Sei sulla pagina 1di 6

VITA

Vittorio Alfieri nasce ad Asti il 16 gennaio 1749 da una famiglia nobile e questo gli permette di dedicare il
suo tempo libero alla letteratura e avere una certa indipendenza economica per potersi mantenere. Nel
1758 inizia gli studi presso la Reale Accademia di Torino che però successivamente critica duramente per i
modelli culturali antiquati che venivano insegnati. Dal 1767 al 1772 segue la moda del Grand Tour, molto in
voga tra i giovani aristocratici di quel periodo, e si sposta quindi in molte città d'Italia e d'Europa. Alfieri però
in questo periodo non è mosso da uno spirito illuministico ma continua a viaggiare per una smania di
movimento continuo che causava in lui un senso di forte scontentezza. Arrivava quindi prima in una meta e
poi ripartiva subito ponendosi un altro obiettivo. Già da questi anni quindi si vede il caratteristico animo
tormentato di Alfieri, definito poi come vita poetica, che viene poi esplicitato nella Vita dallo scrittore stesso
che interpreta la scontentezza come il bisogno di trovare un fine intorno a cui ordinare l'esistenza e
l'irrequietezza come sensazione causata dal vuoto della vita che non riesce a trovare questo fine. Questi
viaggi però gli permettono di conoscere a fondo le condizioni politiche e sociali dell'Europa e conoscere la
“tirannide” monarchica dell'assolutismo europeo che gli provoca reazioni molto negative come sdegno e
insofferenza. Una volta ritornato a Torino però non riesce a dedicarsi alle attività politiche e militari a causa
della sua sofferenza e conduce quindi una vita oziosa. Inizia poi una relazione con la marchesa Gabriella
Turinetti di Prié, legge gli illuministi francesi, coltivando la sua versione contro la tirannia, e fonda poi nel
1772 una società letteraria. Nel 1775, dopo aver ripreso in mano la sua tragedia Antonio e Cleopatra,
avviene quella che lui chiama "conversione" notando la somiglianza tra la propria relazione con Gabriella e
quella tra Antonio e Cleopatra. Si rende quindi conto di come proiettare i suoi sentimenti nella poesia e
vede la scrittura delle tragedie come unico mezzo per superare i propri tormenti. La tragedia quindi viene
rappresentata nel 1775 al Teatro Carignano di Torino. Scrive poi altre due tragedie, Filippo e Polinice,
dedicandosi così solo alla letteratura. Inizia poi a colmare tutti i vuoti lasciati dai primi studi leggendo i
classici latini e italiani e soggiorna in Toscana per 4 anni dove conosce la contessa di Albany, Louise
Stolberg, trovando il lei l'amore che da equilibrio alla sua vita. Con lo scoppio della rivoluzione inizialmente
appoggia il movimento scrivendo anche un’ode a riguardo, Parigi sbastigliato, ma successivamente prova
disgusto per il movimento considerandolo una nuova tirannide borghese. Si stabilisce poi a Firenze fino alla
sua morte nel 1803.

ILLUMINISMO
Le basi intellettuali di Alfieri sono illuministiche e per questo nella sua vita egli non arriva mai a superare
completamente questa posizione ma solo a provare un’insofferenza nei confronti della cultura del suo
secolo. Non segue però completamente l'Illuminismo Infatti rifiuta completamente la scienza che ritiene
soffochi l'immaginazione da cui nasce la poesia. Mentre l'Illuminismo faceva molto leva sull'uso
spregiudicato della ragione, Alfieri crede che si debba dare ascolto alla passionalità sfrenata passando una
vita intensa e spontanea. L'Illuminismo criticava anche la religione, a cui invece Alfieri crede
profondamente e sostiene che alcune scoperte siano un ignoto per l'umanità e debbano rendere l'uomo
impotente. Rifiuta infine lo sviluppo economico e la diffusione della filosofia dei “lumi” credendo che questo
porti solo al moltiplicarsi di persone meschine e aride e credendo che la trasformazione può avvenire solo
grazie all'entusiasmo e alle passioni.

IDEE POLITICHE
Anche le idee politiche di Alfieri hanno basi illuministiche ma si distaccano dalla cultura dei “lumi”, infatti il
suo individualismo ed egocentrismo fanno sì che egli si scontri con la situazione storica e politica della sua
città causando una grande insofferenza. L'ambiente in cui cresce, quello del Piemonte sabaudo, coltiva il
lui questo senso di rifiuto dell'aristocrazia devota alla corona e della situazione economica e culturale molto
arretrata. Odia inoltre le nuove forze che sono destinate ad offrire un’alternativa radicale solamente a pochi.
E’ quindi in contrasto sia con l'assolutismo, che già esiste, e sia con l'assetto borghese, condannando tutti i
tipi di poteri, assoluti e astratti, perché forme di oppressione che nuocciono al popolo.
LIBERTÀ ASTRATTA
Il concetto di libertà che Alfieri esalta contro la tirannide non ho un vero e proprio progetto politico ma è
piuttosto espressione di un atteggiamento antisociale. Esempio ne è l'entusiasmo per le rivoluzioni del suo
tempo, come quella americana e francese, per cui scrive anche varie odi (l'America liberata, Parigi
sbastigliato), e la successiva critica contro le forme concrete che assume il potere rivoluzionario.

TITANISMO E PESSIMISMO
Nel pensiero di Alfieri non si scontrano due concetti politici veri e propri, cioè la tirannide la libertà, ma due
sfaccettature dell’animo di Alfieri stesso che emergono per tutta la sua vita: l'affermazione totale dell'io e
quindi la continua ricerca di affermazione personale e il costante pessimismo causato dalla natura
imprevedibile che si oppone all'espansione dell’io. Nelle opere politiche quindi emerge il titanismo
alfieriano, e cioè questo contrasto tra il desiderio di libertà incontrollata e gli ostacoli che la natura pone al
suo raggiungimento. Alfieri viene quindi collocato, proprio per questo suo conflitto interiore, vicino al
romanticismo piuttosto che al razionalismo illuminista, anche se la ricerca di quest’io interiore può essere
solo che un fallimento di fronte alle forze della natura. Titanismo e pessimismo quindi possono essere
interpretati come due aspetti del suo carattere: il desiderio di superare ogni limite e la conseguente
tristezza e malinconia causate dal non riuscire a farlo e i sensi di colpa per l’averci provato. Dall'analisi di
Alfieri si può notare quindi una costante ansia dovuta appunto allo scontro tra le sue forze individualistiche,
che vorrebbero appunto abbattere ogni limite, e quelle oscure che ne limitano lo sviluppo.

LE OPERE POLITICHE

DELLA TIRANNIDE
La prima opera di Alfieri è il breve trattato Della tirannide, steso nel 1777 e dunque in concomitanza con gli
inizi della produzione tragica. Qui inizialmente Alfieri si preoccupa di definire la tirannide, identificandola
quindi con qualsiasi tipo di monarchia che metta il sovrano al di sopra delle leggi e criticando fortemente
l'ideale settecentesco del dispotismo illuminato e riformatore. Infatti secondo Alfieri le tirannidi moderate
velando la brutalità del potere tendono ad addormentare i popoli, e dunque sono ancora peggio di quelle
estreme e oppressive, che con i loro abusi suscitano almeno l’insurrezione del popolo, portando, tramite la
violenza, alla conquista della libertà.
Lo scrittore poi esamina le basi su cui si fonda il potere tirannico: la nobiltà, strumento nelle mani del
sovrano; la casta militare, tramite cui i sudditi sono oppressi e ostacolati dal ribellarsi; la casta sacerdotale,
che educa la popolazione a servire con cieca obbedienza.
Alfieri affronta inoltre il comportamento dell’uomo libero sotto la tirannide: per non farsi contaminare dalla
generale servitù questi può ritirarsi dalla vita sociale e ricorrere poi al gesto eroico del suicidio o può
uccidere il tiranno, andando anche in questo caso incontro alla morte.
Nel discorso di Alfieri si delineano due figure, il tiranno e il liber’uomo, in fondo molto simili tra loro poiché
entrambi concentrati sull’affermazione assoluta di sé stessi superiore a ogni limite. Alfieri nutre dunque
verso il tiranno una segreta ammirazione, perché incarna una volontà possente, assoluta e illimitata; a suo
modo anche il tiranno è un uomo libero in quanto la sua volontà non conosce vincoli.
Questa profonda critica mossa da Alfieri in età giovane rappresenta il momento più radicale e rivoluzionario
della riflessione politica alfieriana.

IL PANEGIRICO DI PLINIO A TRAIANO E DELLA VIRTÙ SCONOSCIUTA


Nelle opere più tarde questo impeto rivoluzionario si affievolisce. Nel Panegirico di Plinio a Traiano (1785)
Alfieri immagina un principe che spontaneamente deponga il potere, facendo dono della libertà ai cittadini e
guadagnandosi così gloria eterna.
Nel dialogo Della virtù sconosciuta (1786), dedicato alla memoria dell’amico Francesco Gori Gandellini,
sviluppa un tema toccato già nella Tirannide, ovvero la necessità per l’uomo libero di ritirarsi in solitudine
per evitare di essere contaminato dalla servitù dominante. Qui però non vi sono più gli atteggiamenti
combattivi come nella Tirannide: l'eroismo è rinuncia, scelta volontaria dell’oscurità, non azione.
DEL PRINCIPE E DELLE LETTERE
Alfieri scrive i tre libri Del Principe e delle lettere nel 1786 per esaminare il rapporto tra lo scrittore e il
potere assoluto. Mentre nella Tirannide Alfieri celebra la superiorità dell’agire sullo scrivere, ora fa lo stesso
per la superiorità dello scrivere su ogni altra attività. Lo “scrivere” sostituisce il “fare” e il poeta si isola da
ogni funzione sociale e si dedica solo alla poesia, che è la suprema realizzazione dell’essenza umana. Solo
nelle lettere si manifesta quindi la libertà, la dignità eroica dell’individuo.
La poesia è superiore all’azione perché viene richiesta più grandezza per inventare e descrivere una cosa
rispetto a solo eseguirla.
Alfieri quindi recupera la figura tradizionale del letterato separato dalla realtà e chiuso nella dimensione del
pensare e dello scrivere, unica nella quale si trova la piena realizzazione. Alfieri assegna pur sempre al
letterato una funzione di guida e di illuminazione, anche se si tratta di un’azione destinata alle generazioni
future e non ai contemporanei, in forma di profezia, per esortarli e sollecitarne le conoscenze.
Si può notare inoltre che Alfieri nella Tirannide si scaglia contro l’aristocrazia e la casta sacerdotale e ora
invece esalta la naturale superiorità dei nobili la cui missione è farsi promotori di libertà e di virtù, e rivaluta
la religione come ispiratrice di magnanimità e di alto sentire.

LA RIVOLUZIONE FRANCESE: IL MISOGALLO


Se prima Alfieri vedeva la rivoluzione francese come affermazione di libertà, dopo le rivendicazioni sociali
ed economiche, l’avanzata dei ceti emergenti e il nuovo assetto politico, si chiude in un atteggiamento di
grande ostilità, ritenendo che quei rivoluzionari borghesi contaminino con la loro avidità di potere e
ricchezze il purissimo ideale di libertà e che ne sostituiscano a questa una falsa sotto cui si cela una
tirannide ancora peggiore di quella monarchica.
Questa violenta reazione di Alfieri si manifesta in diversi scritti che rappresentano l’ultima fase del percorso
ideologico alfieriano. Tra questi il più significativo è il Misogallo (1793-99), un’opera che mescola insieme
prosa e versi. Come rivela il titolo (misein significa odiare e i Galli sono i francesi) essa esprime un
profondo odio contro la Francia e dovuto all’odio contro la rivoluzione, i principi illuministici e lo spirito
borghese che sta portando in Europa. Alfieri difende inoltre i privilegi della casta nobiliare, soprattutto il
diritto di proprietà, e critica ogni cambiamento dell’ordine sociale e dei rapporti economici e di potere
riservando solo ai nobili il pieno godimento dei diritti politici e l’esercizio del potere. Arriva quindi anche a
rivalutare la tirannide monarchica come male minore rispetto a quella borghese e plebea.
Quest’odio verso la tirannide francese fa crescere però il suo senso patriottico e lo porta a sperare che
proprio l'avversione contro la Francia possa spingere il popolo italiano ad assumere una coscienza
nazionale e a difendere la propria libertà. L’opera quindi non assume solo un carattere polemico ma anche
profetico che spera in una rinascita italiana inizia a delineare l’idea di nazione.

SATIRE E COMMEDIE
La polemica contro la realtà contemporanea compare nelle Satire, scritte in terzine tra il 1786 e il 1797. Qui
Alfieri mostra una radicale opposizione verso lo spirito del secolo ribadendo la supremazia della classe
nobiliare (Grandi), criticando la borghesia emergente e il sistema democratico rappresentativo (La plebe e
La sesquiplebe) e condannando gli ideali umanitari dell'illuminismo (Filantropineria) e lo spirito mercantile
(Commercio). Difende inoltre nell’Antireligioneria appunto sostenendo che la religione sia fondamentale per
il mantenimento dell'ordine sociale.
Questa polemica continua poi nelle sei Commedie, scritte tra il 1800 e il 1803. Qui vengono analizzate a
fondo le motivazioni dell'agire umano, come ambizione, egoismo e interesse materiale, che muovono i
prìncipi. Alfieri così scrive le 4 commedie politiche: L'uno, I pochi, I troppi e L'antidoto che sono satire
allegoriche delle varie forme di governo, rispettivamente monarchico, oligarchico e democratico, con infine
il rispettivo antidoto e cioè una forma alternativa che secondo Alfieri deve essere formata da tutti e tre i
sistemi. Qui però l'autore esclude la plebe dalla vita politica sostenendo che l'elaborazione delle leggi
debba essere in mano sulla mente all'aristocrazia. Nella Finestrina poi Alfieri critica l'operosità umana
sostenendo che essa sia mossa solo da interessi personali e vanità come permette di verificare diciamo
appunto la finestrina aperta sul loro animo. Infine Il divorzio è forse una delle opere più felici e contiene
alcune battute comiche e sarcastiche ma ribadisce comunque il pessimismo presente nelle altre commedie.
POETICA TRAGICA
La tragedia appariva come il genere poetico più adatto per esprimere al meglio il titanismo alfieriano per
vari motivi: innanzitutto tradizionalmente erano rappresentate figure umane eroiche, questo permetteva
quindi ad Alfieri di proiettare se stesso in questi personaggi, inoltre in Italia la tragedia era considerata il
genere più sublime e difficile e non si era ancora trovato un grande poeta degno degli antichi, così Alfieri
colse al volo questa sfida che gli avrebbe permesso di affermare appieno se stesso, far vedere la sua
grandezza e ottenere molta gloria. I principi ispiratori del suo lavoro sono enunciati in vari scritti tra cui la
Vita che descrive appunto la storia della sua vocazione alla poesia tragica.

STRUTTURA
Alfieri critica la tragedia classica francese e crede che alla base delle commedie ci debba essere il calore di
un contenuto sentimentale vissuto. Per questo la tragedia secondo lui deve eliminare ogni cosa superflua,
evitare quindi anche i personaggi secondari non essenziali e avere un ritmo incalzante. Lo stile riflette
questa concezione di tragedia ed è quindi rapido ed essenziale, con battute brevi e parole monosillabiche.
Inoltre secondo Alfieri lo stile tragico deve evitare di assomigliare a quello lirico ed epico che tendono al
canto e usa così uno stile duro e antimusicale, con continue variazioni di ritmo, molte pause ed
enjambements. Alfieri rispetta la forma classica e le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. Le sue
tragedie infatti si svolgono tutte di norma in un arco temporale di 24 ore e la storia si sviluppa intorno ad un
unico nucleo ambientato in un solo luogo. Quest'ordine è quindi l'ideale per il mondo interiore di Alfieri e
fornisce una struttura rapida e incalzante che rispecchia il suo modello tragico.

FASI DELLA COMPOSIZIONE


Nella vita Alfieri spiega che l'elaborazione di ogni tragedia si articola in tre “respiri” e cioè tre momenti
fondamentali: “ideare”, “stendere” e “verseggiare”. La prima fase consiste nell'ideare il soggetto della storia
e distribuirlo in atti e scene fissando il numero di personaggi e assecondando tutti i pensieri che vengono in
mente. Nella seconda fase invece bisogna scrivere i dialoghi in prosa senza però selezionare ancora i
contenuti. Come ultimo passaggio infine bisogna “verseggiare” e quindi trasformare la prosa in versi
(endecasillabo sciolto) selezionando i contenuti. Possono esserci anche varie verseggiature dove appunto
ogni volta il poeta seleziona e cambia le parole per ottenere un risultato migliore possibile. Il processo di
creazione della commedia è quindi per Alfieri spontaneo, creato dall’irrazionalità, e successivamente
trasformato in forma rigorosa. L'autore si ispira quindi alla tradizione di Platone, che crede che la creazione
poetica sia irrazionale, e a quella aristotelica e oraziana che sostiene invece il controllo dell'ispirazione.

RAPPRESENTAZIONE
Alfieri non ha come obiettivo la rappresentazione dei suoi testi drammatici in teatro né la loro destinazione
alla lettura mentale. Li concepiva infatti come da recitare davanti ad un uditorio privato tra gruppi di amici
aristocratici oppure utopisticamente in un teatro futuro di un'Italia rinata. Alfieri criticava il teatro
contemporaneo perché credeva che gli attori non fossero all'altezza e che il pubblico fosse insensibile e
inadatto ad ascoltare opere di alto livello come le tragedie. Un buon teatro Infatti per Alfieri poteva esistere
solo in un regime libero, con popoli guidati da virtù civili, com’erano un tempo il popolo greco e romano.

SAUL

STORIA
Saul è una tragedia composta nel 1782 dove viene raccontata la storia della morte del re Saul nella guerra
contro i Filistei (Bibbia). Saul è il re scelto da Dio per salvare Israele ma presto si ribella al volere di Dio e
viene quindi sostituito da David, un giovane pastore. Da una parte Saul invidia e prova gelosia verso il
giovane, dall'altra invece lo ammira. Alfieri si concentra su come Saul viva il volere di Dio che non si
manifesta mai in maniera oggettiva e che viene vista attraverso la fede dei sacerdoti portando così Saul a
credere che ci sia una congiura contro di lui. Lo sfondo della tragedia è la guerra tra Israele e i Filistei.
David durante la guerra torna in Israele per aiutare il suo popolo rischiando di essere ucciso da Saul, che
vuole ucciderlo, ma dopo un colloquio tra i due gli affida il comando dell'esercito. Compare poi un
sacerdote che annuncia l'incoronazione di David e la condanna di Saul da parte di Dio e, dopo averlo
ucciso, David è costretto a fuggire. Saul in un incubo terribile prevede la sua morte e la sconfitta del suo
esercito dove il figlio Gionata viene ucciso nella battaglia e i Filistei vincono. Saul rimpiange poi di aver
cacciato David e decide di uccidersi.

L’EROE ABNORME
Saul rappresenta una nuova figura di eroe per la tradizione tragica antica e moderna e cioè un eroe
intimamente lacerato e perplesso. Saul è un eroe maledetto e si porta il peso di un’oscura colpa che lo
isola dagli uomini comuni e genera in lui conflitti e tormenti interiori.
Si ripresenta in Saul la fisionomia di tanti altri tiranni delle precedenti tragedie alfieriane (Filippo, Eteocle,
Lorenzo de’ Medici): la smania di conquistare un potere illimitato e di affermare la propria volontà imperiosa
e individualità al di là di ogni limite e ostacolo, la novità di Saul però sta nel fatto che questa volontà titanica
si scontra con un limite invalicabile, la superiore volontà di Dio. L'affermazione della propria grandezza si
trasforma quindi in una sfida con Dio destinandolo alla sconfitta.

LO SCONTRO CON IL TRASCENDENTE


Lo scontro dell'eroe con Dio costituisce la novità clamorosa del Saul rispetto alla precedente produzione
alfieriana in cui dominano solo conflitti tra individui. Alfieri, cresciuto nel secolo della cultura dei lumi, non
sente infatti la tematica religiosa, che però non toglie nulla alla tragicità del conflitto tra Saul e Dio. Questo
conflitto si crea anche senza che Dio abbia una presenza oggettiva nel mondo della tragedia, ma basta che
sia sentita soggettivamente da Saul. Il senso del divino non è sentito da Alfieri ma lo è comunque dai
personaggi.
Il vero conflitto di Saul non è quindi dentro di lui e quello che viene considerato è solo una parte di lui.
Come conseguenza del senso di colpa, infatti, la forza orgogliosa di Saul si trasforma in un senso di
insufficienza e impotenza. Saul così segna la crisi dell'individualismo eroico e la scoperta dei limiti della
condizione umana.

L’INTERIORIZZAZIONE DEL CONFLITTO TRAGICO


Il conflitto tragico che tradizionalmente opponeva l'eroe a forze esterne qui si interiorizza. La tragedia si
svolge tutta entro la psiche dell'eroe, cosa del tutto innovativa. Si può notare l'esplorazione di questa zona
buia in cui si urtano forze contrastanti soprattutto nella prima scena del secondo atto, in cui il vecchio re è
appena comparso in scena e in un momento di abbandono confida ad Abner la sua vita orribile, il continuo
oscillare tra stati d'animo opposti e il senso di impotenza, che per questo è destinato alla sconfitta.
Questa interiorizzazione del conflitto si manifesta anche nel rapporto con David che, accanto allo scontro
con Dio, costituisce l’altro tema dominante che percorre tutta la tragedia. Anche qui il conflitto è tutto dentro
Saul, perché il vecchio re non viene in urto col David reale che gli è devoto è fedele, ma con un David
immaginario, un fantasma creato dalle sue ossessioni che lo assilla angosciosamente. C'è quindi nella
tragedia un David in sè, l'eroe esemplare, e c'è il David costruito dalla follia di Saul, l'ostacolo contro cui
urta la smania di potenza del titano sconfitto.
Come il Dio tremendo e irato anche questo David è una proiezione della zona oscura dell'anima di Saul. In
realtà questo fantasma di David non è che Saul stesso: in esso il vecchio re proietta l'immagine di sé
giovane e forte, in armonia con Dio. Per questo Saul ha un atteggiamento ambivalente verso David, fatto
di amore e di odio: lo ama in quanto vede nel giovane guerriero se stesso, ma lo odio perché rappresenta
ciò che non è più né mai potrà più essere.
Lottando contro Dio e David, Saul lotta contro una parte di sé, contrapposta al suo io. La rivalità con David
non è dunque il consueto conflitto tra tiranno ed eroe di libertà: neLlo scontro si proietta solo la frattura
interiore del vecchio re.

MIRRA
La vicenda si sviluppa intorno alla figura dell'eroina Mirra, promessa sposa a Pereo, che però a causa di un
misterioso tormento che la fa soffrire è consumata fisicamente e psicologicamente. Credendo che sia per
mancanza d'amore il padre Ciniro, la madre e Pereo sono disposti ad annullare le nozze ma la ragazza
giura di amare il giovane. Durante il rito nuziale però Mirra impazzisce credendo di vedere intorno le Erinni,
le dee persecutrici dei colpevoli, e viene così lasciata da Pereo che si allontana e implora così la morte dal
padre. La madre quindi corre a consolarla ma Mirra implora nuovamente la morte. Pereo si rende quindi
conto di non poter sposare Mirra e si uccide. Il padre poi va da Mira per conoscere il suo segreto e la tratta
duramente per aiutarla ad aprirsi. Intuisce quindi la passione incestuosa della ragazza ma questa, in preda
alla vergogna, si uccide. Come si vede qui non è centrale il tema politico ma anzi quello psicologico e il
personaggio principale è semplice.

LA VITA SCRITTA DA ESSO


Nel 1790 a Parigi Alfieri iniziò a scrivere la Vita e la elaborò successivamente a Firenze tra il 1798 è il 1803.
La prima parte è divisa in quattro “epoche”: Puerizia, Adolescenza, Giovinezza e Virilità. La parte seconda
invece è una continuazione della quarta “epoca” e quindi della Virilità. Nella Vita Alfieri racconta la sua
“conversione” e cioè la scoperta della sua vocazione tragica. Lo schema su cui è costruito il racconto
sembra quello di una vera e propria conversione religiosa ed è Infatti lo scrittore stesso a usare proprio
questo termine perché gli ha un vero e proprio culto religioso della poesia.
La storia si concentra solo sul protagonista ed elimina qualsiasi cosa superflua come la descrizione di
ambienti o di altri aneddoti. Lo scrittore inoltre si sente distaccato dagli altri uomini perché possiede una
sublimità di sentire e questo lo mette in conflitto con un mondo mediocre e banale.

IMPOSSIBILITÀ DELL’EROICO
Seppur Alfieri si senta superiore agli altri uomini e comunque sempre accompagnato da un amaro
pessimismo perché consapevole della miseria umana. L'io narrante e l'io narrato infatti a volte coincidono,
ma quando invece questo non avviene l'io narrante osserva il comportamento dell'io narrato con ironia e
sottolineando le incoerenze dei suoi atteggiamenti.
Quest’opera ha uno stile molto semplice, un ritmo incalzante e un linguaggio essenziale spesso arricchito
da termini inusuali.

RIME
Le Rime hanno per Alfieri una funzione quasi di “libro segreto” e per questo recano tutte data e luogo di
composizione. La prima parte delle Rime fu pubblicata nel 1789 mentre la seconda nel 1804 e il modello
ispiratore è chiaramente quello petrarchesco. Da lui infatti Alfieri prende il conflitto interiore esasperato, ma
al contrario di Petrarca, che ha uno stile limpido e musicale, Alfieri utilizza un linguaggio aspro e un ritmo
interrotto da frequenti pause e enjambements, come per le tragedie.

TEMI PRINCIPALI
Il tema dominante è quello amoroso che tormenta e rende infelice l’autore. questo però espressione
dell'animo tormentato e in costante conflitto con la realtà che lo circonda. Altro tema è quello politico dove
Alfieri critica l'epoca meschina e disprezza l'uomo. Descrive inoltre sé stesso come l'ideale del
letterato-eroe, dotato più di sentimento che di ragione, e mette così a confronto la passionalità con la
superiorità spirituale. Accanto a queste tematiche però si affianca sempre il pessimismo di Alfieri che egli
stesso sottolinea rendendosi conto del suo conflitto interiore tra ira e malinconia. L'immagine tetra della
morte quindi, come unica possibilità di liberazione, si trova molte volte nelle rime e i paesaggi descritti sono
spesso selvaggi e tempestosi.

TACITO ORROR DI SOLITARIA SELVA


In questo sonetto Alfieri entra in un bosco selvaggio e inospitale e più va avanti e più si sente sereno
perché l’atmosfera di quel luogo riflette la sua personalità. Alfieri poi spiega che se ama stare da solo non
perché sia nemico degli uomini, né perché si sente superiore a loro, ma semplicemente perché non ama il
secolo “servile” in cui vive e stando da solo riesce a non pensare alle sue sofferenze.

BIECA, O MORTE, MINACCI?


Alfieri scrive questo sonetto il 12 gennaio 1778 e sfida la Morte a dargli diciamo il colpo di grazia in nome
della propria libertà. Questo perché la morte è l’unico modo per liberare il poeta dalla vita e quindi dalle
sofferenze.