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L’età delle scoperte geografiche

Per lungo tempo, l’Oceano Atlantico aveva costituito il limite occidentale del mondo conosciuto
dagli Europei, ma tra la fine del XV e gli inizi del XVI secolo i viaggi di intrepidi esploratori
finanziati dalle maggiori potenze europee (prima Spagna e Portogallo, poi anche Francia e
Inghilterra) resero possibile la scoperta di nuove terre e un allargamento senza precedenti degli
orizzonti geografici.

L’interesse per l’esplorazione dell’Atlantico scaturì da diverse cause:


- dopo secoli di pax mongolica (vedi fotocopie sull’impero mongolo), la frammentazione
dell’impero di Gengis Khan e la comparsa di nuovi imperi musulmani spesso in guerra fra
loro (Timuridi, Ottomani, Safavidi, Moghul ecc.) avevano reso le rotte commerciali via terra
con l’Oriente, come la Via della Seta, poco sicure e molto costose
- il Mediterraneo orientale era controllato dagli Ottomani, che imponevano ai mercanti
occidentali tasse piuttosto elevate per avere accesso ai beni provenienti da India e Cina
- gli Stati europei che si affacciavano sull’Atlantico volevano togliere il primato commerciale
alle città italiane, che fino ad allora avevano sfruttato la posizione privilegiata al centro del
Mediterraneo per prosperare (si pensi a Venezia e a Genova)
- i sovrani degli Stati nazionali cercavano nuove fonti di ricchezza per mantenere il costoso
apparato amministrativo e militare con cui controllavano i propri regni (vedi fotocopie sulle
monarchie nazionali)

Bisognava dunque trovare nuove rotte commerciali che permettessero di arrivare in India e in Cina
via mare, senza passare dall’Asia continentale.

L’esplorazione dell’Oceano Atlantico fu resa possibile non solo dalla volontà dei sovrani e dai loro
finanziamenti, ma anche dall’invenzione di nuovi strumenti e tecniche di navigazione, o dal
perfezionamento di quelli già esistenti:
- la bussola, inventata in Cina e perfezionata dal navigatore amalfitano Flavio Gioia, permette
di individuare i punti cardinali (Nord, Sud, Est, Ovest) tramite un ago calamitato che ha la
proprietà di allinearsi lungo le linee del campo magnetico terrestre indicando sempre la
direzione del Nord; il suo utilizzo era fondamentale in mare aperto, dove non c’erano punti
di riferimento
- l’astrolabio, strumento noto già ai Greci e agli Arabi ma perfezionato durante il
Rinascimento, consente di localizzare o calcolare la posizione dei corpi celesti, nonché di
calcolare l’ora locale se si conosce la latitudine, ossia la distanza dall’Equatore (vedi figura
1)
- la caravella, introdotta intorno alla metà del XV secolo dai portoghesi, un tipo di nave
molto maneggevole e veloce, equipaggiata sia con vele quadre sia con vele latine; richiedeva
un equipaggio limitato ma era capace di affrontare viaggi oceanici (vedi figura 2)

Vela quadra = vela di forma rettangolare o trapezia, nota fin dall’antichità, grazie alle
sue grosse dimensioni fornisce una buona spinta alla nave se il vento è a favore (ossia
soffia da poppa) ma è poco maneggevole e inutile se il vento è contrario (ossia soffia
da prua)
Vela latina = vela di forma triangolare, più piccola di quella quadra e per questo più
maneggevole, è capace di sfruttare anche il vento contrario; fu probabilmente
inventata dagli arabi, mentre il nome deriva dal fatto che anticamente l’aggettivo
“latino” era usato anche col significato di “facile, agevole”
1. Astrolabio francese del 1400

2. Caravella
1. Le spedizioni portoghesi: Bartolomeo Diaz e Vasco de Gama

La prima potenza europea che si interessò alle esplorazioni oceaniche fu il Portogallo e colui che
gettò le basi del suo impero coloniale fu il principe Enrico di Aviz, meglio noto come Enrico il
Navigatore (1394 – 1460).
Nel 1415 egli conquistò il primo possedimento portoghese fuori dall’Europa, la città marocchina di
Ceuta, dove giungevano le ricche carovane cariche d’oro provenienti dall’Africa subsahariana.
Negli anni seguenti il principe organizzò e finanziò diverse spedizioni lungo le coste africane, che
portarono alla scoperta e alla colonizzazione delle isole di Madeira, delle Azzorre e di Capo Verde;
entro il 1460 le navi portoghesi erano giunte fino in Sierra Leone e nel 1479 si videro riconosciute il
controllo del Golfo di Guinea.

Nell’agosto del 1487 partì da Lisbona il navigatore portoghese Bartolomeo Diaz, con l’incarico di
scoprire la reale estensione delle coste africane e l’esistenza del regno del Pietre Gianni, una
favolosa terra traboccante di ricchezze che alcuni cartografi medievali collocavano in Africa.
Sfruttando i favorevoli venti atlantici, Diaz potè scendere più a sud di qualsiasi altro navigatore
precedente e fu il primo europeo a raggiungere e superare il capo di Buona Speranza, nell’attuale
Sudafrica; da lì proseguì per altri 800 km verso est, ma le tempeste e le fatiche sopportate
dall’equipaggio lo costrinsero a invertire la rotta e a rientrare in Portogallo nel 1488.
La spedizione di Diaz fu un successo, perché dimostrò che l’Africa non si estendeva all’infinito e
quindi era possibile circumnavigarla (ossia navigarle intorno) e proseguire verso l’India.

La prima circumnavigazione dell’Africa fu compiuta circa dieci anni dopo da un altro portoghese,
Vasco de Gama.
Questi partì da Lisbona l’8 luglio 1497 e a novembre superò il capo di Buona Speranza. Nell’aprile
del 1498 raggiunse le coste dell’attuale Kenya, dove incontrò il navigatore arabo Ahmad al-Najdi;
col suo prezioso aiuto potè raggiungere il 20 maggio 1498 la città di Calicut, in India. Da lì,
compiendo il percorso inverso tornò in Portogallo il 9 settembre 1499.

3. I viaggi di Bartolomeo Diaz (in arancione) e di Vasco de Gama (in verde)


Le imprese di Diaz e Gama permisero al Portogallo di costruire una vera e propria rotta delle spezie
che partiva da Lisbona, scendeva fino al capo di Buona Speranza, risaliva lungo le coste dell’Africa
orientale e arrivava fino in India; da lì proseguiva ancora più a est fino all’Indonesia.
I principali prodotti che venivano acquistati in queste terre e importati in Europa erano ovviamente
le spezie: pepe, chiodi di garofano, noce moscata, cannella. Queste erano utilizzate sia in cucina per
insaporire i cibi sia per la produzione di farmaci, per cui il loro commercio rappresentava una fonte
di grande guadagno per i mercanti portoghesi.

2. Cristoforo Colombo e la scoperta dell’America

I primi europei giunti in America sono i Vichinghi, che tra il IX e il X secolo colonizzarono prima
l’Islanda e poi la Groenlandia; da lì navigarono ancora più a ovest e giunsero fino a una terra che le
antiche saghe vichinghe chiamano Vinland “terra del vino” e che gli studiosi identificano con l’isola
canadese di Terranova, dove nel 1960 sono stati trovati effettivamente i resti di un villaggio
vichingo a L’Anse aux Meadows.

4. Le spedizioni vichinghe in Nord America tra IX e X secolo, ricostruite attraverso i ritrovamenti


archeologici e le informazioni contenute nelle antiche saghe norrene

Tuttavia queste esplorazioni non diedero vita a insediamenti stabili, a causa dell’ostilità delle
popolazioni locali, e nel resto dell’Europa non giunse mai notizia delle loro scoperte.

Nel 1492 i sovrani di Castiglia e di Aragona conquistarono il sultanato di Granada, l’ultimo regno
musulmano nella penisola iberica, ed entrarono in possesso delle sue favolose ricchezze (vedi
fotocopie sulla Reconquista). Decisero dunque di finanziare la spedizione di un navigatore
genovese, Cristoforo Colombo, che si diceva convinto di poter arrivare in Estremo Oriente
navigando verso ovest.
La spedizione partì dal porto di Palos il 3 agosto 1492, fece sosta sulle isole Canarie e da lì proseguì
verso occidente, nell’oceano aperto. Agli inizi di ottobre l’equipaggio diede segni di volersi
ammutinare e Colombo giunse a un accordo: se entro qualche giorno non avessero avvistato alcuna
terra emersa, avrebbero invertito la rotta e sarebbero tornati in Spagna.
Fortunatamente il 12 ottobre fu avvistata un’isola, che Colombo ribattezzò San Salvador e che si
trova nelle attuali Bahamas; qui fu accolto con gentilezza e spirito pacifico dagli indigeni del posto.
Nei mesi successivi furono esplorate anche le coste di Cuba e di Hispaniola, poi nel gennaio 1493
iniziò il viaggio di ritorno.

In Spagna Colombo fu accolto con grandi onori, portando con sé oro, tabacco, pappagalli e persino
alcuni indiani come prova del proprio successo. I sovrani lo nominarono viceré e governatore delle
nuove terre scoperte e finanziarono altre tre spedizioni:
- nel secondo viaggio del 1493-1496 esplorò ancora Cuba e Hispaniola ma anche Puerto Rico
e la Giamaica
- nel terzo viaggio del 1498-1500 scoprì il Venezuela e la foce del fiume Orinoco
- nel quarto viaggio del 1502-1504 costeggiò l’America centrale

5. I quattro viaggi di Cristoforo Colombo

Colombo non sapeva di essere giunto in un nuovo continente: per tutta la vita sostenne di essere
arrivato in India, e infatti ribattezzò gli abitanti di quelle terre indios. Anche quando fu chiarito il
malinteso, si continuò a usare l’espressione “Indie occidentali” per riferirsi ai Caraibi.
Nonostante ciò, la data del 1492 è considerata tradizionalmente la fine del Medioevo e l’inizio
dell’età moderna per le enormi ripercussioni che la scoperta europea dell’America ebbe nella storia
dell’umanità e che vedremo di seguito.
3. L’esplorazione del Nuovo Mondo

Dopo l’impresa di Colombo, la Spagna non fu la sola nazione europea a esplorare il nuovo
continente appena scoperto, anche se fu quella decisamente più attiva.

L’Inghilterra finanziò nel 1496 la spedizione di Giovanni Caboto, un navigatore veneto-campano


convinto, come Colombo, di poter arrivare in Asia navigando verso nord-ovest.
Nel 1497 Caboto toccò le coste del Canada e ne prese possesso in nome del re Enrico VII Tudor,
convinto di essere arrivato in Cina. L’anno seguente tentò una seconda spedizione, con ancora più
navi e uomini, nella speranza di arrivare in Giappone; ma di lui si persero le tracce e il re, deluso,
accantonò ogni futuro progetto di esplorazione.
Anche il successore di Enrico VII, il figlio Enrico VIII, si disinteressò al Nuovo Mondo (pressato
da ben altri problemi in patria); solo con la regina Elisabetta I avrà inizio un serio progetto di
colonizzazione dell’America, che culminerò nella fondazione nel 1607 della prima colonia inglese,
la Virginia.

6. Il primo viaggio di Giovanni Caboto del 1497

La Francia solo nel 1524 finanziò il viaggio del fiorentino Giovanni da Verrazzano, che esplorò la
costa atlantica degli Stati Uniti e fu il primo europeo a entrare nella baia di New York. Dieci anni
dopo Jacques Cartier esplorò le coste canadesi e scoprì il golfo di San Lorenzo.
Anche in questo caso, però, problemi interni (guerre civili e di religione) e la rivalità con la Spagna
impedirono la nascita di un vero impero coloniale francese fino al 1605, quando fu fondata la
colonia di Acadia in Canada.

7. Il viaggio di Giovanni da Verrazzano del 1524


Il Portogallo si affacciò sullo scenario americano già nel 1500, quando Pedro Alvares Cabral, in
viaggio lungo la rotta delle spezie per l’India, fu mandato fuori rotta da una violenta tempesta e
toccò le coste del Brasile, prima di proseguire per l’India.
Tuttavia, grazie al trattato di Tordesillas (vedi più avanti) la presenza portoghese in America sarà
limitata all’area più orientale e il grosso dei territori sarà riconosciuto alla Spagna.

8. Il viaggio di Pedro Alvares Cabral in Brasile del 1500

Un posto importante nella storia delle esplorazioni è occupato da Amerigo Vespucci, anche lui
fiorentino come Verrazzano. Tra il 1497 e il 1504 compì, al servizio prima della Spagna e poi del
Portogallo, quattro viaggi che lo portarono a esplorare il Brasile e a scendere a sud fino in
Argentina; e durante queste spedizioni fu il primo a rendersi conto che le terre che aveva di fronte
non erano l’Asia, l’India o la Cina di cui aveva parlato Marco Polo, ma un nuovo continente.
Gli scritti in cui Vespucci sostiene questa sua teoria ebbero grande diffusione all’epoca; per questo
il cartografo tedesco Martin Waldseemüller decise nel 1507 di ribattezzare la nuova terra
“America”, dalla forma femminile del nome di Vespucci.

Sempre la Spagna finanziò la prima spedizione per circumnavigare il globo terrestre, partita da
Siviglia il 10 agosto 1519 con cinque navi sotto il comando del portoghese Ferdinando Magellano.
Questi era convinto che circumnavigando l’America e attraversando l’Oceano Pacifico (scoperto
solo pochi anni prima, nel 1513, da Vasco Nuñez de Balboa) fosse possibile arrivare in Estremo
Oriente più rapidamente rispetto alla rotta delle spezie.
La spedizione affrontò grandi perdite e lo stesso Magellano fu ucciso nel 1521 dagli indigeni di
un’isola delle Filippine; il comando fu quindi assunto da Juan Sebastian Elcano e solo una delle
cinque navi riuscì a ritornare in Spagna il 6 settembre 1522.
Alla spedizione partecipò anche un italiano, il vicentino Antonio Pigafetta, che ci ha lasciato una
preziosissima Relazione del primo viaggio intorno al mondo.
9. La prima circumnavigazione del globo (1519 – 1522)

4. Le civiltà precolombiane

Quando gli europei giunsero nel Nuovo Mondo, si trovarono inizialmente di fronte a popolazioni
“primitive”, ma il continente americano ospitava anche civiltà piuttosto evolute, sedentarie, che
praticavano l’agricoltura e in alcuni casi anche la scrittura, dette precolombiane perché sorte prima
dell’arrivo di Colombo. Un altro tratto comune di queste civiltà è la mancanza di un vero sviluppo
della metallurgia: sapevano lavorare l’oro e l’argento per creare gioielli, ma armi e attrezzi erano
fatti in pietra.

I Maya comparvero nel Messico sud-orientale, in Guatemala e Belize già nel 750 a.C. e raggiunsero
il massimo sviluppo tra il 250 e il 900 d.C.; quando arrivarono gli spagnoli erano già in una fase di
decadenza, dovuta a cause ancora poco chiare.
Politicamente non diedero mai vita a uno Stato unitario, ma erano divisi in numerose città-stato
governate da re con caratteri divini, considerati intermediari tra i mortali e il regno sovrannaturale.
La religione maya era politeista e contemplava l’esistenza di una grande varietà di divinità, esseri
sovrannaturali e forze sacre che influenzavano ogni aspetto della vita umana. L’universo era
concepito come una successione di mondi distrutti da diluvi o altre catastrofi; per mantenere
l’equilibrio e placare gli dei erano praticati cruenti sacrifici umani, in quanto si riteneva che il
sangue fosse una potente fonte di nutrimento divino.
La civiltà maya era molto avanzata: sviluppò un sistema di scrittura geroglifico; mise a punto
calendari basati sui cicli solari e lunari molto accurati e precisi; diede vita a una matematica a base
vigesimale (cioè basata sul numero 20) in cui era presente anche lo zero; eresse imponenti
costruzioni e piramidi a gradoni; compì meticolose osservazioni del cielo e dei fenomeni
astronomici.
Gli Aztechi (che chiamavano se stessi “Mexica”, da cui deriva il nome del Messico) abitavano il
Messico centrale.
Agli inizi del XVI secolo erano a capo di un impero esteso dal Pacifico al golfo del Messico, che
non si fondava sul controllo diretto delle terre sottomesse ma su un’egemonia “informale”: in
pratica, il governo centrale si accontentava di raccogliere i tributi e di ricevere la formale
sottomissione dei governanti, ma non interferiva con gli affari locali delle singole province.
Al vertice dello Stato c’era il sovrano, detto tlatoani: la carica non era rigidamente ereditaria
perché, pur essendo scelto sempre all’interno della famiglia reale, il re era eletto da un consiglio di
quattro membri. Al di sotto c’erano tre grandi classi sociali: i nobili (pilli); i non-nobili
(macehualli), ossia guerrieri, contadini, artigiani, commercianti; gli schiavi (tlacotin). Si poteva
essere ridotti in schiavitù per debiti o come punizione per determinati reati, oltre che come
prigionieri di guerra.
Anche gli Aztechi avevano sviluppato la scrittura, ma il loro sistema era costituito da glifi che
potevano indicare contemporaneamente un oggetto, un’idea astratta e un suono.
Come i Maya, la loro religione contemplava la pratica dei sacrifici umani per nutrire le divinità ed
evitare la loro ira: solitamente la vittima era uccisa estraendone il cuore ancora palpitante, ma
esistevano rituali ancora più macabri. La necessità di avere sempre a disposizione vittime sacrificali
spinse addirittura gli Aztechi a intraprendere guerre con i popoli vicini più per fare prigionieri da
sacrificare che per una reale volontà di conquista.

10. Raffigurazione di un sacrificio umano azteco da un manoscritto azteco del XVI secolo

Gli Inca popolavano la regione delle Ande dalla Colombia all’Argentina.


Tra il XII e il XVI secolo diedero vita a un enorme impero percorso da un complesso sistema
stradale, che permetteva a corrieri reali, eserciti ed esattori dei tributi di viaggiare rapidamente e
senza difficoltà da un capo all’altro dello Stato. Il potere era nelle mani di un imperatore con
attributi divini, il sapa inca, che si considerava diretto discendente del dio solare Inti.
A differenza di Maya e Aztechi, gli Inca non svilupparono un vero e proprio sistema di scrittura,
almeno non nel senso tradizionale del termine. Conoscevano infatti un sistema di notazione molto
particolare detto quipu, basato sull’uso di cordicelle annodate: si ritiene che fosse utilizzato per i
calcoli matematici, ma alcuni studiosi non escludono che possa essere una forma di scrittura.
11. Le tre grandi civiltà precolombiane: Maya, Aztechi e Inca

5. La conquista europea dell’America

Fin dai primi arrivi in America, gli europei tentarono di imporre il proprio dominio sulle terre
scoperte e di imporre ai nativi la propria religione. Il problema della spartizione del Nuovo Mondo
si fece sentire già all’indomani dell’impresa di Colombo, quando Spagna e Portogallo iniziarono a
contendersi le rispettive zone di influenza.

Papa Alessandro VI intervenne nella contesa con la bolla Inter caetera del 1493; l’accordo finale
fu però raggiunto l’anno seguente, col trattato di Tordesillas. Venne stabilita una linea di confine,
detta raya, passante nell’oceano a 370 leghe a ovest dell’arcipelago africano di Capo Verde: tutte le
terre a ovest della linea sarebbero andate alla Spagna, tutte quelle a est al Portogallo.
All’epoca era stata esplorata solo una frazione molto piccola del continente americano, quindi il
Portogallo non ebbe problemi ad accettare: solo nei decenni successivi, quando le esplorazioni
dimostrarono che l’America era molto più vasta, ci si rese conto che il trattato di Tordesillas
lasciava al Portogallo il diritto di governare solo sulla costa orientale del Brasile.
In realtà questo non impedì ai portoghesi di colonizzare territori anche a ovest della linea, né gli
spagnoli riuscirono a far rispettare rigorosamente il trattato, tanto che nel 1750 dovranno
riconoscere al Portogallo il controllo di quasi tutto il bacino dell’Amazzonia.
12. La spartizione del mondo tra Spagna e Portogallo secondo il trattato di Tordesillas

Risolto questo problema, gli spagnoli poterono dedicarsi alla conquista degli imperi precolombiani
con cui man mano entrarono in contatto. A portare avanti queste imprese furono i conquistadores,
letteralmente “conquistatori”: soldati, esploratori e avventurieri mossi dall’ambizione e dal
desiderio di ricchezze; spesso erano nobili decaduti in cerca di riscatto o figli cadetti che non
potevano aspirare a ricevere l’eredità paterna in patria e cercavano dunque fortuna oltreoceano.

Il primo impero precolombiano a cadere fu quello degli Aztechi, per mano di Hernan Cortés, che
partì da Cuba nel febbraio del 1519 con 11 navi, 100 marinai e 508 soldati.
Si trattava di una forza militare esigua, ma sorprendentemente Cortés ebbe successo per una serie di
circostanze:
- il dominio degli Aztechi sui popoli sottomessi era fragile e traballante, bastò sfruttare il loro
risentimento per spingerli alla rivolta
- la tecnologia militare azteca non era minimamente al livello di quella occidentale: gli
Aztechi usavano mazze e spade di pietra, non conoscevano le armi da fuoco e soprattutto
non erano preparati ad affrontare i cavalli, animali estinti in America da millenni (tanto che i
primi cavalieri vennero scambiati per mostri centauri)
- gli spagnoli portavano con sé malattie come il vaiolo, il tifo e la scarlattina praticamente
sconosciute in America, contro cui gli indigeni non avevano la minima difesa immunitaria
Nel 1521 gli spagnoli riuscirono a distruggere la capitale azteca, Tenochtitlan, l’attuale Città del
Messico; il Messico divenne una provincia spagnola chiamata Nuova Spagna e Cortés ne fu il
primo governatore.

Appena un decennio dopo un altro spagnolo, Francisco Pizarro, compì un’impresa ancora più
gloriosa: sottomettere l’impero degli Inca in Sud America con un esercito di appena 130 uomini.
Il segreto del successo di Pizarro fu l’intuizione di catturare subito l’imperatore, che all’epoca era
Atahualpa: dapprima ne conquistò la fiducia presentandosi come un alleato, poi lo fece prigioniero
a tradimento. Poiché l’imperatore era considerato un essere divino, i sudditi rimasero disorientati e
non persero tempo a pagare il riscatto che Pizarro chiedeva; ma una volta ottenuto l’oro, il
condottiero giustiziò Atahualpa.
Poco dopo Pizarro conquistò anche la capitale inca Cuzco, mentre nel 1535 fondò Lima, la capitale
del nuovo vicereame del Perù.
13. “L’impero su cui non tramonta il sole”:
i possedimenti spagnoli nel XVI secolo sotto Carlo V d’Asburgo