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16 APRILE 2018

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La disciplina vale sia per il ricorso ordinario che per il ricorso straordinario in cassazione ex articolo 111
comma 7, che consente il ricorso in cassazione per quei provvedimenti che, pur non avendo la forma della
sentenza, sono ricorribili in cassazione, purché si tratta di provvedimenti decisori (che incidano cioè sui
diritti soggettivi) e che non siano altrimenti impugnabili. In realtà, benché l’articolo 111 garantisca la
ricorribilità in cassazione solo per violazione di legge, per effetto di una norma ordinaria sotto tutti i profili
sono ricorribili in cassazione. Tornano alla ribalta le sentenze non definitive, perché in cassazione vige un
principio: nel giudizio di appello abbiamo visto che la sentenza non definitiva può essere impugnata subito
o con riserva, mentre, nel 2006, il legislatore in cassazione ha introdotto un regime più restrittivo che si
ricava dal penultimo comma dell’articolo 360 e dal primo comma dell’articolo 361  previsioni da leggere
in combinato disposto. Le sentenze non definitive su questioni pregiudiziali di rito o preliminari di merito
non sono immediatamente impugnabili con ricorso in cassazione, se pronunciate nel corso del giudizio di
appello ma saranno impugnabili solo contemporaneamente alla sentenza definitiva, cioè non vige
l’alternativa prevista per l’appello, per cui non serve fare riserva, ma restano delle sentenze non definitive e
non può più tornare sul punto e modificare la sentenza non definitiva ma non è immediatamente
impugnabile. Poi, la condanna generica e le sentenze non definitive su domande (articolo 277) per queste
vige il regime ordinario, cioè permane il regime di impugnazione immediata o di riserva che consente di
impugnare la definitiva unitariamente alla non definitiva, per cui la riserva va qui formulata.

Bisogna considerare le censure formulabili nei confronti di queste sentenze, cioè i motivi in presenza dei
quali può esserci il ricorso in cassazione. Chi impugna un provvedimento in cassazione deve ricondurre le
censure e le critiche a uno dei cinque motivi ex articolo 360, a pena di inammissibilità dell’impugnazione 
UNA VOLTA CHE SI RICONDUCE LA CENSURA A UNO DI QUESTI CINQUE MOTIVI, LA CASSAZIONE VALUTERA’
E RIFIUTERA’ AL MASSIMO IL RICORSO PER INFONDATEZZA. All’articolo 360 si distinguono due macro
categorie di ricorso per cassazione: molti criticano questa classificazione, ma è molto utile da un punto di
vista descrittivo. Nella prima categoria riconduciamo i motivi di ricorsi riconducibili agli errores in
giudicando e nella seconda categoria gli errores in procedendo. Tutti i motivi consistono nella violazione
della legge, sostanziale oppure processuale. Cominciamo con l’esame dei motivi di ricorso riconducibili agli
errores in giudicando, che troviamo nei commi 1-3-4 dell’articolo 360.

PRIMO MOTIVO: Sentenza che suppone una pronuncia del giudice, che si ritiene sussistente della
giurisdizione oppure declinatoria nel rito con cui dice che non ha giurisdizione  violazione di tutte le
norme che regolano il rapporto tra giudici ordinari e straordinari ex articolo 37 oppure le norme che
regolano i rapporti al di fuori dell’ambito europeo, tra cui 218 del 95 e una qualsiasi delle fonti
internazionali. Molti riconducono a questo motivo di ricorso anche una nozione di giurisdizione in senso
ampio ossia il potestas iudicandum e quindi il difetto assoluto di giurisdizione, cioè l’ipotesi in cui venga
fatta valere in giudizio un’ipotesi sostanziale  la ragione vera per cui si tende da parte di alcuni giudici a
estendere questa categoria è che le sentenze pronunciate in particolare dal consiglio di stato sono ricorribili
in cassazione solo per questo primo punto. Se si estende la nozione di giurisdizione ai massimi livelli può
voler dire tutto e niente. C’è una riflessione che, però, bisogna fare: la proponibilità del ricorso in
cassazione in base a questo motivo, anzi la fondatezza più che la ricorribilità, è condizionata dal fatto che
sulla questione di giurisdizione nei gradi precedenti del giudizio non si sia già formato il cd giudicato
interno, cioè si può cassare la sentenza a patto che sulla questione di giurisdizione, nei gradi precedenti del
giudizio, non si fosse formato il giudicato. Ci sono norme che stabiliscono, anche all’interno
dell’ordinamento europeo, delle preclusioni riguardanti l’eccezione di giurisdizione e, qualora si ritardi, si
forma un giudicato interno sulla questione di giurisdizione ma soprattutto abbiamo una norma che regola il
reparto delle eccezioni di giurisdizione tra giudici ordinari e straordinari ma ci sono due limiti  se della
questione della sussistenza o meno di giurisdizione si è già discusso nei precedenti gradi di giudizio, avremo
nella motivazione della sentenza di primo grado un passaggio in cui, ricostruendo l’iter del processo dice
che si è affrontata la questione e, qualora la parte non censuri la questione, questa passa in giudicato e in
cassazione non posso sollevare la questione se non l’ho già fatto in appello, perché la questione si
cristallizza  non potrò svegliarmi con il ricorso in cassazione. Già questo articolo 37 è vero fino a un certo
punto, perché bisogna aggiungere ‘’finché sulla questione non si sia formato giudicato interno o in primo
grado, perché non ho eccepito o in appello perché non ho censurato la questione’’. Nel 2010 le sezioni
unite sono andate ancora oltre, sempre invocando il principio di ragionevole durata del processo, dicendo
che, durante i primi due gradi di giudizio, non si era mai posta la questione di giurisdizione rispetto ai giudici
speciali, arrivando in cassazione dove si impugna la sentenza resa in appello dicendo che la sentenza
doveva essere cassata perché il giudice ordinario non era dotato di giurisdizione e spettava al giudice
amministrativo  fino al 2010 si riconduceva ex articolo 37 perché non si era formato alcun giudicato
interno, perché non era stato affrontato il tema, perché nessuna parte ha eccepito la questione, ma nel
2010 le sezioni unite hanno detto (è un po’ la situazione di cui si parlava: nel primo grado sto zitto, in
appello sto zitto ma dopodiché mi danno torto due volte e pretendo che il giudizio venga spostato dinanzi
al giudice amministrativo e si riparta da zero e lo si può fare ex articolo 37) che era ASSOLUTAMENTE
INAMMISSIBILE PROPORRE DIRETTAMENTE IN CASSAZIONE LA QUESTIONE DI GIURISDIZIONE, ANCHE SE
NELLA SENTENZA, RESA IN CAPO DI APPELLO, NON CI SIA UN CAPO RELATIVO ALLA QUESTIONE DI
GIURISDIZIONE, PERCHE’, ESSENDO UN PRESUPPOSTO PROCESSUALE, E’ CHIARO CHE IL GIUDICE, NEL
MOMENTO IN CUI DECIDE NEL MERITO, SI E’ INTERROGATO RIGUARDO LA SUSSISTENZA DELLA
GIURISDIZIONE  il giudice se lo deve chiedere per forza e forma un giudicato implicito sulla sussistenza
della questione di giurisdizione e già con l’appello occorreva censurare l’errore in procedendo in punto di
giurisdizione e non si può sollevare per la prima volta con il ricorso in cassazione, per cui sia che abbiano
deciso esplicitamente o implicitamente, LA QUESTIONE DI GIURISDIZIONE NON PUO’ ESSERE SOLLEVATA
PER LA PRIMA VOLTA IN CASSAZIONE, MA OCCORRE CHE SIA GIA’ CENSURATA IN APPELLO LA QUESTIONE
 LA CENSURA DEVE ESSERE STATA GIA’ EFFETTUATA NEI PRECEDENTI GRADI, SIA CHE LA QUESTIONE
VENGA RISOLTA IMPLICITAMENTE, SIA CHE LA QUESTIONE VENGA RISOLTA ESPLITIMANTE.

SECONDO MOTIVO (ERROR IN PROCEDENDO EX ARTICOLO 360 NUMERO 2)  ‘’quando non è prescritto il
regolamento di competenza’’  la premessa maggiore è che sulla questione di competenza non si sia
formato giudicato interno  Non ci si può svegliare in cassazione e proporla per la prima volta, ma c’è
bisogno che il giudice rigetti in primo grado, si impugni con appello censurando ma si dia di nuovo torto,
impugno direttamente in cassazione. Il senso delle preclusioni è che perdo il motivo di impugnazione da far
valere, per cui questo secondo motivo potrò spenderlo a patto che non si sia formato il giudicato interno.

TERZO MOTIVO DI ERROR IN PROCEDENDO EX ARTICOLO 360 NUMERO 4  ci bastava anche solo che
diceva ‘’nullità della sentenza’’, perché la nullità del procedimento se non si sana diviene una nullità della
sentenza. La sentenza o è nulla perché viziata essa stessa o perché in presenza di nullità derivata, cioè la
nullità del procedimento non si sana e diviene nullità della sentenza. SI POSSONO FAR VALERE SIA LE
NULLITA’ PROCESSUALI INCONSAPEVOLI NON SANATE SIA QUESTIONI PROCESSUALI DI CUI SI E’ DISCUSSO
AMPIAMENTE, MA LE SOLUZIONI ASSEGNATE ALLE STESSE DAL GIUDICE A QUO NON SONO CONDIVISE DAL
RICORRENTE E SI ADDEBITA AL GIUDICE UN ERRORE COMPIUTO INCONSAPEVOLMENTE DAL GIUDICE
(ERRORI IN IUDUCANDO DE MODO PROCEDENDI). Confluiscono in questo motivo la violazione di tutte le
norme studiate sin qui, soprattutto quelle che attengono alle condizioni dell’azione, le norme in materia di
assunzione dei mezzi di prova etc.

C’è un minimo comun denominatore a questi tre motivi, che è importante da ricordare  la corte di
cassazione come regola generale è un giudice di legittimità quindi non giudica sui fatti, non si svolge alcuna
attività istruttoria dinanzi alla cassazione, ma SI PRENDONO I FATTI COSI’ COME SONO STATI RICOSTRUITI
DAI GIUDICI PRECEDENTI, MA QUANDO VIENE FATTA VALERE LA VIOLAZIONE DI UNA NORMA
PROCESSUALE, LA CORTE DI CASSAZIONE E’ UN GIUDICE DEL FATTO, MA E’ GIUDICE DEL FATTO
ENDOPROCESSUALE, CIOE’ LA CORTE DI CASSAZIONE PUO’ VERIFICARE LA CORRETTA RICOSTRUZIONE DEI
Per fatto endoprocessuale si intende PER ESEMPIO: in materia di competenza territoriale si è giudicata la
competenza del giudice a quo in base alla residenza del convenuto, la quale residenza è stata accertata
sulla base di un documento male interpretato, ma questo fatto è stato ricostruito male in base alla
cassazione e questo fatto endoprocessuale può essere censurato dalla cassazione. Altro esempio, il
computo dei termini oppure la comparsa di risposta inserita nel fascicolo sbagliato  sono fatti interni al
processo che possono essere rivisti in cassazione. Quando giudica sugli errores in procedendo è anche
giudice del fatto la Cassazione, ma solo di questi fatti e non di altri.

Passiamo ora all’esame dei motivi di ricorsi in cassazione con cui si possono far valere gli errores in
iudicando. Il più antico è previsto al comma 3  violazione o falsa applicazione di norma di diritto. Se si
guarda bene c’è un'altra censura che è violazione contratti collettivi di lavoro ed è un’aggiunta del 2006.
Nello stesso motivo si trova il motivo più antico e quello più recente. VIOLAZIONE O FALSA APPLICAZIONE
DELLE NORME DI DIRITTO  con questo motivo si può anzitutto impugnare la sentenza sostenendo che il
giudice a quo ha commesso un errore riconducibile alle norme applicabili alla controversia. Oppure il
giudice ha individuato le norme giuste, ma le hai interpretate erroneamente, attribuendo un significato
sbagliato. Oppure il giudice ha individuato una norma sbagliata, ma l’hai applicata erroneamente alla
fattispecie concreta per cui i fatti te li prendi come ti arrivano, ma hai applicato il sillogismo con errore alla
terza fase, cioè non ha sbagliato nell’individuazione, né nell’interpretazione ma nell’ APPLICAZIONE. Si
tratterà per lo più di NORME DI DIRITTO SOSTANZIALE come ad esempio applico le norme sulla
responsabilità extracontrattuale su controversia risolvibile con norme sulla responsabilità contrattuale
oppure applico una norma sbagliata su una questione che nel merito è squisitamente processuale come sul
giudizio di riconoscimento delle sentenze straniere il merito del giudizio è squisitamente processuale per
cui in quel caso che voglio impugnare la sentenza della corte d’appello che ha negato il riconoscimento
impugno una NORMA SQUISITAMENTE PROCESSUALE perché il merito è tale. Norme di diritto cosa vuol
dire? Innanzitutto tutte le fonti di legge primaria, per cui legge ordinaria e norme aventi forza di legge, sia
interne che esterne ma anche le leggi regionali sono considerate ai sensi di questa norma, norma contenute
in sentenze della corte costituzionale additive o manipolative, ma anche gli usi, le consuetudini laddove
rilevanti e naturalmente il diritto sostanziale non italiano ove applicabile al nostro interno. C’è un
grandissimo problema della riconducibilità in tema di violazione di clausole generale  quali sono? ‘’buona
fede’’, ‘’giustificato motivo’’ etc cioè regole di condotta generale a cui il legislatore assegna una rilevanza.
La violazione dell’applicazione delle norme nella parte in cui fanno riferimento a queste condotte fino a che
punto può essere proposta in cassazione? Siamo al limite tra una questione di fatto e questione di diritto.
Sono delle clausole che assegnano al giudice un ampio potere discrezionale  fino a che punto posso
addebitare al giudice a quo questo tipo di errore? È un problema capire quale e dove sia il confine. Altro
problema è che il giudice della cassazione non è giudice del fatto, per cui non potò mai impugnare perché il
giudice ha giudicato tenendo conto di tre testimone non attendibili, perché è una valutazione in fatto e se
lo faccio il ricorso è infondato, ma la domanda è  abbiamo studiato le norme in materia di prove, per cui
la violazione in materia di quelle norme può arrivare in cassazione e quale è se sì il motivo del ricorso in
cassazione ricorribili? La violazione della norma sull’onere della prova è ricorribile in cassazione?
Sicuramente non si può dire che il giudice ha valutato male, ma l’erronea qualificazione di un fatto come
estintivo piuttosto che impeditivo integra una violazione della norma censurabile in cassazione  ma con
quale motivo? È una nullità della sentenza o del procedimento o una violazione di una norma? Si mettono
tutti e due di solito, perché? Perché siamo oggettivamente un po’ al confine  perché è una norma di
diritto sostanziale? Perché nel momento in cui si qualifica un fatto come costitutivo o modificativo, si
modifica un fatto e siamo sul piano sostanziale e dall’altro lato stiamo parlando della decisione del giudice
per cui siamo sul piano processuale. Altro esempio, in materia di prova testimoniale si riesce a immaginare
un ricorso in cassazione per violazione di una norma  sì violazione della norma sui limiti oggettivi oppure
soggettivi  si discute se sia riconducibile al numero tre oppure quattro  ad ex violazione articolo 246 
impugno la sentenza utilizzando il numero 4 ma anche il numero 3, si discute assai. E’ vero che non posso
censurare la ricostruzione di un fatto, ma nel momento in cui c’è stato un errore sull’applicazione delle
norme, a patto che sia un errore con efficacia causale sulla decisione, posso ricorrere in cassazione.
Equiparazione totale tra norme di leggi e accordi nazionali collettivi.

MOTIVO NUMERO CINQUE: stiamo parlando della motivazione in fatto della sentenza, cioè della parte in
cui il giudice motiva in fatto la sua decisione. L’ultima modifica risale al 2012, dopodiché qualunque cosa
venga scritta in questo motivo di ricorso, i giudici fanno ciò che vogliono. Attiene questo motivo alla censura
della motivazione della sentenza impugnata e perché è il motivo di ricorso più travagliato? Perché gli
avvocati cercano di far confluire di tutto e di più. È un motivo che si presta a moltissimi abusi e per questo
cerca di restringere sempre di più i motivi che vi sono riconducibili. Nel 1865 era stato introdotto per
circoscrivere i motivi della cassazione che avevano ad oggetto la motivazione della sentenza. Omessa,
insufficiente o contraddittoria motivazione era una delle precedenti formulazione  non si capisce.
Storicamente questo motivo è stato introdotto per circoscrivere la portata de ricorso per nullità della
sentenza o del procedimento, perché una sentenza con motivazione insufficiente o mancante è nulla, per
cui fin quando non esisteva questo motivo si riconduceva tutto alla nullità della sentenza per cui è stato
inizialmente introdotto il numero cinque per ridurre la riconducibilità al numero tre. Ciononostante gli
avvocati hanno da sempre tentato e sempre tenteranno di far entrare dalla finestra ciò che è uscito dalla
porta  il concetto qual è? Il concetto è che occorre che la motivazione della sentenza consenta di
ricostruire la RATIO DECIDENDI, cioè occorre che alla lettura della sentenza, leggendo la motivazione, si
comprenda l’iter logico utilizzato dal giudice per arrivare alla decisione. Se la motivazione non consente di
ricostruire questo iter logico, allora merita di essere cassata riconducendo il motivo all’ex articolo 360
numero 5. La motivazione non deve consentire di capire perché abbia deciso così. C’è una decisione con la
quale viene rigettata una richiesta per risarcimento danni ad esempio e c’è una motivazione in cui lo stesso
giudice dà atto in realtà che uno ha fatto danno all’altro, ma dopodiché rigetta la domanda  non si
capisce il perché della decisione. Non c’è una valutazione soggettiva, ma oggettiva  cioè censuro perché
non si capisce nulla. L’ultima formulazione del motivo cinque data dal legislatore che leggiamo oggi nel
codice di procedura civile  espunge la stessa parola motivazione, non c’è più scritta. Cosa ci dice questa
norma? Conferma che siamo ancora nella motivazione, nella parte della motivazione relativa ai fatti e
questo omesso esame di un fatto decisivo in cosa consiste? Per tutto il processo si è discusso di un fatto per
trovare il quale si è svolta una istruttoria complicata, ma nella motivazione non c’è traccia di questo fatto
principale e decisivo  sparisce nella motivazione. Ormai la portata è divenuta circoscritta.

Con il giudizio di appello posso formulare qualsiasi motivo di censura, mentre qui, a pena di ammissibilità,
bisogna ricondurlo a uno qualsiasi di questi motivi. Molto spesso ci sono dei ricorsi inammissibili, perché
occorre ricondurre la censura a uno dei motivi ex articolo 360. Bisogna collegare la censura al motivo di
ricorso e al corpus normativo violato. Anche nel giudizio di appello abbiamo studiato la motivazione, ma, in
realtà, l’oggetto del giudizio è pur sempre la controversia mentre l’oggetto della decisione della cassazione
è la sentenza impugnata  impugno la sentenza per ottenerne l’annullamento e fondo la domanda su uno
di questi motivi. Di fatto, dal punto di vista della sua struttura, il ricorso in cassazione è un’azione costitutiva
in cui il PETITUM E’ L’ANNULLAMENTO DELLA SENTENZA E I MOTIVI DI RICORSO IN CASSAZIONE ALTRO
NON SONO CHE LA CAUSA PETENDI  un po’ come se chiedessi l’annullamento del contratto. LA
CASSAZIONE PUO’ ANNULLARE LA SENTENZA SOLO E NELLA MISURA IN CUI RIESCO A DIMOSTRARE IL MIO
DIRITTO ALL’ANNULLAMENTO, DELIMITANDO E DISEGNANDO IL PERIMENTRO DELLA DECISIONE E DELLA
COGNIZIONE DELLA CASSAZIONE.

18 aprile 2018

Nell’ articolo 248 ter ai commi 4 e 5 si circoscrive la ricorribilità in Cassazione della sentenza di primo grado,
in virtù dell’inammissibilità dell’appello dovuta al filtro, DISPONENDO CHE SARA’ RICORRIBILE MA NON IN
BASE ALL’ARTICOLO 360 COMMA QUINDI: SE DUE GIUDICI (PRIMO GRADO E APPELLO) DICONO CHE LA
RICOSTRUZIONE IN FATTO E’ LOGICA E PERSUASIVA, IL PROFILO DI CENSURA CHE CONSENTE DI
DENUNCIARE L’ILLOGICITA’ NON SI PUO’ SPENDERE IN CASSAZIONE. Non si può ricorrere in cassazione per
il motivo numero 5 del 360 e al quinto comma si aggiunge un’altra fattispecie che va sotto il nome di
DOPPIA CONFORME, cioè l’ipotesi è che si siano completamente svolti sia il giudizio di primo grado che
quello d’appello ma sono perfettamente sovrapponibili tra loro nella ricostruzione in fatto, ma
SOSTANZIALMENTE ABBIAMO UNA SENTENZA DI PRIMO GRADO E UNA DI SECONDO GRADO CONFORMI,
CIOE’ DUE GIUDICI DI GRADI DIVERSI CHE SI PRONUNCIANO NELLO STESSO SENSO  E’ RICORRIBILE IN
CASSAZIONE, MA NON SI POTRA’ DENUNCIARE L’OMESSO ESAME DI UN FATTO DECISIVO PER LA
CONTROVERSIA. Normalmente chi riceve un ricorso in cassazione formulato sulla base del numero cinque
cerca di eccepirlo. Ma non è semplicissimo capire quando ci sia una doppia conforme e quando meno.

Torniamo al giudizio in Cassazione: bisogna confrontarsi con il FILTRO IN CASSAZIONE, introdotto prima di
quello in appello. Anche la Corte di Cassazione ha problemi di gestione, perché ha un carico di cause
immenso, perché costituito in gran parte dalle ipotesi ex articolo 111 comma 7. NORMA CHE SI E’
SOSTITUITA ALLA TECNICA CHE CONSISTEVA NELL’IMPORRE LA CENSURA RICONDUCIBILE NON SOLO AI
CINUQE MOTIVI, MA BISOGNA RICONDURRE TUTTO A UNA QUESTIONE DI PRONUNCIA DI DIRITTO  SI
IMPONEVA DUNQUE DI INTRODURRE UNA QUESTIONE DI DIRITTO. Poi nel momento in cui si è capita la
portata della norma, è stata abrogata ed è stato inserito il FILTRO IN CASSAZIONE. 360 BIS  primo
comma: il sistema di common law entra nel nostro ordinamento, cioè si riferisce al fatto che si sia
sviluppato un orientamento costante sull’interpretazione di una certa norma  È conforme al precedente,
però la norma va avanti e dice che NON E’ CHE SI E’ A PRIORI INDISPOSTI A CAMBIARE L’ORIENTAMENTE,
MA POTREBBE DALL’ESAME DEI MOTIVI DI RICORSO PERSUADERSI A CAMBIARE ORIENTAMENTO. SE
L’ESAME DEI MOTIVI NON OFFRE ELEMENTI NUOVI PER MUTARE ORIENTAMENTO, IL RICORSO È
INAMMISSIBILE. La ratio è la stessa del filtro in appello: anche qui siamo dinanzi ad un’inammissibilità che
manifesta infondatezza del ricorso. L’orientamento prevalente è nel senso che la parola ‘’confermare’’ sia
priva di senso. Viene molto utilizzato dalla corte di cassazione questo filtro. Il numero di ricorsi dichiarati
inammissibili sono assai. 360 comma due: le cose si fanno complicate. Il RICORSO È INAMMISSIBILE
QUANDO E’ MANIFESTAMENTE INFONDATA LA CENSURA RELATIVA AI PRINCIPI REGOLATORI DEL GIUSTO
PROCESSO. Ci si riferisce evidentemente a censure squisitamente processuali, cioè abbiamo un ricorso per
cassazione formulato sulla base del numero 4 e forse uno e due. Ma cosa vuol dire questa norma? Ogni
manuale dà una lettura diversa, perché oggettivamente è abbastanza incomprensibile e infatti la Cassazione
la utilizza pochissimo  LA LETTURA PIU’ IMMEDIATA MA ABBASTANZA INSENSATA E’ CHE QUESTA
PREVISIONE ABBIA COME EFFETTO QUELLO DI CIRCOSCRIVERE IL MOTIVO DI RICORSO EX ARTICOLO 360
COMMA 4, CIOE’ IL RICORSO E’ POSSIBILE SOLO SE IL VIZIO DI NATURA PROCESSUALE CHE SI FA VALERE E’
RICONDUBILE AI PRINCIPI DEL GIUSTO PROCESSO DI CUI LA COSTITUZIONE  perché non ha senso questa
lettura? Perché andrebbe ad abrogare tacitamente la norma immediatamente precedente, potendosi, a
questo punto modificare il comma quattro dell’articolo 360. IN SOSTANZA CI DICE CHE UNA SENTENZA NON
PUO’ ESSERE CASSATA PER UN VIZIO PROCESSALE CHE NON CONSISTA ANCHE NELLA VIOLAZIONE DI UNA
DELLE NORME RIGUARDANTI IL GIUSTO PROCESSO. Un’altra lettura più persuasiva è quella secondo cui si
dice che GENERICAMENTE È CHIESTA LA CASSAZIONE DELLA SENTENZA FACENDO UN RIFERIMENTO AL
GIUSTO PROCESSO, SENZA RICONDURRE LA CENSURA A NORME DI DIRITTO POSITIVO CHE RECEPISCONO
QUESTO PRINCIPIO. Per esempio ricorso in cassazione per ragionevole durata del processo, il cui principio
non è travasato in nessuna norma di diritto positivo  sarebbe infondata perché per la durata ragionevole
del processo c’è una norma ad hoc. NON SAREBBERO AMMISSIBILI LE CENSURE CHE NON SIANO
RICONDUCIBILI A UNA NORMA POSITIVA. Le norme applicative non sono comunque moltissime.

L’atto introduttivo del giudizio in cassazione è il RICORSO, che è un atto indirizzato direttamente al giudice e
il ricorso per cassazione è rivolto alla corte e sottoscritto, a pena da inammissibilità, da uno degli avvocati
iscritti nell’albo munito di procura speciale. L’articolo 366 dispone il contenuto minimo a pena di
inammissibilità del ricorso in cassazione, ma sono requisiti classici  il ricorso deve contenere: indicazione
delle parti, indicazione delle parti o della sentenza impugnata, l’esposizione sommaria dei fatti di causa …4)
il ricorrente deve ricondurre la sua censura a uno dei motivi in cassazione e deve dire le norme a cui si
riferiscono. DOPODICHE’ LA CASSAZIONE POTRA’ ANCHE ACCOGLIERE QUEL RICORSO INDIVIDUANDO UNA
NORMA DIVERSA, PERCHE’ LA CASSAZIONE È IL GIUDICE DELLA LEGGE, MA, A PENA DI INAMMISSIBILITA’, IL
RICORRENTE DEVE INDIVIDUARE SIA IL MOTIVO SIA LA NORMA DI LEGGE VIOLATA, PERCHE’ IL RICORSO
ALTRIMENTI È INAMMISSIBILE. SE NON SI INDICA LA NORMA VIOLATA, LA CORTE DI CASSAZIONE NEPPURE
LO LEGGE IL RICORSO. 5) previsione apparentemente innocua, ma la corte ha sviluppato il cd PRINCIPIO DI
AUTOSUFFICIENZA del ricorso per Cassazione, principio immanente nell’ordinamento che indica
l’inammissibilità del ricorso. La cassazione ricava il principio secondo cui LA CORTE DEVE POTER DECIDERE
SULLA BASE DELLA LETTURA DEL RICORSO, NEL SENSO CHE NEL RICORSO DEVONO ESSERE LETTERALMENTE
TRASCRITTI TUTTI I DOCIMENTI RILEVANTI AI FINI DELLA DECISIONE. Io consigliere della corte di cassazione
non devo essere costretto ad andare a rovistare tra i fascicoli, perché non sono giudice del fatto, devo
capire leggendo il tuo ricorso se è infondato oppure fondato senza che io apra quei fascicoli. Me lo devi
trascrivere dentro. Il principio di autosufficienza SIGNIFICA TRASCRIVERE TUTTO CIO’ CHE È NECESSARIO
AFFINCHE’ IL RICORSO VENGA ESAMINATO. Se si guarda nelle banche date vengono fuori decine di
sentenze sul principio di autosufficienza, ma non c’è alcuna norma rubricata così, ma la fonte sembrerebbe
essere quella al 366.

Il ricorso, in questo caso, a differenza del normale ricorso in cui avviene esattamente il contrario, PRIMA SI
NOTIFICA E POI SI DEPOSITA IN CANCELLERIA DELLA CASSAZIONE EX ART 369 NEL TERMINE DI VENTI
GIORNI DALL’ULTIMA NOTIFICAZIONE. Parliamo della parte che riceve la notifica del ricorso in cassazione
 quali sono le sue possibili attività difensive? Innanzitutto il CONTRORICORSO in Cassazione. SE COLUI
CHE RICEVE IL RICORSO DECIDE DI NON PRESENTARE IL CONTRORICORSO, POTRA’ SOLO PARTECIPARE ALLA
DISCUSSIONE ORALE DELLA CAUSA, SENZA SVOLGERE ALTRE MEMORIE. A questo punto bisogna capire
quali siano le possibili attività difensive, che possono essere svolte nel controricorso: innanzitutto le difese
rispetto al ricorso che gli è stato notificato, cioè si difenderà la sentenza e se ci sono possibilità prima
ancora guarderà tutte le possibili cause di innammissibilità e le invocherà  sono tutte cause di
inammissibilità che la corte può rilevare anche d’ufficio, ma il controricorrente solleciterà la cassazione.
Sono DIFESE, ma anche nel giudizio in cassazione, all’interno del controricorso, potrà essere svolto un
RICORSO INCIDENTALE. Cosa è il ricorso incidentale? Naturalmente nell’ipotesi in cui ci sia stata
soccombenza formale reciproca colui contro cui c’è stato il ricorso voglia censurare quella parte per cui è
soccombente, altrimenti passa in giudicato. Qualora ci sia una sentenza non definitiva, la impugno con
controricorso. È una facoltà, cioè lo si fa solo se si vuole ma anche in cassazione valgono le regole viste in
precedenza per l’appello. La peculiarità è il cosiddetto RICORSO INCIDENTALE CONDIZIONATO, di cui
abbiamo parlato già nel giudizio di appello  cosa è il ricorso condizionato? L’ipotesi è quella classica del
soccombente virtuale, cioè della parte totalmente vittoriosa nel merito nel giudizio di appello, ma qualcosa
è stato risolto in senso sfavorevole sia nel senso di questioni processuali sia nel senso di questioni di merito,
ma all’esito del giudizio di appello la domanda dell’attore è stata rigettata. Ma la premessa maggiore è che
il convenuto sia vittorioso, ma in una parte minima della motivazione la corte di appello gli ha dato torto,
ma dato che la cassazione poi potrebbe ritenere fondato il ricorso principale, cosa può il convenuto giocare
dinanzi la corte di cassazione? A sua volta deve impugnare la sentenza, perché il perimetro del cognitum e
del decisum della corte di cassazione è sottoposto all’impulso delle parti, per cui o fa ricorso incidentale
dicendo che la corte di appello ha rigettato per sbaglio oppure si gioca la carta. SE NON CHE PERO’ LA COSA
CHE SI AUSPICA MAGGIORMENTE E’ CHE LA CORTE RESPINGA IL RICORSO PRINCIPALE E SI VUOLE CHE LA
CORTE SI INTERESSI DI QUELLA MOTIVAZIONE SU CUI HO TORTO (SU CUI HA DATO TORTO AL CONVENUTO,
CHE, COMUNQUE, E’ TOTALMENTE VITTORIOSO NEL MERITO) SOLO NEL MOMENTO IN CUI REPUTI
FONDATO IL RICORSO IN CASSAZIONE, PERCHE’ LA QUESTIONE PROCESSUALE SU CUI MI E’ STATO DATO
TORTO VOGLIO SOTTOPORLA ALLA CASSAZIONE COME ULTIMA E PROPRIO DI QUI SI SVILUPPA
L’ORIENTAMENTO SECONDO IL QUALE IL CONTRORICORRENTE, IN CASO DI SOCCOMBENZA VIRTUALE,
POSSA FORMULARE IL RICORSO INCIDENTALE CONDIZIONATO, CIOE’ POSSA LA CASSAZIONE ESAMINARLO
SOLO SE E NELLA MISUTA IN CUI HA ACCOLTO IL RICORSO PRINCIPALE. Esempio per capire: la soccombenza
riguarda l’interesse ad agire su cui mi ha dato torto, ma sono comunque completamente vittorioso nel
merito  cosa puo’ succedere? Se NON FACCIO RICORSO INCIDENTALE, LA QUESTIONE SULL’INTERESSE AD
AGIRE PASSA IN GIUDICATO, SE FACCIO RICORSO INCIDENTALE, ESSENDO UN PRESUPPOSTO PROCESSUALE,
E’ LA PRIMA QUESTIONE CHE SI ESAMINA, SE FACCIO APPELLO INCIDENTALE CONDIZIONALE SI ANDRA’ A
ESAMINARE PRIMA IL RICORSO PRINCIAPALE E POI, SE E NELLA MISURA IN CUI VENGA QUESTO ACCOLTO,
VERRA’ ESAMINATO L’APPELLO INCIDENTALE CONDIZIONATO, VERIFICANDOSI UNA INVERSIONE DELLE
QUESTIONI  PRIMA VIENE ESAMINATO IL MERITO E POI I REQUISITI PROCESSUALI. QUESTA INVERSIONE,
IN PRIMO GRADO, EX ARTICOLO 279 SAPPIAMO NON ESSERE AMMESSA, MA IN APPELLO E CASSAZIONE A
QUESTE CONDIZIONI SI’. È una creazione dottrinale che si sviluppa prima in cassazione che in appello. Fino
al 2001 la corte di cassazione dice che è inammissibile, non si accettava un’inversione delle questioni
imposto dal ricorrente alla corte. Dopodiché comincia ad ammorbidirsi la corte, nel senso che si comincia a
pensare che fin quando non viene ritenuto fondato il ricorso principale, non sorge l’interesse ad agire del
controricorrente per cui si dice sì che è ammissibile, SALVO CHE OGGETTO DEL RICORSO INCIDENTALE
CONDIZIONATO SIA LA GIURISDIZIONE, CHE VA SEMPRE ESAMINATA PER PRIMA. Oggi addirittura la corte
dice che il ricorso incidentale avente per oggetto questioni da cui è scaturita una semplice soccombenza
virtuale in appello, il suo ricorso incidentale inserito nel controricorso è condizionato ex lege, cioè è
condizionato anche se lui non chiede che venga dopo e a valle dell’accoglimento del ricorso principale. Per
il principio della ragionevole durata del processo si esamina solo dopo aver reputato fondato il ricorso
principale. Nel giro di 15 anni si è passati da un’idea all’altra. Quindi la morale è: nel controricorso chi riceve
la notifica del ricorso principale si difende. Dopodiché deve essere formulato il ricorso incidentale, pena il
passaggio in giudicato del capo della sentenza rispetto a cui il controricorrente era soccombente. QUALORA
ATTIENE A QUESTIONI PROCESSUALI, SI HA EX LEGE UN CONTRORICORSO CONDIZIONATO. Non siamo di
fronte ad un giudizio sulla controversia, ma all’esame della sentenza impugnata, si potrà denunciare o una
violazione dell’articolo del 112 ma non si potrà mai avere come oggetto quelle questioni rimaste assorbite
nel giudizio di appello. Nel giudizio di appello abbiamo l’onere di riproposizione delle questioni rimaste
assorbite, ma qui in cassazione è diverso perché la cassazione esamina la sentenza per cui o denuncio la
sentenza per erronea applicazione sulle norme sull’assorbimento ma se la corte di appello non ha
commesso alcun errore non si ha nulla da addebitarle per cui le questioni assorbite non potranno mai
essere oggetto di un ricorso incidentale e di un ricorso principale. È importante capire questo passaggio al
fine di capire un giudizio che ha per oggetto la controversia e un giudizio che ha per oggetto la sentenza. Ciò
che la cassazione può fare è la decisione su una questione di ufficio, a patto che non sia stata già eccepita
nei precedenti gradi del processo e che comunque rispetti il principio del contraddittorio.

COME SI SVOLGE IL GIUDIZIO? A questo punto c’è una disciplina molto complicata, modificata l’ultima volta
nel 2016 E PER QUESTO SE VE LA CHIEDONO ALL’ESAME VENITE DA ME A DENUNCIARLI! Ci sono le sezioni
semplici e unite e l’assegnazione all’uno o all’altra dipende dal presidente della cassazione. Il ricorso viene
assegnato alle sezioni unite in due casi: O QUANDO SI SONO SVILUPPATI ALL’INTERNO DELLA STESSA CORTE
DEGLI ORIENTAMENTI DIFFORMI SULLA STESSA QUESTIONE, PER CUI SI SONO SVILUPPATI DEI CONTRASTI
INTERNI OPPURE NEL CASO IN CUI LA QUESTIONE DI DIRITTO È DI MASSIMA E PARTICOLARE IMPORTANZA.
Questione di massima vuol dire che quando la cassazione enuncia i principi di diritto essi sono condensati
nelle cd massime nella corte di cassazione e infatti c’è l’ufficio dei massimari, composto da magistrati, che
estrapolano i principi di diritto dalle pronunce della cassazione. Sono massime che, poi, finiscono nelle
banche date. Sono questioni di massima, di particolare importanza per cui a prescindere la decisione viene
affidata alle sezioni unite. In più decide sempre a sezioni unite la questione di giurisdizione, salvo che ci
siano già pronunciate sulla questione le sezioni unite. Effetto della pronuncia a sezioni unite: LA SEZIONE
SEMPLICE A VALLE DI UNA PRONUNCIA A SEZIONI UNITE NON SI PUO’ DISCOSTARE DALLA STESSA. La
compatibilità alla costituzione è un pochino discussa. Se il ricorso non viene affidato alle sezioni unite e
deve essere scelto da quelle semplici, passa anzitutto avanti all’apposita sezione ex articolo 376 
l’apposita sezione è nata per il filtro, cioè anzitutto è addetta a selezionare i ricorsi in base all’articolo 360
bis. Il compito dell’apposita sezione non è solo filtrare, ma anche la pronuncia di inammissibilità sui ricorsi
per altre ragioni se inammissibilità è manifesta e la dichiara con ricorso, qualora ci sia manifesta
infondatezza e il classico caso è quello in cui il ricorrente utilizzando soprattutto il motivo numero 5 chiede
di riesaminare i fatti  si chiede ciò che non si può fare. Ma l’apposita sezione valuta anche la MANIFESTA
FONDATEZZA, per cui qui rimane e viene deciso in un senso o nell’altro. Per cui l’apposita sezione dispone
nel senso di: 1) MANIFESTA INAMMISSIBILITA’, 2) MANIFESTA FONDATEZZA, 3) FILTRO  non è detto che
se si ferma in apposita sezione, venga rigettata. Dispone l’articolo 376 che il primo presidente assegna i
ricorsi ad apposita sezione che controlla se sussistano i requisiti per la pronuncia in camera di consiglio.
Dinanzi alle sezioni semplici si può avere uno svolgimento del giudizio in pubblica udienza o uno
svolgimento del giudizio in camera di consiglio  il primo è molto articolato, mentre il secondo non
prevede tendenzialmente neppure la discussione orale. La regola dalle ultime modifiche è divenuta lo
svolgimento in camera di consiglio e l’eccezione è divenuta la pubblica udienza. C’è l’articolo 380 bis
introdotto nel 2006 e poi modificato, ma già esisteva il ter MA NON VERRA’ MAI CHIESTO IN SEDE DI ESAME
380 ter decisione per il regolamento di giurisdizione e competenza è stata semplificata  NON VERRA’ MAI
CHIESTO.

CIò che nel 2016 è stato ulteriormente modificato è che il presidente di ciascuna sezione che con decreto
dispone l’eventuale modifica e provvedimenti ex articolo 331 e 332. Nell’ipotesi in cui venga fissata
l’udienza o l’adunanza alle parti vengono depositati dei termini per depositare le memorie. È UNITILE
IMPARARE A MEMORIA I TERMINI DEL GIUDIZIO IN CASSAZIONE.

Bisogna concentrarsi invece sul possibile tenore e contenuto delle sentenze della cassazione. Il giudizio di
impugnazione ha un esito tendenzialmente rescindente, cioè non ha effetto sostitutivo per cui il primo
possibile esito può essere il rigetto del ricorso o dei ricorsi passando in giudicato la sentenza d’appello di
solito. La decisione della controversia per cui si trova nella sentenza d’appello, cioè le parti trovano
disciplinato il loro rapporto nella sentenza della cassazione. Bisogna individuare tre possibili esiti:
CASSAZIONE DELLA SENTENZA SENZA RINVIO, CASSAZIONE DELLA SENTENZA CON RINVIO, CASSAZIONE
DELLA DECISIONE NEL MERITO e poi ci sarebbe una quarta fattispecie che però è un esito di rigetto che è LA
SEMPLICE CORREZIONE DELLA MOTIVAZIONE DELLA SENTENZA IMPUGNATA.

1) CASSAZIONE SENTENZA SENZA RINVIO: articolo 382. Caso in cui la corte di cassazione ravvisa un
profilo di inammissibilità radicale della domanda. È come se riemergessero dinanzi la cassazione
tutte le questioni viste in primo grado, come la carenza ad agire oppure il difetto assoluto di
giurisdizione cioè ad esempio sottopongo al giudice la decisione su diritti che non sono previsti nel
nostro ordinamento. E’ la cassazione che dice la sentenza viene cassata perché è una sentenza
verosimilmente sul merito, MA MERITO NON DOVEVA ESSERCI  CASSO SENZA RINVIO.
2) CASSAZIONE CON RINVIO: La cassazione cassa la sentenza, cioè la annulla e tendenzialmente
ENUNCIA IL PRINCIPIO DI DIRITTO IN VIRTU’ DEL QUALE LA CONTROVERSIA DEVE ESSERE DECISA E
DOPODICHE’ NON DECIDE LEI STESSA, MA RINCIA LA SENTENZA DINANZI A UN GIUDICE DIVERSO
MA DI PARI GRADO RISPETTO A CUI LA SENTENZA E’ STATA IMPUGNATA. (IN SOSTANZA DINANZI
AD UN’ALTRA CORTE DI APPELLO RISPETTO A QUELLA CHE AVEVA DECISO PRIMA DI ARRIVARE IN
CASSAZIONE). La sentenza potrà essere di nuovo impugnata. Può rinviare anche al giudice di primo
grado  cassazione con rinvio lungo (383 comma tre)
3) CASSAZIONE CON DECISIONE NEL MERITO: LA CASSAZIONE PUO’ DECIDERE LEI STESSA
DIRETTAMENTE SE NON SONO NECESSARI ULTERIORI ACCERTAMENTI SUI FATTI. Nel 90 il
legislatore si è chiesto perché non si poteva far decidere direttamente la cassazione quando non
bisognava ricostruire il fatto, ma solo applicare il principio di diritto, svolgendosi dinanzi a essa sia la
fase rescindente che rescissoria. Eccezionalmente le due fasi si svolgono dinanzi la cassazione, ma
concettualmente dobbiamo tenerle separate.

24 aprile 2018

È una forma sui generis di rigetto anche la modificazione della sentenza rigettata. Nel caso in cui il
ricorso venga accolto, abbiamo tre possibili fondamentali esiti. Quando la cassazione cassa statuisce
sulla giurisdizione e competenza e le parti dovranno riassumere la causa davanti al giudice dotato di
giurisdizione e di competenza.

Cassazione senza rinvio: si ha quando la CAUSA NON POTEVA ESSERE PROPOSTA. Sono quelle
fattispecie in cui la corte di cassazione ritiene che sussista una di quelle ipotesi che già nei gradi
precedenti avrebbero dovuto indurre il giudice a dichiarare INAMISSIBILI LA DOMANDA PER CARENZA
DEI PRESUPPOSTI PROCESSUALI O CARENZA DELLE CONDIZIONI DELL’AZIONE OPPURE LE IPOTESI
LIMITE DI DIFETTO ASSOLUTO DI GIURISDIZIONE, CIOE’ L’ASSENZA DI UNA NORMA CH PROTEGGA LA
SITUAZIONE GIURIDICA FATTA VALERE DALL’ATTORE.

CASSAZIONE CON RINVIO E ENUNCIAZIONE PRINCIPIO DIRITTO, CHE VERRA’ NORMARMENTE


APPLICATO DAL GIUDICE DEL RINVIO: Non potrà quel giudice discostarsi dal principio di diritto
enunciato dalla cassazione. Enunciazione del principio di diritto esisteva solo nel caso di accoglimento
ex articolo 360 numero 3, in cui la cassazione interpreta la norma e applica quel principio di diritto alla
controversia. Ma, nell’ambito della funzione nomofilattica, la cassazione può enunciare il principio,
PUO’ E NON DEVE, anche quando accoglie il ricorso in base a uno dei qualsiasi dei motivi ex 360 e
enuncia il principio anche qualora rigetta il ricorso, anche se in questo caso nessuno dovrà applicarlo.
All’articolo 363 è prevista addirittura l’enunciazione del principio di diritto nell’interesse della legge.
Addirittura quando il ricorso è inammissibile o il ricorso si estingue, la cassazione può enunciare un
principio di diritto nell’interesse della legge, così che successivamente, in un’altra controversia, il
giudice dovrà applicarla. In che senso questo principio di diritto sarà vincolante per il giudice del
rigetto? NON E’ UN VINCOLO PER LE PARTI, MA PER IL GIUDICE, CHE SI TROVA, A QUEL PUNTO, A
DECIDERE LA CONTROVERSIA NON ESSENDO LIBERO DI INDIVUARE UNA NORMA GENERALE E
ASTRATTA APPLICABILE ALLA CONTROVERSIA E NON SI ATTERRA’ A QUANTO DETTO DALLA
CASSAZIONE, LA SENTENZA SARA’ NUOVAMENTE RICORRIBILE IN CASSAZIONE.

La cassazione decide essa stessa la sentenza quando NON SONO NECESSATI ULTERIORI ACCERTAMENTI
DI FATTO. Nel 1960, il legislatore ha ritenuto di introdurre questa ulteriore possibilità. Esistono anche
quei possibili esiti di rinvio dinanzi al giudice di primo grado, perché c’è un rinvio ex 354 che prevede il
rinvio in primo grado (estromissione, litisconsorzio necessario ex 102 etc).

Se la corte rigetta il ricorso, condanna il ricorrente alle spese. Se cassa con rinvio, può provvedere alle
spese o rimettere la pronuncia al giudice del rinvio. Per quanto concerne le vicende anomale del
giudizio in cassazione c’è una differenza importante perché è un giudizio che procede non su impulso
delle parti ma ex officio, per cui non è configurabile un’estinzione del processo per inattività delle parti.
Una volta promosso il giudizio in cassazione, procede e non si estingue. Si può estinguere soltanto per
rinuncia al ricorso. Non possono, nel giudizio in cassazione, essere prodotti nuovi documenti salvo
quelli riguardanti la nullità della sentenza, previsione in cui si ammette di far chiudere il giudizio in
cassazione per transazione enunciando anche la cassazione un sentenza per cessione dell’oggetto del
contendere  si stiracchia la norma. Entro certi limiti è possibile impugnare la sentenza resa dalla
cassazione con revocazione. È persino impugnabile con un motivo di revocazione ordinaria, che non
preclude il passaggio in giudicato della sentenza.
Giudizio di rinvio: si fa, di solito, dinanzi ad un giudice diverso, ma di parti grado. Le norme dedicate al
giudizio di rinvio sono solo tre  392, 393 e 394. La prima norma non crea particolari problemi,
dettando i termini entro i quali le parti devono riassumere la causa dinanzi al giudice del rinvio. La
riassunzione si fa con citazione entro tre mesi. Più importanti, anche dal punto di vista concettuali, sono
gli articoli 393 e 394. Queste norme sono state dettate pensando al motivo normale del rinvio in
cassazione. C’è stata recentemente una pronuncia delle sezioni unite della cassazione che ha assegnato
alla responsabilità precontrattuale natura di responsabilità contrattuale con ricadute sul piano
applicativo  immaginiamo una precedente sentenza in cui si prescriva in base ad una responsabilità
contrattuale e dopo sei anni la cassazione allunga il termine di prescrizione  cassa la sentenza,
enuncia un principio di diritto e dinanzi al giudice del rinvio la controversia prosegue applicando la
prescrizione decennale uniformandosi al principio. Si parla, in questi casi, di giudizio di rinvio di tipo
prosecutorio proprio per riferirsi a queste fattispecie cioè a valle della cassazione, il giudizio procede
applicandosi il principio di diritto. Stessa cosa quando viene ammesso il ricorso in base al motivo ex
articolo 360 numero cinque  nella motivazione non emerge un fatto decisivo, per cui ricostruisci in
modo che possa decidere. E’ a questo tipo di giudizio che ha pensato il legislatore quando ha dettato le
norme di cui gli articolo 393 e 394. Qualora si estingua il giudizio di primo grado, non si estingue
l’azione, mentre quando si estingue il giudizio di secondo grado, passa in giudicato la sentenza di primo
grado mentre qui cosa accade? Se la riassunzione non avviene entro tre mesi o si avvera
successivamente ad essa una causa di estinzione del giudizio di rinvio, l’intero processo si estingue 
perché si estingue l’intero processo? La cassazione ha cassato, per cui siamo dinanzi ad un giudice di
appello con cappello di rinvio e questa norma ci dice che se il processo si estingue, si estingue l’intero
giudizio  perché? La cassazione cosa ha fatto? Ha cassato la sentenza resa in grado di appello, per cui
non esiste più, così come non esiste più quella di primo grado. Avevamo una sentenza di primo grado,
una di secondo grado, cassazione e giudizio di rinvio. La sentenza, resa in appello, sostituisce quella in
primo grado, la cassazione con rinvio annulla e cassa la sentenza di secondo grado, si va dinanzi al
giudice del rinvio che si estingue e non c’è nessun provvedimento a monte che possa sopravvivere
perché tutto ciò che ha successo ha annullato tutto ciò che c’era in precedenza. Aggiunge l’articolo 393
che l’intero processo si estingue, ma la domanda è riproponibile ma se la si ripropone il principio di
diritto dovrà essere applicato. Non abbiamo efficacia di giudicato del principio enunciato dalla
cassazione, ma qualcosa lo ricorda. È un esito che dovrebbe convincerci pensando al caso classico del
giudizio di rinvio di tipo prosecutorio. Articolo 394  c’è prima una regola generale per cui se siamo
dinanzi al giudice dinanzi al grado di appello, le norme sul procedimento di appello, se il rinvio è il
tribunale si osservano quelle norme. In ogni caso deve essere prodotta copia autentica del giudizio di
cassazione. Previsione importante soprattutto sotto il profilo dell’onere della prova. Quello che ci
interessa, cioè la norma importante è che nel giudizio di rinvio può deferirsi il giuramento decisorio, ma
le parti non possono prendere conclusioni diverse da quelle prese nel giudizio in cui fu pronunciata la
sentenza cassata  proprio perché e un giudizio di rinvio prosecutorio, in cui bisogna applicare il
principio di diritto, è un principio chiuso. Tendenzialmente le parti non potranno allegare fatti nuovi se
non nei limiti in cui ciò sia imposto dalla sentenza della cassazione, cioè se la formulazione del principio
di diritto rende rilevanti i fatti prima irrilevanti c’è una minima apertura ai nova, ma al di là di questa
fattispecie le parti non possono formulare nuove conclusioni, cioè nuove domande, nuove eccezioni o
nuove allegazioni. Anche questa previsione è coerente perché il giudizio di rinvio prosegue a valle della
cassazione della sentenza per enunciare il principio di diritto enunciato dalla cassazione. Questa
previsione, così come quella in materia di estinzione, non è pienamente coerente con altre fattispecie
sul giudizio di rinvio individuate dalla dottrina nonché dalla giurisprudenza  CI AI RIFERISCE A QUELLE
FATTISPECIE CHE VANNO SOTTO IL NOME DI GIUDIZIO DI RINVIO RESTITUTORIO, CIOE’ SI RIFERISCE
ALLE PARTI QUALCOSA CHE LA SENTENZA CASSATA AVEVA A LORO SOTTRATTO. Si parla di giudizi di
rinvio di tipo restitutorio quando il giudice rinvia in primo grado ex articolo 354, ma non solo in questi
casi in cui il rinvio restitutorio è così evidente perché è in primo grado che si verifica il vizio grado, ma
anche quando il ricorso per cassazione venga accolto ex articolo 360 numero quattro e a valle della
cassazione non si venga rinviati dinanzi al numero di primo grado, ma la nullità di tipo processuale si è
verificata in giudizio di appello  esempio nel giudizio di appello a una parte non è stato consentito di
utilizzare un’arma che invece gli spettava oppure la corte di appello erroneamente dichiara decaduto
l’appello, per cui immaginiamo una grave violazione in appello. LA CORTE CASSA LA SENTENZA RESA
DAL GIUDICE DELL’APPELLO EX ARTI 360 NUMERO 4 E RINVIA LE PARTI AL GIUDICE DEL RINVIO,
RESTITUENDO A QUESTA PARTEM DANNEGGIATA DAL GIUDICE DELL’APPELLO, UN DIRITTO
SQUISITAMENTE PROCESSUALE CHE GLI SPETTA. Ma proviamo a vedere se le norme, dedicate dal
legislatore dal giudizio del rinvio, siano applicabili a questa fattispecie, in riferimento soprattutto
all’ipotesi in cui alle parti sono precluse nuove conclusioni  NON E’ GIUSTO CHE UNA PARTE CHE, NEL
GIUDIZIO DI APPELLO, HA SUBITO UNA LESIONE DEL PROPRIO DIRITTO NON POSSA FORMULARE
NUOVE PRECISIONE, PER CUI, NEL CASO DI GIUDIZIO DI RINVIO DI TIPO RESTITUTORIO, ALLE PARTE E’
RESTITUITO IL DIRITTO DI PRECISARE NUOVE CONCLUSIONI. Pensiamo alla norma sull’estinzione del
processo  si dubita l’applicabilità di questa norma a questa fattispecie, perché immaginiamo la
fattispecie in cui la violazione grave si sia verificata nel giudizio di appello  il 393 poggia sulla validità
della sentenza resa in grado di appello e sull’effetto sostitutivo di essa  siamo sicuri che dobbiamo
continuare a riconoscere effetto sostitutivo ad essa anche quando ci sono state violazione dei
presupposti processuali? L’effetto sostitutivo non deve più essere riconosciuto e per effetto
dell’estinzione del giudizio di rinvio, si ritiene che sopravviva il giudizio di rinvio cioè non si può
ammettere che venga conservato un giudizio di rinvio in capo alla sentenza. Si distinguono queste due
fattispecie di giudizio di rinvio e sul piano applicativo la differenza più ampia è quella delle conclusioni.
Ricapitolando: giudizio di rinvio dinanzi al giudice di rinvio rispetto a quello a cui la sentenza è stata
cassata, riassunzione entro 3 mesi, altrimenti l’intero giudizio viene travolto. Queste norme sono state
pensate dal legislatore per le fattispecie più importanti del giudizio di rinvio ex numero 3, numero 5 e
sentenze di rinvio di tipo prosecutorio. Più discussa è l’applicabilità quando ricorso accolto per
violazione delle norme processuali  in questo caso se il giudice dell’appello dichiara l’insussistenza
della giurisdizione, per cui il giudizio di appello non si svolge  la cassazione cassa la sentenza e
rimanda le parti al giudice di appello  che senso ha conservare le preclusioni? Nessuna. In questi casi
le norme devono essere adattate e, forse, bisogna adattare anche quella estintiva  è più giusto in
caso di estinzione ritenere che passi in giudicato la sentenza di primo grado. È un’interpretazione
contra legem perché si dice nella norma che si estingue tutto, ma sembra esserci qualche apertura sul
punto.

GIUDIZIO DI REVOCAZIONE: È un mezzo di impugnazione ibrido. Esistono due tipi di revocazione:


revocazione straordinaria e revocazione ordinaria. È un mezzo di impugnazione a critica vincolata, che
si scinde in UNA FASE RESCINDENTE E SUCCESSIVA FASE RESCISSORIA DINANZI, però, sempre lo stesso
giudice. È il primo mezzo di impugnazione proposto dinanzi lo stesso giudice che ha pronunciato la
sentenza e può essere anche lo stesso giudice persona fisica in alcuni casi. Consideriamo innanzitutto i
motivi di revocazione straordinaria, quindi abbiamo una sentenza passata in giudicato e l’ordinamento
ci dà degli strumenti per rescindere questa sentenza passata in giudicato, per cui dovrà essere stato
scoperto qualcosa di gravissimo così da consentire che venga travolta una sentenza passata in
giudicato. Possono essere revocabili le sentenze pronunciate in grado di appello o in un unico grado 
perché non quelle di primo grado? QUELLE DI PRIMO GRADO SONO RICORRIBILI CON APPELLO, CHE E’
UN MEZZO DI IMPUGNAZIONE A CRITICA LIBERA PER CUI POSSO FAR VALERE QUALSIASI DOGLIANZA,
MENTRE CONTRO QUELLE PRONUNCIATE IN APPELLO HO SOLO 11 MOTIVI PER IMPUGNAZIONE, 5 IN
CASSAZIONE E 6 PER IL GIUDIZIO DI REVOCAZIONE.

ARTICOLO 395: REVOCAZIONE DELLA SENTENZA


Motivo numero 1: Se il processo è pronunciato per fini diversi rispetto a quello per cui esso è
predisposto  utilizzato per fini ulteriori e fraudolenti.

Motivo numero 6: sentenza ha effetto del dolo del giudice rilevato con sentenza passata in giudicato.
Ipotesi di corruzione esempio. Caso mai utilizzato, in realtà. Qui è il giudice che rende una sentenza con
dolo che deve essere ACCERTATO CON SENTENZA PASSATA IN GIUDICATO E NON DEVE ESSERE UN
DOLO SEMPLICEMENTE DEDOTTO.

MOTIVO 2 E 3: sono un pochino più frequenti. Deve trattarsi di una prova decisiva. Numero 3:
documenti decisivi  è una previsione molto diversa rispetto a quella che consente la previsione di
nuovi documenti in appello per causa a me non imputabile, mentre qui è onere del ricorrente
dimostrare la forza maggiore e si va da un terremoto in su ahahah o il fatto dell’avversario  SONO
FATTI STRAORDINARI CHE RILEVANO EX POST L’INGIUSTIZIA DEI DOCUMENTI DELLA SENTENZA
PASSATA IN GIUDICATO, MA, ESSENDO COSI’ GRAVE, IL NOSTRO ORDINAMENTO, PER UN ATTIMO,
RINUNCIA AL DOGMA DEL GIUDICATO. Revocazione straordinaria: torniamo ai termini per impugnare.
Nel momento in cui scopro il fatto ho 30 giorni  è un termine mobile, che decorre anche dopo il
passaggio in giudicato della sentenza, ma una volta che scopro il termine ho 30 giorni  non è facile,
perché non c’è un filmato che mi trova mentre scopro il documento. Straordinario perché anche dopo il
passaggio in giudicato, ma non è che posso farlo quando voglio, ma ho 30 giorni.

Motivi di revocazione ordinaria: questi due motivi concorrono con i 5 motivi della cassazione. Il bravo
avvocato dovrebbe vedere e verificare se quella sentenza sia impugnabile con ricorso in cassazione o
con i due motivi di revocazione. Il primo motivo: ERRORE DI FATTO REVOCATORIO  è una specie di
scioglilingua. Consiste sostanzialmente in una SVISTA DEL GIUDICE, SVISTA DI CUI NESSUNO SI È
ACCORTO NEL CORSO DEL PROCESSO, TANTO È CHE SI TORNA DINANZI ALLO STESSO GIUDICE. SI È
DATO PER SCONTATO CHE UN FATTO SI FOSSE SVOLTO, MA NON È STATO COSI’ IN REALTA’. LA SVISTA
È QUANDO TUTTI PARTONO DA UN PRESUPPOSTO DI FATTO SENZA CHE SE NE DISCUTA MA, POI, CI SI
ACCORGE CHE NON È COSI’. SVISTA E NESSUNA DISCUSSIONE DELLE PARTI SUL PUNTO, CIOE SI DA’ PER
SCONTATO E PACIFICO UN FATTO CHE ASSOLUTAMENTE NON ERA. Il secondo motivo: se la sentenza è
contraria ad altra precedenti aventi tra le parti autorità di cosa giudicata purché non abbia pronunciato
sulla relativa eccezione  motivo di revocazione che concorre con il ricorso in cassazione  qual è la
portata di questo motivo di revocazione? Abbiamo la violazione del principio ne bis in idem il 360
numero 4 non ci consentirebbe lo stesso? Quando uso il ricorso in cassazione e quando il motivo di
revocazione? Domanda sugli alimenti rigettata perché tizio non è mio padre  sentenza pregiudiziale
passata in giudicato, mi neghi gli alimenti perché non è mio padre dinanzi a una sentenza che afferma
che quello è mio padre  è ricorribile in cassazione ex articolo 360 numero 4 o ex articolo 395 numero
5? Mi limito a produrre in giudizio una sentenza passata in giudicato  il giudicato esterno è rilevabile
ex officio dal giudice? E’ per molti un’eccezione in senso lato rilevabile dal giudice. Dice la norma
violazione del giudicato, purché non abbia pronunciato sulla relativa eccezione, cioè se la questione
della paternità non l’ho nemmeno prodotta in giudizio per cui mi rivolgo senza attribuirgli alcuno
errore, perché ha deciso ritenendo che non ha dimostrato la paternità. Non me lo avevi prodotto, ma
questo motivo di revocazione, che è un motivo di giustizia, mi permette di produrlo. Si utilizza la
revocazione quando al giudice a quo non è addebitale alcun tipo di errore processuale e purchè non
sussista quel documento non deve essere stato prodotto in giudizio  nullità processuale se pur
avendo il potere di rilevare la questione, nessuno lo fa. Ricorso in cassazione se sentenza passata in
giudicato non è stata esaminata, mentre ricorso se sentenza passata in giudicato non è stato prodotta
oppure non è rilevata d’ufficio quando è possibile.

Articolo 401: Nell’ipotesi in cui oggetto di revocazione sia una sentenza di condanna, posso ottenere
sospensione? I presupposti sono gli stessi dell’opposizione di terzo. Quando propongo appello contro
una sentenza di condanna quando vi sono gravi e fondati motivi anche guardando lo stato di insolvenza
di una delle parte. In cassazione, revocazione e opposizione? L’articolo 273 dice che il ricorso per
cassazione, revocazione e opposizione non sospende l’esecuzione della sentenza ma qualora possa
derivare dall’esecuzione GRAVE E IRREPARABILE DANNO il giudice dispone con ordinanza che sia
sospesa l’esecutività della sentenza. In teoria l’irreparabilità del danno evoca una infugibilità della
revocazione  caso classico sentenza di condanna che ordina la distruzione fatta di una statua di un
autore morto  sospendo perché è morto e non può rifarla! C’è un’interpretazione abbastanza
estisiva, ma se il denaro serve a riparare qualcosa di più grave nel senso se non ho i soldi per far
mangiare i miei figli e la esecutività mi priva di tutti i soldi, c’è un danno irreparabile e si sospende.

2 maggio 2018

Contemporanea pendenza del giudizio di revocazione e ricorso in cassazione: i due motivi di revocazione
ordinaria previsti nei numeri 2 e 5 sono due censure che si aggiungono ai cinque motivi del ricorso in
cassazione e lo si capisce perché le sentenze impugnabili per cassazione sono le stesse impugnabili per
revocazione. Cosa accade nel momento in cui pendono contemporaneamente il giudizio di revocazione
dinanzi lo stesso giudice che ha pronunciato la sentenza e il ricorso in cassazione? La risposta la troviamo
nell’articolo 398 codice di procedura civile  la revocazione non sospende i termini per il ricorso in
cassazione. Al secondo comma abbiamo un unicum, cioè è l’unico caso in cui un giudice può disporre la
sospensione di un giudizio che non pende dinanzi a sé ma dinanzi a altro giudice, infatti il giudice della
revocazione quando in prima facie reputa non manifestamente infondata la proposizione dinanzi a sé. I
giudici, di norma, sospendono i giudizi pendenti dinanzi a sé, mentre qui abbiamo il caso che un giudice
dell’impugnazione sospenda il giudizio che pende dinanzi ad un giudice superiore. Non possiamo escludere
che questo giudice non disponga la sospensione del giudizio pendente in cassazione. Qui si aprono dei
problemi di coordinamento di giudizi che procedono su vie parallele ed hanno ad oggetto la medesima
sentenza  entrambi i giudizi sono volti all’annullamento della sentenza sia dinanzi la cassazione che al
giudice dinanzi a cui viene proposta la revocazione. Immaginiamo si chiuda prima il giudizio di revocazione
con l’annullamento della sentenza  il giudizio in cassazione si chiude con la pronuncia della cessazione
della materia del contendere. Se, invece, si chiude con il rigetto della pronuncia di revocazione, il giudizio in
cassazione procede. Viceversa se si chiude prima il giudizio dinanzi la cassazione con la cassazione della
sentenza, il giudizio di revocazione si chiuderà con la cessazione della materia del contenedere mentre al
contrario il giudizio di revocazione potrà procedere. Abbiamo due giudizi che tendono allo stesso fine, per
cui nel momento in cui uno si chiude con la cessazione della materia del contendere, l’altro procedere.

Un’ultima cosa sulla revocazione: due norme sulla cassazione disciplinano la revocazione delle sentenze
rese dalla Corte di Cassazione  articolo 391 bis e ter. Revocazione degli errori materiali e revocazione
delle sentenze della Corte di cassazione. Tutte le sentenze della cassazione sono impugnabili per
revocazione per errore di fatto rivocatorio, cioè ex articolo 395 numero 4 e ciò vale per tutte le pronunce
della cassazione e ciò che è importante capire di questa fattispecie è che la revocazione per errore di fatto è
un motivo di revocazione ordinaria, cioè è un mezzo di impugnazione tipicamente ordinario. Il fatto che le
sentenze di cassazione siano suscettibili con sentenze di revocazione ordinaria significa che la sentenza non
passa in giudicato ma bisogna aspettare 30 giorni? In realtà questo motivo di revocazione ordinaria
funzione come motivo di revocazione straordinaria, non condizionando il passaggio in giudicato. Il motivo
numero quattro funge dunque come un motivo di revocazione straordinaria. Altra osservazione importante
è che stiamo parlando delle sentenze di cassazione e il motivo della cassazione è l’errore di fatto, per cui
come è possibile che sia proponibile un motivo di ricorso di fatto dinanzi a un giudice di legittimità e non di
fatto? Come può capitare che la cassazione commetta lei un errore di fatto decidendo? Abbiamo una
norma che dispone che tutte le sentenze della cassazione sono impugnabili per errore di fatto  se si
pensa alla falsa applicazione di diritto, è un errore di fatto che presuppone che non ci sia traccia di alcuna
discussione su quel fatto ma l’esistenza è data per certa per cui non ha costituito oggetto di istruttoria. La
cassazione può decidere la controversia applicando il diritto e dando per scontanto che la costruzione del
fatto sia di un certo tipo. Ma la cassazione in alcuni casi è giudice del fatto, del fatto endoprocessuale per
cui sono questi i casi e sono davvero poco.

L’articolo 391 ter soggiunge che nei casi in cui la cassazione decide anche nel merito la controversia e ciò
quando non sono necessari ulteriori accertamenti di fatto, le sentenze sono impugnabili con revocazione
ordinaria, restando fuori solo il motivo di revocazione numero 5 sul contrasto di giudicati. Queste stesse
norme prevedono anche la possibilità della corte di cassazione di correggere le proprie pronunce per errori
materiali o di calcolo.

OPPOSIZIONE DI TERZO

E’ un istituto fortemente collegato al problema dei diritti soggettivi del giudicato. Sui limiti soggettivi del
giudicato ci sono orientamenti molti diversi per cui ciò implica che anche sull’opposizione di terzo ci sono
posizioni diverse. L’articolo 404 disciplina l’opposizione di terzo ordinaria e l’opposizione di terzo
revocatoria disciplinata, invece, nel secondo comma. Cominciamo dal considerare l’opposizione di terzo
ordinaria  un terzo può fare opposizione contro sentenza passata in giudicato o comunque esecutiva
quando pregiudica i suoi diritti. E’ un mezzo di impugnazione a critica libera, perché non si elencano i motivi
in virtù dei quali ed è un mezzo di impugnazione che si propone allo stesso giudice che ha pronunciato la
sentenza impugnata. Ciò detto si nota la prima peculiarità, ovvero che la legittimazione ad impugnare
spetta ad un terzo, che deve aver subito un pregiudizio dalla sentenza pronunciata tra altri. Le costruzioni
sono radicalmente diverse, secondo che si segua la tesi di Libman ovvero se si segue il resto del mondo.
Tesi di Libman: secondo Libman la sentenza già dal primo grado ha un’efficacia naturale imperativa e
vincolante nei confronti di tutti coloro i quali possono subire degli effetti da quella sentenza, quindi sia le
parti del giudizio, sia tutti quei terzi che siano titolari di diritti dipendenti da quelli delle parti i cui diritti si
trovano in un rapporto di dipendenza rispetto al diritto delle parti. Libman dice che si produce sin dal primo
grado perché promana da un organo dello stato, per cui ha un’efficacia dichiarativa, di accertamento sin
dalla pronuncia. La differenza tra la sentenza non ancora passata in giudicato è che i suoi effetti sono
caducabili mentre la sentenza passata in giudicato produce effetti irretrattabili. Mentre per le parti gli effetti
diventano irretrattabili e definitivi una volta che la sentenza sia passata in giudicato, rispetto ai terzi quegli
effetti non diventano mai irretrattabili perché a quei terzi spetterà sempre e senza limiti di terzo la
proposizione dell’opposizione di terzo. La premessa maggiore è che non sia stato utilizzato nessuno dei
meccanismi che trasformano il terzo in parte. Quando può pregiudicare il diritto di un terzo la sentenza resa
tra altri? Quando il terzo è titolare di un diritto dipendente, per cui produce sempre effetti ma il rispetto del
principio del contraddittorio ce lo abbiamo garantito dall’opposizione di terzo, che è un mezzo di
impugnazione a critica libera. Qual è l’obiettivo dell’opposizione di terzo una volta ritenuta fondata? Non
determina il venir meno della sentenza sia rispetto al terzo, sia rispetto alle parti, ma l’opposizione di terzo
giova solo al terzo producendo semplicemente l’inopponibilità della sentenza al terzo, cioè la sentenza
continuerà a produrre gli effetti tra le parti, ma non più nei confronti del terzo. È come se amputasse la
sentenza di alcuni effetti, cioè degli effetti che produce nei confronti dei terzi.

Tesi del resto del mondo: la sentenza non produce effetti dichiarativi prima che sia passata in giudicato,
cioè l’efficacia dichiarativa si produce nel momento in cui sia diventata irretrattabile e l’efficacia del
giudicato si produce tendenzialmente soltanto tra le parti del giudizio e solo in rare fattispecie produce
effetti nei confronti dei terzi e si parla di quelle fattispecie di pregiudizialità-dipendenza in modo
permanente cioè nei confronti dei terzi che non siano stati parti del giudizio e in queste eccezionalità la
sentenza pur passata in giudicato produce effetti anche nei confronti dei terzi. Tutti gli altri terzi non
subiscono gli effetti della sentenza, per cui seguendo questo orientamento l’articolo 404 non dovrebbe
significare nulla ma in realtà la lettura che si dà è quella secondo cui possono proporre opposizione tutti
quei terzi che in diritto non subiscono alcuna sentenza, ma in fatto sì. Sono tutti quei terzi che potrebbero
proporre un giudizio in primo grado, ma l’esecuzione di quella sentenza di fatto li pregiudica per cui
secondo il diritto ordinario le ipotesi più frequenti sono quelle di un terzo titolare di un diritto autonomo e
incompatibile, la cd lite tra pretendenti, del litisconsorte necessario estromesso e del falsus procurator cioè
del falso rappresentato. In tutti questi tre casi abbiamo una sentenza che decide la lite tra A e B circa il
diritto di proprietà su un bene immobile, accertando che sussista in capo A  io sono C e ritengo che io sia
proprietaria, quindi sono titolare di un diritto autonomo e incompatibile e quella sentenza non produce
alcun effetto in diritto per cui posso chiedere che venga accertato con un giudizio in primo grado autonomo
e indipendente. Non subisco gli effetti della sentenza resa tra A e B, potendo promuovere un giudizio
autonomo ma la sentenza resa tra A e B potrebbe pregiudicarmi sul lato fattuale perché la sentenza
riconosce il diritto di A che casomai è intenta a distruggere l’immobile e io che sono terzo voglio
l’accertamento del diritto di proprietà su quell’immobile e nel momento in cui in un nuovo processo verrà
accertato il mio diritto, sarà forse troppo tardi per cui posso scegliere di proporre opposizione di terzo nei
confronti della sentenza che ha accertato il diritto di proprietà di A. Lo stesso identico ragionamento vale
con riferimento alla seconda ipotesi applicativa, cioè quella del litisconsorte necessario pretermesso  la
caratteristica è che la sentenza è improduttiva di effetti sia nei confronti delle parti del giudizio sia del
litisconsorte necessario, per cui è una sentenza inutiler dicta e ciò non toglie che la pronuncia della
sentenza a cui lui non ha partecipato, permette a lui o di promuovere il giudizio nei confronti di tutti ma è
troppo tempo  essendo pregiudicato in fatto il litisconsorte necessario, potrà proporre opposizione di
terzo. Altra fattispecie è del falsus procurator cioè porta un giudizio per conto mio, ma non gli ho mai dato il
potere  quella sentenza mi pregiudica, per cui propongo l’opposizione di terzo. Sono terzi che non
subiscono in diritto alcun effetto, ma possono subire di fatto un pregiudizio della stessa.

E’ un dibattito figlio dell’acceso dibattito sui limiti del giudicato.

COMMA 2: vengono individuati i soggetti in capo ai quali esiste la legittimazione attiva, cioè gli aventi causa
e creditori di una delle parti. Possono fare opposizione, ma per farla devono dimostrare che quella sentenza
è effetto di dolo o collusione a loro danno. Siamo di fronte a un mezzo di impugnazione in cui l’opponente
deve dimostrare effetto di dolo o collusione a loro danno. I creditori possono ottenere opposizione di terzo
se dimostrano che la sentenza pronunciata nei confronti del loro debitore produca loro dei danni e ciò
succede quando viene meno la garanzia patrimoniale  faccio credito al debitore X e a prescindere dal
fatto che io chieda una garanzia sono tranquillo perché quel debitore è proprietario di una serie di bene
importanti. Sappiamo che già sul piano del diritto sostanziale se il debitore comincia a donare piuttosto che
a svendere cespidi del suo patrimonio ledendo la garanzia patrimoniale, i creditori possono promuovere
l’azione revocatoria ordinaria, dimostrando che l’atto dispositivo posto in essere nei confronti del loro
debitorio è pregiudizievole ed è stato posto in essere proprio per ledere il creditore. L’opposizione di terzo
revocatoria non è altro che la proiezione della opposizione di terzo sul piano processuale, perché anziché
pregiudicare il creditore con atti negoziali hanno posto in essere un processo a insaputa del giudice  uno
promuove un giudizio nei confronti dell’altro, che non si difende  il creditore muove opposizione di terzo
dimostrando che quel processo è frutto di dolo o collusione tra le parti. Non è per niente semplice. Sono
sempre molto più frequenti, anche se non è facile dimostrare dolo o collussione. Con l’opposizione di terzo
revocatoria il creditore impugna la sentenza che sarà sfavorevole al suo debitore, altrimenti non gli
provocherebbe alcun pregiudizio e l’opposizione sarà accolta solo nel caso in cui dimostri dolo o collusione.
Ci si chiede se il creditore che propone l’opposizione di terzo revocatoria subisce un pregiudizio in diritto o
un pregiudizio di mero fatto (è una speculazione meramente teorica)  secondo i più è un pregiudizio di
fatto, mentre secondo altri è un pregiudizio di fatto, cioè il diritto del creditore di agire sui beni del suo
debitore è chiaramente leso dalla sentenza. Le cose si complicano per l’identificazione degli aventi causi,
che anch’essi devono dimostrare che la sentenza è frutto del dolo o collusione tra le parti. L’avente causa è
un terzo che diviene titolare del diritto oggetto di quella sentenza o di una frazione del diritto stesso. E’ un
avente causa che diviene tale in quale momento? Se io divento avente causa di una delle due parti del
processo, durante il processo mi viene venduto il bene oggetto della controversia per cui divento
successore a titolo particolare inter vivos per cui ho a disposizione i mezzi di impugnazione riservati alle
parti per cui sicuramento l’articolo 404 non si riferisce all’avente causa che diviene tale nel corso del
processo. Pensiamo all’avente causa che diviene titolare del diritto una volta che la sentenza passa in
giudicato  può l’avente causa impugnare? No, perché poteva valutare il tenore della sentenza prima di
comprare il bene e ricavarne che non era il caso di comprarlo, perché poi non se ne può dolere.

Allora di quale avente causa parliamo? Di quello che fosse già tale prima della domanda giudiziale, cioè era
titolare del giudizio prima dell’inizio del processo. Ma se così fosse, dovremmo pensare proprio ad una
sentenza sbagliata, invece questa norma ci dice che posso poporre opposizione di terzo sulla base che
quella sentenza sia giusta che il giudice non abbia sbagliato. La risposta è che la previsione si riferisce alle
ipotesi applicative assai rare, in cui oggetto della controversia è un bene mobile o immobile registrato e si
suppone che prima del processo il bene venga venduto o sullo stesso sia concesso un diritto reale di
godimento, ma prima che l’avente causa trascriva l’acquisto venga proposta una domanda giudiziale tra il
dante causa e un altro soggetto, per cui io C non ho ancora trascritto e A imbroglione trascrive una
domanda giudiziale nei confronti di B. Gli effetti pregiudicano me che sono un avente causa di A, ma il mio
acquisto è inopponibile a C. Io C dovrei essere pregiudicata dalle norme sulla trascrizione, a meno che
dimostri che la sentenza resa è frutto di dolo o della collusione delle parti. Sono quei poveri e rari aventi
causa i quali sono divenuti tali prima dell’inizio del processo, ma lo sono divenuti in modo inopponibile alle
parti del giudizio o quanto meno alla controparte del giudizio, perché non è stato trascritto prima della
proposizione della domanda giudiziale. E’ un avente causa inter partes ma non rispetto alla controparte del
diritto. L’avente causa è pregiudicato, salvo che si dimostri sia causa del dolo o della collusione delle parti.

ARTICOLO 344: intervento di terzi in appello  questa norma ci dice che nel giudizio di appello è ammesso
soltanto l’intervento di terzi che potrebbero proporre opposizione a norma del 404. Sono i terzi del primo e
del secondo comma, quindi sia i terzi che possono proporre opposizione di terzo ordinaria sia i terzi che
possono proporre opposizione di terzo revocatoria.

La citazione dovrà contenere oltre gli elementi dell’articolo 163, anche l’indicazione del giorno in cui il terzo
è venuto a conoscenza del dolo o della collusione. Decorre il termine dal momento in cui scopro il fatto. C’è
una pena pecuniaria  articolo 408  se l’opposizione di terzo viene rigettata, condanna l’opponente al
pagamento di una pena pecuniaria di euro 2.

PROCESSI SPECIALI (MANDRIOLINO)

PROCEDIMENTO INGIUNTIVO (DECRETO INGIUNTIVO) ARTICOLI 633 E SS.  Ci troviamo di fronte ad un


giudizio di condanna, per cui l’obiettivo che si persegue è quello di ottenere un provvedimento di tipo
condannatorio. Altro tratto caratterizzante è la sommarietà della cognizione compiuta dal giudice prima
della pronuncia del cd decreto ingiuntivo. Abbiamo fino ad ora studiato il giudizio di cognizione piena, cioè
si decide sui diritti soggettivi a valle di una cognizione piena. Con cognizione sommaria si fa riferimento a
ipotesi in cui almeno fino ad un certo momento si considerano le allegazioni e le domande di una sola delle
parti, per cui la cognizione è sommaria perché prescinde dalle possibili eccezioni che una delle parti
potrebbe sollevare. E’ un procedimento a struttura bifasica: nella prima fase il giudice pronuncia il decreto
ingiuntivo inaudita altera parte, cioè senza attuazione del contraddittorio nei confronti della parte che
subisce quel provvedimento. Non è una sommarietà in cui il giudice sente tutte le parti, ma solo una parte.
A valle della pronuncia del decreto ingiuntivo, si può svolgere una seconda fase a condizione piena, su
impulso della parte che subisce il decreto ingiuntivo, dinanzi lo stesso giudice che ha pronunciato il decreto
ingiuntivo. Il contraddittorio è posticipato e un certo sacrificio iniziale del principio del contraddittorio
l’ordinamento lo tollera, perché bisogna essere in presenza di prove scritte particolarmente qualificate che
fanno ritenere fondata la domanda. È una seconda fase che ha le caratteristiche tipiche dell’impugnazione,
perché si propone una opposizione tesa ad ottenere la revoca di quel decreto ma se ne discosta
profondamente perché si introduce un giudizio di primo grado e siamo dinanzi allo stesso giudice che ha
pronunciato il decreto ingiuntivo.
23 ARPILE 2018 Mandriolino, prof Vincre

Quando si passa all’azione esecutiva, la funzione non è più l’accertamento. La trattiamo come un’azione che
segue quella di cognizione. Il codice si occupa del processo esecutivo nel terzo libro, seguendo i principi
generali e il processo di cognizione. Il rapporto però tra cognizione e esecuzione non è così necessario,
perché ci sono delle ipotesi in cui si può procedere in via esecutiva senza passare dal giudice della
cognizione. E’ un’azione di tipo giurisdizionale, cioè si svolge dinanzi a un organo giurisdizionale. Si parla, a
tal proposito, di giudice dell’esecuzione, cioè un normalissimo giudice che svolge, in particolare, queste
funzioni. Si parla di ufficio esecutivo, perché ci sono anche altri soggetti che svolgono altre funzioni, come
ad esempio l’ufficiale giudiziario, che, in questo campo, è l’organo che svolge gran parte dei compiti pratici
riguardanti il processo esecutivo. Ci sono, poi, altri soggetti come ad esempio i custodi, i professionisti
delegati alle venditi e rientrano nella nozione di ufficio esecutivo.

Torniamo alla sentenza, che può essere di primo, secondo grado o cassazione e la sentenza produce
determinati effetti. Qui si tratta di eseguire. Abbiamo sempre detto che, nella cognizione, ci sono tre
sottocategorie: mero accertamento, azione esecutiva e di condanna. Quando chiediamo un mero
accertamento siamo in presenza di un’incertezza che dobbiamo togliere. Quando abbiamo una sentenza
costitutiva, abbiamo necessità di una modificazione, ma questa modificazione può provvederla
direttamente il giudice della cognizione perché succede che abbiamo una sentenza che produce l’effetto
modificativo, per cui una volta emessa la sentenza non abbiamo bisogno d’altro. Adesso pensiamo alla
sentenza di condanna: possiamo avere una condanna a varie prestazioni, di cui la più comune è il
pagamento: il giudice accerta e condanna che il signor tizio paghi a Caio, per cui c’è un ordine ‘’tu signor
tizio, paga al signor Caio questa somma di denaro’’ e il signor tizio è obbligato a pagare, ma se lo fa o non lo
fa dipende dalla sua buona volontà, perché la sentenza di condanna di per sé non è capace di imporre il
pagamento, ma impone un obbligo, ma l’adempimento di questo obbligo non può essere imposto, anche
dal punto di vista pratico, dalla sentenza di condanna per cui serve l’esecuzione  ogni volta che non ci sia
un adempimento spontaneo, bisogna procedere in via esecutiva contro l’obbligato. Lo stesso esempio
possiamo fare circa la cambiale o l’assegno  lo consegno al creditore e questi si aspetta di poter andare in
banca e ricevere questa forma di denaro, ma se questo soggetto va in banca e questi gli ridono in faccia
perché non c’è nulla, occorre procedere in via esecutiva. Sono dei casi in cui abbiamo la necessità di un
adempimento coattivo di una prestazione comune, per cui tutte le volte in cui abbiamo un inadempimento,
abbiamo un’azione specifica di adempimento, che si chiama espropiazione. Un’azione di condanna può
portare, però, diversi tipi di prestazioni perché può esserci anche la necessità di consegna di un
determinato bene, di liberazione oppure ci possono essere delle esigenze diverse che ricomprendiamo nel
grosso settore degli obblighi di facere o non facere. L’esecuzione per obblighi di fare comprende tutto ciò
che è pagare e non consegnare e liberare. Abbiamo anche la previsione di esecuzione di obblighi di non
fare, ma qui c’è un inganno perché non stiamo trattando di un vero e proprio non fare, ma della necessità
di un distruggere ciò che è stato fatto quando c’era un comando contrario. Esempio costruzioni troppe
vicine non potevi farle, per cui bisogna passare dal giudice della cognizione che accerterà che c’è stata
violazione e condannerà la parte alla distruzione dell’immobile costruito in violazione di queste norme. E’
un obbligo di distruzione di ciò che è stato fatto e non doveva esser fatto. Così facendo abbiamo esaminato
l’espropriazione che riguarda l’obbligo di pagamento, l’esecuzione per consegna o per rilascio e
l’esecuzione per obblighi di fare e di non fare. Le troviamo enunciate nel codice civile e disciplinate nel
codice di procedura civile al terzo libro. Articolo 2910: oggetto dell’espropriazione. Necessità di consegna di
un bene: articolo 2930. Obblighi di fare: articolo 2931. Articolo 2933: esecuzione forzata degli obblighi di
non fare. Allora capiamo come dal punto di vista procedurale queste azioni siano differenti, perché
abbiamo delle necessità pratiche differenti: diverso è obbligare qualcuno alla consegna di un bene o
procedere alla distruzione. Le varie azioni esecutive si modellano secondo le necessità pratiche, secondo
l’obbligo che non è stato adempiuto. Quella più complessa è l’azione di espropriazione, ma in ogni caso per
procedere in via esecutiva si ha sempre bisogno del titolo esecutivo. Il titolo esecutivo è condizione
necessaria e sufficiente per procedere in via esecutiva, per cui si piò procedere in via esecutiva solo con un
titolo esecutivo, ma una volta che ho questo posso sicuramente procedere in via esecutiva. Quali sono i
titoli esecutivi? L’articolo 474 ci fa un elenco  ci dice che sono titoli esecutivi e nell’elenco comprende tre
categorie: la prima è quella dei titoli giudiziari, per cui secondo lo schema vado dal giudice della cognizione,
domanda di condanna, provvedimento esecutivo di condanna. I titoli giudiziari generalizzando sono
utilizzabili per ogni tipo di esecuzione, per cui il titolo giudiziare è idoneo a supportare ogni tipo di
esecuzione. Il legislatore non chiede che tutte le volte si passi dal giudice della cognizione affinchè si abbia
un titolo esecutivo, perché ci sono degli atti che sono titoli, come le cambiali, gli assegni e scritture private
autenticate ma solo in relazione al pagamento di somme di denaro. La terza categoria sono gli atti notarili e
il legislatore ha riformato nel 2005 e gli atti notarili valgono come titolo esecutivi sia per gli obblighi di
pagamento sia per gli obblighi di consegna e rilascio. Arrivati a questo punto non bisogna più porsi alcun
problema accertativo, perché il titolo esecutivo ha il compito di fotografare la situaizone e darne prova
documentale  chi procede in via esecutiva, si giova di questa posizione di esistenza del documento con
queste caratteristiche. Quando vado dall’ufficiale giudiziario e gli chiedo di fare un pignoramento, non è che
può star lì a chiedersi se esiste diritto o meno, porsi il dubbio se c’è il diritto o meno di procedere MA
FINCHE’ ESISTE UN TITOLO ESECUTIVO, SI DA’ PER CERTO CHE ESISTA IL DIRITTO DI PROCEDERE
ALL’ESECUZIONE FORZATA. L’azione esecutiva è un’azione diversa e astratta, è un diritto di tipo processuale
astratto e diverso rispetto al diritto incorporato che si fa valere nei confronti dello stato. Vuol dire che non
si può mettere in dubbio l’esistenza del diritto consacrato nel titolo? Sì, ma non nell’azione esecutiva. Se ci
sono dei dubbi riguardanti l’esistenza del titolo, si hanno delle azioni autonome ma funzionalmente
collegate con l’esecuzione che sono le opposizioni. Io procedo, ho in mano una sentenza che dice che sono
creditrice di un milione di euro e agisco nei confronti del soggetto che nel titolo esecutivo risulta debitore,
nonostante la notificazione e il precetto, ma se nulla fa dopo 10 giorni si può procedere in via esecutiva 
ho un titolo. Nel corso dell’azione esecutiva ci possono essere delle contestazioni che riguardano il modo di
procedere  ci sono dei beni che non possono essere pignorati, da ultimo nemmeno gli animali d’affezione
per cui se io vado e prendo il cane possono esserci delle contestazioni che riguardano il modo di procedere.
Può essere che proceda al pignoramento non l’ufficiale giudizario ma il cugino  bisogna fare l’opposizione
agli atti. Il pignoramento ha anche degli orari, per cui se viene fatto fuori orario è un pignoramento viziato
e farò un pignoramento degli atti. Quelli che si contesta non è il diritto a procedere all’esecuzione forzata,
ma il modo. Se ho una sentenza di condanna provvisoriamente esecutiva nei confronti di un determinato
soggetto, questi riceve la notifica e invece di pagarmi 1000000 di euro paga 500000 euro, ma in mano ho
ancora un titolo esecutivo in cui c’è un milione di euro, per cui io procedo per un milione di euro  chiedo
un pignoramento e non mi autoriduco la somma. Procedo per un milione di euro. L’azione esecutiva non
serve e non ha possibilità di contenere al suo interno degli accertamento, per cui contiene una opposizione
all’esecuzione, che è l’azione di cognizione che ha ad oggetto il diritto della parte di procedere
all’esecuzione forzata. Non contesto l’esistenza del titolo come fotografica, ma il fatto che ci siano stati
degli eventi successivi tali per cui la situazione non è quella della fotografia. Abbiamo l’aspetto formale del
titolo esecutivo, che è la sentenza così come l’abbiamo ottenuta. Con questo documento procedo, posso
procedere perché ho questo titolo che apparentemente mi legittima a procedere all’esecuzione forzata. Se
l’esecutato vuole contestare deve far valere l’opposizione all’esecuzione. Secondo alcuni è un giudizio
costitutivo di tipo negativo. Ho l’onere di proporre un’azione autonoma che si chiama opposizione
all’esecuzione e che ha la stessa funzione, se vogliamo, delle eccezioni di merito nel corso del processo di
cognizione. L’azione deve essere fondata sempre su un titolo esecutivi, per cui quando parliamo dei cd atti
preparatori bisogna pensare al titolo esecutivo e a tutte le formalità necessarie. Sono forme di garanzia
documentale sulla autenticità del titolo. Bisogna citare esattamente il contenuto della scrittura privata
autenticata o citare esattamente il contenuto della cambiale ad esempio  si notifica e si accetta 10 giorni.
A questo punto bisogna guardare da più vicino le azioni  articolo 2910 fa da ponte tra il 2740 del codice
civile e le norme del codice di procedura civile, perché guardando il 2740 abbiamo il principio per cui il
patrimonio del debitore è garanzia del creditore, ma affinchè si possa andare a prendere uno o più beni del
debitore per soddisfarsi si ha bisogno del ponte dato dal 2910, che ci dice ‘’ok, se hai un debito
inadempiuto puoi soddisfarti di quei beni che fanno parte della cassaforte del 2740’’  come? Come ce lo
dice il codice di procedura civile. L’esecuzione per espropiazione è diversa secondo il tipo di bene, perché
nel bene del debitore possono esserci beni di diversi tipo ed è molto diverso espropriare un bene immobile
oppure dei beni mobili, ma proprio necessità pratiche. La bellezza di questa materia è che vengono uniti
profili strettamente processuali con profili pratici. Le fasi sono quasi sempre tre o almeno sono tre quando
pignoriamo dei beni mobili o dei beni immobili  la prima fase è vedere quali beni ha e per farmi una idea
ho a disposizione registri immobiliari per gli immobili e a meno che il mio credito sia di non elevata quantità
cerco di pignorare questo immobile ma se non ha immobili cosa faccio? Guardo ai beni mobili registrati e
poi? Ci sono delle possibilità di ricevere alle ricerche telematiche dei beni del debitori  possibilità data
dall’articolo 2492-bis ovvero possibilità di far svolgere dall’ufficiale giudiziario delle ricerche su banche date
che non siano pubblichi, per cui si ha il rapporto degli archivi finanziari, l’analisi tributaria dove appaiono
anche gli immobili che stanno all’estero. Grazie a questa ricerca fatta direttamente dall’ufficiale giudiziario
poi cosa bisogna fare? Il pignoramento, che è un’intimazione a disporre dei beni. Questi beni non è che
escono dal patrimonio, ma non se ne può più disporre. Se tu ne disponi dopo il pignoramenti, questi atti di
esecuzione non producono alcun effetto. Dopodichè c’è sempre la famosa regola che sta nel codice civile la
quale ci dice che il possesso di buona fede e un titolo idoneo fanno diventare proprietari a titolo originario
e questo prevale anche sul diritto del pignorante  se vendo il telefono a Tizio e nulla sa del pignoramento,
l’ufficiale giudiziario o il creditore non possono fare nulla, non possono andare a chiederlo per cui questo ci
fa capire come in relazione ai beni immobili sia importante la custodia. Quando si pignorano beni immobili
è necessario procedere anche alla custodia materiale, perché bisogna evitare che il bene possa essere
venduto. Per rendere la circolazione dell’immobile inopponibile è necessaria la trascrizione. Il
pignoramento è un atto scritto che si notifica alla controparte e che deve essere trascritto. Diverso è per le
somme di denaro e qui si parla soprattutto di conti correnti  come faccio a pignorarli? La banca deve
restituire l’equivalente di ciò che è stato versato. Qui l’atto di pignoramento si dirige contro l’esecutato ma
necessita della partecipazione anche della banca, che è soggetto terzo, che viene chiamata a dire cosa c’è
sul conto corrente e viene chiamata a custodire queste somme. Se ci sono delle somme, la banca deve dirle
e tutto ciò che è sul conto e fino al 150% della somma pignorata, la banca ne è custode per cui se il debitore
va in banca e chiede di ritirare delle somme non può farlo, se riceve un bonifico non può eseguirlo  le
somme rimangono a disposizione del creditore pignorante. Il problema è la trasformazione dei beni
immobili in forme liquide  l’immobile lo devo vendere, il telefono lo devo vendere. In realtà, accanto a
questa forma di soddisfazione, c’è anche l’assegnazione, consistente nel fatto che una volta valutato il
bene, il creditore può dire che gli venga dato direttamente il bene a soddisfazione del suo debito così che si
evita che il valore del bene diminuisca con i vari tentativi di vendita. Piuttosto di far deperire il valore del
bene, me lo prendo io. Infine abbiamo la consegna al creditore, ma qui c’è un’altra complicazione cioè che il
patrimonio del debitore è garanzia comune a tutti i debitori e ciò vuol dire che quando parliamo di azione di
esecuzione parliamo sempre di azione individuale, ma non è sempre vero perché nella procedura di
espropriazione possiamo avere l’intervento di altri creditori per cui oltre al procedente possiamo avere
anche altri soggetti in possesso del titolo esecutivo o in possesso di altre particolarità che entrano
nell’esecuzione e partecipano e chiedono di potersi soddisfare anche loro  ciò complica soprattutto in
sede di distribuzione, perché finchè c’è da vendere sono tutti d’accordo ma quando abbiamo la somma
ricavata s comincia a litigare soprattutto se non riesce a soddisfare tutti per cui si discute sull’entità del
credito, sul diritto di prelazione  abbiamo questa fase di distribuzione, per la quale ci vuole un progetto
che deve essere approvato ma se non viene approvato abbiamo delle controversie distributive ex articolo
512. Il caso dell’azione distributiva che segue quella revocatoria  posso procedere sul bene come se dal
punto di vista sostanziale non fosse uscito, cioè significa che posso continuare a utilizzare questo bene per
soddisfarmi ma questo bene è uscito per cui la mia azione esecutiva sarà un’azione esecutiva con delle
particolarità  esecuzione contro il terzo proprietario. Altra cosa che può succedere sono i bene in
compropietà: Tizio ha un immobile in comunione con la moglie è un conto e in questo caso avrò la
possibilità di aggredire l’intero bene della comunione, ma diverso è se il bene è in compropietà con un
amico, cioè abbiamo una comunione pura  tre fratelli proprietari a seguito di successione, una casa
comprata con tre amici  ma solo uno è debitore  come faccio a mantenere indenni gli altri soggetti
dall’azione esecutiva? Il codice di dà varie possibilità  bisogna avvisare gli altri soggetto del pignoramento
della quota del comproprietario x, per cui non puoi aderire ad un processo di divisione volontaria del bene
ma tutto dovrò svolgersi dinanzi al giudice dell’esecuzione per cui o divisione in natura o un progetto
divisorio di semparazione e nei casi in cui il giudice lo ritiene si potrà vendere la quota.

Ricapitolando: ESPROPRIAZIONE  abbiamo delle norme generali sulla espropriazione e poi norme
specifiche che riguardano i vari tipo di espropriazione  norme specifiche per il mobiliare, anche detta
diretta perché è dove l’ufficiale va direttamente , norme specifiche per l’immobilare, ma qui abbiamo anche
delle sottonorme (cosa facciamo dei mobili che troviamo nell’immobile quando si pignora quest’ultimo),
norme specifiche per espropriazione presso terzi (banche, ma se ho anche dei gioielli che ho prestato ad
una amica questa persona è detentore dei miei beni e si applicano le stesse norme della banca, coè bisogna
coinvolgerla e chiedere se ha i beni che appartengono a questa persona e in questo caso, a differenza del
conto bancario, si ha bisogno della vendita). SI HANNO QUESTE TRE CATEGORIE DUNQUE: MOBILI,
IMMOBILI, PRESSO TERZI. Poi c’è il problema dei BENI INDIVISI E BENI CONTRO IL TERZO PROPRIETARIO.
Quando dobbiamo fare una esecuzione, bisogna comporre una sorta di puzzle che è presente del libro terzo
in cui troviamo delle norme generali che valgono per tutte le esecuzioni, delle norme generali che valgono
per tutte le espropriazioi, delle norme particolari che riguardano le tre categorie e delle norme particolari
che riguardano i beni indivisi (comproprietà) e i beni contro il terzo proprietario.

Esempio: immobile, tre fratelli e debitore uno soltanto. Ho una sentenza di condanna. Cosa devo fare?
Notifico la sentenza, appongo la forma esecutiva, notifico il precetto, dopodichè guardo le norme generali
sull’espopriazione, guardo alle norme generali e trovo il 491 che è la norma cardine sul pignoramento.

C’è un esecuzione specifica per veicoli, autoveicoli e attrezzi. Nel momento in cui faccio il pignoramento
immobiliare, devo occuparmi anche dei comproprietari qualora ci siano e mandargli l’avviso.

Diversa è l’esecuzione del fare e non fare perché il titolo esecutivo deve essere abbastanza specifico, cioè la
sentenza deve indicare in modo specifico il fare. Sentenza  chiedo adempimento  cosa succede? Non è
che il giudice dell’esecuzione obbliga col frustino a fare qualcosa, ma presupposto implicito è che un terzo
possa svolgere un’attività omologa e sostituitva cioè il giudice dà modalità concrete per l’esecuzione e
incarica il soggetto del settore di svolgere il lavoro che non ha svolto l’obbligato. Es ditta Bianchi doveva
fare il pavimento e non lo ha fatto, il giudice incarica la ditta accreditata a fare i pavimenti perfetti. Le spese
sono maggiorate rispetto a quelle originarie, SPESE A CARICO DELL’OBBLIGATO. Il problema delle esecuzioni
dirette è quando abbiamo un obbligo di fare che non può svolgere un altro soggetto  si risolve ciò con le
misure coercitive, ma devo ricordarmi di usarle cioè nel momento in cui chiedo la condanna ad un
determinato adempimento nei confronti della mia controparte, devo ricordarmi che esiste l’articolo 614 bis
e devo dire di condannare il signor tizio alla consegna di questi determinati beni entro il giorno X e se non
consegna entro il giorno X condannalo a questa misura coercitiva ad esempio di 1000 euro per ogni giorno
di ritarmi. ES. Armani deve farmi abito da sera per una festa del 30 Luglio, ma qualora non me lo faccia
chiedo la condanna e chiedo misure coercitive a tutela di questo mio diritto e del suo obbligo a fare questo
determinato abito in tempo per la data del 30 Luglio. Così si rende antieconomico l’inadempimento. Se io
ritengo di non essere debitore, perché ho adempiuto  cioè appena mi è stata notificata la sentenza di
condanna, ho pagato  come lo dimostro? Opposizione e chiedo la sospensione dell’esecuzione non è
automatica. Se il bene viene venduto, non lo recupero per cui bisogna ricordare di chiedere la sospensione
dell’esecuzione.

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