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La scienza dei testi antichi

Tommaso Braccini

La scienza
dei testi antichi
In tro d u zio n e alla filo lo g ia classica

jS fò LE MONNIER
UNIVERSITÀ
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Stampato in Italia - Printed in Italy - febbraio 2017
Indice

Ha senso un manuale di filologia classica? VII

Capitolo 1. Dalla philologia alla filologia classica: evoluzione


e necessità di una disciplina 1

Capitolo 2. I supporti 5
2.a Materiali duri 5
2. b Materiali morbidi (papiro, pergamena, carta) 8

Capitolo 3. Le scritture 33
3. a Osservazioni preliminari 33
3.b Prontuario di scrittura latina e greca 40

Capitolo 4. I palinsesti 51

Capitolo 5. Copie ed errori 55


5.a E rrori e loro tipologie 55
5. b Variazioni volontarie 76

Capitolo 6. L'arte dell'emendazione 79


6. a L’esperienza della filologia alessandrina 79
6. b La nascita del metodo scientifico moderno 85

Capitolo 7. La recensio 91
7. a La tradizione 91
7.b La collazione 98
7.c Individuazione degli errori significativi 99
7.d L’eliminatio codicum descriptorum 101
7.e Lo stemma codicum 104
7.f Tradizioni perturbate 115
7. g Tradizioni attive e «testi vivi» 120

Capitolo 8. Esaminare ed emendare 122


8. a Le caratteristiche della buona congettura 123

Capitolo 9. L'edizione critica 127


VI La scienza dei testi antichi

Capitolo 10. Critiche e dibattito metodologico 132


lO.a II paradosso di Bédier 134
10. b Edizioni critiche elettroniche 137

Capitolo 11. Come si fa un'edizione critica: suggerimenti pratici 139


11. a L’individuazione dei testimoni 139
ll.b La collazione 142
11.c Examinatio e raccolta delle congetture precedenti 142
ll.d II testo critico 143
11.e L’apparato critico 143
l l .f Preparare la prefazione 145
11.g Preparare gli indici e la bibliografìa 145
11.h A ltri sussidi informatici utili 146

Appendici 147
Bibliografia ragionata 153
Abbreviazioni bibliografiche 167
Indice dei nomi 171
Indice dei passi citati 179
Indice dei manoscritti 183
Ha senso un manuale
di filologia classica?

La risposta a questa domanda potrebbe sembrare ovviamente affermati­


va. La filologia classica costituisce infatti una materia d ’insegnamento uni­
versitaria nonché, sempre in ambito universitario, uno dei cosiddetti «setto­
ri scientifico-disciplinari» che, come da declaratoria ministeriale (D.M. 18
marzo 2005) «comprende gli studi che applicano a testi antichi, greci e la­
tini, i metodi della ricerca filologica». Tutto lascerebbe intendere, dunque,
che come ogni metodologia, anche quella filologica (che come si vedrà si
identifica largamente con quella della cosiddetta «critica del testo») possa
essere insegnata e dunque necessiti di un testo di riferimento, per l’appun­
to un manuale.
Vari importanti filologi, tuttavia, hanno posto l’accento sul fatto che la
filologia classica (ma il discorso potrebbe valere anche per le altre bran­
che della disciplina) non può essere ridotta a un insieme di leggi, regole e
procedure più o meno standardizzate. Il geniale Alfred Edward Housman
(1859-1936), che verrà più volte citato nelle pagine che seguono, si scaglia­
va con sarcastico snobismo contro quelle che chiamava thè laws of critici-
sm, asserendo che «le leggi della critica [testuale] non sono nient’altro che
una sequela di generalizzazioni, necessariamente inaccurate, che sono state
raccolte da persone caritatevoli per guidare, sostenere e contenere tre cate­
gorie di persone. Si tratta di bretelle per sorreggere i bambini, di stampelle
per gli invalidi e di camicie di forza per i pazzi. Possono essere caldamente
raccomandate per queste tre ampie categorie umane, ma non riguardano
nessun altro, men che mai il critico». La conclusione, nello stile dello stu­
dioso, era paradossale: «a man who never violates thè laws o f criticism is
no critic». Altrove osservava che la critica testuale era «semplicemente una
questione di ragione e buon senso».
Sulla stessa linea si è collocato, in anni più recenti, Edward John Ken-
ney, osservando che «nella critica del testo un grammo di pratica vale una
tonnellata di regole». In altri termini, è stato più volte giustamente sotto-
lineato come, nell’applicare la metodologia filologica alle opere letterarie
dell’antichità, quel che più conta siano il buon senso, la conoscenza dei te­
sti, la pratica - tutti elementi che, ovviamente, non si possono trasmettere
con un manuale universitario.
Occorre però sottolineare un dettaglio importante: lo scopo dell’inse­
gnamento della filologia classica non è necessariamente quello di far diven­
tare ogni studente un critico testuale provetto. Il primo obiettivo, piuttosto, è
quello di fornire gli strumenti per capire quali problemi può presentare un
testo greco o latino e quali passaggi stanno necessariamente a monte del­
la nostra fruizione di un’opera letteraria antica (tanto in un’edizione cri-
Vili La scienza dei testi antichi

tica, quanto in un «testo a fronte» di una collana economica). L’obiettivo


dell’insegnamento può essere considerato raggiunto, più in senso lato, se si
riesce a suscitare la consapevolezza che non si deve mai dare per scontato
un testo, fornendo al contempo gli strumenti per approfondire e accertare,
se si vorrà, come e perché si sia arrivati alla pagina che si sta leggendo in
quel momento. D ’altro canto, così come nello zaino di ogni soldato si può
celare, secondo la celebre frase di Napoleone, il bastone da maresciallo, al­
lo stesso modo ogni studente potrebbe diventare un critico testuale, esperto
in quella che lo stesso Housman definiva «la scienza di scoprire gli erro­
ri nei testi, e l’arte di rimuoverli». E per quanto secondo lo stesso studioso
criticus nascitur, non fit, d ’altro canto è difficile pensare che gli editori di
testi classici nascano già formati e armati, come Atena dalla testa di Zeus:
anche in questo caso, dunque, il valore di repertorio, se non di regole, al­
meno di acquisizioni e convenzioni giustifica l’esistenza di un manuale di
filologia classica.
La domanda successiva, tuttavia, potrebbe essere:perché un nuovo ma­
nuale di filologia, visto che in commercio, o comunque a disposizione nel­
le biblioteche e negli archivi online, ve ne sono di eccellenti? La risposta
sta nel mutare, molto rapido, delle condizioni in cui ci si trova a insegnare
all’università. Conoscenze che fino a pochissimi anni fa si potevano dare
per scontate adesso sono sempre più rare (altre invece, come quella delle
principali lingue straniere o almeno dell’inglese, continuano a rimanere de­
siderata), e allo stesso tempo i vincoli di crediti e di ore di studio impedi­
scono di fare riferimento, nei programmi d ’esame, a più opere o a testi che
scendano eccessivamente nel dettaglio. Senza dimenticare l’importanza di
tener conto delle nuove tendenze e di mantenere desta l’attenzione di chi
legge, per quanto possibile, ricorrendo a esempi pratici e aneddoti dei qua­
li la filologia è ricchissima e che la rendono particolarmente (e per molti,
forse, insospettabilmente) viva.
E nel tentativo di venire incontro a queste necessità che si è deciso di
scrivere questo manuale, che da un lato fa ricorso all’esperienza, di studio
e didattica, di chi scrive, e dall’altro attinge a piene mani (e dichiaratamen­
te) al tesoro costituito dalle trattazioni e dai manuali che lo hanno prece­
duto, ai quali spesso si rimanda per chi avesse necessità, o anche semplice
curiosità, di approfondimenti e ulteriori esemplificazioni.
L’auspicio è dunque di riuscir a fornire almeno gli elementi di base per
comprendere la storia lunga e avventurosa vissuta dai testi classici che, spes­
so fortunosamente e non senza perdite, ci sono arrivati, nonché per poterli
consultare con consapevolezza in un’edizione scientifica, sfruttandone tut­
te le potenzialità ed eventualmente arrivando a produrre autonomamen­
te un testo critico.
C ap ito lo 1

Dalla philologia
alla filologia classica:
evoluzione e necessità
di una disciplina

Il termine «filologia» deriva dal greco φιλολογία. Non si tratta, a dire Philologia
il vero, di una parola molto diffusa. La prima attestazione è in Platone
(Teeteto 146a), dove significa «amore per la discussione»; più tardi as­
sunse il valore di «amore per il sapere» o «per la letteratura», e con que­
sto significato è attestata in Isocrate (15.296), nei Problemi attribuiti ad
Aristotele (18) e anche in Cicerone (Ad Atticum 2.17.1 e A d familiares
16.21.4). Proprio in latino philologia si andò diffondendo nel senso di
«erudizione letteraria», e con philologus si indicò il «letterato» e lo stu­
dioso di lingua e letteratura, seguendo l’esempio di Eratostene di Cire­
ne (III secolo a.C.), che sarebbe stato il primo a definirsi philólogos con
tale accezione (Svetonio, De grammaticis 10.2). In questo senso, Seneca
afferma (Ep. 108.30) che, quando prendono il De re publica di Cicero­
ne, il philologus, il grammaticus e il cultore della filosofia si interessano
ciascuno a qualcosa di diverso.
In italiano il termine «filologia» compare negli scritti del padre ago­ L'approdo del termine
stiniano Ludovico Angelico Aprosio detto il Ventimiglia (1607-1681) nel in italiano
senso di scienza che, a partire dai testi scritti, studia la lingua e la lettera­
tura di un popolo; fu tuttavia nell’Ottocento che, anche per influsso del
tedesco Philologie, il termine si andò specializzando nel senso di «disci­
plina che, mediante ranalisi linguistica e la critica testuale, mira alla ri-
costruzione e alla corretta interpretazione di testi o documenti scritti».
Sempre nell’Ottocento (la prima attestazione potrebbe essere in una pro­
lusione di Eugenio Ferrai, professore di greco a Padova, letta nel 1867)
si iniziò a parlare di «filologia classica» (anche in questo caso, per influs­
so del tedesco klassische Philologie), nel senso di «branca della filologia
specializzata nello studio dei testi greci e latini dell’antichità». A questo
punto, perlomeno nel nostro Paese, il baricentro del significato di «filo­
logia», e in particolare di quella che si occupa della letteratura greca e
latina, si era decisamente spostato sull’analisi dei testi, tanto che come
suo metodo principale finirà per imporsi la cosiddetta «critica testuale»,
2 La scienza dei testi antichi

con lo scopo di risalire all’originale di un’opera, o perlomeno il più vici­


no possibile a esso.
L'originale Cosa si intende, però, per «originale»? Spesso si fa riferimento all’au­
tografo dell’autore (quello che in latino si chiamava idiographus), o per­
lomeno a un testo da lui dettato e rivisto. Si tratta di definizioni molto in­
tuitive, che tuttavia a ben vedere non sono soddisfacenti. Anche in un au­
tografo, infatti, possono comparire sviste, e questo a maggior ragione vale
per un testo dettato, per quanto rivisto. In questi casi, la critica del testo si
propone di andare oltre, verso quello che si potrebbe definire il «testo in­
teriore» concepito dall’autore, coincidente in tutto e per tutto con le sue
intenzioni, al netto di distrazioni ed errori di disattenzione nella fase di
scrittura del primo esemplare di un’opera. Quest’ultimo a sua volta po­
trebbe essere definito, con una denominazione proposta da Elio Monta­
nari, come «prototipo».
L'errore e il testo Già con il «prototipo», come si è accennato, ci può essere un distacco
dalla volontà dell’autore. La situazione può solo peggiorare, anche drasti­
camente, nelle copie successive - e questo non può non avere conseguen­
ze sul modo in cui ci accostiamo a un’opera, attivamente o passivamente.
Siamo abituati, infatti, a fruire di un testo (che sia dell’Iliade di Omero, dei
Promessi sposi di Manzoni o di una pagina di un blog su internet) come
di un dato di fatto, ma in realtà la sua fruibilità, la sua genuinità (nel sen­
so di aderenza alla volontà dell’autore e al suo «testo interiore»), la sua
integrità e la sua correttezza non sono mai scontati, e questo è inerente­
mente connesso alla natura della scrittura.
La scrittura: In un celebre mito narrato da Socrate nel Fedro di Platone, l’invenzio­
hypomnéseos ne delle lettere (gràmmata) è attribuita al dio egiziano Theuth che, do­
phàrmakon vendola presentare al re Thamus, disse: «Questa conoscenza, o re, rende­
rà gli Egiziani più sapienti e più capaci di ricordare, perché con essa si è
ritrovato il farmaco della memoria e della sapienza». Il ruolo della nuova
téchne, «arte», viene tuttavia così precisato dal re: «Ora tu, essendo padre
della scrittura, per affetto hai detto proprio il contrario di quello che essa
vale. Infatti, la scoperta della scrittura avrà per effetto di produrre la di­
menticanza nelle anime di coloro che la impareranno, perché, fidandosi
della scrittura (graphé), si abitueranno a ricordare dal di fuori mediante
segni estranei, e non dal di dentro e da se medesimi: dunque tu hai trova­
to non il farmaco della memoria, ma del richiamare alla memoria» (Fedro
274E-275A, trad. di G. Reale). In questo passo, che peraltro è contraddi­
stinto dalla diffidenza mostrata da Platone, riecheggiato dal personaggio
di Socrate, per le lettere e dunque la scrittura, emergono chiaramente le
potenzialità, e intrinsecamente anche alcune debolezze, di questa téchne.
La scrittura è il riconoscimento di un messaggio a partire da particola­
ri segni, alfabetici, sillabici o ideografici (non a caso in greco «leggere» si
dice anagignósko, letteralmente «riconoscere»). Le potenzialità dell’arte
scrittoria sono enormi, ma incorrono in due limitazioni. La prima è che
la longevità, e per certi versi anche la riconoscibilità del messaggio, di­
pendono dal supporto sul quale è veicolato, nonché dal tipo di scrittura
adottata, ovvero dalla forma dei caratteri e dalle convenzioni seguite nel
tracciarli. Per ovviare al deterioramento del supporto, o all’obsolescenza
della scrittura, una soluzione consiste nel copiare la sequenza di caratteri,
Dalla p h ilo lo g ia alla filologia classica: evoluzione e necessità di una disciplina 3

il testo, su un altro supporto, di tipo diverso, o anche semplicemente più


nuovo: tuttavia l’atto della copia comporta il rischio di fraintendimenti,
banalizzazioni, errori.
Qualsiasi testo, a ben pensarci, può essere interessato da errori - com- Gli errori nei testi
presi i più recenti. E ogni errore, compresi i più minuti, può avere con- contemporanei
seguenze. Un caso esemplare è quello di un componimento di Monta­
le, Voce giunta con le folaghe, pubblicato per la prima volta nel 1947 sul­
la rivista «L’immagine» e poi confluito in La bufera e altro. Nella prima
edizione della raccolta, stampata dall’editore Neri Pozza di Venezia nel
1956, il verso 41 suonava come «pur son giunto con le folaghe». Tuttavia
le successive edizioni, nonché la prima versione della poesia, riportava­
no «pur son giunta con le folaghe». Lo scarto tra «giunto» e «giunta» è
minimo, ma questo non ha impedito ad alcuni critici letterari di arrovel­
larsi sulla discrepanza: si è pensato che potesse trattarsi di una «variante
d’autore», cioè di un mutamento del testo voluto dallo stesso Montale, e
ci si è spinti a disquisire su chi potesse essere il referente del misterioso
participio maschile: il poeta, o forse il padre del poeta, o il poeta da gio­
vane? In realtà si trattava, com’è stato appurato, di un banalissimo errore
di stampa. Anche una minuzia di questo genere, come si vede, può creare
imbarazzi di interpretazione e indirizzare su false piste; il problema pe­
rò in questo caso era di risoluzione relativamente facile, soprattutto vi­
sto che l’autore del testo era ancora vivente (Eugenio Montale è morto
nel 1981). Man mano che i testi sotto esame si fanno più vecchi, vengo­
no meno le possibilità di risolvere rapidamente i dubbi. Gli autori non
sono più in vita, e diventa sempre più difficile anche procurarsi gli «ori­
ginali» da cui sono state tratte le copie successive, per non parlare della
sempre maggiore distanza con la lingua, il gusto, la realtà in cui un’ope­
ra è stata elaborata.
Maggiori complicazioni si riscontrano in effetti nella soluzione di un
caso celebre riguardante, stavolta, un componimento del poeta inglese
Percy Bysshe Shelley, intitolato A Lament, composto nel 1821. Il verso 8
recita «Lresh Spring, and Summer, and Winter
Hoar»; già qualche decennio dopo era stato no­
tato come il testo presentasse due anomalie, ov­
vero fosse costituito da nove sillabe invece che
da dieci, come tutti gli altri versi, e contenesse la
menzione di sole tre stagioni invece che di quat­
tro. Alcuni, per questo motivo, avevano ipotizza­
to che vi fosse un errore, e che andasse reinseri­
ta la menzione dell’autunno. Questo però aveva
suscitato la vibrante reazione di un altro poeta,
Algernon Swinburne, che aveva esaltato il verso
incriminato ritenendo che in inglese non vi fos­
sero altri esempi «of more divine and sovereign
sweetness», proprio grazie al «melodious effect»
della sua «exquisite inequality». L’insostenibili-
tà di questa posizione fu denunciata nel 1911 dal
già citato Alfred Edward Housman che, pur sen­
za poter citare esattamente la fonte, sostenne che Alfred Edward Housman (1859-1936).
La scienza dei testi antichi

nei manoscritti di Shelley dovesse trovarsi anche la menzione dell'autun­


no, o che comunque il testo così com’era non fosse corretto; e in effetti
una cinquantina di anni dopo un’attenta analisi degli autografi del poeta
inglese ha rivelato che il verso in questione era stato lasciato incompleto,
con un vistoso spazio bianco. La morte dell’autore gli aveva impedito di
completarlo, e i successivi stampatori avevano ben pensato di eliminare
lo spazio stampando il verso come se fosse definitivo.
La necessità Se il singolo verso di un poeta ottocentesco ha dato tanti problemi, ci
della filologia si può immaginare quali complessità possano presentare testi risalenti al
medioevo e all’antichità. Ogni letteratura, in effetti, presenta una serie di
problematiche proprie: per questo la filologia, intesa come scienza che
mira ad eliminare gli errori dai testi, o perlomeno a individuarli e segna­
larli come tali se ineliminabili, si divide in una serie di branche. Esistono
così la filologia italiana, la filologia romanza, la filologia dantesca; il set­
tore che si occupa specificamente dei testi greci e latini, come si è detto,
è la filologia classica.
Nelle pagine che seguono, verranno dapprima esaminati proprio i sup­
porti e le scritture per mezzo di cui sono state trasmesse le opere dell’an­
tichità, per poi passare all’ambito che costituisce il campo d’azione privi­
legiato della filologia e nello specifico della filologia classica, ovvero l’e­
same critico dei testi, l’individuazione degli errori che si sono infiltrati in
essi nel processo di copia, e il loro risanamento per avvicinarli il più pos­
sibile all’originale.
2.a Materiali duri
C ap ito lo 2 2.b Materiali morbidi
(papiro, pergamena,

I supporti carta)

Nella scelta dei supporti per la scrittura, il discrimine è costituito da La scelta dei supporti
una serie di fattori: l’importanza del testo da trasmettere, e dunque la ne­
cessità di garantirne la durevolezza a ogni costo o, di converso, la mino­
re rilevanza attribuita al messaggio e dunque la possibilità di ricorrere a
materiali meno resistenti ma più economici, facili da reperire e lavorare,
e generalmente più maneggevoli quanto a peso e ingombro. Sulla scelta
influisce, com’è naturale, anche la dimensione del testo: più è lungo, più
sarà facile che si ricorra a supporti del secondo tipo. Questo è il caso che
riguarda spesso i testi letterari d’interesse filologico, anche se con signi­
ficative eccezioni. Per questo motivo, passeremo in rassegna entrambe le
categorie di supporti: i materiali duri, resistenti ma in genere costosi, in­
gombranti e più difficili da lavorare, e i materiali morbidi, più facili da re­
perire e da trattare ma dalla conservazione più precaria.

2.a Materiali duri

2.a.1 Pietra ed intonaco

La maniera più diffusa per «eternare» un messaggio tramite la scrittu- L'epigrafia


ra era probabilmente quella di inciderlo su pietra, e in effetti è grazie al­
lo studio delle iscrizioni, l’epigrafia, che siamo a conoscenza di un infinità
di dettagli riguardanti la vita pubblica e privata di Greci e Romani. Molte
epigrafi (soprattutto sepolcrali) riportano testi poetici, e varie altre hanno
trasmesso testi letterari: è il caso ad esempio delle Res gestae di Augusto,
in greco e latino, trascritte in varie iscrizioni di cui le più note sono quelle
che campeggiano sulle pareti del Tempio di Augusto di Ankara, 1 antica
Ancyra (è per questo che si parla di Monumentimi Ancyranum). Un altro
esempio è quello della monumentale iscrizione di Enoanda, in Licia, con­
tenente un trattato di filosofia epicurea che l’autore, un tale Diogene (II-
I I I secolo d.C.), aveva ben pensato di porre a disposizione dei suoi con­
cittadini in un portico. Un ulteriore caso è costituito dal cosiddetto Mar-
mor Parium, un’iscrizione del I I I secolo a.C. che riporta vari elementi di
storia greca, soprattutto ateniese, da Cecrope al 264-263 a.C.
6 La scienza dei testi antichi

I graffiti Un tipo di iscrizione a carattere meno ufficiale e anzi decisamente più


estemporaneo è costituita dai graffiti, tracciati sulla pietra o, per esem­
pio, anche sull’intonaco delle pareti. Tra questi, sono molto diffuse bre­
vi citazioni tratte da opere letterarie, in particolare da quelle di Virgilio:
è il caso, per esempio, di numerosi graffiti trovati a Pompei (per esempi
si veda p. 94).

2.a.2 Lamine e lastre metalliche

Voluminaplumbea Un altro possibile supporto «duro» per la scrittura era costituito da la-
e lastre di bronzo mine o vere e proprie lastre di metallo, in particolare per la conservazio­
ne di atti o documenti di particolare rilevanza pubblica, ma anche di testi
letterari: nel II secolo d.C. il viaggiatore Pausania (9.31.4) aveva visto in
Beozia un mólybdos, da intendere come «lamina di piombo», molto rovi­
nato dal tempo, che recava incise le Opere di Esiodo. Quest’uso è relati­
vamente ben documentato per il mondo romano: Plinio (Nat. hist. 13.69)
menziona 1’esistenza di volumina plumbea nei quali erano incisi publi-
ca monumenta, e Polibio (3.23.1) ricorda trattati pubblici en chalcómasi
(«in lastre di bronzo») conservati nell’archivio degli edili presso il tem­
pio di Giove Capitolino, così come un’altra iscrizione che sarebbe stata
lasciata da Annibaie presso il tempio di Era Lacinia in Calabria (3.33.18).
L archeologia, d’altro canto, ha restituito vari esempi di testi trascritti su
lastre di bronzo, come le Tabulae Iguvinae, scoperte e conservate a Gub­
bio, contenenti testi cerimoniali in lingua umbra e, per quanto riguarda
il latino, la celebre Tabula Claudiana o Tabula Lugdunensis, scoperta nel
I supporti 7

1528 a Lione (l’antica Lugdunum), che contiene un’ampia parte di un di­


scorso dell’imperatore Claudio, peraltro riportato liberamente anche dal­
lo storico Tacito (Annales 11.23-24). Sono documentati anche casi di te­
sti privati incisi su lastre di bronzo, come quello della Tabula Cortonensis,
rinvenuta a Cortona nel 1992 e contenente un atto privato, forse di com­
pravendita, in etrusco.

2.a.3 Óstrako

Con il termine di óstraka in greco si indicano propriamente cocci di va­ Cocci per scrivere
sellame, in particolare anfore, utilizzati per scrivere e diffusi in gran parte
del bacino del Mediterraneo. Gli óstraka potevano essere scalfiti con una
punta (era la modalità più diffusa in Grecia), oppure scritti con inchiostro,
secondo una modalità attestata soprattutto in Egitto (forse anche a cau­
sa del clima arido, che favorisce la permanenza dell’inchiostro). Si tratta­
va di un materiale comunissimo e di nessun costo, utilizzato per votazioni
(ad Atene non a caso si parla di «ostracismo»), appunti, ricevute, liste, let­
tere, esercizi scolastici. E soprattutto quest’ultimo utilizzo che è rilevante
in questa sede, giacché poteva capitare che docenti e studenti scrivessero
brani (in genere non molto estesi) di opere letterarie proprio sui «cocci»:
è il caso di varie citazioni omeriche, per esempio. L’esempio più noto, tut­
tavia, è costituito dal celeberrimo óstrakon di Saffo (P S IX III1300), risa­
lente al II secolo a.C. e attualmente conservato presso la Biblioteca Medi­
cea Laurenziana di Firenze: su un coccio irregolare dalle dimensioni mas­
sime di 10,5 per 14,1 cm viene riportato, in 17 righe, il frammento 2 V. della
poetessa di Lesbo. Si pensa che Vóstrakon sia stato scritto da uno scolaro
sotto dettatura del maestro: probabilmente quest’anonimo studente non
avrebbe mai immaginato che, oltre duemila anni dopo, il suo umile eser­
cizio avrebbe raggiunto addirittura una fama mondiale...

2.a.4 Tavolette

Per scrivere si potevano usare anche semplici tavolette di legno (in Libri lignei
greco déltoi, in latino tabulae), magari imbiancate per far risaltare me­
glio la scrittura, che potevano essere unite in «blocchetti» tramite una
cordicella fatta passare nei fori collocati su un lato. È noto per esem­
pio il caso del «libro ligneo» risalente al IV secolo d.C. trovato nel 1988
presso l'oasi di Daklah, in Egitto (P.Kell. Ili Gr. 95): composto di nove
tavolette «legate» insieme e scritte su entrambe le facciate, conteneva
tre orazioni di Isocrate, corredate di hypothéseis e di qualche succinta
nota di commento (elemento che ha fatto pensare a un’origine scolasti­
ca del manufatto).
Una variante molto diffusa di tavolette era costituita dalle tabulae Tavolette cerate
ceratae, che presentavano una faccia liscia e l’altra con una cornice in
rilievo che circondava un ampio incavo centrale. In questo veniva spal­
mato uno strato di cera (in genere di colore scuro o rossa, per accresce­
re il contrasto con il legno sottostante, più chiaro), che poteva essere fa-
8 La scienza dei testi antichi

cilmente incisa e scritta con uno stilo a punta. L’al­


tra estremità dello stilo presentava una piccola spa­
tola che serviva a ‘cancellare’ le incisioni: per questo
la tavoletta cerata era particolarmente usata da chi
doveva prendere appunti e rielaborare un testo, o
esercitarsi su di esso, o anche approntare una «brut­
ta copia»; tuttavia le tavolette erano usate anche co­
me documenti legali. Le tavolette più piccole, e an­
che più maneggevoli, erano dette pugillares perché
si potevano comodamente tenere nel pugno di una
mano, mentre con l’altra si teneva lo stilo. Due ta­
volette potevano essere unite insieme, mantenendo
all’interno entrambe le facce cerate: in questo caso
si parlava di «dittici». I polittici, invece, erano blocchi
costituiti da più tavolette unite insieme; i Romani le
chiamavano codices, come rivela un frammento del
De vita populi Romani di Varrone citato da Nonio
Un trittico composto da tre tavolette (De compendiosa doctrina, p. 858 Lindsay): antiqui
(da Daremberg - Saglio 1873-1919). pluris tabulas coniunctas codices dicebant. Il termi­
ne codex in origine significava «pezzo di legno», e si
prestava a molti usi traslati; si possono ricordare termini come caudica,
codicaria, detto di piroghe, usate anche sul Tevere. Esistevano anche ta­
volette particolarmente lussuose, realizzate in avorio invece che in le­
gno; in epoca tardoantica si diffuse l’abitudine, da parte di alti funziona­
ri come i consoli, di distribuire dittici eburnei sontuosamente decorati in
occasione dell’entrata in carica. Alcuni preziosi esemplari si sono con­
servati fino ad oggi, soprattutto perché nel medioevo furono riutilizzati
come «coperte» di codici.

2.b Materiali morbidi (papiro, pergamena, carta)

Foglie, corteccia I materiali morbidi, rispetto a quelli duri, presentavano una serie di
e librilintei vantaggi, in particolare in termini di peso e maneggevolezza; un fatto­
re negativo era invece costituito dalla loro scarsa resistenza. P lin io ci­
tando Varrone, ricorda {Nat. hist. 13.69) come tra i più antichi supporti
per la scrittura vi fossero le foglie di palma (sulle quali sarebbero stati
scritti, tra l’altro, i responsi della Sibilla: a questo accenna anche Servio,
In Aen. 3.444, quando dice che in foliis autem palmarum sibyllam seri-
bere solere testatur Varrò), da cui il latino folium e l’italiano «foglio», e
il liber degli alberi, ovvero la sottile pellicola che si trova tra il legno e
la parte più esterna e ruvida della corteccia (è proprio da questa parola
di ambito botanico che deriva il nostro «libro»). Non ci è arrivato nulla
del genere dall’antichità, ma non c’è motivo di dubitare di questa noti­
zia: foglie, membrane e addirittura cortecce vegetali sono state spesso
usate come supporto scrittorio nel corso della storia. Secondo la tradi­
zione, anche i versetti del Corano in origine sarebbero stati scritti sopra
foglie di palma, un materiale prontamente disponibile in Arabia. In se­
guito, prosegue Plinio, si diffuse l’uso dei (libri) lintei, ovvero tessuti di
I supporti 9

lino, lunghi e stretti, che dopo essere stati scritti potevano essere arro­
tolati o, forse più frequentemente, piegati «a fisarmonica». Questo tipo
di supporto doveva essere piuttosto diffuso in ambito italico. Livio fa
più volte riferimento a libri lintei contenenti liste di magistrati e ritua­
li religiosi; secondo testimonianze più tarde, anche i celebri Libri Sibil­
lini sarebbero stati scritti su lino. L’esistenza di questo supporto risulta
ancora testimoniata in epoca imperiale, quando per esempio il giovane
Marco Aurelio, in visita alle antichità di Anagni intorno al 144-145 d.C.,
percorrendo templi e santuari ebbe l’occasione di vedere anche molti
libri lintei (Frontone, Ad M. Caesarem 4.4.1). Per un caso fortunato, uno
di questi libri scritti su lino è sopravvissuto in maniera molto rocambo­
lesca: si tratta del cosiddetto Liber linteus Zagrabiensis, «libro di lino di
Zagabria», un antico testo etrusco che, giunto in Egitto, venne riciclato
nelle bende di una mummia (v. Box 1).

BOX 1
il Liber linteus Zagrabiensis

Tra il 1848 e il 1849 Mihail Baric, un nobile di origine slovena im piegato nella Regia Cancelleria di Cor­
te ungherese, durante un viaggio in Egitto acquistò a m o 'd i souvenir la m um m ia di una giovane d o n ­
na, forse la m oglie di un sarto di Tebe, ancora avvolta nelle sue bende, che apparivano curiosam en­
te coperte da misteriosi segni di scrittura. Nel 1862 la m umm ia, ormai estratta dal suo involucro, e le
b en d e che un tem p o l'avevano protetta furono donate al M useo Nazionale di Zagabria da llija Baric,
fratello di Mihail nel frattem po defunto. Dovettero passare quasi trentanni perché le b en d e fossero
inviate a Vienna per essere studiate dall'egittologo Jako b Krall, che tuttavia si rese conto ch e la lingua
nella quale erano scritte non aveva nulla a che fare con l'egiziano, ma era invece etrusco. Fu Krall a ri­
costruire la forma che l'antico liber linteus doveva avere prima di essere tagliato a strisce per ricavarne
bende. In origine, il libro di Zagabria era costituito da un telo lungo circa 340 cm e alto una quaranti­
na; il testo, scritto nel senso della lunghezza da destra verso sinistra, era distribuito su dodici colonne
larghe circa 24 cm; le varie colonne di scrittura erano dem arcate da linee rosse. È probabile che il li­
bro in origine fosse piegato a fisarmonica, d im o d o ch é su ogni facciata cam peggiasse una colonna di
testo. L'analisi della scrittura ha fatto
ipotizzare che questo m anufatto fos­
se stato prodotto tra Cortona, Peru­
gia e il lago Trasimeno intorno al III
sec. a.C.; più tardi, in epoca e circo­
stanze imprecisabili, giunse in Egit­
to. Il testo ricostruito dalle bende c o ­
stituisce la più lunga testimonianza
della lingua etrusca in nostro posses­
so; non è com p letam ente decifrabi­
le, ma sembra di com p rendere che si
trattasse di un calendario rituale, cor­
rispondente dun q u e al «genere» che
anche presso i Romani caratterizzava
gli arcaici libri lintei. Particolare del Liber linteus Zagrabiensis (Zagreb, Arheoloski muzej).
10 La scienza dei testi antichi

2.b.1 II papiro e il rotolo

Diffusione L’uso di foglie, cortecce, o anche di tessuti in età imperiale era ormai
e lavorazione considerato come poco più di una curiosità. Già da secoli, infatti, nel baci-
dei papiro no del Mediterraneo si era imposto un materiale scrittorio ricavato dalla
lavorazione di una pianta comune nella valle del Nilo, che i Greci chiama­
vano pàpyros. Il papiro era, in primo luogo, una pianta palustre (Cyperus
papyrus L.) che cresceva abbondantemente in Egitto, in particolare nel
Delta e nella regione del Fayum. Oggi è pressoché estinta in queste zone,
ma è ancora presente lungo il corso superiore del Nilo, in Etiopia e Ugan­
da. Il papiro cresce anche in Sicilia, a Siracusa (nell’area della fonte Are-
tusa e lungo il corso del fiume Ciane), ma non è chiaro se si tratti di una
pianta indigena o se sia stata introdotta nel medioevo dagli Arabi. Con il
termine «papiro», d’altro canto, si indica comunemente anche il suppor­
to scrittorio ricavato dalla pianta omonima. La procedura di lavorazione
è illustrata da un passo di Plinio (Nat. hist. 13.22 ss.):

il papiro nasce nelle paludi egiziane o nei punti in cui le acque del Nilo,
dopo l’inondazione, rimangono stagnanti senza superare l’altezza di due
cubiti... da esso si prepara la charta, dopo che per mezzo di una punta
(acus) è stato diviso in strisce (philyrae) sottilissime, ma quanto più lar­
ghe possibile. La parte migliore è nel centro, e poi nell’ordine della divi­
sione (principatus medio, atque inde scissurae ordine). [...]
I vari tipi di papiro [v. Box 2] vengono ‘tessuti’ (texitur) mediante intri-
sione con l’acqua del Nilo, giacché quel liquido fangoso ha la forza della
colla (turbidus liquor vim glutinispraebet). Dapprim a su una tavola vie­
ne steso uno strato (schida) nel senso della lunghezza del papiro, dopo
che gli scarti ad entram be le estremità sono stati tagliati via; poi un al­
tro strato posto perpendicolarm ente completa il ‘graticcio’. Questo viene
compresso da torchi, ed i fogli risultanti sono seccati al sole e vengono
congiunti l’uno con l’altro...

In altri termini, secondo l’interpretazione più diffusa il midollo ricco


di amido della pianta del papiro (che poteva raggiungere i 10 cm di lar­
ghezza e i 5 m di altezza) veniva «affettato» in strisce dette philyrae, che
poi erano sovrapposte l’una all’altra, su una tavola bagnata d’acqua, in
due strati perpendicolari, poi pressati e lasciati a seccare al sole. Si otte­
neva così un foglio resistente e flessibile detto kóllema (in latino plagu-
la). Esiste tuttavia anche un’altra interpretazione, quella della cosiddetta
«scuola di Groninga», secondo la quale il midollo non era tagliato a stri­
sce, ma ne veniva ricavato un unico «foglio», incidendo a spirale il midol­
lo a partire dal centro; dalla sovrapposizione in perpendicolare di due di
questi «fogli» si sarebbe poi ricavato il kóllema.
Il rotolo I kollémata (plurale di kóllema), seccati, sagomati e lisciati, erano
incollati uno di seguito all’altro. Per lisciare il papiro si usava un pezzo
d’avorio o di conchiglia (scabritia levigatur dente conchave, secondo le
parole di Plinio), anche se così la scrittura tendeva a risultare più labile
(caducae litterae fiunt), giacché con la lisciatura la carta risultava più lu­
cida ma meno assorbente (minus sorbetpolitura charta, magis splendei).
I supporti 11

BOX 2
Le varietà del papiro

A quanto riferisce Plinio, i pregi di un foglio di papiro erano


la tenuitas (sottigliezza), la densitas (consistenza), il co n d o r(can­
dore), il levor (levigatezza). ! papiri riscoperti in Egitto spesso
hanno un colore scuro, ma questo è dovuto ai secoli, se non
millenni, di giacenza nel sottosuolo; gli antichi conoscevano
peraltro tutta una serie di varietà di papiro, com e testimonia
ancora una volta Plinio nella Naturalis historia (13.74-76):

La prima qualità anticamente veniva chiamata hieratica, essendo


riservata solo ai testi religiosi; per l'adulazione in seguito prese il
nome di Augusto, così come la seconda qualità ebbe il nome di
sua moglie Livia, e così la ieratica è scesa al terzo posto...

Seg u o no i nomi di altre cinque qualità, tra cui la Saitica.exvilio-


ribus ramentis, e la scadente Teneotica, propioretiam num codici,
dunque più vicina all'esterno del fusto. All'ultimo posto si col­
locava la Em poritica, usata per incartare le merci da parte dei
mercanti. In seguito (par. 79) Plinio cita anche la qualità Clau­
dia, ch e fu creata sotto questo imperatore per ovviare al pro­
blema dell'eccessiva sottigliezza dell'Augusta, che non regge­
va la scrittura e la lasciava trasparire dal retro; per questo nella
Claudia si adoperò papiro di seconda qualità per il supporto
(statum en) e di prima per il rivestim ento (subtemen). Ai tempi
di Plinio l'Augusta era considerata la varietà di papiro migliore
per la corrispondenza, ma la C laudia per tutto il resto.

Per quanto riguarda l’incollatura, Plinio (Nat. hist. 13.26) riporta che si
usava una colla composta da farina, acqua bollente e un goccio di aceto;
migliore era però la midolla del pane lievitato stemperata in acqua bol­
lente, che permetteva di usare una quantità minima di collante e rende­
va quasi impercettibile la sovrapposizione nei punti di contatto; in ogni
caso per migliorare il risultato la striscia di papiro era battuta con un
martello. Si veniva così a creare un lungo «nastro» che poi veniva avvol- Nomi e parti del rotolo
to a formare un rotolo, detto specificamente tómos in greco o volumen
in latino, oppure, più genericamente, pàpyros (da cui il francese papier
e l’inglese paper) o chàrtes (da cui il nostro «carta»), in particolare per
indicare il rotolo ancora non scritto; con byblos/biblos di solito veniva
invece designato il rotolo scritto. In genere un rotolo era alto tra i 19 e i
25 cm e lungo in media 3,40 m, ma si conosce un esemplare, POxy 843,
che in origine doveva misurare circa 7 m di lunghezza e conteneva l’in­
tero Simposio di Platone. Il rotolo di papiro era avvolto intorno ad un
bastoncino (omphalós, «ombelico»), le cui estremità in latino si chiama­
vano cornua\ talora veniva trattato con olio di cedro, come misura con­
tro i parassiti, ed era munito di un cartellino (sillybos) che ne indicava
il contenuto; poteva anche essere riposto in una custodia (téuchos). Il
12 La scienza dei testi antichi

primo foglio, lasciato in bianco come misura


protettiva, poteva recare autentiche o regi­
strazioni ed era noto come protocollo.
Nel rotolo le fibre del papiro correvano in
maniera parallela lungo le facciate: su quella
interna (recto o faccia perfibrale, indicata con
il simbolo -+), considerata la migliore per la
scrittura, le fibre correvano orizzontalmente;
su quella esterna (verso o faccia transfibra-
le, indicata dal simbolo (,) correvano vertical­
mente e quindi rendevano la scrittura più fa­
Disegno di un rotolo di papiro. ticosa. In genere si scriveva solo sul recto; ro­
toli scritti anche sul verso erano noti come
opistogra fi, e spesso si ricorreva a questa soluzione per economizzare, ‘ri­
ciclando’ un rotolo (un po’ come si fa adesso quando si riutilizza il retro
di fotocopie o pagine stampate). Anche alcune opere letterarie ci sono
giunte scritte sul retro di un papiro: è il caso, per esempio, della Costitu­
zione degli Ateniesi di Aristotele.
Srotolare Per scrivere (e dunque leggere), il rotolo veniva srotolato in orizzon­
e riavvolgere tale nel senso della lunghezza; il testo era organizzato su colonne (in gre­
co selides, in latino pagìnae, letteralmente «graticci», «pergolati») affian­
cate. Era molto più raro che la scrittura fosse vergata su una sola colon­
na disposta in verticale (transversa chartcì)\ questo avveniva, soprattutto
nell’alto medioevo, per bolle e documenti ufficiali. I papiri scritti in verti­
cale sono chiamati rotuli. In ogni caso, l’operazione di scrittura avveniva
dopo che i kollémata erano stati incollati a formare il rotolo, come dimo­
stra il fatto che sono attestati vari casi di selides di scrittura che ricadono
proprio sopra la kóllesis, il punto di sovrapposizione tra due kollémata.
Quando si era arrivati alla fine del rotolo, occorreva riavvolgerlo per
poterlo leggere o rileggere (in maniera analoga alle videocassette o ai rul-
lini fotografici di qualche anno fa): si trattava di un’operazione che, anche
se svolta con cura e delicatezza, tendeva a usurare il supporto.
L'influsso Un rotolo di papiro poteva contenere senza particolari difficoltà da
del supporto 1500 a 2000 versi: si tratta, probabilmente non a caso, dell’equivalente
sul contenuto: di una tragedia, o della dimensione media dei libri di un poema epico di
le dimensioni età ellenistica come le Argonautiche di Apollonio Rodio (le cui dimen­
sioni vanno da 1285 a 1781 versi). Si vedrà in seguito come, secondo al­
cuni, la dimensione più breve dei canti dell'Iliade e dell'Odissea potreb­
be rispecchiare il fatto che al tempo della composizione scritta dei poemi
erano usati rotoli di altro tipo rispetto a quelli papiracei, e meno capienti.
C’era anche la possibilità di accrescere un rotolo di papiro nel corso del
tempo, incollandovi successivamente nuovi kollémata e ottenendo così
quello che è noto come tómos synkollésimos. Questo tipo di manufatto,
tuttavia, conteneva perlopiù documenti pubblici e privati che, una volta
scritti, erano riuniti a formare una sorta di dossier.
L'influsso del supporto È stato anche notato come in alcune testimonianze antiche sembri ri­
sul contenuto: sultare diffuso l’uso di «scatole» (thékai) triangolari per contenere papi­
l'organizzazione in libri ri. In un’iscrizione dal Tesoro di Andro a Deio, risalente all’incirca al 166
a.C. (Inscriptions de Delos, 1400.7), si parla ad esempio di una trigonos
I supporti 13

théke contenente i libri di Alceo. Potrebbe


non essere un caso che, nell’edizione ales­
sandrina, la produzione di Alceo fosse sta­
ta ripartita in dieci libri: dieci rotoli, infatti,
entrano alla perfezione in un contenitore
triangolare, dove possono essere disposti jjrejiimiriNtnxKjrarM
.KTOJWt^KWaij-rrec
uno sopra l’altro secondo lo schema 4 + 3 ua,
+ 2 + 1. Allo stesso modo, le thékai trian­
golari potevano essere disposte in manie­ JOUTOilihMA-mi-lC+H
ra alternata, con i vertici rispettivamente in Ùzvar-
U -* X \J T H b m .ì
alto e in basso, in modo da ottimizzare lo : 4SPÌA' '
spazio; ed è stato suggerito che anche l’a­
bitudine degli storici di organizzare le pro­
prie opere in decadi (si pensi ad esempio V ■ l»TYJl,A-N
a Livio, i cui Ab Urbe condita libri avreb­
bero dovuto raggiungere il numero di 150; •xst$Amwaa&e#rrm
ai quaranta libri della Biblioteca storica di
Diodoro Siculo, ai venti delle Antichità ro­
mane di Dionigi d’Alicarnasso, agli ottanta
della Storia romana di Cassio Dione) po­
■?.,-·
trebbe derivare proprio dall’uso di que­ r - '·
sti contenitori che rendevano comoda una
struttura in blocchi di dieci.
L’uso di rotoli di papiro è documenta­
to in Egitto dalla metà del terzo millennio
a.C., mentre per quanto riguarda il mon­
do greco era già ampiamente stabilito ad
Atene nel primo terzo del V secolo, come
dimostrano tra l’altro le raffigurazioni va­
scolari. Sono proprio queste raffigurazioni
a mostrarci che la lettura avveniva a due
mani, con la sinistra che avvolgeva la parte
letta e la destra che teneva la parte anco­
ra da leggere. Ad Atene l’acquisto di char-
tai per documenti pubblici è attestato dal Il papiro P.Lit.Lond. 134, col. ix-x (Iperide, In Philippidem),
408/7 a.C. (IG I2374, col. IX, 11.279-281), e da F.G. Kenyon, Classical texts from papyri in thè British
un frammento di papiro, insieme a un cala­ Museum; including thè newly discovered poems ofHerodas,
mo, è stato rinvenuto già in una tomba ri­ The British Museum, London, 1891.
salente alla seconda metà del V secolo a.C.
L’uso del papiro, in rotoli o fogli, proseguì per tutta l’antichità ma diminuì
drasticamente nel corso dell’alto medioevo (anche a causa della conqui­
sta araba dell’Egitto nel 641), per poi scomparire del tutto. Risulta però
ancora attestato nella cancelleria papale (che forse lo importava dalla Si­
cilia) almeno fino alla metà dell’XI secolo.
Come si è già accennato, in genere il rotolo papiraceo, soprattutto se Il ritrovamento
molto usato, tendeva abbastanza rapidamente a deteriorarsi e non aveva dei papiri
una durata superiore a qualche secolo. Tuttavia una serie di condizioni ec­
cezionali, in particolare climatiche, hanno permesso a numerosi frammenti
più o meno consistenti di giungere fino a noi. La stragrande maggioranza
14 La scienza dei testi antichi

viene dall’Egitto, che peraltro ha restituito un gran numero di papiri «do­


cumentari» (cimtenenti cioè atti, transazioni e corrispondenza privata o re­
lativa a magistrati e funzionari) e un numero decisamente minore di fram­
menti di ambito letterario. In qualche caso i papiri contenenti testi classici
sono stati rinvenuti negli ambienti nei quali erano collocati in origine (ar­
chivi e biblioteche), o deposti nelle tombe (è il caso, per esempio, della Co­
stituzione degli Ateniesi di Aristotele); i ritrovamenti più numerosi tuttavia
sono avvenuti scavando le grandi discariche che circondavano le antiche cit­
tà egiziane, e che fino ai primi decenni del secolo scorso erano ancora visi­
bili come collinette (kom, plurale kiman). Una volta scavate, queste piccole
alture hanno rivelato al proprio interno brandelli di papiri, spesso strappa­
ti e accartocciati, che per un qualche motivo erano stati gettati via millenni
prima. In particolare si sono rivelati ricchissimi i kiman che circondavano
l’antica città di Ossirinco, l’attuale el-Bahnasa, scavati a partire dalla fine
dell’Ottocento da missioni inglesi e italiane, e la cui pubblicazione non è an­
cora conclusa. Altri papiri furono invece «riciclati» per ottenere cartapesta
(tecnicamente cartonnage), in particolare per la fabbricazione di maschere,
pettorali e altri oggetti con cui erano abbigliate le mummie.

BOX 3
Papiri letterari e testi «nuovi»

Il primo caso docum entato di decifrazione di un papiro proveniente dall'Egitto risale al 1788, quando
l'erudito danese Niels Iversen S ch o w pubblicò la cosiddetta Charta borgiana, un papiro appartenente
alla collezione del cardinale Stefano Borgia oggi conservato presso il M useo Archeologico Nazionale
di Napoli. L'aspettativa che circondava il m anufatto era elevata, e vi fu quasi una certa delusione quan­
do si scoprì che si trattava 'solo' di un testo docum entario, relativo a una serie di lavori di irrigazione
effettuati nel 193 d.C. nei pressi di Tebtynis, nell'oasi del Fayum. In seguito, tuttavia, dall'Egitto sareb­
bero giunti anche molti papiri contenenti testi letterari. Q uesti ultimi possono essere divisi fra testi già
noti e testi nuovi, ovvero andati perduti tra la tarda antichità e la prima età m oderna. Per la filologia
sono assai im portanti anche i primi, in quanto si tratta di testim oni antichissimi, in qualche caso anche
di oltre mille anni più vecchi rispetto ai più antichi manoscritti superstiti. L'attenzione m aggiore degli
studiosi e anche del grande pubblico, com prensibilm ente, viene tuttavia catalizzata dai testi «nuo­
vi», grazie ai quali siamo stati in grado di recuperare intere opere, o fram m enti consistenti, di autori
di grande im portanza che erano stati maltrattati dagli accidenti della tradizione. Senza l'apporto dei
papiri egiziani avrem m o solo pochi o pochissimi fram m enti di Bacchilide, Menandro, Eroda, non po­
trem m o leggere nella sua interezza la Costituzione degli Ateniesi di Aristotele, e conoscerem m o molto
m eno dei dram m i satireschi di Eschilo e Sofocle o dei carm i di Archiloco e Saffo, per citare solo pochi
esempi. M olto inferiore è l'apporto dei papiri per la letteratura latina, dovuto anche al fatto ch e la lin­
gua delle classi colte dell'Egitto era il greco; si può com unque ricordare alm eno il fram m ento del p o ­
eta elegiaco Cornelio Gallo scoperto nella piazzaforte romana di Qasr Ibrim e pubblicato nel 1979. Le
scoperte papiracee proseguono ancora oggi. Nel 2001 sono stati pubblicati ben 110 nuovi epigram ­
mi del poeta ellenistico Posidippo, ricavati da un papiro riutilizzato in un cartonnage funerario e oggi
conservato nelle raccolte dell'Università di Milano. M olto scalpore, infine, ha suscitato nel 2014 la p u b ­
blicazione da parte di Dirk Obbink, a partire da un papiro anch'esso proveniente da un cartonnage e
adesso in una collezione privata britannica, di due nuove composizioni di Saffo, una delle quali parti­
colarm ente ben conservata.
I supporti 15

Biblioteca antica
(si notino i sillyboi
applicati ad alcuni
rotoli di papiro),
da Daremberg - Saglio
1873-1919.

Per quanto i papiri antichi provenienti dall’Egitto costituiscano una Papiri fuori
percentuale assolutamente preponderante, tuttavia si conoscono anche dall'Egitto
esempi provenienti da altre regioni, soprattutto dal Medio Oriente, co­
me la Palestina e la città di Dura Europos, sulla riva dell’Eufrate. Un ca­
so particolarissimo è poi costituito dai resti trovati nel 1977 negli scavi di
una città di origine greca ubicati presso la località di Ai Khanoum, nell’at­
tuale Afghanistan. Gli archeologi francesi, impegnati a riportare alla lu­
ce le strutture di un palazzo, si imbatterono in due strati di fango secco
che racchiudevano quanto rimaneva di un rotolo papiraceo. Le fibre ve­
getali si erano ormai dissolte, ma l'inchiostro si era trasferito, per effetto
dell’umidità, sullo strato di fango superiore: è stato così possibile recupe­
rare quattro colonne, anche se incomplete, di un dialogo filosofico fino­
ra ignoto che si è voluto attribuire al giovane Aristotele. Non mancano
nemmeno esemplari rinvenuti in Europa. Sono noti dalla metà del Sette­
cento i circa ottocento papiri carbonizzati provenienti dalla Villa dei Pi-
soni (meglio nota come Villa dei Papiri) di Ercolano, contenenti perlopiù
opere di matrice epicurea (in particolare ascrivibili al filosofo Filodemo),
la cui lenta decifrazione procede ancor oggi presso l’Officina dei Papiri
Ercolanesi ubicata presso la Biblioteca Nazionale di Napoli. Più recente­
mente, nel 1961-1962 presso la località greca di Derveni (a nord di Salo­
nicco), nel corso dello scavo di una sepoltura fu rinvenuto un piccolo ro­
tolo carbonizzato, contenente un commentario filosofico (risalente al V
secolo e copiato intorno al 340 a.C.) ad una teogonia orfica, che è stato
finalmente pubblicato nel 2006.
Il papiro non era l’unico materiale che poteva essere lavorato per ot­ Il rotolo di pelle
tenere un rotolo. Tra i famosi rotoli di Qumran, per esempio, ve ne so­ o cuoio
no molti costituiti da pezzi di cuoio cuciti insieme, e del resto la Torah
ebraica nella sua forma tradizionale è ancora oggi scritta su un rotolo
di pergamena. E stato persino supposto che anche la prima redazione
dei poemi omerici fosse avvenuta su rotoli di cuoio, che a parità di di­
mensione, a causa del maggiore spessore del supporto scrittorio, conte­
nevano meno testo rispetto ai propri omologhi papiracei. Questo spie-
16 La scienza dei testi antichi

gherebbe, secondo una teoria, come mai i ventiquattro canti (o meglio


«rapsodie») di cui sono composte VIliade e Γ Odissea (che dunque non
sarebbero state create ex novo dai filologi alessandrini) abbiano in me­
dia una dimensione inferiore rispetto all’effettiva capacità di un norma­
le rotolo di papiro: in realtà la loro dimensione sarebbe stata tarata su
un rotolo di cuoio, il supporto che circolava in ambito ionico in epoca
arcaica. L’uso di rotoli di pelle animale, in ogni caso, a partire dall’epo­
ca classica rimase ampiamente minoritario nel mondo greco e romano.
La pergamena sarebbe stata destinata a riprendere quota con lo svilup­
po di un altro tipo di supporto, il codice.

2.b.2 La pergamena e il codice

I materiali morbidi di cui abbiamo parlato fino ad ora (foglie, tessu­


ti, papiro) sono caratterizzati dall’avere un’origine vegetale. Gli antichi,
peraltro, come si è visto conoscevano anche supporti di origine animale,
il cuoio e la pergamena, in genere più costosi e difficili da procurarsi dei
precedenti, ma al contempo più resistenti e adatti a essere lavorati in for­
me diverse da quella del rotolo. Fu proprio questo motivo, come si vedrà,
a portare tali supporti, e in particolare la pergamena, a imporsi per la qua­
si totalità del medioevo.
Il cuoio II cuoio si ottiene dalla conciatura della pelle animale, ovvero dal
suo trattamento con sostanze vegetali contenenti tannino, che la rendo­
no imputrescibile e resistente. Come si è visto, nell’antichità è effettiva­
mente attestato l’uso del cuoio come materiale scrittorio, in particola­
re sotto forma di rotoli. Al cuoio, e non alla pergamena, potrebbero es­
sere dunque riferiti alcuni antichi rimandi alla diphthéra (letteralmente
«pelle» o «cuoio») come materiale scrittorio, anche se non c’è assoluta
certezza. Già Erodoto (5.58) ricorda che anticamente gli Ioni adopera­
vano pelli animali, note come diphthérai, come surrogato del più esotico
papiro; e lo stesso storico aggiunge che quest’uso era mantenuto, anco­
ra ai suoi tempi, da popolazioni barbariche. Potrebbe essere il caso del­
le diphthérai basilikài persiane ricordate da Diodoro Siculo, 2.34.4, che
a sua volta citava da Ctesia.
La pergamena A differenza del cuoio, la pergamena (in latino membrana) è una pel­
le di animale non conciata, ma trattata con la calce e poi lasciata seccare
su un telaio che la mantiene distesa, per poi essere raschiata e lisciata.
Questo fa sì che lo spessore del materiale sia molto più ridotto, e dun­
que a parità di testo copiato risulti molto più leggero e maneggevole del
cuoio. Dei tre strati che compongono la pelle, due (epidermide, ovvero
la parte più superficiale, e ipoderma, lo strato adiposo immediatamen­
te sottostante) erano eliminati nella lavorazione, in modo che rimanes­
se il derma, che nella parte superiore recava i bulbi piliferi e in quella
inferiore uno strato fibroso. In alcuni manoscritti medievali di area oc­
cidentale si trovano istruzioni più o meno dettagliate per la fabbrica­
zione della pergamena, da cui si evince che le pelli, una volta scuoiate,
venivano immerse in acqua per un giorno e una notte; poi erano scola­
te ed immerse nuovamente nell’acqua finché quest’ultima non rimane-
I supporti 17

BOX 4
Come voglio la mia pergamena

Il m onaco bizantino Massimo Pianude (1255-1305) fu uno degli uomini più colti della sua epoca: tra­
dusse in greco vari autori latini (Ovidio, Cicerone, Bo e zio ...), approntò un'im portante edizione di Plu­
tarco e raccolse un'antologia di epigram m i ch e da lui prende il nom e di A nthologìa Planudea. Ci ha la­
sciato anche un am pio epistolario, dal quale em ergono vividam ente anche le questioni pratiche che
d oveva affrontare uno studioso, com preso l'approvvigionam ento di materiali scrittorii. In un'epistola
(100) indirizzata al confratello M elchisedek Acropolita, che si era offerto di procurargli i fogli di perga­
m ena (m em brana!) necessari per il suo lavoro, Pianude scrive che:

questi devono essere sottili, dimodoché un libro (biblos) di poche pagine non venga spesso e panciuto,
ma piuttosto un libro di molte pagine risulti più snello e leggero. Inoltre la pergamena non dev'essere
spalmata con l'uovo, in quanto in questo caso le lettere si depositano sull'uovo, e non sulla pergamena
stessa: e se per caso la pergamena entra in contatto con l'acqua, insieme all'uovo espelle e scrolla via an­
che la scrittura, e la fatica di chi scrive va in fumo. L'uovo infatti si interpone tra la pergamena e le lettere,
e quando viene dilavato si porta via anche queste. Ti ho fatto recapitare tramite questo presente mes­
saggero anche due modelli di bifogli (diphylla [il bifoglio era un foglio di pergamena che veniva piegato nel
mezzo: v. p. 21], Con la metà della somma comprerai pergamene piccole secondo il modello più grande,
cosicché da ciascuna sia ricavabile un solo bifoglio dalle dimensioni che vedi; con il denaro restante, sulla
base del modello minore comprerai pergamene più grandi, da ciascuna delle quali possano essere rita­
gliati due bifogli secondo le dimensioni del modello. Il fatto che queste pergamene devono essere im­
macolate, non te lo voglio neppure dire, lo sai già da te.

va limpida. Successivamente erano immerse per otto (in estate) o sedici


giorni (in inverno) in una soluzione di acqua e «calce spenta», che servi­
va a sgrassare le pelli e ad indebolire i peli. In seguito si procedeva alla
depilazione per mezzo di un raschietto, e poi le pelli erano nuovamen­
te immerse per vari giorni in un bagno di acqua e calce spenta. Succes­
sivamente venivano tese su un apposito telaio, e lì scarnite con un col­
tello affilato, per renderle ancora più sottili; in seguito, dopo eventuali
ulteriori bagni per eliminare le impurità, erano lisciate con una pietra
pomice e nuovamente poste a seccare su un telaio. Nel mondo bizan­
tino la superficie della pergamena poteva essere trattata con la chiara
d’uovo, che conferiva una particolare lucentezza, ma aveva il difetto di
rendere la scrittura meno resistente all’acqua (v. Box 4). Al termine del­
la lavorazione, nel foglio di pergamena si distinguevano due «facce»: il
cosiddetto «lato pelo», corrispondente alla parte esterna del derma, sul
quale si potevano distinguere spesso piccole macchioline scure che cor­
rispondevano ai bulbi piliferi, e il cosiddetto «lato carne», più pregiato
perché più uniforme.
Teoricamente moltissime specie animali potevano essere utilizzate per Varietà
la fabbricazione della pergamena. Nella pratica, come hanno evidenzia- e tipologie
to anche recenti indagini con l’utilizzo del microscopio e dell’analisi del
DNA, le principali ‘fonti’ della pergamena erano bovini e ovini. In parti­
colare, nell’area delle isole britanniche si sarebbe utilizzata principalmen­
te pelle di vitello, mentre nell’Europa meridionale quella di capre e peco­
re. La pelle di capra risulta intensamente usata in Italia e Grecia, quella di
18 La scienza dei testi antichi

pecora (più scadente rispetto alle altre) nelle regioni orientali dell’Impero
bizantino. La pelle di capretti e agnelli di poche settimane di età era par­
ticolarmente pregiata, perché dava una pergamena sottile e molto chiara,
che talora viene definita velino; nel tardo medioevo pare attestato l’uso di
pergamena ricavata da vitellini o agnelli nati morti o estratti direttamen­
te dal ventre materno (vello uterino).
C era inoltre la possibilità di colorare la pergamena, per ottenere un
prodotto particolarmente pregiato. È il caso dei cosiddetti codices pur­
purei, prodotti di estremo lusso vergati con inchiostri aurei e argentei su
pergamena purpurea. Occorre osservare, peraltro, che il supporto in que­
sti casi non veniva trattato con vera e propria porpora, che com’è noto
era ricavata dal mollusco Murex brandarius ed era costosissima, ma con
il più economico tornasole, derivato da licheni del genere Rocella. Il ca­
so più noto è probabilmente quello dell’Evangeliario purpureo di Rossa­
no Calabro (VI secolo), splendidamente miniato, ma si possono ricorda­
re anche la cosiddetta Genesi di Vienna (Wien, Òsterreichische National-
bibliothek, theol. gr. 31) e i Vangeli di Sinope (Paris, Bibliothèque Natio-
naie, Suppl. gr. 1286).
L'origine Il nome con cui denominiamo oggi l’antica membrana deriva dalla
della pergamena tradizione (riferita da Plinio, Nat. hist. 13.21, sulla base di Varrone) se­
condo cui questo supporto sarebbe stato inventato a Pergamo ai tem­
pi del re Eumene II (197-160 a.C.) per contrastare l’embargo del papiro
voluto dal re d’Egitto (probabilmente Tolomeo VI Filometore, 180-145
a.C.) per impedire la nascita di una biblioteca rivale (aemulatione cir­
ca bibliothecas regum Ptolemaei et Eumenis, supprimente chartas Ptole-
maeo, idem Varrò membranas Pergami tradii repertas). In realtà si deve
trattare di una leggenda tarda, giacché il primo documento greco noto
su pergamena risale già al 195 a.C. ed è stato trovato a Dura Europos:
al massimo si potrà pensare che, nel corso di una crisi tra Pergamo ed
Egitto, nella prima si sia deciso di surrogare il papiro con un materia­
le scrittorio noto già da tempo. Il termine pergamena risulta in ogni ca­
so attestato solo a partire dall’editto di Diocleziano del 301 (7.38), e poi
negli autori tardoantichi.
La diffusione La pelle animale come supporto della scrittura conobbe un notevole
della pergamena sviluppo a Roma a partire dal I secolo a.C., dove come si è detto la per­
gamena era nota come membrana. Cicerone, ad esempio, scrivendo ad
Attico gli chiedeva di procurargli delle membranulae dalle quali ricavare
etichette per i rotoli di papiro. Rapidamente si dovette realizzare che un
foglio di pergamena, piegato a metà in modo da avere una forma a «ditti­
co», costituiva un surrogato più pratico, flessibile e leggero di una classica
tavoletta di cera: una volta scritto, poteva tra l’altro essere rapidamente
lavato con una spugna e tornava come nuovo. Quintiliano però (10.3.31)
non era del tutto convinto rispetto a questo nuovo supporto: ammetteva
1uso dei taccuini di pergamena per chi aveva problemi di vista (la scrittura
su membrana, infatti, garantiva un maggior contrasto rispetto a quella su
cera!), ma notava che la necessità di intingere il calamo nel calamaio du­
rante la scrittura (a differenza di quanto avveniva con le tavolette cerate)
implicava un interruzione del flusso dei pensieri. Di questi taccuini parla
anche Marziale in un suo epigramma (14.7); presto dovettero comparire
I supporti 19

anche veri e propri «quaderni» composti da più fogli di pergamena, piega­


ti a metà, impilati l’uno sull’altro e cuciti insieme nella piegatura centrale.
Ad un certo punto, probabilmente nei primi decenni del I secolo d.C., La nascita
qualcuno concepì l’idea di copiare opere letterarie sui quaderni perga- del codice
menacei, chiamati codices per analogia con i «blocchi» di tavolette. Per
questo motivo i libri costituiti da uno o più fascicoli cuciti insieme furono
chiamati proprio codices (in greco somàtia, ma anche più genericamente
bibita o bibbi). Queste innovazioni dovettero aver luogo a Roma: lo dimo­
stra il fatto che tali «quaderni» in greco sono noti con un nome di chiara
origine latina, membrànai, come mostra tra l’altro un passo della seconda
lettera di Paolo a Timoteo (4.13).
Ancora una volta è Marziale, nel quattordicesimo libro dei suoi Epi­
grammi, a menzionare tutta una serie di opere che ai suoi tempi erano già
disponibili in «libri» pergamenacei, costituiti da uno o più fascicoli lega­
ti insieme, di cui sottolinea la maggiore maneggevolezza e le minori di­
mensioni rispetto ai rotoli papiracei, ingombranti e poco pratici (v. Box 5).
Questi codices sostanzialmente corrispondono già, nella forma e nella
struttura, ai nostri libri: erano composti, dunque, da pagine riquadrate,
scritte in genere su entrambe le facciate; per avanzare nella lettura basta­
va sfogliare le pagine, e al termine bastava chiudere il libro, che non do­
veva più essere arrotolato come i rotoli papiracei. Marziale, è stato nota­
to, non aveva però compreso appieno la portata di questa innovazione:
per lui i libri ‘seri’, quelli degni di una biblioteca, rimanevano i rotoli pa­
piracei; le membranae erano utili soprattutto per chi si doveva spostare.

BOX 5
Le membranae di Marziale

Il quattordicesim o libro degli epigram m i di Marziale (38 ca.-104 d.C.) è anche noto com e Apophore-
ta, ovvero «Doni da portar via»: si trattava, in altri termini, di brevissime composizioni destinate ad ac­
com p agnare i doni che, soprattutto durante i banchetti dei Saturnali, erano messi in palio dall'ospite
e sorteggiati tra i commensali. Una serie di questi doni, evidentem ente, era costituita da testi di «clas­
sici» nell'innovativo formato costituito da piccoli codici di pergam ena. Così nel com p onim ento 184
com p are un Homerus inpugillaribus membraneis, letteralm ente un «Om ero in tavolette di pergamena»,
e si osserva co m e «L'.Iliade e Ulisse nem ico del regno di Priam o / sono parim ente celate da m oltepli­
ci fogli di pergam ena (m ultiplici pelle)»; un'edizione di Virgilio (186) reca nella prima pagina un ritratto
del poeta (secondo un'usanza che ricorrerà frequentem ente in molti codici medievali); in riferimen­
to a un Cicero in m embranis (188), si osserva che «Se questa pergam ena ti sarà com pagna, sappi / che
farai molta strada insiem e a Cicerone», alludendo alla com odità che il nuovo formato presentava an­
che per i viaggiatori, soprattutto a paragone dei rotoli di papiro, ingom branti e scomodi da leggere in
condizioni di m ovim ento o di carenza di spazio. Vengono citate anche le M etam orfosi di O vidio (192) e
soprattutto un'edizione dell'opera storica di Tito Livio (190), che com'è noto era costituita da ben 142
libri («Il grande Livio è racchiuso in piccole pelles, / lui che la mia biblioteca non riesce a contenere tu t­
to»), Del resto, anche all'inizio della sua raccolta (1.2) Marziale propagandava l'edizione pergam enacea
«tascabile» dei suoi epigrammi: «Tu che vuoi che i miei libretti siano con te o vu n q u e / e desideri averli
co m e com p agni dei tuoi lunghi viaggi, / com pra questi, che una pergam ena racchiude in paginette:
/ riserva le scansie ai grandi, una sola m ano basta a tenermi».
20 La scienza dei testi antichi

Il successo Già all inizio del III secolo risulta evidente che i codici (di pergame­
na, ma anche di papiro, probabilmente nati per imitazione rispetto ai pri­
mi) si erano diffusi nelle raccolte dei bibliofili. Il giurista Ulpiano, morto
nel 228, si interrogava infatti (Dig. 32.52) se, quando qualcuno lasciava in
legato testamentario i suoi libri ad un altro, si dovessero intendere omnia
volumina sive in charta sive in membrana... sive in quavis alia materia. Per
il giurista la risposta era positiva: non solo dunque le sue osservazioni ri­
velano che i libri pergamenacei erano una realtà diffusa, ma permettono
di comprendere come fossero classificati sullo stesso piano dei rotoli pa­
piracei, senza essere considerati semplici taccuini per appunti. Il codice
era ormai sdoganato, anche se ancora non aveva la posizione dominante
e pressoché monopolistica che assunse definitivamente dalla fine del IV
secolo. Soprattutto, i ritrovamenti di antichi codici fanno sospettare che,
tra II e III secolo, anche se con eccezioni, i testi tramandati nel nuovo for­
mato fossero soprattutto di ambito tecnico, scolastico o riguardassero let­
teratura «di consumo», per esempio i romanzi.
Resta il fatto che, com è stato notato, il formato del codice (pergame­
naceo o papiraceo) si diffuse con estrema rapidità presso le comunità cri­
stiane (in particolare per quanto riguarda le Sacre Scritture; per altri tipi
di testi veniva utilizzato anche il rotolo), e di questo sono state date varie
interpretazioni, alcune delle quali presuppongono la scelta ben precisa
da parte dei primi cristiani, di adottare il codex.
Le teorie Secondo una vecchia teoria di Roberts (avanzata nel 1954 e più tardi,
Roberts e Skeat peraltro, abbandonata dallo stesso studioso), Marco nel 70 avrebbe com­
posto il suo Vangelo a Roma utilizzando un codex pergamenaceo. Que­
sto codice avrebbe poi raggiunto Alessandria, e grazie al suo prestigio
avrebbe stimolato la diffusione del formato per veicolare i testi evange­
lici. Quest’ipotesi, tuttavia, è sembrata decisamente implausibile, anche
perché, tra l’altro, quello di Marco è senz’altro il vangelo meno influente.
Secondo un’ulteriore ipotesi avanzata dallo stesso Roberts e da Skeat
nel 1983, l’uso del codice deriverebbe invece da una volontà precisa da
parte dei cristiani di distanziarsi dal rotolo di pergamena della Torah e da
quello papiraceo dei pagani; fin dalle prime attestazioni dei codici, tra l’al­
tro, si riscontra l’uso dei nomina sacra (particolari abbreviazioni di parole
ricorrenti nelle Sacre Scritture, v. sotto, pp. 45 e 47), e questo lascerebbe
intendere una volontà centralizzata, forse da collocare ad Antiochia, che
per i due studiosi avrebbe potuto essersi applicata anche alla scelta del
formato del codex piuttosto che di quello del rotolo.
In un ulteriore contributo, Skeat ha abbandonato anche quest’ipotesi
ed è giunto a ritenere che la scelta del codice da parte delle comunità cri­
stiane sarebbe dovuta, ancora una volta, alla ben precisa e coordinata vo­
lontà di privilegiare un formato che permettesse di contenere su un solo
supporto i quattro Vangeli canonici (anche se, come egli stesso riconosce,
i primi codici papiracei dei quattro Vangeli non sembrano comparire pri­
ma deH’inizio del III secolo).
spiegazione L idea che la diffusione del codice sia dovuta a scelte ben precise e
-economica «dall’alto» (di cui non resta alcuna traccia), peraltro, suscita diversi pro­
blemi, e difatti nessuna delle ipotesi di Roberts e Skeat è riuscita ad im­
porsi. La questione non si può dire risolta, ma forse è più semplice pensa­
I supporti 21

re, rifacendosi in questo al pensiero di Guglielmo Cavallo e di altri, che le


ragioni del successo del nuovo formato, in generale e in particolare pres­
so i cristiani, siano in prima istanza economico-sociali: il codex era un sur­
rogato a costo minore, maneggevole e più pratico (anche per la ricerca e
la consultazioni di determinati passi) rispetto ai rotoli. Una sorta di ‘ta­
scabile’ dunque che, non sorprendentemente, avrebbe finito per trovare
posto nelle bisacce di predicatori più o meno itineranti (che in ogni caso
usavano i taccuini di membrana per le loro annotazioni, come rivela il già
citato passo paolino da 2 Timoteo 4.13), e poi sarebbe divenuto il forma­
to consueto per le Sacre Scritture.
Il singolo supporto di forma rettangolare (in genere di pergamena, ma La creazione
come si vedrà anche di papiro e più tardi di carta) era detto folium', per dei fascicoli
l’uso, come si è visto, era piegato a metà e diveniva un bifolium (in italia­
no bifoglio). Ciascuna delle due metà, del tutto uguale a una pagina dei
nostri libri, viene detta carta. I bifolia aperti erano impilati l’uno sull’altro
a formare fascicoli; in genere erano sovrapposti quattro bifogli, da cui il
termine greco tetràdion o il latino quaternio, da cui l’italiano «quaderno»;
si conoscono tuttavia anche fascicoli costituiti da un solo bifoglio (unioni,
detti anche singolioni o monioni), da due (binioni) o tre (ternioni), da cin­
que (quinioni), da sei (senioni), sette (settenioni), otto (ottonioni) e oltre.
Era possibile ottenere anche i fascicoli in modo più rapido, ripiegan­ Il formato
do più volte il singolo folium e tagliandone i bordi esterni. Ad esempio, dei fascicoli
per ottenere un quaternione era sufficiente piegare un folium su se stes­
so per tre volte: questo comportava, ovviamente, che le pagine risultan­
ti fossero di dimensioni progressivamente più piccole. Da quest’usanza
deriva la consuetudine, sopravvissuta anche dopo l’avvento della stam­
pa, di indicare le dimensioni dei libri utilizzando, in ordine decrescente,
le definizioni di in folio (il singolo folium è piegato solo una volta, otte­
nendo così due carte), in quarto (il folium è piegato due volte, ottenendo
quattro carte corrispondenti a un binione), in ottavo (il folium è piega­
to tre volte, ottenendo otto carte
corrispondenti a un quaternione),
in sedicesimo (il folium è piega­
to quattro volte, ottenendo sedi­
ci carte corrispondenti a un otto-
nione). Nel caso dei libri a stam­
pa, come si vedrà, le varie pagi­
ne erano impresse contempora­
neamente sul foglio prima della in folio in quarto
piegatura: di questo si trova trac­
cia nei vecchi libri (come alcuni
esemplari poco consultati anco­
ra presenti nelle biblioteche) che
hanno alcune pagine unite lungo

La piegatura dei fogli in ottavo in sedicesimo


e i formati delle pagine.
22 La scienza dei testi antichi

it bordo esterno. Si parla di libri intonsi, che necessitano cioè di essere ta­
gliati per poter essere consultati: se si esaminano con attenzione, si no­
terà che le pagine unite derivano dalla piegatura dell’originario foglio di
stampa per formare un fascicolo.
La combinazione I codici più antichi erano formati da un solo fascicolo; poi, per con­
dei fascicoli tenere testi più lunghi, vennero utilizzate serie di fascicoli, in genere del
medesimo formato (per esempio serie di quaternioni), anche se l’ultimo
fascicolo poteva essere costituito da un numero di folio, minore, ovvero
da quelli strettamente necessari per terminare la copia dell’opera in que­
stione. 11 numero di fascicoli da cui era costituito un codice poteva esse­
re molto elevato: il cosiddetto Puteanus di Livio (Paris, Bibliothèque Na-
tionale, lat. 5730, del VI secolo) conteneva in origine circa 55 quaternio­
ni. Alcuni codici risultano formati da fascicoli di provenienza disparata,
non concepiti in origine per confluire in un unico libro: si parla in questo
caso di manoscritti o codici fattizi. Solo in età umanistica si cominciano a
numerare le carte, e poi le singole pagine; prima in genere ci si limitava ai
fascicoli, per facilitare la legatura.
Guasti e rinforzi Quando un fascicolo si danneggiava, tendevano a cadérne prima le
pagine centrali, seguite man mano da quelle più esterne; allo stesso tem­
po, in un codice i fascicoli più a rischio erano quelli iniziali e finali. Spes­
so è questa l’origine di importanti guasti e lacune nella tradizione di alcu­
ne opere dell’antichità: in Plauto per esempio è andata perduta l’ultima
commedia tramandata dal corpus, la Vidularia, e, nel celebre palinsesto
ambrosiano (Milano, Biblioteca Ambrosiana, G 82 sup.), le prime cinque
commedie (recuperate per altra via); nel codice principale dei Deipnoso-
fisti di Ateneo (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. Z 447, della
è
fine del IX secolo) sono andati perduti i primi due libri dell’opera la fi­
ne del quindicesimo, ovvero l’ultimo.
Per rinforzare i fascicoli si poteva ricorrere all’uso delle cosiddette
«brachette», ovvero listarelle di pergamena o di carta incollate o cucite
a cavallo della piegatura di questi. Per ricavare le brachette spesso erano
utilizzati codici antichi e rovinati: è proprio da questi ‘ritagli’ talora rin­
venuti nel momento in cui è stata restaurata la legatura del codice, che è
stato possibile recuperare frammenti di testi preesistenti. Da un frammen­
to di pergamena del VII-VIII secolo usato per restaurare un codice (To­
nno, Biblioteca Nazionale Universitaria, F IV 25) è stato per esempio re­
cuperato, nel 1973, un brano dal perduto secondo libro del De reditu suo
di Rutilio Namaziano.
L'organizzazione Mentre si preparavano i fascicoli si procedeva anche a rigare e squa­
della pagina drare la pagina. Dapprima si creava una serie di fori-guida con un punte­
ruolo, e poi si tracciavano, utilizzando una punta a secco e una squadra o
una riga, le linee della squadratura (finalizzata a determinare lo specchio
di scrittura, ovvero il riquadro della pagina entro il quale veniva copiato
il testo) e della rigatura vera e propria. Soprattutto alla fine del medioe­
vo si diffuse l’uso di ‘rinforzare’ la rigatura con tratti a inchiostro o a ma­
tita. Nella tradizione occidentale, le lettere in genere sono posate sopra
le righe; questo vale anche per quella orientale fino circa al X secolo; in
seguito, le lettere saranno ‘sospese’ sotto le righe. Ricordiamo che alcuni
dei codici più antichi e prestigiosi potevano presentare fino a quattro co-
I supporti 23

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Τ Ά Λ A K ( Ύ Α A y i n« A |X M A N C O CIAC N u > A K A O A f C lA A Y I t ic
Ο I I N U > N C I A I OMir I I I O N tlA I K O N K i I I f i H 'I l< )A c i > Ν Λ γΐΜ
Α γ ί M C K A IO Y K T ' (ty K C H μ ικ ό μ γ ο λ
I l A f X t ι ο ί lA p A K A K A I O A l f i o £ N i K"i I A A y i I IC 'K A IK A b
Α (ϋ Ν λ γ I M N A It ι A i y o c c '» a > N r i A c x K IK ACC Ν Ϋ Ι i c f o r
I ΙΛ Ν I U ) N ! CUNA i ic y n r c n iA A Y in - K A O Y K C C ι l NO I,(A
I A l IC D N IC U N A y jK T < | C -N O N lO O IA fX -— P A K A A C O N A Y IH M
I ΙΑ Ν ΐ ν (Ό Ι \{ > Ι \ιιΤ ' ι c c ' a y » ι k m : a>CKf* IAC- Κ Α Μ Ι Ν Ι Α Π H
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M f I C liK lC O M lO y > Κ Γ Φ Γ Ι ΙΟ Υ Α Ν Α ΙΙλΥ r i e ι acc Ν Ο Α ίκ α »
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C O C D C A Y I IIO K A I J -C Y O N I O C N OYKV O Y M M M N | A NY I f '
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Una pagina del Codex Sinaiticus: si noti la mise eri page su quattro colonne.

lonne per pagina (è il caso del codice Sinaiticus della Bibbia, della metà
del IV secolo; il Codex Vaticanus, sempre del IV secolo, è invece impagi­
nato con tre colonne per pagina). Il colpo d’occhio che si presentava all’a­
pertura del codice non era così troppo distante da quello che si otteneva
consultando un rotolo papiraceo, e probabilmente questa corrisponden­
za non era casuale. In seguito in genere il testo fu copiato a piena pagina
(ovvero su un’unica colonna), oppure su due colonne. In presenza di ma­
noscritti medievali su tre colonne si può ipotizzare la presenza di un mo­
dello molto antico, com’è stato ad esempio supposto per il codice V delle
Filippiche di Cicerone (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vatica­
na, Archivio del Capitolo di San Pietro, H 25, del IX secolo).
I margini furono presto utilizzati per contenere, a loro volta, testi di La nascita
corredo, in particolare commentari che invece, nei rotoli papiracei, erano del commento
tramandati autonomamente e per questo motivo tendevano anche a es­ a margine
sere particolarmente prolissi. Proprio per la necessità di sfruttare al me­
glio lo spazio relativamente ridotto offerto dai margini si cominciò anche
a selezionare brani di commentari preesistenti, che poi andarono a con-
24 La scienza dei testi antichi

fluire nei margini dei manoscritti, dove rispetto al testo principale erano
vergati con caratteri più piccoli, un’interlinea ridotta e un maggior uso
di abbreviazioni. Per i testi biblici si parla di catene, per quelli profani di
scolii·, un minuzioso e preziosissimo apparato di scolli che deriva da com­
menti più antichi si trova, ad esempio, nel più antico manoscritto com­
pleto dell’Iliade, il cosiddetto Venetus A (Venezia, Biblioteca Nazionale
Marciana, gr. Z. 454).
La numerazione Per noi è normale che le singole pagine di un libro siano numerate,
ma in realtà questa è un usanza che si andò diffondendo e generalizzan­
do solo dopo 1 avvento della stampa. L’uso della paginazione (numera­
zione delle pagine) non pare attestato nella produzione libraria occiden-
tale prima del XIII secolo; in ambito greco si riscontra qualcosa nei co­
dici più antichi (dal III al VI secolo), forse per influsso della numerazio­
ne delle selides dei rotoli papiracei. Altrettanto tardiva è la numerazione
dei fogli, o foliazione. Più comunemente, invece, si procedeva a numera­
re (con cifre romane spesso precedute dalla Q di quaternio o, a Bisanzio,
con le lettere dell alfabeto greco usate con valore numerico) o comunque
contrassegnare i fascicoli, per facilitarne la legatura nell’ordine corretto.
Sempre per facilitare l’opera del legatore era diffuso in Occidente l'uso
del richiamo: al termine di un fascicolo venivano copiate le prime parole
del successivo. Questa abitudine si diffuse anche nel mondo bizantino a
partire dalla fine del XII secolo, forse per il tramite dei manoscritti greci
prodotti nell’Italia Meridionale.
vantaggi del codice: L’uso di fogli di pergamena piegati a formare fascicoli, i quali poi era­
la capienza no riuniti a formare un codice, offriva tutta una serie di vantaggi. I fogli
di pergamena potevano essere scritti agevolmente su entrambe le faccia­
te, ed a parità di superficie questo ne raddoppiava la capacità rispetto al
rotolo di papiro e, oltre ad aumentare la maneggevolezza dei libri, li ren­
deva anche più economici (è stato calcolato un risparmio del 26% circa,
a parità di testo, tra il costo di un rotolo papiraceo e quello di un codice).
Inoltre, la possibilità di riunire un numero variabile di fascicoli rendeva
molto più espansibile, dal punto di vista delle dimensioni, il nuovo ‘conte­
nitore. Si ritiene che, in genere, durante la fase di passaggio dai rotoli pa­
piracei ai codici pergamenacei si rispettasse un rapporto di cinque a uno:
in ogni codice confluivano dunque, più o meno, cinque rotoli. In ogni ca­
so, sono noti anche codici di dimensioni mastodontiche: il già citato Vati-
canus (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. gr. 1209)
della Bibbia, del IV secolo, comprende circa 1600 pagine, e il cosiddet­
to Alexandrinus (London, British Library, Royal 1 D V-VIII) del V seco­
lo, anch esso contenente la Bibbia, in origine raggiungeva le 1640 pagine.
vantaggi del codice: Come si è accennato, rispetto al papiro la pergamena era molto più re­
la resistenza sistente nei confronti dell’umidità, delle variazioni di temperatura e dei
parassiti. Galeno (18.2.630 K.) indicava che la durata media del papiro
era 300 anni, anche se facevano eccezione, come si è visto, l’Egitto e al­
tre zone dal clima eccezionalmente arido. La pergamena poteva resistere
molto di più, anche in condizioni climatiche non eccezionali: lo dimostra
il fatto che ancor oggi sono sopravvissuti vari codici risalenti al VI, al V o
addirittura al IV secolo (v. Box 6). Allo stesso modo, i bordi dei rotoli di
papiro erano molto delicati e tendevano a sfrangiarsi (in latino si diceva
I supporti 25

BOX 6
I codici più antichi in nostro possesso

Un grup p o molto im portante di codici di epoca tardoantica giunti sino a noi è costituito da impor­
tanti manoscritti biblici, co m e i già m enzionati Vaticanus e Sinaiticus del IV secolo (il secondo dei quali
diviso tra la National Library di Londra, l'Universitatsbibliothek di Lipsia, la Biblioteca Nazionale di San
Pietroburgo e la biblioteca del m onastero di Santa Caterina del Sinai), ο l'Alexandrinus (London, British
Library, Royal 1 D V-VIII) del V secolo.
Per quanto riguarda invece l'ambito profano greco, occorre citare innanzitutto il codice fram mentario
Vaticanus gr. 1288, risalente alla fine del V secolo, di cui restano tredici fogli, scritti su tre colonne, ap­
partenenti ai libri 78-79 delle Storie rom ane di Cassio Dione; alla seconda metà del V secolo appartiene
anche la cosiddetta iiiaspietà o Am brosiana (Milano, Biblioteca Ambrosiana, F 205 ini), probabilm ente
proveniente da Alessandria, di cui rim angono cinquantadue illustrazioni, ritagliate nel corso del m e­
dioevo, che sul retro presentano fram m enti del testo. Ai primi anni del secolo successivo risale il cele­
bre codice del De m ateria m edica di Dioscoride, oggi conservato a Vienna (Ósterreichische National-
bibliothek, med. gr. 1), prodotto per la nobildonna Anicia Giuliana (figlia e nipote di due imperatori
d'Occidente, rispettivam ente Anicio Olibrio e Valentiniano III) e rimasto a Costantinopoli fino al 1569,
quando fu acquisito per le collezioni asburgiche dall'ambasciatore Ogier Ghiselin de Busbecq.
In am bito latino, sono noti vari codici tardoantichi di Virgilio. Il Mediceus (Firenze, Biblioteca M edicea Lau-
renziana, Plut. 39.1) risale al V secolo; il Palatinus (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pai.
lat. 1631) è datato al V-VI secolo; sono illustrati con miniature il Vaticanus (Vat. lat. 3225, datato al primo
quarto del V secolo), di cui sopravvive solo una parte, e il Rom anus (Vat. lat. 3867, datato al tardo V se­
colo). Sem pre presso la Biblioteca Apostolica
Vaticana è custodito il cosiddetto CodexBem -
binus di Terenzio (Vat. lat. 3226), risalente alla C IM M S C M
fine del IV o agli inizi del V secolo, così chia­
mato in quanto considerato il pezzo forte del­ K J M U C i n ! I M M k U M U I M CONCI M l l J l t q M
la collezione di Pietro Bem bo. Il vetustissimo N O M lU u .M N O S T M tO S S 'JN tA lU lN M LssOMS
NICSllMCCIUB M I D t l S n i P A U M l ì - f ' O A M U l
m anoscritto suscitò anche l'attenzione di A n­
S l t H O N l M i l - N t i m H l ! M IS SU M NAHIS A0U#s
gelo Poliziano, che arrivò a scrivere di suo pu­ M l t i t C U M M O M I N S A l l A UM AA Af l i q ulMO .
gno su una pagina di «non aver mai visto fino A M H lO tU M U l MtMUSOUISSUOMOJ MC.\N$JU
OAtN lA U lkK H AM0AFt,\!0ÌClBÀ*U)S KMCM
a quel m om ento un codice così antico» (nul-
m H S M S M I O l U A i U H ! s u M C IC lM lS Sir oif ii M
lum aeque m e vidìsse ad h an c diem codicem an- p u À v & m t i C A A t i U ! isc h i k m tìx ij t u tis c s
tiquum fateor). I libri 21-25 dell'opera storica di m M j M t l » # S H M c ! N C l H - t S A l A X l A t ,\ i M l p
Livio sono tràditi nel cosiddetto Puteanus (Pa­ OMIÓCUIUS m c i O M A N V I . ■' ’.Mtii C’.:s i n v i t e * . · '
o. u m m ì u m u i m n o u o .u i .m b i ' ■! ·
ris, Bibliothèque Nationale, lat. 5730), copiato
s u m m v m o h o I. t lis s i CMkUisc-.it; A ' i r g M f c V
in area italiana nella prima metà del V secolo I U N I Ì l M C * . \ U l S q S . l * * A N O Ì ! j M ; i N M iitM Jl
e poi appartenuto alla biblioteca di Carlo M a­ ί i ο ο m u v s λ i u \ κ i υ t n i ; ti : i ? v -n

gno e, in seguito, a quella dell'erudito Claude


VK« I (MHIt'lW* n JU i *Ι ί » » ι » '· «-Sii ·Ί«Μ . r Nb’'<t #1
Dupuy, da cui ha preso il suo nome. I libri 41-
45, invece, sono tramandati in via esclusiva da
un manoscritto viennese del V secolo (Óster­
reichische Nationalbibliothek, Lat. 15), prove­
niente dall'abbazia di Lorsch nell'Assia. m M 7, -■·- '#4*4toc*
n- . *<vy <Φ«·*
’- ■>- η * * M -

La fine delle Bucoliche


nel manoscritto Mediceus di Virgilio. m
26 La scienza dei testi antichi

«a diventare barbati», come rivela Marziale, 14.84) se manipolati troppo


spesso e accostati, durante la consultazione, alle vesti del lettore. 1 fascicoli
che costituivano un codice, invece, erano protetti da una robusta legatura
(equivalente alla nostra copertina), costituita da pelle, legno, talora car-
tonnage (come si è visto, una sorta di cartapesta), in casi di lusso metallo
o avorio, al cui dorso i fascicoli stessi erano saldamente cuciti. La perga­
mena era inoltre sufficientemente robusta, come si è visto, per poter esse­
re rigata tramite una punta a secco, che consentiva di creare rapidamente
impaginature anche complesse (un singolo passaggio della punta bastava
infatti a creare una linea sul recto e sul verso, rispettivamente incavata e
sporgente; in genere a ricevere la pressione era il lato pelo, più robusto).
I vantaggi del codice: Il codice era infine più maneggevole: poteva essere sfogliato con una
la facilità sola mano, e, anche con l’ausilio di segnalibri, era possibile aprirlo diret­
di consultazione tamente alla pagina desiderata (mentre in un rotolo andava comunque
effettuata l’operazione di srotolamento).
La capacità Si è accennato al fatto che, per quanto ovviamente non si tratti di una
del codice regola fissa e inalterabile, spesso in un codice confluivano cinque rotoli
e l'influenza papiracei, perlomeno per quanto riguarda la prosa. Questo significa che
sulla tradizione mentre in precedenza poteva accadere che andassero perduti singoli li­
bri di opere estese, adesso il rischio era che scomparisse (o sopravvivesse)
un singolo codice e con esso i cinque libri che conteneva. Più tardi, come
si vedrà, l’avvento della scrittura minuscola, che permetteva grossomo­
do di raddoppiare le dimensioni del testo contenuto in un manoscritto,
comportò la scomparsa o la sopravvivenza di blocchi di 10 libri. Di que­
sta doppia possibilità di trasmissione sulla base di 5 e 10 libri sembra re­
stare traccia nella tradizione di vari autori. Si può ricordare Polibio, di cui
sopravvivono i primi cinque libri su quaranta; di Livio, di cui sopravvivo­
no i libri 1-10 e 21-45 su 142; di Diodoro Siculo, di cui abbiamo i libri 1-5 e
11-20 su 40; di Dionigi di Alicarnasso, di cui abbiamo i primi dieci libri su
venti totali; di Cassio Dione, di cui ci sono giunti in forma pressoché inte­
gra i libri 36-60 su 80. Esattamente come avviene oggi in un libro, le pagi­
ne esterne, ovvero quelle più vicine all’inizio e alla fine del codice, erano
quelle più a rischio di danneggiamento, e talora sono proprio questi gua­
sti a lasciar intuire una fase in cui le opere erano tramandate a blocchi di
cinque o dieci libri. Così delle Storie di Tacito rimangono i primi quattro
libri e solo parte del quinto; dei dieci libri di Curzio Rufo, sono perduti
1Ί-2 e danneggiati la fine del 5, l’inizio del 6 e la fine del 10, particolare
che fa comprendere come, a un certo punto, i dieci libri fossero tramanda­
ti in due codici che ne contevano entrambi cinque e che furono entrambi
gravemente danneggiati nelle parti iniziali e terminali.
Gli svantaggi L’adozione del codice pergamenaceo come principale mezzo di tra­
del codice smissione delle opere letterarie presentava peraltro anche alcuni incon­
venienti. Innanzitutto, la pergamena, pur aumentando la superficie di­
sponibile per la scrittura rispetto al papiro, rimaneva comunque costosa e
daH’approvvigionamento non sempre facile: da ogni pelle animale, infatti,
in genere si ricavavano uno o al massimo due fogli di pergamena. Il tradi­
zionale inchiostro costituito da una miscela di nerofumo, colle e gomme,
inoltre, non aderiva perfettamente alla pergamena e anzi poteva esserne
facilmente cancellato, volontariamente o involontariamente. Questo era
I supporti 27

un vantaggio se si volevano utilizzare le membranae come surrogato delle


tavolette di cera, ma si trattava di un difetto non da poco in un libro. Per
questo si finì per sviluppare un nuovo tipo d’inchiostro, probabilmente
derivato dall’esperienza dei conciatori e dei tintori di pelli, che aggrediva
chimicamente la pergamena e vi si fissava; il composto aveva una formu­
la definita metallo-gallica, ovvero conteneva estratto di noce di galla, sol­
fato di ferro o di rame e un legante (v. pp. 33-34).
Tra le due facce della pergamena, inoltre, potevano verificarsi sgra­ La regola
devoli differenze di colore: il lato pelo, infatti, in genere risulta cromati­ di Gregory
camente differente dal lato carne. Per ovviare a questo problema si face­
va in modo che aH’interno dei fascicoli e tra un fascicolo e l’altro le pagi­
ne combacianti presentassero sempre lo stesso lato: una pagina lato pelo
fronteggiava sempre una pagina lato pelo e viceversa. È quella che è no­
ta come «regola di Gregory» (dallo studioso Caspar René Gregory, che
la rilevò per la prima volta nel 1885) o «regola del vis-à-vis» (francese per
«faccia a faccia»).
I libri in cui era suddivisa l’opera trascritta nel codice, o i singoli testi Incipit
(per esempio orazioni) in esso raccolti, erano in genere aperti e conclusi ed explicit
da incipit ed explicit (letteralmente «inizia» e «finisce»), ovvero formule
che annunciavano l’inizio e la fine di queste ripartizioni. In qualche caso
queste succinte annotazioni erano accompagnate da qualche osservazio­
ne più estemporanea. Al termine dell’ottava Filippica di Cicerone, nel ma­
noscritto V (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Archivio
del Capitolo di San Pietro, H 25, f. 69r) oltre all'explicit compare la fra­
se felix navigai: con ogni probabilità si tratta di un riferimento, non privo
di soddisfazione, al fatto che il processo di copia «procede felicemente».
Al termine del proprio lavoro, nell’ultima pagina del codice il copista Il colofone
talora decideva di inserire una formula di congedo, detta colofone, nella
quale potevano comparire il suo nome, la data c il luogo nel quale la copia
era stata eseguita, e anche l’identità di chi aveva commissionato la copia.
I colofoni (detti anche «sottoscrizioni», in latino subscriptiones) poteva­
no comparire anche alla fine di ciascun libro di un’opera (un’eco del fat­
to che, come si è visto, in origine ogni libro aveva un’esistenza autonoma
come rotolo papiraceo), o comunque al termine delle suddivisioni princi­
pali. Spesso contenevano anche richieste di preghiere da parte dei letto­
ri; in qualche caso invece si evocavano scenari decisamente meno pii, co­
me in un celebre manoscritto contenente la Vita di Cicerone di Plutarco
e la sua traduzione latina, copiato a Padova nel 1560 (Paris, Bibliothèque
Nationale, gr. 1750, f. 86v). Qui si dichiara che il codice era stato scritto
da Baccio Barbadori e Michele Sofiano μετά παιδιάς καί γέλωτος, «con
scherzi e risa» mentre erano ospiti dell’umanista Giovan Vincenzo Pinel-
li, παρήν δέ καί Λουκρήτιον ή έταίρα, «ed era presente anche la piccola Lu­
crezia, la cortigiana»!
L’uso del colofone, certo in termini molto più sobrii, passò anche ai li­
bri a stampa e sopravvive nella formula «finito di stampare presso... il... »
che in genere si trova al termine dei nostri libri.
Spesso i colofoni potevano essere copiati di peso nei loro apografi, e Antichi colofoni
negli apografi degli apografi: questo in qualche caso ha permesso la so­
pravvivenza di materiali risalenti alla tarda antichità. I manoscritti medie-
28 La scienza dei testi antichi

vali di Giovenale, per esempio, riportano la sottoscrizione Legi ego Ni-


ceus Romae apud Servium magistrum et emendavi, «Io Niceo ho letto ed
emendato a Roma presso il maestro Servio»; quelli di Persio a loro volta
sono corredati di un colofone risalente al 402, Flavius lulius Tryfonianus
Sabinus temptavi emendare sine antigrapho meum et adnotavi Barcinone,
«Io Flavio Giulio Trifoniano Sabino ho cercato di emendare il mio codice
senza un modello e l’ho guarnito di segni critici a Barcellona». A monte
dei nostri manoscritti degli Epodi di Orazio si colloca l’attività di un Ma-
vorzio, identificato con il console del 527, che sottoscrisse il proprio esem­
plare con la formula Vettius Agorius Basilius Mavortius... legi et ut potui
emendavi conferente mihi magistro Felice, oratore urbis Romae, «Io Vettio
Agorio Basilio Mavorzio... ho letto e ho emendato come ho potuto, con
l’aiuto del magister Felice, oratore della città di Roma». Un caso molto
noto è infine quello della sottoscrizione al nono libro delle Metamorfosi
di Apuleio, che recita Ego Sallustius legi et emendavi Rome felix Olibrio
et Probino viris clarissimis consulibus in foro Martis controversiam decla-
mans oratori Endelechio. Rursus Constantinupoli (sic) recognovi Caesa-
rio et Attico consulibus, «Io Sallustio ho letto ed emendato felicemente a
Roma sotto il consolato dei clarissimi Olibrio e Probino (395 d.C.), men­
tre studiavo retorica con l’oratore Endelechio nel foro di Marte. Di nuo­
vo l’ho riveduto a Costantinopoli sotto il consolato di Cesario e Attico
(397 d.C.)». A partire da questi scampoli biografici si è molto speculato
sulla personalità di questo Sallustio, proponendo anche varie identifica­
zioni: probabilmente si trattava di un giovane di famiglia benestante che,
nel corso dei propri studi di retorica svolti a Roma, aveva corretto il testo
di Apuleio. Pochi anni dopo, recatosi a Costantinopoli (forse per motivi
privati, oppure per proseguire gli studi?), aveva avuto modo di lavorare
ancora sul testo delle Metamorfosi, che evidentemente si era portato die­
tro, forse confrontandolo con un esemplare trovato in loco. In ogni caso,
è grazie a questo studente appassionato di Apuleio che noi oggi possiamo
leggere delle vicende di Lucio trasformato in asino: il fatto che il mano­
scritto F (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 68.2, dell’XI se­
colo), da cui deriva tutta la nostra tradizione del romanzo apuleiano, pre­
senti la sua subscriptio indica che l’esemplare corretto da Sallustio è alla
base della sopravvivenza dell’opera.
I fogli di guardia Spesso venivano inserite una o più pagine bianche all’inizio e alla fi­
ne del codice, quando veniva rilegato, nel tentativo di preservare il te­
sto dai danneggiamenti che, come si è visto, interessavano soprattutto le
sue estremità. Si parla dunque di fogli di guardia. Con l’andar del tem­
po, i possessori e i lettori del codice potevano utilizzare i fogli di guar­
dia per scrivere il proprio nome, magari accompagnato da date e quali­
fiche (si tratta delle cosiddette «note di possesso»), per prendere appun­
ti di vario genere, o anche solo per esercitare la propria mano o provare
una penna tracciando lettere e segni vari, noti come probationes pennae
o probationes calami.
Il codice papiraceo Ovviamente, molti dei vantaggi e degli svantaggi cui si è accennato de­
rivano dall’associazione tra il nuovo formato e il supporto pergamenaceo,
che tuttavia non era esclusiva. Soprattutto in Egitto infatti è documenta­
ta la diffusione di codici papiracei: i singoli ‘fogli’ erano ritagliati da roto-
I supporti 29

BOX 7
Dal rotolo al codice: il primo «collo di bottiglia» della tradizione dei classici

Con il term ine inglese di bottleneck, ovvero «collo di bottiglia», si indicano in vari ambiti (genetico,
ingegneristico...) particolari situazioni in cui un flusso di dati, o la trasmissione di un pool genetico, si
trova davanti a un ostacolo im provviso e inaspettato, una sorta di strozzatura che perm ette il passag­
gio di una quantità limitata di materiale. Questo, se protratto nel tem po, può fare sì che tu tto ciò che
non riesce a passare vada perduto.
Fenom eni di questo tipo sono com uni al giorno d'oggi soprattutto per quanto riguarda l'im magaz­
zinam ento e la diffusione di informazioni, nei m edia più disparati. Il continuo e frenetico am m od er­
nam ento e cam biam ento di formati, infatti, fa sì ch e vi sia una costante necessità di trasportare i dati
da una piattaforma all'altra. M entre in una prima fase questo è relativam ente semplice, giacché vi è
disponibilità di com p etenze e tecnologia sia per il vecchio supporto sia per il nuovo, passati alcuni
anni i materiali rimasti confinati nei vecchi m edia sono sem pre più a rischio di diventare inutilizzabili
e dun q u e scomparire. Si potrebbe pensare, ad esem pio, a fi/es conservati su supporti co m e i floppy-
disks, diffusissimi fino agli anni Novanta e poi soppiantati dai CD-ROM (anch'essi, peraltro, in rapido
declino proprio in questi anni) e, in seguito, dalle chiavette USB. In un prim o periodo erano diffusi
i com p uter dotati co n tem p o ran eam en te di lettori floppy e lettori di CD-ROM, e non m ancavano
n e m m e n o i lettori di floppy-disks esterni per chi ne fosse stato sprovvisto: dun q u e non era difficile
riversare i dati dal vecch io supporto a quello più recente. Oggi, qualsiasi m ateriale che, per qualsiasi
ragione, si trovasse conservato solo in un floppy sarebbe a rischio di scomparsa, per l'effetto com b i­
nato della m ancanza di tecnologia p er leggerlo e del progressivo deterioram ento (in questo caso
sm agnetizzazione) del supporto.
Per quanto con frequenza infinitam ente minore, qualcosa del gen ere è avven u ta an ch e nella tra­
dizione dei testi antichi. La prima di queste strozzature è stato proprio il passaggio dal rotolo al
codice. C o m e si è visto, il papiro era scom odo da usare, e soprattutto m olto deperibile. I testi che,
con l'avanzare dell'epoca tardoantica, erano rimasti confinati nei rotoli papiracei (vuoi per caso, vuoi
perché o g g e ttiva m e n te m eno letti e richiesti rispetto ad altri) corsero un rischio sem pre m ag g io ­
re di andare perduti: in m aniera analoga a fi/es relegati su vecch i floppy-disks, infatti, progressiva­
m ente furono soggetti a un d eterioram ento del supporto e alla sem pre m inor dim estichezza con
esso. Inoltre, m entre il processo di trasferim ento di materiali informatici è rapidissimo, non bisogna
dim enticare ch e il processo di copia di un testo era lungo, faticoso e spesso oneroso: occorreva
una forte m otivazione per intraprenderlo. Nel celebre Edictum D iocletian i de pretiis rerum venalium ,
prom ulgato nel 301, uno scriba professionista riceveva 25 denari per copiare cento righe di testo
in una scrittura di prima qualità (altrettante righe con una scrittura di seconda qualità va lg o n o 20
denari); un quaternione di p ergam ena costava 40 denari. Un lavoratore m edio riceveva una paga
di 25 denari al giorn o...
Una sorta di fotografìa del processo di trasferimento dei testi da rotolo a codice, m entre era ancora
in atto, ci è offerta da Girolamo in una delle sue epistole (34, databile al 382-384), nella quale ricorda
co m e i due sacerdoti Acacio ed Euzoio avessero provato a salvare alm eno in parte, ricopiandoli in co­
dici di pergam ena {in m embranis instaurare conati sunt), i libri di O rigene e di altri, raccolti a suo tem po
da Panfilo (martirizzato nel 309) e depositati nella biblioteca della chiesa di Cesarea in Palestina. È facile
im m aginare com e, con il passare del tem po, i libri ch e non erano stati trasferiti in m em branae fossero
a rischio di andare perduti. Solo una serie di eventi accidentali (in particolare la conservazione in un
clima arido com e quello egiziano) ha perm esso ad alcuni papiri letterari dell'antichità di sopravvivere,
ma, per quanto il loro num ero sia apparentem ente elevato, costituisce solo una m inuscola parte dei
volum ina che dovettero esistere.
30 La scienza dei testi antichi

li papiracei, e poi impilati e piegati in modo da formare fascicoli. In qual­


che caso è scritto solo il recto, in altri si è avuto cura di appaiare il recto
e il verso dei fogli di papiro, adeguandosi in un certo senso alla regola di
Gregory. In genere le pagine dei codici papiracei erano più strette dei cor­
rispondenti pergamenacei.
Tra gli esemplari più noti di codice papiraceo si può ricordare il co­
siddetto Codex miscellani, con ogni probabilità proveniente dall’Egitto e
adesso conservato a Barcellona presso la Fundació Sant Lluc Evangelista.
Nei 56 fogli di questo codice, strutturati come un unico fascicolo, oltre a
materiale di ambito religioso e liturgico sono conservati alcuni frammenti
delle Catilinarie di Cicerone e soprattutto la cosiddetta Alcesti di Barcel­
lona (P.Barcin. inv. 158-161a), un poemetto latino in 122 esametri, proba­
bilmente risalente al IV secolo, che è stato pubblicato per la prima volta
nel 1982 dal papirologo catalano Ramon Roca-Puig.

2.b.3 La carta

L’ultimo tra i supporti della scrittura a diffondersi a Bisanzio e nel


mondo occidentale è la carta, che a partire dal tardo medioevo acquista
una posizione di assoluto monopolio destinata a perdurare per tutta l’età
moderna giungendo fino all’epoca contemporanea. Anche oggi, nonostan­
te la crescente diffusione di ebook e altri media elettronici, la carta con­
tinua a essere diffusissima ed è verosimile che lo rimarrà ancora a lungo.
L'invenzione in Cina Per quanto sia l’ultimo arrivato tra quelli tradizionali, la storia di que­
e la diffusione sto supporto parte da lontano. Inventata in Cina entro il II secolo d.C.,
verso Occidente secondo la tradizione dal ministro Ts’ai-Lun nel 105 d.C., la carta si sa­
rebbe espansa lungo la Via della Seta; si sa per certo che nel 794 c’era già
una cartiera a Bagdad. Forse è solo una leggenda la tradizione secondo
cui nel 751 alcuni prigionieri cinesi a Samarcanda insegnarono agli Ara­
bi la nuova tecnica, che permetteva di ottenere un materiale scrittorio a
basso costo a partire dalla macerazione di stracci e tessuti di lino. La dif­
fusione nel mondo bizantino fu inizialmente lenta: il primo manoscritto
greco cartaceo noto è stato copiato intorno all’anno 800 in Palestina, ed
è l’attuale Vaticanus Graecus 2200; più specificamente bizantini sono due
codici datati intorno alla metà dell’XI secolo e conservati nei monasteri
del monte Athos, rispettivamente Ylviron 258 e il Lavra Θ 70. Nello stes­
so periodo, la carta cominciò a essere utilizzata nella cancelleria imperiale
bizantina per la creazione di rotoli simili a quelli di papiro, che contene­
vano transversa charta gli editti imperiali, com’è il caso della celebre cri­
sobolla dell’imperatore Costantino IX Monomaco, datata 1052, a favore
del monastero della Grande Lavra sul monte Athos. Al di fuori di questi
usi specifici della cancelleria imperiale, peraltro, il nuovo materiale era
utilizzato perlopiù in fogli cuciti insieme a imitare la tradizionale struttu­
ra del codice pergamenaceo.
La pergamena La carta come supporto per i libri sembra essersi imposta definitiva­
dei poveri mente in ambito bizantino a partire dal XII secolo. A favorirla fu soprat­
tutto il suo scarso costo, che la rendeva particolarmente appetibile per te­
sti scolastici: non a caso la carta è stata definita da Giovanni Mercati come
I supporti 31

«la pergamena dei poveri, cioè degli studiosi». Un ulteriore e definitivo


impulso alla diffusione di questo supporto tra le persone colte potrebbe
essere stato dato anche dalle mutate condizioni che seguirono la conqui­
sta di Costantinopoli da parte dei cosiddetti «Latini» della IV Crociata,
nel 1204. Per una sessantina d’anni la capitale dell’Impero fu nelle mani
degli Occidentali, e la classe dominante greca, riparata soprattutto nella
corte periferica di Nicea, in Asia Minore, dovette fare i conti con disponi­
bilità economiche ridotte, che perdurarono anche dopo la riconquista di
Costantinopoli nel 1261.
La carta orientale prodotta nel territorio bizantino è detta «bombi- Carta orientale
cina» (dall’aggettivo bambykinos o bombykinos, forse connesso alla cit­ e occidentale
tà di Bambyce, oggi Membij, in Siria; i Bizantini parlavano anche di bag-
datikós, ovvero «carta di Bagdad»); questa produzione autoctona fu poi
soppiantata nel XIV secolo da quella, di manifattura ‘industriale’, prove­
niente da Occidente, dove la nuova tecnologia aveva preso piede dal XII
secolo, a partire dalla Spagna musulmana. Tra i centri più importanti per
la produzione della carta si segnala, fin dal 1268, Fabriano. Oggi si distin­
guono quattro tipologie principali di carta attestata nel medioevo europeo
e mediterraneo: quella arabo-orientale, cui fa capo anche la «bombicina»;
quella arabo-occidentale (attestata nel Maghreb e in Spagna); quella spa­
gnola, diffusa nella Penisola iberica dopo la Riconquista, e infine quella
occidentale. Ciascuno di questi tipi presenta proprie caratteristiche, ma
occorre ricordare che, grossomodo, la procedura di fabbricazione era ab­
bastanza simile per tutti.
Gli stracci (perlopiù di lino, ma anche di canapa e più tardi coto­ Le tecniche
ne) dopo essere stati preventivamente lavati e sgrassati erano ridotti in di fabbricazione
poltiglia all’interno di vasche dette pile dove operavano magli chioda­
ti, talora in più fasi, finché si otteneva una pasta di pura fibra detta pi-
sto. Quest’ultima era versata in un tino colmo d’acqua calda dal quale
poi era attinta con una forma quadrangolare di legno (pressata da una
coperta o cascio che serviva a stabilire lo spessore del foglio) attraver­
sata da colonnelli di legno (paralleli al lato corto) e da vergelle di otto­
ne o bronzo (parallele al lato lungo e legate da catenelle o filoni che le
fissavano ai colonnelli). I fogli così ottenuti erano impilati frapponen­
do riquadri di feltro, e poi torchiati in una pressa; dopo erano appesi ad
asciugare. Tra le differenze principali fra la carta orientale e quella occi­
dentale c’è la sostanza usata nel processo di collatura, nel quale la car­
ta veniva trattata per impedire che fungesse da ‘carta assorbente’ e che
l’inchiostro, una volta posato sulla superficie, si espandesse indiscrimi­
natamente. Come colla si usava amido vegetale in Oriente, colla anima­
le in Occidente - per la precisione una gelatina, in genere ricavata dal
carniccio, uno scarto della concia, sciolta nell’acqua bollente in cui poi
venivano rapidamente immersi i fogli.
In Occidente, inoltre, compaiono precocemente le filigrane, ossia l’im­ Le filigrane
pronta (visibile in controluce) lasciata sulla pasta della carta da fili di me­
tallo appositamente disposti durante il processo di fabbricazione, che ri­
sultano attestate a partire dal 1280 nella carta prodotta a Fabriano. Le fi­
ligrane potevano assumere le forme più varie ed essere guarnite da let­
tere e numeri. Esistono repertori che ne elencano i vari tipi, distinti per
La scienza dei testi antichi

forma, reperiti in documenti datati: per questo motivo le filigrane posso­


no consentire una approssimativa datazione dei fogli di carta in cui so­
no contenute, e dunque anche dei manoscritti composti con essi (era im­
probabile, infatti, che la carta rimanesse inutilizzata molto a lungo dopo
la produzione).
Le carte moderne La tradizionale carta di stracci regge benissimo il tempo; molto più
e il problema fragili e problematiche, in tal senso, si rivelano le carte ottenute a partire
dell'acidificazione dall’Ottocento utilizzando la cellulosa della polpa di legno, talora con rag­
giunta di caolino per ottenere la cosiddetta carta patinata. Questo ha reso
più rapida ed economica la produzione, ma ha finito per creare un grosso
problema sul medio e lungo periodo. La carta ottenuta con i metodi più
recenti, infatti, è ricca di lignina e altre sostanze che con il tempo tendono
a degradarsi e diventare acide, fino
a innescare un vero e proprio pro­
cesso di autodistruzione, una sor­
ta di ‘incendio lento’ che, nel corso
dei decenni, porta la carta a scurir­
si e poi a sbriciolarsi, come se fos­
se esposta al fuoco. Dagli anni No­
vanta del secolo scorso si sono levati
molti appelli, anche dall’UNESCO,
a utilizzare carte long-life o acid-
free, che non sono soggette a que­
sto tipo di deterioramento. La lo­
ro adozione da parte degli editori,
tuttavia, è ostacolata dal costo, più
alto aH’incirca del 10% rispetto al­
la carta tendente all’acidificazione;
c’è da osservare, comunque, che al­
cune delle grandi collane di testi fi-
La filigrana 3562 Briquet, datata al 1346, lologici già da tempo si sono mostra-
che raffigura un cavallo. te sensibili a questa istanza.
3.a Osservazioni
C ap ito lo 3 preliminari
3.b Prontuario di scrittura
Le scritture latina e greca

3.a Osservazioni preliminari

Senza entrare nel merito degli strumenti utilizzati per scrivere su ma­ Gli strumenti
teriali duri (si poteva andare da una qualsiasi punta per un semplice graf­ della scrittura
fito, a uno scalpello per epigrafi, allo stilo per le tavolette cerate), ci con­
centreremo sui mezzi utilizzati per scrivere sui materiali morbidi. Per tutta
l’antichità risulta usato il «calamo»: come rivela il nome, derivato dal gre­
co kàlamos, si tratta di una sottile canna, che tramite un coltello (in greco
smile, in latino scalprum librarium) veniva tagliata obliquamente in modo
da ottenere una punta, la quale era a sua volta divisa nel mezzo da un’ul­
teriore fessura. La punta del calamo, in altri termini, era del tutto analo­
ga ai «pennini» metallici che sono presenti ancora oggi nelle penne stilo-
grafiche. I calami tendevano a consumarsi, e quando ciò avveniva erano
nuovamente appuntati con un coltello o con una pomice. Esistevano an­
che calami di metallo, che garantivano una maggiore resistenza e durata.
A partire dall’epoca tardoantica si cominciarono ad usare anche penne
di uccello (in seguito si sarebbero particolarmente diffuse quelle d’oca),
in genere le penne maestre delle ali (per la precisione le remiganti dell’a­
la destra, che presentavano una curvatura particolarmente favorevole),
che anche in questo caso andavano appuntite. La prima testimonianza di
quest’uso è riferita a Teodorico, re degli Ostrogoti (494-526 d.C.) che, es­
sendo analfabeta, quando doveva firmare un documento ufficiale si limi­
tava a far scorrere una penna nelle fessure di una lamina d’oro che ripro­
ducevano la parola legi, «ho letto» (Anonymus Valesianus 14.79). Un se­
colo dopo, il vescovo spagnolo Isidoro di Siviglia ricorda come gli instru­
menta scribae fossero calamus et pinna, «il calamo e la penna».
La tipologia di inchiostro (in greco detto mélan, in latino atramentum) L'inchiostro
più antica era costituita da una soluzione di fuliggine o nerofumo (utilizza­
ta come colorante), acqua e gomma arabica (il legante), che tuttavia non
si ‘legava’ strettamente al supporto e poteva essere facilmente cancellato
34 La scienza dei testi antichi

con una spugna umida. Successivamente, con ogni probabilità in seguito


alla diffusione della pergamena come materiale scrittorio (v. sopra, p. 16),
venne sviluppato un nuovo tipo di inchiostro contenente acido gallico e
solfato di ferro o rame (meglio noto come vetriolo), che risulta attestato
per la prima volta in un documento risalente al 111 d.C. Quest’inchiostro,
a differenza della tipologia precedente preparata «a freddo», necessita­
va di alte temperature per essere fabbricato; era dunque «bruciato», en-
caustum: proprio da quest’ultimo termine deriva l’italiano «inchiostro». Il
vantaggio consisteva nel fatto che la componente acida aggrediva il sup­
porto e permetteva una fissazione molto più stabile del pigmento. Era uti­
lizzato anche inchiostro rosso (contenente minio o cinabro) per eviden­
ziare particolari passaggi del testo (si parla non a caso di «rubricature»);
codici particolarmente lussuosi erano poi vergati con inchiostri dorati o
argentati. Stando all’Historia Augusta (Maximin. 30.4), Gaio Giulio Vero
Massimo, figlio delFimperatore Massimino il Trace (235-238 d.C.), rice­
vette in dono libros Homericos omnes purpureos... aureis litteris scriptos.
Codici tardoantichi di questo tipo, con la pergamena di colore purpureo
e l'uso di inchiostri dorati o argentati, come si è visto sono effettivamente
conservati. In particolare si tratta di codici della Bibbia o dei Vangeli, co­
me il celebre Codex purpureus conservato a Rossano Calabro (VI secolo
d.C.); contro questi testi sacri in formato di grande lusso, del resto, già alla
fine del IV secolo si scagliava Girolamo in una sua lettera (Epist. 22.32).
La postura Un altro elemento da tenere in considerazione era la postura assunta
della scrittura dai copisti e dagli scrivani al lavoro. L’uso di leggìi o di tavoli come base
per il supporto da scrivere si diffuse, infatti, solo nella seconda metà del
medioevo: in precedenza, il rotolo di papiro o il foglio di pergamena ve­
niva appoggiato sulle ginocchia, talora (ma non sempre) su una tavoletta
di legno. Il rotolo o codice da cui si copiava, invece, era appoggiato su un
leggio. Questa posizione era piuttosto scomoda e, soprattutto nel caso di
copisti di mestiere, si rivelava molto logorante: come recitava un esame­
tro che compare nel colofone di vari manoscritti medievali, tres digiti scri-
bunt, totum corpusque laborat, «tre dita scrivono, e tutto il corpo soffre».
È evidente che, man mano che le ore di lavoro passavano, il disagio fisico
crescente (che peraltro, per quanto in misura minore, era destinato a so­
praggiungere anche con l’uso di tavoli o scrivanie) favoriva i cali di con­
centrazione e la distrazione.
La velocità Naturalmente è molto difficile calcolare esattamente quanto tempo
della scrittura ci volesse a copiare un codice, ma è possibile tentare di ipotizzare tem­
pi approssimati. Si è pensato che in media un copista riuscisse a vergare
due quaternioni alla settimana: per copiare un codice di dimensioni me­
die, dunque, occorrevano in genere tre o quattro mesi.

3.a.1 Dall'alfabeto fenicio alla minuscola

Origine L’arrivo dell’alfabeto in Grecia viene datato sulla base del rinvenimen­
dell'alfabeto to di materiale epigrafico come la celebre «coppa di Nestore», ritrovata a
greco Ischia tra la fine del IX e 1ΎΙΙΙ secolo a.C. I primi alfabeti greci derivava­
no dal modello fenicio (con l’abbinamento di alcune lettere alle vocali), e
Le scritture 35

presentavano varie differenze tra di loro, in particolare nella forma e nel


numero delle lettere. Un punto di svolta importante ebbe luogo nel 403-
402 a.C. quando ad Atene fu adottato ufficialmente l’alfabeto in uso a Mi-
leto, con una decisione che nel giro di qualche decennio fu imitata dalla
maggior parte delle città greche. Questo alfabeto ionico di ventiquattro
lettere, adottato anche nei grandi regni ellenistici che furono fondamen­
tali per la raccolta e la sistemazione del patrimonio letterario classico (v.
p. 79), si identifica con l’alfabeto greco che conosciamo e nel quale leg­
giamo le opere dell’antichità.
L’alfabeto greco diffuso nell’isola di Eubea, e in particolare nella cit­ Origine
tà di Calcide, era giunto in Italia neU’VIII secolo a.C., importato dai colo­ dell'alfabeto
nizzatori greci che avevano fondato la città di Cuma. Questo alfabeto fu latino
adottato dagli Etruschi, dai quali a sua volta passò ai Latini, che lo adatta­
rono per le necessità della loro lingua. Rispetto ai segni presenti nell’alfa­
beto latino arcaico, la lettera G fu introdotta nel III secolo a.C. (in prece­
denza, così come avviene nell’etrusco, si utilizzava la C tanto per il suono
«g» che per il suono «k»), mentre nel I secolo a.C. furono introdotte X Y e
Z, necessarie per la trascrizione di parole greche. L’alfabeto latino sareb­
be rimasto così composto da 23 lettere fino al XVI secolo, quando l’uma­
nista francese Pierre de la Ramée (1515-1572) propose di distinguere la «i»
vocalica (I) da quella consonantica (J), e la «u» dalla «v» (fino a quel mo­
mento entrambi i suoni erano indicati in maiuscola con V e in minuscola
con u). Queste cosiddette lettere «ramiste» finirono per imporsi nel giro di
qualche decennio, anche nella stampa dei classici; la tendenza più recente
vuole tuttavia che non vengano adottate nelle edizioni dei testi latini, do­
ve dunque in genere non compare la J e non si fa distinzione tra «u» e «v».
La scrittura greca e quella latina, come si è visto da essa derivata per il La scriptio continua
tramite dell’alfabeto etrusco, oltre alla forma di alcune lettere condivido­
no fino al medioevo centrale alcuni tratti che le differenziano profonda­
mente dalle loro versioni e derivazioni successive, compresa quella nella
quale sono scritte queste pagine. I caratteri sono rimasti sostanzialmente
gli stessi, sia per il greco sia per il latino (anche se occorre ricordare che
in quest’ultimo alfabeto la distinzione grafica tra «u» e «v» si è imposta
solo in epoca moderna). A cambiare è stato innanzitutto il modo di scri­
vere le parole: mentre noi siamo abituati a separarle, nell’antichità e per
buona parte del medioevo (soprattutto bizantino) erano scritte l’una di
seguito all’altra senza alcuna separazione, in quella che viene chiamata
scriptio continua. In una fase più antica mancava anche qualsiasi segno di
interpunzione; in greco gli spiriti e gli accenti furono con ogni probabilità
inventati solo nel III secolo a.C. da un filologo attivo ad Alessandria, Ari­
stofane di Bisanzio, che li concepì come sussidi per facilitare la lettura in
un contesto di scriptio continua (non a caso lo spirito viene posto su vo­
cale o dittongo in inizio di parola, e l’accento acuto diviene grave se col­
locato sull’ultima sillaba: questi segni permettono di evidenziare i confini
di una parola, facilitando il lavoro di decifrazione del testo).
C’era inoltre un’altra importante differenza: mentre per noi è consueta Il passaggio
la distinzione tra lettere maiuscole (ABC...) e minuscole (abc...), tanto in dalla maiuscola
greco quanto in latino, questo tipo di distinzione non avrebbe avuto alcun alla minuscola
senso nell’epoca più antica: fino all’VIII-IX secolo, infatti, i testi lettera-
36 La scienza dei testi antichi

ri erano tramandati in scrittura maiuscola, per quanto con diverse varietà


(per la definizione di scritture maiuscole e minuscole, v. p. 42). In questo
periodo, tanto nelPOriente bizantino di lingua greca quanto nell’Occiden­
te carolingio che come lingua di cultura adoperava il latino, si andò svi­
luppando un nuovo tipo di scrittura che garantiva contemporaneamente
una maggiore velocità e un forte risparmio di spazio: si tratta della cosid­
detta minuscola, derivata da una normalizzazione delle scritture corsive
(scritture veloci, nelle quali si tendeva a staccare il meno possibile il cala­
mo dal supporto, collegando le lettere l’una all’altra ed arrotondandone
le forme) fino a quel momento usate per i documenti.
La traslitterazione L’avvento della nuova scrittura comportò, tanto a Bisanzio quanto
nell’Europa occidentale, una nuova opera di traslitterazione (metacha-
rakterismós in greco) finalizzata ad «aggiornare» e rendere disponibili nel
nuovo formato le opere letterarie disponibili in codici in maiuscola. Si co­
minciò con i testi più consultati e usati, ma non si arrivò mai a completa­
re quest impresa, che del resto non procedeva su base programmata. An­
zi, con il passare dei decenni, via via che la vecchia scrittura maiuscola di­
ventava sempre più desueta e difficile da leggere, alcune opere rimaste in
maiuscola finirono per uscire definitivamente dal circuito dei libri fruibili
ed andarono perdute. In genere i libri, estremamente costosi, tendevano
ad avere una vita molto lunga e ad essere riciclati e adoperati il più possi­
bile (sembra infatti che fosse più conveniente acquistare manoscritti usati
piuttosto che commissionarli ex novo), ma l’avvento della nuova scrittura
segnò una cesura con il passato. Il fatto che ci siano pervenuti molti me­
no manoscritti in maiuscola che in minuscola non dipende dunque tanto
da un fattore cronologico, quanto piuttosto di accessibilità e comprensi­
bilità: passato l’VIII-IX secolo, i codici vergati nell’antica scrittura furono
accantonati e dimenticati, se non addirittura riciclati previo raschiamento
della pergamena, come nel caso dei palinsesti.
Il raddoppio Il passaggio alla nuova scrittura, in ogni caso, permise grossomodo di
della capacità raddoppiare la quantità di testo contenuto in un manoscritto, a parità di
di un codice superficie scrittoria: questo è dimostrato, per esempio, dalla sottoscrizio­
ne che conclude il manoscritto Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica
Vaticana, Chig. R V ili 60, del X secolo, contenente i libri I-X delle A n ­
tichità romane di Dionigi di Alicarnasso. Il copista, arrivato alla fine del
codice e dunque al termine del X libro dell’opera, scrisse: «fine del II li­
bro». Il riferimento, apparentemente scorretto, si spiega riflettendo che il
copista 1 aveva in realtà tratto di peso dal modello che aveva davanti, ov­
vero due codici in maiuscola che comprendevano rispettivamente i libri
I-V e VI-X dell opera. Come si è già detto, questa doppia serie di passag­
gi, dapprima da rotoli singoli (anche se spesso veicolati in gruppi di 10)
a codici in maiuscola contenenti (come si è già visto) all’incirca 5 rotoli-
libri 1 uno, e poi da codici in maiuscola a codici in minuscola contenen­
ti due codici in maiuscola l’uno (ovvero 10 rotoli-libri), spiega perché di
molte opere dell’antichità ci siano giunti solo blocchi di 5 o 10 libri: evi­
dentemente gli accidenti della tradizione hanno fatto sì che nelle varie fa­
si siano sopravvissuti solo alcuni codici (in maiuscola o minuscola) e ne
siano andati perduti altri.
Le scritture 37

3.a.2 La stampa

Fino alla metà del Quattrocento, un singolo atto di copia aveva sempre
prodotto un singolo esemplare. Da questo momento in poi, tuttavia, un’in­
venzione davvero rivoluzionaria velocizzò e razionalizzò l’opera di copia,
permettendo di produrre contemporaneamente centinaia di esemplari.
Come inventore della stampa realizzata per mezzo di caratteri mobi­ L'invenzione
li metallici (caratteri mobili di legno o terracotta erano già stati utilizza­ di Gutenberg
ti dai Cinesi, con risultati inferiori), che potevano essere combinati e ri­
combinati per creare testi sempre nuovi, viene tradizionalmente indica­
to il tedesco Johann Gutenberg, che tra il 1453 e il 1455 produsse nella
sua città, Magonza, una Bibbia in centottanta esemplari. Si tratta di una
tiratura (ovvero di una quantità di copie stampate) piuttosto ridotta per
gli standard moderni, ma elevatissima se paragonata al lento lavoro de­
gli amanuensi. La diffusione della nuova tecnica, inizialmente per mezzo
di collaboratori dello stesso Gutenberg, fu rapidissima: già quindici anni
dopo la pubblicazione della Bibbia c’erano stamperie in diciannove città
d’Europa, ed è stato calcolato che nel solo XV secolo, con la stampa, sia­
no stati prodotti più libri che in tutto il millennio precedente.
I primi testi a stampa vengono indicati con una terminologia particola­ Denominazioni
re. Un paleotipo è, tecnicamente, un libro stampato prima del 1470; un in­ degli antichi testi
cunabolo è un libro stampato entro la fine del Quattrocento; una cinque­ a stampa
centina è invece un testo stampato nel XVI secolo. Una grande importan­
za hanno avuto, tra la fine del Quattrocento e l’inizio del Cinquecento, le
edizioni di classici stampate a Venezia da Aldo Manuzio, curatissime dal
punto di vista tipografico e testuale. Spesso il nome dei curatori è rima­
sto ignoto, e queste edizioni trovano posto negli stemmi e negli apparati
critici con la denominazione di (editio) Aldina.
L’arte della stampa, sostanzialmente, non subì variazioni fino all’Otto­ La creazione
cento. Alla base di tutto erano i caratteri mobili, detti anche piombini, la dei caratteri
cui creazione era particolarmente laboriosa. In primo luogo veniva cre­
ato un esemplare in acciaio del carattere, detto punzone, che veniva im­
presso in un blocchetto di rame destinato a diventare la matrice. La matri­
ce era posta a faccia in su in una piccola forma nella quale veniva versata
una lega metallica fusa che, una volta raffreddata e opportunamente sa­
gomata e ripulita, dava vita a un piccolo parallelepipedo su una delle cui
facce minori compariva, in rilievo e alla rovescia, un carattere. Per quan­
to riguarda la lega metallica, era composta per più della metà da piombo,
e per circa un terzo da antimonio (rispettivamente per dare al carattere
corpo e durezza), ai quali si aggiungeva all’incirca un 10% di stagno per
abbassare la temperatura di fusione (proprio da questo processo deriva il
nome francese dei caratteri tipografici, fontes, letteralmente «fusioni», da
cui anche l’inglese font).
All’interno della stamperia, i compositori prendevano i caratteri da La tecnica
una cassa tipografica e li inserivano, alla rovescia, in una cornicetta di della stampa
legno detta compositoio, che conteneva una o più righe; a compositoio
completo le righe erano depositate in un vassoio detto vantaggio. Quan­
do anche il vantaggio era pieno, la pagina era completata e si facevano
scivolare tutte le righe così ottenute su un piano, dove erano affianca-
38 La scienza dei testi antichi

te e organizzate (tecnicamente si parlava di imposizione) con altre ‘pa­


gine’, in numero variabile, in modo da completare la facciata di quello
che, opportunamente ripiegato e tagliato, sarebbe divenuto un fascico­
lo di stampa (contraddistinto da un numero o una sigla che ne avrebbe
identificato la collocazione nel libro). La forma tipografica così ottenu­
ta era fissata nel torchio, inchiostrata e impressa sulla singola facciata di
una sequenza di fogli. Una volta terminata quest’operazione, la forma
era aperta e i caratteri (di cui c’era sempre una gran penuria) tornavano
nella cassa tipografica. L’insieme delle copie realizzate durante questo
processo si chiama tiratura. C’è un’ultima osservazione da fare, che po­
trebbe non essere ovvia in un’epoca abituata a fotocopie e stampe ad li­
bitum a partire da files: la ristampa di un libro contemplava lo stesso la­
voro e fatica di una prima edizione, giacché come si è visto le forme di
stampa dei singoli fogli venivano sistematicamente smontate per proce­
dere alla composizione del foglio successivo. Per la ristampa, bisognava
dunque ricominciare tutto da capo.
La stampa I classici, soprattutto latini, furono interessati molto precocemente dal­
e i classici latini la nuova tecnica: fin dagli ultimi decenni del Quattrocento comparve­
ro moltissime editiones principes, ovvero prime edizioni a stampa di te­
sti dell’antichità. Fu particolarmente rilevante, in questo senso, la prima
stamperia italiana, fondata intorno al 1464 presso il monastero benedet­
tino di Santa Scolastica a Subiaco dal ceco Arnold Pannartz e dal tedesco
Konrad Sweynheym, provenienti da Magonza, forse chiamati in Italia dal
cardinale Niccolò Cusano. Tra gli incunaboli con cui i due tipografi inau­
gurarono la stamperia si segnalano un volume con opere di Lattanzio e
soprattutto il De oratore di Cicerone, che vide la luce tra il 1464 e il 1465:
potrebbe dunque trattarsi della prima editio princeps in assoluto (altri in­
vece ritengono che la si debba individuare nelle stampe del De offìciis di
Cicerone comparse indipendentemente, sempre nel 1465, a Colonia e a
Magonza). Più tardi Pannartz e Sweynheym si trasferirono a Roma do­
ve misero su una stamperia nei pressi di Campo de’Fiori. La prima opera
che diedero alla luce furono, nel 1467, le Epistulae ad familiares di Cice­
rone. Avvalendosi della collaborazione di eruditi come Niccolò Perotti e
soprattutto dell'indefesso Giovanni Andrea Bussi, vescovo di Aleria e bi­
bliotecario papale, capace di approntare la stampa di Silio Italico in due
settimane, nel volgere di pochissimo tempo i due stampatori diedero alla
luce un numero spropositato di edizioni con le quali finirono per satura­
re il mercato, al punto di correre il rischio, com’è stato detto, di «morire
di fame in un palazzo pieno di stampe invendibili». L’ultima edizione ‘fir­
mata’ dai due fu il Plinio il Vecchio comparso nel 1473.
La stampa Il greco, che sicuramente era compreso e coltivato da un numero mol­
e i classici greci to minore di lettori rispetto al latino, procedette invece più lentamente.
Tra i primi testi che videro la luce si segnalano ΓEpitome grammaticale
di Costantino Lascaris, stampata a Milano nel 1476, e gli Erotemata (un
altro testo grammaticale) di Manuele Crisolora, stampati a Venezia nel
1484. Le editiones principes di molti classici greci di importanza capitale,
tra cui Omero (v. Box 8), videro la luce con un ritardo anche di decenni
rispetto ai testi latini.
Le scritture 39

BOX 8
L'editio princeps di Omero

M entre la prima stam pa di Virgilio aveva visto la luce a Roma già intorno al 1469, Γ'editio princeps di
O m ero dovette attendere quasi v e n t’anni. L'attesa, tuttavia, fu ricom pensata con un vo lu m e estre­
m am ente curato sotto tutti i dettagli, co m e attesta la sua nota conclusiva, detta colofone: «L'opera
com p leta di O m ero a stam pa è giunta oramai alla conclusione, per volontà di Dio, a Firenze, grazie ai
finanziamenti dei nobili ottimati, studiosi di lettere greche, Bernardo e Nerio di Tanai de' Nerli fiorenti­
ni, e alla fatica ed abilità di Dem etrio M ilanese Cretese, in grazia degli uomini colti ed appassionati di
letteratura greca, nell'anno dalla Natività mille e quattrocento ottantotto, il n ono giorno del mese di
Dicembre». Non si trattava solam ente della prima stam pa di Omero, ma anche, m olto probabilm ente,
del prim o libro greco stam pato a Firenze, per giunta in un'edizione di grande form ato e m olto lussuo­
sa. Non a caso, è stato definito «il più splendido fra tutti i libri stampati in Italia in lingua greca nel se­
colo XV». Il volum e era aperto da una lettera dedicatoria di Bernardo de' Nerli, uno dei due finanziatori
del progetto, a Piero de' Medici, ed era curato nella parte filologica dal dotto greco Dem etrio Calcon-
dila (che in quegli anni insegnava nello Studio fiorentino, ed era stato tra l'altro maestro dello stesso
Bernardo de' Nerli). Il responsabile
della veste tipografica era invece
un altro greco, Dem etrio Damila
ynoeeciCTHCλομηρουρα-κμιαο·
da Creta, che creò appositam en­ p v o n c i«p«vcTov ά-ΤΓο'λλω{.ος ττα .ρ α .γ tpG rm -τ-όρ
f/tu/qa.i’K ot'T uy ·λλκ(«*ρ £ o u A o V if OCλν^άο-αα^αιΤ ίά*
te un nuovo tipo di carattere, am ­ evfcCJifn. a é jo v . Òv k k n r ολα-βω ρ

pliando e m igliorando quelli da μ-*3- vfb p tu c à.-w oS'i«^c;g<(cVvo à.fau/cCM-t'oyoc, κνξα-τ-ο


W c A A a p i xctT à. T-*V . λοιμ-οί- $<γΐ}>οΜ-<|»ον
lui utilizzati nel 1476 per ΓEpitom e K “ r r M if Vx-'oc i.* ,A
λ* ve o-uWa-r* · ■ t c . a Ì E x a .y r o c S S a-c a .q W a y T o c t -IÀu a .
di Costantino Lascaris, co m e si è
A«8« Ì t - ìo. ^ kc Ì κ ίλ Λ ο - α - ρ τ ο ς « . ^ iAAmìc «f ÌA «W < o£<»
visto il primo testo greco in asso­ 'T-òy ito V ’a .(o,pAp.Vuv ό ρ γ ΐο ^ ^ :2 ν !« ι< ί* 8 κ nrpecTÒj» e .
A t a .. x.ci m # e v rr-ò γ ίρ α-c e-TrieDcrourt n-lìu β ρ ϊο -MìSV. & ì
luto a essere stampato. È interes­ o p -j-i^i'ratT o ic %ΑΑ«σ-ι. A>{rro$ (k8%*T'cc *4c
sante notare che Yeditio princeps di o A v jfsro jj σ-ριλβονο-α^ W iw a T f» τταρα -Τ ον ^ i c c / c T r t e
T-ovcp’ua.ci'c-ix.pa.TjcrtfOvcTùp(AAMpup ίγοιηο -η · ' t i p o . t*
O m ero si prestava anche ad essere TVoOo-a. 'T ovtoj3 ì.Ìhvì> :8m-xrpòc t o V 2 u au *tu e «.,'T-OVC oN
*Averli» («pieioc o ip o ^ o w a -c dry ix.TruM.tL-M χ ρ υ σ ί α . vi
decorata e miniata, proprio com e
t -o λ ο ι-sròj» rr-Hc »#cipctc &<*XMttp'r-fts ’<{c \jrwyoy τ ·ρ ί
un antico codice in pergam ena. È TTOfTOB .

il caso di un esem plare conservato ..Α λ φUα 1A 40C AOMHPOYPA-HMIAC·


. Α ι τ α -c ^ p v c ro v A oifccp < ψ £ ί< ή /^ χ ΐο κ aya-tCIay .
presso la Biblioteca M edicea Lau-
a.cpL i gtoù 'Χ Γ χ λ κ ιά ^ ,ω
renziana di Firenze (D'Elei 871), che Ò ^ÌA koc,

risulta contraddistinto da num ero­ ovAefi. qritu · η μ .ν ρ ια .χ α ιο ΐς


α λ γ ι i8*x-iy ·
se decorazioni aggiunte a mano πβ-oAAoIc Js. Ì4>gi*u9vc */-v -
X sL c a.l2k.|'3-pcia_-/-*j/
per volontà di un ricco com m it­
* f é u y · L ίγ-οvc2 l<Αωριοι.7<£ -
tente che, evidentem ente, aveva Ai* k u“«m ,ÌI|ìj
oiuyoic-i f-« ’Vauy'i · 2 u o c
voluto personalizzare e arricchire θ Ά < |ι τ β βονΑ κ .
la propria copia, sia per onorare il «4 Òv Λ mW . τ τ ρ ω τ α . ctÌ t -Iu, lp u r a # g.
w ^pqS\ic7<aq«J.jj apIA -puf x . c à l i c e α -^ ιΑ Λ ίν ς.
contenuto, sia forse per un'aristo­ 'τ κ τ α .ρ < τ φ « ι 8i*si»,|piS'‘i|iu<ii«K.i|t<iijcw5-ett ·

cratica avversione verso un ogg et­ Λ K T -oi-C K ataJw c y[oc . o *y<fcp |SautrÌA*.i AroA“ 9(ìc
poviroi» crpaaòj» S p tr i κ .Λ Κ .^ ά λ .Ι χ .ο ρ 'τ ν Λ»» Λ«*-οί,
to ch e altrimenti rischiava di esse­ ϋ««»ΐκα. -T-oy x p ó tn tp i'T-ifutva.piiT-Mpa.
't 'r - p ^ K C . ‘ò f d p -A8* 8oa.c é v i yOm-c α,χΜ ίΰρ
re presente in form a esattam ente
λν«τβ^(ροε7*8νΓ < 1*Τ ^>φίρ^τ<*.ΤΓ^ί(ο·»,α.τΓοιΐία.
identica nelle biblioteche di altri AI
letterati e collezionisti.

Hincipit dell'Iliade neW'editìo princeps


dei poemi omerici.
40 La scienza dei testi antichi

3.b Prontuario di scrittura latina e greca

Papiri, codici in maiuscola e minuscola, persino libri a stampa, soprav­


vissuti agli incendi, al tempo e ad accidenti di ogni sorta, rischiano tutta­
via di essere poco o per niente fruibili per un lettore moderno. Il proble­
ma non è la lingua: anche chi conosce bene il latino e il greco potrebbe
infatti trovarsi di fronte a un muro difficilmente valicabile, dal momen­
to che la forma delle lettere, le convenzioni adottate nella scrittura e per­
sino nella stampa, in particolare l’uso di segni di abbreviazione, possono
essere molto distanti da quelle cui siamo abituati. Nei paragrafi che se­
guono verranno dunque forniti, oltre a brevissimi cenni sull’evoluzione e
sui principali tipi delle grafie, schemi e prontuari per la lettura dei mano­
scritti greci e latini, tanto in scritture maiuscole, quanto soprattutto in mi­
nuscole che, soggette ad abbreviazioni e meno regolari, possono rivelarsi
molto ostiche da decifrare. La maiuscola greca è attestata anche nei pa­
piri, che però non verranno trattati in questa panoramica; allo stesso mo­
do, verranno prese in considerazione solo le scritture librarie, ovvero de­
stinate alle opere letterarie, e non quelle cancelleresche e documentarie.

3.b.1 La terminologia paleografica

Prima di passare a esporre rapidamente le più importanti peculiarità


delle scritture latine e greche, conviene accennare ad alcuni termini che,
nell’ambito della paleografia, sono utilizzati per descrivere le varie scrit­
ture e le lettere che le compongono.
Tratteggio Con il termine tratteggio si indica il numero, la successione e la direzio­
ne dei tratti che vengono tracciati per comporre una lettera. Una singola
lettera può essere caratterizzata da un tratteggio differente a seconda del­
la scrittura: basta pensare a una L maiuscola (due tratti, uno verticale dal
basso verso 1 alto, l’altro orizzontale più breve da sinistra verso destra) e
una / minuscola (un unico tratto dal basso verso l’alto).
Tracciato Le caratteristiche grafiche dei tratti che compongono una lettera sono
indicate con il termine tracciato. Si può così parlare di tracciato spesso o
sottile se i tratti sono più o meno marcati; nel caso che siano uguali si avrà
un tracciato uniforme, se invece alcuni tratti sono sottili (filetti) e altri spes­
si (pieni) si avrà un tracciato contrastato. Il tracciato può essere inoltre ar­
rotondato o angoloso a seconda del prevalere dei tratti curvi o quelli retti.
Ductus Il ductus o andamento può essere posato, quando una scrittura è ver­
gata lentamente ed è caratterizzata dalla presenza di lettere staccate e ric­
che di tratti, o corsivo quando la scrittura è rapida e di conseguenza le let­
tere si uniscono le une alle altre e tendono a ridurre i tratti (spesso por­
tandoli a uno solo).
Modulo Con modulo si indica la forma generale della lettera; il modulo può es­
sere quadrato o rettangolare. Nel caso che tutte le lettere abbiano lo stesso
modulo si parla di scrittura unimodulare, se invece si trovano lettere carat­
terizzate da entrambi i moduli si parla di scritture a contrasto modulare o
plurimodulari. Si può parlare anche di modulo grande o modulo piccolo per
caratterizzare la dimensione relativa delle lettere all’interno di una scrittura.
Le scritture 41

In una scrittura maiuscola i tratti distintivi delle lettere si lasciano col­ Maiuscole e minuscole
locare tra due linee parallele: si parla dunque di un sistema bilineare. In
una scrittura minuscola, i tratti distintivi delle lettere si lasciano invece
collocare tra quattro linee parallele (nelle due centrali vengono racchiu­
si i nuclei delle lettere, mentre nelle due esterne le asticelle rivolte verso
l’alto o il basso), in un sistema quadrilineare.
Maiuscole
e minuscole
in un sistema bilineare
e quadrilineare

Si parla di nesso quando due lettere sono unite mediante la condivisio­ Nessi e legature
ne di uno o più dei loro tratti; una legatura, invece, è il prolungamento di
una lettera per unirla a un'altra (tipico delle scritture con ductus corsivo).

3.b.2 Cenni di paleografia latina

Fin dal I secolo a.C. nel mondo romano si diffusero, per la copia di ope­ Capitale rustica
re letterarie latine, scritture maiuscole molto eleganti ispirate alla forma e quadrata
che le lettere assumevano nelle epigrafi, con un’accentuazione del contra­
sto tra pieni e filetti e la presenza di piccoli segmenti orizzontali a ‘chiude­
re’ in basso i tratti verticali o obliqui. La forma più diffusa, con lettere in
genere a modulo rettangolare e forma più snella, è nota come capitale ru­
stica', una variante più pesante, con le lettere di modulo quadrato, è chia­
mata capitale quadrata. Le capitali furono utilizzate per la copia di inte­
re opere fino al VI secolo d.C., e anche in seguito vennero impiegate per
vergare titoli di opere e capitoli e altri testi di corredo.
Un particolare tipo di maiuscola calligrafica dalle forme più tondeggian­ Onciale e semionciale
ti (risulta caratteristica, in particolare, la forma delle lettere ADEM), in­
fluenzata dalle prime forme di minuscola latina (contemporanee alla ca-

ί P A L ÌA E L V C O S V B , Γ Μ
FLO RJ b v s e t d v l c i a d
Esempio

iA M Q J BA TD 1C TO PA A di capitale quadrata
(da Thompson 1893).
42 La scienza dei testi antichi

Esempio
di scrittura onciale
pitale), si sviluppò probabilmente nel IV secolo d.C. e prende il nome di
(da Thompson 1893). onciale. L’onciale fu correntemente utilizzata fino aU’VIII secolo, e ancora
per qualche secolo fu adoperata come «scrittura distintiva» (in tedesco Au-
szeichnungsschrift), finalizzata a evidenziare elementi di corredo al testo (ti­
toli di capitoli e paragrafi, scolli). Tra V e VII secolo, con alcune rare attesta­
zioni anche in seguito, si diffonde so­
q tn & O N A K Jé c prattutto in Africa e Spagna la cosid­
detta semionciale, nettamente più vi­
cina alle minuscole tra le quali viene

FU tx ìceN ecM inquadrata.


Il crollo dell’Impero romano, con
la nascita di nuovi Stati e l’estrema

?éU\R£SO lext difficoltà negli spostamenti e nelle


comunicazioni, fece sì che nell’alto
medioevo venisse meno l’unità gra­

c ju o ò e % R u < r > fica precedente e si evolvessero gra­


fie particolari, tipiche di zone deter­
minate: è quello che viene chiama­
to particolarismo grafico medievale.
^ C R u ro u n ò c Il fiorire delle lettere latine nei mo­
nasteri irlandesi dell’alto medioevo
portò per esempio allo sviluppo di
una maiuscola e di una minuscola in­
sulare. Diffuse anche in Gran Bretagna, queste scritture risultano attesta­
te dal VII al X secolo per la maiuscola, caratterizzata dalle forme tondeg­
gianti e dalle dimensioni ridottissime delle asticelle, e fino al XIII per la
minuscola. In Spagna tra V ili e XII secolo si affermò invece la cosiddet­
ta visigotica libraria.
Beneventana La frammentazione politica dell’Italia, divisa tra Bizantini, Longobardi
e più tardi Franchi, favorì lo sviluppo di grafie peculiari. Si parla per esem­
pio di minuscole precaroline per indicare una serie di stilizzazioni della mi­
nuscola corsiva, finalizzate a rendere questa scrittura più regolare e leggibi­
le. Una scrittura a parte è poi la cosiddetta beneventana, che nasce e si svi­
luppa tra V ili e IX secolo in connessione con la celebre abbazia di Mon-
tecassmo, per rimanere in uso fino al XIII (con l’andar del tempo sempre
più limitatamente ai monasteri benedettini). La beneventana è una scrit­
tura estremamente calligrafica, caratterizzata in particolare dalla ‘spezza­
tura dei tratti verticali brevi; alcune lettere inoltre hanno una forma molto

Esempio
di beneventana
(?ccaxe/Jnpt)mtr
(da T hompson 1893);
la trascrizione fc c fc ftA m i c c i i S v fC C C cllo tlC A .· C jtlC C m p A n ^ Ì
dell'ultima riga,
notevole per la
presenza delle forme (Xcfl·: c u fa v d t ite: crei lineette- Jig~
caratteristiche di a
et, è neris.toto orbe
d e v o t o o v & e - < * te y ~ r c c r * tin i C \ i n a c u t o
terrarum. Una cum.
Le scritture 43

particolare, come la a che assomiglia a due c accostate, e la t che è munita


di un occhiello a sinistra e risulta molto simile proprio a una a.
L’evento più importante nella storia della scrittura latina medievale è Minuscola carolina
senza dubbio la nascita e la diffusione della minuscola carolina. Nell’an­
tica Gallia, ormai divenuta il regno dei Franchi, neU’VIII secolo si erano
diffuse varie minuscole precaroline, in alcuni casi ispirate a una forma di
corsiva locale detta merovingica. La tendenza verso le scritture minusco­
le era motivata, come negli altri casi cui abbiamo accennato, dalla ricer­
ca di una grafia che fosse contemporaneamente più veloce da tracciare e
meno ingombrante, pur mantenendo una buona leggibilità. A partire dal­
la fine deH’VIII secolo, in Francia e rapidamente nelle terre che facevano
parte dell’Impero di Carlo Magno, si andò diffondendo un tipo particola­
re di minuscola, probabilmente ispirata alla minuscola antica, che prende
il nome di minuscola carolina. Non sono chiare le circostanze che porta­
rono alla sua nascita, che con ogni probabilità è collegata al rinnovato fer­
vore di studi che caratterizzò la corte di Carlo, vero punto d’incontro di in­
tellettuali provenienti da tutta Europa. La minuscola carolina è estrema-
mente simile ai nostri caratteri a stampa (non si tratta di un caso, come si
vedrà), eccezion fatta per la s, che ha forma allungata e assomiglia a una
/, e per la t, la cui asticella rimane entro le due rette centrali del «sistema
quadrilineare» della minuscola. La chiarezza che la contraddistingueva (le
lettere sono separate e regolari, il ductus posato), unita al prestigio cultu­
rale e all’influenza politica del Sacro Romano Impero, fece sì che tra IX e
XII secolo si andasse diffondendo pressoché in tutta l’Europa occidentale.

exu b e n b :e x p rx ru m x u t;o u iu m p \C
Xor~um m xn u p ra jcf'fìf Long^LinCx,
Ο οριοβΙχετιΓ ,c ffìucr^fy)tier~*KiT*'
lncolx>rntC'j<Jofòbfhxpcfivcci
τΑητΛει~& m i razzilo- id q u o d ίρίλ*
Esempio
C O T tb x r u c r tt x ff x r c b x r n tir '* N o n di minuscola carolina
i ■.1, J ........... '_________ __________________________________ - (da Thompson 1893).

A partire dall’XI secolo iniziano a comparire alcune varianti della ca­ Gotica
rolina caratterizzate da un contrasto marcato tra pieni e filetti, dalla dimi­
nuzione dell’altezza delle asticelle, dalla spezzatura dei tratti, in particolare
di quelli tondi. Dallo sviluppo di questa tendenza emerge, nel XIII secolo,
la cosiddetta scrittura gotica, così chiamata con disprezzo dagli umanisti
che la bollavano, in sostanza, come «barbarica» contrapponendola alla ca-
44 La scienza dei testi antichi

rolina, da essi ritenuta più vicina (se non addirittura identica) alle scritture
degli antichi. La gotica ebbe diverse varianti, tra cui la libraria (a sua volta
distinta in varie sottovarianti), caratterizzata dal polimorfismo di alcune
lettere, come a, d, r e in particolare u, che in inizio di parola viene scritta
come v. Dapprima diffusa soprattutto in Francia e in Inghilterra, nel XIV
secolo la gotica giunge in Germania, dove nel XV secolo ebbe particolare
voga la cosiddetta textura, una variante estremamente angolosa in cui tutti
i tratti curvi erano eliminati e gli occhielli sostituiti da esagoni.
Esempio di gotica
(da Thompson 1893).

mfftoncmtnfuanrmc7
topaiptmflfcCrniismgr
nono.fturlttf
marnimtmcerctanpa/
mmumrrmatmmcD
tte (caput*.
lumcnurdtc.jUqtut$
ntqmatxnrnmauii
/·*
Johanne* de
mpotrffcurnonburnir Caleflmnicp
Le scritture La gotica era arrivata anche in Italia, peraltro in forme non esasperate,
umanistiche che anzi mantenevano una certa rotondità (si parla infatti di littera rotunda).
Nel XIV secolo tra gli umanisti risulta attestata l’insoddisfazione per que­
sta grafia che, comunque, risulta troppo lussureggiante e scarsamente leggi­
bile. Petrarca stesso, per esempio, vagheggia un ritorno alla vetustioris litte-
rae maiestas, «la maestà delle antiche lettere», con un esplicito riferimento
ad antichi codici in minuscola carolina. Tra la fine del Trecento e l’inizio del
Quattrocento furono gli umanisti fiorentini (in particolare Niccolò Niccoli,
Poggio Bracciolini, Leonardo Bruni) a ricreare volontariamente la minu­
scola carolina, ovvero la scrittura degli antichi e prestigiosi codici che anda­
vano riscoprendo proprio in quegli anni: la chiamavano littera antiqua (altre
denominazioni moderne sono umanistica rotonda e romana rotonda). Nel
Quattrocento si andò diffondendo in tutta Italia e oltre, assieme a un’altra
scrittura, caratterizzata dal ductus più corsivo, dall’inclinazione delle lette­
re e dalla lunghezza delle asticelle, nota come italica (o umanistica corsiva).
I primi caratteri La Bibbia stampata da Gutenberg a Magonza tra il 1453 e il 1455 era in
a stampa textura, come si è visto una variante di gotica. Tuttavia era un’altra la scrit­
tura destinata a imporsi come modello dei caratteri a stampa, ovvero la
littera antiqua, contraddistinta tanto dal prestigio che le derivava dall’an­
tichità (anche se in realtà era più recente di quanto credevano gli umani­
sti), quanto dalla chiarezza e dalla leggibilità. In particolare, avrà un gran­
dissimo influsso l’elegante rielaborazione della littera antiqua o romana
rotonda creata e utilizzata da Nicolas Jenson, che nel 1470 impianta una
celebre tipografia a Venezia. Nel 1499 il più celebre stampatore venezia­
no, Aldo Manuzio, inizia invece a usare una serie di caratteri creati dal
bolognese Francesco Griffo, ispirati direttamente alla scrittura italica di
Le scritture 45

Segni
di abbreviazione.
m, n
co n , c o m , cu n , cu m
9 ■<?
<» ? US, os, is, s

r, re , ra, ar

2ì ev O - ur, tu r, er

ru m
et, e
r .& L

Niccolò Niccoli. Queste due varietà di scrittura sono alla base delle stiliz­
zazioni tonda (non a caso chiamata romain in francese, Roman in ingle­
se) e corsiva (italique in francese e Italie in inglese) che contraddistinguo­
no anche la tipografia contemporanea, compresi i caratteri disponibili nei
software di elaborazione testi.
Nelle scritture latine si riscontra un uso molto intenso delle abbreviazio­ Abbreviazioni
ni, che costituiscono probabilmente la difficoltà maggiore di decifrazione e
che furono spesso fraintese dai copisti. Il fenomeno è ancora molto conte­
nuto nei codici in maiuscola, nei quali si riscontra 1uso di una lineetta (til­
de) posta sopra una lettera per abbreviare una m o una n che veniva dopo,
e la presenza dei cosiddetti nomina sacra, ovvero caratteristiche abbrevia­
zioni di parole di uso corrente in ambito cristiano (v. tabella sottostante). In
seguito si andò sviluppando un sistema molto complesso che comprende­
va (e combinava) sia la presenza di parole variamente troncate e contratte
(ovvero di cui si scriveva solo Pinizio e la fine), sia di segni tachigrafici de­
rivati spesso dalle antiche pratiche stenografiche diffuse nel mondo roma­
no. Si fornisce una tabella dei più comuni, rimandando ai testi segnalati in
bibliografia per gli approfondimenti del caso (v. p. 156).

DMS o DNS Dominus MR Mater I nomina sacra

DS Deus NR noster

EPS Episcopus PR Pater

FL Filius SCS Sanctus

IHS XPS Iesus Christus SPS Spiritus


46 La scienza dei testi antichi

Altre Nei manoscritti talora si riscontrano specifiche abbreviazioni, nell’in-


abbreviazioni terlinea e/o a margine, per segnalare la presenza di lacune e delle rispet­
tive integrazioni. Si può trovare così h (= hic), in genere in combinazio­
ne con d (= deest), oppure hs (= hic supple), hp (= hic pone), hi (= hic le-
gé), hm (= hic minus). Il medesimo segno può essere duplicato, compa­
rendo prima della lezione da integrare e nell’interlinea in corrispondenza
del punto di integrazione. Altrove, il testo integrativo e il punto di inseri­
mento erano contraddistinti da segni non alfabetici come asterischi, pun­
ti e virgola, -r. In altri casi si può trovare rq o req o semplicemente R per
require, «cerca», ovvero l’avviso, da parte del copista, che il testo era pro­
babilmente guasto e che occorreva cercare una soluzione o un confronto
con un altro esemplare; medesimo significato avevano anche Q (= quae-
re) e Z, che abbrevia il greco ζήτει.

3.b.3 Cenni di paleografia greca

La maiuscola I più antichi manoscritti greci sono vergati in una varietà della maiu­
scola nota come maiuscola biblica (in passato si usava la denominazio­
ne meno precisa di onciale biblica), caratterizzata dal modulo quadra­
to delle lettere e dal contrasto tra pieni e filetti. La maiuscola biblica è
attestata almeno dalla fine del II secolo d.C. e continua a essere usata
fino al IX. La cosiddetta maiuscola alessandrina (in passato nota come
onciale copta), che presenta un ductus più corsivo della precedente e,
nella sua variante più nota, un certo contrasto modulare, è attestata dal
II secolo d.C. fino al IX (anche se occasionalmente risulta usata anche
in seguito per porzioni di testo che si vogliano in qualche modo eviden­
ziare o distinguere) ed è tipica dell’area egiziana. La maiuscola ogiva­
Esempio le, infine, prende il nome dal particolare tratteggio delle curve che, nel­
di maiuscola biblica la sommità superiore delle lettere (per esempio nella O) assumono la
(da Thompson 1893).
forma di un’ogiva (in sostanza, di un arco a sesto acuto). Altre caratteri­
stiche di questa scrittura, at­
tc u k a c i agi ro r rpa testata dal II-III secolo d.C.
fino al X, sono il contrasto
γμ N K X ien o i Hce modulare e il contrasto tra
pieni e filetti; si distinguono
un'ogivale diritta e un'ogi­
Ο Y reo c vale inclinata, nella quale le
KM Α.ΝΘpCDCTOCHW lettere sono inclinate verso
destra. Da questa scrittura,
in passato impropriamente
ίΟ Υ Λ Α » O C E N C O q r nota come onciale slava, de­
c o iC T T -m o A c iK M riva l’alfabeto cirillico.
Le scritture maiuscole,
Ο N Ο M AAYTCO M A f in quanto calligrafiche, ra­
ramente presentano abbre­
v,h O X a »o COTOYI A*I viazioni o segni tachigrafi-

pο γ-ρο y c e m ee i oy ci. Fanno eccezione, tuttavia,


l’uso di un trattino orizzon­
tale {tilde) per indicare il N,
Le scritture 47

in particolare in fine di riga, che viene collocato sopra la lettera preceden­


te, e i cosiddetti nomina sacra, di cui si è già parlato per le scritture latine.
I principali nomina sacra in greco sono:

ANOC άνθρωπος OYNOC ούρανός

ΔΑΔ Δαυείδ ΠΗΡ πατήρ

©C Θεός ΠΝΑ πνεύμα

ΙΗΛ Ισραήλ CHP σωτήρ

ΙΗΜ Ιερουσαλήμ CTC σταυρός

IC Ίησοϋς YC υιός

KC κύριος XC Χριστός

ΜΗΡ μήτηρ

Occorre peraltro ricordare che i nomina sacra rispecchiavano, nella lo­


ro forma, il caso della parola che abbreviavano. Nella tabella precedente
sono stati riportati i nominativi; nel caso di parole declinate in altri casi,
la parte finale del nomen riprendeva la desinenza, per esempio

ANOY άνθρώπου KE κύριε

Tra la fine deH’VIII e gli inizi del IX secolo viene sviluppata, forse La nascita
nel monastero di Studio a Costantinopoli, una scrittura minuscola li­ della minuscola
braria che finirà per imporsi e che rivoluzionerà anche la trasmissione
dei testi. Il primo manoscritto datato in minuscola che si sia conserva­
to è il cosiddetto Tetravangelo Uspenskij (Sankt-Peterburg, Rossijska-
ja Nacional’naja biblioteka, Φ N° 906, gr. 219), risalente all’anno 835.
La minuscola, ricavata a partire da scritture minuscole corsive utiliz­
zate in precedenza nella redazione di documenti e di atti privati, aveva
diversi vantaggi rispetto alla maiuscola. In particolare, era più rapida
da tracciare e occupava meno spazio, circa la metà. Questo comporta­
va una velocizzazione del processo di copiatura dei libri, e anche un si­
gnificativo risparmio. D’altro canto, la forma assunta dalle lettere mi­
nuscole era molto differente da quella delle maiuscole, come mostra il
prospetto alla pagina seguente.
Il principale tratto che differenziava la minuscola più antica (detta L'evoluzione
minuscola studila, dal probabile luogo di origine) dalle scritture corsive della minuscola
cui si ispirava era la sua estrema regolarità e leggibilità, dovuta anche al
fatto che ciascuna lettera presentava un’unica forma (anche se, come si
è visto, erano presenti diverse possibilità di nesso e legatura). In segui­
to la situazione fu resa progressivamente sempre più complessa dalla ri­
comparsa di lettere maiuscole, che finirono per mescolarsi alle minusco-
48 La scienza dei testi antichi

CU a ai le e portarono così alla polimorfia delle singole lettere, a svan­


taggio della leggibilità. I paleografi hanno individuato una serie
u. β Υ αγ di varietà, più o meno calligrafiche, della minuscola: tra queste
r T r ειγο si possono ricordare la bouletée, così detta per i piccoli rigonfia­
5» δ ί menti alle estremità delle asticelle; la Perlschrift, scrittura molto
6 ε άσ επ elegante (la forma regolare e tondeggiante delle lettere la fa so­
migliare a una collana di perle, da cui il nome) associata a ma­
3 ζ 6τ εσ noscritti prodotti per la casa imperiale alla fine del X secolo e
k η * ετ variamente imitata anche in seguito; lo stile beta-gamma (XIII
■0· θ L· ευ secolo), caratterizzato dal modulo grande assunto da queste due
lettere, e la grafia nota come Fettaugenmode (seconda metà del
l ι
* XIII secolo), nella quale gli occhielli giganteggiano tra lettere
U κ lui ην di modulo più ridotto.
λ « θε A partire dall’XI secolo, e con sempre maggiore frequenza
/*
κτ fino agli ultimi secoli dell’Impero bizantino, risultano attestate
t“ μ scritture che non rientrano in uno stile particolare. Sono princi­
μ V taf ππ palmente i dotti a mostrare queste grafie individuali, spesso con­
i ξ ώ σε traddistinte dall’ampio uso di abbreviazioni e segni tachigrafici:
o 0 ter σπ gli eruditi, che scrivevano per sé e per la propria cerchia di allievi
ter π oer σσ e amici, avevano meno a cuore la leggibilità e più la rapidità della
copia e il risparmio di pergamena o di carta. Questi due elemen­
P Ρ τ στ ti, ovvero la singolarità della grafia e il ricorso ad abbreviazio­
or σ
% ni, possono rendere queste scritture piuttosto ostiche da leggere.
Le grafie individuali, la polimorfia delle lettere e l’uso esaspe­
T τ
Τ ττ rato di nessi, legature e abbreviazioni contraddistinsero gli erudi­
V D UU υν
ti fino alla caduta di Costantinopoli e oltre. Questo finì per ave­
φ ver υσ re un influenza notevole anche sullo sviluppo dei primi caratteri
Φ
X X greci a stampa, che furono ispirati direttamente alle grafie diffu­
se tra XV e XVI secolo. All’inizio vi furono sperimentazioni in­
t Ψ
CD ω
teressanti come quella di Giano Lascaris, che in alcune edizioni
di testi greci pubblicate a Firenze tra 1494 e 1496 utilizzò carat­
teri maiuscoli e maiuscoletti, derivati dalle epigrafi ma muniti di
Le forme e i nessi accenti, molto chiari, con l’intento di riallacciarsi alle scritture de-
della minuscola
studita.

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μ 6 τ γ κ ( τ "re o λ ό -yoo μ · < (

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Ι λ *τ ό ο μ ο μ - α ϋ κ υ 6 τυ 7 \ο γ Ι \

ιομ" μ« 2ι κ.αι ia c a m a r

Esempio di Perlschrift
(da Thompson 1893).
Le scritture 49

gli antichi. Si trattò di una scelta particolarmen­ 5 ai // ε ίσ ί


te interessante, che tuttavia non venne accolta
con particolare favore e finì per rimanere iso­ U αν ε ίν α ι
lata. Si preferì invece imitare scritture calligra­
fiche contemporanee, in particolare quella del
copista cretese Angelo Vergezio (1505-1569), •mSl· α ντί
» ης
che fornì la base per i famosi (e molto imitati)
caratteri detti Grecs du Roi, in quanto commis­ apa καί
sionati dal re di Francia, Francesco I. La scrit­
tura di Vergezio è in effetti molto elegante (è ας ο ις
proprio da lui che deriva l’espressione francese
«écrire comme un ange», o meglio «un Ange», % ον
η δέ
per indicare una grafia perfetta!), ma allo stes­
so tempo esuberante e barocca, ricca di nessi
e abbreviazioni, con una polimorfia addirittu­ r r r /f ε ιν * δ τι
ra esasperata, a tutto discapito della leggibilità.
Si tratta di difetti comuni a quasi tutti i carat­ cC εν π ρός
teri a stampa greci fino agli inizi del XIX seco­ ι S
lo, quando si iniziò a ricorrere a forme molto ες (α ις )
7 7 ων
più regolari e leggibili. Un importante punto di
svolta ebbe luogo quando la grafia del filolo­
go inglese Richard Porson (1759-1808) fu presa /■ X" έσ τί ~ 5 ως
come modello del carattere denominato «Por­
son», che viene impiegato ancora oggi nella col­ I principali segni tachigrafici delle scritture greche.
lana degli Oxford Classica] Texts.

Può capitare che una porzione specifica del testo venga evidenziata Segni di attenzione
con l’apposizione al margine di particolari segni. Il più diffuso è la mani-
cula («manina»), una piccola mano con un indice puntato a segnalare il
passo in questione: Nei manoscritti latini, inoltre, come segni di atten­
zione si può trovare l’imperativo nota variamente abbreviato, o anche for­
me particolari come fiorellini.

Esempio della scrittura di Angelo Vergezio (da Thompson 1893).


50 La scienza dei testi antichi

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àxmì> αντώ et ι IV 1 ον σθ δ το
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2ψζ, ha D εται © οι πτ fi τψ ώ ώ

Forme e nessi più comuni del greco a stampa fino all'Ottocento.

In ambito greco si riscontrano con una certa frequenza anche i se­


guenti segni:

l'abbreviazione per horàion, «bello», e indica un passo ritenuto par­


ticolarmente pregevole.

(H l’abbreviazione per seméiosai, corrispondente a «nota» (la parola no­


ta, è bene ricordare, in origine costituiva l’imperativo seconda perso­
na singolare del verbo notare).

Altri segni di corredo Tra i segni speciali che accompagnavano la mise en page dei testi pa­
piracei e che poi si ritrovano nei manoscritti medievali, si può segnalare
la paràgraphos, una lineetta collocata a sinistra della colonna di scrittura
che, in opere contenenti «cambi di battuta» (come i dialoghi platonici o i
testi teatrali), segnalava un cambiamento di interlocutore, localizzato con
più precisione all’interno del rigo da due punti (dicolon).
Si riscontra anche l’uso della cosiddetta diplé (>), posta sul margine si­
nistro del rigo o della colonna, per segnalare citazioni.
C ap ito lo 4

1palinsesti

La rilevanza di un foglio di pergamena per la trasmissione di un testo


non finiva necessariamente con la sua scrittura. Interi manoscritti, singoli
fascicoli o folia potevano infatti essere riutilizzati, cancellando la scrittura
presente sulla pergamena, e conoscere così una seconda vita.
Tradizionalmente si parla di codices rescritti o palinsesti, dal greco I palinsesti:
pàlin psào, «raschio di nuovo». In realtà, tuttavia, sembra che la procedu­ pergamene riddate
ra più usata per cancellare l’inchiostro fosse quella di immergere a lungo
i fogli di pergamena nel latte, per poi passarli con una spugna, cospargerli
di farina o calce e infine lisciarli con la pietra pomice. A questo punto l’in­
chiostro era quasi completamente svanito e il foglio poteva essere coper­
to da una nuova scrittura, detta scriptio superior. A volte però, ed è que­
sto che rende i palinsesti particolarmente interessanti, emergono tracce
della scrittura più antica, detta scriptio inferior, che spesso si rivela per il
filologo di grandissimo interesse. A essere riciclati (soprattutto per ragio­
ni di economia e di risparmio), infatti, erano soprattutto testi caduti in di­
suso, molto vecchi e poco consultati: questo è capitato in molti casi a ope­
re antiche, soppiantate a favore di testi liturgici o ecclesiastici che sicura­
mente avevano un’utilità più immediata, specie in biblioteche monastiche.
È il caso per esempio della grande biblioteca dell’abbazia di San Colom­
bano a Bobbio, in provincia di Piacenza, fondata nel 614: i codici che la
componevano, molti dei quali risalivano all’epoca tardoantica e vennero
più tardi riutilizzati, finirono dispersi in varie biblioteche tra Roma, Mila­
no, Napoli, Torino (dove parecchi sono andati distrutti nell’incendio del
1904) e Wolfenbiittel.
Già dalla fine del Seicento i dotti avevano preso coscienza del feno­
meno, e nel Settecento l’erudito Scipione Maffei aveva studiato i palin­
sesti della Biblioteca Capitolare di Verona. Il primo palinsesto sfruttato
filologicamente, tuttavia, è stato un frammento dal libro XCI di Livio, in
un manoscritto biblico vaticano, pubblicato dal tedesco Paul Jakob Bruns
nel 1773.
52 La scienza dei testi antichi

Una pagina del celebre


palinsesto vaticano
(Vat. lat. 5757),
proveniente da Bobbio,
che nella scrìptio
inferior (un'onciale del IV
secolo) tramanda ampi
frammenti
del Derepublìca
di Cicerone, mentre
nella scriptio superior
(VII secolo) sono vergate
le Enarrationes
in Psalmos
di Agostino.

Le scoperte L’età dell’oro dello studio dei palinsesti fu tuttavia soprattutto l’Ot-
di Angelo Mai tocento, in particolare per merito dell’ecclesiastico Angelo Mai (1782-
1854). Fu durante un soggiorno ad Orvieto nel 1806 che il giovane Ange­
lo Mai apprese da un gesuita spagnolo, R. Menchaca, la possibilità di far
emergere e risaltare le tracce di una scriptio inferior inumidendo la per­
gamena con una spugna imbevuta di acido gallico. Trasferitosi a Milano,
Mai, tramite l’esame sistematico dell’ingente patrimonio conservato pres­
so la Biblioteca Ambrosiana, iniziò a reperire palinsesti che tramandava­
no frammenti di opere altrimenti perdute, tra cui sei orazioni di Cicerone
che pubblicò nel 1814; l’anno successivo dette alle stampe i resti dell’epi­
stolario di Frontone. Trasferitosi a Roma nel 1819, su richiesta del papa
che lo nominò «primo custode» della Biblioteca Vaticana, trovò in forma
palinsesta nel Vat. lat. 575 7 ampie porzioni del De re publica di Cicerone,
opera che era andata perduta quasi completamente nella tradizione me­
dievale. L’eco suscitata da questo ritrovamento fu enorme: ancor prima
che uscisse Veditio princeps dell’opera nel 1822, un entusiasta Giacomo
Leopardi compose la canzone, intrisa di fervore patriottico, intitolata Ad
Angelo Mai quand’ebbe trovato i libri di Cicerone della Repubblica. Nel
1838 Angelo Mai fu nominato cardinale, e i suoi meriti scientifici contri­
buirono a proteggerlo anche durante i moti del 1849, che portarono al­
la costituzione della cosiddetta Repubblica Romana. Mai, peraltro, non
fu il solo a scoprire palinsesti nell’Ottocento: nello stesso periodo il tede-
I palinsesti 53

sco Barthold Georg Niebuhr ritrovava in un palinsesto di Verona le Ins-


titutiones di Gaio, molto importanti per la conoscenza del diritto roma­
no. Lo stesso Niebuhr nel 1820 aveva pubblicato una serie di testi conte­
nuti in un manoscritto vaticano (Palatinus lat. 24), assemblato nell’Italia
meridionale tra la fine del VI e l’inizio del VII secolo. Al di sotto dei te­
sti biblici tramandati dalla scriptio superior lo studioso aveva rintracciato
frammenti di opere latine profane conservate (brani dal De bello civili di
Lucano, dalle Fabulae di Igino, dalle Noctes Atticae di Aulo Gellio) e so­
prattutto perdute, come il De amicitia e il De vita patris di Seneca, nonché
il novantunesimo libro di Livio.
Talora esistono palinsesti riscritti due volte (tecnicamente noti come Codici riscritti
codices bis rescripti), come nel caso dei frammenti dello storico romano due volte
del II secolo d.C. Granio Liciniano (pubblicati nel 1857 da G.H. Pertz), co­
piati nel V secolo ed obliterati nel VII da un trattato grammaticale sem­
pre latino, a sua volta obliterato nel X da un testo siriaco (una traduzio-

BOX 9
Il palinsesto di Archimede

Fino al 1920 circa, nel m etochio (una sorta di succursale) del m onastero del Santo Sepolcro a Costan­
tinopoli, dipendente dal Patriarcato di Gerusalem m e, era conservato sotto la segnatura 355 un corpo­
so libro di preghiere (eucologio) scritto nel 1229, probabilm ente a Gerusalem m e, su 177 fogli di per­
gam ena. Già nel corso dell'Ottocento, il celebre biblista Constantin von Tischendorf vide il codice e si
rese conto che si trattava di un palinsesto, ricavato a partire da trattati matematici; lo studioso arrivò
ad asportarne un foglio com e una sorta di «cam pione» ch e portò via con sé, ed ora è conservato a
Cam bridge. Nel 1906 lo stesso m anoscritto fu esam inato dal danese J. Heiberg, studioso di Archim e­
de, che ne ricavò il testo greco del trattato Sui corpi galleggianti, fino ad allora noto solo in traduzione
latina, nonché del M etodo dei teoremi m eccanici, che era andato perduto, e un am pio fram m ento di un
ulteriore trattato di Archim ede, lo Stom achion. Negli anni Venti il m anoscritto passò, in circostanze p o ­
co chiare, nelle mani di un collezionista francese che si guardò b en e dal m etterlo a disposizione degli
studiosi e anzi, conservandolo in condizioni inappropriate, contribuì al suo deterioram ento. Il codice,
passato nelle mani degli eredi, fu ven d u to nel 1998 da Christie's a N ew York a un collezionista anoni­
mo, per due milioni di dollari. Il collezionista a sua volta lo depositò presso il Walters Art M useum di
Baltimora, dove finalm ente fu oggetto di un attento restauro e di una serie di analisi che hanno sve­
lato la storia di questo palinsesto straordinario che, co m e è stato chiarito, è stato ricavato a partire da
fogli di pergam ena provenienti da una serie disparata di manoscritti.
Uno, com e già accennato, era una raccolta di trattati di Archim ede risalente alla metà del X secolo. Poi
sono stati rinvenuti fram m enti (5 bifogli) di due orazioni di Iperide, Contro Tim andro e Contro Dionda,
co m p letam ente perdute. Questa scoperta ha perm esso di rivalutare la notizia, tram andata dall'um a­
nista cinquecentesco Jo h an n Alexander Brassicanus, secondo cui nella biblioteca di Mattia Corvino,
re d'Ungheria, sarebbe stato presente un m anoscritto delle orazioni di Iperide, poi perduto. In realtà,
fino alla riscoperta del «palinsesto di Archimede», non era noto nessun m anoscritto m edievale delle
orazioni di Iperide, e quello che era conosciuto dell'oratore ateniese derivava da scoperte papiracee
avvenute alla fine dell'Ottocento: questo aveva portato, da parte di alcuni, a bollare la testimonianza
di Brassicanus co m e inaffidabile. La sua voce, invece, merita di essere ripresa in considerazione. Altri 14
fogli derivano da un com m entario del III secolo alle Categorie dì Aristotele, e infine ci sono altre pagine
ch e p rovengono da ulteriori quattro opere, due delle quali ancora da identificare.
54 La scienza dei testi antichi

ne delle Omelie di Giovanni Crisostomo) trovato a Nitria, poi portato al


British Museum (London, British Library, Addit. 17212). In questi casi, la
scrittura più antica, celata sotto due strati di riscritture successive, è no­
ta come scriptio ima.
Strumenti e metodi L’uso dei reagenti chimici, che in un primo momento aveva agevola­
per la lettura to le scoperte di Mai e di altri, tuttavia in ultima istanza si è rivelato no­
dei palinsesti civo. Con il passare del tempo, le pergamene trattate con l’acido gallico
o con altre sostanze, come la cosiddetta «tintura giobertina» (ferrocia-
nuro di potassio) e il solfuro di ammonio, hanno subito un degrado talo­
ra irrimediabile, spesso scurendosi al punto da rendere illeggibile ogni
scrittura (questo è stato il destino, tra l’altro, anche del Vai. lat. 5757).
La possibilità di ricorrere a metodi meno invasivi si concretizzò a parti­
re dal 1857, quando lo storico e bibliotecario francese Léopold Delisle,
fotografando un palinsesto parigino del cosiddetto Itinerarium Antoni­
ni, si rese conto che tramite opportuni accorgimenti la scriptio inferior
risultava più leggibile sulle lastre fotografiche che a occhio nudo. L’uti­
lizzo della fotografia agli infrarossi e agli ultravioletti e di tecniche an­
cora più moderne continua a dare un contributo fondamentale allo stu­
dio dei palinsesti.
Nuove scoperte Per quanto naturalmente a un ritmo molto inferiore di quello registra­
to nei primi decenni dell’Ottocento, le scoperte di palinsesti non si sono
ancora concluse. Nel 1998 è riemerso dall’oblio il cosiddetto «palinsesto
di Archimede», che negli ultimi anni ha potuto essere studiato con tecni­
che moderne fornendo risultati eccezionali (v. Box 9). Nel 2003 il paleo­
grafo italiano Francesco dAiuto, esaminando un codex bis rescriptus del
IX secolo conservato alla Biblioteca Apostolica Vaticana (Vat. sir. 623),
si è accorto che alcuni fogli derivavano da un codice in maiuscola del IV
secolo, su due colonne, che tramandava 400 versi di Menandro, di cui la
metà dal Dyskolos e gli altri da una commedia sconosciuta (forse la Tit-
the'ì). La pubblicazione di questi ultimi, rallentata dalle notevoli difficol­
tà di lettura del testo, è ancora in corso.
5.a Errori e loro tipologie
C ap ito lo 5 5.b Variazioni volontarie

Copie ed errori

Il lungo viaggio che parte dal testo approvato dall’autore e può pas­
sare, in tutto o in parte, attraverso rotoli e codici, fino ad arrivare alle pri­
me edizioni a stampa, come si è visto è un percorso che viene scandito
da una sequenza di copie. Anche nel caso ipoteticamente migliore, quello
in cui avessimo a disposizione l’«originale» del testo, nel momento di ap­
prontarne Veditio princeps dovremmo comunque copiarlo; nell’evenienza
più comune, quella in cui di un’opera antica abbiamo a disposizione solo
manoscritti posteriori anche di oltre mille anni aH’«originale», dobbiamo
supporre che i nostri testimoni siano solo l’ultimo anello di una catena di
copie successive. Questo processo, quanto più è articolato, tanto più fini­
sce per avere un’influenza negativa sul testo stesso. Come l’acqua di un
fiume sgorga pura alla sorgente, ma finisce per intorbidarsi e riempirsi di
detriti man mano che prosegue la sua corsa verso il mare, così anche un
testo tende a intorbidarsi e ad accumulare impurità passando, in una sor­
ta di staffetta, da una copia all’altra. I detriti, in questo caso, sono costitu­
iti dalle alterazioni che, volontariamente o soprattutto involontariamen­
te, i copisti apportano al testo. Il passaggio dal modello diretto, detto anti­
grafo, alla copia, detta apografo, non è mai indolore, e per questo motivo
nessun manoscritto di un’opera sarà mai perfettamente uguale a un altro.
Questa sorta di ‘maledizione’, peraltro, ha anche un risvolto positivo: co­
me si vedrà, è proprio analizzando e paragonando gli errori dei vari testi­
moni che si è in grado, in misura più o meno estesa, di fare ordine tra di
loro e di avvicinarsi alla facies dell’originale. Ma prima di tutto è neces­
sario esaminare le tipologie delle alterazioni che possono interessare le
copie di un’opera, ovvero gli errori involontari e le modifiche volontarie.

5.a Errori e loro tipologie

È inevitabile che, scrivendo e copiando un testo, si finisca involontaria­


mente per commettere errori. In alcuni casi, errori di dettatura possono es­
sersi intrufolati già durante la stesura del primo esemplare del testo (quel­
lo che, come si è visto, potrebbe essere chiamato «prototipo»), È docu­
mentato, infatti, come molti autori antichi fossero soliti dettare le proprie
56 La scienza dei testi antichi

opere a notarii, segretari (è il caso, per esempio, di Galeno e dei due Pii­
mi). La possibilità che il testo venga involontariamente alterato si molti­
plica, poi, nei passaggi successivi della tradizione, per una varietà di motivi.
Errori meccanici Una prima causa è costituita dalle condizioni dell’antigrafo, che in
qualche punto potrebbe essere danneggiato, deteriorato o alterato. Per
esempio, poteva darsi che uno o più fogli di un manoscritto fossero ca­
duti, o che la porzione di una pagina risultasse irrimediabilmente rovina­
ta (per esempio da uno strappo o dal fuoco): in questo caso, le sue copie
avrebbero presentato una carenza di testo, detta «lacuna». Talora i copisti
lasciavano uno spazio bianco in corrispondenza di cadute di testo (sono
quelle che si chiamano finestre), talaltra proseguivano la copia senza se­
gnalare di essersi imbattuti in un guasto. In altre circostanze, da un ma­
noscritto poteva essersi staccato qualche foglio, che poi era stato reinse­
rito nel posto sbagliato: questo, nelle copie, dava origine a inversioni e
spostamenti di blocchi di testo o, nel caso di opere poetiche, di versi. Nei
manoscritti di lusso spesso le lettere iniziali di un libro o capitolo era­
no lasciate in bianco, nella prospettiva che fossero realizzate più tardi da
un miniatore in maniera decorativa (si parla in tal caso di capilettera). Se
tuttavia quest’intervento non aveva luogo, la mancanza della lettera ini­
ziale tendeva a perpetuarsi negli apografi. Si tratta in ogni caso di erro­
ri meccanici, ovvero originati dalle condizioni in cui versava l’antigrafo.
Errori psicologici In altri casi, la colpa dell’errore era invece imputabile in tutto al copi­
sta, che sbagliava sia per stanchezza, sia per disattenzione, sia semplice-
mente per ignoranza: sono quelli noti come errori psicologici o concettuali
o di pensiero, che verranno esaminati in dettaglio nelle pagine che seguono.
La pericope, Per quanto non si possa escludere che, in alcuni casi, i copisti scrivesse­
unità di misura ro sotto dettatura, si ritiene che generalmente, tanto nell’antichità quan­
della copia to nel medioevo, il processo di copia prevedesse che il singolo scrivano di
volta in volta leggesse una breve porzione dell’antigrafo detta pericope
(il termine è mutuato dal linguaggio liturgico, nel quale indica un passo
delle Sacre Scritture letto durante la messa), la memorizzasse, e poi, au-
todettandosela mentalmente, passasse a ricopiarla nell’apografo. In pra­
tica è quello che facciamo anche noi quando dobbiamo copiare, a mano
o in forma dattiloscritta, un testo. Le dimensioni della pericope poteva­
no essere variabili; si ritiene, per esempio, che nel caso di opere poetiche
in genere si memorizzasse mezzo verso (un emistichio) alla volta. In ogni
caso, è proprio in questa rapida serie di passaggi (acquisizione della peri­
cope, sua memorizzazione e autodettatura che prelude alla sua scrittura
nell’apografo) che si localizzano la maggior parte degli errori, di cui dun­
que si può tentare una classificazione.
La tassonomia La tassonomia degli errori psicologici non è affatto una novità: già il
degli errori filologo olandese Willem Canter, nel suo De ratione emendandi Graecos
e i suoi limiti auctores syntagma (Basilea 1566, poi ristampato in edizione ampliata ad
Anversa nel 1571) aveva elencato i possibili errori in serie quantitativa­
mente crescente (dallo scambio di singole lettere a quello di sillabe, a pa­
role intere...). Si tratta in effetti di un procedimento utile, che permet­
te di individuare rapidamente la tipologia della maggior parte dei guasti
che possono ricorrere in un testo. D’altro canto, è evidente e necessario
premettere che nessuna classificazione potrà mai contemplare e spiega­
Copie ed errori 57

re preventivamente tutte le possibilità di devia­


zione dal testo. Nel 1697, all’interno della sua Ars
critica (dove pure aveva inserito un’accuratissi­
ma tassonomia ricca di esempi), il biblista gine­
vrino Jean Le Clerc notava {Ars critica, ed. 1730,
p. 278) come molti errori siano del tutto irrazio­
nali e non spiegabili: occorrunt interdum depra-
vationes, quorum vix alla ratio reddi potest, «ta­
lora ricorrono errori, di cui è pressoché impossi­
bile fornire una motivazione».

5.a.l Errori di lettura

Un primo tipo di errori può aver luogo già


nella primissima fase del processo che conduce
alla copia della pericope, ovvero alla sua acqui­
sizione nell’antigrafo. Il copista la memorizza e
se la autodetta correttamente, ma sbaglia a leg­
gerla (si tratta dunque di errori visivi), tantopiù
che in genere le parole non vengono decifrate
lettera per lettera, ma come sussunte in un colpo
d’occhio che prende in considerazione solo po­
chi tratti distintivi, spesso iniziali o finali (è quel­
la che si chiama lettura sintetica). Una causa co­
munissima di questo tipo di errori è il fraintendi­
Jean Le Clerc (1657-1736).
mento della scrittura del proprio modello: si par­
la in questo caso di errori paleografici.
Tutti noi sappiamo bene quanto possa essere complicato decifrare la Errori paleografici
grafia di un’altra persona (e a volte anche la propria). I copisti antichi e
medievali avevano questo stesso problema, come dimostrano i moltissimi
fraintendimenti che si trovano nei manoscritti e che possono essere spie­
gati proprio sulla base della forma che le lettere assumevano nelle diverse
stilizzazioni della scrittura (a partire dalla maiuscola e dalla minuscola), e
che poteva prestarsi a essere equivocata. È importante osservare che que­
sti errori, una volta prodottisi in un manoscritto, vengono generalmente
ereditati anche dai suoi discendenti. Può capitare dunque di trovare esem­
plari che presentano sia errori di maiuscola sia errori di minuscola, in una
stratificazione che può risalire anche a molti secoli addietro.
In latino, per esempio, sono frequenti fraintendimenti tra le seguen­ Latino: errori
ti maiuscole: di maiuscola...

B <-> R I <-*■ L T
C < -» P M <-> N I
C + -> -G < -» 0 M <->AI
D «»0 N <-> A l
E <-> F O <-> Q
F <-> P <-►R P < -» T
H <-> N
58 La scienza dei testi antichi

In grafie maiuscole dalla forma più arrotondata, in particolare le co­


siddette onciali (v. p. 43), si riscontrano anche confusioni tra U e CI, non­
ché E<->U<->C<->-G<->0.
Tra gli esempi che si possono citare c’è quello di Lucrezio 6.550, in cui
i manoscritti alla fine del verso riportano viam al posto del genitivo ar­
caico viai (AI > M), mentre in Silio Italico 6.160 informidateque diventa
informi dape quae (all’errore paleografico, dunque, si sommano errori di
divisio e di pronuncia, v. pp. 65-66 e 71-72).
...edi minuscola A sua volta, nella minuscola (in particolare quella carolina) sono fre­
quenti le confusioni tra le seguenti lettere:

c <—<·e
c <-> t
ci «-» a
cl <-> d
f <-» s (ricordiamo che nella minuscola carolina la
«s» era tracciata in forma allungata f)
i <-» 1<-» t
m <-> ni <-» in <-> ui <-> iu
n «-> u
o <-» e
u <— »a (nel caso di «a» tracciata in forma aperta)

Come esempio si può citare Giovenale 8.148: il testo genuino è ipse


rotam adstringit sufflamine mulio consul, ma nei manoscritti medievali
mulio diventa multo (in questo caso l’errore paleografico è facilitato dal­
la rarità del termine, che si prestava a essere banalizzato). Come se non
bastasse, per ovviare all’apparente problema metrico presentato da suf­
flamine multo consul si invertì Yordo verborum, l’«ordine delle parole»
della parte finale del verso, che così divenne ipse rotam adstringit multo
sufflamine consul.
Spesso gli errori di minuscola non riguardano un’unica lettera: a esse­
re fraintesa era l'intera parola. Si possono citare come esempio due ver­
si di Manilio: a 3.229, finii nei manoscritti diventa sunf, a 4.31, mucius si
trasforma in iuvenis.
Può essere interessante notare come, dal momento che i moderni e più
diffusi caratteri latini a stampa derivano proprio dalla minuscola carolina,
errori analoghi si riscontrano anche nelle digitalizzazioni di testi effettua­
te tramite software OCR. Il computer, in questo senso, si rivela l’esatto
corrispettivo di uno scriba indotto che copia meccanicamente, e inevita­
bilmente incorre in fraintendimenti e banalizzazioni.
Un ultimo cenno dev’essere dedicato alla minuscola beneventana, per
ricordare le frequentissime confusioni tra a et, dovute alla forma peculia­
re di queste lettere (v. pp. 42-43): uno scambio molto comune, per esem­
pio, è quello fra tua e aut.
Greco: errori Com’è naturale, anche in greco si trova una serie caratteristica di er­
di maiuscola... rori di maiuscola. Già gli antichi ne erano consapevoli: Galeno {De anti-
dotis 14.31 K.) ricorda come «quanto ai libri depositati nelle biblioteche,
quelli muniti di segni numerali, capita facilmente che un E diventi un Θ
Copie ed errori 59

(così come un O), e lo I un Γ con l’aggiunta di una linea». Tra i più diffu­
si si possono citare

A <->Δ <->· A H <-» N <->K · IC


AI <->N ΛΛ <-» M
Γ < -» Ι^ Τ T<-»Y
E Θ O <-> C TT Π
H <-» EI

Come esempio di fraintendimento si può citare un passo di Aristotele,


Poetica 1462 b 3: το γάρ άθροώτερον ήδιον ή πολλω κεκραμένον τφ χρόνφ,
λέγω δ’ οίον ει τις τον Οίδίπουν θείη τον Σοφοκλέους έν έπεσιν δσοις ή Ίλιάς,
«infatti ciò che è più concentrato è più piacevole di quel che è disperso
in un lungo lasso di tempo, intendo come se qualcuno ponesse PEdipo di
Sofocle in tanti esametri quanti quelli di cui è composta VIlìade». La par­
te finale del periodo in tutti i manoscritti compare come έν επεσιν δσοις ή
ιδίας, che non ha senso. Lo scambio è stato tra ΙΛΙΑΣ e ΙΔΙΑΣ.
Si può ricordare anche Plutarco, De Iside et Osiride 52 (372B), che nei
manoscritti riporta: καί τη τριακάδι τοΰ Έπιφϊ μηνός έορτάζουσιν οφθαλ­
μών Ώρου γενέσθαι δν. Soprattutto la parte finale è poco comprensibi­
le, ma i problemi si risolvono se, seguendo un’intuizione di Bentley, al
posto di γενέσθαι δν si legge γενέθλιον: «e nel trentesimo giorno del me­
se di Epifi festeggiano la nascita degli occhi di Horus». Si tratta chiara­
mente anche in questo caso di un errore di maiuscola: da ΓΕΝΕΘΛΙΟΝ
a ΓΕΝΕΟΘΑΙΟΝ.

a <-> αυ <-> ει <-» ευ . ..e di minuscola


β <->κ <-> μ <->υ (ricordiamo che la β minuscola era traccia­
ta come u.)
ε <-» ευ
η <-> κ (ricordiamo che la η minuscola era traccia­
ta come k)
λι / λυ <-> μ
μ <-*■ν (ricordiamo che la v minuscola era traccia­
ta come p)
ν *-* ρ (ricordiamo che la v minuscola era traccia­
ta come p)
π *-* σσ (ricordiamo che la π minuscola era traccia­
ta come co)

Come esempi si possono menzionare il verso 246 delle Eumenidi di


Eschilo, dove il νεκρόν dei manoscritti è un fraintendimento per il corret­
to νεβρόν, e il verso 1068 delle Coefore, dove il corretto παιδοβόροι è di­
ventato παιδομόροι in M (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut.
32.9, del X secolo), l’unico manoscritto a tramandare la tragedia.
L’uso di abbreviazioni, numerali, segni tachigrafici, nomina sacra, a sua Fraintendimenti
volta, poteva essere foriero di ulteriori fraintendimenti ed errori. di abbreviazioni
Un caso esemplare, in latino, è quello di Cicerone, A d familiares 15.4.9, e compendi
dove i codici riportano Sepyram et Commorim [...] magna multitudine ho-
60 La scienza dei testi antichi

stium occisa cepimus castellaque sex capta com-


plura incendimus, «uccisa una grande moltitudi­
ne di nemici, catturammo Sepira e Commori, e
incendiammo sei piazzeforti conquistate mol­
tissime». Dalla traduzione risulta evidente co­
me nell’ultima parte del periodo vi sia qualco­
sa che non quadra. Il filologo danese Johan Ni­
colai Madvig capì che il problema era costitui­
to da sex, che egli corresse in vi («incendiammo
moltissime piazzeforti conquistate a viva forza»).
Cos’era successo? Un copista, evidentemente,
aveva frainteso VI per un numerale, e lo aveva
sostituito con il numero «sei» scritto per esteso!
Per il greco si può citare il caso dell’Epito­
me della Costituzione degli Ateniesi di Eraclide
8 (11), nella quale i manoscritti riportano είσί δε
καί εννέα άρχοντες. Θεσμοθέται καί ο'ΐ δοκιμασθέ-
ντες..., «vi sono anche nove arconti. Tesmoteti e
che dopo essere stati approvati...» La congiun­
Johann Nicolai Madvig (1804-1886).
zione καί dopo Θεσμοθέται è difficilmente soste­
nibile, e il passo è stato conseguentemente emen­
dato da Coraes, che ha compreso trattarsi dell’errata resa del numerale
ς, «sei», frainteso per un segno tachigrafico per καί. Il testo esatto è dun­
que Θεσμοθέται εξ, dì δοκιμασθέντες «sei tesmoteti, che dopo essere sta­
ti approvati...»
Maiuscole greche Le possibilità di fraintendimento si moltiplicavano quando in testi la­
in manoscritti latini tini erano presenti citazioni in greco e viceversa, per il fatto che i copi­
e viceversa sti medievali, salvo rare eccezioni, conoscevano solamente l’una o l’altra
delle due lingue.
Un caso molto interessante è quello di Marziale, Spect. 21.8, un epi­
gramma riferito ad una rappresentazione del mito di Orfeo inscenata in un
anfiteatro, abbastanza fedele alla tradizione tranne che nel finale: il poeta
(in realtà un condannato travestito), infatti, viene fatto a pezzi da un orso.

Quidquid in Orpheo Rhodope spedasse theatro


dicitur, exhibuit, Caesar, barena tibi.
Repserunt scopali mirandaque silva cucurrit,
quale fuisse nem us ereditar Hesperidum.
A d fu it inmixtum pecori genus omne ferarum
et supra vatem multa pependit avis,
ipse sed ingrato iacuit laceratus ab urso.

Qualunque cosa il Rodope aver visto nello spettacolo di Orfeo


si dice, te l’ha mostrato, o Cesare, l’arena.
Gli scogli strisciarono e (incredibile!) corse la foresta,
come si crede che fosse il bosco delle Esperidi.
C’era pure ogni specie di bestie feroci miste a pecore,
e sopra il poeta era appeso un grande stormo di uccelli,
ma egli stesso cadde sbranato da un orso ingrato.
Copie ed errori 61

Questi sono i primi sette versi del componimento; il verso finale viene
presentato dai manoscritti in più versioni, tutte insoddisfacenti, tra cui si
segnala Haec tamen res estfacta ita pictoria («Soltanto questa cosa avven­
ne così pittorica»). La chiusa deH’epigramma rimase inintelligibile finché
Alfred E. Housman, uno dei massimi filologi del secolo scorso, innanzi­
tutto capì che tamen derivava dall’errata interpretazione di tm, in realtà
abbreviazione per tantum-, e soprattutto, si rese conto che le ultime due
parole erano in realtà il fraintendimento di un’espressione in greco. ITA
PICTORIA derivava infatti da I1APICTOPIAN, ovvero παρ’ίστορίαν (con
il N finale reso come di consueto con una lineetta sopra la A). Il verso fi­
nale risultava dunque Haec tantum res est facta παρ’ίστορίαν, «Soltanto
questa cosa è avvenuta in maniera differente dal mito».
Il caso inverso può essere documentato, invece, con un passo tratto dal­
le Guerre di Procopio (5.7.7), nel quale viene riferito un oracolo in latino.
Nei manoscritti dell’opera si legge λέγει γάρ ωδε άερισας άρτα, «infatti qui
dice...», seguito da due parole inintelligibili. In realtà άερισας άρτα, ovve­
ro AEPICACAPTA, derivava dal fraintendimento di due parole latine,
AFRIC ACAPTA, A frica capta, da parte del copista bizantino.
Uno dei tipi di errore di lettura più caratteristico è costituito dal «salto Salto da uguale
da uguale a uguale», noto anche con la denominazione francese di saut du a uguale
mème au mème. Quando a breve distanza si trovano due parole identiche,
parzialmente identiche (se nelle prime lettere si parla di omeoarto, se nel­
le ultime di omeoteleuto) o comunque simili, soprattutto a inizio o fine di
riga, di verso, di frase, può capitare che l’occhio del copista, impegnato a
leggere una nuova pericope, si agganci inavvertitamente alla seconda oc­
correnza della parola, saltando così la porzione di testo che sta in mezzo.
Un esempio può essere costituito da un brano corale degli Acarnesi di
Aristofane (vv. 692-696):

ταϋτα πως είκότα, γέροντ’ άπολέ-


σαι πολιόν ανδρα περί κλεψύδραν,
πολλά δή ξυμπονήσαντα καί θερμόν άπο-
μορξάμενον ανδρικόν ιδρώτα δή καί πολύν,
ανδρ’ άγαθόν δντα Μαραθώνι περί τήν πόλιν;

Nel manoscritto A (Paris, Bibliothèque Nationale, gr. 2712) il medesi­


mo brano è reso come

ταΰτα πώς είκότα, γέροντ’ άπο-


μορξάμενον ανδρικόν ιδρώτα δή καί πολύν,
ανδρ’ αγαθόν όντα Μαραθώνι περί τήν πόλιν;

Cos’è successo? Il copista, giunto ηΐΐ’άπολέ- che conclude il primo ver­


so, al momento di memorizzare una nuova pericope ha alzato lo sguardo
e si è erroneamente agganciato all’àno- che conclude il verso 694, conti­
nuando a copiare da lì e «saltando» quello che si trovava prima. Allo stes­
so modo, al paragrafo 27 della Pro Caelio di Cicerone i manoscritti ripor­
tano si fas est defendi a me eum qui nullum convivium renuerit, qui un­
guenta sumpserit, qui Baias viderit. Solo da una citazione del grammatico
62 La scienza dei testi antichi

Donato (dunque grazie alla tradizione indiretta) si è stati in grado di rein­


tegrare la frase qui in hortis fuerit dopo qui nullum convivium renuerit (il
testo risultante è si fas est defendi a me eum qui nullum convivium renue­
rit, qui in hortis fuerit, qui unguenta sumpserit, qui Baias viderit): eviden­
temente il copista di un antenato comune di tutti i manoscritti esistenti si
è agganciato al qui sbagliato, facendo così cadere un’intera frase.

5.a.2 Banalizzazioni e fraintendimenti

Anche se la scrittura dell’antigrafo era chia­


ra, poteva capitare che un vocabolo o un’espres­
sione desueti fossero automaticamente equipa­
rati e sostituiti, nella mente del copista, con al­
ternative che per un qualunque motivo gli erano
più familiari. Si tratta di un fenomeno molto co­
mune e certo non limitato all’antichità o al me­
dioevo, e nemmeno alla scrittura. Capita a tutti,
parlando con i non addetti ai lavori, di notare co­
me la parola «filologia» venga quasi inevitabil­
mente recepita dall’interlocutore come «filoso­
fia» (se non addirittura «psicologia»!); allo stesso
modo il grande filologo Giorgio Pasquali scrive­
Giorgio Pasquali (1885-1952). va: «io mi sono servito successivamente di parec­
chie dattilografe, ma non ne ho trovato nessuna
che regolarmente non scrivesse traduzione per tradizione, dovunque tra­
dizione aveva il significato tecnico, diplomatico della totalità delle testi­
monianze sur un testo».
Sinonimi L’esempio più tipico di banalizzazione consisteva nella sostituzione di
un termine con un suo sinonimo più comune, o con una forma grammati­
cale percepita come più regolare. Un caso può essere quello di Euripide,
Oreste 234, che nella sua forma genuina recita:

χρόνιον ίχνος θείς; μεταβολή πάντων γλυκύ.

Il manoscritto Ρ (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Conv.


Soppr. 172) al posto di γλυκύ ha ήδύ, metricamente insostenibile (si ot­
tiene infatti un coliambo al posto di un trimetro giambico). L’errore (che
avviene alla fine del verso, nel punto in cui la memoria del copista - che
memorizzava per versi o per emistichi - era più a rischio) avviene perché
l’aggettivo è sostituito con un suo sinonimo più diffuso.
Sempre nell'Oreste, v. 1094, nei manoscritti compariva:

...γην Δελφίδ’έλθών Φωκέων άκρόπολνν

Il verso, un trimetro giambico, come si può notare è metricamente ir­


regolare: la penultima sillaba infatti è breve, mentre è richiesta una lunga.
Già nelle prime edizioni, pertanto, si reinserì la forma più aulica άκρόπτο-
λιν, che evidentemente era stata semplificata dai copisti.
Copie ed errori 63

Come sempre, le cause di errore si possono sommare. Si può citare Pla­


tone, Ippia minore 365d:

εσται ταΰτα' άλλ’έρωτα εμβραχυ δτι βούλει

Mentre altri codici riportano questo testo, che corrisponde a quello ge­
nuino, il manoscritto F (Wien, Ósterreichische Nationalbibliothek, suppl.
gr. 31) invece al posto di εμβραχυ ha έν βραχεί. Non solo l’avverbio έμβρα-
χυ è sicuramente più raro e desueto di έν βραχεί, ma oltretutto i due ter­
mini erano omofoni nella pronuncia bizantina. Particolarmente a rischio,
in greco, erano le forme dialettali, che tendevano automaticamente a es­
sere rimpiazzate con le corrispondenti voci del dialetto attico. AlFinterno
del testo di Erodoto, per esempio, è stato notato come a 9.45.3 compaia
l’avverbio έξαίφνης, mentre altrove è presente la forma ionica έξαπίνης: è
stato perciò supposto che sia avvenuto un fenomeno di «atticizzazione»,
e che occorra reinserire έξαπίνης anche nel nono libro.
In altri casi, le nozioni storiche, geografiche e più genericamente cul­ Nozioni storiche,
turali presenti nel testo erano rivisitate secondo quella che si potrebbe geografiche, culturali
chiamare l’«enciclopedia» del copista, ovvero il complesso delle nozioni
con cui era familiare (e con il quale, per quanto possibile, è opportuno che
cerchi il più possibile di familiarizzarsi anche l’editore, in modo da poter
riconoscere meglio certe innovazioni).
Parole come hirudo («sanguisuga») correvano sempre il rischio di tra­
sformarsi nel ben più noto hirundo («rondine»): così avviene, ad esem­
pio, nel codice F delle Metamorfosi di Apuleio (6.26.7) e in manoscritti
dell’Ara poetica di Orazio (v. 476). Nell’unico codice che tramanda VOc-
tavius dell’apologeta cristiano Minucio Felice (Paris, Bibliothèque Natio-
naie, lat. 1661, del IX secolo), Protagoras si è trasformato nel più noto Pi-
tagoras; in ambito greco, un intreccio di errori si riscontra in un brano in
coliambi contenuto nella cosiddetta recensio vetusta del Romanzo di Ales­
sandro dello Pseudo-Callistene, tramandata esclusivamente dal codice Pa­
ris, Bibliothèque Nationale, gr. 1711 (XI secolo). Il parlante, in occasione
della conquista macedone di Tebe, si rivolge ad Alessandro Magno (I.46a)
invitandolo a impedire che venga distrutto il tempio τοΰ σου γενάρχου καί
πατρός φιλανθρώπου, «del tuo antenato e padre amico deH’umanità». Il ri­
ferimento è ad Eracle, che effettivamente era considerato un antenato dei
re macedoni. Nel codice, tuttavia, l’ultima parola è resa come Φιλίππου
(cosa che, tra l’altro, produce un testo ametrico e dunque inaccettabile).
Cos’è successo? Con ogni probabilità, in una prima fase φιλανθρώπου fu
trascritto in forma abbreviata, come nomen sacrum, φιλανου, sormonta­
to come di consueto da una lineetta. Un copista, forse lo stesso scriba del
codice parigino, dovette fraintendere questa lineetta per l’indicazione di
un nome proprio: vedendo menzionato il «padre» di Alessandro, attinse
alle proprie conoscenze storiche e sostituì senza problemi (forse addirit­
tura inconsciamente) φιλανου con Φιλίππου. La forma esatta del testo, che
può contare anche su vari paralleli, fu restituita da A.D. Knox nel 1929.
L’eco di testi molto noti poteva farsi sentire nell’orecchio del copi­
sta, arrivando a fuorviarlo. Il verso 4.48 della Pharsalia di Lucano recita
Hactenus armorum discrimina..., ma alcuni manoscritti riportano Hacte-
64 La scienza dei testi antichi

nus arvorum discrimina, probabilmente, com’è stato sostenuto, per influs­


so del verso iniziale del secondo libro delle Georgiche di Virgilio, Hacte-
nus arvorum cultus.
Anche l’ambito del folklore è importante per ricostruire l’enciclopedia
del copista. In un manoscritto dell'Alcesti di Euripide (si tratta di Città del
Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Pai. gr. 287, datato al 1320-1325),
il nome del personaggio di Thanatos è sostituito quasi ovunque con quello
di Charon, Caronte. La sostituzione non sembra casuale, e forse è dovu­
ta al fatto che, nella grecità medievale e moderna, Caronte ha assunto il
ruolo di demone della morte, incaricato di ghermire i viventi e trascinarli
neirOltretomba: esattamente il ruolo di Thanatos nella tragedia euripidea.
Quando a essere invertiti sono termini che, nella mente del copista,
sono associati in coppie fisse, si può parlare di errore dì complementarità.
Cristianizzazione Talora l’enciclopedia del copista, e in particolare l’educazione cristia­
na, finiva per essere proiettata anche su parti del testo che con essa ave­
vano solo assonanze fonetiche e, al massimo, analogie contestuali: si trat­
ta dei cosiddetti errores Christiani, o «corruzioni monastiche». Già nel
Mediceus di Virgilio, per esempio, si nota la frequenza con cui la paro­
la amen tende a sostituirsi per assonanza ai termini più disparati, come
agmen (Eneide 5.602) e amem (Georgiche 2.486); sempre il Mediceus so­
stituisce omniparentis (En. 6.595) e ignipotens (ibidem 8.628) rispettiva­
mente con omnipotentis e omnipotens. Nelle Filippiche di Cicerone, Gal-
liam (11.4) può trasformarsi in Galileam\nel codice A (Milano, Biblioteca
Ambrosiana, N 180 sup.) del De magia di Apuleio,poeto (32.5) è diventa­
to propheta-, nel celebre codex Traguriensis (Paris, Bibliothèque Nationa-
le, lat. 7989) la dea Athana (58.7) si muta (anche per influsso della s con
cui termina la parola precedente) in Sathana. Si può ricordare anche un
passo di Seneca (Ep. 31.11) che nella sua forma genuina recita subsilire in
caelum ex angulo licet: exsurge modo et te quoque dignum finge deo. Non
stupisce che nel manoscritto p (Paris, Bibliothèque Nationale, lat. 8540 del
IX secolo) della medesima opera ex angulo sia divenuto et angelo·, l’asso­
nanza e la pressione del contesto dove si parlava di ascese al cielo e di di­
vinità devono aver agito irresistibilmente sul copista, verosimilmente di
ambiente monastico, inducendolo a inserire la menzione di un angelo. Un
altro esempio spassoso è quello di Ovidio (Metamorfosi 15.836) dove l’e­
spressione prolem sancta de coniuge natam riferita a Tiberio diventa natu­
ralmente prolem sancta de virgine natam nel manoscritto h (Kpbenhavn,
Kongelige Bibliotek, GKS 2008 4°, della seconda metà del XII secolo).
In ambito greco, è stata individuata come probabile cristianizzazione
la lezione Χαλκηδόνα («Calcedonia») che gli scolli (i commenti antichi)
presentano al verso 1303 dei Cavalieri di Aristofane, rispetto al Καρχηδόνα
(«Cartagine») del resto della tradizione. Per un copista bizantino, infat­
ti, Calcedonia, sede del celeberrimo Concilio ecumenico del 451, doveva
suonare molto più familiare di Cartagine.
Come sempre, gli errori possono intrecciarsi. In un passo tratto dal­
la Cena Trimalchionis di Petronio (43) l’espressione gergale ab asse cre-
vit («è venuto su dal nulla») è stata resa nel già citato codex Traguriensis
come abbas secrevit, «l’abate ha messo da parte», per la concomitanza di
una errata divisto e di una tendenza cristianizzante. Il testo esatto è stato
Copie ed errori 65

restituito già da Johann Scheffer, uno dei primi studiosi che nel Seicento
si occupò del frammento petroniano.

5.a.3 Errori di interpretazione

Anche nella più neutra delle edizioni moderne, in realtà, l’apporto


dell’editore (o meglio delle varie edizioni successive e stratificate) è sem­
pre enorme rispetto alla facies originaria dei testi classici. Non bisogna di­
menticare, infatti, che gli antichi (e anche molti autori medievali) scrive­
vano senza separare le parole, senza distinzione tra maiuscole e minusco­
le, praticamente senza accenti e spiriti, e con una punteggiatura assente o
ridotta al minimo; in ambito teatrale, in genere non c’era una precisa in­
dicazione dei cambi di battuta. Quando vediamo un testo greco o latino
guarnito di tutti questi sussidi, com’è la norma, dobbiamo essere consape­
voli che ci troviamo comunque di fronte a un testo pesantemente interpre­
tato e anacronistico rispetto aH’«originale». Non c’è nulla di male, e anzi
è una conquista della filologia quella di eliminare, proprio con l’utilizzo
delle varie succitate innovazioni (peraltro concepite proprio con questo
scopo), tutta una serie di ambiguità che altrimenti, se si optasse per una
resa puristica (come nel caso delle edizioni diplomatiche, che trascrivo­
no esattamente quanto compare nei codici, comprese le usanze grafiche),
potrebbero gravare sulla lettura e sulla comprensione delle opere. Que­
sto necessario lavoro di interpretazione, cominciato nel medioevo e pro­
seguito fino a oggi, ha tuttavia finito per dare origine a una serie di erro­
ri caratteristici, che possono essere considerati quasi «incidenti di percor­
so» lungo la strada che ha portato alla resa moderna e scientifica del testo.
L’abitudine di scrivere le parole senza spazi tra l’una e l’altra, che nel Errori
mondo occidentale cominciò ad essere abbandonata tra VII e V ili seco­ di divisiο
lo (in particolare per l’apporto dei monaci irlandesi che avevano neces­
sità di semplificare e chiarire i testi in latino), ma che in quello bizantino
perdurò ancora per qualche secolo, fu foriera di fraintendimenti quando
si trattò di separare le parole, attuando l’operazione che tecnicamente è
nota come divisto.
Per esempio nel già citato codice Mediceus di Virgilio, in corrisponden­
za di Georgiche 3.66, in Venerem (inuenerem) è divenuto invenere (all’er­
rore di divisto si somma la caduta della m, che probabilmente era stata
resa tachigraficamente con un trattino orizzontale sopra la e, facilmente
trascurabile); in Catullo 36.1, annales Voltisi (annalesuolusi) nella tradi­
zione manoscritta diventa annuale suo lusi. Un caso notevole si registra
nel codice F (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 68.2, dell’XI
secolo), come si è visto capostipite dell’intera tradizione delle Metamor­
fosi di Apuleio. A 5.25.3, dove si parla di Pan deus rusticus che abbraccia
Echo montanam deam, quest'ultima espressione si trasforma in haec ho­
mo canam deam: agli errori di divisto si sommano quelli di pronuncia (ec>
haec) e quelli paleografici (i > c).
In greco (dove fino in epoca tarda non c’erano nemmeno i sussidi co­
stituiti da spiriti e accenti) si possono citare almeno i casi di Eschilo, Eu-
menidi 224, dove il testo genuino δίκας δε Παλλάς τώνδ’ έποπτεύσει θεά di-
66 La scienza dei testi antichi

venta δίκας δ’έπ’άλλας τώνδ' έποπτεύσει θεά, e di Euripide, Eracle 1115, in


cui ά καν θεών τις, εί πάθοι, καταστένοι nel manoscritto Firenze, Biblioteca
Medicea Laurenziana, Plut. 32.2 diventa άκανθεών τίς εϊπαθ’οΐ καταστένοι.
Un ulteriore esempio si riscontra nella tradizione di un’orazione di Liba-
nio (47.23.3-4): i manoscritti hanno l’insostenibile πώς ούν ούχί καν αύτοΐς.
Il filologo prussiano Johann Jakob Reiske intuì che qui si sommava un
errore di divisio all’errata interpretazione di un segno tachigrafico (costi­
tuito da \ super lineam, frainteso per un accento grave): il testo genuino è
πώς συν ούχ ικανόν αύτοΐς.
Anche gli antichi, peraltro, erano perfettamente consapevoli di que­
sto problema. Un celebre esempio circolava negli ambienti retorici ed
è ricordato da Quintiliano nella sua Institutio oratoria (7.9.6), e da Er-
mogene di Tarso nel Peri staseon (2.116-120). Un uomo aveva due figli,
di nome Leone (Leon) e Pantaleone (Pantaleon). Nel suo testamento
scrisse ΕΧΕΤΩΤΑΕΜΑΠΑΝΤΑΛΕΩΝ: ovviamente Leone interpretò il te­
sto come «abbia tutte le mie cose Leon», e Pantaleone come «abbia le
mie cose Pantaleon»!
Errori La punteggiatura, nell’antichità e per buona parte del medioevo, è sta­
di distinctio ta impiegata solo sporadicamente, e con criteri non sempre corrisponden­
ti a quelli odierni. Quando tuttavia si è iniziato ad applicarla regolarmen­
te anche nella trascrizione dei classici, si è introdotta una nuova possibili­
tà di errore, dovuta al fraintendimento del senso del testo da parte prima
del copista, e poi anche degli editori moderni, che spesso hanno ereditato
per forza di inerzia la punteggiatura delle prime edizioni.
Un caso notissimo, veramente «da manuale», è costituito dai versi 323-
324 del carme 64 di Catullo, l’inizio del discorso rivolto dalle Parche a Pe-
leo, che tradizionalmente veniva stampato

o decus eximium magnis virtutibus augens,


Emathiae tutamen opis, carissime nato...

O tu che accresci l’esimio onore con le grandi virtù,


protezione del potere (opis) dell’Emazia, carissimo al figlio...

In effetti, l’epiteto finale del secondo verso, riferito al neosposo Peleo


(che ancora non aveva avuto Achille da Teti) suona abbastanza sospetto:
per questo, tra l’altro, si era proposto di correggerlo in carissime fato, «ca­
rissimo al fato». Nessuno era venuto a capo della questione finché il più
volte citato Alfred E. Housman si rese conto che anche nella prima parte
del verso 324 c’era un problema, costituito da opis, il cui uso al singolare
nel senso di «potere» era piuttosto anomalo. Con un autentico colpo di
genio, Housman intuì che opis corrispondeva in realtà a Opis, genitivo di
Ops, dea corrispondente alla greca Rea, e che la virgola a questo punto
andava collocata subito dopo tutamen. Il verso risultava dunque Emathiae
tutamen, Opis carissime nato, e il senso, adesso limpidissimo, era «prote­
zione dell’Emazia, carissimo al figlio di Opi», ovvero a Giove.
Errori In ambito specificamente greco c’è anche la questione analoga della
di accenti mancata indicazione di spiriti e accenti (ma anche di apostrofi e coronidi),
e spiriti che divengono di uso comune solo nel X secolo. Anche in questo caso l’er-
Copie ed errori 67

rore riguarda solo la nostra interpretazione: nell’originale e nel primo esem­


plare di ogni testo antico, infatti, in ogni caso gli accenti non c’erano. Si può
prendere ad esempio Senofonte, Elleniche 1.1.23, dove un dispaccio milita­
re spartano inizia nei manoscritti con le parole έρρει τα καλά, «sono andate
perdute le cose belle», che sembra singolarmente insensato. La situazione
si risolve emendando, con Bergk, in έρρει τα κάλα, «sono andate perdute le
navi». In questo caso, occorre ribadire, non possiamo dire di aver recupera­
to l’originale: Senofonte, infatti, avrebbe scritto qualcosa come EPPEITA-
ΚΑΛΑ. Quella che viene corretta, in realtà, è solo la nostra interpretazione.
Le annotazioni, di prima mano o aggiunte successivamente, che guar- Inglobamento
nivano il manoscritto (glosse, varianti, loci paralleli, marginalia in gene- di glosse
re) potevano essere fraintese o misconosciute come tali, e copiate nell’a- e marginalia
pografo come se fossero parte integrante del testo d’autore.
Per l’inglobamento di glosse si può segnalare un caso nelle Troiane di
Euripide, vv. 551-555, dove i manoscritti riportano:

έγώ δέ τάν όρεστέραν


τότ’άμφΐ μέλαθρα παρθένον
Διάς κόραν ’Άρτεμιν έμελπόμαν
χοροισι...

La metrica del terzo verso è perturbata, ma il problema si risolve age­


volmente espungendo Άρτεμιν, sicuramente una glossa infiltratasi nel te­
sto. Talora le glosse erano introdotte da parole che fungevano da indicato­
ri, come ήτοι ο άντί τού ο τουτέστι in greco o vel, scilicet (abbreviato come
s’) e id est (talora abbreviato./'.) in latino (tutti con il significato di «ossia»).
L’ingresso nel testo di una variante si registra, per esempio, al verso 3
di Carmina Priapea 30, il cui testo genuino recita vade per has vites, qua-
rum si carpseris uvam, «procedi attraverso queste viti, delle quali se co­
glierai un grappolo d'uva...». Alcuni manoscritti al posto di uvam hanno
unarn (si tratta di un errore paleografico); il manoscritto H (Wolfenbuttel,
Herzog-August Bibliothek 373) riporta ...si carpseris unam uvam,giustap­
ponendo entrambe le varianti e producendo dunque un verso ipermetro.
Questo fenomeno si verifica, in maniera abbastanza curiosa, anche con
le espressioni di apprezzamento o di esecrazione per il testo che compari­
vano ai margini dell’antigrafo, come καλώς, «bene», άξιον το διανόημα, «de­
gno è il concetto», ώραίως e ώραΐον, «in bella maniera», «bello», άστεΐον,
«brillante», χρηστόν, «buono», σημείωσαι, «nota bene», ma anche ψεύδος,
«falso», άλογία, «follia», φευ της άμαθίας, «ah, che ignoranza». Nel mano­
scritto Z (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. Z. 409) delle Etio­
piche di Eliodoro, di seguito al testo genuino che riporta le dimensioni
dell’isola di Meroe (3000 stadi di lunghezza e 1000 di larghezza) compare
la frase όλον ψεύδος έάν άκριβώς ψηφίσης, «tutto falso se misuri con esat­
tezza»: evidentemente era un marginale che un copista ha frainteso pen­
sando che appartenesse al testo di Eliodoro!
Per quanto riguarda l’ambito latino, oltre a espressioni di approvazio­
ne come laudabili oratione e laudabiliter (entrambe abbreviate con /), si
può citare il caso del manoscritto B del De deo Socratis di Apuleio (Bru­
xelles, Bibliothèque Royale, 10054-10056), che al paragrafo 120, dove si
68 La scienza dei testi antichi

parla delle divinità astrali, riporta un curioso arnens che non ha paralleli
nel resto della tradizione manoscritta. Si tratta proprio di un commento
marginale (amens, «folle») confluito nel testo. Allo stesso modo un codi­
ce del IX secolo delle Epistole a Lucilio di Seneca (Bamberg, Staatliche
Bibliothek, Class. 46 [M.V. 14]) riporta così il paragrafo 18 dell’epistola
110: ad veras potius te converte divitias, disce parvo esse contentus et illam
vocem magnus et animosus exclama, habeamus aquam, habeamus polen-
tam, bovi ipsi quam pauper eros tu Seneca qui ìsta dixisti controversiam de
fecilitate (errore di metatesi per felicitate) faciamus, «piuttosto volgiti alle
vere ricchezze, impara ad accontentarti di poco ed esclama fiero e animo­
so “Abbiamo acqua, abbiamo polenta, con lo stesso Giove quanto eri po­
vero tu, Seneca, che hai scritto queste cose, gareggiamo in felicità”». Evi­
dentemente la frase quam pauper eras tu Seneca qui ista dixisti («Quan­
to eri povero tu, Seneca, che hai scritto queste cose») era un’osservazione
ironica vergata da un lettore a margine di un antenato del codice di Bam-
berga, e poi confluita nel testo!
Fraintendimento Il metodo di correzione più drastico, e che creava decisamente meno
di correzioni ambiguità, consisteva nel raschiare la pergamena dov’era vergata la pa­
rola erronea, e ricopiarvi nuovamente la lezione esatta (si parla in questo
caso di correzione in rasura). Il rischio di rovinare il supporto, tuttavia, in­
duceva spesso a preferire altri metodi, con i rischi che ne conseguivano.
Particolarmente suscettibili all’equivoco erano infatti le correzioni effet­
tuate limitandosi a tracciare alcuni puntini (da qui viene il verbo «espun­
gere») sotto l’espressione erronea (lectio falsa), che si faceva seguire in li­
nea (ovvero nello stesso rigo di scrittura e nell’atto stesso della copia, ov­
vero in scribendo) da quella esatta (lectio emendata): il rischio era che un
copista successivo non si avvedesse dei puntini e le copiasse entrambe. In
altri casi, il copista inseriva correttamente nel testo la lectio emendata, ma
copiava prudentemente a margine anche la lectio falsa, considerandola al­
la stregua di una variante; in questa maniera la lezione falsa poteva suc­
cessivamente reintrodursi in un punto casuale del testo. Altri fraintendi­
menti potevano aver luogo quando le correzioni a margine erano intro­
dotte da sigle e abbreviazioni, come in ambito latino C (corrige), hs (hic
supple), l (lege), ins (insere), oppure quando le inversioni di versi, parole
o frasi erano segnalate inserendo le lettere a e b (ο a e β) rispettivamente
al di sopra del primo e del secondo elemento nell’ordine esatto.
Correzioni con Altrettanto rischiose erano le correzioni attuate per mezzo di parola-
parola-segnale segnale. Il caso più tipico è quello in cui il copista si accorgeva di aver di­
menticato di copiare alcune parole. In questa evenienza, subito di segui­
to (in linea) o a margine erano inserite le parole dimenticate, precedute
o seguite da un termine del contesto per localizzare con precisione l’in-
serimento. Questo sistema fu usato e compreso diffusamente per tutta
l’antichità, e in maniera più sporadica anche in seguito; a partire dall’alto
medioevo tuttavia, anche per il decadimento della cultura grammaticale
che talora rendeva inafferrabile persino il concetto di parola autonoma,
si moltiplicarono i casi in cui i copisti, trovandosi davanti un’integrazione
con parola-segnale, non capivano di cosa si trattasse e dunque non erano
in grado di applicare la correzione, lasciando anzi nel testo sia l’integra­
zione sia la parola-segnale ripetuta.
Copie ed errori 69

Un caso di questo genere può essere individuato, per esempio, in un


passo della seconda Filippica di Cicerone (84). La famiglia di manoscritti
D, variamente interessata da interpolazioni e interventi da parte di dotti e
maestri di scuola, riporta sed ne forte ex multis rebus gestis M. Antoni rem
unam pulcherrimam transiliat oratio, ad Lupercalia veniamus («ma per
evitare che il mio discorso tralasci per caso, tra tutte le imprese di Marco
Antonio, quella di gran lunga più bella, parliamo dei Lupercali»). Il ma­
noscritto V (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Archivio
del Capitolo di San Pietro H 25), risalente all’inizio del IX secolo e ver­
gato da un copista tanto culturalmente limitato quanto fedele al proprio
modello perduto, riporta invece sed ne forte ex multis rebus gestis M. A n ­
toni rem unam pulcherrimam forte transiliat oratio, ad Lupercalia venia­
mus. Il secondo forte è stato in genere interpretato come una ripetizione
casuale, ma Giuseppina Magnaldi ha dimostrato come in realtà V abbia
inglobato nel punto sbagliato proprio un’antica correzione con parola-se­
gnale, probabilmente vergata a margine, che segnalava come dopo il pri­
mo forte andasse integrato transiliat oratio. Una volta applicata opportu­
namente la correzione con parola-segnale ne risulta dunque il testo sed
ne forte transiliat oratio ex multis rebus gestis M. Antoni rem unam pul­
cherrimam, ad Lupercalia veniamus che, com’è stato sottolineato, sembra
presentare elementi di superiorità rispetto a quello di D per la presenza
di allitterazioni e di un incipit più incisivo. Un caso molto significativo si
riscontra poi al capitolo 20 delle Metamorfosi di Antonino Liberale, mi-
tografo di età imperiale. Parlando di un tale Clini, nel testo dell unico ma­
noscritto (Heidelberg, Universitatsbibliothek, Palatinus Graecus 398) si
legge che ήσαν δέ αύτφ παΐδες Λύκιος καί Ορτύγιος καί Άρπασος καί θυγά-
τηρ Άρτεμίχη παΐδες έκ μητρός Άρπης, che letteralmente può essere tradot­
to come «aveva come figli Licio e Ortigio e Arpaso e come figlia Artemi-
che, figli della madre Arpe». È stato notato come la frase finale, «figli del­
la madre Arpe», sia fastidiosa e sembri in qualche misura fuori posto. La
soluzione proposta da quello che è stato uno dei massimi filologi italiani,
Giorgio Pasquali, si è concentrata proprio sulla ripetizione di παΐδες, il se­
condo dei quali è spiegabile come parola-segnale alla quale era collegata
l’aggiunta έκ μητρός 'Άρπης. Il testo veicolato dal manoscritto di Heidel­
berg, dunque, deriva dal fraintendimento di una correzione con parola-
segnale, probabilmente vergata a margine e inserita nel punto sbagliato
del testo, che andrà restituito come ήσαν δέ αύτφ παΐδες έκ μητρός Άρπης
Λύκιος καί Όρτύγιος καί Άρπασος καί θυγάτηρ Άρτεμίχη παΐδες, «aveva co­
me figli dalla madre A rpe...»
Sulla base di questi esempi e altri analoghi, Giuseppina Magnaldi ha Cosafare in presenza
potuto elaborare uno schema che esprime il modus operandi da appli­ di un'integrazione
care in presenza di integrazioni con parola-segnale. Se A è la lectio inte­ con parola-segnale
grata e B2 la parola segnale, ripetizione di una precedente B1, ne conse­
gue che se si trova AB2, l’intervento correttivo consisterà nel ripristinare
<A>B\ ovvero nel reintegrare A prima della prima occorrenza di B; se
invece ci si trova di fronte a una struttura del tipo B2A, il testo da resti­
tuire sarà B1<A>.
L’integrazione con parola-segnale poteva essere contrassegnata da due L'usodei punti
punti, anche in epoca medievale. Nel manoscritto Firenze, Biblioteca Me- con la parola-segnale
70 La scienza dei testi antichi

dicea Laurenziana, Plut. 74.3, l’unico manoscritto {codex unicus) del Περί
παθών di Galeno risalente al XII-XIII secolo, al f. 164v(corrispondente al
paragrafo 5.6) compare il testo άλλ’εμοιγε δοκεΐ βέλτιον είναι δοκεΐ μακρώ':
con ogni probabilità il copista si era accorto di essersi dimenticato μακρώ
dopo δοκεΐ, e l’aveva reintegrato in linea utilizzando lo stesso δοκεΐ come
parola-segnale. Il testo esatto, come dimostrato da Giuseppina Magnaldi,
è dunque άλλ’έμοιγε δοκεΐ μακρώ βέλτιον είναι.
Altri usi della In altri casi il meccanismo della parola-segnale era adoperato dal co­
parola-segnale pista per correggere una parola scritta in modo erroneo. In questo caso,
la lectio falsa era lasciata inalterata ma, di seguito o in prossimità, veniva
inserita la lezione esatta preceduta o seguita da una o più parole del con­
testo, nell’intento di chiarire dove esattamente andava inserita la lectio
emendata. Anche in questa circostanza, il fraintendimento era dietro l’an­
golo: il rischio era che nel testo rimanesse la parte erronea, e che la corre­
zione con parola-segnale finisse per confluire nel punto sbagliato. Poteva
succedere poi che la ripetizione, suonando fastidiosa, inducesse i copisti
a intervenire sul testo con soppressioni, inversioni o spostamenti che ren­
devano la situazione ancora più complicata. Questo tipo di corruttela, in
ogni caso, si riscontra primariamente nella prosa: in poesia, infatti, un si­
mile fraintendimento avrebbe prodotto un verso ipermetro, che più diffi­
cilmente sarebbe passato inosservato.
Errori da mise en page Talora poteva essere anche rimpaginazione dell’antigrafo a mettere
in difficoltà e indurre in errore i copisti. Un caso curioso è quello dei te­
sti poetici scritti su due colonne: accadeva piuttosto frequentemente che
i versi, invece di essere copiati in verticale a completare prima una colon­
na e poi la successiva, fossero copiati in orizzontale. In altri termini i versi
venivano copiati, l'uno dopo l’altro, alternativamente nella colonna di si­
nistra e in quella di destra. Poteva dunque accadere che un copista, igna­
ro di questa usanza, copiasse erroneamente in verticale prima una colon­
na e poi l’altra. Un’altra possibilità di errore si dava quando lo spazio tra
le due colonne era minimo: poteva accadere che un copista non riuscisse
esattamente a comprendere dove finiva l’una e iniziava l’altra, e dunque
finisse per attribuire parole in più o in meno ai singoli versi. È il caso, per
esempio, di un manoscritto del XV secolo delle Argonautiche di Apollo­
nio Rodio (Wolfenbuttel, Herzog August Bibliothek, Aug. 4° 10.02) ricor­
dato da Alphonse Dain, il quale auspicava che le lezioni proprie di quel
codice non venissero mai prese in considerazione se non nei seminari di
filologia, «con 1unico fine di far conoscere gli abissi cui può giungere la
stupidità umana»!
Errori Poteva creare problemi anche l’usanza della rubricatura, secondo cui
da rubricatura la lettera iniziale di un’opera, di un capitolo o anche di ciascun verso era
vergata in maniera particolarmente calligrafica dallo stesso copista o da
un apposito miniatore. In genere, durante la copia del testo, veniva lasciato
uno spazio bianco per le lettere rubricate, aggiunte in un secondo tempo.
In qualche caso la lettera da inserire era tracciata, magari in piccolissimo
formato, all’interno dello spazio lasciato vuoto; in altri mancava ogni sus­
sidio in questo senso, e dunque il rubricatore poteva sbagliarsi dando vi­
ta, per esempio, a Χρίζονται al posto di Ορίζονται. Questi errori, poi, si sa­
rebbero perpetuati negli apografi del manoscritto rubricato.
Copie ed errori

5.a.4 Errori di scrittura

Altri errori potevano intercorrere nel momento in cui il copista, sotto


dettatura o soprattutto sotto autodettatura (la cosiddetta dictée intérieu-
re), procedeva a scrivere la pericope di testo: si tratta dunque di errori au­
ditivi o acustici.
Si tratta di una questione molto delicata, giacché l’ortografia, in larga Errori
misura, è una convenzione che può variare anche di molto nel corso del di ortografia
tempo. Difficilmente si potrà trovare un qualsiasi manoscritto greco o la­
tino, anche scritto da un dotto, che rispecchi in tutto e per tutto le regole
ortografiche invalse nell’uso moderno e codificate nelle nostre gramma­
tiche e nei dizionari. Una consuetudine ragionevole vuole che, in ogni ca­
so, il testo delle edizioni moderne venga adeguato ai «nostri» canoni or­
tografici, perlopiù tacitamente (ovvero senza nemmeno menzionare le le­
zioni manoscritte irregolari all’interno dell’apparato critico): occorre te­
nere presente, tuttavia, che potrebbe trattarsi di un anacronismo, ma ne­
cessario se si vuole produrre un testo critico, che presuppone un’interpre­
tazione e una resa uniforme della lingua, e non una semplice trascrizione.
La categoria degli errori di pronuncia si sovrappone, in qualche misura, Errori
con quella precedente. L’evoluzione della pronuncia del greco e del latino di pronuncia
nella tarda antichità e nel medioevo fece sì che lettere o gruppi di lettere, nel latino
che in origine avevano una pronuncia differente, risultassero omofoni. Ba­
sta pensare ai dittonghi ae e oe in latino, che già in epoca tardoantica ven­
gono pronunciati e. Questo comporta una confusione nella resa grafica di
questo suono, che si riscontra già nei più antichi manoscritti di Virgilio, che
come si è visto possono risalire addirittura al IV-V secolo. Oltre a infiniti
casi in cui ae è reso come e, non mancano nemmeno ipercorrettismi, ovve­
ro evenienze in cui un suono e originario è trascritto come un dittongo: il
manoscritto Mediceus (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 39.1)
presenta forme come praemebat (Eneide 8.647) e aequos {En. 7.724). Alla
stessa maniera, l’assenza o la presenza dell’/r possono essere estremamente
arbitrarie: ancora nel Mediceus si trovano occorrenze come himitabile {En.
6.590) e trahicit {En. 10.400). Sempre dalla pronuncia tarda del latino (che
poi ha dato esiti anche in italiano) possono derivare scambi tra o e u breve,
e tra i ed e breve, con possibilità di ipercorrettismi. A partire dall’epoca ca­
rolingia iniziano invece le oscillazioni tra — ti— e —ci—, dovute anch’esse al­
la pronuncia, che comportano grafie come sotius per socius, e nuncius per
nuntius. Tendono spesso a confondersi anche b e v (o meglio, u consonan­
tica): un caso noto è quello di Quintiliano, Inst. or. 6.3.93, dove alcuni ma­
noscritti riportano pane et aqua bibo, e altri la forma regolarizzata panem
et aquam bibo, rispetto al testo genuino pane et aqua vivo (in questo ca­
so, naturalmente, l’errore può essere stato propiziato anche dal contesto).
Una serie di errori di pronuncia riscontrabili nei manoscritti può in­
vece essere ricondotta a copisti di madrelingua germanica. In particolare,
allora come oggi la tendenza dei parlanti tedesco era quella di pronun­
ciare le consonanti sonore come sorde, e dunque nel manoscritto C (Hei­
delberg, Universitatsbibliothek, Palatinus latinus 1613) delle commedie di
Plauto si trovano forme come pellatorem per bellatorem {Miles 11), pra-
chium per brachium {ibidem 27,30), nonché beniculum per peniculum {ibi-
72 La scienza dei testi antichi

dem 18). Un altro tratto caratteristico era la confusione tr a /e v (o meglio,


u consonantica): nell’Amphitruo di Plauto, il manoscritto D (Città del Va­
ticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3870) presenta confortitur
per convortitur (v. 238), valles per falles (v. 392); in Terenzio, il manoscritto
G (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 1640 del-
ΓΧΙ secolo) riporta venestram per fenestram (Heautontimorumenos 481).
Errori Anche in greco, a partire dalla tarda antichità e nel corso del periodo
di pronuncia bizantino sopravviene una notevole serie di mutamenti di pronuncia (in
nel greco particolare il cosiddetto itacismo o iotacismo, ovvero la prevalenza del
suono «i») che porta all’omofonia, e alla conseguente confusione, tra un
notevole numero di lettere e di grafemi.

a i<-> ε
β υ (in αυ ο ευ, davanti a vocale o consonan­
te sonora)
ει<->η ι<-> ο ι υ ι υ (a meno che non sia secondo elemento
di dittongo)
o >ω
Φ υ (in αυ ο ευ, davanti a consonante sorda)

Le consonanti doppie, inoltre, vengono pronunciate scempie. Occorre


ricordare inoltre che, benché come si è visto in genere la η venga pronun­
ciata con suono «i», in alcuni dialetti greci (come quelli pontici, diffusi fi­
no ai primi decenni del secolo scorso lungo le coste anatoliche del Mar
Nero), la η poteva essere pronunciata come una ε.
Si potrebbero apportare un’infinità di esempi; tra i tanti, ricordiamo
che nella Lisistrata di Aristofane tutti i manoscritti tranne uno al verso
281 riportano όμως al posto di ώμως; nel manoscritto Paris, Bibliothèque
Nationale, Grec 1711 (XI secolo) del Romanzo di Alessandro dello Pseu-
do-Callistene si trova (1.46a.7) νεΰρον per νεβρόν; τάγες per ταγαις; έν τί
δέ per έν τηδε.
Inversioni Un fenomeno che ricorre con grande facilità è quello delle inversio­
ni (o metatesi), che hanno luogo a tutti i livelli, a partire da quello delle
singole lettere; se si invertono parole si parla di alterazione dell’orcio ver-
borum, se a essere invertite sono sillabe si parla invece di anasillabismo.
Nel già citato, e antichissimo, Mediceus di Virgilio si può così trova­
re suspicit per suscipit {Eneide 6.723) e modo per domo {ibidem 10.141).
Nelle Lettere a Lucilio di Seneca, venter dum (95.16) in due manoscritti
diventa vertendum.
Si è già visto altre volte come frequentemente gli errori ricorrano in
combinazione, e questo è anche il caso per le inversioni. Si possono trova­
re unite, per esempio, a errori di pronuncia. Nel già citato manoscritto Pa­
ris, Bibliothèque Nationale, Grec 1711 (XI secolo) del Romanzo di Ales­
sandro dello Pseudo-Callistene, per esempio, si trova (1.46a.7) λοίδορος
al posto di λυρωδός; μήκυμα per μύκημα. In altri casi, a un’inversione si ag­
giunge successivamente un errore paleografico: putidae di Catullo, 1710
diventa pudicae nella tradizione manoscritta, attraverso un passaggio in­
termedio come puditae; in maniera analoga, vocabant di Ovidio, Metamor­
fosi 2.688, può trasformarsi in canebant, passando attraverso cavobant.
Copie ed errori 73

Le inversioni possono avvenire anche tra parole vicine. Il testo genui­


no di Lucrezio, 2.209, cadere in terram, diventa caderem in terra nei ma­
noscritti; sempre nel De rerum natura, cavereque ne (4.1145) può diven­
tare cavere neque. Frequenti sono anche le inversioni delle liquide, in
particolare della r, come attesta il passaggio da Antandro ad Antrando e
da februa a f rebua in manoscritti ovidiani (rispettivamente Metamorfosi
13.628 e Lasti 4.726).
Non sempre le inversioni erano lapsus casuali e imprevedibili: in alcu­ Adeguamento
ne circostanze, e in maniera più o meno inconscia, il copista poteva ade­ a usi ritmici
guare il testo a particolari consuetudini metriche e prosodiche della sua e metrici
epoca. Nel periodo bizantino il verso più diffuso era un dodecasillabo de­
rivato dal trimetro giambico, e contraddistinto dalla presenza di un accen­
to intensivo sulla penultima sillaba. Capitava frequentemente che, quan­
do si copiavano trimetri giambici, si finisse inavvertitamente per interve­
nire sull’orcio verborum della parte finale del verso, in modo da adeguare
la collocazione dell’accento alla consuetudine bizantina. Si tratta del fe­
nomeno che è noto come vitium Byzantinum, e che si riscontra con par­
ticolare frequenza nei manoscritti dei tragici. Basteranno pochi esempi.
Il verso 1106 dell'Agamennone di Eschilo recita εκείνα δ’ έγνων· πάσα γάρ
πόλις βοαι; il solo manoscritto F (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenzia-
na, Plut. 31.8) riporta εκείνα δ’ έγνων· πάσα γάρ βοαι πόλις. Allo stesso mo­
do, rispetto alla forma canonica del verso 42 dell'Elettra di Sofocle, che è
ού γάρ σε μή γήρα τε καί χρόνω μακρω, la famiglia di manoscritti nota co­
me a presenta ού γάρ σε μή γήρα τε καί μακρω χρόνω.
A partire dal IV secolo d.C., e per tutta l’epoca bizantina, nella pro­
sa artistica si riscontra l’abitudine di separare gli ultimi due accenti di un
periodo con un intervallo di due, quattro o sei sillabe atone: è quella che
si definisce una clausola ritmica. Poteva dunque capitare che qualche co­
pista finisse per adeguare a tale consuetudine anche testi che vi erano
completamente estranei. Si può citare un passo dal De curiositate di Plu­
tarco (522A), ομοίως ούδ’ ό Αλέξανδρος εις όψιν ήλθε τής Δαρείου γυναικός
έκπρεπεστάτης είναι λεγομένης, che la famiglia di manoscritti nota come
λ riporta nella forma ομοίως ούδ’ ό Αλέξανδρος εις δψιν ήλθε τή Δαρείου
γυναικί έκπρεπεστάτη λεγομένη τυγχάνειν. Il rimaneggiamento, abbastan­
za pesante, è motivato dalla volontà di concludere il periodo con l’appro­
priata clausola ritmica.
In ambito latino, si può ricordare la tendenza medievale a uniformare
gli esametri classici al modello del cosiddetto esametro leonino, in cui la
fine del primo emistichio corrispondeva, per assonanza o rima, a quella
del secondo. La forma esatta di Ovidio, Ars amatoria 1.403 è nec teneras
semper tutum captare puellas, ma lo si trova tramandato come nec sem-
per teneras tutum captare puellas; allo stesso modo, il verso 699 dei Reme­
dia amoris, che recita non ego Dulichio furari more sagittas è tràdito co­
me non ego Dulichias furari more sagittas.
Un altro errore molto frequente che avviene nel corso della scrittura è Omissioni
quello di tralasciare una lettera, una sillaba, una o più parole (soprattutto (o lipografie)
se brevi), una o più righe o versi. Questo avviene particolarmente di fre­
quente quando nel testo si trovano ripetizioni di lettere, sillabe o parole,
che tendono a essere copiate solamente una volta: si parla in tale caso di
74 La scienza dei testi antichi

aplografia (si potrebbe considerare quasi un caso in miniatura di saut du


mime au rnème). Nella tradizione della Repubblica di Platone, alcuni te­
stimoni riportano semplicemente λίθοις al posto di λίθοις οίς (469e.l); più
oltre, rispetto al testo esatto αν άναγκαΐαι di 558e.l alcuni manoscritti ri­
portano semplicemente άναγκαΐαι. Un esempio noto si riscontra in Lucre­
zio, 3.135: il testo esatto è quidquid id est, habeant, ma non stupisce che la
quasi totalità dei manoscritti riporti quidquid est, habeant.
Dittografie L'errore speculare al precedente è costituito dalla ripetizione di lette­
re, sillabe o intere parole (dittografia o diplografia). Si può citare un pas­
so di Seneca {Ep. 78.14) il cui testo genuino, restituito da Bartsch, recita
quod acerbum fuit ferre, tulisse iucundum est. Nei manoscritti tuttavia al
posto di udisse si legge retulisse, per dittografia rispetto alla sillaba finale
del ferre che precede. Sul fronte greco, nel testo di Tucidide, 4.1, rispetto
alla forma genuina Συρακοσίων δέκα νήες πλεύσασαι il manoscritto B (Cit­
tà del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. gr. 126, dell’XI seco­
lo) riporta Συρακοσίων δέκα νήες έσπλεύσασαι, dove la έσ- iniziale del ver­
bo è frutto di una duplicazione delle lettere finali di νήες.
Pressione Talora a indurre il copista alla confusione è lo stesso contesto. Una pa­
contestuale rola che precede può influenzare una parola che segue (si parla allora di
perseverazione), oppure, aU’interno di una pericope, un termine che segue
può influenzarne uno che precede (anticipazione); particolarmente sen­
sibili a questi cosiddetti «errori di eco» sono le desinenze e i preverbi, ma
non mancano casi in cui a essere influenzate sono intere parole. In Sene­
ca (Ep. 114.9), rispetto al testo genuino restituito da Muret, che recita ubi
luxuriam late felicitas fudit, cultus primum corporum esse diligentior inci­
pit, i manoscritti al posto di cultus riportano luxus, per perseverazione ri­
spetto al precedente luxuriam.
Un ulteriore esempio è costituito da Euripide, Ecuba 385-387:

...τήνδε μέν μή κτείνετε,


ήμας δ’&γοντες προς πυράν Άχιλλέως
κεντεΐτε...

L’ultimo verbo è banalizzato come κτενεΐτε dal codice V (Città del Va­
ticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. gr. 909) per influsso dello κτεί­
νετε presente due versi prima.
Soprattutto nel caso di testi con formule o clausole ricorrenti, l’erro­
re di eco può aver luogo anche a distanza di pagine tra la lezione che in­
fluenza e quella che ne viene influenzata: si parla in questo caso di erro­
ri di interferenza.
Sostituzioni Un tipo di errore molto comune nella fase di copiatura, ma forse il più
difficile da classificare e soprattutto da individuare (in particolare nel ca­
so di opere tramandate da un unico testimone), è quello che comporta la
scrittura di una parola per un’altra, in genere di lunghezza simile e talo­
ra (ma non sempre) vagamente assonante. Se la lezione genuina e quella
sostituita appartengono allo stesso ambito, si può parlare di variante del
tipo ‘Signorelli/Botticelli’, seguendo una suggestione di Sebastiano Timpa­
naro che a sua volta si rifaceva alla Psicopatologia della vita quotidiana di
Freud. Al verso 46 della quinta ecloga di Virgilio, per esempio, rispetto al
Copie ed errori 75

genuino fessis il manoscritto R (Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica


Vaticana, Vat. lat. 3867, del V secolo) presenta lassis- e il medesimo mano­
scritto riporta agricola al posto di rusticus in Georgiche 2.406.
Si può parlare invece di errori polari quando si scrive l'esatto contra­
rio di ciò che si dovrebbe copiare («bianco» per «nero», «destra» per «si­
nistra»), cosa che avviene frequentemente in caso di stanchezza.
In altri casi è difficile spiegare il distacco dal testo, salvo con il fatto che
il copista, evidentemente, sta pensando ad altro e questo si riflette nella
sua attività. Un caso curioso è riferito da Alphonse Dain, quando ricorda
come il grecista Paul Mazon, copiando un testo, scrisse soudain («improv­
viso») al posto di souvent («spesso») perché il brano in questione riguar­
dava proprio lo stesso Dain, il cui nome finì per ridondare sulla pagina
scritta! Questo tipo di lapsus può essere facilitato dalla stanchezza e da
tutta una serie di contingenze esterne. Nelle parole di Louis Havet, «se il
copista ha freddo, ha fame, è indisposto, è inquieto o teme una punizione,
se ha fretta di concludere, sarà smemorato, trasandato, distratto. Se sen­
te tagliare la legna, suonare le campane, se gli giungono minacce, lamenti
e richiami, la sua mente volerà lontano dal modello. Se vicino a lui qual­
cuno pronuncia parole distinte a voce alta, il copista rischia di dimentica­
re il suo dettato interiore per sostituirlo con questo dettato esterno». Per
dirla, solennemente, con le parole di Le Clerc, certe cum qui scribit aliud
agii, quod saepe potuit contingere, facile fit ut quae cogitai, non quae dic-
tantur, scribat {Ars critica, ed. 1730, voi. II, cap. Vili, p. 88).

5.a.5 Trappole per copisti

Spesso in presenza di parole o frasi particolarmente desuete, difficili o


per qualsiasi motivo (anche un eventuale deterioramento dell’antigrafo)
insormontabilmente problematiche, quelle insomma che vengono chia­
mate «trappole per copisti» (pièges à copiste) si verifica la cosiddetta dif­
frazione, che conduce alla comparsa di lezioni sempre diverse, e sempre
erronee, negli apografi, che a loro volta daranno origine a nuovi errori o
a infelici tentativi di correzione e normalizzazione.
Si può prendere ad esempio il fr. 163 Usener (33 Bailey) di Epicuro,
tramandato da Diogene Laerzio 10.6, che nel testo genuino recita παιδείαν
δέ πάσαν, μακάριε, φεύγε τάκάτιον άράμενος. È evidente come la parte fina­
le, che significa letteralmente «avendo preso la barchetta», non è banale né
dal punto di vista del senso né da quello del lessico, per giunta con la pre­
senza della crasi τάκάτιον. Queste sono le varianti riportate dai manoscritti:

- παιδείαν δέ πάσαν, μακάριε, φεύγετε κατιδιαραμεν Β (Napoli,


Biblioteca Nazionale, Graecus III. B. 29);
- παιδείαν δέ πάσαν, μακάριε, φεύγε τε κάτι δι έραμεν Ρ (Paris,
Bibliothèque Nationale, gr. 1759);
- παιδείαν δέ πάσαν, μακάριε, φεύγετε F (Firenze, Biblioteca
Medicea Laurenziana, Plut. 69.13) prima della correzione;
- παιδείαν δέ πάσαν, μακάριε, φεύγετε καταδιέρα F dopo la corre­
zione.
76 La scienza dei testi antichi

Siamo chiaramente di fronte ad un fenomeno di diffrazione dovuto


ad una piège à copiste, e dal momento che nessuna delle lezioni tràdite è
quella esatta si può parlare di diffrazione in absentia (e il recupero della
vera lectio, a partire dalla pluralità di varianti erronee, è detto combinatio).
In questo caso con ogni probabilità il fraintendimento è stato inne­
scato da un errore di divisto e da uno di maiuscola, per cui nella pericope
ΦΕΥΓΕΤΑΚΑΤΙΟΝΑΡΑΜΕΝΟΟ dapprima si è letto ΦΕΥΓΕΤΕ, e poi NA
è stato interpretato come ΔΙΑ; a quel punto il testo era sufficientemente
sfigurato da far sì che ogni copista, trovandosi in grave difficoltà, non fa­
cesse che peggiorare la situazione. La soluzione è stata concepita da Gas-
sendi sulla base di un riferimento plutarcheo (De audiendis poetis 15D):
πότερον ούν των νέων ώσπερ των Ιθακήσιων σκληρω τινι τα ώτα καί άτέγκτω
κηρω καταπλάσσοντες άναγκάζωμεν αύτούς το Έπικούρειον άκάτιον άραμέ-
νους ποιητικήν φεύγειν καί παρεξελαύνειν, ή μάλλον κτλ., «se dunque dobbia­
mo costringere i giovani, dopo che avranno preso la barchetta (akàtion)
di Epicuro, a fuggire e respingere la poesia spalmandone le orecchie con
una cera dura e tenace, o piuttosto...»
Si può esaminare anche un caso di diffrazione in praesentia, ovvero nel
quale una delle lezioni tràdite è quella esatta. Il verso 15 di Ovidio, Amo-
res 3.15 presenta il secondo emistichio molto perturbato nei manoscritti,
che riportano in un caso Amathusia culti, in un altro amai vista culti, poi
amathontia culta, e ancora amai hostia cultum e amai hostia cultus, per fi­
nire addirittura con mihi tempore longo gli altri testimoni. La lezione ge­
nuina è senz altro la prima: il dotto epiteto di Venere (Amathusia, cioè
dea della città cipriota di Amatunte) era stato ripetutamente e variamen­
te frainteso dai copisti, e alla fine l’emistichio guasto, che non dava sen­
so, era stato sostituito di peso con la banale zeppa mihi tempore longo.

5.b Variazioni volontarie

Mentre quelli finora esaminati sono casi in cui il copista si è distacca­


to dalToriginale non per sua volontà, ma perché si è trovato davanti un
antigrafo irrimediabilmente danneggiato (errori meccanici) o perché ha
sbagliato a leggere, interpretare o scrivere, si riscontrano anche casi in cui
l’alterazione del testo è avvenuta in maniera consapevole e volontaria: si
parla in questo caso di interpolazioni.
Ampliamenti Si poteva innanzitutto decidere di aggiungere versi, frasi o paragrafi
all opera che si stava copiando nel tentativo di colmare presunte lacune,
o di arricchirla o adeguarla alle proprie credenze e conoscenze, se non ad­
dirittura falsificarla: in questo caso si parla di ampliamenti.
Talora questi ampliamenti potevano essere frutto della morbosità di
lettori e copisti. Un caso particolarissimo è quello del cosiddetto spurcum
additamentum alle Metamorfosi di Apuleio (10.21), poche righe, ma asso­
lutamente pornografiche, che descrivono un incontro ravvicinato tra l’a-
sino-Lucio e la matrona Pasifae. Questo brano, assente nel manoscritto
più antico (F, ovvero Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, 68.2, del-
l’XI secolo), compare trascritto a margine in alcuni apografi o discenden­
ti risalenti al XIV secolo. Nonostante un certo dibattito che è proseguito
Copie ed errori 77

fino a tempi molto recenti, oggi in genere si concorda sul fatto che il bra­
no, per quanto scritto con una certa abilità, non sia genuino e costituisca
piuttosto un pruriginoso divertissement tardomedievale che ha corso il ri­
schio di infiltrarsi nel testo di Apuleio!
Un caso particolare di interpolazioni, sulla cui effettiva diffusione pe­ Interpolazioni
raltro non c’è uniformità di vedute tra gli studiosi, è costituita poi dagli di attori
interventi e dalle modifiche che gli attori avrebbero apportato ai testi tea­
trali, in particolare a quelli di maggior successo più volte rimessi in sce­
na nel corso dell’antichità, e che in qualche caso potrebbero perpetuarsi
nella nostra tradizione manoscritta.
In altri casi si poteva intervenire nel modo opposto, evitando di co­ Espurgazioni
piare (e dunque, in pratica, tagliando) brani dell’opera giudicati sconve­
nienti dal punto di vista morale, religioso, storico, in altri termini con fini
censorii: si parla in questo caso di espurgazioni. TI rispetto che si nutriva
per la lingua dei testi classici, in genere, fortunatamente ha molto ridot­
to il ricorso a questa soluzione (non necessariamente connessa al Cristia­
nesimo: anche i grammatici antichi, infatti, non erano sempre immuni da
un certo moralismo), che tuttavia ha lasciato tracce. Il caso più noto è re­
lativo all’orazione Contro Neera, falsamente attribuita a Demostene. Si
tratta di un atto di accusa contro una cortigiana, e nel II secolo d.C. il re­
tore Ermogene di Tarso attestava come già ai suoi tempi alcuni gramma­
tici avessero «obelizzato», ovvero segnalato come spurio, un passo della
requisitoria ritenuto troppo osceno (Sugli stili del discorso 2.3); eviden­
temente il parere di questi grammatici dovette avere la meglio, perché il
passo in questione non compare in nessuno dei nostri manoscritti. Anche
se è al di fuori della letteratura classica, si può ricordare come allo sde­
gno di un moralista possa essere probabilmente attribuita anche la scom­
parsa, nel codice Grottaferrata, Biblioteca della Badia greca, Ζ.α.44 (XIV
secolo) dell’epopea bizantina di Digenis Akritas, della pagina contenente
la narrazione della violenza carnale commessa dal protagonista ai danni
dell’amazzone Maximò.
Un atteggiamento censorio è stato riscontrato anche nella famiglia A
dei manoscritti di Marziale, dove sono stati cassati vari riferimenti al ses­
so femminile (mentre invece sono rimaste inalterate volgarità di ogni ge­
nere, ma che evidentemente non offendevano la pruderie dei copisti, con
ogni probabilità di ambiente monastico).
Poteva anche succedere che, di fronte a un testo ritenuto (a torto o a Tentativi
ragione) corrotto, si tentasse di risanarlo. Se si interveniva su un testo sa­ di emendazione
no, finendo per guastarlo, si parla di errore diretto', se invece il copista cer­
cava di risanare un passo veramente corrotto, ma non ci riusciva finen­
do semplicemente per produrre una nuova variante parimenti erronea
(quello che viene chiamato un errore critico), si parla di errore indiretto.
In qualche caso gli errori diretti (che spesso tendono a identificarsi con
banalizzazioni) dovevano avvenire quasi in automatico. Scrivendo all’a­
mico Peto, Cicerone scherzosamente soggiungeva (Ad fam. 9.16.8) si per-
severas me ad Matris tui cenam revocare, «se ti ostini a invitarmi alla cena
del tuo caro Matri», con un riferimento dotto a Matri di Tebe, innografo
celebre per la sua frugalità (si diceva che mangiasse solo fichi e bevesse
solo acqua). Non stupisce che nella tradizione manoscritta, anche per il
78 La scienza dei testi antichi

mancato uso di maiuscole e minuscole per distinguere nomi propri e co­


muni, al posto di Matris tui sia comparso matris tuae, una «correzione»
pressoché irresistibile per qualsiasi copista!
Le zeppe Uno degli ambiti in cui un copista relativamente dotto poteva percepi­
nei testi poetici re la presenza di un guasto nel suo antigrafo, e cercare di emendarlo, era
quello dei testi poetici: la metrica, infatti, costituisce in ogni caso un’im­
portante «cartina di tornasole» per verificare la correttezza del testo. Ac­
cadeva dunque con una certa frequenza che nei testi poetici l’aplografia,
o comunque l’omissione in genere, resa evidente dalla metrica (ci si tro­
vava di fronte, infatti, a versi ipometri ovvero troppo corti) venisse mal­
destramente sanata con una zeppa, ovvero l’intromissione di qualche pa­
rola per ricondurre il verso alla sua misura corretta. Il verso 6.376 delle
Metamorfosi di Ovidio recita, nella sua forma genuina, quamvis sint sub
aqua, sub aqua maledicere temptant, «pur essendo sott’acqua, sott’acqua
cercano di inveire». Il codice L (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenzia-
na, Plut. 36.12) presenta tuttavia quamvis sint sub aqua, linguis maledi­
cere temptant, «pur essendo sott’acqua, con le lingue cercano di inveire».
Cos’è successo? Evidentemente, nell’antigrafo o in uno degli antenati di
L la ripetizione di sub aqua era caduta per aplografia. A quel punto un
copista (forse lo stesso scriba di L), accorgendosi che il verso era ipome­
tro, aveva ben pensato di sanarlo inserendo un banale, ma metricamen­
te corretto, linguis.
6.a L'esperienza
C ap ito lo 6 della filologia
alessandrina
L'arte dell'emendazione 6.b La nascita del metodo
scientifico moderno

La possibilità che durante il processo di copia si producessero errori


era ben nota, come si è visto, già agli antichi. E già nell’antichità, dunque, si
cominciarono ad adottare opportuni rimedi per cercare di purificare i te­
sti dagli errori. È proprio a partire da queste procedure, affinate e miglio­
rate nel corso del tempo, che si è evoluta la moderna filologia scientifica.
Una tappa fondamentale in questo percorso è costituita dall’esperienza
della filologia alessandrina e dei suoi massimi rappresentanti: Zenodoto
di Efeso, Aristofane di Bisanzio e Aristarco di Samotracia.

■ 6.a L'esperienza delia filologia alessandrina

Tolomeo figlio di Lago, il generale di Alessandro Magno che, dopo la La biblioteca


morte del conquistatore, si era impossessato dell’Egitto divenendone re, di Alessandria
poco dopo il 295 a.C. decise di fondare nella città di Alessandria, nel quar­
tiere del palazzo, un santuario delle Muse noto come Mouseion, «Museo».
In questa sua scelta sarebbe stato ispirato da Demetrio Falereo, un disce­
polo di Aristotele rifugiatosi in Egitto dopo una burrascosa esperienza al
governo di Atene; in particolare, nel Museo veniva fornito vitto, alloggio
e una remunerazione a studiosi e scienziati che vi conducevano le loro ri­
cerche, riguardanti la letteratura, la medicina, la geografia, l’astronomia, la
matematica... Per poter svolgere questo lavoro, i sapienti del Museo ave­
vano però bisogno di libri. Fu per questo motivo che si andò sviluppando
la celebre Biblioteca di Alessandria, che i sovrani della stirpe deiTolomei
arricchirono generosamente (e forse anche in maniera molto disinvolta:
v. Box 10) nel corso degli anni. Si dice che, al culmine del suo splendore,
la Biblioteca contenesse qualcosa come 490.000 rotoli di papiro: un pa­
trimonio immenso che tuttavia, per poter essere appropriatamente usa­
to, doveva essere adeguatamente catalogato. Di questo si incaricò Calli-
80 La scienza dei testi antichi

BOX 10
Disposti a tutto per i libri

Secondo la testimonianza di Galeno (17a.606-607 K.), il celebre m edico di età romana, i Tolomei non
esitavano di fronte a nulla per accrescere la loro grande biblioteca: del loro atteggiam ento spregiudi­
cato avrebbero fatto le spese anche gli Ateniesi, che si sarebbero visti sottrarre persino i testi ufficiali
dei tre grandi tragediografi.

Alcuni dicono che [...] Tolomeo, che allora regnava sull'Egitto, fosse così ambizioso riguardo ai libri da
ordinare che gli fossero portati tutti i rotoli in possesso di coloro che approdavano ad Alessandria. Ne ve­
niva ricavata una copia, che era consegnata ai padroni degli originali, mentre questi ultimi erano riposti
nelle biblioteche di Alessandria, dov'erano classificati come «Libri delle navi». [...] E il fatto che quel Tolo­
meo fosse cosi accanito collezionista di tutti gli antichi libri è ampiamente testimoniato da quel che fe­
ce agli Ateniesi. Infatti, dopo aver dato loro in garanzia quindici talenti d'argento, si fece prestare i libri di
Eschilo, Sofocle ed Euripide con l'impegno di limitarsi a copiarli e poi di restituirli subito perfettamente
integri. In effetti li fece copiare in rotoli sontuosi, ma lui si tenne gli originali e rimandò agli Ateniesi le co­
pie, invitandoli a tenersi i quindici talenti e i nuovi esemplari al posto degli antichi. Se anche avesse volu­
to limitarsi a tenere gli originali senza mandar loro le copie, del resto, gli Ateniesi non avrebbero potuto
farci niente, tranne tenersi l'argento che era stato loro consegnato come garanzia contro un'eventualità
di questo tipo; e per questo si tennero l'argento e presero le copie dei libri.

maco di Cirene, poeta e filologo, che redasse i suoi Pinakes («Tavole») in


centoventi libri: un catalogo dell’intera produzione letteraria greca dalle
origini fino ai suoi tempi.
Le varianti Ovviamente, nelle centinaia di migliaia di volumina papiracei con­
e i poemi omerici servati nella Biblioteca, comparivano più copie delle medesime opere, e
presto risultò evidente che esse presentavano discrepanze di vario gene­
re l’una rispetto all’altra. Finì dunque per emergere 1’esistenza di varian­
ti testuali, in particolare per quelli che potevano essere considerati i testi
più importanti per l’identità greca, ovvero i poemi omerici. Questi, pro­
prio per la loro natura formulare, si erano prestati, nel corso del tempo,
ad essere variamente ampliati e ritoccati dai rapsodi, i cantori professioni­
sti che li recitavano in occasioni pubbliche, e poi anche dagli scribi che ne
fissavano la forma scritta. Con i poemi omerici, paradossalmente, si rag­
giungeva dunque al contempo la massima necessità di ricostruire un te­
sto autorevole e riconducibile al sommo poeta, e la massima variabilità.
In effetti, sembra di capire che a disposizione degli studiosi alessandrini
vi fossero varie versioni dell’Iliade e dell’Odissea: in particolare ci è giun­
ta notizia di edizioni «secondo l’uomo» (kat’àndra) e «secondo le città»
(katà póleis o hai politìkai).
Le edizioni Le prime erano i testi omerici connessi a un particolare personaggio; in
kat'àndra qualche caso sembra essersi trattato di vere e proprie edizioni ponderate
e corrette dei poemi (quelle che tecnicamente erano note come diortho-
seis), in altri semplicemente di copie passate per le mani di una qualche
personalità, magari con qualche correzione di suo pugno. Perlopiù queste
«edizioni» erano legate a letterati, come i poeti Antimaco di Colofone (V
secolo a.C.), Euripide il Giovane (V-IV secolo, nipote del più noto trage­
diografo), Arato di Soli (III secolo a.C.), Riano di Bene (III secolo a.C.).
L'arte dell'emendazione 81

Si discute, poi, sulla cosiddetta Iliade della cassetta (he ek tou nàrthekos),
la copia personale di Alessandro Magno che gli sarebbe stata donata da
Aristotele, da alcuni individuato come responsabile di una vera e propria
revisione del testo.
Allo stesso modo, le edizioni katà póleis erano costituite dai testi ome­ Le edizioni
rici provenienti da determinate località o regioni del mondo greco: in qual­ katà póleis
che caso può darsi che si trattasse di copie «ufficiali», utilizzate per veri­
ficare, per esempio, la correttezza della recitazione durante le esibizioni
rapsodiche (come avveniva ad Atene durante le Grandi Panatenee);in al­
tri, semplicemente, si sarà trattato di testi giunti più o meno casualmente
ad Alessandria. Per VIliade vengono ricordate, in ordine di frequenza, le
edizioni Marsigliese, Chiota, Argiva, Sinopea, Cipriota, Cretese; per 1 O-
dissea la Marsigliese, la Chiota e l’Eolica. C’era poi l’edizione ateniese, se­
condo la tradizione redatta al tempo dei Pisistratidi per regolare, come si
è accennato, la recitazione integrale dei poemi omerici durante le Gran­
di Panatenee, che tuttavia non è mai citata dagli scoliasti, i commentatori
antichi dei poemi omerici. Questa assenza potrebbe essere dovuta al fatto
che proprio l’edizione ateniese costituiva il testo-base sul quale si fonda­
vano le edizioni dei filologi alessandrini, in particolare quella di Aristar­
co, di cui si parlerà tra poco.
C’era inoltre una massa di koinài ekdóseis, «edizioni comuni» che Edizioni comuni
non avevano particolari tratti distintivi. È un fatto che i papiri omerici, e «papiri selvaggi»
fino alla metà del II secolo a.C., presentano un testo anche molto diffe­
rente da quello canonico, la cosiddetta vulgata dei manoscritti medieva­
li. Non a caso si parla di wildpapyri, «papiri selvaggi», in particolare per
la presenza di blocchi di versi aggiuntivi (plus-verses). A partire dal 150
a.C. circa, tuttavia, i frammenti omerici provenienti dall’Egitto mostra­
no già una notevole uniformità e in genere coincidono in maniera mol­
to stretta con la vulgata. Cos’era successo? Questa uniformazione sem­
bra rispecchiare in qualche modo l’attività dei filologi attivi ad Alessan­
dria, che nel corso del tempo avevano regolato e stabilizzato la quantità
e la qualità dei versi omerici. Nel corso della loro attività, che peraltro
non fu limitata al solo Omero, vennero in effetti elaborati metodi e cri­
teri che sono applicati ancora oggi nella moderna filologia scientifica.
Purtroppo non possediamo più le edizioni dei filologi alessandrini, né i
loro commentari, se non tramite estratti e citazioni, spesso di seconda o
terza mano. Anche solo da questi scampoli, tuttavia, si è in grado di in­
dividuare le tre personalità più importanti per lo sviluppo della nuova
disciplina della filologia.
Intorno al 284 a.C., Zenodoto di Efeso divenne il primo bibliotecario Zenodoto
della Biblioteca di Alessandria. Anche se non in via esclusiva, si interes­ di Efeso
sò particolarmente al testo di Omero. In particolare approntò un lessi­
co della lingua omerica, Glossai, organizzato secondo l’ordine alfabetico;
inoltre curò le edizioni (diorthóseis) dell'Iliade e dell'Odissea, che forse
furono divise da lui in ventiquattro libri ciascuna, anche se secondo alcu­
ni la suddivisione era preesistente (v. sopra, p. 16). Sembra che Zenodoto
avesse scelto un testo-base, che probabilmente spiccava sugli altri per la
sua antichità o per l’autorevolezza; secondo alcuni, in particolare West, si
sarebbe trattato di una versione di area ionica. Zenodoto poi intervenne
82 La scienza dei testi antichi

su questo testo. Si discute se lo avesse confrontato con altre versioni, e se


e quanto avesse fatto ricorso a correzioni; sicuramente utilizzò un segno
critico (seméion) da lui inventato, Vobelós (letteralmente «spiedo»), un
trattino orizzontale che, affiancato a un verso, lo segnalava come «spurio»,
ovvero non genuinamente omerico nell’opinione dell’editore. Si tratta di
un’innovazione molto importante: anche quando lo ritiene falso, il critico
rispetta il testo e si limita ad affiancarvi un segno speciale. Il lettore, dun­
que, è pienamente informato dell’opinione dell’editore, e allo stesso tem­
po ha a disposizione i suoi stessi materiali e dunque è in grado di giudi­
care in prima persona. Si tratta della medesima finalità che regola le edi­
zioni moderne, anch esse dotate di segni critici e di un apposito apparato
critico (v. pp. 129-130) che ragguaglia il lettore sulla situazione testuale e
sulle scelte dell’editore.
Aristofane Intorno al 194 a.C., ad Alessandria divenne bibliotecario Aristofa­
di Bisanzio ne di Bisanzio, che si interessò a molti generi e autori (Esiodo, i lirici
tra cui soprattutto Pindaro, la tragedia e la commedia...) e lavorò a sua
volta a un’edizione omerica, nella quale tra l’altro faceva terminare l’O­
dissea al verso 296 del canto XXIII, dopo il quale aveva apposto un se-
gno (probabilmente la cosiddetta «coronide») per segnalare la conclu­
sione dell’opera. In linea di massima pare che Aristofane fosse più cau­
to di Zenodoto nei suoi giudizi, in particolare nell’utilizzare Vobelós,
e in ogni caso avrebbe fatto frequentemente ricorso al confronto tra
le varianti riportate da diverse «edizioni» omeriche. Aristofane inoltre
applicò la distinctio, ovvero l’interpunzione, per quanto probabilmen­
te limitata al punto in alto (teléia stigmé) e al cosiddetto «punto medio»
{mése stigmi), equivalente a una virgola; sembra inoltre che abbia in­
ventato e utilizzato sistematicamente gli spiriti e gli accenti, che tutta­
via per lungo tempo sarebbero comparsi solo sporadicamente e in con­
testi specialistici.
Aristarco Il più importante tra i filologi alessandrini fu Aristarco di Samotracia,
di Samotracia divenuto bibliotecario ad Alessandria intorno al 153 a.C. Aristarco pro­
dusse diorthóseis e commentari {hypomnémata) di una varietà di auto­
ri, tra cui Esiodo, Archiloco, Alceo, Anacreonte e Pindaro; sembra inol­
tre che sia stato il primo a occuparsi di prosa, in particolare di Erodoto.
Il suo interesse principale, tuttavia, fu incentrato sull’Iliade e l’Odissea,
e questo gli valse il soprannome di ho Homerikós, «l’omerico» per an­
tonomasia. Le sue edizioni omeriche erano corredate da numerosi se­
gni critici (v. sotto, p. 84), ed erano accompagnate da ampi commentari
(che circolavano, è bene ricordare, in rotoli di papiro a parte). Aristar­
co si basò senz’altro sugli altri testi a sua disposizione (forse, come si è
accennato, ebbe una versione-base ateniese), ma allo stesso tempo ri­
tenne che il critico dovesse fondare i propri giudizi avvalendosi di quel­
li che nella filologia moderna si chiamano «criteri interni» (v. p. 113), e
in particolare utilizzando il metro dell’wsns scribendi, ovvero dello stile
e delle peculiarità che caratterizzano ogni autore. Si sarebbe proposto,
infatti, di «determinare Omero per il tramite di Omero» (Hómeron ex
Homérou saphemzein). Per il suo intuito e sensibilità nel comprendere
il senso del testo era definito màntis, «indovino», con una denominazio­
ne che spesso è stata intesa come una prefigurazione della pratica della
L'arte dell'emendazione 83

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«, fan.,n h'«i^ri,«WaiSÉ»i»rriliaaM

in cip it deWlliade nel manoscritto VenetusA: si notino gli scolli che circondano i versi omerici.
84 La scienza dei testi antichi

divinatici, ovvero della correzione di testi tramite congettura (v. p. 123).


Sulla propensione di Aristarco verso la critica congetturale, peraltro, c’è
un dibattito: mentre secondo alcuni vi avrebbe fatto spesso ricorso, per
altri invece molte sue presunte «congetture» sarebbero derivate in real­
tà da varianti manoscritte.
Il «commento Come si accennava, non ci sono giunte né le edizioni né i commenti
dei quattro» dei filologi alessandrini. Tuttavia si possono ricavare estratti di seconda o
terza mano dai loro lavori negli scolli e nelle annotazioni (comprenden­
ti i segni critici) che corredano alcuni manoscritti, in particolare il cele­
bre VenetusA dell’Iliade (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. Z.
454 [= 822], del X secolo). Il materiale presente nel codice deriva, come
viene dichiarato espressamente dal copista al termine di quasi ogni libro,
da una compilazione probabilmente risalente al IV secolo d.C. e nota co­
me «commentario dei quattro» o Viérmdnnerkommentar (abbreviato co­
me VMK). All’interno della compilazione, infatti, erano stati condensati
quattro trattati di altrettanti grammatici di età imperiale, per la precisione
Sui segni critici di Aristonico, Sull’edizione di Aristarco di Didimo, Sulla
prosodia dell’Iliade di Erodiano e Sull’interpunzione di Nicànore. Queste
quattro opere attingevano ampiamente all’opera degli Alessandrini, e in
particolare di Aristarco, e per il tramite degli scolli costituiscono la nostra
principale fonte d’informazione su di loro.
I segni critici Come si è accennato, il manoscritto VenetusA dell’Iliade è corredato da
dei filologi alessandrini segni critici, posti a sinistra del testo, che derivano dalle edizioni alessan­
drine, e in particolare da quella di Aristarco. I principali seméia, gli ante­
nati degli odierni segni che corredano le edizioni critiche, erano i seguenti:

— 1’obelo (obelós), come si è visto inventato da Zenodoto, segnalava


un verso ritenuto spurio e dunque sottoposto ad atetèsi, ovvero «ri­
getto».

> la diplé segnalava una peculiarità nel verso, come la presenza di un


termine raro o dal senso discusso.

>: la diplé periestigméne («diplé puntata») segnalava una divergenza


tra il testo dell’edizione di Aristarco e quello dell’edizione di
Zenodoto.

* l'asterisco (letteralmente «stellina») segnalava uno o più versi che


ricorrevano in forma identica anche altrove nei poemi omerici.

*— la combinazione dell’asterisco e dell ’obelo segnalava che il verso


in questione, attestato in forma identica anche altrove, era da rite­
nersi spurio.

0 Vantisigma (un sigma lunato alla rovescia) segnalava versi dall'ordi­


ne perturbato.

il punto (stigmé) indicava un verso sospetto, ma non abbastanza da


essere sottoposto ad atetesi.
L'arte dell'emendazione 85

BOX 11
Un filologo latino: Marco Valerio Probo

A nche la letteratura latina, naturalmente, ebbe i suoi filologi. Il n om e più noto è quello di M arco Va­
lerio Probo, originario di Berito (l'attuale Beirut) e vissuto nella seconda m età del I secolo d.C. Ce ne
parlano vari autori, tra cui Quintiliano, Marziale, Aulo Gelilo e soprattutto Svetonio, che gli dedica un
paragrafo del suo D egram m aticis (24). A quanto narra, Valerio Probo in gioventù aveva tentato la car­
riera militare, ma d o p o aver provato ripetutam ente a diventare centurione, taedio ad studia se contulit,
«si stancò e finì per dedicarsi agli studi». Presso il suo maestro (gram m atista) di Berito, Probo era entra­
to in contatto soprattutto con autori antiquati, ch e in provincia erano ancora in voga, m entre a Roma
erano stati soppiantati dalle ultim e novità. Si tratta, si può osservare, del principio delle «aree laterali»,
per cui nei fenom eni culturali le zone di diffusione marginali tendono, a causa della lentezza della tra­
smissione, a essere più conservative e arcaizzanti di quelle centrali. Fu in ogni caso per questo motivo,
osserva Svetonio, che anche in seguito Valerio Probo si dedicò soprattutto ad autori di età repubbli
cana o tardorepubblicana, com e Terenzio e Lucrezio, ma anche Orazio e Virgilio, e forse Plauto e Sal­
lustio. Il suo m etodo di lavoro è riassunto cosi: m ulta exem platia contiacta em endare ac distinguere et
adnotare curavit, «si d ette a correggere, dotare di segni di interpunzione e munire di segni critici molti
esemplari che aveva radunato». Praticò, dunque, la collazione, e usò notae equivalenti ai sem éia ales­
sandrini. Sem bra però che non avesse pubblicato edizioni vere e proprie e n em m eno comm entari:
piuttosto, il risultato del suo lavoro consisteva, oltre ch e in un'ampia raccolta di osservazioni sul latino
arcaico (sermo antiquus), proprio nelle annotazioni vergate sulle sue copie, di cui discuteva nel p o m e ­
riggio di fronte a pochi e selezionatissimi intimi (sectatores, «seguaci», li chiam a Svetonio, sottolinean­
d o che non si trattava di banali discipuli). Nonostante quest'atteggiam ento elitario, o forse proprio per
questo, o ttenne grandissima fama, e l'influenza della sua attività em erge ancora oggi, per esempio,
dagli scolli a Terenzio e Virgilio.

■ 6.b La nascita del metodo scientifico moderno

I problemi che i filologi tardomedievali e moderni si trovarono a dover


affrontare, nonostante le inevitabili differenze (dovute tra l’altro al gran
numero di passaggi in più tra gli esemplari disponibili e 1originale, non­
ché alla perdita di gran parte della letteratura antica e di molte informa­
zioni storiche, antiquarie e letterarie), per molti versi risultarono analoghi
a quelli su cui si erano applicati i filologi alessandrini. Risultava evidente
come i manoscritti contenessero alterazioni ed errori, ai quali si cercò di
porre rimedio, con l’obiettivo ultimo di ricostruire il testo originale dell o-
pera (restitutio textus). Non è ovviamente questa la sede per tracciare una
storia dettagliata degli avanzamenti della filologia nel corso dell’età mo­
derna e contemporanea, ma può essere utile fornire almeno alcuni rapidi
cenni che permetteranno di comprendere quale sia stata la temperie dalla
quale è emerso nell’Ottocento il metodo scientifico moderno della critica
del testo, per usare una felice definizione di Elio Montanari.
Come si ponevano gli umanisti e i primi filologi di fronte al problema Criteri pre-scientifici
delle varianti presentate dai codici? Esistevano, ovviamente, diversi approc­
ci, ma in generale si può dire che nel corso del tempo si è fatto ricorso a tre
criteri per orientarsi aU’interno della tradizione manoscritta. Si poteva ri­
correre al codex optimus, ovvero a un manoscritto che, per qualche motivo,
86 La scienza dei testi antichi

sembrasse migliore di tutti gli altri; spesso si trattava del manoscritto più
antico tra quelli disponibili, nel qual caso si parla di codex vetustissimus. Al­
trimenti, si poteva ricorrere a un criterio apparentemente più «democrati­
co», ovvero quello dei codicesplurimi: si accettava il testo riportato dal mag­
gior numero di manoscritti. Si tratta di metodi che, per quanto a prima vi­
sta possano presentare qualche appeal, in realtà risultano ingannevoli e non
scientifici, perché macchiati da soggettività e parzialità.
Congetture premature Si era compreso, infine, che frequentemente poteva darsi che il testo di
e immetodiche tutti i manoscritti fosse corrotto: in questi casi, dunque, l’unico modo per
sanare il guasto consisteva nel tentare di
ricostruire, sulla base delle proprie cono­
scenze e del proprio intuito, quello che
compariva neH’originale. Questa possi­
bilità, fondamentale anche nel metodo
scientifico moderno (v. pp. 122-123), era
postulata chiaramente già da Francesco
Robortello (Ars corrigendi, 1557), che
divideva le correzioni tra quelle ex libro-
rum auctoritate e quelle ex coniectura. Il
punto era che tali correzioni congettura-
li erano spesso avanzate senza avere ben
chiaro cosa effettivamente vi fosse nel­
la tradizione manoscritta, e per giunta in
forma mascherata o travisata. Gli uma­
nisti infatti davano più valore alle corre­
zioni ope codicum («per mezzo dei codi­
ci») che a quelle ope ingenii («per mez­
zo dell’ingegno»), dimodoché talora at­
tribuivano a codici inesistenti anche le
Francesco Robortello (1516-1567). proprie congetture. Si trattava, insom­
ma, di una pratica spesso prematura e
immetodica.
Vulgata Alle difficoltà causate da una tradizione manoscritta spesso poco nota,
e «textus receptus» dagli ultimi decenni del Quattrocento si andò sommando l’effetto di for­
za d’inerzia comportato dalla diffusione delle prime edizioni a stampa di
classici. Ueditio princeps, infatti, era spesso basata semplicemente sui ma­
noscritti accessibili all’editore e allo stampatore. Il punto era che il gran
numero di copie prodotte e la loro diffusione, nonché l’abitudine di rica­
vare le edizioni successive a partire da un esemplare di quella precedente,
corretto in alcuni punti e inviato in tipografia, faceva sì che da quel mo­
mento la facies generale del testo tendesse a rimanere ampiamente inal­
terata, salvo correzioni puntuali effettuate consultando, ancora una volta
in maniera parziale e immetodica, altri manoscritti. Questo testo che si va
imponendo per forza d inerzia a partire dalle editiones principes è chia­
mato textus receptus o vulgata.
Ne varietur Il caso principe di textus receptus, pubblicato espressamente con la
clausola che «non doveva essere variato» (ne varietur), è quello delle
edizioni «definitive» della versione greca (Septuaginta) e latina (Vulga­
ta) della Bibbia. La prima fu pubblicata nel 1587, la seconda nel 1592 (si
L'arte dell'emendazione 87

tratta della cosiddetta Bibbia Clementina o Sisto-Clementina, dai no­


mi dei papi Sisto V e Clemente V ili che ne avevano seguito e auspica­
to la pubblicazione). Il fatto che si trattasse di testi ufficiali e invariabi­
li non significava, però, che fossero irreprensibili: la Vulgata del 1592, in
particolare, si basava sul testo parigino del XIII secolo, che a sua volta
costituiva solo una forma corrotta della facies testuale stabilita da Al-
cuino. Solo nel 1908 papa Pio X incaricò un’apposita commissione di
rivedere il testo della Vulgata, e il primo volume della nuova edizione
vide la luce nel 1926.
Nel corso del tempo ci si andò man mano rendendo conto della neces- lo sviluppo
sità di stabilire un metodo che permettesse innanzitutto di ordinare e do- del metodo
minare la massa dei codici che tramandavano un’opera, per poi procedere genealogico
a proporre congetture solo dopo che fosse stato
chiarito cosa contenevano effettivamente i ma­
noscritti. Già Poliziano, per esempio, aveva com­
preso che, se si avevano a disposizione due codi­
ci, di cui uno era la copia dell’altro, si doveva te­
nere conto solamente del modello, tralasciando
eventuali innovazioni o piccole discrepanze che
si trovassero nella copia; e allo stesso modo ave­
va compreso che le congetture possono essere
avanzate solo quando si è identificata, con ragio­
nevole certezza, la facies più antica del testo pre­
sentato dai manoscritti. I maggiori progressi nel­
lo sviluppo del metodo scientifico moderno av­
vennero però tra Settecento e Ottocento, soprat­
tutto per merito dei filologi che si occupavano
del Nuovo Testamento e che, ovviamente, ave­
vano a che fare con un numero apparentemen­
te ingovernabile di manoscritti. Fu Johann Al-
brecht Bengel (1687-1752), per esempio, il primo
a comprendere che occorreva stabilire una sor­
ta di prospetto genealogico dei codici, in modo Johann Albrecht Bengel (1687-1752).
da organizzarli in famiglie e stabilirne parentele
e discendenze. L’intuizione, infatti, fu che il modello da seguire, per com­
prendere il «valore» dei vari testimoni, fosse quello del diritto ereditario.
Per spiegare il concetto si può ricorrere a un albero genealogico fittizio Un caso di eredità
che inizi con il defunto la cui eredità dev’essere spartita tra i discendenti.

A (x)

E F G Η I

Con il segno (x) sono indicati gli individui defunti. In questo caso, il
defunto A aveva tre figli (B, C e D): la sua discendenza si divide dunque
in tre rami o famiglie. Tra i suoi figli, B è deceduto lasciando a sua volta
due figli (EF); C è vivo; D è vivo e ha tre figli (GHI). L’eredità dev’esse-
88 La scienza dei testi antichi

re divisa in parti uguali tra i discendenti di primo grado di A, ovvero tra i


suoi figli, capostipiti dei rispettivi rami. Solo nel caso che un discendente
di primo grado sia deceduto, la sua quota di eredità passa (divisa in par­
ti uguali) ai suoi figli (è il caso di EF); se anche qualcuno di questi risulti
deceduto, la sua quota passerà in parti uguali ai suoi eventuali figli e co­
sì via. Se uno dei figli di A è vivo, riceve la sua quota, pari a quella degli
altri fratelli, indipendentemente dal numero di figli che ha: questi ultimi
(com’è il caso di GHI), nel caso che il loro padre sia vivo, non hanno di­
ritto a nessuna quota.
Poniamo che il patrimonio di A equivalesse a 60: al momento della
spartizione ereditaria, E ed F avranno ciascuno la quota di 10 (derivante
dalla divisione della quota di 20 spettante al loro padre B); C e D avranno
ciascuno una quota di 20. G, H e I, invece, non avranno niente. Da questo
emerge come, nella spartizione dell’eredità al momento della morte di A,
non conta né l’età o il prestigio dei discendenti, né il numero di apparte­
nenti alle varie famiglie. Se al posto di un’eredità patrimoniale si colloca
un’eredità testuale, e al posto delle persone si immaginano manoscritti (tra
i quali i «defunti» equivalgono a codici perduti), si ottengono automatica-
mente i testimoni di cui occorre tenere conto, e il loro rispettivo peso. Si
tratta in questo caso di C, D e della coppia costituita da E ed F (che vale,
tuttavia, per uno); invece non si deve tenere conto di GHI, in quanto di­
scendenti di un manoscritto conservato.
Il «metodo L’affermarsi di questo concetto, e raffinamento dei metodi per giun­
del Lachmann» gere a determinare l’albero genealogico dei manoscritti, fu il risultato
della stratificazione delle intuizioni di vari filologi che operarono tra
Settecento e Ottocento. Tuttavia, per convenzione, il metodo scientifico
moderno della critica del testo è chiamato «metodo del Lachmann», con
riferimento alla figura del carismatico filologo tedesco Karl Lachmann
(1793-1851). Com’è stato ampiamente dimostrato in anni recenti, si trat­
ta in realtà di un’attribuzione non precisa, e anzi da prendere con caute­
la (per questo non sono mancate proposte di denominazione alternativa,
come metodo stemmatico e metodo genealogico). Lachmann non fu vera­
mente l’inventore ex novo del metodo che porta il suo nome; tuttavia ne
applicò, e in buona misura rivendicò, la maggioranza dei tratti fondanti.
Tra questi, in particolare, il rifiuto del textus receptus a favore di un’anali­
si accurata e comprensiva della tradizione; la consapevolezza che le cor­
rezioni congetturali devono essere successive alla ricognizione e valuta­
zione della tradizione, basata a sua volta sulla ricostruzione dei rapporti
genetici tra i testimoni, effettuata sulla base di criteri interni ai testimoni
stessi (quelli che spesso si suole definire «criteri meccanici»). Tutto ciò,
infine, temperato dalla diffidenza verso tradizioni o manoscritti segna­
ti da congetture e interventi dei copisti, che rischiano di rendere inap­
plicabili i criteri interni di cui sopra. Inoltre, e anche questo contribuì a
trasformare Lachmann nell’eroe eponimo del nuovo metodo, lo studio­
so tedesco riuscì a ottenere risultati sbalorditivi applicandolo nella sua
edizione di Lucrezio, pubblicata nel 1850 (v. Box 12). Si trattò di un vero
colpo di scena che rese chiaro a tutti quali fossero le prospettive aperte
dal nuovo metodo scientifico.
L'arte dell'emendazione 89

BOX 12
L'archetipo di Lucrezio secondo Lachmann

Nel 1850, in concom itanza con la sua edi­


zione del testo del De rerum natura di Lu­
crezio, Karl Lachm ann d ette alle stam pe
anche un poderoso Commentarius. La pri­
ma pagina suscitò, nella com unità filologi­
ca, una profonda im pressione per il tono
inconfutabile, quasi ieratico, con cui era d e ­
scritto nei minimi dettagli un manoscritto
che, in realtà, era andato perduto da secoli
e di cui apparentem ente non rimaneva al­
cuna memoria. Si trattava dell'orchet/po (v.
p. 105) dal quale discendono tutti i codici
superstiti dell'opera lucreziana.
«Più di mille anni fa, in una qualche parte
del regno franco, sopravviveva una sola an­
tica copia del carme di Lucrezio, da cui deri­
varono tutte le altre copie successivamente
note. [...] Quella copia, Γarchetipo delle al­
tre (secondo la denom inazione a me con­
sueta), aveva 302 pagine, delle quali erano
state lasciate in bianco non solo la prima
e l'ultima, ma anche la centonovantesima,
collocata d o p o la fine del quarto libro. Allo
stesso m od o era stata lasciata vuota un'al­
tra pagina nel libro primo, co m e dirò nel
com m en to al verso 1093. In ciascuna delle
altre pagine erano contenuti 26 versi, tran­
ne ch e nell'ultima pagina di ciascun libro
dove era contenuto un num ero minore di versi. Inoltre grazie a molti indizi si può com p rendere che la
scrittura di quel codice era costituita da lettere capitali assai esili, e non da onciali; le parole non erano
separate, m entre all'interno dei versi erano divisi i periodi. Da tutto ciò si co m p ren d e che tale codice
era stato vergato nel quarto o nel quinto secolo do p o Cristo, e ch e era estrem am ente simile agli ana­
loghi manoscritti di Virgilio ch e sono conservati ancora oggi. [...] Che tutto stava esattam ente com e
ho detto lo capirà chiunque consulterà una parte di questi commentari».
Lachm ann aveva fondato la sua ricostruzione dell'archetipo basandosi sugli errori com uni ai m ano­
scritti ch e da esso discendevano, ovvero i due codici noti com e Oblongus e Quadratus, del IX seco­
lo, entram bi conservati a Leida (Bibliotheek der Rijksuniversiteit, VLF 30 e VLQ 94), e poi una serie di
estratti detti Schedae e una serie di m anoscritti di e p o ca umanistica. Le sorprendenti affermazioni
sul num ero esatto di pagine e sui versi in esse contenuti erano state rese possibili dalla constatazio­
ne ch e talora si riscontravano blocchi di 52 versi collocati erroneam ente nel testo: si trattava, aveva
d ed o tto Lachm ann, di pagine dell'archetipo (contenenti 26 versi su ogni facciata) ch e si erano stac­
cate ed erano state ricollocate in un punto erroneo del m anoscritto. Per quanto al giorno d'oggi la ri-
costruzione del filologo tedesco sia stata perfezionata e corretta in vari punti, resta indiscutibile che
il suo vaglio rigoroso e lucido della tradizione lucreziana, e i risultati ottenuti grazie a esso, abbiano
fatto e p o ca m ostrando le enorm i potenzialità del m eto d o scientifico m oderno della critica del testo.
90 La scienza dei testi antichi

La Textkritik La riflessione e lo sviluppo del «metodo del Lachmann», peraltro, non


di Paul Maas si sono mai arrestati; una tappa importantissima, in particolare, è stata se­
gnata dalla pubblicazione nel 1927 della prima edizione della Textkritik del
filologo tedesco Paul Maas, attivo tanto sul fronte bizantino che su quello
classico. La brevissima opera (appena 18 pagine nella prima versione) è
stata tradotta in italiano e inglese,
e più volte ristampata con poche
aggiunte e correzioni fino alla
quarta edizione del 1960. Si tratta
di una summa essenziale che espo­
ne i principi teorici del metodo in
maniera lucidissima e rigorosa: cri­
tica textualis more geometrico de-
monstrata, secondo una celebre de­
finizione di Giorgio Pasquali.
Come si vedrà, a partire dalla
fine dell’Ottocento sono emersi
contemporaneamente alcuni pro­
blemi relativi al cosiddetto «meto­
do del Lachmann», che hanno por­
tato talora a metterlo in discussio­
ne nel suo complesso, se non ad­
Paul Maas (1880-1964)
dirittura a scegliere provocatoria­
ritratto da Emil mente di tornare a pratiche ecdo­
Stumpp. tiche che sembravano ormai tra­
montate come quella di ricorrere
al codex optimus. In ogni caso, è evidente che il metodo, nella sua struttura
tradizionale, non fornisce risultati ugualmente affidabili per ogni testo an­
tico. Come risultava evidente già agli inizi del secolo scorso a Giorgio Pa­
squali, «presupposto di questo metodo è una tradizione ristretta e preva­
lentemente meccanica», con la chiosa che «troppo inclini sono i moderni a
concepire qualunque tradizione quale meccanica; copiati meccanicamente
sono invece perlopiù soltanto i testi che l’amanuense non intende». Si ve­
drà in seguito quale sia il dibattito emerso in merito alle eventuali debo­
lezze e limitazioni di questo procedimento che peraltro, è bene rimarcare,
si rivela in ogni caso fondamentale per fare ordine, almeno parzialmente,
nelle tradizioni. Prima di passare alle eccezioni, è in ogni caso indispensa­
bile esporre la regola, come faremo nei paragrafi seguenti, partendo dal­
la prima e basilare operazione richiesta a un editore, quella di recensio.
7.a La tradizione
C ap ito lo 7 7.b La collazione .
7.c Individuazione
La recensio degli errori significativi
7.d L'elim inatio codicum
d e s a ip to rm
7.e Lo stem ma codicum
l i Tradizioni perturbate
7.g Tradizioni attive
e «testi vivi»

La recensio («censimento»), secondo la termino­


logia adottata fino dai Prolegomena ad Homerum di
Friedrich August Wolf (1795), consiste in un’analisi
sistematica e completa di tutti i testimoni di un’o­
pera: questo in effetti è l’approccio più propriamen­
te scientifico. Un controllo incompleto e asistema­
tico dei testimoni veniva invece definito dallo stes­
so Wolf come recognitio. Il complesso dei testimoni
è noto come tradizione. Conoscere la tradizione di
un’opera e le sue caratteristiche oltre a essere un’o­
perazione basilare per la critica testuale contribui­
sce anche sostanzialmente a delineare il quadro del­
la ricezione o fortuna di un testo o di un autore nel
corso dei secoli, ovvero un altro degli ambiti tradi­
zionalmente, e non casualmente, oggetto d’indagi­
ne da parte dei filologi.
Friedrich August Wolf (1759-1824).

■ 7.a La tradizione

Con tradizione si intende la trasmissione di un testo sia considerata in


senso diacronico (ovvero come tutti i passaggi che hanno portato dall'ori­
ginale fino alle edizioni moderne), sia in senso sincronico, come la panora­
mica dei testimoni di cui possiamo disporre per approntare l’edizione del
testo in questione. Con particolare riferimento a quest’ultima accezione,
più rilevante in questa sede, si parla tradizionalmente di tradizione diret­
ta (o primaria) e tradizione indiretta (o secondaria). La prima indica tutti
quei testimoni (epigrafi, óstraka, manoscritti...) intenzionalmente prodotti
con la volontà di trasmettere un determinato testo. Con tradizione indiretta,
invece, si indicano quei testimoni che, pur senza essere stati prodotti con
92 La scienza dei testi antichi

l’intenzione di tramandare un determinato testo, si trovano comunque a


veicolarlo in forma più o meno estesa o fedele. Questo accade molto più
frequentemente di quanto si possa pensare, come viene espresso in que­
sto brano dal Nome della rosa di Umberto Eco:

«...m i pare anzi che questo foglio parli di qualcosa di cui si è già parlato
nei giorni scorsi... Ma non ricordo cosa. Devo pensarci su. Forse dovrò
leggere altri libri.»
«Come mai? Per sapere cosa dice un libro ne dovete leggere altri?»
«Talora si può fare così. Spesso i libri parlano di altri libri. [...] Non po­
tresti, leggendo Alberto, sapere cosa avrebbe potuto dire Tommaso? O
leggendo Tommaso sapere cosa avesse detto Averroè?»
«È vero,» dissi ammirato. Sino ad allora avevo pensato che ogni libro
parlasse delle cose, umane o divine, che stanno fuori dai libri. Ora mi
avvedevo che non di rado i libri parlano di libri, ovvero è come se si par­
lassero fra loro.

In realtà, come è stato osservato da Luciano Canfora, anche la cosid­


detta tradizione «diretta» non è propriamente tale, dal momento che pas­
sa necessariamente dalla mediazione dei copisti, i quali più o meno invo­
lontariamente lasciano sempre la loro impronta sul testo; tuttavia per co­
modità nelle pagine seguenti si continuerà a utilizzare questa terminolo­
gia convenzionale e ancora diffusa.
Tradizione semplice Quando un testo presenta solo uno dei due tipi di tradizione, diretta o
e tradizione mista indiretta, si parla di tradizione semplice. Se invece le presenta entrambe,
si parla di tradizione mista.
Tradizione In qualche caso, la tradizione diretta di un’opera è costituita da un so­
a testimone unico lo codice, detto codex unicus: si parla perciò di tradizione a testimone uni­
co o unius codicis, contrapposta a una tradizione plurima. Le opere che
presentano questo tipo di tradizioni, se da un lato richiedono un lavoro
di collazione più leggero (che, se non c’è tradizione indiretta, al massi­
mo consiste nella verifica delle lezioni dell’unico manoscritto), dall’altro
possono richiedere un lavoro di interpretazione ed emendazione (sono
le fasi, come si vedrà, definite examinatio e divinatio) particolarmente
arduo, soprattutto di fronte a testi pesantemente sfigurati dall'ignoran­
za dei copisti (v. anche Box 13).

7.a.1 La tradizione indiretta

Per quanto istintivamente si tenda a privilegiare la tradizione diretta,


in realtà anche i testimoni indiretti possono risultare di primaria impor­
tanza per ricostruire o emendare un testo, per non parlare dei numerosi
casi in cui è solo grazie a essi se si sono potuti ricavare resti, anche ampi,
di opere altrimenti perdute (è il caso, per esempio, di svariati frammenti
di lirici e comici greci, oppure dei poeti latini arcaici).
Le citazioni Vi sono diversi canali di tradizione indiretta. Quello senz’altro più
comune e diffuso è costituito dalle citazioni, che in alcuni casi hanno un
valore puramente esornativo, mentre in altri costituiscono magna pars
La recensio 93

BOX 13
Quando la sopravvivenza è appesa a un filo: i codices unici

In molti casi, le opere dell'antichità ci sono giunte in un solo m anoscritto m edievale. Sareb b e basta­
to un incidente di quelli piuttosto frequenti nel corso dei secoli (un incendio, l'opera di parassiti e
roditori...) e le avrem m o perse per sempre, com 'è avven u to a m oltissim e altre. Si possono ricordare,
tra i vari esempi, \'Anthologia Palatin a nel suo com p lesso (molti degli epigram m i risultano peraltro
tram andati an ch e nella cosiddetta A nthologia Planudea), il D erep u b lica di C icerone (tram andato per
larga parte in un codice palinsesto, con l'eccezione del fram m ento del Som nium Scipionis), ciò che
resta del Libro delle m eraviglie di Flegonte di Traile, le lettere di Frontone (tram andate anch'esse in
un palinsesto diviso oggi tra la Biblioteca Am brosiana e la Biblioteca A postolica Vaticana), il Lessico
di Esichio, ΓInno om erico a Dem etra, i libri XLI-XLV di Livio, i Patim enti d'am ore di Partenio di Nicea, la
Cena di Trim alchione dal Satyricon di Petronio, la versione più antica del Rom anzo di Alessandro dello
Pseudo-Callistene.
Anche se non si può propriamente parlare di codices unici, si possono ricordare i casi in cui un singolo
manoscritto fu riscoperto m olto tardi, nel XV secolo, dando rapidamente origine a diverse copie um a­
nistiche: sarebbe bastato un m inimo incidente per pregiudicare irrimediabilm ente la sopravvivenza
di un'opera.Tra questi testi la cui salvezza fu appesa a un filo si possono ricordare alm eno il c o m m e n ­
tario a Cicerone di Asconio Pediano, ì Deipnosofìsti di Ateneo, varie orazioni e trattati (tra cui il Brutus)
dello stesso Cicerone, i Punica di Silio Italico, le tre opere minori di Tacito (Agricola, Germ ania e Dialogus
de oratoribus), infine un'ampia parte dell'epitom e del De verborum significatu di Verrio Fiacco app ron­
tata da Sesto Pom peo Festo.
Allo stesso m odo, alla riscoperta di un singolo codice nel XIV secolo si deve anche la sopravvivenza di
Catullo, nonché con ogni probabilità quella delle Baccanti e delle Troiane di Euripide.

dell’opera che le ha trasmesse (basta pensare all'Anthologion di Stobeo


o ai Deipnosofìsti di Ateneo). Capita relativamente spesso che il testo
delle citazioni diverga da quello presente nei manoscritti della tradizione
diretta di una certa opera, ma questo non necessariamente significa che
siamo in presenza di antiche varianti. Non solo infatti la citazione poteva
essere adattata, anche con disinvoltura, al contesto, ma soprattutto occor­
re ricordare che gli antichi tendevano soprattutto a citare a memoria (in
particolare nella fase di preponderanza dei rotoli papiracei, più scomo­
di da consultare), e ciò comportava inevitabilmente una serie di distac­
chi involontari, ma più o meno cospicui dal testo cui si faceva riferimen­
to. In genere risultano più affidabili le citazioni presenti nei lessici o nei
trattati grammaticali, che spesso presupponevano un controllo accurato
del testo d’autore in cerca di peculiarità o esempi.
Un caso molto noto di importante tradizione indiretta veicolata da una
citazione riguarda VAntigone di Sofocle: nessuno dei manoscritti delle tra­
gedie sofoclee tramanda il verso 1167 (ζην τούτον, άλλ’έμψυχον ήγοϋμαι νε­
κρόν), che è stato recuperato a partire dai Deipnosofìsti di Ateneo (280C,
547C); lo stesso verso era citato, forse indipendentemente, anche nel mo­
numentale commentario all’Iliade di Eustazio di Tessalonica (XII seco­
lo), il quale dice di averlo reperito tra gli akribè antigrapha, gli «esempla­
ri accurati» che evidentemente aveva ancora a disposizione (3.545.9-10
van der Valk).
94 La scienza dei testi antichi

In ambito latino, i manoscritti di Lucrezio riportano il verso 3.72 del


De rerum natura come crudeles gaudent in tristi funere fratres\ il verso
viene citato dall’erudito Macrobio (inizi del V secolo) nei suoi Saturna-
lia (6.2.15), con l’unica differenza che l’ultima parola è riportata nella for­
ma arcaica fratris, che risulta preferibile e come tale è stata accolta dagli
editori del poema lucreziano. Un altro caso è quello di un verso di Catul­
lo (17.19) in cui si parla di un ontano che, secondo la tradizione diretta, è
superata securi, «vinto da una scure». Il grammatico Pompeo Festo, tutta­
via, cita il verso nella forma suppernata securi, «abbattuto da una scure».
Il verbo suppernare è rarissimo, e Pompeo Festo cita espressamente Ca­
tullo proprio per fornire un esempio di questa parola desueta: pare evi­
dente, dunque, che suppernata securi sia il testo genuino, mentre supera­
ta è una banalizzazione.
Citazioni epigrafiche Un caso particolare di citazione è costituito da graffiti, tracciati sulla
pietra o sull’intonaco, che riportavano uno o più versi di opere le quali,
evidentemente, in quel momento andavano particolarmente in voga. Ne
sono stati trovati soprattutto a Pompei. La parte del leone, in questi graf­
fiti, va naturalmente a Virgilio, ma viene citato per esempio anche Pro­
perzio. In un caso, un graffito pompeiano scoperto sulla parete esterna
della basilica (CIL IV 1950) sembra essere di grande utilità per ricostrui­
re il testo di un distico properziano (3.16.13-14), che nella tradizione di­
retta suona come

Quisquis amator erit, Scythicis licei ambulai oris,


nemo deo ut noceat barbarus esse volet.
Chi amerà, per quanto vaga nelle plaghe scitiche,
nessuno vorrà essere barbaro per nuocere a un dio.

Nell’epigrafe il testo ricorre come

Quisquis amator erit, Scythiae licei ambulet oris,


nemo adeo ut feriat barbarus esse volet.
Chi amerà, per quanto vaghi nelle plaghe della Scizia,
nessuno vorrà essere barbaro a tal punto da ferirlo.

Una serie di paralleli fa ritenere preferibile Scythicis della tradizione


diretta a Scythiae della tradizione indiretta, mentre per quanto riguarda
ambulet e adeo il testo dell’epigrafe sembra indiscutibilmente migliore
dal punto di vista grammaticale e del senso (come tali, entrambe que­
ste lezioni erano state congetturate dagli umanisti). Per quanto riguar­
da feriat, infine, potrebbe essere la lezione genuina: sembra probabile,
infatti, che essendosi adeo trasformato in deo, la menzione del «ferire»
in riferimento a un dio sia sembrata troppo forte e dunque sia stata ad­
dolcita in noceat.
I commenti Molte opere dell’antichità, e in particolare quelle studiate a livello sco­
lastico, finirono per essere accompagnate da commenti, sia in forma di li­
bri separati (in tal caso si parla di hypomnémata) sia come apparati di no­
te vergati ai margini del testo principale (i cosiddetti scolii).Vi sono vari
La recensio 95

livelli in cui i commenti possono entrare a far parte della tradizione in­
diretta di un’opera: innanzitutto, questo vale per i lemmi, ovvero le bre­
vi intestazioni, ricavate dal testo da chiosare, che introducono le note di
commento e che in alcuni casi possono divergere dalle lezioni dei mano­
scritti. All’interno del commento, inoltre, possono trovarsi citazioni più o
meno ampie: il caso probabilmente più celebre è quello dei Commentarii
in Somnium Scipionis di Macrobio, che nei manoscritti sono accompagna­
ti dal testo del brano corrispondente del De re publica di Cicerone (noto
per l’appunto come Somnium Scipionis), che altrimenti sarebbe andato
perduto. Si può osservare che in questo caso, mutuando un termine dal­
la filologia romanza, si può parlare di tradizione inorganica per estratto,
nella quale la parte di un’opera, estratta da essa dopo la sua creazione, ha
una circolazione e dunque una tradizione a parte.
Un terzo livello è costituito infine dall’indicazione di varianti che i
commentatori avevano individuato confrontando varie antiche copie o
vere e proprie edizioni dell’opera oggetto del loro interesse.
Si può prendere a esempio il verso 2.258 dell 'Iliade, parte dell’aspro di­
scorso rivolto da Odisseo a Tersite, che i manoscritti medievali riportano
quasi uniformemente come εϊ κ’έτι σ’άφραίνοντα κιχήσομαι ώς νύ περ ώδε,
«se ancora a commetter follie ti coglierò, così come adesso». Di fronte a
una tradizione diretta tutto sommato omogenea, gli scolli al verso invece
rivelano come il celebre grammatico Aristarco (216-144 a.C. ca.) leggesse
l’inizio del verso come εί δέ τί σε, «se mai ti...», e come la parte finale fosse
tramandata in ben tre maniere diverse da altrettante edizioni antiche. La
cosiddetta «edizione di Sinope» (Sinopiké) riportava infatti κιχήσομαι ώς
ιό πάρος περ («...ti coglierò, come in passato»), l’«edizione di Marsiglia»
(Massaliotiké), invece, κιχήσομαι ύστερον αΰτις («ti coglierò ancora in se­
guito»), e infine il testo del grammatico Filemone (II secolo a.C.) recitava
κιχήσομαι έν Δαναοΐσιν («ti coglierò tra i Danai»). Siamo davvero molto vi­
cini, mutatis mutandis, a una sorta di «apparato critico» ante litteram, tanto
più prezioso in quanto tutte queste antiche edizioni sono andate perdute.
Per quanto riguarda l’ambito latino, i manoscritti di Virgilio (alcuni
dei quali, come si è visto, antichissimi) riportano il verso 1.44 àe\Y Enei­
de come illum exspirantem transfixo pectore flammas, «lui che emana­
va fiamme dal petto trafitto», con riferimento alla fine di Aiace d’Oileo
colpito da un fulmine. Il commento noto come «Servio Danielino», tut­
tavia, riferisce che l’antico grammatico Valerio Probo (I secolo d.C.; v. p.
85) e altri conoscevano la variante illuni exspirantem transfixo tempore
flammas, «lui che emanava fiamme dalle tempie trafitte». Già da que­
sti singoli esempi si può intuire il grande interesse filologico degli anti­
chi commenti.
Soprattutto tra la tarda antichità e il medioevo si andò diffondendo Estratti, epitomi,
l’abitudine di consultare varie opere, soprattutto se gli originali erano di riassunti
ampie dimensioni, in versioni abbreviate e ridotte.
Per fare così si poteva, innanzitutto, estrarre e copiare i brani che, per
qualsiasi motivo, risultavano interessanti. Uno dei casi più noti è quello
costituito dalle raccolte tematiche di estratti (excerpta) approntate a Co­
stantinopoli intorno alla metà del X secolo, su interessamento del dotto
imperatore Costantino VII Porfirogenito (912-959). Approfittando della
96 La scienza dei testi antichi

ricchezza della biblioteca imperiale, Costantino aveva preparato una se­


rie di antologie che riguardavano decine di argomenti diversi: sono so­
pravvissute quella che contiene brani Sulle ambascerie (De legationibus),
e altre convenzionalmente indicate come De virtutibus et vitiis, De insi-
diis e De sententiis. È grazie a queste raccolte di estratti che possediamo
frammenti anche ampi di storici di epoca tardoantica che altrimenti sa­
rebbero andati totalmente perduti, come Prisco di Panio, Pietro Patrizio
e Menandro Protettore.
Un lavoro più accurato e minuto era invece quello richiesto per ap­
prontare un'epitome, che consisteva in una sorta di riproposizione in
scala ridotta dell’opera originale. Non si trattava, in genere, di un ba­
nale riassunto: per creare l’epitome, infatti, usualmente venivano estra­
polate e giustapposte frasi e parole del testo di partenza. Quello che si
otteneva era dunque un riassunto composto interamente di frammen­
ti, anche minimi. E capitato in vari casi che le epitomi, che si rivelava­
no molto comode e veicolavano solo quello che più interessava (scar­
tando ciò che invece era considerato meno interessante, come i discorsi
nelle opere storiografiche), abbiano parzialmente o del tutto soppian­
tato gli originali: basta pensare all’epitome di Giustino delle Historiae
Philippicae di Pompeo Trago, o a quella della Historia Romana di Cas­
sio Dione ad opera del monaco bizantino Giovanni Xifilino (XI seco­
lo), grazie alla quale siamo in grado di ricostruire il contenuto dei libri
61-80, altrimenti perduti.
Esistevano poi anche veri e propri riassunti, di dimensioni variabili,
che potevano essere tramandati autonomamente (è il caso delle cosid­
dette Periochae, risalenti probabilmente al IV secolo d.C., che espongo­
no in maniera molto stringata il contenuto dell’opera storica di Tito Li­
vio, e permettono dunque di sapere a larghe linee cosa contenevano i nu­
merosi libri perduti) o comparire alTinterno di altre opere. È solo grazie
al succinto riassunto inserito dal filosofo neoplatonico Proclo nel proprio
commento alla Repubblica di Platone, per esempio, che siamo in grado di
ricostruire come iniziava la storia di Filinnio e Macate, forse il più celebre
racconto di fantasmi dell’antichità, il cui incipit è andato perduto nell’u­
nico manoscritto (Heidelberg, Universitatsbibliothek, Palatinus Graecus
398) che la tramanda per tradizione diretta alTinterno del Libro delle me­
raviglie di Flegonte di Traile (II secolo d.C.).
centoni Piccoli frammenti (nello specifico, sequenze di uno o più versi) delle
opere originali vengono impiegati anche nei centoni, ma con uno scopo
opposto a quello delle epitomi, ovvero quello di creare un’opera di argo­
mento totalmente diverso. La pratica del centone (il latino cento in origi­
ne indicava un patchwork, un panno ricavato da toppe e pezze di tessuto
di varia origine cucite insieme) si diffonde soprattutto in epoca tardoan­
tica. In alcuni casi lo scopo di questa pratica, che presupponeva una per­
fetta conoscenza delToriginale tanto nell’autore quanto nel suo pubblico,
era scherzoso: il Cento nuptialis di Ausonio (IV secolo d.C.), per esempio,
ricicla e ricuce abilmente tutta una serie di versi virgiliani nella narrazio­
ne piccante di una prima notte di nozze. In altri casi, i versi dei classici so­
no reimpiegati per narrare vicende connesse alla religione cristiana. Una
contemporanea di Ausonio, la dotta nobildonna Betidia Faltonia Proba,
La recensio 97

utilizzò i versi di Virgilio per ricavarne un centone che raccontava episodi


dell’Antico Testamento e la vita di Cristo; allo stesso modo l’imperatrice
Eudocia (ca. 401-460), moglie di Teodosio II, si era dedicata alla composi­
zione di Homerocentra («Centoni omerici») che, con versi tratti daWIlia-
de e d‘à\YOdissea, narravano una serie di episodi evangelici. Un caso par­
ticolare, che mostra quanto possa essere utile la tradizione indiretta rap­
presentata dai centoni, è costituita dal cosiddetto Christus patiens, un cen­
tone di origine discussa (alcuni lo attribuiscono a Gregorio di Nazianzo,
padre della Chiesa vissuto nel IV secolo, altri lo datano molto più tardi)
che racconta la Passione di Cristo in 2602 versi giambici tratti in massima
parte da tragedie euripidee note (integrati in minima parte con citazio­
ni da Eschilo e dalVAlessandra di Licofrone). Una di queste, le Baccanti,
presenta nei manoscritti un’ampia lacuna nella parte finale, dopo il verso
1329, che può essere in parte sanata proprio recuperando una ventina di
versi dal Christus patiens.
Si rivelano molto importanti anche le traduzioni da una lingua clas­ Le traduzioni
sica all’altra, o anche da una lingua classica a una orientale, com’è il
caso per le molte opere matematiche, mediche, filosofiche che furono
vòlte in siriaco e in arabo. Queste versioni sono importanti perché ‘fo­
tografano’ uno stadio, spesso molto antico, della tradizione, giacché il
testo tradotto che contengono è naturalmente soggetto, nella catena di
copie che lo tramanda, a errori e alterazioni, ma questi riguardano so­
lo la lingua di arrivo e non più quella di partenza. Le traduzioni più uti­
li dal punto di vista filologico ovviamente sono quelle più letterali, che
lasciano trasparire fin nei minimi dettagli il modello da cui furono trat­
te, come le versioni di Aristotele e Archimede eseguite nel XIII secolo
dall’arcivescovo cattolico di Corinto, Guglielmo di Moerbeke, o l’anti­
chissima e fedelissima traduzione armena (probabilmente risalente al
V secolo) del Romanzo di Alessandro dello Pseudo-Callistene, grazie
alla quale è possibile sanare e ricostruire il testo greco, spesso dispe­
ratamente corrotto, della cosiddetta recensio vetusta, la forma più anti­
ca dell’opera, tramandata da un unico manoscritto (Paris, Bibliothèque
Nationale, Grec 1711).
Un tipico particolare di traduzione, che tuttavia ha luogo alTinterno Le parafrasi
di una stessa lingua, può essere considerata anche la parafrasi, ovvero la
riscrittura di un testo in un linguaggio più semplice e, rispetto alle opere
poetiche, generalmente in prosa. Furono così parafrasati gli oscuri poemi
sui veleni di Meandro e vari altri esempi di poesia didascalica. In qual­
che caso, gli originali sono andati perduti e sopravvive solo la parafrasi: è
quanto è accaduto per gli Ixeutica, un poema sull’uccellagione in tre libri
attribuito a Dionigi il Periegeta (II secolo d.C.).
Possono essere considerate in qualche modo testimonianze facenti Imitazioni, parodie,
parte della tradizione indiretta, anche se di utilità in genere limitata, an­ raffigurazioni
che le imitazioni (come, per esempio, le riprese di Ennio in Virgilio, debi­
tamente segnalate dai commentatori antichi), comprese quelle in chiave
umoristica, nel qual caso si parla di parodie. A volte a essere presi di mi­
ra sono testi perduti o di cui abbiamo una conoscenza molto scarsa: po­
trebbe essere il caso del discorso di Protagora nell’omonimo dialogo pla­
tonico (320C-328D). Come forma estrema di tradizione indiretta si può
98 La scienza dei testi antichi

considerare infine l’iconografia: si può pensare, per esempio, alla raffigu­


razione di episodi tragici o comici sulle ceramiche attiche.

7.b La collazione

Una volta individuato quali siano gli aspetti della tradizione di un testo,
occorre dunque proseguire con la recensio. Nella stragrande maggioranza
dei casi, il passo successivo consisterà nel verificare il testo dei manoscritti
medievali (se ve ne sono, occorrerà tenere conto anche dei papiri, e in circo­
stanze particolarissime anche di antiche edizioni a stampa). Si tratta dell’o­
perazione nota come collazione, ovvero «confronto». Confronto tra cosa?
Tra il testo di un esemplare di collazione (un manoscritto o, più comune­
mente, un’edizione critica) e i manoscritti. Anche nel caso di una tradizio­
ne a testimone unico è possibile effettuare una collazione, che avverrà con­
frontando il testo di un’edizione, o di una trascrizione, precedente, e quello
dell’unico manoscritto. Può essere coliazionata anche un’edizione a stampa:
è il caso delle opere che hanno solo questo tipo di tradizione, o per le quali
si può ipotizzare che le prime edizioni avessero accesso a testimoni mano­
scritti per noi perduti. Il caso più comune ad ogni modo è quello che vede
la necessità di collazionare un numero più o meno grande di manoscritti.
Lezioni e varianti Nel corso di questa procedura, le lezioni dell’esemplare di collazione
(ovvero la facies con cui si presenta una porzione di testo) vengono mes­
se in parallelo con quelle dei vari testimoni per individuare le eventuali
varianti (o variae lectiones).
La collazione Nel caso di tradizioni particolarmente ampie e articolate (si può par­
selettiva lare in questi casi di tradizioni sovrabbondanti), questa impresa può rive­
larsi proibitiva, al punto che si impone una scelta a priori del materiale
da esaminare. In tal caso, piuttosto che a limitare il confronto ai mano­
scritti più antichi, secondo il criterio dei codices vetustiores, che tutta­
via è approssimativo e rischia di rivelarsi fuorviante (v. pp. 108-109), si
può ricorrere a una campionatura o collazione selettiva, ovvero al con­
trollo sistematico di una serie più o meno ampia di loci critici selezio­
nati all’interno del testo. In genere questi loci sono quelli che, dopo una
prima collazione limitata ai testimoni più antichi, hanno permesso di
evidenziarne i rapporti genealogici secondo i criteri che saranno espo­
sti nei paragrafi successivi. In genere dal controllo dei loci possono es­
sere individuati i manoscritti meritevoli di maggiore attenzione (ossia
quelli che non rispecchiano errori e innovazioni presenti nei manoscrit­
ti più antichi) e dunque di una collazione più accurata, e scartati quel­
li che invece sembrano avere meno valore (ovvero che paiono rispec­
chiare in tutto, e soprattutto nei loro errori, i manoscritti più antichi, e
dunque con ogni probabilità ne discendono). Ovviamente, per quanto
approfondita, una collazione selettiva resta sempre meno precisa e diri­
mente di una collazione integrale.
La collazione della Naturalmente la collazione può estendersi anche, in maniera più o
tradizione indiretta meno completa, ai testimoni di tradizione indiretta, in particolare a quel­
li che citano letteralmente il testo. Se tuttavia questi ultimi sono moltis­
simi, più comunemente si ricorre al testo delle edizioni critiche di riferi-
La recensio 99

mento, naturalmente tributando la debita attenzione alle varianti ripor­


tate in apparato.
La stampa dei singoli fogli, a partire dagli incunaboli e fino almeno al La collazione
XIX secolo, era un processo abbastanza lento. Questo faceva sì che la cor­ dei testi a stampa
rezione delle bozze fosse spesso concomitante con la stampa: quando un
foglio stampato usciva dal torchio, veniva controllato e, se si riscontrava­
no errori (cancellando), si fermava il lavoro e si interveniva direttamen­
te sulla forma di stampa inserendo il testo esatto (cancellans), per poi ri­
petere il processo anche in seguito. In qualche caso le correzioni di bozze
di opere classiche si identificavano direttamente con il processo di emen-
datio sul testo dei manoscritti. I fogli già stampati, tuttavia, anche se pre­
sentavano errori non venivano eliminati e anzi erano messi in circolazio­
ne esattamente come quelli corretti. Questo, per esempio, è accaduto con
l’edizione de\Y Orlando furioso stampata a Ferrara nel 1532, e con l’edi­
zione del 1840 (la Quarantana) dei Promessi sposi: in entrambi i casi, tra
l’altro, le correzioni furono effettuate dagli stessi autori e questo le rende
di primaria importanza. Ciò comporta dunque il fatto che i vari esempla­
ri dei libri antichi possono presentare significative differenze tra l’uno e
l’altro. Quando, come si vedrà (v. Box 14), incunaboli e cinquecentine ab­
biano il valore di un codex unicus per un’opera antica, o comunque sia­
no basate su un manoscritto poi perduto, potrebbe essere utile cercare di
collazionare più di una copia, in modo da sincerarsi se per caso siano av­
venute correzioni in corso di stampa, delle quali occorrerà tenere conto.

■ 7.c Individuazione degli errori significativi

Al termine della collazione, sarà stato individuato un numero più o me­ Varianti
no ampio di varianti, relative a vari passi del testo. È stato calcolato che ed errori
nei testi in volgare c’è in media una variante ogni 15 parole; in quelli clas­
sici il margine è inferiore, dal momento che generalmente erano copiati
e considerati con più attenzione, ma resta comunque notevole. Di queste
varianti, al massimo una potrà essere esatta; talora sono tutte errate (è il
caso, come si è visto, della diffrazione in absentia). Come deve procedere
l’editore critico di fronte a questo ventaglio di possibilità? L’applicazione
del «metodo del Lachmann» permette di limitare al minimo la discrezio­
nalità, e di ricorrere a criteri oggettivi per effettuare una prima screma­
tura nella ricerca delle varianti che abbiano qualche possibilità di essere
genuine, e di cui dunque occorre tenere conto nella constitutio textus (ov­
vero il tentativo di restituire un testo che sia il più vicino possibile a quel­
lo delForiginale). Per arrivare a questo risultato vengono impiegati pro­
prio quelli che, tra le varianti, non mancano mai, ovvero gli errori, intesi,
in senso generico, come tutte le deviazioni volontarie o involontarie dal
testo genuino (si può parlare nel medesimo senso anche di lezioni secon­
darie e innovazioni). E sulle lezioni manifestamente erronee che si deve
incentrare, subito dopo la collazione, l’attenzione dell’editore: per il mo­
mento, invece, occorrerà mettere da parte le varianti tra le quali non emer­
ga chiaramente qual è la lezione erronea e quale quella esatta (si parla in
questo caso di varianti adiafore, ovvero «indifferenti», o neutre).
100 La scienza dei testi antichi

I presupposti Occorre prima di tutto ricordare, però, che esistono alcuni presupposti
che, quanto più vengono rispettati, tanto più garantiscono la piena effica­
cia del «metodo del Lachmann». Ogni copista deve avere avuto a dispo­
sizione solo un antigrafo, e deve averlo copiato il più possibile meccani­
camente, riprendendo dunque in maniera passiva gli errori che tale anti­
grafo contiene e che vengono così inglobati nell’apografo. D’altro canto,
ogni operazione di copia, oltre a ereditare gli errori precedenti, comporta
la generazione di errori propri: ogni ‘passaggio’ dunque, lascia nel testo
una sorta di strato archeologico che invece di manufatti contiene gli er­
rori effettuati da ciascun copista.
Errori Non tutti gli errori, tuttavia, sono utilizzabili ai fini del «metodo del
significativi Lachmann». Del tutto inutili sono gli errori poligenetici, quelli cioè che pos­
sono essersi prodotti indipendentemente per mano di copisti diversi (è il
caso, per esempio, di sauts du mème au ménte, o di piccole sviste frequen­
tissime come lo scambio tra tum e tam); e altrettanto inutili sono gli errori
reversibili, che i copisti potevano facilmente riconoscere ed eliminare, co­
me le imprecisioni ortografiche e grammaticali. Gli errori utili per stabi­
lire le parentele tra i manoscritti di un’opera, noti come errori significati­
vi (o errori direttivi o errori guida), corrispondono a due categorie, quelle
degli errori congiuntivi e separativi. Un errore congiuntivo non può essersi
originato indipendentemente e spontaneamente in più di una copia; un er­
rore separativo è tale da non poter essere corretto autonomamente da un
copista. Il caso migliore è quello in cui un errore sia contemporaneamente
congiuntivo e separativo, ovvero tenda a originarsi ex novo solo una volta
durante un singolo atto di copia, ma una volta impiantato nel testo di un
manoscritto, per il fatto di non poter essere corretto autonomamente dai
copisti, venga inevitabilmente ereditato da tutti i discendenti di quel ma­
noscritto medesimo. Da ciò consegue, ed è molto importante sottolinearlo,
che ai fini di una classificazione genetica dei manoscritti quello che conta è
la coincidenza o mancata coincidenza negli errori, e non nel testo genuino!
L'utilità degli errori Com’è ovvio, nell’attribuire a un errore le caratteristiche di congiun-
meccanici tività e separatività può entrare in gioco una componente di soggettivi­
tà. Questo vale soprattutto nel caso di errori psicologici, mentre un mar­
gine di certezza superiore è offerto dagli errori meccanici. Se l’antigrafo
presenta una pagina strappata, o alcune righe illeggibili, i suoi apografi a
loro volta presenteranno una lacuna in quel punto, e così gli apografi di
tali apografi. L’impianto, occorre tuttavia ribadire, si regge solo se si pre­
suppone che i copisti non avessero a disposizione altri esemplari, integri,
dell’opera in questione. In quel caso, l’errore meccanico manterrebbe il
suo valore congiuntivo, ma non quello separativo.
Costellazioni di errori Può capitare, peraltro, che la collazione riveli sì un certo numero di er­
rori, ma tra questi non ne emergano di sicuramente significativi. In que­
sto caso, la via per cercare di ricostruire i rapporti genealogici tra i mano­
scritti è quella di prestare attenzione alle «costellazioni» di errori. Se tra
due testimoni si riscontrano costantemente punti di contatto, per tutta l’e­
stensione del testo, in errori anche poligenetici, questo lascerà sospetta­
re una parentela tra i due: si tratta in sostanza dell’equivalente di un er­
rore congiuntivo. Risulterà però complicato stabilire esattamente quale
sia il rapporto di parentela: l’età dei manoscritti può fornire qualche in-
La recensio 101

dizio, ma in presenza di codici coevi, e senza il supporto di errori separa­


tivi, risulterà impossibile stabilire se l’uno discende dall’altro o se si trat­
ta invece di fratelli.
Una volta confrontati i manoscritti con l’esemplare di collazione, do- Il risii
po aver individuato gli errori significativi tra la massa delle varianti si fi- della
nirà per avere un risultato che, in maniera assolutamente astratta e per
così dire algebrica, può essere così schematizzato:

A: x y [z] D: x w m
B:xyzk E:xn
C: x w l

Con le lettere latine maiuscole, convenzionalmente, vengono indica­


ti i codici che compongono la tradizione di un’opera, che in questo caso
ci s’immagina poetica. Con le lettere latine minuscole, invece, in questo
specifico caso vengono indicati gli errori significativi individuati tra le va­
rianti presenti in questa tradizione fittizia; si può aggiungere che con [z]
si indica un foglio strappato nel manoscritto A, e con z una lacuna in B
che corrisponde, per estensione, proprio a [z].

■ 7.d L'elim inatio codicum descriptorum

Un primo e utilissimo risultato al quale conduce il lavoro di collazio­


ne esemplificato nel prospetto è quello di scartare i codici che risultano
copiati da altri codici in nostro possesso, di cui dunque costituiscono dop­
pioni appesantiti, per giunta, da errori propri. Si tratta dell’operazione di
sfoltimento nota come eliminatio codicum descriptorum. Come si fan­
no a riconoscere? Secondo la definizione classica di Paul Maas, un codex
descriptus è un codice che presenta tutti gli errori di un altro più alme­
no uno suo proprio. Come si può notare, nel prospetto questa condizione
è soddisfatta esclusivamente dal codice B, che presenta tutti gli errori di
A (compreso l’errore meccanico z, ovvero una lacuna in corrispondenza
della caduta di una pagina).
Per questo motivo, possiamo dedurre che B è figlio di A, ossia è un
suo descriptus. Tale rapporto può essere graficamente rappresentato co­
me segue:

A
I
B

B si rivela dunque ininfluente per la constitutio textus: possiamo quin­


di fare anche a meno di prendere in considerazione le eventuali varian­
ti non manifestamente erronee (adiafore) di cui fosse l’unico portatore.
Può trattarsi di un alleggerimento non da poco per il lavoro delFeditore:
nel caso del Bellum civile di Cesare, per esempio, l’eliminazione dei de-
scripti ha permesso di mettere da parte oltre 160 codici (corrispondenti
all’85% della tradizione)!
102 La scienza dei testi antichi

Un'operazione Ovviamente, nel caso ‘algebrico’ esposto qui sopra, la classificazione


delicata di B come descriptus è stata rapida e incontrovertibile, soprattutto grazie
alla presenza di un errore meccanico. Nella realtà non sempre la situa­
zione è così netta, e si corre il rischio di scartare come apografi di esem­
plari conosciuti manoscritti che, in realtà, non lo sono e potrebbero es­
sere significativi per la constitutio textus. È per questo motivo che Seba­
stiano Timpanaro ha proposto di integrare la definizione classica di co-
dex descriptus con la postilla «purché il codice presunto descriptus non
presenti nemmeno un errore proprio che presupponga una scrittura dif­
ferente dal presunto antigrafo». Questo particolare, infatti, lascia inten­
dere come il presunto apografo discenda, in realtà, da un codice non in
nostro possesso, caratterizzato da una scrittura diversa da quella dell’ap­
parente antigrafo.
L'importanza Altri elementi che sono in grado di giustificare e corroborare la clas­
delle caratteristiche sificazione di un codice come descriptus (oltre, ovviamente, alla data più
concrete dell'antigrafo recente rispetto al presunto antigrafo!) sono errori che si spiegano chia­
ramente sulla base delle caratteristiche concrete del modello. Questo per
esempio ha luogo se nel presunto descriptus si trovano lacune che cor­
rispondono esattamente a una riga o una pagina del presunto antigra­
fo, oppure fraintendimenti corrispondenti precisamente a punti in cui il
modello presenta una scrittura difficile, rovinata o abbreviata in manie­
ra non chiara.
Un caso molto citato, e veramente esemplare, è quello dei quasi qua­
ranta manoscritti delVAnabasi di Alessandro di Arriano, che presentano
tutti una lacuna all’altezza di 7.12.7. In un solo codice, che peraltro è il più
antico (si tratta di Wien, Òsterreichische Nationalbibliothek, hist. gr. 4,
della fine del XII secolo), questa lacuna si identifica esattamente con un
foglio caduto: tutti gli altri, dunque, sono suoi discendenti.
Un altro possibile esempio riguarda la tradizione del De natura deo-
rum di Cicerone. Il manoscritto F (Firenze, Biblioteca Medicea Lauren-
ziana, S. Marco 257, del X secolo) presenta vari passi del testo in maniera
lacunosa: per esempio a 1.12 riporta

Nec tamen fieri potest ut qui hac ratione de hac re alio loco diligentius...

La facies genuina del testo è però

Nec tamen fieri potest ut qui hac ratione philosophentur hi nihil habe-
ant quod sequantur. Dictum est omnino de hac re alio loco diligentius...

Come si può spiegare l’omissione? Non si tratta certamente di un sal­


to da uguale a uguale e non vi sono altri motivi apparenti, ma la situa­
zione diventa più chiara se si osserva la disposizione del testo in un altro
manoscritto della medesima opera, B (Leiden, Bibliotheek der Rijksuni-
versiteit, VLF 86, del IX secolo), che presenta il passo così impaginato:

.. .Nec tamen fieri potest ut qui hac ratione


philosophentur hi nihil habeant quod sequantur. Dictum est omnino
de hac re alio loco diligentius...
La recensio 103

La porzione di testo omessa da F corrisponde esattamente a una riga


di B. Il fenomeno sembra ripetersi anche a 2.81, dove il manoscritto fio­
rentino presenta possent ut Epicurus, un testo decurtato e insoddisfacen­
te che si spiega ancora una volta con la facies di B:

...pos-
sentetexsesesimiliasuigignere.Suntautemquiomnianaturaenomineappel-
lent, ut Epicurus...

In questo caso il copista di F, tramite una sorta di salto da uguale a


uguale, è passato direttamente dal -seni della seconda riga al -leni della
terza. Da queste due occorrenze si comprende che F deriva da B, di cui
dunque costituisce a tutti gli effetti un descriptus.
Oltre alle omissioni, possono essere altrettanto probanti anche dit­
tografie che replichino esattamente le righe di un altro manoscritto. Ad
esempio, in un codice de\VEtica nicomachea di Aristotele (Oxford, Cor­
pus Christi College, 112) un passo (1124a.27-28) è riportato come άξιοΰ-
σιν ούτε όρθως μεγαλόψυχοι λέγονται. ’Άνευ γάρ άρέσιν οΰτε όρθως μεγαλό­
ψυχοι λέγονται άνευ γάρ άρετης. All’evidente dittografia si somma anche la
presenza di una parola rarissima e comunque inaccettabile nel contesto,
άρέσιν. La genesi di questi errori, tuttavia, si spiega agevolmente quando
si osserva rimpaginazione del passo nel manoscritto Firenze, Biblioteca
Medicea Laurenziana, Plut. 81.11 (X secolo), che presenta

άξιου
σιν οΰτε όρθως μεγαλόψυχοι λέγονται. ’Άνευ γάρ άρε
τής

Il manoscritto di Oxford (com’è possibile arguire anche da altri indi­


zi) deriva da quello fiorentino; copiando il passo in questione, il copista
giunto al termine della seconda riga si è erroneamente agganciato all’i­
nizio della medesima, riproducendola nella sua interezza e giungendo a
scrivere l’insostenibile άρέσιν.
Un ulteriore caso probante per riconoscere un descriptus è il frain­
tendimento di glosse o correzioni interlineari presenti nell’antigrafo. Per
esempio, nel codice F (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut.
68.2, dell’XI secolo) del De magia di Apuleio, a 87.8 era stato scritto erro­
neamente equisinum per equisonum; il copista aveva poi corretto scriven­
do una o nell’interlinea, ottenendo dunque equisi°num. In un discenden­
te di F, il manoscritto A (Milano, Biblioteca Ambrosiana, N 180 sup., del
XIII secolo), si trova equisionum: una simile lezione, che non ha senso, si
spiega solo con il fraintendimento del testo presente in F, in cui la corre­
zione o è stata scambiata per un’integrazione.
Anche un descriptus può avere una qualche utilità: potrebbe per esem­ L'utilità
pio contenere alcune interessanti congetture di dotti medievali o di epo­ dei descripti
ca umanistica. Se poi il suo antigrafo avesse subito danni dopo essere sta­
to copiato, per esempio per la caduta di un foglio o di un fascicolo, allora
il descriptus, limitatamente a quei passi, avrebbe pienamente diritto di es­
sere tenuto in considerazione per la constitutio textus. E il caso, per esem-
104 La scienza dei testi antichi

Il frontespizio pio, del già citato manoscritto F


deH'etff/οprinceps
di molti dei testi
A N T O N I- delle Metamorfosi, dei Florida e
tramandati dal codex NI L I B E R A L I S dell’Apologià di Apuleio, da cui
sono discesi tutti gli altri testimo­
unicus Palatinus T R A ?! S F O R M A T I O-
Graecus 398, mrm congerics. ni di questi testi. In alcuni punti
curata da Wilhelm F ha subito, nel corso del tempo,
Xylander. PHLEGONTIS t r a l l i a n i danni o alterazioni: in questi ca­
de M irab ilib u s & longamis si si ricorre a φ (Firenze, Biblio­
Libellus. teca Medicea Laurenziana, Plut.
E I V Π ) E M De Olympijs frigmentum. 29.2), che costituisce la sua copia
Λ 1*Ο Γ. L. Ο N I 1 H iftonx mirabile?. più antica, e ad altri apografi che
A n t ì G O N I Mirabil. narrationu congerie}, ne ‘fotografano’ più o meno fe­
’ M. A N T O N I N I Vhitoftp>ilmf>.V,omini,(te delmente la facies anteriore.
X i !.
y u a fu a L ib ri
In qualche caso queste consi­
a b i n n u m e r i! c ju t b m a n t e a f i a t i
b a n t m e n il i r e f i u r g a t i n a n e d e n iu m
y tre c ittì, derazioni possono valere anche
per le edizioni a stampa. Le Me­
Gra?ccLsttneq·,OT>ni.i,G V 1 1. XYLAM*
D ito Aiiguft.iucerprctecuinAn- tamorfosi di Antonino Liberale,
nouciombus & Indice· un trattatello mitologico risalen­
te al II-III secolo d.C., sono tra­
mandate solo dal codice Heidel­
berg, Universitatsbibliothek, Pa­
latinus Graecus 398, del IX seco­
B A S I L E A5, p c rT h o m m G iu r in m , lo. Quando Wilhelm Xylander ne
M. D . L X V in , curò l’editio princeps, stampata a
Basilea nel 1568, il codice era an­
cora integro; in seguito, in circo­
stanze non chiare, ha perso tre fogli. Ueditio princeps, a tutti gli effetti un
apografo del Palatinus, viene utilizzata al posto del suo antigrafo per quan­
to riguarda il testo contenuto nei tre fogli scomparsi.
Un caso particolare: Un caso limite di codices descripti è costituito poi dai manoscritti rica­
i Druckapographa vati dalle prime edizioni a stampa, i cosiddetti Druckapographa·. il feno­
meno è abbastanza frequente a partire dagli ultimi decenni del XV seco­
lo. Chi poteva aver interesse a ricopiare (o far ricopiare) a mano un testo
stampato? Innanzitutto chi non poteva permettersi di acquistare quest’ul­
timo, e dunque ne eseguiva personalmente la trascrizione. Altri, come l’a­
bate ed erudito tedesco Giovanni Tritemio (1462-1516), raccomandavano
invece ai copisti di impressos utiles per scripturam perpetuare, «tramanda­
re copiandoli a mano i libri stampati utili» nella convinzione che la carta
degli incunaboli fosse molto meno durevole della pergamena che si con­
tinuava a utilizzare per i manoscritti di lusso.

■ 7.e Lo stem m a codicum

Una volta eliminato B, la situazione è la seguente:

A: x y [ z ] D: jc wm
B: x y z k E: x n
C: x w l
La recensio 105

Restano dunque i testimoni ACDE: ciascuno ha in comune con gli altri


tre almeno un errore significativo (si tratta di x), e contemporaneamen­
te presenta uno o più errori significativi propri (in particolare y, l, m, n).
A loro volta, C e D presentano, insieme a errori propri (rispettivamente /
ed m), un errore in comune costituito da w.
Per semplicità, si suppone che gli errori significativi presenti nel Individuare
prospetto siano tutti contemporaneamente congiuntivi e separativi. Il le famiglie
fatto che l’errore x sia comune a tutti i testimoni vuol dire che sono tut­
ti imparentati tra loro; il fatto che w sia comune solo a C e D significa
che questi due sono imparentati tra loro in maniera ancora più stretta.
In altri termini: C potrebbe avere ereditato w da D, oppure D da C,
oppure entrambi potrebbero avere ereditato w da un antenato comune
perduto. Tuttavia si è già visto prima come tra i testimoni ‘superstiti’
non vi siano ulteriori codices descripti oltre a B. Questo significa dun­
que che C e D devono avere un antenato comune, da cui hanno eredi­
tato w (e x). Per convenzione (inaugurata nell’Ottocento da Friedrich
Ritschl) questo codice perduto viene indicato con una lettera greca
minuscola, in questo caso a. In presenza di più errori si riesce a capire,
spesso, qualcosa anche del codice perduto (per esempio in quale scrit­
tura era vergato).

a
/ \
C D

In questa maniera è emerso come C e D facciano parte di una mede­


sima famiglia (o classe o ramo), che dipende da un antenato comune per­
duto. Ove possibile si può tentare di ricostruire il testo di quest’ultimo,
scartando gli errori manifesti che caratterizzano singolarmente C (ovve­
ro /) e D (ovvero m). Nel caso che C e D presentino due lezioni concor­
renti non manifestamente erronee, occorrerà valutare in rapporto con le
altre famiglie (v. sotto, pp. 111-112).
Si è già visto come tutti i testimoni della nostra tradizione fittizia sia­ L'archetipo
no caratterizzati da un errore in comune, x. Esattamente come nel ca­
so di C e D, questo vuol dire che sono tutti imparentati; e dal momento
che, tranne B, non ci sono altri descripti, ne consegue che hanno tutti un
antenato in comune, perduto, da cui hanno ereditato l’errore. Il più re­
cente antenato perduto ricostruibile che sta a monte dell’intera tradizio­
ne diretta di un testo è noto come archetipo. Questa denominazione ha
una storia molto lunga, e parte dal XV secolo: l’umanista Giorgio Me­
nila adoperò archetypus in questo senso nella sua prefazione all’edizio­
ne plautina del 1472, e sulla stessa linea si collocò, qualche decennio do­
po, Erasmo da Rotterdam nell’edizione del 1508 degli Adagia. La ripre­
sa tecnica nel contesto del metodo scientifico moderno della critica del
testo avvenne però più tardi, nel 1833, a opera del filologo danese Johan
Nicolai Madvig. Si discute se l'archetipo in casi particolari possa o me­
no coincidere con l’originale; in realtà, dal momento che la sua esisten­
za presuppone 1’esistenza di almeno un errore comune a tutti i testimo­
ni, e dal momento che, almeno virtualmente, l’originale (soprattutto se
106 La scienza dei testi antichi

inteso come «testo interiore») dovrebbe essere scevro da errori, sembra


preferibile evitare di sovrapporli.
Alcuni esempi Si potrebbero citare molti esempi in cui almeno un errore significa­
tivo comune a tutta la tradizione ha permesso chiaramente di ricostrui­
re la presenza di un archetipo. Tutti i vari manoscritti, per esempio, che
tramandano il De compendiosa doctrina del grammatico Nonio Marcel­
lo (datato al IV secolo d.C.) presentano, airinizio del libro I,una porzio­
ne di testo che chiaramente appartiene al libro IV: evidentemente que­
sto testo deriva da un foglio staccatosi dall’archetipo e reinserito nel­
la posizione sbagliata (in maniera analoga, come si è visto, a quant’era
avvenuto nell’archetipo di Lucrezio). Allo stesso modo, la lacuna ini­
ziale presentata da tutti i manoscritti del De vita Caesarum di Svetonio
dimostra che discendono da un archetipo comune. Una serie di lacune
e di interpolazioni comuni porta alla stessa conclusione, in ambito gre­
co, per i Caratteri di Teofrasto; e l’elenco potrebbe continuare a lungo...
Talora la presenza di errori e lacune risalenti a un archetipo, altrimenti
insospettabili, emerge grazie alla tradizione indiretta: dobbiamo a una
citazione di Servio nel suo commento alle Bucoliche di Virgilio (6.55) il
fatto di sapere che nella terza Filippica (31) di Cicerone compariva un’e­
spressione, fudit apothecas, assente in tutti i nostri manoscritti. La pre­
senza di questa omissione comune dimostra la presenza di un antenato
comune a tutti i rappresentanti della tradizione diretta. In vari casi r e ­
sistenza dell’archetipo è ricostruibile anche sulla base di testimonianze
storiche: poteva accadere, infatti, che in epoca umanistica riemergesse
un codice negletto di un’opera molto rara. La notizia si spargeva rapi­
damente, a voce e soprattutto per mezzo di lettere. A quel punto scat­
tava una vera e propria corsa a ricavare rapidamente diverse copie dal­
la nuova scoperta, o dalle sue copie, al termine della quale non era raro
che proprio il manoscritto ritrovato risultasse di nuovo perduto, e sta­
volta per sempre! (v. Box 13).
Prearchetipo In qualche caso si è in grado di risalire ancora più indietro dell’arche­
tipo nella ricostruzione genealogica di una tradizione. Se per esempio tut­
ti i codici superstiti hanno in comune alcuni specifici errori di minuscola,
che dunque erano presenti già nell’archetipo, è possibile ricostruire r e ­
sistenza di almeno un antenato in minuscola dell’archetipo stesso. Il fat­
to che nell’archetipo fossero presenti errori di maiuscola per certi versi è
meno significativo, dal momento che uno stadio di trasmissione in maiu­
scola è comunque da presupporre per tutti i testi antichi: difficile stabili­
re, tra l’altro, se tali errori siano comparsi nell’archetipo in quanto esem­
plare di traslitterazione, o siano stati ereditati dalla tradizione preceden­
te. In ogni caso, dal punto di vista logico la presenza di errori di maiusco­
la nell’archetipo permette di ricostruire l’esistenza di almeno un testimo­
ne in maiuscola prima di esso. I codici ricostruiti che si collocano a monte
dell’archetipo sono noti come prearchetipi.
Costruire A questo punto, tutti i rapporti tra i codici possono essere rappresen­
lo stemma tati graficamente in un albero genealogico o stemma codicum (applicato
per la prima volta in ambito classicistico nell’edizione delle Verrine pub­
blicata nel 1831 da Cari G. Zumpt). In alto si colloca l’archetipo, conven­
zionalmente indicato, come gli altri manoscritti perduti ma ricostruibili,
La recensio 107

con una lettera greca, in genere co. Dall’archetipo partiranno i vari rami
della tradizione, con gli eventuali raggruppamenti in famiglie (come, nel
nostro caso, quello che unisce C e D) dipendenti dai medesimi antenati.
Se si tratta di antenati perduti (come, nel nostro caso, a) si parla allora di
subarchetipi. Il risultato ottenuto sarà dunque

B C D

Uno stemma di questo tipo è noto come tripartito, perché dall’arche­


tipo partono tre rami della tradizione; allo stesso modo si può parlare di
stemma bipartito (o bifido), quadripartito e così via.
Prima di proseguire nella riflessione sull’utilità e le valenze della ri- La natura virtuale
costruzione stemmatica, occorre tuttavia chiarire un fatto molto impor­ dello stemma
tante: uno stemma ha valore come ricostruzione logica degli snodi fon­
damentali che hanno configurato la tradizione di un’opera come noi la
conosciamo, ma tende sempre a essere una semplificazione, anche dra­
stica, rispetto alla realtà storica. In altri termini, se potessimo vedere il
cosiddetto arbre réel, ovvero lo stemma storicamente vero di una tra­
dizione, spesso ci stupiremmo nello scoprire che conteneva molti pas­
saggi e rami in più di quelli che siamo stati in grado di ricostruire. Que­
sto avviene perché, per usare una frase di Gianfranco Contini, «in criti­
ca testuale si opera col numero minimo di enti necessari». Ciò significa
che una serie di passaggi finirà necessariamente per essere schiacciata o
verticalizzata. Prendiamo l’esempio, tratto dalla tradizione fittizia, della
coppia di manoscritti A e B, individuati rispettivamente come antigra­
fo e apografo in base alla presenza in B di tutti gli errori significativi di
A più almeno uno proprio.
Ebbene, nella realtà dei fatti il vero rapporto tra A e B avrebbe anche
potuto essere rappresentato così (come al solito, le lettere minuscole rap­
presentano errori significativi):

A xz
I
[Al xzm]

[A2 xzmn]

B xzmno

Scomparsi A l e A2, è inevitabile che tutti i loro errori vengano im­


putati a B e che nulla lasci indovinare la loro esistenza - a meno che in
B non emergano errori meccanici, in particolare «finestre», o errori pa­
leografici incompatibili con il presunto antigrafo. Se A infatti fosse in
maiuscola e B in minuscola, ma nel testo di B si riscontrassero errori ti­
pici della trascrizione da minuscola, questo lascerebbe intendere che tra
108 La scienza dei testi antichi

i due si doveva collocare almeno un manoscritto in minuscola: è quel­


lo che si chiama codex interpositus, che in quanto perduto sarà indicato
con una lettera greca.

A
I
β
B

L'utilità storica La costruzione dello stemma, naturalmente, pur con tutte le precisazio-
dello stemma ni espresse nel paragrafo precedente non è certo un gioco fine a se stes­
so, ed anzi, ove possibile, si rivela un’operazione estremamente utile. In
primo luogo, permette di far luce sulle relazioni storiche aH’interno della
tradizione, e allo stesso tempo chiarisce quale sia l’effettivo valore dei te­
stimoni a prescindere dalla loro datazione. Si è visto come uno dei criteri
empirici cui si ricorreva prima delhavvento del «metodo del Lachmann»
fosse quello di ricorrere ai codici più antichi, nella supposizione che vi
fossero meno passaggi a separarli dagli originali e che dunque presentas­
sero un testo più puro. Benché questo in molti casi sia vero, vedere una
tradizione attraverso il filtro di uno stemma può riservare molte sorprese
in tal senso. Nulla vieterebbe, per esempio, che i manoscritti della nostra
tradizione fittizia fossero così datati:

ω (IX secolo)

A (XIII secolo) α (X secolo)


I E (XV secolo)
Β (XV secolo) C (XII secolo) D (XI secolo)

Ovviamente, la datazione dell’archetipo e dei subarchetipi è in gene­


re congetturale e approssimativa (a meno che non si abbiano precise in­
formazioni storiche su di essi), mentre quella dei testimoni conservati ri­
sulta molto più precisa, o addirittura esatta nel caso di manoscritti datati.
Da una situazione di questo tipo, si evincerebbe che i manoscritti più tardi
(.recentiores) sono B ed E, entrambi del XV secolo. Il loro valore, tuttavia,
sarebbe molto diverso. B come si è visto è un descriptus di A, e dunque
ininfluente ai fini della constitutio textus. Il codice E invece deriva diret­
tamente dall’archetipo, e questo lo pone sullo stesso piano di A, e addi­
rittura su un piano superiore di C e D (benché più antichi rispettivamen­
te di tre e quattro secoli), i quali sono separati dall’archetipo da almeno
un passaggio costituito dal subarchetipo a.
«L'età non è un merito» Uno stemma può dunque permettere di visualizzare, limitatamente ai
gradi di distanza dall’archetipo, quello che i grandi filologi del passato
avevano enunciato in maniera molto chiara sul valore da attribuire all’e­
tà più o meno antica dei testimoni. Alfred E. Housman nel 1895 scriveva
lapidariamente, con un riferimento generale alla genuinità del testo, che
age is no merit, «l’età non è un merito», e che la presunzione che un ma­
noscritto più antico fosse migliore di uno più recente poteva valere solo
La recensìo 109

provvisoriamente, finché non fossero stati entrambi esaminati: a quel pun­


to, wejudge them by their contents, «li giudichiamo sulla base dei loro con­
tenuti». Fra i tanti esempi, oltre a quello (menzionato dallo stesso
Housman) dei numerosi papiri che presentano un testo notevolmente più
sciatto e corrotto di quello dei manoscritti medievali, si può ricordare
quello degli scolli tramandati nel codice Mediceo (Firenze, Biblioteca Me­
dicea Laurenziana, Plut. 32.9) di Eschilo, per molto tempo considerato il
capostipite di tutti i manoscritti più recenti: tali scolli sono in realtà forme
abbreviate e fraintese (talora ci sono sauts du mème au mème) degli sco­
lli che corredano i codici recentiores.
La massima più icastica, tuttavia, è quella celeberrima di Giorgio Pa­ Recentiores
squali, per il quale recentiores non deteriores, «i manoscritti più recenti non deteriores
non necessariamente sono i manoscritti peggiori». Lo studioso, all’inter­
no della sua Storia della tradizione e critica del testo, fornisce una mas­
sa imponente di esempi, ai quali si rimanda nel dettaglio, notando inol­
tre come la differenza, in ogni caso, sia determinata non solo dal nume­
ro maggiore o minore di «anelli» di distanza dall’archetipo o dall’origi­
nale, ma anche e soprattutto dalle condizioni della tradizione (ovvero
dall’attenzione e accuratezza dei singoli copisti, in grado di ridurre signi­
ficativamente la quantità di innovazioni che si accumulano da una copia
all’altra). In qualche caso, una scoperta fortunata ha provato come, ef­
fettivamente, alcuni recentiores fino a quel momento trascurati presen­
tassero invece lezioni autorevoli. Viene citato, per esempio, il caso del
manoscritto Q (Brescia, Biblioteca Queriniana, Β. IL 6) delle Lettere a
Lucilio di Seneca, risalente all’XI secolo e segnalato nel 1913 da Achille
Beltrami. Si notò, non senza stupore, che in Q comparivano varie lezioni
genuine e persino intere frasi o brani che, noti da alcuni manoscritti tardi
(in particolare uno risalente al XIV e uno al XV secolo), erano stati fi­
no a quel momento ritenuti
interpolazioni. Se tuttavia il
codice di Brescia, per qual­
siasi motivo, fosse andato
perduto, in quanti avrebbe­
ro prestato fede a due ma­
noscritti così recenti? Con
ogni probabilità, avrebbe­
ro finito per rientrare tra
quelli che una massima at­
tribuita all’olandese Carel
Gabriel Cobet (1813-1889)
condannava sbrigativamen­
te a essere bruciati, piutto­
sto che collazionati (com-
burendi, non conferendi)\
Un caso limite, cui si è già
accennato in precedenza, è
quello dei testi classici che ci
sono giunti solo tramite edi­
zioni a stampa (v. Box 14). Carel Gabriel Cobet (1813-1889).
110 La scienza dei testi antichi

BOX 14
Quando i nostri codices unici o optimi sono... edizioni a stampa

C è un num ero sorprendente di casi in cui, per testi classici che nel m edioevo avevano avuto scarsa
circolazione, non abb iam o nem m eno un m anoscritto e dobbiam o ricorrere aW'editio princeps. In altri
casi, le stam pe costituiscono apografi di manoscritti molto antichi e pregevoli che sono parimenti
scomparsi. Di questo fatto c'è una spiegazione storica: la prassi voleva che il codice di un'opera fosse
portato direttam ente nella tipografia, e che lì costituisse l'esemplare sulla base del quale veniva 'com ­
posto' il testo a stampa. Q uesto valeva in particolare per i codici in minuscola carolina, scrittura parti­
colarm ente chiara e comprensibile. Talora i manoscritti erano letteralm ente smontati per facilitarne la
trascrizione: i fascicoli erano sciolti dalla legatura, e al termine della lavorazione potevano trovarsi irri­
m ediabilm ente danneggiati. D'altronde capitava già che gli umanisti, subito d o p o aver ricavato il pro­
prio apografo, si disinteressassero totalm ente dell'antigrafo, per quanto antico, da cui l'avevano attinto.
Si possono fare vari esempi. Il Liber prodigiorum di Giulio Ossequente è tram andato solo da un'edi­
zione aldina del 1508; il codex unìcus di Velleio Patercolo (probabilm ente risalente all'età carolingia)
servì com e base per l'edizione del 1520 ed è attualm ente perduto; la Laus Pìsonis è tram andata so ­
lo in un'edizione di Basilea del 1527; nel
1535 Jaco p o Micillo (Moltzer) pubblicò
a Basilea il testo di Igino da un codice
di Frisinga, oggi perduto con l'eccezio­
hygini a v g v s t i ne di pochi fogli conservati a M onaco: il
L IB E R T I FABVLARVM LIBER, AD O M N I V «
poctarara Icdionem mire ncceflarius δί ante' confronto ha perm esso di appurare c o ­
hacnunquamcxcufus.
m e la trascrizione di Micillo presenti nu­
B IV SD EM PO B TIC O N A S T R Ο N O M I C ON ,
libri quatuor. merosi errori e fraintendim enti, eppure
ttnfjenuu fimiLi orpimenti.
P ALAEP H ATI detabulofìsnarrationibus,liber t. essa è l'unico testim one per la m aggior
F . F V L G E N T I I p l a c i a d i s EpifcopiCarthaglnenfo
Pvfythologiarum, libri 11 r. parte del testo.
e i v s d e m de uocumamiqtiarum tdterprrorionc, liber. i.
In maniera più circoscritta, si può ricor­
a r a t i ♦ A!No«£NaNfragmratum,GeraianicoC*iàre
i n t e r pr e te . dare alm eno che il testo delle epistole
e i v s ds m Phxnomena Graccc.aim interprctattonc farina.
PR o c l ide ijphxra Iibellus,Gr*ee « Latine. di Plinio il G iovane dipende largam en­
in d e xrcrum « fàbularumin his omnibus icitu dienanira te da due edizioni a stampa, una delle
copioGflìmus.
quali è l'Aldina stam pata a Venezia nel
1508. Aldo Manuzio, infatti, eb b e tra le
mani un m anoscritto del V ο VI seco­
lo, oggi perduto, se si escludono p o ­
chi fogli conservati alla Pierpont M or­
gan Library di N ew York. L'editore aveva
perfettam ente com preso il valore del
codice, che riteneva addirittura coevo
all'originale (al punto da dichiarare pu-
B A S I L E AB Α Ρ Τ Ο I O A N . H E K V A G X V J C
ANNO, M, D . X X X V tem scriptum Plinii temporibus)·, purtrop­
m ense m a r t io .
po, a quanto risulta, fu m olto trascurato
e frettoloso nell'utilizzarlo e nel decifrar­
ne la scrittura.

Frontespizio àeW'editio princeps


di Igino (Basilea, 1535).
La recensio 111

Lo stemma, oltre che un valore informativo, ha anche un valore criti­ L'utilità ecdotica
co, sulla base del cosiddetto «criterio esterno», ovvero basato sulla posi­ dello stemma
zione stemmatica dei testimoni. Lo scopo della sua costruzione (indipen­
dentemente dal fatto che sia tradotta o meno in forma grafica) è infat­
ti quello di ricostruire, in maniera il più possibile oggettiva e meccanica,
il testo dell’archetipo, permettendo così di risalire all’indietro nel tempo
anche di molti secoli rispetto ai testimoni conservati. In altri termini, lo
scopo della recensio è quello di sfruttare al massimo, ed esaurire, le possi­
bilità della emendatio ope codicum, sostituendo però un’analisi razionale,
sistematica e totale all’utilizzo casuale e impressionistico di varianti ma­
noscritte. Nel caso migliore, in effetti, conoscere la posizione genealogica
dei manoscritti permette di individuare automaticamente la lezione ge­
nuina tra le varianti adiafore, e di ricostruire il testo dell’esemplare che
sta a monte di tutta la nostra tradizione. La scelta (selectio) del filologo
diventa dunque obbligata.
Le varianti adiafore rimaste, dopo Yeliminatio codicum descriptorum, L'eliminazione
possono infatti essere scremate (e nei casi più fortunati esaurite del tut­ delle lezioni singolari
to) ricorrendo al cosiddetto «criterio di maggioranza» o eliminatio lectio-
num singularium. In sostanza, se una variante è isolata tra i rami di una
tradizione, è verosimile che costituisca un’innovazione (in altri termini,
un errore, anche se meno evidente di altri) rispetto al testo dell’archetipo.
Riprendiamo la nostra tradizione fittizia e segnaliamo come ; e k due
varianti adiafore emerse nel corso della collazione.

Apparentemente j e k hanno lo stesso valore e nessuna delle due pa­


re chiaramente erronea. A uno sguardo superficiale, la loro equivalenza
parrebbe confermata dal fatto che entrambe le varianti sono attestate da
due codici (j da A ed E, k da C e D). Il punto è che il ‘peso’ delle varian­
ti non si calcola mai sulla base dei singoli codici, ma delle famiglie: e in
questo caso è evidente che; è attestata in due famiglie o «rami», mentre k
è presente soltanto nella famiglia che fa capo al subarchetipo a, dal qua­
le l’hanno ereditata C e D. Il fatto che k sia isolata solamente in un ramo
della tradizione lascia intendere come essa costituisca un’innovazione di a.
Si potrà dunque supporre che ; fosse presente anche e soprattutto nell’ar­
chetipo. Il medesimo criterio può valere anche in casi più intricati, suppo­
nendo, per esempio, che il medesimo passo presenti, nella stessa tradizio­
ne, tre varianti adiafore h, j e k.

Ch D;
112 La scienza dei testi antichi

In questo caso, il ramo rappresentato da A presenta la lezione;'; quel­


lo rappresentato da E presenta la lezione k\ più problematico, invece, il
caso del ramo che fa capo al subarchetipo a, visto che i suoi due discen­
denti C e D presentano ciascuno una lezione differente, rispettivamente
h e ;. Il fatto, tuttavia, che un sottoramo della famiglia a concordi con un
altro ramo della tradizione, in questo caso quello che fa capo ad A, indu­
ce a ritenere che la lezione genuina sia proprio ;, e che h e k rappresenti­
no innovazioni tipiche di singoli manoscritti.
Il peso ereditario II concetto di criterio di maggioranza può essere chiarito riprenden­
do il parallelismo con le questioni di eredità, cui si è accennato in prece­
denza (v. pp. 87-88). Il patrimonio di co alla sua morte verrà così suddivi­
so percentualmente:

C h 16,65 D ; 16,65

Tra parentesi tonde vanno le quote di eredità che passano dai defun­
ti ai loro discendenti. A ciascuno dei tre fratelli A, a ed E va il 33,3%
del patrimonio paterno. Dal momento che anche a è scomparso, la sua
quota del 33,3% viene suddivisa tra i suoi figli C e D, ciascuno dei qua­
li riceve il 16,65%. Secondo il criterio di maggioranza, le lezioni miglio­
ri sono quelle che hanno più ‘peso’ ereditario. In questo caso, j «vale»
il 49,95% (A + D), k il 33,3% e h il 16,65%. Ne consegue che; costitui­
sce la vera lectio.
Ilimiti del criterio Ovviamente - bisogna ribadirlo —perché si possa ricorrere ‘meccani-
di maggioranza camente’ al criterio di maggioranza, occorre escludere che i copisti abbia­
no messo a confronto più manoscritti dell’opera che stavano copiando.
In altri termini, il criterio funziona se siamo di fronte a una trasmissione
esclusivamente verticale: se invece c’è stato confronto e passaggio di le­
zioni da un manoscritto all'altro (contaminazione), siamo di fronte a una
trasmissione orizzontale (v. p. 115). Il criterio di maggioranza non funzio­
na, altrettanto ovviamente, quando non c’è maggioranza. Questo si può
verificare con notevole frequenza in uno stemma bipartito, quando i due
rami della tradizione presentino ciascuno una variante adiafora;ma l’eve­
nienza può aver luogo anche in uno stemma tripartito come quello della
nostra tradizione fittizia:

co

A; Ek

Ch Oh

Ciascuno dei tre rami, infatti, riporta una variante adiafora di pari ‘pe­
so e valore stemmatico. A questo punto la selectio, ovvero la scelta della
lezione (in questo momento, ricordiamo, finalizzata a ricostruire il testo
La recensio 113

dell’archetipo eliminando le innovazioni successive), non può più essere


automatica. Quando non si riesce a risalire per via puramente meccani­
ca alle lezioni dell’archetipo, si parla propriamente di recensione aperta
(da non confondere con la tradizione aperta, sulla quale v. sotto p. 117). In
questo caso, per scegliere tra le due o più varianti, è richiesta una valuta­
zione (iudicium) da parte dell’editore, che dovrà rispondere alla doman­
da utrum in alterum abiturum erat?, «Quale delle varianti era destinata a
trasformarsi nell’altra?». Per rispondere non si potrà ricorrere al criterio
esterno costituito dallo stemma, ma dovranno essere presi in considera­
zione i criteri interni.
Il primo dei criteri ai quali fare riferimento nella selectio della lezio­ Icriteri interni
ne non innovativa è tradizionalmente indicato come usus scribendi:in so­
stanza, si tende a scegliere la variante che risulti più coerente con lo stile,
la lingua e la grammatica dell’autore e dell’opera in questione. Il secondo
criterio è quello della lectio difficilior. tra due varianti, entrambe formal­
mente accettabili, ha più probabilità di essere la lezione originaria quel­
la che per i copisti risultasse «più difficile» (dal punto di vista lessicale,
stilistico, grammaticale, contenutistico...) dell’altra, detta di conseguen­
za lectio facilior. Il motivo è la costante tendenza alla banalizzazione e al­
la semplificazione che, come si è visto, costituiscono la spiegazione di un
gran numero di errori. Entrambi questi criteri sono utili e molto affidabili
(specie se caratterizzano contemporaneamente una delle varianti tra cui
scegliere), ma - occorre sottolineare - vanno sempre usati cum grano sa-
lis:un autore può benissimo prendersi una licenza da regole o norme che
segue altrove; esistono anche casi in cui un copista ha cercato di arricchi­
re o elevare un testo che trovava eccessivamente pedestre; a volte, infine,
una lezione può essere difficilior proprio perché errata.
Un caso particolarmente spinoso è quello di varianti adiafore costi­ Inversioni
tuite da inversioni dell’ordine delle parole di una frase. Una regola ana­ àeW'ordo verborum
loga a quella della lectio difficilior vuole che si privilegi l’ordine che non
mette a contatto le parole legate grammaticalmente o sintatticamente, o
che non rispetti consuetudini metriche e ritmiche attestate solo succes­
sivamente alla composizione del testo (v. p. 73), o che viceversa rispet­
ti clausole utilizzate dall’autore o rispettate al tempo in cui scriveva, e
neglette nelle epoche successive. Nel caso di Ovidio, Amores 3.15.8, al­
cuni manoscritti hanno Paelignae dicar gloria gentis ego, altri Paelignae
gentis gloria dicar ego. In entrambe le versioni la metrica è accettabile,
ma il fatto che nel secondo caso le parole grammaticalmente legate sia­
no contigue (Paelignae gentis, dicar ego) induce a ritenere che si tratti
di un’alterazione del testo genuino. Allo stesso modo nei cosiddetti co-
dices decurtati (D) delle Filippiche di Cicerone, che rispecchiano inter­
polazioni e contaminazioni tipiche dell’ambiente scolastico, si trovano
per esempio casi in cui a essere accostati sono i complementi oggetto
rispetto al predicato (2.83: obstrinxisti populum Romanum religione al
posto di obstrinxisti religione populum Romanum', 7.27: te ipsum mo-
neo, Pansa al posto di te ipsum, Pausa, moneo), il verbo servile e l’infi­
nito (3.19: hunc omnes existimare poterunt al posto di hunc existimare
omnes poterunt), l’ausiliare sum e il participio (2.5: beneficio sum usus
tuo al posto di beneficio sum tuo usus).
114 La scienza dei testi antichi

Uno pseudocriterio: In qualche caso, pur con l’ausilio di tutti questi criteri, non si riesce co­
il codex optimus munque a stabilire facilmente quale sia la lezione giusta. Spesso, ancora
oggi, viene allora evocata come extrema ratio il ricorso al cosiddetto co-
dex optimus (in genere, ma non necessariamente, il più antico), ovvero
quello che dalla collazione risulta meno sfigurato da errori, alterazioni,
interpolazioni. Nel dubbio - si suggerisce - è meglio aderire a chi ha dato
miglior prova di sé in precedenza. Si tratta di un ragionamento compren­
sibile ma assolutamente non fondato metodologicamente. L’unico codice
in grado di riportare la lezione genuina nel 100% dei casi coinciderebbe
virtualmente con l’originale; ma dal momento che, ovviamente, non è mai
questo il caso, ciò significa che, per quanto sia gravoso, tra due varianti
adiafore l’editore deve comunque valutare caso per caso.
La condanna Se già Dain aveva affermato che «il n’y a pas de bon manuscrit» ag­
di Frànkel e Housman giungendo che in filologia «n’est pas vrai que le pavillon couvre la mar-
chandise», parole molto nette contro lo pseudocriterio del codex optimus
sono state spese da Hermann Frànkel, che l’ha condannato come non
scientifico con la seguente argomentazione. Anche una volta appurato,
poniamo, che su un campione di 100 versi di un’opera poetica (nel caso
di Frànkel si trattava delle Argonautiche di Apollonio Rodio) due mano­
scritti A e B riportino la vera lectio rispettivamente nel 62% e nel 38%
dei casi, questo non autorizza a ricorrere automaticamente ad A in pre­
senza di varianti adiafore. Innanzitutto, osservava lo studioso tedesco, la
verosimiglianza statistica non può mai essere evocata per risolvere il sin­
golo caso, in filologia come negli altri ambiti. Per chiarire il concetto, si
può ricorrere a un esempio giudiziario: sarebbe giusto condannare un im­
putato per furto solo perché la statistica asserisce che chi vive in un certo
Hermann Frànkel quartiere, al di sotto di un certo reddito, e appartiene a un certo gruppo
(1888-1977). etnico ha il 62% di probabilità di essere un ladro? Inoltre, bisogna tene­
re presente che gli errori non hanno
una distribuzione omogenea e anzi si
verificano a grappoli, quando il copi­
sta è stanco o distratto: questo com­
porta che in alcuni punti sicuramen­
te anche i codici migliori tenderanno
a presentare concentrazioni di erro­
ri. Contro il «criterio» del codex op­
timus, o anche soltanto melior, si era
già scagliato ripetutamente anche
Alfred E. Housman con le consuete,
violentissime invettive. Dichiarò in­
fatti che «questo metodo rispetta gli
obiettivi per i quali è stato inventa­
to: preserva gli editori pigri dal lavo­
rare, e quelli stupidi dal pensare. C’è
però qualcuno che paga il conto per
questi lussi, e questo qualcuno è l’au­
tore»; il rischio era, sosteneva, quello
di trasformare pur buoni manoscritti
in implements o f destruction.
La recensio 115

7.f Tradizioni perturbate

Anche applicando il «metodo del Lachmann», tuttavia, non sempre è


possibile costruire uno stemma codicum, né tantomeno ipotizzare o indi­
viduare la presenza di un archetipo a monte della tradizione.

7.f.1 Tradizioni protette e non protette

Viene distinta, in primo luogo, una tradizione protetta da una non protet­
ta: la prima riguarda essenzialmente gli autori più studiati, diffusi in un gran
numero di copie integrali o parziali, oggetto di commentari e scolii. In que­
sto caso non solo era assicurata la sopravvivenza del testo, ma quest’ultimo
in media tendeva a essere meno soggetto a errori. Non solo, infatti, gli appa­
rati che lo guarnivano ne salvaguardavano i passi più difficili che altrimenti
avrebbero corso un maggiore rischio di essere fraintesi e banalizzati, ma inol­
tre la grande disponibilità di copie permetteva agevolmente di correggere
sviste e mende di vario genere, oscurando però eventuali parentele stemma-
tiche. Questo significa, al contempo, che i testi più protetti, proprio per questi
motivi (grande frequenza di copie e ampia comprensione da parte dei copi­
sti), sono quelli che richiedono più cautela nell’applicazione del cosiddetto
«metodo del Lachmann». In ambito bizantino, tra le tradizioni più protette
si possono ricordare quella di Omero, e poi quelle delle «triadi» di tragedie
e commedie studiate a livello scolastico, ovvero Persiani, Prometeo e Sette
contro Tebe di Eschilo; Aiace, Elettra, ed Edipo re di Sofocle; Ecuba, Oreste
e Fenicie di Euripide; e infine Rane, Nuvole e Fiuto di Aristofane. Nell’Occi­
dente latino è invece possibile individuare, come ha fatto Birger Munk Ol-
sen, un «canone scolastico altomedievale» che comprendeva per la poesia
Terenzio, Virgilio, Orazio, Ovidio (Metamorfosi), Lucano, Persio, Stazio e
Giovenale, e per la prosa alcune opere di Cicerone, Sallustio, Seneca e Solino.

7.f.2 La contaminazione

Strettamente connesse (anche se non c’è una sovrapposizione comple­


ta) alle tradizioni protette sono anche le cosiddette tradizioni orizzontali,
ovvero interessate dal fenomeno della contaminazione, contrapposte al­
le tradizioni verticali che invece ne sono immuni.
La contaminazione poteva aver luogo quando un copista, oltre all’anti- Confronto tra codici
grafo, aveva a sua disposizione almeno un altro codice dell’opera che sta­
va copiando. Nella stragrande maggioranza dei casi, tuttavia, il confronto
tra i due (o più) manoscritti non era continuo: la procedura infatti sareb­
be stata estremamente macchinosa e molto lenta. Più comunemente, se
l’antigrafo presentava guasti, lacune, o un testo manifestamente insoddi­
sfacente, il copista poteva controllare l’altro esemplare e riprenderne il
testo. In un caso come questo, in cui l’utilizzo del secondo codice è limita­
to e circoscrivibile, si dice che l’antigrafo seguito come testo-base è il mo­
dello storico o fonte diretta, mentre l’esemplare di supporto, utilizzato per
ricavare varianti e correzioni, è il modello secondario o fonte secondaria.
116 La scienza dei testi antichi

In qualche caso possiamo anche conoscere il nome di dotti medievali


che erano soliti confrontare più manoscritti nel tentativo di ristabilire il
testo genuino di un’opera. Uno tra i nomi più celebri è quello dell’abate
Lupo Servato di Ferrières (805-862), che tra l’altro si era interessato a Ci­
cerone, Livio, Valerio Massimo, Svetonio, Aulo Gelilo e Macrobio. In una
celebre lettera scritta nell’847 e indirizzata a un confratello (Epist. 69), in
maniera molto illuminante, dichiara: «farò confrontare le epistole di Ci­
cerone che hai inviato con le nostre, in modo che, se sarà possibile, la ve­
rità (veritas) venga ricavata a partire da entrambe». Nelle sue copie, inol­
tre, Lupo lasciava spazi bianchi in corrispondenza di lacune manifeste o
sospette, e inoltre aveva l’abitudine di annotare a margine varianti. An­
che quest’uso, che peraltro rivela la sensibilità filologica dell’abate di Fer­
rières, poteva essere foriero di future contaminazioni.
Le editiones variorum Un’altra possibilità di contaminazione (che può anche combinarsi con
la precedente, come rivela il caso appena citato di Lupo di Ferrières) era
in effetti che l’antigrafo stesso riportasse varianti testuali, spesso segnate
a margine da parte di dotti lettori. Un antigrafo di questo tipo è chiamato
editio variorum (o collettore di varianti); le varianti in greco erano spesso
segnalate con la dizione έν άλλψ ο έν άλλοις, «in un altro (codice)» o «in
altri», άλλοι («altri»), oppure γράφεται, «si trova scritto» (abbreviata in γρ),
mentre in latino si trova al. (abbreviazione di alibi o aliter) o legitur (ta­
lora abbreviato in /. ). Un copista sprovveduto poteva copiare nel testo le
varianti che si trovava davanti una di seguito all’altra, ma non tutti erano
così ingenui e non mancava chi era perfettamente in grado di distingue­
re e scegliere tra le lezioni.
Riconoscere La contaminazione può essere individuata quando i testimoni danno
la contaminazione indizi contraddittori, mostrando errori in comune ora con l’uno, ora con
l’altro. L’esempio teorico classico, esposto da Paul Maas nella sua Criti­
ca del testo, vede tre copie conservate (possono essere chiamate A, B e
C) che presentano proprio queste caratteristiche incoerenti. Talora A e B
presentano un errore significativo contro C; talora sono B e C a presenta­
re un errore significativo contro A; e talora, infine, A e C hanno un erro­
re significativo contro B. Questa sorta di ‘valzer’ di concordanze in errore
è la spia che si è di fronte a una trasmissione orizzontale e contaminata.
Contaminazione Si può parlare di contaminazione intrastemmatica, se il modello secon­
intrastemmatica dario o i modelli secondari consultati sono individuabili all’interno dello
ed extrastemmatica stemma; si parla invece di contaminazione extrastemmatica se i modelli se­
condari da cui si sono ricavate le lezioni non sono collocabili nello stemma.
La contaminazione, quand’è circoscritta, può essere indicata negli stemmi
con linee punteggiate o tratteggiate, che uniscono due o più testimoni pre­
senti nell’ «albero» nel caso di contaminazione intrastemmatica, oppure che
escono dallo stemma nel caso di contaminazione extrastemmatica. Le linee,
soprattutto nel caso di contaminazione intrastemmatica, possono essere cor­
redate di una freccia per indicare il senso della contaminazione..
Contaminazione In qualche caso, soprattutto in presenza di tradizioni particolarmen­
totale pretradizionale te ‘protette’ come quelle indicate nel paragrafo precedente, tutti i mano­
e tradizione aperta scritti sono più o meno pesantemente contaminati, e lo erano già anche i
loro perduti modelli tardoantichi (spesso oltretutto identificabili con edi­
tiones variorum)·. si parla allora, seguendo una definizione di Giorgio Pa­
La recensio 117

squali, di contaminazione totale pretradizionale. Sempre nei casi di opere


protette, anche a prescindere dalla contaminazione non si può nemmeno
pensare che a un certo punto sia avvenuta una strozzatura tale nella tra­
dizione che di esse sia sopravvissuto un solo esemplare da cui poi sono
discesi tutti i manoscritti attuali. Nei casi come questi, in cui (per la mas­
siccia contaminazione e/o per la continua presenza di vari esemplari a di­
sposizione dei copisti) fondamentalmente è impossibile risalire a un ar­
chetipo, si parla correttamente di tradizione aperta (normalmente si usa
anche la definizione di recensione aperta, che tuttavia, in maniera più ap­
propriata, è riferita ai casi in cui le lezioni dell’archetipo non sono deter­
minabili meccanicamente).
La presenza della contaminazione rende difficilmente praticabile il Un problema
metodo stemmatico: i rapporti tra i manoscritti, infatti, sono falsati pro­ irrisolvibile
prio perché non c’è trasmissione meccanica dall’uno all’altro. La presen­
za di varianti annotate su un antigrafo può far sì che i suoi apografi, i cui
copisti abbiano fatto scelte differenti, non sembrino imparentati, e d’al­
tro canto la facilità di confronto tra più copie mette in crisi il concetto di
errore separativo. Ancora più disperato il caso di opere che si trovino in
condizione di contaminazione totale pretradizionale. Lo stesso Maas era
costretto ad ammettere che «contro la contaminazione non si è ancora
scoperto alcun rimedio».
Nel corso del tempo, tuttavia, sono state individuate alcune procedu­ Il ricorso
re che, pur non risolvendo completamente il problema, aiutano a fare un agli errori minuti
po’ di chiarezza nella tradizione. Se anche risulta impossibile costruire uno
stemma completo, infatti, spesso è possibile ricorrere a stemmi parziali
(ipostemmi), che isolino e dipanino frammenti della tradizione. In questo
senso sono utili non solo gli errori meccanici ma anche, come è stato fat­
to notare da Avalle, gli errori non significativi, soprattutto quelli minuti e
generalmente negletti (piccole mende ortografiche, inversioni àeWordo
verborum...), che attiravano meno l’attenzione dei copisti e dunque era­
no meno soggetti ad essere risolti per contaminazione.
Anche nel caso si riesca a fare un po’ di ordine eliminando alcuni des- Il metodo
cripti e individuando, almeno a larghe linee, alcune famiglie, di fronte a di West
tradizioni ampie, intricate e contaminate l’editore in ogni caso è tenuto ad
esercitare a tappeto il suo iudicium nella selectio delle lezioni genuine tra
quelle presentate dai testimoni. Come decidere a quali codici fare riferi­
mento come portatori di varianti possibilmente genuine? La decisione mi­
gliore sarebbe quella di tenere conto di tutti, ovviamente, ma in qualche ca­
so questo si rivela praticamente impossibile ed è necessario fare una scelta.
Spesso si ricorre ai manoscritti più antichi, ma si è visto come non si trat­
ti di un criterio veramente affidabile. Un metodo empirico per agevolare
la scelta dei codici da tenere presenti, che però rischia comunque di com­
portare un tasso notevole di soggettività, è stato esposto da Martin West:

1) ogniqualvolta ci si trova di fronte a varianti, occorre innanzitutto cer­


care di discernere le lezioni autentiche (ossia non ottenibili per con­
gettura) o quelle comunque antiche (ovvero presenti in fonti, come i
papiri, che non erano a disposizione dei copisti). Bisogna farne una
lista, indicando tutti i manoscritti in cui compaiono;
118 La scienza dei testi antichi

2) a questo punto bisogna individuare i manoscritti che siano gli unici


portatori di alcune di queste varianti. Tali manoscritti andranno tenuti
in considerazione in via prioritaria ai fini della constitutio textus',
3) successivamente occorre cancellare dalla lista tutte le lezioni veico­
late da questi manoscritti (comprese quelle testimoniate anche da
altri);
4) il passo successivo e individuare il manoscritto che reca il maggior nu­
mero delle lezioni restanti, e inserirlo tra quelli da tenere presenti per
la constitutio textus;
5) come al punto 3, bisogna cancellare tutte le lezioni autentiche o anti­
che veicolate da quest’ultimo manoscritto;
6) occorre ripetere la procedura dei punti 4 e 5 fino ad esaurimento del­
le lezioni.

In questa maniera, si dovrebbe riuscire a restringere i codici da colla­


zionare e tenere presenti, arrivando ad avere un quadro dei manoscritti
di rilievo da cui ricavare un testo. Si tratta di un metodo ingegnoso e che
sicuramente può fornire qualche indicazione, anche se la scelta delle «le­
zioni autentiche» comporta inevitabilmente un certo margine di arbitrio
e, in qualche misura, costituisce una petitio principii: occorre decidere a
priori, sulla base del testo, quali manoscritti siano testimoni più affidabili
per costituire il testo stesso.

7.f.3 L'archetipo mobile

Una tradizione può risultare perturbata, in maniera forse ancora più


insidiosa, se si è di fronte a quello che viene chiamato un archetipo mo­
bile. Si può dare il caso, infatti, che il testo di un manoscritto sia sogget­
to, nel corso del tempo, a innovazioni (per esempio correzioni più o me­
no felici). Nel caso il manoscritto in questione sia andato perduto, i suoi
apografi copiati a distanza di tempo potrebbero così dare l’impressione
di discendere da modelli diversi, e la ricostruzione stemmatica ne risul­
terebbe complicata. Una situazione di questo tipo può verificarsi con più
probabilità per testi dei quali esisteva un esemplare antico e prestigioso,
accessibile in una biblioteca importante, molto studiato e copiato nel cor­
so del tempo. Si tratta di una situazione che si ritiene più probabile per i
testi greci, ma meno per quelli latini.
La possibilità degli archetipi mobili è comprovata dall’effettiva esisten­
za di antigrafi mobili, ovvero codici conservati, il cui testo è stato ripetuta-
mente corretto e innovato nel corso del tempo, e di cui si conoscono vari
apografi che, sempre nel corso del tempo, hanno ‘fotografato’ le fasi suc­
cessive dell’evoluzione del loro modello. Un caso esemplare è quello del
manoscritto D (Venezia, Biblioteca Nazionale Marciana, gr. Z. 185, fine
XI o inizio XII secolo) contenente la prima metà del corpus platonico. Il
codice, nel corso della sua storia, è stato sottoposto a ben tre campagne di
correzioni (dette fasi diortotiche), peraltro avvenute tramite contamina­
zione, e i suoi numerosi apografi, che ‘fotografano’ queste varie fasi, pos­
sono essere riconosciuti come «figli» di un unico antigrafo solo perché il
La recensio 119

loro genitore è sopravvissuto, e questo ha permesso di conoscere le sue


trasformazioni nel corso del tempo.
Lo stesso fenomeno è avvenuto nella tradizione di Apuleio, in partico­
lare del De magia, delle Metamorfosi e dei Florida, per i quali il più vol­
te citato codice F (Firenze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 68.2)
dell’XI secolo, si colloca con ogni verosimiglianza a monte della restante
tradizione. Questo peraltro non significa che i suoi discendenti siano inu­
tili: nel corso del tempo, infatti, il manoscritto è stato oggetto di correzio­
ni, spesso non necessarie, che hanno reso illeggibile il dettato originario,
alle quali si sono sommati i danni del tempo; per questi motivi i recentio-
res che a esso fanno capo risultano preziosi per recuperare le prima facies
del testo, che spesso veicola la vera lectio.

7.f.4 L'originale mobile: varianti d'autore

Una concreta possibilità in grado di complicare ulteriormente una Correzioni e seconde


tradizione è quella che alcune varianti risalgano direttamente all’auto­ edizioni
re, il quale potrebbe aver approntato una seconda edizione «ufficiale»
di una sua opera, o più semplicemente aver inserito variazioni e corre­
zioni in un testo che tuttavia era già entrato in circolazione. Entrambe
queste possibilità sono storicamente attestate: si può innanzitutto ricor­
dare il notissimo caso di Cicerone che segnalava per lettera correzioni
alle proprie opere all’amico Attico, il quale in un certo senso era il suo
«editore» (ad Att. 12.6.3; 13.44.3). Talora le correzioni segnalate da Ci­
cerone non si sono imposte nella tradizione, oppure si sono diffuse in
maniera incompleta. È il caso per esempio degli Academica, di cui l’au­
tore aveva curato una seconda edizione (nota come Academica poste-
riora), sostituendo i personaggi del dialogo e raddoppiando il numero
di libri, quando già Attico aveva fatto copiare la prima (ad Att. 13.13.1).
Degli Academica, però, ci è giunto soltanto il secondo libro della prima
edizione (Academica priora) e il primo della seconda! Ovidio a sua vol­
ta aveva curato una vera e propria seconda edizione degli Amores che,
come attesta un epigramma proemiale, erano stati ridotti da cinque a
tre libri; è quest’ultima versione a esserci giunta, ma c’è da chiedersi se
qualche lezione ricavata dalla prima edizione non possa essere rimasta
in circolazione, magari come varia lectio; allo stesso modo, più edizioni
delle proprie opere furono curate tra gli altri da Marziale e Giovenale,
nel testo dei quali si è cercato di individuare varianti d’autore (con esiti
non sempre condivisi dagli studiosi).
Il primo caso concretamente documentato di testo d’autore ritoccato Un «prototipo» corretto
a formare una seconda edizione sembra essere quello della Regula pastu-
ralis di Gregorio Magno (ca. 540-604). Il manoscrittoTroyes, Bibliothèque
Municipale, ms 504, pare non solo coevo rispetto all’autore, ma probabil­
mente idiografo, ovvero prodotto da scribi secondo il suo volere e sotto la
sua supervisione. Corrisponde, insomma, a un «prototipo» (ovvero al pri­
mo esemplare di un testo), e come tale dovette fungere da modello per ri­
cavarne copie da inviare ai vescovi, cui il testo era dedicato. Il manoscritto
però reca traccia di una sistematica attività di correzione avvenuta poco
120 La scienza dei testi antichi

tempo dopo la sua stesura: si tratta, con ogni probabilità, di una revisione
voluta dallo stesso Gregorio Magno, che approntò così una seconda edi­
zione. Evidentemente, però, alcune copie erano già state ricavate e mes­
se in circolazione: nella tradizione manoscritta, infatti, lezioni della prima
versione convivono con quelle della seconda.

7.g Tradizioni attive e «testi vivi»

Tradizioni quiescenti Nell’ambito della filologia classica la maggior parte dei testi risulta tra­
e tradizioni attive mandato nell’ambito delle tradizioni quiescenti, quelle in cui il copista ri­
spetta l’opera e, se interviene volontariamente su di essa, lo fa nel tentati­
vo, più o meno riuscito, di emendarla dagli errori prodottisi nel processo di
copia. Tanto maggiore è il rispetto, quanto più i testi sono considerati auto­
revoli e da conservare inalterati per il contenuto, la lingua, l’autore. Se pe­
rò questo rispetto manca, ogni copista si sente libero di intervenire sul te­
sto per ampliarlo, ammodernarlo, arricchirlo, snellirlo, in una parola modi­
ficarlo a suo piacimento, o secondo le esigenze, le aspettative e gli orizzon­
ti culturali della sua committenza. In questo caso si può parlare, mutuan­
do un termine concepito (come il precedente) nell’ambito della filologia
romanza, di tradizione attiva; ma si può parlare anche di tradizione fluida.
Tradizioni Una tradizione attiva è anche, in genere, una tradizione caratterizzante,
caratterizzanti nella quale il testo finisce per essere significativamente e volontariamente
influenzato dai vari ambienti in cui si trova a circolare ed essere copiato.
Questo è il caso, per esempio, di opere a finalità pratica o tecnica (manua­
li, repertori, commenti, scolli), ma anche d’intrattenimento, che non era­
no garantite da un autore prestigioso: il rischio, estremamente concreto,
era che ogni apografo finisse per trasformarsi in un testo nuovo, che ave­
va solo somiglianze più o meno strette con il proprio genitore.
Alcuni esempi L’esempio classico è quello del Romanzo di Alessandro, che probabil­
mente nasce alla fine del III secolo d.C. dalla rielaborazione di materiale
precedente, e che dà vita ad almeno quattro recensioni greche, così lingui­
sticamente e contenutisticamente differenti l’una dall’altra che vengono
edite in maniera separata. Tra gli altri esempi che si potrebbero evocare c’è
quello del Testamento di Salomone, un testo pseudepigrafo (ovvero messo
in circolazione con la falsa attribuzione a un autore famoso, in questo caso
re Salomone) che mescola elementi narrativi a esorcismi contro demoni fo­
rieri di malattie. Il testo con ogni probabilità ha origini tardoantiche, ma ci
è giunto solo in manoscritti recentissimi (XV-XVI secolo) e, quel che più
conta, in quattro recensioni assai diverse l’una dall’altra, per non parlare
delle cospicue differenze che spesso distanziano anche i manoscritti all’in-
terno della stessa recensione. Ogni copista, in sostanza, si è sentito libero di
alterare il testo, accrescendo o diminuendo le parti narrative o esoreistiche,
a seconda dei suoi interessi e di quelli della sua eventuale committenza, e
intervenendo continuamente con modifiche e alterazioni.
Il testo eclettico In entrambi i casi sopra citati, ma si potrebbero fare moltissimi altri
esempi, la molteplicità della tradizione fluida (nello specifico, le varie
recensioni) sembra comunque derivare da un «originale» che poi è sta­
to variamente alterato. In qualche caso (per esempio con il Testamen­
ti recensio 121

to di Salomone) si è cercato di ricostruire proprio questa facies iniziale,


ricorrendo a un testo eclettico, ovvero costruito giustapponendo sezio­
ni estratte dalle varie recensioni. Nello specifico l’editore ha compiuto
la sua scelta in base al principio (peraltro criticabile e criticato) per cui
lectio brevior lectio potior, ovvero privilegiando le versioni più brevi dei
medesimi episodi.
Peraltro, la qualità del risultato non sarebbe cambiata di molto nem­ Una soluzione
meno se si fosse privilegiata la lectio longior. Si tratta infatti in ogni ca­ discutibile
so di un procedimento molto problematico: anche concesso che si riesca
a ricostruire ‘alFingrosso’ la struttura dell’originale, questo si rivela im­
possibile quando si scende nel dettaglio. Con un testo eclettico, infatti, si
rischia di porre sullo stesso piano una congerie di excerpta decontestua­
lizzati e disomogenei dal punto di vista linguistico. Difficile immagina­
re, infatti, che un copista di volta in volta pronto ad ampliare o ridurre
un testo si astenga invece dall’intervenire sul lessico, Tordo verborum, la
sintassi... È vero che ogni edizione critica resta pur sempre un’ipotesi di
lavoro ma, nei casi di tradizioni attive con manoscritti e recensioni mol­
to divergenti l’uno dall’altra, ricorrere alla soluzione del testo eclettico
rischia fin troppo concretamente di produrre un mostruoso patchwork
del tutto astorico.
È meglio, in simili casi, rinunciare al miraggio del testo unico e concen­ L'edizione separata
trare invece la propria attenzione sull’edizione separata delle singole re­ di recensioni
censioni, che hanno un maggiore fondamento storico e per le quali l’uso o manoscritti
del metodo scientifico può avere qualche utilità concreta. Quando anche
all’interno delle singole recensioni le differenze siano tali da non permet­
tere di utilizzarlo, la soluzione restante è quella di pubblicare il testo di
un manoscritto, scelto per antichità o per completezza. Nei punti in cui il
manoscritto sia manifestamente guasto, si può scegliere di accogliere nel
testo un’emendazione ope codicum (secondo il cosiddetto metodo del te­
sto-base, che prevede anche di seguire il manoscritto prescelto in tutti i
casi di varianti adiafore), oppure, forse in maniera migliore, limitarsi a se­
gnalare in nota varianti ed eventuali congetture.
Se possibile, i testi delle varie recensioni, o dei singoli manoscritti, pos­ Edizioni sinottiche
sono essere stampati affiancati in un’edizione sinottica, che permette im­ e complessive
mediatamente di coglierne analogie e differenze; quando questo non fos­
se possibile, si possono riportare in sequenza i medesimi paragrafi o ca­
pitoli del testo nelle varie recensioni, oppure più semplicemente racco­
gliere nel medesimo volume, una di seguito all’altra, le differenti versioni.
8.a Le caratteristiche
della buona
C a p ito lo 8
congettura
Esaminare
ed emendare

Sia nel caso di una recensione aperta, sia nel caso di una recensione
chiusa, si presuppone che al termine della recensio, con l’ausilio o meno
di criteri esterni, si sia arrivati a esaurire le possibilità offerte dalla tradi­
zione manoscritta per quanto riguardava ravvicinamento all’«originale».
Nel caso di una recensione chiusa, si sarà ricostruito il testo dell’archeti­
po; nel caso di una recensione aperta, si saranno vagliate le varianti adia-
fore presentate dalla tradizione. Il compito dell’editore, tuttavia, non fi­
nisce qui. A questo punto è necessario passare all’examinatio e dunque
vagliare il testo, come ricostruibile sulla base della tradizione manoscrit­
ta (il cosiddetto testo tràdito), e domandarsi punto per punto se è accetta­
bile oppure se siano individuabili lezioni sospette o manifestamente er­
ronee sulla base di lingua e stile, senso e contenuto. Può essere sospetta­
to che si tratti di un errore, insomma, quello che secondo le nostre cono­
scenze sembra incompatibile con Γ «enciclopedia» linguistica, letteraria
e più latamente culturale dell’autore: ancora una volta si vede come l’o­
pera del filologo, e nella fattispecie dell’editore, non possa mai essere se­
parata dall’esegesi e dall’interpretazione.
Nel caso di recensioni chiuse (o meccaniche), quelle cioè nelle quali sia
possibile individuare un archetipo, la risposta è logicamente affermativa,
dal momento che, come si è visto, l’esistenza dell’archetipo viene ricostru­
ita proprio sulla base della presenza di errori comuni a tutta la tradizione.
Una volta individuati i guasti, occorre tentare di sanarli.
Emendatio exfontibus Una prima possibilità è offerta dal paragone del testo con le sue fon­
ti, se note, ed eventualmente anche con loci paralleli, che potranno forni­
re spunti per sanarlo e correggerlo (anche se bisogna prestare attenzione
a praticare un'eccessiva ‘normalizzazione’). Anche la tradizione indiretta
(in particolare con traduzioni, parafrasi, commenti) può fornire indicazio­
ni molto utili in tal senso.
Esaminare ed emendare 123

Una volta esaurite anche queste ultime possibilità, per rimediare ai Emendatioope ingenii
guasti presentati da un testo l’editore deve ricorrere al proprio acume
(,ingenium) e immaginare, nel processo che significativamente si chia­
ma divinatio, quello che c’era nell’originale. Il risultato di questo sfor­
zo è costituito dalla congettura, ovvero dalla proposta di correzione che,
se verrà accettata, gli editori stamperanno nel testo al posto della lezio­
ne manoscritta.

8.a Le caratteristiche della buona congettura

Come rivela il nome stesso di divinatio, la


pratica della congettura è soprattutto una que­
stione di intuizione. Le conoscenze storiche e
letterarie, la padronanza di stile, lingua e metri­
ca ne costituiscono certamente la base indispen­
sabile, ma è difficile, se non impossibile, forni­
re regole prescrittive che ne governino la pra­
tica. D’altro canto, riprendendo una riflessione
di Paul Collomp, non si può nemmeno afferma­
re che Γemendatio ope ingenii sia un «gioco sen­
za regole». La buona congettura, infatti, risponde
comunque ad alcuni desiderata. In primo luogo,
bisogna sempre tenere a mente che occorre cor­
reggere il testo tràdito, e non l’autore, né su base
stilistica né sul piano dei contenuti. Delle centi­
naia di congetture a Orazio che furono stampate
dal pur geniale Richard Bentley,per esempio, Se­
bastiano Timpanaro diceva che «sono, nella stra­
grande maggioranza, ‘correzioni’ non alla lezione
tramandata, ma al poeta».
West, inoltre, osserva come l’emendazione
ope ingenii debba mirare a restituire un testo
che a) corrisponda al pensiero dell’autore, co­
me emerge dal contesto e dal confronto con al­
tre opere; b) corrisponda a linguaggio, stile, metrica e ritmica del testo; c)
sia compatibile con il testo tràdito, ovvero sia chiaro come possa essersi
originato l’errore.
Dei tre punti sopra elencati, quello su cui si può maggiormente di- Il primato
scutere è sicuramente il terzo. Naturalmente è innegabile che una con- del pensiero
gettura economica, ovvero che rimanga più aderente al testo e permet­
ta di spiegare con facilità la genesi dell’errore, soprattutto su basi paleo-
grafiche, risulti particolarmente attraente e molto spesso vada preferita
a proposte più complicate e lambiccate. D’altro canto, tuttavia, si è vi­
sto come gli errori nascano spesso dal puro caso e non risultino sempre
spiegabili per filo e per segno. Lo stesso Giorgio Pasquali non esitava
ad affermare che «ogniqualvolta un venerato collega... scarta senz’al­
tro una congettura, perché non s’intende come paleograficamente si sa­
rebbe prodotto il guasto... ogni volta che questo succede, mi dà un tuffo
124 La scienza dei testi antichi

Moritz Haupt
il cuore per il rimpianto di aver
(1808-1874).
lavorato indarno». Questo ave­
va già indotto un grande filolo­
go ottocentesco. Moritz Haupt,
a dichiarare di essere pronto a
sostituire senza remore Con-
stantinopolitanus ad o dei codi­
ci se il senso l’avesse richiesto,
giacché la congettura deve na­
scere prima di tutto dal pensie­
ro e solo dopo essere verificata
su basi paleografiche.
Questo pensiero, tuttavia,
deve avere dei fondamenti. Si è
visto in precedenza come le di­
screpanze tra P«enciclopedia»,
ovvero il panorama culturale,
dei copisti e quella degli autori
siano fonte di molte banalizzazione e fraintendimenti infiltratisi nei te­
sti. Ne consegue, di converso, che Yexaminatio e Yemendatio saranno tan­
to più agevolate e attendibili quanto più l’enciclopedia dell’editore avrà
compreso quella dei copisti (per individuare gli errori) e quella dell’au­
tore (per correggerli). Si tratta insomma di un processo di empatia con
un’epoca e la sua cultura, e in particolare con l’autore, che non è faci­
le e che, nonostante tutti gli sforzi, non potrà mai essere totale. Parafra­
sando ironicamente un versetto del Vangelo di Giovanni (3.3), Alfred E.
Housman asseriva che «il prezzo da pagare per acquisire la comunione
con gli antichi non è inferiore a quello richiesto per il Regno dei Cieli:
bisogna rinascere».
Una «rinascita» Questa capacità di «rinascita», ovvero di staccarsi dal testo tràdito en­
guidata trando in consonanza con l’autore e il suo mondo, non si insegna; quello
che si può insegnare, invece, è il complesso di cognizioni e metodologie
filologiche, letterarie, storiche e antropologiche che possono indirizzare
sulla strada giusta e, una volta che la si sia imboccata, permettere di illu­
strarla agli altri. La filologia non può, per sua natura, essere ripiegata su
se stessa. Sono sempre illuminanti le parole di Giorgio Pasquali: «io so­
no convinto che almeno nelle scienze dello spirito non esistano discipline
severamente delimitate [...] ma solo problemi che devono essere spesso
affrontati contemporaneamente con metodi desunti dalle più varie disci­
pline». Anche secondo Bruno Gentili, del resto, nel processo interpreta­
tivo, «e, dunque, già nel momento della ricostruzione del testo» risultano
coinvolte «una pluralità di discipline» e «una pluralità di codici - lingui­
stico, antropologico, sociologico».
Congetture Ovviamente, non tutte le congetture si riveleranno così convincenti da
diagnostiche entrare, più o meno permanentemente, nel testo. Ciò tuttavia non signifi­
ca che siano inutili: i tentativi di emendazione anche non perfettamente
riusciti, infatti, possono comunque attirare l’attenzione su incongruenze
o difficoltà del testo che fino a quel momento erano passate inosservate
Esaminare ed emendare 125

e che invece richiedono maggiore attenzione. Per questo si parla di con­


getture diagnostiche (o precorritrici).
Se è possibile, in questa fase di vaglio delle emendazioni può essere uti- La collazione
le procedere anche a una collazione delle edizioni precedenti, soprattutto delle edizioni
delle più antiche, finalizzata a individuare le scelte degli editori precedenti
e soprattutto a chiarire la vera paternità di congetture e interventi testua­
li. L’attribuzione delle emendazioni, infatti, tende a passare da un’edizio­
ne all’altra per un fenomeno di «forza d’inerzia», ma spesso quelle che si
perpetuano sono indicazioni errate, in particolare per quanto riguarda in­
cunaboli e cinquecentine.
Può anche succedere, com’è naturale, che una lezione non passi il va- Cruces
glio delYexaminatio, e dunque venga ritenuta erronea, ma non si riesca a desperationis
emendarla né in proprio né facendo ricorso a proposte precedenti. Talo­
ra un testo può essere così guasto e oscuro che neppure l’«enciclopedia»
più ampia e il sussidio delle emendazioni dei suoi predecessori permet­
tono all’editore di averne ragione. In questi casi la corruttela viene se­
gnalata stampando nel testo, in sua corrispondenza, la cosiddetta crux
desperationis, «croce della disperazione», costituita dal simbolo f .Talo­
ra le cruces sono due, a delimitare esattamente l'inizio e la fine della le­
zione corrotta.

BOX 15
Il dibattito tra filologi interventisti e conservatori

Q uanto e quanto spesso sia lecito ricorrere a em endazioni ope ingenii, ab b an d on an d o così la base,
certo non sem pre soddisfacente ma rassicurante, costituita dalla tradizione manoscritta, ha suscitato
nel corso del tem p o un dibattito an ch e aspro tra chi propendeva per un approccio m olto prudente (i
cosiddetti conservatori) e chi invece riteneva ch e non ci dovessero essere remore nel correggere il te ­
sto tràdito, e che anzi questo fosse il banco di prova della bravura di un filologo (i congetturotorio scet­
tici). Nel corso dei secoli, lo scontro tra queste due posizioni si è coagulato anche intorno a una serie di
massime o riflessioni fulminanti concepite dai cam pioni dell'una o dell'altra fazione. Già nel XVI secolo,
il filologo fiam m ingo Giusto Lipsio affermava ch e «la via congetturale è pericolosa, specie quando la
intraprendono giovani audaci e temerari o anziani ch e si com p ortano co m e giovani». Un suo co n tem ­
poraneo, il fiorentino Piero Vettori, asseriva lapidariam ente m alo cum antiquis codicibus errare, quam ni-
m ìo am ore rerum m earum , «preferisco sbagliare insiem e agli antichi codici, che per un eccessivo a m o ­
re delle mie posizioni»; lo stesso Vettori, tra l'altro, riteneva che le difficoltà del testo dovessero essere
soprattutto uno spunto per com prenderlo m eglio e non tanto per sovvertirlo. In epoca più recente,
A lphonse Dain asseriva ch e «il copista in linea di principio è un galantuomo», pur non n egand o che vi
fossero «cattivi copisti»; e sem pre in epoca contem poranea, Edw ard J. Kenney è giunto a dire che «per
quanto nem iche dell'accuratezza testuale possano essere l'ignoranza, la stupidità e la negligenza, si
può sostenere... che la pratica irresponsabile della congettura spesso le batte tutte e tre».
Tra i cam pioni della congettura, occorre senza d ub b io citare Richard Bentley (1662-1742), che in una
nota critica a Orazio, Carm. 3.27.15, raccom andava di m antenere sem pre un anim us suspicax nei co n ­
fronti del testo tràdito, soggiungendo che nobis et ratio et res ipsa centum codicibus potiores sunt, «per
noi la ragione e la concretezza dei fatti sono superiori a cento codici» (anche se questa affermazione
era tem perata subito do p o dalla precisazione praesertim accedente Vaticani veteris suffragio, «soprattut­
to se vi si aggiu n ge il supporto dell'antico codice Vaticano»), Il filologo olandese Carel Gabriel Cobet
126 La scienza dei testi antichi

(1813-1889), con una posizione opposta a quella di Dain, era quasi giunto a ritenere che il testo tradi­
to fosse da sospettare a prescindere, al punto che, alm eno secondo la testimonianza di un suo allie­
vo, era giunto a im porre co m e esercizio seminariale per i suoi discepoli quello di 'em endare' passi as­
segnati a caso, e che potevano d unq ue essere perfettam ente genuini! Uno dei massimi em endatori
congetturali, tra O ttocen to e Novecento, è stato il già citato Alfred E. Housm an (1859-1836). Si dice che
lo stesso Giorgio Pasquali una volta sia stato udito esclamare per le strade di Firenze, dopo aver letto
un articolo del suo collega inglese, «c'è uno solo che può far em endazioni, è il Housman!» Lo stesso
Housman, peraltro, era fam oso per la lingua estrem am ente tagliente, e non stupisce che abbia sinte­
tizzato la sua posizione con lo spietato aforisma «non sarebbe vero dire che tutti i filologi conservatori
sono stupidi... [ma] è molto vicino alla verità dire
che tutti i filologi stupidi sono conservatori». D'al­
tro canto, lo stesso Housm an era però chiarissimo,
al punto da censurare anche uno dei suoi modelli,
Bentley, nel dichiarare di non accettare ch e le co n ­
getture turned from work to play, si trasformassero
cioè in un gioco fine a se stesso, magari alim enta­
to da una nevrosi e venato di autocom piacim en­
to: quello che si chiam a pruritus em endandi o libido
coniectandi.
In effetti, secondo le parole di Friedrich Leo (1851-
1914), «la critica non è né conservatrice né liberale,
ma distingue lo sbagliato dal giusto». E non biso­
gna dim enticare che si può essere au d a ci... anche
nel disincrostare il testo dalle congetture sbaglia­
te, consolidatesi nel corso del tem po: per Ulrich
von W ilam ow itz-M oellendorff (1848-1931), uno dei
massimi antichisti di tutti i tem pi, «il filologo deve
provare tanto piacere nell'eliminare una co n g ettu ­
ra superflua quanto nel farne una necessaria».

Ulrich von Wilamowitz-Moellendorff (1848-1931).


C apitolo 9

L'edizione critica

Il coronamento di tutte le complesse procedure fin qui esposte consi­ Un testo sdentifico
ste nell’edizione critica, ovvero nella preparazione di un testo critico, cor­
redato dei sussidi interpretativi moderni (come segni di interpunzione, ac­
centi e spiriti, valore distintivo di maiuscole e minuscole, separazione tra
le parole...), che da un lato rispecchi il più possibile le lezioni, ricostrui­
te ope codicum e ope ingenii, dell’originale, e dall’altro fornisca ai letto­
ri, tramite una serie di sussidi e apparati (in particolare il cosiddetto ap­
parato critico, che riporta varianti e congetture non accolte nel testo), la
possibilità di verificare punto per punto il lavoro dell’editore e le scelte
che l’hanno contrassegnato. Il testo critico, in quanto puntualmente con­
trollabile ed eventualmente contestabile, rispetta il «principio di falsifi­
cabilità» che caratterizza, secondo la nota formulazione di Karl Popper,
le teorie scientifiche; e difatti un testo critico non è che l’applicazione di­
mostrata di una serie di ragionamenti teorici che ne hanno preceduto e
accompagnato la stesura.
In genere l’edizione critica è aperta da una prefazione, in latino (so­ La prefazione
prattutto in passato) o in una lingua moderna. All’interno di essa viene
descritta nel dettaglio la tradizione del testo, ovvero i testimoni diretti e
indiretti. Soprattutto dei primi vengono forniti dati storici e codicologici
(la cosiddetta species externa). Sempre nella prefazione, viene fornito il
resoconto della ricostruzione genealogica dei rapporti tra i vari testimo­
ni effettuata in fase di recensio, inserendo opportuni paragrafi sugli erro­
ri significativi che permettono di individuare i codices descripti, le fami­
glie, e l’eventuale presenza di un archetipo; ove possibile, compare anche
lo stemma codicum. Dopo aver chiarito le caratteristiche della tradizione,
si inseriscono i dati relativi alla storia dell’ecdotica di un'opera, ovvero
alle differenti edizioni (a partire naturalmente dall 'editto princeps) nelle
quali, nel corso del tempo, è stata pubblicata. Viene indicata anche la ra­
tio edendi, ovvero i criteri e il metodo seguiti per costituire il testo critico;
eventuali casi complessi o problematici, se l’edizione non è accompagna-
128 La scienza dei testi antichi

ta da un commento, possono essere esposti in questa sede. La prefazione


in genere è conclusa da una bibliografia che riporta le edizioni dell’ope­
ra, gli studi su di essa e in generale tutti i contributi da cui si siano ricavati
congetture e proposte testuali da parte di studiosi precedenti, e le opere
di consultazione più generalmente utilizzate nel corso del lavoro.
Conspectus siglorum Prima di introdurre il testo critico vero e proprio, occorre elencare le
sigle (in latino sigla) che contrassegnano i testimoni (manoscritti, papi­
ri, antiche edizioni) utilizzati per la constitutio textus, con le quali questi
sono citati nell’apparato critico. Tali sigle in genere seguono convenzio­
ni cui talora si è già accennato (lettere latine maiuscole per i manoscritti
conservati, lettere greche per i manoscritti perduti; ovviamente nel caso
di tradizioni molto ricche si può ricorrere alle minuscole e a combinazio­
ni tra più lettere o lettere e numeri; in altri casi le lettere latine minusco­
le indicano le famiglie di manoscritti). Spesso vengono ereditate sigle or­
mai tradizionali, nei quali le lettere alludono all’ubicazione del testimo­
ne (per esempio P per un codice parigino, V per un vaticano...), oppure
all'antichità o al pregio di un manoscritto (e dunque A tenderà a essere
più antico o migliore di B e così via). Con cooflin genere viene indicato
l’archetipo; con Π ο O seguiti da un numero possono essere indicati, ri­
spettivamente, papiri e óstraka; Σ a sua volta può indicare gli scolli a un’o­
pera; lo stigma (ς) può rimandare ai recentiores, mentre il consensus co-
dicum, ovvero la concordanza di tutti i manoscritti, può essere segnala­
ta con l’abbreviazione «codd.» oppure con ω (che, non a caso, può essere
anche la sigla dell’archetipo).
L’abitudine di utilizzare sigle, peraltro, precede lo sviluppo del meto­
do scientifico moderno della critica del testo: la prima applicazione siste­
matica di sigla critica costituiti da una sola lettera pare aver avuto luogo
nell’edizione lucreziana curata nel 1725 da Siegbert Havercamp.
L'indicazione Nel caso che in un manoscritto compaiano correzioni, da parte del co­
delle «mani» pista o di altri dotti successivi, la sigla del codice in genere viene accom­
pagnata da un esponente per distinguere le varie «mani». Talora A1indica,
in caso di correzioni, il testo iniziale; secondo altre consuetudini, A è sem­
pre il testo iniziale, A1è l’autocorrezione del primo copista. A2è la corre­
zione di un altro copista e così via. Altrimenti, le «mani» possono essere
indicate con abbreviazioni (come m.p., ovvero manus prior o prima; m.s.,
manus secunda...) opportunamente illustrate nel conspectus siglorum.
Conspectus notarum Il prospetto che riporta le sigle può essere accompagnato da un ulterio­
re prospetto che elenca e spiega i segni critici, ovvero i particolari caratte­
ri che compaiono nel testo critico, di cui si parla nel paragrafo successivo.
Il testo critico: Il testo è accompagnato dall’opportuna numerazione dei versi o del­
la numerazione le righe, in genere di 5 in 5. Nel caso che in alcuni punti l’ordine dei ver­
si sia stato modificato rispetto alla tradizione manoscritta o alle edizio­
ni precedenti, ciascun verso viene accompagnato dal numero della sua
collocazione tradizionale, che così può essere agevolmente ricostruita
dal lettore.
Riferimenti In qualche caso, per facilitare il confronto e il reperimento di passi,
a edizioni precedenti viene convenzionalmente riportata anche l’antica paginazione (talora
accompagnata da lettere o altri segni di divisione della pagina) risalen­
te a edizioni precedenti, talvolta anche molto antiche. Per esempio, il te­
L'edizione critica 129

sto di Platone è tradizional­


Ω N

M
mente accompagnato dal­ Π A A T

O
la paginazione dell’edizio­ ΑΠΑΝΤΑ T A Σ Ω Ζ ΟΜ Ε ΝΑ ·
ne curata da Henri Estien- P L A T Ο N I s
ne (latinizzato in Henricus opera quac extant omnia.
Stephanus) nel 1578; sem­ EX NOVA I OA NNIS SERRANI I N-
pre a un’edizione stefania- terpretationc, perpetuis eiufdc notis illuftrataiquibus & metho-
dus & doòtrinx fumma breuiter & pcrfpicuc indicatur.
na fa capo la numerazione Eivs dem Annoiat toner incjuofdamfu& iliittstnterpretattornilocos.

che accompagna il testo di H e n i . S t i p h a n i de quorundam locorum intcrprcratione iu-


dicium,& multorum contextusGrxciemendano.
Plutarco, mentre per Ari­
stotele si fa riferimento al­
la paginazione dell’edizione
curata da August Immanuel
Bekker, uscita tra il 1831 e
il 1870. Per Apuleio, la nu­
merazione di riferimento è
quella dell’edizione curata
da Franz Oudendorp, pub­
blicata postuma tra il 1786
e il 1823.
Il testo critico è corre­
dato da una serie di segni
che, già al primo colpo d’oc­
chio, rivelano una parte del­ EXCVDEBAT HENR. STEPHANVS,
le scelte o delle considera­ CVM PRIVILEGIO Ca ES . MAIEST.
zioni dell’editore rispetto al
testo tràdito. I più comuni so L'edizione di Platone pubblicata da Henri Estienne
no i seguenti: nel 1578.

<> Il testo racchiuso tra parentesi uncinate è stato aggiunto ope ingenii
dall’editore; si tratta cioè di una integrazione.

Il testo tra parentesi quadre è stato ritenuto interpolato dall’editore,


che dunque lo ha eliminato dal testo; si tratta cioè di una espunzione.
In presenza di manoscritti che presentino danneggiamenti mate­
riali, questi possono essere segnalati con le parentesi quadre, al
cui interno saranno collocate le eventuali integrazioni proposte
dall’editore; le espunzioni, in tal caso, vengono indicate con le pa­
rentesi graffe (vedi sotto) o con le doppie parentesi quadre [[ ]].

{) Le parentesi graffe vengono utilizzate per segnalare l’espunzione


nel caso di manoscritti che presentino danneggiamenti materiali
(segnalati, come si è visto, con le parentesi quadre). Recentemente
si è diffusa l’abitudine di utilizzare le parentesi graffe a prescinde­
re, in caso di espunzione, in modo da allineare le convenzioni in
uso nella papirologia con quelle utilizzate per i testi di tradizione
medievale.
130 La scienza dei testi antichi

*** Gli asterischi indicano una lacuna, ovvero un punto in cui l’editore
sospetta siano cadute una o più parole del testo. Talora la lacuna è
indicata come <***>; nel caso dei testi in metrica, agli asterischi si
può sostituire l’indicazione delle quantità (per esempio <T~>).

t La crux desperationis, da sola o in coppia, come si è visto indica una


lezione ritenuta corrotta ma che non si è riusciti a emendare.

Apparati delle fonti, Al di sotto del testo critico può essere eventualmente collocato un
dei loci paralleli,primo livello di apparati che, con una serie di rimandi alle righe del te­
della tradizione sto e, alFinterno di esse, a specifiche parole o frasi, possono elencarne le
indiretta fonti o i paralleli. Se il testo ha una tradizione indiretta particolarmen­
te ricca, come per esempio nel caso dei poemi omerici, un apparato po­
trà elencare tutte le citazioni da parte di autori antichi. Eventuali osser­
vazioni o precisazioni dell’editore, alFinterno di questi apparati, vengo­
no esposte in latino.
L'apparato critico Quello che non può mancare, in un’edizione critica, è il vero e pro­
prio apparato critico (apparatus criticus o adnotatio critica), collocato al
di sotto del testo e, se presenti, degli altri apparati elencati nel paragrafo
precedente. Nell’apparato critico devono essere riportati tutti i casi in cui
l’editore, nel costituire il testo, si è trovato a scegliere tra varianti presen­
ti nella tradizione diretta e indiretta (a maggior ragione in casi di recen­
sione aperta, in cui cioè non è stato possibile identificare un archetipo),
o tra una o più congetture, sue o di altri. Ovviamente vengono escluse le
minuzie grafiche e ortografiche, di cui eventualmente si può dare somma­
riamente conto nella prefazione: come osservava Alphonse Dain, infatti
nell’apparato devono comparire le lezioni, e non la maniera in cui le le­
zioni sono trascritte. I testimoni, come si è visto, sono indicati con sigle; i
nomi degli studiosi che, nel corso del tempo, hanno avanzato congetture
o proposto interventi di vario genere, possono essere riportati per intero
o abbreviati; queste indicazioni sono accompagnate, specificate e chiarite
da una serie di espressioni latine tradizionali e formalizzate (v. Appendi­
ce 1, p. 147 ss.). Altre indicazioni operative per la stesura di un apparato
critico verranno indicate più oltre (v. pp. 139 ss.).
Apparato positivo L’apparato critico può presentarsi come positivo (o esplicito) o come
o negativo negativo (o implicito). L’apparato positivo riporta sempre la lezione pre­
sente nel testo e soprattutto l’indicazione dei suoi testimoni, seguita da
quella delle varianti non accolte e dei loro testimoni; l’apparato negati­
vo, invece, passa sotto silenzio la provenienza della lezione stampata nel
testo (che spesso, soprattutto se è facilmente desumibile, non è neppure
riprodotta), limitandosi a elencare le varianti rifiutate e i loro testimoni.
Esistono anche apparati misti, in cui cioè si passa di volta in volta dalla
forma negativa a quella positiva (quest’ultima in particolare nel caso di
passi problematici, o in cui vi siano dubbi che le varianti non accolte nel
testo possano essere genuine). Si può in ogni caso osservare che l’appara­
to positivo, per quanto leggermente più ingombrante, si rivela senz’altro
preferibile perché più chiaro e comodo per il lettore, che altrimenti po­
trebbe essere costretto a consultare continuamente il conspectus siglorum
per capire la provenienza delle lezioni stampate nel testo.
L'edizione critica 131

Pregi e difetti dell’apparato critico positivo e di quello negativo pos­ Un esempio di apparato
sono essere meglio illustrati con un esempio concreto, costituito dal testo positivo e negativo
di Cicerone, Filippiche 8.20.

Venia ad reliquos consularis, quorum nemo est - iure hoc meo dico - quin
mecum habeat aliquam coniunctionem gratiae, alii maximam, ahi medio-
crem, nemo nullam. Quam hesternus dies nobis, consularibus dico, turpis
inluxit! Iterum legatos? Quasi ille faceret indutias?

Un apparato positivo a questo testo risulterebbe così:

venio V: venio nunc D | consularis D : consulararis V | quin V2t: quia V 1,


qui non bvns | quid si ille V: quod si ille bt, quid ille vns.

L’apparato negativo corrispondente invece potrebbe essere questo:

venio nunc D | consulararis V | quin: quia V 1, qui non bvns | quod si ille
bt, quid ille vns.

L’edizione critica può essere accompagnata da una traduzione del te­ Traduzione
sto (in genere a fronte di quello originale) in una lingua moderna (o, so­ e commento
prattutto in passato, in latino, nel caso di edizioni di testi greci) e da un
commento. Tra le grandi collane moderne di testi critici, alcune ne sono
prive (basti pensare agli inglesi Oxford Classical Texts e alla tedesca Bi-
bliotheca Teubneriana) e altre invece ne sono corredate (come la france­
se Collection des Universités de France, nota anche come Collection Budé,
l’americana Loeb Classical Library e l’italiana Scrittori greci e latini della
Fondazione Lorenzo Valla). Sia la traduzione sia il commento, più che co­
me una concessione divulgativa, devono essere visti come un chiarimen­
to, sempre utile e talora desiderabile (in particolare se mancano apparati
di fonti e loci paralleli), sull’interpretazione del testo da parte dell’edito­
re e sui motivi che l’hanno condotto a fare certe scelte.
Se l’edizione comporta un cospicuo cambiamento di numerazione di Conspectus numerorum
versi o frammenti rispetto alle precedenti, può essere accompagnata da
una concordanza (conspectus numerorum) che permetta agevolmente di
rintracciare le corrispondenze.
L’edizione, infine, è generalmente corredata da uno o più indici, per Indici
esempio un index nominum, ovvero indice dei nomi propri; un index ver-
borum, ovvero indice delle parole greche o latine del testo; un index loco-
rum, ovvero dei luoghi paralleli citati nell’apparato o nell’eventuale com­
mento. Se i luoghi paralleli sono moltissimi, si può optare per un index lo-
corum potiorum, che si limita a elencare quelli più importanti.
10.a II paradosso
di Bédier
C ap ito lo 10
10.b Edizioni critiche
elettroniche Critiche e dibattito
metodologico

Il modus operandi esposto nelle pagine precedenti, che oggi costitui­


sce lo standard scientifico per i testi classici, aH’inizio fu guardato con un
certo sospetto, in particolare nel nostro Paese, come irrispettoso del testo
tràdito. Altre obiezioni - più consistenti - furono successivamente mosse
dalFinterno, ovvero da filologi che praticavano il «metodo del Lachmann»,
e che ne misero in discussione l’attendibilità. In un certo modo, entram­
be queste critiche (soprattutto la seconda) hanno contribuito ad alimen­
tare una riflessione interna all’ambito filologico, e anche ad affinarne la
consapevolezza e la metodologia: proprio per questo motivo non è inuti­
le passarle in rassegna.
La reazione L’affermazione del «metodo del Lachmann» fu rapida, ma non indo­
nazionalistica lore. Fin dall’inizio vi furono molte resistenze, soprattutto in Italia do-
in Italia ve, a dire il vero, più che critiche scientifiche furono sollevate obiezio­
ni nazionalistiche: in parecchi non digerivano, infatti, che la tradizione
umanistica italiana dovesse piegarsi e uniformarsi a istanze che veniva­
no dal mondo germanico, a quello che sprezzantemente veniva chiamato
«tedeschismo». A questo si sommava una forte diffidenza verso l’abuso
della congettura che, non sempre a torto, si riteneva potesse deturpare
e deformare i testi classici. Non è un caso, dunque, che nel 1917 (in pie­
na Prima Guerra Mondiale) Carlo Pascal varasse la collana del Corpus
Scriptorum Latinorum Paravianum, con l’intento dichiarato di espurga­
re i testi dalle congetture e dalle alterazioni dei dotti tedeschi, o comun­
que «tedeschizzanti». Il campione della reazione contro la filologia «te­
desca» fu senz’altro, però, il grecista Ettore Romagnoli (1871-1938), do­
cente a Milano e Roma, che sempre nel 1917 dette alle stampe Minerva
e lo scimmione (v. Box 16), un pamphlet dai toni violenti ed esagitati che
culminava con l’esortazione, parafrasata da Catone, ceterum censeo phi-
lologiam delendam esse.
Critiche e dibattito metodologico 133

BOX 16
Romagnoli e la polemica contro il «tedeschismo»

Il titolo del libro che Ettore Romagnoli pubblicò nei


primi mesi del 1917 (seguito, entro lo stesso anno,
da una seconda edizione ampliata) era già tutto un
programma. M inerva e lo scimmione, ovvero l'im­
magine di uno «sconcio urango, che con le lunghe
braccia villose e con la ventosa della sozza bocca ir­
rompeva sulla fanciulla divina», la quale tuttavia ne
respingeva «l'amplesso mostruoso» brandendo «la
sua lancia invincibile». Già da questa breve citazio­
ne em erge la personalità dell'autore, debordante e
sopra le righe; quanto al bersaglio della polemica,
si trattava del «tedeschismo», ovvero del presunto
asservimento di alcuni intellettuali e filologi italia­
ni (tra i quali soprattutto quelli della scuola fiorenti­
na, in primis Girolamo Vitelli e Giorgio Pasquali) a un
«m etodo» tedesco giudicato rozzo, meschino, aber­
rante, insensibile ai valori estetici, lontanissimo in­
somma da quelle doti di intuizione che Romagnoli
riteneva invece caratteristiche del genio italico.
Nella sua «ribellione contro la m icrologia filolo­
gica», adeguata esclusivam ente alle «facoltà di
form iche» dei Tedeschi, Rom agnoli si lanciava in
invettive istrioniche e forsennate: «.. .vennero i ta ­
tuaggi e le multiformi mutilazioni degli e m e n d a ­
menti. Tutte le volte ch e non capiva, ed è incre­
dibile q uanto spesso i tedeschi non capiscano le
cose più ovvie, Eselkopf [«Testa d'asino», incarna­
zione del tipico filologo teutonico], senza esitare un m om ento, em endava. Non saprei dire a ch e
punto giungesse la aberrazione degli em endam enti. Aprite ì'Eschilo co m m en tato dal W ecklein. Ad
ogni pie' sospinto, d o ve non ce n'è il m en o m o bisogno, d o ve tu tto è chiaro, W ecklein so vrap p o n e
o sostituisce il tran tran del suo g recu ccio teu to nico alla divina armonia di Eschilo, e spesso senza
neppure avvertirvi della sostituzione. È uno spasimo. Se avete senso d ’arte, una ribellione vi solleva
le intime viscere. E nessuno dei poeti greci e latini si salvò dalle oscene m anipolazioni. [..,) Già. A v­
ve n n e proprio com e quando, ai tem p i b arb ari... un povero eu ro p e o naufragava in qualche inospi­
te plaga dell'Africa o dell'Australia: c h e gli aborigeni, prima lo pigliavano per un dio e lo adoravano;
poi, a m ano a m ano, gli tiravano il naso e le orecchie; quindi lo m ettevan o in una stia ad ingrassare;
e infine lo acco p p avan o e ne im band ivano succulenti m anicaretti. Cosi i filologi tedeschi. C o m in ­
ciarono, con W inckelm ann, con Lessing, con G oethe, a idolatrare i Greci e i Romani, e ad assumerli
m odelli per dirozzare i propri costum i, la lingua, lo stile. Poi, preso coraggio, ven n ero le b en evo le
confidenze: il ganascino a Catullo, una tiratina d'orecchi a q uello sp orcaccioncino di Tibullo, un col-
petto di palma sulla p an cetta pulcinellesca di Plauto. Poi com inciarono le parole grosse e gli scap ­
pellotti. Cicerone era un m ozzorecchi, Livio un leccazam p e contafrottole, Orazio uno scim m iotto
dei Greci, e bazza a chi tocca».
La seconda edizione dell'opera si concludeva nientem eno con un'intervista fittizia a Ugo Foscolo, che
rispondeva alla questioni di Rom agnoli con brani tratti da sue opere. In particolare, rispetto alla do-
134 La scienza dei testi antichi

m anda su com e si potesse stabilire con certezza il testo dei grandi autori, replicava di fare ricorso alle
editionesprincìpes o alle Aldine, «certo alm eno che sono estratte dai codici», per distaccarsene soltan­
to dove presentassero una lezione «inintelligibile e assurda». Si trattava, in sostanza, di un ritorno alla
prassi del textus recepitisi
Il carattere retrivo e sciovinista di M inerva e lo scim m ione, a distanza di un secolo dalla sua pubblica­
zione, è evidentissimo. Q uesto non significa che tutti gli allarmi lanciati da Rom agnoli fossero neces­
sariamente infondati: effettivam ente, a cavallo tra O ttocento e Novecento, in qualche caso c'era il ri­
schio di derive verso una pratica dell'em endazione sfrenata e irresponsabile, o verso una critica del
testo del tutto avulsa dagli aspetti storici della tradizione, e anzi sem pre più lambiccata e autoreferen­
ziale. Contro questi stessi rischi, però, proprio in quegli anni vennero lanciati m oniti anche da dentro
il sistema, a partire dai suoi esponenti più prestigiosi, in particolare Giorgio Pasquali nella Storia della
tradizione e critica del testo. Il problema, dunque, non consisteva nella pratica del «metodo», e nell'u­
sanza di andare a perfezionarsi in Germania, che secondo Romagnoli erano fonti di «incretinimento»:
il vero discrimine era costituito dall'equilibrio e dalla responsabilità dei singoli studiosi. Questo però
non riguarda solo quella ch e Romagnoli chiam ava con disprezzo «filologia scientifica», ma a ben ve­
dere qualsiasi disciplina.

10.a II paradosso di Bédier

Le polemiche sollevate da Romagnoli e da altri, come si è visto, era­


no perlopiù esterne al metodo: la filologia di stampo moderno era av­
versata infatti per motivi nazionalistici oppure per l’eccessiva disinvoltu­
ra nell’alterare i testi tràditi - anche se, a dire il vero, forse il principale
obiettivo del «metodo del Lachmann» era proprio
quello di ridurre al minimo l’arbitrio e la sogget­
tività degli editori. Una critica molto più fondata,
proveniente dall’interno e incentrata sui meccani­
smi stessi della recensio, ovvero il cuore del meto­
do, fu invece quella che prende il nome di «para­
dosso di Bédier».
Joseph Bédier (1864-1938) era un filologo ro­
manzo allievo di Gaston Paris (1839-1903), il primo
a adoperare sistematicamente il metodo scientifico
moderno nella critica di testi romanzi, a partire dalla
sua epocale edizione de La vie de saint Alexis (1872).
Seguendo le orme del maestro, Bédier nel 1890 ave­
va pubblicato la sua edizione del Lai de l'ombre di
Jean Renart, un poemetto risalente agli inizi del XIII
secolo. Al termine della recensio, il giovane Bédier
aveva ricostruito uno stemma bipartito, sul quale
si era basato per la sua constitutio textus. Ventitré
anni dopo, riprendendo in mano proprio il Lai de
l’ombre, il filologo si rese conto di un fatto singola­
re. Controllando 110 stemmi ricavati da edizioni di
testi francesi, ben 105 risultavano bipartiti. Un son­
daggio meno approfondito gli aveva dato risultati
Joseph Bédier (1864-1938). analoghi anche per testi latini, italiani e inglesi.
Critiche e dibattito metodologico 135

Bédier ritenne che storicamente non fosse possibile ammettere una Una «selva portentosa»
preponderanza tanto schiacciante di stemmi bipartiti: possibile che, in
ogni tradizione, vi fosse stata sempre e comunque una tale «forca fa­
tale»? Il filologo proseguiva riflettendo che «un albero bifido non ha
niente di strano, ma un boschetto, un bosco, una foresta di alberi bifi­
di? Silva portentosa». Quella sorta di legge di bipartizione che emerge­
va dal controllo degli stemmi non era storicamente verosimile e dun­
que, per Bédier, la spiegazione era che il «metodo del Lachmann» pre­
sentasse un difetto strutturale.
Una prima spiegazione avanzata dal filologo francese era che duran­ La spiegazione
te la fase della recensio agissero «forze oscure, confinate nel profondo psicologica
del subcosciente». Il critico, in altri termini, avrebbe finito per rifiutare
più o meno inconsapevolmente uno stemma a tre o più rami che, pro­
piziando un impiego massiccio della eliminatio lectionum singularium,
ponesse limiti al suo iudicium. Se lo scopo del «metodo del Lachmann»
era creare un automa che scegliesse le varianti, il filologo finiva incon­
sciamente per sabotarlo in modo da affrancarsi da un ruolo passivo e
subordinato. Con uno stemma a due rami, infatti, moltissime varianti ri­
sulteranno irrimediabilmente adiafore, e dunque la scelta (selectio) tor­
nerà nelle mani del critico.
Più tardi, tornando sull’argomento nel 1928, Bédier pose invece l’accen­ La spiegazione logica
to su un’altra spiegazione, ovvero il fatto che la valutazione di due o più le­
zioni poggia fondamentalmente su un sistema manicheo e dicotomico, co­
stituito dall’opposizione inconciliabile tra giusto e sbagliato, vero e falso,
esatto e scorretto. Il critico, impegnato a valutare lezioni e varianti, finisce
dunque per rimanere travolto da questa «forza dicotomica». La polarità tra
giusto e sbagliato finisce dunque per proiettarsi su una dimensione bina­
ria: il numero minimo di raggruppamenti possibili è due (uno coincidereb­
be con l’archetipo), e due risultano conseguentemente i rami dello stemma,
che finirebbero dunque per incarnare, più che una sintesi dei rapporti gene­
alogici tra i manoscritti, l’opposizione tra il testo genuino e quello alterato.
Soprattutto quest’ultima spiegazione, che investiva il metodo con un Le conseguenze:
vizio di forma ineliminabile costituito da questa inarrestabile tendenza il ritorno
alla dicotomia, spinse Bédier a proporre un approccio differente. Non al codex optimus
ripudiò del tutto l’utilità della recensio e della stemmatica, affermando
anzi che le acquisizioni del «metodo del Lachmann» erano indiscutibili
per fare ordine ai ‘piani bassi’ dello stemma. Il problema si verificava in­
vece ai ‘piani alti’, quelli abitati dai subarchetipi e più sensibili alla specu­
lazione dicotomica. In questo caso, piuttosto che ricorrere a un metodo
giudicato viziato e in ultima analisi arbitrario, Bédier propugnava il ri­
torno a un codex optimus, da lui definito «bon manuscrit». Questo testi­
mone, la cui individuazione passava comunque dalla recensio, aveva una
sua dignità storica e non era una ricostruzione ipotetica; l’editore era le­
gittimato a intervenire, soprattutto con l’ausilio degli altri testimoni, so­
lo quando le lezioni del bon manuscrit fossero chiaramente inaccettabi­
li. Soprattutto nella filologia romanza, questa proposta conobbe un am­
pio seguito, al punto che si potè parlare di un vero e proprio «metodo di
Bédier». Un’estremizzazione della proposta di Bédier si ebbe poi nelle
edizioni di una singola «copia scribale», ovvero edizioni che si limitava-
136 La scienza dei testi antichi

no al singolo manoscritto prodotto da un determinato copista, senza ap­


porti dal resto della tradizione.
Le realtà Le reazioni contro questa critica al «metodo del Lachmann» non si fe­
del dato cero peraltro attendere, anche da parte di nomi illustri della filologia clas­
sica come Giorgio Pasquali e Paul Maas. All’inizio si cercò di mettere in
discussione lo stesso dato dal quale aveva preso le mosse Bédier, ovvero
la schiacciante maggioranza di stemmi bipartiti. Tuttavia, com’è emerso
in maniera crescente nel corso degli anni, 1’esistenza di una silva porten­
tosa di alberi bifidi, anche nella tradizione dei testi classici, è una verità
scomoda ma innegabile.
La realtà Si è cercato anche di dimostrare in vario modo che, contrariamente a
del problema quanto sosteneva Bédier, una presenza preponderante di stemmi biparti­
ti non era inverosimile e anzi poteva essere spiegata con motivazioni sto­
riche e statistiche che tuttavia non reggono a un esame attento. Un valo­
re limitato hanno anche spiegazioni che chiamano in causa la tendenza a
contrapporre un codex optimus a una massa di recentiores, oppure il fe­
nomeno dei cosiddetti archetipi mobili (v. pp. 118-119).
Il rifiuto La presenza delPanomalia sembra dunque accertata, e in genere si am­
della soluzione mette che la causa possa annidarsi proprio tra le pieghe del «metodo del
di Bédier Lachmann». Su questo, la riflessione di Bédier sembra avere colto nel se­
gno. Quelle che appaiono inaccettabili sono invece le sue conclusioni. La
proposta di tornare al codex optimus, magari con qualche correttivo ope
codicum o ope ingenii in punti manifestamente inaccettabili, in realtà è
un salto all’indietro ed espone ad arbitrii non migliori, anzi probabilmen­
te peggiori, di quelli imputati da Bédier al «metodo del Lachmann». La
valutazione degli errori «evidenti», infatti, è molto soggettiva, e non biso­
gna scordare che esistono anche molti errori non evidenti, che emergo­
no soltanto in seguito a un’accurata recensio. Per usare le parole di Gian­
franco Contini, «la critica testuale non può cessare dalla sua impostazio­
ne lachmanniana, abdicando alla razionalità, buttando la spugna per scet­
ticismo generale», ma nemmeno può ignorare «la minaccia d’irrazionali­
tà procedente dagli alberi bipartiti». Occorre, cioè, una rinnovata caute­
la e attenzione in fase di recensio, in particolare quando sembri profilarsi
all’orizzonte l’ennesimo stemma bipartito.
La tendenza In effetti, come hanno rilevato le riflessioni di Sebastiano Timpanaro e,
alla verticalizzazione in anni più recenti, di Elio Montanari, il rischio contro il quale il filologo
dev’essere sempre all’erta è quello di «verticalizzare» i dati della tradizio­
ne, finendo per proiettarli in un bipartitismo apparente. Il rischio maggiore
è quello di dare valore significativo (e dunque unificante) a errori che in
realtà non lo sono, sopravvalutando le capacità di correzione dei copisti
(anche tramite contaminazione), e sottovalutando i casi di poligenesi. A
questo si aggiunge la tendenza implicita, mai del tutto sopita, a dividere
sommariamente i codici tra meliores e deteriores, o anche, in presenza di
un ramo ben definito, a collocare sbrigativamente in un altro ramo tutto
quello che si discosta da esso. Ancora più insidiosa potrebbe essere resi­
stenza di quella che viene chiamata una matrice archetipica, ovvero una
pluralità di codici affini, da cui discendono i testimoni in nostro possesso,
che viene semplificata in un singolo archetipo.
Critiche e dibattito metodologico 137

L’invito, dunque, è quello alla cautela e alla ponderazione, e soprattut­ Adelante,


to a non concedere in maniera troppo facile l’etichetta di «errore signifi­ conjuicio
cativo», in particolare ai guasti e alle innovazioni che non abbiano natura
chiaramente meccanica. Certamente, però, non si deve tornare indietro.
Come argutamente osserva Alberto Vàrvaro, parafrasando quanto dice­
va Churchill della democrazia, nella critica del testo «la stemmatica è un
sistema pessimo, ma è il migliore tra quelli che conosciamo».

lO.b Edizioni critiche elettroniche

I tentativi in atto da alcuni decenni di computerizzare la fase di re­


censio ispirandosi alla sistematica cladistica (un metodo di classificazio­
ne della biologia che categorizza i viventi sulla base di caratteri derivati
condivisi, detti sinapomorfie) non hanno portato, in definitiva, a risultati
apprezzabili, anche per il semplice fatto che un computer in genere non
è in grado di individuare autonomamente errori in un testo, tantomeno
di individuare gli errori significativi. Sembra invece più promettente la
tendenza recente a elaborare edizioni critiche elettroniche, sfruttando a
pieno le possibilità offerte dai media multimediali, dagli ipertesti e dal­
la rete. Un esempio concreto è costituito dall’edizione critica elettroni­
ca della Monarchia di Dante, pubblicata nel 2006 su un DVD-Rom da
Prue Shaw. La differenza principale rispetto a un’edizione critica con­
venzionale sta nel fatto che comprende la riproduzione fotografica e la
trascrizione completa di tutti i testimoni, nonché di un database di va­
rianti (denominato Vbase) che consente di scegliere come testo-base
quello di un qualsiasi manoscritto, nonché quello della vera e propria
edizione critica, che verranno opportunamente corredati delle varian­
ti. La stessa Prue Shaw nel 2009 ha dato alle stampe un’edizione critica
cartacea della Monarchia, riconoscendo implicitamente che le edizioni
elettroniche non possono (e probabilmente non vogliono) sostituirsi al­
la forma più tradizionale di edizione scientifica. Un superamento dell’e­
dizione critica convenzionale è invece l’obiettivo del progetto «Homer
Multitext», curato da Casey Dué e Mary Ebbott e che vede tra i suoi col-
laboratori Gregory Nagy. Il progetto, prendendo spunto dalla peculiare
natura delVépos omerico (v. p. 80), «un sistema dove ogni performance
poteva modificare la composizione», vuole rendere fruibili come imma­
gine e come testo i manoscritti dell "Iliade, ritenendo che le varianti di
cui sono portatori non possano essere relegate in apparato come sem­
plici errori ma, in molti casi, rispecchino altrettante performances di cui,
in un certo senso, costituiscono la cristallizzazione. Allo stato attuale so­
no stati digitalizzati e trascritti alcuni importanti codici (come il Vene-
tus A): già questo basta a rendere il progetto benemerito; il tempo dirà
se riuscirà a raggiungere tutti i suoi ambiziosi obiettivi. Certo è che la
preparazione di edizioni come quella della Monarchia di Shaw, o anche
di database come quello dell’«Homer Multitext», richiede risorse proi­
bitive in termini di tempo e di mezzi tecnici, molto superiori a quelle
che occorrono per un’edizione critica tradizionale, che, al di là del for­
mato (cartaceo o digitale), non può tuttavia essere soppiantata. Le edi-
138 La scienza dei testi antichi

zioni elettroniche sono infatti strumenti affascinanti e utilissimi ma, per


usare la definizione un po’ snobistica che Housman premetteva alle sue
edizioni, perlopiù editorum in usum, «ad uso degli editori» o più in ge­
nerale degli studiosi: non viene meno, infatti, la necessità (ma anche la
responsabilità da parte del filologo) di produrre un singolo testo critico
(almeno nel caso di tradizioni quiescenti), da porre poi a disposizione
di un pubblico più vasto, anche come base per traduzioni e commenti.
I la L'individuazione
C apitolo 11 dei testimoni
11.b La collazione
Come si fa un'edizione Ile Examinatio e raccolta
delle congetture

critica: suggerimenti pratici precedenti


11.d II testo critico
I le L'apparato critico
11.f Preparare
la prefazione
1!g Preparare gli indici
e la bibliografia
1l.h Altri sussidi
Informatici utili

Mentre i principi teorici e le informazioni utili a ‘decifrare’ un’edizio­


ne critica sono già stati forniti in precedenza (pp. 127 ss.) in questo capi­
tolo verranno forniti alcuni suggerimenti operativi per facilitare e ordina­
re il lavoro dell’editore, sfruttando anche i numerosi strumenti informa­
tici emersi negli ultimi anni.

11.a L'individuazione dei testimoni

Il primo passo del lungo e complesso lavoro che porta allo sviluppo di Il vaglio di edizioni
un’edizione critica di una determinata opera consiste nell’individuarne i e contributi
testimoni di tradizione diretta e indiretta. In entrambi i casi, per familia­
rizzarsi con i testimoni più importanti è opportuno partire dalle edizioni
precedenti, da integrare con il controllo della bibliografia, in cerca di ar­
ticoli nei quali venga data notizia della scoperta di nuovi codici, accom­
pagnata o meno dalla loro collazione.
Per individuare edizioni (con le relative recensioni, che come si vedrà Repertori
possono contenere contributi critici importanti) e articoli, si ricorre in ge­ bibliografici
nere aWAnnée philologique, un repertorio annuale in cui, dal 1928, vengo­
no indicizzati riferimenti bibliografici (accompagnati da brevissime note
di commento sul contenuto) a edizioni, saggi, articoli di monografia e ri­
vista riguardanti l’ambito dell’antichità classica. Per quanto vengano an­
cora stampati i volumi cartacei, la modalità di consultazione più rapida
è quella online attraverso il sito http://www.annee-philologique.com/ (a
pagamento). Il repertorio è interrogabile tra l’altro per nome degli autori
antichi, nome degli studiosi moderni e più genericamente per keywords.
L’indicizzazione delle voci nell’Année philologique avviene con un
certo ritardo (2-3 anni) rispetto alla data effettiva di stampa; più rapido
nell’acquisizione, anche se meno esaustivo, è il repertorio ad accesso libe­
ro TOCS-IN (http://projects.chass.utoronto.ca/amphoras/tocs.html), con­
tenente lo spoglio (ovvero la rassegna degli articoli) di circa 200 riviste,
in particolare dal 1992 in poi.
140 La scienza dei testi antichi

Per le edizioni, si possono anche consultare i cataloghi online di grandi


biblioteche nazionali o internazionali (si segnala in particolare, per com­
pletezza, il catalogo Hollis della Harvard Library, raggiungibile all’indiriz­
zo http://library.harvard.edu/, e quello del Collège de France, http://quinet.
college-de-france.fr), nonché il catalogo del Servizio Bibliotecario Nazio­
nale (http://www.sbn.it/opacsbn/opac/iccu/free.jsp).
Ipapiri L’elenco di testimoni ricavato da edizioni e contributi precedenti deve
e gli óstraka poi essere verificato, ai fini di un possibile ampliamento e aggiornamento,
sulla base dei cataloghi di manoscritti più recenti e dei repertori online. Per
quanto riguarda in particolare i papiri e gli óstraka (ma anche le tavolette,
cerate o meno, e frammenti pergamenacei), 1’esistenza di materiale rela­
tivo all’opera di cui si vuole curare l’edizione critica può essere verificata
tramite il database online ad accesso libero Mertens-Pack 3 gestito dal CE-
DOPAL (Centre de documentation de papyrologie littéraire) dell’Univer­
sità di Liegi (http://promethee.philo.ulg.ac.be/cedopal/indexanglais.htm).
Manoscritti greci Per i manoscritti greci invece è disponibile, e in continuo aggiornamen­
to, il database ad accesso libero Pinakes dell’Institut de recherche et d’his-
toire des textes di Parigi (http://pinakes.irht.cnrs.fr/). All’interno di Pinakes
(il cui nome richiama l’omonima opera «bibliografica» di Callimaco) è pos­
sibile cercare tutti i manoscritti contenenti specifiche opere di un determi­
nato autore, o anche visualizzare i contenuti di un determinato manoscritto.
Manoscritti latini Per i manoscritti latini, peraltro molto più numerosi dei greci (una cin­
quantina di anni fa Alphonse Dain li stimava sicuramente più di 300.000, di
contro a 55.000 manoscritti greci), si può fruire del database contenuto in Mi­
rabile: http://www.mirabileweb.it/. Un elenco relativamente aggiornato di ca­
taloghi e inventari di biblioteche e collezioni private è costituito dalla quinta
edizione di A List o f thè Printed Catalogues and Unpublished Inventories o f
Extant Collections di Paul Oskar Kristeller, consultabile gratuitamente onli­
ne all’indirizzo http://141.84.81.24/kristeller/index.html. Per i manoscritti di
autori classici latini copiati dal IX al XII secolo è in ogni caso indispensabile
consultare il catalogo cartaceo di Birger Munk Olsen (v. Bibliografia, p. 162).
La bibliografia In questa fase la consultazione dei cataloghi e dei database, che in ge­
codicologica nere riportano anche la bibliografia relativa ai singoli manoscritti (e ai
papiri), permetterà anche di raccogliere materiale relativo a datazione e
altri elementi codicologici che poi confluirà, all’interno dell’introduzio­
ne, nelle schede dedicate ai testimoni, o almeno a quelli più importanti
Come indicare Nel citare i codici, il criterio moderno prevede che si citino in sequen­
i manoscritti za la città e l’istituzione dov’è conservato il codice (nella lingua del luo­
go), seguite dalla segnatura del manoscritto. Si potrà dunque rimandare
al codice Paris, Bibliothèque Nationale, gr. 1711, o al codice Firenze, Bi­
blioteca Medicea Laurenziana, Plut. 3713.
In passato (e per manoscritti notissimi in qualche caso ancora adesso)
si faceva invece riferimento al codice con un aggettivo latino che perlopiù
ne richiamava la collocazione (istituzione o luogo), oppure la collezione
alla quale faceva capo, o anche il nome di uno dei suoi possessori, segui­
to dall’eventuale specificazione latinus o graecus e dal numero di segna­
tura. Si poteva così parlare del Parisinus graecus 1711, o del Laurentianus
37,13. Un elenco di questi aggettivi latini, con le rispettive corrisponden­
ze, è riportato nell’Appendice 2, pp. 149 ss.
Come si fa un'edizione critica: suggerimenti pratici 141

Un tipo particolare di testimone di tradizione indiretta è costituito, co- Letraduzioni latine


me si è visto, dalle traduzioni. Risulta utile per individuare versioni latine di
opere greche, eseguite tra la fine del XIV secolo e il 1527, il database dell’Z?-
dizione nazionale delle traduzioni dei testi greci in età umanistica e rinasci­
mentale·, accessibile liberamente all’indirizzo http://www-3.unipv.it/entg/.

BOX 17
La ricerca del Livio perduto

La speranza più o m eno inconfessata di ogni editore, quando procede a rintracciare i testimoni di cui
dovrà tenere conto in fase di recensìo, è quella di imbattersi in qualcosa che fino a quel m om ento era
ignoto o sfuggito all'attenzione di tutti. Si tratta di un'evenienza non rarissima, e anzi, i database onli­
ne co m e Pinakes dell'IRHT, ch e rendono rapidam ente fruibili cataloghi di biblioteche rem ote e spesso
poco o per niente battute, possono facilitare trouvailles (fortunate scoperte) di questo tipo. In qualche
caso, tuttavia, la segnalazione di manoscritti perduti che, apparentem ente, si trovano quasi a portata
di m ano degli studiosi assume i connotati di un miraggio sfuggente e inafferrabile. È m olto em b lem a­
tica in questo senso la storia delle innum erevoli voci che, nel corso del tem po e fino alm eno al secolo
scorso, si sono rincorse in merito alla sopravvivenza totale o parziale della parti perdute dell'opera sto­
rica di Tito Livio, dei cui 142 libri originali ne sono sopravvissuti, in forma più o m eno integra, solo 35.
Già nel 1397 l'umanista Coluccio Salutati era in corrispondenza con il margravio di Moravia, sulle tracce
di un antichissimo codice liviano che sarebbe stato conservato in un m onastero nei pressi di Lubecca
e che, tuttavia, non è stato mai trovato (l'ultimo a investigare in merito, intorno alla metà dell'O ttocen­
to, è stato il filologo tedesco Moritz Haupt). Nel secolo successivo si rincorsero notizie su due o cinque
codici, contenenti cento libri di Livio, che si sarebbero trovati in Danimarca, in un m onastero vicino a
Roskilde; altri li collocavano a Drontheim, in Norvegia. A partire dalla fine del Cinquecento, invece, l'u­
bicazione del Livio perduto si andò spostando verso l'area dell'Im pero ottom ano: i libri perduti sareb­
bero stati ubicati a La Goletta, vicino a Tunisi, o addirittura a Costantinopoli nella biblioteca del palazzo
del sultano, noto com e Serraglio, che li avrebbe verosim ilm ente ereditati dalle raccolte"degli im pera­
tori bizantini. Nel 1615 il celebre viaggiatore Pietro della Valle, che si trovava proprio a Costantinopoli,
scriveva a un suo corripondente che si sapeva «di certo» della presenza del Livio intero nella bibliote­
ca del sultano, e aggiungeva che vari signori europei avevano cercato di ottenerlo offrendo denaro al
bibliotecario. «Ma la mala sorte di Tito Livio - aggiungeva - vuole che questo barbagianni del custo­
de non lo ritrova; ed è molti mesi che lo cerca, e non possiamo immaginarci che dom ine se ne possa
esser fatto». L'attesa, in effetti, non è ancora finita... E naturalm ente c'è stato chi ha deciso di sfruttare
a proprio vantaggio, per ottenere denaro o fama, le voci sul Livio perduto. Alla fine del Settecento fu
il maltese Giuseppe Velia a dichiarare di possedere, tra l'altro, nientem eno che una traduzione araba
dei libri 60-88 di Livio: la sua carriera di millantatore e falsario si concluse nel 1796 quando fu co n d an ­
nato a quindici anni di carcere. Nel 1924, poi, fece il giro del m ond o la notizia che un giovane archivi­
sta napoletano, Mario di Martino-Fusco, avrebbe trovato l'opera com pleta di Livio in una serie di m a­
noscritti in onciale celata nei sotterranei di Castel dell'Ovo. Un tedesco, Max Funke (un com plice o un
millantatore autonom o?), arrivò a dichiarare di aver preso visione dei codici e pubblicò una fotografia
che ne riprendeva alcune righe. UlllustratedLondon News la pubblicò il 20 settembre. Quel giorno stes­
so, Alfred E. Housm an scriveva al Times com u n ican d o che l'excerptum, in realtà, proveniva dai D ialogi
m iraculorum di Sulpicio Severo, e due giorni dopo era giunto a identificare anche il m anoscritto da cui
era tratto il facsimile; una lettera analoga fu inviata anche da Frederick W. Hall da Oxford. Poco dopo,
Di Martino-Fusco ritenne o p p o rtu n o cam biare aria per qualche tem po, lasciando alla m adre il co m p i­
to di spiegare ai giornalisti che si era trattato tutto di un colossale errore.
142 La scienza dei testi antichi

ll.b La collazione

La collazione Una volta individuati i testimoni dell’opera, può iniziare la fase di recen­
sii) che, come si è visto, inizia con la collazione. Un buon sistema per orga­
nizzare il lavoro consiste nel preparare una serie di ‘schede’relative alle sin­
gole unità di testo di cui è composta l’opera. Se si tratta di un testo poetico,
una scheda può corrispondere a un verso; se si tratta di prosa, una scheda
può corrispondere a un paragrafo o a una riga di testo. L’intestazione del­
la scheda sarà costituita dal verso, o dal paragrafo, secondo l’edizione o il
manoscritto di riferimento; all’interno invece verranno trascritte le variae
lectiones presentate dai testimoni e, successivamente, le congetture propo­
ste dagli editori. Le schede naturalmente possono essere anche virtuali: per
esempio si può utilizzare un foglio di Excel (o anche più semplicemente
una tabella di Word), in cui ogni riga corrisponde a un’unità di testo, men­
tre il testo di collazione e la varianti sono collocate in colonne adiacenti.
Originali La collazione dei manoscritti può avvenire sugli originali o su ripro-
e riproduzioni duzioni. In passato si ricorreva soprattutto a microfilm, che tuttavia og­
gi risultano obsoleti e di difficile consultazione a causa della progressiva
scomparsa dei macchinari per leggerli. Sempre più diffuse, invece, sono le
digitalizzazioni, spesso con immagini di altissima qualità, accessibili in re­
te e in genere ospitate sul sito della biblioteca in cui il manoscritto ripro­
dotto viene conservato. È impossibile presentare in questa sede un elen­
co di collezioni di manoscritti totalmente o parzialmente digitalizzate, an­
che perché si tratta di un settore in rapidissima crescita. Si può tuttavia ri­
cordare che la collezione principale della Biblioteca Medicea Laurenzia-
na (quella indicata dalla collocazione Plut., abbreviazione di «Plutei») è
già stata integralmente digitalizzata ed è accessibile dal sito istituzionale
http://www.bmlonline.it/, e che è in atto un progetto simile che coinvolge
anche le ricchissime raccolte della Biblioteca Apostolica Vaticana (l’elen­
co, in continuo aggiornamento, è consultabile all’indirizzo http://www.mss.
vatlib.it/gui/scan/link.jsp). Un elenco globale di manoscritti greci digitaliz­
zati è consultabile presso il sito della Princeton University Library: http://
library.princeton.edu/byzantine/manuscript-title-list.

Il.c Exam inatio e raccolta delle congetture precedenti

Una volta completata la fase di recensio, comprendente l’eliminatio co-


dicum descriptorum e, se applicabili, Veliminatio lectionum singularium e
la costruzione dello stemma, l’editore passa all’examinatio del testo tradi­
to. In questa fase deve tenere presenti, tra l’altro, le congetture dei suoi
predecessori, che può riportare sulle schede già utilizzate per segnare le
variae lectiones. Sono importanti tanto le emendazioni che sono state ac­
cettate e sono entrate nel testo, quanto quelle respinte ma che, come si
è visto, possono essere comunque utili come congetture diagnostiche, in
grado cioè di far riflettere con maggiore attenzione su lezioni che potreb­
bero rivelarsi effettivamente problematiche. Per individuare le congettu­
re avanzate in passato, occorre passare in rassegna le precedenti edizio­
ni critiche, le loro recensioni (dove spesso vengono avanzate proposte di
Come si fa un'edizione critica: suggerimenti pratici 143

emendazione), e il resto della bibliografia individuabile con i repertori


tradizionali o informatici segnalati nel paragrafo 11. a.
Occorre tenere presente il rischio concreto che molte congetture e le­ li vaglio
zioni di antiche edizioni abbiano un’attribuzione errata, che si perpetua per delle edizioni
forza d’inerzia. Per questo motivo è opportuno ricontrollare, se non addirit­
tura collazionare puntualmente, Veditio princeps di un’opera e le successive
edizioni (in particolare quelle cinque e seicentesche, particolarmente tra­
scurate in passato). Il controllo delle edizioni pubblicate dagli esordi della
stampa fino agli inizi del Novecento è oggi più agevole, giacché nella quasi
totalità sono ormai disponibili in forma digitalizzata. In particolare, si rive­
lano utili a questo scopo le raccolte presenti in Google Books, nonché quel­
le su Internet Archive (https://archive.org/), Europeana (http://www.euro-
peana.eu/portal/), Gallica (http://gallica.bnf.fr/), tutte ad accesso libero. Si
segnala inoltre che, per gli utenti che si connettono dall’Italia, la digitaliz­
zazione (in corso) di tutte le edizioni a stampa anteriori al 1700 conservate
presso la Biblioteca Nazionale Centrale di Firenze è liberamente consul­
tabile presso il sito http://eeb.chadwyck.com/home.do .

Il.d II testo critico

Tutto il lavoro precedente, ovviamente, è finalizzato a costituire il testo


sul quale si sta lavorando. Come si è detto (p. 65), lo scopo ovviamente non
è quello di riprodurre esattamente la facies grafica che aveva in origine: que­
sto comporterebbe, infatti, l’uso esclusivo della scriptio continua e delle ma­
iuscole, il distacco dall’ortografia corrente nonché l’assenza quasi totale di
segni di interpunzione e di tutta una serie di altri sussidi che, peraltro, han­
no anche l’importante funzione di elucidare l’interpretazione che si dà di un
passo. Il testo stabilito dall’editore deve essere dunque reso secondo le nor­
me grafiche moderne, con l’ausilio dell’opportuna punteggiatura, in modo
da assicurarne la massima comprensibilità e leggibilità. Proprio in quest’ot­
tica, ponendosi sulla scia delle osservazioni di Michael Reeve, sarebbe op­
portuno evitare una serie di vezzi che, in definitiva, non avvicinano realmen­
te alForiginale e anzi rendono solo più faticosa, o perlomeno fastidiosa la
fruizione del testo da parte dei lettori. Ci si riferisce in particolare al manca­
to uso delle maiuscole dopo un punto fermo, all’uso delle maiuscole all’ini­
zio di ogni verso, alla presenza del sigma lunato in greco. L’accessibilità e la
chiarezza devono essere, insomma, alla base delle scelte grafiche e ortogra­
fiche dell’editore. Per quanto riguarda la scelta di distinguere u e v nei testi
latini, la tendenza recente sembra essere quella «purista» di utilizzare solo la
u minuscola e la V maiuscola (senza tener conto, dunque, delle innovazioni
cinquecentesche, su cui v. p. 35), ma non mancano autorevoli esempi contrari.

Il.e L'apparato critico

Se si è seguito il modus operandi raccomandato per le fasi di collazio­ La scelta


ne ed examinatio, ovvero quello di tenere schede contenenti varianti e del materiale
congetture riferite alle unità testuali (versi, paragrafi o righe), il materia­
144 La scienza dei testi antichi

le destinato a confluire nell’apparato sarà già pronto, per quanto in for­


ma grezza. Prima di tutto, infatti, bisogna decidere cosa inserire nell’ap­
parato e cosa lasciare fuori. In linea di massima, non è il caso di appesan­
tirlo con l’indicazione di varianti puramente grafiche o ortografiche, cui
è preferibile accennare nella prefazione. Indispensabile, invece, riportare
le varianti adiafore e, se la tradizione non è troppo estesa, preferibilmen­
te anche le lectiones singulares, perlomeno dei codici ai piani più alti del­
lo stemma. Naturalmente occorre sempre indicare in apparato la paterni­
tà di qualunque intervento critico (emendazione, integrazione, espunzio­
ne...) accolto nel testo. Per quanto riguarda invece le congetture e gli in­
terventi non accolti, ove possibile sarebbe il caso di riportarli comunque
tutti in apparato; nel caso fossero veramente troppo numerosi, occorrerà
fare una scelta tra quelli più significativi, anche dal punto di vista stori­
co (ovvero che hanno avuto più fortuna in passato) e diagnostico. Vi so­
no posizioni differenti per quanto riguarda la possibilità di citare, a fianco
di varianti o congetture, i nomi degli editori che le hanno adottate (pren­
dendo in considerazione tutte le edizioni o solo quelle più recenti o au­
torevoli): se da un lato questo offre la possibilità di comprendere a col­
po d’occhio il successo di una determinata lezione, dall’altro (soprattutto
nel caso di autori molto studiati) ingombra l’apparato e ne rende più fa­
ticosa la fruizione. Una possibilità interessante per non rinunciare al ma­
teriale ‘in eccesso’ senza appesantire le edizioni cartacee potrebbe esse­
re quella di renderlo disponibile online, come una sorta di complemento
dell’edizione a stampa.
Un’ultima considerazione concerne la presenza di brevi osservazioni
esegetiche o esplicative rispetto alle scelte dell’editore. Se la collana pre­
vede la presenza di una traduzione o di un commento, l’apparato potrà
esserne privo. Se tuttavia, come spesso accade, mancano questi sussidi, oc­
correrà tenere presente l’affermazione di Sebastiano Timpanaro secondo
cui «un’edizione critica non è un commento... ma deve pur far capire al­
meno approssimativamente al lettore in qual modo l’editore intenda pas­
si che appaiono davvero inintelligibili».
L'organizzazione Una volta selezionato il materiale, la stesura dell’apparato (fatte salve,
dei dati ovviamente, specifiche necessità e criteri editoriali) in genere segue uno
schema di questo tipo. All’inizio si colloca il riferimento numerico all’uni­
tà testuale, ovvero al verso, al paragrafo o alla riga (in numerazione con­
tinua per tutto il testo o rinnovata pagina per pagina). Dopo il riferimen­
to numerico si colloca il lemma, ovvero la lezione stampata, seguita dalla
sigla del testimone (che può essere omessa nel caso di un apparato nega­
tivo) o dal nome dell’editore, nel caso si tratti di una congettura. Se nella
stessa unità testuale ricorrono due o più parole uguali, si potrà utilizzare
un esponente per indicare di quale si tratti: 124 et2significa che ci si sta ri­
ferendo al secondo et presente al verso 124.
Utilizzando i due punti, il punto e virgola o anche la semplice virgola
come separatori (i due punti, in particolare, possono essere utilizzati per
distinguere il lemma), verranno poi elencate le varianti presenti nella tra­
dizione diretta e indiretta, e le eventuali altre congetture. Le lezioni della
tradizione diretta saranno ordinate secondo l’elenco dei testimoni presen­
te nel conspectus siglo rum: quelle della tradizione indiretta secondo l’or-
Come si fa un'edizione critica: suggerimenti pratici 145

dine cronologico. Per quanto riguarda le congetture e gli altri interventi


critici, è preferibile seguire anche in questo caso l’ordine cronologico, in
quanto oggettivo e utile per seguire lo sviluppo storico delle considera­
zioni critico-testuali sul brano.
I vari lemmi che dovessero ricorrere nella medesima unità testuale
possono essere separati con un trattino verticale (|); tra un’unità testuale
e l’altra si colloca il doppio trattino verticale (||).

Il.f Preparare la prefazione

Una delle prime decisioni da prendere quando si inizia la stesura del­


la prefazione è la lingua da adottare: l’alternativa, in genere, è tra il lati­
no e una lingua moderna. La scelta sarà sicuramente condizionata dalle
convenzioni della collana in cui si intende pubblicare; se l’editore ha un
margine di discrezionalità, l’uso del latino sicuramente è prestigioso, ma
quello di una lingua moderna permette spesso di esprimersi (e farsi com­
prendere) più chiaramente e soprattutto mette al riparo da errori e sviste
che, purtroppo, si riscontrano con una certa frequenza nella prosa latina
degli studiosi moderni. Nel trattare dei testimoni di un’opera, si potranno
mettere a frutto i contributi paleografici e codicologici in cui ci si è im­
battuti individuando i manoscritti nella fase di recensio; allo stesso modo,
potranno essere discusse cumulativamente le varianti di ordine grafico e
ortografico riscontrate durante la collazione, ma non confluite nell’appa­
rato critico, e in questa sede l’editore potrà illustrare quali sono le con­
venzioni che ha deciso di adottare in materia. Molto importante è l’ar­
gomentazione, corredata degli opportuni esempi (basati sulla presenza o
l’assenza di errori congiuntivi e separativi), che introdurrà i risultati della
recensione possibile da illustrare con la creazione di un apposito stemma.
Per approntare quest’ultimo è possibile utilizzare le semplici funzioni di
disegno presenti in Word e in altri programmi di videoscrittura (a partire
dal menu «Inserisci», nel quale selezionare «Forme»).

Il.g Preparare gli indici e la bibliografia

Il momento migliore per preparare gli indici è quando le scansioni


numeriche del testo (che siano paragrafi, pagine e numeri di righe, versi)
siano già chiuse, altrimenti si corre il rischio di dover modificare successi­
vamente i rimandi. L’indicizzazione del testo può essere svolta anche da
appositi programmi (o da strumenti presenti nei più diffusi software di
scrittura), ma il risultato in ogni caso andrà accuratamente vagliato e ri-
organizzato; tutto sommato, risulta forse più semplice procedere manual­
mente. Per Γindex verborum occorrerà raggruppare le varie forme flesse
sotto un lemma che ne faciliti il reperimento (nominativo singolare per i
sostantivi, nominativo maschile singolare per gli aggettivi e prima persona
dell’indicativo presente per i verbi, salvo naturalmente eccezioni); per l'in­
dex locorum, ovvero l’indice dei passi citati (nell’apparato dei loci similes
o nel commento), i passi andranno raggruppati sotto il nome dell’autore
La scienza dei testi antichi

(in genere nella forma latina) e, all’interno di questo, sotto il titolo dell’o­
pera, per essere poi organizzati in base alla progressione della stessa. Se i
loci dovessero essere troppi, ci si limiterà a segnalare i più importanti (si
parla in tal caso di index locorum potiorum).
Per quanto riguarda la bibliografia, si può distinguere tra le edizioni
del testo in questione, i contributi che vertono su specifici aspetti testua­
li (come recensioni o articoli) e gli studi più generali ai quali comunque
si è fatto riferimento.

■ 11.h Altri sussidi informatici utili

Ovviamente, per il lavoro dell’editore critico, così come in genera­


le dell’antichista, gli strumenti che riguardano la lingua, come dizio­
nari, concordanze e corpora di testi, sono indispensabili. Anch’essi og­
gi sono frequentemente fruibili in forma digitalizzata. Per i testi greci
da Omero fino al 1453 il riferimento obbligato è al Thesaurus Linguae
Graecae (http://stephanus.tlg.uci.edu/), mentre per il latino vi sono la Bi-
bliotheca Teubneriana online (http://www.degruyter.com/view/db/btl) e
la Library of Latin Texts (http://www.brepols.net/Pages/BrowseBySeries.
aspx?TreeSeries=LLT-0), che comprende opere da Livio Andronico fino
al Concilio Vaticano II (1962-1965).
Tutte queste collezioni, che supportano ricerche di vario tipo (parole
singole, lemmi, combinazioni di parole...), sono a pagamento; liberamen­
te accessibile, invece, è l’ampia selezione di autori latini classici fruibile
presso il sito del Packard Humanities Institute (http://latin.packhum.org/);
per gli autori latini dal II al VII secolo d.C. si rimanda alla Biblioteca di­
gitale di testi latini tardoantichi, in continuo accrescimento (http://www.
digiliblt.unipmn.it/). I testi poetici latini, da Livio Andronico fino alla tar­
da antichità (compresi i componimenti contenuti nella raccolta dei Car­
mina Latina epigraphica), sono fruibili gratuitamente sull’archivio digi­
tale Musisque Deoque (http://www.mqdq.it/public/), che integra tra l’al­
tro capacità di ricerca molto avanzate ed è arricchito, per il testo di molti
autori, dalle varianti manoscritte.
Appendici

Appendice 1 interrompono o non riportano un


Abbreviazioni ed espressioni latine più passo)
comuni presenti negli apparati critici del. v. delevit
delevit ha eliminato, ha espunto
a.c. v. ante correctionem desperavit ha disperato (ha segnato il
a.r. v. ante rasuram passo con la crux desperationis)
ad in riferimento a desunt mancano
ad loc. v. ad locum deteriores i manoscritti peggiori
ad locum in riferimento al passo dett. v. deteriores
add. v. addidit disi. v. distinxit
addidit ha aggiunto, ha integrato (pre­ distinxit ha punteggiato
feribilmente per integrazioni non dub. v. dubitanter
accolte nel testo) dubitanter dubbiosamente
alii alia chi qualcosa, chi qualcos’altro e, ex sulla base di
(spesso in riferimento a numerose e.q.s. v. et quae sequuntur e ciò che se­
proposte o congetture non ritenute gue
nemmeno meritevoli di menzione) ed., edd. v. editto, editor, editores
an, anne forse...? (introduce cautamen­ editio, editor, editores edizione, editore,
te una congettura dell’editore) editori
ante correctionem prima della correzio­ em. v. emendavit
ne emendavit ha emendato
ante rasuram prima della rasura er. v. erasit
ap. v. apud erasit ha cancellato
apud presso exp. v. expulit, expunxit
ceteri tutti gli altri expulit, expunxit ha espunto
cefi. v. ceteri fere circa
ci. v. coniecit fori. v. fortasse
cod., codd. v. codex, codices fortasse forse
codex, codices codice, codici h. v. v. hunc versum
coll. v. collatis, collato hab. v. habet
collatis, collato confrontati, confrontato habet ha, presenta
con. v. coniecit hunc versum questo verso
conieci ho congetturato i. m. v. in margine
coniecit ha congetturato i.t. v. in textu
corr. v. correctio, correxit iam già (abbinato per esempio al nome
correctio, correxit correzione, ha corretto di chi aveva proposto una conget­
damn. v. damnavit tura poi reperita nella tradizione
damnavit ha condannato, ha ritenuto manoscritta, o che poi è stata ripro­
corrotto posta indipendentemente da altri)
deest manca in margine nel margine
def. v. defendit e deficit in textu nel testo
defendit ha difeso, ha ritenuto genuino ins. v. inseruit
deficit, deficiunt viene meno, vengono inseruit ha inserito
meno (detto di manoscritti che si iter. v. iteravit
Ί48 La scienza dei testi antichi

iteravit ha ripetuto rasura rasura (cancellatura della per­


/., II. v. linea, lineae gamena)
l. c.v. locus citatus recc. v. recentiores
lac. v. lacuna recentiores i più recenti (manoscritti)
lacuna lacuna redit, redeunt torna, tornano (detto di
leg. v. legit, legitur uno o più manoscritti che riprendo­
legit, legitur legge, si legge no a testim oniare il testo dopo
linea, lineae riga, righe un’interruzione)
liti. v. Uttera reliqui tutti gli altri
littera lettera re//, v. reliqui
locus citatus passo citato rescr. v. rescripsit
m. v. manus rescripsit ha riscritto
malim preferirei resi. v. restituii
manus mano restituii ha ripristinato
manuscriptus, manuscripti manoscritto, s.l. v. supra lineam
manoscritti s.s. v. superscriptum
ms., mss. v. manuscriptus, manuscripti se., scil. v. scilicet
n. l. v. non legitur e non liquet scilicet indubbiamente, ovviamente
non legitur non si legge (detto di lettere scr. v. scripsit
o parole illeggibili in un testimone) scripsi ho scritto (detto di congettura
non liquet non è chiaro dell’editore)
nonnulli alcuni (detto di codici o edi­ scripsit ha scritto
tori) secl. v. seclusit
olim un tempo (in genere abbinato al seclusit ha espunto
nome di chi aveva avanzato una sequens, sequentes seguente, seguenti
proposta in un primo tempo, per sq., sqq. v. sequens, sequentes
poi ritirarla o superarla) stai. v. statuii, statuerunt
om. v. omisit statuii, statuerunt ha stabilito, hanno
omisit ha omesso stabilito
p.c. v.post correctionem superscriptum scritto sopra la riga
pler. v.plerique sappi v. supplevit
plerique parecchi (manoscritti o editori) supplevit ha integrato (preferibilmente
piar. v. plures per integrazioni accolte nel testo)
plures parecchi (manoscritti o editori) supra lineam sopra la riga
pos. v. posuit susp.v. suspicavit
possis possibilmente suspicavit ha sospettato
post correctionem dopo la correzione tempi, v. temptavit
posuit ha posto temptavit ha tentato, ha suggerito
praem. v.praemisit ha premesso, ha po­ teste testimone (abbinato al nome di
sto prima uno studioso che fornisce un’infor­
praeter eccetto mazione non più accessibile all’e­
praeeunte precorrendo (abbinato al no­ ditore, per esempio sulle lezioni di
me di un editore che aveva indipen­ un manoscritto andato perduto)
dentem ente già proposto una de­ transp. v. transposuit
terminata congettura) transposuit ha trasposto
prò al posto di transt. v. transtulit
prob. v.probavit transtulit ha spostato
probavit ha approvato trib. v. tribuit
prop. v. proposuit tributi ha attribuito (detto in particola­
proposuit ha proposto re dell’assegnazione di battute ai
ras. v. rasura personaggi in tragedie o commedie)
Appendici 149

ut vid. v. ut videtur Audumaropolitanus St.-Omer


ut videtur come sembra Augustanus Augsburg
v. v. vide Augustodunensis Autun
v.l. v. varia lectio Aurelianensis o Aurelianus Orléans
vac. v. vacai Bambergensis Bamberga (Bamberg)
vacai manca Barberinianus o Barberinus Biblioteca
varia lectio variante Barberiniana, confluita nella Bi­
veteres antichi (manoscritti o editori) blioteca Apostolica Vaticana
veti. v. veteres Baroccianus dalla raccolta di Giacomo
vid. v. videtur Barocci, oggi alla Bodleian Library
vide vedi di Oxford
videtur sembra Basileensis Basilea (Basel)
Bellovacensis Beauvais
Bembinus dalla raccolta di Bernardo e
Appendice 2 Pietro Bembo, oggi alla Biblioteca
L’uso degli aggettivi latini per designa­ Apostolica Vaticana
re i manoscritti Berolinensis Berlino (Berlin)
Blandinius Blankenberg
Si fornisce una lista e una spiegazione Bobiensis Bobbio
dei più comuni tra gli aggettivi latini Bodleianus Bodleian Library (Oxford)
utilizzati per designare i manoscritti Bodmerianus Bibliotheca Bodmeriana
sulla base della località o dell’istitu­ (Cologny, Genève)
zione in cui sono (o erano) conserva­ Bonnensis Bonn
ti, o del loro antico possessore. Nel ca­ Bononiensis Bologna
so di città estere, se ne fornisce il no­ Borghesianus Biblioteca Borghese,
me italianizzato e tra parentesi il no­ confluita nella Biblioteca Aposto­
me nella lingua del luogo (utile per lica Vaticana
svolgere ricerche in alcuni database Borgianus Museo Borgiano, confluito
Online). nella Biblioteca Apostolica Vati­
cana
Aesinas Jesi Breslaviensis Breslavia (Wroclaw)
Ambianensis Amiens Britannicus British Library (Londra)
Ambrosianus Biblioteca Ambrosiana Brixiensis Brescia
(Milano) Bruxellensis Bruxelles
Amplonianus Erfurt Budensis Budapest
Angelicanus Biblioteca Angelica (Ro­ Burneianus dalla raccolta di Charles
ma) Burney, oggi alla British Library
Antonianus Pontificia Biblioteca An- Cameracensis Cambrai
toniana (Padova) Canonicianus dalla raccolta di Matteo
Antwerpiensis Anversa (Antwerpen) Luigi Canonici, oggi (in gran parte)
Argentoratensis Strasburgo (Stras­ alla Bodleian Library di Oxford
bourg) Cantabrigiensis Cambridge
Ariminensis Rimini Carnotensis Chartres
Arretinus Arezzo Carolsruhensis Karlsruhe
Arundelianus dalla raccolta di Thomas Carpentoractensis Carpentras
Howard, Conte di Arundel, oggi al­ Casanatensis Biblioteca Casanatense
la British Library (Roma)
Ashmoleanus dalla raccolta di Elias Casinensis Montecassino
Ashmole, oggi alla Bodleian Libra­ Chigianus o Chisianus Biblioteca Chi-
ry di Oxford giana, confluita nella Biblioteca
Atrabaticus Arras Apostolica Vaticana
150 La scienza dei testi antichi

Clarkianus dalla raccolta di Edward Genavensis o Genevensis Ginevra


Daniel Clarke, oggi alla Bodleian (Genève)
Library di Oxford Genuensis Genova
Classensis Biblioteca Classense (R a­ Giessensis Giessen
venna) Gothanus Gotha
Coislinianus dalla raccolta di H enri Graecensis Graz
Charles du Cambout de Coislin, og­ Gratianopolitanus Grenoble
gi alla Bibliothèque Nationale di Groninganus Groningen
Parigi Gudianus dalla raccolta di Marquand
Coloniensis Colonia (Koln) Gude, oggi in gran parte presso la
Columnensis Biblioteca Colonna, con­ Herzog August Bibliothek di Wol-
fluita nella Biblioteca Apostolica fenbtittel
Vaticana Guelferbytanus Wolfenbiittel
Complutensis Biblioteca Complutense Elagensis LAia (Den Haag)
(Madrid) Halensis Halle
Corbeiensis Corbie Hamburgensis Amburgo (Hamburg)
Corsinianus Biblioteca dellAccademia Hamiltonensis dalla raccolta del Duca
Nazionale dei Lincei e Corsiniana di Hamilton, oggi presso la Staatsbi-
(Roma) bliothek di Berlino
Corveiensis Korvey Harleianus dalla raccolta di Robert
Cryptoferratensis Grottaferrata Harley, oggi presso la National Li­
Cusanus Cues (ma può essere anche un brary di Londra
riferimento a codici appartenuti a Hauniensi, Copenaghen (Kpbenhavn)
Niccolò Cusano) Heidelbergensis Heidelberg
Digbeianus dalla raccolta di Sir Kenelm Herbipolitanus Wiirzburg
Digby, oggi alla Bodleian Library Hierosolymitanus Gerusalemme (Ye-
di Oxford rushalayim)
Divionensis Digione (Dijon) Hildeshemensis Hildesheim
Dorvillianus dalla raccolta di Jacques Hirschaugiensis Hirschau
Philippe d’Orville, oggi alla Bodle­ Hispalensis Siviglia (Sevilla)
ian Library di Oxford Holkhamicus dalla raccolta dei Conti
Dresdensis Dresda (Dresden) di Leicester, confluita nella Bodle­
Durlacensis Durlach ian Library di Oxford
Eboracensis York Holmiensis Stoccolma (Stockholm)
Eboricanus Évreux Hunterianus Hunterian Library (Gla­
Einsiedlensis Einsiedeln sgow)
Erfurtensis Erfurt Laudianus dalla raccolta di William
Erlangensis Erlangen Laud, oggi presso la Bodleian Libra­
Escorìalensis San Lorenzo de E1 Escoriai ry e il S. John’s College di Oxford
Estensis Biblioteca Estense (Modena) Laudunensis Laon
Exoniensis Exeter Laureacensis Lorsch
Floriacensis Fleury-sur-Loire Laurentianus Biblioteca Medicea Lau-
Forteguerrianus Biblioteca Forteguer- renziana (Firenze)
riana (Pistoia) Legionensis Leon
Fuldensis Fulda Leidensis Leida (Leiden)
Galeanus dalla raccolta di Thomas Ga­ Lemovicensis Limoges
le, oggi presso il Trinity College di Lentianus Linz
Cambridge Leodicensis o Leodiensis Liegi (Liège)
Gandavensis Ghent Lincolniensis Lincoln College (Oxford)
Gemblacensis Gembloux oggi confluito presso la Bodleian Li­
Gemeticensis Jumièges brary
Appendici 151

Lipsiensis Lipsia (Leipzig) no presso la Biblioteca Apostolica


Londiniensis o Londinensis British Li­ Vaticana, mentre altri sono conser­
brary (Londra) vati presso la Universitatsbiblio-
Lovaniensis Lovanio (Leuven) thek di Heidelberg
Lubecensis Lubecca (Ltibeck) Panormitanus Palermo
Lucensis Lucca Papiensis Pavia
Lugdunensis Leida (Leiden) o Lione Parìsinus Parigi
(Lyon) Parmensis Parma
Luxoviensis Luxeuil Pataviensis Passau
Magliabechianus dalla raccolta di A n­ Patavinus Padova
tonio Magliabechi, ora alla Biblio­ Patmiacus Patmos
teca Nazionale di Firenze Perusinus Perugia
Maguntinus o Moguntinus Magonza Petriburgensis o Petropolitanus: San
(Mainz) Pietroburgo (Sankt-Peterburg)
Malatestìanus Biblioteca Malatestiana Pisaurensis Pesaro
(Cesena) Pistoriensis Pistoia
Mancuniensis Manchester Placentinus Piacenza
Marburgensis Marburg Pragensis Praga (Praha)
Marcianus Biblioteca Nazionale Mar­ Querinianus Biblioteca Q ueriniana
ciana (Venezia) o, meno spesso, un (Brescia)
manoscritto del fondo S. Marco del­ Ravennas Ravenna
la Biblioteca Medicea Laurenziana Regiensis Reggio Emilia
di Firenze Reginensis dalla raccolta della regina
Martisburgensis Merseburg Cristina di Svezia, oggi presso la Bi­
Marucellianus Biblioteca Marucelliana blioteca Apostolica Vaticana
(Firenze) Reichenaviensis Reichenau
Matritensis Madrid Riccardianus Biblioteca Riccardiana
Mazarinensis o Mazarinaeus Biblio­ (Firenze)
thèque Mazarine (Parigi) Rivipullensis Ripoll
Mediceus dalla raccolta della famiglia Rothomagensis Rouen
de’ Medici, confluita in gran parte Salamantinus o Salmanticensis Sala­
presso la Biblioteca Medicea Lau­ manca
renziana di Firenze Salisburgensis Salisburgo (Salzburg)
Mediolanensis Milano Sangallensis San Gallo (Sankt Gallen)
Mellicensis Melk Scorialensis San Lorenzo de E1 Esco­
Monacensis Monaco (Miinchen) riai
Monasteriensis Miinster Selestadiensis Sélestat
Montepessulanus Montpellier Senensis Siena
Mosquensis Mosca (Moskva) Senonensis Sens
Murbacensis Murbach Sloanianus dalla raccolta di Sir Hans
Mutinensis Modena Sloane, oggi presso la British Libra­
Neapolitanus Napoli ry
Neoeboracensis New York Spirensis Spira (Speyer)
Norimbergensis Norimberga (Ntimberg) Stuttgardensis Stoccarda (Stuttgart)
Olisiponensis Lisbona (Lisboa) Sublacensis Subiaco
Ottobonianus dalla raccolta della fami­ Suessionensis Soissons
glia Ottoboni, oggi presso la Biblio­ Taurinensis Torino
teca Apostolica Vaticana Toletanus Toledo
Oxoniensis Oxford Tornacensis Tournai
Palatinus dalla Biblioteca Palatina di Traguriensis Traù (Trogir)
Heidelberg, molti dei quali ora so­ Trajectinus Utrecht
152 La scienza dei testi antichi

Trecensìs Troyes Vaticanus Biblioteca Apostolica Vaticana


Tridentinus Trento Venetus Venezia
Tubingensis Tubinga (Tubingen) Vercellensis Vercelli
Turicensis Zurigo (Ziirich) Veronensis Verona
Turonensis Tours Vesontinus Besamjon
Upsaliensis Uppsala Vicentinus Vicenza
Urbinas Urbino; ma in particolare in Vindobonensis Vienna (Wien)
riferimento all’antica biblioteca dei Volaterranus Volterra
duchi di Urbino, oggi presso la Bi­ Vossianus dalla raccolta di Gerhard Jo­
blioteca Apostolica Vaticana hannes Voss, oggi presso la Univer-
Ursinianus dalla raccolta di Fulvio Or­ siteitsbibliothek di Leida
sini, oggi presso la Biblioteca A po­ Vratislaviensis Wroclaw
stolica Vaticana
Utinensis Udine Queste sigle in genere sono seguite da
Vadianus dalla raccolta di Joachim von latinus o graecus. Occorre tuttavia ri­
Watt, oggi presso la Kantonsbiblio- badire che attualmente, per indicare i
thek di San Gallo) codici, si preferisce seguire un criterio
Valentianensis Valenciennes diverso: al nome della città nella lingua
Vallicellianus Biblioteca Vallicelliana del luogo viene fatto seguire il nome
(Roma) della biblioteca nella lingua del luogo,
Vallisoletanus Valladolid e poi la segnatura (v. p. 140).
Bibliografia ragionata

Nelle pagine che seguono verranno fornite le fonti di citazioni e riferimen­


ti puntuali presenti nel testo. A queste si accompagnano, senza alcuna pretesa di
esaustività, cenni bibliografici alle principali tematiche affrontate, con particolare
attenzione alle opere di referenza e alla manualistica. Lo scopo è quello di fornire
un primissimo instradamento al lettore interessato, che poi gli permetta di appro­
fondire autonomamente gli aspetti che risultino di maggior interesse.

Ha senso un manuale di filologia classica?


Le citazioni di Housman contro thè laws o f criticism derivano da H o u s m a n
1969, p. 39 e dalla celebre lectio magistralis (Cambridge, 1921) intitolata ironica­
mente The application ofthought to textual criticism: i passi in questione si leggo­
no in The Classical Papers ofA .E . Housman, collected and edited by J. Diggle and
F.R.D. Goodyear, III: 1915-1936, Cambridge University Press, Cambridge, 1972, p.
1059. La citazione di Kenney deriva da K e n n e y 1995, p. 35.

Capitolo 1

Dalla philologia alla filologia classica: evoluzione e necessità


di una disciplina
Per l’etimologia e lo sviluppo del termine «filologia», si vedano almeno Go-
m ez G a n e 2 0 1 3 s. v. (da cui è stata tratta la definizione a p. 1 e Manlio Cortelazzo
- Paolo Zolli, D E L I -Dizionario etimologico della lingua italiana, Zanichelli, Bo­
logna, 1 9 9 9 2,.s. i/.Tra le definizioni dell’obiettivo della critica del testo, si può ricor­
dare quella di «recupero della forma più attendibile del testo impostosi storica­
mente» avanzata in S c i a l u g a 2 0 0 3 , pp. 9 , 5 5 e 6 2 . Il grecismo idiographus (liber) è
usato per indicare un manoscritto d’autore da Aulo Gellio (Noctes Atticae 9 . 1 4 . 7 ) ;
sugli autografi nel mondo romano si rimanda all’esaustiva trattazione di Oronzo
Pecere, Roma antica e il testo: scritture d ’autore e composizione letteraria, Laterza,
Roma-Bari, 2 0 1 0 , sp. pp. 1 4 8 - 1 4 9 per il passo di Gellio. Per la definizione di ori­
ginale e di prototipo, si veda M o n t a n a r i 2 0 0 3 , pp. 9 - 1 3 ; il fatto che un autografo
non sia necessariamente immune da errori di distrazione da emendare è ricordato
anche da Michael D. Reeve, Errori in autografi, in Gli autografi medievali:proble­
mi paleografici e filologici, a cura di P. Chiesa e L. Pinelli, Centro italiano di studi
sullAlto Medioevo, Spoleto, 1 9 9 4 , pp. 3 7 - 6 0 (ristampato in R e e v e 2 0 1 1 , pp. 3 - 2 3 ) ,
il quale peraltro nota come non vadano corretti, invece, gli errori di informazio­
ne dell’autore (per esempio, la dichiarazione che il sole gira intorno alla terra).
Il problema testuale relativo a Voce giunta con le folaghe di Montale è illu­
strato in A v a l l e 2002, pp. 89-90. Sulla questione del verso incompleto di Shelley,
si veda H o u s m a n 1969, sp. pp. 31-33 e 47-54.
154 La scienza dei testi antichi

Capitolo 2

I supporti___________________________________________________________

2.a.1 Pietra ed intonaco


Esistono in commercio vari manuali di livello universitario di epigrafia greca
e latina; si può rimandare almeno a Margherita Guarducci, L ’epigrafia greca dalle
origini al tardo impero, Istituto Poligrafico dello Stato, Roma, 1987, e ad Alfredo
Buonopane, Manuale di epigrafia latina, Carocci, Roma, 2009. Sui testi letterari
trasmessi per via epigrafica si veda anche B l a n c k 2008, pp. 57-58. Si segnala inol­
tre che i volumi del monumentale Corpus Inscriptionum Latinorum (C IL) sono
consultabili online all’indirizzo http://cil.bbaw.de/cil_en/dateien/cil_baende.html,
mentre un ampio database di iscrizioni greche provenienti da diverse raccolte (tra
cui in particolare IG, Inscriptiones Graecaé) è disponibile all’indirizzo http://epi-
graphy.packhum.org/ come Searchable Greek Inscriptions.

2.a.4 Tavolette
Sul «libro ligneo» di Isocrate si può rimandare all’esposizione di B l a n c k 2008,
pp. 66-68; sulle tavolette cerate, oltre a B l a n c k 2008, pp. 71-72, si veda A g a t i 2008,
pp. 125-128.

2.b Materiali morbidi


Sull’uso di foglie di palma e altri materiali vegetali, nonché sul liber linteus Za-
grabiensis, si veda B l a n c k 2008, pp. 72-77 e A g o s t i n i a n i 2015, p. 107.

2.b.l II papiro e il rotolo


Sull’uso del papiro per trascrivere testi letterari si vedano almeno B l a n c k
2008, pp. 78-83 e A g a t i , pp. 58-64; tra i manuali universitari di papirologia, si pos­
sono segnalare Eric G.Turner, Papiri greci, ed. it. a cura di Manfredo Manfredi, Ca­
rocci, Roma, 2002 e Mario Capasso, Introduzione alla papirologia: dalla pianta di
papiro aU’informatica papirologica, il Mulino, Bologna, 2005. Sull’influsso del sup­
porto sul contenuto, e in particolare sulla struttura in decadi delle opere antiche, si
veda I r i g o i n 2001, p. 43. Sui nuovi poemi di Saffo, si veda Dirk Obbink, Two new
poems by Sappho, in «Zeitschrift fiir Papyrologie und Epigraphik», CLXXXIX
(2014), pp. 32-49; sulla storia della papirologia si può rimandare almeno a Pasqua­
le Massimo Pinto, Nuove antichità: i papiri, in L a n z a - U g o l i n i 2016, pp. 315-336.
Sui resti papiracei di Ai Khanoum si vedano I r i g o i n 2001, pp. 39-41 e A g a t i 2008,
p. 63. Sulla diffusione dei rotoli di pelle o cuoio, e sull’ipotesi secondo cui i poe­
mi omerici sarebbero stati scritti per la prima volta su supporti di questo tipo, si
può rimandare ad I r i g o i n 2001, pp. 16-17, ricordato anche da A g a t i 2008, p. 131.

2.b.2 La pergamena e il codice


Sull’uso della pergamena per trascrivere testi letterari, si può rimandare alla
disamina di B l a n c k 2008, pp. 86-88 e A g a t i 2008, pp. 64-82; le pp. 66-69 verto­
no in particolare sulla preparazione della pergamena. Le lettere citate di Mas­
simo Pianude si leggono in Massimo Pianude, Epistole a Melchisedek, a cura di
G. Pascale, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2007. Sulla nascita e lo sviluppo del
Bibliografia ragionata 155

codice si vedano le trattazioni di B l a n c k 2008, pp. 119-140, e A g a t i 2008, pp.


135-146. Sull’uso dei codici tra II e III secolo d.C. per letteratura tecnica e di
consumo, si veda D o r a n d i 2004, pp. 38-39. Per le teorie di Roberts e Skeat, si
può rimandare a Colin H. Roberts - Theodore C. Skeat, The birth o fth e codex,
Oxford University Press, Oxford, 1983, e Theodore C. Skeat, The O rigin o fth e
Christian Codex, in «Zeitschrift fiir Papyrologie und Epigraphik», CII (1994),
pp. 263-268. Sulla spiegazione socio-economica della nascita del codice, si ve­
da la messa a punto di A g a t i 2008, pp. 137-141. Sulla struttura dei fascicoli, si
vedano in particolare B l a n c k 2008, p. 121 e A g a t i 2008, pp. 149-150. Per quan­
to riguarda il ritrovamento del nuovo frammento di Rutilio Namaziano in una
pergamena usata per un restauro, la notizia della scoperta fu data in M. Ferra­
ri, Frammenti ignoti di Rutilio Namaziano, in «Italia Medioevale e Umanisti­
ca», XVI (1973), pp. 1-41. Sull’uso di collocare le lettere sopra o sotto le righe di
scrittura, si può rimandare ad A g a t i 2008, p. 196. La presenza di modelli anti­
chi per manoscritti medievali su tre colonne è argomentata già da C l a r k 1918,
pp. 163-164. Per le segnature e la numerazione di pagine, fogli e fascicoli, si può
rimandare a C l a r k 1918, p. 46 e A g a t i 2008, pp. 279-284. Per la maggiore eco­
nomicità del codice pergamenaceo rispetto al rotolo papiraceo, si veda B l a n c k
2008, p. 139. Per quanto riguarda i codici più antichi in nostro possesso, una di­
gitalizzazione completa del Sinaiticus è disponibile all’indirizzo internet http://
www.codexsinaiticus.org/en/codex/history.aspx. Per la differente capienza dei
codici in minuscola, in maiuscola e dei rotoli papiracei, si veda C a n f o r a 2016,
pp. 36-40 e 51. Sulla regola di Gregory, si vedano almeno I r i g o i n 2001, pp. 64-
65 e A g a t i 2008, pp. 153-154. Per il colofone del codice Paris, Bibliothèque Na-
tionale, gr. 1750, si veda D a i n 1975, p. 35. Sull’uso del colofone in generale si
può rimandare ad A g a t i 2008, pp. 288-292, mentre sugli antichi colofoni è utile
D a i n 1975, pp. 119-120. Sulla subscriptio di Sallustio presente nel codice Firen­
ze, Biblioteca Medicea Laurenziana, Plut. 68.2, f. 171v si veda almeno Julia Haig
Gaisser, The Fortunes o f Apuleius and thè Golden Ass: a Study in Transmission
and Reception, Princeton University Press, Princeton, 2008, pp. 45-48. Sui codi­
ci papiracei si veda almeno I r i g o i n 2001, pp. 69-70.

2. b.3 La carta
Sulla carta come materiale scrittorio, si può rimandare ad A g a t i 2008, pp. 85-
121, in particolare pp. 93-99 per il processo di fabbricazione; per l’uso della carta
nella cancelleria imperiale bizantina si veda I r i g o i n 2001, pp. 85-86. Tra i vari re­
pertori di filigrane, il classico è costituito da Charles-Mo'fse Briquet, Les filigranes:
dictionnaire historique des marques du papier, I-IV, Hiersemann, Leipzig, 19232,
di cui è disponibile una versione digitalizzata all’indirizzo http://www.ksbm.oeaw.
ac.at/_scripts/php/BR.php.

Capitolo 3

Le scritture

3. a Osservazioni preliminari
Per gli strumenti della scrittura (calamo e penne) e l’inchiostro si può riman­
dare a B l a n c k 2008, p. 92 e A c a t i 2008, pp. 262-263 e 268-269; sui codici di lusso,
si veda B l a n c k 2008, pp. 129-133. Per la postura adottata durante la scrittura si ve­
da D a i n 1975, pp. 23-25; sui tempi occorrenti per copiare un codice, si veda A g a t i
156 La scienza dei testi antichi

2008, p. 295. Sul processo di traslitterazione dalla maiuscola alla minuscola si può
rimandare almeno a R e y n o l d s - W i l s o n 2016, pp. 53-55 e 85-86.

3.a.2 La stampa
Sul processo della stampa, si veda l’introduzione di Neil Harris, Filologia dei
testi a stampa, in S t u s s i 2006, pp. 181-206. Sulle prime edizioni di classici latini, si
può rimandare alla panoramica di K e n n e y 1995, pp. 15-21; su Pannartz si veda an­
che Massimiliano Albanese, s.v. Pannartz, Arnold, in Dizionario Biografico degli
Italiani, LXXX, Istituto dell’Enciclopedia Italiana, Roma, 2014, pp. 801-804. Per
quanto riguarda Veditto princeps di Omero e altri incunaboli di testi greci, si tro­
vano materiali interessanti in Manousos I. Manousakas - Konstantinos Sp. Staikos,
Gli incunaboli greci pubblicati a Firenze, Ministero degli affari esteri della repub­
blica ellenica, Atene, 1998.

3.b Prontuario di scrittura latina e greca


Sulla paleografia latina si può rimandare a G. Cencetti, Paleografia latina, Jou-
vence, Roma, 2003; B. Bischoff, Palàographie des ròmischen Altertums und des
abendldndischen Mittelalters, Schmidt, Berlin 20094 (esiste la traduzione italiana di
un’edizione precedente, Paleografia latina: antichità e medioevo, ed. it. a cura di G.P.
Mantovani e S. Zamponi, Antenore, Padova, 1992); P. Cherubini - A. Pratesi, Pale­
ografia latina: l’avventura grafica del mondo occidentale. Scuola Vaticana di Paleo­
grafia, Città del Vaticano, 2010. Per orientarsi nella selva delle abbreviazioni è in­
dispensabile A. Cappelli, Lexicon abbreviaturarum: dizionario di abbreviature la­
tine ed italiane usate nelle carte e codici specialmente del Medio-evo..., Hoepli, Mi­
lano, 20016; per l'alto medioevo è ricco di esempi W.M. Lindsay, Notae Latinae: an
Account o f Abbreviation in Latin mss. ofthe Early Minuscule Period (c. 700-850),
Cambridge University Press, Cambridge, 1915.
Sulla paleografia greca, si rimanda invece a L. Perria, Graphis: per una storia
della scrittura greca libraria (secoli 4. a.C.-16. d.C.), Biblioteca Apostolica Vatica­
na, Città del Vaticano, 2011; La scrittura greca dall’antichità all’epoca della stampa,
a cura di E. Crisci e P. Degni, Carocci, Roma, 2012; è chiaro e utile per esercitarsi,
anche se limitato a manoscritti biblici, B.M. Metzger, Manuscripts ofthe Greek Bi-
ble: an introduction to Greek palaeography, Oxford University Press, New York -
Oxford, 19912. Sullo sviluppo dei caratteri greci a stampa si vedano almeno D a i n
1975, pp. 19 e 74-75, e I r i g o i n 2001, pp. 90-91, nonché, per le legature adoperate
nei caratteri tipografici greci, William H. Ingram, The Ligatures o f Early Printed
Greek, in «Greek, Roman and Byzantine Studies», VII (1966), fase. 4, pp. 371-389.

Capitolo 4

I palinsesti ___________________________________________ ___________


Sui palinsesti, si veda A g a t i 2008, pp. 75-80. Sul manoscritto Città del Vaticano,
Biblioteca Apostolica Vaticana, Palatinus lat. 24 si veda Jeannine Fohlen, Recherches
sur le manuscrit palimpseste Vatican, Pai. Lat. 24, in «Scrittura e Civiltà», III (1979),
pp. 195-222, nonché T a r r a n t 2016, p. 6. Per la biografia di Angelo Mai si può fare
riferimento ad Antonio Carannante, s.v. Mai, Angelo, in Dizionario Biografico de­
gli Italiani, LXVII, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma, 2006, pp. 517-520. Per
quanto riguarda il palinsesto di Menandro, vari dettagli sulla scoperta compaiono
Bibliografia ragionata 157

in Francesco DAiuto, Graeca in codici orientali della Biblioteca Vaticana (con i res­
ti di un manoscritto tardoantico delle commedie di Menandro), in Tra Oriente e Oc­
cidente. Scritture e libri greci fra le regioni orientali di Bisanzio e l ’Italia, a cura di
Lidia Perria, Dipartimento di filologia greca e latina, Sezione bizantino-neoelleni-
ca, Università di Roma La Sapienza, Roma, 2003, pp. 227-296, sp. pp. 266-283. Per il
palinsesto di Archimede si veda The Archimedes Palimpsest, edited by Reviel Netz
- William Noel - Natalie Tchernetska - Nigel Wilson, I-II, Cambridge University
Press, Cambridge, 2001; per il «nuovo Iperide» si può fare riferimento all’edizione
di Làszló Horvàth, Der neue Hypereides: Textedition, Studien und Erlàuterungen, De
Gruyter, Berlin, 2014; la testimonianza di Brassicanus era ricordata e giudicata affi­
dabile, già in tempi non sospetti, da Luciano Canfora, Le collezioni superstiti, in Lo
spazio letterario della Grecia antica, II: La ricezione e l’attualizzazione del testo, a cu­
ra di Giuseppe Cambiano - Luciano Canfora - Diego Lanza, Salerno, Roma, 1995,
pp. 169-170 n. 130 e anche in II viaggio di Aristea, Laterza, Roma-Bari, 1996, p. 78.

Capitolo 5

Copie ed errori

5.a Errori e loro tipologie


Per l’uso di notarii da parte di autori antichi si veda D o r a n d i 2004, pp. 24-25; sul
ruolo di Jean Le Clerc nella classificazione degli errori, si veda T i m p a n a r o 2003, pp.
31-33. Per una minuziosa classificazione degli errori nei manoscritti latini, corredata
di una messe enorme di esempi, si può ancora fare riferimento a H a v e t 1911, al qua­
le si è frequentemente attinto; una nutrita serie di esempi si trova anche in C l a r k
1918 e, più recentemente, in W i l l i s 1972 (particolarmente ricco di rimandi alla tra­
dizione di Macrobio e Marziano Capella) e in Josef Delz, Critica testuale ed ecdoti­
ca, in Introduzione alla filologia latina, a cura di Fritz Grafi edizione italiana a cura
di Marina Molin Pradel, Salerno, Roma, 2003, pp. 81-109 (sp. pp. 91-105). Sul fron­
te greco risultano utili gli esempi raccolti in V a n G r o n i n g e n 1963, pp. 88-102 e so­
prattutto in Robert Renehan, Greek Textual Criticism: a Reader, Harvard University
Press, Cambridge (MS), 1969. Esempi in entrambe le lingue si trovano in W e s t 1973,
pp. 105-151. La brillantissima soluzione del problema testuale che affliggeva Mar­
ziale Spect. 21.8 è esposta in Alfred Edward Housman, Two Epigrams o f Martini, in
«Classical Review», XV (1901), pp. 154-155, ristampato in The Classical Papers o f
A. E. Housman, collected and edited by J. Diggle and F.R.D. Goodyear, II: 1897-1914,
Cambridge University Press, Cambridge, pp. 536-537 La citazione di Giorgio Pasquali
deriva da P a s q u a l i 2003, pp. 17-18. L’ipotesi che έξαίφνης di Erodoto 9.45.3 sia frut­
to di un’atticizzazione è avanzata da Nigel G. Wilson, Herodotea: Studies on thè Text
ofHerodotus, Oxford University Press, Oxford, 2015, p. 181. Per la nozione di «enci­
clopedia» del copista, si veda A v a l l e 2002, p. I l i , mentre per il concetto di comple­
mentarità occorre fare riferimento a G o m e z G a n e 2013, s.v. (errore) polare, a par­
tire da riflessioni di Giorgio Pasquali. Sullo scambio tra hirudo e hirundo nei codi­
ci dell’Ara poetica, si veda almeno Klaus Siewert, Vernacular Glosses and Classical
Authors, in Medieval and Renaissance Scholarship, edited by Nicholas Mann - Bir-
ger Munk Olsen, Brill, Leiden-New York-Kòln, 1997, pp. 137-152, qui 148, con riferi­
mento al manoscritto Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Reginensis
lat. 1703, dove l’errore peraltro è stato corretto in rasura. Per il possibile riecheggia-
mento di Virgilio nella tradizione di un verso della Pharsalia di Lucano si rimanda
a W i l l i s 1972, p. 99. Sul ruolo di Caronte nel folklore bizantino e neogreco e sul suo
158 La scienza dei testi antichi

possibile influsso su un manoscritto dell’Alcesti, si veda Tommaso Braccini, Indagine


sull’orco: miti e storie del divoratore di bambini, Il mulino, Bologna, 2013, sp. pp. 37-
38. Sugli errores Christiani si può rimandare almeno a F l o r e s 1998, pp. 95-97 e T a r -
r a n t 2016, p. 11; per l’errore nel manoscritto A del De magia si veda Francesca Pic­

cioni, Un manoscritto recenziore del De magia di Apuleio: il cod. Ambrosiano N 180


sup., in «Segno e testo», IX (2011), pp. 165-210, qui 180. Sul fatto che un testo critico
è in ogni caso un testo interpretato, si può fare riferimento a T r o v a t o 2014, §3.10, con
ulteriori rimandi. Il ruolo dei monaci irlandesi per l’abbandono della scriptio con­
tinua in Occidente è menzionato da A c a t i 2008, p. 219. Sui criteri di punteggiatura
degli antichi si veda almeno G. Poi ara, A proposito della punteggiatura dei testi anti­
chi: fra teorie dei grammatici e prassi degli editori, in F e r r a r i 1998, pp. 327-335. L’e­
mendazione di Housman al carme 64 di Catullo è ricordata da T i m p a n a r o 2003, p.
103 n. 39, e C o n t e 2013, pp. 17-18. Per la diffusione degli accenti e degli spiriti in gre­
co, si veda K. Tsantsanoglou, Accentuation, in A History ofAncient Greek from thè
Beginnings to Late Antiquity, edited by A.-F. Christidis, Cambridge University Press,
Cambridge, 20102, pp. 1318-1325. Sulle correzioni in linea si veda M a g n a l d i 2000,
pp. 142-145,151-153 per vari esempi. Per l’inglobamento nel testo di note di lettura
vergate a margine in Apuleio e Seneca, si veda Giuseppina Magnaldi, Antiche note
di lettura inApuI. Plat. 193,223,242,248,253,256 e Socr. 120, in «Rivista di filologia
e d’istruzione classica», CXXXIX (2011),pp. 394-412, qui 407-410; si veda anche Mi­
chael D. Reeve, Misunderstanding marginalia, in Talking to thè text: marginalia from
papyri to print, a cura di V. Fera - G. Ferraù - S. Rizzo, Centro interdipartimentale di
studi umanistici, Messina, 2002, pp. 289-300 (ristampato in R e e v e 2011, pp. 135-144).
Sulle correzioni con parola-segnale, risulta fondamentale M a g n a l d i 2000; si veda
anche M a g n a l d i 2004, pp. 74-75 per l’esempio dalle Filippiche. Per quanto riguarda
il manoscritto di Wolfenbuttel di Apollonio Rodio, si veda D a i n 1975, pp. 33-34 e p.
185. Uriampia casistica di inversioni in testi latini, alla quale si è attinto, si trova in M.
Manilii Astronomicon liberprimus, recensuit et enarravit A.E. Housman, Grant Ri-
chards, London, 1903, pp. LIV-LIX. Per lo scambio tra η ed ε nei dialetti greci orien­
tali si veda almeno A. Debrunner - A. Scherer, Storia della lingua greca, II, Il greco
postclassico: questioni e caratteri fondamentali, prefazione di Marcello Gigante, Mac-
chiaroli, Napoli, 1969, p. 100. Per il cosiddetto vitium Byzantinum e l’influenza delle
clausole ritmiche nei manoscritti greci, si veda anche R e y n o l d s - W i l s o n 2016, pp.
211-212. Per l’influsso dell’esametro leonino in latino, si veda almeno W i l l i s 1972,
pp. 102-108. Per gli errori di omissione nella tradizione della Repubblica platonica, si
veda almeno Gerard Boter, The Textual Tradition ofPlato’s Republic, Brill, Leiden-
New York-Kpbenhavn - Kòln, 1989, pp. 216 e 235. Sulle varianti del tipo «Signorelli/
Botticelli» si veda almeno G o m e z G a n e 2013, s.v. (errore) da lettura sintetica. L’erro­
re di Paul Mazon è riferito da D a i n 1975, p. 52. La citazione di Havet sui lapsus deri­
va da H a v e t 1911, §413 p. 125. Per quanto riguarda le interpolazioni attoriali nei testi
tragici antichi, si può rimandare ad Antonio Garzya, Sulla questione delle interpola­
zioni degli attori nei testi tragici, in «Vichiana», IX (1980), pp. 3-20 (ristampato in Stu­
di salernitani in memoria di Raffaele Cantarella, Laveglia, Salerno, 1981, pp. 53-80).
Sulla censura attuata nel manoscritto G del Digenis Akritas si veda in ultimo Luigi
Silvano, Uccidere Afrodite: il motivo della «tentatrice» posseduta e uccisa nella lette­
ratura bizantina (BHG 770, BHG 979, Digenis Akritas G), in II trono variopinto: fi­
gure e forme della Dea dellAmore, a cura di Luca Bombardieri -Tommaso Braccini
- Silvia Romani, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 2014, pp. 143-162, qui 153-154. Per
la tendenza censoria e misogina attestata nella famiglia A dei manoscritti di Marzia­
le, si veda almeno Texts and Transmission: a Survey o f thè Latin Classics, edited by
Leighton D. Reynolds, Oxford University Press, Oxford, 19862, p. 243.
Bibliografìa ragionata 159

5.b Variazioni volontarie


Sulle interpolazioni, in particolare nei testi poetici, si può rimandare all’ampia
trattazione di T a r r a n t 2016, pp. 85-101. Sullo spurcum additamentum si veda Julia
Haig Gaisser, The Fortunes ofApuleius and thè Golden Ass: a Study in Transmis­
sion and Reception, Princeton University Press, Princeton, 2008, pp. 63-66.

Capitolo 6

L'arte dell'emendazione
Una serie di esempi commentati di emendazioni particolarmente fortunate
si trova in C o n t e 2013.

6.a L'esperienza della filologia alessandrina


Sulla biblioteca di Alessandria si veda in generale B l a n c k 2008, pp. 188-198.
Sulle antiche ekdóseis omeriche, in particolare le edizioni kat’àndra e katà póleis,
cfr. Lara Pagani - Serena Perrone, Le ekdóseis antiche di Omero nei papiri, in Ip a ­
piri omerici, a cura di Guido Bastianini - Angelo Casanova, Istituto Papirologico
G. Vitelli, Firenze, 2012, pp. 97-124. Come introduzione generale all’èpos omerico
e ai problemi della sua tradizione si può indicare Andrea Ercolani, Omero. Intro­
duzione all’epica greca arcaica, Carocci, Roma, 2006 (da consultare insieme alla
recensione di Federico Condello comparsa su «Eikasmos», XVIII (2007), pp. 492-
504) e C o n t e 2013, pp. 44-50. Negli ultimi anni, i campioni delle opposte visioni
secondo cui Aristarco sarebbe stato un disinvolto congetturatore, o viceversa un
raccoglitore di preziose varianti manoscritte, sono stati rispettivamente Martin L.
West e Gregory Nagy: si può rimandare, per un assaggio delle argomentazioni e
della polemica che ha visto protagonisti questi due studiosi, alla recensione dello
stesso Nagy al primo volume dell’edizione dell’Iliade curata da West, comparsa
su Bryn Mawr Classical Review, disponibile all’indirizzo http://bmcr.brynmawr.
edu/2000/2000-09-12.html. Sul manoscritto Venetus A , utile e accessibile Recap-
turing a Homeric Legacy: Images and Insights From thè Venetus A Manuscript o f
thè Iliad, ed. by C. Dué, Center for Hellenic Studies, Washington D C 2009, dispo­
nibile all’indirizzo http://www.homermultitext.org/Pubs/Due_Recapturing_a_Ho-
meric_Legacy.pdf. In ogni caso, per quanto riguarda i grammatici greci antichi e la
loro opera, oltre al classico ma ormai datato Rudolf Pfeiffer, Storia della filologia
classica: dalle origini alla fine dell’età ellenistica, ed. it., introduzione di Marcello
Gigante, Macchiaroli, Napoli, 1973, adesso risulta indispensabile il Brill’s Compa-
nion to Ancient Greek Scholarship, I II, edited by Franco Montanari - Stephanos
Matthaios - Antonios Rengakos, Brill, Leiden-Boston, 2015. Per l’antica critica te­
stuale latina, si può rimandare a James E.G. Zetzel, Latin textual criticism in A n ­
tiquity, Arno Press, New York, 1981. Sulla figura di Valerio Probo, si può consul­
tare anche la voce di P.L. Schmidt, s.v. Probus (4), in Brill’s New Pauly, Antiquity
volumes ed. by H. Cancik and H. Schneider, Brill Online, 2006, consultato il 27
settembre 2016 aH’indirizzo http://dx.doi.org/10.1163/1574-9347_bnp_el009190 .

6.b La nascita del metodo scientifico moderno


Oltre a T i m p a n a r o 2003, panoramiche aggiornate sull’evoluzione storica del
metodo filologico si trovano in R e y n o l d s - W i l s o n 2 0 1 6 , K e n n e y 1995, S t o k 2012,
nonché nei vari contributi contenuti in L a n z a - U g o l i n i 2016. Per la definizione di
160 La scienza dei testi antichi

«metodo scientifico moderno della critica del testo» si veda la Postilla di Elio Mon­
tanari in T i m p a n a r o 2003, p. 192. Sul textus receptus della Bibbia si può rimandare
in particolare a K e n n e y 1995, pp. 98-99; sul metodo filologico di Poliziano, ibidem,
pp. 5-13. Sulla figura di Karl Lachmann si può rimandare, per una sintesi aggiorna­
ta, a S. Fornaro, Karl Lachmann: il metodo e la scienza, in L a n z a - U g o l i n i 2016,
pp. 139-155. Per un bilancio sulla paternità del metodo che porta tradizionalmen­
te il suo nome, oltre a T i m p a n a r o 2003, con la postilla di Elio Montanari, occorre
tenere presente Giovanni Fiesoli, La genesi del lachmannismo, SISMEL, Firenze,
2000. Il brano citato è tratto da Caroli Lachmanni in T. Lucretii Cari De rerum na­
tura libros commentarius, Reimer, Berolini 1850, pp. 3-4; un bilancio moderno sul­
la questione dell’archetipo e della tradizione lucreziana si trova in D. Butterfield,
The Early Textual History o f Lucretius’ De rerum natura, Cambridge University
Press, Cambridge - New York, 2013. La Textkritik di Paul Maas è disponibile in tra­
duzione per il lettore italiano in M a a s 1972, nonché, ampiamente commentata, in
M o n t a n a r i 2003. Le citazioni di Giorgio Pasquali sul metodo del Lachmann deri­
vano dalla voce Edizione nell'Enciclopedia italiana, XIII, Milano, Istituto dell’En­
ciclopedia Italiana, 1932, cc. 477-480, ristampata in Rapsodia sul classico: contribu­
ti all’Enciclopedia Italiana di Giorgio Pasquali, a cura di Fritz Bornmann - Gio­
vanni Pascucci - Sebastiano Timpanaro, Istituto dell’Enciclopedia italiana, Roma,
1986, pp. 255-267

Capitolo 7

La recensio
Sulla figura di Friedrich August Wolf si rimanda in ultimo alla panoramica
di G. Ugolini, Friedrich August W olf e la nascita de/Z’Altertumswissenschaft, in
L a n z a - U g o l i n i 2016, pp. 71-107. Per quanto datata, si può ricordare la sinte­
tica panoramica delle tradizioni di quasi tutti gli autori dell’antichità presente
in F I a l l 1913, pp. 199-285; per gli autori latini una guida utilissima è costituita
da Texts and Transmission: a Survey o f thè Latin Classics, edited by Leighton
D. Reynolds, Oxford University Press, Oxford, 19862. Per quanto riguarda l’am­
bito greco, cenni aggiornati sulla tradizione (fJberlieferung) degli autori sono
presenti in Handbuch der griechischen Literatur der Antike, I-II, herausgege-
ben von Bernhard Zimmermann - Antonios Rengakos, Beck, Munchen, 2011-
2014 (i due volumi finora comparsi trattano degli autori di età arcaica, classica
ed ellenistica).

7.a La tradizione
Per la messa in discussione del concetto di «tradizione diretta» si veda C an fo ­
ra 2002, sp. pp. 15-24.

7.a.1 La tradizione indiretta


Per una riflessione d ’insieme sulla tradizione indiretta, si veda S. Mariotti,
Tradizione diretta e indiretta, in F e r r a r i 1998, pp. 95-102 (in particolare pp. 100-
101 per quanto riguarda il caso di Properzio, 3.16.13-14). Per orientarsi, anche a
livello lessicale, nel mare magnimi dei commenti e degli scolli agli autori greci, è
molto utile Eleanor Dickey, Ancient Greek Scholarship: a Guide to Finding, Rea-
ding, and Understanding Scholia, Commentaries, Lexica, and Grammatical Treati-
Bibliografia ragionata 161

ses, from Their Beginnings to thè Byzantine Period, Oxford University Press, Ox­
ford, 2007, adesso aggiornato in Ead., The Sources o f Our Knowledge o f Ancient
Scholarship, in BrilVs Companion to Ancient Greek Scholarship, I, edited by Fran­
co Montanari - Stephanos Matthaios - Antonios Rengakos, Brill, Leiden - Bo­
ston, 2015, pp. 459-514. Sui centoni greci si veda almeno la panoramica di G. Sala-
nitro, I centoni, in Lo spazio letterario della Grecia antica, a cura di G. Cambiano
- L. Canfora - D. Lanza, 1.3, Salerno, Roma 1994, pp. 757-774; per l’ambito latino
si può rimandare a G. Polara, 7 centoni, in Lo spazio letterario di Roma antica, a
cura di G. Cavallo - P. Fedeli - A. Giardina, III, Salerno, Roma 1990, pp. 245-275.
Sulle traduzioni utili per la costituzione del testo, e in particolare quelle in lingue
orientali, si veda almeno R e y n o l d s - W i l s o n 2016, pp. 50-53. Sulle traduzioni ar­
mene in particolare sono utili le messe a punto contenute in Francesca Gazzano
- Lara Pagani - Giusto Traina (eds.), Greek Texts and Armenian Traditions: an In-
terdisciplinary Approach, De Gruyter, Berlin, 2016; sulle traduzioni arabe si può
rimandare almeno a Mirella Cassarino, Traduzioni e traduttori arabi dalTVIII al-
l’X I secolo, Salerno, Roma, 1998.

7.b La collazione
Per la definizione di «tradizioni sovrabbondanti» si è fatto riferimento a T r o ­
vato 2014, §3.3, che usa overabundant traditions. Sulle collazioni selettive e i lo­
ro limiti, si rimanda alle osservazioni di C h i e s a 2012, pp. 103-105. Sugli usi cor­
rettivi nelle opere a stampa e sulla loro rilevanza filologica, oltre a D a i n 1975, p.
161, è molto utile Neil Harris, Filologia dei testi a stampa, in S t u s s i 2006, pp. 181-
206; sulle correzioni d’autore alla Quarantana dei Promessi sposi si veda almeno
C h i e s a 2012, pp. 20-21.

7.d L’eliminatio codicum descriptorum


11lavoro di sfoltimento sulla tradizione manoscritta permesso dall’eliminatio nel
caso del Bellum civile di Cesare è discusso da C h i e s a 2012, pp. 75-78. L’integrazio­
ne di Timpanaro alla definizione canonica di codex descriptus si trova in T i m p a n a ­
r o 2003, p. 128.1 casi del De natura deorum di Cicerone e àe\YEtica nicomachea di

Aristotele, accompagnati da altri utili esempi, sono discussi da C l a r k 1918, sp. pp.
8-9 e 421. Il fraintendimento della glossa del codice F di Apuleio è discusso in Giu­
seppina Magnaldi, Apologia: per una nuova collazione del Laur. 68.2 e dellAmbros.
N 180 Sup., in Apuleio: storia del testo e interpretazioni, a cura di Giuseppina Ma­
gnaldi e Gian Franco Gianotti, Edizioni dell’Orso, Alessandria, 20042, pp. 27-36, qui
28. Sui Druckapographa si veda almeno Michael D. Reeve, Manuscripts copiedfrom
printed books, in Manuscripts in thefifty years after thè invention ofprinting, ed. by
J.B.Trapp, Warburg Institute, London, 1983, pp. 12-20 (ristampato in R e e v e 2011, pp.
175-183). La citazione di Giovanni Tritemio è tratta da Curi Ferdinand Biihler, The
Fifteenth-century hook, University of Pennsylvania Press, Philadelphia, 1960, p. 35.

7.e Lo stemma codicum


Per la genesi del concetto e del termine di archetipo, si veda T i m p a n a r o 2003,
pp. 19-20 e 66-68; sull'epopea della riscoperta dei manoscritti dei classici in età uma­
nistica, per quanto datato per molti aspetti, è sempre fruibile e godibile Remigio
Sabbadini, Le scoperte dei codici latini e greci ne’ secoli X IV e X V , l-II, Le Lettere,
Firenze, 1996 (ristampa dell’edizione anastatica con nuove aggiunte e correzioni
dell’autore, a cura di Eugenio Garin, Sansoni, Firenze, 1967), da integrare almeno
162 La scienza dei testi antichi

con Michael D. Reeve, The rediscovery o f classical texts in thè Renaissance, in Iti­
nerari dei testi antichi, a cura di Oronzo Pecere, L’Erma di Bretschneider, Roma,
1991, pp. 115-157 (ristampato in R e e v e 2011, pp. 229-254). La citazione di Gian­
franco Contini deriva da La critica testuale come studio di strutture, in S t u s s i 2006,
pp. 101-114, sp. p. 103. La citazione di Housman sull’inaffidabilità della datazione
come criterio per valutare l’importanza dei manoscritti deriva da The manuscripts
o f Propertius [TV], comparso inizialmente in «Classical Review», IX (1895), pp. 19-
29 (p. 22), e ristampato adesso in The Classical Papers ofA . E. Housman, collected
and edited by J. Diggle and ER.D. Goodyear, 1:1882-1897, Cambridge University
Press, Cambridge, 1972, pp. 350-368 (p. 357). La trattazione pasqualiana sui recen-
tiores non deteriorès si trova in P a s q u a l i 2003, pp. 43-108; su quest’opera capitale,
cfr. almeno la messa a punto di Luciano Bossina, Giorgio Pasquali e la filologia co­
me scienza storica, in L a n z a - U g o l i n i 2016, pp. 277-314, sp. 289-301. Sul codice Q
delle Lettere a Lucilio si veda in ultimo T a r r a n t 2016, pp. 61-62. L’attribuzione della
massima comburendi, non conferendi a Cobet si trova in M a a s 1972, p. 66; sul fatto,
evidenziato da Antonio Carlini, che con ogni probabilità si tratta di una creazione
dello stesso Maas a partire da autentiche affermazioni di Cobet, si veda M o n t a ­
n a r i 2003, p. 477 Sul frammento conservato a New York di un antichissimo codice

delle Epistole di Plinio il Giovane si può rimandare a E.A. Lowe - E.K. Rand, A
Sixth-Century Fragment o fth e Letters o f Pliny thè Younger, Camegie Institution,
Washington, 1922. Per l’importanza del «peso» ereditario nella selezione delle le­
zioni, si veda almeno T r o v a t o 2014,1.4. Per i criteri interni e l’inversione dell’or-
do verborum, sono molto utili le osservazioni e gli esempi presenti in R e y n o l d s -
W i l s o n 2016, pp. 205 e 211-212; sulle inversioni si veda anche H a v e t 1911, §1033 p.
245. Cautela nell’applicazione del principio della lectio difficilior è raccomandata da
F l o r e s 1998, pp. 25-29. Per gli esempi dai codices decurtati delle Filippiche, si veda
M a g n a l d i 2004, pp. 254-267. La citazione da Dain contro il criterio del codex opti-
mus deriva da D a i n 1975, pp. 169-170; le argomentazioni di Hermann Frankel sono
esposte in F r a n k e l 1983, pp. 23-34. La citazione da Housman deriva da M. Manilii
Astronomicon liber primus, recensuit et enarravit A.E. Housman, Grant Richards,
Londinii, 1903, pp. XXXII e XXXIV. Si veda anche M o n t a n a r i 2003, pp. 468-471.

7.f Tradizioni perturbate


Sulle tradizioni protette e non protette si può rimandare almeno a V a n G r o -
n in g e n 1963, pp. 54-57. Per il cosiddetto canone scolastico altomedievale, si veda
Birger Munk Olsen, I classici nel canone scolastico altomedievale, Centro italiano
di studi sull’alto Medioevo, Spoleto, 1991. Su Lupo di Ferrières, si veda almeno
R e y n o l d s - W i l s o n 2016, pp. 92-94. Sulle modalità in cui si attuava la contamina­
zione, si rimanda a T r o v a t o 2014, §3.4, che a sua volta richiama Alberto Vàrvaro,
Considerazioni sulla contaminazione, sulle varianti adiafore e sullo stemma codi-
cum, in Storia della lingua e filologia, a cura di C. Ciociola, Cesati, Firenze, 2010,
pp. 191-6, sp. p. 191. La frequenza della contaminazione a partire da antigrafì dotati
di varianti è ricordata da F l o r e s 1998, pp. 90-91. L'esempio dalla Critica del testo
di Paul Maas è ricavato da M a a s 1972, p. 10 (sono state cambiate le sigle dei codi­
ci). Per il concetto di «contaminazione totale pretradizionale» si può rimandare a
P a s q u a l i 2003, p. 146; per la definizione di «tradizione aperta» si veda M o n t a n a ­
r i 2003, pp. 444-446. La celebre citazione di Maas sull’incurabilità delle tradizioni

contaminate si legge in M a a s 1972, p. 62. Per il ricorso agli errori minuti come an­
tidoto alla contaminazione, si veda A v a l l e 2002, p. 81, da integrare con M o n t a ­
n a r i 2003, pp. 139-140; il metodo di West si trova esposto in W e s t 1973, pp. 42-44.
Bibliografia ragionata 163

7.f.3 L'archetipo mobile


Sull’archetipo mobile si veda almeno M o n t a n a r i 2003, pp. 374-376; per il ca­
so del manoscritto D del corpus platonico si rimanda a Stefano Martinelli Tempe­
sta, Contaminazione nella trasmissione dei testi greci antichi. Qualche riflessione, in
«Critica del testo», XVII (2014), fase. 3, pp. 117-159, qui 129-131; mentre per il co­
dice F di Apuleio si veda in ultimo la messa a punto di Francesca Piccioni, On so­
me loci uexati in Apuleius’ Florida, in «Mnemosyne», LXIX (2016), pp. 799-821,
qui 799-801. Per le varianti d’autore, sempre utili le riflessioni di P a s q u a l i 2003,
pp. 397-465; per una panoramica sulle posizioni negative in merito alla presenza di
presunte varianti d’autore in Marziale e Giovenale, si può rimandare a Mario De
Nonno, Testi greci e latini in movimento. Riflessi nella tradizione manoscritta e nel­
la prassi editoriale, in F e r r a r i 1998, pp. 221-239, qui 232. Sul manoscritto di Troyes
della Regula pasturalis di Gregorio Magno si vedano R.W. Clement, Two Contem-
porary Gregorian Editions o f Pope Gregory thè Great’s Regula Pastoralis in Tro­
yes MS 504, in «Scriptorium» XXXIX (1985), pp. 89-97 e C h i e s a 2012, pp. 160-161.

7.g Tradizioni attive e «testi vivi»


Per la differenza tra tradizione quiescenti e attive, si veda Alberto Vàrvaro, Cri­
tica dei testi classica e romanza. Problemi comuni ed esperienze diverse, in «Rendi­
conti dell’Accademia di Archeologia, Lettere e Belle A rti di Napoli», XLV (1970),
pp. 73-117, sp. pp. 86-87. La definizione di «tradizione caratterizzante» si deve a Vit­
tore Branca, Tradizione delle opere di Giovanni Boccaccio, Edizioni di Storia e
Letteratura, Roma, 1958, ρ. XV. La più recente edizione del Romanzo di Alessan­
dro, dove le differenti recensioni sono edite separatamente, è costituita da II ro­
manzo di Alessandro, a cura di R. Stoneman, trad. di T. Gargiulo, I - , Fondazione
Lorenzo Valla, Milano, 2007- (si è in attesa del terzo volume che completerà l’o­
pera). L’edizione di riferimento del Testamento di Salomone, che segue il meto­
do eclettico, è costituita da The Testament o f Solomon, edited from manuscripts
at Mount Athos, Bologna, Holkham Hall, Jerusalem, London, Milan, Paris and
Vienna, with Introduction... by Ch. Ch. McCown, Hinrichs, Leipzig, 1922. Per il
«metodo del testo-base», si veda C h i e s a 2012, pp. 131-133; la soluzione di attener­
si più rigidamente a un solo manoscritto è auspicata da T i m p a n a r o 2003, p. 50 n.
23. Sulle tradizioni attive si vedano le riflessioni in R e y n o l d s - W i l s o n 2016, in
particolare alle pp. 215-217

Capitolo 8

Esaminare ed emendare____________________________________________
Sulla necessità di recuperare 1’ «enciclopedia» dell’autore per individuare gli er­
rori presenti nel testo durante la fase di examinatio, si vedano almeno le riflessioni
di V à r v a r o 2012, pp. 11-12 e 100-101.

8.a Le caratteristiche della buona congettura


Sul carattere intuitivo e persino artistico della congettura, si veda T a r r a n t
2016, p. 73, con citazioni da Nisbet e Timpanaro. La citazione di Collomp è rica­
vata da Paul Collomp, La critique des textes, Les Belles Lettres, Paris, 1931, p. 16;
la citazione di Timpanaro su Bentley deriva da T i m p a n a r o 2003, pp. 25^26; per le
riflessioni di West sull’emendazione si veda W e s t 1973, p. 48, mentre la citazione
164 La scienza dei testi antichi

da Pasquali deriva da P a s q u a l i 2003, p. 481. La massima di Haupt è ricordata an­


che da W e s t 1973, p. 58, mentre la citazione di Housman proviene da H o u s m a n
1969, p. 35. La citazione di Pasquali sull'interdisciplinarietà è tratta da P a s q u a ­
l i 2003, p. XIV, quella di Gentili da Bruno Gentili, L ’arte della filologia, in La

critica testuale greco-latina, oggi. Metodi e problem i, Atti del convegno interna­
zionale, a cura di E. Flores, Edizioni dellAteneo, Roma 1981, pp. 9-25, qui 12; si
veda anche Paolo Fedeli, Congetturare sì, ma con cautela, in F e r r a r i 1998, pp.
267-280, sp. pp. 275-276. Per il concetto di «congettura diagnostica» si veda M a -
a s 1972, pp. 66-68. Molte delle frasi e degli aneddoti citati nel box «Il dibattito

tra biologi interventisti e conservatori» sono desunti da K e n n e y 1995, in parti­


colare p. 33 per Giusto Lipsio, dalla Satyra Menippaea del 1581; p. 3 per lo stesso
Kenney; pp. 35 e 93 per Bentley (sulla cui figura adesso si veda F. Lupi, Richard
Bentley e la filologia come arte della congettura, in L a n z a - U g o l i n i 2016, pp.
21-47); p. 159 per Cobet (l’aneddoto è tratto da J.J. Hartman, De Phaedri fabulis
commentario,X&n Doesburgh, Lugduni Batavorum, 1890, pp. 89-91); p. 148 per
l'aforisma di Housman contro i filologi conservatori (tratto da M .Annaei Luca­
ni Belli Civilis libri decem, editorum in usum edidit A.E. Housman, Blackwell,
Oxford, 1927, p. XXVII); p. 147 per Leo. Per l’apprezzamento di Housman da
parte di Pasquali (ricordato da O. Skutsch, Alfred Edward Housman, 1859-1936,
Athlone Press, London, 1960, p. 7); oltre a K e n n e y 1995, p. 166 si veda anche
T i m p a n a r o 2003, p. 103; la condanna delle congetture gratuite da parte dello
stesso Housman si trova in M. Manilii Astronomicon liber primus, recensuit et
enarravit A.E. Housman, G rant Richards, London, 1903, p. XVIII; la citazione
di Alphonse Dain è da D a i n 1975, p. 17. Sulla figura di Wilamowitz si rimanda
almeno al saggio di G. Ugolini, Wilamowitz: la filologia come totalità, in L a n z a
- U g o l i n i 2016, pp. 221-245.

Capitolo 9

L'edizione critica
Sul principio di falsificabilità di Popper si veda almeno Massimo Baldini, In­
troduzione a Karl R. Popper, Armando, Roma, 2002, pp. 43-45. Per l’adozione di
sigla da parte di Havercamp si veda K e n n e y 1995, p. 204. L’osservazione di Dain
sulla necessità di non riportare le mere varianti grafiche ed ortografiche in appa­
rato deriva da D a i n 1975, p. 174. La superiorità dell’apparato positivo è rimarcata
da F r a n k e l 1983, pp. 10-12 e da M o n t a n a r i 2003, pp. 254-255. Gli esempi di ap­
parato positivo e negativo a partire dalla Filippica 8 di Cicerone sono elaborati a
partire da Giuseppina Magnaldi, Le Filippiche di Cicerone: Edizione critica, Edi­
zioni dell’Orso, Alessandria, 2008, p. 159.

Capitolo 10

Critiche e dibattito metodologico___________________________________


Sulle linee programmatiche del Corpus Paravianum, si veda E. Malcovati,
Nel cinquantenario della morte di Carlo Pascal, in «Athenaeum», LIV (1976), pp.
3-18, qui 17-18, nonché K e n n e y 1995, p. 166 n. 100, che a sua volta rimanda a Se­
bastiano Timpanaro, Delle congetture, in «Atene e Roma», III (1953), pp. 95-99
(ristampato in I d e m , Contributi di filologia e di storia della lingua latina, Edizioni
dellAteneo, Roma, 1978, pp. 673-81). Su tutta la questione risulta indispensabi­
Bibliografla ragionata 165

le Giuseppe D. Baldi - Alessandro Moscadi, Filologi e antifilologi: le polemiche


negli studi classici in Italia tra Ottocento e Novecento, Le Lettere, Firenze, 2006,
nonché in ultimo Luciano Bossina, Giorgio Pasquali e la filologia come scienza
storica, in L a n z a - U g o l i n i 2016, pp. 277-314, sp. pp. 280-287. Le citazioni di E t­
tore Romagnoli sono tratte da I d e m , Minerva e lo scimmione, Zanichelli, Bolo­
gna, 19172, sp. pp. 98-100.

10.a II paradosso di Bédier


Su tutta la questione si vedano T i m p a n a r o 2003, pp. 129-160 e M o n t a n a r i
2003, pp. 358-404. Le obiezioni di Bédier sono esposte in J. Bédier, Obiezioni al
metodo del Lachmann, in S t u s s i 2006, pp. 61-84; cfr. anche G. Contini, La critica
testuale come studio di strutture, ibidem, pp. 101-114, sp. pp. 104-106 e p. 160 per la
citazione a p. 138. Per le edizioni di copie scribali come estremizzazioni del me­
todo di Bédier, si veda C h i e s a 2012, pp. 133-136. La chiosa di Vàrvaro è tratta da
V à r v a r o 2012, p. 87.

lO.b Edizioni critiche elettroniche


Sull’uso, in definitiva fallimentare, della cladistica nel tentativo di automatiz­
zare la fase di recensio si vedano almeno le considerazioni di R e e v e 2000, pp. 198-
199 e diTARRANT2016,pp. 152-153. Sulle edizioni critiche elettroniche e la Monar­
chia di Dante curata da Prue Shaw, si vedano almeno C h i e s a 2012, pp. 193-202 e
T r o v a t o 2014, cap. 4 (in particolare 4.5). Il progetto «Homer Multitext» è acces­
sibile all’indirizzo http://www.homermultitext.org/index.html.

Capitolo 11

Come si fa un'edizione critica: suggerimenti pratici ___


La frequenza crescente di errori nelle prefazioni in latino è denunciata da
R eeve2 0 0 0 , p. 1 9 6 . Per l’uso di fogli di Excel per organizzare i risultati della col­
lazione si veda T r o v a t o 2 0 1 4 , capitolo 6 . 1 . La stima sul numero totale di m ano­
scritti greci e latini si trova in D a i n 1 9 7 5 , p. 7 7 . 1 manoscritti di classici latini co­
piati dal IX al XII secolo sono catalogati in Birger Munk Olsen, L ’étude des au-
teurs classiques latins aux XP et X IP siècles, I-IV, Editions du Centre national de
la recherche scientifique, Paris, 1 9 8 2 - 1 9 8 9 ; per quanto sia più orientato sull’am ­
bito paleografico, può essere utile anche la consultazione di Elias Avery Lowe,
Codices Latini Antiquiores. A Palaeographical Guide to Latin Manuscripts Prior
to thè Ninth Century, I-XII, Clarendon Press, Oxford, 1 9 3 4 - 1 9 7 1 .
Per la questione dei falsi liviani si veda in generale Berthold Louis Ullman,
The post-mortem adventures o fL iv y , in Studies in thè Italian Renaissance, E di­
zioni di Storia e Letteratura, Roma, 1955, pp. 53-77, sp. pp. 59-77; la citazione da
Pietro della Valle è ricavata da Silvia Ronchey - Tommaso Braccini, Il romanzo
di Costantinopoli, Einaudi, Torino, 2010, pp. 724-725; sulla presunta scoperta di
Livio a Napoli nel 1924, si veda anche Fausto Nicolini, La farsa liviana, Le Let­
tere, Firenze, 2006; alle pp. 48-56 compare, da parte del medesimo autore, un’ap-
profondita disamina su varie false segnalazioni liviane emerse nel corso dei se­
coli. Le comunicazioni di Housman in m ateria si leggono in The Letters o f A.E.
Housman, edited by Archie Burnett, I, Clarendon Press, Oxford, 2007, pp. 571-
572 (20/9/1924 e 22/9/1914).
166 La scienza dei testi antichi

Per la condanna degli usi grafici che, utilizzati nel testo critico, ne rendono più
difficoltosa la fruizione, si veda R e e v e 2000, p. 202. La possibilità di rendere di­
sponibili online i materiali aggiuntivi di un’edizione critica è menzionata in R e e v e
2000, p. 200. La citazione di Timpanaro proviene dalla sua recensione a M. Corne-
lii Frontinus epistulae, iterum edidit Michael P.J. van den Hout, Leipzig, Teubner,
1988, in «Rivista di Filologia e d ’istruzione Classica», CXVII (1989), pp. 365-382,
qui 375 (citato da R e e v e 2000, p. 203).
Abbreviazioni bibliografiche

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cologia comparata, L’Erm a di Bretschneider, Roma, 20082.
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cago-London, 1972.
Indice dei nomi
N ell’indice sono comprese sotto il nom e dell’autore anche le opere che nel testo
siano citate con il solo titolo (per esempio, un riferimento «//O rlando Furioso
viene indicizzato sotto «Ariosto, L.»). Per i riferimenti a specifici manoscritti e
a loci di determinati autori si rimanda ai rispettivi indici.

Acacio, 29 Arezzo, 149


Achille, 66 Ariosto, L., 99
Afghanistan, 15 A ristarco di Samotracia, 79,81-84,
Africa, 42 95,159
Agostino, 52 Aristofane, 72,115
A i Khanoum, 15,154 Aristofane di Bisanzio, 35, 79, 82
A lberto Magno, 92 Aristonico, 84
Alceo, 13, 82 Aristotele, 12,14-15, 53, 79, 81, 97,
Alcesti di Barcellona, 30 129,161
Alcuino, 87 Arpaso, 69
Aleria, 38 A rpe, 69
A lessandria d ’Egitto, 20,35,79-82, A rras, 149
159 Artemiche, 69
Alessandro Magno, 63,79, 81 Ashmole, E., 149
Alighieri, D., 137,165 Assia, 25
A m atunte, 76 Atena, V ili
Amburgo, 150 Atene, 7,13,35,79-81
Amiens, 149 A teneo di Naucrati, 22, 93
Anacreonte, 82 Athos, monte, 30
Anagni, 9 Attico, Tito Pomponio, 18,119
Andro, 12 Attico (console), 28
Anicia Giuliana, 25 Augsburg, 149
Anicio Olibrio, 25 Augusto, 5,11
A nkara, 5 Ausonio, 96
Annibaie, 6 Autun, 149
Antimaco di Colofone, 80 Averroè, 92
Antiochia, 20 ?J; .sb io i
Anthologia Palatina, 93 Bacchilide, 14
Anthologia Planudea, 93 Bagdad, 30-31
Antico Testamento, v. Bibbia Baltimora, 53
Antonino Liberale, 104 Bamberga, 68,149
Anversa, 149 Bambyce (Membij), 31
Apollonio Rodio, 12,70,114,158 Barbadori, B., 27
Aprosio, L.A. (detto il Ventimiglia), 1 Barcellona, 28, 30
Apuleio, 28, 76-77,104,119,129,158- Baric, I., 9
159,161,163 Baric, M., 9
Arabia, 8 Barocci, G., 149
A rato di Soli, 80 Bartsch, J., 74
Archiloco, 14, 82 Basilea, 104,110,149
Archimede, 53-54, 97,157 Beauvais, 149
172 Indice deinomi

Bédier, J., 134-136,165 Catone il Censore, 132


Bekker, A.I., 129 Catullo, 93,133,158
Beltrami, A., 109 Cavallo, G., 21
Bembo, Bernardo, 149 Cecrope, 5
Bembo, P„ 25,149 Cesare, 101,161
Bengel, J.A., 87 Cesarea, 29
Bentley, R„ 123,125-126,163-164 Cesario, 28
Beozia, 6 Cesena, 151
Bergk, T., 67 Chartres, 149
Berito (Beirut), 85 Churchill, W., 137
Berlino, 149-150 Ciane, fiume, 10
Be9anson, 152 Cicerone, Marco Tullio, 1,17-19, 23,
Betidia Faltonia Proba, 96 27, 30, 38,52, 77, 93, 95,106,
Bibbia, 18,20,23-24, 34,37,44, 115-116,119,133,158,161-162,164
86-87, 97,160 Cina, 30
Blankenberg, 149 Clarke, E.D., 150
Bobbio, 51-52,149 Claudio, 7,11
Boezio, 17 Clemente V ili, 87
Bologna, 149 Clini, 69
Bonn, 149 Cobet, C.G., 109,125,162,164
Borgia, Stefano, 14 Coislin, Henri Charles du Cambout
Bracciolini, R, 44 de, 150
Brassicanus, A.J., 53,157 Collomp, R, 123,163
Brescia, 109,149,151 Colonia, 38,150
Breslavia, 149 Condello, F„ 159
Bruni, L., 44 Contini, G., 107,136,162
Bruns, P.J., 51 Copenaghen, 150
Bruxelles, 149 Coraes, A., 60
Budapest, 149 Corano, 8
Burney, C., 149 Corbie, 150
Busbecq, O.G. de, 25 Corinto, 97
Bussi, G.A., 38 Cornelio Gallo, 14
Cortona, 7, 9
Calabria, 6 Costantino VII Porfirogenito, 95-96
Calcedonia, 64 Costantino IX Monomaco, 30
Calcide, 35 Costantinopoli, 25, 28, 31, 47-48, 53,
Calcondila, D., 39 95,141
Callimaco, 79-80,140 Creta, 39
Cambrai, 149 Crisolora, M., 38
Cambridge, 53,149-150,153 Cristina di Svezia, 151
Canfora, L., 92,157 Cristo, 97
Canonici, M.L., 149 Ctesia, 16
Canter, W., 56 Cues, 150
Carlini, A., 162 Cuma, 35
Carlo Magno, 25, 43 Curzio Rufo, 26
Caronte, 64,157
Carpentras, 149 Dain, A., 70, 75,114,125-126,130,
Cartagine, 64 140,162,164
Cassio Dione, 13,25-26, 96 D ’Aiuto, F., 54
Indice dei nomi 173

Daklah, 7 Esiodo, 6, 82
Damila, D., 39 Esperidi, 60
Danimarca, 141 Estienne, H., 129
Delisle, L., 54 Etiopia, 10
Della Valle, R, 141,165 Eubea, 35
Deio, 12 Eudocia, 97
Demetrio Falereo, 79 Eumene II, 18
Demostene, 77 Euripide, 64, 80, 93, 97,115,158
Derveni, 15 Euripide il Giovane, 80
Didimo Calcentero, 84 Europa, 38
Digby, K„ 150 Euzoio, 29
Digenis Akritas, 77,158 Évreux, 150
Di M artino-Fusco, M., 141 Exeter, 150
Diocleziano, 18, 29
Diodoro Siculo, 13, 26 Fabriano, 31
Diogene di Enoanda, 5 Fayum, 10,14
Dionigi d’Alicarnasso, 13,26, 36 Felice (maestro), 28
Dionigi il Periegeta, 97 Ferrai, E., 1
Dioscoride, 25 Ferrara, 99
Donato, Elio, 62 Festo, 93-94
Dresda, 150 Filemone, 95
Drontheim, 141 Filinnio, 96
Dué, C„ 137 Filodemo di Gadara, 15
Dupuy, C., 25 Firenze, 7,39,48,126,143,150-151
Dura Europos, 15,18 Flegonte di Traile, 93, 96
Durlach, 150 Fleury-sur-Loire, 150
Foscolo, U., 133
Ebbott, M., 137 Francesco 1,49
Eco, U., 92 Francia, 43-44,49
Egitto, 7, 9-11,13-15,18, 24,28, 30, Frankel, H., 114,162
79-81 Freud, S., 74
Einsiedeln, 150 Frisinga, 110
Eliodoro, 67 Frontone, 52, 93
Emazia, 66 Fulda, 150
Endelechio, 28 Funke, M „ 141
Ennio, 97
Enoanda, 5 Gaio, 53
Epicuro, 75-76 Gale, T„ 150
Eracle, 63 Galeno, 56
Erasmo da Rotterdam, 105 Gallia, 43
Eratostene di Cirene, 1 Gassendi, R, 76
Ercolano, 15 Gellio, 53, 85,116,153
Erfurt, 149-150 Gembloux, 150
Erlangen, 150 Genova, 150
Eroda, 14 Gentili, B., 124,164
Erodiano, 84 Germania, 44,134
Erodoto, 82 Gerusalemme, 53,150
Eschilo, 14,80,97,109,115,133 Ghent, 150
Esichio, 93 Giessen, 150
174 Indice dei nomi

Ginevra, 150 Jenson, N., 44


Giovanni Crisostomo, 54 Jesi, 149
Giove, 66 Jumièges, 150
Giovenale, 28,115,119,163
Giulio Ossequente, 110 Karlsruhe, 149
Giustino, Marco Giuniano, 96 Kenney, E.J., V II, 125,153,164
Goethe, J.W. von, 133 Knox, A.D., 63
Gotha, 150 Korvey, 150
G ran Bretagna, 42 Krall, J., 9
Graz, 150 Kristeller, P.O., 140
Grecia, 7,17
Gregorio di Nazianzo, 97 Lachmann, K., 88-90, 99-100,108,
Gregorio Magno, 119-120,163 115,132,134-136,160
Gregory, C.R., 27, 30,155 La Goletta, 141
Grenoble, 150 LAia, 150
Griffo, F , 44 Laon, 150
Groninga, 10,150 Lascaris, C., 38-39
G rottaferrata, 150 Lascaris, G., 48
Gubbio, 6 Lattanzio, 38
Gude, M., 150 Laud, W., 150
Guglielmo di Moerbeke, 97 Laus Pisonis, 110
Gutenberg, J., 37,44 Le Clerc, J., 57, 75,157
Leicester, 150
Hall, F.W., 141 Leida, 150,152
Halle, 150 Leo, E , 126,164
Hamilton, 150 Leon, 150
Harley, R., 150 Leopardi, G., 52
Haupt, M., 124,141,164 Lessing, G.E., 133
Havercamp, S., 128,164 Licia, 5
Havet, L„ 75,158 Liciniano, G., 53
Heiberg, J., 53 Licio, 69
Heidelberg, 69,150-151 Licofrone, 97
Hildesheim, 150 Liegi, 140,150
Hirschau, 150 Limoges, 150
Horus, 59 Linz, 150
Housman, A.E., V II-V III, 3-4, 61, Lione, 7,151
66,108-109,114,124,126,138,141, Lipsia, 25,151
153,158,162,164-165 Lipsio, Giusto, 125,164
Howard, T„ 149 Lisbona, 151
Livia, 11
Igino, 53,110 Livio, T., 9,13,19,22,25-26,53, 93,
Inghilterra, 44 96,116,133,141,165
Iperide, 53,157 Livio Andronico, 146
Irlanda, 42, 65,158 Londra, 25,150-151
Ischia, 34 Lorsch, 25,150
Isidoro di Siviglia, 33 Lovanio, 151
Isocrate, 7,154 Lubecca, 141,151
Italia, 17,24,35, 38, 42,44,132,143 Lucano, 53,115,157
Itinerarium Antonini, 54 Lucca, 151
Indice dei nomi 175

Lucio (protagonista delle Micillo, J., 110


Metamorfosi), 28, 76 Milano, 14, 38,51-52,132,149,151
Lucrezia (cortigiana), 27 Mileto, 35
Lucrezio, 85, 88-89,106 Minucio Felice, 63
Lupo di Ferrières, 116,162 Modena, 150-151
Luxeuil, 151 Monaco di Baviera, 110,151
Montale, E., 3,153
Maas, P., 90,101,116-117,136,160, Montanari, E., 2,85,136
162 Montecassino, 42,149
Macate, 96 Montpellier, 151
Macrobio, 95,116,157 Moravia, 141
Madrid, 151 Mosca, 151
Madvig, J.N., 60,105 Munk Olsen, B., 115,140
Maffei, S., 51 Miinster, 151
Maghreb, 31 Murbach, 151
Magliabechi, A., 151 Muret, M.A., 74
Magnaldi, G., 69-70
Magonza, 37-38,44,151 Nagy, G„ 137,159
Mai, A., 52,54,156 Napoleone, V ili
Manchester, 151 Napoli, 14-15, 51,141,151,165
Manzoni, A., 2,99,161 Nerli, B„ 39
Manuzio, A., 37, 44,110 Nerli, N., 39
Marburg, 151 Nestore, 34
Marco (evangelista), 20 New York, 53, HO, 151
Marco Antonio, 69 Nicànore, 84
Marco Aurelio, 9 Nicandro, 97
Marmor Parium, 5 Niccoli, N., 44-45
Marsiglia, 95 Niccolò Cusano, 38,150
Marziale, 19, 77, 85,119,158,163 Nicea, 31
Marziano Capella, 157 Niceo, 28
Massimino il Trace, 34 Niebuhr, B.G., 53
Massimo, Gaio Giulio Vero, 34 Nilo, 10
Matri di Tebe, 77 Nisbet, R.G.M., 163
Mattia Corvino, 53 Nitria, 54
Mavorzio, Vettio Agorio Basilio, 28 Nonio Marcello, 106
Maximò, 77 Norimberga, 151
Mazon, P., 75,158 Norvegia, 141
Medici (famiglia), 151 Nuovo Testamento, v. Bibbia
Medici, Piero de’, 39
M editerraneo, 10 Obbink, D„ 14
Melchisedek Acropolita, 17 Odisseo, 95
Melk, 151 Olibrio, 28
Menandro, 14, 54,156 Omero, 2,12,16,19, 24-25, 34, 38-39,
Menandro Protettore, 96 80-84, 97,115,154,156,159
Menchaca, R., 52 Opi, 66
Mercati, G., 30 Orazio, 28, 85,115,123,133,157
Meroe, 67 Orfeo, 60
Merseburg, 151 Origene, 29
Merula, G., 105 Orléans, 149
176 Indice dei nomi

Orsini, F., 152 Polibio, 26


Ortigio, 69 Poliziano, A., 25, 87,160
Orvieto, 52 Pompei, 6, 94
Ossirinco, 14 Pompeo Trago, 96
Ottoboni (famiglia), 151 Popper, K., 127,164
Oudendorp, F., 129 Porson, R., 49
Ovidio, 17,19, 73,115,119 Posidippo, 14
Oxford, 103,150-151 Pozza, N., 3
Praga, 151
Padova, 1,27,149,151 Prisco di Panio, 96
Palermo, 151 Probino, 28
Palestina, 15, 29-30 Probo, Marco Valerio, 85, 95,159
Panfilo, 29 Proclo, 96
Pannartz, A., 38,156 Properzio, 94
Parche, 66 Protagora, 97
Parigi, 140,150-151 Ps.-Callistene, 93, 97,120,163
Paris, G., 134
Parma, 151 Qasr Ibrim, 14
Partenio di Nicea, 93 Quintiliano, 85
Pascal, C., 132 Qumran, 15
Pasifae (matrona), 76
Pasquali, G., 62,69, 90,109,116-117, Ramée, P, de la, 35
123-124,126,133-134,136,157, Ravenna, 149,151
160,162,164 Reeve, M.D., 143,153
Passau, 151 Reggio Emilia, 151
Patmos, 151 Reichenau, 151
Pavia, 151 Reiske, J.J., 66
Peleo, 66 Renart, J., 134
Pergamo, 18 Riano di Bene, 80
Perotti, N., 38 Rimini, 149
Persio, 28,115 Ripoll, 151
Pertz, G.H., 53 Ritschl, F., 105
Perugia, 9,151 Roberts, C.H., 20,155
Pesaro, 151 Robortello, F., 86
Petrarca, F., 44 Roca-Puig, R„ 30
Petronio, 93 Rodope, 60
Piacenza, 51,151 Roma, 18, 20,28, 38-39, 51-52, 85,
Pietro Patrizio, 96 132,149
Pindaro, 82 Romagnoli, E„ 132-134,165
Pinelli, G.V., 27 Roskilde, 141
Pio X, 87 Rossano Calabro, 18,34
Pistoia, 150-151 Rouen, 151
Pianude, M., 17,154 Rutilio Namaziano, 22, 155
Platone, 11, 96-97,118,129,158,
163 Sabino, Flavio Giulio Trifoniano,
Plauto, 22,71, 85,105,133 28
Plinio il Giovane, 56,110,162 Sacra Scrittura, v. Bibbia
Plinio il Vecchio, 38, 56 Saffo, 7,14,154
Plutarco, 17, 27,129 Salamanca, 151
Indice dei nomi 177

Salisburgo, 151 Sweynheim, K., 38


Sallustio, 85,115 Swinburne, A., 3
Sallustio (lettore di Apuleio), 28
Salomone, 120 Tacito, 26, 93
Salonicco, 15 Tebe (d’Egitto), 9
Salutati, C„ 141 Tebe (di Beozia), 63
Samarcanda, 30 Tebtynis, 14
San Gallo, 151-152 Terenzio, 115
San Lorenzo de E1 Escoriai, 151 Teodorico, 33
San Pietroburgo, 25,151 Teodosio II, 97
Scheffer, J., 65 Teofrasto, 106
Schow, N.I., 14 Terenzio, 25,72,85
Scizia, 94 Tersite, 95
Sélestat, 151 Testamento di Salomone, 120-121,163
Seneca, 53, 68,109,115,158,162 Tevere, 8
Senofonte, 67 Thamus, 2
Sens, 151 Theuth, 2
Servio (maestro), 28 Tibullo, 133
Shaw, P , 137,165 Timoteo, 19
Shelley, P.B., 3-4,153 Timpanaro, S., 74,102,123,136,144,
Sibilla, 8 161,163,166
Sicilia, 10,13 Tischendorf, K. von, 53
Siena, 151 Toledo, 151
Silio Italico, 38, 93 Tolomeo I, 70
Sinai, 25 Tolomeo I Sotere, 79-80
Sinope, 18 Tolomeo V I Filometore, 18
Siracusa, 10 Tommaso d'Aquino, 92
Sisto V, 87 Torino, 51,151
Siviglia, 150 Tournai, 151
Skeat, T.C., 20,155 Tours, 152
Sloane, H„ 151 Trasimeno, lago, 9
Socrate, 2 T ra ù ,151
Sofiano, M., 27 Trento, 152
Sofocle, 14,59, 80,115 Tritemio, G., 104,161
Soissons, 151 Troyes, 152,163
Solino, 115 Ts’ai Lun, 30
Spagna, 31,42 Tubinga, 152
Spira, 151 Tunisi, 141
Stazio, 115
Stephanus, H., v. Estienne, H. Udine, 152
Stobeo, 93 Uganda, 10
Stoccarda, 151 UNESCO, 32
Stoccolma, 150 Ungheria, 53
St.-Omer, 149 Uppsala, 152
Strasburgo, 149 Urbino, 152
Studio, monastero, 47 Utrecht, 151
Subiaco, 38,151
Sulpicio Severo, 141 Valenciennes, 152
Svetonio, 85,106,116 Valentiniano III, 25
178 Indice dei nomi

Valerio Massimo, 116 Watt, J. von, 152


Valladolid, 152 Wecklein, N„ 133
Vangeli, Vangelo, v. Bibbia West, M.L., 81,117,123,159,162-163
Varrone, 8,18 Wilamowitz-Moellendorff, U. von,
Vàrvaro, A., 137,165 126,164
Velia, G., 141 Winckelmann, J.J., 133
Velleio Patercolo, 110 Wolf, F.A., 91,160
Venere, 76 Wolfenbiittel, 51,150, 158
Venezia, 3, 37-38,44,110,151-152 Wroclaw, 152
Vercelli, 152 Wtirzburg, 150
Vergezio, A., 49
Verona, 51, 53,152 Xifilino, G„ 96
Verrio Fiacco, 93 Xylander, W., 104
Vettori, P., 125
Vicenza, 152 York, 150
Vienna, 9,18,25,152
Virgilio, 6,19,25,39, 64-65, 71-72,85, Zagabria, 9
89, 94, 97,106,115,157 Zenodoto di Efeso, 79, 81-82, 84
Vitelli, G., 133 Zeus, V ili
Volterra, 152 Zum pt, C.G., 106
Voss, G.J., 152 Zurigo, 152

ΗI ,3 ìt

ì l i ,! B f
Indice dei passi citati
Anonymus Valesianus Carmina Priapea
14.79: 33 30.3: 67

Antonino Liberale Catullo


20: 69 17.10: 72
17.19: 94
Apuleio 36.1: 65
De deo Socratis 64.323-324: 66
120: 67-68
Cicerone
De magia Epistulae ad Att.
32.5: 64 2.17.1:1
87.8:103 12.6.3:119
13.13.1:119
Metamorphoses 13.44.3:119
5.25.3: 65
6.26.7: 63 Epistulae adfam .
10.21: 76 9.16.8: 77-78
15.4.9: 59
Aristofane 16.21.4:1
Acharnenses
692-696: 61 De natura deorum
I. 12:102-103
Equites 2.81:103
1303: 64
Philìppicae
Lysistrata 2.5:113
281: 72 2.83:113
2.84: 69
Aristotele 3.19:113
Ethica nicomachea 3.31:106
1124a.27-28:103 7.27:113
8.20:131
Poetica II. 4: 64
1462 b 3: 59
Pro Caelio
A rriano 27: 61
Alexandri anabasis
7.12.7:102 Diodoro Siculo
2.34.4:16
Ateneo
280C: 93 Diogene Laerzio
547C: 93 10.6: 75-76

Aulo Gellio Epicuro


9.14.7:153 fr. 163 Usener: 75-76
180 Indice dei passi citati

Eraclide Lembo Galeno


Atheniensium politia In Hippocratis librum III
8 (11): 60 epidemiarum commentarii
17a.606-607 K.: 80
Ermogene di Tarso
Peri ideon logou In Hippocratis librum de officina
2.3: 77 medici
18b.630 K.: 24
Peri staseon
2.116-120: 66 De antidotis
14.31 K.: 58
Erodoto
5.58:16 Peri pathon
9.45.3: 63,157 5.6: 69-70

Eschilo Giovenale
Agamemnon 8.148: 58
1106: 73
Girolamo
Choephoroe Epistulae
1068: 59 22.32: 34
34: 29
Eumenides
Historia Augusta
224: 65
Maximin. 30.4: 34
246: 59

Isocrate
Euripide
15.296: 1
Piecuba
385-387: 74
Libanio
47.23.3-4: 66
Hercules
1115: 66
Lucano
4.48: 63
Orestes
234: 62 Lucrezio
1094: 62 2.209: 73
3.135: 74
Troiades 3.72: 94
551-555: 67 4.1145:73
6.550: 58
Eustazio di Tessalonica
Commentarli ad Homeri Macrobio
Iliadem Saturnalia
3.545.9-10 van der Valk: 93 6.2.15:94

Frontone Manilio
A d M. Caesarem 3.229: 58
4.4.1: 9 4.31:58
Indice dei passi citati 181

Marziale Pausania
Epigrammata 9.31.4: 6
14.7:18
14.84: 26 Petronio
14.184:19 43: 64
14.186:19 58.7: 64
14.188:19
14.190:19 Platone
14.192:19 Phaedrus
274e-275a: 2
De spectaculis 21.8: 60,157
Hippias minor
Nonio Marcello
365d: 63
De compendiosa doctrina
p. 858 L.: 8
Respublica
469e.l: 74
Omero
558e.l: 74
Ilias
2.258: 95
Theaetetus
Orazio 146a: 1
Ars poetica
476: 63 Plauto
Am phitruo
Carmina 238, 392: 72
3.27.15: 125
Miles gloriosus
Ovidio 11:71
Amores 18: 72
3.15.8:113 27: 71
3.15.15: 76 30:71

A rs amatoria Plinio il Vecchio


1.403: 73 13.21:18
13.22:10
Fasti 13.26:11
4.726: 73
13.69: 6,8
13.74-76:11
Metamorphoses
13.79:11
2.688: 72
6.376: 78
13.628: 73 Plutarco
15.836: 64 De audiendis poetis
15D: 76
Remedia amoris
699: 73 De curiositate
522A: 73
Paolo
2 Timoteo De Iside et Osiride
4.13:19,21 372B: 59
182 Indice dei passi citati

Polibio Electra
3.23.1:6 42: 73
3.33.18: 6
Svetonio
Procopio De grammaticis
Bella 10.2:1
5.7.7: 61
Tacito
Properzio Annales
3.16.13-14: 94,160 11.23-24: 7

Ps.-Aristotele Terenzio
Problemi
Heautontimorumenos
18: 1
481: 72

Ps.-Callistene, ree. A
Tucidide
1.46a: 63
4.1: 74
1.46a.7: 72
Ulpiano
Quintiliano
Digesta
6.3.93: 71
32.52: 20
7.9.6: 66
10.3.31:18
Vangelo di Giovanni
3.3:124
Seneca
Epistulae morales ad Lucilium
31.11:64 Virgilio
78.14: 74 Aeneis
95.16: 72 1.44: 95
108.30:1 5.602: 64
110.18: 68 6.590: 71
114.9: 74 6.595: 64
6.723: 72
Senofonte 7.724: 71
Hellenica 8.628: 64
1.1.23: 67 8.647: 71
10.141: 72
Servio 10.400: 71
In Vergila Bucolicon librum
6.55:106 Eclogae
5.46: 74-75
In Vergila Aeneidos libros
3.444: 8 Georgica
2.1:64
Silio Italico 2.406: 75
6.160: 58 2.486: 64
3.66: 65
Sofocle
Antigone
1167: 93
Indice dei manoscritti
Baltimore, Walters A rt Gallery, S.N. Città del Vaticano, Biblioteca
(Palinsesto di Archimede)·. 53-54, Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3225
157 (Vaticanus di Virgilio): 25
Bamberg, Staatliche Bibliothek, Città del Vaticano, Biblioteca
Class. 46 [M.V. 14]: 68 Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3226
Brescia, Biblioteca Queriniana, B. (Codex Bembinus)·. 25
11.6:109 Città del Vaticano, Biblioteca
Bruxelles, Bibliothèque Royale, Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3867
10054-10056: 67-68 (Romanus di Virgilio): 25, 75
Città del Vaticano, Biblioteca Città del Vaticano, Biblioteca
Apostolica Vaticana, Archivio del Apostolica Vaticana, Vat. lat. 3870:
Capitolo di San Pietro, H 25: 23, 72
27,69 Città del Vaticano, Biblioteca
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. lat. 5757:
Apostolica Vaticana, Chig. R V ili 52
60: 36 Città del Vaticano, Biblioteca
Città del Vaticano, Biblioteca Apostolica Vaticana, Vat. sir. 623:
Apostolica Vaticana, Pai. gr. 287: 64 54,156-157
Città del Vaticano, Biblioteca Firenze, Biblioteca Medicea
Apostolica Vaticana, Pai. lat. 24: Laurenziana, Conv. Soppr. 172:
53,156 62
Città del Vaticano, Biblioteca Firenze, Biblioteca Medicea
Apostolica Vaticana, Pai. lat. 1631 Laurenziana, Plut. 29.2:104
(Palatinus di Virgilio): 25 Firenze, Biblioteca Medicea
Città del Vaticano, Biblioteca Laurenziana, Plut. 31.8: 73
Apostolica Vaticana, Reginensis Firenze, Biblioteca Medicea
lat. 1703:157 Laurenziana, Plut. 32.2: 66
Città del Vaticano, Biblioteca Firenze, Biblioteca Medicea
Apostolica Vaticana, Vat. gr. 126: Laurenziana, Plut. 32.9: 59,109
74 Firenze, Biblioteca Medicea
Città del Vaticano, Biblioteca Laurenziana, Plut. 36.12: 78
Apostolica Vaticana, Vat. gr. 909: Firenze, Biblioteca Medicea
74 Laurenziana, Plut. 39.1 (Mediceus
Città del Vaticano, Biblioteca di Virgilio): 25, 64-65,71-72
Apostolica Vaticana, Vat. gr. 1209 Firenze, Biblioteca Medicea
(Codex Vaticanus): 23-25 Laurenziana, Plut. 68.2: 28, 63,65,
Città del Vaticano, Biblioteca 76,103,119,155,161,163
Apostolica Vaticana, Vat. gr. 1288: Firenze, Biblioteca Medicea
25 Laurenziana, Plut. 69.13: 75
Città del Vaticano, Biblioteca Firenze, Biblioteca Medicea
Apostolica Vaticana, Vat. gr. 2200: Laurenziana, Plut. 74.3: 69-70
30 Firenze, Biblioteca Medicea
Città del Vaticano, Biblioteca Laurenziana, Plut. 81.11:103
Apostolica Vaticana, Vat. lat. 1640: Firenze, Biblioteca Medicea
72 Laurenziana, S. Marco 257:102
184 Indice dei manoscritti

G rottaferrata, Biblioteca della Badia Paris, Bibliothèque Nationale, lat.


greca, Z.a.44: 77,158 1661: 63
Hagion Oros, Mone Iberon, 258: 30 Paris, Bibliothèque Nationale, lat.
Hagion Oros, Mone Megistes Lauras, 5730 (Puteanus): 22, 25
Θ 70: 30 Paris, Bibliothèque Nationale, lat.
Heidelberg, Universitàtsbibliothek, 7989 (Codex Traguriensis): 64
Palatinus gr. 398: 69, 96,104 Paris, Bibliothèque Nationale, lat.
Heidelberg, Universitàtsbibliothek, 8540: 64
Palatinus lat. 1613: 71 Paris, Bibliothèque Nationale, Suppl.
K0benhavn, Kongelige Bibliotek, gr. 1286: 18
GKS 2008 4°: 64 Rossano Calabro, Museo Diocesano
Leiden, Bibliotheek der di A rte Sacra, cod. 1 (Codex
Rijksuniversiteit, VLF 30: 89 purpureus Rossanensis): 18, 34
Leiden, Bibliotheek der Sankt-Peterburg, Rossijskaja
Rijksuniversiteit, VLF 86:102 Nacional’naja biblioteka, Φ N° 906,
Leiden, Bibliotheek der gr. 219 (Tetravangelo Uspenskij): 47
Rijksuniversiteit, VLQ 94: 89 Torino, Biblioteca Nazionale
London, British Library, Addit. Universitaria, F IV 25: 22
17212: 53-54 Troyes, Bibliothèque Municipale, ms
London, British Library, Addit. 504:119,163
43725 (Codex Sinaiticus): 23, 25, Venezia, Biblioteca Nazionale
155 Marciana, gr. Z. 185:118,163
London, British Library, Royal 1 Venezia, Biblioteca Nazionale
D V-VIII (Codex Alexandrinus): Marciana, gr. Z. 409: 67
24-25 Venezia, Biblioteca Nazionale
Milano, Biblioteca Ambrosiana, F Marciana, gr. Z 447: 22
205 inf. (llias pietà): 25 Venezia, Biblioteca Nazionale
Milano, Biblioteca Ambrosiana, G Marciana, gr. Z. 454 (Venetus A
82 sup.: 22 dell’Iliade): 24, 83-84,137,159
Milano, Biblioteca Ambrosiana, N Wien, Òsterreichische
180 sup.: 64,103,158 Nationalbibliothek, hist. gr. 4:102
Napoli, Biblioteca Nazionale, Wien, Òsterreichische
Graecus III. B. 29: 75 Nationalbibliothek, lat. 15: 25
Oxford, Corpus Christi College, 112: Wien, òsterreichische
103 Nationalbibliothek, med. gr. 1: 25
Paris, Bibliothèque Nationale, gr. Wien, Òsterreichische
1711: 63, 72, 97 Nationalbibliothek, suppl. gr. 31: 63
Paris, Bibliothèque Nationale, gr. Wien, Òsterreichische
1750: 27 Nationalbibliothek, theol. gr. 31:18
Paris, Bibliothèque Nationale, gr. Wolfenbiittel, Herzog-August
1759: 75 Bibliothek, 373: 67
Paris, Bibliothèque Nationale, gr. Wolfenbiittel, Herzog August
2712: 61 Bibliothek, Aug. 4° 10.02: 70,158