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ATTILIO

MILANO

STORIA DEGLI EBREI IN


ITALIA
Con una nota di Alberto Cavaglion

Einaudi
Nota introduttiva

Attilio Milano apparteneva ad una famiglia romana: era nato il 12 agosto


1907 e da Roma, salvo una breve parentesi di lavoro a Ferrara, s’allontanò solo
nel 1939 quando, in seguito alle leggi razziali, decise di trasferirsi con la
famiglia in Palestina. Alla sua città, e al popolare quartiere del ghetto, era a tal
punto affezionato che prima ancora di farsene storico (con la monografia Il
ghetto di Roma, 1964), nel 1928 provvide a riordinare il ricchissimo fondo
archivistico, in questo seguendo l’itinerario di altri storici italiani che furono
archivisti prima che ricercatori.
Attilio Milano non fu tuttavia uno storico di professione, nel senso stretto del
termine. Si era laureato in scienze economiche nel 1928 con Riccardo Bachi
discutendo una tesi che sarà il nucleo centrale del presente libro (Ricerche sulle
condizioni economiche degli ebrei durante la clausura nel ghetto: 1555-1848) e
piú tardi otterrà anche la laurea in giurisprudenza. Ma come la maggior parte
degli ebrei della capitale si procurò di che vivere esercitando il commercio, al
quale sottrasse il tempo necessario alla prosecuzione delle sue ricerche. A Hadar
Ramataim, dove visse dal 1939 fino alla morte – avvenuta il 22 giugno 1969 –,
aveva costruito il suo quartier generale, raccolto i libri, sistemate le carte e gli
appunti. Pianificava ogni anno lunghi soggiorni di studio negli archivi e nelle
biblioteche d’Italia, facendo leva sulla sua fibbra straordinariamente robusta e
forte. A Hadar Ramataim aveva però fondato con il cognato Sonnino un piccolo
maglificio che, a detta dei testimoni, costituiva un angolo anche linguistico della
vecchia Roma delle botteghe, miracolosamente rinato in terra d’Israele prima
che sulle botteghe del Portico d’Ottavio s’abbattesse la furia della razzia del 16
ottobre 1943.
Nella Roma del dopoguerra – del primo dopoguerra – il giovane Attilio
Milano aveva respirato lo stesso clima di rinnovato interesse per l’ebraismo e la
sua storia antica e recente: quell’atmosfera fervida che è alla base della biografia
intellettuale e politica di due uomini come Enzo ed Emilio Sereni (cui, per parte
materna, Attilio Milano era legato da vincoli di parentela). Di quel singolare
ambiente – venato di una forte coloritura utopistica e messianica, profetica e
kantiana ad un tempo – esistono oggi molte testimonianze, ma non è stata ancora
con metodo e rigore tracciata la storia: una «storia morale», sarebbe il caso di
precisare, che caratterizzi la vita nella capitale a partire diciamo dal ritorno di
Giolitti e fino all’avvento di Mussolini, o meglio fino all’assassinio di Matteotti.
In quell’atmosfera per cosí dire incantata, in bilico fra speranza e delusione, si
poteva essere contemporaneamente buonaiutiani e d’altro lato filosionisti.
Perdurava il ricordo della liberazione di Gerusalemme da parte delle truppe
dell’Intesa capitanate dal generale Allenby (una sorta di anticrociata laica e
democratica contro l’oscurantismo ottomano) e non era del tutto passato
inosservato un opuscolo sul sionismo di Francesco Ruffini. In quell’atmosfera si
formarono moltissimi giovani; alcuni, come Attilio Milano, legati alle tradizioni
religiose delle rispettive famiglie; altri, invece, inclini a seguire gli sviluppi della
moderna storiografia, politica e filosofica, crociana e non: per esempio un
Antonello Gerbi, un Max Ascoli, un Tullio Levi-Civita, un Alberto Pincherle, lo
stesso Giorgio Levi Della Vida.
Di questo gruppo fungeva da ago della bilancia il figlio di un medico della
Real Casa, di nome Enzo Sereni. E con lui il fratello Emilio, che ebbe un
diverso, e a tratti anche divergente destino biografico e politico. Ma la loro
vicenda – in specie, nel nostro caso, l’esempio di Enzo – lasciò traccie nella
maturazione di tanti coetanei, compagni di studio e di svaghi, non
necessariamente ebrei. Enzo Sereni era di due anni piú vecchio di Attilio Milano
e può essere considerato a tutti gli effetti una guida, un punto di riferimento. La
sua famiglia era stata duramente colpita dalla Grande Guerra: Enrico, il fratello
maggiore era morto volontario nel conflitto. Emilio, l’ultimogenito, entrò in
contrasto con l’ambiente borghese cui apparteneva e aderí fin dalla gioventú al
socialismo: fu studioso di problemi economici e politici, membro autorevole del
partito comunista e poi deputato dopo la Liberazione. Un sentimento di amicizia
e di stima legò Attilio Milano ad Enzo Sereni, il cui pionieristico sionismo era
nato, come un colpo di fulmine, in seguito alla memorabile visita a Roma,
nell’agosto del 1923, di uno dei massimi leaders del movimento, Chaim
Weizmann. Enzo Sereni si era laureato a Roma poco prima di Attilio Milano:
aveva discusso una tesi d’argomento biblico con Ernesto Buonaiuti, la vittima
del modernismo, il sacerdote sospeso a divinis che non di rado aveva espresso
giudizi anticonvenzionali sulla storia del giudaismo oltre che del cristianesimo.
Essere buonaiutiani e ad un tempo ferventi sionisti, nella Roma dei primi anni
’20, non era una contraddizione, anzi, era un segno di vivacità culturale, che
donava un pizzico di spregiudicatezza ad animate discussioni fra individui di
diversa provenienza. Le memorie di Manlio Rossi-Doria, di recente pubblicate
(La gioia tranquilla del ricordo, Il Mulino, 1991), contengono pagine
affascinanti sulla Roma di quegli anni, su quell’ambiente per cosí dire neo-
alessandrino che riuniva fedi politiche e religiose diverse in un unico sogno
rinnovatore. Quanto le idee pionieristiche di Enzo Sereni fossero destinate a
germinare anche lontano, in altri terreni che non siano quelli della storiografia
ebraica di Attilio Milano, è dimostrato dalla confessione di Manlio Rossi-Doria,
quando ammette che fu la lezione agricolo-collettivistica di Enzo Sereni e far
sorgere in lui la scintilla del meridionalismo «militante» e delle tante sue
battaglie politiche del futuro.
Di Enzo Sereni questa Storia degli ebrei in Italia contiene, nella seconda
parte e conclusiva, un breve, ma appassionante ritratto, una minuscola biografia
romanzata, che è fra le cose meglio riuscite del volume e che il lettore farà bene
a considerare come una corretta chiave d’interpretazione per un inquadramento
dell’opera nel clima culturale che la generò.
Enzo Sereni si era trasferito con la giovane sposa in un kibbutz già nel 1927 e
quella decisione era parsa, agli amici romani come Attilio Milano, qualcosa di
leggendario e di rivoluzionario ad un tempo. Per tutto il decennio del
«consenso», fino alle leggi razziali, l’intuito di Sereni verrà portato ad esempio:
Attilio Milano, nel 1940, appena arrivato in Palestina, farà in tempo a rendere
atto all’amico della sua lungimiranza eticopolitica. Ma non rimaneva molto
tempo per le amicizie: colpito dall’ingresso dell’Italia nella seconda guerra
mondiale a fianco del nazismo, Enzo Sereni non dimenticò il radicalismo
buonaiutiano della giovinezza e capí che rimanere nel kibbutz significava venir
meno ad un impegno e pertanto si arruolò nell’armata britannica. Trasferito in
Puglia fu impegnato in alcune spericolate imprese dell’Intelligence Service;
paracadutato infine, per errore, a Pratomagno, in mezzo alle postazioni del
nemico, fu arrestato, riconosciuto e deportato a Dachau, da dove non fece
ritorno. L’eredità spirituale di questo amico, che per ben due volte aveva visto
giusto, e anticipato i tempi, è presente in molte pagine di storia scritte da Attilio
Milano. E non è infine da trascurare il fatto che la morte, nel 1969, lo abbia colto
nell’atto di rendere omaggio ad Enzo Sereni con una raccolta postuma di scritti
che uscí poi qualche anno dopo, senza che Attilio Milano potesse materialmente
condurla in porto pur avendola accuratamente progettata e calorosamente
avallata.
Ad una storia degli ebrei in Italia Milano aveva incominciato a pensare fin dai
tempi posteriori al suo arrivo in Palestina; quando le truppe dell’Asse
minacciavano un balzo in avanti nel vicino Egitto e rendevano anche laggiú
l’atmosfera gravida di apprensioni e timori, egli iniziò a scrivere i capitoli di una
monografia sugli ebrei nel Levante, che uscirà nel 1949 ma che deve ancora
ritenersi un frutto acerbo e giovanile (per quanto sia stato questo il lavoro che gli
consentí di farsi conoscere e apprezzare).
Dopo la fine della guerra – e poi ininterrottamente per tutti gli anni ’50 – la
ricerca di Milano ebbe modo di concentrarsi nella redazione di un imponente
repertorio bibliografico: la Bibliotheca Historica-Judaica (Firenze, Sansoni
Antiquariato, 1954; Supplementi 1954-1963, ivi, 1964), uno strumento di pura
erudizione quanto mai utile agli specialisti, una sorta di enciclopedia
dell’ebraismo italiano che precorre e anticipa molte delle voci per la
Enciclopedia Judaica che Milano scriverà negli ultimi anni della vita e che
contiene in nuce tante delle schede poi utilizzate nella Storia einaudiana. Con
l’ausilio di una nutrita équipe e il supporto di adeguati mezzi informatici,
l’università di Tel Aviv ha poi via via aggiornato la Bibliotheca di Attilio
Milano, ma un’aura di romantica ammirazione avvolge ancora oggi l’impresa
solitaria degli anni ’50, la cui acribia giovanile fa venire in mente certe analoghe
e coeve scorribande solitarie come l’indice del Giornale storico della letteratura
italiana compilato da Carlo Dionisotti.
Ma la vera ambizione di Milano, il modo piú appropriato per emulare almeno
sul piano della ricerca scientifica le gesta del compagno Enzo Sereni, era e
rimaneva l’ambizione di scrivere «la» storia degli ebrei in Italia, un grande
affresco che ricostruisse due millenni di presenza ebraica nella nostra penisola.
Fu il lavoro di circa un ventennio, il risultato di ripetute stesure, anticipazioni,
ritorni, riscritture. Le ultime tappe di questa immane fatica si possono
ripercorrere scorrendo un carteggio con il fratello Alberto (lo si può consultare,
insieme alla bibliografia completa degli scritti di Attilio Milano, a cura di
Giorgio Romano, nella silloge di Scritti in memoria di Attilio Milano, pubblicata
nel 1970 dalla Rassegna mensile di Israel, XXVI , 7-9, pp. 23-24). Cosí, per
esempio, si legge in una lettera del febbraio 1959, spedita alla vigilia della
conclusione della sua fatica: «Sto finendo di scrivere una storia degli Ebrei in
Italia di circa 500 pagine che copre piú di duemila anni e che è destinata al largo
pubblico prevalentemente non ebreo. Questo tipo di lettore deve essere
preventivamente reso persuaso che ogni parola, ogni fatto che legge sono basati
su un documento; ma fattasi questa persuasione non vuole troppi intralci di date
che stancano nella lettura e fanno perdere il filo vivo della narrazione. Qui in
Israele, secondo la vecchia scuola tedesca, per quattro righe di testo se ne
scrivono ventisei di note giustificative; conseguenza è che nessuno legge né testo
né note. Io, nel mio volume, ho messo molte date ma non moltissime; note, le
essenziali, a fine di ogni capoverso e non ogni due parole».
Sempre nella medesima lettera Milano confidava al fratello, in tono
scherzoso, quale criterio aveva adottato per l’impianto generale del volume. Ne
parla con umorismo, lasciando trasparire quell’elemento gioviale e autoironico
che era uno dei tratti piú tipici del suo temperamento romanesco e trasteverino,
non di rado autocritico e consapevole dei propri limiti. «Un altro problema, –
scrive dunque al fratello, – che mi ha dato non poco da riflettere è stato la forma
espositiva. Potevo scrivere come si usa fare per un coleottero: secco, tutto matter
of fact; oppure come si possono illustrare le ali di una farfalla: variopinto. Mi
sono tenuto nel mezzo: né scrivere scandito, né scrivere patetico. Ho pensato che
se volevo persuadere il pubblico dell’esattezza dei fatti che esponevo e dei
giudizi che avanzavo, dovevo dare l’impressione di un mio personale distacco
sia dagli uni che dagli altri. Quindi la parola doveva risultare né troppo gelida né
troppo ebulliente: un po’ caldarrosta».
Nella prosa anticonformista di questa presentazione Attilio Milano in verità
riusciva a fornire, in modo molto piú chiaro ed esplicito di quanto non risulti
dalla un po’ imbarazzata premessa al volume, quale fosse il suo sistema di
lavoro e quale lo scopo che si era prefisso scrivendo questo testo.
Al suo apparire – poco dopo la Storia degli ebrei italiani sotto il fascismo di
Renzo De Felice e nello stesso anno de La tregua di Primo Levi – la Storia degli
ebrei in Italia ebbe successo, di critica e di pubblico. E piacque proprio quel suo
armonico equilibrio, quella ricercata medietà, sobria e distaccata da una materia
resa piú incandenscente dalla documentazione che i libri di De Felice e Levi, in
quegli anni, sottoponevano all’attenzione del pubblico italiano.
Non mancò – è vero – chi sui quotidiani e sulle riviste lamentò l’assenza di
una solida metodologia, ma i consensi crebbero, il libro circolò e assolse
egregiamente al suo compito di divulgazione (calde parole di elogio espresse, fra
i tanti, Paolo Spriano, in una bella recensione uscita su «l’Unità» del 17 febbraio
1963). Di fatto almeno una generazione di giovani studiosi si formò su questo
libro e ne trasse le indicazioni necessarie per approfondire nuovi temi e indagare
nuovi terreni di ricerca. Chi poi, digiuno di cose ebraiche, ebbe modo di
apprendere, dalla seconda parte tematica del volume, anche le nozioni essenziali
che ancora oggi regolano la convivenza fra ebrei e non ebrei nel nostro paese, fu
grato ad Attilio Milano proprio per la semplicità elementare e didatticamente
efficace con cui seppe fare da guida all’interno della vita comunitaria, delle
sinagoghe, delle carriere rabbiniche e cosí via.
La Storia di Attilio Milano era e rimane una buona sintesi, forse un po’
scolastica e «liceale», ma va anche aggiunto che nessuno prima d’allora, né tanto
meno in seguito, si era cimentato in un’impresa di cosí vaste dimensioni (con la
sola eccezione anglosassone di Cecil Roth). Quanto al carattere scolastico e
liceale ci sarebbe a questo proposito da precisare che di cultura «liceale» si deve
parlare, nello stesso senso, positivo ed istruttivo, per cui se ne parla a proposito
della formazione di Primo Levi. Dell’importanza di un buon liceo frequentato
con profitto siamo oggi un po’ tutti consapevoli e sappiamo quanto, non solo per
Levi, quella lezione sia stata fondamentale. Di quello stesso serio e un po’
austero umanesimo scolastico odorano anche le pagine di questa Storia degli
ebrei in Italia, ne costituiscono da un lato la sua forza, dall’altro lato l’aspetto
piú datato e superato dai tempi. Ne è prova quella confidenza sullo scrivere né
troppo sobrio né troppo patetico e quell’elogio delle virtú di mezzo.
Il libro dunque uscí nel febbraio 1963, pochi giorni dopo che lo ebbe in mano,
l’autore cosí scriveva al fratello, a stento contenendo la propria gioia: «Ho
ricevuto l’altro ieri le prime copie della mia storia: non ti posso negare di essere
rimasto un po’ emozionato. Einaudi mi ha abituato, in questi lunghi cinque anni
di attesa, a mantenermi all’oscuro dei suoi passi pur facendo tutto quello che gli
suggerivo io, ma lasciandomi nel frattempo nell’incertezza. Ogni volta ho
temuto il peggio, ed invece è venuto fuori il meglio». E poco sotto, aggiunge:
«Debbo dire che tante mie incertezze sono state rimeritate oggi con la magnifica
presentazione del volume. Io non so che accoglienze gli faranno critici e
pubblico; per me, ho la coscienza di aver fatto il massimo che mi consentiva
quel po’ di conoscenza che mi ero venuto formando durante un terzo di secolo.
Ho davanti a me, nella libreria, quella faccia di ebreo del Millecento che
campeggia nella costa della copertina: credo che quella faccia, la avrò sempre
sotto gli occhi, fin che campo».
La soddisfazione era legittima. Il libro, come s’è detto, ebbe fortuna e fu a
lungo – e meritatamente – considerato un classico, citato e utilizzato in varie
forme. Per tutti gli anni ’60 e ’70, quando il diluvio di libri sull’ebraismo in
Italia non aveva ancora, come oggi, superato il livello di guardia, la Storia di
Milano rimase un monumento tanto unico quanto raro, al quale ognuno guardò
con rispetto e ammirazione. Riuscire a concentrare tanti anni di storia, tanti
personaggi, parve allora, e pare ancora adesso, un’impresa irripetibile. A tal
punto irripetibile che nessuno, dopo Milano, s’è azzardato ad aggiornare questo
lavoro, a ripercorrere a ritroso il suo cammino, passando al vaglio di nuovi
sondaggi d’archivio le ipotesi e le conclusioni da lui avanzate.
Certo, le domande che gli storici dell’ultima generazione ci hanno abituato a
porre esulano dall’orizzonte dello studioso romano: sul concetto stesso di
identità, sul rapporto integrazione-assimilazione, sul diritto-dovere alla diversità
– temi tutti su cui la moderna storiografia oggi s’interroga – le risposte di Attilio
Milano sono evasive vuoi per necessità, vuoi per la lontananza dell’autore dalla
realtà politica dell’Italia degli anni ’60, vuoi infine per oggettive carenze
bibliografiche e archivistiche. Non solo in Italia, ma anche in Europa la rinascita
di studi complessivi sull’ebraismo è un fenomeno assai recente: le grandi sintesi
di Jacob Katz, Michael R. Marrus, Pierre Vidal-Naquet, Michael Lévy, Jonathan
Fraenkel sono venute alla luce solo nell’ultimo quindicennio. E non è forse stato
scritto nell’ultimo scorcio degli anni ’80 quel saggio, oggi citatissimo, di
Arnaldo Momigliano su Gli Ebrei in Italia (lo si può rileggere in Pagine
ebraiche, Einaudi, 1987) che in effetti cosí tante e nuove questioni pone allo
studioso di storia? Anche nel nostro paese, d’altra parte, le ricerche piú serie
sono state compiute, si potrebbe dire, nell’ultimo decennio; le quali ricerche
sono certo venute a correggere qualche dato della Storia di Milano, suggerendo
nuove tesi, ma senza capovolgere l’assunto generale. Penso per esempio, per il
Piemonte ai lavori di Renata Segre Berengo; per il Veneto agli scritti di Pier
Cesare Ioly Zorattini; per la Toscana ai lavori di Michele Luzzati; per Mantova e
la Lombardia agli studi di Schlomo Simonsohn; per l’età contemporanea e le
origini del sionismo alle ricerche di Mario Toscano.
Quale effetto possa fare, trent’anni dopo, la Storia degli ebrei in Italia è arduo
dire. Che possa ancora assolvere ai medesimi doveri di una onesta e solida
divulgazione è fuori discussione, tanto piú in un’età come la nostra in cui sempre
piú rare sono le incursioni degli specialisti nel campo della ricostruzione
sintetica di un lungo periodo. Analogamente, è molto probabile che soltanto
oggi, passati tanti anni, a sedimentatisi tanti pregiudizi del passato, sia
finalmente possibile mettere a fuoco con la necessaria nitidezza l’omaggio
sincero reso dall’autore a quella Roma del primo dopoguerra, a quella felice
stagione della giovinezza di Enzo Sereni, a quell’idea stessa di ebraismo che
cercava di coniugare insieme socialismo e sionismo, riforme e utopie, eredità del
passato e speranze nell’avvenire.
ALBERTO CAVAGLION
Prefazione

I-tal-Jah: l’isola della rugiada divina. Il paese su cui il Signore ha riversato


con abbondanza una delle benedizioni che Isacco invocò sulle terre di suo figlio
Giacobbe: la rugiada ristoratrice. Viene tramandato che gli ebrei italiani di tempi
remoti, volendo ricercare donde scaturisse il presagio della loro buona fortuna,
lo ritrovassero proprio nel nome del paese dove abitavano, e che ad essi appariva
ricalcato sulle tre parole ebraiche: I-tal-Jah. Una etimologia ancora piú
immaginosa delle molte altre proposte per il nome d’Italia, ma che indica la
reverenza con cui questo paese veniva considerato dagli ebrei che vi abitavano.
Nonostante l’auspicio, non si può dire che l’esistenza del nucleo ebraico su
suolo italiano sia trascorsa in ogni tempo come se «irrorata da rugiada». Ma
quello che si può dire è che questa vetusta pianta ebraica, che prese ad allignare
in Italia ventun secoli fa, da allora vi ha dato germogli costanti, un anno appresso
all’altro, senza una sola interruzione. Spezzata qualche volta nei rami principali,
qualche altra duramente colpita fin sotto alle radici, essa è riuscita sempre a
riprendersi. I sani succhi della terra nel profondo, e nell’alto la placidità
dell’atmosfera – la natura e la gente d’Italia –, hanno valso ogni volta a
rimarginare le lacerazioni prodotte dalle violente bufere politiche o dalla
inclemenza degli individui.
Questo annosissimo tronco dell’ebraismo italiano, che si presenta oggi
alquanto rugoso all’esterno e con qualche fenditura all’interno, costituisce un
unicum: nella storia ebraica e in quella italiana. Nella storia ebraica, perché fra i
vari gruppi di ebrei che emigrarono dalla Palestina e vennero poi a fissarsi in
Europa, questo non solo è il piú anziano, ma anche il solo che non abbia mai
subito interruzioni nella nuova residenza prescelta. Nella storia italiana, perché
quello ebraico è un singolare agglomerato di gente che, pur essendo vissuto per
oltre duemila anni nella nuova terra a stretto contatto con numerosi altri
agglomerati, è riuscito a conservare intatte molte delle proprie caratteristiche
originarie, senza giungere a confondersi del tutto con l’ambiente che lo
circondava.
In questo senso, quindi, l’ebraismo italiano è una piccola rarità. Ma non
sempre esso è stato ed è pregiato come tale. Forse perché ci si è limitati a
considerare solo la sua esteriorità: la sua vecchiezza che par che sfidi le leggi
della sopravvivenza, la rigidezza dei suoi convincimenti e del suo
comportamento, l’altera solitudine del suo procedere, una apparente oscurità
della sua vita. Invece, nelle pagine che seguono, io desidero avvicinarmi a
questo ebraismo italiano con l’intento di metterne in luce qualche significato piú
essenziale, qualche aspetto piú intimo. A questo scopo, prima illustrerò in un
compendio storico le vicende che si sono snodate per tanti secoli di permanenza
degli ebrei in Italia; poi in una seconda parte, cercherò, in una breve serie di
capitoli, di offrire una immagine di alcune delle manifestazioni piú
caratteristiche della loro vita religiosa, sociale e culturale. La prima parte
mostrerà, in un gioco di azioni e reazioni, quale influenza ebbero gli avvenimenti
esterni sulla resistente natura di questa gente, ed aiuterà a comprendere come si
siano venuti determinando molti degli atteggiamenti tipici degli ebrei italiani,
passati e odierni. La seconda parte invece, fra le scarsissime vestigia che questi
ebrei – devoti solo a un’Idea, non rappresentabile da effige alcuna – hanno
lasciato degli altri settori della loro vita, cercherà di raffigurarli nella loro
esistenza domestica, nella genuinità dei loro sentimenti e dei loro interessi
spirituali.
Gli ebrei italiani, lungo tutti questi secoli, non sono stati né dei martiri né dei
miserabili: non dotati di straordinarie capacità, ma neanche afflitti da aberranti
difetti, come si sono voluti far apparire dall’uno o dall’altro che si è occupato di
loro. Sono stati solo degli uomini eccezionalmente attaccati al loro concetto della
divinità, intransigenti nella osservanza dei loro doveri religiosi, e capaci di
sacrificarvi averi, ambizioni, vita. Se lasciati indisturbati nell’esplicazione dei
loro riti, che non interferivano in maniera essenziale con la vita che li
circondava, essi non erano dissimili dal resto degli italiani: né migliori nei loro
pregi, né peggiori nelle loro pecche.
Quanto verrò esponendo sul loro conto, porta invece a dare risalto piú alle
differenze con l’ambiente dintorno che non alle affinità, piú ai contrasti che non
alle armonie; e questo perché dai primi è piú facile trarre materia di esposizione
che non dai secondi. Pur essendo un simile difetto difficilmente evitabile nella
esposizione, esso non deve però portare a un difetto nella valutazione. A tal
riguardo, desidero rilevare fin d’ora che a merito del popolo italiano non sono
tanto da notare i periodi di attrito con l’elemento ebraico, che pure costituiscono
facile tema di narrativa, quanto le lunghe epoche di indisturbata convivenza, in
cui questo tema manca quasi del tutto. Si può anzi dire che il popolo italiano va
piú apprezzato per quel che ne sarà taciuto, che non per quello che ne sarà detto.
D’altro lato, la benemerenza del gruppo ebraico italiano non sta nell’essere
riuscito a sopravvivere per duemila anni piú o meno appartato dal resto della
popolazione, ma nell’aver saputo mantenere fede per tanto tempo alle proprie
credenze, anche se questo portava sovente all’enorme sacrificio di dover vivere
segregati. Nell’aver saputo gli italiani comprendere e concedere, e gli ebrei
contenersi ed apprezzare, risiede la spiegazione di una cosí lunga convivenza, il
filo non sempre appariscente che collega quanto dirò in seguito. Si aggiunga che
questa convivenza, per lunghi tratti di tempo felice e feconda, potrebbe avere
maggiore risalto se la paragonassimo con la sorte che, nello stesso tempo, ebbero
gli ebrei in altri paesi europei. Ma, in questo tormentato campo dei confronti,
occorre che ci si mantenga ai margini se non si vuole deviare troppo dalla linea
della esposizione.
Qualche parola ancora, per chiarire un concetto che mi ha guidato,
specialmente nella prima parte storica di questo volume. Nonostante il grande
interesse portato all’argomento, chi scrive si è preoccupato di non perdere mai di
vista che suo scopo era quello di illustrare le vicende di un gruppo poco
numeroso e poco influente nello svolgimento della storia italiana, anche se in
alcuni periodi esso è stato fatto oggetto di sproporzionata attenzione. Per questo
motivo, mi sono trattenuto dal dare una cornice storica troppo vasta ai piccoli
fatti riguardanti le comunità ebraiche e dal trarre dai casi ad esse occorsi delle
illazioni troppo generali. D’altro canto però non va neanche dimenticato che si
tratta di un gruppo di persone che ha avuto la straordinaria ventura di vivere, per
una successione di non meno di settanta generazioni, commisto al corso della
storia italiana. E siccome durante questo periodo eccezionalmente lungo, le
variazioni nella sua struttura, nelle sue convinzioni e nel suo comportamento non
sono state troppo rilevanti, cosí la sua quasi immutabilità può essere assunta, se
non a elemento di giudizio, per lo meno a base di paragone per valutare la
mutevolezza con cui l’ambiente che lo circondava ha trattato un problema cosí
costante come quello ebraico.
A parte tutto questo, desidero mettere in rilievo che la esposizione si presenta
al lettore con un corredo di note condensate e collocate alla fine di un
determinato periodo storico. E questo perché il testo vero e proprio vorrebbe
scorrere agile sotto gli occhi di chi legge. Ma desidera anche scorrere sicuro. Mi
sia permesso di accennare che per decine di anni sono andato preparandomi a
questo compito scrivendo, fra l’altro, numerosi saggi preliminari che coprono
una cospicua parte del terreno che qui viene ripercorso con maggiore concisione;
anzi, di alcuni di questi saggi ho riportato senz’altro qualche pagina nel presente
volume. Questi saggi sono muniti di tutto l’apparato documentario che si
richiede ad una trattazione scientifica destinata ad andare principalmente fra le
mani di studiosi specialisti. Ma la storia degli ebrei italiani è un mosaico che si
può ricostruire solo usando minutissime tessere; e perciò il testo di quei saggi
risulta continuamente interrotto da rimandi, da richiami, da giustificazioni.
Sapendo invece quanto ami il lettore, cui è particolarmente dedicato questo
lavoro, di avere sott’occhi una pagina piana e suadente, senza quelli che gli si
possono presentare come inciampi dottrinari, li ho notevolmente condensati in
questo volume. Confesso, un poco a malincuore; ma ho tranquilla la coscienza
che a ogni frase e ad ogni valutazione possono essere fatte seguire delle note
molto piú diffuse di quelle qui usate, al fine di corroborarne la esattezza
documentaria – anche se non la validità intrinseca, naturalmente soggettiva. In
ogni caso, il lettore che tenesse ad approfondire qualche particolare contenuto
nel testo, al di là di quanto indicato dalle note, può servirsi della recente guida
bibliografica da me redatta (Bibliotheca historica italo-judaica, Firenze 1954), la
quale possiede completi repertori per soggetto, per località e per autore.
Chi sfogli questa guida bibliografica, vi troverà l’indicazione di non meno di
millecinquecento studi, grandi e piccoli, nei quali è illustrato qualche aspetto
della storia degli ebrei in Italia. Considero tutti i seicento autori di quegli studi
come dei collaboratori essenziali in questa mia opera di riassunto e di
elaborazione. Senza voler distinguere qui fra l’uno e l’altro, tengo a dire che la
citazione che faccio di volta in volta nelle note, dei singoli nomi, deve essere
interpretata anche come mio personale ringraziamento ad ognuno di essi. Due
sole persone mi sia consentito di ricordare per nome in questo luogo: il
compianto Umberto Cassuto, che con il suo volume su Gli ebrei a Firenze
nell’età del Rinascimento (Firenze 1918) ha mostrato a una coorte di studiosi di
storia ebraica, in Italia e all’estero, come si debba approfondire, interpretare ed
esporre un capitolo di storia di una comunità ebraica; Cecil Roth, che con la sua
The History of the Jews of Italy (Philadelphia 1946) si è cimentato per primo in
un lavoro di sintesi, e di fronte alla cui vasta e brillante trattazione sono rimasto
piú volte perplesso sulla opportunità del mio nuovo tentativo.
Concludendo questa premessa, si sarà forse notato che il volume manca, in
prima pagina, di una dedica ad hominem. Senz’altro, la avrebbero meritata le
due persone che mi sono state vicine, con estrema comprensione ed affetto e con
continuo incoraggiamento, durante la lunga redazione del lavoro: parlo di mia
moglie Adriana e di mio figlio Giorgio. Dopo non poche perplessità, ho
rinunciato a far apparire questi due nomi carissimi in testa al volume, ed ho
preferito invece offrire simbolicamente il libro alla memoria di quelle
generazioni di ebrei italiani che – a varie e lunghe riprese – hanno vissuto,
oppresse nelle persone e tollerate soltanto per i loro talenti economici. Fu
proprio in questi periodi di angustie, che gli ebrei ebbero piena la coscienza della
necessità della loro resistenza, perché soltanto cosí avrebbero potuto
salvaguardare un loro intimo, insostituibile patrimonio: quello delle loro
convinzioni religiose e delle loro tradizioni morali. Per conservare e tramandare
questo patrimonio, non importò ad essi di vivere talvolta esteriormente
tiranneggiati, in quanto sapevano che cosí si mantenevano liberi di fronte alle
proprie coscienze. A questi piccoli, vilipesi, altieri campioni della lotta per un
ideale, dedico questo mio scritto.
A. M.
Avvertenza al lettore

Per quanto possibile, ho cercato di ridurre al minimo l’uso di vocaboli e di espressioni ebraiche; invece
ho dovuto lasciare nella forma originale i seguenti termini che sono difficilmente traducibili con una sola
parola:
Toràh («insegnamento»), che, in senso ristretto, è il nome con cui fra gli ebrei vengono designati i
cinque libri dell’Antico Testamento scritti da Mosè, e cioè il Pentateuco. Ma in senso piú largo, la parola ha
preso a significare tutti i libri della Bibbia, nonché l’insegnamento normativo che vi è contenuto. Quindi
con Toràh si intende correntemente: il complesso della Legge divina tratta dalle Sacre Scritture ebraiche. La
Toràh può essere oggi consultata in ottima edizione italiana, Il Pentateuco e Haftaroth (Torino 1960), a
cura di sei rabbini.
Mishnàh («ripetizione»), che è il compendio della dottrina tradizionale rabbinica che si è venuta
elaborando dopo la chiusura del canone biblico, e che è stata raccolta per scritto durante il secondo secolo
dell’era volgare. In altre parole la Mishnàh, «legge orale», rappresenta l’integrazione della «legge scritta»,
la Toràh.
Talmúd («studio», «dottrina»), che è il monumentale commento alla Mishnàh lentamente elaborato tra il
terzo e il quinto secolo della nostra era dalle accademie ebraiche di Palestina e di Babilonia, ciascuna per
suo conto. Del Talmúd esistono due redazioni: una di Gerusalemme, e l’altra di Babilonia; questa seconda è
di tre volte piú ampia ed è correntemente la piú usata.
Un altro termine su cui è necessario richiamare una particolare attenzione è l’ebraico Qabbalàh, che
significa «tradizione» o «ricezione» della dottrina mistica riguardante Dio e l’universo, e che si considera
adatta soltanto alla comprensione degli iniziati. Il termine Qabbalàh ha quindi un significato assai piú
nobile del suo derivato Càbala, che si rinviene in tutte le lingue moderne, e che significa: «interpretazione
di lettere e di numeri», «pratiche di magia» e, talvolta, anche vero e proprio raggiro. Con tutto ciò, noi
useremo le parole Càbala e cabalisti nel significato ebraico originale.
Mi servirò poi, senza tradurle, delle due designazioni di Talmúd Toràh («studio della Legge»), con cui
viene designata la scuola fondamentale ebraica, e Séfer Toràh («libro della Legge»), che indica il rotolo di
pergamena su cui viene trascritto a mano il Pentateuco, e su cui si legge nelle sinagoghe il brano settimanale
della Bibbia. Ho mantenuto inoltre il titolo ebraico per tutti i libri scritti e disponibili in quella lingua;
naturalmente, ne ho data anche la traduzione in italiano.
La grafia usata nella translitterazione delle parole ebraiche, pur non rappresentando con severità
scientifica le piú piccole particolarità della parola originale, deve ritenersi sufficientemente approssimata e
costantemente seguita; lievi adattamenti sono stati fatti proprio per i pochi termini indicati qui sopra. Mi
pare superfluo aggiungere qui una tabella completa di corrispondenza fra i due alfabeti e sulla esatta
pronuncia delle singole lettere. Basterà tenere presenti le seguenti particolarità: ch e kh hanno suono
analogo al ch tedesco; ẓ come la zeta sonora in zaino, e z come la zeta sorda in ozio; sh come la sc in scena;
′ è simile a uno spirito aspro un po’ gutturale. Per evitare errori di accento, ho abbondato nella loro
indicazione: comunque, si ponga mente che le parole ebraiche sono in generale accentate sull’ultima sillaba
(tronche).
Un problema a sé presenta la trascrizione dei nomi ebraici di persona. La translitterazione scientifica di
questi nomi ne rende malagevole la pronuncia per il lettore italiano (si pensi, ad esempio, a: Izchàq,
Ja’aqòb, Shelomò), mentre l’adozione dell’equivalente oggi in uso in Italia (Isacco, Giacobbe, Salomone)
offusca il vero nome originale e suona troppo dissimile da come era conosciuto, vivente, l’individuo.
Nell’intento di dare a questa onomastica un carattere uniforme e razionale, ho seguita la trascrizione oggi
adottata piú sovente (Isaac, Jacob, Salomon). La pronuncia del nome privato risulta cosí intermedia fra la
originale ebraica e la attuale italiana, e nello stesso tempo non è troppo distante da come l’ebreo veniva
chiamato in vita.
In ultimo, vi è da notare che gli ebrei posseggono in generale due nomi: uno secolare e uno usato nelle
funzioni religiose e nei documenti ebraici. Nella designazione ebraica, al nome dell’individuo si fa seguire
quello del padre. La identificazione personale è quindi: Mosè ben («figlio di») Abraham. Quanto al rapporto
fra nome proprio ebraico e nome proprio italiano, di consuetudine uno è la riproduzione dell’altro; in
qualche caso però la corrispondenza è piuttosto vaga, e di ciò diremo a suo tempo. Dal Quattrocento in poi
abbiamo, per lo piú, designato l’ebreo con il suo nome secolare.
Distribuzione geografica degli ebrei ai tempi di Benjamin da Tudela (seconda metà del secolo XII ). La linea
tratteggiata indica l’itinerario di andata di Benjamin da Tudela; quella continua, l’itinerario di ritorno.
Distribuzione geografica degli ebrei all’epoca dei grandi rivolgimenti (1450-1550).
Distribuzione geografica degli ebrei all’epoca della unificazione italiana (1861).
Storia degli ebrei in Italia
Parte prima La storia
I. L’età romana-pagana
(II secolo a. e. v. - 313 e. v.)

1. I primi contatti fra Palestina e Roma. – 2. Notizie sugli ebrei durante l’età repubblicana. – 3. I privilegi
ebraici. – 4. Da Tiberio a Claudio. – 5. Le guerre di Palestina. – 6. Vicende fino all’avvento di Costantino. –
7. Distribuzione geografica e attività. – 8. Produzione letteraria. – 9. Gli ebrei nella letteratura romana.
Proselitismo.

1. I primi contatti fra Palestina e Roma.

I piú remoti contatti di singoli ebrei con il suolo italiano non possono essere
indicati con una data sufficientemente circoscritta. Già fin dal terzo secolo avanti
l’era volgare, l’espansione degli ebrei al di fuori della terra loro consacrata, la
Palestina, aveva assunto proporzioni e raggiunto confini che, seppure oggi non
esattamente precisabili, devono ritenersi abbastanza vasti. Principale centro di
attrazione di questo nuovo deflusso dalla Palestina era stato l’Egitto con la sua
cosmopolitica capitale Alessandria, dove gli ebrei erano stati invitati dal
fondatore Alessandro Magno con promessa di parità di diritto con i greci, e dove
essi erano accorsi numerosi. Nel seguente periodo ellenistico, colonie ebraiche di
non ristretta importanza, muovendo dalle coste della Palestina e dell’Egitto, si
erano venute a mano a mano fissando o rinsaldando non solo in Siria da un lato e
in Cirenaica dall’altro, ma anche nei maggiori centri dell’Asia Minore, della
Mesopotamia e del Mar Nero, nonché, qua e là, su altre coste ed isole del
Mediterraneo e specialmente dell’Egeo. Nell’Europa continentale, la prima terra
in cui consta che si siano venuti a stabilire nuclei ebraici, fu la Grecia agli inizi
del secondo secolo. Questa disseminazione di ebrei al di fuori dei propri confini
naturali, e cioè quella che comunemente è conosciuta come la diaspora, era cosí
vasta che non fa meraviglia di udire, intorno al 140 a. e. v., che l’ignoto autore
degli Oracoli sibillini affermava rivolgendosi al popolo ebraico: «Ogni terra è
piena di te, e ogni mare!» Espressione ampollosa, ma non priva di consistenza e
di contenuto 1.
Il movimento espansionistico ebraico raggiunse i lidi di Roma parecchio
tempo dopo aver toccato gli altri lidi piú importanti del Mediterraneo. Il
territorio italico, lungo il terzo secolo, era talmente squassato dalle guerre per
fronteggiare le invasioni e poi dalle spedizioni per conquistare i mari intorno alla
penisola, che non poteva esercitare una speciale attrattiva sugli ebrei, i quali
risiedevano in terre piú tranquille ed opulente. Questa situazione mutò all’aprirsi
del secolo successivo, allorché le armate romane si lanciarono alla conquista
dell’egemonia su tutto il Mediterraneo. Con il procedere di tale conquista, non è
improbabile che qualche mercante ebreo si sia indotto a dirigersi verso Roma,
sulla scia degli scambi che questa città veniva intessendo, sempre piú rapidi e
fitti, con le località d’oltresponda con le quali entrava in rapporti, di conquista o
commerciali, e in cui risiedevano ebrei. Ma di questi isolati approdi di mercanti
ebrei in Italia – che verosimilmente si verificarono tra la fine del terzo secolo e il
principio del secondo –, non si è conservato, come abbiamo accennato, alcun
ricordo.
I primi contatti ufficiali fra la Palestina e Roma avvennero per iniziativa di un
ardito ribelle, Giuda Maccabeo della famiglia degli Asmonei, il quale nel 168 a.
e. v. aveva innalzata la bandiera ebraica della riscossa contro la dinastia siriaca
dei Seleucidi, per affrancare la Palestina dall’oppressione. I primi faticosi
successi avevano da poco arriso alle sue armi, che egli, oscuro capo di una
piccola banda, ebbe la sagacia di mandare a Roma due messi – Giasone figlio di
Eleazar ed Eupolemo figlio di Jochanan – per chiedere amicizia e protezione alla
potenza romana, che aveva preso da poco ad insediarsi in Oriente con intenti di
fermo dominio. Nel 161 il senato romano, sensibile al fatto che quanto gli veniva
richiesto dai due inviati ebrei poteva risolversi in uno smacco per la nemica
monarchia siriaca, fu pronto ad accedere al trattato sollecitatogli. Ma il trattato
non ebbe modo di esercitare alcuna influenza, perché quando pervenne in
Palestina la notizia della sua conclusione, Giuda Maccabeo era già caduto. Circa
dieci anni dopo una nuova ambasceria di due uomini – Numenio di Antioco e
Antipatro di Giasone – percorreva lo stesso cammino. Venivano quali messi di
Jonatan, un altro dei cinque fratelli Maccabei, il quale era riuscito, con fortunate
azioni guerresche, a trasformarsi da popolare insorto, a primo sacerdote e
principe della Giudea riconosciuto dal re di Siria. Una terza volta, nel 139,
Simon, ultimo superstite dei famosi fratelli Maccabei, dava incarico agli stessi
due ambasciatori di tornare a Roma e di rappresentarlo come capo e primo
sacerdote dello stato ebraico, che ormai era pervenuto a conquistare la completa
indipendenza da ogni soggezione da parte della Siria. L’ambasceria,
accompagnata dal donativo di uno scudo d’oro del peso di cinquecento chili, fu
accolta dal senato romano secondo la maggiore dignità dovuta alla nuova
posizione acquisita in patria; tornò in patria portatrice di un decreto del senato,
con il quale Roma riconosceva la indipendenza dello stato ebraico di Giudea e
garantiva a questo l’indisturbato possesso del territorio. Sei anni dopo il figlio di
Simon, Giovanni Ircano, mandava a Roma a breve intervallo di tempo, due
nuove ambascerie per impetrare che il senato romano, secondo i termini del
trattato concluso dal padre, usasse la sua influenza moderatrice verso la Siria,
che aveva pericolosamente sconfinato in Palestina 2.
Questi primi rapporti cosí limpidi e dignitosi fra Gerusalemme e Roma, sono
offuscati però da una notizia di oscuro significato, ma non per questo di scarso
interesse. Nel 139, esattamente quando la terza ambasceria asmonea visitava
Roma, il pretore Ispalo, o forse Gneo Cornelio Ispano, che aveva la sorveglianza
sugli stranieri residenti nella città, cacciò astrologhi e caldei, e
contemporaneamente impose agli ebrei di ritornare subito ai loro paesi. La
accusa contro questi ultimi era che «avevano tentato di corrompere la morale dei
romani con il culto di Giove Sabazio». Secondo un’altra versione gli ebrei,
invece, «avevano tentato di far passare in mani romane i loro oggetti sacri», e
perciò il pretore «aveva tolto via i loro altari privati dalle piazze pubbliche». È
difficile intuire a cosa intendesse alludere lo storico Valerio Massimo che
riferisce il fatto, con quell’ibrida designazione in cui il nome di una divinità
romana si presenta congiunto con quello di una divinità frigia non senza strane
assonanze ebraiche (di Sabazio con sabato), e quali tentativi di proselitismo
fossero stati intrapresi proprio quando la ambasceria palestinese svolgeva la sua
delicata missione in Roma. Se assurdo è supporre che questi maneggi religiosi
potessero essere stati esplicati dai due ambasciatori in persona, i quali miravano
a ben piú importanti risultati politici, rimane da pensare che il bando fosse
diretto contro altri ebrei stranieri che dimoravano da poco tempo a Roma.
Costoro avevano forse assunto eccessiva baldanza per la presenza nella città dei
loro diplomatici cosí riveriti dalle autorità romane e creduto di poter far opera di
proselitismo fra le pieghe del sincretismo religioso, specialmente orientale, che
già contaminava Roma; perciò ne fu decretato il rimpatrio. Il bando, se anche fu
messo in esecuzione, rimase però annullato di diritto nel corso dello stesso anno,
con lo scadere del mandato del pretore 3.

2. Notizie sugli ebrei durante l’età repubblicana.

Nel 59 a. e. v., L. Valerio Flacco venne processato a Roma per malversazioni


perpetrate nell’esercizio della sua carica di propretore in Asia, e in particolare
perché, sotto il pretesto di una legge vietante la esportazione di valuta, si era
personalmente appropriato dei fondi che gli ebrei delle terre da lui governate
avevano raccolti per inviarli, come di consueto, a Gerusalemme per il
mantenimento del Tempio. Cicerone, nel difenderlo, insinuò ai giudici che gli
era giocoforza di abbassare la voce, per non farsi udire dai numerosi ebrei che
erano convenuti intorno e dentro l’aula del tribunale, e che premevano
moralmente per la condanna del propretore romano. Spicciolo espediente
difensivo di quel gran maestro di oratoria, che però dimostra come in non molti
decenni si fosse venuto concentrando a Roma un cospicuo gruppo di ebrei, che,
a detta dello stesso Cicerone, esercitava un’influenza non disprezzabile nei
comizi, sia per il suo numero sia per la sua uniformità di atteggiamento specie in
questioni politiche. Questo gruppo era costituito principalmente da due nuclei: in
primo luogo, dagli ebrei che i romani avevano trasferito in Italia dopo le loro
conquiste in Asia Minore e in Siria; in secondo, dai prigionieri di guerra che
Pompeo aveva aggiogato nel 61 a. e. v. al suo carro trionfale, dopo che il
dissidio dei due fratelli Ircano e Aristobulo della dinastia degli Asmonei gli
aveva dato appiglio per intromettersi negli affari della Giudea come arbitro, e
poi di entrare a Gerusalemme nel 63 come spietato conquistatore, trucidando,
deportando, e infine ponendo la Giudea sotto protettorato romano. A questi due
nuclei principali, vanno poi aggiunti i mercanti ebrei del Mediterraneo orientale
e specialmente di Alessandria d’Egitto, venuti al seguito delle vittoriose legioni
romane che rientravano in sede, nonché un gruppo di altri ebrei di varie arti e di
vari mestieri, rifluiti a Roma con il miraggio di incanalare le proprie modeste
sorti nella scia della montante fortuna romana 4.
Da questi elementi piú o meno eterogenei si venne presto formando a Roma
una comunità di ebrei di condizione non troppo elevata, ma uniforme. Taluni fra
i prigionieri palestinesi furono liberati dallo stesso Pompeo; gli altri prigionieri,
insieme con gli schiavi condotti dai vari paesi orientali, ottennero anch’essi la
loro affrancazione. Con la loro fermezza nel non voler lavorare un giorno della
settimana – il sabato –, e nel rifiutare cibi non ritualmente preparati, costituivano
una sorta di schiavi le cui pretese risultavano scarsamente comprensibili ai loro
padroni romani, e che in ogni caso esigevano un trattamento tutto particolare.
Perciò trovarono con maggiore prontezza padroni disposti a manometterli o
correligionari a riscattarli. Fin da questo momento, l’appellativo che
contraddistingue gli ebrei romani è quello di liberti, e cioè di affrancati; ed anche
a Gerusalemme entrò presto in funzione una «sinagoga dei liberti», fondata cioè
da schiavi ebrei liberati a Roma, e poi ritornati nella loro terra di origine pur
conservando il nuovo stato civile.
La guerra che mise Giulio Cesare contro Pompeo, la nuova classe popolare
contro il ceto nobile, la sorgente concezione imperiale contro quella gelosamente
nazionale, ebbe naturalmente gli ebrei di tutto il Levante e di Roma in
particolare, strenui paladini del primo. Erano degli artigiani e dei proletari che
appoggiavano colui che si presentava come il campione delle loro aspirazioni. E
fu un fiancheggiamento di grande importanza per gli ebrei. Pompeo rimaneva
sempre ai loro occhi l’uomo inviso che poco tempo prima era entrato a
Gerusalemme, vi aveva ucciso dodicimila ebrei e ne aveva tratto prigionieri un
gran numero; a questi il nuovo proconsole Crasso ne aggiunse altri trentamila,
venduti come schiavi. Egli era, nello stesso tempo, l’uomo che aveva inflitto ai
piú rispettabili tra i prigionieri l’umiliazione di seguire in catene il suo carro
trionfale. Cesare, invece, era colui che non solo aveva mostrato con fatti di voler
estendere alle popolazioni amiche alcuni dei privilegi che prima erano esclusivi
dei cittadini romani, ma che aveva divisato, nel 49, di servirsi dell’astuto
Aristobulo, deposto re di Giudea e prigioniero a Roma, per metterlo in conflitto
diretto con il suo rivale Pompeo. Ma il veleno di Pompeo giunse ad eliminare
Aristobulo prima che questi pervenisse a far marciare verso la Siria le legioni
affidategli da Cesare. Se, in conseguenza, il piano di Cesare non riuscí, tuttavia
questi rimase sensibile all’atteggiamento generale degli ebrei nei suoi riguardi e
ai vantaggi che essi potevano procurargli nel vicino Oriente. E in vista di ciò
fece loro alcune concessioni, che garantivano la loro libertà di culto e che
costituiscono il primo abbozzo di quella «carta di privilegi», a cui gli ebrei di
tutti i domini romani e d’Italia in particolare si appelleranno in seguito piú volte:
li esentò dal servizio militare (per la ragione, non detta ma sottintesa, che la
osservanza dei due precetti religiosi della astensione da ogni attività nel sabato e
della necessità di procurarsi una speciale alimentazione, li rendeva soldati non
sempre efficienti in guerra); li autorizzò a giudicare le loro cause secondo il loro
diritto, e permise loro di costituirsi in comunità riconosciute, nonostante il
divieto stabilito dalla legge sui collegia. Come corollario, li autorizzò a
raccogliere fondi per la loro interna organizzazione comunitaria e a inviarne
parte al Tempio di Gerusalemme. A questi privilegi, poco appresso, Augusto
aggiunse anche il divieto di citare gli ebrei di sabato o di vigilia, e
l’autorizzazione, nel caso di distribuzione di granaglie fissate in un giorno di
festa ebraica, a riceverle l’indomani. Quando nel 44 a. e. v. Cesare cadde
pugnalato nella curia, viene riferito che tra coloro che manifestarono presso la
salma un maggiore cordoglio furono gli ebrei romani. Il fatto non stupisce: essi
riconoscevano ed onoravano in lui chi aveva riavviati gli ex schiavi a nuova
dignità di uomini 5.

3. I privilegi ebraici.

Fin da questi primi inizi, e senza quasi interruzioni poi, la storia del gruppo
ebraico in Italia – come in qualsiasi altro paese della diaspora – si svolge su un
cammino del tutto particolare. Quando gli ebrei vi entrano e successivamente per
un certo periodo, questo cammino procede lungo un lastricato di privilegi; poi
può avvenire che d’un tratto esso venga a trovarsi interrotto da frane costituite da
restrizioni, per riprendere piú avanti su un nuovo lastricato di privilegi. Senza
l’ausilio di speciali concessioni, l’ebreo, attaccato alle sue tradizioni religiose,
non può sussistere in un luogo; all’inverso, l’imposizione di norme restrittive
può mettere a repentaglio la ragion d’essere stessa delle sue convinzioni
religiose. È un duro destino di questo popolo, quello di dover lottare senza
tregua per procacciarsi dei privilegi e per resistere alle discriminazioni; giacché è
soltanto in periodi estremamente limitati nel tempo, durante i quali a tutti i
cittadini di un paese è riconosciuta la piena libertà religiosa e sono garantiti i
mezzi per esplicarla, che l’ebreo, che si trovi ad essere cittadino come gli altri,
può esimersi dal chiedere i privilegi e dal paventare le discriminazioni. Se non si
tiene conto fin da questo momento di un simile anomalo stato di cose e se non se
ne intende il motivo, la storia dei rapporti fra gli ebrei e il paese che li accoglie si
presenta come un drammatico gioco di pretese avanzate da costoro, e accettate o
respinte da parte di chi comanda.
L’ebraismo è un credo e un sacerdozio. Il credo in un Dio, uno ed unico,
signore degli esseri, giudice supremo e padre. Questa idea di Dio racchiude una
concezione spirituale e morale di tale grandezza ed elevatezza, che è stata
considerata dagli ebrei come universale nel suo abbraccio, come destinata ad
essere accolta da tutta l’umanità; e, in quanto tale, è stata ricevuta da
innumerevoli altre genti. Ma per gli ebrei in modo particolare, che si considerano
come il popolo che il Signore ha prescelto quale veicolo atto a proiettare nel
mondo e nella vita questo ideale religioso, l’esserne modello e ministro
costituisce un sacerdozio. All’ebreo – e soltanto ad esso – è richiesta una
aderenza rigorosissima a tutti i precetti morali e materiali dettati dalla Toràh e
dalla tradizione, una disciplina di vita quale, in altre religioni, viene imposta
soltanto ai sacerdoti, mentre in quella ebraica lo è per ogni privato. Ora, quando
qualcuna di queste norme di condotta ebraica viene a trovarsi in contrasto con
qualche dettato della legge o del costume in uso nel paese dove l’ebreo risiede, a
questo viene a porsi un dilemma: o ottenere una speciale concessione che gli
permetta di assolvere ai suoi precetti religiosi, o rinunciare alla propria ragione
ideale di esistenza. Il privilegio costituisce appunto l’autorizzazione legale; il
diniego è un aspetto della persecuzione, ovvero può indurre l’ebreo ad osservare
clandestinamente i suoi precetti, con tutti i rischi relativi. Di fatto, né
l’autorizzazione né il divieto sono dettati direttamente dai sentimenti che nutre,
verso i propri ebrei, il popolo ospitante, il quale in Italia ha quasi costantemente
dimostrato verso di essi una lodevole comprensione. Le due soluzioni opposte
sono invece in balia dei vari e mutevoli umori dei successivi governanti. Di qui,
il frequente passaggio dall’una all’altra.
I romani, largamente tolleranti verso quei culti religiosi ad essi estranei e che
non apparivano loro essere diretti a sovvertire o a sostituire il proprio, non
assunsero di norma una posizione di irrigidimento verso quello ebraico, il quale
non si rivelava in contrasto incompatibile con l’essenza delle istituzioni politico-
religiose di Roma. Certo è che questo atteggiamento generalmente liberale dei
romani dovette manovrare tra gli aguzzi scogli di due solenni precetti ebraici.
L’uno era costituito dalla prima parte del secondo comandamento del Decalogo,
che imponendo all’ebreo di «non avere altri dèi al cospetto» del suo Dio, gli
impediva di riconoscere qualsiasi attributo di divinità a tutti i numi che
popolavano il pantheon romano, ed in particolare all’imperatore, che con
Augusto aveva cominciato ad essere divinizzato da vivo. L’altro era costituito
dalla seconda parte del medesimo comandamento che, proibendo all’ebreo di
adorare qualsiasi immagine, gli vietava, fra l’altro, di partecipare a qualsiasi atto
di omaggio offerto alla immagine dell’imperatore. Tutte quelle volte in cui
un’improvvisa ondata di intolleranza romana si riversò contro questa scogliera
ebraica, il cozzo che ne risultò fu tremendo.
In generale però i romani, nel loro immenso impero, ovunque trovarono delle
colonie ebraiche che godevano di particolari privilegi, si adoperarono a
conservare e a tutelare questi privilegi, non soltanto per un desiderio di non
innovare là dove non se ne presentava la necessità, ma per l’opportunità di
mantenersi fedele un popolo che, per la sua distribuzione, costituiva un elemento
unificatore dell’impero e che, sin dagli inizi, si era mostrato tutt’altro che ostile
alla dominazione e alle istituzioni romane. Tale protezione naturalmente si
esplicava con maggiore efficacia in Italia, e a Roma in particolare, dove gli ebrei
erano giunti ormai a costituire un cospicuo agglomerato e dove mostravano di
gradire in modo speciale il legame di sudditanza romana.

4. Da Tiberio a Claudio.

Non si dovrebbe essere troppo lontani dal vero presumendo che, in questo
primo periodo dell’impero, lo stanziamento degli ebrei nella sola capitale avesse
raggiunto qualche decina di migliaia di anime – forse trenta o quarantamila –, su
una popolazione di un milione circa. A riprova di ciò è il fatto che, quando nel 3
a. e. v. giunse dalla Giudea a Roma un’ambasciata di cinquanta ebrei per
chiedere all’imperatore Augusto che, morto da poco tempo Erode, fosse deposta
la mal sopportata dinastia degli Idumei, essa venne accompagnata all’udienza
imperiale da un corteggio di ottomila correligionari romani. D’altro canto, per
affiancare cifra a cifra, nel 19 e. v. quattromila giovani ebrei, tutti provenienti da
Roma, furono prelevati a forza dalle loro case, incolonnati in formazioni militari
e spediti in Sardegna. Le due cifre, l’una riguardante evidentemente solo uomini
in età matura e l’altra giovanissimi in età di servizio militare, concorrono nella
approssimativa valutazione demografica del gruppo ebraico romano che
abbiamo riferito sopra 6.
Il brutale episodio della deportazione di giovani in Sardegna – l’unica notizia
di maggiore importanza che si ha sugli ebrei italiani all’aprirsi del nuovo
millennio – e che evidentemente mise a repentaglio l’esistenza di tutta la
comunità romana, era una conseguenza della drastica azione intrapresa da
Seiano, il potente favorito di Tiberio, per estirpare dalla città tutta quella
gramigna di sette religiose e misteriosofiche di origine orientale, che si erano
infiltrate a Roma, attraendo curiosi e adepti. Seiano, accomunate tali sette a
quella ebraica, la cui teologia appariva scarsamente comprensibile anche ai
romani piú colti, e che per di piú non era aliena da svolgere opera di
proselitismo, prese pretesto da un fatto di circonvenzione da parte di alcuni ebrei
palestinesi ai danni di Fulvia, moglie del senatore Saturnino e proselita recente,
per far decretare dal senato l’espulsione da Roma e dall’Italia di tutti gli ebrei, a
meno che questi non avessero rinunciato ai loro riti; contemporaneamente fece
decretare che i loro arredi sacri fossero confiscati e dati alle fiamme. A queste
misure si aggiunse quella della deportazione dei quattromila giovani in
Sardegna, ufficialmente per combattervi il brigantaggio, ma con la non taciuta
speranza che briganti e malaria avessero ragione rapidamente del loro numero. Il
bando generale contro gli ebrei non ebbe esecuzione, e con ogni probabilità solo
qualche ebreo dovette abbandonare Roma. La falcidia del contingente trasferito
in Sardegna dovette essere invece rilevantissima; non tale, però, da non
consentire ai sopravvissuti e ai loro eredi di lasciare con il tempo nel linguaggio
e nelle costumanze dei sardi alcuni accenti nettamente ebraici, che non è difficile
percepire ancora ai giorni nostri e che non sembra esagerato di ricollegare a quel
lontano trapianto di ebrei. Nel 31, ucciso Seiano, Tiberio tornò a confermare gli
editti protettivi di Cesare e di Augusto 7.
Con Caligola (37-41), che pretese di essere venerato come dio vivente e
ordinò che anche in tutti i templi ebraici fosse installata la sua statua, si
verificarono fra gli ebrei una resistenza ed un fermento che, se forse in Italia
rimasero prudentemente sopiti, in Palestina ed in Egitto furono invece incentivo
di sommosse. Una ambasceria di ebrei di Alessandria d’Egitto capeggiata da
Filone – il famoso filosofo che mirava nei suoi scritti ad armonizzare la religione
ebraica con il pensiero greco – e che fu ricevuta da Caligola, riuscí a stornare il
pericolo piú immediato della erezione della effige imperiale dentro il santuario
dei templi. Ma il pericolo permase anche dopo l’uccisione di Caligola, e il suo
riprendere corpo, un quarto di secolo dopo, costituí uno dei principali fomiti
della tragedia che scoppierà sotto Vespasiano.
Claudio (41-54), appena salito al trono, abrogò ogni pretesa divinizzatrice da
parte dell’imperatore e tornò a restaurare l’editto di tolleranza per gli ebrei di
tutto l’impero. Sotto di lui, però, cominciarono a manifestarsi i primi segni di
una grave crisi in seno all’ebraismo. Da poco una piccola cerchia di fedeli si era
stretta, specialmente in Galilea, intorno a Gesú per ascoltarne il nuovo
messaggio, che, seppure si muoveva entro le linee piú elevate dell’insegnamento
della setta ebraica degli Esseni, possedeva di suo note di una potenza e di una
limpidezza estremamente attraenti. Né chi aveva espresso il messaggio, né
coloro che per primi avevano accettato con passione le convinzioni ed i presagi
in esso contenuti, intendevano rigettare nessuno dei comandamenti della Toràh,
ma solo assolverli con una rigidità di concezione, che contrastava con la
interpretazione di varie altre congreghe che fiorivano intorno al Tempio di
Gerusalemme. Fu solo pochi anni piú tardi, quando l’insegnamento venne
accolto da un cosí battagliero campione come Paolo di Tarso e da lui portato
oltre i brevi confini della Palestina ebraica per essere diffuso nell’immenso
mondo gentile, che si operò la grande rivoluzione. Non solo Paolo presentò il
dramma di Gesú ammantato da una glorificazione e da una ermeneutica del tutto
originali, ma, affinché la nuova dottrina potesse far facile breccia in mezzo al
paganesimo, l’affrancò da alcuni dei vincoli della legge di Mosè, e
principalmente da quello della circoncisione.
Già prima di Paolo, e poi metodicamente con lui, la nuova fede cristiana
aveva cominciato arditamente a disseminare missionari in ogni angolo del
mondo romano-ellenico. Ancora non pienamente distinti, o non volendosi ancora
scindere dai fratelli di ieri, questi missionari sul principio scelsero
prevalentemente come piattaforma della loro opera di proselitismo i maggiori
centri di raccolta degli ebrei. La loro accesa propaganda, le disquisizioni
dogmatiche, il rifiuto di alcuni essenziali principî della religione ebraica,
crearono presto un’atmosfera di estrema tensione in seno alle varie comunità
ebraiche. Non pochi fra gli ebrei italiani si lasciarono convincere dal nuovo
verbo; la maggioranza oppose però una furibonda resistenza a questa opera
separatrice. Claudio, forse informato dagli ebrei stessi dei diverbi, ma certo,
come romano, malinterpretando l’essenza delle loro inafferrabili discettazioni
messianiche, decise nel 49-50 di risolvere in tronco ogni questione, espellendo
gli ebrei dalla capitale, perché essi, come accenna lo storico Svetonio, avevano
creato turbamenti «impulsore Chresto» 8.
L’espulsione totale ancora una volta non ebbe luogo, e fu l’ultima occasione
in cui, per il corso di numerosi secoli, si udí sia pure il nome di un cosí sinistro
provvedimento. Solo alcuni fra gli ebrei maggiormente compromessi cercarono
rifugio fuori di Roma e d’Italia; il resto seguitò per un certo tempo a praticare in
sordina i propri riti, tenendosi sempre piú distinto dai fratelli di ieri. Con questi
ormai la incrinatura era profonda: quando nel 60 l’apostolo Paolo arrivò a
Pozzuoli, prigioniero dei romani, era a riceverlo festosamente un gruppo di
nuovi fedeli ormai distaccati dal tronco ebraico, e con pari lietezza egli fu
accolto a Roma da cristiani-ebrei, come erano detti, a cui aveva rivolto in
precedenza in una epistola le sue esortazioni. L’apostolato di Paolo durante la
sua breve presenza a Roma, e quello, quasi contemporaneo, di Pietro,
contribuirono a determinare quel profondo distacco che separerà ormai le due
fedi, senza piú speranza e reciproca volontà di ricongiungimento, anche se esse
hanno in comune gran parte delle scaturigini.

5. Le guerre di Palestina.

Nel 44 e. v., morto il re di Giudea Agrippa I, uno dei pochissimi sovrani della
dinastia di Erode che fosse riuscito a farsi amare dai suoi sudditi e correligionari
ebrei, Roma non gli riconobbe un successore; tutta la Palestina divenne cosí
definitivamente territorio romano, e fu sottoposta alla giurisdizione di un
governatore residente in Siria. A partire da questa data, ha inizio in Palestina un
secolo di turbinose e sanguinosissime vicende, i cui contraccolpi incisero
profondamente su tutta l’esistenza del popolo ebraico, e lo indussero a
simultanee insurrezioni specie in quei paesi, come l’Egitto e la Cirenaica, che
contavano popolose colonie di ebrei. I moti di Palestina in particolare
assumevano significato speciale per gli ebrei italiani, i quali si trovavano
all’epicentro da cui partivano le direttive e dove si ripercuotevano gli echi, non
sempre vittoriosi, della repressione romana.
Lungo questo secolo, varie volte il malcontento ebraico in Palestina si
infiammò fino a divenire insurrezione, e due volte l’insurrezione divenne guerra.
Nei primi vent’anni circa, la Palestina restò alla mercè di procuratori romani, che
si dimostrarono implacabili contro tutto quello che toccava il prestigio di Roma,
insensibili alle esigenze della popolazione locale, solleciti a ottenere atti di
riverenza alle effigi imperiali, e personalmente bramosi di rapido arricchimento.
Nel 66 l’insurrezione divenne guerra aperta, trascinandosi per qualche tempo
con alterne vicende. Alla fine, nel 70, le legioni romane, comandate prima da
Vespasiano e dal figlio Tito e, dopo che il primo fu eletto imperatore, soltanto da
Tito, riuscirono ad avere ragione dell’accanita resistenza ebraica. Gerusalemme
fu conquistata, il Tempio di Salomone saccheggiato e dato alle fiamme,
innumerevoli ebrei trucidati e poco meno di centomila trascinati in cattività.
Anche se una sperduta fortezza a strapiombo sul mar Morto, Massada, riuscí a
resistere tre anni ancora e all’ultimo i suoi difensori preferirono darsi la morte
piuttosto che arrendersi, dal 70 la rivolta poteva dirsi domata. Ricchissime
spoglie, in gran parte tratte dal Tempio, e settecento prigionieri – capi, principi e
popolo – andarono ad ornare il solenne trionfo a Roma dei due maggiori artefici
della vittoria. Subito dopo il trionfo, i capi della rivolta vennero decapitati, e
primo tra essi Simon Bar Ghiora, il difensore di Gerusalemme; dei prigionieri,
alcuni furono trucidati nei ludi gladiatori, altri ridotti a schiavi e adibiti a lavori
servili e durissimi, come la costruzione del Colosseo od altri simili monumenti
nelle province italiane. Di lí a poco, Vespasiano erigeva a Roma, a ricordo della
pace, il foro della Pace e collocava nel tempio centrale le suppellettili sacre tolte
da quello di Gerusalemme. Inoltre faceva coniare una moneta nel cui verso le
figure di un legionario romano in armi e di una donna ebrea piangente, divise da
una palma, erano sormontate dalla iscrizione: Judaea capta. Vari anni dopo,
sotto Domiziano, fu eretto a Roma, al culmine della via Sacra, il magnifico arco
di trionfo dedicato a Tito e alla sua vittoria. Nelle pareti interne del fornice, in
due grandi composizioni a rilievo piene di espressività, veniva scolpito
l’ingresso a Roma dei legionari recanti il prezioso bottino del Tempio di
Gerusalemme. In mezzo spiccava il candelabro a sette braccia, che diciannove
secoli dopo diventerà il simbolo del nuovo stato di Israele, esattamente quale si
vede nell’effige dell’arco romano. Dal canto loro, gli ebrei della diaspora fecero
da allora voto a se stessi di non passare mai sotto quell’arco che consideravano
maledetto.
Gerusalemme e il suo santuario giacevano ormai in rovine, ed i romani
avevano proibito agli ebrei di riedificarli; lo spirito di devozione e di
indipendenza che avevano racchiuso, non era andato però distrutto. Non si
trattava di letargo od apatia, ma era piuttosto una pesante oppressione che
soffocava ogni velleità di ripresa. E quando sotto Adriano parve che questo
spirito potesse rivelarsi fuori delle rivendicazioni segrete, l’insurrezione prima e
la guerra poi scoppiarono di nuovo violentissime, sotto la guida di Simon Bar
Kokhbà (132-35). I romani furono ricacciati dalla parte meridionale della
Palestina, Gerusalemme riconquistata, una nuova era di vita indipendente parve
avere inizio. Tre anni durarono il fervore e l’autonomia nazionali; poi, nel 134,
le legioni romane cominciarono a riprendere il sopravvento in tutto il paese,
Gerusalemme fu potentemente investita e costretta alla capitolazione. Ne seguí
in tutto il territorio uno sterminio indescrivibile: mille centri ebraici furono
completamente rasi al suolo e seicentomila individui, fra uomini e donne,
massacrati. Gerusalemme, per tutta la sua estensione, divenne città proibita agli
ebrei, e perfino il suo nome fu cancellato e sostituito con quello romano di Aelia
Capitolina. Riuscí a ricostituirsi un piccolo, venerato centro di studi; ma gli ebrei
sopravvissuti – tanti, forse, quanto quelli trucidati – dovettero prendere nella
quasi totalità le vie dell’esilio, conservando solo nelle proprie preghiere il
ricordo e la nostalgia per quella Gerusalemme che, simulacro spirituale piú che
città terrena, nessuna violenza d’uomo poteva ormai piú distruggere nel loro
cuore.
Durante tutte queste convulsioni, la situazione degli ebrei italiani era divenuta
estremamente delicata. La solidarietà verso i fratelli di fede sconfitti e derelitti
contrastava con l’opportunità di non provocare i romani nella loro stessa patria
con atteggiamenti separatistici o di troppo vivo risentimento. Oltre a questo, vi
era il problema scottante delle decine di migliaia di schiavi palestinesi trascinati
in Italia come preda di guerra, e che erano stati temporaneamente adibiti, da Tito
e da Adriano, in parte ai lavori nella capitale e in parte a quelli in vari centri
dell’Italia meridionale. Il grave timore a loro riguardo era che, una volta liberati
– e lo furono presto per le anzidette difficoltà circa il riposo sabatico e
l’alimentazione –, il loro risentimento potesse istigarli a qualche gesto inconsulto
contro i romani. In una situazione tanto difficile, gli ebrei italiani si imposero
una via di moderatezza e di autocontrollo: dolenti ma composti, racchiusi
strettamente nelle loro pratiche di culto, cercarono per un certo tempo di tenersi
nell’ombra, e contemporaneamente di frenare l’agitazione e l’amarezza dei
nuovi arrivati. E riuscirono nel loro intento.

6. Vicende fino all’avvento di Costantino.

Con la definitiva caduta di Gerusalemme, gli ebrei di tutto il mondo avevano


cessato di essere una nazione privilegiata, ed erano ormai considerati soltanto
come una religione lecita. Ma anche in questo piú limitato campo c’era da
attendersi qualche restrizione. La prima ad essere applicata fu la trasformazione
della tassa di mezzo ciclo, prescritta dalla Toràh e riconosciuta dai romani, che
ogni ebreo doveva versare ogni anno a Gerusalemme per il mantenimento del
Tempio; un obolo, il cui significato simbolico trascendeva di molto il valore
della modestissima moneta che la costituiva, due dracme in denaro romano.
Distrutto il Tempio, cessava la giustificazione del tributo. Ma Vespasiano decise
di conservarlo e ordinò che fosse invece versato al tesoro del tempio di Giove
Capitolino a Roma. Con ciò egli forniva il primo esempio di una tassa levata
sugli ebrei, non con intenti di fiscalità, ma di denigrazione; e, nel corso dei
secoli, gli ebrei italiani dovranno imparare a conoscerne diverse altre. Il nuovo
tipo di tassa fu chiamato fiscus judaicus, e fu percepito come un testatico,
individualmente. Esso portò, in ogni angolo dell’impero, alla compilazione di
liste in cui erano registrati i nomi di tutti gli ebrei che vi erano sottoposti, e che
non potevano esserne cancellati se non facendo abiura dalla loro religione. Non
pochi fra coloro che ancora oscillavano tra ebraismo e cristianesimo, preferirono
dichiararsi apertamente per il secondo, pur di non essere assoggettati a questa
pericolosa registrazione; e parimente parecchi romani che mostravano
propensione per l’ebraismo, ruppero per la medesima ragione ogni patente
legame con esso. Il tributo fu esatto con estremo rigore, specie sotto Domiziano
(81-96), che mise in moto tutta una coorte di delatori e istituí processi contro gli
ebrei riluttanti. Fu solo sotto l’impero del successore Nerva (96-98) che il rigore
si allentò e, per dare una tardiva soddisfazione agli ebrei, fu coniata una moneta
con inciso il motto: Fisci judaici calumnia sublata. Questo non significava
l’abrogazione della tassa, che si continuò a percepire ancora per qualche secolo,
ma solo la applicazione di metodi meno insolenti 9.
Un secondo attentato alle usanze religiose ebraiche fu quello compiuto da
Adriano (117-38) contro la circoncisione. Assimilandola alla evirazione, rito
praticato da alcune sette orientali e che si era andato pericolosamente
diffondendo anche in mezzo ai romani, l’imperatore la proibí. Enorme fu lo
scalpore fra gli ebrei di tutto l’impero per questo divieto che colpiva uno dei
maggiori precetti religiosi, ricordo del patto fra Iddio e Abramo. Ma ancora una
volta il successore Antonino Pio (138-61) considerò opportuno di abrogare il
divieto soltanto riguardo agli ebrei; confermò invece pene gravissime, sia per
quegli ebrei che inducevano non ebrei a circoncidersi, sia per questi ultimi che vi
si sottoponevano 10.
Nei decenni fra le due guerre giudaiche, sono quindi abbastanza scarse le
notizie che ci sono pervenute sulla situazione degli ebrei piú propriamente
d’Italia. Conosciamo con sufficiente approssimazione la condotta politica dei
vari imperatori nei riguardi della popolazione ebraica sparsa nel mondo, ma non
altrettanto si può dire per quanto si riferisce al settore italiano; e non sarebbe
lecito dedurre questa da quella. Infatti, se in varie terre dell’impero, lontane
dall’amministrazione centrale, gli ebrei furono portati non di rado a manifestare
il loro scontento contro la politica dei governatori romani attraverso
insubordinazioni od anche insurrezioni, che poi sfociarono nelle due terribili
guerre sotto Vespasiano ed Adriano, in Italia invece la situazione verso e fra gli
ebrei si mantenne estremamente piú calma. E questo per un duplice ordine di
motivi, la cui importanza e la cui reciproca concatenazione avremo agio di
riscontrare piú volte anche successivamente. Da una parte, qualsiasi editto
repressivo contro gli ebrei emesso in Italia e destinato anche al resto dell’impero,
nella sua applicazione su suolo metropolitano risultava in genere assai piú
temperato di quanto non comportasse la lettera del suo testo; e ciò quasi per una
riluttanza a colpire l’ebreo dell’interno con delle pene tanto eccezionali quanto
opinabili, quali possono essere quelle dettate dalla discriminazione religiosa.
D’altra parte, gli ebrei italiani avevano assimilato dall’ambiente circostante
quell’atteggiamento di dignitoso autocontrollo che, alla comparsa di una
disposizione ad essi contraria, li tratteneva da subite intemperanze, e li faceva
invece sperare in qualche tardiva resipiscenza da parte della autorità legiferante
od esecutiva.
All’infuori dei gravi provvedimenti accennati, non si può dire che la
legislazione romana fosse sistematicamente ostile agli ebrei, nonostante la poca
arrendevolezza che questi mostravano per ogni provvedimento che essi
consideravano menomasse la loro vita religiosa; vita religiosa che, per gli ebrei,
implica non piccola parte della loro vita civile. Alla base della legislazione
romana restavano sempre i privilegi di Cesare e di Augusto, e perfino nella
questione tanto delicata del culto all’imperatore, a partire da Claudio, gli ebrei
furono dispensati dall’introdurre nelle loro sinagoghe le immagini imperiali. Gli
stessi Vespasiano e Tito, vincitori, confermarono agli ebrei i loro privilegi
religiosi. Con Domiziano, invece, nemico di tutti i culti orientali, anche gli ebrei
italiani furono assoggettati ad azioni di forza, che portarono con sé vittime e
devastazioni. Fra gli altri, l’imperatore fece giustiziare suo cugino, il console
Flavio Clemente, accusandolo di ateismo – sotto il cui nome si celava
probabilmente una adesione all’ebraismo – e fece relegare all’isola di Ventotene
la di lui moglie Flavia Domitilla. Probabilmente fu per stornare nuove
persecuzioni, che in questo periodo si mosse dalla Palestina verso Roma una
missione di quattro sapienti capeggiata dal patriarca Gamaliel II. Il mite Nerva
tornò a proteggere gli ebrei, mentre Traiano (97-117) fu draconiano nella
repressione di una delle ricorrenti rivolte ebraiche, scoppiata
contemporaneamente in Palestina, in Egitto e in Cirenaica. Adriano, oltre a voler
innalzare un tempio pagano nello stesso recinto su cui già si ergeva il Tempio di
Salomone e a vietare la circoncisione, dopo aver sterminato l’ebraismo in
Palestina si applicò ad estendere la sua opera di annientamento anche agli altri
centri ebraici, sopprimendo tutti i loro privilegi ed interdicendo ogni atto di
culto. Antonino Pio, nonostante le agitazioni ebraiche che continuarono a
verificarsi anche sotto il suo regno, si mostrò piú conciliante e restaurò i benefici
soppressi 11.
Sotto il governo di quest’ultimo Cesare, l’impero romano era giunto
all’apogeo della sua grandezza: a un consolidamento territoriale che appariva
incrollabile in ogni sua piú remota conquista, a un equilibrio nei suoi
ordinamenti politici e sociali che poteva considerarsi stabile ed efficiente, a un
benessere economico che pareva dovesse soddisfare tutti i cittadini e i sudditi
dell’impero. Un lungo periodo di pace sembrava riservato alla dinastia degli
Antonini. Invece era la piena maturità che prelude a un lento ma inevitabile
declino, era il potere centrale costretto a cedere laboriosamente da una parte alle
rivolte delle popolazioni assoggettate e a quelle che premevano ai confini, e
dall’altra alla indisciplina e all’ingordigia del proprio stesso esercito. Gli ebrei
della diaspora, che già avevano strenuamente lottato per le loro rivendicazioni
quando la stella di Roma volgeva verso lo zenit, ora che ne discendeva, stanchi,
si tenevano lontani dalla scena e attendevano che fossero estesi pure a loro quei
maggiori riconoscimenti, che progressivamente venivano elargiti a tutte le genti
dell’impero. Il piú segnalato fra questi riconoscimenti fu la piena equiparazione
giuridica di cui anche gli ebrei potettero godere, in grazia del famoso editto di
Caracalla del 212 che concedeva la cittadinanza romana a tutti gli uomini liberi
dell’impero. Questi anni di maggiore calma per gli ebrei sono naturalmente
quelli che offrono meno notizie su di essi.
In quest’epoca di incipiente crisi dell’impero romano, e poi durante il secolo e
mezzo in cui la decadenza si andò sempre piú accentuando – salvo la grande
ripresa sotto Diocleziano –, per culminare poi nel 313 con la caduta dell’impero
pagano di Roma, l’esistenza dell’aggregato ebraico in Italia fu una delle piú
quiete che abbia registrato la sua permanenza quivi, e perciò una delle piú
silenziose. Le sue sventure furono quelle che colpivano tutta la popolazione
indistintamente: epidemie, incendi e spese militari; e siccome questi flagelli, a
piú riprese e in piú luoghi, decimarono come numero e immiserirono come
saldezza la popolazione italiana, e il retrocedere della situazione economica e
sociale non invogliavano a riacquistare le posizioni perdute, cosí anche la
colonia ebraica fu verosimilmente coinvolta nel generale regresso demografico
ed economico.
Un editto di Settimio Severo del 204 proibí sotto rigidissime pene la
conversione di pagani all’ebraismo e al cristianesimo, pur lasciando a coloro che
erano nati ebrei il pieno godimento dei loro privilegi. Costoro, anzi, avevano il
diritto e il dovere di ottenere pubblici uffici, nei limiti che l’esercizio di questi
uffici non li portasse a contravvenire alle proprie convinzioni religiose con atti di
devozione all’immagine del sovrano. Il divieto contenuto nell’editto di Settimio
Severo, per tutto il tempo – lungo o breve, non sappiamo – in cui ebbe vigore,
era evidentemente diretto piú contro la nuova religione monoteistica che non
contro la vecchia. Infatti dalla fine del secondo secolo ai primissimi anni del
quarto, il grande nemico interno degli imperatori romani era il cristianesimo con
la sua prodigiosa espansione; non l’ebraismo il quale, se nei secoli a cavaliere
della nuova era aveva sviluppato una forte e fruttuosa azione di proselitismo,
dopo le leggi vessatorie di Domiziano e di Adriano aveva sperimentato come
fossero insicure le nuove reclute, e aveva quindi posto un freno alla propria
espansione religiosa. Quasi per bilanciare la loro intransigenza contro i cristiani,
gli imperatori non lesinarono manifestazioni di favoritismo verso gli ebrei.
Caracalla (211-17) tenne a ribadire l’antica carta di privilegi, e Alessandro
Severo (222-35) fu talmente favorevole ad essi, che fu soprannominato per
ironia l’Arcisinagogo; in suo onore venne intitolata a Roma una sinagoga, che si
diceva contenesse uno dei rotoli della Toràh portati da Gerusalemme al tempo di
Tito. E inoltre si diceva anche che Alessandro Severo, non oppressivo nemmeno
con i cristiani, avesse collocato nel suo larario le statue di Abramo e di Gesú
vicino a quella di Orfeo: storia che può essere non vera, ma che non presenta
nulla di inverosimile 12.
L’Italia del terzo secolo era infatti divenuta, in conseguenza del variegato
cosmopolitismo della sua popolazione, teatro di una estrema commistione
religiosa, molto prossima a una vera confusione. Accanto al culto ormai radicato
verso l’imperatore, si era venuto introducendo tutto un assortimento di nuovi
culti orientali di origine siriaca protetti dalla dinastia dei Severi, ed ultimissimo a
ricevere il sigillo imperiale era stato il culto del Sole. Anche se nessuno di questi
culti era riuscito a prevalere sull’altro, essi però si erano sovrapposti l’uno
sull’altro ed avevano sommerso il classico culto politeistico romano. D’altro
lato, avevano portato ancor piú alla ribalta altri culti, come l’ebraico e il
cristiano, che insegnavano una teologia monoteistica e una moralità elevata, e
praticavano un cerimoniale molto piú vivo che non il vecchio e frigido culto
romano.
In mezzo a un mondo romano politicamente e socialmente scosso, in mezzo a
bassi ed alti ceti della popolazione che, messe in disparte le vecchie divinità
vacillanti, cercavano un appagamento spirituale in nuove credenze religiose e
nella promessa di una giustizia terrena e di una remunerazione ultraterrena
ispirate a qualche nuova teodicea, vari erano i sistemi teologici che avevano gli
attributi per conquistare un ruolo predominante. Fra essi era in lizza anche
l’ebraismo; ma il trionfo spettò al cristianesimo. Se si raffrontano le due
religioni, è vero che la seconda derivò dall’ebraismo l’essenza dei principî
religiosi ed etici di esso e parte della disciplina giuridica; ma poi, quando il
cristianesimo si determinò a penetrare a fondo nella compagine dell’impero
romano, seppe mostrarsi assai piú flessibile e comprensivo del suo prototipo. Il
folgorante successo del cristianesimo fu dovuto all’aver presentato il proprio
credo religioso in forme piú semplici e piú adatte tanto alla mentalità quanto alle
condizioni sociali della nuova gente sollecitata ad accettarlo; all’aver saputo
introdurre nel corpo dei propri articoli di fede e del proprio cerimoniale elementi
cari alla popolazione pagana, eliminando molti dei precetti rituali ebraici piú
ostici, e in particolare la circoncisione; al potere di infiammazione che il
cristianesimo seppe suscitare fra i propri fedeli specialmente del basso ceto; alla
sua attiva propaganda, e infine al suo esclusivismo verso le altre religioni e verso
le deviazioni che si manifestavano nella propria. Dopo fiere persecuzioni, il
cristianesimo ebbe nel 313, ad opera di Costantino, il suggello di religione
preminente dello stato, professata dallo stesso sovrano. Con l’assurgere a questa
posizione ufficiale, il cristianesimo non solo concludeva la storia dell’impero
romano pagano, ma apriva un’era del tutto nuova anche per gli ebrei che si
trovavano nelle terre in cui esso era divenuto dominante.

7. Distribuzione geografica e attività.

La modesta origine degli ebrei italiani (schiavi liberati e piccoli mercanti o


artigiani) e la particolarità insita nell’ordinamento romano di non permettere il
passaggio da una classe sociale a una piú elevata (specie per un ebreo, cui i
doveri religiosi imponevano interdizioni non sempre consentanee con un pieno
esercizio dei diritti civili e politici) furono le due cause determinanti per cui la
colonia ebraica, inseritasi originariamente nella compagine romana fra la plebe,
e in mezzo ad essa nel gradino economicamente piú basso del proletariato, vi
rimase imbrigliata per lunghissimo periodo. E come ogni plebe che, salvo in
momenti di particolare agitazione, non racconta nulla di sé, cosí anche quella
ebraica si presenta muta su tutto quel che la riguardava, salvo che su un punto: e
cioè sulla sua vita religiosa, di cui tratteremo nella seconda parte di questo
volume, quando discorreremo delle catacombe.
Se nella sola Roma, nel primo secolo dell’impero, la popolazione ebraica
sommava a trenta o quarantamila individui, in tutta Italia doveva aggirarsi sui
sessantamila; e i presunti ventimila ebrei al di fuori di Roma erano concentrati
per la maggior parte nell’Italia meridionale. Ciò significa che, pur nei dubbi che
si hanno sull’ammontare totale della popolazione italiana del tempo, la parte
ebraica vi doveva contare per circa il mezzo per cento.
A Roma, il primo quartiere occupato dagli ebrei fu Trastevere, specie lungo il
fiume, nonché l’isola Tiberina, al cui ponte Cestio o Quattro Capi fu dato piú
tardi il nome significativo di pons Judaeorum. Ambedue le zone, che
albergavano gente di basso rango, erano periodicamente afflitte dagli
straripamenti del Tevere: una iattura di cui gli ebrei romani dovranno soffrire
fino all’alba dei giorni nostri, anche se il loro quartiere cambiò piú tardi di
sponda del fiume. Altri raggruppamenti ebraici si vennero fissando con il tempo
a porta Capena alle pendici del Celio, nel Campo Marzio e nella Suburra presso
l’Esquilino. Quanto alle occupazioni di questa gente, esse dovevano essere
talmente modeste che non veniva stimato neanche degno di ricordarle nelle loro
epigrafi tombali, dove tutto l’accento è posto sulle benemerenze del defunto
verso la propria famiglia e sulla sua pietà religiosa. Si ha notizia di qualche
modesto banchiere, di un mimo favorito di Nerone, di un’attrice ai tempi di
Marco Aurelio, di un pittore e, piú in basso, di macellai, di sarti, di fabbricanti di
tende e di calce; i romani si indirizzavano alle donne ebree per farsi predire il
futuro e per procurarsi filtri amorosi. Ma, cosí come lo possediamo, è un
vocabolario di mestieri che si deve considerare del tutto muto, e che invece, per
via di ipotesi, si potrebbe riempire con l’elenco di tutte quelle minute
occupazioni a cui può dedicarsi una accolta di piccoli commercianti, di artigiani
e di operai. In questo elenco, un’appendice non indifferente doveva essere poi
riservata ai disoccupati ed ai totalmente indigenti. Al riguardo, il poeta
Giovenale si mostra indignato di essersi dovuto aggirare, nei pressi di porta
Capena, fra una accozzaglia di mendicanti ebrei, la cui unica proprietà
consisteva in una cesta e in un po’ di paglia. Lo strano è invece che, fra tutte le
iscrizioni tombali, non una volta è fatta menzione di schiavi o di liberti ebrei,
nonostante che, all’inizio, molti fossero passati attraverso quello stadio. Detto
questo, non si vuole escludere che qualche ebreo non fosse riuscito a
raggiungere una certa agiatezza. Alcuni dei sepolcri che si conservano nelle
catacombe, con le loro decorazioni ricercate, ne sono una testimonianza, anche
se non offrono, attraverso le iscrizioni, la piú piccola chiave di quelle che fossero
le occupazioni e le professioni di questi ebrei benestanti. Va anche tenuto
presente che, né i mezzi patrimoniali né la posizione sociale di questi ebrei piú
fortunati dovettero essere di eccezionale rilievo, perché non avrebbero potuto
mancare di essere volte in satira dagli scrittori romani, che invece si dovettero
contentare di spunti ebraici assai meno consistenti. L’impressione generale che,
quindi, si ha degli ebrei romani di questo periodo, è che costituivano una
congrega numerosa sí, ma quieta e modesta di «fedeli di Dio» 13.
Se da Roma si passa al resto dell’Italia, la nebulosità avvolge non solo il
genere delle occupazioni degli ebrei, ma i dati stessi della loro ubicazione. Nei
dintorni immediati di Roma, se è da prestar fede allo scoliaste di Giovenale, gli
ebrei espulsi dalla capitale per ordine di Claudio si rifugiarono ad Ariccia. Ma la
presenza di cosí ingente massa di ebrei ad Ariccia, ammesso che vi sia stata,
dovette essere di assai breve durata. Piú stabile e meglio organizzata fu invece la
dimora nelle città portuali, e specialmente in quelle attraverso le quali Roma
svolgeva i suoi maggiori commerci e i suoi approvvigionamenti. Ostia innanzi
tutto, che nei primi decenni della nostra era stava rapidamente assumendo il
ruolo di scalo di tutte le merci e derrate provenienti dalle province romane
d’Occidente e d’Africa destinate all’approvvigionamento dell’urbe, ed era luogo
d’approdo dei viaggiatori diretti a Roma, e porto militare dell’impero. Quivi si
era finora supposto che gli ebrei fossero abbastanza numerosi, tanto da
organizzarsi in una comunità; la supposizione traeva motivo da una lapide
rinvenuta a dieci chilometri di distanza, a Castel Porziano, dove soggiornava
nella prima metà del secondo secolo una famiglia ebraica, al cui capo la
comunità ebraica di Ostia aveva donato per riconoscenza un tratto di terreno per
costruirvisi un monumento sepolcrale. Negli ultimi tempi la supposizione non
solo ha acquistato il valore di certezza, ma ha ampliato di molto i suoi termini
con la scoperta di una bella sinagoga, di cui sarà detto piú a lungo nella seconda
parte di questo volume. È auspicabile che una sistematica esplorazione del
precinto della sinagoga ostiense accresca le limitatissime conoscenze che si
hanno sulla vita religiosa, sociale ed economica degli ebrei dell’età romana. Non
molto distante da questa sinagoga, e precisamente sulla foce del Tevere, la
cittadina di Porto, costruita da Claudio e ampliata da Traiano, per assorbire nella
sua rada l’eccesso del traffico marittimo diretto a Roma, attirò vari ebrei, come
ne conserva testimonianza il cimitero ebraico ivi rinvenuto. Ma è dubbio che
anche qui gli ebrei si siano organizzati in comunità autonoma come a Ostia, e
non si siano invece mantenuti aggregati alla comunità di Roma, da cui con
probabilità erano originari 14.
Prima che Ostia e poi Porto assurgessero a maggiori scali militari e
commerciali dell’impero, a sud di Roma il porto meglio attrezzato per accogliere
viaggiatori e merci dall’Oriente era Pozzuoli. Qui, fin dal 4 a. e. v. si ha notizia
di una fiorente colonia ebraica, e questa notizia è confermata piú tardi dalla
testimonianza dell’apostolo Paolo che la visitò nel 60, da quella di alcuni messi
dalla Palestina che vi furono nel 96, nonché da alcune iscrizioni tombali. Altro
luogo della Campania, in cui gli ebrei si soffermarono per tempo, fu Pompei;
città che ospitava numerosi greci, egiziani ed orientali, e che si valeva di un
porto, di importanza inferiore a quello di Pozzuoli, ma sempre di notevole
traffico. Qualche graffito murale e qualche iscrizione sono testimonianze di
questa presenza di ebrei nella città che il Vesuvio spense nel 79. Inoltre, sempre
nella Campania, tracce ebraiche si rinvengono a Bacoli vicino a Pozzuoli; una
tomba fu eretta a Marano, nei dintorni di Napoli, all’epoca di Claudio o di
Nerone, da una donna di Gerusalemme, prigioniera; ebrei esistevano in certo
numero a Capua, ed erano riuniti in una comunità; ed altri infine, in data non
troppo precisabile, soggiornarono a Napoli, a Salerno e a Fondi vicino a
Terracina 15.
L’antichità di costituzione delle comunità ebraiche delle altre regioni
dell’Italia meridionale è posta in risalto, principalmente, da una tradizione locale
tramandata da secolo a secolo e ancor viva un millennio dopo. Nel libro di
Josippon, composto nel decimo secolo e su cui dovremo ritornare, è raccontato
che l’insediamento degli ebrei in Puglia aveva avuto origine dai novantamila
ebrei che Tito aveva condotti con sé prigionieri, cinquemila dei quali aveva
obbligato a stabilirsi a Taranto, a Otranto ed in altre città della Puglia. Non
discutiamo le cifre; quello che è certo è che, nell’undicesimo secolo, il cronista
Achimaaz, sul quale parimente ritorneremo, affermava che il nucleo esistente a
Oria – sua patria, vicino a Brindisi – discendeva dai prigionieri che Tito aveva
condotti da Gerusalemme. Questa tradizione, che avvolge le origini degli ebrei
dell’Italia meridionale quasi in un manto di duplice nobiltà, in quanto riconosce
ad essi il privilegio sia di una provenienza diretta dalla Terrasanta sia di una
remota residenza in Italia, probabilmente deve ritenersi inesatta per difetto. È
presumibile che, piú che prigionieri, fossero commercianti ebrei i primi a
prender dimora in Basilicata, in Calabria, e specialmente in Puglia, con i suoi
porti affacciati sulla Grecia e sull’Oriente. Ed è pure presumibile che questo
primo stanziamento ebraico, per quanto limitato, abbia avuto origine prima
ancora di quanto supposto dallo Josippon o da Achimaaz, e cioè anteriormente
alla distruzione dello stato ebraico. Tutto questo si dovrebbe poter affermare,
anche se memorie epigrafiche o di altra fonte ineccepibile ancora non
convalidano l’asserto. Infatti, le varie iscrizioni tombali rinvenute a Bari,
Taranto ed Otranto; senza parlare di quelle di Venosa, possono essere ricondotte
al terzo o, tutt’al piú, al secondo secolo della nostra era, mentre una iscrizione
della prima metà del quarto secolo attesterebbe l’esistenza di una sinagoga a
Reggio Calabria 16.
Oltre lo stretto, la piú antica epigrafe ebraica di data certa è del 383 e
proviene da Catania, ed altre di data non definibile da Siracusa e da Agrigento;
ma queste non devono essere considerate che tarde testimonianze di una
esistenza certamente piú remota, la quale, prima ancora del passaggio dell’era,
aveva visto fiorire il celebre retore ebreo Cecilio di Calatte, e nell’intervallo non
ebbe mai ad esaurirsi di elementi ebraici. In particolare a Siracusa, alla metà del
terzo secolo, il vescovo Marciano lottò vivacemente per conquistare alla
religione cristiana il grosso nucleo di ebrei che si trovava nella città. Completa
infine questo quadro la già ricordata deportazione in massa verso la Sardegna dei
quattromila giovani ebrei con la loro oscura sorte. Nell’Italia superiore invece
tracce epigrafiche riguardanti ebrei sono state ritrovate a Civitavecchia, Ferrara,
Brescia, Concordia, Milano, Pola ed Aquileia, ma è assai dubbio che qualcuna di
esse possa essere portata entro i primi tre secoli della nostra era 17.
Riassumendo, le memorie concrete che si hanno sugli ebrei a Roma e questi
pallidissimi segni che sono rimasti della loro esistenza nel resto d’Italia
mostrano che durante tutto il tempo della repubblica, la gran maggioranza degli
ebrei era concentrata a Roma. Poi, durante l’impero, per motivi di commercio,
per temporanee espulsioni da Roma, e piú ancora perché deportati per lavori
servili, parecchi ebrei si fissarono anche in altre località specialmente dell’Italia
meridionale. Nei limiti di una libertà di scelta, gli ebrei non si indirizzarono
verso quelle piccole città o quei centri agricoli, che avevano una popolazione
romana omogenea, con la quale, ad essi da non molto venuti in Italia, non era
troppo facile la convivenza. Preferirono invece quelle località abitate da un
elemento piú cosmopolita, nelle quali si svolgevano intensi traffici commerciali.
Città dotate di grandi porti erano certamente le piú rispondenti a queste esigenze,
ed infatti, come abbiamo visto, nei primissimi secoli dell’impero si ritrovano
ebrei, piú che altrove, negli empori marittimi di Ostia, di Porto, di Pozzuoli, di
Pompei, di Taranto e di Otranto, per non ricordare che quelli di cui si ha notizia
piú sicura. Qui non pochi ebrei dovevano occuparsi di commerci transmarini
specialmente in generi commestibili, e non è improbabile che a qualcuno abbia
arriso un successo finanziario e forse sociale maggiore di quello di cui non pare
abbiano troppo beneficiato gli ebrei della capitale.

8. Produzione letteraria.

Se la grande massa della colonia ebraica viveva lontana dai gangli motori del
governo romano, assai diversa era la posizione di tutta quella costellazione di re
e principotti asmonei e idumei, alcuni dei quali di dubbio sangue ebraico, che
viveva entro l’orbita della reggia e della nobiltà romana, ansiosa di captarne luce
e protezione, e sprezzante di ogni contatto con il popolino ebraico. Erode il
grande, nominato re di Giudea (37-4 a. e. v.) dal senato romano, tanto sagace
quanto cruento, soggiornò per vari tratti di tempo a Roma, e seppe conquistarsi a
tal punto la stima di Augusto, che si dice che questi lo preferisse come amico a
chiunque altro. Berenice, vedova di Aristobulo figlio di Erode e una delle vittime
paterne, visse a Roma nell’ambiente di corte insieme col figlio Agrippa, fino a
che questi fu riconosciuto, dal suo protettore Caligola, re di Giudea (38-44 e. v.).
Ugualmente fu educato a Roma alla corte di Claudio, il figlio Agrippa II, che,
durante la rivolta ebraica, rimase a fianco dei romani, facendo sforzi per indurre
gli ebrei di Palestina a trattare la pace; caduta Gerusalemme, gli fu dato lo scettro
di monarca di parte del Libano. Sua sorella, anch’essa Berenice di nome, fu la
favorita di Tito, e non ebbe ritegno di seguire a Roma il suo imperiale signore
anche dopo la rotta ebraica, fino a che, a voce di popolo, Tito non fu costretto ad
abbandonarla. Contemporaneamente, vari altri membri della famiglia di Erode
soggiornarono a Roma, menando vita dispendiosa e dissipata, che a piú riprese
suscitò contro di loro malevolenze da parte dei romani e disprezzo da parte degli
ebrei 18.
Ma la corte dei Flavi doveva, in questo medesimo periodo, servire di ricetto a
ben altra personalità. Era questi Josef figlio di Mattatià, appartenente a nobile
famiglia sacerdotale di Palestina. Inviato giovanissimo a Roma, nel 64 e. v., a
perorare presso Nerone la causa di alcuni sacerdoti ebrei sottoposti a giudizio, vi
ebbe successo. Ma nello stesso tempo rimase vinto dalla maestosità dell’urbe e
dalle sue istituzioni, e si persuase dell’inanità di ogni tentativo di ribellione
contro i romani da parte del suo popolo. Tornato in patria e scoppiata la rivolta,
vi prese però parte direttiva, tanto da essere nominato capo delle milizie ebraiche
in Galilea. Come tale, difese per pochi mesi dagli assalti dei romani il territorio a
lui affidato; ma senza eccessiva gagliardia. Poi passò sotto la bandiera romana e
vi rimase durante tutto il resto della guerra, assolvendo funzioni di interprete e
tentando fra l’altro di persuadere alla resa i difensori di Gerusalemme. Predisse a
Vespasiano, contro ogni verosimiglianza, l’accessione al trono, e quando questa
si verificò, ne fu rimeritato con l’essere condotto a Roma e con l’essere ospitato
nel palazzo imperiale. Dal canto suo assunse, per gratitudine verso i suoi
protettori, il nome di Giuseppe Flavio.
Visse a Roma per altri trent’anni circa, di cui i primi dieci ospite a corte. In
questo decennio, pur nell’ostracismo datogli dai suoi correligionari, prese a
scrivere una serie di grandi opere storiche, nelle quali tentò di conciliare
l’assunto inconciliabile di spiegare da un lato il giudaismo ai romani, e dall’altro
di giustificare agli occhi degli ebrei la distruzione del Tempio di Gerusalemme
da parte dei romani. Servile nella sua prima opera scritta per diretta commissione
imperiale, La guerra ebraica, piú indipendente nella seconda, Le antichità
ebraiche, che illustra la storia degli ebrei dagli inizi ai suoi tempi, ambizioso
sempre e quindi difettoso di obiettività storica per tutto quanto potesse
concernere il suo ambiguo operato, egli ha lasciato comunque un complesso di
opere, che sono preziose per la conoscenza degli avvenimenti cruciali verificatisi
ai suoi tempi, e che hanno avuto fino ai giorni nostri una diffusione, specie tra i
gentili, quale poche altre opere hanno goduto. In vecchiaia scrisse un altro
volume, Contro Apione, che è una vigorosa apologia della legge, della moralità e
della cultura ebraiche contro le denigrazioni di alcuni scrittori egiziani e greci.
Una fama poggiata su basi del tutto differenti era quella che si era acquistata
piú di un secolo prima Cecilio da Calatte in Sicilia, un ebreo greco – o forse un
proselita –, che era stato emancipato dalla schiavitú, e che visse a Roma
nell’ultimo cinquantennio prima dell’era volgare. Egli scrisse in greco famose
opere di retorica, di storia e di critica letteraria, oggi note poco piú che nei titoli e
per le lodi dei suoi contemporanei. Nonostante egli vivesse, scrivesse e
insegnasse a Roma, il suo nome appartiene piú che alla storia della letteratura
latina, a quella greca. Ma quivi il suo posto è tra i retori e gli studiosi piú robusti
e piú apprezzati del suo tempo, assai prossimo a quello di Dioniso di
Alicarnasso, di cui era amico 19.
In fondo, il caratteristico è che sia Cecilio da Calatte nell’età augustea, sia
Giuseppe in quella dei Flavi, appaiono come due fenomeni isolati, non espressi
direttamente dal seno della colonia ebraica romana. Ma oltre che nel campo
letterario, si può dire che la colonia ebraica non sia stata capace di esprimere
delle personalità superiori neanche nel campo dei propri studi religiosi e della
direzione spirituale. A questa deficienza, dovuta in gran parte ai suoi elementi
piuttosto modesti, la comunità suppliva sollecitando temporaneamente i consigli
ed i servizi di alcuni fra i piú famosi dotti di Palestina, che venivano a piú riprese
a Roma come messi del patriarca e del sinedrio, per tentar di stornare alla fonte
qualche nuovo pericolo che in Palestina si percepiva incombente. Fra gli altri
sono ricordati i due rabbini palestinesi Simon ben Jochài ed Eliezer ben Josè, che
giunsero al tempo dell’imperatore Antonino Pio per indurlo ad assumere un
atteggiamento benevolo verso gli ebrei; ed è principalmente ricordato il rabbino
Mattatià ben Cheresh, che inviato a Roma poco dopo le persecuzioni di Adriano,
una volta terminata la sua missione, finí per stabilirvisi. A lui fu affidata la
direzione di un’accademia di alti studi e della corte rabbinica, che acquistarono,
sua mercè, una notevole reputazione; infatti la scuola tannaitica che egli dirigeva
a Roma fu l’unica ad esistere nel mondo ebraico, al di fuori di quelle di Palestina
e di Babilonia. Sempre a Roma, viveva in questo periodo il rabbino predicatore
Theudas, il quale ha legato il suo nome all’uso introdotto fra gli ebrei romani di
mangiare la sera di Pasqua l’agnello arrosto a ricordo dell’agnello sacrificato a
Gerusalemme, e l’altro uso di versare alle scuole del posto l’obolo che non
poteva essere piú spedito in Palestina. Quale poi fosse la situazione intellettuale
e religiosa delle altre comunità italiane, all’infuori di Roma, non sappiamo, salvo
che anch’esse ricevettero sporadicamente la visita di qualche dottore o inviato
dalla Palestina. Nel complesso, è lecito pensare che, fra tutte, si siano mantenute
custodi della tradizione ebraica, senza eccessivi approfondimenti ed anzi con
varie concessioni all’ambiente circostante 20.

9. Gli ebrei nella letteratura romana. Proselitismo

Se è vero che i letterati sono capaci di esprimere con tornitura di concetto e


forbitezza di parola quelli che sono i sentimenti e i giudizi dominanti, la
letteratura romana offre vari esempi di quello che era l’animo della popolazione
gentile nei riguardi degli ebrei. Soltanto che i letterati romani si mostrano,
intorno a questo argomento, di non eccessiva sensibilità, perché, ogni qualvolta
vi accennano, è con una sconcertante superficialità e con un tono, che quando
pretende di essere satirico, è il piú delle volte soltanto scurrile. Evidentemente le
opere apologetiche a favore dell’ebraismo di Giuseppe Flavio e di Filone
d’Alessandria o avevano scarsa diffusione o trovavano scarso credito presso
l’intellettualità romana.
A cominciare dal tollerante e bene informato Augusto, è curioso che anche
lui, quando scrive degli ebrei, esca nella sorprendente asserzione che si tratta di
gente abituata a digiunare il sabato. Quanto a Seneca, ciò che egli sa dire sui loro
costumi, è che si astenevano dell’accendere le lampade di sabato, non senza però
riconoscere che le pratiche della religione ebraica si erano al suo tempo talmente
diffuse, da essere accolte «da tutto l’universo»; si dichiara in particolare
contrario al giorno settimanale di riposo, il sabato, perché lasciava l’uomo
ozioso per un settimo della sua vita. A Marziale consta che gli ebrei praticavano
la circoncisione, e, sullo stesso tono di Orazio e di Catullo che pure accennano
all’argomento, si fa beffa di questo che dagli ebrei è considerato un «segno di
elezione». Orazio considera inoltre gli ebrei dei creduloni e dei superstiziosi,
mentre Ovidio e Persio non sanno accozzare contro di essi che delle mordaci
banalità. Giovenale sostiene che adoravano le nubi e il nume del cielo e che la
loro bravura massima consisteva nell’interpretare i sogni. Dal canto suo, il dotto
Plinio il Vecchio sostiene che era lecito agli ebrei mangiare pesci senza scaglie,
affermando cosí esattamente l’inverso di ciò che prescrive la Bibbia. Lo stesso
veridicissimo Tacito, quando discorre delle origini e delle vicende degli ebrei,
non si perita di intessere delle fantasie degne di un favoleggiatore, dicendoli
progenie di lebbrosi, e asserendo che adoravano nel loro Tempio l’immagine di
un asino, a cui immolavano tori e montoni, per dileggio verso le divinità
egiziane. Circa la loro natura, egli poi li definisce odiatori del genere umano ed
estremamente lussuriosi; per essi diventa profano quello che per i romani è
sacro. In fondo, colui che riassume meglio la valutazione che il mondo romano
dava dell’ebraismo, è Cicerone che dichiara trattarsi di «una barbara
superstizione» 21.
Queste sono le caratteristiche testimonianze di chi, a Roma e in Italia, aveva
continue occasioni di avvicinare gli ebrei e che avrebbe dovuto avere un metro
di giudizio piú raffinato del volgo profano. Del resto, l’atteggiamento del
gentilesimo romano nei riguardi degli ebrei discendeva da un misto di vari
sentimenti: da un senso di distacco da questa gente, che veniva considerata atea
perché non venerava le divinità romane, e quindi – se non tenuta sotto controllo
– era reputata suscettibile di minare le fondamenta della struttura politico-
religiosa dello stato romano; da un senso di malsopportazione per il separatismo
della loro vita; da una certa curiosità per i loro riti e per i loro costumi, che però
restava paga di interpretazioni cervellotiche; e infine da una incomprensione
quasi deliberata per l’essenza della loro religione. Tutto questo però, né generava
odio né degenerava in reazione, anche per un rispetto alla protezione legalistica
accordata agli ebrei. Rendeva solo impossibile una completa fusione sociale, che
del resto non era ricercata né da una parte né dall’altra.
Se i precetti relativi alla circoncisione ed alcuni riguardanti l’alimentazione –
come il divieto di cibarsi di maiale ed in genere di carne non mattata ritualmente
– repellevano alla mentalità di ogni romano, vi erano però altre manifestazioni
della religiosità ebraica che non mancavano di suscitare un certo fascino su chi
aveva occasione di avvicinarsi un po’ di piú al mondo ebraico. Queste
manifestazioni erano principalmente la credenza in un Dio unico e non
rappresentabile, la devozione a ogni parola di un libro ritenuto di ispirazione
divina, l’universalismo della legge mosaica in contrasto con il particolarismo di
altri corpi di legge, l’astensione completa dal lavoro in un giorno della settimana
e, non ultimo, la solidità morale della vita ebraica, che aveva una delle sue
espressioni piú cristalline nella compattezza del nucleo familiare. E siccome, in
sostanza, presso i romani la sollecitazione era piú verso la conoscenza di
pratiche che non di concetti, piú informativa che non inquisitiva, si comprende
come agisse maggiormente sull’elemento femminile della popolazione romana,
o per lo meno penetrasse l’austerità dell’elemento maschile attraverso
l’entusiasmo delle donne.
L’azione di proselitismo ebraica, che stava traversando un periodo di
marcatissimo successo in alcuni paesi dell’impero – e specialmente in quelli del
Mediterraneo orientale, dove il numero dei fedeli all’ebraismo giunse a contare,
nel primo secolo della nostra era, un decimo e forse piú di tutta la popolazione
residente –, fu naturalmente assai piú contenuta nel territorio metropolitano.
Anche qui, come altrove, gli ebrei distinguevano fra due categorie di proseliti: la
prima comprendeva quelli che, essendosi sottoposti a tutti i comandamenti della
legge ebraica e primo fra tutti alla circoncisione, venivano considerati come
membri di pieno diritto della società ebraica, senza alcuna distinzione da quelli
che vi appartenevano per nascita; la seconda, invece, quelli che erano considerati
soltanto dei simpatizzanti, perché, pur avendo ripudiato la religione pagana ed
accolto quella monoteistica ebraica, e pur avendo adottato alcuni dei principî del
codice morale ebraico, non ritenevano di sottoporsi alla circoncisione e di far
proprie tutte le pratiche del rituale. Questi ultimi erano conosciuti con il nome di
«tementi di Dio» (metuentes in latino, e sebòmenoi in greco), ossia di persone
che riverivano un solo Dio. È particolarmente contro questi semiproseliti –
elemento ai margini religiosi e quindi di trattamento giuridico-civile non
chiaramente definibile –, che si appuntarono i dardi legislativi di Domiziano e di
Settimio Severo 22.
È difficile rendersi conto della misura delle conversioni ottenute dagli ebrei in
mezzo alla cittadinanza italiana; ne fanno qualche accenno gli scrittori romani –
Seneca e Giovenale piú degli altri –, come è ovvio, per deprecarla. Abbiamo
visto che la storia dei rapporti degli ebrei con l’Italia si aprí con un tentativo
clamoroso per quanto oscurissimo di proselitismo; piú tardi sotto Tiberio passò
all’ebraismo Fulvia, la moglie del senatore Saturnino; sotto Domiziano, il cugino
di lui Flavio Clemente con la moglie: ma, come già accennato, mala sorte colse
ad ambedue; Poppea, la seconda moglie di Nerone, mostrò una particolare
predilezione verso l’ebraismo, fatto di cui, con tale donna, gli ebrei romani forse
non si compiacquero troppo. Ma piú che negli alti ceti, l’adesione alle credenze
ebraiche fu diffusa in quelli inferiori, piú spregiudicati e meno vincolati al culto
dominante, esattamente come si verificherà non molto appresso per il
cristianesimo. Nelle iscrizioni catacombali ricorre non di rado la qualifica di
«proselite», fatto che sta a denotare che, nei cimiteri, non si faceva alcuna
distinzione fra ebrei di vecchia e di nuova estrazione; è dubbio invece se vi si
ammettessero i simpatizzanti all’ebraismo. Vi è poi da aggiungere che durante le
grandi persecuzioni anticristiane, anche non pochi cristiani passarono o
ritornarono alla piú antica fede monoteistica, sotto cui trovavano una maggiore
protezione giuridica. Ma, come già rilevato, l’accoglimento di nuovi proseliti o
semiproseliti fu guardato con crescente disfavore ed anzi contrastato dagli ebrei
dal secondo secolo in poi, dati i tentennamenti a cui questi nuovi acquisti
andavano soggetti in periodi di venti contrari. E siccome con il trionfo del
cristianesimo, anche le conversioni da quel lato divennero nulle, cosí
l’accrescimento della colonia ebraica italiana attraverso questa forma venne ad
estinguersi, salvo alcuni rari casi ricordati nei secoli dell’alto medioevo, di
schiavi pagani di ebrei che abbracciarono la religione dei loro padroni.

1
Orac. Sybill., III, 271.
2
Maccabei, lib. I: VIII, 17 sgg.; XII, 1 sgg.; XIV, 15 sgg. e 21; lib. II: IV, 11; GIUSEPPE FLAVIO ,
Antichità ebraiche, XII, 10/6; XIII, 5/8, 7/2, 9/2; XIV, 8/5, 10/22.
3 VALERIO MASSIMO , I, 3/3.

4 CICERONE , Pro Flacco, XXVIII, 66; VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 4-6; LEON, H. J ., Ancient Rome, 5-

8.
5 GIUSEPPE FLAVIO , Antichità, XIV, passim; XVI, 6/2-7; SVETONIO , Cesare, 42, 84.

6 GIUSEPPE FLAVIO , Antichità, XVII, 11/1; ID ., Guerra, II, 6/1; SVETONIO , Tiberio, 36; in generale gli

storici (Vogelstein, Juster, Grayzel, Leon) sono propensi a fissare la cifra della popolazione ebraica a Roma
fra le quaranta e le cinquantamila persone, mentre a noi sembra che tale cifra vada alquanto ridotta.
7 Oltre che negli autori ebrei: FILONE , Legatio ad Caium, II, 569, e GIUSEPPE FLAVIO , Antichità, XVIII,

3/5, l’episodio è menzionato anche dagli storici latini: TACITO , Annali, II, 85; SVETONIO , Tiberio, 36;
EUSEBIO ed altri; cfr. anche SMALLWOOD, M. E ., Some Notes on the Jews under Tiberius, «Latomus» XV

(1956), 314-29.
8 La ambasceria di Filone presso l’imperatore è narrata nella sua Legatio ad Caium. Su Claudio, DIONE

CASSIO , Storia di Roma, LX, 6; SVETONIO , Claudio, 25.


9 JUSTER, J ., Empire romain, II, 282-86; VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 23-24.

10 JUSTER, J .,
Empire romain, I, 263-67; SMALLWOOD, M. E ., The Legislation of Hadrian and
Antoninus Pius against Circumcision, «Latomus» XVIII (1959), 334-47.
11 GRAETZ, H. , Geschichte der Juden, 3 a ed., IV, 107-10; VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 28-31.

12 VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 34.

13 COLLON , s., Remarques sur les quartiers juifs de la Rome antique, «Ecole franc, de Rome (Archéol.

et Hist.)», LXVII, 1940, 72-94; GRESSMANN, H ., Jewish Life in Ancient Rome, vol. I, New York 1927, I,
170-91; sul mimo Alitino: GIUSEPPE FLAVIO , Vita, 3; sull’attrice Faustina: FREY, J. B ., Corpus, 198-99;
sulle occupazioni minori, accenni in vari scrittori latini, e specialmente in Marziale e Giovenale. Cfr. anche
LEON, H. J ., Ancient Rome, 233-38.
14 FREY, J. B ., Corpus, 393-407; LEON, H. J ., The Jewish Community of Ancient Porto, «Harvard

Theolog. Rev.», XLV, 1952, 165-75.


15 FREV, J. B ., Les Juifs à Pompéi, «Rev. Biblique», XLII, 1933, 365-83; ID ., Corpus, 408-18;
FERORELLI, N ., Italia merid., 1-4.
16 FREY, J. B ., Corpus, 444-54; FERRUA, A ., Titulus di una sinagoga (a Reggio Calabria), «Riv. Arch.

Crist.», XXVI, 1950, 227.


17 FREY, J. B ., Corpus, 466-70; RUGGINI, L ., Ebrei e orientali nell’Italia settentrionale fra il IV e il VI

secolo dopo Cristo, «Studia et Docum. Hist. et Juris della Pont. Univ. Lateranense», XXV, 1959, 207.
18 GIUSEPPE FLAVIO , Antichità, XV, 10/1 e 3; XVI, 3/3; XVII, 3/2; XVIII, 6/1-11; XIX, 4/1, 9/2; ID .,

Guerra, I, 20/4, 31/1; DIONE CASSIO , 66/15 e 18.


19
Su Giuseppe Flavio la letteratura è talmente vasta, che non se ne dà neanche un accenno orientativo;
su Cecilio di Calatte, cfr. BRZOSKA , in Pauly-Wissowa, Real-Encycl., III, 1174-87.
20 BERLINER, A ., Rom, I, 30-31; VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 110-12.

21 Le citazioni relative agli autori latini sono raccolte in REINACH, TH ., Textes d’auteurs grecs et latins

rélatifs au Judaïsme, Paris 1895.


22 In Egitto, nel primo secolo della nostra era, la popolazione ebraica formava un ottavo della totale; in

tutto l’impero romano, esclusa la Palestina, contava per circa il sette per cento; nel solo Mediterraneo
orientale, la proporzione di oltre un decimo appare corretta. JUSTER, J ., Empire romain, I, 209; BARON, S.
W ., A Social and Religious History of the Jews, 2 a ed., Philadelphia 1952-60, I, 371-72; RUPPIN, A ., The

Jewish Population of the World, «The Jewish People, Past and Present», New York 1946, I, 348. Sui
semiproseliti, JUSTER, J ., Empire romain, I, 274 sgg.
II. L’età oscura
(313-1100 circa)

1. Il cristianesimo trionfante e gli ebrei. Atteggiamento della Chiesa e dell’impero fino alla caduta
dell’impero romano. – 2. Le prime invasioni barbariche. – 3. Gregorio Magno. – 4. Spostamento della
compagine ebraica. – 5. Gli ebrei nell’Italia meridionale sotto i bizantini e le potestà semindipendenti. – 6.
In Sicilia sotto i musulmani. – 7. Nell’Italia settentrionale e a Roma. – 8. Episodi e cultura.

1. Il cristianesimo trionfante e gli ebrei. Atteggiamento della Chiesa e


dell’impero fino alla caduta dell’impero romano.

L’insediamento del cristianesimo nello stato romano, nel 313 come religione
parificata e dal 324 come religione nazionale, costituí un evento rivoluzionario
nella posizione degli ebrei. Come abbiamo visto, i romani dell’età classica
ignoravano il concetto di intolleranza religiosa; al contrario, era principio del
loro diritto comune quello di una completa tolleranza. Il loro rapporto con la
divinità, piú che una religione era un culto, piú che da un cristallino e compiuto
sistema teologico, era costituito dal compimento di determinati atti e cerimonie,
celebrati per lo piú collettivamente. I convincimenti ultraterreni dell’individuo
erano lasciati del tutto liberi. Là dove, poi, alcuni gruppi di persone chiedevano
di essere dispensati dall’adempimento dei riti comuni per celebrare altrimenti i
propri, i romani si mostravano propensi ad intervenire con la emanazione di
norme derogatorie e protettive. Di questo benevolo atteggiamento potettero
fruire costantemente gli ebrei italiani, nei cui rispetti solo di rado qualcuno dei
privilegi venne sospeso. Lo stesso invece non si verificò per i cristiani, i quali
per lungo tempo furono sottoposti a un trattamento enormemente piú restrittivo e
crudele: ma piú per la loro potenziale pericolosità politica che non per motivi di
opposizione religiosa.
L’assunzione del cristianesimo a religione di stato sostituí al principio della
tolleranza quello della intransigenza. Con il cristianesimo si assideva despota
della coscienza di ogni fedele una forza che gli instillava i propri dogmi religiosi,
ne educava la coscienza, ne regolava ogni azione, concedeva e proibiva su ogni
punto, e che, di fronte a deviazioni o contaminazioni, non esitava ad agire con
estrema severità. Potere non molto differente da quello che l’ebraismo faceva
valere sui propri adepti; ma mentre questo non lo esplicava al di là di coloro che
si professavano suoi appartenenti, il cristianesimo invece, con la sua enorme
espansione, giunse ad esercitare questo potere normativo anche sugli
appartenenti agli altri culti che venivano a trovarsi sotto la sua zona di influenza.
E su questi, naturalmente, con intenti repressivi.
Va notato però che, rispetto al culto pagano e ai propri movimenti
deviazionistici – che il cristianesimo riuscí a stroncare in maggioranza fra il
quarto ed il quinto secolo –, la religione ebraica si presentava con un carattere
particolare, per cui era disagevole metterla alla stregua degli altri culti da
eliminare senz’altro. Essa era alle radici della nuova religione trionfante, e
condivideva con questa non solo la venerazione verso il Vecchio Testamento,
ma verso tutti i portenti registrati e le profezie contenute in quel testo, anche se
in parte differentemente interpretate. Abolire del tutto l’ebraismo, ammesso che
fosse stato possibile, avrebbe significato per il cristianesimo stroncare la propria
radice vitale; d’altro canto, riverirlo avrebbe significato avvilirsi. Da questa
dilemmatica situazione la Chiesa uscí con una soluzione sottile, per quanto
atroce per gli ebrei. A tenore di essa, agli ebrei poteva essere concesso di
sopravvivere come tali, purché venissero d’ora in poi considerati e trattati non
piú che come testimoni viventi della autenticità di quanto scritto nel Vecchio
Testamento. Di quel Vecchio Testamento però che, secondo la nuova esegesi
cristiana, preconizzava in Gesú il compimento della aspirazione messianica e il
perfezionamento della legge mosaica. Quindi, dato che – secondo la Chiesa – gli
ebrei non solo avevano misconosciuto il messia, ma gli avevano fatto subire
l’onta del supremo supplizio, era compito inderogabile della Chiesa stessa di far
purgare in eterno tale malefizio a quegli ottusi testimoni.
In aderenza a questo concetto, i padri della Chiesa formularono fin dal quarto
secolo un canone di trattamento degli ebrei, che si sforzarono di passare ai
legislatori e che sostanzialmente rimase per un millennio e mezzo il postulato
fisso della legislazione canonica, o di quella sotto influenza canonica, nei
riguardi degli ebrei. Il canone era di salvaguardare la religione ebraica nelle sue
piú essenziali espressioni, ma di opprimere chi la professava; di mantenere vivo
quel lumen veritatis, ma nelle tenebre e nei triboli coloro che lo avevano acceso
e che seguitavano ad alimentarlo. In concreto, la parola dell’Antica Scrittura fu
in generale riverita tutta, salvo che nelle parti normative, mentre venne respinta
completamente la tradizione orale ed interpretativa degli ebrei; dei privilegi
relativi all’esercizio del culto ebraico, furono conservati soltanto gli essenziali;
invece i diritti politici e civili degli individui vennero talmente limitati, da ridurre
gli ebrei a dover condurre una vita socialmente abietta. Alternativa per un
immediato affrancamento da tutte queste limitazioni, la conversione. Di fatto,
quanto piú in un luogo era operante il braccio religioso cristiano, tanto piú
soffocanti erano le restrizioni personali riguardanti gli ebrei; quanto piú, invece,
era il braccio secolare ad agire indipendentemente, tanto piú queste restrizioni
subivano temperamenti. E se all’ultimo la vita degli ebrei in Italia non fu cosí
derelitta come la aveva divisata la Chiesa, ciò fu dovuto da una parte a un certo
intervento a loro favore del potere civile, e dall’altra agli accorgimenti che gli
ebrei stessi seppero a mano a mano escogitare. Ma, al di sopra dell’una e degli
altri, fu dovuto soprattutto alla natura indulgente della popolazione italiana,
presso cui malanimo e violenza raramente attecchiscono, e anche quando
attecchiscono, dànno frutti di un giorno.
Sul piano legislativo, l’inizio delle discriminazioni appare già sotto
Costantino. Una delle sue prime disposizioni fu quella di vietare a chiunque il
passaggio alla religione ebraica sotto pena, piú tardi fissata, della confisca dei
beni sia per il proselite sia per colui che ne aveva ottenuta la conversione, e del
divieto per ambedue di poter disporre dei propri beni per testamento. Al
contrario, l’ebreo che abiurava veniva largamente favorito: era vietato ai suoi ex
correligionari di recargli comunque molestia ed offesa, conservava il diritto alla
sua quota ereditaria nonostante qualsiasi disposizione in contrario del testante,
gli venivano con tutta probabilità accordate esenzioni fiscali e facilitazioni di
impiego. Questo assieme di leggi, togliendo in larga misura agli ebrei la
possibilità di fare nuovi proseliti, estingueva nella religione ebraica quella spinta
missionaria che essa aveva dimostrata nei secoli precedenti 1. Agli ebrei venne
inoltre proibito di avere schiavi cristiani sotto pena di devoluzione di questi alla
Chiesa; con l’imperatore Costanzo (337-61) il divieto fu esteso anche
all’acquisto di schiavi pagani. In un’epoca in cui il lavoro servile costituiva la
base dell’economia produttiva, questo divieto era inteso come un severo
attentato alla efficienza dell’economia ebraica, e in particolare costituiva un duro
colpo per il traffico degli schiavi, di cui gli ebrei si occupavano in concorrenza
con i cristiani. Siccome con l’andar del tempo si torna ad avere notizie di schiavi
specialmente pagani al servizio di ebrei, non è improbabile che la norma, se non
proprio abrogata, venisse parzialmente elusa. Sotto il medesimo Costanzo, il
matrimonio di un ebreo con una cristiana era punito con la condanna a morte di
entrambi; il che si spiega – dato che la pena non si applicava al caso inverso, di
matrimonio fra un cristiano e una ebrea – con la maggior influenza che il marito
poteva avere sulla moglie, specie riguardo alla prole. Inoltre, nel corso del quarto
secolo furono sancite altre proibizioni, come quella di far parte dell’esercito e di
ricoprire le maggiori funzioni pubbliche. Invece, a intervalli di tempo, si impose
agli ebrei di servire nei minori ed onerosi servizi curiali, il cui adempimento era
divenuto un assillo per tutta la popolazione. È parimente in questo periodo che
comincia a comparire nei vari editti quella fraseologia vituperativa contro gli
ebrei – «setta nefanda», «dottrina perversa», «gente contaminata» e simili –
destinata ad eccitare contro di loro l’odio del popolino, che se non sempre
comprendeva le minuzie della legge, poteva essere influenzato dalla sferzata
dell’epiteto 2.
È suscettibile di varia interpretazione se gli ebrei, in conseguenza di questa
perdita di fatto dei loro diritti politici e della limitazione di quelli civili,
potessero essere ancora considerati come cittadini romani. Pure se
giuridicamente mantennero questa qualità, era ormai un’etichetta che copriva
una situazione di marcata inferiorità. Ed anche in quei rapporti di diritto
familiare e patrimoniale privato, in cui gli ebrei erano stati soliti regolarsi
seguendo la loro legge, e secondo l’applicazione di questa che ne facevano i loro
rabbini, ebbero continue, ma non sempre efficaci pressioni di sottoporsi alle
leggi e ai tribunali comuni.
Una breve pausa a questo stato di cose godettero gli ebrei sotto l’imperatore
Giuliano l’Apostata (361-63). Nel suo vigoroso tentativo di ricondurre l’impero
alle glorie dell’età pagana, di restaurare l’uguaglianza religiosa abolendo i
privilegi che si era assicurati il cristianesimo e di affermare una giustizia
egalitaria, egli cancellò tutte le discriminazioni cui erano stati fatti oggetto gli
ebrei, e fra l’altro soppresse definitivamente il fiscus judaicus, bruciandone i
registri. Giuliano vagheggiava anche di riedificare Gerusalemme e il suo
Tempio, quando la morte lo colse, e la reazione religiosa riprese il suo corso.
Nella seconda metà del quarto secolo, mentre l’orbe romano, scisso tra
Occidente ed Oriente, crollava, mentre masse di barbari premevano e violavano i
confini, e mentre il paganesimo combatteva le sue ultime vane battaglie, una
fiera lotta si era cominciata a delineare tra impero e Chiesa: l’uno per frenare e
sottomettere al proprio potere i vescovi, l’altra per affermarsi incontrastata. Toga
e dalmatica si disputavano il diritto di far da riparo al popolo che però, fra le due,
rimaneva il vero soccombente. Di questa lotta, anche gli ebrei italiani ebbero a
sentire le conseguenze antitetiche, perché dove l’imperatore si lasciava talvolta
indurre a una condotta meno severa, interveniva il clero per reclamare ed
imporre le sue vedute intransigenti.
Poco si sa, ma molto si può immaginare, sull’opera di allettamento alla fede
cristiana svolta in questo periodo in mezzo alle comunità ebraiche italiane. Certo
il cristianesimo dovette registrare numerose nuove reclute, perché là dove non
giungeva la persuasione, poteva pervenire la intimidazione. Una delle
manifestazioni piú «elevate» del sistema persuasivo, era quella delle solenni
«dispute», a cui erano invitati un certo numero di dotti ebrei e cristiani, e nelle
quali ognuna delle parti doveva dimostrare la verità e quindi la superiorità della
propria religione. Era un certame accademico e plateale, a cui i rabbini furono
costretti a sottoporsi varie volte nel medioevo, e che poteva dimostrare una certa
liberalità di discussione in materia teologica se, nella maggioranza dei casi,
l’essere dichiarato perdente da un alto, ma non sempre imparziale giudice, non
avesse comportato l’obbligo morale della conversione. Il primo caso che ci è
noto, anche se di autenticità piú che dubbia, è quello a cui si dice abbia
partecipato nel 315 il vescovo di Roma Silvestro, primo papa di tale nome. A
controbatterlo erano dodici rabbini fatti venire dall’Oriente, e da arbitri
funzionavano due filosofi pagani. Ma la dialettica del papa fu cosí stringente,
che ebrei e pagani passarono, o furono costretti a passare, al cristianesimo.
Anche Elena, patrocinatrice del dibattito e madre dell’imperatore Costantino,
aderí in conseguenza al cristianesimo. Un affresco del dodicesimo secolo nella
chiesa dedicata a san Silvestro a Tivoli raffigura vivacemente il gruppo degli
ebrei partecipanti, le cui sembianze chiaramente ritraggono quelle di ebrei
vissuti a Tivoli o a Roma nel Millecento 3.
La parola esortatrice alla conversione cominciò presto a risonare da pulpiti di
poco meno alti. Già dalla metà del quarto secolo persone di elevato rango
ecclesiastico incitavano il popolino all’odio contro gli ebrei, e lo aizzavano a
distruggere i loro luoghi di devozione, per trasformarli poi, a scopo di
purificazione, in chiese. Se forse è un’altra leggenda che primo in quest’opera
sia stato il vescovo Innocenzo con la sinagoga di Tortona, certo è che Filastro,
prima di essere eletto vescovo di Brescia, percorse con la sua ardente parola tutta
l’Italia, e nel 388 indusse il volgo di Roma ad incendiare una delle sinagoghe;
nel 395 ne fu incendiata una seconda. Nello stesso 388, accennando all’incendio
di una sinagoga avvenuto allora ad Aquileia, sant’Ambrogio esprimeva il suo
rammarico per non aver guidato anch’egli i suoi diocesani alla distruzione della
sinagoga di Milano, e, ove vi fosse stata opposizione, per non avervi incontrato
morte da martire. In contrasto con ciò, lo stesso sant’Ambrogio ricorda sotto la
data del 393 che a Bologna le salme di due martiri cristiani erano state sepolte
nel cimitero usato dagli ebrei, con l’assenso di questi 4.
È nella perpetrazione di questi atti di violenza contro le sinagoghe – potente
arma disgregatrice nelle mani del clero cristiano – che si rivela uno dei punti di
dissidio tra potere civile e religioso. Secondo la legge romana, la devastazione di
un tempio era un crimine che portava, oltre che a pene per gli esecutori, anche
all’obbligo della rimessa in pristino dell’edificio. A questa prassi rimasero
ossequienti i primi imperatori cristiani. Ma come farla valere quando gli
istigatori erano i vescovi stessi, e fra i piú rispettati del loro tempo? Lentamente
si insinuò nei rescritti imperiali, specie ad opera di Teodosio II (423), un nuovo
principio piú conciliante nei riguardi della Chiesa. Se una sinagoga era
semplicemente danneggiata, doveva essere riattata; ma se veniva totalmente
distrutta, ed anzi sostituita con una chiesa, agli ebrei non restava che il diritto di
ottenere dall’autorità ecclesiastica un altro terreno su cui costruire una nuova
sinagoga. Lo stesso per gli oggetti di culto, sui quali, una volta passati al servizio
divino cristiano, gli ebrei non avevano altro diritto che di esserne risarciti. Ma
era un riconoscimento che aveva poco piú di un valore simbolico, per la
difficoltà di ottenere dalla Chiesa gli indennizzi dovuti. La situazione fu
ulteriormente aggravata dallo stesso Teodosio II, il quale successivamente sancí
che, salvo la eccezione anzidetta, agli ebrei era proibito di innalzare nuove
sinagoghe, di abbellire le esistenti, mentre per quelle fatiscenti occorreva un
permesso speciale per riattarle. Questo numerus clausus delle sinagoghe
introdotto da Teodosio governerà ufficialmente per molti secoli l’esistenza delle
sinagoghe stesse, con le sole varianti determinate dalle trasformazioni in chiese e
da alcuni permessi ottenuti dagli ebrei senza troppe ufficialità. In ogni caso, sarà
raro leggere di un gesto simile a quello compiuto da re Teodorico che, superando
le piú vive proteste dei vescovi, verso il 511 obbligò i cittadini romani a
ricostruire una sinagoga incendiata, e nel 519 rinnovò l’obbligo contro i
ravennati per un simile misfatto 5.
È superfluo seguire tutte le prese di posizione successesi fino alla caduta
dell’impero romano d’Occidente (476) nella legislazione imperiale rispetto agli
ebrei. Tra le piú importanti basterà ricordare che Teodosio I dichiarò «non
constare che la setta degli ebrei fosse proibita da nessuna legge» e che quindi
non doveva essere sottoposta a nessuna limitazione di culto e di associazione.
Allora i padri della Chiesa insorsero contro questa affermazione e la svuotarono
di ogni significato pratico; a sua volta l’imperatore finí per ritrattare la sua
precedente dichiarazione. Non fu questo di Teodosio l’unico caso. E poco
sappiamo su cosa avvenisse degli ebrei nell’intervallo tra una promessa data e la
stessa promessa ritolta. Quel che sappiamo di certo è che venne sospeso anche
quel tenue legame materiale che ancora univa l’ebraismo italiano con il patriarca
di Palestina, a cui tutti i centri ebraici della diaspora erano soliti inviare ogni
anno delle contribuzioni, conosciute con il nome di aurum coronarium, le quali
dovevano servire sia per il mantenimento degli uffici del patriarcato sia per le
accademie religiose ricostituitesi in Terrasanta. Nel 399 l’imperatore
d’Occidente Onorio proibí l’invio di questi tributi, sotto il pretesto che
costituivano un aggravio troppo forte per le comunità ebraiche sotto la sua
giurisdizione. Il divieto fu abrogato cinque anni dopo; ma, pur essendo venuta ad
estinguersi nel 429 la carica di patriarca, l’aurum coronarium non fu lasciato
cadere: si impose che venisse devoluto, nella identica somma, al tesoro
imperiale. Nonostante una cosí caratteristica sostituzione nel destinatario della
imposta, si ha notizia in epoca successiva di alcuni apostoli ebrei – come erano
detti –, che vennero dalla Palestina in Italia per raccogliere offerte per il
mantenimento dei residui centri di studio; e non tornarono a mani vuote.
Quanto alla posizione giuridica e sociale degli ebrei italiani, essa aveva
assunto ormai quella struttura che le sarà propria per molti secoli. Suo codice
saranno le grandi raccolte di leggi curate da Teodosio II nel 438 e da Giustiniano
tra il 529 e il 553, dove tutte le disposizioni sparse trovarono la loro definitiva
cristallizzazione, sulla base dell’equilibrio fra le due concezioni dello stato e
della Chiesa nei riguardi degli ebrei. Essi furono ridotti a cittadini «minori»,
sottoposti a molti oneri, privati di gran parte degli onori, ma nello stesso tempo
autorizzati ad avere una propria intangibile sfera d’azione per le occorrenze della
loro vita religiosa e spirituale e per l’applicazione del loro diritto privato.
In quali parti d’Italia fosse possibile rinvenire ebrei nel terzo e nel quarto
secolo, è estremamente difficile dedurlo dalle tenui testimonianze che si
conservano. Oltre a Roma e dintorni, nell’Italia meridionale si trovavano ebrei in
varie località della Campania tra cui principali Napoli, Capua e Salerno; a
Venosa di Puglia, a Taranto, Otranto, Bari, Oria e Reggio Calabria; a Catania, a
Siracusa e Agrigento di Sicilia, e qua e là in Sardegna; nell’Italia settentrionale, a
Genova, a Milano, a Brescia, a Torino, a Bologna, a Ferrara, a Ravenna, a
Aquileia, a Grado, a Trieste, a Pola. In particolare, in Puglia e in Calabria la
penetrazione ebraica doveva essere cosí vasta e influente che l’imperatore
Onorio, nel 398, si lamentava che gli ebrei vi occupavano plurimos ordines
civitatum e che si erano ritenuti autorizzati a non pagare piú gli oneri curiali.
Una riprova che in questo periodo gli ebrei dell’Italia meridionale erano investiti
di importanti cariche municipali la offre poi Venosa. Quivi due, o forse tre,
epigrafi sepolcrali, a quanto pare del quinto secolo, ricordano altrettanti ebrei
che facevano parte del consiglio municipale, una magistratura non disgiunta da
aggravi finanziari per chi la ricopriva; una epigrafe piú tarda, sempre di Venosa,
ricorda poi altri due ebrei designati come maiores civitatis. Questa continuità di
cariche municipali affidate a ebrei potrebbe giustificare qualche congettura circa
il riconoscimento ufficiale di una autonomia giuridica data alla colonia ebraica
sia di Venosa sia di qualche altra città del Mezzogiorno. I documenti attuali non
consentono però di sollevarsi troppo su un simile punto, come pure sono
estremamente parchi per quanto riguarda le attività economiche svolte dagli
ebrei in questo periodo. Accennano a proprietari di campagne, a coltivatori e
affittuari agricoli, a mercanti di vini e di generi alimentari, a esercenti il piccolo
commercio marittimo e il grande commercio degli schiavi 6.

2. Le prime invasioni barbariche.

Lo scorcio del quarto secolo aveva assistito a una trasformazione radicale nel
nerbo dell’impero romano, e cioè in quella compagine militare cui era affidato il
compito di tutelare le province e di difenderne i confini. L’esercito, ormai
incapace di reclutare fra la popolazione romana i contingenti necessari per i suoi
compiti, aveva dovuto ricorrere a forti leve di barbari. Fatale espediente perché
questi barbari, coraggiosi e guerreschi, guidati dai propri capi e usi a tradizioni
belliche estremamente crudeli, dopo aver mostrato una grande irrequietezza
finché indipendenti, una volta reclutati nell’armata romana vi si mantennero
fedeli soltanto per qualche decennio. Quando poi il progressivo sfaldamento
della struttura dell’impero d’Occidente e i dissidi fra i generali – alcuni dei quali
provenienti dai loro stessi ranghi –, li rese consci della potenza che si erano
acquistata, questi barbari ripresero la loro autonomia secondo la loro differente
origine, e cominciarono a volgere la loro irresistibile, feroce forza di urto contro
l’impero crollante. Di visigoti, di vandali, di unni, furono le orde che, a volta a
volta, percorsero l’Italia e poi se ne ritrassero, dovunque seminando sterminio e
devastazione senza nome. La stessa Roma dovette subire piú volte l’onta del
saccheggio, e quando l’ultimo imperatore d’Occidente venne ignobilmente
deposto, l’Italia non era piú che una terra dove lo spopolamento, lo squallore, la
degradazione morale e sociale erano giunti a un tale punto, che gli occhi degli
italiani non erano piú capaci di guardare né alla gloria del passato né a un
possibile recupero: una terra del tutto «imbarbarita».
In questi frangenti, la storia degli ebrei fu pari a quella degli altri cittadini;
anonima nelle terribili, decimanti iatture, quasi completamente muta come
abbiamo potuto constatare poche righe sopra. Si ricorda fra l’altro che quando
nel 410 il visigoto Alarico mise a sacco Roma, tolse con sé come bottino una
parte delle preziose suppellettili che provenivano dal Tempio di Gerusalemme, e
nel 455 quando il vandalo Genserico ripeté il sacco di Roma, si appropriò del
resto del tesoro e lo portò a Cartagine, donde piú tardi Belisario lo trasferí a
Costantinopoli; qui col tempo finí per smarrirsene ogni traccia 7.
Questo avvicendamento di tragiche ondate barbariche ebbe una breve sosta
con l’avvento in Italia degli ostrogoti, principalmente mercè l’opera del loro
grande monarca Teodorico (489-526). Ariano e signore di una fazione di ariani,
egli seppe mantenere, fin quasi all’estremo del suo regno, l’equilibrio fra la
minoranza della sua gente e la massa dei cristiani su cui dominava; di questo
equilibrio ebbero a beneficiare anche gli ebrei italiani, ai quali confermò i
privilegi che aveva riconosciuto loro il diritto romano. Oltre a questo, con
accenti di un’umanità ormai divenuti insoliti, egli si rivolgeva ad essi
affermando che non aveva né intenzione né potere di legiferare in materia
religiosa, perché nessuno può essere costretto ad assumere una credenza contro
la propria volontà; e varie volte ebbe a ribadire con l’azione questo suo concetto
di tolleranza. Intervenne a Milano e a Genova (507-11) per riparare i torti
perpetrati dal clero contro le comunità ebraiche locali e, come già accennato, si
mostrò severissimo con il popolino cattolico che si era lasciato andare a
distruggere due sinagoghe, l’una a Roma verso il 509, quale rappresaglia perché
alcuni schiavi cristiani erano stati puniti per aver ucciso i loro padroni ebrei, e
l’altra nel 519 a Ravenna, capitale del regno. Ma piú ancora, egli sanzionò una
specie di equiparazione fra il diritto ebraico e quello romano e gotico, in quei
casi in cui ambedue i contendenti fossero ebrei 8. Quando alla morte del grande
re, l’Italia tornò nuovamente per trent’anni ad essere sanguinoso campo di
battaglia negli scontri fra generali goti e generali greci d’Oriente, per poi cadere
definitivamente nel 555 sotto la nuova dominazione dell’impero bizantino, gli
ebrei, non dimentichi, rimasero fedeli alla parte gotica, mentre la popolazione
italica parteggiava piuttosto per i greci. Un episodio che mostra la prevalenza
che aveva assunto in qualche città l’elemento ebraico, si manifestò in occasione
dell’assedio di Napoli. Nel 536 questa città, che era difesa da una insufficiente
guarnigione gotica, venne investita dalle armate greche comandate dal generale
Belisario. L’assedio si trascinava senza risultato, e i greci divisavano ormai di
toglierlo; ma la popolazione all’interno era stanca e non aliena dal darsi nelle
mani dei greci. Allora gli ebrei della città, che evidentemente avevano una larga
parte nell’approvvigionamento dei viveri, si offrirono a sopperire completamente
alla alimentazione dei napoletani e a difendere la parte piú esposta delle mura,
purché la resistenza contro i greci continuasse. E cosí avvenne con estrema
tenacia per varie altre settimane; ma alla fine gli imperiali riuscirono a penetrare
nella città con uno stratagemma, servendosi di un acquedotto abbandonato, e ad
avere cosí ragione degli assediati prendendoli alle spalle 9.
È oscuro cosa significassero per gli ebrei italiani i pochi, agitati decenni fino
al 568, in cui i bizantini riuscirono a tenere il dominio della penisola. Ma costoro
non potevano che essere gli esecutori delle direttive del loro lontano imperatore
Giustiniano, il quale in quegli anni, emanando il suo famoso corpo di leggi, vi
aveva inserito dei nuovi e pericolosi principî, che toccavano il cuore stesso della
vita religiosa ebraica: da allora in avanti, la Pasqua ebraica non doveva
precedere quella cristiana, e quindi la prima non poteva piú essere regolata
secondo il ciclo lunare consuetudinario; durante il servizio liturgico, la lettura
della Bibbia poteva essere fatta in qualsiasi lingua, e non solo in ebraico,
vulnerando con ciò la venerata insostituibilità della parola ebraica; infine veniva
proibita la lettura della Mishnàh, e quindi messa all’indice quella
importantissima raccolta della tradizione orale postbiblica. Si ha però
l’impressione che in Italia queste disposizioni, anche se vennero applicate, non
durarono piú della prima dominazione bizantina.

3. Gregorio Magno.

Accade sovente che chi consideri il minuscolo mondo della storia ebraica vi
ritrovi rispecchiati in piccolo gli stessi fenomeni che si svolgono nella
contemporanea storia italiana; intendere gli uni vale intendere gli altri. Mentre
sul finire del sesto secolo l’Italia era sempre piú lacerata dall’anarchia del nuovo
regno longobardico e dalle prepotenze dell’impero costantinopolitano, veniva
consacrato vescovo di Roma, e perciò pontefice, un personaggio di tale
eccezionale levatura – Gregorio I Magno (590-604) –, che, ascetico e attivissimo
ad un tempo, riuscí in breve a restaurare l’autorità della Chiesa in tutto
l’Occidente romanobarbarico; questa autorità egli restaurò anche nei riguardi
degli ebrei, là dove era divenuta smodata tracotanza per opera del clero. Dello
spirito ordinatore ed equanime di questo pontefice, fanno fede i quattordici
volumi del suo epistolario, e in particolare le varie lettere che trattano di
problemi ebraici contingenti, nelle quali, naturalmente, domina sempre il fatto
che chi emetteva il suo parere nei rapporti tra Sinagoga e Chiesa, era il capo di
quest’ultima e impavido assertore dei suoi diritti. È di Gregorio Magno quella
determinazione di confini nei rapporti fra cristiani ed ebrei, che servirà poi ai
papi suoi successori come prima enunciazione politica sugli ebrei subito dopo
l’elevazione al pontificato. La bolla è quella che piú tardi sarà conosciuta sotto il
titolo di Sicut Judaeis: soltanto che, anche cosí precisa, non sarà per molti papi
di maggior vincolo di una declaratoria da doversi enunciare per la forma, ma da
potersi non seguire per la sostanza. In questa bolla Gregorio Magno affermava
che, come alle comunità ebraiche non era permesso di trasgredire le leggi
restrittive loro imposte, cosí a nessun governante cristiano, papa od altro che
fosse, era lecito rendere in alcun modo piú grave agli ebrei questa situazione.
Fissato questo punto, era consentito a costoro di vivere secondo la comune legge
romana e di godere della proprietà dei loro beni; soltanto il possesso degli
schiavi cristiani rimaneva ad essi interdetto 10.
Non vi è dubbio che anche per questo pontefice la religione degli ebrei fosse
«superstizione e perfidia», e la loro interpretazione dei libri santi del tutto
inconsistente, sí che era compito della Chiesa distoglierli dall’una e educarli
nella seconda. Ma nell’opera di conversione, egli si opponeva alla maniera
minacciosa, costrittiva, non di rado brutale, che conquistava dieci reclute ma
eccitava cento nemici; raccomandava invece la maniera dolce, insinuante,
magari allettatrice – attraverso la riduzione di un terzo delle tasse ed altre forme
piú dirette di assistenza materiale –, pur riconoscendo che anche questo era un
mercimonio poco dignitoso. Ma egli sperava che, se non i genitori, per lo meno i
figli lo avrebbero dimenticato. E quando ebbe notizia che ad Agrigento un
gruppo di ebrei si era dichiarato disposto a passare al cristianesimo, ammoní di
procedere rapidamente affinché non si insinuassero pentimenti. D’altro canto,
quando il vescovo di Terracina fece chiudere la sinagoga locale (591) con la
scusa che il vocio che vi si faceva durante le preghiere disturbava le funzioni
della vicina chiesa, il papa dichiarò che, se la circostanza fosse risultata esatta, la
Chiesa doveva erigere a sue spese in un luogo piú acconcio un’altra sinagoga;
cosí – ancora –, quando il vescovo di Palermo si appropriò della sinagoga, delle
scuole ebraiche, e di tutte le suppellettili e i libri contenutivi, e in gran fretta li
adibí ad uso di chiesa (598), il papa redarguí aspramente il presule e lo costrinse
a rimborsare agli ebrei il valore integrale di quanto erano stati spogliati; con
analoga risolutezza Gregorio si rivolse ai vescovi di Cagliari e di Napoli, perché
impedissero ogni disturbo durante il servizio liturgico nelle sinagoghe. La
trasformazione di un tempio in una chiesa, o sia pure la molestia nei riti che vi si
conducevano, secondo il papa facevano perdere piuttosto che acquistare nuovi
adepti cristiani. Non pare dubbio che questa tattica conversionistica verso gli
ebrei, mite nella forma e decisa nella sostanza, fruttasse dei risultati 11.
In questi ed altri interventi da parte di Gregorio Magno è espressamente
accennato che essi erano stati sollecitati dalla comunità di Roma; questa, quindi,
godeva di accesso e credito presso la corte pontificia. In mezzo all’estrema
penuria di notizie che si ha intorno alla consistenza dell’ebraismo italiano nel
periodo in esame, questa è una delle piú significative. Integrata con i nomi di
qualche altro luogo, a cui è incidentalmente fatto cenno nelle epistole gregoriane
(Luni vicino a La Spezia e Venafro in quel di Campobasso), indica che, se anche
vari ebrei rimanevano radicati nelle maggiori città di Roma, Ravenna, Napoli e
Palermo, altri invece seguivano quel processo di trasferimento dai maggiori
centri urbani ai minori e forse verso il contado, che è un tratto caratteristico di
tutta la popolazione italiana dopo le distruzioni delle maggiori città ad opera dei
vari invasori. Cosí, a detta dell’epistolario, in Sicilia alcuni ebrei si dedicavano a
piccoli lavori agricoli su terre della Chiesa, mentre, a Luni e forse a Napoli, altri
conducevano in proprio delle aziende agricole piú importanti. Da questi, e da
altri piccoli accenni contenuti nell’epistolario circa le occupazioni degli ebrei
italiani, sarebbe assurdo lasciarsi andare a un qualsiasi tentativo di maggiore
specificazione al riguardo. E se anche Gregorio intervenne a piú riprese contro
gli ebrei che trafficavano in schiavi o se ne servivano, imponendo che quelli
cristiani venissero immediatamente liberati, non poteva trattarsi che di mestiere
o prerogativa di pochi, marginali concorrenti in quell’imponente mercato umano,
le cui principali fila erano ormai tenute dai greci. Dobbiamo quindi dire che
questa della vita economica degli ebrei italiani nel sesto e nel settimo secolo è
una pagina sigillata. Essa precede il capitolo, ancor piú sigillato, che abbraccia
gli ultimi quattro secoli del primo millennio, per i quali non potremo riferire che
accenni saltuari, che valgono piú da indizi che non da prove di una attiva
presenza ebraica.

4. Spostamento della compagine ebraica.

Agli inizi del settimo secolo, quietatisi temporaneamente il rincorrersi ed il


sommergersi delle grandi invasioni, l’Italia si presentava governata da due
potenze: la longobarda, che controllava il Settentrione e gran parte del Centro e
del Meridione; la bizantina, che, oltre alla Puglia, alla Calabria, alla Sicilia e alla
Sardegna, stendeva la sua zona d’influenza sull’esarcato di Ravenna, nonché su
Venezia, Roma e Napoli. Fra le due potenze era il papa, che, nonostante una
maggiore inclinazione verso i longobardi, cercava di mantenere una linea
indipendente, che potesse condurlo a costituirsi un proprio dominio temporale.
Era una frastagliatissima spartizione, non destinata a reggere, come tale, a lungo.
Infatti incursioni e guerre ne spostarono continuamente i confini, e dietro a
questi confini variarono signori e genti. Ma quattro secoli dopo, al tramonto del
primo millennio, le potenze in contrasto non si presentavano molto diverse, e
solo la cesura territoriale si era fatta piú netta. In alto e al centro l’unico a
dominare era il longobardo-franco «regno d’Italia», ad eccezione di quel
territorio che la Chiesa si era fatta attribuire sotto il nome di «patrimonio di san
Pietro». In basso, invece, si presentava tutta una farragine di diversi domini, fra
cui alquanto piú stabili erano quelli bizantini in Puglia, Calabria e nominalmente
in Sardegna, e quelli musulmani in Sicilia. Sempre tumultuanti ed elastici erano
invece i vari principati, ducati e città libere lungo la costa tirrenica della
Campania e della Lucania.
Questa frattura dell’Italia in due, iniziatasi nel settimo secolo e che
virtualmente durerà piú di mille anni prima di riuscirsi a rimarginare, è la causa
prima per cui anche la storia dell’ebraismo italiano perde da questo momento la
sua unità, ed entra in quella fase di sviluppo territoriale alternato che diventerà
una delle sue caratteristiche fino ai giorni nostri. Sino a quest’epoca, si era
potuto parlare di un tronco principale dell’ebraismo italiano residente a Roma e
di propaggini estendentisi promiscuamente un po’ per tutta Italia, sia in alto sia
in basso. Da ora in poi invece, mentre il tronco romano seguiterà sempre a
sussistere, constateremo un rigoglioso accrescimento dei rami protesi verso il
Mezzogiorno, e all’inverso una quasi completa atrofia di quelli verso il
Settentrione; in breve, da questo momento la storia dell’ebraismo italiano si
occuperà prevalentemente del territorio da Roma in giú. Questo spostamento
durerà fino al 1300, allorché avrà luogo un completo capovolgimento. Avverrà
allora che i rami verso il Nord prenderanno a svilupparsi, mentre quelli verso il
Sud si inaridiranno progressivamente per poi cadere del tutto; a Roma, epicentro
di questa rotazione, il tronco ebraico seguiterà sempre a mantenersi robusto. In
conseguenza, da questo momento l’esposizione delle vicende ebraiche non solo
deve procedere staccata, ma servirsi anche di una aggettivazione differente a
seconda che consideri il centro, ovvero l’una o l’altra parte d’Italia.
L’afflusso della popolazione ebraica verso il Mezzogiorno fu determinato
dall’intrecciarsi di vari fattori, che rendevano per gli ebrei le terre meridionali
piú attraenti che non quelle dell’Italia settentrionale. A ciò influirono
l’atteggiamento del suo regime politico, la feracità del suolo, la vivacità degli
scambi che vi si conducevano, ed in particolare il fatto che le città rivierasche
del Meridione erano in piú intensi contatti commerciali con quelle della sponda
africana, nonché dell’Egitto e della Grecia, largamente abitate da ebrei. Su questi
vari fattori ne predominò però specialmente un altro che determinò lo
spostamento degli ebrei verso il Mezzogiorno; ed esso fu che, negli ultimi due
secoli del millennio, non una ma due furono le religioni dominanti nel Sud – la
cristiana e la musulmana –, e non una ma molteplici le culture che vi fiorirono –
la italica, la bizantina, l’araba e piú tardi la normanna. Fra due religioni e fra
molteplici culture, armate l’una contro l’altra pur evitando collisioni, quella
ebraica non solo poteva avere, come ebbe, maggiori opportunità di coesistenza,
ma in qualche caso si presentò anche con funzione equilibratrice. Si aggiunga
infine che un aggregato come quello ebraico era portato a legarsi intimamente a
tutto il paese e a tutto il popolo, i quali sono costanti nel loro contegno, ma mai a
una città o a un regime determinati, che invece sono spesso capricciosi nei loro
atteggiamenti. Quindi i suoi spostamenti interni, suggeriti da opportunità o
imposti da necessità, costituivano delle fatalità frequenti e sgradevoli, ma non
drammatiche, come lo erano invece per gli altri aggregati della popolazione.

5. Gli ebrei nell’Italia meridionale sotto i bizantini e le potestà semindipendenti.

Negli ultimi quattro secoli del millennio, i bizantini furono quelli che ebbero
presa piú vasta, ma non piú solida nel Mezzogiorno. I legami di dipendenza fra
la amministrazione di Costantinopoli e i sudditi italiani passavano lunghi stadi di
estremo allentamento, interrotti da crisi di brevi ma incisive riprese. Se è vero
infatti che le disposizioni che promanavano dal lontano palazzo imperiale
recavano per lo piú un sigillo di insofferenza contro gli ebrei e talvolta il sigillo
del bando – è voce che per primo l’imperatore Eraclio si ripromettesse, nel 614,
di espellere gli ebrei da tutti i suoi vastissimi territori –, non è men vero che nelle
province italiane gli ufficiali greci avevano in generale scarso volere e potere di
mantenere costante questo regime di oppressione. Naturalmente non mancarono
le crisi, come quella verificatasi due secoli e mezzo dopo (la storia di questo
periodo è fatta di piccole notizie che emergono solitarie in mezzo a sconfinate
distese di ignoto; e non fa meraviglia che in questi rari cespugli si conservino piú
spine che fiori). Nell’873-74 l’imperatore Basilio I, da Costantinopoli, si assunse
la missione di portar tutti gli ebrei dell’impero ad accettare la religione cristiana.
Tentate invano le arti del convincimento e le lusinghe delle remunerazioni, egli
passò all’azione drastica: decretò che in tutte le centinaia di comunità sparse sui
suoi domini dovesse essere vietato il culto ebraico e gli ebrei dovessero essere
convertiti. Tutta l’Italia bizantina fu coinvolta in questa azione; rimase indenne
soltanto una minuscola zona di rispetto, costituita dalle cinque comunità
ebraiche che facevano centro intorno ad Oria, una cittadina sita fra Taranto e
Brindisi e allora assai piú importante di oggi. Morto Basilio, la sua politica
venne meno, ed anzi fu consentito a coloro che si erano battezzati di abdicare la
nuova fede accettata sotto la minaccia di morte. Rimane con tutto ciò il singolare
privilegio concesso ad Oria; e siccome esso si inquadra in tutto un bizzarro
incrociarsi di personaggi e di fatti che ebbe per teatro quel piccolo ma cospicuo
centro, vi torneremo fra breve. Lo zelo conversionistico degli imperatori
bizantini tornò a riaffiorare prepotente sotto Romano Lecapeno, tra il 932 e il
936. Non sembra però che anche questa volta il suo riverbero in Italia portasse
numerosi neofiti al cristianesimo; con tutto ciò, fu sufficiente per scatenare un
improvviso assalto contro gli ebrei di Bari, durante il quale si ebbero numerose
vittime, a cui se ne aggiunsero altre a Otranto. Non molto appresso, il dominio
bizantino in Italia si andò dissolvendo.
Nel resto della terraferma meridionale, i duchi e i principi italiani andavano
acquistando una sempre maggiore autonomia rispetto ai loro nominali signori,
bizantini o longobardi che fossero, e non si hanno notizie che gli ebrei che
vivevano in questi possessi semindipendenti – Gaeta, Napoli, Salerno, Amalfi,
Capua e Benevento – costituissero un problema tale da essere trattato con
speciali norme, per lo meno nel periodo in cui la pace non venne turbata in
quelle terre. Invece, quel che gli ebrei dovevano considerare come un incubo
erano i violenti passaggi di mano in mano dei loro luoghi di residenza quando,
tra bizantini, longobardi e città libere, si venne a inserire una quarta forza, quella
dei saraceni, che durante un secolo seminò lo sterminio dovunque penetrava.
Nell’839 queste torme di arabi provenienti dall’Africa settentrionale si
impadronirono di Taranto, l’anno appresso di Bari, due dei maggiori centri
ebraici. Poi rapidamente avanzarono lungo il litorale dei tre mari, conquistando
piazzeforti marittime, dominando le acque, giungendo oltre Roma; si ritiravano,
riconquistavano, dovunque lasciando segni di terribile distruzione. E gli ebrei,
che vivevano fitti in queste terre di razzia, ebbero fortemente a patirne: sia per
mano del saraceno occupante, che considerava l’ebreo, se ricco, come genere da
saccheggiare largamente, sia per mano del cristiano rioccupante, che considerava
con sospetto l’ebreo che, essendo «infedele» come il musulmano, era piú atto a
trovare con questo un modus vivendi durante il periodo della temporanea
conquista. Per la sola Oria, per la quale ci troviamo ad essere maggiormente
informati, si ha notizia di incursioni e saccheggi nell’856, nel 925, nel 927 e nel
952. Ogni volta queste incursioni lasciarono una scia di sangue ebraico, tanto
che alla fine, stremata, Oria perdette – ebraicamente parlando – ogni importanza,
che passò invece alle prossime Bari e Otranto. Nel secondo di questi assalti, gli
ebrei difesero strenuamente la città contro i saraceni, come già avevano difesa
Napoli contro le armate di Belisario. La sorte di Oria e dei suoi ebrei non è che il
maggiore esempio noto, fra numerosi ignoti o meno noti, di quanto ebbero a
subire in questo periodo di cruente guerre gli ebrei dell’Italia meridionale; del
resto, non diversamente da tutta l’altra popolazione 12.
Ancora una volta è difficile specificare per il Mezzogiorno dove risiedessero i
maggiori agglomeramenti ebraici negli ultimi due o tre secoli del primo
millennio. A prescindere dalle città che siamo venuti a mano a mano ricordando,
e per nessuna delle quali può essere messa, a fianco del nome, una cifra neanche
approssimativa dei suoi abitanti ebrei, è lecito presumere che anche varie altre
località del Meridione fossero caratterizzate da antichi insediamenti ebraici e da
quella continuità di permanenza, di cui tanto ebbero a compiacersi i tardi nipoti
residenti nelle medesime città, che amavano far discendere la loro origine, se
non dagli ebrei di Pompeo, per lo meno da quelli di Tito e di Adriano. Vestigia
ineccepibili di questa antica e ininterrotta dimora conserva in realtà soltanto
Venosa presso Potenza, dove sono stati rinvenuti due cimiteri ebraici, l’uno
sotterraneo a tipo catacombale contenente sepolcri che vanno dal quarto al
settimo secolo, e l’altro a fior di terra del nono secolo, ambedue ricchi di
iscrizioni. Altrove, abbiamo fatto cenno ad alcuni epitaffi tratti dalle catacombe,
i quali ricordano ebrei che, in vita, avevano ricoperto la carica di padri o di
maggiorenti della città. Sparsi relitti epigrafici, da attribuirsi al penultimo e
all’ultimo secolo del millennio, sono emersi anche a Benevento, a Bari, a
Brindisi, a Lavello e a Matera, di guisa che si può congetturare che ebrei fossero
sparsi in ogni maggior centro del Mezzogiorno, non esclusa la Calabria, dove
viveva nel decimo secolo il celebre monaco san Nilo, il quale si incontrò ed ebbe
dibattiti con il non meno celebre medico Sabbatài Donnolo 13.

6. In Sicilia sotto i musulmani.

La signoria musulmana, che nella terraferma italiana si reggeva instabile fra


assalti continuamente rinnovati, si sviluppò invece in Sicilia con caratteri di
salda e ordinata egemonia lungo il periodo che va dall’827, inizio della lenta
conquista dell’isola da parte degli arabi, al 1061, inizio della sua crisi a favore
dei normanni. Ma fu anche una dominazione esclusivista, in quanto produsse
nell’isola una quasi completa secessione dal resto d’Italia, ed un rigido
inserimento della Sicilia nell’orbita della Tunisia prima e dell’Egitto poi, da cui
provenivano le dinastie arabe che reggevano l’isola e le soldatesche che la
controllavano, sí da farne una provincia saldamente inserita nell’organismo
statale arabo.
Per quanto riguarda gli ebrei che vi risiedevano, si può dire che nessuna
dominazione straniera passata per l’Italia sia pervenuta ad esercitare su di loro
un influsso cosí profondo come quella araba. Nominalmente, gli ebrei dovevano
sottostare ad alcune limitazioni che li ponevano in una certa condizione di
inferiorità giuridica e sociale. Cosí, da un lato, come manifestazione di
trattamento equiparato, essi – alla pari del resto della popolazione – erano divisi
in liberi e servi, e nel primo caso godevano di larghi se non di tutti i diritti civili,
compreso quello di possedere immobili e di mantenere sinagoghe; dall’altro
invece, come manifestazione di trattamento discriminato, non potevano
aumentare il numero delle sinagoghe, non potevano portare armi, erano esclusi
dall’esercito, ed erano obbligati a mettere una cintura gialla ai fianchi ed uno
speciale turbante: prima applicazione, fra gli ebrei italiani, del famoso segno, che
si dice fosse stato escogitato nel 640 dal califfo Omar, secondo successore di
Maometto, per distinguere i credenti nell’Islam dai non credenti, e che fu
introdotto in Sicilia verso l’887. Oltre a ciò – come gli altri non musulmani
protetti (i dhimmi) che vivevano negli stati islamici, e quindi come i cristiani –
gli ebrei erano tenuti al pagamento di due tributi, l’uno detto gizyah, o piú
correntemente ghezia, testatico dovuto dagli adulti a corrispettivo del libero
esercizio del loro culto, e l’altro karag, imposta reale sui beni immobili di tutti
gli infedeli, calcolata sui redditi 14.
Al di fuori e al di sopra di queste molestie, sancite sí per creare una gerarchia
di caste religiose, ma piú con intenti di protezione che non di sopraffazione della
casta superiore sull’inferiore, il fatto che gli ebrei siciliani si vennero cosí a
trovare saldamente coinnestati con le altre comunità ebraiche sparse lungo il
Mediterraneo arabo, una maggiore similarità di lingua e di cultura con la classe
dominante, una migliore conoscenza degli usi e costumi arabi, li portarono a
fungere in molti casi da anello di congiunzione fra la casta musulmana ad essi
superiore e quella cristiana ad essi uguale. Sappiamo che la maggioranza degli
ebrei si trovava a Palermo, in un borgo che da essi prendeva il nome e che già
raccoglieva la piú numerosa comunità d’Italia; sappiamo che altri rilevanti
aggruppamenti esistevano ad Agrigento, a Siracusa e a Catania, e che ebrei
siciliani del tempo avevano costituito in Egitto una piccola colonia: oltre a ciò,
molto di piú sarebbe lecito congetturare prendendo lo spunto dall’impronta
culturale, dalla opulenza economica e talvolta dalla nostalgia che ha lasciato la
signoria araba, nei secoli immediatamente successivi, tra gli ebrei di Sicilia. E se
l’età d’oro di questo ebraismo si fa coincidere di solito con il dodicesimo-
quattordicesimo secolo, in realtà essa ha le sue ampie scaturigini nei due secoli
intorno al Mille, anche se la povertà del materiale documentario, che è stato
possibile fino qui rinvenire, nasconde quasi completamente le fonti e la portata
iniziale di queste scaturigini.

7. Nell’Italia settentrionale e a Roma.

Come già accennato, nei lunghi secoli dal sesto all’undicesimo, dal territorio
dell’Italia settentrionale non ci è pervenuta altra notizia che di improvvise e
temporanee comparse di ebrei. In gran parte veri ebrei, ma talvolta anche
presunti, giacché è dimostrato che l’appellativo di judaeus non è sempre
sufficiente a caratterizzare come ebreo chi lo portava. Queste apparizioni di
incontrovertibili ebrei sono talmente isolate e vaghe, che non lasciano campo per
inserirle in un quadro d’insieme appena un po’ animato. D’altra parte, che questa
scarsità di ebrei non possa essere attribuita a casuale difetto di documenti, lo
dimostra il fatto che – a differenza di quello che avveniva nella bassa Italia – in
alta Italia, fra le generazioni che vennero piú tardi ad abitarvi, mancarono
completamente la tradizione, e l’orgoglio che in genere accompagna tale
tradizione, di una remota e continua residenza nelle terre settentrionali. Queste
terre quindi, anche se non erano completamente prive di ebrei, certo ne
ospitavano un numero molto limitato.
L’individuo tipicamente ebreo, quando non si dedica al raccoglimento
spirituale e all’assolvimento delle pratiche religiose, è portato a dedicarsi,
principalmente, là dove le leggi del paese gli vietano ogni altra attività, a quel
genere di rapporto umano piú vivo e fondamentale che è lo scambio dei beni, il
commercio. È senza dubbio una anomalia che queste due capacità
apparentemente antagonistiche possano albergare non solo in uno stesso
individuo, ma in tutti gli individui appartenenti alla stessa gente; è però una
realtà. Da ciò nasce che due sono le possibilità che l’ebreo ricerca in ogni posto
in cui intende soffermarsi: un luogo propizio dove poter seguire le proprie leggi
religiose e i propri riti, e una piazza dove poter esercitare il proprio talento
commerciale. Quando uno di questi due fattori gli viene a mancare e le
circostanze gli permettono di spostarsi, egli è portato a cercarsi un’altra città
dove espletarli. Ora, è chiaro che in alcuni centri dell’Italia settentrionale
l’atmosfera non poteva essere la piú propizia per una attività mercantile degli
ebrei. Le città marinare – Genova, Pisa, Venezia –, gelose custodi della funzione
di intermediarie nel commercio fra Occidente e Oriente che le galere di ciascuna
andavano rapidamente e saldamente conquistando alla madrepatria, dovevano
considerare con dispetto i potenziali concorrenti ebrei. Cosí, se per Genova e per
Pisa non si ha notizia di una residenza ebraica di qualche conto, per Venezia i
documenti sono piú significativi. A due riprese, nel 945 e nel 992, il senato
proibí, a scopo protezionistico, ai comandanti delle navi veneziane dirette verso
il Levante di prendere a bordo gli ebrei e le loro merci. Con tutto ciò alcuni
mercanti ebrei, specialmente tedeschi, cominciarono a prendere dimora nella
laguna poco dopo l’alba di questo millennio. Quello però che non è chiaro è
quali piú drastici impedimenti – fossero di insofferenza religiosa o di
insofferenza commerciale – si siano opposti altrove a una residenza di ebrei. E
questo tanto piú che la disposizione emanata nell’855 dal re carolingio Ludovico
II, a norma della quale tutti gli ebrei residenti nell’Italia settentrionale avrebbero
dovuto abbandonare quelle terre entro brevissimo termine, pare che non abbia
avuto applicazione. Quanto poi alla cacciata degli ebrei da Verona verso il 965
ad opera del vescovo Raterio, e che a quanto pare ebbe origine da un
contraddittorio religioso, con ogni verosimiglianza costituí un esempio che non
ebbe seguito. Non resta quindi che constatare senza commento questa assenza
quasi completa di ebrei dall’Italia settentrionale, e attenersi a quel pochissimo
che si sa, e cioè che in questi tempi era possibile incontrare qualche ebreo non
del tutto isolato a Pavia, capitale del regno longobardico e poi italico, dove,
intorno al 750 un ebreo Lullo affrontò una discussione religiosa con il cristiano
Pietro da Pisa. Un aggruppamento di qualche conto si trovava anche a Lucca; in
questa città si era costituito da qualche tempo un centro di studi ebraici, e nel
nono secolo vi era immigrato da Oria un ramo della famiglia Calonimos (che
perpetuerà il suo cognome in Italia sotto la forma abbreviata di Calò). È proprio
da questo ramo dei Calonimos che, intorno al Mille, si distaccarono alcuni
membri per andarsi a fissare a Magonza e a Spira. Nelle province renane, essi
divennero gli antesignani di una illustrissima coorte di saggi ebrei, dediti
specialmente agli studi del Talmúd. Un altro Calonimos, è voce (non si può dire
quanto consistente) che abbia salvata la vita all’imperatore Ottone II di
Germania, aiutandolo a fuggire nel 982 a Crotone dopo la sconfitta patita ad
opera dei saraceni. Questo episodio dimostra che esistevano ebrei nelle fila
dell’esercito combattente 15.
Roma – nella breve cinta delle sue nuove mura, che proteggeva una
popolazione di pochissime decine di migliaia di abitanti e che comprendeva il
minuscolo borgo o fundus degli ebrei sulla riva del Tevere e il contiguo pons
judaeorum – non lascia scorgere nulla di quel che vi si fosse agitato di ebraico
nei secoli che precedono il secondo millennio. Ma appena questo si affaccia, le
notizie sono meno avare, e rivelano segni di un concatenamento con anelli
precedenti, nascosti ma indubitabili. La schola degli ebrei compare, insieme con
altre scholae o colonie straniere, a rendere atto d’omaggio durante le
incoronazioni di papi o di re, ovvero nei loro solenni ingressi nella città. Essa è
citata per la prima volta in un testo cerimoniale emanato negli ultimi anni di vita
dell’imperatore Ottone III di Germania (980-1002), e dopo di ciò piú
frequentemente. La comunità era retta da un consiglio di rabbini, tre dei quali
sono ricordati nel 1007, i primi nomi di ebrei romani che si ritrovano menzionati
dopo secoli di silenzio. Ed infine non mancano, tra il 1020 e il 1021, né l’accusa
lanciata contro la comunità ebraica di Roma di aver provocato un disastroso
terremoto in conseguenza di una presunta profanazione di un crocifisso, né un
certo numero di ebrei uccisi dalla plebe romana a titolo di purificazione.
Il profilo tutt’altro che mosso della storia degli ebrei di Roma di questo
periodo si conclude con un gruppo di figure che si stagliano gagliarde e
sorprendenti; esse appartengono alla famiglia Pierleoni. Verso la metà
dell’undicesimo secolo si era fissato a Roma un banchiere ebreo di nome
Barukh, il quale non esitò a mettere il suo molto cospicuo patrimonio al lucroso
servizio sia del papa nella sua lotta per le investiture, sia del battagliero
patriziato romano. Egli rassodò la sua posizione facendosi cristiano – e come
tale cambiando il suo nome nell’equivalente Benedetto – e sposando una donna
dei Frangipane, una delle famiglie dominanti a Roma. Ebbe un figlio Leone, e un
nipote Piero di Leone, da cui derivò il nome di famiglia: Pierleoni. Devoti ai
successivi papi e da essi protetti, i Pierleoni assursero al rango dei maggiori
potentati di Roma, tanto che nella loro casa papa Urbano II visse i suoi ultimi
giorni e la elezione dei successivi pontefici non poté sottrarsi alla loro influenza.
Ormai non era piú il solo denaro a renderli cosí potenti, ma proprie milizie, una
piccola cittadella e il sostegno della popolazione romana. Uno dei figli di Piero,
Pietro Pierleoni, avviato alla carriera ecclesiastica, fu creato cardinale. Quando
nel 1130 venne a morte Onorio II, egli riuscí a procacciarsi, con favori prodigati
alla cittadinanza romana e con la elargizione della dignità regia a Ruggero di
Sicilia, protezioni cosí potenti da farsi eleggere papa, assumendo il nome di
Anacleto II. Contro di lui però la famiglia congiunta dei Frangipane provocò la
nomina di un suo protetto, Innocenzo II, al cui fianco venne a porsi la
maggioranza dei re e dei principi del tempo. Erano lo scisma e la guerra civile,
mentre Anacleto II veniva considerato antipapa. Tale egli rimase fintanto che
visse (1138), lentamente abbandonato da tutti fuorché dal popolo di Roma, e
certamente inviso per il ricordo della sua non lontana origine ebraica. Ancor
oggi a Roma, un turrito palazzetto vicino al teatro di Marcello, strade e leggende
mantengono vivo il nome di questa intraprendente famiglia, la cui fortuna non ha
uguale nella storia degli ebrei in Italia 16.

8. Episodi e cultura.

Se, come abbiamo constatato, il nome di Oria ricorre nelle storie ebraiche di
questo periodo assai piú frequentemente di quello di altre città del Mezzogiorno
non meno ragguardevoli come sedi ebraiche, ciò è dovuto a una testimonianza
del tempo che la concerne, e che fortunatamente si è conservata. In una cronaca
familiare (Séfer Juchasín) scritta nel 1054, Achimaaz da Oria racconta in prosa
rimata la storia della sua famiglia, il cui lontano trapianto in Oria egli fa risalire
ad alcuni dei prigionieri condotti da Tito, ed i cui intrecci nei duecento anni che
precedettero la sua nascita, egli descrive per disteso. Questa narrazione – dopo
quel primo spiraglio che aveva lasciato intravedere Venosa ebraica in epoca di
poco anteriore – apre un secondo spiraglio su un piccolo mondo ebraico, cosí
insospettatamente intenso di atteggiamenti e, si direbbe quasi, cosí accecante di
luci, che si rimane perplessi al pensare cosa possa celarsi in tutti gli altri cento
settori del mondo ebraico italiano di quell’epoca che tuttora rimangono nelle
tenebre. Ricondurre entro gli argini di una controllata realtà la vita dei singoli
membri di questa famiglia di Oria, dopo che Achimaaz l’ha fatta straripare su
terreni che, nei particolari piú che nella sostanza, appaiono venati di compiaciuta
fantasia, è impresa non agevole. Quello però che si può affermare, è che si tratta
di una saga di persone veramente singolari, da un lato per la loro dottrina ed il
loro anelito ebraici, e dall’altro per il rispetto che esse riuscivano a cattivarsi da
quei potentati che venivano a contatto con loro 17.
Si narra in questa cronaca che il progenitore della famiglia, Amittài, viveva
nella metà del nono secolo. Egli era altamente onorato nella sua città, sia come
maestro sia come compositore di inni sacri; egli era anche molto versato nella
conoscenza degli scritti tradizionali e in quella delle dottrine esoteriche e
mistiche che vanno sotto il nome di Càbala. In queste ultime dottrine egli era
stato introdotto o perfezionato da un favoloso personaggio, Aharon ben Samuel
ha-Nassí di Bagdad, il quale dalla Babilonia, centro del misticismo cabalistico, si
era trasferito a metà del nono secolo, prima a Gaeta e a Benevento e poi a Oria,
dove per la sua eccezionale erudizione e per la sua fama di operatore di miracoli,
si era costituito un largo seguito. Uno dei piú fedeli discepoli di Aharon di
Bagdad fu un figlio di Amittài, Shefatià, che all’amore del padre per la poesia
religiosa uní abilità di diplomatico e potere di taumaturgo. Chiamato a
Costantinopoli dall’imperatore Basilio I per guarirne la figlia, egli vi riuscí per
via di esorcismi, e a compenso ottenne dall’imperatore che i suoi correligionari
di Oria, e forse di tutta la regione, venissero risparmiati dall’onta del battesimo
decretato per tutti gli ebrei dell’impero. Qualche anno appresso, quando Puglia e
Calabria soffersero una delle molteplici incursioni saracene, egli funse da
mediatore fra bizantini ed arabi, ed anche in questa occasione invocò in suo aiuto
interventi magici. Patrocinio della importante accademia di studi ebraici di Oria
da loro diretta e sovvenzionata, cura per l’amministrazione pubblica,
inclinazione alla poesia e alla astrologia, seguitarono ad essere le prerogative dei
successivi membri di questa singolare famiglia. Queste doti si riassunsero poi in
grado eminente in Paltiel il quale, quando il condottiero arabo al-Muiz espugnò
Oria verso il 952 dopo aver disseminato incendi e distruzioni in Calabria e in
Puglia, riuscí ad entrare nelle grazie di costui, e a divenirne consigliere in Sicilia
e a seguirlo – come vizir – anche in Egitto, quando nel 969 al-Muiz fu creato
califfo. In quest’ultima carica Paltiel svolse una intensa attività politica, tanto
che il nuovo califfo al-Ariz ve lo mantenne per vario tempo anche dopo la morte
del padre. Scendendo ancora per i rami di questa famiglia, costretta dalla furia
delle successive invasioni a abbandonare Oria, negli ultimi cinquant’anni del
millennio troviamo Samuel, nonno di Achimaaz, che era divenuto a Capua
direttore del tesoro e preposto a tutti i dazi, mentre il figlio, un altro Paltiel,
vissuto nel passaggio del millennio, raggiunse una posizione sociale ancora piú
elevata, avendolo il principe di Capua nominato governatore e direttore di tutti
gli affari della città. Infine due prozii di Achimaaz, Sabbatài e Papoleon,
goderono di una posizione eminente presso il duca di Amalfi.
A un’altra cronaca si attribuisce l’Italia meridionale come luogo di
composizione e come data di redazione il principio del secolo decimo. È il
Josippon o Piccolo Giuseppe, in cui un ignoto autore descrive in succinto la
storia del popolo ebraico fino alla distruzione del secondo Tempio, attingendo la
materia dai volumi di Giuseppe Flavio – donde il nome del libro, in diminutivo
–, ma traendo anche motivi da successive elaborazioni storiche assai meno
controllate. Quest’opera senza pretese, in cui la verità storica e l’abbellitura
leggendaria si presentano continuamente intersecate, e a cui uno stile fresco e
piano, che riecheggia quello della Bibbia, dà una patina gradevole, ha conosciuto
una larga fortuna fra gli ebrei dei secoli successivi, i quali provavano
appagamento nel leggere le loro vicende trattate con intonazione cosí epica.
Oltre a queste cronache, e ad alcune composizioni morali e mistiche di non
sicura attribuzione, vi è tutta una serie di altre manifestazioni letterarie, le quali
concorrono nel far ritenere il Mezzogiorno d’Italia, e in special modo la Puglia,
la nuova culla della cultura ebraica di tutta l’Europa nei secoli immediatamente
precedenti il Mille. Il fascino esercitato dalla bassa penisola italiana, la signoria
araba spesso comune, e infine la posizione delle coste meridionali direttamente
affacciate sull’Oriente, avevano fatto approdare su queste coste alcuni esponenti
delle accademie di studi talmudici di Palestina, dell’Africa settentrionale e
perfino di Babilonia. Qui, questi venerabili saggi costituirono il fertilizzante su
un terreno ebraico ubertoso, ma lasciato in abbandono. La messe fu immediata e
ricca. La lingua ebraica che, dopo il distacco dalla Palestina, era caduta sempre
in maggiore disuso nelle comunità ebraiche europee, tanto da essere compresa
solo da pochissimi, ebbe, a partire dall’ottavo secolo, una marcata reviviscenza
in Puglia, cosí da essere usata sia per composizioni letterarie, sia come lingua, se
non corrente, per lo meno aulica. Lo dimostrano fra l’altro le iscrizioni
sepolcrali, che si rinvengono stilate completamente in ebraico a Venosa, a Bari,
a Trani ed altrove, mentre non lo erano state cosí durante tutta l’epoca romana.
Con il nono secolo, si incontra sempre in Puglia, primo centro d’Europa, uno
stuolo di poeti i quali redigono in ebraico delle composizioni liturgiche, e nel
secolo seguente Bari, Oria, Otranto e Siponto forniscono sempre nuovi nomi a
questo stuolo poetico; vi si ritrovano Chasadià ben Chananel, Zevadià, Silano da
Venosa; piú tardi Menachem Corizzi da Otranto. La passione per la metrica
religiosa si irradia pian piano anche verso altri centri italiani, e intorno al Mille
due cenacoli poetici importanti si rinvengono sia a Roma, dove si conservano
vari nomi di poeti fra i quali è caratteristico che generalmente l’estro poetico si
trasmetteva di padre in figlio, sia a Lucca, dove invece questo estro si concentrò
nella famiglia Calonimos. Argomento di questa produzione poetica sono
effusioni religiose costellate di citazioni bibliche, nelle quali l’intento edificante
prevale sul valore artistico, non senza sprazzi di genuina intensità poetica e di
vividezza di immagini. Il pathos poetico raggiunge, in generale, momenti di vera
commozione in quelle speciali composizioni (selichòth) miranti a commemorare
fatti luttuosi occorsi a una comunità. Di questi componimenti alcuni entrarono a
mano a mano a far parte della prima stesura del Machzòr romano, e cioè della
raccolta di preghiere e di poesie recitate durante l’offizio. Una vena poetica piú
leggera scorreva in alcune poesie a noi giunte di autori che vivevano in età piú
tarda in Sicilia, nel dodicesimo secolo, e che facevano capo a Anatoli ben Josef,
originario di Marsiglia: tema preferito, l’amicizia 18.
L’influenza dei contatti culturali col Levante risultò particolarmente evidente
nel campo dell’insegnamento religioso superiore. A partire dal nono secolo ci
giunge notizia dell’esistenza di varie accademie talmudiche a Venosa, Oria, Bari
e Otranto, che si acquistarono presto una tale rinomanza, da giustificare il
superbo motto che, ancora nel dodicesimo secolo, correva a loro proposito in
Francia e che cosí suonava, parafrasando un versetto del profeta Isaia: «Da Bari
proviene la Legge e la parola del Signore da Otranto». Quasi illustrazione di
questo motto è l’episodio che viene sovente ricordato di quattro famosi rabbini i
quali, partiti verso il 972 da Bari, vennero fatti prigionieri in alto mare da corsari
andalusi. Venduti come schiavi in differenti porti della Spagna e dell’Africa, e
poi riscattati, questi «quattro prigionieri di Bari», come vengono comunemente
designati, figurano fondatori di altrettante scuole locali di Talmúd poco dopo
assurte a grande rinomanza: uno dei quattro rabbini era Chushiel ben Elchanan,
presidente della accademia di Kairuan in Egitto. Questa tradizione, verità o
leggenda che sia, sta a significare come in antichi tempi si ritenesse che il fiorire
degli studi rabbinici, specialmente nell’Africa del Nord, fosse dovuto a rabbini
provenienti dalla Puglia. Oltre che verso la Spagna e l’Africa, poesia e studio del
Talmúd ebbero altre due direzioni molto importanti: dalla Puglia passarono a
Roma e a Lucca, sedi di due accademie i cui pareri venivano ricercati a Oriente e
a Occidente; e di qui si spinsero ancora sul Reno e in Provenza, dove
l’insegnamento delle scuole italiane costituí il germe di successivi, importanti
sviluppi. Cosí Roma e l’Italia meridionale, dopo essere state nei due secoli a
cavaliere dell’inizio dell’era volgare, il centro dei primi nomadi ebrei
volontariamente o forzosamente sbarcati dal Levante, esattamente mille anni
dopo divennero le depositarie e le dispensatrici di una nuova ondata, questa volta
culturale, che proveniva dagli stessi centri, ed era destinata a riversarsi sulle terre
d’oltralpe 19.
La sintesi della operosità scientifica di questo periodo è data da una
monumentale opera (′Arúkh o L’ordinato), composta dal romano Nathan di
Jechiel Anaw prima del 1101: un dizionario di tutto il linguaggio postbiblico,
corredato da una imponente erudizione e cosparso di divagazioni non soltanto
lessicali, che ha avuto una eccezionale popolarità e che ha costituito fino ad oggi
il substrato di ogni nuovo vocabolario talmudico. Un altro lessico della lingua
ebraica, di intonazione però piú popolaresca, il Machbéreth ha-’Arúkh (La
composizione dell’ordinato), veniva finito di comporre nel 1160 a Salerno ad
opera di Salomon ibn Parchon, uno spagnolo trapiantatosi in Italia.
Contemporaneamente da Siponto, la città ormai in procinto di essere
abbandonata, usciva dalla penna di Isaac di Malchizedek un commento
autorevole sulla Mishnàh, in gran parte perduto. Va anche sottolineato che la
presenza degli studiosi provenienti dalla Palestina e dalla Babilonia valse a
infondere quella passione per gli studi mistici, che dominerà per lungo volgere di
secoli su molti sapienti ebrei italiani.
La cultura ebraica di questo tempo, nonostante fosse assorbita
prevalentemente dagli studi intorno alla tradizione ebraica, non vi si esauriva
però del tutto. Fra gli studi secolari, una particolare attrazione sulle menti
ebraiche esercitavano quelli relativi alla struttura del corpo umano, e agli influssi
degli astri su di esso e sul mondo terreno in generale, due scienze, allora, in
stretta relazione. Tipico rappresentante di questo connubio scientifico fu
Sabbatài di Abraham Donnolo, vissuto in varie città del Mezzogiorno fra il 913 e
il 985. Medico e astrologo, parimente ricercato da ebrei e cristiani per la sua
valentia, egli ha lasciato degli scritti che lo fanno classificare come uno dei
maggiori scienziati del suo tempo, e come il primo ebreo d’Europa che abbia
trattato materie scientifiche di soggetto profano in lingua ebraica.
Fra le città in cui Donnolo si soffermò, pare sia stata anche Salerno, sede
della celebre scuola medica fondata verso l’850. Questa scuola era la piú antica e
rinomata istituzione dell’Europa occidentale per l’insegnamento e la pratica della
medicina, ed i suoi discepoli si spandevano poi per ogni parte del mondo allora
conosciuta. Una leggenda piú tarda attribuisce la fondazione dell’accademia
salernitana al concorso di quattro maestri: uno latino, uno greco, uno arabo e uno
ebreo, e dà anche il nome dell’ebreo: Salino, che pare insegnasse in ebraico e
fosse coadiuvato da un certo Serach. A quanto sembra, la leggenda sta a
significare, o che i testi usati per l’insegnamento erano stati tratti dalla letteratura
medica di quelle quattro civiltà, o che le lezioni venivano impartite nelle
medesime lingue, tutte diffuse a quel tempo nell’Italia meridionale. Certo è che,
senza poter attribuire a nessun ebreo in concreto un ruolo cosí eminente nella
fondazione della scuola salernitana, fin dagli inizi della ripresa degli studi medici
nell’Italia meridionale, dovettero parteciparvi in modo eminente gli ebrei.
Quanto a Sabbatài Donnolo, abbia o no insegnato nella accademia medica di
Salerno, il suo Libro di medicina costituisce una delle piú antiche e accreditate
opere provenienti da Salerno; egli è il primo di una lunga e folta coorte di medici
ebrei 20.
L’equilibrio di questo capitolo e l’armonia di esposizione vorrebbero che a
questo punto ci si soffermasse a parlare della situazione e delle attività
economiche svolte dagli ebrei italiani dal sesto secolo a poco dopo il Mille:
purtroppo le notizie pervenuteci sono cosí frammentarie, che tentare una
qualsiasi ricostruzione significherebbe dover lasciare tanto campo alla fantasia,
da rendere questa ricostruzione scarsamente attendibile. Meglio quindi rinviarla
a un’epoca di non molto successiva, nella presunzione, forse non lontana dalla
verità, che il quadro complessivo delle occupazioni ebraiche rimanesse nel
frattempo sostanzialmente invariato. Con tutto ciò si può dire fin da ora che, in
mezzo a una tradizione cristiana ormai ferma nel considerarli come degli esseri
di minori diritti, ma non ancora espressasi in un corpo di rigidi divieti, gli ebrei
italiani ebbero modo di condurre una vita attiva, con pochi intralci e forse in
generale agiata, mentre le traversie che essi ebbero a sopportare in questo
periodo furono comuni a tutta la popolazione italiana.

1 JUSTER, J ., Empire romain, I, 89-91.

2
JUSTER, J ., Empire romain, I, 45 sgg., 71 sgg.; II, 244 sgg.
3
VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 161-62; e soprattutto BLUMENKRANZ, B ., Juifs, 68-75, 162-64, 215-89;
PACIFICI, V ., La chiesa di san Silvestro a Tivoli, «Arte Cristiana», IX (1921), 67-78; BLUMENKRANZ, B .,

Juifs, 77.
4 AMBROGIO , Epist., 40, 7. Recentemente è stato sollevato qualche dubbio sulla interpretazione della

epistola ambrosiana; cfr. RUGGINI, L ., Ebrei e orientali, 198-202; cfr. anche 207 e 211.
5 VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 128-31; JUSTER, J ., Empire romain, II, 456 sgg.

6 TAMASSIA, N ., Italia merid., 796-97; RUGGINI, L ., passim; BOGNETTI, G. P., Les inscriptions juives de

Vénosa et le problème des rapports entre les Lombards et l’Orient, «Acad. Inscr. et Belles Lettres», Paris,
aprile-giugno 1954, 193-94.
7 PROCOPIO DI CESAREA, Bellum Gothic., I, 12; Bellum Vandal., II, 9.

8 VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 130-33.

9 PROCOPIO, Gothic., I, 8.

10 GREGORIO MAGNO , Epist., II, 36; VIII, 35.

11 GREGORIO MAGNO, I, 34; VIII, 23 e 25; IX, 55. Le epistole di Gregorio Magno, per quanto riguarda
il loro contenuto ebraico, trovano un ampio commento in BLUMENKRANZ, B., Juifs, passim.
12 FERORELLI, N ., Italia merid., 23-35; MARSELLA, B. P., Da Oria viene la parola di Dio, Roma 1952,

14-23.
13 Il principale illustratore delle catacombe di Venosa è stato GRAZIADIO ISAIA ASCOLI, in Iscrizioni

ebraiche. Cfr. anche per Venosa: FREY, J. B., Corpus, 438-40; LEON, H. J., The Jews of Venusia, «JQR»,
nuova serie, XLIV, 1954, 267-84; BOGNETTI, G. P., Les inscriptions juives de Venosa cit., 193-202;
JACOBONE, N., La piú importante comunità ebraica del Mezzogiorno sui confini dell’Apulia, Lecce 1939.

Di CASSUTO, U., sono da consultare: Nuove iscrizioni ebraiche di Venosa, «Arch. Stor. Calabria e
Lucania», IV, 1934, 1-9; e la prosecuzione in: V, 1935, 129-34; una rielaborazione nella rivista di
Gerusalemme «Qédem», II, 1944, 99-120; per Bari: Sepolcri e iscrizioni sepolcrali degli ebrei di Bari,
«Japigia», IV, 1933, 167-73; Iscrizioni ebraiche a Bari, «Riv. St. Orient.», XV, 1934, 316-22; LEVI, L.,
Ricerche di epigrafia nell’Italia meridionale, «RMI - volume Luzzatto», 1962, 132-53.
14 AMARI, M ., Storia dei musulmani nella Sicilia, 2 a ed., Catania 1933-35, I, 617; II, 29-43;
SENIGAGLIA, Q., La condizione giuridica degli ebrei in Sicilia, «Riv. It. Se. Giurid.», XLI, 1906, 77-78.
15 MILANO, A., Secc. XI -XII , «RMI», 24-25, 29; BLUMENKRANZ, B., Juifs, 70.

16 BERLINER, A., Rom, II, parte I, 7-8; VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 210-15; VOGELSTEIN, H. , Rome,

140-48.
17 Fra le varie edizioni di questa cronaca ci riferiamo, per precisione e ricchezza di commento, a quella

curata (in ebraico) da KLAR, B., Gerusalemme 1944.


18
SCHIRMANN, J ., Zur Geschichte der hebräischer Poesie in Apulien und Sizilien, «Mitteil.
Forschungsinst. für hebr. Dichtung», I, 1932, 96-147; SONNE, I., Alcune osservazioni sulla poesia religiosa
ebraica in Puglia, «Riv. St. Orient.», XIV, 1933, 68-82; STERN, S. M., A Twelfth Century Circle of Hebrew
Poets in Sicily, «Journal of Jew. Studies», V, 1954, 60 sgg.
19 EPPENSTEIN, S ., Die Erzählung von der vier gefangenen Talmudisten, «MGWJ», voll. LV e LVI,

1911 e 1912, passim.


20 MUNTNER, s., Sabbatài Donnolo (biografia in ebraico), Gerusalemme 1949, passim.
III. L’età dell’espansione
(1100-1300 circa)

1. L’Itinerario di Benjamin da Tudela. – 2. Gli ebrei nell’Italia settentrionale. – 3. La Chiesa e gli ebrei.
– 4. Gli ebrei a Roma. – 5. Nell’Italia meridionale sotto i normanni. – 6. In Sicilia e in Sardegna. – 7. L’età
di Federico II di Svevia. – 8. Crisi nell’Italia meridionale. – 9. Popolazione e occupazioni.

1. L’«Itinerario» di Benjamin da Tudela.

Gli otto secoli di storia dell’ebraismo italiano che abbiamo percorsi nel
capitolo precedente sono immersi in cosí fitta nebbia, che sono state sufficienti
non troppe pagine per narrare quelle memorie ebraiche che vi si riescono
malamente a intravvedere. I due secoli che ora dobbiamo imprendere a
percorrere permettono invece di cogliere dei lumi sulla realtà ormai assunta, che,
fiochi e sparsi all’inizio, andranno rapidamente infittendosi, fino a illuminare
con sufficiente chiarezza il panorama complessivo della vita ebraica in Italia.
Questo tratto di storia comprende il periodo dell’espansione degli ebrei
nell’Italia centro-meridionale e, nei suoi ultimi decenni, quello dell’inizio della
loro penetrazione verso il Nord, che però sarà trattata in un capitolo successivo.
Lí e qua, come abbiamo detto, le memorie si vanno facendo con il tempo sempre
piú ampie, anche se sono lungi dall’essere esaurienti, ed anzi pur risultando,
sotto vari aspetti, appena soddisfacenti. Nel loro complesso esse mostrano però,
nella vita ebraica, una traiettoria tesa verso l’alto, verso il consolidamento
territoriale, lo sviluppo economico e l’avanzamento culturale, non senza, nei
primi due settori, la interferenza di temporanee contrazioni e ripiegamenti.
Piú per opportunità di carattere espositivo che per altro, nella prima parte di
questo capitolo riteniamo preferibile, invece di procedere cronologicamente, di
alzare d’un tratto il sipario sulla situazione dell’ebraismo italiano nella seconda
metà del 1100, riannodando alla situazione di quel momento le varie notizie che
si hanno, città per città, per tutto il periodo preso in esame. E questo è possibile
perché ci è pervenuto, fortunatamente, il diario di un viaggio attraverso l’Italia
compiuto poco dopo la metà del secolo dodicesimo da un mercante ebreo di
Spagna, Benjamin da Tudela. Attraverso questo diario riusciamo ad ottenere una
visuale larga e sincrona sull’ebraismo italiano, invece di tante immagini sfasate
fra di loro.
Benjamin di Jona era oriundo di Tudela, nel regno di Navarra. Egli, tra il
1159 e il 1167 (la data è controversa), partendo dalla natia Spagna intraprese un
lungo viaggio attraverso la maggior parte del mondo allora conosciuto, con
intendimenti turistici ai quali forse non erano disgiunti interessi commerciali.
Percorse la Francia meridionale, l’Italia e la Grecia, giunse a Costantinopoli,
visitò le isole dell’arcipelago, la Siria, la Palestina e la Mesopotamia; forse si
spinse nella Persia e nell’India e forse toccò anche i confini del Tibet e della
Cina, per poi ritornare, attraverso lo Yemen e l’Egitto, in Europa. Qui traversò la
Sicilia, parte dell’Italia continentale, la Germania occidentale, la Francia
settentrionale, e finalmente, verso il 1173, tornò sulle sponde del suo Ebro. Può
quindi considerarsi un Marco Polo minore.
Benjamin da Tudela era mercante; come tale, uomo prudente, giudizioso, uso
ad osservare le cose con meticolosità e a fissarsi nella mente quanto di
interessante gli passava sotto gli occhi. Queste sue specifiche attitudini fecero di
lui un accorto ed accurato turista. Delle varie città appuntava notizie e dati,
raccolti da lui o fornitigli da altri, sulla posizione geografica, sulle principali
vicende storiche, sui monumenti artistici e, con particolare compiacimento, sulla
attività commerciale di esse. Naturalmente l’ebreo Benjamin diede molto
maggiore rilievo alle notizie riguardanti le comunità ebraiche incontrate lungo il
suo viaggio, che non a quelle di ordine generale sui posti visitati. Infatti per ogni
comunità ebraica, egli accuratamente descrisse la zona della città in cui erano
raccolti gli ebrei, il numero dei correligionari, le persone piú ragguardevoli, le
particolarità locali degli usi ebraici, qualche memoria storica. Tutto questo
complesso materiale di annotazioni gli serví per comporre, al suo ritorno in
patria, l’opera nota sotto il titolo di Massaòth Binjamín (I viaggi di Benjamin).
Sulla redazione di questa opera, la mente positiva, da mercante, dell’autore influí
in due diversi modi: bandí, nelle descrizioni, gli eccessivi voli lirici, e d’altro
canto non lasciò neanche filtrare, nel substrato documentario del lavoro, troppe
inesattezze. Senza dubbio, molto meno di quelle che sarebbe lecito presupporre
nel diario di un viaggio compiuto, nel dodicesimo secolo, da una persona non
particolarmente colta e che non aveva a sua disposizione speciali mezzi di
informazione.
Sulla scorta delle note di viaggio compilate da Benjamin, risulta certo
grandemente facilitato il compito di ripercorrere tutta l’Italia a distanza di otto
secoli, per accertare quale fosse allora la consistenza e la efficienza dei vari
nuclei ebraici. In questa nostra peregrinazione, effettuata tenendo sotto gli occhi
l’Itinerario di Benjamin da Tudela, correggeremo, ove possibile, le imprecisioni
dei dati da lui riferiti e amplieremo le sue notizie; inoltre integreremo
opportunamente il suo viaggio con deviazioni verso quei luoghi dove si ha
notizia dell’esistenza di centri ebraici, rimasti fuori dal percorso del mercante
spagnolo 1.

2. Gli ebrei nell’Italia settentrionale.

Prima città italiana toccata da Benjamin dopo quattro giorni di navigazione da


Marsiglia, fu Genova. Quivi egli rinvenne soltanto due famiglie di ebrei originari
del Marocco, che si occupavano di tintoria. È quindi questa la prima, fra le varie
città marinare dell’Italia settentrionale, che troviamo virtualmente deserta da
ebrei. Genova, con i suoi potenti traffici commerciali avviati verso l’Italia
meridionale e verso il Levante, dovette esercitare una speciale attrattiva sui
mercanti ebrei disseminati lungo le coste del bacino occidentale del
Mediterraneo. Si aggiunga che nel 1134 i consoli di Genova stabilirono che
qualunque ebreo che avesse voluto risiedere o soltanto entrare nella città, doveva
versare tre solidi all’anno per l’illuminazione dell’altare della chiesa di San
Lorenzo. Dato invece che nei numerosi registri notarili locali non si trova alcun
accenno ad ebrei, salvo che per un tal Josef che potrebbe essere identificato con
uno dei due ebrei marocchini, e che qualche nebulosa notizia su mercanti ebrei
appare solo verso la fine del secolo, vi è da presumere che un piccolo nucleo
ebraico, stanziatosi nella città dopo la concessione del 1134, sia incorso in un
successivo ordine di espulsione, tanto che di una stabile comunità di ebrei non si
potrà tornare a parlare che molto tempo dopo. Lasciata Genova, dopo due giorni
di viaggio Benjamin giunse a Pisa. Prima però di intrattenerci sugli ebrei della
Toscana, è necessario accennare ad altri centri di residenza ebraica da lui non
visitati 2.
Sulla esistenza di ebrei nel Piemonte, nulla consta né per il periodo qui
considerato, né per tempi alquanto antecedenti, salvo che per Asti dove
risulterebbero aver vissuto ebrei nel nono secolo. Per quanto riguarda invece la
Lombardia, agli inizi del nostro millennio, alcuni rari ebrei si presentano a
Milano, oltre che in veste di commercianti, anche come conduttori di fondi
agricoli. Altri ebrei sembrerebbe che risiedessero, ai tempi di Benjamin, a
Cremona, come non è escluso che piccolissimi nuclei ebraici fossero stanziati a
Pavia e a Mantova. Infine, senza specifica indicazione di luogo, si può dire che,
sparsi per le città della Lombardia, esistevano alcuni ebrei i quali, già in questo
periodo, non disdegnavano di occuparsi di traffici di denaro, Ne dànno indiretta
prova due epistole del 1199 e del 1200 con le quali papa Innocenzo III, per
indurre nuovi uomini a partecipare alla crociata che era scesa in Palestina nel
1197, garantiva a tutti i nuovi militi una larga messe di privilegi, e fra gli altri la
remissione dei debiti per prestiti ricevuti da ebrei, sia che i debiti avessero avuto
origine da operazioni di commercio sia da altro. Queste due epistole, ed altre
simili, furono inviate a varie autorità ecclesiastiche d’Europa, ed in particolare ai
vescovi di Lombardia, di Toscana e di Sicilia: segno evidente che in queste tre
regioni potevano andare a vantaggio di qualche crociato e a svantaggio di
qualche ebreo. Se a questo si aggiunge che anche per il Trentino e per il Friuli
difetta ogni notizia di una permanenza appena un po’ consistente di ebrei – pare
soltanto che nel Friuli si sia fermato nel decimo secolo qualche ebreo isolato ed
una lapide del 1140 di Aquileia attesterebbe la permanenza colà di una famiglia
ebraica –, si può dire che in tutto l’arco delle Alpi e nelle pianure
immediatamente sottostanti difettassero, verso la fine del dodicesimo secolo e
all’inizio del successivo, comunità degne del nome. Quei pochi che vivevano in
Lombardia, ed in particolare a Pavia e a Cremona, viene riferito che furono
temporaneamente espulsi nel 1225 3.
Agli estremi lembi della pianura padana, un atteggiamento eclettico nei
riguardi degli ebrei assunse Venezia, come varie altre volte nel suo lungo
reggimento. Poco sopra abbiamo fatto cenno alle severe disposizioni
antiebraiche da essa impartite verso il finire del millennio ai suoi capitani
marittimi. Ma col tempo Venezia era rimasta l’unica città in tutto l’Adriatico
settentrionale a coltivare dirette relazioni commerciali con le piazze marittime
sia dell’impero d’Oriente sia del bacino orientale del Mediterraneo; perciò, essa
non poté vietare che i numerosi mercanti forestieri, che avevano annodato una
vasta catena di traffici con quelle piazze, si servissero del suo porto per
costituirvi depositi di mercanzie, e per farvi scalo nei loro viaggi. A poco a poco
il commercio di transito per Venezia portò di necessità alla istituzione di stabili
uffici di rappresentanza a Venezia, e gli ebrei, in parte tedeschi e in parte
levantini, – che tra quei mercanti forestieri certo non erano gli ultimi né per
numero né per importanza –, poco dopo l’alba di questo millennio cominciarono
a prendere fissa dimora in Venezia, tanto che la giudecca vi si trova nominata
per la prima volta nell’anno 1090 in un diploma del doge Vitale Faletro. Con
tutto ciò, non pare degna di fede la notizia che, pochi anni prima della venuta di
Benjamin da Tudela in Italia, e cioè nel 1152, risiedessero a Venezia ben
milletrecento ebrei. Tale cifra, presumibilmente troppo alta, è tuttavia sintomo
della importanza che l’elemento ebraico aveva già cominciato ad assumere nella
vita commerciale di Venezia 4.
Quanto alle altre città del Veneto, è molto dubbio se nel dodicesimo secolo o
prima siano esistiti ebrei a Padova. Alcuni documenti tra il 1134 e il 1182
accennano a due o tre persone, il cui soprannome, piú che la qualifica, appare
essere stata di judaeus; ma come già detto, vari altri casi sono noti nel medioevo
di cristiani che portavano un simile appellativo. Per analoghe ragioni, sono da
farsi riserve sui vari judaei ricordati in carte di Verona dal 1169 al 1215, mentre
non lasciano alcun dubbio i due fratelli Elia e Samuel che compaiono nelle
stesse carte nel 1204-205; tutti gli atti riguardano compravendita di terreni. Al di
fuori, però, di tali documenti, la presenza di un certo numero di ebrei a Verona
può essere arguita senza ombra di dubbio dal fatto che nel 1146-47 vi si trattenne
il famoso commentatore della Bibbia e poeta Abraham ibn Ezra e vi scrisse due
opere, mentre verso la fine del secolo fu largamente attivo nella città Eleazar ben
Samuel, un’altra grande autorità rabbinica. Ambedue non sarebbero rimasti nella
città, se non fossero stati circondati da un congrue numero di ebrei per compiere
insieme le cerimonie religiose 5.
Discendendo lungo le coste dell’Adriatico, è dubbio se ci si possa soffermare
a Ravenna, la quale alla metà del dodicesimo secolo – ormai non piú in grado di
rivaleggiare con Venezia, ma sempre non completamente debellata come
potenza commerciale – dava con probabilità ricetto a qualche mercante ebreo,
anche se per ora manca una precisa attestazione documentaria. A Rimini invece,
che lungo il dodicesimo secolo mantenne intensi traffici marittimi ora con l’una
e ora con l’altra città costiera dell’Adriatico, certamente soggiornavano ebrei,
dato che nel 1135 vi è notizia di un mons judaicus colà esistente e che nel 1192
gli ebrei furono sottoposti al pagamento di uno speciale dazio rivierasco.
Qualche ebreo meno isolato dimorava anche a Bologna, dove la tradizione di
una remota residenza è rimasta sempre viva. La notizia che i consoli della città
cacciarono gli ebrei nel 1171 per eccessi usurari, è cosí stranamente taciuta da
Benjamin nelle sue annotazioni del viaggio di ritorno, che lascia molto perplessi
sulla sua veridicità, e piuttosto propensi ad ascriverla a un periodo posteriore. A
Lugo di Romagna, una lapide sepolcrale del 1285 sta a indicare una permanenza
abbastanza remota di ebrei in quel notevole centro di fiere.
Rientrati in Toscana, incontriamo Benjamin a Pisa dove trovò un gruppo di
circa venti famiglie di ebrei e da dove passò poi a Lucca, incontrandovi un’altra
quarantina di famiglie. Pisa, in guerra con Genova quando Benjamin passò per le
due città (come egli stesso ricorda), era allora all’apice della sua potenza, con le
sue ricchissime colonie commerciali installate in Siria ed in Egitto, e con le sue
piazze di smercio site in quasi tutto il bacino mediterraneo. Lucca invece, situata
a pochi chilometri da Pisa e separata da questa dal monte San Giuliano –
schermo, sí «per che i Pisan veder Lucca non ponno», ma non tale da impedire
che le due città, sempre fiere rivali nei commerci, spesso scendessero in campo
l’una contro l’altra – aveva il gran privilegio di essere situata sulla via regia, che
convogliava tutto il traffico dalla Francia verso l’Italia centrale e meridionale, ed
aveva la pretesa di controllarla escludendone Pisa. L’importanza di questi due
centri della Toscana fa comprendere perché l’elemento ebraico avesse scelto a
sua residenza Pisa e Lucca; e se i nuclei incontrati da Benjamin erano abbastanza
esigui, si può pensare che qualche restrizione fosse stata posta al libero afflusso
degli ebrei in quelle città. Il primo ingresso di ebrei a Lucca si verificò molto per
tempo, giacché qui ebbe stanza la famiglia Calonimos, che abbiamo detto essersi
poi particolarmente affermata in Germania; nel 1145, essa offrí dimora al già
ricordato Abraham ibn Ezra, il quale l’anno dopo si soffermò anche a Mantova;
inoltre, lungo tutto il primo secolo del nuovo millennio si conservano documenti
di acquisti o di locazioni di terre lucchesi da parte di ebrei 6.
In nessun’altra città della Toscana vi è notizia che risiedessero ebrei, salvo
che a Siena, dove un documento del 1229 ricorda che in quell’anno era già
costituita una collettività ebraica, la quale era solita ricevere una certa somma
secondo una consuetudine che durava da tempo; il che attesta una esistenza
anteriore di singoli ebrei in quella città. Analoga situazione di carenza, o quasi,
di elementi ebraici, si verificò anche nelle Marche. Ancona, dove la colonia
ebraica si dà vanto di una antichissima residenza nella città, non ha potuto finora
corroborare questa tradizione che con un singolo documento relativamente tardo,
del 967, e che per di piú riguarda il contado. Di fatto, fino al Duecento inoltrato
della qualifica di ebreo ad Ancona non è conservato, o per lo meno non si
conosce, l’attribuzione a nessuna persona. Non manca però, nel 1279, una
accusa agli ebrei della città di aver provocato un terremoto 7.
Concludendo, nel panorama in verità assai poco mosso, ora tracciato della
parte a nord di Roma – e che va a collegarsi con quello altrettanto irrilevante dei
secoli precedenti –, abbiamo dovuto tener conto anche della piú esile traccia per
riuscire a supporre il solo dato della esistenza di qualche ebreo. Ora, è piú che
probabile che in tale panorama il nostro sguardo, per difetto di ausilio
documentario, non abbia avuto forza di penetrazione sufficiente per individuare
la presenza di qualche altro raggruppamento ebraico, invece esistito. Ma se, in
tempi futuri, il rinvenimento di nuovi documenti servirà a mettere in luce
l’esistenza nell’Italia settentrionale di nuclei ebraici oggi ignorati, è verosimile
che l’omissione non risulterà grave, data la importanza limitata che possono
avere avuta tali nuclei.

3. La Chiesa e gli ebrei.

Il passaggio dal 1100 al 1200 e tutto il nuovo secolo vedevano puntare i


massimi sforzi della Chiesa verso due direzioni: l’affermazione della sua
supremazia sulle maggiori potenze europee e lo sterminio delle eresie che
avevano cominciato a pullulare nel suo seno. Fu opera indomita ed energica di
papa Innocenzo III (1198-1216), questa di imporre la supremazia secolare e la
intransigenza religiosa della Chiesa. I pontefici che a lui succedettero – Onorio
III, Gregorio IX e Innocenzo IV – consolidarono le conquiste già da lui operate
in nome della rinnovata concezione politico-teocratica della Chiesa, e, fra tutti,
costituiscono una schiera di papi succedutisi nella prima metà del Duecento, che
possono essere annoverati tra i piú fieri e i piú costruttivi di quanti abbiano
portata la tiara.
È questo il tempo in cui re e imperatori, comuni e popolo, furono indotti a
prestare atto di vassallaggio al trono pontificio, o, se riluttanti, a subirne
l’anatema. È il tempo in cui gli eretici – espressione di una crisi politico-sociale
piú che di una rivolta religiosa – furono condannati dai concilii ecclesiastici, e
poi abbandonati al furore punitivo del braccio secolare. È infine il tempo in cui,
per coadiuvare alla rigenerazione e alla purificazione dello spirito religioso,
Francesco d’Assisi poneva l’ideale del suo ordine nella pratica della povertà e
dell’umiltà, e Domenico di Guzman insegnava ai suoi discepoli a difendere la
fede con la predicazione e la dottrina, e dietro ai due novelli campioni della
Chiesa correvano masse di genti, assumessero o meno l’abito dei francescani o
dei domenicani. Gli ebrei – modeste comparse laterali entro questo imponente e
turbinoso scenario – dovevano inevitabilmente rimanere investiti da una cosí
decisa azione della Chiesa e risentirne le conseguenze, specie perché un po’
dappertutto si verificò un controllo piú severo da parte del clero negli affari
interni dei singoli stati e un rafforzamento dei privilegi del clero stesso.
L’atteggiamento ufficiale della Chiesa verso gli ebrei si era ormai
formalmente fissato nella nota Constitutio pro Judaeis, emanata per primo da
Callisto II (1119-24). Questa bolla aveva come premessa il principio, a suo
tempo sancito da papa Gregorio Magno, secondo cui nessun nuovo privilegio
poteva essere accordato agli ebrei, mentre quelli che erano stati riconosciuti loro
da tempo dovevano essere rispettati. Questi privilegi di vecchia data ed
intangibili garantivano, come sappiamo, i principî elementari della vita religiosa
e civile degli ebrei. Costoro non dovevano venir forzati alla conversione, non
dovevano essere disturbati nella celebrazione dei loro riti e delle loro festività,
non dovevano subire profanazione dei loro cimiteri, ed infine non dovevano
essere fatti oggetto di attacchi né nelle loro persone né nelle loro cose. Questa
bolla, concepita con funzione protettiva nei riguardi degli ebrei, doveva esplicare
efficacia permanente dovunque giungesse l’autorità normativa della Chiesa e
cioè non soltanto nei territori direttamente governati da essa. Di fatto, i
successivi papi o sovrani in genere aggiunsero di volta in volta a questa bolla
altre disposizioni personali, che, a seconda dei casi, ne rafforzavano le
fondamenta o le lesionavano.
Le decisioni del terzo Concilio lateranense del 1179, che riesumavano il
divieto agli ebrei di tenere servi o schiavi cristiani o di richiedere i servigi di
levatrici o di balie cristiane, e quelle emanate poco dopo dalla Chiesa, in forza
delle quali era proibito agli ebrei di erigere nuove sinagoghe, ma era consentito
loro soltanto di riattare le vecchie senza aggiungervi abbellimenti, erano in
fondo, per quanto riguarda l’Italia, proibizioni piú di prammatica enunciazione
in particolari circostanze politiche, che non di drammatica applicazione. Invece
di ben altro momento furono le disposizioni emanate dal quarto Concilio
lateranense, riunitosi nel 1215 sotto l’egida di Innocenzo III e con il proposito di
estirpare le eresie. Secondo l’espressione dello stesso Innocenzo III, le decisioni
prese riguardo agli ebrei miravano a ridurli al rango di «perpetui schiavi». Esse
stabilivano che, per evitare ogni commistione fra cristiani ed ebrei, questi ultimi
dovevano indossare abiti di foggia tale da essere facilmente distinguibili dal
resto della popolazione (il cosiddetto «segno», di invenzione musulmana e ormai
di applicazione cristiana); che, per prevenire manifestazioni di risentimento da
parte dei cristiani durante il periodo della loro Pasqua, era proibito agli ebrei di
comparire in pubblico negli ultimi tre giorni della settimana santa; che a nessun
ebreo doveva essere affidato un pubblico ufficio, che comportasse comando o
potestà sui cristiani; che dovevano poi essere sottoposti a stretto controllo quegli
ebrei che, dopo essersi convertiti, si sospettava seguitassero ad essere ancora
segretamente propensi alla loro antica fede. Infine, poiché a detta del Concilio
lateranense il prestito ad interesse si era diffuso eccessivamente fra gli ebrei,
veniva ad essi proibito di percepire usure soverchie.
Non vi è dubbio che i concetti formulati dal quarto Concilio lateranense non
erano destinati a rimanere pura enunciazione di principî, e se papa Innocenzo III
non fosse venuto a morte l’anno successivo, già ad opera sua gli ebrei ne
avrebbero provato le dure conseguenze sulle loro persone. Invece i tre pontefici
succedutigli, pur proseguendo la stessa politica di egemonia temporale della
Chiesa, considerarono gli ebrei scarsamente influenti su tale politica, e quindi
oscillarono fra i due divergenti tracciati segnati dalla Constitutio pro Judaeis e
dai canoni lateranensi. Finirono per confermare i precetti dell’una e degli altri, e
di fatto procedettero secondo una linea intermedia, che da una parte era se non di
compassione per lo meno di tolleranza verso gli ebrei, e dalla parte opposta
esercitava pressioni ora sull’un reggitore di stato ed ora sull’altro, affinché si
attenessero ai dettami lateranensi 8.
Con Gregorio IX un altro temibile strumento fu puntato contro gli ebrei:
l’Inquisizione. Essa aveva cominciato ad esplicare la sua prima attività
repressiva nel 1235 ad opera dei frati domenicani, e dal 1246 anche ad opera dei
minori francescani. All’inizio era stata soltanto una intrusione di carattere
dottrinario diretta contro uno dei testi fondamentali del pensiero ebraico, il
Talmúd, che l’apostata francese Nicola Donin aveva fantasiosamente additato a
Gregorio IX come contenente insinuazioni ingiuriose contro le due figure piú
venerate del cristianesimo: Gesú e Maria. Ed infatti nel 1240 avvennero in
Francia la confisca generale ed il pubblico rogo dei volumi considerati
sacrileghi. Ma, dopo di ciò, era ben poco probabile che di un simile
procedimento non risentissero anche direttamente gli ebrei, i cui avi erano stati
gli autori di quei testi. Cosí fu che nel 1267 papa Clemente IV esprimeva nella
bolla Turbato corde tutto il suo sdegno nel constatare che molti ebrei fattisi
cristiani non esitavano a ritornare piú o meno clandestinamente alla primitiva
fede, in ciò seguendo una prassi che in quel momento si manifestava in
particolare in Francia dove gli ebrei erano stati forzati brutalmente alla
conversione, ma che piú tardi si manifesterà anche in Italia in varie occasioni. Il
papa invitava pertanto i frati francescani ed i domenicani ad agire con la
massima energia, non lesinando l’intervento del braccio religioso, e se
necessario di quello secolare, sia contro coloro che propendevano a riconvertirsi
all’ebraismo, sia contro gli ebrei che ve li sollecitavano. Questa bolla segna
quindi la legittimazione dell’ingresso della Inquisizione entro il recinto delle
giudecche: di quello che diventerà un incubo e spesso un martirio nella vita
privata degli ebrei italiani, lungo i secoli.
Un ulteriore aggravio – oppressivo ed offensivo ad un tempo –, fu quello
introdotto da papa Niccolò III, il quale, con bolla del 4 agosto 1278, inaugurò in
Lombardia la pratica delle prediche conversionistiche, affidandole ai
domenicani; di lí, esse si diffusero ovunque. Coloro che si lasciavano persuadere
dagli argomenti loro inculcati dai pulpiti dovevano essere trattati dai domenicani
con ogni amorevolezza, mentre contro coloro che avevano mostrato una iniziale
arrendevolezza, ma poi erano rimasti ostinati nella loro fede, il pontefice si
riservava di intervenire con mezzi piú energici. Viceversa, di carattere protettivo
fu un importante codicillo aggiunto successivamente alla Constitutio pro
Judaeis, nel 1247, ad opera di Innocenzo IV. Esso tendeva a scagionare gli ebrei
dalla infamia dell’accusa di omicidio rituale, e cioè della uccisione di bambini
cristiani allo scopo di servirsi del loro sangue per fini cerimoniali. Il papa si
eresse contro questa atroce calunnia, che nel Duecento veniva scagliata sempre
piú di frequente contro gli ebrei, per l’avidità – come ebbe a dichiarare lo stesso
Innocenzo IV – di impossessarsi dei loro beni, provocando feroci espulsioni od
eccidi nelle comunità ebraiche che ne venivano falsamente accusate. Nonostante
l’autorevolezza del riconoscimento papale, era però una impostura da cui gli
ebrei non riuscirono piú a liberarsi completamente: chi la lanciava aveva una
contropartita di vantaggi troppo attraente.
Cosí da ora in poi si può dire che, in via formale, due saranno i corpi di
regolamenti che disciplineranno l’esistenza degli ebrei: quello sedicente
protettivo, incorporato nella Constitutio, e quello esplicitamente repressivo, i cui
principali titoli abbiamo visto maturarsi lungo questo periodo. L’uno e l’altro
corpo di disposizioni costituiscono ormai l’arsenale a cui potrà attingere le armi
chiunque vorrà o tutelare gli ebrei o infierire contro di essi. Questo però non
esclude che qualche papa ne traesse contemporaneamente l’un tipo di armi e
l’altro, rendendo cosí il proprio contegno verso gli ebrei contraddittorio.
Viceversa, se qualche altro papa si mostrava piú fermo nei riguardi degli ebrei in
un senso ovvero nell’altro, c’era da aspettarsi che l’avvento del suo successore
portasse a un capovolgimento della precedente condotta. Il meno quindi che è
lecito affermare circa questo atteggiamento ondeggiante, ma nel fondo sempre
insofferente, del papato verso gli ebrei, è che la politica posta in essere dai
successivi pontefici si palesò agli occhi degli ebrei stessi come ambigua e
costantemente insicura 9.

4. Gli ebrei a Roma.

Fenomeno strano è che le leggi che la Chiesa emanava nei riguardi degli ebrei
trovavano a Roma, e in generale in tutti i domini territoriali pontifici, una
applicazione temperata, quasi riluttante. Il quartiere ebraico di Roma godeva, in
questo senso, di una specie di extraterritorialità. Non che dinanzi alle porte di
esso si determinasse una completa vacatio legis, ma quel che vi penetrava non
era che un riflesso smorzato di quanto l’autorità papale richiedeva agli altri
paesi. È questo un fenomeno che si verificò costantemente fino a metà del
Cinquecento, e poi saltuariamente anche oltre. Esso si spiega considerando che il
disprezzo e l’odio verso una piccola collettività possono essere mantenuti
virulenti meglio contro distanti che non contro presenti. L’asservimento di una
minoranza in sito o va acutizzandosi entro un tempo limitato e conduce a
un’espulsione, o viene smussandosi attraverso una prolungata convivenza, e si
trasforma in uno stato di soggezione non privo di diritti e talvolta di prerogative.
Ciò messo in rilievo, riprendiamo il tragitto con Benjamin il quale, partitosi
da Lucca, dopo un viaggio di sei giorni, giunse a Roma «capitale della
cristianità». Quivi egli rinvenne duecento famiglie di ebrei, tutte rispettate e –
cosa che colpí Benjamin – non soggette ad alcun tributo. Molti, in mezzo ad
esse, i dotti che egli ricorda per nome; ma particolarmente in vista era Jechiel,
nipote di Nathan Anaw, il famoso compilatore dell’ ′Arúch, di cui abbiamo già
detto. Era Jechiel un «giovane bello, intelligente e colto», che aveva libero
accesso nel palazzo pontificio nella sua qualità di amministratore «della casa del
papa [Alessandro III] e di quanto egli possiede»; era, cioè, una specie di
consulente delle finanze pubbliche e di preposto al patrimonio privato del
pontefice.
Non è possibile estendere senz’altro a tutto il periodo considerato dal presente
capitolo questa panoramica sulla situazione dell’ebraismo romano offertaci da
Benjamin, passata di poco la metà del dodicesimo secolo. Di una comunità, cioè,
tanto fortunata da non avere il gravame di alcuna tassa da corrispondere alle
autorità cittadine, e tanto agiata da riuscire a sopportare largamente, come
sappiamo da altre fonti, il mantenimento delle proprie istituzioni religiose e
culturali; di un nucleo che – mentre corruttela e simonia avevano invaso chiese,
corti e palazzi, tanto che contro di esse si era mossa l’ira dei maggiori pontefici
del tempo – contava individui di tale capacità in materia finanziaria e di tanta
correttezza nel maneggio del denaro, che era proprio un ebreo ad avere l’incarico
di maggior responsabilità finanziaria nei palazzi pontifici (anche se le finanze
pubbliche e private di Alessandro III non erano in condizioni troppo brillanti),
mentre consta che altri ebrei avevano importanti relazioni di affari con la Santa
Sede; di un gruppo ebraico, infine, in cui, come vedremo piú particolarmente in
seguito, dottrina, letteratura e religione avevano numerosi e ferventi cultori.
Però, anche se per tempi un po’ antecedenti o susseguenti manca l’ausilio di una
cronaca illustrativa del tipo di quella di Benjamin, bisogna ammettere che la
situazione della comunità ebraica di Roma, per tutto il 1100 e per gran parte del
1200, non deve aver differito di molto da quella illustrata dal mercante spagnolo.
Il grado di benessere di una comunità ebraica come insieme era principalmente
in funzione del grado di libertà civile ed economica concesso ai singoli ebrei, e
siccome non consta che, durante questo periodo, gli ebrei di Roma abbiano
sofferto di importanti limitazioni né nell’un campo né nell’altro, è lecito arguire
che tutto il ceto ebraico romano godesse di una situazione generale tranquilla e
prospera.
Per quanto riguarda la situazione politica a Roma, non va dimenticato che dal
1144 in poi non fu sempre la stessa mano che impugnò pastorale e spada. Colui
che aveva in dominio la città era il «senatore dell’Urbe», ed anche se qualche
papa riuscí a raccogliere nelle proprie mani le due autorità, in generale si trattava
di due poteri, non solo nettamente distinti, ma talvolta distanti fra loro. Un
esempio di questo contrasto, a tutto favore degli ebrei, si ebbe nel decennio a
partire dal 1265, in cui Carlo I d’Angiò tenne la carica di senatore vitalizio; egli
impose ai suoi ufficiali una linea di condotta improntata a larga benevolenza
verso gli ebrei romani, che certamente non era condivisa da papa Clemente IV.
In generale però una sensibile longanimità verso gli ebrei romani, come
accennato, ebbe ad esplicarsi anche da parte della Chiesa, ed ebbe una delle sue
manifestazioni nella maniera con cui fu applicato in mezzo ad essi quel segno
distintivo, che era stato promulgato dai palazzi lateranensi fin dal 1215. Fra gli
ebrei di Roma esso cominciò ad apparire solo nel 1257, sotto forma di un
cerchio di panno giallo da apporsi, per gli uomini, sull’abito all’altezza della
spalla, e, per le donne, di due strisce blu sovrapposte allo scialle. Ma resistette
pochissimo, tanto che si può dire che fino a tutto il Duecento gli ebrei furono
liberi di vivere e di mischiarsi con il resto dei romani, senza umilianti distinzioni
esteriori 10.
Quanto alle specifiche occupazioni economiche prescelte da questi ebrei, è
probabile che siano state, senza eccezione, tutte quelle loro permesse.
Indubbiamente però la piú diffusa era quella del commercio dei tessuti di panno
e di seta, che, attraverso i secoli giú giú fino all’età nostra, resterà loro peculiare.
Svolta in modeste aziende individuali o attraverso ambiziose consociazioni,
entro botteghe o per le vie, questo commercio dei prodotti tessili era una specie
di privativa ebraica, che collegava il fabbricante di tele e stoffe, spesso anch’egli
ebreo, con i consumatori attraverso un sistema di vendite esercitato
prevalentemente a domicilio e con la concessione di rateizzazioni nel
pagamento. Se il campo di attività di questi mercanti era il grosso della
popolazione della città e della campagna romana, nondimeno anche i portoni dei
palazzi gentilizi e della stessa curia pontificia erano volentieri dischiusi ad essi.
Una ditta formata da vari ebrei romani era pervenuta ad intrecciare intensi
rapporti di affari con la curia papale ed a farsi riconoscere ufficialmente come
sua approvvigionatrice, tanto che con bolla del 1° febbraio 1255 papa
Alessandro IV dichiarava che gli ebrei che vi erano associati dovevano rimanere
esenti da ogni dazio di passaggio nei territori del «patrimonio della Chiesa» e del
regno di Sicilia. Analoga ambita concessione venne contemporaneamente
elargita anche ad una seconda compagnia mista di mercanti cristiani ed ebrei. Gli
statuti di Roma del 1297 accennano poi esplicitamente ai «pannivendoli» ebrei
come a una categoria mercantile che se per motivi religiosi non si era potuta
inserire con pieni diritti nelle corporazioni organizzate sotto l’egida
dell’amministrazione della città, era tuttavia collegata ad esse con vincoli
speciali di subordinazione, e quindi di protezione 11.
Se il commercio dei tessuti era la branca che manteneva occupata la
maggioranza ebraica a Roma e costituiva la base della sussistenza di tutta la
comunità, è verosimile che gli ebrei romani si dedicassero anche a quei
particolari rami di attività, che avevano uno speciale sviluppo a Roma, quale
sede della corte ecclesiastica e quale centro di continui pellegrinaggi. Cosí, non
dovettero loro rimanere estranee la fabbricazione di stoffe di maggior pregio e di
tappeti, la vendita di pietre preziose e di perle, di incenso o di altri profumi,
nonché gli affari di prestito e di cambio di moneta. L’esercizio delle attività che
loro si addicevano maggiormente procurò agli ebrei romani uno stato di
ragguardevole agiatezza economica. Essi possedevano case e terre anche in
campagna; erano liberi di affittare le une e le altre, e per le campagne
preferivano percepire una partecipazione ai prodotti, piuttosto che un canone
d’affitto; le migliori famiglie abitavano in dimore spaziose e ben arredate; esse si
facevano servire da personale cristiano e possedevano schiavi, anche se ormai
avevano abbandonato il commercio di essi; avevano una speciale predilezione
per farsi copiare e possedere ricchi esemplari di opere di edificazione e di
educazione ebraiche, e per addobbare di sontuose suppellettili i loro luoghi di
preghiera 12.
Sono gli inni liturgici e i componimenti poetici di varia natura che escono in
questo torno di tempo dalla comunità di Roma, quelli che lasciano trasparire un
cosí propizio stato di cose. Non vi mancano però, or qua or là, trenodie a ricordo
di sporadiche vessazioni, e vi si accenna anche ad uno strato non indifferente
della popolazione ebraica che viveva nell’indigenza. Un tentativo
particolarmente serio di spogliare dei suoi rami piú vigorosi questo solido
tronco, si verificò quando l’Inquisizione iniziò una violenta azione repressiva
contro i partigiani di casa Colonna, e cercò di coinvolgere fra costoro anche i piú
ricchi ebrei romani. Ma Bonifacio VIII, fortemente pressato dalla comunità di
Roma, intervenne con fermezza. Nella bolla del 13 giugno 1299, pur dichiarando
che la ricchezza di alcuni ebrei romani era una realtà incontrovertibile, riconobbe
d’altro canto che questa ricchezza nelle loro mani non era di tal misura da
renderli influenti, e quindi non giustificava l’azione repressiva intrapresa contro
di loro dall’Inquisizione. Questo intervento del papa non fu però tanto
tempestivo da impedire un lacrimatissimo olocausto. Il rabbino e forse
presidente della comunità, Elia de’ Pomis, era ormai già stato trascinato innanzi
ai giudici dell’Inquisizione, sotto un’accusa non chiara che pare coinvolgesse
tutta la comunità. Egli accollò su di sé ogni sospetto, ne negò il fondamento, fu
sottoposto a supplizio e perí martire sul rogo il 1° luglio 1298. La famiglia, una
delle piú antiche e rispettate della colonia ebraica di Roma, privata di tutti i beni
dovette cercare rifugio a Spoleto 13.
Nel complesso si può dire che, nel periodo qui considerato, la comunità di
Roma mantenne una supremazia su tutte le consorelle italiane. Questa
supremazia non è da ascriversi ad un maggior numero di componenti, giacché
Salerno, Napoli, Taranto, Otranto e Palermo certamente la superavano per
popolazione, e probabilmente anche qualche altro centro del Meridione; ma fu
dovuta, da un lato, a una maggiore intraprendenza nella condotta degli affari, che
se nel Duecento rimase ancora in penombra, non tarderà ad essere maggiormente
illuminata alla svolta del secolo, quando Roma diventerà il centro di
irradiamento di numerose colonie di prestatori; dall’altro, da un maggiore
sviluppo culturale, sia religioso sia secolare (a Roma ebbero il proprio centro
accademie di studi ebraici e cenacoli filosofici di vivace operosità). Su ambedue
questi aspetti torneremo però nelle pagine successive.

5. Nell’Italia meridionale sotto i normanni.

Benjamin – la mente ancora attonita per le bellezze viste a Roma (è il diario


che ci conserva i segni di questo suo stupore) – rivolse il suo cammino verso
Capua. Egli si sarebbe troppo attardato deviando verso l’Abruzzo, ma se si fosse
spinto fin lí, vi avrebbe certamente incontrata qualche altra comunità ebraica.
Infatti ad Aterno, nei pressi di Pescara, nel 1062 vivevano alcuni ebrei, e un
nucleo molto piú importante aveva risieduto fino al 1156 a Lanciano, da dove
era stato cacciato in quell’anno, per aver resistito a Roberto Bassavilla, in una
sommossa da questo capeggiata e vinta contro Guglielmo I re di Sicilia. Nel
1191 però ottanta famiglie di ebrei furono di nuovo chiamate a Lanciano, a
condizione di accontentarsi di patti notevolmente piú restrittivi alla loro attività
economica. Considerato questo reingresso abbastanza numeroso di ebrei
provenienti forse dalle terre circostanti, e il fatto che non molto tempo dopo
avremo notizia di nuclei ebraici stabilmente e non di recente fissatisi in varie
città abruzzesi, è presumibile che in vari altri luoghi d’Abruzzo risiedessero
ebrei nei primi secoli del nostro millennio 14.
Anche Gaeta, città di traffici marittimi ancora abbastanza intensi ai tempi di
Benjamin, rimase fuori dal tragitto del nostro viaggiatore. Quivi, proprio ai suoi
tempi, risiedeva un cospicuo raggruppamento di ebrei, i quali si dedicavano,
come principale occupazione, all’arte di tingere i panni, ed erano sottoposti, per
questa loro caratteristica attività, nonché per altre manifatture esercitate, a uno
speciale tributo a favore della città. Da Roma, Benjamin raggiunse invece
direttamente Capua, «graziosa città, ma la sua acqua è cattiva, e la contrada è
infestata dalla febbre [malaria]». In questa città vivevano trecento famiglie di
ebrei, e in mezzo ad esse varie persone dotte e stimate. Questo numero
notevolmente rilevante di ebrei trovato da Benjamin a Capua, in rapporto con la
minore importanza a cui era discesa la città, è spiegabile solo supponendo che
qui l’elemento ebraico dovesse seguitare a godere di condizioni di particolare
privilegio, ultime tracce di quelle ottenute quando Capua era stata uno dei piú
importanti principati dell’Italia meridionale (esattamente nei due secoli a
cavaliere del Mille) e due membri della stirpe di Achimaaz da Oria vi avevano
tenuto, come abbiamo visto, i maggiori uffici finanziari 15.
Proseguendo nel suo viaggio, Benjamin fu informato che a Napoli, «città
molto forte», abitavano cinquecento famiglie di ebrei. Anche questa, quindi, era
una comunità numerosa; e, piú o meno, tale si era forse mantenuta senza
interruzione lungo i secoli dell’alto medioevo, a somiglianza di altre comunità
che si incontreranno, a mano a mano che scenderemo nel Mezzogiorno. Quando,
infatti, nel secolo decimo gli ebrei di Napoli riemergeranno alla luce, sappiamo
che le loro abitazioni erano accentrate in un vicus judaeorum; nel 1097 esisteva
una sinagoga hebraeorum, e nel 1153 un ebreo permutò un terreno con due
locali siti accanto alla sinagoga, con facoltà di trasformare uno dei due locali
ricevuti in un’altra sinagoga o in una scuola; nel 1165, infine, è citata una schola
hebraeorum, forse proveniente dal riattamento del locale suaccennato.
Attraverso queste frammentarie notizie, collegate con quella data da Benjamin
circa la consistenza numerica degli ebrei a Napoli, si può arguire che il nucleo
ebraico colà residente doveva aver conservato un notevole grado di libertà e di
benessere. Infatti, la circostanza sopraricordata che gli ebrei avevano il
permesso, non sempre loro accordato, di possedere immobili e di disporne
liberamente tanto da poterli trasformare anche in sinagoghe, unita a quella del
loro numero cospicuo, denotano che la loro posizione a Napoli doveva essere
soddisfacente 16.
Dopo Napoli, Benjamin si recò a Salerno dove – allora – risiedevano circa
seicento famiglie di ebrei, e quindi era il maggiore conglomerato ebraico in cui
ci siamo finora imbattuti e, forse, di tutta la terraferma italiana. Nell’epoca in cui
Benjamin si trovò a passare per Salerno, la celebre scuola medica della città
poteva considerarsi all’apogeo del suo stesso periodo aureo. Questa scuola era la
piú antica e la piú rinomata istituzione dell’Europa meridionale per
l’insegnamento e per l’esercizio della medicina; qui convenivano tutti coloro che
volevano divenire particolarmente esperti nell’arte medica, e, seguitine gli studi,
da qui si spandevano verso tutte le parti del mondo allora conosciuto. Ma
Salerno, oltre ad essere sede di cosí famosa accademia medica, era anche un
ricco emporio commerciale; e se la sua attività mercantile, già importantissima
nei tre secoli precedenti, e specie nello scorcio dell’undicesimo secolo, era un
po’ scemata in conseguenza della sua annessione alla Sicilia (1127), pure nel
dodicesimo secolo la città rimaneva ancora lo sbocco di tutta l’intensa
produzione del fertilissimo retroterra. Cosí Salerno, centro di studi di medicina e
per di piú attivo mercato, l’uno e l’altro evidentemente aperti agli ebrei,
combinava in sé due fattori che la resero particolarmente attraente ai loro occhi.
Numerosi sono i documenti che attestano questo forte accentramento di ebrei
a Salerno, tanto che è una delle pochissime città d’Italia in cui all’alba del nuovo
millennio si fosse costituita una judaica o giudecca: essa è menzionata per la
prima volta nel 1004, ponendosi cosí tra una analoga giudecca ricordata come
esistente genericamente in Sicilia nel 977 e quella di Venezia del 1090.
Proprietaria del terreno su cui era edificata la giudecca era la chiesa di Santa
Maria de Dompno, la quale concedeva agli ebrei lotti di questo terreno per
costruirvi abitazioni, salvo il suo diritto di rivendica dopo diciannove o
ventinove anni e dietro versamento da parte sua di un equo compenso.
All’infuori di questi precari diritti immobiliari, gli ebrei, in casi piú limitati,
figurano anche come liberi proprietari di case e di terreni. Circa le specifiche
attività economiche degli ebrei salernitani, esse si lasciano piú intuire che
precisare con documenti, giacché questi non accennano che ad alcune
occupazioni di importanza molto limitata. Che questo assortimento di attività
dovesse portare notevoli benefici patrimoniali al nucleo ebraico, è dimostrato
però dal fatto che questi benefici suscitarono l’attenzione di chi se ne poteva
giovare. Cosí, nel 1090, l’arcivescovo, per preoccupazioni religiose largamente
venate da interessi fiscali, otteneva dal duca Ruggero I di Puglia «totam
judaicam huius nostre salernitane civitatis», e cioè non soltanto la potestà sulla
colonia ebraica, ma anche tutti i servizi, i contributi e i dazi da essa dovuti 17.
Dopo Salerno, Benjamin si recò ad Amalfi, dove incontrò solo una ventina di
famiglie ebraiche. Fa meraviglia che cosí poche ne soggiornassero in questa
città, specie quando si pensa che nel decimo secolo gli ebrei vi avevano
introdotto ricche manifatture di panni serici e tintorie di seta e di lana, i cui
prodotti gareggiavano per bellezza con quelli di Venezia, ed erano ricercatissimi
in tutta Italia e fuori, costituendo un importante elemento della concorrenza
senza quartiere tra le due repubbliche marinare. Ma può darsi che gli amalfitani,
gelosi della supremazia commerciale conquistata dalla loro città, si siano ben
presto impadroniti dell’arte ebraica di fabbricare e tingere le stoffe preziose,
mettendo poi gli ebrei nell’impossibilità di proseguire tale industria 18.
A Benevento, Benjamin incontrò duecento famiglie di correligionari,
progenie di una comunità che, come abbiamo già visto, contava lunghi secoli di
permanenza ininterrotta nella città. Essa doveva essersi mantenuta costante nella
sua ragguardevole consistenza numerica, come conferma il fatto che nel 1198,
entro il quartiere occupato dagli ebrei, si trovavano ben tre chiese parrocchiali
che, alla propria denominazione di San Nazario, San Januario e Santo Stefano,
avevano fatto seguire, tutt’e tre, l’appellativo di de Judeca. Inoltre, molti ebrei
erano occupati nella tessitura e principalmente nella tintoria dei drappi locali. In
quest’ultima gli ebrei, se non avevano un monopolio assoluto, fornivano tutti i
magistri tintores. I redditi fiscali della tintoria furono inclusi fra le regalie
pervenute nell’undicesimo secolo alla curia ecclesiastica della città 19.
Lasciata Benevento, Benjamin traversò l’alta Basilicata, diretto verso
l’Adriatico. Prima città che visitò fu Melfi, dove trovò duecento famiglie di
ebrei. Tanta abbondanza di ebrei a Melfi è facilmente spiegabile perché essa,
eretta nel 1043 a capitale della contea, poi ducato di Puglia, era diventata il
centro della vita politica ed amministrativa di tutta la regione. Questa colonia
ebraica, nel 1097, doveva aver raggiunto già una entità e una floridezza
economiche cosí cospicue, che il vescovo del luogo prese esempio dagli altri
presuli a lui prossimi e si fece attribuire la giurisdizione degli ebrei di Melfi, con
tutti i proventi fiscali che questa giurisdizione comportava. La tappa successiva
di Benjamin fu Ascoli Satriano, dove rinvenne una quarantina di famiglie
ebraiche. Questo nucleo era particolarmente attivo nel commercio, come risulta
anche da una notizia un po’ posteriore al passaggio di Benjamin, la quale ricorda
che re Guglielmo II di Sicilia (1166-89) dispose che gli ebrei di Ascoli e i loro
vicini di Candela dovessero corrispondere alla Chiesa il plateatico 20.
Nulla consta di cosa fosse avvenuto di quegli aggruppamenti di ebrei che
avevano vissuto a Venosa, a Lavello e a Matera, e che hanno lasciato di sé
numerose iscrizioni tombali del nono secolo. Ma l’importanza di queste sedi
ebraiche, seppure ancora sussistevano, e delle altre eventuali del retroterra non
può essere messa a confronto con quella delle sedi esistenti in quei luoghi in cui
realmente fu piú pulsante la vita politica ed economica durante il dominio
normanno nel continente: in un primo tempo a Melfi, capitale della Puglia, e poi
lungo le sponde dell’Adriatico pugliese. Piuttosto, una isolatissima per quanto
sintomatica notizia, proviene dai luoghi or ora percorsi: un normanno di nobile
lignaggio nato ad Oppido, attratto – come egli ricorda – dall’esempio
dell’arcivescovo di Bari, Andrea, che circa trent’anni prima si era convertito
all’ebraismo, fece nel 1102 analogo gesto, prese il nome di Obadià, e poi si
trasferí nel Levante. E siccome anche l’arcivescovo di Bari aveva dovuto
allontanarsi subito, questo può significare che nei ceti piú elevati si rinveniva in
taluno una certa inclinazione verso l’ebraismo, ma questa inclinazione rifuggiva
dall’estremo passo per timore di un inevitabile bando 21.
In quel tratto del litorale che va dal Gargano alla punta di Santa Maria di
Leuca, esisteva al tempo di Benjamin una fitta costellazione di attivissimi porti,
tutti protesi verso l’Oriente in notevole fervore di scambi commerciali, ed in
principal modo in funzione di estremi punti di imbarco per le schiere dei crociati
dirette verso Gerusalemme. Quivi infatti le galere dei vari ordini religiosi
cavallereschi – gli ospitalieri, i templari e i teutonici – e quelle di proprietà degli
armatori pugliesi e da questi noleggiate agli ordini cavallereschi, allacciavano
con una fitta rete marittima i porti di Barletta, Trani, Bari e Brindisi con quelli
della Palestina. Uomini, armi e vettovaglie, prima di avviarsi verso i luoghi santi,
avevano il loro luogo principale di concentramento nei porti della Puglia e verso
di essi rifluivano le schiere di ritorno.
Questi porti pugliesi, divenuti per due secoli il centro di cosí intenso e ricco
movimento militare, non ebbero però l’accortezza e la capacità di allacciare,
contemporaneamente a questi contatti militari con il Levante, anche importanti
relazioni commerciali con esso. Amalfi, Pisa, Genova, Venezia non si erano
lasciate sfuggire l’occasione; ma il reggimento politico della Puglia, nelle mani
robuste ma non intraprendenti dei signori normanni, non aveva quello spirito e
quella forza di penetrazione commerciale, che cosí efficacemente servivano le
principali repubbliche marinare italiane. Con tutto ciò, le città costiere della
Puglia, anche se meno importanti, nella storia dei commerci dell’undicesimo-
tredicesimo secolo, di quasi tutte le piazze marittime summenzionate, assumono
un rilievo tutto particolare per quanto riguarda gli ebrei. A Amalfi, a Pisa, a
Genova e per un certo tempo a Venezia, abbiamo visto che gli ebrei erano stati
tenuti lontani dai porti locali per preoccupazioni di concorrenza commerciale.
Invece, nei centri costieri della bassa Italia, gli ebrei furono considerati dai
normanni non solo efficaci propulsori dei traffici marittimi, ma anche attivi
cooperatori del benessere cittadino. Di qui la ben differente importanza che essi
ebbero in questo periodo, nella vita economica del Mezzogiorno, rispetto a
quella delle regioni settentrionali.
A Trani, «dove si riuniscono tutti i pellegrini per andare a Gerusalemme,
perché il porto è molto ben attrezzato… città grande e magnifica», Benjamin
incontrò una comunità di circa duecento famiglie. In mezzo ad esse si trovavano
dei recenti profughi di Spagna, se è vera la notizia che a Trani si era fissato nel
1144 un gruppo di ebrei e criptoebrei fuggito dalla Spagna meridionale di fronte
all’invasione degli almoadi, fanatici musulmani debellatori dei loro fratelli
almoravidi. È probabile pure che poco dopo vi si siano mischiati degli altri
profughi, cacciati dalla Francia nel 1182. In questo periodo, gli ebrei di Trani
dovettero trascorrere un periodo di particolare prosperità, monopolizzando di
fatto il piccolo commercio, dando largamente denaro a prestito, ottenendo
particolari benefici nelle fiere, acquistando stabili, costruendo sinagoghe, e
cattivandosi la benevolenza dei monarchi normanni con grata servitia. Una
pausa a questo benessere fu causata dal passaggio della comunità di Trani, nel
1155, sotto la diretta giurisdizione dell’arcivescovo. Ai piú frequenti tentativi di
conversioni forzate e alla maggiore pressione fiscale che comportava la diretta
potestà ecclesiastica sulle cose ebraiche, pose però un freno re Enrico VI, che nel
1195 riprese sotto la sua protezione gli ebrei tranesi con i loro beni 22.
Nella corona di città portuali che recingevano la Puglia, ancora ai tempi di
Benjamin la perla centrale era costituita da Bari, la città che era stata variamente
e duramente contesa fra longobardi, saraceni, greci e normanni. Benjamin non
visitò la città, ma se di lí fosse passato, vi avrebbe trovato una colonia ebraica
numerosa, saldamente insediata sui maggiori canali dei traffici commerciali e
ricca di uomini preclari per dottrina ebraica. Questa efficienza è testimoniata in
particolare da due eventi che costituiscono due precedenze assolute nella storia
degli ebrei in Italia e nello stesso tempo confermano le forti capacità economiche
degli ebrei baresi. L’uno è che Roberto Guiscardo, primo fra i grandi signori a
far ciò, offrí in dote alla moglie Sichelgaita i proventi fiscali che ricavava dalla
giudecca di Bari; l’altro è che a sua volta Sichelgaita, alla morte di Roberto
(1086), si lasciò per prima indurre a cedere questa fonte di redditi
all’arcivescovo di Bari. Poco appresso, nel 1089, Sichelgaita stessa fece una
seconda identica regalia all’arcivescovo di Palermo, e da allora la infeudazione
fiscale degli ebrei al potere ecclesiastico andò rapidamente allargandosi per tutto
il resto dell’Italia meridionale ed insulare. Per quanto consta, seguirono Salerno
nel 1090, Rossano e Cosenza nel 1093, Naso verso il 1094, Melfi nel 1097,
Termini nel 1103, Reggio Calabria nel 1127, Taranto prima del 1133, Trani nel
1155, Nardò nel 1195 e Capua nel 1198. Questa diretta ingerenza del clero nella
vita economica degli ebrei dovette di certo essere molto piú soverchiante di
quella esercitata dalle autorità secolari, tanto che avendo la Chiesa forzato
eccessivamente la sua potestà, a cominciare – come abbiamo visto – da Trani nel
1195, e poi quasi ovunque nel secolo successivo, si verificò il fenomeno inverso,
della reversione nelle mani laiche dell’autorità fiscale sugli ebrei 23.
Dopo Trani, Benjamin si soffermò a Taranto «grande città, che contiene circa
trecento [famiglie di] ebrei, fra i quali vari sono uomini di studio»; di lí passò per
Brindisi, dove incontrò un piccolo nucleo di ebrei, dieci famiglie, tutte occupate
nella tintoria, e finalmente arrivò ad Otranto, in cui avevano dimora ben
cinquecento famiglie ebraiche. Da Otranto, si imbarcò per il suo gran periplo.
Che Taranto, uno dei principali scali delle flotte crociate, ed Otranto, estremo
porto italiano verso la Grecia e l’Oriente, sui cui moli si affollavano senza alcuna
restrizione mercanti di ogni provenienza, accogliessero due colonie ebraiche cosí
numerose, non fa alcuna meraviglia. Infatti, da una parte l’assoggettamento delle
comunità alla interessata autorità dei vescovi e dall’altra le significative cifre
della popolazione ebraica riferite da Benjamin, insieme con i concisi ma
soddisfatti commenti che egli talvolta vi fa seguire, non lasciano alcun dubbio su
una considerevole agiatezza degli ebrei pugliesi. Di fronte a ciò, quel che
disturba è la mancanza di particolari che permettano di dare una evidenza appena
un po’ piú plastica a questa situazione. Si aggiunga che la serie delle città
pugliesi nelle quali si trovavano stanziamenti ebraici in questo periodo non è
certo esaurita con quelle or, ora ricordate. Vi è chi afferma che ebrei vivessero
anche in numero non esiguo a Gallipoli, a Monopoli, a Giovinazzo e a Barletta:
il che è verosimile, come è verosimile che ne esistessero anche altrove 24.
Essendo muto il diario di Benjamin sulle comunità ebraiche della odierna
Calabria rimasta fuori del suo percorso, manca cosí una fonte di notizie che
sarebbe stata preziosa per noi, in una penuria di conoscenze ancora piú
accentuata di quella che esiste per le Puglie. Infatti, anche per i capoluoghi della
Calabria la migliore indicazione sulla capacità contributiva degli ebrei e quindi
sulla loro floridezza è data dal trasferimento a favore della Chiesa delle decime
provenienti dalle singole giudecche: Cosenza, Rossano, Catanzaro e Reggio
Calabria. Lo storico Giovanni Fiore, scrivendo nel 1691, riteneva che il primo
stanziamento di ebrei in Calabria fosse avvenuto nel dodicesimo secolo a
Corigliano, donde poi essi si erano allargati verso Cosenza, Belcastro, Simmari,
Tropea, Crotone, Squillace, Reggio e principalmente Catanzaro. È una
informazione a cui i moderni rinvenimenti archivistici non possono aggiungere
altro che i nomi di Rossano e Bisignano, intorno a cui si hanno echi di una vita
ebraica nel decimo secolo, nonché Siponto, dove nella prima metà del
dodicesimo secolo fioriva un’accademia talmudica. E, all’infuori dei puri nomi,
di notizie un po’ piú vivaci si può aggiungere che furono proprio gli ebrei che
verso il 1073, signore Roberto Guiscardo, introdussero a Catanzaro l’industria
della filatura della seta e che per loro merito ebbero anche grande sviluppo la
tessitura e lo smercio delle stoffe di seta: quelle stoffe che, per la magnificenza
dei colori e dei disegni, diedero a Catanzaro una grande rinomanza in Italia e
fuori. Fervida, sebbene in grado minore di quella di Catanzaro, dovette anche
essere l’attività commerciale svolta a Reggio Calabria, dove gli ebrei si
occuparono specialmente della tintura dei tessuti 25.

6. In Sicilia e in Sardegna.

Tra il 1170 e il 1173, Benjamin da Tudela era di ritorno in Italia dal suo gran
viaggio in Oriente. Egli toccò il suolo europeo in Sicilia: quivi lo attendeva una
visione tale di magnificenza e di opulenza, che egli ne rimase sorpreso,
nonostante l’abitudine ormai fatta ad incontrare bellezze naturali nella sua visita
di cosí varie contrade. Appuntò nel suo diario: si discende «a Messina, che è
l’inizio della Sicilia… qui abitano circa duecento [famiglie di] ebrei. È una terra
piena di ogni bene, con giardini e piantagioni. Qui si riunisce la maggioranza dei
pellegrini per imbarcarsi per Gerusalemme, perché è il miglior luogo di imbarco.
In due giorni di viaggio si giunge a Palermo, che è una grande città. Quivi è il
palazzo di re Guglielmo [II]. Palermo contiene circa millecinquecento [famiglie
di] ebrei e gran numero di cristiani e maomettani. È situata in una regione che
abbonda di sorgenti e di ruscelli, d’acqua, di terra, di frumento e di orzo, di cui
non vi è simile in tutta l’isola di Sicilia». Poi, dopo essersi dilungato a descrivere
il palazzo ed i giardini reali, ovunque cosparsi di ori, di argenti e di marmi, cosí
concludeva: «Quest’isola contiene tutte le delizie di questo mondo». Par di
leggere l’esaltazione fattane circa venti anni prima dal grande geografo arabo
Edrisi. A un grado cosí elevato di incivilimento cittadino e di rigenerazione
economica erano pervenuti a ricondurre la Sicilia l’ultimo secolo di dominazione
araba ed il successivo secolo di governo normanno 26.
Circa il migliaio di ebrei che dimoravano a Messina, l’unica notizia
suppletiva da aggiungere è che nel 1129 re Ruggero II emanava quivi una
disposizione proibente la concessione di cariche pubbliche ad ebrei o cristiani
che in precedenza avessero offeso con le loro parole la dignità della patria:
divieto che, a contrario, dimostra che in casi normali agli ebrei di Messina, a
parità con i cristiani, era riconosciuta la piena capacità di occupare cariche
pubbliche. Questo stato di equiparazione, verosimilmente identico per tutta
l’isola, subí dei passeggeri contraccolpi al tempo dello stesso Ruggero II, il
quale, verso il termine della sua vita (1154), si adoperò per convertire alla fede
cristiana ebrei e musulmani, promettendo ai nuovi adepti larghe munificenze 27.
Palermo, con la sua comunità ebraica che contava tra le sette e le ottomila
anime in mezzo alle poco piú di centomila che costituivano l’intiera popolazione
cittadina, era nettamente il maggiore centro di vita ebraica di tutta Italia. Questo
primato demografico si era andato formando, se non prima, durante la prospera
ed industriosa età dell’emirato arabo; si mantenne poi saldo durante le due
dominazioni normanna e sveva le quali, con Palermo opulenta capitale del regno
di Sicilia, significarono per gli ebrei un’era di benessere ancora piú accentuato.
Questo primato numerico di Palermo e in generale il concentramento di ebrei in
tutta la Sicilia trovarono la loro maggiore forza coesiva nel fatto che, anche
durante il periodo normanno, la coesistenza nell’isola di ceti diversi per origine
etnica e per religione, ma tutti parimente influenti, imponeva un trattamento
politico equiparato nei riguardi di ciascuno, o per lo meno distinzioni non troppo
stridenti. Cosí, nelle leggi normanne, gli ebrei vengono riconosciuti come
cittadini di pieni diritti; ed altrettanto pieni vengono riconosciuti ad essi i diritti
di proprietà, salvo quello di possedere schiavi cristiani. Gli ebrei si trovavano
sotto la giurisdizione del sovrano, che seguitò ad esigere da essi la ghezia ed altri
tributi, ad eccezione di quelli donati nel 1089 all’arcivescovo di Palermo 28.
Le specifiche occupazioni economiche del grande nucleo ebraico di Palermo
non consentono, per deficienza di precisi riferimenti, una dettagliata elencazione.
Data però la libertà di lavoro concessa agli ebrei, ancora una volta si può
affermare che tali occupazioni erano verosimilmente tutte quelle che permetteva
una regione cosí fiorente per produzione agricola, per industrie e per commerci;
in particolare, abbastanza diffuso doveva essere l’esercizio della pesca, nella
quale gli ebrei acquistarono notevole fama. Ma fra tutte le occupazioni, due
erano appannaggio quasi esclusivo degli ebrei di Palermo: l’arte della seta e la
tintoria dei tessuti. La diffusione della coltura del baco da seta nel Mediterraneo
era stata opera precipua degli arabi. Essi, dalla Persia, l’avevano trapiantata
prima in Spagna, e piú tardi, tra il nono e il decimo secolo, in Sicilia e
principalmente a Palermo. La tessitura della seta, invece, aveva assunto sviluppo
e fioritura particolarmente importanti in Grecia, a Tebe, Atene e Corinto: nella
prima di queste città, il grosso dell’industria serica era in mani ebraiche, come
non tralascia di riferire Benjamin da Tudela. Anche in Sicilia, questa tessitura
aveva fatto notevoli progressi durante l’età musulmana; ma il grande balzo si
verificò verso la metà del dodicesimo secolo. Nel 1147, re Ruggero II, passando
per le acque greche in una spedizione diretta contro Bisanzio, fece prigionieri i
maggiorenti delle località in cui fece scalo e con essi gli ebrei che trovò,
trasferendoli poi tutti a Palermo. Furono questi prigionieri, in gran parte ebrei,
che portarono nella metropoli della Sicilia l’industria della fabbricazione delle
stoffe al massimo della perfezione, e fu cosí che, in gran parte grazie all’opera
ebraica, questa arte si diffuse per tutta la penisola, dando all’Italia per quattro
secoli una magnifica egemonia in tale industria.
Vedremo piú innanzi che per molto tempo l’industria della seta seguitò a
godere i piú grandi favori reali. Essa veniva esercitata negli opifici annessi al
palazzo reale di Palermo, dove venivano fabbricati, oltre ai tessuti piú correnti,
anche quelli intrecciati con oro e perle. Gli ebrei vi prestavano la loro opera sia
come semplici operai sia come personale tecnico e direttivo. Non è escluso che
si siano dedicati pure alla coltivazione del baco e del gelso, mentre è certo che
possedettero degli opifici privati, e che si occuparono intensamente del lucroso
commercio delle stoffe seriche, vendendole nella loro città e spedendole nei
principali abitati d’Italia 29.
Altra occupazione favorita fra gli ebrei – a Palermo come altrove – fu la
tintoria, la quale non era effettuata da coloro che fabbricavano il tessuto greggio,
ma da stabilimenti particolarmente attrezzati. Questa tintoria, che esigeva
l’impiego di costose materie coloranti provenienti da ogni parte del mondo, e
una particolare perizia nella lavorazione, faceva naturalmente aumentare di
molto, oltre che il pregio, anche il prezzo delle stoffe che vi erano sottoposte,
lasciando cospicui margini di guadagno a chi vi si dedicava. Per questo motivo
la tintoria – frutto di grande intraprendenza per procacciarsi i colori piú ricercati
e piú rari, e di abilità tecnica per eseguire il lavoro – suscitò di riflesso
l’interessamento fiscale della curia ecclesiastica, la quale, anche a Palermo,
ottenne nel 1211 la corresponsione delle tasse di esercizio su tale attività da parte
degli ebrei 30.
Dopo Palermo, occorre lasciare definitivamente Benjamin, il quale per via
mare giunse a Roma, e di lí proseguí frettolosamente il viaggio di ritorno verso
la natia Tudela. Senza la preziosa sua guida, tutto è oscurità intorno alla vita
ebraica nel resto dell’isola. Ma è un’oscurità che, purtroppo, cela non il poco ma
il molto, come lo provano sia quello che vi si intravvede quando questa oscurità
comincerà a diradarsi nel secolo successivo, sia quella che è una tradizione
consistente, e cioè che la Sicilia normanna era divenuta la regione di tutta Italia
di maggior concentramento degli ebrei e forse anche quella dove questi ebrei
godevano delle migliori condizioni di vita. Invece, per il dodicesimo secolo,
tutto quello che si sa è che a Catania gli ebrei erano equiparati ai latini, ai greci e
ai saraceni, tanto che nel 1168 il vescovo concesse a ognuno di questi gruppi
nazionali di essere giudicato secondo la propria legge; che ad Agrigento, assai
prima del 1254, la Chiesa aveva ottenuto di percepire i diritti sulla tintoria e
sugli altri proventi degli ebrei, mentre un privilegio simile era stato ottenuto a
Termini Imerese fin dal 1107; infine che a Siracusa esisteva una comunità
organizzata la quale verso la fine del secolo proponeva un quesito a
Maimonide 31.
Anche della dimora e dell’attività degli ebrei in Sardegna, non solo per questo
periodo, ma in genere durante tutto il millennio e mezzo in cui essi vissero
nell’isola, il tempo non ha conservato che tracce documentarie quasi impalpabili.
Eppure, a giudicare soltanto dalle influenze ebraiche che si trovano impresse
nelle antiche e nelle piú prossime istituzioni politiche, sociali e giuridiche, nei
nomi dei luoghi, nella vita privata dei sardi e perfino nel loro dialetto, non si può
non rimanere colpiti dalla importanza e dal numero di tali influenze. Sia stata
opera dei superstiti della lontanissima spedizione dei quattromila giovani
mandati da Tiberio, o di altre successive ignote ondate di ebrei venutesi a posare
sulle sponde della Sardegna, quello che è indubitato è che in molti centri gli
ebrei entrarono come lievito attivissimo nel contesto dei vari aspetti della vita
isolana. Ma è un lievito talmente amalgamato con l’impasto, che oggi non se ne
riescono piú a individuare né origine né componenti. Nel campo delle ipotesi,
nel quale si è costretti a muoversi per i primissimi secoli del nuovo millennio, le
piú consistenti che si possono avanzare sono che gli ebrei soggiornassero
particolarmente nel Cagliaritano, nel Logudoro e nella Gallura, e che oltre ad
esercitare la mercatura e forse il piccolo cabotaggio, esplorassero e sfruttassero
talune miniere sparse nell’isola. Ipotesi però che, per doverosa cautela, non
possiamo prendere come base per un ulteriore discorso 32.

7. L’età di Federico II di Svevia.

Le terre del Mezzogiorno – solo qui e là dissodate dalla signoria araba, e poi
profondamente solcate dall’aratro della signoria normanna, che aveva rotto e
rivoltato l’economia del paese riportando alla superficie energie mercantili
rimaste latenti e soffocate per secoli, e dietro al cui solco era stata poi sparsa la
buona semente, in cui, come abbiamo visto, erano largamente commisti grani di
attività ebraica – presentavano ovunque un rigoglio di maturazione e una
promessa di raccolto prolungato, a cui tutta l’Europa dell’epoca guardava
ammirata. Cosí ricca messe normanna pervenne nel 1198 in eredità a Federico II
di Svevia, fanciullo di quattro anni. Emancipatosi nel 1212 dalla tutela del papa,
egli prese a dirigere da solo le sorti del regno di Sicilia e di Puglia, a cui nel
1220 aggiunse quelle dell’impero di Germania. «Stupore del mondo» fu detto
dai contemporanei: per alcuni oggetto di venerazione e per altri di vituperio.
Condottiero e politico geniale e dispotico, fu in urto continuo con il papato e con
i comuni italiani; poeta e protettore di ogni arte, codificatore di un saggio corpo
di leggi, rivoluzionatore della struttura economico-amministrativa del suo regno,
fu il piú illuminato e il piú combattuto monarca del suo tempo. Ultimo degli
imperatori del medioevo e primo signore del Rinascimento, diede all’Italia del
Sud – grazie, molto, al retaggio ricevuto dai suoi predecessori normanni – mezzo
secolo di floridezza economica, di assestamento politico e giuridico, di fervore
artistico, che piú tardi assumeranno quasi una coloritura mitica. Gli ebrei a piú
riprese entrarono nelle sue statuizioni e nei suoi atti. Ma i drammatici contrasti
che dilaniarono la vita di questo monarca e che lo accompagnarono – all’ultimo,
vinto – fino alla morte nel 1250, si riverberano anche nell’alternarsi della sua
condotta verso gli ebrei.
Federico II, fin tanto che si trovò sotto la tutela di papa Innocenzo III
ricercandone l’appoggio per ottenere la corona imperiale, si studiò di
accondiscendere alla Chiesa dove essa era particolarmente sensibile. Nel 1221
estese alle terre italiane a lui soggette le disposizioni del quarto Concilio
lateranense a proposito del segno, che fu da lui stabilito nella forma della lettera
greca tau e di colore arancione. Inoltre confermò a favore delle curie vescovili
tutti gli introiti fiscali che queste si erano fatte attribuire sulle comunità ebraiche:
nel 1212 ratificò quelli di Cosenza, nel 1221 quelli di Salerno e nel 1223 quelli
di Rossano 33.
Ma la virulenta crisi nei rapporti tra regno-impero e Chiesa che si verificò
poco appresso, diede agio a Federico di mostrare il suo veritiero, benevolo volto
verso gli ebrei, da lui considerati strumenti essenziali per l’attuazione delle
riforme introdotte dal suo governo. Egli fu il primo reggitore in Europa che
concepí ed attuò una organizzazione di stato centralizzata e controllata, in cui
tutto il movimento economico e finanziario del paese doveva raccogliersi nelle
mani del sovrano e della burocrazia a lui sottoposta. Cosí furono considerati
monopolio dello stato sia tutto il commercio con l’estero sia alcuni rami del
commercio interno e dell’industria; e parimente fu istituita una vasta rete di fiere,
specie nella parte continentale del regno. In questo ordinamento statale
accentrato, è chiaro il motivo per cui Federico tenesse particolarmente a vedere
inseriti e attivi gli ebrei: non solo per le loro specifiche doti mercantili, ma anche
perché, agendo essi stessi come un corpo internamente organizzato, risultava piú
facile guidare e controllare la loro attività.
Il vero animo di Federico II rispetto agli ebrei si rispecchia nel Liber
Augustalis, promulgato a Melfi nel 1231, dove egli raccolse quanto di piú
aderente al suo spirito innovatore contenessero le leggi normanne e le sue. Vi si
sanciva che gli ebrei dovevano essere considerati sotto la piena protezione del
sovrano, ed erano parificati agli altri cittadini nel diritto di ottenere giustizia e di
difesa giudiziaria. Vi si accennava che, in caso di assassinio perpetrato da
ignoto, la multa che doveva pagare la cittadinanza del luogo del misfatto era di
cento augustali se la vittima era cristiana e di cinquanta se ebrea o saracena:
scala di valori che denota, per il tempo, un notevole rispetto verso l’«infedele».
Ma vi si ritrovava anche una disposizione che, per lungo volgere di anni, doveva
rimanere unica in un testo di leggi: in contrasto con i dettami della Chiesa,
Federico – che era uscito appena da qualche mese dai ceppi della scomunica
papale e che era destinato a risentirne la stretta non molti anni appresso –
dichiarò che il prestito del denaro non poteva ritenersi illecito per gli ebrei, ma
che solo il tasso di interesse non doveva superare il dieci per cento. Se questa
concessione cadde, nel Mezzogiorno propriamente detto, su un terreno non
particolarmente propizio nell’età sveva, vi attecchirà invece largamente fin dagli
inizi dell’età angioina, quando si ha notizia che una compagnia di ricchi
banchieri ebrei provenienti da Pisa, dalla Provenza e da altrove iniziò la sua
attività a Napoli 34.
La prima colonia ebraica che aveva goduto del favore svevo era stata Trani,
trattata con speciale benignità dagli ultimi re normanni e da Enrico VI (1194-
97). Nel 1224 Federico II riconvalidò in pieno questa protezione, che era tanto
piú conforme ai suoi piani, in quanto Trani albergava uno dei maggiori centri
dell’industria della seta, cara tanto al re quanto agli ebrei. Poi, con le
Costituzioni melfitane del 1231, egli estese al resto del regno la sua protezione.
Contemporaneamente procedette all’estromissione sistematica di tutte le
giudecche dal controllo fiscale dei vescovi, avocando a favore dell’erario regio i
proventi, derivanti in particolare dalla tintoria, cosicché è a partire dal 1231 che
non si ritrova piú notizia di conferma alla Chiesa degli antichi privilegi
tributari 35.
Fra i vari monopoli introdotti dal sovrano svevo, egli affidò la gestione di
quello della seta completamente ad ebrei. Sempre nel 1231 egli stabilí che in
Puglia e in Calabria tutta la seta grezza, sia di produzione locale sia di
provenienza forestiera, dovesse essere ceduta a una società di ebrei di Trani, i
quali avevano la facoltà di ricederla a coloro che volessero lavorarla, con la
maggiorazione di un terzo sul costo; per le altre province del regno, analoga
concessione era fatta ad altre società di ebrei tranesi. Evidentemente il fisco
regio si riservava una larga porzione su questo sovrapprezzo di un terzo. Anche
la tintoria, la seconda delle due occupazioni specificamente ebraiche dell’Italia
del Sud, rientrò fra i privilegi industriali assunti da Federico II. Nel medesimo
anno, egli sospese l’attività di tutti gli stabilimenti di tintoria esistenti,
mantenendo in funzione solo quelli di Capua e Napoli; all’azienda di Capua
furono preposti due ebrei, e similmente sembra che sia stata condotta anche
l’azienda di Napoli. Questi incaricati ebrei avevano altresí la delicata mansione
di autorizzare caso per caso l’eventuale riattivazione degli stabilimenti chiusi, di
esercitare il controllo sulla loro gestione, e principalmente di curare la esazione
dei diritti fiscali spettanti al sovrano. Nell’Abruzzo furono ripristinate, e affidate
ad altrettanti fra i piú doviziosi ebrei locali, quattro tintorie 36.
L’assunzione a monopolio regio del commercio con l’estero e in parte di
quello interno, nonché l’incremento dato al sistema delle fiere, tenute
specialmente a Sulmona, Capua, Lucera, Bari, Taranto, Cosenza e Reggio,
agevolavano gli ebrei nella partecipazione attiva alla vita economica del paese.
La relativa sicurezza delle strade facilitava lo spostamento di persone e di merci
da luogo a luogo, ché ancora il brigantaggio, piaga del dominio angioino, non
era venuto ad atrofizzare i transiti. In queste fiere gli ebrei acquistavano pelli e
lana, due articoli base della loro attività economica, compravendevano prodotti
alimentari, smerciavano le loro stoffe, trafficavano in tutti quei generi minuti, di
cui le fiere costituivano il grande emporio di vendita. Il provento di questi
commerci poteva essere investito a loro piacimento, sia in altre mercanzie sia in
case o terre, e talvolta contribuiva alla costruzione di nuove sinagoghe. Di una di
esse, a Trani, si sa che fu edificata nel 1247 37.
Oltre alle località che siamo venuti ricordando fin qui, sono note altre minori
che albergavano nuclei di ebrei: Alife, Teano, Castrovillari, Acri, Brachalla
(oggi Altomonte), Nicastro, Vibo Valentia, Seminara, Nicotera e Gerace. Quanto
alla potenzialità raggiunta dagli ebrei, essa si lascia giudicare dal fatto che a
Napoli, nella seconda metà del Duecento, costoro dovevano pagare per imposte
il cinque per cento del totale carico tributario della città, e prima del 1275 a
Salerno il quattro e mezzo per cento. Pure se, come si dovrà riscontrare anche in
seguito, questa percentuale non corrispondeva al preciso rapporto fra le due
ricchezze imponibili, quella cristiana e quella ebraica, giacché di solito gli ebrei
venivano sottoposti a un carico maggiore, i due dati lasciano intravvedere quale
fosse la solidità patrimoniale degli ebrei non solo a Napoli e a Salerno, ma,
estensivamente, in tutto il Mezzogiorno. In compendio, si può dire che se la vita
degli ebrei meridionali ebbe un periodo completamente fausto, esso coincise con
l’ultimo venticinquennio del regno di Federico II. In questo quarto di secolo, il
sovrano svevo non solo seppe mettere integralmente a profitto le doti
commerciali dei suoi ebrei ed in tale senso li tenne in gran conto, ma egli stesso
ne studiò e ne diffuse grandemente il patrimonio spirituale e culturale, come
diremo innanzi. Pregiandoli quali uomini di tradizione, di pensiero, di azione,
riconobbe loro il massimo della dignità cui potevano ambire. Il beneficio di
questa comprensione continuò nella brevissima stagione in cui ancora fiorí la
monarchia sveva. Poi, nel 1268, ucciso Manfredi e sconfitto Corradino, gli
angioini occuparono il Mezzogiorno con il favore pontificio, e una nuova era
aveva inizio per gli ebrei 38.

8. Crisi nell’Italia meridionale.

La nuova monarchia angioina aveva attinto la sua forza primigenia dal denaro
e dalla benedizione largitale dal papa; da quello cercò di rendersi rapidamente
indipendente, da questa tenne a mantenersi tutelata. La bramosia di Carlo I di
impinguare il proprio erario, per remunerare prima coloro che lo avevano
sorretto nella incerta conquista, e avviare poi le grandiose imprese che andava
meditando, diede incentivo a una politica finanziaria cosí severa e mungitrice,
che superava da lungi quella già non liberale di Federico II. Essa, nel 1282,
doveva divenire la causa prima della insurrezione dei Vespri siciliani, e del
distacco della Sicilia, con il conseguente passaggio dell’isola dalla dinastia
angioina alla aragonese.
I sentimenti di Carlo I e del suo successore Carlo II non erano e non potevano
essere contrari agli ebrei: né per convinzione personale né per opportunità di
governo. Ambizione di questi sovrani era quella di avere costantemente un erario
ben fornito, e questo imponeva di evitare una eccessiva pressione fiscale, di
effetto temporaneo e distruttivo, e di promuovere invece le industrie e i
commerci, in alcuni dei quali gli ebrei del Meridione avevano una posizione
preminente. D’altra parte però l’alleanza, quasi la dipendenza dalla Santa Sede,
comportava per i sovrani angioini di agire come campioni devoti di ogni sua.
causa, di accordare larghi privilegi al clero, abrogando come prima cosa quanto
gli svevi avessero compiuto «contro la libertà ecclesiastica». Questo stato di cose
trascinò i primi due re angioini ad un atteggiamento, verso gli ebrei delle loro
terre, che fu dominato dall’antitesi di volere e non potere. Di volerli proteggere
nella loro efficienza economica e quindi nella loro capacità contributiva; ma di
non poterlo, per soddisfare le pretese crescenti della Chiesa la quale, subito a
partire dal 1268, aveva introdotto nel regno il suo spietato braccio correttivo,
l’Inquisizione, affidandone l’esercizio particolarmente ai frati domenicani. Di
qui, provvedimenti che male concordano con il fatto di promanare dalla
medesima fonte sovrana. Ma il contrasto si andò a mano a mano risolvendo nel
senso che sopravvalsero le direttive del potere religioso, fino a che, poco prima
che spirasse il secolo, si giunse al tentativo di conversione in massa di tutti gli
ebrei del Mezzogiorno.
Delle esigenze finanziarie della monarchia, soddisfatte a spese delle comunità
ebraiche, abbiamo notizia in una serie di mutui forzosi richiesti sotto i piú vati
pretesti: nel 1271 è la volta di Amalfi, dal 1272 in poi, in una serie di cinque
prestiti a rapida successione, è quella di Trani, e nel 1276 sono tutte le giudecche
del regno a doverli subire. Ma queste non sono che sbiadite testimonianze di un
sistema fiscale eccezionalmente vessatorio, che aveva il potere di aguzzare nello
stesso tempo anche la cupidigia degli ecclesiastici e dei tirannelli locali. A Trani,
la curia arcivescovile, che aveva già ottenuto il ripristino del tributo dovutole,
non paga di ciò, impose agli ebrei il pagamento di altre ingenti somme; chi
resisteva, era senz’altro passato alle prigioni. Anche gli ufficiali civili avevano
preso a forzare le case private degli ebrei senza alcuna giustificazione, e ad
asportarne mobili e valori. Contro queste estorsioni, intervenne energicamente
Carlo I nel 1273 e nel 1274, per richiamare arcivescovo e civili all’osservanza
della giustizia; l’esito di questo intervento non è registrato. Come a Trani, cosí a
Bari; la curia, che nuovamente riceveva dagli ebrei il suo tributo, esigette
pagamenti suppletivi con l’alternativa del carcere, mentre i funzionari civili
presero ad esercitare angherie e ad imporre collette per loro lucro personale.
L’intervento del sovrano angioino non riuscí a far desistere l’arcivescovo di Bari
dalle sue ulteriori pretese, e il re dovette limitarsi a minacciare, nel 1273, forti
pene contro chiunque avesse perseverato in questi arbitri. Nel 1272, ad Avellino,
la Chiesa si era fatta nuovamente attribuire il tributo sulla giudecca, e ad Amalfi,
l’arcivescovo, la decima sulla tintoria. Nel 1278 anche gli ebrei di Salerno
furono fatti oggetto di vessazioni dell’identico genere da parte degli ufficiali
pubblici del luogo. Questa concomitanza di soprusi in varie città lascia supporre
che si trattasse di un unico piano preordinato di provocazione e di azione contro
gli ebrei, di cui i minori ufficiali non erano altro che meri esecutori 39.
Frattanto, l’atteggiamento di Carlo I continuava contraddittorio. Mentre, in un
anno imprecisato del suo regno, ristabiliva per gli ebrei l’obbligo del segno,
qualche tempo dopo ne concedeva l’esenzione, per atto di magnanimità cui certo
non furono estranei opportuni «donativi». Mentre nel 1267, egli poneva
Manuforte, un ebreo eminente di Trani da poco convertitosi, sotto l’egida
sovrana, assegnandogli sei once d’oro all’anno da prelevarsi dai proventi della
tintoria ebraica della città, d’altro lato concedeva agevolazioni di studio ed
esenzioni di imposte ai due dotti ebrei della sua cotte, Faraj di Salomon da
Agrigento e Mosè da Palermo, si preoccupava che fosse dignitosamente trattato
il suo fedele chirurgo ebreo Johaede, affidava la coniazione delle monete d’oro
della zecca di Napoli all’ebreo Simone e a un suo socio, e cosí via. Fino alla sua
morte avvenuta nel 1285, Carlo I non affiancò integralmente né lo zelo
conversionistico degli inquisitoti, né le pressioni del neofito Manuforte il quale,
nel 1269, gli aveva suggerito di emanare dei provvedimenti contro quei
neoconvertiti che seguitavano ad osservare clandestinamente i riti della loro
antica fede ebraica, e che perciò erano chiamati i relapsi. Anzi, in una lettera
dello stesso 1269 inviata agli universis judaeis di Puglia, il re li tranquillizzava
con la promessa che non avrebbero subito molestia se non avessero riconsegnati
i relapsi tornati a vivere in mezzo a loro; sottolineava pure che, mai, nelle
passate generazioni, i re cattolici di Sicilia avevano mosso tale accusa contro gli
ebrei. Quanto all’altro suggerimento avuto da Manuforte, il quale, ripetendo le
dicerie diffuse trent’anni prima da Nicola Donin, aveva sollecitato nel 1270 il re
a confiscare e bruciare tanto il Talmúd quanto il formulario di preghiere perché
contenevano allusioni oltraggiose contro Gesú e Maria, non è affatto chiara la
posizione assunta da Carlo I, che prima volle e poi disvolle. Sotto Carlo II
invece, le non sfavorevoli inclinazioni naturali del nuovo sovrano verso gli ebrei,
furono sovvertite dal contegno via via piú aggressivo dei domenicani 40.
La tempesta che cominciò a turbinare sull’ebraismo meridionale nel 1288, e
poi si abbatté su di esso tra il 1290 e il ’94, non ha lasciate tracce documentarie
né del suo approssimarsi né del suo vorticoso passaggio; la sua violenza si può
dunque giudicare solo dalle rovine che ha lasciate dietro di sé. Non vi è dubbio
che ciò che la suscitò da lungi fu la sottile campagna conversionistica intrapresa
dai domenicani fin da un quarto di secolo prima, campagna che non aveva
trovato barriera in una decisa opposizione da parte della monarchia, e che era
stata favorita dalla situazione economica degli ebrei, che si era andata
rapidamente deteriorando a seguito del fiscalismo angioino. Sul principio la
campagna dovette procedere cautamente, perché non aveva né il sostegno di un
sentimento antiebraico da parte della popolazione, né l’attrattiva di spossessare
gli ebrei di una ricchezza, che ormai si era andata tanto riducendo da non
suscitare invidia o cupidigia 41.
Passato lo scettro dall’uno all’altro Carlo, la voce dei predicatori domenicani
si andò rapidamente rafforzando di tono e di veemenza, ed ogni cittadina del
reame, dall’Abruzzo alla Calabria, finí per udire l’infuocato incitamento alla
conversione che scendeva dai pulpiti. Contemporaneamente, con raffinata
lusinga, venivano garantiti ai neofiti due speciali privilegi: primo, un nuovo
cognome che in genere era scelto tra i piú risonanti della nobiltà, la quale aveva
acceduto alle esortazioni rivoltele dalla Chiesa, di far partecipi al proprio casato i
convertiti all’atto del battesimo; secondo, l’esenzione per i neofiti non solo dai
prestiti imposti alla giudecca, ma anche da qualsiasi altro onere che dovesse
essere corrisposto da tutta la cittadinanza. Un editto del 1° maggio 1294 stabilí
chiaramente questi principî. Nel 1288, il numero degli ebrei del Meridione che
avevano ceduto alle sollecitazioni dell’abiura, pare già non fosse indifferente.
Ma esso comprendeva anche vari ebrei che avevano mutato solo esteriormente
religione, mentre nel loro intimo mantenevano le loro credenze e osservavano i
riti di un tempo. Questo cripto-ebraismo, difesa audace ed eroica che
assumevano gli ebrei ogni qualvolta la furia conversionistica si abbatteva contro
di loro, era ciò che la Chiesa piú abominava, perché perpetuava la protesta
contro i suoi soprusi, e manteneva incapsulato il veleno dei finti convertiti.
Perciò, ribadendo in termini ancora piú draconiani quello che i suoi predecessori
avevano già sancito, papa Niccolò IV il 15 settembre 1288 decretò che gli
inquisitori potevano condannare a morte «quidam de judaicae caecitatis errore ad
lumen fidei christianae conversi, ad priorem reversi esse perfidiam
dignoscuntur» 42.
A partire da questo momento, quel che solo limitatamente avevano potuto le
prediche ed i privilegi, lo potette invece il terrore. Il propalarsi a Trani nel 1290
di una delle solite accuse di omicidio rituale, la minaccia di estreme sciagure
contro chi si ostinasse nella sua religione (una cronaca del 1304 riferisce che
Carlo II pose senza meno gli ebrei di fronte al dilemma della conversione o della
morte), lo spettro del rogo contro i relapsi, ed i continui attacchi alle persone e
alle cose, finirono per produrre una vera e propria psicosi di disperazione tra gli
ebrei del Mezzogiorno continentale. Nel giro di tre o quattro anni, essi si
lasciarono trascinare in proporzione considerevolissima all’abdicazione dei
propri principî religiosi. Da allora intere giudecche non saranno piú conosciute
come universitates judaeorum, ma come universitates neophitorum, e le
sinagoghe verranno trasformate in chiese, come, dietro sollecitazione degli stessi
frequentatori, ben quattro a Trani ed una a Napoli nel 1290. Né mancavano, nei
confronti di coloro che invece rimanevano saldi nella loro fede, gravi violenze e
veri massacri. La via Scannagiudei a Napoli (della quale si ha la prima menzione
nel 1329) conserva, appunto, l’agghiacciante ricordo di uno di questi massacri.
All’opposto, non pochi ebrei convertiti, con il nuovo casato assunto ed i privilegi
ad esso connessi, entrarono a far parte della piú elevata nobiltà del regno 43.
L’ampiezza delle conversioni è dimostrata dai documenti che registrano il
numero dei nuovi cristiani a cui favore fu riconosciuta l’esenzione dagli obblighi
fiscali. Nel 1294 questa esenzione fu accordata, in tutto il reame, a milletrecento
uomini, di cui trecentodieci a Trani, centosettantadue a Taranto, centocinquanta
a Salerno, centotrentotto a Napoli ed il resto in un’altra ventina di località
minori. Poiché questa cifra indicava gli uomini soggetti a tassazione, cioè in
pratica i capifamiglia, si può presumere che il totale dei convertiti fosse pari a
circa il quintuplo e cioè si aggirasse intorno a sei-settemila unità. Ora è noto che
nel 1276 vi era in Calabria una popolazione ebraica di circa
duemilacinquecentotremila anime; se a questa si aggiungono le cifre, ignote, del
resto del regno, in cui però la Puglia e la Campania figuravano con un
addensamento assai superiore a quello della Calabria, se ne conclude che delle
tre vie che si presentavano tra il 1290 e il 1294 dinanzi agli sgomentati ebrei del
Mezzogiorno (e cioè la scelta fra l’apostasia, la vita clandestina e la fuga), quella
dell’apostasia assorbí circa la metà del contingente ebraico 44.

9. Popolazione e occupazioni.

Questo dato congetturale, che fisserebbe a poco meno di quindicimila il


numero degli ebrei viventi nel Mezzogiorno continentale allorché essi vennero
coinvolti nella grande calamità della fine del Duecento, può essere messo a
confronto con un altro dato, non meno congetturale ma di piú largo raggio,
relativo alla consistenza numerica degli ebrei di tutta l’Italia poco piú di un
secolo prima. Anche qui Benjamin da Tudela è l’informatore. Senza entrare in
sottili disquisizioni, si può assumere come dato di fatto che le cifre a mano a
mano da lui indicate riguardino non individui singoli, ma capifamiglia o fuochi,
secondo l’uso allora corrente di numerare qualsiasi aggregato demografico; e
cosí, infatti, noi le abbiamo riferite.
Le famiglie censite in Italia dal mercante spagnolo sono in tutto 4832; di esse,
appena sessantadue risiedevano a nord di Roma, duecento a Roma,
milleseicentoventi in Campania, duecentoquaranta in Basilicata, milledieci in
Puglia e millesettecento in Sicilia. Ponendo anche qui in cinque il numero medio
dei componenti di ogni famiglia, si giunge al risultato che gli ebrei residenti
nelle città attraversate da Benjamin ammontavano, verso la fine del dodicesimo
secolo, a poco piú di ventiquattromila. Ma questa cifra va opportunamente
integrata, dato che molte città rimasero fuori del suo itinerario. Cosí, di tutta
l’Italia settentrionale e centrale egli visitò solo Genova, Pisa, Lucca e Roma,
mentre il resto, anche se scarsamente abitato da ebrei, non ne era privo del tutto,
come lo indica la notizia, alquanto dubbiosa, secondo la quale a quel tempo
vivevano a Venezia milletrecento ebrei, e quella piú fededegna che a Lanciano
vennero richiamate ottanta famiglie. Cosí pure, non furono affatto percorse da
Benjamin la Calabria (quella Calabria dove un secolo dopo vivevano
duemilacinquecentotremila ebrei), parte della Sicilia e la Sardegna, ed anche fra
le regioni attraversate è evidente che qualche città non fu da lui toccata. In
conclusione si può, grosso modo, ritenere che la popolazione ebraica delle città
visitate da Benjamin vada integrata di un altro terzo, e quindi si può affermare
che, nella seconda metà del dodicesimo secolo, essa dovesse assommare a un
dipresso a trentacinque-quarantamila individui.
Grandi le difficoltà per accertare la popolazione ebraica, ancora piú grandi
sono quelle per valutare l’entità della popolazione italiana nello stesso periodo.
Considerato, secondo la valutazione che appare piú prossima alla realtà, che
questa popolazione italiana si aggirasse, nel dodicesimo secolo, sugli otto-nove
milioni, la percentuale degli ebrei risulterebbe di un po’ inferiore al cinque per
mille. Ma siccome questa popolazione ebraica non era uniformemente
distribuita, ma si raccoglieva soprattutto nella metà inferiore del territorio
italiano e, ancora, quasi esclusivamente nelle città e non nel contado, si può dire
che nei centri specificatamente abitati dagli ebrei, questi costituissero una
minoranza non del tutto insignificante.
Quanto alle attività esercitate dagli ebrei, è difficile catalogarle in un elenco
che abbia la presunzione di essere prossimo alla realtà: in primo luogo, perché
dovrebbe contemplare quelle di varie decine di migliaia di ebrei, continuamente
rinnovantisi lungo due secoli, e in secondo, perché si tratta di un periodo in cui
gli ebrei non furono fatti oggetto di una politica generale di repressione, salvo
quella, gravissima, del Mezzogiorno, che conchiude questo periodo. In teoria, si
potrebbe dire che ogni sorta di attività era aperta al loro estro, comprese quelle
che, in altri ricorsi di tempo, erano state dichiarate severamente precluse per essi.
In effetti però, la tendenza degli ebrei all’urbanesimo, la loro capacità ed
esperienza mercantili, le loro fitte relazioni con i correligionari nel bacino
mediterraneo, erano tutti elementi che li avviavano in misura preponderante
verso il commercio. D’altro canto, il sorgere delle grandi società commerciali
nell’Italia settentrionale, l’accentramento di esse nelle mani gelose dei cristiani,
e il consolidarsi delle corporazioni di mestiere a base intransigentemente
religiosa, resero, nel commercio stesso e nell’artigianato, difficile agli ebrei
l’esercizio di qualche ramo di attività. Nonostante una certa specializzazione in
certi campi, si deve però ritenere che gli ebrei di quest’epoca si dedicarono alla
maggior parte delle attività commerciali, industriali, agricole.
Quanto all’agricoltura, sono da tenere in particolare conto le non poche
notizie che ci sono pervenute su ebrei proprietari e conduttori di fondi rustici,
naturalmente con preponderanza nell’Italia meridionale e nella Sicilia. Gli ebrei
non furono menomamente influenti nel complesso della economia agraria del
paese, salvo forse a Palermo e a Catanzaro dove introdussero la coltura del
gelso; ma va considerato che l’agricoltura costituiva l’occupazione meno
rispondente alle attitudini e alle esigenze degli ebrei della diaspora, di solito
accentrati, nei secoli di mezzo, nelle città, per migliori condizioni di quieto
vivere ed opportunità di resistenza in caso di improvvisi moti antiebraici. Questa
certa diffusione degli ebrei italiani nelle campagne è quindi significativa solo
quale indice di una atmosfera da lungo tempo tranquilla. Altro indice che punta
nella medesima direzione, è quello della assenza di restrizioni o di divieti anche
per quello che riguarda la proprietà urbana. Ebrei proprietari di case sono
menzionati nei luoghi piú vari, come non manca cenno del diritto concesso a
taluno di costruire o trasformare case private in sinagoghe o in scuole, il che
mostra una significativa inosservanza di questa forma indiretta di limitazione
religiosa.
I due generi di attività verso cui gli ebrei dei secoli qui considerati
dimostrarono particolare predilezione, appaiono essere stati la tessitura delle
stoffe di seta, di lana e di lino, con prevalenza delle prime, e la tintoria di filati e
di panni. Non vi è dubbio che si trattava di due occupazioni che impiegavano
molte mani e molto capitale ebraico; che dovevano essere esercitate, da parte
degli ebrei, in condizioni di quasi monopolio in varie regioni, e che dovevano
essere notevolmente remuneratrici. Ma il fatto che ambedue dominino nei
documenti relativi alla attività economica degli ebrei non significa che queste
due lavorazioni assorbissero in forma prevalente l’opera degli ebrei del tempo.
Si trattava di due occupazioni che rivestivano particolare importanza agli occhi
dei signori delle città, e quindi sollecitavano in modo speciale l’interesse del loro
fisco. È appunto per rendere piú agevole l’imposizione tributaria, che le
concessioni dell’esercizio della tintoria e dell’industria tessile pregiata furono
attribuite a chiunque, e agli ebrei in particolare, mediante speciali regolamenti e
solenni atti. Di qui la gran copia di memorie che esiste su queste due attività in
confronto di altre, che richiedevano minori formalità; esattamente come, nel
periodo successivo, avverrà per il prestito.
L’accentramento degli ebrei nelle maggiori città portuali (in alta Italia,
principalmente a Venezia e, meno, a Pisa, e in bassa Italia, dappertutto) lascia
fondatamente supporre che questi ebrei si occupassero di tutte le attività
connesse con un porto: acquisto di derrate nel retroterra, spedizione di esse nei
vari scali del bacino mediterraneo, importazione di prodotti da questi scali,
esercizio del cabotaggio lungo le coste italiane, armamento e trasporto di navi
per il trasporto di persone e di merci. Anche se non si sono conservate grandi
memorie di questo traffico portuale, quelle poche che si hanno, unite al fatto
della numerosa residenza di ebrei in importanti città costiere e degli sviluppati
legami tra gli ebrei dei vari porti del Mediterraneo, dànno una sicura prova
dell’importanza del ruolo ebraico nel campo dei commerci transmarini.
Quanto all’accesso ai maggiori uffici pubblici, la barriera nei riguardi degli
ebrei non appare essere stata assolutamente impenetrabile. In Sicilia non vi erano
ostacoli, salva una breve parentesi a Messina; a Roma, Jechiel aveva ottenuto un
incarico delicatissimo, ed altri incarichi sembra siano stati affidati ad ebrei di
Trani. Naturalmente, se resistenze vi erano, esse aumentavano di mano in mano
che si trattava dei gradi piú elevati. Ma là dove queste resistenze erano minori,
due erano le chiavi principali che continuavano a dischiudere agli ebrei
l’ingresso alle alte cariche della città e della corte: la loro competenza in materia
finanziaria e la loro abilità nella scienza medica. Al primo settore dedicheremo
gran parte del capitolo seguente; al secondo, sui medici, una trattazione a parte,
piú avanti.

1 La prima edizione ebraica dell’Itinerario – nome con cui comunemente si designa l’opera di Benjamin

da Tudela – è stata stampata a Costantinopoli nel 1543, e ristampata a Ferrara nel 1556; dopo si sono
succedute ristampe e traduzioni in varie lingue, ma nessuna in italiano. Tra le migliori edizioni, con
traduzione inglese, è quella di ADLER, M. N., Itinerary of Beniamin of Tudela, pubblicata nella «JQR». La
parte che riguarda il tragitto attraverso l’Italia si trova: XVI, 1904, 461-65, 470-73, 715-16, 724-25; XVIII,
1906, 672-73, 688-89.
2 SCRIBA, G ., Il Cartolare, Torino 1935, docc. 1011, 1123-24-28, 1302; ROTH, C., Genoese Jews in the

Thirteenth Century, «Speculum», XXV, 1950, 190-91.


3 FOA, S., L’istituzione del ghetto a Moncalvo, «RMI», 1950, Studi in onore di R. Bachi, 189;
GUEDEMANN, M., Cultur, II, 14; COLORNI, V., Prestito, 42-43; GRAYZEL, S., Church, 98-99; LUZZATTO,

F., Gli ebrei in Aquileia, Studi in onore di R. Bachi, 142.


4 MURATORI, L. A., Dissertazioni sopra le antichità italiane, Milano 1751, I, 188; GALUCCIOLI, G. B .,

Delle memorie venete antiche profane ed ecclesiastiche, Venezia 1745, II, 278.
5 Cod. dipl. padovano dall’anno 1101 alla pace di Costanza, Venezia 1879, documenti vari citati in

MILANO, A., Secc. XI-XII , 11; PAVONCELLO, N., Gli ebrei in Verona dalle origini al secolo XX , Verona

1960, 7-9.
6 Su Rimini: VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, I, 261; MURATORI, L. A., Antiquitates Italicae Medii Aevi,

Milano 1738 sgg., V, 864. Su Bologna: RAVÀ, V., Bologna, XX, 1872, 238, e CARO, G ., Geschichte, I, 488.
Su Lugo: VOLLI, G., Gli ebrei a Lugo, «RMI», XXIII, 1957, 66. Per Pisa, vi è da notare che le vaghe notizie
riferite da LONARDO, P. M., (Pisa, 173-76) tenderebbero a far ritenere che il numero degli ebrei fosse
maggiore di quello riferito da Benjamin da Tudela. Per Lucca: CASSUTO, U., in EJ, sub Lucca.
7 MENGOZZI, N ., Il Monte dei Paschi di Siena e le aziende in esso riunite, Siena 1891 sgg., I, 9; ELIA,

R ., Note nostalgiche in occasione di un centenario, in «Israel», 6 ottobre 1960.


8 I testi emanati dalla Chiesa sugli ebrei e relativi al periodo fra il 1198 e il 1254 sono stati raccolti e

commentati da GRAYZEL, S., Church, passim. Sulla bolla Sicut Judaeis, cfr. anche STERN, M., Beiträge, II,
1-3.
9 Oltre al GRAYZEL, cfr. STERN, M., Beiträge, I, 5-7; BERLINER, A., Rom, II, 34-38; VOGELSTEIN-

RIEGER, Rom, I, 228-58; CARO, G. , Geschichte, I, 288-313; VOGELSTEIN, H., Rome, 160-84; e ora
CONDORELLI, M., I fondamenti giuridici della tolleranza religiosa (secc. XII-XIV ), Milano 1960;
MORGHEN, R., La questione ebraica nel Medioevo, in Medioevo Cristiano, Bari 1951, 139-63.
10 RODOCANACHI, E., Saint-Siège, 121-22; VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, I, 240, 282.

11 VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, I, 239-40, 257, 274; CARO, G., Geschichte, I, 304-5.

12
VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 259-99.
13
Ibid., 255-57.
14
FERORELLI, N ., Italia merid., 37; ROMANELLI, D., Antichità della regione Frentana, Napoli 1805, II,
130 sgg.
15 Codex dipl. Cajetanus, 1891, II, 317 e 362.
16 FERORELLI, N ., Italia merid., 24-25, 40; CAMERA, M., Annali delle Due Sicilie, Napoli 1842-60, II,

35.
17 CERONE, F ., Sei documenti inediti sugli ebrei di Salerno dal 1125 al 1269, Studi di storia napolet. in

onore di M. Schipa, Napoli 1926, 59-73; MARONGIU, A., Gli ebrei di Salerno nei documenti dei secoli X-
XIII , «Arch. Stor. prov. napol.», nuova serie, XXIII, 1937. 238-63; MILANO, A., Italia merid., «RMI», XX,

1954, 84-87.
18
CAMERA, M ., Memorie storico-diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Salerno 1876-81, I,
195-96, 347; II, 699.
19 LONARDO, P. M ., Gli ebrei a Benevento, Benevento 1899, 5-6; FERORELLI, N., Italia merid., 39;

ZAZO, A ., Le chiese parrocchiali di Benevento del XII-XIV secolo, «Samnium», XXXII, 1959, fasc. 1-2, estr.

15-20; ID., Professioni, arti e mestieri in Benevento nei secoli XI-XIV , ibid., fasc. 3-4, estr. 10-11.
20 UGHELLI, F ., Italia sacra, Venezia 1717-22, I, 923; HUILLARD-BRÉHOLLES, J. L. A., Historia
diplomatica Friderici secundi, Paris 1852-61, II, 700-1.
21 SCHEIBER, A. , Le origini di Obadjàh, il proselito normanno, «RMI», XX, 1954, 362-66.

22 UGHELLI, F., VII, 885; FERORELLI, N ., Italia merid., 48; BELTRANI, G. B., Sugli antichi ordinamenti

della città di Trani, Barletta 1873, 55 sgg.; PROLOGO, A., Le carte che si conservano nell’archivio del
capitolo metropolitano della città di Trani, doc. LXXXIV.
23 TAMASSIA, N ., Italia merid., 63-64; FERORELLI, N., Italia merid., 46-47; ANTONIUCCI, G., Per la

storia degli ebrei in Taranto, «Rinascenza salentina», III, 1935, 103-5; SUMMO, G., Puglia, 42-46; MILANO,
A., Italia merid., «RMI», XX, 1954, 116 sgg. e bibliogr. ivi citata.
24 CARABELLESE, F., Saggio di storia del commercio della Puglia, Trani 1900, 10.

25 FIORE, G., Della Calabria illustrata, Napoli 1691, I, 82; D’AMATO, V., Memorie historiche della città

di Catanzaro, Napoli 1670, 18-19; DITO, O ., Calabria, 63.


26 EDRISI, L’Italia descritta nel «Libro del re Ruggero», a cura di Amari, M. e Schiaparelli, C., Roma
1883, 22-23.
27 DI GIOVANNI, G ., Sicilia, 260-61; ROMUALDO SALERNITANO, Chranicon, in MURATORI, L. A.,
Rerum Italicarum Scriptores (a cura di), Città di Castello 1914, VII, parte I, 236.
28 SENIGAGLIA, Q ., Sicilia, 79; LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, I, 9-11.

29 GRAYZEL, S., Church, 86-87; Annales Cavenses, in Monum. Germ. Hist., III, 192; OTTONE

FRISIGENSE , Gesta Friderici Imperatoris, in Monum. Germ. Hist., XX, 370.


30 LAGUMINA, B . e G., Sicilia, I, 12-17; DITO, O ., Calabria, 75.

31 Su Catania: LAGUMINA, B. e G., Sicilia, I, 12; FONTANA, C ., Gli ebrei di Catania nel secolo xv,

Catania 1901, 8; DE FELICE, F., Gli ebrei in Catania, «Rivista del Comune di Catania», 1955, 3-5. Su
Agrigento: LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, I, 21. Su Siracusa: ZUNZ, L. , Storia degli ebrei in Sicilia, «Arch.
Stor. Sicil.», IV, 1874, 72.
32 SPANO, G. , Sardegna, 11-12; AMAT DI SAN FILIPPO, P., Indagini e studi di storia economica della

Sardegna, «Misc. Deput. Storia Patria Antiche Prov. e Lombardia», serie III, VIII, 1903, 353.
33 DITO, O ., Calabria, 73-75; FERORELLI, N., Italia merid., 44-45; MARONGIU, A., op. cit., 21-22.

34 HUILLARD BRÉHOLLES, J. L. A ., op. cit., IV, lib. I, tit. VI, XVII, XVIII, XXVIII, FERORELLI, N.,

Italia merid., 43.


35 FERORELLI, N ., Italia merid., 50-53; MUNKACSI, E., Neapel, 49-50; SUMMO, G. , Puglia, 48-55.

36 CARO, G. , Geschichte, I, 248-51, 490-91.

37 MUNKACSI, E ., Neapel, 67-70.

38 CASSUTO, U ., Sulla storia degli ebrei italiani nell’Italia meridionale nell’età angioina, «Vess. Isr.»,

LIX, 1911, 422-23; FERORELLI, N., Italia merid., 61-62.


39 CAMERA, M ., Memorie storiche diplomatiche dell’antica città e ducato di Amalfi, Salerno 1876, I,

347; DEL GIUDICE, G., Codice diplomatico di Carlo I e II d’Angiò, Napoli 1863, I, 314-16; CARUCCI, C. ,
Codice diplomatico salernitano del secolo XIII , Subiaco 1931-34, I, 487; FERORELLI, N., Italia merid., 61-
62; FILANGIERI, R., I registri della Cancelleria Angioina, Napoli 1950-51, V, 65 (Amalfi); IX, 26 (Amalfi);
IX, 63 (Avellino).
40 DITO, O ., Calabria, 160-65; CASSUTO, U., Età angioina, 340-41; FILANGIERI, R., op. cit., V, 367

(Manuforte); IV, 158-59 (relapsi); XI, 101 (Johaede).


41 CASSUTO, U ., Un ignoto capitolo di storia ebraica, in Festschrift zu H. Cohen’s 70 sten Geburtstage,

Berlino 1912, 389-404; ID., La estinzione delle accademie ebraiche nell’Italia meridionale nel Duecento (in
ebraico), Volume in memoria di A. Gullak e S. Klein, Gerusalemme 1946, 139-52; STARR, J., The Mass
Conversion of Jews in Southern Italy (1290-93), «Speculum», XXI, 1946, 203-11.
42 CAMERA, M ., Annali delle Due Sicilie, Napoli 1860, II, 33 sgg.; DITO, O., Calabria, 163; FERORELLI,

N ., Italia merid., 54-55; STARR, J ., op. at., 205.


43 GIORDANO DA RIVALTO (1260-1311), Prediche, Firenze 1831, II, 230; CASSUTO, U ., Iscrizioni

ebraiche a Trani, «Riv. St. Orient.», XIII, 1932, 172-78.


44 MILANO, A., Italia merid., XX, 1954, 280-81; VITALE, V ., Un particolare ignorato di storia pugliese:

neofiti e mercanti, in Studi di storia napolet. in onore di M. Schipa, Napoli 1926, 234; BLUMENKRANZ, B.,
Juifs, 11-33.
IV. L’età del consolidamento
(1300-1500 circa)

1. Gli inizi del prestito su pegno. – 2. Sue modalità. – 3. La corrente ascendente dei prestatori romani. –
4. La corrente discendente dei prestatori tedeschi. – 5. La zona di confluenza delle due correnti. – 6. La
debole corrente francese. – 7. Gli ebrei a Roma nel Trecento. – 8. I papi e gli ebrei romani nel Quattrocento.
– 9. La campagna antifeneratizia dei frati minori. – 10. Gli ebrei in Sicilia. – 11. Gli ebrei in Sardegna e
nelle isole minori. – 12. Gli ebrei nell’Italia meridionale. – 13. Sotto gli aragonesi. – 14. Gli ebrei nell’Italia
centro-settentrionale sul finire di questo periodo. – 15. Il consolidamento dei Monti di Pietà.

1. Gli inizi del prestito su pegno.

Nella breve esposizione fatta nel capitolo precedente sulle occupazioni piú
caratteristiche degli ebrei fino a tutto il Duecento, è stato omesso ogni accenno
alla loro partecipazione al commercio del denaro; e questo perché si trattava di
una attività non ancora sviluppata e non ancora tipica fra gli ebrei. In questo
periodo e prima, prestatori di denaro non erano mancati qua e là per tutta Italia:
ne abbiamo notizia presunta per la Lombardia e la Toscana; a Trani ve ne furono
numerosi, e in Sicilia è certo che qualche ebreo non mancò di avvalersi delle
concessioni di Federico II. Ve ne erano stati di quelli che in tempi precedenti
erano assurti a grande potenza finanziaria, come i Pierleoni di Roma, e di quelli
che avevano dimostrata eccezionale capacità nella amministrazione finanziaria,
come qualcuno degli avi di Achimaaz da Oria e come Jechiel da Roma; ve ne
erano stati, infine, di piú modesti, che se non proprio il prestito, avevano
esercitata l’attività gemella di cambiavalute. In generale però la preminenza e la
diffusione di questo mercato del denaro in mani ebraiche non dovettero essere di
particolare rilievo, giacché, a metà del Duecento, Tommaso d’Aquino teneva a
porre in evidenza che gli ebrei italiani, diversamente da quanto avveniva in altri
paesi, traevano il loro sostentamento dal lavoro e non dal prestito. Qualche
decennio piú tardi, difficilmente avrebbe potuto dire la stessa cosa 1.
I due secoli entro cui si muove questo capitolo, furono infatti testimoni della
piú spettacolare vicenda degli ebrei italiani durante il corso della loro storia.
Abituati a un ruolo corale, o tutt’al piú a quello di momentanee comparse sulla
ribalta della vita economica italiana, essi furono a mano a mano portati ad agirvi
come attori, seppure non in parti di primo piano. Lungo il Trecento e il
Quattrocento, il loro ruolo di riconosciuti soccorritori della miseria altrui, in cui
cominceremo a coglierli al termine del Duecento, si andrà facendo sempre piú
preciso nei suoi contorni e ovunque attivo, tanto che alla fine li troveremo
presenti e operanti in tutte le maggiori piazze d’Italia e in tutti i suoi minori
borghi. L’ebreo possessore di capitali liquidi e chiamato a tenerli a disposizione
del pubblico, finirà cosí per diventare un personaggio insostituibile nel dramma
della vita economica italiana, un «carattere» ricercato sempre, ma poi nella sua
opera talvolta blandito e talvolta disprezzato, una maschera cui si richiedeva
impassibilità dinanzi all’alternarsi dei colpi di fortuna e di sfortuna a cui era
messo di fronte. Una gran parte di questo capitolo è appunto dedicato alle scene
centrali di una tale azione. La trama è cosí importante, che la dovremo
considerare prima sotto vari aspetti.
È strano che, se si vogliono esaminare le origini e le fasi del fenomeno del
prestito ebraico in Italia, non si debbano prendere le mosse dalla situazione
economica d’Italia nel periodo in cui questo fenomeno si verificò, ma dalla
forma in cui, in quel momento, si erano cristallizzate le concezioni religiose di
ebrei e cristiani intorno alla liceità di percepire l’interesse. Questo perché, su
questo problema squisitamente economico, si è svolta una delle piú lunghe, delle
piú crude, ma nello stesso tempo delle piú vacue «guerre sante», in cui quelle
che si scontravano erano armi di pura etica religiosa; armi forgiate duemila o
mille anni prima, per proteggere condizioni di vita completamente differenti.
Da parte ebraica, il prestito di denaro era noto, in forme estremamente
elementari, lungo tutto il periodo biblico; ma le Antiche Scritture proibirono e
condannarono qualsivoglia compenso sul prestito fatto fra ebrei, giacché
consideravano questo come un atto di solidarietà e non come un affare. Solo in
un passo si dice che allo straniero che cercava del denaro era concesso
richiedergli un compenso, con ciò sottintendendo che questo doveva essere
considerato come un atto di commercio. Vari secoli dopo, il Talmúd rimaneva
ancora perplesso se acconsentire a questa eccezione; ma in ultima analisi preferí
attenersi alla proibizione dell’interesse verso tutti; la letteratura rabbinica invece
si dimostrò piú flessibile, finendo per ammettere la percezione dell’interesse sia
nei riguardi degli ebrei sia dei non ebrei. Anche da parte cristiana, è
dall’antichità che furono tratte le direttive. La prima massima, enunciata da
Aristotele, affermava che: pecunia pecuniam parere non potest. La moneta è un
mezzo che interviene nello scambio e lo facilita, rimanendo però intrinsecamente
inalterata; come tale, è indistruttibile e sterile, e non può generare un frutto. In
altre parole, confondendosi il capitale con la moneta, si condannava
all’improduttività il primo, per sua natura essenzialmente fecondo. La seconda
massima fu tratta dalla Volgata del Vangelo di san Luca: mutuum date nihil inde
sperantes. Sia che l’originale greco debba interpretarsi nel senso materialistico
di un divieto del prestito ad interesse, o nel senso piú elevato di una esortazione
a non fare un prestito gratuito solo nella speranza di un premio ultraterreno, certo
è che si tratta di un nobilissimo insegnamento rivolto a una congrega di pii, in
mezzo ai quali venivano condannate ricchezza e potenza terrena, e dove il regno
di Dio era proclamato come il trionfo del povero e dell’umile.
I divieti della Vecchia Legge e le due massime riportate sono i cardini su cui
ruotò tutta la teoria della Chiesa proibitrice delle usure. Numerosi concili
ecclesiastici e decretali di papi ribadirono perentoriamente il divieto, che obbligò
prima il clero e poi i laici, e alla fine venne inserito nel Corpus Juris Canonici.
Questo divieto, considerato dalla Chiesa inviolabile da parte di tutti coloro su cui
essa affermava la propria potestà spirituale, era dubbio se riguardasse anche gli
ebrei i quali, essendo fuori dal grembo della Chiesa, erano ormai perduti a ogni
speranza di salvazione. Le antiche fonti ecclesiastiche preferirono non esprimersi
sull’argomento; soltanto il quarto Concilio lateranense del 1215, avendo vietato
agli ebrei di percepire «usure gravi e immoderate», lasciò presumere che gli
interessi normali fossero permessi. Fu appunto questo atteggiamento alquanto
reticente da parte della Chiesa che agevolò, verso la fine del Duecento, i primi
tentativi degli ebrei italiani nella loro nuova marcia come prestatori 2.
La posizione intransigente assunta dalla Chiesa nei riguardi del prestito ad
interesse, non era dettata soltanto dalla volontà di mantenersi paladina di un
principio etico di indiscutibile valore, ma altresí dal suo desiderio di difendere
una popolazione impoverita, a cui lo scarsissimo capitale circolante era offerto
clandestinamente a prezzi esorbitanti. Era una intransigenza però che non
portava alcun rimedio al male, ed è per questa ragione che la Chiesa non credette
di dover assumere una posizione di forza contro molti comuni i quali, nel
Duecento, per risolvere questo vitale problema del credito, usarono il sotterfugio
di dichiarare, in via formale, reverenza alla proibizione delle usure sancita dalla
Chiesa, ma di invitare di fatto i prestatori entro le loro mura. Agitando
continuamente contro costoro lo spauracchio del divieto ecclesiastico, i comuni
poterono esercitare un certo controllo sulla misura degli interessi richiesti, tanto
sui grandi mutui pubblici quanto sui piccoli di consumo. Sul principio furono
esclusivamente dei cristiani quelli che offrirono il loro denaro; questi prestatori
autorizzati erano in genere dei forestieri, perché ad essi poteva essere concessa
piú liberamente una deroga alle leggi proibitive. Dopo un certo tempo però, quei
cristiani che erano stati piú intraprendenti ed erano riusciti ad accumulare
maggiori fortune, abbandonarono il cambio della moneta e il prestito su pegno,
per dedicarsi al finanziamento di industrie e di commerci internazionali, a
prestiti a re e a principi, al monopolio delle entrate di un regno, alle grandi
alleanze economiche. Le celebri case fiorentine degli Acciaiuoli, degli Scali e
Bonaccorsi, dei Bardi e dei Peruzzi, le case lucchesi e senesi, e in generale
quelle schiere di banchieri definiti genericamente lombardi o toscani, passarono
attraverso una simile trafila. A sovvenire i minori bisogni economici della
popolazione rimasero ancora dei cristiani. Ma anche da parte di questi la
resistenza non fu di troppo lunga durata, e vi contribuirono due cause principali:
una, fu la loro eccessiva ingordigia negli interessi, di cui si conservano numerose
testimonianze; l’altra, la minaccia sempre pendente di gravi sanzioni spirituali da
parte della Chiesa. Ancor prima che questi ultimi si fossero ritirati del tutto, i
primi ebrei avevano cominciato ad infiltrarsi ai margini del mercato creditizio
italiano. Poi ingrandirono sempre di piú la loro penetrazione, fino ad arrivare ad
essere, per lo meno per tre secoli, i manovratori incontrastati del settore del
piccolo credito. Il fatto che essi svolgessero la loro attività sotto condizioni
regolate da parte delle autorità concedenti, e tali da evitare che il prestito si
trasformasse in spoliazione, fu il maggiore motivo della espansione e della
resistenza dei feneratori ebrei in confronto ai loro predecessori cristiani.
Prima di concludere questa introduzione, va pure accennato alle ragioni
specifiche per cui gli ebrei si dedicarono alle operazioni di banco. Il fatto che da
un punto di vista di pura legalità sia ebraica sia cristiana, ben poco si opponeva a
che l’esercizio del prestito fosse intrapreso da ebrei, non vale ancora a
giustificare il massiccio cambiamento di indirizzo nella loro attività. Il privilegio
giuridico non crea la funzione economica; ne legittima solo la nascita e
l’esercizio. Ed infatti una spinta complementare venne ad essi da altra direzione.
Abbiamo detto a suo luogo che, nei primi due secoli dopo il Mille, scarsi erano
gli intralci che limitavano le iniziative economiche degli ebrei i quali anzi, in
particolari rami, erano divenuti i maestri alla nuova gente italiana. Nel Duecento
però, la prorompente e attivissima gioventú che viveva nei rinnovati comuni,
cominciò a considerare altrimenti i maestri di ieri. Non li cacciò, come avvenne
in altri paesi piú gelosi ed intransigenti; ma rinserrò nelle proprie mani i mestieri
piú nobili, affidandoli a corporazioni chiuse, dove l’essere cristiani era un
requisito essenziale. Si aggiunga pure che la feconda attività commerciale svolta
fino ad allora dagli ebrei, aveva concentrato nelle loro mani una cospicua
disponibilità di denaro liquido, che in genere, per l’impedimento delle leggi, non
si era immobilizzato in grossi investimenti fondiari ed edilizi. Perciò, allorché gli
ebrei decisero di intraprendere il pubblico prestito, si trovarono spinti da forze
provenienti da varie direzioni, ma tutte convergenti verso un punto. Da un lato,
erano esclusi dalle corporazioni di arti e mestieri, dalla milizia e da quasi tutte le
professioni liberali; erano limitati, quando non esclusi, dal possesso fondiario;
erano proprietari di cospicui mezzi liquidi; avevano estesi legami con ebrei di
altre città; infine, dall’altro, erano in condizioni favorevoli rispetto alle leggi
sulle usure. Di fronte a una situazione di mercato che richiedeva l’intervento di
persone che esercitassero il credito su piccola scala, essi vi furono
irresistibilmente chiamati.
Non va poi omessa una considerazione che valeva a rendere particolarmente
ambito per gli ebrei l’ufficio di pubblico prestatore. Mentre le leggi e le
consuetudini che regolavano il loro stato giuridico tendevano ad escluderli –
salvo casi eccezionalissimi – da ogni pubblico ufficio, da ogni funzione statale, il
privilegio che veniva loro cosí riconosciuto li faceva incaricati di un pubblico
servizio. Era una funzione che non li teneva soltanto a contatto con i piccoli
bisognosi ma anche con i signori della città, i quali, se ricorrevano sovente a loro
per soccorso finanziario, non disdegnavano neanche di accoglierli talvolta nelle
loro corti nobiliari e di rispettarne il consiglio e la cultura. In ultimo, una
sollecitazione notevolissima derivava dal fatto che il contratto che i prestatori
stringevano con il signore o con il comune, garantiva loro, oltre ai vantaggi
economici piú strettamente connessi con l’esercizio del prestito, tutta una serie di
privilegi riguardanti la esplicazione delle loro pratiche religiose, la protezione
giurisdizionale, gli investimenti mobiliari e immobiliari, la foggia
dell’abbigliamento spesso non umiliata dal segno, il diritto di girare liberamente
per tutto lo stato e spesso di portare armi per difesa. Cosí gli ebrei, in una società
che imponeva loro un sistema di vita in cui era ammesso che la libertà politica
rimanesse disgiunta dalla libertà economica, e in cui della prima erano loro
riconosciuti solo gli attributi elementari, furono indotti, quasi costretti, a
prendere nelle loro mani uno dei meccanismi piú ripudiati, ma anche piú
essenziali, per il funzionamento della vita economica del tempo: il prestito alle
classi media e povera 3.
2. Sue modalità.

Il signore di una città o il comune che intendevano offrire al pubblico i servigi


di un banco ebraico, conducevano entro le proprie mura un ebreo. La condotta
era quindi la patente di esercizio, e nello stesso tempo il codice che regolava i
reciproci rapporti fra governo e banchiere ebreo. Questa condotta era un
contratto stereotipato: vi variavano di volta in volta i nomi, le condizioni
particolari, qualche capitolo che valeva ad imprimerle una intonazione piú o
meno liberale, ma nella sua articolazione seguiva uno schema formale unico.
Essa si apriva con una serie di clausole di carattere tecnico: l’ebreo si impegnava
a costituire uno o piú banchi secondo il convenuto, ad immettervi una somma
prestabilita di capitale, a effettuare determinati tipi di prestito a determinate
condizioni; dal canto suo, l’autorità concedente garantiva all’ebreo il libero
esercizio della sua attività e, eventualmente, il monopolio.
Come avremo occasione di rimarcare in seguito, era raro che un ebreo
assumesse completamente da solo la gestione di un banco, e, nel caso, questo
avveniva soltanto nelle località piú piccole. In genere, concessionaria era una
associazione di persone, o appartenenti tutte a una famiglia o a varie famiglie.
Nell’un caso o nell’altro, vi erano sempre una, due o piú persone che
comparivano come principali contraenti o come intestatarie della concessione, ed
altre che, nominate o semplicemente dichiarate, apparivano come figure di
contorno. Nel complesso quindi il contratto citava, e di conseguenza
coimplicava, una serie non indifferente di individui 4.
Come è naturale, un rilievo tutto particolare era dato in queste condotte alle
clausole patrimoniali e finanziarie. Quanto al capitale di fondazione, la sua
misura era in funzione della importanza della località, del risiedere il banco in
città o nel contado, del numero di quelli concessi in un medesimo luogo, delle
occorrenze della popolazione. Ma, fra tanto variare di requisiti, il capitale medio
non subiva troppe oscillazioni: un banco normale doveva contare su un
patrimonio compreso fra i tre e i seimila ducati. La clausola che occupava il
punto centrale e nevralgico del contratto era, evidentemente, quella relativa alla
misura dell’interesse da gravare. Ritorneremo a piú riprese su questo punto e ne
indicheremo le variazioni; ma è possibile dire fin d’ora che il saggio era
compreso fra il quindici e il trenta per cento, con marcata concentrazione fra il
diciotto e il ventiquattro, ritenuti normali per il tempo. Tassi di favore erano
stabiliti per prestiti al comune o al signore fino a un importo determinato, tassi
preferenziali erano accordati ai cittadini in confronto ai forestieri, e tassi scalari
venivano applicati a seconda della durata e della entità delle operazioni.
Una distinzione costante era fatta circa la misura di interesse da percepire
sulle due categorie di operazioni oggetto dei banchi ebraici: il prestito su pegno
e il prestito chirografario. Il primo, munito della garanzia reale della cosa data
in pegno, era meno gravato di interesse. Vi era, naturalmente, qualche esclusione
negli oggetti impegnabili: nessuno poteva portare al banco ebraico oggetti sacri
o di culto cristiani ovvero paramenti sacerdotali; altrettanto accadeva al soldato
per le sue armi e, spesso, allo studente per i suoi libri. Ogni operazione doveva
essere estinta o debitamente rinnovata entro un periodo minimo di un mese o
massimo di un anno e talvolta di un anno e mezzo; era severamente proibito di
percepire interessi di interessi, e mai l’ammontare degli interessi poteva giungere
a superare il valore del pegno. In una categoria affine rientravano anche i prestiti
con garanzia ipotecaria sugli immobili, non dappertutto permessi. Il tasso di
interesse ovviamente ne era piú ridotto e la durata piú lunga, pur superando di
rado i tre anni. Il caratteristico di queste operazioni fondiarie era che esse erano
consentite anche là dove agli ebrei non era permessa la libera proprietà degli
immobili; ma siccome, in caso di subasta, l’immobile non poteva mai passare
all’ebreo creditore, perciò un simile genere di operazione non era troppo
ricercato dai prestatori ebrei. La seconda categoria di mutui era quella detta
anche «su carta»; veniva consacrata da un pubblico istrumento, accompagnata da
idonea cauzione, garantita da una forma esecutiva rigorosa. Anche qui, il termine
di durata era piú lungo di quello delle operazioni su pegno, le somme messe a
disposizione del mutuante piú ingenti e l’interesse piú elevato. Ma erano affari
che, per cento sotterfugi, potevano facilmente assumere la fisionomia e
l’andatura del vero e proprio prestito usurario. I prestatori ebrei, fin tanto che fu
loro permesso di esercitare liberamente il prestito su pegno, preferirono questo,
che costituí la loro specialità e corrispondeva alla loro vera inclinazione.
Nella condotta, esistevano norme dettagliate per la valutazione dei pegni,
fatta dal titolare del banco, per la loro registrazione in appositi libri contabili
soggetti a continuo controllo, per la custodia e il riscatto. Mancando
quest’ultimo, il pegno veniva consegnato ad un apposito incaricato del comune
(il cosiddetto massarolo dei pegni), venivano fatte pubbliche grida, e poi
l’oggetto era venduto all’incanto, entro termini brevissimi, sulla piazza consueta
della città. Circa il corrispettivo per la concessione del banco, l’ebreo versava al
comune o al signore un canone fisso, e talvolta doveva tenere a loro disposizione
una somma prestabilita da darsi senza interesse. Ciò non escludeva che comune
e signore si rivolgessero senza cerimonie al prestatore per ottenere da lui, in
speciali occorrenze, prestiti ulteriori a condizioni di favore. Né a maggiori
cerimonie ricorrevano per farsi corrispondere, in casi eccezionali, quei donativi
di cui tanto si abusò in secoli passati, perché – sotto il segno di un tripudio o di
una calamità – consentivano una rapida, ma non sempre giustificata, colletta di
denaro. In contrapposto a queste prestazioni, il banchiere era liberato dal
pagamento di ogni tassa o dazio, ed era altresí esentato da obblighi di guardia e
di servizi.
Tra le clausole di carattere giuridico-protettivo, la piú importante era quella
che dava diritto a ricevere la cittadinanza del luogo al prestatore, ai familiari e ai
vari addetti. Questa cittadinanza aveva effetto limitatamente al periodo di
validità della condotta; ma in questo periodo dava al beneficiario diritti piú estesi
di quelli che avevano gli altri ebrei e perfino i cristiani stessi. A differenza dei
primi, il prestatore ed i suoi aiuti potevano ricevere l’autorizzazione a non
portare il segno, a fissare la loro dimora in qualsiasi zona della città, ad andare
armati, a girare liberamente per il contado, a esportare i loro beni al termine della
condotta, e talora a possedere case e terre quando questo era interdetto agli altri
ebrei. Nei confronti dei cristiani, il prestatore aveva diritto, in questioni
mobiliari, di fruire di un procedimento giudiziario rapido e coercitivo, mentre in
questioni di principio riguardanti la condotta, ogni delibazione era sottratta al
potere giudiziario normale e avocata direttamente al signore. Di particolare
importanza per il prestatore erano le clausole di carattere rituale, che egli aveva
cura di far bene specificare nella condotta e che gli consentivano la osservanza
delle sue norme religiose. Egli veniva autorizzato a praticare le proprie
cerimonie cultuali in un oratorio appositamente scelto e che, nei centri minori,
egli ricavava da una sala della propria abitazione. Aveva diritto a mantenere
corsi di istruzione religiosa e laica, sia per i propri figli sia per qualunque altro
ragazzo ebreo della città. Gli era consentita la mattazione rituale degli animali,
della quale potevano beneficiare anche gli altri ebrei residenti nella città, e
parimente gli veniva garantita la facoltà di acquisto di un appezzamento di
terreno da destinarsi a luogo di sepoltura esclusivo di tutti gli ebrei del luogo.
Queste le norme principali contenute nella condotta, la quale aveva in generale
una durata di tre, cinque, dieci anni, raramente di piú. Non è facile dire quante
fossero le persone che traevano direttamente vantaggio da ogni singola condotta.
Ciascun banco di inedia importanza era servito in generale da cinque, sei o piú
persone, piú o meno imparentate fra di loro. Il titolare poi aveva una famiglia,
larga secondo lo stile ebraico, e, se appena le fortune glielo permettevano,
sappiamo che amava mantenere intorno a sé un vario corteggio di istitutori per i
figli, di protetti e di servitorame. Erano quindi non meno di una ventina di
persone quelle che erano protette da una singola condotta, e assai di piú quando i
beneficiari di essa erano diversi.
Da questa rapida rassegna risulta chiaro come la condotta non contenesse
soltanto norme di interesse individuale per il banchiere beneficiario, ma anche
norme le quali o andavano direttamente a vantaggio di tutta la collettività ebraica
(sinagoghe, scuole, cimiteri, mattazione rituale), o potevano indirettamente
influire sull’atteggiamento verso gli ebrei non banchieri (diritto di cittadinanza e
di possesso di immobili, segno). In generale il prestatore costituiva una sorta di
staffetta: dietro di lui, se le condizioni di esistenza si rivelavano propizie, pian
piano veniva ad aggregarsi una comunità, formata non solo di persone occupate
nel prestito, ma anche nel commercio, nell’artigianato e in mansioni piú minute.
La condotta andò quindi subendo con il tempo un processo di dilatazione.
Giuridicamente, rimaneva la concessione fatta al singolo prestatore o a un
gruppo di prestatori, e codice delle norme da osservarsi da loro e a loro favore;
in realtà, divenne la base della regolamentazione dei diritti e dei doveri di tutto il
nuovo nucleo ebraico, la magna charta di ogni nuova comunità ebraica che si
veniva formando.

3. La corrente ascendente dei prestatori romani.

Se, verso la fine del Duecento, si fosse voluta tracciare una linea ideale di
demarcazione fra Italia fittamente abitata da ebrei e quella scarsamente abitata,
questa linea avrebbe dovuto tagliare la penisola per il largo, press’a poco
all’altezza di Roma. Al di sopra, nuclei ebraici di limitata consistenza e molto
sparpagliati; al centro, una isola, folta di ebrei, intorno a Roma; al di sotto, un
addensamento copioso e continuo, specie da Capua in giú. Ma proprio in questo
punto, gravi perturbazioni stavano rendendo precario il concentramento nella
metà inferiore della penisola il quale, come si ricorderà, aveva avuto le sue
origini nell’ottavonono secolo ed il suo stabile assetto nel decimo. A Roma, le
acque commerciali andavano ristagnando, e nel Mezzogiorno l’uragano
antiebraico del 1290-94 non aveva imperversato invano anche fra chi era rimasto
fedele all’ebraismo. È per questo che il grande serbatoio di ebrei del Centro-
Meridione era agitato al fondo, e incline a riversarne una certa parte oltre i propri
bordi. Uno dei maggiori centri di diffusione del prestito ebraico fu appunto
costituito da Roma e dintorni; l’altro era di là dalle Alpi. Per cominciare dal
primo, l’origine del ruscello romano – come lo chiameremo per brevità, pur
intendendo cosí anche i paraggi piú o meno vicini a Roma – è testimoniata, fra
l’altro, dai cognomi dei primi prestatori che si incontrano nelle nuove sedi. Essi
sono designati come: da Roma, de Urbe, da Sinagoga, oppure con nomi di
paeselli del circondario di Roma; piú scarsi appaiono i cognomi di origine
chiaramente meridionali, il che sta a significare, o che effettivamente il loro
numero era ristretto, o che, fermatisi nel frattempo a Roma e nei dintorni, se ne
erano attribuito il nome.
Ciò posto, sorge il problema donde questa falange di prestatori romani avesse
tratto la propria esperienza nel campo del commercio del denaro. Nulla si può
asserire di certo al riguardo, ma la congettura piú soddisfacente è questa. Come è
probabile che le maggiori transazioni finanziarie che si allacciavano intorno alla
curia papale ed i maggiori traffici con i potentati che discendevano nell’urbe per
dare e per ricevere, non avessero, negli ebrei romani, dei protagonisti di primo
piano, cosí è altrettanto probabile che questi stessi ebrei fossero attivi sia in
operazioni finanziarie di minore portata sia nel cambio della moneta a favore dei
pellegrini. Comunque, da un lato i contatti con prelati e nobili li provvidero di
una preziosa esperienza nel campo delle operazioni creditizie e traiettizie, e
dall’altro forniture di ogni genere nelle medesime cerchie lasciarono nelle loro
mani una larghezza notevole di mezzi, ansiosa di piú elaborati investimenti.
Già sullo scorcio del Duecento qualche ebreo romano aveva raccolto le
proprie fortune e si era determinato a portarle a fruttificare altrove: la prima
notizia è del 1287. Si trattava di individui, isolati o riuniti in ristrette compagnie,
che avevano preso i primi contatti con le città del Lazio, dell’Umbria, delle
Marche o dell’Abruzzo – l’elencazione è congetturale –, e che erano riusciti a
farsi attribuire delle concessioni quasi esclusive di prestito. Quando poi la crisi
dell’inizio del Trecento con il passaggio dei papi ad Avignone, venne ad
inaridire d’un tratto la vita di Roma, dietro a questi pionieri si avviò una coorte
di altri ebrei romani, a cui vennero indubbiamente a frammischiarsi anche esuli
dell’Italia meridionale dopo il dramma del 1290-94. Per una singolare
coincidenza, proprio quando si stavano verificando le prime puntate dei
prestatori romani verso le province centro-settentrionali d’Italia, una pattuglia di
prestatori di tutt’altra origine si affacciava dal di là delle Alpi. Proveniva dalla
Germania, e piú specificatamente dalle terre del Reno e del Meno; da quel paese
donde gli ebrei non erano in procinto di subire una generale espulsione come i
loro fratelli d’Inghilterra nel 1290 e quelli di Francia nel 1306, ma in cui il bando
da una città o da una provincia era eretto a sistema ben funzionante di
grassazione, e la persecuzione e l’eccidio erano una piaga endemica. Questi
prestatori tedeschi scendevano muniti di tutti quei requisiti che promettevano
loro un successo. A differenza dei romani, avevano una lunga pratica nel
maneggio del denaro; in piú, avevano mezzi atti a far fiorire altrove questa loro
pratica e un estremo desiderio di tranquillità. Cominciarono a stanziarsi nel
Friuli, nell’Istria e nell’alto Veneto. Appartiene allo svolgimento di questo
capitolo la descrizione del percorso seguito dalle due correnti di prestatori – la
romana verso l’alto e la tedesca verso il basso – a cui se ne aggiunse poi una
terza piú tenue, di origine francese.
Come abbiamo già detto, seguire il flusso ascendente degli ebrei romani, è
fare la storia della origine della maggioranza delle comunità ebraiche centro-
settentrionali. È evidente che l’infiltrazione di questi prestatori non poteva
procedere sistematicamente su tutto il fronte, ma era costretta a seguire le linee
di minor resistenza, effettuando puntate di prova verso varie città ed
eventualmente ritirandosi da taluna, se le condizioni non vi si sviluppavano
favorevolmente. Quindi anche la nostra esposizione, se vuole piú o meno
avanzare da regione a regione, deve sacrificare la rigida sequenza cronologica.
Le prime tracce di una presenza di prestatori romani sono conservate a
Matelica in quel di Macerata, dove precedentemente erano stati attivi alcuni
finanzieri cristiani di località vicine, e successivamente dei fiorentini. Due
compagnie ebraiche vi compaiono a breve distanza di tempo: l’una composta da
Dattolo figlio del medico Gaudio de Urbe e da Angelo di Benjamin, la quale
iniziò la propria attività nel 1287, e l’altra, nel 1292, composta dei quattro fratelli
Abraham, Salomon, Sabbato e Dattolo. Con varie alternative di fusioni e di
estromissioni, queste due compagnie agirono per circa un trentennio, fino a che,
distinto da esse, nel 1323 venne ad aggiungersi un Sabbatuccio da Genazzano, il
cui cognome indica chiaramente la provenienza. Quasi contemporaneamente si
hanno notizie un po’ offuscate sulla vicina San Severino, mentre per Ascoli
Piceno si conserva un contratto stipulato dal comune nel 1297, in virtú del quale
veniva accordato a un grosso ed eterogeneo gruppo di diciannove prestatori
cristiani e quattro ebrei (questi erano: Ginatano di Angelo con i figli Angeletto e
Muscetto, nonché Sabbato di Masseo de Urbe) di prestare nella città e nel
contado ad interesse del venti o del trenta per cento, a seconda del tipo di
garanzia ad essi offerto 5.
Poco prima anche Todi aveva sollecitato la venuta di banchieri ebrei, e nel
1292 aveva stipulato i relativi capitoli, che obbligavano Bonaventura di
Benjamin, Dattolo di maestro Mosè, Fosco e Manoello di Benjamin a far mutui
al comune e ai cittadini, riserbando interessi fortemente privilegiati al primo. I
rapporti con la vicina Perugia avevano invece subito delle scosse. Nel 1279 era
stato imposto al podestà di allontanare gli ebrei che già dimoravano nella città,
tanto che di essi si registra una mancanza fino al 1310, allorché le cinque
famiglie che vi si trovavano vennero registrate nel catasto per il non modico
patrimonio di tremila lire, e la presenza di esse fu dichiarata precauzionale per la
città nella evenienza di qualche guerra. L’anno dopo, tale precauzione fu
giustificata da un prestito di milleduecento fiorini d’oro fatto al comune. Nel
1297 era la volta di Orvieto, dove la prima condotta fu elargita a banchieri ebrei
per la durata di quattro anni, ed alla sua scadenza fu rinnovata per altri sette anni.
Ma nel 1313, dopo che Orvieto ebbe richiesto alla vicina Montefiascone una
indennità di quindicimila fiorini per consentire alla abrogazione di una sentenza
di scomunica e di interdetto in cui era incorsa Montefiascone per avere iniziata
l’aggressione, su invito delle due città alcuni banchieri ebrei del luogo in unione
con altri di Roma si adoperarono per mettere insieme la forte somma. Come
attestato di riconoscenza, furono loro concessi la cittadinanza e larghi diritti per
il recupero dei loro crediti. Poco dopo però, questi medesimi banchieri dovettero
affrontare vivi contrasti per il rinnovo delle loro patenti di esercizio, e solo nel
1351 poterono riottenerne la conferma. Ad Anagni, banchieri e non banchieri
godettero dei privilegiis et dignitatibus sicut et alii cives, ed una tale situazione
resistette fino al 1399, quando fu spenta la autonomia del comune. A Spoleto,
dopo che per vario tempo Manuele ed Elia de Urbe avevano esplicato la loro
professione di prestatori, il comune concluse un nuovo capitolato nel 1393 con
Leuccio di Salomon, anch’esso originario di Roma ma dimorante a Narni, dove
evidentemente non era rimasto inattivo. Per Norcia le prime notizie sul prestito
ebraico risalgono al 1386, mentre per Foligno sono assai piú tarde: del 1439 6.
Abbastanza bene informati siamo invece sulle vicende del prestito ebraico nel
comune di San Gimignano in Valdelsa, che nel 1309 invitava i banchieri senesi
Mosè di Diodato, Salomon di Manoello e Rubeo Levi a trasportarvi i loro
capitali per rinvigorire l’economia del comune, dissanguato dalla guerra contro
Volterra; era promesso un interesse del trenta per cento. Evidentemente non
essendosi concluse queste trattative con i banchieri di Siena, nel 1311 il comune
mandava un messo a Pisa per accordarsi con qualche ebreo del luogo, e nel 1319
spediva un nuovo messo a Roma, per indurre un tal Moisetto a trasferirsi nel
comune. Concretamente, è solo per il 1341-45 che si conserva notizia di prestiti
di non grande entità fatti al comune di San Gimignano da un Isaia di Manoello
da Roma e da vari altri suoi familiari, per sopperire al soldo delle milizie. Nel
1392 venne infine concessa una regolare condotta, valida per vent’anni, ai due
fratelli Gaio ed Angelo di Abraham, provenienti da Roma e residenti a Siena. La
caratteristica dei prestiti del 1341-45 è che dovevano essere restituiti entro un
mese, oltre che a San Gimignano, anche a Pisa, Firenze, Volterra, Siena e Colle
a piacimento dei creditori; chiara dimostrazione che Isaia di Manoello e soci
avevano anche in quelle città delle agenzie o dei corrispondenti 7.
Quanto a Siena, salvo quello che è stato or ora accennato per il 1309 e poi per
il 1341-45, notizie un po’ piú circostanziate sulla pratica feneratizia ivi esercitata
da ebrei cominciano a comparire solo nel 1391, allorché viene ricordata una
compagnia facente capo a Dattolo di Mattatia, compagnia che negli anni
successivi figura come assuntrice privilegiata del prestito della città. Essa non
era certamente l’unica, perché altri ebrei di piú modeste risorse tenevano a Siena
«stazione pubblica di presto con tenda» a somiglianza di quanto facevano altri
ebrei in altre città, specialmente nei giorni di mercato. Ma i banchieri senesi pare
che avessero la mano particolarmente pesante, tanto che, per rappresaglia, il
comune li fece oggetto di una serie di gravosi balzelli fra il 1391 e il 1408, e li
minacciò che, se non vi avessero fatto fronte, tutti gli ebrei di Siena sarebbero
stati espulsi. E la minaccia non rimase inascoltata.
Nonostante l’accenno riportato poco sopra, e la presenza, forse passeggera –
tra il 1324 e il ’27 – di un maestro Dattolo medico e di un Manuel di Leone de
Urbe, ambedue non banchieri, l’ingresso di questi a Firenze trovò per tutto il
Trecento la porta sbarrata dall’atteggiamento decisamente negativo mantenuto
dalla signoria contro il prestito di qualunque colore. Quello cristiano vi era
malamente tollerato, e solo dopo che a tutte le Arti fu imposto il divieto di ogni
forma di prestito, fu data facoltà nel 1396 ai priori di invitare a Firenze dei
banchieri ebrei, con la espressa prescrizione che il massimo interesse esigibile
fosse del quindici per cento. Ma rimase solo una dichiarazione di principio; ed
infatti, proibito quello delle Arti, l’esercizio del prestito rimase monopolio di
privati cristiani fino a che, nel 1437, non vennero riprese quelle trattative con gli
ebrei sulle quali ritorneremo in seguito 8.
Differente fu invece il contegno della signoria di Firenze nei riguardi del
territorio limitrofo alla città, da essa controllato. Nel 1393 la signoria intervenne
ufficialmente per ratificare i capitoli concordati fra la cittadina di San Miniato e
una compagnia in parte costituita dalla famiglia romana dei da Sinagoga; dopo,
la signoria rimase presente ed operante non solo in tutti i successivi rinnovi di
questa condotta, ma anche in vari altri atti che segnarono l’espandersi della
fortuna bancaria dei da Sinagoga. Nel 1410 la signoria concedeva infatti a un
membro di questa famiglia il diritto di tenere banco a San Gimignano, e nel 1423
rinnovava ad altri membri e ai loro soci una precedente patente di esercizio per
Pisa. Questa sveglia e gagliarda famiglia, che fin dal 1406 aveva assunto
cointeressenze bancarie anche a Pescia, a Prato, a Colle Valdelsa e forse a
Pistoia, fu poi quella con cui, sotto il cognome trasformato di «da Pisa», i priori
decisero di intavolare negoziati, quando la questione della introduzione del
prestito ebraico anche in Firenze città divenne nuovamente attuale 9.
Sempre nel 1406, la signoria di Firenze confermò a vari gruppi di ebrei
l’autorizzazione ad esercitare il prestito in vari comuni sotto il suo controllo,
dietro pagamento di una tassa annua il cui differente ammontare è indice della
differente importanza dei banchi: a San Miniato duecento fiorini d’oro, ad
Arezzo duecentocinquanta, a Prato duecentoventicinque, a Colle Valdelsa cento,
a Montepulciano ottantacinque, a Castiglion Fiorentino centoquindici, a San
Gimignano cinquanta, a Volterra centoquindici, a Pistoia centocinquanta, a
Castrocaro cinquanta e a Empoli cento. Contemporaneamente, anche Città di
Castello aveva la sua compagnia di banchieri ebrei. Fra tutte, l’interesse piú
correntemente accordato era del trenta per cento l’anno. Questa clausola era
contenuta pure nella privativa concessa per Arezzo nel 1399 a Gaio figlio di
Angelo oriundo di Roma. Un suo figlio, Angelo, ottenne nel 1431 anche il
monopolio del prestito per Lucca; ma essendogli stata addossata da parte
dell’imperatore Sigismondo, di passaggio per la città, una taglia di
millecinquecento fiorini d’oro, minacciò di allontanarsi da Arezzo, e alla fine
consentí di rimanervi solo se gli veniva concesso di percepire un interesse del
33⅓ per cento all’anno, piú tardi consolidato nel venti per cento per prestiti al
comune e nel trenta per cento per prestiti a privati 10.
Pisa, che viene menzionata qui come ultima fra le città della Toscana, fu
invece una di quelle in cui il commercio del credito in mani ebraiche si era
sviluppato fin da data remota. Un nucleo ebraico, come si ricorda, aveva
risieduto qui e a Lucca, per lo meno dall’undicesimo secolo, e vi si era
mantenuto saldo, nonostante qualche angheria: nel Duecento fu relegato in un
quartiere di abitazione appartato e dal 1321 gli fu imposto, per breve tempo, il
segno. È naturalmente all’alba del Trecento che cominciarono a comparire a Pisa
i prestatori ebrei. Quando nel 1309 San Gimignano andava alla ricerca di un
feneratore, fra le altre città si rivolse anche a Pisa, per la quale esistono
specifiche notizie circa l’attività di prestatori ebrei nel 1317. Dopo la tremenda
peste del 1348 che aveva depauperato la città, nel 1354 il comune rivolse un
invito agli ebrei delle altre terre perché venissero a stabilirsi nella città come
banchieri, con promessa di protezioni personali e di privilegi patrimoniali.
L’invito trovò alcuni ben disposti, tanto che alla fine del Trecento il prestito
ebraico era di nuovo pienamente in esercizio. Nel 1393 si ebbe però a registrare
l’assalto alle case di molti usurai della città, ebrei e cristiani, da parte di una
turba di malcontenti. Il ricordo di Pisa – negli annali del prestito ebraico in Italia
– forse piú che alle gesta di questi suoi vari feneratori, è affidato a quelle della
già detta famiglia dei da Sinagoga – da Pisa. Essa sarà ricordata, nei capitoli
seguenti, a varie riprese perché costituisce il caso di maggior successo a cui
arrivarono dei banchieri ebrei in questo periodo, per ricchezza, cultura, pietà
religiosa e capacità organizzativa congiunte 11.
Le Marche costituirono una delle prime e piú ampie roccaforti del prestito
ebraico. Abbiamo già incontrati, sullo scorcio del Duecento, banchieri a
Matelica e forse a San Severino, dove poco piú tardi essi furono certamente
invitati ufficialmente ad operare. In questo tempo essi introdussero la loro
attività a Montegiorgio, dove trovarono una florida colonia ebraica occupata
principalmente nella industria del lino, della lana e della concia delle pelli.
Anche a Recanati essi si vennero a sovrapporre a un agglomerato ebraico dedito
soprattutto al commercio del vino, del grano e dell’olio, e in mezzo a cui era
fiorito il celebre rabbino Menachem da Recanati, qui morto nel 1290. I primi
elenchi di banchieri sono del 1384, ma certamente costoro erano stati attivi già
da prima nella città, e vi si erano comportati in maniera cosí soddisfacente che il
comune aveva ripagato il vantaggio che proveniva alla città dalla loro presenza
col respingere le continue pressioni che gli venivano fatte da parte del vescovo
per l’introduzione del segno 12.
Anche a Fano la posizione patrimoniale dei prestatori era cosí salda, che essi
poterono permettersi di prestare nel 1332 mille ducati a Galeotto Malatesta per
l’acquisto di Sansepolcro e la loro attività era cosí rispettata che nel 1367,
allorché venne ordinata la espulsione di tutti gli eretici, ne furono espressamente
esentati. Nel primo decennio del Trecento, un maestro Daniel si trasferí da
Viterbo ad Urbino per esplicarvi commercio e prestito, e la concessione di
prestito rimase ininterrotto appannaggio della sua famiglia per oltre un secolo.
Ad Ancona invece, dove la residenza degli ebrei era stata continua fin dal secolo
decimo, ma dove le memorie riguardanti i primi quattro secoli di questo
millennio sono estremamente saltuarie, vi è motivo di presumere che esistesse il
maggior agglomerato dell’Italia centrale all’infuori di Roma, attrattovi dalle
opportunità che offriva l’attivo porto, come sbocco per derrate del retroterra e
come approdo delle galee che battevano i mari del Levante. È però in epoca
assai piú tarda che affiorano notizie documentate su una attività feneratizia degli
ebrei; è lecito quindi presumere che i numerosi ebrei fuggiti dalla Germania e
che furono invitati nel 1348 dai Malatesta per ravvivare i commerci della città,
non trascurassero anche qui la loro attività preferita, a fianco degli ebrei che già
vi risiedevano 13.
Inoltrandosi il secolo quattordicesimo, l’elenco delle città marchigiane sedi di
banchi ebraici si va sempre piú arricchendo. Vi figurano Pesaro, Fossombrone,
Cagli, Civitanova, Roccacontrada, Montebodio, Fabriano, Montesecco,
Castelfidardo, Montelupone, Osimo, Mondavio, Cingoli, Jesi, Casteldurante,
Macerata, Camerino, Sant’Angelo in Vado e Senigallia. Si tratta di centri grandi,
piccoli e minuscoli delle Marche, di cui fino ad ora si conserva solo l’accenno di
una attività feneratizia ebraica senza maggiori precisazioni. Ma anche se
mancano un nome o una data o un episodio a rendere piú vivace questo elenco,
esso è indicativo del raggio e della profondità di penetrazione dei banchieri
ebrei. E le Marche, insieme alla Campagna Romana, sono le terre che hanno
maggiormente lasciato impresso fino ad oggi, nei singolari cognomi degli ebrei
italiani, il sigillo ed il suggello di quella che è stata, dal Trecento al Cinquecento,
la estesissima operosità dei loro antenati. Considerando che quegli ebrei che
sentirono per primi la necessità di servirsi di un cognome furono proprio quelli
usi ad intervenire in atti ufficiali, è probabile che furono proprio banchieri molti
degli eponimi degli attuali ebrei, il cui casato ricorda un rapporto di permanenza
o di affari con tante città italiane 14.
Come abbiamo già cominciato a notare per Ancona, cosí, quanto
maggiormente si sale verso l’alto, tanto piú le due correnti di prestatori – quella
centro-romana e quella settentrionale-tedesca – si presentano mescolate. In tal
modo, per il tratto in cui le due correnti procedono unite, non è sempre agevole
sceverare il filo dell’una dal filo dell’altra, nonostante che press’a poco fino a
Venezia, il maggior volume spetti alla corrente centro-romana.
A Rimini, dove pare che fin dal 1230 fosse stato concesso ad alcuni ebrei il
parziale appalto dei dazi di entrata nel porto, la colonia ebraica ebbe agio di
fiorire – come altrove – sotto la magnanima signoria dei Malatesta. In pochi
centri, come in questa fervida cittadina, i prestatori si dimostrarono altrettanto
pervasi da spirito di iniziativa: a partire dal 1369 il loro nome si trova compreso
fra quello dei fondatori di numerosi banchi nei dintorni vicini e in quelli piú
lontani, come Padova, dove svilupparono particolarmente la loro attività. Un
esempio tipico di eguale affetto per la città d’origine e per quella di adozione è
espresso da una clausola del testamento di Menachem di Nathan, che nel 1392
lasciava un cospicuo legato alla nativa Roma per il mantenimento delle mura
civiche, e pari legato a Rimini per le migliorie del litorale 15.
A Forlí, dove è voce che si fosse raccolta una colonia ebraica fin dal
Duecento, si ha un accenno concreto a una attività bancaria negli statuti civici
del 1359. Tra chi la esercitava, figuravano anche persone di larghissimi mezzi,
come quel Bonaventura Consiglio da Forlí, il quale nel 1373, unitosi a un tal
Vital Manoello da Fermo, si recava a Modena ed ivi versava ad Amedeo conte di
Savoia ben ottomila ducati d’oro ottenendone come pegno la corona ed altri
oggetti preziosi. A Faenza, gli statuti cittadini del 1410 ricordano come
consuetudine inveterata l’esercizio della pratica bancaria da parte degli ebrei.
Anche per Ravenna manca la data precisa dell’insediamento del primo banco
ebraico, ma questo dovrebbe dipendere dal fatto che non venne chiamato a tale
funzione un ebreo estraneo alla città, ma si trasformarono invece in prestatori
uno o vari ebrei, che già dalla metà del Duecento si erano raccolti numerosi nel
quartiere di San Pietro Maggiore. E quando nel 1441 Ravenna cambiò
dominazione – dalla pontificia a quella della Serenissima – nel trattato di
cessione fu espressamente riconosciuto che l’interesse sia della città sia di tutto il
contado esigeva che gli ebrei non fossero allontanati dalla città, ma che fosse
loro consentito di seguitare a prestare all’interesse di cinque denari per lira a
favore dei ravennati e di sei per i forestieri 16.
Circa la piccola e fiera San Marino, senza ricordare allusioni precedenti di
dubbia consistenza, una lettera del 1442 mandata da Guidantonio di Montefeltro
da Urbino ai reggenti della repubblica è assai esplicita sulla posizione dei
prestatori san marinesi. Avendo avuto sentore che nella rocca vi era della ostilità
contro gli ebrei, il Montefeltro raccomandava di non far loro dei torti, perché gli
ebrei «a Sanmarino hanno de molti pegnj de nostri homenj de Montefeltro et
tucto el piú utile de quella Montagna in mano». Il che è sufficiente a spiegare il
risentimento dei san marinesi 17.
Non in tutti i centri sottoposti alla signoria degli Estensi i banchieri furono i
primi tra gli ebrei a porvi piede. Principalmente non a Ferrara, dove un
documento poco chiaro vi vorrebbe degli ebrei già dal 1088; nel 1275 è invece
chiarissimo un decreto del vicario del podestà, che concedeva larghe immunità a
un gruppo di ebrei dei quali non è specificata però la professione. Dopo di allora,
gli accenni agli ebrei ferraresi sono molteplici; ma dovrà passare molto tempo
prima che essi vengano chiaramente designati come prestatori. A Modena invece
entrano per primi nel 1393 degli ebrei di Fermo, di Perugia, di Rimini, muniti di
regolare condotta di prestito, e, vent’anni dopo, l’ingresso avviene anche a
Reggio Emilia. Procedendo ancora di piú verso il Nord, una delle stazioni
terminali di questa carovana di prestatori di origine romana fu Padova, dove essi
giunsero attraverso le tappe intermedie di Rimini, Ancona e Bologna. A Padova,
questi finanzieri ebrei nel 1380 già manovravano tre potenti società, che avevano
a disposizione un capitale di ventimila ducati investiti in affari sia di prestito sia
di semplice commercio. Come prestatori, essi furono i primi ebrei di Padova a
provare gli umori non sempre costanti e favorevoli di una categoria speciale di
loro clienti, gli allievi della famosa università del luogo. Altri prestatori isolati si
andarono a fissare nello stesso periodo a Pieve di Sacco, ad Este, a
Montagnana 18.

4. La corrente discendente dei prestatori tedeschi.

Se sul calmo deflusso dei prestatori dal Centro dell’Italia avevano presieduto
legittime ma non assillanti preoccupazioni di carattere economico, su quello
impetuoso riversatosi dalle Alpi aveva premuto la furia delle persecuzioni.
Questo secondo deflusso, proveniente da due diverse direzioni, si era aperto uno
sbocco, da un lato fra i valichi tedeschi e dall’altro fra quelli francesi, fino ad
acquietarsi sulle terre dell’Italia settentrionale. Ampia la prima corrente ed esile
la seconda, sarà opportuno discorrerne separatamente.
Nel 1298 a Röttingen, una cittadina della Franconia, si era cominciato d’un
tratto a sussurrare che gli ebrei avessero profanato un’ostia. Era una maliziosa
calunnia; ma un nobile, tale Rindfleisch, credette bene farla propria e
trasformarla nel giro di pochissimi mesi in una immane tragedia. Una turba di
ribaldi fu da lui reclutata ed armata per fare le vendette. Eccitata a un bestiale
fanatismo, scatenata senza remissione contro gli ebrei del luogo, e poi
continuamente ingrossata di nuovi facinorosi, portata a dar sfogo al proprio
furore di città in città, di provincia in provincia, tutto quello che essa incontrò di
ebraico nel suo prorompere, persone e cose, venne da essa completamente
distrutto, salvo che all’ultimo momento non si fosse offerto alla croce.
Centoquaranta comunità della Franconia, della Baviera e dell’Austria vennero
sterminate, e circa centomila ebrei massacrati o arsi vivi; pochissimi furono
quelli che riuscirono a fuggire. Pochi decenni dopo nuove calunnie su ostie
profanate vennero sparse sempre in Baviera ed in Austria, e nuovi massacri
vennero ripetuti per rappresaglia 19.
Per quanto terribile fosse l’ecatombe registrata in questo atto della tragedia
antiebraica in Germania (tragedia i cui atti pare che in quel paese debbano essere
senza fine), l’ecatombe che verrà registrata nell’atto immediatamente successivo
sarà di gran lunga maggiore. Ebbe a sfondo la peste o morte nera, la catastrofe
che dal 1348 al 1350 abbatté non meno di un terzo della popolazione di tutta
Europa, e di cui una vivida descrizione è nel preambolo al Decamerone di
Boccaccio. La pestilenza aveva avuto origine in Asia, e, attraverso i porti del
vicino Oriente, era giunta in quelli di Spagna, di Francia, e d’Italia, e di lí aveva
divampato, come fuoco fra gli sterpi, in tutta Europa. Essa non conobbe
distinzioni, né di giovani né di vecchi, né di ricchi né di poveri, né d’una nazione
né d’un’altra, né di cristiani né di ebrei; tutti piegò a uno stesso fato e a uno
stesso mortale contributo. Di fronte a questo «flagello di Dio» – che sterminando
miriadi di persone, incuteva nei superstiti un terrore che si manifestò in un
pervertimento nei costumi e in un rilassamento in ogni facoltà raziocinante, e
nello stesso tempo eccitò una frenesia di scoprire le cause riposte di tanto
flagello – una scellerata diceria si diffuse nel popolo. Si insinuò che gli ebrei
avessero segretamente deciso di distruggere tutti i cristiani, e per dar effetto a
questa loro macchinazione, si servissero della peste spargendone i germi nelle
sorgenti d’acqua e nei pozzi. Dalla Spagna, attraverso la Savoia e la Svizzera,
questa calunnia passò in Alsazia e in Baviera, risalí il Reno, raggiunse Berlino
assumendo l’aspetto di una follia collettiva. Invano papa Clemente VI aveva
cercato di opporvisi fin dal luglio del 1348, facendo notare che alla peste
soggiacevano in ugual proporzione cristiani ed ebrei; invano vi aveva reagito
anche l’imperatore Carlo IV, cui non erano sfuggite le conseguenze che avrebbe
dovuto sopportare il suo erario dalla eliminazione degli ebrei. Nonostante ciò,
per i tedeschi la radicale eliminazione degli «untori» ebrei divenne un sacro rito
di purificazione, l’appropriarsi delle loro proprietà una riparazione dei mali che
si pretendevano da loro commessi. Tra il 1348 e il 1349 tutte le maggiori e
minori comunità ebraiche della Germania, ad eccezione forse di quelle di
Ratisbona e di Vienna, divennero campo di sistematici, inauditi massacri sia a fil
di spada sia con roghi. Il numero complessivo delle vittime ebree è
imprecisabile, seppure la sua unità di misura certamente siano state le centinaia
di migliaia. La furia distruttrice si andò calmando, piú che col calare della peste,
con la eliminazione in tronco delle colonie ebraiche e dopo che i beni di esse,
privati e collettivi, cambiarono completamente di mano. Soltanto pochi
riuscirono a scampare con la fuga, e una parte cercò asilo in Italia, dove il
contagio aveva fatte altrettante vittime che nel resto di Europa, ma dove il
naturale equilibrio della popolazione e l’intervento della Chiesa avevano
risparmiato ai suoi ebrei l’obbrobrio e il castigo di esserne considerati la causa. È
appunto fra la fine del Duecento e i primi decenni del Trecento che
cominceranno ad incontrarsi con una certa assiduità nelle città italiane del Nord
persone che portano nomi tipicamente ebraici accompagnati da cognomi che
indicano provenienza da città tedesche, o semplicemente dal cognome:
Ashkenazi, da Ashkenàz, vocabolo di oscura origine, con cui nella letteratura
rabbinica medievale si designava la Germania 20.
Dopo una prima solitaria notizia di un prestito di una qualche entità fatto nel
1236 a Trieste da un ebreo tedesco – un Daniel David da Carinzia, che versò
cinquecento marchi al vescovo Giovanni, per la difesa del paese – deve passare
piú di un secolo perché nella stessa Trieste occorrano di nuovo notizie su veri e
propri banchieri. Ma sono notizie che rispecchiano ormai una attività
solidamente impiantata, come dimostra il fatto che nel 1348 questi banchieri
avevano insediato i loro banchi in una domus judaeorum nella piazza principale
del comune e come è confermato dagli statuti cittadini del 1350 e del 1373 che
riconoscevano agli ebrei uno stato giuridico virtualmente equiparato a quello
degli altri triestini. Nei numerosi contratti di mutuo che si sono conservati per il
periodo fra la metà del Trecento e quella del Quattrocento, i nomi dei feneratori
che vi risultano trascritti sono quelli di ebrei di Strasburgo, di Norimberga, di
Marburgo, di Costanza, il cui arrivo si intensificò dopo il 1382, anno del
passaggio della città sotto il dominio degli arciduchi d’Austria. Ma una
particolarità che colpisce in questi contratti è che non di rado vi figurano in testa
quali «pubbliche usuraie» delle donne, come contraenti in proprio o in unione
con i loro mariti: Bona erede di Abraham da Costanza, «dona Menega ebrea»,
Mosca moglie di Leone da Judenburg, donna Viola moglie di Aharon da
Marburgo, Gentile o Jochant vedova del medico Salomon, Pasqua moglie di
Isaac. Diversità di posizione della donna ebrea nelle famiglie di origine italiana e
in quelle di origine tedesca: lí, venerata signora della casa, ma in essa
concentrata e quasi reclusa; qui, attiva compagna del marito nel suo vario
operare, ma necessariamente distratta dal governo familiare 21.
Altre sporadiche notizie di ebrei tedeschi si registrano ora qui ora lí nel
Veneto nella seconda metà del Duecento. Fra il 1252 e il 1265 avevano posto in
essere a Bassano un notevole giro di mutui su terreni un tal Aicardo giudeo e sua
moglie Belladonna, i cui nomi li designano di origine germanica. Ma si trattava
di un genere di affari destinato a rimanere isolato, in quanto per un secolo, a
partire dal 1294, gli ebrei di Bassano dovettero lasciare la prerogativa dei mutui
su pegni mobili ai toscani, e fu solo all’inizio del Quattrocento che Caiman di
Ghershon Ashkenazi e Simon di Mosè da Spira ottennero il trasferimento a loro
vantaggio di questo privilegio, dopo che la città era passata sotto la repubblica di
Venezia 22.
Poi è la volta di Treviso nel 1294, dove prestava un Salomon giudeo, e di
Cividale nel 1296, dove un Bonaventura era occupato nella medesima
professione. A Treviso risultano altre consimili notizie tra il 1307 e il 1310, ma
deve trascorrere tutto il secolo prima che si possa ricavare una visione piú chiara
di quella che fosse la consistenza di questi prestatori nella città. Vi erano quattro
famiglie e fra di loro possedevano cinque banchi. Erano preminenti Jacob di
Alemagna ed Elkanan de Candida, che nel 1401 avevano firmato il rinnovo della
condotta. Tra tutti i residenti tanto di Treviso quanto della vicina Ceneda – oggi
Vittorio Veneto – fu ripartita una tassa complessiva di ben tremila ducati l’anno.
A Cividale, dove le prime notizie su una congrega di ebrei risalgono al 1271, i
prestatori furono particolarmente attivi e protetti a datare dal 1321 quando
furono legalmente parificati agli altri cittadini, e piú volte sovvennero il comune
nei due secoli successivi.
Nonostante queste sparse notizie, si ha l’impressione che per gran parte del
Trecento l’attività dei banchieri ebrei non fosse troppo intensa nelle terre del
Friuli, dell’Istria e della Dalmazia, dove invece i banchieri cristiani provenienti
da Firenze, da Siena e da Pistoia riuscirono a mantenere uno dei centri maggiori
delle loro operazioni. Alla lunga però il malcontento della popolazione contro
l’esosità praticata da questi toscani forzò i governanti a dare un concorrente alla
loro privativa di fatto, come è chiaramente espresso nelle delibere comunali che
precedettero la chiamata degli ebrei. A Udine, dove la permanenza di ebrei era
anteriore al 1337, il comune stipulava nel 1387 capitoli con il banchiere Mosè.
Nella vicina Gemona vennero ammessi a prestare nel 1395 Mina tedesca di
Aydelbach con i figli Josef e Bonomo di Garlacht, e al principio del
Quattrocento ottenne eguale concessione David da Cassel. Già prima del 1398
alcuni ebrei esercitavano banco a Castelfranco, altri a Castiglione e Serravalle,
ed altri ancora operavano al principio del Quattrocento a San Salvatore, Asolo e
Bassano. Da Conegliano il comune spediva nel 1429 un suo messo a Treviso, a
Mantova e a Padova per cercarvi un ebreo che rilevasse la condotta di prestito
fino ad allora esercitata dall’ebreo Anselmo, mentre a Venzone fu solo nel 1444
che Benedetto da Ratisbona ebbe l’autorizzazione ad aprire un banco 23.
Nell’Istria è tutto un pullulare di agenzie di prestito ebraico, che cominciano
fra la fine del Trecento e i primi decenni del Quattrocento. A Capodistria nel
1391 si accordano su una condotta di prestito David da Weimar, Salomon da
Magonza e Salomon da Crucilach. A Isola vi è notizia di un banco nel 1420, a
Pola nel 1427 e a Pirano parecchio piú tardi, nel 1481. Frattanto piccoli banchi
sorgono pure a Cherso, Parenzo, Muggia e Rovigno, e tutti con titolari di origine
germanica. Press’a poco contemporanee sono anche le notizie circa
l’insediamento di banchieri ebrei in Dalmazia. A Zara, in soli quattro anni dopo
il 1386, era riuscito ad assumere la posizione di dominatore del mercato bancario
locale – in concorrenza con un prestatore cristiano – Casser di David di
Alemagna, comproprietario di una importante casa bancaria a Venezia, mentre
nel 1400 presero il posto da lui lasciato vacante Bonomo di Anselmo Levi di
Garlacht e Bonaventura di Mosè di Vinem (ammesso che ai loro tempi fosse
stato cosí trascritto con esattezza il nome della città di provenienza). A Sebenico
invece il comune trattò nel 1432 per la venuta di un ebreo disposto ad assumere
la privativa di tutti gli affari di prestito della città, purché potesse garantire di
avere la disponibilità di un capitale di diecimila ducati 24.
Nel Trentino e nel basso Tirolo, vivevano nel Trecento sparsi qua e là non
solo numerosi ebrei appaltatori di zecche e di dogane, ma anche dei solidi
prestatori, come quel monetarius Mayr da Merano, che nel 1310 diede denaro
alla duchessa Eufemia. La prima regolamentazione della loro attività venne
elargita nel 1403 dal vescovo di Bressanone a favore di Isaac figlio di Gansmann
e di suo cognato Samuel, con diritto di farla valere anche a Trento e a Bolzano,
dove quindi la presenza di prestatori ebrei è supponibile fin da quella data se non
da prima. Il vescovo consentiva la percezione di un interesse dell’86,66 all’anno,
che rivela una situazione di straordinaria penuria di liquido e di credito. Questa
penuria non doveva essere né localizzata a Bressanone, né transitoria. Nel 1431
Mendelino, Simon e Rubino ricevettero licenza di poter prestare in tutto il
territorio ducale di Bolzano ed in alcune località della contea del Tirolo
gravando il 64,5 di interesse all’anno. La situazione doveva invece essere
notevolmente piú agevole a Trento, dove nel 1440 si ha notizia di una condotta a
favore dell’ebreo Isaac, in cui l’interesse è limitato al venticinque per cento 25.
La Lombardia, meta estremamente allettatrice per chi fosse riuscito ad
affacciarvisi da oltre i monti, risulta anch’essa infeudata – nel breve campo del
prestito ebraico – a banchieri di origine tedesca. Forse una piccola colonia
ebraica risiedeva a Milano nel Duecento, ma nel 1320 fu fatta oggetto di un
decreto podestarile di espulsione, emanato per compiacere vescovado e popolo
in uno dei loro ricorrenti scrupoli di purificazione da contatti con eretici. Da
allora Milano rimase completamente deserta di ebrei per un secolo e mezzo, ed
anche dopo non ne accolse molti. Non cosí avvenne nella piana circostante, dove
la protezione signorile ebbe maggior agio di farsi valere. Per Cremona, che
divenne l’epicentro di residenza degli ebrei lombardi e piú tardi anche di dotte
accademie di studio, il primo accenno a un prestatore è del 1278. Nel Trecento
poi, sotto i Cavalcabò e i Visconti, la comunità andò rapidamente
consolidandosi, grazie alla attività feneratizia pienamente introdotta e a quelle
commerciale ed agricola, parimente coltivate. Ma non andò esente da collisioni
con popolo ed autorità comunali, che tendevano ad arginare e a capovolgere i
favori che i dinasti concedevano agli ebrei. Fra i proprietari di banchi sono
ricordati per nome due tedeschi, Moisè fu Giuseppe da Spira e Manuele di
Mattatià da Rocheto, i quali nel 1405 preferirono trasportare le loro sedi a
Mantova 26.
Di importanza notevolmente piú limitata appare Pavia, che all’inizio del
Quattrocento fu prescelta da una compagnia composta da vari elementi di
origine tedesca come sede del proprio traffico feneratizio e commerciale, e che
godette da parte dei duchi di favori che rasentavano il favoritismo, suscitando
risentimenti da parte del comune, come ebbe a sperimentare anche il tedesco
Averlino da Vicenza. Presa dimora a Pavia dopo il 1430, egli riuscí in breve
tempo ad accentrare nelle mani della sua famiglia tutta l’attività bancaria della
città. Questa casata prestava a poveri e a ricchi, a nobili e al comune, ma quel
che ne ricavava erano soddisfazioni miste ad amarezze. Su entrambe avevano
gran parte gli studenti della locale università, i quali, avendo diritto ad ottenere
piccoli prestiti a condizioni di particolare favore, a seconda delle contingenze si
facevano paladini degli ebrei o loro detrattori 27.
Una situazione analoga di contrasto fra signore e comune in materia di
concessione di banco si venne sviluppando anche in altre città del ducato,
oltrepassato di poco l’inizio del Quattrocento. A Como, nel 1435, il comune
rifiutava l’offerta di Giuseppe da Mantova e del figlio Abramo, ma nell’anno
successivo il duca Filippo ordinava al comune di ritornare sulla decisione presa;
successivamente un figlio di Abramo apriva un banco a Mandello sul lago di
Lecco. A Vigevano è dello stesso 1435 l’ingresso del banchiere Salomon de’
Galli (unico esempio di oriundo francese in queste terre), anch’egli dopo aver
superato una pluriennale riluttanza da parte del comune. Anomala, invece,
Brescia, dove l’usura dei cristiani nel 1426, anno della conquista da parte di
Venezia, aveva raggiunto dei tassi veramente esorbitanti. A due riprese, nel 1444
e nel 1458, il comune richiese al papa il permesso di introdurre degli ebrei come
rimedio a questa situazione, ma non lo ottenne 28.
5. La zona di confluenza delle due correnti.

Si può dire che la piana ampia e pingue, che è delimitata in alto dal Piave e in
basso dal Reno, fu la zona di confluenza delle due opposte correnti ebraiche di
prestatori. Là dove questa piana lambisce l’Adriatico, Venezia sedeva
dominante: dominante nei traffici commerciali che si svolgevano in tutta la
pianura padana, nei porti dell’opposto litorale e nel largo arco delle terre del
Levante. Non solo però dominante, ma anche esclusivista, ché chi interferiva
lungo le sue vie di espansione difficilmente veniva da essa tollerato: se forte, era
combattuto; se debole, soffocato con le armi della guerra o della concorrenza
commerciale. Gli ebrei, che risiedevano numerosi ed in posizioni mercantili
preminenti in Grecia, in Turchia, in Siria ed in Egitto, non erano né
sufficientemente uniti e consolidati da poter essere contrastati frontalmente, né
sufficientemente deboli da poter essere senz’altro trascurati. Con essi Venezia
seguí sul principio una politica bifronte. Nei propri domini periferici e nelle
proprie zone d’influenza d’oltremare, si studiò di mantenere con gli ebrei le
migliori relazioni, riconoscendo loro privilegi talvolta eccezionali; nella laguna
invece cercò di contrastarne l’infiltrazione, e quando dovette ammetterla, si
sforzò di frenarne l’espansione. Ma un simile atteggiamento bivalente non
poteva resistere a lungo. Se era possibile precludere agli ebrei italiani una
permanenza continuata nella città, era impossibile negare delle facilitazioni
anche di residenza a quei mercanti levantini e poi tedeschi, che intrattenevano
vivaci scambi commerciali con Venezia, e che per le necessità di tali scambi,
dovevano mantenere depositi di merci nei fondachi della città. Il dogato fu
quindi costretto ad ammettere a favore dei mercanti ebrei levantini e tedeschi un
trattamento di riguardo, consentendo che esplicassero i loro commerci anche
dentro la città. È tradizione che venisse loro assegnato come primo luogo di
dimora l’isola di Spinalunga, che a partire dal 1252 comincia ad essere
conosciuta come la Giudecca, anche se non è del tutto incontroverso se essa
debba il proprio nome a uno stanziamento di ebrei. Quel che è certo è che una
prima regolamentazione dei traffici degli ebrei levantini e tedeschi entro la
laguna si incontra in un decreto del 1290. Il fatto poi che non si trovi accenno ad
ebrei italiani, non deve far escludere che anche qualcuno di essi si trovasse
contemporaneamente a soggiornare a Venezia; ma la loro attività, seppure libera,
non aveva certo modo di spaziare in quelle sfere dell’alto commercio, in cui la
mantenevano gli ebrei levantini e tedeschi 29.
La imperiosità di provvedimenti finanziari a tutela delle classi indigenti si
fece sentire però di buonora anche a Venezia, dove nel 1298 si intervenne
decisamente per impedire l’attività dei prestatori ebrei, che si erano concentrati
nella vicina Mestre, e di lí si sforzavano di far giungere occultamente il loro
denaro nella vietata roccaforte lagunare. Fu solo nel 1366 che Venezia,
superando la propria riluttanza, si decise a legalizzare una situazione, che
lasciata ai clandestini espedienti altrui, risultava piú nociva di una temperata
tolleranza. Si accordò con i prestatori di Mestre per l’apertura di tre banchi di
prestito, esigendo un canone che già nel 1385 ammontava alla cospicua somma
di quattromila ducati, e che poi fu gradatamente elevato fino a ottomila. Fissò in
origine un miserrimo saggio di interesse, del quattro per cento, ma,
riconosciutolo insufficiente, lo portò poco appresso all’otto e al dieci per cento
per operazioni cautelate da pegno, e al dodici senza pegno. Sancí che, in cambio
di una adeguata garanzia, i tre banchi non potevano rifiutare a nessun richiedente
un prestito alle condizioni di favore anzidette, fino a un massimo di trenta
ducati 30.
Questa condotta di prestito del 1366 costituí la tavola di fondazione della
fortunata colonia ebraica di Venezia. Fu rinnovata varie volte fin quasi allo
scadere del secolo, dopo di che – unica di tutta Italia – ebbe la straordinaria
ventura di rimanere in vigore per altri quattro secoli. Sulle peripezie di questi
banchi, che per la loro particolare funzione furono designati con il nome di
banchi dei poveri, avremo occasione di ritornare ancora. Qui basta accennare
che il mantenimento di essi fu considerato da Venezia come il prezzo del diritto
di dimora degli ebrei della città, tanto che, lungo il corso della loro multisecolare
esistenza, i banchi furono al centro di ogni trattativa e di ogni perturbamento, in
quell’alternarsi di lunghe bonacce e di fiere procelle, che contraddistinse i
rapporti fra la Serenissima e i suoi ebrei. E proprio in quanto scotto per la loro
tolleranza a Venezia, si comprende come gli ebrei si sottomettessero per cosí
lungo tempo a mantenere in efficienza questi banchi di piccolissimo credito, che
procedettero oberati da operazioni che si presentavano larghe di numero, poco
discriminate come qualità, e inadeguatamente remunerate 31.
Scarse notizie si conservano sul primo trentennio di attività di questi banchi, i
quali, a partire dal 1385, furono sottoposti alla vigilanza dei sopraconsoli. A
capo di uno di essi, era una compagnia formata da un cristiano di Venezia e da
tre fratelli ebrei di Norimberga. L’espansione realizzata in breve tempo dai tre
banchi, alcune gravi irregolarità accertate a carico dei tre fratelli norimberghesi,
e presumibilmente la penetrazione commerciale esercitata in altri campi da parte
dei nuovi ebrei sopravvenuti, risuscitarono nel Maggior Consiglio dubbi sulla
opportunità della condotta del 1366, dubbi che nel frattempo erano rimasti in
realtà sopiti, ma non spenti. Nel 1394 la crisi scoppiò nuovamente e venne a
capo l’anno seguente. Fu decretato che, dopo il 1396, termine originariamente
concesso agli ebrei per la loro permanenza nella città, non dovesse aver luogo
alcuna proroga. Il bando riguardava non solo i banchieri, ma qualsiasi altro
ebreo. Si cercò poi di eliminare in partenza ogni probabilità che il problema
venisse risollevato, stabilendo una penalità di mille ducati per chi avesse osato in
futuro di riproporre l’ammissione degli ebrei 32.
Lo sfratto da Venezia nel 1395 non fu draconiano. Se in taluno fra i membri
del Maggior Consiglio abbondava l’animo, fra i piú difettava la convinzione
sulla opportunità del decreto. In via di temperamento, fu ammesso nello stesso
anno che i banchieri potessero soggiornare a Venezia per un periodo di non piú
di quindici giorni consecutivi, per assistere in Rialto alla vendita dei loro pegni
non riscattati; dovevano però portare in evidenza sul loro abito il famigerato
segno. I prestatori ebrei si ritirarono allora nuovamente in Mestre, donde erano
partiti pochi decenni avanti. Ma questa volta la loro residenza costi fu puramente
fittizia ché, recatisi per quindici giorni a Venezia, dopo un brevissimo ritorno a
Mestre, rientravano nuovamente nella città dogale per un’altra quindicina di
grazia. A Rialto gli ebrei – banchieri o sedicenti loro ausiliari che fossero – si
spargevano per le «calli» della città e vi intessevano le piú svariate transazioni
commerciali. Prestavano, compravendevano tutto e non ristavano dal rendersi
anche proprietari di case, come è confermato da un decreto del 1423, che
imponeva loro la vendita di qualsiasi stabile o proprietà acquistati in spregio alle
disposizioni in vigore. Il termine fu stabilito in due anni. Questa cura nel
contentare gli intransigenti con l’emanazione di ordinanze restrittive contro gli
ebrei, e nel salvaguardare i civici interessi con una applicazione longanime di
esse, fu quella che presiedette ai rapporti tra Venezia e i suoi ebrei lungo la
prima metà del Quattrocento. È cosí anche che, nonostante le conferme dello
sfratto pubblicate nel 1402 e nel 1409, si legge poco appresso che due contrade
della città erano largamente abitate da ebrei 33.
A Padova, dopo un primo probabile tentativo di qualche anno avanti, si
costituí nel 1369 la prima società di prestatori ebrei, a cui parteciparono ebrei
provenienti dall’Italia centrale. Ne seguirono altri della medesima origine che
fondarono una seconda azienda di prestiti nel 1372 ed una terza nel 1380. A
Padova gli ebrei non toccavano una città a loro completamente ignota, giacché il
grande incentivo alle industrie tessili dato dalla signoria dei da Carrara aveva già
in precedenza attratto verso la città ebrei di varie nazioni. Anche le tre società di
banchieri si riservarono il diritto di abbinare l’esercizio del prestito del denaro
con l’esercizio della mercatura. Con il trascorrere degli anni, il numero dei
banchi ebraici salí a sette nel 1432, per discendere a cinque nel 1437; tra i
gestori, non meno di due erano di origine tedesca. Tra le condizioni fatte al
prestito ebraico, quelle dettate dai da Carrara furono fra le piú liberali; non vi
mancavano però una clausola di trattamento preferenziale per i soldati, ed
un’altra per gli studenti dell’università, i quali ultimi rappresentavano l’elemento
favorito dalla città, il piú effervescente e nello stesso tempo il piú bisognevole di
soccorso. Ai banchieri di Padova erano riconosciute la facoltà di prestare su
qualsiasi pegno non esclusi i libri di studio, la esenzione dal versamento di ogni
tassa, il diritto di possedere immobili, la libertà dell’esercizio del culto, la
dispensa dal segno; dovevano tenere a disposizione del pubblico un capitale
molto ingente: venticinquemila ducati 34.
Il passaggio di Padova nelle mani di Venezia, avvenuto nel 1405, non apportò
sulle prime un sostanziale cambiamento in questo stato di cose. La Serenissima,
lungi dal disconoscere – come, piú o meno, faceva a casa propria – la necessità
del prestito ebraico, nelle terre patavine la accolse e la confermò. Ferma però al
principio di offrire ai poveri cristiani il denaro ebraico a modiche condizioni, nel
1415 cercò di imporre una riduzione dell’interesse al dodici-quindici per cento;
vi riprovò nel 1431 e poi nel 1436 minacciando l’espulsione. Ogni volta i
banchieri ebrei fecero resistenza, organizzando una serrata delle loro aziende,
spalleggiati dal ceto studentesco, non malcontento di come era trattato dai
prestatori ebrei. Ma se i banchieri ebrei non cedettero troppo in fatto di
condizioni di prestito, furono costretti a pagare altre pesanti contropartite. Nel
1434 fu imposto loro il versamento di una «colletta» di quindicimila ducati
ripartita in cinque anni, e nel 1444 un’altra della stessa cifra. L’effetto fu che
alcune compagnie di prestatori abbandonarono il paese, e quelle superstiti si
ridussero a prestare quindicimila ducati al mese invece dei venticinquemila
prescritti. Condizioni analoghe prevalsero anche nella provincia. A Pieve di
Sacco, già prima del 1373 aveva preso ad agire un banco di prestiti, e nel 1378
un altro ad Este. A Montagnana nel 1383 entrò in funzione – e forse non fu la
prima – una compagnia che si occupava contemporaneamente di affari di
prestito e di commercio, e nello stesso periodo si aprivano altri banchi a
Monselice e a Cittadella 35.
Piú nel retroterra, a Vicenza, dove già al principio del Quattrocento viveva un
piccolo nucleo ebraico, vi si aggiunsero nel 1425 due banchieri della famiglia
Musetto; mentre a Verona – che nel Duecento aveva visto di nuovo fra le sue
mura dei rinomati ebrei, e dove al principio del Trecento il poeta Immanuel da
Roma non era stato l’unico favorito ebreo alla corte di Cangrande della Scala –,
prestatori ebrei avevano ripreso stanza da poco, dopo un intervallo di un secolo.
In questo intervallo, non era stata l’opposizione da parte degli Scaligeri che
aveva mantenute chiuse agli ebrei le porte della città, ma l’opposizione di larghi
strati della popolazione. Tale opposizione fu superata solo dopo il 1405, quando
Verona passò sotto la signoria di Venezia. Nel 1408, infatti, fu legalizzata la
dimora degli ebrei nella città, purché si occupassero esclusivamente di prestito e
tralasciassero ogni altra attività; per di piú, a partire dal 1422, dovettero
indossare il segno. La troppo ristretta esclusività professionale e il bollo esteriore
che l’accompagnava, invogliarono taluni ebrei a eludere l’una e l’altro. Ma nel
1443 venne ribadita la esclusione da ogni attività che non fosse quella del
prestito, e il segno fu cambiato dall’O giallo sul petto in una stella ancora piú
appariscente; nel 1480 fu ripristinato il cerchio. Anche Rovigo e il Polesine
potettero fruire dei banchi ebraici, scarsi di numero e forse anche di importanza,
perché siti in regione eminentemente agricola, in cui la fioritura industriale e
commerciale doveva farsi ancora attendere fino alla fine del Quattrocento.
Lendinara ebbe il primo banco nel 1386, al quale fu affidata anche la esazione
dei dazi comunali; Rovigo ebbe il suo nel 1391, mentre a Badia Polesine è solo
nel 1425 che compare un tal Consiglio, fattore di un banco di ebrei ferraresi.
Forse fu costui il modesto progenitore di quella famiglia Consiglio, che piú tardi
doveva divenire la piú eminente e la piú ricca della colonia ebraica di Rovigo 36.
Le vicende della installazione del prestito ebraico a Mantova racchiudono, in
piccolo, tutte le caratteristiche che siamo venuti finora rilevando intorno a questo
fenomeno. Nel Duecento, e giú giú fino alla metà del Trecento, il prestito vi era
esercitato da ricchi cristiani, con la partecipazione delle piú nobili famiglie della
città. L’interesse richiesto variava dal venti al trenta per cento, né pare che la
Chiesa intervenisse contro questi palesi trasgressori alle proprie norme. Eventi
disgraziati – guerre, carestie ed epidemie – e spinta verso altre attività
economiche, immiserirono però a tal punto il servizio offerto dai prestatori
cristiani, che Francesco Gonzaga si vide costretto a surrogarlo con quello
ebraico. Perplesso sull’opportunità del suo passo, nel 1401 richiese l’assoluzione
generale da parte di Bonifacio IX e la ottenne. La prima agenzia di prestiti
ebraica, tanto modesta che pagava soltanto una tassa annua di otto ducati, andò
ad aprirsi in provincia, a Revere, nel 1386; tre anni dopo, veniva aperto il primo
banco ebraico a Mantova; ancora un anno, ed il maggiore esponente di questo
banco figura anche come promotore di una grossa società che doveva gestire un
secondo banco e alla quale partecipavano capitalisti ebrei di Rimini, Bologna,
Padova e Forlí. La fortuna arrisa a questi due banchi attirarono verso Mantova
banchieri da ogni dove, mentre il Gonzaga, sciolto da ogni inquietudine
religiosa, era lí ad accoglierli. Nel 1413 i banchi sono cinque e nel 1428 sette,
nei quali erano cointeressate undici famiglie, di cui sei italiane, quattro tedesche
ed una francese. Cosí, dopo quarant’anni, la comunità ebraica mantovana –
mosaico composto di pietre della piú varia provenienza – era saldamente
organizzata con la sua sinagoga e con il suo cimitero, e poggiava su un
complesso di famiglie che esercitavano una attività feconda per sé e per gli altri.
Il benessere economico permetteva a tali famiglie di dedicarsi anche ad attività
intellettuali e talvolta erudite, come lo denotano i bei codici ebraici originari di
Mantova che ci si conservano. Al riguardo, non sarà inutile ribadire che le
signorie piú illuminate del primo Rinascimento consideravano i banchieri ebrei
come un instrumentum regni piú conveniente alla loro stabilità, che non qualsiasi
altra consociazione di privati cristiani che si fosse dedicata al medesimo servizio.
Gli ebrei non sprezzavano i contatti con gli strati piú bassi della popolazione, e
principalmente non erano bramosi di potere quando giungevano a manovrare
grosse fortune, come invece avveniva per i finanzieri cristiani; gli ebrei si
tenevano quieti e paghi della protezione di un signore che assicurava loro
tranquillità di esistenza e di residenza. Come per i Malatesta, i da Carrara ed i
Gonzaga, cosí per gli Este e gli altri signori che verremo incontrando. In
qualcuna di queste corti poi – quella dei Gonzaga, ad esempio – per evitare
l’insorgere di attriti fra signore ed ebrei, esisteva un magistrato cristiano detto
«conservatore degli ebrei», il cui compito era di fare da intermediario fra l’uno e
gli altri 37.
A Ferrara, dominio estense, gli ebrei avevano ottenuto fin dal 1275 un decreto
che assicurava loro protezione da parte del comune in grazia della utilità che essi
procuravano alla città con i loro negozi. E sebbene tra il 1300 e il 1316, vari di
essi, compreso un medico Bonaventura, avessero dovuto subire angherie da parte
dell’Inquisizione, questo non impedí che nel successivo secolo e mezzo la
comunità ebraica ferrarese si allargasse sotto il tollerante riparo degli Estensi. Se
ancora per vari decenni non si ha notizia di case bancarie a Ferrara, questo è
certamente dovuto solo al mancato ritrovamento dei relativi documenti, giacché,
ovunque si estendeva la signoria estense, le tenevano dietro i banchi ebraici.
Cosí a Modena, nel 1393, il marchese Alberto d’Este concedeva a un gruppo di
ebrei di aprirne quanti credessero opportuno, e per di piú li autorizzava ad
erigere delle bancarelle mobili (stationes ad tendam) per soddisfare le richieste
che potevano sorgere nei luoghi e nei giorni di mercato. Analoghe condizioni
furono fatte nel 1413 a Reggio Emilia, anch’essa feudo estense; i cittadini di
Reggio godevano di condizioni di forte vantaggio nei prestiti ebraici in
confronto ai forestieri 38.
Infine, a Bologna, l’esistenza degli ebrei fu ricca ma tormentata, come quella
di tutta la città; oltre a ciò, si presenta notevolmente oscura per mancanza di
documenti, anche se le poche notizie che se ne hanno lasciano intuire la presenza
di un raggruppamento che fu tra i piú eminenti dell’ebraismo italiano fra il
Quattro e il Cinquecento. Rientrati nella città in un anno imprecisato dopo la
presunta cacciata del 1171, gli ebrei godettero di un lungo periodo di tregua fino
a che, nel 1366, non furono rinchiusi in un quartiere a parte. Alla fine del secolo
li troviamo nuovamente sparpagliati per la città e per il contado, possessori di
beni e di case – di cui una trasformata in una delle piú belle sinagoghe del tempo
–, e registrati per una proprietà imponibile di cinquantamila lire. Dei banchieri
poco si sa, salvo che erano molti; nel 1417 fu loro imposta una forte
decurtazione nel tasso di interesse (dal trenta al venti per cento) e, insieme a tutti
gli altri ebrei, furono assoggettati all’obbligo di portare il segno. Ma tale obbligo
fu lasciato cadere rapidamente in oblio – insieme, forse, a quello sulla riduzione
di interesse – tanto che fu riesumato nel 1458. Il silenzio che circonda i banchieri
bolognesi è spiegabile con il fatto che essi esercitavano la loro attività non in
virtú di un accordo formale con il comune, ma per loro libera scelta. Questo
portava che era ogni singolo ebreo a doversi pagare il diritto di residenza nella
città, diritto che costava sei quattrini l’anno per ebrei «a piedi» e dodici per ebrei
«a cavallo», e che fu abrogato nel 1444 a seguito di un differente regolamento 39.

6. La debole corrente francese.

Alle due correnti di prestatori – dei romani e dei tedeschi – di cui abbiamo
discorso finora, ne va aggiunta una terza, di portata molto piú modesta: quella
che aveva origine dalla Francia. Tre volte il flagello della espulsione aveva
straziato nel Trecento l’ebraismo francese: nel 1306, nel 1322 e nel 1394. Le
prime due volte, intere comunità erano state distrutte e molte centinaia di ebrei
erano cadute vittime prima di riuscire a varcare i confini di Francia, mentre
decine di migliaia avevano cercato rifugio presso altri paesi. Poi, molti di questi
esuli, sedotti dalle promesse fatte loro dai nuovi monarchi francesi, erano
rientrati nello stato che li aveva cacciati da poco. Ma con la terza espulsione,
quella del 1394, non vi fu piú ritorno in tutte quelle città dove dominava il
sovrano di Francia; erano rimaste indenni solo alcune province autonome del
Mezzogiorno. Fra gli ebrei espulsi nel 1394, ve ne erano stati di quelli che
avevano cercato rifugio a Lione; ma anche di qui furono eliminati nel 1420.
Certuni si stabilirono ad Avignone dove, sotto il dominio pontificio, trovarono
asilo prolungato ma non sempre fortuna propizia; altri si recarono in Savoia. Ve
ne furono, infine, alcuni che si inoltrarono in Italia fin dalla prima espulsione, o
a mano a mano che si succedevano le altre. È proprio da questo tenue ma
prolungato defluire di ebrei francesi che ebbero origine o rafforzamento le
comunità ebraiche del Piemonte. Queste, se non ebbero proprio a loro
capostipite una famiglia di prestatori come era avvenuto per varie comunità di
cui abbiamo discorso finora, contarono presto, fra quelle di maggiore rango,
varie persone che esercitavano la professione di banchiere.
Dopo secoli di completo silenzio intorno alla residenza di ebrei a Torino, nel
1425, e cioè l’anno successivo alla loro riammissione ufficiale nella città, gli
ebrei furono costretti ad abitare in un luogo circoscritto, allo scopo dichiarato
che fosse possibile esercitare su di essi un piú efficace controllo. Nel 1428 si
contavano a Torino quattro o cinque famiglie, di origine sia francese sia tedesca;
due anni appresso undici e poi sempre di piú. Alquanto piú popolosa appare la
colonia ebraica di Savigliano, le cui prime notizie risalgono a verso il 1404;
intorno al 1430 essa si componeva di una quindicina di famiglie, di cui quattro
attendevano alla pratica feneratizia. A capo di una di queste era Bonafede di
Chaillons, che merita di essere ricordato per la convenzione che strinse nel 1447
con il comune e con l’università di Torino insieme. A tenore di essa, egli si
impegnava di erigere un «monte di prestiti», il cui scopo doveva essere la
distribuzione di denaro a modico interesse, cosí da provvedere, da un lato, ai
bisogni dei cittadini ed in particolare degli studenti universitari di Torino, e,
dall’altro, da calmiere in materia di interesse. È probabile che il progetto non si
sia realizzato; ma il suo disegno preannuncia il concetto che piú tardi sarà posto
a base dei Monti di Pietà 40.
Gli statuti emessi nel 1430 da Amedeo VIII, duca di Savoia, a regolamento
dello stato giuridico degli ebrei dei suoi possedimenti al di qua e al di là delle
Alpi, erano rigidi ma non irrispettosi. Essi incorporavano tutte quelle
disposizioni sulle sinagoghe, sulla libertà di osservanza religiosa, sul segno, sui
rapporti con i cristiani, sulla giurisdizione civile e penale, che erano comuni a
chiunque fosse interessato a mantenere gli ebrei nei propri domini; in un primo
tempo però, ma solo per poco, fu fatto divieto di esercitare il prestito. Questi
statuti, che ebbero esistenza lunghissima, furono nel loro complesso tali da
giustificare, a seconda di come interpretati ed applicati in un senso o nell’altro,
quegli atti alterni di favore o di disfavore che contraddistinsero la politica dei
Savoia verso gli ebrei. Essi si applicavano ad una rete di comunità ancora a
maglie fini e distanziate; l’intreccio si andò infittendo dopo che il figlio di
Amedeo VIII, Ludovico, autorizzò nel 1440 gli ebrei a praticare il prestito in
tutte le terre del ducato dietro un compenso annuo che, poco appresso, fu fissato
in settecento fiorini. Ebrei, e quindi anche prestatori, vi erano a Cuneo poco
dopo l’inizio del Quattrocento, a Chieri nel 1430 – un medico vi abitava già dal
1417 –, a Vercelli nel 1446, a Novara a partire dal 1448; a Rivoli, a Ivrea, a
Biella. E se quelli di Cuneo furono scacciati nel maggio del 1452 e poi
riammessi un mese dopo, e tutti gli ebrei del ducato furono espulsi nel ’54 per
esservi riaccolti nel maggio successivo, questi due sfratti, ammesso che siano
stati eseguiti, ebbero origine dalla volubilità del duca Ludovico, mossa a volta a
volta da dubbi religiosi o da avidità finanziaria nei riguardi dei prestatori. La
simultanea comparsa di ebrei nelle terre subalpine soggette ai Savoia trovò
corrispondenza anche nel prossimo Monferrato, autonomo e rigido dominio dei
marchesi Paleologo. Per la prima volta si sentono nominare ebrei, probabilmente
banchieri, dopo il 1431 a Casale che era la capitale, a Moncalvo, forse ad Acqui.
Essi erano discesi dal Sud della Francia, non senza qualche aggregamento di
ebrei tedeschi 41.
Concludendo questo nostro «itinerario» lungo l’Italia centro-settentrionale,
alla ricerca delle maggiori vestigia lasciate dai prestatori ebrei, siamo persuasi di
aver visitate tutte le maggiori città in cui essi ebbero a soffermarsi; quanto
invece alle località minori, anche se citate in numero abbastanza copioso, siamo
altrettanto convinti che nuove ricerche archivistiche potranno ampliarne
l’elenco. Ma vi è il nome di una città maggiore che non vi potrà mai essere
incluso. È quello di Genova che, altiera e gelosa della sua organizzazione
economica, rimase ferma nel non voler ammettere nella sua cinta ebrei di alcuna
sorta, salvo che per una permanenza di tre giorni.

7. Gli ebrei a Roma nel Trecento.

Nonostante che la voce popolare, fra il Trecento e il Quattrocento, avesse


finito per identificare ebreo e prestatore, considerandoli due sinonimi da
applicarsi ad un medesimo personaggio, la realtà era alquanto diversa. Non vi è
dubbio che i prestatori costituissero il ceto piú attivo, piú compatto, piú abbiente
e quindi piú in vista fra tutti gli ebrei. Ma questi prestatori, anche assieme alla
loro coorte non piccola di familiari, di collegati e di addetti, formavano sempre,
come numero, una minoranza limitata rispetto alla intera compagine ebraica.
Prima quindi di andare oltre per quanto li concerne, è necessario riprendere in
esame il seguito delle vicende del complesso della popolazione ebraica. E
inizieremo proprio da Roma da dove, piú che da ogni altro luogo, partivano
orientamenti e direttive che si ripercuotevano sugli ebrei di tutta Italia. Su questo
cammino, non potremo però procedere troppo, perché occorrerà fra non troppo
farvi intervenire di nuovo i banchieri. Costoro infatti, pochi o molti che fossero,
se nella vita italiana propriamente detta ebbero per due secoli un certo ruolo
economico, in quella ebraica dominarono ogni scena.
Nel Trecento la giudecca di Roma, che anche nel secolo precedente abbiamo
visto non essere stata affatto influente nella vita della città, e che per di piú si era
mantenuta deliberatamente estranea ad ogni moto fazioso, seguitò a non risentire
eccessivamente delle scosse di cui la città ebbe a soffrire durante il nuovo
secolo. Roma – prima deserta fra il 1305 e il 1377 dal pontefice e dalla curia, ed
avvilita di fronte ad una Avignone divenuta sede pontificia, poi lacerata fino al
1417 dallo scisma papale – trascorse tutto il Trecento in preda ai continui scontri
fra le varie casate dei nobili o alle improvvise riscosse popolari. Due volte ebbe
ad esaltarsi alla visita di imperatori nordici, Enrico VII nel 1312 e Ludovico il
Bavaro nel 1328, che invocò prima come liberatori e lasciò poi partire come
estranei; altre due volte, nel 1347 e nel 1354, si lasciò trasportare dai
vagheggiamenti per una restaurazione repubblicana propugnata da un acceso
tribuno popolare, Cola di Rienzo; ancora altre volte soggiacque a calamità
naturali di tipo piú o meno ricorrente: la tremenda peste nera del 1348 e una sua
ricomparsa nel 1374, le inondazioni del Tevere a cui erano esposti per primi i
quartieri ebraici che si trovavano lungo le rive basse del fiume, ed infine una
serie di carestie. Causa e conseguenza di questo turbinio di vicende fu che la
Roma del Trecento andò sempre piú spossandosi. Dilagavano il malcostume e la
malavita, si inaridivano i traffici che erano stati soliti fiorire intorno alla corte
papale e ai pellegrini, ristagnava ogni attività economica. In questo fosco quadro
generale, il piccolo angolo occupato dagli ebrei presenta invece tinte meno tetre.
Innanzi tutto essi si mantennero, come di regola, distanti dalle discordie
politiche; ma anche dal punto di vista del benessere economico, il Trecento fu
per loro un periodo di stabilità tutt’altro che insoddisfacente, anche se non pochi
furono indotti ad abbandonare la città. Infine, dal punto di vista delle loro
manifestazioni letterarie e della esplicazione delle loro capacità dottrinarie, il
Trecento deve considerarsi un secolo tra i piú felici per gli ebrei romani.
Naturalmente, questi ebrei non furono mai dimenticati come contribuenti
speciali. Quando nel giugno 1312 Enrico VII si recò alla basilica del Laterano,
fra la folla acclamante che faceva ala al suo passaggio si trovava anche una
rappresentanza della comunità ebraica. Questa, secondo un cerimoniale riservato
ai papi neoeletti, gli presentò un rotolo della Toràh, quale atto di reverenza della
collettività ebraica all’imperatore e nello stesso tempo di questo al Vecchio
Testamento; e, secondo l’uso, gli richiese la conferma degli antichi privilegi. È
probabile che Enrico VII li accordasse; ma subito dopo che l’imperatore ebbe
lasciato la città, l’assenso venne realizzato in ricca moneta: gli ebrei «al di qua e
al di là del Tevere» furono i soli a cui furono addossate tutte le spese incorse per
l’incoronazione dell’imperatore. Sedici anni dopo, le manifestazioni di giubilo
con cui era stato accolto a Roma Ludovico il Bavaro ebbero un simile epilogo.
Ottenuta la contrastata corona imperiale, nell’allontanarsi dalla città questi
esigette un donativo di trentamila fiorini, di cui un terzo fu addossato alla
amministrazione civica, un terzo al clero e un terzo agli ebrei 42. Poco prima, gli
ebrei romani si erano trovati al centro di un turbine assai piú temibile, che si era
addensato improvvisamente sul loro capo. Secondo quanto è dato comprendere
dalle fonti ebraiche (in realtà, alquanto criptiche), nel 1320 papa Giovanni XXII
in Avignone, dopo aver decretato che fossero date alle fiamme tutte le copie del
Talmúd, aveva divisato di procedere a una radicale espulsione degli ebrei,
cominciando proprio da quelli di Roma e degli Stati pontifici. La voce era che ne
fosse stata fomentatrice una donna di nome Sanga, designata come sorella del
papa. La comunità di Roma, atterrita, inviò una delegazione ad Avignone; quivi
si trovava anche re Roberto d’Angiò, che ricopriva la carica di «senatore di
Roma» e che nel suo regno di Napoli si era dimostrato incline agli ebrei. Un
enorme donativo, che variamente si fa ascendere a venti o a centomila fiorini, fu
l’intercessore che ingraziò prima il re angioino, poi sua moglie Sancia – ché con
essa pare debba identificarsi la presunta sorella del papa –, ed infine lo stesso
pontefice. Ciò non impedí però che, nelle more, delle trattative, si verificassero
eccessi contro gli ebrei romani e si lamentassero alcune vittime. Giunta alla fine
a Roma la revoca della espulsione, furono sedati gli animi, ma nonostante ciò nel
1322 un mucchio di esemplari del Talmúd venne pubblicamente dato alle
fiamme. Il sangue versato e le fiamme che avevano incenerito uno dei libri piú
venerati, toccarono profondamente gli ebrei romani, tanto che per lungo tempo
le loro poesie sacre riecheggiarono l’amarezza di questo episodio. Un’altra
conseguenza fu che alcune delle principali famiglie ebraiche furono indotte ad
allontanarsi da Roma e a ripararsi, di preferenza, nell’Umbria 43.
I fatti or ora ricordati – gravi ma sporadici –, se considerati sotto un altro
aspetto, mostrano quanto fosse considerata alta la ricchezza degli ebrei romani.
Che tale fosse in realtà, è confermato dalla ingente malleveria che alcuni fra gli
stessi ebrei offrirono in occasione della lite ricordata fra Montefiascone ed
Orvieto nel 1313. Del resto, va tenuto conto che le contribuzioni imposte
all’ebraismo romano come a quello di qualsiasi altro centro italiano, rientravano
nella prassi con la quale nel Rinascimento si sorreggevano molte avventure
politiche e che, in mancanza di una finanza pubblica, venivano imposte a
chiunque si presumeva avesse i mezzi per sopportarle. Si aggiunga poi che, per
quanto riguarda gli ebrei, questi gravami costituivano in un certo senso il prezzo
della loro «neutralità» politica. Occorre quindi ribadire il concetto che
l’atteggiamento generale verso gli ebrei romani nel Trecento seguitò ad essere di
rispetto. Uno statuto di privilegi a loro favore emanato nel 1310 dal senato
cittadino e conservatoci in una forma alquanto ampliata nel 1402, affermava che
gli ebrei dimoranti nella città dovevano essere considerati e trattati come
cittadini romani di pieno diritto, e godere di tutte le libertà attribuite a questi
ultimi; dovevano però indossare un tabarro rosso, salvo che nei quartieri
prevalentemente abitati da loro. Era proibito procedere ad ogni azione
giudiziaria contro di essi nei giorni di sabato e di festa ebraica, e sottoporli in
genere ad indebite prestazioni se non dietro ordine legittimato da parte della
curia capitolina. Quanto agli ebrei dimoranti fuori di Roma, erano liberi di
entrare nella città e di esercitarvi il loro commercio, e durante i primi dieci giorni
della loro permanenza erano esentati dall’obbligo di portare il segno 44.
Questa genuina moderazione da parte delle autorità amministrative
permetteva agli ebrei di abitare in ogni rione della città, anche se di preferenza
essi si addensavano nelle vie tra il ponte Adriano o Sant’Angelo e il ponte
Fabricio o Quattro Capi al di qua del Tevere, e in Trastevere, intorno alla chiesa
di Santa Cecilia; di avere due cimiteri e vari oratori; di trascorrere una vita
comoda e non priva, nelle famiglie piú benestanti, di un certo grado di
ricercatezza nel vestire e nel vitto; di godere di una vita culturale vivace, grazie
all’attività di vari cenacoli poetici e filosofici; ed infine, dalla fine del secolo, di
avere costantemente qualcuno fra loro, a cui erano attribuiti il riconoscimento e
la responsabilità eccezionali di fungere da archiatri del pontefice: su questi
ultimi particolari dovremo ritornare a lungo. Ma quelli che, in mezzo a questi
ebrei romani, erano attratti da piú ardite venture economiche, si trovavano
impastoiati dalla gora economicamente stagnante della città. È per questo che
costoro, possessori di mezzi che si trovavano quasi atrofizzati nel mercato
romano, preferirono avviarsi verso altre regioni d’Italia e dedicarsi piú
specialmente a quelle operazioni di prestito su denaro, in mezzo alle quali li
abbiamo già incontrati.
8. I papi e gli ebrei romani nel Quattrocento.

A papa Bonifacio IX – che ebbe come medici personali vari ebrei, e che il 15
aprile 1402 aveva emanata una bolla di solida tutela, la quale, oltre a confermare
e ad accrescere i privilegi dello statuto romano del 1310, provvedeva a sollevare
in parte gli ebrei romani dal peso delle loro tassazioni, chiamando a contribuirvi
anche gli ebrei della Campania, della Romagna, della Sabina, della Marca, del
ducato di Spoleto e della abbazia di Farfa –, o a papa Gregorio XII – che, eletto
nel 1406, introdusse la consuetudine che la comunità di Roma non si limitasse
solo a presentare al nuovo papa, che si recava per il «possesso» al Laterano, il
rotolo della Toràh munito dei suoi preziosi rivestimenti, ma gliene facesse un
dono –, faceva da contraltare il contemporaneo antipapa Benedetto XIII, di
origine spagnola e di ben altri sentimenti verso gli ebrei. Costui, ad epilogo
dell’accesa predicazione dei frati domenicani nelle sue terre e di un pubblico
contraddittorio inscenato nel 1413 a Tortosa fra dotti cristiani ed ebrei sulla
preminenza delle rispettive credenze teologiche, e che era stato tanto lusinghiero
per i primi quanto umiliante per i secondi, affidò il suo previsto verdetto a una
bolla dell’11 maggio 1415, la quale, attraverso la condanna del Talmúd,
legittimava e rafforzava l’attività conversionistica dei frati. Di fronte al pericolo
che queste disposizioni potessero essere fatte proprie non solo dagli altri due
papi che in quel momento pretendevano di essere i legittimi capi della Chiesa,
ma da qualche loro successore, le piú importanti comunità ebraiche dell’Italia
centrale e settentrionale inviarono nel 1416 i loro rappresentanti a Bologna, per
prendere delle decisioni collegiali. Quando finalmente, l’anno dopo, il concilio
di Costanza riuscí ad infrangere il tricipite scisma papale e ad imporre il
riconoscimento di un unico pontefice nella persona di Martino V Colonna,
ancora una volta la commissione delegata dal congresso di Bologna si riuní a
Forlí, nella primavera del 1418. Si trattava per gli ebrei di decidere sulla piú
conveniente condotta da adottare per ingraziarsi il nuovo papa, relativamente sia
ai donativi da offrirsi alla Chiesa sia alla necessità di imporre a tutti gli ebrei
italiani una maggiore modestia nell’abbigliamento e nel divertimento. Le
risoluzioni prese a Forlí e presentate al papa a Mantova, mentre egli si spostava
lentamente verso Roma, furono accolte da un animo già di sua natura ben
intenzionato verso gli ebrei. Esse diedero il loro frutto prima ancora che Martino
V raggiungesse Roma, e, nel 1420, finalmente vi riconducesse la dignità papale
sotto il reggimento di un unico vicario.
La bolla di Mantova a favore degli ebrei residenti nell’Italia centrale e
settentrionale è del 31 gennaio 1419. In essa era fatto divieto di recar loro
molestia durante la celebrazione dei loro riti religiosi e delle loro festività, di
inframettersi nelle loro cose fin tanto che essi procedevano a tenore delle leggi e
delle costumanze loro proprie e queste non recavano offesa ai dogmi cristiani;
inoltre li proteggeva sia contro ogni sopruso alle loro persone e ai loro beni, sia
contro ogni coercizione a un battesimo non pienamente spontaneo. Era lecito
agli ebrei dedicarsi a qualsiasi genere di attività o di commercio, e riposarsi nelle
loro feste; per contrapposto, non era loro vietato di lavorare durante le feste
cristiane, purché lo facessero in casa propria o nel proprio recinto esclusivo. Con
tutto ciò, non erano esentati dal portare il segno sui loro abiti.
Che questa fosse una bolla destinata ad agire secondo la pienezza delle
promesse contenutevi, ne furono immediatamente convinti non solo gli ebrei
italiani, ma anche quelli di fuori, dove analogo patrocinio da parte del papa fu
fatto pervenire nelle forme appropriate. In conseguenza, si dimostrarono subito
entusiastici lo slancio, la cooperazione e la riconoscenza degli ebrei a favore di
questo Martino V che, per risollevare la Chiesa, non aveva creduto
indispensabile di dover calcare il piede sulla Sinagoga. Anche gli atti successivi
dello stesso papa si mantennero sulla stessa linea. Forse in nessun’altra epoca
come sotto Martino, l’anticamera e la stessa camera del papa furono talmente
frequentate da medici ebrei, i cui nomi ricorderemo altrove; anzi nel 1426 il papa
scelse uno fra di essi, il chirurgo Leuccio, affinché fungesse da giudice unico ed
inappellabile in tutte le cause che sorgevano in seno alla comunità, e cercasse di
dare unità al reggimento di essa. Poco dopo il suo ingresso a Roma, e cioè nel
1421, il papa si preoccupò anche che la giudecca non restasse troppo oberata dai
gravami fiscali, e mentre le confermò il diritto di esigere una «solidarietà» per il
pagamento di alcuni dei tributi da parte delle comunità già designate da
Bonifacio IX, ampliò il numero di queste comunità aggiungendovi quelle di
Ancona e della Toscana ed accordò alla comunità di Roma il diritto di agire sui
beni di quelle che recalcitravano. Ancora il 15 febbraio 1429, in una nuova bolla,
il papa confermava agli ebrei di Roma la piena cittadinanza, li esentava da
alcune tasse, consentiva loro di associarsi nei commerci con i cristiani e perfino
di frequentare le scuole. Questa serie di editti di Martino fu considerata a tal
punto il massimo dell’ottenibile dagli ebrei in un regime di buongoverno papale,
che fino ai primi dell’Ottocento, quando gli ebrei stessi volevano, nei loro
memoriali, riferirsi alla loro età d’oro, tenevano a trascrivere il testo di alcune
delle bolle di Martino V 45.
Gli editti promulgati da questo papa riguardo agli ebrei italiani non sono solo
quelli finora riferiti. Uno dei piú importanti è quello del 20 febbraio 1422,
indirizzato ai frati francescani, contro i quali gli ebrei si erano fortemente doluti
per le loro virulente prediche antiebraiche, per i tumulti popolari che eccitavano,
per la loro tagliente azione conversionistica. Anche in questa occasione Martino
V intervenne per frenare i primi e per rassicurare i secondi. Ma le sue parole non
ottennero un effetto adeguato. La scissione operata dai minori francescani fra
ebrei e popolazione era già penetrata troppo a fondo, per poter essere rinsaldata
in tutta la sua profondità da una bolla; tutt’al piú, poteva essere rimarginata alla
superficie. La crociata antiebraica dei frati minori aveva per programma
l’estromissione degli ebrei dalle posizioni di parziale equiparazione politica e
civile che si erano andati lentamente riconquistando. Questa crociata batteva
simultaneamente due strade: una piú larga e popolaresca mirava, attraverso
un’opera di sobillamento esercitata tanto nelle pubbliche piazze quanto nelle
corti principesche, ad ottenere direttamente l’espulsione degli ebrei; una
seconda, piú circoscritta ma piú penetrante, tendeva invece ad eliminare gli ebrei
da quel campo del piccolo prestito che era divenuto loro particolare. In Italia, a
differenza di altri paesi, fu questa seconda strada che portò i francescani a
risultati piú sostanziali e piú duraturi, anche se piú lenti. Daremo quindi
maggiori particolari su principî, metodi e risultati dei frati minori quando, fra
non molte pagine, torneremo a discorrere in particolare della loro azione
antifeneratizia.
Supremo assertore del primo procedimento fu Giovanni da Capistrano: uno
dei riformatori dell’ordine francescano a cui appartenne fra il 1416 e il 1456,
inquisitore pontificio, delegato e poi legato apostolico in numerosi paesi
dell’Europa centro-settentrionale, predicatore di foga eccezionale, avversario
implacabile di eretici e di miscredenti, e fra i primi in particolare degli ussiti. Ai
suoi tempi fu chiamato dai suoi stessi seguaci il «flagello degli ebrei»; ed infatti,
in Germania e in Polonia, lasciò dietro di sé numerosissime tombe di ebrei morti
in conseguenza delle violenze da lui suscitate. In Italia, anche se non provocò
molto sangue, l’eloquenza implacabile di Giovanni da Capistrano e dei suoi
discepoli scavò solchi profondi. Nel 1422, come accennato, Martino V, su
sollecitazione degli ebrei, intervenne per placarla; ma, giusto un anno dopo, lo
stesso papa non fu piú in grado di resistere alle pressioni dei francescani e,
messa da parte la bolla precedente, dovette ammettere la libera predicazione dei
frati minori. Anche questa concessione però poco dopo fu nuovamente
imbrigliata, non sappiamo in forza di quali atti. Negli anni successivi le
schermaglie fra papa e francescani proseguirono vivaci, mentre gli ebrei, dal
canto loro, cercavano di far noto al pontefice il loro risentimento collettivo. Nel
1427, avendo Giovanni da Capistrano ottenuto dalla regina di Napoli un editto
che revocava tutti i privilegi di cui godevano gli ebrei del suo regno, il papa
intervenne presso la regina invitandola ad un atteggiamento piú misurato, ed il
risultato fu che pochi mesi dopo l’editto reale venne abrogato. Sempre nel 1427,
si verificò un nuovo incidente. Alcuni ebrei di Gerusalemme avevano tentato di
acquistare sul monte Sion un edificio tenuto in custodia dai frati francescani, sul
quale correvano contemporaneamente due tradizioni: gli ebrei reputavano che al
piano terra si trovasse la tomba del re David, ed i cristiani che, al piano
superiore, fosse avvenuta l’«ultima cena» di Gesú. I francescani di Gerusalemme
resistettero risolutamente al progetto di acquisto degli ebrei, tanto che l’autorità
locale musulmana si decise alla fine ad intervenire e spossessò i francescani
della custodia del luogo. Martino V, venuto a conoscenza del fatto, per
rappresaglia, emanò il 9 marzo 1427 una bolla con cui vietò alle maggiori città
marinare d’Italia di imbarcare nelle loro galee qualsiasi ebreo diretto in
Palestina, pena la scomunica al capitano della nave. La regina Giovanna II di
Napoli aggiunse al divieto una ammenda particolare di un terzo di ducato per
ogni ebreo del suo regno; la somma raccolta fu versata ai francescani come
indennizzo. Poco dopo, incidente e conseguenze potevano dirsi sedati per effetto
di un accordo intervenuto fra francescani e musulmani; forse, questa
rappacificazione fu anche la causa della nuova bolla protettiva a favore degli
ebrei emanata il 15 febbraio 1429 da Martino V. Ma le divergenze risorsero
acute nel 1468 quando gli ebrei di Gerusalemme tentarono di nuovo di rendersi
padroni di quello e di altri luoghi santi esistenti nella città 46.
Anche il pontificato del successore Eugenio IV si aprí sotto segni propizi.
L’anno dopo la sua elezione, nel 1432, egli confermava i precedenti privilegi
agli ebrei di Lombardia, delle Marche e della Sardegna e, trascorso un altro
anno, faceva pervenire anche agli ebrei di Germania le sue disposizioni
rassicuranti. In questi primi atti si palesa la volontà del papa di opporsi con
energia agli eccessi di una folla mossa dalla dilagante campagna di vilipendio
che i predicatori francescani svolgevano contro gli ebrei. In essi infatti si ritrova
il divieto di imporre la conversione con la forza, di lanciare pietre contro gli
ebrei nelle loro sinagoghe, di percuoterli o di ucciderli per strada, di profanare i
loro cimiteri o di asportarne i cadaveri, presumibilmente per sottoporli ad
autopsia. Poco dopo, con una bolla del febbraio del 1435, il papa alzava ancora
una volta la voce contro le prediche infiammatrici dei frati minori, mentre due
anni prima, per manifestare la continuità della sua politica con quella dei suoi
predecessori, aveva confermato a suo medico personale Elia da Fermo, che da
lungo tempo fungeva da archiatra pontificio. Ma in questo stesso tempo Eugenio
IV, in via di abbandonare Roma per un decennio – di fronte ad un’aspra contesa
con il Concilio di Basilea e alle richieste che gli pervenivano da piú parti perché
fosse piú energico nell’estirpare tutte le eresie sia interne sia esterne, e di fronte
alla necessità di propiziarsi i cardinali spagnoli –, fu portato, da tutte queste
ragioni politiche ben piú pressanti, a capovolgere completamente il corso della
sua condotta. E l’8 agosto 1442 egli fece pervenire ai vescovi di Castiglia e di
León una delle bolle piú crudeli che siano state emesse contro gli ebrei. La
grande maggioranza dei privilegi di cui avevano goduto fino ad allora veniva
abrogata: era loro vietato di prendere dimora in una nuova città, di coabitare in
una stessa casa con i cristiani, di costruire nuove sinagoghe, di far funzionare
tribunali rabbinici; erano inoltre interdetti agli ebrei ogni attività artigianale
salvo espressa autorizzazione del principe, l’esercizio della medicina presso i
cristiani, e quello del prestito ed in generale qualsiasi officio pubblico. Colpiti
profondamente nel campo sociale ed in quello economico, gli ebrei non furono
risparmiati neanche in quello della loro religione; infatti, fu loro permesso di
studiare soltanto la Bibbia, escludendo quindi tutta la massa degli scritti
postbiblici. L’efficacia della bolla fu immediatamente estesa anche all’Italia.
In questi frangenti tutte le comunità italiane, dal Nord al Sud, inviarono i loro
rappresentanti a due congressi che si tennero nel 1442 a Tivoli e nel 1443 a
Ravenna, per decidere come far valere il mai superato sistema di offrire una
grossa somma per ottenere l’abolizione o per lo meno la mitigazione della bolla.
Anche questa volta si sperava in un successo, tanto piú che colui a cui spettava
l’ultima decisione era rientrato da pochissimi mesi a Roma, saldo sul suo trono
pontificale e forse non dimentico dei suoi sentimenti di un tempo verso gli ebrei.
Infatti il donativo, di cui ci è ignoto l’ammontare, ebbe il suo pieno effetto con il
ristabilimento di tutti i vecchi diritti. Oltre a ciò nel dicembre del 1443 la Curia
vaticana e le varie comunità giunsero ad un accordo, per cui l’antica decima
pagata dagli ebrei di tutta Italia veniva consolidata nella somma ben piú
ragguardevole di 1130 fiorini da versarsi ogni anno alla Camera Apostolica. La
comunità di Roma, soltanto una delle firmatarie dell’accordo ma la piú
direttamente chiamata in causa, dovette poco dopo mandare in giro per l’Italia
un suo rappresentante, nella persona del noto medico e poeta Mosè da Rieti, per
indurre anche le altre consorelle a rimborsarla regolarmente per la quota di
ciascheduna; ma con esito tutt’altro che soddisfacente 47.
Anche se momentaneamente stornato, il pericolo che si annidava nella bolla
di Eugenio IV rimaneva sempre potenziale. D’ora in poi, ogni nuovo papa, nel
fare agli inizi del suo pontificato la dichiarazione di prammatica sulla sua
politica verso gli ebrei, aveva due esempi opposti e ben precisi a cui riferirsi: da
una parte la bolla indulgente di Martino V del 1419, e dall’altra quella repressiva
di Eugenio IV del 1442. Oltre a ciò, era sempre possibile che uno stesso papa,
nel corso del suo pontificato, stimasse opportuno di passare da uno all’altro polo.
Pur tra continue oscillazioni, si può dire che lo spirito della prima bolla ebbe il
sopravvento per tutto il Quattrocento e per metà del Cinquecento; quello della
seconda, da questa epoca in poi. Se tale fu l’ordinamento ufficiale della Chiesa
specialmente nei riguardi degli ebrei italiani, i singoli reggitori di stati, pur con il
rispetto alle superiori esortazioni, non di rado si lasciarono andare ad
atteggiamenti personali. Come sotto Eugenio IV vari ebrei romani preferirono
trasferirsi a Mantova sotto il tranquillo marchesato di Gianfrancesco Gonzaga,
cosí sotto Niccolò V altri si rivolsero sotto quello altrettanto accogliente di
Leonello d’Este.
Niccolò V, illuminato e fermo nei suoi rapporti con la cultura, ma conciliante
fino a divenire arrendevole in politica, fu un primo esempio di questa politica
oscillante. Iniziò il suo pontificato con tratti che facevano presagire benevolenza
verso gli ebrei. Pochi mesi dopo però, nel 1447, sotto l’influenza di Giovanni da
Capistrano (che aveva offerto al papa una piccola flotta su cui imbarcare tutti gli
ebrei dei suoi stati, per trasferirli in qualche terra lontana), il papa riesumava la
bolla di Eugenio IV, ed in piú vi aggiungeva, il 23 giugno, il divieto di prestare
ad interesse e di esigere gl’interessi già maturati. Questa disposizione significava
poco meno che sobillare i ceti piú miserabili contro gli ebrei; ed infatti il
popolino romano prese subito ad attaccare a sassate il quartiere ebraico. Il
tumulto divampò di colpo per tutta l’Italia. La comunità di Recanati fece
pressioni su quella di Ancona affinché fosse convocato al piú presto un
congresso di rappresentanti degli ebrei di ogni città per esaminare la nuova
situazione. Poi, altrettanto rapidamente, tutto si spense o parve spegnersi.
Rimaneva però Giovanni da Capistrano che, nel giubileo del 1450, volle offrire
uno svago non nuovo ma sempre attraente ai pellegrini che accorrevano a Roma:
una pubblica disputa religiosa con la partecipazione di un non ben identificabile
ebreo di nome Gamliele. La disputa terminò, come sempre, con la confessata
sconfitta di costui, e con il solenne battesimo suo e di altri quaranta ebrei 48.
Il pontificato di Callisto III si aprí nel 1455 con un curioso incidente. La folla
romana, durante il corteo per la incoronazione, si accalcò paurosamente intorno
alla persona del papa, per impadronirsi del sontuoso rotolo della Legge che la
comunità ebraica doveva offrirgli. E siccome l’incidente ebbe a ripetersi in altre
occasioni consimili, a partire dal 1484 fu consentito ai maggiorenti ebrei di
spostare l’omaggio al neo papa dentro il piú protetto Castel Sant’Angelo. Di
assai maggior rilievo fu la riesumazione fatta il 28 maggio 1456 da parte di
Callisto III, spagnolo di nascita e quindi di radicate convinzioni antiebraiche,
delle disposizioni di Eugenio IV. Inoltre il papa, sollecitato dal suo grandioso
progetto di ricacciare i turchi dal centro d’Europa e di ritogliere loro
Costantinopoli, tentò di mobilitare a tale scopo anche le risorse degli ebrei di
Spagna e d’Italia. A questo fine impose loro una nuova vigesima la quale,
secondo la espressione letterale del nome, doveva essere prelevata sulla base del
cinque per cento annuo dei loro redditi. I due anni che rimasero ancora di vita al
papa e la freddezza degli stati cristiani verso la crociata, fecero sí che queste
nuove disposizioni non ebbero una drastica applicazione 49.
Lo stesso assillo per la preparazione della crociata antiturca e le stesse
disillusioni nella pratica attuazione, furono quelle che oscurarono un vasto
lembo dell’orizzonte politico del successore Pio II (1458-64). Anch’egli credette
di dover fare ricorso agli ebrei di tutta Italia, chiedendo loro un contributo
annuale; ma, con lui, esso non fu piú commisurato al cinque per cento sui
redditi, bensí al cinque per cento sui patrimoni. Prima che dagli ebrei, la
resistenza gli venne però dai vari governi che avrebbero dovuto esigere il
contributo. Il duca di Milano gli fece sapere che i suoi ebrei non erano in grado
di fronteggiare né la nuova imposta né qualsiasi altra, mentre la signoria di
Venezia scaltramente promise che l’avrebbe applicata subito dopo aver avuto la
certezza della realizzazione della crociata. Ed infatti, non avendo questa varcato
il porto prestabilito di Ancona, l’imposta sul patrimonio ebraico non ebbe corso.
Il pontificato di Pio II – al secolo Enea Silvio Piccolomini, il celebrato scrittore,
il grande protettore di artisti e letterati, e, nell’ultimo tratto della sua vita, colui
che ispirò al pacato, quasi distaccato spirito dell’umanesimo ogni atto della sua
suprema carica – non può essere però riassunto soltanto in questo suo particolare
atteggiamento verso gli ebrei. Perché in realtà egli fu nobile verso di loro come
verso tutti coloro che vennero a contatto con lui: di una nobiltà che non si
esplicò in solenni dichiarazioni scritte, ma in un tacito, largo, anche se
costantemente controllato «lasciar fare». Similmente il successore Paolo II, mite
nel fondo verso gli ebrei, non può essere giudicato da una sola sua iniziativa,
anche se è forse la piú importante fra quelle da lui prese verso gli ebrei, e se ebbe
conseguenze lontane del tutto difformi dalle intenzioni dell’ideatore. In
occasione del carnevale del 1466, Paolo II istituiva a Roma varie «corse dei
palii», una delle quali era destinata ad essere fatta dagli ebrei. Come da uno
spettacolo allegro e concorde fra tutti quelli che vi partecipavano e vi
assistevano, si finisse per passare, nel corso del tempo, a una delle esibizioni piú
degradanti per gli ebrei, ricorderemo in altro luogo 50.
Tipico esempio di un atteggiamento ondeggiante fu anche quello di Sisto IV,
che fu animatore di una serie di iniziative nei riguardi degli ebrei, l’una
scarsamente compatibile con l’altra: specchio di quanto avveniva nel suo
imperio papale, dove la sua bellicosità ed i suoi favoritismi si conciliavano poco
con il suo gesto pacifico di patrocinatore di splendide opere pubbliche e d’arte.
Cosí, quando nel 1475 la terribile accusa di un omicidio rituale nella persona del
piccolo Simone da Trento venne a squassare tutta la compagine dell’ebraismo
italiano, il papa prese posizione contro l’infatuazione collettiva, scagionando gli
ebrei dal misfatto e proibendo che alla piccola vittima fossero tributati onori da
santo; ma tre anni dopo, egli capovolgeva quasi completamente il suo contegno.
Assai piú conturbante fu la sua condotta nei riguardi degli ebrei spagnoli. Nel
novembre del 1478 Sisto IV dava il suo assenso alle richieste fattegli dai sovrani
Ferdinando ed Isabella, di poter nominare nel loro regno degli inquisitori per
giudicare in materia di fede; due anni dopo, l’Inquisizione iniziava la sua opera
in Spagna. Vedremo piú diffusamente nelle pagine successive che coloro di cui
doveva essere investigata in prima linea la sincerità religiosa erano quei
numerosi ebrei fattisi cristiani sotto l’assillo delle persecuzioni: i cosiddetti
neocristiani o marrani. Nel gennaio del 1482 e nell’agosto del 1483 il papa,
convintosi che i tribunali dell’Inquisizione avevano cominciato a mandare al
rogo schiere di marrani «non per zelo verso la fede o la salvezza dell’anima, ma
per cupidigia di lucro», invitava la stessa coppia reale a intervenire con consigli
di mitezza. Pochissimi mesi dopo invece, nell’ottobre del 1483, il suo benestare
alla nomina a inquisitore generale di Spagna, di un uomo, cosí fanatico come
Tommaso di Torquemada, conferiva nuovo slancio e intransigenza
all’Inquisizione. D’altra parte, quando nello stesso 1483 i primi nuclei di marrani
che abbandonavano la Spagna cominciarono a penetrare per tutta Italia compresi
gli Stati pontifici, Sisto IV non fece la menoma opposizione al loro ingresso,
dimostrando quasi una resipiscenza di fronte alla tragedia che aveva cosí
potentemente contribuito a scatenare. Ed ebrei spagnoli, dichiarati o camuffati,
seguitarono ad introdursi in Italia anche sotto il pontificato del mite Innocenzo
VIII. Di quel papa la cui esistenza si concludeva nel 1492: un anno che, se può
dar luogo a pareri diversi se segni o meno il passaggio fra due epoche storiche,
indica invece, senza possibilità di contestazione, una svolta bruschissima nella
storia ebraica e, in particolare, l’inizio di una sua nuova fase 51.
In sede di riepilogo su questa ulteriore analisi dei rapporti fra Chiesa ed ebrei,
è opportuno aggiungere alcune osservazioni generali che servano da sfondo sia a
quanto siamo venuti dicendo finora, sia a quanto diremo nelle prossime pagine.
È esatto e da deprecare che non esista alcuna cronaca ebraica del tempo che ci
offra un quadro genuino della vita intima della comunità ebraica di Roma
durante la seconda metà del Quattrocento. Oltre ai pochi ricordi già riferiti, se ne
conserva soltanto qualcun altro isolato, su cui torneremo quando dovremo
tratteggiare particolari della vita della giudecca romana. Con tutto ciò, per Roma
e per le altre città del Nord – in cui circolava un’atmosfera molto piú stagnante –
è possibile raffigurarsi con una certa approssimazione quel che la mancanza di
cronache ci tace. Siamo nel periodo di piena ascesa del Rinascimento: un
periodo in cui la Chiesa cattolica era assorbita soprattutto da questioni terrene, di
politica, di guerre e di denaro, e non altrettanto dall’affermazione dei suoi
supremi principî dottrinali e spirituali. Ora, là dove politica e denaro, e cioè
patteggiamenti, avevano il sopravvento sulla rigidità dei principî, gli ebrei
avevano migliori prospettive di un regime ad essi favorevole.
Contemporaneamente, era anche un periodo in cui papi, cardinali e signori
coltivavano con devozione eccessiva il magnifico nella cultura e nell’arte e lo
sfarzo nella vita quotidiana, senza darsi troppa cura se l’esaltazione delle
manifestazioni intellettuali e lo splendore di quelle materiali a cui si dedicavano
portavano con sé la disintegrazione dei valori morali. Era infine un periodo in
cui, scendendo di ceto in ceto, tutto il popolo, senza eccezioni, partecipava
secondo le proprie capacità ed i propri mezzi a questo rigoglio di vita dalle luci
sfavillanti e dalle ombre traditrici. Ora, un simile stato di euforia collettiva,
specialmente nel campo materiale, per poter sussistere a lungo richiedeva che
tutti fossero posti in grado di parteciparvi. Lo scontento di una sola classe di
cittadini poteva bastare a produrre, in un termine di tempo non lungo, per un
gioco di azioni e reazioni, lo svanire di questa euforia.
Gli ebrei dell’Italia centrale e settentrionale godettero in pieno di questo
diffuso, temperato e gaudente clima del Rinascimento. Essi ne subirono gran
parte delle influenze trasformatrici, tanto che – nei limiti in cui l’appellativo di
«italiano del Rinascimento» può definire una figura abbastanza ben delineata di
individuo con tutti i suoi molteplici interessi e disinteressi – si può parlare anche
di un «ebreo italiano del Rinascimento». Costui travasava le medesime
particolarità degli individui del suo tempo nella propria vita tradizionale, dando
origine ad un tipo alquanto peculiare di ebreo, i cui tratti distintivi risulteranno
caratterizzati ancora meglio appresso. D’altro canto occorre mettere in rilievo
che se è vero che abbiamo ricordato varie bolle pontificie le quali, stando al puro
significato letterale, potevano considerarsi di grave pregiudizio per gli ebrei, e
fra poco ricorderemo editti simili emanati da altri signori, è anche vero che – in
nessun altro periodo fuor che in quello indulgente e raffinato del Rinascimento –
la politica dei singoli governi italiani, e per primo di quello papale, fu di
smussare nella pratica attuazione le maggiori asprezze di tali bolle e di tali editti
e di contenere ogni pubblica manifestazione di intolleranza contro gli ebrei. Un
simile atteggiamento di massima è da tenere particolarmente presente ora che
illustreremo la campagna intrapresa da un particolare ordine religioso il quale,
condannando tutto quello che, secondo il suo convincimento, andava tralignando
capi e popolo, si assunse il compito di porre dinanzi alle coscienze quello che
considerava fosse una colpa mantenere nelle tenebre.

9. La campagna antifeneratizia dei frati minori.

La predicazione antiebraica era un fenomeno crudele, noto e patito dagli ebrei


di ogni paese fin da quando i cristiani avevano avuto il sopravvento nella lotta
per il primato religioso. Sul principio, cause di questa piaga erano stati degli
individui singoli, mossi da irrefrenabile animosità contro gli ebrei e talvolta dal
desiderio di persuaderli alla conversione. A partire dal Duecento, quando i frati
domenicani fecero propria la consuetudine delle pubbliche diatribe antiebraiche
e le considerarono una delle manifestazioni principali della loro propaganda
religiosa, la piaga apertasi sul corpo degli ebrei si diffuse e divenne ancor piú
dolorosa. Essa assunse i caratteri di una grave e profonda lacerazione, quando vi
aggiunsero la loro opera i frati minori.
Questi frati della «regolare osservanza» costituivano un ramoscello spiccatosi
nel 1368 dal tronco francescano, con l’aspirazione di ricondurre tutto l’ordine
alla scrupolosa osservanza dei precetti di povertà e di purità predicati da
Francesco d’Assisi. Cresciuto dapprima stento, divenne un solido ramo quando,
nei primi del Quattrocento, cominciò a circolarvi una linfa piú vitale. Dopo di
allora, il distacco dei minori osservanti dal tronco originario si andò sempre piú
accentuando, fino a che i due ordini francescani seguirono uno sviluppo del tutto
distinto. La predicazione antiebraica dei frati minori si inseriva nel grande
apostolato di purificazione intrapreso nel primo Quattrocento per detergere, sia
la Chiesa sia l’Italia, da quelle insidiose correnti di paganesimo ideologico e di
rilassatezza nei costumi, da cui l’una e l’altra vennero a trovarsi pervase fin dal
Rinascimento. Banditori ed esecutori di questo apostolato furono appunto i due
ordini dei francescani e dei domenicani, in emulazione e talvolta in contrasto fra
loro.
Per quanto riguarda il problema ebraico, l’atteggiamento dei minori
osservanti era conseguenza della posizione da essi tenuta sulla scena della vita
italiana. L’opera di questi frati rifuggiva dall’esternarsi sul suo proscenio, dove
agivano la classe nobile e la media, e un po’ in penombra anche gli ebrei; essa
preferiva invece mantenersi discreta e indistinta fra le grandi masse di sfondo. In
mezzo ad esse, i frati minori udirono il popolo che si lamentava della propria
miseria e ne attribuiva la causa a chi gli forniva sovente denaro a prestito,
piuttosto che a chi glielo toglieva con imposte e decime; lo udirono fantasticare
intorno a tenebrose fortune accumulate dagli ebrei; lo udirono mormorare che
queste ricchezze ebraiche andavano pian piano irretendo i governanti, fino ad
influire su qualcuna delle loro azioni. Udirono e forse non credettero
completamente; ma quello di cui si convinsero fu che il disagio economico del
popolo italiano fra il Trecento e il Quattrocento era una realtà bruciante, che
rimaneva nascosta sotto il manto illusivo della esistenza agiata delle classi
superiori, e che invece occorreva curare ad ogni costo. Se poi il popolo era
portato ad attribuire una delle cause non minori del suo male all’agente con cui
aveva piú diretti contatti – e cioè all’ebreo –, meglio era confermarlo nella sua
convinzione. È fra il primo e il secondo decennio del Quattrocento che la
crociata antiebraica dei frati minori prese il suo primo aire. Suo argomento
principale non era quello religioso, dell’ebreo da considerarsi indegno in quanto
negatore dell’avvento del Messia e degli insegnamenti di lui, ma uno
strettamente sociale, dell’ebreo da eliminarsi in quanto sostegno di un regime di
angherie economiche che piagavano il popolo.
I motivi di questa lotta trovarono per primo in Bernardino da Siena un
abilissimo interprete e un fascinoso propugnatore. Nei quarant’anni (a partire dal
1405) che durò il ciclo della sua predicazione, nelle piazze e sui pulpiti,
dovunque Bernardino fu ricercato dalle folle per gli accenti di rigida morale, di
ultraterrena giustizia e di rivendicazione dei torti che echeggiavano nelle sue
parole, e dovunque fu riverito dalle autorità per il suo ascetico consacrarsi a pro
del bene pubblico e privato. Questa sua azione subí però giudizi alterni da parte
della Chiesa, la quale per due volte lo denunciò da vivo come eretico, mentre
pochissimi anni dopo la morte lo proclamò santo. In ogni sermone di Bernardino
da Siena l’argomento delle usure occupava il punto centrale: ma piú che in sé e
per sé, in quanto fomite di piú gravi malanni. Infatti secondo lui, non tanto il
deterioramento economico quanto lo scadimento della morale e il rilassamento
delle virtú civiche erano una conseguenza diretta del cancro dell’usura; cancro
che era opera santa estirpare a fondo e senza pietà, ovunque si fosse manifestato.
Usura, per Bernardino da Siena, era qualsiasi compenso richiesto sul capitale
prestato, non importa a qual titolo ed in quale misura. Chiunque avesse percepito
un compenso anche minimo sul denaro dato a mutuo, doveva considerarsi
nemico del popolo; chiunque avesse tollerato o peggio favorito questa pratica,
doveva essere votato alla scomunica. Gli ebrei erano perciò i nemici del popolo;
i reggitori delle città che li ammettevano, quelli da scomunicare.
Intorno a Bernardino, si raccolse presto tutto uno stuolo di discepoli intenti a
propagare l’insegnamento e l’esempio di lui: Barnaba da Terni, Giacomo della
Marca, conosciuto anche come Jacopo da Monteprandone, Roberto da Lecce,
Michele da Milano, Bernardino da Feltre sono i piú noti. Va osservato però che
Bernardino da Siena, morendo nel 1444, non lasciò dietro di sé, una eredità di
opere che fruttasse immediato ristoro al popolo che egli intendeva cosí
appassionatamente soccorrere; piuttosto, lasciò un legato di risentimenti, che
fruttò duri travagli agli ebrei italiani. L’eccezionale merito di questo frate fu
quello di avere imposto nel primo piano della coscienza pubblica il problema
della povertà delle masse, e merito suo fu anche quello di aver propugnata la
necessità di nuove forme di assistenza economica a favore di queste masse; ma
quello in cui non riuscí, fu nel suggerirne una in concreto. Il superiore afflato
religioso e sociale che gli aveva fatto vincere la difficile battaglia nel campo dei
principî, poteva sí servire di ispirazione per una nuova forma di opera di
beneficenza, ma non poteva essere travasato nelle tavole statutarie di un
organismo finanziario. E questo fu infatti il vizio che stette all’origine dei primi
istituti creati dai suoi discepoli come applicazione dell’insegnamento del
maestro: i Monti di Pietà.
La fondazione dei primi Monti di Pietà da parte dei frati minori dopo la prima
metà del Quattrocento, seguí una prassi costante. Nella città prescelta, di fronte a
un uditorio il piú vasto possibile, venivano tenute delle prediche nelle quali i
frati eccitavano le emozioni popolari affermando che tutti i mali che in quel
momento angustiavano la città erano conseguenza dell’ira divina per il persistere
dell’usura ebraica; per placare quella, occorreva debellare questa. Seguivano
solenni processioni propiziatorie, dopo di che venivano riunite alcune persone
benestanti e timorate, e persuase a costituirsi in una nuova congrega filantropica.
Costoro assumevano l’obbligo di versare in una cassa comune una cospicua
oblazione in denaro a fondo perduto, nihil inde sperantes se non il personale
compiacimento per aver compiuto un atto nel piú puro spirito evangelico, oltre al
conseguimento di alcuni benefici di carattere religioso, quale la indulgenza
plenaria per ogni peccato commesso. L’insieme di queste donazioni costituiva il
primo capitale di esercizio del Monte di Pietà.
Ma è nella utilizzazione di questo capitale che si rivela il carattere di pura
beneficenza di questo nuovo istituto. Secondo il costume piú diffuso, il capitale
doveva essere utilizzato frazionandolo in piccolissimi mutui, ognuno del valore
massimo di qualche ducato o di qualche scudo; il mutuo poteva essere concesso
soltanto ai residenti stabili della città e non ai forestieri, ed era condizionato a
una dichiarazione di povertà; al beneficiario non incombeva altro obbligo
all’infuori di quello della restituzione pura e semplice di quanto ricevuto, senza
aggiunta di un sovrappiú per interessi o per accessori. Il prestito aveva la durata
di sei mesi; trascorsi senza restituzione, il pegno veniva venduto ai pubblici
incanti, e l’eccedenza rimessa all’impegnante. Quanto alla amministrazione del
Monte, essa doveva effettuarsi per mezzo di gratuite prestazioni da parte dei soci
fondatori.
Abilmente sventolando questa piú che ardita innovazione, i frati
dell’osservanza predicarono, trattarono, agirono; ed ottennero. Non poche erano
in ogni città le persone di mente e di cuore convinte che il problema
dell’indigenza andasse affrontato con metodi completamente nuovi; sollecitando
queste, ed affiancando a loro altre persone munite di denaro, attraverso la lusinga
di particolari assoluzioni, non fu difficile ai frati minori di mobilitare uomini e
capitali. L’Umbria, culla del francescanesimo, fu il primo e il piú ferace campo
di azione. Nel 1462 fu fondato a Perugia il primo Monte di Pietà, dopo le
prediche tenutevi da Barnaba da Terni, o, secondo altri, per l’intervento attivo di
fra Michele da Milano o di fra Jacopo da Monteprandone; quindi, nel 1463 a
Gubbio, nel 1464 a Orvieto, nel 1465 a Foligno, nel 1467 a Terni, nel 1468 ad
Assisi. Dopo di ciò, attraverso le Marche e la Toscana, i Monti di Pietà si
estesero rapidamente ovunque, fino a che, sul finire del Quattrocento e nei primi
del Cinquecento, giunsero ad essere numerosi in tutta Italia. Massimo fra tutti i
promotori fu Bernardino da Feltre, che diffuse l’idea principalmente nella
Lombardia, nell’Emilia e nel Veneto, e alla cui iniziativa è stata attribuita la
fondazione, o il riconsolidamento, di ben ventidue Monti di Pietà nel breve giro
di nove anni fra il 1484 e il 1492.
Una diffusione cosí rapida dei Monti di Pietà non fu però collegata con una
altrettanto rapida prosperità, perché all’inverso la crisi che questi Monti
dovettero superare, nel loro primo stadio di esistenza a base di pura beneficenza,
fu gravissima. Quando accanto al nome di ognuno si legge – come spesso
avviene – la dicitura: Monte di seconda, o terza, o quarta erezione, questo sta a
significare che uno o due o tre Monti di Pietà erano stati precedentemente creati
in quella città ed erano poi andati in rovina; e che ogni volta era stato lo zelo dei
frati minori ad accumulare, sulla polvere dell’uno, nuovo materiale di
costruzione per un successivo. Del resto, sarebbe azzardato affermare che in
questo primo stadio i Monti di Pietà esercitassero una funzione che comunque
potesse dirsi creditizia. Un’operazione di credito in tanto è tale in quanto, in via
principale, ricostituisce a scadenza nel concedente il denaro prestato; in via
secondaria, poi, deve offrirgli una giunta quale copertura per le spese, quale
assicurazione contro i rischi e quale utile per la prestazione. Quando invece tutti
questi ultimi compensi non esistono, e per di piú la stessa restituzione del
capitale è malcerta, perché si tratta di denaro dato per alleviare una miseria
radicata e non per superare un momentaneo disagio, un ente siffatto svolge in
realtà soltanto un’opera di caritatevole erogazione.
È chiaro che in questa prima fase la coesistenza dei Monti di Pietà e dei
prestatori ebrei non solo era possibile, ma necessaria. Il denaro del Monte era
indubbiamente assai piú ricercato, perché gratuito; ma era limitato come
quantità, e condannato ad esaurirsi rapidamente, perché aveva scarse garanzie di
ricupero. Esso poteva sopperire solo ai bisogni piú urgenti di coloro la cui
povertà era cronica. Invece il denaro ebraico seguitava a dover essere
remunerato a ragion veduta, per quanto valeva; in compenso era largo, era agile.
Esso non poteva essere assegnato a scopi puramente consuntivi, perché era
costoso; doveva essere solo usato per lavori produttivi, che nel loro svolgimento
lasciavano un margine di profitto al capitale impiegatovi. Sotto questo aspetto si
può dire che il denaro degli ebrei avesse un potere stimolante, quasi una
«moralità» maggiore del denaro proveniente dai Monti.
Nel complesso, sino alla fine del Quattrocento, la violenta crociata
antifeneratizia condotta dai frati minori non fece retrocedere di molto le
posizioni tenute dai prestatori ebrei nel campo creditizio. Torrenti di contumelie
furono riversati contro l’usura ebraica, un’atmosfera di risentimento fu
mantenuta in mezzo al popolo contro i prestatori ebrei; ma nel complesso questo
non portò a risultati fatali. Come vedremo piú particolarmente ora che
prenderemo in esame la situazione degli ebrei italiani al di fuori degli Stati
pontifici, varie condotte di prestito furono revocate, e, di queste, parecchie
ripristinate; si verificarono in alcune città espulsioni di tutto il nucleo ebraico
fomentate dalla predicazione dei frati, ma col tempo quasi tutte furono revocate
per la reazione del popolo deluso; soprattutto si ebbe una tendenza nei prestatori
e nei privati ebrei a lasciare la città, o per lo meno a restringervi il proprio giro di
affari, per portarlo nei paeselli del contado, dove arrivava piú smorzata la
passione rinnovatrice dei frati.
Occorre infine sottolineare che, con la costituzione dei Monti, un certo
scontento si manifestò anche in mezzo al popolo, il quale non si rendeva conto di
come si potesse arrivare a risollevarlo dalla sua strematezza economica, una
volta che si volevano eliminate e poi non venivano sostituite validamente quelle
forme di soccorso pecuniario a cui si era rivolto finora. Dal canto suo la Chiesa
ufficiale, sensibile al fatto che nel suo stadio iniziale l’opera dei frati minori era
stata piú recisa nel predicare la distruzione che non efficace nel ricostruire, per
un certo tempo si mostrò riluttante ad avallarne i postulati. Ed infatti fu soltanto
dopo la bolla di Leone X del 1515, la quale rimosse il divieto di percepire
interessi a favore dei Monti di Pietà, che questi furono in grado di dare alla
propria attività tutt’altro abbrivo 52.

10. Gli ebrei in Sicilia.

La Sicilia – dopo il breve insediamento della monarchia angioina nelle terre


al di qua e al di là del Faro ed il contemporaneo passaggio dell’epicentro politico
ed amministrativo dall’isola alla terraferma, e della capitale da Palermo a Napoli
– la Sicilia, dicevamo, nel 1282 era insorta con la rivolta del Vespro, liberandosi
dalla signoria angioina e distaccandosi definitivamente dal Napoletano.
Vent’anni dopo, l’isola aveva un suo nuovo regno indipendente: quello di
Trinacria, affidato ad un principe di casa d’Aragona. Durerà cent’anni giusti,
fino al 1402; ma è un secolo in cui la Sicilia, squassata fra la debolezza dei
dinasti aragonesi, le mire di dominio dei potentati stranieri e gli scontri dei
baroni locali, ne uscirà ridotta in uno stato ben misero se confrontato sia a quello
di cui aveva goduto in epoca precedente, sia a quello di cui godevano al presente
gli altri stati italiani. Nel 1402 il suo regno fu poi trasformato in viceregno, pur
mantenendosi sotto la medesima dinastia. Da questo punto la soggezione
dell’isola a dei re lontani ed assolutisti, di Aragona prima e di Spagna dopo, e a
dei vicerè, prossimi ma per lo piú pomposi e non particolarmente capaci, se
valse ad attutire le beghe interne fra i baroni, gravò a tal punto sulle iniziative e
le autonomie locali, che la Sicilia resterà sempre piú infeudata alla potestà
spagnola. Non è possibile affermare esplicitamente che la collettività ebraica non
rimanesse toccata da questa situazione generale; ma è anche vero che per un
lungo periodo essa non ebbe a patire della decadenza generale nella stessa
misura del resto della popolazione dell’isola. Quando invece, dopo la metà del
Quattrocento, il vassallaggio verso la Spagna avrà raggiunto le sue punte
massime, la tragedia divamperà sulle sorti degli ebrei siciliani travolgendoli in
una immane catastrofe.
I primi provvedimenti della nuova dinastia non possono affatto considerarsi
sovvertitori dell’ordine precedente. Nel 1310 Federico II d’Aragona, re di
Sicilia, emanava da Messina una serie di disposizioni concernenti gli ebrei – ed
in parte i saraceni – sul tipo di quelle che la Chiesa era solita, in Italia, piú spesso
proclamare che non far rispettare. E per quel tanto che si intravvede, anche nella
Sicilia aragonese, le leggi verso gli ebrei furono piú aspre nella formulazione che
non nella esecuzione. Agli ebrei era fatto divieto di acquistare e di possedere
schiavi cristiani, rimanendo però loro espressamente consentito servirsi di quelli
mori; era proibito di esercitare qualsiasi ufficio pubblico, di prestare opera di
medici a pro dei cristiani, di vendere medicine, e comunque di mostrare
familiarità con i cristiani. Circa questo gruppo di norme, la tolleranza dovette
essere abbastanza larga, tanto piú che non tarderemo molto ad illustrare che
proprio la corte aragonese di Sicilia era quella che dava l’esempio contrario,
lasciando che medici ebrei la frequentassero, vi fossero onorati e non poche
volte fossero dichiarati «familiari» di casa reale: esattamente come avveniva in
Vaticano 53.
È dubbio invece se fosse di ispirazione aragonese, ovvero del governo
precedente, l’obbligo imposto ad un tratto agli ebrei di Palermo – e
presumibilmente anche a quelli di altre città – di andare ad abitare tutti in uno
speciale quartiere posto fuori dalle mura della città. Si trattava di un vero e
proprio ghetto ante luterani, e che rimarrà per lunghissimo tempo l’unico ad
esser collocato alla periferia. Ma anche questo primo tentativo incontrò
evidentemente cosí scarsa determinazione nell’attuario da parte del governo, e
tale determinata opposizione da parte ebraica, che nel 1312 la località prescelta
era già stata completamente abbandonata dagli ebrei, e i cristiani di Palermo
erano stati addirittura invitati a rioccuparla. Invece il contrassegno sui vestiti –
che Federico II di Svevia aveva introdotto nel 1221, ma che qualche decennio
dopo era stato lasciato cadere in disuso, e che ugual sorte aveva avuto agli inizi
del Trecento sotto l’omonimo Federico II d’Aragona – fu ripristinato con
maggiore severità nel 1366, tanto che, dopo di allora, gli ebrei non riuscirono piú
ad ottenere esenzioni o deroghe collettive: come del resto i saraceni che, in
Sicilia, erano bollati con analogo marchio esterno, soltanto di forma e colore
differenti. Per gli ebrei, questo contrassegno consisteva in un cerchio di color
rosso, della misura di un sigillo regio di prima grandezza; gli uomini lo
dovevano portare sugli abiti, un palmo piú in basso della barba, e le donne sulla
manica destra, all’altezza del gomito. Gli ebrei di Palermo godevano invece del
privilegio di applicarlo piú piccolo, e precisamente della misura di un carlino. A
partire poi dal 1366 fu istituito uno speciale magistrato, scelto tra i frati minori, il
quale era preposto all’osservanza del segno: fu chiamato prima «custode» e dopo
«revisore della rotella». Lo stesso ufficio curava anche la sorveglianza sulle
sinagoghe, per impedire che ne venissero costruite nuove, od ampliate se
vecchie. Con tutto ciò, la concessione di deroghe non era del tutto esclusa: poco
prima, nel 1360, gli ebrei di Castrogiovanni avevano ottenuto il trasferimento
della loro meschita da fuori e dentro le mura; nel 1374 quelli di Marsala ebbero
il permesso di ingrandire la loro, e nel 1431, a Nicosia, fu eretta una nuova
sinagoga dentro la giudecca. Infine, nel 1467 a Palermo, ne fu costruita una
particolarmente maestosa: un grosso donativo di cinquecento once supplí
all’autorizzazione non ricevuta. Se poi, per mala sorte, la sinagoga veniva a
trovarsi troppo nelle vicinanze di un convento, i frati potevano pretenderne lo
spostamento, come ebbero a sperimentare gli ebrei di Taormina nel 1456.
Ancora per quello che riguarda la «rotella», a partire dal 1435 gli ebrei siciliani
dovettero inalberare sui loro negozi di macelleria un tondo di panno rosso, che
serviva a mettere i cristiani in guardia dal comprare carne mattata secondo il rito
ebraico. Avvertimento contro un pericolo di cui si stenta a comprendere la
consistenza, sia in senso materiale sia in senso spirituale 54.
Tra i vari fattori che procurarono a tutta la Sicilia un periodo cosí burrascoso
come è quello qui esaminato – una rete strettamente intrecciata di contrasti
interni, di influenze spagnole, di pressioni della curia e dei frati, di religiosità ed
infiammabilità della popolazione ed in generale di decadimento politico ed
economico – è difficile attribuire a uno soltanto di questi fattori un potere
determinante nelle particolari sventure che gli ebrei ebbero a patire. In ogni caso,
fino alla metà del Quattrocento ed oltre, queste sventure erano da attribuirsi
meno al governo aragonese che non alle pretese della Chiesa, che il primo si
sforzava di contenere. Nell’assieme possono considerarsi come fiammate
improvvise che presto divampavano, bruciavano dove investivano, ed altrettanto
presto si acquietavano, senza denunciare un unico, profondo focolaio. E come
tali vanno riferite ed interpretate.
È un fatto che, ancora piú che per gli ebrei del resto d’Italia, per quelli di
Sicilia il periodo dell’anno da essi atteso con maggiore trepidazione, era quello
che si concludeva con la Pasqua cristiana. Come abbiamo già detto e dovremo
ancora ripetere, in questa ricorrenza i predicatori, rievocando nei loro sermoni
quaresimali il martirio di Gesú, avevano facile argomento per riscaldare sempre
di piú la emotività delle folle in pio ascolto. Da qui, breve era il passo per
portarle all’apice della eccitazione nel drammatico venerdí santo, quando, con un
incitamento appena piú concreto, era facile spingere queste folle a riversarsi
contro coloro che erano stati denunciati nei sermoni come i discendenti dei
martirizzatori di un tempo. Quando questa spinta si faceva sentire, l’effetto era
irresistibile: nel venerdí santo del 1339, a Palermo, si verificò un gravissimo
tumulto contro gli ebrei, e qualcosa di analogo pare avvenisse nel 1373 a
Trapani. Nel 1392 poi l’aggressione contro i quartieri ebraici fu simultanea in
varie città; la giudecca di Palermo fu di nuovo assaltata, mentre una incursione
contro quella di Siracusa fu prevenuta all’ultimo momento. Ma una sorte
particolarmente tragica cadde su Monte San Giuliano, dove i facinorosi non si
accanirono sulla piccola giudecca locale solo per lanciare pietre o per
saccheggiare, ma con una pretesa molto piú perentoria: che tutti gli ebrei si
convertissero sul momento. E siccome molti si rifiutarono, furono passati
senz’altro a fil di spada 55.
Si potrebbe pensare che questi tumulti popolari avessero un collegamento con
i tremendi eccidi a cui furono soggetti nel 1391 gli ebrei spagnoli a Siviglia, a
Toledo, a Valenza e a Barcellona; e forse cosí fu. Ma quel che non risulta è che
questo collegamento passasse attraverso le sfere piú elevate, giacché la severità
con cui il re Martino e il duca di Montblanc controbatterono queste esplosioni
non fa pensare a una loro connivenza indiretta negli eccidi. D’altra parte però, il
castigo che i regnanti inflissero non fu cosí tagliente da sradicare la mala
consuetudine. A Polizzi nel 1413 e a Taormina nel 1455 il venerdí santo si
ripeterono contro gli ebrei analoghi eccessi popolari, e piú tardi il ritmo di questi
«santi» misfatti si fece sempre piú serrato. Nei numerosi documenti che
rimangono di questo periodo, si ritrovano continui ordini emanati da re e vicerè
alle autorità di polizia affinché proteggessero gli ebrei durante la settimana santa;
ma, passata la settimana, si leggono anche altrettante notizie di violazioni di tali
ordini. In particolare, nel 1399, lo stesso re Martino si adoperò per liberare gli
ebrei di Marsala dalla consuetudine di doversi recare, nel giorno di Santo
Stefano, alla chiesa di San Tommaso, per ascoltarvi delle prediche
conversionistiche. L’obbligo di assistere a simili prediche era diffuso in tutta la
Sicilia; ma a Marsala, oltre alla imposizione di portarvi in pompa un rotolo della
Toràh, gli ebrei dovevano sopportare qualcos’altro di assai peggio. All’uscita,
era norma che fossero fatti oggetto di una fitta sassaiola da parte del popolino, a
ricordo del martirio subito da santo Stefano. Fra recriminazioni e recrudescenze,
questa crudele usanza durava a Marsala ancora nel 1467 56.
Se la casa d’Aragona fu, per lo piú, solita di mettersi a fianco delle giudecche
siciliane per proteggerle, un simile atteggiamento aveva i suoi giustificati motivi.
Nei documenti che ci rimangono del periodo svevo, e poi piú insistentemente in
quelli del periodo aragonese, gli ebrei vi sono detti «servi della camera» o «della
corte regia». È una qualifica che non va intesa nel suo senso letterale, denotante
negli ebrei assoluto servilismo alla corona reale, come non va intesa alla lettera
la qualifica troppo liberale che gli ebrei si attribuivano di «membri e cittadini
nelle città e terre del regno». In realtà, la condizione giuridica degli ebrei
siciliani era quella di cittadini di secondo grado. Essi si trovavano alle dirette
dipendenze del re, il quale aveva cosí titolo per ingerirsi di tutto quanto si
riferiva loro, aveva la giustificazione per avanzare a loro direttamente richieste
di contributi ordinari e straordinari, e nello stesso tempo aveva interesse ad avere
di fronte a sé una collettività solidamente unita con cui poter trattare. Come
contropartita, gli ebrei avevano la facoltà di domandare l’intervento diretto del
sovrano per raddrizzare i torti subiti, avevano la garanzia del rispetto delle
concessioni loro fatte a compenso delle «composizioni» versate, ed infine non
erano forzati ad atti degradanti da parte dei baroni locali. Questa bilateralità di
obbligazioni, essendo stata rispettata da ambe le parti, fu quella che produsse a
favore degli ebrei siciliani un’atmosfera pacata e soddisfatta, nonostante le
turbolenze generali. Va aggiunto poi che, siccome la politica regia in Sicilia fino
a gran parte del Quattrocento fu di mostrarsi osservantissima in materia di fede,
ma nello stesso tempo di non favorire una eccessiva inframmettenza da parte
della Chiesa, anche sotto questo aspetto la dipendenza degli ebrei dal sovrano
toglieva ad essi un motivo di preoccupazione.
Eccezion fatta per quelle restrizioni ricapitolate nell’editto del 1310, la
situazione degli ebrei siciliani, nel Trecento ed oltre, seguitò ad essere
relativamente favorevole, anche se, come vedremo subito, per mantenerla tale
occorreva corrispondere uno scotto incessante. Gli ebrei avevano riconoscimento
ed autonomia come collettività; tutela in tutti i loro servizi religiosi (ovunque
potevano avere una comunità organizzata, possedere una sinagoga, un cimitero,
un bagno rituale ed un mattatoio); avevano libera scelta di attività, essendo loro
preclusa solo la via dei pubblici uffici, ma esplicitamente permessa quella
dell’esercizio del prestito; potevano liberamente stabilirsi dove volevano; non
furono mai sottoposti ad alcuna limitazione in fatto di proprietà di beni
immobili, in città o in campagna; ebbero costantemente il permesso di avere al
loro servizio servi, purché non cristiani. Non mancò infine in mezzo a loro chi
fosse prescelto per incombenze della massima delicatezza, come quel Samuel
Sala da Trapani che per due volte, nel 1403 e nel 1409, fu incaricato di trattare la
pace fra il re di Sicilia e quello di Tripoli, e nel frattempo ebbe la ventura di
riscattare con il proprio denaro il vescovo di Siracusa dalle mani dei saraceni,
che lo avevano preso come schiavo 57.
Lo scotto che gli ebrei siciliani dovevano pagare per questa lata e tepida
protezione assumeva varie forme. Quella normale era costituita dalle collette e
dai donativi che la corte esigeva da tutta la città, e che poi veniva internamente
distribuita fra popolazione cristiana e popolazione ebraica. In questa
suddivisione, era norma costante che agli ebrei venisse addossata una aliquota
maggiore di quanto non comportasse il numero dei loro capifamiglia. Tanto per
riferire qualcuno dei molti esempi che si posseggono, a Siracusa nel 1392 gli
ebrei pagavano un quarto di tutti i carichi imposti dalla Camera regia e a
Palermo, nel 1467, un settimo, mentre quivi la proporzione fra i due ceti di
popolazione era di un dodicesimo; nel 1439 a Trapani pagavano un sesto, mentre
gli ebrei affermavano di costituire soltanto un nono della cittadinanza; in
generale si può ritenere, quindi, che gli ebrei fossero chiamati a pagare da un
terzo alla metà di piú di quanto avrebbero dovuto secondo il loro numero. Ma un
corrispettivo per questa benevolenza sovrana che pesava proporzionalmente di
piú derivava dalle cosiddette «composizioni». Allorché gli ebrei di qualche città
siciliana si trovavano nella necessità di avere o la conferma scritta dei vecchi
privilegi o la concessione di nuovi da parte del sovrano, questi esigeva
preliminarmente che venissero risolte tutte quelle infrazioni, piú o meno
fantasiose, che erano state commesse dai componenti della comunità ebraica in
regime di vecchio editto. Per concedere queste periodiche remissioni di reati, il
regale assolvitore chiedeva che fossero versate nelle sue casse larghe ammende.
Tanto per citarne qualcuna, la comunità di Messina nel 1408 dovette versare
cinquanta once, nel 1467 quella di Palermo cinquecento, e nel 1475 quella di
Messina nuovamente duecento once 58.
Oltre a queste, svariate potevano essere le altre occasioni per richiedere
gravami straordinari. Nel 1415 la casa reale impose agli ebrei di Sicilia un
prestito di non meno di settecento once, di cui centoventi versate da Palermo,
centodieci da Siracusa e cento da Agrigento: indice della rispettiva importanza di
queste tre giudecche. Nel 1437 fu richiesto un altro donativo per sopperire alle
spese della guerra contro il regno di Napoli: la comunità di Palermo vi contribuí
con centocinquanta once, quella di Messina con novanta e quella di Trapani con
settanta. Nel 1433 furono dovute versare al re cento once e nel 1447 altre
seicento, tutt’e due le volte per ottenere l’abolizione dell’ufficio di dienchelèle;
un ufficio di giudice supremo che, come vedremo, voluto dal re, aveva finito per
essere aborrito dalle giudecche. Nel 1481 fu versato nelle casse regie un
donativo di duemiladuecento once, e nel 1489 le giudecche in Sicilia diedero a
Ferdinando il Cattolico altre mille once per contribuire alle spese di quella
conquista di Granata, che doveva suggellare il destino dei musulmani in Spagna,
e in conseguenza quello degli ebrei non solo in Spagna, ma anche in Sicilia e in
Sardegna 59.
Fra i tributi speciali dovuti dagli ebrei, seguitava ad essere preminente quello
della ghezia, la quale, pur essendo una imposta individuale, veniva conglobata in
una cifra unica e addossata alla comunità, che pensava poi a suddividerla fra i
suoi membri. A questo riguardo, i medici ebrei piú provetti godevano di speciali
privilegi. Essi non soltanto potevano ottenere dalla corte l’esonero dal portare la
rotella, ma anche la dispensa dal pagare questa ed altre tasse. Anzi, in casi di
particolare favore, la corte devolveva a loro personale beneficio parte della
ghezia che la giudecca era tenuta a pagare. Quasi costantemente associata alla
ghezia, si presenta anche una seconda tassa speciale detta augustale, di cui non è
però chiara l’origine. Infine un’altra gabella speciale dovuta dagli ebrei, e che
almeno per Palermo fu abolita nel 1393, era quella che si chiamava jocularia o
jugalia. Se gli ebrei, nella celebrazione dei matrimoni o nella festa per la nascita
di un figlio, desideravano un accompagnamento di musica, dovevano pagare un
tanto per ogni strumento musicale in piú. È probabile che questa tassa fosse
pagata dagli ebrei siciliani senza troppo malvolere, in quanto è nota la loro
predilezione per i chiassosi corteggi nuziali che attraversavano le vie principali
della città, con intervento di musici e di mimi e gran seguito di gente cristiana ed
ebrea 60.
Oltre a questi, sulle singole comunità siciliane ricadevano altri pesi, di cui
non possiamo ricordare che qualcuno. Uno, era quello della fornitura delle
bandiere per i castelli e degli stendardi per le galee, insegne che per la loro
fastosità e per il loro facile deteriorarsi costituivano un forte onere, da cui le
giudecche si sforzavano senza posa di farsi dispensare. Siracusa ne fu sempre
esentata, e Castrogiovanni dal 1423. Messina nel 1347 ottenne di fornire solo lo
stendardo per la galea del comandante, e Sciacca nel 1398 solo quello per il
castello reale; viceversa, a Castroreale fu imposto nel 1488 di predisporre anche
la bandiera per il castello reale di Milazzo. Alle collettività era poi addossata la
pulizia dei castelli e dei palazzi reali. Era questa una delle due mansioni
veramente degradanti imposte agli ebrei siciliani, dalla quale nessuna comunità e
nessun privato potevano essere esentati salvo specialissime eccezioni. La
seconda mansione era quella di dover fornire il boia per le esecuzioni capitali,
come avveniva a Palermo e a Messina. La soggezione a queste e a altre minori
angherie costituiva il marchio di inferiorità ed il tormento che, nel medioevo,
erano impressi sugli strati medi e bassi della popolazione, e sugli ebrei piú che
sugli altri. Attinenti invece alla osservanza delle prescrizioni religiose, erano le
gabelle sulla mattazione degli animali (detta gaczanatura) e sui vini, che gli
ebrei dovevano pagare alla pari del resto della cittadinanza, ma con una tangente
maggiore. Sulla carne, gli ebrei dovevano pagare un tanto per ogni capo
abbattuto; la tassa sul vino, di solito, era invece addossata in blocco alla
giudecca. Anche una speciale gabella sui formaggi è probabile che fosse
giustificata da motivi religiosi. Tutti questi balzelli andavano direttamente a
beneficio del fisco, ma a mano a mano che si avanza nel Quattrocento, risulta
palese dalle carte amministrative ebraiche come tributi vecchi e nuovi e pretese
eccezionali si succedessero sempre piú vorticosamente e stringessero sempre piú
nelle loro spire l’economia ebraica.
Le giudecche siciliane presentano una particolarità nella loro struttura, che si
ripercuoterà sulla distribuzione del carico tributario interno. Certamente nelle
comunità piú grandi come Palermo e Siracusa, e con molta probabilità anche
nelle altre, era di prammatica suddividere l’insieme degli ebrei in tre classi: i
ricchi, i mediocri e i poveri. Ognuna di queste classi aveva diritto di eleggere un
ugual numero di amministratori della comunità, prescindendo dal numero dei
propri componenti. D’altra parte, però, ognuna era tassata con aliquote
differenziali, riguardo sia al tributo annuo fisso sia alle varie soprattasse
occasionali. In altre parole, una maggiore autorità si pagava con una dose
maggiore di contributi. Non sappiamo né possiamo valutare quale fosse il peso
della tassazione ordinaria sulle maggiori giudecche siciliane; quanto alle
soprattasse, a considerarle solo dal loro numero, bisogna pensare che esse non
fossero lievi. Gli ebrei di Palermo, nel 1491, dovevano corrispondere alla loro
comunità le seguenti: sul vino, sul formaggio, sul tonno, sul cuoiame, sui coralli,
sul bestiame bovino ed ovino, sul possesso di schiavi nonché su qualsiasi
scambio di merce. Quando poi neanche queste bastavano, quella che si
imponeva con maggior frequenza era la gabella sul vino, dato che questo era il
genere alimentare trattato di piú dagli ebrei siciliani, tanto per la vendita
all’ingrosso ai cristiani, quanto per il loro consumo privato. La giudecca di
Palermo, nel 1475, trovandosi in una situazione debitoria molto difficile ottenne
dalle autorità il monopolio su tutto il movimento del vino, che fino ad allora era
stato nelle mani di privati ebrei. Questo monopolio portava non solo che ogni
famiglia si dovesse impegnare ad acquistare un quantitativo prestabilito di vino,
ma anche che dovesse pagarlo un prezzo differente a seconda della categoria a
cui apparteneva 61.
L’interesse parallelo, nel sovrano svevo prima e nell’aragonese dopo, di avere
di fronte a sé una collettività ebraica unita e responsabile, e negli ebrei di
potergli opporre un fronte solido d’azione o di resistenza secondo il caso, fece sí
che in nessun altro periodo e in nessun’altra parte d’Italia si ebbe una collettività
ebraica cosí rigidamente e integralmente organizzata come in Sicilia.
Opportunità di esposizione consiglia di rimandare a capitoli piú appropriati
l’illustrazione di questo ordinamento. Ma è certo che – tanto per indicarne una
manifestazione culminante – mai, nei rapporti fra signore ed ebreo, riuscí ad
avere consistenza duratura una figura di alto intercessore simile a quella che fu il
dienchelèle: vicario del re e supremo giudice ad un tempo, ebreo verso ebrei.
Tanto per accennare al piú significativo di questi dienchelèli, che è proprio il
primo, Giuseppe Abenaffia era medico del re e della regina, e come tale era stato
da essi colmato di ogni sorta di privilegi e di onori. Poi, nel 1396 fu creato
giudice unico e di ultima istanza in tutte le cause vertenti fra gli ebrei in Sicilia, e
nel 1404 gli fu aggiunta la incombenza di esaminatore finale degli ebrei che
desideravano esercitare la medicina. Attraverso un simile occhio fidato, non vi è
dubbio che la vigilanza del sovrano sulle cose degli ebrei dovesse essere delle
piú penetranti.
La progressiva crisi nell’economia dell’isola portò quasi a una stasi in quel
meccanismo industriale, il cui esercizio era stato avviato dalla monarchia
normanno-sveva. Anche fra le occupazioni ebraiche, le memorie non ricordano
piú nulla che sia degno del nome di industria, giacché questa, in tutta l’isola, si
era ridotta al piccolo artigianato. Infatti, si deve arrivare fino al 1490 per trovare
un ebreo di Catanzaro, tale Coronetto Gerardino, che ottenne a Messina privilegi
ed esenzioni eccezionali e la nomina a protomaestro dell’arte di tessere panni di
seta e di velluto, evidentemente per il suo tentativo di ravvivare un’arte da lungo
caduta in letargo. Quanto alle arti manuali non se ne trova piú, fra il Trecento e il
Quattrocento, nessuna che si possa ritenere specifica degli ebrei. Questi avevano,
particolarmente a Palermo, nomea di artigiani provetti nei lavori di ferro, di rame
e di legno, e costruivano galee e vascelli; a Catania parecchi si occupavano di
lavori di oreficeria, mentre in altri luoghi vi è ricordo del loro mestiere di
conciatori. In breve, in tutte le città della Sicilia, pur non avendo delle specialità,
non dovettero rimanere estranei ad alcun mestiere, qualificato od umile che
fosse. E non va escluso quello di pescatore, come lo dimostra il fatto che, dopo
che furono cacciati dall’isola, la pesca seguitò ad essere un’occupazione cosí
diffusa fra essi, che la loro sinagoga a Salonicco era chiamata «dei pescatori» 62.
A queste occupazioni manuali, se ne possono aggiungere molte commerciali:
negoziavano largamente in panni, prodotti dagli scarsi telai che probabilmente
venivano azionati nelle loro stesse case; vendevano generi alimentari, ed in
particolare pane, formaggio e vino. In un paese in cui l’attività produttiva si era
di nuovo ridotta alla messa a profitto della terra, anche l’attività degli ebrei si
inserí nelle varie fasi del ciclo agrario. Allo sbocco di esso, li incontriamo in
ogni città mercanti di prodotti agricoli, con importanza assai superiore ai loro
confratelli occupati in altre branche di commercio: esercivano molini;
compravendevano frumento e orzo, olio, formaggi, bestiame di ogni sorta;
principalmente facevano larghissimo smercio dei pregiati vini dell’isola. Non
mancavano inoltre ebrei che si dedicavano ai lavori diretti della terra;
possedevano vasti vigneti e uliveti; davano sovvenzioni fino a tre anni ai
contadini sui loro prodotti, ovvero affidavano i loro greggi o mandrie a pastori,
con patto di divisione a metà del profitto. A Modica, dopo il terribile massacro
del 1475, la turba imbestialita passò a distruggere le vigne ebraiche, e
l’amministrazione della cittadina dovette poi versare settemila fiorini a
composizione del misfatto 63.
Una attività in cui gli ebrei siciliani facevano completamente parte per sé
stessi rispetto ai loro confratelli di altre regioni, fu l’esercizio del prestito. Nelle
Costituzioni melfitane del 1231 Federico II di Svevia aveva inserito una
disposizione che per lungo volgere di anni doveva rimanere unica in un atto di
legge. Come abbiamo già ricordato, mentre ai cristiani veniva severamente
proibito l’esercizio delle usure, agli ebrei esso era permesso; veniva solo
regolato il tasso di interesse, che non doveva eccedere il dieci per cento. Era una
concessione che cadeva però su terreno sterile. Gli ebrei siciliani erano legati alle
forme di lavoro piú dirette e produttive: ai campi, agli opifici, alle botteghe di
mestiere, ai magazzini di rivendita dei prodotti agricoli o manufatti. Provavano
per il traffico feneratizio del denaro quel distacco, quasi quel disgusto che vi
porta chi ha libera scelta di occupazione, vario talento, aspirazioni non
sofisticate. In questo atteggiamento, gli ebrei erano confermati dalle loro stesse
comunità. In alcuni «capitoli» per Siracusa, concordati nel 1363 con il governo,
e in quelli generali per tutta la Sicilia del 1398, fu fatto espressamente inserire
dalle comunità che era proibita l’usura degli ebrei, o fra loro o con cristiani, pur
rimanendo confermato fino al 1474 ed oltre il diritto teorico di prestare al dieci
per cento.
Nei due secoli e mezzo in cui rimase in vigore l’autorizzazione federiciana,
sono estremamente rari gli esempi di ebrei siciliani che se ne avvalsero. Nel
1259 troviamo un Chalfun che faceva il cambiavalute, mestiere gemello a quello
di prestatore; nel 1347 un ebreo catalano prestava a Messina e nel 1479 un tal
Zitheri a Castrogiovanni; nel 1406 degli ebrei di Catania subirono un processo
per usura, e pare che nel 1467 altri di Palermo avessero formato una società di
pegno con dei fiorentini. Comunque, risulta pienamente convalidata la
dichiarazione del municipio di Palermo che, nel 1492, affermava che «in quisto
regno non ce fo mai tale exercicio che ipsi judei facessero publicamente
usura» 64.
Come conclusione di quanto accennato fino a qui, si può dire che il regresso
verificatosi nell’isola da una economia mista agricolo-industriale ad una
esclusivamente agricola, provocò non solo uno spostamento nella sfera di attività
degli ebrei, già preminenti nelle due industrie-chiave della tessitura e della
tintoria, ma anche un sensibile deterioramento nella loro situazione economica.
Scemò la ricchezza ebraica nelle campagne, scemò nelle città, dove il maggior
reddito proveniva ormai solo dal commercio e dalla esportazione dei prodotti
agricoli. Lentamente si arrivò cosí ad una situazione in cui, eliminato quasi del
tutto il ceto ricco, l’ebraismo siciliano venne a risultare composto da un ceto
medio, che si occupava di agricoltura e dei maggiori commerci cittadini, e che
era solidamente anche se non profusamente provvisto di mezzi; e da un ceto
basso raccolto nella città e che lavorava in ogni sorta di umili mestieri e viveva
miseramente. Nella giudecca di Palermo, nel 1492, su cinquemila componenti se
ne trovavano ottocento privi di ogni mezzo di sussistenza. Quanto alla loro
distribuzione geografica, si può dire che fossero sparsi per tutta l’isola. Al
momento dell’espulsione, Palermo contava – come abbiamo or ora ricordato –
cinquemila ebrei ed altrettanti Siracusa, quasi tremila Trapani,
duemilacinquecento Marsala, duemilaquattrocento Messina e circa duemila
Sciacca. Queste sei città contenevano quindi piú di metà della popolazione
ebraica, che si può ritenere che in quel momento assommasse a trentasettemila
anime. Il resto era sparso per ogni contrada, senza preferenze di luogo.
Risiedevano in città, in paesi, in campagna, lungo la costa e nell’interno. Nel
1492, le città e i paesi da essi abitati erano cinquanta; ma le carte delle età
precedenti permettono di aggiungere a questo repertorio finale vari altri nomi di
località 65.

11. Gli ebrei in Sardegna e nelle isole minori.

Le aspre contese fra Pisa e Genova, che per tre secoli sconvolsero terre e mari
della Sardegna, non pare che abbiano toccato mai troppo profondamente il
nucleo ebraico locale. Lungo tutto il Duecento, al culmine di queste contese,
nessuna notizia sicura emerge sulla presenza di ebrei in Sardegna, i quali, senza
dubbio, vi si trovavano abbastanza numerosi; solo si sa che nel 1258 i pisani
accordarono loro una parte del castello di Cagliari perché se ne servissero per
luogo di abitazione e di preghiera. Ma deve considerarsi solo un difetto di
documenti, giacché quando pisani e genovesi presero ad occuparsi, nell’isola,
principalmente dei loro interessi commerciali, infondendo nuovo vigore ai porti
e al retroterra e dando vita o impulso a Sassari, Alghero ed Iglesias, troviamo
molti ebrei che, all’ombra di entrambe le potenze commerciali, andarono ad
operare nei nuovi centri, anche se le notizie relative ci pervengono piú tardi,
quando quelle stesse potenze erano ormai in gran parte in declino.
Cosí, se nel 1327 viene riferito che gli aragonesi vietarono agli ebrei di
abitare nella regione mineraria di Iglesias, perché alcuni fra loro avevano
commesso malversazioni sul minerale di argento e di «belletrame» che vi si
ritraeva, ciò significa che già da quando i genovesi avevano dato sviluppo a
quelle miniere, gli ebrei dovevano essere stati concessionari dei relativi
giacimenti. Del resto l’esperienza che gli ebrei sardi avevano dei lavori di
sfruttamento minerario doveva essere ben nota, tanto che un secolo dopo
ritroviamo la comunità di Alghero investita di privilegi per l’esercizio
dell’industria mineraria di tutto l’Iglesiente, dietro corrispettivo di milleseicento
ducati. Questa specializzazione aveva una lontana similarità con l’avventurosa
occupazione esercitata da Isaac Isbili e Brona Cap, ebrei di Cagliari, che nel
1432 si fecero autorizzare a ricercare tesori o monete d’oro e d’argento nello
stesso territorio di Iglesias, dietro partecipazione della Camera regia alla metà di
ogni ritrovamento. Anche la casa d’Aragona – che nel 1296 era stata
ufficialmente infeudata della Sardegna, e che durante il Trecento, prima di
riuscire ad affermare la sua signoria effettiva sull’isola, dovette affrontare la
resistenza dei pisani e dei genovesi, nonché i fieri contrasti dei d’Arborea e le
continue sollevazioni xenofobe del popolo – mostrò in generale un accentuato
favore verso gli ebrei della Sardegna, tanto che giunse a sollecitare vari nuclei di
ebrei dei suoi domini di Barcellona, di Maiorca (1332) e di altre città a trasferirsi
a Cagliari, presumibilmente per rafforzare la sua disputata affermazione nel
paese 66.
Senza entrare in dettagli, si può dire che gli ebrei sardi avessero una posizione
giuridica, privilegi e limitazioni analoghi a quelli di Sicilia. In particolare, a
Cagliari seguitava a soggiornare la maggior colonia ebraica, alla quale gli
aragonesi attribuirono nel 1335 vari privilegi, e fra l’altro l’estensione di quelli
goduti dagli ebrei di Barcellona. Sempre a Cagliari, gli ebrei mostravano speciali
attitudini per il mestiere di fabbroferraio, di tessitore, di argentiere e per altri
mestieri manuali. Ottennero poi nel 1360 la singolare concessione di erigere ad
Alghero una torre sulla quale una lapide ricordava ai posteri che era stata
costruita a spese degli ebrei di Cagliari. Questo grosso nucleo ebraico di
Alghero, città che, fondata dai Doria, era stata particolarmente curata dagli
aragonesi che ne avevano fatto il porto di transito tra Sardegna e Spagna, godeva
una posizione economica tutta speciale.
Vari maggiorenti ebrei, forse di estrazione spagnola, si erano preoccupati,
attraverso servigi resi con larga mano, di mantenersi persone grate alla casa
regnante. Prima del 1370 avevano sovvenuto a piú riprese e con tanta liberalità
re Pietro nelle sue necessità di guerra, che questi dovette poi accordare loro una
moratoria di due anni per i debiti in cui erano incorsi per aiutarlo. Nel 1423 il
ricchissimo Vidal de Santa Pau aveva fornito il denaro necessario per il restauro
delle mura della città e contemporaneamente aveva sovvenzionato i vescovadi di
Torres e di altre località. Nel 1459 Zare Carcassona aveva dato una sovvenzione
di seicentoventidue ducati al re, e nel 1481 Nino Carcassona era intervenuto con
i suoi mezzi per approvvigionare le galee reali e per pagare il soldo alle milizie
vicereali. Ancora un altro Carcassona, Maimon, soleva accogliere nella sua casa
il vicerè, ogni qualvolta questi si recava ad Alghero, mentre Mosè, il maggiore
proprietario di case della giudecca, aveva un grande appalto di dogane e di diritti
regi; anche ad altri ebrei algheresi furono affidati importanti uffici pubblici.
Tanta reciproca dimestichezza si rifletteva pure in speciali immunità di cui
godevano gli ebrei di questa città, e che furono confermate nel 1451, quando
l’atteggiamento della casa aragonese verso il resto degli ebrei sardi andava
invece subendo un notevole irrigidimento. Agli ebrei algheresi fu concesso di
non portare la rotella rossa, di tenere per un anno servi e schiavi anche se
convertiti al cristianesimo, di non essere obbligati ad assistere a prediche
conversionistiche. Questi privilegi furono estesi a tutte le altre località del
Logudoro abitate da ebrei. La fonte principale di guadagno degli ebrei di
Alghero era costituita dal commercio interno con le altre città costiere e da
quello di transito verso la Spagna e le Baleari.
Qui, come per tutta la Sardegna, non consta invece che gli ebrei si
occupassero direttamente di agricoltura o di pastorizia; erano invece intermediari
nella vendita dei relativi prodotti, ed avevano mano attiva negli affari di prestito
e di cambio di moneta. Non vi è dubbio che nuclei minori di ebrei vivessero
sparsi anche per il resto dell’isola. Insieme a quelli dei centri maggiori,
dovevano portare la cifra totale della popolazione ebraica in Sardegna a varie
centinaia, se non a qualche migliaio di anime. Di questo sparpagliamento fuori
dei luoghi già citati, a tutt’oggi rimane documentato ricordo, oltre che per
Oristano, anche per Sassari, dove nel 1451 fu tentato di sfrattare gli ebrei dalle
case da loro possedute e di ridurli in un ghetto. Il risultato fu che essi dovettero
restringersi ad abitare in non piú di dieci case, sparse qua e là per la città 67.
Nonostante questa ed altre tentate misure separazionistiche, in Sardegna non
solo la residenza degli ebrei può considerarsi per un lungo periodo nettamente
soddisfacente, ma si avverò, tra il blocco religioso cristiano e quello ebraico, uno
smussamento di contrasti cosí eccezionale che, eliminate le reciproche asperità,
permise alle due comunità di aderire completamente: una sorta di attrazione
reciproca fra genti costituzionalmente rigide, che fece sí che la popolazione
cristiana adottasse nella sua vita e nelle sue istituzioni vari insegnamenti ebraici,
mentre quella ebraica assimilasse costumanze e convincimenti del luogo. Ciò
spiega da un lato perché cosí pochi siano i documenti ebraici dell’epoca (i quali
abbondano là dove vi sono vita differenziata e contrasti da provocare o da
dirimere); e d’altro lato perché, nonostante il numero degli ebrei, in Sardegna le
manifestazioni di esistenza ebraica siano cosí piatte e prive d’interesse. Non al
culmine della scala sociale, dove potevano assidersi solo i nobili o coloro che
erano i protetti dei mutevoli reggitori politici, e non alla base, dove spesso si
agitava il fiero popolino sardo, gli ebrei di Sardegna facevano parte del ceto
medio, con qualche caso (medici e mercanti piú fortunati) di affermazione sino
al limite piú alto dello stesso ceto medio.
Di tutta questa massa piú o meno anonima, soltanto il medico Jehuda ben
David si salva dall’oblio per la sua posizione eccezionale. Noto anche sotto il
nome di Bonjusas Bondavin, dopo aver esercitata la sua professione a Marsiglia,
nel 1390 prese dimora ad Alghero. Espertissimo nell’arte medica non meno che
nella dottrina talmudica e molto attivo nell’esercizio delle opere di pietà,
familiare nella corte di re Martino II quando questi visitò la Sardegna, egli fu
dapprima nominato rabbino di Cagliari, e poi ebbe dal re la giurisdizione
religiosa su tutti gli ebrei dell’isola, carica che mantenne per lo meno fino al
1408. Unico esempio di un ministero religioso cosí esteso in Sardegna, e nel
quale ancora una volta cura delle anime e cura dei corpi erano raccolte nella
stessa persona 68.
Quanto abbiamo detto poco sopra per la Sicilia, può essere ripetuto a grandi
linee anche per le isole minori di Malta, Gozo e Pantelleria, che, in questo
periodo, condivisero in gran parte la sorte politica di quella, e, per quanto
riguarda gli ebrei, le vicissitudini e l’organamento. Sebbene poco estese, esse
accolsero una rappresentanza ebraica veramente ragguardevole. Se nel 1240
risiedevano a Malta solo venticinque famiglie di ebrei ed otto a Gozo – cioè un
complesso di circa centocinquanta persone –, due secoli e mezzo dopo si può
calcolare che la popolazione ebraica in queste due isole fosse pervenuta a
ottocento componenti, pari a circa il cinque per cento di tutta la cittadinanza.
Nella piccola Pantelleria poi essa raggiungeva le mille persone. L’entità di
queste cifre, e particolarmente dell’ultima, farebbero dubitare della loro
esattezza, se un memoriale compilato da parte cristiana al momento della
cacciata, non dichiarasse esplicitamente che nelle tre isole «è multu numeru di
Iudey, et per tali loro partenza paterianu multa dispopulacioni» 69.
Le occupazioni degli ebrei di Malta e di Gozo non si lasciano troppo
individuare, certamente perché erano di cosí scarsa rilevanza da non lasciare
memoria scritta. Molti si industriavano nelle due città principali delle isole,
Notabile – che piú tardi, dopo la costruzione di La Valletta, fu chiamata Città
Vecchia – e Gozo. Vendevano le proprie mercanzie nelle loro botteghe di città, e
andavano a smerciarle in campagna di casale in casale, fino a che, nel 1458, ne
vennero temporaneamente impediti. Sembra però che essi fossero
principalmente dediti all’agricoltura, tanto che quando dovettero lasciare l’isola
di Malta, il loro maggiore capitale mobile risultò investito in bestiame. Mentre
erano liberi nel possesso di beni stabili di ogni sorta, sempre nel 1458 – in
conseguenza di un improvviso momento di crisi –, gli ebrei della città furono
obbligati a vendere tutte le case che possedevano a contatto di chiese e a
raccogliere le loro abitazioni in un quartiere appartato. Come negli altri centri
ultimamente ricordati, una professione che pure a Malta attirava l’elemento piú
intellettuale della giudecca era quella medica 70.
Ancora meno risulta del nucleo ebraico di Pantelleria, che in parte viveva
entro il castello della città eponima. Si sa solo che anche qui possedeva molto
bestiame, e che nel 1492, quando fu costretto a vendere mobili e immobili,
lontano com’era da ogni superiore sorveglianza, fu vittima di spoliazioni
particolarmente rapaci da parte della popolazione locale 71.

12. Gli ebrei nell’Italia meridionale.

Delle non molte migliaia di ebrei che superarono come tali nell’Italia
meridionale l’ondata di conversioni in massa del 1294, è verosimile che una
parte abbia cercato rifugio o a Nord verso Roma o a Sud verso la Sicilia. È noto
poi che un’altra parte, certamente minore, si spinse fino a Salonicco, allora
Tessalonica, e forse anche fino a Costantinopoli, mentre non è da escludersi che
singole famiglie si siano trasferite anche in Grecia o in altri lidi del Levante.
Rimanevano quindi nel Meridione sia quegli ebrei che erano riusciti a farvi
perdere le tracce di sé – e che potevano non essere pochissimi, là dove la
popolazione circostante non era ostile –, sia anche i neofiti, vari dei quali,
sfidando l’Inquisizione, coltivavano la speranza di un ritorno palese alla antica
fede. La vita ebraica cominciò quindi a rifluire presto nel Mezzogiorno da tre
rivoli: gli occultati che riemergevano, gli esuli che rientravano, ed i convertiti
che si sconfessavano. Ma fu, da principio, vita esile e stentata. Quelli che
chiedevano di rientrare nel regno, prima di essere riammessi dovevano
rispondere agli inquisitori delle imputazioni loro fatte in precedenza, e ciò
secondo una disposizione sempre del 1294 di Carlo II d’Angiò; invece per quelli
che avevano diritto di soggiorno fu ripristinato nel 1307 l’obbligo del segno. Si
aggiunga poi che la ripresa economica dei nuovi nuclei ebraici che si venivano
lentamente ricostituendo nel Mezzogiorno era ostacolata dalle esigenze mai
sopite dell’erario regio 72.
Un piú marcato impulso a questa ripresa si verificò a partire dal 1309,
allorché salí al trono angioino Roberto, che fu detto dai suoi contemporanei
savio ed avaro, e che quindi aveva costantemente un occhio all’utile economico
che poteva ricavare dagli ebrei. Egli doveva tenere a bada un clero che, per un
certo tempo, era riuscito a soggiogare completamente gli ebrei del suo regno;
doveva poi combattere una genia di minori ufficiali civili e giudiziari, presso i
quali cupidigia e violenza erano divenute il metro per ogni esecuzione fiscale o
patrimoniale a cui dovessero procedere nei riguardi degli ebrei. Quanto al clero,
malgrado non avesse rinunciato del tutto alla propaganda convertitrice, si ha
l’impressione che ormai si occupasse essenzialmente di mantenere tese le redini
intorno alle nuove reclute neofite, per evitare delle riconversioni. Contro i suoi
dipendenti invece, l’azione repressiva da parte del sovrano fu lunga e
difficoltosa. A Rossano, Crotone – la Cotrone del tempo – e Cosenza, nel 1311, i
cursori avevano fatto man bassa dei beni degli ebrei, ed avevano carpito i pegni
ai prestatori; nel 1324 avevano poi ripetute le stesse gesta, oltre che a Rossano e
a Crotone, anche a Gerace, focolaio di forte animosità antiebraica, mettendo
sotto processo coloro che avevano opposta resistenza 73.
Mentre cercava metodicamente di frenare questi abusi, re Roberto nel
medesimo tempo esercitava una azione lenitrice e restauratrice a pro degli ebrei.
Nel 1315, da un lato intervenne in Puglia per alleggerire la loro miseria, e
dall’altro cercò di reintegrare in mani ebraiche quel commercio fra città e città,
che un tempo era stato loro prerogativa, autorizzando ventun ebrei di Trani a
portare armi per difendersi dalle grassazioni durante i loro viaggi commerciali.
L’anno dopo concesse identica autorizzazione a ventitre ebrei di Salerno, piccolo
relitto di una comunità ebraica, che un giorno era stata famosa ma che ancora si
manteneva attiva. Contemporaneamente diede disposizioni affinché gli ebrei di
Trani non subissero indebite vessazioni e non fossero coinvolti dolosamente in
procedimenti civili e penali; anzi – per restaurare su piú larghe basi la fiducia da
parte degli ebrei – acconsentí che le sinagoghe di Gerace nel 1311 e di Rossano
e Crotone nel 1324, venissero ripristinate al loro uso originario. Se nel 1328, per
provvedere alla difesa delle frontiere, re Roberto dovette ricorrere a una tassa
straordinaria di quindici tarí per ogni ebreo maschio residente in Valle del Crati,
in Terra Giordana e nel resto della Calabria, egli potette giustificarla affermando
che nel suo regno gli ebrei avevano ormai un trattamento migliore che in ogni
altro paese. Ed infatti, egli era riuscito a rassicurare talmente gli ebrei sulle sue
buone intenzioni, che nel 1330, su richiesta del re di Maiorca – e precedendo un
simile gesto degli aragonesi per la Sardegna –, gli fu possibile invitare gli ebrei
residenti nelle Baleari a venire a prendere dimora sia a Napoli sia nel resto del
regno, con promessa che non avrebbero subite molestie nelle persone e nei beni,
e che nelle collette generali sarebbero stati trattati alla pari coi cristiani 74.
I conflitti tra i vari pretendenti, le stragi dinastiche, le usurpazioni baronali, le
depredazioni compiute dai capitani di ventura e dai briganti, il degradamento
morale negli alti e nei bassi ceti, la prostrazione economica, che avvilirono
sempre di piú il Mezzogiorno per tutto il secolo che corre dalla morte di Roberto
allo spodestamento della casa d’Angiò e di quella collaterale dei Durazzeschi
(1343-1442), fecero nuovamente guardare agli ebrei, da parte dei sovrani e del
popolo, come a forza propulsiva ed equilibratrice nello stato di desolazione
progressiva in cui vennero a trovarsi i traffici del reame, ed in particolare quelli
minuti. Ben poco si sa dei privilegi che Giovanna I attribuí agli ebrei, all’infuori
di quello generale, che erano autorizzati a liberamente «conversari, mercari et
praticari» con i cristiani, «et alia facere more hebraeorum»; ma doveva trattarsi
di un corpo di privilegi particolarmente favorevole, se gli ebrei che entrarono piú
tardi nel regno chiesero appunto di poter vivere secondo le norme poste in vigore
dalla regina Giovanna I 75.
Tutto ciò non significa che non si manifestassero qua e là opposizioni a
questa nuova condiscendenza verso gli ebrei. L’arcivescovo di Trani, ancora nel
1377, rivolgeva contro la giudecca della sua diocesi tutto il tradizionale
armamentario di balzelli speciali, di gravosissime collette, di imprigionamenti, di
discriminazioni a favore dei neofiti, che culminò poi nel 1382 con la
trasformazione di alcune sinagoghe in chiese, con il passaggio del cimitero
ebraico ai frati, e con l’esodo di una gran parte delle famiglie ebraiche che erano
nuovamente tornate a Trani. Ma si trattava di agitazioni locali, nella
maggioranza derivanti dalla situazione anomala in cui vennero a trovarsi varie
città del Meridione, Trani alla testa, dove ebrei e neofiti seguitavano a convivere,
nonostante la Chiesa cercasse di evitarlo e innalzasse barriere fra gli uni e gli
altri. Essa infatti offriva ai neofiti sinceri ogni sorta di privilegi pur di mantenerli
sotto il proprio diretto dominio; a tal riguardo richiese al re la delega della
giurisdizione su di essi. I neofiti però, solidi e numerosi specialmente nella
classe media dei mercanti – a Trani, nel 1443, se ne contavano ottocentosettanta
famiglie –, spesso preferivano la loro situazione ambigua ma vantaggiosa, a una
netta dichiarazione di fede in un senso o nell’altro; perciò, si opponevano
all’autorità incontrastata del vescovo locale. Una simile situazione provocò, in
Puglia e in Calabria, dove abbondavano simili casi, soprusi da parte della Chiesa
sia contro gli ebrei sia contro i neofiti insinceri. Ma su questo argomento
dovremo ancora tornare 76.
Sotto re Ladislao, la generale politica di tolleranza verso gli ebrei degli
angioini, assunse aspetti di vero favoritismo. Nel 1400 si ha la prima notizia nel
Mezzogiorno della concessione da parte di re Ladislao di uno di quegli ampi e
generosi «diplomi», che servivano ad attrarre mercanti e prestatori verso le
piazze bisognose di essere vivificate nelle loro piú spicciole occorrenze. Ne fu
beneficiario un grosso clan familiare, costituito intorno a Ligucio di Dattolo e a
suo figlio Gaio, e che si era soffermato nell’Abruzzo, distribuendosi poi tra
Sulmona, Aquila, Lanciano ed altre città minori. Sua attività principale era
l’esercizio del prestito su pegno, e, in via sussidiaria, l’esplicazione di altri
negozi commerciali, per i quali veniva concessa una autorizzazione generica. A
rendere piú gradito questo «diploma» di esercizio, vi erano inserite clausole
speciali che offrivano all’ebreo la possibilità di vivere dignitosamente: esenzione
dal segno e da ogni distinzione nel vestire, parità di trattamento con i cristiani in
ogni procedimento civile e penale e nel pagamento di qualsiasi balzello, facoltà
di mantenere sinagoghe e cimiteri, di osservare le proprie festività e non le
cristiane, di compravendere qualsiasi mercanzia, di possedere beni stabili, di
recarsi liberamente in ogni parte del regno. Sotto lo stesso re Ladislao, si verificò
a Taranto, nel 1411, un violento tumulto contro gli ebrei. Le cause non ne sono
molto chiare; si concluse con il saccheggio delle dimore ebraiche e con il
linciaggio del capitano di città che, inviso al popolo per altri motivi, era accorso
per proteggere gli ebrei. In questo caso, il re concesse il perdono senza esigere
ammende 77.
La patente elargita nel 1400 da Ladislao serví da prototipo per tutte le
concessioni fatte in seguito sia da lui sia dalla sorella Giovanna II – regina dal
1414 –, salvo in quei brevi periodi in cui costei si abbandonò ad influssi
chiesastici. Press’a poco identiche sono infatti le licenze di esercizio e di
residenza accordate nel 1420 e nel 1423 a due altri raggruppamenti familiari, il
secondo dei quali ottenne di poter esercitare la propria attività ad Aquila,
Sulmona, Ortona, Cittaducale, Isernia e Venafro. E non solo si può essere sicuri
che queste liberalità trovarono realizzazione in un numero assai maggiore di
patenti di quelle che ci siano note oggi, ma anche che esse trovarono eco negli
accordi fatti con alcune collettività di ebrei (come quelli del 1415 fra la città e la
giudecca di Trani) i cui precisi termini ci rimangono ignoti 78.
Oltre a queste, qua e là affiorano anche altre concessioni, alcune forse di
effimera durata ed altre piú durevoli, che nel loro insieme rendono persuasi che,
al tempo di Giovanna II, era in atto la completa parificazione fra gli ebrei e gli
altri cittadini. Tale parificazione è espressamente dichiarata in un diploma
rilasciato nel 1417 a Catanzaro, dove è detto che tutti i privilegi accordati alla
città dovevano andare contemporaneamente a favore di cristiani e di ebrei, senza
discriminazione. Anzi gli ebrei, essendo stati maggiormente gravati in
precedenza, e affinché desistessero dalla minaccia che avevano espressa di
abbandonare la città perché troppo oberati, ottennero la franchigia dal
pagamento delle gabelle della tintoria e della morthafa, la protezione da ogni
molestia che potessero dar loro gli inquisitori ecclesiastici e gli ufficiali regi, ed
in ultimo la esenzione dal segno. A Cosenza, nel 1422, gli ebrei furono liberati
dalla giurisdizione episcopale, e qualche anno dopo, nel 1428, ottennero la
immunità dal pagamento della morthafa, per questa città e per Reggio
Calabria 79.
È in questo torno di tempo, e precisamente nel 1427, che gli ebrei del reame
angioino subirono una pausa nel loro riconquistato prestigio economico.
Giovanni da Capistrano, divenuto per un certo tempo uomo di fiducia di
Giovanna II, segregò di sua iniziativa gli ebrei di Lanciano in un’unica strada;
poi, una parte ne cacciò dalla città ed al resto impose drastiche restrizioni di
attività. Inoltre, insinuato nell’animo della regina che il comportamento di tutti
gli ebrei del regno era di disprezzo verso canoni ed accordi, per la eccessività
delle usure e per altre perversità che essi solevano commettere, la indusse a
promulgare, il 3 maggio 1427, un editto che abrogava di colpo tutti i privilegi già
concessi loro dai suoi predecessori, li obbligava ad attenersi soltanto alle leggi
canoniche, ed espressamente vietava loro l’esercizio del prestito. Per un periodo
di poco piú di due mesi, anche papa Martino V diede il suggello della sua
approvazione all’iniziativa presa da Capistrano. Poi, come già accennato,
diplomaticamente persuaso da due emissari degli ebrei del Mezzogiorno, il
medico Salomon di Ventura da Anagni e Vitale di Angelo da Aquila, il pontefice
sconfessò il frate francescano, e ottenne che Giovanna II ritornasse sui suoi
passi. Infatti il successivo 20 agosto, la regina ritirava l’editto, non senza aver
premesso che a ciò era mossa dal fatto che tanto il fisco regio quanto la
popolazione avevano già cominciato a risentire dal diradamento dei servigi
economici e finanziari che gli ebrei avevano sempre assicurato allo stato, e che
doveva essere eliminata ogni causa che potesse provocare la loro partenza. Non
solo; ma, con un repentino mutamento, che non stupisce in cosí volubile regina,
non piú di una decina di giorni dopo permetteva che gli ebrei prestassero, nel suo
regno, denaro su qualsiasi pegno in ragione del quarantacinque per cento
all’anno.
Questo tasso, che è il piú elevato fra quanti concessi a prestatori ebrei fra il
Trecento e il Settecento salvo quello poco spiegabile nel Trentino, non
impressiona tanto per il profitto che potevano trarne i concessionari: costoro non
lo percepivano con raggiri, ma in grazia di una sanzione sovrana che ne
riconosceva la ragionevolezza, e quindi li esentava da ogni taccia di
strozzinaggio. Sbalordisce invece come indice dello stato di prostrazione in cui
era piombato tutto il Mezzogiorno, della estrema anemia della sua vita
commerciale ed industriale, della quasi inesistenza di denaro che valesse a dare
un certo respiro alla popolazione nelle sue esigenze giornaliere, della insicurezza
nel recupero delle somme mutuate, tutti fattori di cui l’elevatezza del tasso legale
di interesse è una prova sicura. Non si trattava, del resto, di una punta
eccezionale a cui era pervenuto il mercato del denaro in conseguenza di
passeggere strettezze, ma di uno stato di disagio cronico. Nel 1409 la
cittadinanza di Brindisi aveva supplicato Ladislao ad autorizzare gli ebrei ad
esercitare il prestito senza timore di incorrere in sanzioni canoniche o civili, ed il
re aveva aderito, fissando il tasso di interesse al quaranta per cento annuo; il che
fu accolto dagli abitanti di Brindisi come attestazione di particolare benevolenza
sovrana, in quanto evitava loro di dover vendere le loro cose a vilissimo prezzo
pur di mantenersi 80.

13. Sotto gli aragonesi.

Nel 1442 la casa d’Aragona riusciva ad abbattere i vessilli di quella d’Angiò,


e ad innalzare i propri sulle terre del Napoletano. L’intrigo che rese possibile
questo mutamento diede agli ebrei cinquant’anni di prosperità e poi altri
cinquanta di angosce. Primo della nuova dinastia aragonese fu Alfonso I, che era
anche re di Aragona e di Valenza, di Sicilia e di Sardegna; ma fra tanti poteri,
anche senza rinunciare a nessuno, egli preferí esercitare proprio l’ultimo che gli
era toccato, quello di Napoli. Sovrano straniero, egli fu sempre ritenuto tale dai
suoi nuovi sudditi, che mal sopportavano di vederlo circondato da numerosi
spagnoli; fu tirannico, bellicoso ed esoso, anche per far fronte al suo
mecenatismo verso gli studi e verso le arti, che gli valse il soprannome di
Magnanimo. Ma se si vuole cogliere l’intima ragione per cui Alfonso,
nonostante questo, fece sua, nei riguardi degli ebrei, la politica favorevole degli
ultimi angioini, ed anzi la accentuò e poi ne trasmise l’indirizzo al proprio
successore, tale ragione deve ricercarsi in due fattori. Primo, che egli, da re di
molti regni e quindi di vaste prospettive, volle avviare quello prediletto di Napoli
verso un’ampia politica commerciale mediterranea; e considerò in questa sua
direttiva gli ebrei un elemento minore, ma non del tutto trascurabile,
specialmente per i loro rapporti con la Spagna. Secondo, che volendo avere
sempre un erario ben fornito, con mente sagace si preoccupò che esso fosse
costantemente alimentato da sudditi i quali avessero la capacità di reintegrare il
proprio capitale e le proprie disponibilità; di qui, agevolazioni nel commercio
date a chi sapeva sfruttarle. Sotto il figlio Ferdinando I, o Ferrante come lo
chiamavano i suoi sudditi, il reame di Napoli rimase l’unico dominio di questo
ramo degli aragonesi, ma non per questo esso arretrò dalle posizioni di
primissimo piano alle quali lo aveva risollevato Alfonso. Durante il lungo regno
di Ferrante, e cioè dal 1458 al 1494, il Napoletano fu assoggettato a pericolose
incursioni da parte degli angioini e dei turchi, tanto che questi ultimi furono
arginati a stento e poi, fra il 1480 e il 1481, rigettati da Otranto; a continui
sollevamenti per opera dei baroni; alle feroci repressioni di Ferrante. Ma se il
regno riuscí a mantenersi integro e sufficientemente solido nonostante tutte
queste insidie, ciò fu dovuto, piú ancora che alla energia e alla astuzia di
Ferrante, agli agili, fruttiferi ordinamenti economici ed amministrativi di cui egli
seppe provvederlo. Il principio che «convenga avere sudditi ricchi»,
continuamente ribadito da Diomede Carafa consigliere di re Ferrante, e che
riecheggiava gli analoghi intendimenti del padre di questo, Alfonso, spiega
l’andamento delle fortune degli ebrei nel Mezzogiorno nel tratto di tempo che
illustreremo ora 81.
La manifestazione piú tangibile di questa politica protezionistica a favore
degli ebrei, va forse ricercata nella istituzione di quell’ufficio di «bajulo generale
e giudice ordinario» degli ebrei, che Alfonso I introdusse per la prima volta nel
1456. Il bajulo aveva essenzialmente il compito di sottrarre i rapporti fra le
giudecche ed il mondo circostante ad ogni malizia di singole persone e di
interessi avversi, e di porli invece sotto la diretta sorveglianza della corona. Il
bajulo, con l’ausilio di vari commissari residenti nelle maggiori sedi ebraiche,
infatti, era l’unico ad avere l’autorità di trattare accordi ufficiali con la
collettività e con i singoli ebrei, di concedere privilegi o di emanare restrizioni, e
principalmente di conoscere e di giudicare tutte le cause civili o penali in cui
fossero coinvolti degli ebrei. Era quindi un ufficio che, in ultima istanza, creava
un foro privilegiato a favore degli ebrei, e che si prospettava con una autorità
molto piú obiettiva ed effettiva di quella del dienchelèle siciliano, in quanto che,
a differenza di questo, era affidato a magistrati cristiani. E gli ebrei riconobbero
di esserne tanto ben governati che, fino al rovescio delle loro fortune nel
Napoletano, si opposero alla sua abolizione. Naturalmente questa speciale
magistratura incontrò la piú tenace opposizione da parte di quelle sedi vescovili,
che vantavano antiche pretese giurisdizionali e quindi fiscali sulle proprie
giudecche. Quest’azione di rivendica della Chiesa ebbe esito alterno, ma
predominantemente negativo. Il maggiore successo lo ebbe l’arcivescovo di
Reggio Calabria il quale, tra il 1462 e il 1491, riuscí ad ottenere il ripristino delle
concessioni ottenute ai tempi dei normanni e degli svevi; un risultato piú ristretto
lo ebbero poi il presule di Bari e quello di Cosenza, quest’ultimo solo tra il 1467
e il 1476. Quello di Trani dovette attendere la calata di Carlo VIII e il burrascoso
1495 per ottenere una breve conferma dei suoi vantati diritti sugli ebrei. Tutte le
altre sedi vescovili invece non incontrarono sorte molto differente da quella di
Catanzaro dove nel 1468, per ordine del sovrano, nessun tribunale si dichiarò
competente a discutere le pretese del clero, e quindi le autorità ecclesiastiche
rimasero escluse da ogni giurisdizione sugli ebrei 82.
Quanto alle concessioni generali elargite, fin dal 1451 Alfonso I aveva
accordato agli ebrei una remissione generale da ogni possibile reato che fosse
stato loro addossato, compreso quello gravissimo di lesa maestà; e simili
assolutorie furono riportate da lui e da Ferrante nelle carte di privilegi che a
mano a mano essi rinnovavano a favore delle singole comunità ebraiche. Oltre a
ciò, verso il 1456, Alfonso sancí che gli ebrei di tutto il regno non fossero piú
tenuti a portare il segno sui loro abiti. Ferrante il 13 marzo 1468, aggiunse che
gli ebrei non solo potevano prendere domicilio in qualsiasi città di loro
gradimento e circolare liberamente per tutto il paese, ma anche che, nelle città
prescelte, essi avevano il diritto di ottenerne la cittadinanza, con conseguente
parità assoluta di diritti e di doveri con i cristiani. D’altronde, per garantire sotto
ogni aspetto la tranquillità degli ebrei, i due sovrani aragonesi dettero ordini
severi affinché nessun predicatore o inquisitore ardisse fomentare malanimo
contro di essi, con parole o con fatti 83.
Era difficile che questi ed altri aspetti della politica degli aragonesi verso gli
ebrei avessero completa ragione su chi riteneva piú giusto mantenere gli ebrei in
triboli continuati. Il maggiore focolare della intolleranza antiebraica si palesò
nell’Abruzzo, e in particolare ad Aquila. Quivi si avvicendò tutta una serie di
decisi predicatori, iniziata con Giovanni da Capistrano e poi, nel 1466, attraverso
Jacopo da Monteprandone ed altri, culminata nel 1488 con Bernardino da Feltre
e con il tumulto da lui suscitato. Argomento di questi predicatori era quello delle
usure ebraiche da abbattere e da sostituire con l’opera di un Monte di Pietà. Il
panico suscitato fra la popolazione ebraica andò sviluppandosi a tal punto, che
gli ebrei d’Abruzzo furono fra i primi a decidersi ad abbandonare sia la regione
sia il regno, tanto che nel 1496 già non se ne trovavano quasi piú in Aquila. Altre
isolate esplosioni di violenza con contemporaneo saccheggio delle giudecche si
verificarono anche a Bari e a Lecce nel 1463, nell’intervallo in cui le due città
rimasero senza signore, fra la morte del principe di Taranto e la instaurazione del
dominio aragonese. Inoltre, su istigazione dei predicatori, nelle quaresime del
1491 e dei due anni successivi, si verificarono tumulti in varie città fra le quali
Brindisi, Lecce, Trani e Tropea. Su tutte però la mano del sovrano aragonese
calò decisa a favore degli ebrei, tanto piú temuta da parte dei responsabili delle
violenze, in quanto comminava anche forti indennizzi 84.
Un continuato afflusso di denaro ebraico nelle casse del fisco costituiva,
come abbiamo già osservato, il compenso e il risultato proficuo per la monarchia
di questi buoni rapporti fra governanti e governati ebrei. A tal proposito re
Ferrante non lasciava dubbi quando dichiarava che gli ebrei dovevano essere «li
primi a pagare per dare bono exemplo a li altri». A sua giustificazione, va
aggiunta che egli non intendeva con ciò che pagassero aliquote piú elevate, ma
somme maggiori quali proprietari di patrimoni piú ricchi. Gli ebrei infatti, in via
normale, erano sottoposti a intervalli irregolari ad un apprezzamento o catasto
generale dei loro beni, che veniva eseguito, città per città, sotto la sorveglianza
di commissari regi. Le dichiarazioni venivano controllate e poi trasmesse a
Napoli, dove si procedeva al riparto del carico di imposte; questo, poi, o veniva
attribuito in blocco a ogni singola giudecca, ovvero ripartito direttamente fra i
singoli ebrei. In aggiunta a questa che era l’imposta base, gli ebrei dovevano
pagare altri balzelli particolari, come la morthafa, il rimborso del salario di mille
ducati per il bajulo generale, il sussidio ai frati inquisitori, il compenso per la
esenzione dal segno e cosí via. In ultimo, vi erano i carichi straordinari, al cui
pagamento gli ebrei dovevano concorrere alla pari dei cristiani, ma con
assegnazioni che spesso erano proporzionalmente piú elevate. Ne erano motivo
le solite incoronazioni o nozze o guerre; tanto per darne un’idea, per arginare
l’invasione dei turchi a Otranto, le giudecche del Napoletano furono richieste di
un contributo di trentamila ducati, e per quella di Carlo VIII nel 1494, di ben
ottantamila. Viceversa, quando qualcuno di questi contributi eccezionali veniva
gravato in blocco su tutta la città, gli ebrei, nonostante le richieste ed i clamori di
parte cristiana, venivano costantemente dichiarati franchi da parte delle autorità
centrali, in quanto avevano già fatto il loro dovere separatamente. Tutto
compreso si può dire che, dai documenti che rimangono sulle relazioni fra fisco
ed ebrei nel Mezzogiorno durante il periodo aragonese, nonostante vi si
incontrino occasionalmente inevitabili rimostranze, nell’insieme non vi si
avverte mai uno stato di vera tensione, sintomo di abuso da parte di chi esige e di
insofferenza da parte di chi deve dare 85.
Un contegno cosí liberale da parte degli aragonesi è chiaro che abbia attirato
da ogni dove masse di ebrei verso il regno di Napoli. Il nucleo piú grande
provenne dalle varie regioni degli stati della Chiesa; ma non pochi ne accorsero
pure da altre terre italiane, come dal ducato di Milano, dagli stati estensi e dal
regno di Sicilia; e non ne mancarono neanche di provenienti da piú lontano, e
cioè dalla Germania e dalla Provenza. Un ulteriore segno del calore di questa
protezione, si può ritrovare nel fatto che tanto il re quanto i signori locali erano
soliti, quando qualcuno dei propri ebrei piú in vista doveva recarsi
temporaneamente fuori del regno, di munirlo di personali commendatizie. Gli
ebrei che si trasferivano nel Napoletano vi entravano generalmente in larghe
compagnie composte da vari soci di affari con relative famiglie, ministri,
pedagoghi e servi, nonché con merci, oro, argento e denaro. Se si fermavano a
Napoli, sapevano che dal 1462 era stata loro accordata la esenzione da ogni
imposta, e dal 1468 l’acquisto automatico della cittadinanza; se in altre città,
trattavano caso per caso analoghe prerogative e ricevevano idonee assicurazioni.
Quando la compagnia era importante per persone e per mezzi, otteneva una
esplicita licenza ad occuparsi di «mercancie, negocaciune et uxure», e cioè il
diritto non solo di tenere banco, ma anche di esercitare ogni genere di affari e di
commerci; quando invece si trattava di ebrei isolati, costoro si accomodavano
all’ombra delle concessioni avute dai maggiori raggruppamenti 86.
La penetrazione e la diffusione delle colonie ebraiche nel vasto regno di
Napoli – da Reggio Calabria a Sud, a Fondi da un lato e Teramo dall’altro, a
Nord – si lascia arguire da alcuni dati. Durante la seconda metà del Quattrocento
risultano abitate da ebrei non meno di centosettanta località. Nel repertorio che
ne è stato redatto figurano tutte le maggiori città del tempo; ma l’impressione è
che gli ebrei preferissero, piuttosto che soffermarsi in queste, abitare nei paesi
meno importanti, per costituirvi una solida, sicura minoranza. Cosí in Calabria,
in piccoli centri come Montalto vi erano, nell’ultimo quarto del secolo
quindicesimo, mille ebrei; ad Altomonte settecento, a Monteleone oltre trecento,
mentre a Simmari superavano perfino i cristiani. Un calcolo che non pretende
una certezza assoluta, perché basato sulle cifre globali del pagamento delle
imposte, ma che comunque è abbastanza convincente, indicherebbe che in
questo periodo vivevano in Abruzzo quattromila ebrei ed altrettanti in
Capitanata; quindicimila in Campania ed oltre dodicimila, sia in Puglia e
Basilicata insieme, sia in Calabria; tutto questo porterebbe quindi a una
popolazione di cinquantamila ebrei circa nel regno di Napoli. Essa non può
essere paragonata a quella totale del regno per mancanza di dati; ma certo è che
già vi formava una percentuale ragguardevole, prima che i nuovi afflussi degli
ultimi anni del Quattrocento la ingrossassero ancora di piú 87.
Come nelle città del Nord, e a differenza da quelle della Sicilia, l’attività piú
ambita e di maggiore spicco del ceto ebraico del Mezzogiorno fu il prestito.
Anche qui i banchieri ebrei erano sollecitati dalle singole località, protetti dal
signore, mantenuti come calmieratori dei loro concorrenti cristiani scesi da
Venezia, da Genova o da Firenze; ma in piú, erano maggiormente salvaguardati
che non nel Settentrione dalle ire dei frati minori. Questi prestatori ebrei
dovevano far fronte ad una economia estremamente povera ed assetata di denaro
spicciolo, e senza dubbio vi operarono con mano tutt’altro che leggera. Dal
quarantacinque per cento di interesse dei tempi di Giovanna II, il mercato
finanziario non si era infatti ripreso troppo, se il 12 luglio 1468 re Ferrante
stabiliva che gli ebrei non dovessero percepire piú del ventiquattro per cento per
prestiti superiori a cinquanta ducati, e del trentasei per cento per prestiti inferiori;
inoltre, frequenti erano le eccezioni, come a Cosenza e ad Altaviva, dove il corso
normale del compenso sul denaro era del trenta per cento, mentre a Napoli, dove
la concorrenza era piú sensibile, era del diciotto per cento. Una luce sulla
ragione per cui questo servizio dei banchieri ebrei – tanto imprescindibile quanto
oneroso – incontrava tanto favore presso i governanti aragonesi, traspare forse
dalla premessa a una richiesta di licenza di banco di alcuni ebrei di Cosenza nel
1478, dove è detto che il banco avrebbe dovuto funzionare «per potersi
subvenire li poveri homini a loro necessità, et maxime per pagare li fiscali
pagamenti». Come canone fisso, e salvo altri tributi occasionali, i banchieri ebrei
del regno versavano nel 1452 mille ducati all’anno. Quanto alla loro espansione,
essa era delle piú vaste. Nel Salernitano, ad esempio, oltre che nel capoluogo se
ne trovavano a Sanseverino, a Cava, a Agropoli, a Maiori, a Gioi, a
Castellammare, a Policastro. E quando, nel 1487, il capitano di Agropoli tentò di
approfittarsi di uno di essi, il principe di Salerno, sapendo in che conto erano
tenuti i banchieri dal sovrano, gli scriveva senza reticenze: «Et non fate lo
contrario per quanto haviti cara la gratia de lo signore et la pena de oncze
XXV» 88.
Oltre questa, non si può parlare di altre attività in cui gli ebrei del
Mezzogiorno avessero una prevalenza, salvo che nell’industria e nel commercio
della seta, che nel Quattrocento fiorivano particolarmente in Calabria. A
Catanzaro, principale mercato serico d’Italia del tempo, questa attività era quasi
completamente concentrata in mani ebraiche, e a Reggio, dove pure si
occupavano largamente sia dell’industria sia del commercio della seta, gli ebrei
furono i primi ad introdurre la tintura dei drappi con l’indaco. Circa altri mestieri
a cui si applicavano, le notizie piú frequenti ricordano la lavorazione del ferro,
del rame, del bronzo, l’oreficeria e l’argenteria, la concia delle pelli, la fabbrica
di stoffe, la confezione di vestiti, il commercio di generi commestibili. In Puglia,
poi, sia in veste di ebrei sia di neofiti, formavano il lievito piú attivo del
commercio locale. Ma se è ben difficile raccogliere in una nota riassuntiva di
mestieri quelli esercitati dalle decine di migliaia di ebrei meridionali, è sicuro
invece che tali ebrei fossero figure consuete e numerose nelle fiere, le quali
rappresentavano il mercato massimo di piccoli e grandi scambi. Anzi dal 1476
era stato ottenuto che, coincidendo l’inaugurazione di una di queste fiere con il
sabato o con altra festività ebraica, i mercanti ebrei che vi erano affluiti fossero
esentati dal partecipare al solenne corteo di apertura con tutte le autorità
pubbliche e il gonfalone cittadino in testa, e scusati se non assistevano
all’alzabandiera inaugurale 89.

14. Gli ebrei nell’Italia centro-settentrionale sul finire di questo periodo.

Trascorsa per tutte le terre dell’Italia centro-settentrionale la grande piena dei


prestatori ebrei e lasciata dietro di sé una sedimentazione fine e diffusa, occorre
ora esaminare in breve come questa sedimentazione ebbe il potere di rinvigorire
la vita ebraica nei centri piú importanti su cui si andò a posare. L’esposizione
che segue, senza escludere il grado preponderante ormai assunto dai banchieri,
cercherà di evitare ogni distinzione e, nei limiti del possibile, presenterà in un sol
blocco tutta la popolazione ebraica di un luogo. Come periodo, si concentrerà
sulla seconda metà del Quattrocento e, come zona, considererà principalmente la
pianura padana, dove appunto si verificarono i piú significativi cambiamenti. Si
tratta, quindi, del periodo e della zona in cui si trovarono ad agire alcune delle
principali famiglie principesche del Rinascimento. Se dovremo citare parecchi di
questi principi, ciò è necessario non per introdurre nella nostra esposizione dei
nomi piú o meno prestigiosi, ma per il ruolo diretto che essi esercitarono in
questa fase della vita degli ebrei italiani. Passato è il tempo in cui i prestatori
dovevano trattare con i singoli comuni, per ottenere quelle licenze individuali di
banco per cui il signore aveva dato preventivamente ai comuni il suo consenso di
massima. I banchieri ebrei delle città maggiori, grazie alla indispensabilità della
loro opera, alla loro solidità finanziaria, alla estensione delle loro relazioni con
altre città ed altri stati, ed anche grazie alla profondità delle loro cognizioni in
alcuni rami della cultura, si erano a poco a poco fatti prendere in considerazione
dal signore come sudditi tutt’altro che negligibili, come strumenti di potere e di
conoscenze con cui era opportuno mantenere dei contatti personali. I prestatori,
ed in generale tutti gli ebrei, da questo momento non vengono piú confusi con la
parte bassa e grigia della popolazione, e d’altra parte hanno cessato da tempo di
essere considerati «servi della corona», e cioè possesso del principe a puro scopo
fiscale. Essi invece vengono da lui trattati come dei minori affiliati alla sua corte,
come degli addetti a mansioni modeste, ma essenziali di questa; i loro rapporti
con il signore sono piú stretti e diretti di quelli di qualsiasi altro ceto della
cittadinanza di media o di bassa estrazione. Il signore – e non il comune – è il
loro vero capo, colui che li manovra a distanza. È per questo che, durante tutta la
seconda metà del Quattrocento e i primissimi decenni del Cinquecento, egli
preferisce assai piú offrir loro il calice con il vino della sua benevolenza che non
con l’assenzio del suo dispetto.
È necessario premettere che è proprio in questo periodo che si verificò a
Trento un misfatto, malvagiamente attribuito agli ebrei. Piccolo nella sua realtà
per quanto feroce nella sua esecuzione, questo misfatto fu ingigantito oltre ogni
misura da parte di chi aveva la potenza della parola e la possibilità concreta di
farlo. Per vent’anni, in un periodo che per molti aspetti potrebbe chiamarsi
benigno per gli ebrei d’Italia, esso costituí la minaccia sempre pronta a
scatenarsi contro di loro, ora in un posto ed ora in un altro. Siccome nel fare la
storia dei singoli stati dell’Italia centro-settentrionale dovremo ricordare
dovunque le conseguenze di questo misfatto, occorre parlarne in precedenza.
Nella prima metà del Quattrocento viveva a Trento un gruppo di ebrei non
grande, ma in termini cordiali con la popolazione e con la autorità vescovile, le
quali non ostacolavano né la maggioranza degli ebrei nei suoi affari di prestito,
né qualche medico che aveva una larga clientela cristiana. Giusto all’inizio
dell’ultimo quarto di secolo, si trovava alla direzione del convento dei frati
minori Bernardino da Feltre. Oratore popolare e facondo, individuo inflessibile
nelle convinzioni del suo ordine sulla questione delle usure, egli era persuaso
che queste dovessero essere divelte da ogni città insieme a ogni possibile radice
ebraica, e al loro posto piantato l’albero del Monte di Pietà. La sua avversione
contro gli ebrei non si limitava soltanto ai prestatori, ma a tutti indistintamente;
gli veniva anche dal padre che, come rappresentante della città di Feltre, aveva
perorato presso il senato veneziano l’espulsione degli ebrei da quella città. In
una predica tenuta a Trento al principio del 1475, Bernardino «profetizzò» che,
prima della Pasqua, sarebbe venuto alla luce un atto di tremenda malvagità
commesso dagli ebrei. Ed infatti la domenica di Pasqua, 26 marzo, gli ebrei
videro galleggiare in un canale di scolo presso una delle loro case il cadavere
accoltellato di un bimbo cristiano di poco piú di due anni, Simone Unverdorben.
I maggiorenti ebrei furono subito messi in prigione quali sospetti di infanticidio;
respinsero ogni accusa, facendo il nome del cristiano che presumibilmente aveva
commesso il delitto dietro istigazione altrui. Sotto la tortura, alla fine un ebreo di
ottanta anni cedette e «confessò». I primi otto ebrei furono cosí giustiziati tre
mesi dopo il delitto. Il caso ebbe immediatamente risonanze in alto, ma tutte
sorde. Il doge Pietro Mocenigo, il 22 aprile, aveva fatto pervenire al podestà di
Padova e ad altri podestà un suo decreto con cui intimava che gli ebrei fossero
tenuti sotto la piú stretta protezione perché riteneva che la questione fosse stata
montata artificiosamente; il duca Sigismondo del Tirolo si schierò a difesa degli
ebrei; papa Sisto IV, a varie riprese fra il giugno e l’agosto, suggerí maggiore
oculatezza al vescovo di Trento, per lo meno fino al termine dell’indagine da lui
affidata a un messo pontificio; in una enciclica del 10 ottobre invitò poi tutti i
potentati d’Italia a difendere gli ebrei ed i loro beni da possibili attacchi. Con
tutto ciò l’esaltazione a Trento era giunta ormai a tal punto che non era piú
possibile farla recedere. Fra il dicembre del 1475 ed il gennaio del 1476, altri
cinque ebrei furono messi a morte, e poco dopo tutti i rimanenti furono arrestati
e scacciati definitivamente dalla città. Vedremo in altro capitolo come, piú tardi,
anche la Chiesa ufficiale si lasciasse indurre a un notevole capovolgimento di
giudizio. In ogni caso è da questo momento che ebbe inizio la crociata di
Bernardino da Feltre contro gli ebrei di gran parte d’Italia 90.
Riprendendo ora l’esposizione della storia ebraica in termini generali e
all’incirca dall’inizio del Quattrocento, cominceremo da Firenze. Qui, come si
ricorda, gli ultrapotenti banchieri-mercanti cristiani ed i loro minori fratelli che
trafficavano in piú modesti affari di denaro non erano stati per lungo tempo
estranei alla resistenza che la signoria aveva opposto all’ingresso dei prestatori
ebrei nella città. Poi, essendosi ridotta la potenza di quelli e rimanendo sempre
pressanti le richieste di aiuto economico da parte del popolo minuto, la signoria,
come già accennato, si era decisa nel primo Quattrocento a utilizzare le offerte
ebraiche, limitandole però alla sola provincia. Soddisfatta, nell’ottobre del 1437
compí il passo successivo e si accordò con un consorzio di prestatori ebrei,
capeggiato da coloro che già avevano operato nel contado; pochi mesi dopo,
venivano aperti a Firenze i primi quattro banchi ebraici. Questa volta, pare che
non fosse stato estraneo alla decisione favorevole il maggiore e piú accorto dei
banchieri-mercanti non solo di Firenze ma di tutta Europa: quel Cosimo de’
Medici che era rientrato da poco nella sua città, affermandovisi come il vero,
seppure larvato signore. Fin da questo primo inizio la comunità ebraica di
Firenze, composta da un centinaio di membri, in gran parte consumati banchieri
(i da Pisa, i da Tivoli, i da Rieti, i da Fano ed altri), si presenta come legata e,
con le debite proporzioni, quasi modellata sulla famiglia de’ Medici che la
proteggeva: per lo sviluppo delle sue fortune economiche, per l’intonazione della
sua vita sociale e privata, per il mecenatismo accordato agli studi ebraici. Il tipo
del signore ebreo del Rinascimento, se mai esistette in qualche parte d’Italia,
andrebbe appunto ricercato fra questi ebrei di Firenze della seconda metà del
Quattrocento. Lorenzo il Magnifico, estimatore, come vedremo, degli ebrei non
solo in quanto uomini di finanza, non mancò, occorrendone il caso, di mostrare
ad essi la sua favorevole disposizione. Cosí nel 1477 riuscí a paralizzare un
decreto di espulsione votato contro tutti gli ebrei non banchieri che avevano
preso residenza a Firenze, e nel 1488 allentò la tensione provocata in mezzo al
popolino dalle prediche di Bernardino da Feltre.
Questa medaglia aveva però il suo rovescio nel fatto che gli ebrei furono fatti
compartecipi delle sorti della casata dominante, e quindi ebbero costantemente
da temere l’avvento dei governi popolari, i quali erano mossi non soltanto da
odio contro i nobili ed i loro partigiani, fra cui venivano annoverati gli ebrei, ma
anche da estrema intransigenza religiosa. Il primo crollo della egemonia medicea
nel 1494 e la sua sostituzione con un governo democratico, che prendeva il suo
consiglio dalle ascetiche esortazioni di Gerolamo Savonarola, ebbe un
contraccolpo immediato sulla compagine ebraica di Firenze. L’avvicendamento
del potere, verificatosi per due volte di seguito nel successivo terzo di secolo fra
la casa de’ Medici, debole nei suoi nuovi rappresentanti, e i difensori della
repubblica popolare, procurò altrettanti contraccolpi. La prima volta, in regime
popolare, tra la fine del 1495 ed il principio dell’anno successivo fu abrogato il
prestito ebraico in favore di quello esercitato dal Monte di Pietà e
contemporaneamente fu decretata l’espulsione dei banchieri ebrei nel termine di
un anno. Un grazioso prestito di sedicimila fiorini versato nelle casse assetate
della repubblica, procurò un respiro fino a che non fosse avvenuto il rimborso. Il
rimborso, naturalmente non sollecitato da parte ebraica, si trascinò a lungo
nonostante il malcontento e le minacce espresse dal popolo minuto; alla fine
ebbe luogo quando la restaurazione medicea era alle porte. Da qui un respiro di
altri quindici anni per gli ebrei, respiro troncato con il nuovo sopravvento dei
fautori della repubblica. Costoro, nel 1527, in un clima di particolare
infatuazione religiosa, decretarono nuovamente lo sfratto degli ebrei e
cominciarono a metterlo in esecuzione, non è chiaro se comprendendovi tutti i
residenti ebrei o soltanto i prestatori. Quando poi nel 1530 un Medici, munito
dell’ambiguo appellativo di duca della repubblica, riprese stabilmente il possesso
di Firenze, gli ebrei ritrovarono la loro calma, per lo meno per lo spazio di una
generazione 91.
Quanto a Pisa, il cui indebolimento politico ed economico già percettibile
dalla seconda metà del Trecento, si era molto accentuato dopo che, nel 1406, la
città era passata sotto la potestà di Firenze, il nucleo ebraico che vi si trovava
aumentò di solidità quando vi si venne ad aggregare uno dei rami maggiori della
famiglia da Sinagoga (ora da Pisa), che abbiamo già ricordata. Nello stesso 1406
cominciò a gestire un banco nella città Vitale o Jechiel di Mattatià da Pisa il
quale, attraverso una fitta rete di banchi gestiti da familiari, pian piano ebbe
parte nelle questioni di prestito di cinque o sei città della Toscana e di fuori.
L’omonimo figlio di sua figlia, Jechiel di Isaac da Pisa, che aveva ereditato la
perspicacia affaristica del nonno e ne aveva accresciuto la potenza finanziaria e
la influenza sui governanti delle varie città, divideva il suo tempo fra il banco di
Pisa e quello assai importante di Firenze, mentre non trascurava le sue
partecipazioni bancarie a Arezzo, Lucca, Forlí e Rimini. Gli attacchi sferrati dai
minori francescani contro il prestito ebraico trovarono i da Pisa su un piano di
attiva difesa. A Firenze, il secondo Jechiel fu il rappresentante di tutti gli altri
prestatori ebrei, e fu proprio lui ad ottenere da Lorenzo il Magnifico i due
interventi del 1477 e del 1488 ricordati poco sopra; a Pisa, la sua casa fu
saccheggiata nel 1471 da una folla eccitata dalle prediche antiebraiche, senza
però strascichi piú gravi. Invece nel 1496, quando il Monte di Pietà venne aperto
anche a Pisa, il figlio di Jechiel, Isaac, ebbe la sagacia di sottoscriversi per il suo
mantenimento, versando oltre la metà del capitale di fondazione nonché l’affitto
della sede di questo istituto puramente cristiano; conseguenza fu che si continuò
a tollerare il prestito ebraico 92.
La casa d’Este presenta, già dalla metà del Quattrocento, un esempio genuino
di intesa fra signore e ebrei. È un’intesa che avrà poi modo di esplicarsi in tutta
la sua pienezza nel secolo successivo, nonostante dovesse sempre superare la
resistenza della Santa Sede, per il fatto che in origine i signori estensi erano stati
investiti da questa di un vicariato sulle proprie terre e non di un potere
autonomo. Nel 1451 il marchese Borso aveva ottenuto da Roma il diritto legale
di mantenere e di proteggere gli ebrei che stavano affluendo nei suoi domini e
che di preferenza si stanziavano a Ferrara, a Reggio e a Modena; anche Carpi,
Finale, Scandiano, Mirandola, Lugo, Correggio, Argenta, Brescello, Sassuolo e
vari altri centri piú piccoli, che, stabilmente o temporaneamente, vissero sotto la
signoria estense, ebbero il loro «pubblico feneratore» ebreo e qualche altra
famiglia intorno a lui. Il benestare della Chiesa, quando occorreva, era di solito
accompagnato da qualche contropartita. Cosí nel 1458, allorché gli ebrei di
Ferrara, di Modena e di altre città vicine, furono trovati colpevoli
dall’Inquisizione di aver costruito senza licenza una pubblica sinagoga nella
prima città, potettero liberarsi da conseguenze peggiori versando l’enorme
ammenda di cinquemila scudi d’oro, incamerati fra casa d’Este e l’Inquisizione.
Fu solo nel 1481 che i duchi estensi potettero accordare a Samuel Melli, oriundo
di Roma, licenza di erigere liberamente una sinagoga, che con il tempo diventò
la maggiore delle dieci che esistevano a Ferrara, e tale è rimasta fino ad oggi.
Sempre con il medesimo animo favorevole il duca Ercole I rispondeva nel 1473
ai delegati pontifici che gli consigliavano di allontanare tutti gli ebrei dal suo
stato, o per lo meno i prestatori, che non solo egli non era in grado di rinunciare
né agli uni né agli altri, ma che da allora li avrebbe esonerati dal pagamento dei
grossi balzelli che la Camera Apostolica ancora esigeva. Quanto alle prediche
dei frati, Lionello fu il primo degli Estensi a rivolgersi, nel 1448, a papa Niccolò
V affinché consigliasse moderazione di parola ai quaresimalisti, se proprio non
poteva vietar loro di predicare. Dopo di lui, anche altri duchi estensi fecero del
loro meglio per arginare gli effetti delle prediche, tanto che perfino a Bernardino
da Feltre, nel 1493, fu impedito di portare a termine i suoi infuocati sermoni.
Solo nel 1496 le fiamme che accendevano i predicatori raggiunsero anche Ercole
I, e questi diede ordine che gli ebrei fossero obbligati ad ascoltare le prediche e a
andare in giro con il segno; ma fu un inasprimento che non durò molto piú dei
giorni penitenziali 93.
A Mantova, l’ombra non sempre sicura proiettata dai marchesi Gonzaga sulla
colonia ebraica non fu di ostacolo né a un costante ingrandimento della colonia
stessa né a una fioritura tutta particolare di personalità ebraiche. Quanto a queste
ultime, qualche nome sarà fatto in altre pagine; qui è significativo ricordare che
due dei maggiori dotti ebrei del tempo, il rabbino Josef Colon d’origine francese,
ricercatissimo in tutta Europa per i suoi consulti legali, ed il rabbino Jehuda di
Jechiel da Napoli, detto Messer Leon, filosofo e commentatore di filosofi, si
indussero contemporaneamente a fissare a Mantova la propria residenza. Ma con
il tempo questa loro scelta non si dimostrò la piú felice. Il tradizionalismo del
primo finí per scontrarsi contro l’umanesimo del secondo, e la polemica divenne
a un certo momento cosí arroventata che il marchese Guglielmo, nel 1475,
salomonicamente espulse ambedue dalla città. Come altrove, i banchieri
seguitavano a rimanere il nucleo basilare della colonia, e poco influí su di essi la
sospensione di attività che dovettero subire fra il 1462 e il 1466. Ma qui si
verificò lo strano caso che, mentre a partire dall’ultimo quarto del secolo
entrarono a Mantova commercianti ed artigiani ebrei in grande numero, fra i due
gruppi non si riuscí a stabilire una cooperazione in materia di interessi comuni,
sia cultuali sia amministrativi, tanto che si ebbero due comunità distinte. Questa
dicotomia seguitò a trascinarsi per un secolo e mezzo.
L’arrivo a scaglioni di un migliaio di nuovi elementi portò con sé la creazione
di vari templi, sicché alla fine del Cinquecento se ne contavano ben nove; tra
questi, non meno di tre erano adibiti al servizio degli ebrei di origine tedesca. Fra
i tedeschi, molti erano quelli del Trentino e della Baviera, discesi a Mantova per
fuggire al terrore che si era diffuso nel 1475 dopo l’uccisione del piccolo
Simone; anche a Mantova però dovevano farsi risentire le ripercussioni di
quell’infausto episodio. Il solito Bernardino da Feltre nel 1484 risollevò nella
città la questione della morte di Simone durante le prediche che tenne sulla
piazza del Duomo al cospetto del popolo. Egli ne trasse anzi lo spunto per
accusare i Gonzaga di eccessiva benevolenza verso gli ebrei e per esigere
l’introduzione delle misure antiebraiche propugnate dai frati minori. L’accusa
pubblica era troppo pericolosa perché i Gonzaga non cercassero di sventarla;
oltre tutto il marchese Francesco era, personalmente, cosí poco incline agli ebrei
che non mancò di cogliere il destro offertogli. Nel 1485 fu fondato il primo
Monte di Pietà e gli ebrei furono costretti ad assistere alle prediche
conversionistiche; nel 1496 Isabella d’Este, moglie di Francesco Gonzaga,
introdusse a sua volta il segno ed altre vessazioni, mentre l’anno prima il marito
era stato l’ideatore di una pungente beffa contro un banchiere ebreo, tale Daniel
Norsa. Costui aveva acquistato una casa al centro della città ed aveva ottenuto
dal vescovo, dietro pagamento di una indennità, il permesso di rimuovere
un’immagine sacra cristiana che si trovava sulla facciata: risentimento del
popolino, intervento del marchese, reduce, in qualità di comandante dei
confederati italiani, da quella che, lí per lí, era stata considerata una grande
vittoria contro i francesi a Fornovo. Egli ordinò che la casa fosse abbattuta, che
al suo posto fosse eretta una chiesa intitolata a santa Maria della Vittoria, e che
Andrea Mantegna dipingesse, a spese del Norsa, un quadro rappresentante la
Madonna che raccoglieva sotto il suo manto la famiglia Gonzaga (il bellissimo
quadro è oggi al museo del Louvre, a Parigi). Contemporaneamente un ignoto
pittore faceva un secondo quadro nel quale si scorge la Madonna che riceve il
modello della nuova chiesa. Nel basso del quadro – che si trova tuttora nella
basilica di Sant’Andrea a Mantova – si scorgono bene in evidenza quattro
membri della famiglia Norsa, con tanto di segno sull’abito e con il volto
smarrito. Nonostante questo ed altri minori affronti, la situazione degli ebrei a
Mantova si presentava tutt’altro che critica. E certamente non diversa era nelle
quattordici cittadine del Mantovano, dove gli ebrei tenevano banco negli ultimi
anni del Quattrocento; fra queste ricorderemo Revere, Sermide, Viadana e
Villimpenta. Queste località nel 1540 erano salite a ventuno 94.
In Lombardia, sempre poco abitata dagli ebrei, i primi vi erano stati chiamati
nel 1387 da Giangaleazzo Visconti. Sulle prime si erano fermati a Cremona; poi
si erano estesi verso Pavia, Como, Vigevano. Caduta a metà del Quattrocento la
signoria dei Visconti, parecchi altri erano stati introdotti da Francesco Sforza, il
quale si preoccupò subito che il suo desiderio di mantenere piú aperte le porte
del ducato di Milano agli ebrei non incontrasse l’opposizione della Chiesa. Fu
cosí che il 23 gennaio 1452 egli si procurò il benestare di papa Niccolò V, a
patto di osservare le leggi canoniche relative agli ebrei. Sia Francesco Sforza sia
i suoi successori furono larghi di favori verso gli ebrei, e pronti a sostenerne le
ragioni, specie nei riguardi della popolazione e dei comuni locali che non
avevano mutato il loro atteggiamento tradizionalmente ostile. Per varie
disposizioni ecclesiastiche, e principalmente per quella del segno, non pare che
gli Sforza si dimostrassero troppo ortodossi. Come contropartita di questa
ospitalità saldamente protetta, gli ebrei pagarono però un prezzo particolarmente
alto: dovettero impegnarsi ad esercitare il prestito in tutto il territorio ducale
anche là dove non era remunerativo, e per di piú a pagare un tributo molto
elevato, che da tremila imperiali salí rapidamente a ventimila. Anche in questo
nuovo insediamento, Cremona fu il centro di maggiore attrazione per gli ebrei;
qui, tra il 1466 e il 1468, le autorità cittadine presentarono istanza a Bianca
Maria Visconti affinché ponesse fine all’ingresso di nuovi ebrei. A Pavia
andarono a soggiornare soltanto poche famiglie, il cui capo era Manno di
Vicenza, figlio del già menzionato Anselmo; anch’egli fu banchiere del comune.
Altre famiglie si diressero, dopo il 1490, verso Alessandria, verso Lodi e forse
verso la stessa Milano. Anche in centri piú piccoli gli ebrei funzionavano da
banchieri del comune e dovevano essere pronti a tutte le piú inopinate richieste.
Nella piccola Vigevano, nell’ultimo terzo del Quattrocento, i banchieri non solo
dovettero anticipare gran parte degli esborsi per la costruzione della rocca e per
la dote di Bianca Maria Sforza, ma anche pagare il compenso al boia e il costo
per l’edificazione di una casa di tolleranza voluta dal duca. Nonostante i
capovolgimenti politici che si verificarono nello stato milanese dopo il 1499,
questa situazione non subí sostanziali mutamenti fino alla conquista spagnola.
Ancora nel 1533, Francesco II – ultimo degli Sforza, dopo la restaurazione –
emetteva una generosa carta di privilegi a favore degli ebrei. Deve essere però
ricordato che, fra il 1493 e il 1494, Bernardino da Feltre tuonò con tale vigore a
Pavia contro gli ebrei, che un terzo di secolo dopo, nel 1527, se ne conservava
tra i pavesi ancora viva memoria. Nella imminenza della invasione francese nella
città, gli abitanti, infatti, fecero voto di cacciare gli ebrei se fossero stati
risparmiati dal sacco. Il sacco avvenne, ma il voto, non essendosi potuto
assolvere subito, rimase come un peso sulla coscienza dei pavesi e sulla testa
degli ebrei. Fu attuato settant’anni dopo: esempio di quanto poteva, al di sotto di
un piano di esistenza apparentemente tranquillo quale era quello in cui vivevano
in questo periodo gli ebrei dello stato di Milano, l’odio contro di essi 95.
Parma, che condivise per un secolo con Milano la signoria dei Visconti,
contava una comunità ebraica piú antica, piú stabile, piú numerosa. Nel 1348
essa fu vittima di un atroce bagno di sangue, dopo che era stata fatta correre la
voce che fossero stati gli ebrei a spargere il germe della peste nera. Già dal
tempo dei Visconti operavano a Parma vari prestatori e vi si distinguevano
medici di particolare valentia, fra cui, a metà del Quattrocento, un certo Elia
addetto alla persona del duca. Succeduti gli Sforza, gli ebrei parmensi
risentirono anch’essi gli effetti contrastanti del buonvolere dei nuovi duchi e del
malvolere della cittadinanza. Francesco Sforza, nel 1449, confermò ed accrebbe
i privilegi dei banchieri. Giangaleazzo abrogò il segno che era stato introdotto
nel 1473 dal «maestro delle entrate». Egli si sforzò anche di contenere gli effetti
della predicazione antiebraica, nella quale aveva tenuto, come altrove, la
bandiera Bernardino da Feltre che, tra l’altro, era riuscito a far espellere alcune
donne ebree, ree di aver dato lezioni di danza a delle nobili signore della città.
Quando nel 1488, per esortazione di Bernardino, fu introdotto a Parma il Monte
di Pietà, la situazione degli ebrei prese a slittare sempre piú rapidamente, tanto
che essi ritennero prudente di allontanarsi dalla città, cercando rifugio nei paesi
piú piccoli; alcuni si trasferirono a Piacenza. Salvo pochissime eccezioni, anche
nel futuro Parma rimarrà praticamente priva di ebrei 96.
La dimora poco stabile degli ebrei a Venezia – dimora che, ad ogni rinnovo di
condotta, doveva superare gli agitati dibattiti nel Consiglio dei Pregadi (il senato
veneziano) – divenne alquanto piú sicura dopo il 1463 quando il Consiglio dei
Dieci, per togliersi ogni scrupolo, interpellò in argomento il legato pontificio
cardinale Bessarione. Questi espresse il parere che la Chiesa non si sarebbe
opposta a uno stabile soggiorno degli ebrei in tutto il territorio veneziano, purché
ad essi fossero fatti osservare i capitoli imposti nel secolo precedente. Questi
capitoli, come si ricorda, comportavano fra l’altro il divieto di possedere beni
immobili, l’obbligo di portare un cerchio giallo sul vestito, e un controllo cosí
serrato sui prestatori da rasentare la loro esclusione. Il senato veneziano fece
proprio questo consiglio tanto che, per il resto del secolo, gli ebrei, specie se non
prestatori, poterono vivere piú che passabilmente nella città lagunare, non di
rado forzando a proprio vantaggio l’applicazione delle restrizioni a cui avrebbero
dovuto sottostare. Anche nelle altre città sotto la sua giurisdizione, il senato
veneziano cercò di far rispettare tali norme, ma non sempre riuscí a superare gli
atteggiamenti indipendenti delle autorità locali, e ancor piú la tradizionale
avversione nei riguardi degli ebrei di città che solo da poco erano entrate
nell’orbita di Venezia. Vi è poi da aggiungere che la predicazione dei frati
minori, piú acre nelle città di terraferma che non nella capitale, ebbe modo di
provocare di tanto in tanto provvedimenti di espulsione, particolarmente diretti
contro i banchieri. Furono però espulsioni che, nella maggioranza, potettero
essere sanate con il trascorrere di qualche anno.
A Padova, dove il passaggio sotto la signoria di Venezia (1405) aveva
significato, per gli ebrei che vi dimoravano e di cui la maggioranza trafficava in
denaro, anche il passaggio da una posizione di tranquilla semiuguaglianza
politica ad una di combattuta disuguaglianza date le leggi piú restrittive che
vigevano a Venezia, divennero sempre piú accesi i contrasti fra i banchieri ebrei
che non volevano rinunciare ai diritti acquisiti, e l’amministrazione padovana
che voleva abbassarli al livello di quelli di Venezia. Nel 1455 si arrivò a una
cacciata di tutti i banchieri; essa non fu però di lunga durata. A Verona, dove il
disfavore delle popolazioni verso i prestatori ebrei era stato costante, il consiglio
comunale se ne fece interprete e giudice nel marzo del 1499, espellendoli tutti
dalla città e dalla provincia. Essi si allontanarono dalla città, ma siccome i
cristiani invitati al loro posto si comportarono in modo da attirarsi la
deplorazione generale, dopo pochissimo furono richiamati. È probabile invece
che i prestatori siano rimasti nella provincia, e specialmente a Soave, dove
soggiornavano in un certo numero, e a Villafranca, dove il diarista Marin Sanudo
il giovane ne aveva trovati nel 1483 parecchi che abitavano in «una rocha con
molte caxe dentro». Difficoltà ancora piú forti incontrarono i banchieri di
Bassano, la cui estromissione ebbe luogo a piú riprese, nel 1468, nel 1481 e
verso il 1492, ma ogni volta fu seguita da una riammissione. Particolarmente
drastici furono i provvedimenti presi contro gli ebrei di alcune città lombarde
assorbite dalla signoria veneziana nel terzo decennio del Quattrocento. Qui
prevalsero rapidamente gli umori tradizionalmente antiebraici della popolazione
locale, non piú contrastati dalla energia di signori favorevoli come gli Sforza, ma
solo attenuati a distanza dal Consiglio dei Pregadi. Cosí avvenne a Brescia, dove
i pochi ebrei che vi soggiornavano furono costantemente combattuti dalla
popolazione, aggrediti nell’anno dei fatti di Trento, varie volte minacciati di
espulsione come prestatori o addirittura espulsi, sempre in una situazione tesa
che si risolse nel 1572 con una cacciata generale e quasi senza ritorno. Piú rapida
fu la sorte degli ebrei che vivevano a Salò e in altri paesi della riviera bresciana
del lago di Garda: una prima cacciata ebbe luogo nel 1437 e una seconda, senza
remissione, nel 1479. In quest’ultimo anno, anche gli ebrei di Bergamo subirono
un simile infortunio, ma temporaneo 97.
Oltre che in molti di questi eventi, altri ve ne furono in cui il dramma di
Trento fece sentire il suo tragico peso. Nel 1480 furono arrestati a Treviso
cinque ebrei sotto l’accusa di aver trucidato a scopo rituale un bimbo cristiano,
Sebastiano Novello, nella vicina Portobuffolé. L’epilogo di questo delitto mai
chiarito fu il rogo a Venezia per tutti e cinque i sospettati. A Vicenza, i pochi
ebrei che vi si trovavano e che erano stati fatti segno nel 1453 a un tentativo di
espulsione, lo soffrirono effettivamente nel 1486 dopo che la voce popolare ebbe
attribuito a qualcuno di loro, senza l’ombra di una prova, l’uccisione di un altro
bimbo. Infine, una manifestazione di zelo analoga a quella di Pavia, anche se
precedente, fu alla base della cacciata degli ebrei da Rovereto, passata sotto il
dominio di Venezia nel 1416. Durante l’assedio posto dai tirolesi nel 1487, la
città fece voto che, se fosse riuscita a liberarsi dagli assedianti, avrebbe mandato
via gli ebrei, quale espressione di grazie; il senato di Venezia, a cui fu trasmesso
il voto, lo sanzionò. Per motivi vari la promessa non si poté mantenere subito,
ma quando, nel 1509, Rovereto entrò a far parte degli stati austriaci, il municipio
bandí gli ebrei dalla città e dai dintorni. Quanto a questi ultimi, vi è da notare che
nel corso del Cinquecento era ancora possibile incontrare degli ebrei ad Ala e a
Mori, e al principio del Seicento nella prossima Valsugana. A Riva di Trento,
perduta da Venezia a vantaggio dell’Austria nello stesso 1509, gli ebrei non
furono disturbati, ed anzi vi ebbero una stamperia attivissima fra il 1558 e il
1562, sotto il patronato del cardinale trentino Cristoforo Madruzzo 98.
Questo elenco di tribolazioni patite dagli ebrei delle Venezie nella seconda
metà del Quattrocento, e che non può essere né omesso né riassunto per rispetto
a una compiuta documentazione storica, in realtà non rispecchia pienamente il
vero stato degli ebrei di questa zona in questo periodo. Come già detto, era uno
stato contraddistinto dall’alternarsi di bonacce abbastanza prolungate e di
procelle improvvise. Ma queste si lasciano cogliere meglio di quelle. Ne risulta
cosí un quadro in gran parte negativo, mentre in realtà sarebbe piú giusto poterlo
presentare in gran parte positivo. Quello che esporremo in seguito, e che ha i
suoi addentellati nascosti in questo periodo, avvalorerà questa osservazione.

15. Il consolidamento dei Monti di Pietà.

La conclusione di questo lungo capitolo è riassumibile in molte battaglie


combattute e in qualche successo ottenuto dagli ebrei nel campo della economia
italiana del Tre-Quattrocento. In altra parte della nostra esposizione illustreremo
come questi successi non furono circoscritti soltanto al campo economico.
Prima, però, di procedere oltre è necessario riprendere brevemente in esame un
istituto economico eretto per ostacolare l’espandersi del prestito ebraico, e di cui
abbiamo già descritte le prime mosse: intendiamo il Monte di Pietà.
Per molte delle città or ora esaminate, abbiamo ricordato la fondazione di un
simile istituto. Ma fin da principio, parlando della iniziativa francescana,
avevamo anche detto che raramente la creazione di un Monte di Pietà era
garanzia di una sua lunga sopravvivenza. La debolezza intrinseca del sistema del
piccolo credito escogitato dai frati minori risiedeva nella mancata richiesta di un
compenso sui prestiti offerti, sicché il denaro dato senza un qualsivoglia
corrispettivo perdeva gran parte del suo potere di coesività: era destinato a
liquefarsi e poi a volatilizzarsi a breve scadenza. Questo fatto permise, per un
lungo periodo e in ogni città, la coesistenza – salvo casi di violenze fisiche
contro i banchi ebrei – del prestito francescano, gratuito ma debolissimo, con
quello ebraico, compensato e quindi resistente.
Verso la fine del Quattrocento i francescani, resisi conto a loro spese della
insostenibilità della loro forma di prestito, cominciarono a richiedere un
compenso per le spese di gestione del Monte, per quelle di custodia dei pegni e
per un piccolissimo margine di utili. Questo compenso fu fissato, forse per la
prima volta a Siena nel 1471, al sette e mezzo per cento. Sorsero allora forti
opposizioni da parte degli altri ordini monastici, ed in particolare dei domenicani
e degli agostiniani, i quali intendevano che si rimanesse ancorati al vecchio ed
onorato principio della gratuità del prestito. Contro queste proteste prese
recisamente posizione il capitolo generale dei minori francescani del 1493, il
quale legittimò la percezione dell’interesse. Piú tardi intervenne papa Leone X,
che con una bolla del 1515 stabilí che, anche se cosí riformati, Montes pietatis
licitos esse, et contrarium prædicentes excommunicationis latas sententias
incurrere. Una nuova era di solidità si apriva per i Monti, governati ormai con
solidi principî finanziari.
Ponendo a confronto l’interesse richiesto dai nuovi Monti di Pietà e dai
banchi ebraici, rimane a prima vista poco chiaro come quelli non abbiano
sbaragliato rapidamente questi. Non solo ciò non avvenne, ma il programma di
eliminazione del prestito ebraico non fu piú sbandierato come scopo principale
dei Monti del tipo riformato. Una prima spiegazione è offerta dal fatto che,
nonostante che in epoche successive i Monti di Pietà riuscissero a rinsaldarsi
patrimonialmente, pure non avevano la potenzialità, anche in tempi normali, di
soccorrere tutta la miseria cittadina. Quando poi si abbattevano sulla città una
carestia, un’epidemia o un’invasione, le riserve dei Monti si riducevano
rapidamente a zero. In questi casi eccezionali, il prestatore ebreo doveva
funzionare da valvola di sicurezza, mettendo sulla piazza il contante che altrove
non si poteva piú ottenere. Ma anche nell’andamento normale del credito
minuto, l’ebreo era in grado di fornire servigi e facilitazioni che spesso lo
rendevano meglio accetto del Monte stesso. Questi vantaggi si possono cosí
riassumere: valutazione piú elevata dei pegni; accettazione di ogni sorta di
garanzie; durata maggiore del prestito; possibilità di concedere anticipazioni su
raccolti futuri o su derrate alimentari giacenti; orario di lavoro piú prolungato e
maggiore segretezza nelle operazioni. Questi vantaggi erano considerati tali da
controbilanciare la non piccola disparità fra i due tassi di interesse. A discarico
degli ebrei vi è poi da aggiungere che se essi erano costretti a richiedere un
compenso quasi doppio, gran parte della differenza era destinata a rientrare nelle
casse del governo attraverso quell’assieme di tasse, di prestiti gratuiti, di regalie
di cui abbiamo già parlato. In conclusione, da ora e fino a che non furono
emanate delle vere e proprie leggi per l’abolizione dei banchi ebraici – e le piú
gravi lo furono nel Seicento –, denaro dei Monti di Pietà e denaro dei prestiti
ebraici poterono procedere di pari passo, fronteggiandosi a viso aperto 99.

1
TOMMASO D’AQUINO, De regimine Judaeorum ad ducissam Brabantiae, Parma 1852-73, XVI, 292.
2
COLORNI, V ., Prestito, 3-28; MILANO, A., I primordi del prestito ebraico in Italia, «RMI», XIX, 1953,
221-27.
3 MILANO, A ., Primordi del prestito, 227-30, 272-80.

4 Di queste «condotte di banco» se ne conservano a centinaia; quanto è qui esposto ne è un condensato e

un distillato.
5 LUZZATTO, G .
I prestiti comunali e gli ebrei a Matelica nel secolo XIII , Padova 1908, 15-19;
COLORNI, V ., Prestito, 29; FABIANI, G., Gli ebrei e il Monte di Pietà in Ascoli, Ascoli Piceno 1942, 8-12,

169-71.
6 LEONIJ, L., Capitoli del Comune di Todi con gli ebrei, «Arch. Stor. It.», serie III, XXII, 1875, 182-90;

FABRETTI, A., Sulla condizione degli ebrei a Perugia dal XIII al XVII secolo, Torino 1891, 5; FUMI, L.,

Codice diplomatico della città di Orvieto, Firenze 1884, 418-20; NORSA, P ., Norsa I, 3, 7-8; REZASCO, G.,
Del segno degli ebrei, «Giornale Ligustico di Archeol., Storia e Belle Arti», 1888-89, XV-XVI, estr. 27-9.
7 DAVIDSOHN, R ., Forschungen tur Geschichte von Florenz, Berlin 1896-1908. II, 228-31; LEWINSKI,
A ., Sulla storia degli ebrei d’Italia nei secoli XII-XIV , «Riv. Isr.», II, 1905, 194-98; III, 1906, 19-22.
8 MENGOZZI, N. , Monte dei Paschi di Siena, I, 81-87, 94-98; CASSUTO, U., Firenze, 14-18.

9 CASSUTO, U., Da Pisa, V, 1908, 230-36; VII, 1910, 72-77.

10 CIARDINI, M ., Firenze, 25-26; FICAI VELTRONI, P., Usurai giudei a Cortona, «Difesa della Razza»,

20 giugno 1939; LEONIJ, L., Todi, 188-90; Inventario del R. Archivio di Stato di Lucca, Lucca 1872, I, 210
sgg.; LAZZARESCHI, E., Il beato Bernardino da Feltre – Gli ebrei e il Monte di Pietà in Lucca, «Boll. Stor.
Lucchese», XIII, 1941, estr. 4-7.
11
LONARDI, P. M ., Pisa, VII, 1898, 184-91, 205.
12
ALEANDRI, V. E ., Gli ebrei, le loro banche di usure ed il Monte di Pietà di San Severino Marche, San
Severino Marche 1891, 16; PACE, C., La colonia ebrea di Montegiorgio, «Le Marche», 1911, 118-21;
GHETTI, B., Gli ebrei ed il Monte di Pietà in Recanati nei secoli XV e XVI , «Atti Deput. Slot. Patria
Marche», IV, 1907, 13 sgg.
13 LUZZATTO, G ., Urbino, 14, 20-22; CIAVARINI, C., Ancona, 3.

14 LUZZATTO, G., Urbino, 14-15; PACE, C., op. cit., 118-21.

15 ARTOM, E. S ., Notizie sugli ebrei a Rimini e nelle Marche in un quesito rituale, in Miscell. di Studi

ebraici in memoria di H. P. Chajes, Firenze 1930, 2-3; NORSA, P., Norsa I, 4.


16
RINALDI, E ., Gli ebrei in Forlí nei secoli XIV e XV , «Atti Deput. Stor. Patria Romagna», serie IV, X,
1920, 296; BALLETTI, A., Estensi, 18; ROSSINI, G., Statuta Faventiae (a cura di), Bologna 1929, I, 99; JE,
sub Ravenna.
17 BERNARDY AMY, A ., Les juifs dans la république de Saint-Marin du XIV au XVII siècle, «REJ»,

XLVIII, 1904, 241-64.


18 CISCATO, A ., Padova, 19-24; BALLETTI, A., Estensi, 13-22; CASSUTO, U ., EJ, sub Ferrara.

19 Le cronache contemporanee sono citate in BOEHMER, J. F., Fontes Rerum Germanicarum, 1843-53,

II, 19, 30 sgg., 144 sgg., e in RAUCH, Rerum Austriacarum Scriptores, I, 225.
20 Sulla «morte nera» e le vicende degli ebrei tedeschi del tempo, esistono numerosi studi. Per un

orientamento generale, sono autorevoli: GRAETZ, H., Geschichte der Juden, VII, 329-46, e DUBNOW, S.,
Weltgeschichte des jüdischen Volkes, V, 300-9.
21 KANDLER, P ., Codice diplomatico istriano, Trieste 1847, sub anno; ZOLLER, I., Lusso dei patrizi e

degli ebrei nell’Italia dei secoli XIV e XV , «Con. Isr.», LI, 1913, 175-77, 197-99.
22 TUA, P. M ., Regesto degli Archivi Bassanesi, «Boll. Museo Civ. Bassano», VI-VII, 1900-10, sub

anno; CHIUPPANI, G., Gli ebrei in Bassano, Bassano 1907, 24-30.


23 MORPURGO, E., Gli ebrei in Treviso, «Corr. Isr.», XLVIII, 1909, 142-43; ID., Inchiesta sui monumenti

e documenti del Veneto… sugli ebrei, «Corr. Isr.», L, 1910-11, 19-21; GRION, G ., Guida storica di Cividale,
Cividale 1899, CIX-XVIII; per Udine: CISCATO, A., Padova, 24 e 229-30; BILLIANI, G., Dei Toscani ed
ebrei prestatori di denaro in Gemona, Udine 1895, 5-10; MORPURGO, E ., Gli ebrei a Conegliano, «Corr.
Isr.», XLVIII, 1910, 188; ID., L’Università degli ebrei in Padova nel XVI secolo, «Boll. Museo Civ.
Padova», XII, 1919, estr. 4 e 12; JOPPI, v., Di un banco di prestito a pegno a Venzone, Udine 1895.
24 MAJER, F. , Gli ebrei feneratori a Capodistria, «Pagine Istriane», IX, 1911, 235-37; X, 1912, 182-83;

IVE, A., Dei banchi feneratizi e capitoli degli ebrei di Pirano e dei Monti di Pietà in Istria, Rovigo 1881,

passim; cfr. ID., «REJ», II, 1881, 175-98; CELLA, A., Il Monte di Pietà ed il banco feneratizio a Cherso,
«Pagine Istriane», XII, 1914, fasc. 3-4; TEJA, A., Aspetti della vita economica di Zara dal 1289 al 1409,
parte I, Zara 1936, 88-90; INCHIOSTRI, U ., Accenni agli ebrei nei documenti e statuti dalmati del medioevo,
«Arch. Stor. Dalmazia», V, 1930, 471 sgg.
25
MENESTRINA, G ., Gli ebrei a Trento, «Tridentum», VI, 1903, 306; SCHERER, J. E., Die
Rechtsverhältnisse der Juden in den deutsch-österreichischen Ländern, Leipzig 1901, 573-88. Questo
livello di interesse non era di altezza inusitata nelle terre germaniche. Lo Scherer cita (p. 584) lo stesso
tasso dell’86,⅔ per cento come accordato nel 1338 agli ebrei di Vienna, nel 1360 a quelli di Augsburg e nel
1324 a quelli di Nabburg, e, in generale, come tasso normale in Inghilterra nel Duecento.
26 ELBOGEN, I ., JE, sub Milano; BONETTI, C., Gli ebrei in Cremona, Cremona 1918, passim; CASSUTO,

U., EJ, sub Cremona; COLORNI, V., Prestito, 53.


27 INVERNIZZI, C. , Gli ebrei in Pavia, «Boll. Soc. Pavese Stor. Patria», V, 1905, 197-98; COLORNI, V .,

Prestilo, 41.
28
MOTTA, E. A., Ebrei in Como e in altre città del ducato milanese, «Per. Soc. Stor. Comense», V,
1885, 7-14; FOSSATI, F., Gli ebrei a Vigevano nel secolo XV , «Arch. Stor. Lombardo», XX, 1903, 199 sgg.;
ZANELLI, A., Predicatori a Brescia nel Quattrocento, «Arch. Stor. Lombardo», XVII, 1901, 107-8.
29
SCHIAVI, L. A., Venezia, 312.
30 RAVÀ, v., Ebrei in Venezia, «Educ. Isr.», XIX, 1871, 16; ROTH, C., Venezia, 20-21.

31 MILANO, A ., I «banchi dei poveri» a Venezia, «RMI», XVII, 1951, 254 sgg.

32 LATTES, M ., Gli ebrei di Norimberga e la repubblica di Venezia, «Arch. Veneto», IV, 1872, 147-54;

SCHIAVI, L. A., Venezia, 315.


33 VIOLA, A. A. , Compilazione delle leggi… in materia d’Officj e Banchi del ghetto, Venezia 1786, V,

parte II, 182; SCHIAVI, L. A., Venezia, 315.


34 CISCATO, A ., Padova, 19-24, 40, 242-43; CESSI, R., La condizione degli ebrei banchieri a Padova nei

secoli XIV e XV , Padova 1901, 5-7, 18.


35 CISCATO, A ., Gli ebrei in Montagnana sotto il dominio Carrarese, «Ispett. Monum. e Scavi Este», I,

1899, 73-78; ID., Gli ebrei in Este, Este 1892, 13-14; DELLA RIVA, L. e VERCESI, A ., Capitoli concessi da
Francesco Carrara… all’ebreo Abramo prestatore in Pieve di Sacco, Padova 1900.
36 CARPI, D. , Alcune notizie sugli ebrei a Vicenza (secoli XIV-XVIII ), «Arch. Veneto», LXVIII, 1961, 18-

19; INVERNIZZI, C., Pavia, 199; FORTIS, D., Gli ebrei in Verona, «Educ. Isr.», XI, 1863, 200-2; DISEGNI,
D., Gli ebrei in Verona, «Corr. Isr.», XLIX, 1911, 161; CESSI, R., Alcuni documenti sugli ebrei nel Polesine

durante i secoli XIV e XV , «Atti Accad. Padova», XXV, 1908-909, 57-64.


37 COLORNI, V ., Prestito, 41-45; CASTELLI, E., Mantovano, 10-11.

38 Tanto ASCOLI, I ., Cenni storici sulla origine e sugli avvenimenti riguardanti la Università israelitica

ferrarese, «Corr. Isr.», VI, 1867-68, quanto PESARO, A., Memorie storiche sulla comunità ferrarese, Ferrara
1878 e l’Appendice del 1880, passim, fanno desiderare una trattazione piú completa e piú critica dei
primordi di questa importante comunità; BALLETTI, A. , Estensi, 16-26.
39 RAVÀ, V ., Gli ebrei in Bologna, «Educ. Isr.», XX, 1872, 238-40.

40 GABOTTO, F ., Per una storia degli israeliti in Piemonte nel medioevo, «Vess. Isr.», LXV, 1917, 433-

37, 548-55; LXVI, 1918, 123-26.


41
ANFOSSI, M. D ., Piemonte, passim; FOA, S., Banchi e banchieri ebrei nel Piemonte dei secoli scorsi,
«RMI», XXI, 1955, 41-47.
42 VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 303-9.

43 L’episodio è variamente riferito dai cronisti: SHELOMO IBN VERGA, Shévet Jehadàh, XIV epis.; HA-

COHEN, J. , ’Émeq, 75-76; USQUE SAMUEL, Consolaçam as Tribulações de Israel, sub anno. Sembra che

anche la uccisione del suocero del poeta Immanuel da Roma, avvenuta lontano dall’urbe, sia da ascriversi
ad eccessi perpetrati su ebrei che fuggivano da Roma: ROTH, C. , Lo sfondo storico della poesia di Immanuel
Romano, «RMI», XVII, 1951, 426-29.
44 VOGELSTEIN-RIEGER , Rom, I, 490-94; COLORNI, V ., Legge, 89.

45 VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, I, 318-20; RODOCANACHI, E ., Saint-Siège, 145-46. Altri particolari sui

congressi ebraici che furono tenuti nella prima metà del Quattrocento, e la bibliografia relativa, si
rinverranno a pp. 477-79.
46 STERN, M ., Beiträge, I, 38-41; VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 3-9. Su questa specie di dienchelèle

tornano, che è dubbio se abbia mai esercitato effettivamente le sue funzioni, cfr. piú oltre a pp. 477-78;
FERORELLI, N. , Italia merid., 68-70; YA’ARI, A., Il viaggio di Meshullam da Volterra in Terrasanta nel

1481 (in ebraico), Gerusalemme 1948, 11-12. Una vivace descrizione della attività di Giovanni da
Capistrano e dei frati minori contro gli ebrei, si ritrova in ROTH, C. , Italy, 158-62.
47 BERLINER, A., Rom, II, parte I, 70-75; VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 9-13.

48 VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 13-15.

49 BERLINER, A., Rom, II, parte I, 75; VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 15-16.

50 VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 16-18 e nella Parte seconda, cap. VII , par. 4 di questo volume.

51 Sul misfatto compiuto sul piccolo Simone da Trento, ritorneremo nella Parte seconda, cap. VII , par. 5;

sui marrani, sia nel cap. V che nella Parte seconda, cap. VII , par. 6, VOGELSTEIN-RIEGER, Rom, II, 18-23;
DUBNOW, S., Weltgeschichte, V, 387-97.
52 Sulle origini dei Monti di Pietà e sulle loro relazioni con il prestito ebraico si trovano accenni in

numerose pubblicazioni, la cui bibliografia è bene riassunta nello studio di MARAGI, M ., Cenni sulla natura
e sullo svolgimento storico dei Monti di Pietà, «Archivi storici delle aziende di credito», I, Roma 1956, estr.
22-5. Un quadro d’assieme delle relazioni suddette è dato anche da MILANO, A ., Considerazioni sulla lotta
dei Monti di Pietà contro il prestito ebraico, Scritti in memoria di S. Mayer, Gerusalemme 1956, 199-223;
PANSA, G., Gli ebrei in Aquila nel secolo XV e l’opera dei Frati Minori e il Monte di Vieta istituito da S.

Giacomo della Marca, «Boll. Soc. Stor. Patria Abruzzi», serie II, XVI, 1904, III, 201-29.
53 LAGUMINA, B . e, G., Sicilia, I, 31-35.

54 LAGUMINA, B. e G. , Sicilia, I, 35-36, 66, 402-3, 523-24; DI GIOVANNI, G., Sicilia, 32-35, 145-52;

LIONTI, G ., La rotella rossa, «Arch. Stor. Sicil.», nuova serie, VIII, 1883, 156-60.
55 LAGUMINA, B. e G. , Sicilia, I, 131-43; DI GIOVANNI, G., Sicilia, 182-88.

56 LIONTI, F ., Gli ebrei e le feste di santo Stefano protomartire, «Arch. Stor. Sicil.», nuova serie, VIII,

1883, 463-82; LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, I, 215-17; II, 34.


57
LAGUMINA, B . e G ., Sicilia, I, 176, 250, 257, 304, 499.
58 LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, I, 303; II, 63, 165. Maggiori particolari su queste distribuzioni di tasse fra

le singole città siciliane sono riferiti da MILANO, A., Italia merid., XX, 1954, 378-79.
59 LAGUMINA, B . e G ., Sicilia, I, 327, 416, 436-37, 470-73; II, 296-98, 437.

60 Nell’opera dei fratelli Lagumina sono riportati numerosi casi di esenzioni personali di tasse per ebrei

altolocati. Cfr. inoltre Sicilia, I, 37, 143 e 145. La descrizione di uno di questi cortei nuziali a Messina è
contenuta in una lettera del tempo (1488) scritta dal rabbino Obadià da Bertinoro: YA’ARI, A., Lettere dalla
Palestina (in ebraico), Tel Aviv 1943, 108; LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, I, 38; DI GIOVANNI, G., Sicilia, 53-
54, 265.
61 LAGUMINA, B . e G ., Sicilia, secondo la sequenza degli argomenti nel testo: II, 533; I, 37; I, 307; II,

170-74, 193-96; DI GIOVANNI, G., Sicilia, 58.


62 LAGUMINA, B . e G., Sicilia, II, 501-3, 565; III, 47; I, 505 e 230; YA’ARI, A., Lettere, 104; MILANO, A .,

Levante, 95.
63 DI GIOVANNI, G., Sicilia, 423; LAGUMINA, B. e G., Sicilia, I, 492; II, 175-76.

64 HUILLARD BRÉHOLLES, J. L. A. , Op. cit., lib. I, tit. VI; LAGUMINA, B . e G ., Sicilia, I, 64, 79, 201,

279; II, 140; III, 88; CUSUMANO, V ., Storia dei banchi della Sicilia, Palermo 1887, I, 46, 81; DI GIOVANNI,
G ., Sicilia, 160; LIONTI, S., Le usure presso gli ebrei, «Arch. Stor. Sicil.», nuova serie, IX, 1884, 195-211.
65 LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, III, 38; MILANO, A., La consistenza numerica degli ebrei di Sicilia al

momento della cacciata, «RMI», XX, 1954, 22.


66 SPANO, G. , Sardegna, «Vess. Isr.», XXVII, 1879, passim, estr. 12-14, 21.

67 SPANO, G ., Sardegna, 15-16, 20-22; FALCHI, L., Gli ebrei nella storia e nella poesia popolare dei

Sardi, Sassari 1934, 22-24; BOSCOLO, A ., Gli ebrei in Sardegna durante la dominazione aragonese, «Ann.
Fac. Lettere Univ. Cagliari», XXIX, 1952, II, estr. 3-10.
68 SPANO, G ., Sardegna, 23; FALCHI, A., Gli ebrei nella storia e nella poesia popolare dei Sardi, 24-26;

BLOCH, I., Bonjusas Bondavin, «REJ», VIII, 1884, 280-83. Sull’argomento delle reciproche influenze fra

cristiani ed ebrei in Sardegna, cfr., oltre il FALCHI citato, anche il suo: La dominazione ebraica in
Sardegna, Cagliari 1936, e BEDARIDA, G., Ebrei di Sardegna, «RMI», XI, 1936-37, 328-58, 424-43. Le
deduzioni di questi due autori, anche se non pienamente dimostrate, sono suggestive.
69 LAGUMINA, B. e G., Sicilia, III, 47; ROTH, C. , The Jews of Malta, «Trans. Jew. Hist. Soc.», XII, 1931,

191-95; MILANO, A., Consistenza… Sicilia, 20 e 22.


70 LAGUMINA, B. e G ., Sicilia, II, 37; I, 610-11; ROTH, C. , Malta, 196-97.

71 LAGUMINA, B. e G., Sicilia, II, 229; III, 177-78.

72 FERORELLI, N ., Italia merid., 54; DITO, O ., Calabria, 165; MILANO, A., Italia merid., XX, 323.

73
FERORELLI, N., Italia merid., 59-60.
74
FERORELLI, N ., Italia merid., 56, 63; CARABELLESE, F., Saggi di storia del commercio nella Puglia,
Trani 1900, 50.
75 FARAGLIA, N. F ., Codice diplomatico Sulmonese, Lanciano 1898, 263; ID., Storia della regina
Giovanna II d’Angiò, Lanciano 1904, 334.
76 BELTRANI, G ., Sugli antichi ordinamenti marittimi della città di Trani, Barletta 1873, 77.

77 FARAGLIA, N. F ., Codice diplomatico Sulmonese, Lanciano 1898, 263; VACCA, N., Un tumulto
antisemitico nel 1411, «Rinascenza Salentina», III (1936), 221 sgg.
78 FARAGLIA, N. F ., Giovanna II, 333; VITALE, V., Trani dagli angioini agli spagnoli, Bari 1912, 120-

21.
79 CATANZARO, C. , Di alcune pergamene spettanti alla città di Catanzaro, Catanzaro 1877, 44-52;

DITO, O ., 194-96. Per l’oggetto della morthafa, l’enigmatico tributo che fu pagato dagli ebrei di Catanzaro,

di Reggio Calabria, di Tropea e forse di altre località, e che non è escluso che costituisse il parallelo della
ghezia siciliana, cfr. DITO, O ., Calabria, 80-81, 204; SPANÒ BOLANI, D ., Storia di Reggio Calabria, Napoli
1857, I, 202.
80 FARAGLIA, N. F ., Giovanna II, 340-42; FERORELLI, N., Italia merid., 67-69; GUERRIERI, O ., Gli ebrei

a Brindisi e a Lecce (1409-97), Torino 1900, 12 e doc. XII.


81 CROCE, B ., Storia del regno di Napoli, Bari 1925, 80.

82 FERORELLI, N ., Italia merid., 173-83; DITO, O., Italia merid., 226-34; SPOSATO, P., Saggio di
ricerche archivistiche per la storia degli ebrei in Calabria nella seconda metà del secolo XV , «Calabria
Nobilissima», VIII, 1953, fasc. 21-22, estr. 4-6.
83 FERORELLI, N ., Italia merid., 186-88; DITO, O ., Italia merid., 236-40.

84 PANSA, G ., Gli ebrei in Aquila nel secolo XV …, 206-14; GUERRIERI, O., op. cit., 11; FERORELLI, N .,

Italia merid., 189-91; SUMMO, G., Puglia, 87 sgg.


85 FERORELLI, N ., Italia merid., 150-72. L’argomento della ripartizione dei carichi tributari verrà ripreso

nella parte II, cap. IV.


86 FERORELLI, N ., Italia merid., 72-77, 90-91; DITO, O., Calabria, 241.

87 FERORELLI, N ., Italia merid., 95-96, 133-37, 143-44; SPOSATO, P., Calabria, 2.

88 DITO, O ., Calabria, 284-95; SUMMO, G ., Puglia, 81-84; SILVESTRI, A., Il commercio a Salerno nella
seconda metà del Quattrocento, Salerno 1952, 30-36.
89 FERORELLI, N ., Italia merid., 125-30; DITO, O., Calabria, 238-39, 319-20; SUMMO, G. Puglia, 79-81.

90 In mezzo all’abbondantissimo numero di trattazioni intorno a questo caso memorando, additiamo

come particolarmente documentata ed equanime quella di SCHERER, J. E., Die Rechtsverhältnisse der Juden
in den deutsch-österreichischen Ländern, Lipsia 1901, 596-609, 643-67.
91 CASSUTO, U ., Firenze, 33-88; ROTH, C., Firenze sotto l’ultima repubblica, «Israel», 17 aprile e 1°

maggio 1924.
92 LONARDO, P. M ., Pisa, VIII, 1899, 59-77; CASSUTO, U., Da Pisa, V, 1908, 227-38; VI, 1909, 21-30,

102-13, 160-70. Cfr. anche la serie di articoli pubblicati da KAUFMANN, D., nella «REJ», 1893-96.
93
ELBOGEN, I ., in JE e CASSUTO, U ., in EJ, sub Ferrara; BALLETTI, A., Estensi, 54-55, 64-67, 94-96;
PESARO, A ., Ser Samuel Melli, «Vess. Isr.», XXVI, 1878, 221-23; NORSA, P., Norsa II, estr. p. 6.
94 COLORNI, V ., Magistrature, 9-10; ID., Fatti e figure di storia mantovana, «RMI», IX, 1934-35, 221-

28; LEVI, I., Gli oratorii di Mantova, «Vess. Isr.», LII, 1904, 395-96, e dello stesso: Ricordi storici
mantovani, «Vess. Isr.», LV, 1907, 197-98; CASTELLI, E., Mantovano, 21-39.
95 INVERNIZZI, C ., Pavia, 192-95, 204-12, 218-21; MOTTA, E. A., Ebrei in Como e in altre città del

ducato milanese, «Soc. Stor. Comense», V, 1885, 9 sgg.; PESARO, A., Cenni storici sulla ex-comunità di
Cremona, «Vess. Isr.», XXX, 1882, 302-3; SIMONSOHN, SH., Un privilegio di Francesco II Sforza agli
ebrei del ducato di Milano, Studi in memoria di S. Mayer, Gerusalemme 1956, p. it., 308 sgg.; FOA, S.,
Alessandria, XXIII, 1957, 548-51. Le notizie su Vigevano sono state tratte da appunti di archivio
gentilmente favoritimi dalla famiglia Guastalla.
96
RAVÀ, V ., Gli israeliti nelle provincie parmensi, «Educ. Isr.», XVIII, 1870, 170-72; ORVIETO, A.,
Ebrei nel ducato di Parma nel secolo XV , «Vess. Isr.», XLIII, 1895, 323-27; CASSUTO, U ., JE, sub Parma.
97 CECCHETTI, B ., La repubblica di Venezia e la corte di Roma, Venezia 1874, II, 280; RAVÀ, V ., Ebrei

in Venezia, «Educ. Isr.», XIX, 1871, 112-13; CISCATO, A., Padova, 38-55, 178: FORTIS, D ., Gli ebrei di
Verona, «Educ. Isr.», XI, 1863, 201-3; PAVONCELLO, N., Epigrafi ebraiche nel museo di Castelvecchio,
«Vita Veronese», 1956, fasc. 9, 386-87; CHIUPPANI, G., Gli ebrei a Bassano, Bassano 1907, passim;
GLISSENTI, F., Gli ebrei nel Bresciano al tempo della dominazione veneta, Brescia 1890-91, passim.
98 SCHERER, J. E ., Rechtsverhältnisse, 616-25.

99 MILANO, A ., La lotta dei Monti di Pietà, 210 sgg.


V. L’età dei capovolgimenti
(1500-1600 circa)

1. Bufere lontane. – 2. La cacciata dalla Sicilia. – 3. Accoglienza nel regno di Napoli. – 4. La lenta
espulsione dal Napoletano. – 5. L’esodo verso il Levante. – 6. Gli ebrei a Roma nella prima metà del
Cinquecento, – 7. Le bolle infami. – 8. Le terre di affanno. – 9. Le terre di rifugio.

1. Bufere lontane.

Sorte dolorosa, e nello stesso tempo non priva di significato per gli ebrei
italiani, è che le maggiori bufere che si sono abbattute su di loro hanno avuto il
centro di formazione e di condensamento in paesi lontani dall’Italia, etnicamente
anche se non politicamente estranei. Ai primi di gennaio del 1492 i sovrani
cattolici di Spagna Ferdinando ed Isabella conquistavano Granata, debellando
cosí l’ultimo baluardo della potenza musulmana su quella terra. Appena tre mesi
dopo, il 31 marzo 1492, nella stessa città essi firmavano un decreto in forza del
quale tutti gli ebrei, sia del regno unito di Castiglia e di Aragona sia dei
possedimenti della corona, dovevano abbandonare queste terre nel termine di
quattro mesi, senz’altra alternativa all’infuori del battesimo o della morte.
Eccetto oro, argento, monete e oggetti preziosi, agli ebrei era concesso di portare
via quello che potevano: qualcosa, cioè, per chi sapeva destreggiarsi, poco o
niente per la maggioranza degli espulsi. A dire del decreto, il provvedimento era
stato provocato dal fatto che, negli ultimi tempi, gli ebrei si erano resi colpevoli
di aver tentato di distogliere i loro fratelli convertiti al cristianesimo dalla
osservanza della nuova religione. Era una accusa che, sotto questa formulazione,
era falsa anche se adombrava una triste situazione; in realtà, motivi di altro
genere e piú concreti avevano presieduto all’emanazione del bando. I sovrani ed
i grandi signori cristiani, a mano a mano che procedevano all’unificazione di
tutta la Spagna sotto il loro potere, percepivano la crescente difficoltà di
assorbire nel nuovo stato unitario le masse di ebrei e di musulmani che vi si
trovavano sparse, e che non erano dovunque propense al nuovo regime. La
corona, decidendosi a cacciare gli ebrei dalla Spagna, poneva in atto una
soluzione che soddisfaceva ad un tempo la sua pietà cristiana, il suo sforzo per
giungere all’unità politica e religiosa del paese e, non ultimo, i propri interessi
economici attraverso la semispoliazione degli espulsi. L’opera fu fatta passare
come una vera crociata contro gli infedeli ed ebbe il maggiore incitamento ed
appoggio dall’ala oltranzista della Chiesa.
Con questo bando, portato integralmente ad esecuzione, veniva rasa al suolo
quella struttura che era stata la piú vasta e la piú ricca della diaspora ebraica del
medioevo. Dall’ottavo al dodicesimo secolo gli ebrei spagnoli, prima sotto la
sola egemonia musulmana e poi sotto quella cristiana e quella musulmana,
avevano raggiunto un grado eccezionale di libertà civile, di potenza economica,
di splendore culturale e talvolta anche di potere politico. Il consolidamento
dell’egemonia cristiana nel tredicesimo e nel quattordicesimo secolo, i contrasti
fra i re – generalmente protettori degli ebrei in quanto utili uomini d’affari – e la
popolazione invece maldisposta, l’intensificarsi della intolleranza religiosa,
avevano provocato delle agitazioni che si erano andate sempre piú
intensificando, fino a produrre una prima esplosione antiebraica nel 1366; poi,
nel 1391, si ebbe una seconda esplosione generale, di effetti disastrosi. Molte
migliaia di ebrei furono massacrate in tutta la Spagna cristiana; decine e decine
di migliaia, di fronte a una spada puntata o a un rogo già eretto, si piegarono ad
accettare l’unico scampo che il clero offriva: il battesimo. Placatosi l’eccidio,
ancora per anni pendette la minaccia di un suo ripetersi; e nuove decine di
migliaia di ebrei, per stornarla dal proprio capo, accettarono la conversione,
specie quando, fra il 1412 e il 1414, il domenicano e poi santo Vincenzo Ferrer
fu sul punto di scatenare un nuovo massacro con le sue infuocate prediche. Con
una deviazione del tutto inconsueta dal concetto universalistico ed unitario
dominante nella religione cattolica, questi convertiti furono chiamati
ufficialmente neocristiani per tenerli nettamente distinti dai vecchi cristiani. Essi
appartenevano in maggioranza alle classi sociali piú elevate, le quali erano
naturalmente quelle meno disposte a rinunciare a onori e comodi.
Questi neocristiani, nel loro diverso accostarsi alla nuova religione,
sollevarono un intrico di drammi contrastanti. Vi furono dei convertiti
genuinamente convinti fin dall’inizio della superiorità della nuova fede
abbracciata, come pure vi furono quelli che, con il tempo, si persuasero della
irretrattabilità del passo compiuto e seguirono quindi con sincerità i dogmi
cristiani; con tutto ciò, ambedue le categorie non perdettero la denominazione di
neocristiani. All’infuori di questi, esistevano però numerosissimi convertiti i
quali conservavano la speranza di poter fare, in epoca successiva, il passo
inverso. Era un’illusione; la Chiesa, in questo campo, non ammetteva il minimo
pentimento. Fu cosí che fra questi ultimi si affermarono due soluzioni: alcuni,
pochissimi, abbandonarono la Spagna, per riprendere, fuori, il primitivo abito
religioso; altri, e furono i piú, posero in essere l’audace espediente di coltivare
nel piú assoluto segreto le vecchie convinzioni ebraiche e qualche pratica
religiosa, e di comportarsi invece in pubblico come cristiani compiuti: erano i
cosiddetti marrani o cripto-ebrei. Era un artifizio che rendeva estremamente
difficile identificare, nella massa dei neocristiani, chi fosse il fedele e chi
l’infedele, e quindi per la Chiesa restavano tutti sospetti. L’artifizio fu facilitato
dal fatto che, con il procedere del Quattrocento, si era parecchio migliorata in
Spagna la condizione degli ebrei genuini, ed ancora di piú quella dei
neocristiani, fossero o non fossero cripto-giudei. Costoro, giovandosi della loro
indubbia alacrità e della loro potenza economica, erano riusciti a penetrare, per
mezzo di matrimoni, cosí profondamente nelle sfere piú elevate del paese, che
con il tempo non vi era in Spagna quasi piú un nobile cristiano che potesse
dimostrare la «limpieza» e cioè la perfetta purità religiosa della propria
ascendenza; vari tra i maggiori prelati e tra gli uomini di corte si trovavano in
questa difficoltà. Le fila di questi neocristiani andarono sempre piú allargandosi,
anche perché era considerato vantaggioso l’appartenere a questa specie di
consorteria segreta, la quale, con il tempo, era riuscita a concentrare nelle sue
mani molti tra i piú elevati uffici dello stato. Quanto al trattamento che questa
consorteria riceveva dall’esterno, va notato che da parte dei veri ebrei non era
fatta nessuna pressione per intaccarla anche per non precluderle la possibilità di
un ritorno: falsa, quindi, l’accusa contenuta nel bando; la reggia a sua volta la
tollerava; solo il basso popolo ed il clero portavano piú odio agli «ebrei occulti»
che non agli «ebrei pubblici», e cioè ai veri ebrei. La situazione cambiò sotto il
regno di Ferdinando ed Isabella, allorché nel 1480, con il loro beneplacito, venne
introdotta in Spagna l’Inquisizione. Ambedue i poteri non tardarono a rendersi
conto che i fini politico-economici del regno e quelli antieretici della Chiesa
potevano trovare un punto comune di fusione nell’espellere gli ebrei, nello
sradicare i cripto-ebrei e nel far perdere ogni velleità di defezione ai neocristiani
che rimanevano.
Dopo questa premessa è chiaro che, pubblicato il decreto di bando, non vi
potevano essere né forza di persuasione né suggestione di denaro capaci di
rimuovere i due sovrani dalla determinazione presa, anche perché, a impedire
che deflettessero, sorvegliava dietro le loro spalle Tommaso di Torquemada,
grande inquisitore ed implacabile nemico degli ebrei. Il 2 agosto 1492 gli ultimi
ebrei abbandonarono il suolo spagnolo. Molti erano quelli che si imbarcarono a
Siviglia, dove, nello stesso giorno, alzavano le vele le tre caravelle di Cristoforo
Colombo per la fatidica traversata. Concatenazione di eventi: il genovese partiva
per il suo viaggio grazie anche all’aiuto che aveva ottenuto in Spagna da ebrei e
da marrani, su legni in parte pagatigli da costoro e accompagnato nel primo
viaggio da alcuni di essi. Molti ebrei di piú lo dovevano seguire negli anni
successivi sulla via che si accingeva ad aprire, e fondare in seguito, nell’America
Settentrionale, un’altra sede ebraica non meno importante di quella che
lasciavano. Quanto alla Spagna, dopo la partenza di tutti gli ebrei e di molti
marrani che vi si erano mescolati, rimanevano ancora foltissimi gruppi di
neocristiani. La loro potenza si era però dissolta, e peggio: sotto l’occhio e il
pugno dell’Inquisizione, il loro fato era ormai senza piú alcuna remissione; se
sospettati di seguitar a «giudaizzare», erano bruciati vivi.
Dei duecentomila fra ebrei e marrani che si reputa abbiano lasciato la Spagna
nel 1492 – cifra, per il tempo, assai rilevante sotto ogni aspetto –, la metà circa
preferí fare il passo piú breve e trasferirsi in Portogallo dove già viveva buon
numero di ebrei. Re Giovanni II si era dichiarato disposto a permettere, dietro un
certo compenso, residenza stabile alle famiglie benestanti e ad alcuni operai
specializzati; agli altri fuggitivi consentiva qualche mese di sosta, affinché
potessero predisporre il proseguimento del viaggio. Il successore Emanuele I da
principio non alterò questa benevolenza; ma dopo, entrato nella determinazione
di sposare una figlia di Ferdinando ed Isabella, dovette sottostare all’ingiunzione
di costoro ed espellere dalle proprie terre tutti gli ebrei, spagnoli o portoghesi
che fossero. Il termine fu fissato in un anno, e cioè entro l’ottobre 1497; ma,
anche in questo intervallo, gli ebrei dovettero subire un tradimento piú cocente
ancora. Nel marzo dello stesso 1497, tutti i giovani di età inferiore ai venticinque
anni furono arrestati e condotti a forza di armi davanti al fonte battesimale; qui
non si lasciò loro nessuna alternativa, neanche quella di uccidersi. Era una nuova
moltitudine di marrani che accresceva quella già esistente; vari genitori dei
giovani vi si aggiunsero. Partiti gli altri ebrei nel termine prefisso, ai marrani fu
vietato di lasciare il Portogallo senza un permesso del re. Poi, nei quaranta anni
successivi, concessioni di espatrio furono intercalate con nuove proibizioni,
favori con eccidi, fino a che anche i marrani portoghesi abbandonarono del tutto
la loro terra. Anche qui rimaneva del resto l’Inquisizione, a bruciare vivi o in
effige i marrani su cui cadevano i suoi sospetti. E cosí si consumava fino
all’estremo la tragedia degli ebrei della penisola iberica. Le ripercussioni nella
vicina penisola italiana furono enormi.
2. La cacciata dalla Sicilia.

Quando il 18 giugno 1492 gli ebrei di Sicilia lessero per la prima volta il
bando reale che decretava la loro cacciata dall’isola, dovettero provare la
disperata angoscia di chi venga a trovarsi al centro di una rapida di cui non
aveva avvertita la lontana insidia, e che si senta irresistibilmente trascinato verso
un gorgo senza scampo. Secondo quanto abbiamo illustrato, è chiaro che questa
cacciata non costituiva lo scioglimento di una tragedia la cui azione aveva avuto
inizio e svolgimento su terra siciliana; era soltanto il travolgente finale del
dramma spagnolo portato ad agire anche in Sicilia e in Sardegna. E questo
perché un unico sovrano dettava la sua volontà sulle scene del regno di Spagna e
dei possedimenti d’Italia.
In realtà, alcune battute sinistre si erano fatte udire già da tempo anche in
Sicilia; ma per quanto preoccupanti, non si possono considerare come sintomi di
una tensione drammatica che si andasse pericolosamente propagando. Nel
capitolo precedente abbiamo rilevato il progredire del deterioramento nella
situazione economica degli ebrei siciliani a mano a mano che avanzava il
Quattrocento. Parallelamente si andava verificando anche un peggioramento
della loro esistenza civile, e questo era provocato principalmente dalla
infiammata oratoria conversionistica dei predicatori, fiancheggiata dall’azione
concreta dell’Inquisizione. Quest’ultima riuscí ad avere una vittoria marcata nel
1449, allorché ottenne che agli ebrei fossero vietati il possesso degli immobili,
l’uso delle sinagoghe e delle scuole, l’esercizio del prestito e della senseria, la
compravendita di schiavi «infedeli», nonché fossero imposte varie altre di quelle
angherie ben note agli ebrei. Due anni dopo però tutte queste iatture poterono
essere stornate con una regalia di tremila ducati, e gli antichi privilegi furono
restaurati dal re, non senza che nel frattempo qualche vittima ebraica vi avesse
dovuto aggiungere il prezzo del proprio sangue 1.
Il 1474 vide lo scoppio di piú gravi e sistematici eccessi contro la popolazione
ebraica. Palermo, Sciacca, Monte San Giuliano, Noto e Modica furono gli
epicentri di questi moti, che l’intransigenza religiosa aveva provveduto a far
covare di lunga mano e a cui diedero esca occasionale le consuete calunnie di
offese a oggetti o a pratiche di culto cristiani. A Modica in particolare, il furore
popolare fece strage di ben trecentosessanta ebrei. Dopo di ciò, seguitarono a
verificarsi altre manifestazioni di violenza, anche se di minore entità: nel 1481 a
Mineo, nel 1484 a Marsala, nel 1487, quale effetto diretto delle prediche, a
Sciacca, Siracusa ed altrove. Questi tumulti – come abbiamo già osservato –,
presto scoppiati, non sempre repressi con l’energia bastante, ma d’altra parte non
tali da presentare un largo coordinamento o da lasciare strascichi irreparabili,
potevano considerarsi nel loro insieme come sintomi di un progressivo
peggioramento della situazione degli ebrei di Sicilia; non però come prodromi di
una imminente catastrofe. Certamente fu conseguenza di un individuale senso di
insicurezza il fatto che alcuni ebrei di Palermo si imbarcarono clandestinamente
nel 1485 per trasferirsi a Gerusalemme; ma, a mantenere il senso collettivo di
tranquillità, contribuí invece il «parlamento» degli ebrei, che fu convocato dal
vicerè nel luglio del 1489 a Palermo. Qui, i deputati di tutte le giudecche
ottennero la garanzia, prima promessa dal vicerè e poi confermata dal re, che
sarebbero stati mantenuti tutti gli antichi privilegi. Il compenso richiesto dal re
per questa garanzia si palesò enorme: mille once, pari a cinquemila fiorini, da
destinarsi per le spese della conquista di Granata, somma a cui furono poi
aggiunti altri mille fiorini originariamente offerti al vicerè. Considerando quello
che sortirà tre anni dopo, da Granata stessa conquistata, è dubbio se questa
garanzia ribadita dai sovrani spagnoli debba considerarsi sincera fin dall’inizio 2.
L’editto reale del 31 maggio 1492 trasmesso in Sicilia dichiarava che
l’espulsione da quest’isola era dettata dalla necessità di «expelliri et extirpari…
la apostasia et iniqua pravitate Iudayca per li quali, operanti loru pratica et
conversacioni, hanno cadutu [fatto cadere] multi cristiani [novelli] in herisia et in
alcuni erruri». Inesatta per la Spagna propriamente detta, questa accusa di aver
tentato di stornare i neocristiani dalla loro recente conversione era del tutto
infondata se diretta contro gli ebrei della Sicilia e della Sardegna. Qui pochissimi
ebrei, in tempi precedenti, erano ricorsi all’espediente della conversione per
evitare il peggio, e nessuno a quello ancora piú sottile e pericoloso del
marranesimo. Quello che contava nel bando, non era la giustificazione, ma il
risultato finale: e questo era che tutte le terre su cui regnavano i «cristianissimi e
zelantissimi de la fidi christiana» Isabella e Ferdinando fossero completamente
purificate dalla presenza di ebrei 3.
Le scene dell’ultimo atto della permanenza degli ebrei in Sicilia si
susseguirono con sequenza rapidissima. Il 31 maggio il vicerè trasmise
segretamente l’editto reale di espulsione alle autorità di Palermo, ordinando ad
esse di fare i preparativi per mettere tutti gli ebrei sotto la loro tutela, per
eseguire l’inventario ed il sequestro di tutti i beni mobili da loro posseduti e per
applicare il sigillo del re su quelli immobili. Negli stessi giorni furono emessi
quei provvedimenti cautelativi atti ad impastoiare gli ebrei, ancora ignari del fato
che stava per porre fine alla loro esistenza nell’isola. Il 28 maggio il vicerè
annunciava che le giudecche ed i singoli ebrei dovevano considerarsi sotto la
protezione regia e decretava la pena di morte contro chiunque avesse recato
danno alle loro persone e alle loro cose. Il 2 giugno veniva sospeso ogni
procedimento di esecuzione, attivo e passivo, riguardante beni di ebrei, e veniva
proibito agli ebrei di esportare i loro beni dalla Sicilia o di permutarli. Il 9
giugno venivano predisposti seimilatrecento sigilli reali da affiggersi sulle
proprietà degli ebrei, era fatto a questi divieto di uscire dal regno senza
autorizzazione del vicerè, e venivano ammoniti a non eseguire alcuna
transazione commerciale, restando loro permesso solo il piccolo commercio.
Passarono pochissimi giorni, e gli ebrei non ebbero piú dubbi su quello a cui
preludevano questi provvedimenti. Il 18 giugno 1492 veniva pubblicato a
Palermo un bando che estendeva alla Sicilia il famigerato decreto di Granata.
Perpetua espulsione di tutti gli ebrei dall’isola: termine tre mesi, pena la morte.
Come di regola in circostanze analoghe, il bando di espulsione fu
accompagnato dalle piú vessatorie misure economiche. Sotto il pretesto che la
partenza non doveva recar danni a chiunque vantasse crediti verso gli ebrei, ogni
pretesa purchessia divenne fondata base per avvalersi sui beni di costoro. La
registrazione di tutte le proprietà degli ebrei e la conseguente dichiarazione di
indisponibilità procedettero con estrema rapidità; virtualmente in quindici giorni
potevano dirsi completate. Effettuato questo censimento patrimoniale, vennero
invitati tutti i cristiani a presentare le loro ragioni di credito. Per prima presentò
le sue la Camera regia, basandole sul lucro cessante che le derivava dalla
cessazione di pagamento di tutte le tasse fino ad allora corrisposte dagli ebrei.
Dopo lungo dibattito, si addivenne ancora questa volta a una «composizione». A
tenore di essa gli ebrei, per ottenere il dissequestro dei loro beni, dovettero
impegnarsi a versare alla Camera regia ventimila once pari a centomila fiorini.
Questa somma equivaleva alla somma di tutte le gabelle e regalie pagate anno
per anno dagli ebrei, e capitalizzate al cento per quattro: un tasso esosissimo per
ogni tempo, ma in particolare per quello. In piú, gli ebrei dovettero versare uno
speciale donativo per il vicerè, dell’ammontare di cinquemila fiorini. L’uno e
l’altro contributo non erano molto lontani dal valore delle proprietà di cui si
veniva cosí ad ottenere il dissequestro. Sugli scarsi e sparsi resti di tanto bottino,
furono invitati a saziarsi i creditori cristiani; all’ultimo, solo pochissime briciole
rimasero agli ebrei.
Possediamo lo stato di riparto, fatto nel novembre del 1492, di questa
«composizione» collettiva. Da esso rileviamo che la giudecca di Palermo dovette
versare all’erario, circa dodicimilacinquecento fiorini, Trapani novemila,
Marsala settemilatrecento, Sciacca seimila, Messina cinquemilacinquecento e
Agrigento cinquemila: un indice della rispettiva potenza economica. Alle altre
quaranta giudecche fu attribuito il resto di 54 700 fiorini; ma, fra tutte,
stranamente non compare quella di Siracusa, che era o la piú doviziosa della
Sicilia o seconda soltanto a Palermo. Per assolvere a questo colossale impegno –
che toglieva al fisco regio la briga della realizzazione diretta di tutti i beni
ebraici, ma d’altra parte lasciava agli ebrei la speranza di un piccolo sopravanzo
attraverso una liquidazione fatta da loro –, ben presto si palesò insufficiente la
scadenza di tre mesi, al termine della quale doveva avvenire l’abbandono
dell’isola. Furono perciò patteggiati dei rinvii, concessi entro limiti brevissimi:
un primo di due mesi, un secondo di quaranta giorni, un ultimo di quindici, che
scadde inderogabilmente il 12 gennaio 1493 4.
Nel giro di otto mesi tutti i beni degli ebrei, trasformati per quanto possibile
in denaro, furono ripartiti. La Camera regia, per parte sua, acconsentí (5
novembre) che sessantamila fiorini le venissero versati in contanti, e
quarantamila entro un anno con garanzia di alcuni cristiani. Una cosí ingente e
varia massa di ricchezza, posta in vendita in blocco e per di piú su un mercato di
limitata capacità di assorbimento, provocò un tracollo dei prezzi. Fu
comunemente ammesso che sui loro immobili gli ebrei ottennero non piú di un
terzo del loro valore. La vendita della sinagoga principale di Palermo, che aveva
suscitato l’ammirazione del celebre rabbino Obadià da Bertinoro, rese solo
cinquecento once. Se questa fu forse la vendita piú affliggente a cui dovettero
sottoporsi gli ebrei di Sicilia, per altre sinagoghe essi non ebbero neanche il
sollievo di un certo compenso, perché furono senza meno convertite in chiese.
Dopo aver defalcato quanto preteso da terzi, la giudecca dovette attingere al
residuo monte liquidazioni per provvedere alle spese di espatrio dei propri
poveri – si ricorderà che nella sola Palermo ammontavano a un ottavo di tutta la
popolazione ebraica –, nonché a un minimo di corredo personale, che fu stabilito
(13 agosto) in «una coperta di lectu… cum unu paru di linczola usati et uno
mataraczo usato di pocu precio… et la summa di tari tri per testa». Invece a tutti
coloro «richi et facultusi» che avessero fatto senza meno la completa cessione
dei loro beni mobili e immobili al fisco regio, fu concesso (20 agosto) di portarsi
«uno di loru vestituri comuni, dui matarazi di loru lectu cum dui para di lenzola
et loru coperti… et etiam quilli vittuagli li saranno necessarij per lu camminu et
loro usu… et tari sei per testa». Gli ebrei di Taormina ebbero bisogno di uno
speciale rescritto vicereale (25 settembre) per essere autorizzati ad esportare una
coltre da letto per ogni famiglia e dei formaggi da consumare in viaggio. Quanto
alle suppellettili religiose, gli ebrei di Sicilia dovettero chiedere un permesso per
portare con loro «certi cuperti di teuri [e cioè, il mantello per coprire il libro
della Toràh] di bruccati et sita, alcuni cultri di sita li quali usano in li loro
muskiti [sinagoghe] et candileri di ramu»; e, se lo ottennero, fu dietro rimborso
del relativo valore.
Non è affatto improbabile che parecchi ebrei siciliani riuscissero
tempestivamente a mettere in salvo qualcosa di piú di quello che fu loro
accordato ufficialmente di portar via, nonostante le possibilità di trasferta
clandestina di denaro e di beni fossero allora estremamente scarse. I documenti
ricordano che, nelle severissime perquisizioni fatte al momento dell’imbarco,
pochissimi furono gli oggetti scoperti in eccesso a quelli consentiti. Quindi,
seppure all’ultimo vi fu qualcuno piú malizioso, nella stragrande maggioranza
gli ebrei siciliani non portarono con sé piú del miserabile bagaglio sopraelencato.
Questo abbandono della Sicilia fu totale e definitivo, tanto che – salvo in
tempi recentissimi e per casi sporadici – nessun nucleo ebraico è tornato piú a
fissarsi in quella terra. Ma occorre aggiungere che gli ebrei che se ne
allontanarono nel 1492 portavano, oltre al loro vile bagaglio, due grandi ricordi.
L’uno era quello di quindici e piú secoli di felice residenza nell’isola, della
cultura che vi avevano ricevuta e vi avevano portata; del grande impulso
economico che avevano dato all’isola e del riconoscimento che ne avevano
avuto; della loro vita ebraica perfettamente organizzata ed ufficialmente protetta;
della loro prosperità materiale; della gentilezza del luogo e delle persone, quando
non aizzate; ricordo che rimarrà in loro indimenticabilmente vivo per decenni e
talvolta per secoli, ovunque essi fisseranno la loro nuova dimora. L’altro ricordo,
era quello delle dimostrazioni di simpatia ricevute all’ultimo dalla quasi totalità
del popolo siciliano, che volle cosí dimostrare la sua disapprovazione verso le
estreme misure antiebraiche prese, sulla sua terra, da un sovrano straniero.
Fin dal 20 giugno, i rappresentanti dei maggiori municipi dell’isola avevano
inviato a re Ferdinando un memoriale per esporgli, in nobili e franchi termini,
l’ingiustizia e l’ingiustificatezza dell’atto di espulsione, e l’enorme danno
economico che ne derivava all’isola. Il memoriale affermava che il valore dei
generi alimentari e di abbigliamento consumati dagli ebrei ammontava a un
milione di fiorini l’anno, e che questo «beneficiu et commoditati» veniva a
ridursi a zero. La liquidazione di tutte le proprietà ebraiche e l’obbligo fatto ai
cristiani di rifondere agli ebrei i loro crediti, dissestavano l’economia dell’isola.
La partenza di tanti artigiani provetti lasciava alcune imprese vitali povere di
mani capaci, ed infine cosí sostanziale esodo di persone metteva a repentaglio la
sicurezza stessa dell’isola, nel caso in cui le armate turche avessero tentata
un’altra calata sull’Italia, dopo quella breve ma dimostrativa su Otranto del
1480.
L’11 luglio il comune di Palermo ribadiva le stesse argomentazioni, ed in piú
respingeva le insinuazioni contenute nel preambolo del bando, asserendo che «in
quisto regno foro sempre et sono perfectissimi Christiani, et li Iudei che se
convertero sono perfecti Christiani. Immo non ausano dicti Iudei diri, fari né
operari cosa alcuna in opprobrio di la fidi catholica christiana, né mai tale cosa
fu intisa in quisto regno». Nonostante questi generosi interventi, che non furono
contraddetti neanche dal vicerè, l’atteggiamento della corona di Spagna rimase
incrollabile. Gli ebrei che furono costretti ad abbandonare la Sicilia si possono
valutare a non molto meno di quarantamila. Una parte cospicua, varcato lo
stretto, passò nell’Italia meridionale; vari si soffermarono a Roma, e vari altri si
spinsero nelle città delle Marche, come Ancona, Fano, Ascoli e Camerino. Ma
sulle ulteriori peripezie di questi, e di tutti coloro che preferirono invece
trasferirsi direttamente nel Levante, ritorneremo parlando del destino che ebbero
comune con altri nuclei di ebrei italiani.
Circa le altre isole minori, la crociata antiebraica della Spagna toccò per
prima la Sardegna. Infatti, dopo inasprimenti vari che cominciarono ad essere
emanati a partire dal 1481, intorno al 1488 vi fu promulgato uno di quei codici, i
cui lugubri toni ben sanno gli ebrei a quali lutti preludano: obbligo di vivere in
quartieri separati e divieto di avere relazioni con cristiani, pena, in quest’ultimo
caso, la morte per l’ebreo e la confisca dei beni e l’esilio per il cristiano; pena
identica a qualsiasi ebreo o cristiano che non denunciassero immediatamente
qualche ebreo sbarcato clandestinamente nell’isola; imposizione inesorabile del
segno; divieto di esercitare qualsiasi mestiere «rumoroso», come quelli di
fabbro, tessitore, argentiere, falegname; e poi confische e multe e tratti di corda a
beneplacito dell’occhiuta Inquisizione. Quando il bando di espulsione fu
promulgato anche in Sardegna, vi fu qualche benestante, come i Carcassona di
Alghero, che preferí evitarne i rigori passando alla religione dominante ed
accettando lucrosi impieghi. Ma la massa degli ebrei sardi si radunò il 31 luglio
1492 nel porto di Cagliari, comprese settanta famiglie di questa città. Erano
diretti alle opposte sponde del Napoletano e dell’Africa settentrionale; parecchi
perirono nella traversata e, a quanto riferisce un cronista di un secolo e mezzo
dopo, quelli che sopravvissero e che si erano diretti verso l’Africa, passato
qualche anno proseguirono per Costantinopoli. Subito dopo, le due sinagoghe di
Cagliari e di Alghero furono trasformate in chiese 5.
Analogo fato coinvolse anche gli ebrei delle isole di Malta, Gozo e
Pantelleria, che per avventura erano governate dal medesimo monarca. Ma
mentre negli annali di tutte le isole maggiori e minori d’Italia non figurò mai piú
alcun nome ebraico – salvo un fuggitivo momento in Sicilia, nel 1740 –, Malta
continuò invece a riempire tristemente di sé le cronache ebraiche. Dopo
conquiste e riconquiste, nel 1530 l’isola rimase affidata ai cavalieri dell’ordine di
san Giovanni di Gerusalemme. Anche in quelle mani religiose, essa seguitò a
servire sia da base organizzata per scorrerie piratesche sia da centro di vendita di
schiavi, i quali non erano altri che i malcapitati fatti prigionieri sui mari. Fino al
1798, fra coloro posti al pubblico incanto a Malta, figurarono molti ebrei, per
ognuno dei quali si esigeva, di proposito, un altissimo prezzo. Gli ebrei di vari
paesi avevano costituito un’agenzia nell’isola per condurre a termine le esose
trattative per il riscatto dei propri confratelli. E se è vero che tutti gli ebrei
trascinati schiavi a Malta, dopo mesi o dopo anni finirono per riacquistare la
libertà, ciò fu dovuto alla attiva solidarietà di varie comunità ebraiche d’Europa,
ed in particolare a quella di Venezia, che per lungo tempo ne tenne le fila 6.

3. Accoglienza nel regno di Napoli.

Nell’aprile del 1492, Ferrante re di Napoli si era fatta premura di assicurare


tutti gli ebrei che desideravano prendere stanza nel suo regno, che vi avrebbero
ottenuto protezione e privilegi identici a quelli già goduti dai suoi sudditi ebrei;
ed era ormai fama corrente fra gli ebrei di tutta Europa, non solo che
l’affermazione era da considerarsi fededegna, ma anche che le condizioni di vita
ebraica nel Napoletano erano eccellenti. Uscito poi il bando di Granata, lo stesso
re, l’8 ottobre 1492, tornò a ripetere formalmente il suo invito, confermando che
gli ebrei che fossero sbarcati da qualsivoglia direzione, sarebbero stati «tenuti et
reputati soi subditi et vaxalli, como si fussero nati entro lo regno»: essi potevano
rimanervi «salvi et securi, tanto loro, como loro famiglie, robe et mercantie».
Contemporaneamente i capitani dei porti ricevettero istruzioni dal re che, allo
sbarco, i profughi ebrei dovevano essere «ben tratati, né facte cose indebite da
persona nisciuna»; dopo di che, avevano libertà di andare dove volevano, «et
comperare qualsivoglia cosa per loro alimento, et cosí vendere le loro mercanzie,
et fare loro industrie», in modo da avere subito la sensazione di «pacifice et
quiete stare sotto la protectione de la Maestà sotto la quale sono venuti» 7.
Tra la metà del 1492 e i primi mesi del 1493, ogni porto del regno assorbí
frotte imponenti di fuggiaschi dalla Sicilia, dalla Sardegna, dalla Spagna: Napoli
e Reggio Calabria piú degli altri, e poi Gaeta, Pozzuoli, Castellammare e
Salerno. Cifre sovente ripetute, ma con dubbia attendibilità, farebbero
ammontare a cinquantamila gli ebrei provenienti dalle due isole italiane e ad altri
cinquantamila quelli dalla Spagna; centomila, quindi, che andavano a
sovrapporsi ai cinquantamila che già risiedevano nel Napoletano. Se è esatto
però che furono meno di quarantamila in tutto gli ebrei cacciati dalla Sicilia e
che parecchi si avviarono subito verso mete piú lontane, occorre essere piú cauti
nella valutazione, limitandosi a dire che furono alcune decine di migliaia i
fuggiaschi ebrei che trovarono ricetto nel regno di Napoli. D’altro canto, questo
numero subí immediatamente una dolorosa falcidia. Il re aveva ordinato nei porti
di approdo un rigoroso controllo, per accertare se fra i nuovi arrivati esistessero
casi di malattia contagiosa. Nonostante questo, nel settembre del 1492 scoppiò
nel regno una grave epidemia di peste, la cui origine fu attribuita ai miserabili
ebrei di Spagna. Durò un anno e mieté abbondantemente la popolazione tutta,
cristiana ed ebraica, e fra questa, sia la vecchia sia la nuova. A dire di un cronista
contemporaneo, a Napoli perirono ventimila persone di ogni credo ed altrettante
nel resto del reame 8.
Il maggior centro di ricostituzione delle comunità siciliane fu la Calabria, ed
in particolare Reggio, dove si trasferí in blocco tutta la colonia ebraica di
Siracusa. La penetrazione avvenne però un po’ dappertutto, e non pochi furono
gli ebrei che si spinsero fino a Napoli, dove si incontrarono con quelli spagnoli,
che si erano accentrati di preferenza in questa città. Non vi è da pensare però che
l’inserimento di un complesso cosí massiccio di gente estranea procedesse senza
attriti da parte della popolazione locale. Infatti, se pure questi ebrei erano quasi
del tutto sprovvisti di mezzi – e ciò era particolarmente vero per quelli
provenienti dalla Sicilia e dalla Sardegna, spogliati in partenza assai piú a fondo
che non i loro confratelli di Spagna –, tuttavia essi venivano considerati, e non a
torto, dal ceto medio della popolazione come dei potenziali concorrenti nei
commerci e nell’artigianato. Viceversa, re Ferrante vi scorgeva un potenziale
elemento di sviluppo delle stesse branche, ed in questa convinzione si opponeva
alle resistenze dei molestatori con una fermezza di atteggiamento che riecheggia
nelle seguenti parole scritte, nel dicembre del 1493, al commissario sugli ebrei di
Calabria: «Ve dicimu che vui non siti stato mandato loco per destruere e disfare
quissi poveri Iudei, quali sapiti quanti damni et disfacioni hanno patuti». Ma un
mese dopo, Ferrante era morto 9.
Immediatamente dopo l’ascesa al trono del degenere suo figlio Alfonso II,
cominciò a svilupparsi in mezzo al popolo un forte fermento antiebraico. Lo
fomentava un generico malcontento, tanto per il favore regio da cui gli ebrei
erano stati circondati per mezzo secolo, quanto per il benessere che, in
conseguenza di esso, i vecchi immigranti ebrei si erano già procurato e andavano
rapidamente procurandosi i nuovissimi. Il fermento aumentò con rapidità e
scoppiò con drammatica violenza allorché, nell’agosto del 1494, si seppe che
Carlo VIII di Francia aveva iniziata l’invasione dell’Italia e si riprometteva di
calare rapidamente su Napoli. Chi rinfocolava queste turbolenze ben sapeva che
a nessun ebreo era concesso di vivere in Francia, e che quindi le soldatesche
francesi non si sarebbero mostrate troppo scrupolose verso quegli ebrei che
avessero incontrati nell’Italia meridionale. Perciò era preferibile piombare subito
su quella preda che poi, durante la presenza dei francesi, sarebbe stato difficile
carpire. Alla fine del 1494 fu diffusa «la fama che innante la venuta del re de
Francza li judei deveano essere sacchizati». Le sopraffazioni furono condotte
con tale rapidità, grazie anche alla fuga di Alfonso, che, quando nel febbraio del
1495 Carlo VIII entrava nel Napoletano, già si poteva dichiarare che «tucti li
judei de quisto regno sono stati sacchizati». Ma in realtà non era completamente
cosí, perché le depredazioni, condotte dal popolino senza metodo, lasciavano
ancora margine di largo foraggiamento sia per le soldataglie francesi sia per lo
stesso monarca invasore. Fino all’evacuazione dell’esercito di Carlo VIII, nel
luglio dello stesso anno, fu cosí un succedersi di razzie organizzate e
concentrate.
Una prima sollevazione contro gli ebrei si verificò a Napoli il 18 febbraio;
preso da ciò animo, una turba incendiò il 12 marzo la giudecca di Lecce ed
ottenne la cacciata degli ebrei dalla città. Monteleone ed Acquaviva ebbero
identica sorte. Altrove, incendi e devastazioni, senza giungere al culmine delle
espulsioni. Il 14 marzo a Brindisi gli ebrei, per evitare il peggio, dichiararono per
atto pubblico di rinunciare a tutti i loro crediti derivanti da prestiti e restituirono i
pegni. Nonostante questa rinuncia, e preoccupate dal fatto che la città era passata
sotto il dominio di Venezia dagli umori imprevedibili verso gli ebrei, le
cinquanta famiglie che abitavano a Brindisi preferirono trasferirsi quietamente a
Gallipoli, dove si incontrarono con altre cinquanta famiglie provenienti da
Nardò, e dove furono accolte con manifestazioni di simpatia. A Bari, a Barletta,
a Matera, a Trani, eguale rinuncia ai crediti, e per di piú cessione di tutti i beni;
nella prima di queste città, il valore del bottino fu valutato a diecimila ducati. Da
parte sua, Carlo VIII cercò di confiscare quante piú proprietà ebraiche poteva,
per distribuirle fra i suoi protetti. Nel complesso, queste sollevazioni della prima
metà del 1495, suscitate piú da ingordigia verso i beni degli ebrei che non da una
vera animosità contro le loro persone, risparmiarono quasi ovunque la
incolumità degli individui. Ma erano sintomi di un virus che, penetrato negli
strati piú bassi della popolazione, vi si stava diffondendo rapidamente, e che sarà
ormai impossibile eliminare del tutto 10.
Già durante queste prime depredazioni, un certo numero di ebrei aveva deciso
di emigrare, ed un altro si era piegato alle intimazioni del clero e del popolo di
convertirsi. «Muoiano gli ebrei oppure si facciano cristiani!», si era gridato a
Lecce ed altrove, e la comunità di Cosenza per la gran parte, ed altri individui
quasi ovunque, avevano ceduto; ma la maggioranza sperò nella prossima
restaurazione di casa d’Aragona e nella sua tradizionale clemenza verso gli
ebrei, tanto piú che reputava non spento il ricordo degli ottantamila ducati forniti
a Alfonso II per sostenerlo nella lotta contro i francesi. Invece, quando nel luglio
del 1495 il nuovo re Ferdinando II rientrò a Napoli, vi trovò una situazione
generale cosí caotica, gli animi della popolazione tanto accesi contro gli ebrei e
la volontà dei capi del popolo ormai orientata a tal punto verso la loro
espulsione, che dopo qualche tergiversazione dovette cedere; e il suo successore
Federico III, con un editto del 26 ottobre 1496, diede il suo sovrano assenso alla
richiesta di bando immediato di tutti i componenti della giudecca di Napoli. A
questo bando locale non ne seguí uno generale per tutto il paese, ma furono
emesse altrettante disposizioni particolari per ogni città. Nell’insieme, esse
rimisero ugualmente in moto il martoriante congegno dell’espulsione, dal quale
vennero trascinati via e ebrei e cristiani novelli (come si preferí chiamarli in
Italia).
L’abbandono del regno, forzato o volontario che fosse, da parte di un settore
cosí abbiente della popolazione, e il realizzo piú o meno libero delle proprietà,
provocarono subito gravi perturbamenti sul mercato interno dei valori. Federico
cercò di arginarli, stabilendo, fra l’aprile e il maggio 1497, che a nessuno – ebreo
o cristiano novello che fosse – era lecito vendere i propri immobili o esigere i
propri crediti, se non dichiarava preventivamente che non intendeva
abbandonare lo stato. In altre parole, egli poneva degli ostacoli insormontabili a
quella emigrazione che qualche mese prima aveva dichiarata obbligatoria, anche
se non con troppa spontaneità. Ed infatti, nel seguito di quell’anno e nel 1498, il
re, ritenendosi piú saldo sul suo trono, diede altri segni di voler riprendere quella
politica di comprensione verso gli ebrei che era stata propria della sua casa.
L’ordine che vietava il realizzo degli immobili e dei crediti per i partenti venne
abrogato a metà del 1498, ed in cambio gli ebrei cedettero allo stato la metà dei
beni che erano rimasti loro dopo i saccheggi. I numerosi espulsi del 1497 dal
Portogallo furono accolti nel regno con grande slancio, come «subditi, amici,
confederati et benivoli». Alcuni banchi di prestito furono riaperti, e fu respinta la
richiesta di rinnovare l’obbligo del segno. Infine, quel che piú conta, il rispetto
agli ordini che il re andava nuovamente emanando a protezione degli ebrei fu
riassicurato in quei centri in cui poco prima era in procinto di crollare 11.
Ma il destino di re Federico era ormai segnato; e vi provvidero il re di Spagna
e il re di Francia, i quali a Granata, nel novembre del 1500, si divisero fra loro il
regno di Napoli. La Puglia e la Calabria andarono a Ferdinando il Cattolico; la
Campania e l’Abruzzo a Luigi XII. Alla spartizione sulla carta seguirono nel
1501 la conquista militare e la cacciata del legittimo sovrano; poi nel 1502 si
assistette al sopruso del re di Spagna, che a sua volta estromise quello di Francia,
rendendosi cosí padrone assoluto di tutto il regno di Napoli. Prima di esporre
però le nuove vicende, è opportuno spendere alcune parole intorno a un
singolare personaggio ebreo che figurò nelle ultime scene del dramma di casa
d’Aragona.
Nel settembre del 1492, dai vascelli che trasportavano a Napoli gli esuli dalla
Spagna discendeva il piú ragguardevole fra tutti, don Isaac Abravanel. Proveniva
da una famiglia che per alcune generazioni era stata fra le favorite della corte
portoghese e di quella castigliana; vari membri erano stati da esse impiegati
come supremi amministratori del pubblico erario e finanziatori di imprese dello
stato e della corona. Nato in mezzo a questa tradizione di potere e di ricchezza,
don Isaac vi aggiungeva di suo una perspicacia finanziaria particolarmente
sviluppata e grande destrezza diplomatica; fu lui che, all’ultimo, comparve
dinanzi a Ferdinando e a Isabella per perorare l’abrogazione del decreto di
espulsione contro gli ebrei spagnoli: ma senza successo. Appena disceso a
Napoli, anche re Ferrante gli aprí le porte del suo palazzo affidandogli delicate
incombenze economiche; i suoi servigi furono cosí apprezzati, che in breve
divenne l’uomo di fiducia del tesoro reale. Morto Ferrante, calati i francesi, don
Isaac fu fra i pochissimi richiesti da re Alfonso di seguirlo nella sua fuga in
Sicilia: primo ebreo che rimetteva piede in quell’isola dopo il 1492. Poi, quando
Alfonso si ritirò a vita monastica, don Isaac lasciò la Sicilia, andò a fissarsi a
Monopoli presso Bari, e vi rimase fino al 1503. Di lí passò a Venezia, dove il
suo acume politico-finanziario si impose ancora una volta, nelle trattative per un
trattato fra Venezia e il Portogallo. Su questo poliedrico personaggio – che, oltre
ad aver servito sei re, riuscendo ogni volta a ritornare alla sommità dopo le
precipitose cadute in cui lo aveva travolto il fato della sua gente, e che, oltre ad
essere considerato dai suoi contemporanei la guida spirituale di tutta la massa dei
nuovi esiliati, fu un pensatore, un commentatore della Bibbia e un mistico dei
piú profondi che abbia prodotto l’ebraismo della sua età – dovremo ritornare
ancora, e cosí pure su altri membri della sua famiglia. Ma qui assume un valore
particolare l’avere accennato a lui. Isaac Abravanel fu senza dubbio il piú
elevato esponente fra tutti gli ebrei iberici che si trapiantarono in Italia e nel
regno di Napoli in particolare. Ma fu primo fra vari altri non molto inferiori di
lui, e che un tempo avevano posseduto posizioni sociali e finanziarie
eminentissime, e che ancora coltivavano larghi interessi intellettuali e morali. In
altre parole, il materiale umano che la bufera spagnola aveva rigettato sulle coste
del Mezzogiorno italiano aveva risentito della tempesta solo superficialmente,
ma rimaneva intrinsecamente di prima qualità; era certamente superiore a quello
che arrivava dalla Sicilia e dalla Sardegna. L’avvento però di cosí terribile
padrone, quale Ferdinando di Spagna, anche sulle cose dell’Italia meridionale
lasciava presagire un nuovo, definitivo colpo di grazia sia per gli ebrei appena
sbarcati nel regno sia per quelli che vi risiedevano da tempo 12.

4. La lenta espulsione dal Napoletano.

Se l’azione del monarca spagnolo non procedette nel Napoletano cosí


fulminea come altrove, lo si dovette all’intrecciarsi di due fattori:
l’atteggiamento piuttosto favorevole del Gran Capitano spagnolo in Napoli,
Consalvo da Cordova, e la ferma opposizione del popolo napoletano
all’insediamento dell’Inquisizione di Spagna nelle sue terre. Don Consalvo cercò
sulle prime di proteggere velatamente gli ebrei, deviando le piú immediate
manifestazioni dello zelo sovrano verso i cristiani novelli italiani e i marrani
spagnoli. E re Ferdinando, ancora piú astuto del suo Capitano, lo lasciò fare,
tanto piú che gli umori del popolo e delle autorità locali del Mezzogiorno
seguitavano a dimostrarsi surriscaldati contro gli ebrei. Cosí, a Cosenza nel 1501
gli ebrei furono privati del diritto di prestare e nel 1504 furono costretti ad
abitare in un luogo circoscritto, anche se dopo, nel 1507, ebbero la tardiva
soddisfazione di essere invitati a riprendere la loro attività bancaria per
combattere l’usura dei cristiani; a Nola, nel 1506, gli ebrei vennero espulsi; a
Napoli nello stesso anno fu ripristinato il segno, e nel 1507 furono dichiarati
nulli tutti i debiti contratti con gli ebrei fino alla morte di Ferdinando II e non
ancora pagati; in ultimo, nel 1509, l’obbligo del segno fu esteso a tutto il reame.
Fu solo a Gallipoli che, nel febbraio del 1507, si intromisero i rappresentanti del
comune ed ottennero dal re un trattamento di eccezione per i loro ebrei.
L’astuzia del monarca spagnolo si basava sul fatto che la necessità di sorvegliare
da presso gli ebrei nelle restrizioni nuovamente loro imposte, e principalmente i
cristiani novelli nelle loro presunte deviazioni religiose, forniva un esplicito
invito all’Inquisizione spagnola ad estendere il proprio controllo diretto sul
Napoletano. Ma quando, alla fine del 1509, i primi inquisitori si trasferirono
quietamente nella capitale, il popolo insorse ed i rappresentanti di esso dovettero
ammettere, quale contropartita per il ritiro dell’Inquisizione, che il governo
spagnolo fosse libero di esercitare contro gli ebrei tutta la durezza delle proprie
leggi. Nel gennaio del 1510, mentre i popolani insorti ottenevano l’indulto per i
loro atti di ribellione, si ventilò di espellere ebrei e marrani soltanto della Puglia
e della Calabria. Invece, nel novembre dello stesso anno, il vicerè Raimondo da
Cardona pubblicò due prammatiche nelle quali i marrani non erano piú
menzionati, ma che coinvolgevano le persone di aperta fede ebraica di tutto il
regno. La prima prammatica, pubblicata il 23 novembre, accordava un termine di
quattro mesi entro il quale tutti gli ebrei dovevano abbandonare il regno, con
facoltà di portarsi via i loro beni, ad esclusione di ori e di argenti. Pochi giorni
dopo, una seconda prammatica permetteva a duecento famiglie ricche di
rimanere, purché corrispondessero ogni anno un tributo di tremila ducati. Ma per
Ferdinando il Cattolico, che in tutte le altre sue terre aveva eliminato
radicalmente e con uno stesso tratto tanto il problema ebraico quanto quello
marrano, rimaneva ancora in piedi, nel Napoletano, questo secondo. Egli non
tardò ad affrontarlo e a risolverlo nel modo che gli era proprio: allegando che i
cristiani novelli seguitavano a «giudaizzare» segretamente, tra il finire del 1514
e il principio del 1515 ne ordinò il bando immediato, ma nello stesso tempo
consentí che realizzassero liberamente ogni loro proprietà, e portassero via
denari e le mercanzie di loro spettanza. Cosí, dal maggio del 1515, anche i
cristiani novelli finirono di esistere apertamente nel regno 13.
Delle molte e molte decine di migliaia di ebrei che avevano vissuto nel
Napoletano un quarto di secolo prima, ormai non restava che una percentuale
irrilevante: quella delle duecento famiglie di ebrei puri e ricchi. Oltre ad essi,
secondo una tradizione difficilmente confermabile, vi erano pure talune famiglie
di marrani le quali, non avendo abbandonato il Mezzogiorno, seguitarono a
rischiare la propria vita pur di custodire nel piú impenetrabile mistero alcuni dei
precetti elementari della vecchia fede: fra di esse si tramanderebbe fino ad oggi
questo secolare ed ormai sbiaditissimo ricordo di una segreta appartenenza
all’ebraismo. Quanto a quel pugno di famiglie autorizzate, che si manteneva
stretto principalmente intorno alla persona di don Jacob Abravanel, nella
tristezza e nella solitudine del proprio soggiorno nel regno ebbe presto un tenue
conforto: quello del rimpianto che prese a serpeggiare sempre piú intensamente
in mezzo al popolo nei riguardi di coloro che erano stati scacciati. Con
l’estromissione dei capitali ebraici, molte industrie e molti commerci erano
rimasti stremati, le fiere avevano persa parte della loro animazione, il costo del
denaro era salito di cinque e fino di dieci volte su quello corrente; il pubblico
erario poi era stato intaccato profondamente per le difficoltà che incontrava
nell’esigere le tasse. Gemendo sotto questa situazione, il popolo, dal generico
rimpianto passò presto a concrete richieste. Dapprima volle ed ottenne che fosse
accordato – dal 1514 – ai mercanti ebrei di fuori di frequentare alcune delle piú
importanti fiere del regno, come quella di Lanciano; poi nel 1515, non si oppose
a che gli ebrei cacciati da Ragusa venissero a stabilirsi in Puglia; infine, a
Napoli, richiese che altri ebrei fossero richiamati per riprendere la propria opera
di banchieri. Da Madrid Carlo V, imperatore di Germania e re di Spagna, per
quanto non piú tenero verso gli ebrei del suo predecessore Ferdinando il
Cattolico, non poté rimanere insensibile all’esposizione che gli veniva fatta del
rapido deterioramento delle condizioni economiche del regno di Napoli e in
particolare del popolo minuto; perciò il 23 novembre 1520 prese la significativa
decisione di concedere ad altre quaranta o cinquanta famiglie ricche di poter
rientrare nel Napoletano, in aggiunta alle duecento già esistenti, affinché
aprissero nuovi banchi. Durata della concessione, cinque anni; il canone
cumulativo fra tutte e duecentocinquanta le famiglie veniva ridotto a
millecinquecento ducati all’anno 14.
Era un cauto tentativo di regolarizzare il mercato finanziario, e nello stesso
tempo di saggiare l’accettabilità di un richiamo controllato degli ebrei. Infatti
piccoli gruppi andarono a stabilirsi a Lecce, Otranto, Brindisi, Taranto, Bari,
Ostuni e Nardò, mentre il nucleo principale rimaneva quello di Napoli, composto
nella maggioranza di famiglie spagnole. Oltre a ciò, le fiere della Calabria
tornarono ad essere visitate regolarmente da ebrei. Ma le sopraffazioni ripresero
presto, ed il segno piú visibile fu l’introduzione della «berretta gialla» a Napoli
nel 1521, confermata per tutto il regno nel 1529. Poi, quasi improvvisamente, il
5 gennaio 1533 il nuovo vicerè don Pietro da Toledo emanava un editto che
ingiungeva agli ebrei di lasciare il regno entro sei mesi, oppure di convertirsi. Il
puerile pretesto era che non si erano realizzate le aspettative della «Maestà
Cesarea», la quale aveva «tollerato molto tempo che li judei abitassero in quisto
regno de Napoli, credendo et tenendo per fermo che con la comunication de li
christiani venerriano al cognoscimento de la verità et se converterriano a la
catholica fede».
Il termine di partenza fu dapprima prorogato al luglio del 1534, e poscia fu
sospeso, a condizione che si riuscisse ad addivenire a un accordo. E l’accordo fu
potuto stipulare a fine febbraio del 1535, sia per le insistenze della gente
cristiana del luogo, sia per la passione che vi seppero mettere il nuovo
rappresentante della gente ebraica, Samuel Abravanel, e sua moglie. Samuel era
il figlio minore di don Isaac; come il padre, poteva contare su un patrimonio
enorme, valutato a duecentomila zecchini, e su un sottile cervello atto a
manovrarlo; a ciò aggiungeva un cuore prodigo verso la cultura e verso la
miseria ebraiche. Il vicerè don Pietro, per quanto ostile agli ebrei, non disdegnò
né i servigi di Samuel Abravanel quale suo esperto finanziario, né le doti e la
istruzione della moglie di lui Benvenida quale precettrice della propria figlia
Eleonora. In virtú dell’accordo patrocinato dai due Abravanel, fu consentito agli
ebrei di trattenersi nel regno per lo meno per dieci anni ancora, dietro pagamento
di un tributo di ventimila ducati, da versarsi diecimila immediatamente e
diecimila a rate. Il 10 novembre 1539 però, in dispregio all’accordo e senza che
fosse offerta neanche una parvenza di pretesto, venne reso noto l’intendimento di
espellere al piú presto tutti gli ebrei. Ancora una volta intervennero in loro
favore i maggiorenti del municipio e del parlamento napoletani, con suppliche al
re di Spagna. Ma non valsero altro che a procurare dei brevi rinvii. Il 31 ottobre
1541 si concludeva definitivamente il ciclo di residenza delle pochissime
centinaia di famiglie ebraiche che avevano resistito per altri trenta anni nel regno
di Napoli. Gli Abravanel si diressero verso Ferrara; molti si fermarono a Roma
ed in altre città del papa; mentre non pochi preferirono destinazioni piú
distanti 15.
In tal modo, dopo le grandi sortite del 1494-96, del 1510 e del 1514, e quella
minuta del 1541, nelle quali si erano trovati mischiati ebrei napoletani e siciliani,
spagnoli e portoghesi, rimase completamente prosciugato anche questo grande
bacino della vita ebraica. Per quindici secoli, sulla terraferma del Mezzogiorno
avevano avuto residenza moltitudini di ebrei. Uomini pii ed uomini dotti, medici
e banchieri, mercanti ed artigiani, avevano ugualmente contribuito a che la storia
dell’ebraismo in questo lembo di terra costituisse uno dei piú bei capitoli della
storia generale dell’ebraismo, principalmente nei quattro secoli a cavaliere del
Mille e nel mezzo secolo di signoria aragonese. Con il 1541 invece, il nome
dell’Italia meridionale, riguardo alla vita ebraica, entrò nella oscurità piú deserta;
e tale rimarrà fino ai giorni nostri, nonostante un tentativo di richiamo degli ebrei
fra il 1740 e il 1747 e gli scarsi nuclei che vi hanno ripreso residenza nell’ultimo
secolo. Unica eco della vita ebraica di un tempo, rimangono le carte ancora
scarsamente esplorate degli archivi, il nome tuttora esistente di vie o piazze che
ricordano – a Salerno, a Trani, a Brindisi, a Bari – la giudecca, la sinagoga o la
scòla nova, e le vecchie strutture di templi trasformate in chiese; come a Napoli
la sinagoga principale, oggi chiesa di Santa Maria della Purificazione, e a Trani
le due chiese di Sant’Anna e di Santa Maria dei Martiri 16.

5. L’esodo verso il Levante.

Questa esposizione considera soltanto gli ebrei in Italia: quelli che vi


soggiornano e vi entrano; non può seguire quelli che ne escono e si disperdono.
Ma la totale evacuazione dell’Italia insulare e meridionale, se provocò un
capovolgimento nella distribuzione degli ebrei in Italia, diede anche luogo a una
disseminazione cosí vasta e cosí fruttifera di elementi ebraici italiani all’estero,
che non pare lecito non dedicarvi qualche parola.
È noto che le tragedie degli ebrei della Spagna, del Portogallo e dell’Italia
meridionale si svolsero a un dipresso contemporanee al rapido affermarsi
dell’impero turco in Europa. Questa potenza, che si installò dispoticamente come
padrona di tanta parte d’Europa e che in piú luoghi sparse rovine e dolori, tenne
invece a mostrarsi estremamente ben disposta verso gli esuli ebrei. Il motivo era
semplice. La folgorante espansione dello stato ottomano dopo la conquista di
Costantinopoli nel 1453 fu dovuta essenzialmente al regime autocratico dei
sultani ed alla superiorità dei loro eserciti. Queste due forze, fanaticamente
devote l’una all’altra, avevano sotto di sé tutto il rimanente della popolazione
turca; ma era un rimanente dedito soltanto ai lavori della terra; mancava quindi
del tutto chi si occupasse dell’esercizio dei commerci e delle industrie.
Maometto II il Conquistatore, Selim I e Solimano il Magnifico, questi tre
maggiori architetti dell’imponente edificio ottomano che regnarono dalla metà
del Quattrocento alla metà del Cinquecento, non fecero che incoraggiare con
ogni mezzo a loro disposizione l’ingresso dei profughi ebrei, affinché, insieme
con gli armeni e i greci, assumessero nelle loro mani quelle branche neglette
della vita nazionale. Per chi avesse accettato il loro invito, il solo pagamento di
un testatico richiesto a tutti i non musulmani e non troppo oneroso valeva ad
esentare dal pagamento di ogni altro tributo, ad aprire ogni specie di professioni
e di mestieri, a consentire l’ascesa lungo tutta la scala delle cariche civili, a dare
il diritto di conservare la propria nazionalità e la propria religione. Questa
contemporaneità di espulsioni e di inviti fece sí che grandi masse di esuli ebrei di
ogni provenienza si trasferissero verso il vasto arco di terre bagnate dal
Mediterraneo orientale e sotto dominio turco. E fece anche sí che questi esuli,
quasi per mitigare il dolore per il distacco dalle vecchie terre, fossero portati a
riorganizzarsi nella nuova seguendo gli usi che avevano nella nazione, e talvolta
perfino nella regione di origine; in altre parole, conservassero in pieno impero
ottomano lingua, tradizioni, costumi e liturgia di un tempo, stringendosi cosí in
una organizzazione a tipo quasi cantonale.
Il centro maggiore di raccolta degli ebrei dell’Italia del Sud fu Salonicco,
dove non si dovrebbe essere troppo lontani dal vero presumendo ne sbarcassero
circa diecimila. Qui, verso la metà del Cinquecento, la colonia italiana aveva
dato vita a una dozzina di comunità-sinagoghe, le quali si erano imposte dei
nomi dal suono significativo: Italia, Sicilia, Puglia, Calabria, Otranto; per lo
piú, poi, due portavano lo stesso nome contraddistinto con un: la vecchia o la
nuova, per indicare frazionamenti interni. Oltre che a Salonicco, gli ebrei italiani
costituirono quattro organismi consimili a Costantinopoli (tempio Sicilia,
Messina, Puglia e Calabria), e quattro a Adrianopoli; indice anche qui di una
sostanziosa immigrazione. All’infuori della Turchia, non poche famiglie di ebrei
meridionali e piú particolarmente di siciliani si erano andate a rifugiare a Valona
in Albania, ad Arta, Triccala, Castoria e Patrasso in Grecia, a Damasco in Siria,
a Gerusalemme e a Safed in Palestina, costituendovi comunità intitolate a regioni
italiane. Molti ebrei italiani si addentrarono anche nella Bulgaria ovvero si
sparsero in varie isole del Mediterraneo, come Rodi e Cipro, rimaste fuori dalla
signoria se non dalle mire turche. In tutti questi luoghi, una traccia della
penetrazione degli ebrei italiani è data dai cognomi che ancora vi si rinvenivano
fino a pochissimi anni fa, prima della tragica occupazione nazista. In questi
cognomi, come per quelli degli ebrei italiani di oggi, risuonava senza alterazioni
il nome di città o di regioni d’Italia.
Questa organizzazione in comunità divise, e con le stesse denominazioni di
una volta, si è mantenuta per secoli nel Levante; a Salonicco e ad Adrianopoli,
fino a ieri appena. Con il tempo, la lingua italiana è scomparsa, i vecchi ricordi e
le vecchie predilezioni si sono attutite, ma non spente del tutto. Nonostante ciò,
ed anche se l’influenza degli ebrei italiani nella vita economica e sociale del
Levante, nel Cinquecento e nel Seicento, non è da paragonarsi con quella di
primissimo piano esercitata dagli ebrei iberici, pure, dal suo buon secondo piano,
è valsa a mantenere continuamente stretti ed intensi i rapporti fra le città
marinare italiane e i grandi empori turchi.
Una parola a sé richiede l’isola di Corfú, dominio ininterrotto della repubblica
di San Marco fino al 1797. Alla piccola popolazione piú antica di ebrei, vennero
prima a sovrapporsi varie famiglie di profughi siciliani e poi di pugliesi; lingua
corrente in mezzo ad esse era un italiano largamente venato da parole dei dialetti
siciliano e pugliese, e che divenne con il tempo anche la lingua della colonia
greca. Piú tardi, questi ebrei originari d’Italia finirono col servirsi della piú
elegante parlata veneziana. Il governo veneziano usava un trattamento di favore
verso gli ebrei corfioti i quali, sulla piazza di Venezia, godevano di privilegi e di
esenzioni pari a quelli concessi ai turchi e non riconosciuti neanche agli stessi
ebrei di Venezia. Quando nel 1571 tutti gli ebrei vennero espulsi da Venezia e
dai domini, il decreto non venne applicato né a Corfú né agli ebrei corfioti
residenti a Venezia 17.

6. Gli ebrei a Roma nella prima metà del Cinquecento.

Aveva avuto inizio da pochissimi mesi l’esodo degli ebrei dagli stati sotto la
monarchia spagnola quando, nell’agosto del 1492, veniva eletto pontefice
Alessandro VI Borgia, spagnolo anch’esso e di tale stampo che si circondò
subito di uno stuolo di parenti e di dignitari della sua stessa terra. Di questa
prevalenza spagnola venutasi ad annidare nel Vaticano, gli ebrei avevano ogni
ragione di temere; ma fu timore che non ebbe a consolidarsi. Dalla sporta di
poche virtú e di molte pecche che accompagnava il nuovo pontefice, non si
saprebbe dire donde egli trasse il suo atteggiamento nei confronti degli ebrei,
quasi antagonistico a quello della gente spagnola a cui apparteneva e che lo
circondava. Forse fu in lui solo un altro aspetto di quella incertezza e di quella
incongruenza che contraddistinsero gran parte della sua condotta politica; ma
anche se cosí, fu un fatto a suo merito e un precedente che giovò agli ebrei per
mezzo secolo. La prima notizia riguardante il nuovo papa si presenta piuttosto
sibillina. Un cronista ebreo del tempo, Salomon ibn Verga, scrittore talvolta
fantasioso, è l’unico a narrare che Alessandro VI, subito dopo la sua nomina, fu
avvicinato dai rappresentanti della comunità di Roma con la petizione di non
ammettere nei suoi stati gli ebrei spagnoli e con un dono ingraziatore di mille
ducati. Il papa, sdegnato, non solo respinse la petizione, ma la volse in scherno
richiedendo agli ebrei romani il versamento di duemila ducati se volevano, essi
stessi, seguitar a rimanere a Roma. Non si ricordano, né prima né dopo, esempi
simili di una tale mancanza di solidarietà da parte di qualsiasi gruppo di ebrei
italiani, tanto che si è indotti a presumere che questo increscioso episodio o non
avvenisse affatto o si verificasse in termini differenti; comunque, esso potrebbe
adombrare lo stato d’animo in cui si trovavano gli ebrei, sia romani sia italiani.
Costoro avvertivano che l’ingresso di un numero cosí grande di ebrei stranieri
avrebbe costituito per essi non una concorrenza economica o un peggioramento
nei rapporti con i governanti come supposto da qualcuno, ma un considerevole
turbamento nella omogeneità della loro struttura interna. Infatti fin dall’inizio si
verificò, da parte dei vecchi residenti e dei nuovi arrivati, una vicendevole
diffidenza, che in non pochi casi degenerò in attriti e talvolta in scissioni.
L’atteggiamento liberale di Alessandro VI, imitato dai suoi immediati
successori, fece riversare a Roma nel giro di un quarto di secolo ebrei dalla
Spagna e dalla Sicilia, dalla Tripolitania, dal Portogallo e dalla Provenza, dal
Napoletano e dalla Calabria; ad essi si aggiunsero, in flusso ininterrotto, quelli
della Germania e dell’Europa centrale: la somma totale fu piú che un raddoppio
della popolazione ebraica a Roma. I marrani furono pochissimi, perché i
quattrocento circa che avevano tentato di stabilirsi a Roma, erano stati arrestati
fra il 1498 e il 1503 e costretti in gran parte ad abiurare l’ebraismo.
L’affiatamento fra questi vari gruppi – ognuno con il proprio idioma, le proprie
consuetudini ed i propri orgogli – risultò estremamente faticoso, anche perché gli
ebrei romani di vecchia data piú passavano in minoranza come numero, e piú
rimanevano attaccati, per un comprensibile jus loci, ad una pretesa di supremazia
nel reggimento della comunità. Dal lato opposto, specialmente gli spagnoli si
arrogavano toni di supremazia sí intellettuale come nell’esercizio degli affari,
retaggio di quella che avevano goduto in Spagna nel dominio economico e
sociale, letterario e politico. Non passò molto, e questi conflitti di supremazia
portarono a una profonda separazione amministrativa fra ebrei italiani ed ebrei
oltramontani o tramontani, e ad altrettante distinzioni cultuali. Cosí nel giro di
dieci o vent’anni si costituirono a Roma sinagoghe separate per i catalani, per i
castigliani-aragonesi, per i siciliani, per i francesi, per i tedeschi, che facevano da
contrapposto ad altre quattro esclusive degli ebrei italiani, ed anch’esse basate
sulla data della residenza a Roma dei relativi membri. Nel 1524, come sarà
illustrato altrove, si fece il primo tentativo di dare una vernice esterna omogenea
a questi diversi aggruppamenti 18.
Non troppe parole sono da aggiungere per gli altri pontefici che si
susseguirono nella prima metà del Cinquecento, tutti importanti per opere ma
contrastanti di indole. Verso gli ebrei, essi mostrarono un solo viso, quello della
magnanimità, quasi per impersonare sotto questo aspetto il tipo astratto del
sovrano del Rinascimento. Cominciò Giulio II della Rovere (1503-13), papa
battagliero e risoluto, ugualmente pronto ad arruolare sia un esercito e a porglisi
a capo, sia i piú grandi artisti del tempo per abbellire il Vaticano. Fra questi
ultimi fu Michelangelo che, sulla tomba di lui in San Pietro in Vincoli a Roma,
pose troneggiante la statua di Mosè. A Firenze si trovava il David di
Michelangelo, opera forse piú felice; ma assai piú che il David, a dire di Giorgio
Vasari, gli ebrei – superando la loro ritrosia contro la riproduzione della effige
umana – accorrevano a frotte per ammirare il Mosè di Roma. In esso
riconoscevano per la prima volta la figura del loro legislatore resa con quei tratti
sovrumani di potenza fisica e di imperiosità morale, che la continua lettura dei
primi libri della Bibbia aveva scolpito nelle loro menti 19. Seguí Leone X de’
Medici (1513-21) che, piú che al suo genio politico o alla sua sensibilità per la
nascente opposizione luterana, legò il suo nome allo sconfinato mecenatismo
artistico-letterario. In questo eliso mediceo, anche gli ebrei ebbero il loro piccolo
angolo. Lo studio della «lingua sacra» ebbe larga diffusione fra i piú illuminati
ecclesiastici ed una cattedra di ebraico fu istituita nel 1514 all’università di
Roma; il rabbino di Roma era un frequentatore non inviso del Vaticano, mentre
il flautista-compositore Giovan Maria – che incontreremo anche a Padova e che
ricevette dal papa il titolo di conte e il dono di un castello – intratteneva spesso
la corte papale. La comunità ebraica di Roma nel suo insieme era talmente
affascinata dall’atmosfera che spirava in tutta la città – nel 1519 il papa aveva
perfino abrogate alcune tasse minori agli ebrei romani – che si rivolse ai saggi di
Gerusalemme per informarsi se anche lí si avvertiva qualche segno premonitore
di una prossima redenzione del popolo ebraico 20.
Clemente VII (1523-34), anch’egli un Medici, era avviato ad essere il
continuatore saggio dell’opera di Leone X nei riguardi degli ebrei. Infatti nel
dicembre 1524 egli diede, a favore degli ebrei romani, la sua approvazione ad
alcune riforme amministrative che gli erano state proposte dalla comunità e che,
se pure non introducevano molte trasformazioni, tendevano a riportare in questa
ordine e pace dopo i dissensi prodotti dalla diversa origine dei suoi componenti.
Clemente VII inoltre si lasciò avvicinare facilmente da medici ebrei che
meritavano la sua fiducia e da altri individui che avrebbero meritato un vaglio
piú scrupoloso. Ma questa urbanità che il papa mostrava sia verso gli ebrei sia, in
generale, verso tutti, non era accompagnata da pari risolutezza politica; fu
proprio questa sua ambiguità che scatenò la calata in Italia delle soldatesche
tedesche e spagnole agli ordini dell’imperatore Carlo V. Quando nella tarda
primavera del 1527 queste orde armate giunsero dentro Roma, esse depredarono
e saccheggiarono le cose, violentarono ed uccisero le persone con una furia mai
conosciuta fino ad allora. In tale inferno, la possibilità di sopravvivere raggiunse
un prezzo di riscatto elevatissimo, e gli ebrei lo dovettero pagare non meno degli
altri. Alcuni dei piú abbienti che si erano rifugiati nel palazzo del cardinale
Andrea delle Fratte, ebbero salva la vita versando una somma enorme a un
colonnello delle truppe imperiali; altri fuggirono verso Ancona, Venezia e
Napoli; arredi sacri, manoscritti e incunaboli ebraici di gran valore furono
vandalicamente dati alle fiamme, le quali distrussero anche la preziosa raccolta
del grammatico Elia Levita; all’ultimo, una crudele epidemia di peste completò
la rovina. Nessuna statistica dà una cifra delle vittime e dei danni causati senza
distinzione a cristiani ed a ebrei dal famigerato sacco di Roma; ma i documenti
del tempo sono concordi nel valutarli, genericamente, enormi 21.
Press’a poco nel tempo in cui questa sciagura turbinava attorno al soglio di
Clemente VII, un episodio tutto particolare agli ebrei si svolgeva in parte ai piedi
del medesimo soglio. Le conquiste dei turchi, spintisi fino a Belgrado e a Rodi, e
l’ansia del papa di bloccarle e respingerle; le catastrofi che solo pochi decenni
prima avevano subito gli ebrei di varie parti d’Europa e che le menti
misticheggianti avevano interpretato come le sofferenze che preannunciano la
venuta del Messia; lo smarrimento che, specialmente a Roma, aveva lasciato
dietro di sé la furia dei lanzichenecchi nel 1527, erano eventi che,
apparentemente, non avevano alcuna reciproca connessione. Invece, tutti
insieme furono alla base di una mirabolante avventura, di cui furono protagonisti
due ebrei, mezzo avventurieri e mezzo visionari. Già nel 1502 si era fatta udire
in Istria la voce di un ebreo tedesco, Asher Lämmlein, che aveva annunciato che
la venuta del Messia si sarebbe verificata in quel medesimo anno, ed in
conseguenza sarebbero cessate le torture degli ebrei; ma la voce di questo
pseudo-messia ebbe poca diffusione e si spense subito 22. Invece nel 1524 faceva
la sua comparsa a Roma un individuo, dall’aspetto esotico e dal fare ora
religiosamente ascetico ed ora bellicosamente vivace, il quale usava spostarsi da
luogo a luogo con grande maestà, montando un cavallo bianco. Egli asseriva di
essere l’ambasciatore del fratello Josef, re di un regno situato in una zona
imprecisata dell’Arabia, e i cui sudditi erano tutti ebrei, discendenti dalle
smarrite tribú di Israele. Una di queste tribú era quella di Reuben, e quindi
codesto individuo, dichiarando di appartenervi, si faceva chiamare David
Reubení. Ai cristiani faceva promesse mirabolanti: l’esercito del fratello, se
opportunamente rifornito di armi da parte del papa e degli altri potentati
d’Europa, sarebbe sceso in guerra contro i maomettani e avrebbe liberato la
Palestina dai turchi; agli ebrei, altrettanto: lasciava intendere che la sua missione
era anche quella di predisporre la loro affrancazione dalla diaspora e il loro
ritorno in Terrasanta. Fu creduto dagli uni e dagli altri. Intercessore il cardinale
Egidio da Viterbo, Reubení fu ricevuto, nello stesso 1524, in gran pompa da
papa Clemente VII e munito da lui di commendatizie per i sovrani di Portogallo
e di Abissinia, come i due maggiori interessati ad entrare in contatti con il
presunto regno ebraico d’Arabia. Sia gli ebrei di Roma, sia quelli delle maggiori
città attraverso cui si effettuò il viaggio di David Reubení verso il Portogallo,
fecero a gara nel tributargli omaggi e nell’offrirgli mezzi. Diedero esempio gli
Abravanel e i da Pisa, e cioè due gruppi familiari fra i piú in vista dell’Italia
ebraica, per livello intellettuale e per censo. Re Giovanni III di Portogallo
ricevette ed intrattenne il messo ebreo con onori sovrani. Gli promise molto; gli
forní pochissimo: evidentemente perché preoccupato dal fatto che, fra i marrani
del suo regno, David stava suscitando un brivido intenso di eccitazione, quasi
che essi vedessero in lui il Messia od un profeta incarnato.
Il piú romanticamente invasato fra i marrani portoghesi fu uno che era nato
cristiano con il nome di Diego Pires e che, sotto l’influenza di Reubení, era
rientrato manifestamente nella religione degli antichi padri ed aveva assunto il
nome di Salomon Molco. Egli si incontrò con Reubení, ma fu da questo tenuto
discosto. Reubení temeva infatti di poter essere fatto segno a un duplice ordine
di accuse: di vagheggiare per sé attributi ultraterreni e di rinfocolare la
pericolosa questione marrana; due accuse per le quali sarebbe stato facile
all’Inquisizione farlo condannare al rogo. Per questa o per altre ragioni, Reubení
si risolse poco appresso a tornare quietamente in Italia. Invece Molco, preso
sempre piú dalla sua infatuazione mistica, si recò prima in Turchia e poi in
Palestina; e quindi, nel 1529, in Italia, dove si incontrò nuovamente con
Reubení. Nel frattempo però egli era giunto alla persuasione che il mantello
messianico si addicesse piú alle sue spalle che non a quelle di Reubení; e,
cautamente, prese ad agire in conformità. A Roma, per adeguarsi a quanto si
raccontava fra gli ebrei sul modo con cui si sarebbe rivelato il Messia, Molco si
vestí da mendicante confondendosi fra la folla che, davanti al Vaticano,
attendeva di essere ricevuta dal pontefice. Quando fu alla presenza di Clemente
VII gli presagí una grande inondazione del Tevere, un terremoto devastatore in
Portogallo e l’apparizione di una cometa. I fatti si verificarono puntualmente:
l’inondazione nell’ottobre del 1530, il terremoto nel gennaio del 1531 e la
cometa poco dopo. Questi avveramenti procurarono al Molco un enorme
prestigio, dando un certo corpo alle sue pretese, ormai non piú completamente
nascoste, di futuro redentore o, per lo meno, di predecessore di esso. Rispetto ai
suoi numerosi fautori ebrei e cristiani, pochi furono i suoi oppositori,
specialmente fra gli ebrei. Jacob Mantino, il medico piú dotto ed influente dei
suoi tempi e che incontreremo nuovamente, offrí alle autorità ecclesiastiche gli
argomenti per dimostrare l’impostura di Salomon Molco. L’Inquisizione li fece
suoi, vi imbastí un processo, condannò il Molco al rogo. Clemente VII, che
seguitava ad aver caro questo sognatore piú ingenuo che maligno, fece
consegnare al braccio secolare un sosia del Molco che venne bruciato vivo,
mentre aiutò lui a scappare. Molco e Reubení, di nuovo uniti, si diressero allora
verso Ratisbona per incontrarvi l’imperatore Carlo V e per persuaderlo a
mettersi alla testa di una guerra contro i turchi. L’imperatore però aveva
informazioni tali sul conto dei due, che non si lasciò convincere; anzi, sapendo
che erano ricercati dall’Inquisizione, li arrestò e li trascinò dietro di sé in Italia.
A Mantova, per volere dell’Inquisizione, Molco fu gettato nel 1532 alle fiamme
già da lungo preparate per lui quale apostata del cattolicesimo; Reubení,
condotto in Spagna, incontrò verosimilmente una identica fine. Si estinguevano
cosí, senza lasciare alcuna traccia dietro di loro, non tanto due grandiosi
impostori, quanto due personalità che avevano cercato – e non per esclusivo
calcolo di profitto personale – di dare effimera concretezza ad alcune fra le piú
elevate aspirazioni liberatrici del tempo: fra i cristiani, dall’assillo dei turchi, e
fra gli ebrei, dalla tortura della dispersione 23.
Questo singolare episodio non è l’unico a mostrarci come Clemente VII
seguitasse a rimanere eguale a se stesso nei riguardi degli ebrei anche nel
secondo, piú angustiato periodo del suo pontificato. Un anno dopo che
l’Inquisizione era stata introdotta nel Portogallo, il papa, con bolla dell’aprile
1533, si preoccupò di contenerne l’azione contro i marrani; nell’agosto del 1537,
il successore Paolo III Farnese (1534-49) intervenne in questo medesimo senso
e, come vedremo, dieci anni dopo i marrani di Ancona ricevettero da questo
papa una identica garanzia di protezione. Se nel cruciale problema dei marrani
tutti i papi della prima metà del Cinquecento ebbero un contegno
persistentemente benevolo anche se in contrasto con quello dell’Inquisizione, è
facile immaginare come ancora piú favorevole fosse il loro contegno nei riguardi
degli ebrei propriamente detti. In questa situazione non fa meraviglia
l’apprendere il particolare che, nel decennio successivo al sacco di Roma, gli
ebrei romani ebbero a riprendersi totalmente dalla crisi in cui erano precipitati.
Singolare può apparire soltanto che Paolo III, il papa alla cui ombra e con il cui
consenso si consolidò questa situazione di pieno favore per gli ebrei, fu anche il
papa che, nell’intento di procedere alla riforma della struttura della Chiesa,
introdusse alcuni di quegli strumenti che diverranno fra i maggiori mezzi di
tormento degli ebrei romani ed italiani. Nel 1539 egli eresse a Roma il primo
Monte di Pietà; nel 1542 pubblicò una bolla per rivendicare, a favore dei
convertiti, eccezionali privilegi sull’asse patrimoniale delle loro famiglie rimaste
ebree; nel 1543 concesse all’istituto dei catecumeni e dei neofiti, proprio allora
creato dal fondatore della Compagnia di Gesú, Ignazio da Lojola, il diritto di
erigere due case a Roma, una per ospitare gli uomini e l’altra le donne che
desideravano passare dall’ebraismo o dall’islamismo al cattolicesimo; in via
generale, poi, riconosceva nel 1540 il nuovo ordine dei gesuiti e nel 1542
introduceva anche a Roma quella nuova forma di Inquisizione, che sarà
conosciuta come Inquisizione romana o Santo Uffizio. Ma erano tutti strumenti
che, creati da pochissimo tempo, avevano cominciato ad essere usati da lui con
la stessa comprensione verso gli ebrei ed i loro problemi, che aveva dominato
nel periodo del Rinascimento. Purtroppo però il Rinascimento era in via di
consunzione 24.
A questo punto sarebbe opportuno accennare singolarmente a quei vari ebrei
che, attraverso la loro opera di medici a servizio personale dei papi o di addetti al
palazzo pontificio, funsero spesso da ambasciatori discreti della comunità
ebraica presso il Vaticano. Sarebbe una trattazione appropriata per un doppio
ordine di motivi: perché questa è l’epoca in cui vi fu una successione di medici
ebrei i quali ebbero in sorte di essere nominati archiatri dei pontefici, e perché,
trovandosi la comunità ebraica tutt’altro che lontanissima dalla curia pontificia,
la parola suggerita a tali medici da quella non sempre passava inascoltata in
questa. Armonia di esposizione consiglia però di trattare questo singolare
argomento dei medici ebrei tutto insieme; qui, sarà sufficiente l’avervi fatto
cenno. Va anche sottolineato che il vero nerbo della comunità seguitava ad
essere costituito dalla classe dei banchieri; la loro influenza è suffragata dal fatto
che, quando nel 1524 si riuscí a trovare una formula che poneva una tregua ai
dissidi interni che dilaniavano la comunità, ai banchieri stessi fu dato di diritto il
governo di un terzo della comunità. Nella prima metà del Cinquecento ne
esistevano non meno di sessanta, i quali non avevano subito grandi contraccolpi
dalla attività del Monte di Pietà, che si era iniziata nel 1539 e da principio aveva
proceduto piuttosto vacillante. Altri cespiti di sussistenza piú modesti ma
estremamente diffusi, e che procuravano a moltissime famiglie ebraiche di Roma
piú che il pane, erano il commercio dei tessuti e la sartoria, ivi compreso il
riattamento degli abiti usati. Nell’insieme quindi, in questo estremo punto di
trapasso, la situazione sociale ed economica della colonia ebraica romana si
presentava confortevole, anche se non mancava in mezzo ad essa un certo
proletariato, come lo mostra il fatto che, nell’accordo del 1524 circa
l’amministrazione della comunità, ai poco abbienti fu riconosciuto il diritto di
eleggere un terzo degli amministratori; proporzione già di per sé larga, ma
evidentemente inferiore alla realtà 25.

7. Le bolle infami.

Riforma e Controriforma: ribellione contro la Chiesa cattolica derivante dal


desiderio sia di raddrizzare alcune deviazioni che si erano palesate nella
tradizione della Chiesa stessa, sia di piegare alcuni abusi del potere papale, e
contemporanea reazione da parte della Chiesa; lacerazioni vastissime provocate
dall’attacco dei protestanti e, per converso, da parte dei cattolici rimasti fedeli,
irrigidimento difensivo per impedire nuove secessioni. Nell’insieme, una lotta
furente che straziò l’Europa per oltre un secolo, fino a che i due campi non
giunsero a rassodarsi nelle nuove posizioni assicuratesi. Gli ebrei che si
trovavano in terre protestanti, durante il periodo di pubblica attività di Martin
Lutero (1517-46) furono da questo considerati in maniera contrastante. Prima,
furono fatti da lui oggetto di un atteggiamento di blandizie suggerito dalla
speranza che il metodo della dolcezza, e non quello della costrizione usato fino
ad allora dalla Chiesa, avrebbe facilitato la conversione degli ebrei al
cristianesimo. Dopo, furono oggetto di un atteggiamento di vilificazione e
minacciati di espulsione, quando Lutero ebbe a convincersi che il suo metodo
della dolcezza non aveva maggiore efficacia del metodo opposto. In campo
cattolico, invece, gli ebrei da principio furono spettatori della instaurazione da
parte della Chiesa di una politica sempre piú rigida, diretta a dare nuovo vigore e
sanità agli ordini religiosi, a rinsaldare il controllo del potere ecclesiastico su
quello civile, a stroncare ogni nuova manifestazione di eresia; poi, furono tra le
maggiori vittime della nuova politica cattolica. Le forze che operarono in Italia il
passaggio dal precedente periodo di liberalità politica e religiosa, di libertà del
pensiero e di diffusa licenza morale, al successivo periodo di rigidissimo
controllo furono due: l’imperatore di Spagna ed il pontefice. Il primo aveva sotto
il suo controllo diretto tutta l’Italia meridionale-insulare ed il Milanese, mentre
manteneva sotto la sua influenza indiretta la Savoia e alcuni ducati dell’Italia
centro-settentrionale. Gli ebrei che, per un verso o per l’altro, erano sottoposti
alla volontà dell’imperatore spagnolo, già conoscevano quanto fosse da temere
ogni nuova mossa di lui. Dal pontefice invece, che ormai veniva scelto
precipuamente in base all’abilità che gli si attribuiva nel portare innanzi il
programma di riconsolidamento interno della Chiesa, gli ebrei impararono presto
a conoscere la nuova intransigenza. Intransigenza ingiustificata perché – pur
considerando a parte i marrani che costituivano un problema a sé – gli ebrei
propriamente detti erano del tutto estranei ai mali che angustiavano la Chiesa e
che essa si sforzava di estirpare dal proprio seno. Ma non era questo che contava.
L’esistenza di un gruppo abbastanza numeroso di ebrei nella cittadella stessa del
cattolicesimo, la facilità di disporne a piacere, la forza correttiva che poteva
avere da una parte presentarli come nemici interni da combattere e dall’altra
mostrare su di essi la punizione riservata ai nemici: moventi tutti in sé validi, ma
nel loro insieme micidiali, fecero sí che gli ebrei sottoposti alla potestà diretta
del pontefice venissero ridotti a esempio intimidatore per chiunque avesse osato,
nell’interno della Chiesa, di non conformarsi completamente alle direttive di
essa. Si rinnovava cosí la tragica sorte degli ebrei di dodici secoli prima, allorché
si era permessa loro la sopravvivenza solo in quanto testimoni viventi della
verità del cristianesimo. Ora, invece, divenivano i testimoni viventi del castigo
che il cattolicesimo riservava in terra a chiunque si fosse mostrato un suo
dissidente 26.
Giulio III del Monte (1550-55) fu ancora un papa che, moderato fra i fautori
della mano forte, potette permettersi un contegno ambiguo nei riguardi degli
ebrei. A volte fu cosí equanime verso di essi da dichiarare passibile di una pena
di mille ducati chiunque avesse attentato di convertire un bambino ebreo a
dispetto della volontà dei genitori, e cosí poco diffidente da permettere che una
serie di medici ebrei prendesse cura della sua salute. Ma a volte fu anche cosí
sprezzante da calpestare la dignità degli ebrei e da riversare su di loro la spesa
quasi integrale del mantenimento della nuova Casa dei catecumeni in cui
venivano indottrinati gli ebrei che erano in procinto di convertirsi. A norma di
una bolla dell’agosto 1554, ognuna delle centoquindici sinagoghe che si
trovavano nello Stato pontificio dovette infatti contribuire alla spesa con dieci
scudi d’oro all’anno. Assai piú che per questo, il nome di Giulio III è però fisso
amaramente nella memoria di generazioni di ebrei per una vicenda che, portata
alla sua personale delibazione, fu da lui manovrata in modo da giungere a un
epilogo quanto mai infausto. Una lite puramente commerciale scoppiata a
Venezia fra due nobili cristiani stampatori di libri ebraici, fu deferita a Roma.
Qui, a bella posta, i suoi termini furono mutati ad opera di alcuni influenti ebrei
neoconvertiti, e presentata come un caso di gravissime ingiurie contenute nel
Talmúd e nella letteratura rabbinica contro il cristianesimo dei primordi e contro
il suo fondatore; l’Inquisizione vi aggiunse tutta la sua acredine. La conclusione
fu che, nonostante il parere contrario di vari cardinali, il 12 agosto 1553 papa
Giulio III emise una bolla di piena condanna: ogni copia del Talmúd,
manoscritta o a stampa che fosse, e da chiunque posseduta, doveva essere gettata
immediatamente alle fiamme. Sulla distruzione irreparabile che provocò il rogo
del Talmúd e di altri volumi rabbinici e sull’immenso cordoglio che ne
provarono gli ebrei italiani, dovremo tornare ancora; essi considerarono, con il
Talmúd, di aver perso la guida ed il rifugio spirituale quotidiano. A Campo di
Fiori a Roma, in un altro rogo, trovò anche la morte il 4 settembre 1553 il frate
francescano Cornelio da Montalcino, riconosciuto reo di essere passato
all’ebraismo. I pochissimi giorni di pontificato di Marcello II aggiunsero un altro
tratto drammatico alla esistenza degli ebrei romani. L’ex ebreo Chananel da
Foligno, uno degli artefici della condanna del Talmúd, lanciò contro i suoi
fratelli di un tempo una falsa accusa di omicidio rituale; ma questa volta il papa
rigettò l’insidia 27.
Ogni ondeggiamento, ogni pietà vennero meno quando la somma autorità
ecclesiastica passò nelle mani del quasi ottantenne cardinale Carafa, divenuto
Paolo IV (1555-59); non per nulla egli era stato capo del partito reazionario della
Chiesa e fondatore dell’ordine dei teatini, grande inquisitore, uomo di
inflessibile austerità e di altrettanta intransigenza religiosa per gli altri, paladino
di ogni iniziativa contro la «peste dell’eresia». Dopo meno di due mesi dalla sua
elezione, Paolo IV diede espressione a tutto il suo livore contro gli ebrei in una
bolla destinata a farli precipitare in uno dei piú profondi abissi di degradazione
che mente umana potesse immaginare. L’editto del 14 luglio 1555 fu intitolato
Cum nimis absurdum e cosí si legittimava nel suo preambolo: «Poiché è assurdo
e sconveniente al massimo grado che gli ebrei, che per loro colpa sono stati
condannati da Dio alla schiavitú eterna, possano, con la scusa di essere protetti
dall’amore cristiano e tollerati nella loro coabitazione in mezzo a noi, mostrare
tale ingratitudine verso i cristiani da oltraggiarli per la loro misericordia e da
pretendere dominio invece di sottomissione; e poiché abbiamo appreso che, a
Roma ed in altre località sottoposte alla sacra romana Chiesa, la loro
sfrontatezza è giunta a tanto che essi si azzardano non solo di vivere in mezzo ai
cristiani, ma anche nelle vicinanze delle chiese senza alcuna distinzione di abito,
e che anzi prendono in affitto delle case nelle vie e nelle piazze principali,
acquistano e posseggono immobili, assumono donne di casa, balie ed altra
servitú cristiana, e commettono altri numerosi misfatti a vergogna e disprezzo
del nome cristiano, ci siamo veduti costretti a prendere i seguenti
provvedimenti…» Vengono appresso quattordici divieti che, anche se non
completamente nuovi per gli ebrei, pure non erano mai stati riuniti tutti insieme,
elaborati con tanta minuzia, con tanta inesorabilità come nella nuova bolla. Si
stabiliva che, da allora in avanti, tutti gli ebrei si sarebbero dovuti restringere ad
abitare in una sola strada separata dalle abitazioni dei cristiani e munita di un
solo portone di entrata e di uscita; se una strada era insufficiente, se ne potevano
aggiungere delle altre, ma sempre chiuse. In ogni ghetto non poteva esistere piú
di una sinagoga; le altre dovevano essere eliminate. Gli immobili di qualsiasi
genere posseduti da ebrei dovevano essere immediatamente venduti ai cristiani;
veniva ripristinato senza possibilità di esonero l’obbligo di portare il berretto
distintivo per gli uomini ed uno scialle o un velo per le donne. Per marcare
sempre piú in profondo la separazione, veniva vietato agli ebrei di assumere
servitú cristiana, di avere qualsiasi forma di dimestichezza con i cristiani, di
essere salutati con espressioni di rispetto. Quanto al lavoro, escluso che gli ebrei
potessero lavorare in pubblico nei giorni di festa cristiani, si precluse loro anche
qualsiasi genere di commercio che non fosse quello degli abiti usati e della roba
vecchia, come si esprimeva la bolla nel suo latino rozzo e derisorio: «sola arte
strazzariae seu cenciariae, ut vulgo dicitur, contenti»; chi, poi, aveva licenza di
banco, doveva ridurre al dodici per cento l’interesse percepibile. In ultimo,
venivano abrogate tutte le concessioni e i privilegi speciali comunque ed in
qualunque tempo elargiti agli ebrei, tanto come singoli quanto come collettività.
Era, come si vede, il veleno predisposto, non per una rapida eliminazione di un
piccolo nucleo di individui, ma per un suo lento, inesorabile disfacimento fisico;
e fu fatto trangugiare fino all’ultima goccia.
Gli ebrei romani, fra increduli e sbigottiti, credettero sulle prime che si
trattasse di una di quelle minacce che già altre volte erano state lanciate contro di
loro soltanto per estorcere il prezzo della revoca, e che questa volta la minaccia
dovesse considerarsi solo particolarmente preoccupante; offrirono perciò a Paolo
IV una ingentissima somma: quarantamila scudi. Il papa la respinse, e un ebreo
romano, il medico David d’Ascoli, fu cacciato qualche tempo dopo in prigione
per aver osato stampare una Apologia Hebraeorum. Allora i suoi confratelli,
quelli di Roma in particolare, si resero conto che ormai erano finiti quei loro
speciali rapporti con il potere regnante che, poco tempo prima, li aveva fatti
invidiare dagli ebrei di altri paesi e dell’Italia stessa. L’applicazione della bolla
fu istantanea. A distanza di due settimane già si tornava a vedere in giro per
Roma il giallo – o glauco che fosse, secondo la bolla – dei berretti degli ebrei e
dei veli delle ebree; due mesi dopo, mura e portoni del ghetto erano rizzati,
naturalmente a spese di chi doveva esservi rinchiuso; entro i sei mesi stabiliti,
tutte le proprietà immobiliari erano state liquidate, a quei prezzi che
permettevano simili condizioni di svendita e un mercato controllato da emissari
della Camera Apostolica. Su un valore totale stimato a cinquecentomila scudi,
gli ebrei di tutto lo stato ne poterono incassare un quinto. Il divieto dei commerci
non poté essere applicato subito nella sua integrità, tanto che, dietro pressioni di
alcuni cardinali, Paolo IV l’anno dopo dichiarava che sua intenzione era stata
soltanto quella di impedire agli ebrei il commercio del frumento, dell’orzo,
dell’olio e di qualsiasi altro genere commestibile di prima necessità; il tempo
invece dirà che fu proprio la dizione letterale della bolla quella che venne
applicata. Quanto all’ingresso nel «serraglio degli ebrei», come venne
denominato poco appresso il ghetto di Roma, esso fu totale; lo potettero evitare
soltanto quelle famiglie che preferirono fuggire da Roma o quelle poche decine
di altre che, a detta di un cronista, si convertirono per «salvare le proprie case, le
proprie campagne e le proprie vigne». Cosí gli ebrei romani, che per un
millennio e mezzo avevano risieduto di preferenza lungo gli argini del Tevere,
spostandosi ora al di qua e ora al di là del fiume, venivano inchiodati nello stesso
posto, ma nel tratto piú malsano, perché soggetto continuamente agli
straripamenti 28.
La bolla fu applicata per tutto lo Stato della Chiesa il quale, occupando da
mare a mare tutta l’Italia centrale da Pontecorvo ad Orvieto e da Ascoli a
Ravenna, dominava su un territorio a folta popolazione ebraica. Speciali
commissari furono inviati in ogni località affinché sorvegliassero la vendita degli
immobili degli ebrei, la liquidazione delle merci il cui commercio era stato
proibito, le nuove regolamentazioni sui prestatori. In caso di sospetto di
operazioni fittizie, questi commissari avevano mandato di procedere al sequestro
di tutti i beni dell’indiziato e alla loro vendita, con obbligo di trasferire il
ricavato a Roma, alla Camera Apostolica. Abbondano, da parte ebraica, le
doglianze per le violenze e le appropriazioni private compiute da parte di questi
commissari. A Spoleto e a Viterbo, per misura intimidatrice tutti i maggiorenti
della comunità furono messi in prigione; a Benevento, gran parte della colonia
ebraica, un tempo larga e fiorente, vide chiusa di fronte a sé ogni altra via
fuorché quella del battesimo, tanto che non è senza significato che la chiesa di
Santo Stefano de Judeca compare da allora sotto il nuovo appellativo di de
Neophitis; a Moro di Valle, un paesello della marca di Ancona, diciassette ebrei
si convertirono e solo qualcuno riuscí a scappare; il cronista Ghedalià ibn Jachià
lamentava una perdita di diecimila scudi nella sua azienda privata ad Imola.
Negli altri centri, chi ne aveva i mezzi e l’ardire si imbarcò per la Turchia,
qualcuno trovò uno spiraglio aperto nei ducati di Urbino e di Ferrara e vi si
introdusse, altri capitolarono alle pressioni del clero cattolico; la maggioranza
rimase però senza piú illusioni 29.
L’odio di Paolo IV verso gli eretici, ed in particolare verso gli apostati ebrei
(marrani), ebbe il suo massimo sfogo ad Ancona; qui non gli bastò il
disgregamento lento, volle l’estirpazione immediata e radicale. Al gruppo
preesistente di ebrei che risiedeva ad Ancona e che si era già accresciuto per
l’arrivo di vari ebrei siciliani, nella quarta decade del Cinquecento – e cioè poco
dopo che la città era stata incamerata nello Stato pontificio ed il suo porto
dichiarato franco –, era venuto ad aggiungersi un gruppo di marrani portoghesi.
Costoro erano stati invogliati dal forte traffico marittimo fra quel porto e quelli
della Turchia, e quindi dalla possibilità di un piú intenso collegamento
commerciale con le imprese di marrani ai due capi opposti del Mediterraneo.
Essi si preoccuparono però di mettersi subito al riparo dalla loro piú fiera
persecutrice, l’Inquisizione. Paolo III, con breve del febbraio del 1547, li
rassicurò dichiarandoli soggetti soltanto al tribunale ordinario in caso di
procedura per apostasia, e non a quello dell’Inquisizione; il comune a sua volta
garantí loro piena libertà di movimento e liquidazione franca delle proprietà per
chiunque fosse, eventualmente, citato a dover rispondere in via penale del
proprio cambiamento di stato religioso. Giulio III, prima nel 1552 e poi nel
1553, confermò queste guarentigie. I marrani giunsero a contare circa un
centinaio di famiglie. In mezzo ad essi si distinguevano il medico Amato
Lusitano ed il poeta in latino Didaco Pirro Lusitano: tutti tornarono a
comportarsi apertamente secondo la loro sincera credenza religiosa. Fu questo
che scatenò la furia di Paolo IV. Nel luglio del 1555 egli mandò un commissario
ad Ancona, con l’ordine di imprigionarvi tutta la collettività marrana. Alcune
famiglie riuscirono a scappare verso Pesaro, Ferrara ed altrove; ma cento
marrani circa furono gettati in carcere. Poi il commissario si mise d’accordo con
un certo numero di essi, si fece cedere preventivamente tutti i loro beni liquidi, e
organizzò la fuga sua e di una quarantina di marrani. Rimanevano ancora sotto
l’artiglio dell’Inquisizione una cinquantina di marrani. Sottoposti tutti a tortura,
una metà cedette e si «riconciliò» con il cristianesimo, senza che ciò li
risparmiasse dalla condanna a vita sui remi delle galee. Avviati verso Malta,
lungo la traversata riuscirono a fuggire e, una volta liberi, ripudiarono la
«riconciliazione» loro estorta. I rimanenti – ventiquattro uomini e una donna –
furono i martiri. Dichiarati dall’Inquisizione rei di apostasia, furono consegnati
al braccio secolare, strangolati e gettati alle fiamme in una serie di «atti di fede»
celebrati pubblicamente ad Ancona fra l’aprile ed il giugno 1556. Pochissimi
altri fatti della vita ebraica italiana sconvolsero tanto l’animo degli ebrei quanto
questo di Ancona. Per lungo tempo devote lamentazioni intorno a questo
avvenimento furono lette durante il servizio cultuale in molte sinagoghe d’Italia;
in genere in occasione del nove del mese di Av, anniversario – secondo il
calendario ebraico – della distruzione del Tempio di Gerusalemme e quindi
simbolo del martirologio ebraico 30.
Questi provvedimenti e queste condanne misero in moto una catena di
reazioni da parte ebraica, del tutto inusitate in chi altre volte, di fronte a simili
vessazioni, non aveva fatto altro che sottomettersi in silenzio, cercando le forze
della sopportazione nel chiuso della propria sinagoga. Ma i marrani erano
divenuti una potenza economica in molti porti del Levante ed avevano,
nell’agire, la risolutezza dei grandi mercanti. Alcune delle famiglie fuggite da
Ancona e trasferitesi nel ducato di Urbino proposero a quel signore, Guidobaldo
II Della Rovere, che, se avesse accordato loro stabile residenza, avrebbero fatto
deviare verso il porto di Pesaro tutto il commercio che Ancona aveva con il
Levante e che era per lo piú in mano dei marrani. Il Della Rovere diede il suo
consenso, promettendo anche migliorie nelle strutture del porto. Nel luglio del
1556 fu proclamato, per un primo periodo di otto mesi, il boicottaggio del porto
di Ancona da parte di tutti i principali porti della Turchia; se ne astenne soltanto
quello di Brusa. Il sultano Solimano il Magnifico, che quattro mesi prima aveva
fatto pervenire una lettera indignata a papa Paolo IV perché stava commettendo
ad Ancona delle indegnità contro dei marrani che avevano diritto alla protezione
ottomana, diede il suo tacito consenso a questa rappresaglia economica. A
dirigerla effettivamente in Turchia erano donna Grazia Mendes, che un tempo
aveva soggiornato a Ferrara, ed il genero don Josef Nassí; ambedue occupavano
ora a Costantinopoli un posto elevatissimo sia presso il divano turco sia nella
cerchia dei marrani levantini. L’azione fece presto sentire i suoi effetti nella città
di Ancona: il porto languiva, i fallimenti incalzavano. Una commissione
cittadina partí per Roma per impetrare dal pontefice un gesto di riconciliazione;
anche gli ebrei di origine italiana che erano rimasti ad Ancona diramarono un
appello alle comunità del Levante affinché rinunciassero al boicottaggio che
avrebbe potuto arrecare un incrudimento ancora maggiore da parte di Paolo IV
nelle sue misure antiebraiche. Lo scioglimento della questione venne però da
altre direzioni. Poco appresso navi turche provenienti da Brusa cominciarono a
non osservare piú il blocco, mentre il duca Guidobaldo, da un lato resosi conto
delle difficoltà e del costo che richiedeva il soppiantare il bel porto di Ancona
con il proprio di Pesaro, molto modesto, e dall’altro continuamente pressato dal
papa a desistere da tale intendimento, capovolse la sua direttiva di governo. Nel
marzo 1558 emise un decreto che bandiva dalle sue terre tutti i marrani,
comprendendovi anche quelli che vi si trovavano da tempo; concesse però loro
qualche margine di tempo per andarsene e la facoltà di portarsi via i propri beni.
Cosí cadeva nel nulla una impresa che, per la prima volta nella storia
dell’ebraismo italiano, aveva portato alcune porzioni di esso a contrapporre un
gesto di difesa organizzata e dignitosa alle prepotenze altrui. Questa combattuta
vittoria non valse ad acquietare Paolo IV e i suoi seguaci. Nello stato pontificio,
si intensificarono le manifestazioni spicciole di odio contro gli ebrei; fra il 1558
e il 1559, quelli di Ancona, di Recanati, di Civitanova e di altri centri delle
Marche furono fra i piú vessati, senza però che queste vessazioni portassero a
spargimento di altro sangue. Nell’agosto del 1559 Paolo IV era moribondo;
prima ancora della sua fine, la plebe romana, che era giunta a odiarlo, ne abbatté
gli stemmi e la statua in Campidoglio. Da questa, staccò il capo, lo rotolò per le
strade, un ebreo per irrisione vi calzò il proprio berretto giallo, e poi tutto andò a
finire nel Tevere 31.
Il nuovo papa fu Pio IV Medici (1559-65). Anch’egli assertore della
restaurazione cattolica, ma con metodi del tutto diversi da quelli posti in essere
dal suo predecessore, fu mite e sagace; nel riassetto della Chiesa, piú che i
metodi violenti preferí quelli giuridici (sotto di lui il Concilio di Trento riuscí a
concludere le sue sessioni tanto memorande quanto prolungate); nei riguardi
degli eretici, cercò di contenere la strapotenza dell’Inquisizione: non fa quindi
meraviglia che egli rivedesse parte dell’opera di Paolo IV. Gli ebrei, sulle prime,
sperarono che venisse abrogata del tutto la bolla del 1555; tosto fu loro chiaro
però che essa sarebbe stata mantenuta nelle sue linee generali, e mitigata solo
dove faceva piú scandalo; il che era già moltissimo. Il breve dell’8 agosto 1561
concernente tutti gli ebrei dello Stato pontificio, e la bolla del 27 febbraio
dell’anno successivo diretta in particolare alla comunità di Roma, fissarono
queste nuove direttive. Gli ebrei, in viaggio, erano esentati dal portare il berretto
distintivo; tutti riacquistavano il diritto di acquistare e di possedere beni
immobili fino a un valore di millecinquecento scudi d’oro; venivano abolite tutte
le limitazioni nel commercio sia di genere alimentare sia di qualsiasi altro
genere, ed in piú era consentito agli ebrei di tenere botteghe fuori del ghetto;
veniva loro nuovamente concesso di esercitare il piccolo prestito, purché
l’interesse richiesto non fosse maggiore del diciotto per cento: tutte le
scritturazioni dovevano essere però fatte d’ora in avanti in italiano, e non in
ebraico come ammesso in precedenza. Vi era poi un’altra disposizione nuova,
che sarà destinata a rimanere in vigore lungo tutto il periodo del ghetto. Per
impedire che i cristiani proprietari di case nel ghetto si avvalessero della loro
posizione privilegiata chiedendo ai locatari ebrei, ormai inamovibili, pigioni
sempre piú elevate, era stabilito che, da allora in poi, il canone d’affitto dovesse
rimanere inalterato. Con ciò si veniva a creare quel singolare jus gazzagà, che da
Roma venne esteso a tutti gli altri ghetti e su cui dovremo tornare ancora. In
ultimo va aggiunto che nell’Index librorum prohibitorum pubblicato nel 1564
sotto lo stesso pontefice, si manteneva il divieto di leggere il Talmúd e alcuni
commentari rabbinici; si introduceva però l’eccezione, ipocrita per quanto bene
accetta agli ebrei, che si sarebbe tollerata la ristampa di tali opere, purché in
facciata non vi apparisse la denominazione di Talmúd e nell’interno «ingiurie e
calunnie contro la religione cattolica» 32.
Il sollievo determinatosi in mezzo agli ebrei per queste direttive si ridusse
nuovamente nel nulla, e peggio, con il passare della tiara papale sul capo di Pio
V Ghislieri (1566-72). Da cardinale, egli era stato grande inquisitore; come
pontefice (poi fatto santo) fu epuratore inflessibile della società cattolica. Nei
riguardi degli ebrei, e degli eretici in generale, fu un prosecutore imperterrito
della politica di Paolo IV. Già nell’aprile del 1566 richiamava in vigore tutte le
disposizioni paoline del 1555, ed in specie quelle riguardanti il segno. Nel
gennaio del 1567 imponeva agli ebrei dei suoi stati di rivendere tutti gli
immobili che avevano ultimamente acquistati per la liberalità di Pio IV, e
nell’ottobre sopprimeva la concessione di prestare. Alla fine, il 26 febbraio 1569,
con la bolla Hebraeorum gens sola quondam a Deo dilecta, diede l’ultimo
colpo: entro tre mesi tutti gli ebrei che abitavano nelle terre del patrimonio di
Pietro dovevano abbandonarle, ad eccezione di quelli che si trovavano a Roma e
ad Ancona. In questa città, come si esprimeva la bolla stessa, gli ebrei venivano
mantenuti perché utili al commercio con il Levante. Quale giustificazione del
bando, seppure era necessario darne una, si ricorse alla piú assurda: gli ebrei
erano condannati perché rei di immoralità e di pratiche divinatorie e magiche 33.
L’effetto di questo bando sugli ebrei che abitavano nelle terre del papa fu
travolgente e sconvolgente. Erano votate alla eliminazione completa cinquanta e
piú comunità del Lazio, dell’Umbria, delle Marche, dell’Emilia, alcune delle
quali, come Benevento e Bologna, Perugia, Fano e Ravenna, contavano un
passato insigne; altre erano invece cosí piccole, che se ne ignorerebbe oggi
l’esistenza, se gli ebrei che ne furono cacciati non avessero preferito conservarne
il ricordo nella forma piú personale: assumendone il nome come loro cognome.
Erano varie e varie migliaia di espulsi che si dovettero mettere in moto con le
piú incerte prospettive di assorbimento. Il ghetto di Roma, nonostante la sua
stipatezza ed il peggioramento delle sue condizioni economiche dovuto alla
conversione di alcuni dei piú ricchi ebrei, dovette far posto a una notevole
porzione dei fuggiaschi; altri si rifugiarono in alcune città dell’Italia
settentrionale; altri nelle lontane, ma economicamente prospere città turche di
Costantinopoli, Salonicco e Smirne, nonostante gli enormi pericoli che riserbava
la traversata per mare a causa dei corsari barbareschi e dei cavalieri dell’ordine
di san Giovanni di Malta; altri infine nelle quattro «città sante» della Palestina, il
richiamo verso le quali era dovuto soltanto a un fattore spirituale e non certo a
una prosperità materiale. Le pene che travagliarono gli ebrei dello Stato
pontificio fin dalla elezione di Pio V sono rilevate da un patetico episodio che
riguarda la comunità di Cori, nell’Agro romano. Verso il 1566 questa comunità,
che contava circa duecento ebrei, subí i primi, gravi torti. Essendo venuta a
conoscenza che a Tiberiade, sul lago omonimo in Palestina, don Josef Nassí
aveva cominciato a dar mano a un suo grande progetto di ravvivamento
industriale della città ad opera di ebrei, la comunità decise di trasferirvisi in
massa. Mandò emissari a Venezia per prendere gli accordi per il lungo viaggio e
contemporaneamente sollecitò aiuti finanziari da parte delle consorelle italiane;
nel mezzo di questi preparativi dovette però interromperli, senza che se ne
conosca il motivo. I numerosi «di Cori» che ancora oggi si incontrano in Italia,
sono i discendenti di quei mancati emigranti 34.
Sei anni durò il pontificato di Pio V; sotto il suo successore Gregorio XIII
(1572-85), si verificò fin dall’inizio un leggero mutamento di rotta, ma non tanto
sensibile da far tornare quegli ebrei che si erano sistemati piú o meno
passabilmente in altre parti d’Italia, e tanto meno quelli che si erano trasferiti nel
vicino Oriente. In realtà la politica di questo papa, cosí nell’opera svolta nel suo
stato come nelle relazioni mantenute con gli ebrei, risentí del contrasto fra la sua
indole mite e mondana e il programma di intransigenza religiosa e sociale ormai
fatto proprio dalla Chiesa e che egli intendeva proseguire. A volte corrivo e a
volte autoritario, egli diede alla sua azione un andamento di incertezza e talvolta
di incoerenza che si rivela, in particolare, nei provvedimenti da lui presi nei
riguardi degli ebrei. Dal punto di vista del loro riconsolidamento, egli circondò
di protezione armata il recinto del ghetto di Roma, minacciando della pena di
morte chiunque si fosse avvicinato con intenzioni malevole nei pressi di piazza
Giudea, dove si trovava l’ingresso principale del ghetto (1573); cercò di
rafforzare la traballante struttura economica dell’ente della comunità,
consentendogli di sottoporre i propri soggetti ad un congruo contributo a mezzo
di quella «tassa sul capitale» su cui torneremo a discorrere (1577); riammise gli
ebrei all’esercizio del prestito e, per attirare nuovi capitali, consentí ai prestatori
l’interesse del ventiquattro per cento, come pure consentí ai mercanti ebrei di
viaggiare senza berretto giallo e di passare da fiera a fiera senza essere costretti a
pagare gabelle o pedaggi per le loro persone e le loro mercanzie (1581). Ma, per
contrapposto, le altre sue iniziative furono tali da scuotere ogni fiducia in mezzo
a questi stessi ebrei. Ripresa in esame la vecchia questione delle prediche
conversionistiche, fino ad allora tenute nella forma piú saltuaria e con
scarsissima partecipazione di ebrei, con bolla del 1° settembre 1577 Gregorio
XIII dava ad esse una regolamentazione quanto mai precisa ed opprimente: in
futuro, a Roma e altrove, le prediche dovevano aver luogo ogni settimana in una
chiesa fissa e tutti gli ebrei del ghetto, uomini e donne, dovevano parteciparvi a
rotazione in grosso numero. Il 30 marzo 1581 il papa, avendo vietato
inderogabilmente ai medici ebrei di curare malati cristiani, soffocava una
professione che fino a quel momento, grazie alle maglie non troppo serrate di
precedenti proibizioni, aveva portato i dottori ebrei a somministrare le loro cure
a tutti gli strati sociali della popolazione cristiana con riconosciuto successo.
Infine, nel giugno dello stesso 1581, il papa introduceva per la prima volta il
tribunale della Inquisizione dentro il recinto del ghetto. Questo temuto tribunale,
ottenuta l’autorizzazione ad indagare direttamente tutte le questioni di offese
contro la Chiesa, di eresia o di occultamento di eretici – vale a dire di marrani –,
di detenzione abusiva del Talmúd o di mantenimento di servitú cristiana, poteva
cosí finalmente introdursi legittimamente e fare indagini in ogni focolare
ebraico. Se poi si aggiunge che sotto il pontificato di Gregorio XIII il territorio
della Chiesa – Roma a malapena esclusa – era paurosamente infestato da bande
di briganti, si intende come gli ebrei non premessero per essere autorizzati a
riprendere i loro affari in quei centri minori dello stato dai quali erano stati
cacciati; qualcuno, forse, ricomparve a Bologna e a Ravenna 35.
Con Sisto V (1585-90) la situazione della collettività ebraica si trasformò di
colpo. Era anch’egli un rigorista della scuola e della tempra di Paolo IV e di Pio
V, deciso come loro a riordinare con mano forte la compagine interna e la
influenza politica estera della Chiesa, unitamente al costume sociale e all’ordine
pubblico del suo stato; ma era altrettanto persuaso che la Chiesa dovesse
disporre per tale programma di adeguati capitali. Questa linea di condotta
finanziaria ed economica, che da una parte illuminò il pontificato di Sisto V per i
risultati che egli seppe ottenere e dall’altra lo oscurò per la tirannia da lui usata
per realizzarla, fu quella che fece, fin dagli inizi, del temutissimo pontefice un
sostenitore degli ebrei. Egli infatti era anche convinto che costoro, liberi ed anzi
spronati nella loro attività economica, sarebbero stati un efficace strumento di
attuazione dei suoi principî di politica finanziaria. Non è escluso che a questa
convinzione lo avesse portato l’influenza su lui esercitata da Giovanni Lopez, un
marrano portoghese già consigliere finanziario della sorella del pontefice,
Camilla. Nominato da Sisto V depositario della Dataria apostolica, e cioè
percettore ed amministratore dei cespiti riservati al pontefice, il Lopez divenne il
consigliere segreto di lui in materia sia fiscale sia di emissione di prestiti. La sua
fortuna, propizia ma poco apprezzata dal pubblico, durò quanto il pontificato di
Sisto V; poi, del tutto oscurata, riprese un po’ di lustro presso la Sublime Porta 36.
Il riordinamento delle nuove condizioni degli ebrei fu effettuato con la bolla
Christiana pietas del 22 ottobre 1568, redatta, non nel latino di prammatica, ma
in schietto italiano per piú immediata intelligenza di tutti. Vi era contenuta la
formale autorizzazione agli ebrei di abitare in tutte le «città, castelli grossi e
terre» dei domini papali, di godervi pieni diritti civici, di erigervi le necessarie
scuole, sinagoghe e cimiteri, nonché di andare in giro senza distintivo. Inoltre
veniva ad essi concesso di praticare la professione medica senza limitazioni, di
dedicarsi a qualunque commercio compreso quello dei generi alimentari di prima
necessità, come pure di esercitare qualunque industria senza che fosse d’ostacolo
il fatto di dover impiegare manodopera cristiana. Per gli ebrei romani veniva
abolita la tassa sulla vigesima e sostituita con quella piú agile di dodici giulii
all’anno per ogni uomo dai quindici ai sessant’anni. Contemporaneamente, per
favorire l’immigrazione nello Stato pontificio, veniva introdotta una tenue tassa
di ingresso di venti giulii, pari a due scudi, da pagarsi da ogni uomo valido.
Anche l’assistenza forzata alle prediche era ridotta a sei volte l’anno. Come
conclusione, veniva l’assolutoria per ogni crimine commesso, purché non fosse
stato ancora giudicato; facevano eccezione: «omicidio, falsa moneta, ribellione e
sacrilegio». In un successivo motu proprio del 4 gennaio 1587 Sisto V, pur
stigmatizzandolo, per le forme, e pur limitandolo al diciotto per cento di
interesse, regolava e incrementava in misura fino ad allora mai vista il prestito
ebraico. Dal principio fu chiaro che le promesse fatte da Sisto V sarebbero state
da lui osservate e fatte osservare nella loro integrità. La massa, quindi, di ebrei
che esse misero nuovamente in moto fu piú che ragguardevole. Esclusa Roma,
trecentosessantanove famiglie ottennero ufficialmente il permesso di entrare
nello Stato pontificio e risiedere in varie città; quanto a Roma, pur mancando il
numero preciso dei permessi distribuiti, esso si deve considerare non
trascurabile, come è confermato dal fatto che mentre nel censimento del 1526-27
la popolazione di Roma comprendeva millesettecentocinquanta ebrei in quello
successivo del 1592, ne comprendeva tremilacinquecento (in ambedue le
rilevazioni, il rapporto con la popolazione totale rimaneva stabile al tre per
cento). Che l’incremento ebraico dovesse essersi verificato in anni piuttosto
recenti, è dimostrato dal fatto che fu proprio Sisto V ad accordare un
allargamento della cerchia del ghetto. Nel complesso dello stato si dovrebbe
presumere un reingresso complessivo di quattro-cinquemila ebrei: i piú si
fissarono a Bologna e a Ravenna, a Rimini a Fano e a Recanati, a Città di
Castello a Perugia e a Viterbo. Furono aperti sessanta nuovi banchi di prestito
fuori di Roma, mentre a Roma, ai cinquantacinque ripristinati, ne furono
aggiunti altri nove. Sisto V fece anche vari tentativi per dare nuovo vigore alla
fabbricazione dei tessuti, la quale, un tempo abbastanza florida a Roma, si era
ormai quasi completamente estinta, al contrario del commercio dei medesimi
tessuti che seguitava ad occupare una moltitudine di persone. Dei due rami di
industria su cui il pontefice puntò di piú, quello della tessitura dei filati di lana e
quello della seta, gli ebrei si applicarono di preferenza al secondo. Questo è
attestato non solo dalla frequenza con cui nei documenti posteriori si rinverrà a
Roma il cognome «della Seta», ma anche dalle vicende di Meir Magino di
Gabriele, un fabbricante di stoffe di seta a Venezia, espressamente chiamato a
Roma dal papa. Questo Magino asseriva di aver scoperto un metodo grazie al
quale si poteva estrarre due volte all’anno il filo dal bozzolo. Sisto V prima
ordinò che fossero piantati per tutte le terre dello stato cinque alberi di gelso per
ogni rubbio di terra; poi, con breve del 4 luglio 1587, accordò al Magino e ai
suoi eredi, per sessant’anni, una percentuale sugli utili a chiunque derivati da
questo maggior raccolto; Magino a sua volta cedette alla sorella del papa la metà
di questi benefici. Un secondo editto del luglio del 1858 diede a Magino, dietro
una sua regalia di venticinquemila scudi, un’altra esclusiva: quella di fabbricare
per tutto lo stato bottiglie di vetro rese trasparenti con erbe speciali da lui
scoperte. Magino fu uno dei pochissimi ebrei di Roma, forse l’unico, ad essere
autorizzato a tener casa fuori del ghetto 37.
L’elevazione al soglio pontificio di un papa come Clemente VIII (1592-1605)
dalle severe concezioni politico-religiose, dalle idee recisamente avverse agli
ebrei e dal fare risoluto, diede un immediato contraccolpo alle relazioni fra
papato ed ebrei che si erano da poco rinsaldate sotto Sisto V. Totale fu, ad opera
del nuovo pontefice, il ripristino degli obbrobri ancora scottanti alla memoria
degli ebrei. Un mese dopo l’assunzione, Clemente VIII, con bolla del 28
febbraio 1592, rinnovava agli ebrei il divieto di commerciare in roba nuova; nel
luglio, interdiceva ogni rapporto fra i neoconvertiti e i loro familiari ebrei;
nell’agosto, riduceva al minimo anche i contatti mercantili e sociali fra cristiani
ed ebrei, ricacciando questi ultimi in quella mota di interdizioni varie, che
abbiamo esposta piú volte; con la bolla Caeca et obdurata del 25 febbraio 1593,
egli ridava vigore ai piú duri fra i dettami di Paolo IV e di Pio V, decretando che
tutti gli ebrei dovessero lasciare gli Stati della Chiesa entro tre mesi, esclusione
fatta per quelli che abitavano a Roma, ad Ancona e nella lontana Avignone;
infine, un’altra bolla del 3 aprile 1593 ribadiva le solite norme contro il Talmúd
e la letteratura rabbinica collaterale. Tutto questo corpo di divieti non subí alcun
alleviamento nel suo capitolo piú duro che era quello della nuova cacciata degli
ebrei; invece per qualche statuizione di contorno Clemente VIII, piú politico di
alcuni dei suoi predecessori, non lasciò passare molto tempo prima di smussare
le maggiori asperità. Per Ancona – riconfermata città di rifugio per gli ebrei, per
tema che una azione troppo aspra contro di essi avrebbe nuovamente messo a
repentaglio il suo commercio con il Levante – già l’anno appresso, il 1594,
furono stabilite nuove concessioni che stabilivano l’immunità per qualsiasi
mercante ebreo che si fosse recato colà per commerciarvi o vi avesse preso
dimora; nel 1596 fu autorizzato nuovamente l’esercizio dei banchi nelle due città
permesse di Roma e di Ancona e, forse, in qualche altra località minore; nel
1603 fu consentito agli ebrei di frequentare qualsiasi fiera; nel 1604 la comunità
di Roma ottenne per i suoi membri una delle solite assoluzioni generali per
infrazioni commesse ed ottenne pure una riduzione da duemilacinquecento a
ottocento scudi all’anno del tributo a favore dei due istituti per la conversione
degli ebrei. Quest’ultimo sensibile sgravio avveniva dopo che la comunità di
Roma, in sempre maggior declino economico, aveva ottenuto nel 1595, dallo
stesso Clemente VIII, un prestito di ventimilaquattrocento scudi per pagare
diciottomilaquattrocento scudi arretrati di debiti per tasse alla Camera Apostolica
e altri tremila e piú scudi di grazioso compenso alla medesima Camera per il
favore concessole. Una simile ingerenza diretta però del fisco ecclesiastico nel
governo economico del ghetto si dimostrerà gravido di penose conseguenze per
gli ebrei, come vedremo piú innanzi 38.
In quali iatture venissero coinvolti tutti gli ebrei delle città dello Stato
pontificio assoggettate al bando del 1593, si può giudicare ripercorrendo le
vicende di Bologna. Dal 1473 in poi non meno di tre volte vi era stato introdotto
un Monte di Pietà, ma la sua efficienza si era rivelata ogni volta cosí debole, che
i prestatori ebrei avevano mantenuto in pieno le loro posizioni. Era voce diffusa
che gli ebrei di Bologna conducessero vita particolarmente agiata, grazie, in
parte, all’esercizio della filatura della seta. Rabbini famosi, come Obadià Sforno,
Azarià de’ Rossi e Samuel Archivolti vissero in questo periodo nella città e non
rimasero estranei all’attività delle tipografie ebraiche che vi operarono tra il 1477
e il 1482 e fra il 1537 e il 1541. In tutto il territorio di Bologna si trovavano
undici sinagoghe e la popolazione ebraica piú numerosa dopo quelle di Roma e
di Ancona. Poi, la sequela delle sventure. Nel maggio del 1556 gli ebrei furono
rinchiusi nel ghetto; alcuni, corrompendo i guardiani dei portoni, riuscirono a
fuggire verso Ferrara e Mantova; nel 1568 venne creato un ospizio per i
catecumeni, e nel 1569, sotto Pio V, furono cacciati tutti coloro che si trovavano
ancora in città e che si dice ammontassero a ottocento. Nel partire dovettero
lasciare quarantamila scudi di penale, di cui diecimila andarono a beneficio del
Monte di Pietà e diecimila della Casa dei catecumeni. Nel novembre dello stesso
anno le monache di San Pietro Martire ottennero la macabra concessione di
servirsi a loro piacimento del cimitero ebraico, dopo che ebbero disseppellite e
trasportate altrove le salme degli ebrei, e distrutte le lapidi. I fuggiaschi, oltre che
verso Roma e Ancona, si diressero anche verso Pesaro, Urbino, le città della
Toscana e del Milanese. Sotto Sisto V essi ritornarono in massa a Bologna, ma
nel 1593 li raggiunse il nuovo bando. Questa volta viene tramandato che fossero
in novecento a andarsene; nella convinzione che la partenza sarebbe stata senza
ritorno, piamente portarono con sé le ossa dei loro morti e le riseppellirono a
Pieve di Cento. Rimane da fare un breve cenno anche per Benevento, piccola
signoria della Chiesa completamente distaccata dal resto dello Stato pontificio.
Privata nel 1569 dei suoi ebrei, questi furono richiamati nel 1617 dal consiglio
comunale. Nel 1630 furono accusati di aver avvelenate alcune fonti di acqua, e
da allora si perde ogni traccia di loro, anche se la cacciata formale avvenne
probabilmente piú tardi 39.
L’elezione di un papa, in secoli in cui violenti erano i dissidi fra stato e stato,
e profonde le divisioni tra fazione e fazione di cardinali rappresentanti interessi
discordi, significava la temporanea vittoria di un partito sull’altro. Acquietatisi, o
attenuatisi apparentemente, questi odi durante la vita del pontefice, alla sua
morte prorompevano di nuovo, e spesso la posizione dei partiti si capovolgeva,
donde un capovolgimento nell’indirizzo politico ed economico dello Stato della
Chiesa sotto il suo nuovo reggitore. Gli ebrei, tenuti sempre per loro disgrazia
sul proscenio della pubblica considerazione, erano fra i primi a risentire di tali
mutamenti. È vero che, come a Paolo IV e a Pio V succedettero dei papi
indulgenti, e viceversa a Sisto V succedette Clemente VIII, cosí anche dopo
accadrà, con regolarità quasi assoluta, un alternarsi di papi ultrarigidi verso gli
ebrei con papi temperati. Ma la grande differenza fra le epoche precedenti e
quella assolutistica della Controriforma è che le bolle infami del 1555, del 1569
e del 1593 resteranno costantemente per due secoli il codice della vita degli
ebrei. Non verrà piú, cioè, alcun nuovo papa ad abrogarne completamente il
testo. Vi potrà soltanto essere, da parte di qualche nuovo pontefice, una piú
longanime applicazione di alcune norme e la temporanea sospensione di alcuni
divieti; ma il triste codice rimarrà fermo nel suo insieme, se non nei suoi
particolari. Questa fu, senza dubbio, la situazione inesorabile nella quale furono
ridotti a languire tutti gli ebrei sudditi del papa. Per quelli invece che risiedevano
nel resto d’Italia, le tre bolle costituiranno – anche se non il regolamento della
loro vita – l’incubo macerante e senza soste.

8. Le terre di affanno.

L’azione intimidatrice che questa dura politica della Chiesa potette esercitare
da vicino e da lontano si rivela ripercorrendo ad uno ad uno i vari stati in cui
soggiornavano ebrei. Qualcuno si piegò completamente, altri in parte; qualcuno
subito, altri con il tempo; una sola città piú che uno stato, Livorno, ne rimase
indenne. In Toscana, il duca Cosimo I de’ Medici, signore dal 1537, acuto di
mente e saldo di polso, si era ripromesso, dopo i torbidi di cui il suo paese aveva
sofferto nel primo trentennio del Cinquecento, di fargli riprendere una corsa
decisa, anche se imbrigliata; secondo le tradizioni di famiglia, gli ebrei vi
dovevano partecipare come destrieri di punta. Libero da pregiudizi religiosi,
Cosimo gradiva che nella cerchia piú stretta dei suoi familiari comparisse
frequentemente donna Benvenida Abravanel, ormai vedova di don Samuel e che
un tempo era stata, come già detto, precettrice di Eleonora di Toledo, figlia del
vicerè di Napoli e poi moglie di Cosimo de’ Medici. Un figlio di donna
Benvenida, Jacob, che aveva dovuto abbandonare Napoli con tutta la famiglia e
si era fermato a Ferrara, fungeva da fiduciario di Cosimo in questioni bancarie.
Questo Jacob Abravanel ben conosceva tutte le fasi del dramma degli esiliati
iberici e una delle sue soluzioni felici nel Levante; d’altra parte conosceva anche
l’animo di Cosimo, il quale si era fatto premura di assegnare prestatori ebrei a
quelle località minori della Toscana che ne erano sprovviste o in cui il Monte di
Pietà non aveva corrisposto alle esigenze. Egli perciò influí sul duca affinché
accettasse la proposta di un ebreo di Damasco, tale Servadio, di invitare una
grande compagnia di ebrei spagnoli-levantini a trasferirsi in Toscana ed in
particolare a Firenze, allo scopo di formarvi il centro di un traffico bilaterale di
merci con il Levante; con l’occasione dovevano anche essere istituiti in Toscana
depositi di merci in transito ed empori. Cosimo l’accettò e pubblicò nel 1551 un
invito largo di concessioni a favore di tutti gli ebrei levantini. L’invito fu accolto
non solo dai membri dell’anzidetta compagnia, ma anche da vari altri, ed il loro
numero a Firenze divenne in breve tempo abbastanza considerevole. Ripetuto
una quarantina d’anni dopo con enfasi ancora maggiore per Livorno, costituirà
l’atto di fondazione commerciale di questa città. Ma vi ritorneremo con maggiori
particolari 40.
La benevolenza di Cosimo non subí deviazioni neanche quando, nel 1555,
Paolo IV gli fece pervenire l’esortazione a fare proprie le nuove restrizioni.
Ossequiente in materia puramente religiosa, Cosimo aveva accondisceso due
anni prima a distruggere anche nelle sue terre sia il Talmúd sia gli altri libri
condannati; ma, indipendente in fatto di potestà laica, egli si rifiutò di introdurre
qualsiasi restrizione contro i suoi ebrei, ed anzi accolse ad Arezzo un gruppo di
profughi dello Stato della Chiesa. Quel che la coscienza gli aveva vietato di fare
per decenni, lo poté però d’un colpo l’ambizione politica. Cosimo si era venuto
formando la convinzione che, se fosse riuscito a farsi attribuire il titolo di
granduca, ne avrebbe ottenuto prestigio molto maggiore presso gli altri capi di
stato italiani. Non aveva padrini al suo progetto, e l’unica sua speranza era nel
pontefice. Questi era per avventura proprio quel Pio V che, in quel momento,
stava diramando a tutti i signori d’Italia il suo incitamento ad attenersi alle nuove
misure da lui adottate contro gli ebrei. Cosimo, nell’intento di ingraziarsi il papa,
cedette in tutto. Nel 1567 ripristinò l’obbligo del segno; nel 1569 vietò l’ingresso
in Toscana a tutti quei fuggiaschi che battevano alle sue porte; nell’ottobre del
1570 abrogò tutte le patenti di banco esercitate da ebrei nel territorio di Firenze,
e nel dicembre del 1571 quelle del territorio di Siena. Contemporaneamente
intimò a tutti gli ebrei residenti nei due territori di Firenze e di Siena – nel primo
soltanto, gli ebrei si trovavano sparsi in ventun cittadine fra cui Pisa, Arezzo,
Cortona, Empoli e Prato – di concentrarsi nelle due città capoluogo. Infine nello
stesso 1571 venivano erette le mura di cinta, riattati alla meglio all’interno e
sprangati i due unici ghetti consentiti in Toscana, quelli di Firenze e di Siena. In
tanta tristezza affondava la signoria un tempo illuminata di Cosimo I de’ Medici;
il prezzo del dolore ebraico gli aveva però pagata nel frattempo la corona
agognata di granduca, concessagli con bolla pontificia dell’agosto 1569.
Anche nella prospera e indipendente repubblica di Lucca, la piccola comunità
di ebrei che vi risiedeva ebbe i suoi duri travagli. Dopo la predicazione di
Bernardino da Feltre nel 1488 e l’erezione di un Monte di Pietà l’anno dopo, il
comune trovò il modo, nel 1492, di addossare alla compagnia di banchieri ebrei
che operava nella città una ammenda di milletrecento ducati. La compagnia si
rifiutò di pagarla dichiarandola un sopruso; gli ebrei furono allora espulsi. A
metà del Cinquecento qualche nuovo ebreo riprese a comparire nella città, ma
per breve tempo perché dal 1572 il loro soggiorno non fu consentito che per un
periodo inferiore ai quindici giorni. Solo un secolo e mezzo dopo, qualche altro
ebreo isolato tornò a risiedere a Lucca 41.
Nello stato milanese, gli ebrei avevano particolarmente di che essere
preoccupati dopo che la potenza spagnola ebbe eliminato ogni altro concorrente.
Infatti, nel 1541 l’imperatore Carlo V emetteva delle nuove norme riguardanti
gli ebrei. Tra queste, la piú importante stabiliva che la capitale, Milano, dovesse
rimanere soggiorno vietato agli ebrei, mentre per le altre città la dimora dovesse
essere, volta per volta, consentita o confermata da apposita licenza del
governatore. Questa disposizione agrodolce, integrata dal pagamento di un censo
annuo che non dispensava piú, come per l’innanzi, gli ebrei dal pagamento di
ogni altro tributo, fece sí che la popolazione ebraica del Milanese rimanesse
stazionaria. A Cremona, nel 1588, vivevano quattrocentocinquanta ebrei e un
numero alquanto minore ne contavano, insieme, Pavia, Lodi ed Alessandria,
uniche ad accoglierne. Tutte queste città erano servite da sette sinagoghe;
Cremona, in particolare, a metà del Cinquecento era sede di una ottima scuola di
studi talmudici sotto la direzione di Josef Ottolenghi, e di attive quanto
apprezzate stamperie ebraiche; nel maggio del 1559 assistette al grande rogo di
oltre diecimila volumi ebraici bruciati in piazza, in ottemperanza agli ordini
dell’Inquisizione e quale conseguenza dell’opera ultrazelante di alcuni ebrei
convertiti.
A troncare questo rinnovo periodico delle licenze di soggiorno, giunse nel
1565 dalla Spagna un improvviso decreto di espulsione. Re Filippo II,
nell’emanarlo, era stato mosso da uno di quegli impulsi di intolleranza religiosa
cosí frequenti in lui. Non vi aveva influito una qualsiasi sollecitazione da parte
della cittadinanza del Milanese, che pure non aveva mancato di manifestare, in
altre occasioni, il suo scontento per la permanenza degli ebrei. Annuenti il
governatore spagnolo ed il senato di Milano, gli ebrei intrapresero contro il
decreto una schermaglia dilatoria la quale consentí loro un certo respiro. Ma fu
respiro affannato. Alla base di questa schermaglia vi era un debito di
trentaduemila scudi circa che la Camera regia aveva contratto con i banchieri
ebrei; quella era riluttante a rimborsarlo e questi si astenevano dal pretenderne
con insistenza il pagamento. Per deliberazione di un sinodo provinciale del 1568
presieduto dall’arcivescovo Carlo Borromeo, ed in applicazione della bolla del
1573 di Pio V, anche gli ebrei del Milanese vennero estromessi dall’esercizio del
prestito e a tutti indistintamente fu imposto un berretto verde. Nonostante ciò, il
debito seguitava a fare blocco; anzi si può dire che fu proprio esso a far
concedere nuovamente agli ebrei il permesso ufficiale di restare in Lombardia.
L’ultimo giorno del 1590, Filippo II emanava un altro bando di cacciata, con
termine di esecuzione entro sei mesi. Questa volta il bando incontrò il consenso
soddisfatto sia di Pavia, che scorgeva in esso l’assolvimento del voto famigerato
fatto nel 1527 al tempo della invasione francese, sia di Cremona, dove la
sentenza capitale nel 1582 di un cristiano uccisore di un ebreo aveva scatenato il
furore popolare. L’una e l’altra città erano anzi direttamente intervenute presso il
re di Spagna affinché imponesse lo sfratto. Anche gli ebrei, a loro volta, avevano
inviato un loro rappresentante alla corte di Madrid, nella persona di Simone
Cohen Sacerdote di Alessandria, ma senza altro risultato che riproporre la
questione del vecchio debito di trentaduemila scudi. In pratica le discussioni
intorno a questo debito consentirono agli ebrei solo una dilazione fino al 12
dicembre 1592, data in cui Filippo pubblicò un secondo bando di espulsione, e
poi altre dilazioni fino al 1596. A metà del 1597, gli ottocentottantanove ebrei
dovettero abbandonare in massa il Milanese, sotto la scorta di soldati mandati a
loro protezione dal governatore spagnolo Juan Fernandez de Velasco, il quale,
per pura umanità, aveva cercato per un anno di ostacolare l’esecuzione del
bando, e all’ultimo aveva fatto distribuire cinquemila scudi fra i piú poveri.
Rimasero indietro per sistemare le vecchie pendenze, due famiglie a Cremona, e
altrettante a Lodi e Alessandria. Nella prima città, questo relitto scomparve quasi
subito; nella seconda, rimase di pochissima importanza; ad Alessandria invece,
intorno a Simone Cohen Sacerdote, si ricompose presto una comunità, che dopo
un secolo contava piú di duecento persone. Essa, sotto gli spagnoli, ebbe vita
tranquilla, non ebbe ghetto, superò un tentativo passeggero di espulsione nel
1684. Salva però l’eccezione di Alessandria, lo stato milanese tornerà ad essere
muto di storia per gli ebrei per altri due secoli 42.
Genova, come altri grandi empori portuali che sapevano di poter contare
esclusivamente sulle capacità dei propri cittadini per far fronte in ogni direzione
ai propri movimenti commerciali-marittimi, si mantenne estremamente riluttante
a conservare i pochissimi ebrei che avevano trovato modo di fermarvisi e ad
ammetterne di nuovi. Quando nel 1492 si presentarono al suo porto molte navi
piene di ebrei, fuggiaschi dalla Spagna ed in gran parte ridotti in condizioni
ultramiserabili, essa non vietò lo sbarco e quindi non negò loro respiro; limitò
però il permesso di sosta a pochi giorni, e concesse un salvacondotto piú
prolungato solo a chi poteva dimostrare di possedere qualche bene. Pochi anni
dopo, con il sopravvenire dei profughi portoghesi, la collettività ebraica si
accrebbe un poco, e tutti furono posti sotto uno speciale «ufficio per gli ebrei».
Ma l’estrosità della condotta politica dei dogi e del Senato nei riguardi degli
ebrei si fa da questo momento talmente sconcertante da rendere superflua la
ricerca delle cause dei singoli provvedimenti contraddittori. Nel 1515 il doge
Fregoso espelleva tutti gli ebrei, e l’anno successivo il suo oppositore doge
Adorno li riammetteva in piccolo numero. Nel 1550 furono nuovamente cacciati
da Genova e nel 1567 da tutte le altre città della repubblica, mentre due anni
dopo furono richiamati con licenza di tenere aperta qualche bottega e qualche
banco. Governati nel frattempo da condotte quinquennali, nel 1598, sotto
particolare pressione del clero, conobbero una nuova espulsione; anche questa
volta, qualcuno poté però evitarla. Erano obbligati a portare il segno, ma
potevano esimersene pagando un compenso. Nel 1660 tutti e duecento gli ebrei
genovesi furono rinchiusi nel ghetto, ma due anni dopo già molti ne vivevano
fuori. La storia dei pochi ebrei di Genova è fatta da ora in poi di bandi e di
reingressi, con le relative eccezioni 43.

9. Le terre di rifugio.

Fra le terre di rifugio piú sicure per gli ebrei in questo periodo, vanno
annoverate quelle sotto i duchi estensi, per lo meno fino a che questi mantennero
integra la propria signoria. Ercole I, nel 1492, era stato rapido ad intuire quale
stimolo economico avrebbero potuto dare al suo paese i versatili profughi
spagnoli, qualunque fosse la condizione in cui si presentavano. Avuta notizia che
ventun famiglie sbarcate a Genova vi si trovavano senza occupazione, fece loro
pervenire un lasciapassare e la promessa che avrebbero ricevuta larga ospitalità
nelle sue terre. Nel febbraio del 1493, quando questa promessa fu redatta per
scritto, vi si leggeva che i nuovi immigrati erano completamente parificati ai
vecchi residenti ebrei; in particolare potevano fruire di notevoli riduzioni di
tasse, provvedersi di propri capi e di propri giudici, esercitare la medicina anche
fra i cristiani; era loro vietato soltanto di aprire nuovi banchi, ma questa
limitazione verrà rimossa piú tardi. Come altrove, aveva cosí inizio anche a
Ferrara quel raggruppamento ebraico distinto che verrà detto degli spagnoli-
portoghesi o «sefarditi». Alfonso I, nel 1505, confermò le stesse direttive, ed il
figlio Ercole II, proseguendole nel 1534 e nel 1538, diramò alcune missive in cui
esprimeva il suo compiacimento per l’utilità che gli ebrei avevano procurato fino
a quel momento allo stato, con termini tali di elogio, quali nessuno dei suoi avi
aveva mai usato. Le due missive si rivolgevano anche ai marrani, la cui
situazione stava divenendo sempre piú imbarazzante. Esse facevano parte di una
serie che Ercole II andava indirizzando, piú o meno allo scoperto, là dove era a
sua conoscenza che si attentava alla incolumità degli ebrei. Poco tempo prima,
aveva fatto pervenire un salvacondotto a favore degli ebrei della Boemia e di
altri paesi dell’Europa centrale, i quali ne avevano approfittato in numero non
scarso, tant