> in italiano. Vi è sempre una danza semantica,
accompagnata da variazione fonetica.
Si è già detto che i primi tre numeri sono molto conservati e quindi
particolarmente utili per stabilire connessioni fra lingue anche lontane. Il
numero uno è chiaramente in testa! Una radice molto conservata secon-
do Ruhlen è quella che corrisponde alla parola <<latte>> (come si vede, si

282 Chi siamo


tratta sempre di parole di importanza fondamentale nella vita umana). La
radice quasi universale sarebbe molto simile all'inglese «milb; in greco,
latino e lingue derivate, però, essa è stata sostituita da un'altra radice di
origine non nota, «glac» (donde il greco «galaktos» e il latino <<lac>> ).
Bengston e Ruhlen hanno trovato una trentina di radici interessanti. In-
dicano sempre parti del corpo (come ginocchio, vagina, occhio) o cose
importanti nella vita di ogni giorno (come acqua, pidocchi ecc.). Oggi
per fortuna abbiamo imparato a eliminare i pidocchi, almeno nei paesi
sviluppati, ma una volta anche i re avevano difficoltà a tenerli lontani.

Per chi trovasse appassionante questa ricerca della lingua ancestrale,


ecco qualche altro esempio di etimologie globali, dal lavoro di Bengston
e Ruhlen:

Famiglia chi due braccio vagina acqua

Khoisan !ku //kan k"a


Ni lo-sahariano kukne bali- -kani buti kwe
Niger-Kordofan iano *ki baia kono butu
Afroasiatico *k(w) *bwr *-gan *put *ak'w
Nostratico/Eurasiatico *k i *pala *kon *poto *aka
Dene-Caucasico *ki *kan *puti *oka
Austrico o-ko-e *m bar *xeen *betik
lndopacifico bo ula akan okho
Australiano kuwa *buia puda *gugu
Amerindio kune *p al kano buti e *akwa

Vale la pena di ricordare che un linguista italiano, poliglotta eccezionale


e notissimo studioso, Alfredo Trombetti, pubblicò all'inizio del secolo
scorso libri che proponevano un'unica origine della lingua, ma fu deriso
dai colleghi. Vi è ora la proposta di tradurre la sua opera in inglese, visto
che oggi questa ipotesi si sta facendo strada.
Certo occorrerà molto tempo perché si raggiunga un consenso se non
universale almeno diffuso su argomenti così difficili. E resteranno aperte
due domande: se davvero esisteva una lingua unica, quando è esistita?
Una parziale risposta è: chiaramente prima della diaspora dell'uomo mo-
derno, che deve avere avuto inizio almeno 60.000 anni fa o più. E ancora:
quando ha cominciato a parlare l'uomo?

La torre di Babele 283


Quando è comparso il linguaggio?

È difficile pensare che il linguaggio sia apparso all'improvviso e ab-


bia subito raggiunto il livello assai sofisticato di oggi. Vi è però qualche
piccolo indizio che già nella specie più antica del genere uomo, Homo
habilis, vi fosse una base biologica che avrebbe reso possibile una forma
di linguaggio primitiva.
Sappiamo che nel cervello, nella zona che corrisponde all'incirca
all'orecchio, si trovano aree che hanno funzioni importanti nel linguag-
gio, perché quando risultano lese in individui colpiti da traumi o da ictus
cerebrale viene compromessa la facoltà di produrre o di intendere o scri-
vere la parola. Queste aree (dette di Braca e di Wernicke) sono svilup-
pate nella regione temporale dell'emisfero cerebrale di sinistra e provo-
cano una lieve asimmetria del cranio, che a sinistra è più espanso. Negli
esemplari meglio conservati di Homo habilis (vecchi più di due milioni di
anni) si ritrova già quest'asimmetria, che manca invece nelle scimmie più
vicine all'uomo.

Oggi si è dimostrato che scimpanzé e gorilla sono capaci di imparare


il significato di centinaia di parole e di usarle anche in frasi di qualche
lunghezza, benché sempre povere di grammatica. I nostri lontani cugini
riescono ad afferrare i simbolismi, ma sono incapaci di produrre suoni
simili ai nostri. Per comunicare con loro occorre far uso di mezzi di comu-
nicazione particolari, come il linguaggio dei sordomuti o speciali simboli
visualizzati al computer.

Forse già i nostri antenati più lontani, i primi esemplari del genere
Homo, hanno cominciato a sviluppare la voce, ma è occorso un lungo
periodo per giungere alla ricchezza di suoni che siamo in grado di pro-
durre e capire oggi, e per sviluppare speciali aree del cervello, destinate
a memorizzare il ricchissimo vocabolario di cui disponiamo, nonché a
generare e intendere le complicate strutture del nostro linguaggio.
Il volume del cervello di questi antenati lontani era ancora molto picco-
lo, tra metà e un terzo di quello attuale. Senza dubbio il grande sviluppo
successivo deve essere servito anche - e forse soprattutto - per ospitare
strutture essenziali al linguaggio. Il nostro cervello ha cessato di crescere
di volume circa 300.000 anni fa, ma è certamente occorso ancora un
lungo periodo di tempo per giungere ad una capacità di comunicazione
articolata come quella attuale.

284 Chi siamo


Di Neandertal, vissuto tra 200.000 e 40.000 anni fa, si è detto che do-
veva essere incapace di parlare con la nostra stessa disinvoltura, poiché
la laringe e la faringe non erano sviluppate a sufficienza per articolare i
suoni come noi sappiamo fare. Si tratta di parti molli del corpo, che non
si conservano, per cui l'ipotesi si fonda su dati di fatto indiretti, desunti
dalle parti dure adiacenti, che sono rimaste.

Altri motivi concordano nel farci pensare che l'acquisizione di un lin-


guaggio di livello superiore, con la ricchezza di parole che lo distingue e la
complessità della sintassi, sia un fatto molto recente. Tutte le lingue mo-
strano un'unità di base: il grado di complessità è molto simile. Si direbbe
che le lingue parlate dalle popolazioni che a noi sembrano più primitive
siano anche più ricche e complicate della nostra (per esempio, nel corso
del tempo l'italiano ha perduto le declinazioni dei nomi che esistevano in
latino e l'inglese ha quasi perduto anche le coniugazioni dei verbi). L'uni-
tà biologica di coloro che parlano queste lingue è praticamente perfetta:
non vi è differenza tra la capacità di imparare una lingua qualunque di
cui dispone un inglese, un aborigeno australiano, o un individuo di qua-
lunque tribù amerindia per quanto sperduta. Come si accennava sopra,
ogni persona normale può imparare altrettanto bene qualsiasi lingua,
purché l'apprenda nei primi anni di vita, giacché dopo si perde la capacità
di impadronirsene in modo perfetto.

Lo strumento più importante dell'uomo moderno

Un linguaggio complesso vuole anche dire un'intelligenza elevata. Sap-


piamo che nel periodo fra i 100.000 e i 60.000 anni fa vi fu un impor-
tante progresso nella qualità degli strumenti in pietra ed ebbe inizio la
diffusione dell'uomo moderno al mondo intero, che terminò tra i 30.000
e i 10.000 anni fa. Una volta che l'umanità si fu diffusa su tutta la Terra,
continuò a crescere di numero senza più potersi espandere altrettanto
facilmente e divenne necessario sviluppare la produzione del cibo, perché
quello fornito da caccia e raccolta non era più sufficiente.
Un metodo di comunicazione rapido e preciso deve avere rappresentato
un vantaggio enorme nel processo di espansione geografica dell'uomo
moderno. Era sicuramente necessario non solo mandare gruppi in rico-
gnizione, che tornassero a riferire e consigliare sui percorsi ed ambienti
migliori, ma soprattutto adattarsi ad ambienti assai diversi per clima,

La torre di Babele 285


flora e fauna, pieni di difficoltà e pericoli nuovi. L'abilità e l'inventiva che
hanno reso possibile l'uso dei materiali via via disponibili per fabbricare
nuove armi, progettare esplorazioni e migrazioni, costruire case adatte ai
diversi climi, produrre indumenti per coprirsi, si sono certamente avvan-
taggiate della possibilità di comunicare.
D'altra parte un linguaggio così complesso e capace di evolvere ha la
tendenza a differenziarsi localmente. Non stupisce quindi che gli arche-
ologi abbiano osservato un altro differenziamento, parallelo a quello del
linguaggio, e molto marcato soprattutto negli ultimi 50.000 anni, e cioè
una notevole diversificazione delle industrie di strumenti e l'estensione
dell'uso di nuovi materiali, come ossa avorio e legno; né che questa sia
stata considerata come una prova, seppure indiretta, dell'esistenza di lin-
gue più perfezionate, che a loro volta avrebbero cominciato a variare da
luogo a luogo.
I linguaggi esistenti oggi sono molto diversi fra loro, la loro velocità di
evoluzione e soprattutto di differenziazione è così alta che un'origine in
quell'arco di tempo, grosso modo a partire da 100.000 anni fa, è com-
patibile con le divergenze attuali. Ciò che conta è che la struttura dei lin-
guaggi è rimasta molto simile, per cui doveva essere complessa già all'ini-
zio dell'avventura di quell'ipotetico gruppo di poche decine di migliaia di
individui, che sviluppò condizioni di vita migliori e avviò un processo di
crescita demografica e culturale che lo avrebbe portato ad espandersi al
mondo intero nel corso di circa 50.000 anni.

L'evoluzione in biologia e in linguistica

Fin dagli inizi della biologia e della linguistica moderne vi è stato uno
scambio di idee, per quanto sotterraneo, tra queste discipline.
A metà Ottocento, Charles Darwin spiegò l'evoluzione biologica
come conseguenza del processo naturale che genera gli esseri viventi
«provando e riprovando>>, per tentativi. Gli organismi più riusciti sono
quelli che si dimostrano particolarmente funzionali perché più adatti
all'ambiente, e vengono automaticamente selezionati perché si moltipli-
cano più degli altri.
Il metodo della natura, <<provare e riprovare>>, consiste nel proporre di
continuo nuove mutazioni (un nome che non esisteva al tempo di Dar-
win). La selezione naturale è il vaglio che boccia le mutazioni svantaggio-
se e promuove quelle favorevoli, semplicemente perché queste ultime si

286 Chi siamo


moltiplicano e diffondono più delle prime. Sulla base di questi concetti
chiave Darwin spiega la moltiplicazione, la trasformazione e la differen-
ziazione degli organismi viventi e le illustra nel suo libro, L'origine delle
specie, con esempi ipotetici di alberi evolutivi delle specie. Un linguista
del tempo, August Schleicher, pubblica poco dopo un albero evolutivo
delle lingue indoeuropee:

GERMANICO

CELTICO

SLAVICO·GERMANICO

PROTO
INDOEUROPEO

GRECO

INDICO

Uno dei primissimi alberi evolutivi pubblicati nella storia della linguistica o della biologia: quello
dell'origine delle lingue indoeuropee secondo il celebre linguista Schleicher (1863).
Gli alberi creati in seguito non sono necessariamente migliori, ma vi sono difficoltà ab biettive a
riconoscere chiaramente le ramificazioni più antiche, ed anche quelle del ramo greco-itala-celtico
di Schleicher.

La torre di Babele 287


Le vedute più moderne si scostano un po' da quest'albero, che ha solo
un valore storico.
Un'analisi abbastanza recente cui hanno collaborato due noti lingui-
sti, Isidore Dyen e Paul Black, e lo statistico Joseph B. Kruskal, si basa
sulle affinità stabilite mediante una classica lista di 200 vocaboli in 84
lingue indoeuropee, e mostra alcune differenze rispetto alle vedute tradi-
zionali, ivi incluso l'albero proposto da Schleicher. Riconosce l'esistenza
di gruppi di lingue celtiche, italiche, germaniche, baltoslave, indiane, gre-
che, iraniane, armene e albanesi (le lingue armene mancano nell'albero di
Schleicher). Trova una somiglianza per quanto debole fra lingue italiche,
germaniche e baltoslave, ma non ne trova, a differenza di Schleicher, fra
lingue italiche e celtiche, né fra lingue indiane ed iraniane, o fra altri dei
nove gruppi appena detti. Il mancato riconoscimento del gruppo indo-
iranico è il disaccordo maggiore con le conclusioni accettate dalla mag-
gioranza dei linguisti tradizionali.

Il modello teorico di un albero evolutivo non è sempre utile per rappre-


sentare la differenziazione delle lingue, perché fra lingue diverse di popo-
lazioni vicine possono avvenire scambi e influssi reciproci: è una forma
di «migrazione>> che non è paragonabile a quella che avviene in biologia.
Quando si studia l'evoluzione di specie diverse non può esservi scambio
migratorio fra specie perché per definizione l'incrocio fra individui di spe-
cie diversa non dà luogo a prole feconda. Quando si studia l'evoluzione
di popolazioni della stessa specie, che possono scambiare individui per
migrazione, un albero è completamente valido solo se questo scambio è
piccolo. Vi sono poi altre differenze importanti fra lo scambio migratorio
in linguistica e in biologia.

L'ingresso di una parola o di qualunque altra entità linguistica in una


lingua straniera (chiamato «prestito>>) avviene continuamente; fa arrab-
biare i puristi che non vorrebbero contaminazioni, però è una misura
dell'inevitabile influenza culturale di un popolo su un altro. Il fenomeno
è così frequente che vi è una teoria dell'evoluzione linguistica secondo la
quale le parole possono migrare dal punto di origine verso l'esterno con
un moto paragonabile a quello delle onde circolari che si formano quan-
do gettiamo un sasso in uno stagno. Sulle mappe linguistiche si possono
vedere i confini raggiunti da una parola o espressione o altro fenomeno
linguistico che si è diffuso in questo modo: si chiamano <<isoglosse>>, cioè
linee di egual lingua.

288 Chi siamo


Questa ipotesi della diffusione di parole o modi di dire come fenomeno
a sé stante, la cosiddetta <<teoria delle onde>>, si può vedere come l'antitesi
di quella degli alberi evolutivi, in cui ogni linguaggio evolve indipenden-
temente dagli altri. Chiaramente entrambi i modelli sono validi ed utili,
ma in circostanze diverse. Un modello che tenga conto di ambedue esiste,
ma è molto complicato.
In biologia si ha esattamente la stessa situazione. L'evoluzione di spe-
cie diverse, ed anche quella di popolazioni della stessa specie che non
scambiano individui fra loro o lo fanno solo moderatamente, può essere
descritta da un albero evolutivo, come possono esserlo linguaggi che non
hanno avuto scambi dovuti a prestiti importanti. Esistono però anche
teorie biologiche dette dell''' isolamento da distanza>> in cui si predice - e
si riscontra nella realtà - che popolazioni geograficamente vicine si scam-
biano individui più spesso, per cui sono geneticamente più simili fra loro
di popolazioni lontane.

J D
-quando posposlzlone del pronome possessivo

~ quanno

Distribuzione geografica ed isoglosse di espressioni linguistiche in Italia.

La torre di Babele 289


La relazione teorica per cui la distanza genetica fra due popolazioni
cresce con l'aumentare della loro distanza geografica è stata dimostrata
valida anche per le lingue.
In linguistica abbiamo fenomeni simili alla mutazione: cambiamenti di
vocali e di consonanti, abbreviazioni ed allungamenti delle parole (una
parola spesso si raddoppia in alcune lingue; molto di frequente in quelle
polinesiane, ma anche in varie regioni d'Africa, ove si parla ad esempio
di <<pilì-pilÌ» per indicare il peperoncino). I cambiamenti semantici sono
frequenti e così quelli fonetici, mentre i cambiamenti grammaticali sono
più rari. Se non vi fossero mutazioni non vi sarebbe cambiamento nelle
lingue. Le novità linguistiche così generate però non sono sottoposte al
vaglio della selezione naturale, bensì di un altro tipo di selezione, che
chiamiamo culturale, e che vale in genere per tutti i fenomeni culturali, di
cui il linguaggio è senz'altro uno dei più importanti. È quindi ragionevole
parlare in questo caso di selezione culturale.

Selezione naturale, selezione culturale

La selezione naturale è praticata dalla natura, cioè dall'ambiente di vita


inteso nel senso più vasto, in cui le novità insorte per mutazione vengono
per così dire collaudate, messe alla prova, valutate, e quindi adottate o
eliminate. La selezione culturale è praticata dalla comunità umana: se ci
viene presentata una parola nuova, essa è soggetta al nostro giudizio, ad
una selezione che noi stessi esercitiamo.
Il linguaggio per lo più risponde eminentemente a finalità pratiche, è
volto a favorire la cooperazione e lo scambio di informazioni fra gli esseri
umani: lo vediamo dal fatto che esistono moltissime parole per definire gli
attrezzi o le attività specializzate inerenti a singoli mestieri, poche al con-
fronto per definire concetti astratti. Naturalmente sono spesso le novità
tecnologiche a stimolare l'acquisizione di nuove parole, divenute neces-
sarie per definire oggetti che non esistevano prima. Alcuni termini hanno
successo, altri scompaiono per strada: le parole «aereo>> e «aeroplano>> si
sono affermate; la parola «velivolo» è più poetica e forse più bella, ma è
praticamente morta. Ai tempi del fascismo sono state introdotte parole
nuove per sostituirne altre che venivano dal francese o dall'inglese, ma
questi spunti nazionalistici hanno avuto poco successo, se non per «auti-
sta>>- che è comunque meglio di «chauffeur>>, anche perché di ortografia
e pronuncia più semplice per un italiano -e pochissime altre.

290 Chi siamo


In alcune situazioni eccezionali certe parole hanno agito come fattori di
selezione naturale: la capacità o meno di pronunciare una parola è stata
ragione di vita o di morte. Al tempo dei Vespri Siciliani (1282) scoppiò
una rivolta a Palermo contro i francesi che avevano occupato l'isola. Un
soldato francese avrebbe perquisito una ragazza, approfittandone in un
modo che irritò fortemente i famigliari presenti alla scena. La leggenda
popolare racconta che da questo episodio nacque una rivolta nel corso
della quale i francesi furono cacciati. Gli storici moderni vi vedono più
semplicemente un episodio della lotta fra gli Aragonesi e gli Angiò per il
controllo dell'isola. Per riconoscere i nemici i siciliani usarono l'artificio
di far loro pronunciare la parola «ceci». L'incapacità di pronunciarla cor-
rettamente costò la vita a molti francesi.
Nella Bibbia (Giudici 12: 5-6) vi è un episodio molto simile, in cui la
gente di Gilead individua gli appartenenti alla tribù di Ephraim, loro ne-
mica, chiedendo di dire la parola «shibboleth>>. Chi pronunciava sibboleth
veniva ucciso. In genere vi sono solo vantaggi a divenire ottimi poliglotti!
Vi è certo molta selezione culturale e probabilmente poca selezione na-
turale nell'evoluzione di un linguaggio. In genere sono preferite le parole
brevi, e in alcuni luoghi la preferenza per la brevità è molto accentuata.
Che sia per questo motivo che i francesi hanno eliminato l'ultima sillaba
di un grandissimo numero di parole e che i loro vicini catalani sono un
po' sulla stessa strada? (Come molte altre lingue discendenti dal latino,
ad esempio l'italiano, il francese aveva l'accento sulla penultima, che con
l'elisione dell'ultima sillaba è divenuta l'ultima, per cui oggi in Francia c'è
l'uso di accentare sempre l'ultima sillaba, anche quando non sarebbe il
caso, come per le parole straniere. I catalani parlano una lingua, il català,
molto simile all'antico francese del sud, la cosiddetta «lingua d'oc>>.)

Cervello e linguaggio

Alcuni processi evolutivi sembrano caratteristici dei linguaggi e non si


trovano (almeno non altrettanto chiaramente) in altri tipi di evoluzione,
né biologica né culturale. Uno di questi è la <<diffusione lessicale>>, cioè
la diffusione di una novità da una parola all'altra. Il passato dei verbi
in inglese si fa in due modi: aggiungendo il suffisso -ed, come in <dove»,
amare, che diventa <doved>> (che vuoi dire amai, amasti, amò ecc.), oppu-
re con altri suffissi o addirittura ricorrendo ad altre radici. Questi ultimi
verbi si chiamano anche irregolari o forti: per esempio il passato di <<find>>

La torre di Babele 291


Mercante di tappeti, Kabul, Afghanistan. !&l Giovanni Porzio 2013

292 Chi siamo


(trovare) è <<found>>, quello di <<go>> (andare) è <<went>>. Dal medioevo ad
oggi vi è stato un aumento notevole nel numero dei verbi che sono diven-
tati regolari: una semplificazione, che insieme a molte altre ha accompa-
gnato la trasformazione dell'inglese nei secoli.
Gli esempi di diffusione lessicale per progressiva estensione analogica
di una data forma o, meglio, di un determinato modello, si possono mol-
tiplicare. Per citarne uno in italiano, è scomparsa la lettera <<n>> fra una
vocale e il suono <<S>> seguito da altra consonante (la cosiddetta <<s compli-
cata>> o <<s impura>>); si dice istituto, traslazione, trasporto, trasduzione e
così via mentre in francese (e così in inglese ecc. e naturalmente in latino,
all'origine) si ha <<institut>>, <<translation>>, <<transport>> ecc.
Il sociolinguista di Philadelphia William Labov ha dichiarato, in una
conferenza tenuta come presidente della società dei linguisti americani,
che la diffusione lessicale è stata la più grande scoperta recente in materia
di evoluzione linguistica. La si deve al linguista William Wang, di Ber-
keley. Labov si è quindi applicato ad esaminare se un fenomeno impor-
tante comparso in molte lingue e con particolare chiarezza nell'inglese,
tra quelle più vicine alla nostra, si debba considerare come un esempio
di diffusione lessicale. È uno degli eventi più interessanti nell'evoluzione
della lingua inglese dal medioevo ad oggi. Si chiama <<great vowel shift>> o
grande mutamento vocalico. È un fenomeno complesso che ha anche cau-
sato la grande divergenza tra la grafia e la pronuncia delle parole inglesi.

All'inizio di questo processo, l'inglese aveva pochi suoni vocalici, pres-


sappoco i sette che abbiamo noi in italiano (le vocali scritte sono cinque
ma i suoni corrispondenti sette, poiché la e e la o vengono pronunciate sia
chiuse sia aperte). Oggi invece l'inglese ha una ventina di suoni vocalici
distinguibili e un gran numero di dittonghi; molte parole, come <<bite>>
(morso), <<white>> (bianco), <<mite>> (insetto), si pronunciavano nel me-
dioevo pressappoco come sono scritte oggi, poi l'ultima vocale è caduta e
la prima è diventata, attraverso una catena di trasformazioni, il dittongo
<<ai>>: pronuncia bai t, huait, mai t nell'inglese delle classi alte, fino a poco
tempo fa adottato anche dalla BBC (la cosiddetta <<pronuncia ricevuta>>).
In certe parti d'Inghilterra la pronuncia è boit, uoit, moit, ma varia pa-
recchio a seconda delle regioni e delle parole. Nel dialetto di Londra, il
cosiddetto <<cockney>>, che fra l'altro ricorda l'accento australiano perché
molti dei primi coloni australiani provenivano dalle prigioni di Londra,
le parole <<mate>> (compagno), <<wait>> (attendere), «fate>> (fato), che in
inglese standard si pronunciano meit, ueit, feit, diventano mait, uait, fait.

La torre di Babele 293


Scuola femminile nella valle di Jhelum, Kashmir Jammu, Pakistan. ©Giovanni Porzio 2013

294 Chi siamo


Qui siamo davanti a processi evolutivi che tendono a seguire la stessa
strada, talora anche in lingue diverse. È come se le mutazioni avvenissero
sempre in uno stesso senso? O è la selezione culturale che le incammina
sempre nella stessa direzione? Il fenomeno non è ben compreso, ma ciò
che lo fa corrispondere al paradigma della diffusione lessicale è che il
processo si verifica in molte parole che hanno proprietà fonetiche simili.
Se si tratta di mutazioni che tendono ad avvenire sempre nella stessa di-
rezione, abbiamo una situazione molto diversa da quella della biologia,
ove la mutazione è tipicamente casuale (anche se possono riscontrarsi
diversità nella frequenza con cui ha luogo nei vari nucleotidi e regioni
cromosomiche).

A questo fenomeno di variazione in una direzione precisa è stato dato


da un celebre linguista, Edward Sapir, il nome di «drift,,, che noi tradu-
ciamo con la parola deriva. Qui purtroppo c'è una incongruenza con
l'uso genetico: la deriva genetica non tende ad andare in una direzione
precisa, ma va con eguale probabilità nell'una o nell'altra delle due dire-
zioni possibili, l'aumento o la diminuzione di frequenza della forma di
un gene.
In realtà dobbiamo riconoscere che è più corretto l'uso della parola
fatto dai linguisti, poiché «andare alla deriva>> indica il lasciarsi trascinare
da una corrente, che ha una direzione fissa. Non c'è da stupirsi troppo
che la definizione usata dai linguisti sia più esatta di quella dei genetisti: è
il loro mestiere. Per accentuare la differenza di significato della parola in
genetica rispetto a quello più corrente, il genetista Motoo Kimura, che ha
dato contributi molto importanti alla teoria matematica della deriva, ha
suggerito l'espressione «deriva genetica casuale>>, che naturalmente è un
po' lunga per il discorso comune.

In realtà si può generalizzare ed includere nella diffusione lessicale an-


che le classiche <<leggi fonetiche>> scoperte nell'Ottocento. Naturalmen-
te è questione di definizioni. Alludo alle regolarità del cambiamento dei
suoni, che furono dimostrate specie nel secolo scorso in molte occasioni.
Famose le regole di Grimm (Jacob, che scrisse con il fratello le famose fa-
vole ed era anche un ottimo linguista): ad esempio, le lettere che erano an-
ticamente (cioè in greco, latino o sanscrito) p, t, k sono divenute in inglese
f, th, h, e in alto tedesco f, d, h. Per esempio «pater>> diviene «father>> in
inglese, «fadar>> in gotico (e Vater, pronunciato fater in alto tedesco mo-
derno). Un gruppo di linguisti del tardo Ottocento, i «neogrammatici>>,

La torre di Babele 295


dichiararono che le regole di cambiamento dei suoni erano perfette e che
si potevano spiegare tutte le eccezioni. Si tratta di una pretesa eccessiva,
ma si deve riconoscere che i suoni cambiano con una regolarità senza
dubbio notevole. È ragionevole cercarne una spiegazione in qualche sub-
strato biologico.
Il linguista Noam Chomsky ha riconosciuto l'esistenza di una struttura
profonda del linguaggio, rivelata dalla nostra capacità di percepire dif-
ferenze sottili tra frasi superficialmente simili ma che hanno in realtà un
significato diverso, e ha espresso l'opinione che la mente umana abbia
una capacità innata a comprendere il linguaggio, che esista cioè una base
biologica unica e speciale.
Si può non essere tanto entusiasti quanto i suoi più diretti discepoli
circa molte sottigliezze delle teorie chomskiane, ma vi è certo della verità
nel fatto che la mente umana ha una predisposizione ad imparare il lin-
guaggio. Essa manca agli altri animali, compresi i cugini più vicini a noi,
i quali probabilmente non potranno mai giungere ad un'efficienza ed una
funzionalità complesse quanto le nostre.
Questa unicità della mente umana si è dimostrata finora in due modi:
l'enorme interesse che ha il bambino normale ad imparare il linguaggio
per comunicare con gli adulti e con altri bambini e l'esistenza di capacità
speciali che hanno una base genetica e che ci permettono di apprendere i
dettagli più fini dell'uso del linguaggio e della sua struttura.

I bambini che nei primi anni di vita non sono a contatto con altri esseri
umani da cui imparare un linguaggio perdono la capacità di apprenderlo
in seguito e sono condannati a restare muti, parzialmente o totalmente.
Un contesto sociale adatto è necessario per attivare la capacità innata
di apprendimento. Vi sono molti esempi di cosiddetti <<bambini-lupo>>,
rimasti isolati dai loro simili per parecchi anni dopo la nascita perché al-
levati da animali (lupi, orsi, pecore, maiali) o per altri motivi, e che hanno
perduto in parte o del tutto la capacità di imparare a parlare. Un caso
riferito in anni recenti è quello di una bambina americana, Genie, che il
padre aveva tenuto legata in una stanza chiusa impedendole di parlare
per vari anni. Quando infine questo incredibile abuso venne alla luce, di-
versi professionisti studiarono Genie e tentarono di insegnarle a parlare,
con successo solo parziale.
Deve esservi un periodo critico in cui i bambini hanno una grande pre-
disposizione a imparare il linguaggio e un forte interesse a farlo: segno
evidente di una base biologica che fa parte del corredo psicologico di

296 Chi siamo


un essere umano normale. Esiste un altro periodo critico, cui si è già
accennato e che per i più termina con la pubertà, per la capacità di ap-
prendere una seconda lingua, ed in particolare di imparare a riprodurre
con esattezza i suoni specifici di una lingua diversa da quella materna. Per
gli italiani è particolarmente difficile, ad esempio, apprendere due suoni
caratteristici dell'inglese, rappresentati ambedue per iscritto dalle lettere
th, come nell'articolo <<the>> e nel cognome <<Smith>>. Tranne che per po-
chi fortunati, l'unico modo di impararli perfettamente è praticarli a lungo
prima della pubertà.

La produzione di suoni inconsueti non è la sola difficoltà che ogni bam-


bino sa superare brillantemente, mentre per la maggior parte degli adulti
è insuperabile. Nel corso della vita - e sempre meglio in giovane età -
s'imparano le numerosissime regole presenti in ogni linguaggio. L'appren-
dimento è alla portata di tutti, o quasi. Vi sono infatti individui spesso
gravemente handicappati nell'uso del linguaggio: si tratta di esiti di traumi
cerebrali in aree particolari, oppure di lesioni genetiche che si dimostrano
ereditarie in talune famiglie. È un'area di studio recente, in cui gli esempi
sono ancora pochi. A parte i difetti più gravi, come la sordità, il sordo-
mutismo o l'afasia (la completa mancanza di comprensione o produzione
del linguaggio), ve ne sono di più lievi, come la dislessia e la disgrafia, cioè
l'incapacità di leggere o scrivere correttamente. Alcuni sono di particolare
interesse per la ricerca perché altamente specializzati, come l'incapacità di
coniugare i verbi o declinare i nomi, o tutt'e due.

In un albero genealogico familiare descritto in Canada si è osservato un


numero non indifferente di persone incapaci di formare correttamente il
plurale di nomi inconsueti. Se in Italia chiedessimo, ad esempio: <<Come si
dice, se invece di un cappello ce ne sono due?>> otterremmo naturalmente
la risposta <<due cappelli>>. Queste persone non hanno difficoltà a dare la
risposta giusta per i nomi usati comunemente. Ma se si spiega loro che
un certo animale si chiama <<vombato>>, una parola che la persona in que-
stione non ha mai sentito, e si chiede quale ne è il plurale, non si riesce ad
ottenere la risposta <<vombati>>. Manca cioè il riconoscimento della regola
con la quale si formano i plurali. È straordinario come le osservazioni su
questo particolare albero genealogico, assai ricco, rivelino la probabile
esistenza di un gene che presiede alla capacità di formare plurali o di
coniugare verbi. La genetica molecolare consentirà di individuare il gene
responsabile di questo singolare difetto.

La torre di Babele 297


Il nostro cervello è in grado di riconoscere queste regole e le usa di solito
in modo subcosciente, si direbbe allo scopo di ridurre lo sforzo necessario
per applicarle, così da rendere più efficiente il nostro discorso.

Vi è un rapporto tra evoluzione biologica e linguistica?

Abbiamo detto che un albero evolutivo delle lingue contiene ancora


molte incertezze, ed è incompleto; quello dell'origine genetica è più soli-
do, ma è anch'esso esposto alla possibilità che ricerche future modifichi-
no alcune delle connessioni.
Sono comunque entrambi già abbastanza sviluppati da permetterei di
porre la domanda: esiste qualche parallelo tra evoluzione linguistica ed
evoluzione genetica? Con i miei colleghi italiani Paolo Menozzi e Alberto
Piazza abbiamo tentato di dare una prima risposta in un articolo pubbli-
cato nel 1988, dopo avere terminato l'analisi dei dati che ci erano serviti
per ricostruire l'albero genetico delle popolazioni umane.
Avevamo organizzato le popolazioni in base a criteri linguistici, perché
era il modo più semplice e completo per ordinare il grande numero di dati
a disposizione: centinaia di dati genetici provenienti da 1500 popolazioni
diverse. Le circa 5000 lingue parlate oggi nel mondo corrispondono assai
da vicino alle nazioni e alle tribù aborigene esistenti. (Il miglior elenco
ordinato e completo dei gruppi etnici, aggiornato di frequente, viene pub-
blicato in un libro dal titolo The Ethnologue, l'etnologo. È una pubblica-
zione di qualità, curata con criteri scientifici, che viene usata anche a fini
religiosi, poiché accanto ai dati demografici, geografici e linguistici indica
se esiste una traduzione della Bibbia in ognuna delle 5000 e più lingue,
parziale o completa.)
È stato facile, grazie all'ordinamento linguistico di partenza, controllare
se il nostro albero genetico aveva qualche rapporto con quello linguistico.
La risposta è stata positiva.
Le circa 1500 popolazioni su cui avevamo dati genetici sono state ri-
dotte a 42, riunendo insieme popolazioni vicine geograficamente ed et-
nicamente e usando qualche volta criteri linguistici per raccoglierle in
gruppi. Ci siamo assicurati che quest'ultimo fatto non viziasse le nostre
conclusioni. Comunque, è da notare che il criterio linguistico di raggrup-
pamento delle lingue dà molto spesso risultati simili a quello geografico
e a quello dedotto da somiglianze culturali e fisiche. Le 42 popolazioni
sono state poi ridotte a 27, per semplicità. Ad esempio, la maggioranza

298 Chi siamo


delle popolazioni europee che avevamo considerato all'inizio sono assai
simili in base alle differenze genetiche che si osservano fra di loro, se le
paragoniamo con quelle che le distinguono da popolazioni di altri con-
tinenti. Perciò abbiamo riunito le sei popolazioni europee in un unico
gruppo, esclusi i lapponi che sono molto diversi dagli altri.

HOMO SAPIENS

Corrispondenza fra albero genetico delle principali popolazioni del mondo e famiglie linguistiche.

La torre di Babele 299


Associando le famiglie e le superfamiglie linguistiche elencate da Ruhlen
al nostro albero genetico, come da figura, si vede che queste per lo più
riuniscono rami dell'albero molto vicini fra loro, cioè separatisi l'uno
dall'altro molto recentemente. Vi sono poche eccezioni a questa regola, e
di tutte è facile trovare una giustificazione convincente.
È anche notevole che le superfamiglie più grandi, come il Nostratico e
l'Eurasiatico, tendano approssimativamente a coincidere con i rami più
alti dell'albero. Questo è vero anche per altre superfamiglie, come quella
austrica, che comprende il grande gruppo austronesiano, di cui fanno
parte le lingue malesi-polinesiane.
Guardiamo con grande interesse ai futuri perfezionamenti dell'albero
linguistico, come di quello genetico. Siamo però certi fin d'ora che la so-
miglianza tra i due non può essere casuale. Questa affermazione è stata
contestata da alcuni linguisti che stanno per così dire dall'altra parte della
barricata (la coalizione di americanisti anti-Greenberg), ai quali dà molto
fastidio che le somiglianze genetiche fra amerindi rispecchino quelle lin-
guistiche individuate da Greenberg. Abbiamo però dimostrato che se la
somiglianza fra albero genetico e classificazione linguistica fosse casuale
avrebbe potuto prodursi solo con una probabilità così bassa da essere
assolutamente trascurabile.

Una ricerca innovativa

Una ricerca ora in corso, coordinata da Giuseppe Longobardi, Univer-


sità di York, in collaborazione con antropologi e genetisti delle Università
di Bologna e di Ferrara e con la linguista Cristina Guardiano dell'Univer-
sità di Modena e Reggio Emilia, si propone di esplorare in parallelo ge-
nealogie linguistiche e genetiche su scala piuttosto vasta, sviluppando per
l'analisi linguistica un nuovo metodo, detto di comparazione parametrica
(PCM, per Parametric Comparison Method). Il PCM, proposto nel2003
da Longobardi e sviluppato successivamente in vari lavori di Longobardi
e Guardiano (2005, 2009, 2013), si basa sugli orientamenti teorici svilup-
pati negli ultimi trent'anni nell'ambito della linguistica formale, a partire
soprattutto dagli studi di Noam Chomsky del MIT. Questi orientamenti
postulano l'esistenza di una "Grammatica Universale", codificata nella
struttura biologica di ogni individuo, che consiste di un insieme fisso di
principi universali, comuni ad ogni lingua (per esempio, in ogni lingua
del mondo una frase richiede un soggetto), e di un insieme finito di pa-

300 Chi siamo


rametri, ossia di scelte binarie che ciascuna lingua fissa autonomamente
(per esempio, in alcune lingue il soggetto deve essere espresso, in altre
può rimanere implicito: in italiano si può dire <<vengo>>, in francese e in-
glese bisogna dire «io vengo>>; oppure varia l'ordine in cui sono disposti
soggetto, oggetto e verbo, come già abbiamo visto; o ancora i modi in cui
diverse lingue esprimono la persona, il genere, il numero). Il Metodo di
Comparazione Parametrica consiste nel mettere a confronto le lingue sul-
la base dei valori che ciascuna assegna a diversi parametri presenti nella
Grammatica Universale.
Questo metodo si basa sull'analisi di strutture del linguaggio assai più
profonde (la sintassi in particolare), rispetto all'analisi lessicale, che al
paragone rappresenta la 'superficie' del linguaggio. È più rigoroso che
mettere a confronto grezzo anche grandi numeri di parole che variano da
lingua a lingua sia nella forma sia nel significato (come ad esempio fa il
Metodo di Comparazione di Massa, o Mass Comparison), e promette di
raggiungere una profondità storica che anche il preciso metodo "tradizio-
nale" dei linguisti storici (il Metodo Comparativo Classico) non può rag-
giungere, proprio perché si basa pur sempre sulle parole del vocabolario,
che cambiano molto velocemente. Al contrario, la sintassi si differenzia
ben più lentamente del lessico, per cui il metodo di comparazione para-
metrica promette di portarci più indietro nel tempo di quanto sia stato
finora possibile.
Un ulteriore vantaggio del metodo è di prendere in considerazione liste
di parametri che sono universali, cioè sono sicuramente presenti in tutte
le lingue (quindi rendono possibili confronti fra qualunque lingua) e sono
discreti (per esempio, o il soggetto deve essere espresso oppure no), per
cui possono fornire misure esatte della distanza tra due lingue imparen-
tate e potenzialmente fornire indicazioni - correlandole ai dati storici -
sulla loro distanza di separazione. È un'operazione simile al calcolo delle
mutazioni per ricostruire gli alberi genetici.
La ricerca, denominata LanGeLin (per Language and Gene Lineages,
lignaggi di lingue e di geni), esamina al tempo stesso la lingua e la gene-
tica di 53 popolazioni del mondo (di cui 28 extraeuropee): di ciascuna si
analizzeranno, in 20-25 individui, circa un milione di nucleotidi noti per
essere variabili, in più punti del genoma. L'obiettivo principale è stabilire
se vi sia corrispondenza tra gli alberi linguistici e gli alberi genetici che i
dati permetteranno di ricostruire, ma la ricerca potrà portare altri impor-
tanti contributi a tutte le discipline e le metodologie coinvolte.
È un bellissimo progetto, cui non si può che augurare buona fortuna.

La torre di Babele 301


L'eccezione «controll~> la regola

Si dice che «l'eccezione conferma la regola>>. È una frase stupida, perché


un'eccezione, se confermata, distrugge una regola. D'altra parte, quasi tut-
te le regole hanno eccezioni. Ma all'origine la frase era: <<L'eccezione serve
a controllare la regola>>. Vi sono eccezioni così basilari da distruggere una
teoria; altre possono rinforzarla se trovano una spiegazione convincente.
Vediamo nel nostro caso le eccezioni più importanti. Gli etiopici, di cui
esistono diversi gruppi etnici e molti linguaggi, e che rappresentano uno
dei 42 gruppi genetici in cui abbiamo inizialmente riunito le nostre 1500
popolazioni, si classificano fra gli africani per i geni, anche se un'analisi
più dettagliata mostra che sono africani particolari, in quanto hanno una
forte componente di origine caucasoide (cioè bianca). Si può anzi dire che
abbiano una miscela di geni di origine africana e di origine bianca: le due
componenti si possono stimare in media al 60 e 40 per cento. Dal punto
di vista linguistico invece gli etiopici si avvicinano agli arabi, perché par-
lano in genere lingue di una famiglia -detta afroasiatica -distribuita in
Africa del nord, Arabia e Medio Oriente.
La mescolanza genetica e l'acquisizione di lingue afroasiatiche rispec-
chia la storia degli etiopi, che hanno avuto a lungo stretti rapporti con
l'Arabia. A cavallo dell'inizio dell'era cristiana è esistito un impero co-
mune ai due paesi, che ebbe dapprima capitale in Arabia, a Saba, e più
tardi in Africa, ad Axum. Secondo la tradizione etiopica, Makeda, regina
di Saba, sarebbe andata a trovare il re Salomone e ne avrebbe avuto un
figlio, Menelik, fondatore della dinastia etiopica (detta appunto salomo-
nide) detronizzata pochi decenni or sono. Vi è un resoconto biblico della
visita. Dati i rapporti di oltre tremila anni non stupisce che gli etiopici si
accompagnino agli africani nell'albero genetico, ma all'Arabia e al Nord
Africa per la lingua.
Una storia non dissimile è quella dei lapponi, che i dati genetici pongo-
no sullo stesso ramo degli europei (benché abbastanza distanti da loro),
mentre i dati linguistici li uniscono alla famiglia uralica, che si ripartisce
fra Europa del nord-est e Siberia occidentale. La genetica mostra in realtà
che i )apponi sono intermedi fra europei e siberiani: senza dubbio si è
verificata una mescolanza dei due gruppi, che li ha resi per oltre il 50 per
cento europei (e spesso biondi, per quanto non sia raro trovarne di scuri
di pelle e di capelli). Sappiamo che abitano la Lapponia, nel nord della
Scandinavia, da almeno duemila anni, forse da molto più. Hanno svilup-
pato uno straordinario adattamento alle condizioni artiche, imparando

302 Chi siamo


a cacciare le renne selvatiche, allevando animali e andando a pesca. Già
duemila anni fa usavano sci di legno per muoversi durante l'inverno sulle
pianure gelate.
Un altro caso, diverso in quanto non si rilevano chiare mescolanze ge-
netiche, si osserva per i tibetani (non mostrati nell'albero di p. 299), che
vengono dal nord della Cina e parlano lingue del gruppo sino-tibetano,
come i cinesi del nord e del sud. Questi ultimi però sono geneticamente
diversi e compaiono su un altro ramo dell'albero genetico. Questa di-
screpanza è dovuta al fatto che la lingua cinese era parlata nel nord della
Cina oltre tremila anni fa e si è diffusa al sud a partire dal tempo in cui
è avvenuta l'unificazione della Cina, circa 2200 anni fa. L'associazione
linguistica dei tibetani con i cinesi del sud nella classificazione linguistica
non riflette quindi la loro origine, ma avvenimenti successivi di natura
politica.

La lingua dei conquistatori

Osservando attentamente queste «eccezioni>> scopriamo che non sono


vere eccezioni, soprattutto se teniamo a mente l'esistenza di un partico-
lare meccanismo di evoluzione linguistica: la sostituzione in blocco di
un linguaggio con un altro in presenza di particolari situazioni sociopo-
litiche. (Non si tratta della <<migrazione>> di alcune parole che i linguisti,
abbiamo visto, chiamano <<prestito>>.)
Basta ricordare la storia recente delle lingue in America. Fino a Co-
lombo si parlavano lingue amerindie in molta parte del nord e in tutto il
centro e il sud. Con l'arrivo dei colonizzatori europei furono introdotte
quattro lingue nuove: inglese e francese nella maggior parte del Nord
America; spagnolo nel centro e nel sud, con l'eccezione della parte orien-
tale del Sud America, in cui si parla portoghese. I colonizzatori non solo
hanno continuato a parlare la loro lingua di origine ma l'hanno anche
diffusa e in genere imposta ai nativi. Per fortuna molte delle lingue origi-
nali si parlano ancora e si possono studiare, ma tante altre stanno scom-
parendo rapidamente e fra due o trecento anni sopravvivranno poche
delle 600 lingue indigene ancora esistenti.

Perché avvenga la sostituzione di solito occorre che i nuovi arrivati sia-


no in numero sufficiente e soprattutto molto potenti. La creazione di armi
moderne e di eserciti d'occupazione ha favorito in questi ultimi secoli la

La torre di Babele 303


sostituzione dei linguaggi, che però ha avuto luogo anche in tempi meno
recenti. Abbiamo visto infatti che l'arrivo di conquistatori che parlavano
lingue indoeuropee in Iran e India ha favorito la sostituzione di quelle
dravidiche. Meno chiaro storicamente, ma molto verosimile, l'arrivo di
conquistatori celtici in Europa, che hanno imposto queste lingue, poi so-
stituite dal latino in Europa occidentale e in Inghilterra. In quest'ultimo
paese il latino fu poi sostituito a sua volta dalla lingua degli anglosassoni.
Non sempre i conquistatori di un paese vi imposero la loro lingua. I ro-
mani rispettarono l'uso del greco in Grecia e in Asia Minore, come anche
nel mezzogiorno d'Italia, perché il greco aveva grande prestigio. I franchi,
una tribù germanica che invase il nord della Francia alla fine dell'impe-
ro romano verso il VI secolo d.C., non soppressero la lingua latina, che
aveva cominciato allora ad evolvere verso il francese moderno. Un'altra
tribù germanica, proveniente forse dalla Svezia, i longobardi (<<uomini
dalla lunga barba>>, secondo una tradizione, o <<dalla lunga lancia>> se-
condo un'altra) conquistarono buona parte dell'Italia tra il VI e l'VIII
secolo d.C. e imposero il loro potere e le loro leggi ma non la loro lingua.
L'italiano moderno contiene decine di parole di origine longobarda, alcu-
ne di uso comunissimo (balcone, banca, panca, guancia, nocca, scaffale,
russare, zanna ... ), molte legate ai costumi e alle leggi promulgate allora
(guidrigildo, faida, ordalia); vi si trovano poi molti toponimi (paesi come
Sala e Farra), nomi di persona, ed ancor più cognomi di tale origine (Adi-
mari, Anselmi, Alberti, Berlinguer e così via). La sostituzione di un lin-
guaggio con un altro è un caso estremo di evoluzione linguistica rapida.
Una lingua può rimpiazzarne un'altra in poche generazioni. In Africa
mi è capitato di arrivare in un villaggio pigmeo e di scoprire che la lista
di domande di un questionario demografico che avevo usato negli altri
villaggi, ove erano capite da tutti, non funzionava se non con gli indivi-
dui più vecchi dell'accampamento. Si trattava- bisogna dire- di un ac-
campamento particolare, situato alla periferia dell'area abitata da pigmei
nella Repubblica Centrafricana e posto al sole, in mezzo a un campo,
anziché nella foresta o vicino ad essa. Ciò che forse mi ha stupito di più
è stato vedervi galline razzolare fra le capanne: i primi animali domestici
che ho visto tra i pigmei.

304 Chi siamo


Una profezia di Darwin

Mi sono reso conto con un misto di emozione, contentezza ed anche


un po' di imbarazzo che la nostra osservazione della grande somiglianza
tra l'albero genetico e quello delle famiglie linguistiche era stata previ-
sta da Charles Darwin. Ecco quanto scriveva nell'Origine delle Specie
(1859): «Se possedessimo un albero genealogico perfetto dell'umanità,
un ordinamento genealogico delle razze dell'uomo permetterebbe la mi-
glior classificazione delle lingue che oggi si parlano nel mondo; e se tutte
le lingue estinte e i dialetti intermedi e quelli che cambiano lentamente
potessero essere inclusi, quest'ordinamento sarebbe il migliore possibile>>.
Questa profezia mi è stata ricordata da un amico che si occupava di storia
dell'evoluzione, Franco Scudo.
Perché deve esservi somiglianza fra evoluzione linguistica ed evoluzione
genetica? La spiegazione è semplice. Nel corso dell'espansione dell'uomo
moderno, nuove regioni e nuovi continenti sono stati occupati da gruppi
che si sono separati dalle loro comunità di origine e si sono insediati in
nuove località; di lì sono nati altri frammenti, che hanno proseguito ver-
so luoghi più distanti. Attraverso questa serie di scissioni e spostamenti
a catena si sono raggiunte regioni tanto lontane che è stato difficile o
impossibile mantenere i rapporti con i luoghi e le popolazioni di origine.
L'isolamento dei molti gruppi che si sono così venuti a formare ha deter-
minato due fenomeni inevitabili: la formazione di differenze genetiche
e la formazione di differenze linguistiche. Ambedue i fenomeni hanno
seguito strade proprie e hanno avuto una propria dinamica, ma la storia
delle separazioni, che sono la causa della differenziazione, è comune a en-
trambi. La storia che si ricostruisce attraverso le lingue, come attraverso
i geni, è proprio quella delle separazioni, ed è quindi inevitabilmente la
stessa.
Si può obbiettare che la storia del mondo non è fatta di sole «scissioni»
di popoli. Ve ne sono state di più nette ed importanti, ad esempio nel caso
dell'occupazione di nuovi continenti ed isole, ove la discontinuità geogra-
fica favorisce quella genetica e culturale. Ma anche ove una contiguità
geografica favorisce gli scambi si continua a trovare, naturalmente con
più eccezioni, una correlazione fra corredo genetico e lingua all'interno
di uno stesso popolo. I fattori che controllano la formazione di differenze
tra gruppi, cioè l'isolamento e la migrazione, agiscono in modo simile,
pur se non identico, su geni e lingue, anche in assenza di una precisa di-
scontinuità geografica.

La torre di Babele 305


Capitolo 8

EREDITÀ CULTURALE,
EREDITÀ GENETICA
Le scogliere di Ponta Grossa, Brasile.© Giovanni Porzio 2013
I contatti che ho avuto con i pigmei sono stati uno shock. È incredibile
la differenza tra il nostro modo di vita e quello che loro trovano così
naturale. Trascorrono l'esistenza in capanne semplicissime, costruite con
le proprie mani in poche ore, immersi nell'ombra fitta della foresta, dove
di rado il sole filtra attraverso la spessa coltre di foglie degli alberi altis-
simi. Vivono in gruppi che raramente superano le venti o trenta persone,
procurandosi ogni giorno il cibo con antiche astuzie per sorprendere gli
animali e ucciderli con armi rudimentali, o raccogliendo con pazienza
una grande varietà di foglie, radici e frutti per cui i botanici occidentali
non sempre hanno un nome. Eppure basta frequentarli per pochi giorni
per rendersi conto che siamo la stessa gente e che sono, in più, profon-
damente simpatici. Sono sì molto piccoli, strani di faccia, talora non ben
odoranti, ma sono gentili e dignitosi, rispondono subito al sorriso, distin-
guono rapidamente l'amico e il nemico. Molti di loro hanno grande co-
raggio, alcuni hanno compiuto importanti scoperte sul comportamento
degli animali, hanno inventato cure mediche e tecniche di caccia nuove.
Sono riusciti a sopravvivere a infiniti disagi, pericoli e vicissitudini.

Ci vuole un coraggio ammirevole per uccidere un elefante infilandosi


fra le sue zampe per poi colpirlo con una lancia di legno. Tutti gli elefanti
il cui avorio è stato venduto nei secoli passati sui mercati mondiali sono
stati cacciati dai pigmei; gli agricoltori africani hanno solo trasportato le
zanne alle navi dei mercanti. Sono stati i pigmei a catturare gli animali
veramente rari della foresta tropicale che si vedono nei giardini zoologici.
Questi ultimi naturalmente non sono «meriti>> agli occhi di un ecologi-
sta: ma fino a quando i pigmei hanno cacciato con i loro metodi non vi è
stato un vero pericolo di estinzione per le specie rare. Fu il fucile, intro-
dotto dai bianchi, a sterminare la fauna africana. Ancor oggi è molto raro
che i pigmei vadano a caccia con il fucile, e se questo accade lo hanno
preso in prestito da altri.
Fin dai primi contatti ebbi la precisa sensazione che non vi era diffe-
renza alcuna di sentimenti o di intelligenza fra noi e questi esseri un po'
stupiti alla vista dei grossi individui di pelle bianca, pieni di macchine e
aggeggi strani, che si agitavano intorno a loro. Tutti i miei colleghi, con
cui passai parecchio tempo a interrogare ed esaminare questi marziani
della foresta tropicale, svilupparono presto la stessa simpatia e ammira-
zione. Fu per me un grande insegnamento vedere come si rivolgeva loro e
come li trattava un ottimo antropologo quale Colin Turnbull, con cui ho
visitato parecchi accampamenti. Il primo giorno che lo vidi all'opera, una
vecchietta pigmea, piccolissima, era venuta al villaggio degli agricoltori,
dove i pigmei sono spesso trattati con alterigia e villania, come servitori
stupidi. Colin, alto più di un metro e ottanta, si chinò per parlarle con
un rispetto e una cortesia quale i suoi antenati scozzesi avrebbero usato
verso una regma.
Veniva da chiedersi: perché tanta differenza fra il nostro e il loro modo
di vita? È evidente che le differenze biologiche, benché s'impongano
all'attenzione, sono superficiali. Hanno tutt'altra economia dalla nostra,
non c'è dubbio, ma da sola non basta a rendere conto di questa disparità.
Poteva trattarsi solo di un'eredità culturale radicalmente diversa, vecchia
di millenni, ben adattata all'ambiente di vita, estremamente difficile da
cambiare. E perché mai cambiarla? L'unico motivo è che stiamo portando
via le loro foreste perché fanno comodo a noi, che non ci preoccupiamo
minimamente se così facendo distruggiamo il loro modo di vita senza
poterne offrire in cambio un altro; al più li costringiamo a sostituirlo con
uno infinitamente inferiore.

Quattro europei

Il contatto con un mondo così diverso dal nostro mi ha spinto a cercare


di capire i perché di queste differenze culturali, a studiare cioè quella che
si può chiamare <<evoluzione culturale>>. Non c'è bisogno di andare nelle
foreste tropicali africane per rendersi conto che esistono eredità culturali

310 Chi siamo


potentissime e che possono variare profondamente anche a pochi chilo-
metri di distanza. Basta guardare le differenze fra le regioni di una stessa
nazione in Europa, per non parlare dei ben noti stereotipi nazionali. Non
se ne parla molto, perché, in fondo, di solito siamo soddisfatti del nostro
modo di vita, o almeno ci sarebbe difficile adattarci ad un altro; per capi-
re le differenze fra noi e i nostri vicini dovremmo parlarne con loro, o con
qualche osservatore neutrale, ed è spesso sgradevole venire a sapere quel
che gli altri pensano di noi, specie se lo dicono con sincerità.
L'inglese ad esempio non lavora molto, è flemmatico, ossia reagisce
con calma agli avvenimenti esterni. Adora l'Inghilterra ma va all'estero
appena può (al giorno d'oggi non è più il solo, naturalmente, ma lo si
può considerare l'inventore del turismo, parola inglese in origine). È, o
forse è più giusto dire che era, profondamente razzista, convinto che al di
fuori dell'Inghilterra non vi sia civiltà ( «niggers begin at Calais»: i negri
cominciano a Calais). Bisogna riconoscere che la loro superbia, oggi atte-
nuata da decenni di difficoltà, è sempre stata temperata da un fortissimo
«sense of humour>> (espressione inglese, naturalmente), rivolto innanzi
tutto verso se stessi.
Il tedesco non rimane indietro quanto a presunzione, ma è educato a
grande disciplina, assai più dell'inglese. È molto bene organizzato e ha un
profondo senso dell'obbedienza e rispetto dell'autorità. A queste carat-
teristiche deve tanto i suoi notevolissimi successi, di cui oggi si impone
all'attenzione soprattutto quello economico, quanto gli eccessi di cui si
è reso colpevole in passato, il militarismo e le inaudite crudeltà naziste.
Non brilla né per senso dell'umorismo, né per lungimiranza, ma ha una
serietà nel lavoro che ispira una profonda ammirazione e gli dà un van-
taggio notevolissimo sugli altri europei.
Il francese è altrettanto arrogante (o più) ma è anche effervescente, ha
sviluppato un raffinatissimo interesse per i piaceri della vita, dal buon
mangiare al buon vino ai rapporti fra i sessi, al bel parlare e al bello scri-
vere. Ha anche la capacità di portare avanti iniziative industriali e arti-
stiche di grande importanza, ha molto rispetto per le novità e ne produce
assai più di quanto si sia comunemente disposti a riconoscere.

Difficile dire quale di questi europei sia più presuntuoso. In questo sen-
so l'italiano, benché convinto naturalmente che non è possibile condurre
una vita gradevole fuori d'Italia, è l'unico provvisto di un senso critico
verso se stesso, spesso troppo acre e talora paralizzante al punto di sco-
raggiare miglioramenti. Ultimo fra i quattro europei citati per capacità

Eredità culturale, eredità genetica 311


organizzative e disciplina, ha sviluppato doti positive (dovute in parte
alla necessità di sopravvivere nei secoli di dominio straniero), come una
notevole abilità nel cavarsi d'impaccio in situazioni difficili (la cosiddetta
«arte d'arrangiarsi>>). È venuto ora un tempo in cui ha bisogno di diven-
tare più onesto e coraggioso. Ha una grande comunicativa, sa apprezzare
e creare il bello (ma questo è vero anche di molti altri popoli), tende (non
sempre) ad aiutare il prossimo, e ha una certa gioia di vivere che sa tra-
smettere agli altri.

Naturalmente questi stereotipi non valgono per tutti gli individui di una
nazione, ma sono validi semmai solo in media. Nessuno di questi com-
portamenti è facilmente quantificabile o traducibile in termini scientifici
validi. La ragione per cui ho elencato alcune doti e difetti di popoli noti
alla maggior parte dei lettori è di esemplificare una convinzione comune,
cioè che esistono grandi differenze tra popoli, chiaramente rilevabili an-
che se difficili da misurare accuratamente.

Geni, aspetto e comportamenti

Nell'Ottocento si parlava di «carattere nazionale>>. Da dove viene que-


sto paradigma? È un fatto genetico? È un fatto culturale? Quando ero
studente, vivendo in mezzo a persone di molte origini diverse, mi accorge-
vo che mi era facile capire la nazionalità dei miei coetanei. Naturalmente
si trattava di osservazioni fisiche, in cui il comportamento non c'entrava
o c'entrava poco. Forse esistevano davvero tutte queste razze diverse in
Europa? Mi decisi ad analizzare quali indizi usavo per la diagnosi. Natu-
ralmente il colore dei capelli e degli occhi era utile, ma vi erano molti altri
dati più importanti: la forma delle scarpe, la foggia e il colore degli abiti
e soprattutto il taglio dei capelli, tutti fatti culturali.

Se guardiamo i geni troviamo che le differenze di frequenza tra i popoli


europei per l'Rh, l' ABO, e in genere per tutti i geni che conosciamo sono
minime. Francesi e tedeschi si sono combattuti e odiati a lungo, ma i loro
geni sono in media molto simili. Se guardiamo le differenze tra francesi
del sud-est, del sud-ovest, del nord-ovest ecc., ne troviamo anche di più
notevoli che tra francesi e tedeschi. L'Europa è in realtà un caso eccezio-
nale, nel senso che è straordinariamente omogenea sul piano genetico,
almeno rispetto agli altri continenti.

312 Chi siamo


Sorge però un grave dubbio. Vi sono chiaramente forti diversità nel
colore di capelli, occhi e pelle fra nord e sud. Sono biologiche ed eredita-
rie, certo non culturali. Come mai queste differenze biologiche visibili a
occhio nudo sono maggiori delle differenze che osserviamo per i gruppi
sanguigni o per altri geni? E se vi sono geni che controllano il colore dei
capelli, non potrebbero esservene altri ipotetici che controllano la disci-
plina o il senso dell'umorismo? Non sappiamo se ne esistano e la genetica
moderna sicuramente non è in grado di fare ricerche su caratteri così
elusivi. Forse fra venti o trent'anni la situazione sarà diversa.

Per quanto riguarda le forti differenze di colore della pelle vi è una


spiegazione convincente, che abbiamo già visto, legata all'adattamento
all'ambiente e al clima. Il colore dei capelli come degli occhi può seguire
semplicemente quello della pelle, anche se non sono strettamente asso-
ciati fra loro; troviamo persone con capelli neri e occhi azzurri, rare ma
molto attraenti. In realtà, questi caratteri sono importanti nelle scelte ma-
trimoniali e hanno un vantaggio selettivo, perché i colori chiari sembrano
essere assai desiderabili laddove sono rari; viceversa, i colori scuri sono
ricercati dove predominano i colori chiari. È la selezione sessuale, che
spesso ci fa preferire i tipi meno frequenti. Tipi di pigmentazione eccezio-
nali, come nel caso degli albini, che sono in frequenza di uno su diecimila,
hanno talora avuto grandissimo successo; a volte queste persone sono
state considerate di origine divina.

In conclusione, non possiamo escludere completamente che v1 siano


anche componenti genetiche nei caratteri comportamentali che pre-
dispongono al nazismo o al liberalismo, alla religiosità o all'ateismo,
all'accettazione degli ordini dall'alto o all'indipendenza intellettuale. È
inconcepibile però che vi sia una forte differenza nelle percentuali di tipi
genetici predisposti al nazismo in Germania, piuttosto che in Francia o
in Inghilterra. Diciamo subito che le ricerche finora compiute tendenti
a stabilire effetti genetici sulla personalità individuale hanno dato esiti
inconsistenti o molto deboli.
D'altra parte gli psicologi hanno mostrato che esistono forti differenze
fra il primo, il secondo, l'ultimo nato di una famiglia. L'ordine di nascita
favorisce tendenze diverse e precise che non possono assolutamente es-
sere genetiche. È un fatto squisitamente culturale. Alla stessa stregua, in
tutti i comportamenti vi sono forti influenze culturali, ed è di queste che
vogliamo occuparci ora.

Eredità culturale, eredità genetica 313


Sui sentieri dell'Himalaya, Nepal. ©Giovanni Porzio 2013

314 Chi siamo


La cultura, parola dai mille significati

Stimolato da queste considerazioni ho cominciato a svolgere, a Pavia


negli anni sessanta, ricerche sull'eredità culturale, che ho sviluppato in se-
guito a Stanford, soprattutto in collaborazione con un bravo matematico
e amico, Mare Feldman.
Ho sentito da principio il bisogno di una definizione di cultura che mi
soddisfacesse, per capire bene di cosa volevo occuparmi. Due noti antro-
pologi americani, Arthur Kroeber e Clyde Kluckhohn, hanno raccolto
molti anni fa una lista di definizioni proposte da antropologi: se ne con-
tavano 164. Non sembrava essercene una veramente buona, o almeno
migliore di quella che, senza andare molto lontano, ho trovato sul dizio-
nario Webster: la cultura è l'insieme dei comportamenti umani e dei loro
prodotti, quali i pensieri, le parole, le azioni e i manufatti, e dipende dalla
capacità dell'uomo di acquisire queste conoscenze e di trasmetterle alle
. . .
generazwm successive.
Gli antropologi si sono a lungo preoccupati di definire la cultura come
attività esclusivamente umana, un presupposto che ha senza dubbio in-
fluenzato le loro scelte. Oggi sappiamo che anche molti animali hanno
una cultura, fanno invenzioni e scoperte e le trasmettono ai discendenti.
Questa preoccupazione degli antropologi quindi è superata dagli avve-
nimenti: gli uomini non hanno il monopolio della cultura. Anche se non
siamo gli unici animali culturali, restiamo però pur sempre i più culturali;
è una supremazia che ci viene garantita dall'enorme sviluppo del linguag-
gio, che è senza dubbio di gran lunga superiore a quello di altri animali e
ci permette la migliore comunicazione finora possibile in natura.
Non si possono raggiungere conoscenze se non si è in grado di imparare.
La base della cultura è la capacità di accumulare un'eredità di conoscenze,
di riceverla dalla generazione precedente e di trasmetterla a nostra volta
alla successiva, così che ogni individuo non debba reinventare lo spazzoli-
no da denti, la ruota e il calcolo integrale. La comunicazione tra un indivi-
duo e un altro è quindi la base su cui poggia qualunque edificio culturale.

Evoluzione, complessità e progresso

Gli antropologi hanno quasi sempre rifiutato l'uso della parola «evo-
luzione>> applicata alla cultura, al linguaggio e così via. Preferiscono
l'espressione <<cambiamento culturale>> forse perché non vogliono accet-

Eredità culturale, eredità genetica 315


Donne in attesa di consulto medico, altopiano di Masi si, Repubblica Democratica del Congo.
~ Giovanni Porzio 2013

316 Chi siamo


tare l'idea che vi sia un progresso, cioè che i popoli si possano classificare
in arretrati e avanzati. È una sensibilità più che giustificata, anche se il
rifiuto dell'espressione «evoluzione culturale>> sembra eccessivo.
Potrebbe venire naturale pensare che i gruppi etnici che non hanno ab-
bandonato la forma più antica di economia, quella di caccia e raccolta,
siano i più arretrati, seguiti dagli agricoltori che usano tecniche primitive,
poi dagli agricoltori più avanzati ecc., cioè che la scala dell'economia
rappresenti la scala del Progresso con la p maiuscola. Sarebbe difficile
negare che vi sia una scala di progresso economico, ma esistono anche
altre scale, per esempio di valori estetici, o etici, o di felicità (nell'ipotesi
che si possa misurarla), che probabilmente non seguono affatto quella
dell'efficienza economica. Dare un valore positivo o negativo ad una cul-
tura sulla base del suo livello economico non è una pratica accettabile e
ricorda da vicino certi vecchi razzismi.

Bisogna aggiungere che la parola «evoluzione>> non significa necessaria-


mente progresso. Vi è di solito, nell'evoluzione biologica come in quella
culturale, un certo aumento di complessità, che non è in realtà generale o
inevitabile e presenta spesso eccezioni importanti. Aumento di complessi-
tà, comunque, non equivale a progresso. Un parassita ha spesso rinuncia-
to ad un gran numero di propri organi, perché gli basta, per continuare
ad esistere bene, la capacità di riprodursi e quella di penetrare nell'ospite,
impadronendosi delle leve che gli consentono di sfruttare le funzioni pre-
senti nell'ospite e a lui mancanti, come la capacità di procurarsi il cibo. I
parassiti hanno quindi perduto complessità rispetto ad antenati più lon-
tani che vivevano in modo diverso, ma sono assai progrediti nell'adat-
tamento alle loro condizioni attuali di vita. L'unico punto debole è che,
se venissero a mancare i loro ospiti, perirebbero senza scampo. D'altra
parte, qualunque organismo si nutre dell'ambiente che ha intorno e non
sopravvivrebbe se l'ambiente si trasformasse oltre certi limiti.
In campo culturale, la lingua inglese si è semplificata assai (per fortuna)
dall'anno 1066 in avanti, dopo la conquista normanna, ma non si può
giudicare che gliene sia derivata una perdita, casomai un vantaggio. La
lingua cinese è andata incontro a semplificazioni ancora più grandi. Nelle
persone che amano la maggior precisione di lingue in cui si sono conser-
vate tutte le coniugazioni e declinazioni, la semplificazione dell'inglese e
del cinese può però destare la preoccupazione che vi sia più spazio per
l'ambiguità. Il concetto di progresso, come si vede, è inevitabilmente dif-
ficile da definire in modo oggettivo e del tutto soddisfacente.

Eredità culturale, eredità genetica 317


Sui tempi lunghi non vi è dubbio che vi sia progresso nell'evoluzione
biologica da parte di quegli organismi che continuano a competere con
successo, si espandono numericamente e geograficamente e magari svi-
luppano nuove funzioni utili. Alla stessa stregua, vi è stato certamente
progresso, lungo i milioni di anni, nell'efficienza del linguaggio umano,
dato che negli antenati più lontani esso doveva essere inevitabilmente
più primitivo.

La paura di accettare l'idea che vi sia stato progresso non è giustificata


per i tempi più lunghi dell'evoluzione, sia biologica sia culturale, mentre
resta ragionevole per i tempi brevi, in cui avvengono cambiamenti modesti.
Talora questi sembrano persino controproducenti, ed è comunque difficile
valutarne obbiettivamente il significato adattativo e il successo futuro.

La trasmissione culturale

I modi in cui parliamo, vestiamo, ci comportiamo in genere sono


un'eredità che riceviamo da chi ci precede e che viene continuamente mo-
dificata: rapidamente per quanto riguarda i vestiti, più lentamente per
quanto riguarda il linguaggio (benché si trovino evidenti differenze fra la
parlata dei vecchi e quella dei giovani, a prescindere dagli effetti connessi
con l'età). Questa eredità culturale è quella che ci rende italiani, inglesi,
pigmei in modo riconoscibile, è quindi l'essenza della cultura. Come si
mantiene e come cambia? Sono domande basilari, eppure, per sorpren-
dente che sia, non ho trovato risposte convincenti sui libri.
È chiaro che esistono forze che mantengono la cultura inalterata o qua-
si, e forze che la cambiano. Se facciamo il paragone tra la biologia (che
grazie alla genetica conosciamo meglio) e la cultura (sul cui mantenimen-
to e trasformazione non sappiamo quasi nulla), troviamo che in biologia
il mantenimento è permesso dalla trasmissione del materiale ereditario da
una generazione all'altra, mentre il cambiamento è dovuto alla mutazio-
ne, la cui sorte è determinata dalla necessità (la selezione naturale) e dal
caso (la deriva genetica).
Possiamo fare l'ipotesi che lo stesso avvenga anche per la cultura? In un
certo senso la risposta è affermativa, ma l'analogia fra genetica e cultura
sul piano evolutivo è talora grossolana e va opportunamente qualificata.
La differenza maggiore è che in biologia il materiale ereditario è il gene,
cioè chimicamente il Dna, mentre nella cultura è l'insieme delle nostre

318 Chi siamo


conoscenze e convinzioni, una materia impalpabile che non sembra avere
una natura chimica, ma è piuttosto il software di un calcolatore che co-
nosciamo molto poco, il nostro cervello. Quando potremo descrivere il
cervello in termini fisici, lo scopriremo simile al contenuto della memoria
di un calcolatore elettronico (o meglio, con una simile capacità di ela-
borazione), ma più complesso; probabilmente la conoscenza, la cultura,
saranno descrivibili come insiemi di stati e livelli di eccitazione di cellule
nervose e delle loro connessioni.
Probabilmente, del resto, scopriremo pure che la cultura è di complessi-
tà superiore a quella della nostra biologia. La costituzione genetica umana
è descritta da una serie di oltre tre miliardi di nucleotidi che costituiscono
il Dna ricevuto dalla madre, e da un'altra, di poco più breve, ricevuta dal
padre. Le cellule che formano il nostro sistema nervoso sono però almeno
diecimila volte di più; le connessioni fra di esse -che sono importantis-
sime in quanto determinano la rete che collega le cellule nervose - sono
in numero molte volte più grande. Di fronte alla natura della memoria e
in genere delle forze che dirigono il nostro comportamento siamo tanto
ignoranti quanto lo eravamo intorno alla natura del gene settant'anni fa,
al tempo in cui ho cominciato a interessarmi di genetica.
Conosciamo però un fatto con certezza: le nostre motivazioni sembrano
essere sotto il controllo di centri nervosi, centri la cui localizzazione cere-
brale è nota, che determinano se una data sensazione o azione è piacevole
o sgradevole. Il modo in cui questi centri influenzano il nostro compor-
tamento è certamente complesso. Ne sappiamo poco, ma conosciamo
alcune sostanze che sono probabilmente coinvolte nell'azione di questi
centri e che determinano piacere. Ad una di esse è stato dato il nome di
<<endorfina», cioè di morfina endogena. Attraverso le complesse reti di
fibre nervose del cervello quasi ogni sensazione e azione, ed anche ogni
ricordo, acquista un colore emotivo, che può essere positivo o negativo e
serve per orientare il nostro comportamento. Il modo preciso in cui tutto
ciò avviene è ancora piuttosto misterioso ed è uno dei grandi problemi
fisiologici che attendono di essere chiariti.

A prescindere da quanto sappiamo sull'organizzazione del cervello, re-


sta il fatto che continuamente modifichiamo il nostro sistema personale
di conoscenze sulla base di quanto apprendiamo, non solo dalla nostra
esperienza ma anche e soprattutto da quella degli altri, cioè dall'insieme
delle informazioni che ci vengono trasmesse, in forma di ordini, o di con-
sigli, o semplicemente di notizie potenzialmente utili.

Eredità culturale, eredità genetica 319


Usiamo questo sistema di conoscenze per determinare, coscientemente
o no, il nostro comportamento.
Chi sono <<gli altri>> che ci comunicano questa massa di informazioni?
Sono naturalmente diversi alle varie età. Nei primi anni di vita i fami-
gliari più stretti, madre, padre, fratelli e coloro che vivono in famiglia.
Il cerchio dei contatti si allarga poi pian piano ai compagni di gioco e
alle loro famiglie, ai maestri e ai compagni di scuola, e oggi ai mass me-
dia e alle letture. A mano a mano che la nostra indipendenza aumenta,
chiunque può divenire nostro mentore o discepolo. Non smettiamo mai
di imparare, ma l'informazione che viene dall'esterno tende a diminuire
con il passare degli anni, o perché viene meno recepita o perché i contatti
diminuiscono e il nostro comportamento è ormai largamente determina-
to dalla forma che ha preso la nostra personalità.
L'insieme di queste transazioni può essere opportunamente chiamata
trasmissione culturale ed è il veicolo che rende possibile un'eredità cultu-
rale. La trasmissione avviene anche fra membri di una generazione oltre
che a membri della successiva. Grazie alla scrittura, oggi l'informazione
può giungere direttamente a noi anche da tempi molto lontani, fino ad un
massimo di 5000 anni fa, l'età cioè dei documenti scritti più antichi. La
ricerca archeologica ci porta ancor più lontano nel tempo, ma l'informa-
zione proveniente dal passato che può essere così ricostruita è necessaria-
mente più limitata e incerta.

Trasmissione verticale

La genetica moderna ha avuto inizio quando Gregor Mendel, abate


agostiniano del monastero di Bruenn, in Boemia (oggi Brno nella Re-
pubblica Ceca), scoprì le leggi dell'eredità biologica che portano il suo
nome e che spiegano quali sono le probabilità che i figli portino i caratteri
ereditari dell'uno o dell'altro genitore o di qualche antenato più lontano.
Le sue scoperte furono pubblicate nel 1865 ma restarono ignorate fino
al 1900, anno in cui tre ricercatori diversi riscoprirono la sua opera o
rifecero gli stessi esperimenti. Da allora la genetica ha conosciuto uno
straordinario sviluppo, ma le leggi di Mendel continuano ad occuparvi
una posizione centrale. Spiegano, fra l'altro, perché una popolazione bio-
logica rimane sempre praticamente identica da una generazione all'altra,
a meno che non intervengano mutazioni o altri fattori evolutivi, come
selezione naturale e deriva genetica. Anche sotto l'effetto di questi fattori,

320 Chi siamo


però, le popolazioni cambiano di solito molto lentamente sul piano ge-
netico, mentre l'evoluzione culturale può essere assai rapida, almeno in
alcuni casi.
Una parte della trasmissione culturale avviene certamente da genitori
a figli, e come tale è affine alla trasmissione genetica. Uno studio teori-
co dimostra che le conseguenze evolutive di una trasmissione del genere
sono molto simili a quelle che si riscontrano in sede biologica: caratteri
culturali così trasmessi si comportano in modo simile ai caratteri genetici.
Sono perciò molto stabili nel tempo o, come si dice, altamente conservati.

Quanto ci viene insegnato dai genitori è naturalmente suscettibile di


revisione sotto l'influenza di trasmissioni culturali successive. Vi è però
un meccanismo che può rendere, per alcuni caratteri, particolarmente
efficace l'insegnamento dei genitori: è la maggiore sensibilità a certe in-
fluenze che si trova nella giovane età. Vi sono nello sviluppo psicologico
<<periodi critici>> in cui un'influenza culturale determina un'impronta in-
cancellabile; se questa influenza manca al momento giusto della vita di
un individuo, questi non potrà più svilupparsi nel modo reso possibile
da quella impronta. Negli animali questo meccanismo è particolarmente
forte e prende il nome di <<imprinting»: è celebre l'esempio dell'anitra che
impara chi è la madre nelle prime ventiquattro ore di vita; se l'unico og-
getto in vista che si muove è un uomo, come sperimentò Konrad Lorenz,
il fondatore dell'etologia, o magari un grosso giocattolo da lui azionato,
la madre riconosciuta e seguita dall'anatroccolo appena nato è Lorenz,
oppure il giocattolo. Nell'uomo non sono stati trovati per ora periodi
critici così limitati e precisi, ma abbiamo visto che il linguaggio si può im-
parare bene quasi soltanto nei primi anni di vita e che una seconda lingua
non si può imparare in modo perfetto dopo la pubertà.
Vi sono altri periodi critici che s'impongono all'attenzione e meritereb-
bero ulteriori studi. Il più interessante è l'inibizione dei rapporti sessuali
fra coppie che si sono conosciute bene prima della pubertà o, come si
suole anche dire, l'impossibilità di innamorarsi di una persona con cui si
è passato molto tempo insieme stando seduti sul vaso da notte. Le prove
di questa ipotesi, avanzata dal sociologo Edward Westerrarck all'inizio
del secolo, sono oggi essenzialmente due. Nei kibbutz, in cui i bambini
di tutte le famiglie crescono insieme e passano solo qualche ora al giorno
con i genitori, i matrimoni fra membri dello stesso kibbutz sono del tutto
eccezionali. A Taiwan, è proseguita fino ai tempi attuali la pratica cinese
del matrimonio <<minore>>, in cui viene adottata una bambina nata da

Eredità culturale, eredità genetica 321


poco, perché divenga moglie di un figlio della stessa età. Questo matrimo-
nio tra fratello e sorella adottiva, che ora sta scomparendo, ha in media
poco successo, anche se permette alla suocera di cercar di plasmare come
desidera la futura nuora.
Vi sono ulteriori esempi di effetti riconducibili a periodi critici, anche
se la durata del periodo non è stata ben determinata ed è forse molto
variabile. Vi è una tendenza a cercare ambienti simili a quelli in cui si è
vissuti da bambini o da giovani: un caso ben noto è la concentrazione di
scandinavi in Wisconsin e Minnesota, regioni ricche di laghi e !aghetti
come la Svezia. Altro esempio: donne che hanno un padre vecchio ten-
dono a sposare mariti più vecchi della media. Si dice anche che vi sia una
tendenza a sposare una donna che somigli alla madre, ma ricerche al ri-
guardo sono problematiche, per la difficoltà di valutare obbiettivamente
le somiglianze.

La maggiore plasmabilità dei giovani rende l'influenza dei genitori re-


lativamente più importante, ma naturalmente i genitori stanno perdendo
il contatto e il controllo dei figli, travolti dalla valanga di informazioni
e attività che occupano gran parte del tempo degli uni e degli altri. Vi è
poi, per alcuni aspetti, la tendenza dei figli a comportarsi in opposizione
all'insegnamento o all'esempio dei genitori; questo può generare un'oscil-
lazione periodica, di cui si possono forse trovare esempi nella moda del
vestire, che notoriamente è soggetta a cicli di variazione. La lunghezza
delle gonne, per esempio, è variata in modo ciclico però non troppo re-
golare, lunghe-corte-lunghe-corte, con ulteriori complicazioni dovute alla
mutazione minigonne, anch'essa sottoposta a fluttuazioni. Ora poi sem-
brano quasi scomparse, sostituite dai calzoni anche nell'abito femminile.
Forse il ritorno alla moda, anche architettonica, degli anni venti, che si è
verificato verso la fine del secolo scorso, ha concluso un ciclo completo
di circa 60 anni, corrispondente a due generazioni: è quanto ci si atten-
derebbe se vi fosse una reazione di radicale rigetto verso il gusto dei geni-
tori. Si tratta però solo di una speculazione divertente per cui non esiste
una base sicura.
Resta il fatto che i genitori non sono certamente l'unica sorgente di
trasmissione culturale (in genere positiva, negativa in caso di rigetto).
Chiamiamo <<verticale>> la trasmissione dai genitori ai figli, e in genere
da una generazione all'altra, perché segue la freccia del tempo e dell'età;
e all'opposto <<orizzontale>> quella simultanea, in cui età, generazioni e
parentela non contano.

322 Chi siamo


Trasmissione orizzontale

Vi sono molte forme di trasmissione orizzontale; la più semplice è quel-


la che passa da una persona a un'altra, come nel caso di una barzellet-
ta, una ricetta di cucina, un pettegolezzo, qualsiasi notizia più o meno
importante. Formalmente è molto simile alla diffusione del raffreddore
e di altre malattie infettive. Una differenza è che barzellette e notizie si
possono anche leggere o ascoltare per telefono o per televisione, mentre
per la malattia infettiva occorre un contatto fisico che possa trasmettere
il germe patogeno.
La trasmissione orizzontale determina l'equivalente dell'epidemia di
una malattia contagiosa: la notizia si diffonde prima con velocità crescen-
te, che poi diviene costante e infine decresce, quando si sono raggiunti gli
estremi dell'area di comunicazione e la forza d'espansione si esaurisce.
Solo in certe condizioni si stabilisce l'equivalente di un'endemia, cioè di
una malattia che rimane presente a tempo indefinito nella popolazione a
un certo livello d'incidenza. Era questo il caso della difterite, finché non si
instaurò la vaccinazione, e della tubercolosi fino all'era degli antibiotici.
Nella trasmissione culturale, è il caso della droga: diffusione rapida ad
una parte della popolazione più esposta al rischio, come in un'epidemia,
con possibilità di lunga permanenza del costume, come in un'endemia.

Un'altra forma di trasmissione orizzontale importante è quella in cui


chi opera la trasmissione è un insegnante, un uomo politico, un religioso
di alta posizione, o una persona di grande prestigio sociale. I mentori in
questo caso dispongono di decine, centinaia, talora migliaia o addirittura
milioni di possibili discepoli. Il papa dispone di centinaia di milioni di
fedeli che sono tenuti, almeno formalmente, ad obbedire alle sue prescri-
zioni religiose. L'insegnamento degli ayatollah che predicano la guerra
santa ha conquistato, in questi decenni, gran parte del mondo islamico.
Un leader politico ha un vastissimo pubblico che lo ascolta, i soldati di un
esercito sono obbligati ad eseguire gli ordini che vengono dall'alto. Il ma-
estro, o il professore, impartisce le conoscenze agli allievi. Le mode sono
talora promosse da personaggi in vista. Una volta erano i re o la grande
aristocrazia a determinarle. Nell'ultima scena dell'Enrico V di Shakespea-
re, il re d'Inghilterra, vincitore sul monarca francese, vuole baciare la sua
futura sposa, Caterina, figlia del re di Francia. Caterina si sottrae perché,
dice: <<In Francia non ci si può baciare prima delle nozze>> (un esempio
che ci mostra come le culture cambino!). Il re non si lascia scoraggia-

Eredità culturale, eredità genetica 323


re, ma bacia la sposa, dicendo: <<Siamo noi coloro che creano i costumi,
Kate>>. Anche i modi di parlare, vestire e comportarsi di attori, sportivi e
altri personaggi in vista sono largamente imitati.
In queste circostanze un solo individuo determina il comportamento di
moltissimi altri e il cambiamento culturale può essere rapido, addirittura
rapidissimo con la velocità di comunicazione odierna, se chi trasmette un
ordine o un modello di comportamento ha grande potere o prestigio, op-
pure se la novità è molto allettante. Il processo è più lento se, per esempio,
la transizione è più facile per i giovani che per gli anziani. In questo caso
almeno una parte della popolazione rimane indietro, talora non accetta
mai il cambiamento. Novità introdotte nelle scuole, che non influenzi-
no gli adulti, richiedono in genere due o tre generazioni per estendersi
a tutta la popolazione. Questo vale anche per gli animali. Nel corso di
ricerche sui macachi giapponesi fu osservato che una femmina giovane
molto intelligente, Imo, rispondeva a situazioni speciali create dagli speri-
mentatori con varie invenzioni: per mangiare le patate sporche di sabbia
le lavava prima in mare, e per separare dalla sabbia i chicchi di grano li
faceva galleggiare sull'acqua. I nuovi comportamenti furono accettati più
o meno rapidamente dagli altri macachi, ma in pratica solo da individui
della stessa età o più giovani.

All'opposto di questo tipo di trasmissione orizzontale, da una a molte


persone, stanno situazioni di pressione sociale in cui si verifica la situazio-
ne inversa: molti agiscono su un individuo per fargli accettare una certa
prescrizione o novità.
Da più parti viene proposto-imposto a ciascun individuo il coman-
damento di non rubare, o di non ammazzare. In genere la coerenza di
trasmissione da varie sorgenti rafforza l'accettazione di un messaggio.
Questi due precetti fondamentali della vita civile non sono però neces-
sariamente trasmessi a tutti o accettati da tutti. Il comandamento di non
ammazzare non viene esteso indiscriminatamente ai militari e alla polizia;
e finché non si svilupperanno armi che immobilizzino, anche a distanza,
senza uccidere, sarà difficile che la situazione possa cambiare. Le due
norme fondamentali dell'etica civile non valgono in ambienti criminali,
ove furto e anche omicidio possono essere regola di vita. L'insegnamento
impartito al riguardo è profondamente diverso negli ambienti normali e
nei giri della malavita, ed è possibile una conversione dall'uno all'altra in
entrambe le direzioni, anche se di solito chi è stato educato in uno dei due
modi vi si attiene per la maggior parte della vita. Per questo è molto im-

324 Chi siamo


portante sottrarre- finché possibile- i bambini alle influenze negative che
possono ricevere nelle famiglie incapaci di insegnare loro la vita civile.
Il gruppo famigliare rappresenta abitualmente un gruppo sociale im-
portante. In molte culture la famiglia è più estesa di quella nucleare (com-
posta cioè di genitori e figli). In società poligame, come sono di rego-
la quelle africane, la famiglia estesa è un punto d'appoggio importante
per l'individuo, che può contare sull'aiuto di una vasta rete di parenti. I
bambini di campagna che devono andare a scuola in un altro villaggio
o in città sono ospitati anche a lungo dai parenti che abitano vicino alla
scuola. Il gruppo famigliare provvede una rete di alloggi dove sostare
durante un viaggio. È un luogo di scambio culturale molto importante:
naturalmente, come offre favori, così li richiede. L'enorme influenza che
esercita -come gruppo di pressione sociale -sull'individuo, è visibile per
esempio nella mafia, ove il tradimento del parente è eccezionale.
La pressione che deriva dall'influenza concertata e parallela di molti
membri di un gruppo sociale su uno qualunque di essi esercita un'azione
particolarmente forte nell'impedire i cambiamenti: è quindi un importan-
te agente di conservazione culturale.

Mutazioni culturali

Finora abbiamo parlato soprattutto di come si mantiene l'eredità cultu-


rale. È chiaro che in sede di trasmissione verticale fra generazioni, oppure
orizzontale da gruppo a individuo, la cultura tende a conservarsi immu-
tata, il cambiamento culturale è difficile. Il periodo della vita in cui la
trasmissione ha luogo è pure importante, perché in età più giovane siamo
più influenzabili; sono sempre possibili conversioni tardive in qualunque
direzione (da bravo ragazzo a bandito, da criminale a pentito, da fasci-
sta a comunista e da cristiano a musulmano o viceversa) ma diventano
più difficili con il crescere dell'età. In sede di trasmissione orizzontale da
persona a persona e da uno a molti il cambiamento culturale è invece più
rapido. È almeno potenzialmente rapidissimo nella trasmissione dall'alto
(dal leader o dall'insegnante), che si tratti di ordini, suggerimenti o esempi
da imitare. Perché vi sia cambiamento occorre che si possa scegliere un'al-
ternativa a quanto si pratica al momento. Spesso l'alternativa è proposta
dall'innovazione stessa, che si diffonde se considerata utile e accettabile.
L'innovazione può essere definita «mutazione culturale>>. Ha una fun-
zione simile a quella della mutazione in biologia, ma a differenza di

Eredità culturale, eredità genetica 325


questa ha di solito una motivazione e non è casuale, rappresenta anzi
un tentativo di risolvere un problema, per lo più di natura pratica. Se il
tentativo è felice, è più probabile che l'innovazione si diffonda. Qualche
volta ha successo semplicemente perché piace la novità, o la persona che
la propone.

Cento modi di sposarsi

Le usanze matrimoniali variano ampiamente nel mondo e sono un ot-


timo terreno per riconoscere la diversificazione culturale e l'intreccio di
consuetudine e innovazione.
Come avviene il matrimonio? In ogni società esistono regole spesso
complicate e tradizioni che non si possono violare; ma in società avanza-
te come quella nordamericana può avvenire (ne ricordo più esempi visti
la notte di capodanno del 1967 in un elegante club di Washington) che
due giovani s'incontrino nel corso di un ballo e prima che la serata sia
finita decidano di sposarsi. Si può sempre andare a svegliare un giudice
di pace, che può celebrare il matrimonio sui due piedi. Così fu fatto, ma
non ho avuto occasione di vedere la faccia dei giovani sposi il mattino
dopo, quando, svaniti i fumi dell'alcool, cercavano di capire esattamente
che cosa era successo.
In Africa sposarsi è una transazione economica importante. Nella mag-
gior parte dei casi lo sposo o la sua famiglia comprano la sposa dalla
famiglia di questa, a un prezzo che può consistere, in famiglie ricche, in
molte vacche e una varietà di doni. Il problema è quando si verifica un
divorzio, perché, a seconda di chi è colpevole, i doni e i figli possono re-
stare alla famiglia della moglie o a quella del marito. In una certa regione
del sud-ovest dell'Africa il prezzo della sposa è ridotto a una bagatella:
per qualche motivo il valore economico di una moglie è basso. Altrove,
ad esempio tra i pigmei ove non vi è proprietà personale se non limi-
tatissima, la moglie si acquista lavorando per i suoceri, cioè in pratica
procurando loro cacciagione fresca per mesi o anche anni. In altre regioni
i pigmei praticano lo scambio delle sorelle, ma non si ha sempre una so-
rella a disposizione da offrire, senza contare che può anche non piacere.
In Africa orientale invece, sotto antiche influenze forse arabe, si trova
una situazione rovesciata, simile a quella che prevale o prevaleva nelle
culture europee: il padre della sposa offre la dote. Lo sposo non compra,
è comprato.

326 Chi siamo


Perché tutte queste differenze? È molto difficile ricostruire come sono
andate veramente le cose. Forse lo scambio tra sorelle e l'usanza di pa-
gare ai genitori della sposa la perdita della figlia sono antichi principi
africani, che nel corso di decine di migliaia di anni sono tramontati,
portando il principio opposto a prevalere. Comunque sia, le varie forme
di matrimonio si possono ritenere derivate l'una dall'altra attraverso
mutazioni culturali, che hanno avuto diverso successo secondo l'evolu-
zione locale.

Sembra più facile capire le ragioni economiche, che possono essere im-
portanti per altri aspetti del matrimonio, come la monogamia e la po-
ligamia. Nel matrimonio monogamo si può cambiare partner solo per
morte di uno dei due sposi o per divorzio; in quello poligamo si ha più
flessibilità. La poligamia può comportare che un uomo abbia molte mogli
o una donna molti mariti, cioè la poliginia o la poliandria. In Tibet esisto-
no tutt'e due, una accanto all'altra nello stesso villaggio, e vi sono anche,
benché rari, matrimoni multipli, con più di un marito e più di una moglie.
Spesso molte sorelle sposano un marito solo o molti fratelli sposano una
moglie sola, o si verificano situazioni miste. Nella maggior parte dei paesi
occidentali la poligamia è illegale, mentre in altre parti del mondo è cor-
rente. Anche i paesi occidentali devono comunque far buon viso ai ricchi
arabi o africani che vi si stabiliscono con molte mogli.

In questo caso il cambiamento culturale può essere stato il passaggio


dalla monogamia alla poligamia. I cacciatori-raccoglitori sono più facil-
mente monogami, anche perché è difficile procurare cacciagione per mol-
te mogli. Per il coltivatore africano, che affida alla moglie quasi per intero
il lavoro dei campi, più mogli ci sono, più cibo e più figli (considerati una
ricchezza dal contadino) entrano in casa. Il limite al numero di mogli è
stabilito dal denaro che l'uomo può spendere. Fra l'altro, in buona parte
d'Africa e specie nella foresta tropicale, l'agricoltura è tuttora in espan-
sione perché vi è ancora posto per nuovi campi, anche se poveri, e la terra
è proprietà comune. In Tibet, ove esisteva fino a pochi decenni or sono un
sistema feudale e non vi era la stessa libertà, poliginia e poliandria sono
destinate a risolvere un problema di economia sociale: come dividere le
terre tra i figli? Detto in modo molto semplificato, ma sostanzialmente
corretto, se tutti i figli maschi sposano la stessa donna, oppure se tutte
le sorelle sposano lo stesso uomo, il problema è risolto senza dividere la
terra. Altrove si è fatto ricorso alla primogenitura o a soluzioni simili.

Eredità culturale, eredità genetica 327


Processione del Timkat, festa dell'epifania copta, Massaua, Eritrea.© Giovanni Porzio 2013

328 Chi siamo


Motivazioni non riconosciute a livello cosciente

I motivi di altre innovazioni sono più complessi. La spiegazione della


bassa natalità dei cacciatori-raccoglitori è molto interessante, anche se
non completamente nota. Tra i cacciatori-raccoglitori le donne hanno in
media una gravidanza ogni quattro anni, in pratica cinque figli nel corso
della loro età fertile. In media tre di questi muoiono prima di avere rag-
giunto l'età riproduttiva, per cui la popolazione si mantiene in equilibrio
demografico, con una crescita molto vicina allo zero. È probabile che in
questo modo abbiano raggiunto automaticamente un regime di natalità
che consente loro di non aumentare eccessivamente di numero.
Per una popolazione semi-nomade, che è spesso in movimento, c'è un
vantaggio importante ad avere figli ogni quattro anni: un genitore può
portare un bambino piccolo, l'altro un po' di masserizie e soprattutto la
pesante rete da caccia, mentre i bambini che hanno più di tre anni posso-
no già camminare da soli.
La motivazione addotta dai pigmei per tenere basse le nascite però non
è quella di restare in equilibrio demografico o la necessità di camminare
molto: è che una nuova gravidanza toglierebbe il latte al bambino, che
viene svezzato completamente solo dopo tre anni o più, per cui hanno
instaurato un tabù sessuale che dura per tre anni dopo il parto (non
sembrano essere vietati tutti i rapporti sessuali, ma solo quelli che con-
ducono alla fecondazione, e nel caso avvenga è possibile l'interruzione
di gravidanza). Evitare il possibile danno al bambino è una forte moti-
vazione per i genitori pigmei. La maggior durata dell'allattamento può
conferire al piccolo un'immunità più prolungata, aumentandone così la
probabilità di sopravvivenza. D'altro canto l'allattamento per tre anni
diminuisce la fertilità della donna, ma non è sufficiente a garantire che
non abbia inizio una nuova gravidanza, altrimenti non si parlerebbe cer-
to di tabù sessuale.

Oggi cerchiamo di spiegarci con ragionamenti complicati ciò che ha


spinto i nostri antenati ad adottare certe usanze, per esempio la circonci-
sione maschile. Forse il motivo è stato semplicemente la constatazione del
cattivo odore, oltre a casi d'infezione del glande per mancanza di pulizia,
un problema che non sussiste nel circonciso. È tuttora una cerimonia
importante in moltissime popolazioni e ha un significato sociale ancor
prima che igienico. Diminuisce l'incidenza del cancro del pene, ma è dif-
ficile che i nostri antenati l'avessero intuito. La circoncisione femminile

Eredità culturale, eredità genetica 329


Torneo di buzkashi nei pressi di Kabul, Afghanistan.© Giovanni Porzio 2013

330 Chi siamo


(l'ablazione del clitoride) è una crudele, stupida e pericolosa mutilazione,
che togliendo buona parte del piacere femminile durante il coito dovreb-
be abolire l'adulterio. È tuttora assai popolare nel Nord Africa, dove le
mogli circoncise sono molto richieste.
Le ragioni per cui sono entrati in vigore certi costumi sono probabil-
mente complesse e i motivi originali possono essere stati dimenticati, o
forse non sono mai stati coscienti. Quelli che vengono citati oggi, a gran-
de distanza di tempo, sono solo una parte della vera motivazione, che
rimane nascosta ed è giustificata dal fatto che il sistema funziona, anche
se magari per ragioni diverse da quelle di cui si ha consapevolezza.

Una follia collettiva

Se vogliamo esempi di cambiamenti culturali ci conviene guardare al


presente: oggi sono così numerosi e rapidi da rendere difficile uno spo-
glio esauriente. Viviamo in un'epoca di mutazioni culturali continue, ma
rimane difficile individuarne i veri benefici, le ragioni e il futuro. L'antro-
pologia della cultura moderna nei paesi occidentali si chiama sociologia
e spesso descrive con numeri di esattezza incerta fenomeni di cui ci ren-
diamo facilmente conto senza indagini precise; ma ormai siamo abituati
a desiderare dati quantitativi, e se questi sono veramente attendibili meri-
tano di essere raccolti e ponderati anche se descrivono fatti piuttosto ba-
nali. Nonostante gli sforzi dei sociologi rimane comunque spesso difficile
capire perché avvengono i cambiamenti che osserviamo, o perché non
avvengono quelli che vorremmo avvenissero.

Un esempio per tutti: le variazioni delle nascite sono ben più importanti
per il futuro del mondo a lungo termine che non i bollettini di Borsa. Le
persone responsabili vorrebbero vedere la natalità stabilizzarsi su valori
bassi nelle regioni del mondo che crescono in modo forsennato. Purtrop-
po succede ben poco che dia speranza. L'ingegneria sociale che potrebbe
correggere in modo umano e intelligente questi gravi errori non è anco-
ra nata. Nel frattempo, potrà ripugnare il sistema cinese di convincere,
attraverso la pressione sociale e vari mezzi di coercizione, le donne che
hanno una seconda gravidanza a interromperla. Ma sarebbe davvero pre-
feribile vedere la popolazione cinese, che oggi va verso il miliardo e mezzo
ed è ormai quasi un quarto dell'umanità, raddoppiare il proprio numero
ogni venti o venticinque anni?

Eredità culturale, eredità genetica 331


Cambiamento culturale, cambiamento genetico

Sono veramente cambiamenti culturali quelli che osserviamo o sono


magari genetici?
Il cambiamento genetico è lentissimo anche quando è più rapido. Una
delle evoluzioni genetiche più veloci e importanti sulla cui dinamica ab-
biamo qualche indicazione è l'aumento della percentuale di persone ca-
paci di utilizzare illattosio, lo zucchero presente nel latte. La percentuale
massima osservata, intorno al 90 per cento, si trova in Scandinavia e
sembra essere stata raggiunta in 6000 anni, partendo da un iniziale 1-2
per cento, forse anche meno. Lo stesso intervallo di anni potrebbe valere
per lo schiarimento della pelle e in genere per la perdita quasi totale del
pigmento di pelle, occhi e capelli che si osserva negli scandinavi, partiti da
un colore che era forse paragonabile a quello degli attuali libanesi.
Un cambiamento molto rapido è difficilmente genetico. Mille anni fa
gli abitanti della Scandinavia meridionale, i vichinghi, erano navigatori
e coloni eccezionali, guerrieri feroci e temutissimi. Occuparono Scozia,
Irlanda, Normandia, Islanda, arrivando fino alla Groenlandia e all' Ame-
rica, con puntate nel cuore del Mediterraneo. In contrasto aperto con
i feroci vichinghi i loro discendenti, gli scandinavi di oggi, sono i più
tranquilli e miti, i più attenti pacifisti del continente europeo, e alcuni
fra loro si sono dimostrati pronti ad assumersi grosse responsabilità e a
correre gravi rischi per la pace nel mondo. Difficile pensare che si tratti di
un cambiamento genetico, o che tutti i violenti siano morti nel frattempo.
Più facile pensare ad un'evoluzione culturale.

Qualche cambiamento genetico in realtà può esserci sempre. È estre-


mamente difficile fare un'analisi genetica dei caratteri di comportamento.
Prima di tutto la loro misura è irta di trappole, ma soprattutto la perso-
nalità e il comportamento individuale sono fortemente influenzati da fat-
tori che dipendono dalla storia dell'individuo e che solo raramente sono
identificabili. Cambiano spesso con l'età, talora in direzioni imprevedibi-
li. Sono spesso ignoti all'individuo stesso. Vi è una parte di motivazioni
interne che difficilmente abbiamo voglia di confessare. Come misurare
l'invidia, l'ipocrisia, la rabbia, la tendenza alla menzogna? Senza misure,
è difficile una buona analisi genetica. È già complicata nel caso di caratte-
ri come la statura, che non cambia - o solo poco - dopo una certa età, e
la cui misura è molto facile. La pressione arteriosa, che cambia spesso, è
ancora più difficile da studiare, eppure la si misura con una certa facilità,

332 Chi siamo


tanto che il medico talora affida il compito al paziente. Solo oggi comin-
ciamo ad assistere ai primi tentativi di capire alcune delle sfaccettature
dell'eredità di una malattia proteiforme come l'ipertensione.

Il quoziente di intelligenza

Il carattere comportamentale che è stato misurato con maggior cura è


il famoso quoziente di intelligenza (o quoziente intellettivo, Q.I.). Non
misura l'intelligenza vera e propria, che è troppo difficile da definire e
include molti aspetti e capacità diverse, ma solo l'abilità nel compiere
certe analisi numeriche, geometriche, linguistiche, o di forme astratte, che
somigliano assai ai compiti che facciamo a scuola. Qualcuno si illude
che misuri solo qualità «innate». Nulla è veramente e soltanto innato
nell'intelligenza del ragazzo o dell'adulto: questa è piuttosto il prodot-
to dell'esperienza personale, che è complessa e diversa da un individuo
all'altro.
Qualunque siano le abilità così misurate, i test le esprimono in una sca-
la ben standardizzata, che attribuisce ai valori riscontrati sulla media del-
la popolazione un punteggio vicino a 100, con una variazione tale che il
95 per cento degli individui osservati risulta compreso fra un Q.I. di 70 e
di 130. La standardizzazione si estende fino ad eliminare l'effetto dell'età
come del sesso del soggetto; se così non fosse, i maschi potrebbero avere
delle brutte sorprese! Ripetendo l'esame sullo stesso individuo con un test
simile, ma non identico, a breve distanza di tempo dal primo test, si tende
ad ottenere un risultato affine al precedente. Sono tutte buone garanzie,
che hanno dato ad alcuni degli psicologi che usano il Q.I. l'impressione
di misurare qualcosa di molto importante e utile. In realtà non è affatto
chiaro cosa misuri esattamente il test: forse soltanto la capacità di impa-
rare bene a scuola. È chiaro però che non misura solo qualità innate. Ab-
biamo anche la certezza che il test non è «culture-free», cioè indipendente
dalla cultura del paese e dalla lingua in cui è stato elaborato.

Un professore della School of Education di Berkeley, Arthur Jensen,


pubblicò nel 1969 sulla autorevole <<Harvard Educational Review» un
articolo in cui dichiarava che la differenza di Q.I. osservata tra bianchi
e neri d'America- che è in media di 15 punti di Q.I. a favore dei primi
- deve essere per la maggior parte genetica, e pertanto irrimediabile. Lo
disse dapprima con prudenza, poi con decisione. Ciò gli valse una certa

Eredità culturale, eredità genetica 333


impopolarità in alcuni ambienti, e sostegno in altri. Convinto della bontà
dei suoi argomenti, Jensen proseguì (senza dubbio con coraggio e, riten-
go, in buona fede) la sua campagna. Lo sosteneva un personaggio im-
portante, un fisico celebre della mia stessa università, William Shockley,
premio Nobel come co-inventore del transistor. Shockley iniziò una cam-
pagna di conferenze negli Stati Uniti per lanciare le convinzioni genetiche
di Jensen, cui aggiunse una proposta di "ingegneria sociale": un premio
in denaro alle donne nere che accettavano di farsi sterilizzare.
In realtà gli argomenti di Jensen e di Shockley sull'ereditarietà della dif-
ferenza tra bianchi e neri erano tutti estremamente indiretti e in sostanza
invalidi. In un articolo del tempo su «Scientific American>> (1970) e in un
capitolo di un libro sulla genetica delle popolazioni umane, scritti in col-
laborazione con Sir Walter Bodmer (già allievo anch'egli di R.A. Fisher,
ai tempi professore a Stanford e oggi direttore di un importante istituto
scientifico inglese), mostrammo perché quegli argomenti erano privi di
credibilità. Mi trovai in seguito a controbattere in pubblico Jensen e so-
prattutto Shockley in diverse occasioni.
La qualità delle scuole in cui studiano (e soprattutto studiavano allora)
i neri americani; i problemi di motivazione di giovani sottomessi ad umi-
liazioni incredibili nell'ambiente sociale, cresciuti in ambienti famigliari
difficilissimi, afflitti da problemi economici e grave disoccupazione; la
povertà dell'educazione ricevuta dai genitori (che sono in genere le sole
madri, impossibilitate ad assistere i figli perché devono lavorare, mentre
tradizionalmente i padri tendono ad abbandonare mogli e figli), erano e
sono tutti svantaggi gravissimi, noti ed evidenti, che un educatore avreb-
be dovuto considerare come possibili cause del deficit di Q.I. Erano tali
da rendere profondamente ingiusto il confronto diretto tra scolari neri e
bianchi. Il confronto avrebbe dovuto essere svolto fra bianchi e neri alle-
vati in famiglie di livello intellettuale, economico e sociale paragonabile,
cosa molto difficile perché vi era - e in parte continua a esistere - una
notevole segregazione sociale tra neri e bianchi.

Una prova diretta avrebbe richiesto lunghe e difficili osservazioni. Que-


ste vennero in seguito, grazie all'opera di due psicologhe, una in America
e una in Inghilterra, che intrapresero le uniche ricerche che potevano dare
una risposta al problema.
Sandra Scarr, la psicologa americana, trovò un numero elevato di ra-
gazzi neri adottati poco dopo la nascita in buone famiglie del Minnesota
e li confrontò con ragazzi bianchi di condizioni simili. Entrambi i gruppi

334 Chi siamo


mostrarono un Q.I. superiore alla media bianca, con pochissime differen-
ze tra neri e bianchi. Barbara Tizard, la psicologa inglese, pubblicò dati
raccolti in orfanotrofi di buon livello in Inghilterra e non trovò differenza
tra studenti neri e bianchi. Le ricerche sulle adozioni, se ben condotte,
sono le uniche in grado di determinare se un carattere sia o non sia deter-
minato, almeno in parte, dall'eredità biologica. È però difficile svolgerle e
soprattutto trovare bambini adottati in condizioni tali da rendere valide
le osservazioni.

Cadde così l'ipotesi di Jensen. Nel frattempo uno psicologo di Har-


vard, Robert Herrnstein, avanzò un'ipotesi simile, che riguardava però
le diverse classi sociali, non le differenze etniche. È ben noto che il Q.I.
delle classi alte (come pure la statura e altri caratteri fisici) è superiore
a quello delle classi sociali meno elevate: la differenza è anche più gran-
de di quella riscontrata fra bianchi e neri, specie se si confrontano gli
estremi della scala sociale. Herrnstein propose che si trattasse anche qui
di differenze ereditarie, in base alla considerazione che un Q.I. elevato
sia una condizione necessaria per giungere alla ricchezza e a posizioni
socialmente importanti.
Di nuovo, mancava qualsiasi valutazione degli effetti dell'ambiente fa-
migliare ed extrafamigliare e della qualità delle scuole cui hanno accesso
studenti di famiglie ricche e povere. Di nuovo, l'unica speranza era ricor-
rere a studi su famiglie adottive. Una ricerca del genere fu effettuata in
Francia e si trovò che bambini di classe operaia adottati in famiglie ricche
avevano un Q.I. elevato e voti paragonabili a quelli di bambini nati e
cresciuti in famiglie ricche.

Il Q.I. è determinato dall'eredità o dall'ambiente?

Tutto ciò non significa che sul quoziente intellettivo non agiscano fatto-
ri ereditari. Le ricerche sulle adozioni vengono inevitabilmente compiute
su numeri modesti di individui e non hanno quindi molta precisione. Vi
sono altri metodi per stabilire l'ereditarietà di un carattere: da soli non
bastano in genere a distinguere tra fattori ereditari e ambientali, ma con-
siderandoli insieme a studi sull'adozione si può tentare di stabilire l'im-
portanza relativa dei due fattori.
Questi metodi comportano la misura della somiglianza tra parenti,
usando possibilmente tutti i tipi di parentele di diverso grado. I parenti

Eredità culturale, eredità genetica 335


Scuola elementare in uno slum di Port au Prince, Haiti.© Giovanni Porzio 2013

336 Chi siamo


più stretti sono i gemelli identici, che sono circa un terzo di tutte le coppie
gemellari (fra gli europei). I gemelli identici sono letteralmente identici
per tutti i caratteri genetici considerati. Sono molto simili anche per il Q.I.
Gli altri sono detti gemelli «fraterni>> perché sono geneticamente tanto
simili fra loro quanto due fratelli non gemelli. Per il Q.I. troviamo che
si somigliano più di due fratelli qualunque, molto probabilmente perché
dividono un ambiente di crescita più simile.
Si possono poi misurare le somiglianze tra genitori e figli, studiando
separatamente madre e padre rispetto a ciascuno dei figli. Si deve tener
conto anche della somiglianza tra padre e madre, che in genere per il Q.I.
è molto grande, probabilmente perché vi è una tendenza a sposarsi con
persone intellettualmente affini. Si può trattare di un fattore di scelta, o
semplicemente delle occasioni che si propongono nell'ambiente che di
solito si frequenta. Questo "abbinamento" matrimoniale pone qualche
problema teorico nell'interpretazione dei dati. Si possono misurare anche
le somiglianze con parenti più lontani, ed è stato fatto, ma si perde molto
in risoluzione perché esse diminuiscono rapidamente con la diminuzione
del grado di parentela.
Dobbiamo credere che l'elevatissima somiglianza tra gemelli identici
sia tutta genetica? Difficile stabilirlo, perché i gemelli identici, crescendo
insieme, si amano fra loro più di altre coppie di fratelli; qualche volta
creano dei linguaggi segreti; hanno amici, scuole, molto della loro vita in
comune. Non si può certo dire che crescano in un ambiente indipendente,
come sarebbe necessario per avere una stima valida dell'effetto relativo di
eredità e ambiente!
C'è un modo, anche se faticoso, di superare il problema: ricorrere di
nuovo all'adozione, cioè scegliere coppie di gemelli identici allevate in
famiglie diverse. Sono rare, ed è sempre difficile rintracciarle e persua-
derle a farsi esaminare. La somiglianza tra gemelli identici cresciuti sepa-
ratamente si è rivelata minore di quella tra gemelli cresciuti insieme, ma
rimane pur sempre elevata. Si tratta di campioni di poche coppie, e spesso
le famiglie in cui i due gemelli sono cresciuti non sono poi così separate.
Si è trattato in vari casi di zii, che spesso abitavano vicini.
Uno psicologo molto famoso, Sir Cyril Burt, cercò nelle scuole inglesi
gemelli adottati in famiglie diverse, ne trovò parecchi e pubblicò varie
serie di osservazioni, che rivelavano una somiglianza altissima fra i ge-
melli osservati.
Qui comincia un giallo scientifico. Dopo molti anni, uno psicologo
americano, Leon Kamin, notò una grande stranezza: tre misure di somi-

Eredità culturale, eredità genetica 337


Alla messa domenicale, jos, Nigeria.© Giovanni Porzio 2013

338 Chi siamo


glianza date da Burt in tre lavori diversi, che presentavano osservazioni
su un numero via via crescente di coppie di gemelli, erano identiche tra
loro. La coincidenza era davvero bizzarra. Un giornalista inglese decise
di andare a fondo della questione e scoprì, del tutto inaspettatamente,
che una persona con cui Burt aveva pubblicato i suoi lavori sui gemelli
identici non era mai esistita. Non poteva essere che un'invenzione di Burt.
Forse anche i dati sui gemelli erano un'invenzione.
Burt era morto, non poteva difendersi. L'origine dei suoi dati non fu
mai rintracciata. Ma come poteva uno scienziato, che aveva raggiunto
attraverso i suoi lavori una grande fama, tanto da essere insignito del
titolo di sir, essere impazzito al punto da inventarsi dei dati? Il mistero
non è stato risolto. Non vi è dubbio che il Q.I. di gemelli separati riveli
una somiglianza piuttosto elevata, mentre la similarità tra genitori e figli
adottivi è al contrario assai più bassa, ma i dati di Burt mostravano una
somiglianza esagerata rispetto a quella rilevata dai pochi altri contribu-
ti analoghi. L'insegnamento principale che possiamo ricavare da questo
episodio è che anche celebri scienziati possono essere così attaccati ai loro
pregiudizi da diventare disonesti pur di sostenerli. Per fortuna si tratta,
tutto sommato, di casi rari.

Le migliori analisi globali dei dati sul Q.I. oggi esistenti hanno dato sti-
me relative all'incirca eguali per quanto riguarda gli effetti della genetica,
dell'ambiente di sviluppo inteso nel senso di "cultura" (cioè di ambiente
sociale trasmissibile), e dell'ambiente individuale di crescita. Ciascuno di
questi tre fattori inciderebbe cioè per circa un terzo sul quoziente di intel-
ligenza dell'individuo. Sono dati che si riferiscono però soltanto a popo-
lazioni bianche anglo-americane. Non hanno comunque alcun rapporto
con il problema se la differenza di Q.I. tra bianchi e neri americani sia
genetica o no. In base a quanto si è già detto questa differenza genetica,
se c'è, è minima, mentre la differenza più importante è presumibilmente
dovuta all'ambiente sociale di sviluppo.

Alla fine degli anni settanta fu pubblicata la scoperta che i giapponesi


hanno un Q.I. di 11 punti più alto degli americani bianchi. È quasi la stes-
sa differenza rilevata tra americani bianchi e neri (15 punti). Ci si dovreb-
be porre allora un nuovo problema: la differenza tra giapponesi e ameri-
cani bianchi è genetica o ambientale? Sarà una coincidenza, ma nessuno
negli Stati Uniti ha avanzato l'ipotesi che possa essere genetica! Si è invece
cominciato a parlare della cattiva qualità della scuola secondaria ameri-

Eredità culturale, eredità genetica 339


cana. Scherzi a parte, è stata una reazione ampiamente giustificata. Forse
servirà a migliorare la qualità dell'educazione negli Stati Uniti. Se ridurrà
le differenze fra le scuole dei quartieri poveri e di quelli ricchi diminuirà
certamente lo scarto di livello fra il Q.I. dei bianchi e quello dei neri, che
si riflette in modo grave sulla disoccupazione fra i neri americani.
Sappiamo che la scuola è importante e che una buona scuola può au-
mentare il Q.I. medio. Sappiamo che le scuole primarie e secondarie in
Giappone sono eccellenti, richiedono un grande impegno e una disciplina
enorme, e che i genitori giapponesi sono estremamente impegnati a far
studiare i figli. In Giappone la carriera futura dipende per intero dai voti
della scuola primaria e secondaria, che determinano la qualità dell'uni-
versità cui si ha accesso; da quest'ultima dipende la qualità dell'organiz-
zazione statale o privata che assorbirà il laureato. A differenza della fa-
miglia giapponese, quella americana presta in media pochissimo interesse
al successo scolastico dei figli, e sembra relativamente passiva di fronte a
un loro insuccesso, come se fosse disposta ad accettare i limiti della predi-
sposizione individuale senza cercare di vincerne la resistenza.
Un particolare che forse non è privo d'importanza: per quel minimo
che ho studiato i caratteri della scrittura giapponese, in gran maggioranza
identici a quelli cinesi da cui hanno avuto origine, è chiaro che essi richie-
dono uno sforzo mnemonico e di analisi elevatissimo, per cui costringono
gli studenti ad un esercizio duro ma probabilmente molto proficuo. Il Q.I.
è anche, e forse soprattutto, determinato dalla quantità di sudore spesa su
problemi generali di buon livello intellettuale.

Due ricerche sull'eredità culturale

La trasmissione culturale è stata pochissimo studiata, una mancanza


che non finisce di stupirmi, perché l'antropologo culturale dovrebbe con-
siderarla come il suo pane quotidiano: consente il mantenimento dell'ere-
dità culturale attraverso le generazioni, determina quanto un sistema si
conservi e quanto cambi. È particolarmente utile per studiare l'evolu-
zione culturale a più lungo termine. Ha minor interesse per il sociologo,
che si occupa di descrivere situazioni presenti o di studiare cambiamenti
a brevissimo termine. Nel pubblicare un libro sul concetto di trasmis-
sione ed evoluzione culturale con il mio collega Mare Feldman (Cultu-
ra/ Transmission and Evolution, pubblicato dalla Princeton University
Press nel 1981) ci siamo preoccupati soprattutto di dare prove rigorose

340 Chi siamo


di quanto abbiamo scritto, per cui abbiamo fatto un uso non indifferente
di espressioni matematiche. C'era da attendersi che non molti avrebbero
mostrato interesse a questo approccio, come è stato purtroppo vero per
gli antropologi. Il libro viene letto invece da economisti, che non hanno
paura della matematica. Comunque, il vero test dell'utilità delle nostre
idee verrà dalle applicazioni che ne saranno fatte. Con alcuni colleghi
abbiamo iniziato degli studi, che speriamo di estendere e che hanno già
dato alcuni risultati interessanti. Ne riassumerò qui due.

In una ricerca condotta su studenti dell'Università di Stanford abbia-


mo chiesto informazioni su diverse abitudini, costumi, credenze degli
studenti, dei loro genitori e dei loro amici. Abbiamo trovato una forte
somiglianza fra genitori e figli soprattutto per due classi di caratteri re-
lativamente inattese: la religione e la politica. Per molte altre preferenze,
consuetudini, costumi, che vanno dall'abitudine di mettere poco o molto
sale nel cibo a quella di controllare accuratamente il conto prima di pa-
garlo, alle superstizioni, alla tendenza ad alzarsi presto o tardi al mattino,
la somiglianza era minore o inesistente.
Possono esservi conversioni tardive, ma in genere la religione si appren-
de soprattutto in famiglia. I nostri dati mostrano che la madre è prati-
camente l'unica ad esercitare influenza su due aspetti fondamentali: la
frequenza della preghiera e la scelta della religione quando i genitori han-
no fedi diverse. In entrambi i casi si tratta a quanto pare di un'influenza
precoce: questo può aiutare a capire perché è così forte; la scelta della
religione di solito è compiuta dai genitori ben prima che l'interessato sia
in grado di farlo. Conta anche il padre, invece, per quanto riguarda la
frequenza alle funzioni religiose.
È interessante un aneddoto raccontato dal biografo del dottor Johnson,
il celebre scrittore e autore del grande Dictionaty of the English Language
(1755): <<La religiosità [di sua madre] non era inferiore all'intelligenza;
ed a lei si deve se impresse sul figlio la religione che tanto beneficamente
influenzò in seguito il mondo. Egli mi disse che ricordava distintamente di
aver sentito da sua madre la prima notizia del Paradiso, "un luogo in cui
andavano i buoni", e dell'Inferno, "un luogo in cui andavano i cattivi",
quando essa lo prendeva ancor piccolo in letto con sé; e per meglio fissar-
la nella sua memoria, la madre mandò il bambino a ripeterla a Thomas
Jackson, il loro servitore>>,
È chiaro che la religione cattolica o protestante non si trasmette attra-
verso i geni come il colore degli occhi. Si tratta di un'influenza culturale.

Eredità culturale, eredità genetica 341


Se fosse genetica, sarebbe davvero eccezionale che venisse trasmessa per
via materna. È vero che così si trasmettono i mitocondri, ma bisognerebbe
concludere che la loro influenza si estende in direzioni che sembrano del
tutto irragionevoli- per ciò che sappiamo della loro struttura e funzione-
per ammettere che influenzino la religiosità! Non dipenderà dai mitocon-
dri se i figli nati dai matrimoni tra cattolici e protestanti o tra cattolici ed
ebrei, ad esempio, prendono di preferenza la religione della madre.
La trasmissione culturale delle tendenze e attività politiche- cui contri-
buiscono sia il padre sia la madre - è quasi altrettanto forte di quella dei
caratteri di comportamento religioso. Di nuovo, si tratta probabilmente
di un'influenza precoce, perché il discorso politico ricorre di frequente in
famiglia. Alcuni hanno avanzato l'ipotesi che la struttura della famiglia,
patriarcale e autoritaria, oppure estesa e benevola, o ancora nucleare (in
cui diritti e doveri tra genitori e figli tendono a cessare quando i figli sono
adulti), generi un microcosmo, o un condizionamento, cui ci si abitua e
che si cerca di perpetuare, da adulti, nel macrocosmo della società. Le tre
strutture famigliari predisporrebbero, nell'ordine, a sistemi politici auto-
ritari (monarchie assolute, dittature), socialisteggianti o liberali. In alcune
società, come in quella francese e in altre, sono state riconosciute alcune
correlazioni che corrispondono a questa ipotesi.

Anziché ricorrere alle somiglianze tra genitori e figli, è più facile e sod-
disfacente studiare - per certi caratteri - la trasmissione culturale chie-
dendo al soggetto quel che ricorda dell'insegnamento ricevuto riguardo
ad attività particolari. In una ricerca sui pigmei, svolta con l'antropologo
Barry Hewlett, abbiamo studiato come il pigmeo impara le cose che sa
fare e che gli permettono di sopravvivere nella foresta, dalla caccia alla
preparazione dei cibi, alla cura dei bambini, alle danze e alle conoscenze
sociali di base. In quasi il 90 per cento dei casi è risultato che gli insegnan-
ti sono i genitori, magari uno solo dei due, specie se si tratta di mestieri
specializzati a seconda del sesso. Molto di rado (in pratica solo nel caso
di un'arma introdotta di recente, la balestra) l'insegnamento proveniva
dagli agricoltori. Per quanto riguarda le attività sociali, l'insegnamento
viene impartito da più persone dell'accampamento. Di solito l'interroga-
to ricorda distintamente anche il tempo e il luogo in cui l'insegnamento
è avvenuto.
Dicevamo sopra che la trasmissione da genitori a figli, e dall'intero
gruppo sociale ai suoi membri, sono i meccanismi culturali che rendono
più difficile accettare un'innovazione. Questo aiuta a spiegare come vi

342 Chi siamo


sia una tendenza fortissima alla conservazione della cultura tanto fra i
pigmei quanto fra altri cacciatori-raccoglitori. Essa viene perduta solo a
seguito della distruzione dell'ambiente di vita che la consente, la foresta
nel caso dei pigmei.
La capacità della cultura di conservarsi tenacemente attraverso le gene-
razioni, quando è utile farlo, e di modificarsi anche rapidamente quando
è necessario, la rende un meccanismo di adattamento prezioso, anche se
talvolta si vorrebbe una maggiore elasticità, o viceversa una maggiore
stabilità. L'uomo deve la sua posizione di privilegio nel mondo al grande
sviluppo dei fenomeni culturali e a quello del linguaggio, che li rende
particolarmente efficienti. Sappiamo però che si tratta di una posizione
molto fragile. Le guerre civili che vediamo intorno a noi, la sorte di al-
cune minoranze minacciate dai vari razzismi, le attività terroristiche di
fanatici ci ricordano quanto poco tempo occorra talora per passare dal
paradiso all'inferno.

Eredità culturale, eredità genetica 343


Capitolo 9

RAZZA E RAZZISMO
Palmeto a Socotra, Yemen. ©Giovanni Porzio 2013
Mi raccontava mio padre di avere visto al porto di New York, dopo
la prima guerra mondiale, dei manifesti che annunciavano la ricerca di
lavoratori, offrendo un salario massimo per gli operai bianchi, inferiore
per gli italiani e ancora più basso per i negri. Dopo cento anni di inviti
agli immigrati di ogni nazione («Datemi la vostra gente povera e stanca
che aspira alla libertà, i diseredati che affollano le vostre spiagge ... '' sta
scolpito sul basamento della Statua della Libertà) cominciava a rifiorire
il razzismo, che in Europa determinò le tragedie tristemente note, ma
che anche negli Stati Uniti riscosse un successo politico importante con
le proposte «eugeniche». Si trattava di un programma di miglioramento
della specie umana che intendeva favorire la riproduzione dei "migliori"
e ridurre quella degli "inadatti". Negli anni venti, gli eugenisti americani
lanciarono una campagna di stampa e di interventi al Congresso degli
Stati Uniti per ottenere il varo di leggi razziste e di quote di immigrazione
che limitassero di molto l'ingresso a quasi tutti gli immigranti, ad eccezio-
ne degli europei del nord. Questi però di solito stavano abbastanza bene
a casa propria, e pochi di loro avevano interesse ad emigrare.
Gli eugenisti lamentavano che molti immigrati fossero deficienti menta-
li e citavano i risultati numerici dei quozienti di intelligenza per provare
che l'immigrazione dai paesi dell'Europa meridionale ed orientale arric-
chiva gli Stati Uniti di bruti. Molti degli emigranti dai paesi sotto accusa
erano completamente illetterati. Le regioni dell'Italia meridionale, che
contribuivano in larghissima parte all'emigrazione, avevano percentuali
di analfabeti altissime all'inizio del secolo.
Gli eugenisti del tempo si rivelarono scientificamente incompetenti ma
molto efficienti a livello politico, e ottennero l'approvazione delle leggi
che proposero. A parziale discolpa di uno di loro, Cari Brigham, si deve
dire che si rese conto (ma troppo tardi) che gli studi degli eugenisti non
avevano fornito alcuna prova che le differenze di intelligenza e di com-
portamento fra immigranti e residenti fossero di origine ereditaria, e in
una analisi critica riassuntiva pubblicata nel 1930 dichiarò che «uno dei
più pretenziosi di quegli studi di confronti fra razze>> -il suo! - «era sen-
za fondamento>>, Il leader scientifico del gruppo degli eugenisti era C.B.
Davenport, fondatore del laboratorio di Cold Spring Harbor vicino a
New York. Insieme ai suoi collaboratori si applicò anche ad altre ricerche
di genetica umana su caratteri comuni come forma del naso e colore di
occhi e capelli, che risultarono di qualità assolutamente deteriore. Gli
argomenti erano difficili, e lo sarebbero anche oggi, ma Davenport non
se ne accorgeva e pubblicò conclusioni scientificamente inaccettabili. La
ricerca genetica su altri organismi fu invece sviluppata da menti eccezio-
nalmente brillanti, con il risultato che in America fra i genetisti di valore
si diffuse la convinzione che la genetica umana non fosse praticabile. Per
fortuna questo tipo di ricerche a Cold Spring Harbor fu interrotto prima
dell'ultima guerra. Il laboratorio divenne un magnifico centro di sviluppo
della genetica di organismi diversi dall'uomo.

La razza e le razze

Per capire bene il razzismo è importante intendersi sul significato di


<<razza>>, parola che talvolta viene usata, specie in inglese, per designa-
re l'intera specie umana, ma più frequentemente una sua suddivisione.
Sovente la si usa come sinonimo di nazione o popolo, creando notevo-
le confusione. Una definizione, che trovo sul dizionario etimologico di
Cortelazzo e Zolli, dice: «Insieme degli individui di una specie animale o
vegetale che si differenziano da altri gruppi della stessa specie per uno o
più caratteri costanti e trasmissibili ai discendenti>>. L'origine della parola
daterebbe al XV secolo o prima, ma non è chiarissima: si pensava che
provenisse dal latino <<generatio>>, o dal più tardo <<ratio» nel significa-
to di natura, qualità, ma è più probabile che derivi dall'arabo «haraz»,
attraverso il francese tardo-medievale, per designare lo stallone, cioè il
cavallo destinato alla riproduzione. Si trova il termine ancor oggi per
indicare un allevamento di cavalli.

348 Chi siamo


L'importante comunque è che il termine si riferisce a qualità «costanti
e trasmissibili>>, oggi diremmo determinate geneticamente. Ma la parola
«costanti>> può lasciare dei dubbi: vuoi dire invariabili da un individuo
all'altro, oppure invariabili nel tempo? In entrambi i casi va presa con
beneficio d'inventario. Di solito non abbiamo informazioni sul compor-
tamento di un carattere nel corso del tempo, quindi ci accontentiamo di
parlare della variabilità fra individui, come la osserviamo oggi. Per quasi
tutti i caratteri ereditari osservati troviamo che le differenze tra singoli
individui sono assai più importanti di quelle che si vedono fra gruppi raz-
ziali. Molto di rado avviene quel che siamo abituati a vedere per il colore
della pelle, che tutti gli individui della razza A siano decisamente scuri e
tutti quelli della razza B chiari.
Non esiste insomma una costanza adeguata a soddisfare la definizione
corrente di «razza>>. Distinguere le razze è complicato: dobbiamo sempre
basarci su statistiche della frequenza di molti caratteri in molti individui,
mai su un carattere solo. E c'è di peggio: per esempio, non sappiamo ri-
spondere alla domanda: <<Quante razze esistono sulla Terra?>>.

Quante razze esistono sulla Terra?

Centocinquant'anni fa Darwin aveva già individuato con assoluta chia-


rezza i problemi più seri che incontriamo nel definire le razze umane.
Sono tanto gravi che preferiamo rinunciarvi, o preavvisare che ogni pos-
sibile elenco è soggetto a limiti importanti.
Da una parte, Darwin nota che il numero di razze individuate da ricer-
catori diversi varia moltissimo da uno all'altro. Questo è vero ancor oggi:
si trovano classificazioni recenti che numerano da tre a sessanta "razze".
Volendo, se ne potrebbero contare molte di più, ma non se ne vede l'utili-
tà. Ognuna di queste classificazioni è altrettanto arbitraria.
La difficoltà è generata in linea di massima da un altro fatto, pure no-
tato da Darwin, e cioè che passando da una popolazione ad un'altra vi-
cina vi è molto spesso una gradualità continua nella variazione di tutti i
caratteri. Anche l'analisi più precisa mostra che discontinuità di caratteri
genetici nelle mappe geografiche si riscontrano di rado. Il cambiamento è
ovunque graduale e solo in alcune zone è un poco più rapido. Lo si può
osservare misurando la variazione genetica per chilometro, uno studio
possibile solo in regioni in cui la geografia dei geni sia particolarmente
ben conosciuta (in pratica oggi quasi soltanto in certe parti d'Europa).

Razza e razzismo 349


È stato proposto di indicare come «confini genetici>> zone di variazione
genetica rapida, quando è possibile confermarle su più di un carattere
genetico. Quelli individuati in Europa tendono a coincidere spesso con
confini geografici: catene montuose come le Alpi o i Pirenei, che però non
sono una barriera completa, ma solo parziale; tratti di mare importanti
(la genetica di isole come Islanda e Sardegna mostra che sono ben distin-
te dalla terraferma); grandi fiumi; qualche volta anche semplici confini
linguistici, in assenza di confini geografici o politici. In questi ultimi casi
è difficile dire se il confine genetico sia una conseguenza o una causa di
quello linguistico. I confini genetici finora tracciati in Europa sono co-
munque incompleti e non bastano a individuare delle regioni chiuse che,
se esistessero, potrebbero aiutare a definire delle razze; si tratta solo di
regioni definite grossolanamente, in cui la migrazione è meno frequente,
per cui da una parte e dall'altra del confine si crea una diversità genetica
un po' più forte, corrispondente a piccole differenze quantitative.
Per tutte queste ragioni la classificazione in razze è difficile, se non im-
possibile, come lo è rispondere a domande precise: esiste una razza italia-
na? Esiste una razza ebraica?

La geografia genetica d'Italia

In Italia vi è oggi molto interesse per problemi di genetica di popolazio-


ni, che ha creato una certa ricchezza di dati e di specialisti. Applicando
alla popolazione italiana la tecnica delle carte sintetiche di cui abbiamo
visto alcuni esempi relativi all'Europa intera, Alberto Piazza e i suoi col-
laboratori hanno fatto una bellissima analisi del panorama genetico ita-
liano. Se ne deduce chiaramente che la massima variazione genetica è fra
nord e sud ed è graduale lungo l'asse della penisola.
Il meridione classico corrisponde alla zona delle colonie greche: andava
da Napoli (Neapolis, "città nuova", era il nome greco di una colonia
fondata da Cuma, la più antica colonia greca d'Italia, situata poco più a
nord) fin giù a Reggio Calabria, risaliva per le coste del mar Ionio fino
al tacco dello stivale e lungo la costa adriatica fino quasi allo sperone, la
penisola del Gargano. I greci colonizzarono anche la parte orientale della
Sicilia, ma non quella più occidentale, come si vede bene nelle carte gene-
tiche, ove si osserva una netta differenza tra la punta occidentale e la più
massiccia parte orientale. Nella punta occidentale si insediarono colonie
fenicie e cartaginesi.

350 Chi siamo


La parte meridionale d'Italia aveva preso il nome di Magna Grecia, cioè
"grande Grecia", poiché vi vivevano più greci che nella madrepatria. La
lingua greca vi si è parlata fino a sei-sette secoli fa e continua a esserlo in
alcune zone, per esempio in nove villaggi a sud di Lecce, il più importante
dei quali si chiama Calimera, che in greco significa "buongiorno". Di
questa lunga influenza ellenica, durata due millenni, si conservano tracce
anche nei cognomi. In tutta la zona di colonizzazione si trovano cognomi
di chiara origine greca, fino a un massimo del 15 per cento di tutti i co-
gnomi nelle province di Reggio Calabria e Messina.
Se l'influenza greca è importante in Italia meridionale, nell'Italia del
nord si ritrova invece un importante influsso dei celti. La cultura celtica
compare dopo illOOO a.C. in Austria e Svizzera ma potrebbe avere avuto
origine in un tempo più antico, un po' più a est e forse più a nord. Armi
ben fatte e opere artistiche di notevole valore contrassegnano questa ci-
viltà, caratterizzata anche da una lingua che fu portata dai principi celti
e dai loro eserciti, durante la seconda metà del primo millennio avanti
Cristo, in Francia, Inghilterra, parte della Spagna e Italia settentrionale.
C'è qualche indicazione che l'occupazione celtica di queste regioni sia
stata abbastanza importante numericamente: alla diffusione delle lingue,
che rimasero dominanti fino all'occupazione romana, si accompagna una
estesa rete di nomi di luoghi, come quelli che finiscono in ac: è famoso
Cognac, che si trova naturalmente in Francia, e, nelle versioni Cugnac,
Cugnago, Cugnasco in Italia del nord. Non vi è prova sicura che si tratti
di nomi di origine celtica. Comunque, se l'occupazione dei celti fu dav-
vero numericamente importante si capisce più facilmente perché vi siano
alcune somiglianze genetiche fra Italia settentrionale, Francia (soprattut-
to centrale ed orientale), Austria, Germania meridionale e in parte anche
Inghilterra.

In Italia si ritrovano altre tracce di popolazioni antiche, visibili sulla


carta genetica perché differenti da quelle circostanti. Nell'appennino so-
pra Genova vi sono tracce di una popolazione che potrebbe discendere
dagli antichi liguri, un popolo preindoeuropeo soggiogato a fatica dai
romani. È caratteristico che queste tracce si trovino sulle montagne, dove
gli abitanti più antichi si rifugiano all'arrivo di invasori, mentre nelle pia-
nure e sulle coste si trovano gli arrivi più recenti. Nell'appennino fra To-
scana e Lazio si rilevano tracce di una popolazione che potrebbe risalire
ai tempi degli etruschi: è la regione ove la civiltà etrusca è comparsa, nei
secoli iniziali del primo millennio avanti Cristo, per fiorire in seguito e poi

Razza e razzismo 351


PROBABILE INFLUENZA
DELL'EUROPA CENTRALE

POSSIBILE RESIDUO INFLUENZA


GENETICO DI ANTICHE PREVALENTEMENTE GRECA
POPOLAZIONI LIGURI NELLA NELL'ITALIA MERIDIONALE
REGIONE DELL'APPENNINO EIN MINOR MISURA NELLA
LIGURE REGIONE DI FERRARA

POSSIBILE RESIDUO
l
GENETICO DI POPOLAZIONI
DELL'ETRURIA ANTICA

In questa carta geografica d'Italia sono rappresentati i risultati di analisi sui dati genetici
eseguite da Alberto Piazza e dai suoi collaboratori. Le sfumature di colore indicano che la
popolazione locale tende a differire geneticamente da quelle vicine, probabilmente poiché le
diversità che si sono stabilite in tempi più antichi non sono ancora state livellate dagli scambi
tra villaggi vicini. Questi risultati sono assai simili a quelli ottenuti mediante l'analisi della
distribuzione geografica dei cognomi da Gianna Zei.

352 Chi siamo


scomparire, insieme alla sua lingua, con l'affermarsi di Roma. L'impera-
tore romano Claudio si preoccupò di salvaguardare le vestigia letterarie
etrusche, ma purtroppo la sua opera è andata perduta.
Di un'altra civiltà italica antica, sempre del primo millennio avanti Cristo
(potrebbe trattarsi della civiltà detta osco-umbro-sabellica) si trovano trac-
ce genetiche non lontano da Ancona. Studiando reperti umani fossili sul
piano genetico - una possibilità che solo negli ultimi anni ha cominciato a
materializzarsi - potremo controllare se queste osservazioni corrispondo-
no a quanto suggeriscono la geografia genetica e la storia di queste regioni.
Purtroppo molte di queste popolazioni non inumavano i loro morti ma ne
bruciavano i cadaveri, distruggendo così le speranze di un'analisi genetica.
Per fortuna non si trattava di un costume generalizzato.

Queste informazioni ci vengono dalle mappe che sintetizzano la va-


riazione geografica di molti geni e mostrano, come colline o depressioni
su una carta altimetrica, le differenze genetiche tra popolazioni vicine.
Gianna Zei di Pavia ha analizzato molti dati sui cognomi, che generano
mappe geografiche assai simili a quelle dei geni. Sono basate su numeri
molto più grandi di individui e consentono un'analisi anche più raffinata.

Alcuni popoli europei

Sulla carta geografica la Francia somiglia a un quadrilatero, i cui quat-


tro vertici sono diversi per genetica e storia.
L'angolo nordoccidentale (a sinistra in alto) è la Bretagna e, come il
nome suggerisce, la gente che la abita proviene in larga parte dalla Gran
Bretagna. Ancor oggi vi si parla una lingua celtica, ma si tratta di una cel-
tizzazione secondaria, poiché quando gli anglosassoni si impadronirono
dell'Inghilterra, dopo la caduta dell'impero romano, numerosi abitanti di
lingua celtica ne fuggirono e si stabilirono in Bretagna.
L'angolo nordorientale, cioè la regione verso il Belgio, è il più simile
geneticamente all'Europa centrale, per varie ragioni storiche. Una, più
antica, è la migrazione dei contadini neolitici lungo i fiumi della pianura
dell'Europa centrale e di lì anche verso la Francia; è stata scoperta sulla
Senna, vicino a Parigi, una antica piroga usata dai neolitici 6500 anni fa.
In tempi più recenti, nel V-VI secolo d.C., vennero tribù germaniche dalla
regione di Colonia, nella Germania del nord; dopo avere attraversato
l'Olanda e il Belgio attuali si stabilirono nel territorio a nord di Parigi.

Razza e razzismo 353


Erano i franchi: diedero alla nazione il nome, ma non la lingua che rimase
quella portata dai romani.
Molto diversa l'origine delle popolazioni del sud della Francia. Vi sono
almeno due sud: la parte orientale, la regione di Marsiglia, che fu coloniz-
zata dai greci e ne conserva in parte le tracce genetiche, e la parte all'estre-
mità occidentale, ove si parla ancora la lingua basca, grazie alla strenua
resistenza di un nucleo sempre più piccolo alla propaganda governativa
in favore della lingua francese.

La regione dove si parla basco era molto più estesa un tempo: lo pro-
vano i toponimi e la genetica, come ha mostrato l'antropologo e biologo
parigino Jacques Ruffié. Il territorio abitato dai baschi prosegue a sud dei
Pirenei, dove il numero di persone che parlano questa lingua è molto più
elevato. Attraverso di loro si perpetuano i geni di una delle popolazioni
più antiche d'Europa, i Cro-Magnon, di cui abbiamo visto che i baschi
sono i probabili discendenti. La figura mostra che la stessa regione in cui
sopravvivono i loro grandi prodotti artistici (come le pitture su roccia
di Lascaux in Francia e di Altamira in Spagna, per non citare che le più
note) è occupata da una popolazione geneticamente unitaria che trascen-
de il confine geografico dettato dai Pirenei .


a) •

354 Chi siamo


b)
Golfo di Biscagl ia

SARAGOZZA , f \

/'l
-----------------------
- TOPONIMIA DI CHIARA ORIGINE BASCA - AREA DI LINGUA BASCA NEL XVIII SECOLO D.C.
- AREA DI LINGUA BASCA OGGI - AREA DI LINGUA BASCA NEL VI SECOLO D.C.

c)

Golfo di Biscaglia

Somiglianza di tre mappe geografiche: a) grotte dell'area abitata da Cro·Magnon decorate


nel tardo Paleolitico; b) toponimia di chiara origine basca ed aree di lingua basca; c) prima
componente principale dell'Europa occidentale in base ai dati genetici, secondo Bertranpetit.

Razza e razzismo 355


Esiste una razza ebraica?

Questo problema è di particolare interesse, anche perché gli ebrei sono


stati oggetto di aggressioni razziste e sistematiche persecuzioni da almeno
duemila anni.
Consideriamo semplicemente, per ora, se sia giusto sul piano scientifi-
co parlare di una razza ebraica. Molto dipende dal grado di finezza che
vogliamo raggiungere con la definizione, tenendo presente che vi sono
comunque difficoltà, tali da richiedere calcoli complicati e dati statistici
migliori di quelli attuali.
Gli ebrei sono una popolazione eterogenea per via della loro storia.
Nei millenni trascorsi dalle due grandi diaspore (dispersioni nel mondo),
la prima dopo l'esilio a Babilonia nel 586 a.C. a seguito della conquista
assira del regno di Giudea, la seconda dopo la conquista di Gerusalemme
ad opera dell'imperatore romano Tito nel 70 d.C., si sono diffusi in varie
parti d'Europa, Nord Africa, Medio Oriente. Sono stati spesso costretti
a cambiare residenza a seguito di persecuzioni religiose, come gli ebrei
spagnoli che furono cacciati dalla Spagna nel 1492. Negli ultimi decenni
molti ebrei, ad esempio quelli russi, quando ne hanno avuto la possibilità,
sono tornati volontariamente in Israele e vi stanno ancora tornando.

La religione ebraica ha poca tendenza al proselitismo, ma gli ebrei etio-


pici e yemeniti sono probabilmente il risultato di antiche conversioni reli-
giose di popolazioni locali, poiché sono assai diversi geneticamente dagli
altri ebrei e simili ai popoli delle regioni di origine. Negli altri casi, gli
ebrei hanno conservato non solo la loro religione o le loro tradizioni ma
anche, almeno in parte, le loro caratteristiche genetiche, come mostra una
certa somiglianza reciproca fra i diversi gruppi. Nel corso della diaspora
si sono mescolati un poco con i loro vicini nelle varie parti del mondo.
Gli ebrei dell'Europa settentrionale (gli ashkenaziti) hanno spesso capelli
biondi e occhi azzurri, probabilmente per via di questo mescolamento,
ma non è da escludere che anche la selezione naturale abbia contribuito al
cambiamento. Lo stesso è vero per i geni che determinano i caratteri che
non vediamo, in base ai quali si direbbe che la mescolanza del corredo
genetico - risultata da unioni miste attraverso le generazioni - possa ar-
rivare, benché raramente, fino al 50 per cento della popolazione ebraica
originale e al 50 per cento dei vicini. Tenendo conto del lungo intervallo
di separazione, la mescolanza calcolata per generazione è molto piccola,
poche unità percentuali. Ma i discendenti di matrimoni misti hanno avu-

356 Chi siamo


to maggior tendenza a perdere il contatto sociale e religioso, per cui non
fanno più parte del popolo ebraico e all'atto pratico non vengono inclusi
nei calcoli. Gli ebrei sefarditi, che oggi sono sparsi in paesi lontani l'uno
dall'altro, come Spagna, Italia, Marocco, Egitto, Bulgaria, sono piuttosto
diversi tra loro.
Questa eterogeneità rende più difficile l'analisi. Si può dire solo che
l'endogamia (i matrimoni fra individui appartenenti al gruppo) è stata
abbastanza diffusa fra gli antenati degli ebrei attuali da avere conservato
un patrimonio genetico comune non indifferente. Così non stupisce tro-
vare una certa somiglianza fra gli ebrei di qualunque origine, ed anche fra
ciascuno di essi e i popoli che dividono con loro l'origine più antica, cioè
quelli del Medio Oriente.
Basta questo per parlare di una razza ebraica? Se ci limitassimo a consi-
derare le cinque razze rappresentate dai cinque continenti è chiaro che al
paragone le differenze tra ebrei ed europei non ebrei sarebbero irrisorie.
Forse prendendo un gran numero di razze nel mondo, e confrontando
ciascuna con le confinanti, troveremmo che gli ebrei sono simili ai loro vi-
cini non ebrei quanto gli italiani del nord agli italiani del sud, o i francesi
del nord ai francesi del sud. Sarebbero calcoli abbastanza facili, ma che
cosa se ne guadagnerebbe? È più semplice limitarsi a dire che vi è qualche
differenza genetica tra ebrei e non ebrei, che la composizione genetica
media degli ebrei non è lontana da quella dei popoli che abitano ancor
oggi le regioni contigue ad Israele, che vi è una certa eterogeneità fra ebrei
dovuta alle mescolanze seguite alla diaspora, ma che rimane pur sempre
una certa "aria di famiglia".

Non è facile confrontare genetica e cultura, ma l'impressione d'insieme


è che ciò che accomuna con maggior forza gli ebrei non sia un fattore
genetico, ma culturale. Il popolo ebraico ha conservato la sua identità
soprattutto grazie alle sue tradizioni, in cui la religione ha giocato un
ruolo importante ma forse non unico. Il concetto di razza è così vago che
potremmo arrivare a considerare gli ebrei come razza, o meglio come un
insieme di razze, solo se fossimo pronti a definire migliaia di razze diver-
se, con piccolissime differenze tra le une e le altre.
La realtà è che nella specie umana il concetto di razza non serve a nulla.
La struttura delle popolazioni umane è estremamente complessa e varia
da regione a regione, da popolo a popolo; vi sono sempre sfumature, do-
vute a continue migrazioni entro e attraverso i confini di tutte le nazioni,
che rendono impossibili separazioni nette.

Razza e razzismo 357


Razzismo e razze pure

Ripartiamo da una definizione di razza simile, anche se non identica, a


quella riportata all'inizio: è un insieme di individui che hanno una origi-
ne comune e conservano quindi una certa somiglianza genetica (cioè per i
caratteri ereditati per via biologica). Possono avere conservato o no anche
una certa identità culturale: tradizioni comuni, linguaggio comune, unità
politica, oppure avere perduto una o più di queste. Le identità culturali sono
in genere più !abili e quelle genetiche più durevoli nel tempo: per questo mo-
tivo ci preoccuperemo solo di queste ultime nel definire una razza.
Il razzismo ha avuto molte origini e ha molte definizioni, ma sappiamo
che i razzisti si preoccupano spesso della purezza della razza. Cominciamo
a parlare di questo aspetto, che è molto facile da eliminare. Non esistono
razze pure e se si cercasse di crearle potrebbero risultare ben poco attraenti.
C'è un modo semplice di accorgercene. Se studiamo un qualunque siste-
ma genetico troviamo sempre un grado elevato di ciò che viene chiamato
polimorfismo, cioè varietà genetica: significa che un gene presenta forme
diverse. Questo vale per una popolazione piccolissima come per l'insieme
della popolazione europea, per un'intera nazione come per una città o un
semplice villaggio. Le proporzioni di geni A, B e O, ad esempio, variano
da villaggio a villaggio, da città a città, da nazione a nazione, ma non in
modo estremo: in ogni microcosmo ritroveremo una composizione gene-
tica paragonabile a quella dell'insieme, anche se un po' diversa. Possiamo
scegliere di analizzare la classe ricca oppure quella povera, i bianchi oppu-
re i neri: troveremo comunque lo stesso fenomeno. Che senso ha parlare
di "purezza" di una razza, quando ogni popolazione per quanto piccola
è variabile? Se cambiamo continente troveremo cifre un po' diverse per le
proporzioni dei vari tipi, ma sempre ogni microcosmo tenderà a ripropor-
re ilmacrocosmo.

Niente purezza genetica quindi: essa semplicemente non esiste nelle po-
polazioni umane. La purezza genetica si potrebbe ottenere- ma solo fino
a un certo punto- attraverso un programma di allevamento che preveda
il continuo incrocio tra parenti molto stretti (che nell'uomo è escluso dal-
la legge): come il matrimonio tra fratello e sorella oppure tra padre e figlia
e così via. Occorre però continuare a praticare questo tipo di incroci per
venti, trenta generazioni, ed anche così non si riuscirebbe ad ottenere un
ceppo perfettamente "puro", in cui cioè la variabilità genetica sia scom-
parsa. Vi si riesce, in modo non perfetto, negli animali, ma sappiamo che

358 Chi siamo


comporta una grave sterilità, per cui è difficile che le linee così generate
possano sopravvivere.
È vero esattamente l'opposto: per assicurare fertilità e salute normali,
è necessario evitare i matrimoni tra parenti stretti, o almeno far sì che
essi non siano troppo frequenti. In genere vi è maggiore robustezza nei
discendenti di incroci fra persone di origini diverse, anche di razze pro-
fondamente differenti, e non vi è alcuno svantaggio biologico noto nei
matrimoni interrazziali.

Il razzismo

Il razzismo è la convinzione che una razza sia biologicamente superiore


alle altre. Ne discende la preoccupazione dei razzisti di "mantenere la
purezza della razza" perché questa superiorità non venga a cessare o a
diminuire. Ma sappiamo che nessuna razza è pura: il mantenimento del-
la purezza è quindi una preoccupazione assurda. Il fatto che quasi tutti
coloro che sono nati in certe regioni scandinave siano biondi, o che quasi
tutti gli arabi siano bruni, non significa affatto che per altri caratteri vi
sia una simile "purezza". L'omogeneità vuole soltanto dire che per questo
carattere, e forse pochi altri, vi è stata molto probabilmente una selezione
naturale dovuta al clima. Rispetto a tutti gli altri geni gli individui biondi
sono tanto variabili, tanto "impuri", quanto chi appartiene a popolazioni
non scandinave. Allo stesso modo, la selezione di cani o cavalli o altri tipi
di animali per l'omogeneità di caratteri visibili come il colore del pelo, la
forma del corpo o delle sue parti, o di caratteristiche come l'eccellenza del
fiuto in cani e maiali, la velocità nella corsa per cani e cavalli, o la capacità
dei cani da pastore di radunare le pecore, lascia immutata la grande varia-
bilità individuale per quanto attiene a tutti gli altri caratteri. L'allevatore
che porta troppo in là l'omogeneizzazione di queste razze attraverso incro-
ci fra parenti stretti, nella speranza di <<purificarle>>, corre il rischio di per-
dere la razza per l'abbassamento della fecondità e in genere della vitalità.
Oggi siamo pienamente convinti dell'impossibilità che esistano razze
pure e perfette, ma in passato il falso ideale della purezza della razza è
stato alla base di molte teorie, che erano erronee ma hanno avuto un'in-
fluenza storicamente importante.
Vale la pena di ricordare quella avanzata da un francese del secolo
scorso, il conte Joseph Arthur de Gobineau. Cominciò la sua carriera
come segretario di un famoso saggista e uomo politico francese, Alexis de

Razza e razzismo 359


Tocqueville; fu diplomatico in varie sedi e autore di molti libri. Nel suo
Saggio sull'ineguaglianza delle razze umane (1853-55) espose l'idea che
la razza superiore fosse rappresentata dai tedeschi, che riteneva essere i
discendenti più puri di un popolo mitico, gli ariani. Cercando una causa
della decadenza delle civiltà, ritenne di averla individuata nelle mesco-
lanze etniche, che avrebbero ridotto la vitalità della razza aumentandone
la corruzione. Gobineau fu in un certo senso l'iniziatore del mito cui si
ispirarono Wagner, Nietzsche e Hitler stesso.
Il razzismo è, comunque, più vecchio di queste ideologie ed è proba-
bilmente tanto antico quanto l'umanità. Di solito, ognuno ritiene che la
"razza" migliore sia la propria, se per razza s'intende il proprio gruppo
sociale, indipendentemente dal fatto che ciò che lodiamo di più nel nostro
gruppo siano fatti biologici (ci sentiamo più belli o più bravi degli altri) o
socioculturali (la vita è più gradevole da noi che altrove).
Normalmente non si fa lo sforzo di separare biologia e cultura ed è
comunissimo l'errore di considerarle una cosa sola. Ai tempi di Gobineau
sarebbe comunque stato difficile distinguere.
In un'epoca più lontana, i greci consideravano con disprezzo qualunque
straniero: li chiamavano «barbari)), cioè balbettanti, perché non sapeva-
no parlare greco. Ma probabilmente in qualunque gruppo etnico è sem-
pre esistito un orgoglio di gruppo che ha reso difficile confronti obiettivi.
Come razzista Gobineau aveva però una rara distinzione: non dava la
preferenza al suo popolo, ma a un altro, quello tedesco. È però vero che i
francesi del nord-est e molti aristocratici possono vantare, a torto o a ra-
gione, una discendenza dai barbari germanici che dopo la caduta dell'im-
pero romano invasero il nord del paese, i franchi. Anche gli inglesi posso-
no vantare una caratura germanica attraverso le invasioni anglosassoni.
Uno di essi, Houston Stewart Chamberlain, che sposò la figlia di Wagner,
divenne grande ammiratore dei tedeschi e propagandista del mito ariano.
Questo mito, fra l'altro, è un'invenzione recente. Il termine <<ariani>> è
comparso nella linguistica nel secolo scorso per definire i linguaggi india-
ni. La radice indoeuropea ari significa condottiero, nobile (donde <<ari-
stocratico>>). Hitler si è invaghito della parola, ma forse ne avrebbe scelta
un'altra se ne avesse conosciuto la vera origine: gli indiani sono certo più
diversi dai biondi nordici di quanto lo siano, ad esempio, gli ebrei che egli
aveva preso ad odiare sopra ogni altro gruppo.
Sappiamo tutti (e chi non lo sapesse è pregato di documentarsi a fon-
do!) che piega prese il razzismo tedesco quando Hitler divenne padrone
assoluto della Germania. Si poteva sperare che la lezione sarebbe stata

360 Chi siamo


imparata per sempre, ma i giornali di questi ultimi decenni ci mostrano
in modo sempre più tragico quanto sia facile dimenticare il passato e ri-
petere gli stessi errori.
Oggi tutta l'Europa sta vivendo una recrudescenza su vasta scala del
razzismo, anche là dove non era esistito o era estremamente raro. I sei
milioni di ebrei annientati nei campi di concentramento nazisti non sono
stati abbastanza? C'è addirittura chi cerca di sostenere che non sono mai
esistiti. Com'è possibile? Dobbiamo concludere che il razzismo è una ma-
lattia sociale inestirpabile, che ci tormenterà per sempre?

Le origini della pretesa superiorità biologica

Nella storia europea moderna abbiamo assistito a grandi espansioni


politiche ed economiche: Inghilterra e Francia soprattutto hanno avuto
secoli di grandezza e di gloria, non del tutto spente, ma certo drastica-
mente ridimensionate. La Spagna ha vissuto tre secoli di ricchezza e di
conquiste. In altre parti del mondo sono sorti imperi diversi, durati tal-
volta per centinaia di anni, talaltra per periodi brevi.
Il ricambio costante del potere mostra quanto labile sia, e quanto sia
difficile conservarlo a lungo. Di solito il successo va a braccetto con il
potere. La sensazione euforizzante di appartenere alla prima nazione al
mondo, o almeno ad una tra le più importanti, con tutti i vantaggi che ne
derivano, può facilmente indurre a ritenere che la propria superiorità sia
oggettiva, innata, destinata a durare, mentre è il risultato di una politica
intelligente e anche fortunata, che potrebbe rivelarsi effimera. La storia
mostra in verità che queste situazioni felici non durano a lungo, anzi
sono destinate a cadere, talora rapidamente. Perduto il successo, dove è
andata la pretesa superiorità? Non vi è più alcuna ragione sostenibile per
rivendicarla. Non si può certo pensare che nelle poche generazioni suffi-
cienti al naufragio della più grande delle civiltà il patrimonio genetico di
un popolo possa cambiare, magari per colpa degli incroci fra razze - e in
particolare con i gialli o con i neri! -come pensava Gobineau.
La confusione tra cultura o civiltà da una parte e patrimonio genetico
dall'altra, tra nazione e popolazione, sono alla base di questa pretesa su-
periorità biologica che nessuno è in grado di dimostrare. La lettura degli
argomenti di Gobineau è avvilente, poiché in assenza di qualunque dato
egli pretendeva di mostrare che la decadenza di tutte le civiltà sarebbe
stata dovuta alla commistione fra le razze, e che tutti i progressi com-

Razza e razzismo 361


Rifornimento d'acqua potabile, Massaua, Eritrea.© Giovanni Porzio 2013

362 Chi siamo


piuti dall'umanità sarebbero stati il risultato dell'opera di alcuni ariani.
Comunque sia, egli riuscì a convincere di questa fasulla tesi razzista una
parte notevole dell'intellighenzia europea e ad incantarla per quasi un
secolo. Naturalmente fu facile convincere della sua teoria i diretti benefi-
ciari, cioè i tedeschi, che finirono per essere anche quelli che vi credettero
più a lungo e con le conseguenze più nefaste.
Non avrebbe senso dare tutta la colpa a Gobineau; molti altri sulla sua
scia, e qualcuno indipendentemente, propugnarono idee simili. In ogni
caso il razzismo ha radici ben più profonde del discorso di un intellet-
tuale aristocratico.
Sotto l'effetto di diversi impulsi del genere, alla fine del secolo scorso e
all'inizio di questo comparvero varie classificazioni delle razze europee.
Una di queste, particolarmente semplice, dovuta all'antropologo ed eco-
nomista americano William Zebina Ripley, ebbe maggiore fortuna delle
altre. Contemplava tre razze: la teutonica (nordica), la mediterranea, ed
una intermedia geograficamente, quella alpina, ritenuta di origine asiati-
ca (immigrata nel periodo neolitico, si sarebbe infilata a cuneo fra le altre
due più antiche). Le analisi genetiche moderne rivelano che la situazione
reale è molto più complicata. Ripley si limitò ad una descrizione dei ca-
ratteri fisici delle sue tre razze, ma alcuni psicologi americani la estesero,
aggiungendovi caratteri di comportamento che in genere rivelavano uno
scarso apprezzamento per le razze non nordiche. Un breve componi-
mento del letterato e poeta satirico inglese Hilaire Belloc prende in giro
questi stereotipi:

Osserva, figlio, l'uomo del Nord; Behold, my chi/d, the Nordic man
Per quanto puoi, sii come lui: And be as like him as you can;
Le gambe lunghe, lento di testa, His legs are long, his mind is slow
Capelli flosci fatti di stoppa. His hair is tank and made of tow.

La razza alpina vedo arrivare, And here we have the Alpine race
Guarda che faccia larga e brutale; Oh! what a broad and bruta/ (ace.
Pelle giallastra, il ceffo che ha His skin is of a dirty yellow
È sgradevolissimo in verità. He is a most unpleasant fellow.

Fra tutte la più degenerata The most degraded of them ali


Mediterranea viene chiamata: Mediterranean we cali.
Capelli ricci, parole pazze, His hair is crisp and even curls
Impertinente con le ragazze. And he is saucy with the girls.

Razza e razzismo 363


L'imam della moschea, Port Harcourt, Nigeria.© Giovanni Porzio 2013

364 Chi siamo


Patogenesi del razzismo

Vari elementi congiurano a rendere il razzismo una deviazione tutt'al-


tro che inattesa. Il razzismo è solo una manifestazione particolare di una
sindrome più vasta, la xenofobia: la paura o l'odio per gli stranieri e più
in generale per chi è diverso. Quest'ultima accezione comprende anche la
misoginia; per indicare le donne che odiano i maschi bisognerà coniare
una parola che designi la fobia opposta alla misoginia, la misoandria; per
non parlare poi della fobia per gli omosessuali, per i preti, i negri, gli ebrei
e di altre ancora.
Il gruppo sociale cui la persona appartiene gioca un ruolo molto im-
portante nella vita dell'individuo, e sembra ragionevole pensare che vi sia
una sostanziale pulsione a sentire e agire in modo da essere in accordo
con il proprio gruppo, per ottenerne l'appoggio e per fornirlo, se necessa-
rio. Il fatto che sia ragionevole pensarlo non significa che questa pulsione
esista, ed è difficile fornire prove solide della sua esistenza. Ma permettia-
moci di fare l'ipotesi che vi sia realmente una pulsione, cioè una tendenza
innata, a considerare il gruppo cui noi apparteniamo come una entità,
che chiameremo Noi, definita in opposizione a coloro che al gruppo non
appartengono, che sono gli altri, Loro.

Se accettiamo questa ipotesi dobbiamo anche riconoscere che la defi-


nizione del Noi varia a seconda delle circostanze. Può essere che il Noi
sia la famiglia; o magari la famiglia con l'esclusione di qualche mem-
bro che riteniamo non meriti il nostro appoggio e fiducia. La famiglia è
senz'altro il primo Noi che si presenta alla nostra attenzione nel corso
della vita, tranne per coloro che non hanno avuto la fortuna di avere
una famiglia, o di averne una buona. Proseguendo nella vita, con il pro-
gredire dei contatti sociali altri Noi diventano importanti: i compagni
di gioco, gli amici, i compagni di scuola e le altre persone che fanno
parte della scuola e dei gruppi cui man mano ci associamo. Più tardi vi
sono i colleghi di lavoro, o di associazioni diverse, ciascuna delle quali
crea un nuovo circolo di individui che formano un nuovo Noi. Molti di
questi Noi possono essere in antitesi con altri Noi: la famiglia può non
volere che frequentiamo certi amici o compagni, creando così conflitti
che possono essere importanti nella vita di un individuo. Alcuni dei Noi
che ci creiamo nel corso della vita per passare bene il tempo sarebbe-
ro particolarmente interessanti da studiare sul piano antropologico: la
«nostra>> squadra di calcio, baseball, pallacanestro ecc. può acquistare

Razza e razzismo 365


un'importanza enorme. Specie nelle città in cui vi sono due o più squa-
dre concorrenti diventa quasi una necessità sceglierne una e partecipare
emotivamente alle sue sorti.
Questi diversi Noi che influenzano tanta parte della nostra vita sono di
enorme importanza emotiva come fonte di gioie e di preoccupazioni, di
senso di lealtà e di appartenenza (in certi casi possiamo parlare di identi-
tà, come per il patriottismo nelle sue varie forme, campanilismo incluso),
di gelosie, rabbie, sensi di colpa. La loro importanza nella vita di ogni
giorno fa pensare che vi sia una tendenza innata a fabbricare questi Noi,
che sono un'estensione del nostro Io e ci aiutano formando una cintura
di protezione intorno a noi stessi.
Questa tendenza può essere in alcuni più forte che in altri. Se alcuni
di questi Noi acquistano un'importanza speciale, perché ci aiutano a
rimpiazzare altri Noi (per esempio la famiglia) che, a torto o a ragione,
non ci danno le soddisfazioni desiderate, possono generarsi situazioni di
grave conflitto.

Tuttavia, da sola questa spiegazione non basta per capire il razzismo. Vi


sono altri elementi importanti che aiutano a determinarlo. Uno di essi è la
forza del pregiudizio, che può raggiungere il livello di una nevrosi grave.
Non sappiamo bene per quali motivi, ma spesso assistiamo a prese di
posizione così decise e così stupide, a volte anche da parte di persone mol-
to intelligenti, che talora sembra necessario catalogarle come nevrosi. Un
esempio classico: alcuni individui, per fortuna molto rari, passano buona
parte del proprio tempo ad analizzare le supposte malefatte degli ebrei. La
manifestazione estrema è stata la semitofobia di Hitler. Gli ebrei sono nel
mirino di questi nevrotici perché hanno successo nella vita sociale e, mal-
grado le numerosissime persecuzioni, si sono sempre risollevati e hanno
spesso conquistato posizioni di grande importanza nelle arti, nelle scienze,
nella finanza, in tutti i campi cui hanno avuto la possibilità di accedere.
La gelosia e l'invidia sono spesso causa di razzismo, come lo è l'eccessi-
va valutazione della propria persona e del proprio gruppo e il disprezzo
per gli altri. I pigmei sono considerati e segnati a dito come vere e proprie
bestie da parecchi dei loro vicini. Il razzismo dunque non è retaggio sol-
tanto degli europei o degli americani: è diffuso ovunque. Molti anni fa, in
un ufficio di polizia della Repubblica Centrafricana ho avuto occasione
di leggere una circolare dettata dal presidente, Jean Bedel Bokassa, prima
che si rivelasse un megalomane e si proclamasse imperatore. In essa si
diceva che bisogna rispettare ogni uomo come individuo, e non basarsi

366 Chi siamo


sul gruppo cui appartiene. Ripeteva che «zo we ZO>> (nella lingua ufficiale
della repubblica, «un uomo è un uomo>>) era sempre il comandamento
giusto; molto probabilmente questo detto non era farina del suo sacco ma
gli veniva dal primo presidente della repubblica, Barthelemy Boganda,
suo stretto parente e uomo di grande valore, morto troppo presto in un
incidente aereo. È interessante fra l'altro che la Repubblica Centrafricana
sia stata per molti anni sotto il controllo politico di una tribù relativa-
mente piccola, gli ngbaka, che avevano stretti contatti con i pigmei, e,
conoscendoli bene e da tempo, ne apprezzavano molto le doti.

In genere l'infelicità, qualunque ne sia la motivazione, può determinare


il desiderio di rivalersi su un capro espiatorio, che è sempre una persona
più debole. È ben noto che negli Stati Uniti i vari gruppi etnici si vendi-
cavano (e si vendicano) dei soprusi di origine razzista cui erano (e sono)
sottoposti maltrattando i gruppi etnici che considerano inferiori. Gli ulti-
mi arrivati sono praticamente sempre in condizioni di inferiorità, se non
hanno avuto il tempo di ricevere l'educazione necessaria per migliorare
il proprio status sociale e non hanno ancora avuto modo di utilizzare le
opportunità offerte dal sistema americano. In media occorrono almeno
due o tre generazioni dopo l'arrivo dell'emigrante per giungere- o almeno
arrivare vicini - alla parità con chi è arrivato prima. Irlandesi, italiani, po-
lacchi si rifanno gli uni sugli altri degli abusi subiti dai gruppi dominanti,
arrivati in America prima di loro e oggi in posizione sociale superiore.
Tutti quanti si rifanno sui neri, che non sono esattamente gli ultimi ar-
rivati, essendo stati trascinati in catene dall'Africa all'America a partire
da più di trecento anni fa. Il regime di schiavitù ha costretto gli afroame-
ricani a partire dallo scalino più basso della società; esso è ufficialmente
terminato con il tredicesimo emendamento della Costituzione degli Stati
Uniti. Patrocinato da Abraham Lincoln e approvato nel1865, dichiarò la
schiavitù incompatibile con la Costituzione, e fu completato in seguito da
due emendamenti del 1868 e del 1870, che assicuravano a tutti il diritto
di voto e l'eguaglianza di fronte alla legge. Occorse però quasi un secolo
perché la legge venisse pienamente applicata: nel 1954 la Corte Suprema
proclamò la incostituzionalità della segregazione nelle scuole pubbliche,
e nel 1964 un decreto del Parlamento dichiarò incostituzionale la segre-
gazione nel settore privato. Nonostante tutto questo, la segregazione re-
sidenziale di bianchi e neri rimane fortissima e, malgrado diversi tentativi
compiuti per superarla, ha una grave influenza negativa sull'educazione
dei neri, rendendo molto difficile per loro accedere agli impieghi migliori.

Razza e razzismo 367


Non stupisce perciò che rimanga ancora una notevolissima disparità
a livello economico. Non si può sperare che gli afroamericani riescano
a colmarla con la stessa relativa facilità degli immigrati di origine euro-
pea. Resta quasi intatta la barriera principale, che è la prova del fuoco
dell'eguaglianza razziale: la mancanza di accettazione del matrimonio
misto. Mentre matrimoni fra americani bianchi e di origine asiatica, ame-
rindia o polinesiana (nelle Hawaii) sono relativamente più frequenti, i
matrimoni fra bianchi e neri sono aumentati pochissimo da quando è sta-
to fatto il primo passo verso l'eguaglianza dei diritti. Come ha mostrato
il genetista Curt Stern già molti anni fa, se il matrimonio fosse insensibile
al colore della pelle l'attuale discontinuità bianco-nero scomparirebbe in
due o tre generazioni. Ma le differenze culturali ed economiche sono an-
cora troppo forti, la sensibilità al colore della pelle troppo diffusa, perché
questa situazione cambi rapidamente.
Come l'infelicità originata da rapporti sociali difficili può portare al raz-
zismo, quella determinata da un rapporto sbagliato con i genitori, specie
tra padre e figlio o madre e figlia, è un incitamento alla ribellione e porta
spesso il giovane a reazioni violente, talora autodistruttive, che hanno lo
scopo di richiamare l'attenzione del genitore sulla propria miseria spiri-
tuale. L'accumulo di rabbia ed odio può portare a gesti irreversibili, che
sfociano in atti disperati. Il desiderio inconscio di nuocere al padre può
portare alla droga, alla criminalità, e oggi è diventata di moda la violenza
razzista. Dice bene una vignetta vista tempo fa su <<Repubblica>>, in cui si
vedono due uomini disperati che parlano delle proprie tragedie: <<lo ho
l'Aids», dice uno; <<Beato te», risponde l'altro, <<io ho un figlio naziskin».
Naturalmente, l'odio verso la famiglia è solo uno dei possibili motivi che
spingono alla violenza.
Gli atti di razzismo che si compiono oggi in molte nazioni europee sono
crimini efferati, ancora più odiosi di quelli compiuti da persone distur-
bate di mente, gli atti di una sola delle quali, in tempi più "normali",
bastavano a riempire le pagine dei giornali per mesi: <<Il mostro di via tal
dei tali», <<Spara impazzito in un negozio uccidendo due persone e feren-
done cinque», «Stermina la famiglia a colpi d'accetta» e così via. Accanto
al delinquente pazzo che agisce isolatamente, abbiamo a volte bande di
giovani che girano eccitati per i quartieri poveri alla ricerca di vittime. Si
spera che gli individui capaci di agire come veri delinquenti siano pochi,
ma in realtà non lo sappiamo.
l gruppi di giovani razzisti che girano armati per compiere qualche atto
violento non sono naturalmente tutti figli di padri malvagi incapaci di

368 Chi siamo


comprensione, o comunque non sono tutti inconsciamente desiderosi di
rendere infelice il proprio padre. Molti sono semplicemente disoccupati o
infelici per altri motivi, e irritati dalla vista di persone "diverse", cui non
vogliono riconoscere il diritto di vivere nel loro stesso territorio, trovare
un lavoro e cercare di condurre una vita dignitosa. Può anche esservi il
pervertito o il criminale, ma vi sono anche gruppi politici che in nome di
qualche fasulla "identità" cercano di approfittare della situazione e sof-
fiano sul fuoco del razzismo. In situazioni economiche difficili può essere
penoso il confronto del proprio stato di indigenza con quello di stranieri
magari meglio inseriti di noi nel contesto sociale. Non si vogliono ricono-
scere loro diritti pari ai propri ed è duro notare che riescono ad ottenere
qualcosa che a noi manca. È questa una delle cause più importanti di
xenofobia. L'odio è naturalmente più intenso se gli «stranieri>> apparten-
gono a gruppi sociali ritenuti inferiori, ma anche la semplice sensazione
di una diversità può bastare.

L'antisemitismo dopo tutto è un esempio di questo genere. In molti pa-


esi gli ebrei hanno raggiunto sovente una posizione sociale ed economica
buona, talora invidiabile. Negli Stati Uniti è stato più facile che altrove
perché vi sono meno barriere all'affermazione individuale. A molti miei
colleghi è stato possibile compiere carriere eccellenti, certo non grazie
all'influenza dei genitori, che rimane invece una carta importantissima
per fare qualsiasi carriera in Europa. I colleghi ebrei della mia età vengo-
no quasi tutti da famiglie estremamente povere, di immigrazione recente.
Un vecchio ebreo di New York, che conduceva il suo tassì da una vita, mi
raccontava di avere due figli, che stavano studiando per diventare l'uno
medico e l'altro avvocato - due professioni molto ben pagate - in una
delle più prestigiose università americane. Non erano certo gli appoggi
sociali ed economici del padre che avevano permesso ai due ragazzi di
giungere ad Harvard, ma un lavoro intelligente e instancabile, certo inco-
raggiato dall'enorme spinta psicologica che dà ai figli la famiglia ebraica.
Per le stesse ragioni in Giappone l'individuo medio raggiunge un Q.I.
molto più elevato dell'americano.

A chi non conosce l'enorme fatica e l'abnegazione che queste carriere


costano a genitori e figli il successo può sembrare un'ingiustizia. Senza
volere discutere il problema se gli ebrei abbiano, o no, una maggior ca-
pacità innata per certi tipi di studi e di carriere, la quantità di energia, la
disciplina e la mole di lavoro che profondono per raggiungere i loro scopi

Razza e razzismo 369


dovrebbero sempre far riflettere la persona che per una ragione o per l'al-
tra ha deciso di considerarsi antisemita. Il risultato è che tra gli ebrei vi è
un numero straordinariamente elevato di persone di grande competenza
professionale. Cacciarli od asteggiarli al punto da dissuaderli a restare in
un paese significa rinunciare ad una grande ricchezza intellettuale, che se
non ostacolata si traduce sempre in un aumento di benessere per la socie-
tà. L'espulsione degli ebrei decretata in Spagna nel 1492 ha rappresentato
un impoverimento grave per quella nazione.

Il ricordo dello sterminio decretato dai nazisti non può che tenere lonta-
ni gli ebrei dalla Germania, al cui sviluppo scientifico, culturale e artistico
essi hanno senza dubbio molto contribuito prima della seconda guerra
mondiale. Alcuni tra i più grandi scienziati di questo secolo, da Albert
Einstein a Pau! Ehrlich, inventore della chemioterapia, erano ebrei tede-
schi. Non si può sperare che questi ragionamenti arrestino la mano di un
razzi-nazista arrabbiato. Si può solo agire, come in parte sta avvenendo,
perché chi ha conservato la propria sanità mentale usi tutta la pressione
che è in grado di esercitare per cambiare la situazione.

La terapia

Esiste una terapia? È sempre e comunque l'educazione, a scopo pre-


ventivo. Il razzismo non è l'unica malattia sociale in cui la profilassi deve
essere praticata in forma intensiva a livello scolastico e famigliare, a par-
tire dai primissimi anni di vita. Ma in situazioni come quelle odierne la
profilassi non basta: occorre una terapia adatta, e subito.
Penso che nei paesi occidentali i cui governi sono in grado di rendersi
conto del problema, il momento presente richieda tre tipi d'intervento.

Il primo è assumere il più rigido e intransigente degli atteggiamenti nei


confronti di queste azioni criminose, e al tempo stesso fare di tutto per
difendere i disgraziati che per nostra insipienza o debolezza si trovano
esposti a pericoli analoghi a quelli dei tempi più bui dell'ultima guerra.
Il problema è assai più grave in quei paesi europei i cui governi si sono
abbandonati a operazioni da essi stessi definite con l'orrenda espressione
di <<pulizia etnica>>, cioè ad atroci violenze contro gruppi etnici più deboli,
perpetrate da una classe dirigente che lotta senza esclusione di colpi con-
tro tentativi di secessione. Ne sono risultate vere e proprie guerre tribali

370 Chi siamo


combattute con armi moderne e con una violenza ed un cinismo disgu-
stosi, guerre combattute non fra militari, ma da uomini in armi contro
civili indifesi, in particolare contro i più deboli: donne, vecchi, bambini
e uomini inermi. È il caso tragico della ex Jugoslavia, e su scala di poco
meno grave- e con responsabilità storiche anche maggiori da parte del
governo centrale - delle repubbliche ex sovietiche del Caucaso e di al-
tre parti dell'antico impero comunista russo. Con sfumature e complica-
zioni locali diverse, vi sono poi le varie guerre civili a sfondo sia etnico
sia politico-economico che costellano il pianeta. Naturalmente vi è una
differenza fondamentale fra queste situazioni di aperto conflitto, dove
gli scontri etnici sono stati promossi dal governo centrale, come fu nella
ex Jugoslavia, e quanto sta avvenendo nell'Unione Europea o all'interno
degli Stati Uniti, i cui governi sono ben lontani dal promuovere volon-
tariamente scontri etnici. Il problema è particolarmente grave e difficile
là dove aiutare un popolo in difficoltà significa intervenire nella politica
interna di uno Stato sovrano.

Sembra necessario, come secondo punto, valido almeno per quanto ri-
guarda l'Unione Europea, limitare l'immigrazione di stranieri ai numeri
che una società è in grado di assorbire, introducendo controlli rigorosi.
Bisogna avere l'umiltà di riconoscere che non abbiamo la civiltà sufficien-
te per permettere un'immigrazione illimitata; che consentendo o addirit-
tura incoraggiando l'arrivo di immigrati dai paesi più poveri del mondo e
magari anche da altri paesi europei li esponiamo a rischi gravi, compreso
quello della vita, in modo stupido e criminoso, senza essere in grado di
fornire loro alcuna reale garanzia. Dobbiamo essere in grado di assicu-
rare condizioni di sicurezza a chi immigra da noi, come ad ogni altro
cittadino.

Il terzo punto riguarda le misure positive necessarie per eliminare la


causa di queste agitazioni, che è chiaramente economica e organizzati-
va. È necessario offrire opportunità di lavoro ragionevoli quando esse
manchino. Questa è forse la difficoltà più grande, perché comporta un
impegno finanziario e uno sforzo sociale gigantesco: è ciò che la Germa-
nia occidentale è riuscita a fare, nell'arco di vent'anni e con investimenti
colossali, per portare la Germania orientale ex comunista a un livello
simile al proprio. Per fortuna la parte del paese che ha deciso di farsi ca-
rico di questo onere è anche la più ricca d'Europa. Altre nazioni, come la
vicina Polonia o la Romania, non hanno uno zio così ricco e volonteroso.

Razza e razzismo 371


Profughi del Darfur, Ti ne, Ciad.© Giovanni Porzio 2013

372 Chi siamo


Inventarsi un'ingegneria sociale

Forse la disciplina di cui più soffriamo la mancanza- perché proprio non


esiste- è quell'ingegneria sociale di cui avremmo bisogno per curare i mali
delle società. Molti magari storceranno il naso davanti a queste due paro-
le, che possono far pensare a società autoritarie che assegnano a ciascuno
un proprio ruolo all'interno di una struttura fortemente gerarchizzata. Ma
quello che si vuole dire è che in società di decine di milioni di persone è
necessario organizzare e regolare la convivenza in modo efficace, che si
tratti dell'illuminazione pubblica o delle pensioni, del servizio sanitario
o dell'istruzione, delle opportunità di lavoro o dell'assistenza a chi è più
svantaggiato. È un problema di gestione: è in gioco la possibilità stessa di
milioni di persone di condividere pacificamente uno stesso territorio.

Alla stessa stregua, è indispensabile diffondere una cultura di rispetto


per gli altri e in particolare per chi è diverso da noi, così da promuovere
quella capacità di cooperare che è il fulcro di una società civile. Di fatto
ci troviamo sprovveduti di fronte a problemi gravissimi come quello della
droga e del crimine organizzato, che hanno molto in comune fra loro. Il
razzismo è un'altra malattia sociale che non sappiamo prevenire e curare
in modo adeguato. Si direbbe anzi che facciamo di peggio, perché l'ab-
biamo favorito e alimentato evitando accuratamente di dare risposte ai
problemi che si andavano creando. Abbiamo così praticato una stolta
politica di tolleranza dell'immigrazione, permettendo l'entrata in massa
di individui impreparati a vivere nelle nostre società, così diverse dalle
loro, e !asciandoli in strada a creare ghetti miserabili, senza offrire loro
opportunità concrete e valido aiuto.

Alcuni di questi problemi sociali esistono da sempre, ma erano in passa-


to di scala abbastanza modesta da poter essere ignorati senza gravi conse-
guenze. Vale la pena di raccontare un esempio che aiuta a capire quanto
sia difficile la loro soluzione. È il problema degli zingari. Come sempre, è
utile qualche notizia storica.
Gli zingari vengono originariamente dall'Asia del sud, ove dovevano
essere caste di intrattenitori girovaghi. Ve ne sono ancora parecchie tra
le moltissime (circa 43.000 per essere precisi) caste dell'India moderna,
ciascuna delle quali è un gruppo con una sede geografica e una professio-
ne più o meno unica (che si tramanda in famiglia), praticamente chiuso
dal punto di vista genetico e inquadrato all'interno di una gerarchia sta-

Razza e razzismo 373


Il Muro del pianto, Gerusalemme.© Giovanni Porzio 2013

374 Chi siamo


bilita dalla religione indù, o più precisamente dai bramini. Questi sono
insegnanti, preti, filosofi, e la loro casta è la più elevata in ogni provincia.
Le caste di intrattenitori nomadi che sopravvivono in India avevano una
funzione sociale fino a qualche tempo fa, almeno nelle zone rurali ove la
televisione non era ancora arrivata. Gli zingari europei hanno lasciato
l'India nordoccidentale circa 1500 anni fa; i vari prestiti linguistici rice-
vuti dalla loro lingua (detta «romani>>) mostrano la strada che percorsero
prima di arrivare nei Balcani, donde si sono diffusi al resto d'Europa. Qui
la loro funzione di intrattenitori ha cessato completamente di avere senso
con l'avvento del cinema, della radio, della televisione, e la sopravviven-
za degli individui e del gruppo è talora rimasta affidata a poche attività
legali anch'esse poi scomparse (quella di stagnini, per esempio) e a molte
illegali o parassitiche, come il furto, la prostituzione e l'accattonaggio.
Quest'ultimo è divenuto un'attività specializzata che comporta l'affitto
di bambini, messi in mostra per impietosire i passanti da finte madri che
raccolgono l'elemosina. È giusto tollerare o addirittura incoraggiare una
cultura di ladri e accattoni? Ma che altro possono fare?

È molto difficile abituare gli zingari a una vita che non comporti lo
sfruttamento altrui. Lo zingaro cresce nella vita nomade, cui il suo grup-
po è da sempre adattato, e che è praticamente incompatibile, fra l'altro,
con l'andare a scuola, mentre incoraggia il furto, perché rubare e scappa-
re è facile. D'altra parte la vita nomade presenta pregi non indifferenti: vi
si gode una notevole libertà e si conduce una soddisfacente vita sociale.
A torto o a ragione lo zingaro - e in genere il nomade - è abituato a
disprezzare i sedentari, cioè il resto della popolazione. È molto difficile,
se non impossibile, convincere un qualunque nomade a sedentarizzarsi,
forse perché la vita nomade è molto gradevole, ma anche perché il suo
comportamento è improntato fin da bambino alla vita di movimento, in
un modo che risulta praticamente irreversibile. Vi sono molti altri noma-
di al mondo che vivono come pastori: per esempio i beduini in Medio
Oriente e Arabia, e i tuareg nel Sa h ara (questi ultimi ormai fra difficoltà
gravissime), vivono con i loro cammelli, sorgente principale del loro nu-
trimento e mezzo di trasporto che permette spostamenti frequenti, in una
regione desertica molto vasta. Anche questi nomadi disprezzano i seden-
tari. I beduini, pur essendo molto poveri, godono di grande prestigio nei
paesi arabi e i loro valori sono indicati a modello di vita sociale anche
per i sedentari, che sono in media assai più ricchi e conducono una vita
profondamente diversa.

Razza e razzismo 375


Non vi è dubbio che la sedentarizzazione di questi nomadi ponga dei
seri problemi pratici, né vi sarebbe ragione di tentare di realizzarla, se -
nel caso degli zingari - questi non ponessero problemi fastidiosi alle so-
cietà in cui vogliono vivere, con il loro comportamento antisociale. Forse
l'unico modo di modificare la situazione degli zingari è quello di indurii
-magari con incentivi di carattere economico- a far sì che i loro bambini
passino periodi adeguati a scuola, anche soltanto tre o sei mesi all'anno,
creando allo scopo scuole speciali. In Camerun questo è avvenuto per
bambini pigmei (anch'essi nomadi e quindi di regola impossibilitati ad
andare a scuola), ma solo su scala limitatissima. Ho avuto modo di co-
noscere una scuola speciale del distretto di Abong Mbang ed altri esempi
isolati di bambini pigmei inviati a scuole missionarie. In almeno uno di
questi casi ho purtroppo assistito a un fallimento esemplare, ma sarebbe
molto utile un'analisi più estesa.

Il problema del controllo dell'immigrazione rimane tutt'oggi una ne-


cessità che non viene soddisfatta in modo ragionevole. Per quanto ri-
guarda l'Europa, l'enorme pressione degli «extracomunitari» creerà un
problema sempre maggiore con il passare del tempo, dato lo straordina-
rio aumento numerico in corso nelle popolazioni dei paesi poveri, il loro
progressivo impoverimento e le guerre che le affliggono. Sarebbe difficile
entrare qui in profondità nel merito della questione: un'analisi che descri-
ve bene molti esempi della situazione mondiale e ne trae delle conclusioni
importanti si trova nel libro di Guy Sorman, En attendant /es barbares;
l'analogia con la fine dell'impero romano, proposta con la poesia del gre-
co Konstantinos Kavafis che dà il titolo al libro, è indovinata, anche se
per fortuna l'Europa di oggi non è nelle condizioni di disgregazione in
cui si trovava l'impero romano nel quinto secolo. Sorman fa notare che
l'emigrazione permanente non è di necessità la migliore soluzione per gli
extracomunitari, e che è molto desiderabile per ambedue le parti che l'im-
migrante rientri al paese di origine dopo un periodo anche lungo di lavo-
ro nel paese che lo ospita, specie se si danno due condizioni: che nel tem-
po passato all'estero lo straniero abbia la possibilità di imparare, a tempo
parziale, un lavoro che gli sarà utile tornando in patria; e che il paese che
lo ospita aiuti a prepararne il ritorno finanziando iniziative opportune nel
paese di origine. Questo può sembrare un impegno finanziario eccessivo,
ma il Giappone ha mostrato che non è vero: il lavoratore straniero viene
pagato con una borsa di studio e non con un salario di lavoratore, che
sarebbe più oneroso. Inoltre, il lancio di iniziative industriali e commer-

376 Chi siamo


ciali nel paese di origine apre in questi paesi nuovi mercati, che possono
largamente compensare l'investimento iniziale. Creare solide opportunità
di sviluppo nei paesi da cui ha origine il flusso migratorio è la più valida
delle soluzioni.
Speriamo che queste poche osservazioni mostrino che un atteggiamento
negativo e disfattista non ha giustificazioni e che non è necessario rendere
l'uomo più buono e altruista di quello che è (un programma che sembra
non avere speranze) per migliorare una situazione difficile. Basta cercare
soluzioni intelligenti.

Razza e razzismo 377


Capitolo 10

IL FUTURO GENETICO
DELL'UMANITÀ
E LO STUDIO DELLA
DIVERSITÀ UMANA
Parco eolico a Canoa Quebrada, Brasile.© Giovanni Porzio 2013
Dalla sua comparsa, fra i duecentomila e i centomila anni fa, l'uomo
moderno è cambiato, differenziandosi nei gruppi che ancora possiamo
osservare sulla Terra, benché migliaia di questi siano in via di estinzione.
Ha raggiunto elevate capacità di comunicazione ma ha ancora bisogno
di fare parecchia strada per usarle bene, così da convivere pacificamen-
te. Sarebbe molto difficile cambiare l'hardware, cioè il nostro corredo
ereditario; assai più facile migliorare il software, cioè la nostra cultura.
Progresso sociale c'è stato, però discontinuo: basti pensare alla schiavitù,
diffusa e praticata pressoché universalmente per millenni, che fu abolita
dal primo cristianesimo, poi reintrodotta per secoli nei paesi cristiani,
poi scomparsa in quest'ultimo secolo come istituzione legalizzata, al-
meno in Occidente; agli orari di lavoro disumani degli operai del secolo
scorso, o all'uso dei bambini per entrare negli stretti cunicoli delle mi-
niere inglesi. In Occidente lo sfruttamento bestiale dell'uomo sull'uomo
non è più tollerato dalla legge, ma è sempre in vigore in altre parti del
mondo. La cronaca di questi anni poi ci mostra come parecchie grandi
imprese occidentali approfittino dell'assenza di qualunque tutela del la-
voro nell'Est e nel Sud del mondo per produrre a costi competitivi sulla
pelle dei più svantaggiati.
Di fatto, i mezzi di comunicazione ci portano dentro casa ogni giorno
notizie di fatti terrificanti quanto quelli delle guerre mondiali, che spera-
vamo concluse. I delitti di cui leggiamo, sempre a danno dei più deboli,
sono a volte tanto crudeli quanto i roghi dell'Inquisizione. Il progresso
tecnologico è stato enorme ma non è necessariamente positivo, perché ha
numerosi effetti collaterali dannosissimi di cui per ignoranza, pigrizia o
ingordigia non si tiene mai conto in tempo per prevenirli. Basta pensare
all'accumulo di quantità colossali di immondizia, alla contaminazione dei
mari e dell'aria, alla distruzione sistematica delle foreste, cui dobbiamo
in buona parte la possibilità stessa di respirare sulla Terra, al saccheggio
folle e indiscriminato delle risorse di energia non rinnovabili, che hanno
richiesto centinaia di milioni di anni per formarsi e che stiamo bruciando
in poco più di un secolo.
Il progresso tecnologico è di per sé neutro e può avere applicazioni
buone o cattive. L'energia nucleare è stata proposta come soluzione al
problema dell'energia, che non tarderà molto a divenire angoscioso, ma
le sue applicazioni pacifiche non hanno soddisfatto le aspettative, innan-
zitutto per il rischio di contaminazioni ambientali e di incidenti gravi. Le
applicazioni militari pongono il più grave dei pericoli alla sopravvivenza
stessa dell'umanità: vi è una probabilità piccola, ma non indifferente, che
regioni vastissime- anche l'intero pianeta- siano distrutte con tutti i loro
abitanti per la follia di un dittatore di terz'ordine o l'errore di un burocra-
te altolocato. D'altra parte, lo sviluppo di tecnologie che permettano di
utilizzare fonti di energia rinnovabili è partito con un ritardo di decenni,
frenato dagli interessi economici che sostengono le fonti di energia tradi-
zionali

Come cambierà geneticamente l'uomo?

Le forze che guidano l'evoluzione sono state radicalmente cambiate da-


gli sviluppi degli ultimi diecimila anni. Il numero di individui viventi sul
pianeta è aumentato di oltre mille volte da quando ha avuto inizio l'agri-
coltura. L'azione della deriva genetica ha perciò oggi un effetto assai più
modesto; si può dire che sia quasi congelata. Da questo punto di vista è
molto difficile che la differenziazione fra gruppi possa aumentare.

Certi tipi di selezione naturale sono stati anch'essi in buona misura con-
gelati. Fino a pochi secoli fa moriva il 50 per cento dei bambini prima
della pubertà, in maggioranza nel primo anno di vita. Oggi ne muoiono
pochissimi: la mortalità infantile nei paesi più avanzati è anche inferiore
all'l per cento. Benché non sia ancora scesa a questi livelli, nel Sud del
mondo la mortalità infantile è in genere assai più bassa che in passato,
mentre la natalità non si è modificata quasi per nulla. A seguito di ciò

382 Chi siamo


la popolazione sta aumentando di numero in modo impressionante e in
alcuni paesi, specie in Africa, Sud America e Asia meridionale, potrebbe
anche raddoppiare nei prossimi vent'anni.
Perché ci sia selezione naturale è necessario che alcuni muoiano là dove
altri sopravvivono, che alcuni muoiano più facilmente di altri. Il crollo
della mortalità infantile ha ridotto quasi del tutto l'effetto della selezione
naturale dovuta a differenze di mortalità. Permane ancora un certo nu-
mero di malattie genetiche irriducibili, che non sappiamo curare. Quelle
che potrebbero avere le conseguenze più tragiche non le vediamo nemme-
no, perché scompaiono per aborto spontaneo - che riguarda anche più
di un terzo dei concepimenti ma per lo più non è nemmeno notato - nei
primi mesi di gravidanza. Un numero sempre maggiore di malattie gene-
tiche può però essere evitato prima della nascita, di solito attraverso una
interruzione di gravidanza.

Diverse religioni hanno scelto di considerare l'aborto come un delitto,


mentre la maggior parte dell'umanità lo accetta e lo pratica, consideran-
dolo un intervento necessario, in certi casi, benché doloroso. Se il governo
cinese non incoraggiasse l'aborto a scopo di controllo delle nascite, la po-
polazione cinese, che è già circa un quinto di quella mondiale, crescerebbe
a velocità esplosiva e dovrebbe presto imporsi al resto dell'umanità per
occuparne lo spazio vitale, dividendolo al più con l'India e altre nazioni
che sono state finora incapaci, nonostante alcuni tentativi, di controllare
le nascite. In Cina la legge vieta ad ogni coppia di avere più di un figlio o
due a seconda dei casi, una limitazione severissima e indubbiamente ama-
ra, ma inevitabile, che di fatto merita la gratitudine del resto del mondo.
Si può comprendere l'incapacità dei governi di modificare il compor-
tamento riproduttivo, che è senza dubbio estremamente difficile da con-
trollare. Non si può giustificare la posizione delle autorità religiose che
rifiutano di aiutare l'umanità in questa necessaria crociata. La Chiesa
cattolica, che condanna l'aborto e quasi tutti i metodi contraccettivi in
nome del diritto alla vita, fa la parte dello struzzo: rifiuta di vedere lo
sterminio epocale cui l'umanità sta andando incontro nel giro di poco più
di una generazione per essere cresciuta troppo di numero: uno sterminio
portato da carestie, epidemie e guerre, i tre grandi fattori di riequilibrio
demografico da quando esiste la vita sulla Terra (l'ultimo particolarmente
sviluppato nella nostra specie). Sono queste, per così dire, le armi che ha
in serbo la Provvidenza cui si affidano i credenti, quando le popolazioni
superano le dimensioni consentite dal loro ambiente di vita.

li futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 383


È però curioso e incoraggiante che l'Italia, fino a tempi recenti forse
il paese più cattolico del mondo, sede della cattedra papale che è tra le
autorità più intransigenti del pianeta in fatto di contraccezione, sia anche
la nazione in cui la natalità è più bassa. Per fortuna i consigli della Chiesa
cattolica non vengono seguiti per intero. L'uso dell'aborto come mezzo
di limitazione delle nascite può essere considerato increscioso - ed è una
brutta alternativa alla prevenzione -ma è importante avere la possibilità
di rimediare a possibili errori. L'importanza dell'aborto fra l'altro non è
circoscritta al controllo delle nascite: è oggi anche l'unico modo di limita-
re alcune importanti malattie ereditarie.

La selezione naturale agisce anche attraverso la fecondità, non soltanto


la mortalità. Fecondità diverse possono provocare cambiamenti impor-
tanti. Negli ultimi cento anni (quasi duecento in alcuni paesi e regioni) le
classi benestanti si sono riprodotte di meno, tanto che alcuni, assimilan-
do ricchezza a intelligenza, hanno gridato al pericolo della diminuzione
dell'intelligenza media. Si tratta di un fenomeno di transizione, legato al
fatto che la diminuzione delle nascite è avvenuta prima nelle classi alte,
specie nelle categorie professionali, diffondendosi poi nella scala sociale
fino ai lavoratori non specializzati, che sono stati gli ultimi.
Vi è molta variazione di fecondità tra famiglie: in parte essa è di origine
biologica, e questa può avere effetti selettivi, ma vi è anche una forte va-
riazione culturale. Per esempio, i cattolici in Inghilterra e negli Stati Uniti
sono pochi, ma probabilmente più coscienziosi nell'attenersi ai dettami
religiosi di quanto non accada in paesi a grande maggioranza cattolica
come Italia, Francia e Spagna. Vi sono statistiche al riguardo, ma a livello
più superficiale colpisce molto anche il silenzio in cui si svolgono ceri-
monie religiose come la messa nei paesi anglosassoni, a confronto con il
chiacchiericcio e la relativa mancanza di attenzione che era frequente in
Italia, almeno fino a qualche tempo fa. Alcune famiglie cattoliche, oltre a
ciò, osservano anche le prescrizioni più impegnative, a giudicare dal loro
elevato numero di figli.
La selezione naturale per fecondità potrà continuare ad agire come fattore
di evoluzione, ma agisce in un modo che tende a mantenere lo status qua per
tutti i caratteri, in quanto avvantaggia gli eterozigoti (cioè coloro che hanno
ricevuto due forme diverse di uno stesso gene dal padre e dalla madre) e
perciò agisce a svantaggio dei tipi estremi e a favore di quelli intermedi.
La selezione naturale sta modificando in modo importante la popola-
zione mondiale in un altro senso, perché cambiano i rapporti numerici fra

384 Chi siamo


i vari gruppi etnici. L'elevatissima fecondità dei paesi africani, del Brasile,
dell'India e di molte altre nazioni del Sud del mondo cambia inevitabil-
mente la composizione della specie umana considerata nel suo insieme. È
una notizia che fa fremere i razzisti bianchi ma che è in realtà consolante
sotto altri aspetti, in particolare quello dei consumi.
Europei e nordamericani consumano quantità immense di energia per
produrre tutti i beni di cui hanno bisogno, e non possono fare altrimenti
se vogliono proseguire nella qualità e nello stile di vita cui sono abituati.
Se si riproducessero alla velocità dei paesi africani il mondo andrebbe
rapidamente in bancarotta quanto a materie prime, oppure si renderebbe
inevitabile adottare uno stile di vita molto più povero. È probabile che
il livellamento delle nascite nei paesi economicamente avanzati rifletta
proprio la necessità di non continuare a crescere di numero se si vuole
evitare un crollo del livello dei consumi, con le sue conseguenze sulla
qualità della vita.
Lo stesso fenomeno (noto come «transizione demografica») è però in
corso, da alcuni decenni, anche nei paesi in via di sviluppo: nel cosiddetto
Sud del mondo il numero medio di figli per donna, che era di quattro al
principio degli anni settanta (un numero che porta quasi al raddoppio in
una generazione), pare essere sceso a tre intorno al2000 e intorno a 2,7
nel2010 (sono dati globali da prendere con un pizzico di cautela). Man-
tenendo questa tendenza, la popolazione umana giungerebbe a stabiliz-
zarsi fra il 2040 e il 2050 (è difficile dire con precisione intorno a quali
numeri, ma grosso modo fra gli 8 e i 10 miliardi).
In ogni caso, nei prossimi decenni il problema vero sarà la crescita delle
necessità di energia, cibo e materie prime nei paesi del Sud, necessità che
sarebbe già molto difficile da soddisfare anche se non vi fosse aumento
del numero di individui, che in ogni caso è destinato a crescere ancora per
trenta o quarant'anni. Per questo motivo sembra praticamente impossibi-
le che la qualità della vita possa migliorare; ci sono casomai da attendersi
gravi collassi socio-economici, o che intervenga la natura coi suoi metodi
(carestie, epidemie e guerre). Non sta già succedendo? Sappiamo che cir-
ca un miliardo di persone è sostanzialmente destinato a morire per fame;
che un altro miliardo e mezzo o due non trova sufficiente nutrimento;
aggiungiamo a questo i massacri delle guerre e il terrore globale suscitato
da ogni minaccia di nuove epidemie, che sarebbero in realtà pandemie in
un mondo così strettamente interconnesso, perché potrebbero diffondersi
in lungo e in largo con estrema facilità. È necessario molto ottimismo per
non allarmarsi troppo.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 385


Tutte queste considerazioni riguardano fatti socio-culturali. Sul piano
genetico, l'uomo in media evolverà pochissimo. Il fatto più significativo
sarà lo spostamento dei rapporti numerici tra le diverse etnie. Vi sarà
anche un continuo aumento dei movimenti migratori individuali, e inevi-
tabilmente il mescolamento interrazziale sarà più intenso di oggi; questa
non è certo una cattiva notizia, anche se avrebbe gettato nel panico il
conte di Gobineau e i suoi amici.

Eugenica

Il termine «eugenica>> si deve a Francis Galton, cugino di Darwin e


pioniere degli studi di genetica umana, che lo introdusse nel 1883 per
esprimere l'idea di migliorare il patrimonio genetico della specie umana.

Si parla di eugenica positiva e negativa. Quella negativa è l'eliminazio-


ne dei difetti fisici e psichici, quella positiva l'aumento di frequenza delle
qualità più desiderabili. Nel Novecento, parecchi stati degli Stati Uniti
e alcune nazioni scandinave hanno varato leggi che rendevano obbliga-
toria la sterilizzazione di individui affetti da deficit, soprattutto mentali.
Per una ragione o per l'altra, tuttavia, queste leggi sono state assai poco
applicate. Fra l'altro i casi più gravi sono molto spesso sterili spontanea-
mente, e in ogni caso si tratta di una strada ben poco efficiente, oltre che
di dubbia umanità, per eliminare una malattia genetica. Di molti difetti
ereditari non si conosce abbastanza bene il gene responsabile ed il suo
modo di trasmissione. Altri sono ereditati in modo tale che occorrerebbe
sterilizzare un numero impressionante di individui per sopprimerli.
La fibrosi cistica, per esempio, è una malattia che colpisce uno su due-
mila nati in Europa. Solo oggi comincia ad essere veramente conosciuta
a livello genetico; per eliminarla bisognerebbe sterilizzare un individuo su
venti, perché tale è la frequenza di "portatori sani", oggi facilmente iden-
tificabili nella maggior parte dei casi. La fibrosi cistica porta, o meglio
portava con elevata probabilità, a morte precoce il bambino, con sintomi
polmonari ed intestinali; la diagnosi veniva fatta dal pediatra attraverso
la particolarità che hanno questi malati di espellere sale (cloruro di sodio)
con il sudore. Diceva un proverbio tedesco che il bambino la cui pelle è
salata morirà presto. Oggi la prognosi è molto migliore: la vita media si
è allungata a 20-30 anni e oltre, a condizione di sottoporsi a cure intense
e costose. Questa è una sola malattia, benché particolarmente frequente;

386 Chi siamo


ve ne sono migliaia di altre, quasi tutte più rare e per lo più non ancora
sufficientemente conosciute, che nell'insieme formano un gruppo impres-
sionante. Estendendo il provvedimento della sterilizzazione a tutti i por-
tatori di malattie ereditarie, forse non resterebbe nemmeno un individuo
cui consentire di riprodursi.
Malattie come la fibrosi cistica sono dette «recessive», da una parola la-
tina che significa nascondersi. Infatti si nascondono nel portatore sano e
vengono alla luce solo se due portatori sani si sposano, e solo in un figlio
su quattro di questa coppia. Altre malattie invece, dette «dominanti>>, si
manifestano nel portatore, ma a volte solo molto avanti nel corso della
vita. Una terribile malattia dominante, la corea di Huntington, che por-
ta lentamente a morte attraverso un lungo e inesorabile deterioramento
delle condizioni nervose e mentali, compare in media a quarant'anni. A
quell'età di solito sono già nati i figli, i quali ereditano la malattia con una
probabilità del 50 per cento. Qui la sterilizzazione sarebbe efficace, ma
l'identificazione del malato prima che la malattia si manifesti è possibile
solo con una certa probabilità, che oggi è del 95 per cento o superiore.
La possibilità di diagnosi migliorerà ancora, ma resterà sempre un dovere
crudele comunicare a un individuo sano che morirà in ospedale psichia-
trico di una lenta e spaventosa malattia. Tra i figli di malati di corea di
Huntington non sono in molti a chiedere la diagnosi; il vantaggio princi-
pale è che se è negativa l'individuo si può sentire autorizzato ad avere dei
figli. Se è positiva, la vita può diventare un inferno. È forse una fortuna
che la diagnosi abbia ancora un piccolo margine d'errore. Resta così uno
spiraglio di speranza per il figlio di un genitore affetto dalla malattia, se
l'esame genetico mostra che egli ne ha ereditato il gene terribile.
Una grave anemia recessiva, la talassemia, di cui abbiamo già parlato
a lungo, è praticamente scomparsa ove era molto frequente (in Sardegna
e a Ferrara) grazie alla diagnosi sull'embrione, seguita da interruzione di
gravidanza se questo mostra i segni della malattia. Non si è trattato però
di un'operazione di eugenica negativa. La malattia è molto frequente in
queste due regioni, ed è così nota e temuta che quasi tutte le coppie appe-
na sposate si sottopongono volontariamente all'esame e all'interruzione
di gravidanza nel caso essa sia necessaria, per cui in queste regioni ad
alta incidenza non nascono praticamente più bambini talassemici. I preti
cattolici di queste regioni dovrebbero scoraggiare l'interruzione di gra-
vidanza per dovere d'ufficio. Per fortuna hanno poca influenza, oppure
hanno pietà di queste famiglie, che si troverebbero altrimenti nella peno-
sa necessità di curare per anni un bambino continuamente bisognoso di

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 387


Cerimonia nuziale, Nepal. ©Giovanni Porzio 2013

388 Chi siamo


trasfusioni (con pericolo di Aids e di epatite) e che comunque non può
vivere a lungo. Oggi vi è un trattamento terapeutico efficace attraverso il
trapianto di midollo osseo, ma occorre trovare il donatore giusto; la fami-
glia, o la società, deve pagare un conto di centinaia di migliaia di euro per
ogni trapianto. Fra l'altro, i costi crescenti della medicina costringeranno
i paesi sviluppati economicamente a spendere una parte sempre maggiore
delle proprie entrate per mantenere una struttura sanitaria valida. C'è da
chiedersi se sarà economicamente possibile compiere tutti i costosissimi
interventi che diverrebbero necessari se si lasciassero venire al mondo
tutti gli embrioni di cui si potrà prevedere che saranno potenzialmente
affetti da una malattia ereditaria grave.
La previsione di malattia genetica nel nascituro e la successiva interru-
zione di gravidanza non sono operazioni eugeniche, ma semplicemente
un trattamento profilattico. Eliminando per questa strada la nascita di
tutti i malati non si diminuisce la frequenza della malattia nel futuro. Sul
piano emotivo e affettivo, però, la soluzione è molto più accettabile per
la gran maggioranza dei genitori. È un procedimento tecnicamente molto
meno complesso e azzardato che non lasciar nascere un bambino affetto
da una malattia la cui cura può durare tutta la vita, con sofferenze enormi
per lui e per i genitori, creando difficoltà economiche gravi alle famiglie
e alla società.

Si potrebbe pensare che l'eugenica negativa non sia nuova. Gli spartani
e i romani usavano abbandonare i neonati mostruosi o afflitti da gravi
difetti. Molte popolazioni primitive praticano l'infanticidio per eguali ra-
gioni; si tratta di un atto molto più difficile da accettare che un aborto,
ma una popolazione primitiva non ha i mezzi per mantenere in vita a
lungo un bambino incurabile e di solito non dispone di tecniche abortive
prive di rischi. Tutti questi interventi comunque non hanno nulla a che
vedere con l'eugenica negativa; l'incidenza di malattie genetiche nella po-
polazione di solito non diminuisce, ma rimane più o meno la stessa. L'eu-
genica negativa si propone, strettamente parlando, di evitare non solo la
nascita, ma anche il concepimento di individui affetti da handicap, fisici
o psichici.
La realtà è che i programmi di eugenica negativa non sono stati fino-
ra realizzabili nella pratica. Quello che si può fare oggi è svolgere un
monitoraggio delle malattie genetiche e prevenire la nascita di bambini
colpiti dalle più temibili. Finora questo è possibile solo per le meglio
note e più frequenti.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 389


Scuola elementare in uno slum di Port au Prince, Haiti.© Giovanni Porzio 2013

390 Chi siamo


Penso si debba essere chiari su un punto: non si deve mai considerare
obbligatorio un intervento di interruzione di gravidanza, quando anche
potrebbe evitare la nascita di un bambino affetto da una malattia in-
curabile; si possono solo consigliare il padre e la madre. Quando esiste
la possibilità che il loro bambino nasca afflitto da una grave malattia i
genitori hanno il diritto di saperlo, e hanno il diritto di sapere che esiste
una soluzione, anche se il consulente medico dei genitori disapprova,
per ragioni religiose, l'interruzione di gravidanza. Negli Stati Uniti, i due
presidenti Bush hanno non solo fatto del loro meglio per rendere im-
possibile l'aborto per qualsiasi motivo, ma per parecchio tempo hanno
tentato di vietare l'uso di denaro pubblico per la consulenza genetica
quando essa avesse potuto contemplare l'interruzione di gravidanza. È
un esempio, cui se ne accompagnano molti altri, degli abusi di potere che
hanno accompagnato le loro presidenze.

E l'eugenica positiva? L'idea di migliorare la specie umana non sarebbe


troppo peregrina, considerando che gli animali domestici e le piante colti-
vate sono da millenni in via di continuo miglioramento genetico. Alcuni,
come il granoturco, hanno fatto progressi giganteschi: 8000 anni fa una
pannocchia era lunga poco più di un centimetro ed è cresciuta con grande
regolarità di millennio in millennio fino alle dimensioni attuali. Bovini
e ovini sono stati selezionati per darci latte, carne e lana (nel caso delle
pecore) più redditizi per quantità e qualità. Forse i cani danno ancor me-
glio l'idea del potere che ha l'allevamento selettivo, perché in nessun'altra
specie si è ottenuta una così grande varietà di tipi.
Sarebbe bello avere razze di camerieri o cameriere perfette, di segretari
o segretarie, soldati, cortigiane e così via? L'idea può piacere a un tiran-
no- alcuni sovrani infatti hanno tentato di fare dell'eugenica positiva: si
dice che Federico II il Grande sposasse i granatieri di Pomerania a belle
ragazze; gli ufficiali nazisti erano tenuti a sposare ragazze che incarnasse-
ro il tipo "ariano" -ma è profondamente contraria alla dignità e anche
alle necessità umane.

I risultati dei singoli incroci sono inoltre sempre incerti. Isadora Dun-
can, celebre ballerina statunitense, propose al grande commediografo ir-
landese George Bernard Shaw di sposarsi, così che i loro figli avessero
l'intelligenza di lui e la bellezza di lei. Shaw oppose un altrettanto celebre
rifiuto, perché il figlio avrebbe potuto avere la bellezza di lui e l'intelli-
genza di lei.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 391


Il carnevale di Jacmel, Haiti.© Giovanni Porzio 2013

392 Chi siamo


Abbiamo bisogno di mantenere la diversità genetica esistente, perché
non sappiamo quali sfide ci attendano in futuro, in particolare quali nuo-
ve malattie infettive. Germi terribili possono sempre presentarsi sulla
scena, come è stato per il virus dell'Aids. Sappiamo poco sulla possibile
variabilità individuale nella predisposizione a questa malattia, ma di so-
lito essa esiste per tutte le malattie infettive. Se sopprimessimo queste
variazioni e per accidente facessimo riprodurre individui sensibili a una
nuova grave malattia, potrebbe essere la fine dell'umanità.
Selezionando a capriccio qualche tipo che ci sembra particolarmente
promettente, possiamo alterare in profondità la specie. Quando si orga-
nizzò la fecondazione artificiale delle mucche in Danimarca, furono scelti
all'uopo cinque tori, al cui sperma fu affidata la nuova generazione di
bovini danesi. Uno dei cinque portava, nascosta, una cardiopatia di origi-
ne genetica, che raggiunse così un'alta frequenza nell'intera popolazione
bovina della Danimarca.

Una proposta precisa di eugenica positiva fu avanzata nella prima metà


del secolo scorso da uno dei più brillanti genetisti americani, Hermann J.
Muller (che scoprì fra l'altro l'azione mutagena dei raggi X e fu insignito
del premio Nobel). Suggerì di usare lo sperma di uomini eccezionalmente
abili ed intelligenti per l'inseminazione artificiale di donne che si prestas-
sero volontariamente (un procedimento detto «eutelegenesi>> ). In politica
era comunista e trascorse parecchio tempo in Russia nel periodo fra le
due guerre. Si dice che tentò, senza successo, di interessare Stalin al suo
programma di eugenica positiva. Insoddisfatto della sua esperienza sovie-
tica, cancellò i grandi comunisti dalla lista di possibili eletti.
Nella seconda metà del secolo un industriale americano finanziò un'ini-
ziativa di eutelegenesi, istituendo una banca del seme di personaggi fa-
mosi e offrendone l'accesso a donne interessate. Molti premi Nobel ri-
fiutarono di prestarsi come donatori: Linus Pauling rispose che riteneva
migliore il metodo naturale. È probabile che vi abbia aderito William
Shockley, il Nobel per la fisica che, spinto da preoccupazioni eugeniche,
si occupò a lungo della possibile base genetica della differenza nel quo-
ziente di intelligenza fra bianchi e neri. In tempi precedenti, Shockley era
stato avvicinato da una donna sposata che desiderava un'inseminazione
artificiale. La coppia non aveva avuto figli per sterilità del marito e conve-
niva su un'inseminazione da parte di Shockley. Vi fu una riunione con gli
avvocati delle due parti per preparare un contratto. Un avvocato sollevò
il problema: chi avrebbe sostenuto le spese di mantenimento del figlio, nel

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 393


caso fosse nato con qualche difetto congenito grave? Vi era naturalmente
la possibilità che ciò avvenisse. Di fronte a questa incertezza, il contratto
sfumò e la donazione del seme non ebbe luogo.

Le nuove tecniche a disposizione aprono questioni di bioetica come


queste ed altre affini. Accanto ai problemi legali ed etici, l'inseminazione
artificiale che si serve di uomini illustri come padri ha sollevato curiosità
e anche una certa ilarità. Vi è qualcosa di spocchioso e anche di ridicolo
nel nobile gesto della persona importante che dona il proprio sperma per
il miglioramento dell'umanità. Si preferirebbero donatori più modesti,
nell'eventualità che la modestia sia ereditaria.
Vi sono molti motivi che rendono le applicazioni di eugenica poco rac-
comandabili. Sembra ovvio che è desiderabile produrre individui buoni,
intelligenti, coraggiosi ecc. La realtà però è che non sappiamo fino a che
punto vi sia un controllo genetico di queste doti psichiche, e come fun-
zioni. D'altra parte, non vi è dubbio che queste doti siano anche assai
influenzate dalla storia individuale. Una considerazione fatta da un mio
collega dà la misura della nostra ignoranza. La schizofrenia è una ma-
lattia sociale assai importante per la sua elevata frequenza (12 per cento
delle nascite) ed è causa di manifestazioni di pazzia che hanno gravi con-
seguenze sociali. Vi è una componente ereditaria, anche se è stato finora
impossibile chiarirla. Pare però che in molti schizofrenici e loro parenti
stretti vi sia anche una certa originalità e produttività artistica in vari
campi. Se si sopprimessero i geni responsabili della schizofrenia, potrem-
mo correre il rischio di restare senza arti, teatro o letteratura.

La nascita dell'ingegneria genetica

Nei laboratori di Stanford e di San Francisco, alla fine degli anni ses-
santa fu condotto a termine un esperimento sensazionale: un segmento di
Dna di un eucariote (un organismo superiore) fu inserito nel cromosoma
di un batterio, e si dimostrò che poteva funzionare nel nuovo organismo.
Diveniva così possibile trasferire segmenti di Dna tra organismi assai di-
versi, costruire <<ibridi» in modi del tutto inediti, pensare ad applicazioni
mai prima sperate. Una delle prime attuate in campo medico fu la produ-
zione, da parte di un batterio, di un ormone umano: l'insulina, necessaria
per la cura del diabete. Molte altre seguirono: l'ormone somatotropo,
l'interferon, il Tpa, fattori di crescita vari ecc.

394 Chi siamo


L'ingegneria genetica è la costruzione di nuovi organismi in cui un trat-
to di Dna è stato modificato artificialmente, oppure è stato sostituito con
un altro proveniente da un organismo diverso o magari ottenuto per sin-
tesi. Negli esempi nominati si tratta di batteri in cui si è inserito il seg-
mento opportuno di genoma umano, modificato perché possa funzionare
e produca una grande quantità della sostanza desiderata. Ma vi è una
larghissima gamma di possibili applicazioni in tutti i campi, dalla cura
delle malattie ereditarie al miglioramento di piante coltivate e animali
domestici. In agricoltura, molti organismi modificati sono stati introdotti
negli ultimi vent'anni e lanciati sul mercato globale da potenti multina-
zionali, incontrando sia accoglienze entusiastiche sia radicali opposizioni.
Si aprono qui questioni molto più generali - legate ad esempio alla ridu-
zione della biodiversità, che permette la crescita di molte sementi modifi-
cate - che esulano però dal nostro argomento.

Ai tempi in cui queste applicazioni erano ancora da venire, ai pionieri


dello studio del Dna e delle sue applicazioni in ingegneria genetica sorse
il dubbio che potessero esserci pericoli gravi e insospettati. Fu ben presto
suggerita e attuata una moratoria delle ricerche, con l'istituzione di con-
trolli severissimi per evitare che i batteri sottoposti a ingegneria genetica
uscissero dalle provette in cui erano stati prodotti e divenissero pesti in-
controllabili. In realtà gli sviluppi successivi non diedero ragione a questi
timori, e molte misure precauzionali furono eliminate. Il procedimento
dell'ingegneria genetica non è così "contro natura" come può sembrare,
anzi in natura si trovano già sviluppati meccanismi che operano in modo
simile. Tutti i metodi usati per tagliare e ricongiungere il Dna, e per inse-
rirne segmenti nei cromosomi, ricorrono a enzimi specifici comunissimi
in natura. Il fatto che alcuni studiosi di grande merito scientifico avessero
prospettato l'eventualità di pericoli eccezionali ebbe l'effetto indesiderato
di stimolare terrori fantascientifici in alcune persone, che cominciarono a
raffigurarsi l'ingegneria genetica come un progetto satanico e a presentar-
la come tale. Dopo qualche anno di timori incontrollati in cui gli esperi-
menti venivano sottoposti a controlli rigidissimi si è lentamente ritornati
ad una situazione più normale.
A mio parere, comunque, è stato un fatto positivo che gli scienziati si
siano posti assai presto il problema di possibili danni e che lo abbiano
reso pubblico, subendone le conseguenze in termini di gravi limitazioni
al proprio lavoro, oltretutto autoimposte. È difficile trovare esempi di un
simile senso di responsabilità in altre applicazioni scientifiche.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 395


In generale, tuttavia, non si può sperare di predire tutti gli effetti colla-
terali dannosi delle nuove applicazioni industriali. Sarebbe stato possibile
prevedere che i motori a scoppio avrebbero favorito la crescita di città
gigantesche e le avrebbero poi soffocate in un'atmosfera sempre meno
respirabile? O, per citare altri esempi in cui il rapporto causa-effetto è più
immediato, che l'amianto fosse dannoso per i polmoni? Le alternative
sono due: bloccare ogni progresso scientifico e tecnico, cosa estremamen-
te pericolosa, perché nuovi problemi sorgono continuamente e richiedo-
no pronti rimedi (vedi l'Aids, per cui un rimedio vero e proprio non si è
trovato ancora); oppure istituire una seria ingegneria sociale che verifichi
l'insorgere di nuovi problemi, studi le misure più adatte a risolverli o pre-
venirli, e ponga in atto tempestivamente una legislazione efficace. Il fatto
che oggi non sappiamo farlo non vuole dire che sia impossibile.
Certo, si può sempre immaginare che un dittatore malvagio metta in
piedi ricerche atte a produrre cloni di soldati abilissimi ed obbedientis-
simi, e altri tipi di servi utili per giungere al controllo del mondo. Natu-
ralmente, ciò richiederebbe un rigidissimo controllo genetico sulle doti
psichiche, e non esistono prove che ciò sia possibile. È probabile che un
controllo simile non riuscirebbe mai ad essere tanto assoluto quanto sa-
rebbe necessario per realizzare un programma del genere, e siamo co-
munque molto lontani dal disporre delle conoscenze necessarie perché
quest'incubo possa avverarsi.
La modificazione del patrimonio genetico umano per mezzo dell'inge-
gneria non è ancora possibile e non lo sarà per parecchio tempo a ve-
nire. Tutto ciò che è stato tentato e in piccola parte realizzato finora è
la modifica di cellule non germinali, cui si dà anche il nome di «cellule
somatiche>>; tali modifiche non si trasmettono alle generazioni successive.
L'uomo oggi non dispone di conoscenze tecniche e morali, cioè di sag-
gezza, adeguate ad intraprendere il miglioramento genetico di se stesso.
Modificare le proprie cellule somatiche è invece ovviamente permissibile
e anche desiderabile se può evitare malattie importanti. Vi è un traguardo
dal quale non siamo molto distanti, che potrà risolvere parecchi problemi
di eugenica negativa (e anche positiva, per chi veramente lo voglia). È la
fecondazione artificiale, cioè in provetta, per verificare su una o poche
cellule dell'embrione che si sta sviluppando l'assenza di geni dannosi noti.
Questa è particolarmente utile quando uno dei genitori è affetto da una
malattia genetica nota. Nelle fasi più precoci dello sviluppo embrionale
questo è possibile senza danno. Purtroppo la fecondazione artificiale non
è accettata da alcune chiese, compresa quella cattolica.

396 Chi siamo


Il Progetto Genoma Umano

Avviato nel 1990 e completato ufficialmente nel 2003, il Progetto Ge-


noma Umano ( <<Human Genome Project») è nato con l'obiettivo di ma p-
pare l'intero genoma, cioè l'insieme dei geni presenti nei cromosomi. Si è
trattato di scrivere la sequenza di oltre tre miliardi di lettere che compone
i 23 cromosomi (un'alternanza di A, T, C e G, che indicano i quattro
nucleotidi). Con sessanta spazi per riga, cinquanta righe per pagina, tre-
cento pagine per volume, questo significa riempire più di tremila volumi,
sufficienti a formare una biblioteca non piccola e, bisogna ammettere, di
lettura orribilmente noiosa. Eppure, questa biblioteca contiene tutto il
corredo ereditario di un uomo o di una donna.
Che cosa ci si attendeva dallo studio del genoma? Una parte importante
è la sequenza dei nucleotidi nel Dna dei geni <<strutturali>>, che fabbricano
le molecole fondamentali per il metabolismo cellulare, le proteine. Dalla
sequenza che forma questi geni si può dedurre la struttura delle proteine,
dalla quale si può sperare di indurre la loro funzione. Molte malattie
sono dovute a mutazioni di questi geni. Ora che tutto il genoma è noto, è
divenuto molto più facile identificare il gene responsabile, e questo potrà
anche aprire la strada a idee nuove per la terapia.
Vi sono poi altre sequenze di importanza fondamentale per capire il
funzionamento dei geni, delle cellule, dell'intero organismo. Sono quelle
che regolano la funzione dei geni, <<accendendoli>> o <<spegnendoli>>, au-
mentandone o diminuendone la produttività. Vi sono certamente molte
altre strutture, funzioni e proprietà che non conosciamo ancora o che
solo adesso stiamo cominciando a scoprire.
Una volta terminato il sequenziamento dell'intero genoma ha avuto ini-
zio un grande lavoro teorico di interpretazione, senza eguali nella storia
della biologia: tre miliardi di nucleotidi sono una massa davvero gigante-
sca di dati, tale da imporre rispetto anche al più potente dei calcolatori.

La diversità genomica umana

C'era però un peccato originale nel Progetto Genoma Umano. I tre mi-
liardi di nucleotidi di cui si è detto, o i tremila volumi che accorrerebbero
per scriverli di seguito, si riferiscono a un solo genoma, anzi alla metà
dei cromosomi di un individuo, ossia al corredo genetico che egli ha ri-
cevuto da uno solo dei suoi genitori. La seconda metà è tutta un'altra

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 397


storia. Non accorrerebbero altri tremila volumi per descriverla, perché
in buona parte è identica alla prima, ma questa "seconda edizione" del
genoma presenta comunque parecchie novità, e nessuna delle due è ne-
cessariamente migliore o più significativa dell'altra. Tutt'e due possono
aspirare egualmente a rappresentare l'umanità. Prendendo in esame un
nuovo individuo si aggiunge ulteriore varietà, e con ogni nuovo individuo
si continuerebbe ad aggiungerne. A che punto è opportuno fermarsi nel
descrivere il genoma umano? Quanti individui diversi dovremmo analiz-
zare, per poter dire di aver fatto un buon lavoro?

Al principio degli anni novanta era ancora difficile dare una buona ri-
sposta a questa domanda, perché avevamo ancora un'idea abbastanza
limitata dell'entità della variazione che ci attendeva. Fra le due metà di un
individuo rappresentate dai contributi dei suoi genitori ci si attenderebbe
in media una differenza ogni 300-400 nucleotidi; però sappiamo anche
che la variazione può essere maggiore o minore a seconda delle parti del
genoma che analizziamo. Per geni molto importanti, che non possono
cambiare senza conseguenze serie o anche tragiche per la persona, si tro-
vano differenze minori, magari una ogni mille nucleotidi o anche meno.
In altre parti si trovano differenze più frequenti, e la tendenza è stata
finora di considerare poco importanti le sequenze in cui si nota molta
variazione. Ma non è affatto sicuro che sia così. Inoltre, le variazioni del
genoma sono spesso causa di malattia.
Il Progetto Genoma Umano sarebbe quindi rimasto incompleto, e forse
avrebbe mancato una delle sue finalità più importanti, se si fosse limitato
a studiare un individuo, anzi mezzo individuo soltanto. Sequenziare un
intero genoma è ancora un'operazione impegnativa e costosa: con un
programma intelligente si può tuttavia sperare di coprire la maggior parte
della variazione individuale importante a costi accessibili.

Insieme ad alcuni colleghi abbiamo così avviato, al principio degli anni


novanta, un programma di ricerca dal nome <<Human Genome Diver-
sity>> (Diversità Genomica Umana), sviluppando un progetto che aveva
già avuto inizio- su scala assai modesta -nel 1984, quando tornai tra
i miei pigmei della Repubblica Centrafricana a raccogliere campioni di
sangue per gettare le basi di una raccolta di colture di cellule del sangue
che potessero fornirci tutto il Dna necessario per studiare il genoma dei
donatori. Il sangue contiene moltissimi globuli rossi e mille volte meno
globuli bianchi. Solo questi ultimi possono continuare a riprodursi, per-

398 Chi siamo


ché provvisti di nucleo cellulare, che è andato perduto nei globuli rossi. I
linfociti B, una piccola frazione di globuli bianchi, sono in grado di mol-
tiplicarsi indefinitamente se li trattiamo in provetta con un virus speciale,
detto di Epstein Barr. Una coltura del genere può quindi procurarci qual-
sivoglia quantità di Dna praticamente identico a quello che si trova nelle
altre cellule dello stesso individuo. Si tratta di cellule abbastanza fragili
e per coltivarle in laboratorio occorre che il sangue sia fresco. È difficile
raffreddare il campione in modo che le cellule non perdano vitalità: la
soluzione migliore è tenersi, per così dire, in tasca il sangue e portarlo
al più presto in laboratorio per l'ulteriore trattamento. Le popolazioni il
cui Dna più ci importa mantenere in vita con questa tecnica sono spesso
distanti da un aeroporto, e questo crea problemi pratici notevoli. Raccon-
terò un episodio per dare un'idea delle difficoltà che si incontrano. Con
l'aiuto di un collega, nel 1985 ho prelevato campioni di sangue da pig-
mei dell'lturi, nella provincia nordorientale dello Zaire. Al termine della
giornata di raccolta siamo saliti a bordo di un piccolo aereo di missionari
americani, atterrato su una pista di fortuna nei pressi; abbiamo così rag-
giunto la sera stessa l'aeroporto della missione, dove abbiamo trascorso
la notte. Il mattino successivo un aereo più grande della stessa missione,
che fa servizio in giorni fissi, ci ha portato a Nairobi; di lì un volo ci ha
condotto in Europa e il mattino dopo un altro negli Stati Uniti. In que-
sto modo gran parte dei campioni sono giunti a destinazione in buone
condizioni e hanno potuto essere coltivati con successo nel laboratorio
del mio collaboratore Kenneth Kidd, professore di genetica a Yale; sua
moglie Judy è fra le prime persone che hanno utilizzato il procedimento
di <<immortalizzazione>> delle cellule, come viene abitualmente chiamato.
Già l'anno prima avevamo immortalato in modo simile campioni di un
altro gruppo di pigmei della Repubblica Centrafricana, che si trova a
poche ore di automobile da un aeroporto internazionale e poneva quindi
problemi logistici minori.
Insieme ai coniugi Kidd e ai miei colleghi di laboratorio di Stanford
abbiamo immortalato campioni di una quarantina d'individui, in media,
per ciascuna di quindici popolazioni di varie regioni della Terra. Queste ci
hanno permesso di cominciare ad avere un'idea della variazione genetica
mondiale, esaminata direttamente sul Dna 1•

1
Tutti gli altri dati allora esistenti erano stati raccolti, nell'arco di cinquant'anni, con metodi assai
diversi, che non analizzano direttamente il Dna. Essi danno risultati attendibili, ma per molte ragioni
meno completi e soddisfacenti di quelli che si possono ottenere dal Dna.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 399


Il carnevale di )acme l, Haiti.© Giovanni Porzio 2013

400 Chi siamo


Questo piccolo progetto è servito da pilota per pianificare il program-
ma, assai più ambizioso, di studio della diversità genomica umana. Il
presidente di turno dell'organizzazione internazionale del genoma umano
era allora Sir Walter Bodmer, direttore del celebre Institute of Cancer Re-
search di Londra. Walter ed io abbiamo collaborato a vari progetti di ri-
cerca e a due libri impegnativi: uno descrive la genetica delle popolazioni
umane, l'altro è un libro di testo su genetica ed evoluzione umana. Nella
sua veste di presidente del Progetto Genoma Umano, Walter, il quale come
me conosce molto bene la necessità di studiare la variazione individuale,
ha costituito un comitato per lo studio della diversità genomica umana,
di cui sono stato designato presidente. Inizialmente ne faceva parte anche
Allan Wilson, l'autore dei brillantissimi studi sul Dna mitocondriale e
della teoria detta, abbastanza imprecisamente come abbiamo già visto, di
«Eva africana>>. Purtroppo Allan era già malato di leucemia acuta quan-
do il comitato fu costituito nel1991, e un trapianto di midollo osseo non
lo ha salvato. Il comitato era composto di nove genetisti, che non erano
mai riusciti a riunirsi tutti insieme, essendo distribuiti in molte parti d'Eu-
ropa e d'America, ma che si tenevamo egualmente in stretto contatto.
Nell'estate 1992 abbiamo riunito un gruppo di esperti per discutere i
problemi di pianificazione dal punto di vista statistico, e nell'autunno
1992 un gruppo di antropologi per preparare una lista delle popolazioni
aborigene più interessanti e che è più urgente studiare. Ci siamo limitati
a circa 500 popolazioni, più o meno un decimo di quelle esistenti e che
vale la pena di considerare come popolazioni distinte. Nel febbraio 1993
una terza riunione ha valutato i problemi tecnici di genetica molecolare,
i problemi bioetici e quelli organizzativi. Negli anni successivi, il pro-
getto è divenuto pienamente operativo, a partire da una collezione di
1064 colture di linfociti B ottenuti dal sangue di donatori volontari di
52 popoli, tribù o paesi dei cinque continenti, messi in coltura così da
poter avere Dna a volontà. Le colture provengono da individui tutti "in-
digeni", cioè in loco prima del 1492, in numero variabile per le diverse
popolazioni (da 7 a 25). I campioni sono stati messi a disposizione di
laboratori di ricerca che s'impegnassero a rendere pubblici in dettaglio i
risultati delle loro analisi di Dna prima della pubblicazione. Finora hanno
contribuito alle ricerche oltre 100 laboratori di tutto il mondo. Abbiamo
potuto appurare che la variazione fra popolazioni rappresenta circa 1'11
per cento o poco più della variazione genetica totale tra individui. Altri
progetti simili sono partiti in questi anni e possiamo aspettarci di arrivare
presto a misurazioni ancora più precise.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 401


In una strada di Kolkata, India.© Giovanni Porzio 2013

402 Chi siamo


L'importanza di un approccio multidisciplinare

Un aspetto assai stimolante del programma di studio della diversità


umana è la sua multidisciplinarietà. Non si può condurre uno studio
come il nostro se non si è disposti a cercare la collaborazione di colleghi
di numerose discipline, dall'antropologia (sia fisica sia culturale, inclusa
l'etnografia) a linguistica, archeologia, storia, geografia umana, econo-
mia e demografia. Sono importanti anche branche speciali, come la to-
ponomastica, lo studio dei cognomi, dell'arte parietale, e probabilmente
molte altre. Occorrono sia generalisti sia specialisti molto diversi fra loro.
Il romanziere e scienziato inglese Charles Percy Snow notò nel suo libro
Le due culture che vi è un cospicuo iato fra le scienze e l'umanesimo
(rappresentato da storia, letteratura e arti). Per il nostro lavoro abbiamo
bisogno di superare questo iato, di gettare dei ponti. Per ricercatori di due
discipline interamente diverse non è difficile collaborare, anche stretta-
mente, se entrambi hanno abbastanza interesse a farlo e sono disposti ad
imparare i concetti e i termini più importanti dell'altro campo.

La terminologia scientifica è molto utile nel lavoro specialistico, ma può


uccidere sia la volgarizzazione sia la comprensione interdisciplinare. È im-
portante ridurre al minimo indispensabile il gergo tecnico, per non spa-
ventare in modo irreversibile un potenziale collaboratore. La terminologia
serve solo per rendere più rapida e talora più precisa la comunicazione
fra esperti di uno stesso campo, ma non è necessario usarla sempre nelle
forme più strette e criptiche; ogni tanto se ne nota un abuso che ricorda
l'impiego, da parte dei medici di una volta, di dizioni e abbreviazioni la-
tine o di parole difficili quando non volevano essere capiti dal paziente.
I concetti delle varie discipline di solito non sono ostici e possono essere
intesi da chiunque, se espressi con parole semplici. Per una buona comu-
nicazione interdisciplinare è essenziale limitare al massimo i termini im-
piegati e avere cura di definirli quasi ogni volta o abbastanza spesso. La
possibilità di occuparsi di campi nuovi è poi uno stimolo notevole. Con-
tinuare a dedicarsi alle stesse cose per tanti anni, diventando sempre più
specializzati, può avere un effetto sterilizzante, e l'introduzione di nuovi
interessi - anche se a tempo parziale - può essere una vera vivificazione.
Vi è inoltre un problema di fondo, cui abbiamo già accennato e che si
può tentare di risolvere solo attraverso l'approccio multidisciplinare. Come
tutti gli studi storici, l'analisi dell'evoluzione ha un grave difetto di parten-
za, almeno per chi è abituato alla ricerca nel campo delle scienze naturali:

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 403


In una moschea di Massaua, Eritrea.© Giovanni Porzio 2013

404 Chi siamo


manca il sostegno che può derivare dall'esperimento. La storia non si può
ripetere tale e quale, soprattutto non si può ripetere a volontà. Quel che è
avvenuto è avvenuto, e molti particolari che potrebbero servire per meglio
comprendere gli sviluppi che ci interessano sono perduti per sempre.

Anche se restiamo profondamente ammirati di fronte a un'analisi sto-


rica ricca e fine, che ci persuade in un modo che ci sembra completo, vi è
sempre un'incertezza di fondo in tutte le conclusioni di natura storica, che
non si può superare completamente. In qualche caso l'analisi di un pro-
cesso evolutivo può essere aiutata da esperimenti di simulazione al calco-
latore che, riproducendo in una certa misura gli eventi reali, ci dicono se
ipotesi alternative potrebbero spiegare altrettanto bene un fenomeno os-
servato. Ma resta sempre il dubbio di avere trascurato fattori importanti
nel programmare la simulazione. Inoltre in ogni avvenimento reale (come
pure in molte simulazioni al calcolatore) vi è sempre una quota di eventi
casuali che rendono incerta ogni interpretazione dei fatti osservati. Tol-
stoj ne fa una splendida analisi in un famoso capitolo di Guerra e Pace.

Il lavoro di ricerca sperimentale in chimica, fisica o biologia presenta il


grande vantaggio che di solito si può ripetere l'esperimento variandone a
piacere le condizioni. Può sembrare quindi che le conclusioni raggiunte sia-
no inevitabilmente molto più solide di quelle raggiungibili negli studi evo-
lutivi. In linea di massima questo è vero, però anche il lavoro sperimentale
comporta spesso interpretazioni abbastanza sottili da generare qualche so-
spetto, e risultati la cui ripetibilità non sempre è perfetta. Solo in matematica
si ha una vera garanzia di raggiungere conclusioni indiscutibili.
Anche un esperimento è soggetto a errori e, in linea di massima, un ri-
sultato diventa credibile solo quando è stato osservato indipendentemen-
te da almeno due ricercatori diversi. Vi sono numerosi esempi, in tutte le
discipline, di errori, e di frodi (per fortuna più rare), che per molto tempo
non sono stati scoperti. Di fronte a costruzioni teoriche assai astratte,
basate su esperimenti complessi, può sempre restare il dubbio.

Il collaudo delle conclusioni

Un grande aiuto a credere in una teoria che può sembrare troppo azzar-
data, anche se dichiarata valida sulla base di esperimenti di laboratorio,
viene dal successo delle applicazioni che ne hanno preso lo spunto.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 405


Può sembrare difficile credere che una determinata sequenza di nucle-
otidi proposta da un genetista descriva un gene che controlla la marce-
scenza dei pomodori, ma se un chimico grazie a questa descrizione può
produrre un Dna artificiale che introdotto nel patrimonio genetico di un
ceppo di pomodori li fa marcire molto più lentamente- un fatto maga-
ri mai osservato prima in natura - diventa difficile negare le teorie che
hanno consentito di giungere a questa applicazione. La marcescenza dei
pomodori è stata ritardata con molti procedimenti diversi d'ingegneria
genetica, con l'obiettivo di raccoglierli quando sono più maturi e sugosi e
conservarli più a lungo. Alcuni di questi prodotti sono stati fra i primi or-
ganismi geneticamente modificati ad essere proposti sul mercato statuni-
tense, una quindicina di anni fa, saggiando per la prima volta la risposta
del pubblico al nuovo genere di applicazioni. Non hanno avuto al tempo
buona accoglienza: a parte la diffusa diffidenza verso gli organismi modi-
ficati, sembra che fossero acquosi e per nulla saporiti (ma non abbiamo
avuto occasione di assaggiarli).
Nella ricerca evolutiva la contro-assicurazione più importante viene
dalle possibilità offerte dall'approccio multidisciplinare. Un'ipotesi sul
popolamento dell'Europa può essere vagliata in molti modi diversi, fra
cui quello genetico, anche se particolarmente potente, è solo uno dei tan-
ti. Attraverso il confronto con dati di altra origine è possibile rendersi
conto se l'ipotesi si può sostenere su diversi fronti. La situazione ideale è
quella in cui tutti i metodi e le sorgenti di informazione usate concordano
nell'indicare una interpretazione corretta.
Questa convergenza è difficile da raggiungere: molti degli approcci possi-
bili danno poca informazione su un particolare problema. Gli specialisti di
un ramo spesso non sono disposti a prendere in considerazione le conclu-
sioni raggiunte con altri metodi, che possono differire poco o anche molto
da quello usato da loro. Può occorrere parecchio tempo per convincerli e
qualche volta si rimane con l'impressione che non riusciranno a superare i
loro pregiudizi finché vivono.

È comunque inevitabile che in una vita di ricerca si compiano parecchi


errori. Se si vuole essere dei ricercatori si deve riconoscere che esiste sem-
pre la possibilità di sbagliare, un fatto naturalmente increscioso quando
si verifica. Nella ricerca scientifica è importante avere un'adeguata dose
di umiltà. La ricerca storica è in un certo senso più rischiosa e anche
più esposta a disaccordi interminabili. Nonostante questo, può essere più
soddisfacente di altre, perché sviluppa un'agilità intellettuale notevole per

406 Chi siamo


via delle difficoltà che incontra. Ma bisogna essere preparati a lunghe,
talora spiacevoli discussioni.
Il fattore principale che controlla la quantità di discussioni è l'incertezza
dell'argomento, che in biologia è in media più grande che in fisica, e in
fisica più che in matematica. Nell'antropologia - intesa in senso lato -
l'incertezza raggiunge un massimo. Vi è quindi molta discussione, molta
critica e si direbbe anzi che in alcuni dipartimenti di antropologia ame-
ricani i giovani antropologi vengano allenati all'attività scientifica come
galletti da combattimento. Molti per fortuna si addolciscono nel corso
della loro vita scientifica, ma alcuni restano molto aggressivi.

Lo studio dell'uomo

Lasciando da parte considerazioni di sociologia della scienza, i proble-


mi che riguardano l'uomo sono particolarmente affascinanti. Lo studio
della nostra origine e del nostro passato ci aiuta a capire noi stessi. Una
parte grandissima della nostra vita dipende dall'ambiente culturale, e
un'altra parte, anch'essa fondamentale, dalla struttura genetica.
Anche le malattie sono in buona parte espressione della cultura e della
storia dell'uomo. Un certo numero è strettamente dovuto alla nostra co-
stituzione biologica, o a quella dei germi e dei parassiti che ci attaccano
da tutte le parti. Molte sono diretta conseguenza delle tecnologie umane.
Il passaggio dall'economia di caccia e raccolta all'agricoltura ha portato
varie malattie: alcune, come l'intolleranza allattosio e al glutine, oppure
il kwashiorkor, una deficienza nutrizionale che si trova nei paesi in via di
sviluppo, sono oggi abbastanza rare, mentre una volta erano forse più fre-
quenti; altre invece, come certe alterazioni cardiovascolari e alcuni tumori
che dipendono dall'abuso di cibi troppo grassi, hanno preso piede sempre
più, e non potevano esistere, o erano molto più rare, prima che si svilup-
passe un certo tipo di economia basata sull'agricoltura e sull'allevamento.
Gli animali mangiati dai cacciatori-raccoglitori fanno una vita troppo atti-
va per accumulare ricchi depositi di grasso! Le malattie dovute all'ambien-
te culturale in cui viviamo coprono una gamma estesissima di patologie.

La salute è, si dice, la componente più importante della nostra felicità;


ma vi sono altre componenti, come i lavori per i quali siamo predisposti
e i divertimenti che cerchiamo più volentieri, che pure dipendono dalla
nostra storia biologica e culturale, e variano da un individuo all'altro.

Il futuro genetico dell'umanità e lo studio della diversità umana 407


Per sviluppare in modo armonico le nostre personalità dobbiamo stu-
diare e rispettare la variazione individuale, sia quella biologica sia quella
culturale.
Può aiutarci molto capire la storia di tutte e due le evoluzioni. In questi
studi vi è un ovvio interesse applicativo, e naturalmente anche intellettua-
le. Abbiamo estremo bisogno di capire meglio noi stessi e di imparare a
utilizzare nel migliore dei modi la nostra eredità culturale.

408 Chi siamo


EPILOGO
Un villaggio sui monti dell'Atlante, Marocco.© Giovanni Porzio 2013
L'agricoltura e l'allevamento degli animali, queste invenzioni di dieci-
mila anni fa, sono state applicazioni di una genetica primitiva. La nostra
disciplina, rinata da poco per studiare l'eredità biologica, ha fatto nell'ul-
timo secolo progressi giganteschi, giungendo a spiegare la natura della
vita e dandoci poteri straordinari nel modificare gli organismi viventi. Di
queste ultime possibilità abbiamo avuto finora il tempo di vedere solo
poche utilizzazioni, in pratica quasi soltanto in campo medico, ma siamo
chiaramente agli inizi di una nuova era.

Come in tutte le applicazioni, vi possono essere effetti collaterali dan-


nosi o addirittura sviluppi volutamente maligni. Sta a noi indirizzarle. I
risultati raggiunti attraverso l'agricoltura e l'allevamento sono stati di
enorme importanza per l'umanità, le hanno permesso di superare una
crisi ma ne hanno preparate altre. Per citare alcuni esempi, il pascolo in-
discriminato di capre, pecore e anche di bovini, può distruggere ambienti
secchi, specie se fragili, e determinarne rapidamente una trasformazione
irreversibile. La desertificazione del Sahara è stata in parte, e continua ad
essere, conseguenza di questi errori. La Mesopotamia, una volta fertilissi-
ma, è stata largamente desertificata dalla salificazione dei terreni dovuta
alle irrigazioni a scopi agricoli. Queste conseguenze disastrose non pote-
vano essere previste al tempo; gli usi militari del cavallo, invece, non po-
tevano che avere l'effetto di propagare guerre durissime. L'introduzione
della cavalleria ha portato, migliaia d'anni fa, una rivoluzione paragona-
bile a quella dell'invenzione delle armi da fuoco pochi secoli orsono.
Le applicazioni mediche della genetica sono rivolte alla terapia e alla
profilassi di malattie ereditarie, e non possono fare paura. Siamo già in
grado di evitare la nascita di individui malati di alcune forme gravi e par-
ticolarmente frequenti, e potremo evitare quasi completamente la nascita
di persone affette da malattie ereditarie importanti. Finora ciò ha richie-
sto l'interruzione di gravidanza, ma in un futuro molto vicino questa po-
trà essere sostituita da metodi meno invasivi, che permettono di produrre
l'embrione per fecondazione artificiale in provetta, controllare l'assenza
di difetti genetici nell'embrione senza danneggiarlo, e reinserirlo nell'ute-
ro materno se la prova è soddisfacente.
Le gravissime sofferenze provocate dalle malattie ereditarie a coloro che
ne sono affetti e ai loro parenti sono già ampiamente evitabili, e possono
esserlo del tutto. Resta pertanto incomprensibile l'accanimento con cui
i teologi cattolici, e i meno sottili, ma ancor più rigidi fondamentalisti
di varie religioni, hanno voluto condannare i genitori di futuri bambini
malati a non sottrarsi a questi dolori, se non rinunciando completamente
ad avere figli. La pena è inflitta al nascituro, oltre che ai genitori, ed è
profondamente ingiusta, perché in un mondo migliore il bambino ha il
diritto di nascere sano, diritto che queste concezioni teologiche gli negano
anche quando le conoscenze umane lo hanno reso possibile.
Alcuni volonterosi eugenisti vorrebbero trasformarsi in allevatori di una
razza migliore, non di cane, cavallo o pecora, ma addirittura di uomo.
Può sembrare semplice scegliere le doti che sembrano importanti, ma qui
non si tratta soltanto di imitare i programmi di miglioramento di spe-
cie animali e vegetali (la cosiddetta «selezione artificiale>>), applicandoli
all'uomo. Nel caso degli animali e dei vegetali è piuttosto facile scegliere
i caratteri da migliorare; nell'uomo i più importanti sono difficilissimi da
misurare. È un programma che si scontrerebbe comunque con un gran-
de numero di problemi morali, di violazioni della libertà, della dignità,
dei diritti fondamentali dell'individuo; ma anche se volessimo svilupparlo
scopriremmo di essere troppo ignoranti per saperlo realizzare.
Gli eugenisti più accesi sono di solito agitati da almeno due fanatismi:
sono convinti che la genetica sia sovrana nel determinare le nostre doti
e difetti, e che la condizione innata non sia assolutamente modificabile.
Sono dei cosiddetti <<do-gooders>>, cioè vogliono far del bene a tutti i costi
ma con scarsa cognizione di causa, per cui hanno una netta tendenza a
combinare disastri. Vi è un rischio elevato di creare un inferno, anche se
lastricato di buone intenzioni. Molto meglio pensare ad un'azione corret-
tiva moderata e lungimirante, volta all'eliminazione dei difetti più gravi.

414 Chi siamo


L'idea che lo stato genetico sia incorreggibile è spesso errata, ed è pre-
vedibile che anche in questa direzione vi saranno progressi. Certo, non si
può chiedere troppo in casi estremi, ma un'educazione opportuna- ben-
ché non facile- può fare miracoli in persone affette da malattie ereditarie.
Forse col tempo riusciremo a correggere alcune di queste malattie, oggi
incurabili; ma lasciare che aumentino liberamente anche quelle che sono
o saranno curabili può costare un prezzo altissimo in termini umani ed
economici alla società. La medicina fa sì progressi, ma sempre lentamente.
Altri problemi della società sono meno costosi da risolvere di quelli del-
la salute e sono oggi anche più urgenti. È chiaro che la nostra educazione
intellettuale, morale e sociale è insufficiente e che va assolutamente mi-
gliorata; questa però è solo una piccola parte di quell'ingegneria sociale di
cui abbiamo tanto bisogno per migliorare le condizioni del mondo.
Vi sono operazioni di recupero sociale da attuare con estremo tempismo
per rimediare in modo opportuno alla disoccupazione elevata, rieducan-
do a lavori nuovi e creando nuove specializzazioni. La scelta di un'attività
economica è fra le decisioni più importanti nella vita di ciascuno di noi e
viene di solito fatta con scarsa informazione e poche occasioni o speranze
di trovarne una veramente adatta alla nostra personalità. Bisogna dare il
giusto peso a questa fondamentale svolta del nostro cammino che è l'in-
gresso nel mondo del lavoro. Il lavoro continua ad occupare la frazione
più importante del tempo in cui siamo svegli, ed è essenziale renderlo più
attraente di quanto non sia in media. Il lavoro ideale è quello che piace
più di qualunque divertimento. Naturalmente può essere molto difficile,
se non impossibile, che tutti giungano a questa situazione di privilegio,
ma si deve riuscire ad avvicinarvisi un po' di più di quanto non accade
oggi. Si può cercare di sviluppare un'educazione speciale, che dia in tem-
po utile l'informazione necessaria e l'occasione di provare più di un lavo-
ro per un tempo adeguato e che renda più facile- se è il caso- cambiare
occupazione nel corso della vita.
Se le persone fossero in grado di scegliere la loro attività liberamente,
così da valorizzare le proprie attitudini, potremmo sperar di creare un
ambiente di vita sicuro e gradevole, tale da incoraggiare una grande va-
rietà di gusti, di inclinazioni e di attività, e da ridurre al minimo le ingiu-
stizie e le crudeltà che ripetutamente colpiscono parti vicine e lontane del
mondo. La storia ci mostra le civiltà fiorire quando sanno promuovere
una varietà di manifestazioni, valorizzando i contributi più disparati, e
all'opposto degradare quando prevalgono l'intolleranza e l'incapacità di
entrare in rapporto con chi è diverso da noi.

Epilogo 415
Persecuzioni politiche, religiose e razziali occupano ogni giorno la sce-
na del mondo. Fra tutte le persecuzioni, quella di matrice razzista, oggi
particolarmente acuta, è ancor più atroce di quella religiosa e politica,
perché possiamo anche cambiare la nostra religione e la nostra politica,
se non vi è altra via di scampo davanti alla violenza del più forte, ma non
possiamo cambiare la nostra razza. Appena dall'altra parte dell' Adriati-
co, lo spaventoso programma di sterminio messo in opera vent'anni fa in
Bosnia- definito «pulizia etnica>> dai suoi promotori- è stato espressione
dell'intolleranza più disgustosa, la reiterazione di episodi lontani e recenti
che disonorano il genere umano.

Sappiamo tutti quanto è importante conoscere la storia per capire fe-


nomeni e manifestazioni della vita umana che sembrano a prima vista
incomprensibili. La storia biologica dell'uomo è la sua evoluzione, e la
storia culturale ne è parte integrante, l'ha influenzata, oltre ad esserne
stata influenzata. Non dobbiamo tenerle separate, se vogliamo sperare di
evitare questo mare di sofferenze, di cui vediamo ogni giorno esempi che
lacerano l'anima. La nostra natura di animali, spesso incapaci di control-
lare la propria intemperanza, è responsabile di molti di questi eccessi, ma
la nostra storia culturale può insegnare ad evitarli.
Dove cercare una guida nelle perplessità e, quando capitano, una con-
solazione nelle sventure? Tradizionalmente, la si cercherebbe nella reli-
gione, un'attività che pare distinguere l'uomo dagli animali. Una persona
si rivolge, ovviamente, a quella che gli è stata imposta dalla nascita in
un particolare paese e ambiente sociale. Molti vi si appoggiano per trar-
ne conforto, ma non sembra venirne sempre un ambiente migliore; al
contrario, la convinzione di ogni religione di essere l'unica depositaria
della verità ha generato i più terribili conflitti. Il rispetto della religione
che ci è toccata in sorte non può venire dai suoi dogmi, che sono per
lo più sovrastrutture inutili se non dannose, né dalla sua storia, che è
piena di contraddizioni e violenze. Viene piuttosto dalla considerazione
che la maggioranza delle religioni hanno un substrato etico comune, che
si ritrova anche in molte filosofie, è semplice e ben comprensibile, e può
risolvere buona parte dei problemi morali che si presentano nella pratica
quotidiana. Molti popoli cosiddetti «pagani>> accettano gli stessi principi.
l problemi etici individuali sono, in fondo, di soluzione relativamente
semplice; la difficoltà principale sta nel fatto che le tentazioni e le occa-
sioni di sbagliare sono numerose. Tuttavia le decisioni che hanno im-
portanza perché coinvolgono l'intera società (o comunque una cerchia

416 Chi siamo


di persone al di là del singolo individuo) non presentano solo problemi
morali ma anche, per così dire, tecnici, perché si tratta di prevedere le
conseguenze a lungo termine delle proprie azioni. Su questo terreno non
c'è possibilità di delega: nessuna religione ha fornito storicamente buona
prova, e anche i sistemi politico-ideologici di questi ultimi secoli si sono
rivelati insufficienti ad affrontare le incognite di oggi. È compito di ogni
comunità umana prevenire gli sviluppi pericolosi che possono derivare
dai propri potenziali economici, tecnologici e conoscitivi, imparando a
prevederli e generando misure di controllo che li possano evitare. Solo
così la nostra vita potrà diventare più pacifica e beneficiare della ricchezza
e della varietà offerte da uno sviluppo equilibrato del potenziale umano.

Epilogo 417
NOTE BIBLIOGRAFICHE

Nel fornire qualche appunto che possa servire per ulteriori letture, incontria-
mo la difficoltà che la maggior parte delle opere usate per preparare questo libro
sono in lingua inglese, e che quelle disponibili in lingua italiana sono di soli-
to poche. Ove manchino del tutto, almeno per quanto è a nostra conoscenza,
consigliamo alcune opere in altre lingue, quasi sempre l'inglese. Molti articoli
divulgativi sugli argomenti esposti in questo libro sono comparsi sulla rivista
<<Scientific American>> e per fortuna sono stati quasi sempre pubblicati anche in
italiano su <<Le Scienze••.
Ci limitiamo a riportare la bibliografia fondamentale cui ha fatto riferimento
l'edizione del 1993, con alcuni aggiornamenti per ricerche successive di cui si è
riferito in questa nuova edizione.

1.11 più antico stile di vita

In francese: Serge Bahuchet, Les Pygmées Aka et la Forét Centrafricaine, Selaf,


Parigi 1985. In inglese: Un simposio classico sui cacciatori-raccoglitori è Man
the Hunter, a cura di R.B. Lee e I. De Vore, pubblicato da Aldine, Chicago 1968.
The Forest People, Simon and Schuster, New York 1962, di Colin Turnbull, è il
resoconto per il pubblico non specialistico della vita di questo antropologo tra
i pigmei africani della foresta deli'Ituri (Zaire). È stato a lungo un best seller; in
italiano è stato pubblicato nel 1979 (Il popolo della foresta, Rusconi). Intimate
Fathers di Barry S. Hewlett, University of Michigan Press, Ann Arbor 1991, è il
resoconto di una ricerca tra i pigmei Aka della Repubblica Centrafricana, con
una buona introduzione generale. Una raccolta di studi antropologici, genetici
e medici sui pigmei curata da Luca Cavalli-Sforza è African Pygmies, Academic
Press, Orlando 1986. Hunter-Gatherers of the Congo Basin. (Culture, History
and Biology of African Pygmies), a cura di Barry S. Hewlett, Transaction Press, è
un volume in via di pubblicazione che raccoglie le più recenti ricerche sui pigmei
del bacino del Congo. Un libro quasi enciclopedico sui boscimani: The Bushmen,
edito da Phillip Tobias, Human e Rousseau, Città del capo e Pretoria 1978. Un
documento di notevole interesse è la vita di una donna boscimana raccontata da
lei stessa, Nisa di M. Shostak, Vintage Books, New York 1983.

2. Una galleria di antenati


3. Centomila anni

Un ottimo testo di paleoantropologia in inglese è il libro di R. Klein, The Hu-


man Career (Human Biologica/ and Cultura/ Origins), III edizione, The Univer-
sity of Chicago Press, Chicago e Londra 1989. Tra i buoni libri in italiano, la
storia della scoperta di «Lucy>> scritta da Maitland A. Edey e D. Johanson, Sulle
tracce dell'uomo, Rizzoli 1990; Evoluzione del genere <<Homo», curato da G.
Giacobini, Jaca Book 1990; e Cacciatori neanderthaliani, curato da G. Giacobini
ed E. d'Errico, Jaca Book 1986.
Molti articoli di antropologia, paleontologia e archeologia da cui abbiamo
tratto notizie presentate nel libro sono comparsi su <<Le Scienze»: L'ossidiana e le
origini del commercio di J.E. Dixon et al., settembre 1968; L'evoluzione dell'arte
paleolitica di André Leroi-Gourhan, novembre 1968; Un accampamento pale-
olitico a Nizza di H. de Lumley, settembre 1969; Il bilancio energetico di una
società di cacciatori di W.B. Kemp, dicembre 1971; I cacciatori dell'età glaciale
in Ucraina di R. Klein, ottobre 1974; I cervelli degli ominidi fossili di R.L. Mol-
loway, novembre 1974; I coproliti dell'uomo di V.M. Bryant e G. Williams-De-
an, giugno 1975; La spartizione del cibo degli ominidi protoumani di G. Isaac,
giugno 1978; Gli ominidi del Turkana orientale di A. Walker e R.E.F. Leakey,
ottobre 1978; Gli uomini di Neandertal di E. Trinkaus e W. W. Howells, febbraio
1980; L'uomo primitivo nell'Asia centrale sovietica di R.S. Davis et al., febbraio
1981; Le orme fossili di Laetoli di R.L. Hay e M.D. Leakey, aprile 1982; L'arche-
ologia della grotta di Lascaux di Ariette Leroi-Gourhan, agosto 1982; L'uomo di
Pechino di Wu Ju-Kang e Lin Sheng-Lun, agosto 1983; L'origine degli ominoidei
e degli ominidi di D. Pilbeam, maggio 1984; Abitazioni di ossa di mammuth
nella pianura russa di M. Gladyk et al., gennaio 1985; Caccia e raccolta nella
foresta dell'Europa postglaciale di M. Zvelebil, luglio 1986; Un accampamento

420 Chi siamo


mesolitico in Danimarca di T.D. Price e E.B. Petersen, maggio 1987; La rappre-
sentazione figurativa nel Paleolitico di R. White, settembre 1989; La comparsa
dell'uomo moderno di C.B. Stringer, febbraio 1991; Una genesi africana recente
di A.C. Wilson e R.L. Cann, giugno 1992; Un'evoluzione multiregionale di G.
Thorne e M.H. Wolpoff, giugno 1992.
Sulla storia demografica: La storia della popolazione umana di A.J. Coale, <<Le
Scienze», marzo 1975. Sull'arte preistorica: Origini dell'arte e della concettualità
di E. Anati, Jaca Book, 1988 e 1989.
Sulle basi dell'evoluzione molecolare delle proteine, ci siamo riferiti al vol. II
di Genetica, Evoluzione Uomo, di W. Bodmer e Cavalli-Sforza, pubblicato da
Mondadori nel 1980 e ormai esaurito. Sull'evoluzione del Dna e sui mitocondri
vedi Il Dna mitocondriale di LA. Grivell, <<Le Scienze», maggio 1983; Le basi
molecolari dell'evoluzione di A. Wilson, Ibid., dicembre 1985; e gli articoli di
Stringer, di Wilson e Cann citati sopra. Per notizie di attualità su <<Eva africana»
vedi sulla rivista americana <<Science>>: vol. 255, pp. 686, 727, 1991 e vol. 259,
p. 1249, 1993, che mostrano le controversie nate da questa ricerca.

4. Perché siamo diversi? La teoria dell'evoluzione

Un'introduzione elementare alla genetica delle popolazioni come teoria


dell'evoluzione si trova in due opere di Luca Cavalli-Sforza: Introduzione alla ge-
netica umana, Mondadori 1974, e il vol. II del libro di Bodmer e Cavalli-Sforza
citato sopra. I libri sono ambedue esauriti e quindi rintraccia bili solo sul mercato
dell'usato o nelle biblioteche; inevitabilmente non contengono gli sviluppi recenti
della biologia molecolare; però i concetti generali della genetica, inclusa quella
di popolazioni, si trovano raramente illustrati senza uso di matematica, come in
questo secondo libro. Non sempre facili da afferrare, vi sono esposti in modo
elementare e non invecchiano. Ci sono una decina di testi di genetica generale de-
stinati agli studenti di corsi universitari; molti tradotti dall'inglese, altri di autori
italiani, di solito buoni, richiedono tutti un impegno non indifferente. Nessuno
è molto recente.
Articoli generali su <<Le Scienze>> includono: La genetica delle popolazioni uma-
ne di L. Cavalli-Sforza, marzo 1975; Le cause della diversità biologica di B. Clar-
ke, dicembre 1975; La teoria della neutralità nell'evoluzione molecolare di M.
Kimura, gennaio 1980; La biochimica della resistenza alla malaria di M.J. Fried-
man e W. Trager, maggio 1981; L'evoluzione del darwinismo di L. Stebbins e F.
Ayala, settembre 1985; Il Dna di G. Felsenfeld, dicembre 1985; La mappatura dei
cromosomi mediante marcatori genetici di R. White e M. Lalouel, aprile 1988.

Note bibliografiche 421


La ricerca sulla deriva genetica nella val Parma: Studi sulla struttura genetica
di una popolazione italiana di L. Cavalli-Sforza è stata pubblicata su <<Le Scien-
ze>>, aprile 1968; ed anche nel libro The Genetics of Human Populations di L.
Cavalli-Sforza e W. Bodmer, Freeman, San Francisco 1971.

s. Quanto siamo diversi? La storia genetica dell'umanità


6. Gli ultimi diecimila anni: il lungo cammino degli agricoltori

L'analisi genetica delle popolazioni umane è stata oggetto di uno studio siste-
matico ad opera di Luigi Luca Cavalli-Sforza (il nome Luigi è stato omesso per
brevità nel titolo di questo libro), Paolo Menozzi ed Alberto Piazza, cominciato
nel1978 e concluso nel1991, che ha dato origine allibro History and Geography
of Human Genes, Princeton University Press, Princeton, New Jersey, 1994, pub-
blicato in italiano da Adelphi (Storia e Geografia dei Geni Umani, 1997). Questo
libro riassume una bibliografia ricchissima, oltre a numerosi altri studi pubblicati
dagli stessi autori, e porta centinaia di pagine di tabelle e di figure e moltissime
conclusioni inedite. Le conclusioni più nuove ed importanti di questo libro sono
state pubblicate dagli autori in due articoli comparsi ambedue in lingua inglese:
Reconstruction of Human Evolution: Bringing together Genetics, Archeology and
Linguistics, <<Proceedings of the National Academy of Sciences of the Usa>>, vol.
85, pp. 6002-6006, 1988, e Demic Expansions and Evolution, <<Science>>, vol.
259, pp. 639-646, 1993. Le ricerche che hanno permesso di individuare l'effetto
fondatore seriale nella diffusione dell'uomo moderno sono state pubblicate in
Ramachandran et al., Support (rom the Relationship of Genetic and Geographic
Distance in Human Populations far a Seria/ Founder Effect Originating in Afri-
ca, <<Proceedings of the National Academy of Sciences of the Usa>>, l novembre
2005; Li et al., Worldwide Human Relationships Inferred (rom Genome- Wide
Patterns of Variation, <<Science>>, vol. 319, pp. 1100-1104, 2008; B.M. Henna, L.
Cavalli-Sforza e M.W. Feldman, The Great Human Expansion, <<Proceedings of
the National Academy of Sciences of the Usa>>, 30 ottobre 2012.
La Cambridge Encyclopedia of Archeology curata da Andrew Sherratt, pub-
blicata da Cambridge University Press, Cambridge 1985, è un'ottima fonte di
informazioni di carattere archeologico e storico utili per l'evoluzione umana.
Gli aspetti della ricerca archeologica e genetica sulla diffusione degli agricol-
tori del Medio Oriente negli ultimi diecimila anni discussi nel Capitolo 6 sono
considerati in dettaglio, pur se in forma piana ed accessibile al lettore digiuno di
queste materie, nel libro La transizione neolitica e la genetica di popolazioni in
Europa di A.]. Ammerman e L. Cavalli-Sforza, pubblicato in italiano da Bollati-

422 Chi siamo


Boringhieri nel 1986 (edizione inglese, Princeton University Press 1984). Vedi
anche i lavori di Colin Renfrew citati nella bibliografia del capitolo VII.
Tra gli articoli di archeologia che direttamente e indirettamente interessano
la genetica sono usciti su «Le Scienze»: I monumenti megalitici di G. Daniel,
settembre 1980; Gli antecedenti della civiltà dell'Indo di J.F. Jarrige e R.H. Mea-
dow, ottobre 1980; Il popolamento del Pacifìco di P.S. Bellwood, gennaio 1981;
L'archeologia sociale dei monumenti di C. Renfrew, gennaio 1984; La coltiva-
zione preistorica del riso nell'Asia sudorientale di C.W. Higham, giugno 1984;
Una ricerca sulle migrazioni preistoriche in Asia di C. Turner II, aprile 1989;
Evoluzione dell'arco e delle frecce nella storia di E. McEwen et al., agosto 1991;
La domesticazione del cavallo da sella di D. Anthony et al., febbraio 1992.

7. La torre di Babele

Per introduzioni alla linguistica in italiano vedi Joseph Greenberg, Introduzio-


ne alla linguistica, Bollati-Boringhieri 1979; Claude Hagège, Uomo di parole,
Einaudi 1989; Paolo Ramat, Linguistica tipologica, il Mulino 1984. Un tratta-
mento generale che include anche notizie di ordine tassonomico ed evolutivo è
The Cambridge Encyclopedia of Language di David Crystal, Cambridge Univer-
sity Press 1987. Vedi anche La lingua cinese di Y.S.W. Wang, «Le Scienze>>, mag-
gio 1973. La classificazione delle lingue usate nel capitolo è quella proposta da
M. Ruhlen, A Guide to the World Languages, Stanford University Press 1987.
Sui principi della classificazione linguistica vedi Language in the Americas di J.
Greenberg, Stanford University Press 1987. Per una storia delle critiche fatte alla
classificazione delle lingue americane esposta in quest'ultimo libro, vedi l'edizio-
ne 1991 del libro di Ruhlen, e l'articolo di Robert Wright, Quest far the Mother
Tongue, The Atlantic, vol. 267, 4, pp. 39-68. Le tabelle di vocaboli usate nel
testo sono prese dai libri di Greenberg e di Ruhlen.
I rapporti tra archeologia e lingue indoeuropee sono trattati da Colin Renfrew
in Archeology and Language, Cambridge University Press 1987 ed anche da Ma-
rija Gimbutas in The civilization of the Goddess, Harper, San Francisco 1991. Il
libro di J.P. Mallory, In search of the Indoeuropeans, Thames and Hudson, Lon-
dra 1991, riassume e discute le numerose teorie esistenti sulla famiglia di lingue
indoeuropee. La ricerca sul rapporto tra evoluzione genetica e linguistica di cui
parla il capitolo è stata pubblicata da Cavalli-Sforza, Piazza, Menozzi e Mountain
nell'articolo su «Proceedings of the National Academy of Sciences of the Usa>>,
1988, citato nella bibliografia del capitolo precedente, in quello di Cavalli-Sfor-
za, Minch e Mountain 1992, Coevolution of Genes and Languages Revisited, in

Note bibliografiche 423


«Proceedings of the National Academy of Sciences of the Usa», vol. 89, pp. 5620-
5622, che ne costituisce una continuazione, e nell'articolo di L. Cavalli-Sforza su
<<Le Scienze>>, Geni, popolazioni e lingue, gennaio 1992. Su «Le Scienze» sono
comparsi numerosi altri articoli sull'origine del linguaggio e in particolare della
famiglia indoeuropea: La diffusione della lingua bantu di D.W. Philippson, ago-
sto 1977; Le origini delle lingue indoeuropee di C. Renfrew, dicembre 1989; La
storia antica delle lingue indoeuropee di T.V. Gamkrelidze e V.V. lvanov, maggio
1990; Glottologia a confronto di P.E. Ross, giugno 1991; L'origine della famiglia
linguistica austronesiana di P. Bellwood, settembre 1991; Origini linguistiche de-
gli indigeni d'America di J.H. Greenberg e M. Ruhlen, 1993.
Per il metodo di comparazione parametrica che è alla base del progetto Lan-
GeLin, vedi G. Longobardi, Methods in Parametric Linguistics and Cognitive
History, <<Linguistic Variation Yearboob, 101-138, 2003; C. Guardiano e G.
Longobardi, Parametric Comparison and Language Taxonomy, in Grammati-
calization and Parametric Variation, a cura di Montserrat Batllori, Maria-Lluisa
Hernanz, Carme Picallo & Francese Roca, pp. 149-174, Oxford University Press,
Oxford 2005; G. Longobardi e C. Guardiano, Evidence far Syntax as a Signa/ of
Historical Relatedness, <<Lingua», 119:11, 1679-1706, 2009; G. Longobardi, C.
Guardiano, G. Silvestri, A. Boattini e A. Ceolin, Toward a Syntactic Phylogeny
of Modern Indo-European Languages, <<]ournal of Historical Linguistics», 3.1,
pp. 122-152, 2013.
Una menzione a parte merita il libro di Alfredo Trombetti, L'unità d'origine del
linguaggio, 1905, Bologna, dove per la prima volta si propone un'origine comu-
ne per le lingue. Non ci risulta che sia stato ristampato, ma l'edizione originale è
ora disponibile, digitalizzata, su internet.

B. Eredità culturale, eredità genetica

La teoria della trasmissione culturale è esposta, ahimè, in forma matematica da


L. Cavalli-Sforza e M. Feldman in Cultura/ Transmission and Evolution, Prin-
ceton University Press 1981. Una trattazione semplice e direttamente accessibile
ad ogni lettore è in L. Cavalli-Sforza, L'evoluzione della cultura, Codice edizioni,
Torino 2010.
Un'ampia analisi dell'evoluzione della cultura italiana è offerta dall'opera in
12 volumi La cultura italiana, UTET 2009, diretta da L. Cavalli-Sforza.

424 Chi siamo


g. Razza e razzismo
10. Il futuro genetico dell'umanità e lo studio e lo studio
della diversità umana

Il classico saggio sul razzismo di Arthur de Gobineau, Sull'ineguaglianza delle


razze, Edizioni di Ar 2010, ha solo interesse storico. Buoni antidoti sul piano
scientifico sono i libri di R. Lewontin, Diversità umana, Zanichelli 1987, S.].
Gould, Intelligenza e pregiudizio, Editori Riuniti 1985, G. Barbujani e P. Cheli,
Sono razzista, ma sto cercando di smettere, Laterza 2008.
Le voci Razza di G. Modiano e Razzismo di G. Mosse nel vol. V di Enciclope-
dia del Novecento (Istituto dell'Enciclopedia Italiana, Roma 1980) sono buone
sintesi che portano anche molte indicazioni bibliografiche.
Sulla storia genetica dell'Italia vedi L'eredità genetica dell'Italia antica di A.
Piazza, «Le Scienze,, ottobre 1991.
Sul problema dell'ereditarietà del quoziente di intelligenza (Q.I.) e delle differen-
ze di Q.I. tra razze e classi sociali vedi: W. Bodmer e L. Cavalli-Sforza, Intelligenza
e razza, <<Le Scienze>>, febbraio 1971; S. Rose, R. Lewontin e L. Kamin, Gene e
mente dell'uomo. Biologia, ideologia e natura umana, Mondadori 1983.
Una buona storia dell'eugenica, specie in America, è il libro di D.]. Kevles, In the
Name of Eugenics, University of California Press, Berkeley e Los Angeles 1985.
In questo libro ci siamo occupati di aspetti sociali e morali connessi soprattutto
con la diversità umana e il razzismo. Vi sono altri problemi etici connessi con le
manipolazioni genetiche per i quali ci limitiamo a rimandare i lettori interessati
al libro di David Suzuki e Peter Knudtson, Genethics. The Clash between the
New Genetics and Human Values, Harvard University Press, Cambridge 1989.
Il libro citato di Guy Sorman è En attendant /es barbares, LGF 1994; la poesia
di Konstantinos Kavafis, Aspettando i barbari, che dà il titolo al libro, si può
trovare, per esempio, in Kavafis, Settantacinque poesie, Einaudi, Torino 1992.
Per una presentazione del Progetto della Diversità Genetica Umana, vedi L.
Cavalli-Sforza, The Human Genome Diversity Project: Past, Present and Future,
<<Nature Reviews/Genetics>>, 6, 4, pp. 333-340, 2005.

Risposte ai problemi sui gruppi sanguigni (p. 170)

l. Da genitori che sono entrambi A possono nascere figli O se i genitori sono


entrambi di tipo genetico AO.
2. Da un matrimonio AB x A non possono nascere figli O perché il genitore AB
non trasmette un gene O.

Note bibliografiche 425


RINGRAZIAMENTI

Abbiamo molti debiti di gratitudine verso un notevole numero di persone, che


desideriamo ringraziare caldamente. Tutti gli altri membri della famiglia hanno
letto il manoscritto del libro in parte o al completo proponendo miglioramenti
spesso importanti. Così pure hanno fatto Giovanni Magni, professore di genetica
a Milano, e Guido Pontecorvo, già professore di genetica a Glasgow. Hanno let-
to alcuni capitoli Giacomo Giacobini, professore di anatomia a Torino (i capitoli
2 e 3), e Paolo Ramat, professore di glottologia a Pavia (il Capitolo 7). Nessuna
di queste persone è responsabile degli errori rimasti, che speriamo siano pochi.
André Langaney del Musée de l'Homme di Parigi ci ha aiutato a rintracciare
un'importante foto originale. Ringraziamo anche le case editrici che ci hanno
dato il permesso di usare materiale protetto da copyright: Princeton University
Press per le figure delle componenti principali dell'Europa che compaiono nel
capitolo 6, ricavate dal libro History and Geography of Human Genes, che in
seguito è stato pubblicato anche in italiano, come indicato più sopra. La figura
dell'albero di Wilson del Capitolo 3 è presa, con modifiche, da una pubblicata
sulla rivista <<Science».

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