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L’Europa del secondo Cinquecento

1. Il declino dell’area mediterranea

Nella seconda metà del Cinquecento il Mediterraneo era ormai diviso tra Spagna e impero
ottomano: la prima governava quasi tutta la penisola italiana, il secondo controllava il Nord Africa,
i Balcani e il Medio Oriente.

Restavano ancora indipendenti le vecchie repubbliche di Genova e di Venezia, che però avevano
perso parte dei loro domini marittimi; inoltre, lo spostamento del baricentro economico verso
l’Atlantico in seguito alla scoperta dell’America e della via per l’India (vedi fotocopie sull’età delle
scoperte geografiche) aveva messo in pericolo il loro primato nei commerci navali. Le due
repubbliche non erano ancora in piena crisi (quella si avrà nel Seicento) ma non avevano più
nemmeno l’importanza e la potenza dei secoli precedenti.

Nel 1556 era diventato re di Spagna Filippo II, figlio di Carlo V. Come il padre, anche lui
coltivava sogni di gloria e inizialmente colse grandi successi:
- nel 1557 sconfisse i francesi nella battaglia di San Quintino e due anni dopo, nel 1559, con
la pace di Cateau-Cambrésis ottenne il controllo di buona parte della penisola italiana
- dal 1565 fece colonizzare l’arcipelago asiatico delle Filippine, così chiamato in suo onore
- nel 1571 aderì alla Lega santa promossa dal papa Pio V contro gli Ottomani, fornendo metà
delle navi della flotta cristiana che trionfò nella battaglia di Lepanto del 1571
- nel 1580 invase e conquistò il regno del Portogallo

1. L’impero di Filippo II: in rosso i domini spagnoli, in blu quelli portoghesi acquisiti nel 1580

Purtroppo, sotto il regno di Filippo II iniziò anche il declino economico della Spagna (e di
conseguenza delle colonie americane e dei territori italiani sotto il suo controllo).
La politica religiosa del re portò alla persecuzione dei moriscos e dei conversos, rispettivamente ex-
musulmani ed ex-ebrei convertiti a forza al cristianesimo ma sospettati di praticare segretamente le
loro vecchie fedi. Il problema era che i moriscos e i conversos gestivano con profitto molti traffici
commerciali e imprese economiche, perciò la loro eliminazione privò la Spagna di una classe
sociale dinamica e intraprendente. La ricchezza si concentrò nelle mani dell’aristocrazia terriera, gli
hidalgos, che però erano più interessati all’onore, al lusso della corte di Madrid e alle feste e
ritenevano poco onorevole il lavoro e il moderno sfruttamento delle terre: così la resa delle terre
spagnole divenne insufficiente, molti contadini s’impoverirono e furono costretti ad emigrare.
La Spagna divenne sempre più dipendente dalle colonie americane, da cui importava cibo per il
popolo e oro e argento per pagare le spese pubbliche, per finanziare le guerre e per saldare i debiti
contratti con i banchieri genovesi. Anzi, in un paio di occasioni (1557, 1570) lo Stato dovette
dichiarare la bancarotta perché nemmeno le ricchezze importate dal Nuovo Mondo bastarono a
colmare i debiti. Ovviamente, la bancarotta danneggiò anche le banche che avevano prestato i soldi.

Nel 1588 Filippo II progettò anche l’invasione dell’Inghilterra e a tal proposito allestì una grande
flotta, detta pomposamente Invincibile Armata, composta da oltre 130 navi e più di 30mila soldati.
Purtroppo la spedizione fu un fallimento. Le navi spagnoli erano pesanti, lente, ingombranti, armate
ancora con piccoli cannoni anti-uomo; i vascelli inglesi, invece, erano leggeri e veloci, montavano
cannoni pesanti e avevano una maggiore potenza di fuoco. Inoltre gli spagnoli puntavano sempre
allo scontro corpo a corpo abbordando le navi nemiche, mentre gli inglesi preferivano tenerli
lontani col fuoco dell’artiglieria.
Dopo una serie di scontri navali in cui subì molte perdite, l’Invincibile Armata fu colpita da
un’imprevista tempesta e costretta a ritirarsi a sud dopo aver circumnavigato la Gran Bretagna e
l’Irlanda, senza la possibilità di tentare lo sbarco.

2. La spedizione dell’Invincibile Armata nel 1588


2. L’Inghilterra dei Tudor

3. I sovrani della dinastia Tudor: al centro, sul trono, Enrico VIII; alla sua destra la figlia Maria
col marito Filippo II di Spagna; alla sua sinistra, Edoardo VI in ginocchio ed Elisabetta I in piedi

Come abbiamo già visto nelle scorse lezioni, dal 1485 l’Inghilterra era governata dalla dinastia dei
Tudor. In particolare il re Enrico VIII, che governò dal 1509 al 1547, portò avanti un processo di
rafforzamento del potere regio a scapito della nobiltà e del clero: oltre a fondare la Chiesa anglicana
e a sopprimere gli ordini religiosi (vedi fotocopie sulla Riforma protestante) limitò i poteri
dell’aristocrazia e convocò il meno possibile il Parlamento. La vendita dei patrimoni ecclesiastici
sottratti alla Chiesa portò alla nascita di una nuova classe sociale, la gentry, la piccola aristocrazia di
campagna che avrà un ruolo fondamentale nello sviluppo economico del paese.

Nel 1547 Enrico VIII morì e il trono andò al giovanissimo e debole figlio Edoardo VI, suo unico
figlio maschio. Sotto il suo regno, per influsso dell’arcivescovo Thomas Cranmer, fu diffuso il
Libro delle preghiere comuni e si verificò un avvicinamento dell’anglicanesimo alla dottrina
luterana e calvinista.

Nel 1553 Edoardo VI morì a soli sedici anni, senza figli. Il trono andò alla primogenita di Enrico
VIII e Caterina d’Aragona, Maria, che come già detto era di fede cattolica e attuò una feroce
repressione nei confronti dei protestanti inglesi, nella speranza di riportare il paese al cattolicesimo.
Inoltre, Maria aveva sposato il re di Spagna Filippo II, anche lui cattolico convinto.

Nel 1558, però, Maria morì senza figli e il trono andò all’altra figlia di Edoardo VIII e Anna
Bolena, Elisabetta I. I cattolici la odiavano per la sua fede protestante; inoltre, essendo nata da un
matrimonio non autorizzato dal papa, su di lei pesavano accuse di illegittimità dinastica. Tuttavia
era amata dalla maggioranza anglicana e dalla nobiltà.
Il regno di Elisabetta, che durò dal 1558 al 1603, è noto anche come età elisabettiana e fu un
periodo di grande splendore per l’Inghilterra:
- fu portata a termine la separazione della Chiesa anglicana da Roma (vedi fotocopie sulla
Riforma protestante)
- fu rafforzato il potere della corona a scapito delle autonomie locali e dei nobili, grazie anche
all’appoggio che la regina ricevette dalla borghesia mercantile
- vennero fondate le prime colonie in Nord America, nucleo dei futuri Stati Uniti
- fu inflitta una dura sconfitta all’Invincibile Armata spagnola
- furono favorite le arti, in particolare la letteratura e il teatro, che raggiunse il suo apice con
l’opera del drammaturgo William Shakespeare

L’ascesa delle manifatture tessili inglesi


Per secoli le due patrie della produzione tessile erano state l’Italia e le Fiandre
(l’attuale Belgio), specializzate nella produzione di seta, lino, pizzi e tessuti pregiati.
Inoltre, per tradizione, a sorvegliare e regolare in ogni passaggio la produzione tessile
erano sempre state le gilde e le corporazioni.
Nel Cinquecento le cose iniziarono a cambiare, perché i mercanti-imprenditori del
nord, desiderosi di aumentare i propri profitti e di slegarsi dalle rigide regole imposte
dalle corporazioni, spostarono la produzione in centri più piccoli, dove le
corporazioni erano meno potenti o addirittura assenti, e nelle campagne,
promuovendo il lavoro a domicilio delle famiglie contadine.

Il mercante forniva le materie prime direttamente ai contadini; questi lavoravano il
tessuto durante i tempi morti del lavoro agricolo, in cambio di un salario; il mercante
rivendeva poi il prodotto finito nelle città. In questo modo ci guadagnavano tutti: il
mercante riduceva i costi della manodopera e del trasporto e poteva soddisfare la
crescente richiesta di tessuti dalle città, i contadini trovavano altre fonti di guadagno
accanto all’agricoltura.

Ben presto la manifattura inglese divenne un concorrente temibile per i centri di


produzione italiani e fiamminghi, dove le corporazioni continuavano a dominare il
mercato e il lavoro a domicilio non decollava. Di conseguenza Italia e Fiandre
dovettero specializzarsi nella produzione di tessuti più raffinati, acquistabili solo dai
ceti più ricchi; l’Inghilterra, invece, poté produrre tessuti meno ricci e raffinati, ma
con un mercato più ampio, specializzandosi anche nell’esportazione internazionale.

Elisabetta non si sposò mai, nonostante le pressioni del Parlamento e le ripetute proposte di
matrimonio del re di Spagna Filippo II, e per questo fu soprannominata la “regina vergine”.
Secondo le regole della successione, alla sua morte il trono sarebbe dovuto andare alla cugina, la
regina di Scozia Maria Stuart; ma costei era di fede cattolica e ciò preoccupava i sudditi inglesi,
che temevano un nuovo ritorno al cattolicesimo. Quando anche in Scozia attecchì la Riforma
protestante, grazie alla predicazione del calvinista John Knox, Maria fu costretta ad abdicare e a
cercare rifugio in Inghilterra; qui fu costretta a uno stato di semi-prigionia, infine accusata di
tradimento e giustiziata nel 1587.
Quando Elisabetta morì nel 1603 il trono d’Inghilterra andò dunque al figlio di Maria, Giacomo I,
già re di Scozia: in questo modo i due regni si trovarono in unione personale (ossia erano
considerati due Stati separati, ma con lo stesso re) e sull’Inghilterra iniziò a governare la dinastia
Stuart, che manterrà il potere fino al 1707.
3. La Francia e le guerre di religione

Nel 1547 era morto il re Francesco II, rivale di lungo corso di Carlo V, e il trono era passato al
figlio Enrico II, che aveva continuato la guerra contro gli Asburgo per il predominio in Italia e in
Europa. Ma nel 1559, lo stesso anno della pace di Cateau-Cambrésis, Enrico II morì ed ebbe inizio
un quarantennio di crisi per il regno, dovuto a varie cause.

Particolarmente delicata era la questione religiosa. Dalla vicina Ginevra era arrivato il calvinismo: i
suoi seguaci erano noti in Francia come ugonotti dal nome di uno dei loro primi capi, Besançon
Hugues (o forse dalla corruzione del termine tedesco Eidgenossen, “cospiratore, confederato”). La
nuova religione si era diffusa soprattutto tra i nobili, gli artigiani e i mercanti delle città del sud-
ovest, mentre nelle campagne e nella capitale Parigi aveva continuato a dominare il cattolicesimo.
Enrico II aveva mantenuto nei confronti del calvinismo un atteggiamento rigido e repressivo, ma
quando morì gli ugonotti poterono rialzare la testa, forti dell’appoggio di illustri membri della
nobiltà come l’ammiraglio Gaspard de Coligny, il principe di Condé e il re di Navarra Antonio
di Borbone; la fazione cattolica era invece comandata dalla potenza famiglia dei Guisa.
La contrapposizione tra le due confessioni non era solo religiosa, ma anche politica: i calvinisti
contestavano l’autorità monarchica e controllavano oltre un migliaio di città francese per mezzo di
consigli comunali che dirigevano gli affari sia religiosi sia politici, sul modello dell’organizzazione
calvinista di Ginevra; i cattolici, invece, difendevano la monarchia.

Altrettanto delicata era la questione dinastica. Enrico II era morto lasciando tre figli giovanissimi,
deboli e malati che gli succedettero uno dopo l’altro: Francesco II (re dal 1559 al 1560), Carlo IX
(re dal 1560 al 1574) e Enrico III (re dal 1574 al 1589). La dinastia dei Valois rischiava di
estinguersi senza eredi, anche perché le figlie femmine non potevano ereditare il trono secondo la
legge salica.

Inizialmente la reggenza fu assunta dalla vedova di Enrico II, Caterina de’ Medici, che tentò di
mantenere la pace lasciando libertà di culto agli ugonotti nelle aree del paese dove erano più
numerosi; ma così facendo scontentò profondamente i cattolici e la famiglia dei Guisa, preoccupati
dal fatto che gli ugonotti fortificavano le città in cui si insediavano.
Nel 1562 si verificò il massacro di Wassy: il duca di Guisa, in viaggio nei suoi possedimenti, cercò
di disperdere un’assemblea di ugonotti in preghiera e ne uccise molti. L’esercito ugonotto reagì
scontrandosi a più riprese con l’esercito regio, mentre si succedevano attentati alla vita dei capi
delle due fazioni: in uno di questi, nel 1568, restò ucciso il principale capo ugonotto, il principe di
Condé. Era ormai iniziata la lunga stagione delle guerre di religione, che avrebbero insanguinato la
Francia fino al 1598.

Nel 1572 si cercò di giungere a una pace attraverso il matrimonio della principessa Margherita di
Navarra, figlia di Enrico II, ed Enrico di Borbone, il nuovo re di Navarra di fede ugonotta; ma le
nozze si trasformarono in un bagno di sangue, poiché nel cuore della notte i Guisa massacrarono
brutalmente migliaia di ugonotti parigini. Enrico si salvò solo perché abiurò la propria fede e si
convertì al cattolicesimo. Poiché il massacro si svolse nella notte tra il 23 e il 24 agosto 1572, esso è
noto come notte di San Bartolomeo.
La violenza si estese alle regioni limitrofe e durò per mesi; si calcola che siano morti tra le 5mila e
le 30mila persone, tra cui molte donne e bambini.
4. Il massacro della notte di San Bartolomeo

Nel 1574 salì al trono Enrico III, che non volle legarsi troppo ai cattolici e nel 1576 emanò l’editto
di Beaulieu, con cui si riconosceva una parziale libertà di culto agli ugonotti. I Guisa reagirono
ponendosi a capo di una Lega cattolica con l’obiettivo di estirpare definitivamente il
protestantesimo dalla Francia; lo schieramento ugonotto a sua volta trovò un nuovo capo in Enrico
di Navarra, che era tornato alla fede protestante.
Nel 1584 Enrico III ed Enrico di Navarra si riconciliarono e il primo nominò il secondo erede al
trono di Francia, poiché non aveva fratelli superstiti né figli maschi; ma la prospettiva che il trono
andasse a un ugonotto non piaceva ai cattolici che, guidati da Enrico di Guisa e appoggiati dalla
Spagna, si ribellarono ancora. Ebbe così inizio la cosiddetta guerra dei tre Enrichi, dal nome dei tre
contendenti (Enrico III di Francia, Enrico di Navarra, Enrico di Guisa).
Nel 1588 Enrico III riuscì a far assassinare Enrico di Guisa, ma poco dopo il re fu assassinato da un
monaco fanatico per vendicare il duca di Guisa. La corona andò dunque a Enrico di Navarra, col
nome di Enrico IV, ma metà della Francia era ancora in mano alla Lega cattolica e la maggioranza
della popolazione francese non appoggiava un sovrano protestante; per questo nel 1593 Enrico
abiurò per la seconda volta la fede ugonotta e si convertì di nuovo al cattolicesimo. La città di Parigi
gli aprì le porte poco dopo e pare che in quell’occasione Enrico abbia pronunciato la famosa frase
“Parigi val bene una messa”.

In pochi anni Enrico IV sconfisse le armate cattoliche e spagnole. Nel 1598 emanò il famoso editto
di Nantes, con cui si stabiliva che la religione di Stato della Francia era il cattolicesimo ma che gli
ugonotti avevano il diritto di professare liberamente il loro culto nelle zone dove erano già presenti;
inoltre si garantiva loro il possesso di 142 tra castelli e città fortificate. Il culto ugonotto era però
vietato a Parigi e nelle zone limitrofe. Si trattò di un primo, importante passo verso la tolleranza
religiosa.

Enrico IV si occupò anche dello sviluppo economico ed amministrativo del paese, provato da
decenni di guerre civili:
- favorì le manifatture tessili
- aprì nuove vie di comunicazione (strade, ponti, canali ecc.)
- rilanciò le esportazioni verso l’estero
- introdusse una nuova tassa, la “taglia”, che colpiva patrimoni e proprietà
- reclutò nuovo personale dotato di specifiche competenze fiscali, amministrative e giuridiche
per dare a un nuovo ceto medio di burocrati e funzionari statali, la cosiddetta nobiltà di toga
(la toga era la lunga veste nera indossata dai magistrati e dai funzionari), i cui membri
acquistavano le cariche in cambio di denaro e potevano trasmetterle ai propri figli in via
ereditaria

Purtroppo, Enrico IV fu assassinato nel 1610 da un fanatico religioso, proprio come il suo
predecessore Enrico III. Lasciava il trono al figlioletto Luigi XIII, ma la dinastia dei Borboni
avrebbe governato il paese per due secoli, fino alla rivoluzione francese.

4. La nascita dei Paesi Bassi

Quando Carlo V aveva abdicato nel 1556, aveva lasciato al figlio Filippo II non solo la Spagna, ma
anche i Paesi Bassi asburgici, un territorio diviso in diciassette province e corrispondente agli attuali
Paesi Bassi, Belgio e Lussemburgo più alcune porzioni della Francia e della Germania.
Questa regione era molto ricca sul piano sociale, culturale ed economico: l’uso delle dighe aveva
permesso di ricavare terre dal mare (i cosiddetti polders), i commerci prosperavano, le città
ospitavano importanti manifatture tessili, l’industria navale era in pieno sviluppo.

Carlo V, nato e cresciuto in questa regione, aveva lasciato che i Paesi Bassi conservassero i loro
privilegi amministrativi e fiscali, ma il suo successore, spagnolo di nascita, aveva seguito una
politica ben diversa. In particolare, il nuovo re revocò i vecchi privilegi e, essendo cattolico, assunse
un atteggiamento repressivo nei confronti del calvinismo, che si era rapidamente diffuso nei Paesi
Bassi presso tutte le classe sociali, dalla nobiltà alla borghesia fino ai lavoratori cittadini e agli
artigiani.
Così facendo, però, Filippo si inimicò una buona parte della popolazione. Nel 1566 scoppiò una
rivolta popolare sostenuta non solo dai calvinisti, ma anche da tanti cattolici che mal sopportavano
la nuova politica del re spagnolo. Per soffocare la rivolta, Filippo II fece intervenire sia le truppe,
sotto il comando del duca di Alba, sia la temibile Inquisizione spagnola, che in pochi anni
condannò a morte migliaia di persone.

Nel 1572 scoppiò una seconda rivolta. Stavolta i ribelli erano guidati dal carismatico Guglielmo
d’Orange e riuscirono ad assumere il controllo delle province settentrionali; gli spagnoli, invece, si
trovarono in difficoltà perché le navi con gli approvvigionamenti venivano regolarmente assaltate e
le casse dello Stato erano ormai prosciugate. Rimasti senza paga, i soldati spagnoli si lasciarono
andare a saccheggi e atrocità nei Paesi Bassi, esasperando l’odio dei rivoltosi verso la corona.

Nel 1579 la situazione divenne più chiara:


- le province meridionali, a maggioranza cattolica e di lingua francese, crearono l’unione di
Arras, favorevole a un compromesso con la Spagna
- le province settentrionale, a maggioranza calvinista e di lingua nederlandese, si coalizzarono
nell’unione di Utrecht, in cui spiccavano le ricche province di Olanda e Zelanda

Nel 1582 l’unione di Utrecht cambiò il proprio nome in Province Unite e si proclamò ufficialmente
indipendente dalla Spagna. Filippo II mandò un nuovo esercito guidato da Alessandro Farnese,
che riconquistò le città meridionali (Bruges, Gand, Bruxelles, Anversa) ma non riuscì a occupare le
province settentrionali; queste, a loro volta, erano appoggiate dall’Inghilterra di Elisabetta I.
Nel 1588 le Province Unite diedero vita a una confederazione repubblicana (una vera rarità, in
un’Europa fatta di monarchie e imperi): nasceva così la Repubblica delle sette Province Unite,
corrispondente agli attuali Paesi Bassi.

Tuttavia, la guerra tra le sette Province e la Spagna durerà, tra scontri e tregue momentanee, per altri
sessant’anni: solo nel 1648 verrà riconosciuta l’indipendente della repubblica. Le province
meridionali, invece, rimasero sotto il dominio asburgico; solo più avanti avrebbero ottenuto
l’indipendenza, dando vita agli attuali Belgio e Lussemburgo.

5. La situazione dei Paesi Bassi dopo il 1648: a nord, in rosso, la repubblica delle sette Province
Unite; a sud, in chiaro, i territori dell’ex-unione di Arras rimasti in mano agli spagnoli

Nonostante il lungo stato di guerra, le Province Unite divennero un paese sempre più florido e
avanzato, capace di attirare forti investimenti nel traffico da e per l’Europa, ma anche un paradiso di
tolleranza in un’Europa segnata da intolleranze e guerre di religione: la maggioranza della
popolazione era calvinista, ma cattolici ed ebrei erano tollerati e per nulla discriminati.
Ognuna delle sette province si governava autonomamente, ma le decisioni di comune interesse
erano prese da un’assemblea comune, gli Stati generali, che si riuniva nella capitale L’Aia.
Inoltre, nonostante fosse uno Stato piccolo, la nuova repubblica approfittò della decadenza del
Portogallo e della Spagna per assumere il controllo delle rotte marittime, soprattutto di quelle dirette
in Estremo Oriente: in pochi decenni gli olandesi fondarono colonie in Sudafrica, in India e in
Indonesia, assunsero il controllo della rotta delle spezie, arrivarono persino in Cina e in Giappone.