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Il libro

K
B
portato a termine una missione dalla quale sembrava
impossibile tornare sani e salvi. Ne avevano dubitato
persino loro, a dirla proprio tu a. Ma rientrati a Ke erdam, non
hanno il tempo di annoiarsi nemmeno un istante perché sono
costre i a rime ere di nuovo tu o in discussione, e a giocarsi ogni
cosa, vita compresa. Questa volta, però, traditi e indeboliti,
dovranno prendere parte a una vera e propria guerra per le buie e
tortuose strade della ci à contro un nemico potente, insidioso e
dalle tante facce. A Ke erdam, infa i, si sono radunate vecchie e
nuove conoscenze di Kaz e dei suoi, pronte a sfidare l’abilità di
Manisporche e la lealtà dei compagni. Ma se i sei fuorilegge
hanno una certezza è questa: dopo tu e le fughe rocambolesche,
gli scampati pericoli, le sofferenze e le inevitabili batoste che
hanno dovuto affrontare insieme, troveranno comunque il modo
di rimanere in piedi. E forse di vincerla, in qualche modo, questa
guerra, grazie alle rivoltelle di Jesper, al cervellone di Kaz, alla
verve di Nina, all’abilità di Inej, al genio di Wylan e alla forza di
Ma hias. Una guerra che per loro significa una possibilità di
vende a e redenzione e che sarà decisiva per il destino del mondo
Grisha.
L’autrice

Leigh Bardugo, nata a Gerusalemme ma


cresciuta a Los Angeles, si è laureata a Yale e
ha lavorato in pubblicità e come giornalista.
Per Mondadori ha già pubblicato GrishaVerse –
Sei di Corvi, di cui questo romanzo è il seguito,
che presto diventerà una serie Netflix.
Leigh Bardugo

IL REGNO CORROTTO
GrishaVerse

Traduzione di Fabio Paracchini e Lorenza Pellegri


IL REGNO CORROTTO

A Holly e Sarah,
che mi hanno aiutata a costruire;
a Noa, che ha fa o in modo che le mura rimanessero in piedi;
a Jo, che ha tenuto in piedi anche me.
GRISHA
Soldati del Secondo Esercito dominatori della piccola scienza

CORPORALKI
Ordine dei Vivi e dei Morti
Spaccacuore
Guaritori
Plasmaforme

ETHEREALKI
Ordine degli Evocatori
Chiamatempeste
Inferni
Scuotiacque

MATERIALKI
Ordine dei Fabrikator
Tempratori
Alchemi
PARTE PRIMA
ABBANDONATI
1
RETVENKO

Retvenko si appoggiò al bancone e affondò il naso nel bicchierino


sporco. Il whisky non era riuscito a scaldarlo. Niente ti poteva
togliere l’umidità dalle ossa in questa ci à abbandonata dai Santi. E
non c’era modo di sfuggire all’odore, alla miscela soffocante di acqua
di sentina, molluschi e pietra bagnata che sembrava essergli
penetrata nei pori come se fosse stato in infusione nel cuore della
ci à, la più schifosa tazza di tè del mondo.
Il tu o era piu osto evidente nel Barile, specialmente in un buco
lurido come questo: una taverna incastrata al piano inferiore di un
palazzo fra i più lugubri dei bassifondi, il soffi o basso e incurvato
dal maltempo e da un lavoro edilizio di scarsa qualità, le travi
annerite dalla fuliggine di un camine o che aveva smesso di
funzionare da anni, la canna fumaria ostruita dalle macerie. Il
pavimento era ricoperto di segatura per assorbire la birra versata, il
vomito e qualunque altra cosa gli avventori avessero rovesciato a
terra. Retvenko si domandò quanto tempo fosse passato dall’ultima
volta che era stata data una pulita ai tavoli. Seppellì il naso ancora
più a fondo nel bicchierino e inalò il dolce profumo del whisky
scadente. Il che gli fece lacrimare gli occhi.
«Devi berlo, non sniffarlo» disse l’oste ridendo.
Retvenko appoggiò il bicchiere e fissò l’uomo con sguardo
appannato: aveva il collo robusto e il torace largo, un vero colosso.
Retvenko l’aveva visto bu are in strada più di un cliente rissoso, ma
era difficile prenderlo sul serio, vestito com’era in quella maniera
assurda, la preferita dai giovani del Barile: una camicia rosa con le
maniche che sembravano sul punto di strapparsi sopra gli enormi
bicipiti e un gilè scozzese a sgargianti riquadri rossi e arancioni.
Sembrava un granchio gigante vestito da damerino.
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«Dimmelo me» disse Retvenko. Il suo Kerch non era un granché e
peggiorava ulteriormente dopo qualche bicchiere. «Perché ci à
puzza così male? Come vecchia zuppa? Come lavandino pieno di
pia i sporchi?»
L’oste scoppiò a ridere. «Ke erdam è fa a così. Ti ci abitui, con il
tempo.»
Retvenko scrollò la testa. Non voleva abituarsi a questa ci à e al
suo tanfo. Il suo lavoro alle dipendenze del Consigliere Hoede era
stato noioso, ma almeno le sue stanze erano sempre state calde e
asciu e. Dal momento che era un Grisha so o contra o e tenuto in
gran conto, Retvenko era stato tra ato con i guanti, la pancia sempre
piena. All’epoca aveva malede o Hoede, stufo del proprio lavoro,
che consisteva nel fare da cane da guardia alle spedizioni di preziosi
carichi mari imi, e indignato dalle condizioni del proprio contra o,
un accordo sconsiderato che aveva acce ato pur di stare lontano da
Ravka dopo la guerra civile. Ma adesso? Adesso non poteva fare a
meno di pensare al laboratorio Grisha presso la casa di Hoede, le
fiamme che scoppie avano allegramente nel focolare, il pane nero
servito con grosse noci di burro e fe e di prosciu o tagliato spesso.
Dopo che Hoede era morto, il Consiglio dei Mercanti di Kerch aveva
permesso a Retvenko di andare per mare per rifondere il debito del
proprio contra o. La paga era pessima, ma quali altre opzioni
aveva? Era un Grisha Chiamatempeste in una ci à ostile, con
nessun’altra abilità a parte i doni con i quali era nato.
«Ancora?» chiese l’oste, indicando il bicchiere vuoto.
Retvenko esitò. Non avrebbe dovuto scialacquare i propri soldi.
Se fosse stato accorto con ogni centesimo, avrebbe potuto uscire in
mare per un altro viaggio soltanto, forse due, e poi avrebbe avuto
abbastanza denaro per saldare il proprio debito e comprarsi un
biglie o per Ravka in una cucce a di terza classe. Questo era tu o
quello di cui aveva bisogno.
Doveva farsi trovare sulla banchina in meno di un’ora. Erano
previsti temporali, per cui l’equipaggio contava su di lui per
controllare le correnti d’aria e condurre tranquillamente la nave in
qualunque porto dovesse raggiungere. Lui non sapeva qual era e
non gli importava. Il capitano avrebbe stabilito le coordinate; lui
g p p
avrebbe gonfiato le vele o placato il cielo. E poi avrebbe incassato la
propria paga. Tu avia i venti non si erano ancora alzati. Forse
avrebbe potuto dormire durante la prima parte del viaggio.
Retvenko tamburellò con le dita sul bancone e annuì. Cosa doveva
fare un uomo? Aveva pur diri o a qualche consolazione.
«Io non sono fa orino» borbo ò.
«Come dici?» chiese l’oste mentre gli versava un altro whisky.
Retvenko fece un cenno sprezzante con la mano. Quell’uomo,
quel comune zoticone, non avrebbe mai capito. Lavorava duro
nell’anonimato. Nella speranza di che cosa? Una moneta in più in
tasca? Lo sguardo interessato di una ragazza carina? Non sapeva
niente della gloria della ba aglia, di cosa significasse essere
ammirati e riveriti.
«Sei Ravkiano?»
Intontito dal whisky, Retvenko si mise in allerta. «Perché chiedi?»
«Per nessun motivo. È solo che da come parli sembri Ravkiano.»
Retvenko si disse di rilassarsi. Era pieno di Ravkiani che
arrivavano a Ke erdam in cerca di lavoro. Non aveva niente addosso
che rivelasse che era un Grisha. La codardia lo riempì di disgusto,
verso se stesso, l’oste e la ci à.
Voleva solo sedersi e godersi la bevuta. Non c’era nessuno pronto
a saltargli addosso e, anche se l’oste era muscoloso, lui sapeva di
poterlo gestire facilmente. Ma quando eri un Grisha, persino
rimanere fermo poteva voler dire andare in cerca di guai. Di recente,
c’erano state voci di strane sparizioni a Ke erdam: Grisha che
scomparivano dalle strade o dalle proprie case, con ogni probabilità
rapiti da schiavisti e venduti ai migliori offerenti. Lui non avrebbe
permesso che gli capitasse una cosa del genere, non quando era così
vicino a comprarsi il ritorno a Ravka.
Bu ò giù il liquore, sba é una moneta sul bancone e si alzò dallo
sgabello. Non lasciò la mancia. Un uomo deve guadagnarsela, la
pagno a.
Si sentiva malfermo sulle gambe mentre si dirigeva fuori, e il
tanfo dell’aria non era d’aiuto. Abbassò il capo e puntò verso Quarto
Porto, lasciando che la passeggiata gli schiarisse le idee. Altri due
viaggi, si ripeté, ancora poche se imane per mare, ancora pochi mesi
gg p p p p
in questa ci à. Avrebbe trovato un modo per renderlo sopportabile.
Si domandò se qualcuno dei suoi vecchi amici lo stesse aspe ando a
Ravka. Pareva che il giovane re distribuisse gli indulti manco fossero
caramelle, impaziente di ricostituire il Secondo Esercito, l’apparato
militare Grisha che era stato decimato dalla guerra.
«Altri due viaggi» disse a voce alta a nessuno in particolare,
pestando gli stivali nell’umidità primaverile. Come faceva a essere
ancora così freddo e umido in questo periodo dell’anno? Vivere in
una ci à del genere era come essere intrappolati nel gelo dell’ascella
di un gigante ibernato. Oltrepassò il Canale di Graf e rabbrividì nel
dare un’occhiata di sfuggita all’Isola del Velo Nero, incuneata là
dove l’acqua formava un’ansa. Era lì che una volta i Kerch più agiati
seppellivano i loro morti, in piccole case di pietra sopra il livello del
mare. Per qualche scherzo del clima l’isola era sempre avvolta nelle
nebbie, e si vociferava che fosse infestata dai fantasmi. Retvenko
accelerò il passo. Non era un tipo superstizioso – quando eri dotato
di poteri come i suoi niente di ciò che poteva nascondersi nell’ombra
era in grado di spaventarti –, ma a chi piaceva camminare accanto a
un cimitero?
Sprofondò nel cappo o e si affre ò giù per la Havenstraat,
tenendo d’occhio tu o ciò che si muoveva in ogni vicolo tortuoso.
Presto sarebbe tornato a Ravka, dove avrebbe potuto passeggiare per
strada senza paura. Ammesso di ricevere l’indulto.
Si agitò, a disagio nel cappo o. La guerra aveva messo i Grisha gli
uni contro gli altri, e la sua fazione era stata particolarmente brutale.
Lui aveva assassinato ex compagni d’arme, civili, persino bambini.
Ma ciò che era stato fa o non poteva essere disfa o. Re Nikolai
aveva bisogno di soldati, e lui era un o imo soldato.
Annuì una volta alla guardia imboscata nel chiosche o
all’ingresso di Quarto Porto e si guardò alle spalle per accertarsi di
non essere stato seguito. Sorpassò i depositi di merci e si diresse
verso il molo, cercò l’a racco giusto e si mise in coda per registrarsi
con il primo ufficiale. Lo riconobbe dai viaggi precedenti, sempre
nervoso e di ca ivo umore, il collo macilento che spuntava dal
bavero della giacca. Teneva in mano un grosso plico di documenti, e
Retvenko intravide il sigillo di cera viola di uno dei membri del
g
Consiglio dei Mercanti di Kerch. In ci à quei sigilli valevano più
dell’oro, perché garantivano gli ormeggi migliori del porto e le vie
d’accesso preferenziali alle banchine. E perché i consiglieri godevano
di così tanto rispe o e così tanti benefici? Per via del denaro. Perché
le loro imprese portavano profi i a Ke erdam. A Ravka il potere
aveva un altro significato, superiore, là gli elementi naturali si
piegavano al volere dei Grisha e il paese era governato da un re vero
e proprio invece che da un gruppo di mercanti arrivisti.
A dirla tu a, lui aveva provato a deporre il padre di quel re, ma
non era questo il punto.
«Non siamo ancora pronti per il resto dell’equipaggio» disse il
primo ufficiale mentre Retvenko gli forniva il proprio nome. «Puoi
rimanertene al caldo nell’ufficio della capitaneria di porto. Stiamo
aspe ando un segnale dal Consiglio delle Maree.»
«Buon per voi» disse Retvenko, indifferente. Sollevò lo sguardo su
uno degli obelischi neri che incombevano sul porto. Se ci fosse stata
una qualche possibilità che l’alto e potente Consiglio delle Maree lo
vedesse dalle torri di guardia, gli avrebbe fa o sapere cosa ne
pensava con pochi gesti ben selezionati. C’era da presumere che i
membri fossero Grisha, ma avevano mai alzato un dito per aiutare
gli altri Grisha in ci à? Per dare una mano a quelli a cui la fortuna
aveva voltato le spalle e che avrebbero dato il benvenuto a un
pizzico di gentilezza? “No, non l’hanno fa o” si rispose da solo.
Il primo ufficiale trasalì. «Ghezen, Retvenko. Hai bevuto?»
«No.»
«Puzzi di whisky.»
Retvenko si annusò. «Poco whisky.»
«Ripulisciti. Prenditi un caffè o della jurda forte. Questo cotone
dev’essere a Djerholm entro due se imane, e non sei pagato per farti
passare i postumi della sbornia so ocoperta. Ci siamo intesi?»
«Sì, sì» disse Retvenko con un cenno sdegnato della mano, già
puntando verso l’ufficio della capitaneria. Ma quando si trovò a
pochi passi di distanza ruotò il polso. Un minuscolo mulinello d’aria
si impossessò delle carte che il primo ufficiale teneva in mano e le
fece volare via sopra il molo.
«Dannazione!» gridò l’ufficiale mentre si arrampicava sulle assi di
legno nel tentativo di ca urare le pagine del manifesto di carico
prima di vederle immergersi in mare.
Retvenko sorrise con ferocia per la soddisfazione, poi fu colto da
un’ondata di tristezza. Era un gigante tra gli uomini, un
Chiamatempeste di talento, un grande soldato, ma qui era
semplicemente un dipendente, un vecchio e triste Ravkiano che
parlava un bru o Kerch e alzava troppo il gomito. “Casa” si disse.
“Presto vado casa.” Avrebbe o enuto l’indulto e avrebbe dimostrato
ancora una volta il proprio valore. Avrebbe comba uto per il proprio
paese. Avrebbe dormito so o un te o senza infiltrazioni e avrebbe
indossato una kefta di lana blu foderata di pelliccia di volpe
argentata. Sarebbe stato di nuovo Emil Retvenko, non la sua patetica
ombra.
«C’è del caffè» disse l’impiegato quando Retvenko entrò
nell’ufficio del capitano, indicando una caraffa di rame nell’angolo.
«Tè?»
«C’è del caffè.»
Che paese. Retvenko si riempì una tazza di poltiglia scura, più per
scaldarsi le mani che per altro. Non ne tollerava il sapore, di certo
non senza una dose generosa di zucchero che il capitano aveva
trascurato di rifornire.
«Il vento si è alzato» disse l’impiegato mentre le campane fuori
suonavano, mosse dalla brezza crescente.
«Ho orecchie» bofonchiò lui.
«Non penso che qui aumenterà di molto, ma una volta che sarete
usciti dal porto…»
«Silenzio» disse Retvenko bruscamente. Era in piedi, in ascolto.
«Cosa?» chiese l’impiegato. «C’è…»
Retvenko si mise un dito sopra le labbra. «Qualcuno fa urla.» Il
rumore arrivava da dov’era ormeggiata la nave.
«Sono solo i gabbiani. Il sole si leverà presto e…»
Retvenko sollevò una mano, e una forte raffica d’aria mandò
l’impiegato a sba ere contro il muro. «Ho de o silenzio.»
L’impiegato spalancò la bocca quando finì appeso alle travi di
legno. «Sei tu il Grisha che hanno preso per l’equipaggio?»
g p p q p gg
Per amore dei Santi, doveva tirar fuori l’aria dai polmoni di questo
ragazzo e soffocarlo per farlo stare zi o?
Dai vetri unti delle finestre, Retvenko poteva vedere il cielo
diventare blu con l’arrivo dell’alba. Sentì i gabbiani stridere sopra le
onde in cerca della colazione. Forse il whisky gli stava mandando la
testa in confusione.
Lasciò cadere a terra l’impiegato. Aveva rovesciato il caffè, ma
non aveva voglia di riempirsi un’altra tazza.
«Te l’ho de o che non era niente» fece l’impiegato mentre si
rime eva in piedi. «Non c’era bisogno di scaldarsi così.» Si diede una
spolverata e si rimise alla scrivania. «È la prima volta che incontro
uno di voi. Un Grisha.» Retvenko sbuffò. Probabilmente era
successo, solo che il ragazzo non lo sapeva. «Vieni pagato bene per i
tuoi viaggi?»
«Non abbastanza.»
«Io…» Ma qualunque cosa l’impiegato stesse per dire andò persa
quando la porta dell’ufficio esplose in una grandine di schegge.
Retvenko alzò le mani a proteggersi il viso. Si accucciò e rotolò
dietro la scrivania in cerca di un riparo. Una donna entrò nell’ufficio;
aveva capelli neri e occhi dorati. Shu.
L’impiegato allungò una mano verso il fucile legato con una
cinghia so o la scrivania. «Sono venuti per il libro paga!» gridò.
«Nessuno si prende il libro paga.»
Retvenko guardò scioccato l’allampanato impiegato alzarsi in
piedi come una specie di guerriero vendicatore e aprire il fuoco. Di
tu o ciò che c’era di più santo, niente motivava un Kerch come il
denaro.
Retvenko sbirciò oltre la scrivania giusto in tempo per vedere il
proie ile centrare in pieno pe o la donna, che venne scaraventata
all’indietro e andò a sba ere contro lo stipite della porta per poi
accasciarsi sul pavimento. Retvenko sentì l’odore acre della polvere
da sparo e quello metallico del sangue. Le budella gli si contorsero in
modo imbarazzante. Era passato tanto tempo dall’ultima volta che
aveva visto qualcuno cadere di fronte a lui so o i colpi di un’arma da
fuoco – ed era successo all’epoca della guerra.
«Nessuno si prende il libro paga» ripeté l’impiegato tu o
soddisfa o.
Ma prima che Retvenko potesse replicare, la donna Shu afferrò
con una mano insanguinata la cornice della porta e si tirò in piedi.
Retvenko sba é le palpebre. Quanto whisky aveva trangugiato?
La donna avanzò. Tra i brandelli della camicia, Retvenko vide il
sangue, la carne dilaniata dalla pallo ola e il luccichio di quello che
sembrava metallo.
L’impiegato tentò goffamente di ricaricare il fucile, ma la donna
fu più veloce. Glielo strappò di mano e lo usò per colpirlo,
calandoglielo addosso con una violenza spaventosa. Poi bu ò via
l’arma e puntò gli occhi dorati su Retvenko.
«Prendi libro paga!» urlò lui arretrando. Affondò le mani nelle
tasche e le lanciò il suo portafogli quasi vuoto. «Prendi cosa vuoi.»
La donna sorrise appena a quel gesto: era un sorriso di
commiserazione? Di divertimento? Retvenko non avrebbe saputo
dirlo. Ma capì che lei non era venuta per il denaro. Era venuta per
lui. E non aveva importanza che fosse una schiavista o una
mercenaria o chissà che altro. Si sarebbe trovata di fronte un soldato,
non uno smidollato codardo.
Balzò in piedi, malgrado i muscoli rispondessero rilu anti ai suoi
ordini, e si mise in posizione da comba imento. Protese le braccia in
avanti. L’ululato del vento spazzò la stanza, scaraventando addosso
alla donna una sedia, poi la scrivania dell’impiegato, e infine la
caraffa di caffè fumante. Lei respinse ogni ogge o con noncuranza,
come se stesse scostando di lato delle ragnatele pendenti.
Retvenko mise a fuoco il proprio potere e spinse entrambe le mani
in avanti, con le orecchie che gli rimbombavano mentre la pressione
crollava e il vento si alzava e diventava un nuvolone temporalesco.
Magari questa donna non poteva essere fermata dai proie ili, ma
chissà come se la sarebbe cavata con la furia di una tempesta.
Lei ringhiò quando il vento di burrasca la afferrò e la scagliò
all’indietro a raverso la porta d’ingresso aperta. Agguantò lo stipite
e cercò di restarvi aggrappata.
Retvenko scoppiò a ridere. Aveva dimenticato quanto lo facesse
stare bene comba ere. Poi, da dietro, udì un sonoro crac, lo stridio di
chiodi scardinati e di legname lacerato. Si guardò alle spalle e vide di
sfuggita il cielo dell’alba e il pontile. Il muro era crollato.
Delle braccia forti lo agguantarono, bloccandogli le mani sui
fianchi in modo da impedirgli di usare il suo potere. Stava salendo,
flu uando verso l’alto, e il porto si rimpiccioliva so o di lui. Vide il
te o dell’ufficio della capitaneria, il corpo del primo ufficiale dentro
un cumulo di macerie sul molo, e la nave che avrebbe dovuto
manovrare: il ponte era un’accozzaglia di assi ro e e di corpi
ammucchiati accanto agli alberi rido i a pezzi. I suoi aggressori, per
prima cosa, erano stati là.
L’aria che gli colpiva il viso era fredda. Il cuore gli pompava nelle
orecchie a ritmo irregolare.
«Io prego te» implorò mentre si libravano più in alto, senza sapere
bene per che cosa stesse pregando. Temendo di muoversi troppo o
troppo bruscamente, allungò il collo per guardare il suo rapitore.
Emise un gemito terrorizzato, a metà tra un singhiozzo e il guaito di
un animale finito in trappola e in preda al panico.
L’uomo che lo teneva era uno Shu, i capelli neri legati in una
crocchia stre a, gli occhi dorati strizzati contro lo sferzare del vento,
e due enormi ali che gli sbucavano dalla schiena e sba evano contro
il cielo, incernierate ed elegantemente lavorate in spirali di filigrana
d’argento e pezzi di tela ben tesa. Era un angelo? Un demone?
Qualche strana creatura meccanica che aveva preso vita? O lui era
semplicemente impazzito?
Tra le braccia del suo rapitore, Emil Retvenko vide l’ombra che
proie avano insieme sulla superficie scintillante del mare giù in
basso: due teste, due ali, qua ro gambe. Era diventato una bestia
gigante, e tu avia quella bestia lo avrebbe divorato. Le sue preghiere
si trasformarono in urla, ma anche quelle rimasero senza risposta.
2
WYLAN

“Che cosa ci faccio qui?”


Quel pensiero si era affacciato alla mente di Wylan almeno sei
volte al giorno da quando aveva incontrato Kaz Brekker. Ma in no i
come questa, no i in cui erano “al lavoro”, il pensiero gli faceva su e
giù in testa come un tenore apprensivo che si esercitava con le scale:
Checosacifaccioquichecosacifaccioquichecosacifaccioqui.
Sistemò l’orlo della giacca blu cielo, la divisa indossata dai
camerieri del Club Cumulus, e tentò di dare l’impressione di essere a
proprio agio. “Fai finta che sia una cena di gala” si disse. Era
sopravvissuto a una quantità infinita di pasti sgradevoli a casa di
suo padre. Questo non era diverso. Di fa o, era più facile. Niente
conversazioni imbarazzanti sui suoi studi o su quando avrebbe
iniziato a frequentare le lezioni all’università. Tu o quello che
doveva fare era rimanere in silenzio, eseguire gli ordini di Kaz e
capire cosa fare con le proprie mani. Tenerle davanti? Faceva troppo
artista in concerto. Tenerle dietro? Troppo militare. Provò a
lasciarsele ciondolare lungo i fianchi, ma anche così non funzionava.
Perché non aveva fa o più a enzione alla postura dei camerieri?
Nonostante Kaz li avesse rassicurati che la sale a al secondo piano
sarebbe stata a loro disposizione per tu a la no e, Wylan era
convinto che da un momento all’altro un vero adde o del personale
di servizio sarebbe entrato nella stanza, l’avrebbe indicato e avrebbe
gridato: “Impostore!”. D’altra parte, Wylan si sentiva quasi sempre
un impostore.
Non era passata neanche una se imana da quando avevano
raggiunto Ke erdam, e quasi un mese da quando avevano lasciato
Djerholm. Wylan aveva avuto i connotati di Kuwei per la maggior
parte del tempo, ma tu e le volte che ca urava un riflesso della
p p
propria immagine in uno specchio o nella vetrina di un negozio gli ci
voleva un lungo istante per rendersi conto che non stava guardando
uno sconosciuto. Adesso era questa la sua faccia: occhi dorati, fronte
larga, capelli neri. La sua vecchia identità era stata rimossa, e lui non
era certo di conoscere la persona che ne aveva preso il posto – la
persona che ora se ne stava in piedi nella sale a privata di una delle
bische più lussuose del Coperchio, intrappolata in un altro dei piani
di Kaz Brekker.
Un giocatore al tavolo alzò il calice di champagne per farselo
riempire di nuovo, e lui sca ò in avanti dal suo trespolo appoggiato
al muro. Le mani gli tremavano mentre prendeva la bo iglia dal
secchiello argentato del ghiaccio, ma gli anni trascorsi a partecipare
ai ritrovi sociali del padre erano stati di qualche utilità. Perlomeno
sapeva come versare in modo decente un calice di champagne senza
fargli fare la schiuma. Poteva quasi sentire la voce di Jesper che lo
sfo eva. Competenze spendibili sul mercato… mercantuccio.
Azzardò un’occhiata nella sua direzione. Il tiratore scelto era
seduto al tavolo, curvo sulle proprie carte. Indossava un malconcio
gilè blu scuro ricamato con delle stelline d’oro, e la camicia bianca
spiegazzata spiccava contro la sua pelle scura. Jesper si portò al viso
una mano stanca. Stavano giocando a carte da più di due ore. Wylan
non avrebbe saputo dire se la stanchezza che dimostrava era
autentica o facesse parte della messinscena.
Riempì un altro bicchiere, concentrandosi sulle istruzioni che gli
aveva impartito Kaz.
“Limitati a prendere gli ordini dei giocatori e a tenere le orecchie
aperte su quello che dice Smeet” gli aveva de o. “È un lavoro,
Wylan. Vedi di farlo.”
Perché tu i lo chiamavano “lavoro”? Non era come lavorare. Era
come inciampare e ritrovarsi a cadere all’improvviso. Era come
essere in preda al panico. Per cui cominciò a passare in rassegna i
de agli della stanza – un trucco che aveva utilizzato spesso per
calmarsi tu e le volte che arrivava in un posto nuovo, o quando suo
padre era particolarmente di ca ivo umore. Studiò lo schema di
stelle incastrate le une nelle altre che ornava il pavimento di legno
lucido, i nodi a forma di conchiglia del candelabro di vetro soffiato,
g
la tappezzeria di seta color cobalto affollata di nuvole d’argento.
Niente finestre che facessero entrare la luce naturale. Kaz diceva che
le bische non avevano mai finestre, perché chi le gestiva voleva che i
giocatori perdessero la cognizione del tempo.
Wylan lo guardò servire un altro giro di carte a Smeet, a Jesper e
agli altri giocatori al tavolo rotondo. Indossava la stessa giacca blu
cielo da cameriere che portava anche lui e le sue mani erano nude.
Wylan dove e costringersi a non fissarle. Non era solo strano, e
sbagliato, vedere Kaz senza guanti; era che le sue mani sembravano
azionate da un macchinario misterioso che lui non capiva. Quando
aveva imparato a fare i ritra i artistici, aveva studiato le illustrazioni
di anatomia. Aveva una buona conoscenza della muscolatura, del
modo in cui ossa e giunture e legamenti si incastrano fra loro.
Tu avia le mani di Kaz erano così agili che sembravano fossero state
create all’unico scopo di maneggiare le carte, le lunghe dita bianche
si fle evano a tempo, mescolavano producendo il fruscio
appropriato, ogni movimento era efficiente. Kaz sosteneva di riuscire
a controllare qualunque mazzo. Allora perché Jesper stava perdendo
una mano dietro l’altra?
Quando Kaz aveva illustrato questa parte del piano nel loro
nascondiglio al Velo Nero, lui era rimasto perplesso, e per una volta
non era stato l’unico a fare delle domande.
“Fammi capire bene” aveva de o Nina. “Il tuo piano geniale è
fare credito a Jesper per farlo giocare a carte con Cornelis Smeet?”
“A Smeet piacciono le puntate alte a Tre Uomo Mora” aveva
risposto Kaz. “Per cui noi gli daremo entrambe le cose. Farò io il
mazziere nella prima parte della no e, poi mi sostituirà Specht.”
Wylan non conosceva bene Specht. Era un ex marinaio che aveva
prestato servizio nella marina militare e un membro degli Scarti che
aveva portato la loro nave avanti e indietro dalla Corte di Ghiaccio.
A dire la verità, tra la mascella brizzolata e i tatuaggi che gli
risalivano su per metà collo, Wylan trovava l’uomo di mare un po’
spaventoso. E anche Specht aveva ammesso, preoccupato: “Io so
dare le carte, Kaz, ma non so controllare il mazzo”.
“Non serve che tu lo faccia. Da quando prenderai il mio posto, si
giocherà pulito. La cosa importante è tenere Smeet al tavolo fino a
g p p
mezzano e. È durante il cambio turno che rischieremo di perderlo.
Non appena io mi alzerò, lui prenderà in considerazione l’idea di
passare a un altro gioco o di chiudere lì la serata, per cui voi dovrete
fare di tu o per tenere il suo culo solidamente piantato al tavolo da
gioco.”
“Posso riuscirci” aveva de o Jesper.
Nina aveva commentato in modo sarcastico: “Come no, e magari
per la fase due di questo piano io posso travestirmi da spacciatrice di
jurda parem. Cosa potrebbe mai andare storto?”.
Wylan non l’avrebbe messa esa amente in quei termini, ma era
d’accordo con Nina. Fermamente d’accordo. Avrebbero dovuto
tenere Jesper lontano dalle bische, non incoraggiare il suo amore per
il gioco d’azzardo. Ma Kaz era stato irremovibile.
“Fate solo il vostro lavoro e tenete impegnato Smeet fino a
mezzano e” aveva de o. “Sapete cosa c’è in ballo.” Tu i lo
sapevano. La vita di Inej. E come poteva Wylan me ersi a discutere
con quello? Sentiva un senso di colpa pungente tu e le volte che ci
pensava. Van Eck aveva concesso loro se e giorni per consegnargli
Kuwei Yul-Bo; poi avrebbe iniziato a torturare Inej. Erano quasi fuori
tempo massimo. Lui sapeva che non avrebbe potuto impedire a suo
padre di fare il doppio gioco con la banda e rapire Inej. Lo sapeva, ma
si sentiva comunque responsabile.
“Cosa dovrei fare con Cornelis Smeet dopo la mezzano e?” aveva
chiesto Nina.
“Cerca di convincerlo a passare la no e con te.”
“Che cosa?” era esploso Ma hias, rosso in faccia fino alle
orecchie.
“Lui non ci starà.”
Nina aveva sbuffato. “Lo dici tu che non ci starà.”
“Nina…” aveva grugnito Ma hias.
“Smeet non bara a carte e non tradisce la moglie” aveva de o Kaz.
“È come uno di quei dile anti che se ne vanno in giro per il Barile.
Perlopiù è un uomo rispe abile, scrupoloso: stile di vita morigerato
e mezzo bicchiere di vino a cena. Ma una volta alla se imana gli
piace sentirsi un fuorilegge che compete in arguzia con i giocatori
più incalliti dello Stave dell’Est, e gli piace avere una bella bionda
accanto quando gioca.”
Nina aveva arricciato le labbra. “Se è un uomo di così sani
principi, allora perché vuoi che io provi a…”
“Perché Smeet naviga nell’oro, e qualunque ragazza dello Stave
dell’Ovest che si rispe i farebbe almeno un tentativo.”
“Non mi piace questa cosa” aveva commentato Ma hias.
Jesper aveva fa o il suo sorriso da pistolero temerario. “A dirla
tu a, Ma hias, a te non piace mai niente.”
“Tenete Smeet al Club Cumulus dalle o o a mezzano e” aveva
tagliato corto Kaz. “Sono qua ro ore di partite a carte, per cui state
con gli occhi bene aperti.”
Di certo ora Nina stava facendo del suo meglio, e Wylan non
sapeva se essere impressionato o preoccupato. La ragazza indossava
un abito vedo-non-vedo color lavanda dotato di una specie di
corse o che le spingeva la scollatura a un’altezza allarmante e,
sebbene avesse perso peso per via della sua ba aglia con la parem,
c’era ancora parecchio ben di dio su cui Smeet avrebbe potuto
me ere le mani. Aveva piazzato il didietro sulle ginocchia di lui, gli
aveva appoggiato un braccio sulla spalla, gli stava cingue ando
graziosamente all’orecchio mentre con le mani gli accarezzava il
pe o e, di tanto in tanto, gli scivolava dentro la giacca come un cane
da caccia alla ricerca di una preda. Si fermava solamente per
ordinare delle ostriche o un’altra bo iglia di champagne. Wylan
sapeva che Nina era in grado di tenere a bada qualunque uomo e
qualunque situazione, ma non gli sembrava giusto che lei dovesse
sedere mezza nuda nella sala piena di spifferi di una bisca,
accosciata nel grembo di un avvocato che la guardava in modo
lascivo. Come minimo, si sarebbe presa un raffreddore.
Jesper lasciò ancora una volta ed emise un lungo sospiro
esasperato. Nelle ultime due ore aveva continuato, lentamente, a
perdere. Aveva fa o le sue puntate con cautela, ma questa sera né la
fortuna né Kaz sembravano essere dalla sua parte. Come avrebbero
fa o a tenere Smeet al tavolo se Jesper avesse finito i liquidi? Gli altri
giocatori di alto profilo sarebbero stati un richiamo sufficiente? Ce
n’erano diversi lì nella stanza, che indugiavano accanto alle pareti,
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che osservavano le mosse, ciascuno nella speranza di accaparrarsi
una sedia se qualcuno incassava i ge oni e abbandonava il tavolo.
Nessuno di loro era a conoscenza del vero gioco condo o da Kaz.
Quando Wylan si chinò per riempire il calice di Nina udì Smeet
mormorare: «Il gioco delle carte è come un duello. Sono i graffi e i
taglie i che preparano il terreno per il colpo mortale definitivo».
Sbirciò dall’altra parte, verso Jesper. «Quel giovano o sta
sanguinando su tu o il tavolo.»
«Non so come lei faccia a tenere a mente tu e le regole» disse
Nina con un risolino.
Smeet sorrise a trentadue denti, evidentemente compiaciuto.
«Questo è niente, paragonato a gestire un’a ività.»
«Non riesco a immaginare nemmeno come faccia a fare quello.»
«A volte non ci riesco nemmeno io» disse Smeet con un sospiro.
«È stata una se imana difficile. Uno dei miei dipendenti non è più
tornato dalle vacanze, il che significa che sono rimasto a corto di
personale.»
Wylan fece quasi cadere la bo iglia che aveva in mano; lo
champagne si sparse sul pavimento.
«Pago per berlo, non per indossarlo, ragazzo» sbo ò Smeet. Si
strofinò i pantaloni e borbo ò: «Ecco quel che succede ad assumere
gli stranieri».
“Si riferisce a me” realizzò Wylan mentre arretrava in fre a e
furia. Non era ancora riuscito ad assimilare fino in fondo la realtà dei
suoi nuovi connotati Shu. Non sapeva nemmeno parlarlo lo Shu,
cosa che non gli aveva dato pensiero finché due turisti Shu con una
cartina in mano non lo avevano abbordato sullo Stave dell’Est. Lui
era andato nel panico, aveva fa o spallucce in modo esagerato e si
era infilato di corsa nell’ingresso della servitù del Club Cumulus.
«Poverino» disse Nina a Smeet, passandogli le dita fra i capelli
radi e sistemandosi un fiorellino nei propri, biondi e setosi. Wylan
non era sicuro che lei gli avesse de o di venire dalla Casa dell’Iris
Blu, ma sicuramente lui doveva averlo dedo o.
Jesper si appoggiò allo schienale della sedia, le dita che
tamburellavano sulle impugnature delle rivoltelle. Il movimento
ca urò l’a enzione di Smeet.
«Quelle pistole sono notevoli. I calci sono in vera madreperla, se
non mi sbaglio» disse Smeet nel tono di chi si sbaglia di rado. «Io
stesso ho una bella collezione di armi da fuoco, però niente
all’altezza di una rivoltella a ripetizione Zemeni.»
«Oh, quanto mi piacerebbe vedere le sue pistole» tubò Nina, e
Wylan guardò il soffi o per non dare l’idea di aver alzato gli occhi al
cielo. «Ce ne staremo seduti qui tu a la no e?»
Wylan tentò di nascondere la propria confusione. L’obie ivo non
era tra enerlo? Ma evidentemente Nina ne sapeva più di lui, perché
Smeet assunse un’espressione leggermente cocciuta. «Fai silenzio,
ora. Se vinco una bella somma, potrei comprarti qualcosa di carino.»
«Mi accontenterò di qualche altra ostrica.»
«Non hai ancora finito queste.»
Wylan colse il fremito delle narici di Nina e pensò che stesse
prendendo un bel respiro per farsi forza. Non le era più tornato
l’appetito da quando si era ripresa dalla sua lo a con la parem, e lui
non aveva idea di come fosse riuscita a ingollare quasi una dozzina
di ostriche.
Ora la guardò deglutire l’ultima con un brivido. «Deliziosa!»
esclamò guardando Wylan. «Prendiamone delle altre.»
Era il segnale. Wylan piombò nella sala e prese il vassoio carico di
ghiaccio e gusci vuoti.
«La signora ha un languorino» disse Smeet.
«Ostriche, signorina?» domandò Wylan. La voce risuonò troppo
alta. «Gambere i al burro?» Troppo bassa.
«Tu ’e due» disse Smeet, accondiscendente. «E un altro calice di
champagne.»
«Splendido» disse Nina, l’incarnato leggermente verdognolo.
Wylan si precipitò a raverso la porta girevole nella dispensa della
servitù, che era rifornita di pia i, recipienti in vetro, tovaglioli e un
cestello pieno di ghiaccio.
Un’ampia porzione della parete più lontana era occupata da un
montavivande e, accanto, c’era un tubo a forma di tromba che
perme eva al personale in servizio di parlarci dentro e comunicare
con la cucina. Wylan appoggiò sul tavolo il vassoio con il ghiaccio e i
gusci, poi ordinò alla cucina delle ostriche e dei gambere i al burro.
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«Ah, anche un’altra bo iglia di champagne.»
«Quale annata?»
«Uh… come quella di prima?» Wylan aveva sentito gli amici del
padre discutere di quali vini comprare per fare dei buoni
investimenti, ma non si fidava abbastanza di se stesso per scegliere
un’annata.
Quando tornò con l’ordinazione di Nina, Kaz si stava alzando dal
tavolo. Fece il gesto di darsi una spolverata alle mani – il segnale che
un mazziere aveva terminato il proprio turno. Specht si sede e al
suo posto, un foulard di seta blu annodato alla gola per nascondere i
tatuaggi. Si scrollò i polsini della camicia e invitò i giocatori ad
alzare la posta o a incassare.
Lo sguardo di Kaz incontrò quello di Wylan mentre spariva nella
dispensa.
Era il momento. Secondo Kaz e Jesper, i giocatori di carte
ritenevano che la fortuna fosse legata al mazziere e perlopiù, ai
cambi di turno, sme evano di giocare.
Wylan osservò angosciato Smeet che si stiracchiava e affibbiava a
Nina una sonora pacca sul sedere. «Abbiamo avuto fortuna» disse,
guardando verso Jesper, che stava fissando sconsolato il suo magro
gruzzole o di ge oni. «Possiamo cercarci un giro più grosso da
qualche altra parte.»
«Ma il mio vassoio è appena arrivato» disse Nina me endo il
broncio.
Wylan fece un passo avanti, senza sapere bene cosa dire,
consapevole soltanto del fa o che dovevano tra enere Smeet. «È
tu o di suo gradimento, signore? Posso offrire a lei e alla signora
qualcos’altro?»
Smeet lo ignorò, la mano ancora sul posteriore di Nina. «Si
possono avere vivande più prelibate e un servizio migliore in tu o il
Coperchio, mia cara.»
Un omone dentro un completo a righe si avvicinò a Smeet,
impaziente di prendere il suo posto. «Sta incassando?»
Smeet fece un cenno amichevole a Jesper. «Stiamo incassando
entrambi, eh, giovano o? Andrà meglio la prossima volta.»
Jesper non ricambiò il sorriso. «Io non ho ancora finito, qui.»
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Smeet indicò il misero mucchie o di ge oni dell’avversario.
«Eppure sembra proprio di sì.»
Jesper si alzò in piedi e portò le mani alle pistole. Wylan strinse
forte la bo iglia di champagne mentre gli altri giocatori si
allontanavano dal tavolo, pronti ad afferrare le proprie armi o a
tuffarsi da qualche parte in cerca di un riparo. Ma Jesper si limitò a
slacciarsi il cinturone. Posò delicatamente le rivoltelle sul tavolo e ne
sfiorò con a enzione il profilo luccicante.
«Quanto vuole per queste?» domandò.
Wylan tentò di incrociare lo sguardo di Jesper. Faceva parte del
piano? E, se anche fosse, a cosa stava pensando? Lui amava quelle
pistole. Tanto valeva, per lui, tagliarsi la mano e ge arla nel pia o.
Specht si schiarì la gola e disse: «Il Cumulus non è un banco dei
pegni. Si acce ano solo contanti e titoli di credito della Banca di
Gemens».
«Ti finanzio io le puntate» disse Smeet con studiato disinteresse,
«se serve a far ripartire il gioco. Un migliaio di kruge per le pistole?»
«Valgono dieci volte tanto.»
«Cinquemila.»
«Se e.»
«Sei, e solo perché mi sento generoso.»
«No!» scappò di bocca a Wylan. Nella stanza piombò il silenzio.
La voce di Jesper era gelida. «Non ricordo di aver chiesto il tuo
consiglio.»
«Che insolenza!» disse Smeet. «Da quando in qua i camerieri si
immischiano nel gioco?»
Nina gli lanciò un’occhiataccia, e il tono di Specht era furioso per
l’incredulità quando disse: «Signori, vogliamo far ripartire questo
gioco? Ai vostri posti!».
Jesper spinse i revolver lungo il tavolo verso Smeet, che in cambio
rimandò indietro una bella pila di ge oni.
«Molto bene» disse Jesper, con cupi occhi grigi. «Servitemi le
carte.»
Wylan si allontanò da lì e sparì in un lampo dentro la dispensa. Il
vassoio con il ghiaccio e i gusci non c’era più, e Kaz era in a esa. Si
era ge ato un lungo mantello arancione sopra la giacca blu da
cameriere. I guanti erano tornati al loro posto.
«Kaz» disse Wylan, disperato. «Jesper ha appena messo sul pia o
le sue pistole.»
«Quanto ha chiesto?»
«Perché? Cosa importa? Lui…»
«Cinquemila kruge?»
«Sei.»
«Bene. Nemmeno Jesper sarebbe in grado di giocarsele tu e in
meno di due ore.» Ge ò a Wylan un mantello e una maschera, gli
accessori fondamentali per travestirsi da Imperatore Grigio, uno dei
personaggi della Commedia Bruta. «Andiamo.»
«Io?»
«No, l’idiota dietro di te.» Kaz sollevò il tubo dell’interfono e
disse: «Mandate su un altro cameriere. Questo qui è riuscito a
versare lo champagne sulle scarpe di un pezzo grosso».
Qualcuno dalla cucina scoppiò a ridere e rispose: «Arriva».
Pochi istanti dopo si precipitarono giù per le scale e fuori
dall’ingresso di servizio, avvolti nei costumi che perme evano loro
di spostarsi in incognito a raverso la folla dello Stave dell’Est.
«Tu sapevi che Jesper avrebbe perso. Hai fa o tu in modo che
perdesse» lo accusò Wylan. Kaz usava di rado il bastone quando si
aggiravano nelle zone della ci à in cui poteva essere riconosciuto.
Ma, nonostante la sua andatura sbilenca, Wylan doveva quasi
correre per stargli al passo.
«Ovvio. O sono io a controllare la partita, Wylan, o non gioco.
Avrei potuto fare in modo che Jesper vincesse ogni mano.»
«E allora perché…»
«Non eravamo lì per vincere a carte. Ci serviva tenere Smeet al
tavolo. Stava sbavando su quelle pistole quasi quanto sulla scollatura
di Nina. Ora si sente sicuro di sé, come se la no e fosse sua. Se
perde, continuerà a giocare. Chi lo sa?! Magari Jesper riuscirà anche
a rivincere le sue rivoltelle.»
«Lo spero» disse Wylan, mentre saltavano su un traghe o
affollato di turisti e puntavano verso lo Stave.
«Ti conviene.»
«Che cosa vuoi dire?»
«Uno come Jesper vince due mani e grida ai qua ro venti che è un
segno. Alla fine perde tu o, e quello che gli resta addosso è la
smania ancora più grossa di un altro colpo di fortuna. Le sale da
gioco stanno in piedi su questo.»
Allora perché fargli me ere piede in una bisca? Wylan lo pensò
ma non lo disse. E perché costringere Jesper a rinunciare a qualcosa
che contava così tanto per lui? Ci doveva pur essere un altro sistema
per tenere Smeet al tavolo da gioco. Ma non erano quelle le
domande giuste. La vera domanda era perché Jesper l’avesse fa o
senza esitare. Forse era ancora in cerca dell’approvazione di Kaz,
forse sperava di recuperarne i favori dopo che, per colpa sua, erano
finiti dri i nell’imboscata al molo che era quasi costata la vita di Inej.
O forse Jesper voleva qualcosa di più del perdono di Kaz.
“Che cosa ci faccio qui?” si domandò di nuovo Wylan. Si scoprì a
rosicchiarsi il pollice e si costrinse a sme ere. Era qui per Inej. Lei
aveva salvato le loro vite più di una volta, e lui non l’avrebbe
dimenticato. Era qui perché aveva disperatamente bisogno di soldi.
E se c’era un altro motivo, un motivo alto e allampanato con una
passione eccessiva per il gioco d’azzardo, non ci avrebbe pensato
certo adesso.
Non appena arrivarono alla periferia del Barile, Wylan e Kaz
ge arono via giacche e mantelli e si incamminarono a est verso il
quartiere di Zelver.
Ma hias li stava aspe ando so o un portico in penombra sul
Canale di Handel. «Via libera?» domandò Kaz.
«Via libera» rispose il grosso Fjerdiano. «Al piano di sopra di casa
Smeet le luci si sono spente più di un’ora fa, ma non so se il
personale è sveglio.»
«Ci sono solo una domestica e un cuoco a servizio di giorno»
disse Kaz. «È troppo taccagno per assumere della servitù a tempo
pieno.»
«Come st…»
«Nina sta bene. Jesper sta bene. Stanno tu i bene, tranne me che
sono inchiodato a una banda di bambinaie ansiose. Tenete gli occhi
aperti.»
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Wylan alzò le spalle come per scusarsi con Ma hias, il quale
prima sembrò considerare l’idea di fracassare il cranio di Kaz contro
il muro, poi invece si affre ò a seguirlo sui cio oli. La casa di Smeet
gli faceva anche da ufficio, e si trovava in una strada buia con poco
passaggio. I lampioni lungo il canale erano accesi e dietro qualche
finestra brillavano le candele, ma dopo i dieci rintocchi quasi tu i i
rispe abili ci adini del quartiere erano già a le o.
«Entriamo dalla porta principale?»
«Fai ballare gli occhi anziché la lingua» disse Kaz, con i
grimaldelli che già gli lampeggiavano nelle mani guantate.
“Lo sto facendo” pensò Wylan. Ma non era propriamente vero.
Aveva preso nota delle proporzioni del palazzo, dell’inclinazione del
te o spiovente, delle rose che stavano per sbocciare sui davanzali
delle finestre. Ma non aveva guardato alla casa come a un
indovinello da risolvere. E, per quanto fosse frustrante, doveva
amme ere che la soluzione era facile. Il quartiere di Zelver era
benestante, ma non veramente ricco: un posto per artigiani di
successo, contabili e avvocati. Anche se le case erano solidamente
edificate e ordinate, affacciate su un canale di ampie dimensioni,
erano addossate l’una sull’altra, e non possedevano grandi giardini o
moli privati. Per accedere alle finestre dei piani superiori, lui e Kaz
avrebbero dovuto irrompere nella casa dei vicini e forzare due
serrature al posto di una sola. Meglio correre il rischio di passare
dalla porta d’ingresso e comportarsi semplicemente come se
avessero tu o il diri o di stare lì – anche se Kaz non aveva in mano
delle chiavi, ma dei grimaldelli.
Fai ballare gli occhi. Il fa o era che a Wylan non piaceva guardare il
mondo nel modo in cui lo guardava Kaz. E una volta o enuti i loro
soldi, non avrebbe più dovuto farlo.
Una frazione di secondo dopo, Kaz abbassò la maniglia e la porta
si aprì. Wylan udì immediatamente uno scalpiccio di zampe e
unghie sul legno duro e un ringhio sordo, mentre il branco di segugi
di Smeet si precipitava alla porta, i denti bianchi che scintillavano, i
latrati che brontolavano in fondo ai loro pe i. Prima che i cani
potessero rendersi conto che non era arrivato il loro padrone ma
qualcun altro, Kaz si infilò il fischie o di Smeet tra le labbra e soffiò.
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Nina era riuscita a sfilarlo dalla catena che l’avvocato teneva sempre
al collo, poi l’aveva nascosto so o il guscio vuoto di un’ostrica
affinché Wylan lo facesse sparire rapidamente in cucina.
Il fischie o non emise alcun suono – almeno non uno che Wylan
fosse in grado di udire. “Non funziona” pensò, e immaginò quelle
enormi mascelle serrarsi sulla propria gola. Invece i cani si
arrestarono bruscamente e finirono uno addosso all’altro in un
groviglio confuso.
Kaz soffiò un’altra volta e contrasse le labbra in modo da
impartire un nuovo comando. I cani si zi irono e si accucciarono sul
pavimento con un guaito contrariato. Uno si rotolò persino sulla
schiena.
«Ora io mi chiedo perché non si possano ammaestrare così le
persone» mormorò Kaz, mentre si accovacciava per premiare il cane
con un gra ino sulla pancia, le dita dentro i guanti neri che gli
accarezzavano la pelliccia corta. «Chiudi la porta.»
Wylan ubbidì e rimase lì in piedi con la schiena appoggiata
all’anta, tenendo d’occhio il mucchio di cani bavosi. Tu a la casa
puzzava di cane: pelo bagnato, pelliccia unta e alito fetido che
sapeva di carne cruda.
«Non ti piacciono gli animali?» gli chiese Kaz.
«I cani mi piacciono» disse Wylan. «Ma non quando sono grossi
come orsi.»
Wylan sapeva che il vero rompicapo della casa di Smeet era stato
spinoso da risolvere per Kaz. Lui sapeva scassinare qualunque
serratura e superare in astuzia qualunque sistema d’allarme, ma non
era stato capace di trovare una soluzione semplice per neutralizzare i
segugi assetati di sangue di Smeet, che non me esse a repentaglio il
loro piano. Di giorno i cani erano tenuti in una gabbia, ma di no e
erano liberi di scorrazzare in giro per casa mentre la famiglia di
Smeet dormiva in pace nelle stanze riccamente arredate del piano
superiore, con la scala che portava di sopra sbarrata da un cancello
di ferro. Lui portava a passeggio i cani di persona, su e giù per il
Canale di Handel, facendosi tirare come una sli a grassoccia dal
cappello costoso.
Nina aveva suggerito di drogare il cibo dei cani. Smeet andava dal
macellaio tu e le ma ine a scegliere i tagli di carne per il branco, e
sarebbe stato piu osto facile scambiare i pacche i. Solo che Smeet
voleva che i cani fossero affamati di no e, per questo li nutriva la
ma ina. Se le sue adorate bestiole fossero state fiacche tu o il giorno
lui se ne sarebbe accorto, e loro non potevano rischiare che
rimanesse a casa a prendersi cura dei segugi. Smeet doveva passare
la sera sullo Stave dell’Est, ed era fondamentale che, quando fosse
rientrato, non trovasse niente di insolito. Ne andava della vita di
Inej.
Kaz aveva organizzato la sala privata al Cumulus, Nina aveva
preso il fischie o da so o la camicia di Smeet e, pezzo dopo pezzo, il
piano era stato messo a punto. Wylan non voleva pensare a che cosa
avevano fa o per o enere i comandi del fischie o. Rabbrividì
quando ricordò le parole di Smeet: “Uno dei miei dipendenti non è
più tornato dalle vacanze”. E non l’avrebbe mai fa o. Wylan riusciva
ancora a sentire l’uomo urlare mentre Kaz lo appendeva per le
caviglie alla cima della Punta del Faro di Hanraat. “Sono un
brav’uomo” aveva gridato. “Sono un brav’uomo.” Erano state le sue
ultime parole. Se avesse parlato di meno, avrebbe continuato a
vivere.
Ora Wylan guardò Kaz fare un gra ino dietro l’orecchio del cane
bavoso e rialzarsi. «Andiamo. A ento a dove me i i piedi.»
Scansarono i corpi dei cani nel corridoio e in silenzio si fecero
strada su per le scale. A Wylan la stru ura della casa di Smeet era
familiare. La maggior parte delle imprese ci adine seguiva lo stesso
schema: al piano terra la cucina e le stanze pubbliche per gli incontri
con i clienti, al primo piano gli uffici e il magazzino, al secondo
piano le camere da le o della famiglia. Le case ancora più ricche
avevano un altro piano per gli alloggi della servitù. Da ragazzo,
Wylan aveva trascorso parecchie ore a nascondersi dal padre nelle
stanze ai piani superiori di casa propria.
«Non ha nemmeno chiuso a chiave» bisbigliò Kaz mentre
entravano nell’ufficio di Smeet. «I segugi l’hanno reso pigro.»
Kaz richiuse la porta e accese una lanterna, abbassando la fiamma
al minimo.
L’ufficio aveva tre piccole scrivanie collocate a orno alla finestra
per usufruire della luce naturale: una era di Smeet e le altre due dei
suoi dipendenti. Sono un brav’uomo.
Wylan scacciò via il ricordo e si concentrò sulle librerie che
andavano dal pavimento al soffi o. Erano stipate di registri e di
scatole piene di documenti, ciascuna accuratamente etiche ata con
quelli che lui dedusse fossero i nomi dei clienti e delle aziende.
«Quanti polli» mormorò Kaz, mentre con lo sguardo passava in
rassegna le scatole. «Naten Boreg, quel miserabile stronze o di Karl
Dryden. Smeet rappresenta metà del Consiglio dei Mercanti.»
Compreso il padre di Wylan. Smeet era l’avvocato di Jan Van Eck
e l’amministratore delle sue proprietà immobiliari da quando lui
aveva memoria.
«Da dove cominciamo?» sussurrò Wylan.
Kaz estrasse un grosso registro contabile dagli scaffali. «Per prima
cosa ci assicuriamo che tuo padre non si sia intestato delle nuove
proprietà. Poi andiamo a vedere so o il nome della tua matrigna, e
poi so o il tuo.»
«Non chiamarla così. Alys è appena più grande di me. E mio
padre non mi avrà intestato niente.»
«Sapessi cosa può arrivare a fare un uomo pur di non pagare le
tasse.»
Passarono buona parte dell’ora successiva a spulciare nei
documenti di Smeet. Vennero a conoscenza di tu i i beni pubblici di
Van Eck: le fabbriche, gli alberghi, gli stabilimenti manifa urieri, il
cantiere navale, la casa di campagna e i terreni agricoli nel sud di
Kerch. Tu avia Kaz era convinto che il padre di Wylan dovesse
avere dei possedimenti privati, luoghi che aveva tenuto fuori dai
registri pubblici, nascondigli per qualcosa – o qualcuno – che non
voleva far trovare.
Kaz leggeva ad alta voce i nomi e le annotazioni sul registro,
facendo a Wylan delle domande e cercando di trovare dei
collegamenti con proprietà o aziende che non avevano ancora
scoperto. Wylan sapeva di non dovere nulla al proprio padre, ma si
sentiva comunque un traditore.
«Geldspin?» chiese Kaz.
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«Un cotonificio. Credo che sia a Zierfoort.»
«Troppo lontano. Non la terrebbe laggiù. Che cosa dici di Firma
Allerbest?»
Wylan frugò nella memoria. «Credo che quella sia un’azienda
conserviera.»
«Due macchine da soldi, in pratica, e sono entrambe intestate ad
Alys. Però Van Eck tiene i pezzi davvero grossi per sé: il cantiere
navale, i silos alla Dolce Vena.»
«Te l’ho de o» rispose Wylan, giocherellando con una penna su
uno dei registri. «Mio padre si fida prima di tu o di se stesso, e
molto lontanamente di Alys. Non lascerebbe niente a mio nome.»
Kaz disse soltanto: «Passiamo al prossimo registro contabile.
Cominciamo con le proprietà commerciali».
Wylan smise di gingillarsi con la penna. «Lì c’era qualcosa a mio
nome.»
Kaz si appoggiò allo schienale della sedia. La sua espressione era
quasi di sfida quando disse: «Una macchina tipografica».
Il solito vecchio scherzo. E allora perché pungeva ancora? Wylan
mise giù la penna. «Capisco.»
«Non è quello che definirei un uomo so ile. Anche la Commedia
di Eil è a tuo nome.»
«Ma certo» replicò Wylan, desiderando di suonare meno amaro.
Un’altra risata per suo padre da godersi in privato – un’isola
abbandonata dove non c’era niente a parte un parco dei divertimenti
in rovina, un posto senza alcun valore per quell’analfabeta senza
alcun valore di suo figlio. Non avrebbe dovuto fare quella domanda.
Mentre i minuti scorrevano e Kaz andava avanti a leggere, Wylan
diventava sempre più agitato. Se avesse saputo leggere, avrebbero
scorso i documenti molto più rapidamente. Di fa o, Wylan avrebbe
dovuto conoscere gli affari di suo padre come il palmo della sua
mano. «Ti sto rallentando» disse.
Kaz aprì un altro plico di documenti. «Sapevo esa amente quanto
ci sarebbe voluto. Qual era il cognome di tua madre?»
«Non c’è niente a suo nome.»
«Fammi felice.»
«Hendriks.»
Kaz si avvicinò agli scaffali e scelse un altro registro contabile.
«Quand’è morta?»
«Quando avevo o o anni.» Wylan riprese la penna. «Mio padre
diventò anche peggio dopo che lei se ne andò.» O perlomeno era
quello che si ricordava. I mesi immediatamente successivi alla morte
di sua madre erano stati una macchia di tristezza e silenzio. «Non mi
permise di andare al suo funerale. Non so nemmeno dove sia
sepolta. E comunque, perché voi dite “Nessun rimpianto, nessun
funerale”? Perché non dite semplicemente “Buona fortuna” o “State
a enti”?»
«Ci piace tenere basse le aspe ative.» Con l’indice guantato Kaz
scorse all’ingiù una colonna di numeri e si fermò. Fece avanti e
indietro con gli occhi tra i due registri, poi chiuse di sca o le
copertine di cuoio. «Andiamo.»
«Hai trovato qualcosa?»
Kaz annuì. «So dov’è.»
Wylan sapeva di non essersi immaginato la tensione in quella
voce rauca. Kaz non urlava mai nel modo in cui lo faceva suo padre,
ma Wylan aveva imparato a riconoscere quella nota bassa,
quell’armonia nera che strisciava nel suo tono di voce quando le cose
stavano per farsi pericolose. L’aveva udita dopo lo scontro sul molo,
quando Inej stava morendo dissanguata per via della pugnalata di
Oomen, poi quando Kaz aveva appreso che era stato Pekka Rollins a
tendere loro l’imboscata, e di nuovo quando erano stati messi in
scacco da suo padre. L’aveva udita forte e chiara in cima al faro,
mentre l’impiegato di Smeet urlava per avere salva la vita.
Wylan osservò Kaz rime ere in ordine la stanza. Spostò una
le era un po’ più a sinistra, tirò un po’ più in fuori un casse o dello
schedario più grande e spinse leggermente indietro la sedia. Quando
ebbe finito esaminò il locale, poi tolse la penna dalle mani di Wylan e
la posizionò con cura al proprio posto sulla scrivania.
«Un ladro come si deve è come un buon veleno, mercantuccio.
Non lascia tracce.» Kaz soffiò sulla lanterna per spegnerla. «Tuo
padre fa beneficenza?»
«No. Paga dei tributi a Ghezen, ma sostiene che la beneficenza
priva gli uomini della possibilità di lavorare onestamente.»
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«Be’, negli ultimi o o anni ha fa o delle donazioni alla chiesa di
Santa Hilde. Se vuoi porgere i tuoi omaggi a tua madre,
probabilmente è quello il posto da cui iniziare.»
Wylan fissò Kaz senza parlare nella stanza in penombra. Non
aveva mai sentito nominare la chiesa di Santa Hilde. E non esisteva
che Manisporche condividesse un qualsivoglia straccio di
informazione senza che gli tornasse utile. «Cosa…»
«Se Nina e Jesper hanno fa o un buon lavoro, Smeet sarà a casa a
momenti. Non possiamo essere qui quando torna o tu o il piano
salta. Muoviamoci.»
Wylan si sentiva come se gli avessero picchiato in testa un registro
contabile e poi gli avessero de o di far finta di niente.
Kaz spalancò la porta. Entrambi si fermarono di colpo.
Da sopra la spalla del compagno, Wylan vide in piedi sul
pianero olo una bambina, appoggiata al collo di un enorme cane
grigio. Doveva avere circa cinque anni, le dita dei piedi a malapena
visibili so o l’orlo della camicia da no e di flanella.
«Oh Ghezen» sussurrò Wylan.
Kaz fece un passo avanti nel corridoio e chiuse quasi del tu o la
porta dietro di sé.
Wylan esitò nell’ufficio quasi buio, non sapendo bene come
comportarsi, e terrorizzato da quello che avrebbe potuto fare Kaz.
La bambina sollevò lo sguardo a fissare Manisporche con i suoi
occhioni, poi si tolse il pollice di bocca. «Lavori per il mio papino?»
«No.»
Il ricordo riaffiorò di nuovo. Sono un brav’uomo. Si erano appostati
per cogliere di sorpresa l’impiegato mentre usciva dal Serraglio e lo
avevano trascinato di peso in cima al faro. Kaz l’aveva appeso per le
caviglie e l’impiegato se l’era fa a addosso, urlando e implorando
pietà, per poi rivelare finalmente i comandi del fischie o di Smeet.
Kaz era stato sul punto di tirarlo indietro quando l’impiegato si era
messo a offrire di tu o, soldi, i numeri dei conti bancari dei clienti di
Smeet, e infine: “Ho delle informazioni su una delle ragazze del
Serraglio, la Zemeni”.
Kaz si era fermato. “Che cosa sai su di lei?”
Wylan l’aveva sentita in quel momento, quella nota bassa e
pericolosa di avvertimento. Ma l’impiegato non conosceva il suo
aguzzino, e non si era accorto di come la sua voce rauca aveva
cambiato tono. Aveva pensato di aver scorto uno spiraglio, qualcosa
che Kaz desiderava.
“Uno dei suoi clienti le sta facendo dei regali costosi. Lei si sta
tenendo il denaro. Lo sai cos’ha fa o il Pavone all’ultima ragazza che
ha sorpreso a so rarle qualcosa?”
“Lo so” disse Kaz, gli occhi scintillanti come la lama di un rasoio.
“Tante Heleen l’ha picchiata a morte.”
“Kaz…” Wylan ci aveva provato, ma l’impiegato era andato
avanti a cianciare.
“Proprio lì nella sala. La ragazza lo sa di essere finita se parlo. Mi
riceve gratis per tenermi la bocca chiusa. Mi fa entrare di nascosto.
Farà lo stesso anche per te e i tuoi amici. Tu o quello che ti piace.”
“Se Tante Heleen lo viene a sapere, ucciderà la tua Zemeni” aveva
de o Kaz. “Le darà una punizione che sarà di esempio per le altre
ragazze.”
“Sì” aveva rantolato l’impiegato con ansia. “Farà qualunque cosa
vuoi, di tu o.”
Lentamente, Kaz aveva iniziato a far sì che le gambe dell’uomo
scivolassero via dalla sua presa. “È terribile, non è vero? Sapere che
qualcuno ha la tua vita nelle sue mani.”
La voce dell’impiegato era salita di un’altra o ava non appena si
era reso conto del proprio errore.
“È soltanto una prostituta” aveva urlato. “Sa come vanno le cose!
Io sono un brav’uomo. Sono un brav’uomo!”
“Non ci sono brav’uomini a Ke erdam” aveva de o Kaz. “C’è il
clima sbagliato.” E poi si era limitato a lasciarlo andare.
Wylan rabbrividì. A raverso lo spiraglio della porta, vide Kaz
abbassarsi sulle ginocchia in modo da guardare la bambina negli
occhi. «Come si chiama questo ragazzone?» disse, posando una
mano sul collo rugoso del cane.
«Lui è Virtuoso.»
«E lo è davvero?»
«Abbaia molto bene. Papino mi fa dare i nomi a tu i i cuccioli.»
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«Virtuoso è il tuo preferito?» domandò Kaz.
La bambina sembrò pensarci sopra, poi scosse la testa. «Il mio
preferito è Duca Addam Von Coscia d’Argento, poi Musopeloso, e
poi Virtuoso.»
«Buono a sapersi, Hanna.»
La bocca le si aprì in una piccola O . «Come fai a sapere come mi
chiamo?»
«Io so i nomi di tu i i bambini.»
«Li sai tu i?»
«Oh, sì. Conosco Albert che vive nella casa accanto e Gertrude
sulla Ammberstraat. Io vivo so o i loro le i e nei loro armadi.»
«Lo sapevo» sussurrò la bambina, e c’era sia paura sia trionfo
nella sua voce. «Mammina ha de o che non c’era niente là, ma io lo
sapevo.» Inclinò la testolina di lato. «Non sembri un mostro.»
«Ti dirò un segreto, Hanna. I mostri veramente ca ivi non
sembrano mai dei mostri.»
Ora il labbro della bambina tremò. «Sei venuto a mangiarmi?
Papino dice che i mostri mangiano i bambini che non vanno a le o
quando i grandi gli dicono di farlo.»
«Proprio così. Ma non accadrà. Non questa no e. Se tu farai due
cose per me.» La voce di Kaz era calma, quasi ipnotica. Suonava
ruvida come un arche o su cui era stata spalmata troppa pece. «Per
prima cosa, devi infilarti dentro il tuo le o. E come seconda cosa,
non devi dire a nessuno che ci hai visti. Sopra u o non devi dirlo al
tuo papino.» Si sporse in avanti e diede alla treccia di Hanna uno
stra one giocoso. «Perché, se lo fai, io squarcerò la gola di tua madre
e quella di tuo padre, e poi strapperò via il cuore a tu i questi dolci
cagnoloni bavosi. Potrei tenere per ultimo Duca Coscia d’Argento
così tu saprai che è tu a colpa tua.» Il viso della bambina era più
bianco del pizzo sul colle o della sua camicia da no e, gli occhi
enormi e luminosi come due lune nuove. «Hai capito?» Lei annuì
freneticamente, il mento tremolante. «Ora, però, niente lacrime. I
mostri vedono le lacrime e questo gli stimola l’appetito. Fila a le o, e
portati dietro anche il tuo inutile Virtuoso.»
La bambina, di corsa, fece marcia indietro sul pianero olo e su
per le scale. Quando si ritrovò a metà strada, si girò per lanciare uno
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sguardo terrorizzato a Kaz. Lui sollevò un dito guantato e se lo posò
sulle labbra.
Quando la piccola sparì, Wylan scivolò fuori da dietro la porta e
seguì Kaz giù per le scale. «Come hai potuto dirle quelle cose? È solo
una bambina.»
«Siamo stati tu i bambini, una volta.»
«Ma…»
«O le dicevo quelle cose oppure le spezzavo il collo per poi far
sembrare che fosse caduta giù dalle scale, Wylan. Credo di aver
mostrato una compostezza considerevole. Muoviti.»
Si fecero strada in mezzo ai cani ancora stravaccati nel corridoio.
«Incredibile» disse Kaz. «Probabilmente rimarrebbero così tu a la
no e.» Soffiò dentro il fischie o e i cani si tirarono su, drizzando le
orecchie, pronti a fare la guardia alla casa. Quando Smeet fosse
rientrato, tu o sarebbe stato come doveva essere: i segugi avrebbero
fa o avanti e indietro al piano terra; l’ufficio al primo piano sarebbe
risultato inta o; la moglie avrebbe dormito tranquillamente al
secondo piano, e la figlia avrebbe finto di fare lo stesso.
Kaz controllò la strada e fece segno a Wylan di uscire, fermandosi
soltanto per chiudere a chiave la porta dietro di loro.
Poi si affre arono sul selciato. Wylan sbirciava dietro di sé. Non
riusciva quasi a credere che l’avessero fa a franca.
«Sme ila di guardarti a orno come se pensassi che qualcuno ti
stia seguendo» disse Kaz. «E sme ila di muoverti a sca i. Non
potresti sembrare più colpevole se stessi recitando il ruolo del Ladro
Numero Tre in uno spe acolino da due soldi sullo Stave dell’Est. La
prossima volta cammina normalmente. Cerca di sembrare uno di
qui.»
«Non ci sarà una prossima volta.»
«Certo che non ci sarà. Tira su il colle o.»
Wylan non si mise a discutere. Fino a che Inej non fosse stata
salva, fino a che non avessero avuto il denaro che era stato promesso
loro, lui non avrebbe potuto dare nessun ultimatum. Ma ci sarebbe
stata una fine a tu o ciò. Ci doveva essere, o no?
Ma hias emise un sonoro richiamo per uccelli dall’altra parte
della strada. Kaz si guardò l’orologio e si passò una mano tra i
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capelli, arruffandoseli. «Giusto in tempo.»
Girarono l’angolo e andarono a sba ere dri i contro Cornelis
Smeet.
3
MATTHIAS

Ma hias rimase nell’ombra a guardare il dipanarsi di quella strana


commedia.
Cornelis Smeet perse l’equilibrio, inciampò e il cappello gli scivolò
via dalla testa quasi del tu o calva. Il ragazzo che gli era andato
addosso fece un passo avanti per prestargli soccorso.
Il ragazzo era Kaz, ma non era Kaz. I capelli neri erano
scompigliati, il modo di fare agitato. Teneva gli occhi bassi, il mento
affondato nel colle o come se fosse stato estremamente in imbarazzo
– era un giovane per bene, rispe oso delle persone anziane. Wylan
stazionava dietro di lui, sepolto così profondamente nella giacca che
Ma hias temeva di vederlo sparire.
«Guarda dove vai!» ansimò Smeet indignato, rime endosi il
cappello in testa.
«Sono terribilmente mortificato, signore» disse Kaz, spazzolando
le spalle della giacca di Smeet. «Malede a la mia goffaggine!» Si
piegò sui cio oli. «Signore, credo che le sia caduto il portafogli.»
«Mi sa di sì» disse Smeet, sorpreso. «Grazie. Grazie mille.» Poi,
so o lo sguardo incredulo di Ma hias, aprì il portafogli ed estrasse
una banconota frusciante da cinque kruge. «Per te, giovano o.
Essere onesti paga.»
Kaz tenne la testa bassa, ma in qualche modo riuscì a esternare
un’umile riconoscenza e mormorò un: «Troppo gentile, signore. Che
Ghezen sia altre anto generoso con lei».
Il corpulento avvocato se ne andò per la sua strada, il cappello di
traverso, canticchiando un motive o, ignaro del fa o che era appena
finito addosso al mazziere seduto di fronte a lui per due ore al Club
Cumulus. Arrivò alla porta di casa e tirò fuori dalla camicia una
catenella, quindi si tastò con ansia il gilè alla ricerca del fischie o.
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«Non gliel’hai rimesso alla catena?» chiese Ma hias mentre Kaz e
Wylan lo raggiungevano so o il portico buio. Sapeva che questi
trucche i erano alla portata di Kaz.
«Non mi sono dato il disturbo.»
Smeet rovistò nella camicia per poi cavarne fuori il fischie o e
aprire la porta, di nuovo canticchiando. Ma hias non riusciva a
farsene una ragione. Aveva tenuto lo sguardo fisso sulle mani
guantate di Kaz mentre lui ricopriva Smeet di a enzioni ma, pur
sapendo che Kaz avrebbe rimesso il fischie o al suo posto, non era
stato capace di cogliere il momento in cui era successo. Era tentato di
andare a riprendere Smeet e chiedere a Kaz di rifare il trucco.
Kaz si passò le dita fra i capelli e porse le cinque kruge a Wylan.
«Non spenderle tu e in una volta. Muoviamoci.»
Ma hias li accompagnò lungo il canale o laterale dove aveva
ormeggiato la barca a remi. Lanciò a Kaz il suo bastone e si calarono
nell’imbarcazione. Kaz era stato furbo a non concedersi di usare il
bastone questa no e. Se qualcuno avesse notato un ragazzo con una
testa di corvo sul bastone da passeggio aggirarsi nei pressi
dell’ufficio di Cornelis Smeet a un’ora insolita, e se casualmente la
cosa fosse arrivata alle orecchie di Van Eck, tu o il loro lavoro
sarebbe stato vano. Per riavere indietro Inej avrebbero dovuto
sfru are l’effe o sorpresa, e il demjin non era tipo da lasciare
qualcosa al caso.
«Quindi?» chiese Ma hias mentre la barche a scivolava sulle
acque nere del canale.
«Tieni a freno la lingua, Helvar. Alle parole piace viaggiare
sull’acqua. Renditi utile e pensa a remare.»
Ma hias resiste e alla tentazione di spaccare i remi in due. Perché
Kaz era incapace di usare un tono civile? Dava gli ordini
aspe andosi semplicemente che tu i sca assero sull’a enti, e da
quando Van Eck aveva rapito Inej era stato ancora più
insopportabile. Comunque Ma hias voleva tornare al Velo Nero e da
Nina il più in fre a possibile, per cui fece quello che gli era stato
ordinato, e sentì le spalle rilassarsi mentre la barca procedeva
controcorrente.
Cercò di tenere a mente i punti di riferimento che oltrepassavano,
di ricordare i nomi delle strade e dei ponti. Malgrado studiasse la
cartina della ci à ogni no e, trovava gli snodi dei vicoli e dei canali
quasi impossibili da memorizzare. Si era sempre vantato di
possedere un buon senso dell’orientamento, ma questa ci à lo aveva
smentito, e spesso si era trovato a imprecare contro il pazzo che
aveva avuto l’idea di far sorgere una ci à da una palude e poi di
stru urarla senza un minimo di ordine o di logica.
Una volta superato il Ponte del Rifugio si sentì sollevato nello
scoprire che l’ambiente intorno stava tornando a essere familiare.
Kaz inclinò i remi, spingendoli nelle acque torbide dell’Ansa del
Mendicante, dove il canale si allargava, e guidò la comitiva tra le
secche dell’Isola del Velo Nero. Infilarono la barca dietro i rami
incurvati di un salice bianco e poi si fecero strada a raverso le tombe
che punteggiavano la sponda scoscesa.
Il Velo Nero era un luogo inquietante, una ci à in miniatura di
grandi sepolcri di famiglia in marmo pallido, molti scolpiti a forma
di navi, con le polene in pietra che piangevano mentre solcavano un
mare invisibile. Alcuni recavano incise le Monete del Favore di
Ghezen, altri i tre pesci volanti di Kerch che secondo Nina stavano a
indicare che un membro della famiglia lì sepolta aveva lavorato per
il governo. Altri ancora erano sorvegliati dai Santi Ravkiani nelle
loro svolazzanti tonache marmoree. Non c’era segno della presenza
di Djel o del suo frassino. I Fjerdiani non volevano essere sepolti
sopra la terra, dove non potevano me ere radici.
Quasi tu i i mausolei erano caduti in rovina, e molti erano poco
più che ammassi di macerie ricoperti di piante rampicanti e
accrocchi di fiori primaverili. Ma hias era rimasto sconvolto all’idea
di usare un cimitero come rifugio, a prescindere da quanto fosse
abbandonato. Ma, naturalmente, non c’era niente di sacro per Kaz
Brekker.
«Perché questo posto non è più utilizzato?» aveva chiesto
Ma hias quando avevano occupato una tomba di ampie dimensioni
al centro dell’isola e ne avevano fa o il loro nascondiglio.
«La pestilenza» aveva risposto Kaz. «Il primo focolaio serio di
epidemia avvenne più di un secolo fa, e il Consiglio dei Mercanti
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proibì di seppellire i morti all’interno dei confini della ci à. Ora i
cadaveri devono essere cremati.»
«Non se sei ricco» aveva aggiunto Jesper. «In quel caso ti portano
in un cimitero di campagna, dove il tuo corpo può godersi l’aria
fresca.»
Ma hias detestava il Velo Nero, ma doveva riconoscere che era
tornato loro molto utile. Le voci sui fantasmi tenevano lontani gli
occupanti abusivi, e la nebbia che circondava i salici piangenti e gli
alberi in pietra delle tombe offuscava la luce occasionale delle
lanterne.
Ovviamente niente di tu o ciò avrebbe fa o la differenza se le
persone avessero sentito Nina e Jesper discutere animatamente.
Dovevano essere tornati sull’isola e aver lasciato la loro gondel sul
lato nord. La voce infastidita di Nina flu uava sopra le tombe e
Ma hias provò un’ondata di sollievo, quindi accelerò l’andatura,
impaziente di vederla.
«A mio parere non stai mostrando il giusto apprezzamento per
quello che ho appena a raversato» stava dicendo Jesper mentre
camminava con passo pesante nel cimitero.
«Hai trascorso una no e ai tavoli da gioco a perdere i soldi di
qualcun altro» replicò Nina. «Non è come una vacanza per te?»
Kaz picchiò forte il bastone contro una lapide ed entrambi si
zi irono, me endosi rapidamente in posizione da comba imento.
Non appena Nina capì chi erano i tre nell’ombra, si rilassò. «Oh,
siete voi.»
«Sì, siamo noi.» Kaz usò il bastone per spingerli entrambi verso il
centro dell’isola. «E voi ci avreste sentiti se non foste stati così
occupati a discutere. E tu, Ma hias, sme ila di fissare Nina come se
non avessi mai visto una ragazza in abito trasparente.»
«Non la stavo fissando» disse Ma hias con tu a la dignità che
riuscì a me ere insieme. Ma per amore di Djel, cosa avrebbe dovuto
guardare quando Nina aveva fiori infilati… dappertu o?!
«Stai buono, Brekker» disse Nina. «A me piace quando mi fissa.»
«Com’è andata la missione?» domandò Ma hias, cercando di
tenere lo sguardo piantato sul viso di Nina. Non gli fu difficile
quando si accorse di come appariva stanca so o lo strato di cipria
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che si era messa. Lei gli prese persino il braccio che lui le offrì,
appoggiandovisi leggermente mentre procedevano sopra il terreno
accidentato. La no e le aveva chiesto il conto. Non avrebbe dovuto
andare in giro per il Barile con solo dei brandelli di seta addosso;
avrebbe dovuto riposare. Ma i giorni che li separavano dalla
scadenza posta da Van Eck erano agli sgoccioli, e Ma hias sapeva
che Nina non si sarebbe data tregua fino a che Inej non fosse stata in
salvo.
«Non è una missione: è un colpo» lo corresse Nina. «Ed è andato
splendidamente.»
«Già» disse Jesper. «Splendidamente. A parte il fa o che le mie
rivoltelle al momento stanno prendendo polvere nella cassaforte del
Club Cumulus. Smeet aveva paura di tornare a casa con loro,
grassone senza speranza che non è altro. Solo il pensiero delle mie
bambine nelle sue manone sudate…»
«Non te l’ha chiesto nessuno di scomme erle» disse Kaz.
«Mi hai messo all’angolo. In quale diavolo di altro modo potevo
tenere Smeet al tavolo?»
Quando si avvicinarono la testa di Kuwei sbucò fuori dall’enorme
tomba di pietra.
«Che cosa ti ho de o?» ringhiò Kaz, puntando il bastone contro di
lui.
«Il mio Kerch no è buonissimo» protestò Kuwei.
«Non fare il furbo con me, ragazzino. È buono a sufficienza. Stai
dentro la tomba.»
Kuwei abbassò il capo. «Stai dentro la tomba» ripeté cupamente.
Tu i seguirono il ragazzo Shu. A Ma hias faceva orrore questo
posto. Perché innalzare dei monumenti del genere alla morte? La
tomba era stata costruita per sembrare un’antica nave da carico, e gli
interni erano stati scolpiti per assumere la forma di un enorme scafo
di pietra. Aveva persino degli oblò di vetro colorato che nel tardo
pomeriggio disegnavano arcobaleni sul pavimento della cripta.
Secondo Nina, le palme e i serpenti incisi sulle pareti stavano a
indicare che si tra ava di una famiglia di commercianti di spezie. Ma
dovevano essere caduti in disgrazia o semplicemente avevano
tumulato i loro morti da qualche altra parte, perché soltanto una
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delle cripte era occupata, e anche i vani su entrambi i lati dello scafo
principale erano vuoti.
Nina rimosse le forcine dai capelli e si tolse la parrucca bionda,
ge andola sul tavolo che avevano piazzato nel bel mezzo della
tomba. Si stravaccò su una sedia e si frizionò il cuoio capelluto con le
dita. «Molto meglio» disse con un sospiro di sollievo. Tu avia
Ma hias non riuscì a ignorare la sfumatura quasi verdognola sulla
sua pelle.
Questa sera stava peggio del solito. O si era trovata in difficoltà
con Smeet o si era sforzata troppo. E ciononostante, guardandola,
Ma hias percepì che qualcosa dentro di lui si allentava. Almeno
adesso Nina sembrava di nuovo Nina, i capelli castani umidi e
aggrovigliati, gli occhi socchiusi. Era normale essere incantati da
qualcuno che si sedeva in modo scomposto?
«Indovinate cosa abbiamo visto mentre andavamo via dal
Coperchio?» chiese lei.
Jesper iniziò a scavare nelle loro scorte di cibo. «Due navi da
guerra Shu a raccate al porto.»
Lei gli lanciò addosso una forcina. «Volevo farli indovinare.»
«Shu?» domandò Kuwei, tornando ai suoi appunti sparsi sul
tavolo.
Nina annuì. «I cannoni in mostra, le bandiere rosse al vento.»
«Prima ho parlato con Specht» disse Kaz. «Le ambasciate sono
piene zeppe di diplomatici e di soldati. Zemeni, Kaelish, Ravkiani.»
«Secondo te sanno di Kuwei?» domandò Jesper.
«Secondo me sanno della parem» disse Kaz. «Hanno sentito delle
voci, almeno. E alla Corte di Ghiaccio sono state date parecchie feste
non esa amente disinteressate per raccogliere informazioni sulla…
liberazione di Kuwei.» Spostò lo sguardo verso Ma hias. «Anche i
Fjerdiani sono qui. Si sono portati dietro un intero plotone di
drüskelle.»
Kuwei fece un sospiro triste e Jesper si bu ò a sedere accanto a
lui, dandogli un colpe o con la spalla. «Non è bello quando tu i ti
vogliono?»
Ma hias non disse niente. Non gli piaceva il fa o che i suoi vecchi
amici, e il suo vecchio comandante, potessero essere a poche miglia
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da loro.
Non aveva rimorsi per quello che aveva compiuto alla Corte di
Ghiaccio, ma questo non significava che se ne fosse fa o una
ragione.
Wylan allungò una mano verso una delle galle e che Jesper aveva
rovesciato sul tavolo. Era ancora sconcertante vedere lui e Kuwei
insieme. La modifica di Nina era riuscita così bene che Ma hias
aveva spesso delle difficoltà a distinguerli finché non aprivano bocca.
Gli sarebbe piaciuto se uno dei due gli avesse fa o la cortesia di
portare il cappello.
«Questo ci fa gioco» disse Kaz. «Gli Shu e i Fjerdiani non sanno da
che parte iniziare a cercare Kuwei, e tu i quei diplomatici che creano
problemi alla Stadhall faranno un bel po’ di chiasso per distrarre Van
Eck.»
«Cos’è successo nell’ufficio di Smeet?» domandò Nina. «Avete
scoperto dove la tiene Van Eck?»
«Penso di sì. Colpiremo domani a mezzano e.»
«Abbiamo il tempo di prepararci?» chiese Wylan.
«Abbiamo il tempo che abbiamo. Non staremo ad aspe are un
biglie o di invito. Come procede con il tonchio?»
Jesper alzò un sopracciglio. «Il tonchio?»
Wylan estrasse una bocce a dalla giacca e la appoggiò sul tavolo.
Ma hias si piegò a scrutarla da vicino. Sembrava contenere un
mucchie o di cio oli. «Quello è un tonchio?» Era convinto che i
tonchi fossero degli inse i parassiti che si intrufolavano nei depositi
di grano.
«Non è un vero tonchio» disse Wylan. «È un tonchio chimico.
Non ha ancora un vero e proprio nome.»
«Glielo devi dare» disse Jesper. «In qualche modo dobbiamo pur
chiamarlo.»
«Chissenefrega di come si chiama» obie ò Kaz. «Quello che conta
è che questa bocce a si mangerà i conti bancari di Van Eck e la sua
reputazione.»
Wylan si schiarì la voce. «Forse. La chimica è complicata. Speravo
che Kuwei mi desse una mano.»
Nina disse qualcosa a Kuwei in Shu. Lui scrollò le spalle e distolse
lo sguardo, sporgendo leggermente il labbro in fuori. Per via della
morte recente del padre o perché si era ritrovato bloccato in un
cimitero con una banda di ladri, il ragazzo era diventato via via
sempre più scontroso.
«Quindi?» lo pungolò Jesper.
«Ho altri interessi» rispose Kuwei.
Gli occhi neri di Kaz lo inchiodarono come la punta di un
pugnale. «Ti suggerisco di riconsiderare le tue priorità.»
Jesper diede a Kuwei un altro colpe o con il gomito. «Nella
lingua di Kaz sta per: “Aiuta Wylan o ti sigillo dentro una di queste
tombe e poi vediamo se la cosa rientra nei tuoi interessi”.»
Ma hias non era più così sicuro di che cosa il ragazzo Shu avesse
capito o meno, ma apparentemente aveva recepito il messaggio.
Kuwei deglutì e annuì a denti stre i.
«Il potere della negoziazione» disse Jesper, e spinse una galle a
nella bocca di Kuwei.
«Wylan, e il gentilissimo Kuwei, faranno funzionare il tonchio»
continuò Kaz. «Dopo che avremo recuperato Inej, ci sposteremo ai
silos di Van Eck.»
Nina alzò gli occhi al cielo. «Per fortuna la priorità è me ere le
mani sui nostri soldi, e non salvare la vita a Inej. Sì, come no.»
«Se i soldi non ti interessano, cara la mia Nina, chiamali in un
altro modo.»
«Kruge? Malloppo? L’unico vero amore di Kaz?»
«Libertà, sicurezza, castigo.»
«Non puoi dare un prezzo a queste cose.»
«No? Scomme o che Jesper può. È il prezzo dell’ipoteca sulla
fa oria di suo padre.»
Il tiratore scelto si guardò la punta delle scarpe. «E tu cosa dici,
Wylan? Puoi dare un prezzo alla possibilità di andartene via da
Ke erdam e ricominciare altrove? E Nina, ho il sospe o che tu e il
tuo Fjerdiano potreste volere qualcosa di più che vivere solo di
patrio ismo e sguardi languidi. Anche Inej potrebbe avere qualcosa
in testa. È il prezzo di un futuro, ed è il turno di Van Eck di pagare.»
Ma hias non si era fa o abbindolare. Kaz diceva sempre delle
cose logiche, ma questo non significava che dicesse sempre la verità.
«La vita dello Spe ro vale molto più di questo» disse. «Per tu i noi.»
«Ci riprendiamo Inej. Ci riprendiamo i nostri soldi. Semplice
come il sole.»
«Semplice come il sole» disse Nina. «Lo sapevi che sono la prima
in linea di successione per il trono di Fjerda? Mi chiamano la
principessa Ilse di Engelsberg.»
«Engelsberg non ha una principessa» disse Ma hias. «È un
villaggio di pescatori.»
Nina fece spallucce. «Se dobbiamo stare qui a contarci balle, tanto
vale spararle grosse.»
Kaz la ignorò per distendere sul tavolo una cartina della ci à, e
Ma hias sentì Wylan sussurrare a Jesper: «Perché non dice
semplicemente che la rivuole indietro?».
«Lo conosci Kaz, o no?»
«Ma lei è una di noi.»
«Una di noi? Significa che Inej conosce la stre a di mano segreta?
Significa che tu sei pronto a farti fare il tatuaggio?» Fece scorrere un
dito sul braccio di Wylan, e lui diventò di un bel rosa acceso.
Ma hias non poteva fare a meno di comprenderlo. Sapeva cosa
voleva dire sentirsi profondamente a disagio, e alle volte pensava
che avrebbero potuto lasciar perdere tu o il piano di Kaz per
affidare alle tecniche di seduzione di Jesper e Nina la resa dell’intera
Ke erdam.
Wylan si abbassò timidamente la manica. «Inej fa parte della
banda.»
«Sì, però non insistere troppo.»
«Perché no?»
«Perché la cosa più pratica da fare, per Kaz, sarebbe me ere
all’asta Kuwei e venderlo al miglior offerente, fregandosene del tu o
di Inej.»
«Non farebbe…» se ne uscì di bo o Wylan, ma il dubbio gli si
insinuò nella voce.
Nessuno di loro sapeva davvero cosa Kaz avrebbe o non avrebbe
fa o. A volte Ma hias si chiedeva se lo stesso Kaz lo sapesse.
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«D’accordo, Kaz» disse Nina, sfilandosi le scarpe e sgranchendosi
le dita dei piedi. «Dal momento che riguarda il tuo potentissimo
piano, perché non la finisci di rimuginare su quella cartina e non ci
dici qual è il nostro obie ivo?»
«Perché vi voglio concentrati su quello che dobbiamo fare domani
no e. Dopo, vi spiegherò tu o ciò che volete.»
«Veramente?» chiese Nina, cercando di allentare il corse o. Uno
dei fiori aveva sparpagliato del polline sopra la sua spalla nuda.
Ma hias ebbe l’impulso irrefrenabile di posare la lingua sulla sua
pelle e leccarglielo via. “Probabilmente è velenoso” si disse
severamente. Forse era il caso che andasse a fare una passeggiata.
«Van Eck ci ha promesso trenta milioni di kruge» disse Kaz.
«Esa amente quello che ci prenderemo. Più un altro milione per gli
interessi, le spese, e anche solo perché possiamo prendercelo.»
Wylan spezzò una galle a in due. «Mio padre non ha trenta
milioni di kruge a disposizione. Nemmeno se gli porti via tu o
quello che possiede.»
«Dovresti andartene, allora» disse Jesper. «Noi ci accompagniamo
solo agli eredi in disgrazia delle fortune più immense.»
Kaz allungò una gamba e ruotò leggermente il piede. «Se Van Eck
avesse avuto quella cifra so omano, noi per cominciare avremmo
derubato lui invece di introdurci nella Corte di Ghiaccio. Ha potuto
offrirci una ricompensa così alta solo perché, a suo dire, il Consiglio
dei Mercanti stava usando i fondi della ci à per finanziare la nostra
missione.»
«E allora quel baule pieno di banconote che ha portato a
Vellgeluk?» chiese Jesper.
«Una messinscena» disse Kaz, disgustato. «Probabilmente tu e
banconote false di o ima fa ura.»
«Ma allora come facciamo a o enere i nostri soldi? Derubiamo la
ci à? Derubiamo il Consiglio?» Jesper si mise a sedere diri o, le
mani che tamburellavano nervose sul tavolo. «Svaligiamo dodici
camere blindate in una no e?»
Wylan si mosse a disagio sulla sua sedia, e Ma hias vide che era
turbato. Perlomeno c’era qualcun altro, in questa banda di furfanti,
rilu ante all’idea di continuare a comme ere crimini.
«No» disse Kaz. «Faremo come fanno i mercanti, lasceremo che
sia il mercato a lavorare per noi.» Si piegò all’indietro, le mani
guantate sulla testa di corvo in cima al bastone. «Ci prenderemo il
denaro di Van Eck, e poi ci prenderemo la sua reputazione. Faremo
in modo che non possa mai più gestire un’a ività né a Ke erdam né
da nessun’altra parte in tu a Kerch.»
«E cosa ne sarà di Kuwei?» domandò Nina.
«Una volta effe uato il colpo, Kuwei, e qualunque altro detenuto
Grisha e giovane diseredato che possa o meno avere una taglia sulla
testa potrà nascondersi e tenere un profilo basso nelle Colonie del
Sud.»
Jesper si accigliò. «E tu dove starai?»
«Proprio qui. Ho ancora un mucchio di affari in ballo che
reclamano la mia a enzione.»
A dispe o del tono leggero con cui le proferì, Ma hias colse nelle
parole di Kaz una cupa aspe ativa. Si era domandato spesso come
facesse la gente a sopravvivere in questa ci à, ma forse sarebbe stata
Ke erdam a non sopravvivere a Kaz Brekker.
«Aspe a un minuto» disse Nina. «Io pensavo che Kuwei sarebbe
andato a Ravka.»
«Perché lo pensavi?»
«Quando hai venduto le tue azioni del Club dei Corvi a Pekka
Rollins, gli hai chiesto di mandare un messaggio alla capitale di
Ravka. Abbiamo sentito tu i.»
«Io ho creduto fosse una richiesta di aiuto» disse Ma hias, «non
una richiesta di negoziazione.» Non avevano mai parlato di
restituire Kuwei a Ravka.
Kaz li soppesò divertito. «Nessuna delle due. E speriamo che
Rollins sia fesso come voi due.»
«Era un diversivo» geme e Nina. «Stavi solo tenendo Rollins
occupato.»
«Mi serviva che la sua a enzione fosse assorbita da qualcosa.
Nella migliore delle ipotesi, la sua gente sta provando a rintracciare i
nostri conta i a Ravka. E dovrebbero trovarsi in difficoltà, dal
momento che non esistono.»
Kuwei si schiarì la voce. «Preferisco andare Ravka.»
«Io preferirei un costume da bagno foderato di pelliccia di
zibellino» disse Jesper. «Ma non si può sempre avere ciò che si
vuole.»
Tra le sopracciglia di Kuwei apparve un solco. I limiti della sua
comprensione della lingua Kerch erano stati evidentemente
raggiunti e superati.
«Preferisco andare Ravka» ripeté con più fermezza.
Gli occhi neri e inespressivi di Kaz si posarono su Kuwei, che si
mosse, innervosito. «Perché guarda me così?»
«Si sta chiedendo se tenerti in vita» disse Jesper. «Pessimo, per i
nervi. Io consiglio la respirazione profonda. Meglio ancora, un
tonico.»
«Jesper, finiscila» disse Wylan.
«Rilassatevi, tu i e due.» Jesper diede una pacca sulla mano di
Kuwei. «Non gli perme eremo di me erti so o terra.»
Kaz sollevò un sopracciglio. «Non facciamo promesse, non
ancora.»
«Avanti, Kaz. Non abbiamo passato tu i quei guai per salvare
Kuwei solo per farlo diventare cibo per vermi.»
«Perché vuoi andare a Ravka?» domandò Nina, incapace di
nascondere la propria impazienza.
«Non abbiamo mai concordato questa cosa» disse Ma hias. Non
voleva discuterne, specialmente non con Nina. Avevano liberato
Kuwei per perme ergli di vivere una vita so o copertura a Novyi
Zem, non per consegnarlo al più grande nemico di Fjerda.
Nina scrollò le spalle. «Forse dobbiamo riconsiderare le nostre
opzioni.»
Kuwei parlò lentamente, scegliendo i termini con cura. «È più
sicuro là. Per Grisha. Per me. Non voglio nascondere me. Voglio
imparare.» Toccò il taccuino davanti a lui. «Il lavoro di mio padre
può aiutare per trovare…» Esitò e scambiò qualche parola con Nina.
«Un antidoto per parem.»
Lei intrecciò le mani, raggiante.
Jesper si inclinò ancora più indietro con la sedia. «Secondo me
Nina sta per me ersi a cantare.»
Un antidoto. Era quello che Kuwei stava scarabocchiando nel suo
taccuino? La prospe iva di qualcosa capace di neutralizzare l’effe o
della parem era alle ante, e tu avia Ma hias non poteva fare a meno
di essere diffidente. «Me ere questa conoscenza a disposizione di
una nazione…» cominciò a dire.
Ma Kuwei lo interruppe. «Mio padre ha messo questa droga nel
mondo. Anche senza me, senza quello che so, sarà fa o ancora.»
«Stai dicendo che qualcun altro risalirà alla formula della parem?»
chiese Ma hias. Non c’era davvero speranza di arginare
quest’abominio?
«A volte la scienza è così» disse Wylan. «Appena le persone
capiscono che qualcosa non è più impossibile, il ritmo delle nuove
scoperte aumenta. Dopodiché, è come cercare di riportare uno
sciame di calabroni dentro il nido.»
«Pensi davvero che sia possibile trovare un antidoto?» domandò
Nina.
«Non so» disse Kuwei. «Mio padre era Fabrikator. Io sono solo
Inferno.»
«Tu sei il nostro chimico, Wylan» disse Nina fiduciosa. «Che cosa
ne pensi?»
Lui fece spallucce. «Forse. Non tu i i veleni hanno un antidoto.»
Jesper sbuffò. «Ecco perché lo chiamiamo Wylan Raggio di Sole.»
«A Ravka ci sono Fabrikator più bravissimi» disse Kuwei. «Loro
possono fare.»
Nina annuì con enfasi. «Vero. Genya Safin conosce i veleni come
nessun altro, e David Kostyk ha inventato armi nuove di ogni genere
per re Nikolai.» Lanciò un’occhiata a Ma hias. «E altre cose. Cose
belle. Cose molto pacifiche.»
Ma hias scrollò il capo. «Questa non è una decisione da prendere
alla leggera.»
Kuwei serrò la mascella. «Preferisco andare Ravka.»
«Vedi?» disse Nina.
«No, non vedo» rispose Ma hias. «Non possiamo semplicemente
consegnare a Ravka una ricompensa del genere.»
«Kuwei è una persona, non una ricompensa, e lui vuole andare
lì.»
«Adesso tu i possono avere quello che vogliono?» domandò
Jesper. «Perché io avrei una lista.»
Ci fu una lunga pausa di silenzio carica di tensione, dopo la quale
Kaz si passò un pollice guantato sopra la piega dei pantaloni e disse:
«Nina, tesoro, tradurresti per me? Voglio essere sicuro che io e
Kuwei ci capiamo».
«Kaz…» disse lei, allarmata.
Kaz si inclinò in avanti e posò le mani sulle ginocchia, come un
affe uoso fratello maggiore pronto a offrire qualche consiglio
amichevole. «Credo sia importante che tu capisca come sono
cambiate le circostanze in cui ti trovi. Van Eck sa bene che il primo
posto in cui andresti a chiedere asilo sarebbe Ravka, per cui ogni
nave dire a verso le sue rive sarà setacciata da cima a fondo. Gli
unici Plasmaforme così potenti da riuscire a farti assomigliare a
qualcun altro sono a Ravka, a meno che Nina non voglia assumere
un’altra dose di parem.»
Ma hias ringhiò.
«Il che è improbabile» concesse Kaz. «Ora, io presumo che tu non
voglia che io ti riporti a Fjerda o nello stato di Shu Han, corre o?»
Quando Nina ebbe finito di tradurre fu evidente, perché Kuwei
gridò: «No!».
«Allora le tue opzioni sono Novyi Zem e le Colonie del Sud, ma la
presenza dei Kerch nelle colonie è più bassa. E poi il clima è
migliore, nel caso tu sia sensibile a queste cose. Sei come un dipinto
rubato, Kuwei. Troppo famoso per essere messo sul libero mercato,
troppo prezioso per essere lasciato in giro. Mi sei inutile.»
«Questo non lo traduco» sbo ò Nina.
«Allora traduci questo: la mia unica preoccupazione è tenerti
lontano da Jan Van Eck, e se vuoi che mi me a a considerare
alternative più sicure, un proie ile mi costa molto meno che caricarti
su una nave dire a alle Colonie del Sud.»
Nina tradusse, per quanto a sca i.
Kuwei rispose in Shu. Lei esitò. «Dice che sei crudele.»
«Sono pragmatico. Se fossi crudele, al posto di questa
conversazione starei facendo l’elogio al suo funerale. Per cui, Kuwei,
tu andrai alle Colonie del Sud e, quando le acque si saranno calmate,
q q
troverai il modo di andare a Ravka o a casa della nonna di Ma hias,
per quel che me ne importa.»
«Lascia stare mia nonna» disse Ma hias.
Nina tradusse, e alla fine Kuwei fece un rigido cenno del capo per
assentire. Anche se Ma hias l’aveva spuntata, lo scoramento di Nina
gli lasciò una sensazione di vuoto nel pe o.
Kaz controllò l’orologio. «Ora che abbiamo trovato un accordo,
sapete quali sono le vostre responsabilità. Un sacco di cose possono
andare storte tra adesso e domani no e, quindi discutiamo a fondo
del piano e poi discutiamone a fondo di nuovo. Abbiamo solo un
tentativo a disposizione.»
«Van Eck avrà messo una recinzione. E avrà messo Inej so o
stre a sorveglianza» disse Ma hias.
«Vero. Lui ha più fucili, più uomini e più risorse. Tu o quello che
abbiamo noi è l’effe o sorpresa, e non lo sprecheremo.»
Un debole raschiare risuonò da fuori. All’istante, furono tu i in
piedi e pronti a reagire, compreso Kuwei.
Ma l’istante dopo Ro y e Specht scivolarono all’interno della
tomba.
Ma hias lasciò andare un sospiro e rimise a posto il fucile, sempre
a portata di mano.
«Che succede?» chiese Kaz.
«Gli Shu si sono sistemati nella loro ambasciata» disse Specht.
«Ne stanno parlando tu i, al Coperchio.»
«Numeri?»
«Quaranta, più o meno» rispose Ro y, togliendosi il fango dagli
stivali. «Armati fino ai denti, ma rispe ano ancora le convenzioni
diplomatiche. Nessuno sa esa amente che cosa vogliano.»
«Noi sì» disse Jesper.
«Non mi sono avvicinato troppo alla Stecca» continuò Ro y, «ma
Per Haskell è in ansia, e non ne fa mistero. Senza di te in giro, il
lavoro per il vecchio si sta accumulando. Ora circolano voci che sei
in ci à e che hai litigato con un mercante. Oh, e c’è stato una specie
di assalto a un porto qualche giorno fa. Un gruppo di marinai è stato
ucciso, l’ufficio della capitaneria è un cumulo di macerie, ma
nessuno conosce i de agli.»
g
Ma hias vide Kaz rabbuiarsi. Aveva fame di nuove notizie. Erano
altri i motivi per cui il demjin inseguiva Inej, ma rimaneva il fa o che,
senza di lei, la loro capacità di raccogliere informazioni era stata
severamente compromessa.
«Molto bene» disse Kaz. «Nessuno ci ha collegati all’irruzione
nella Corte di Ghiaccio o alla parem?»
«Non che io sappia» rispose Ro y.
«No» disse Specht.
Wylan sembrava sorpreso. «Questo significa che Pekka Rollins
non ha parlato.»
«Dategli tempo» disse Kaz. «Lui lo sa che abbiamo Kuwei
nascosto da qualche parte. La le era per Ravka lo terrà occupato per
un po’ di tempo.»
Jesper non sme eva un a imo di tamburellare le dita sulle cosce.
«Qualcuno ha per caso notato che tu a la ci à ci cerca, ce l’ha con
noi o vuole farci fuori?»
«E allora?» disse Kaz.
«Be’, di solito è solo mezza ci à.»
Jesper poteva anche scherzare, ma Ma hias si domandò se
qualcuno di loro capiva fino in fondo l’entità delle forze che avevano
contro. Fjerda, Shu Han, Novyi Zem, Kaelish, Kerch. Non erano
bande rivali o soci d’affari arrabbiati. Erano nazioni, determinate a
proteggere le proprie genti e assicurare loro un futuro.
«C’è dell’altro» disse Specht. «Ma hias, tu sei morto.»
«Come hai de o?» Il Kerch di Ma hias era buono, ma forse
c’erano ancora delle lacune.
«Sei stato accoltellato nell’infermeria dell’Anticamera
dell’Inferno.»
Nella tomba calò il silenzio. «Muzzen è morto?» chiese Jesper,
sorpreso.
«Muzzen?» Ma hias non riusciva a dare una faccia a questo
nome.
«Ha preso il tuo posto all’Anticamera dell’Inferno» disse Jesper.
«Così tu potevi venire alla Corte di Ghiaccio e partecipare al colpo.»
A Ma hias tornò in mente il comba imento con i lupi, Nina in
piedi nella cella, l’evasione dalla prigione. Nina aveva ricoperto di
p p g p
piaghe un membro degli Scarti e gli aveva fa o venire la febbre, così
lui sarebbe stato messo in quarantena e tenuto lontano dal resto
della popolazione carceraria. Muzzen. Ma hias non se ne sarebbe
mai dimenticato.
«Non avevi de o che c’era un tuo conta o nell’infermeria?» disse
Nina.
«Per continuare a farlo star male, non per tenerlo al sicuro.» Il viso
di Kaz era cupo. «È stato un omicidio su mandato.»
«I Fjerdiani» disse Nina.
Ma hias incrociò le braccia. «Non è possibile.»
«Perché no?» domandò Nina. «Sappiamo che qui ci sono dei
drüskelle. Se sono venuti in ci à a cercarti e a protestare alla
Stadhall, potrebbero avergli de o che tu eri all’Anticamera
dell’Inferno.»
«No» disse Ma hias. «Non ricorrerebbero mai a dei mezzi così
subdoli. Assumere un assassino? Uccidere qualcuno nel suo le o
d’ospedale?» Ma già mentre le pronunciava, non era certo di credere
alle proprie parole. Jarl Brum e i suoi ufficiali avevano fa o di
peggio senza alcuno scrupolo di coscienza.
«Grande, biondo e cieco» disse Jesper. «Lo stile Fjerdiano.»
“È morto al mio posto” pensò Ma hias. “E io, quando ho sentito il
suo nome, non ho neanche capito chi fosse.”
«Muzzen aveva una famiglia?» chiese alla fine.
«Solo gli Scarti» disse Kaz.
«Nessun rimpianto» mormorò Nina.
«Nessun funerale» aggiunse Ma hias a voce bassa.
«Come ci si sente a essere morti?» domandò Jesper. L’allegria era
sparita dai suoi occhi.
Ma hias non rispose. Il coltello che aveva ucciso Muzzen era per
lui, e i responsabili potevano benissimo essere Fjerdiani. I drüskelle.
I suoi fratelli. Lo volevano morto senza onore, ammazzato in un le o
d’ospedale. Era il tipo di morte infli a a un traditore. Era la morte
che si era guadagnato. Ora aveva un debito di sangue con Muzzen,
ma come avrebbe mai potuto ripagarlo? «Che cosa faranno con il suo
corpo?» domandò.
«Probabilmente è già cenere sulla Chia a del Mietitore» rispose
Kaz.
«C’è ancora una cosa» disse Ro y. «Qualcuno è sulle tracce di
Jesper e sta sollevando un gran polverone.»
«I suoi creditori dovranno aspe are» disse Kaz, e Jesper trasalì,
imbarazzato.
«No» fece Ro y scrollando la testa. «Un uomo si è presentato
all’università. Jesper, sostiene di essere tuo padre.»
4
INEJ

Inej era coricata sulla pancia, le braccia distese davanti a sé, a


contorcersi come un lombrico nell’oscurità. Nonostante si fosse
praticamente condannata a morire di fame da sola, il condo o di
aerazione era ancora troppo stre o per lei. Non riusciva a vedere
dove stesse andando; continuava semplicemente ad avanzare,
trascinandosi avanti con la punta delle dita.
Si era svegliata a distanza di qualche tempo dopo lo scontro a
Vellgeluk, senza la minima idea di quanto a lungo fosse stata priva
di sensi e di dove fosse. Ricordava di essere precipitata da una
grande altezza quando uno dei Chiamatempeste di Van Eck l’aveva
lasciata cadere, solo per essere afferrata al volo da un altro: le braccia
che la cingevano come fasce di ferro, l’aria che le sferzava il viso, un
cielo grigio tu ’a orno, e alla fine il dolore che le esplodeva nel
cranio. Poi, la prima cosa di cui si era resa conto fu che era sveglia,
con la testa che martellava, al buio. Polsi e caviglie erano legati, e
una benda le copriva gli occhi. Per un istante ebbe di nuovo
qua ordici anni, e si ritrovò scaraventata nella stiva di una nave di
schiavisti, terrorizzata e sola. Si era sforzata di respirare. Dovunque
fosse, non percepiva nessun rollio di barca né scricchiolio di vele. La
terra era solida so o di lei.
Dove l’aveva portata Van Eck? Poteva essere in un magazzino, o
nella casa di qualcuno. Poteva non essere più a Kerch. Non aveva
importanza. Lei era Inej Ghafa, non avrebbe tremato come un
coniglio preso in trappola. Ovunque io sia, devo soltanto uscire.
Era riuscita a spingere la benda in giù strofinando la faccia contro
il muro. La stanza era nera come la pece, e nel silenzio udiva solo il
proprio respiro accelerato mentre il panico la assaliva di nuovo.
L’aveva tenuto a bada controllando il respiro, inspirando dal naso ed
p p
espirando dalla bocca, e lasciando che la mente si dedicasse alla
preghiera mentre i suoi Santi le si radunavano a orno. Se li
immaginò che le esaminavano le corde ai polsi e le instillavano la
vita nelle mani. Non si raccontò che non aveva paura. Tanto tempo
prima, dopo una bru a caduta, suo padre le aveva spiegato che
soltanto i pazzi non hanno paura. “Noi affrontiamo la paura” le
aveva de o. “Noi salutiamo la visitatrice inaspe ata e ascoltiamo
quello che ha da dirci. Quando la paura arriva, qualcosa sta per
succedere.”
Era sua intenzione far succedere qualcosa. Aveva ignorato il
dolore alla testa e si era costre a a fare il giro della stanza per
valutarne le dimensioni. Poi si era appoggiata alla parete per alzarsi
in piedi e l’aveva saggiata in lungo e in largo, strusciando e
saltellando, in cerca di una porta o di una finestra qualunque.
Quando aveva sentito avvicinarsi dei passi si era lasciata cadere a
terra, ma non aveva avuto il tempo di rime ersi a posto la benda. Da
quel momento le guardie gliel’avevano annodata più stre a. Ma non
aveva importanza, perché aveva trovato il condo o. A questo punto,
doveva solo liberarsi delle corde. Kaz ci sarebbe riuscito al buio e
probabilmente so ’acqua.
L’unico sguardo accurato che riusciva a lanciare al luogo dov’era
tenuta prigioniera era durante i pasti, quando portavano dentro una
lanterna. Sentiva le chiavi girare in una serie di serrature, la porta
che si apriva e il suono del vassoio piazzato sul tavolo. L’istante
successivo, la benda le veniva delicatamente rimossa dal viso – Bajan
non era mai brusco. Non era nella sua natura. Lei nutriva il sospe o
che essere rudi fosse impossibile per le sue mani curate da pianista.
Ovviamente, sul vassoio non c’erano mai le posate. Van Eck era
abbastanza avveduto da non fidarsi a me erle in mano un cucchiaio,
ma Inej aveva approfi ato di ogni istante senza benda per studiare
pollice per pollice la stanza vuota, alla ricerca di indizi che la
aiutassero a capire dove si trovava e a proge are il suo piano di
fuga.
Non c’era granché su cui lavorare: un pavimento di cemento sul
quale giaceva soltanto un mucchio di coperte che le erano state date
per ficcarcisi dentro di no e, pareti tappezzate di scaffali vuoti, il
p p pp
tavolo e la sedia su cui consumava i pasti. Non c’erano finestre, e
l’unico elemento che poteva suggerire la vicinanza a Ke erdam
veniva dal sentore salmastro nell’aria umida.
Bajan le slegava i polsi, per poi legarglieli di nuovo davanti in
modo che lei potesse mangiare, anche se, una volta scoperto il
condo o, Inej si era limitata a piluccare il cibo, e a mangiare giusto
per tenersi abbastanza in forze, ma niente di più. Ciononostante
questa sera, quando Bajan e le guardie le avevano portato il vassoio,
il suo stomaco aveva ruggito sonoramente al profumo delle salsicce
morbide e del porridge. Aveva le vertigini per la fame e, quando
aveva fa o per sedersi, aveva rovesciato il vassoio dal tavolo,
rompendo la tazza e la ciotola di ceramica bianca. La sua cena si era
versata sul pavimento in un cumulo fumante di poltiglia e pezzi di
vasellame, e lei vi era piombata accanto senza grazia, evitando per
un pelo di affondare la faccia nel porridge.
Bajan aveva scrollato la testa di lucidi capelli neri. “Sei debole
perché non mangi. Il signor Van Eck dice che ti devo costringere se
necessario.”
“Provaci” aveva riba uto lei, portando lo sguardo dal pavimento
su di lui e sollevando le gengive. “Avrai qualche problema a suonare
il piano senza le dita.”
Ma Bajan si era limitato a ridere, con quei suoi denti bianchi
scintillanti. Insieme a una delle guardie l’aveva aiutata a rime ersi
sulla sedia, e poi aveva fa o mandare un altro vassoio.
Van Eck non avrebbe potuto scegliere meglio il suo carceriere.
Bajan era Suli, più grande di Inej solo di qualche anno, con folti
capelli neri che si arricciavano a orno al colle o e occhi di gemma
altre anto nera, incorniciati da ciglia così lunghe da schiaffeggiare le
mosche. Lui le aveva de o di essere un insegnante di musica alle
dipendenze di Van Eck, e Inej si era stupita che il mercante si fosse
messo in casa un ragazzo come quello, dato che aveva una nuova
moglie con la metà dei suoi anni. O Van Eck era veramente sicuro di
sé, o era veramente stupido. “Ha fa o il doppio gioco con Kaz”
rammentò a se stessa. “Se dovessi scomme ere, punterei tu o sullo
stupido.”
Ripulito il disastro – da una guardia, lui non si abbassava a lavori
così umili – e procurato un altro pasto, Bajan si era appoggiato alla
parete a guardarla mangiare. Inej aveva raccolto un po’ di porridge
con le dita per concedersi solo qualche impacciato boccone.
“Devi mangiare più di così” l’aveva rimproverata Bajan. “Se
diventi un po’ più compiacente, se rispondi alle sue domande, ti
renderai conto che Van Eck è un uomo ragionevole.”
“Un bugiardo, un traditore e un rapitore ragionevole” aveva
riba uto lei, poi si era malede a per aver risposto.
Bajan non era riuscito a nascondere la sua soddisfazione.
Entrambi avevano la loro routine a ogni pasto. Lei sbocconcellava il
cibo. Lui chiacchierava, e vivacizzava la conversazione con domande
mirate su Kaz e sugli Scarti. Ogni volta che lei apriva bocca, per lui
era una vi oria. Sfortunatamente, meno mangiava, più si indeboliva
e più diventava difficile restare lucida.
“Considerate le compagnie che frequenti, mi viene da pensare che
mentire e tradire siano punti a favore del signor Van Eck.”
“Shevrati” aveva de o Inej distintamente. Zoticone ignorante.
Aveva chiamato così Kaz in più di un’occasione. Pensò a Jesper che
giocherellava con le sue pistole, a Nina che spremeva via la vita a un
uomo ruotando il polso, a Kaz che scassinava serrature in guanti
neri. Delinquenti. Ladri. Assassini. E valevano più di mille Jan Van
Eck.
“E allora dove sono?” La domanda riaprì una ferita suturata alla
bell’e meglio dentro di lei. “Dov’è Kaz?” Non voleva contemplare la
questione troppo da vicino. Prima di ogni altra cosa, Kaz era un tipo
pragmatico. Perché avrebbe dovuto andare a cercarla quando poteva
andarsene via da Van Eck con l’ostaggio più prezioso del mondo?
Bajan aveva arricciato il naso. “Non parliamo in Suli. Mi rende
sentimentale.” Indossava aderenti pantaloni di seta e una giacca dal
taglio elegante. Aveva appuntati al bavero una lira d’oro incoronata
da foglie di alloro e un piccolo rubino, che stavano a indicare sia la
sua professione sia la casa in cui era a servizio.
Inej sapeva che non avrebbe dovuto continuare a parlare con lui,
ma nonostante tu o era ancora una collezionista di segreti. “Che
cosa insegni?” gli aveva chiesto. “Arpa? Pianoforte?”
g g p
“Anche flauto, e canto femminile.”
“E come se la cava Alys Van Eck a cantare?”
Bajan le fece un sorriso pigro. “Meglio, grazie ai miei
insegnamenti. Potrei insegnarti a eme ere ogni sorta di suono
piacevole.”
Inej aveva alzato gli occhi al cielo. Era come i ragazzi con cui era
cresciuta, aveva la testa piena di fesserie e la bocca di parole mielose.
“Sono legata, e davanti a me c’è la prospe iva di essere torturata o
peggio. Ti sembra il momento di provarci?”
Bajan aveva sdrammatizzato. “Il signor Van Eck e il signor
Brekker troveranno un accordo. Van Eck è un uomo d’affari. Per
come la vedo io, sta semplicemente proteggendo i suoi interessi. Non
riesco proprio a immaginarlo far ricorso alla tortura.”
“Se fossi tu quello legato e bendato ogni no e, non faresti così
tanta fatica a immaginarlo.”
E se Bajan avesse saputo chi era veramente Kaz, non sarebbe stato
così fiducioso in uno scambio.
Nelle lunghe ore in cui rimaneva da sola, Inej cercava di riposare e
di concentrarsi sulla fuga, ma inevitabilmente i suoi pensieri
andavano a Kaz e agli altri. Van Eck voleva scambiarla con Kuwei
Yul-Bo, il ragazzo Shu che avevano portato via dalla fortezza più
inespugnabile del mondo. Kuwei era l’unico che poteva sperare di
replicare il lavoro del padre e risintetizzare la droga nota come jurda
parem, e il prezzo del suo risca o avrebbe dato a Kaz tu o quello che
lui aveva sempre voluto, tu o il denaro e il prestigio che gli
servivano per reclamare il proprio legi imo posto tra i capi del
Barile, e la possibilità di vendicarsi di Pekka Rollins per la morte del
fratello. I fa i si allineavano uno dopo l’altro a formare un esercito di
dubbi schierato contro la speranza che lei provava ad alimentare
dentro di sé.
Il percorso di Kaz era ovvio: risca are Kuwei, prendere il denaro,
trovarsi un nuovo ragno che scalasse i muri del Barile e rubasse per
lui i segreti. E lei non gli aveva forse de o che aveva in programma
di lasciare Ke erdam non appena messe le mani sulla propria parte
di bo ino? “Resta con me.” Lui aveva de o sul serio? Che valore
aveva la sua vita a paragone della ricompensa che Kuwei poteva
p g p p
fargli o enere? Nina non avrebbe mai permesso a Kaz di
abbandonarla. Avrebbe comba uto fino all’ultimo per liberarla,
anche se era ancora debilitata dalla parem. Ma hias sarebbe stato al
fianco di Nina, il cuore traboccante di senso dell’onore. E Jesper…
be’, Jesper non le avrebbe mai fa o del male di proposito, però a lui i
soldi servivano malede amente, o suo padre non avrebbe più avuto
di che vivere. Lui avrebbe fa o del proprio meglio, ma non per forza
sarebbe stato il meglio per lei. Inoltre, senza Kaz, erano al livello
dell’efferatezza di Van Eck e con le sue risorse? “Io sì” si disse Inej.
“Non avrò la mente subdola di Kaz, ma sono una tipa pericolosa.”
Van Eck le aveva mandato Bajan tu i i giorni, e lui era sempre
stato estremamente affabile, anche quando la spronava a dirgli dove
si trovavano i rifugi di Kaz. Lei aveva il sospe o che Van Eck non si
presentasse di persona perché era consapevole che Kaz stava
tenendo d’occhio i suoi movimenti. O forse pensava che lei sarebbe
stata più vulnerabile a un ragazzo Suli che a un astuto mercante. Ma
questa sera c’era qualcosa di diverso.
Di solito Bajan se ne andava dopo che Inej me eva in chiaro che
non avrebbe più mangiato: un sorriso di commiato, un piccolo
inchino e spariva, fuori servizio fino al ma ino successivo. Questa
sera si era a ardato.
Invece di seguire il solito copione e dileguarsi quando lei usava le
mani legate per allontanare da sé il pia o, aveva de o: “Quand’è
stata l’ultima volta che hai visto la tua famiglia?”.
Una nuova strategia. “Van Eck ti ha offerto un premio se riesci a
estorcermi delle informazioni?”
“Era solo una domanda.”
“E io sono solo una prigioniera. Ha minacciato di punirti?”
Bajan aveva lanciato un’occhiata alle guardie e aveva de o a bassa
voce: “Van Eck potrebbe restituirti alla tua famiglia. Potrebbe
estinguere il tuo debito con Per Haskell. Potrebbe benissimo farlo”.
“È stata un’idea tua o del tuo padrone?”
“Perché è importante?” aveva chiesto Bajan. C’era un’insistenza
nella sua voce che aveva messo Inej sulla difensiva. Quando la paura
arriva, qualcosa sta per succedere. Ma Bajan aveva paura di Van Eck o
aveva paura per lei? “Puoi mollare gli Scarti, Per Haskell e
p p g
quell’orribile Kaz Brekker, e uscirne pulita. Van Eck potrebbe farti
arrivare a Ravka, darti dei soldi per il viaggio.”
Era una proposta o una minaccia? Van Eck era riuscito a trovare
sua madre e suo padre? I Suli non erano facili da rintracciare, ed
erano sospe osi con gli stranieri che facevano domande. Ma se Van
Eck avesse mandato in giro della gente che sosteneva di avere
informazioni su una ragazza smarrita? Una ragazza che era sparita
durante un’alba gelida come se la marea avesse disteso le braccia
sulla riva per reclamarla?
“Cosa ne sa Van Eck della mia famiglia?” aveva domandato Inej,
con la rabbia che le montava.
“Sa che sei lontana da casa. Sa quali sono i termini del tuo
contra o con il Serraglio.”
“Allora sa che ero una schiava. Farà arrestare Tante Heleen?”
“Io… non credo…”
“Certo che no. A Van Eck non importa che io sia stata comprata e
venduta come un pezzo di stoffa. Sta solo cercando una leva.”
Ma quello che Bajan le aveva chiesto subito dopo l’aveva colta di
sorpresa. “Tua madre friggeva il pane in padella?”
Lei aveva scrollato le spalle. “Ovvio.” Era un pia o fondamentale
della cucina Suli. Inej avrebbe potuto friggere il pane in padella a
occhi chiusi.
“Con il rosmarino?”
“Con l’aneto, quando ce l’avevamo.” Sapeva cosa stava facendo
Bajan, stava cercando di farla immaginare a casa. Ma era così
affamata e il ricordo così potente che il suo stomaco brontolò. Poteva
vedere sua madre smorzare il fuoco, girare il pane pinzandolo
velocemente con le dita e annusare l’impasto che cuoceva sopra le
ceneri.
“I tuoi amici non verranno” aveva de o Bajan. “È tempo di
pensare alla tua sopravvivenza. Potresti essere a casa con la tua
famiglia entro la fine dell’estate. Van Eck ti aiuterà, se gli perme i di
farlo.”
Tu i gli allarmi situati all’interno di Inej suonavano pericolo. Il
gioco era fin troppo scontato. Dietro i modi suadenti di Bajan, i suoi
occhi scuri, le sue facili promesse, c’era la paura. E tu avia, nel bel
p p
mezzo del clamore suscitato dalla diffidenza, Inej riusciva a cogliere
un delicato scampanellio, il rumore del “E se?”. E se si fosse concessa
un po’ di conforto, se avesse rinunciato alla pretesa di essersi ormai
lasciata alle spalle le cose che aveva perso? E se avesse
semplicemente permesso a Van Eck di caricarla su una nave e
spedirla a casa? Poteva sentire in bocca il sapore del pane fri o,
caldo di padella, e poteva vedere il pane nero di sua madre avvolto
nei nastri, strisce di seta del colore dei cachi maturi.
Ma Inej sapeva come stavano le cose. Aveva imparato dal
migliore. Meglio bru e verità che belle bugie. Kaz non le aveva mai
offerto la felicità, e lei non si fidava degli uomini che ora
prome evano di servirgliela su un vassoio. La sua sofferenza non
era stata vana. I suoi Santi l’avevano condo a a Ke erdam per un
motivo: una nave per dare la caccia agli schiavisti, una missione per
dare un senso a tu o ciò che aveva passato. Non avrebbe tradito
quell’obie ivo o i suoi amici per qualche nostalgia del passato.
Inej aveva soffiato verso Bajan, producendo un suono animale che
gli aveva fa o fare un balzo indietro. “Di’ al tuo padrone di onorare i
vecchi pa i prima di farne dei nuovi” gli aveva de o. “E ora lasciami
in pace.”
Bajan era scappato via come il ra o ben vestito che era, e Inej
aveva capito che era tempo di andare. La nuova insistenza
dell’insegnante di musica non portava niente di buono. “Devo uscire
dalla trappola” aveva pensato “prima che questa creatura mi incanti
con i ricordi e la compassione.” Forse Kaz e gli altri stavano
arrivando a prenderla, ma non aveva intenzione di aspe are.
Una volta che Bajan e le guardie se ne furono andate, fece
scivolare la scheggia della scodella ro a dalle corde a orno alle
caviglie in cui l’aveva nascosta, e si mise al lavoro. Per quanto si
sentisse debole e vacillante quando Bajan era arrivato con quella
zuppa dal profumo celestiale, aveva solo fa o finta di svenire per
poter bu are il vassoio giù dal tavolo. Se Van Eck avesse fa o
qualche ricerca come si deve, avrebbe avvisato Bajan che lo Spe ro
non cadeva. Men che meno si accasciava goffamente sul pavimento,
dove poteva infilarsi un coccio affilato di scodella in mezzo ai lacci.
Dopo quella che le era sembrata una vita intera passata a sfregare
e a insanguinarsi le punta delle dita sul bordo del frammento, le
caviglie furono libere e Inej procede e con cautela verso il condo o
di aerazione. Bajan e le guardie non avrebbero fa o ritorno fino alla
ma ina successiva. Il che le concedeva tu a la no e per fuggire da
questo posto e andare il più lontano possibile.
Il canale era terribilmente stre o, l’aria che vi si respirava
all’interno era stantia e aveva un odore che lei non riusciva a
distinguere, il buio così totale che tanto valeva tenere la benda sugli
occhi. Non aveva idea di dove conducesse. Poteva essere lungo
qualche piede o mezzo miglio. Ma lei doveva sparire entro la
ma ina o avrebbero trovato la grata che copriva il condo o allentata
sui cardini, e avrebbero capito perfe amente dov’era.
“Mi ci vorrà parecchia fortuna per uscire di qui” pensò
tristemente. Aveva seri dubbi che le guardie di Van Eck sarebbero
riuscite a infilarsi nel condo o dell’aria. Avrebbero dovuto trovare
un garzone di cucina e ungerlo con il lardo.
Avanzò lentamente. Quanto lontano era andata? Ogni volta che
faceva un bel respiro era come se il condo o le si stringesse a orno
alle costole. Per quello che ne sapeva, poteva essere in cima a un
edificio. Poteva arrivare dall’altra parte e spuntare fuori con la testa
solo per trovare una strada affollata di Ke erdam chissà quanti piani
più so o. Poteva affrontare questa prospe iva. Ma se il condo o
finiva e basta? Se dall’altra parte era murato? Avrebbe dovuto
strisciare indietro fino in fondo e sperare di riallacciarsi le corde in
modo che i suoi rapitori non si accorgessero di niente. Non potevano
esserci vicoli ciechi questa sera.
“Più veloce” si disse, con il sudore che le imperlava la fronte. Era
dura non pensare all’edificio che la comprimeva, alle mura che le
spremevano fuori il respiro dai polmoni. Non poteva organizzare un
vero e proprio piano prima di aver raggiunto la fine del tunnel,
prima di sapere quanto lontano doveva ancora andare per sfuggire
agli uomini di Van Eck.
Poi lo sentì, l’alito d’aria che le sfiorava la fronte umida. Sussurrò
una veloce preghiera di ringraziamento. Doveva esserci una qualche
apertura là sopra. Annusò, alla ricerca di una traccia di fumo di
p p
carbone o di erba bagnata nella campagna a orno a un paese. Con
cautela, strisciò in avanti finché le dita non entrarono in conta o con
la grata del condo o. Non vi passava luce, e pensò che fosse una
cosa positiva. La stanza in cui stava per calarsi doveva essere
disabitata. Per tu i i Santi, e se si fosse ritrovata nel palazzo di Van
Eck? E se stava per a errare sul mercante addormentato nel sonno?
Si mise in ascolto di qualche rumore umano – qualcuno che russava,
un respiro pesante. Niente.
Desiderò di avere con sé i propri pugnali, il loro peso confortante
nei palmi delle mani. Li aveva ancora Van Eck? Li aveva svenduti?
Ge ati in mare? Passò comunque in rassegna i loro nomi: Petyr,
Marya, Anastasia, Lizabeta, Sankt Vladimir, Sankta Alina, e ogni
parola bisbigliata le infuse coraggio. Poi scrollò la grata e le diede
uno spintone. Quella si aprì ma, invece di oscillare sui cardini, si
staccò del tu o. Inej tentò di afferrarla al volo, ma le scivolò tra le
dita e si schiantò sul pavimento.
Rimase in a esa, il cuore che le martellava. Un minuto trascorse in
silenzio. Un altro. Non arrivò nessuno. La stanza era vuota. Forse
l’intero edificio era vuoto. Van Eck non l’avrebbe lasciata incustodita,
per cui i suoi uomini dovevano stazionare fuori. In quel caso,
scivolare dietro di loro senza che se ne accorgessero non sarebbe
stato un grosso problema. E perlomeno adesso sapeva all’incirca
quant’era distante il pavimento.
Non c’era un modo elegante per fare quello che stava per fare.
Scivolò a testa in giù, aggrappandosi alla parete. Poi, quando si
ritrovò oltre la metà e il corpo iniziò a inclinarsi, si lasciò andare su
se stessa, si arrotolò come una palla e si avvolse la testa con le
braccia per proteggersi il cranio e il collo durante la caduta.
L’impa o fu quasi indolore. Il pavimento era in cemento armato
come quello della sua cella, lei lo colpì, rotolò via e finì addosso a
quello che sembrava il retro di qualcosa di solido. Si mise in piedi ed
esplorò con le mani quello che aveva urtato, qualunque cosa fosse.
Era ricoperto di velluto. Avanzò e sentì che accanto c’era un altro
ogge o identico. “Poltrone” realizzò. “Mi trovo in un teatro.”
C’erano un sacco di auditorium nel Barile. Era davvero così vicina
a casa? O forse si trovava in un rispe abile teatro lirico del
p
Coperchio?
Si spostò lentamente, me endo le mani avanti, finché raggiunse la
parete di quello che poteva essere il retro del teatro. Procede e a
tentoni lungo il muro, alla ricerca di una porta, una finestra, anche di
un altro condo o. Finalmente, agganciò con le dita la cornice di una
porta e afferrò il pomello. Non girava. Chiuso a chiave. Lo
sbatacchiò giusto per tentare.
La stanza venne inondata di luce. Inej arretrò verso l’uscio,
strizzando gli occhi accecata dall’improvvisa luminosità.
«Se voleva fare un giro, signorina Ghafa, poteva semplicemente
chiedere» disse Van Eck.
Era in piedi sul palcoscenico del teatro decrepito, nel suo abito
nero da mercante dal taglio severo. Le poltrone di velluto verde
erano mangiate dalle tarme. Le tende che facevano da parentesi al
palco pendevano a brandelli. Nessuno si era preoccupato di
smontare l’allestimento dall’ultima rappresentazione. Sembrava la
visione terrorizzata e infantile di una sala operatoria, con seghe e
mazzuole enormi appese alle pareti. Inej riconobbe l’allestimento: era
Il Folle e il Do ore, uno degli a i unici della Commedia Bruta.
Le guardie erano piazzate a orno alla sala, e Bajan se ne stava in
piedi accanto a Van Eck, a torcersi le mani eleganti. Il condo o di
aerazione era stato lasciato aperto per indurla in tentazione? Van Eck
aveva giocato con lei per tu o il tempo?
«Portatela qui» disse Van Eck alle guardie.
Inej non indugiò. Sca ò sullo schienale della poltrona più vicina,
poi corse verso il palco e superò a balzi una fila dopo l’altra, mentre
le guardie si arrampicavano sulle poltrone. Saltò sul palco,
oltrepassò uno stupefa o Van Eck, schivò con cura altre due guardie,
agguantò una delle funi del palcoscenico e la usò per arrampicarsi,
pregando che reggesse il suo peso fino a che non fosse arrivata in
cima. Avrebbe potuto nascondersi fra le travi, cercare una via
d’uscita a raverso il te o.
«Tiratela giù» disse ad alta voce Van Eck, con calma.
Inej si arrampicò più in alto, più veloce. Ma qualche istante dopo
vide una faccia incombere sopra di lei. Una delle guardie, con un
coltello in mano, tagliò la fune e questa cede e.
g q
Inej cadde a terra, piegando le ginocchia per a utire l’impa o.
Prima che potesse raddrizzarsi, tre guardie le furono addosso per
tenerla ferma.
«Ma insomma, signorina Ghafa» le disse in tono di rimprovero
Van Eck. «Siamo ben consci dei suoi talenti. Ha pensato sul serio che
non avrei preso delle precauzioni?» Non rimase ad aspe are una
risposta. «Non uscirà di qui senza il mio aiuto o quello del signor
Brekker. E, dal momento che lui non sembra intenzionato a
presentarsi, forse dovrebbe prendere in considerazione di cambiare
alleato.»
Inej non disse niente.
Van Eck incrociò le mani dietro la schiena. Era strano guardare lui
e vedere il fantasma del viso di Wylan. «La ci à è inondata di
pe egolezzi sulla parem. Una delegazione di drüskelle è arrivata nel
quartiere delle ambasciate da Fjerda. Oggi due navi da guerra Shu
hanno a raccato nel Terzo Porto. Ho dato a Brekker se e giorni per
negoziare uno scambio e salvarla, ma stanno tu i cercando Kuwei
Yul-Bo, ed è diventato imperativo che io lo faccia uscire dalla ci à
prima che lo trovino.»
Due navi da guerra Shu. Ecco cos’era cambiato. Van Eck non aveva
più tempo. Bajan lo sapeva o aveva semplicemente percepito che lo
stato d’animo del suo padrone era diverso?
«Speravo che Bajan dimostrasse la sua bravura in qualcos’altro, a
parte perfezionare il talento di mia moglie per il pianoforte»
continuò l’uomo. «Ma sembra proprio che ora io e lei si debba
arrivare a un accordo. Dove tiene Kaz Brekker il ragazzo?»
«E io come potrei saperlo?»
«Lei deve sapere per certo dove si trovano i nascondigli degli
Scarti. Brekker non agisce mai senza un piano. Avrà tane dove
rifugiarsi in tu a la ci à.»
«Se lo conosce così bene, allora saprà anche che non
nasconderebbe mai Kuwei in un posto dove io potrei condurla.»
«Non ci credo.»
«Non posso farci nulla, se lei ci crede oppure no. Il suo scienziato
Shu se ne è probabilmente già andato da un pezzo.»
«Me lo avrebbero riferito. Le mie spie sono ovunque.»
p q
«Evidentemente non proprio ovunque.»
Le labbra di Bajan ebbero un fremito.
Van Eck scrollò la testa con un gesto fiacco. «Me etela sul tavolo.»
Inej sapeva che lo are era inutile, ma lo fece lo stesso. Si tra ava
di opporre resistenza o cedere al terrore che la travolgeva, mentre le
guardie la sollevavano sopra il tavolo e le immobilizzavano braccia e
gambe. In quel momento si accorse che uno dei tavoli che faceva
parte dell’allestimento era corredato di a rezzi che non avevano
niente a che vedere con le mazzuole e le seghe giganti appese alle
pareti. Erano veri strumenti chirurgici. Scalpelli, seghe i e morse che
brillavano di una luce sinistra.
«Lei è lo Spe ro, signorina Ghafa, una leggenda del Barile. Ha
carpito i segreti di giudici, uomini del Consiglio, ladri e assassini.
Dubito che ci sia qualcosa in ci à di cui lei non sia a conoscenza.
Adesso mi dirà dove sono localizzati i rifugi di Kaz Brekker.»
«Non posso dirle quello che non so.»
Van Eck fece un sospiro. «Si ricordi che io ci ho provato, a tra arla
civilmente.» Si voltò verso una delle guardie, un uomo robusto con
un naso affilato come una lama. «Preferirei che la cosa non andasse
troppo per le lunghe. Fai quello che credi sia meglio.»
La guardia sfiorò gli strumenti sopra il tavolo con la mano, come
per decidere quale crudeltà sarebbe stata più efficace. Inej sentì che il
coraggio le veniva meno e che il respiro le usciva in rantoli
terrorizzati. Quando la paura arriva, qualcosa sta per succedere.
Bajan si chinò su di lei, il viso pallido, gli occhi preoccupati. «Ti
prego, diglielo. Brekker non vale di sicuro la pena di venire sfregiata
o mutilata. Digli quello che sai.»
«Tu o quello che so è che uomini come te non valgono l’aria che
respirano.»
Bajan parve punto sul vivo. «Sono sempre stato gentile con te.
Non sono un mostro.»
«No, tu sei quello che gli sta seduto pigramente accanto, che si
congratula con se stesso per la sua corre ezza, mentre il mostro
mangia a sazietà. Perlomeno un mostro ha i denti e una spina
dorsale.»
«Questo non è giusto!»
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Inej non riusciva a credere a quanto fosse priva di cara ere questa
creatura, che stava lì a chiedere la sua approvazione in un momento
del genere. «Se credi ancora nella giustizia, allora hai avuto una vita
parecchio fortunata. Levati di mezzo, Bajan. Facciamola finita.» La
guardia dal naso affilato fece un passo avanti; qualcosa gli brillò in
mano. Inej si rifugiò dentro se stessa, in un posto calmo e silenzioso,
il posto che le aveva permesso di sopravvivere un anno nel Serraglio,
un anno di no i scandite dal dolore e dall’umiliazione, e di giorni
segnati da bo e e peggio ancora. «Avanti» lo incoraggiò con voce
ferma.
«Aspe a!» esclamò Van Eck. Stava studiando Inej come un libro
contabile, cercando di far coincidere le cifre. Piegò la testa di lato e
disse: «Spezzale le gambe».
Il coraggio le finì in mille pezzi. Inej iniziò a dimenarsi e a tentare
di liberarsi dalla stre a delle guardie.
«Ah» disse Van Eck. «Come pensavo.»
La guardia dal naso affilato selezionò un tubo lungo e pesante.
«No» disse Van Eck. «Non voglio che sia una fra ura ne a. Usa la
mazza. Riduci l’osso in frantumi.» Il viso incombeva su di lei, gli
occhi di un blu chiaro e luminoso – gli occhi di Wylan, ma del tu o
privi della loro gentilezza. «Nessuno sarà in grado di rime erla a
posto, signorina Ghafa. Forse potrà ripagare il suo debito chiedendo
l’elemosina sullo Stave dell’Est e poi tu e le sere striscerà fino a casa,
alla Stecca, sempre ammesso che Brekker le conceda ancora una
stanza.»
«No.» Inej non sapeva se stesse implorando Van Eck o se stessa. E
non sapeva chi stesse odiando di più al momento.
La guardia sollevò una mazza di ferro.
Inej si contorse sul tavolo, il corpo madido di sudore. Poteva
sentire l’odore della propria paura. «No» ripeté. «No.»
La guardia dal naso affilato soppesò la mazza tra le mani. Van Eck
annuì. L’uomo le fece fare dolcemente un mezzo giro.
Inej osservò la mazza sollevarsi fino a raggiungere l’altezza
massima, il bagliore che emanava dalla grossa punta, la faccia pia a
di una luna morta. Udì il crepitio del camine o, e pensò a sua madre
con i capelli raccolti nei nastri di seta del colore dei cachi.
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«Non farà mai nessuno scambio se mi trasforma in una storpia!»
urlò, e le parole le uscirono da qualche luogo immerso nel profondo,
la voce rauca e indifesa. «Non gli servirò più a niente!»
Van Eck alzò una mano. La mazza ricadde.
Inej sentì che le sfiorò i pantaloni quando mandò in frantumi il
tavolo a un pelo dal suo polpaccio, e l’intero angolo crollò so o
l’urto.
“La mia gamba” rifle é, tremando violentemente. “Avrebbe
potuto essere la mia gamba.” Sentiva in bocca un gusto metallico. Si
era morsa la lingua. “Santi, proteggetemi. Santi, proteggetemi.”
«Ha sollevato un’obiezione interessante» disse Van Eck,
pensieroso. Si picchie ò l’indice sulle labbra, meditando.
«Riconsideri a entamente dove riporre la sua lealtà, signorina
Ghafa. Domani no e potrei non essere così misericordioso.»
Inej non riusciva a controllare il tremito. “Ti aprirò in due” giurò a
se stessa in silenzio. “Ti strapperò dal pe o quel miserabile aborto di
cuore che ti ritrovi.” Era un pensiero malvagio, un pensiero
spregevole. Ma non poteva farci niente. I suoi Santi l’avrebbero
punita per una cosa del genere? L’avrebbero perdonata se avesse
ucciso non per sopravvivere ma perché ribolliva di un odio intenso,
sfolgorante? “Non mi importa” pensò mentre le guardie sollevavano
dal tavolo il suo corpo in preda agli spasmi. “Farò ammenda per il
resto dei miei giorni se questo significa che avrò l’occasione di
ucciderlo.”
La trascinarono nella sua cella a raversando l’atrio del teatro
fatiscente, e giù per un corridoio verso quella che adesso capì cos’era:
una vecchia sala delle a rezzature.
Bajan le coprì gli occhi con la benda. «Mi dispiace» sussurrò.
«Non sapevo che avesse intenzione di… Io…»
«Kadema mehim.»
Bajan trasalì. «Non dire così.»
I Suli erano un popolo fraterno, leale. Dovevano esserlo, in un
mondo in cui non possedevano una terra ed erano così pochi. Inej
ba eva i denti, ma si costrinse a far uscire le parole. «Sei
abbandonato. Come tu hai voltato le spalle a me, così gli altri
volteranno le spalle a te.» Era la peggiore delle condanne Suli, quella
p p gg q
che ti proibiva di essere accolto dai tuoi antenati nell’aldilà, e
condannava il tuo spirito a vagare senza una casa.
Bajan sbiancò. «Non credo a niente di tu o ciò.»
«Ci crederai.»
Lui le fissò la benda a orno alla testa. Lei sentì chiudersi la porta.
Si coricò su un fianco, l’anca e la spalla contro il pavimento di
cemento, ad aspe are che il tremore passasse.
I primi giorni al Serraglio aveva creduto che qualcuno sarebbe
andato a prenderla. La sua famiglia l’avrebbe trovata. Un ufficiale di
polizia. Un eroe, sbucato fuori da uno di quei racconti che sua madre
aveva l’abitudine di narrarle. Di uomini ne erano passati, ma non per
liberarla, e alla fine la speranza era impallidita come le foglie so o
un sole troppo forte, rimpiazzata da un germoglio amaro di
rassegnazione.
Kaz l’aveva salvata da quello sconforto, e a partire da quel
momento le loro vite erano state una lunga serie di salvataggi, una
sfilza di debiti reciproci di cui non avevano mai tenuto il conto
mentre si soccorrevano a vicenda, più e più volte. Distesa al buio,
Inej si rese conto che in virtù di tu i quei debiti, aveva creduto che
lui l’avrebbe salvata ancora una volta, che avrebbe messo da parte la
sua avidità e i suoi demoni e sarebbe andato a prenderla. Ora non ne
era così sicura. Perché non era stata soltanto la ragionevolezza delle
parole che aveva pronunciato a fermare la mano di Van Eck, era stata
la verità che lui aveva colto nella voce di lei. Non farà mai nessuno
scambio se mi trasforma in una storpia. Non poteva fare finta che quelle
parole fossero state evocate con l’intenzione di depistarlo o per puro
spirito di sopravvivenza animale. La magia che avevano prodo o
era figlia della convinzione. Un bru o sortilegio.
Domani no e potrei non essere così misericordioso. Questa sera era
stata tu a una recita con l’obie ivo di terrorizzarla? O Van Eck
sarebbe tornato per portare a termine le sue minacce? E se Kaz fosse
arrivato, quanto ne sarebbe rimasto di lei?
PARTE SECONDA
VENTO MORTALE
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JESPER

Jesper si sentiva come se avesse le pulci addosso. Ogni volta che la


banda lasciava l’Isola del Velo Nero per andare ad appostarsi in giro
per il Barile, indossava i costumi della Commedia Bruta: le cappe, i
veli, le maschere e di tanto in tanto le corna che sia i turisti sia i locali
utilizzavano per celare la propria identità mentre si abbandonavano
ai piaceri del Barile.
Ma qui, nei rispe abili viali alberati e lungo i canali del quartiere
universitario, il Signor Cremisi e l’Imperatore Grigio avrebbero
a irato troppi sguardi, quindi Jesper e Wylan si erano sbarazzati dei
costumi non appena giunti in prossimità degli Stave. E, a essere
onesto, Jesper non aveva alcuna voglia di rivedere suo padre per la
prima volta dopo tanti anni con una maschera sugli occhi o un
mantello di seta arancione sulle spalle. Ma, se era per questo,
nemmeno nella tenuta appariscente che sfoggiava di solito nel Barile.
Si era vestito nel modo più appropriato possibile. Wylan gli aveva
prestato qualche kruge per una giacca scozzese di seconda mano e
un gilè grigio scuro. Non aveva esa amente un aspe o dignitoso,
ma gli studenti non erano tenuti ad apparire eccessivamente
benestanti.
Ancora una volta si scoprì ad allungare le mani verso le proprie
rivoltelle: quanto desiderava poter sentire so o i pollici quelle
fredde, familiari impugnature in madreperla. Quello stronzo di un
avvocato aveva ordinato al caposala di riporle dentro una cassaforte
del Cumulus. Kaz aveva de o che le avrebbe riavute a tempo debito,
ma dubitava che lui sarebbe rimasto così composto e serafico se
qualcuno gli avesse fregato il bastone. “Sei stato tu a me erle sul
tavolo come un idiota” rammentò a se stesso. L’aveva fa o per Inej.
E, a essere del tu o onesto, l’aveva fa o anche per Kaz, per
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dimostrargli che era pronto a sacrificare tu o per sistemare le cose.
Non che sembrasse importare molto, però.
“Vabbè” si consolò, “non avrei comunque potuto avere con me le
mie rivoltelle per sbrigare questa faccenda.” Studenti e professori
non passavano da una lezione all’altra con la polvere da sparo nelle
borse. Le loro giornate scolastiche sarebbero state più interessanti, se
l’avessero fa o. In ogni caso Jesper si era nascosto so o la giacca una
pistola, per quanto fosse un ben triste rimpiazzo. Quella era
Ke erdam, dopotu o, e c’era la possibilità che lui e Wylan si stessero
infilando in una trappola. Che era il motivo per cui Kaz e Ma hias li
stavano seguendo nell’ombra. Non aveva avvistato nessuno dei due,
e Jesper la interpretò come una buona cosa, ma era comunque grato
che Wylan si fosse offerto di accompagnarlo. Kaz aveva acconsentito
solo perché Wylan aveva de o che gli servivano degli a rezzi per
lavorare il tonchio.
Passarono davanti a caffe erie studentesche e librerie, con le
vetrine stipate di libri di testo, inchiostro e carta per scrivere. Erano a
meno di due miglia dal trambusto del Barile, ma sembrava che
avessero a raversato il ponte che li separava da un altro paese. Al
posto dei gruppi di marinai appena sbarcati e in cerca di guai, o dei
turisti che spintonavano e sgomitavano per farsi largo a ogni angolo
di strada, la gente qui si faceva da parte per lasciarti passare e
parlava a bassa voce. Non c’erano gli imbonitori sulle soglie dei
negozi che strillavano per a irare i clienti. I vicole i angusti
pullulavano di legatorie e negozi di speziali, e agli angoli non
c’erano ragazze e ragazzi sprovvisti della protezione delle case sullo
Stave dell’Ovest, e costre i quindi a esercitare la professione per
strada.
Jesper si fermò so o un tendone e fece un bel respiro dal naso.
«Cosa c’è?» chiese Wylan.
«L’aria è più buona qui.» Tabacco di marca, i cio oli ancora umidi
per la pioggia del ma ino, le nuvole blu dei giacinti ai davanzali
delle finestre. Niente piscio, niente vomito, niente profumi dozzinali
o cestini traboccanti di immondizia. Persino l’odore del fumo di
carbone sembrava più tenue.
«Stai prendendo tempo?» domandò Wylan.
p p y
«No.» Jesper bu ò fuori il fiato e si afflosciò per un a imo. «Forse
un po’ sì.» Ro y aveva recapitato un messaggio all’albergo in cui
alloggiava l’uomo che sosteneva di essere suo padre, in modo da
organizzare ora e luogo dell’incontro. Jesper avrebbe voluto andarci
da solo ma, se suo padre era davvero a Ke erdam, c’era la possibilità
che fosse stato usato per fare da esca. Meglio vedersi in pieno giorno,
in territorio neutro. L’università era sembrata il posto più sicuro,
lontana dai pericoli del Barile e dai luoghi che lui bazzicava di più.
Non era sicuro di volere che suo padre lo aspe asse all’università.
Era di gran lunga più piacevole la prospe iva di uno scontro a fuoco
che la vergogna orribile per come aveva rovinato tu o, ma parlarne
lo faceva sentire come uno che cercava di arrampicarsi su
un’impalcatura di assi marce. Per cui si limitò a dire: «Mi è sempre
piaciuta questa zona della ci à».
«Anche a mio padre piace. Lui dà grande valore
all’apprendimento.»
«Più che ai soldi?»
Wylan scrollò le spalle, gli occhi rivolti a una vetrina piena di
mappamondi dipinti a mano. «La conoscenza non è un segno della
benevolenza divina. La ricchezza sì.»
Jesper gli lanciò un’occhiata fugace. Non si era ancora abituato a
sentir uscire dalla bocca di Kuwei la voce di Wylan. Lo
destabilizzava ogni volta, come quando ci si aspe a di bere un
bicchiere di vino e ci si ritrova, invece, con dell’acqua in bocca. «Il
tuo papino è davvero così religioso, o è solo una scusa per
comportarsi come un malede o figlio di pu ana quando bisogna
fare affari?»
«Quando bisogna fare qualunque cosa, veramente.»
«In particolare quando tra a con i delinquenti e i ra i dei canali
del Barile?»
Wylan cincischiò con la cinghia della borsa a tracolla. «Lui ritiene
che il Barile distolga gli uomini dal lavoro e dall’operosità e li
conduca alla perdizione.»
«Non ha tu i i torti» disse Jesper. A volte si domandava come
sarebbero andate le cose se quella no e non fosse mai uscito con i
suoi nuovi amici, se non avesse mai varcato la soglia di quella bisca e
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non avesse mai dato quella prima spinta alla Ruota della Fortuna di
Makker. Doveva essere un passatempo innocuo. E lo era stato, per
tu i gli altri. Ma la vita di Jesper, come un ciocco di legno, si era
spaccata in due pezzi distinti e irregolari: tu o il tempo precedente a
quella ruota e ogni singolo giorno da lì in avanti. «Il Barile si mangia
le persone.»
«Può essere» considerò Wylan. «Ma gli affari sono affari. Le
bische e i bordelli soddisfano la domanda. Offrono posti di lavoro.
Pagano le tasse.»
«Che bravo ragazzo del Barile che sei diventato. Sembra che reciti
a memoria la lezioncina che ti hanno insegnato i boss.» Ogni due o
tre anni a qualche riformatore saltava in testa di ripulire il Barile e
migliorare la pessima reputazione di Ke erdam. Era in quei
momenti che uscivano i volantini e si scatenava una guerra di
propaganda fra i proprietari delle bische e delle case di piacere da
una parte, e i mercanti riformatori nei loro abiti neri dall’altra. Alla
fine, tu o si riduceva sempre ai soldi. I giri di affari sullo Stave
dell’Est e dell’Ovest generavano profi i importanti, e gli abitanti del
Barile rovesciavano monete virtuosissime nelle casse della ci à.
Wylan stra onò la cinghia della borsa, che si era a orcigliata in
cima. «Non penso sia molto diverso dallo scomme ere i tuoi averi su
un carico di seta o di jurda. Quando giochi in borsa, le probabilità a
tuo favore sono soltanto migliori.»
«Sono tu ’orecchi, mercantuccio.» Le migliori probabilità lo
interessavano sempre. «Qual è la perdita peggiore che tuo padre ha
subìto in un affare?»
«Non lo so proprio. Ha smesso di parlare con me di queste cose
tanto tempo fa.»
Jesper esitò. Jan Van Eck era un idiota di dimensioni colossali per
come aveva sempre tra ato il figlio, e tu avia doveva amme ere che
la presunta “mala ia” di Wylan lo incuriosiva. Voleva sapere cosa
vedeva quando provava a leggere, perché sembrasse a suo agio con
le equazioni o i prezzi o i menu dei ristoranti ma non con le frasi o i
simboli. Invece disse: «Mi domando se non sia la vicinanza al Barile
a rendere i mercanti più severi e moralisti. Tu i quei vestiti neri e
quella compostezza, la carne solo due volte la se imana, la birra
q p
chiara al posto del brandy. Forse loro compensano i bagordi a cui ci
dedichiamo noi».
«Per tenere le cose bilanciate?»
«Esa o. Voglio dire, pensa alle altezze vertiginose di dissolutezza
che potremmo raggiungere se nessuno tenesse un po’ a bada questa
ci à. Champagne a colazione. Orge sul pavimento della Borsa.»
Wylan emise un verse o agitato simile al colpo di tosse di un
uccellino, e guardò da tu e le parti per evitare di fissare Jesper. Era
così meravigliosamente facile da me ere in imbarazzo, e comunque
Jesper non pensava che al quartiere universitario servisse una dose
di sconcezza. Gli piaceva così com’era: pulito, silenzioso e profumato
di libri e di fiori.
«Non sei tenuto a venire, lo sai» disse Jesper, perché sentiva di
doverlo precisare. «Hai i tuoi a rezzi da procurarti. Potresti
aspe armi qua fuori, in una caffe eria, comodo e tranquillo.»
«È questo quello che vuoi?»
No. Non posso farcela da solo. Jesper alzò le spalle. Non sapeva bene
come sentirsi all’idea che Wylan sarebbe stato presente
all’università. Di rado aveva visto il padre arrabbiato, ma come
avrebbe potuto non esserlo adesso? E lui quali giustificazioni
avrebbe avuto da offrirgli? Aveva mentito, e aveva messo a
repentaglio tu o ciò per cui suo padre aveva lavorato così
duramente. E per che cosa? Per un bel niente di niente.
Tu avia non poteva tollerare il pensiero di affrontare suo padre
da solo. Inej avrebbe capito. Non che lui si meritasse la sua
solidarietà, ma c’era qualcosa di solido in lei che – era certo –
avrebbe riconosciuto e alleviato le sue paure. Aveva sperato che Kaz
si sarebbe offerto di accompagnarlo. Ma, quando si erano separati
prima di avvicinarsi all’università, gli aveva rivolto una sola occhiata
tetra. Il messaggio era stato chiaro: “Ti sei scavato la fossa da solo.
Ora so erratici dentro”. Kaz lo stava ancora punendo per
l’imboscata che per poco non aveva fermato la loro spedizione alla
Corte di Ghiaccio prima ancora di iniziarla, e ci sarebbe voluto ben
altro che il sacrificio delle rivoltelle per rientrare nelle sue simpatie.
Sempre che Kaz avesse mai avuto delle simpatie.
Il cuore gli accelerò di qualche ba ito quando passarono so o
l’imponente arco di pietra ed entrarono nel cortile di Boeksplein.
L’università non era costituita da un solo palazzo ma da una serie di
edifici, tu i costruiti in sezioni parallele al Canale di Boek e collegate
dal Ponte dell’Oratore, dove le persone si davano appuntamento per
discutere o bersi in compagnia una pinta di birra, a seconda di quale
giorno della se imana fosse. Ma il cuore dell’università era
Boeksplein: qua ro biblioteche poste a orno al cortile centrale e alla
Fontana del Ricercatore. Erano passati quasi due anni dall’ultima
volta che Jesper aveva messo piede in università. Non aveva mai
ufficialmente abbandonato gli studi. Non aveva mai neanche deciso
di non frequentare più le lezioni. Aveva semplicemente iniziato a
trascorrere sempre più tempo nello Stave dell’Est, finché un giorno
aveva alzato lo sguardo e si era reso conto che il Barile era diventato
la sua nuova casa.
E comunque, nel suo breve periodo da studente, si era
innamorato di Boeksplein. Non era mai stato un gran le ore. Amava
i racconti, ma detestava stare fermo, e i libri che gli venivano
assegnati a scuola sembravano proge ati apposta per distrargli la
mente. A Boeksplein, dovunque posasse gli occhi, c’era qualcosa a
tenerli occupati: finestre dalle vetrate colorate, inferriate scolpite con
figure di libri e di navi, la fontana centrale con il ricercatore barbuto,
e sopra u o le gargoyle – creature gro esche dalle ali di pipistrello
con i cappelli accademici in testa, e draghi di pietra addormentati sui
libri. Gli piaceva pensare che chiunque avesse costruito questo posto
dovesse sapere che non tu i gli studenti erano portati per la
contemplazione in silenzio.
Tu avia, mentre varcavano il cortile, Jesper non si guardò a orno
per godersi la vista della costruzione in pietra o ascoltare gli spruzzi
della fontana. Tu a la sua a enzione era concentrata sull’uomo in
piedi accanto al muro orientale, gli occhi puntati in alto alle finestre
di vetro colorato e un cappello stropicciato stre o fra le mani. Con
una fi a, Jesper si rese conto che suo padre si era messo l’abito
migliore che aveva. Si era pe inato all’indietro, con cura, i rossi
capelli Kaelish. C’era del grigio, ora, che non compariva all’epoca in
cui Jesper era andato via da casa. Colm Fahey sembrava un
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contadino sulla strada per la parrocchia. Del tu o fuori luogo. Kaz –
al diavolo, chiunque nel Barile – gli avrebbe dato un’occhiata e
avrebbe visto un bersaglio ambulante.
La gola di Jesper si fece secca e arida come sabbia. «Pa’» gracchiò.
La testa di suo padre sca ò e Jesper si preparò a quello che
sarebbe successo – tu i gli insulti che gli avrebbe rivolto se li sarebbe
meritati. Invece fu colto di sorpresa dal sorriso di sollievo che gli
distese i lineamenti duri e spigolosi. Fu come se qualcuno gli avesse
piazzato una pallo ola dri a nel cuore.
«Jes!» gridò suo padre. E a quel punto Jesper a raversò di corsa il
cortile e le braccia dell’uomo lo circondarono, stringendolo così forte
che Jesper teme e di sentire le costole incrinarsi. «Per tu i i Santi, ho
pensato che fossi morto. Mi hanno de o che non eri più uno
studente, che eri sparito e… temevo che fossi stato fa o fuori da dei
banditi o qualcosa del genere, in questo posto dimenticato dai
Santi.»
«Sono vivo, pa’» disse a fatica Jesper. «Ma se continui a stritolarmi
così, non lo sarò ancora a lungo.»
Il padre scoppiò a ridere e lo lasciò andare, allungando le braccia
quel tanto che bastava per tenergli le manone sulle spalle. «Giurerei
che sei un piede più alto.»
Jesper abbassò la testa. «Mezzo piede. Oh, lui è Wylan» disse,
passando dallo Zemeni al Kerch. A casa parlavano in entrambe le
lingue, sia quella di sua madre sia quella degli affari. La lingua
paterna Kaelish era riservata alle rare volte in cui Colm cantava.
«Piacere di conoscerti. Parli il Kerch?» urlò quasi suo padre, e
Jesper capì che era per via del fa o che Wylan sembrava Shu.
«Pa’» disse, con una smorfia di imbarazzo. «Parla il Kerch più che
bene.»
«Piacere di conoscerla, signor Fahey» disse Wylan. Jesper
benedisse le sue buone maniere da mercante.
«Piacere mio, giovano o. Sei anche tu uno studente?»
«Io… lo sono stato» disse Wylan a disagio.
Jesper non sapeva come riempire il silenzio che seguì. Di tu o
quello che si era aspe ato dall’incontro con il padre, di sicuro non
c’era quell’amichevole scambio di convenevoli.
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Wylan si schiarì la voce. «Ha fame, signor Fahey?»
«Sto morendo di fame» rispose lui, grato.
Wylan diede un colpe o di gomito a Jesper. «Perché non
portiamo tuo padre a pranzo?»
«Pranzo» disse Jesper, ripetendo la parola come se l’avesse
appena imparata. «Sì, pranzo. A chi non piace pranzare?» Il pranzo
gli apparve come un miracolo. Avrebbero mangiato. Avrebbero
parlato. Forse avrebbero bevuto. Sì, bere era un’o ima idea!
«Ma Jesper, cos’è successo? Ho ricevuto un avviso dalla Banca di
Gemens. Il prestito è vicino alla scadenza, e tu mi avevi fa o credere
che fosse temporaneo. E i tuoi studi…»
«Pa’» iniziò a dire Jesper. «Io… la questione è che…»
Uno sparo risuonò tra le mura del cortile. Jesper spinse suo padre
dietro di sé mentre un proie ile si conficcava nei sassi vicino ai loro
piedi, sollevando una nuvola di polvere. All’improvviso, nel cortile
stava echeggiando una vera e propria sparatoria. E i riverberi
impedivano di capire da dove provenissero i colpi d’arma da fuoco.
«Nel nome di tu i i Santi, cosa…»
Jesper stra onò per la manica suo padre e lo trascinò verso il
riparo in pietra offerto da una porta d’ingresso. Guardò alla propria
sinistra, pronto ad afferrare Wylan, ma il mercantuccio si era già
messo in azione, e procedeva accanto a lui restando accovacciato alla
bell’e meglio. “Non c’è come farsi sparare qualche volta per imparare
in fre a” pensò Jesper mentre raggiungevano la sporgenza che li
avrebbe prote i. Allungò il collo per riuscire a scorgere il profilo del
te o, poi lo tirò indietro di sca o quando risuonarono altri spari.
Una nuova raffica di colpi infuriò da qualche parte sopra di loro e
da sinistra: poteva solo sperare che fossero Kaz e Ma hias che
rispondevano al fuoco.
«Per tu i i Santi» ansimò suo padre. «La ci à è peggio ancora di
quello che dicevano le guide turistiche!»
«Pa’, non è la ci à» disse Jesper, estraendo la pistola dalla giacca.
«Stanno inseguendo me. O noi. Difficile da stabilire.»
«Chi vi sta inseguendo?»
Jesper scambiò un’occhiata con Wylan. Jan Van Eck? Una banda
avversaria in cerca di rivalsa? Pekka Rollins o qualcun altro da cui
q
Jesper aveva ricevuto soldi in prestito? «La lista dei potenziali
sospe ati è lunga. Dobbiamo andarcene da qui prima che si
presentino da vicino.»
«Banditi?»
Jesper sapeva che le probabilità di finire bucherellati erano
piu osto elevate, per cui tra enne il sorriso. «Qualcosa del genere.»
Sbirciò oltre il bordo della porta, fece partire due colpi, poi si
accucciò quando esplose un’altra raffica di spari.
«Wylan, dimmi che nella borsa hai infilato qualcos’altro oltre a
penne, inchiostro e roba per fare i tonchi.»
«Ho due bombe luce e una cosa che ho messo insieme da poco
con un po’ più di… ehm… spinta.»
«Bombe?» domandò il padre di Jesper, sba endo le palpebre
come per svegliarsi da un bru o sogno.
Jesper scrollò le spalle, impotente. «Vedile come un esperimento
di scienze.»
«Quanti saranno?» chiese Wylan.
«Ma guardati, lì a fare tu e le domande giuste. Difficile a dirsi.
Sono da qualche parte sul te o, e l’unica via d’uscita è sul retro
dietro il portale ad arco. Significa un bel pezzo di cortile da
a raversare mentre sparano dall’alto. Anche se ce la facciamo, per
come la vedo io ci saranno molti altri fucili ad aspe arci fuori da
Boeksplein, a meno che Kaz e Ma hias non riescano in qualche
modo a spianarci la strada.»
«Conosco un’altra via d’uscita» disse Wylan. «Ma è dalla parte
opposta del cortile.» Puntò il dito verso il portone so o un arco, sul
quale era scolpito una specie di mostro cornuto che sgranocchiava
una matita.
«La sala di le ura?» disse Jesper calcolando la distanza. «Va bene.
Al tre, tu schizzi fuori. Io ti copro. Porta dentro mio padre.»
«Jesper…»
«Pa’, giuro che ti spiegherò tu o, ma al momento ti è sufficiente
sapere che ci troviamo in una bru a situazione, e le bru e situazioni
sono il mio campo.» Ed era vero. Jesper si sentiva rinato, la
preoccupazione che l’aveva perseguitato da quando aveva saputo
dell’arrivo di suo padre a Ke erdam era sparita. Si sentiva libero,
pericoloso, come un fulmine sulla prateria. «Fidati di me, pa’.»
«D’accordo, ragazzo. D’accordo.»
Jesper era piu osto certo di aver sentito un tacito “per adesso”.
Vide che Wylan si stava tenendo forte. Il mercantuccio era ancora
nuovo a tu o questo. Se ogni cosa fosse andata per il verso giusto,
Jesper non avrebbe ucciso nessuno.
«Uno, due…» Si mise a sparare al tre. Saltò dentro il cortile e
rotolò per andare a ripararsi dietro la fontana. Era uscito alla cieca,
ma individuò velocemente le sagome sul te o e mirò a istinto,
percependo i movimenti e la linea di fuoco prima ancora di pensare
a prendere la mira. Non doveva ammazzarli, doveva soltanto
spaventarli a morte e prendere tempo per Wylan e per suo padre.
Un proie ile colpì la statua centrale della fontana, e il libro nella
mano del ricercatore esplose in mille frammenti di pietra. Quali che
fossero le munizioni che stavano usando, non scherzavano.
Jesper ricaricò la pistola e sbucò da dietro la fontana, sparando.
«Per tu i i Santi» gridò mentre il dolore gli esplodeva in una spalla.
Odiava cordialmente essere colpito. Si ritrasse dietro il cornicione di
pietra. Controllò il danno al braccio. Solo un graffio, ma bruciava
come l’inferno, e stava imbra ando di sangue la sua nuova giacca
scozzese. «Ecco perché non vale la pena avere un aspe o perbene»
borbo ò. Sopra di lui, sul te o, vedeva delle sagome muoversi. Da
un istante all’altro avrebbero fa o il giro della fontana e sarebbe
stato spacciato.
«Jesper!» Era la voce di Wylan. Dannazione. Non doveva me ersi
al sicuro?
«Jesper, a ore due.»
Jesper alzò lo sguardo. Qualcosa stava a raversando il cielo.
Senza stare a rifle ere, mirò e sparò. Ci fu un’esplosione.
«Bu ati in acqua!» gridò Wylan.
Jesper si tuffò nella fontana, e un secondo dopo l’aria sfrigolò.
Quando riemerse con la testa bagnata, vide che ogni superficie
esposta del cortile e dei giardini era crivellata di buchi, e dai
minuscoli crateri si alzavano riccioli di fumo. Chiunque ci fosse sul
te o, stava urlando. Che razza di bomba aveva lanciato Wylan?
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Sperò che Kaz e Ma hias si fossero messi al riparo, ma non c’era
tempo per darsene pensiero. Sca ò verso il portone so o il demone
rosicchia-matite. Wylan e suo padre lo stavano aspe ando dentro.
Chiusero la porta sba endola forte.
«Mi aiuti» disse Jesper. «Dobbiamo barricare l’ingresso.»
L’uomo dietro la scrivania indossava una toga grigia da
ricercatore. Aveva le narici così dilatate per lo sdegno che Jesper
teme e potessero risucchiarlo. «Giovano o…»
Jesper gli puntò la pistola al pe o. «Si muova.»
«Jesper!» disse suo padre.
«Non preoccuparti, pa’. La gente, a Ke erdam, si punta addosso
la pistola di continuo. È come una stre a di mano, in pratica.»
«È vero?» domandò suo padre mentre il ricercatore, rilu ante, si
faceva da parte e loro si misero a spingere la pesante scrivania di
fronte alla porta.
«Assolutamente» rispose Wylan.
«Nient’affa o» disse il ricercatore.
Jesper fece loro cenno di muoversi. «Dipende molto dal quartiere.
Andiamo.»
Si lanciarono verso l’isola principale della sala di le ura, tra
lunghi tavoli illuminati da lanterne con i colli ricurvi. Gli studenti si
accalcarono contro la parete e si rannicchiarono so o le sedie,
probabilmente pensando di essere in procinto di morire.
«Niente di cui preoccuparsi, gente!» gridò Jesper. «Solo una
piccola esercitazione di tiro al bersaglio in cortile.»
«Da questa parte» disse Wylan, accompagnandoli a una porta
ricoperta di raffinate decorazioni spiraleggianti.
«No, lì no!» disse il ricercatore precipitandosi dietro di loro, la
toga che gli svolazzava intorno. «Non nella sala dei libri rari!»
«Ci stringiamo di nuovo la mano?» gli chiese Jesper, poi aggiunse:
«Giuro che non spareremo a niente se non saremo obbligati». Poi
diede una spintarella a suo padre. «Su per le scale.»
«Jesper?» disse una voce da dietro il tavolo più vicino.
Una biondina carina, rannicchiata sul pavimento, guardò in su.
«Madeleine?» esclamò Jesper. «Madeleine Michaud?»
«Avevi de o che avremmo fa o colazione insieme!»
«Mi è toccato andare a Fjerda.»
«Fjerda?»
Jesper si infilò su per le scale dietro a Wylan, poi tornò a fare
capolino con la testa nella sala di le ura. «Se sopravvivo, ti porto
fuori a mangiare le cialde.»
«Non hai i soldi per offrirle le cialde» brontolò Wylan.
«Fai silenzio. Siamo in una biblioteca.»
Jesper, da studente, non aveva mai avuto motivo di entrare nella
sala dei libri rari. Il silenzio era così profondo che sembrava di stare
so ’acqua. Manoscri i miniati erano esposti in teche di vetro
illuminate dalla luce dorata delle lanterne, e le pareti erano
tappezzate di mappe preziose.
Un Chiamatempeste avvolto nella propria kefta blu era in piedi in
un angolo, le braccia incrociate, ma arretrò quando loro entrarono.
«Shu!» gridò il Chiamatempeste appena vide Wylan. «Non verrò
con te. Piu osto mi ammazzo!»
Il padre di Jesper sollevò le mani come per rabbonire un cavallo.
«Piano, figliolo.»
«Siamo solo di passaggio» disse Jesper, e diede a suo padre
un’altra spintarella.
«Seguitemi» disse Wylan.
«Che cosa ci fa un Chiamatempeste nella sala dei libri rari?»
chiese Jesper mentre a raversavano di corsa il labirinto di scaffali e
teche, oltrepassando di tanto in tanto un ricercatore o uno studente
accucciato per la paura dietro una pila di volumi.
«Umidità. Mantiene l’aria secca per preservare i manoscri i.»
«Bel lavoro, se riesci a o enerlo.»
Quando raggiunsero la parete più a ovest, Wylan si fermò di
fronte a una cartina di Ravka. Si guardò a orno per accertarsi che
non fossero osservati, quindi pigiò sul simbolo della capitale: Os
Alta. Il paese sembrò lacerarsi in due lungo i bordi del Nonmare,
svelando un varco buio e largo abbastanza da passarci a raverso.
«Conduce al secondo piano di una tipografia» disse Wylan
mentre si infilavano all’interno. «È stato creato per dare la possibilità
ai professori di uscire dalla biblioteca e arrivare a casa senza dover
discutere con gli studenti su di giri.»
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«Su di giri?» disse il padre di Jesper. «Tu i gli studenti portano la
pistola?»
«No, ma c’è una lunga tradizione di proteste contro i voti.»
La cartina si richiuse, lasciandoli nell’oscurità mentre
procedevano lentamente lungo i lati del corridoio.
«Non per essere stronzo» bisbigliò Jesper a Wylan, «ma non avrei
mai immaginato che tu conoscessi così bene la sala dei libri rari.»
«Mi incontravo qui con uno dei miei prece ori, all’epoca, quando
mio padre ancora riteneva… Il prece ore conosceva un sacco di
storie interessanti. E a me sono sempre piaciute le mappe.
Localizzare le le ere in qualche modo rendeva più facile… È così che
ho scoperto il passaggio segreto.»
«Sai che c’è, Wylan? Uno di questi giorni sme erò di
so ovalutarti.»
Ci fu una breve pausa e poi, da qualche parte davanti a sé, Jesper
lo sentì dire: «E allora sarà molto più difficile sorprenderti».
Jesper sorrise, ma non sembrava la cosa giusta da fare in quel
momento. Dietro di loro, nella sala dei libri rari, echeggiavano spari.
C’era mancato poco, stava perdendo sangue da una spalla, se l’erano
data a gambe – erano questi i momenti per cui viveva. Avrebbe
dovuto fremere per l’eccitazione dello scontro. L’emozione era
ancora lì, a fargli ribollire il sangue, ma allo stesso tempo provava
anche un’altra sensazione, fredda e sconosciuta, che gli prosciugava
ogni gioia. Tu o quello a cui riusciva a pensare era: “Pa’ avrebbe
potuto rimanere ferito. Avrebbe potuto morire”. Jesper era abituato a
farsi sparare addosso. Si sarebbe un po’ offeso se avessero smesso di
farlo. Ma questa volta era diverso. Suo padre non aveva scelto di
essere coinvolto in questo scontro. Il suo unico crimine era stato
fidarsi di suo figlio.
“È questo il problema, qui a Ke erdam” pensò Jesper mentre
incespicavano insicuri al buio. “Fidarsi della persona sbagliata può
costarti la vita.”
6
NINA

Nina non riusciva a fare a meno di fissare Colm Fahey. Era un po’
più basso del figlio, un po’ più largo di spalle, e aveva i tipici colori
Kaelish: i capelli di un bel rosso acceso e la pelle bianca come il la e,
piena di lentiggini per via del sole Zemeni. E anche se i suoi occhi
erano dello stesso grigio chiaro di quelli di Jesper, emanavano una
solennità e una sorta di calore rassicurante che non c’entravano
niente con l’energia scoppie ante di Jesper.
Non era solo il piacere di ritrovare Jesper nei lineamenti del padre
a tenere la sua a enzione fissa sul contadino. Era veramente bizzarro
vedere qualcuno di così sano e integro in piedi dentro un mausoleo di
pietra vuoto, circondato dal peggio di Ke erdam, lei compresa.
Rabbrividì e si avvolse più stre amente dentro la vecchia coperta
da cavallo che stava usando come scialle. Aveva cominciato a
dividere i giorni in buoni e ca ivi, e grazie alla faccenda di Cornelis
Smeet questo si stava rivelando un giorno ca ivissimo. Non poteva
perme ersi di non essere al meglio, adesso che erano così vicini a
salvare Inej. “Andrà tu o bene” le augurò in silenzio, nella speranza
che i suoi pensieri potessero in qualche modo fendere l’aria,
sfrecciare sopra le acque dei porti di Ke erdam e raggiungere
l’amica. “Resta sana e salva e aspe aci.”
Lei non c’era, a Vellgeluk, quando Van Eck aveva preso Inej in
ostaggio. Stava ancora cercando di liberare il proprio corpo dalla
parem, intrappolata nelle nebbie della sofferenza che erano calate sul
suo viaggio di ritorno da Djerholm. Era contenta di ricordarsi tu o
quel supplizio, ogni minuto passato a tremare, a provare dolore, a
vomitare. La vergogna davanti a Ma hias che aveva assistito a tu o,
che le aveva tenuto indietro i capelli, che le aveva tamponato la
fronte, che l’aveva bloccata il più delicatamente possibile mentre lei
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litigava, lo lusingava, urlava contro di lui per avere dell’altra parem.
Si costrinse a ricordare ogni cosa terribile che gli aveva de o, ogni
piacere selvaggio che gli aveva offerto, ogni insulto e ogni accusa che
gli aveva scagliato addosso. “Ci godi a vedermi soffrire. Vuoi che ti
supplichi, vero? Da quant’è che aspe avi di vedermi rido a così?
Sme ila di punirmi, Ma hias. Aiutami. Sii buono con me e io sarò
buona con te.” Lui si era sorbito tu o in un silenzio stoico. Lei si
aggrappava saldamente a quei ricordi. Aveva bisogno che fossero il
più possibile vividi e accesi e imbarazzanti per tenere a bada la fame
di droga. Mai e poi mai avrebbe voluto ritrovarsi di nuovo in quello
stato.
Guardò Ma hias, i suoi capelli stavano diventando folti e dorati,
lunghi abbastanza da cominciare ad arricciarglisi sopra le orecchie.
Lei amava la sua vista, e allo stesso tempo la detestava. Perché lui
non le avrebbe dato quello che voleva. Perché lui sapeva quanto lei
ne avesse malede amente bisogno.
Dopo che Kaz li aveva sistemati al Velo Nero, era riuscita a
resistere due giorni prima di cedere e andare da Kuwei a chiedergli
un’altra dose di parem. Una piccola. Giusto un assaggio, per alleviare
questo bisogno incessante. I sudori erano spariti, e anche gli a acchi
di febbre. Era in grado di camminare e di parlare, e di prestare
ascolto a Kaz e agli altri che ordivano le loro trame. Ma quando si
faceva i fa i suoi, beveva le tazze di brodo o di tè piene di zucchero
che Ma hias le me eva davanti, il desiderio era lì, una sega
dentellata che le recideva senza sosta i nervi, avanti e indietro,
minuto dopo minuto. Quando si era seduta accanto a Kuwei, non
aveva agito in modo consapevole. Gli aveva parlato so ovoce in Shu,
lo aveva ascoltato lamentarsi dell’umidità della tomba. E poi la
domanda le era uscita di ge o: “Ne hai dell’altra?”.
Lui non si era preso la briga di chiederle a che cosa si riferisse.
“L’ho data tu a a Ma hias.”
“Capisco” aveva de o lei. “Forse è meglio così.”
Lei aveva sorriso. Lui aveva sorriso. Lei avrebbe voluto ridurgli la
faccia a brandelli.
Perché non poteva andare da Ma hias. Mai e poi mai. E per
quello che ne sapeva, Ma hias aveva ge ato in mare ogni scorta
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rimasta a Kuwei. Il pensiero l’aveva riempita di un terrore tale che
aveva dovuto correre fuori e vomitare quel poco che aveva nello
stomaco di fronte a uno dei mausolei in rovina. Aveva coperto quello
schifo con della terra, poi si era cercata un posto tranquillo dove
sedersi e, so o un graticcio di edera, era scoppiata a piangere a
diro o.
“Siete un mucchio di inutili stronzi” aveva de o ai sepolcri
silenziosi. A loro non aveva fa o né caldo né freddo. E ciononostante
la quiete del Velo Nero le aveva dato conforto, l’aveva placata. Non
avrebbe saputo spiegare perché. I cimiteri non le avevano mai offerto
alcuna consolazione, prima. Si era riposata per un po’, si era
asciugata le lacrime, e quando fu certa che la pelle chiazzata e gli
occhi gonfi non l’avrebbero tradita, se ne era tornata dagli altri.
“Sei sopravvissuta alla parte peggiore” si era de a. “La parem è
fuori portata, e ora puoi sme ere di pensarci.” E per un po’ c’era
riuscita.
Poi, la no e precedente, mentre si stava preparando per
ingraziarsi Cornelis Smeet, aveva fa o l’errore di usare il proprio
potere. Malgrado la parrucca e i fiori e l’abito e il corse o, non si era
sentita all’altezza del ruolo di sedu rice. Per cui si era trovata uno
specchio al Club Cumulus e aveva provato a modificare i cerchi scuri
che aveva so o gli occhi. Era la prima volta, da quando era guarita,
che si serviva del proprio potere. Per lo sforzo si era ricoperta di
sudore, e non appena il colore livido delle occhiaie si era affievolito,
la fame di parem l’aveva colpita, un calcio forte e veloce nel pe o. Si
era piegata in due, si era stre a forte al lavandino, la mente lanciata
a folle velocità a pensare a come andarsene, a chi chiederne una
dose, con cosa scambiarla. Si era costre a a ricordare la vergogna che
aveva provato sulla barca, il futuro che sarebbe stata in grado di
costruirsi con Ma hias, ma l’unico pensiero che l’aveva riportata in
possesso delle proprie facoltà mentali era stato quello di Inej. Le
doveva la vita, e mai e poi mai l’avrebbe lasciata nelle mani di Van
Eck. Lei non era quel tipo di persona. Si rifiutava di esserlo.
In qualche modo si era ridata un contegno. Si era spruzzata
dell’acqua sul viso e si era pizzicata le guance per farle diventare
rosa. Aveva ancora l’aria sba uta, ma con piglio deciso si era tirata
pg
su il corse o e per un a imo aveva sfoggiato il sorriso più luminoso
che era riuscita a me ere insieme. “Fai le cose per bene e Smeet non
ti guarderà di certo la faccia” si era de a, ed era sfrecciata fuori dalle
porte per acchiappare il suo pollo.
Ma una volta compiuta la missione, dopo che avevano o enuto le
informazioni di cui avevano bisogno e tu i si erano addormentati,
lei si era messa a frugare fra le poche cose di Ma hias, nelle tasche
dei suoi vestiti, con una frustrazione crescente di secondo in
secondo. Lo odiava. Odiava Kuwei. Odiava questa stupida ci à.
Disgustata da se stessa, era scivolata so o le coperte di lui.
Ma hias dormiva sempre con la schiena rivolta al muro,
un’abitudine che risaliva all’Anticamera dell’Inferno. Aveva
insinuato le mani nelle tasche, a caccia, tastando le fodere dei
pantaloni.
“Nina?” aveva mormorato lui mezzo addormentato.
“Ho freddo” aveva de o lei, le mani che continuavano a cercare.
Gli aveva stampato un bacio sul collo, poi so o l’orecchio. Non si era
mai concessa, prima, di baciarlo a quel modo. Non ne aveva mai
avuto la possibilità. Erano stati troppo presi a sbrogliare la matassa
del sospe o, del desiderio e della lealtà che li legava, e dopo che lei
aveva assunto la parem… era l’unica cosa a cui riusciva a pensare,
persino ora. Il desiderio che provava riguardava la droga, non il
corpo di lui che sentiva fremere al conta o delle sue mani. Non gli
aveva baciato le labbra, però. Non voleva che la parem le portasse via
anche questo.
Lui aveva emesso un piccolo gemito. “Gli altri…”
“Dormono tu i.”
A quel punto le aveva afferrato le mani. “Ferma.”
“Ma hias…”
“Non ce l’ho.”
Lei si era tirata indietro di sca o, e la vergogna le era strisciata
sulla pelle come il fuoco che divampa in una foresta. “E allora chi ce
l’ha?” aveva sibilato.
“Kaz.” Lei si era immobilizzata. “Hai intenzione di infilarti anche
nel suo le o?”
Nina aveva sbuffato, incredula. “Mi taglierebbe la gola.” Voleva
urlare tu a la sua frustrazione. Non c’era modo di tra are con Kaz.
Non poteva intimidirlo, come avrebbe fa o con Wylan, o implorarlo,
come avrebbe fa o con Jesper.
La stanchezza era arrivata all’improvviso, come un giogo al collo,
una spossatezza che perlomeno a enuava il suo bisogno disperato.
Aveva appoggiato la fronte sul pe o di Ma hias. “Odio tu o
questo” aveva de o. “E odio un po’ anche te, drüskelle.”
“Ci sono abituato. Vieni qui.” L’aveva circondata con le braccia e
l’aveva fa a parlare di Ravka, di Inej. L’aveva distra a con delle
storie, aveva chiamato per nome i venti che soffiavano su Fjerda, le
aveva raccontato del primo pasto consumato nella sala dei banche i
dei drüskelle. A un certo punto doveva essersi addormentata, perché
subito dopo si stava aprendo un varco dentro un sonno pesante e
senza sogni, interro o dal rumore della porta della tomba che si
apriva sba endo.
Ma hias e Kaz erano tornati dall’università con i vestiti pieni di
buchi bruciacchiati a causa di una bomba che aveva prodo o Wylan.
Jesper e Wylan erano alle loro calcagna, stralunati e fradici per la
pioggia primaverile che aveva iniziato a cadere – e con un muscoloso
contadino Kaelish al seguito. Nina sentì quasi di aver ricevuto una
specie di bel regalo da parte dei Santi, una situazione abbastanza
ma a e sconcertante da riuscire a distrarla.
Sebbene la voglia di parem si fosse affievolita rispe o alla frenesia
della no e precedente, era ancora lì, e lei non aveva idea di come
fare a portare a termine la missione della no e a venire. Sedurre
Smeet era stata solo la prima parte del piano. Kaz contava su di lei,
Inej contava su di lei. Avevano bisogno che fosse una Corporalki,
non una drogata con i tremori che non riusciva a reggere la più
insignificante delle modifiche. Tu avia Nina non riusciva a pensare a
niente di tu o ciò con Colm Fahey lì in piedi a cincischiarsi il
cappello, e con Jesper che, piu osto che affrontarlo, avrebbe
preferito mangiarsi una pila di cialde cosparse di polvere di vetro, e
con Kaz che… Non sapeva cosa aspe arsi da Kaz. Rabbia, forse di
peggio. A Kaz non piacevano le sorprese né le potenziali debolezze,
e il padre di Jesper era una debolezza molto tarchiata e dalla
carnagione pallida.
Ma, dopo aver ascoltato il racconto senza fiato – e, sospe ò Nina,
abbreviato – di com’erano fuggiti dall’università, Kaz si limitò ad
appoggiarsi al bastone e a chiedere: «Vi hanno seguiti?».
«No» rispose Jesper, scrollando con fare sicuro la testa.
«Wylan?»
Colm si innervosì. «Dubiti della parola di mio figlio?»
«Non c’è niente di personale, pa’» disse Jesper. «Lui dubita della
parola di chiunque.»
Kaz rimase impassibile, la voce rauca così calma e gradevole che a
Nina si rizzarono i peli delle braccia. «Le mie scuse, signor Fahey.
Un’abitudine che ho preso nel Barile. Fidarsi è bene, verificare è
meglio.»
«Ma anche fidarsi è bene, non fidarsi è meglio» borbo ò Ma hias.
«Wylan?» ripeté Kaz.
Il ragazzo appoggiò la borsa a tracolla sul tavolo. «Se fossero stati
a conoscenza del passaggio segreto, ci avrebbero seguiti o ci sarebbe
stato qualcuno ad aspe arci nella tipografia. Li abbiamo seminati.»
«Ne ho contati una decina sul te o» disse Kaz, e Ma hias annuì in
segno di conferma.
«Corrisponde» disse Jesper. «Ma non posso esserne certo.
Avevano il sole alle spalle.»
Kaz si sede e, gli occhi neri puntati sul padre di Jesper. «Lei ha
fa o da esca.»
«Come dici, giovano o?»
«La banca le ha chiesto di saldare il prestito?»
Colm sba é le palpebre, sorpreso. «Be’, sì, in effe i, mi hanno
mandato una le era piu osto dura secondo la quale ero diventato
un rischio creditizio. Dicevano che, se non avessi saldato tu o, si
sarebbero visti costre i ad andare per vie legali.» Si voltò verso il
figlio. «Ti ho scri o, Jes.» Il tono era confuso, non accusatorio.
«Io… io non sono riuscito a ritirare la posta.» Jesper, dopo che
aveva smesso di frequentare l’università, era comunque riuscito a
farsi arrivare lì le le ere? Nina si domandò come avesse potuto
tenere in piedi quest’inganno così a lungo. Doveva essere stato
p q g g
facilitato dal fa o che Colm era a un oceano di distanza – e dal suo
desiderio di credere al figlio. “Un bersaglio facile” pensò Nina con
tristezza. A prescindere dai motivi, Jesper aveva truffato suo padre.
«Jesper…» disse Colm.
«Stavo cercando di me ere insieme i soldi, pa’.»
«Minacciano di portarci via la fa oria.»
Gli occhi di Jesper erano fissi immobili sul pavimento della
tomba. «C’ero vicino. Ci sono vicino.»
«Ai soldi?» Nina sentì la frustrazione di Colm. «Siamo seduti in
una tomba. Ci hanno appena sparato addosso.»
«Che cosa l’ha spinta a salire su una nave per Ke erdam?» chiese
Kaz.
«La banca ha anticipato i termini della restituzione» rispose Colm
indignato. «Hanno de o semplicemente che il tempo era scaduto.
Ho cercato di conta are Jesper ma, quando non ho ricevuto risposta,
ho pensato che…»
«Ha pensato di venire fin qui a vedere cosa stava combinando il
suo brillante figliolo nelle strade buie di Ke erdam.»
«Ho temuto il peggio. La ci à ha una bru a fama.»
«Meritata, glielo garantisco» disse Kaz. «E quando è arrivato?»
«Ho fa o un po’ di indagini all’università. Sostenevano che non
era iscri o, così sono andato alla polizia.»
Jesper sussultò. «Oh, pa’. Sei andato dalla stadwatch?»
Colm strizzò il cappello con rinnovato vigore. «E dove sarei
dovuto andare, Jes? Sai quant’è pericoloso per… per quelli come te.»
«Pa’» disse Jesper, finalmente guardando suo padre negli occhi.
«Non gli hai riferito che io…»
«Certo che no!»
Grisha. Perché nessuno dei due lo dice?
Colm ge ò a terra il pezzo di feltro che una volta era stato il suo
cappello. «Non ci capisco niente. Perché mi avete portato in questo
posto orribile? Perché ci hanno sparato? Che cosa ne è stato dei tuoi
studi? Che ti è successo?»
Jesper aprì la bocca e poi la richiuse. «Pa’, io… io…»
«È stata colpa mia» si lasciò scappare Wylan. Tu i gli occhi si
posarono su di lui. «Jesper, ehm… era preoccupato per il prestito
p p p p p p
della banca, per cui ha messo da parte gli studi per lavorare con
un…»
«Armaiolo locale» suggerì Nina.
«Nina» brontolò Ma hias in tono di rimprovero.
«Gli serve una mano» sussurrò lei.
«Per mentire a suo padre?»
«È una bugia bianca. Tu a un’altra cosa.» Non aveva idea di dove
volesse andare a parare Wylan, ma aveva evidentemente bisogno di
aiuto.
«Sì!» disse Wylan con entusiasmo. «Un armaiolo! E poi io… io gli
ho parlato di un affare…»
«Sono stati truffati» disse Kaz. La voce era fredda e ferma come
sempre, ma tra enuta, come se stesse camminando su un terreno
incerto. «Gli hanno proposto un affare che sembrava troppo bello
per essere vero.» Colm crollò su una sedia. «E quando sembra
così…»
«Esa amente» disse Kaz. Nina ebbe la stranissima sensazione che
per una volta fosse sincero.
«Tu e tuo fratello avete perso tu o?» chiese Colm a Wylan.
«Mio fratello?» domandò Wylan, perplesso.
«Tuo fratello gemello» disse Kaz lanciando un’occhiata a Kuwei,
che sedeva in silenzio a osservare il corso degli eventi. «Sì. Hanno
perso tu o. Il fratello di Wylan non ha più de o una parola da
allora.»
«Sembra proprio un tipo tranquillo» disse Colm. «E voi siete
tu i… studenti?»
«Più o meno» rispose Kaz.
«E passate il vostro tempo libero in un cimitero. Non possiamo
rivolgerci alle autorità? Raccontare loro cos’è successo? Questi
truffatori potrebbero fare altre vi ime.»
«Be’…» iniziò a dire Wylan, ma Kaz lo mise a tacere con
un’occhiata. Uno strano silenzio calò nella tomba. Kaz prese posto al
tavolo.
«Le autorità non sono la soluzione del problema» disse. «Non in
questa ci à.»
«Perché no?»
«Perché qui comanda la legge del profi o. Jesper e Wylan hanno
tentato di prendere una scorciatoia. La stadwatch non starà neanche
ad asciugare loro le lacrime. A volte, l’unico modo per o enere
giustizia è farsela da soli.»
«Ed è qui che entri in gioco tu.»
Kaz annuì. «Noi recupereremo il suo denaro. E lei non perderà la
sua fa oria.»
«Ma infrangerai la legge per farlo» obie ò Colm. Scrollò la testa
stancamente. «Sembri a malapena avere l’età per laurearti.»
«Ke erdam è stata la mia università. E posso dirle questo: Jesper
non si sarebbe mai rivolto a me in cerca di aiuto se avesse avuto
qualunque altro posto in cui andare.»
«Non puoi essere così ca ivo, ragazzo» disse Colm con tono
burbero. «Non hai vissuto abbastanza per accumulare la tua fe a di
peccato.»
«Sono uno che impara in fre a.»
«Posso fidarmi di te?»
«No.»
Colm si riprese il cappello accartocciato. «Posso fidarmi del fa o
che aiuterai Jesper a venirne fuori?»
«Sì.»
Colm sospirò. Si girò a guardarli tu i quanti. Nina si ritrovò a
raddrizzare la schiena. «Mi fate sentire vecchissimo.»
«Trascorra un altro po’ di tempo a Ke erdam» disse Kaz «e si
sentirà antico.» Poi piegò la testa di lato, e Nina gli notò sul volto
quell’espressione insieme distante e concentrata. «Lei ha una faccia
onesta, signor Fahey.»
Colm rivolse a Jesper un’occhiata perplessa. «Be’. Lo spero, e
grazie per averlo notato.»
«Non è un complimento» disse Jesper. «E riconosco quello
sguardo, Kaz. Non pensarci nemmeno, ferma quelle rotelle.»
L’unica risposta di Kaz fu un lento ba ito di palpebre. Qualunque
ingranaggio si fosse messo in moto nel suo diabolico cervello, ormai
era troppo tardi per fermarlo. «Dove alloggia?»
«Allo Struzzo.»
«Non è sicuro tornare lì. La sposteremo all’Albergo Geldrenner.
La registreremo so o un altro nome.»
«Ma perché?» farfugliò Colm.
«Perché ci sono delle persone che vogliono Jesper morto, e che già
una volta hanno usato lei per a irare suo figlio allo scoperto. Non ho
dubbi che sarebbero disposti a prenderla in ostaggio, e di ostaggi ne
abbiamo già abbastanza in giro.» Kaz scarabocchiò qualche ordine
per Ro y e consegnò a Colm un bel gruzzolo di kruge. «Si senta
libero di consumare i suoi pasti nella sala da pranzo, signor Fahey,
ma le devo chiedere di rinunciare a visitare la ci à e di restare chiuso
dentro l’albergo finché non la conta iamo. Se qualcuno le chiede
come mai è a Ke erdam, lei risponda che è qui per un po’ di riposo e
di relax.»
Colm soppesò Ro y e poi Kaz. Quindi fece un bel respiro risoluto.
«No. Ti ringrazio, ma questo è un errore.» Si voltò verso Jesper.
«Troveremo un altro modo per ripagare il debito. O ricominceremo
tu o daccapo da un’altra parte.»
«Non rinuncerai alla fa oria» disse Jesper. Abbassò la voce. «Lei è
lì. Non possiamo lasciarla.»
«Jes…»
«Per favore, pa’. Per favore, fammi sistemare le cose. Lo so…»
Deglutì e si strinse nelle spalle ossute. «Lo so che ti ho deluso. Ma
dammi solo un’altra possibilità.» Nina ebbe il sospe o che non si
stesse rivolgendo solo a suo padre.
«Noi non c’entriamo niente qui, Jes. Questo posto è troppo
sfacciato, troppo sregolato. Niente ha senso.»
«Signor Fahey» mormorò Kaz. «Conosce quel de o, quello su
come si fa a camminare in un pascolo di vacche?»
Il sopracciglio di Jesper si alzò, e Nina dove e soffocare una
risatina nervosa. Che cosa ne sapeva il bastardo del Barile di pascoli
e vacche?
«Tieni giù la testa e guarda dove me i i piedi» rispose Colm.
Kaz annuì. «Pensi a Ke erdam come a un enorme pascolo.» Un
sorrisino tracciò un solco tra le labbra di Colm. «Ci dia tre giorni per
recuperare i suoi soldi e spedire sani e salvi lei e suo figlio via da
Kerch.»
«È davvero possibile?»
«Tu o può essere, in questa ci à.»
«Il pensiero non mi riempie di fiducia.» Si alzò, e Jesper sca ò in
piedi.
«Pa’?»
«Tre giorni, Jesper. Poi andiamo a casa. Con o senza soldi.» Posò
una mano sulla spalla del figlio. «E per amor dei Santi, sta’ a ento.
State tu i a enti.»
Nina avvertì un improvviso nodo in gola. Ma hias aveva perso la
sua famiglia in guerra. Lei aveva lasciato la propria per entrare
nell’esercito quand’era solo una ragazzina. Wylan era stato
praticamente scacciato dalla casa paterna. Kuwei aveva perso suo
padre e il suo paese. E Kaz? Non voleva sapere da quale vicolo
oscuro fosse strisciato fuori Kaz. Ma Jesper aveva un luogo in cui
andare, qualcuno che si prendeva cura di lui, qualcuno che gli
diceva: “Andrà tu o bene”. Nina ebbe una visione: campi dorati
so o un cielo senza nuvole, una case a di legno riparata dal vento
da una fila di querce rosse. Un posto sicuro. Nina avrebbe voluto che
Colm Fahey marciasse nell’ufficio di Jan Van Eck e gli intimasse di
restituire Inej, a meno che non volesse prendersi una sfilza di
cazzo i in faccia. Avrebbe voluto che qualcuno in questa ci à li
aiutasse, che non fossero così soli. Avrebbe voluto che il padre di
Jesper li portasse tu i via con sé. Lei non era mai stata a Novyi Zem,
ma il desiderio di quei campi dorati aveva il sapore della nostalgia.
“Sciocca” disse a se stessa, “infantile.” Kaz aveva ragione: se
volevano giustizia, dovevano farsela da soli. Tale pensiero non
alleviò la fame che le straziava il cuore.
Ma Colm si stava già accomiatando da Jesper e si stava già
dileguando tra le tombe di pietra insieme a Ro y e a Specht. Si voltò
a fare un ultimo cenno di saluto e sparì.
«Dovrei andare con lui» disse Jesper, esitando nell’ingresso.
«L’hai già fa o quasi ammazzare una volta» disse Kaz.
«Sappiamo chi ha organizzato l’imboscata all’università?» chiese
Wylan.
«Il padre di Jesper è andato dalla stadwatch» disse Ma hias.
«Sono sicuro che molti ufficiali sono corro i.»
«Vero» concordò Nina. «Ma non può essere una coincidenza che
la banca abbia ritirato il prestito proprio adesso.»
Wylan si sede e al tavolo. «Se le banche sono coinvolte, ci
potrebbe essere dietro mio padre.»
«Anche Pekka Rollins ha un certo ascendente sulle banche» disse
Kaz, e Nina vide le sue mani guantate fle ersi sulla testa di corvo del
bastone.
«Potrebbero lavorare insieme?» domandò Nina.
Jesper si strofinò la faccia con le mani. «Per tu i i Santi e per tua
zia Eva, speriamo di no.»
«Non scarterei nessuna ipotesi» disse Kaz. «Ma niente di tu o ciò
cambia quello che succederà stano e. Tieni.» Infilò la mano in una
delle nicchie del muro.
«Le mie rivoltelle!» esclamò Jesper, stringendosele forte al pe o.
«Oh, ciao, meraviglie.» Il suo sorriso era abbagliante. «Le hai
recuperate!»
«La cassaforte del Cumulus è un gioche o da ragazzi.»
«Grazie, Kaz. Grazie.»
Ogni traccia di calore che Kaz aveva mostrato al padre di Jesper
era sparita, fugace come il sogno di quei campi dorati. «A cosa mi
serve un cecchino senza pistole?» gli chiese, indifferente al modo in
cui il sorriso di Jesper svaniva. «Sei in rosso da troppo tempo. Tu i
quanti lo siamo. Questa è la no e in cui cominciamo a pagare i nostri
debiti.»

Ormai era calata la no e ed erano in viaggio, in missione so o una


luna crescente che li fissava come un occhio bianco e a ento. Nina si
sfilò le maniche. L’ondata di freddo era finita, e si ritrovavano nel bel
mezzo di una classica tarda primavera. O quella che era la sua
versione a Ke erdam: l’alito caldo, umido e claustrofobico di un
animale a cui davano sollievo solo i brevi, improvvisi temporali.
Ma hias e Jesper erano partiti presto alla volta del molo per
accertarsi che la gondel fosse al suo posto. Quindi si erano dire i
tu i alla base di partenza, lasciando Kuwei sul Velo Nero insieme a
Ro y e a Specht.
La barca fendeva l’acqua in silenzio. Di fronte a sé, Nina vedeva il
bagliore delle luci che li guidava.
Jesper aveva di nuovo le sue rivoltelle ai fianchi, e sia lui sia
Ma hias avevano i fucili in spalla. Kaz portava una pistola nella
giacca e quel suo bastone demoniaco; Nina vide Wylan posare una
mano sulla propria borsa a tracolla. Era piena di esplosivi, bombe
luce e chissà cos’altro.
«Faremo meglio a non esserci sbagliati» disse Wylan con un
sospiro. «Mio padre sarà pronto ad aspe arci.»
«Ci conto» replicò Kaz.
Nina sfiorò con le dita l’impugnatura della pistola infilata nella
tasca della giacca primaverile. Non aveva mai avuto bisogno di una
pistola in passato, e non aveva mai voluto portarne in giro una.
Perché ero io l’arma. Ma ora non si fidava di se stessa. Il controllo che
aveva sul proprio potere sembrava fiacco, era come provare a
raggiungere qualcosa che era sempre un soffio più distante di dove
doveva essere. Aveva bisogno di sapere che quel potere ci sarebbe
stato, questa no e. Non poteva perme ersi di fare errori, non
quando la vita di Inej dipendeva da lei. Nina sapeva che, se fosse
stata a Vellgeluk, la ba aglia sarebbe andata diversamente. Inej non
sarebbe mai stata rapita se lei fosse stata abbastanza in forze da
affrontare gli scagnozzi di Van Eck.
E se fosse stata so o l’effe o della parem? Nessuno avrebbe potuto
tenerle testa.
Nina scosse il capo. Se tu fossi stata so o l’effe o della parem, ora
saresti del tu o assuefa a e sulla strada per la Chia a del Mietitore.
Nessuno disse una parola mentre raggiungevano la riva e
sbarcavano il più velocemente e silenziosamente possibile. Kaz fece
loro segno di prendere posizione. Lui si sarebbe avvicinato da nord,
Ma hias e Wylan da est. Nina e Jesper si sarebbero occupati delle
guardie sul lato a ovest del perimetro.
Nina contrasse le dita. Me ere fuori uso qua ro guardie. Avrebbe
dovuto essere facile. Qualche se imana prima lo sarebbe stato.
Rallentare le loro pulsazioni. Spedirli in uno stato di incoscienza,
senza nemmeno far partire un rumore d’allarme. Ma ora si domandò
se fosse l’umidità o la propria sudorazione nervosa ad appiccicarle i
vestiti alla pelle in quel modo così sgradevole.
Vide sin troppo presto le sagome delle prime due guardie al loro
posto. Erano in piedi, appoggiate al mure o di pietra, con i fucili
accanto, e le loro chiacchiere salivano e scendevano di tono in un
ronzio pigro. Robe a.
«Mandali a nanna» disse Jesper.
Nina si concentrò sulle guardie e sintonizzò il proprio corpo sul
loro, alla ricerca dei ba iti cardiaci, del ritmo impetuoso del sangue.
Era come procedere a tentoni nell’oscurità. Non c’era proprio niente
lì. Era solo vagamente consapevole delle loro tracce, un sentore di
conoscenza, ma questo era tu o. Li vedeva con gli occhi, li sentiva
con le orecchie, ma per il resto era silenzio. Quell’altro senso dentro
di lei, il dono che c’era stato da quando aveva memoria, il cuore del
potere che le aveva fa o compagnia da quand’era una bambina,
aveva semplicemente smesso di ba ere. Tu o quello a cui riusciva a
pensare era la parem, l’euforia, la disinvoltura della parem, la
sensazione di avere l’universo intero sulla punta del dito.
«Che cosa stai aspe ando?» disse Jesper.
Messa sul chi va là da qualche rumore o forse perché aveva
percepito una presenza, una delle guardie lanciò un’occhiata nella
loro direzione e scrutò nell’oscurità. Imbracciò il fucile e fece cenno
al suo compare di seguirlo.
«Sono dire i qui.» Jesper portò le mani alle rivoltelle.
Oh, per tu i i Santi. Se Jesper avesse sparato, le altre guardie
avrebbero sentito. Sarebbe partito l’allarme, e tu a la loro impresa
sarebbe andata al diavolo.
Nina si concentrò con tu e le sue forze. La voglia di parem si
impossessò di lei, le squassò il corpo come un terremoto, le scavò
dentro il cranio con artigli inesorabili.
Lei la ignorò. Una delle guardie vacillò e finì in ginocchio.
«Gillis!» disse l’altro. «Cos’hai?» Ma non fu così stupido da
abbassare l’arma. «Fermi!» gridò nella loro direzione, mentre
provava a sollevare l’amico. «Identificatevi.»
«Nina» sussurrò Jesper, furibondo. «Fai qualcosa.»
Nina serrò il pugno per schiacciare la laringe della guardia e
impedirgli di chiamare aiuto.
«Identificatevi!»
Jesper estrasse la pistola. No, no, no. Lei non avrebbe fa o andare
tu o storto. La parem avrebbe dovuto ucciderla o lasciarla in pace,
non incastrarla in questo squallido, impotente purgatorio. La rabbia
si riversò dentro Nina, un furore cristallino, perfe o, determinato. La
mente le si allargò e all’improvviso entrò in conta o con qualcosa,
non un corpo, ma qualcosa. Colse un movimento con la coda
dell’occhio, una forma fioca che emergeva dall’ombra: una nuvola di
polvere. La nuvola si avventò contro la guardia in piedi, che tentò di
colpirla come per scacciare uno sciame di moscerini, ma la nuvola
ronzava e vorticava sempre più velocemente, una macchia quasi
invisibile. L’uomo aprì la bocca per urlare, emise un grugnito, cadde
all’indietro e la nuvola si dileguò.
Il suo compare era ancora in ginocchio, stordito. Nina e Jesper
avanzarono spediti verso di lui, e Jesper gli diede un colpo alla nuca
con il calcio della rivoltella. L’uomo cadde al suolo, privo di sensi.
Con cautela, esaminarono l’altra guardia. Era riversa a terra con gli
occhi aperti e fissava il cielo stellato. Bocca e narici erano ostruite da
una fine polvere bianca.
«Opera tua?» chiese Jesper.
Era opera sua? A Nina sembrò di sentire la polvere in bocca. Non
era possibile. Una Corporalki poteva intervenire sul corpo umano,
non sulla materia inorganica. Questo era il lavoro di un Fabrikator:
uno potente. «Non sei stato tu?»
«Ti sono grato per la fiducia, ma questo è tu o merito tuo,
bellezza.»
«Non intendevo ucciderlo.» Cosa intendeva fare? Solo me erlo a
tacere. La polvere gli colava fuori dalle labbra socchiuse in una riga
so ile.
«Ce ne sono altri due» disse Jesper. «E siamo già in ritardo.»
«Cosa ne pensi se ci limitiamo a colpirli in testa?»
«Sofisticata. Mi piace.»
Nina avvertì una strana sensazione pervaderla, ma il desiderio di
parem non stava più urlando dentro di lei. Non intendevo ucciderlo.
p p
Non aveva importanza. Non adesso. Le guardie erano fuori
comba imento e il piano era partito.
«Avanti» disse. «Andiamo a prenderci la nostra ragazza.»
7
INEJ

Inej passò una no e insonne immersa nell’oscurità. Dedusse che


fosse ma ina quando lo stomaco cominciò a brontolare, ma non
arrivò nessuno a toglierle la benda dagli occhi o a portarle un
vassoio. Forse Van Eck non sentiva più la necessità di coccolarla.
Aveva visto la sua paura con sufficiente chiarezza. Ora sarebbe stata
quella la sua leva, non gli occhi Suli e la falsa cortesia di Bajan.
Quando aveva finito di tremare si era trascinata fino al condo o
di aerazione, solo per scoprire che era stato chiuso con un lucche o.
Doveva essere successo mentre lei era nel teatro. Non ne fu sorpresa.
Sospe ava che Van Eck l’avesse lasciato incustodito solo per
infonderle una speranza e poi strappargliela via.
Alla fine i pensieri avevano preso a schiarirsi e, mentre giaceva
distesa nel silenzio, si era creata il suo piano. Avrebbe parlato. Di
covi e di nascondigli che gli Scarti avevano smesso di utilizzare, o
perché non erano più sicuri o semplicemente perché non erano più
utili, ce n’erano a bizzeffe. Avrebbe iniziato da lì. Poi c’erano i rifugi
apparentemente sicuri che appartenevano alle altre bande del Barile.
Era a conoscenza di un container navale riconvertito nel Terzo Porto
che gli Scoperchiati di tanto in tanto usavano. Ai Becchi di Rasoio
piaceva nascondersi in uno squallido albergo a poche strade di
distanza dalla Stecca. Lo chiamavano la Casa della Crostata per via
del color lampone sbiadito e delle gronde bianche che sembravano
decorate con la glassa. Van Eck ci avrebbe messo una no e intera a
far perlustrare tu e le stanze. E lei avrebbe guadagnato tempo.
Avrebbe mandato Van Eck e i suoi uomini in giro per tu a
Ke erdam alla ricerca di Kaz. Non era mai stata un granché come
a rice, ma al Serraglio si era vista costre a a raccontare la sua lista di
fro ole, e di sicuro nel tempo trascorso con Nina un paio di cose le
aveva imparate.
Quando finalmente Bajan apparve e le tolse la benda, c’erano con
lui sei guardie armate. Non sapeva quanto tempo fosse passato, ma
immaginava che fosse trascorso un giorno intero. Bajan aveva il viso
giallognolo ed evitava il suo sguardo. Inej sperò che fosse rimasto
sveglio tu a la no e, il peso delle parole di lei a opprimergli il pe o.
Le liberò le caviglie ma sostituì le corde con delle catene, che
sferragliarono pesantemente quando le guardie la guidarono lungo
il corridoio.
Questa volta la condussero fino al palcoscenico a raverso la porta
sul retro del teatro, oltrepassando pezzi di scenografie e ogge i di
scena abbandonati e ricoperti di polvere. Il sipario verde e mangiato
dalle tarme era stato abbassato, in modo che la platea e la balconata
non fossero più visibili. Isolato dal resto del teatro, scaldato dal
tepore irradiato dalle luci di scena, il palco trasme eva una curiosa
intimità. Sembrava veramente una sala operatoria. Lo sguardo di
Inej si posò sull’angolo sfasciato del tavolo dove l’avevano fa a
distendere la no e precedente, e rapidamente si spostò.
Van Eck stava aspe ando in compagnia della guardia con il naso
affilato. Inej formulò una promessa silenziosa. Anche se il suo piano
fosse fallito, anche se le avesse maciullato la gamba fino all’osso,
anche se non avesse mai più potuto camminare, lei avrebbe trovato il
modo di fargliela pagare con gli interessi. Non sapeva come, ma ci
sarebbe riuscita. Era sopravvissuta a troppe cose per perme ere a
Jan Van Eck di distruggerla.
«Ha paura, signorina Ghafa?» domandò lui.
«Sì.»
«Che onestà. È pronta a dirmi quello che sa?»
Inej trasse un lungo respiro e fece oscillare la testa in quella che
sperava fosse una dimostrazione convincente di rilu anza. «Sì»
sussurrò.
«Proceda.»
«Chi mi assicura che lei non si prenderà le sue informazioni e non
mi farà del male comunque?» chiese con prudenza.
«Se le informazioni sono buone, non avrà niente da temere da me,
signorina Ghafa. Non sono un bruto. Ho solo ado ato i metodi a cui
lei è più avvezza: minacce, violenza. Il Barile l’ha addestrata ad
aspe arsi questo genere di tra amento.» Suonava come Tante
Heleen. Perché mi costringi a fare queste cose? Ragazza, sei tu la
responsabile delle tue sofferenze.
«Ho la sua parola, allora?» domandò lei. Era assurdo. Van Eck
aveva chiarito perfe amente quanto valesse la sua parola quando
aveva infranto il loro accordo a Vellgeluk e aveva provato a ucciderli
tu i.
Ma lui annuì con fare solenne. «Ce l’ha» disse. «Un pa o è un
pa o.»
«E Kaz non dovrà mai sapere che…»
«Certo, certo» assentì lui con una certa impazienza.
Inej si schiarì la voce. «Il Paradiso Blu è un club non lontano dalla
Stecca. In passato Kaz ha usato le stanze di sopra per nascondervi
della merce rubata.» Era vero. E le stanze avrebbero dovuto essere
ancora vuote. Kaz aveva smesso di utilizzare il posto dopo aver
scoperto che uno dei proprietari del bar era in debito con i Centesimi
di Leone. Nessuno doveva spifferare in giro quando lui andava e
veniva.
«Molto bene. Che altro?»
Inej si mordicchiò il labbro inferiore. «Un appartamento sulla
Kolstraat. Non ricordo a che numero. Si affaccia sugli ingressi
posteriori di qualche bisca sullo Stave dell’Est. L’abbiamo usato a
suo tempo per fare degli appostamenti.»
«Ah, è così? Prego, vada avanti.»
«C’è un magazzino…»
«Sa una cosa, signorina Ghafa?» Van Eck le si avvicinò. Non c’era
traccia di rabbia sul suo viso. Sembrava quasi contento. «Non credo
che questi posti siano dei veri indizi.»
«Non…»
«Io penso che lei voglia mandarmi in giro a destra e a manca a
dare la caccia alla mia coda, mentre lei a ende di venire salvata o
escogita qualche altro maldestro tentativo di fuga. Tu avia,
signorina Ghafa, non dovrà aspe are. Il signor Brekker sarà qui a
g p g q
minuti a salvarla.» Fece un cenno a una delle guardie. «Apri il
sipario.»
Inej sentì i cordoni scricchiolare e, lentamente, il sipario lacero si
sollevò. Il teatro pullulava di guardie in fila lungo i corridoi, almeno
una trentina, forse di più, tu i pesantemente armati di fucili e
manganelli, un enorme spiegamento di forze. “No” pensò, mentre
assimilava le parole di Van Eck.
«Proprio così, signorina Ghafa» disse Van Eck. «Il suo eroe sta
arrivando. Al signor Brekker piace credere di essere il più furbo di
Ke erdam, per cui ho pensato di assecondarlo e fare in modo che si
freghi da solo. Ho capito che, invece di nasconderla, dovevo
semplicemente lasciare che lui la trovasse.»
Inej corrugò la fronte. Non poteva essere. Non poteva essere. Questo
mercante aveva veramente superato Kaz in astuzia? E aveva usato lei
per riuscirci?
«Ho mandato Bajan avanti e indietro dalla Commedia di Eil ogni
giorno. Ho pensato che un ragazzo Suli sarebbe stato oltremodo
appariscente, e che qualunque traffico verso un’isola
apparentemente deserta sarebbe stato degno di nota. Fino a stano e
non ero certo che Brekker avrebbe abboccato; stavo diventando
ansioso. Invece c’è cascato. Questa sera, sul presto, due della sua
banda sono stati individuati sul molo mentre preparavano una
gondel da me ere in mare – quel Fjerdiano grande e grosso e il
ragazzo Zemeni. Non li ho bloccati. Più o meno come lei, sono mere
pedine. È Kuwei il trofeo, e il suo signor Brekker sta finalmente per
darmi quel che mi è dovuto.»
«Se lei si fosse comportato onestamente, avrebbe già Kuwei» disse
Inej. «Noi abbiamo rischiato le nostre vite per tirarlo fuori dalla
Corte di Ghiaccio. Abbiamo rischiato tu o. Lei avrebbe dovuto
tenere fede alla parola data.»
«Un patriota si sarebbe offerto di liberare Kuwei senza la
promessa di una ricompensa.»
«Un patriota? I suoi proge i per la jurda parem ge eranno Kerch
nel caos.»
«I mercati sono forti. Kerch resisterà. Potrebbe persino venire
rafforzata dai cambiamenti in arrivo. Ma lei e la sua gente non ve la
g
passerete così bene. Come faranno i parassiti del Barile a campare
quando saremo in guerra? Quando la brava gente non avrà monete
da sperperare e si dedicherà al lavoro duro anziché al vizio?»
Inej increspò le labbra. «I ra i dei canali trovano sempre il modo
di sopravvivere, a prescindere dai suoi sforzi per eliminarci.»
Lui sorrise. «La maggior parte dei suoi amici non sopravviverà a
questa no e.»
Inej pensò a Jesper, a Nina e a Ma hias, al dolce Wylan che si
meritava molto più di questo schifo di padre. Van Eck non voleva
solo vincere. C’era qualcosa di personale in ballo. «Lei ci odia.»
«Francamente, lei è di scarso interesse per me: un’acrobata o una
ballerina o quello che era prima di diventare una piaga di questa
ci à. Ma confesso di ritrovarmi offeso da Kaz Brekker. Vile, spietato,
immorale. Nutre la corruzione con la corruzione. Una mente così
straordinaria dovrebbe essere impiegata per grandi cose. Avrebbe
potuto governare questa ci à, costruire qualcosa, creare dei profi i
che avrebbero avvantaggiato tu i. Invece sfru a il lavoro degli
uomini migliori.»
«Migliori? Come lei?»
«La addolorerà sentirlo, ma è così. Quando lascerò questo mondo,
il più grande impero mari imo di cui si ha conoscenza rimarrà dopo
di me, un motore di ricchezze, un tributo a Ghezen e un segno della
sua benevolenza. Chi si ricorderà di una ragazza come lei, signorina
Ghafa? Lei e Kaz Brekker che cosa lascerete dietro di voi, a parte dei
corpi da bruciare nella Chia a del Mietitore?»
Fuori dal teatro ci fu un urlo, e calò un improvviso silenzio
mentre le guardie si dirigevano verso le porte d’ingresso.
Van Eck consultò il suo orologio. «Mezzano e in punto. Brekker
ha il gusto del melodramma.»
Inej udì un altro urlo, poi una raffica veloce di colpi. Sei guardie
dietro di lei, le catene alle caviglie. L’impotenza le impediva di
respirare. Kaz e gli altri stavano per cadere in trappola, e lei non
aveva modo di avvisarli.
«Ho pensato che fosse meglio non lasciare il perimetro del tu o
incustodito» disse Van Eck. «Non vogliamo farla troppo facile e
svelare il nostro gioco, giusto?»
g g
«Kaz non le dirà mai dov’è Kuwei.»
Il sorriso di Van Eck era indulgente. «Mi domando solo cosa sarà
più efficace: torturare il signor Brekker o farlo assistere quando io
torturerò lei.» Si sporse verso Inej e le parlò in tono complice. «Le
assicuro che la prima cosa che farò sarà strappargli via quei guanti e
spezzargli quelle dita ladre, una a una.»
Inej ripensò alle mani bianche da prestigiatore di Kaz, alla
cicatrice lucida che gli a raversava le nocche della mano destra. Van
Eck poteva spezzargli tu e le dita ed entrambe le gambe e Kaz non
avrebbe de o una parola, ma se i suoi uomini gli avessero sfilato via
i guanti? Inej non aveva ancora capito perché Kaz ne aveva bisogno
o perché era svenuto nel carro della prigione sulla strada per la
Corte di Ghiaccio, ma sapeva che non poteva sopportare il conta o
pelle a pelle. Quanto a lungo sarebbe riuscito a nascondere questa
debolezza? Quanto ci avrebbe messo Van Eck a scoprire la sua
fragilità e a sfru arla? Quanto ci avrebbe messo Kaz a soccombere?
Lei non poteva tollerarlo. Era felice di non sapere dove fosse Kuwei.
Avrebbe ceduto prima di Kaz.
Rumore di stivali nell’atrio, un fragore di passi. Inej sca ò in
avanti e aprì la bocca per urlare, ma la mano di una guardia si serrò
con forza sulle sue labbra mentre lei si dimenava tra quelle braccia.
La porta si aprì. Trenta guardie alzarono trenta fucili e armarono
trenta grille i. Il ragazzo sull’uscio indietreggiò di un passo, il viso
cereo, i riccioli castani a cavatappi tu i arruffati. Indossava la livrea
color rosso e oro di Van Eck.
«Io… signor Van Eck» ansimò, le mani alzate in segno di resa.
«Abbassate le armi» ordinò Van Eck alle guardie. «Cosa c’è?»
Il ragazzo deglutì a fatica. «Signore, la casa sul lago. Sono arrivati
dall’acqua.»
Van Eck si alzò facendo rovesciare la sedia. «Alys…»
«L’hanno portata via un’ora fa.»
Alys. La bella moglie incinta di Van Eck. Inej avvertì un barlume
di speranza, ma lo represse per paura di illudersi.
«Hanno ucciso una delle guardie e le altre le hanno legate nella
dispensa» continuò il ragazzo, senza fiato. «C’era un biglie o sul
tavolo.»
«Portalo qui» abbaiò Van Eck. Il ragazzo avanzò a grandi passi
lungo il corridoio e Van Eck gli strappò il biglie o di mano.
«Cosa… cosa dice?» domandò Bajan. La voce gli tremava. Forse
Inej ci aveva visto giusto su Alys e sull’insegnante di musica.
Van Eck lo schiaffeggiò. «Se scopro che tu sapevi qualcosa…»
«Niente» gridò Bajan. «Non sapevo niente. Ho eseguito i suoi
ordini alla le era!»
Van Eck accartocciò il biglie o nel pugno, ma non prima che Inej
leggesse le parole scri e da Kaz nella sua inconfondibile grafia
appuntita: “Domani a mezzogiorno. Ponte della Bellina. Insieme ai
suoi pugnali”.
«Il biglie o era tenuto fermo da questo.» Il ragazzo si infilò la
mano in tasca ed estrasse un fermacrava e: un grosso rubino ornato
da foglie di alloro. Kaz l’aveva rubato al mercante la prima volta che
si erano incontrati, quando Van Eck li aveva assoldati per il colpo
alla Corte di Ghiaccio. Inej non aveva avuto la possibilità di rice arlo
prima di lasciare Ke erdam. In qualche modo Kaz doveva essere
tornato in suo possesso.
«Brekker» ringhiò Van Eck, la voce stravolta dall’ira.
Inej non riuscì a tra enersi. Scoppiò a ridere.
Van Eck la schiaffeggiò con violenza. L’afferrò per la casacca e la
scrollò così forte da farle tremare le ossa «Secondo Brekker stiamo
giocando, vero? Lei è mia moglie. Porta in grembo il mio erede.»
Inej si mise a ridere ancora più forte, e tu o l’orrore delle
se imane precedenti le sgorgò dal pe o in uno scroscio vertiginoso.
Non era certa che sarebbe mai più riuscita a fermarsi. «E lei è stato
così stolto, a Vellgeluk, da raccontare tu o a Kaz.»
«Devo dire a Franke di prendere la mazza e darle una
dimostrazione di quanto sono serio?»
«Signor Van Eck» lo pregò Bajan.
Ma Inej aveva smesso di avere paura di quest’uomo. Prima che
Van Eck potesse riprendere fiato, gli diede una testata e gli spaccò il
naso. Lui urlò e la lasciò andare, mentre il sangue gli zampillava a
fio i sull’elegante abito da mercante. In un a imo, le guardie le
furono addosso e la tirarono indietro.
«Piccola disgraziata» disse Van Eck, tamponandosi con un
fazzole o decorato con le sue iniziali. «Pu anella. Le prenderò a
martellate tu ’e due le gambe io stesso…»
«Avanti, Van Eck, mi minacci. Mi dica pure quanto sono una da
poco. Mi me a anche solo un dito addosso e Kaz Brekker squarcerà
la pancia di sua moglie con un coltello, estrarrà il bambino e lo
me erà a penzolare da un balcone della Borsa.» Parole dure, un
discorso che la faceva sentire in colpa con la propria coscienza, ma
Van Eck si meritava le immagini che lei gli aveva piantato in testa.
Benché non credesse che Kaz si sarebbe comportato così, in quel
momento era grata per tu e le cose disgustose e spregevoli che
Manisporche aveva fa o per guadagnarsi la sua reputazione – una
reputazione che avrebbe perseguitato Van Eck ogni istante da lì fino
al ritorno della moglie.
«Stia zi a!» gridò lui, sputacchiando.
«Crede che non lo farà?» lo derise Inej. Sentiva la guancia calda là
dove la mano di lui l’aveva colpita, e vedeva la guardia impugnare
ancora la mazza. Van Eck le aveva regalato la paura e lei era felice di
restituirgliela. «Vile, spietato, immorale. Non è il motivo per cui ha
assoldato Kaz all’inizio? Perché lui fa cose che gli altri non osano?
Avanti, Van Eck. Mi spacchi le gambe e vediamo cosa succede. Lo
sfidi.»
Come aveva potuto credere che un mercante potesse fregare Kaz
Brekker? Kaz le avrebbe fa o riavere la libertà e poi, tu i insieme,
avrebbero mostrato a quest’uomo che cos’erano esa amente in grado
di fare le pu ane e i ra i dei canali.
«Si consoli» disse, mentre Van Eck si reggeva allo spigolo
spezzato del tavolo. «Anche gli uomini migliori possono trovare
qualcuno migliore di loro.»
8
MATTHIAS

Ma hias avrebbe espiato nella vita successiva i peccati compiuti in


questa, ma aveva sempre creduto, a dispe o dei propri crimini e dei
propri errori, che ci fosse un nucleo inossidabile di decenza dentro di
lui, impossibile da violare. Invece, al momento era convinto che, se
avesse trascorso anche solo un’altra ora in compagnia di Alys Van
Eck, avrebbe potuto ucciderla solo per o enere un po’ di pace.
L’assalto alla casa sul lago era sca ato con una precisione che
Ma hias non poteva fare a meno di ammirare. Solo tre giorni dopo
che Inej era stata rapita, Ro y aveva avvisato Kaz che a orno alla
Commedia di Eil erano state avvistate delle luci e delle barche che
andavano e venivano a orari strani, spesso con a bordo un giovane
Suli. L’uomo era stato velocemente identificato come Adem Bajan,
un insegnante di musica alle dipendenze di Van Eck da sei mesi. A
quanto pareva, era entrato a far parte della casa dei Van Eck dopo
che suo figlio se n’era andato, ma Wylan non si era stupito alla
notizia che suo padre avesse procurato ad Alys un’istruzione
musicale professionale.
“È brava?” aveva chiesto Jesper.
Wylan aveva esitato, e poi aveva de o: “È piena di entusiasmo”.
Era stato piu osto facile dedurre che Inej fosse tenuta prigioniera
sulla Commedia di Eil, e Nina avrebbe voluto andare subito da lei.
“Non l’ha portata fuori ci à” aveva de o, le guance ravvivate da
un po’ di colore per la prima volta dopo la sua ba aglia con la parem.
“È ovvio che la stia tenendo là.”
Ma Kaz si era limitato a fissare il vuoto con quella sua strana
espressione in viso e aveva de o: “Troppo ovvio”.
“Kaz…”
“Le vuoi cento kruge?”
g
“Dov’è il trucco?”
“Esa amente. Van Eck ci sta rendendo le cose troppo facili. Ci sta
tra ando da polli. Ma lui non è nato nel Barile, e noi non siamo un
branco di fessi pronti a saltare alla prima esca che sbrilluccica. Van
Eck vuole che noi pensiamo che Inej sia su quell’isola. Forse è
davvero lì. Ma lui avrà messo un arsenale ad a enderci, magari
anche qualche Grisha so o l’effe o della parem.”
“Colpire sempre dove il pollo non guarda” aveva mormorato
Wylan.
“Per amore di Ghezen” aveva de o Jesper. “Sei stato corro o fin
nel midollo.”
Kaz aveva picchie ato le lastre di pietra del pavimento tombale
con la testa di corvo in cima al suo bastone. “Sapete qual è il
problema di Van Eck?”
“Nessun senso dell’onore?” aveva de o Ma hias.
“Come genitore fa schifo?” aveva de o Nina.
“La stempiatura che si accentua?” aveva suggerito Jesper.
“No” aveva de o Kaz. “Ha troppo da perdere. E la prima cosa da
portargli via ce l’ha indicata lui.”
Si era alzato e aveva iniziato a esporre il suo piano per rapire
Alys. Invece di provare a salvare Inej come Van Eck si aspe ava,
avrebbero costre o il mercante a scambiarla con la sua gravidissima
moglie. Il primo passo era stato trovarla. Van Eck non era uno
sciocco. Secondo Kaz, aveva portato Alys fuori ci à non appena
aveva stipulato quel finto accordo con loro, e le indagini preliminari
lo confermavano. La moglie di Van Eck non era né in un magazzino
né in una fabbrica né in un edificio industriale, e non era nemmeno
in uno degli alberghi di proprietà di Van Eck, o nella casa di
campagna o nelle due fa orie vicino a Elsmeer. Poteva essere finita
in qualche possedimento al di là del Mare Vero, ma Kaz dubitava
che Van Eck avrebbe costre o la donna che portava in grembo il suo
erede ad affrontare un viaggio estenuante per mare.
“Van Eck deve tenere qualche proprietà fuori dai libri contabili”
aveva de o Kaz. “E probabilmente anche qualche entrata.”
Jesper aggro ò le sopracciglia. “Evadere le tasse non è… non so,
un sacrilegio? Pensavo che Van Eck fosse un umile servitore di
g
Ghezen.”
“Ghezen e Kerch non sono la stessa cosa” disse Wylan.
Ovviamente, scoprire quelle proprietà segrete aveva voluto dire
o enere l’accesso all’ufficio di Cornelis Smeet, e tu a un’altra serie di
so erfugi. Ma hias detestava tu a quella disonestà, ma non poteva
negare il valore delle informazioni o enute. Grazie ai documenti di
Smeet, Kaz aveva localizzato la casa sul lago, una bellissima
proprietà dieci miglia a sud della ci à, facile da difendere, arredata
con ogni comfort e intestata a nome Hendriks.
Colpire sempre dove il pollo non guarda. Era un buon modo di
ragionare, Ma hias doveva amme erlo: strategia militare, a tu i gli
effe i. Quando sei il meno equipaggiato, sia in termini di armi sia di
uomini, devi cercare i bersagli più esposti. Van Eck stava aspe ando
che tentassero di liberare Inej, ed era su questo che aveva
concentrato le sue forze. E Kaz l’aveva incoraggiato, dicendo a
Ma hias e a Jesper di me ersi in mostra il più possibile nel calare la
gondel in uno degli ormeggi privati di Quinto Porto. All’undicesimo
rintocco delle campane, Ro y e Specht avevano lasciato Kuwei al
Velo Nero e, coperti da pesanti mantelli che nascondevano loro il
viso, avevano dato spe acolo: avevano varato la barca in acqua a
suon di grida poderose rivolte ai presunti conci adini in partenza
dagli altri a racchi, per la maggior parte turisti confusi che non
capivano perché quegli strani individui stessero loro urlando da una
gondel.
Ma hias impiegò tu a la propria buona volontà per non discutere
la decisione di Kaz di accoppiare Nina a Jesper durante l’assalto alla
casa sul lago, malgrado sapesse che l’unione aveva senso. L’obie ivo
era far fuori le guardie in silenzio per evitare che qualcuno desse
l’allarme o desse di ma o. Sia l’addestramento militare di Ma hias
sia le abilità Grisha di Nina erano utili a raggiungere l’obie ivo, ecco
perché erano stati separati. Jesper e Wylan avevano talenti più
rumorosi, per cui sarebbero stati coinvolti solo come ultima risorsa.
Inoltre, Ma hias sapeva che, se avesse iniziato a seguire Nina in
missione come un cane da guardia, lei si sarebbe messa le mani su
quei fianchi gloriosi e avrebbe fa o sfoggio della propria erudizione
in materia di oscenità in più di una lingua. E tu avia, lui era l’unico,
p g
a parte forse Kuwei, a sapere quanto lei avesse sofferto da quando
avevano fa o ritorno dalla Corte di Ghiaccio. Era stata dura vederla
andare.
Si erano avvicinati dall’altra parte del lago e si erano sbarazzati in
fre a delle poche guardie lungo il perimetro. Le ville che
punteggiavano la costa erano perlopiù vuote, e le temperature non
erano ancora abbastanza miti. Però le luci alle finestre della casa di
Van Eck erano accese – o, per meglio dire, della casa degli Hendriks.
Prima che Van Eck vi me esse piede, la proprietà era appartenuta
alla famiglia della madre di Wylan da generazioni.
Non era neanche sembrata un’irruzione; una delle guardie stava
addiri ura facendo un pisolino nel gazebo. Ma hias non si era
accorto che c’era stata una vi ima fino a che la conta delle guardie
non si era rivelata sbagliata, ma non c’era stato il tempo di chiedere a
Nina e a Jesper che cosa fosse andato storto. Avevano legato tu e le
altre guardie, le avevano radunate nella dispensa insieme al resto del
personale di servizio e poi avevano risalito le scale con le maschere
della Commedia Bruta calate sul viso. Si erano fermati fuori dalla
stanza della musica, dove Alys era appollaiata in modo precario
sopra uno sgabello da pianoforte. Si erano aspe ati di trovarla
addormentata, non alle prese con un brano musicale.
“Santi numi, cos’è questo baccano?” aveva sussurrato Nina.
“Credo che sia Fermo, Piccolo Bombo” aveva de o Wylan da dietro
la maschera cornuta del suo completo da Imperatore Grigio. “Ma è
difficile dirlo.”
Quando erano entrati nella stanza, il terrier dal pelo morbido e
setoso che le stava accovacciato ai piedi aveva avuto il buon senso di
ringhiare, ma la povera, bella e gravida Alys si era limitata a
sollevare lo sguardo dallo spartito per dire: “È una recita?”.
“Sì, tesoro” aveva risposto Jesper gentilmente, “e tu sei la stella
dello spe acolo.”
L’avevano infilata dentro un cappo o caldo, quindi l’avevano
condo a fuori dalla casa e l’avevano fa a salire sulla barca in a esa.
Alys era stata così docile che Nina si era preoccupata. “Non è che
non le arriva abbastanza sangue al cervello?” aveva bisbigliato a
Ma hias.
Ma hias non sapeva come spiegarsi l’a eggiamento di Alys. Si
ricordava che sua madre confondeva le cose più semplici quand’era
in a esa della sua sorellina. Una volta aveva fa o tu a la strada
dalla loro case a fino al villaggio prima di rendersi conto che si era
messa lo stivale sinistro sul piede destro e viceversa.
Ma a metà strada verso la ci à, nel momento in cui Nina le aveva
legato le mani e le aveva coperto gli occhi con una benda, fissandola
alle treccine a orcigliate con cura in cima alla testa, Alys aveva
afferrato la realtà della situazione. Si era messa a tirare su con il naso
e ad asciugarsi il moccio nella manica di velluto. Il piagnucolio era
diventato una specie di respiro rantolante, e ora che l’avevano
sistemata comodamente dentro la tomba e le avevano trovato anche
un cuscine o per i piedi, si era trasformato in un lungo lamento.
“Voglio andare a caaaaaaasa” piangeva. “Voglio il mio cane.”
Da lì in poi, il pianto non si era mai interro o. Alla fine Kaz alzò
le mani in segno di resa, e tu i erano usciti dalla tomba in cerca di
un po’ di silenzio.
«Le donne incinte sono tu e così?» mugugnò Nina.
Ma hias aveva lanciato un’occhiata dentro lo scafo in pietra del
mausoleo. «Solo quelle rapite.»
«Non riesco a pensare» disse lei.
«E se le togliessimo la benda?» suggerì Wylan. «Noi potremmo
rime erci le maschere della Commedia Bruta.»
Kaz scrollò la testa. «Non possiamo correre il rischio che lei porti
qui Van Eck.»
«Di questo passo si ammalerà» disse Ma hias.
«Siamo nel bel mezzo di una missione» lo rimbro ò Kaz.
«Devono ancora succedere un sacco di cose prima dello scambio di
domani. Qualcuno trovi il modo di farla stare zi a o ci dovrò
pensare io.»
«È una ragazzina terrorizzata…» protestò Wylan.
«Non ho chiesto una descrizione.»
Ma Wylan non si arrese. «Kaz, prome imi che non…»
«Prima che tu finisca la frase, voglio che ti soffermi a pensare a
quanto costa una mia promessa e che a cosa sei disposto a pagare in
cambio.»
«Non è colpa sua se i suoi genitori l’hanno costre a a sposare mio
padre.»
«Alys non è qui perché ha fa o qualcosa di sbagliato. È qui perché
è una leva.»
«È solo una ragazza incinta…»
«Rimanere incinta non è esa amente un talento speciale. Chiedi a
qualunque ragazza sfortunata del Barile.»
«Inej non vorrebbe…»
Nel tempo di un respiro Kaz, con un braccio, aveva spinto Wylan
contro il muro della tomba e gli aveva incastrato la testa di corvo del
bastone so o la mascella. «Dimmi un’altra volta cosa devo fare.»
Wylan deglutì a fatica e socchiuse le labbra. «Fallo» minacciò Kaz.
«Ti taglio la lingua e la do in pasto al primo ga o randagio che
incontro.»
«Kaz…» disse Jesper con cautela. Kaz lo ignorò.
Le labbra di Wylan si serrarono fino a diventare una riga so ile e
caparbia. Il ragazzo proprio non sapeva come si sta al mondo.
Ma hias si domandò se non fosse il caso di intercedere per lui, ma
Kaz l’aveva lasciato andare. «Qualcuno me a un tappo di sughero a
quella ragazza prima che io torni» disse, e si avviò verso il cimitero.
Ma hias alzò gli occhi al cielo. Quello che ci voleva, a tu i quei
ma i, erano sei mesi di fatica in un campo di addestramento e
magari anche una sonora ripassata.
«Meglio non fare il nome di Inej» disse Jesper mentre Wylan si
toglieva la polvere di dosso. «Se ti va di continuare a vivere.»
Wylan scrollò la testa. «Tu o questo non lo stiamo facendo per
lei?»
«No, è per il grande piano, ricordi?» disse Nina sbuffando. «Portare
via Inej a Van Eck è solo la prima fase.»
Tornarono dentro la tomba. Alla luce della lanterna Ma hias vide
che il colorito di Nina era buono. Forse il diversivo dell’assalto alla
casa sul lago le aveva giovato, e tu avia lui non poteva ignorare il
fa o che una guardia fosse morta nel corso di una missione in cui
non erano previste vi ime.
Alys si era calmata, era seduta con le mani incrociate sul ventre e
dalla bocca le uscivano soltanto piccoli singhiozzi infelici. Fece il
p g
tentativo, fiacco, di togliersi la benda, ma Nina gliel’aveva stre a
bene. Ma hias diede un’occhiata a Kuwei, che era seduto al tavolo di
fronte a lei. Il ragazzo Shu si limitò a scrollare le spalle.
Nina si sede e vicino ad Alys. «Ti andrebbe… una tazza di tè?»
«Con il miele?» chiese lei.
«Non credo che… Forse abbiamo dello zucchero.»
«Il tè mi piace solo con miele e limone.»
Nina assunse l’espressione di chi stava per dire ad Alys dove
poteva infilarsi esa amente il miele e il limone, ma Ma hias si
affre ò a proporle: «Ti va un bisco o al cioccolato?».
«Oh, adoro il cioccolato!»
Nina strinse gli occhi. «Non ricordo di aver mai de o che potevi
distribuire in giro i miei bisco i.»
«È per una buona causa» spiegò Ma hias, e recuperò la scatola. I
bisco i li aveva comprati nella speranza di far mangiare Nina un po’
di più. «E poi, tu li hai a malapena toccati.»
«Li sto conservando per dopo» disse Nina con un sospiro. «E tu
non dovresti provocarmi quando si tra a di dolci.»
Jesper annuì. «Nina è come un drago che fa scorte di dolci.»
Alys aveva girato la testa a destra e a sinistra dietro la benda.
«Sembrate tu i così giovani» disse. «Dove sono i vostri genitori?»
Wylan e Jesper scoppiarono a ridere. «Cosa c’è di così divertente?»
«Niente» rispose Nina per rassicurarla. «Fanno solo gli idioti.»
«Vacci piano» intervenne Jesper. «Non siamo noi quelli che
a ingono a man bassa alle tue riserve di bisco i.»
«Io non perme o a nessuno di a ingere a man bassa alle mie
riserve di bisco i» scherzò Nina strizzando l’occhiolino.
«No di certo» disse brontolando Ma hias, incerto se essere felice
di vedere Nina di nuovo in sé o geloso del fa o che fosse stato Jesper
ad averla fa a ridere. Doveva immergere la testa in un secchio. Si
stava comportando come uno sciocco infatuato.
«Allora» disse Jesper, me endo un braccio sulla spalla di Alys.
«Parlaci del tuo figliastro.»
«Perché?» chiese Alys. «Avete intenzione di rapire anche lui?»
Jesper la prese in giro. «Non credo proprio. Ho sentito dire che è
una rogna infinita da avere a orno.»
g
Wylan incrociò le braccia. «Io ho sentito dire che è un genio
incompreso.»
Alys si accigliò. «Io lo comprendo perfe amente. Non biascica né
niente. Anzi, parla un po’ come te.» Wylan trasalì mentre Jesper si
piegava in due dalle risate. «E sì, è molto dotato. Studia musica a
Belendt.»
«Sì, però, com’è?» domandò Jesper. «Ti ha mai confidato qualche
paura segreta? Bru e abitudini? Infatuazioni mal riposte?»
Wylan porse la scatola dei bisco i ad Alys. «Prendine un altro.»
«Ne ha già mangiati tre!» protestò Nina.
«Wylan è sempre stato gentile con i miei uccellini. Mi mancano i
miei uccellini. E Rufus. Voglio andare a caaaaaaasa.» Ed ecco che
stava frignando di nuovo.
Nina aveva sba uto la testa sul tavolo in segno di resa. «Bella
mossa. E io che pensavo avremmo potuto goderci un a imo di
silenzio. Ho sacrificato i miei bisco i per niente.»
«Nessuno di voi, gente, si è mai imba uto in una donna incinta
prima d’ora?» brontolò Ma hias. Lui si ricordava bene i fastidi e gli
sbalzi d’umore di sua madre, eppure aveva il sospe o che il
comportamento di Alys non avesse nulla a che fare con il bambino
che portava in grembo. Strappò una striscia di stoffa da una delle
coperte lacere nell’angolo. «Qui» disse a Jesper. «Immergila
nell’acqua così poi la usiamo per fare degli impacchi freschi.» Si
accovacciò e disse ad Alys: «Sto per toglierti le scarpe».
«Perché?» chiese lei.
«Perché hai i piedi gonfi, e un massaggio ti darà sollievo.»
«Oh, questo sì che è interessante» disse Nina.
«Non farti venire strane idee.»
«Troppo tardi» rispose lei, sgranchendo le dita dei piedi.
Ma hias sfilò le scarpe ad Alys e disse: «Non sei stata rapita. Sei
solo tra enuta qui per un po’ di tempo. Entro domani pomeriggio
sarai a casa con il tuo cane e i tuoi uccellini. Lo sai, vero, che nessuno
ti farà del male?».
«Non ne sono sicura.»
«Be’, tu non puoi vedermi, ma io sono quello più grosso, e ti
prome o che nessuno ti farà del male.» Già mentre le pronunciava,
p p
Ma hias era consapevole che le sue parole avrebbero potuto non
essere veritiere. Al momento stava massaggiando i piedi ad Alys e le
stava appoggiando uno panno fresco sulla fronte, e il tu o
succedeva in una fossa piena delle vipere più letali che strisciavano
per le strade di questa disgraziata ci à. «Ora» disse lui «è molto
importante che tu conservi la calma in modo da non sentirti male.
C’è qualcosa che ti me e di buon umore?»
«Mi… mi piace passeggiare intorno al lago.»
«D’accordo, forse più tardi possiamo andare a fare una
passeggiata. Qualcos’altro?»
«Mi piace sistemarmi i capelli.»
Ma hias lanciò a Nina un’occhiata significativa.
Lei lo guardò storto. «Perché dai per scontato che io sappia
acconciare i capelli?»
«Perché i tuoi sono sempre bellissimi.»
«Fermi tu i» disse Jesper. «Sta imparando le buone maniere?»
Scrutò Ma hias. «Come facciamo a sapere che questo qui non è un
impostore?»
«Forse qualcuno potrebbe sistemarti i capelli» disse Nina a
malincuore.
«Nient’altro che ti faccia stare bene?» domandò Ma hias.
«Mi piace cantare» disse Alys.
Wylan scrollò la testa disperatamente e con le labbra formulò le
parole “No, no, no”.
«Posso cantare?» chiese Alys speranzosa. «Bajan dice che sono
brava abbastanza da stare su un palcoscenico.»
«Forse possiamo rimandare a più tardi…» suggerì Jesper.
Il labbro inferiore di Alys cominciò a tremare come un pia o in
procinto di rompersi.
«Canta» disse Ma hias di ge o, «se ci tieni così tanto, canta.»
E a quel punto iniziò il vero incubo.
Alys non era così male, solo che non si fermava mai. Cantava tra
un boccone di cibo e l’altro. Cantava mentre passeggiava fra le
tombe. Cantava da dietro il cespuglio dove andava a fare i suoi
bisogni. Quando finalmente si appisolò, si mise a canticchiare nel
sonno.
«Forse è sempre stato questo il piano di Van Eck, sin dall’inizio»
disse cupo Kaz quando si radunarono di nuovo fuori dalla tomba.
«Farci diventare pazzi?» disse Nina. «Funziona.»
Jesper chiuse gli occhi e geme e. «Diabolico.»
Kaz consultò l’orologio da taschino. «Nina e Ma hias dovrebbero
andare, a ogni modo. Se fate in fre a a raggiungere la vostra
posizione, potete concedervi qualche ora di sonno.» Dovevano stare
a enti ad andare e venire dall’isola, e non potevano perme ersi di
aspe are l’alba per prendere i propri posti.
«Le maschere e i mantelli sono dal pellicciaio» continuò Kaz.
«Cercate il tasso d’oro sull’insegna. Tenetevi il più possibile vicini al
Coperchio prima di distribuirli in giro e poi dirigetevi a sud. Non
state troppo a lungo da nessuna parte. Non mi va che a iriate
l’a enzione dei capi.» Passò in rassegna i loro sguardi uno dopo
l’altro, a turno. «Dovrete essere tu i ai vostri posti entro
mezzogiorno. Wylan a terra. Ma hias sul te o della Commedia
Emporio. Jesper sarà di fronte a te sul te o dell’Albergo Ammbers.
Nina, tu sarai al terzo piano. La stanza ha un balcone che si affaccia
sul Ponte della Bellina. Assicurati di avere la visuale libera. Ti voglio
con gli occhi addosso a Van Eck dal primo istante. Avrà orchestrato
qualcosa, e noi dovremo essere pronti.»
Ma hias vide Nina lanciare un’occhiata furtiva a Jesper, ma tu o
quello che lei disse fu: «Nessun rimpianto».
«Nessun funerale» risposero tu i quanti.
Nina si diresse dov’era ormeggiata la barca a remi. Kaz e Wylan
rientrarono nella tomba, e Ma hias interce ò Jesper prima che anche
lui vi si infilasse dentro.
«Che cos’è successo alla casa sul lago?»
«In che senso?»
«Ho visto l’occhiata che ti ha rivolto Nina.»
Jesper si mosse a disagio. «Perché non lo chiedi a lei?»
«Perché Nina sosterrà di stare bene fino a che la sofferenza non le
ruberà le parole.»
Jesper si toccò le rivoltelle. «Tu o quello che ti dirò è di stare
a ento. Lei non è… non è del tu o se stessa.»
«Che cosa significa? Che cosa è successo alla casa degli
Hendriks?»
«Abbiamo corso qualche pericolo» confessò Jesper.
«Un uomo è morto.»
«Gli uomini muoiono di continuo a Ke erdam. Tu tieni gli occhi
aperti. Nina potrebbe aver bisogno di rinforzi.»
Jesper infilò la porta di corsa e Ma hias si lasciò sfuggire un
ringhio di frustrazione. Si affre ò a raggiungere Nina, tenendo a
mente l’avvertimento appena ricevuto, ma non disse niente quando
lei si calò nella barca e lui si mise a remare per imme ersi nel canale.
La cosa più intelligente che aveva fa o da quando erano tornati
dalla Corte di Ghiaccio era stata dare a Kaz tu a la parem rimasta.
Non era stata una decisione facile. Non sapeva quanto fosse
profondo il pozzo che Kaz aveva dentro di sé, e cosa fosse capace di
fare. Ma Nina non aveva alcun ascendente su di lui, e quando gli si
era infilata nel le o la no e della truffa ai danni di Smeet, aveva
capito di aver preso la decisione giusta perché, Djel lo sapeva,
Ma hias era pronto a darle tu o quello che voleva se avesse
continuato a baciarlo.
Lei lo aveva svegliato dal sogno che lo tormentava sin da
quand’erano alla Corte di Ghiaccio. L’istante prima vagava nel
freddo, accecato dalla neve, i lupi che ululavano in lontananza, e
l’istante successivo era sveglio, con Nina accanto, così calda e
morbida. Ripensò a quello che lei gli aveva de o sulla nave, quando
era preda dei peggiori effe i della parem: “Ce la fai a ragionare con la
tua testa? Io sono solo un’altra causa da perseguire. Prima era Jarl
Brum, ora sono io. Non lo voglio, il tuo dannato giuramento”.
Non credeva che lei avesse de o sul serio, ma quelle parole lo
perseguitavano. Da drüskelle, aveva servito una causa corro a.
Adesso se ne rendeva conto. Però all’epoca aveva una strada da
seguire, un paese da difendere. Sapeva chi era e che cosa voleva il
mondo da lui. Ora non era più certo di niente, a parte la sua fede in
Djel e la promessa solenne a Nina. Sono stato fa o per proteggerti. Solo
la morte potrà esimermi da questo giuramento. Aveva semplicemente
sostituito una causa con un’altra? Si stava rifugiando nei suoi
sentimenti per Nina perché aveva paura di scegliersi un futuro?
p p p g
Si concentrò a remare. I loro destini non si sarebbero compiuti
questa no e, e c’erano tante cose da fare prima dell’alba. E poi gli
piacevano il ritmo dei canali di no e, la luce dei lampioni che si
rifle eva sull’acqua, il silenzio, la sensazione di a raversare invisibili
il mondo addormentato, di cogliere una luce dietro una finestra,
qualcuno che si alzava irrequieto dal le o per chiudere una tenda o
guardare la ci à. Di giorno andavano e venivano dal Velo Nero il
meno possibile, così era nelle tenebre che era giunto a conoscere
Ke erdam. Una no e aveva intravisto una donna in abito da sera e
ingioiellata, seduta al tavolino da toele a, intenta a togliersi le
forcine dai capelli. Un uomo – il marito, aveva presunto Ma hias – si
era fermato alle sue spalle e le aveva dato il cambio, e lei si era girata
a guardarlo e gli aveva sorriso. Ma hias non sapeva dare un nome
allo struggimento che aveva provato in quel momento. Lui era un
soldato. E anche Nina. Per loro non erano previste scene di vita
domestica. Ma aveva invidiato quelle persone e quel loro parere a
proprio agio. La loro casa accogliente, e il conforto di esserci l’uno
per l’altra.
Sapeva di averglielo già chiesto sin troppo ma, mentre sbarcavano
vicino allo Stave dell’Est, Ma hias non poté fare a meno di dire:
«Come ti senti?».
«Molto bene» rispose Nina in tono sprezzante, aggiustandosi il
velo. Era avvolta nello scintillante abito blu della Sposa Perduta, lo
stesso costume che indossava la no e in cui lei e gli altri Scarti erano
apparsi nella sua cella. «Dimmi, drüskelle, sei mai stato veramente in
questa zona del Barile?»
«Non ho avuto molte occasioni di fare il turista quand’ero
all’Anticamera dell’Inferno» disse Ma hias. «E non sarei comunque
venuto qui.»
«Certo che no. Tu a questa gente che si diverte, riunita in un
posto solo, avrebbe potuto sconvolgere il Fjerdiano che c’è in te.»
«Nina» disse Ma hias a bassa voce mentre si dirigevano dal
pellicciaio. Non voleva fare pressioni, ma doveva sapere. «Quando ci
siamo preparati per Smeet, hai usato la parrucca e i cosmetici. Perché
non ti sei modificata?»
Lei fece spallucce. «Era più facile e più veloce fare così.»
p p p
Ma hias rimase in silenzio, incerto se insistere oltre.
Passarono davanti a un negozio di formaggi, e Nina sospirò.
«Com’è possibile che io sia di fronte a una vetrina piena di forme di
formaggio e non senta niente? Non mi riconosco più.» Fece una
pausa, poi disse: «Ci ho provato, a modificarmi. Qualcosa è andato
storto. È stato diverso dal solito. Solo cercare di togliermi le occhiaie
mi ha prosciugato tu e le energie».
«Non hai mai avuto molto talento come Plasmaforme.»
«Un po’ di buone maniere, Fjerdiano.»
«Nina.»
«Questa volta era diverso. Non era solo difficile, era doloroso.
Non so bene come spiegarlo.»
«E costringere gli altri a fare quello che vuoi?» domandò Ma hias.
«Come hai fa o alla Corte di Ghiaccio quando hai assunto la parem?»
«Non credo sia più possibile.»
«Ci hai provato?»
«Non esa amente.»
«Prova su di me.»
«Ma hias, abbiamo un lavoro da svolgere.»
«Prova.»
«Non mi me erò a giocherellare dentro la tua testa quando non
sappiamo cosa potrebbe succedere.»
«Nina…»
«D’accordo» disse esasperata. «Vieni qui.»
Avevano quasi raggiunto lo Stave dell’Est e la folla che faceva
baldoria si era infi ita. Nina lo spinse in un vicolo tra due palazzi. Si
alzò la maschera e il velo; poi, lentamente, prese tra le mani il viso di
lui. Gli passò le dita tra i capelli e Ma hias smise di me ere il mondo
a fuoco. Era come se lo stesse toccando dappertu o.
Lei lo guardò negli occhi. «Quindi?»
«Non sento niente» disse lui. La voce era vergognosamente rauca.
Nina alzò un sopracciglio. «Niente?»
«Cos’hai cercato di farmi fare?»
«Ti sto costringendo a baciarmi.»
«Che follia.»
«Perché?»
«Perché baciarti è quello che vorrei fare di continuo» confessò lui.
«E allora perché non lo fai mai?»
«Nina, hai appena vissuto una bru a disavventura…»
«Sì. Vero. Sai cosa aiuterebbe? Un sacco di baci. Non siamo più
stati da soli da quando eravamo a bordo della Ferolind.»
«Vuoi dire quando sei quasi morta?» disse Ma hias. Qualcuno
doveva pur ricordare la gravità della situazione.
«Preferisco pensare ai momenti belli. Come quando mi tenevi i
capelli mentre io vomitavo in un secchio.»
«Sme ila di cercare di farmi ridere.»
«Mi piaci quando ridi.»
«Nina, non è questo il momento di flirtare.»
«Devo approfi are quando hai la guardia abbassata, altrimenti sei
sempre lì a proteggermi e a chiedermi se va tu o bene.»
«È sbagliato che io mi preoccupi?»
«No, è sbagliato che mi tra i come se potessi andare in mille pezzi
in ogni momento. Non sono né così delicata né così fragile.» Si calò
la maschera sul viso senza troppe cerimonie, si stra onò in malo
modo il velo per rime erlo a posto e gli passò davanti per uscire dal
vicolo, a raversare la strada e raggiungere il negozio con un tasso
d’oro sopra la porta.
Lui la seguì. Sapeva di aver de o la cosa sbagliata, ma non aveva
idea di quale fosse quella giusta. Mentre entravano nel negozio, un
campanello suonò.
«Come fa questo posto a essere aperto a quest’ora?» bisbigliò.
«Chi è che si compra una pelliccia nel cuore della no e?»
«I turisti.»
E infa i, delle persone stavano dando un’occhiata a pelli e pellicce
accatastate. Ma hias seguì Nina al bancone.
«Dobbiamo ritirare un ordine» disse Nina al commesso
occhialuto.
«Nome?»
«Judit Coenen.»
«Ah!» disse il commesso, consultando un registro. «Lince dorata e
orso nero, già saldati. Solo un a imo.» Sparì nella stanza sul retro e
ne riemerse un minuto dopo, muovendosi a fatica so o il peso di
p p
due pacchi enormi avvolti nella carta da imballo e legati con lo
spago. «Avete bisogno di una mano per portare questi…»
«Siamo a posto.» Ma hias sollevò i pacchi senza fare una piega.
Alla gente di questa ci à servivano più aria fresca ed esercizio fisico.
«Ma potrebbe piovere. Perme etemi almeno di…»
«Siamo a posto» ringhiò Ma hias, e il commesso indietreggiò.
«Non stia a badargli» disse Nina. «Ha bisogno di farsi un
riposino. Grazie mille per il suo aiuto.»
Il commesso sorrise debolmente mentre loro stavano già andando
via.
«Sei consapevole che non ci sai proprio fare, vero?» gli chiese
Nina quando furono per strada, prossimi a entrare nello Stave
dell’Est.
«Con le bugie e gli inganni?»
«Con le buone maniere.»
Ma hias ci pensò sopra. «Non volevo essere maleducato.»
«D’ora in poi lascia parlare me.»
«Nina…»
«Niente nomi da qui in avanti.»
Era arrabbiata con lui. Si capiva dalla voce, e non perché era stato
sgarbato con il commesso. Si fermarono un a imo solo per
consentire a Ma hias di sostituire il costume da Folle con uno dei
tanti da Signor Cremisi ripiegati nei pacchi. Ma hias non sapeva se
il commesso fosse al corrente di cosa ci fosse dentro la carta da pacco
marrone, se i costumi fossero stati realizzati dal negozio, o se il Tasso
d’Oro fosse solamente un punto di consegna. Kaz aveva una
misteriosa rete di conta i in tu a Ke erdam, e solo lui sapeva come
funzionavano i suoi ingranaggi.
Dopo che Ma hias ebbe trovato un mantello rosso grande
abbastanza e si fu piazzato sulla faccia la maschera laccata bianca e
rossa, Nina gli porse un sacche o di monete d’argento.
Lui lo soppesò nel palmo della mano e le monete produssero un
tintinnio allegro. «Non sono autentiche, vero?»
«Certo che no. Ma nessuno sa mai per davvero se le monete sono
vere. È parte del divertimento. Andiamo a fare pratica.»
«Pratica?»
«Madre, Padre, pagate l’affi o!» disse Nina in un tono da
cantilena.
Ma hias la fissò. «Ti è venuta la febbre?»
Lei si sollevò il velo sulla testa in modo che lui potesse cogliere
appieno la sua occhiataccia. «Viene dalla Commedia Bruta. Quando
il Signor Cremisi sale sul palco, il pubblico grida…»
«Madre, Padre, pagate l’affi o» finì per lei Ma hias.
«Esa amente. Al che tu dici: “Non posso, mio caro, i soldi sono
stati spesi” e lanci una manciata di monete sulla folla.»
«Perché?»
«Per lo stesso motivo per cui tu i soffiano al Folle e ge ano fiori
alla Regina Scarabeo. È una tradizione. I turisti non sempre
capiscono, ma i Kerch sì. Per cui stano e, se qualcuno urla: “Madre,
Padre, pagate l’affi o…”.»
«Non posso, mio caro, i soldi sono stati spesi» intonò cupo
Ma hias, bu ando per aria una manciata di monete.
«Con un po’ più di entusiasmo» lo esortò Nina. «Dovrebbe essere
divertente.»
«Io mi sento ridicolo.»
«Non c’è niente di male a sentirsi ridicoli ogni tanto, Fjerdiano.»
«Lo dici solo perché tu non conosci vergogna.»
Per la sorpresa di Ma hias, invece di dargli una risposta tagliente,
Nina si fece silenziosa e rimase tale fino a quando non presero
posizione di fronte a una bisca clandestina del Coperchio, unendosi
ai musicisti e agli artisti di strada, a poche porte di distanza dal Club
Cumulus. Poi fu come se qualcuno l’avesse accesa premendo un
interru ore.
«Ehi, tu, vieni, venite tu i alla Sciabola Cremisi!» declamò. «Lei,
laggiù, signore. Lei è troppo magro, non le fa bene. Cosa ne dice di
un pasto gratis e una caraffa di vino? E lei, signorina, ha l’aspe o di
una che sa come si fa a divertirsi un po’…»
Nina a irava i turisti uno per uno come se fosse nata per farlo,
offrendo da mangiare e da bere gratis e consegnando costumi e
volantini. Quando uno dei bu afuori della bisca uscì a vedere che
cosa stava succedendo, loro si spostarono, puntando a sud e a ovest,
e continuando a dare via i duecento costumi e le duecento maschere
che Kaz si era procurato. Quando la gente chiedeva spiegazioni,
Nina rispondeva che si tra ava di una promozione per lanciare una
nuova sala da gioco chiamata la Sciabola Cremisi.
Come Nina aveva previsto, di tanto in tanto qualcuno notava il
costume di Ma hias e strillava: «Madre, Padre, pagate l’affi o!».
Diligentemente, lui rispondeva, facendo del proprio meglio per
sembrare allegro. Se i turisti e i festaioli trovarono la sua esibizione
carente, nessuno vi fece cenno, probabilmente perché distra i dalla
cascata di monete d’argento.
Ora che raggiunsero lo Stave dell’Ovest, avevano esaurito la pila
di costumi e il sole stava ormai sorgendo. Ma hias colse un rapido
sfavillio provenire dal te o dell’Ammbers: era Jesper che mandava
segnali con uno specchie o.
Ma hias scortò Nina alla stanza riservata a Judit Coenen al terzo
piano dell’albergo. Proprio come aveva de o Kaz, il balcone aveva
un affaccio perfe o sull’ampia distesa del Ponte della Bellina e sulle
acque dello Stave dell’Ovest, delimitate su entrambi i lati da alberghi
e case di piacere.
«Che cosa vuol dire?» domandò Ma hias. «Ponte della Bellina?»
«Ponte della Bella Signorina.»
«Perché si chiama così?»
Nina si appoggiò alla porta e disse: «Dunque, la leggenda narra
che quando una donna scoprì che il marito si era innamorato di una
ragazza dello Stave dell’Ovest e per questo aveva deciso di lasciarla,
lei andò al ponte e, piu osto che vivere senza di lui, si bu ò nel
canale».
«Per un uomo del genere, senza onore?»
«Tu non cadresti in tentazione? Con tu i i fru i polposi dello
Stave dell’Ovest davanti a te?»
«Tu ti bu eresti giù da un ponte per un uomo che cade in
tentazione?»
«Io non mi bu erei giù da un ponte nemmeno per il re di Ravka.»
«È una storia orribile» disse Ma hias.
«Dubito che sia vera. Ecco quel che succede quando lasci che
siano gli uomini a dare i nomi ai ponti.»
«Dovresti riposare» consigliò lui. «Ti sveglio io quand’è il
momento.»
«Non sono stanca, e non ho bisogno che mi si dica come fare il
mio lavoro.»
«Sei arrabbiata.»
«O che mi si dica come sto. Vai al tuo posto, Ma hias. Anche tu
sembri un po’ giù di tono, comunque.»
La voce di lei era fredda, la schiena dri a. Il sogno gli riapparve
così vivido che riuscì quasi a sentire il morso del vento e le raffiche
pungenti di neve che gli sferzavano le guance. La gola gli bruciava, e
lui se la scorticava per urlare a gran voce il nome di Nina. Le voleva
dire di stare a enta. Le voleva chiedere cosa c’era che non andava.
«Nessun rimpianto» mormorò lui.
«Nessun funerale» rispose lei, gli occhi fissi sul ponte.
Ma hias se ne andò in silenzio, scese le scale e a raversò il canale
passando per lo smisurato Ponte della Bellina. Guardò in su, verso il
balcone dell’Ammbers, ma non c’era traccia di Nina. Il che era un
bene. Se lui non riusciva a vederla dal ponte, allora nemmeno Van
Eck l’avrebbe vista. Fece ancora qualche gradino di pietra e arrivò a
una banchina, dove un venditore di fiori stava sistemando la propria
chia a piena di boccioli alla luce rosata del ma ino. Mentre l’uomo
si prendeva cura dei tulipani e dei narcisi, Ma hias scambiò qualche
parola con lui e intanto prese nota dei segni che Wylan aveva
tracciato al livello dell’acqua su entrambe le sponde del canale.
Erano pronti.
Salì le scale della Commedia Emporio, circondato ovunque da
maschere e veli e cappe luccicanti. Ogni piano aveva un tema
diverso per offrire fantasie di ogni genere. Inorridì nel vedere una
rastrelliera piena di costumi da drüskelle. Ma doveva amme ere che
era il posto giusto per evitare di farsi notare.
Si affre ò a raggiungere il te o e mandò un segnale a Jesper con il
proprio specchie o. Ora erano tu i al loro posto. Giusto prima di
mezzogiorno, Wylan sarebbe sceso ad aspe are nel caffè sulla
sponda del canale che da sempre a irava un rumoroso campionario
di artisti di strada – musicisti, mimi, giocolieri – che si esibivano in
cambio di qualche moneta offerta loro dai turisti. Al momento il
q
ragazzo era riverso su un fianco, infilato so o il cornicione in pietra
del te o a sonnecchiare. Il fucile di Ma hias era impacche ato
dentro una tela cerata accanto a Wylan, che aveva allineato una serie
intera di fuochi d’artificio, le micce arricciate come code di maiali.
Ma hias appoggiò la schiena al cornicione, chiuse gli occhi e si
abbandonò al dormiveglia. Era abituato alle lunghe ore di guardia e
al sonno scarso dai tempi in cui era un drüskelle. Si sarebbe svegliato
al momento giusto. Ora, invece, stava marciando sul ghiaccio, con il
vento che gli ululava nelle orecchie. Anche i Ravkiani avevano un
nome per quel vento, Gruzeburya, il bruto, il vento mortale. Veniva
dal Nord, una tempesta che inghio iva tu o quello che incontrava
sul proprio cammino. I soldati morivano a pochi passi dalle loro
tende, sperduti nel candore accecante della neve, le loro grida
d’aiuto divorate da un gelo senza volto. Nina era là fuori. Ma hias lo
sapeva e non aveva modo di raggiungerla. Lui continuava a urlare il
suo nome mentre sentiva i piedi intorpidirsi dentro gli stivali e il
ghiaccio infiltrarsi a raverso i vestiti. Tu i i suoi sforzi erano
concentrati a udire una risposta, ma aveva le orecchie invase dai
ruggiti della tempesta e da qualche parte, in lontananza, dagli ululati
dei lupi. Nina sarebbe morta sul ghiaccio. Sarebbe morta sola e
sarebbe stata colpa sua.
Si svegliò, ansimando. Il sole era alto nel cielo. Wylan era in piedi
sopra di lui e lo stava scrollando delicatamente. «È quasi ora.»
Ma hias annuì e si alzò, si stiracchiò le spalle e sentì la tiepida aria
primaverile di Ke erdam a orno a sé. Ai suoi polmoni sembrava
aliena. «Va tu o bene?» gli chiese Wylan esitando, ma
evidentemente lo sguardo in cagnesco che riceve e in risposta fu
abbastanza eloquente. «Sei un grande» aggiunse, e si precipitò giù
per le scale.
Ma hias consultò lo scadente orologio in o one che Kaz gli aveva
comprato. Quasi le dodici. Sperò che Nina si fosse riposata più di lui.
Fece baluginare lo specchie o una volta, all’indirizzo del balcone di
lei, e sentì una fi a di sollievo quando una luce lampeggiò di
rimando. Inviò un segnale a Jesper, poi si sporse oltre il cornicione
ad aspe are.
Sapeva che Kaz aveva scelto lo Stave dell’Ovest perché era
anonimo e affollato. I suoi habitué si stavano già risvegliando dopo i
bagordi della sera prima. I domestici che si occupavano dei bisogni
delle case in cui prestavano servizio stavano facendo la spesa e
prendendo in consegna le spedizioni di fru a e vino per le baldorie
della no e a venire. I turisti appena arrivati in ci à stavano
passeggiando lungo le due sponde del canale, indicando i complessi
simboli ornamentali che contrassegnavano ciascun edificio, alcuni
famosi, altri famigerati. Vide una rosa dai numerosi petali in ferro
ba uto bianco, intarsiata d’argento. La Casa della Rosa Bianca. Nina
aveva lavorato lì per quasi un anno. Non le aveva mai fa o domande
su quel periodo. Non ne aveva il diri o. Lei era rimasta in ci à per
aiutarlo, e poteva fare quello che voleva. Eppure non era stato
capace di tra enersi dall’immaginarla in quel luogo, le curve del suo
corpo nudo disteso, gli occhi verdi pesantemente truccati, i petali
color crema tra le ciocche scure dei suoi capelli. C’erano no i in cui
fantasticava che lei lo a irasse vicino a sé, e ce n’erano alcune in cui
era qualcun altro a cui lei dava il benvenuto nel buio, e lui giaceva
sveglio, domandandosi se sarebbe stata la gelosia o la lussuria a farlo
impazzire per prima. Distolse gli occhi dall’insegna ed estrasse un
cannocchiale dalla tasca, costringendosi a ispezionare il resto dello
Stave.
Giusto qualche minuto prima di mezzogiorno Ma hias vide Kaz
avanzare da ovest: la sua figura scura era una macchia che fendeva
la folla, e il bastone teneva il tempo della sua andatura irregolare. La
calca sembrava aprirsi per fargli spazio: forse avvertiva la
determinazione che lo guidava. A Ma hias venne in mente la gente
di campagna, che faceva dei gesti nell’aria per allontanare gli spiriti
maligni. Alys Van Eck gli camminava al fianco come una papera. Le
era stata tolta la benda e, a raverso il cannocchiale, Ma hias poteva
vedere che le labbra di lei si muovevano. “Per l’amore di Djel, sta
ancora cantando?” A giudicare dall’espressione imbronciata di Kaz,
era una possibilità concreta.
Ma hias vide Van Eck sopraggiungere dall’altra parte del ponte.
Procedeva rigido, la postura ere a, le braccia aderenti al corpo come
se temesse che l’aria peccaminosa del Barile potesse insudiciargli
l’abito.
Kaz era stato chiaro: far fuori Van Eck era l’ultima opzione
possibile. Non avevano intenzione di uccidere un membro del
Consiglio dei Mercanti, non alla luce del sole e di fronte a testimoni.
“Non sarebbe una cosa più pulita?” aveva chiesto Jesper. “Un
a acco di cuore? Una febbre cerebrale?” Ma hias avrebbe preferito
un’uccisione onesta, uno scontro aperto. Ma non era quello il modo
in cui si facevano le cose a Ke erdam.
“Da morto non può soffrire” aveva de o Kaz, e con questo
l’argomento era stato chiuso. Al demjin non piaceva stare a discutere.
Van Eck era circondato da guardie che indossavano la divisa rossa
e oro della sua casata. Le loro teste si muovevano a destra e a
sinistra, e prendevano nota di tu o quello che c’era a orno alla
ricerca di potenziali minacce. Da quant’erano appesantite le loro
giacche, Ma hias capì che erano cariche d’armi. Ma laggiù,
circondata da tre enormi soldati, c’era una minuscola figura
incappucciata. Inej.
Ma hias rimase sorpreso dalla gratitudine che lo sommerse.
Nonostante conoscesse la ragazzina Suli da poco tempo, aveva
ammirato il suo coraggio sin da subito. E lei aveva salvato le loro vite
più di una volta, me endo se stessa in pericolo. Ma hias aveva
dubitato di molte delle proprie decisioni, ma mai del desiderio di
vederla libera dalle grinfie di Van Eck. Sperava soltanto che lei
separasse la propria strada da quella di Kaz Brekker. Quella ragazza
si meritava di meglio. Ma forse anche Nina si meritava qualcuno
migliore di lui.
Le due controparti raggiunsero il ponte. Kaz e Alys lo
imboccarono. Van Eck fece un cenno alle guardie che tenevano Inej.
Ma hias alzò lo sguardo. Dall’altro te o, lo specchio di Jesper
sfarfallava a un ritmo convulso. Ma hias ispezionò l’area a orno al
ponte, ma non riusciva a vedere cosa avesse terrorizzato Jesper a
quel modo. Scrutò a raverso il cannocchiale, puntandolo sul
labirinto di strade che si dipanavano da entrambi i lati dello Stave.
La via di fuga di Kaz sembrava libera. Ma quando Ma hias puntò lo
sguardo a est, oltrepassando Van Eck, il cuore gli si colmò di terrore.
g p g
Le strade erano punteggiate di sciami viola, tu i dire i verso lo
Stave. Stadwatch. Era solo una coincidenza o era un’idea del
mercante?
Di sicuro non avrebbe voluto che i funzionari della ci à
scoprissero che cosa stava combinando. Potevano essere coinvolti i
Fjerdiani? E se stavano arrivando ad arrestare entrambi, sia Van Eck
sia Kaz?
Ma hias mandò due lampi del proprio specchio a Nina. Dal suo
punto di osservazione, che era più basso, lei non avrebbe visto la
stadwatch finché non fosse stato troppo tardi. Di nuovo, sentì il
vento freddo che lo sferzava, la propria voce che chiamava il nome
di Nina, e il terrore che aumentava al non udire alcuna risposta.
“Starà bene” si disse. “È una guerriera.” Ma l’avvertimento di Jesper
gli ronzava nelle orecchie. “Stai a ento. Non è del tu o se stessa.”
Sperò che Kaz fosse pronto. Sperò che Nina fosse più forte di quel
che sembrava. Sperò che i loro piani fossero sufficienti, che la mira di
Jesper fosse buona, che i calcoli di Wylan fossero corre i. Di lì a poco
si sarebbero ritrovati tu i quanti nei guai.
Ma hias imbracciò il fucile.
9
KAZ

Il primo pensiero di Kaz quando intravide Van Eck avvicinarsi al


Ponte della Bellina fu: “È meglio che quest’uomo non giochi a carte”.
Il secondo fu che qualcuno gli aveva ro o il naso. Era storto e gonfio,
e so o un occhio si stava formando il cerchio scuro di un livido. Kaz
ebbe il sospe o che un medico universitario avesse sistemato i danni
peggiori, ma senza un Guaritore Grisha non si poteva fare granché
per nascondere una fra ura come quella.
Van Eck stava cercando di mantenere un’espressione neutra, ma si
stava sforzando così tanto di apparire impassibile che aveva la fronte
stempiata madida di sudore. Le spalle erano rigide e il pe o
sporgeva in avanti come se qualcuno gli avesse legato una corda allo
sterno e lo stesse tirando verso l’alto. Camminava sul Ponte della
Bellina con passo maestoso, circondato dalle guardie nella loro livrea
rosso oro – e fu quello, adesso, a sorprendere Kaz. Era convinto che
Van Eck avrebbe preferito entrare nel Barile con la minor pompa
magna possibile. Rimuginò dentro di sé questa nuova informazione.
Ignorare i de agli era pericoloso. A nessun uomo piaceva essere
messo in imbarazzo e, malgrado tu i i tentativi di farla sembrare
una passeggiata solenne, la vanità di Van Eck doveva essere stata
ferita. Un mercante andava fiero del proprio senso degli affari, della
propria abilità nel pianificare e nel manipolare uomini e situazioni.
Lui stava cercando di recuperare un po’ di dignità dopo che un
umile delinquente del Barile gli aveva forzato la mano.
Kaz posò gli occhi sulle guardie una volta, rapidamente, in cerca
di Inej. Era incappucciata, a malapena visibile tra gli uomini che Van
Eck si era portato dietro, ma lui avrebbe riconosciuto ovunque quella
postura da equilibrista. E, se la tentazione gli avesse fa o allungare il
collo, guardare più da vicino, verificare che lei fosse incolume? No,
l’avrebbe riconosciuta e messa da parte. Non si sarebbe distra o.
Per un istante brevissimo, Kaz e Van Eck si misurarono a vicenda
da un capo all’altro del ponte. Kaz non poté fare a meno di
rammentare quando, se e giorni prima, si erano fronteggiati. Aveva
pensato sin troppo a quell’incontro. A no e fonda, dopo che le
faccende del giorno erano state sbrigate, Kaz giaceva sveglio, a
smontare e rimontare ogni momento. Pensava e ripensava a quei
pochi cruciali istanti in cui, anziché tenere gli occhi fissi su Van Eck,
aveva lasciato che la propria a enzione si spostasse su Inej. Un
errore che non poteva perme ersi di fare un’altra volta. Il ragazzo
che c’era dentro di lui aveva svelato la propria debolezza con un
singolo sguardo, aveva compromesso la guerra per amore di una
singola ba aglia, e aveva messo Inej – tu i loro – in pericolo. Era un
animale ferito che doveva essere abba uto. E Kaz era stato felice di
farlo, gli aveva tolto la vita senza un’esitazione né un rammarico. Il
Kaz che era rimasto aveva occhi solo per l’obie ivo. Liberare Inej.
Farla pagare a Van Eck. Tu o il resto era rumore di fondo inutile.
Aveva pensato anche agli errori compiuti da Van Eck a Vellgeluk.
Il mercante era stato abbastanza stupido da strombazzare ai qua ro
venti il fa o che il suo prezioso erede stava lievitando nel forno della
nuova moglie – la giovane Alys Van Eck, dai capelli color la e e le
mani paffute. Era stato solleticato dall’orgoglio, ma anche dal
disprezzo per Wylan, dal desiderio di cancellare il figlio dai libri
contabili, come fosse un’iniziativa imprenditoriale fallita.
Kaz e Van Eck si scambiarono un velocissimo cenno del capo. Kaz
teneva una mano guantata sulla spalla di Alys. Dubitava che lei
avrebbe provato a scappare, ma chi poteva sapere quali idee
rimbalzavano avanti e indietro nella testolina della ragazza? A quel
punto Van Eck fece segno ai suoi uomini di portare avanti Inej, e Kaz
ed Alys iniziarono a percorrere il ponte. Kaz colse al volo la strana
andatura di Inej, e il modo in cui teneva le braccia dietro la schiena.
Le avevano legato i polsi e incatenato le caviglie. “Una precauzione
sensata” si disse. “Io avrei fa o lo stesso.” Ma sentì quella pietra
focaia, che sfregava nel vuoto che aveva dentro, pronta ad accendersi
di rabbia. Ripensò all’idea di limitarsi a uccidere Van Eck.
p
“Pazienza” ricordò a se stesso. Aveva imparato a praticarla sin da
piccolo. A tempo debito, la pazienza avrebbe messo in ginocchio
tu i i suoi nemici. La pazienza e il denaro che intendeva portar via a
questa feccia di mercante.
«Credi che sia bello?» gli chiese Alys.
«Cosa?» disse Kaz, pensando di non aver capito bene. Lei aveva
canticchiato per tu o il tempo, a partire dal mercato dove Kaz le
aveva tolto la benda dagli occhi, e lui aveva fa o del proprio meglio
per non starla a sentire.
«È successo qualcosa al naso di Jan» disse Alys.
«Mi sa che lo Spe ro gli ha mollato un bru o colpo.»
Alys arricciò il proprio, di nasino, e considerò la cosa. «Secondo
me Jan sarebbe bello se non fosse così vecchio.»
«Per tua fortuna, viviamo in un mondo in cui gli uomini possono
rimediare al dife o di essere vecchi grazie alla loro ricchezza.»
«Sarebbe bello se fosse tu e e due le cose, giovane e ricco.»
«Perché fermarti qui? Perché non giovane, ricco e nobile? Perché
accontentarti di un mercante quando potresti avere un principe?»
«Forse» disse Alys. «Ma è il denaro che conta. Non ho mai capito
l’utilità dei principi.»
Be’, di sicuro quella ragazza era una Kerch fa a e finita. «Alys, mi
sconvolge scoprire che io e te la vediamo nello stesso modo.»
Kaz controllò le estremità del ponte mentre si portavano verso il
centro e tenne un occhio vigile sulle guardie di Van Eck, notò le
porte aperte del balcone al terzo piano dell’Ammbers e la chia a di
fiori ormeggiata come ogni ma ina so o il lato occidentale del
ponte. Diede per scontato che Van Eck avesse collocato i suoi negli
edifici circostanti, proprio come aveva fa o lui con i propri. Ma
nessuno di loro si sarebbe permesso di sparare un colpo letale.
Nessun dubbio che Van Eck sarebbe stato felice di vederlo
galleggiare a faccia in giù in un canale, tu avia Kaz sapeva come
condurlo a Kuwei, e questo avrebbe dovuto evitargli di ricevere una
pallo ola in testa.
Si fermarono a una decina di passi di distanza l’uno dall’altro.
Alys tentò di procedere, ma Kaz la tra enne con fermezza.
«Hai de o che mi avresti portata da Jan» protestò lei.
p p
«Ed eccoti qui» disse Kaz. «Ora stai ferma.»
«Jan!» strillò lei improvvisamente. «Sono io!»
«Lo so, mia cara» disse Van Eck con calma, lo sguardo fisso su
Kaz. Abbassò la voce. «Non finisce qui, Brekker. Voglio Kuwei Yul-
Bo.»
«Siamo qui per ripeterci? Lei vuol me ere le mani sulla formula
della jurda parem, e io voglio i miei soldi. Un pa o è un pa o.»
«Non ce li ho, trenta milioni di kruge.»
«Non è un peccato? Perché sono certo che qualcun altro li abbia.»
«E ha avuto qualche fortuna nel reclutare un nuovo acquirente?»
«Non si dia pensiero dei fa i miei, mercante. Il mercato
provvederà. Rivuole indietro sua moglie oppure ho trascinato qui la
povera Alys per niente?»
«Solo un a imo» disse Van Eck. «Alys, come chiameremo il
bambino?»
«Molto bene» disse Kaz. A Vellgeluk gli uomini di Van Eck
avevano scambiato Wylan per Kuwei Yul-Bo, e lui era stato
raggirato. Ora il mercante voleva avere la conferma di riprendersi
veramente la moglie, e non qualche ragazza con il viso totalmente
modificato e il pancione finto. «Sembra che anche un cane vecchio
possa imparare un trucco nuovo. Oltre che ad arrendersi.»
Van Eck lo ignorò. «Alys» ripeté, «che nome daremo al bambino?»
«Il bambino?» rispose lei confusa. «Jan se è un maschio. Plumje se
è una femmina.»
«Non eravamo d’accordo che Plumje è il nome che darai al tuo
nuovo pappagallino?»
Alys mise il broncio. «Io non sono mai stata d’accordo.»
«Oh, secondo me Plumje è un nome adorabile per una femmina»
disse Kaz. «Soddisfa o, mercante?»
«Vieni» disse Van Eck, chiamando Alys verso di sé mentre
indicava alla guardia che teneva Inej di liberarla.
Inej, quando passò davanti a Van Eck, girò il viso verso di lui e
bisbigliò qualcosa. L’uomo strinse le labbra.
Inej sca ò in avanti, con un movimento incredibilmente
aggraziato malgrado le braccia legate dietro la schiena e le catene
alle caviglie. Dieci piedi. Cinque piedi. Van Eck abbracciò Alys
g p q p y
mentre lei faceva partire una raffica di domande e di ciance. Tre
piedi. Lo sguardo di Inej era fermo. Era più magra. Le labbra erano
screpolate. Ma, nonostante i lunghi giorni di prigionia, il sole ca urò
il bagliore scuro dei suoi capelli so o il cappuccio. Due piedi. E poi
gli fu davanti. Ma dovevano ancora uscire sani e salvi dal ponte. Van
Eck non li avrebbe lasciati andare così facilmente.
«I tuoi pugnali?» le domandò.
«Me li hanno infilati dentro la giacca.»
Van Eck aveva lasciato andare Alys, che fu condo a via dalle
guardie. Quelle uniformi rosso oro preoccupavano ancora Kaz. C’era
qualcosa che non andava.
«Allontaniamoci da qui» disse, con in mano un coltellino per
aprire le ostriche con cui tagliarle le corde ai polsi.
«Signor Brekker» disse Van Eck. Kaz avvertì l’eccitazione nella
voce del mercante e si immobilizzò. Forse a bluffare era più bravo di
quel che lui gli avesse concesso. «Mi ha dato la sua parola, Kaz
Brekker!» Van Eck urlava in modo teatrale. Chiunque a portata di
orecchio sullo Stave si voltò a guardarli. «Lei mi ha promesso di
restituirmi mia moglie e mio figlio. Dove tiene nascosto Wylan?»
E a quel punto Kaz la vide: una marea viola in movimento verso il
ponte, la stadwatch che stava inondando lo Stave con i fucili
imbracciati e i manganelli in mano.
Kaz alzò un sopracciglio. Il mercante stava finalmente rendendo
le cose interessanti.
«Isolate il ponte!» gridò uno di loro. Kaz si guardò alle spalle e
vide altri agenti della stadwatch bloccare la loro ritirata.
Van Eck esibì un gran sorriso. «Possiamo fare sul serio adesso,
signor Brekker? La potenza della mia ci à contro la sua banda di
delinquenti?»
Kaz non si diede cura di rispondere. Spinse Inej per le spalle e lei
girò su se stessa, in modo da offrirgli i polsi, che lui liberò dalle
corde. Lui lanciò il coltellino in aria, certo che lei l’avrebbe preso al
volo mentre lui si inginocchiava a toglierle le catene, con i
grimaldelli già tra le dita. Udì i passi pesanti degli stivali in
avvicinamento, sentì Inej piegarsi all’indietro sopra la sua figura
inginocchiata e un sibilo leggero seguito dal suono di un corpo che
g gg g p
cadeva. Il lucche o cede e so o le dita di Kaz, che sfilò via le catene.
Poi si rialzò, si voltò e vide un ufficiale della stadwatch a terra, il
manico del coltellino da ostriche piantato in mezzo agli occhi, e altre
divise viola che si precipitavano verso di loro da tu e le direzioni.
Sollevò il bastone per mandare un segnale a Jesper.
«La barca dei fiori sul lato ovest» disse a Inej. Era tu o ciò che le
serviva sapere: saltò sulla ringhiera del ponte e svanì dall’altra parte
senza un a imo di esitazione.
La prima serie di fuochi d’artificio esplose sopra le loro teste, i
colori pallidi alla luce di mezzogiorno. Il piano era in azione.
Kaz estrasse dalla tasca un rotolo di corda da arrampicata e
agganciò la fune alla ringhiera. Incastrò la testa del bastone nella
balaustra, si issò e la scavalcò con un salto, lanciato sopra il canale.
La corda si tese al massimo e lui tornò verso il ponte come un
pendolo, per poi lasciarsi cadere sulla chia a accanto a Inej.
Due barche della stadwatch si stavano già avvicinandosi
velocemente mentre altri agenti di polizia correvano giù per le
rampe verso il canale. Kaz non aveva avuto modo di sapere cosa
avrebbe escogitato Van Eck – di sicuro non si era aspe ato che
coinvolgesse la stadwatch – ma aveva previsto che avrebbe tentato di
bloccare tu e le loro vie di fuga. Ci fu un’altra serie di bo i, e
scariche di rosa e di verde esplosero nel cielo sopra lo Stave. I turisti
esultarono. Non sembravano essersi accorti che due delle esplosioni
erano arrivate dal canale e avevano aperto dei buchi nella prua di
una delle barche della stadwatch, costringendo gli uomini a correre
verso le fiancate e a bu arsi nel canale mentre lo scafo affondava.
Ben fa o, Wylan. Aveva fa o guadagnare loro del tempo, e l’aveva
fa o senza mandare nel panico i passanti sullo Stave. A Kaz serviva
che la folla fosse di o imo umore.
Scagliò un bancale di gerani selvatici dentro il canale, incurante
delle proteste del fioraio, e afferrò i vestiti che Ma hias aveva
nascosto lì la ma ina presto. Avvolse un mantello rosso a orno alle
spalle di Inej in una pioggia di petali e boccioli, mentre lei
continuava ad allacciare i pugnali alle cinghie. La ragazza sembrava
sconvolta quasi quanto il fioraio.
«Cosa c’è?» chiese lui, lanciandole una maschera da Signor
Cremisi uguale alla propria.
«Quelli erano i fiori preferiti di mia madre.»
«Sono contento che Van Eck non ti abbia fa o passare la voglia di
fare la sentimentale.»
«Che bello essere tornata, Kaz.»
«Che bello che tu sia tornata, Spe ro.»
«Pronto?»
«Aspe a» disse lui, in ascolto. I fuochi d’artificio erano finiti, e un
istante dopo udì il rumore che stava aspe ando, il tintinnio musicale
delle monete che colpivano il manto stradale, seguito dalle urla di
gioia della folla.
«Ora» disse.
Afferrarono la fune e diedero uno stra one. Con un ronzio acuto,
la corda si riavvolse e li tirò improvvisamente verso l’alto. In pochi
istanti furono di nuovo sul ponte, ma la scena che li a endeva era
decisamente diversa da quella da cui erano fuggiti meno di due
minuti prima.
Lo Stave dell’Ovest era immerso nel caos. C’erano Signor Cremisi
dappertu o, cinquanta, sessanta, se anta di loro in maschere e
mantelli rossi, che lanciavano monete per aria mentre turisti e locali
in ugual misura spingevano, ridendo e urlando, camminando
carponi, totalmente ignari del fa o che gli agenti di polizia della
stadwatch cercassero di superarli.
«Madre, Padre, pagate l’affi o!» strillò un gruppo di ragazze dalla
soglia dell’Iris Blu.
«Non posso, mie care, i soldi sono stati spesi!» risposero in coro i
Signor Cremisi, e lanciarono un’altra cascata di monete nell’aria,
mandando la folla in delirio.
«Fate largo!» gridò il capitano della guardia.
Uno degli agenti cercò di togliere la maschera a un Signor Cremisi
in piedi accanto a un lampione, e la folla iniziò a fischiare. Kaz e Inej
si tuffarono nel vortice di mantelli rossi e gente indaffarata a
recuperare le monete. Alla sua sinistra, Kaz sentì Inej ridere dietro la
maschera. Non l’aveva mai sentita sghignazzare in quel modo così
selvaggio.
gg
All’improvviso, un fragoroso boom scosse lo Stave. Le persone
caddero, si afferrarono l’un l’altra, si aggrapparono alle mura e a
qualunque cosa ci fosse nelle vicinanze. Kaz per poco non perse
l’equilibrio, e si raddrizzò grazie al bastone.
Alzò lo sguardo e fu come sbirciare a raverso un fi o velo. Il
fumo aleggiava pesante. Le orecchie gli fischiavano. Sentì arrivare da
lontano urla spaventate e pianti di terrore. Una donna gli passò
davanti di corsa, il viso e i capelli ricoperti di polvere e gesso
neanche fosse un fantasma da opere a. Si teneva le mani sulle
orecchie e il sangue le gocciolava dai palmi. Sulla facciata della Casa
della Rosa Bianca c’era un foro che sembrava guardarlo con la bocca
spalancata.
Vide che Inej si alzava la maschera, e lui gliela riabbassò. Scrollò
la testa. Qualcosa non andava. Aveva pianificato una sommossa
amichevole, non una catastrofe di massa, e Wylan non era tipo da
sbagliare i calcoli in modo così grossolano. Era arrivato qualcun altro
a creare problemi sullo Stave dell’Ovest, qualcuno a cui non
importava di fare danni.
Tu o quello che sapeva Kaz era che aveva investito un sacco di
tempo e di denaro per riavere lo Spe ro. Poco ma sicuro, non
l’avrebbe persa un’altra volta.
Toccò veloce la spalla di Inej. Era il segnale di cui avevano
bisogno. Si mise a correre in direzione del vicolo più vicino. Non gli
serviva guardare per sapere che lei era al suo fianco, silenziosa,
sicura di sé. Avrebbe potuto superarlo in un a imo, ma correvano in
tandem, allineandosi passo dopo passo.
10
JESPER

Eccolo, il tipico caos che piaceva a Jesper.


Lui aveva due compiti, uno prima dello scambio degli ostaggi e
uno dopo. Se le guardie avessero cercato di portare Inej via dal ponte
mentre era ancora nelle mani di Van Eck, o se qualcuno l’avesse
minacciata, Nina sarebbe stata la prima linea di difesa. Jesper
avrebbe tenuto Van Eck nel mirino del suo fucile, niente colpi letali,
ma se il tipo avesse brandito una pistola, lui era autorizzato a
privarlo dell’uso di un braccio. O anche di due.
“Van Eck si inventerà qualcosa” aveva de o Kaz al Velo Nero “e
sarà qualcosa di incasinato, perché ha meno di dodici ore per
me ere giù un piano.”
“Bene” aveva de o Jesper.
“Male” aveva de o Kaz. “Più il piano è complicato più gente Van
Eck dovrà coinvolgere, più gente vuol dire più chiacchiere, e più
modi in cui le cose possono andare storte.”
“È la legge dei sistemi” aveva mormorato Wylan. “Crei dei
sistemi di sicurezza per prevenire le avarie, ma poi qualcosa nei
sistemi di sicurezza causa un’avaria imprevista.”
“La mossa di Van Eck non sarà elegante ma sarà imprevedibile,
per cui dobbiamo essere preparati.”
“Come facciamo a prepararci all’imprevedibile?” aveva
domandato Wylan.
“Ampliamo le nostre opzioni. Ci teniamo ogni possibile via di
fuga aperta. Te i, strade e vicoli, corsi d’acqua. Escludo che Van Eck
ci lasci passeggiare a nostro piacimento su quel ponte.”
Jesper aveva visto i guai arrivare da lontano quando aveva notato
i drappelli di stadwatch dire i verso il ponte. Poteva essere solo un
rastrellamento. Era accaduto una volta o due negli Stave, ed era la
g
maniera usata dal Consiglio dei Mercanti per dimostrare ai giocatori
d’azzardo più incalliti, ai prote ori e agli artisti di strada che,
indipendentemente da quanti soldi versassero nelle casse della ci à,
era ancora il governo a comandare.
Aveva mandato un segnale a Ma hias e aveva aspe ato. Kaz era
stato chiaro: “Van Eck non agirà finché Alys non sarà di nuovo
insieme a lui, fuori pericolo. È da lì in poi che dovremo stare
all’erta”.
E ovviamente, dopo che Alys e Inej si furono scambiate di posto,
sul ponte era iniziato un certo trambusto. Il dito sul grille o
prudeva, ma anche il suo secondo compito era stato semplice.
Aspe are il segnale di Kaz.
Qualche secondo dopo, il bastone di Kaz si era alzato in aria, e lui
e Inej stavano scavalcando la ringhiera del ponte. Jesper aveva
acceso un fiammifero e uno, due, tre, qua ro, cinque dei fuochi
d’artificio che Wylan aveva preparato stavano sibilando verso il cielo
per erompere in raffiche di colore scoppie anti. L’ultima fu
un’esplosione di rosa.
“Cloruro di stronzio” gli aveva de o Wylan mentre lavorava alla
sua collezione di fuochi d’artificio e di esplosivi, bombe luce, tonchi,
e tu o il necessario. “Al buio, diventa rosso.”
“Le cose si fanno sempre più interessanti al buio” aveva replicato
Jesper. Non era stato capace di farne a meno. Insomma, se il
mercantuccio gli serviva quel tipo di occasioni, lui aveva il dovere di
non lasciarsele scappare.
La prima serie di fuochi d’artificio era il segnale per tu i i Signori
Cremisi che Nina e Ma hias avevano reclutato la sera prima – o la
ma ina molto presto – offrendo cibo e vino gratis a chiunque fosse
venuto al Ponte della Bellina quando fossero partiti i fuochi poco
dopo mezzogiorno. Tu a una grande promozione per l’inesistente
Sciabola Cremisi. Consci del fa o che solo una percentuale si sarebbe
effe ivamente presentata, avevano distribuito più di duecento
costumi e sacche i di monete false. “Se arriviamo a cinquanta, può
bastare” aveva de o Kaz.
Mai so ovalutare il desiderio del pubblico di avere qualcosa in cambio di
nulla. Secondo Jesper ci dovevano essere almeno un centinaio di
p
Signori Cremisi a invadere il ponte e lo Stave, a cantare la canzone
che accompagnava la sua entrata in scena in tu e le rappresentazioni
della Commedia Bruta, e a ge are in aria le monete. A volte erano
vere. Era il motivo per cui era lui il personaggio preferito della gente,
che rideva, faceva una giravolta, arraffava le monete e inseguiva i
vari Signor Cremisi mentre la stadwatch tentava invano di
mantenere l’ordine. Era magnifico. Jesper sapeva che le monete
erano false, ma gli sarebbe comunque piaciuto tantissimo essere
laggiù ad affannarsi per prenderle.
Invece doveva stare lì fermo ancora per un po’. Se le bombe che
Wylan aveva posizionato nel canale non fossero esplose quando
dovevano, Kaz e Inej avrebbero avuto bisogno di una copertura
maggiore per poter raggiungere la barca del fioraio.
Una serie di bo i scintillanti esplose in cielo. Ma hias aveva
lanciato il secondo carico di fuochi d’artificio. Quelli non erano un
segnale; bensì mascheramento.
In basso, vide due enormi fio i d’acqua schizzare fuori dal canale
mentre Wylan faceva esplodere le sue mine. Giusto in tempo,
mercantuccio.
Si mise il fucile so o il mantello da Signor Cremisi e scese le scale,
fermandosi solo per unirsi a Nina mentre correvano fuori
dall’albergo. Avevano personalizzato ciascuna delle loro maschere
rosse e bianche con una grossa lacrima nera per essere sicuri di
riconoscersi in mezzo agli altri festaioli, ma nella mischia Jesper si
domandò se non avessero fa o meglio a scegliere qualcosa di più
appariscente.
Mentre a raversavano di corsa il ponte, Jesper crede e di aver
visto Ma hias e Wylan avvolti nei loro mantelli rossi, che lanciavano
monete intanto che si facevano strada verso lo Stave. Se avessero
preso a correre, avrebbero destato l’a enzione della stadwatch.
Jesper si sforzò di non ridere. Erano decisamente Ma hias e
Wylan. Ma hias stava scagliando il denaro con troppo vigore e
Wylan con fin troppo entusiasmo. Al braccio del ragazzo serviva un
allenamento serio. Sembrava che stesse facendo di tu o per slogarsi
una spalla.
Da lì, avrebbero imboccato direzioni diverse; ciascuno di loro
avrebbe preso un vicolo o un canale differente che conduceva allo
Stave, e avrebbero bu ato via i costumi da Signor Cremisi in favore
di altri personaggi della Commedia Bruta e altri travestimenti.
Dovevano aspe are il tramonto prima di poter fare ritorno al Velo
Nero.
Un sacco di tempo per cacciarsi nei guai.
Jesper sentiva il richiamo dello Stave dell’Est. Avrebbe potuto
incamminarsi là, farsi una partita a carte, trascorrere qualche ora a
spassarsela con Tre Uomo Mora. Kaz non l’avrebbe presa bene.
Jesper era troppo noto. Una cosa era giocare al Cumulus in una sala
privata perché faceva parte del lavoro. Ma questa era tu ’altra
faccenda. Kaz era sparito insieme alla promessa di un’enorme
ricompensa e a parecchi Scarti di valore. La gente stava facendo le
conge ure più ardite su dove fosse finito, e Ro y aveva de o che Per
Haskell li stava cercando tu i. Con ogni probabilità quella no e gli
ufficiali della stadwatch erano in visita alla Stecca per fare un sacco
di domande scomode, e c’era anche Pekka Rollins di cui
preoccuparsi. “Solo un paio di mani” si ripromise Jesper, “giusto per
togliermi il prurito. Poi andrò a trovare pa’.”
A quel pensiero gli si ribaltò lo stomaco. Non era ancora pronto
per affrontare suo padre da solo, per raccontargli la verità di tu a
questa follia. Improvvisamente il bisogno di sedersi a un tavolo da
gioco lo sopraffece. Al diavolo l’idea di non me ersi a correre. Dal
momento che Kaz non gli aveva dato la soddisfazione di sparare a
qualcosa, a Jesper servivano un paio di dadi e qualche scommessa
per schiarirsi le idee.
Fu in quel momento che il mondo divenne bianco.
Il rumore fu una via di mezzo fra un tuono e il crepitio di un
fulmine. Sollevò Jesper da terra e lo mandò giù disteso mentre un
sibilo sordo gli riempiva le orecchie. Immediatamente il ragazzo si
ritrovò sperduto in una bufera di fumo bianco e di polvere che gli
ostruiva i polmoni. Tossì, e qualunque cosa fosse quella che aveva
inalato, gli gra ò la gola come se l’aria si fosse trasformata in lana di
vetro. Aveva le palpebre ricoperte di sabbia e si sforzò di non
strofinarle, sba endole velocemente, nel tentativo di rimuovere i
minuscoli frammenti.
Si mise carponi, annaspando per respirare, la testa che gli girava.
Un altro Signor Cremisi era per terra vicino a lui, aveva una lacrima
nera disegnata sulla guancia laccata di rosso. Jesper gli tolse la
maschera. Nina aveva gli occhi chiusi e le usciva sangue da una
tempia. Le scrollò una spalla.
«Nina!» gridò sopra le urla e i pianti a orno a lui.
Lei sba é le palpebre ed emise un rantolo, quindi iniziò a tossire e
si tirò su a sedere.
«Che cos’è stato? Cos’è successo?»
«Non lo so» disse Jesper. «Ma qualcun altro oltre a Wylan sta
lanciando delle bombe. Guarda.»
Sul davanti della Casa della Rosa Bianca si era spalancato un
enorme buco nero. Un le o penzolava in modo precario dal secondo
piano, pronto a crollare nell’atrio. I viticci delle rose rampicanti sulla
facciata avevano preso fuoco e l’aria si era riempita di un profumo
acre. Da qualche parte, dentro l’edificio, si sentiva urlare.
«Oh, per tu i i Santi, devo aiutarle» disse Nina. Nella mente
stordita di Jesper affiorò il ricordo che Nina aveva lavorato alla Rosa
Bianca per quasi un anno. «Dov’è Ma hias?» chiese lei, mentre con
gli occhi frugava tra la folla. «Dov’è Wylan? Se si tra a di una delle
trovate a sorpresa di Kaz…»
«Non credo…» iniziò a dire Jesper. Un’altra esplosione scosse il
selciato. Si appia irono a terra, le braccia sulla testa.
«Nel nome di ogni Santo sofferente, che cosa succede?» strillò
Nina per la paura e l’esasperazione. La gente gridava e correva
a orno a loro, alla ricerca di qualche riparo. Nina si rimise in piedi e
scrutò a sud, lungo il canale, verso la nuvola di fumo che si alzava da
un altro bordello.
«È il Frustino di Vimini?»
«No» disse Nina, sul viso un’espressione di orrore nel realizzare
quello che Jesper non aveva ancora capito. «È l’Incudine.»
E non appena lo disse, da un buco nel fianco di quella che era
stata l’Incudine si proie ò in cielo una figura. Planò verso di loro con
mossa fulminea. «Grisha» disse Jesper. «Devono essere so o l’effe o
p
della parem.» Ma quando la figura incombeva sulle loro teste e loro
piegarono il collo per seguirne il percorso, Jesper vide che si era
sbagliato di grosso. Oppure aveva del tu o perso il senno. Non era
un Chiamatempeste quello che volava sopra di loro. Era un uomo
con le ali: affari metallici e giganteschi che si muovevano veloci,
ronzando come le ali di un colibrì. L’uomo teneva qualcuno stre o
fra le braccia, un ragazzo che urlava in quello che sembrava
Ravkiano.
«L’hai visto anche tu? Dimmi che l’hai visto» disse Jesper.
«È Markov» rispose Nina, la paura e la rabbia evidenti sul suo
viso. «Ecco perché hanno preso di mira l’Incudine.»
«Nina!» Ma hias stava a raversando di corsa il ponte con Wylan
alle calcagna. Entrambi tenevano la maschera in cima alla testa, ma
la stadwatch aveva preoccupazioni più grosse al momento.
«Dobbiamo andarcene da qui. Se Van Eck…»
Ma Nina lo afferrò per il braccio: «Quello era Danil Markov.
Lavorava all’Incudine».
«Il tipo con le ali?» chiese Jesper.
«No» disse Nina, scuotendo con foga la testa. «Il prigioniero.
Markov è un Inferno.» Puntò il dito verso il canale. «Hanno colpito
l’Incudine e la Casa della Rosa Bianca. Sono a caccia di Grisha.
Stanno cercando me.»
In quel momento, una seconda figura alata sbucò dalla Rosa
Bianca. Ci fu un’altra esplosione e, quando il muro inferiore cede e,
un uomo e una donna colossali si fecero avanti. Avevano capelli neri
e pelle color bronzo, proprio come l’uomo con le ali.
«Shu» disse Jesper. «Che cosa ci fanno qui? E da quando in qua
volano?»
«Giù le maschere» disse Ma hias. «Dobbiamo me erci al sicuro.»
Fecero scivolare le maschere sul viso. Jesper benedisse il frastuono
che li circondava. Ma, mentre lui formulava quel pensiero, uno degli
Shu annusò l’aria e inspirò a fondo. In preda al terrore, Jesper lo
guardò girarsi lentamente e incollare gli occhi su di loro. Latrò
qualcosa ai suoi compagni, e subito dopo gli Shu puntarono dri i
nella loro direzione.
«Troppo tardi» disse Jesper. Si strappò via maschera e mantello e
si mise in spalla il fucile. «Se sono in cerca di divertimento,
diamogliene un po’. Io bu o giù quello che vola!»
Jesper non aveva intenzione di farsi portare via da una specie di
ragazzo-uccello Shu. Non sapeva dove fosse finito il secondo volatile
e poteva solo sperare che fosse occupato con il prigioniero Inferno.
L’uomo alato sfrecciò a sinistra, a destra, scese in picchiata e ronzò
come un’ape ubriaca. «Stai fermo, moscone» grugnì Jesper, poi fece
partire tre colpi che centrarono in pieno pe o l’uomo alato,
scagliandolo all’indietro.
Solo che il volatile si raddrizzò con una capriola elegante e si
fiondò verso Jesper.
Ma hias stava sparando addosso ai due giganti Shu. Ogni colpo
andava a segno ma, anche se incespicavano, quegli esseri
continuavano a venire avanti.
«Wylan? Nina?» disse Jesper. «Sentitevi liberi di unirvi a noi in
qualunque momento.»
«Ci sto provando» ringhiò lei, le mani alzate, i pugni chiusi. «Ma
sembra che non sentano niente.»
«Giù!» disse Wylan. Si lasciarono cadere sul selciato. Jesper udì
un tonfo e poi vide una macchia nera mentre qualcosa sfrecciava
veloce come un razzo verso l’uomo alato, che scartò a sinistra. La
macchia nera si divise e scoppiò in due palle di fiamme viola. Una
affondò nell’acqua del canale con un sibilo innocuo. L’altra colpì
l’uomo. Lui urlò e si graffiò mentre le fiamme viola gli si
propagavano sul corpo e sulle ali, poi procede e sbandando fuori
ro a e andò a schiantarsi contro un muro, mentre le fiamme
continuavano a divampare, il loro calore palpabile anche a distanza.
«Via di corsa!» urlò Ma hias.
Scapparono verso il vicolo più vicino, Jesper e Wylan in testa,
Nina e Ma hias alle loro calcagna. Wylan si ge ò con noncuranza
una bomba luce dietro le spalle, che fracassò una finestra e rilasciò
una scarica di lucentezza inutile.
«Probabile che tu abbia spaventato a morte qualche povera
ragazza che lavora là» disse Jesper. «Dammi qua.» Agguantò l’altra
bomba luce e la lanciò sul percorso dei loro inseguitori, girandosi
per proteggere gli occhi dall’esplosione. «Ecco come si fa.»
«La prossima volta eviterò di salvarti la vita» disse Wylan
ansimando .
«Ti mancherei. Come a tu i.»
Nina lanciò un urlo. Jesper si girò. Lei era avvolta da una rete
d’argento e si dimenava mentre veniva trascinata all’indietro dalla
donna Shu, ferma con le gambe ben piantate nel centro del vicolo.
Ma hias fece fuoco, ma la donna non fece una piega.
«Le pallo ole non le fanno niente!» disse Wylan. «Credo che abbia
del metallo so opelle.»
Ora che l’aveva de o, Jesper vedeva del ferro scintillare so o le
ferite sanguinanti. Ma cosa voleva dire? Che erano delle specie di
macchine meccaniche? Com’era possibile?
«La rete!» ringhiò Ma hias.
Tu i quanti l’afferrarono e si misero a tirare per me ere in salvo
Nina. Ma la donna Shu continuava a stra onarla all’indietro, una
mano dopo l’altra, con una forza inconcepibile.
«Ci serve qualcosa per tagliare la corda!» gridò Jesper.
«Al diavolo la corda» ringhiò Nina a denti stre i. Estrasse una
rivoltella dalla fondina di Jesper. «Mollate la presa!» ordinò.
«Nina…» protestò Ma hias.
«Fatelo.»
Loro mollarono, e per il contraccolpo Nina schizzò giù per il
vicolo. La donna Shu fece un goffo passo indietro, poi afferrò il
bordo della rete e costrinse la ragazza ad alzarsi in piedi con uno
stra one.
Nina aspe ò fino all’ultimissimo secondo, poi disse: «Vediamo se
sei fa a tu a di ferro».
Ficcò la rivoltella dire amente nella cavità dell’occhio della donna
Shu e preme e il grille o.
L’esplosione non le portò via soltanto l’occhio ma quasi tu a la
sommità del cranio. Per un momento la donna rimase ferma,
aggrappata a Nina, un enorme ammasso di ossa, poltiglia rosa di
cervello e schegge di metallo dove ci sarebbe dovuto essere il resto
della faccia. Quindi crollò a terra.
Nina morse e stra onò la rete per liberarsi. «Fatemi uscire da qui
prima che i suoi amici vengano a cercarci.»
Ma hias squarciò la rete per liberare Nina e si misero tu i a
correre, con i cuori che martellavano veloci e gli stivali che
sba evano forte sui cio oli.
Jesper risentiva le parole preoccupate del padre, come un vento di
allerta che lo sospingeva e lo faceva accelerare ancora di più. Ho
paura per te. Il mondo può essere crudele con quelli come te. Cosa avevano
mandato gli Shu a dare la caccia a Nina? Ai Grisha della ci à? A lui?
L’intera esistenza di Jesper era stata una sequenza di imprese
rocambolesche in cui se l’era cavata per un pelo o aveva sfiorato il
disastro, ma non era mai stato così certo che la sua vita fosse appesa
a un filo.
PARTE TERZA
UNA COSA ALLA VOLTA
11
INEJ

Mentre si allontanavano dallo Stave dell’Ovest, il silenzio tra Kaz e


Inej si allargò come una chiazza d’olio. Avevano abbandonato cappe
e maschere in un cumulo di spazzatura dietro un piccolo bordello
malmesso noto come la Stanza di Velluto dove, a quanto pareva, Kaz
aveva nascosto un altro cambio di vestiti per entrambi. Era come se
tu a la ci à fosse diventata il loro guardaroba, e Inej non poté fare a
meno di pensare ai prestigiatori che si tiravano fuori sciarpe lunghe
un miglio dalle maniche, o facevano sparire le ragazze da scatole che
le ricordavano sempre delle bare non troppo confortevoli.
Vestiti con le giacche pesanti e i pantaloni di tessuto grezzo tipici
degli scaricatori di porto, si fecero strada nel quartiere dei
magazzini, i capelli raccolti so o i berre i, i colle i delle giacche
rialzati nonostante la temperatura mite. Il confine orientale del
quartiere era come una ci à all’interno della ci à, popolato perlopiù
da immigrati che vivevano in alberghi economici e stanze in affi o
oppure in baraccopoli di compensato e lamiere ondulate, segregati
in rioni sgangherati per via della lingua e della nazionalità. A
quell’ora del giorno i residenti della zona erano al lavoro nelle
fabbriche e sulle banchine, ma Inej vide che in alcuni angoli di strada
erano radunati uomini e donne speranzosi che qualche caposquadra
o caporeparto arrivasse a offrire una giornata di lavoro ai più
fortunati.
Dopo essere stata liberata dal Serraglio, Inej aveva vagato per le
strade di Ke erdam per imparare a conoscere la ci à. Era stata
sopraffa a dal chiasso e dalla folla, certa che Tante Heleen o uno dei
suoi tirapiedi l’avrebbero colta di sorpresa e riportata indietro alla
Casa delle Creature Esotiche. Tu avia si era resa conto che, per
tornare utile agli Scarti e guadagnarsi la chiusura del proprio nuovo
g g g p p
contra o, non poteva perme ere alla stramberia del fracasso e dei
cio oli di avere la meglio su di lei. Noi salutiamo la visitatrice
inaspe ata. Avrebbe dovuto imparare a vivere in questa ci à.
Preferiva sempre spostarsi sui te i, lontana da occhi indiscreti,
libera dalla ressa dei corpi. Era lassù che si sentiva davvero se stessa
– la ragazza che era stata una volta, che non aveva avuto il buon
senso di avere paura, che non aveva capito quanto il mondo potesse
essere crudele. Aveva imparato a conoscere i te i a punta e i
davanzali delle finestre della Zelverstraat, i giardini e gli ampi viali
alberati del se ore dell’ambasciata. Si era spinta lontano verso sud,
dove il quartiere delle aziende manifa uriere lasciava il posto ai
ma atoi puzzolenti e ai crematori nell’estrema periferia della ci à:
laggiù le interiora potevano defluire nella palude ai confini di
Ke erdam e il fetore era improbabile che arrivasse, trasportato dal
vento, fino alle zone residenziali. La ci à le aveva rivelato i propri
segreti quasi con timidezza, alternando sprazzi di grandiosità e di
squallore.
Ora lei e Kaz si lasciarono alle spalle le stanze in affi o e i carre i
ambulanti per inoltrarsi più a fondo nell’indaffarato quartiere dei
magazzini e della zona nota come la Trama. Qui le strade e i canali
erano puliti e in ordine, ed erano di ampie dimensioni per consentire
il trasporto delle merci. Oltrepassarono i terreni recintati di legname
grezzo e pietre di cava, gli arsenali di armi e munizioni tenuti so o
stre a sorveglianza, gli enormi depositi di cotone, seta, tele e pelli, e
i magazzini stipati di pacchi pesati con cura contenenti le foglie
secche di jurda che provenivano da Novyi Zem, poi lavorate e
imballate dentro bara oli di stagno dalle etiche e vivaci e infine
spedite via nave agli altri mercati.
Inej si ricordava ancora lo shock che aveva provato quando aveva
visto la scri a SPEZIE RARE dipinta sul lato di uno dei magazzini. Era
un cartellone pubblicitario e le parole erano incorniciate da due
ragazze Suli dipinte con la vernice, i fianchi bronzei nudi, l’arabesco
delle loro scarne vesti di seta suggerito da pennellate d’oro. Inej era
rimasta lì davanti, lo sguardo fisso sul cartellone, a neanche due
miglia di distanza da dov’era stato venduto, comprato e contra ato
ogni diri o sul suo corpo, il cuore che le correva in pe o come una
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lepre, il terrore che si impadroniva dei suoi muscoli, incapace di
sme ere di fissare quelle ragazze con i bracciale i ai polsi e i
campanelli alle caviglie. Alla fine si era imposta di andarsene e,
come se qualche incantesimo si fosse ro o, era corsa via più veloce
che mai, ed era tornata alla Stecca, passando per i te i, con gli scorci
grigi della ci à che le sfilavano so o i piedi spericolati. Quella no e
aveva sognato che le ragazze dipinte avevano preso vita. Erano
intrappolate nel muro di ma oni del magazzino e urlavano per
essere liberate, ma Inej non era in grado di aiutarle.
SPEZIE RARE . Il cartellone era ancora là, sbiadito dal sole. Aveva
ancora presa su di lei, le faceva contrarre i muscoli e alterare il
respiro. Ma forse, quando avesse avuto la sua nave, quando avesse
abba uto il primo schiavista, la vernice si sarebbe scrostata dai
ma oni. I pianti di quelle ragazze nelle loro vesti di seta color menta
si sarebbero tramutati in risate. E non avrebbero ballato per nessun
altro che per se stesse. Di fronte a loro, Inej vide una colonna: era
alta, e sopra c’era la Mano di Ghezen che proie ava la lunga ombra
sulla ricchezza di Kerch. Immaginò i propri Santi legare delle corde
a orno alla colonna e rovesciarla a terra.
Nelle loro giacche informi, lei e Kaz non a iravano su di sé gli
sguardi altrui, sembravano due ragazzi in cerca di lavoro o in
procinto di iniziare il nuovo turno. Eppure Inej non riusciva a
respirare agevolmente. La stadwatch pa ugliava con regolarità le
strade del quartiere dei magazzini e, giusto per evitare che la
protezione venisse a mancare, le compagnie mercantili assumevano
guardie private per essere sicure che le porte rimanessero chiuse a
chiave e che nessuno degli adde i ai lavori di stoccaggio si
prendesse delle libertà. Il quartiere dei magazzini era uno dei luoghi
più sicuri di Ke erdam, e proprio per quello era l’ultimo posto al
mondo in cui Van Eck li avrebbe cercati.
Si avvicinarono a un deposito di tessuti abbandonato. Le finestre
al piano terra erano ro e, i ma oni che le oscuravano anneriti dalla
fuliggine. L’incendio doveva essere avvenuto di recente, ma il
deposito non sarebbe rimasto vuoto a lungo; sarebbe stato ripulito e
ricostruito o semplicemente raso al suolo per fare posto a un nuovo
edificio. A Ke erdam lo spazio era prezioso.
p p
Il lucche o alla porta sul retro era una sfida da niente per Kaz, e si
introdussero al piano terra danneggiato gravemente dal fuoco. La
scala accanto alla facciata del deposito sembrava quasi del tu o
inta a. Salirono, Inej con passo leggero, Kaz con il passo cadenzato
dal ba ere ritmico del bastone.
Quando raggiunsero il terzo piano, Kaz guidò entrambi a un
magazzino dove le pezze di lino erano ancora ammucchiate l’una
sull’altra a formare enormi piramidi. Erano perlopiù rimaste indenni,
ma quelle sul fondo erano macchiate di fuliggine, e il tessuto
emanava uno sgradevole odore di bruciato. Però erano comode. Inej
trovò una specie di posatoio accanto a una finestra che le consentiva
di appoggiare i piedi su un rotolo di tessuto e la schiena su un altro.
Era contenta di essere semplicemente seduta, e di guardare fuori
dalla finestra nella luce acquosa del pomeriggio. Non c’era molto da
vedere, giusto le mura di ma oni nudi del deposito e il bosche o
degli enormi silos di zucchero che incombevano sul porto.
Kaz prese un bara olo di la a da so o una delle vecchie
macchine da cucire e glielo passò. Lei lo aprì: dentro c’erano delle
nocciole e delle galle e avvolte nella carta oleata, e una fiasche a
con il tappo di sughero. E così questo era uno dei rifugi che Van Eck
era così ansioso di scoprire. Inej stappò la fiasche a e annusò.
«Acqua» disse Kaz.
Inej bevve un lungo sorso e mangiò qualche galle a stantia. Era
famelica, e dubitava che avrebbe avuto un pasto caldo a breve. Kaz
l’aveva avvisata che non avrebbero fa o ritorno al Velo Nero fino a
no e fonda, e anche allora non credeva che si sarebbero messi a
cucinare. Lo guardò sistemarsi sul rotolo di tessuto di fronte a lei e
appoggiare il bastone vicino a sé, ma si costrinse a riportare gli occhi
alla finestra, distanti dai movimenti precisi di lui e dalla linea tesa
della sua mascella. Guardare Kaz era pericoloso in un modo nuovo,
diverso da prima. Vedeva la mazza alzarsi, e brillare so o le luci del
palcoscenico della Commedia di Eil. Non farà mai nessuno scambio se
mi trasforma in una storpia. Era grata di sentire addosso il peso dei
propri pugnali. Toccò le impugnature come per salutare dei vecchi
amici e sentì allentare un po’ la tensione che aveva dentro.
«Che cos’hai de o a Van Eck sul ponte?» le chiese infine Kaz.
«Quando stavamo facendo lo scambio?»
«Mi vedrai un’altra volta, ma solo una.»
«Un altro proverbio Suli?»
«Una promessa a me stessa. E a Van Eck.»
«A enta, Spe ro. Non sei portata per il gioco della vende a. Non
sono sicuro che i tuoi Santi Suli approverebbero.»
«Ai miei Santi non piacciono i bulli.» Strofinò la manica sulla
finestra sporca. «Quelle esplosioni» disse lei. «Gli altri staranno
bene?»
«Nessuno di loro si trovava vicino a dove sono state innescate le
bombe. Almeno non quelle che abbiamo visto. Ne sapremo di più
quando torneremo al Velo Nero.»
A Inej non piaceva. E se qualcuno era rimasto ferito? E se nessuno
di loro riusciva a tornare all’isola? Dopo giorni di paura e a esa,
restare seduta lì mentre i suoi amici potevano trovarsi nei guai era
una nuova frustrazione.
Si accorse che Kaz la stava studiando e spostò lo sguardo nella
sua direzione. La luce del sole che filtrava dalla finestra falsava gli
occhi di lui, mutandoli nel colore del tè forte. Non farà mai nessuno
scambio se mi trasforma in una storpia. Il ricordo di quelle parole era
una sensazione fisica, come se pronunciarle le avesse ustionato la
gola.
Kaz continuò a fissarla quando disse: «Ti ha fa o del male?».
Lei si strinse le ginocchia tra le braccia. Perché vuoi saperlo? Per
essere sicuro che io sia ancora in grado di affrontare dei pericoli? Per
aggiungerlo alla lista dei torti per i quali Van Eck dovrà render conto?
Kaz era stato chiaro sulla natura del loro accordo sin dall’inizio.
Inej era un investimento, una risorsa degna di protezione. Lei aveva
voluto credere che fossero diventati qualcosa di più l’uno per l’altra.
Jan Van Eck le aveva so ra o quell’illusione. Inej era tu a intera,
indenne. Non aveva riportato cicatrici o traumi, dalla sua
disavventura alla Commedia di Eil, che cibo e riposo non potessero
guarire. Eppure Van Eck le aveva portato via qualcosa, su questo
non c’erano dubbi. Non gli servirò più a niente. Parole strappate a
qualche luogo nascosto dentro di lei, una verità che non poteva
q g p
fingere di non conoscere. Avrebbe dovuto esserne contenta. Meglio
bru e verità che belle bugie.
Le dita girellarono nel punto in cui la mazza le aveva sfiorato la
gamba ma, quando vide che Kaz seguiva il loro movimento, le
fermò. Incrociò le mani in grembo e scosse la testa. «No. Non mi ha
fa o del male.»
Kaz si reclinò all’indietro e smontò pezzo per pezzo la sua frase
con lo sguardo, lentamente. Non le credeva, ma lei non poteva
convincerlo a fidarsi della sua bugia.
Lui appoggiò il bastone sul pavimento e lo usò per sorreggersi
mentre si sollevava dalla pila di tessuto. «Riposati» le disse.
«Dove stai andando?»
«Ho degli affari da sbrigare vicino ai silos, e voglio vedere che
informazioni riesco a recuperare.» Lasciò il bastone appoggiato a
uno dei rotoli.
«Non lo prendi?»
«Dà troppo nell’occhio, specialmente se Van Eck ha coinvolto la
stadwatch. Riposati» ripeté. «Sei al sicuro qui.»
Lei chiuse gli occhi. Almeno in questo poteva fidarsi di lui.

Quando Kaz la svegliò, il sole stava tramontando e tingendo d’oro la


torre di Ghezen in lontananza. Lasciarono il magazzino,
chiudendolo a chiave, e si unirono ai lavoratori che tornavano a casa
per la no e. Proseguirono verso sud e verso est, evitando le zone più
trafficate del Barile, dove senza dubbio la stadwatch si stava
aggirando furtiva, a caccia, e puntarono verso un’area più
residenziale. Giunti a un canale secondario, salirono a bordo di una
barche a, che pilotarono lungo il Canale di Graf per poi addentrarsi
nelle nebbie che avvolgevano l’Isola del Velo Nero.
Inej percepì la propria frenesia crescere mentre si facevano strada
tra i mausolei e puntavano al centro dell’isola. “Che stiano tu i
bene” pregò. “Che stiano tu i bene.” Alla fine, scorse una luce fioca
e udì l’indistinto mormorio delle loro voci. Si mise a correre,
incurante del fa o che il berre o le scivolò via e le cadde per terra,
tra i rampicanti. Spalancò la porta della tomba.
I cinque che erano all’interno si alzarono di sca o, le pistole e i
pugni alzati, e lei si arrestò di colpo.
Nina strillò: «Inej!».
Poi volò dall’altra parte della stanza e la abbracciò stringendola
forte. A quel punto le furono tu i a orno in una volta, ad
abbracciarla e a darle pacche sulla schiena. Nina non la lasciava più
andare. Jesper ge ò le braccia sulle spalle di entrambe e strillò: «Lo
Spe ro è tornato!», mentre Ma hias rimase fermo, più indietro,
cerimonioso come sempre ma sorridente. Inej spostò lo sguardo dal
ragazzo Shu, seduto al tavolo nel bel mezzo della tomba, all’altro
ragazzo Shu, uguale identico, che le gironzolava accanto.
«Wylan?» domandò a quello più vicino.
Lui proruppe in un gran sorriso, ma sgusciò di lato per dirle: «Mi
dispiace per mio padre».
Inej lo tirò di nuovo a sé per abbracciarlo e sussurrò: «Noi non
siamo i nostri padri».
Kaz picchiò il bastone sopra il pavimento in pietra. Era in piedi
sulla soglia della tomba. «Se abbiamo finito con le smancerie,
avremmo un lavoro da fare.»
«Calma un a imo» disse Jesper, un braccio ancora avvinghiato a
Inej. «Non parleremo di lavoro finché non avremo capito cos’erano
quelle cose nello Stave.»
«Quali cose?» chiese Inej.
«Ti sei persa che mezzo Stave è saltato in aria?»
«Abbiamo visto esplodere la bomba alla Rosa Bianca» disse Inej
«e poi abbiamo sentito un altro boato.»
«All’Incudine» spiegò Nina.
«Dopodiché» disse Inej «siamo scappati via.»
Jesper annuì con aria saggia. «È stato quello il vostro errore. Se
foste rimasti in circolazione, avreste potuto rimanere quasi uccisi da
un tizio Shu con le ali.»
«Due» disse Wylan.
Inej corrugò la fronte. «Due ali?»
«Due tizi» disse Jesper.
«Con le ali?» indagò Inej. «Come un uccello?»
Nina la trascinò verso il tavolo ingombro di roba, dov’era stata
spiegata una mappa di Ke erdam. «No, più come una falena, una
falena meccanica, letale. Hai fame? Abbiamo dei bisco i al
cioccolato.»
«Mi pareva strano» disse Jesper «che non vincesse lei la scorta di
bisco i.»
Nina piazzò Inej su una sedia e le mise la scatola davanti.
«Mangia» le ordinò. «C’erano due Shu con le ali, e un uomo e una
donna che erano… non normali.»
«Il potere di Nina non aveva effe o su di loro» disse Wylan.
«Mmh» mugugnò Nina in modo evasivo, sgranocchiando
delicatamente l’angolo di un bisco o. Inej non aveva mai visto Nina
sgranocchiare niente con delicatezza. Evidentemente l’appetito non
le era tornato, ma si domandò se non ci fosse anche dell’altro.
Ma hias si unì a loro al tavolo. «La donna Shu che abbiamo
affrontato era più forte di me, Jesper e Wylan messi assieme.»
«Hai sentito bene» disse Jesper. «Più forte di Wylan.»
«Io ho fa o il mio» protestò Wylan.
«Decisamente, mercantuccio. Cos’era quella roba viola?»
«Qualcosa di nuovo su cui stavo lavorando. Si basa su
un’invenzione Ravkiana chiamata lumiya; fa delle fiamme quasi
impossibili da spegnere, e io ho cambiato la formula perché sco ino
molto di più.»
«Siamo stati fortunati ad avere te là con noi» disse Ma hias con
un piccolo inchino che lasciò Wylan in uno stato di compiacimento e
totale confusione. «Quelle creature erano praticamente impermeabili
ai proie ili.»
«Quasi» disse Nina in tono triste. «Avevano delle reti. Erano a
caccia di Grisha.»
Kaz si appoggiò con le spalle al muro. «Erano drogati con la
parem?»
Nina scosse la testa. «No. Non credo fossero Grisha. Non hanno
sfoggiato alcun potere, e non si sono curati le ferite. Sembrava che
avessero tipo delle placche metalliche so o la pelle.»
Parlò rapidamente a Kuwei in Shu.
Kuwei emise un gemito. «Kherguud.» Tu i lo fissarono con
sguardo inespressivo. Lui sospirò e disse: «Quando mio padre creato
parem, governo testato parem su Fabrikator».
Jesper piegò la testa di lato. «È una mia impressione o il tuo Kerch
sta migliorando?»
«Mio Kerch è buono. Siete voi che parlate troppo di velocità.»
«D’accordo» disse Jesper scandendo bene le sillabe. «Perché i tuoi
adorati amici Shu hanno testato la parem sui Fabrikator?» Era
stravaccato sulla sedia, le mani sulle rivoltelle, ma Inej non credeva
fino in fondo alla sua posa rilassata.
«Hanno tanti prigionieri Fabrikator» disse Kuwei.
«Sono i più facili da ca urare» so olineò Ma hias, ignorando
l’occhiataccia di Nina. «Finora hanno ricevuto uno scarso
addestramento militare e senza parem i loro poteri tornano poco utili
in ba aglia.»
«I nostri che governano vogliono fare più esperimenti» continuò
Kuwei. «Ma non sanno quanti Grisha possono trovare…»
«Forse, se non ne avessero ammazzati così tanti…» suggerì Nina.
Kuwei annuì, senza cogliere – o senza raccogliere – il sarcasmo
nelle parole della ragazza. «Sì. Hanno pochi Grisha, e la parem fa vita
dei Grisha corta. Allora me ono i do ori a lavorare con Fabrikator
già malati per colpa di parem. Il piano è creare nuovo tipo di soldato,
il Kherguud. Non so se hanno riuscito.»
«Penso di poter rispondere a questa domanda con un grosso
grasso sì» disse Jesper.
«Soldati specialmente modificati» disse Nina pensierosa. «Prima
della guerra giravano voci che avessero tentato di fare qualcosa di
simile a Ravka, rinforzare gli scheletri, alterare la densità ossea,
impiantare il metallo. Fecero esperimenti sui volontari del Primo
Esercito. Oh, sme ila di fare smorfie, Ma hias. I tuoi signori
Fjerdiani si sarebbero comportati esa amente nello stesso modo, se
ne avessero avuto il tempo.»
«I Fabrikator maneggiano le sostanze solide» disse Jesper.
«Metalli, vetro, tessuti. Questo sembra un lavoro da Corporalki.»
“Parla ancora come se non fosse uno di loro” notò Inej. Sapevano
tu i che Jesper era un Fabrikator; persino Kuwei l’aveva scoperto nel
p p p
caos che era seguito alla loro fuga dalla Corte di Ghiaccio. E tu avia,
di rado Jesper dava segno di riconoscere il proprio potere. D’altra
parte era un suo segreto, e poteva farne quello che voleva.
«I Plasmaforme possono essere considerati una via di mezzo tra i
Fabrikator e i Corporalki» disse Nina. «Avevo un’insegnante a
Ravka, Genya Safin. Avrebbe potuto essere sia una Spaccacuore sia
una Fabrikator, a suo piacimento, invece diventò una grande
Plasmaforme. Il lavoro che stai descrivendo in fin dei conti è solo un
tipo superiore di modifica.»
Inej non riusciva a capire del tu o. «Ma ci state dicendo che avete
visto un uomo con delle ali innestate in qualche modo sulla
schiena?»
«No, erano meccaniche. Una specie di stru ura di ferro, e un
telaio, forse? Comunque, qualcosa di più sofisticato che schiaffare un
paio di ali tra le scapole di qualcuno. Bisogna collegarle alla
muscolatura, svuotare le ossa per ridurre il peso corporeo, poi
compensare in qualche modo la perdita del midollo osseo, magari
sostituire del tu o lo scheletro. Il livello di complessità…»
«Parem» disse Ma hias, con le sopracciglia biondo chiaro
aggro ate. «Un Fabrikator so o l’effe o della parem potrebbe
riuscire a eseguire quel genere di modifica.»
Nina allontanò la sedia dal tavolo. «Il Consiglio dei Mercanti non
prenderà provvedimenti contro l’a acco Shu?» chiese a Kaz. «O agli
Shu ora è tranquillamente permesso di andare di qua e di là per tu a
Kerch, far saltare in aria le cose e rapire le persone?»
«Dubito che il Consiglio reagirà» disse lui. «A meno che gli Shu
che vi hanno a accato non indossassero delle divise, è probabile che
il governo di Shu Han negherà qualunque coinvolgimento.»
«Quindi la fanno franca così?»
«Forse no» disse Kaz. «Oggi ho passato un po’ di tempo ai porti a
raccogliere informazioni. Avete presente quelle due navi da guerra
Shu? Il Consiglio delle Maree le ha tirate in secco.»
Gli stivali di Jesper scivolarono giù dal tavolo e finirono sul
pavimento con un tonfo. «Che cosa?»
«Hanno ritirato la marea. Tu a quanta. Hanno usato il mare per
far affiorare una nuova isola e vi hanno arenato sopra tu e e due le
p
navi. Potete vederle distese sui fianchi, le vele che strusciano nel
fango, proprio là nel porto.»
«Una dimostrazione di forza» disse Ma hias.
«A favore dei Grisha o della ci à?» domandò Jesper.
Kaz scrollò le spalle. «Chi lo sa? Ma potrebbe obbligare gli Shu a
stare un po’ più a enti quando vanno a caccia per le strade di
Ke erdam.»
«Il Consiglio delle Maree potrebbe aiutarci?» domandò Wylan.
«Se sanno della parem, dovrà pur preoccuparli quello che potrebbe
accadere se le persone sbagliate finissero per me erci sopra le mani.»
«E come pensi di trovarli?» domandò Nina in tono aspro e
tagliente. «Nessuno conosce la loro identità, nessuno li vede andare
e venire da quelle torri di guardia.» Inej si domandò all’istante se
Nina avesse provato a farsi dare una mano dal Consiglio appena
arrivata a Ke erdam, quando aveva sedici anni ed era una Grisha
lontana dal proprio paese, senza amici e senza la più vaga
conoscenza della ci à. «Gli Shu non si faranno intimidire per
sempre. Hanno creato quei soldati per un motivo.»
«Intelligente, se ci pensate» disse Kaz. «Gli Shu stavano
sfru ando al massimo le loro risorse. Un Grisha dipendente dalla
parem non può sopravvivere a lungo, e allora gli Shu hanno trovato
un altro modo per avvalersi il più possibile dei loro poteri.»
Ma hias scrollò la testa. «Soldati indistru ibili che sopravvivono
ai loro creatori.»
Jesper si passò una mano sulla bocca. «E che vanno fuori a caccia
di altri Grisha. Giuro sui Santi che uno di loro ci ha trovati grazie al
nostro odore.»
«È mai possibile?» chiese Inej inorridita.
«Non ho mai sentito dire che i Grisha emanino un odore
particolare» disse Nina, «ma immagino sia possibile. Se i rece ori
olfa ivi dei soldati sono stati perfezionati… Forse è un odore che la
gente comune non rileva.»
«Non credo che fosse il loro primo a acco» disse Jesper. «Wylan,
ricordi com’era terrorizzato quel Chiamatempeste nella sala dei libri
rari? E non dimentichiamoci della nave mercantile di cui ci ha
parlato Ro y.»
p y
Kaz annuì. «È stata fa a a pezzi, e hanno trovato morto un
gruppe o di marinai. In quel momento, hanno pensato che il
Chiamatempeste che faceva parte dell’equipaggio avesse disertato, e
che se la fosse svignata prima di estinguere il proprio contra o. Ma
forse non è sparito. Forse è stato ca urato. Era uno dei Grisha del
Consigliere Hoede.»
«Emil Retvenko» disse Nina.
«Lui. Lo conoscevi?»
«Sapevo di lui. Quasi tu i i Grisha si conoscono l’un l’altro. Ci
scambiamo informazioni, proviamo a tenerci reciprocamente
d’occhio. Gli Shu devono avere delle spie qui, se sapevano dove
andare a cercare ciascuno di noi. Gli altri Grisha…» Nina si alzò,
quindi si aggrappò allo schienale della sedia, come se il movimento
brusco le avesse fa o girare la testa.
Inej e Ma hias furono in piedi all’istante.
«Stai bene?» le chiese Inej.
«Splendidamente» disse Nina con un sorriso poco convincente.
«Ma se gli altri Grisha di Ke erdam sono in pericolo…»
«Cosa vorresti fare?» disse Jesper, e Inej rimase sorpresa dal suo
tono di voce duro. «Sei fortunata a essere viva dopo quello che è
successo oggi. Quei soldati Shu possono annusarci, Nina.» Si voltò
verso Kuwei. «È stato tuo padre a renderlo possibile.»
«Ehi» disse Wylan, «vacci piano.»
«Piano? Le cose non bu avano già abbastanza male per i Grisha
prima? E se ci rintracciano sul Velo Nero? Siamo in tre, qui.»
«Wylan ha ragione. Vacci piano. La ci à non era sicura prima e
non lo è adesso. Facciamo allora che diventiamo ricchi a sufficienza
per trasferirci» tagliò corto Kaz.
Nina si mise le mani sui fianchi. «Stiamo sul serio parlando di
soldi?»
«Stiamo parlando di lavoro e di farla pagare a Van Eck.»
Inej prese Nina so obraccio. «Io vorrei sapere cosa possiamo fare
per aiutare i Grisha che sono ancora a Ke erdam.» Vide la mazza
scintillare mentre raggiungeva l’altezza massima dell’arco. «E vorrei
sapere anche in che modo la faremo pagare a Van Eck.»
«Abbiamo problemi più grandi qui» disse Ma hias.
p p g q
«Non io» disse Jesper. «Io ho solo due giorni per sistemare le cose
con mio padre.»
Inej non era certa di aver sentito bene. «Tuo padre?»
«Già. Riunione di famiglia a Ke erdam» disse Jesper. «Siete tu i
invitati.»
Inej non si lasciò ingannare dal tono frivolo di Jesper. «Il
prestito?»
Jesper riportò le mani sulle rivoltelle. «Sì. Ecco perché mi
piacerebbe proprio sapere come intendiamo regolare i conti.»
Kaz spostò il proprio peso sul bastone. «Qualcuno di voi si è mai
chiesto cos’ho fa o con tu i i soldi che ci ha dato Pekka Rollins?»
A Inej si torsero le budella. «Sei andato da Pekka Rollins a
chiedere un prestito?»
«Non lo farei mai. Gli ho venduto le mie azioni di Quinto Porto e
del Club dei Corvi.»
No. Kaz li aveva tirati su dal niente. Quei posti erano la
testimonianza di ciò che aveva fa o per gli Scarti. «Kaz…»
«Dove pensate che siano andati a finire quei soldi?» ripeté lui.
«Pistole?» chiese Jesper.
«Navi?» si interrogò Inej.
«Bombe?» suggerì Wylan.
«Favori politici?» azzardò Nina. Si girarono tu i a guardare
Ma hias. «Questo è il momento in cui ci dici che siamo delle bru e
persone» gli sussurrò lei.
Lui fece spallucce. «Sembrano tu e delle opzioni valide.»
«Zucchero» disse Kaz.
Jesper spinse la zuccheriera verso di lui.
Kaz alzò gli occhi al cielo. «Non per il mio caffè, idiota. Ho usato i
soldi per comprare le azioni dello zucchero e me erle su dei conti
privati intestati a tu i noi… so o pseudonimi, ovviamente.»
«Non mi piacciono le speculazioni finanziarie» disse Ma hias.
«Certo che no. A te piacciono le cose che puoi vedere. Come le
montagne di neve e le generose divinità degli alberi.»
«Oh, eccolo!» disse Inej, appoggiando la testa sulla spalla di Nina
e sorridendo a Ma hias. «Mi è mancato quello sguardo torvo.»
«E poi» disse Kaz, «non è propriamente speculazione se sai come
andrà a finire.»
«Sai qualcosa della coltivazione dello zucchero?» domandò Jesper.
«So qualcosa delle scorte.»
Wylan si raddrizzò sulla sedia. «I silos» disse. «I silos di Dolce
Vena.»
«Molto bene, mercantuccio.»
Ma hias scrollò la testa. «Che cos’è Dolce Vena?»
«È una zona appena a sud di Sesto Porto» disse Inej. Le venne in
mente la veduta dei giganteschi silos che dominavano dall’alto il
quartiere dei magazzini. Erano grandi come montagne. «È lì che
tengono lo sciroppo di melassa, lo zucchero grezzo di canna e gli
impianti di raffinazione dello zucchero. Proprio oggi siamo stati lì
vicino. Non si tra a di una coincidenza, vero?»
«No» disse Kaz. «Volevo che tu dessi un’occhiata al terreno. La
maggior parte dello zucchero grezzo di canna arriva dalle Colonie
del Sud e da Novyi Zem ma, nei prossimi tre mesi, non ci sarà un
altro raccolto. Quello di questa stagione è già stato prelevato,
processato, raffinato e immagazzinato nei silos di Dolce Vena.»
«Ci sono trenta silos» disse Wylan. «Mio padre ne possiede dieci.»
Jesper fischiò. «Van Eck controlla un terzo delle scorte mondiali di
zucchero?»
«Possiede i silos» disse Kaz, «ma soltanto una percentuale dello
zucchero che contengono. Lui mantiene i silos a proprie spese,
fornisce le guardie che li sorvegliano e paga i Chiamatempeste che
tengono so o controllo l’umidità al loro interno in modo che i
granelli di zucchero restino asciu i e non si a acchino. I mercanti
che possiedono lo zucchero gli pagano una piccola percentuale su
ogni vendita. Come fare soldi in fre a.»
«Una ricchezza tanto immensa so o la custodia di un uomo solo»
considerò Ma hias. «Se dovesse accadere qualcosa a quei silos, il
prezzo dello zucchero…»
«Schizzerebbe alle stelle come uno dei fuochi d’artificio di Wylan»
disse Jesper, balzando in piedi e me endosi a camminare avanti e
indietro.
«Il prezzo salirebbe e continuerebbe a salire» disse Kaz. «E da
qualche giorno a questa parte noi siamo in possesso delle azioni
delle società che non immagazzinano lo zucchero con Van Eck. Al
momento, valgono tanto quanto le abbiamo pagate. Ma una volta
che avremo distru o lo zucchero nei silos di Van Eck…»
Jesper stava saltellando sulla punta dei piedi. «Le nostre azioni
varranno cinque, forse dieci volte quello che valgono ora.»
«Azzarda pure trenta.»
Jesper fece un fischio. «Volentieri.»
«Potremmo venderle e ricavarci un profi o enorme» disse Wylan.
«Potremmo diventare ricchi da un giorno all’altro.»
Inej pensò a una gole a agile e sca ante, caricata con l’artiglieria
pesante. Poteva essere sua. «Ricchi tipo trenta milioni di kruge?»
chiese. Era la ricompensa che Van Eck doveva loro per il colpo alla
Corte di Ghiaccio. Quella che non aveva mai avuto intenzione di
pagare.
Sul viso di Kaz apparve l’ombra di un sorriso. «Milione più,
milione meno.»
Wylan si stava rosicchiando l’unghia di un pollice. «Mio padre
può sopportare una perdita. Gli altri mercanti, quelli che tengono il
loro zucchero nei suoi silos, subiranno i danni peggiori.»
«Vero» disse Ma hias. «E se noi distruggiamo i silos, sarà
evidente che quello preso di mira è Van Eck.»
«Potremmo farlo passare per un incidente» suggerì Nina.
«Sarà così» disse Kaz. «All’inizio. Grazie al tonchio. Diglielo,
Wylan.»
Wylan si sporse in avanti come uno scolare o impaziente di
dimostrare di sapere tu e le risposte. Tirò fuori dalla tasca una
bocce a. «Questa versione funziona.»
«È un tonchio?» chiese Inej, esaminandola da vicino.
«Un tonchio chimico» disse Jesper. «Ma Wylan non gli ha ancora
dato un nome. Io propongo di chiamarlo Wylonchio.»
«Fa schifo» disse Wylan.
«È geniale.» Jesper gli fece l’occhiolino. «Proprio come te.»
Wylan arrossì.
«Anch’io fa o mia parte» disse Kuwei, imbronciato.
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«È vero» ammise Wylan.
«E noi gli faremo una targa» disse Kaz. «Di’ loro come funziona.»
Wylan si schiarì la gola. «A darmi l’idea è stata la mala ia della
canna: basta qualche ba erio per rovinare un’intera coltura. Una
volta ge ato il tonchio nel silo, lui andrà avanti a scavarsi la strada,
usando lo zucchero raffinato come combustibile finché non sarà altro
che una poltiglia inutile.»
«Fa reazione con lo zucchero?» domandò Jesper.
«Sì, con ogni tipo di zucchero. Anche con piccole tracce, se rileva
la presenza di idratazione sufficiente, per cui tenetelo lontano da
sudore, sangue e saliva.»
«Non leccate il Wylonchio. Qualcuno se lo vuole segnare?»
«Quei silos sono giganteschi» disse Inej. «Quanto ce ne servirà?»
«Una bocce a per ogni silo» disse Wylan.
Inej sgranò gli occhi davanti alla fiale a di vetro. «Veramente?»
«Così minuscola e così letale» disse Jesper. Strizzò di nuovo
l’occhiolino. «Proprio come te.»
Nina scoppiò a ridere, e Inej non poté fare a meno di ricambiare il
sorriso a trentadue denti di Jesper. Il corpo le doleva e le sarebbe
piaciuto dormire per due giorni di fila, ma sentiva che una parte di
sé si stava sciogliendo, che stava lasciandosi alle spalle il terrore e la
rabbia della se imana precedente.
«Il tonchio farà sembrare un incidente la distruzione dello
zucchero» disse Wylan.
«Sì» disse Kaz, «finché gli altri mercanti non scopriranno che Van
Eck ha fa o ince a dello zucchero non immagazzinato nei suoi
silos.»
Wylan sgranò gli occhi. «Che cosa?»
«Ho usato metà dei soldi per le nostre azioni. E ho usato il resto
per acquistare azioni per conto di Van Eck – meglio, per conto di una
società finanziaria intestata ad Alys. Non potevo farla troppo ovvia.
Le azioni sono state acquistate in contanti perché i contanti non sono
rintracciabili. Ma i documenti che autenticano il loro acquisto
verranno trovati stampati e sigillati nell’ufficio del suo avvocato.»
«Cornelis Smeet» disse Ma hias in tono sorpreso. «Inganno sopra
inganno. Non stavi solo cercando di scoprire dov’era Alys Van Eck
g p y
quando sei entrato di nascosto nel suo ufficio.»
«Non vinci se giochi una partita alla volta» disse Kaz. «La
reputazione di Van Eck subirà un duro colpo quando lo zucchero
sarà andato perso. Ma quando le persone che gli hanno dato dei
soldi per tenerlo al sicuro scopriranno che lui ha tra o un profi o
dalle loro perdite, andranno a esaminare con a enzione quei silos.»
«E troveranno le tracce del tonchio» finì per lui Wylan.
«Danneggiamento della proprietà privata, inquinamento dei
mercati finanziari» mormorò Inej. «Sarà la sua fine.» Ripensò a Van
Eck che faceva segno al suo lacchè di prendere la mazza. Non voglio
che sia una fra ura ne a. Riduci l’osso in frantumi. «Potrebbe finire in
prigione?»
«Sarà accusato di aver violato i contra i e aver tentato di
manome ere il mercato» disse Kaz. «Non c’è crimine più grande
secondo le leggi di Kerch. Le sentenze sono le stesse che per
l’omicidio. Potrebbe essere impiccato.»
«Sarà giustiziato?» disse Wylan a bassa voce. Usò un dito per
tracciare una linea sulla mappa di Ke erdam, lungo tu o il percorso
che andava dalla Dolce Vena al Barile, e poi sulla Geldstraat, dove
viveva suo padre. Jan Van Eck aveva cercato di ucciderlo. Lo aveva
scartato come un rifiuto. Ma Inej si domandò se Wylan fosse pronto
a condannare suo padre a morte.
«Dubito che finirà appeso a una corda» disse Kaz. «Io dico che gli
rifileranno un’imputazione minore. Nessuno del Consiglio dei
Mercanti vorrà mandare alla forca uno dei propri membri. E se mi
chiedi se vedrà mai veramente l’interno di una cella…» Fece
spallucce. «Dipende da quanto sarà bravo il suo avvocato.»
«Però sarà bandito dal commercio» disse Wylan, con una voce
quasi stupita. «Le proprietà gli saranno sequestrate per ripagare lo
zucchero andato perso.»
«Sarà la fine dell’impero dei Van Eck» disse Kaz.
«E che cosa ne sarà di Alys?» domandò Wylan.
Kaz fece di nuovo spallucce. «A nessuno verrà in mente che
quella ragazza possa avere qualcosa a che fare con un complo o
finanziario. Alys chiederà il divorzio e probabilmente tornerà a stare
con i genitori. Piangerà per una se imana, canterà per due, e poi se
ne farà una ragione. Forse sposerà un principe.»
«O forse un insegnante di musica» disse Inej, ricordandosi del
terrore di Bajan quando aveva sentito che Alys era stata rapita.
«C’è solo un piccolo problema» disse Jesper «e quando dico piccolo
intendo enorme, abbagliante, della serie dimentichiamoci-di-tu a-
questa-faccenda-e-andiamo-a-farci-una-birra. I silos. Io lo so che
siamo tu i per violare l’inviolabile, ma come pensiamo di
intrufolarci dentro?»
«Kaz può scassinare le serrature» disse Wylan.
«No» disse Kaz. «Non posso.»
«Non credo di aver mai sentito quelle parole uscirti di bocca» si
sorprese Nina. «Ripetile, forti e chiare.»
Kaz la ignorò. «Sono serrature a quadrifoglio. Qua ro chiavi in
qua ro toppe che vanno girate tu e insieme altrimenti fanno
sca are le porte di sicurezza e un allarme. Io posso scassinare
qualunque serratura, ma non posso scassinarne qua ro alla volta.»
«E allora come entriamo?» chiese Jesper.
«I silos si possono aprire anche in cima.»
«Quei silos sono alti quasi venti piani. Inej farà su e giù dieci volte
in una no e?»
«Solo una» disse Kaz.
«E poi cos’altro?» disse Nina, le mani di nuovo sui fianchi e gli
occhi verdi in fiamme.
Inej pensò ai silos torreggianti e allo spazio vuoto tra loro.
«E poi» disse Inej «passerò da un silo all’altro camminando su una
corda tesa.»
Nina alzò le braccia al cielo. «E tu o senza una rete di protezione,
immagino.»
«I Ghafa non si esibiscono con la rete» disse Inej indignata.
«Ai Ghafa capita spesso di esibirsi a venti piani di altezza sopra il
selciato dopo essere stati tenuti prigionieri per una se imana?»
«Ci sarà la rete» disse Kaz. «È già sul posto dietro la guardiola del
silo, so o una pila di sacchi di sabbia.»
Il silenzio che si fece dentro la tomba fu improvviso e totale. Inej
non riusciva a credere alle proprie orecchie. «Non mi serve una
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rete.»
Kaz controllò l’orologio. «Non te l’ho chiesto. Abbiamo sei ore per
dormire e guarire. Ruberò quello che ci occorre al Circo Zirkoa. È
accampato nella periferia occidentale della ci à. Inej, fai una lista di
quel che ti serve. Colpiremo i silos entro ventiqua r’ore.»
«Assolutamente no» disse Nina. «Inej ha bisogno di riposare.»
«Vero» concordò Jesper. «È così esile da volar via in un soffio di
vento.»
«Sto bene» li rassicurò Inej.
Jesper alzò gli occhi al cielo. «Dici così tu e le volte.»
«Non è così che vanno le cose da queste parti?» domandò Wylan.
«Non diciamo tu i a Kaz che stiamo bene e poi facciamo qualcosa di
stupido?»
«Siamo così prevedibili?» fece Inej.
Wylan e Ma hias risposero all’unisono: «Sì».
«Volete ba ere Van Eck?» domandò loro Kaz.
Nina si lasciò scappare un sospiro esasperato. «Ovviamente.»
Gli occhi di Kaz scrutarono la tomba, passando da un viso
all’altro. «Siete sicuri? Li volete i vostri soldi? I soldi per cui abbiamo
lo ato, e versato sangue, e rischiato di affogare? Oppure volete che
Van Eck si congratuli con se stesso per aver scelto un gruppe o di
nullità del Barile da truffare? Perché sappiate che nessun altro si
prenderà la briga di fargliela pagare al posto nostro. A nessuno
fregherà niente che lui ci abbia imbrogliati, o che noi abbiamo
rischiato la vita per niente. Nessun altro farà giustizia. Per cui ve lo
chiedo di nuovo: volete ba ere Van Eck?»
«Sì» disse Inej. Lei la voleva, una qualche giustizia.
«Decisamente» le fece eco Nina.
«Io lo voglio picchiare sulle orecchie con il flauto di Wylan» disse
Jesper.
Uno dopo l’altro, annuirono tu i.
«La posta in gioco è cambiata» disse Kaz. «Basandomi sulla sua
piccola dimostrazione di forza di oggi, è probabile che Van Eck stia
già facendo affiggere in giro per Ke erdam dei manifesti con le
nostre facce sopra, e ho il sospe o che stia anche offrendo una gran
bella ricompensa. Sta sfru ando a suo favore la credibilità di cui
p
gode e, prima noi la facciamo a pezzi, meglio è. Ci prenderemo i suoi
soldi, la sua reputazione e la sua libertà, tu o in una no e. Ma
questo vuol dire che noi non ci fermiamo. Infuriato com’è, Van Eck
consumerà una bella cena e poi crollerà in un sonno travagliato nel
suo soffice le o da mercante. I soldati semplici della stadwatch
riposeranno le loro menti esauste fino al turno successivo,
chiedendosi se magari guadagneranno un po’ di più grazie agli
straordinari. Invece noi non ci fermiamo. Il tempo corre. Riposeremo
quando saremo ricchi. D’accordo?»
Ci fu un altro giro di assensi.
«Nina, ci sono delle guardie che fanno la ronda a orno ai silos. Tu
sarai il diversivo, una Ravkiana in crisi, appena arrivata in ci à, in
cerca di lavoro nel quartiere dei magazzini. Bisogna che tu li tenga
occupati abbastanza a lungo da perme ere a tu i noi di infilarci
dentro e a Inej di scalare il primo silo. Poi…»
«A una condizione» disse Nina, le braccia incrociate.
«Questa non è una negoziazione.»
«Con te, Brekker, tu o è una negoziazione. Non mi stupirei se
avessi negoziato con tua madre l’uscita dal suo ventre. Per farlo,
voglio che portiamo tu i gli altri Grisha fuori dalla ci à.»
«Scordatelo. Non gestisco un’organizzazione benefica per
rifugiati.»
«E allora mi chiamo fuori.»
«Bene. Sei fuori. Riceverai comunque la tua parte per il tuo
contributo all’assalto alla Corte di Ghiaccio, ma non ho bisogno di te
in questa banda.»
«No» disse Inej con calma. «Ma di me sì.»
Kaz si mise il bastone tra le gambe. «Sembra che vi siate costruiti
tu i delle alleanze.»
A Inej tornò in mente il modo in cui, solo poche ore prima, il sole
aveva giocato con i suoi occhi castani. Ora avevano il colore del caffè
diventato amaro durante l’infusione. Ma lei non si sarebbe tirata
indietro.
«Si chiamano amicizie, Kaz.»
Lo sguardo di lui si spostò su Nina. «Non mi piace essere tenuto
in ostaggio.»
gg
«E a me non piacciono le scarpe che ti comprimono le dita dei
piedi, ma a tu i tocca soffrire. Vivila come una sfida al tuo cervello
mostruoso.»
Dopo una lunga pausa Kaz disse: «Di quante persone stiamo
parlando?».
«Di meno di trenta Grisha in ci à, che io sappia, a parte il
Consiglio delle Maree.»
«E come vorresti radunarli? Distribuendo degli opuscoli che li
indirizzino a una za era gigante?»
«C’è una taverna vicino all’ambasciata Ravkiana. Noi Grisha la
usiamo per lasciarci messaggi e scambiarci informazioni. Posso
spargere la voce da lì. Poi quel che ci servirà è giusto una nave. Van
Eck non può controllare tu i i porti.»
Inej non voleva fare quella in disaccordo, ma non poteva non
dirlo. «Secondo me, può. Van Eck detiene il pieno controllo del
governo della ci à. E tu non hai visto la sua reazione quando ha
scoperto che Kaz aveva osato portargli via Alys.»
«Per favore, dimmi che ha davvero schiumato dalla bocca»
implorò Jesper.
«C’è andato vicino.»
Kaz zoppicò fino alla porta della tomba e si mise a guardare fisso
nell’oscurità. «Van Eck non avrà preso alla leggera la decisione di
coinvolgere la ci à. È un rischio, e non l’avrebbe corso se non avesse
avuto l’intenzione di sfru arlo al massimo. Avrà messo ogni porto e
ogni torre di guardia sulla costa in piena allerta, con l’ordine di
interrogare chiunque tenti di lasciare Ke erdam. Gli sarà bastato
dire di aver scoperto che i rapitori di Wylan hanno intenzione di
portarlo via da Kerch.»
«Cercare di far uscire tu i i Grisha sarà estremamente pericoloso»
disse Ma hias. «L’ultima cosa di cui abbiamo bisogno è che
qualcuno di loro cada nelle mani di Van Eck quando lui potrebbe
avere ancora una scorta di parem.»
Jesper tamburellò con le dita sopra i manici delle sue rivoltelle.
«Ci serve un miracolo. E magari una bo iglia di whisky. Aiuta a
lubrificare la scatola cranica.»
«No» disse Kaz. «Ci serve una nave. Una nave che possibilmente
non desti sospe i, una nave che Van Eck e la stadwatch non abbiano
motivo di fermare. Ci serve una delle sue navi.»
Nina si agitò. «L’impero commerciale di Van Eck dev’essere pieno
di navi dire e a Ravka.»
Ma hias incrociò le imponenti braccia, considerando la cosa.
«Portare fuori i rifugiati Grisha su una delle imbarcazioni di
proprietà di Van Eck?»
«Ci serviranno un manifesto di carico contraffa o e i documenti
di transito» disse Inej.
«Perché pensi che abbiano cacciato Specht dalla marina?» chiese
Kaz. «Falsificava licenze e ordini di approvvigionamento.»
Wylan si tirò in fuori un labbro. «Ma non si tra a solo di qualche
documento. Facciamo che siano trenta rifugiati Grisha. Il capitano di
una nave vorrà sapere perché trenta persone…»
«Trentuno» disse Kuwei.
«Davvero ci stai seguendo?» disse Jesper incredulo.
«Nave dire a per Ravka» disse Kuwei. «Questo capisco
benissimo.»
Kaz fece spallucce. «Se stiamo per impadronirci di una nave, tanto
vale che ti ci carichiamo sopra.»
«E trentuno sia» disse Nina con un sorriso, sebbene Ma hias non
fosse neanche lontanamente così entusiasta, a giudicare dal muscolo
che si contraeva nervosamente so o la sua mandibola.
«D’accordo» disse Wylan, lisciando una piega nella mappa.
«Comunque il capitano di una nave si domanderà perché ci sono
trentun persone da aggiungere al manifesto di carico.»
«No, se il capitano crede di essere a parte di un segreto» disse
Kaz. «Van Eck scriverà una le era dai toni forti e appassionati,
chiedendo al capitano di usare la massima discrezione nel
trasportare questi preziosi rifugiati politici, e di tenerli nascosti a
tu i i costi da chiunque possa essersi fa o corrompere dagli Shu,
compresa la stadwatch. Van Eck prome erà al capitano una cospicua
ricompensa per quando sarà di ritorno, giusto per essere certo che
non si faccia venire in mente di rivendere a sua volta i Grisha.
Abbiamo già un campione della calligrafia di Van Eck. Ci serve solo
il suo sigillo.»
«Dove lo tiene?» chiese Jesper a Wylan.
«Nel suo ufficio. Perlomeno, una volta lo teneva lì.»
«Dovremo entrare e uscire senza che lui se ne accorga» disse Inej.
«E dopo dovremo andare via in fre a. Non appena Van Eck si
renderà conto che il sigillo è sparito, capirà che cosa stiamo
combinando.»
«Siamo penetrati nella Corte di Ghiaccio» disse Kaz. «Secondo me
possiamo farcela a penetrare nell’ufficio di un mercante.»
«Be’, siamo quasi morti nel penetrare nella Corte di Ghiaccio» ci
tenne a precisare Inej.
«Diverse volte, se la memoria non mi inganna» fece notare Jesper.
«Io e Inej abbiamo trafugato un DeKappel dalla casa di Van Eck.
Sappiamo già com’è fa a. Andrà tu o bene.»
Con il dito sulla mappa, Wylan stava tracciando il percorso della
Geldstraat un’altra volta. «Non avete mai dovuto aprire la cassaforte
di mio padre.»
«Van Eck tiene il sigillo in una cassaforte?» disse Jesper ridendo.
«È quasi come se volesse che glielo portiamo via. Kaz è più bravo a
fare amicizia con le serrature a combinazione che con le persone.»
«Non l’avete mai vista, una cassaforte come quella» disse Wylan.
«L’ha fa a installare dopo il furto del DeKappel. Ha una
combinazione a se e cifre che lui reimposta ogni giorno, e le
serrature sono provviste di cilindri falsi per confondere gli
scassinatori.»
Kaz scrollò le spalle. «Allora aggireremo il problema. Invece di
essere elegante, sarò pratico.»
Wylan scosse la testa. «Le pareti della cassaforte sono fa e di una
lega speciale rinforzata con acciaio Grisha.»
«Un’esplosione?» suggerì Jesper.
Kaz sollevò un sopracciglio. «Temo che Van Eck se ne
accorgerebbe.»
«Un’esplosione piccola piccola?»
Nina sbuffò. «A te basta far saltare in aria qualcosa.»
«A dir la verità…» cominciò Wylan. Piegò la testa di lato, forse
per ascoltare una canzone lontana. «Ora di domani ma ina non
avremmo un posto dove nasconderci se fossimo là, ma se
riuscissimo a portar fuori dal porto i rifugiati prima che mio padre
scopra il furto… non so ancora bene dove reperire i materiali, però
potrebbe funzionare…»
«Inej» bisbigliò Jesper. Lei si sporse in avanti, sbirciando Wylan.
«È quella faccia là? Quella che trama qualcosa?»
«Può darsi.»
Wylan tornò alla realtà. «Non lo è. Però… però penso proprio di
avere un’idea.»
«Siamo tu ’orecchi, mercantuccio» disse Kaz.
«Il tonchio, di base, non è altro che una versione molto più stabile
dell’acido aurico.»
«Ma certo» disse Jesper. «Ovvio. E cosa sarebbe?»
«Un corrosivo. Emana una piccola quantità di calore appena
inizia a reagire, ma è incredibilmente potente e incredibilmente
esplosivo. È in grado di fendere l’acciaio Grisha e praticamente
qualsiasi altra cosa a parte il vetro di balsa.»
«Vetro?»
«Il vetro e la linfa che si o engono dalla balsa neutralizzano il suo
effe o corrosivo.»
«E dove possiamo recuperare una cosa del genere?»
«Possiamo trovare uno degli ingredienti che mi servono in una
fonderia. Usano il corrosivo per ripulire i metalli ossidati. L’altro
potrebbe essere più difficile da recuperare. Ci servirebbe una cava
con una vena aurica o un alogenuro simile.»
«La cava più vicina si trova a Olendaal» disse Kaz.
«Potrebbe andare bene. Una volta recuperati entrambi i composti,
dovremo stare molto a enti con il trasporto» continuò Wylan. «A
dirla tu a, dovremo stare molto più che a enti. A reazione ultimata,
l’acido aurico è fondamentalmente innocuo, ma mentre è a ivo…
Be’, è un buon modo per perdere le mani.»
«Per cui» disse Jesper, «se recuperiamo quegli ingredienti, e se
riusciamo a trasportarli separatamente, e se a iviamo quest’acido
aurico, e se non perdiamo un arto durante tu o il processo…?»
p p
Wylan si tirò una ciocca di capelli. «Potremmo sciogliere la porta
della cassaforte in una manciata di minuti.»
«Senza danneggiare quello che contiene?» chiese Nina.
«Se va tu o bene.»
«Se va tu o bene» ripeté Kaz. «Mi sono trovato in situazioni
peggiori. Dobbiamo scoprire quali navi sono in partenza per Ravka
domani sera e me ere Specht a falsificare manifesto e documenti di
transito. Nina, dopo che avremo scelto la nave, la tua piccola banda
di rifugiati ce la farà a raggiungere il molo per conto proprio oppure
dovremo accompagnarli noi per mano?»
«Non so quanto bene conoscano la ci à» ammise Nina.
Kaz tamburellò con le dita sulla testa di corvo del bastone. «Io e
Wylan possiamo occuparci della cassaforte. Possiamo mandare
Jesper a scortare i Grisha e possiamo tracciare un itinerario in modo
che Ma hias porti Kuwei al molo. Però così resta solo Nina a
distrarre le guardie e a gestire la rete di Inej ai silos. La rete ha
bisogno di almeno tre persone a orno per servire a qualcosa.»
Inej si stiracchiò e si sgranchì delicatamente le spalle. Era bello
essere di nuovo tra la sua gente. Era stata via solo pochi giorni, ed
erano seduti in un mausoleo umido, eppure le sembrava lo stesso
una rimpatriata.
«Te l’ho de o» gli fece. «Io mi esibisco senza rete.»
12
KAZ

Rimasero alzati a me ere a punto il loro piano fin oltre la


mezzano e. Kaz diffidava dei cambiamenti apportati al programma
tanto quanto della prospe iva di gestire il branco di Grisha di Nina.
Tu avia, anche se non l’aveva dato a vedere agli altri, c’erano degli
elementi, in questa nuova direzione, che trovava alle anti. Per
esempio la possibilità che Van Eck avesse iniziato a capire quello che
stavano facendo gli Shu e si me esse a inseguire per conto suo i
Grisha rimasti in ci à. Loro erano un’arma che Kaz non voleva
vedere nell’arsenale del mercante.
Ma non potevano lasciare che il loro salvataggio li rallentasse.
Con così tanti nemici coinvolti, stadwatch compresa, non potevano
perme erselo. Con il tempo, gli Shu avrebbero smesso di
preoccuparsi delle navi da guerra arenate e del Consiglio delle
Maree, e si sarebbero presentati al Velo Nero. Kaz voleva Kuwei
fuori dalla ci à e fuori dai giochi il prima possibile.
Alla fine misero da parte le liste e gli schemi, ripulirono il tavolo
dai resti del loro pasto improvvisato per evitare di a irare i ra i e
spensero le lanterne.
Gli altri dormivano. Kaz non ci riusciva. Aveva parlato sul serio,
prima. Van Eck aveva più soldi, più alleati e il potere della ci à alle
spalle. Non potevano limitarsi a essere solo più intelligenti di lui,
dovevano essere implacabili. E Kaz vedeva quello che gli altri non
vedevano. Avevano vinto una ba aglia; si erano prefissi di liberare
Inej e c’erano riusciti. Ma il mercante stava ancora vincendo la
guerra.
Il fa o che Van Eck fosse disposto ad andare incontro a dei rischi
coinvolgendo la stadwatch, e di conseguenza il Consiglio dei
Mercanti, significava che credeva davvero di essere invulnerabile.
g
Kaz aveva ancora il biglie o mandato da Van Eck per organizzare
l’incontro a Vellgeluk, ma non era granché come prova delle trame
di quell’uomo. Gli venne in mente quello che gli aveva de o Pekka
Rollins al Palazzo di Smeraldo, quando Kaz aveva affermato che il
Consiglio dei Mercanti non avrebbe mai tollerato le a ività illegali di
Van Eck. E chi glielo dirà? Un ra o di fogna che proviene dai peggiori
bassifondi del Barile? Non prenderti in giro da solo, Brekker.
Sul momento, Kaz era riuscito a malapena a conne ere, avvolto
com’era nella rabbia confusa che calava su di lui quando si ritrovava
in presenza di Rollins, e che lo spogliava della motivazione che lo
guidava e della pazienza su cui faceva affidamento. Ogni volta che
aveva Pekka a orno, Kaz perdeva i contorni di chi era – no, perdeva
i contorni di chi con fatica era diventato. Non era più né
Manisporche né Kaz Brekker e nemmeno il vicecomandante più
duro fra gli Scarti. Era solo un ragazzo alimentato da una fiamma
bianca di furore, quella stessa fiamma che minacciava di bruciare
tu a la messinscena di civiltà che si era costruito.
Ma ora, puntellandosi sul bastone fra le tombe del Velo Nero, era
in grado di riconoscere la verità svelata dalle parole di Pekka. Non
potevi fare la guerra a un mercante virtuoso come Van Eck, non se
eri un delinquente con una reputazione più sporca delle suole degli
stivali di uno stalliere. Per vincere, Kaz avrebbe dovuto livellare il
campo. Avrebbe dovuto dimostrare al mondo quello che lui già
sapeva: a dispe o delle mani fini e degli abiti eleganti, Van Eck era
un criminale, corro o tanto quanto qualunque malvivente del Barile
– anzi, di più, perché la sua parola non aveva alcun valore.
Kaz non sentì Inej avvicinarsi, si rese conto della sua presenza
solo quando lei fu lì, in piedi accanto alle colonne in rovina di un
mausoleo in marmo bianco. Da qualche parte aveva trovato del
sapone con cui lavarsi, e l’odore malsano delle stanze della
Commedia di Eil, quel vago sentore di fieno e cerone, era sparito. I
capelli neri di lei brillavano alla luce della luna, già raccolti
ordinatamente in uno chignon basso, ed era così perfe amente
immobile che avrebbe potuto essere scambiata per uno dei guardiani
di pietra del cimitero.
«Perché la rete, Kaz?»
Già, perché la rete? Perché complicare l’assalto ai silos che aveva
in programma e lasciarli doppiamente esposti e smascherabili? Non
potrei sopportare di vederti cadere. «Mi è costato un sacco di fatica
riavere indietro il mio ragno. Non l’ho fa o perché tu, il giorno
dopo, ti vada subito a rompere l’osso del collo.»
«Stai proteggendo il tuo investimento.» Dalla voce, sembrava
quasi rassegnata.
«Esa amente.»
«E stai per andare via dall’isola.»
Questa cosa che lei sapeva anticipare le sue mosse avrebbe dovuto
impensierirlo di più. «Ro y dice che il vecchio sta diventando
irrequieto. Devo andare a lisciargli le piume.»
Per Haskell era ancora il capo degli Scarti, e Kaz sapeva che gli
piacevano gli onori di quella posizione, ma non gli oneri che
comportava. Con Kaz assente così a lungo, le cose avrebbero
cominciato ad andare a rotoli. Per di più, quando Haskell diventava
ansioso, si me eva a fare delle stupidaggini solo per ricordare a tu i
che era lui al comando.
«Dovremmo anche andare a dare un’occhiata alla casa di Van
Eck» disse Inej.
«Me ne occuperò io.»
«Avrà rafforzato la sicurezza.» Non c’era bisogno di dire il resto.
Non c’era nessuno più dotato dello Spe ro a eludere le difese di Van
Eck.
Lui avrebbe dovuto dirle di riposare, avrebbe dovuto dirle che si
sarebbe occupato da solo dell’appostamento. Invece annuì e partì
alla volta di una delle gondel nascoste so o i salici, ignorando il
sollievo che provò quando lei lo seguì.
Dopo il frastuono e il trambusto del pomeriggio, i canali
sembravano più silenziosi del solito, e l’acqua ferma in modo
innaturale.
«Secondo te lo Stave dell’Ovest sarà già tornato alla normalità?»
gli chiese Inej a bassa voce. Aveva fa o propria la cautela dei ra i del
canale quando si tra ava di percorrere i corsi d’acqua di Ke erdam.
«Ne dubito. La stadwatch starà investigando, e i turisti non
vengono a Ke erdam per il brivido di farsi saltare in aria.» Parecchie
g p
a ività commerciali avrebbero perso dei soldi. Ora di domani
ma ina, pensò Kaz, i proprietari di bordelli e alberghi si sarebbero
ammassati sui gradini all’ingresso della Stadhall a esigere risposte.
Poteva scapparci una bella scenata. Bene. Che i membri del Consiglio
dei Mercanti si occupino di qualcos’altro che non siano Van Eck e il
figlio scomparso. «Van Eck avrà modificato il sistema d’allarme da
quando noi gli abbiamo sgraffignato il DeKappel.»
«E ora sa che Wylan è con noi» concordò Inej. «Dove abbiamo
appuntamento con il vecchio?»
«Allo Zampe o.»
Non potevano interce are Haskell alla Stecca. Van Eck doveva
tenere il quartier generale degli Scarti so ’occhio da un po’, e adesso
con ogni probabilità era sciamata lì anche la stadwatch. Il pensiero
dei soldati della stadwatch che perquisivano le sue stanze e che
frugavano tra le sue poche cose gli faceva venire l’orticaria per la
furia. La Stecca non era questo granché, ma lui l’aveva trasformata
da quella bagnarola che era in un posto in cui riprendersi da una
sbornia o in cui nascondersi dalla legge tenendo un profilo basso,
senza che il sedere ti finisse congelato d’inverno o dissanguato dalle
pulci d’estate. La Stecca era sua, non importava cosa pensasse Per
Haskell.
Kaz condusse la gondel dentro il Canale di Zover all’estremità
orientale del Barile. A Per Haskell piaceva tenere banco alla Locanda
Bel Tempo la stessa sera di ogni se imana, per incontrare i suoi
compari, giocare a carte e spe egolare. Impossibile che non ci
andasse quella sera, non quando il suo vicecomandante preferito – il
suo scomparso vicecomandante preferito – aveva litigato con un
membro del Consiglio dei Mercanti e aveva recato così tanti
problemi agli Scarti, non quando poteva essere al centro
dell’a enzione.
Non c’erano finestre che si affacciavano sullo Zampe o, un
piccolo passaggio che si insinuava tra un caseggiato popolare e una
fabbrica di souvenir da qua ro soldi. Era silenzioso, poco illuminato
e così stre o che si poteva a malapena definire un vicolo: il posto
perfe o per essere aggrediti alle spalle. Non era la strada più sicura
dalla Stecca al Bel Tempo, ma era la più breve, e Per Haskell non
poteva resistere a una scorciatoia.
Kaz ormeggiò la barca vicino a un ponticello pedonale, quindi lui
e Inej si acqua arono nell’ombra ad aspe are, entrambi consci di
dover restare in silenzio. Meno di venti minuti dopo, so o la luce dei
lampioni all’imboccatura del vicolo, apparve la sagoma di un uomo
con una piuma assurda che spuntava dalla cima del cappello.
Prima di fare un passo avanti, Kaz a ese che la sagoma fosse più
o meno alla sua altezza. «Haskell.»
Lui girò su se stesso ed estrasse una pistola dalla giacca. Si mosse
veloce per la sua età, ma Kaz aveva previsto che fosse armato e reagì
prontamente. Rapido, con la punta del bastone colpì la spalla di
Haskell, quel tanto che bastava per intorpidirgli la mano.
Haskell grugnì, la pistola gli scivolò via, Inej la prese al volo
prima che cadesse a terra e la lanciò a Kaz.
«Brekker» disse Haskell tu o stizzito, cercando di muovere il
braccio intorpidito. «Dove diavolo ti eri cacciato? E quale razza di
stronzo rapina il proprio capo in un vicolo?»
«Non la sto rapinando. Solo, non volevo che si me esse a sparare
in giro prima ancora di parlarci.» Kaz gli restituì la pistola tenendola
per il calcio. Il vecchio gliela strappò di mano, e con fare ostinato
sporse in fuori il mento brizzolato.
«Non hai mai saputo stare al tuo posto» bofonchiò, riponendo
l’arma in una tasca della giacca scozzese, incapace di raggiungere la
fondina con il braccio paralizzato. «Ragazzo, hai presente in che guai
mi hai trascinato oggi?»
«Sì. Ecco perché sono qui.»
«C’era la stadwatch a controllare ogni angolo della Stecca e del
Club dei Corvi. Abbiamo dovuto chiudere la serranda e chi può dire
quando saremo in grado di ripartire. Che cosa ti è venuto in mente,
rapire il figlio di un mercante? È questo il grande colpo per cui hai
lasciato la ci à? Quello che doveva farmi diventare ricco oltre i miei
desideri più arditi?»
«Non ho rapito nessuno.» Non era propriamente vero, ma Kaz
ritenne di non doversi perdere in so igliezze con Per Haskell.
«E allora cosa sta succedendo, nel nome di Ghezen?» sussurrò
Haskell furiosamente, sputacchiando. «Ti sei preso il mio ragno
migliore» disse, e indicò Inej. «Il mio tiratore scelto migliore, la mia
Spaccacuore, il mio scimmione più grosso…»
«Muzzen è morto.»
«Figlio di pu ana» imprecò Haskell. «Prima Bolliger il Grande,
ora Muzzen. Stai cercando di farmi fuori tu a la banda?»
«No, signore.»
«Signore. Che cosa stai combinando, ragazzo?»
«Van Eck sta giocando veloce, ma io sono ancora un passo
avanti.»
«Non sembrerebbe, da qui.»
«Bene» disse Kaz. «Meglio che nessuno ci veda arrivare. Muzzen è
una perdita che non avevo previsto, ma mi dia qualche giorno e non
soltanto la legge la lascerà in pace, ma le sue casse saranno così
traboccanti d’oro che potrà riempirci la vasca da bagno e farci una
nuotata.»
Gli occhi di Haskell si ridussero a due fessure. «Di quanti soldi
stiamo parlando?»
“È così che funziona” pensò Kaz, osservando l’avidità illuminare
lo sguardo di Haskell: la leva era al lavoro.
«Qua ro milioni di kruge.»
Ora gli occhi di Haskell si spalancarono. Una vita spesa a bere e a
sopravvivere alla durezza del Barile aveva ingiallito le sclere dei suoi
bulbi oculari. «Stai tentando di arruffianarmi?»
«Gliel’avevo de o che si tra ava di un bel bo ino.»
«Mi frega poco di avere una gran pila di grana, se sono in galera.
Non mi piace che la legge me a il naso nei miei affari.»
«Neanche a me, signore.» Haskell poteva anche deridere le sue
buone maniere, tu avia Kaz sapeva bene che il vecchio era lusingato
dalle dimostrazioni di rispe o e tu o sommato il suo orgoglio
poteva sopportarlo. Una volta estorta a Van Eck la propria fe a di
denaro, non avrebbe più avuto bisogno di obbedire a nessun ordine
o di continuare a soddisfare la vanità di Per Haskell. «Non avrei
trascinato tu i noi dentro questa faccenda se non fossi sicuro che ne
usciremo puliti come chieriche i e ricchi come Santi. Tu o quello
che mi serve è un altro po’ di tempo.»
Kaz non poté fare a meno di paragonarsi a Jesper che negoziava
con il padre, e il pensiero non gli andò a genio. Per Haskell non si era
mai curato di nessuno se non di sé e del prossimo boccale di birra
che avrebbe bevuto, eppure gli piaceva considerarsi il patriarca di
una grande famiglia dedita al crimine. Kaz doveva amme ere che
provava dell’affe o per il vecchio. Gli aveva dato un posto per
ricominciare e un te o sopra la testa, anche se era stato Kaz a fare in
modo che non sgocciolasse.
Il vecchio ficcò i pollici nelle tasche del gilè facendo finta di
ponderare l’offerta di Kaz, ma l’avidità era più affidabile di un
orologio perfe amente caricato. Kaz sapeva che aveva già iniziato a
pensare a come spendere tu e quelle kruge.
«Va bene, ragazzo» disse Haskell. «Posso darti dell’altra corda per
impiccarti. Ma se scopro che mi stai giocando un bru o tiro te ne
pentirai.»
Kaz si diede da fare per rimanere serio. Le minacce di Haskell
erano vuote quasi come le sue arie.
«Certamente, signore.»
Haskell sbuffò. «Un pa o è un pa o. E lo Spe ro rimane con me.»
Kaz sentì Inej irrigidirsi accanto a lui. «Lei mi serve per il colpo.»
«Usa Roeder. È energico a sufficienza.»
«Non per questo lavoro.»
A quel punto Haskell si irritò e gonfiò il pe o, e il falso zaffiro del
suo fermacrava e scintillò nella luce fioca del vicolo. «Lo capisci
cosa sta facendo Pekka Rollins? Ha appena aperto una nuova bisca
proprio di fronte al Club dei Corvi.» Kaz l’aveva vista. Il Principe
Kaelish. Un altro gioiello dell’impero di Rollins, un imponente
palazzo tu o oro e verde sgargianti, come una sorta di ridicolo
omaggio alla sua terra natia. «Sta prendendo il controllo a casa
nostra» disse Haskell. «Mi serve un ragno, e lei è la migliore.»
«Questa cosa può aspe are.»
«Io dico di no. Vai alla Banca di Gemens. Ci vedrai il mio nome in
cima al contra o, il che significa che decido io dove va.»
«Intesi, signore» disse Kaz. «E non appena la troverò, glielo
riferirò.»
«È proprio…» Haskell si bloccò e per l’incredulità spalancò la
bocca. «Era proprio qui!»
Kaz si sforzò di non sorridere. Mentre Per Haskell faceva il
grosso, Inej si era semplicemente liquefa a nell’ombra e in silenzio
aveva scalato il muro. Haskell si mise a ispezionare tu o il vicolo e a
scrutare il te o, ma Inej se n’era già andata da un pezzo.
«Riportala qui» disse Haskell su tu e le furie. «Adesso.»
Kaz scrollò le spalle. «Secondo lei sono in grado di arrampicarmi
su queste mura?»
«Questa è la mia banda, Brekker. Lei non appartiene a te.»
«Lei non appartiene a nessuno» disse Kaz, e sentì divampare
quella rabbiosa fiamma bianca. «Ma molto presto saremo tu i di
ritorno alla Stecca.» A dir la verità, Jesper avrebbe lasciato la ci à
insieme al padre, Nina se ne sarebbe andata a Ravka, Inej si sarebbe
imbarcata su una nave al suo comando, e Kaz si sarebbe separato da
Haskell per sempre. Però il vecchio avrebbe avuto le sue kruge a
confortarlo.
«Piccolo bastardo presuntuoso» ringhiò Haskell.
«Un piccolo bastardo presuntuoso che sta per farla diventare uno
dei capi più ricchi del Barile.»
«Levati di torno, ragazzo. Sono in ritardo per la mia partita a
carte.»
«Spero che le carte le girino per il verso giusto.» Kaz si fece da
parte per lasciarlo passare. «Ma potrebbe volere questi.» Gli porse la
mano. Sul palmo guantato c’erano sei proie ili. «Nel caso scoppiasse
una rissa.»
Haskell estrasse la pistola dalla tasca e ne fece girare il cilindro.
Era vuoto. «Piccolo…» Poi latrò una risata e prese i proie ili dalla
mano di Kaz, scrollando la testa. «C’è il sangue del diavolo dentro di
te, ragazzo. Vai a procurarti i miei soldi.»
«E non solo quelli» mormorò Kaz mentre si me eva il cappello e
tornava zoppicando giù per il vicolo verso la gondel.
Kaz rimase sul chi va là, rilassandosi leggermente solo quando la
barca scivolò oltre i confini del Barile e si addentrò nelle acque più
quiete che delimitavano il quartiere finanziario. Qui le strade erano
quasi vuote e la presenza della stadwatch più esigua. Mentre la
gondel passava so o il Ponte di Led, colse con la coda dell’occhio
un’ombra che lasciava la ringhiera. L’istante dopo, Inej era con lui
nella piccola imbarcazione.
Kaz era tentato di tornare al Velo Nero. Da giorni dormiva per
modo di dire, e la gamba non si era mai ripresa del tu o da quello
che le aveva fa o patire alla Corte di Ghiaccio. Prima o poi, il suo
corpo avrebbe smesso di prendere ordini.
E, come se gli avesse le o nella mente, Inej disse: «Posso
appostarmi da sola a sorvegliare la casa di Van Eck. Ci rivediamo
sull’isola».
All’inferno. Non si sarebbe sbarazzata di lui così facilmente. «Da
che parte vuoi avvicinarti?»
«Partiamo dalla Chiesa del Bara o. Possiamo tener d’occhio la
casa dal te o.»
Kaz non era entusiasta all’idea, ma remò per portare entrambi sul
Canale di Beurs, oltre la Borsa e la facciata del Geldrenner, dove
probabilmente il padre di Jesper stava russando sonoramente nella
sua suite.
Ormeggiarono la gondel vicino alla chiesa. Dalle porte della
ca edrale principale, lasciate aperte a tu e le ore, fuoriusciva il
bagliore delle candele accese a dare il benvenuto a tu i quelli che
desideravano offrire le loro preghiere a Ghezen.
Inej avrebbe potuto scalare senza sforzo le mura esterne, e Kaz
avrebbe anche potuto farcela, ma in una no e come questa, in cui la
gamba urlava a ogni passo, non si sarebbe messo alla prova. Gli
sarebbe toccato accedere da una delle cappelle.
«Non devi salire per forza» gli disse Inej, mentre avanzavano di
nascosto lungo il perimetro e individuavano le porte di una cappella.
Kaz fece finta di nulla e scassinò la serratura in un a imo. Si
intrufolarono dentro l’antro buio e salirono due piani di scale. Le
cappelle erano poste una sull’altra come una torta a più strati,
ciascuna commissionata da una diversa famiglia di mercanti di
g
Kerch. Un’altra serratura da sbloccare e si ritrovarono a salire per
un’altra dannata rampa di scale. Quest’ultima si avvolgeva in una
stre a spirale e sbucava in una botola sul te o.
La Chiesa del Bara o era stata costruita per simboleggiare la
mano di Ghezen: l’enorme ca edrale era situata nel palmo, le cinque
navate si irradiavano lungo le qua ro dita più il pollice, e ogni dito
terminava in una serie di cappelle impilate una sull’altra.
Loro avevano scalato quelle in cima al mignolo e ora
a raversarono il te o della ca edrale principale, quindi risalirono
l’anulare di Ghezen avanzando lungo una catena montuosa di
timpani scivolosi e stre i dorsi in pietra.
«Perché a tu i gli dèi piace essere venerati ai piani alti?»
mugugnò Kaz.
«Sono gli uomini che hanno manie di grandezza» disse Inej,
balzando agile come se i suoi piedi conoscessero qualche topografia
segreta. «I Santi ascoltano le preghiere ovunque vengano formulate.»
«E rispondono a seconda di che umore sono?»
«Quello che tu desideri e quello di cui il mondo ha bisogno non
sempre coincidono, Kaz. Pregare e desiderare non sono la stessa
cosa.»
“Ma sono ugualmente inutili.” Kaz ingoiò la risposta. Era troppo
concentrato a non ammazzarsi precipitando giù per affrontare una
discussione.
In cima all’anulare, si fermarono a osservare il panorama. A sud-
ovest si vedevano le guglie della ca edrale, la Borsa, la torre
scintillante dell’orologio del Geldrenner, e il lungo nastro del Canale
di Beurs so o il Ponte di Zents. Ma, se guardavano a est, dal te o su
cui si trovavano ora si godeva una vista dire a della Geldstraat, del
Canale di Geld alle sue spalle e del palazzo signorile di Van Eck.
Era un buon punto di osservazione per studiare il sistema di
sicurezza che Van Eck aveva allestito a orno alla casa e sul canale,
ma non avrebbe dato loro tu e le informazioni necessarie.
«Dovremo avvicinarci di più» disse Kaz.
«Lo so» replicò Inej, ed estrasse un rotolo di corda dalla casacca
per poi legarne un’estremità a una delle sculture del te o. «Per me è
più veloce e più sicuro ispezionare la casa di Van Eck da sola.
Dammi mezz’ora.»
«Tu…»
«Nel tempo che impiegherai a tornare alla gondel io avrò tu e le
informazioni che ci servono.»
Stava per ucciderla. «Mi hai trascinato fin quassù per niente.»
«È stato il tuo orgoglio a trascinarti fin quassù. Se Van Eck,
stano e, si accorge che qualcosa non va, è tu o finito. Non è un
lavoro per due e tu lo sai.»
«Inej…»
«C’è di mezzo anche il mio futuro, Kaz. Io non ti dico come
scassinare le serrature o come organizzare un piano. Questo è quello
in cui sono brava io, per cui lasciami fare il mio lavoro.» Diede uno
stra one alla corda. «Pensa a tu o il tempo che avrai a disposizione,
mentre scendi, per pregare e meditare.»
Sparì dall’altra parte della cappella.
Kaz rimase lì, a fissare il punto in cui lei si trovava fino a pochi
secondi prima. L’aveva giocato. Il suo rispe abile Spe ro, così onesto
e devoto, l’aveva superato in astuzia. Si voltò a guardare il lungo
tra o di te o che gli toccava ria raversare per tornare alla barca.
«Malede a tu e malede i i tuoi Santi» disse a tu i e a nessuno,
ma poi si rese conto che stava sorridendo.

Quando si calò nella gondel, Kaz aveva decisamente perso ogni


traccia di buon umore. Non gli importava che lo avesse beffato,
semplicemente detestava il fa o che avesse ragione lei. Sapeva
benissimo di non essere nelle condizioni, quella no e, di aggirarsi di
soppia o e alla cieca nella casa di Van Eck. Non era un lavoro per
due, e non era questo il modo in cui loro agivano. Lei era lo Spe ro,
il migliore ladro di segreti del Barile. Raccogliere informazioni di
nascosto era la specialità di Inej, non la sua. Doveva poi amme ere
che era un sollievo anche solo sedersi per un momento e distendere
la gamba mentre l’acqua lambiva delicatamente le sponde del canale.
E allora perché aveva insistito per accompagnarla? Era un pensiero
pericoloso: il genere di pensiero che aveva fa o sì che Inej venisse
ca urata, all’inizio di tu o questo.
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“Posso affrontarlo” si disse Kaz. Entro la mezzano e
dell’indomani, Kuwei avrebbe lasciato Ke erdam. In una manciata
di giorni, avrebbero ricevuto tu i la loro ricompensa. Inej sarebbe
stata libera di realizzare il suo sogno di dare la caccia agli schiavisti,
e lui si sarebbe liberato della distrazione continua che lei
rappresentava. Avrebbe messo insieme una nuova banda, costituita
dai membri più giovani e più pericolosi degli Scarti. Avrebbe ripreso
la promessa che aveva fa o alla memoria di Jordie, si sarebbe
dedicato al compito scrupoloso di distruggere la vita di Pekka
Rollins un pezzo alla volta.
Eppure, con gli occhi andava di continuo al sentiero accanto al
canale, e l’impazienza montava. Sapeva fare di meglio. L’a esa era
quella fase della vita criminale in cui i malviventi, perlopiù,
comme evano degli errori. Perché volevano darsi da fare invece di
stare fermi e raccogliere informazioni. Volevano sapere tu o subito
senza prima imparare. Mentre, a volte, il trucco per o enere il
meglio da una situazione era semplicemente aspe are. Se il tempo
che c’è non ti piace, non ti bu i a capofi o nella tempesta: aspe i
finché non cambia. Trovi un modo per restare asciu o.
“Tu o fantastico” pensò Kaz. “Ma lei dove diavolo è?”
Pochi interminabili minuti più tardi, Inej si lasciò cadere senza
alcun rumore dentro la gondel.
«Racconta» disse lui mentre imme eva la barca nel canale.
«Alys è di nuovo nella stessa stanza al piano superiore. C’è una
guardia appostata fuori dalla porta.»
«L’ufficio?»
«Stessa posizione, proprio in fondo al corridoio. Ha fa o installare
delle serrature Schuyler su tu e le finestre esterne della casa.» Kaz
emise un sospiro infastidito. «È un problema?» chiese lei.
«No. Non sarà una serratura Schuyler a fermare un grimaldello
degno di questo nome, però fa perdere un sacco di tempo.»
«Io non sono riuscita a capirci niente, ho dovuto aspe are che un
adde o alla cucina aprisse la porta sul retro.» Lui le aveva insegnato
a scassinare le serrature con risultati scarsi. Ma lei ce l’avrebbe fa a a
padroneggiare una Schuyler se ci si fosse messa d’impegno.
«Stavano prendendo le consegne» continuò Inej. «Da quel poco che
p g j q p
sono riuscita a sentire, fervono i preparativi per un incontro domani
sera con il Consiglio dei Mercanti.»
«Ha un senso» disse Kaz. «Lui reciterà la parte del padre
sconvolto e li convincerà ad aggiungere alle ricerche altri soldati
della stadwatch.»
«E loro lo asseconderanno?»
«Non hanno motivo di negarglielo. E così sono stati anche
avvisati per tempo di me ere al sicuro le amanti o qualunque altra
cosa non sia il caso di far saltar fuori.»
«Il Barile non ci andrà piano.»
«No» disse Kaz, mentre la gondel scivolava oltre il banco di
sabbia poco profondo che circondava il Velo Nero e si inoltrava nelle
nebbie dell’isola. «Nessuno vuole che i mercanti ficchino il naso in
affari che non li riguardano. Hai una qualche idea di che ore saranno
quando inizierà questa riunioncina del Consiglio?»
«Le cuoche starnazzavano di apparecchiare la tavola al completo
per cena. Potrebbe essere un buon momento per agire.»
«Esa amente.» Erano entrambi al meglio, non c’era altro che il
lavoro tra loro, liberi da ogni complicazione. Avrebbe dovuto
lasciare le cose come stavano, però era necessario sapere. «Hai de o
che Van Eck non ti ha fa o del male. Dimmi la verità.»
Erano arrivati al rifugio dei salici. Inej teneva gli occhi fissi sui
rami pieni di fiori bianchi che piegavano a terra. «Non me ne ha
fa o.»
Scesero dalla gondel, si assicurarono che fosse del tu o
mimetizzata e si incamminarono sulla riva. Kaz la seguì, in a esa
che l’umore di lei cambiasse. La luna, che stava iniziando a
tramontare, profilava le tombe del Velo Nero, gra acieli in miniatura
incisi d’argento. La treccia le era scesa lungo la schiena. Fantasticò di
avvolgerla nella propria mano, e di far scorrere il pollice lungo il
motivo dell’intreccio. E poi cosa? Scacciò via il pensiero.
Quando furono a poche iarde dallo scafo in pietra, Inej si arrestò e
guardò le nebbie che avviluppavano i rami. «Stava per rompermi le
ossa delle gambe» gli disse. «Stava per farle a pezzi con una mazza,
così non si sarebbero mai più saldate.»
Il pensiero del chiaro di luna e dei capelli di seta sfumò in un
lampo nero di furia. Kaz vide Inej abbassarsi la manica
sull’avambraccio sinistro, dove una volta c’era il tatuaggio del
Serraglio. Lui aveva solo una vaga idea di quello che lei aveva
dovuto subire lì, però sapeva bene cosa voleva dire sentirsi inermi, e
Van Eck era riuscito a farla sentire un’altra volta in quel modo.
Avrebbe inventato un nuovo linguaggio del dolore e l’avrebbe
insegnato a quel borioso figlio di pu ana di un mercante.
Jesper e Nina avevano ragione. Inej aveva bisogno di riposare e di
riprendersi dopo gli ultimi giorni. Lui sapeva quanto fosse forte, ma
sapeva anche cos’aveva significato, per lei, quella prigionia.
«Se non te la senti di…»
«Me la sento» disse lei, ancora di spalle.
Il silenzio tra loro era come acqua nera. Lui non poteva
a raversarla. Non poteva superare il confine tra il pudore rispe oso
che lei si meritava e la violenza necessaria per intraprendere questo
sentiero. Se l’avesse superato, avrebbero potuto rimanere uccisi
entrambi. Lui poteva solo essere chi era veramente: un ragazzo che
non aveva nessun conforto da offrire. Per cui le avrebbe dato quello
che poteva.
«Aprirò Van Eck in due» disse a bassa voce. «Gli infliggerò una
ferita che non potrà essere ricucita, da cui non si riprenderà mai. Una
ferita di quelle che non possono essere guarite.»
«Come quella che hai subìto tu?»
«Sì.» Era una promessa. Era una confessione.
Lei fece un respiro tremante. Le parole le uscirono come una
raffica di spari, una mitragliata, come se non sopportasse
minimamente di doverle pronunciare. «Non sapevo se saresti
venuto.»
Di questo Kaz non poteva incolpare Van Eck. Era stato lui a dare
vita a quel dubbio dentro di lei, tramite ogni parola gelida e ogni
piccola crudeltà.
«Noi siamo la tua gente, Inej. E noi non lasciamo i nostri in balia
di un malede o mercante.» Non era la risposta che voleva darle.
Non era la risposta che lei voleva ricevere.
Quando Inej si girò verso di lui, i suoi occhi erano accesi di rabbia.
«Stava per rompermi le gambe» disse, il mento sollevato, e appena un
tremolio nella voce. «E a quel punto saresti venuto a prendermi,
Kaz? Quando non sarei più stata in grado di scalare un muro o di
camminare sulla corda? Quando non sarei più stata lo Spe ro?»
Manisporche non l’avrebbe fa o. Il ragazzo in grado di tirarli
fuori da quella situazione, recuperare i loro soldi e tenerli in vita, le
avrebbe fa o la cortesia di porre fine alle sue sofferenze, dopodiché
si sarebbe occupato di ridurre i danni economici e sarebbe andato
avanti.
«Sarei venuto a prenderti» disse e, quando vide lo sguardo
diffidente che lei gli lanciò, lo disse di nuovo. «Sarei venuto a
prenderti. E se non fossi stato in grado di camminare, sarei arrivato
da te strisciando, e non importa se ci avrebbero rido i a pezzi, noi ne
saremmo usciti vivi ba endoci insieme: con i pugnali sguainati e le
pistole fumanti. Perché è così che funziona per quelli come noi. Noi
non sme iamo mai di comba ere.»
Si alzò il vento. I rami dei salici presero a sussurrare e a produrre
un suono impertinente, ciarliero. Kaz sostenne lo sguardo di Inej, vi
vide la luna riflessa, due falci gemelle di luce. Lei faceva bene a
essere prudente. Anche con lui. Sopra u o con lui. A essere
prudenti si sopravviveva.
Alla fine Inej annuì, abbassando appena il mento. Tornarono alla
tomba in silenzio. I salici continuarono a sussurrare.
13
NINA

Nina si svegliò molto prima dell’alba. Come al solito il suo primo


pensiero cosciente andò alla parem, e come al solito non aveva fame.
Il desiderio della droga, durante la no e, l’aveva quasi fa a
impazzire. Cercare di usare il proprio potere durante l’a acco dei
soldati Kherguud le aveva procurato una voglia ma a di parem, e
aveva passato le lunghe ore no urne a girarsi e rigirarsi, e a scavarsi
mezzelune di sangue nei palmi delle mani.
Questa ma ina si sentiva a pezzi, e tu avia gli obie ivi della
giornata che l’aspe ava le resero più facile alzarsi dal le o. La brama
di parem aveva offuscato una scintilla capace di accendersi dentro di
lei, e a volte Nina aveva paura che, di qualunque scintilla si tra asse,
non si sarebbe mai più accesa. Però oggi, malgrado le ossa ro e, la
pelle secca e l’alito pesante, si sentiva o imista. Inej era tornata.
Avevano delle cose da fare. E lei stava per aiutare la propria gente.
Anche se, per riuscirci, aveva dovuto costringere Kaz Brekker a
comportarsi da persona decente.
Ma hias era già in piedi a occuparsi delle armi. Nina sbadigliò e
si stiracchiò, e nel farlo accentuò la curvatura della schiena,
compiaciuta da come lo sguardo del ragazzo si era posato su di lei
prima di tornare di sca o, colpevolmente, al fucile che stava
caricando. Gratificante. Si era praticamente ge ata su di lui l’altro
giorno. Se Ma hias non voleva approfi are dell’offerta, se ne
sarebbe pentito, e di questo se ne sarebbe assicurata lei.
Anche gli altri erano svegli e indaffarati in giro per la tomba –
tu i tranne Jesper, che stava ancora russando beato, le lunghe gambe
che spuntavano fuori da una coperta. Inej stava preparando il tè. Kaz
era seduto al tavolo e continuava a scambiarsi degli schemi con
Wylan mentre Kuwei osservava e, di tanto in tanto dava un
y
suggerimento. Nina si mise a studiare quei due visi Shu uno accanto
all’altro. I modi e la postura di Wylan erano profondamente
differenti, ma quando entrambi se ne stavano fermi era quasi
impossibile distinguerli. “Sono stata io” pensò. Richiamò alla mente
le lanterne che oscillavano nella cabina angusta della nave, i riccioli
rosso vivo di Wylan che le scomparivano so o le dita per essere
rimpiazzati da una massa di folti capelli neri, e i suoi occhioni blu,
timorosi ma testardi e coraggiosi, che diventavano dorati e
cambiavano forma. Era stata come una magia, una vera magia, una
di quelle che esistevano nelle favole che le raccontavano gli
insegnanti del Piccolo Palazzo prima di mandare gli studenti a
dormire. Ed era appartenuta a lei.
Inej le andò a sedersi accanto con due tazze di tè bollente in mano.
«Come stai stama ina?» le domandò. «Riesci a mangiare?»
«Non credo.» Nina si sforzò di mandar giù un sorso di tè, poi
disse: «Grazie per quello che hai fa o ieri sera. Per esserti schierata
dalla mia parte».
«Era la cosa giusta. Non voglio vedere nessun altro rido o in
schiavitù.»
«Grazie lo stesso.»
«Non c’è di che, davvero, Nina Zenik. Puoi ripagarmi nel solito
modo.»
«Cialde?»
«Tantissime.»
«Ne hai bisogno. Van Eck non ti dava da mangiare, vero?»
«Io non ero molto compiacente, però lui per un po’ ci ha provato.»
«E poi?»
«E poi ha deciso di torturarmi.»
Nina serrò i pugni. «Gli strapperò le budella e le appenderò come
striscioni a una festa.»
Inej scoppiò a ridere e appoggiò la testa sulla sua spalla.
«Apprezzo il pensiero. Veramente. Ma è un debito che pagherò io.»
Si interruppe. «Il terrore è stata la cosa peggiore. Dopo la Corte di
Ghiaccio, pensavo ormai di essere oltre ogni paura.»
Nina appoggiò il mento sulla testa di seta di Inej. «Zoya mi diceva
sempre che la paura è come la fenice. Puoi bruciarla migliaia di volte
p p g
eppure lei tornerà sempre.» Anche la voglia di parem funzionava a
quel modo.
Ma hias apparve loro di fronte. «Dovremmo partire a breve.
Abbiamo poco più di un’ora prima che sorga il sole.»
«Cos’è che ti sei messo addosso, esa amente?» gli chiese Nina,
fissando il berre o imbo ito e il gilè rosso di lana che Ma hias si era
infilato sopra i vestiti.
«Kaz ci ha procurato dei documenti nel caso venissimo fermati
nel quartiere Ravkiano. Siamo Sven e Catrine Alfsson. Disertori
Fjerdiani in cerca di asilo all’ambasciata Ravkiana.»
Aveva senso. Se fossero stati fermati, Ma hias non aveva una
possibilità al mondo di farsi passare per Ravkiano, mentre Nina
poteva facilmente essere scambiata per una Fjerdiana.
«Siamo sposati, Ma hias?» domandò, sba endo le ciglia.
Lui consultò i documenti e corrugò la fronte. «Mi sa che siamo
fratello e sorella.»
Jesper si avvicinò lentamente, sfregandosi gli occhi. «Che idea
disgustosa…»
Nina si accigliò. «Perché ci hai fa i fratello e sorella, Brekker?»
Kaz non alzò nemmeno lo sguardo dalle carte che stava
esaminando. «Perché era più facile per Specht falsificare i documenti
a quel modo, Zenik. Ha messo lo stesso cognome e lo stesso luogo di
nascita dal momento che stava lavorando con così poco preavviso
solo per soddisfare i tuoi nobili impulsi.»
«Non ci assomigliamo per niente.»
«Siete alti tu i e due» provò a dire Inej.
«E nessuno di noi due ha le branchie» riba é Nina. «Questo non
significa che sembriamo parenti.»
«E allora modificalo» le disse Kaz, gelido.
La sfida nei suoi occhi era evidente. Quindi lui sapeva che lei era
in difficoltà. Ma certo che lo sapeva. A Manisporche non sfuggiva
mai nulla.
«Non voglio essere modificato» disse Ma hias. Nina non aveva
dubbi che fosse la verità, ma sospe ava che stesse anche cercando di
salvaguardare l’orgoglio di lei.
«Andrete benissimo» disse Jesper, spezzando la tensione.
«Riducete solo al minimo le occhiate sdolcinate e cercate di non
palpeggiarvi in pubblico.» Magari fosse stata così fortunata.
«Tieni» le disse Ma hias, porgendole una pila di abiti e la
parrucca bionda che aveva usato con Smeet.
«Sarà meglio che siano della mia taglia» disse Nina in tono
scontroso. Era tentata di spogliarsi nel bel mezzo della tomba, ma
poi pensò che Ma hias sarebbe collassato di fronte a un
comportamento così sconveniente. Afferrò una lanterna e si avviò a
passo di marcia verso una delle catacombe laterali per cambiarsi.
Non aveva uno specchio, ma era sicura che l’abito fosse bru o e
trasandato in modo esagerato, e non aveva parole per lo striminzito
gilè fa o a maglia. Quando emerse dal varco, Jesper si piegò in due
dalle risate, Kaz alzò le sopracciglia e persino Inej fece una smorfia.
«Santi numi» disse Nina, acida. «Sono conciata così male?»
Inej si schiarì la voce. «Sembri un po’…»
«Sei incantevole» disse Ma hias.
Nina stava per riba ere astiosa che il sarcasmo non era di suo
gradimento quando vide l’espressione che lui aveva dipinta in faccia.
Sembrava che qualcuno gli avesse appena regalato una cesta di
cuccioli.
«Potresti essere una fanciulla il primo giorno di Roennigsdjel.»
«Che cos’è Roennigsdjel?» domandò Kuwei.
«Una sagra di qualche tipo» rispose Nina. «Non ricordo bene. Ma
sono piu osto certa che si mangino un sacco di alci. Andiamo,
stupidone. E si dà il fa o che sono tua sorella, sme ila di guardarmi
così.»
«Così come?»
«Come se fossi un gelato.»
«Non vado ma o per il gelato.»
«Ma hias» disse Nina, «non credo che potremo continuare a
passare del tempo insieme.» Ma riuscì a stento a nascondere la
propria soddisfazione. A quanto pareva, avrebbe dovuto fare scorta
di orridi gilè di maglia.
Una volta lontani dal Velo Nero seguirono i canali a nord-ovest e vi
scivolarono dentro con le barche, puntandole verso i mercati
ma utini vicino alla Stadhall.
L’ambasciata Ravkiana era ai margini del quartiere governativo,
incastrata in una grande ansa del canale che si estendeva lungo
un’arteria principale. Una volta l’arteria principale era una palude,
ma poi era stata interrata e murata da un costru ore intenzionato a
fare di quel luogo un grande albergo e una piazza d’armi.
Il costru ore aveva finito i soldi prima ancora che l’opera avesse
inizio. Adesso era la sede di un brulicante mercato di bancarelle di
legno e carre i ambulanti che apparivano ogni ma ina e svanivano
ogni sera quando la stadwatch passava a pa ugliare. Era il luogo
dove rifugiati e turisti, nuovi immigrati e vecchi espatriati
ritrovavano visi e usanze familiari.
Le poche caffe erie nei dintorni servivano pelmeni e aringhe
salate, e gli anziani sedevano ai tavoli all’aperto a sorseggiare kvas e a
leggere i giornali di Ravka vecchi di se imane.
Quando Nina era stata abbandonata a se stessa a Ke erdam,
aveva pensato di cercare rifugio all’ambasciata, ma aveva avuto
paura di essere rispedita in patria, dove avrebbe dovuto prestare
servizio nel Secondo Esercito. Come avrebbe potuto spiegare che
non sarebbe tornata a Ravka finché non fosse riuscita a liberare un
drüskelle Fjerdiano che lei stessa aveva aiutato a far imprigionare
so o false accuse? Da allora, aveva visitato di rado Piccola Ravka.
Era semplicemente troppo doloroso camminare per strade che erano
allo stesso tempo così simili e così diverse da quelle di casa sua.
Tu avia, quando intravide la doppia aquila d’oro di Lantsov in
volo sul suo fondo azzurro pallido, il cuore prese a balzarle in pe o
come un cavallo impegnato nel salto a ostacoli.
Il mercato le ricordava Os Kervo, l’animata ci à che era stata
capitale di Ravka Ovest prima dell’unificazione: gli scialli ricamati e
le teiere scintillanti, il profumo della carne di agnello cucinata allo
spiedo, i cappelli di lana intrecciata e le icone di la a ammaccate che
luccicavano al sole del ma ino.
Se ignorava gli stre i edifici di Kerch con i loro te i a punta,
poteva quasi fare finta di essere a casa. Un’illusione pericolosa. Non
p q p
era per niente sicuro ritrovarsi in queste strade.
Malgrado la nostalgia, mentre passava insieme a Ma hias davanti
a venditori ambulanti e negozianti, si sentì un po’ morire di
vergogna per come tu o appariva all’antica.
Anche le persone, aggrappate agli abiti tradizionali Ravkiani,
sembravano reliquie di un’altra epoca, ogge i recuperati dalle
pagine di un racconto popolare. Era stato l’anno trascorso a
Ke erdam a farle questo? Aveva cambiato il modo in cui guardava
alla propria gente e alle proprie tradizioni? Non voleva crederci.
Quando emerse da quei pensieri, si accorse che lei e Ma hias si
stavano a irando addosso delle occhiate per nulla amichevoli.
Nessun dubbio che i Ravkiani covassero dei pregiudizi nei confronti
dei Fjerdiani, ma si tra ava di qualcos’altro. Poi guardò Ma hias e
sospirò. Aveva un’espressione preoccupata e, quando Ma hias era
preoccupato, appariva spaventoso. Anche il fa o che fosse grosso
come il carro armato che avevano guidato fuori dalla Corte di
Ghiaccio non era d’aiuto.
«Ma hias» gli bisbigliò lei in Fjerdiano, dandogli quella che
sperava fosse una gomitata amichevole, da fratelli. «Devi proprio
guardare tu i in cagnesco?»
«Non sto guardando in cagnesco.»
«Siamo Fjerdiani nel quartiere Ravkiano. Spicchiamo già
abbastanza. Cerchiamo di non dare a tu i motivo di credere che tu
stia per me ere a ferro e fuoco il mercato. Dobbiamo svolgere il
nostro compito senza destare a enzioni indesiderate. Fai finta di
essere una spia.»
Lui corrucciò il volto ancora di più. «Un lavoro del genere è
indegno di un onesto soldato.»
«Allora fai finta di essere un a ore.» Lui emise un verso
disgustato. «Sei mai andato a teatro?»
«A Djerholm ci sono spe acoli in ogni stagione.»
«Fammi indovinare, tu e storie all’insegna della sobrietà che
durano parecchie ore e narrano le gesta epiche degli eroi dei tempi
che furono.»
«A dire il vero sono estremamente avvincenti. Però non ho mai
visto un a ore che sapesse darci dentro come si deve con la sua
p
spada.»
A Nina scappò una risata che sembrava un grugnito.
«Cosa c’è?» chiese Ma hias, perplesso.
«Niente. Davvero. Niente.» Gli avrebbe spiegato un’altra volta
come funzionano i doppi sensi. O forse no. Era così divertente
quando era così ingenuo.
«Che cosa sono quelli?» chiese lui, indicando una delle coperte in
vendita. Era appesantita da quelli che sembravano bastoncini e
frammenti di pietra, disposti ordinatamente in fila.
«Ossa» disse lei. «Dita, nocche, vertebre, polsi spezzati. Ossa dei
Santi. Per protezione.»
Ma hias indietreggiò. «I Ravkiani portano con sé ossa umane?»
«Voi parlate agli alberi. È superstizione.»
«Davvero si crede che arrivino dai Santi?»
Lei scrollò le spalle. «Sono ossa raccolte nei cimiteri e nei campi di
ba aglia. Ce ne sono tantissimi a Ravka. Se la gente vuol credere di
portare in giro il gomito di Sankt Egmond o il mignolo di Sankta
Alina…»
«A proposito, chi è che ha deciso che Alina Starkov fosse una
Santa?» chiese Ma hias con astio. «Era una Grisha potente. Grisha e
Santi non sono la stessa cosa.»
«Ne sei così sicuro?» disse Nina, e sentì la rabbia montarle dentro.
Un conto era lei che poteva ritenere antiquate le consuetudini
Ravkiane, un altra faccenda era lui che le contestava. «Ho visto la
Corte di Ghiaccio con i miei occhi, Ma hias. È più facile credere che
sia stata costruita dalla mano di un dio o dai Grisha dotati di poteri
che la tua gente non comprende?»
«Questo è un altro discorso.»
«Alina Starkov aveva la nostra età quando fu martirizzata. Era
solo una ragazza, e sacrificò se stessa per salvare Ravka e distruggere
l’Oscuro. Anche nel tuo paese c’è gente che la venera come una
Santa.»
Ma hias si accigliò. «Non è…»
«Se stai per dire “nella natura delle cose”, ti faccio spuntare dei
denti da coniglio giganteschi.»
«Potresti farlo?»
«Ci posso di sicuro provare.» Non si stava comportando
corre amente. Ravka per lei era casa, ma per Ma hias era ancora
territorio nemico. Lui poteva aver trovato un modo per acce are lei,
ma chiedergli di acce are un’intera nazione e la sua cultura avrebbe
comportato ancora molto lavoro. «Forse avrei dovuto venire da sola.
Potresti andare ad aspe armi vicino alla barca.»
Lui si irrigidì. «Assolutamente no. Non hai idea di cosa potrebbe
a enderti. Gli Shu potrebbero essere già arrivati dai tuoi amici.»
Nina non voleva pensarci. «Allora calmati e cerca di apparire
cordiale.»
Ma hias sciolse le braccia e rilassò i lineamenti del viso.
«Cordiale, non assonnato. Fai solo… fai finta che chiunque
incontri sia un ga ino che tu non vuoi spaventare.»
Questo sembrò proprio offenderlo. «Gli animali mi amano.»
«D’accordo. Fai finta che siano dei marmocchi. Timidi bimbi che
se la faranno addosso se non sei gentile.»
«Molto bene, ci provo.»
Mentre si avvicinavano alla bancarella successiva, la donna
anziana che se ne occupava alzò sospe osa lo sguardo su Ma hias.
Nina lo fissò e annuì per incoraggiarlo.
Ma hias sorrise a trentadue denti e tuonò con voce cantilenante:
«Salve, piccola amica!».
La donna passò dall’essere sospe osa all’essere sconcertata. Nina
lo prese per un progresso.
«Come sta oggi?» chiese Ma hias.
«Mi scusi?» domandò la donna.
«Niente» intervenne Nina in Ravkiano. «Stava dicendo che le
donne di Ravka invecchiano in modo meraviglioso.»
La donna si aprì in un sorriso a cui mancava qualche dente e
squadrò Ma hias da capo a piedi come per valutarlo. «Ho sempre
avuto un debole per i Fjerdiani. Chiedigli se vuole giocare alla
Principessa e al Barbaro» disse ridendo sguaiatamente.
«Che cosa ha de o?» le domandò Ma hias.
Nina tossì e lo prese per un braccio, conducendolo via. «Ha de o
che sei un tipo molto simpatico, e un vanto della razza Fjerdiana.
Ooh, guarda, tartine! È da tantissimo tempo che non mangio delle
tartine fa e come si deve.»
«Quella parola che ha usato: babink» insisté lui. «In passato anche
tu mi hai chiamato così. Cosa vuol dire?»
Nina rivolse la propria a enzione a una pila di fri elle so ilissime
e imburrate. «Vuol dire pasticcino.»
«Nina…»
«Barbaro.»
«Stavo solo chiedendo, non c’è bisogno di insultarmi.»
«No, babink vuol dire barbaro.»
Ma hias si girò di nuovamente verso la donna anziana, e lo
sguardo gli tornò torvo. Nina lo prese per un braccio. Era come
cercare di tra enere un masso. «Non ti stava insultando. Te lo
giuro!»
«Barbaro adesso non è un insulto?» fece lui, alzando la voce.
«No. Be’, sì. Ma non in questo contesto. Lei voleva sapere se ti
piacerebbe giocare alla Principessa e al Barbaro.»
«È un gioco?»
«Non esa amente.»
«Allora che cos’è?»
Nina non poteva credere che stesse davvero per spiegarglielo.
Mentre proseguivano per la loro strada, gli disse: «A Ravka c’è
questa serie popolare di storie su, ehm, un valoroso guerriero
Fjerdiano…».
«Veramente?» le chiese Ma hias. «È lui l’eroe?»
«In un certo senso. Rapisce una principessa di Ravka…»
«Questo non accadrebbe mai.»
«Nella storia accade, e…» si schiarì la gola. «Loro passano tanto
tempo a conoscersi. Nella gro a di lui.»
«Lui vive in una gro a?»
«È una gro a carinissima. Pellicce. Calici ricoperti di gemme. Un
prato.»
«Ah» disse lui con approvazione. «Un tesoro accumulato come
quello del Possente Ansgar. Diventano alleati, poi?»
Nina tirò su da un altro banche o un paio di guanti ricamati. «Ti
piacciono questi? Magari potremmo convincere Kaz a indossare
p q g p
qualcosa di colorato, con i fiori. Per ravvivare il suo stile.»
«Come finisce la storia? Vanno a comba ere in ba aglia?»
Nina ribu ò i guanti nel mucchio, in segno di resa. «Loro
finiscono con il conoscersi intimamente.»
Ma hias sgranò gli occhi. «Nella gro a?»
«Vedi, lui è un tipo molto cupo, molto virile» proseguì Nina. «Ma
si innamora della principessa di Ravka e questo le dà modo di
civilizzarlo…»
«Civilizzarlo?»
«Sì, ma non succede prima del terzo romanzo.»
«Ce ne sono tre?»
«Ma hias, hai bisogno di sederti?»
«La vostra cultura è disgustosa. L’idea che un Ravkiano possa
civilizzare un Fjerdiano…»
«Calmati, Ma hias.»
«Forse dovrei scrivere la storia di questi insaziabili Ravkiani a cui
piace ubriacarsi e spogliarsi e fare avance sconvenienti a dei poveri
sfortunati Fjerdiani.»
«Questa sì che sembra una festa.» Ma hias scrollò la testa, ma
Nina riuscì a scorgere un sorriso distendergli le labbra. Decise di
sfru are il vantaggio e spingersi un po’ oltre. «Potremmo giocarci
noi» bisbigliò, a voce abbastanza bassa perché nessuno intorno
potesse sentire.
«No che non potremmo.»
«A un certo punto lui le fa il bagno.»
Ma hias inciampò. «Perché mai lui…»
«Lei è legata, quindi tocca a lui.»
«Stai zi a.»
«Già lì a dare ordini. Molto barbaro da parte tua. Potremmo
scambiarci le parti. Io potrei fare il barbaro e tu la principessa. Ma
così ti toccherebbe fare molti più sospiri e tremolii e
mordicchiamenti di labbra.»
«E se mordessi le tue, di labbra?»
«Stai entrando nella parte, Helvar.»
«E tu stai cercando di distrarmi.»
«Sì. E funziona. Sono quasi due isolati che non guardi storto
nessuno. E vedi, siamo arrivati.»
«E adesso?» domandò Ma hias, scrutando la folla.
Erano arrivati a una taverna dall’aspe o sgangherato. Di fronte
c’era un uomo con un carre o, vendeva le solite icone e le statue e di
Sankta Alina reinterpretate nel nuovo stile: Alina con il pugno
alzato, il fucile in mano, i corpi alati dei volcra schiacciati so o gli
stivali. Un’iscrizione alla base della statua recitava REBE DVA
VOLKSHIYA , Figlia del Popolo.
«Posso aiutarvi?» chiese l’uomo in Ravkiano.
«Che il giovane re Nikolai goda di buona salute» rispose Nina in
Ravkiano. «E possa regnare a lungo.»
«Con cuore di piuma» replicò l’uomo.
«E pugno di ferro» disse Nina, completando la parola d’ordine.
Il venditore ambulante si guardò alle spalle. «Sedetevi al secondo
tavolo alla vostra sinistra quando entrate. Se vi va, ordinate pure.
Qualcuno sarà da voi in un a imo.»
La taverna era fredda e buia a paragone con la piazza di prima, e
Nina dove e sba ere gli occhi per vedere qualcosa all’interno. Il
pavimento era cosparso di segatura e qualche tavolino era occupato
da più persone radunate a parlare sopra bicchieri di kvas e pia i di
aringhe.
Nina e Ma hias presero posto al tavolo vuoto.
La porta della taverna si chiuse con violenza alle loro spalle.
All’istante, gli altri clienti si ritrassero dai tavoli, facendo cadere le
sedie per terra e puntando le pistole contro di loro. Una trappola.
Senza pensarci un a imo, Nina e Ma hias balzarono in piedi e si
piazzarono schiena contro schiena, pronti a comba ere: Ma hias con
la pistola alzata e Nina con le mani in alto.
Dal retro della taverna emerse una ragazza incappucciata e con il
colle o sollevato a coprire il viso quasi per intero. «Venite avanti in
silenzio» disse, gli occhi d’oro che mandavano bagliori nella luce
fioca. «Non c’è bisogno di uno scontro.»
«Allora perché tu e quelle pistole?» chiese Nina, prendendo
tempo.
La ragazza alzò una mano e Nina avvertì le proprie pulsazioni
scendere.
«È una Spaccacuore!» urlò.
Ma hias estrasse qualcosa dalla tasca. Nina sentì uno scoppie io
e un sibilo, e un istante dopo una foschia rosso scuro riempì l’aria.
Wylan aveva prodo o una bomba crepuscolare per Ma hias? Era
una tecnica drüskelle per confondere la vista dei Grisha
Spaccacuore. Nella coltre di nebbia, Nina distese le dita sperando
che il potere le rispondesse. Non sentì provenire nulla dai corpi che
la circondavano, nessuna vita, nessun movimento.
Però dai margini della coscienza avvertì nascere qualcos’altro, un
genere diverso di consapevolezza, una sacca di freddo in un lago
profondo, una scossa tonificante che sembrava risvegliare le sue
cellule. Le era familiare: la no e che avevano rapito Alys, quando
aveva abba uto la guardia, aveva provato qualcosa di simile, ma
questa volta era molto più forte. Aveva una forma e una consistenza.
Si lasciò sommergere dal freddo e si protese ciecamente,
voracemente verso quella sensazione di risveglio dei sensi, poi portò
le braccia in avanti con un gesto che era per metà istinto e per metà
addestramento.
Le finestre della taverna implosero in una pioggia di vetro.
Frammenti di ossa schizzarono nell’aria, colpendo gli uomini armati
come schegge di proie ili. “Le reliquie che erano sui carre i
ambulanti” realizzò Nina in un lampo di lucidità. In qualche modo
aveva assunto il controllo su quelle ossa.
«Hanno dei rinforzi!» urlò uno degli uomini.
«Aprite il fuoco!»
Nina si preparò all’impa o delle pallo ole, ma l’istante successivo
fu strappata via da terra. Un a imo prima era sul pavimento della
taverna e quello dopo la sua schiena stava sba endo contro le travi
del te o mentre guardava la segatura so o di lei. Tu ’a orno sia gli
uomini che l’avevano aggredita sia Ma hias erano appesi in alto,
anche loro inchiodati al soffi o.
Sulla soglia della cucina c’era una giovane donna i cui capelli neri
brillavano come se fossero praticamente blu nella luce fioca della
taverna.
«Zoya?» disse Nina ansimando mentre guardava giù e tentava di
riprendere fiato.
Zoya fece un passo avanti nella luce, una visione di seta color
zaffiro, con i polsini e l’orlo ricamati a fi e spirali d’argento. La
donna sgranò gli occhi pesantemente truccati. «Nina?» disse Zoya, e
la sua concentrazione vacillò, e tu i quanti precipitarono di un piede
prima che lei rialzasse le mani e loro fossero ancora una volta
sba uti contro le travi.
Zoya fissò Nina meravigliata. «Sei viva» disse. Il suo sguardo
scivolò su Ma hias, che si agitava come la farfalla più grande e più
bru a mai appuntata su un pezzo di carta. «E ti sei fa a un nuovo
amico.»
14
WYLAN

Wylan non era più stato su un traghe o di tali dimensioni da


quando, sei mesi prima, aveva tentato di lasciare la ci à, e ora era
difficile non rammentare quel disastro, specialmente perché i ricordi
di suo padre erano così freschi nella sua mente. Però questa
imbarcazione era decisamente diversa da quella che aveva preso
quella no e. Il traghe o percorreva la ro a commerciale due volte al
giorno. All’andata, veniva caricato di verdure, bestiame e tu o
quello che gli agricoltori portavano sulle piazze del mercato sparse
per la ci à. Da bambino pensava che qualsiasi cosa provenisse da
Ke erdam, ma ben presto aveva capito che, sebbene in ci à si
potesse trovare praticamente di tu o, era ben poco quello che vi
veniva anche prodo o. La ci à faceva arrivare i fru i più esotici –
manghi, fru i della passione, ananas piccoli e gustosi – dalle Colonie
del Sud. Per le cibarie più comuni, invece, faceva affidamento sulle
fa orie dei dintorni.
Jesper e Wylan avevano preso una nave in partenza piena di
immigrati appena sbarcati a Ke erdam e di braccianti in cerca di
lavori agricoli anziché di impieghi nelle fabbriche della ci à.
Sfortunatamente, erano saliti a bordo piu osto a sud e di
conseguenza tu i i posti a sedere erano già occupati, motivo per cui
Jesper era decisamente di ca ivo umore.
«Perché non possiamo prendere la linea di Belendt?» si era
lamentato solo qualche ora prima. «Passa davanti a Olendaal. Le
navi sulla linea commerciale sono sudicie e non c’è mai nessun posto
libero dove sedersi.»
«Perché voi due a irereste troppo l’a enzione sulla linea di
Belendt. Qua a Ke erdam non fate girare la testa a nessuno,
ammesso che Jesper non indossi uno dei suoi abiti scozzesi più
p p
vivaci. Ma datemi un’altra buona ragione, a ività agricole a parte,
per cui dovreste vedere uno Shu e uno Zemeni che se ne vanno
insieme a zonzo per la campagna.»
Wylan non aveva considerato quanto fosse appariscente la sua
nuova faccia fuori dalla ci à. Ma era segretamente sollevato che Kaz
non li volesse sulla linea di Belendt. Sarebbe stata più comoda, ma i
ricordi sarebbero stati troppo dolorosi il giorno in cui finalmente
avesse visto dov’era stata seppellita sua madre.
«Jesper» aveva de o Kaz, «tieni le armi nella fondina e gli occhi
aperti. Van Eck deve aver messo so o controllo gli snodi
commerciali principali, e noi non abbiamo tempo di falsificare
l’identità di Wylan. Io recupererò l’agente corrosivo da uno dei
cantieri navali di Imperjum. La tua priorità è trovare la cava e
recuperare l’altro minerale che ci serve per l’acido aurico. Andate a
Santa Hilde se, e solo se, vi avanza tempo.»
Wylan aveva visto il proprio mento sollevarsi, ed era stato
sopraffa o dal cocciuto sentimento che gli covava dentro. «È una
cosa che devo fare. Non sono mai stato sulla tomba di mia madre.
Non lascerò Kerch senza dirle addio.»
«Fidati, importa più a te che a lei.»
«Come puoi dire una cosa così? Tu non hai ricordi di tua madre e
tuo padre, neanche uno?»
«Ke erdam è mia madre. Mi ha dato alla luce nel porto. E mio
padre è il profi o. Gli rendo onore ogni giorno. Tornate entro il
crepuscolo o non tornate proprio. Tu i e due. Mi serve una banda,
non degli smidollati sentimentali.» Kaz aveva consegnato a Wylan i
soldi per il viaggio. «Assicurati di comprarli tu i biglie i. Non voglio
che Jesper vada a farsi un giro alla Ruota della Fortuna di Makker.»
«Questa solfa ormai è vecchia» aveva borbo ato Jesper.
«Allora impara un altro ritornello.»
Jesper si era limitato a scuotere la testa, ma Wylan sapeva che le
frecciate di Kaz lo pungevano ancora.
Ora Wylan guardò Jesper appoggiarsi con la schiena alla
balaustra, gli occhi chiusi, il viso rivolto al debole sole primaverile.
«Non credi che dovremmo essere più prudenti?» gli chiese, con la
faccia sprofondata nel bavero della giacca. Al momento dell’imbarco
avevano schivato per un pelo due guardie della stadwatch.
«Siamo già fuori ci à. Rilassati.»
Wylan diede un’occhiata dietro di sé. «Ero convinto che avrebbero
setacciato la nave.»
Jesper aprì un occhio e disse: «E bloccare il traffico? Van Eck sta
già creando problemi nei porti. Se si me e a bloccare i traghe i,
scoppia la rivolta».
«Perché?»
«Guardati a orno. Le fa orie hanno bisogno di braccianti. Le
fabbriche hanno bisogno di operai. Kerch non andrà avanti a
tollerare troppi disagi solo per il figlio di un mercante, specialmente
quando ci sono di mezzo dei soldi.»
Wylan cercò di rilassarsi e si sbo onò la giacca di tessuto grezzo
che Kaz gli aveva procurato. «Dove li va a prendere i vestiti e le
uniformi? Ha per caso un armadio gigante da qualche parte?»
«Vieni qui.»
Diffidente, gli si avvicinò con cautela. Jesper si prese il colle o e lo
ribaltò in modo che lui potesse vedere che c’era appuntato un
nastrino blu. «È così che gli a ori etiche ano i propri costumi» disse.
«Questo apparteneva a… Josep Kikkert. Oh, lui non è male. L’ho
visto in Il Folle prende moglie.»
«Costumi?»
Jesper, nel rigirarsi il colle o, gli sfiorò con le dita la nuca. «Già.
Anni fa Kaz aprì un passaggio segreto nel guardaroba del teatro
dell’opera di Stadlied. È lì che si procura il grosso di quel che gli
serve, e dove ammassa il resto. Vuol dire che, se c’è una retata, non
può essere accusato di indossare una finta divisa della stadwatch o la
finta livrea di una casata.»
Wylan immaginò che la cosa avesse senso. Per un po’ guardò la
luce del sole sbrilluccicare sull’acqua, poi mise a fuoco la balaustra e
disse: «Grazie per essere venuto con me oggi».
«Kaz non ti avrebbe lasciato andare da solo. E poi, te lo devo. Tu
sei venuto con me a incontrare mio padre all’università, e sei
intervenuto quando ha iniziato a fare domande.»
«Non mi piace mentire.»
p
Jesper si voltò, appoggiò i gomiti alla balaustra e guardò gli argini
erbosi che digradavano verso il canale. «Allora perché lo hai fa o?»
Non sapeva veramente perché mai si fosse inventato quella storia
folle di lui che coinvolgeva Jesper in un ca ivo investimento.
Quando aveva aperto la bocca, non sapeva nemmeno cosa avrebbe
de o veramente. Sapeva solo che non sopportava di vedere Jesper –
il sorridente e sicuro di sé Jesper – con quell’espressione smarrita in
faccia, e neanche il terribile miscuglio di speranza e paura negli occhi
di Colm Fahey mentre aspe ava una risposta dal figlio. Gli ricordava
troppo il modo in cui il suo stesso padre lo aveva guardato, in
passato, quando ancora nutriva l’illusione che lui potesse essere
curato, o aggiustato. Non voleva vedere gli occhi del padre di Jesper
passare dalla preoccupazione alla rabbia.
Fece spallucce. «Ci sto prendendo l’abitudine, a salvarti. L’ho fa o
per tenermi in esercizio.»
Jesper si abbandonò a una risata fragorosa che lo fece voltare,
timoroso di a irare l’a enzione, per guardarsi alle spalle.
Ma l’allegria di Jesper fu di breve durata. Cambiò posizione
accanto al corrimano, si strofinò la nuca e giocherellò con la tesa del
cappello. Era sempre in movimento, come il meccanismo di un
orologio alimentato da un’energia invisibile. Con la differenza che gli
orologi erano semplici. Wylan poteva solo indovinare come
funzionasse Jesper, che alla fine disse: «Sarei dovuto andare a
trovarlo, oggi».
Sapeva che stava parlando di Colm. «Perché non l’hai fa o?»
«Non so proprio cosa dirgli.»
«La verità è fuori questione?»
«Diciamo che preferirei evitarla.»
Tornò a osservare l’acqua. Aveva iniziato a pensare che Jesper
fosse impavido, ma forse essere provvisto di coraggio non
significava essere sprovvisto di paura. «Non puoi sfuggire a questa
cosa per sempre.»
«Tu dici? Sta’ a guardare.»
Superarono un’altra fa oria, poco più di una sagoma bianca nella
foschia del ma ino, con i gigli e i tulipani che punteggiavano i campi
di fronte disegnando sprazzi di costellazioni. Forse Jesper poteva
g p p p
continuare a scappare. Se Kaz continuava a saltarsene fuori con piani
miracolosi, forse Jesper poteva restare sempre un passo avanti.
«Avrei voluto portarle dei fiori» disse Wylan. «Qualcosa.»
«Possiamo raccoglierne qualcuno lungo la strada» disse Jesper, e
lui capì che stava approfi ando dell’occasione per cambiare
argomento. «Hai tanti ricordi di lei?»
Scrollò la testa. «Mi ricordo i suoi riccioli. Erano di un bellissimo
color rosso oro.»
«Come i tuoi» disse Jesper. «Prima.»
Si sentì avvampare senza nessun buon motivo. Jesper stava solo
constatando una realtà di fa o, dopotu o. Si schiarì la voce. «Amava
l’arte e la musica. Mi sembra di ricordare che sedevo sul panche o
del pianoforte insieme a lei. Ma poteva essere una tata.» Alzò le
spalle. «Un giorno si ammalò e andò in campagna perché i suoi
polmoni potessero riprendersi, e poi non ci fu più.»
«E il funerale?»
«Mio padre mi disse che era stata seppellita all’ospedale. E quello
fu tu o. Sme emmo di parlare di lei. Disse che non conveniva
rimuginare sul passato. Non so. Credo che lui l’amasse veramente.
Litigavano tu o il tempo, a volte ero io il motivo, ma ricordo anche
che ridevano tanto assieme.»
«Faccio fatica a immaginare tuo padre che ride, persino che
sorride. A meno che non si stia sfregando le mani, sghignazzando,
sopra una montagna di lingo i d’oro.»
«Non è un uomo malvagio.»
«Ha tentato di ucciderti.»
«No, ha distru o la nostra barca. Uccidermi avrebbe costituito un
valore aggiunto.» Non era del tu o vero, ovviamente. Jesper non era
l’unico a cercare di restare un passo avanti ai propri demoni.
«Oh, allora hai proprio ragione» disse Jesper. «Non è malvagio
per niente. Sono sicuro che ha avuto le sue buone ragioni anche per
non perme erti di dare l’ultimo saluto a tua madre.»
Wylan tirò un filo che usciva dalla manica della giacca. «Non è
stata tu a colpa sua. Mio padre, perlopiù, sembrava triste. E
distante. Fu più o meno nello stesso periodo che si accorse che io non
ero… quello che lui sperava.»
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«Quanti anni avevi?»
«O o, più o meno. Ero diventato molto bravo a nasconderlo.»
«Come?»
Sul suo viso apparve un accenno di sorriso. «Lui leggeva per me
oppure chiedevo alle tate di farlo, e io memorizzavo tu o quello che
dicevano. Sapevo addiri ura quando fare una pausa e quando girare
pagina.»
«Quanta roba riuscivi a memorizzare?»
«Tanta. In un certo senso, la mia mente me eva le parole in
musica come canzoni. Lo faccio ancora, qualche volta. Mi basta dire
che non so decifrare la scri ura altrui, così gli altri leggono a voce
alta e io, con le parole, compongo una melodia che posso tenere in
testa finché ne ho bisogno.»
«E non potresti applicare questa tua abilità al gioco delle carte?»
«Probabilmente sì. Ma non lo farò.»
«Un talento sprecato.»
«Senti chi parla.»
Jesper lo guardò storto. «Godiamoci il panorama.»
Non c’era più molto da contemplare. Wylan si rese conto di
quanto si sentiva stanco. Non era abituato a quella vita fa a di
paura, in cui si passava da una preoccupazione all’altra.
Prese in considerazione l’idea di raccontare a Jesper com’era
iniziato il tu o. Sarebbe stato un sollievo rivelare la storia per intero,
in tu a la sua vergogna? Forse. Ma una parte di lui desiderava che
Jesper e gli altri continuassero a credere che lui aveva lasciato la casa
paterna con l’intenzione di sistemarsi nel Barile, che aveva scelto lui
di fare quella vita.
A mano a mano che Wylan diventava grande, Jan Van Eck aveva
chiarito in modo sempre più inequivocabile che non c’era posto in
famiglia per lui, specialmente dopo il matrimonio con Alys. Ma
sembrava che non sapesse cosa fare con il ragazzo. Aveva preso
l’abitudine di eme ere delle sentenze su di lui, una più catastrofica
dell’altra.
Non puoi andare in seminario perché non sai leggere.
Non posso mandarti come apprendista da nessuna parte perché il tuo
dife o potrebbe saltar fuori.
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Sei come il cibo che va a male facilmente. Non posso nemmeno
conservarti da qualche parte su uno scaffale perché inizieresti a puzzare.
Poi, sei mesi prima, lo aveva convocato nel suo ufficio. “Ti ho
assicurato un posto alla scuola di musica di Belendt. Ho assunto per
te un segretario personale che ti incontrerà a scuola. Si occuperà di
tu e le le ere e di tu e le questioni al di là delle tue possibilità. È
uno spreco assurdo di tempo e denaro, ma nel tuo caso devo
acce are l’inevitabile.”
“Per quanto tempo?” aveva domandato Wylan.
Il padre aveva scrollato le spalle. “Tu o il tempo che serve perché
la gente si scordi che ho mai avuto un figlio. Oh, non guardarmi con
quell’espressione ferita, Wylan. Sono onesto, non crudele. Questa è la
soluzione migliore per entrambi. A te sarà risparmiato l’impossibile
compito di indossare i panni del figlio di un mercante, e a me sarà
risparmiato l’imbarazzo di guardarti mentre ci provi.”
Il mondo non ti tra erà meno ingiustamente di me. Era questo il
ritornello di suo padre. Chi altri sarebbe stato così franco con lui?
Chi altri l’amava a tal punto da dirgli la verità? Lui aveva dei ricordi
felici di suo padre che gli leggeva le favole: racconti oscuri di foreste
piene di streghe e fiumi che parlavano. Jan Van Eck aveva fa o del
suo meglio per prendersi cura di lui, e se aveva fallito la colpa era
del figlio. Suo padre poteva sembrare crudele, ma non stava soltanto
proteggendo se stesso o l’impero dei Van Eck, stava proteggendo
anche lui.
E tu o quello che diceva aveva perfe amente senso. Wylan non
poteva essere incaricato di gestire una fortuna perché sarebbe stato
truffato troppo facilmente. Non poteva andare all’università perché
sarebbe stato ogge o di scherno. È la soluzione migliore per entrambi.
La collera paterna era stata spiacevole, ma era la sua logica che lo
aveva ca urato: quella voce pragmatica e inconfutabile che parlava
nella sua testa tu e le volte che tentava di imparare qualcosa di
nuovo, o che tentava ancora di imparare a leggere.
Faceva male essere mandati via, ma lui era lo stesso fiducioso.
Una nuova vita a Belendt gli suonava magica. Non sapeva molto di
più oltre al fa o che era la seconda ci à più antica di Kerch e che si
trovava sulle sponde del fiume Droombeld. Si sarebbe ritrovato
p
lontano dagli amici del padre e dai suoi colleghi d’affari. Van Eck era
un cognome abbastanza comune, e a quella distanza da Ke erdam
essere un Van Eck non voleva automaticamente dire essere uno di
quei Van Eck.
Il padre gli aveva consegnato una busta sigillata e un piccolo
gruzzolo di kruge per il viaggio. “Questi sono i documenti della tua
iscrizione, e qui ci sono soldi a sufficienza per provvedere a te stesso
a Belendt. Una volta arrivato, chiedi al tuo segretario di incontrare il
cassiere della banca. È stato aperto un conto a tuo nome. Ho anche
fa o in modo che tu abbia con te due accompagnatori sul traghe o.”
Le guance di Wylan erano diventate rosse per l’umiliazione.
“Sono in grado di arrivare a Belendt.”
“Non hai mai viaggiato fuori da Ke erdam per conto tuo, e non è
questo il momento di cominciare. Miggson e Prior hanno degli affari
da sbrigare per conto mio a Belendt. Ti scorteranno fin là e si
accerteranno che ti sia ambientato bene. Intesi?”
Aveva inteso. Da solo, non era capace nemmeno di salire a bordo
di una barca dire a fuori ci à.
Ma a Belendt le cose sarebbero state diverse. Mise le sue cose in
una valige a, un cambio d’abiti e quel poco che gli sarebbe servito
subito, prima dell’arrivo dei suoi bauli a scuola, e aggiunse gli
spartiti musicali preferiti. Se avesse saputo leggere le le ere come
leggeva le partiture, non avrebbe avuto un problema al mondo.
Quando il padre aveva smesso di leggere per lui, era stata la musica
a regalargli delle nuove storie, storie che si andavano a srotolare
dalle sue dita e in cui poteva riversare se stesso a ogni nota
riprodo a. Aveva infilato il flauto nella borsa a tracolla, nel caso
avesse avuto voglia di esercitarsi durante il viaggio.
Il suo addio ad Alys era stato breve e imbarazzante. Lei era una
ragazza gentile, ed era tu o lì il problema: aveva appena qualche
anno più di Wylan. E lui non capiva come facesse suo padre a
camminare per strada accanto a lei senza vergognarsi. Però ad Alys
non sembrava dare fastidio, forse perché, quando le era vicino, suo
padre tornava a essere l’uomo che era stato durante l’infanzia di
Wylan: gentile, generoso, paziente.
Anche adesso, lui non avrebbe saputo dire in quale momento
preciso suo padre lo aveva ripudiato. Il cambiamento era avvenuto
lentamente. Anche la pazienza di Jan Van Eck si era consumata
lentamente, come una lamina d’oro sopra un metallo più grezzo, e
quando non ne era rimasta neanche un po’, era stato come se suo
padre fosse diventato un’altra persona, molto meno sfavillante.
“Volevo salutarti e augurarti il meglio” aveva de o ad Alys. Lei
era seduta nel salo ino, e il suo terrier le sonnecchiava ai piedi.
“Stai andando via?” gli aveva chiesto lei, alzando lo sguardo dal
lavoro di cucito e accorgendosi della borsa. Stava facendo l’orlo alle
tende. Le donne di Kerch, anche le più ricche, non si dedicavano ad
a ività frivole come il ricamo. Meglio servire Ghezen con compiti da
cui tu a la casa poteva trarre beneficio.
“Sto andando a Belendt, alla scuola di musica.”
“Oh, che meraviglia!” aveva cingue ato Alys. “Mi manca così
tanto la campagna. Vedrai come ti piacerà l’aria pulita, e ti farai
senz’altro degli o imi amici.” Aveva riposto l’ago e lo aveva baciato
su tu e e due le guance. “Tornerai per le vacanze?”
“Forse” aveva risposto Wylan, anche se sapeva che non l’avrebbe
fa o. Suo padre desiderava che sparisse, e lui sarebbe sparito.
“Prepareremo il pan di zenzero, allora” aveva de o Alys. “Mi
racconterai tu e le tue avventure, e presto avremo un nuovo amico
con cui giocare.” E sorridendo felice si era toccata la pancia.
Wylan ci aveva messo un a imo per capire cosa intendesse, e a
quel punto era rimasto lì in piedi, a stringere forte la borsa, ad
annuire e a sorridere meccanicamente mentre Alys parlava dei loro
piani per le vacanze. Alys era incinta. Ecco perché suo padre lo stava
mandando via. Jan Van Eck stava per avere un altro erede, un erede
adeguato. Wylan era ormai sacrificabile. Sarebbe svanito dalla ci à,
si sarebbe occupato d’altro altrove. Il tempo sarebbe passato e
nessuno avrebbe alzato un sopracciglio quando il figlio di Alys
sarebbe stato formato per diventare il capo dell’impero dei Van Eck.
Tu o il tempo che serve perché la gente si scordi che ho mai avuto un figlio.
Non era stato un insulto gratuito.
Miggson e Prior giunsero allo scoccare degli o o rintocchi di
campana per accompagnarlo alla nave. Nessuno arrivò a dargli un
p p p g g
ultimo saluto e, quando passò davanti all’ufficio di suo padre, la
porta era chiusa. Si rifiutò di bussare e implorare una briciola
d’affe o come faceva il terrier di Alys quando voleva un bisco o.
Gli uomini di suo padre indossavano gli abiti scuri preferiti dai
mercanti e durante la passeggiata fino al molo furono di poche
parole. Acquistarono i biglie i per la linea di Belendt e, una volta a
bordo della nave, Miggs seppellì la faccia in un giornale mentre
Prior si reclinò all’indietro sul sedile, il cappello abbassato, le
palpebre semichiuse. Wylan non riusciva a stabilire se l’uomo stesse
dormendo o lo stesse fissando, come una specie di lucertola
assonnata.
Il traghe o era quasi vuoto a quell’ora. La gente pisolava nella
cabina soffocante o consumava la cena che si era preparata, tenendo i
panini al prosciu o e le tazze di caffè in equilibrio sulle ginocchia.
Incapace di dormire, Wylan lasciò il caldo della cabina e si diresse
verso la prua della barca. L’aria invernale, che era fredda e aveva
l’odore dei macelli alla periferia della ci à, gli ribaltò lo stomaco, ma
presto le luci si sarebbero affievolite e si sarebbero trovati in aperta
campagna. Era un peccato che non stessero viaggiando di giorno. Gli
sarebbe piaciuto vedere i mulini a vento che sorvegliavano i campi e
le pecore che brucavano al pascolo. Sospirò, rabbrividendo dentro il
cappo o, e sistemò il cinturino della borsa a tracolla. Avrebbe
dovuto provare a riposare. Forse avrebbe potuto svegliarsi presto e
guardare l’alba.
Quando si voltò, Prior e Miggson erano in piedi dietro di lui.
“Mi dispiace” disse. “Io…” E poi le mani di Prior gli stavano
stringendo la gola.
Rantolò, o cercò di rantolare; il suono che produsse fu a malapena
un gracidio.
Artigliò i polsi di Prior, ma la presa dell’uomo era di ferro, la
pressione implacabile. Prior era così grosso che si sentì sollevare
leggermente quando l’uomo lo spinse contro la balaustra.
La faccia di Prior era fredda e calma, quasi annoiata, e lui si rese
conto che non avrebbe mai raggiunto la scuola di Belendt. Non era
mai stato quello il piano. Non c’era nessun segretario. Nessun conto
intestato a suo nome. Nessuno stava aspe ando il suo arrivo. I
p
presunti documenti d’iscrizione che aveva in tasca probabilmente
erano dei fogli bianchi. Wylan non si era neanche dato la pena di
provare a leggerli. Stava per scomparire, proprio come suo padre
aveva sempre desiderato, e aveva assoldato quegli uomini per
eseguire il lavoro. Suo padre, che di sera gli aveva le o le favole
prima di dormire, che gli aveva portato la tisana di malva addolcita
con il miele quando si era ammalato di polmonite. Tu o il tempo che
serve perché la gente si scordi che ho mai avuto un figlio. Suo padre stava
per eliminarlo dai libri contabili, come un calcolo sbagliato, come
una voce di spesa che poteva essere cancellata. I conti sarebbero
tornati.
La vista gli si affollò di macchie nere. Crede e di sentire della
musica.
“Voi, laggiù! Cosa succede?”
La voce sembrava arrivare da lontano. Prior allentò leggermente
la presa. Con le dita dei piedi, Wylan tornò a toccare il ponte della
nave.
“Proprio niente” disse Miggson, voltandosi verso l’estraneo.
“Abbiamo appena beccato questo tipo che frugava tra le cose degli
altri passeggeri.”
Wylan emise un suono strozzato.
“Devo… devo portare qui la stadwatch, allora? Ci sono due
funzionari in cabina.”
“Abbiamo già allertato il capitano” disse Miggson. “Alla prossima
fermata, lo porteremo noi alla stazione della stadwatch.”
“Be’, signori, mi fa piacere che siate stati così a enti.” L’uomo si
voltò per andarsene.
Il traghe o ondeggiò leggermente. Wylan non avrebbe aspe ato
la loro prossima mossa.
Diede uno spintone a Prior con tu a la sua forza e poi, prima che
gli venisse a mancare il coraggio, si tuffò dal parape o dentro il
canale torbido.
Nuotò a tu a velocità, tu a quella che riuscì a me ere insieme.
Era ancora stordito e la gola gli faceva male. Udì un altro tonfo
nell’acqua e, scioccato, capì che uno dei due uomini si era tuffato
dietro di lui. Se fosse riemerso da qualche parte con del fiato ancora
in corpo, probabilmente Miggson e Prior non sarebbero stati pagati.
Cambiò stile di nuoto, facendo meno rumore possibile, e si
costrinse a pensare. Invece di puntare dri o alla sponda del canale
come il suo corpo congelato bramava, si immerse so o una chia a
mercantile lì vicino e riaffiorò dall’altra parte, procedendo al suo
fianco e usandola per nascondersi. Il peso morto della borsa a
tracolla gli premeva sulle spalle, ma non poteva rinunciarvi. “Le mie
cose” pensò in modo irragionevole, “il mio flauto.” Non si fermò,
neanche quando il respiro gli si fece corto e iniziò a non sentire più
le gambe. Si costrinse a proseguire, a me ere tu a la distanza
possibile tra sé e i tirapiedi di suo padre.
Ma alla fine le forze gli vennero meno e si rese conto che, più che
nuotare, stava dimenandosi a vuoto. Se non avesse raggiunto la
sponda, sarebbe affogato. Si spinse con le gambe verso le ombre di
un ponte e si trascinò fuori dal canale, poi si raggomitolò, bagnato
fradicio e tremante nell’aria gelida. La gola sembrava scorticarsi tu e
le volte che deglutiva e, a ogni tonfo che sentiva, temeva fosse Prior
in arrivo per finire il lavoro.
Doveva escogitare uno straccio di piano, ma era difficile
formulare dei pensieri coerenti. Si controllò le tasche dei pantaloni.
Aveva ancora le kruge che gli aveva dato suo padre, riposte al sicuro.
Le banconote erano umide, ma utilizzabili. Dove poteva andare?
Non aveva abbastanza denaro per lasciare la ci à e, se suo padre
avesse mandato degli uomini a cercarlo, sarebbe stato facile
rintracciarlo. Doveva andare in un posto sicuro, un posto dove suo
padre non avrebbe pensato di guardare. Gambe e braccia pesavano
come piombo, il freddo stava lasciando il passo alla stanchezza.
Aveva il timore che, se si fosse concesso di chiudere gli occhi, non
avrebbe avuto la forza di volontà per riaprirli.
Alla fine, prese semplicemente a camminare. Girovagò a nord
a raversando la ci à, lontano dai macelli, oltrepassò un silenzioso
quartiere residenziale dove abitavano i piccoli commercianti, poi
proseguì, e le strade divennero più stre e e più tortuose, finché le
case sembrarono accalcarsi sopra di lui. Malgrado l’ora tarda tu e le
finestre e le bo eghe erano illuminate. Dai locali squallidi e
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malmessi usciva della musica, e nei vicoli intravedeva corpi
avvinghiati gli uni agli altri.
“Qualcuno ti ha inzuppato, figliolo?” gli gridò da un pianero olo
un vecchio a corto di denti.
“Gliela do io una bella inzuppata!” gracchiò una donna
appoggiata alle scale.
Era nel Barile. Wylan aveva vissuto tu a la sua vita a Ke erdam,
ma non c’era mai stato. Non gli era mai stato dato il permesso. Lui
non l’aveva mai voluto. Suo padre lo chiamava “un covo osceno di
vizi e sacrilegi” e “la vergogna della ci à”. Sapeva che era un
labirinto di strade buie e passaggi nascosti. Dove quelli del posto si
infilavano maschere e costumi per compiere azioni sconvenienti,
dove gli stranieri affollavano le strade principali in cerca dei
divertimenti più spregevoli, dove la gente andava e veniva come le
maree. Il posto perfe o per scomparire.
E così era andata. Fino al giorno in cui era arrivata la prima le era
di suo padre.

Con un sobbalzo, Wylan si rese conto che Jesper lo stava tirando per
la manica. «È la nostra fermata, mercantuccio. Da i una mossa.»
E gli andò dietro di corsa. Sbarcarono sul molo deserto di
Olendaal e risalirono l’argine fino alla sonnolenta strada di un
villaggio.
Jesper si guardò a orno. «Questo posto mi ricorda casa mia. I
campi a perdita d’occhio, il silenzio ro o solo dal ronzio delle api,
l’aria pulita.» Rabbrividì. «Disgustoso.»
Lungo il cammino Jesper lo aiutò a raccogliere dei fiori dal ciglio
della strada. Quando arrivarono alla via principale, aveva messo
insieme un mazze o di tu o rispe o.
«Immagino che dovremo cercare la strada che porta alla cava»
disse Jesper.
Wylan diede qualche colpo di tosse. «No, basta un emporio
qualunque.»
«Ma hai de o a Kaz che il minerale…»
«È presente in qualunque vernice e smalto. Volevo solo avere un
motivo per venire a Olendaal.»
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«Wylan Van Eck, tu hai mentito a Kaz Brekker.» Jesper gli piazzò
una mano sul pe o. «E l’hai fa a franca! Tieni dei corsi?»
Lui ne fu assurdamente compiaciuto, finché non pensò a Kaz nel
momento in cui l’avrebbe scoperto. A quel punto si sentì come la
prima volta che aveva assaggiato il brandy e aveva finito per
vomitarsi la cena sulle scarpe.
A metà strada trovarono un emporio, e gli ci volle solo qualche
minuto per acquistare il necessario. All’uscita, un uomo che stava
caricando il proprio carro rivolse loro la parola. «Ragazzi, siete in
cerca di lavoro?» domandò sce ico. «Nessuno dei due sembra in
grado di reggere una giornata intera nei campi.»
«Rimarrà sorpreso» disse Jesper. «Abbiamo firmato un contra o
per eseguire dei lavori nei dintorni di Santa Hilde.»
Wylan a ese, nervoso, ma l’uomo si limitò ad annuire. «Dovete
fare delle riparazioni all’ospedale?»
«Già» rispose Jesper con naturalezza.
«Il tuo amico lì non parla molto.»
«Shu» tagliò corto Jesper, alzando le spalle.
Il vecchio fece una specie di grugnito per dimostrarsi d’accordo e
disse: «Saltate su. Sto andando verso la cava. Posso portarvi fino ai
cancelli. Per chi sono i fiori?».
«Lui ha una fidanzatina vicino a Santa Hilde.»
«Una ragazza fortunata.»
«Lasci stare. Il mio amico ha un gusto terribile in fa o di donne.»
Wylan considerò l’idea di scaraventare Jesper giù dal carro.
Ai lati della strada sterrata sfilavano quelli che sembravano campi
di orzo e grano, e la pia a distesa di terra era punteggiata di tanto in
tanto da fienili e mulini a vento. Il carro procedeva spedito. “Un po’
troppo spedito” pensò Wylan mentre sobbalzavano su un solco
particolarmente profondo. Tra enne il fiato.
«La pioggia» disse il contadino. «Non è ancora passato nessuno a
riempire di sabbia le buche.»
«Non fa niente» disse Jesper, mentre il carro colpiva un’altra buca
nel terreno grande abbastanza da far tintinnare le ossa. «Tanto la
milza mica mi serviva tu a intera.»
Il contadino scoppiò a ridere. «Guarda che è utile! Stimola il
fegato!»
Wylan si aggrappò al bordo: dopotu o sarebbe stato meglio se
avesse scaraventato Jesper giù dal carro e fosse saltato giù con lui.
Per fortuna, solo un miglio più avanti, il carro rallentò davanti a due
pilastri di pietra che segnalavano l’inizio di un lungo viale o
sterrato.
«Io mi fermo qui» disse il contadino. «È un posto con cui non
voglio avere niente a che fare. Troppa sofferenza. Qualche volta,
quando il vento soffia dalla parte giusta, li puoi sentire, che ridono e
strillano.»
Jesper e Wylan si scambiarono un’occhiata.
«Sta dicendo che è infestato dai fantasmi?» domandò Jesper.
«Immagino.»
Ringraziarono e scesero a terra, contenti di farlo.
«Quando avrete finito qui, risalite la strada per due miglia» disse
il contadino. «Ho due acri di terra ancora senza braccianti. Sono
cinque kruge al giorno, e potete dormire nel fienile anziché all’aperto
nei campi.»
«Niente male» disse Jesper mentre salutava con la mano, ma dopo
essersi voltato per prendere la strada verso la chiesa, borbo ò: «Il
ritorno lo facciamo a piedi. Credo di essermi incrinato una costola».
Quando il conducente sparì dalla vista, si tolsero giacche e berre i
e restarono con gli abiti scuri che Kaz aveva suggerito loro di infilarsi
so o, quindi riposero gli indumenti in più dietro il tronco di un
albero. «Dite che vi ha mandato Cornelis Smeet» aveva de o Kaz.
«Che volete accertarvi, per conto del signor Van Eck, che la tomba
sia in buone condizioni.»
«Perché?» aveva chiesto Wylan.
«Perché se affermerai di essere il figlio di Jan Van Eck, nessuno ti
crederà.»
La strada era costeggiata dai pioppi e, mentre salivano sulla cresta
della collina, apparve alla loro vista un edificio: tre piani di pietra
bianca con una breve scalinata elegante che conduceva a una porta
d’ingresso ad arco. Il viale o era curato, ricoperto di ghiaia e
fiancheggiato su entrambi i lati da basse siepi di tasso.
gg p
«Non sembra una chiesa» disse Jesper.
«Forse prima era un monastero, oppure una scuola» suggerì
Wylan. Rimase ad ascoltare lo scricchiolio della ghiaia so o le
scarpe. «Jesper, tu hai molti ricordi di tua madre?»
Wylan aveva visto Jesper sorridere in tanti modi diversi, ma il
sorriso che in quel momento gli si diffuse sul volto era nuovo, lento,
era come una mano vincente tenuta finora celata. Tu o ciò che disse
fu: «Sì. È stata lei a insegnarmi a sparare».
Erano centinaia le domande che Wylan voleva fargli, ma più si
avvicinavano alla chiesa, meno riusciva a formulare un pensiero e a
tenerselo stre o. Sulla sinistra dell’edificio notò un pergolato
ricoperto di glicine appena sbocciato, e il profumo dolce dei fiori lilla
invadeva l’aria primaverile. Appena oltre il prato della chiesa, sulla
destra, vide un cancello di ferro ba uto e un recinto che circondava
un camposanto, con un’alta figura di pietra al centro: una donna,
suppose, probabilmente Santa Hilde.
«Quello dev’essere il cimitero» disse, stringendo più forte i fiori.
Che cosa ci faccio qui? Di nuovo quella domanda, e tu o d’un tra o
non voleva più sapere. Kaz aveva ragione. Tu o questo era sciocco,
sentimentale. Che senso aveva guardare una lapide con il nome di
sua madre inciso sopra? Non sarebbe neanche stato in grado di
leggerlo. Ma avevano fa o tu a quella strada per arrivare fin lì.
«Jesper…» a accò a dire, ma proprio in quel momento una donna
in abiti grigi da lavoro girò l’angolo spingendo una carriola piena di
terriccio.
«Goed morgen» disse loro. «Posso aiutarvi?»
«E un buon giorno è proprio quel che è» disse Jesper affabilmente.
«Veniamo qui dall’ufficio di Cornelis Smeet.»
La donna corrugò la fronte e Wylan aggiunse: «A nome dello
stimato Consigliere Jan Van Eck».
A quanto pareva non si era accorta del tremolio nella sua voce,
perché spianò la fronte e sorrise. Aveva le guance rosa e rotonde.
«Ma certo. Amme o di essere sorpresa. Il signor Van Eck è stato così
generoso con noi, eppure abbiamo sue notizie così di rado. Non c’è
niente che non va, vero?»
«Nient’affa o!» disse Wylan.
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«Si tra a solo delle nuove procedure» spiegò Jesper. «Più lavoro
per tu i.»
«Non è così che vanno sempre le cose?» La donna sorrise un’altra
volta. «E vedo che avete portato dei fiori.»
Wylan abbassò lo sguardo sul mazzo. Gli sembrava più piccolo e
male in arnese, ora. «Noi… sì.»
Lei si asciugò le mani sul grembiule informe e disse: «Vi
accompagno».
Ma, invece di voltarsi in direzione del cimitero, si diresse verso
l’ingresso. Jesper fece spallucce, e la seguirono. Mentre salivano i
bassi gradini di pietra, qualcosa di freddo strisciò lungo la spina
dorsale di Wylan.
«Ehi» sussurrò. «Ci sono le sbarre alle finestre.»
«Monaci ansiosi?» azzardò Jesper, ma non stava sorridendo.
Il salo o all’ingresso era a un’altezza doppia e aveva il pavimento
di piastrelle bianche immacolate, sulle quali erano dipinti dei delicati
tulipani blu.
Wylan non aveva mai visto una chiesa come questa. Il silenzio
nella stanza era così profondo da risultare quasi soffocante. In un
angolo c’era una grossa scrivania, e sopra la scrivania c’era un vaso
di glicine, lo stesso che aveva visto fuori. Inspirò. Il profumo era
confortante.
La donna aprì con la chiave un armadio capiente e lo passò al
vaglio per un a imo, quindi estrasse un grosso fascicolo. «Eccoci qui:
Marya Hendriks. Come potete vedere, è tu o in ordine. Potete dare
un’occhiata mentre noi la sistemiamo un po’. La prossima volta, se ci
fate sapere in anticipo della vostra visita, eviterete ritardi.»
Un sudore freddo ricoprì Wylan da capo a piedi. Riuscì a fare di sì
con la testa.
La donna estrasse dall’armadio un pesante portachiavi e aprì una
delle porte azzurre che conducevano fuori dal salo o. Wylan la sentì
girare la chiave nella serratura dall’altra parte. Appoggiò i fiori di
campo sulla scrivania. I gambi si erano ro i. Li aveva stre i troppo
forte.
«Che posto è questo?» domandò. «Che cosa vuol dire “la
sistemiamo un po’”?» Il cuore gli ticche ava in modo frenetico, come
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un metronomo impostato al ritmo sbagliato.
Jesper stava sfogliando il fascicolo, e con gli occhi scorreva veloce
le pagine.
Wylan gli sbucò da dietro la spalla e si sentì afferrare da un
terrore disperato e soffocante. Le parole sulla pagina erano uno
sgorbio senza senso, un nero ammasso di zampe d’inse o. Lo ò per
respirare. «Jesper, per favore» lo pregò con una voce so ile, stridula.
«Leggimelo.»
«Scusa» disse Jesper di fre a. «Me n’ero scordato. Io…» L’altro
non riusciva a decifrare l’espressione sul viso di Jesper: tristezza,
confusione. «Wylan… credo che tua madre sia viva.»
«È impossibile.»
«Tuo padre l’ha fa a rinchiudere.»
Scrollò la testa. Non poteva essere. «Si ammalò. Un’infezione
polmonare…»
«Tuo padre qui dichiara che lei è vi ima di isteria, paranoia e
manie di persecuzione.»
«Non può essere viva. Lui… lui si è risposato. E allora Alys?»
«Credo che abbia fa o dichiarare tua madre malata di mente e
abbia usato questa dichiarazione per o enere il divorzio. Questa non
è una chiesa, Wylan. È un manicomio.»
Santa Hilde. Suo padre aveva mandato lì del denaro ogni anno, ma
non come donazione, non per beneficenza. Per le spese di
mantenimento. Per farli stare zi i. La stanza prese a girare
vorticosamente.
Jesper lo mise a sedere sulla sedia dietro la scrivania e gli fece
pressione sulle scapole per spingerlo in avanti. «Me i la testa tra le
ginocchia, fissa il pavimento. Respira.»
Lui si sforzò di inspirare, espirare e guardare quegli incantevoli
tulipani blu dentro le piastrelle bianche. «Dimmi il resto.»
«Devi calmarti o capiranno che c’è qualcosa che non va.»
«Dimmi il resto.»
Jesper sospirò e continuò a sfogliare il fascicolo. «Figlio di
pu ana!» esclamò dopo un minuto. «C’è un passaggio di proprietà
nel fascicolo. È una copia.»
Wylan tenne gli occhi fissi sulle piastrelle del pavimento. «Cosa?
Di cosa si tra a?»
Jesper lesse: «“Questo documento, reda o in totale trasparenza al
cospe o di Ghezen, nel rispe o degli accordi intercorsi tra uomini
onesti, reso vincolante dai tribunali di Kerch e dal suo Consiglio dei
Mercanti, sancisce il trasferimento di tu e le proprietà, eredità e
a ività commerciali da Marya Hendriks a Jan Van Eck, per essere
gestite dal sudde o fino a quando Marya Hendriks sarà nuovamente
capace di intendere, volere e condurre i propri affari”».
«Il trasferimento di tu e le proprietà» ripeté Wylan. Che cosa ci
faccio qui? Che cosa ci faccio qui? Che cosa ci fa lei qui?
La chiave girò nella serratura della porta azzurra e la donna –
un’infermiera, realizzò Wylan – la varcò lisciandosi il grembiule del
camice.
«Siamo pronte per voi» disse. «È piu osto tranquilla oggi. Tu o
bene qui?»
«Il mio amico si sente un po’ debole. Troppo sole dopo tu e
quelle ore al chiuso nell’ufficio del signor Smeet. Potremmo
chiederle un bicchiere d’acqua, se non è troppo disturbo?»
«Ma certo!» disse l’infermiera. «Oh, in effe i sembra un po’ giù di
corda.» E sparì di nuovo dietro la porta, richiudendola a chiave. Per
essere sicura che i pazienti non scappino.
Jesper si inginocchiò di fronte a Wylan e gli mise le mani sulle
spalle. «Wy, ascoltami. Ti devi riprendere. Ce la fai? Possiamo
andarcene. Posso dirle che non ti senti bene, o posso entrare da solo.
Possiamo provare a tornare un’altra vol…»
Wylan fece un bel respiro profondo. Non riusciva a capacitarsi di
quello che stava succedendo, non riusciva a coglierne la portata. Per
cui fai una cosa alla volta. Era la tecnica che uno dei suoi prece ori gli
aveva insegnato per impedirgli di essere sopraffa o dalla pagina.
Non aveva funzionato, in particolare non funzionava mai quando
suo padre incombeva su di lui, ma Wylan era riuscito ad applicarla
in altre situazioni. Una cosa alla volta. Alzati. Si alzò. Stai bene. «Sto
bene» disse. «Non ce ne andremo.» Era l’unica cosa di cui era certo.
Quando l’infermiera tornò, acce ò il bicchiere d’acqua, la
ringraziò e bevve. Poi lui e Jesper la seguirono oltre la porta azzurra.
g p g p
Non riuscì però a raccogliere i fiori di campo sparpagliati sulla
scrivania. Una cosa alla volta.
Passarono davanti ad alcune porte chiuse a chiave e a una specie
di palestra. Udì un lamento provenire da qualche parte. Due donne,
in un salone, stavano divertendosi con quello che sembrava un gioco
di comba imento.
Mia madre è morta. È morta. Ma niente dentro di lui ci credeva. Non
più.
Finalmente l’infermiera li condusse a una veranda che si trovava
sul lato ovest dell’edificio, quello che ca urava tu o il calore dei
raggi del sole al tramonto. Una delle pareti era costituita per intero
da una vetrata, dalla quale si potevano vedere la distesa verde del
prato dell’ospedale e in lontananza il cimitero. Era una bella stanza,
con un pavimento a piastrelle immacolato. Su un cavalle o vicino
alla finestra era appoggiata una tela, e qualcuno aveva iniziato a
dipingerci sopra un paesaggio. Nella mente di Wylan affiorò un
ricordo: sua madre in piedi davanti a un cavalle o nel giardino sul
retro della casa sulla Geldstraat, l’odore dell’olio di lino, i pennelli
puliti in un bicchiere vuoto, il suo sguardo pensieroso che valutava
le linee della rimessa delle barche e del canale.
«Dipinge» disse in tono pia o.
«Tu o il tempo» cingue ò l’infermiera. «È proprio un’artista la
nostra Marya.»
C’era una donna seduta in una sedia a rotelle, la testa le cadeva
come se stesse lo ando per non addormentarsi, aveva delle coperte
sulle spalle stre e. Il viso era segnato, i capelli color ambra sbiaditi,
ormai grigi. “Il colore dei miei capelli” si rese conto Wylan, “se fosse
lasciato fuori so o il sole.” Provò un sollievo immenso. Questa
donna era troppo anziana per essere sua madre. Ma poi lei alzò il
mento e aprì gli occhi. Erano di un color nocciola nitido e puro, e
non erano cambiati, non si erano spenti.
«Sono venuti a farle visita, signora Hendriks.»
Sua madre mosse le labbra, ma lui non riuscì a sentire cosa avesse
de o.
Lei li guardò con occhi a enti. Poi la sua espressione vacillò,
divenne vaga e dubbiosa mentre ogni certezza si dileguava dal suo
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viso. «Dovrei… dovrei conoscervi?»
Wylan aveva la gola chiusa. “Mi riconosceresti” si domandò “se
assomigliassi ancora a tuo figlio?” Riuscì a scrollare la testa per dire
di no. «Ci siamo incontrati… ci siamo incontrati tanto tempo fa.
Quand’ero ancora un bambino.»
Lei sospirò e guardò il prato fuori dalla vetrata.
Wylan si girò impotente verso Jesper. Non era pronto per questo.
Sua madre era un corpo sepolto da tempo, polvere nella terra.
Jesper lo guidò con delicatezza verso una sedia di fronte a Marya.
«Abbiamo un’ora prima che ci tocchi tornare indietro» disse a bassa
voce. «Parlale.»
«Di cosa?»
«Ti ricordi cos’hai de o a Kaz? Non sappiamo quello che ci può
capitare. Il presente è tu o ciò che abbiamo.» Quindi a raversò la
stanza per raggiungere l’infermiera che stava riordinando i colori.
«Mi dica, signorina… sono mortificato ma non ho colto il suo nome.»
Lei sorrise, le guance rosse e tonde come mele caramellate.
«Betje.»
«Un nome incantevole per una ragazza incantevole. Il signor
Smeet mi chiedeva di dare un occhio a tu i i servizi offerti dalla
stru ura mentre eravamo qui. Le dispiacerebbe farmi fare un giro
veloce?»
Lei esitò e rivolse lo sguardo a Wylan.
«Staremo a posto qui» riuscì a dire lui con una voce che gli suonò
troppo alta e troppo cordiale. «Rivolgerò alla signora Hendriks solo
qualche domanda di routine. Fa tu o parte delle nuove procedure.»
L’infermiera rivolse uno sguardo scintillante a Jesper. «Be’, allora
immagino che un’occhiata veloce in giro possiamo darla.»
Wylan si mise a studiare la madre, e i pensieri gli diventarono una
sequenza di accordi suonati male. Le avevano tagliato i capelli corti.
Cercò di raffigurarsela da giovane, nell’elegante abito di lana nera
tipico delle mogli dei mercanti, il pizzo bianco sul colle o, i riccioli
folti e vivaci raccolti dalla cameriera personale in una treccia a
chignon.
«Salve» provò a dirle.
«È venuto per i miei soldi? Non ne ho.»
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«Nemmeno io» disse Wylan con un filo di voce.
Lei non gli era familiare, non esa amente, ma c’era qualcosa nel
modo in cui piegava la testa, nel modo in cui sedeva, la schiena
ancora dri a. Come se fosse davanti al pianoforte.
«Le piace la musica?» le chiese.
Lei annuì. «Sì, ma non ce n’è molta qui.»
Estrasse il flauto dalla camicia. Aveva viaggiato per tu o il giorno
tenendoselo stre o al pe o come una sorta di segreto, ed era ancora
caldo del proprio corpo. Aveva programmato di suonarlo accanto
alla sua tomba come un povero idiota.
Quanto avrebbe riso di lui Kaz.
Le prime note uscirono incerte, ma poi assunse il controllo del
proprio respiro. Trovò la melodia, una canzone semplice, una delle
prime che aveva imparato. Per un a imo sembrò che lei stesse
cercando di ricordare dove poteva averla sentita. Infine chiuse
semplicemente gli occhi per ascoltare.
Quando lui terminò, lei disse: «Suoni qualcosa di allegro».
E così lui suonò una giga Kaelish e poi una canzone marinaresca
di Kerch che sarebbe stata più ada a per il flauto a fischie o. Suonò
tu e le canzoni che gli vennero in mente, ma niente di malinconico,
niente di triste. Lei non parlava, anche se di tanto in tanto ba eva
appena i piedi a ritmo di musica e muoveva le labbra come se
sapesse le parole.
Alla fine lui si mise il flauto in grembo. «Da quanto tempo si trova
qui?»
Lei rimase in silenzio.
Wylan si sporse in avanti, alla ricerca di qualche risposta in quei
vaghi occhi color nocciola. «Che cosa ti hanno fa o?»
Lei posò una mano gentile sulla sua guancia. Il palmo era freddo
e secco. «Che cosa ti hanno fa o?» Lui non avrebbe saputo dire se
sua madre lo stesse provocando o se stesse soltanto ripetendo le sue
parole.
Wylan avvertì in gola la pressione dolorosa dei singhiozzi e lo ò
per reprimerli.
La porta si spalancò. «Bene, abbiamo fa o una bella visita?» disse
l’infermiera mentre entrava.
In fre a e furia Wylan si rimise il flauto so o la camicia.
«Assolutamente» rispose. «Sembra tu o a posto.»
«Voi due sembrate estremamente giovani per questo tipo di
lavoro» disse lei, sorridendo a Jesper fino a farsi uscire le fosse e.
«Potrei dire lo stesso di lei» replicò lui. «Ma sa come vanno queste
cose, i nuovi impiegati si devono accollare i compiti meno
qualificati.»
«Tornerete presto?»
Jesper le fece l’occhiolino. «Non si può mai sapere.» Fece un
cenno del capo a Wylan. «Abbiamo un traghe o da prendere.»
«Dica arrivederci, signora Hendriks!» la incoraggiò l’infermiera.
Marya mosse le labbra, ma questa volta Wylan era abbastanza
vicino da sentire cosa mormorò. Van Eck.

Uscendo dall’ospedale, l’infermiera riversò su Jesper un fiume di


chiacchiere. Wylan camminava dietro di loro. Aveva il cuore
spezzato. Cosa le aveva fa o suo padre? Era veramente ma a? O lui
aveva corro o le persone giuste perché lo affermassero? L’aveva
drogata? Jesper si voltò a guardare Wylan mentre l’infermiera
andava avanti a blaterare, gli occhi grigi colmi di preoccupazione.
Erano quasi alla porta azzurra quando la ragazza disse: «Avreste
piacere di vedere i suoi dipinti?».
Wylan si fermò di sca o. E annuì.
«Credo che sarebbe di grande interesse» disse Jesper.
La donna li ricondusse da dove erano arrivati e poi aprì quello che
sembrava un armadio.
Wylan sentì le ginocchia piegarsi e dove e aggrapparsi alla parete
per reggersi. L’infermiera non se ne accorse: stava andando avanti a
parlare e parlare. «I colori sono costosi, ovviamente, ma sembrano
darle così tanta gioia. Questa è solo l’ultima serie. Ogni sei mesi o
giù di lì dobbiamo bu arli nell’immondizia. Non c’è spazio per tu i
quanti.»
Wylan voleva urlare. L’armadio era stipato di quadri: paesaggi,
diverse vedute del parco dell’ospedale, un lago so o la luce del sole
e in penombra, e là, dipinto più e più volte, c’era il viso di un
ragazzino dai riccioli rossi e i luminosi occhi blu.
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Doveva aver emesso chissà quale gemito, perché l’infermiera si
girò verso di lui. «Oh, accidenti» disse a Jesper, «il suo amico si è
fa o di nuovo piu osto pallido. Forse uno stimolante può servire?»
«No, no» disse Jesper, e mise un braccio a orno a Wylan. «Ma ora
dovremmo proprio andare. È stata una visita davvero illuminante.»
Wylan percorse il sentiero fiancheggiato dalle siepi di tasso come
un automa, e come un automa recuperò giacche e berre i da dietro il
tronco d’albero vicino alla principale.
Fu solo a metà strada, sulla via del ritorno al molo, che riuscì a
parlare. «Lei lo sa, che cosa le ha fa o lui. Lei lo sa, che lui non aveva
il diri o di prendersi i suoi soldi e la sua vita.» Van Eck, aveva de o.
Lei non era Marya Hendriks, era Marya Van Eck, una moglie e una
madre spogliata del proprio nome e del proprio patrimonio.
«Ricordi quando ho de o che mio padre non è un uomo malvagio?»
Le gambe gli cede ero e crollò a sedere, proprio lì in mezzo alla
strada, e non riuscì a darsene pensiero perché le lacrime stavano per
sgorgare e non c’era modo di fermarle. Gli squassarono il pe o con
singhiozzi violenti. Detestava l’idea che Jesper lo vedesse piangere,
ma non poteva farci niente, non poteva fare niente contro le lacrime
e non poteva fare niente contro tu o quanto. Seppellì la faccia nelle
braccia, coprendosi la testa come se avesse potuto sparire, se solo
fosse riuscito a desiderarlo abbastanza.
Sentì che Jesper gli sfiorava un braccio. «È tu o a posto» disse.
«No, non è tu o a posto.»
«Hai ragione, non lo è. È uno schifo, e vorrei legare tuo padre in
un campo brullo e lasciarlo in pasto agli avvoltoi.»
«Tu non capisci» riba é Wylan. «Sono stato io. Sono io la causa di
tu o questo. Lui voleva una nuova moglie. Voleva un erede. Un vero
erede, non un deficiente che riesce a malapena a sillabare il proprio
nome.» Aveva o o anni quando sua madre era stata mandata via.
Ora non aveva più bisogno di chiederselo; era stato allora che suo
padre aveva rinunciato a lui.
«Ehi» disse Jesper, scrollandolo. «Ehi. Tuo padre avrebbe potuto
scegliere di fare tu ’altro quando ha scoperto che non sapevi
leggere. Diavolo, avrebbe potuto dire che eri cieco o che avevi
problemi con la vista. O, meglio ancora, avrebbe potuto limitarsi a
essere felice di avere per figlio un genio.»
«Io non sono un genio.»
«Sei ingenuo rispe o a un sacco di cose, Wylan, ma non sei uno
stupido. E se ti sento un’altra volta darti del deficiente, dirò a
Ma hias che hai tentato di baciare Nina. Con la lingua.»
Wylan si asciugò il naso nella manica. «Non ci crederà mai.»
«Allora dirò a Nina che hai tentato di baciare Ma hias. Con la
lingua.» Sospirò. «Ascolta. Gli uomini normali non rinchiudono le
loro mogli nei manicomi. Non diseredano i loro figli perché non
sono come loro volevano. Tu credi che mio padre desiderasse un
disastro come me per figlio? Non sei stato tu a causare tu o questo.
Tu o questo è accaduto perché tuo padre è un pazzo in abiti di
sartoria.»
Wylan si preme e i palmi delle mani sugli occhi gonfi. «Vero,
eppure niente di tu o ciò mi fa sentire meglio.»
Jesper gli diede un’altra scrollatina alla spalla. «Be’, allora senti
qua. Kaz sta per fare a pezzi la vita del tuo dannato padre.»
Wylan stava per dire che neanche quello era d’aiuto, ma tentennò.
Kaz Brekker era la creatura più brutale e vendicativa in cui lui si
fosse mai imba uto, e aveva giurato che avrebbe distru o Jan Van
Eck. Il pensiero fu come acqua fresca che cascava sopra la bollente e
vergognosa sensazione di impotenza che lui si portava dietro da così
tanto tempo. Niente avrebbe potuto raddrizzare le cose, mai e poi
mai. Però Kaz avrebbe potuto rendere la vita di suo padre
decisamente difficile. E Wylan sarebbe stato ricco. Avrebbe potuto
portar via sua madre da quel posto. Avrebbero potuto andare
insieme in qualche terra calda. Avrebbe potuto farla sedere davanti a
un pianoforte, ascoltarla suonare, portarla dov’era pieno di colori
brillanti e suoni meravigliosi. Sarebbero potuti andare a Novyi Zem.
Sarebbero potuti andare ovunque. Alzò la testa e si asciugò le
lacrime. «In effe i, questo mi fa sentire molto meglio.»
Jesper fece un gran sorriso. «Lo sapevo. Ma se non saliamo su
quel traghe o e non torniamo a Ke erdam, non ci sarà nessun giusto
castigo.»
Wylan si alzò, improvvisamente impaziente di tornare in ci à, di
aiutare il piano di Kaz a prendere vita. Era andato alla Corte di
Ghiaccio controvoglia. Aveva dato una mano a Kaz a malincuore.
Perché, nonostante tu o, aveva creduto di meritare il disprezzo di
suo padre, e adesso poteva amme ere che da qualche parte, in
qualche luogo recondito dentro di sé, aveva nutrito la speranza che
ci potesse ancora essere un modo per rientrare nelle sue grazie. Be’,
che se le tenesse pure e che stesse a vedere cosa ci poteva comprare
una volta che Kaz Brekker avesse finito con lui.
«Forza» disse. «Andiamo a rubare tu i i soldi del mio paparino.»
«Non sono soldi tuoi?»
«Hai ragione, andiamo a riprenderceli.»
Si avviarono di corsa. «Non c’è niente di meglio del giusto
castigo» disse Jesper. «Stimola il fegato!»
15
MATTHIAS

Fuori dalla taverna si era accalcata parecchia gente, a irata dal


rumore dei vetri ro i e dei guai in vista. Zoya riportò Nina e
Ma hias a terra, ma non troppo delicatamente, e i due uscirono in
fre a e furia dal retro, circondati da un gruppe o di uomini armati.
Gli altri rimasero nella taverna a spiegare nel modo migliore
possibile perché mai un mucchio d’ossa aveva appena a raversato in
volo la piazza del mercato e mandato in frantumi le finestre
dell’edificio. Era stata Nina a prendere il controllo di quelle false
reliquie sacre? Si era tra ato di tu ’altro? E perché erano stati
a accati?
Ma hias era convinto che sarebbero sbucati in un vicolo, invece
scesero una serie di scalini dall’aspe o antico ed entrarono in un
tunnel umido. “Il canale vecchio” si rese conto mentre salivano a
bordo di una barca che fendeva l’oscurità senza far rumore. Stavano
viaggiando so o l’ampia via principale che fronteggiava
l’ambasciata.
Solo pochi istanti dopo, Zoya li guidò su per una stre a scala a
pioli in ferro e li condusse in una stanza spoglia dal soffi o così
basso che lui dove e piegarsi in due.
Nina chiese qualcosa a Zoya in Ravkiano e poi tradusse la risposta
per Ma hias. «È una mezza stanza. Quando costruirono
l’ambasciata, crearono un doppio fondo qua ro piedi so o il
pavimento originale. Per com’è stato inserito nella sole a, è quasi
impossibile scoprire che c’è un’altra stanza so o.»
«È poco più grande di un’intercapedine.»
«Sì, ma gli edifici di Ke erdam non hanno le fondamenta, quindi
nessuno penserebbe mai di andare a cercare so o.»
Sembrava una precauzione eccessiva in quella che si presumeva
fosse una ci à neutrale, ma forse i Ravkiani erano stati costre i a
prendere misure estreme per proteggere i loro ci adini. Per colpa di
persone come me. Ma hias era stato un cacciatore e un assassino,
orgoglioso di svolgere bene il proprio lavoro.
Poco dopo si imba erono in un gruppo di persone addossate a
quello che a suo parere avrebbe potuto essere il muro orientale, se
non gli avessero fa o fare tremila giri su se stesso.
«Ci troviamo so o il giardino dell’ambasciata» disse Nina.
Lui annuì.
Era il luogo più sicuro per radunare delle persone se non volevi
correre il rischio che le loro voci si propagassero a raverso il
pavimento dell’ambasciata. Erano in quindici, di tu e le età e i colori.
Avevano poco in comune, a eccezione delle espressioni diffidenti, ma
lui sapeva che dovevano essere tu i Grisha. Non avevano avuto
bisogno che Nina li avvisasse di cercarsi un rifugio.
«Così pochi?» disse. Secondo i pronostici di Nina, il numero dei
Grisha in ci à doveva essere prossimo a trenta.
«Forse gli altri se ne sono andati per conto loro o stanno tenendo
un profilo basso per restare nascosti.»
O forse erano già stati ca urati. Se Nina non voleva accennare a
quell’eventualità, non l’avrebbe fa o nemmeno lui.
Zoya li guidò so o un passaggio ad arco e li portò in un punto in
cui, per il suo sollievo, poteva stare dri o. Dalla forma rotonda della
stanza, dedusse che si trovavano so o una specie di falsa cisterna o
forse so o un padiglione del giardino. Il sollievo si dissolse non
appena uno degli uomini armati di Zoya estrasse un paio di catene e
lei le puntò verso di lui.
Nina avanzò immediatamente di un passo e gli si piazzò davanti,
poi lei e Zoya iniziarono a discutere a suon di sussurri furiosi.
Ma hias sapeva benissimo con chi aveva a che fare Nina. Zoya
Nazyalensky era una delle streghe più potenti di Ravka. Era una
leggendaria Chiamatempeste, un soldato che aveva servito una dopo
l’altro i due più potenti Evocatori della storia di Ravka, e che era
salita al potere come membro del Triumvirato Grisha di re Nikolai.
Ora che aveva avuto di persona un assaggio delle sue abilità, non era
sorpreso che la sua ascesa fosse stata così veloce.
La discussione fu condo a per intero in Ravkiano e lui non capì
una parola, ma lo sdegno nella voce di Zoya era evidente mentre
gesticolava con foga per indicare Ma hias e le catene. Era pronto a
ringhiare che se la strega delle tempeste lo voleva ammane ato
avrebbe dovuto farlo lei stessa e scoprire cosa sarebbe accaduto,
quando Nina sollevò le mani e disse in Kerch:«Basta. Ma hias resta
con le mani libere e noi continuiamo questa conversazione in una
lingua comprensibile a tu i. Ha il diri o di sapere cosa sta
succedendo».
Zoya strizzò gli occhi. Passò lo sguardo da lui a Nina e poi, in un
Kerch dal forte accento, disse: «Nina Zenik, sei ancora un soldato del
Secondo Esercito e io sono ancora il tuo comandante. Stai
esplicitamente disobbedendo agli ordini».
«Allora dovrai me ere le catene anche a me.»
«Non credere che non ci stia pensando.»
«Nina!» L’urlo arrivò da una donna rossa di capelli che era
apparsa nella stanza piena di echi.
«Genya!» gridò Nina. Tu avia, lui avrebbe riconosciuto quella
donna senza bisogno di alcuna presentazione. Il viso era ricoperto di
cicatrici, e su un occhio portava una benda di seta rossa su cui era
ricamata una raggiera dorata. Genya Safin: la celebre Plasmaforme,
ex istru rice di Nina, nonché altro membro del Triumvirato. Mentre
le guardava abbracciarsi, si sentì male. Si aspe ava di incontrare dei
Grisha anonimi, persone qualsiasi che si erano rifugiate a Ke erdam
e che si erano ritrovate da sole e in pericolo. Persone come Nina, non
i Grisha più alti in grado di Ravka. Ogni istinto gli diceva di
comba ere o di andarsene il più in fre a possibile, non di restarsene
lì come un pretendente che incontra i genitori della propria amata. E,
ciononostante, quelli erano gli amici di Nina, i suoi insegnanti. “Loro
sono il nemico” gli disse una voce dentro la testa, e non capì se era
quella del Comandante Brum o la propria.
Genya fece un passo indietro, scostando dal viso di Nina alcune
ciocche della parrucca bionda per osservarla meglio. «Nina, com’è
possibile? L’ultima volta che Zoya ti ha vista…»
p y
«Stavi facendo i capricci» disse Zoya «e te ne andavi
dall’accampamento pestando i piedi, prudente come un alce ribelle.»
Ma hias rimase stupito quando Nina trasalì come un bambino
che si prende una ramanzina. Non gli sembrava di averla mai vista
in imbarazzo prima.
«Abbiamo pensato che fossi morta» disse Genya.
«Sembra mezza morta.»
«Sembra che stia bene.»
«Sei sparita» sputò fuori Zoya. «Quando abbiamo sentito che
c’erano dei Fjerdiani nei dintorni, abbiamo temuto che fosse successo
il peggio.»
«È successo il peggio» disse Nina. «E poi ne è successo dell’altro.»
Prese la mano di Ma hias. «Ma siamo qui, ora.»
Zoya lanciò uno sguardo truce alle loro mani intrecciate e incrociò
le braccia. «Capisco.»
Genya sollevò un sopracciglio ramato. «Be’, se lui è il peggio che
può succedere…»
«Che cosa ci fai qui?» pretese di sapere Zoya. «Tu e il tuo…
complice Fjerdiano state cercando di andarvene da Ke erdam?»
«E se fosse? Perché ci hai teso un’imboscata?»
«Sono stati sferrati degli a acchi ai Grisha in tu a la ci à. Non
sapevamo chi foste o se foste collusi con gli Shu, soltanto che
conoscevate la parola d’ordine da dare al venditore ambulante.
Ormai piazziamo sempre dei soldati nella taverna. Chiunque vada in
cerca dei Grisha è una potenziale minaccia.»
Considerato quello che lui stesso aveva visto fare ai nuovi soldati
Shu, avevano ragione di essere sospe osi.
«Siamo venuti a offrirvi il nostro aiuto» disse Nina.
«Che genere di aiuto? Non hai idea di quali forze ci siano in gioco,
Nina. Gli Shu hanno sintetizzato una droga…»
«La jurda parem.»
«Che cosa sai della parem?»
Nina strinse la mano di Ma hias e inspirò a fondo. «L’ho vista in
azione. L’ho… l’ho provata io stessa.»
L’unico occhio ambrato di Genya si spalancò. «Oh, Nina, no. Non
puoi averlo fa o.»
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«Ma certo che l’ha fa o» disse Zoya. «Sei sempre stata così! Ti
tuffi nei guai come se fossero una vasca da bagno. È per questo che
hai l’aspe o del semolino vecchio di un giorno? Come hai potuto
correre un rischio simile?»
«Non ho l’aspe o del semolino» protestò Nina, ma sul suo viso
apparve nuovamente quell’espressione umiliata. Ma hias non poté
sopportarlo.
«L’ha fa o per salvarci la vita» disse lui. «L’ha fa o pur sapendo
che avrebbe potuto condannarsi al tormento, o addiri ura morire.»
«Incosciente» sentenziò Zoya.
«Zoya» disse Genya. «Non sappiamo in quali circostanze…»
«Sappiamo che è sparita da quasi un anno.» Puntò un indice
accusatore addosso a Nina. «E ora appare con un Fjerdiano al
seguito, uno grande e grosso come un soldato e che conosce le
tecniche di comba imento dei drüskelle.» Zoya si infilò la mano in
tasca ed estrasse una manciata di ossa. «Ha a accato i nostri soldati
con questi, con delle schegge di osso, Genya. Avresti mai creduto
possibile una cosa del genere?»
Genya fissò prima le ossa e poi Nina. «È la verità?»
Nina contrasse le labbra. «Può darsi.»
«Può darsi» ripeté Zoya. «E tu vorresti che ci fidassimo di lei?»
Genya apparve meno sicura di sé, ma disse: «Vorrei che la
stessimo a sentire».
«D’accordo» disse Zoya. «Sono tu ’orecchi. Fammi divertire, Nina
Zenik.»
Ma hias sapeva com’era, affrontare i mentori che avevi idolatrato,
e tornare a essere uno scolare o ansioso, desideroso di compiacerli.
Si voltò verso Nina e le disse in Fjerdiano: «Non farti intimidire.
Tu non sei più la ragazza che eri. Non sei solo un soldato che esegue
gli ordini».
«Allora perché vorrei soltanto cercarmi un angolo per piangere?»
«Questa è una stanza circolare. Non ci sono angoli.»
«Ma hias…»
«Ricordati cosa abbiamo affrontato. Ricordati per quale motivo
siamo qui.»
«Avevo capito che dovessimo tu i parlare il Kerch» disse Zoya.
p p y
Nina strinse un’altra volta la mano di Ma hias, bu ò indietro la
testa e iniziò: «Io sono stata fa a prigioniera dai drüskelle. Ma hias
mi ha aiutata a fuggire. Ma hias è stato fa o prigioniero dai Kerch.
Io l’ho aiutato a fuggire. Io sono stata fa a prigioniera da Jarl Brum.
Ma hias mi ha aiutata a fuggire». A Ma hias non suonava
benissimo la storia di quant’erano bravi, entrambi, a essere fa i
prigionieri.
«Jarl Brum?» ripeté Zoya con orrore.
Nina sospirò. «È stato un anno difficile. Giuro che ti spiegherò
tu o, e se decidi di infilarmi in un sacco e calarmi nel fiume Sokol,
andrò giù lamentandomi appena. Ma se questa sera io e lui siamo
qui insieme è perché ho visto l’a acco dei soldati Kherguud sullo
Stave dell’Ovest. Voglio aiutare questi Grisha ad andarsene dalla
ci à prima che gli Shu li trovino.»
Zoya doveva essere parecchi pollici più bassa di Nina, ma riuscì
comunque a guardarla dall’alto in basso quando disse: «E come
faresti ad aiutarli?».
«Abbiamo una nave.» Tecnicamente non era vero, non ancora, ma
Ma hias non aveva intenzione di obie are.
Zoya fece un gesto sprezzante con la mano. «Anche noi abbiamo
una nave. È bloccata a qualche miglio di distanza dalla costa. Il porto
è stato sbarrato dai Kerch e dal Consiglio delle Maree. Nessuna
imbarcazione straniera può andare o venire senza l’espressa
autorizzazione di uno dei membri del Consiglio dei Mercanti.»
Quindi Kaz aveva ragione. Van Eck stava usando ogni briciola
della propria influenza sul governo per fare in modo che non
portasse Kuwei fuori da Ke erdam.
«Lo so» disse Nina. «Ma la nostra nave appartiene a un mercante
del Consiglio di Kerch.»
Zoya e Genya si scambiarono un’occhiata.
«Va bene, Zenik» disse Zoya. «Ora sì che sto ascoltando.»

Nina entrò in alcuni de agli con Zoya e Genya, però Ma hias notò
che non fece alcun accenno a Kuwei e che si tenne alla larga da ogni
riferimento alla Corte di Ghiaccio.
Quando Zoya e Genya salirono al piano di sopra per discutere
della proposta, lasciarono lì Nina e Ma hias con due guardie armate
posizionate all’ingresso della stanza circolare.
Lui bisbigliò in Fjerdiano: «Se le spie di Ravka sanno fare il loro
mestiere, i tuoi amici capiranno che siamo stati noi a far evadere
Kuwei».
«Non bisbigliare» rispose Nina in Fjerdiano, ma a un volume
normale. «Farà solo insospe ire le guardie. Alla fine racconterò tu o
a Zoya e a Genya, ma ricordi che noi non vedevamo l’ora di uccidere
Kuwei? Non sono sicura che Zoya prenderebbe la nostra stessa
decisione di risparmiarlo, perlomeno non prima che lui sia sano e
salvo sul suolo di Ravka. Non ha bisogno di sapere chi c’è su quella
barca finché non a raccano a Os Kervo.»
Sano e salvo sul suolo di Ravka. Quelle parole gli rimasero sullo
stomaco. Era impaziente di portare via Nina dalla ci à, ma la
prospe iva di andare a Ravka non gli sembrava per niente prudente.
Nina doveva aver avvertito il suo disagio perché disse: «Ravka è il
posto più sicuro al mondo per Kuwei. Ha bisogno della nostra
protezione».
«Che aspe o ha esa amente la protezione di Zoya Nazyalensky?»
«Lei non è poi così male.» Lui le scoccò un’occhiata sce ica. «Va
bene, è terribile, ma lei e Genya hanno visto troppi morti durante la
guerra civile. Non credo vogliano altri spargimenti di sangue.»
Lui sperava che fosse vero, ma in ogni caso, avrebbe avuto
importanza? «Ti ricordi cosa mi hai de o, Nina? Che speravi che re
Nikolai marciasse verso nord e radesse al suolo qualunque cosa
lungo il suo cammino.»
«Ero furiosa…»
«Avevi il diri o di esserlo. Tu i l’abbiamo. È questo il problema.
Brum non si fermerà. I drüskelle non si fermeranno. Per loro
distruggere la tua razza è una missione sacra.» Era stata anche la sua
missione, e il sospe o, e l’inclinazione all’odio, erano tu i sentimenti
che riusciva ancora a provare. Si maledisse per questo.
«Allora troveremo il modo di far loro cambiare idea. A tu i loro.»
Lo scrutò per un momento. «Oggi hai usato una bomba
crepuscolare. Te la sei fa a fare da Wylan?»
p y
«Sì» ammise lui.
«Perché?»
Lei non avrebbe gradito la sua risposta. «Non sapevo in che modo
la parem avesse intaccato il tuo potere. Se avessi dovuto tenerti
lontana dalla droga, dovevo essere in grado di comba erti senza
farti male.»
«E oggi te la sei portata dietro nel caso fossimo finiti nei guai?»
«Sì.»
«Con i Grisha.»
Lui annuì e a ese i suoi rimbro i, ma tu o quello che fece fu
osservarlo, assorta. Gli si avvicinò. Ma hias lanciò un’occhiata
imbarazzata alle schiene delle guardie, visibili sulla soglia. «Fai finta
che non ci siano» disse lei. «Perché non mi hai mai baciata,
Ma hias?»
«Non è il momento.»
«È per via di quello che sono? Perché hai ancora paura di me?»
«No.»
Lei fece una pausa, e lui vide che stava lo ando con quello che
voleva dire. «È per come mi sono comportata sulla nave? Per quello
che ho fa o l’altra no e… quando ho cercato di convincerti a darmi
il resto della parem?»
«Come puoi pensarlo?»
«Mi dici sempre che sono spudorata. Mi sa… mi sa che mi
vergogno.» Rabbrividì. «È come indossare una giacca che non ti sta
bene.»
«Nina, io ti ho fa o un giuramento solenne.»
«Ma…»
«I tuoi nemici sono i miei nemici, e io sarò al tuo fianco contro
qualunque avversario… compresa questa droga malede a.»
Lei scrollò la testa come se lui stesse dicendo delle cose senza
senso. «Io non voglio che tu stia con me a causa di un giuramento, o
perché devi proteggermi, o perché pensi di essere legato a me da
qualche stupido debito di sangue.»
«Nina…» iniziò a dire lui, poi si bloccò. «Nina, io sto con te
perché tu mi perme i di stare con te. Non c’è onore più grande che
essere al tuo fianco.»
«Onore, dovere. Ho capito.»
Lui poteva sopportare il suo cara ere irascibile ma non la sua
delusione: quella gli era inacce abile. È che lui conosceva soltanto il
linguaggio militare. Non aveva le parole per quest’altro tipo di
conversazione. «Incontrarti è stato un disastro.»
Lei alzò un sopracciglio. «Ti ringrazio.»
Djel, era proprio negato. Farfugliò, nel tentativo di farsi capire.
«Però benedico ogni giorno questo disastro. Mi serviva un
cataclisma che mi scuotesse e che mi trascinasse via dalla vita che
conoscevo. Tu sei stata un terremoto, uno smo amento.»
«Io» disse lei, portandosi una mano sul fianco «sono un fiore
delicato.»
«Tu non sei un fiore, sei tu i i boccioli della foresta che si aprono
insieme. Sei un maremoto. Sei una carica che parte di corsa
all’assalto. Tu sei un’invasione inarrestabile.»
«E tu cosa preferiresti?» disse lei, gli occhi in fiamme, la voce
leggermente tremante. «Una ragazza Fjerdiana a modo, che veste
tu a accollata e si immerge nell’acqua fredda ogni qual volta ha il
desiderio di fare qualcosa di eccitante?»
«Non è quello che intendevo!»
Lei gli scivolò più vicino. Di nuovo, lui andò con gli occhi alle
guardie. Erano girate di spalle, ma sapeva che dovevano essere in
ascolto, a prescindere da quale lingua lui e Nina stessero parlando.
«Di che cosa hai così tanta paura?» lo sfidò lei. «Non guardare loro,
Ma hias. Guarda me.»
Lui obbedì. Lo sforzo era non guardarla. La adorava vestita in
abiti Fjerdiani, il piccolo gilè di lana, il movimento delle sue so ane.
Gli occhi verdi di lei erano luminosi, le guance rosa, le labbra
leggermente socchiuse. Era sin troppo facile immaginare di
inginocchiarsi ai suoi piedi come un penitente, perme ere alle
proprie mani di risalire lungo le curve bianche dei suoi polpacci, e
spingere un po’ più in alto quelle so ane, oltre le ginocchia, fino alla
pelle calda delle cosce. E la parte peggiore era che lui sapeva quanto
si sarebbe sentita bene Nina. Ogni fibra del suo essere ricordava la
pressione del corpo nudo di lei, quella prima no e
nell’accampamento dei cacciatori di balene. «Io… non voglio
p g
nessuna più di quanto voglia te; non c’è niente che io voglia di più
dell’essere travolto da te.»
«Però non vuoi baciarmi.»
Lui inspirò lentamente e cercò di me ere ordine fra i pensieri. Era
tu o sbagliato.
«A Fjerda…» iniziò a dire.
«Non siamo a Fjerda.»
Lui doveva farle capire. «A Fjerda» insiste e «avrei chiesto ai tuoi
genitori il permesso di passeggiare con te.»
«Non vedo i miei genitori da quand’ero una bambina.»
«Saremmo stati accompagnati. Avrei cenato con la tua famiglia
almeno tre volte prima di poter essere lasciati insieme da soli.»
«Siamo insieme da soli adesso, Ma hias.»
«Ti avrei fa o dei regali.»
Nina inclinò la testa di lato. «Vai avanti.»
«Delle rose rosse, se avessi potuto perme ermele, un pe ine
d’argento per i tuoi capelli.»
«Non mi servono quelle cose.»
«Torte di mela con la crema.»
«Pensavo che i drüskelle non mangiassero i dolci.»
«Sarebbero stati tu i per te» disse lui.
«Hai la mia a enzione.»
«Il nostro primo bacio sarebbe stato in un bosco illuminato dal
sole, oppure so o un cielo stellato dopo il ballo del paese, non in una
tomba o in qualche seminterrato buio con delle guardie alla porta.»
«Fammi capire bene» disse Nina. «Tu non mi hai mai baciata
perché l’ambientazione non è mai stata adeguatamente romantica?»
«Non è questione di romanticismo. Un bacio come si deve, un
corteggiamento come si deve. Le cose dovrebbero essere fa e in un
certo modo.»
«Per dei ladri come si deve?» Gli angoli della sua bellissima bocca
si piegarono all’insù e per un a imo Ma hias crede e che avrebbe
riso di lui, invece si limitò a scrollare la testa e a farsi ancora più
vicina. Il corpo di lei era distante dal suo lo spazio di un respiro. E il
bisogno di colmare quella distanza infinitesimale lo stava facendo
impazzire.
p
«Il primo giorno in cui ti fossi presentato a casa mia per questo
corteggiamento come si deve, io ti avrei messo con le spalle al muro
nella dispensa» disse lei. «Ma ti prego, dimmi qualcos’altro delle
ragazze Fjerdiane.»
«Parlano a voce bassa. Non si me ono a fare le cive e con tu i gli
uomini che incontrano.»
«Io faccio la cive a anche con le donne.»
«Secondo me faresti la cive a con una palma da da eri, se ti
prestasse a enzione.»
«Se facessi la cive a con una palma, ti posso assicurare che se ne
accorgerebbe e si alzerebbe. Sei geloso?»
«Continuamente.»
«Mi fa piacere. Che cosa stai guardando, Ma hias?» La voce bassa
di lei gli vibrò dentro.
Lui tenne gli occhi fissi al soffi o e sussurrò: «Niente».
«Ma hias, stai pregando?»
«Può darsi.»
«Per mantenere il controllo?» gli chiese dolcemente.
«Sei proprio una strega.»
«Non sono una come si deve, Ma hias.»
«Ne sono consapevole.» Miseramente, intensamente, avidamente
consapevole.
«E mi duole informarti che nemmeno tu sei uno come si deve.»
Lo sguardo cadde su di lei. «Io…»
«Quante regole hai infranto da quando mi hai incontrata? Quante
leggi? E non saranno le ultime. Niente di quello che ci riguarda sarà
mai come si deve» disse lei. Inclinò il viso all’insù, verso quello di
lui. Era così vicina, ora, che era come se si stessero già toccando.
«Non il modo in cui ci siamo conosciuti. Non la vita che abbiamo
condo o. E non il modo in cui ci baceremo.»
Si alzò in punta di piedi, e tu ’a un tra o la bocca di Nina fu sulla
sua. Fu a malapena un bacio: giusto una rapida, sorprendente
pressione delle labbra.
Prima che lei potesse anche solo pensare di spostarsi, lui la
ca urò. Era probabile che stesse sbagliando tu o, ma non riusciva a
preoccuparsene, perché lei era tra le sue braccia, le sue labbra si
p p p
stavano schiudendo, le sue mani gli stavano avvolgendo il collo e,
per amore di Djel, aveva la sua lingua in bocca. Non c’era da
meravigliarsi che i Fjerdiani ci andassero così cauti con il
corteggiamento. Se Ma hias avesse potuto baciare Nina, farsi
mordicchiare l’orecchio da quei suoi dentini ingegnosi, sentire il suo
corpo premuto contro il proprio, ascoltarla eme ere quel piccolo
sospiro in fondo alla gola, perché mai avrebbe dovuto disturbarsi a
fare altro? Perché mai chiunque avrebbe dovuto?
«Ma hias» disse Nina senza fiato, e poi si stavano baciando di
nuovo.
Era dolce come la prima pioggia, rigogliosa come i prati verdi. Le
mani di lui scorrevano sulla schiena di lei, seguivano la sua forma, la
linea della spina dorsale, la curva dei suoi fianchi.
«Ma hias» ripeté lei con più insistenza, spingendolo via.
Lui aprì gli occhi, certo di aver commesso qualche errore terribile.
Nina si stava mordicchiando il labbro inferiore: era rosa e gonfio. Ma
stava sorridendo, e aveva gli occhi che scintillavano. «Ho fa o
qualcosa che non va?»
«Nient’affa o, glorioso babink, solo che…»
Zoya si schiarì la voce. «Sono felice che voi due abbiate trovato un
modo per passare il tempo durante l’a esa.»
L’espressione era di puro disgusto, invece Genya, accanto a lei,
sembrava sul punto di scoppiare di gioia.
«Forse dovresti me ermi giù» suggerì Nina.
La realtà della situazione si abba é su Ma hias: gli sguardi
d’intesa delle guardie, Zoya e Genya sulla soglia, e il fa o che, nel
corso dei suoi baci a Nina Zenik dopo un anno di desiderio represso,
lui l’aveva sollevata da terra fra le sue braccia.
Fu inondato dall’imbarazzo. Che genere di Fjerdiano faceva una
cosa così? Delicatamente, mollò la presa sulle sue formidabili cosce e
la lasciò scivolare a terra.
«Spudorato» sussurrò Nina, e lui si sentì le guance in fiamme.
Zoya alzò gli occhi al cielo. «Stiamo per stringere un accordo con
una coppia di adolescenti innamorati.»
Ma hias sentì un’altra fiammata scaldargli il viso, ma Nina si
limitò a sistemarsi la parrucca e disse: «Quindi acce ate il nostro
p
aiuto?».
Me ere a punto la logistica della no e a venire non portò via
troppo tempo. Dal momento che per lei non sarebbe stato prudente
tornare alla taverna, una volta recuperate le informazioni su dove e
quando salire a bordo della nave di Van Eck, Nina avrebbe mandato
un messaggio all’ambasciata, probabilmente tramite Inej, visto che lo
Spe ro poteva andare e venire senza essere vista. I rifugiati
sarebbero rimasti nascosti il più a lungo possibile; poi Genya e Zoya
li avrebbero condo i al porto.
«Preparatevi a comba ere» disse Ma hias. «Gli Shu staranno
controllando questa zona della ci à. Non hanno ancora avuto
l’audacia di a accare l’ambasciata o la piazza del mercato, ma è solo
questione di tempo.»
«Saremo pronti, Fjerdiano» disse Zoya, nello sguardo l’acciaio di
un comandante nato.
Mentre uscivano dall’ambasciata, Nina si imba é nella
Spaccacuore dagli occhi dorati che aveva partecipato all’imboscata
alla taverna. Era una Shu, con i capelli neri corti, che portava sui
fianchi un paio di so ili asce d’argento. Nina aveva de o a Ma hias
che la ragazza era l’unica Corporalki tra i rifugiati e i diplomatici
Grisha.
«Tamar?» disse Nina esitando. «Se arrivano i Kherguud, non puoi
perme erti di farti ca urare. Una Spaccacuore in mano agli Shu e
so o l’effe o della parem potrebbe far pendere irrimediabilmente la
bilancia a loro favore. Non puoi immaginare il potere di quella
droga.»
«Nessuno mi prenderà viva» disse la ragazza. Fece scivolare fuori
dalla tasca una minuscola pillola di un giallo pallido e la tenne fra le
dita.
«Veleno?»
«Un’invenzione di Genya. Uccide all’istante. Tu i ne abbiamo
una.» La porse a Nina. «Prendila. Solo per precauzione. Io ne ho
un’altra.»
«Nina…» disse Ma hias.
Ma Nina non esitò. Infilò la pillola nella tasca della gonna prima
che Ma hias potesse dire anche solo un’altra parola di protesta.
p p p
Si avviarono fuori dal se ore governativo, tenendosi lontani dalle
bancarelle del mercato e a debita distanza dalla taverna, dove si era
radunata la stadwatch.
Ma hias si diceva di stare a ento, di concentrarsi per riportare
tu i e due sani e salvi al Velo Nero, ma non riusciva a sme ere di
pensarci. La vista di quella pillola gialla gli aveva reso il proprio
incubo più vivido che mai, il ghiaccio del Nord, Nina sperduta e
Ma hias impossibilitato a salvarla.
Aveva incenerito la gioia incontrollata del loro bacio.
Quel bru o sogno era iniziato sulla nave, quando Nina era nella
fase peggiore della sua sofferta ba aglia contro la parem. Quella no e
era stata una furia, il corpo squassato dagli spasmi, i vestiti fradici di
sudore.
“Non sei un brav’uomo” gli aveva gridato addosso. “Sei solo un
bravo soldato, e la cosa triste è che neanche ti rendi conto della
differenza.” Dopo si era sentita avvilita, aveva pianto, era stata male
per la smania, era stata male per il rimorso. Si era scusata. “Non
dicevo sul serio. Lo sai che non dicevo sul serio.” E il momento
dopo: “Se soltanto mi dessi una mano”. I suoi bellissimi occhi erano
colmi di lacrime, e alla luce soffusa delle lanterne la sua carnagione
pallida sembrava brinata d’oro. “Ti prego, Ma hias, mi sento così
male. Aiutami.” Lui avrebbe fa o qualunque cosa, avrebbe venduto
l’anima per alleggerire la sua sofferenza, ma aveva giurato che non le
avrebbe dato dell’altra parem. Aveva fa o la promessa solenne di
impedire a Nina di diventare schiava della droga, e doveva onorarla,
non importava a che prezzo.
“Non posso, amore mio” aveva sussurrato, premendo una pezza
fredda sulla sua fronte. “Non posso procurarti dell’altra parem. Ho
fa o chiudere a chiave la porta dall’esterno.”
La faccia di lei era cambiata in un baleno, gli occhi obliqui. “Allora
bu a giù quella fo uta porta, inutile stronzo.”
“No.”
Lei gli aveva sputato in faccia.
Ore dopo era divenuta silenziosa, ogni energia consumata, triste
ma ragionevole. Si era distesa su un fianco, aveva le palpebre gonfie
e di una bru a tonalità violacea, il respiro veloce e ansimante, e gli
aveva de o: “Parlami”.
“Di cosa?”
“Di qualsiasi cosa. Parlami degli isenulf.”
Non avrebbe dovuto stupirsi che conoscesse gli isenulf, i lupi
bianchi allevati per andare in ba aglia con i drüskelle. Erano più
grossi dei lupi comuni e, sebbene venissero addestrati per obbedire
ai loro padroni, non perdevano mai il tra o selvaggio e indomabile
che li separava dai loro lontani cugini addomesticati.
Era stata dura ripensare a Fjerda, alla vita che si era lasciato alle
spalle una volta per tu e, ma si era sforzato di parlare, impaziente di
trovare un modo qualsiasi per distrarla. «A volte ci sono più lupi che
drüskelle, a volte più drüskelle che lupi. Sono i lupi a decidere con
chi accoppiarsi, e l’allevatrice ha ben poca influenza su di loro. Sono
troppo testardi.»
Nina aveva prima sorriso e poi sussultato per il dolore.
“Continua” aveva sussurrato con gli occhi chiusi.
“È la stessa famiglia che alleva gli isenulf da generazioni. Vivono
molto a nord vicino a Stenrink, l’Anello di Pietra. Quando arriva una
nuova cucciolata, noi andiamo fin là a piedi e in sli a, e ogni
drüskelle si sceglie un cucciolo. Da quel momento in poi, ognuno è
responsabile dell’altro. Si comba e fianco a fianco, si dorme sulle
stesse pellicce, la tua razione di cibo è la razione del tuo lupo. Non è
il tuo animale da compagnia. È un guerriero come te, un fratello.”
Nina rabbrividì, e Ma hias provò una fi a nauseante di
vergogna. In ba aglia contro i Grisha, l’isenulf poteva invertire le
sorti a favore del drüskelle, addestrato com’era a venire in suo aiuto
e a strappare la gola del suo aggressore. Il potere degli Spaccacuore
sembrava non funzionare sugli animali. Una Grisha come Nina,
a accata da un isenulf, sarebbe stata di fa o inerme.
“E se succede qualcosa al lupo?” aveva domandato Nina.
“Un drüskelle può addestrarne un altro, ma è una perdita
terribile.”
“E cosa succede al lupo se è il suo drüskelle a restare ucciso?”
Ma hias rimase in silenzio per un po’. Non voleva pensarci. Trass
era stata la creatura del suo cuore.
“Sono restituiti alla natura selvaggia, ma non saranno mai più
acce ati da nessun branco.” E che cos’era un lupo senza il branco?
Per gli isenulf non era prevista la vita solitaria.
Quand’è che gli altri drüskelle avevano deciso che Ma hias era
morto? Era stato Brum a portare Trass nei ghiacci del Nord? L’idea
del suo lupo lasciato solo, che ululava a Ma hias di tornare e di
portarlo a casa, scavava un buco di dolore nel suo pe o. Era come se
qualcosa, lì, si fosse spezzato e avesse prodo o un eco, lo schiocco
solitario di un ramo troppo carico di neve.
Quasi avesse percepito il suo strazio, Nina aveva aperto gli occhi,
e il loro colore verde pallido, il colore di una gemma che sta per
schiudersi, lo aveva riportato indietro dal ghiaccio. “Come si
chiamava?”
“Trassel.”
Lei aveva piegato le labbra. “Piantagrane.”
“Non lo voleva nessun altro.”
“Era il più piccolo della cucciolata?”
“No” aveva risposto Ma hias. “Il contrario.”
C’era voluta più di una se imana di duro cammino per
raggiungere l’Anello di Pietra. Ma hias non si era goduto il viaggio.
Aveva dodici anni, era nuovo tra i drüskelle, e ogni giorno pensava
di scappare via. Non era l’addestramento a dispiacergli. Le ore
trascorse a correre e ad allenarsi lo aiutavano a tenere a bada la
nostalgia che provava per la sua famiglia. Voleva essere un ufficiale.
Voleva comba ere i Grisha. Voleva la possibilità di rendere onore
alla memoria dei suoi genitori e di sua sorella. I drüskelle gli
avevano dato uno scopo. Ma tu o il resto? Le ba ute nella mensa?
Le sbruffonerie senza fine e le chiacchiere sciocche? Lui non sapeva
cosa farsene. Ce l’aveva una famiglia. Erano tu i seppelliti so o la
terra nera, le loro anime erano salite a Djel. I drüskelle erano
solamente un mezzo per raggiungere un fine.
Brum l’aveva avvertito: non sarebbe mai diventato un vero
drüskelle se non avesse imparato a vedere gli altri ragazzi come dei
fratelli, ma Ma hias non ci credeva. Lui era il più grosso, il più forte,
il più veloce. Non aveva bisogno di essere popolare per
sopravvivere.
p
Aveva fa o tu o il viaggio nel retro della sli a, raggomitolato
nelle pellicce, senza parlare con nessuno e, quando finalmente erano
arrivati all’Anello di Pietra, era rimasto indietro, incerto, mentre gli
altri drüskelle schizzavano dentro il fienile, urlando e spingendosi
l’un l’altro per tuffarsi nel mucchio in cui si contorcevano dei cuccioli
bianchi dagli occhi come scaglie di ghiaccio.
A dire il vero lui desiderava disperatamente un cucciolo di lupo,
ma sapeva che potevano non essercene abbastanza per tu i. Spe ava
all’allevatrice stabilire quali erano i ragazzi da abbinare ai cuccioli, e
quali erano destinati a tornare a casa a mani vuote. Molti di loro
stavano già parlando alla donna anziana per provare a convincerla.
“Vede? Io piaccio a questo qua.”
“Guardi! Guardi! L’ho fa a sedere!”
Ma hias sapeva che avrebbe dovuto sforzarsi di comportarsi in
modo amabile, invece si fece a irare dai canili nel retro del fienile. In
un angolo, in una gabbia metallica, colse un lampo giallo che
proveniva da due occhi diffidenti. Si avvicinò e vide un lupo, non
più un cucciolo ma neanche ancora un adulto. Ringhiò mentre lui
andava verso la gabbia, i peli del collo dri i, la testa bassa, i denti
scoperti. Il giovane lupo aveva una lunga cicatrice che gli
a raversava il muso. Gli aveva tagliato in due l’occhio destro e
modificato il colore dell’iride, da azzurro a marrone screziato.
“Non vuole avere a che fare con nessuno” aveva de o
l’allevatrice.
Ma hias non si era accorto che era sbucata dietro di lui. “Ci
vede?”
“Ci vede, ma non gli piacciono le persone.”
“Perché no?”
“Quando era ancora un cucciolo uscì e se ne andò a zonzo.
A raversò due miglia di campi ghiacciati. Un ragazzino lo trovò e lo
ferì con una bo iglia di vetro ro a. Da allora non ha permesso a
nessuno di stargli vicino, e sta diventando troppo vecchio per essere
addestrato. Presto, probabilmente, dovremo sopprimerlo.”
“Me lo lasci prendere.”
“Ti farebbe a pezzi la prima volta che provi a sfamarlo, ragazzo.
Avrai un cucciolo la prossima volta.”
p
Non appena la donna se ne andò, Ma hias aprì la gabbia. E
altre anto velocemente il lupo balzò in avanti e lo morse.
Mentre le zanne della belva affondavano nel suo avambraccio, lui
voleva solo urlare. Cadde a terra, il lupo sopra di lui, un dolore mai
provato prima. Ma non emise un lamento. Sostenne lo sguardo fisso
dell’animale, che gli piantava i denti ancora più in profondità nella
carne, mentre il ringhio gli tuonava nel pe o.
Le mascelle del lupo erano forti abbastanza da spezzargli le ossa,
sospe ò, ma lui non lo ò, non urlò, non abbassò gli occhi. “Non ti
farò del male” giurò, “anche se tu ne farai a me.”
Trascorse così un lungo istante, e poi un altro. Sentiva il sangue
infradiciargli la manica. Pensò che avrebbe potuto perdere i sensi.
Poi, lentamente, le mascelle del lupo mollarono la presa.
L’animale si mise a sedere, il muso bianco impregnato del sangue di
Ma hias, la testa inclinata di lato. La belva si lasciò scappare uno
sbuffo.
“Anche per me è un piacere conoscerti” aveva de o lui.
Si rialzò con prudenza, si fasciò il braccio con il fondo della
camicia e poi lui e il suo lupo, entrambi ricoperti di sangue,
raggiunsero il punto in cui gli altri stavano giocando in un
guazzabuglio di cuccioli e uniformi grigie.
“Questo è mio” aveva de o mentre tu i si giravano a guardare, e
la donna anziana scrollò il capo. Poi svenne.
Quella no e, sulla nave, Ma hias aveva raccontato a Nina di
Trassel, della sua natura fiera, della sua cicatrice a zig-zag. Alla fine,
lei si era assopita e lui si era concesso di chiudere gli occhi. Il
ghiaccio stava aspe ando. Il vento assassino era arrivato armato di
denti bianchi, i lupi ululavano in lontananza e Nina gridava, ma
Ma hias non poteva andare da lei.
Il sogno, da allora, si era ripresentato ogni no e. Era difficile non
vederlo come una specie di presagio e, quando Nina con noncuranza
aveva lasciato cadere quella pillola gialla in tasca, era stato come
veder arrivare la tempesta: il ruggito del vento nelle orecchie, il
freddo nelle ossa, la certezza che stava per perderla.
«La parem potrebbe non funzionare più su di te» disse ora.
Avevano finalmente raggiunto il canale deserto dove avevano
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ormeggiato la gondel.
«Cosa?»
«Il tuo potere è cambiato, non è vero?»
Nina vacillò. «Sì.»
«A causa della parem?»
Nina si fermò. «Perché me lo stai chiedendo?»
Non voleva chiederglielo. Volava baciarla ancora. Invece disse:
«Se venissi ca urata, gli Shu potrebbero non riuscire a renderti
schiava della droga».
«Oppure potrebbe essere lo stesso schifo di prima.»
«Quella pillola, il veleno che ti ha dato Tamar…»
Nina posò una mano sul suo braccio. «Non verrò ca urata,
Ma hias.»
«Ma se fossi…»
«Non lo so cosa mi ha fa o la parem. Voglio credere che con il
tempo gli effe i si esauriranno.»
«E se non lo fanno?»
«Devono farlo» disse lei, la fronte aggro ata. «Non posso vivere
così. È come… essere solo la metà di me. Anche se…»
«Anche se?» la incalzò lui.
«La smania di parem non è più così terribile in questo momento»
disse come rendendosene conto lei per prima. «In effe i, è dallo
scontro alla taverna che ci penso a malapena.»
«Usare questo nuovo potere ti ha aiutata?»
«Forse» disse lei con prudenza. «E…» si accigliò. Ma hias udì un
ringhio basso e gorgogliante.
«Era il tuo stomaco?»
«Sì.» Il viso di Nina si aprì in un sorriso abbagliante. «Ma hias,
sono famelica.»
Stava veramente guarendo? O era stato quello che aveva
compiuto alla taverna a farle tornare l’appetito? Non gli importava.
Era solo felice che lei sorridesse a quel modo. La sollevò e la fece
volteggiare nell’aria.
«Finirai per strapparti qualche muscolo se continui così» disse lei
con un altro sorriso raggiante.
«Sei leggera come una piuma.»
gg p
«Allora non voglio vedere quell’uccellino. Ora lasciami andare a
procurarmi una pila di cialde alta due volte te. Io…» Si interruppe, e
dal viso le sparì ogni traccia di colore. «Oh, per tu i i Santi.»
Ma hias si girò a seguire lo sguardo di lei e si ritrovò a fissare se
stesso negli occhi. C’era un manifesto a accato al muro, con un
disegno del suo viso molto poco fedele. Sopra e so o l’illustrazione,
scri a in se e lingue diverse, c’era una sola parola: RICERCATO .
Nina strappò il manifesto dal muro. «Non dovevi essere morto?»
«Qualcuno deve aver chiesto di vedere il corpo di Muzzen prima
che venisse bruciato.» Forse i Fjerdiani. Forse solo qualcuno della
prigione. C’erano altre parole, stampate in fondo, che Ma hias non
sapeva leggere perché erano in Kerch, ma il proprio nome e la cifra li
comprese piu osto bene. «Cinquantamila kruge. Offrono una
ricompensa per la mia ca ura.»
«No» disse Nina. Indicò il testo so o il numerone e tradusse:
«“Ricercato: Ma hias Helvar. Vivo o morto.” Hanno messo una
taglia sulla tua testa».
16
JESPER

Quando Nina e Ma hias si fiondarono dentro la tomba, a Jesper


venne voglia di saltare oltre il tavolo e farsi un giro di valzer con
entrambi. Aveva trascorso le ultime ore a cercare di spiegare a Kuwei
come avrebbero raggiunto l’ambasciata, e stava cominciando ad
avere la ne a impressione che il ragazzino facesse il finto tonto,
probabilmente perché si divertiva un mondo a guardare Jesper che
gesticolava in modo ridicolo.
«Puoi ripetere ultima parte?» domandò ora Kuwei, avvicinandosi
un po’ troppo.
«Nina» disse Jesper. «Ci dai una mano a rendere più fluida la
nostra conversazione?»
«Siano ringraziati i Santi» disse Inej, mollando il lavoro al tavolo
che stava svolgendo insieme a Wylan e Kaz. Stavano assemblando
un ammasso di cavi e a rezzi che Kaz aveva rubato dal Circo Zirkoa.
Nelle ultime due ore Wylan aveva fa o modifiche su modifiche per
garantire la sicurezza di Inej, fissando dei morse i magnetici che si
sarebbero a accati ai fianchi metallici dei silos.
«Perché guardi lui sempre?» disse Kuwei. «Io sono uguale. Puoi
guardare me al posto.»
«Non lo sto guardando» protestò Jesper. «Sto… sto
supervisionando il loro lavoro.» Prima Kuwei fosse salito su quella
barca, meglio era. La tomba cominciava a essere troppo affollata.
«Siete riusciti a conta are i rifugiati?» domandò Inej, e con un
gesto indicò a Nina di me ersi al tavolo mentre le faceva spazio per
perme erle di sedersi.
«È andato tu o liscio» disse Nina. «Se tralasciamo che abbiamo
ro o qualche finestra e ci hanno quasi sparato addosso.»
Kaz alzò gli occhi dal tavolo. Il suo interesse era stato ca urato.
g
«Grossi guai nella Piccola Ravka?» domandò Jesper.
«Niente che non potessimo gestire» disse Nina. «Vi prego, ditemi
che c’è qualcosa da mangiare.»
«Hai fame?» le chiese Inej.
Tu i guardarono Nina con occhi sgranati. Lei fece una riverenza.
«Sì, sì, Nina Zenik ha fame. Ora qualcuno mi dia cibo o sarò costre a
a cucinare uno di voi.»
«Non essere ridicola» disse Jesper. «Tu non sai cucinare.»
Inej stava già frugando in quel che rimaneva delle loro scorte, e
mise davanti a Nina delle misere offerte a base di baccalà, carne
secca e galle e stantie.
«Che cos’è successo alla taverna?» chiese Kaz.
«I rifugiati si stanno nascondendo nell’ambasciata» disse
Ma hias. «Abbiamo incontrato…»
«Il loro capo» finì la frase Nina. «Si aspe ano un nostro segnale.»
Si ficcò due galle e in bocca. «Sono terribili.»
«Vai piano» disse Ma hias. «Stai per strozzarti.»
«Ne vale la pena» disse Nina, deglutendo a fatica.
«Per delle galle e?»
«Sto facendo finta che siano una torta. Quando parte la nave?»
«Abbiamo trovato una spedizione di sciroppo di melassa dire a a
Os Kervo che parte agli undici rintocchi» disse Inej. «Specht in
questo momento sta falsificando i documenti.»
«Bene» disse Nina, estraendo dalla tasca un pezzo di carta tu o
stropicciato e lisciandolo sopra il tavolo. La faccia di Ma hias
ricambiò i loro sguardi. «Dobbiamo andar via dalla ci à il prima
possibile.»
«Dannazione» disse Jesper. «Kaz e Wylan sono ancora in testa.»
Indicò il punto in cui avevano incollato tu i gli altri manifesti:
Jesper, Kaz e Inej erano tu i lì. Van Eck non aveva ancora osato
appendere la faccia di Kuwei Yul-Bo in ogni angolo di Ke erdam,
ma aveva dovuto mantenere le apparenze e fingere di cercare il
figlio, per cui c’era anche un manifesto che offriva una ricompensa
per il ritorno a casa sano e salvo di Wylan Van Eck. La locandina
mostrava i suoi vecchi connotati, ma secondo Jesper non c’era tu a
questa somiglianza. Mancava soltanto Nina. Lei non aveva mai
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incontrato Van Eck e, anche se aveva dei legami con gli Scarti, era
possibile che lui non sapesse del suo coinvolgimento.
Ma hias esaminò i manifesti. «Centomila kruge!» Scoccò
un’occhiata incredula a Kaz. «Com’è possibile che tu valga tu i quei
soldi?»
Kaz accennò un sorriso. «Chiedilo al mercato, non a me.»
«Parliamone» disse Jesper. «Per me ne offrono solo trentamila.»
«Ci sono le vostre vite in gioco» disse Wylan. «Come fate a
comportarvi come se fosse una gara?»
«Siamo rinchiusi in una tomba, mercantuccio. Ci divertiamo come
possiamo.»
«Forse dovremmo andare tu i a Ravka» disse Nina,
tamburellando con l’indice sul manifesto di Inej. «Non è sicuro per
voi restare qui.»
«Non è una ca iva idea» disse Kaz.
Inej gli lanciò una rapida occhiata. «Tu andresti a Ravka?»
«Neanche per sogno. Io me ne starò nascosto qui. Voglio vedere la
vita di Van Eck andare in mille pezzi quando il martello calerà.»
«Ma tu potresti venire» disse Nina a Inej. «Jesper? Possiamo
portare anche Colm.»
Jesper pensò al padre, rinchiuso in qualche suite lussuosa al
Geldrenner, che con ogni probabilità stava consumando il tappeto a
forza di fare avanti e indietro sulle assi del pavimento. Erano passati
solo due giorni da quando aveva visto scomparire tra i sepolcri la
sua schiena larga, con Ro y che lo accompagnava fuori dal Velo
Nero, ma sembrava che fosse trascorso molto più tempo. Da allora
Jesper si era quasi fa o uccidere dai cacciatori di Grisha e si era fa o
piazzare una taglia sulla testa. Ma se quella no e fossero riusciti a
effe uare il loro colpo, suo padre non l’avrebbe mai saputo.
«Non esiste» disse Jesper. «Voglio che pa’ recuperi i suoi soldi il
più in fre a possibile e che se ne torni a Novyi Zem. Non riuscirò a
dormire finché non sarà al sicuro alla fa oria. Ce ne staremo nascosti
nel suo albergo ad aspe are che Van Eck venga screditato e il
mercato dello zucchero impazzisca.»
«Inej?» disse Nina.
Si girarono tu i a guardare lo Spe ro, tranne Jesper. Lui guardò
Kaz, curioso di vedere come avrebbe reagito alla prospe iva che Inej
lasciasse la ci à. Ma l’espressione di Manisporche era
imperturbabile, come se fosse in a esa di sentire a che ora sarebbe
stata servita la cena.
Inej scrollò la testa. «Quando andrò a Ravka lo farò a bordo della
mia nave, manovrata dal mio equipaggio.»
Jesper alzò le sopracciglia. «Da quando sei un marinaio? E quale
persona sana di mente vorrebbe trascorrere del tempo su una
barca?»
Inej sorrise. «Ho sentito dire che questa ci à fa diventare ma i.»
Kaz estrasse l’orologio dal gilè. «Usciremo agli o o rintocchi.
Questa sera Van Eck radunerà il Consiglio dei Mercanti a casa sua
per una riunione.»
«Pensi che recluteranno altre risorse nella ricerca di Wylan?»
domandò Nina.
«È probabile. Non è più un nostro problema. Il chiasso e
l’andirivieni della gente saranno una buona copertura per me e
Wylan mentre saremo impegnati a so rarre il sigillo dalla cassaforte.
Contemporaneamente, Nina e Inej colpiranno la Dolce Vena. Le
guardie pa ugliano il perimetro dei silos incessantemente, e
impiegano circa venti minuti a fare il giro lungo la recinzione.
Lasciano sempre qualcuno a tenere d’occhio il cancello, quindi state
a ente quando arrivate.» Posò sul tavolo una bo iglie a tappata da
un turacciolo di sughero. «Questo è estra o di caffè. Kuwei, Nina e
Jesper, voglio che ve lo versiate addosso in abbondanza. Se quei
soldati Shu possono davvero annusare i Grisha, questo dovrebbe
sviarli.»
«Caffè?» chiese Kuwei, facendo saltare il tappo e dando
un’annusata.
«Brillante» disse Jesper. «Noi di solito caricavamo le spedizioni
illegali di jurda e spezie nei fondi di caffè per confondere i cani della
stadwatch. Disorienta i loro nasi.»
Nina prese la bo iglia e si applicò una generosa quantità di
estra o dietro le orecchie e sui polsi. «Speriamo che i Kherguud
funzionino nello stesso modo.»
«Meglio che i tuoi rifugiati siano pronti» disse Kaz. «Quanti ce ne
sono?»
«Meno di quello che pensavamo. Quindici e… anche qualcuno
dell’ambasciata. In tu o, diciasse e.»
«Più te, Ma hias, Wylan e Kuwei. Ventuno. Specht falsificherà la
le era d’imbarco di conseguenza.»
«Io non andrò con loro» disse Wylan.
Jesper intrecciò le mani per farle stare ferme. «No?»
«Non perme erò a mio padre di mandarmi via da questa ci à
un’altra volta.»
«Perché siete tu i così determinati a restare in questo posto
deprimente?» borbo ò Nina.
Jesper spinse indietro la propria sedia e osservò Kaz. Non aveva
mostrato alcun segno di sorpresa alla notizia che Wylan volesse
rimanere a Ke erdam. «Lo sapevi» disse, me endo insieme i pezzi.
«Tu sapevi che la madre di Wylan era viva.»
«La madre di Wylan è viva?» fece Nina.
«Perché credi che vi abbia permesso di andare a Olendaal?» disse
Kaz.
Wylan sba é le palpebre. «E sapevi che stavo mentendo a
proposito della cava.»
Un’ondata di rabbia si abba é su Jesper. Una cosa era che Kaz
prendesse in giro lui, ma Wylan non era come tu i loro. Nonostante
la sfortuna che aveva avuto con suo padre, non aveva lasciato che le
circostanze in cui si era ritrovato o che questa ci à gli portassero via
l’integrità morale e la fiducia. Lui credeva ancora nella buona fede
delle persone. Jesper puntò un dito contro Kaz. «Non avresti dovuto
mandarlo a Santa Hilde alla cieca. È stato crudele.»
«È stato necessario.»
I pugni di Wylan erano serrati. «Perché?»
«Perché non avevi ancora compreso di che pasta è fa o veramente
tuo padre.»
«Avresti potuto dirmelo tu.»
«Eri arrabbiato. La rabbia si smaltisce. Mi servivi indignato.»
Wylan incrociò le braccia. «Be’, ora lo sono.»
Kaz incrociò le mani sul bastone. «Si sta facendo tardi, per cui
me ete via i fazzole i da Povero Wylan e concentratevi sull’obie ivo
imminente. Ma hias, Jesper e Kuwei partiranno per l’ambasciata ai
nove rintocchi e mezzo. Arriverete dal canale. Jesper, tu sei alto,
scuro e vistoso…»
«Tu i sinonimi di incantevole.»
«E questo vuol dire che dovrai stare due volte a ento.»
«Lo splendore ha sempre un prezzo.»
«Cerca di prendere questa cosa sul serio» disse Kaz, la voce come
una lama arrugginita. Era reale preoccupazione? Jesper provò a non
chiedersi se fosse per lui o per il colpo. «Muovetevi rapidamente e
fatevi trovare tu i al molo non prima dei dieci rintocchi. Non voglio
che vi me iate a ciondolare in giro a irando l’a enzione. Ci
incontreremo al Terzo Porto, a racco quindici. La nave si chiama
Verrhader. Percorre la ro a da Kerch a Ravka diverse volte all’anno.»
Si alzò. «Occhi aperti e bocche cucite. Salterà tu o se Van Eck si
accorge di qualcosa.»
«E fate a enzione» aggiunse Inej. «Voglio festeggiare con tu i voi
quando quella nave lascerà il porto.»
Anche Jesper lo voleva. Voleva vederli tu i sani e salvi alla fine di
quella no e. Alzò una mano. «Ci sarà dello champagne?»
Nina finì l’ultima galle a e si leccò le dita. «Ci sarò io, e io sono
piu osto effervescente.»
Dopodiché non c’era altro da fare se non finire di impacche are le
loro cose.
Non ci sarebbero stati solenni addii.
Jesper si avvicinò al tavolo lentamente, strascicando i piedi, là
dove Wylan stava preparando la sua borsa a tracolla, e lui fece finta
di cercare qualcosa nel mucchio di mappe e documenti.
Esitò, poi disse: «Potresti stare con me e pa’. Se ti va. In albergo. Se
ti serve un posto dove aspe are che sia tu o finito».
«Veramente?»
«Ma certo» disse, scrollando le spalle in modo strano.
«Anche Inej e Kaz. Non possiamo essere tu i dispersi prima che
venga infli o il giusto castigo.»
«E dopo? Quando il prestito di tuo padre sarà stato ripagato,
tornerai a Novyi Zem?»
«Dovrei.»
Wylan a ese. Jesper non aveva una risposta da dargli. Se fosse
tornato alla fa oria, sarebbe stato lontano dalle tentazioni di
Ke erdam e dal Barile. Ma avrebbe potuto trovarsi un altro tipo di
guai in cui cacciarsi. E ci sarebbero stati così tanti soldi. Anche dopo
aver restituito quelli del prestito, gli sarebbero comunque rimasti più
di tre milioni di kruge. Scrollò le spalle di nuovo. «È Kaz quello che
pianifica.»
«Capisco» disse Wylan, ma lui gli vide la delusione in viso.
«Devo dedurre che il tuo futuro è già tu o programmato?»
«No. So solo che porterò via mia madre da quel posto e
proveremo a ricostruirci una vita.» Wylan annuì in direzione dei
manifesti a accati al muro. «È davvero quello che vuoi? Essere un
criminale? Continuare a rimbalzare da un nuovo debito a un nuovo
scontro a fuoco a un nuovo incidente in cui la scampi per miracolo?»
«Onestamente?» Sapeva che a Wylan non sarebbe piaciuto quello
che stava per dire.
«È ora» disse Kaz dalla soglia.
«Sì, è quello che voglio» disse. Wylan si mise la borsa in spalla e,
senza rifle ere, Jesper allungò una mano e slacciò la cinghia. Senza
lasciarla andare. «Però non è tu o quello che voglio.»
«Adesso» disse Kaz.
Sto per calargli sulla testa quel bastone. Jesper lasciò andare la
cinghia. «Nessun rimpianto.»
«Nessun funerale» disse Wylan a bassa voce. Lui e Kaz infilarono
la porta e sparirono.
Nina e Inej furono i successivi. Nina era sparita dentro uno dei
cunicoli per togliersi quel ridicolo costume Fjerdiano e indossare dei
pantaloni comodi, una giubba lunga e una giacca: tu a roba di
produzione Ravkiana.
Aveva portato Ma hias con sé ed era riapparsa parecchi minuti
dopo tu a rosea e arruffata.
«Concentrata sull’obie ivo?» non riuscì a non chiederle Jesper.
«Sto insegnando a Ma hias quello che so sul divertimento. È un
o imo studente. Si applica con grande dedizione.»
«Nina…» l’avvertì Ma hias.
«Ha qualche problema di comportamento. Ma c’è margine di
miglioramento.»
Inej spinse la bo iglia di estra o di caffè verso Jesper. «Cerca di
essere prudente questa no e, Jes.»
«Io sono bravo a comportarmi in modo prudente più o meno
come Ma hias a divertirsi.»
«Io sono bravissimo a divertirmi» ringhiò Ma hias.
«Bravissimo» concordò Jesper.
C’era dell’altro che voleva dire a tu i loro, specialmente a Inej, ma
non di fronte agli altri. “Forse non ne avrò più l’occasione” rifle é.
Le doveva delle scuse. La sua sbadataggine li aveva fa i cadere in
trappola a Quinto Porto, prima di partire per la Corte di Ghiaccio, e
il suo errore era quasi costato la vita dello Spe ro. Ma come diavolo
ti scusavi per una cosa del genere? Scusa se ti ho fa a pugnalare e quasi
uccidere. Chi vuole delle cialde?
Ma, prima che potesse rimuginarci ulteriormente sopra, Inej gli
aveva schioccato un bacio sulla guancia, Nina aveva puntato un dito
medio molto esplicito verso il muro dei manifesti da ricercati, e
Jesper si era ritrovato nella tomba ad a endere i nove rintocchi e
mezzo delle campane in compagnia di un tristissimo Kuwei e di un
irrequieto Ma hias.
Kuwei prese a sistemare i quaderni degli appunti nello zaino.
Jesper si sede e al tavolo. «Ti servono tu i?»
«Sì» disse Kuwei. «Sei stato mai tu a Ravka?»
“Povero ragazzino, è spaventato” pensò Jesper. «No, ma ci
saranno Nina e Ma hias con te.»
Kuwei lanciò un’occhiata a Ma hias e sussurrò: «Lui tanto
severo».
Jesper scoppiò a ridere. «Non lo definirei esa amente un festaiolo,
ma possiede qualche buona qualità.»
«Ti sento, Fahey» borbo ò Ma hias.
«Bene. Detesto dover gridare.»
«Non sei un po’ preoccupato per gli altri?» chiese Ma hias.
p p p p g
«Certo che lo sono. Ma non siamo più dei bambini. Il tempo per
stare a preoccuparsi è finito. Ora si passa alla parte divertente» disse,
tamburellando sulle pistole. «L’azione.»
«O la morte» bofonchiò Ma hias. «Lo sai bene quanto me che
Nina non è nelle sue condizioni migliori.»
«Questa no e non le serve esserlo. L’idea purtroppo sta tu a nel
non arrivare a uno scontro.»
Ma hias smise di aggirarsi inquieto e prese posto al tavolo di
fronte a Jesper. «Che cos’è successo alla casa sul lago?»
Jesper lisciò l’angolo di una delle cartine. «Non ne sono sicuro, ma
credo che abbia soffocato a morte un tizio con una nuvola di
polvere.»
«Non capisco» disse Ma hias. «Una nuvola di polvere? Oggi ha
controllato a distanza delle schegge di osso. Non avrebbe mai potuto
farlo prima della parem. Lei sembra credere che il cambiamento sia
temporaneo, un effe o residuo della droga, ma… » Si girò verso
Kuwei. «La parem potrebbe modificare il potere di un Grisha?
Trasformarlo? Distruggerlo?»
Kuwei stava giocherellando con la cerniera del suo zaino. «Credo
forse sì. Lei sopravvissuta astinenza. Cosa rara, ma sappiamo poco
di parem, e di potere Grisha.»
«Non ne avete fa i a pezzi abbastanza per risolvere l’enigma?» Le
parole uscirono dalla bocca di Jesper prima che lui potesse
ripensarci. Sapeva che erano parole ingiuste. Kuwei e suo padre
erano loro stessi Grisha, e nessuno dei due era mai stato nella
posizione di impedire agli Shu di fare esperimenti su altri Grisha.
«Tu arrabbiato con me?» chiese Kuwei.
Jesper sorrise. «Non sono il tipo che si arrabbia.»
«Sì, lo sei» disse Ma hias. «Sei arrabbiato e terrorizzato.»
Jesper prese le misure del Fjerdiano grande e grosso. «Come hai
de o, scusa?»
«Jesper tanto coraggioso» dichiarò Kuwei.
«Grazie per averlo notato.» Jesper allungò le gambe e incrociò le
caviglie. «Hai qualcosa da dire, Ma hias?»
«Perché non vai a Ravka?»
«Mio padre…»
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«Tuo padre potrebbe venire con noi stano e. E se sei così
preoccupato, perché oggi non eri con lui in albergo?»
«Non vedo in che modo siano affari tuoi.»
«Lo so come ci si sente, a vergognarsi di quello che si è, di quello
che si è fa o.»
«Vuoi veramente addentrarti in questo genere di discorso, caro il
mio cacciatore di streghe? Io non mi vergogno. Io sto a ento. Grazie
alla gente come te e ai tuoi amiconi drüskelle, il mondo è un posto
pericoloso per quelli come me. Lo è sempre stato, e non sembra che
stia migliorando.»
Kuwei allungò una mano e prese quella di Jesper, il viso
implorante. «Capisci. Per favore. Quello che noi fa o, quello che mio
padre fa o… Perché volere migliorare le cose, trovare modo per
Grisha di…» Fece il gesto di schiacciare qualcosa.
«Eliminare i loro poteri?» suggerì Ma hias.
«Sì. Giusto. Per nascondere più facile. Se Grisha non usano poteri,
diventano malati. Diventano vecchi, stanchi, no fame. Shu in questo
modo così capiscono Grisha che vivono segreti.»
«Io non uso il mio potere» disse Jesper. «Eppure…» Mostrò le dita
per elencare i punti mentre li enunciava. «Uno: per scommessa mi
sono mangiato, le eralmente, un trogolo di cialde affogate nello
sciroppo di mela e sono stato lì lì per chiedere il bis. Due: la carenza
di energia non è mai stato un mio problema. Tre: non sono mai stato
malato un giorno in tu a la mia vita.»
«No?» disse Ma hias. «Ci sono molti tipi di mala ia.»
Jesper portò le mani alle rivoltelle. Evidentemente il Fjerdiano
aveva qualcosa sullo stomaco.
Kuwei aprì lo zaino ed estrasse un bara olo di jurda comune,
quella che si trovava in vendita in ogni negozio a ogni angolo di
Ke erdam. «Jurda è stimolante, buona per comba ere fatica. Mio
padre pensa… pensava che era risposta per aiutare tua razza. Se lui
trovava formula giusta, Grisha restano buona salute mentre
nascondono poteri.»
«Non è andata esa amente così, non è vero?» disse Jesper. Forse
sì, era un po’ arrabbiato.
«Esperimenti non vanno come devono. Qualcuno in laboratorio fa
chiacchiere. I nostri comandanti scoprono e vogliono destino
differente per parem.» Scrollò la testa e indicò il proprio zaino. «Ora
io cerco ricordare esperimenti di mio padre.»
«Sono gli scarabocchi che fai nei tuoi quaderni?»
«Tengo anche diario.»
«Dev’essere avvincente. Giorno uno: seduti nella tomba. Giorno
due: seduti nella tomba un altro po’.»
Ma hias ignorò Jesper e disse: «Qualche successo?».
Kuwei si accigliò. «Qualche. Penso. In laboratorio insieme a
scienziati veri, forse meglio. Non sono mio padre. Lui era Fabrikator.
Io sono Inferno. Io non sono bravo in questo.»
«In che cosa sei bravo?» chiese Jesper.
Kuwei gli scoccò un’occhiata interrogativa, poi corrugò la fronte.
«Non ho mai avuto possibilità di scoprire. Viviamo vita spaventata a
Shu Han. Non era mai sentire a casa.»
Questa era una cosa che Jesper poteva capire eccome. Prese il
bara olo di jurda e aprì il coperchio. Era roba di qualità, dolcemente
profumata, i fiori secchi quasi interi e di un vibrante colore
arancione.
«Tu credi che se avessi un laboratorio e dei Grisha Fabrikator
a orno a te, potresti essere in grado di ricreare gli esperimenti di tuo
padre e arrivare in qualche modo a trovare un antidoto?»
«Io spero» disse Kuwei.
«Come funzionerebbe?»
«Ripulirebbe il corpo dalla parem?» domandò Ma hias.
«Sì. Antidoto tira fuori parem» disse Kuwei. «Ma, anche se
funziona, come si fa a dare?»
«Dovresti avvicinarti fino al punto di inie arlo o fare in modo che
qualcuno lo deglutisca» disse Ma hias.
«E ora che arrivi alla giusta distanza, sei spacciato» concluse
Jesper.
Strinse uno dei fiori di jurda tra le dita. Alla fine qualcuno
avrebbe capito come sintetizzare la propria personale versione di
jurda parem, e quel giorno uno di questi fiori sarebbe valso una gran
bella fortuna. Se si concentrava sui petali, anche solo un po’, riusciva
p p
a sentire che si rompevano nei loro componenti più piccoli. Non era
esa amente un sentire, era più un percepire tu e le differenti,
minuscole porzioni di materia che formavano un intero.
Rimise il fiore nella scatola. Quand’era un bambino, sdraiato nei
campi del padre, aveva scoperto che poteva far colare via il colore da
un fiore di jurda petalo dopo petalo. Durante un pomeriggio noioso
aveva scolorito una parolaccia in le ere maiuscole in un pascolo a
ovest. Suo padre era furibondo, ma anche spaventato. Aveva urlato
con voce roca per rimproverarlo, e poi Colm si era semplicemente
seduto lì, a fissarlo, le grosse mani stre e a orno a una tazza di tè
per impedire loro di tremare. All’inizio Jesper aveva pensato che il
padre fosse furioso per la parolaccia, ma non era affa o quello il
motivo.
“Jes” aveva de o, infine. “Non devi farlo mai più. Prome imelo.
Tua madre aveva lo stesso dono. Può portarti solo infelicità.”
“Promesso” aveva de o lui velocemente. Voleva rime ere le cose
a posto, ed era ancora scosso dalla vista di suo padre, sempre così
paziente e gentile, in preda a un simile a acco d’ira. Però tu o quello
che pensò fu: “Ma’ non sembrava infelice”.
Al contrario, sua madre sembrava infondere gioia in qualunque
cosa. Era Zemeni di nascita, la sua pelle era di un profondo,
sofisticato colore scuro ed era così alta che suo padre doveva
inclinare la testa all’indietro per guardarla negli occhi. Prima che lui
fosse grande abbastanza per lavorare nei campi insieme al padre, gli
era concesso di stare a casa con lei. C’erano sempre dei panni da
lavare, dei pasti da preparare, della legna da spaccare, e lui amava
aiutarla.
“Come sta la mia terra?” chiedeva lei tu i i giorni al ritorno del
marito dai campi, e più avanti Jesper avrebbe scoperto che la fa oria
era intestata a lei: un regalo di nozze del padre, che aveva
corteggiato Aditi Hilli per quasi un anno prima che lei lo degnasse di
uno sguardo.
“In forma smagliante” rispondeva lui, baciandola sulla guancia.
“Proprio come te, amore mio.”
Il papà di Jesper prome eva sempre che la no e avrebbe giocato
con lui e gli avrebbe insegnato a intagliare il legno, ma
g g g g
invariabilmente Colm consumava la sua cena e finiva addormentato
accanto al fuoco con gli stivali ancora ai piedi, le suole macchiate di
arancione a causa della jurda. Jesper e la madre glieli toglievano,
soffocando le risate, poi lo coprivano con una coperta e si
dedicavano alle altre faccende domestiche serali. Sparecchiavano la
tavola e ritiravano il bucato steso sul filo ad asciugare, e poi lei
me eva a le o Jesper. A prescindere da quanto fosse indaffarata,
quanti animali avessero bisogno di una tosatura, o da quanti panni
da rammendare ci fossero nella cesta della biancheria, lei sembrava
possedere la stessa energia senza fine del figlio, e trovava sempre il
tempo di raccontargli una storia o canticchiargli una canzone prima
di dormire.
Era stata la madre a insegnargli ad andare a cavallo, pescare con
l’amo, pulire un pesce, spennare una quaglia, accendere il fuoco con
nient’altro che due pezze i di legno e preparare una tazza di tè come
si deve. E gli aveva insegnato a sparare. All’inizio con una pistola ad
aria compressa da bambini, che era poco più di un gioca olo, poi
con pistole vere e fucile. “Chiunque può sparare” gli aveva de o.
“Ma non tu i sono capaci di prendere la mira.” Gli aveva insegnato
come fare un avvistamento a distanza, come seguire un animale
dentro la boscaglia, come tener conto degli scherzi che possono
giocarti la luce negli occhi e le folate di vento, come sparare correndo
e anche come sparare da cavallo. Non c’era niente che sua madre non
sapesse fare.
C’erano anche delle lezioni segrete. A volte, quando tornavano a
casa tardi e lei doveva me ere la cena sul fuoco, faceva bollire
l’acqua senza nemmeno scaldare i fornelli, e per far lievitare il pane
bastava che lo guardasse. Lui l’aveva vista rimuovere le macchie dai
vestiti con un tocco delle dita e fabbricarsi per conto suo la polvere
da sparo, estraendo il salnitro dal le o di un lago, prosciugato da
tempo, che si trovava vicino a dove vivevano. “Perché pagare per
qualcosa che so fare meglio da sola?” diceva. “Però non dobbiamo
dirlo a pa’, d’accordo?” Quando lui le chiedeva perché, lei
rispondeva soltanto: “Perché ha già abbastanza preoccupazioni, e
non voglio che si preoccupi per me”. Ma pa’ si preoccupava eccome,
specialmente quando gli amici Zemeni di sua madre si presentavano
alla porta in cerca di aiuto o di cure.
“Credi che gli schiavisti non possano trovarti qui?” le aveva
chiesto una no e, mentre faceva avanti e indietro per la capanna e
Jesper si raggomitolava so o le coperte, facendo finta di dormire per
poter stare a sentire. “Se si sparge la voce che c’è una Grisha che vive
qui…”
“Quella voce” aveva de o Aditi sventolando una mano
aggraziata “non è la nostra voce. Io non posso essere altro che quello
che sono, e se il mio dono può essere di aiuto alla gente, allora ho il
dovere di usarlo.”
“E nostro figlio? A lui non devi niente? Il tuo primo dovere è
restare al sicuro, così noi non ti perderemo.”
Ma la madre di Jesper aveva preso tra le mani il viso di Colm, in
modo così delicato, così gentile, e con tu o l’amore che le brillava
negli occhi. “Che razza di madre sarei per mio figlio se nascondessi i
miei talenti? Se mi facessi guidare, nella vita, dalla paura? Tu sapevi
chi ero quando mi hai chiesto di scegliere te, Colm. Ora non puoi
chiedermi di essere qualcosa di diverso.”
E a quelle parole la frustrazione del padre era svanita. “Lo so. È
solo che non riesco a sopportare il pensiero di perderti.”
Lei si era messa a ridere e l’aveva baciato. “Allora dovrai tenermi
stre a” aveva de o facendogli l’occhiolino. E l’argomento era stato
chiuso. Fino alla volta dopo.
Venne poi fuori che il padre di Jesper si sbagliava. Lui e il figlio
non persero Aditi per colpa degli schiavisti.
Una no e Jesper si era svegliato sentendo delle voci, e quando era
strisciato fuori dalle coperte, aveva visto la madre che si infilava il
cappo o sopra la lunga camicia da no e, per poi prendere cappello e
stivali. Aveva se e anni all’epoca, era piccolo per la sua età, ma
grande abbastanza da sapere che le conversazioni più interessanti
avvenivano sempre dopo che lui andava a dormire. Un uomo
Zemeni era in piedi sulla porta in abiti da equitazione impolverati, e
suo padre stava dicendo: “Siamo nel cuore della no e. Sicuramente è
una cosa che può aspe are fino a doma ina”.
“Se fosse Jes quello a le o che soffre, diresti così?” gli aveva
chiesto lei.
“Aditi…”
Lei aveva baciato Colm sulla guancia, poi aveva preso Jesper tra le
braccia. “Il mio coniglie o è sveglio?”
“No” aveva de o lui.
“Be’, allora si vede che stai sognando.” Lo aveva rimesso a le o, lo
aveva baciato sulle guance e sulla fronte. “Torna a dormire,
coniglie o, io sarò di ritorno domani.”
Invece il giorno dopo non tornò, e quando la ma ina successiva
sentirono bussare alla porta non era sua madre, ma lo stesso
impolverato uomo Zemeni.
Colm agguantò il figlio e fu fuori dalla porta in un istante. Si calcò
un cappello in testa, scaraventò Jesper davanti a sé sulla sella e poi
spinse il cavallo al galoppo. L’uomo impolverato cavalcava un
animale ancora più impolverato, e loro lo seguirono per miglia e
miglia di terra coltivata fino a una fa oria bianca ai margini di un
campo di jurda. Era di gran lunga più bella della loro piccola
capanna, alta due piani e con i vetri alle finestre.
La donna che aspe ava sulla porta era più robusta di sua madre,
ma quasi altre anto alta, e aveva i capelli raccolti in grosse trecce.
Aveva fa o loro cenno di entrare in casa e aveva de o: “È di sopra”.
Negli anni successivi, cercando di rime ere insieme che cosa era
successo in quei giorni orribili, gli tornarono alla memoria
pochissime cose: il pavimento in legno lucido della fa oria, e come
sembrasse quasi vellutato a conta o con le dita, gli occhi della donna
robusta, rossi per il troppo piangere, e la ragazzina: una bambina più
grande di Jesper di qualche anno, con delle trecce simili a quelle
della madre. La bambina aveva bevuto l’acqua di un pozzo che era
stato scavato troppo vicino a una miniera. Avrebbero dovuto
inchiodarlo con le assi, invece si erano limitati a togliere il secchio.
La carrucola era ancora lì, e anche la vecchia corda. La ragazzina e i
suoi amici avevano usato uno dei loro cestini da pranzo per portare
su l’acqua, fresca come l’aria del ma ino e due volte più trasparente.
Quella no e si erano ammalati tu i e tre. Due erano morti. Invece la
madre di Jesper aveva salvato la ragazzina, la figlia della donna
robusta.
Aditi era andata al capezzale, aveva annusato il cestino da pranzo
di metallo e poi aveva posato le mani sulla pelle febbricitante della
ragazzina. Entro il mezzogiorno successivo, la febbre era sparita e gli
occhi avevano perso ogni sfumatura giallognola. Entro l’inizio della
sera, la ragazzina si era messa a sedere e aveva de o alla madre di
avere fame. Aditi le aveva sorriso una volta ed era svenuta.
“Non ha fa o abbastanza a enzione quando ha estra o il veleno”
aveva de o l’uomo impolverato. “Ne ha assorbito troppo. L’ho già
visto capitare in passato agli zowa.” Zowa. Significava “benede o”.
Era la parola che la madre di Jesper usava al posto di Grisha. “Noi
siamo zowa” diceva a Jesper mentre faceva sbocciare un fiore con
uno schiocco delle dita. “Tu e io.”
In quel momento non era rimasto nessuno da chiamare per
salvare lei. Jesper non sapeva come si faceva. Se lei fosse stata
cosciente, se fosse stata più forte, sarebbe stata in grado di curarsi da
sola. Invece scivolò via dentro qualche sogno profondo e il respiro
cominciò a farsi sempre più faticoso.
Jesper si era addormentato, la guancia pigiata sul palmo della
mano della madre, certo che da un momento all’altro lei si sarebbe
svegliata, gli avrebbe pizzicato la guancia e lui avrebbe sentito la sua
voce dire: “Cosa ci fai qui, coniglie o?”. Invece, si svegliò al suono
del pianto di suo padre.
L’avevano riportata alla fa oria e seppellita so o un ciliegio che
stava già cominciando a fare i fiori. Per lui l’albero era troppo bello
per un giorno così triste e, anche adesso, vedere quei fiori rosa nelle
vetrine dei negozi o ricamati sulle vesti di seta delle signore gli
me eva addosso la malinconia. Lo riportavano indietro al profumo
della terra dissodata di recente, al vento che sussurrava in mezzo ai
campi, alla tremante voce baritonale del padre che cantava una
canzone solitaria, una melodia Kaelish dalle parole che Jesper non
capiva.
Quando Colm aveva finito, e le ultime note flu uavano ancora tra
i rami del ciliegio, Jesper aveva chiesto: “Ma’ era una strega?”.
Colm aveva posato una mano ricoperta di lentiggini sulla spalla
del figlio e lo aveva avvicinato a sé. “Era una regina, Jes” gli aveva
risposto. “Era la nostra regina.”
Quella sera Jesper aveva cucinato per entrambi, dei bisco i
bruciacchiati e una zuppa acquosa, ma suo padre aveva mandato giù
ogni boccone e aveva le o per lui il libro Kaelish dei Santi finché le
luci delle candele non si erano smorzate e il dolore nel cuore di
Jesper si era a enuato quel tanto che bastava a perme ergli di
addormentarsi. E fu così che andarono le cose da quel momento in
poi, loro due che si prendevano cura l’uno dell’altro, che lavoravano
nei campi, che in estate imballavano e facevano asciugare la jurda e
cercavano di pagare i conti della fa oria. Perché non gli era più
bastato?
Ma per quanto Jesper se lo chiedesse, sapeva che non gli sarebbe
bastato mai più. Non sarebbe riuscito a tornare a quella vita. Non
faceva per lui. Forse, se sua madre fosse stata ancora viva, gli
avrebbe insegnato a incanalare la sua inquietudine. Forse gli avrebbe
mostrato come usare il potere invece di nasconderlo. Forse sarebbe
andato a Ravka per diventare un soldato della corona. O forse
sarebbe finito esa amente lì comunque.
Si strofinò via dai polpastrelli la macchia di jurda e rimise il
coperchio al bara olo.
«Gli Zemeni non usano soltanto i fiori» disse. «Ricordo che mia
madre me eva i gambi di jurda a mollo nel la e di capra. Me lo dava
da bere quando rientravo dai campi.»
«Perché?» domandò Ma hias.
«Per controbilanciare gli effe i dell’aver inalato polline di jurda
per tu o il giorno. È troppo stimolante per il corpo di un bambino, e
nessuno voleva che fossi più eccitato di quel che già non fossi.»
«Gambi?» ripeté Kuwei. «Persone di solito bu ano via.»
«Nei gambi c’è un unguento. Gli Zemeni lo estraggono per farne
delle pomate. Le strofinano sulle gengive dei neonati e sulle narici
quando bruciano la jurda.» Le dita di Jesper tamburellarono sul
bara olo mentre gli si articolò in testa un pensiero. Il segreto
dell’antidoto contro la jurda parem poteva risiedere nella stessa pianta
di jurda? Lui non era un chimico; non pensava come Wylan, e non
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era stato addestrato come Fabrikator. Però era il figlio di sua madre.
«E se ci fosse una versione dell’unguento capace di contrastare gli
effe i della jurda parem? A quel punto ci sarebbe stato un modo per
somministrare…»
Fu in quel momento che la finestra andò in frantumi. Jesper
sguainò le rivoltelle nel tempo di un fiato, mentre Ma hias spingeva
giù Kuwei e imbracciava il fucile. Si portarono rasenti al muro e
Jesper sbirciò fuori dalla vetrata distru a. Tra le ombre del cimitero
vide delle lanterne alzate, che muovevano le sagome di quelle che
dovevano essere delle persone… un sacco di persone.
«A meno che i fantasmi non siano diventati molto più vivaci»
disse Jesper, «sembrerebbe che abbiamo compagnia.»
PARTE QUARTA
IL VISITATORE INASPETTATO
17
INEJ

Di no e il quartiere dei magazzini sembrava cambiare pelle e


assumere una nuova forma. Le baraccopoli ai confini orientali
scoppiavano di vita, invece le strade del quartiere diventavano terra
di nessuno, occupata solo dalle guardie nelle loro postazioni e dai
soldati della stadwatch che erano di pa uglia.
Inej e Nina ormeggiarono la barca nel grande canale centrale che
si snodava nel cuore del quartiere e si diressero verso la banchina
immersa nel silenzio, tenendosi vicine ai depositi e lontane dai
lampioni che fiancheggiavano il bordo dell’acqua. Oltrepassarono
chia e cariche di legname ed enormi vasconi stracolmi di carbone.
Di tanto in tanto intravedevano uomini che lavoravano alla luce
delle lanterne, intenti a sollevare barili di rum o sacchi di cotone.
Merci di tale valore non potevano rimanere incustodite di no e.
Quando ebbero quasi raggiunto la Dolce Vena scorsero due tizi
scaricare qualcosa da un grosso carro parcheggiato lungo la sponda
del canale, illuminati dal bagliore bluastro proie ato da un’unica
lanterna.
«Luce morta» sussurrò Inej, e Nina rabbrividì. Le ossa di luce,
ricavate dagli scheletri frantumati dei pesci degli abissi, brillavano di
verde. Invece le luci morte erano alimentate da qualche altro
combustibile, ed eme evano un chiarore blu che perme eva alle
persone di riconoscere le chia e dei becchini, cariche di cadaveri.
«Che cosa ci fanno i becchini nel quartiere dei magazzini?»
«Alla gente non piace vedere i cadaveri per strada o nei canali. Il
quartiere dei magazzini è quasi deserto di no e, per cui ci portano i
morti. Dopo il tramonto i becchini radunano i corpi e li portano qui.
Fanno i turni, rione dopo rione. Entro l’alba saranno spariti, e anche
il loro carico.» Dire o alla Chia a del Mietitore per essere bruciato.
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«Perché non si limitano a costruire un vero cimitero?» domandò
Nina.
«Non c’è spazio. So che molto tempo fa si discusse di riaprire il
Velo Nero, ma si fermò tu o quando si diffuse la Piaga della
Favorita. La gente ha troppa paura del contagio. Se la tua famiglia
può perme erselo, vieni spedito in un cimitero o in un camposanto
fuori Ke erdam. E se non può…»
«Nessun rimpianto» disse Nina tristemente.
Nessun rimpianto, nessun funerale. Era un modo di augurarsi
buona fortuna. Ma era anche qualcos’altro. Un’oscura allusione al
fa o che non ci sarebbero state costose sepolture per gente come
loro, nessuna lapide di marmo a ricordare i loro nomi, nessuna
corona di fiori di mirto o rose.
Inej fece strada mentre si avvicinavano alla Dolce Vena. I silos
incutevano soggezione già di per sé, enormi come divinità messe a
fare le sentinelle, monumenti all’industriosità decorati con l’alloro
rosso dei Van Eck. Presto tu i avrebbero saputo di che cos’erano
l’emblema: codardia e inganno. Il gruppo circolare dei silos di Van
Eck era circondato da un’alta recinzione metallica.
«Filo spinato» rimarcò Nina.
«Non sarà un problema.» Era stato inventato per tenere il
bestiame dentro i recinti. Non avrebbe rappresentato alcuna sfida
per lo Spe ro.
Si appostarono accanto al muro di solidi ma oni rossi di un
deposito e si fermarono a controllare che la routine delle guardie non
fosse cambiata. Proprio come aveva de o Kaz, le guardie
impiegavano quasi venti minuti esa i per fare il giro della recinzione
a orno ai silos. Quando i soldati di pa uglia si fossero trovati sul
lato orientale del perimetro, Inej avrebbe avuto circa sei minuti per
percorrere tu o il cavo. Una volta che fossero passati al lato
occidentale, sarebbe stato troppo facile per loro individuarla sul cavo
tra i silos, in compenso sarebbe stato quasi impossibile vederla sul
te o. Durante quei sei minuti, Inej avrebbe avuto il compito di
depositare il tonchio dentro il portello del silo e poi staccare il cavo.
Se ci avesse messo più di sei minuti, avrebbe dovuto aspe are che le
guardie rifacessero il giro. Inej non sarebbe stata in grado di vederli,
g g j g
ma Nina aveva un potente osso di luce in mano. Con un lampo di
luce verde avrebbe indicato a Inej il via libera per la traversata.
«Dieci silos» disse Inej. «Nove traversate.»
«Sono molto più alti, visti da vicino» disse Nina. «Sei pronta ad
affrontarli?»
Inej non poteva negare che fossero minacciosi. «Non importa
quanto è alta la montagna, l’arrampicata resta un’arrampicata.»
«Non è tecnicamente vero. Hai bisogno di corde, picconi…»
«Non parlare come Ma hias.»
Nina si portò le mani alla bocca in una smorfia di orrore. «Per
rimediare, mangerò il doppio della torta.»
Inej annuì saggiamente. «Mi sembra giusto.»
Il soldato di ronda stava uscendo di nuovo dalla guardiola.
«Inej» disse Nina esitante, «devi sapere che… il mio potere non è
più stato lo stesso dalla parem in poi. Se finiamo in una mischia…»
«Non ci saranno mischie questa no e. Passeremo in mezzo come
fantasmi.» Strinse le spalle di Nina. «E poi non conosco un guerriero
più forte di te, poteri o non poteri.»
«Ma…»
«Nina, le guardie.»
Il soldato di ronda era sparito alla vista. Se non si fossero mosse
subito, avrebbero dovuto a endere il prossimo giro, e sarebbero
state in ritardo.
«Ci sono» disse Nina, e si incamminò a grandi falcate verso la
guardiola.
Nel tempo che impiegò a percorrere la distanza fra il loro posto di
vede a presso il deposito e il cono di luce che rischiarava la
guardiola, cambiò completamente a eggiamento. Inej non avrebbe
saputo spiegarlo, ma i passi di Nina divennero più incerti, le spalle
s’incunearono leggermente. Sembrava quasi essersi rimpicciolita.
Non era più una Grisha addestrata a comba ere, ma un’immigrata
giovane e impaurita che confidava di trovare un briciolo di
gentilezza.
«Vi prego di scusare» disse Nina in un forte e ridicolo accento
Ravkiano.
Il soldato tenne sollevata l’arma, pronto a sparare, ma non
sembrava particolarmente preoccupato. «Lei non dovrebbe essere
qui di no e.»
Nina mormorò qualcosa, guardandolo da so o in su con i suoi
occhioni verdi. Inej non sapeva come facesse ad apparire così
credibile.
«Che cos’era quello?» disse la guardia, muovendo un passo in
avanti.
Inej fece la sua mossa. Accese la lunga miccia della bomba luce
che Wylan aveva dato loro, quindi si lanciò verso la recinzione,
tenendosi ben lontana dal cono di luce, e si arrampicò in silenzio. Si
portò quasi dietro a dov’erano Nina e la guardia, poi sopra di loro.
Poteva sentire le loro voci mentre scivolava tra le spirali di filo
spinato.
«Vengo per lavoro, sì?» disse Nina. «Per fare zucchero.»
«Qui non si fa lo zucchero, si immagazzina soltanto. Deve recarsi
in uno degli stabilimenti di lavorazione.»
«Ma mi serve lavoro. Io… io…»
«Oh, no, non faccia così, non pianga. Su, su.»
Inej tra enne il respiro e si lasciò cadere a terra dall’altra parte
della recinzione. Da lì, poteva vedere i sacche i di sabbia a cui aveva
accennato Kaz accatastati contro il muro sul retro della guardiola, e
l’angolo di quella che doveva essere la rete che lui aveva previsto di
farle usare.
«Il suo… ehm… anche il suo moroso è in cerca di lavoro?» le
stava chiedendo la guardia.
«Non ho… come de o tu? Moroso?»
Il cancello accanto alla guardiola non si poteva chiudere a chiave
dall’interno, così Inej lo spinse e lo lasciò socchiuso per Nina, poi si
affre ò verso le ombre alla base del silo più vicino.
Udì Nina salutare e incamminarsi nella direzione opposta al loro
punto di vede a di poc’anzi. Poi aspe ò. I minuti passavano e,
proprio quando ormai si era convinta che la bomba fosse dife osa, ci
fu un boato e dal deposito che avevano usato per spiare le guardie
scaturì un lampo accecante. Il soldato uscì di nuovo dalla guardiola,
il fucile alzato, e fece qualche passo verso il deposito.
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«C’è qualcuno lì?» gridò.
Nina scivolò fuori dalle ombre dietro di lui e si ritrovò dentro il
cancello in una manciata di secondi. Lo chiuse e puntò al secondo
silo, svanendo nel buio. Da lì, sarebbe stata in grado di segnalare a
Inej i giri di ronda delle guardie.
Il soldato tornò alla propria postazione, camminando all’indietro
nel caso in cui ci fosse qualche minaccia in agguato nei depositi più
in là. Alla fine si girò e diede una scrollata al cancello per accertarsi
che fosse chiuso bene, quindi rientrò nella guardiola.
Inej a ese il segnale di Nina, poi s’inerpicò su per gli scalini
saldati sul fianco del silo. Un piano, due piani, dieci. A Carnevale,
suo zio aveva intra enuto il pubblico mentre lei saliva. “Un numero
come questo non è mai stato tentato finora, e di certo mai da
qualcuno così giovane! Sopra di voi, guardate, la terrificante corda
da funambolo.” A quel punto si accendeva un rifle ore che
illuminava la corda in modo tale da farla sembrare la più fragile
delle ragnatele, tesa da un capo all’altro del tendone. “Signori,
prendete la mano della vostra signora fra le vostre. Vedete come
sono so ili le sue dita? Ora immaginate, se volete, di camminare su
qualcosa di così so ile, di così fragile. Chi oserebbe fare una cosa del
genere? Chi oserebbe sfidare la morte stessa?”
A quel punto Inej era in piedi in cima al palo e, mani sui fianchi,
gridava: “Io!”.
E la folla rimaneva senza fiato.
“Ma aspe ate, no, non può essere” diceva suo zio “una
bambina?”
A quel punto la folla impazziva sempre. Le donne svenivano. A
volte uno degli uomini provava a interrompere lo spe acolo.
Non c’era nessuna folla quella no e, soltanto il vento, il freddo
metallo so o le sue dita, la faccia luminosa della luna.
Inej raggiunse la cima del silo e si mise a rimirare la ci à
so ostante. Ke erdam brillava della luce dorata delle lanterne che si
spostavano lente lungo i canali, delle candele lasciate a consumarsi
dietro le finestre, dei negozi e dei locali ancora illuminati per gli
affari della sera. Riusciva a distinguere i lustrini del Coperchio, le
lanterne colorate e le vistose lampadine a cascata degli Stave. In
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pochi giorni, la fortuna di Van Eck sarebbe andata in rovina e lei
sarebbe stata libera di chiudere il proprio contra o con Per Haskell.
Libera. Di vivere come desiderava. Di cercare perdono per i propri
peccati. Di realizzare i propri scopi. Le sarebbe mancato questo
posto? Questo ammasso caotico di ci à che era arrivata a conoscere
così bene, che in qualche modo era diventata casa sua? Ebbe la
certezza che sì, le sarebbe mancata. E allora quella no e si sarebbe
esibita per la sua ci à, per i ci adini di Ke erdam, anche se loro non
sapevano di applaudire.
Dove e usare un bel po’ di muscoli, ma riuscì ad allentare la
ruota del portello del silo e ad aprirlo. Si infilò una mano in tasca ed
estrasse la bocce a tappata di tonchio chimico. Seguì le istruzioni di
Wylan, la agitò bene e poi ne versò il contenuto dentro il silo. Ci fu
un leggero sibilo nell’aria e, quando guardò giù, vide che lo zucchero
si muoveva come se ci fosse qualcosa di vivo so o la sua superficie.
Rabbrividì. Aveva sentito le storie degli operai morti nei silos,
risucchiati all’interno dal grano, dal mais o dallo zucchero che gli
cedevano so o i piedi e soffocati piano piano. Chiuse il portello e lo
sigillò ermeticamente.
Poi raggiunse il primo gradino della scala metallica a pioli e
a accò il morse o magnetico che le aveva dato Wylan. Offriva la
sensazione di una bella presa solida. Premendo un pulsante, due
guide magnetiche si staccavano e si a accavano al silo con un
morbido rumore metallico. Estrasse dallo zaino una balestra e un
grosso rotolo di cavo, quindi avvolse un’estremità del cavo a orno al
morse o, lo fissò con cura e collegò le guide. L’altra estremità era
fissata a un morse o magnetico infilato dentro la balestra. Preme e
il grille o. Il primo colpo andò a vuoto, e Inej dove e riavvolgere il
cavo. Il secondo colpo si agganciò allo scalino sbagliato. Ma il terzo
colpo andò perfe amente a segno sul silo successivo. In passato
avevano usato arnesi simili, ma mai su una distanza così ampia o su
un’altezza così vertiginosa. Non aveva importanza. La distanza e il
pericolo avrebbero assunto un’altra forma sul cavo, e anche lei.
Sopra la corda da funambolo non aveva obblighi con nessuno, era
una creatura senza passato e senza presente, sospesa fra la terra e il
cielo.
Era tempo. Potevi imparare a oscillare, ma dovevi esserci nato per
stare sulla corda.
Sua madre le aveva de o che chi ha il dono di camminare sulla
corda discende dal Popolo dell’Aria, che quel Popolo una volta
aveva le ali, e che alla luce giusta quelle ali potevano ancora essere
intraviste sugli umani a cui era stata concessa la grazia di possederle.
Da quel momento, Inej non aveva fa o altro che girarsi e rigirarsi
davanti agli specchi e controllare la propria ombra, ignorando le
risate dei cugini, per vedere se magari riusciva a scorgersi le ali.
Quando suo padre si stancò di venire assillato ogni giorno, le
permise di iniziare il suo tirocinio sulle corde basse, a piedi nudi,
tanto per cominciare a camminare avanti e indietro e tenere il
baricentro. Anche se si annoiava a morte, Inej faceva gli esercizi tu i
i giorni, con diligenza, saggiando la propria forza, provando la
sensazione delle scarpe e di pelle che le consentivano di aggrapparsi
al filo più rigido e meno amichevole. Se suo padre si distraeva, lei si
me eva a testa in giù a fare la verticale, e quando lui si rigirava la
scopriva intenta a camminare sulla corda con le mani. Acconsentì ad
alzare le funi di qualche pollice, la lasciò provare una vera corda da
funambolo e, a ogni livello, Inej faceva proprie un’abilità dietro
l’altra: ruote, salti mortali, una brocca d’acqua in bilico sulla testa.
Prese confidenza con il palo so ile e flessibile, uno strumento che le
dava modo di conservare l’equilibrio a grandi altezze.
Un pomeriggio suo zio e i suoi cugini stavano provando un
numero nuovo. Hanzi era in procinto di spingere Asha in una
carriola lungo la fune. La giornata era calda, e avevano deciso di
prendersi una pausa per pranzo e andare a fare una nuotata nel
fiume. Rimasta sola nell’accampamento silenzioso, Inej si arrampicò
sui ponteggi di una pia aforma allestita dai suoi, accertandosi di
avere il sole alle spalle per poter vedere chiaramente la fune.
A quell’altezza il mondo divenne il riflesso di se stesso, le figure
rachitiche, le ombre allungate, familiari nella forma ma in un certo
senso ina endibili e, quando Inej piazzò sulla corda il piede avvolto
nella scarpe a di pelle, fu colta all’improvviso da un dubbio.
Sebbene si tra asse della stessa corda, grande uguale, sulla quale
aveva camminato per se imane senza timore, adesso sembrava di
p
gran lunga più so ile, come se in questo mondo specchiato
obbedisse a regole diverse. Quando la paura arriva, qualcosa sta per
succedere.
Inej fece un bel respiro, contrasse gli addominali e mosse il suo
primo passo nell’aria. So o di lei l’erba era un mare ondulato. Sentì il
proprio peso spostarsi, si inclinò a sinistra, avvertì l’a razione della
terra, la forza di gravità pronta a ricongiungerla con la sua ombra
giù in basso.
Inarcò i muscoli, piegò le ginocchia, il momento passò, e a quel
punto rimasero solamente lei e la corda. Era già a metà strada
quando si accorse che era osservata. Si concesse di aumentare il
raggio d’azione dei propri occhi, ma si mantenne concentrata. Inej
non avrebbe mai dimenticato l’espressione sul viso di suo padre
mentre tornava dal fiume con lo zio e i cugini, la testa reclinata
all’indietro per guardarla, la bocca una O nera di stupore, e sua
madre che usciva dal carrozzone e si premeva una mano sul cuore.
Erano rimasti in silenzio, per paura di spezzare la sua
concentrazione: il suo primo pubblico so o di lei in alto sulla corda,
muto per il terrore, terrore che alle sue orecchie suonava come
adulazione.
Dopo che fu scesa giù, sua madre aveva trascorso quasi un’ora ad
alternare abbracci e urla. Suo padre era stato severo, ma lei non
aveva mancato di notare l’orgoglio nel suo sguardo o l’ammirazione
invidiosa negli occhi dei cugini.
Quando uno di loro l’aveva presa da parte e le aveva de o: “Come
fai a camminare così, senza un briciolo di paura?”, lei aveva
semplicemente scrollato le spalle e risposto: “Cammino e basta”.
Ma non era la verità. Era meglio che camminare. Quando gli altri
camminavano sulla fune, comba evano: contro il vento, l’altezza, la
distanza. Quando Inej era sulla corda da funambolo, quella
diventava il suo mondo. Poteva sentirla inclinarsi e a rarla a sé. La
corda era un pianeta e lei era la sua luna. C’era un’essenzialità nella
corda che non avvertiva mai sulle altalene, sulle quali andava a finire
trasportata dallo slancio. Lei amava l’immobilità che soltanto sulla
corda riusciva a trovare, ed era una cosa che nessun altro capiva.
Era caduta solo una volta, e ancora adesso dava la colpa alla rete.
L’avevano stesa perché Hanzi stava aggiungendo un monociclo al
suo numero. Il momento prima Inej stava camminando e il momento
dopo stava cadendo. Ebbe a malapena il tempo di rendersene conto
prima di colpire la rete e rimbalzare fuori, per terra. Inej rimase
come sorpresa nel constatare quanto fosse dura la terra, e che la terra
non si sarebbe addolcita o curvata per lei. Si ruppe due costole e si
procurò un bernoccolo in testa grande come l’uovo di un’oca grassa.
“Meglio che sia così grande” aveva mormorato suo padre. “Vuol
dire che non c’è sangue dentro il cervello.”
Non appena Inej si tolse le bende, fu di nuovo sulla corda. Non ci
salì mai più con la rete so o. Era stata la rete a renderla disa enta.
Però adesso, guardando giù, doveva amme ere che non le
sarebbe dispiaciuta una piccola garanzia. Là so o, la luce della luna
ca urava le curve dei cio oli, facendoli sembrare i semi neri di
qualche fru o esotico. E comunque la rete nascosta dietro la
guardiola era inutile con soltanto Nina a tenerla e, a dispe o dei
primi programmi di Kaz, il nuovo piano non prevedeva che ci fosse
qualcuno in piena vista a reggere una rete. Per cui avrebbe
camminato come aveva sempre fa o, senza niente a prenderla al
volo, sorre a solo dalle sue ali invisibili.
Sganciò l’asta per tenersi in equilibrio dall’anello che aveva sul
gilè e, con un colpe o del polso, la estese in tu a la sua lunghezza.
Ne valutò il peso fra le mani e si sgranchì le dita dei piedi dentro le
scarpe e. Erano di pelle, so ra e al Circo Zirkoa come da sua
richiesta. Le suole erano morbide e non le offrivano la stessa perfe a
aderenza delle sue adorate scarpe e di gomma, però le
perme evano di muoversi con più facilità.
Finalmente arrivò il segnale di Nina, un rapido bagliore di luce
verde.
Fece un passo avanti sul cavo. Il vento la agguantò all’istante e,
mentre la stra onava, lei bu ò fuori un lungo respiro, poi usò l’asta
per spostare più in basso il proprio centro di gravità.
Lasciò rimbalzare le ginocchia. Per fortuna, il cavo era teso alla
perfezione. Si incamminò, avvertendone tu a la pressione so o le
piante dei piedi. A ogni passo il cavo cedeva leggermente,
impaziente di sfuggire alla presa delle sue dita.
L’aria era tiepida sulla sua pelle. Sapeva di zucchero e melassa.
Lei aveva il cappuccio calato e i capelli che le uscivano dalla treccia
le facevano il solletico sul viso. Si concentrò sul cavo e riprovò
l’intimità che aveva sperimentato da piccola, come se il cavo si
a accasse a lei sempre di più a mano a mano che lei rimaneva
a accata a lui, dandole il benvenuto in quel mondo specchiato, un
posto segreto occupato da lei soltanto. In pochi minuti raggiunse il
te o del secondo silo.
Vi salì sopra, ripiegò l’asta e la rimise nell’imbracatura. Prese un
sorso d’acqua dalla fiasche a che teneva in tasca e si concesse il
tempo di stiracchiarsi. Poi aprì il portello e versò il tonchio dentro il
silo. Udì di nuovo quel sibilo crepitante, un odore di zucchero
bruciato le riempì il naso. Questa volta fu più forte, una nuvola
densa e dolce di profumo.
Si ritrovò improvvisamente al Serraglio, con una mano forte che le
afferrava il polso, esigente. Era diventata brava a capire quando un
ricordo stava per impadronirsi di lei e a tenersi pronta, ma questa
volta fu colta impreparata. Il passato le piombò addosso, più
insistente del vento sul cavo, e le mandò in subbuglio la mente. Per
quanto l’uomo si fosse messo un profumo alla vaniglia, so o il
profumo lei riusciva a percepire l’odore dell’aglio. Sentiva le
lenzuola di seta strisciarle a orno come se il le o stesso fosse una
creatura vivente.
Inej non se li ricordava tu i. Le no i al Serraglio si erano fuse in
un’unica sequenza e lei era diventata sempre più brava ad
anestetizzarsi, a eclissarsi così completamente che quasi non le
importava che cosa facevano al suo corpo, una zavorra inanimata.
Aveva imparato che gli uomini che venivano alla Casa delle Creature
Esotiche non guardavano mai troppo da vicino, e non facevano mai
troppe domande. Volevano un’illusione, ed erano disposti a ignorare
qualsiasi cosa pur di preservare quell’illusione. Le lacrime,
ovviamente, erano proibite. Lei, la prima no e, aveva pianto. Tante
Heleen aveva usato la frusta, poi il bastone, e infine l’aveva soffocata
finché non era svenuta. La no e successiva, la paura era stata più
grande della sofferenza.
Aveva imparato a sorridere, a sussurrare, a inarcare la schiena e a
eme ere i suoni che i clienti di Tante Heleen pretendevano. Piangeva
ancora, ma le lacrime non uscivano più. Andavano a riempire uno
spazio dentro di lei, un pozzo di tristezza dove, ogni no e, andava a
fondo come una pietra. Il Serraglio era una delle case di piacere più
care del Barile, ma i suoi clienti non erano più gentili di quelli che
frequentavano i bordelli da qua ro soldi e le ragazze che si
prostituivano nei vicoli. Per certi versi, arrivò a comprendere Inej,
erano persino peggio. “Quando un uomo spende tu e quelle
monete” le aveva de o Caera, la ragazza Kaelish, “pensa di essersi
aggiudicato il diri o di fare tu o quello che vuole.”
C’erano uomini giovani, vecchi, belli e bru i. C’era l’uomo che
piangeva e la picchiava quando non riusciva a portare a termine
l’amplesso. L’uomo che voleva che lei facesse finta che fosse la loro
prima no e di nozze e gli dicesse di amarlo. L’uomo con i denti
aguzzi come quelli di un micino che le aveva morso i seni a sangue.
Tante Heleen le aveva messo in conto il prezzo delle lenzuola
macchiate e i giorni di lavoro persi. Ma lui non era stato il peggiore.
Il peggiore era stato un uomo di Ravka che l’aveva scelta nel salo o,
l’uomo che profumava di vaniglia. Soltanto quando si erano ritrovati
nella stanza di lei, in mezzo alle lenzuola di seta viola e all’incenso,
che lui aveva de o: “Io ti ho già vista prima, lo sai?”.
Inej aveva riso, pensando che facesse parte del gioco con cui lui
voleva divertirsi, e da una caraffa dorata gli aveva versato del vino in
un bicchiere. “No di certo.”
“È stato anni fa, in una fiera fuori Caryeva.”
Il vino aveva superato l’orlo del bicchiere e si era rovesciato.
“Devi avermi confusa con qualcun’altra.”
“No” aveva de o lui, entusiasta come un ragazzino. “Ne sono
sicuro. Vidi la tua famiglia esibirsi là. Io ero un militare in licenza. Tu
non potevi avere più di dieci anni, eri minutissima, e camminavi
sulla corda da funambolo senza alcuna paura. Indossavi un
copricapo pieno di rose. A un certo punto oscillasti. Perdesti
l’equilibrio e i petali della tua corona di rose si sparpagliarono in una
q p p p g
nuvola che scendeva e scendeva.” L’uomo fece svolazzare le dita
nell’aria come per mimare una nevicata. “La folla rimase a bocca
aperta, e anch’io. La sera dopo tornai, e accadde di nuovo, e
nonostante sapessi che faceva tu o parte del numero, il cuore mi si
stringeva comunque mentre tu facevi finta di recuperare
l’equilibrio.”
Inej cercò di fermare le mani che le tremavano. Il copricapo di
rose era stata un’idea di sua madre. “Tu la fai sembrare una cosa
troppo facile, meja, se scorrazzi in giro come uno scoia olo su un
ramo. Devono credere che sei in pericolo anche se non lo sei.”
Era stata quella la sua no e peggiore al Serraglio, perché quando
l’uomo che profumava di vaniglia aveva iniziato a baciarla sul collo e
a toglierle le vesti di seta, lei non era stata capace di uscire dal
proprio corpo. In qualche modo, il ricordo di se stessa aveva
annodato insieme il passato e il presente, e l’aveva inchiodata lì so o
di lui. Aveva pianto, ma lui pareva non averci fa o caso.
Inej udiva lo zucchero sibilare e crepitare mentre il tonchio faceva
il proprio lavoro. Si costrinse a concentrarsi su quel suono, a
respirare malgrado la gola ostruita.
Io ti avrò senza la corazza. Erano le parole che aveva de o a Kaz a
bordo della Ferolind, alla ricerca disperata di un segnale di apertura
da parte sua, il segnale che potevano essere qualcosa in più di due
creature diffidenti unite dalla reciproca sfiducia nei confronti del
mondo. Ma cosa sarebbe successo se lui quella no e avesse parlato?
Se le avesse offerto di buon grado un pezze o del suo cuore? Se le si
fosse avvicinato, se avesse messo i guanti da parte, se l’avesse a irata
a sé e l’avesse baciata? Lei lo avrebbe abbracciato stre o? Avrebbe
ricambiato il suo bacio? Sarebbe rimasta se stessa in un momento
come quello, o si sarebbe disgregata e volatilizzata, rido a a una
bambola fra le sue braccia, una ragazza che non sarebbe mai stata
tu a intera?
Non aveva importanza. Kaz non aveva aperto bocca, e forse era
stata la cosa migliore per entrambi. Sarebbero andati avanti così, con
la loro corazza inta a. Lei avrebbe avuto la sua nave e lui avrebbe
avuto la sua ci à.
Allungò la mano per chiudere il portello e inalò l’aria pregna di
fuliggine, tossendo fuori dai polmoni la dolcezza dello zucchero
intaccato. Poi incespicò: una mano l’aveva presa per la nuca e l’aveva
spinta in avanti.
Inej sentì il proprio centro di gravità spostarsi mentre veniva
risucchiata nella bocca spalancata del silo.
18
KAZ

Penetrare in casa non fu neanche così lontanamente difficile come


avrebbe dovuto essere, e questo mise Kaz sul chi va là. Stava dando
troppo credito a Van Eck? “L’uomo ragiona da mercante” rammentò
a se stesso mentre si infilava il bastone so o il braccio e scendeva giù
per una grondaia. “È ancora convinto che il denaro lo tenga al
sicuro.”
I punti d’ingresso più facili erano le finestre al piano superiore
della casa, accessibili soltanto dal te o. Wylan non era portato per
arrampicarsi o calarsi, per cui Kaz andò avanti per primo e lo fece
entrare dai piani inferiori.
«Due gambe buone e ha bisogno di una scala a pioli» borbo ò
Kaz, ignorando la fi a che la sua gamba gli lanciò come per dargli
ragione.
L’idea di effe uare un altro colpo insieme a Wylan non lo faceva
impazzire, ma la sua familiarità con la casa e con le abitudini paterne
gli sarebbe stata utile se fossero spuntate delle sorprese, e poi era il
più preparato a manipolare l’acido aurico. Kaz pensò a Inej,
appollaiata sul te o della Chiesa del Bara o, le luci della ci à che
scintillavano di so o. Questo è quello in cui sono brava io, per cui
lasciami fare il mio lavoro. D’accordo. Avrebbe lasciato che tu i loro
facessero il proprio lavoro. Nina avrebbe portato a termine la sua
parte della missione, e gli era sembrato che Inej riponesse fiducia a
sufficienza nella propria abilità di camminare sulla fune, malgrado
lo scarso riposo e l’assenza di una rete di sicurezza. Se avesse avuto
paura te l’avrebbe de o? Hai mai mostrato della solidarietà verso chi ha
paura?
Kaz scacciò quel pensiero dalla mente. Se Inej non dubitava delle
proprie capacità, non l’avrebbe fa o nemmeno lui. E poi, se volevano
p p p p
quel sigillo per i cari rifugiati di Nina, lui aveva altri problemi da
affrontare.
Per fortuna, il sistema di sicurezza di Van Eck non era fra quelli.
Dal lavoro di sorveglianza di Inej era emerso che le serrature fossero
opera di Schuyler. Erano delle piccole bastarde complicate, ma una
volta sbloccata una le avevi sbloccate tu e. Kaz aveva stre o degli
o imi rapporti con un fabbro sulla Klokstraat, il quale era
fermamente convinto che lui fosse il figlio di un ricco mercante
affascinato dalla sua collezione di inestimabili tabacchiere. Di
conseguenza, Kaz era sempre il primo a sapere esa amente come
facessero i ricconi di Ke erdam a tenere al sicuro i propri averi. Una
volta Kaz aveva udito Hubrecht Mohren, Mastro Ladro di Pijl,
blaterare di quanto fosse bella una serratura di qualità mentre si
ubriacava di birra scura al Club dei Corvi.
“Una serratura è come una donna” aveva de o con gli occhi
appannati. “Devi sedurla perché ti sveli i suoi segreti.” Era uno dei
vecchi compari di Per Haskell, felice di stare a parlare dei bei tempi
andati e delle grandi truffe che aveva organizzato, specialmente se in
questo modo poteva evitare di ammazzarsi di lavoro. E quello era
esa amente il tipo di saggezza spicciola che i vecchi scrocconi come
lui amavano dispensare. Ma certo, una serratura era come una
donna. Era anche come un uomo, e come chiunque altro o come
qualunque altra cosa: se volevi capire come funzionava, dovevi
smontarla e guardarci dentro. Se volevi padroneggiarla, dovevi
conoscerla così bene da essere in grado di rimontarla.
La serratura della finestra cede e tra le sue mani con un
gratificante clic. Kaz tolse il telaio ed entrò. Le minuscole stanze che
si trovavano all’ultimo piano della casa erano gli alloggi dei
domestici, ma tu o il personale di servizio al momento era occupato
di so o con gli ospiti di Van Eck. Alcuni dei membri più ricchi del
Consiglio dei Mercanti di Kerch si stavano riempiendo la pancia
nella sala da pranzo, e con ogni probabilità stavano ascoltando la
favola di Van Eck angosciato per il rapimento del figlio, dolendosi
del fa o che le bande controllassero il Barile. Dal profumo che
aleggiava, Kaz dedusse che ci fosse del prosciu o per cena.
Aprì la porta e si fece strada in silenzio verso le scale, poi scese
con cautela le scale. Conosceva già la dimora di Van Eck perché lui e
Inej vi avevano trafugato il dipinto a olio di DeKappel, e a lui
piaceva sempre tornare in una casa, o in un’azienda, che aveva avuto
motivo di visitare in precedenza. Non era solo la dimestichezza. Era
come se, tornando in un posto, lo rivendicasse. “Conosciamo i
segreti l’uno dell’altra” sembrava che gli dicesse la casa.
“Bentornato.”
In fondo al tappeto del corridoio c’era una guardia, in piedi
sull’a enti, di fronte a quella che, come lui sapeva, era la porta di
Alys. Kaz controllò l’orologio. Alla fine del corridoio, fuori dalla
finestra, ci furono una piccola esplosione e un lampo di luce.
Perlomeno Wylan era puntuale. La guardia si mosse per indagare, e
lui scivolò lungo il corridoio nella direzione opposta.
Sga aiolò dentro la vecchia camera da le o di Wylan, che ora era
evidentemente diventata la stanza del bebè. Grazie alle luci
provenienti dalla strada, poteva vedere che sulle pareti era stato
dipinto l’affresco di un raffinato paesaggio marino. La culla aveva la
forma di una minuscola nave a vela, completa di bandiere e timone
del capitano. Van Eck si era veramente appassionato a questa
faccenda del nuovo erede.
Kaz sbloccò la serratura della finestra della nursery e la aprì, poi
agganciò la scala a pioli e a ese. Udì un tonfo e trasalì. A quanto
pareva Wylan era riuscito a scavalcare il muro del giardino. C’era da
sperare che non avesse ro o le fiale e di acido aurico e non avesse
fa o sciogliere se stesso e i cespugli di rose. Subito dopo sentì
ansimare e Wylan girò l’angolo, agitato come un’oca terrorizzata.
Quando fu so o la finestra, con estrema prudenza fece aderire la
borsa a tracolla al corpo e iniziò a salire la scala a pioli, facendola
ondeggiare selvaggiamente a destra e a manca. Kaz lo aiutò a
scavalcare la finestra, poi ritirò la scala e rimise a posto il telaio.
Sarebbero usciti nello stesso modo.
Wylan si guardò a orno nella stanza del bebè con occhi sgranati,
poi si limitò a scuotere la testa. Kaz controllò il corridoio. La guardia
era tornata al proprio posto davanti alla porta di Alys.
«Quindi?» sussurrò Kaz a Wylan.
y
«È una miccia a combustione lenta» disse Wylan. «I tempi sono
imprecisi.»
I secondi passavano. Finalmente ci fu un’altra esplosione. La
guardia tornò alla finestra e Kaz fece segno a Wylan di seguirlo
lungo il corridoio. Kaz riuscì quasi subito a forzare la serratura della
porta di Van Eck, e in un a imo furono dentro il suo ufficio.
Quando Kaz si era intrufolato nella casa per rubare il DeKappel
era rimasto sorpreso dagli orpelli sontuosi che adornavano l’ufficio
di Van Eck. Si era aspe ato la tipica, severa compostezza mercantile,
ma gli ogge i in legno erano riccamente addobbati da ghirlande di
foglie di alloro, e una sedia delle dimensioni di un trono, foderata di
velluto cremisi, incombeva sull’ampia scrivania luccicante.
«Dietro il quadro» bisbigliò Wylan, indicando il ritra o di uno
degli avi dei Van Eck.
«Chi sarebbe, fra i sacri membri del tuo albero genealogico?»
«Martin Van Eck, il mio bis-bisnonno. Era capitano di una nave, il
primo a sbarcare al Mento di Eames e a navigare sui fiumi
nell’entroterra. Tornò indietro con un carico di spezie e con i ricavi si
comprò una seconda nave: o comunque questo è quello che mi ha
raccontato mio padre. Fu l’inizio della fortuna dei Van Eck.»
«E noi saremo la sua fine.» Kaz scrollò un osso di luce e il bagliore
verde inondò la stanza. «C’è una certa somiglianza» disse, dando
un’occhiata al viso scarno, la fronte alta e i severi occhi blu.
Wylan fece spallucce. «A parte i capelli rossi, ho preso tu o da
mio padre. E da suo padre e da tu i i Van Eck. Be’, fino a ora.»
Presero ciascuno un lato del quadro e lo staccarono dalla parete.
«Ma guarda un po’» gorgheggiò Kaz quando apparve la
cassaforte di Van Eck. Cassaforte non sembrava neanche la parola
corre a. Era più un caveau, una porta d’acciaio inserita in un muro a
sua volta rinforzato con altro acciaio. La serratura era stata realizzata
a Kerch, ma Kaz non ne aveva mai vista prima una del genere, una
serie di lucche i a tamburo che ogni giorno potevano essere azzerati
con una combinazione casuale di numeri. Impossibile venirne a capo
in meno di un’ora. Ma se non puoi aprire una porta, cerca di crearne
un’altra.
Dal piano di so o filtrò il rumore di alcune voci che si alzavano. I
mercanti avevano trovato un argomento su cui dissentire. A Kaz non
sarebbe dispiaciuto poter origliare la loro conversazione. «Andiamo»
disse. «Il tempo stringe.»
Wylan estrasse due bara oli dalla borsa a tracolla. Di per sé non
erano niente di speciale ma, se Wylan aveva ragione, una volta
mescolati i loro contenuti, il composto che ne fosse risultato avrebbe
bruciato tu o tranne il contenitore in vetro di balsa.
Inspirò a fondo e tenne i bara oli a distanza dal proprio corpo.
«Stai indietro» disse, e versò il contenuto di un bara olo dentro
l’altro. Non accadde nulla.
«Ebbene?» disse Kaz.
«Spostati, per favore.»
Wylan prese una pipe a in vetro di balsa, estrasse una piccola
quantità di liquido e la fece sgocciolare sul fronte della porta in
acciaio della cassaforte. All’istante l’acciaio iniziò a dissolversi,
producendo uno scricchiolio che nella stanze a suonò
sconvenientemente rumoroso. L’aria si riempì di un intenso odore
metallico, e sia Kaz sia Wylan affondarono il viso dentro le maniche.
«Una bella piantagrane, per essere una bo iglie a» disse
meravigliato Kaz.
Wylan si dava da fare senza fermarsi per trasferire con a enzione
l’acido aurico dal bara olo all’acciaio, mentre il buco nella porta
della cassaforte si faceva a mano a mano più grande.
«Diamoci una mossa» disse Kaz, un occhio all’orologio.
«Se faccio cadere anche solo una goccia, brucerà il pavimento
proprio sopra gli ospiti di mio padre.»
«Fai pure con calma.»
L’acido consumò l’acciaio a suon di vampate, bruciando
velocemente e smorzandosi pian piano. Bisognava sperare che non si
mangiasse via troppa parete dopo che loro se ne fossero andati. Non
gli dispiaceva l’idea che l’ufficio crollasse su Van Eck e i suoi ospiti,
ma non prima che i loro traffici no urni fossero finiti.
Dopo quella che sembrò una vita, il buco fu grande abbastanza
per perme ere loro di infilare dentro una mano.
Kaz lo illuminò con l’osso di luce e vide un registro, pile e pile di
kruge e un sacche o di velluto. Tirò fuori dalla cassaforte il sacche o
e sussultò quando con il braccio sfiorò il bordo del buco. L’acciaio
era ancora così caldo da bruciare.
Scrollò il sacche o e riversò quello che conteneva nel palmo della
mano guantata: un grosso anello d’oro su cui erano incisi l’alloro
rosso e le iniziali di Van Eck.
Si infilò l’anello in tasca, poi afferrò due pile di kruge e ne
consegnò una a Wylan.
Per poco non si mise a ridere davanti all’espressione del ragazzo.
«Ti infastidisce, mercantuccio?»
«Non mi piace sentirmi un ladro.»
«Dopotu o quello che ha fa o?»
«Sì.»
«Questa sì che è integrità. Tu ti rendi conto, vero, che sono i tuoi
soldi quelli che stiamo rubando?»
«Jesper ha de o la stessa cosa, ma io sono sicuro che mio padre
mi ha escluso dal testamento non appena Alys è rimasta incinta.»
«Questo non significa affa o che tu ne abbia meno diri o.»
«Non li voglio. Voglio solo che lui non li abbia.»
«Il vero lusso è voltare le spalle al lusso.» Kaz si cacciò le kruge
nelle tasche.
«Come farei a gestire un impero?» domandò Wylan, e intanto
lanciò la pipe a dentro la cassaforte per farla agire indisturbata.
«Non sono in grado di leggere un libro contabile o una bolla di
carico. Non so compilare un ordine d’acquisto. Mio padre ha torto su
un sacco di cose, ma su questo ha ragione. Sarei una barzelle a.»
«Allora paga qualcuno per fare il lavoro al posto tuo.»
«Tu lo faresti?» gli chiese Wylan, il mento in avanti. «Ti fideresti
di qualcuno che fosse a conoscenza della verità, del segreto che
potrebbe distruggerti?»
“Sì” pensò Kaz senza esitare. “C’è una persona di cui mi fiderei.
L’unica che non ritorcerebbe mai la mia debolezza contro di me.”
Sfogliò velocemente il registro e disse: «Quando la gente vede uno
storpio che cammina per strada, reggendosi al proprio bastone, cosa
prova?». Wylan distolse lo sguardo. Lo facevano sempre, tu i,
p y g p
quando Kaz parlava della sua gamba zoppa, come se lui non sapesse
chi era o in che modo lo vedeva il mondo. «Prova compassione. Ora,
cosa pensa la gente quando vede arrivare me?»
Gli angoli della bocca di Wylan si arricciarono. «Pensa che sia
meglio a raversare la strada.»
Kaz ribu ò il registro dentro la cassaforte. «Tu non sei debole
perché non sai leggere. Tu sei debole perché hai paura che la gente
veda la tua debolezza. Tu stai perme endo alla tua vergogna di
stabilire chi sei. Aiutami con il quadro.»
Rimisero il ritra o al proprio posto sopra il buco che si andava
allargando dentro la cassaforte. Martin Van Eck ge ò loro
un’occhiataccia dall’alto.
«Pensaci, Wylan» disse Kaz mentre raddrizzava la cornice. «È la
vergogna che mi riempie le tasche, è la vergogna che fa sì che il
Barile brulichi di pazzi pronti a infilarsi una maschera solo per poter
avere quello che vogliono senza che nessuno ne sappia nulla.
Possiamo sopportare ogni genere di tormento. Ma è la vergogna che
divora gli uomini.»
«Parole sagge» disse una voce da dietro l’angolo.
Kaz e Wylan si voltarono. Le lanterne brillavano e inondavano la
stanza di luce, e da una nicchia nella parete di fronte emerse una
figura che fino a pochi istanti prima non c’era: Pekka Rollins, con un
gran sorriso compiaciuto sulla faccia rubiconda, circondato da un
manipolo di Centesimi di Leone, tu i armati di pistole, manganelli e
acce e.
«Kaz Brekker» lo canzonò Rollins. «Il furfante filosofo.»
19
MATTHIAS

«Stai giù!» gridò Ma hias a Kuwei. Il ragazzo Shu si appia ì a terra.


Una seconda raffica di spari fece tremare l’aria e mandò in frantumi
un altro oblò di vetro colorato.
«O hanno voglia di sprecare proie ili o sono spari di
avvertimento» disse Jesper.
Tenendosi accucciato, Ma hias si portò dall’altra parte della
tomba e sbirciò da una so ile fessura nella pietra.
«Siamo circondati» disse. Gli uomini in piedi tra le fosse del Velo
Nero erano ben lontani dal somigliare agli agenti della stadwatch
che si era aspe ato di vedere.
Alla luce tremolante delle lanterne e delle torce, intravide motivi a
quadri e cachemire, gilè a righe e giacche a scacchi. La divisa del
Barile. Le armi che avevano appresso erano ugualmente mal
assortite: pistole, coltelli lunghi come un avambraccio e mazze di
legno.
«Non riesco a distinguere i tatuaggi» disse Jesper. «Ma sono
piu osto sicuro che quello davanti sia Doughty.»
Doughty. Ma hias frugò nella propria memoria e vi trovò traccia
dell’uomo che li aveva scortati da Pekka Rollins quando Kaz era
andato a chiedere un prestito. «Centesimi di Leone.»
«Parecchi.»
«Cosa loro vogliono?» disse Kuwei, tremante.
Ma hias li sentiva ridere e urlare, e sentiva anche, in so ofondo, il
brusio febbrile che sopraggiungeva quando i soldati sapevano di
essere in vantaggio, quando fiutavano nell’aria la promessa di uno
spargimento di sangue.
Dalla folla si levò un grido esultante quando un Centesimo di
Leone sca ò in avanti e scagliò su una tomba un ordigno che andò a
g g
planare in volo a raverso una delle vetrate ro e e colpì il pavimento
producendo un fragoroso rumore metallico. Dai lati proruppe un
gas verde.
Ma hias sollevò dal pavimento una coperta da cavalli e la ge ò
sull’ordigno. Poi lo ricacciò indietro nell’oblò mentre un’altra scarica
di colpi d’arma da fuoco spezzò l’aria. Gli bruciavano gli occhi, e le
lacrime gli scorrevano giù per le guance.
Adesso il brusio stava crescendo. I Centesimi di Leone si fecero
avanti.
Jesper sparò un colpo e uno della banda, in prima linea, cadde a
terra: la torcia che teneva in mano si spense sul terreno umido.
Jesper sparò di nuovo e di nuovo ancora, con mira infallibile,
abba endo uno dopo l’altro i Centesimi di Leone che spezzarono i
ranghi e si sparpagliarono per me ersi al riparo.
«Dai, fatevi so o» ringhiò Jesper.
«Venite fuori!» urlò Doughty da dietro un sepolcro. «Non potete
sparare a tu i.»
«Non ti sento» gridò di rimando Jesper. «Avvicinati.»
«Abbiamo distru o le vostre barche. Non avete altro modo di
andarvene dall’isola se non con noi. Per cui venite qui senza
ribellarvi oppure riporteremo al Barile soltanto le vostre teste.»
«A enti!» disse Ma hias. Doughty li stava distraendo. Un altro
ordigno si andò a schiantare contro un oblò, poi un altro. «La
catacomba!» ruggì Ma hias, e andarono di corsa verso l’estremità
opposta del mausoleo, accalcandosi dentro il passaggio e
chiudendoselo alle spalle con la porta di pietra. Jesper si tolse la
camicia e la ficcò nella fessura tra la porta e il pavimento.
Il buio era quasi totale. Per un momento ci fu soltanto il rumore di
loro tre che tossivano e rantolavano nel tentativo di far uscire il gas
dai polmoni. Quindi Jesper brandì un osso di luce e illuminò i loro
visi con un inquietante bagliore verde.
«Come diavolo hanno fa o a trovarci?» domandò.
«Non ha importanza» rispose Ma hias. Non c’era tempo per
pensare a com’era stata scoperta l’Isola del Velo Nero. Tu o quello
che sapeva era che, se Pekka Rollins aveva spedito la sua banda alle
loro costole, allora anche Nina poteva trovarsi in pericolo. «Che armi
abbiamo?»
«Wylan ci ha lasciato un mucchio di quelle bombe viola nel caso
ci fossimo trovati nei guai con i soldati Shu, e io ho anche un paio di
bombe luce. Kuwei?»
«Io ho niente» disse.
«Hai quel dannato zaino» fece Jesper. «Non c’è niente di utile lì
dentro?»
Kuwei si strinse lo zaino al pe o. «Miei quaderni di appunti»
rispose tirando su con il naso.
«E quel che resta del lavoro di Wylan?» chiese Ma hias. Nessuno
si era preoccupato di sparecchiare il tavolo.
«Solo un po’ di quella roba che ha utilizzato per fabbricare i
fuochi d’artificio per il Ponte della Bellina» disse Jesper.
Da fuori, sopraggiunse una serie di urla.
«Stanno per far saltare in aria la porta della tomba» disse
Ma hias. Era come si sarebbe comportato lui se avesse voluto fare
dei prigionieri e non dei morti, anche se era certo che Kuwei fosse
l’unico, dei tre, che i Centesimi di Leone tenevano a estrarre vivo da
lì.
«Ci saranno almeno trenta tizi là fuori che vogliono farci la pelle»
disse Jesper. «C’è solo una via d’uscita dalla tomba, e siamo su una
malede a isola. Siamo spacciati.»
«Forse no» disse Ma hias, esaminando lo spe rale bagliore verde
dell’osso di luce. Non aveva il talento di Kaz per gli intrighi e i
complo i, ma era stato addestrato nell’esercito. Ci doveva essere una
via d’uscita.
«Sei pazzo? I Centesimi di Leone sanno di sicuro in quanti siamo,
cioè dannatamente pochi.»
«Vero» disse Ma hias. «Ma non sanno che due di noi sono
Grisha.»
I Centesimi di Leone pensavano di dare la caccia a uno scienziato,
non a un Inferno, e Jesper aveva sempre tenuto segreti i propri poteri
di Fabrikator.
«Già, due Grisha senza praticamente alcuna formazione» disse
Jesper.
p
Ci fu un bum enorme, che fece tremare le pareti della tomba e fece
barcollare Ma hias addosso agli altri.
«Stanno per arrivando!» strillò Kuwei.
Ma non ci furono passi concitati, e non ci furono altre grida da
fuori. «Non hanno usato una carica troppo grossa» disse Ma hias.
«Ti vogliono vivo, ecco perché sono così cauti. Abbiamo una sola
altra possibilità. Kuwei, quanto calore puoi ricavare da una
fiamma?»
«Posso fare fuoco che brucia più forte, ma è difficile mantenere.»
A Ma hias tornarono in mente le fiamme viola che lambivano il
corpo del soldato Shu volante, inestinguibili. Wylan aveva de o che
ardevano più intensamente del fuoco normale.
«Dammi una delle bombe» disse a Jesper. «Farò saltare il retro
della catacomba.»
«Perché?»
«Per far loro credere che ci apriremo una via d’uscita dall’altra
parte» disse Ma hias, e posizionò la bomba all’estremità più lontana
del passaggio di pietra.
«Sei sicuro che non stai per farci esplodere tu i?»
«No» confessò Ma hias. «Ma, a meno che tu non abbia qualche
altra brillante idea…»
«Io…»
«Sparare a più uomini possibili prima che moriamo non è
un’opzione.»
Jesper fece spallucce. «In questo caso, procedi pure.»
«Kuwei, non appena la bomba esplode, vai alla porta d’ingresso
più veloce che puoi. Il gas dovrebbe essersi dissolto, ma io voglio che
tu corri. Io sarò proprio dietro di te, a coprirti. Hai presente il
mausoleo con il grande albero ro o?»
«Su destra?»
«Sì. Punta dri o a quello. Jesper, arraffa tu e le polveri che Wylan
ha lasciato qui e fai la stessa cosa.»
«Perché?»
Ma hias accese la miccia. «Puoi eseguire i miei ordini o puoi fare
le tue domande ai Centesimi di Leone. Adesso, state giù.»
Li spinse tu i e due contro il muro e protesse i loro corpi mentre
un bum tonante risalì dalla fine del tunnel.
«Correte!»
Infilarono a tu a birra la porta della catacomba.
Ma hias teneva una mano sulla spalla di Kuwei e lo spingeva in
avanti mentre avanzavano nei miasmi di gas verde ancora nell’aria.
«Ricordati, dri o all’albero ro o.» Aprì con un calcio la porta
d’ingresso della tomba e lanciò in alto una bomba luce, che esplose
in frammenti di lampi bianchi come diamante, e corse a ripararsi tra
gli alberi, sparando con il fucile addosso ai Centesimi di Leone
intanto che schivava le tombe.
I Centesimi di Leone risposero al fuoco e Ma hias si tuffò so o un
ammasso di rocce ricoperte di muschio.
Vide Jesper sfondare la porta della tomba, le rivoltelle scintillanti
in mano, e tagliare verso l’albero di pietra.
Ma hias lanciò in aria l’ultima bomba luce mentre Jesper rotolava
sulla destra, e il ruggito degli spari si levò simile a una tempesta che
si scatenava: i Centesimi di Leone, immemori delle promesse di
disciplina tanto quanto delle offerte di ricompensa, fecero fuoco con
tu o quello che avevano tra le mani.
Potevano anche aver loro ordinato di tenere Kuwei in vita, ma
erano pur sempre ra i del Barile, non soldati addestrati.
Strisciando sulla pancia, Ma hias avanzò nella polvere del
cimitero. «Tu i interi?» domandò mentre raggiungeva l’albero
spezzato del mausoleo.
«A corto di fiato, ma respiro ancora» disse Jesper. Kuwei annuì,
anche se stava tremando vistosamente. «Un piano fantastico,
comunque. Mi spieghi perché mai essere bloccati qui sarebbe meglio
che essere bloccati giù nella tomba?»
«Hai preso le polveri di Wylan?»
«Quello che ne restava» disse Jesper. Svuotò le tasche e mostrò tre
pacche i.
Ma hias ne indicò uno a caso. «Sei in grado di manipolare queste
polveri?»
Jesper spostò il proprio peso da un piede all’altro, a disagio. «Sì.
Suppongo di sì. Ho fa o qualcosa del genere alla Corte di Ghiaccio.
pp g q g
Perché?»
Perché. Perché. Tra i drüskelle uno come Jesper sarebbe finito in
carcere per insubordinazione.
«Si dice che il Velo Nero sia infestato, giusto? Noi creeremo
qualche fantasma.» Ma hias si guardò intorno nel mausoleo.
«Stanno venendo avanti. Mi serve che seguiate i miei ordini e che la
sme iate di fare domande. Tu i e due.»
«Non mi stupisco che tu e Kaz non andiate d’accordo» bofonchiò
Jesper.
Usando meno parole possibili, Ma hias spiegò loro che cosa
avesse in mente per il momento e per quando avessero raggiunto la
riva dell’isola, ammesso che il suo piano funzionasse.
«Non ho mai fa o prima questo» disse Kuwei.
Jesper gli fece l’occhiolino. «È ciò che lo rende eccitante.»
«Pronti?» chiese Ma hias.
Aprì il pacche o. Jesper alzò le mani, e la polvere si sollevò in una
nuvola facendo un leggero rumore.
La nuvola rimase sospesa nell’aria come se il tempo fosse
rallentato. Jesper si concentrò, il sudore prese a imperlargli la fronte,
poi spinse le mani avanti.
La nuvola si asso igliò e rotolò sopra le teste dei Centesimi di
Leone, poi si mescolò a una delle loro torce e ci fu un guizzo verde.
Gli uomini più vicini a quello che portava la torcia sussultarono.
«Kuwei» lo incalzò Ma hias.
Il ragazzo Shu alzò le mani e la fiamma verde della torcia strisciò
lungo il manico e avvolse il braccio del suo portatore in una spirale
di fuoco. L’uomo urlò e ge ò via la torcia, dopodiché si bu ò a terra
e si mise a rotolare, nel tentativo di spegnere il fuoco.
«Vai avanti» disse Ma hias, e Kuwei piegò le dita ma la fiamma
verde si estinse.
«Mi dispiace!» disse Kuwei.
«Fanne un’altra» ordinò Ma hias. Non c’era tempo per
rincuorarlo.
Kuwei spinse di nuovo in fuori le mani e una delle lanterne dei
Centesimi di Leone eru ò, questa volta in una spiraleggiante fiamma
gialla. Kuwei indietreggiò, come se non fosse stata sua intenzione
me erci così tanta forza.
«Non perdere la concentrazione» lo incoraggiò Ma hias.
Kuwei ruotò i polsi e la fiamma della lanterna si alzò
a orcigliandosi in una serpentina.
«Ehi» disse Jesper. «Non male.» Aprì un altro pacche o di polvere
e ne ge ò il contenuto in aria, poi tese le braccia in avanti e mandò la
polvere incontro alla fiamma di Kuwei. Il filo di fuoco a orcigliato
divenne di un cremisi scuro e luccicante. «Cloruro di stronzio»
mormorò il tiratore scelto. «Il mio preferito.»
Kuwei chiuse un pugno e un altro ge o di fuoco si unì alla
fiamma della lanterna, poi un altro, fino a formare un serpentone che
ondeggiava sopra il Velo Nero, pronto a colpire.
«Fantasmi!» sbraitò un Centesimo di Leone.
«Non fare l’idiota» replicò un altro.
Ma hias osservò il serpente rosso a orcigliarsi e srotolarsi in scie
di fiamma e sentì che la solita, vecchia paura gli si risvegliava dentro.
Ormai si trovava a proprio agio con Kuwei, e tu avia era stato un
Inferno a distruggere il villaggio della sua famiglia nel corso di una
ba aglia di frontiera.
In un certo senso era come se si fosse scordato del potere che
questo ragazzo si portava appresso. “Era una guerra” rammentò a se
stesso. “E anche questa lo è.”
I Centesimi di Leone erano stati distra i, ma non lo sarebbero
rimasti a lungo.
«Propaga il fuoco fino agli alberi» disse Ma hias, e Kuwei emise
un piccolo grugnito e spalancò le braccia. Le foglie verdi lo arono
contro il violento a acco della fiamma che voleva divorarle, poi
presero fuoco.
«Hanno un Grisha con loro» gridò Doughty. «Aggiriamoli!»
«Alla riva!» disse Ma hias. «Ora!» Sfrecciarono davanti alle lapidi
e ai Santi di pietra. «Kuwei, stai pronto. Abbiamo bisogno di tu o
quello che hai.»
Si precipitarono sul bagnasciuga e affondarono nell’acqua bassa.
Ma hias afferrò le bombe viola e le spaccò contro gli scafi delle
barche distru e. Una fiamma viola, dalla inquietante consistenza
q
quasi cremosa, le inghio ì. Ma hias aveva fa o avanti e indietro
dall’Isola del Velo Nero abbastanza spesso da sapere che questo era
il punto del canale con l’acqua meno profonda, un lungo banco di
sabbia dove il rischio di incagliarsi, per le barche, era piu osto alto,
eppure la riva opposta sembrava lontanissima, irraggiungibile.
«Kuwei» ordinò, pregando che il ragazzo Shu fosse forte a
sufficienza, e sperando che riuscisse a me ere in a o il piano che lui
aveva escogitato solo poco prima, «costruisci un sentiero.»
Kuwei spinse le mani avanti e le fiamme si riversarono nell’acqua,
innalzando un enorme pennacchio di vapore. All’inizio, tu o quello
che Ma hias riuscì a vedere fu un muro bianco flu uante. Poi il
vapore si diradò leggermente e scorse i pesci che si dimenavano nel
fango, i granchi che si muovevano di corsa sul fondo scoperto del
canale, e le fiamme viola che lambivano l’acqua da entrambe le
sponde.
«Per tu i i Santi e gli asini su cui sono stati in groppa» disse
Jesper con un sospiro rispe oso. «Kuwei, ce l’hai fa a.»
Ma hias si girò verso l’isola e aprì il fuoco sugli alberi.
«Sbrighiamoci!» urlò, e si misero a correre su una strada che fino a
poco prima non c’era, raggiunsero il lato opposto del canale, e
scapparono verso le vie e i vicoli in cui potevano trovare rifugio.
“Contro natura” strepitò una voce dentro la sua testa. “No” pensò
Ma hias, “un miracolo.”
«Ti rendi conto che hai appena condo o in salvo il tuo piccolo
esercito Grisha?» gli disse Jesper mentre si trascinavano fuori dal
fango e se la davano a gambe nelle strade buie, dire i alla Dolce
Vena.
Se ne rendeva conto. Ed era un pensiero che lo me eva a disagio.
Tramite Jesper e Kuwei aveva controllato il potere Grisha. E
ciononostante, non si sentiva contaminato o segnato in qualche
modo. Gli venne in mente cos’aveva de o Nina a proposito della
costruzione della Corte di Ghiaccio, che doveva essere stata opera
dei Grisha e non di Djel. E se fossero state vere entrambe le cose? E
se Djel avesse operato tramite questa gente? Contro natura. Quelle
parole gli erano sempre venute così facilmente, un modo per
liquidare ciò che non capiva, per rendere Nina e la sua razza inferiori
q p p
agli esseri umani. Ma se dietro il senso di giustizia che guidava i
drüskelle ci fosse stato qualcosa di meno puro o legi imo? E se non
fosse stata nemmeno paura o rabbia, ma semplicemente invidia?
Cosa voleva dire aspirare a venerare Djel solo per vedere il suo
potere offerto in dono ad altri, e scoprire che tu, di tuo, non l’avresti
mai posseduto?
I drüskelle prestavano giuramento a Fjerda ma allo stesso tempo
al loro dio. Se avessero iniziato a vedere miracoli là dove prima
vedevano abomini, cos’altro sarebbe cambiato? Sono stato fa o per
proteggerti. Il suo dovere verso Dio, il suo dovere verso Nina. Forse
erano la stessa cosa. E se fosse stata la mano di Djel a sollevare le
acque, la no e della tempesta furiosa che aveva distru o la nave dei
drüskelle, e legato lui e Nina l’uno all’altra?
Ma hias stava correndo per le strade di una ci à straniera,
incontro a pericoli sconosciuti ma, per la prima volta da quando
aveva guardato Nina negli occhi e vi aveva visto riflessa la propria
stessa umanità, la guerra dentro di lui si placò.
“Troveremo il modo di far loro cambiare idea” aveva de o lei. “A
tu i loro.” Lui l’avrebbe trovata. E sarebbero sopravvissuti a questa
no e. Se ne sarebbero andati da questa ci à umida e sbagliata, e
poi… Be’, poi avrebbero cambiato il mondo.
20
INEJ

Inej ruotò su se stessa, so raendosi alla mano che l’aveva ghermita


alla nuca come un artiglio. Si contorse per interrompere la propria
caduta nel vuoto. Con le gambe trovò una presa sul te o del silo e si
liberò con uno stra one, spingendosi via dal portello. Si dondolò sui
talloni, i pugnali già sfoderati, il loro peso mortale tra le mani.
Il cervello non riusciva a capacitarsi di quello che vedeva. C’era
una ragazza in piedi di fronte a lei sul te o del silo, scintillante come
una figura scolpita nell’avorio e nell’ambra. Giubba e pantaloni
erano color crema, con fasce di pelle color avorio e ricami d’oro.
Aveva i capelli ramati raccolti in una grossa treccia tenuta insieme da
gioielli luccicanti. Era alta e snella, forse un anno o due più grande di
Inej.
Il suo primo pensiero andò ai soldati Kherguud che Nina e gli
altri avevano visto sullo Stave dell’Ovest, però quella ragazza non
aveva l’aspe o di una Shu.
«Ciao Spe ro» disse.
«Ci conosciamo?»
«Sono Dunyasha, la Lama Bianca, addestrata dai Saggi di Ahmrat
Jen, la più grande assassina di quest’epoca.»
«Non mi dice niente.»
«Sono nuova in ci à» le concesse la ragazza, «ma mi hanno de o
che tu, in queste strade sudicie, sei una leggenda. Te lo confesso,
pensavo che fossi… più alta.»
«A che pro sei qui?» le chiese Inej, usando il tradizionale
convenevole con cui i Kerch iniziavano ogni incontro, per quanto
suonasse assurdo pronunciare quelle parole a venti piani d’altezza.
Dunyasha sorrise. Era un sorriso finto, come quelli che le ragazze
offrivano ai clienti nel salo o dorato del Serraglio. «Un’accoglienza
g g
rude per una ci à rude.» Mosse le dita distra amente verso il
panorama, salutando e congedando Ke erdam in un unico gesto. «Il
destino mi ha portata qui.»
«Ed è il destino a pagarti lo stipendio?» le chiese Inej,
squadrandola. Era dell’idea che quella ragazza avorio e ambra non
avesse scalato un silo solo per fare la sua conoscenza. In uno scontro,
l’altezza avrebbe regalato a Dunyasha un allungo maggiore, ma
avrebbe anche compromesso il suo equilibrio. Era stato Van Eck a
me ergliela alle costole? E in quel caso, aveva messo qualcuno anche
alle calcagna di Nina? Diede la più fugace delle occhiate in basso, ma
non riuscì a vedere niente nell’oscurità profonda dei silos. «Per chi
lavori?»
Tra le mani di Dunyasha apparvero dei pugnali, e i loro bordi
affilati risplende ero luminosi. «La morte è il nostro lavoro» disse
«ed è sacro.»
Una luce entusiasta le illuminò gli occhi, e fu la prima autentica
scintilla di vita che Inej vide dentro di lei, poi la ragazza sferrò il
proprio a acco.
Inej rimase sbalordita dalla sua velocità. Dunyasha si muoveva
come un raggio di luce, come se fosse lei stessa una lama che
tagliava l’oscurità, e i suoi pugnali fendevano l’aria di pari passo, a
destra e a sinistra. Inej lasciò che il proprio corpo reagisse in modo
naturale, affidandosi all’istinto più che a qualunque altra cosa,
indietreggiando davanti all’avversaria, ma evitando il bordo del silo.
Fece una finta a sinistra, scivolò oltre Dunyasha e riuscì a muovere il
suo primo affondo.
Dunyasha roteò e sfuggì facilmente all’a acco, leggera come il
sole che colora d’oro la superficie di un lago. Inej non aveva mai
visto nessuno comba ere in quel modo, come se stesse danzando al
suono di una musica che udiva solamente lei.
«Hai paura, Spe ro?» e Inej sentì il pugnale di Dunyasha farle a
brandelli una manica. La lama che la trafisse fu come una frustata
rovente. “Non è andata a fondo” disse a se stessa. A meno che,
ovviamente, la lama non fosse avvelenata. «Io penso di sì. Non puoi
temere la morte ed esserne il vero emissario.»
Era ma a? O soltanto chiacchierona? Inej ondeggiò all’indietro,
muovendosi in cerchio a orno al te o del silo.
«Io sono nata senza paura» continuò Dunyasha con un sogghigno
felice. «I miei genitori pensavano che sarei morta annegata perché da
bambina ga onavo dentro il mare… ridendo.»
«O forse temevano che ti saresti uccisa da sola strozzandoti di
parole.»
La sua rivale si fece avanti con rinnovata energia, e Inej si
domandò se finora la ragazza avesse solo giocato con lei, durante la
prima raffica di fendenti, per saggiare le sue forze e le sue debolezze
prima di calcolare che tipo di vantaggio avesse. Si scambiarono delle
spinte, ma Dunyasha era in o ima forma. Inej invece accusava ogni
dolore, ogni ferita e ogni fatica dell’ultimo mese: la pugnalata che
l’aveva quasi uccisa, l’arrampicata lungo l’inceneritore, i giorni della
prigionia che aveva trascorso legata.
«Devo amme ere che sono delusa» disse Dunyasha mentre
saltellava agilmente sul te o del silo. «Avevo sperato che tu potessi
rappresentare una sfida. Ma cosa trovo? Una macchie a di acrobata
Suli che comba e come un delinquente di strada qualunque.»
Era vero. Inej aveva imparato le tecniche di comba imento da
ragazzi come Kaz e Jesper nei vicoli e nelle strade depravate di
Ke erdam. Dunyasha non aveva un modo solo di a accare. Si
piegava come un giunco se necessario, si faceva avanti come un ga o
furtivo e si tirava indietro come una nuvola di fumo. Non aveva un
unico stile, che Inej potesse cogliere o prevedere.
È più brava di me. Quella consapevolezza aveva un sapore
disgustoso, come se Inej avesse dato un morso a un fru o tentatore
rivelatosi poi marcio. Non si tra ava solamente di un addestramento
diverso. Inej aveva imparato a comba ere perché vi era stata
costre a, per sopravvivere. La no e in cui aveva ucciso per la prima
volta aveva pianto. Quella ragazza, invece, si stava divertendo.
E tu avia Ke erdam era stata una brava insegnante. Quando non
potevi vincere la partita, dovevi cambiare gioco. Inej a ese che la sua
nemica sca asse, quindi la superò con un salto, a errò sul filo teso
tra i silos e si mise a percorrerlo, sprezzante. Il vento la raggiunse,
impaziente di cogliere l’occasione. Valutò se usare l’asta per
l’equilibrio, ma voleva le mani libere.
Sentì il cavo oscillare. Impossibile. Ma, quando si voltò a guardare,
vide che Dunyasha l’aveva seguita sulla corda da funambolo. Stava
sorridendo a trentadue denti, e la sua pelle bianca splendeva come
se avesse inghio ito la luna.
La mano di Dunyasha balzò fuori all’improvviso e Inej rantolò
quando una cosa affilata le si conficcò nel polpaccio. Si piegò
all’indietro, prese il cavo tra le mani e si rigirò in modo da essere
faccia a faccia con la sua avversaria. Il polso della ragazza sca ò in
fuori un’altra volta. Inej provò ancora un’intensa fi a di dolore e,
quando guardò in basso, vide le punte di una stella di metallo che le
fuoriuscivano dalla coscia.
Da qualche parte, giù di so o, udì delle grida e i rumori di uno
scontro. Nina. Chi o che cosa le aveva sguinzagliato addosso Jan Van
Eck? Però ora non poteva perme ersi di distrarsi, non sul cavo, non
con quella creatura davanti.
«Ho sentito dire che ti prostituivi per il Pavone» disse Dunyasha
mentre scagliava un’altra stella appuntita contro Inej, e poi un’altra.
Lei le evitò entrambe, ma la successiva le si conficcò nella spalla
destra. Stava sanguinando parecchio. «Io mi sarei ammazzata, e
avrei ammazzato chiunque si fosse trovato so o quel te o, prima di
lasciarmi usare a quel modo.»
«Ti stai facendo usare adesso» replicò Inej. «Van Eck non è degno
delle tue abilità.»
«Se lo vuoi sapere, è Pekka Rollins a pagarmi lo stipendio» disse
la ragazza, e per un a imo Inej vacillò. Rollins. «Mi paga vi o e
alloggio. Ma io non gli chiedo dei soldi per le vite che mi prendo.
Sono i gioielli che indosso. Sono la mia gloria in questo mondo e il
mio onore nel prossimo.»
Pekka Rollins. Aveva non si sa come scoperto Kaz? Gli altri? E se
Nina fosse già morta, là so o? Doveva liberarsi di quella ragazza.
Doveva aiutarli. Un’altra stella argentata le arrivò vicino vorticando
velocissima, lei si piegò a sinistra per evitarla e per poco non perse
l’equilibrio. Ballò all’indietro sul cavo e colse con la coda dell’occhio
un altro luccichio d’argento. Il dolore la trafisse al braccio e Inej
emise un sibilo di dolore.
La morte è il nostro lavoro ed è sacro. Che razza di dio oscuro
venerava questa mercenaria?
Inej si figurò una qualche divinità immensa che incombeva sulla
ci à, senza volto e senza tra i distintivi, la pelle tesa sulle membra
gonfie, ingrassata dal sangue delle vi ime dei suoi accoliti. Riusciva
a sentire la sua presenza, il gelo della sua ombra.
Una stella le si conficcò nello stinco, un’altra nell’avambraccio. Si
guardò alle spalle. Altri dieci piedi soltanto e si sarebbe trovata al
primo silo. Dunyasha poteva anche comba ere meglio di quanto lei
avrebbe mai saputo fare, ma non conosceva Ke erdam. Inej sarebbe
discesa alla base del silo e avrebbe trovato Nina. Insieme, avrebbero
disperso questa creatura mostruosa nelle strade e nei canali che Inej
conosceva così bene.
Di nuovo, misurò la distanza dietro di sé. Ancora qualche passo.
Ma quando si rigirò, Dunyasha non era più sul cavo. Inej la vide
fle ersi e allungare la mano verso il magnete. No.
«Proteggetemi» sussurrò ai propri Santi.
Il cavo si allentò. Inej cadde nel vuoto, contorcendosi nell’aria
come faceva da bambina, in cerca delle proprie ali.
21
KAZ

Kaz sentì un ruggito nelle orecchie. Tu e le volte che guardava


Rollins provava sempre la stessa strana sensazione di vederci
doppio, come se si fosse alzato troppo tardi e la sera prima avesse
esagerato con il bere. L’uomo di fronte a lui era Pekka Rollins, re del
Barile, capobanda e impresario. Ma era anche Jakob Her oon, il
mercante apparentemente onesto che aveva imbo ito lui e Jordie di
benessere e fiducia, per poi appropriarsi del loro denaro e
abbandonarli inermi in una ci à che non a ribuiva alcun valore alla
pietà.
Quella sera ogni segno del rispe abile Jakob Her oon era sparito.
Rollins indossava un gilè a strisce verdi abbo onato ben stre o
sopra l’inizio del ventre e dei calzoni luccicanti come smeraldi.
Evidentemente aveva sostituito l’orologio che Kaz gli aveva rubato,
perché ne estrasse uno nuovo e gli lanciò un’occhiata.
«Questo coso non segna mai il tempo giusto» disse Rollins, e
diede una scrollata all’orologio, le base e ebbero un leggero fremito
e lui emise un sospiro esasperato, «ma non posso fare a meno di un
tocco di lucentezza. Immagino che tu non ce l’abbia più quello che
mi hai preso.» Kaz non disse niente. «E vabbè» continuò Rollins con
un’alzata di spalle, chiudendo l’orologio e rime endolo nel taschino
del gilè. «Proprio in questo momento i miei vicecomandanti
staranno radunando la tua banda e un certo ostaggio dal valore
inestimabile all’Isola del Velo Nero.»
Wylan fece un verso angosciato.
«Ho preparato qualcosa di speciale anche per lo Spe ro» disse
Rollins. «Una risorsa straordinaria, quella ragazza. Non mi piaceva il
pensiero di quella freccia al tuo arco, così ho mandato qualcuno di
ancora più straordinario a occuparsi di lei.»
p p
Un senso di nausea si piazzò alla bocca dello stomaco di Kaz.
Pensò a Inej che muoveva le spalle, la sua figura composta che
traboccava di sicurezza. Io non mi esibisco con la rete.
«Credevi davvero che sareste stati così difficili da trovare, Kaz?
Gioco a questo gioco da tanto di quel tempo. Mi è bastato solo
pensare a cosa avrei fa o io quand’ero più giovane e più
incosciente.»
Il ruggito nelle orecchie di Kaz si fece più forte. «Lei lavora per
Van Eck.» Aveva sempre saputo che c’era questa possibilità, ma
l’aveva ignorata. Aveva pensato che, se si fosse mosso abbastanza
velocemente, loro non avrebbero avuto il tempo di stringere
un’alleanza.
«Io lavoro con Van Eck. Dopo che sei venuto da me in cerca di
contanti, ho avuto la sensazione che lui avrebbe potuto aver bisogno
dei miei servigi. All’inizio si è dimostrato titubante, scendere a pa i
con i ragazzi del Barile non gli ha portato benissimo. Ma quella
spintarella che gli hai dato tramite la moglie lo ha guidato dri o
dri o nelle mie braccia amorevoli. Ho de o a Van Eck che gli sei
sempre stato un passo avanti perché lui non può fare a meno di
ragionare come un uomo d’affari.»
Kaz fece quasi un salto. Non aveva avuto anche lui lo stesso
identico pensiero?
«È un uomo sagace, non c’è dubbio» continuò Rollins, «ma con
una fantasia limitata. Mentre tu, Brekker, ragioni come un piccolo
perfido furfante. Tu sei me con molti più capelli e molto meno stile.
Van Eck pensava di avervi incastrati tu i sullo Stave dell’Ovest, ed
era tanto soddisfa o per aver chiamato anche la stadwatch. Ma io lo
sapevo che tu gli saresti sfuggito.»
«E sapeva che sarei venuto qui?»
Rollins sogghignò. «Sapevo che non avresti resistito. Oh, non
sapevo che piano avessi escogitato, ma sapevo che qualunque idea
avessi concepito ti avrebbe portato qui. Non avresti rinunciato alla
possibilità di umiliare Van Eck, di riprenderti quello che ritieni ti
appartenga.»
«Un pa o è un pa o.»
Rollins scrollò la testa in modo materno, come una grossa
chioccia. «Tu prendi le cose troppo sul personale, Brekker. Dovresti
concentrarti sul lavoro, invece sei troppo occupato a serbare
rancore.»
«È qui che si sbaglia» disse Kaz. «Io il rancore non lo serbo. Lo
cullo. Lo coccolo. Lo nutro con i più pregiati tagli di carne e lo
mando alle scuole migliori. Io i miei rancori li allevo, Rollins.»
«Mi fa piacere che tu abbia conservato il senso dell’umorismo,
figliolo. Dopo che avrai scontato la tua pena in carcere, ammesso che
Van Eck ti lasci in vita, potrei concederti di venire a lavorare per me.
È un peccato veder sprecato un talento come il tuo.»
«Preferirei cuocere a fuoco lento su uno spiedo con Van Eck che
gira la manovella.»
Rollins fece un sorriso magnanimo. «Anche questa è un’opzione.
Non si può dire che io non sia un tipo accomodante.» “Continua a
parlare” lo incoraggiò Kaz tra sé e sé mentre faceva scivolare una
mano nella borsa a tracolla di Wylan.
«Che cosa le fa credere che Van Eck onorerà il suo accordo con lei
più di quanto abbia fa o con noi?»
«Perché io ho avuto il buon senso di farmi pagare in anticipo. E le
mie richieste sono decisamente più moderate. Qualche milione di
kruge per ripulire il Barile da una seccatura di cui mi sarebbe
piaciuto comunque disfarmi? Più che ragionevole.» Rollins agganciò
i pollici nel gilè. «Il fa o è che io e Van Eck ci capiamo. Io mi sto
espandendo, sto allargando il mio territorio, sto pensando in grande.
Il Principe Kaelish è il locale più elegante che lo Stave dell’Est abbia
mai visto, ed è solo l’inizio. Io e Van Eck siamo dei costru ori.
Vogliamo creare qualcosa che ci sopravviva. Un giorno capirai,
ragazzo. Ora consegnami quel sigillo senza fare storie, d’accordo?»
Kaz estrasse il sigillo dalla tasca e lo tenne sollevato in modo tale
da fargli ca urare la luce della lanterna, a irando lo sguardo di
Pekka. Lui esitò. «Avanti, Brekker. Sei un duro, lo amme o, ma ti ho
messo all’angolo. Non puoi saltar giù da quella finestra, e Van Eck ha
piazzato la stadwatch nella strada di so o. Sei finito, rovinato,
spacciato, per cui non fare sciocchezze.»
Ma se non puoi aprire una porta, cerca di crearne un’altra. Era
facile far chiacchierare Rollins; anzi, caso mai Kaz dubitava di
riuscire a fermarlo. Per cui si tra ava soltanto di tenere gli occhi
dell’uomo fissi sullo splendente sigillo dorato nella sua mano destra
mentre lui apriva il bara olo di acido aurico con la sinistra.
«Stai pronto» bisbigliò.
«Kaz…» protestò Wylan.
Kaz lanciò il sigillo a Rollins e con lo stesso movimento spruzzò
sul pavimento l’acido che restava. La stanza si fece caldissima e il
tappeto sibilò mentre si levava un pennacchio di fumo acre.
«Fermateli!» gridò Rollins.
«Ci vediamo dall’altra parte» disse Kaz. Afferrò il bastone e
assestò un colpo fortissimo alle assi di legno so o i loro piedi. Il
pavimento cede e con un gemito.
Si schiantarono al piano di so o in una nuvola di polvere e gesso,
dri i sul tavolo da pranzo che crollò so o il loro peso.
Pia i e candelabri rotolarono via. Kaz sca ò in piedi, il bastone in
mano, una salsa che gli colava giù per la giacca, e tirò Wylan accanto
a sé.
Ebbe un brevissimo istante per registrare l’espressione sbigo ita
dei mercanti riuniti a orno al tavolo, le loro bocche spalancate per lo
sconcerto, i tovaglioli ancora in grembo. Poi Van Eck si mise a
strillare. «Prendeteli!» e Kaz e Wylan saltarono su un prosciu o
caduto a terra e si lanciarono nel corridoio dalle piastrelle bianche e
nere.
Due guardie in divisa si misero davanti alle porte di vetro che
davano sul giardino posteriore e sollevarono i fucili.
Kaz fece uno sca o velocissimo e partì in scivolata. Tenne il
bastone in orizzontale sul pe o e passò in mezzo alle guardie,
colpendole sugli stinchi e facendole cadere.
Wylan lo seguì, rotolando giù per le scale fino al giardino. Poi
furono alla rimessa delle barche, oltre il recinto, e dentro la loro
gondel. Ro y era rimasto ad aspe are nel canale.
Una pallo ola si conficcò tintinnando nello scafo mentre gli spari
scuotevano l’acqua tu ’a orno. Kaz e Ro y afferrarono i remi.
«Vacci giù pesante!» sbraitò Kaz, e Wylan scagliò tu i i razzi, le
bombe luce e gli esplosivi che era riuscito a caricare sulla barca. Il
cielo sopra la casa di Van Eck esplose in un assortimento di lampi,
fumo e frastuono e le guardie si tuffarono in cerca di un riparo.
Kaz si mise a remare di buona lena e sentì la barca scivolare nella
corrente quando passarono dentro il traffico scintillante del Canale
di Geld.
«Dentro e fuori senza che lui nemmeno lo sappia?» fece Ro y.
«La prima metà l’ho indovinata» ruggì Kaz.
«Dobbiamo avvisare gli altri» ansimò Wylan. «Rollins ha de o…»
«Pekka Rollins era lì?» chiese Ro y, e Kaz percepì la paura nella
sua voce. Un ra o dei canali avrebbe affrontato teppisti, ladri,
mercanti e mercenari a migliaia, ma non Pekka Rollins.
Kaz inclinò uno dei remi e sterzò a tribordo, mancando per un
soffio un traghe o pieno di turisti.
«Dobbiamo tornare al Velo Nero. Gli altri…»
«Taci, Wylan. Devo rifle ere.»
Jesper e Ma hias erano bravi a comba ere. Se qualcuno aveva
una possibilità di tirar fuori Kuwei dal Velo Nero, erano proprio loro
due. Ma come aveva fa o Pekka Rollins a trovarli? Qualcuno della
banda era stato pedinato fino all’isola. Quel giorno avevano corso
tu i quel rischio, avventurandosi fuori dal Velo Nero. Ciascuno di
loro poteva essere stato individuato e seguito. Nina e Ma hias?
Wylan e Jesper? Lui stesso? Una volta che Pekka avesse scoperto il
loro nascondiglio, avrebbe potuto tenerli so o sorveglianza ogni
minuto solo per aspe are il momento in cui si fossero separati e
fossero diventati vulnerabili.
Kaz contrasse le spalle, Ro y assecondò il suo ritmo e i colpi dei
remi spinsero avanti la barca più in fre a. Doveva infilarli dentro il
traffico e portarli il più lontano possibile dalla casa di Van Eck.
Doveva arrivare alla Dolce Vena. Gli uomini di Rollins avevano
seguito Inej e Nina dal Velo Nero fin lì? Perché le aveva mandate ai
silos da sole? Nina e i suoi preziosi rifugiati. Quella no e non ci
sarebbe stato nessun grandioso salvataggio per i Grisha. Tu e le loro
speranze erano andate all’inferno. Ho preparato qualcosa di speciale
anche per lo Spe ro. Al diavolo la vende a, al diavolo tu i i piani. Se
p p p
Rollins aveva fa o qualcosa a Inej, Kaz avrebbe usato le sue budella
per dipingere lo Stave dell’Est.
Pensa. Quando un piano salta, ne fai uno nuovo. Quando ti
me ono all’angolo, fai un buco nel te o. Ma non poteva aggiustare
qualcosa che non aveva ancora in mano. Il piano aveva preso una
bru a china. Li aveva delusi. L’aveva delusa. E tu o perché, ogni
volta che c’era di mezzo Pekka Rollins, veniva fuori il suo punto
debole. Jesper poteva essere già morto. Inej poteva essere ferita
gravemente sulle strade della Dolce Vena.
Girò i remi. «Andiamo al quartiere dei magazzini.»
«E gli altri?»
«Jesper e Ma hias sono dei comba enti nati, e Pekka mai e poi
mai me erebbe in pericolo la vita di Kuwei. Andiamo alla Dolce
Vena.»
«Avevi de o che saremmo stati al sicuro al Velo Nero» protestò
Wylan. «Avevi de o…»
«Non si può stare al sicuro» ringhiò Kaz. «Non nel Barile. Non in
questo mondo.» Incanalò tu a l’energia che aveva nel remare. Niente
sigillo. Niente nave. I loro soldi andati.
«Che cosa facciamo adesso?» chiese Wylan, con un filo di voce a
malapena udibile sopra il rumore dell’acqua e delle altre barche.
«Prendi un paio di remi e renditi utile» disse Kaz. «Oppure bu o
il tuo culo viziato nel canale e lascio che sia tuo padre a ripescarti.»
22
NINA

Nina li sentì prima ancora di vederli. Si trovava tra il secondo e il


terzo silo, da dove poteva guardare Inej avanzare e allo stesso tempo
tenere d’occhio la guardiola.
Inej si era arrampicata sul silo come un ragno agile e minuscolo,
muovendosi a un ritmo che le aveva messo la stanchezza addosso
solo a guardarla. L’angolo era così inclinato che, dopo che Inej ebbe
raggiunto la cima, lei riusciva a malapena a vederla, e di
conseguenza non aveva idea di come stesse andando con il portello.
Però Inej non aveva iniziato a camminare sul cavo quando lei le
aveva dato il primo segnale, per cui doveva aver avuto qualche
imprevisto o con le funi o con il tonchio. Al secondo segnale, la vide
avanzare in fuori sopra il nulla.
Da dove aspe ava lei, la corda da funambolo era invisibile al
buio, e sembrava che Inej fosse sospesa nel vuoto, ogni passo
preciso, ben meditato. Lì, il più vago tremolio. Qui, una piccola
correzione. Mentre guardava, il cuore di Nina ba eva a un ritmo
accelerato. Aveva l’assurda sensazione che, se l’avesse persa di vista
anche solo per un secondo, Inej sarebbe caduta, come se la sua
concentrazione e la sua fiducia la stessero aiutando a rimanere lassù.
Quando finalmente Inej raggiunse il secondo silo, Nina avrebbe
voluto esultare, ma si accontentò di fare un breve balle o silenzioso.
Quindi a ese che le guardie tornassero in vista sul lato occidentale
del perimetro. Si fermarono alla guardiola per pochi minuti e poi
ripartirono. Nina era sul punto di mandare il segnale a Inej quando
udì una risata chiassosa. Anche le guardie la sentirono, e si misero
subito all’erta. Nina vide che una di loro accendeva la lanterna
d’allarme in cima alla guardiola per chiedere rinforzi: una misura
precauzionale in caso di problemi. Che i disordini potessero capitare
p p p p
era risaputo, e con il trambusto che c’era stato nello Stave dell’Ovest
il giorno prima, Nina non era sorpresa che le guardie fossero così
leste a chiamare aiuto.
E sembrava proprio che ne avrebbero avuto bisogno. Nina sapeva
riconoscere una banda del Barile quando ne vedeva una, e quella
sembrava particolarmente bru a e ca iva, perché tu i quanti erano
grossi, muscolosi e armati fino ai denti. Sopra u o avevano con sé
delle pistole, segno evidente che erano in cerca di ben più di una
rissa. Quello in testa indossava un gilè a quadre i sul torace
possente e stava facendo ondeggiare tra le mani una catena. Nina
vide che aveva un tatuaggio rotondo sull’avambraccio. Non riusciva
a distinguere i de agli da così lontano, ma avrebbe scommesso una
bella somme a che si tra ava di un leone rannicchiato dentro una
corona. I Centesimi di Leone. I ragazzi di Pekka Rollins. Cosa
diavolo ci stavano facendo lì?
Guardò in su. Inej probabilmente stava versando il tonchio nel
secondo silo. Con un po’ di fortuna sarebbe stata fuori dalla loro
vista. Ma cosa voleva la banda di Pekka?
La risposta arrivò entro pochi istanti. «Ho sentito dire in giro che
c’è una Spaccacuore nascosta nella Dolce Vena» annunciò a voce alta
il ragazzo con il gilè a quadre i, sempre agitando la catena.
Oh, Santi numi, qui si me e male. Come avevano fa o i Centesimi
di Leone a seguire lei e Inej dal Velo Nero? Gli altri erano in
pericolo? E se Pekka Rollins e la sua banda sapevano dei Grisha
nascosti all’ambasciata? Alcuni di loro, cercando di lasciare la ci à,
stavano violando i propri contra i. Potevano essere rica ati o
peggio. Pekka poteva venderli agli Shu. “Hai i tuoi problemi in
questo momento, Zenik” le disse una voce dentro la testa. “Sme ila
di pensare a salvare il mondo e salva il tuo culo.” A volte la sua voce
interiore sapeva essere molto saggia.
Una delle guardie del silo fece un passo avanti: piu osto
coraggioso il tipo, rifle é lei, considerato lo spiegamento di forze dei
Centesimi di Leone. Non riuscì a capire cosa si dicessero. Una carta
con un sigillo rosso vivo passò di mano in mano. La guardia la diede
da leggere ai suoi compagni d’armi. Dopo un a imo scrollò le spalle.
E poi, con grande orrore di Nina, la guardia fece un passo avanti e
p g g p
aprì il cancello. La lanterna sul te o della guardiola lampeggiò
un’altra volta. Stavano annullando la richiesta di rinforzi.
Il sigillo rosso. Il colore di Van Eck. Quelli erano i suoi silos, e le
guardie non avrebbero aperto il cancello a nessuno che non fosse
stato autorizzato a entrare dal loro datore di lavoro. Le implicazioni
le fecero girare la testa. Jan Van Eck e Pekka Rollins erano in
combu a? Se le cose stavano così, le probabilità che gli Scarti
uscissero vivi dalla ci à erano appena diventate briciole su un pia o
da torta.
«Vieni fuori, dolce Nina. Pekka ha del lavoro per te.»
Nina vide in fondo alla catena che il ragazzo faceva oscillare delle
grosse mane e. Quando era appena arrivata a Ke erdam, Pekka
Rollins le aveva offerto un impiego e la sua sospe a protezione. Lei
invece aveva scelto di lavorare con gli Scarti. Sembrava che Pekka
avesse smesso di a enersi ai contra i e alle regole delle bande. Stava
per ridurla in catene, forse venderla agli Shu oppure offrirla in dono
a Van Eck, che le avrebbe somministrato la parem.
Lei era prote a dalle ombre del secondo silo ma, se non voleva
farsi vedere, non poteva assolutamente spostarsi più di qualche
passo. Pensò alla pillola di veleno che aveva in tasca.
«Non costringerci a venirti a prendere, piccola.» Il ragazzo stava
facendo segno agli altri Centesimi di Leone di aprirsi a ventaglio.
Suppose di avere dalla sua due vantaggi: il primo era che le
mane e in fondo a quella catena stavano a significare che con ogni
probabilità Pekka la voleva viva. Non aveva intenzione di sprecare
una preziosa Grisha Spaccacuore, quindi i Centesimi di Leone non
avrebbero sparato. Il secondo era che questa accozzaglia di geni non
sapeva che la parem aveva stravolto i suoi poteri. Poteva farcela, a
guadagnare un po’ di tempo per se stessa e per Inej.
Si ravviò i capelli, raccolse tu o il suo coraggio e uscì allo
scoperto. Immediatamente, udì il rumore dei grille i alzati.
«Andateci piano» disse, piazzandosi una mano sul fianco. «Non
sarò granché utile a Pekka se mi riempite di buchi come la capoccia
di una saliera.»
«Sì, be’, ciao, ragazza Grisha. Hai in mente di farci divertire?»
Dipende da cosa intendi. «Come ti chiami, bello?»
p
Il ragazzo sorrise, svelando un dente d’oro e una fosse a
sorprendentemente affascinante. «Eamon.»
«Che bel nome Kaelish. Ken ye hom?»
«Mia ma’ era Kaelish. Io non parlo quella lagna.»
«Bene, cosa ne dici di far rilassare i tuoi amici e fargli abbassare
quelle armi? Così posso insegnarti qualche parola nuova.»
«Non credo proprio. So come funzionano i poteri degli
Spaccacuore. Non ti perme erò di prendermi le viscere.»
«Che peccato» disse Nina. «Ascolta, Eamon, questa no e non c’è
bisogno di creare problemi. Voglio solo sapere quali sono le
condizioni di Pekka. Se devo me ermi di traverso con Kaz, devo
sapere che ne vale la pena…»
«Kaz Brekker è già morto, cara. E Pekka non ti offrirà delle
condizioni. Tu vieni con noi, con o senza catene.»
Nina sollevò le braccia e vide gli uomini a orno a lei irrigidirsi,
pronti a fare fuoco, in barba agli ordini di Pekka. Trasformò il
proprio gesto in quello di chi si stiracchia pigramente. «Eamon, tu lo
sai che prima di infilarmi quelle catene io posso ridurre in poltiglia
metà dei loro organi interni.»
«Non sei così veloce.»
«Sono abbastanza veloce da fare in modo che tu» gli lanciò
un’occhiata significativa so o la fibbia della cintura «non possa mai
più alzare una bandiera sullo Stave dell’Ovest.»
Eamon impallidì. «Non puoi farlo.»
Nina fece schioccare le nocche. «Non posso?»
Un lieve rumore metallico risuonò da qualche parte sopra di loro,
e tu i puntarono le pistole contro il cielo. Dannazione, Inej, fai silenzio.
Ma quando Nina guardò in alto, i pensieri presero a confondersi fino
a fermarsi, terrorizzati. Inej era tornata sulla corda. E non era da sola.
Per un a imo, nell’osservare la sagoma in bianco seguire Inej
sopra la corda, Nina pensò di avere le allucinazioni. La sagoma
assomigliava a un fantasma che flu uava nel cielo sopra di loro. Poi
lanciò qualcosa in aria. Nina colse di sfuggita un baluginio metallico.
Non lo vide colpire Inej, però vide l’amica incespicare e poi
raddrizzarsi, la postura ferma, le braccia aperte per recuperare
l’equilibrio.
q
Doveva esserci un modo per aiutarla. Nina allungò una mano
verso la ragazza in bianco, in cerca del suo ba ito cardiaco, delle sue
fibre muscolari, di qualcosa da controllare, ma ci fu di nuovo
quell’orribile cecità, quel vuoto insignificante.
«Non aiuti la tua amica?» disse Eamon.
«Sa cavarsela da sola» rispose Nina.
Eamon fece una smorfia. «Non sei così dura come si sente dire in
giro, proprio per niente. Tante parole, e a fa i stai a zero.» Si voltò
verso la sua banda. «Offro da bere per tu a la no e al primo che le
me e una mano addosso.»
Non si avventarono su di lei. Non erano così stupidi. Avanzarono
lentamente, le pistole puntate. Nina portò le mani in alto. Si
fermarono, circospe i. Ma poiché non accadde nulla, lei vide che si
scambiarono delle occhiate, qualche sorriso, e ora si stavano
avvicinando più velocemente, senza più troppa paura, pronti a
incassare la loro ricompensa.
Nina si azzardò a guardare in su. Inej, non si sa come, era ancora
in equilibrio. Sembrava che stesse cercando di tornare indietro al
primo silo, ma evidentemente era stata ferita e si muoveva con passo
incerto.
La rete. Ma non serviva a niente, se c’era soltanto lei. Se avesse
avuto un pizzico di parem, giusto un assaggio, avrebbe potuto
costringere questi grossi idioti ad aiutarla. Le avrebbero obbedito
senza pensare.
Cercò di aggrapparsi con la mente a qualcosa, qualunque cosa.
Non se ne sarebbe rimasta lì indifesa a farsi ca urare e a guardare
morire Inej. Ma tu o quello che avvertì fu un immenso vuoto nero.
Non c’erano utili frammenti d’ossa di cui impossessarsi, niente
polvere. Il mondo che un tempo brulicava di vita, di ba iti cardiaci,
di respiri, di afflussi di sangue, era stato denudato. Era diventato
tu o un deserto nero, un cielo senza stelle, una terra brulla.
Un Centesimo di Leone si lanciò in avanti e a quel punto le furono
tu i addosso, la afferrarono per le braccia e la trascinarono da
Eamon, la cui faccia si aprì in un gran sorriso, e la fosse a gli si
curvò a formare una mezzaluna.
Nina lanciò un urlo di pura rabbia e si dimenò come un animale
selvatico.
Lei non era indifesa. Si rifiutava di esserlo. Non conosco un
guerriero più forte di te, poteri o non poteri.
Fu allora che la sentì – là, in quel deserto nero, una sacca di freddo
così intenso da bruciare. Là, oltre i silos, nell’alveo del canale, lungo
la strada per il porto –, la chia a dei becchini, carica di cadaveri. Un
senso di riconoscimento le palpitò dentro. Non percepiva cuori che
ba evano o sangue che scorreva, ma sentiva qualcos’altro, qualcosa
di diverso. Ripensò alle schegge d’osso e rammentò la sensazione di
conforto che aveva provato sull’Isola del Velo Nero, circondata dalle
tombe.
Eamon cercò di circondarle un polso con una mane a.
«Me iamole anche il collare» sbraitò un altro Centesimo di Leone.
Sentì una mano nei capelli tirarle la testa all’indietro perché
me esse in mostra il collo. Nina si rendeva conto che quello a cui
stava pensando era folle, ma le scelte ragionevoli erano finite. Con
tu a la forza che le restava diede un calcio a Eamon, che mollò la
presa. Poi spalancò le braccia a formare un arco, si concentrò su
questa nuova, strana consapevolezza e percepì che i cadaveri sulla
chia a si stavano alzando. Strinse i pugni. Venite a me.
I Centesimi di Leone le agguantarono i polsi. Eamon la colpì sulla
bocca, ma lei tenne i pugni serrati, la mente concentrata. Questa non
era l’euforia che aveva provato con la parem. Quella era calore, fuoco,
luce. Questa era una fiamma fredda, che bruciava bassa e
malinconica. Sentì che i cadaveri si levavano, uno dopo l’altro, per
rispondere alla sua chiamata. Nina era consapevole delle mani
addosso, delle catene ai polsi, ma il freddo era più intenso ora, un
fiume invernale in piena, rapide nere intervallate da blocchi di
ghiaccio.
Nina sentì urlare, poi una raffica di spari e la torsione del metallo.
Le mani la mollarono, e le catene che colpirono il selciato produssero
un tintinnio quasi musicale. Nina portò le braccia a sé e si immerse
ancora più a fondo nel gelo del fiume.
«Che diavoleria è questa?!» disse Eamon, girandosi verso la
guardiola. «Che diavoleria è questa?!»
g q
Ora i Centesimi di Leone, incuranti della missione, stavano
arretrando, il terrore dipinto sui loro visi, e Nina poteva vedere
esa amente il perché. Una fila di persone stava premendo sulla
recinzione e la faceva dondolare sui pali. Alcune di queste erano
anziane, altre giovani, ed erano tu e bellissime: guance rosse, labbra
rosa e capelli luminosi che si muovevano ondeggiando a orno ai
loro visi come se fossero so ’acqua. Erano esseri umani stupendi e
orribili, perché se alcuni non mostravano segni di ferite, uno invece
aveva i vestiti cosparsi di vomito e sangue scuro, un altro un foro
diventato nero a causa della putrefazione. Due erano nudi e uno
aveva uno squarcio, ampio e profondo, sullo stomaco, da cui
pendevano lembi di pelle rosa e gonfia. Tu i quanti avevano gli
occhi neri e lucidi, come la lastra vitrea dell’acqua d’inverno.
Nina fu travolta da un’ondata di nausea. Si sentiva strana e un po’
in colpa, come se stesse guardando dentro una finestra in cui non
aveva il diri o di sbirciare. Ma non aveva altra scelta. E la verità era
che non voleva fermarsi. Contrasse le dita.
La recinzione crollò in avanti in un lacerante stridore metallico. I
Centesimi di Leone aprirono il fuoco, ma i cadaveri continuarono ad
avanzare, senza mostrare alcun interesse e alcuna paura.
«È lei!» urlò Eamon, e barcollò all’indietro, cadde, strisciò sulle
ginocchia mentre i suoi uomini si dileguavano nella no e. «Stanno
venendo per la pu ana Grisha!»
«Scomme o che ora preferiresti che ci fossimo messi a
chiacchierare» ruggì Nina. Ma non le importava niente dei Centesimi
di Leone.
Alzò lo sguardo. Inej era ancora sul cavo, ma la ragazza in bianco
sul te o del secondo silo stava allungando una mano verso il
morse o.
“La rete” ordinò. “Adesso.” I cadaveri si mossero, veloci e sfocati,
e sca arono in avanti, poi si bloccarono all’improvviso, come se
fossero in a esa di istruzioni. Nina radunò tu a la propria
concentrazione per indurli a obbedirle, e immise nei loro corpi tu a
la propria forza e la propria vita. Nel giro di pochi istanti i cadaveri
avevano la rete tra le mani e correvano, così veloci che Nina non
riuscì a tenerne traccia.
Il cavo si allentò. Inej cadde nel vuoto. Nina urlò.
Il corpo di Inej colpì la rete, rimbalzò in alto e colpì la rete un’altra
volta.
Nina corse da lei. «Inej!»
L’amica giaceva al centro della rete, cosparso di malefiche stelle
d’argento, e il sangue stillava dalle ferite.
“Me etela giù” ordinò Nina, e i cadaveri obbedirono e
abbassarono la rete sulle pietre del selciato. Poi le si portò di fianco
barcollando e si inginocchiò. «Inej?»
Inej ge ò le braccia a orno all’amica.
«Non farlo mai, mai più» singhiozzò Nina.
«Una rete?» disse una voce allegra. «Mi sembra ingiusto.»
Inej si irrigidì. La ragazza vestita di bianco aveva raggiunto la
base del secondo silo e stava puntando verso di loro.
Le braccia di Nina sca arono in fuori e i cadaveri si misero di
fronte a lei e a Inej. «Sei sicura di voler affrontare questo scontro,
fiocco di neve?»
La ragazza strinse i suoi bellissimi occhi. «Ti ho ba uta» disse.
«Tu lo sai che ti ho ba uta.»
«Questa no e ti è andata bene» rispose Inej, ma la sua voce suonò
debole come un filo logoro.
La ragazza posò lo sguardo sull’esercito di cadaveri allineati
davanti a sé e sembrò valutare le proprie possibilità. Quindi fece un
inchino. «Ci incontreremo ancora, Spe ro.» Si voltò nella direzione
in cui erano scappati Eamon e tu i gli altri Centesimi di Leone,
scavalcò con un salto quel che restava della recinzione e sparì.
«C’è gente con uno spiccato senso teatrale» disse Nina. «Insomma,
chi si veste di bianco per un duello con i pugnali?»
«Dunyasha, la Lama Bianca di questo o quello. Vuole uccidermi
sul serio. Fosse per lei, ucciderebbe tu i.»
«Riesci a camminare?»
Inej fece segno di sì con la testa, anche se il suo viso era cinereo.
«Nina, queste persone… sono morte?»
«Suona inquietante, se la me i così.»
«Ma non hai usato…»
«No. Niente parem. Non so come mi sia uscito.»
p
«Un Grisha può anche…»
«Non lo so.» Ora che la paura per l’agguato e per la caduta di Inej
si stavano affievolendo, provò una specie di disgusto. Che cosa
aveva appena fa o? Con che cosa si era immischiata?
Le tornò in mente quando, al Piccolo Palazzo, aveva chiesto a uno
dei suoi insegnanti da dove venisse il potere Grisha. All’epoca era
poco più di una bambina, intimorita dai Grisha più anziani che
andavano e venivano dai giardini del palazzo per compiere missioni
importanti.
“Il nostro potere ci unisce alla vita in modi che la gente comune
non potrà mai capire” le aveva de o l’insegnante. “Ecco perché
usare il nostro dono, anziché svuotarci, ci rende più forti. Siamo
collegati al potere stesso della creazione, all’a o del creare che è al
centro del mondo. Per noi Corporalki questo legame è ancora più
stre o, perché ci occupiamo di dare e togliere la vita.”
L’insegnante aveva sollevato le mani e Nina aveva sentito le
proprie pulsazioni rallentare leggermente. Gli altri studenti, nel fare
la stessa esperienza, avevano sussultato e si erano guardati l’un
l’altro. “Lo sentite?” aveva domandato l’insegnante. “Tu i i vostri
cuori, che ba ono all’unisono al ritmo del mondo?”
Era stata una sensazione stranissima, quella del proprio corpo che
si dissolveva, come se non fossero più tanti studenti che si
dimenavano sulle sedie dell’aula ma una sola creatura, con un solo
cuore e un solo scopo. La sensazione era durata solo pochi istanti,
ma Nina non aveva mai più scordato il senso di connessione,
l’improvvisa consapevolezza che avere il potere voleva dire non
essere mai solo.
Ma il potere che aveva usato con i cadaveri? Non era niente del
genere. Era un effe o della parem, non dell’a o del creare che è al
centro del mondo.
Era un errore.
Se ne sarebbe preoccupata più tardi. «Dobbiamo andarcene da
qui» disse. Aiutò Inej a me ersi in piedi, poi guardò i corpi che le
circondavano. «Per tu i i Santi, hanno un odore schifoso.»
«Nina, e se ti sentono?»
«Mi sentite?» chiese Nina. I cadaveri non risposero e, quando li
raggiunse con il potere della propria mente, non diedero segni di
vita. Lì c’era qualcosa, tu avia, qualcosa che le parlava come gli
esseri viventi ormai non facevano più. Ripensò al fiume ghiacciato.
Riusciva ancora a sentirlo a orno a sé, a orno a tu o, però ora si
muoveva in vortici lenti.
«Cos’hai intenzione di fare con loro?» le chiese Inej.
Nina scrollò le spalle in segno di resa. «Rime erli dov’erano?»
Sollevò le mani. “Andate” disse loro più chiaramente che riuscì,
“riposate in pace.”
I cadaveri si mossero, e il loro improvviso fermento fece affiorare
una preghiera sulle labbra di Inej. Nina guardò scomparire
nell’oscurità i loro contorni fiochi.
Inej ebbe un fremito, poi si estrasse dalla spalla una stella
d’argento appuntita che lasciò cadere a terra con un sonoro tintinnio.
L’emorragia sembrava essersi a enuata, ma le servivano senza
dubbio delle bende. «Andiamo prima che appaia la stadwatch»
disse.
«Dove?» chiese Nina mentre si incamminavano in direzione del
canale. «Se Pekka Rollins ci ha trovate…»
Inej rallentò il passo nel momento in cui afferrò la realtà della loro
situazione. «Se il Velo Nero non è più un posto sicuro, Kaz… Kaz mi
ha de o dove andare se le cose si fossero messe male. Però…»
Le parole rimasero sospese nell’aria tra loro. Pekka Rollins che
scendeva in campo implicava ben altro che un piano fallito.
E se il rifugio al Velo Nero era stato scoperto? E se era successo
qualcosa a Ma hias? Pekka Rollins gli aveva risparmiato la vita o gli
aveva semplicemente sparato per primo per reclamare la sua taglia?
I Grisha. E se Pekka aveva seguito Jesper e Ma hias
all’ambasciata? E se erano partiti per il molo con i rifugiati ed erano
stati ca urati? Ripensò di nuovo alla pillola gialla in tasca. Pensò ai
feroci occhi dorati di Tamar, allo sguardo imperioso di Zoya, alla
risata provocatoria di Genya. Si erano fidate di lei. Se fosse successo
loro qualcosa, non se lo sarebbe mai perdonato.
Mentre, insieme a Inej, tornava alla banchina dov’era ormeggiata
la loro barca, Nina lanciò un’occhiata alla chia a in cui si stava
calando l’ultimo cadavere. I corpi apparivano diversi ora, il loro
colore era di nuovo quello grigio cinereo, chiazzato di bianco, che lei
associava alla morte. Ma forse la morte non aveva un solo aspe o.
«Dove andiamo?» chiese Nina.
In quel momento videro avvicinarsi due figure. Inej mise mano ai
pugnali e Nina sollevò le braccia, pronta a richiamare i suoi strani
soldati. Sapeva che questa volta sarebbe stato più facile.
Kaz e Wylan apparvero alla luce di un lampione, i vestiti sgualciti,
i capelli ricoperti di pezzi di gesso… e quello che poteva essere sugo.
Kaz si stava appoggiando pesantemente sul bastone, l’andatura
inarrestabile, i tra i taglienti del viso più duri e determinati che mai.
«Ne usciremo vivi ba endoci insieme» sussurrò Inej.
Nina spostò gli occhi da lei a Kaz e vide che avevano entrambi la
stessa espressione. Nina conosceva quello sguardo. Era lo sguardo
che nasceva dopo che avevi fa o un naufragio, quando la marea ti si
alzava contro e il cielo diventava nero. Era lo sguardo di quando
avvistavi terra, e ti tornava la speranza di trovare un riparo e magari
anche la salvezza, quella che forse ti stava aspe ando su una riva
lontana.
23
WYLAN

Io morirò e non ci sarà nessuno ad aiutarla. Nessuno si ricorderà di


Marya Hendriks.
Wylan voleva essere coraggioso, ma era ammaccato e infreddolito
e, peggio ancora, era circondato dalle persone più coraggiose che
conosceva e sembravano tu e molto scosse.
Avanzarono lentamente lungo i canali, fermandosi so o i ponti e
nei vani bui ad aspe are mentre squadre di stadwatch marciavano
sopra le loro teste o a lato dei corsi d’acqua.
Quella no e erano fuori al completo, le loro barche procedevano
lente, le loro lanterne facevano luce a prua. Era cambiato qualcosa
nel breve tempo intercorso dopo lo scontro sul Ponte della Bellina.
La ci à aveva preso vita, e aveva fame.
«I Grisha…» tentò di dire Nina.
Ma Kaz la fermò subito. «O sono al sicuro all’ambasciata o non
possiamo aiutarli. Sono in grado di badare a se stessi. Noi ci
imboschiamo.»
E fu allora che Wylan comprese quanto fossero seri i guai in cui si
trovavano, perché Nina non si mise a discutere. Si limitò a prendersi
la testa tra le mani e fare silenzio.
«Stanno tu i bene» disse Inej, me endole un braccio sulle spalle.
«Lui sta bene.» Ma i suoi movimenti erano incerti, e Wylan vide che
c’era del sangue sui suoi vestiti.
Dopodiché nessuno disse più una parola. Kaz e Ro y remavano
solo di tanto in tanto per spingere tu i loro dentro i canali più stre i
e calmi, e si lasciarono andare silenziosamente alla deriva tu e le
volte che fu possibile finché, dopo aver preso un’ansa vicino alla
Schoonstraat, Kaz disse: «Ferma». Lui e Ro y tirarono su i remi, li
portarono a filo della sponda del canale e si posizionarono dietro la
p p p
barca di un negoziante. Qualunque cosa vendesse il negozio
galleggiante, le sue bancarelle erano state chiuse a chiave per
proteggere le merci.
Più avanti, videro la stadwatch sciamare sopra un ponte e due
delle loro barche oscurare il passaggio al di so o.
«Stanno organizzando dei posti di blocco» disse Kaz.
Mollarono lì la barca e continuarono a piedi.
Wylan sapeva che erano dire i verso un altro rifugio, però l’aveva
de o Kaz in persona: “Non si può stare al sicuro”. Dove avrebbero
potuto nascondersi? Pekka Rollins era in combu a con suo padre.
Insieme, dovevano possedere mezza ci à.
Lui sarebbe stato ca urato. E poi? Nessuno avrebbe creduto che
era il figlio di Van Eck. Suo padre poteva anche detestarlo, ma lui
aveva pur sempre dei diri i che nessun criminale Shu poteva
vantare. Sarebbe finito nell’Anticamera dell’Inferno? Suo padre
avrebbe trovato un modo per farlo condannare a morte?
A mano a mano che si allontanavano dal quartiere industriale e
dal Barile le pa uglie diminuirono, e Wylan si rese conto che la
stadwatch doveva aver concentrato gli sforzi nella zona meno
rispe abile della ci à. Ciononostante, si muovevano a singhiozzo,
oltrepassando vicoli di cui Wylan non aveva mai saputo l’esistenza, e
di tanto in tanto si introducevano nelle vetrine vuote o nei piani
inferiori degli appartamenti disabitati in modo da tagliare per la
strada successiva. Era come se Kaz avesse una cartina segreta di
Ke erdam che gli mostrava i luoghi dimenticati della ci à.
Jesper li avrebbe aspe ati fino a quando sarebbero finalmente
arrivati, dovunque stessero andando? Oppure giaceva ferito a morte
sul pavimento della tomba senza che nessuno venisse in suo aiuto?
Wylan si rifiutò di crederci. Meno erano le probabilità di successo,
più Jesper dava il meglio di sé in ba aglia. Ripensò a quando
supplicava Colm. Lo so che ti ho deluso. Ma dammi solo un’altra
possibilità. Quante volte Wylan aveva pronunciato praticamente le
stesse parole con il suo, di padre, sperando ogni volta di mantenere
la promessa? Jesper doveva sopravvivere. Tu i loro dovevano farlo.
Gli tornò in mente la prima volta che aveva visto il tiratore scelto.
Gli era sembrata una creatura proveniente da un altro mondo,
p
vestito di verde e giallo limone, la falcata lunga e spedita, come se
versasse ogni passo da una bo iglia con il collo stre o.
Durante la sua prima no e nel Barile, Wylan aveva vagato di
strada in strada, certo che sarebbe stato derubato, i denti che gli
ba evano per il freddo. Alla fine, quando le labbra gli stavano
diventando blu e non riusciva più a sentirsi le dita, aveva radunato
tu o il coraggio in suo possesso e aveva chiesto a un uomo che
fumava la pipa sulla scalinata di una casa: “Sa dove potrebbero
avere delle stanze da affi are?”.
“C’è un cartello proprio lì che dice che hanno delle stanze libere”
aveva risposto l’uomo, puntando la pipa dall’altra parte della strada.
“Cosa sei, cieco?”
“Si vede che non l’ho notato” aveva de o Wylan.
La pensione era sudicia ma per fortuna economica. Aveva affi ato
una stanza per dieci kruge e aveva pagato anche per un bagno caldo.
Sapeva di dover risparmiare ma, se la prima no e si fosse preso la
polmonite, restare a corto di soldi sarebbe stato l’ultimo dei suoi
problemi. Aveva preso un asciugamano striminzito nella stanza da
bagno in fondo al corridoio e si era lavato velocemente. L’acqua era
abbastanza calda, ma lui si sentiva indifeso a stare accovacciato nella
vasca senza una serratura alla porta. Aveva asciugato i vestiti in
qualche modo, ma erano ancora umidi quando se li era rimessi
addosso.
Aveva passato quella no e sdraiato su un materasso so ile come
un foglio di carta, a fissare il soffi o e ad ascoltare i rumori della
pensione. Sul Canale di Geld le no i erano così silenziose che potevi
udire l’acqua lambire i fianchi della rimessa di barche. Ma lì avrebbe
potuto essere tranquillamente mezzogiorno. La musica si riversava
dentro la stanza dalla finestra lurida. La gente parlava, rideva,
sba eva le porte. La coppia nella camera sopra la sua stava litigando.
La coppia nella camera di so o stava facendo tu ’altro.
Wylan si era toccato con la punta delle dita i lividi sulla gola e
aveva pensato: “Vorrei suonare il campanello e farmi portare un tè”.
Fu quello il momento in cui aveva cominciato per davvero a farsi
prendere dal panico. Poteva essere più patetico di così? Suo padre
aveva tentato di farlo uccidere.
Aveva praticamente finito i soldi ed era coricato su una branda
che puzzava delle sostanze chimiche usate per liberare il materasso
dalle pulci. Avrebbe dovuto archite are un piano, magari tramare
una vende a, chiamare a raccolta il proprio ingegno e le proprie
risorse. E cosa stava facendo, invece? Stava esprimendo il desiderio
di suonare il campanello per farsi portare un tè. Se anche non era
stato felice nella casa paterna, di certo non aveva mai dovuto alzare
un dito. Aveva sempre avuto a disposizione servitori, pasti caldi,
vestiti puliti. Qualunque cosa fosse necessaria per sopravvivere nel
Barile, Wylan sapeva di non averla.
Mentre se ne stava disteso là, aveva cercato di dare una qualche
spiegazione a quant’era successo. Sicuramente quelli da incolpare
erano Miggson e Prior; suo padre non ne sapeva niente. O forse
Miggson e Prior avevano frainteso gli ordini di suo padre. Doveva
per forza essersi tra ato di un terribile errore. Wylan si era alzato e
aveva infilato una mano nella tasca umida del cappo o. I documenti
arrotolati per la scuola di musica di Belendt erano ancora lì.
Non appena aveva tirato fuori la busta spessa, aveva capito che
suo padre era colpevole. La busta era fradicia e puzzava di acqua di
canale, ma aveva conservato il suo colore originario. L’inchiostro
non era colato via dai presunti documenti al suo interno. Wylan
l’aveva aperta comunque. I fogli piegati erano rimasti incollati
insieme in un blocco umido, ma lui li aveva separati uno a uno.
Erano tu i bianchi. Suo padre non si era nemmeno preoccupato di
usare uno stratagemma convincente. Sapeva che suo figlio non
avrebbe tentato di leggere le carte. Sapeva che quel credulone di suo
figlio non avrebbe mai sospe ato che il padre gli mentisse. Patetico.
Era rimasto chiuso nella propria stanza per due giorni,
terrorizzato. Ma la terza ma ina era così affamato che l’odore delle
patate fri e che arrivava dalla strada lo aveva spinto a uscire. Ne
aveva comprato un cartoccio intero e le aveva ingollate con tale
voracità che si era bruciato la lingua. Poi si era costre o a fare una
passeggiata.
Aveva soldi sufficienti per tenersi la stanza solo un’altra
se imana, di meno se contava anche di mangiare. Doveva trovarsi
un lavoro, ma non sapeva da dove cominciare. Non era grosso o
p g
forte abbastanza per lavorare nei depositi o nei cantieri. E i mestieri
meno faticosi richiedevano che sapesse leggere. Magari a una bisca o
a una casa di piacere serviva un musicista? Aveva ancora il suo
flauto. Aveva camminato su e giù per lo Stave dell’Est e per le strade
laterali più illuminate. Quando aveva cominciato a imbrunire era
ritornato alla pensione, decisamente abba uto. L’uomo con la pipa
era ancora sui gradini, a fumare. Per quanto ne sapeva Wylan, non
aveva mai abbandonato quella postazione.
“Sto cercando lavoro” gli aveva de o Wylan. “Sa se c’è qualcuno
intenzionato ad assumere?”
L’uomo l’aveva sbirciato a raverso una nuvola di fumo. “Un
giovane pasticcino alla crema come te potrebbe fare dei gran bei
soldi sullo Stave dell’Ovest.”
“Un lavoro onesto.”
L’uomo era andato avanti a ridere finché non aveva preso a
tossire, ma alla fine aveva indirizzato Wylan a sud, alle concerie.
Veniva pagato una miseria per mescolare le tinture e pulire le
tinozze. Gli altri operai erano perlopiù donne e bambini, e qualche
ragazzo pelle e ossa come lui. Parlavano poco, troppo stanchi e
troppo malati a causa delle sostanze chimiche per fare altro se non
terminare il lavoro e incassare la paga. Non venivano loro forniti
guanti o maschere, e Wylan era piu osto sicuro che sarebbe morto
intossicato prima ancora di doversi preoccupare di dove andare con i
pochissimi soldi che stava guadagnando.
Un pomeriggio, Wylan aveva udito il capo tintore lamentarsi che
stavano perdendo galloni su galloni di colore, che evaporavano
perché le caldaie diventavano troppo calde. Stava imprecando per
via del costo che aveva sostenuto per farne aggiustare due e per il
fa o che non gli fosse servito granché.
Wylan aveva esitato, poi gli aveva suggerito di aggiungere nei
serbatoi l’acqua di mare.
“Perché diavolo dovrei farlo?” aveva de o il capo tintore.
“Farà salire il punto di ebollizione” aveva risposto Wylan,
domandandosi perché mai avesse pensato che fosse una buona idea
aprire la bocca. “I coloranti dovranno raggiungere una temperatura
più alta per bollire e lei ne sprecherà meno con l’evaporazione.
p p p p
Dovrà modificare leggermente la formula perché la soluzione salina
si accumulerà in fre a, e dovrà pulire i serbatoi più di frequente
perché il sale è corrosivo.”
Il capo tintore aveva semplicemente sputato un grumo di jurda
sul pavimento e fa o finta di niente. Ma la se imana successiva
avevano provato a me ere acqua di mare in uno dei serbatoi. Solo
pochi giorni dopo avevano versato una miscela di acqua di mare in
tu i i serbatoi, e poi il capo tintore aveva preso l’abitudine di andare
da Wylan per fargli delle domande. Come potevano evitare che il
colorante rosso intaccasse le pelli? Come potevano accorciare i tempi
di tra amento e asciugatura? Wylan poteva fare una resina che
impedisse ai colori di stingere?
La se imana a seguire Wylan era in piedi davanti alle tinozze con
la sua spatola di legno, stordito dai coloranti, gli occhi che
lacrimavano, a domandarsi se aiutare il capo tintore fosse un motivo
sufficiente per chiedere un aumento di stipendio, quando gli si era
avvicinato un ragazzo. Era alto, allampanato, la pelle molto scura
tipica degli Zemeni, e appariva ridicolmente fuori luogo al piano
delle tinture. Non soltanto per via del gilè a quadri color lime e dei
pantaloni gialli, ma perché sembrava trasudare piacere, come se non
ci fosse altro posto in cui volesse stare se non una conceria squallida
e puzzolente, come se fosse appena arrivato a una festa a cui non
vedeva l’ora di partecipare. Sebbene fosse magro, il suo corpo era
dotato di una specie di snodata disinvoltura. Al capo tintore di solito
non piaceva avere estranei in giro per il piano, ma non aveva de o
una parola a questo ragazzo con le rivoltelle appese ai fianchi, si era
limitato a inclinare rispe osamente il cappello e allontanarsi di
corsa.
Il primo pensiero di Wylan fu che questo ragazzo aveva le labbra
dalla forma più perfe a che avesse mai visto. Il secondo fu che suo
padre aveva mandato qualcun altro a ucciderlo. Aveva afferrato la
spatola. Il ragazzo gli avrebbe sparato alla luce del giorno? C’era
gente che faceva cose del genere?
Invece il ragazzo aveva de o: “Si mormora in giro che tu ci sappia
fare con la chimica”.
“Cosa? Io… sì. Un po’” era riuscito a dire Wylan.
p y
“Solo un po’?”
Wylan aveva avuto la sensazione che la risposta successiva
sarebbe stata di cruciale importanza. “Ho una certa esperienza.”
Aveva studiato scienze e matematica e vi si era dedicato con grande
diligenza, nella speranza di compensare in qualche modo i suoi altri
fallimenti.
Il ragazzo gli aveva allungato un foglie o di carta ripiegato.
“Allora questa sera, quando esci da qui, presentati a questo
indirizzo. Potremmo avere un lavoro per te.” Si era guardato in giro,
come se avesse notato solo in quel momento le tinozze e i lavoratori
pallidi che vi erano chini sopra. “Un lavoro vero.”
Wylan aveva fissato il pezzo di carta, sul quale le le ere non erano
che un garbuglio davanti ai suoi occhi. “Io… io non so dove sia.”
Il ragazzo aveva fa o un sospiro esasperato. “Non sei di qui,
vero?” Wylan aveva scrollato la testa. “D’accordo. Ti verrò a
prendere e ti ci porterò io, perché chiaramente non so cosa fare del
mio tempo e quindi cosa c’è di meglio che scortare un bel fiorellino
in giro per la ci à? Wylan, giusto?” Wylan annuì. “Wylan e poi?”
“Wylan… Hendriks.”
“Ne sai parecchio di bo i, Wylan Hendriks?”
“Bo i?”
“Roba che fa bum, che fa bang, che fa saltare in aria le cose.”
Wylan proprio non capiva che cosa intendesse, ma aveva la
sensazione che amme erlo sarebbe stato un grave errore.
“Certamente” aveva de o con tu a la sicurezza che era riuscito a
sfoderare.
Il ragazzo gli aveva scoccato un’occhiata sce ica. “Staremo a
vedere. Fa i trovare fuori da qui quando le campane suonano i sei
rintocchi. E niente pistole, a meno che tu non voglia guai.”
“No di certo.”
Il ragazzo aveva alzato al cielo gli occhi grigi e borbo ato: “Kaz
deve essere uscito di testa”.
Al sesto rintocco Jesper era venuto a prenderlo per
accompagnarlo in un negozio di esche del Barile. Lui era in
imbarazzo per via dei vestiti logori, ma erano gli unici che
possedeva, e la paura paralizzante che si tra asse solo di una
p p p
sofisticata trappola escogitata da suo padre lo aveva
abbondantemente distra o da ogni preoccupazione. Aveva
incontrato Kaz e Inej in una stanza sul retro del negozio di esche. I
due gli avevano de o che avevano bisogno di bombe luce e
possibilmente anche di qualcosa che facesse un po’ più il bo o. Lui
si era rifiutato.
Quella no e era tornato alla pensione e aveva trovato la prima
le era. Le uniche parole che aveva riconosciuto erano quelle che
componevano il nome del mi ente: Jan Van Eck.
Era rimasto sveglio tu a la no e, convinto che da un momento
all’altro Prior avrebbe sfondato la porta e gli avrebbe stre o il collo
con le sue mani carnose. Aveva pensato di scappare, ma i soldi che
aveva bastavano appena a pagare l’affi o, figuriamoci comprare un
biglie o per andare fuori ci à. E che speranze poteva offrirgli la
campagna? Nessuno lo avrebbe assunto a lavorare in una fa oria. Il
giorno dopo era andato a cercare Kaz e a realizzare la sua prima
carica esplosiva per gli Scarti. Sapeva che quello che stava facendo
era illegale, ma aveva guadagnato di più in quelle poche ore che in
una se imana alla conceria.
Le le ere del padre continuavano ad arrivare una volta la
se imana, a volte due. Wylan non sapeva cosa farsene. Erano
minacce? Prese in giro? Le ammucchiava so o il materasso e qualche
volta, di no e, credeva di sentire l’inchiostro filtrare tra le pagine
come un veleno nero, e risalire la branda per arrivare al suo cuore.
Ma, più passava il tempo e più lavorava per Kaz, meno aveva
paura. Si sarebbe guadagnato da vivere, se ne sarebbe andato dalla
ci à, e non avrebbe mai più pronunciato il nome di Van Eck. E se
suo padre avesse deciso di disfarsi di lui prima di quel momento,
Wylan non avrebbe potuto farci niente. I suoi vestiti erano logori e
consumati. Stava dimagrendo così tanto che dove e farsi dei buchi
nuovi alla cintura. Ma si sarebbe prostituito in uno dei bordelli dello
Stave dell’Ovest piu osto che implorare suo padre di avere pietà di
lui.
All’epoca non l’aveva capito, ma Kaz aveva sempre saputo quale
fosse la sua vera identità. Manisporche teneva d’occhio chiunque
andasse a vivere nel Barile, e aveva messo Wylan so o la protezione
y p
degli Scarti, certo che un giorno il figlio di un ricco mercante gli
sarebbe tornato utile.
Il ragazzo non si era fa o illusioni sul perché Kaz si fosse preso
cura di lui, ma sapeva anche che non sarebbe mai sopravvissuto così
a lungo senza il suo aiuto. E poi a Kaz non importava che lui non
sapesse leggere. Kaz e gli altri lo prendevano in giro, ma gli avevano
dato la possibilità di me ersi alla prova. Loro apprezzavano le cose
che lui sapeva fare, invece di punirlo per le cose che non sapeva fare.
Wylan aveva coltivato la speranza che Kaz avrebbe vendicato sua
madre per quello che le era stato fa o. Aveva confidato che, a
dispe o delle ricchezze e dell’influenza di suo padre, quella banda –
la sua banda – sarebbe stata all’altezza di competere con Jan Van Eck.
Eppure al momento suo padre stava per sbeffeggiarlo di nuovo.
Era mezzano e passata quando raggiunsero il quartiere
finanziario. Erano arrivati in una delle zone più ricche di Ke erdam,
non lontana dalla Borsa e dalla Stadhall. Qui si avvertiva di più la
presenza del padre, e Wylan si domandò perché mai Kaz li avesse
portati in quella parte della ci à.
Kaz li guidò in un vicolo, sul retro di una grande stru ura, dove
una porta era stata lasciata aperta, e si affacciarono nella tromba
delle scale costruita a orno a un enorme montacarichi di ferro. Vi
entrarono mentre Ro y rimase indietro, presumibilmente per
sorvegliare l’ingresso. Il cancello del montacarichi si chiuse
sferragliando e salirono per quindici piani, fino in cima all’edificio,
quindi sbucarono in un corridoio rivestito di legno laccato e dal
soffi o alto, color lavanda pallida.
“Siamo in un albergo” realizzò Wylan. “Quelli erano l’ingresso
riservato ai domestici e il montacarichi di servizio.”
Bussarono a una maestosa doppia porta bianca. Ad aprire venne
Colm Fahey, che indossava una lunga camicia da no e so o una
giacca da camera.
Erano al Geldrenner.
«Gli altri sono già dentro» disse con voce stanca.
Colm non fece loro domande, si limitò a indicare il bagno e si
versò una tazza di tè mentre loro lasciavano tracce di fango e
squallore sui tappeti viola. Quando Ma hias vide Nina, balzò via
dall’enorme divano color melanzana e la strinse tra le braccia.
«Non siamo riusciti a superare i posti di blocco alla Dolce Vena»
disse. «Ho temuto il peggio.»
Poi si abbracciarono tu i, e Wylan rimase sconvolto nel ritrovarsi
con gli occhi pieni di lacrime. Sba é le palpebre per ricacciarle
indietro. L’ultima cosa di cui aveva bisogno era che Jesper lo vedesse
piangere un’altra volta. Il tiratore scelto era ricoperto di fuliggine e
puzzava come un bosco in fiamme, ma aveva quel meraviglioso
sguardo luminoso che sembrava accendersi nei suoi occhi tu e le
volte che partecipava a uno scontro a fuoco. Tu o quello che voleva
Wylan era stargli vicino il più possibile e sapere che stava bene.
Finora non si era reso del tu o conto di quanto ci tenesse a lui.
Suo padre si sarebbe preso gioco di tu i loro: ladri e furfanti, un
soldato caduto in disgrazia, un giocatore d’azzardo che non sapeva
tenersi fuori dai debiti.
Ma loro erano stati i suoi primi amici, i suoi unici amici, e Wylan
sapeva che, anche se avesse potuto scegliere fra mille compagni,
avrebbe scelto loro.
Solamente Kaz se ne rimase in disparte, a fissare in silenzio fuori
dalla finestra le strade buie di so o.
«Kaz» disse Nina. «Tu potrai anche non essere felice che noi siamo
vivi, però noi sì, noi siamo felici che tu sia vivo. Vieni qui!»
«Lascialo stare» bisbigliò gentilmente Inej.
«Per tu i i Santi, Spe ro» disse Jesper. «Stai sanguinando.»
«Devo chiamare un medico?» domandò il padre di Jesper.
«No!» risposero tu i all’unisono.
«Ma certo che no» disse Colm. «Faccio portare del caffè?»
«Sì, grazie» rispose Nina.
Colm ordinò caffè, cialde e una bo iglia di brandy, e nell’a esa
Nina si fece dare una mano per cercare delle forbici con cui tagliare
gli asciugamani dell’albergo e ricavare delle bende. Dopo che ne
ebbero trovato un paio, portò Inej nella stanza da bagno per
controllarle le ferite.
Quando bussarono alla porta tu i si agitarono, ma era solo il loro
pasto. Colm accolse la cameriera e insiste e per prendere lui il
p p p
carrello, in modo che lei non vedesse gli strani ospiti radunati nelle
sue stanze. Non appena la porta si richiuse, Jesper saltò su per
aiutarlo con il carrello d’argento carico di cibo e di pia i di
porcellana così fine da essere quasi trasparente.
Wylan non aveva più mangiato in pia i come quelli da quando
aveva lasciato la casa paterna.
Notò che Jesper doveva indossare una delle camicie di Colm; gli
era troppo grande di spalle e troppo corta di maniche.
«Che posto è questo, comunque?» chiese Wylan, guardandosi
a orno nello stanzone decorato quasi per intero di viola.
«La suite di Ke erdam, credo» disse Colm, e si gra ò la nuca. «È
di gran lunga più bella della camera che avevo alla locanda del
quartiere universitario.»
Nina e Inej uscirono dal bagno. Nina si riempì un pia o di cibo e
sprofondò nel divano accanto a Ma hias. Piegò una delle cialde in
due e le diede un morso gigante, muovendo le dita dei piedi per la
felicità.
«Mi dispiace, Ma hias» disse con la bocca piena. «Ho deciso di
scappare via con il padre di Jesper. Mi garantisce le delizie alle quali
mi sono abituata.»
Inej si era tolta la casacca e indossava soltanto il gilè imbo ito che
le lasciava scoperte le braccia color bronzo. Aveva pezzi di
asciugamano avvolti a orno a una spalla, a entrambi gli avambracci,
alla coscia destra e allo stinco sinistro.
«Che cosa ti è successo esa amente?» le chiese Jesper mentre
porgeva a suo padre una tazza di caffè posata su un delicato
pia ino.
Inej si rannicchiò in una poltrona accanto a dove si era seduto
Kuwei, sul pavimento. «Ho fa o una nuova conoscenza.»
Jesper si allungò su un sofà e Wylan prese l’altra poltrona,
tenendo un pia o di cialde in equilibrio sulle ginocchia. Nella sala
da pranzo della suite c’era un tavolo in o imo stato, completo di
sedie, ma evidentemente nessuno era interessato. Soltanto Colm si
era seduto lì con il caffè e la bo iglia di brandy. Kaz rimase alla
finestra e Wylan si domandò cosa vedesse, al di là del vetro, di così
coinvolgente.
g
«Quindi» disse Jesper, aggiungendo dello zucchero al caffè. «A
parte le nuove amicizie di Inej, cosa diavolo è successo là fuori?»
«Vediamo» disse Nina. «Inej si è fa a venti piani in caduta libera.»
«Io e Kaz abbiamo creato un buco di notevoli dimensioni nel
soffi o della sala da pranzo di mio padre» bu ò lì Wylan.
«Nina può far risorgere i morti» disse Inej.
La tazza di Ma hias traballò sul pia ino, che appariva ridicolo
nelle sue manone.
«Non so farli risorgere. Voglio dire, si alzano, ma non è come se
tornassero in vita. Non penso. Non ne sono del tu o certa.»
«Sei seria?» le domandò Jesper.
Inej annuì. «Non so spiegarlo, ma è quello che ho visto.»
Ma hias sollevò un sopracciglio. «Quando eravamo nel quartiere
Ravkiano, sei stata in grado di chiamare a raccolta quei pezzi di
ossa.»
Jesper bevve un sorso di caffè. «E cosa mi dici della casa sul lago?
Stavi guidando quella polvere?»
«Quale polvere?» chiese Inej.
«Non ha soltanto fa o fuori una guardia. L’ha soffocata con una
nuvola di polvere.»
«C’è un cimitero di famiglia accanto alla casa sul lago degli
Hendriks» disse Wylan, ricordando il terreno recintato che confinava
con il muro a ovest. «E se la polvere fosse stata… be’… ossa? Resti di
persone?»
Nina mise giù il pia o. «Quanto basta per farmi quasi perdere
l’appetito.» Lo ritirò su. «Quasi.»
«Ecco perché tu chiesto se parem cambia potere Grisha» disse
Kuwei a Ma hias.
Nina lo guardò. «Può farlo?»
«Non so. Hai preso droga solo una volta. Sei sopravvissuta
astinenza. Sei cosa rara.»
«Che fortuna che ho.»
«Che c’è di male?» domandò Ma hias.
Nina raccolse le poche briciole che aveva in grembo e le rimise nel
pia o. «Per citare un ammasso di muscoli grande, grosso e biondo, è
contro natura.» La voce aveva perso il suo allegro calore. Sembrava
triste.
«Forse no» disse Ma hias. «I Corporalki non sono forse conosciuti
come l’Ordine dei Vivi e dei Morti?»
«Non è così che dovrebbe funzionare il potere Grisha.»
«Nina» disse Inej gentilmente. «La parem ti ha condo a sull’orlo
della morte. Forse sei tornata portandoti dietro qualcosa.»
«Bella schifezza di souvenir.»
«O forse Djel ha spento una luce e ne ha accesa un’altra» disse
Ma hias.
Lei lo guardò di sbieco. «Hai preso un colpo in testa?»
Lui allungò una mano e prese quella di Nina. Wylan si sentì
all’improvviso come se si stesse immischiando in una questione
privata. «Sono contento che tu sia viva» le disse.
«Sono contento che tu sia accanto a me. Sono contento che tu stia
mangiando.»
Lei posò una mano sulla sua spalla. «Tu sei più buono delle
cialde, Ma hias Helvar.»
Un sorrisino curvò all’insù le labbra del Fjerdiano. «Non diciamo
cose a cui non crediamo, amore mio.»
Ci fu un leggero bussare alla porta. Tu i presero le armi,
all’istante. Colm rimase fermo immobile sulla sedia.
Kaz gli fece cenno di restare dov’era, si avvicinò silenziosamente
alla porta e sbirciò nello spioncino. «È Specht» disse.
Tu i si rilassarono e Kaz aprì la porta.
Guardarono in silenzio Kaz e Specht che si scambiavano bisbigli
preoccupati; poi Specht fece segno di sì con la testa e sparì per
tornare al montacarichi.
«È possibile accedere alla torre dell’orologio da questo piano?»
chiese Kaz a Colm.
«Alla fine del corridoio» disse il padre di Jesper. «Io non ci sono
salito. Le scale sono ripide.»
Senza dire una parola, Kaz era già sparito. Si guardarono tu i l’un
l’altro per un istante e poi lo seguirono, passando in fila indiana
davanti a Colm, che li guardava andare via con occhi stanchi.
Mentre percorrevano il corridoio, Wylan si rese conto che tu o il
piano era occupato dalla lussuosa suite di Ke erdam. Se stava per
morire, pensò, non sarebbe stato il posto peggiore dove passare
l’ultima no e che gli restava.
A uno a uno, si arrampicarono per una scala a chiocciola in ferro
fino alla torre dell’orologio e sbucarono da una botola. La stanza in
cima era grande e fredda, occupata quasi per intero dagli ingranaggi
di un enorme orologio. I qua ro quadranti si affacciavano su
Ke erdam e sul cielo grigio dell’alba.
A sud, dall’Isola del Velo Nero si levava un pennacchio di fumo.
Guardando a nord-est, Wylan vedeva il Canale di Geld, le barche dei
vigili del fuoco e la stadwatch che circondava l’area a orno alla casa
di suo padre. Gli tornò in mente l’espressione scioccata sul viso del
padre quando erano a errati nel bel mezzo del tavolo da pranzo. Se
non fosse stato così terrorizzato, avrebbe potuto scoppiare a ridere. È
la vergogna che divora gli uomini. Se solo avessero dato alle fiamme il
resto della casa.
In lontananza, i porti brulicavano di barche e carri della
stadwatch. La ci à era ricoperta di macchie viola, il colore della
stadwatch, come se si fosse presa una mala ia.
«Specht dice che hanno chiuso i porti e interro o le corse dei
traghe i» li informò Kaz. «Stanno blindando la ci à. Nessuno potrà
più entrare o uscire.»
«Ke erdam non glielo consentirà» disse Inej. «La gente si
ribellerà.»
«Non daranno la colpa a Van Eck.»
A Wylan venne da vomitare. «Daranno la colpa a noi.»
Jesper scrollò la testa. «Anche se hanno piazzato per le strade tu i
i soldati della stadwatch, non hanno uomini a sufficienza per
chiudere a chiave la ci à e me ersi alla nostra ricerca.»
«Non li hanno?» disse Kaz. «Guarda meglio.»
Jesper si avvicinò alla finestra che dava a ovest, quella a cui era
affacciato Kaz. «Per tu i i Santi e per tua zia Eva» disse tra enendo il
respiro.
«Che cos’è?» domandò Wylan mentre sbirciavano al di là del
vetro.
Una folla si stava spostando a est dal Barile passando per il
quartiere di Zelver.
«È un assalto?» chiese Inej.
«Sembra più una parata» disse Kaz.
«Perché la stadwatch non li ferma?» chiese Wylan mentre la
fiumana di gente andava senza impedimenti da un ponte all’altro e
penetrava ogni barricata. «Perché gli perme ono di passare?»
«Probabilmente perché glielo ha de o tuo padre» rispose Kaz.
Quando l’orda si fece più vicina, Wylan udì cantare, scandire
slogan e picchiare sui tamburi. Sembrava davvero una parata. La
folla si riversò sul Canale di Zelver, defluì oltre l’albergo e si fece
strada verso la piazza di fronte alla Borsa. Wylan riconobbe la banda
di Pekka Rollins alla guida della sfilata. Chiunque vi fosse lì davanti,
indossava una pelle di leone e aveva una finta corona d’oro cucita
sulla testa della fiera.
«I Becchi di Rasoio» disse Inej, indicando dietro i Centesimi di
Leone. «E là ci sono gli Scoperchiati.»
«I Segugi di Harley» disse Jesper. «Le Punte Nere.»
«Ci sono tu i» disse Kaz.
«Perché hanno fasce viola?» chiese Kuwei. «Che cosa vuole dire?»
Tu i i partecipanti alla sfilata che si svolgeva di so o portavano
una fasce a di stoffa viola a orno al braccio sinistro, nella parte
superiore.
«Agiscono per conto della stadwatch» disse Kaz. «Specht sostiene
che c’è stato un passaparola in tu o il Barile. La buona notizia è che
ora ci vogliono vivi, anche Ma hias. La ca iva è che hanno messo
una taglia sui gemelli Shu con cui stiamo viaggiando, per cui ora
anche le facce di Kuwei e di Wylan stanno decorando i muri della
ci à.»
«E il vostro Consiglio dei Mercanti sta autorizzando tu o
questo?» disse Ma hias. «E se iniziassero a razziare in giro o ci fosse
una sommossa?»
«Non accadrà. Rollins sa cosa sta facendo. Se la stadwatch avesse
provato a blindare il Barile, le bande si sarebbero rivoltate contro la
polizia. Ora invece sono tu i dalla parte della legge, e Van Eck ha
due eserciti. E ci sta inchiodando.»
Inej fece un respiro profondo.
«Cosa succede?» chiese Wylan ma, quando guardò giù verso la
piazza, lo capì. Era comparso l’ultimo gruppo, quello che chiudeva
la parata. Alla guida c’era un vecchio che portava un cappello con la
piuma, e tu i quelli che ne facevano parte stavano gracchiando a
squarciagola… come corvi. Erano gli Scarti, la banda di Kaz. Si erano
messi contro di lui.
Jesper sferrò un pugno contro il muro. «Quegli stronzi ingrati.»
Kaz non disse nulla, si limitò a guardare la folla transitare davanti
all’albergo, le bande divise in sciami colorati che si urlavano insulti
l’un l’altra ed esultavano come se fosse una specie di vacanza. Anche
dopo che furono spariti, i loro cori rimasero sospesi nell’aria. Forse
avrebbero marciato per tu a la strada fino alla Stadhall.
«Cosa succede adesso?» domandò Kuwei.
«Verremo braccati da ogni soldato della stadwatch e da ogni
criminale della ci à finché non ci troveranno» disse Kaz. «Non c’è
modo, ormai, di uscire da Ke erdam. Certamente non con te al
seguito.»
«E se noi aspe are?» chiese Kuwei. «Qua? Con signor Fahey?»
«Aspe are cosa?» disse Kaz. «Che qualcuno ci venga a salvare?»
Jesper appoggiò la testa contro il vetro. «Mio padre. Prenderanno
anche lui. Verrà accusato di aver nascosto dei fuggitivi.»
«No» disse Kuwei all’improvviso. «No. Date me a Van Eck.»
«Assolutamente no!» esclamò Nina.
Il ragazzo, bruscamente, fende e l’aria con la mano. «Voi salvato
me da Fjerdiani. Se non facciamo una qualche cosa, loro ca urano
me lo stesso.»
«Quindi è stato tu o inutile?» chiese Wylan, sorpreso dalla sua
stessa rabbia. «I pericoli che abbiamo corso? Il colpo che abbiamo
messo a segno alla Corte di Ghiaccio? Tu o quello che Inej e Nina
hanno patito per portarci fuori?»
«Però se io consegno me a Van Eck, il resto di voi potete andare
liberi» insiste e Kuwei.
«Non funziona così, ragazzino» disse Jesper. «Pekka ha
l’occasione di far fuori Kaz con tu o il sostegno del Barile, e sicuro
come l’oro Van Eck non ha nessuna intenzione di farci scorrazzare in
giro liberi e belli, non adesso che sa quello di cui siamo a
conoscenza. Non riguarda più soltanto te.»
Kuwei emise un gemito di sconforto, si lasciò cadere addosso al
muro e scoccò un’occhiata malevola a Nina. «Dovevi uccidere me a
Corte di Ghiaccio.»
Nina fece spallucce. «Ma poi Kaz avrebbe ucciso me e Ma hias
avrebbe ucciso Kaz e sarebbe diventato tu o un casino.»
«Non riesco a credere che siamo evasi dalla Corte di Ghiaccio per
finire intrappolati nella nostra ci à» disse Wylan. Non gli sembrava
giusto.
«Già» commentò Jesper. «Siamo proprio fri i.»
Kaz tracciò un cerchio sul vetro della finestra con un dito
guantato. «Non proprio» disse. «Posso fare in modo che la stadwatch
si ritiri.»
«No» disse Inej.
«Mi costituirò.»
«Ma Kuwei…» cominciò Nina.
«La stadwatch non sa niente di Kuwei. Loro pensano di cercare
Wylan. Gli dirò che Wylan è morto. Gli dirò che l’ho ucciso.»
«Sei fuori di testa?» disse Jesper.
«Kaz» disse Inej. «Ti manderanno sulla forca.»
«Dovranno prima processarmi.»
«Marcirai in prigione prima che succeda» intervenne Ma hias.
«Van Eck non ti perme erà di parlare in un’aula di tribunale.»
«Pensi sul serio che abbiano costruito una cella capace di tenermi
dentro?»
«Van Eck sa bene quanto sei abile con le serrature» si stizzì Inej.
«Morirai prima ancora di raggiungere il carcere.»
«È ridicolo» disse Jesper. «Non ti immolerai per noi. Nessuno lo
farà. Ci separeremo. Ce ne andremo a coppie, troveremo il modo di
superare i posti di blocco e ci nasconderemo da qualche parte in
campagna.»
«Questa è la mia ci à» disse Kaz. «Non me ne andrò con la coda
tra le gambe.»
Jesper si lasciò scappare un ringhio di frustrazione. «Se questa è la
tua ci à, che cosa ne è rimasto? Hai rinunciato alle tue azioni del
Club dei Corvi e di Quinto Porto. Non hai più una banda. Anche se
tu riuscissi a evadere di prigione, Van Eck e Rollins ti aizzeranno
contro la stadwatch e mezzo Barile, di nuovo. Non puoi comba erli
tu i.»
«Stai a vedere.»
«Dannazione, Kaz. Che cosa mi dici sempre? Tieniti lontano dalle
mani perdenti.»
«Vi sto offrendo una via d’uscita. Prendetela.»
«Perché ci stai tra ando come un branco di stronzi codardi?»
«Sei tu quello che si sta preparando a darsela a gambe, Jesper.
Vuoi che io scappi con te in modo da non vivertela troppo male. Ami
tanto gli scontri, eppure sei sempre il primo a parlare di andare a
nascondersi.»
«Perché io voglio rimanere vivo.»
«Per quale motivo?» disse Kaz, con gli occhi che gli scintillavano.
«Per farti un’altra mano ai tavoli da gioco? Per trovare un altro modo
di deludere tuo padre e amareggiare i tuoi amici? Hai de o a tuo
padre che è per colpa tua se perderà la sua fa oria? Hai de o a Inej
che è per colpa tua se è quasi morta pugnalata da Oomen? Che
siamo quasi morti tu i?»
Jesper abbassò le spalle ma non arretrò. «Ho fa o un errore. Ho
permesso che la parte peggiore di me prevalesse su quella migliore,
ma per l’amore di tu i i Santi, Kaz, andrai avanti a lungo a farmi
pagare il tuo straccio di perdono?»
«Secondo te che aspe o ha il mio perdono, Jordie?»
«Chi diavolo è Jordie?»
Per un brevissimo istante, il viso di Kaz si afflosciò e lo sguardo
nei suoi occhi neri si fece confuso, quasi terrorizzato – e poi sparì,
così veloce che Wylan si chiese se l’avesse solo immaginato.
«Che cosa vuoi da me?» ringhiò Kaz, l’espressione altre anto
chiusa, altre anto crudele di sempre. «La mia fiducia? Ce l’avevi, e
l’hai fa a a pezzi perché non sei stato capace di tenere la bocca
chiusa.»
«Una volta sola. In quante occasioni ti ho coperto le spalle in uno
scontro? E l’ho fa a giusta? Non contano niente?» Jesper alzò le
mani. «Non posso vincere con te. Nessuno può.»
p p
«Questo è vero. Non puoi vincere. Pensi di essere un giocatore ma
sei un perdente nato. Risse. Carte. Ragazzi. Ragazze. Continui a
giocare finché non perdi, e allora per una volta nella vita, prendi e
va ene.»
Jesper colpì per primo. Kaz scartò a destra e a quel punto si
ritrovarono a lo are avvinghiati. Andarono a schiantarsi contro il
muro, sba erono le teste, si separarono a suon di prese e cazzo i.
Wylan si girò verso Inej; si aspe ava che protestasse, che Ma hias
li separasse, che qualcuno facesse qualcosa, ma gli altri si limitarono
ad arretrare e a fare spazio. Soltanto Kuwei dava segni di una
qualche ansia.
Jesper e Kaz girarono intorno, finirono addosso agli ingranaggi
dell’orologio e si raddrizzarono. Non era un comba imento, era una
zuffa: sgraziata, un groviglio di gomiti e pugni.
«Per Ghezen e le sue opere, qualcuno li fermi!» disse Wylan
disperato.
«Jesper non gli ha sparato» disse Nina.
«Kaz non sta usando il bastone» replicò Inej.
«Perché secondo voi non possono ammazzarsi l’un l’altro a mani
nude?»
Stavano sanguinando tu i e due – Jesper da un taglio al labbro e
Kaz da un punto vicino al sopracciglio. Jesper aveva la camicia per
metà sopra la testa e una delle maniche di Kaz era strappata lungo la
cucitura.
La botola si aprì e spuntò la testa di Colm Fahey. Le guance
rubiconde gli diventarono ancora più rosse.
«Jesper Llewellyn Fahey, adesso basta!» ruggì.
Jesper e Kaz sobbalzarono entrambi per la sorpresa, e poi,
scioccando Wylan, si allontanarono di un passo l’uno dall’altro con
sguardo colpevole.
«Cosa succede qui?» disse Colm. «Pensavo che foste amici.»
Jesper si portò una mano alla nuca e aveva l’aria di voler sparire
tra le assi del pavimento. «Noi… ehm… abbiamo avuto una
discussione.»
«Questo lo vedo. Finora sono stato paziente, Jesper, ma sono
arrivato al limite. Vedi di scendere prima che arrivi a dieci o te ne do
p
così tante che non ti siedi per due se imane.»
La testa di Colm sparì giù per le scale. Il silenzio si protrasse.
Poi Nina ridacchiò. «Sei in guai seri.»
Jesper la guardò storto. «Ma hias, Nina si è fa a palpeggiare il
sedere da Cornelis Smeet.»
Nina smise di ridere. «Ti capovolgerò i denti.»
«È fisicamente impossibile.»
«Ho appena resuscitato dei morti. Vuoi veramente me erti a
discutere con me?»
Inej inclinò la testa di lato. «Jesper Llewellyn Fahey?»
«Zi a» disse Jesper. «È un nome di famiglia.»
Inej fece un solenne inchino. «Ma certo, Llewellyn.»
«Kaz?» disse Jesper, esitante.
Ma Kaz stava guardando nel vuoto. Wylan conosceva quello
sguardo.
«È la faccia che fa…?» iniziò Wylan.
«… quando trama qualcosa?» concluse Jesper.
Ma hias annuì. «Potete giurarci.»
«So come fare» disse Kaz lentamente. «Come portar fuori Kuwei,
come portar fuori i Grisha, come avere i nostri soldi, come
sconfiggere Van Eck e come far raccogliere a quel figlio di pu ana di
Pekka Rollins tu o quello che ha seminato.»
Nina sollevò un sopracciglio. «Tu o qua?»
«Come?» chiese Inej.
«Finora abbiamo giocato al gioco di Van Eck. Ci siamo nascosti. È
ora di finirla. Organizzeremo una piccola asta. Davanti a tu i.» Si
girò per guardarli in faccia, con gli occhi che brillavano opachi e neri
come quelli di uno squalo. «E dal momento che Kuwei è così
entusiasta di sacrificarsi, sarà lui la posta in gioco.»
PARTE QUINTA
RE E REGINE
24
JESPER

Jesper si fermò ai piedi della scala di ferro e cercò di sistemarsi la


camicia e asciugarsi il sangue dal labbro, per quanto a quel punto
non avrebbe fa o nessuna differenza anche se si fosse presentato in
mutande. Suo padre non era stupido, e quella ridicola storiella che
Wylan si era inventato per coprire i suoi sbagli si era logorata più in
fre a di un abito a buon mercato. Suo padre aveva visto le loro ferite
e aveva sentito i loro piani raffazzonati. Aveva capito che non erano
studenti o vi ime di una truffa. E adesso?
“Chiudi gli occhi e spera che il plotone d’esecuzione abbia una
buona mira” pensò affranto.
«Jesper.»
Si voltò. Inej era proprio dietro di lui. Non l’aveva sentita
avvicinarsi, ma quella non era una novità. “Hai de o a Inej che è per
colpa tua se è quasi morta pugnalata da Oomen?” Bene, quella
ma ina si sarebbe profuso in un bel po’ di scuse. Meglio darsi da
fare.
«Inej, mi dispiace…»
«Non sono venuta a sentire le tue scuse, Jesper. Tu hai un punto
debole. Tu i abbiamo i nostri punti deboli.»
«Il tuo qual è?»
«La gente che frequento» disse lei con un sorrisino.
«Non sai neanche cos’ho fa o.»
«Allora dimmelo tu.»
Jesper si guardò le scarpe. Erano graffiate e consumate. «Ero
indebitato fino al collo con Pekka Rollins. Un sacco di kruge. I suoi
sgherri mi stavano me endo pressione, così io… io gli ho de o che
stavo lasciando la ci à, e che stavo per fare un colpaccio. Non ho
parlato della Corte di Ghiaccio, giuro.»
p g
«Ma è bastato perché Rollins me esse insieme i pezzi e ci tendesse
un agguato.» Inej sospirò. «E Kaz ti sta punendo da allora.»
Jesper scrollò le spalle. «Mi sa che me lo merito.»
«Lo sai che i Suli non hanno una parola per dire “scusa”?»
«E cosa dite quando pestate i piedi a qualcuno?»
«Io non pesto i piedi a nessuno.»
«Hai capito cosa intendo.»
«Non diciamo niente. Noi sappiamo che lo sgarbo non è stato
fa o apposta. Viviamo in ambienti stre i, viaggiamo tu i assieme.
Non c’è tempo per scusarsi di continuo per il fa o di esistere. Però
quando qualcuno fa qualcosa di sbagliato, quando comme iamo
degli errori, noi non diciamo che ci dispiace. Noi giuriamo di
rimediare.»
«Rimedierò.»
«Mati en sheva yela. Questa azione non avrà eco. Significa che non
ripeteremo gli stessi errori, che non continueremo ad arrecare
danni.»
«Non ho intenzione di farti pugnalare un’altra volta.»
«Io sono stata pugnalata perché ho abbassato la guardia. Tu hai
tradito la tua banda.»
«Non intendevo…»
«Sarebbe stato meglio se tu avessi voluto tradirci. Jesper, non
voglio le tue scuse, non finché non giuri che sme erai di fare lo
stesso errore.»
Lui si dondolò leggermente sui talloni. «Non so come si fa.»
«C’è una ferita dentro di te, e i tavoli da gioco, i dadi, le carte…
sembrano medicine. Ti danno sollievo, ti fanno star bene per un po’.
Invece sono veleno, Jesper. E tu e le volte che giochi ne bevi un altro
sorso. Devi trovare un modo diverso per guarire quella parte di te.»
Gli posò la mano sul pe o. «Sme ila di tra are il tuo dolore come se
fosse immaginario. Quando inizierai a vedere che la ferita è reale,
potrai guarirla.»
Una ferita? Aprì la bocca per negare, ma qualcosa lo fermò.
Considerati tu i i pericoli che aveva corso ai tavoli da gioco e non
solo, Jesper si era sempre ritenuto fortunato. Felice, scanzonato. Il
classico tipo che alla gente piace avere intorno. Ma se per tu o il
p g p p
tempo avesse bluffato? Arrabbiato e terrorizzato: è così che lo aveva
chiamato il Fjerdiano. E se Ma hias e Inej avessero visto in Jesper
cose che lui non aveva mai compreso?
«Ci… ci proverò.» Era il massimo che potesse offrirle al momento.
Le prese la mano e vi posò un bacio. «Potrebbe volerci un po’ prima
che io sia in grado di dire quelle parole.» Piegò le labbra in un
sorriso. «E non solo perché non parlo il Suli.»
«Lo so» disse lei. «Ma pensaci sopra.» Guardò verso il salo o.
«Digli semplicemente la verità, Jesper. Sarete entrambi contenti di
sapere da che parte stai.»
«Tu e le volte che penso di farlo, mi viene voglia di bu armi giù
da una finestra.» Esitò. «Tu diresti la verità ai tuoi genitori? Gli
racconteresti tu o quello che hai fa o… tu o quello che ti è
successo?»
«Non lo so» ammise Inej. «Ma darei qualunque cosa per averne la
possibilità.»

Jesper trovò il padre nel salo o viola con una tazza di caffè tra le
manone. Aveva ammucchiato i pia i sul vassoio d’argento.
«Non devi rasse are per noi, pa’.»
«Qualcuno deve pur farlo.» Bevve un sorso di caffè. «Siediti,
Jesper.»
Jesper non voleva sedersi. Il suo corpo era invaso da quella
sensazione di prurito inestinguibile. Tu o ciò che voleva fare era
correre dri o al Barile alla velocità con cui le gambe fossero riuscite a
portarlo e scaraventarsi nella prima bisca che avesse incontrato. Se
non avesse pensato che sarebbe stato arrestato prima di arrivare a
metà strada, avrebbe potuto benissimo farlo. Si sede e. Inej aveva
lasciato sul tavolo le fiale e inutilizzate di tonchio chimico. Ne prese
una e si mise a giocherellare col tappo.
Suo padre si appoggiò allo schienale a osservarlo con quei severi
occhi grigi. Alla luce chiara del ma ino, Jesper gli vide ogni ruga e
ogni lentiggine sul viso.
«Non c’è stata nessuna truffa, vero? Quel ragazzo Shu ha mentito
per te. Tu i hanno mentito.»
Jesper intrecciò le mani per impedire loro di muoversi di
continuo. Sarete entrambi contenti di sapere da che parte stai. Jesper non
era certo che fosse vero, ma non aveva altre opzioni. «Ci sono state
tante truffe, ma perlopiù io stavo dalla parte di chi truffava. Tanti
scontri, e perlopiù stavo dalla parte di chi vinceva. Tante partite a
carte.» Abbassò lo sguardo sulle lune e bianche delle unghie. «E
perlopiù stavo dalla parte di chi perdeva.»
«Il prestito che ho fa o e che ti ho dato per i tuoi studi?»
«Mi sono indebitato con la gente sbagliata. Ho perso ai tavoli da
gioco e ho continuato a perdere, per cui ho iniziato a chiedere soldi
in prestito. Pensavo di riuscire a trovare un modo per tirarmene
fuori.»
«Perché non ti sei fermato e basta?»
Jesper aveva voglia di ridere. Aveva supplicato se stesso di
sme ere, aveva urlato a se stesso di sme ere. «Non funziona così.»
C’è una ferita dentro di te. «Non per me. Non so perché.»
Colm si toccò la gobba del naso. Sembrava così stanco,
quest’uomo che poteva lavorare da quando il sole si alzava a quando
calava senza mai lamentarsi. «Non avrei dovuto lasciarti andar via
da casa.»
«Pa’…»
«Sapevo che non eri fa o per la fa oria. Volevo che avessi
qualcosa di meglio.»
«Perché allora non mi hai mandato a Ravka?» disse Jesper prima
di rifle ere.
Colm rovesciò il caffè fuori dalla tazza. «Era escluso.»
«Perché?»
«Perché avrei dovuto mandare mio figlio in un paese straniero a
comba ere e a morire per una guerra altrui?»
Un ricordo affiorò nella testa di Jesper, potente come il calcio di
un mulo. L’uomo impolverato era di nuovo davanti alla porta. C’era
la ragazza con lui, la ragazza che era vissuta perché la madre di
Jesper era morta. L’uomo voleva che Jesper andasse con loro.
“Leoni è una zowa. Anche lei ha il dono” aveva de o. “Ci sono
insegnanti a ovest, oltre la frontiera. Potrebbero addestrarli.”
“Jesper non ce l’ha” aveva de o Colm.
p
“Ma sua madre…”
“Lui non ce l’ha. E tu non hai nessun diri o di venire qui.”
“Sei sicuro? È stato messo alla prova?”
“Torna su questa terra e lo prenderò come un invito a piazzarti
una pallo ola tra gli occhi. Va ene e porta questa ragazza via con te.
Qui nessuno ha il dono e qui nessuno lo vuole.”
E aveva sba uto la porta in faccia all’uomo impolverato.
Jesper ricordò che il padre era rimasto in piedi a fare respiri
profondi.
“Cosa volevano, pa’?”
“Niente.»
“Io sono uno zowa?” aveva chiesto Jesper. “Sono un Grisha?”
“Non pronunciare quelle parole in questa casa. Mai più.”
“Ma…”
“È stata quella roba a uccidere tua madre, lo capisci? È stata
quella roba a portarcela via.” La voce di suo padre era feroce, gli
occhi grigi duri come il quarzo. “Non perme erò che porti via anche
te.” Poi aveva abbassato le spalle. E come se le parole gli fossero state
cavate a forza, aveva de o: “Vuoi andare con loro? Puoi farlo. Se è
quello che vuoi. Non mi arrabbierò”.
Jesper aveva dieci anni. Aveva pensato a suo padre da solo nella
fa oria, che ogni giorno tornava a una casa vuota, che ogni sera si
sedeva al tavolo e non c’era nessuno a fargli i bisco i bruciati. “No”
aveva risposto. “Non voglio andare con loro. Voglio restare con te.”
Adesso si alzò dalla sedia, incapace di rimanere fermo più a
lungo, e si mise a fare avanti e indietro nella stanza. Gli sembrava di
non respirare. Non poteva più stare lì. Il cuore gli faceva male. La
testa gli faceva male. Senso di colpa e affe o e risentimento gli si
erano tu i aggrovigliati nello stomaco, e ogni volta che cercava di
sciogliere il nodo, lo stringeva ancora di più. Si vergognava del
casino che aveva combinato, dei problemi che aveva presentato alla
porta di suo padre. Ma era anche arrabbiato. Però come poteva
essere arrabbiato con suo padre? La persona che lo amava di più al
mondo, che aveva lavorato duro per dargli tu o quello che
possedeva, la persona per cui lui non avrebbe esitato un istante a
farsi sparare addosso?
p
Questa azione non avrà eco. «Troverò… troverò il modo di
rimediare, pa’. Voglio diventare una persona migliore, un figlio
migliore.»
«Non ti ho cresciuto per vederti diventare un giocatore d’azzardo.
E di certo non ti ho cresciuto per vederti diventare un criminale.»
Jesper si lasciò scappare una risata amara. «Ti voglio bene, pa’. Ti
voglio bene con tu o il mio cuore bugiardo, ladro e inutile, ma sì,
l’hai fa o.»
«Che cosa?» farfugliò Colm.
«Tu mi hai insegnato a mentire.»
«Per tenerti al sicuro.»
Jesper scrollò la testa. «Avevo un dono. Avresti dovuto
perme ermi di usarlo.»
Colm colpì il tavolo con un pugno. «Non è un dono. È una
maledizione. Ti avrebbe ucciso come ha ucciso tua madre.»
Tu a la verità, nient’altro che la verità. Jesper si avvicinò a grandi
passi alla porta. Se non se ne fosse andato da quel posto, sarebbe
schizzato fuori dalla propria pelle. «Sto morendo comunque, pa’.
Solo che lo sto facendo lentamente.»

Jesper a raversò ad ampie falcate il corridoio. Non sapeva dove


andare o cosa fare con se stesso. Vai al Barile. Rimani fuori dagli Stave.
C’è una partita da giocare da qualche parte, basta che non ti fai notare.
Come no, uno Zemeni alto come un albero non del tu o privo di
ambizioni e con una taglia sulla testa non si sarebbe notato affa o.
Gli tornò in mente cos’aveva de o Kuwei dei Grisha: quelli che non
usavano il proprio potere diventavano stanchi e malati. Lui non era
malato fisicamente, vero. Ma se aveva ragione Ma hias e lui avesse
un tipo diverso di mala ia? E se era a quel potere dentro di lui che
piaceva saltellare in giro alla ricerca di un posto in cui andare?
Varcò una porta aperta, poi tornò indietro. Wylan era seduto
davanti a un pianoforte laccato di bianco piazzato in un angolo e
stava suonando una nota solitaria, svogliatamente.
«Mi piace» gli disse. «Ha un o imo ritmo… ci puoi ballare sopra.»
Wylan sollevò lo sguardo e lui entrò nella stanza, le mani che gli
si agitavano irrequiete ai fianchi. Fece il giro, osservando tu i i
g q g
mobili: la carta da parati di seta viola costellata di pesci d’argento, i
candelabri d’argento, un armadie o pieno di navi in vetro soffiato.
«Per tu i i Santi, questo posto è orrendo.»
Wylan fece spallucce e suonò un’altra nota. Jesper si appoggiò al
pianoforte. «Vuoi uscire da qui?»
Wylan sollevò lo sguardo su di lui, interrogativo. Annuì.
Jesper gli si fece un po’ più vicino. «Davvero?»
L’altro sostenne il suo sguardo. L’aria che c’era nella stanza
sembrò cambiare, come se all’improvviso fosse diventata
infiammabile.
Wylan si alzò dallo sgabello davanti al pianoforte. Fece un passo
verso Jesper. I suoi occhi erano di un color oro chiaro e luminoso,
come il sole guardato a raverso il miele. A Jesper mancavano il blu
dei suoi occhi, le lunghe ciglia, la massa di riccioli. Ma visto che al
mercantuccio toccava essere avvolto in un’altra confezione, Jesper
doveva amme ere che questa gli piaceva parecchio. E poi aveva una
qualche importanza quando Wylan lo stava guardando a quel
modo? Con la testa inclinata di lato e un leggero sorriso sulle labbra?
Sembrava quasi… sfacciato. Cos’era cambiato? Aveva avuto paura
che Jesper non uscisse vivo dal Velo Nero? Si sentiva semplicemente
fortunato a essere vivo? A Jesper non importava veramente. Quello
che voleva era una distrazione, ed eccola qui.
Il sorriso di Wylan si allargò. Il sopracciglio gli si alzò. Se quello
non era un invito…
«Be’, diavolo» mormorò Jesper. Annullò la distanza che c’era tra
loro e gli prese il viso tra le mani. Si mosse lentamente,
deliberatamente, e lo sfiorò con un bacio lieve, appena un tocco di
labbra, per dare a Wylan la possibilità di allontanarsi, se voleva. Ma
Wylan non si allontanò. Si avvicinò.
Jesper percepiva il calore del suo corpo contro il proprio. Fece
scivolare la mano sulla sua nuca e gli tirò indietro la testa,
pretendendo di più.
C’era un motivo se era ingordo. Aveva desiderato baciarlo dalla
prima volta che lo aveva visto miscelare le sostanze chimiche in
quella raccapricciante conceria: i riccioli umidi per il calore, la pelle
così delicata da dare l’idea che si sarebbe ammaccata se solo le avessi
soffiato sopra troppo forte. Aveva l’aspe o di chi era finito nella
storia sbagliata, un principe diventato povero. Da allora, Jesper si era
ritrovato bloccato tra il desiderio di prendere in giro il piccolo
mercantuccio viziato fino a farlo arrossire, e la voglia di flirtare con
lui in un angolo silenzioso e stare a vedere fin dove sarebbe arrivato.
Ma a un certo punto, durante le ore trascorse insieme alla Corte di
Ghiaccio, quella curiosità era cambiata. Aveva sentito come
l’a razione di qualcos’altro, qualcosa che era sbucato alla luce
insieme all’insospe ato coraggio di Wylan, al suo modo ingenuo e
generoso di guardare al mondo. Qualcosa che lo faceva sentire come
un aquilone legato al filo, che prendeva quota e poi precipitava, e
questo gli piaceva.
E allora dov’era adesso quella sensazione? Sprofondò nella
delusione.
“Sono io?” pensò Jesper. “Sono fuori allenamento?” Si sporse più
avanti, lasciò che il bacio diventasse più profondo e, cercando quella
sensazione spericolata di risalita e di caduta, spinse Wylan contro il
pianoforte. Sentì i tasti ba ere l’uno contro l’altro: una melodia
morbida eppure discordante. “Appropriata” pensò. E subito dopo:
“Se riesco a pensare alle metafore in un momento come questo, c’è
davvero qualcosa che non va”.
Si tirò indietro e fece cadere le mani, sentendosi indicibilmente in
imbarazzo. Cosa si poteva dire dopo un pessimo bacio? Non aveva
mai avuto motivo di chiederselo.
Fu allora che vide Kuwei in piedi sulla soglia, la bocca aperta, gli
occhi sgranati per la sorpresa.
«Cosa c’è?» chiese Jesper. «Gli Shu non si baciano prima di
mezzogiorno?»
«Non saprei» disse Kuwei, acido.
Non era Kuwei.
«Oh, per tu i i Santi» geme e Jesper. Quello sulla soglia non era
Kuwei. Era Wylan Van Eck, astro nascente nel campo delle
demolizioni e ricco ragazzino ribelle. E questo voleva dire che aveva
appena baciato…
Il vero Kuwei pigiò la stessa nota svogliata di prima sul piano, e
gli sorrise spudoratamente a raverso le folte ciglia nere.
g p g
Jesper si rigirò verso la porta. «Wylan…» iniziò a dire.
«Kaz ci vuole in salo o.»
«Io…»
Ma Wylan se ne era già andato. Jesper fissò lo spazio vuoto della
porta. Come aveva potuto fare un errore come quello? Wylan era più
alto di Kuwei; la sua faccia era più piccola. Se Jesper non fosse stato
così alterato e nervoso dopo la zuffa con Kaz e la discussione con suo
padre, non li avrebbe mai confusi. E ora aveva rovinato tu o.
Jesper puntò un dito accusatore contro Kuwei. «Avresti dovuto
dire qualcosa!»
Kuwei fece spallucce. «Tu molto coraggioso su Velo Nero. E visto
che probabile morire tu i…»
«Dannazione» imprecò Jesper, avvicinandosi alla porta.
«Tu bravo baciatore» gli urlò dietro Kuwei.
Jesper si voltò. «Quant’è buono per davvero il tuo Kerch?»
«Abbastanza buono.»
«D’accordo, allora spero che tu capisca esa amente cosa intendo
quando dico che tu costi più di quel che vali, senza ombra di
dubbio.»
Kuwei si illuminò, del tu o compiaciuto con se stesso. «Kaz pensa
che ora io valere grosso.»
Jesper alzò gli occhi al cielo. «Ti sei ambientato bene qui.»
25
MATTHIAS

Si riunirono un’altra volta nel salo o della suite. Su richiesta di Nina,


Colm aveva ordinato un altro pia o di cialde e una ciotola di fragole
con panna. A coprire quasi per intero la parete più lontana della
suite c’era uno specchio, e Ma hias non riusciva a fare a meno di
posarvi lo sguardo. Era come scrutare dentro un’altra realtà.
Jesper, che si era sfilato gli stivali e si era seduto sul tappeto con le
ginocchia stre e al pe o, lanciava occhiate furtive a Wylan, che si era
sistemato sul divano e sembrava fare apposta a ignorarlo. Inej si era
appollaiata sul davanzale della finestra, in un equilibrio così perfe o
che la faceva apparire senza peso, come un uccello pronto a spiccare
il volo. Kuwei si era incastrato nell’incavo del sofà con accanto uno
dei suoi taccuini aperti, e Kaz sedeva in una poltrona viola dallo
schienale alto, con la gamba malconcia stesa su un tavolino e il
bastone appoggiato alla coscia. Non si sa come, si era sistemato la
manica strappata della camicia.
Nina si era rannicchiata accanto a Ma hias sul divano, con la testa
appoggiata alla spalla di lui, i piedi infilati so o le gambe e le dita
macchiate di succo di fragola. Per Ma hias era strano sedersi a quel
modo. A Fjerda, persino marito e moglie si scambiavano poche
effusioni in pubblico. Si tenevano giusto la mano e potevano ballare
alle feste. Però gli piaceva e, sebbene non riuscisse propriamente a
rilassarsi, non avrebbe tollerato il pensiero che lei si allontanasse da
lui.
Era la solida presenza di Colm a deformare l’immagine nello
specchio. Faceva sembrare le persone che vi erano riflesse meno
pericolose, come se non fossero la banda che aveva fa o irruzione
nella Corte di Ghiaccio e sconfi o l’esercito Fjerdiano grazie al
coraggio, al buon senso e a poco altro, ma solo un gruppe o di
gg p g pp
bambini stremati dopo una festa di compleanno particolarmente
vivace.
«Molto bene» disse Nina, leccandosi via dalle dita il succo di
fragola, e il gesto annullò totalmente ogni capacità di Ma hias di
formulare un pensiero razionale. «Quando parli di asta, non intendi
veramente…»
«Kuwei me erà se stesso in palio.»
«Sei impazzito?»
«Se lo fossi probabilmente sarei più felice» disse Kaz. Appoggiò
una mano guantata sul bastone. «Ogni ci adino di Kerch e ogni
libero ci adino che raggiunge Kerch ha il diri o di vendere il
proprio contra o di assunzione. Non è solo la legge, è il commercio,
e non c’è niente di più sacro a Kerch. Kuwei Yul-Bo ha il sacro
diri o, come sancito da Ghezen, dio dell’industria e del commercio,
di consegnare la propria vita alla volontà del mercato. E può me ere
i propri servizi all’asta.»
«Tu vuoi che si offra al miglior acquirente?» chiese Inej incredula.
«Al nostro miglior offerente. Piloteremo noi il risultato, così Kuwei
realizzerà il suo più ardente desiderio: una vita a Ravka passata a
sorseggiare tè da una tazzina.»
«Mio padre non lo perme erà mai» disse Wylan.
«Van Eck non potrà fare niente per impedirlo. L’asta di un
contra o è prote a dalle leggi più importanti della ci à, secolari e
religiose. Dopo che Kuwei avrà dichiarato aperto il proprio
contra o, nessuno potrà fermare l’asta finché le offerte non saranno
chiuse.»
Nina stava scrollando il capo. «Se annunciamo un’asta, gli Shu
sapranno esa amente quando e dove trovarlo.»
«Questa non è Ravka» disse Kaz. «Questa è Kerch. Gli affari sono
sacri, prote i dalla legge. Il Consiglio dei Mercanti è obbligato ad
assicurare che l’asta proceda senza ingerenze. Verrà mobilitata la
stadwatch al completo, e la normativa delle aste prevede che anche il
Consiglio delle Maree fornisca assistenza. Il Consiglio dei Mercanti,
la stadwatch, le Maree: saranno tu i prece ati per proteggere
Kuwei.»
Kuwei mise giù il taccuino. «Gli Shu possono ancora avere parem e
Fabrikator.»
«Giusto» disse Jesper. «Se è vero, possono avere tu o l’oro che
vogliono. Non avremmo modo di fare un’offerta più alta della loro.»
«Se diamo per scontato che abbiano già dei Fabrikator in ci à. Van
Eck ci ha fa o la cortesia di chiudere il porto.»
«Anche così…»
«Lasciate che sia io a occuparmi degli Shu» disse Kaz. «Posso
pilotare le offerte. Ma ci servirà entrare di nuovo in conta o con i
Ravkiani. Devono sapere che cosa stiamo organizzando. Almeno in
parte.»
«Io posso raggiungere l’ambasciata» disse Inej, «se Nina scrive il
messaggio.»
«Le strade sono chiuse dalle barricate» obie ò Wylan.
«Ma i te i no» replicò Inej.
«Inej» disse Nina. «Non pensi che dovresti raccontare
qualcos’altro della tua nuova amica?»
«Già» disse Jesper. «Chi è questa nuova conoscenza che ti ha
bucherellata ovunque?»
Inej guardò fuori dalla finestra. «C’è una nuova giocatrice in
campo, una mercenaria assoldata da Pekka Rollins.»
«Sei stata sconfi a in un comba imento corpo a corpo?» chiese
Ma hias, stupefa o. Aveva visto lo Spe ro comba ere. Me erla
fuori gioco non era impresa da poco.
«Mercenaria è un po’ un eufemismo» disse Nina. «Ha seguito Inej
sulla corda da funambolo e le ha lanciato addosso dei coltelli.»
«Non esa amente dei coltelli» disse Inej.
«Centrini appuntiti e letali?»
Inej si alzò dal davanzale. Si frugò in tasca e lasciò cadere sul
tavolo, facendoli sferragliare, dei piccoli astri d’argento.
Kaz si sporse in avanti e ne prese uno. «Lei chi è?»
«Si chiama Dunyasha» disse Inej. «Si è presentata come la Lama
Bianca e una varietà di altre cose. È molto brava.»
«Quanto?» domandò Kaz.
«Più di me.»
«Ho sentito parlare di lei» disse Ma hias. «Il suo nome è saltato
fuori in un’inchiesta dei servizi segreti svolta dai drüskelle a Ravka.»
«Ravka?» chiese Inej. «Lei ha de o di essere stata addestrata ad
Ahmrat Jen.»
«Sostiene di avere sangue Lantsov nelle vene e di essere una
pretendente al trono di Ravka.»
Nina scoppiò a ridere. «Non dici sul serio.»
«Noi Fjerdiani abbiamo preso in considerazione di appoggiare la
sua pretesa di sovvertire il regime di Nikolai Lantsov.»
«Furbo da parte vostra» disse Kaz.
«Demoniaco» disse Nina.
Ma hias si schiarì la voce. «Nikolai è un re giovane, vulnerabile.
Ci sono dei dubbi sul suo lignaggio. Ma il rapporto insinuava che
Dunyasha fosse inaffidabile, forse delirante. E abbiamo stabilito che
fosse troppo imprevedibile per un’impresa del genere.»
«Pekka potrebbe averci fa o seguire da lei, ieri no e, a partire dal
Velo Nero» disse Inej.
«Sappiamo come ha fa o Pekka a scoprire il nostro
nascondiglio?» domandò Nina.
«Uno dei suoi avrà individuato uno di noi» rispose Kaz.
«Potrebbe essere bastato questo.»
Ma hias si domandò se fosse meglio non sapere per certo chi di
loro fosse il responsabile. In quel modo nessuno avrebbe avuto
motivo di sentirsi in colpa, o biasimato.
«Dunyasha ha avuto il vantaggio della sorpresa» disse Inej. «Se
l’albergo è ancora sicuro, posso andare e tornare dall’ambasciata
senza farmi vedere.»
«Bene» disse Kaz, ma la risposta non sopraggiunse alla velocità
che si sarebbe aspe ato Ma hias. “Ha paura per lei” pensò “e questa
cosa non gli piace.” Per una volta, era solidale con il demjin.
«C’è un altro problema» disse Nina. «Ma hias, tu non ascoltare.»
«No.»
«Va bene. Mi assicurerò la tua lealtà più avanti.» Gli sussurrò
nell’orecchio: «C’è una vasca da bagno grandissima accanto alla
camera da le o padronale».
«Nina.»
«Era solo per avvisarti.» Nina raccolse dal vassoio i rimasugli di
una cialda e disse: «Ravka non può vincere l’asta. Siamo in
bancaro a».
«Be’» disse Ma hias. «Questo lo sapevo.»
«Non è vero.»
«Credi che Fjerda non sappia che le casse Ravkiane sono vuote?»
Nina lo guardò storto. «Avresti almeno potuto far finta di
rimanere sorpreso.»
«I problemi finanziari di Ravka non sono un segreto. I fondi del
suo tesoro sono stati dilapidati da anni di mala gestione da parte dei
re Lantsov e dalle ba aglie su entrambi i confini. La guerra civile
non ha aiutato, e il nuovo re si è indebitato pesantemente con le
banche di Kerch. Se portiamo a termine l’asta, Ravka non sarà in
grado di fare offerte competitive.»
Kaz spostò la gamba malandata. «Ecco perché il Consiglio dei
Mercanti di Kerch sta per finanziarli.»
Jesper scoppiò a ridere. «Fantastico. C’è qualche possibilità, già
che ci sono, che vogliano comprarmi una bombe a d’oro
massiccio?»
«È illegale» disse Wylan. «Il Consiglio ha la responsabilità di
gestire l’asta. Non possono influenzarne l’esito.»
«Certo che no» disse Kaz. «E lo sanno. Kuwei e suo padre
conta arono il Consiglio dei Mercanti in cerca di aiuto, ma i
Mercanti erano così preoccupati all’idea di comprome ere la propria
neutralità che si rifiutarono di intervenire. Van Eck intravide
un’opportunità ed è da allora che agisce alle loro spalle.» Sprofondò
un po’ di più nella poltrona. «Che cosa ha proge ato Van Eck per
tu o il tempo? Si è messo a comprare le fa orie di jurda così,
quando il segreto della jurda parem verrà rivelato, controllerà i
rifornimenti. Lui vince comunque, a prescindere da chi ha Kuwei.
Per cui ragionate come lui: ragionate come un mercante. Quando
Kuwei Yul-Bo, figlio di Bo Yul-Bayur, annuncerà l’asta, il Consiglio
saprà che il segreto della parem potrebbe diventare pubblico in
qualsiasi momento. Saranno finalmente liberi di agire e cercheranno
il modo di salvaguardare i loro patrimoni e la posizione di Kerch
nell’economia mondiale. Non possono essere coinvolti in prima
p p
persona nell’asta, ma possono accertarsi di fare un sacco di soldi,
qualunque sia l’esito.»
«Comprando in blocco la jurda» disse Wylan.
«Esa amente. Noi fonderemo il consorzio della jurda: la
possibilità, per gli investitori favorevoli all’idea, di ricavare dei gran
bei soldi dal mondo che va all’inferno. Daremo al Consiglio
un’opportunità e lasceremo che la loro avidità faccia tu o il resto.»
Wylan annuì e il suo viso si fece entusiasta. «Il denaro non
arriverà mai al consorzio. Noi lo diro eremo su Ravka, che così
potrà perme ersi di fare offerte competitive per Kuwei.»
«Qualcosa del genere» disse Kaz. «Noi ci prenderemo una piccola
percentuale. Proprio come fanno le banche.»
«Ma chi guiderà l’asta?» disse Jesper. «Van Eck ha visto tu e le
nostre facce tranne quelle di Nina e di Specht. Anche se uno di noi
venisse modificato in qualche modo o mandassimo avanti un’altra
persona, il Consiglio dei Mercanti non consegnerà il denaro a un
nuovo arrivato senza vere credenziali.»
«Cosa mi dici di un agricoltore di jurda che sta rintanato nella
suite più costosa di Ke erdam?»
Colm Fahey alzò lo sguardo dalla tazza di caffè. «Io?»
«Non esiste, Kaz» disse Jesper. «Assolutamente no.»
«Lui sa tu o della jurda, parla il Kerch e lo Zemeni, ed è credibile
nella parte.»
«Lui ha una faccia onesta» disse Jesper, duro. «Non lo stavi
tenendo al sicuro, chiuso in questo albergo, lo stavi incastrando.»
«Ci stavo procurando una via d’uscita.»
«Una delle tue assicurazioni?»
«Sì.»
«Tu non coinvolgerai mio padre in questa cosa.»
«È già coinvolto, Jes. Lo hai coinvolto tu quando gli hai fa o
ipotecare la fa oria per pagarti la laurea in sperpero del denaro.»
«No» si oppose Jesper. «Van Eck farà il collegamento tra Colm
Fahey e Jesper Fahey. Non è un idiota.»
«Ma non c’è nessun Colm Fahey ospite del Geldrenner. Colm
Fahey ha affi ato una stanza in una modesta locanda del quartiere
universitario e, stando alle carte della capitaneria di porto, ha
p p
lasciato la ci à qualche no e fa. L’uomo che alloggia qui è registrato
con il nome di Johannus Rietveld.»
«Chi diavolo è?» domandò Nina.
«È un proprietario terriero che viene da una ci à vicino a Lij. La
sua famiglia risiede là da anni. Ha delle proprietà a Kerch e a Novyi
Zem.»
«Ma chi è veramente?» disse Jesper.
«Questo non ha importanza. Pensa a lui come al prodo o della
fantasia del Consiglio dei Mercanti, un sogno meraviglioso che
diventa realtà e che li aiuta a racimolare dei profi i dal disastro della
parem.»
Colm mise giù la tazza. «Ci sto.»
«Pa’, non ti rendi conto di quello in cui ti stai infilando.»
«Sto già nascondendo dei fuggiaschi. Se posso aiutarli, posso
anche essere loro complice.»
«Se il piano fallisce…»
«Cos’ho da perdere, Jes? La mia vita siete tu e la fa oria. Questo è
l’unico modo in cui posso proteggere tu ’e due.»
Jesper lasciò a malincuore il pavimento e si mise a camminare
avanti e indietro. «È una follia» disse, gra andosi la nuca. «Non ci
cascheranno mai.»
«Non chiederemo grosse somme a nessuno di loro» spiegò Kaz.
«È questo il trucco. Fisseremo una cifra minima per accedere al
fondo, diciamo due milioni di kruge. E poi li lasceremo ad aspe are.
Gli Shu sono qui. I Fjerdiani. I Ravkiani. Il Consiglio andrà nel
panico. Se volessi scomme ere, mi azzarderei a dire che, per quando
avremo finito, ciascun membro del Consiglio ci avrà dato cinque
milioni.»
«I consiglieri sono tredici» disse Jesper. «Sono sessantacinque
milioni di kruge.»
«Forse anche di più.»
Ma hias corrugò la fronte. «Anche con tu a la stadwatch
presente all’asta e il Consiglio delle Maree, davvero siamo in grado
di garantire la sicurezza di Kuwei?»
«A meno che tu non abbia un unicorno da fargli cavalcare,
nessuno scenario può garantire la sicurezza di Kuwei.»
p g
«Non conterei nemmeno sulla protezione del Consiglio delle
Maree» disse Nina. «Sono mai apparsi in pubblico?»
«Venticinque anni fa» rispose Kaz.
«E tu credi che si presenteranno per proteggere Kuwei? Non
possiamo mandarlo da solo a un’asta pubblica.»
«Kuwei non sarà da solo. Io e Ma hias saremo con lui.»
«Tu i conoscono le vostre facce. Anche con un travestimento…»
«Niente travestimenti. Il Consiglio dei Mercanti tiene in grande
considerazione i propri rappresentanti. Però Kuwei ha il diri o di
scegliere da chi farsi proteggere durante l’asta. Saliremo là sul palco
con lui.»
«Il palco?»
«Le aste si tengono alla Chiesa del Bara o, proprio di fronte
all’altare. Cosa potrebbe esserci di più sacro? È perfe o: uno spazio
chiuso con molteplici punti d’accesso e un comodo accesso al
canale.»
Nina scrollò la testa. «Kaz, non appena Ma hias me erà piede sul
palco, metà della delegazione Fjerdiana lo riconoscerà, e tu sei
l’uomo più ricercato di Ke erdam. Se vi presentate a quell’asta,
sarete arrestati entrambi.»
«Non possono toccarci finché l’asta non sarà finita.»
«E poi?» disse Inej.
«E poi avranno i loro bei motivi per essere distra i.»
«Ci dev’essere un altro modo» disse Jesper. «E se provassimo a
trovare un accordo con Rollins?»
Wylan piegò il bordo del tovagliolo. «Non abbiamo niente da
offrirgli.»
«Basta accordi» disse Kaz. «Non sarei mai dovuto andare da
Rollins neanche la prima volta.»
Jesper sollevò un sopracciglio. «Stai sul serio amme endo di aver
fa o un errore?»
«Ci servivano fondi» disse Kaz. Indugiò velocemente con lo
sguardo su Inej. «Non mi scuserò per questo, però non è stata la
mossa giusta. Il trucco per ba ere Rollins è non sedersi mai al tavolo
da gioco insieme a lui. Perché lui è il banco. Ha le risorse per andare
avanti a giocare finché la tua fortuna si esaurisce.»
g
«Comunque sia» disse Jesper. «Se ci me eremo contro il governo
di Kerch, le bande del Barile, e gli Shu…»
«E i Fjerdiani» aggiunse Ma hias. «E gli Zemeni, e i Kaelish, e
chiunque altro si presenti all’annuncio dell’asta. Le ambasciate sono
piene e noi non sappiamo fin dove sono arrivate le dicerie sulla
parem.»
«Avremo bisogno di aiuto» disse Nina.
«Lo so» ammise Kaz, sistemandosi le maniche. «Ecco perché sto
per andare alla Stecca.»
Jesper si fermò. Inej scosse il capo. Tu i lo fissarono.
«Di cosa stai parlando?» disse Nina. «C’è una taglia sulla tua testa.
Nel Barile lo sanno tu i.»
«Hai visto laggiù Per Haskell e gli Scarti» disse Jesper. «Pensi di
poterti me ere a chiacchierare con il vecchio e chiedergli di darti il
suo appoggio quando la ci à intera è pronta a crollarti addosso
come una sacca di ma oni? Lo sai che non ha le palle per farlo.»
«Lo so» disse Kaz. «Ma per questo colpo ci serve una banda più
numerosa.»
«Demjin, non è un rischio che vale la pena correre» osservò
Ma hias, e fu sorpreso di scoprire che diceva sul serio.
«Quando sarà tu o finito, quando Van Eck sarà stato rimesso al
suo posto, quando Rollins scapperà di corsa e noi avremo ricevuto il
nostro denaro, queste saranno ancora le mie strade. Non voglio
vivere in una ci à in cui non posso andare in giro a testa alta.»
«Se avrai ancora una testa da portare in giro» disse Jesper.
«Mi sono preso delle pugnalate, delle pallo ole, e così tanti pugni
che ho perso il conto, tu o per un pezze o di questa ci à» disse Kaz.
«È la ci à per cui ho versato il mio sangue. E se Ke erdam mi ha
insegnato qualcosa, è che puoi sempre versarne un altro po’.»
Nina prese la mano di Ma hias. «I Grisha sono ancora bloccati
all’ambasciata, Kaz. Lo so che non te ne frega niente, ma dobbiamo
farli uscire dalla ci à. E anche il padre di Jesper deve andarsene. E
tu i noi. A prescindere da chi vincerà l’asta, Van Eck e Pekka Rollins
non si limiteranno a fare le valigie e tornarsene a casa. E nemmeno
gli Shu.»
Kaz si alzò e si appoggiò alla testa di corvo del bastone. «Però io
so qual è l’unica cosa che terrorizza questa ci à più degli Shu, dei
Fjerdiani e di tu e le bande del Barile messe assieme. E sarai tu a
offrirgliela, Nina.»
26
KAZ

Kaz rimase seduto in poltrona per quelle che sembrarono ore, a


rispondere alle loro domande e a lasciare che tu i i pezzi del piano
andassero al proprio posto. Lui aveva in testa la forma finale
dell’idea, i passi da compiere per arrivare in fondo, gli infiniti modi
in cui potevano fare un passo falso o essere scoperti. Era un piano
folle, spinoso, mostruoso, e doveva esserlo se volevano riuscire.
Johannus Rietveld. Aveva raccontato una specie di verità. Johannus
Rietveld non era mai esistito. Diversi anni prima, Kaz aveva usato il
secondo nome di Jordie e il cognome della loro famiglia per creare
l’identità del proprietario terriero.
Non sapeva perché avesse acquistato la fa oria dov’era cresciuto
o perché avesse continuato a fare affari e ad acquistare proprietà
so o il nome di Rietveld. Johannus Rietveld voleva essere il suo
Jakob Her oon? Un’identità rispe abile come quella che aveva
assunto Pekka Rollins per raggirare meglio i creduloni? Oppure era
stato un modo per far risorgere la famiglia che aveva perso? Aveva
importanza? Johannus Rietveld esisteva sulla carta e nei documenti
bancari, e Colm Fahey era perfe o per interpretare quel ruolo.
Quando la riunione finalmente finì, il caffè era diventato freddo
ed era quasi mezzogiorno. A dispe o della luce chiara che filtrava
dalle finestre, avrebbero tu i provato a riposare qualche ora. Lui non
poteva. Noi non ci fermiamo. Tu o il corpo di Kaz era dolorante per la
stanchezza. La gamba aveva smesso di pulsare e ormai irradiava fi e
continue.
Sapeva bene quanto fosse dannatamente stupido quello che stava
per fare, e quanto fosse improbabile il suo ritorno dalla Stecca. Era
da tu a la vita che Kaz schivava e bluffava. Perché affrontare un
problema di pe o quando potevi trovare un altro modo per gestirlo?
p p q p p g
C’era sempre un’altra prospe iva da cui guardare le cose, e lui era
un esperto nel trovarla. Ora stava per tirare dri o come un bue
legato al giogo. C’erano buone probabilità che finisse picchiato, ferito
a morte e trascinato per il Barile fino all’uscio di casa di Pekka
Rollins. Ma questa volta erano finiti in una trappola e, se avesse
dovuto sacrificare una zampa per tirarli fuori, allora l’avrebbe fa o.
Per prima cosa doveva trovare Inej. Era nella lussuosa sala da
bagno bianca e oro della suite, seduta a un tavolo da toele a a
tagliare gli asciugamani per ricavarne delle bende nuove.
Le passò davanti e si tolse la giacca, bu andola sul lavandino,
accanto alla vasca. «Mi serve il tuo aiuto per tracciare un percorso da
qui alla Stecca.»
«Verrò con te.»
«Lo sai che devo affrontarli da solo» disse lui. «Fiuteranno ogni
segno di debolezza, Spe ro.» Aprì i rubine i e dopo qualche gemito
scricchiolante sgorgò fuori dell’acqua fumante. Forse, quando si
sarebbe rotolato nelle kruge, avrebbe fa o installare alla Stecca un
impianto di acqua corrente calda. «Ma non posso avvicinarmi
passando per le strade.»
«Non dovresti avvicinarti punto e basta.»
Si tolse i guanti e immerse le mani nell’acqua, poi se la schizzò in
faccia e si passò le dita tra i capelli. «Dimmi qual è il percorso
migliore o troverò da solo il modo di arrivarci.»
Avrebbe preferito camminare invece di arrampicarsi. All’inferno,
avrebbe preferito esserci portato da una carrozza a qua ro cavalli.
Ma se avesse provato a addentrarsi nelle strade del Barile, sarebbe
stato ca urato prima di avvicinarsi alla Stecca. Inoltre, se voleva
avere una qualche possibilità di farcela, doveva procurarsi il
vantaggio di una posizione più elevata rispe o a quella del nemico.
Affondò le mani nelle tasche della giacca ed estrasse la cartina
turistica di Ke erdam che aveva trovato nel salo ino della suite.
Non c’erano tu i i de agli che gli sarebbero piaciuti, ma la loro vera
mappa della ci à era rimasta al Velo Nero.
Distesero la cartina accanto alla vasca e vi si inginocchiarono
sopra mentre Inej tracciava una linea a raverso i te i e descriveva i
punti migliori in cui a raversare i canali.
p g
A un certo punto picchie ò il dito sulla cartina. «Questo tra o è
più veloce, ma è più ripido.»
«Prenderò quello lungo» disse Kaz. Voleva concentrarsi sullo
scontro che lo a endeva e sullo sforzo di passare inosservato, non
sul rischio di fare un capitombolo e ammazzarsi.
Quando ritenne di saper ripercorrere l’itinerario a memoria, mise
via la cartina e tirò fuori dalla tasca un altro pezzo di carta, su cui era
impresso il sigillo verde pallido della Banca di Gemens. Glielo porse.
«Che cos’è?» chiese lei, mentre esaminava la busta. «Non è…»
Passò i polpastrelli sulle parole come se si aspe asse di vederle
svanire. «Il mio contra o» sussurrò.
«Non voglio che tu sia indebitata con Per Haskell. O con me.»
Un’altra mezza verità. Aveva escogitato un centinaio di piani per
legarla a sé, per tenerla in questa ci à. Ma la vita di Inej era già stata
sin troppo imprigionata dai debiti e dagli obblighi, e sarebbe stato
meglio per entrambi quando se ne fosse andata.
«Come?» disse lei. «Il denaro…»
«Il contra o è chiuso.» Aveva liquidato tu i i beni che possedeva,
e aveva usato gli ultimi risparmi che aveva messo da parte, ogni
centesimo illecito.
Lei si preme e la busta sul pe o, sopra il cuore. «Non ho parole
per ringraziarti per questo.»
«Vuoi che i Suli non abbiano un migliaio di modi di dire per
simili occasioni?»
«Non sono state inventate le parole ada e a simili occasioni.»
«Se finisco sulla forca puoi dire qualcosa di carino sul mio
cadavere» disse lui. «Aspe a fino al sesto rintocco delle campane. Se
non sono di ritorno, cerca di condurre tu i fuori dalla ci à.»
«Kaz…»
«C’è un ma one scolorito nel muro alle spalle del Club dei Corvi.
Dietro il ma one troverai ventimila kruge. Non sono granché, ma
dovrebbero bastare per corrompere qualche soldato della
stadwatch.» Sapeva che le loro possibilità sarebbero state scarse e che
la colpa era sua. «Da sola avresti più probabilità di farcela… meglio
ancora se te andassi adesso.»
Inej strizzò gli occhi. «Fingerò che tu non l’abbia de o. Questi
sono i miei amici. Non andrò da nessuna parte.»
«Raccontami di Dunyasha» fece lui.
«Aveva con sé delle lame di qualità.» Inej prese le forbici dal
tavolo da toele a e iniziò a ritagliare delle strisce di tessuto dagli
asciugamani. «Potrebbe essere la mia ombra.»
«Un’ombra piu osto solida se è in grado di lanciare pugnali.»
«Noi Suli crediamo che, quando facciamo qualcosa di sbagliato,
diamo vita alle nostre ombre. Ogni peccato rende l’ombra più forte,
finché alla fine l’ombra è più forte di te.»
«Se fosse vero, la mia ombra avrebbe fa o calare su Ke erdam
una no e permanente.»
«Forse» disse Inej, posando gli occhi scuri su quelli di lui. «O forse
tu sei l’ombra di qualcun altro.»
«Ti riferisci a Pekka.»
«Cosa succederà se farai ritorno dalla Stecca? Se l’asta va come
previsto e noi riusciamo a compiere quest’impresa?»
«In quel caso tu avrai la tua nave e il tuo futuro.»
«E tu?»
«Infliggerò tu a la morte e la distruzione che posso finché la
fortuna mi assisterà. Userò il nostro bo ino per costruire un
impero.»
«E dopo?»
«Chi lo sa? Forse lo darò alle fiamme.»
«È questo che ti rende diverso da Rollins? Tu non lascerai niente
dietro di te?»
«Io non sono Pekka Rollins e non sono la sua ombra. Io non vendo
le ragazze nei bordelli. Io non porto via i soldi ai bambini indifesi.»
«Pensa al Club dei Corvi, Kaz.» La voce di lei era gentile,
paziente: perché gli faceva venir voglia di dare fuoco a qualcosa?
«Pensa a tu i i traffici illeciti e a tu e le partite a carte e a tu i i furti
a cui hai partecipato. Tu i quegli uomini e quelle donne meritavano
ciò che gli è stato infli o o le perdite che hanno subìto?»
«La vita non ci dà mai quello che meritiamo, Inej. Se lo facesse…»
«Tuo fratello ha avuto quello che si meritava?»
«No.» Ma la sua voce suonò vuota.
Perché aveva chiamato Jesper con il nome di Jordie? Quando
guardava al passato, vedeva suo fratello con gli occhi del ragazzo
che era stato: coraggioso, brillante, infallibile, un cavaliere sconfi o
da un drago vestito da mercante. Ma come guarderebbe Jordie oggi?
Come un pollo? L’ennesimo sciocco in cerca di una scorciatoia?
Appoggiò le mani al bordo del lavandino. Non era più arrabbiato. Si
sentiva soltanto esausto. «Eravamo stupidi.»
«Eravate dei bambini. Non c’era nessuno a proteggervi?»
«Non c’era nessuno a proteggere te?»
«Mio padre. Mia madre. Avrebbero fa o qualunque cosa per
impedire che venissi rapita.»
«E sarebbero stati massacrati dagli schiavisti.»
«Allora immagino di essere stata fortunata, perché non ho dovuto
vederlo.»
Come faceva a guardare ancora il mondo in quella maniera?
«Venduta a un bordello all’età di qua ordici anni e ti reputi
fortunata.»
«Mi volevano bene. Mi vogliono bene. Io, questo, lo so.» Lui la
vide avvicinarsi nello specchio. I suoi capelli neri erano una chiazza
d’inchiostro sulle ma onelle bianche della parete. Si fermò dietro di
lui. «Tu mi hai prote o, Kaz.»
«Il fa o che tu stia sanguinando so o le bende mi dice il
contrario.»
Lei abbassò lo sguardo. Un fiore rosso di sangue si era allargato
sulla fasciatura a orno alla spalla. Maldestramente, strappò via la
striscia di tessuto. «Bisogna che Nina me la sistemi.»
Non doveva dirlo. Non intendeva lasciarla andare. «Io posso
aiutarti.»
Lo sguardo di lei incrociò il suo nello specchie o, cauto, come se
stesse misurando un avversario.
Io posso aiutarti. Erano state le prime parole che gli aveva de o lei,
in piedi nel salo ino del Serraglio, avvolta nelle vesti di seta viola,
gli occhi truccati con il kajal. Lo aveva aiutato. E lo aveva quasi
distru o. Forse avrebbe dovuto lasciarla terminare il lavoro.
Kaz sentiva sgocciolare il rubine o, le gocce d’acqua colpivano la
vasca a un ritmo irregolare. Non sapeva bene cosa volesse dirle.
g p
“Dille di andarsene” ordinò una voce dentro di lui. “Implorala di
rimanere.”
Inej non diceva niente. Invece, raccolse le bende e le forbici dal
tavolino da toele a e le mise accanto alla vasca. Poi appoggiò i palmi
delle mani sul ripiano del lavandino e senza alcuno sforzo si issò per
sedervisi sopra.
Erano occhi negli occhi ora. Lui fece un passo avanti e poi rimase
lì in piedi, incapace di muoversi. Non poteva farlo. Sembrava che tra
loro non ci fosse nessuna distanza. Sembrava che ci fossero miglia.
Lei allungò una mano per prendere le forbici con l’eleganza di
sempre, come una ragazza che vivesse so ’acqua, e gliele porse
tenendole per la lama. Erano fredde a conta o con la sua mano; il
metallo era rigido e rassicurante. Lui entrò nello spazio delimitato
dalle ginocchia di lei.
«Da dove cominciamo?» domandò lei. Il vapore che saliva dalla
vasca le aveva arricciato le ciocche di capelli a orno al viso.
Stava per fare questa cosa?
Con la testa lui indicò il suo avambraccio destro: non si fidò a
parlare. I guanti giacevano dall’altra parte della vasca, neri sul
marmo venato d’oro. Sembravano animali morti.
Si concentrò sulle forbici, sul metallo freddo che aveva fra le dita,
niente a che vedere con la pelle. Non poteva farlo se le mani gli
tremavano.
“Posso riuscirci” si disse. Non era diverso dal puntare un’arma
contro qualcuno. La violenza era facile.
Con a enzione, fece scivolare le forbici so o la fascia che le
avvolgeva il braccio. L’asciugamano era più spesso di una garza, ma
le lame erano affilate. Una sforbiciata e la fasciatura si aprì a
mostrare una profonda ferita da taglio. Ge ò via il tessuto.
Prese una striscia di asciugamano pulita e rimase lì, a prepararsi.
Lei sollevò il braccio. Con cautela, lui le avvolse a orno il pezzo
pulito di cotone. Le nocche sfiorarono la pelle di lei e un fulmine lo
trafisse e lo lasciò paralizzato, come se fosse conficcato nel terreno.
Il suo cuore non avrebbe dovuto fare quel rumore. Forse non
sarebbe mai arrivato alla Stecca. Forse questo lo avrebbe ucciso. Con
uno sforzo di volontà costrinse le proprie mani a muoversi e annodò
la fasciatura una volta, due volte. Era finita.
Kaz prese un respiro. Sapeva che adesso avrebbe dovuto
sostituirle la fasciatura alla spalla, ma per quello non era pronto, e
allora indicò con la testa il braccio sinistro. La fasciatura lì era
perfe amente pulita e annodata, ma Inej non lo contraddisse e si
limitò a porgergli il braccio.
Questa volta fu un po’ più semplice. Si mosse lentamente,
seguendo un metodo: le forbici, la benda, un momento di
raccoglimento. E poi il compito fu eseguito.
Non dissero nulla, ca urati da un vortice di silenzio, senza
toccarsi, le ginocchia di lei aperte a circondarlo. Gli occhi di Inej
erano spalancati e scuri, come pianeti dispersi, come lune nere.
La fasciatura alla spalla le era stata avvolta so o il braccio due
volte e annodata vicino all’articolazione. Lui si sporse leggermente,
ma era un punto imbarazzante. Non poteva semplicemente
incastrare le forbici so o l’asciugamano. Avrebbe dovuto sollevare
l’orlo del tessuto.
No. La stanza era troppo luminosa. Il pe o era serrato come un
pugno. Ferma questa cosa.
Unì due dita insieme. Le fece scivolare so o la benda.
Tu o in lui si ritrasse. L’acqua che gli colpiva le gambe era fredda.
Il corpo era intorpidito e ciononostante riusciva a sentire so o le
mani la carne umida, cedevole e putrefa a di suo fratello. È la
vergogna che divora gli uomini. Lui ci stava affogando, nella vergogna.
Stava affogando nel porto di Ke erdam. Gli si offuscarono gli occhi.
«Non è facile neanche per me.» La voce di lei, bassa e ferma, la
voce che già una volta l’aveva trascinato via dall’inferno. «Ancora
adesso, quando un ragazzo mi sorride per strada, o quando Jesper
mi me e un braccio a orno alla vita, io mi sento come se stessi per
scomparire.» La stanza si inclinò. Si aggrappò alla corda della sua
voce. «Vivo nella paura di vedere per strada uno dei suoi… uno dei
miei clienti. A lungo mi è sembrato di riconoscerli ovunque. Ma a
volte penso che quello che mi hanno fa o non sia stata la parte
peggiore.»
La vista di Kaz tornò a fuoco. L’acqua arretrò. Era in piedi nella
stanza da bagno di un albergo. Le sue dita premevano sulla spalla di
Inej. Sentiva i muscoli so ili so o la pelle. Il sangue le pulsava
furioso alla gola, nel morbido incavo proprio so o la mandibola. Lui
si rese conto che lei aveva chiuso gli occhi. Le ciglia che sba evano
sopra le guance erano nere. Come per compensare il tremito di lui,
lei era ancora più immobile. Avrebbe dovuto dire qualcosa, ma la
bocca non riusciva ad articolare le parole.
«Tante Heleen non era sempre crudele» continuò Inej. «Ti
abbracciava, ti teneva stre a, e poi ti sfregava così forte da irritarti la
pelle. Non sapevi mai se quello che stava per arrivare era un bacio o
uno schiaffo. Un giorno eri la sua ragazza migliore, e il giorno dopo
ti portava nel suo ufficio e ti diceva che ti avrebbe venduta a un
gruppo di uomini incontrati per strada. Faceva in modo che tu la
supplicassi di tenerti.» Inej emise un sospiro che era quasi una risata.
«La prima volta che Nina mi ha abbracciata, io ho fa o un balzo.» Aprì
gli occhi. Incontrò il suo sguardo. Lui sentiva il rubine o sgocciolare,
vedeva che sulla spalla c’era un ricciolo sfuggito via alla treccia. «Vai
avanti» disse lei a bassa voce, come se gli stesse chiedendo di
continuare una storia.
Non era sicuro che ci sarebbe riuscito. Ma, se lei era in grado di
ge are quelle parole nell’eco della stanza, dannazione, lui poteva
benissimo provarci.
Sollevò, con cura, le forbici. Alzò la benda, creò un varco e provò
rimpianto e sollievo quando perse il conta o con la sua pelle. Tagliò
la fasciatura. Il calore di lei sulle sue dita era come febbre.
Prese un’altra lunga striscia di asciugamano nella mano destra.
Dove e sporgersi in avanti per fargliela passare dietro. Lei era così
vicina ora. Il suo cervello afferrò appieno l’orecchio a forma di
conchiglia, i capelli infilati dietro, il ba ito del cuore accelerato che le
palpitava in gola. Viva, viva, viva.
Non è facile neanche per me.
Fece fare alla fasciatura un altro giro. Minimi tocchi. Inevitabili.
Spalla, clavicola, una volta il suo ginocchio. L’acqua si alzò intorno a
lui.
Fece il nodo. Fai un passo indietro. Non fece un passo indietro.
Rimase lì, ad ascoltare il proprio respiro, quello di lei, il ritmo di loro
due da soli nella stanza.
La nausea era lì, il bisogno di scappare, ma anche il bisogno di
qualcos’altro. Kaz pensava di conoscere il linguaggio del dolore da
vicino, ma quella sofferenza era nuova. Faceva male stare lì così, così
vicino al cerchio delle braccia di lei. Non è facile neanche per me.
Dopotu o quello che lei aveva patito, era lui quello debole. Inej non
avrebbe mai saputo cosa voleva dire, per lui, vedere Nina a irarla a
sé, guardare Jesper circondarla con le braccia, che cosa voleva dire
rimanere sulle soglie delle porte e addosso ai muri e sapere di non
potersi avvicinare. “Però sono qui ora” pensò selvaggiamente.
L’aveva presa in braccio, aveva comba uto accanto a lei, avevano
trascorso no i intere vicini, entrambi a pancia in giù, a sbirciare
dentro un cannocchiale, a tenere d’occhio qualche deposito o
qualche ricca dimora mercantile. Questo non era niente del genere.
Provava nausea ed era spaventato, aveva il corpo ricoperto di
sudore, ma era qui. Guardò la vena pulsarle in gola, la prova
tangibile del suo cuore in azione, che mescolava il ba ito di lei con
quello angosciato di lui. Guardò la curva umida del suo collo, il
luccichio della sua pelle scura. Voleva… voleva.
Prima ancora di sapere cosa, abbassò la testa. Lei inspirò
profondamente. Le labbra di lui volteggiarono sopra il caldo punto
di giuntura tra la spalla e il collo. Lui a ese. Dimmi di fermarmi.
Spingimi via.
Lei espirò. «Vai avanti» ripeté. Finisci la storia.
Il più imperce ibile dei movimenti e le sue labbra le sfiorarono la
pelle: calda, liscia, imperlata di umidità. Il desiderio gli scorreva in
corpo, le migliaia di immagini che aveva accumulato e sulle quali
aveva a malapena permesso a se stesso di fantasticare: i capelli neri
di lei che si liberavano della treccia e ricadevano sciolti, la mano che
aderiva alla curva sinuosa della sua vita, le labbra di lei dischiuse a
sussurrare il suo nome.
Era tu o lì, e subito dopo non c’era più. Stava affogando nel porto.
Le sue membra erano quelle di un cadavere. I suoi occhi erano morti
e fissi. Il disgusto e il desiderio gli rimestavano le viscere.
g g
Barcollò all’indietro e il dolore gli si irradiò nella gamba
malandata. Aveva la bocca in fiamme. La stanza ondeggiava. Si
sorresse al muro, cercando di respirare. Inej si era rimessa in piedi e
gli si stava avvicinando, il viso preoccupato. Lui alzò una mano per
fermarla.
«Non farlo.»
Lei si bloccò al centro del pavimento di piastrelle, incorniciata dal
bianco e dall’oro, come un’icona. «Che cosa ti è successo, Kaz? Che
cosa è successo a tuo fratello?»
«Non importa.»
«Dimmelo. Ti prego.»
“Diglielo” sussurrò una voce dentro di lui. “Dille tu o.” Ma non
sapeva come, o da dove cominciare. E perché avrebbe dovuto? Così
lei avrebbe trovato un modo per assolverlo dai suoi crimini? Non
voleva la sua compassione. Non aveva bisogno di giustificarsi, aveva
bisogno solo di capire come lasciarla andare.
«Vuoi sapere cosa mi ha fa o Pekka?» La sua voce era un ringhio
che riecheggiava sulle piastrelle. «E se ti raccontassi cosa ho fa o io
quando ho trovato la donna che fingeva di essere sua moglie, e la
bambina che fingeva di essere sua figlia? Oppure potrei raccontarti
cos’è accaduto al ragazzo che ci ha adescati quella prima no e con i
suoi cani gioca olo meccanici. Questa è buona. Il suo nome era Filip.
Lo trovai che giocava a carte sulla Kelstraat. Lo torturai per due
giorni e lo abbandonai sanguinante in un vicolo, con la chiave di un
cane a molla infilata in gola.» Kaz vide Inej trasalire. Ignorò la fi a
nel proprio cuore.
«D’accordo» disse, e andò avanti. «I commessi alla banca che gli
girarono le informazioni su di noi. Il finto avvocato. L’uomo che mi
offriva la cioccolata calda nel finto ufficio di Her oon. Li ho uccisi
tu i, uno per uno, uno alla volta. E Rollins sarà l’ultimo. Queste cose
non si lavano via con la preghiera, Spe ro. Non c’è pace per me, non
c’è perdono, non in questa vita, non nella prossima.»
Inej scrollò la testa. Come poteva guardarlo ancora con quegli
occhi gentili? «Il perdono non lo chiedi, Kaz. Te lo guadagni.»
«È questo che hai intenzione di fare? Dando la caccia agli
schiavisti?»
«Dando la caccia agli schiavisti. Sradicando i mercanti e i
capibanda del Barile che grazie agli schiavisti fanno i soldi.
Diventando qualcosa di più di un altro Pekka Rollins.»
Era impossibile. Non c’era niente di più. Lui riusciva a vedere la
verità, lei no. Inej era più forte di quanto lui sarebbe mai stato. Lei
aveva conservato la propria fede e la propria integrità anche quando
il mondo aveva cercato, con mani avide, di so rargliele.
Scrutò il suo viso come faceva sempre, da vicino, affamato,
afferrandone i de agli da quel ladro che era: le sopracciglia scure, il
castano intenso degli occhi, le labbra inclinate verso l’alto. Lui non
meritava la pace e non meritava il perdono, ma se era destinato a
morire, forse l’unica cosa che si era guadagnato era il ricordo di lei
da portare con sé nell’aldilà, più luminoso di qualunque cosa a cui
avesse mai avuto diri o.
Kaz superò Inej, prese dal lavandino i guanti e se li rimise. Si
aggiustò la giacca sulle spalle, si raddrizzò la crava a davanti allo
specchio e si infilò il bastone so obraccio. Sarebbe andato incontro
alla propria morte con stile.
Quando si rigirò verso di lei, era pronto. «Qualunque cosa mi
accada, vedi di sopravvivere a questa ci à. Procurati la tua nave,
o ieni la tua vende a, incidi il tuo nome nelle loro ossa. Ma
sopravvivi al casino in cui vi ho infilati.»
«Non farlo» disse Inej.
«Se non lo faccio, è tu o finito. Non c’è via d’uscita. Non c’è
ricompensa. Non c’è più niente.»
«Niente» ripeté lei.
«Cerca gli indizi di Dunyasha.»
«Cosa?»
«Dietro ogni comba ente c’è sempre un indizio, il segno di una
vecchia ferita, una spalla più bassa dell’altra quando sta per sferrare
un pugno.»
«Io ho un indizio?»
«Tu raddrizzi le spalle prima di a accare, come se fossi in
procinto di esibirti, come se stessi aspe ando l’a enzione del
pubblico.»
Lei apparve leggermente oltraggiata da quelle parole. «E qual è il
tuo?»
Kaz pensò a quel momento, a Vellgeluk, che gli era quasi costato
tu o.
«Io sono uno storpio. È questo il mio indizio. Nessuno è mai furbo
abbastanza da cercarne altri.»
«Non andare alla Stecca, Kaz. Lasciaci trovare un altro modo.»
«Fa i da parte, Spe ro.»
«Kaz…»
«Se ti è mai importato qualcosa di me, non seguirmi.»
La oltrepassò e uscì a passo spedito dalla stanza. Non doveva
pensare a ciò che avrebbe potuto essere, a ciò che aveva da perdere.
E Inej su un punto si sbagliava. Lui sapeva esa amente cos’aveva
intenzione di lasciare dietro di sé quando non ci sarebbe più stato.
Devastazione.
27
INEJ

Inej lo seguì comunque.


Se ti è mai importato qualcosa di me.
Si ritrovò a sbuffare mentre volteggiava sopra un camino. Era a
dir poco insultante. Aveva avuto parecchie occasioni per liberarsi di
Kaz e non le aveva mai colte.
Così lui non era fa o per una vita normale. Perché, lei era fa a per
cercarsi un marito gentile, sfornargli dei bambini e affilare i pugnali
dopo che tu i erano andati a dormire? Come avrebbe spiegato gli
incubi che la tormentavano ancora dai tempi del Serraglio? O il
sangue sulle mani?
Sentiva ancora la pressione delle dita di Kaz sulla pelle, la sua
bocca che le sfiorava il collo come le ali di un uccellino, e rivedeva i
suoi occhi eccitati. Loro due erano fra i criminali più pericolosi che il
Barile avesse da offrire e riuscivano a malapena a toccarsi l’un l’altra
senza collassare. Però ci avevano provato. Lui ci aveva provato.
Forse potevano provarci ancora. Era un desiderio sciocco, la
speranza sentimentale di una ragazza a cui non erano stati rubati gli
anni più belli, che non aveva provato la frusta di Tante Heleen, che
non era cosparsa di ferite e ricercata dalla legge. Kaz avrebbe deriso
il suo o imismo.
Pensò a Dunyasha, la propria ombra. Che sogni faceva lei? Un
trono, come aveva suggerito Ma hias? Un’altra uccisione offerta in
dono al suo dio? Inej non aveva dubbi che avrebbe incontrato di
nuovo la ragazza color ambra e avorio. Voleva credere che, quando
quel momento sarebbe arrivato, ne sarebbe emersa vi oriosa, ma
non poteva me ere in discussione i talenti di Dunyasha. Forse era
veramente una principessa, una ragazza di nobili origini addestrata
nelle arti mortali, destinata alla grandezza come l’eroina di un
g
racconto. E questo cosa faceva di lei? Un ostacolo lungo il suo
cammino? Un tributo sull’altare della morte? Una macchie a di
acrobata Suli che comba e come un delinquente di strada qualunque. O
forse erano stati i suoi Santi a portare Dunyasha in quelle strade. Chi
si ricorderà di una ragazza come lei, signorina Ghafa? Forse questo era il
modo in cui Inej veniva chiamata a render conto delle vite che aveva
preso.
Forse. Ma non ancora. Aveva dei debiti da pagare.
Scivolò giù per una grondaia ed emise un sibilo quando sentì
slacciarsi la fasciatura a orno alla coscia. Avrebbe lasciato una scia
di sangue sopra gli edifici della ci à.
Si stavano avvicinando alla Stecca, ma Inej si tenne nell’ombra e si
accertò che ci fosse una bella distanza tra lei e Kaz. A differenza di
tu i gli altri, lui sapeva avvertire la sua presenza. Si fermava spesso,
inconsapevole di essere osservato. La gamba lo tormentava più di
quel che avesse lasciato intendere. Però lei non avrebbe interferito
alla Stecca. Almeno in questo si sarebbe a enuta ai suoi desideri,
perché aveva ragione lui: nel Barile, era la forza l’unica valuta che
contava. Se Kaz non avesse affrontato quella sfida da solo, avrebbe
perso tu o: non solo la possibilità di o enere supporto dagli Scarti,
ma anche quella di camminare di nuovo liberamente per il Barile.
Lei aveva desiderato spesso di scalfirgli via un pezze o di
arroganza, ma non avrebbe sopportato l’idea di vederlo spogliato
del suo orgoglio.
Lui avanzò a zig-zag sui te i della Groenstraat, seguendo il
percorso che avevano tracciato insieme, e ben presto il retro della
Stecca apparve alla vista: stre a, inclinata di sbieco sugli edifici
vicini, le tegole degli abbaini nere per via della fuliggine.
Quante volte era tornata alla Stecca facendo proprio quel
percorso? Per lei, era la strada di casa. Individuò la finestra di Kaz
all’ultimo piano. Aveva trascorso una quantità infinita di ore
appollaiata su quel davanzale, a dar da mangiare ai corvi che si
radunavano lì, e ad ascoltarlo mentre programmava i suoi colpi. Di
so o, leggermente a sinistra, inquadrò il pezze o di finestra che
apparteneva alla sua minuscola camere a. La colpì il fa o che, a
prescindere dal successo o dal fallimento dell’asta, questa sarebbe
p q
stata l’ultima volta che lei tornava alla Stecca. Non avrebbe mai più
rivisto Kaz seduto alla scrivania, non avrebbe mai più udito i colpi
del suo bastone risalire i gradini traballanti della scala, dal ritmo dei
quali lei capiva se era stata una buona o una ca iva serata.
Lo osservò strisciare goffamente giù dal bordo del te o e forzare
la serratura della sua stessa finestra. Dopo che lui sparì dalla vista,
lei proseguì oltre il ripido te o a timpano e si portò dall’altra parte
della Stecca. Non poteva seguire le orme di lui senza tradire la
propria presenza.
Sul davanti della casa, so o la linea del te o, trovò il vecchio
gancio di metallo usato per issare e calare i carichi pesanti. Lo
afferrò, ignorando i gorgheggi contrariati dei piccioni colti di
sorpresa, e con un piede spinse sulla finestra per aprirla, arricciando
il naso per la puzza degli escrementi degli uccelli. Si calò all’interno,
si aggirò fra le travi del te o e si trovò un posto fra le ombre. Poi si
mise ad a endere, non sapendo bene cosa fare. Se qualcuno avesse
guardato in alto avrebbe potuto vederla, schiacciata nell’angolo
come il ragno che era, ma perché qualcuno avrebbe dovuto farlo?
Di so o, l’ingresso ferveva di a ività. Evidentemente la giornata
era stata pervasa dall’euforia della sfilata di quella ma ina. La gente
entrava e usciva dalla porta d’ingresso, urlandosi addosso, ridendo e
cantando. Alcuni degli Scarti erano seduti sulla scricchiolante
scalinata di legno, e si passavano avanti e indietro una bo iglia di
whisky. Seeger, uno dei picchiatori preferiti di Per Haskell,
continuava a suonare le stesse tre note su un fischie o di la a come
se ne andasse della sua vita. Dei teppisti irruppero dalla porta e
ruzzolarono nell’ingresso, strillando e gracchiando come idioti,
picchiando i piedi sul pavimento, spingendosi l’un l’altro come
squali affamati. Avevano con sé delle asce borchiate con chiodi
arrugginiti, bastoni, coltelli e pistole, e alcuni di loro avevano ali di
corvo disegnate in nero sopra gli occhi selvaggi. Alle spalle, Inej vide
che c’erano degli Scarti che non sembravano condividere la generale
eccitazione – Anika con il suo ciuffo di capelli gialli, il magro e
asciu o Roeder che Per Haskell aveva suggerito a Kaz di usare come
ragno, e i grandi e grossi Keeg e Pim. Se ne stavano contro il muro, e
si scambiavano sguardi infelici mentre gli altri urlavano e facevano i
g g
gradassi. “Sono loro la più grande speranza di Kaz” pensò lei. I
membri più giovani degli Scarti, i ragazzini che Kaz aveva fa o
entrare nella banda e supervisionato di persona, quelli che
lavoravano più duro e che acce avano gli incarichi peggiori perché
erano gli ultimi arrivati.
Ma che cosa aveva in mente Kaz? Era entrato nel suo ufficio per
un motivo o semplicemente perché era il punto d’accesso più facile
dal te o? Intendeva parlare con Per Haskell da solo? Tu a quanta la
scalinata si affacciava sull’ingresso. Kaz non avrebbe potuto neanche
iniziare a scendere senza a irare l’a enzione di tu i, a meno che non
avesse intenzione di farlo so o mentite spoglie. E in quel caso, come
potesse scendere da quelle scale, con quella sua gamba malandata,
senza farsi riconoscere, andava al di là della sua comprensione.
Le persone radunate di so o si misero a esultare. Per Haskell era
sbucato dal suo ufficio, e la sua testa grigia si spostava all’interno
della folla. Era vestito in abiti eleganti per la giornata di festa – gilè a
scacchi argento e rosso cremisi, pantaloni a quadri – e se ne andava
in giro come il signore degli Scarti, la banda che Kaz aveva
ricostituito praticamente dal nulla. Con una mano sventolava il
cappello piumato che gli piaceva tanto, nell’altra aveva un bastone
da passeggio. Qualcuno vi aveva legato in cima una testa di corvo di
carta. Le venne il voltastomaco. Kaz era stato più di un figlio per lui.
Un figlio subdolo, spietato, assassino, ma un figlio.
«Crede che lo so erreremo stano e, vecchio?» chiese Bastian,
picchie andosi sulla gamba un bastone dall’aspe o orrido.
Haskell sollevò il bastone da passeggio come fosse uno sce ro.
«Se la ricompensa spe a a qualcuno, si tra a dei miei ragazzi! Non è
forse vero?»
Loro lo acclamarono.
«Vecchio.»
La testa di Inej sca ò non appena la voce rauca di Kaz tagliò il
rumore della folla e mise a tacere il brusio. Tu i gli occhi puntarono
verso l’alto.
Lui era in piedi in cima alle scale, a guardare i gradini di legno
traballanti. Inej realizzò che Kaz si era fermato a cambiarsi, e il
cappo o che si era messo gli calzava a pennello. Rimase lì fermo,
pp g p
sorre o dal bastone, i capelli tirati indietro con cura dalla fronte
pallida, un ragazzo di vetro nero dagli spigoli taglienti e mortali.
L’espressione sorpresa sulla faccia di Haskell era quasi comica.
Poi iniziò a ridere. «Be’, io sarò un figlio di pu ana, Brekker. Ma tu
sei il bastardo più pazzo che ho mai incontrato.»
«Lo prenderò come un complimento.»
«Non avresti dovuto venire qui, a meno che non sia per arrenderti
da quel bravo ragazzo intelligente che so che sei.»
«Ho smesso di farle guadagnare soldi.»
La faccia di Per Haskell si deformò per la rabbia. «Piccolo stronzo
ignorante!» ruggì. «Venire a ballare il valzer qua dentro come un
mercante nella sua residenza di campagna.»
«Ti sei sempre comportato come se fossi migliore di noi, Brekker»
gridò Seeger, che aveva ancora in mano il fischie o di la a, e
qualcuno degli altri Scarti annuì. Per Haskell fece un applauso di
incoraggiamento.
Ed era vero. Kaz si era sempre tenuto a distanza da tu i. Loro
avevano bisogno di spirito cameratesco, di amicizia, ma lui non
aveva mai acce ato di giocare al loro gioco, soltanto al proprio. Forse
questo regolamento di conti era inevitabile. Inej sapeva che Kaz non
aveva la minima intenzione di fare il vicecomandante di Per Haskell
per sempre. Il loro trionfo alla Corte di Ghiaccio lo avrebbe reso il re
del Barile, ma Van Eck gli aveva so ra o quel trionfo. Gli Scarti non
erano al corrente delle imprese straordinarie che aveva compiuto
nelle ultime se imane, del premio che aveva so ra o ai Fjerdiani, o
del bo ino che poteva essere ancora alla sua portata. Lui li stava
fronteggiando da solo, un ragazzo con pochi alleati, un estraneo per
la maggior parte di loro, malgrado la sua brutale reputazione.
«Non hai amici qui!» gridò Bastian.
Anika e gli altri, lungo il muro, reagirono con stizza. Pim scrollò
la testa scarmigliata e incrociò le braccia.
Kaz fece spallucce. «Non sono venuto in cerca di amici. E non
sono qui per gli scrocconi senza futuro, per i codardi, o per quegli
sfigati che pensano che il Barile debba loro qualcosa solo perché
riescono a restare in vita. Io sono venuto per gli assassini. Per i duri.
Per quelli che hanno fame. Per quelli come me. Ed è questa la mia
q q q
banda» disse Kaz, e iniziò a scendere le scale, il bastone che sba eva
sulle assi di legno «e ho finito di ubbidire agli ordini.»
«Andate a prendervi la vostra ricompensa, ragazzi!» gridò
Haskell. Ci fu una breve pausa, e per un istante Inej sperò che
nessuno gli avrebbe dato re a, che si sarebbero semplicemente
ribellati a Per Haskell. Poi gli argini si ruppero. Bastian e Seeger
furono i primi a scaraventarsi su per gli scalini, impazienti di me ere
le zampe su Manisporche.
Tu avia Seeger era lento per via del whisky, e ora che
raggiunsero Kaz sulla terza rampa di scale, furono a corto di fiato.
Dal bastone di Kaz partirono due fendenti che frantumarono le ossa
delle braccia di Seeger. Invece di scagliarsi su Bastian, Kaz lo superò
passandogli accanto, incredibilmente veloce a dispe o della gamba
messa male. Prima che Bastian potesse voltarsi, Kaz gli affondò il
bastone nello spazio soffice tra la coscia e il ginocchio, e lui si
accasciò con un grido strozzato.
Uno degli altri scagnozzi di Haskell gli si stava già precipitando
incontro: un gorilla soprannominato Teiera per il modo in cui
fischiava dal naso quando respirava.
Una folata d’aria, creata dalla mazza di Teiera, investì la spalla di
Kaz quando lui si piegò a sinistra.
Kaz ruotò il bastone e lo schiantò dire amente sulla mandibola
del gorilla con tu o il peso della testa di corvo. Dovevano essere dei
denti quelli che Inej gli vide volare via dalla bocca.
Kaz era ancora ai piani alti, ma si trovava decisamente in
minoranza, e ora si avventarono su di lui a ondate. Varian e Swann
arrivarono di corsa al pianero olo del terzo piano, Felix Il Rosso era
alle loro calcagna, Milo e Gorka erano subito dietro, vicini.
Inej serrò le labbra quando Kaz prese un colpo sulla gamba
malconcia, vacillò e si raddrizzò a fatica in tempo per schivare la
catena di Varian, che andò a schiantarsi contro la ringhiera, a pochi
pollici di distanza dalla testa di Kaz. Dappertu o volarono schegge
di legno. Kaz afferrò la catena e sfru ò lo slancio di Varian per farlo
sfrecciare sulla ringhiera ro a. La folla balzò all’indietro quando
cadde sul pavimento dell’ingresso.
Swann e Felix Il Rosso si avvicinarono a Kaz sui due lati. Felix Il
Rosso lo agguantò per il cappo o e lo tirò indietro. Kaz si liberò
dalla sua presa come un mago che si sfila via la camicia di forza
negli spe acoli sullo Stave dell’Est.
Swann fece oscillare l’ascia selvaggiamente, e Kaz sba é la testa di
corvo del bastone su un lato della sua faccia. Anche da quella
distanza, Inej riuscì a vedere lo zigomo affondare dentro un cratere
pieno di sangue.
Felix Il Rosso estrasse un manganello dalla tasca e colpì con forza
la mano destra di Kaz. Il colpo non fu preciso, tu avia il bastone di
Kaz cadde sul pavimento e rotolò giù per le scale. Scarabeo, magro e
con la faccia da fure o, corse su per i gradini e lo prese, per poi
lanciarlo a Per Haskell mentre i suoi compari festeggiavano. Kaz si
puntellò su tu i e due i corrimani e calciò con gli stivali il pe o di
Felix Il Rosso, mandandolo a rotolare giù per le scale.
Il bastone di Kaz era andato. Lui distese le mani guantate. A Inej
venne di nuovo in mente un mago. Non c’è niente nelle maniche.
Altri tre Scarti superarono Felix Il Rosso e andarono a convergere
su di lui: Milo, Gorka, l’esile Scarabeo con la sua piccola strana faccia
e i suoi capelli unti. Inej osò sba ere le palpebre e Milo aveva messo
Kaz al muro, facendogli piovere colpi sulle costole e sulla faccia. Kaz
assestò a Milo una testata sul viso, producendo uno scricchiolio
disgustoso. Milo arretrò di un passo, frastornato, e Kaz ne approfi ò.
Ma ce n’erano troppi. Stava comba endo solo con i pugni adesso,
il sangue gli colava giù lungo una guancia, le labbra erano spaccate,
l’occhio sinistro chiuso da quant’era gonfio. I suoi movimenti si
stavano facendo lenti.
Gorka gli agganciò un braccio alla gola. Kaz gli piantò a sua volta
un gomito nello stomaco e si liberò. Barcollò in avanti, e Scarabeo lo
afferrò per la spalla e gli conficcò un randello nella pancia. Kaz si
piegò in due, sputando sangue. Gorka colpì Kaz alla testa, di lato,
con un anello grosso della sua catena. Inej vide gli occhi di Kaz
rovesciarsi all’indietro. Vacillò. E poi fu a terra. La folla all’ingresso
ruggì.
Inej si stava muovendo senza rifle ere. Non poteva guardarlo
morire, non voleva. Lo avevano bloccato a terra, lo prendevano a
p
calci in tu o il corpo e lo calpestavano con gli stivali pesanti. Lei
aveva i suoi pugnali in mano. Li avrebbe uccisi tu i. Avrebbe
ammucchiato i cadaveri fino a raggiungere le travi del soffi o e la
stadwatch li avrebbe trovati così, impilati uno sull’altro.
Ma in quel momento, a raverso le doghe del pianero olo, vide
che gli occhi di Kaz erano aperti. Lo sguardo di lui incontrò il suo.
Per tu o il tempo lui aveva saputo che lei era lì. Per forza che lo
sapeva. Sapeva sempre come trovarla. Scrollò appena, in modo quasi
imperce ibile, la testa insanguinata.
Lei voleva urlare. All’inferno il tuo orgoglio, gli Scarti, tu a
questa squallida ci à.
Kaz provò a rialzarsi. Scarabeo lo calciò giù. Adesso stavano
ridendo. Gorka sollevò la gamba, bilanciò lo stivale sul cranio di Kaz
e scherzò con la folla. Inej vide Pim allontanarsi; Anika e Keeg
stavano urlando a qualcuno di fermarli. Gorka mise giù il piede… e
guaì, un uggiolio acuto e irregolare.
Kaz stava tenendo lo stivale di Gorka, il cui piede era piegato di
lato a una bru a angolazione. Saltellò su una gamba, cercando di
tenersi in equilibrio, mentre quello strano, penetrante guaito gli
usciva dalla bocca a ritmo con i saltelli. Milo e Scarabeo presero Kaz
a calci nelle costole, ma non sussultò nemmeno. Con una forza che
Inej non riusciva a immaginare, Kaz spinse in alto la gamba di
Gorka. L’omone urlò quando il ginocchio andò fuori asse. Cadde
rovesciandosi di lato e balbe ò: «La mia gamba! La mia gamba!».
«Ti consiglio un bastone» disse Kaz.
Ma tu o quello che Inej riuscì a vedere fu il coltello nelle mani di
Milo, lungo e luccicante. Sembrava la cosa più pulita di lui.
«Non ucciderlo, grassone!» gridò Haskell. Senza dubbio stava
ancora pensando alla ricompensa.
Ma Milo non era evidentemente in grado di starlo a sentire. Alzò
la lama e lo puntò dire amente al pe o di Kaz. All’ultimo secondo,
Kaz rotolò via. Il coltello si conficcò rumorosamente nelle assi del
pavimento. Milo lo afferrò per disincastrarlo, ma Kaz si stava già
muovendo, e Inej si accorse che aveva due chiodi arrugginiti tra le
dita, come se fossero artigli: in qualche modo li aveva sfilati da una
delle asce.
Balzò in alto e conficcò i chiodi nella gola di Milo, per poi
affondarglieli giù nella trachea. Milo emise un debole fischio
strozzato prima di crollare a terra.
Kaz usò la ringhiera per rime ersi in piedi. Scarabeo alzò le mani,
come se si fosse scordato che era ancora in possesso di un randello e
che il suo avversario era disarmato. Kaz lo prese per i capelli, gli tirò
indietro la testa e gliela fracassò contro la balaustra, producendo lo
stesso rumore di uno sparo e un rinculo così potente che la testa di
Scarabeo rimbalzò via come una pallina di gomma. Scarabeo si
accasciò a terra in un mucchie o di ossa da fure o.
Kaz si passò una manica sul viso, si macchiò di sangue naso e
fronte e sputò. Si aggiustò i guanti, guardò in basso verso Per
Haskell dal pianero olo del secondo piano e sorrise. Aveva i denti
imbra ati di sangue. La folla era di gran lunga più numerosa di
quand’era iniziata la rissa. Kaz si sciolse le spalle. «Chi è il
prossimo?» domandò, come se potesse avere un appuntamento da
qualche altra parte. «Chi si fa avanti?» Inej non sapeva come facesse
a tenere la voce così ferma. «Questo è quello che faccio tu o il
giorno. Comba o. Quand’è stata l’ultima volta che avete visto Per
Haskell prendere un pugno? Condurre un colpo? Al diavolo,
quand’è stata l’ultima volta che l’avete visto fuori dal le o prima di
mezzogiorno?»
«Pensi che ti faremo l’applauso perché sei capace di ba erti?» Per
Haskell sogghignò. «Non sistema i problemi che hai causato. Portare
le autorità nel Barile, rapire il figlio di un mercante…»
«Le ho de o che in quello non c’entro» rispose Kaz.
«Pekka Rollins sostiene il contrario.»
«Buono a sapersi che per lei la parola di un Centesimo di Leone
vale più della nostra.»
Un brusio inquieto passò tra la folla di so o come una folata di
vento che fa frusciare le foglie. La tua banda era la tua famiglia, e il
legame tanto stre o quanto quello del sangue.
«Tu sei pazzo a sufficienza da me erti di traverso con un
mercante, Brekker.»
«Pazzo a sufficienza sì» concesse Kaz. «Ma non stupido a
sufficienza.»
Ora qualcuno degli Scarti stava mormorando a qualcun altro,
come se non avessero mai considerato che Van Eck potesse essersi
inventato le accuse. E per forza che non l’avevano considerato. Van
Eck era roba di qualità. Perché mai un onesto mercante avrebbe
montato un’accusa simile contro un ra o dei canali se non fosse stata
vera? E poi, Kaz aveva fa o di tu o per dimostrare di essere capace
di qualsiasi cosa.
«Sei stato visto sul Ponte della Bellina insieme alla moglie del
mercante» insiste e Per Haskell.
«Sua moglie, non suo figlio. Sua moglie, che è a casa sana e salva
accanto a quel ladro del marito, a lavorare a maglia scarpine di lana
e a parlare ai suoi uccellini. Ragioni per un a imo, Haskell. Che cosa
potrei mai farmene del moccioso di un mercante?»
«Corruzione, risca o…»
«Mi sono messo di traverso con Van Eck perché lui si è messo di
traverso con me e ora sta usando i tirapiedi della ci à e Pekka
Rollins e tu i voi per pareggiare i conti. È semplice.»
«Non me lo sono andato a cercare io questo problema, ragazzo.
Non l’ho cercato e non lo voglio.»
«Però tu o quanto il resto, Haskell, l’ha voluto eccome. Starebbe
ancora a gestire truffe da qua ro soldi e a bere whisky annacquato
se non fosse per me. Queste pareti le cadrebbero a orno. Si è preso
ogni moneta e ogni occasione che le ho offerto. Si è divorato gli
introiti di Quinto Porto e del Club dei Corvi come se le spe assero, e
a me ha lasciato le zuffe e il suo lavoro sporco.» Con lo sguardo
passò lentamente in rassegna gli Scarti radunati di so o. «Tu i ne
avete beneficiato. Avete raccolto i fru i. Però alla prima occasione
che vi si presenta, siete pronti ad arruffianarvi Pekka Rollins per il
piacere di vedermi appeso a un cappio.» Un altro fruscio inquieto da
parte degli astanti. «Ma non sono arrabbiato.»
Dovevano essere una ventina gli Scarti che guardavano in su
verso Kaz, tu i quanti armati fino ai denti, e ciononostante Inej
avrebbe giurato di aver sentito il loro sospiro di sollievo. Poi
comprese: il comba imento era solo il numero di apertura. Loro
sapevano che Kaz era un duro. Non avevano bisogno che lui glielo
dimostrasse. Questo aveva a che fare con ciò di cui Kaz aveva
bisogno. Per tentare un colpo di stato contro Per Haskell, avrebbe
dovuto andarsi a cercare gli Scarti uno per uno, sprecando tempo e
rischiando la ca ura nelle strade del Barile. Ora aveva un pubblico, e
Per Haskell era stato felice di dargli il benvenuto e tu o il resto – un
pizzico di intra enimento, la fine drammatica di Kaz Brekker,
l’Umiliazione di Manisporche. Ma quella non era una commedia di
scarso livello. Era un rito di sangue, e Per Haskell aveva permesso
che la congrega si riunisse, non rendendosi conto che il vero
spe acolo doveva ancora iniziare. Kaz era in piedi sul suo pulpito,
ferito, contuso, e pronto a predicare.
«Non sono arrabbiato» disse Kaz un’altra volta. «Non per questo.
Ma sapete cosa mi fa diventare pazzo? Cosa mi manda il sangue alla
testa? Vedere che la mia banda prende ordini da un Centesimo di
Leone. Guardarvi sfilare nella vostra parata dietro Pekka Rollins
come se fosse qualcosa di cui andare fieri. Una delle bande più
pericolose del Barile che si piega come un mazzo di fiorellini appena
spuntati.»
«Rollins ha potere, ragazzo» disse Per Haskell. «Risorse. Torna a
farmi la lezione tra qualche anno, se sarai ancora in circolazione.
Spe a a me proteggere questa banda, ed è quello che faccio. La
me o al sicuro dalla tua incoscienza.»
«Secondo lei sono al sicuro perché si è consegnato a Pekka Rollins?
Secondo lei lui sarà felice di onorare questa tregua? Non gli verrà
voglia di impossessarsi di quel che è suo? Non le sembra tipico di
Pekka Rollins?»
«Al diavolo, no» disse Anika.
«Chi credete che ci sarà in piedi su quella soglia quando al leone
verrà fame? Un corvo? O un galle o senza futuro che starnazza e se
ne va in giro tu o impe ito, poi si allea con un Centesimo di Leone e
un mercante disonesto e si me e contro uno dei suoi?»
Da sopra, Inej poté vedere che quelli più vicini a Per Haskell ora
prendevano leggermente le distanze da lui. Qualcuno gli stava
indirizzando lunghe occhiate, osservavano la sua figura, la piuma
sul cappello e i due bastoni da passeggio fra le mani: il bastone di
Kaz, che avevano visto brandire con precisione letale, e il bastone
con la finta testa di corvo che il vecchio si era inventato per
deriderlo.
«Nel Barile la sicurezza non è in vendita» disse Kaz, e la sua voce
rauca risuonò ardente sopra la folla. «Ci sono solamente forza e
debolezza. Il rispe o non si chiede. Si o iene.» Il perdono non lo chiedi.
Te lo guadagni. Le aveva rubato la ba uta. Per poco Inej non sorrise.
«Io non sono vostro amico» disse lui. «Non sono vostro padre. Non
vi offrirò del whisky, non vi darò pacche sulla schiena e non vi
chiamerò figlioli. Ma riempirò le nostre casse di soldi. E riempirò i
nostri nemici di così tanta paura che scapperanno a gambe levate
quando vedranno quel tatuaggio sul vostro braccio. E allora chi
volete in piedi su quella soglia quando si presenterà Pekka Rollins?»
Il silenzio crebbe, come una zecca che si nutriva della violenza
prospe ata.
«Quindi?» disse in tono da spaccone Per Haskell, gonfiando il
pe o. «Rispondetegli. Volete il vostro legi imo capo o questo storpio
esaltato che non può nemmeno camminare dri o?»
«Io non camminerò dri o» disse Kaz. «Ma almeno non scappo
quando c’è da comba ere.»
E iniziò a scendere i gradini.
Varian, dopo la caduta, si era rialzato dal pavimento. Benché non
apparisse del tu o fermo sulle gambe, si mosse verso le scale, e Inej
non poté che rispe are la sua lealtà a Per Haskell.
Pim si spinse fuori dal muro e gli bloccò il cammino. «Hai chiuso»
gli disse.
«Prendi gli uomini di Rollins» ordinò Per Haskell a Varian. «Dai
l’allarme!» Ma Anika estrasse un lungo coltello e si mise davanti alla
porta d’ingresso.
«Sei un Centesimo di Leone?» gli chiese. «O sei uno degli Scarti?»
Zoppicando in modo vistoso però con la schiena dri a, Kaz scese
con lentezza l’ultima rampa di scale appoggiandosi pesantemente
alla ringhiera. Quando arrivò all’ultimo gradino, la folla rimasta si
divise in due.
La faccia brizzolata di Haskell era rossa per la paura e per lo
sdegno. «Non durerai a lungo, ragazzo. Ci vuole ben più di quel che
hai per ba ere Pekka Rollins.»
p
Kaz strappò via il proprio bastone dalla mano di Per Haskell.
«Ha due minuti per andarsene da casa mia, vecchio. Il prezzo di
questa ci à è il sangue» disse «e io sarò felice di pagare con il suo.»
28
JESPER

Jesper non aveva mai visto Kaz conciato così: il naso ro o, le labbra
spaccate, un occhio gonfio e chiuso. Si stava stringendo il fianco in
un modo che gli faceva supporre che almeno una delle costole fosse
ro a, e quando tossì dentro un fazzole o, fece in tempo a vedere del
sangue sul tessuto bianco prima che Kaz se lo rime esse in tasca.
Zoppicava peggio del solito, ma si reggeva ancora in piedi, e Anika e
Pim erano con lui. A quanto pareva, avevano lasciato alla Stecca una
piccola squadra armata fino ai denti nel caso in cui Pekka avesse
sparso ai qua ro venti la notizia dell’insurrezione di Kaz e avesse
deciso di invadere il loro territorio.
«Per tu i i Santi» disse Jesper. «Devo dedurre che sia andato tu o
bene?»
«Più o meno come ci si poteva aspe are.»
Ma hias scrollò la testa in un gesto a metà tra l’ammirazione e
l’incredulità. «Quante vite hai, demjin?»
«Ancora una, spero.»
Kaz era riuscito a liberarsi della giacca e a strapparsi via la
camicia, appoggiandosi al lavandino del bagno.
«Per amore dei Santi, fa i dare una mano» disse Nina.
Kaz afferrò con i denti un lembo di benda e ne staccò un pezzo.
«Non mi serve il vostro aiuto. Andate avanti a lavorare con Colm.»
«Che cos’ha che non va?» borbo ò Nina mentre tornavano nel
salo o a far esercitare Colm sulla sua storia di copertura.
«Quello che ha sempre» disse Jesper. «È Kaz Brekker.»

Poco più di un’ora dopo, Inej si era introdo a silenziosamente nella


stanza e aveva consegnato a Kaz un biglie o. Era pomeriggio
inoltrato e le finestre della suite erano illuminate da una burrosa luce
dorata.
«Stanno arrivando?» chiese Nina.
Inej fece segno di sì con la testa. «Ho dato la tua le era alla
guardia all’ingresso, e ha funzionato. Mi hanno portata dire amente
da due membri del Triumvirato.»
«Con chi ti sei incontrata?» domandò Kaz.
«Genya Safin e Zoya Nazyalensky.»
Wylan si sporse in avanti. «La Plasmaforme? È all’ambasciata?»
Kaz sollevò un sopracciglio. «Che cosa interessante da scordarsi
di menzionare, Nina.»
«Non era rilevante in quel momento.»
«Sì che è rilevante!» disse Wylan furioso. Jesper rimase un po’
sorpreso. Wylan inizialmente non era parso preoccupato di avere i
lineamenti di Kuwei. Sembrava quasi aver dato il benvenuto alla
distanza che me evano tra lui e suo padre. Però questo era successo
prima che andassero a Santa Hilde. E prima che Jesper baciasse
Kuwei.
Nina trasalì leggermente. «Wylan, pensavo che tu venissi a Ravka.
Avresti incontrato Genya non appena fossimo stati sulla nave.»
«Sappiamo tu i a chi va la lealtà di Nina» disse Kaz.
«Non ho de o niente al Triumvirato di Kuwei.»
Un vago sorriso affiorò sulle labbra di Kaz. «Appunto.» Si voltò
verso Inej. «Hai illustrato le nostre condizioni?»
«Sì, saranno alle terme dell’albergo entro un’ora. Ho
raccomandato loro di accertarsi che nessuno li veda entrare.»
«Speriamo che ci riescano» disse Kaz.
«Guidano una nazione» disse Nina. «Sono in grado di a enersi a
qualche semplice istruzione.»
«Sarà sicuro per loro circolare per strada?» domandò Wylan.
«Probabilmente sono gli unici Grisha al sicuro qui a Ke erdam»
disse Kaz. «Anche se gli Shu stanno trovando il coraggio di
rime ersi a caccia, non inizieranno proprio dalle due dignitarie di
Ravka più alte in grado. Nina, Genya ha la capacità di restituire a
Wylan i suoi connotati?»
«Non lo so» rispose lei. «È chiamata la Prima Plasmaforme, ed è
certamente la più dotata, ma senza parem…» Non ebbe bisogno di
spiegare oltre. La parem era stata l’unico vero motivo per cui Nina
era riuscita a trasformare miracolosamente Wylan in Kuwei. E
tu avia Genya Safin era una leggenda. Tu o era ancora possibile.
«Kaz» disse Wylan, torcendosi un lembo della camicia. «Se Genya
volesse provare a…»
Kaz fece segno di sì con la testa. «Però fino all’asta dovrai essere
due volte più prudente. A tuo padre non piacerà che spunti tu a far
saltare in aria la truffa che sta ordendo contro il Consiglio dei
Mercanti e contro la stadwatch. Sarebbe più furbo aspe are…»
«No» disse Wylan. «Non voglio più essere qualcun altro.»
Kaz scrollò le spalle, ma Jesper ebbe la sensazione che le cose
stessero andando esa amente come voleva lui. Perlomeno, in questo
caso, era ciò che voleva anche Wylan.
«Non ci saranno gli ospiti dell’albergo alle terme?» chiese Jesper.
«Ho fa o riservare tu o lo spazio al signor Rietveld» disse Nina.
«Lo imbarazza molto spogliarsi di fronte agli altri.»
Jesper geme e. «Ti prego di non parlare di mio padre che si
spoglia.»
«Sono i suoi piedi palmati» scherzò Nina. «Troppo imbarazzanti.»
«Nina e Ma hias staranno qui» disse Kaz.
«Io dovrei stare là» protestò Nina.
«Sei una Ravkiana o sei un membro di questa banda?»
«Sono entrambe le cose.»
«Esa amente. Questo confronto sarà già abbastanza complicato
così, senza che ci siate tu e Ma hias a fare confusione.»
Andarono avanti a discuterne per un po’, ma alla fine Nina
acconsentì a restare indietro se ci fosse stata Inej al suo posto.
Ma Inej scrollò la testa. «Preferirei di no.»
«Perché?» le domandò Nina. «Qualcuno deve pur far sentire Kaz
responsabile.»
«E tu credi che io ne sia capace?»
«Dovremmo almeno provarci.»
«Io ti voglio bene, Nina, ma il governo di Ravka non ha tra ato
molto bene i Suli. E a me non interessa scambiare convenevoli con i
loro capi.» Era una cosa che Jesper non aveva mai considerato, ed era
evidente dall’espressione colpita di Nina che non l’aveva mai fa o
nemmeno lei. Inej l’abbracciò forte. «Avanti» disse. «Facciamoci
ordinare da Colm qualcosa di appetitoso.»
«Questa è la tua risposta per tu o.»
«Ti stai lamentando?» domandò Inej.
«Sto dichiarando uno dei motivi per cui ti adoro.»
Andarono a cercare Colm a bracce o, ma Nina si stava
mordicchiando il labbro inferiore. Era abituata alle critiche che
Ma hias rivolgeva al suo paese, ma secondo Jesper quelle di Inej
l’avevano punta più sul vivo. Voleva dirle che si poteva amare
qualcosa e vederne comunque i dife i. O perlomeno lui sperava che
le cose stessero così, altrimenti era davvero spacciato.
Mentre si dividevano per prepararsi all’incontro con i Ravkiani,
seguì Wylan lungo il corridoio.
«Ehi.»