Sei sulla pagina 1di 347

2640

This work is licensed under a Creative Commons Attribution 4.0 International License.
Permissions beyond the scope of this license may be available a tcustomer.service@beic.it.

Quest'opera e distribuita con Licenza Creative Commons Attribuzione 4.0 Internazionale.


Permessi oltre lo scopo di questa licenza possono essere richiesti a customer.service@beic.it.
ISTITUTO VENETO DISCIENZE LETTERE ED ARTI

ANDREA ZANNINI

BUROCRAZIA E BUROCRATI
A VENEZIA IN ETÂ MODERNA:
I CİHADINI ORIGINARI
(SEC. XVI-XVIII)
In copertina: da P. G radenigo , Pregi e fregi
de’ cancellieri veneti, Biblioteca del
Museo Civico Correr di Venezia,
Mss. Gradenigo, 66, c. 215r.
ISTITUTO VENETO
DI S C I E N Z E , L E T T E R E E D A R T I

MEMORIE
CLASSE DI SCIENZE MORALİ, LETTERE ED ARTI
Volüme XLVII

ANDREA ZANNINI

BUROCRAZIA E BUROCRATI
A VENEZIA IN ETÂ MODERNA:
I CITTADINI ORIGINARI
(sec. XVI-XVIII)

Memoria presentata dal s. e. Gaetano Cozzl


nell’adunanza ordinaria del 24 ottobre 1992

VENEZI A
1993
ISSN 0393-845X
ISBN 88-86166-02-8

© Copyright Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti - Venezia

30124 Venezia - Palazzo Loredan, Campo S. Stefano 2945


Tel. 041/5210177 - Biblioteca Tel. 041/5237009
Telefax 041/5210598
e-mail: IVSLA @ IVEUNCC. UNIVE. IT

Direttore responsabile: L eopoldo M azzarolli

Autorizzazione del Tribunale di Venezia n. 544 del 3.12.1974


in d ic e

Relazione della Commissione giudicatrice .................................... p. 5


Elenco delle tabelle .......................................................................... » 7
Elenco dei grafici .............................................................................. » 9
Nota sul sistema monetario, avvertenza e abbreviazioni ............... » 10

Introduzione .................................................................................... » 11

i - I CITTADINI «SALITI DI UNO GRADO»:


c a p it o l o
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO . . . . p. 23
1. II concetto di cittadinanza nella Venezia del ’2 e ’300 ................ » 24
2. Nascita, formazione e chiusura dell’ordine, 1378-1569 ............... » 34
3. La cittadinanza nella trattatistica d el’4 e 1500 ............................ » 47

ıı - IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE ...........


c a p it o l o p. 61
1. I requisiti necessari per ottenere la cittadinanza originaria . . . . » 61
2. L’«onorevolezza» come carattere distintivo dell’o rd in e............... » 68
3. Una graduale, minöre rigiditâ di selezione .................................. » 84
4. La consistenza demografica dell’ordine e l’estrazione socio-
professionale dei nuovi cittadini ................................................. » 88
5. I figli naturali di nobili veneziani................................................. » 108
4 in d ic e

- IL SERVIZIO NELLA CANCELLERIA DUCALE p. 119


c a p it o l o i i i

1. II segretario «dominator delle leggi»............................................. » 120


2. L’organizzazione gerarchica del personale ................................ » 130
3. Laretribuzione ............................................................................ » 138
4. La carriera di un funzionario tra ’5 e ’600 ...................................... » 151
5. L’«Ordine della Cancelleria» ....................................................... » 163

c a p it o l o iv - I CITTADINI NELLA BUROCRAZIA


INTERMEDIA ......................................................................... p. 183
1. Gli uffici distribuiti dalla Quarantia ............................................. » 183
2. II sistema di distribuzione tra ’5 e ’600 ........................................... » 192
3. II reclutamento del personale, 1516-1636 ...................................... » 198
4. Le leggi del 1632 edil catastico degli uffici del 1636 ................... » 208
5. Le componenti del reddito ed il peso fiscale sugli uffici ................. » 217
6. Le vendite d’uffici nel ’600 e l’estromissione dei cittadini dalla
burocrazia intermedia............................................................... » 230

v - CİHADINI E PATRIZI TRA SEI


c a p it o l o
E SETTECENTO ................................................................... p. 247
1. Polidca ed economia tra Lepanto e la perdita della Morea ............. » 248
2. I cittadini negli şeritti delT«antimito» ........................................... » 255
3. II ridimensionamento seicentesco del ruolo dei cittadini origi-
n ari............................................................................................... » 268

Appendice ....................................................................................... » 295

Bibliografia....................................................................................... » 301

indice analitico.................................................................................. » 307


5

Relazione della Commissione giudicatrice sutta Memoria di Andrea


Zannini dal titolo Burocrazia e burocrati a Venezia in etâ moderna: i
cittadini originari (sec. XVI-XVIII), approvata nett’adunanza ordinaria
del 28 novembre 1992.

A Venezia i cittadini originari costituivano l’ordine intermedio tra


la nobiltâ e il popolo, un gruppo sociale per molti aspetti omogeneo per
i requisiti di nascita e per i privilegi dei quali godeva, che tuttavia ha
sempre posto numerose difficoltâ di individuazione e di definizione. II
dott. Andrea Zannini ne analizza la nozione presso la trattatistica del
Quattro e Cinquecento e ne esamina il processo di formazione, che
conduce a quetta specie di «serrata» stabilita dalla legge del 1969,
seguendone poi le nicende e l’evoluzione fino al principio del Sette-
cento.
Per fissarne in modo concreto la consistenza e l’immagine, l’atten-
zione del dott. Zannini s’e volta in modo particolare a quel gruppo che
gravitava sutta cancetteria ducale e sugli uffici intermedi distribuiti dalla
Çhıarantia, 499 nel 1636. II rapporto reciproco tra questo ceto burocrati-
co e l’articolazione degli uffici ai quali esso era abilitato da coerenza
all’indagine e ne determina il campo, permettendo di tracciarne una
solida analisi strutturale.
Sistematiche ricerche d ’archivio, condotte su fo nti poco esplorate,
hanno consentito di raccogliere una messe ricchissima di dati anche
quantitativi, che il dott. Zannini ha elaborato e interpretato con valen-
tia. II carattere della documentazione ha il suo riflesso nett’ampia
esemplificazione, che non scade mai nett’episodico. E un’analisi appro-
fondita della legislazione ha segnato le linee di fondo del discorso,
contribuendo a legarlo al clima politico, economico e sociale veneziano
nett’epoca considerata, guardato anche dalla prospettiva degli şeritti sul
mito e sutt’antimito.
6

II lavoro offre un quadro d’insieme veramente nuovo e compiuto di


un settore della societâ veneziana che, a parte gli studi su singole
carriere, era finora rimasto un po’ in ombra, sacrificato forse dagli studi
sul patriziato.
Varticolarmente apprezzabili le parti che riguardano l’estrazione
sociale e professionale dei nuovi cittadini, i sistemi di reclutamento del
personale, la distribuzione e la dinamica delle paghe e degli altri
proventi dell’ufficio, lo svolgimento delle carriere, col corredo di nume-
rosi prospetti che rendono piû eloquente e persuasiva la trattazione.
Ottimo e anche il capitolo che esamina in tutti i suoi aspetti il servizio
della cancelleria ducale, nei meccanismi e nella piramide gerarchica ma
anche in tutte le sue difficoltâ pratiche e disfunzioni, la preparazione
tecnico professionale.
Una monografia di livello veramente ottimo, alla quale giova anche
l’esposizione limpida, spesso elegante.
In conclusione la sua qualitâ e tale da meritare pienamente la
pubblicazione tra le Memorie del nostro Istituto.

Venezia, 18 novembre 1992

La Commissione giudicatrice
G aetano C ozzi
U go T ucci
G in o B e n z o n i
ELENCO DELLE TABELLE

11.1 - Percentuale di «domande respinte» rispetto aile doman-


de presentate ................................................................... p. 87
11.2 - Tempo intercorso tra presentazione ed approvazione del-
le domande di cittadinanza originaria (valore mediano su
un campione di 200 approvazioni per periodo) ............. » 90
11.3 - Popolazione di Venezia per categorie di censimento,
1509-1790 .......................................................................... » 92
11.4 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo l’ordi-
ne sociale del padre del neo-cittadino, 1570-1719 .......... » 99
III. 1 - Organico del personale di cancelleria ............................. » 131
111.2 - Salari e provvisioni corrisposti al personale di cancelleria
(in ducati e grossi) ........................................................... » 141
111.3 - Provenienza sociale dei neo-assunti in cancelleria .......... » 178
111.4 - Professione del padre dei neo-assunti provenienti da
famıglie non di cancelleria ................................................. » 178
IV. 1 - La burocrazia non patrizia veneziana tra 1633 e 1636 . . . » 184
IV.2 - Eletti, candidati e loro rapporto nelle elezioni di Quaran-
tia, 1546-1636 (valori assoluti per quinquennio)............. » 204
IV.3 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 in base
all’ordine sociale di appartenenza del titolare (valori asso­
luti e percentuali) ............................................................... » 210
IV.4 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 in base al
titolo con cui erano tenute (valori assoluti e percentua­
li) ........................................................................................ » 210
IV.5 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 per titolo
di godimento in base all’ordine di appartenenza del
titolare (valori assoluti) ....................................................... » 211
IV.6 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 per titolo
di godimento all’interno dei cittadini originari (valori
assoluti) .............................................................................. » 213
IV. 7 - Distribuzione per decennio degli uffici goduti in virtu di
«grazie in vita» del Catastico 1636 a seconda dell’anno in
cui e stata concessa la grazia (valori assoluti per decen­
nio) ...................................................................................... » 214
8 ELENCO DELLE TABELLE

IV.8 - Reddito annuo lordo di 110 uffici compresi nel Catastico


1636 in base all’ordine sociale di appartenenza del titola-
re (in ducati di conto) ..................................................... p. 215
IV.9 - Reddito annuo lordo di 110 uffici compresi nel Catastico
1636 in base al titolo di godimento (in ducati di conto) .. » 216
IV. 10 - Decima attribuita a 404 uffici in quattro catastici diversi
(solo casi completi; valori in ducati «buona valuta»; tra
parentesi i valori indice) .................................................. » 229
IV. 11 - Ordine sociale dei titolari d’uffici «distribuiti dalla Qua-
rantia» in tre momenti diversi (39 casi completi su 176 in
osservazione; valori percentuali) .................................... » 240
IV. 12 - Tassi annui di redditivitâ di otto cariche al Fontego dei
Tedeschi nel 1665 (prezzo d’acquisto in ducati di conto
valuta corrente) ............................................................... » 243
A.l - Movimento annuale delle domande approvate, «doman-
de respinte» ed approvate con esenzione del requisito
della nascita in cittâ ......................................................... » 295
A.2 - Famiglie aggregate al patriziato veneziano, 1646-1718 . . . » 299
ELENCO DEI GRAFICI

11.1 - Approvazioni alla cittadinanza originaria, «domande re-


spinte», domande approvate dopo grazia di esenzione dal
requisito della nascita in cittâ, 1573-1696 (medie mobili
novennali) ........................................................................... p. 87
11.2 - Approvazioni alla cittadinanza originaria, 1569-1720 ........ » 90
11.3 - Approvazioni alla cittadinanza originaria, 1573-1792, con
indicazione del numero di «cittadini» rilevato dai censi-
menti (media mobile novennale) ........................................ » 96
11.4 - Domande presentate (= domande approvate + domande
respinte) secondo l’anno di presentazione, 1573-1716 (me­
dia mobile novennale) ........................................................ » 97
11.5 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo l’ordine
sociale del padre, 1573-1716 (medie mobili novennali) . . . . » 99
11.6 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo la profes-
sione esercitata dal padre, per periodo (valori assoluti) . . . . » 102
II. 7 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo la profes-
sione esercitata dal padre, per periodo (valori percentuali) » 102
10 AVVERTENZE E NOTE

Nota sul sistema monetario


L’unitâ monetaria a cui piü frequentemente si fara riferimento in questo
studio e il ducato di conto, il cui rapporto con la lira era fissato in 6 lire e 4
soldi. 11 ducato era suddiviso in 24 grossi, e ogni grosso era costituito da 32
piccoli. La lira seguiva invece la classica ripartizione in 20 soldi o 240 denari.
Di seguito si fornisce il rapporto tra il ducato d’oro, lo «zecchino» - il
cui valore intrinseco (gr. 3,49 d’oro) rimase stabile fino al 700 - e la lira di
conto per il periodo esaminato da questo studio.
1553 7:18 1664 17
1562 8 1697 17:10
1570 8:12 1698 17:15
1573 8:12/8:16 1699 18
1577 8:12 1701 18:10/18:15
1584 9/9:12 1702 19/20
1588 10 1704 20:5
1601 10:12 1707 20:8/20:15
1605 10:14 1709 21
1607 10:16 1711 21:5
1614 10 1713 21:10
1621 12:12 1715 21:15
1633 14/14:10 1716 21:18
1638 15 quindi 22
1643 16
Fonti: G. G alliccioli, Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche ..., I,
Venezia 1795, pp. 376-377; G. G ullino, I Pisani dal banco e moretta. Storla di due
famiglie veneziane in etâ moderna e delle loro vicende patrimoniali tra 1705 e 1836, Roma
1984, p. XIV. Cfr. anche la tabella, che presenta valori assai simili, in R. M ueller,
Monete coniate e monete di conto nel Trevigiano. Medioevo e epoca moderna, in Due
villaggi della collina trevigiana. Vidor e Colbertaldo, a cura di D. Gasparini, II, Vidor 1989,
pp. 333-335.

Avvertenza
A Venezia l’anno iniziava il primo marzo. Tutte le date sono State
uniformate al calendario moderno.

Abbreviazioni
ASV Archivio di Stato di Venezia
BCU Biblioteca Civica di Udine
BNM Biblioteca Nazionale Marciana - Venezia
BMCC Biblioteca del Museo Civico Correr - Venezia
INTRODUZIONE*

E relativamente semplice individuare il significato preciso che


avevano nella Venezia del Cinquecento espressioni quali «patriziato»,
oppure «nobile abile al Maggior Consiglio»: il processo di definizione
della classe aristocratica che si compı tra Due e Trecento lasciö un
ben individuato gruppo sociale alla guida della repubblica marciana e
dei suoi dominii.
Piü complesso appare invece attribuire un senso definito a termini
quali «cittadino», «cittadinanza», «cives venetus», o piü semplicemen-
te «Veneto». Una difficoltâ accentuata dalla compresenza di una
definizione giuridica sufficientemente rigida dello status di cittadino,

* Nello stendere queste note di ringraziamento il mio pensiero va innanzitutto a


Gaetano Cozzi, Volker Hunecke, Claudio Povolo e Ugo Tucci, che mi hanno indicato la
strada della ricerca storica, ed in particolare hanno richiamato la mia attenzione su questo
specifico argomento di storia veneziana.
II libro e frutto di un lavoro svolto nell’ambito del dottorato in Storia economica e
sociale avente come sede l’Universitâ commerciale «L. Bocconi» di Milano ed e stato
quindi oggetto di discussioni e seminari con i doçenti partecipanti al dottorato e con i miei
amici e colleghi. A tutti va la mia riconoscenza per le osservazioni ed i commenti che ho
raccolto nei diversi incontri. In particolare devo molto alla pazienza e all’esperienza di
Marzio Romani e Ugo Tucci che mi hanno seguito da vicino.
In alcuni momenti, piû che di una ricerca personale, si e trattato di un lavoro
d’equipe, di cui mi sono impossessato: penso aile lunghe discussioni con Anna Bellavitis e
Matteo Casini, i quali ritroveranno parte delle loro idee nel primo capitolo. Mi sono stati
d’aiuto i suggerimenti di due cari amici, Mario Rizzo e Luciano Pezzolo, come püre gli
scambi d’idee con Valter Panciera, Anna Pizzati, Alfredo Viggiano e Sergio Zamperetti.
Ho ricevuto consigli preziosi su singole questioni da Gigi Corazzol, Renzo Derosas,
Rheinold Mueller e Giuseppe Trebbi, mentre alcune particolari ricerche d’archivio mi
sono State facilitate da Claudia Salmini, Alessandra Sambo e Alessandra Schiavon. Infine,
hanno letto parte dello scritto Anna Bellavitis, Valeria Bove, Matteo Casini, Luciano
Pezzolo e Carla Spolaor. Ricordando, ovviamente ma doverosamente, che ogni errore o
mancanza e da imputare esclusivamente all’autore, li ringrazio tutti di cuore. Un pensiero
particolare va a Valeria, la mia piü bella scoperta d’archivio.
II libro e dedicato a mia madre.
12 INTRODUZIONE

articolata su piü gradi di cittadinanza, e di una considerevole elasticitâ


nell’utilizzare nel linguaggio comune lo stesso titolo riferendolo a
soggetti diversi.
Cosı, in una prima accezione, secondo l’uso romano, «cittadini»
erano solo i soggetti politici che godevano di pieni diritti politici - e
quindi esclusivamente i nobili in altre occasioni i «cittadini»
sembrano formare una categoria piü ampia, comprendente tanto i
forestieri naturalizzati quanto coloro che potevano vantare unorigo
cittadina, i «cittadini originari». In definitiva, se si presta ascolto a
singole voci, ad isolate testimonianze, si corre il rischio di considerare
«cittadini» tanto il patrizio quanto il ricco mercante d’origine «fore-
sta», il notaio della cancelleria ducale come il bottegaio nato in cittâ,
figüre sociali appartenenti a gruppi ben distinti.
Un patrizio veneziano della seconda meta del Seicento ha fornito,
in una sua preziosa descrizione del governo repubblicano, una defini-
zione di cittadinanza che dirime ogni possibile incertezza:
Se ben Cittadino e un nome generico che include distintione dal forestiero,
et abbraccia tutti quelli che vivendo in commune delle leggi compongono la
cittâ, secondo perö il nostro parlar usitato si specifica ad una particolar
conditione di persone, mentre in Venetia si considerano tre ordini: Nobili,
Cittadini, Popolari. Li Cittadini, che appresso di noi passano propriamente
sotto questo nome sono quelli che, oltre l’antica origine da Veneti, menano
vita çivile e sono capaci di alcuni offitij e ministerij a questo ordine
solamente riservati, trâ quali li piü rigguardevoli sono la Cancelleria Ducale,
li notariati dell’Avogaria, e molti altri. Questi comunemente si dicono
Cittadini Originarij1.
Per cittadini quindi si debbono intendere i soli originari i quali,
come sottolinea bene il Muazzo, non solo formavano una «particolar
conditione di persone» ma costituivano un «ordine» vale a dire un
ceto, uno strato sociale individuato attraverso considerazioni di carat-
tere sociale indipendenti dal ruolo e dalla condizione economica di
coloro che vi facevano parte: una definizione che coincide perfetta-
mente, per terminologia e senso, con la piü accreditata analisi della
stratificazione delle «societâ d ’ordini» d ’antico regime.
La precisa identitâ dei cittadini originari come gruppo sociale

1 G.A. Muazzo, Historia del Governo antico e presente della Repubblica di Venetia,
BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 966 (8406), p. 87,
INTRODUZIONE 13

doveva comunque apparire evidente anche ad un visitatore straniero.


Essi infatti portavano in pubblico la stessa lunga veste nera dei patrizi
con i quali si recavano quotidianamente «a palazzo»: i nobili compo-
nevano i consigli e i collegi che governavano la Serenissima, i cittadini
servivano negli stessi uffici con incarichi subalterni, costituendo l’ar-
matura portante deH’amministrazione marciana.
L’accurata definizione del Muazzo aiuta anche a spiegare quale sia
stato il punto di partenza di questo studio. Riflettendo sulla sua
suddivisione della societâ veneziana in tre ordini di persone, non si
puö non dare importanza alla posizione centrale di questo «ceto
medio» nella struttura sociale della Venezia d ’epoca moderna. La
considerazione che ha dato il via a questa ricerca e stata quindi che
tale ceto non abbia avuto, da parte della storiografia su Venezia, un
interesse adeguato alla sua posizione-cardine. Ciö non significa che
l’importanza di quest’ordine non sia stata piü volte evidenziata, anzi
gli accenni in questo senso sono andati moltiplicandosi negli ultimi
anni e alcuni aspetti della presenza cittadinesca - cosı come singoli
personaggi - sono stati recentemente scandagliati con preziosi risul-
tati2.
Ciö che mancava quando questa ricerca e stata progettata era uno
studio che avesse come obiettivo specifico l’ordine nel suo complesso
e il suo ruolo nella Venezia moderna, inserendosi, per quanto possibi-
le, nel dibattito sulla tenuta plurisecolare della struttura sociale della
cittâ lagunare.
Varie opzioni erano disponibili per perseguire questo obiettivo. Si
poteva approfondire la tesi secondo cui i cittadini in quanto funziona-
ri stabili dell’amministrazione detenevano, in virtu della continuitâ
della loro carica, un effettivo potere politico superiore sovente a
quello degli stessi patrizi3. Oppure si poteva inquadrare il ceto
attraverso la lente d ’ingrandimento dell’analisi familiare, isolando un
certo numero di casate rappresentative di significativi percorsi genea-
logici e patrimoniali. Suggestiva era l’ipotesi di seguire lo spiegarsi dei

2 Mi riferisco in generale aile öpere di Gaetano Cozzi e Ugo Tucci e in particolare ai


recenti contributi di Mary Neft e Giuseppe Trebbi; a tutti questi lavori si fara ripetuta-
mente riferimento.
3 L. von Ranke, Venezia nel '500, Roma 1971, in particolare pp. 33-34. Per
un’interpretazione critica della posizione rankiana sui cittadini cfr. il saggio introduttivo di
U. Tucci, Ranke storico di Venezia, pp. 3-69.
14 INTRODUZIONE

rapporti di solidarietâ e parentela, protezione e clientela che coinvol-


gevano patrizi e cittadini in una rete tanto labile da ricostruire quanto
potenzialmente ricca di significati.
Tutte queste tracce, ed altre ancora, sono parse invitanti anche se,
in prospettiva, incerte ed aleatorie in mancanza di conoscenze di base
piü solide, a cominciare dalla semplice nozione di chi componesse
quest’ordine, come vi si accedesse e perche un considerevole numero
di Veneziani vi si aggregö.
Cosi la ricerca e partita dallo spoglio dei «processetti» mediante i
quali la magistratura patrizia dell’Avogaria di Comun, a partire dal
1569, riconosceva lo status di cittadino originario. L’analisi di questa
serie archivistica quasi inesplorata - che, per analogia con la simile
procedura patrizia, e stata spesso indicata come «libro d’argento» -
ha condotto ad esaminare circa 1800 pratiche per il conferimento
della cittadinanza, fornendo una cospicua massa di informazioni che,
nel secondo capitolo, hanno preso la forma di una şorta di radiografia
dell’ordine. Una radiografia inevitabilmente approssimativa: i cittadini
originari sono stati colti nel momento in cui veniva sancita giuridica-
mente la loro condizione sociale, quindi nella fase in cui «entravano»
nell’ordine e dovevano dimostrare di possedere gli indispensabili
requisiti di «civiltâ», «onorevolezza», «originarietâ» e «mancanza di
pene infamanti». Come si vedrâ, nel momento in cui gli aspiranti
cittadini comprovavano la loro «sufficienza», essi ritagliavano il profi-
lo sociale dell’ordine, ne fotografavano gli elementi caratteristici di
distinzione, indicavano insomma chi, a tutti gli effetti, fosse il cittadi­
no originario veneziano.
11 dato principale emerso dallo studio dei processetti di cittadi­
nanza, a conferma ancora una volta delle osservazioni del Muazzo, e
che, nel periodo in esame, la cittadinanza originaria fu certamente un
titolo ricercato per il prestigio sociale che attribuiva ma anche, e forse
soprattutto, perche abilitava a particolari uffici neü’amministrazione
della cittâ e dello stato. La presenza dei cittadini come gruppo
distinto era insomma inscindibile dalla loro particolare collocazione
professionale quale personale amministrativo intermedio della mac-
china statale.
E parso di conseguenza ineludibile porsi il problema di come tale
presenza sia venuta evolvendosi nell’arco di tempo considerato, te-
nendo conto sia dell’evoluzione politico-amministrativa delle istituzio-
INTRODUZIONE 15

ni veneziane, sia degli avvenimenti esterni che, tra ’5 e 700, influiro-


no su queste.
I settori principali d ’indagine sono subito apparsi due, la cancelle-
ria ducale, nella quale serviva l’elite del ceto, e quella che abbiamo
chiamato la «burocrazia intermedia», vale a dire un’ampia fascia di
posti intermedi - 459 nel 1636 - di scrivano, notaio, ecc. distribuiti
nelle varie magistrature rette da patrizi, che costituivano l’ossatura
portante dell’amministrazione veneziana.
E opportuno a questo punto, per chiarire il discorso, richiamare i
diversi livelli in cui era diviso nell’epoca moderna il personale ammi-
nistrativo dello stato marciano, spiegando contemporaneamente il
senso che si attribuirâ a termini quali «ufficio», «funzionario», «buro­
crazia», che l’uso comune e la tradizione storiografica hanno caricato
di significati ulteriori rispetto all’originaria valenza semantica.
Una prima suddivisione delle cariche pubbliche veneziane pud
essere riscontrata tra i posti di «magistrato» e gli «uffici di ministe-
ro»: i primi, riservati esclusivamente agli appartenenti all’ordine patri-
zio iscritti al cosiddetto «libro d ’oro», comprendevano tanto Peserci-
zio in organi collegiali, consigli e collegi, quanto l’assunzione di una
carica individuale, e costituivano di fatto Pinsieme degli organi di
governo dello stato. I secondi erano invece in parte riservati ai soli
cittadini originari (i posti di maggiore importanza), in parte potevano
essere esercitati da altre categorie di persone (cittadini per privilegio,
sudditi, abitanti di Venezia, ecc.), e riunivano tutti gli uffici che
dipendevano dai magistrati patrizi per l’esecuzione degli atti ammini-
strativi.
Questa schematica suddivisione deve perö essere considerata ela-
sticamente. Da un punto di vista giuridico-istituzionale, ad esempio,
la divisione tra funzioni di governo e funzioni amministrative - cosı
come e concepita nella giurisprudenza contemporanea - era spesso
sottile, talvolta inesistente: gli stessi magistrati patrizi compievano atti
amministrativi e, viceversa, una quantitâ di funzioni che oggigiorno
sarebbero identificate come atti di governo - vale a dire scelte di
natura esclusivamente politica - venivano espletate da coloro che
rivestivano gli uffici di ministero. Esemplare e il caso della cancelleria
ducale, il settore amministrativo «di supporto» ai principali consigli
patrizi, nel quale - come si vedrâ - la funzione dei cittadini originari
che vi svolgevano servizio frequentemente assumeva un precipuo
16 INTRODUZIONE

carattere politico. Di conseguenza la consueta distinzione degli uffici


veneziani tra magistrature patrizie = organi di governo e cariche
riservate a non patrizi = uffici subalterni va considerata alla luce di
questa confusione di ruoli, comune peraltro a tutti i sistemi ammini-
strativi d ’epoca moderna4.
Nella terminologia coeva le espressioni «ufficio» e «carica» erano,
come ancor oggi, considerevolmente vaghe: indicavano tanto il luogo
fisico di espletamento dell’impiego quanto l’insieme delle funzioni da
svolgere. Per indicare i differenti ruoli all’interno di una stessa
magistratura si utilizzavano forme quali «i magistrati» oppure «i
signori deli’ufficio», contrapposte a «i ministri», «i servitori»; costoro
venivano indicati singolarmente attraverso la loro funzione: «il noda-
ro», «il masser», ecc. Significativa la terminologia utilizzata per il
personale della cancelleria ducale, che si divideva in due livelli
gerarchici principali, notai e segretari: i primi venivano per consuetu-
dine denominati «fedelissimi», i secondi «circospetti», a sottolineare
come la lealtâ e l’avvedutezza fossero i requisiti essenziali per il
servizio in questo settore-cardine. Nelle scritture di governo notai e
segretari di cancelleria venivano indicati come «quelli di cancelleria»,
una formula generica che evidenzia la difficoltâ, o la ritrosia, a
considerare anche dal punto di vista terminologico il gruppo piu
specializzato della burocrazia non patrizia.
In questo saggio termini quali «ufficiale» e «funzionario» sono
stati usati indifferentemente, pur nella consapevolezza che essi nella
tradizione storiografica hanno assunto un preciso valore storico a
designare differenti stadi di evoluzione del sistema amministrativo
statale. Questa scelta si basa su alcune considerazioni, la prima delle
quali e che nella storia della repubblica marciana, quindi dalla fine
del ’200 al 1797, questa contrapposizione non ebbe luogo, il fonction-
naire non si affiancö ali’officiel rilevando parte delle sue funzioni, ne
lo sostituı, come avvenne nei casi classici della Francia o della Prussia.

4 Sull’argomento cfr.: E. Besta, II Senato veneziano (origine, costituzione, attribuzioni


e ritı'), in Miscellanea di storia veneta, ed. per cura della R. Deputazione Veneta di storia
patria, serie II, tomo V, Venezia 1899, p. 3, nn. 1 e 2; G. Maranini, La Costituzione di
Venezia. Dopo la serrata del Maggior Consiglio, Firenze 1931, p. 168; G. Cassandro,
Concetto caratteri e struttura dello stato veneziano, in «Rivista storica del diritto italiano»,
36 (1963), pp. 39-40; P. Barile, voce Atto di governo (e atto politico), in Enciclopedia del
diritto, IV, Milano 1959, pp, 220-232.
INTRODUZIONE 17

In secondo luogo, alcune caratteristiche tipiche del «funzionario


moderno» erano giâ insite in alcuni ruoli amministrativi veneziani,
anche non patrizi, perlomeno dal ’400, sicche tale dicotomia assume
scarso valore nella realtâ lagunare. In terzo luogo «officiali» erano
detti anche i patrizi che servivano in diverse magistrature, per i quali
sarebbe ben difficile trovare delle corrispondenze con la figura classi-
ca dell’«ufficiale patrimoniale»5. Riflessioni in parte simili permettono
di utilizzare per l’amministrazione veneziana d ’epoca moderna il
termine «burocrazia», inteso nella sua generica accezione odierna di
insieme di pubblici funzionari. Se poi si volesse risalire all’origine
storica del termine, inteso come deformazione delle forme classiche di
governo ad opera di un apparato amministrativo che si moltiplica per
esigenze proprie, ebbene comunque non sarebbe errato riscontrare
tracce di un’evoluzione del genere anche giâ nella Venezia quattro-
centesca6. Ciö considerato, si e utilizzata l’espressione «burocrazia

5 R. M ousnier, La venalite des office sous Henry IV et Louis XIII, Paris 1971, p. 667;
H. Rosemberg, Bureaucracy, Aristocracy and Autocracy. The Prussian Experience 1660-
1815, Cambridge, Mass. 1958, pp. VII-IX, 1-14. Cfr. anche J.A. Armstrong, Old-Regime
Governors: Bureaucrats and Patrimonial Attributes, in «Comparative Studies in Society and
History», 14 (1972), pp. 2-29; G.E. Aylmer, The King’s Servants. The Civil Service of
Charles I 1615-1642, London and Boston 1974, pp. 459-463, e il commento relativo di
V.I. C omparato, Uffici e societâ a Napoli (1600-1647). Aspetti dell’ideologia del magistrato
nell’etâ moderna, Firenze 1974, pp. 37-38. Vari spunti anche in R. Burr Litchfield ,
Emergence of a Bureaucracy. The Florentine Patricians 1530-1790, Princeton 1986, pp.
65-83 e R. Mancini, La corruzione. Usi ed ahusi di un termine storiografico, in «Ricerche
storiche», 21, 1 (genn.-apr. 1991), pp. 3-33.
6 Sull’origine del concetto di burocrazia cfr. M. Albrow, La burocrazia, trad. it.
Bologna 1973 (London 1970). Una discussione storica della tesi weberiana e in E.
Kamenka, Bureaucracy, Oxford-Cambridge, Mass. 1989, pp. 76-91; cfr. anche A. Musı,
Stato moderno e mediazione burocratica, in «Archivio storico italiano», 143, 1 (1986), pp.
75-96. Sull’applicazione concreta del concetto di burocrazia sono essenziali le pagine di
Aylmer, The King’s cit., pp. 459-463. La piü completa rassegna sul personale amministra­
tivo europeo e W. F ischer-P. L undgreen, II reclutamento e l’addestramento del personale
tecnico e amministrativo, in C. T illy (a cura di), La formazione degli stati nazionali
nell’Europa occidentale, trad. it. Bologna 1984 (Princeton 1975); cfr. anche J.A. Arm­
strong, The European Administrative Elite, Princeton 1973. Per il rapporto tra burocra-
tizzazione e nascita dello stato moderno e d’obbligo citare J. Vicens Vives, La struttara
amministrativa statale nei secoli XVI e XVII, in E. Rotelli-P. Schiera (a cura di), Lo
Stato moderno. Vol. I: Dal Medioevo all’etâ moderna, Bologna (1971), pp. 221-246 e F.
C habod, Esiste uno Stato del Rinascimento?, in İ dem, Şeritti sul Rinascimento, Torino
19672, pp. 591-623. Vari spunti sulle piü attuali tendenze degli studi sulla burocrazia in A.
Breton -R. W introbe, La logica del comportamento burocratico. IJn'analisi economica
della concorrenza, dello scambio e dell’efficienza nelle organizzazioni private e pubbliche,
18 INTRODUZIONE

intermedia» per indicare una considerevole quantitâ di uffici subalter-


ni distribuiti in numerose decine di magistrature patrizie, che per
circa due secoli tra ’4 e ’600 vennero con continuitâ occupati da
cittadini. intermedia era la posizione di questi uffici nella scala
gerarchica ma sovente nello svolgimento della quotidiana routine di
lavoro la loro funzione si dilatava consıderevolmente e conferiva agli
ufficiali che li esercitavano un «potere» tanto difficile oggi da definire
quanto allora immediatamente appariscente e spendibile.
Lo studio della presenza cittadinesca nell’amministrazione e dun-
que partito dalla cancelleria ducale. II ruolo dei funzionari di cancel-
leria e la loro importanza per l’intero ordine intermedio e uno dei
pochi aspetti della storia di questo gruppo sociale affrontato da studi
recenti7. La ricerca e partita dall’analisi di un consistente apparato
normativo per tracciare il profilo delle mansioni attribuite a questi
funzionari e per osservare l’evoluzione della routine di lavoro tra
secondo ’500 e inizi del 700. Un complicato sistema di controlli,
esami e premi sovrintendeva alla progressione delle carriere: attraver-
so l’esame delle leggi che regolavano questo sistema e stato possibile
osservarne i cambiamenti. II problema della retribuzione di questi
ufficiali e sembrato ineludibile, essendo strettamente interdipendente
con gli altri elementi strutturali. Differenti spunti che suggerivano
cambiamenti nell’organizzazione di questo settore amministrativo
hanno trovato infine conferma nello studio delle procedure di recluta-
mento del personale di cancelleria, che ha messo in luce come
neU’ultima parte del XVII secolo si giunse ad una şorta di «serrata
cancelleresca», un processo per cui le famiglie di cancelleria impedi-
rono di fatto a nuovi elementi di intraprendere questa importante
carriera burocratica.
Se lo studio del servizio nella cancelleria ducale ha dedicato
ampio spazio all’esame dell’organizzazione del lavoro e alla suddivi-
sione delle mansioni, l’analisi dell’inserimento dei cittadini nella buro-
crazia intermedia ha dovuto invece rivolgersi principalmente a que-
stioni quali i criteri di distribuzione degli uffici ed il reclutamento del

trad. it. Bologna 1988 (Cambridge 1982) e R. Mancini, I persuasori. Discussione sulla
formazione del burocrate moderno, in La mediazione («Laboratorio di storia», 5), Firenze
1992, pp. 70-102.
7 G. T rebbi, La cancelleria veneta nei secoli XVI e XVII, «Annali della Fondazione
Luigi Einaudi», XIV (1980), pp. 65-125.
INTRODUZIONE 19

personale. Questi uffici, infatti, erano un insieme vario ed articolato


di cariche distribuite in numerose decine di magistrature giudiziarie,
finanziarie ed amministrative, con le competenze piu disparate, spesso
difficilmente paragonabili. Purtroppo gli studi specifici dedicati alla
routine di lavoro degli ufficiali intermedi in singole magistrature si
riducono ad un paio di casi8, ma e l’intero problema delTinserimento
dei cittadini in questa fascia d ’uffici ad essere rimasto in ombra nella
storiografia sulle istituzioni veneziane, sebbene Roland Mousnier alla
fine degli anni ’40 avesse indicato la direzione di possibili ricerche9.
Per poter comprendere le modificazioni seicentesche che interessaro-
no tale fascia d ’uffici si e dovuto ricostruire il processo di formazione
di questo settore amministrativo, studiando in particolar modo il
sistema di distribuzione degli incarichi e rilevando come dietro a una
fitta rete di norme si nascondesse una realtâ pratica assai diversa da
quella disegnata legislativamente. La vendita generale degli uffici
decretata nel 1636 si e rivelata un decisivo momento di trasformazio-
ne: cancellando il tradizionale metodo di assegnamento di queste
cariche scalzö i cittadini da un’antica posizione di privilegio. Le
conseguenze di ciö sono State analizzate grazie a diversi «catastici»
sei-settecenteschi degli uffici, coinvolgendo l’aspetto retributivo e
quello fiscale dell’impiego pubblico.
Questi i tre argomenti centrali della ricerca, per completare la
quale e parso utile da un lato risalire al ’3-’400 per cogliere il
momento in cui l’ordine tracciö i propri confini giuridici e sociali, da
un altro lato soffermarsi con maggiore ampiezza di sguardo sul
secondo Seicento, e considerare la posizione dei cittadini in relazione
agli importanti avvenimenti, sociali ed economici, che interessarono la
cittâ lagunare dopo la peşte del 1630-31.

8 Cfr. B. Canal, II Collegio, l’ufficio e l’Archivio dei Dieci Savi aile Derime in Rialto,
in «Nuovo Archivio Veneto», nuova serie, tomo 16 (1908), parte II, p. 297, e soprattutto
R. D erosas, Moralitâ e giustizia a Venezia nel ’500-’600. Gli Esecutori contro la bestemmia,
in G. Cozzı (a cura di), Stato, sorietâ e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV-XVIII),
Roma-1980, pp. 475-528.
9 R. Mousnier, La venalite des offices d Venise de la fin du XV' â la fin du XVIII'
siecle, in «Bulletin de la Societe d’histoire moderne», dixieme serie, 17 (novembre-decem-
bre 1949), pp. 8-13, ripubblicato con il titolo Le trafic des offices d Venise, in «Revue
historique de Droit français et etranger» (1952), ora in İ dem, La plume, la faurille et le
marteau. Institutions et Societe en France du Moyen Age d la Revolution, Paris 1970, pp.
387-401.
20 INTRODUZIONE

Ha fatto da sfondo allo studio presentato nel primo capitolo un


passo di un altro storiografo patrizio, Vettor Sandi, secondo il quale a
meta Quattrocento il governo pensö di «separare dalla mole de’
sudditi abitanti in Venezia un corpo di çivili persone con titolo di
cittadini originarj» e lo mantenne, con leggi e decreti «sempre purga-
to, e come un conservatorio, di cui valersi aile pubbliche occorren-
ze»101. U n’analisi approfondita delle leggi che separarono la cittadinan-
za per privilegio concessa ai forestieri da quella originaria e stata
affiancata dalla ricostruzione storica della presenza e del significato
delTordine cittadinesco nella letteratura del «mito» di Venezia che nel
primo Cinquecento conobbe il suo massimo successo.
L’ultimo capitolo ha il compito di chiudere la ricerca fissando, a
cavallo tra XVII e XVIII secolo, un punto d ’osservazione che offra la
possibilitâ di considerare l’evoluzione compiuta dal ceto dei cittadini
originari in circa un secolo e mezzo di storia. E stato considerato utile
riepilogare per grandi linee le vicende politiche, economiche e sociali
che condussero la Serenissima dall’atmosfera di tranquillo autocom-
piacimento del pieno Cinquecento al clima di pericolo e sacrificio che
contrassegnö la guerra per la difesa dell’isola di Creta, durante la fase
decisiva per la trasformazione della Dominante da fulcro dell’econo-
mia mediterranea ad emporio di scala regionale. Riprendendo le fila
della ricostruzione storica dell’idea politico-letteraria del mito cinque-
centesco di Venezia, si e considerato quale ruolo venisse assegnato
all’ordine dei cittadini nella letteratura cosiddetta dell’«antimito» che,
a partire dal primo Seicento, si contrappose alla narrazione apologeti-
ca del regime marciano.
Qualche indicazione relativamente all’arco di tempo considerato
in questo studio. La documentazione dell’Avogaria di Comun, che
inizia dal 1569, ha fornito il punto d ’inizio della ricerca che in una
prima tranche di lavoro si e protratta fino all’anno 1700n, per

10 V. Sandi , Principj di storia çivile della repubblica di Venezia dalla sua fondazione
sino all’anno di N.S. 1700, III, Venezia 1755, pp. 345-346. La fonte del Sandi per questo
passo dovrebbe esser stata una scrittura del cancellier grande Angelo Zon presentata ai
Capi del consiglio dei Dieci il 1 settembre 1719, nella quale il capo della cancelleria
rifletteva come fosse «sempre stato a cuore della Vostra Serenitâ che questo corpo
comparisca purgato, e çivile e come un conservatorio de’ soggetti da valersene nelle
pubbliche occorrenze»; ASV, Cancellier grande, b. 19, cc. non numerate.
11 A. Zannini, Un ceto di funzionari amministrativi: i cittadini originari veneziani,
1569-1730, in corso di pubblicazione in «Studi Veneziani».
INTRODUZIONE 21

dilatarsi in una fase successiva fino al 1720, quando la nuova legge


sulla procedura di cittadinanza, che püre non introdusse sostanziali
cambiamenti nel reclutamento sociale, comunque costituisce un pun­
to fermo. L’analisi del servizio in cancelleria si e soffermata soprattut-
to sul XVII secolo, seguendo cronologicamente i lavori citati, mentre
lo studio della burocrazia intermedia, non avendo punti di riferimen-
to storiografici prossimi, si e interessato globalmente del periodo
1444-1731. Si e spiegato come sia stato inevitabile allargare lo sguar-
do al periodo tardo-medievale, mentre per il pieno XVIII secolo sono
State solo avanzate ipotesi.
Come e forse giusto per un studio di questo genere, alla fine della
ricerca i problemi sollevati, le questioni rimaste aperte superano di
gran lunga i quesiti a cui si crede di aver dato risposta. Le «strade
alternative» che furono accantonate per studiare il ruolo dei cittadini
originari nell’eccezionale tenuta delle strutture sociali della Venezia
moderna appaiono oggi, alla luce delle considerazioni aile quali si e
pervenuti, ancor piü interessanti. Forse e giâ questo un piccolo
risultato.
CAPITOLO I

I CITTADINI «SALITI DI UNO GRADO»;


LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO

Nel 1455 il marchese Borso d ’Este si rivolse alla Serenissima


Signoria per avere chiarimenti su chi potesse fregiarsi del titolo di
Venetus poiche, per i patti che intercorrevano tra gli Este e la
repubblica, ai Veneti o homines Ventiarum erano accordati considere-
voli privilegi. Attraverso il suo ambasciatore la Signoria elencö chi
dovesse intendersi con queste espressioni; Veneti erano anzitutto i
cittadini originari e coloro che erano stati riconosciuti tali in virtü di
leggi venete, coloro ai quali era stata conferita «per privilegio» la
cittadinanza de intus et extra, infine anche coloro che erano soltanto
cittadini de intus1.
Questo episodio conferma come anche a Venezia esistessero due
sorte di cittadini; gli originari che potevano vantare un’origine fami-
liare cittadina e gli immigrati naturalizzati ai quali era stata ricono-
sciuta una cittadinanza «acquisitiva», a sua volta suddivisa in due
livelli. Verso l’esterno - in questo caso nei confronti della signoria
ferrarese - entrambi godevano degli stessi diritti, all’interno della
societâ veneziana, invece, il loro ruolo era giâ diverso a meta del XV
secolo e si differenziö ancor piü nei cento anni successivi, tanto che e
possibile affermare con Angelo Ventura che, almeno per l’epoca
moderna, i veri cittadini fossero unicamente gli originari2.
II processo di progressiva definizione del concetto di cittadinanza

1 G. Cozzı, Politica, societâ, istituzioni, in G. Cozzı-M. Knapton, Storia della


Repubblica di Venezia dalla Guerra di Chioggia alla riconquista della Terraferma, Torino
1986, p. 133.
2 A. Ventura, Introduzione, a Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Bari
1976, p. XXIX.
24 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

originaria e al centro di questo primo capitolo. Si partirâ esaminando


la cittadinanza nella Venezia comunale e si concluderâ con la famosa
legge del 1569 che segnö al tempo stesso la fine di questo processo e
la nascita del cosiddetto «libro d ’argento», vale a dire le registrazioni
ufficiali del riconoscimento dei nuovi cittadini originari presso l’Avo-
garia di Comun. Parallelamente si analizzerâ l’evoluzione dell’idea di
cittadinanza in alcuni fra i piü importanti şeritti del Quattro e
Cinquecento che rinvigorirono, portandolo al suo massimo splendore,
quel filone letterario che va sotto il nome di «mito di Venezia». In
essi si cercherâ traccia del ceto dei cittadini, si considererâ quale
ruolo fosse ad esso attribuito dagli apologeti marciani - o da qualche
acuto osservatore come Donato Giannotti si analizzerâ infine come
si inserı il riconoscimento dell’esistenza di questo gruppo intermedio
nell’idea di Venezia «stato misto».

1. II concetto di cittadinanza nella Venezia del ’2 e ’300

Nella Venezia comunale si possono distinguere tre categorie di


abitanti con differenti capacitâ giuridiche: i cives, gli habitatores e i
forinsecd. Soltanto i primi partecipavano di diritto, in forma attiva e
passiva, alla vita politica, erano obbligati a sostenere determinate
factiones, usufruivano di privilegi fiscali, potevano esercitare in piena
autonomia attivitâ commerciali, «godevano - in una parola - della
pienezza dei diritti e dell’intera protezione dello Stato»345. Anche a
Venezia, quindi, l’espressione «cittadino» non qualificö tutti coloro
che avevano domicilio nella cittâ o che vi erano nati ma unicamente
una fascia privilegiata di cittadini che vi avevano preminenza sociale,
politica, economica3.

3 G. Z ordan, Le persone nella storia del diritto veneziano prestatutario, Padova 1973,
pp. 119-124; G. C racco, Un «altro mondo». Venezia nel Medioevo dal secolo XI al secolo
XIV, Torino 1986, p. 67. Questa divisione non ne eselude altre basate su criteri politici -
nobiltâ-popolo - o economici e sociali - maiores-mediocres-minores.
4 Zordan, Le persone cit., p. 120.
5 «II diritto di cittadinanza non abbracciö tutti gli elementi sociali viventi entro certi
limiti territoriali, ma il diritto comunale creö una moltitudine di sudditi che non erano
cittadini, ne ritenne necessario che ognuno avesse una cittadinanza». D. Bizzarri,
Ricerche sul diritto di cittadinanza nella costituzione comunale, in Eadem, Studi di storia del
diritto italiano, Torino 1937, p. 79. Sul diritto di cittadinanza in epoca medievale cfr.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 25

Era considerato civis venetus o originarius colui che nasceva


legittimamente da padre cittadino6, tuttavia accanto a questa cittadi-
nanza iure sanguinis esisteva anche una cittadinanza concessa a fore-
stieri che avessero abitato per un certo periodo in cittâ. Nel 1258, ad
esempio, il Maggior Consiglio, per cui «ordinatum fuit quod illi qui
venerunt et sunt in Veneciis habitatores decem annis ... sint Veneti»
la concesse a quattro stranieri residenti in cittâ da piu di dieci anni7.
£ difficile dire se questi cittadini naturalizzati godessero di una
cittadinanza pleno iure o se invece, come in altri comuni medievali,
usufruissero solo di una cittadinanza «attenuata» o «diminuita»,
restando esclusi da particolari diritti riservati agli originari8.
All’interno di questa fascia di cittadini differente era il grado di
partecipazione alla vita politica della cittâ, una parte d ’essi acquisı
consuetudine con gli incarichi di governo e con la serrata del Maggior
Consiglio si assicurö la preminenza nell’assemblea deliberativa bloc-
cando la possibilitâ di accesso a nuovi soggetti o a famiglie che da piu
di quattro anni non avessero preso posto nel Consiglio9. La serrata
ebbe dunque notevoli ripercussioni sul piano sociale oltre che su
quello politico o istituzionale: non piu la rilevanza sociale ed econo-
mica o lo stile di vita bensı l’appartenenza al Maggior Consiglio
divenne la caratteristica che defini lo status nobiliare; anche se il
nuovo ordine creato dalla serrata si stabilizzö solo nell’arco di un
secolo, da questo momento Venezia venne guidata da una chiusa
aristocrazia ereditaria10.
I decenni che seguirono, paragonati aile aspre lotte di fazione che

anche: E. Besta, Le persone nella storia del diritto italiano, Padova 1931, pp. 23-28; E.
Cortese, voce Cittadinanza (diritto intermedio), in Enciclopedia del diritto, VII, Milano
1960, pp. 132-140.
6 Nel caso non fosse nato da giuste nozze valeva la norma romana per cui era
sufficiente che la madre fosse cittadina al momento del parto. Z ordan, Le persone cit., p.
120; Besta, Le persone cit., p. 23.
7 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. Comune, 28 ottobre 1258, in R. Cessi
(a cura di), Deliberazioni del Maggior Consiglio di Venezia, Bologna 1931, II, p. 145.
8 Bizzarri, Ricerche cit., p. 83; Cortese, voce Cittadinanza cit., p. 138.
9 Vi entrarono a far parte anche persone che non vi avevano mai preso posto, scelte
da un’apposita commissione. Cozzı, Politica cit., p. 135.
10 Cfr. F.C. Lane, Storia di Venezia, trad. it. Torino 1978 (Baltimore 1973), p. 135;
D. Romano, Patricians and Popolani. The Social Foundations o f the Venetian Renaissance
State, Baltimore-London 1987, p. 28; S. C hojnacki, In Search o f the Venetian Patriciate,
in J.R. H ale (ed. by), Renaissance Venice, London 1973, pp. 49-50 e passim.
26 BUROCRAZIA E BUROCRATI ■ CAPITOLO I

sconvolsero la vita politica di altre cittâ italiane sembrano connotati


da quella stabilitâ politica che doveva costituire la base fondante del
mito rinascimentale della concordia cittadina; in realtâ furono tra i
piü tumultuosi nella storia di Venezia, con due cospirazioni, nel 1300
e 1310, che trassero origine dal malcontento suscitato in alcuni
ambienti dalla serrata, e dalle divisioni interne alla nobiltâ11. In questo
momento di tensione politica ed assestamento sociale venne promul-
gata la prima legge che disciplinava organicamente la cittadinanza
concessa a forestieri12. Furono quindi, questi a cavallo del 1300, anni
decisivi per il futuro assetto sociale della capitale lagunare: da un lato
ebbe inizio quel processo di isolamento aristocratico che doveva
segnare tutta la storia della repubblica e che, contestualmente, tolse
ad una parte dei cives la possibilitâ di esercitare i diritti politici, da un
altro lato cominciö a codificarsi la cittadinanza «per privilegio»,
primo passo per la differenziazione tra i due tipi di cittadinanza.
Non e dato di sapere con precisione per che periodo, nel ’200,
fosse ritenuto necessario abitare a Venezia prima di poter essere
riconosciuti per Venetv, la legge del 4 settembre 1305 sembra la prima
a fissare un termine di venticinque anni di residenza continua, a patto
che i richiedenti avessero fatto factiones, continuassero ad abitare a

11 Lane, Storia cit., pp. 135-140; C hojnacki, In Search cit., p. 150.


12 Su questo argomento numerosi autori contemporanei hanno risistemato e com-
mentato quanto giâ scritto a suo tempo da Sandi, Principj cit., III, pp. 345-353: M.
Ferro, Dizionario del diritto comune, e veneto, III, Venezia 1779, pp. 187-193; C.
T entori, Saggio sulla storia çivile, politica, ecclesiastica e sulla corografia e topografia degli
Stati della Repubblica di Venezia, I, Venezia 1785, pp. 101-108; S. Romanin , Storia
documentata di Venezia, III, Venezia 1855, p. 346, IV, pp. 469-470. In questa analisi mi
avvalgo degli originali contributi di alcuni lavori universitari: M. Casini, Cancelleria e
cancellier grande nella Venezia seicentesca, tesi di laurea presso l’Universitâ di Venezia,
facoltâ di lettere e filosofia, relatore prof. G. Cozzi, a.a. 1987-88; A. D oglioni, La
cittadinanza originaria nella Repubblica di Venezia, tesi di laurea presso l’Universitâ di
Padova, facoltâ di giurisprudenza, relatore prof. G. Zordan, a.a. 1989-90; S.R. E ll,
Citizenship and Immigration in Venice, 1305 to 1500, tesi di PhD presso l’Universitâ di
Chicago, 1976; M. N eff , Chancellery Secretaries in Venetian Politics and Society,
1480-1533, tesi di PhD presso l’Universitâ di California, Los Angeles, 1985. Importanti
spunti si trovano anche in: J. Kirshner, Civitas sibi faciat civem: Bartolus o f Sassoferrato’s
Doctrine on tbe Making of a Citizen, in «Speculum», 48 (1973), pp. 694-713; İ dem ,
Bettveen nature and culture: an opinion o f Baldus o f Perugia on Venetian citizenship as
second nature, in «The Journal of Medieval and Renaissance Studies», 9 (1979), pp.
179-208; J.S. G rubb, Alla ricerca delle prerogative locali: la cittadinanza a Vicenza,
1404-1509, in Dentro lo «Stado Italico». Venezia e la Terraferma fra Çfuattro e Seicento, a
cura di G. Cracco e M. Knapton, Trento 1984, pp. 17-31.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 27

Venezia o nel suo dominio, «habendo in hoc illam meliorem provis-


sionem, quae haberi poterint». Soddisfando questi requisiti, «debeant
esse Veneti». Con un periodo di residenza di quindici anni, e con gli
stessi requisiti, invece, «possint mercari Veneciis sicut alii Venetii»13.
Almeno per due elementi questa legge si differenzia dalla generalitâ
delle leggi sulla cittadinanza promulgate in altri centri italiani: il
periodo di residenza richiesto per ottenere la cittadinanza piena e
notevolmente lungo e assente e il requisito della proprietâ immobilia-
re in cittâ a causa della norma che vietava agli stranieri di acquistare
stabili14.
Una legge del 1313 introdusse perfezionamenti significativi a questa
disciplina15. La magistratura dei Provveditori di Comun fu incaricata di
esaminare le richieste di cittadinanza dei forestieri prima di sottoporre
la concessione del privilegio al voto del Senato. Questa procedura
rimase sostanzialmente immutata almeno per due secoli e il titolo a cui
diede accesso fu detto «cittadinanza per privilegio», da non confonder-
si con la «cittadinanza per grazia» - riconosciuta a persone che avevano
particolari meriti con la Signoria o a principi, nobili e soggetti illustri
che la richiedevano pur vivendo fuori di Venezia - e che era deliberata

13 II testo della parte riportato da G.M. T homas, Cittadinanza veneta accordata a


forestieri, in «Archivio Veneto», 8 (1874), pp. 154-155 e tratto dal Capitolare della
magistratura dei Cinque Savi alla Mercanzia, dove fu trascritto sinteticamente. Si ritiene
quindi utile riportare qui la parte per intero, da ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni,
reg. Magnus, c. 96v.: «Die iiii Septembris. Quod omnes qui steterunt firmi habitatores
Veneciis a XXV annis hactenus et fecerunt et facient factiones communis Venetiarum
debeant esse Veneti, habitando Veneciis vel in terris subiectis dominio Venetiarum
habendo in hoc illam meliorem provissionem que haberi poterit, silicet quod tempora
dicta eorum habitationis non defraudent et si consilium vel capitulare est contra, sit
revocatum quantum in hoc est et fuit captus per omnes sex Consiliarios et XXXII de XL.
Item quod illi qui steterunt vel stabunt de cetero Veneciis XV annis et fecissent et fecerint
factiones communis secundum quod dictum est superius possint mercari Veneciis sicut
possunt alii Veneti et quando eorum ad terminum annorum XXV, ut captum fuit, sint
Veneti sicut alii, habitando Venetiis vel in terris subiectis dominio Venetiarum habendo in
hoc illam meliorem provissionem que poterint haberi silicet quod tempora eorum habita­
tionis non defraudent et si consilium vel capitolare est contra sit revocatus quantum in
hoc, et fuit captum per sex consiliarios et XXXIII de XL».
14 Bizzarri, Ricerche cit., p. 72, 92 n. 1; Romanin , Storia cit., II, p. 380. E ll,
Citizenship cit., p. 28, giustifica l’assenza del requisito della proprietâ con il fatto che «the
shortage of real estate in Venice made such a requirement impractical», ma non tiene
conto del divieto ai forestieri di acquistare abitazioni.
15 ASV, Provveditori di Comun, b. 1, Capitolare, c. 8r, legge Senato 3 ottobre 1313:
«Provisores Comunis debeant examinare forenses petentes fieri cives Venetiarum».
28 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

direttamente dal Senato o dal Maggior Consiglio16.


In secondo luogo si introdusse un’agevolazione per coloro che
fossero nati in cittâ «de forecinsis, qui non sunt cives, et steterint
Venetiis firmi XII annis», costoro potevano essere considerati «Veneti
de intus sicut illi de XV annis», mentre se avessero abitato altri sei
anni sarebbero potuti diventare «Veneti de extra». E questa la prima
volta che si utilizzano queste due espressioni ed e significativo che
esse, indicando la differente capacitâ di commerciare solo all’interno
della cittâ o anche all’esterno, rimasero per sempre a denominare i
due tipi di cittadinanza concessa a forestieri.
E difficile valutare come queste leggi influirono sull’andamento
dell’emporio realtino, vero e proprio fulcro del commercio europeo,
punto d ’interscambio tra i mercati dell’Oriente e quelli dell’Europa
nord-occidentale. La piazza veneziana era teatro di operazioni com-
merciali che, per la loro considerevole entitâ, potevano generare, in
caso di accumulo di stock di merce invenduta, pericolose ripercussio-
ni sul livello dei prezzi o sulla liquiditâ dell’intero mercato venezia-
no17. Per prevenire o rimediare tali squilibri il governo si fece autore
di una serie di provvedimenti la cui applicazione venne affidata ad un
apposito officium de navigantibus. Punto centrale dei provvedimenti
fu che nessun veneziano o abitante a Venezia potesse navigare o far
navigare una quantitâ di merci superiore al valore di ciö che era
stimato come suo patrimonio, in base al quale era obbligato a fare

16 E ll, Citizenship cit., p. 50-53 e Cozzı, Politica cit., p. 135, sembrano essere tra i
pochi a spiegare con chiarezza questa doppia procedura, mentre molti si sono fatti trarre
in inganno da Ferro, Dizionario cit., p. 189: «In Venezia la Cittadinanza e di due şorta,
cioe roriginaria, e la conceduta per grazia». Spiegazioni lacunose o ingannevoli sono in P.
M olmenti, La storia di Venezia nella vita privata dalle origini alla caduta della repubblica,
I, Bergamo 1905, p. 172 e in A. D a Mosto, L ’Archivio di Stato di Venezia, I, Roma 1937,
p. 73. In realtâ anche la cittadinanza originaria poteva essere concessa per grazia: E ll,
Citizenship cit., p. 32, ha registrato 74 di questi casi per il periodo 1305-1500 su un totale
di 2823 concessioni, mentre M. C asini, La cittadinanza originaria a Venezia tra i secoli X V
e XVI. Una linea interpretativa, in Studi veneti offerti a Gaetano Cozzi, Venezia 1992, pp.
149-150, registra 72 casi su 3500. Riguardo all’efficacia dei due canali di ottenimento della
cittadinanza acquisitiva, E ll, Citizenship cit., p. 28, riporta che le concessioni «per grazia»
furono circa 1000 nel periodo da lui esaminato. Alcuni esempi di concessione di
cittadinanza originaria per grazia del secondo ’400 sono in ASV, Senato, Privilegi, reg. 2 e
in ivi, Avogaria di Comun, b. 186, fasc. 6, «Esteri creati nobili e cittadini 1301-1561 e sec.
XVII-XVIII», pp. n.n.
17 G. Luzzatto, Storia economica di Venezia dall’X I al X VI secolo, Venezia 1961, pp.
123-127.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 29

prestiti al Comune18. Tale clausola era rivolta soprattutto ai mercanti


stranieri poiche «il mercato interno e di scambio si sentiva minacciato
di pletora per l’invadenza straniera»19. 11 fatto che tale precauzione
fosse giâ stata applicata ai «cives facti Veneti», come indica una parte
del 1316 nella quale si rammenta che i nuovi cittadini «de tanto
quanto fecerint imprestita, de tanto possint mercari et mercatum fiere
facere et non de pluri»20, lascia supporre che la prima ondata di
naturalizzazione abbia riguardato soprattutto mercanti d ’origine stra­
niera che risiedevano giâ da tempo a Venezia.
L’ufficio dei naviganti, creato e sospeso tre volte tra 1324 e 1361,
fu definitivamente soppresso nel 1363 con un provvedimento che
creö una prima importante distinzione tra i due tipi di cittadini: si
ristabilı la completa libertâ di commercio marittimo per gli originari,
mentre per i privilegiati rimaneva l’obbligo di commerciare per un
valore non superiore agli «imprestiti»21.
Nel frattempo la peşte nera ridusse la popolazione da 110-120.000
anime a circa la meta, creando larghi vuoti in ogni settore economico
e professionale22. 11 22 giugno 1348 il Maggior Consiglio delego il
Senato a trovare soluzioni per ripopolare la cittâ. Nell’agosto venne
disposto che chiunque fosse venuto ad abitare in cittâ con la moglie o
la famiglia nei successivi due anni, e vi rimanesse sostenendo le
gravezze, fosse considerato «civis de intus», nel caso fosse artigiano
potesse intraprendere subito la propria professione all’interno della
cittâ, e potesse subito commerciare per mare per una cifra non
superiore a quella dei suoi «imprestiti». A chi si fosse presentato
entro un anno ai Provveditori di Comun, dichiarando la cifra per la
quale era disposto a sostenere prestiti pubblici, sarebbe stato ricono-
sciuto il titolo di cittadino de intus et extra. Per costoro rimanevano

18 R. Cessi, L ’«officium de rıavigantibus» e i sistemi della politica commerciale venezia-


na nel sec. XIV, in İ dem, Politica ed economia di Venezia nel Trecento. Saggi, Roma 1952,
pp. 23-61.
19 Ibidem, p. 24.
20 Documenti finanziari della Repubblica di Venezia, serie I, vol. I, parte I, La
Regolamentazione delle Entrate e delle Spese (sec. XIII-XIV), Padova 1925, p. 42.
21 Cessi, L ’«officium» cit., p. 45. La dısposizione venne reiterata nel 1375: D oglio -
n i , La cittadinanza cit., pp. 190-191.
22 R.C. M ueller, Reste e demografla. Medioevo e Rinascimento, in Venezia e la peşte,
1348/1797, catalogo della mostra a cura del Comune di Venezia e dell’Assessorato alla
Cultura e Belle Arti, Firenze 1979, pp. 93-96.
30 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

alcune restrizioni comunemente applicate agli stranieri quali il divie-


to di essere comproprietari di qualche nave e quello di entrare nel
Fontego dei Tedeschi, che tuttavia sarebbero scomparse dopo dieci
anni dall’iscrizione presso i Provveditori di Comun23. E evidente il
fine non meramente demografico di queste iniziative, volte soprattut-
to a ricostruire quel tessuto di professionalitâ specializzata drammati-
camente lacerato dall’epidemia.
Tali facilitazioni vennero mantenute per qualche anno, poiche si
era osservato che rispondevano in maniera adeguata ai bisogni della
cittâ, verso la meta degli anni ’50 tuttavia vennero sospese «forse
perche non rispondenti piü ad un bisogno realmente sentito o
fors’anche per un timore non ingiustificato di una troppo larga
infiltrazione dell’elemento straniero nella popolazione di Venezia24.
Le disposizione rivolte ad attirare artigiani comunque continuarono:
nel 1358 si concesse agli «artifices et facientes alia ministeria»
abitanti in cittâ di diventare cittadini «de vigintiquinque annis» dopo
solo cinque anni dal momento in cui si sarebbero iscritti presso i
Provveditori di Comun25. Due altre leggi, nel 1382 e 1391 interven-
nero nella materia, la cittadinanza «de intus» rimase accessibile in
maniera relativamente facile - nel 1407 si ordino che venisse conces-
sa a chi si fosse trasferito in cittâ sposando una veneziana - mentre
quella de intus et extra rimase di piü difficile acquisizione, anche se il
periodo di residenza richiesto si stabilizzö sui quindici anni26.

23 M. Brunetti, Venezia durante la peşte del 1348, in «Ateneo Veneto», 3 (1909),


pp. 289-311, 4 (1909), pp. 5-42 descrive in maniera particolareggiata questi provvedimen-
ti. E ll, Citizenship cit., p. 122 e R.C. Mueller, Aspetti sociali ed economici della peşte a
Venezia nel Medioevo, in Venezia e la peşte cit., p. 74 forniscono invece una diversa
interpretazione secondo cui la legge 11 agosto 1348 avrebbe concesso la cittadinanza «de
intus» a chiunque accumulasse o avesse accumulato due anni di residenza in cittâ. A
favore dell’interpretazione per cui tale riconoscimento era invece dato a chiunque si
trasferisse in cittâ nei due anni successivi depone il passo della stessa legge: «Si qui ad
presens habitant Veneciis qui per tempus habitassent cum uxor, vel familia, qui non
acquisivissent citadinantiam, sint ad conditionem illorum qui modo venient Veneciis ut
süper est dictus», ASV, Senato, Misti, reg. 24, cc. 91v-92v, 11 agosto 1348. Una parte del
1350, che reitera tale disposizione, chiarisce poi definitivamente il senso: «Cum pars çapta
in Rogati die XI augusti 1348 de hiis, qui venientes infra tempus duorum annorum
habitatum Veneciis ..., acquirebant civitatem nostram de intus, expiraverit ...», ASV,
Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. Novella, c. 17r.
24 Brunetti, Venezia cit., p. 28.
25 ASV, Libri commemoriali, reg. 7, c. 25r.
26 ASV, Provveditori de Comun, b. 1, Capitolare, cc. 33r-v, legge Maggior Consiglio
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 31

II problema di quanti, una volta riconosciuti cittadini eludevano


gli obblighi di residenza o fiscali, continuando magari a «espedirsi per
veneti», cioe a godere dei benefici daziari, rimase sempre una spina
nel fianco delle autoritâ che vi dedicarono reiterati decreti che
intimavano agli evasori di presentarsi e farsi registrare entro un
determinato lasso di tempo2'. A quanto e dato di sapere non fu mai
istituito un registro dei «privilegiati» e la mancanza di collegamento
fra i vari organi che avevano parte nella procedura di naturalizzazione
determinö una generale confusione, tanto che e lecito supporre che
per le autoritâ sarebbe stato impossibile conoscere in un qualsiasi
momento l’esatto numero delle naturalizzazioni concesse.
L’analisi compiuta da S.R. Eli sugli oltre 2800 privilegi di cittadi-
nanza deliberati tra 1305 e 1500 consente di trarre qualche considera-
zione generale sulla cittadinanza per privilegio. II dato approssimativo
annuale di 15 privilegiati lascia supporre che costoro fossero uomini
di particolari conoscenze professionali o che intendessero inserirsi o
consolidarsi commercialmente sulla piazza lagunare e che, parallela-
mente, «la gran massa degli immigranti non era in grado o non si
preoccupava di candidarsi per ottenere il privilegio di cittadinanza»23*2829.
I dati raccolti da Eli purtroppo non consentono elaborazioni affidabili
riguardo alla professione esercitata dai nuovi cittadini2-. II susseguirsi
di disposizioni che ne alludono solo in relazione alla loro capacitâ di
commercio, il fatto che la cittadinanza acquisita non li sottraesse dal
pagamento delle imposte dirette, ne li rendesse abili ad incarichi di
rilevo nell’amministrazione, lascia pensare che questo tipo di cittadi­
nanza fosse concepita e recepita anzitutto come un privilegio di
carattere commerciale. Questa impressione si rafforza man mano che
si entra nell’epoca moderna. Nel 1631, ad esempio, il cittadino
originario Nicolö Crasso scrive:
Devonsi qui perö distinguere in duo generi i Cittadini. L’uno e di quelli

23 marzo 1382; cc. 37r-v, legge maggior Consiglio 7 maggio 1391; cc. 45v-46r, legge
Maggior Consiglio 5 luglio 1407.
27 Solo nel XIV secolo furono promulgate leggi di questo tipo il 28 agosto 1350, il 6
novembre 1361, il 5 gennaio 1371, nel 1381 e l’l agosto 1389; E ll, Citizenship cit., p.
217; ASV, Provveditori de Comun, b. 1, Capitolare, cc. 21v-22r e passim.
28 M ueller, Aspetti cit., p. 74.
29 Le tabelle aile pp. 115, 170 e 192 sulla distribuzione delle occupazioni tra i nuovi
cittadini presentano valori mancanti che variano tra il 50 e 65%.
32 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

che originarij son detti ... L’altro genere e di quei Cittadini, de’ quali non
consta che fossero tali anco i maggiori; ma essi perö ö sono nati, et allevati, ö
almeno come hâ la legge ultimamente statuito, sieno stati per dieci anni â
Venetia, e fermatici la casa loro, e sede permanente. Godono questi i
privilegi de cittadini in Venetia ne’ datij dell’entrata et uscita, et altri che
pagano per meta di quello che fanno i forestieri, et esterni. Mâ non e punto
necessario, che si astengano dall’arti mechaniche, e sordide. Peroche non e
loro aperta la strada â quelli officij, e carichi che sono â gli originarij e non
ad altri conceduti30.
Nel 1693, poi, i Provveditori di Comun annotavano che secondo
«antiche pubbliche ordinationi» il privilegio della cittadinanza de
intus consisteva nel «beneficio e libertâ non solo di navigare con
merci per il Levante, ma insieme l’agevolezza nel pagamento del
dacio alla Doğana d’Entrata per l’introduzione delle loro merci», ed
«avantaggio» anche nell’esportazione per quella de intus et extra. Non
dunque un titolo di esclusivo prestigio sociale, ma piuttosto un
semplice privilegio daziario.
Se risulta sufficientemente chiaro cosa si intendesse per «cittadino
per privilegio» nella Venezia del Trecento, non e altrettanto chiaro
quali requisiti e quali procedure permettessero il riconoscimento della
cittadinanza originaria. A gettare qualche luce sul problema puö
aiutare una supplica presentata nel 1323 da tal «Albertinus dictus
Zovene»31; costui, dichiarandosi «Venetus» e sposato ad una donna
veneta, dopo quindici anni di assenza dalla cittâ si lagnava che molti,
volendolo «mittere... per mare ad lucrandum», dubitassero che egli
potesse essere riconosciuto per Veneto. Per provare il proprio status
egli si limitava a dichiarare: «quod olim Marcus de ca Zovene, qui
fuit pater Leonini de ca Zovene olim patris mei, fuit natione venetus
de dicta contrata sanctorum apostolorum; ita quod ego propterea
sum filius veneti scilicet dicti Leonini filii dicti Marci». E la prosapia,
la discendenza da padre e avo nati a Venezia l’unico requisito
connotante la cittadinanza originaria o «de natione». Non aveva di
per se valore la sola nascita in cittâ, come si e visto riguardo alla legge

30 G. C ontarini, Della Repubblica et magistrati di Venetia libri cinque ... con un


ragionamento intorno alla medesima di M.Donato Giannotti fiorentino colle annotationi
sopra li suddetti auttori di Nicolo Crasso et i discorsi ..., In Venetia 1650, pp. 392-393.
31 ASV, Libri Commemoriali, reg. 2, cc. 144r-v, trascritto in E ll, Citizenship cit., p.
214.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 33

del 1313 che favoriva l’acquisizione della cittadinanza ai nati in cittâ


da stranieri, ne sembra avesse rilevanza alcuna l’occupazione, quel
non aver esercitato arti «meccaniche» che diventerâ, dal Cinquecento,
uno dei tratti distintivi della cittadinanza originaria: nel 1386 viene
deliberato di elargire un sussidio, proveniente dal dazio del pepe, a
«quindecim ... nostris bonis Venetis originariis antiquis et pauperibus,
qui fuerunt homines maris, navigatores»32.
A tutto il Trecento, dunque, i soggetti che potevano essere
riconosciuti come «originari», «antichi», appartenevano ancora a tutti
gli strati sociali ed economici della cittâ, non si era nemmeno abboz-
zata quella specializzazione professionale che segnerâ il ruolo di
questo gruppo sociale33. E tuttavia importante sottolineare l’atteggia-
mento del governo che miro a conceder loro sempre maggiori facilita-
zioni e privilegi di commercio. Dal 1363, si e visto, vennero esentati
dall’obbligo di scambiare merci per un valore non superiore alla
capacitâ di sostenere prestiti pubblici; nel 1385 venne loro riservata la
possibilitâ di commerciare con i mercanti tedeschi nel ricco Fondaco
che questi gestivano nel cuore commerciale della cittâ. Un monopolio
di rilevantissimo valore, se si considera quale importanza economica
avesse l’interscambio commerciale e finanziario con il nord europeo34.
Tra questi due provvedimenti, che segnano con chiarezza la
crescita di importanza sociale degli originari, Venezia aveva attraver-
sato un momento di estrema gravitâ e pericolo, scontrandosi, per la
seconda volta nel XIV secolo, in mare e in terra contro Genova ed i
suoi alleati, il re d’Ungheria, i Carraresi signori di Padova e il duca
d ’Austria35. I contraccolpi economici, sociali e psicologici della guerra
di Chioggia furono considerevoli, tali da determinare molte delle

32 ASV, Çhiarantia Criminal, b. 245, Capitolare II, cc. 647v-648v.


33 A tale riguardo e giusta l’osservazione sollevata da E. Cochrane-J. Kirshner,
Deconstructing Lane’s Venice, in «Journal of Modern History», 47 (1975), pp. 327-328,
riguardo alla generaüzzazione in cui e incorso Lane, Storia cit., p. 182, il quale, al pari
comunque di molti altri autori, ha lasciato intuire come giâ operante nel XTV secolo la
necessitâ di astenersi dal praticare arti meccaniche per ottenere la cittadinanza originaria.
Peraltro non sono del tutto o affatto condivisibili le altre obiezioni sull’argomento della
cittadinanza sollevate al Lane dai due studiosi americani.
34 ASV, Senato, Misti, reg. 39, c. 118v, 26 luglio 1385, cit. in Casini, La cittadinanza
cit., p. 135 n. 5.
35 Cozzı, Volitica cit., pp. 4-5; R. Cessi, Storia della Repubblica di Venezia, Firenze
1981, pp. 327-330.
34 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

caratteristiche della Venezia della prima epoca moderna. Da qui sara


utile partire per comprendere l’evoluzione quattro-cinquecentesca
dell’idea di cittadinanza.

2. Nascita, formazione e chiusura dell’ordine, 1378-1569

Gli elementi che concorrono a qualificare il terribile periodo della


guerra di Chioggia come uno dei momenti cruciali nella storia di
Venezia aile soglie del primo periodo moderno sono sia l’entitâ dello
sforzo economico e finanziario che la cittâ lagunare riuscı a sopporta-
re, sia la relativa velocitâ con cui seppe riguadagnare quella vitalitâ
economica e politica che permise, entro pochi decenni, di organizzare
una nuova fase di espansione territoriale.
Provvista di un ancora modesto ştato di terraferma, che in quei
frangenti le venne poi meno, il peso finanziario che la repubblica
mardana sostenne ricadde per intero sulla cittâ, attraverso lo stru-
mento del prestito pubblico forzoso le cui imposizioni raccolsero, tra
1378 e 1381, circa due milioni e mezzo di ducati, vale a dire un
quarto o poco piu della ricchezza dei contribuenti posti in estimo36.
Tale stretta creditizia ebbe ripercussioni notevoli sull’assetto della
proprietâ immobiliare e, assieme alla prolungata sosta dei commerci
con il Levante, determinö traumatici cambiamenti nella distribuzione
della ricchezza: «accanto alla vecchia nobiltâ, notevolmente diminuita
ed in parte stremata di forze», ha scritto Gino Luzzatto, si venne
creando «una categoria abbastanza numerosa ed agguerrita di nuovi
ricchi»37. I risultati di questo terremoto economico-finanziario si
riflessero ben presto sul piano sociale.
Nei momenti piû bui della erişi i popolani piü abbienti erano stati
invitati ad offrire prestiti volontari allo stato, ventilando loro la
possibilitâ di essere accolti in seno alla nobiltâ al termine della guerra.
Cosı in effetti avvenne. II meşe successivo alla pace di Torino trenta
famiglie di «populares» vennero aggregate alla nobiltâ con l’esplicita
dichiarazione che si trattava di un riconoscimento per l’aiuto che esse

36 R.C. M ueller , Effetti della guerra di Chioggia (1378-1381) sulla vita economica e
sociale di Venezia, in «Ateneo Veneto», nuova serie, 19 (1981), p. 29.
37 L uzzatto, Storia cit., p. 144.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 35

avevano prestato nei momenti difficili della guerra. Si trattö certo di


un provvedimento eccezionale ma che aveva avuto dei precedenti
nello stesso XIV secolo e cui non deve esser stata estranea la
preoccupazione di salvaguardare la stabilitâ numerica di una classe di
patrizi-burocrati in un momento di espansione dell’apparato ammini-
strativo statale. Considerando l’evoluzione plurisecolare di questo
ceto e stato detto che tale cooptazione chiuse quelT«extended process
of class definition» iniziato con la serrata del 1297 e aprı un lungo
periodo di 265 anni in cui il titolo patrizio rimase appannaggio di una
ristretta casta ereditaria38.
Tuttavia i cambiamenti sociali determinati dalla guerra e dalle
difficoltâ finanziarie successive furono ben piu vari e numerosi.
Reinhold C. Mueller ha ad esempio sottolineato come probabilmente
furono di maggior significato le facilitazioni accordate agli stranieri
che permisero, abbattendo vecchi pregiudizi protezionistici, di attira-
re nuovi imprenditori e capitale fresco e fecero da volano alla ripresa
economica39.
Tutti questi fatti contribuirono a determinare, come ha recente-
mente osservato Dennis Romano40, un nuovo atteggiamento verso lo
stato, ed un clima di minöre solidarietâ çivile. L’imposizione forzosa
dei prestiti aveva causato una, prima sconosciuta, intrusione del
governo nella vita privata dei singoli cittadini e, conseguentemente,
una maggiore consapevolezza della responsabilitâ legata al controllo
dell’apparato statale. Parallelamente venne consolidandosi il legame
tra le famiglie patrizie - soprattutto le piü abbienti i cui patrimoni
erano stati quasi per intero incamerati dal debito pubblico - e lo
stato. Al tempo stesso si accentuarono le divisioni tra i gruppi di
cittadini, si allentö quella solidarietâ che si esprimeva in una fitta rete
di rapporti tra i ceti e le classi e che dava un carattere unico,
«comunitario», all’intero tessuto sociale cittadino. La societâ, insom-
ma, si gerarchizzö. In questo senso la cooptazione di trenta nuove
famiglie puö essere vista sotto un’ottica rovesciata. Si sa per esempio

38 C hojnacki, I h Search cit., p. 57-58. I prestiti per la guerra sono descritti in V.


Lazzarini, Le offerte per la guerra di Chioggia ed un falsario del Quattrocento, in «Nuovo
Archivio Veneto», nuova serie, 4 (1902), pp. 202-213.
39 M ueller, Effetti cit., p. 37.
40 Romano, Patricians cit., pp. 141-158.
36 BUROCRAZIA E BUROCRATT - CAPITOLO I

che i popolani che avevano offerto prestiti volontari erano stati


sessanta, dei quali solo trenta furono fatti nobili. Tra questi molti
sembrano aver avuto legami stretti, anche di parentela, con i nobili e
comunque numerose famiglie erano piccole «e non sopravvissero a
lungo nei ranghi della nobiltâ»41. L’allargamento del ceto nobiliare
sembra di conseguenza esser stato piu apparente che effettivo: a
fronte dell’enorme sforzo sostenuto dai ceti produttivi non patrizi
puö esser considerato piü che un gesto di estensione della capacitâ
politica a nuovi soggetti una scaltra operazione con cui formalmente
si diede l’impressione di gratificare i popolani mentre in realtâ ci si
limito a cooptare casate che, quasi tutte, appartenevano giâ all’ambito
sociale del patriziato.
A conferma che la strada di un allargamento del potere a nuovi
soggetti politici era ben lungi dalle intenzioni del patriziato, di l'ı a
poco due significative proposte vennero scartate, quasi senza esser
prese in considerazione. Nel 1403, probabilmente nel ricordo della
terribile peşte del 1400, si formulö l’ipotesi di rimpiazzare ogni
famiglia patrizia che si fosse estinta con una «de magis dignis de
nostri civibus popolaribus originariis»42. Si trattava in pratica di
rendere stabile il meccanismo di successione tra casate di originari e
patrizi: la proposta non venne nemmeno messa ai voti del Senato o
del Maggior Consiglio. Nel 1411, sulla scorta delle recenti conquiste
territoriali, venne addirittura discussa in Senato l’opportunitâ di far
partecipare la nobiltâ suddita al governo della Serenissima, un’ipotesi,
come ha rilevato Angelo Ventura, che avrebbe aperto «la via al
superamento del tradizionale stato cittadino» ma che raccolse scarsi
consensi43.
Vettor Sandi, lo storico veneziano settecentesco che piü d ’ogni
altro ha saputo cogliere con precisione lo svilupparsi dei differenti
tipi di cittadinanza, ha scritto che verso la meta del XV secolo il
governo pensö «di separare dalla mole de’ sudditi abitanti in Venezia
un corpo di çivili persone con titolo di Cittadini originarj» e lo

41 M ueller, E ffetti cit., pp. 37-38.


42 Cozzı, Politica cit., p. 118; Casini, Cancelleria cit., p. 34; M.T. T odesco,
Andamento demografico della nobiltâ veneziana allo specchio delle votazioni nel Maggior
Consiglio, in «Ateneo Veneto», 176 (1989), p. 131.
43 A. Ventura, Nobiltâ e popolo nella societâ veneta del '400 e ’500, Bari 1964, pp.
169-172.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 37

mantenne, con leggi e decreti «sempre purgato, e come un conserva-


torio, di cui valersi aile pubbliche occorrenze»44. Se e certamente vero
che il processo di formazione dell’ordine dei cittadini originari conob-
be un’accelerazione a mezzo il Quattrocento, le radici di questo
processo sono perö da ricercarsi in questa nuova atmosfera sociale
creatasi nei primi decenni dopo la pace di Torino: i popolani piü
legati alla vita cittadina, coloro che avevano contribuito in maniera
determinante a reggere il peso economico della guerra e che avevano
visto in pochi anni arricchirsi scaltri speculatori e mercanti esteri,
costoro, vedendo chiusa davanti a loro la possibilitâ di accedere al
titolo aristocratico, nel volgere di qualche decennio seppero legare le
proprie istanze a quelle di uno stato che andava modernizzando le
proprie strutture amministrative e riuscirono ad ottenere quei privile-
gi esclusivi che diedero forma compiuta a un nuovo ordine sociale di
funzionari-cittadini45.
Si e giâ accennato come il governo facesse leva sui mercanti
stranieri per risollevare il mercato depresso dagli eventi bellici; i
forestieri, secondo quanto giâ stabilito nel 1363, rimasero sempre
vincolati all’obbligo di commerciare per una somma non superiore ai
prestiti sostenuti o agli immobili acquistati46; nell’agosto 1385, come
si e visto, venne poi sancito che da quel momento in poi solo gli
originari avrebbero potuto scambiare merci fuori e dentro il Fondaco
con i mercanti tedeschi. Si venne cosı configurando, per gli originari,
una completa libertâ di commercio, pari a quella dei patrizi e
connotata da un’importante area di monopolio.
Un secondo settore nel quale i cittadini originari acquisirono una
significativa preminenza fu quello delle Scuole Grandi, le cinque
confraternite religiose nate nella seconda meta del tredicesimo seco-

44 Sandi , Principj cit., III, pp. 345-346. Le pagine di Cristoforo Tentori sulla
cittadinanza originaria, in Saggio cit., pp. 108-115, sono in larga misura copiate dal Sandi,
da cui trassero spunto molti altri autori.
45 Sulla societâ veneziana del ’400 cfr. le ormai classiche öpere di U. Tuccı,
L ’economia veneziana nel Quattrocento, in V. Brança (a cura di), Storia della civiltâ
veneziana. II. Autunno del Medioevo e Rinascimento, Firenze 1979, pp. 155-167 e la
raccolta di saggi a cura di J. G oimard , Venise au temps des galeres, Paris 1968. Cfr. anche
il recente lavoro di E. C rouzet -Pavan, «Sopra le acque salse». Espace, pouvoir et societe a
Venise â la fin du Moyen Age, 2 voli., Roma 1992.
46 M ueller , Effetti cit., p. 37.
38 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

lo4'. Queste istituzioni si stavano lentamente trasformando da comu-


nitâ religiose con fini meramente spirituali di penitenza e preghiera a
istituti caritativi che gestivano consistenti somme di denaro destinate
all’assistenza di fasce deboli della popolazione - malati, vedove,
ragazza povere da marito, carcerati - rivestendo inoltre il ruolo
delicato di tramite attraverso cui le autoritâ governative - massime il
Consiglio dei Dieci che vi esercitava un severo controllo - avevano
modo di incanalare la religiositâ popolare nelle forme peculiari che
contraddistinsero la sensibilitâ cristiana della cittâ, con il suo stretto
legame tra stato e religione. Contemporaneamente a questo processo
di evoluzione degli scopi e della funzione delle Scuole Grandi si
trasformö anche la concezione originariamente democratica del rap-
porto tra «fratelli» all’interno delle confraternite e la gestione si
accentrö nelle mani di pochi. Nel 1410 e 1438 due leggi del Consiglio
dei Dieci riservarono ai soli cittadini originari l’esercizio delle cariche
di maggior potere e responsabilitâ all’interno delle confraternite4748;
controllando il reclutamento del loro personale il governo trasformö
efficacemente queste associazioni religiose «in un ramo del servizio
pubblico49» riuscendo al tempo stesso a gratificare quel ceto di
mercanti, artigiani e dipendenti pubblici - i cittadini originari - che
premeva per veder riconosciuto il proprio ruolo sociale. Sedere come
Guardian Grande o nelle altre cariche di peso delle Scuole comporta-
va, nel Quattrocento, porsi al centro di una fitta rete di rapporti
economici e sociali a contatto sia con il popolo ed i poveri, sia con i
nobili e i ricchi, consentiva di comparire nelle numerose processioni
con le insegne della confraternita, significava insomma godere di un
prestigio affatto particolare legato ad un ruolo immediatamente rico-
noscibile.
Agli inizi del ’400 numerosi incarichi dell’amministrazione vene-
ziana erano coperti da sudditi, ecclesiastici ed anche stranieri. Molti
forestieri, ad esempio, anche se magari avevano ottenuto la cittadi-

47 B. P ullan, La politica sociale della Repubblica di Venezia 1500-1620, trad. it. Roma
1982 (Oxford 1971), pp. 41-210; R.C. M ueller, Charitable lnstitutions, the ]eıvish
Community, and Venetian Society. A Discussion of the Recent Volüme by Brian Pullan, in
«Bollettino dell’Istituto di storia della societâ e dello stato veneziano», 14 (1972), pp.
37-82.
48 T rebbi, La cancelleria cit., p. 67.
49 P ullan, La politica cit., p. 125.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 39

nanza per grazia o privilegio, servivano in posti di rilievo, nella


cancelleria o come segretari al seguito dei patrizi in missione all’estero
e dimostravano «quale conto si facesse delle capacitâ individuali,
quale importanza si riconoscesse alla cultura umanistica e alla dignitâ
che essa conferiva»50. Nel corso del secolo si manifesto sempre piu la
necessitâ di adeguare l’apparato amministrativo veneziano aile nuove
esigenze statali, progressivamente accresciute dopo l’acquisizione, nei
primi decenni del secolo, di un vasto stato di terraferma, conquistato
e controllato grazie al mantenimento di un complesso organismo
militare che richiedeva un piu efficiente drenaggio fiscale e quindi
una piu funzionale articolazione della macchina burocratica51. Tale
processo di rinnovamento delle strutture dello stato - comune a tutti
gli organismi statali europei - si espresse a Venezia secondo caratteri
particolari. Si e giâ visto, ad esempio, come giâ con la serrata
nobiliare si fosse determinata una parziale chiusura del ceto patrizio e
quindi giâ dalla fine del ’200 erano stati fissati i principi del recluta-
mento dei patrizi che, occupando in forma esclusiva consigli e magi-
strature, costituivano il primo livello superiore della burocrazia stata-
le. Attorno alla meta del ’400 trovö espressione legislativa l’esigenza
di porre delle regole anche nel reclutamento del personale ammini­
strativo subalterno affinche tutti gli ufficiali soddisfacessero quei
requisiti di fedeltâ allo stato e competenza tecnico-culturale necessari
per adempiere le nuove funzioni che Tammodernamento della mac­
china statale richiedeva.
Nel 1419 una legge dispose che i cancellieri e i notai che accom-
pagnavano i rappresentanti veneziani fuori dalla cittâ dovessero essere
cittadini originari o per privilegio52: e evidente l’intenzione di assistere
i patrizi in missione con personale fidato, preposto magari a stilare
documenti segreti di importanza internazionale. Ma e attorno alla
meta del secolo che una serie organica di disposizioni ritaglia uno
spazio originale nella burocrazia per i cittadini originari. Nel 1444 un
provvedimento che, come verrâ esaminato in seguito, getterâ le basi

50 Cozzı, Volitica cit., p. 142.


51 M. Knapton, Guerra e finanza (1381-1508), in C ozzi-Knapton, Storia cit., pp.
301 e sgg.
52 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 22, c. 33v, 24 giugno 1419, cit. da
Casini, La cittadinanza cit., p. 137.
40 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

dell’organizzazione della burocrazia intermedia veneziana assegnö tut-


te le cariche amministrative intermedie di cittâ ai «populares nostri»53.
Di lı a qualche anno, nel 1455, si tracciö con precisione la linea di
distinzione che correva tra gli uffici riservati al patriziato e quelli
destinati a non nobili54. Nel 1475 poi, disponendo che nelle corti di
Palazzo al posto di ecclesiastici venissero assunti «nostri cittadini
laici», si pose termine alla fortuna del notariato ecclesiastico a Vene-
zia contro cui nel 1433 Eugenio IV aveva promulgato una bolla di
scomunica55.
Fu la cancelleria ducale, il settore piiı specializzato dell’intera
amministrazione e quello decisivo per il funzionamento dei consigli
patrizi, l’ambito in cui gli originari riuscirono con maggior decisione a
conquistarsi un’area di privilegio esclusivo. Nel 1443 il Maggior
Consiglio deliberö di far eleggere dalla Signoria «duodecim pueri sue
iuvenes Veneti» stipendiandoli affinche, con lo studio e con lo
svolgere alcune funzioni minori nella massima assemblea patrizia, si
potessero preparare per entrare in cancelleria. Questa decisione di-
mostra da un lato come ormai le autoritâ reputassero indispensabile
una preparazione culturale e specifica di ampio respiro per poter
svolgere le delicate operazioni della cancelleria; da un altro lato, come
ha osservato Giuseppe Trebbi, la proposta era rivolta ad una precisa
porzione della societâ cittadina ed andava incontro ad un’esplicita
esigenza proveniente da questa fascia sociale, come si evince dalle
stesse parole del legislatore: «eritque contentamentum et spes pluri-
morum civium nostrorum popularium, qui sub hac spe facient filios
suos studere et adiscere, ut pervenire possint ad commodum et
beneficium soprascriptum»56. Nel 1478 il Consiglio dei Dieci - che
nel frattempo aveva assunto il pieno controllo sull’attivitâ della can­
celleria e sul suo personale57 - stabilı che l’ingresso in cancelleria
fosse riservato esclusivamente ai «cives originarii Venetiarum» e nel
1484 che gli aspiranti dovessero provare davanti ai capi del consiglio

53 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 22, c. 156r, 10 maggio 1444.


54 T rebbi, La cancelleria cit., pp. 68-69.
55 Cfr. G. C racco, Relinquere laicis que laicorum sunt. Un intervento di Eugenio IV
contro i preti-notai di Venezia, in «Bollettino dell’Istituto di storia della societâ e dello
stato veneziano», 3 (1961), pp. 179-189.
56 T rebbi, Cancelleria cit., p. 69.
57 Ibidem, p. 81.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 41

di essere «fioli legitimi e de vero matrimonio, de boni citadini nostri


venitiani originarii»58. In breve, un numero ristretto di cariche di
considerevole prestigio all’interno dell’amministrazione seguirono la
stessa sorte: aile medesime condizioni del personale di cancelleria
vennero trattati i notai dell’Avogaria di Comun59; nel 1507 il Maggior
Consiglio decise che tra gli originari dovessero essere scelti i gastaldi
delle Procuratie60; nel 1521 una disposizione simile riguardö i cancel-
lieri inferiori61 e nel 1539 tutte le cariche di un certo livello che per
consuetudine erano assegnate dal doge: gastaldi, cancellieri inferiori,
priori dei Lazzaretti e pievani delle chiese di S. Zuane e S. Giacomo
di Rialto62.
Nel frattempo la cittâ lagunare aveva attraversato la terribile
congiuntura politica e militare della guerra contro la Lega di Cam-
brai, con Pesercito in rotta dopo la sconfitta di Agnadello e le truppe
nemiche ai bordi della laguna. Uno dei provvedimenti presi per
risollevare Perario all’inizio della riconquista della terraferma fu la
vendita di tutti gli uffici intermedi - di scrivano, notaio, quaderniere,
scontro, ecc. - delle magistrature veneziane, ai soli «Cittadini Nostri
Venetiani». Questo provvedimento creö i presupposti per schiudere
un nuovo settore del pubblico impiego al privilegio degli originari:
infatti, terminata la fase piü critica del conflitto, nel 1517 tutti questi
posti furono riservati ai soli «Cittadini Originari Veneziani»63. Si

58 Ibidem, p. 70.
59 Secondo una legge del Consiglio dei Dieci del 14 novembre 1459: «quod ipsi
notari vestri (cioe deü’Avogaria) non probentur per ipsum consilium de Quadriginta, sed
quod solum subiaceant probis et conditionibus notariorum cancelleriae nostrae», ASV,
Avogaria di Comun, b. 13, c. 5v.
60 Casini, La cittadinanza cit., p. 144; N eff , Chancellery cit., p. 15.
61 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 25, c. 183r, 28 giugno 1521: «Non
possi esser elletto alcun Prete in Cancelleria Inferior ne receptor, coadiutor, o altro di
quell’ufficio, ne nodaro, scrivan över altro delle Procuratie nostre, ma siano elletti H
Cittadini nostri originari».
62 Ibidem, reg. 27, cc. 49r-v, legge 7 gennaio 1539.
65 I. Cervelli, Machiavelli e la erişi dello stato veneziano, Napoli 1974, p. 432 e sgg.
spiega con precisione i termini della legge 8 marzo 1510 che deliberö la vendita degli uffici
intermedi ma ne sottovaluta le conseguenze sul piano sociale. La sua analisi, centrata sulla
venalitâ come fenomeno «circoscritto sostanzialmente alTambito del patriziato» (p. 428) e
aile sue conseguenze politiche, conclude che a Venezia «la venalitâ degli uffici non ebbe
alcuna portata sul piano sociale» (p. 419), senza evidentemente tener conto del significato
storico che il provvedimento del 1510 ebbe nella formazione dell’ordine cittadinesco.
Diverso il parere di R. F inlay, La vita politica nella Venezia del Rinascimento, trad. it.
42 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

trattava di un numero cospicuo di uffici, forse due-trecento, molto


eterogenei per qualitâ delle funzioni e redditivitâ della carica, che
formavano l’intelaiatura portante dell’intero apparato burocratico del-
lo stato marciano e che assestarono definitivamente il privilegio degli
originari nella burocrazia veneziana64.
Nell’arco di mezzo secolo a cavallo del 1500, dunque, la specializ-
zazione professionale degli originari come ceto di funzionari ammini-
strativi venne compiutamente delineandosi. A tale progressiva attribu-
zione di prerogative e privilegi non era pero corrisposta, almeno fino
al secondo decennio del ’500, un’evoluzione del concetto di cittadi-
nanza originaria che, in sostanza, era rimasta la stessa dei primi
decenni del ’300, imperniata sulla discendenza da padre e avo Veneti,
come ricordava la giâ accennata legge del 1507 secondo cui «cittadino
veneto» era colui il cui «padre et avo suo siano stadi cittadini
originari de questa cittâ»65. Nel 1484, come si e detto, per gli
aspiranti ai posti di cancelleria era stato introdotto l’obbligo della
nascita legittima «e de vero matrimonio» ma sembra che la presenza
di tale requisito fosse indispensabile solo per presentarsi a questi
concorsi.
Non e ben chiaro quale procedura si seguisse per provarsi cittadi­
ni originari. Nel ’400 sembra che piu magistrature avessero giurisdi-
zione in materia ed e probabile che l’autoritâ alla quale il singolo si
rivolgeva per ottenere il riconoscimento della propria condizione
dipendesse dallo scopo per cui serviva la «prova» di cittadinanza. Nel
1448 sono i Provveditori di Comun a nominare un civis originarius, i
candidati agli uffici distribuiti dalla Quarantia - gli «uffici intermedi»

Milano 1982 (New Brunswick 1980), pp. 211 e sgg., secondo cui il sistema delle vendite di
cariche patrizie mediante i «prestiti» trasformö «le relazioni esistenti tra i principali organi
consiliari dello stato, nonche la concezione che i nobili avevano della costituzione» (p.
233). Ma anche lo storico statunitense non accenna aile vendite di uffici non patrizi.
64 La natura, il numero e l’importanza di questi uffici saranno oggetto di analisi nel
capitolo quarto.
65 C asini , La cittadinanza cit., p. 144. N eff , Chancellery cit., pp. 15-16 sostiene che
«original citizenship did not, in the early sixteenth century, presuppose three generations
of citizenship» e che il requisito richiesto nella succitata legge del 1507 «is clearly an
exception». La storica americana, tuttavia, sembra non tener conto che sia il concetto
due-trecentesco di cittadinanza originaria sia la concezione posteriore individuavano nella
discendenza da originari il carattere cardine di questo status. II fatto che nelle domande di
ammissione alla cancelleria tale requisito venisse accertato molto informalmente non
sembra argomento sufficiente per confutarne l’importanza.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 43

a cui si faceva riferimento sopra - «provavano» invece la propria


condizione di fronte ai tre capi di Quarantia, mentre i candidati alla
cancelleria sembra venissero vagliati dal cancellier grande e dai can-
cellieri inferiori66. Da un passo del De origine, situ et magistratibus
urbis venetae di Marin Sanudo, composto nei primi anni ’80 del XV
secolo, si evince come la «prova» consistesse in una testimonianza
orale sulla «benemerenza» - vale a dire sul carattere di originarietâ
della discendenza - del cittadino:
Et quivi (in Quarantia criminal) loro medemi vieneno, o soi avocati, in
dicto conseio, a narrar li benemeriti soi, et di soi passati; et poi ballottati, chi
ha piu ballotte rimane67.
Negli stessi anni, successivi alla riconquista della terraferma, la
procedura per l’assegnazione dell’altro tipo di cittadinanza, quella per
privilegio, su cui da ormai un paio di secoli aveva autoritâ la magistra-
tura dei Provveditori di Comun, versava in una situazione caotica.
Era successo che, in un momento in cui si volevano rilanciare i traffici
sospesi a causa delle guerre d’Italia, era stato deciso che i privilegi di
cittadinanza fossero disposti dai Provveditori senza la consueta ap-
provazione del Senato68. Ciö diede il via ad una pletora di concessioni
tanto che nel 1534 si dovette incaricare un’apposita commissione di
dieci senatori di rivedere tutti i privilegi. Nel 1549 la confusione
continuava, complicata dal fatto che molti privilegiati spedivano o
ricevevano mercanzia per conto terzi, evadendo i dazi, «talmente che
si puö dire, che quasi tutta la christianitâ si indriccia al nome di detti
privileggiati»69. 11 collegio di controllo fu allora indetto annualmente.
Nel 1552, infine, con una legge che rimarrâ in vigore fino alla caduta
della repubblica, si ridisegnarono i limiti e le procedure per la
concessione della cittadinanza per privilegio, riportando il periodo di

66 Nel 1531 venne deliberato che gli aspiranti agli «uffici intermedi» dovessero
presentare una scrittura autentica del cancellier grande e dei cancellieri inferiori che
provasse la propria «sufficienza», «come s’osserva nel tuor dei nodari estraordinari in
cancelleria nostra». ASV, Senato, Terra, reg. 26, cc. 147r-148r, 27 aprile 1531. II caso del
1448 e citato in A. Viggiano , Fra governanti e governati. Legittimitâ del potere ed esercizio
deli'autoritâ sovrana nella Terraferma veneta della prima etd moderna, Venezia 1993, p. 64.
67 M. Sanudo il giovane, De origine, situ et magistratibus urbis venetae ovvero La cittâ
di Venetia (1493-1500), edizione critica di A. Caracciolo Arico, Milano 1980, p.114.
68 Cozzı, Politica cit., pp. 138-140.
69 ASV, Senato, Terra, cc. 145v-146v, 22 agosto 1549.
44 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

residenza indispensabile a quindici anni per il titolo de intus e


venticinque anni per quello de intus et extra10.
Nel frattempo erano State emanate, nel 1526, tre leggi per «tener
culta et immaculata la nobiltâ», che regolavano e perfezionavano le
procedure per la registrazione dei matrimoni e dei figli dei nobili
presso l’Avogaria di Comun7071. Sulla spinta di una continua crescita
demografica che toccö il suo culmine negli anni successivi alla meta
del secolo, nell’intento di normalizzare la situazione sociale dopo gli
sconvolgimenti e le resistenze catalizzati dalla erişi di Agnadello, in
poco piu di mezzo secolo, fra questi provvedimenti del 1526 e del
1552, la legge del 1569 che fissö - come si vedrâ - la procedura per il
riconoscimento della cittadinanza originaria e quella del 1583 che
istitu'ı il censimento completo ed aggiornato degli stranieri72, il gover-
no aristocratico attuö quella «cristallizzazione» degli ordini sociali che
segnö la configurazione della societâ lagunare fino alla caduta della
repubblica. Vennero affinati i criteri e gli strumenti che regolavano la
suddivisione della societâ lagunare in categorie precise - nobili,
cittadini originari, cittadini per privilegio, sudditi, forestieri -, man
mano che si saliva la scala sociale piü selettivi diventavano i criteri di
iserizione e i meccanismi burocratici per il riconoscimento73.
Attorno alla meta del secolo, dunque, prese forma compiuta
anehe la procedura per il riconoscimento della cittadinanza originaria.
Nel 1538 si stabilı che le prove degli aspiranti alla cancelleria dovesse-
ro esser presentate agli Avogadori di Comun «per la forma e modo
che si osserva nelle prove di nobili»74. Nel 1543, poiche molti che non
erano cittadini originari possedevano «uffici intermedi», venne stabili-
to che coloro che aspiravano a tali uffici dovessero «giustificar

70 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 28, cc. 17r-18r, 21 agosto 1552.
71 G. Cozzı, Domenico Morosini e il «De bene imtituita re publica», in «Studi
Veneziani», 12 (1970), pp. 430-431.
72 D erosas, Moralitâ cit., pp. 450-453.
73 La piiı lucida e completa disamina della stratificazione sociale veneziana e delle
possibilitâ di mobilitâ interna e U. Tuccı, Carriere popolane e dinastie di mestiere a
Venezia, in Gerarchie ecorıomiche e gerarehie sociali secoli XII-XVIII, Atti della «Dodicesi-
ma Settimana di Studi» dell’Istituto Internazionale di Storia Economica «F. Datini», Prato
18-23 aprile 1980, a cura di A. Guarducci, Firenze 1990, pp. 815-851. Una sintetica ma
precisa deserizione dei ceti veneziani d’epoca moderna, forse sfuggita a molti, e in
M aranini, La Costituzione cit., p. 66, n. 1.
74 T rebbi, La cancelleria cit., p. 70.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 45

giuridicamente esser citadino originario di questa cittâ, cioe che lui


supplicante, Padre, et Avo siano natti in questa cittâ»75. Infine con la
legge 3 luglio 1569, venne ordinato che tutti questi uffici intermedi
«non possino esser datz se non a cittadini nostri originari, et nasciuti
de legittimo matrimonio, i quali siano obligati provar all’officio dell’a-
vogaria predetta non solamente la civiltâ sua originaria, ma il legitti­
mo nascimento loro, et delli loro padri, et avi»767. Anche se indirizzata
a disciplinare il reclutamento di un’unica fascia, pur se cospicua, degli
uffici riservati agli originari, la legge del 1569 assunse un’importanza
tutta particolare. La tenuta, da parte degli Avogadori, di un registro
delle cittadinanze originarie - che ad imitazione dell’analoga procedu-
ra per i nobili venne detto «libro d ’argento» - dando il via ad una
procedura amministrativa ufficiale ed univoca per il riconoscimento
dello status di cittadino originario funse, nella considerazione dei
contemporanei e nella memoria dei posteri, come atto costitutivo
dell’ordine.
Con la legge del 1569 si puo quindi ritenere conclusa quella
«serrata cittadinesca» che, a partire dagli anni della guerra di Chiog-
gia in poi, porto questo gruppo di cives esclusi da un’effettiva
partecipazione politica a differenziarsi sempre piu fino ad acquisire
una precisa identitâ sociale come corpo scelto di funzionari statali7'. E
opportuno soffermarsi ancora sul fatto che, mentre la condizione di
cittadino per privilegio riceveva una legislazione ad materiam, la
cittadinanza originaria veniva prendendo forma solo a seguito di
disposizioni che riservarono agli originari alcuni settori-chiave della
burocrazia cittadina. Se lo status di privilegiato fu disciplinato a
partire dal 1305, una disposizione positiva che elencasse tutti i
requisiti necessari della cittadinanza originaria si ebbe solo con una
legge del 1720.
Le conseguenze di questo vuoto legislativo furono almeno due.
Da un lato la definizione della condizione di originario rimase a lungo
- almeno fino al 1569, ma per certi requisiti, come si vedrâ, ancora di
piu - molto elastica e l’onere di una sua delimitazione rimase appog-
giato all’arbitrio dei magistrati preposti all’esame dei sıngoli cittadini.

75 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 27, c. 106v, 29 luglio 1543.


76 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 29, c. 45r.
77 Cozzı, Politica cit., p. 144.
46 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

Da un altro lato tale vuoto determinö che le poche definizioni di


cittadinanza di cui si e a conoscenza fossero definizioni tautologiche
per cui, in sostanza, originario era chi fosse figlio e nipote di
originari. Viene da chiedersi come potessero i veneziani del XV o del
XVI secolo accontentarsi di una tale situazione d ’indeterminatezza. In
realtâ l’elemento di giudizio che a noi manca ma che doveva essere
loro ben presente - ed era il criterio-base su cui si appoggiava la
concezione della cittadinanza era la «riconoscibilitâ sociale» dell’in-
dividuo come originario, veneto, «antico» della cittâ per tradizione di
famiglia; la «prova» di cittadinanza in sostanza non consisteva nel
conferimento di un onore ma nel riconoscimento della condizione
dell’individuo, della reputazione della sua famiglia, insomma nell’ac-
cettazione del suo ruolo sociale.
E interessante osservare che non sussistette a lungo un’affermazio-
ne positiva del concetto di cittadinanza come mai per l’intera storia
della repubblica non venne espresso legislativamente cosa si intendes-
se per nobile - che non fosse una definizione tautologica per cui
nobile era chi apparteneva ad una famiglia «abile al Maggior Consi-
glio» - e in cosa consistesse il privilegio politico goduto dal patrizia-
to 78. Tali assenze contribuirono a rinforzare l’idea per cui il privilegio
nobiliare rientrava nell’ambito deH’ordine naturale ed immutabile
delle cose che sussisteva da sempre e trovava legittimazione nella
propria esistenza. Per quanto riguarda la cittadinanza veneziana inve-
ce, le autoritâ patrizie si assicurarono che all’interno della societâ
veneziana non si formassero raggruppamenti sociali che potessero in
qualche modo aspirare ad uno spazio politico. In questo senso
vennero riconosciuti a differenti porzioni della popolazione privilegi
daziari e commerciali, prerogative economiche o specializzazioni pro-
fessionali ma si evitö a lungo di formulare una consacrazione legislati-
va che, laddove non avesse potuto dar adito a recriminazioni «politi-

78 Come nota Trifon Gabriele, un personaggio del dialogo Della repubblica de’
Viniziani del fiorentino Donato Giannotti, in Öpere politiche a cura di F. Diaz, I, Milano
1974, p. 69: «Non so anco che, ne’ tempi nostri, sia legge alcuna che proibisca che un
cittadino non gentiluomo non possa essere dagli elettori preso, e poi nel Consiglio
(videlicet-, Maggior Consiglio) ballottato. Anzi, talvolta e avvenuto che un elettore ha preso
uno cittadino non gentiluomo; ma non ha poi avuto tanto concorso degli altri elettori, che
basti a fare che in Consiglio sia ballottato». Per quest’ordine di problemi cfr. Tuccı,
Ranke storico cit., pp. 33-41.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 47

che, comunque avrebbe sancito l’esistenza di un terzo soggetto sociale


intermedio al dualismo tra una classe di patrizi detentori del potere
politico ed il popolo privo di ogni diritto di rappresentanza politica.

3. La cittadinanza nella trattatistica del ’4 e ’500

Per completare la ricostruzione storica del processo che porto alla


definitiva affermazione all’interno della societâ veneziana del ceto dei
cittadini originari e utile a questo punto soffermare l’attenzione su
alcune öpere storiche e politiche che, nei secoli XV e XVI, si
interessarono alla struttura sociale di Venezia. Esula dai fini di questo
studio offrire una panoramica esaustiva della trattatistica storico-poli-
tica sulla Serenissima, operazione questa oltretutto assai ardua, data la
particolare curiositâ che suscitavano la cittâ lagunare e la sua storia
ormai quasi millenaria in tutta Europa, e la gran mole di lavori che se
ne interessarono. Verranno dunque esaminate le öpere di alcuni fra i
principali scrittori patrizi veneziani, assieme a quelle di alcuni umani-
sti non veneziani e di autori d’origine cittadinesca che s’espressero
con particolare originalitâ. Nell’intento di cogliere con maggiore
completezza la posizione sociale che ebbero i cittadini originari in
questi due secoli, la linea d ’indagine su cui ci si muoverâ sara duplice:
da un lato analizzare in che maniera questi autori suddivisero la
societâ veneziana e in quale conto essi tennero la cittadinanza, in
secondo luogo comprendere in che rapporto fossero tali considerazio-
ni con alcune delle idee-guida della tradizione storiografica veneziana:
l’idea di libertâ originaria, di superioritâ del regime aristocratico e di
«perfezione» del suo ordinamento, la «teoria dello stato-misto»79.

79 E impossibile rendere adeguatamente conto dell’ampissima bibliografia sutla tratta­


tistica storica e politica su Venezia tra ’4 e ’500. Mi limiterö quindi a citare i testi che sono
serviti per quest’analisi specifica, rinviando alla bibliografia in essi descritta per gli studi di
carattere generale. I due saggi-guida per un approccio al problema, a cui si fara costante
riferimento, sono: A. Ventura , Scrittori politici e scritture di governo, in Storia della
cultura veneta, a cura di G. Amaldi e M. Pastore Stocchi, Vicenza 1981, vol. 3, tomo
III, pp. 513-563 e F. G aeta, Venezia da «stato misto» ad aristocrazia esemplare, in ibidem,
vol. 4, tomo II, pp. 437-494. Altri lavori di notevole importanza sono: G. Ben zo n i ,
Introduzione a Storici e politici veneti del Cinquecento e del Seicento, a cura di G. Benzoni
e T. Zanato, Milano-Napoli 1982, pp. XV-XCVIII; G. Cozzı, Cultura politica e religione
nella «pubblica storiografia» veneziana nel '500, in «Bollettino dell’Istituto di storia della
48 BUROCRAZIA E BUROCRATI • CAPITOLO I

Uno degli argomenti usuali nelle scritture storico-politiche su


Venezia del Quattrocento e il motivo della libertâ come «principio
vitale della cittâ»80 derivante dall’originaria libertâ dei primi abitatori
della laguna. Tale motivo, come ha dimostrato Gina Fasoli, era giâ
presente nelle cronache dell’undicesimo secolo e prese vigore dalle
vicende attraverso cui Venezia si affermö come potenza commerciale
e territoriale nel Mediterraneo orientale, cominciando attorno alla
meta del Quattrocento «ad uscire dall’ambito della storiografia per
entrare nel campo dell’elaborazione del mito politico»81, in occasione
della polemica umanistica fiorentino-veneziano-milanese che faceva
da sfondo al confronto politico di queste tre potenze regionali.
Uno dei protagonisti di tale polemica fu l’umanista veneziano
Lauro Querini il quale, di fronte alla posizione di Poggio Bracciolini
che aveva sostenuto che la nobiltâ non fosse questione di nascita
bensı di animo, assunse su di se l’onere di controbattere il fiorentino
e di difendere l’aristocrazia ereditaria veneziana, riuscendo a legare il
motivo della libertâ originaria dei primi abitatori della laguna ad
un’articolata teoria della nobiltâ che giustificava su basi filosofiche il
regime aristocratico. Per il patrizio veneziano l’universo e regolato da
un ordine gerarchico che governa ogni cosa e da cui deriva la nobiltâ
di alcuni uomini come fatto intrinseco alla natura stessa. Cosı, al pari
dei caratteri fisici o del temperamento, i genitori trasmettono ai figli
anche la nobiltâ che, tuttavia, puö derivare al singolo anche dalla cittâ
in cui e nato, e poiche i nobili veneziani sono discendenti dei Romani
fuggiti in laguna a seguito dell’invasione di Attila, la loro nobiltâ

societâ e dello stato veneziano», 5-6 (1963-64), pp. 215-294; İ dem, Domenico Morosini
cit.; P. D el N egro , Forme e istituzioni del discorso politico veneziano, in Storia della
cultura veneta cit., vol. 4, torao II, pp. 407-436; G. F asoli, Nascita di un mito, in Studi
storici in onore di Gioacchino Volpe, I, Firenze, 1958, pp. 445-479; F. G aeta, Alcune
considerazioni sul mito di Venezia, in «Bibliotheque d’Humanisme et Renaissance», 23
(1961), pp. 58-75; İ dem , L ’idea di Venezia, in Storia della cultura veneta cit., vol. 3, tomo
III, pp. 565-641; F. G ilbert, The Venetian Constitution in Florentine Political Thought in
N. Rubinstein (ed. by), Florentine Studies, Politics and Society in Renaissance Florence,
London 1968, pp. 463-500; F. G ilbert, Religion and Politics in the Thought o f Gasparo
Contarini, in T.K. Rabb - J.E. Seigel (ed. by), Action and Convinction in Early Modern
Europe: Essays in Memory of E.H. Harbison, Princeton 1968, pp. 90-116; M.L. King ,
Emanesimo e patriziato a Venezia nel Quattrocento, trad. it. Roma 1989 (Princeton 1986);
Ventura, Introduzione cit.
80 Ventura, Scrittori cit., p. 523.
81 G aeta, Alcune considerazioni cit., pp. 60-62.
LA FORMAZIONE DELL'ORDINE CITTADINESCO 49

proviene anche da quella romana che era superiore a tutte le altre.


Ogni cittâ ha perö esigenze particolari, cosı per Venezia il commercio
e un’attivitâ vitale, naturale e poiche ciö che e dato dalla natura per la
conservazione del genere umano non puö essere biasimevole, ne
consegue che l’attivitâ commerciale, che distingue l’aristocrazia vene-
ziana da tutte le altre, e perfettamente lecita.
Nel De republica, dedicato al doge Francesco Foscari, Querini
affronta gli stessi temi in un contesto piü ampio. Egli descrive la cittâ
come associazione dei cittadini e definisce, pur di passaggio, il civis
come:
is qui tali societati communicare poterit principatu consiliativo vel iudicativo
pro tempore vel saltem contractivo. Ex quo fit ut neque advenae et peregrini
neque adventicii neque servi sint cives, quoniam nec principatu nec contrac-
tibus civilibus communicare possunt82.

Una definizione tale, avvicinata all’asserzione che Venezia, al pari


di Firenze, era uno «stato misto» dove cioe era praticata una compar-
tecipazione del popolo alla vita politica, «sembrerebbe optare per un
concetto molto ampio di cittadinanza»83. In realtâ per il Querini i
cives si identificano strettamente con i nobiles, questo appare con
tutta evidenza laddove egli si sofferma a valutare quale forma di
governo si addice ad una cittâ ideale. Contro i pericoli del governo di
un uomo solo, contro la fallibilitâ della moltitudine, l’unico ordina-
mento che puö garantire la felicitâ di una cittâ e la repubblica
aristocratica retta da patrizi che governano con il consenso del
popolo. In queste öpere Querini, rielaborando i concetti della Politica
aristotelica adattati alla realtâ veneziana, effettua un importante recu-
pero del concetto di «stato misto» - vale a dire di un ordinamento
che riunisce i pregi dei governi monarchico, aristocratico e democrati-
co -, giâ apparso nella letteratura veneziana un secolo e mezzo prima,
avvicinando tale modello a una compiuta teoria della legittimitâ del
ruolo della classe nobiliare veneziana. Sebbene molti degli argomenti
che egli riprende furono in seguito utilizzati frequentemente nei
trattati moderni sulla nobiltâ, la sua originalitâ sta nell’aver messo in

82 II «De Republica» di Lauro Querini, a cura di C. Seno e G. Ravegnani in Lauro


Querini umanista, studi e testi raccolti e presentati da V. Brança, Firenze 1977, p. 130.
83 Ventura , Scrittori cit., p. 527.
50 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

luce «l’armatura teoretica della visione che gli umanisti veneziani


avevano della loro societâ»8485.
Con la Defensio Venetorum ad Europae principes contra obtrectato-
ress5, scritta in replica dell’accusa rivolta a Venezia di indugiare nella
lotta contro il Turco da poco padrone di Costantinopoli, Paolo
Morosini effettuava un’operazione simile a quella queriniana, tutta
perö giocata sul piano storiografico e non su quello filosofico. Per lo
scrittore patrizio i primi abitanti della laguna discendevano dai Pafla-
goniani, eroi sconfitti di Troia, difensori dell’amor patrio e dello
spirito di libertâ, a cui si aggiunsero gruppi di nobili di terraferma
rifugiati per sfuggire aile invasioni barbariche. La superioritâ della
nobiltâ veneziana - riaffermata contro i suoi detrattori - e quindi
başata sia sulla discendenza biologica da razze nobili sia su un
sentimento particolare di libertâ, inteso come rifiuto di essere sotto-
messi ad alcuno, che viene trasmesso con il sangue. 11 primato
dell’aristocrazia, cosı come il senso di libertâ connaturato alla vita
veneziana, erano dunque giustificati mitograficamente in una ricostru-
zione storica nella quale manca ogni accenno meno che superficiale al
resto della popolazione veneziana: «il popolo di Venezia, quelle
braccia senza nome che aiutarono i patrizi nel loro viaggio verso
l’abbondanza, non esistono per Morosini»86.
Un episodio significativo nella formazione dell’ideologia politica
della classe dirigente veneziana consiste nella dedica della traduzione
latina delle Leggi di Platone offerta nel 1452 da Giorgio da Trebison-
da a Francesco Barbaro che la rivide e corresse. Per l’umanista greco
il popolo non consiste nella «multitudo confusa nec vulgus ignavum
aut seditiosum»87, il «popolo» in possesso dei diritti politici e il
«populus patritii ordinis»88. L’identificazione popolo-patriziato crea la
possibilitâ di sostenere, secondo uno schema argomentativo che sarâ
consacrato dal Contarini nel primo trentennio del Cinquecento, che i

84 King , Umanesimo cit., I, p. 180.


85 In J. Valentinelli , Bibliotheca manuscripta ad S. Marci Venetiarum, III, Venetiis
1870, pp. 189-229.
86 King , Umanesimo cit., I, p. 186.
87 L’introduzione e riportata in calce a F. G aeta, Giorgio di Trebisonda, le Leggi di
Platone e la costituzione di Venezia, in «Bullettino dell’lstituto Storico Italiano per il
Medio Evo e Archivio Muratoriano», 82 (1970), pp. 479-501; il passo citato e a p. 500.
88 Ibidem, p. 493.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 51

Veneziani avevano saputo istituire e addirittura perfezionare il model-


lo classico di stato misto. Questa posizione ideologica - riflette
Angelo Ventura89 - era perfettamente funzionale a quel processo di
chiusura aristocratica che dalla serrata del Maggior Consiglio aveva
portato nel 1423 alla soppressione deVfarengo, l’ormai ininfluente
residuo dell’assemblea popolare comunale.
Una prima registrazione dell’esistenza dei cittadini come gruppo
sociale si ritrova in un’opera di Marin Sanudo, riferibile ai primi anni
’80 del XV secolo, De origine, situ et magistratibus urbis venetae90. II
noto diarista «non nutre ambizioni teoriche, ma rappresenta dal vivo
la cittâ, i consigli e le magistrature della Repubblica»91. Proprio
questa disposizione realisdca gli consente di cogliere nel concreto la
stratificazione sociale della cittâ:
sono tre generation di habitanti: zentilhomeni che governano il stato et la
republica cittadini, et artesani, o vero populo menudo92.

E la stessa divisione che si incontra nelle pagine deü’altro diarista


degli inizi del Cinquecento, Girolamo Priuli, come il Sanudo rappre-
sentante di quel patriziato minöre che guardava alla storia e aile
istituzioni della repubblica con maggior disincanto e concretezza93. Al
contrario, una diversa impostazione, ricercatamente apologetica, im-
pedirâ di İl a qualche anno a Marcantonio Sabellico, in una simile
descrizione in forma di dialogo, il De venetis magistratibus94, di
andare oltre la consueta rilevazione dei due ordini, nobiltâ e popolo.
Non a caso, per la sua «compattezza encomiastica», humanista laziale
era stato prescelto come storiografo ufficiale mentre il Sanudo, «rite-
nendo che la completezza dell’informazione fosse presupposto di
veritâ, e che la veritâ fosse elemento indispensabile della storia»95,
non raggiunse mai tale ambito incarico.

89 Ventura , Scrittori cit., p. 530.


90 Sanudo , De origine cit. Sul Sanudo resta fondamentale il saggio di G. Cozzı,
Marin Sanudo il Giovane: dalla cronaca alla storia in A. P ertusi (a cura di), La storiografia
veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e problemi, Firenze 1970, pp. 333-358.
91 Ventura, Scrittori cit., p. 531.
92 Sanudo, De origine cit., p. 22.
95 Cfr. F inlay, La vita cit., pp. 56, 86, 221.
99 In Opera omnia, Basileae 1560, pp. 178-299.
95 Cozzı, Cultura politica cit., p. 227.
52 BUROCRAZLA E BUROCRATI - CAPITOLO I

Una voce che uscı dal coro laudativo degli apologeti della repub-
blica fu quella di Domenico Morosini, un patrizio che dopo aver
ricoperto importanti cariche ed aver raggiunto la dignitâ di procura-
tore di San Marco, mise mano, ormai anziano, ad un’operetta polidca
che si staglia per spessore cridco ed originalitâ di proposte, il De bene
instituta re publica9697. Utilizzando il consueto paravento della descri-
zione di una repubblica ideale, Morosini rivolge una cridca serrata
aile istituzioni repubblicane accusate di essere ormai stravolte dal
maneggio delle elezioni e dal dilagare del broglio e snaturate nei
criteri fondamentali di giustizia. La polemica morosiniana e rivolta
contro la politica espansionistica e guerrafondaia, originata a suo dire
dal crescente potere nelle assemblee patrizie dei «giovani», i nobili
sotto i quarant’anni. La sua proposta di riforma e radicale: allargare
l’assemblea generale ai «cives mediocres et potentiores», escludendo-
ne il popolo minuto, quindi di fatto aprendola anche a soggetti non
patrizi; riservare a questo consesso le sole elezioni di cariche minori;
vietare l’ingresso in senato ai «giovani»; rendere la carica senatoda
vitalizia e delegare a questo consiglio le nomine aile cariche maggiori;
ridurre il numero delle magistrature e dei rappresentanti in terrafer-
ma. Tale allargamento della base politica era il presupposto per una
contrazione oligarchica del potere; in questo senso Gaetano Cozzi ha
compiutamente spiegato come le critiche dell’autore del De bene
instituta re publica rientrassero in quel dibattito tra una concezione
allargata, «repubblicana», del regime aristocratico e una visione ri-
stretta, oligarchica delle istituzioni, che peraltro trovava sostegno nel
continuo espandersi delle prerogative di un consiglio ristretto come i
Dieci, verso il cui ruolo Morosini espresse tutta la propria ammirazio-
ne9/. Ma la costruzione politica del Morosini doveva rimanere «un
abbozzo confuso e incompiuto, che non uscı mai dalle carte di
famiglia»98, non rientrava nell’abito mentale del senatöre veneziano ne
nel costume politico patrizio sollevare critiche esplicite e pubbliche
agli ordinamenti della repubblica.
Nel terzo decennio del Cinquecento vide la luce il trattato De

96 A cura di C. Finzi, Milano 1969.


97 Cozzi, Domenico Morosini cit., pp. 425-426.
98 Ventura , Scrittori cit., p. 531.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 53

magistratibus et republica Venetorum di Gasparo Contarini", che


riscosse un considerevole successo in tutta Europa, con il quale
«Venezia entrö a vele spiegate nell’ambito della mitologia politica
cinquecentesca»99100. L’opera e imperniata sull’idea di Venezia come
perfetta realizzazione di societâ in grado di condurre ad una vita
felice, dove ogni ceto ricopre un ruolo attivo nella vita della cittâ, pur
nel rispetto del criterio gerarchico secondo cui solo i migliori debba-
no governare. II Contarini riprende, perfezionandola, la teoria classica
dello stato misto ma, a differenza di simili formulazioni quattrocente-
sche, ha ben chiare sia l’articolazione sociale del patriziato in ceti
differenti, sia l’esistenza di altri gruppi sociali. Ciö non gli impedisce,
tuttavia, di mantenere la tradizionale suddivisione degli abitanti della
cittâ in nobiltâ e popolo, poiche solo questa articolazione gli consente
di impostare l’equazione «patrizi = unici cittadini in grado di eserci-
tare i diritti politici», funzionale alla descrizione di Venezia come uno
stato misto, in seguito alla compartecipazione del «popolo dei cittadi­
ni» al governo101. L’organizzazione politica e sociale della cittâ e
descritta come risultato di un accordo generale, nel quale anche ai
ceti subalterni viene riconosciuto un ruolo; egli ad esempio descrive
«con molta cura i vantaggi e gli onori riservati ai cittadini originari,
soprattutto quello di fornire i funzionari della cancelleria ducale
partecipando cosı in certo modo al governo dello Stato»102, cionono-
stante egli li colloca all’interno del ceto popolare.
Riunendo tutti i fili della trattatistica politica e storiografia quat-
trocentesca, collegando la teoria dello stato misto ad una nuova
coscienza della stratificazione del patriziato, recuperando una com-
piuta teoria della nobiltâ assieme ad una legittimazione storica e

99 In Opera omnia, Venetiis 1589, pp. 261-326.


100 G aeta, Alcune considerazioni cit., p. 63.
101 «Universus populus in duo genera est distrıbutus. Nam quidam honestioris sunt
generis alii vero ex infima plebe, ut artifices, et id genus hominum, quod ab Aristotele in
Politicis servorum publicorum esse perhibetur»; C ontarini , De magistratibus cit., pp.
322-323.
102 Ventura, Scrittori cit., p. 549; Contarini, De magistratibus cit., p. 323: «Alte-
rum populi genus honestius in Veneta civitate honorationem quoque locum habet, cui
privata quaedam, ac propria maniera sunt constituta decora atque honesta, quibus patritii
ordinis viri privati sunt, nec ad ea ulla ratione accessum habent, quorum multa sunt, ut
nec patricium hominem, tum propter emolumentum, tum honoris titulum eorum poenite-
re possit».
54 BUROCRAZLA E BUROCRATI - CAPITOLO I

filosofico-religiosa del regime aristocratico, il trattato contariniano


rivela il duplice volto del «mito di Venezia»: da un lato quello piü
apertamente ideologico di autodefinizione di una classe dirigente tesa
a ricercare una legittimazione alla propria egemonia, a costruire
un’immagine in cui riconoscersi e farsi riconoscere; da un altro lato il
«mito politico e elaborazione d’una speranza e credenza»103104 in un
ordinamento cui si aspira e che si tende a storicizzare ricercando nel
passato la giustificazione storica che permetta di sostenere la possibili-
tâ di una sua realizzazione concreta.
Lo stesso ruolo riconosciuto dal Contarini ai cittadini originari
puö essere letto in questa duplice ottica. Da un lato la costruzione
storico-filosofica che dimostra la legittimitâ del potere patrizio impe-
disce il riconoscimento degli originari come «cives pleno iure», pena
l’ammissione dell’esclusione di una fascia di cittadini dai diritti politi-
ci. Da un altro lato la descrizione dei privilegi e del prestigio riservati
a questo gruppo, e il suo inserimento in un assetto sociale descritto in
forma strumentalmente idilliaca, tradisce la preoccupazione della
classe dirigente veneziana di mantenere piü compatto e concorde
possibile il corpo sociale cittadino.
Libero almeno da quest’ordine di problemi, il fiorentino Donato
Giannotti compose una simile descrizione della costituzione venezia­
na, mosso, come il patrizio veneziano, dall’intento di spiegare il
funzionamento istituzionale della repubblica a non veneziani. II tratta­
to Della repubblica de’ Vinizianim , scritto nel medesimo volgere
d ’anni del De magistratibus ma giâ circolante a Firenze nel 1527,
rivesti un ruolo considerevole nel dibattito politico che accompagnö il
nascere della seconda repubblica fiorentina e si inseri nel solco
dell’interesse per la storia e la costituzione veneziane che aveva
accompagnato la prima fase repubblicana, dopo il 1494, quando
l’ordinamento veneziano era servito da modello esemplare per la
costruzione di un nuovo organismo statale. In questo dibattito il libro
del Giannotti rappresentö «the climax of Florentine political thinking
on Yenice in Renaissance period»105.

103 G aeta, Alcune considerazioni cit., p. 59.


104 G iannotti , Della repubblica cit.
105 G ilbert , The Venetian Constitution cit., p. 490; cfr. anche İ dem , The Date o f the
Composition of Contarini’s and Giannotti’s Books on Yenice, in «Studies in the Renaissan-
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 55

Anche se, al pari del Contarini, il futuro successore di Machiavelli


alla segreteria dei Dieci individuö 1’esemplarietâ della situazione vene-
ziana nella concordia cittadina, egli arrivö tuttavia a «smitizzare»
alcuni dei passaggi nodali della storia veneziana: le cause della serrata,
ad esempio, non venivano indicate, come nella tradizione apologetica,
nella necessitâ di mantenere «puro» l’ordine dei nob'ûı-cives, e rima-
nevano, agli occhi del Giannotti, poco chiare; l’esclusione di altri ceti
dalla partecipazione politica era un dato di fatto storico non sancito
dalla legge e ciö, veniva annotato, rendeva la situazione piü tollerabile
agli esclusi dal governo della cittâ. Ma il «punto di rottura» con il
Contarini, dove la descrizione del fiorentino si stacca maggiormente
da quella del patrizio e lascia intuire come essa fosse concepita in
funzione di esempio per un preciso progetto politico, sta nel ricono-
scimento dell’esistenza di tre ordini di abitanti, come egli fa dire a
Trifon Gabriele:
tutti gli abitatori della cittâ di Vinegia ... sono in tre ordini distinti: in
popolari, in cittadini, in gentiluomini. Io so che ’n questa divisione degli
abitanti io sono di contraria opinione non solo al Sabellico (il quale de’ due
primi ne fa uno, e lo chiama popolare), ma ancora universalmente a molti
altri, i quali non mettono gradi in quelli che non sono gentiluomini, ma tutti
dicono essere popolari; ... Ma a me pare che noi li debbiamo nel modo detto
dividere. Önde per popolari io intendo quelli che altramente possiamo
chiamare plebei; e sono quelli i quali esercitano arti vilissime per sostentare
la vita loro, e nella Cittâ non hanno grado alcuno: per cittadini, tutti quelli i
quali, per esser nati eglino, i padri e gli avoli loro, nella Cittâ nostra, e per
avere esercitato arti piü honorate, hanno acquistato qualche splendore, e
sono saliti uno grado; tal che ancora essi si possono figliuoli di questa patria
chiamare106.
II riconoscimento enfatizzato dell’esistenza di tre ordini sociali - e
per inciso va ricordato come per cittadini si intendessero i soli
originari - e simmetrico alla non identificazione di Venezia come
modello di stato misto, data l’impossibilitâ di riconoscervi una com-
ponente popolare nell’ordinamento. II Giannotti, fautore di una
partecipazione politica anche dei mediocres, spostava dunque il punto
d ’osservazione delle vicende veneziane dall’idealizzazione degli ordi-

ce», 14 (1967), pp. 172-184; R. P ecchioli, II «mito» di Venezia e la erişi fiorentina


intorno al 1500, in «Studi Storici», 3 (1962), pp. 451-492.
106 G iannotti, Della repubblica cit., p. 46.
56 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

namenti all’apprezzamento per l’abilitâ politica dei governanti capaci


di creare un sistema basato sul controllo incrociato dei poteri istitu-
zionali e sulla capacitâ di garantire protezione e sostegno aile classi
subalterne in maniera tale da assicurare la concordia cittadina. Non
per nulla, per dare coerenza alla propria riflessione, dovette quasi
ignorare la posızione isdtuzionale del Consiglio dei Dieci, colta invece
dal Contarini: «egli in veritâ presentö un governo che era quello che
evidentemente auspicava si realizzasse a Firenze»107.
Con l’opera di Jean Bodin doveva chiudersi la fase rinascimentale
dell’idealizzazione polidca di Venezia come ordinamento in grado di
riunire il meglio dei regimi monarchico, democratico ed aristocratico.
Vari fattori, che trovarono modo di assumere concretezza di significa-
to nella seconda meta del Cinquecento, impedivano ormai una ripro-
posizione inalterata di quel mito. L’equilibrio delle sue componenti
istituzionali appariva ormai intaccato dal continuo accentramento di
funzioni di governo nelle mani del Consiglio dei Dieci, un ridimensio-
namento del quale provocö una severa erişi isdtuzionale nel
1582-83108; sul piano sociale sembravano accentuarsi le differenziazio-
ni interne al ceto nobiliare, un processo questo che andava di pari
passo con la ristrutturazione dell’economia lagunare ed il rivolgersi
degli investimenti patrizi verso settori alternativi a quello commercia-
le, come quello industriale o quello fondiario, mentre acquisivano
peso economico e sociale mercanti d ’origine straniera e famiglie
cittadinesche109; tale stratificazione sociale della nobiltâ doveva influi-
re sulla compattezza del patriziato come elasse dirigente e rivelarsi a
livello politico agli inizi del Seicento110. Infine, sul piano dell’immagi-

107 G aeta, Venezia cit., p. 439.


108 Cfr. A. Stella , La regolazione delle pubbliche entrate e la erişi politica veneziana
del 1582, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi, II, Roma 1958, pp. 157-171; M.J.C.
L owry, The Reform o f the Council of Ten, 1582-3: an Unsettled Problem?, in «Studi
Veneziani», 13 (1971), pp. 275-310.
109 Cfr. U. Tuccı, La psicologia del mercante veneziano, in İ dem , Mercanti, navi,
monete nel Cinquecento veneziano, Bologna 1981, pp. 43-94.
110 G. Cozzı, II doge Nicolâ Contarini. Ricerche sul patriziato veneziano agli inizi del
Seicento, Venezia-Roma 1958, pp. 1-52; J.C. D avis, The Decline o f the Venetian Nobility
as a Ruling Class, Baltimore 1962, pp. 34-53. Una visione d’insieme dell’atmosfera politica
e culturale della Venezia tardo-rinascimentale e G. Cozzı, La societâ veneziana del
Rinascimento in un’opera di Paolo Paruta: «Della perfettione della vita politica», in «Atti
della Deputazione di Storia Patria per le Venezie», 1961, pp. 13-47.
LA FORMAZIONE DELL’ORJDINE CITTADINESCO 57

ne internazionale la repubblica mardana sembrava aver perso quel


vigore che le aveva permesso di uscire invitta dalla disfatta di Agna-
dello e grazie al quale aveva potuto agire come la «piû duttile e
tenace»111 avversaria dell’egemonia spagnola in Italia.
Si rinforzava peraltro, nella letteratura europea, la fama della
libertas veneziana, accresciuta dalla particolare atmosfera di tolleranza
religiosa che, in epoca di feroci repressioni religiose, si respirava nella
capitale lagunare. U n’idea di libertâ çivile all’interno della quale,
tuttavia, gli ordinamenti della Serenissima apparivano sempre di piû
nella loro realtâ costituzionale aristocratica; le parole di Guicciardini
che descrivevano il governo veneziano come
el piû bello ed el migliore governo non solo de’ tempi nostri, ma ancora che
forse avessi mai a’ tempi antichi alcuna cittâ, perche partecipa di tutte le
spezie de’governi, di uno, di pochi, di molti112,

ritornavano parafrasate negli şeritti degli epigoni del filone contarinia-


no, senza perö quella capacitâ persuasiva che era stata del periodo
rinascimentale.
Una nuova atmosfera politica e una differente prospettiva storica
sono facilmente avvertibili nell’«ultimo significativo apporto al filone
rinascimentale», le note che l’avvocato Nicolö Crasso stese a chiosa
dei trattati del Contarini e del Giannotti, cui seguı «un rapido declino
della linea contariniana»113. II Crasso, che si prova cittadino originario
nel 1606, serive pagine di notevole interesse suü’ordine dei cittadini:
Questa tripartita divisione (della societâ) viene in Venetia ad ogni passo
ascoltata. E quegli autori che in due la dividono, come fa il Contarini Nobili,
e Popolari, sono poi sforzati â dividere i Popolari in due ordini: uno
dell’infima plebe, l’altro di piû honorevole conditione. Per lo che meglio sara
tenere questa divisione, che porta il Giannotti, come da Triffon Gabriele
ricevuta. So ben’io che e da alcuni rivocato in dubbio, se quelli che in
Venetia si chiamano Cittadini, in fatti sieno veramente tali. Peroche non
ponendo essi voto nel deliberare, ne l’insegne ottenendo di magistrato
alcuno, paiono eselusi dal numero de’ Cittadini114.

111 G aeta, Alcune considerazioni cit., p. 66.


112 Cit. in G ilbert, The Venetian Constitution cit., p’. 487.
113 D el N egro , Forme e istituzioni cit., pp. 407-408.
114 C ontarini, Della Repubblica cit., p. 389.
58 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

Anche ad Atene e Roma, argomenta il Crasso, vi furono classi di


cittadinanza a capacitâ ridotta, cosı deve intendersi quella veneziana,
mezzana, e molto honorata; peroche oltre i segreti della Republica che tutti â
loro solamente sono confidati, essercitano bene spesso gravissimi carichi
pubblici

e si dilunga a descrivere, sulle örme del Contarini, il prestigio e la


responsabilitâ che comportano molti degli incarichi affidati ai cittadi-
ni, quali legazioni e residenze a duchi, imperatori e pontefici, affron-
tando püre la pericolosa osservazione del Giannotti che l’egemonia
nobiliare non fosse comprovata da leggi:
II che non habbiamo ne anche noi potuto ritrovare, che per legge
positiva sia stato anticamente deciso, e terminato, se bene sappiamo di
presente essere pienamente osservato115,

salvo cambiare immediatamente discorso.


Come ha persuasivamente dimostrato Claudio Povolo la ripropo-
sizione da parte del Crasso dello schema teorico contariniano in
polemica - sessant’anni dopo - con l’analisi del Bodin, che aveva
definito la Serenissima prima uno stato popolare poi una repubblica
aristocratica, aveva un preciso significato politico, ricollegabile alla
posizione «oligarchica» di Domenico Molino, il patrizio cui l’opera
era dedicata e che aveva avversato i fautori di una riforma «repubbli-
cana» del Consiglio dei Dieci nella correzione del 1628-29. La ripresa
dei temi rinascimentali era insomma funzionale a «riaffermare la
continuitâ storica della forma istituzionale della Repubblica, giustifi-
cando nel contempo come un’evoluzione naturale e necessaria il
mutamento d ’equilibrio politico istituzionale»116.
II Crasso non fu certo l’unico cittadino che scrisse di cose
politiche, ne il solo la cui opera conseguı dignitâ letteraria. 11 primo
umanesimo veneziano nacque nel circolo dei notai e cancellieri attor-
no al doge Andrea Dandolo: Benintendi de’ Ravagnani, Paolo de
Bernardo, Raffaino de’ Çaresini, Lorenzo de’ Monaci ed ancora

115 Ibidem, p. 391.


116 C. P ovolo , Aspetti e problemi dell’amministrazione della giustizia penale nella
Repubblica di Venezia, secoli XVI-XVII, in Cozzı, Stato, societd e giustizia cit., pp.
251-252; cfr. anche C. P ovolo , voce Nicolö Crasso in Dizionario Biogra/ico degli italiani,
XXX, Roma 1984, pp. 573-577.
LA FORMAZIONE DELL’ORDINE CITTADINESCO 59

Nicolö Segundino, Biondo Flavio, in gran parte stranieri che ricevet-


tero il titolo di cittadini in riconoscimento dell’opera prestata alla
Signoria, furono scrittori di öpere storiche e prepararono o promosse-
ro la svolta storiografica quattrocentesca dalla cronaca annalistica alla
narrazione başata sull’indagine delle fonti. Giovanni Caldiera, Niccolö
Leonardi e Pietro Tommasi, tre medici provenienti da rispettabili
famiglie cittadine, furono personalitâ di spicco nel primo periodo
umanistico quattrocentesco mantenendo rapporti continui con le piu
importanti figüre di umanisti veneziani e non, componendo öpere di
significativa rilevanza nel panorama culturale veneziano. Nicolö Sa-
gundino e Antonio Vinciguerra, entrambi segretari ducali nel sesto
decennio del ’400, si distinsero nel campo filosofico il primo, in
quello piu strettamente letterario il secondo, esprimendo l’ampiezza
della loro cultura nelle relazioni con cui accompagnarono le loro
missioni all’estero. Alla stessa schiera di grandi segretari diplomatici
appartenevano Gian Giacomo Caroldo e Antonio Mazza, entrambi
composero interessanti relazioni delle loro missioni diplomatiche,
pregevoli per capacitâ descrittiva e paragonabili per acutezza politica
ai resoconti dei principali diplomatici patrizi. Anche nel pieno Cin-
quecento la cancelleria ducale raccolse personalitâ di considerevole
spessore culturale e letterario: Giovan Battista Ramusio fu autore dei
celebri volumi Delle navigationi et viaggi, Celio Magno fu poeta di
fama, Antonio Milledonne scrisse una storia del Concilio di Trento117.
Appare tuttavia superfluo tracciare un quadro, sia pur indicativo,
degli argomenti toccati da questi autori nelle loro öpere, sia per la
vastitâ degli interessi trattati, sia perche nella sostanza esse non si
staccarono per atteggiamento culturale, prospettiva storica o indirizzo
politico dalle öpere degli autori patrizi. Non emerse insomma dal
panorama storico e letterario veneziano del primo e del pieno Rina-
scimento una specifica visione del mondo e della societâ «cittadine-
sca». Rari spunti lasciano intravedere, dietro il mascheramento della
mitografia, una prospettiva originale di ricostruzione storica, come
quando Gian Giacomo Caroldo, nelle sue Historie Venete, fa dire ad

117 A. M illedonne , Storia del Concilio di Trento, BNM, Mss. Italiani, d. VII, 1790
(7677); cfr. anche A. P ertusi, Gli inizi della storiografia umanistica nel Quattrocento, in
İ dem , La storiografia cit., pp, 269-332; Kin g , Umanesimo cit., I e II, passinr, Ventura ,
Introduzione cit., pp. XXXIII-XXXVIII; T rebbi, La cancelleria cit., pp. 93-95.
60 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO I

alcuni suoi protagonisti che la serrata del Maggior Consiglio aveva


significato «tagliar quel nodo, che legava in amor tutta la cittâ»118.
Nella Venezia del ’400, rifletteva Margaret L. King - ma l’osserva-
zione vale almeno anche per i due secoli successivi - i rapporti tra i
cittadini ed i nobili erano segnati da «modelli di reciproca fiducia»
che «potrebbero essere visti come forieri di conflitti, e in effetti lo
furono. Ma se questo e vero, difficilmente si poteva cogliere un
sussurro di malcontento nelle öpere degli umanisti»119.
Cosı, la coscienza del proprio status sociale emerge negli scrittori
cittadineschi secondo un unico schema che si e visto apparire nel
filone Sanudo-Giannotti-Crasso: riconoscimento della cittadinanza
quale «secondo ordine» sociale, descrizione compiaciuta degli incari-
chi di responsabilitâ e prestigio nell’amministrazione, appagamento
per questa condizione. Questo paradigma descrittivo viene fissato
dalle emblematiche parole del Crasso:
Önde viene per me credere pienamente dimostrato non solo quanto
merita quest’ordine il nome suo di Cittadini; mâ insieme ancora con quanti
privilegi, e preminenze viva nella Republica di se stesso contento120.

118 Ventura, Scrittori cit., p. 533.


119 Kin g , Umanesitno cit., I, p. 105.
120 Contarini, Della Republica cit., p. 395.
CAPITOLO n

IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE

Mentre in gran parte dell’Italia e dei paesi europei veniva portato


a compimento il processo di aristocratizzazione delle strutture politi-
che cittadine, Venezia - che aveva completato nel XIV secolo questa
«separazione di ceto» - nei sessant’anni centrali del Cinquecento
regolö ordinatamente e definitivamente i contorni della propria arti-
colazione sociale.
Per quanto riguarda lo strato intermedio dei cittadini originari,
soggetto ad un ricambio sociale molto maggiore rispetto al chiuso
ceto patrizio, un’interessante fonte documentaria - i processetti istrui-
ti dalla magistratura dell’Avogaria di Comun per l’approvazione delle
domande di riconoscimento della cittadinanza - consente di osservare
nel concreto il profilo sociale dei componenti l’ordine e, nel contem-
po, fornisce dati sicuri sulle fluttuazioni dei riconoscimenti di nuovi
cittadini.
Le pagine che seguono sono dedicate a questa indagine: dopo
l’analisi dei requisiti richiesti agli aspiranti originari verranno esamina-
te quantitativamente le approvazioni alla cittadinanza per il periodo
1569-1720, considerandole in rapporto alla consistenza demografica
complessiva dell’ordine e ai dati generali disponibili sulla popolazione
veneziana; infine ci si soffermerâ a considerare gli ambienti socio-pro-
fessionali di estrazione dei nuovi cittadini aprendo una parentesi su
un gruppo poco conosciuto, i figli naturali dei nobili.1

1. I requisiti necessari per ot tenere la cittadinanza originaria

E utile innanzitutto ricordare come l’Avogaria procedesse, secon-


do la legge 3 luglio 1569, al «riconoscimento» dello status di cittadino
originario, mentre il titolo di cittadino de intus o de intus et extra
62 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

veniva concesso «per privilegio» dalla Signoria. In sostanza gli aspi-


ranti alla cittadinanza originaria richiedevano di veder sancita pubbli-
camente la propria condizione sociale, che era determinata anche
dalla condizione in cui avevano vissuto il padre e l’avo, mentre i
cittadini «per privilegio» erano degli stranieri ai quali la Serenissima
concedeva uno stato giuridico particolare come premio per la loro
fedeltâ.
Queste le fasi principali della procedura: l’aspirante presentava
una scrittura, solitamente divisa in capitoli e redatta in forma schema-
tica ma spesso integrata da particolari della storia della famiglia, con
cui supplicava di essere ammesso al’ordine dei cittadini originari
spesso specificando l’intenzione di accedere agli uffici e aile prerogati-
ve ad essi riservati. Gli Avogadori accoglievano la domanda e proce-
devano con l’escussione dei testimoni presentati dal supplicante, a
propria discrezione potevano poi convocare ulteriori testi, quindi
passavano alla «ballotatione», cioe alla votazione1.
Tutti e tre i soggetti che prendevano voce in questa procedura - il
supplicante, i testimoni, le autoritâ patrizie - possono fornire indica-
zioni utili, a patto che si sappiano interpretare in relazione al fine per
cui furono formulate. Ad esempio la «scrittura con capitoli» che dava
il via alla pratica puö dimostrare quali elementi nella considerazione
generale si riteneva potessero far presa sugli Avogadori e favorire
l’approvazione. Spunti di considerevole vivacitâ ed autenticitâ, pur
nei limiti segnati dalla trascrizione burocratica e dalla strumentalitâ 1

1 Per A. L o n go , De’ veneti originarj cittadini raccolta di aneddoti sommarj e catalogo,


Venezia 1817, p. 10 e T. T oderini , Genealogia delle famiglie venete ascritte alla cittadi­
nanza originaria, ASV, Miscellanea Codici I, Storia Veneta, b. 1, pp. 1-26, nel processo
dovevano deporre otto testimoni, quattro sacerdoti e quattro secolari. Questa procedura
non e stata sancita, perlomeno per il periodo qui considerato, in nessuna disposizione di
legge, ne venne mai rispettata nella pratica, il numero dei testimoni variava da caso a caso
da uno solo a diverse decine.
Un altro particolare riportato in L ongo , De’ veneti cit., p. 21, e püre frequentemente
riportato e che «la nobiltâ padovana aveva il diritto della cittadinanza originaria veneta, e i
veneti cittadini originarj lo avevano al consiglio nobile di Padova, stabilendo colâ il
domicilio: e ciö per compattata». In realtâ la possibilitâ per i cittadini originari di ottenere
1’ammissione ai consigli delle cittâ suddite era frutto di una consuetudine che venne
stabilendosi solo a partire dal XVIII secolo, non era automatica ma subordinata alla
presentazione di una formale richiesta (che peraltro sembra venisse sempre accettata) e
non determinava - per quanto ci e stato dato di osservare - che i cittadini del consiglio di
Padova avessero il diritto di ottenere la cittadinanza originaria, a meno che ovviamente
non disponessero dei requisiti necessari.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 63

delle singole affermazioni, provengono dall’interrogatorio dei testimo-


ni, condotto dal notaio dell’Avogaria, anch’egli peraltro un cittadino,
sotto la guida diretta o meno dei magistrati patrizi. Infine lo stesso
esito della pratica, pur mancando di una modvazione scritta, conside-
rato in relazione al contenuto dei pardcolari emersi nel processetto,
puö suggerire interpretazioni interessanti.
Come e giâ stato spiegato, era la nascita in cittâ dell’aspirante
cittadino, del padre e del nonno il requisito-base che connotava sia il
civis venetus «de natione» medievale, sia l’originario dell’etâ moderna.
La discendenza per tre gradi non era un criterio originale veneziano:
a Firenze, ad esempio, per essere «cittadino originario» o «cittadino
nuovo» erano necessarie tre generazioni di antenati che avessero
pagato le tasse in cittâ, e quando nel 1502, dopo il rovesciamento del
regime mediceo, venne istituito il Consiglio Grande vi presero parte
solo coloro i cui padre ed avo erano stati «imborsati», vale a dire
abilitati a sostenere uffici2.
Ritornando a Venezia, la legge 1569 si limitava tuttavia a prescri-
vere l’obbligo di provare la «civiltâ originaria» ed il «legittimo nasci-
mento» senza specificare attraverso quali documenti e procedure tale
prova dovesse aver luogo. La successiva legge importante su questo
argomento e del 17 agosto 1622: gli Avogadori venivano incaricati di
svolgere «diligente inquisitione ... sopra le conditioni della legittima
habitation, e civiltâ di quello che vorrâ provarsi, padre et avo»3. In
realtâ era giâ consuetudine interrogare i testimoni a questo riguardo e
andava via via diffondendosi la pratica di allegare alla supplica copia
degli atti canonici che certificavano la nascita legittima in cittâ dell’a­
spirante cittadino4.

2 G ilbert , The Venetian Constitution cit., p. 481. Cfr. anche l’intervento di Sergio
Bertelli in Gerarchie economiche cit., pp. 920-922.
3 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 72, cc. 187v-188r, 17 agosto 1622.
4 Due casi interessanti lasciano intendere come per nascita in cittâ si intendesse
nascita nel Dogado, che comprendeva la cittâ, le isole della laguna e una limitata porzione
di terraferma prospicente alla laguna: nel 1585 i fratelli Zuan Domenico e Giulio Tescario
«desiderano provare davanti le W . Signorie la Civiltâ nostra originaria della terra di
Cavarzere locco del suo Dogado»; vennero approvati cittadini originari, seppure dopo
qualche difficoltâ a giudicare dai due anni che la pratica impiegö per essere licenziata; ivi,
Avogaria di Comun, b. 372, fasc. 60. Nel 1673 Bortolo e Giovan Domenico Nodari, zio e
nipote, originari di Cologna Veneta, nel Veronese, richiesero ed ottennero, pur anch’essi
con qualche difficoltâ, la cittadinanza originaria, in virtu del privilegio della cittâ di
Cologna che al tempo della sua dedizione a Venezia ottenne che i suoi cittadini fossero
64 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Nel verificare il requisito della nascita in cittâ gli Avogadori si


dimostrarono da subito abbastanza severi. Si prenda un caso fra tanti,
quello di Baldissera Trincavella che richiese il riconoscimento della
propria cittadinanza nel dicembre 1604: suo padre Bernardo era stato
un ricco possidente terriero con incarichi pubblici a Treviso, il nonno
Vettor, medico e lettore all’universitâ di Padova, era morto in servizio
per la Signoria, a 74 anni, ad Udine, dove era stato inviato a prestar
cura ad un commissario imperiale. Nonostante ciö, l’escussione dei testi
si protrasse in varie sedute per oltre quattro mesi non riuscendo gli
Avogadori ad appurare con precisione se Vettor fosse nato a Venezia5.
A partire dagli anni ’20 del Seicento, tuttavia, qualcosa cominciö a
cambiare. Tra il 1626 e l’anno successivo vennero approvati alla
cittadinanza nove componenti della famiglia cipriota Gonneme, in
virtu di una parte del consiglio dei Dieci che li abilitava alla prova
della cittadinanza sebbene non fossero nati in cittâ da tre generazio-
ni67. Fu, salvo errori, la prima volta che qualcuno ottenne la dispensa
da un tale requisito. Nel 1632 intervenne il Maggior Consiglio stesso
ad aprire la strada a questo tipo di eccezioni. Con la motivazione di
snellire il ripetersi dele votazioni su una stessa parte, dovute alla
frequente mancanza del numero legale, venne concesso «per facilitar
maggiormente il prender delle gratie» che nel giorno del martedı
santo qualsiasi grazia potesse essere presa con un numero legale di
400 partecipanti al consiglio, contro la soglia consueta di 1000'. Nei
sei anni successivi almeno 10 cittadini vennero provati tali in virtû di
una grazia ottenuta in Maggior Consiglio il martedı santo. Si trattava
di veneziani di seconda generazione, come i fratelli Gozi il cui avo
originario di Bergamo, trasferitosi a Venezia vi esercitö il commercio
della seta, ma piu spesso erano addirittura nipoti e figli di stranieri
come Gerolamo Borsa i cui avo e padre erano entrambi nati a Brescia
dove il primo vi aveva commerciato ferro mentre solo il secondo si
traferı a Venezia dove si impiegö come causidico8.

considerati cittadini di Venezia. II fatto che sbloccö la pratica fu in questo caso l’otteni-
mento, da parte dei supplicanti, di una fede del Consiglio dei Dieci in cui si certificava
che «Cologna e in dogado». Ibidem, b. 390, fasc. 100.
5 Ibidem, b. 366, fasc. 63.
6 Ibidem, b. 370, fasc. 66; b. 375, fasc. 1.
7 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 38, cc. 56v-57r, 28 marzo 1632.
8 lvi, Avogaria di Comun, b. 378, fac. 94; b. 379, fasc. 24.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 65

Uno spazio cosı ampio per le eccezioni rischiava di snaturare il


carattere esclusivo dell’ordine cittadinesco, proprio nell’elemento che
10 connotava maggiormente. Tra il 1633 e il 1652 quasi 1’8% delle
ammissioni all’ordine vennero approvate in presenza di una dispensa
dal requisito della nascita in cittâ. Nel 1653 il Senato si decise a porre
rimedio: «il punto dei Natali e principalissimo», riflettevano i Prega-
di, «perche da questo si puö formar quasi certi pregiudicii della
riuscita de’ soggetti, nella limpidezza della fede, et nella vigorosa
custodia del secreto, mentre alcuni da molto tempo in qua si fanno
dispensar per gratia del Maggior Consiglio il martedı santo». La
decisione che seguı, tuttavia, non eliminö alla radice la pericolosa
consuetudine dal momento che vennero vietate le grazie al martedı
santo ma solo per le prove di cittadinanza «con habilitâ al concorso
per la Cancelleria Ducale»9, creando in pratica un doppio criterio di
selezione: per coloro ai quali non interessava aspirare alla cancelleria,
sapendo di non poter contare sugli appoggi necessari per superare il
selettivo concorso di ammissione o di non avere i mezzi finanziari per
sostenere una carriera lunga e di ingenti sacrifici iniziali, non doveva
essere difficile ottenere una dispensa dal Maggior Consiglio, per
coloro invece che aspiravano al servizio in cancelleria e non erano
nati in cittâ riuscire ad ottenere un riconoscimento «completo» di
cittadinanza era molto piu difficoltoso, comunque non impossibile.
Gerolamo Fossa, ad esempio, discendente da una famiglia di mercan-
ti, il cui avo Pietro, «nobile», era nato a Cremona, ottenne la dispensa
11 martedı santo del 1651 e fu approvato alla prova di cancelleria nel
1653; decisiva fu, probabilmente, la parentela da parte della madre
Lugretia Zon, sorella di Pier Antonio segretario del consiglio dei
Dieci10.
Per chi poi fosse disposto a tutto pur di ottenere il titolo rimaneva
la possibilitâ di ottenere qualche certificato falso di battesimo oppure
una testimonianza che gli permettesse di esimersi dal presentare tale
documento. Non erano infrequenti infatti dichiarazioni di sacerdoti o
sagrestani che attestavano la perdita o il danneggiamento di libri
canonici, nel qual caso la nascita in cittâ rimaneva comprovabile solo
dalla parola dei testimoni.

9 ini, Senato, Terra, reg. 143, cc. 316r-317r, 29 febbraio 1653.


10 Ivi, Avogaria di Cornun, b. 383, fasc. 43.
66 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Quest’ultima considerazione vale anche per il requisito della legit-


timitâ della nascita11 che, come si e giâ visto, giâ dal 1484 era stato
richiesto a coloro che aspiravano ai posti di cancelleria e nel 1569
venne esteso ai tre gradi di discendenza; le autoritâ patrizie dimostra-
rono una molto maggiore rigiditâ di giudizio a questo riguardo, non
concedendo praticamente mai grazie di dispensa12.
Un ambito consistente di eccezione era perö rappresentato dalla
possibilitâ concessa ai figli illegittimi dei nobili abili al Maggior
Consiglio di ottenere la cittadinanza originaria non piü iuxta legem 3
ju lü 1369, bensı «per antica consuetudine», seguendo una pratica la
cui origine e difficilmente rintracciabile e che non trovö mai accenno
esplicito nelle disposizioni di legge riguardanti la cittadinanza origina­
ria. Non tutti i figli di nobili che ripiegavano nell’ordine cittadinesco
erano figli di relazioni pre-matrimoniali o adulterine. Alcuni erano
frutto di matrimoni legali e riconosciuti all’Avogaria di Comun, dove
dal 1526 ogni matrimonio patrizio doveva essere registrato, ma viziati
dalla «dimenticanza» paterna di registrare la nascita presso la stessa
magistratura. Altri, piû numerosi, seguivano le nozze di nobili vene-
ziani con donne di «basso ceto», una scelta che, secondo una tradi-
zione legislativa quattrocentesca, inibiva ai figli il diritto di ereditare
lo stato giuridico paterno.
Negli anni 1589 e 1590 vennero fissati per legge alcuni punti in
materia. Per poter tramandare la propria condizione sociale, un
nobile doveva sposare una donna che non fosse «nata di padre, et avo
che havesse esercitato arte meccanica et manuale», non fosse stata
condannata per reati infamanti e non fosse «inhonesta»13. Tale defini-
zione avvicinava molto i requisiti necessari ad una sposa non nobile
per essere considerata abile a generare figli capaci del Maggior

11 «Si provava la legittimitâ con le sole attestazioni de’ parrochi, o sacristi a pretesto
di essersi smarriti, o incendiati i libri»; T en tori , Saggio cit., I, p. 113; cfr. anche Sandi ,
Principj cit., VI, p. 351.
12 Ne son State trovate solo due, una del 1674, l’altra del 1692, ASV, Avogaria di
Comun, b. 390, fasc. 99, b. 397, fasc. 33.
13 Una raccolta sintetica delle leggi a riguardo e in ibidem, b. 16, cc. 39r e sgg. Una
donna che volesse farsi provare «abile maritandosi in patrizio a procrear figli capaci del
Maggior Consiglio» doveva «provarsi» prima dello sposalizio davanti al Collegio Minöre.
Dopo le nozze aveva ancora la possibilitâ di essere riconosciuta idonea, questa volta perö
dal Collegio Solenne, composto dai dieci magistrati del Collegio Minöre piü altri nove.
Sono conservate 302 dichiarazioni di idoneitâ di donne non patrizie in ibidem, b. 110.
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 67

Consiglio a quelli per ottenere la cittadinanza originaria, tanto che


ogni figlia di cittadino originario riconosciuto poteva legittimamente
aspirare a sposare un nobile. Tuttavia il legislatore aristocratico non
sovrappose mai i due concetti per evitare che le figlie di ricchi
mercand o possidenti stranieri, di nobili della terraferma o d ’altri stati
fossero escluse dalla possibilita di sovvenire con dod sostanziose le
alterne fortune del patriziato lagunare1415.
Si ritornerâ a parlare piü ampiamente sia dei naturali dei nobili,
sia dei matrimoni tra patrizi e donne d ’altro ceto, un problema
recentemente riconsiderato secondo una prospettiva nuova ed interes-
sante13. E importante invece sottolineare qui un altro particolare che
differenziava le modalitâ di ricambio dell’ordine patrizio da quello
cittadinesco, e che nella pratica determinava la differente composizio-
ne sociale dei due ceti. Se per un nobile il matrimonio con una donna
plebea pregiudicava la trasmissione del carattere aristocratico alla
propria discendenza, per un cittadino originario l’unione, purche
legittima, con una donna del popolo non influenzava in alcuna
maniera lo stato giuridico dei figli. D ’altra parte per la chiusa casta
ereditaria nobiliare era sufficiente che il padre, dopo aver registrato il
proprio matrimonio, notificasse la nascita del figlio in Avogaria
perche questi ereditasse la condizione paterna. Nel molto piû fluido
gruppo dei cittadini, invece, ognuno, anche se discendente da piü
generazioni di originari, doveva sottostare all’intera pratica in Avoga­
ria per vedersi riconosciuto cittadino originario. Per questo motivo
sarebbe forse improprio, a stretto rigor di logica, parlare di «famiglie
cittadinesche», laddove l’appartenenza del padre e del nonno all’ordi-
ne non costituiva, per cosı dire, una pre-condizione necessaria ne,
sulla carta, rappresentava motivo di vantaggio rispetto all’aspirante
cittadino che si fosse presentato in possesso dei semplici requisiti.
Peraltro, dal 1633, come si vedrâ, a una fascia particolare di aspiranti
originari, i figli e nipoti di personale di cancelleria, venne concesso di
poter evitare le prove alTAvogaria presentando unicamente un docu-
mento che comprovasse la loro legittima discendenza da un funziona-
rio di cancelleria, creando di fatto un’area di cittadini originari che

14 Su questo argomento cfr. A. C owan , Rich and Poor Among the Ratriciate in Early
Modern Venice, in «Studi Veneziani», 6 (1982), pp. 147-160.
15 V. H unecke , Matrimonio e demografla del patriziato veneziano (secc. XVII-XVIII),
in «Studi Veneziani», 21 (1991), pp. 269-319.
68 BUROCRAZIA E BUROCRATI • CAPITOLO II

non dovevano sottostare ad alcuna trafila burocratica per veder


riconosciuto il proprio stato giuridico.
Da molteplici fattori risulta abbastanza evidente che l’obbligo di
ripresentare la domanda completa ad ogni generazione era dovuto
all’intento delle autoritâ aristocratiche di controllare continuamente
che i requisiti che caratterizzavano l’ordine non venissero in qualche
maniera evasi. Anche se cio puö sembrare contraddittorio, il requisito
che preoccupava maggiormente le autoritâ non era tanto, come si e
visto, quello della nascita a Venezia o della legittimitâ della discen-
denza, quanto proprio quello che rimase piu a lungo - fino al 1641 -
inespresso legislativamente: l’astensione per gli stessi tre gradi di
discendenza da tutte le «arti meccaniche», vale a dire quei lavori
considerati esclusivamente manuali.

2. L ’«onorevolezza» come carattere distintivo dell’ordine

Non e qui il caso di soffermarsi sull’avversione del ceto dirigente


veneziano verso le attivitâ manuali, atteggiamento comune a gran
parte della societâ europea medievale e moderna. Come ha osservato
Ugo Tucci, «verso i mestieri che richiedevano soltanto abilitâ manua-
le, senza necessitâ di saper leggere e scrivere, ... la tradizione mercan-
tile veneziana, legata come sappiamo alla pratica quotidiana della
scrittura e della razionale tenuta dei conti, manifesto un distacco forse
maggiore che altrove»16. Piü proficuo e accennare invece al rapporto
tra «onorevolezza» e mercatura che, come vedremo, era il punto
cruciale su cui vertevano molti dei processetti di cittadinanza.
E noto come, nel corso del XVI e XVII secolo gli interessi
economici degli strati abbienti della popolazione veneziana si rivolges-
sero con maggior decisione verso investimenti alternativi rispetto a
quelli emporiali e principalmente verso il mercato della terra, perlo-
meno giâ dal ’400, con una breve ma intensa fase di fortune nel setto-
re industriale manufatturiero cittadino tra ’5 e ’60017. Mentre nelle

16 Tucci, Caniere popolane cit., p. 827.


17 Si tratta di uno degli argomenti-cardine della storia economica veneziana su cui
molto e stato scritto: F. B raudel, La vita economica di Venezia nel XVI secolo, in Brança,
Storia della civiltâ veneziana. II. cit., pp. 259-269; Aspetti e cause della decadenza economica
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 69

cittâ suddite il «trionfo aristocratico» era accompagnato dalTinserimen-


to della mercatura tra le arti «vili» che impedivano l’accesso ai consigli
nobili cittadini, a Venezia l’idea che il commercio fosse incompatibile
con lo stato nobiliare non si affermö mai18. A Venezia sussisteva tuttavia
la classica discriminazione fra mercatura grossa e piccola, la stessa sanci-
ta a Genova dalle Leges novae del 15 7619 e riassunta esemplarmente da
Girolamo Muzio nel suo Gentilhuomo\
ella (la mercatura) e onorevole se ella e grossa, li aggiungo che non basta che ella
sia grossa ad essere honorevole, ma vuole anche essere honestamente e honore-
volmente trattata ... che il gentilhuomo non vi ha da metter le mani, ma da far
governar il tutto per fattori, e non si ha da vender il tempo ne da far altri illiciti
guadagni20.
Agli aspiranti cittadini originari veniva richiesto lo stesso tipo di
comportamento, sebbene fino al 164121 le leggi sulla cittadinanza

veneziana nel XVII secolo, Atti del convegno, 27 giugno-2 luglio 1957, Venezia-Roma 1961;
D. Sella, Commerci e industrie a Venezia nel secolo XVII, Venezia-Roma 1961; D.
Beltrami, La penetrazione economica dei Veneziani in terraferma. Forze di lavoro e proprietd
fondiaria nelle campagne venete dei secoli XVII e XVIII, Venezia-Roma 1961; B. P ullan
(ed. by), Crisis and Change in the Venetian Economy in the 16th and 17th Centuries, London
1968; Tuccı, La psicologia cit.; R.T. Rapp , Industria e decadenza economica a Venezia nel
XVII secolo, trad. it. Roma 1986 (Cambridge-Mass. 1976). Indicazioni innovative sono
presenti nell’ancora inedito lavoro di V. P anciera , L ’industria della lana nella Repubblica di
Venezia in etâ moderna, tesi di dottorato in Storia economica e sociale presso l’Universitâ
commerciale «L. Bocconi», II ciclo.
18 Per questi argomenti sono fondamentali le pagine di Ventura , Nobiltâ cit., pp.
300-330; M. Berengo , Nobiltâ e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Torino 1965, pp.
256-257; C. D onati , L ’idea di nobiltâ in Italia secoli XIV-XVIII, Roma-Bari 1988, pp.
113-128. Cfr. anche G. P o liti , Aristocrazia e potere politico nella Cremona di Filippo II,
Milano 1975, pp. 446-451; G. Borelli, Patriziato della Dominante e patriziati della Terrafer­
ma, in A. T agliaferri (a cura di), Venezia e la Terraferma attraverso le relazioni dei rettori,
Atti del convegno, Trieste 23-24 ottobre 1980, p. 86; G. Borelli, Un patriziato della
terraferma veneta tra XVII e XVIII secolo. Ricerche sulla nobiltâ veronese, Milano 1974, pp. 357
e sgg., e il dibattito in C. M ozzarelli-P. Schiera (a cura di), Patriziati e aristocrazie nobiliari.
Ceti dominanti e organizzazione del potere nellTtalia centro-settentrionale dal X VI al XVIII
secolo, Atti del seminario tenuto a Trento il 9-10 dicembre 1977, Trento (1978), pp. 81-199.
19 Cfr. G. D oria -R. Savelli, « C itta d in i d i governo» a G enova: ricchezza e p o tere tra
C inque e Seicento, in G erarchie econom icbe cit., pp. 445-533.
20 G. Muzio, II G e n tilh u o m o , Venezia 1571, p. 129. A riguardo cfr. D onati , L ’idea
cit., pp. 126-128.
21 ASV, C onsiglio d e iD ie c i, C om uni, reg. 91, cc. 80v-81r, 20 marzo 1641: gli aspiranti
cittadini originari «siano tenuti di portar fede del Purgo, dell’Arte della Seta, et della
Giustitia Vecchia, che li loro avi et padri non habbino esercitato arte alcuna». T rebbi, La
cancelleria cit., p. 72 n. 17, e stato il primo a precisare il significato e l’importanza di
questa disposizione.
70 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

richiedessero unicamente la «civiltâ» del soggetto, nel qual termine


evidentemente si comprendeva giâ la sua «onorevolezza» cioe l’asten-
sione dal praticare lavori manuali e il commercio al minuto, come
correttamente spiega Vettor Sandi:
Tra li requisiti espressi nel decreto 1569 fu la onorevolezza. La spiegö
altro decreto del Consiglio dei Dieci del 1641, volle esso che il supplicante
esibisca le fedi della Camera del Purgo, dell’Arte della Seta, e del Magistrato
della Giustitia Vecchia, ove sta descritta la maggior parte delli artisti, per le
quali consti che il padre e l’avo non abbiano esercitato arte meccanica22.

Che nella nozione di cittadinanza originaria fosse giâ insita, ben


prima del 1641, l’idea dell’astensione da arti meccaniche viene definiti-
vamente confermato dall’importante testimonianza di Anzolo Padavin,
un notaio di cancelleria membro di una delle piü autorevoli casate
cittadinesche, il quale nel 1590 ricordö che nella sua prova di cittadinan­
za sostenuta nel 1567 - quindi addirittura prima della legge 1569 -
presso il consiglio della Quarantia Criminal per assegnare uno dei posti
di notaio nelle magistrature cittadine riservati ai cittadini originari, gli fu
richiesto di provare «la legitima di suo padre et avo nec non che ne l’uno
ne l’altro havessero essercitato professione meccanica»2324.
Per appurare la posizione dei supplicanti rispetto a questo requisi-
to, lo schema consueto di escussione dei testi seguiva due o tre
domande tipiche, ad esempio se il richiedente, il padre e l’avo
operassero o avessero operato al minuto o all’ingrosso, come nell’in-
terrogatorio di un collega di Bernardin Guarnieri, «zovene de volta» a
Rialto, che presenta domanda nel 1660:
Intenogatus. Che operazione faccia il detto Bernardin in detto luoco.
Respondit. ’L e agiutante a vender li panni, cercarli, governarli, come
fanno tutti li voltaroli.
I. Detti panni si vendono a menudo o pur all’ingrosso?
R. All’ingrosso et intieri si vendono perche se ne vendono uno alla
volta, doi, tre e piû secondo l’occasione, et in volta non si scavezzano
(tagliano) mai panni, ma si vendono scavezzi a brazzo in drapperia2'1.

22 Sandi, Principj cit., VI, p. 349.


23 ASV, Avogaria di Comun, b. 362, fasc. 1. Per le leggi che regolavano il reclutamen-
to in questi uffici cfr. infra, cap. IV. Nei processetti il primo riferimento a questo requisito
compare nella domanda dei fratelli Da Bruolo, presentata il 18 settembre 1573, ibidem, b.
361, fasc. 88.
24 İbidem, b. 386, fasc. 6.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 71

Altre volte, si cercava di discernere dall’atteggiamento del mer-


cante in bottega, dal suo stare con l’abito da lavoro, la sua vera
funzione lavorativa:
I. Che profession e quella di Zuane (Zuane Steffani, i cui figli si
presentano in Avogaria nel giugno 1584)?
R. Mercante de vin, che ha fatto suo padre sempre.
I. Allo magazeni?
R. Si, magazeni et barche su le rive.
I. Vendelo in grosso, o a menudo?
R. In grosso e a menudo secondo li magazeni che sono authorizadi.
I. Detto ser Zuane vendelo lui a menudo, stalo con la traversa davanti a
vender?
R. No, ’l ha i suoi fattori22.
Portare la «traversa» era insomma il contrario di vestire «manega
a comedo», cioe portare la lunga veste nera che distingueva a
Venezia coloro che esercitavano professioni «onorevoli», «çivili»,
dagli «artefici» e dal popolo in genere, e che accomunava nobili e
cittadini nella stessa uniforme. Non tutte le testimonianze si dimo-
strano perö inattaccabili come quella di Zuan Antonio Boschino, un
«fante» presentato nel 1625 come testimone dai fratelli Sebastiani e
interrogato suU’attivitâ del nonno di questi, Gerolamo, mercante di
seta:
I. Havelo bottega?
R. Una volta in Rialto come fanno li altri mercanti per mezo la Chiesa
di S. Zuane.
I. Operavalo alcuna cosa manualmente in lavorar detta seda?
R. Signor no, no ’l se ingeriva se non in comperar e vender, ma lui non
pesava, ne altre operation el faceva se non in vender e scoder, ne mai
l’ho visto far altro2526.
Lascia molti dubbi agli Avogadori una testimonianza sull’attivitâ
di Zuan Bernardo Franceschi, «spitier», nonno di tre fratelli France-
schi che supplicano la cittadinanza nel 1577:
I. Che spitiaria erala, da droge o da medicine?
R. Da medicine, el vendeva anche çere.
I. In botega come andavelo vestido.
R. Hora a manege comedo hora a romana.
I. Che sorte de cose vendevelo?

25 îbidem, b. 366, fasc. 28.


26 îbidem , b. 369, fasc. 10.
72 BUROCRAZLA E BUROCRATI - CAPITOLO II

R. Cose de medicine che ’l pesava con le balanze hora lui, hora li suoi
zoveni segondo le occorrenze.
I. Havete visto detto Zuan Bernardo operar manualmente nella sua
bottega delle cose de spitiaria?
R. Si, l’ho visto et operar et anche vender qualche volta come li
mancarono li zoveni de botega et pesar2'.
Pur alla terza votazione, a sette mesi dalla presentazione, la
domanda fu approvata; l’esercizio anche manuale in una farmacia,
svolto tanto piû dall’avo dei supplicanti, non dovette in definitiva
compromettere l’onorevolezza dei fratelli Franceschi, ne ostacolö il
riconoscimento nel 1578, in un caso simile, di Sebastiano Marsilio che
si esercitava a «far delle pirole» in una «spitiaria de medicine»2728.
Piû grave appariva l’ingerirsi manualmente in una bottega di
tessuti. Per Giovanni Marco Maffeis, titolare di una merceria, doveva
ad esempio risultare quasi fatale la testimonianza di tal Cosmo
Garimbolda, un sensale di biave, che a suo riguardo depose: «el
vende, el compra, el pesa e misura e fa tutte cose che se fa in simili
botteghe» aggiungendo püre che il padre del Maffeis «el fu prima
garzon di quelli dalle azze al ponte di S. Lio e arlevö la e poi levö
bottega dove l’hanno adesso». La domanda, presentata nell’aprile
1645, venne riproposta piû volte alla votazione degli Avogadori e
venne approvata solo otto anni dopo, nel luglio 165329.
Alcune pratiche manuali erano inevitabilmente insite nell’esercizio
di determinate professioni, come risulta dalla deposizione di Marco
Berti, «mercante da lana», nel processetto del 1677 di Francesco Del
Re, il cui padre era «voltaruol a Rialto»:
I.R. II mercante da lana fa lavorar lui li panni et il voltarol attende nelle
volte â vender panni, e tutti hanno li suoi gioveni, e li mercanti gli danno
un tanto per panno.
I. Se li voltaruoli s’impieghino manualmente.
R. Qualche volta aiutano a mostrar li panni, buttar man a misurarli, e li
bollano secondo che li vendono, io non l’ho mai veduto questo a far tal
funzione, ma suppongo ch’anco lui facesse quello che fanno tutti li
altri30.

27 lbidern, b. 365, fasc. 58.


28 Ibidem, b. 365, fasc. 93. Sugli speziali cfr. G. M arangoni, Le Associazioni di
mestiere nella Rebubblica veneta (vitluaria - farmacia - medicina), Venezia 1974, pp.
161-167.
29 ASV, Avogaria di Comun, b. 445, fasc. 179.
30 Ibidem, b. 392, fasc. 22.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 73

Piû complessa sembra la condizione di coloro che facevano lavo-


rare e vendevano la seta. Cosı si esprime, ad esempio, un teste nel
1615 a proposito dei Paganuzzi, proprietari da tre generazioni di una
bottega di panni di seta: «qualche volta per bisogno, che non
havessero avuto li suoi uomini che solevano tender in bottega, mo-
stravano loro li panni de seda et mesuravan col brazolar, che io
qualche volta passando per Rialto ho veduto il quondam ser Zilio et
anco messer Ottavio a mostrar et anco col brazolar mesurar»31.
U n’operazione in bilico tra il ruolo dell’imprenditore e quello dell’ar-
tigiano-artefice era quella della cernita della seta grezza, come mette
in luce un teste nel processetto su Alessandro Baselli, nel 1620:
I.R . Lui teneva scrittura et comandava, et assisteva a quello che si doveva
fare ... e qualche volta l’ho veduto aparechiar delle sede per dare poi a
lavorare aîli operari secondo il bisogno.
I. Come intendete questo apparecchiar di sede?
R. Sorzer e balestrar.
I. Cosa significa questo sorzer e ballestrar?
R. Cernir la grossa dalla sottil, cavar la netta dalla sporca e questo si fa e
su le man et sopra le cavie che sono quelli legni grossi che si vedono
nelle botteghe dei toscani allı balconi32.

II Baselli venne velocemente approvato mentre in altri casi del


genere il giudizio degli Avogadori fu negativo, come per i figli di
Francesco Bonamin, riguardo ai quali Nicolo Bon, notaio all’ufficio
della Sanitâ, depose nel 1632: «in casa ho visto che i cerneva della
seda perche suo padre fa negotio di sede e di droghe et altre
mercantie perche el manda in Levante et ha un fiol in Soria»33.
L’immagine che i supplicanti ed i testimoni avevano convenienza
a comunicare era quella del mercante che s’impegnava solo a «vender
e scoder» estraneo all’andamento pratico della bottega, che «attende-
va, dava una passeggiata e partiva» come si legge in un processetto
del 169934, che «si tratteneva passeggiando all’uso dei mercanti gros­
si», come in uno del 167335 o che:

31 Ibidem, b. 374, fasc. 62.


32 Ibidem, b. 375, fasc. 6.
33 Ibidem, b. 378, fasc. 95.
34 Ibidem, b. 398, fasc. 64.
35 Ibidem, b. 390, fasc. 96.
74 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

teneva li suoi giovani, stava fuori del banco con la sua romana attorno
nobilmente, ne vendeva niente affatto, stava sentato sopra una banchetta e la
sera gli contavano il denaro,

come viene riferito nel 171036.


Significativa l’espressione usata da altri due testimoni per sottoli-
neare il tenore del commercio esercitato dal quondam Agostin Agosti-
ni nel 1622:
era mercante honorato, et negotiava in Levante, et haveva nave sua in
compagnia col clarisssimo Francesco Morosini dal Dedo, et viveva d’entrate
de’ suoi beni, havendo di belle possessioni a Zero, e sul Polesine, e molte
case qui a Venezia ... faceva lavorar di lana, ma lui se n’impediva punto, che
aveva fattori ... non s’e mai impiegato in altro che in scriver lettere et in
trattar in voce li suoi negotii come fa ogni nobile di questa cittâ che habbia
negotio ... teneva gondola in casa a due remi37,

mentre un testimone di Bortolomeo Giavarina riferisce nel 1633 che


«questi mercanti non opera, e contanda come faceva anche il Secchi
che fu secretario che ’l haveva bottega ma non operava»38.
Anche se l’interrogatorio era condotto dal notaio cittadino dell’A-
vogaria, la valutazione dei differenti elementi rimaneva comunque
affidata interamente all’arbitrio dei magistrati che, secondo un princi-
pio comune a tutta la prassi di governo della Serenissima, non
disponevano di una codificazione rigorosa della casistica; di conse-
guenza si incontrano numerosi casi simili di fronte ai quali gli
Avogadori assunsero decisioni diverse. In un giudizio di tal genere
assumeva importanza fondamentale la sicurezza dimostrata dai testi­
moni nello smentire la pratica manuale della mercatura anche in casi
in cui questa emerge chiaramente tra le righe. Si ha l’impressione
insomma di trovarsi di fronte ad una şorta di commedia il cui
canovaccio fosse ben noto a testimoni ed interroganti: da una parte si
sapeva con buona approssimazione quali risposte non si dovevano
dare, dall’altra non si ignorava comunque che, come ebbe a dire in un
moto di sinceritâ un testimone, «quando si e nelle professioni bisogna
mettere le mani su tutto»39.

36 Ibidem, b. 402, fasc. 49.


37 Ibidem, b. 370, fasc. 100.
38 Ibidem, b. 446, fasc. 1.
39 Ibidem, b. 398, fasc. 51.
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 75

Tre professioni che implicavano esercizio manuale erano eccezio-


nalmente concesse ai cittadini originari. L’esser «padron di fornase» a
Murano e proprietario di negozio di vetri nell’isola era ad esempio
riservato ad essi soli, come riferiva un capitolo della «mariegola»
dell’arte dei verieri: «ne sia permesso alcuno possa far fornase ne
botega in Muran se non sara originario cittadin venetian et che sappia
lavorar dell’arte con le sue man proprie»40. E difficile rintracciare le
origini di questa consuetudine, probabilmente legata al carattere
particolare della produzione di vetri, come efficacemente descrive nel
1699 Ottavio Briazzi «patron di fornase»:
Questa e arte çivile e nobile, e caschemo gentilhuomini francesi, gentil-
huomini romani, cittadini veneziani originari, et li signori Balarini, che
furono Cancellieri Grandi erano da Murano e venivano fuori di quest’arte,
che non si puö perö dir arte, ma archimia41.

La seconda professione che consentiva un «onorevole» esercizio


meccanico era quella del pellicciaio, il «varoter», probabilmente
perche si trattava di una forma d ’artigianato d’alto livello, con merce
preziosa utilizzata per vesti particolari come quelle indossate dai
patrizi42. Peraltro la giustificazione ufficiale, un capitolo della marie­
gola dei varoteri approvata nel 1462, e abbastanza ambigua e ricorda
le disposizioni legislative che riservavano uffici pubblici agli originari
per sovvenirli nelle difficoltâ economiche: «Che niun ... possi tuor al
mestier nostro di varotter alcun garzon che non sia venetian origina­
rio per imparar el ditto mestier, et questo femo perche i nostri
cittadini non vadino rimengi di qua e di lâ»43.

40 II punto del capitolo della mariegola e riportato in due domande di cittadinanza:


ibidem, b. 379, fasc. 26, b. 380, fasc. 62. II cancellier grande Angelo Zon, nella sua giâ
citata scrittura ai Capi del Consiglio dei Dieci del 10 settembre 1719, faceva acutamente
notare come questo decreto fosse sempre stato interpretato «diversamente da quello
esprime, cioe che non possa alcuno esser Patron de Fornace, se non e dichiarito Cittadino
Originario, quando essi (i patroni di fornace) vantano che l’esser Patron di Fornace li
faccia Cittadini Originari, il che non e vero».
41 İbidem, b. 399, fasc. 74.
42 Per G. Boerio , Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1856, p. 780, «varoter»
derivava da «vaio», la pelliccia grigia tratta dal mantello invernale dello scoiattolo
siberiano: «II sott’abito della Veste Patrizia era formato di pelle di vaio a mezza stagione,
l'inverno dai dossi». Sui varoteri cfr. Mestieri e Arti a Venezia 1173-1806, Catalogo della
mostra documentaria, a cura del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e l’Archivio
di Stato di Venezia, Venezia (1986), pp. 22-23.
43 Riportata in ASV, Avogaria di Comun, b. 381, fasc. 95.
76 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Infine anche gli «öresi», orafi e gioiellieri, sembrano göçlere della


medesima immunitâ, non sancita legislativamente ma başata su una
certa benevolenza consuetudinaria degli Avogadori. Anche qui deve
esser stato determinante il fatto che, come per l’arte dei vetri, era
indispensabile aver praticato la professione con le proprie mani; cos'ı
non sono infrequenti casi in cui gli Avogadori riconoscono cittadini
originari gioiellieri ormai ricchi che «vivono d ’entrata» ma che in
gioventü avevano praticato come garzoni in qualche bottega, come,
nella testimonianza che segue, Francesco Lusi, che tuttavia aspettö
dal 1633 al 1643 per ottenere il proprio riconoscimento:
Francesco stette per garzon prima con un Francesco Sal milanese zoge-
lier che e morto et li fava annelletti; el cominciö un poco di negozietto una
volta con 30 ducati sino che el suo patron stette a Milan, e quando el tornö,
el tornö sentar in bottega su’l so scagno da garzon, el levö poi la bottega da
sua posta con un poco de cavedaletto e poi la lasciö e fece il sanser44.

Un secondo significato di «onorevolezza» della professione com-


merciale coinvolgeva la potenza economica del mercante, la sua
capacitâ finanziaria e l’ampiezza dei traffici a cui era interessato. Di
Gaspare e Francesco Musso, un teste riferisce nel 1666 come di
«soggetti honorevoli, mercanti e negozianti sulla piazza di buon nome
e concetto, perche se il signor Gaspare havesse voluto in una mattina
cento milla ducati li averebbe trovati. Negoziavano in Soria et haveva-
no navi proprie»45. I Boldini erano mercanti da piû generazioni,
racconta un teste nel 1601, «che non so che avessero mai ne case ne
possession, perche i detti vecchi attendevano a mettere ogni cosa in
vascelli, in mar, con che i stavano bene»46. La febbrile attivitâ di tante
case-fondaco veneziane rappresentata quale indicatore della capacitâ
economica del mercante, risalta in questa deposizione del 1618: «era
mercante honorato ... ne si vedeva altro in casa sua che fachini a
scaricar mercantie, che certo ’l era tenuto per huomo di consideratio-
ne»47. Di Antonio Maria Criminali, «mercante di ferrarezze», nel 1660
un teste addirittura riferiva che fosse «mercante principalissimo ne
mai si faceva la fiera di Bolzan se non vi era lui, che aile volte veniva

44 Ibidem, b. 381, fasc. 85.


45 Ibidem, b. 388, fasc. 41.
46 Ibidem, b. 372, fasc. 78.
47 Ibidem, b. 371, fasc. 28.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 77

trasportata la fiera sino li otto giorni»48. L’intera gamma dei significati


economici e sociali della condotta onorevole del mercante grosso
sono infine riassunti esemplarmente in questa descrizione del 1662 di
Oratio Signoretti, «mercante da cordoani»:
’L aveva la bottega del negocio a Rialto ... viveva con servitû, haveva casa
propria sopra il Canal Grande, praticava con gentilhuomeni, e come si suol
dire la spazzava alla grande ... i figli vivevano civilmente con tutti li suoi
comodi di gondole, servitû ed altro'19.

Accanto all’onorevolezza dei traffici, del commercio, della vitalitâ


degli scambi e del denaro circolante, un secondo modello di compor-
tamento si faceva strada nella mentalitâ delle classi agiate veneziane
del ’5-’600, quello del rerıtier, del «gentilhuomo» che viveva di
rendita, di terre, di «possessioni» e che divideva il suo tempo fra la
vita in cittâ e il «sollazzo» in villa. Una condotta prestigiosa consisteva
allora in un atteggiamento diametralmente inverso rispetto a quello
mercantile, come testimonia nel 1631 un nobile, Vettor Badoer, di
Sigismondo Paravian: «vive Sigismondo d ’entrata, ne ha atteso ad
alcuna arte, ne officio alcuno di qualsivoglia sorte»50. Paradossalmen-
te, allora, tale stile di vita doveva essere mantenuto a costo di
stringere la cinghia, come nel caso di Pietro Cortivo: «Piero non ’l ha
mai fatto niente, ’l ha atteso a viver dal pomo al pero, et viver con
quelle poche entrate che ’l ha»51. Nelle suppliche questo «viver da
gentilhuomini» viene descritto solitamente come una condotta austera
e virtuosa: «Francesco e sempre vissuto sostentandosi con la sua
entrata, governando le sue possessioni et beni suoi, delli quali era
comodo, vestendo sempre l’ordinaria veste manega comedo», mentre
nelle parole dei testi spesso il «viver allegramente» e da intendersi in
senso stretto: «Lodovico vive d ’entrata delli suoi beni ... delle sue
entrate ammazza in casa sua fino sei porci all’anno, et magna tutta la
sua intrada con boni compagni, e non fa cosa alcuna, ma attende a
viver di dette sue entrade»52. Anche lo «spender e dissipar» diventa
allora indirettamente comportamento virtuoso, tanto piu se commesso*3012

48 îbidem, b. 387, fasc. 26.


49 îbidem, b. 362, fasc. 13 ter.
30 îbidem, b. 376, fasc. 80.
31 îbidem, b. 371, fasc. 9.
32 îbidem, b. 362, fasc. 17 bis.
78 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO D

da un avo, per allontanare la colpa accennando di passaggio aile


fortune avite della famiglia: i Benvenuti, ad esempio, vengono descrit-
ti nel 1655 come «ricchissimi, stavano in un Palazzo suo a S.Tomâ
sopra il Canal grande et e il nonno di questi che ha dissipato molta
robba et credo che al presente questi figlioli habbi recuperato lo
stesso stabile che gli era stato venduto dall’avo»53, e del quondam
David David «si vuol che habbi consumato cento milla ducati di
facoltâ»54.
Ma il vero status Symbol della ricchezza, la cartina tornasole
dell’onorevolezza data dal vivere di rendita sono senza alcun dubbio i
possedimenti terrieri e tutte le entrate reali e accessorie: «padre e
figlio vivono d ’entrata, e sono çivili che hanno terreni in Friul, Mestre
e in Padoana e case anche in Venetia ... io vedevo il suo formento
ch’haveva d ’entrada», riferisce un teste dei Cavanis nel 161855. I
simboli esteriori di questa condizione si avvicinano molto a quelli
dell’aristocrazia terriera di terraferma: «Tenevano lâ de fuora cocchio
con suoi cavalli e habitator o gastaldo come si fa»5657. Molti figlioli
nascono allora «in villa», nella residenza di campagna e questo
diventa piu che un impedimento all’approvazione un segno di distin-
zione; «si stava in villa con tutta la fameglia doppo Pasqua et si stava
aile fiate fino a Natale», racconta uno dei Sol nel 160177, e spesso vi si
rimaneva per seguire il raccolto o gli affari di campagna, come nel
caso di Alvise Cremona:
I.R. Alvise el vedevo venir ogni anno fuori a Villa de Villa dove ho da far
anch’io, e vi stava 4-6 mesi alla volta d’estade.
I. In cosa s’impegnavelo lı fuori?
R. Nell’attender a far li suoi raccolti, havendo ivi delle terre con buona
habitatione e stava honoratamente ... e credo anche tenesse carrozza58.

Non tutti coloro che si presentavano alla prova di cittadinanza


potevano tuttavia godere di una condizione economica di tal rilievo.
Molte famiglie, soprattutto quelle inserite da piu generazioni nell’am-
ministrazione statale, se non affiancavano al posto pubblico interessi

53 Ibidem, b. 388, fasc. 55.


54 Ibidem, b. 379, fasc. 5.
55 Ibidem, b. 371, fasc. 29.
56 Ibidem, b. 369, fasc. 44.
57 Ibidem, b. 367, fasc. 37.
58 Ibidem, b. 370, fasc. 67.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 79

nel commercio o possedimenti di immobili non avevano la possibilitâ


di veder affermata la propria «civiltâ» attraverso indicatori quali la
sfarzositâ dell’abitazione, il numero dei servitori, il possesso di una o
piü gondole: «i tendeva ora un officio ora un altro» riferisce un teste
nel 1634 dei Rossetti, «i era ben poveri cittadini ma i stava col suo
decoro»59.
Dalla «scrittura con capitoli», dalle deposizioni dei testimoni
emerge allora un altro ordine di elementi utili a qualificare la casata,
in primo luogo i meriti acquisiti nel servizio allo stato. Non tutti
potevano vantare, come Giulio Priuli, un padre «tagliato a pezzi ...
quando el quondam clarissimo ser Marc’Antonio Bragadin andö a
consegnare le chiavi della fortezza» a Cipro60 o ricordare, come
Christoforo Zorzi, uno zio che «con il signor Gritti Procurator in
campo et servendo sul Padovan et camminando su li arşeni de la
Brenta il terren ghe mancö et andö in Brenta et se annegö per che lui
era armado con le armi in dosso», per cui la famiglia ricevette, per
sua «substentation» un ufficio in grazia dal consiglio dei Dieci61.
Solitamente i supplicanti si curavano di descrivere con cura gli
incarichi pubblici svolti da parenti e congiunti sottolineando come
questi avessero «consumato la vita, et sparso sangue in servitio
pubblico»62. Nel caso di famiglie di mercanti, si indicava invece come
«merito» della casa i vantaggi che lo stato aveva tratto dall’attivitâ
commerciale: «Siamo stati mercanti in questa cittâ con mercantie
honorate» scrivevano i Belloni nel 1587, «dando utili per migliaia di
ducati al nostro Principe nei datii, si come si puö vedere»63.
Se si passa dal piano dell’attivitâ professionale degli aspiranti alla
cittadinanza e dei loro familiari ad un piü ampio ambito sociale, i
concetti di «onorevolezza» e «civiltâ» assumono contorni diversi nei
quali i rapporti tra gli ordini sociali acquistano un’importanza premi-
nente. Si e giâ detto di come coloro che esercitavano le professioni
onorate fossero facilmente riconoscibili a Venezia per il tipo partico-
lare di vestito, la veste lunga, nera, dalle maniche larghe dette «alla
dogalina» o piü frequentamente «maneghe a comeo», portata anche

59 Ibidem, b. 381, fasc. 81.


60 Ibidem, b. 362, fasc. 3.
61 Ibidem, b. 361, fasc. 40.
62 Ibidem, b. 369, fasc. 17.
63 Ibidem, b. 364, fasc. 64.
80 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

dai patrizi64. Sovente, nelle parole dei testimoni, il primo ricordo


visivo della rispettabilitâ di un soggetto e dato proprio da questo
elemento, viceversa non portarla, vestire «alla forestiera», poteva
essere segno di povertâ:
I. Come vestilo detto Camillo?
R. Ha sı veste alla forestiera ma prima el vestiva a manege comio, e per
la sua importantia l’ha messo zo la vesta,
racconta un testimone di Camillo Ziraldi Marendella nel 1629 e il
senso completo dell’espressione si evince solo dalla successiva testi-
monianza: «el vestiva a manega comio, e hora el va alla forestiera per
essere pover’huomo»65. Oppure rifutarla era un segno di rottura
rispetto alla tradizione familiare, come nel caso di Giovan Maria
Corvioni, «che non volse mai metter vesta con tutto che i suoi
l’habbino sempre portata»66. L’etâ dalla quale il giovane aspirante
cittadino cominciava ad indossare la vesta variava da famiglia a
famiglia, poteva coincidere con l’entrata ufficiale nel mondo del
lavoro, con la scadenza del matrimonio, o aver luogo molto prima, sin
dai dieci-undici anni a seconda se il giovane frequentasse lezioni
pubbliche o meno.
Vestire il bambino con la veste, mandarlo al piü presto a scuola o
assumere un precettore sono tutti comportamenti che dimostrano
come la famiglia «honorata», e di possibilitâ economiche, predispo-
nesse il futuro professionale e sociale dei suoi giovani sin daü’infanzia.
Ciö che risalta nelle domande di cittadinanza, nonostante l’apparente
carattere burocratico e standardizzato delle scritture, e sia l’importan-
za che veniva data in tante famiglie agli studi, sia l’atmosfera carica di
responsabilitâ ed aspettative che circondava questi giovani cittadini
originari67. Non e raro trovare bambini che giâ a quattro-cinque anni
64 Secondo P. M olmenti , La storia di Venezia nella vita privata dalle origini alla
caduta della repubblica, II, Bergamo 1905, pp. 436-443, questa toga era per i nobili di
panno, di velluto o di damasco nero, rivestita di pelliccia, e «i cittadini di matura etâ e di
maggiore autoritâ, i medici, gli avvocati indossarono come i nobili la toga, ma sempre di
panno nero» (p. 443).
65 ASV, Avogaria di Comun, b. 376, fasc. 87. Vestir «alla forestiera» significava non
indossare la veste «maneghe a comeo» e derivava, come spiega M olmenti , La storia cit.,
II, p. 437, dal fatto che i veneziani «accoglievano volentieri fogge straniere».
66 ASV, Avogaria di Comun, b. 444, fasc. 143.
67 Tanto piü se si tiene conto che, a partire dal 1633, mancano fra i processetti quelli
relativi aile famiglie di cancelleria, le piü chiuse e specializzate professionalmente, nelle
quali la trasmissione ereditaria degli incarichi burocratici era piü frequente.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 81

studiano seguiti da un precettore o si recano a lezione presso sacerdo-


ti e insegnanti68; il corso degli studi continuava magari presso istituti
religiosi, come nel caso di Dona Bonaldi, di una famiglia mercanti,
dai padri Somaschi a Murano dove, come ebbe a testimoniare il
nobile Andrea Dolfin nel 1685, «non venivano altri che non fossero
nobili, che lui, et il cav. Delari»69. Per coloro i quali si sperava o
prevedeva l’inserimento nella cancelleria, gli studi cedevano presto il
posto alla pratica diretta al seguito di qualche segretario in missione,
di qualche residente o, grazie ad amicizie nobili altolocate, in qualche
corte al seguito degli ambasciatori patrizi. Nelle suppliche di cittadi-
nanza allora viene sottolineato, con enfasi ma con sostanziale veridici-
tâ, come il giovane avesse seguito gli studi «per servire Vostre
Signorie Eccellentissime ad imitatione de’ suoi antenati».
Se la prova di cittadinanza all’Avogaria altro non era che una
legittimazione giuridica della condizione sociale dell’individuo all’in-
terno della collettivitâ, ogni particolare che concorresse a testimoniare
la riconoscibilitâ di tale condizione era elemento favorevole per l’esito
della pratica. Tutte le manifestazioni pubbliche in cui tale condizione
si esprimeva venivano allora rimarcate dai testimoni, si trattasse di
«portare l’ombrella» della propria chiesa durante le processioni -
incarico affidato a tre nobili e tre cittadini partecipare all’elezione
del parroco cui avevano diritto tutti i padroni di casa della contrada,
frequentare le scuole di devozione e ricoprirvi incarichi di responsabi-
litâ, avere familiaritâ con mercanti onorati e famiglie cittadinesche di
antica origine.
Un posto del tutto particolare era poi riservato nei processetti ai
rapporti con i nobili. E interessante osservare quale intreccio di
interessi e conoscenze legasse in tutti i momenti della vita pubblica e
privata questi aspiranti cittadini, persone attente aile differenze socia-
li, a soggetti dell’ordine aristocratico. L’impressione che se ne ricava,
in parte forse accentuata dall’ottica cui ci costringe la fonte, e quella
di una societâ saldamente coesa nella quale ad un forte senso della
gerarchia sociale che divideva patrizi e plebei si contrapponeva una
vita d ’ogni giorno in cui ogni ceto spartiva con gli altri affari
commerciali, interessi di lavoro, ritrovi familiari, ricorrenze di nascita,
68 In un caso anche una bambina di cinque anni che va a scuola con i fratelii, ibidem,
b. 368, fasc. 88.
69 ibidem, b. 394, fasc. 66.
82 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

matrimonio o morte. L’esempio piu lampante di questa convivenza


fianco a fianco tra popolani e nobili e dato dai figli illegittimi di
quest’uldmi che, come si vedrâ, anche quando lasciavano la casa
paterna e si formavano una famiglia propria mantenevano spesso
stretti legami con i parenti patrizi.
Anche nei processetti di semplici aspiranti cittadini questa conti-
nua £requentazione tra famiglie e soggetti d ’ordine sociale diverso
emerge di continuo. Una volta tra i testimoni di un battesimo e
elencato un nobiluomo, un’altra un patrizio e «compare dell’anello» in
uno sposalizio, un’altra ancora e la testimonianza di un nobile che
sblocca una domanda di cittadinanza inceppata dagli Avogadori su
qualche contraddizione dei testi e con la propria parola solleva i
magistrati da una giudizio dubbioso. 11 «nobil homo» Marco Trevisan
cosı depone nel 1612 riguardo al fu Gerolamo Graziani: «Era richo de
facoltâ ... et el ne teneva a battesimo noi altri fratelli sı come mio padre
teneva a battesimo delli suoi et fra la mia et la sua casa e stata sempre
amicizia grande»70. «Mio fratello» depone il patrizio Domenico Priuli
riguardo a Benedetto Centon, «e stato nominato suo compare
dell’anello ... per la lunga amicizia che lui haveva della nostra casa»71.
Camillo Cordis, riferisce un testimone nel 1633, «era molto domestico
di cha Priuli et del Dose in particolare»72 e il procuratore di San
Marco Silvestro Valier testimonia nel 1638 che uno dei fratelli Poleni
«fu tenuto al fonte dal giâ serenissimo mio padre»73, vale a dire dal
doge Bertucci Valier. «Semo stati dalla pueritia insieme» ricorda nel
processetto dei figli di Horatio Gella, avvocato in una famiglia di
dottori e professionisti, il nobile Francesco Capello, «arlevati, et andati
a scuola e praticando sempre con lu i... mia madre mi disse che la nena
che mi latö mi, lo latö anche esso Horatio, che stevimo vicini a Santa
Gnese ... ho manzato assai volte in casa sua, e loro da noi»74. Anche il
nobile Andrea Trevisan ricorda nel 1629 riguardo a Marco Fugacci, un
avvocato di famiglia comoda: «(son) sta arlevato con detto ser Marco a
casa sua che andava a zuogar e studiar lâ»75.

70 Ibidem, b. 369, fasc. 41.


71 Ibidem, b. 371, fasc. 4.
72 Ibidem, b. 378, fasc. 73.
73 Ibidem, b. 386, fasc. 10.
74 Ibidem, b. 368, fasc. 67.
75 Ibidem, b. 378, fasc. 71.
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 83

Tra famiglie dello stesso spessore economico, al di lâ delle barrie-


re «di ordine» si mantenevano dunque spesso rapporti solidi, grazie ai
bambini che si frequentavano per la scuola o per i giochi - favoriti
dagli spazi urbani comuni a tutti i ceti della «corte», del «campo» - e
agli adulti che mantenevano rapporti d ’affari e di lavoro. Per quanti
gravitassero attorno agli impieghi pubblici la conoscenza, la pratica di
lavoro con i nobili erano quotidiane e il sapersi guadagnare i favori
dei patrizi ritornava sempre utile, soprattutto quando si cercava di
ottenere un ufficio: «era compare di Girolamo mio fratello» racconta
il «nobil homo» Marchiö Capello del fu Olivier Dalla Vecchia «(il
quale) fece avere a Gabriel (figlio di Olivier) un officio alla camera
degli Imprestidi et uno qui aile acque che ancora lo eredita»76.
Ma l’occasione che piu frequentemente determinava l’instaurarsi
di un rapporto di conoscenza e familiaritâ tra famiglie patrizie e non
era data certamente dagli sposalizi. E stato recentemente sottolineato
come il numero dei patrizi che si sposarono con donne non nobili sia
certamente piu elevato di quanto giâ si supponesse77. Gran parte di
queste famiglie erano casate cittadinesche, soprattutto quelle gravitan-
ti attorno alla cancelleria ducale, oppure famiglie di mercanti in grado
di garantire doti consistenti, di conseguenza questo tipo di contatto
con il ceto patrizio trova largo risalto nelle domande di cittadinanza e
l’aver sposato figlie in «nobilhuomimi» viene descritto come elemento
di merito. Esemplare in questo senso rimaneva nella storia dell’ordine
cittadinesco, la vicenda di Giacomo Ragazzoni, un mercante la storia
della cui famiglia fu per molti versi eccezionale, che nel secondo ’500
maritö ben nove figlie in altrettanti nobili con un esborso complessivo
di 130.000 ducati, una somma enorme se si considera che un secolo
dopo con 100.000 ducati si pote acquistare la nobiltâ78.

76 lbidem, b. 372, fasc. 99.


77 H unecke , Mcıtrimonio e demografta cit.
78 L. P ezzolo , Sistema di valori e attivitâ economica a Venezia, 1530-1630 in
L ’impresa. Industria commercio banca secc. XIII-XVIII, Atti della «Ventiduesima Settimana
di Studi» dell’Istituto Internazionale di Storia Economica «F. Datini», Prato 30 aprile-4
maggio 1990, Firenze 1991, pp. 981-988.
84 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

3. Una graduale, minöre rigiditâ di selezione

La nozione di «onorevolezza» ricopriva dunque accezioni diffe-


renti, non solo la semplice astensione dal praticare arti meccaniche
che, come si e visto, era insita nell’idea «moderna» di cittadinanza
originaria. Risulta difficile evincere dalla nostra fonte se il metro con
cui gli Avogadori giudicarono tale elemento variö tra 1569 e 1720 e
ancor di piû se mutö la generale considerazione del «vivere civilmen-
te»: lo schema sempre piû standardizzato di domande e risposte
invece di favorire la possibilitâ di comparare gruppi di processetti di
epoche differenti impedisce di distinguere se e come questi atteggia-
menti mutarono.
Ciononostante, l’impressione che si ricava dallo spoglio di questi
documenti e che vi fu, da parte dell’autoritâ patrizia, un lento ma
progressivo slittamento verso una procedura di selezione meno rigida,
dovuto non tanto ad un allargarsi del concetto di «onorevolezza»,
quanto piuttosto ad una sempre maggiore flessibilitâ nel considerare i
requisiti necessari per ottenere il titolo.
Uno strumento duttile a disposizione degli Avogadori per accetta-
re situazioni non completamente chiare era dato ad esempio dalle
approvazioni con esclusione dall’«abilitâ alla cancelleria ducale», sen-
za cioe la possibilitâ di presentarsi ai concorsi per quel prestigioso
ufficio. Tipico il caso degli Olini, orafi in Rialto da piû generazioni,
che presentarono domanda nel luglio 1655. Dal tenore del processet-
to appare con sufficiente chiarezza come avessero svolto in prima
persona l’oreficeria, un esercizio, come si e visto, in bilico tra arte
onorevole e meccanica; le audizioni dei testi si prolungarono fino al
20 settembre; il primo ottobre gli Olini ripresentarono la supplica
specificando di non intendere «che la prova ... abi forza di abilitar
alla cancelleria Ducale ma solo ad altri carichi et offici»: il giorno
seguente vennero riconosciuti cittadini79.
In altri casi, del tardo Seicento o settecenteschi, appare abbastan-
za evidente come i testi fossero reticenti su alcune attivitâ famigliari:
agli inizi del Seicento, in simili occasioni, la domanda non sarebbe
giunta alla votazione o vi avrebbe raccolto esito negativo. Una testi-

79 ASV, Avogaria di Comun, b. 384, fasc. 67.


IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 85

monianza in questa direzione viene da una relazione, giâ piû volte


citata, del cancellier grande Angelo Zon ai Capi del Consiglio dei
Dieci, non sappiamo purtroppo se presentata per iniziativa propria o
dietro invito di quei magistrati. Si tratta di uno scritto interessante,
che illustra in maniera critica la prassi secondo cui avvenivano le
approvazioni all’ordine, e che dovette essere alTorigine della legisla-
zione in materia del 1720. Lo Zon annotava che il requisito della
nascita veniva aggirato chiedendo dispensa «non solo per se medesi-
mi, ma per il padre et avo ancora con una sola parte e questa anco
proposta nel Maggior Consigliomel giorno del martedı santo». Le fedi
della «legittima», poi, venivano fraudolentemente sostituite «con atte-
stazioni di Parrochi e de’ Sagristi che il Libri siano smarriti e che
siano seguiti incendi], e cose simili, tenendo in questo modo occultata
la ver ita». L ’«onorevolezza» - che lo Zon indica come «civiltâ» - e
poi il requisito
piü d’ogni altro combattuto dalla sagacitâ di molti, che invece di servirsi di
carte pubbliche e di fedi e di estimi di beni et altro si appoggiano aile voci
de’ testimoni, facendo passar con titolo di negotiante anco quelli delle Arti
piü basse, dove massime si tratta de’ tempi assai lontani e di memorie affatto
perdute.

«Soggetto ai suoi accidenti» era anche un quarto requisito, reso


esplicito solo nella parte 2 giugno 1720, il «non esser descritti in
raspa, per colpe dishonorate»80, anche se accertato nell’esame degli
Avogadori giâ da lungo tempo. Anche in questo caso si trattö di un
elemento talmente implicito nella nozione di originarietâ che fu
ritenuto superfluo esprimerlo chiaramente per legge; sin dalle prime
domande, infatti, i supplicanti ne facevano cenno nella scrittura
iniziale e almeno dal 1597 era a discrezione dell’aspirante cittadino
portare le fedi di diversi magistrati di non aver subito pene infaman-
ti81. Lo Zon denunciava la «pretesa che hanno alcuni di cancellare
con la liberazione dal bando quella attivitâ disonorata che avessero
fatta», e in effetti non e infrequente trovare, allegata a sentenze per
delitti anche gravi, la liberazione dal bando, che nella prassi comune

80 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 46, cc. lllv-114r.


81 Zuan Battista Centon presenta nel 1597 fede dei Signori di Notte al Civil, al
Criminal e dell’Avogaria di Comun che il suo nome non rientrava in alcuna raspa, ivi,
Avogaria di Comun, b. 365, fasc. 18.
86 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

era considerata una sanatoria non solo della pena ma anche della
colpa.
La tendenza di lungo periodo che emerge, quindi, e quella di un
progressivo allentamento del filtro operato dalle autoritâ patrizie sulla
procedura di riconoscimento della cittadinanza originaria, un fenome-
no in contraddizione con quanto rilevato da alcuni autori che hanno
viceversa ipotizzato che tale filtro sia diventato sempre piü selettivo tra
’5 e ’70082. E certo possibile cogliere in questo lasso di tempo un
graduale affinamento del concetto legislativo di cittadinanza originaria
e questa maggiore precisione normativa puö essere scambiata per un
indurimento dei criteri di selezione; in realtâ se si analizza nel concreto
l’applicazione di queste leggi, operazione tanto piü necessaria stante la
prassi tradizionale veneziana che lasciava ampi spazi all’arbitrio dei
magistrati patrizi, appare viceversa sufficientemente chiaro che tale
progressivo restringimento dei criteri di giudizio non vi fu.
Una verifica «quantitativa» di questa ipotesi e stata possibile
riunendo le domande di cittadinanza approvate in presenza di una
grazia di esenzione dal requisito della nascita e, piü in generale quelle
che vennero respinte dalla votazione negativa degli Avogadori assieme
a quelle che rimasero «pendenti», vale a dire bocciate ad una prima
votazione e mai piü riproposte al voto e a quelle «inespedite», che
cioe non giunsero nemmeno alla «ballottatione» (che chiameremo
tutte insieme «domande respinte»)83. Se si confrontano i risultati
espressi nella tab. II.l e nel grafico II.l, appare con evidenza che, per
quanto riguarda il requisito della nascita in Venezia, la legislazione
mirata a limitare il fenomeno delle grazie non riuscı ad invertire una
tendenza ben precisa: dal secondo quarto del Seicento divenne sem­
pre piü comune e piü facile ottenere la cittadinanza originaria anche
se la provenienza propria o di un ascendente diretto non fosse stata
veneziana. Sul piano generale, poi, la diminuzione consistente di
domande che non giunsero a conclusione positiva testimonia esplici-

82 T rebbi, La catıcelleria cit., pp. 76-77; N eff , Chancellery cit., pp. 13-16.
83 E opportuno segnalare che a differenza delle approvazioni per le quali esiste un
registro che certifica la completezza della serie, per le domande respinte non si ha la
certezza che quelle schedate siano effettivamente la totalitâ delle domande non approvate.
Tuttavia per la qualitâ delle fonti, per il criterio con cui furono archiviate e il loro stato di
conservazione e nostra opinione che la serie rappresenti in maniera piü che attendibile tale
fenomeno.
IL PROFILO SOCIALE DELL’OKDINE 87

Tabella II. 1 - Percentuale d i «dom ande respinte» rispetto aile dom ande pre-
sentate

A B C % di B
D om a n d e D om a n d e T otale rispetto
approvate respinte a C

1569-1599 601 176 777 22,65%


1600-1630 591 139 730 19,04%
1631-1660 601 167 768 21,74%
1661-1690 485 87 572 15,20%
1691-1720 502 36 538 6,69%

tamente, a conferma delle impressioni «qualitative» date dall’analisi dei


processetti, come fosse piü facile provarsi cittadino agli inizi del ’700 di
quanto non lo fosse nel XVI secolo, e che le maglie della selezione
furono in effetti allargate.

Grafico II.l - A pprovazioni alla cittadinanza originaria, «dom ande respinte»,


dom ande approvate dopo grazia d i esenzione dal requisito della
nascita in cittâ, 1573-1716 (m edie m o b ili novennali).

a = approvazioni - b = «domande respinte» - c = domande approvate dopo grazia di


esenzione dal reguisito della nascita in cittâ
BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

II termine della nostra osservazione e stato fissato al 1720, in


coincidenza con una nuova disposizione di legge che riepilogö i
requisiti necessari per sostenere la prova aU’Avogaria, formulando per
la prima volta in maniera esplicita che il superamento di tale procedu-
ra attribuiva lo status di originario, e non la semplice possibilitâ di
accedere a particolari uffici pubblici. Dal punto di vista normativo,
comunque, la legge 2 giugno 1720 non porto significative correzioni
aile «alterazioni» esposte dal cancellier Zon, questo perlomeno sugge-
risce il testo di legge, una corretta valutazione degli effetti della quale
puö perö aver luogo solo considerando la pratica delle approvazioni a
partire da questa data.
11 titolo di cittadino originario rimase comunque uno stato giuridi-
co elitario che ammetteva in un ordine sociale esclusivo perche
imperniato su un severo principio: il discostarsi di un soggetto dai tre
requisiti-base - nascita in cittâ, discendenza legittima, onorevolezza -
inibiva aile due generazioni successive la possibilitâ di salire sul
gradino intermedio della scala sociale veneziana.

4. La consistenza demografica deli’ordine e l’estrazione socio-professio-


nale dei nuovi cittadini

La tendenza ali’allargamento del filtro di selezione e stata sola-


mente descritta, non ancora spiegata. Cosa determinö tale fenomeno?
Per cercare una risposta converrâ affrontare direttamente il problema
di quanti ottennero, nel periodo considerato, il titolo.
Furono 2929 le persone a cui tra 1569 e 1720 venne riconosciuto lo
status di cittadino originario veneziano84. Questo dato deve essere perö
riconsiderato alla luce della legge 9 marzo 1633 che, come si e detto,
concesse a figli, fratelli e nipoti del personale di cancelleria di evitare la
prova in Avogaria essendo loro sufficiente, per essere ammessi al
concorso di cancelleria, presentare unicamente la «fede della legitima,
et della etâ statuita dalle leggi» ad un apposito collegio formato da tre
consiglieri del doge, tre capi della Quarantia e tre Avogadori85.

84 Ci si riferisce a riconoscimenti secondo la procedura usuale e non ad approvazioni


«per grazia», che venivano deliberate dal Senato e dal Maggior Consiglio e che comunque
erano cos'ı rare da non modificare quanto verrâ qui dimostrato.
85 La legge 9 marzo 1633 venne definitivamente approvata in consiglio dei Dieci,
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 89

Con questa disposizione legislativa un secondo organo, il «collegio


dei Nove», si affiancö dunque agli Avogadori con competenza riguardo
al riconoscimento della cittadinanza originaria: in pratica qualsiasi
giovane aspirante originario il cui padre, fratello, nonno o zio paterno
avesse prestato servizio in cancelleria poteva velocemente ottenere da
tale collegio 1’ammissione al concorso per questo importante settore
amministrativo, che gli sarebbe valsa come riconoscimento della
propria cittadinanza originaria»8687. Di conseguenza si e reso necessario,
per rendere omogenea la serie statistica delle approvazioni alla cittadi­
nanza originaria, sottrarre dal numero dei neo-originari riconosciuti
prima del marzo 1633 coloro che, ai termini della legge suddetta,
avrebbero potuto fare a meno di sottostare alla pratica in Avogaria. Ciö
si e reso possibile ricostruendo tutti gli effettivi della cancelleria tra
1300 e 1633S/: su circa 1400 approvazioni avvenute fra 1569 e 1633, ne
sono State scartate 149, pervenendo ad un totale «netto» per l’intero
periodo di osservazione di 2780 nuovi cittadini originari (per i criteri di
queste operazioni e i dati annuali si veda l’appendice)88.

l'organo che aveva autoritâ sulla cancelleria, il 31 marzo dello stesso anno ASV, Consiglio
dei Dieci, Comuni, reg. 83, cc. 69v-71v. Per le conseguenze di questo provvedimento sul
funzionamento della cancelleria cfr. il capitolo seguente.
86 Nel registro delle cittadinanze originarie tenuto dai notai deli’Avogaria, ivi, Avoga­
ria di Commı, b. 440, a piü riprese sono annotate approvazioni deliberate unicamente nel
collegio dei Nove, in un caso (c. 62v) con la seguente nota «Delli infrascritti sette vi sono
li processi ma non vi sono terminationi de gli eccellentissimi Avogadori, ne vi e alcuna
nota sopra li processi, ma nel libro tenuto da Primarii Probationum ad Cancelleriam vi e
la prova di tutti sette, all’eccellentissimo Collegio di 9, come si dirâ ad uno ad uno».
87 La fonte principale per questa ricostruzione e stata: BNM, Mss. Italiani, cl. VII,
1667 (8459), Tabelle nominative e cronologiche dei segretari della Cancelleria Ducale, che e
stato confrontato con altre liste di personale di cancelleria: ivi, 601 (7950), cc. 121 e sgg.;
BMCC, Mss. Gradenigo, 192, c. 299, Segretari dell’Eccellentissimo Consiglio dei Dieci eletti
da detto Consiglio; Mss. P.D., Malvezzi, 138, cc. 75v-78r, Denaro che si spende nella
Cancellaria per salarii del cancellier Grando secretarii et altri-, Mss. Dona, 180, cc. 293r e
sgg-
88 L’interesse di alcuni studiosi otto-novecenteschi per i cittadini veneziani ha fruttato
una serie articolata di indici di cognomi di famiglie cittadinesche, compilati sulla scorta
delle numerose, manoscritte «storie delle famiglie cittadinesche» presenti negli archivi
veneziani: E.A. C icogna , Saggio del catalogo dei codici di E.A. Cicogna, in «Archivio
Veneto», 4 (1872), pp. 378 e sgg.; L. A rtelli, Delle famiglie cittadinesche veneziane, in
«Archivio Veneto», 10 (1875), pp. 71-80; G. T assini, Famiglie cittadinesche veneziane, in
«Archivio Veneto», 10 (1875), pp. 355-357; G. D olcetti , II libro d’argento delle famiglie
venete. Nobili - cittadine - popolari, Venezia 1922-28, 6 voli.; D a M osto , L ’archivio cit.,
I, pp. 74-77. Per la nostra ricerca questi elenchi si sono rivelati inutili perche non
distinguono i differenti tipi di cittadinanza.
90 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Tabella II.2 - Tem po intercorso tra presentazione ed approvazione delle do-


m ande d i cittadinanza originaria (valore m ediano su un campio-
ne d i 200 approvazioni per periodo)

1569-1601 10 giorni
1602-1634 24 giorni
1635-1667 46 giorni
1668-1700 29 giorni

Grafico II.2 - A pprovazioni alla cittadinanza originaria, 1569-1720.

II carattere che risalta immediatamente da questa serie storica e la


grande variabilitâ esistente tra i singoli valori annuali e l’ampiezza del
campo di variazione: dalle 4 unitâ del 1647 aile 67 del 1631. E difficile
trovare delle spiegazioni convincenti per questa particolaritâ. Una
verifica sui tempi necessari per l’approvazione delle domande (tabella
II.2) ha escluso che questi fossero tali da determinare forti differenze
tra un anno e l’altro.
Si e provato allora a mettere in relazione i valori di singole annate
con particolari eventi demografico-congiunturali. 11 picco del 1631, ad
esempio, e certamente spiegabile con la necessitâ di riempire i vuoti
creatisi neU’amministrazione statale a seguito dell’epidemia pestilen-
ziale scoppiata l’anno precedente, che spinse numerosi potenziali
originari a richiedere il riconoscimento del proprio stato, indispensa-
bile per ottenere un posto pubblico89. Lasciano perplessi, viceversa, i

89 Per le disposizioni legislative a riguardo cfr. P. P reto , Le grandi peşti dell’etâ


moderna 1575-77 e 1630-31, in Venezia e la peşte cit., pp. 123-148.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 91

valori relativi agli anni della peşte del 1575-77: nel 1576 vi furono 27
approvazioni e ben 24 domande che rimasero sospese o vennero
scartate, l’anno seguente solo 24 approvazioni e 13 rifiuti, nel 1578
solo 18 domande approvate e 3 respinte; evidentemente la ripresa
non fu similmente contraddistinta da una forte richiesta di originari,
oppure pochi potenziali cittadini si preoccuparono di farsi ricono-
scere.
Nemmeno le disposizioni legislative che perfezionarono la proce-
dura all’Avogaria dimostrano di aver avuto considerevoli ripercussio-
ni sulla serie, in conclusione e quindi lecito supporre che la decisio-
ne di veder riconosciuta la propria cittadiııanza originaria dipendesse
piû dalle scelte professionali, dalle strategie patrimoniali o generazio-
nali interne ad ogni singola famiglia piuttosto che da motivazioni di
carattere generale.
Aggregando i dati annuali in modo da smorzare le fluttuazioni di
breve periodo e cogliere le dinamiche di medio e lungo periodo
(grafico II.l), la serie storica delle approvazioni rimane comunque di
difficile interpretazione. Appaiono con nitidezza l’alto numero medio
di domande approvate negli anni iniziali, quando molti regolarizzaro-
no la propria situazione, e l’«altezza» del picco raggiunto nelle
annate successive alla peşte del 1630-31. Per il resto sembrano
delinearsi, a partire da meta Seicento, due cicli ascesa-discesa di
difficile spiegazione.
E giunto il momento di introdurre una categoria di dati di natura
diversa rispetto a quelli sino a qui considerati: le statistiche sulla
consistenza demografica dell’ordine cittadinesco ricavate dai censi-
menti promossi in diversi periodi dalle autoritâ pubbliche90.

90 Cfr. B. Cecchetti , Delle fonti della Statistica negli Archivi di Venezia, in «Atti del
Regio Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», serie IV, 1 (1871-72), dispensa VI, pp.
1031-1050, dispensa VII, pp. 1183-1281; E. M orpurgo , Nuovi documenti di demografla
veneta, in Ibidem, serie V, 6 (1879-80), dispensa III, pp. 105-140; A. C on ten to , II
censimento della popolazione sotto la Repubblica Veneta, in «Nuovo Archivio Veneto», 19
(1900), parte I, pp. 5-42, parte II, pp. 179-210, 20 (1900), parte I, pp. 5-96, parte II, pp.
171-235; K.J. Beloch , La popolazione di Venezia nei secoli XVI e XVII, in Ibidem, nuova
serie, 2 (1902), pp. 5-49; D. Beltrami, Lineamenti di storia della popolazione di Venezia
nei secoli XVI, XVII, XVIII, in «Atti dell’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti», 109
(1950-51), pp. 9-40; İ dem , Storia della popolazione di Venezia dalla fine del secolo XVI alla
caduta della Repubblica, Padova 1954; K.J. Beloch , Bevölkerungsgeschichte Italiens, Berlin
III, 1961, pp. 1-23; P. P reto , Peşte e societâ a Venezia nel 1576, Vicenza, 1978, pp.
\o
K)

Tabella II.3 - Popolazione di Venezia per categorie di censimento, 1509-1790

Nobili % Cittadini % Popolani % Religiosi 0/


/o Altri % Totale

BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II


1509 8.320/10.717 8,03/10,35 5.539/7.550 5,35/7,29 103.500
1540 129.971
1555 157.877
1563 7.597 4,50 13.604 8,06 140.654 83,41 3.330 1,97 3.442 2,04 168.627
1581 6.152 4,56 7.179 5,32 114.981 85,25 4.039 2,99 2.520 1,86 134.871
1586 6.439 4,34 7.692 5,19 126.535 85,44 4.182 2,82 3.249 2,19 148.097
1607 6.322 3,34 14.471 7,65 151.153 79,88 5.810 3,07 11.214 5,93 188.970
1624 5.546 3,91 10.575 7,46 125.504 88,61 141.625
1633 4.297 4,20 9.790 9,57 88.156 86,22 102.243
1642 4.457 3,70 9.358 7,77 97.249 80,83 4.756 3,95 4.487 3,72 120.307
1670 3.875/4.421 2,93/3,34 8.171/10.015 6,19/7,53 132.000
1696 137.867
1761 3.956 2,66 11.919 8,02 132.701 89,31 148.576
1766 3.557 2,53 5.211 3,70 121.891 86,74 5.710 4,06 4.147 2,95 140.516
1780 3.429 2,43 5.514 3,90 124.213 88,04 4.781 3,38 3.149 2,23 141.086
1790 3.287 2,38 5.654 4,10 121.535 88,32 4.356 3,16 2.771 2,01 137.603

In corsivo i valori frutto di estrapolazione o stima; % = percentuale sul totale della popolazione.
Fonte: A. Z a n n in i , Un censimento inedito della popolazione e la erişi economica veneziana d ’inizi '600, in corso di pubblicazione su «Studi
Veneziani».
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 93

Va innanzitutto precisato a cosa corrisponde la categoria «cittadi-


ni» (che comprende anche le donne e i bambini «cittadini»), utilizzata
nelle elaborazioni sulla popolazione di Venezia solitamente senza
alcuna spiegazione. Per il 1509, 1563, 1581 e 1586 si dispone solo di
riepiloghi generali di censimenti evidentemente svolti in quegli anni,
nei quali questo termine non e specificato, anche se e probabile che
avesse il medesimo significato attribuitogli in seguito. Dal 1607 si
hanno invece a disposizione i registri che raccoglievano i moduli
prestampati su cui i parroci effettuavano le rilevazioni. II frontespizio
di questi moduli riporta i criteri con cui i Provveditori alla Sanitâ
invitavano i parroci a riempire tali formulari; fra le varie voci si puö
leggere: «Per cittadini metterete Avvocati, Medici, Notari & altri che
esercitino professione çivile & anco li Preti che non sono Nobili,
quando perö sono capi di casa»*91. La nozione di cittadino utilizzata
nei censimenti veneziani era quindi di carattere essenzialmente pro-
fessionale e non teneva conto della precisa valenza giuridica che il
termine aveva nella legislazione. Secondo questa divisione abbastanza
incoerente, ma evidentemente ritenuta efficace o conveniente, la
nobiltâ rimaneva di fatto uno stato giuridico, mentre per cittadino si
intendeva colui che non praticava arti meccaniche - sia che fosse
straniero, naturalizzato o originario - e il popolano era viceversa colui
che svolgeva attivitâ manuali.
Tale nozione allargata di cittadinanza complica, e di molto, ogni
considerazione sull’evoluzione numerica delle componenti non-patri-
zie della popolazione. Su un piano molto piü concreto, poi, tale
indeterminatezza aumentava considerevolmente la discrezionalitâ dei
parroci nell’inserire i propri parrocchiani in questa categoria, e quindi
accentua ulteriormente la prudenza con cui questi dati vanno consi-
derati.

111-119; İ d em , Peşte e demografia. L ’etâ moderna: le due peşti del 1575-77 e 1630-31, in
Venezia e la peşte cit., pp. 97-98; P. U lvioni , II castigo di Dio. Carestie ed epidemie a
Venezia e nella Terraferma 1628-1632, Milano 1989, pp. 9-23, 101-105.
91 Per il censimento del 1607 resta il solo registro del sestiere di S. Polo, in BMCC,
Mss. Dona, 351, fasc. 1. C onten to , II censimento cit., p. 222 aveva posto l’attenzione
sull’accezione del termine cittadino, le cui conseguenze non furono in seguito colte da
nessuno, neppure da P. Burke, Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna, Roma-Bari
1988, p. 42 che püre rileva la non coincidenza tra questa definizione di cittadinanza e
quella «strettamente giuridica».
94 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

11 primo dato «certo» di cui disponiamo sui cittadini e del 1563,


13.604 unitâ, considerevolmente piû elevato dei 5539-7550 cittadini
rilevati dal censimento del 1509. Questa crescita in effetti coincide
con quanto si e detto per il gruppo degli originari che nella prima
meta del secolo crebbe d ’importanza - e plausibilmente di numero -
riuscendo ad installarsi definitivamente negli incarichi medio-alti
della burocrazia cittadina. Tuttavia altri fattori possono averla deter-
minata: il 1509 era anno di guerra, il censimento a quanto sembra
venne promosso per questioni militari, quindi e possibile che molti
mercanti non fossero al momento della rilevazione in cittâ; l’aumento
dell’attivitâ economica generale che seguı e il proseguire di una
tendenza demografica positiva possono d ’altra parte aver aumentato
fra il 1509 e il 1563 il numero di avvocati, medici, notai e mercanti
presenti in laguna. Se i due valori fossero indicativi della consistenza
degli originari, farebbero sospettare che la legge 1569 sia stata un
provvedimento atto a frenare la crescita di questo ceto, piü che a
sancirne la nascita.
11 dato del 1581 mostra una flessione quasi del 50% della catego-
ria dei cittadini, dovuta certamente, ignorandosi tuttavia in che misu-
ra, alla pestilenza del 1575-77. Va osservato che tale calo si dimostra
piû accentuato in questa categoria rispetto aile altre: i nobili, ad
esempio, scendono di quasi 1500 unitâ ma il loro e un gruppo sociale
chiuso mentre le sole nuove approvazioni di originari furono 251 tra
1569 e 1580.
In buona ripresa si dimostrano i cittadini da questo censimento a
quello del 1586 e ancora piû al 1607, quando raggiunsero il massimo
valore assoluto della serie92. In questo arco di tempo la media annua
delle approvazioni alla cittadinanza originaria fu di poco inferiore aile
15 unitâ mentre tra il 1607 e il successivo censimento del 1624 salı a
circa 20 unitâ: in quest’ultima rilevazione, perö, i cittadini appaiono
diminuiti di quasi 4.000 persone.
Risulta dunque poco significativo paragonare la curva espressa
dalle approvazioni alla cittadinanza originaria con le fluttuazioni nel
numero dei «cittadini» censiti, d ’altra parte si e visto che la prima
fotoğrafa un fenomeno giuridico mentre i secondi rappresentano una

92 Sul censimento del 1607, cfr. Z an nini , Un censimento inedito cit.


IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 95

categoria professionale e statistica. Vi e tuttavia un’evidente corri-


spondenza fra il punto di massima consistenza relativa dei cittadini
censiti, toccato nel 1633 quando essi sfiorarono il 10% della popola-
zione complessiva, e l’apice dei riconoscimenti di originari, raggiunto
nel 1631. E singolare che questa coincidenza sia peraltro in contrad-
dizione con l’unica testimonianza conosciuta di fonte governativa
sulla consistenza numerica del nostro ordine: nel 1633 cinque «Savii
deputati sopra la regolatione della Cancelleria nostra ducale» scrissero
al Senato rilevando «la diminuzione ch’ogni giorno si fa maggiore
delle case honorevoli della cittadinanza, parte estinte, altre ridotte a
vivere ne’ villaggi, et alcune trasportato havendo domicilio in altre
cittâ dello Stato»9394.
Si trattava chiaramente di un’affermazione başata non su osserva-
zioni statistiche ma sull’evidenza della smobilitazione delle attivitâ
commerciali e manifattunere99. Se si considera che questi primi
decenni del Seicento furono un momento cruciale per la trasforma-
zione del sistema economico veneziano e che l’intero tessuto sociale
della cittâ ebbe a subire le conseguenze di profonde ristrutturazioni
produttive, i dati espressi dai censimenti acquisiscono un valore
particolare.
La consistenza numerica dei cittadini dimoströ, in un arco molto
ampio di tempo, e pur tenendo conto della qualitâ dei dati che sono
stati presentati, una sostanziale stabilitâ, dovuta alla natura di questa
classe statistica che esprimeva una categoria professionale e non un
ceto ritagliato da definizioni giuridiche o di status, che quindi non
poteva non rappresentare costantemente una quota fissa di popolazio-
ne addetta ad attivitâ onorevoli e professioni liberali. Tra 1509 e 1761
i cittadini rappresentarono il 5,19-9,57% della popolazione, espri-
mendo a distanza di due secoli nel 1563 e 1760 un valore relativo

93 ASV, Senato, Terra, filza 347 aliegata alla parte 9 marzo 1633. Sulla scrittura cfr.
anche T rebbi, La cancelleria cit., pp. 76-77.
94 II rapporto stretto tra la produzione manifatturiera e il commercio internazionale e
stato affrontato per la prima volta da D. Sella, Les mouvements longs de l’industrie
laniere d Venise, in «Annales ESC», 12 (1957), pp. 29-45, poi rivisto e infine definitiva-
mente proposto con il titolo The Rise and Fail of the Venetian Woollen Industry, in
P ullan , Crisis and Change cit., pp. 106-126. P anciera , L ’industria della lana cit., pp.
36-57, sulla scorta di nuovi documenti ha spostato in avanti, attorno alla meta degli anni
’20 del ’600, l’inizio del «grande declino» dell’industria laniera lagunare, che Sella invece
colloca nei primi anni del XVII secolo.
96 BUROCRAZIA E BUROCRATI • CAPITOLO II

significativamente pressoche identico. Puö essere spiegato perche i


due valori-limite si trovino entrambi a ridosso delle epidemie pestilen-
ziali: quelli del 1581 e 1586 colgono una situazione in cui la ripresa
demografica era giâ avviata e un numero cospicuo di neo-immigrati
rinforzava la categoria dei popolani, nel 1633, al contrario, il censi-
mento fotoğrafa una situazione piü vicina al termine della peşte, da
cui le classi agiate uscirono meno colpite, e quindi percentualmente
piû forti.
Dal 1766 i dati sulla popolazione di Venezia ci provengono dalle
Anagrafi, i grandi rilevamenti su tutto il dominio di Terraferma della
Serenissima condotti su scala piû ampia ma con strumenti e criteri di
raccolta dei dati apparentemente inalterati. E emblematica delle diffi-
coltâ d ’interpretazione che offrono queste informazioni la forte cadu-
ta della categoria dei cittadini che passö da 11.919 nel 1761 a 5.211
componenti sei anni dopo. Sembrerebbe naturale imputare tale diffe-
renza ad una diversa accezione del termine «cittadino» che perö ne
sui moduli inviati ai parroci ne sulle leggi che accompagnarono le
Anagrafi venne meglio specificata, anzi scomparve dai frontespizi dei
moduli la definizione sopra citata di cittadini quali «professionisti
çivili». Non rimane quindi che attribuire questa brusca riduzione a
differenti, non meglio identificati, criteri di rilevazione.

Grafico II.3 - Approvazioni alla cittadinanza originaria, 1573-1792, con indi-


cazione del numero di «cittadini» rilevato dai censimenti (media
mobile novennale).
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 97

Grafico II.4 - Domande presentate (= domande approvate + domande respin-


te) secondo l’anno di presentazione, 1573-1716 (media mobile
novennale).

n ı ı i ı i ı ı i i ı i ı ı ı r
70 80 90 16^0 10 20 30 40 ^ 60 70 80 90 ^ 10 20

Si deve riconoscere con rammarico come i dati sulla popolazione di


Venezia non possano fornire indicazioni decisive per interpretare la
curva espressa dalla serie delle approvazioni alla cittadinanza originaria,
ne si prestino a determinare con sufficiente approssimazione l’entitâ
numerica del gruppo sociale dei cittadini originari. Le riflessioni a
questo riguardo di Daniele Beltrami non aiutano molto: i cittadini
vengono identificati come «classe sociale intermedia» senza meglio
definire la categoria censita, se ne rileva la flessione numerica al pari del
ceto nobiliare, ma in misura minöre, senza peraltro tener conto del
carattere chiuso del patriziato e viceversa della forte mobilitâ che
connota i ceti medi delle cittâ mercantili, si addebita infine la loro
«decadenza» al «venir meno della importanza delle funzioni tradiziona-
li a cui erano deputati, cosı intimamente connesse aile vicende
politiche, amministrative ed economiche della cittâ, e dello Stato»95.
Un diverso campo d ’indagine e costituito daü’estrazione socio-
professionale dei nuovi cittadini. Informazioni statistiche di questo
tipo, che aggregano cioe valori qualitativi, si rivelano solitamente
preziose per lo studio dei ceti d ’antico regime ma, essendo fortemente

95 Beltrami, Storia della popolazione cit., p. 78.


98 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

condizionate dalla metodologia di raccolta dei dati, possono rivelarsi


strumenti delicati ed aleatori, se non ingannevoli.
Le informazioni desunte dai processetti di cittadinanza, ad esem-
pio, contengono, come si e visto, numerosi accenni alla professione
del padre e di altri membri della famiglia. La tentazione, di fronte a
casi in cui all’interno di una stessa casata si ritrova piü volte la
medesima professione, e quella di «classificare» la famiglia del neo-
cittadino in virtü di queste ricorrenze, come casa «di mercanti», o «di
ufficiali pubblici», od altro, quando invece per giungere ad un’eti-
chetta simile sarebbe necessario conoscere l’impiego di molti compo-
nenti per piü generazioni, e quindi avere presente la struttura genea-
logica precisa della stirpe; ancora piü problematica appare poi una
classificazione in base alla provenienza del patrimonio familiare. La
stessa locuzione «famiglia cittadinesca», si e detto, ha un valore
diverso rispetto a «famiglia nobile», perche differenti erano i criteri di
reclutamento ed il titolo inferiore si configura come strettamente
personale (con l’eccezione del sotto-ordine di «quelli di cancelleria»).
Queste considerazioni non negano la necessitâ di provare a consi-
derare statisticamente dal punto di vista socio-professionale i nuovi
cittadini, si limitano a far presente come ad una maggiore profonditâ
di indagine corrisponda una sempre minöre affidabilitâ delle informa­
zioni.
Un dato sicuro e stato rilevato nella totalitâ dei casi: l’ordine
sociale a cui apparteneva il padre del neo-cittadino96.
Complessivamente 275 approvazioni riguardarono i figli di nobili
veneziani, un gruppo che rappresentö una porzione limitata di neo-
cittadini ad eccezione del periodo 1600-639 quando costituı il 17%
dei nuovi originari. Se ad essi si aggiungono i figli dei naturali dei
nobili, quindi nipoti dei patrizi, tra 1570 e 1644 un nuovo cittadino
originario su cinque aveva questa provenienza sociale. Dal 1645
improvvisamente crollano le domande in Avogaria di figli naturali dei
nobili, che mantennero fino alla fine dell’osservazione una presenza
limitata. E possibile trovare delle spiegazioni a questo fatto? Si trattö

% II grado di attendibilitâ di questa informazione e elevato: se il padre era giâ stato


provato cittadino originario era tutta convenienza del richiedente renderlo noto, se era un
nobile, il figlio aveva l’obbligo di dichiararlo poiche l’appartenenza alla cittadinanza era un
suo diritto, non piû «ai sensi della legge 1569», bensı «per antica consuetudine».
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 99

Tabella II.4 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo i ’ordine socia-


le del padre del neo-cittadino, 1570-1719

Figli di Figli di Figli di Fotale


nobili cittadini popolani

1570-79 12 17 196 225


1580-89 22 16 146 184
1590-99 11 27 108 146
1600-09 15 34 105 154
1610-19 48 78 84 210
1620-29 42 46 109 197
1630-39 47 36 204 287
1640-49 22 21 119 162
1650-59 7 45 123 175
1660-69 8 26 127 161
1670-79 16 24 112 152
1680-89 3 18 135 156
1690-99 5 50 141 196
1700-09 5 18 128 151
1710-19 12 44 115 171

Grafico II.5 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo l’ordine socia-


le del padre, 1573-1716 (medie mobili novennali).
100 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

di un’effettiva diminuzione di nascite illegittime o piû semplicemente


meno naturali di nobili si presentarono alla prova in Avogaria?
L’analisi dei processetti purtroppo non fornisce spiegazioni a
queste domande. Le vicende personali e familiari che risaltano in questi
documenti non lasciano intravvedere alcun cambiamento di mentalitâ,
anzi piû si entra nel XVII secolo piü le testimonianze riportano vicende
di unioni prolungate e legami pubblicamente conosciuti. Se ne potreb-
be forse dedurre che nell’opinione comune diventassero «indegni» i
figli avuti da rapporti casuali o di breve durata ma costruire un
argomento sul silenzio e operazione comunque pericolosa. Nemmeno
ricorrendo aile numerose ricerche a carattere demografico condotte in
diversi paesi europei sul problema della feconditâ illegittima si riescono
ad ottenere indicazioni proficue. Nell’evoluzione del tasso di illegittimi-
tâ delle nascite e stato generalmente riconosciuto un periodo di
flessione tra XVII e XVIII secolo, ma non ha molto senso paragonare la
realtâ del patriziato veneziano con quella dei villaggi inglesi o di piccoli
centri cittadini francesi97. Nemmeno le poche ricerche demografiche
sul patriziato urbano italiano d ’etâ moderna forniscono alcuna informa-
zione su questo argomento specifico; in sostanza quindi questo rimane
un problema aperto98.
Un secondo elemento salta agli occhi dall’elaborazione presentata
nella tabella II.4: a rigor di logica la percentuale dei figli di originari

97 In una trentina di parrocchie francesi si evidenzia un calo sensibile della natalitâ


illegittima tra il 1700 e il 1740, A.E. I m hof , Introduzione alla demografta storica, trad. it.
Bologna 1981 (München 1977), pp. 104-105, mentre in 98 parrocchie inglesi la tendenza e
discendente fino al 1650 per invertire quindi direzione, P. L aslett-K. O osterveen -R.M.
Smith (ed. by), Bastardy and its Comparative History, London 1980. In alcune piccole
cittâ francesi si manifesta la stessa caduta a meta XVII secolo, J.-L. F landrin , La famiglia.
Parentela, casa, sessualitâ nella societâ preindustriale, trad. it. Milano 1979 (Paris 1976), p.
234. Per dati comparativi di vari paesi europei cfr. M.W. F lin n , II sistema demografico
europeo 1500-1820, trad. it. Bologna 1983 (Brighton 1981), pp. 165-167. E il caso di
osservare che in tutte le sintesi sul problema mancano completamente per l’etâ moderna
dati relativi all’Italia.
98 R. Burr L itchfield , Demographic Characteristics o f Florentine Patrician Families,
Sixteenth to Nineteenth Centuries, in «The Journal of Economic History», 29, fasc. 2
(giugno 1969), pp. 191-205; G.R.F. Baker, Nobiltâ in declino: il caso di Siena sotto i
Medici e gli Asburgo-Lorena, in «Rivista Storica Italiana», 84 (1972), fasc. 3, pp. 584-616;
D.E. Z anetti , La demografla del patriziato milanese nei secoli XVII, XVIII, XIX, Pavia
1972; İ dem , The patriziato of Milan from the domination of Spain to the unification of
Italy: an outline of the social and demographic history, in «Social History», 6 (1977), pp.
745-760.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 101

tra i neo-approvati dovrebbe essere di gran lunga piü elevata, invece


la curva determinata da queste approvazioni, dopo una crescita
costante fra inizio dell’osservazione e 1620, mandene un andamento
incerto, dimostrando che l’ordine dei cittadini originari fu soggetto a
un continuo, costante ricambio. La curva dei neo-cittadini di estrazio-
ne popolare resta infatti ben discosta dalle altre a testimoniare che i
nuovi originari provenivano perlopiü da questo ceto che form il
grosso delle nuove ammissioni in momenti difficili come ad esempio
dopo la peşte del 1630-31.
Nell’82% dei casi e stato possibile risalire alla professione del
padre del nuovo cittadino originario". Si e trattato di una elaborazio-
ne statistica particolare per cui si e reso necessario accorpare centi-
naia di attivitâ in pochi settori omogenei in modo da giungere ad un
risultato sufficientemente schematico da poter essere interpretato, a
costo di perdere la grande diversificazione professionale di questo
gruppo di persone. Le quattro categorie che sono apparse piu rappre-
sentative e duttili sono: amministrazione dello stato, in cui sono
confluiti tutti coloro che in qualsiasi incarico servivano la repubblica;
professioni liberali, quali l’avvocato, il causidico, il «dottor fisico» e il
medico, il «lettor» nelle scuole veneziane o nelle universitâ, il notaio,
il maestro di scuola e il precettore; mercatura e industria, la categoria
forse piû diversificata con numerose decine di attivitâ artigianali,
commerciali al minuto e all’ingrosso, d ’intermediazione finanziaria;
rendite e possedimenti, in cui sono stati raccolti coloro che generica-
mente vivevano di «entrate» - tutti i patrizi, ad esempio - o che
dimostravano di vivere delle rendite di beni immobili.
I risultati, la cui lettura puö essere facilitata dai grafici II.6 e II.7,
non evidenziano trasformazioni tali da risolvere alcuni dei problemi
sin qui sollevati e quindi, una volta in piû, si prestano ad interpreta-
zioni non definitive. I fatti piû rilevanti, accanto appunto alla generale
staticitâ del quadro, sono l’aumento progressivo di neo-cittadini il cui
padre svolgeva una professione liberale ed il contemporaneo decre-
mento della presenza di figli di «mercanti».9

99 Questa informazione e stata ricavata da tre fonti: la «scrittura con capitoli»


presentata dal supplicante in cui egli stesso elenca l’attivitâ del padre e deU’avo, le
escussioni dei testimoni, le fedi parrocchiali o i documenti di carattere professionale
allegati alla domanda. Sono State considerate sufficienti anche informazioni presenti in una
sola di queste tre fonti purche non in contraddizione con le altre.
102 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Grafico II.6 Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo la professione


esercitata dal padre, per periodo (valori assoluti).

Grafico II.7 - Approvazioni alla cittadinanza originaria secondo la professione


esercitata dal padre, per periodo (valori percentuali).
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 103

Per diventare notai, medici o avvocati bisognava provare una serie


di requisiti che si awicinavano molto a quelli richiesti per il riconosci-
mento della cittadinanza originaria ma non coincidevano con questi100.
Per diventare «nodaro veneto» ed essere ammesso nel Collegio dei
notai, che constava di 66 posti, una legge del 1514 richiedeva la
cittadinanza originaria, tuttavia, poiche forse all’epoca la procedura di
riconoscimento di questo stato giuridico non era ancora formalizzata,
questa norma sembra essere caduta in disuso, tanto che molti fra i notai
cinquecenteschi non erano originari101. La successiva disposizione in
materia, del 1632, richiese infatti una şorta di cittadinanza originaria,
ridotta perö a solo due gradi di discendenza, se e il padre, da provare
comunque presso l’Avogaria, che archiviö queste pratiche in una serie
diversa da quella delle cittadinanze originarie102.
Dalla fine del ’600, curiosamente, diversi supplicanti si presentarono
alla prova di cittadinanza originaria dell’Avogaria dichiarando che tale
titolo era indispensabile per acceder al Collegio dei notai veneti, com-
provando ciö anche da parte di testimoni103. Si trattö forse del riflesso di
un’estensione spontanea di questa «cittadinanza ridotta», omologata
ormai di fatto a quella originaria, a riprova del sempre maggior peso che
assunsero i notai nel secondo Seicento all’interno del ceto cittadinesco.
La piû volte ricordata diminuzione seicentesca delle attivitâ mer-
cantili a largo raggio spiega la contemporanea diminuzione di figli di

100 Gli avvocati staordinari - gli ordinari essendo patrizi - potevano essere cittadini
originari, veneziani di nascita, sudditi con domicilio in cittâ da dieci anni o forestieri con
domicilio da quindici anni; F erro , Dizionario cit., I, p. 137; G. Cozzı, La politica del
diritto nella Repubblica di Venezia, in İ dem , Repubblica di Venezia e Stati italiani. Politica
e giustizia dal secolo X VI al secolo XVIII, Torino 1982, pp. 316-317, 325-326. All’abilita-
zione alla professione medica sovrintendevano i due collegi dei medici chirurghi e dei
medici fisici, e a molti medici stranieri che esercitavano a Venezia veniva concessa la
cittadinanza de intus et extra\ G. M igliardi O ’Riordan C olasanti, Le professioni
sanitarie, in Difesa della sanitâ a Venezia secoli XIII-XIX, Catalogo della mostra documen-
taria 23 giugno-30 settembre 1979, a cura del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali
e deli’Archiviö di Stato di Venezia, Venezia 1979, pp. 80-82.
101 ASV, Senato, Terra, reg. 18, cc. 132v-134r, 3 maggio 1514.
102 «Quelli che vorranno esser admessi nel Collegio debbano presentar fede dell’Offi-
cio dell’Avogaria di esser nati in Venetia di legitimo matrimonio e di non haver essi, ne
padri loro essercitata arte mecanica, o patita nota d’infamia, le quali prove siano fatte
secondo l’uso dell’officio dell’Avogaria suddetto», ibidem, reg. 106, cc. 230v-231v, 28
febbraio 1632.
103 lvi, Avogaria di Comun, b. 400, fasc. 19; b. 404, fasc. 90; b. 405, fasc. 3; b. 405,
fasc. 10; b. 405, fasc. 11.
104 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

mercanti ed operatori finanziari, ma indicazioni piü significative pos-


sono provenire incrociando il doppio ordine di informazioni sin qui
utilizzate, sull’ordine sociale e sul ceto professionale del padre dei
neo-originari. Se ne possono ricavare, con le precauzioni giâ esposte,
alcune situazioni-tipo che piû frequentemente compaiono nei proces-
setti delTAvogaria.
II caso che legittimamente ci si poteva aspettare come il piü
consueto, e si e dimostrato invece meno frequente del previsto, e
quello del neo-cittadino figlio di un cittadino originario inserito
neH’amministrazione pubblica. Casi di questo genere appaiono sotto-
stimati anche perche i giovani provenienti da «famiglie di cancelleria»
provavano mediante il concorso per l’accesso a quel settore burocrati-
co la loro appartenenza aü’ordine e quindi sfuggono alla rilevazione
del fenomeno. Erano proprio queste famiglie a formare il nucleo di
casate non nobili da piû tempo e con maggiore continuitâ dedite al
servizio pubblico, tuttavia esistevano anche case poco o mai presenti
in cancelleria e che con assiduitâ presentavano figli alla prova in
Avogaria. E il caso ad esempio dei Bonamigo, notai della stessa
Avogaria per quasi un secolo, dei Centon, scrivani presso la magistra-
tura dei Dieci Savi aile Decime per tre generazioni, dei Perazzo e dei
Rizzo, famiglie di gastaldi di Procuratia, degli Alberghetti, «fonditori
di artiglierie».
Per queste casate il titolo di cittadino originario doveva rappre-
sentare il riconoscimento di uno status sociale ottenuto in virtû di una
lunga tradizione familiare, alla quale era bene non si derogasse «per
non bastardare alla conditione de’ suoi vecchi», per non «dezenerar
dalli maggiori». In contraddizione con questo spirito di corpo spesso
manifestato nelle suppliche di cittadinanza, perö, risalta il fatto che
non tutti i giovani di queste casate venissero sistematicamente provati
originari, anzi sovente erano in maggioranza i membri non riconosciu-
ti cittadini. Si trattava evidentemente di scelte strategiche: i figli che si
destinavano ad una professione «çivile» nella quale il titolo di origina­
rio rappresentava una certificazione di onorevolezza venivano sotto-
posti alla procedura in Avogaria, altrimenti tale pratica appariva forse
superflua, lo stato cittadinesco veniva per consuetudine, nella vita
sociale veneziana, comunque esteso a tutti i membri della famiglia.
Conferma questo tipo di comportamenti il fatto che nella quasi
totalitâ dei casi il padre provato cittadino originario che a sua volta
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 105

presenta il figlio in Avogaria svolge, o ha svolto, un incarico pubblico.


II riconoscimento di cittadinanza rappresenta insomma, almeno per
una certa fascia di persone, piu una patente per accedere agli incari-
chi pubblici che un distintivo titolo sociale. Altre situazioni-tipo
confermano questa ipotesi.
Si va ad esempio dalla figura del figlio illegittimo di patrizio che,
terminati gli studi ai quali e stato magari mantenuto dal padre nobile,
dichiara esplicitamente di volersi dedicare agli uffici pubblici. Oppure
al caso meno frequente ma forse piu significativo di qualche altro
illegittimo che dopo aver vissuto per qualche anno grazie aile rendite
avute in ereditâ dal padre nobile si presenta in Avogaria cercando,
per questa strada, di ottenere un posto pubblico per risollevare le
proprie fortune. Domenico Pizzamano, erede di una parte della
facoltâ del padre, il nobiluomo Zuane, a venticinque anni supplica il
riconoscimento della cittadinanza «ritrovandoj'z in stato hor mai di
provedem di qualche impiego»104.
In piu situazioni la richiesta di cittadinanza avviene per frenare o
rallentare condizioni patrimoniali che appaiono in discesa. E il caso,
abbastanza frequente di neo-cittadini il cui padre si sosteneva in virtu
di rendite e possedimenti. Schematicamente, il tragitto familiare piü
comune in questi casi e il seguente: aile spalle vi e una fortuna
accumulata generalmente con la mercatura od attivitâ ad essa collega-
te da un avo o da un bisavo le cui origini «foreste» non erano
lontane; quindi vi e una generazione o due generazioni - ma talvolta
solo qualche anno - in cui la famiglia «vive d’entrata», magari con i
proventi della liquidazione delle attivitâ mercantili. A conclusione vi e
la domanda di cittadinanza di uno o piü componenti; nei casi in cui e
possibile osservare per la generazione successiva il percorso professio-
nale della casata, si scopre allora che gli individui «provati» si sono
inseriti neU’ammimstrazione e - nei casi di una meno brusca parabola
discendente finanziaria - accostano ai proventi di questa attivitâ,
«qualche entratella». Molto rari, per converso, sono le domande da
cui si evince che un mercante si prova cittadino nel fulgore della sua
attivitâ commerciale, come nel caso di Pietro Trevano, mercante di
lana «che fa fabbricar pannine» discendente da una famiglia di

lw Ibidem, b. 380, fasc. 53.


106 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

negozianti, che nel primo decennio del ’700 «allarga il commercio in


Levante» e richiede la cittadinanza105.
Non e quasi mai semplice per le famiglie d ’estrazione popolana e
mercantile discernere il motivo vero che porto alla richiesta del titolo.
In diverse situazioni, laddove ad esempio un solo componente della
famiglia si prova e poi piu nessuno della stessa stirpe, non e da
sottovalutare l’importanza dello stato cittadinesco ai fini della reputa-
zione sociale di individui la cui famiglia, magari solo meno di un
secolo prima, giungeva a Venezia e tentava di inserirsi nella vita della
capitale lagunare.
Vi furono momenti in cui prevalse una particolare concezione del
titolo di cittadino rispetto a un’altra. Nel decennio 1610-19, ad
esempio, l’aumento percentuale di riconoscimenti che interessarono
figli di cittadini-ufficiali lascia supporre che vi fossero buoni spazi per
l’inserimento di giovani nell’amministrazione in virtu dell’appoggio
famigliare. Dopo la peşte del 1630-31 il picco di riconoscimenti e
invece da addebitare a una massiccia presenza di popolari dovuta
perö, anche in questo caso, al fatto che il titolo prometteva possibilitâ
d ’impiego pubblico.
Nel secondo ’600, invece, vari spunti fanno intendere che il valore
«sociale» del titolo fosse in un numero maggiore di casi alla base delle
richieste di cittadinanza. La maggiore presenza di notai, dovuta come
si e visto non tanto ad esigenze giuridiche quanto alla volontâ di
equiparare la propria condizione a quella degli originari, testimonia in
questo senso. Una giustificazione simile potrebbe spiegare l’aumento
medio di persone - quasi sempre fratelli - che richiedevano assieme
la propria cittadinanza: si trattava evidentemente di famiglie che
giungevano ad avere i requisiti per il titolo e lo procuravano ad
un’intera generazione, a prescindere dall’uso che ogni singolo ne
avrebbe poi fatto106.
Un ulteriore importante avvenimento dovette riflettersi sulla «ca-
pacitâ attrattiva» del titolo di cittadino originario: a partire dal 1636
una buona parte degli uffici intermedi riservati agli originari furono

105 İbidem, b. 405, fasc. 14.


106 II numero medio di cittadini approvati per ogni domanda di cittadinanza crebbe
sensibilmente nel periodo d’osservazione; fu di 1,36 nuovi cittadini per ogni domanda nel
1569-99, 1,20 nel 1600-30, 1,56 nel trentennio successivo, per salire a 2,22 nel 1661-90 e
2,27 nel 1691-1720 (valori calcolati su un campione di 200 approvazioni per periodo).
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 107

venduti dalle autoritâ e, di fatto, la presenza cittadinesca in questa


fascia di incarichi diminuı sensibilmente. Come questo cambiamento
epocale si svolse e quali conseguenze determinö per l’intero ceto, e
oggetto di studio nei capitoli a venire. Qui interessa considerare se
questo elemento, assieme aile considerazioni sopra esposte, possa
concorrere a risolvere alcuni dei quesiti finora sollevati.
I grafici II.3 e II.7 possono aiutare a tirare le fila di questi
problemi. II primo disegna la serie delle approvazioni estesa fino alla
fine del XVIII secolo per meglio cogliere le modificazioni di lungo
periodo111'. II secondo rappresenta le fluttuazioni delle domande di
cittadinanza (domande approvate + domande respinte, secondo l’an-
no di presentazione) - non delle approvazioni - e dimostra in
qualche modo la capacitâ attrattiva dell’ordine.
Tra 1569 e 1720, l’interesse verso questo titolo venne effettiva-
mente diminuendo, con ogni probabilitâ perche cambiö la sua
«spendibilitâ» come patente per accedere ad uffici pubblici; questa
flessione venne equilibrata in parte grazie ad un interesse maggiore
verso il riconoscimento del proprio stato sociale da parte di partico-
lari categorie (professionisti, stranieri in cerca di una naturalizzazione
completa), in parte attraverso una minöre rigiditâ di selezione da
parte delle autoritâ patrizie.
Carattere peculiare del ceto rimase il suo continuo, forte ricam-
bio: solamente un nuovo cittadino su cinque era figlio di un altro
originario. Questo semplice dato potrebbe far pensare che il ricono­
scimento di questa condizione non fosse un titolo di distinzione
sociale, tuttavia, anche se e stato sostenuto che il suo valore come
patente per accedere a particolari uffici sia stato in diversi momenti
prevalente, sarebbe errato sottovalutare il suo significato in termini
di status. E evidente come la ricerca non possa non proseguire
analizzando la posizione dei cittadini neU’amministrazione. Prima
perö conviene aprire una parentesi per osservare un gruppo di
cittadini poco conosciuto, i figli naturali di nobili veneziani107108.
107 Per questa elaborazione non si e effettuato lo spoglio di tutti i processi settecente-
schi di cittadinanza, ci si e basati sulle approvazioni registrate nell’«Indice delle cittadi-
nanze originarie» dell’Avogaria (cfr. Appendice, nota alla tabella A.l), su cui sono State
effettuate delle verifiche per saggiare attendibilitâ e completezza, dimostratesi eccellenti.
108 D avis, The Decline cit., non prende nemmeno in considerazione il problema della
natalitâ illegittima e della collocazione sociale di questi soggetti. C owan , Rich and Poor
cit., p. 156, n. 36, annota: «The concept of illegitimacy in Yenice had a specific meaning.
108 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

5. I figli naturali di nobili veneziani

Nel folto e diversificato novero dei nuovi cittadini il sottogruppo


dei naturali dei patrizi presentava caratteristiche abbastanza singolari,
tali da suscitare spesso vivaci e particolareggiate deposizioni in Avo-
garia.
Si e accennato come questi figli non fossero sempre frutto di
relazioni pre o extra-matrimoniali; le notizie di cui disponiamo riguar-
do aile circostanze della loro nascita purtroppo non consentono di
giungere a dati quantitativi, risulta tuttavia abbastanza facile riunire i
diversi casi secondo caratteristiche comuni come, ad esempio, la
durata della relazione fra i genitori naturali.
Tra i casi di unione occasionale o di breve durata numerosi erano
quelli in cui il figlio nasceva all’estero mentre il padre era «in
reggimento» come, nel caso di Giacomo Querini, provveditore nel
1557 nell’isola di Cerigo. In quel lontano territorio greco egli tenne
presso di se Maria di Nicola Chiriachi, una giovane greca che, a detta
dei testimoni del luogo interrogati su ordine degli Avogadori, ebbe
«fia donghela» cioe illibata. Dopo dieci mesi, quando Maria era giâ
gravida di cinque o sei mesi, Giacomo «la maridö a un greco»
dotandola onoratamente con una casa nella fortezza. Al bambino che
nacque fu posto nome Michiel, venne battezzato «alla talliana» e
crebbe nell’isola conosciuto da tutti come «Querinetto». Un altro
provveditore veneziano, Francesco Soranzo, quattordici anni dopo,
«lo tolse, lo condusse seco come servitor perche non voleva che
restasse in questo loco essendo naturale di un gentil’uomo veneto»,
dicendogli «di volerlo menare a suo padre». Nel 1603, poco prima
della sua approvazione a cittadino originario, ritroviamo Michiel

It did not mean bastardy but lack of official recognition as a patrician». Questo e vero
solo in parte, nel senso che era considerato «illegittimo» ed escluso dalla possibilitâ di
mantenere lo stato aristocratico paterno non solo il figlio di relazioni adulterine o
pre-matrimoniali ma anche colui che nasceva da unioni con donne non considerate «abili
a procreare figli capaci del Maggior Consiglio». Un figlio naturale di un nobile poteva
quindi essere «illegittimo» pur essendo nato da legittimo matrimonio, come püre poteva
essere «illegittimo» e bastardo. Tutti e tre i termini, illegittimo, bastardo e naturale,
venivano utilizzati nel linguaggio corrente e nei documenti ufficiali per definire queste
persone.
Numerosi casi di illegittimi in BMCC, Mss. Gradenigo, 185, cc. 371r-375r, Alcuni
figlioli bastardi de’ nobili veneti illustri.
IL PROFILO SOCIALE DELL'ORDINE 109

nell’isola natale dedito alla mercanzia, vivendo «civilmente» e avendo


per moglie «una delle principali cittadine di famiglia honorata et di
consiglio di quel loco»109.
Questo tipo di casi e abbastanza frequente soprattutto nel primo
periodo della nostra osservazione ed e interessante sottolineare come
riguardassero non solo giovani patrizi al primo incarico di servizio
all’estero ma sovente anche uomini di una certa etâ, magari con
famiglia. Le deposizioni aü’Avogaria devono essere interpretate: l’im-
magine che i testimoni avevano interesse ad offrire era quella di un
rapporto non occasionale, veniva sottolineata o accentuata la durata
della convivenza tra i due genitori naturali, si insisteva sul fatto che la
donna fosse giunta «putta», «donzella» tra le braccia del patrizio e
che nel periodo di concubinaggio non avesse avuto «commercio
carnale» con altri110. Tuttavia sovente sono gli stessi padri naturali, o i
loro parenti piu prossimi, a presentare domanda e a raccontare di
unioni di questo tipo, sicche sembra lecito ravvisare in queste nume-
rose relazioni di patrizi in servizio fuori cittâ con donne di ceto
inferiore, se non un costume abituale, comunque un’inclinazione
abbastanza diffusa nella classe di governo veneziana. Abbastanza noti
sono i casi di patrizi famosi come Andrea Gritti e Tommaso Zen, ai
quali le numerose paternitâ illegittime non impedirono di rivestire le
principali cariche çivili111.
In un secondo consistente gruppo di «unioni occasionali» la
madre e invece una «massera», una «dona de casa», una «cameriera»
oppure una «nena», una balia che frequentava la casa per allattare un
bambino, come madonna Orsa, madre di Zuane di Andrea Bragadin,
«che l’era stata nena de uno de i figli del ser Ambroso» fratello di

109 ASV, Avogaria di Comun, b. 366, fasc. 96.


110 Nessuna legge regolava le approvazioni alla cittadinanza originaria dei naturali dei
nobili; un manoscritto settecentesco che riporta tutte le procedure di lavoro degli
Avogadori annota che «in tali cittadinanze s’essaminano solo li Testimonii prodotti dalla
Parte, ne si fa inquisitione», ibidem, b. 16, c. 92r. Nei processetti cinque-seicenteschi
molto spesso venivano escussi solo i testimoni di parte, in alcuni casi perö si ascoltavano
anche testi richiesti dagli Avogadori.
111 Sul Gritti: F inlay , La vita politica cit., p. 202; F. L ucchetta , L'affare Zen in
Levante, in «Studi veneziani», 10 (1968), pp. 113-114. Sullo Zen: P.M. G iraldi, The Zen
Family (1500-1550): Patrician Office Holding in Renaissance Yenice, tesi di PhD presso
l’Universitâ di Londra, 1975.
110 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Andrea112. In qualche altro caso, la relazione e decisamente illecita,


come quella tra il nobile Antonio Molin e Lugretia, figlia naturale di
Zorzi Contarini, riconosciuta nel 1661 dal collegio preposto «abile a
generare figli capaci del maggior Consiglio», quindi destinata a con-
trarre regolare matrimonio con un patrizio. «Quando restö gravida»
racconta lo stesso Molin nella supplica con cui richiede la cittadinan-
za per il figlio Angelo nato da questa unione, «viveva in casa del
padre nell’universal credenza di puta, e doppo il parto fu porta nel
Monastero di S. Rocho e S. Malgarita di questa cittâ con titolo
verginale e dalle Monache sempre tenuta per tale per il modesto suo
vivere»113.
E lecito domandarsi quale percentuale del numero globale di figli
nati da relazioni occasionali o di breve durata rappresentino le decine
di casi giunti fino a noi. Probabilmente minima, se si tiene conto che i
nostri casi sono relativi solo a maschi, spesso in etâ adulta, riconosciu-
ti dal padre e per i quali si richiede il titolo di cittadino originario.
Un numero consistente di figli naturali di nobili erano invece
frutto di relazioni di una certa durata, con madri di estrazione sociale
varia ma solitamente popolare. Una prima divisione interna di questi
casi e fra le unioni in cui la madre viveva separata dalla famiglia
nobile e quelle in cui invece abitava nella stessa casa del padre.
Esemplare di questo secondo gruppo, la testimonianza di Giacomo
quondam Pietro Manolesso che cosı depose nel 1606 riguardo al
fratellastro Nicolö:
e nato in casa mia la vigilia de S. Giacomo 1581 che io andai a chiamare la
comadre che all’hora stavimo a S. Barnaba in campo di châ Emo ... sua
madre s’attruova ancora in casa mia, insieme con esso suo figliolo, et mio
fratello, da noi fratelli tutti havuta in loco di madre ... e stato (Nicolö)
sempre allevato in casa mia da mio padre, che son alla custodia della casa
per esser el maggiore, allevato nell’istessa forma, nutrito, vestito, et mandato
a scuola a tutte nostre spese come si deve fare ad ogni honorato gentilhuo-
mo114.
Vicende di questo tipo non riguardavano solo famiglie di basso
livello economico, come forse erano i Manolesso. Alvise Corner, ad
esempio, «menö via» da S. Dona di Piave una giovane di nome

112 ASV, Avogaria di Comun, b. 368, fasc. 83.


113 Ibidem, b. 390, fasc. 84.
11'1 Ibidem, b. 367, fasc. 19.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 111

Caterina «che ebbe donzella», la tenne prima in casa sua, poi perlo-
pıu «in villa» ed ebbe da lei tre maschi e una femmina naturali,
«tegnendo la donna come se fusse stata sposata»115. Paolo Baseggio
«barcariol» della famiglia di Marin Dona veniva cosı interrogato nel
1629 sul suo padrone:
I. Hallo fioli?
R. Sı, cinque sie sette.
I. Sono legittimi o naturali?
R. Credo quasi legittimi.
I. Fra questi ve n’e uno nominato Vincenzo?
R. Sı.
I. Con chi l’ha avuto?
R. Con la Cecilia che e una donna che el la tien in casa da 30 anni in
qua116.
Alcune di queste unioni sembrano in tutto e per tutto legami
coniugali. Piero Basadonna supplica nel 1633 la cittadinanza per il
figlioletto Andrea Zuane natogli da pochi mesi da «una donna libera
tenuta del continuo in casa mia»; i testimoni riferiscono che la tiene
«seratissima» e «con ogni sorte di ritiratezza»117. Anche Almorö
Barbaro richiede nel 1644 la cittadinanza per il figlioletto Marco
avuto da una certa Lucietta «da lui tenuta in casa sua propria per sua
donna», «e quando va via» cioe quando Almorö parte per un incarico
fuori cittâ «la va con lui»118.
In molti altri casi la madre del neo-cittadino non viveva nella casa
nobile ma era tenuta dal gentilhuomo «a sua posta» in qualche
abitazione. Spesso si trattava anche in questo caso di una donna
conosciuta in reggimento e trasferita a Venezia. Paolo Boldu, ad
esempio, mentre si trovava Provveditore alla fortezza di Grabusa a
Creta ebbe un figlio da una tal Veronica «capitata in mia mano
dongiella li primi del luglio 1636» come ricorda egli stesso quando
supplica l’approvazione del figlio Nicolö, «et e stata sempre â mia
acquisitione sino che la maritai che fu un anno in circa dopo che mi
nacque detto figlio», vale a dire, come spiega un testimone nobile,
«l’ha maritata nel suo cancelliero»119. In molti processetti, perö, le

115 Ibidem, b. 380, fasc. 49.


116 Ibidem, b. 376, fasc. 70.
117 Ibidem, b. 378, fasc. 68.
118 Ibidem, b. 380, fasc. 69.
119 Ibidem, b. 380, fasc. 44.
112 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

informazioni relative alla donna sono assenti o di scarsa importanza,


ciononostante viene continuamente rimarcata la «cura», la «retiratez-
za» con cui ella era mantenuta, facendoci intuire come gli Avogadori
che interrogavano, trovandosi di fronte ad un legame illegittimo e
notorio, si dovessero accontentare di accertare la durata dell’unione e
la fedeltâ della donna. II nobile Francesco Malipiero riferiva ad
esempio nel 1634 che Nicolö Gritti «tegniva una Laura soranome
Putesa, la chiode in un casin (cioe una piccola abitazione) in Santa
Ternita dove spesso mi menava, et la teniva con grandissima custodia,
e professava tenerla solo e la teneva con moka spesa»120. Un sacerdote
testimoniava nel 1693 nel processetto del figlio di Nadal Dona che
costui:
in una casa attaccata, nella quale appunto havea fatto un foro, teneva la
madre di questo figliolo ... tenuta da lui molti e molti anni ... e li figlioli sono
stati battezzati con il suo nome, riconosciuti e allevati ... havendo logate le
putte in Monasterii ... et ha anco doppo maritata essa sua madre nel medico
Zanetti, et (ha) in soma supplito â tutti li gradi di nobiltâ, e verso di lei, e
verso li figli, e di questo e notoria la veritâ a tutti121.
In diversi casi questi prolungati «matrimoni di fatto» conduceva-
no ad uno sposalizio vero e proprio, spesso solo dopo la nascita di
uno o piu figli. Un testimone al processetto per la cittadinanza di
Gerolamo quondam Antonio Grimani riferiva nel 1611 che
ghe nacque che fu di madonna Flaminia Farfenga, la qual (Antonio) el la
haveva menata via da suoi fratelli et se creteva anco, che el la dovesse sposar
perche Marcantonio Farfengo suo fratello era in gran colera, et ha poi
allevato questo figliolo come suo et per il suo testamento el ghe lassö dodese
ducati al meşe, havendose dapoi il nascimento di questo figliolo maritato et
havuto con sua moglie figli legittimi122.
Non dissimile sembra la storia di Domenico Avogadro:
il NH Claudio Avogadro mentre era Castaldo a Verona nel Castelvecchio
hebbe amicitia con una donna Lucietta che era di bassa condition, e la menö
poi a Venetia finito il regimento e la teneva in una casa, et doppo tenuta un
pezzo gli nacque un figlio (Domenico) ... et doppo la sposö, et sempre ha

120 Ibidem, b. 380, fasc. 31.


121 Ibidem, b. 397, fasc. 36.
122 Ibidem, b. 367, fasc. 47.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 113

tenuto appresso di se questo figliolo ... in Venetia e fuori nei reggimenti ...
herede ugualmente con altri suoi fratelli nati doppo dalla medesima don-
na123.
Se a questi numerosi figli «legittimati per susseguente matrimo-
nio» come si diceva allora, aggiungiamo i frequenti casi in cui il padre
nobile sposava una donna «incapace» di generare figli nobili, se si
tiene conto che tutti questi figli provati cittadini originari non sono
che una minima porzione dei figli di nobili che persero lo stato
nobiliare pur essendo legitdmi, allora il matrimonio patrizio assume
una fisionomia piu complessa e la tesi secondo cui il declino demo-
grafico del ceto nobiliare veneziano sarebbe imputabile alla politica di
limitare i matrimoni appare insoddisfacente.
Prima di passare a considerare in che maniera il giovane figlio
naturale venisse trattato all’intemo della famiglia nobile, e opportuno
chiedersi se le testimonianze presentate in Avogaria non possano
essere in parte viziate dall’intento di far apparire l’illegittimo ben
accetto nella casa patrizia per favorime l’approvazione in originario;
tuttavia quanto si depone davanti ad un magistrato, non e quanto si
ritiene possa essere creduto, quanto in definitiva e comunemente
accettato? Anche in questo senso, dunque, le nostre testimonianze,
pur se «forzate», possono essere indicative di comportamenti plausi-
bili e comuni.
Non tutti i patrizi dimostrarono la «grandissima allegrezza» che, a
detta di un testimone, manifesto Pietro Diedo alla nascita, nel 1620,
del figlio Paolo124, ne tutti riconobbero subito alla fonte battesimale la
paternitâ del neonato. Domenico Zorzi mentre era podestâ a Piove di
Sacco tra 1637 e 1638 fece battezzare il figlio «di nascosto», perche,
come riferisce un testimone incalzato dagli Avogadori,
non voleva che si sapesse e la ragione fu perche questo figlio gli nacque da
una donna che la haveva condotta da Venezia, el la tegniva in palazzo ma
nol la lasciava praticar ad alcuna delle altre donne del castello, ne el voleva
che si sapesse che fosse sua donna; et cosı il figlio fu battezzato in nome di
Zuan Battista, ma non fu messo il nome del padre125.

123 Ibidem, b. 374, fasc. 60.


Ibidem, b. 379, fasc. 23.
125 Ibidem, b. 386, fasc. 19.
114 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

Diverse le motivazioni di Zuan Battista Vitturi, padre di Zuane, che, a


detta del fratello, «non lo fece battezar sotto nome di suo figlio per
diversi rispetti e in particolar perche egli era in procinto aü’hora di
maritarsi»126.
11 giovane poteva entrare nella casa patrizia appena nato, magari
con la madre, oppure giovanetto come nel primo caso riportato, di
Michiel Querini da Cerigo. Se poi la madre viveva fuori, il padre si
incaricava di mantenere entrambi «a pan e vin», cioe con tutto il
necessario, con particolare riguardo alla formazione scolastica del
figlio che dipendeva per qualitâ dalle possibilitâ economiche del
padre ma che era comunemente considerata come un elemento
irrinunciabile del mantenimento e della sua educazione.
Una volta entrato nella casa patrizia il figlio illegittimo era consi-
derato a tutti gli effetti un membro della casata e il suo sostentamento
era reputato un obbligo per i familiari, come risalta bene in una
deposizione del 1620 di un nobile nel processetto per la cittadinanza
di Vettor Gabriele:
nella sua morte nominö questo Gabriel per figlio naturale ... e subbito dal
quondam Giacomo fratello del detto Vettor e dal quondam Andrea fu suo
zio fu ricevuto in casa, allevato e mantenuto come tale, anzi e l’uno, e l’altro
delli sopradetti l’hanno beneficiato con il suo testamento e il quondam
signor Giacomo in particolare ... obbligo li suoi eredi che volendo lui
(Gabriel) star in casa siano in obbligo di tenerlo e mantenerlo127.
Se la famiglia-casata non viveva tutta nello stesso palazzo, allora
spesso il figlio naturale alla morte del padre passava da un parente
all’altro. Francesco Cicogna fu ad esempio tenuto dal padre che era
sopracomito (capitano) con se su una galea fino alla sua morte, nel
1568; passo quindi ad abitare con Hieronimo suo nonno, che püre
dopo pochi mesi morı, venne infine tenuto dallo zio Zuan Domenico,
«al quale fui lasciato in testamento» ricorda lo stesso Francesco nella
sua domanda di cittadinanza128. Significativa per piü versi la storia di
Antonio Zen figlio naturale di Francesco Maria e nipote di Marin
cavaliere e procuratore di San Marco. Gerolamo Nani, un avvocato,

126 Ibidem, b. 379, fasc. 11.


127 Ibidem, b. 369, fasc. 25.
128 Ibidem, b. 366, fasc. 100 bis.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 115

racconta nel 1672 agli Avogadori un suo colloquio con Marin, il


procuratore:
discorrendo un giorno con mi, mi disse se sapevo alcuna cosa di questo fatto
(cioe di Antonio, suo nipote naturale). Io gli dissi che sapevo perche
Francesco Maria me lo haveva partecipato. Disse che haverebbe havuto
soddisfattione di vederlo, et cosî lo fece venir in Procuratia, et vedendolo lo
acarezzö, et non volse piü che andasse via önde e stato in casa sua sino alla
morte del suddetto procurator e poi sino a l’hora presente129.
Numerose sono le testimonianze di affetto sincero verso questi
figli illegittimi, considerati, a detta degli stessi loro fratelli naturali,
figli uguali agli altri, ed anzi trattati spesso in maniera particolare e
frequentemente beneficiati della parte legittima dell’ereditâ paterna.
Si e accennato alla particolare cura che i patrizi riservavano
all’educazione scolastica di questi loro figli. Non e infrequente trovare
testimonianze come questa del 1655, relativa ad Alessandro naturale
di Francesco Contarini, battezzato come «figlio di padre incerto», ma
«allevato ed educato» dal padre dapprima affidandolo per sette anni
ad un seminario - «mandandolo le feste a cercare colla propria
gondola e colla medesima rimandandolo» - quindi mantenuto «a
dottorar a Padova» e infine inviato «in Francia con 1’eccellentissimo
Signor Ambasciator Giustinian suo parente per farlo un huomo»130.
Sembra esserci la consuetudine di inviare questi figli a studiare
all’universitâ patavina, costume questo non molto diffuso tra i giovani
patrizi in quanto il titolo accademico non era di per se considerato un
elemento che favorisse la carriera politica, e infatti e quantitativamen-
te abbastanza significativa fra i naturali dei nobili la presenza di
avvocati. Nel primo periodo della nostra osservazione, invece, sono
abbastanza comuni i casi in cui il figliastro entrava nell’azienda
commerciale familiare; se poi si trattava di un naturale nato in
qualche localitâ del «dominio da mar» e facile ritrovarlo come
corrispondente della «fraterna» nei porti del Levante, come Lunardo
Emo naturale di Francesco, nato in Candia mentre il padre vi
soggiornava per affari, allevato assieme ai figli del fratello del padre
«fino, che ’l ando in Soria con el clarissimo ser Zorzi Emo, che andb
consolo in Soria, el qual Lunardo ha sempre essercitato la mercantia

129 îbidem, b. 390, fasc. 83.


130 Ibidetn, b. 384, fasc. 63.
116 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

et facende del detto clarissimo suo padre et barba et per alquanto


tempo e stato consolo lui Lunardo della nation veneta in Cipro»131.
Le frequenti locuzioni «far i negoci de casa» oppure «governar la
casa» che descrivono l’attivitâ di questi illegittimi confermano, se
ancora ve ne fosse bisogno, la loro integrazione aU’interno della
famiglia patrizia. E consueto trovarne anche che vivevano «d’entrata»
dell’ereditâ lasciatagli dal padre o dalla famiglia. La loro destinazione
lavorativa dipendeva insomma dal settore economico in cui era inseri-
ta la famiglia, dalle possibilitâ di lavoro che i parenti nobili potevano
procurare e, piû in generale, dallo stato economico complessivo della
famiglia. I casi che compaiono nei processetti dell’Avogaria sono giâ
in questo senso selezionati poiche si tratta di soggetti che si erano giâ
dedicati, o intendevano dedicarsi, a professioni onorevoli, compatibili
con il titolo di cittadino originario. Al primo gradino di questa scala
sociale potremmo allora collocare quei naturali che ricoprivano uffici
minori fuori Venezia, magari aiutati dai parenti come Fantin Paruta
«cancellier a Thiene con uno dei suo fratelli et anche similmente a
Rovigno»132 e che aspiravano alla cittadinanza originaria per entrare in
qualche ufficio cittadino. Ad un livello sociale superiore si possono
poi situare tutti quei naturali che, dopo un’educazione scolastica di
buon livello, aspiravano ad entrare nella burocrazia intermedia o
esercitavano o possedevano giâ qualche incarico in essa. Benetto di
Benetto Tiepolo, ad esempio, divenne «sopramassaro in Fortezza
Vecchia» a Corfü nel 1603 perche il padre «sebbene ricercato da altri
anco con offerte di summe grosse di denaro a conferire la carica
suddetta, volse che il figlio benche giovanetto ... s’essercitasse nella
carica»133. U n’altra testimonianza esemplare e data dalla deposizione
del 1624 di Francesco Emo zio del naturale Francesco, relativamente
al quale, egli riferı:
ho fatto havere l’officio della biastema e la massaria d’i Sopra Consoli acciö
el potesse viver honoratamente ... e se ’l non fosse stato del mio sangue da
cha Emo non li haverei fatto haver questi offitii134.

131 Ibidem, b. 368, fasc. 82.


132 Ibidem, b. 365, fasc. 62.
133 Ibidem, b. 385, fasc. 97.
134 Ibidem, b. 375, fasc. 50.
IL PROFILO SOCIALE DELL’ORDINE 117

Tra costoro vi fu chi riuscı a raggiungere posizioni di prestigio e


responsabilitâ nell’amministrazione come Lorenzo di Giovan Vettor
Contarini, «nodaro primario» all’Avogaria di Comun nell’ultimo de-
cennio del ’500135, un posto equiparato per legge agli incarichi di
cancelleria dai quali erano esclusi coloro che fossero stati provati «per
antica consuetudine». Gli uffici di buon livello nella burocrazia
veneziana possono essere paragonati, per prestigio e considerazione
sociale, alla professione di avvocato che, come si e detto, veniva
esercitata da un buon numero di questi cittadini. Le attivitâ professio-
nali svolte da questi neo-cittadini originari al momento del loro
riconoscimento in Avogaria non differivano, dunque, da quelle svolte
dall’intero ceto cittadinesco; si e rilevata una certa predisposizione
verso la pratica forense e una generalizzata buona preparazione
scolastica di base, evidentemente finalizzata alTinserimento nel settore
amministrativo cui si mirava attraverso gli appoggi familiari e il titolo
di originario.
Anche per i naturali dei nobili il matrimonio rappresentava un
evento ricco di implicazioni economiche, grazie alla dote che poteva
costituire un importante capıtale per la nuova famiglia, e sociali, per
l’ampliamento della rete di rapporti familiari che veniva a determinar-
si con l’acquisizione dei parenti della moglie. Non si dispone di
informazioni qualitative e quantitative affidabili a riguardo, e tuttavia
plausibile affermare che la maggior parte di costoro si sposasse con
donne di estrazione popolare, la qual cosa, come si e detto, non
impediva che i figli venissero anch’essi provati originari. Non molto
numerosi devono essere stati i matrimoni con nobildonne, di cui
peraltro si e ritrovato qualche caso, mentre sembra emergere una
certa tendenza dei nobili a sposare tra loro figli e figlie illegittimi, le
quali potevano comunque, pur essendo «naturali», ottenere la fede
che le riconosceva in grado di sposare patrizi e quindi di generare
nobiluomini. Maggiore frequenza avevano invece le unioni con figlie
di cittadini, i quali avevano spesso convenienza a legarsi con la
famiglia di un nobile, specialmente se ricco o potente, come lascia
intendere l’esempio di Marietta Muse sposata attorno al 1570 a
Nicolö, naturale di Francesco Lippomano, riguardo al cui matrimonio
il fratello Francesco, causidicus, ricorda trent’anni dopo: «dicono

135 Ibidem, b. 368, fasc. 92.


118 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO II

facessimo dette nozze de mia sorella in detto messer Nicolö perche


fussemo certificati che l’era l’eccellente messer Nicolö supradetto
natural del detto genitore»136.
Solitamente il figlio naturale del nobile usciva dalla casa patrizia, o
comunque abbandonava la tutela dei parenti, con il matrimonio. Da
questo momento tuttavia i suoi rapporti con la casa e con il mondo
patrizio non si interrompevano ma continuavano attraverso una miria-
de di occasioni di contatto, favorite dallo stesso ambiente cittadino
nel quale nobili, cittadini e popolani vivevano fianco a fianco, a volte
nello stesso palazzo. Cosı la casa in cui si trasferîva la nuova coppia
era magari data in affitto dai parenti nobili, i rapporti di affari, di
lavoro continuavano e nel «servire a palazzo» il neo-cittadino fre-
quentava giornalmente e aveva occasione di «servire» i componenti
della sua stessa famiglia d ’origine; avvenimenti particolari e ricorrenti
erano costituiti dai «parentadi», riunioni di famiglia o visite di corte-
sia per la nascita di un figlio, per un battesimo o un matrimonio al
quale un parente patrizio partecipava come padrino o «compare
dell’anello». Anche se segnato da quella macchia che gli aveva impe-
dito di entrare a pieno titolo nell’ordine patrizio, il neo-cittadino
originario divideva, frequentava o lambiva l’ambiente sociale paterno.
L’affetto e il calore familiare che aveva ricevuto da bambino, la
collocazione sociale che gli era riconosciuta da adulto e i continui
contatti con il mondo popolare erano tutti elementi che rafforzavano
la sua posizione intermedia tra la nobiltâ patrizia e la classe popolare.
Una posizione intermedia che contribuiva alla coesione della societâ
veneziana.

136 Ibidem, b. 366, fasc. 70.


CAPITOLO III
IL servizio nella cancelleria ducale

«Cor status nostri» e «pupila oculi nostri». Cosı, ricordava una


scrittura seicentesca, era stata denominata nei tempi passati la cancelle­
ria ducale1: due metafore che fissano esemplarmente la funzione
cruciale che svolgeva questo ufficio per il giusto assetto ed il corretto
funzionamento della complessa architettura istituzionale veneziana.
Dotata di un corpo ristretto di fedeli funzionari, organizzata da una
maglia minuta di regolamenti, guidata dal presdgio del cancelliere
grande ma sottomessa aH’autoritâ del consiglio dei Dieci, la cancelleria
ducale fu, nei secoli, uno degli elementi di maggiore stabilitâ dello stato
veneziano. Crucialitâ nel sistema e stabilitâ plurisecolare vanno dunque
spiegate congiuntamente, all’interno dell’eccezionale continuitâ poli-
tico-istituzionale della repubblica, tenendo perö conto della particolare
estrazione sociale dei funzionari di cancelleria, tutti cittadini originari.
Nelle pagine che seguono si analizzeranno le funzioni istituzionali
di questo settore amministrativo e i fattori di disfunzione dell’organiz-
zazione; verranno presi in considerazione i meccanismi di progressio-
ne delle carriere e la stratificazione gerarchica dell’apparato. Si cer-
cherâ poi di osservare i funzionari di cancelleria come corpo
specializzato di ufficiali çivili e di cogliere l’importanza che ebbe per
tutto il ceto dei cittadini originari questo loro ruolo delicato che
rappresentö il punto di massima partecipazione al governo di elemen­
ti non patrizi. Si tratterâ, in definitiva, di osservare la cancelleria
veneziana come «la piü onorata parte che abbiano li Cittadini»,

1 ASV, Senato, Terra, filza 785, Scrittura del cancellier grande Domenico Balların
allegata a parte del Senato del 21 ottobre 1667. La legge in cui si definisce la cancelleria
cuore dello stato e wi, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 15, cc. 168v-169r, 24 gennaio 1459.
120 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IH

secondo le parole del cinquecentesco segretario del senato Antonio


Milledonne2.

1. II segretario «do??ıinator delle leggi»

Tra 1459 e 1487 vennero tracciati i tratti strutturali della «moder-


na» cancelleria veneziana: il bacino di reclutamento del personale
venne ristretto ai soli cittadini originari, si organizzö la preparazione
tecnico-professionale dei neo-assunti, si fissarono articolazione gerar-
chica, ampiezza numerica e una somma globale destinata aile retribu-
zioni del corpo dei funzionari. Inoltre, la cancelleria venne assoggetta-
ta alTautoritâ del consiglio dei Dieci che, grazie anche al pieno
controllo di questo apparato burocratico, accrebbe dal primo ’500 il
proprio ruolo istituzionale acquisendo sempre maggiore potere3. An-

2 A. M illedonne , Ragionamento di doi gentil’huomini l’uno Romano, l’altro Venetia-


no. Sopra il governo della Repubblica Venetiana fatto alli İS di Gennaro 1580 al modo di
Venetia, BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 709 (8403), c, 51r.
Non sono numerosi gli studi sulle cancellerie degli antichi stati italiani in epoca
moderna: per Firenze cfr. D. M arzi, La cancelleria della repubblica fiorentina, Rocca San
Casciano 1910; per Genova notizie in R. Savelli, La cancelleria genovese nel Quattrocen-
to, in «Ricerche storiche», 19, 3 (sett.-dıc. 1989, pp. 585-610; per Bologna indicazioni
interessanti in I. Z anni Rosiello , Archivi e potere a Bologna nel Settecento, in Famiglie
senatorie e istituzioni cittadine a Bologna nel Settecento, Atti del I colloquio, Bologna 2-3
febbraio 1980, Bologna 1980, pp. 127-128.
3 Non si deve confondere la cancelleria ducale con quella «inferiore» dove due
«cancellieri inferiori» nominati dal doge custodivano testamenti ed altre scritture a
carattere privato ed eleggevano assieme al cancellier grande i notai pubblici. Fondamentali
per la storia della cancelleria ducale tra ’5 e ’600 sono il piü volte citato lavoro di
G iuseppe T rebbi, La cancelleria cit., completato da İ dem , II segretario veneziano, in
«Archivio Storico Italiano», 144 (1986), fasc. 527, pp. 35-73, ora ripubblicato con un
aggiornamento bibliografico in S. Bertelli (a cura di), La mediazione, («Laboratorio di
storia», n. 5), Firenze 1992, pp. 32-58, e N eff , Chancellery cit. Una trattazione ancora
valida e A. Baschet , Les archives de Venise. Histoire de la chancellerie secrete, Paris 1870;
una descrizione precisa degli incarichi e in M uazzo, Historia cit., pp. 90-95, 120-121;
spunti interessanti, pur in mezzo ad errori ed imprecisioni, si ritrovano in F. M arini,
Luigi Marini segretario della seretıissima repubblica di Venezia nel secolo X V e XVI. Saggio
di storia critica e documentata sulla genesi e sulla fine dell’ordine dei segretari, Treviso
1910; cfr. anche F. G ilbert , The Last Will of a Venetian Grand Chancellor, in Philosophy
and Humanism: Renaissance Essays in Honor of Paul Oskar Kristeller, Leiden 1976, pp.
502-517. Frutto di consistenti ricerche d’archivio e M. C asini , Realtâ e simboli del
Cancellier Grande veneziano in etâ moderna (secc. XVI-XVII), in «Studi Veneziani», 22
(1991), pp. 195-251.
LA CANCELLERIA DUCALE 121

che l’insieme delle funzioni amministrative raggiunse, agli inizi del


’500, una sistemazione praticamente definitiva che venne formalizzata
dal regolamento generale della cancelleria redatto dal cancelliere
grande Francesco Fasuol ed approvato dal consiglio dei Dieci il 14
luglio 15124.
11 personale di cancelleria era deputato a quattro ordini di man-
sioni: la prima consisteva nella registrazione, neü’ordinamento e nella
conservazione di tutte le scritture di governo e di interesse statale; tali
scritture si dividevano principalmente in scritture «particolari», non
segrete, e scritture segrete, alla registrazione e conservazione delle
quali erano deputati singoli segretari. La seconda consisteva nel
seguire il lavoro dei quattro piu importanti consigli veneziani, il
Maggior Consiglio, il Collegio, il Senato e il Consiglio dei Dieci. In
terzo luogo parte del personale di cancelleria era destinata ad assiste-
re alcune delle principali magistrature nello svolgimento quotidiano
della routine di lavoro. Infine tutto il personale poteva essere richie-
sto o deputato a seguire fuori Venezia, con funzioni di segreteria, i
rappresentanti della repubblica, fossero ambasciatori, «provveditori
da mar», o, genericamente, patrizi in missione con incarichi ufficiali.
Alcuni segretari venivano poi inviati come residenti stabili presso
alcune corti italiane ed europee, presso le quali la repubblica non
teneva un ambasciatore.
Un insieme cosı ricco ed articolato di mansioni presupponeva una
suddivisione minuta delle incombenze tra i diversi gradi gerarchici e
tra le diverse persone, e la presenza di un’autoritâ riconosciuta di
governo della cancelleria. L’organizzazione del lavoro di cancelleria
era affidata, almeno sulla carta, al cancellier grande, mentre una
rigida griglia gerarchica articolata su cinque gradi - notai straordinari
ed ordinari, segretari del Senato e dei Dieci, cancellier grande -
assolveva al compito di suddividere razionalmente tra tutto il perso­
nale il carico del lavoro.

La ricerca archivistica e stata imperniata sulle disposizione di legge dei Dieci e del
Senato, rintracciate attraverso ASV, Compilazione Leggi, bb. 107-108, e sul materiale del
fondo ivi, Cancellier Grande. Numerosi manoscritti conservati in BNM e BMCC hanno
corredato l’indagine, ed in particolar modo: BMCC, Mss. Gradenigo, 192 e ivi, Mss.
Gradenigo Dolfin, 74, 225.
4 ASV, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 25, cc. 113r-115v.
122 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IH

La figura delT«estraordinario» si affermö a partire dalla giâ citata


disposizione del 1443 - che stabilı l’assunzione di dodici giovani da
avviare al lavoro di cancelleria5 - con la duplice funzione di coprire
una serie di compiti a basso contenuto di specializzazione tecnica e di
formare i giovani desiderosi di applicarsi nel servizio pubblico. Oltre
all’obbligo di seguire le lezioni nella scuola di cancelleria, i notai
straordinari prestavano servizio in Maggior Consiglio e in Senato e,
nel tempo rimanente, copiavano e registravano scritture diverse. Le
ore trascorse nelle sale dei grandi consigli veneziani, seguendo il
complicato congegno delle «ballottationi», erano, per un giovane
adolescente, la migliore scuola per conoscere i protagonisti e i sottili
meccanismi del potere veneziano; il ruolo di grande responsabilitâ
che rivestivano i segretari in questi consessi fungeva poi d’esempio
per la carriera futura. Agli stessi compiti era addetto il notaio
ordinario che tuttavia, in virtû di una maggiore anzianitâ di servizio,
poteva essere inviato al seguito degli ambasciatori presso corti stranie-
re oppure distaccato in qualitâ di segretario presso qualche importan-
te magistratura cittadina.
E di difficile individuazione Toriğine della divisione del personale
di cancelleria tra notai e segretari, ormai compiuta a meta del XVI
secolo, al pari di quella tra segretari del Senato e segretari del
consiglio dei Dieci6. Molte delle funzioni che i segretari svolgevano in
Senato, e nel suo consiglio ristretto, il Collegio, erano compiti di
grande responsabilitâ7. Alcuni, infatti, intervenivano in Senato per
leggere dispacci o lettere provenienti dall’estero, altri ancora erano
deputati alla copiatura e registrazione delle scritture conservate nella
cancelleria segreta. Particolarmente importanti erano le cariche di
«segretario aile voci» e «segretari del Collegio». II primo sovrainten-
deva allo svolgimento delle elezioni di patrizi aile varie magistrature e
ne annotava i risultati. I secondi, dopo aver assistito aile discussioni in
Collegio, stendevano il testo delle deliberazioni che questo organo
presentava alla votazione del Senato, cercando spesso di mediare fra

5 Cfr. capitolo I p. 40.


6 Secondo N eff , Chancellery cit., pp. 38-39, all’inizio venivano indicati come segreta­
ri solo coloro che servivano all’estero presso ambasciatori, in seguito gradualmente coloro
che avevano a che fare con scritture segrete, vale a dire in sostanza con le carte di Senato e
Collegio, infine coloro che servivano in questi due consigli.
7 Una sintetica descrizione di queste in Besta , II Senato cit., p. 206.
LA CANCELLERIA DUCALE 123

le diverse opinioni raccolte. Significativa del ruolo che essi finivano


per svolgere nella formazione del testo di legge, e una legge del 1665
con la quale li si invita a «scrivere le parti senza alcuna postilla,
alteratione o cassatione imaginabile», osservando che invece spesso
nella discussione in Senato «si aggiunga, e diminuisca qualche concet-
to» poi non riportato fedelmente dal segretario nel testo finale della
legge8.
I «segretari aile leggi», poi, dovevano informare il Collegio e il
Senato sui precedenti legislativi delle diverse materie trattate, richia-
mando le «strettezze», vale a dire il quorum, con cui ogni legge
doveva essere approvata. Questo compito era terribilmente complica-
to sia dall’enorme massa di leggi che erano venute accumulandosi,
quasi alla rinfusa, nell’arco di piû secoli, sia dalla maniera contorta,
spesso puntigliosamente minuziosa (e quindi inevitabilmente destinata
a favorire la scappatoia, la deroga) con cui le stesse erano stilate.
Continui e, quindi, tanto piû vani, erano i richiami ai segretari leggisti
al dövere di porre correttamente le parti e far rispettare le «strettez­
ze» e a tutti gli organi legiferatori a far pervenire ai segretari una
copia di tutte le scritture. II nucleo del problema, «la molteplicitâ
delle scritture che senza osservarsi il dovuto buon ordine vengono in
ogni materia formate» come si esprime un’altra legge del 16659,
escludeva che i volonterosi segretari potessero realisticamente svolge­
re alla lettera il loro dövere e non si limitassero, come in pratica
avveniva, a esporre solo le leggi di cui erano giunti a conoscenza e a
far rispettare le norme che, nel contingente momento politico, era
possibile o conveniente osservare, svolgendo cosı di fatto una concre-
ta, anche se non esplicitamente riconosciuta, funzione politica.
Infine i «segretari aile cifre» traducevano la corrispondenza cifrata
con gli emissari veneziani in guerra o all’estero, spesso compilata da
altri segretari al seguito dei vari provveditori e ambasciatori. Padro-
neggiare l’«arte delle ziffre» era una precisa specializzazione nella
cancelleria, che richiedeva lungo studio: era lo stesso «segretario aile
cifre» a redigere un nuovo codice crittografico quando si sapeva o si
supponeva che fosse caduto in mano nemica10.

8 ASV, Senato, Terra, reg. 171, cc. 439v-440r, 26 agosto 1665.


9 Ibidem, cc. 396v-397v, 5 agosto 1665.
10 Cosı ad esempio si dovette fare nel 1630, quando si perse ogni notizia di Iseppo
124 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

Dal corpo dei segretari del Senato provenivano i segretari del


consiglio dei Dieci, due-tre fino al 1507, quattro dopo questa data".
II fatto che questi funzionari venissero a collocarsi gerarchicamente
subito al di sotto del cancellier grande e che fossero scelti tra i piü
esperti e meritevoli segretari del Senato, era dovuto al particolare
ruolo che essi svolgevano nell’«eccelso Consiglio», un organo nato
con funzioni eminentemente giudiziarie e di controllo della sicurezza
pubblica che durante il Cinquecento assunse una posizione di grande
potere grazie alla sua rapiditâ di decisione e alla segretezza delle
procedure, dovute al ristretto numero dei suoi componenti. In molti
momenti dell’attivitâ del consiglio i segretari collaboravano fattiva-
mente con i patrizi ma a differenza di questi avevano, fino agli inizi
del ’600, una nomina permanente, per cui arrivavano ad acquisire una
tale conoscenza delle leggi e delle materie trattate, oltre che una fitta
rete di rapporti personali, da poter influenzare, in maniera perlomeno
indiretta, l’opera di governo del piü potente organo istituzionale
veneziano cinquecentesco. Una posizione di gran lunga piü influente,
insomma, di quella della maggioranza dei componenti il composito
ceto patrizio112.
Al vertice della piramide gerarchica stava il cancelliere grande,
scelto dal Maggior Consiglio dal corpo dei segretari del consiglio dei
Dieci. La necessitâ di adeguare l’articolazione della cancelleria a
quella delle istituzioni patrizie aveva come conseguenza un marcato
parallelismo tra la struttura della burocrazia cancelleresca e quella
nobiliare: le molteplici somiglianze tra la figura del cancellier grande
e del doge ne sono un’evidente conferma. Come la massima carica
patrizia, anche il cancellier grande era eletto a vita, soprattutto grazie
al prestigio della propria casa e come premio per il servizio prestato
alla repubblica, in etâ generalmente, e in diversi casi anche considere-

Zuccato, segretario in Spagna al seguito dell’ambasciatore Alvise Mocenigo, che «invaghi-


to colâ di una cattiva femina, fuggî». Nello stesso anno invece Marc’Antonio Busenello,
futuro cancellier grande, coinvolto nell’assedio di Mantova, prima di essere catturato, «con
denti mangiö la Publica Zifra», BMCC, Mss. Gradenigo, 192, c. 248r.
11 N eff , Chcıncellery cit., p. 63.
12 Cozzı, II doge Nicolö Contarini cit., pp. 7-8; İ dem, II Consiglio dei X e l’«auttoritâ
suprema» (1530-83), in İ dem, Repubblica di Venezia cit., p. 155, n. 26. Finlay, La vita cit.,
p. 71, definisce i segretari dei Dieci i «muli da soma del governo»; forse l’efficace
metafora sarebbe piü appropriata per i segretari del Senato.
LA CANCELLERIA DUCALE 125

volmente, anziana. La sua funzione ufficiale, teorica, quella di distri-


buire gli incarichi e di sorvegliare sul buon funzionamento della
cancelleria, divergeva spesso dal suo effettivo scarso peso nella gestio-
ne ordinaria. Piü evidente appare di conseguenza la sua funzione
rappresentativa, simbolica: la possibilitâ di assistere ai lavori dei
maggiori consigli della repubblica e la posizione di preminenza che
assumeva nel rituale civico e religioso veneziano (cosı intimamente
collegato aile istituzioni statali) lo rendevano, quale «doge del popo-
lo», piü l’effige del consenso popolare all’oligarchia dominante che
una figura cardine del sistema politico-amministrativo veneziano.
Emblematico di questa sua funzione simbolica e il titolo di «domino»
con cui, solo ad esso e al doge, ci si doveva rivolgere.
Questa descrizione estremamente sintetica delle funzioni e dell’or-
ganizzazione della cancelleria cinquecentesca tende inevitabilmente ad
accentuare il carattere razionale e ordinato della divisione interna del
lavoro. La stessa sensazione si ha, peraltro, analizzando il regolamento
successivo a quello del 1512, redatto nel 1606 dal cancellier grande
Bonifacio Antelmi, in cui ritorna l’immagine di un apparato ammini-
strativo stabilmente organizzato e razionalizzato nella divisione delle
funzioni e nella definizione delle singole figüre professionali13. Precise
erano le regole relative agli orari di lavoro in relazione all’impiego di
ognuno, chiare le incombenze per il disbrigo del lavoro di registrazio-
ne ed archiviazione dei documenti, tanto che si trovavano «tutti li
registri dell’officio de signori Capi, et della Cancelleria in ordine et
ridotti con le loro rubriche a di per di»; minuzioso, anzi macchinoso,
il metodo di controllo e punizione degli inadempienti e degli assen-
teisti.
Che questa non fosse un’immagine corrispondente all’effettiva
realtâ pratica d ’ogni giorno lo si desume da numerose altre testimo-
nianze. Una precisa divisione del lavoro di copiatura delle scritture
segrete e non tra segretari e notai era, ad esempio, di considerevole
importanza sia per non sovraccaricare con lavoro manuale i segretari,
sia per impedire che documenti segreti finissero nelle mani dei piü
giovani. Allo scopo di ottimizzare la distribuzione venne creata nel
1578 la figura del «reggente» di cancelleria, nominato tra i segretari

13 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 56, cc. 135v-140v, 25 settembre 1606.
126 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

del Senato con il compito di distribuire le scritture particolari a cui si


affiancö nel 1587 un segretario che dispensava le carte segrete14.
Nel 1614, poco dopo il nuovo regolamento, la mancata elezione
del reggente determinö che venissero «in confusion, e quasi senza
distintione alcuna fatte scrivere tutte le cose alli soli segretari», e due
anni piü tardi si rese necessario deputare quattro notai ordinari «ad
ingrossar le lettere secrete del Senato»15. Nel 1619 i Dieci si lagnano
di aver inteso «che contra la forma delle leggi, molti si fanno lecito di
entrar, et fermarsi anco nella Cancelleria secreta, benche non siano
del Senato, et anzi diversi sudditi et forestieri, con scandalo et
pericolo di maggiori disordini», e nel 1639 denunciano addirittura
che il libro delle elezioni del segretario aile voci «viene lasciato nella
Cancelleria ducale alla libera dispositione di tutti li quali sopra di
quello scrivono quello loro piace»16. Nell’ottobre 1643, infine, lo stato
di confusione della «Secreta» sembra non essere piû risolvibile con
provvedimenti ordinari a causa dell’«importante disordine» che vi
regna, con molte materie «fuori registro e rubrica». Viene allora
deciso che tutti gli ordinari siano, nel termine di mesi dieci, obbligati
a scriver in «Secreta» e a fare un registro con relativa rubrica17.
La generale confusione che sembra regnare in quegli anni in
cancelleria era dovuta anche al continuo, cronico accumularsi di
scritture arretrate da copiare, ordinare ed archiviare. Nel marzo 1644,
sulla scia del sopraccitato provvedimento dell’ottobre precedente,
tutti i notai straordinari vennero deputati alla scrittura di un registro
del Senato Terra, Mar e delle deliberazioni del Collegio18. Nel 1651 il
cancellier grande Vianol riferiva di aver impiegato nella «molteplicitâ
della scrittura, rimasta indietro, e corrente» fin 34 persone19. Provve­
dimenti di questo tipo continuarono, perö sporadicamente, per tutto
il secolo e testimoniano che al problema della confusione tra materie

14 Ibidem, reg. 38, cc. 46v-47r, 23 settembre 1578; reg. 39, cc. 72v-73r, 11 marzo
1587.
15 Ibidem, reg. 64, c. 209v, 18 dicembre 1614; reg. 66, c. 83r, 11 maggio 1616.
16 Ibidem, reg. 69, cc. 301r-302v, 15 novembre 1619; im, Compilazione leggi, b. 108,
c. 119r, legge approvata «Tra consiglieri» il 15 luglio 1639.
17 İvi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 93, cc. 240r-241r, 29 ottobre 1643.
18 Ibidem, reg. 94, cc. 69r-v, 9 marzo 1644.
19 İvi, Senato, Terra, filza 574, Scrittura del cancellier grande Agostino Vianol allegata
alla parte del 29 febbraio 1651.
LA CANCELLERLA DUCALE 127

segrete e non, e del connesso arretrato di lavoro, non si trovö una


soluzione definitiva anche se un qualche miglioramento, magari af-
fiancato da una certa assuefazione del sistema alla confusione e agli
arretrati, dovette esserci20.
La possibilitâ concreta di maneggiare materialmente i registri delle
leggi e, in generale, le scritture dello stato era un fattore decisivo nel
«monopolio delle conoscenze legislative detenuto dai funzionari della
cancelleria»21. Ne rende una colorita testimonianza l’episodio, riporta-
to da Giuseppe Trebbi, in cui Renier Zeno, il Capo dei Dieci che si
oppose vittoriosamente allo strapotere dei segretari del consiglio, fu
costretto dalla «resistenza passiva» dei segretari a compiere per suo
conto certe ricerche archivistiche tra le carte della «Secreta» invise al
personale di cancelleria: «convenne da per se, con rischio anco della
vita, pigliar la scala, e portarla dov’era il libro, et salirla con la veste, e
stola di Capo del Consiglio di Dieci, et venir giü tutto polvere». In
questo senso, riflette Trebbi, vanno considerate le invettive dello
Zeno contro «il secretario ... dominator delle leggi, e piü ancora di
dominatore, perche secondo li suoi affetti si trova e non trova, e si
forma anco a suo piacer le leggi stesse»22.
Un altro fattore di disfunzione del servizio era costituito dall’atti-
tudine, ben radicata nel corpo dei funzionari, ad assentarsi dal lavoro
o a svolgere in maniera inadeguata le proprie incombenze, una
tendenza in parte dovuta alla molteplicitâ degli incarichi coperti da
ogni singolo funzionario che necessitavano la sua presenza in luoghi
diversi nella stessa giornata. II regolamento del 1606, sulla scorta di
quello di un secolo prima, aveva stabilito un fitto reticolo di norme
relative agli orari di lavoro per ogni carica, preoccupandosi di ribadi-
re un sistema altrettanto minuzioso di controlli e sanzioni pecuniarie.
Se, ad esempio, qualche segretario mancava dal servizio «senza legiti-

211 Si cercö ad esempio di impiegare personale meno qualificato ma piû facilmente


reperibile: nel 1722 i Dieci osservarono che «nella Cancelleria superiore (cioe nella
Secreta) sono stati da qualche tempo introdotti copisti che non sono dell’ordine della
Cancelleria»: forse si trattava di straordinari «di rispetto», forse di parenti di funzionari o
loro sostituti, ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 171, cc. 318r-321r. Anche una
relazione tardo-settecentesca riferisce di notai straordinari che scrivono nell’«antisecreta»,
BMCC, Mss. Dona delle Rose, 445, filza II, fasc. 22, Relazione di un anonimo relativa alla
cancelleria ducale.
21 T rebbi, II segretario cit., p. 58.
22 Ibidem.
128 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

mo impedimento di vera, e non finta malatia, o per essere in servitio


pubblico, o con licentia del Cancellier Grande» doveva essere «pon-
tato mezo ducato per cadauna volta». Chi aveva il compito di
«pontare» i segretari era, si badi bene, uno di loro, un segretario
leggista che doveva trasmettere i «punti» al cancellier grande, e al
quale era destinato un ducato del denaro ricavato, andando il resto
diviso fra i segretari diligenti23.
Un metodo siffatto di controllo e punizione aveva tre punti
deboli. Innanzitutto il principio per cui erano gli stessi funzionari di
cancelleria - o addirittura per coloro che servivano la mattina nelle
magistrature e il pomeriggio in cancelleria un impiegato subalterno
come il «masser di cancelleria» - ad annotare le mancanze era di per
se insufficiente a garantire la rigiditâ del controllo. In secondo luogo
il cancellier grande, pur assumendo su di se grandi responsabilitâ e
prestigio, non disponeva di quell’autoritâ concreta che gli avrebbe
permesso di governare il personale di cancelleria - dal quale proveni-
va e con il quale aveva indissolubili rapporti di parentela, amicizia ed
interessi - senza il consenso pieno e la collaborazione continua di
tutto il corpo, verso il quale era quindi piû proficuo un atteggiamento
di comprensiva complicitâ piuttosto che di rigida contrapposizione24.
Alcune osservazioni del segretario del Senato Antonio Milledonne
aprono «uno spiraglio su tali questioni»25. II segretario del Senato,
che aveva fallito nel 1581 l’elezione al cancellierato, affermava che se
fosse stato eletto avrebbe trovato notevoli difficoltâ a portare avanti
una necessaria «riforma della Cancelleria» perche frenato nella puni­
zione dei funzionari immeritevoli da «persone di auttoritâ, â quali il
negare fusse giudicato rusticitâ, et mala creanza», vale a dire gli stessi
patrizi che avrebbero dovuto aiutarlo a conseguire il cancellierato e
che «proteggevano» il tale o tal’altro funzionario26.

23 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 56, cc. 135v-140v, 25 settembre 1606.
24 Per N eff , Chancellery cit., p. 75: «One of the underlying causes, in fact, for the
chronic disorder of the Chancellery may well have been the lack of any effective means of
control by the chancellor över his staff».
25 T rebbi, La cancelleria cit., p. 107.
26 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 709 (8403), Dialogo de Antonio Milledonne con uno
amico suo. Che la repulsa delli honori non sia cosa mala, cc. 55r-65r, il passo cit. e a c. 61 r,
sulTattribuzione del quale allo stesso Milledonne, assieme al giâ citato Ragionamento, la
critica e concorde: cfr. D avis, The Decline cit., p. 24 n. 20; P. e G. Z orzanello (a cura
di), Inventari dei manoscritti delle bihlioteche d’Italia, vol. LXXXV, Venezia. Bihlioteca
LA CANCELLERIA DUCALE 129

In terzo luogo, l’inadeguatezza del sistema delle multe era dovuta


alla natura pecuniaria delle sanzioni e alla loro entitâ che non era tale,
rispetto al totale degli emolumenti ricevuti dai funzionari, da costitui-
re un deterrente efficace. Nel 1632 i Dieci intervennero rilevando che
«nell’istesso Senato, o tardi, o vero in pochissimi nemmeno si fanno
vedere, anche alcuna volta per loro difetto si sono ritardate le
ballottationi, ne ricevono in se stessi alcuna correttione, anzi niente
stimano la poca summa di danaro, che in vigor dell’esser appontati, se
la ritiene del salario, posposto il rispetto dell’honor proprio, e del
loro debito»27. Si tentö quindi di rendere piu gravose le pene esclu-
dendo i funzionari puniti dalla possibilitâ di ricevere grazie ed obbli-
gandoli agli sgraditi servizi fuori cittâ ma con scarsi risultati. Venne
allora deciso, sull’esempio di una legge del 1611 che aveva imposto la
«riballottatione» annuale dei segretari del Collegio e di una del 1625
che aveva sottoposto alla stessa verifica anche gli ordinari, che tutto il
personale di cancelleria dovesse sottostare ad una votazione annuale,
da tenersi il primo d ’ottobre, in modo che il consiglio dei Dieci
avesse la possibilitâ di «bocciare» il personale inadempiente28.
Anche questa legge, pur introducendo l’innovazione importante
delle «riballottationi» autunnali, riversava la responsabilitâ del con-
trollo sul cancellier grande e quindi, in definitiva, sul personale stesso
di cancelleria. Nella pratica, poi, le votazioni non venivano effettuate
o si risolvevano in una generale promozione, svuotando di fatto ogni
concreto potere di sorveglianza dalle mani dei Dieci, e lasciandolo
intatto in quelle del cancellier grande. La soluzione piu semplice, e
che non fu mai adottata se non nei casi di manifesta inadempienza da
parte di qualche singolo funzionario, sarebbe stata l’assunzione diret-
ta, da parte dei Dieci o di qualche altro organo patrizio, della
funzione di controllo disciplinare della cancelleria. Viceversa, e que-

Marciana. Mss. Italiani - classe VII (nn. 501-1001), Firenze 1963, p. 62; T rebbi, La
cancelleria cit., p. 107 n. 128.
27 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 81, cc. 320r-321r, 19 gennaio 1632.
28 Particolare cura veniva posta nel controllo degli straordinari, sulla cui attitudine e
profitto negli studi il cancellier grande doveva riferire dopo essersi informato dall’inse-
gnante della scuola di cancelleria, le cui lezioni, peraltro, andavano spesso deserte. Gli
straordinari che avessero raccolto meno della meta dei voti avrebbero servito un anno
senza salario e, in caso di una seconda votazione insufficiente, sarebbero stati espulsi dal
corpo, ibidem, reg. 85, cc. 227v-228v, 13 agosto 1635.
130 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

sto concorre a spiegare uno degli aspetti piu importanti del rapporto
tra il ceto cittadinesco della cancelleria e il potere patrizio, i consigli
nobiliari si limitarono a comandare dal di fuori la cancelleria, la cui
gestione pratica quotidiana rimase sempre nelle mani dei funzionari
stessi, con la conseguenza che il governo aristocratico rinunciö ad un
servizio forse migliore per il vantaggio di disporre di un nucleo di
funzionari fedeli e devoti.

2. L ’organizzazione gerarchica del personale

Uno degli elemend piü importand che contribuirono alla conti-


nuitâ strutturale della cancelleria ducale fu la considerevole stabilitâ
numerica del suo organico. Quando, negli anni ’80 del XV secolo si
procedette ad una prima delimitazione del personale, si fissarono
infatti due termini massimi - 30 funzionari straordinari e 50 stabili e
stipendiati - che rimasero sostanzialmente invariati nell’arco di tre
secoli29.
La progressione gerarchica del personale era regolata da due
ordini di principi. Innanzitutto un avanzamento aveva luogo solo nel
momento in cui si liberava effettivamente un posto a causa della
morte, delle dimissioni o, in qualche raro caso, dell’allontanamento
disciplinare di un funzionario30; questo principio aveva il vantaggio di
regolare ordinatamente il ricambio del personale e permetteva al
tempo stesso di contenerne il numero. In secondo luogo ogni nuova
assunzione ed ogni promozione avvenivano attraverso il metodo dei
concorsi che avevano il fine esplicito di selezionare meritocraticamen-
te il personale di cancelleria.
Nella prima fase del concorso gli aspiranti che possedevano i
requisiti stabiliti dalle norme venivano sottoposti ad un esame in
latino ed in volgare che doveva verificarne la preparazione e la
competenza31. AU’esame seguiva quindi il momento decisivo della

29 T rebbi, La cancelleria, p. 82.


50 Per T rebbi, ibidern, p. 87, n. 62, i licenziamenti non erano rari agli inizi del ’500.
31 L’esame per l’assunzione nella cancelleria venne introdotto nel 1496 e fu presto
esteso a tutti gli avanzamenti di carriera fino al grado di segretario del Senato, ibidem, p.
87. Nel secondo Cinquecento, ad esempio, l’esame per entrare in cancelleria consisteva nel
«legger e dechiarire una epistola di Marco Tullio, e scriver volgar e latino all’improviso,
LA CANCELLERIA DUCALE 131

Tabella III. 1 - Organico del personale di cancelleria

Notai Notai Notai Seg. Seg. Canc.


Anno straordinari straord. ordinari Senato Dieci grande Totale
di rispetto attuali

1456 -----40.......
1481 -----57.......
1487 53
1506 30 -----50-......
1551 -----50-----
1577 20 30
1577 .......50.......
1581 101
1585 3 28 20 24 5 1 (81)
1587 24 21 23 5 1
1589 30 20 25 4 1
1631 34 24 25 4 1 88
1633 34 21 ........25........
1651 24
1668-71 43 23
1673 6 30 22 ------28........ 1 (87)
1705 25
1713 18 24 24 6 1
1716 12 38 24 25 4 1 (104)
1729 19* 38 23
1740 1.4** 38 23
1781 9 38 23

Nota: i totali tra parentesı sono ricavati sommando tutte le voci; * = di cui 9 in aspettativa e
10 «soprannumerari»; ** = di cui 9 in aspettativa e 5 «soprannumerari».
Fonti: 1456 e 1481: N eff , Chancellery cit., p. 38; 1487: T rebbi, La cancelleria cit., p. 82;
1506: ASV, Consiglio deiDieci, Misti, reg. 31, c. 116, 16 settembre 1506; 1551: ivi, Consiglio
deiDieci, Comuni, reg. 60, c. 19r, 14 marzo 1551; 1577: ibidem, reg. 33, c. 71v, 23 settembre
1577; 1577: ibidem, cc. 96v-97v, 27 novembre 1577; 1581: M illedonne , Ragionamento
cit., cc. 44r-v; 1585: BMCC, Mss. Dona delle Rose, 180, cc. 293r-v; 1587: ibidem, cc. 294r-v;
1589: ivi, Mss. P.D., Malvezzi, 138, cc. 75v-78r; 1631: T rebbi, La cancelleria, cit., p. 83, n.
49; 1633: ASV, Consiglio deiDieci, Comuni, reg. 83, cc. 69v-71v, 31 marzo 1633; 1651: ivi,
Senato, Terra, filza 574, Scrittura del cancellier grande A. Vianol del 27 ottobre 1651 allegata
alla parte 29 febbraio 1651; 1668-71 (tra settembre 1668 e aprile 1671): BMCC, Mss.
Morosini-Grimani, 485, fasc. 160, cc. lr-v; 1673: ivi, Mss. P.D., 308, fasc. XXXIII; 1705:
ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 45, cc. 16r-17r, 22 marzo 1705; 1713: ivi,
Compilazione Leggi, b. 107, cc. 702-705; 1716: BMCC, Mss. Gradenigo, 192, cc. 216r-v;
1729: ivi, Mss. P.D., 308, fasc. XXXIII; 1740: ASV, Senato, Terra, filza 998, Scrittura del
cancellier grande G.M. Vincenti del 5 maggio 1740 allegata alla parte 18 maggio 1740; 1781:
ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, filza 1229, Scrittura del cancellier grande G. Zuccato allegata
alla parte 18 settembre 1781.
132 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

«ballottatione», la votazione sui singoli candidati da cui scaturiva l’esito


della selezione. Se l’esame serviva a scremare gli aspiranti inadatti dal
punto di vista tecnico-professionale, la votazione permetteva di selezio-
nare i candidati maggiormente graditi al consiglio patrizio, era dunque
in questa fase decisiva che entravano in gioco i legami di amicizia e
clientela, gli interessi comuni, a volte la parentela, che univano segretari
cittadini e consiglieri patrizi dell’«eccelso Consiglio».
Una legge del 1589 fissava chiaramente le scansioni della progressio-
ne delle carriere. L’etâ minima richiesta per essere assunti in cancelleria
era diciotto anni; il giovane notaio straordinario doveva svolgere cinque
anni di servizio, oppure due «missioni» come segretario di un rappre-
sentante veneziano all’estero, quindi era in grado aspirare al grado di
notaio ordinario, doveva infine obbligatoriamente aver compiuto 28
anni prima di presentarsi al concorso di segretario del Senato32.
Se si guarda aile sole leggi che disciplinavano il ricambio del
personale, il sistema appare ancora una volta come un meccanismo
razionale che dava la possibilitâ aH’autoritâ patrizia di governo, i Dieci,
di controllare il reclutamento e la progressione delle carriere in modo
da privilegiare i piû capaci e i piu disposti ai sacrifici. In realtâ
un’importante causa di instabilitâ proveniva proprio dal mancato
adeguamento numerico dell’organico al continuo dilatarsi delle funzio-
ni amministrative esercitate dalla cancelleria. E evidente che il tetto di
personale fissato negli anni ’80 del ’400 non poteva consentire, uno,
due o tre secoli dopo, un’eguale efficienza produttiva: a questo
problema si tentö di porre rimedio attraverso l’assunzione di funzionari
«di rispetto».
La pratica di assumere giovani notai «di rispetto» destinandoli al
lavoro di copiatura di documenti senza retribuzione, fino al giorno in
cui per la vacanza di un posto di staordinario «attuale» sarebbero

senza partirsi da palazzo, sopra quella materia che gli viene data», BNM, Mss. Italiani, cl.
VII, 709 (8403), M illedonne , Rcıgionamento cit., c. 45r-v. Per il M uazzo, Historia cit.,
p. 92, che scrive nel secondo ’600, I’esame per diventare segretari: «consiste nell’estesa di
una lettera secondo il mottivo che le dâ il Reformatore (vale a dire il “Riformatore dello
studio di Padova” che seguiva l’esame), e deve esser fatta nella lingua naturale e latina». A
fine 700 l’esame sostenuto per diventar segretario del Senato da Francesco Foscolo
consistette nella stesura di una lettera di condoglianze a Federico III re di Prussia per la
morte dello zio Federico II, e di conseguenti felicitazioni per la sua salita al trono, e nella
traduzione, in veritâ rnolto libera, della stessa in latino, BMCC, Mss. P.D., 492-c, fasc. 14.
32 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 40, cc. 179r-v, 13 luglio 1589.
LA CANCELLERIA DUCALE 133

entrati a tutti gli effetti in cancelleria, fu molto frequente a partire dal


secondo Cinquecento33345. La loro presenza fungeva oltretutto da deter-
rente contro i piıı indisciplinad fra gli straordinari «attuali»: una legge
del 1576, ad esempio, disponendo l’assunzione di 18 giovani di
rispetto, aggiungeva che se uno straordinario si fosse rifiutato di andare
in missione fuori cittâ o fosse mancato ingiustificatamente per piu di
cinque giorni, sarebbe stato privato dell’ufficio e al suo posto sarebbe
subentrato un notaio di rispetto3'f
A piü riprese i Dieci tentarono di eliminare queste periodiche
assunzioni di straordinari, ordinari e segretari di rispetto, da essi stessi
disposte, salvo ricorrervi dopo qualche anno forzati dalla necessitâ di
adeguare il personale aile esigenze della cancelleria33. E interessante
considerare quanto affermasse a questo riguardo una serie di leggi del
1583: l’elezione di un numero cospicuo di giovani in una sola volta
andava a scapito della selezione del reclutamento, sicche «non si puö
sperare che facciano buona riuscita» i numerosi neo-assunti ; la
presenza di un numero di notai ordinari, fra attuali e di rispetto, tale da
eliminare per molti anni la possibilitâ di nuove elezioni a questa carica,
determinava una caduta di motivazioni negli straordinari e un atteggia-
mento lassista e negligente; l’elezione di quattro ordinari di rispetto,
motivata con l’intento di destinarli specificatamente aile missioni
all’estero aveva poi causato l’effetto contrario: i segretari del Senato e i
notai ordinari attuali «si scusano, et lasciano il carico tutto sopra quelli
di rispetto»36.
L’organizzazione gerarchica del personale di cancelleria era insom-
ma başata su un equilibrio delicato in cui ogni singola posizione,
interdipendente con le altre, non era modificabile senza alterare

33 Si ebbero leggi che disponevano l’elezione di straordinari di rispetto il 28 marzo


1576, 23 settembre 1577, 4 luglio 1601, 5 luglio 1607, 12 settembre 1617, ecc.
34 Ibidem, reg. 32, c. 119r-v, 28 marzo 1576.
35 Sulla complessitâ tecnica e frequente contradditorietâ delle leggi che regolavano il
lavoro della cancelleria e interessante l’opinione dell’anonimo, settecentesco autore della
giâ citata Relazione di un anonimo relativa alla cancelleria ducale, persona ben addentro ai
meccanismi di governo della Serenissima, che riferisce di aver trovato grande difficoltâ nel
raccogliere informazioni sulla storia di questo settore delTamministrazione perche era
«materia grande e complicata», per via degli «abusi ridotti a consuetudine», delle «leggi in
contraddizione l’una con 1’altra», leggi peraltro «obvie e notissime», difetto consueto del
«Veneto Governo... in mano a tutti».
36 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 37, cc. 84v-86v, 28 giugno 1583.
134 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

l’assetto generale: il numero complessivo era ristretto rispetto alla mole


del lavoro ma un suo eventuale aumento generava assenteismo e catdvo
funzionamento. Tutti i livelli dovevano avere uno scorrimento parallelo
altrimenti, se un livello si dilatava, gli aspiranti ad esso perdevano la
possibilitâ di entrarvi in un numero accettabile di anni; infine, l’assun-
zione di un numero elevato di giovani di rispetto toglieva «la speranza
alli Cittadini nostri di poter entrare in Cancelleria, (e) vedendone esser
eletti tanti di rispetto, sono astretti li giovani di spirito applicar l’animo
ad ogn’altra cosa»37.
Nel corso del XVII secolo vari elementi di questo sistema si modifi-
carono. Diminuı ad esempio d ’importanza l’esame scritto di ammissio-
ne alla cancelleria rispetto alla successiva votazione. Non che la prova
tecnico-culturale nel ’500 fosse il momento cruciale della selezione, che
perlopiû avveniva nella fase della «ballottatione», e dipendeva da vari
fattori, fra i quali una considerevole importanza era assegnata alla capa-
citâ del candidato di aggregare protezioni e quindi voti. E ipotizzabile,
visto che non si conservano i risultati generali di alcun esame, che tale
prova servisse a scremare gli aspiranti al di sotto di un livello culturale
minimo indispensabile. Nel corso del ’600, tuttavia, tale funzione giâ
ristretta delPesame scritto sembra ancora ridimensionarsi. Nel 1640
una legge che intervenne in materia di assenteismo rilevö che agli esami
«non vi habbino molti degli esaminati corrisposto bene spesso nelle
tradutioni fatte avanti i Capi, et come alcuni molto meno lo faccino poi
nell’atto dello scrivere non meno, che del comporre, sono tutti riguardi,
che come toccanti la radice del pubblico servitio richiedono qualche
opportuna provvisione»38. Una scrittura del cancellier grande Agostino
Vianol del 1651, annotava poi come «nelTesame (si scopre) una molto
piccola osservatione, quasi sia solo per cerimonia, mentre püre quelli,
che hanno fatto migliori pruove di sufficienza, occorre bene spesso di
rimanere dalla ballottatione esclusi»39.
Un secondo cambiamento, piu percettibile, nei criteri di recluta-
mento del personale intervenne a seguito della diffusione delle assun-
zioni extra-concorsuali, «per grazia». Fu sempre nella facoltâ dei Dieci
assumere qualcuno «per parte», vale a dire senza concorso, anzi agli

37 Ibidem.
38 Ibidem, reg. 90, cc. 178r-180r, 12 novembre 1640.
39 Ivi, Senato, Terra, filza 574, Scrittura del cancellier grande A. Vianol cit.
LA CANCELLERIA DUCALE 135

inizi del ’500 questo tipo di procedura ebbe una certa frequenza,
lasciando poi a lungo posto ai concorsi selettivi40. A piû riprese il
legislatore veneziano deliberö suU’argomento restringendo le «strettez-
ze» necessarie per ottenere una grazia di ammissione e quindi, in teoria,
occludendo sempre piû questo canale di reclutamento41. In realtâ grazie
alla pratica delle votazioni consecutive delle parti «pendenti», e
naturalmente, solo in virtü di forti appoggi all’interno dei Dieci, rimase
sempre possibile ottenere una grazia, anzi dal secondo decennio del
Seicento la pratica delle assunzioni per grazia divenne via via piû
diffusa fino all’emblematica situazione del 1705 quando si trovavano in
servizio 25 straordinari di rispetto tutti assunti sotto questa forma42.
La consuetudine di saltare i consueti meccanisini di avanzamento
riguardava anche la progressione da un grado al successivo, come nel
caso di Aldo di Paolo Manuzio nominato straordinario di rispetto «per
parte» il 28 marzo 1576 alla seconda votazione, e dopo solo diciotto
mesi, sempre per grazia, nominato ordinario di rispetto pur non
essendo ancora straordinario attuale43. Anche a questo riguardo i Dieci
intervennero piû volte a rendere piû difficile l’approvazione di grazie di
questo tipo, tuttavia se ancora negli anni ’40 del ’600 erano sporadici i
casi di notai straordinari dispensati dell’ordinariato e promossi diretta-
mente segretari, questa pratica divenne sempre piû diffusa nei due
decenni successivi, a conferma che la volontâ delle due parti interessate
(patrizi consiglieri e cittadini segretari) di delegittimare il metodo
complicato ma in qualche modo rigoroso della progressione delle
carriere per concorso, era divenuta piû forte di ogni deliberazione
legislativa44.

40 Queste considerazioni sulla diffusione delle grazie per l’ammissione in cancelleria e


per la progressione di grado trovano origine daü’analisi di BNM, Mss. Italiani, cl. VII,
1667 (8459), Tabelle nominative e cronologiche dei segretari della Cancelleria Ducale.
41 Importanti deliberazioni a riguardo si ebbero il 27 settembre 1570, 23 settembre
1577 e 21 gennaio 1626.
42 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 45, cc. 16r-17r, 22 marzo 1705.
43 îvi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 32, c. 118v, 28 marzo 1576; ibidem, reg. 33,
cc. 105v, 106r, 17 dicembre 1577.
44 La legge ibidem, reg. 40, cc. 179r-v, 13 luglio 1589 con cui, si e visto, erano State
fissati i requisiti necessari per ogni avanzamento di grado, aveva stabilito che le dispense
da tali requisiti fossero approvate con i 5/6 del consiglio. Nel 1653 di fronte alla quantitâ
delle grazie che si andavano concedendo venne disposta la «strettezza» dell’unanimitâ,
136 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

La legge 20 febbraio 1660, che creö la possibilitâ ai notai straordi-


nari di passare direttamente segretari del Senato a patto di aver svolto
dieci anni di servizio piü quattro servizi interi aile corti o in mare,
segnö per un duplice motivo il cambiamento di una situazione47. Da
un lato, visto che non si riusciva o non si intendeva porre fine alla
consuetudine di aggirare con una grazia lo sbarramento costituito dal
concorso per notaio ordinario si pensö di rendere piû facile questa
possibilitâ imponendo ben quattro servizi esterni per i quali era
sempre piû difficile reperire personale. In secondo luogo, i Dieci
cercarono di stimolare le candidature al posto di segretario del
Senato, che erano sensibilmente diminuite. Nel 1647, ad esempio, i
Dieci si erano lagnati della mancanza di due segretari del Senato «di
molto tempo vacanti, senza che alcuno si mossi volontariamente alla
dimanda»*46. Dopo qualche anno fu il cancellier grande Vianol a
lamentarsi che il numero degli aspiranti alla carica di segretario de’
Pregadi era appena pari al numero di posti vacanti47. Con ogni
probabilitâ, la scarsa appetibilitâ dei posti di segretario del Senato era
dovuta, in quegli anni, alla contingenza della guerra con il Turco, ed
agli incarichi di grande delicatezza e pericolo che ne derivavano per i
piû alti funzionari di cancelleria. U n’ulteriore traccia del problema,
infatti, riappare solo piû tardı, nel 1734 quando restarono vacanti
alcuni posti di segretario del Senato per mancanza di aspiranti48. Nel
1741, continuando il fenomeno, il cancellier grande venne invitato ad
informare il consiglio dei Dieci a riguardo. Giovanni Maria Vincenti
spiegö che alcuni preferivano ormai i posti di ordinario, e quindi le
segreterie delle magistrature, rispetto all’incarico di segretari del
Senato e suggerı di «appoggiare le pene sui salari»49. Se nella prima
meta Seicento si assisteva ad una specie di çorsa generale verso i posti
di testa della gerarchia di cancelleria, alla meta del secolo successivo
sovente si preferiva il meno prestigioso, ma meno difficile e con

ibidem, reg. 103, cc. 102v-103r, 18 aprile 1653. Intanto nel 1646 una legge aveva concesso
tali grazie anche agli aspiranti alla segreteria dei Dieci, BMCC, Mss. P.D., Morosini-Grima-
ni, 515, cc. 123r-126r, Scrittura del cancellier grande Domenico Balların del 4 gennaio 1673.
■*5 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 109, c. 322r, 20 febbraio 1660.
46 ibidem, reg. 97, cc. 259v-260r, 18 dicembre 1647.
41 Ivi, Senato, Terra, filza 574, Scrittura del cancellier grande A. Vianol cit.
■*8 ibidem, reg. 306, cc. 185r-187r, 29 aprile 1734.
Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 191, cc. 172v-175v, 30 agosto 1741.
LA CANCELLERIA DUCALE 137

minori responsabilitâ, incarico di notaio ordinario che permetteva un


piû remuneradvo incarico complementare in una delle magistrature
veneziane.
Due fenomeni sembrano dunque caratterizzare l’organizzazione
gerarchica del personale di cancelleria nel secondo ’600: da un lato la
minöre importanza dei concorsi, e alTinterno di questi il sempre piiı
aperto riconoscimento dello scarso rilievo dell’esame, a fronte di una
sempre maggior frequenza delle assunzioni e delle promozioni per
grazia; da un altro lato la minöre capacitâ attrattiva dei piû onerosi
incarichi in Senato rispetto a quelli di notaio ordinario.
Sullo sfondo rimane il problema dell’inadeguatezza quantitativa
dell’organico a sostenere mansioni che aumentavano con il dilatarsi
delle funzioni proprie dello stato, problema accentuato dal fatto che
molti funzionari in etâ avanzata e inabili al lavoro venivano mantenuti
nominalmente in servizio. La soluzione a cui si ricorse per l’annoso
problema della mancanza di funzionari che prestassero servizi al
seguito dei patrizi in missione, ad esempio, ricalca quanto giâ osserva-
to relativamente ai problemi di organizzazione del lavoro di copiatura
e registrazione dei documenti statali. Le autoritâ patrizie cercarono in
tutte le maniere di incentivare i funzionari, piû interessati a rimanere
a Venezia per seguire lo svolgimento dei concorsi e le elargizioni di
grazie, a prestare questi servizi: aumentarono i «donativi» concessi
per ogni singola missione, concessero privilegi aggiuntivi come quello
di avere una schiava ed un servitore al proprio servizio e assistenza
medica gratuita, collegarono i servizi all’estero alla possibilitâ di far
rapidamente carriera, minacciarono con pene sempre piû severe i
renitenti50. I servizi piû scomodi e pericolosi vennero sempre piû
scartati dal personale qualificato e divennero propri del livello gerar-
chico piû basso, gli straordinari di rispetto, i giovani neo-assunti che
dal 1720 vennero abilitati a seguire i Capi da Mar nelle lunghe e
pericolose missioni51.

50 Si ebbero significative disposizioni a riguardo il 26 novembre 1551, 27 gennaio


1557, 19 febbraio 1573, 29 gennaio 1574, 27 novembre 1577, 11 maggio 1591, 12
dicembre 1596, 4 luglio 1600, 31 ottobre 1611, 5 giugno 1613, 14 settembre 1630
(Senato), 29 dicembre 1639 (Senato), 1 settembre 1640 (Senato), 6 luglio 1641 (Senato), 5
settembre 1669, 25 maggio 1674, ecc.
51 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 46, cc. lllv-114r, 2 giungo 1720. Un
138 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

Anche il problema di reperire personale per il delicato incarico di


segretario aile leggi ebbe un esito simile. Giâ nel 1572 ne mancavano
due, venne allora deliberato di convocare tutti gli ordinari e segretari
offertisi per l’incarico, fra i quali sarebbero stati scelti i due che
ottenevano il maggior numero di voti: una procedura che dimostra
l’esistenza, fino a quel momento, di una buona concorrenza per il
posto e l’orientamento a scegliere i «leggisti» fra funzionari di espe-
rienza52. Nel 1607 la stessa elezione non incontrö difficoltâ: gli
aspiranti vennero pero ricercati giâ solo tra gli ordinari53. Nel 1622 i
Pregadi si lagnarono della presenza in servizio del solo Zuane Rizzar-
do, mentre un tempo i «leggisti» erano tre o quattro54. Nel 1634 ci fu
bisogno di affiancare ai due segretari aile leggi due «studenti» scelti
sempre fra gli ordinari, nel 1637 gli aspiranti a tale incarico furono
solo due ordinari, venne quindi deciso di estendere la possibilitâ di
concorrere a tale incarico anche agli straordinari, che si presentarono
in quattro55. Nel 1644, 1647 e 1651 si ripete l’elezione alla quale
sembra si presentassero ormai solo straordinari; oltre un secolo dopo
la Relazione di un anonimo osserva che reclutare i futuri segretari
«leggisti» tra i giovani notai significava addossare «ad un inesperto
individuo... lo studio complicatissimo delle leggi».

3. ha retribuzione

La retribuzione del personale di cancelleria e argomento comples-


so per almeno due serie di motivi. Innanzitutto perche gli emolumenti
di un funzionario erano composti da voci diverse, quasi tutte variabili
e gestite da differenti uffici finanziari. In secondo luogo perche e
difficile valutare oggettivamente la lunga serie di privilegi e facilitazio-
ni di cui i funzionari godevano in virtü del loro servizio, primo fra
tutti il prestigio che contrassegnava gli incarichi di cancelleria e che si

elenco, apparentemente affidabile, delle missioni compiute dal personale di cancelleria


fuori Venezia dal 1611 al 1710-20 e in ivi, Cancellier Grande, b. 6.
52 Itri, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 30, cc. 130r-v, 4 agosto 1572.
53 Ibidem, reg. 57, cc. 143v-145r, 24 ottobre 1607.
™ Ivi, Senato, Terra, reg. 91, cc. 307r-v, 19 febbraio 1622.
55 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 84, cc. 180r-18İr, 11 luglio 1634; reg. 87, cc.
255v-256v, 19 novembre 1637.
LA CANCELLERIA DUCALE 139

concretizzava in una posizione di grande rilievo nel tessuto della cittâ,


con tutte le conseguenze, anche di carattere economico, che ciö
implicava. Inoltre, l’attivitâ quotidiana all’interno delle strutture di
governo consentiva una considerevole facilitâ di movimento nell’am-
ministrazione, e quindi rilevanti vantaggi per tutti i tipi di pratica
burocratica ed ogni transizione economica che coinvolgesse in qual-
che modo lo stato. In definitiva, se e possibile ricostruire qua e lâ il
profilo numerario di alcune componenti della retribuzione dei funzio-
nari di cancelleria, l’interezza dei vantaggi che essi traevano dal loro
impiego non puö che essere valutata considerando globalmente la
loro posizione nella societâ d ’ordini veneziana56.
Almeno sei tipi diversi di emolumenti potevano formare il com-
penso del personale di cancelleria; l’unico, almeno in parte, fisso, era
il salario. Almeno dalla fine del ’400 questa voce retributiva era stata
proporzionata per legge al grado gerarchico: in calce alla legge 8
febbraio 1481, che stabilı un tetto di 4.500 ducati annui per il totale
degli stipendi da corrispondere ai funzionari di cancelleria, si puö
leggere un elenco di funzionari con relativo salario che variava dai 15
ducati dei giovani straordinari ai 200 dei segretari piû anziani57.
Accanto ad un salario iniziale fisso vi era una parte variabile legata
a particolari mansioni: nel regolamento del 1606 ad esempio era
previsto un aumento ai funzionari incaricati di «pontare» i colleghi
inadempienti; a quattro notai ordinari deputati a copiare «giorno e
notte» nel 1617 scritture segrete venne aumentato il salario di 5
ducati al meşe58. Ancor piû facilmente, poi, venivano favoriti coloro
che rivestivano alcuni degli incarichi di maggior impegno e responsa-
bilitâ tra il personale di cancelleria: e il caso di Flaminio Barbaro che
ricoprı, nei primi due decenni del Seicento la carica delicata di

56 Un sentiero di ricerca indiretto, attraverso le «condizioni» fiscali presentate dal


personale di cancelleria per le «redecime», non sposta di molto il problema. Le imposte
dirette anche a Venezia gravavano esclusivamente sulla proprietâ immobiliare, i dati che
questa fonte offre possono di conseguenza essere interpretati con molta cautela come
indicatori di ricchezza ma certamente non come rivelatori del livello retributivo del singolo
funzionario. Anche un’indagine sulle imposte che gravavano sui salari appare al momento
impraticabile a causa dell’impossibilitâ di consultare il fondo archivistico dei Provveditori
sopra il danaro pubblico, la magistratura incaricata del prelievo fiscale sugli uffici.
57 Ivi, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 20, cc. 83r-84r.
58 lvi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 56, cc. 135v-140v, 25 settembre 1606; reg. 67,
cc. 141r-v, 23 agosto 1617.
140 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IH

segretario aile voci e che vide aumentare, nel giro di qualche anno, il
proprio stipendio da poche decine a 244 ducati all’anno59. Nel 1669
al circospetto Lodovico Franceschi, «deputato aile leggi» che seguiva
giornalmente le riunioni della Signoria, del Maggior Consiglio, Senato
e Collegio, che aveva «numerosa famiglia, aggravata da sette figlioli»
venne addirittura concesso una şorta di cottimo per ogni «espedizione
di causa» o «accettazione di supplica» effettuata60.
E importante osservare che questi aumenti, soprattutto quelli piu
cospicui inerenti aile cariche principali, erano sempre deliberati «alla
persona» e non alla carica: questo permetteva, da una parte, di
mantenere il rapporto tra organi di controllo e funzionari di cancelle-
ria su un piano tutto personale, paternalistico, dall’altra impediva
l’aumento incontrollato della spesa statale. La determinazione, poi, a
partire dagli anni ’80 del ’400, di una somma globale per il salario del
personale di cancelleria, correlata ad una definizione numerica del-
l’organico (anche se entrambi i «tetti» furono piu volte sfondati),
raggiunse lo scopo di stabilizzare la struttura della cancelleria ducale
evitando che un aumento incontrollato del personale modificasse le
funzioni e deprimesse la qualificazione professionale.
Una seconda, importante voce nella retribuzione del personale di
cancelleria era costituita dalle «provvisioni», emolumenti anche cospi­
cui concessi per grazia per un numero determinato d ’anni o, piu
frequentemente, a vita. Questa pratica, tipica delle amministrazioni
d ’antico regime e diffusa per antica consuetudine a Venezia nei
riguardi di persone di tutte le fasce sociali, era prerogativa soprattutto
del consiglio dei Dieci, l’organo che gestiva il personale di cancelleria,
il quale, secondo il principio della «giustizia distributiva», operava
«con proportion tale, che non restringendosi li benefici in poche
persone, possano molti, et quelli che piû ne sono meritevoli, esser con
piu facilitâ riconosciuti e premiati»61.
Una rilevazione affidabile, relativa all’estate del 1589 (vedi tabella
III.2), indica che le provvisioni assegnate dal consiglio dei Dieci e dal
Senato raggiungevano una somma pari all’incirca alla meta di quanto
era corrisposto al personale di cancelleria attraverso i salari. Una

59 Ibidem, reg. 64, c. 209v, 18 dicembre 1614; reg. 66, c. 180r, 10 gennaio 1617; ivi,
Compilazione leggi, b. 108, c. 119r, legge Consiglio dei Dieci, 19 giugno 1619.
60 ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 119, c. 206r, 30 ottobre 1669.
61 Ibidem, reg. 53, cc. 91r-92r, 16 giugno 1605.
LA CANCELLERIA DUCALE 141

Tabella III.2 - Salari e provvisioni corrisposti al personale di carıcelleria (in


ducati e grossi)

Provvisioni del Provvisioni del


Anno Salari Consiglio dei X Senato

1481 4.460
1581 9.600"
1587 9.600"
1589 7.287 2.172 1.418
1609-10 10.400
1639 23.500
1667 24.012**
1669 24.880**
1671 5.019:5***
1713 10.607:11

Note: * = per tutta la cancelleria, compreso quindi il personale subalterno. ** = Dalle casse
dei Camerlenghi di Comun, Rason Nuove e Tre Savii. *** = Le provvisioni della Cassa del
consiglio dei Dieci a «persone benemerite» ammontavano a d.ti 9.653:14, di cui 5.019:5 a
persone «che sono nell’ordine della Cancelleria Ducale»; 2.251:14 a persone «che non sono
nell’ordine»; 2.382:19 «a Nobili che erano dell’ordine della Cancelleria Ducale».
Fonti: 1481: ASV, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 20, cc. 83r-84r, 8 febbraio 1481; 1581: ivi,
Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 35, c. 212v, 11 luglio 1581; 1587: F. Besta (a cura di),
Bilanci generali della Repubblica di Venezia, vol. I, tomo I, Venezia 1912, p. 352; 1589:
BMCC, Mss. P.D., Malvezzi, 138, cc. 75-78; 1609-10: ASV, Senato, Terra, reg. 122, cc.
42v-43v, 1 marzo 1649; 1633: ibidem, reg. 109 c. 50r, 9 marzo 1633; 1639: ibidem, reg. 122,
cc. 42v-43v, 1 marzo 1640; 1667: ivi, Senato, Terra, filza 785, Scrittura del cancellier grande
D. Ballarin cit.; 1669: ibidem, filza 812, Scrittura del cancellier grande D. Ballarin allegata alla
parte 12 giugno 1669; 1671: ibidem, filza 680, Scrittura dello scontro della Cassa del consiglio
dei Dieci Asdrubale Fiorelli del 12 maggio 1671 allegata alla parte 21 maggio 1671; 1713: ivi,
Compilazione Leggi, b. 107, cc. 702-703.

legge del 1633 deliberö sensibili aumenti nei salari fissi del personale
di cancelleria: i salari-base dei notai straordinari passarono da 34 a
100 ducati, quelli degli ordinari da 50 a 150, quadruplicarono invece i
salari dei segretari, fermi ancora a 50 ducati62. La somma destinata ai
salari aumentö quindi considerevolmente, non in proporzione eguale,
tuttavia, all’aumento che tra queste due date si verificö nelle provvi­
sioni e soprattutto in quelle concesse dal Senato che passarono da
1.418 ducati a 10.400 del 1609-10 a 23.500 del 1639, mentre staziona-
rie rimasero quele assegnate dal consiglio dei Dieci.

62 ivi, Senato, Terra, reg. 109, c. 50r, 9 marzo 1633.


142 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

Questo spostamento di funzioni tra consiglio dei Dieci e Senato


che si comp'ı a cavallo tra ’5 e ’600 corrispose al contemporaneo
riequilibrio dei poteri dell’«eccelso Consiglio» attuato attraverso le
due riforme del 1582-83 e del 1628, la seconda delle quali porto,
come si esaminerâ presto, alla perdita della capacitâ dei Dieci di
eleggere i propri segretari, in favore del Senato. Per quanto riguarda
le provvisioni, nel 1597 i Dieci, ricordando che era consuetudine del
consiglio dispensarle «secondo li meriti e le qualitâ» al personale di
cancelleria e rilevando che da qualche tempo effettuava la stessa
operazione anche il Senato, deliberarono di riservare le proprie
provvisioni ai soli segretari del Consiglio63. Nel 1631 una seconda
legge dei Dieci sancı l’ormai avvenuto spostamento di competenze:
preso atto che, negli ultimi tempi, la nomina dei segretari dei Dieci
era stata riservata al Senato, venne decretato che non si potesse
procedere a provvisioni nemmeno nei riguardi dei segretari del consi­
glio dei Dieci6465.
Nel 1640 i Pregadi considerando «la frequenza delle supplicazioni
dei fedelissimi nostri della cancelleria ducale» e l’aumento dell’esbor-
so del consiglio, decisero di fissare per questa voce un tetto di 24.000
ducati all’anno, superato il quale non si poteva procedere ad alcuna
grazia, riservando tuttavia la possibilitâ, «per riconoscere alcuno di
servizio prestato, o per animare a prestarlo con alcun Ambasciatore o
Generale», di concedere «tre provisioni antecedenti alla vacanza»,
vale a dire tre aspettative di provvisioni future, che sarebbero poi
diventate effettive una volta presentatasi la possibilitâ di onorarle
senza superare il tetto dei 24 mila ducati63.
Con il tetto globale che imponeva la necessitâ della scadenza di
una vecchia provvisione prima della concessione di una nuova, con il
meccanismo delle aspettative che, come si e visto nel caso del
personale di rispetto, lasciava un certo margine di discrezionalitâ aile
concessioni ad personam senza apportare pericolosi squilibri al siste-
ma, la materia delle provvisioni per grazia sembrö trovare una sostan-
ziale stabilitâ. Si apportarono leggere modifiche, soprattutto per
impedire che coloro che svolgevano servizio a Venezia venendo

63 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 47, cc. 96v-97r, 16 luglio 1597.
M Ibidem, reg. 81, cc. 197r-198r, 4 settembre 1631.
65 Ivi, Senato, Terra, reg. 122, cc. 42v-43v, 1 marzo 1640.
LA CANCELLERIA DUCALE 143

immediatamente a conoscenza della possibilitâ di ottenere una provvi-


sione fossero avvantaggiati rispetto a coloro che, in servizio fuori cittâ
o addirittura in Levante, non potevano attivarsi in tempo66. Queste
disposizioni incontrarono scarso effetto, a giudicare almeno da quan-
to riporta il cancellier grande Ballarin nel 1667, secondo cui «molti di
quelli che servono a Venezia... hanno in poco spatio conseguite due o
tre provvisioni. Di tal forma essendo divertite le concorrenze, et
l’effetto della pubblica intenzione»6'.
Ciononostante il tetto di 24.000 ducati funzionö. II movimento dei
salari e quello delle provvisioni tra secondo ’500 e ’600 dimostrano
quindi un andamento simile: entrambe le voci crebbero, le provvisio­
ni in misura maggiore, tra fine ’5 e anni ’30 del ’600, quindi si
stabilizzarono. Un elenco del personale del 1713 dimostra che i
salari-base per ogni grado gerarchico fissati nel 1633 erano rimasti
invariati68.
II fatto che per ogni funzionario fossero stabiliti con criteri
generali certi o con singole disposizioni salari e provvisioni non
significava perö che tale denaro giungesse poi effettivamente al perso­
nale di cancelleria. L’insolvibilitâ dello stato veneziano verso i propri
funzionari, anche quelli minori, era, al pari di altre amministrazioni
statali europee coeve, cronica69. Relativamente al personale della

66 Si ebbero disposizioni a riguardo l’l l maggio 1665 , 21 ottobre 1667, 12 giugno


1669, 15 aprile 1671, 10 marzo 1673, ecc.
67 Ibidem, filza 785, Scrittura del cancellier grande D. Ballarin cit.
68 Ivi, Compilazione Leggi, b. 107, cc. 702-703; il M uazzo, Historia cit., pp. 93-94
riferisce nel secondo ’600: «Vi e anco un capitale di vintiquattro mille ducati annui che si
divide in duecento provisioni a ducati cento e vinti l’una. Queste si distribuiscono dal
Senato a quelli dell’ordine secondo che ciascheduno con la pontualitâ del servitio se ne
rende degno ...; secondo il merito un soggetto ne puö conseguir molte».
69 Per le amministrazioni italiane d’epoca moderna cfr. F. C habod , Stipendi nominali
e busta paga effettiva dei funzionari dell’amministrazione milanese alla fine del Cinquecento,
in Miscellanea in onore di Roberto Cessi, II, Roma 1958, pp. 187-363; İ dem , Usi e abusi
nell’ammihistrazione dello Stato di Milano a mezzo il ’500, in Studi storici in onore di
Gioacchino Volpe, I, Firenze 1958, pp. 93-194; C omparato, Uffici cit., pp. 127-160; R.
M antelli, II pubblico impiego nell’economia del Regno di Napoli: retribuzioni, reclutamen-
to e ricambio sociale nell’epoca spagnuola (secc. XVI-XVII), Napoli 1986, pp. 11-148; V.
Sciuti Rossı, Astrea in Sicilia. II ministero togato nella societâ siciliana dei secoli XVI e
XVII, Napoli 1983, pp. 59, 110, e passim-, J.-C. W aquet , La corruzione. Morale e potere a
Firenze nei secoli XVII e XVIII secolo, trad. it. Milano 1986 (Paris 1984), pp. 81-85, 88,
passim; G.P. M assetto , Un magistrato e una cittâ nella Lombardia spagnola. Giulio Claro
pretore a Cremona, Milano 1985, pp. 19-20. Indicazioni interessanti provengono anche
144 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IH

cancelleria ducale, ciö dipendeva anzitutto dall’incapacitâ, da parte


dell’ufficio preposto a gestire il denaro stanziato per la cancelleria, di
recuperare i fondi che erano destinati ai pagamenti. Giâ nel 1490,
quando il pagamento dei salari di cancelleria era ancora affidato
all’ufficio dei Governatori aile Intrade, i Dieci rilevavano che «li
pagamenti, et salarii delli predetti (cioe di quelli di cancelleria) sono
ritardati et a tanta calamitâ, et estremitâ sono reddotti, che se presto
non si procede li predetti fedelissimi nostri saranno costretti in
necessitâ di vender li suoi salari con danno et interesse per non
poderne retrazer il denaro, del quale la cancelleria predetta per
cagion de gli infrascritti disordini si ritrova creditrice alla summa di
ducati tre mille nel circa»70. 11 mancato pagamento del salario
provocava la necessitâ di contrarre prestiti che venivano poi saldati
con la cessione del salario. Molte leggi seicentesche continuarono a
richiamare l’illiceitâ di operazioni di questo tipo, segnali di una
periodica insolvenza statale. Nel 1648 una dettagliata relazione del
Camerlengo della Cassa del Consiglio dei Dieci elencava i debiti
della cassa stessa che, per quanto riguardava i salari del personale di
cancelleria ammontavano, a tutto marzo 1648, a 12.108 ducati per
diminuire dopo tre mesi a 10.758: circa un anno di stipendio
dell’intero corpo71. II divieto di vendere salari e provvisioni venne
ribadito nel 1671 con una legge che i Capi dei Dieci ordinarono di
stampare nel 1703, a conferma di un problema che non era stato
risolto e che costituı per tutto il Seicento una costante anche nei

dall’analisi del periodo quattrocentesco: G. C h itto lin i , L ’onore deU’ufficiale, estratto da


«Quaderni milanesi», 17-18 (1989), p. 15; A. Z orzi , I Fiorentini e gli uffici pubblici nel
primo Quattrocento: concorrenza, abusi, illegalitâ, in «Quaderni storici», nuova serie, 66, 3
(dic. 1987), pp. 738-747; İdem , Giusdicenti e operatori della giustizia nello stato territoriale
fiorentino del X V secolo, in «Ricerche storiche», 19, 3 (sett.-dic. 1989), pp. 538-541. Per le
amministrazioni europee e d’obbligo citare M ousnier , La venalite cit., pp. 72-76, 455-
469; Aylmer, The King’s Servants cit., pp. 160-252 e İ dem , The State's Servants. The Civil
Service of the English Republic 1649-1660, London and Boston 1973, pp. 106-120. Una
sintesi efficace del problema della retribuzione degli ufficiali moderni e in H.R T revor-
Rooper , La erişi generale del X VI secolo, in İ dem , Protestantesimo e trasformazione sociale,
Bari 1969, pp. 103-110.
70 ASV, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 24, c. 237r, 29 dicembre 1490.
71 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, filza 529, Scrittura del Camerlengo della Cassa del
Consiglio dei Dieci Nobil huomo Gerolamo Zustignan allegata alla parte consiglio dei Dieci
13 luglio 1648.
LA CANCELLERIA DUCALE 145

rapporti tra il personale di cancelleria e gli organi di governo'2.


Un altro utile, questo piu propriamente «incerto» era costituito
dal «beneficio della cassetta» o «casselletta», vale a dire dai proventi
di una tassa su una serie di atti pubblici emessi dalla cancelleria a
singoli e comunitâ e regolamentata da un apposito tariffario. Questi
proventi venivano distribuiti, secondo una legge del 1455, fra ordinari
e segretari di cancelleria per un totale di 51 persone, ed erano gestiti
direttamente dai funzionari senza alcuna interferenza delle autoritâ
patrizie, sicche e difficile reperire dati quantitativi al riguardo7273. Nel
1589 un’annotazione in calce alla piu volte citata descrizione degli
emolumenti dei funzionari riporta: «la casselletta puö importar all’an-
no ducati 2.500»; nel 1669 il cancellier grande si lagnö che «la
cassetta e püre al presente ridotta a segno, che qualche meşe non
eccede le 24 lire per testa, e tal volta meno»: quindi all’incirca 2.400
ducati all’anno'4. Nel 1741, infine, la legge che pose freno alla
mancanza di segretari del Senato osservö che molti erano disposti a
rinunciare a questo provente «con indifferenza, per esser del tutto o
quasi decaduta la vendita su cui e imposta»7576. II fatto che questo
beneficio, nell’arco di un periodo cosı lungo, non fosse cresciuto in
maniera proporzionale rispetto al crescere della massa delle operazio-
ni soggette alla certificazione statale era spiegato, dall’interno della
cancelleria stessa come una conseguenza dell’impossibilitâ di riscuote-
re i crediti che la «cassetta» aveva anche nei riguardi di rappresentan-
ti statali'6.
Un’altra fonte di reddito proveniva ai funzionari dagli incarichi
particolari ai quali potevano essere deputati, in primo luogo quelli di
segretario in missione fuori Venezia. La necessitâ di coprire tali posti,
lo si e visto nel paragrafo precedente, determinö la concessione di

72 Ibidem, reg. 121, cc. 96r-98v, 15 aprile 1671; ivi, Compilazione Leggi, b. 107, alla
stessa data.
73 Una disposizione del 1620, İvi, Consiglio deiDieci, Comuni, reg. 70, cc. 261r-v, 27
novembre 1620, escludeva dal beneficio Agostino de Franceschi, segretario aile voci,
perche ancora «estraordinario» in virtû di una disposizione del Maggior Consiglio del 13
luglio 1455. Periodicamente veniva adeguato l’intero tariffario, cfr. ad esempio la «Refor-
matio tariffae Cancellariae» del 1572 in BMCC, Mss. Gradenigo-Dolfin 74, 225, cc.
198-214.
14 ASV, Senato, Terra, fılza 812, Scrittura del cancellier grande D. Balların cit.
75 İvi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 191, cc. 172v-175r, 30 agosto 1741.
76 İvi, Senato, Terra, Scrittura del cancellier grande D. Ballarin dell'8 giugno 1669 cit.
146 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

sostanziosi «premi missione» ai funzionari che accettavano di partire.


Fra ’5 e ’600 tali donativi praticamente quadruplicarono e arrivarono
anche a toccare i 200 ducati per incarico, una cifra considerevole,
pari al salario-base annuale di un segretario del Senato.
Piu complicato risulta seguire l’evoluzione degli emolumenti corri-
sposti ai funzionari inviati in missione diplomatica presso corti stra-
niere o ai segretari che, con nomina del Senato, soggiornavano presso
sovrani italiani o stranieri in qualitâ di residenti. E stato osservato che
un incarico di tale sorte doveva rilevarsi assai dispendioso per fami-
glie cittadinesche che, generalmente, non avevano i cespiti della
nobiltâ77. Se si guarda ad esempio al solo salario base dei residenti a
Milano e Napoli agli inizi del Seicento, essi percepivano 120 ducati
mensili, mentre un ambasciatore arrivava a 200. Questa somma venne
aumentata nel 1619 di 50 scudi, congiuntamente con l’aumento da
350 a 550 ducati della «tenue provisione» che essi ricevevano alla
partenza «per mettersi in ordine, spese di viaggio, condotte di robbe,
comprar cavalli, coperte, et forcieri»78. Oltre a ciö vi era una pluralitâ
di «donativi», anticipi, provvisioni e rimborsi vari che venivano
corrisposti dal governo. 11 segretario Giovan Francesco Marchesini,
ad esempio, al suo ritorno in patria dopo 16 mesi di missione in
Olanda, Inghilterra e «presso li principi di Braunsvich» presentö una
«nota giornaliera delle spese da lui sostenute» che ammontava a
13.620 lire francesi, approvata dal Savio Cassier e rimborsata'9.
Nonostante la copertura statale dei costi di una residenza si
esprimesse in una serie articolata di provvedimenti sparsi, le spese che
un segretario doveva sostenere rimanevano comunque ingenti. Si
trattava, secondo una recente, felice definizione relativa alla carriera
dei prelati nella curia pontificia, di «spese di gestione del menage»
necessarie perche «tra gli imperativi della societâ di corte c’e(ra)
quello di adeguarsi ad un determinato tenore di vita, di contribuire,
attraverso i gesti e i comportamenti quotidiani, a tener alto il prestigio
della persona, del casato, dell’istituzione»80. Per i cittadini veneziani
proiettati dalla societâ lagunare a quella delle corti italiane ed euro-

77 T rebbi, La cancelleria cit., pp. 114-115.


78 ASV, Senato, Terra, reg. 85, cc. 91v-92v, 14 agosto 1619.
79 Ivi, Compilazione Leggi, b. 108, cc 472r-v, legge Senato 29 marzo 1670.
80 R. Ag o , Carriere e clientele nella Roma barocca, Roma-Bari, 1990, p. 115.
LA CANCELLERIA DUCALE 147

pee, tali spese rappresentavano un investimento per la propria carrie-


ra futura e per quella dei propri familiari, per il nome ed il prestigio
della propria casa. Una residenza esercitata all’insegna dello sfarzo
poteva essere il miglior viatico per presentarsi all’elezione per il
cancellierato: di Angelo Zon, fatto cancellier grande nel 1717 Pietro
Gradenigo ricorda per «splendidezza e magnificenza» la residenza a
Milano, che «non ebbe mai pari, perche non pensö ne a riguardi di
famiglia, ne a risparmi di spesa, ne a preservazione di salute»81.
Un calcolo di questo genere, che non tenesse perö conto delle
reali possibilitâ economiche della casata, poteva generare eşiti falli-
mentari. Emblematica in questo senso la storia della famiglia Padavin,
in assoluto una delle piu fedeli e prestigiose tra quelle che raggiunse-
ro agli inizi del XVII secolo i vertici della gerarchia cancelleresca. Tra
1625 e 1627 Marc’Antonio di Nicolö Padavin, residente a Vienna, si
fece consegnare dagli agenti dei mercanti e finanzieri O tth una media
di 300-330 ducati al meşe pagabili a Venezia dal fratello Zuan Batta
segretario dei Dieci. In realtâ il debito si accumulö, nel 1629 superava
i 3.400 ducati ed i Padavin perche «li suddetti denari non siano piü
girati sopra cambii, affinche non le habbia a correr interesse di şorta»
furono costretti a contrarre un nuovo prestito con il segretario
Gabriel Cavazza e a vendere cavalli ed argenti82. Nel 1630 Zuan Batta
di Nicolö raggiunse l’ambita carica di cancellier grande, che nel XVII
secolo fruttava circa 3.000 ducati annui83, tuttavia le difficoltâ econo­
miche continuarono: tra 1669 e 1670 il nipote di Zuan Batta, Nicolö
di Marc’Antonio, alienö alcuni immobili in cittâ e una parte del
palazzo avito a S. Antonin. La frammentarietâ dei documenti non
consente di ricostruire l’intera vicenda finanziaria della famiglia, due
fatti sembrano comunque contraddistinguere il tramonto di questa
onorevole casata cancelleresca: il fatto che a meta ’600 i Padavin non
si offrirono di sostenere l’esborso di 100.000 ducati necessario per
acquistare la nobiltâ seguendo altre famose famiglie cancelleresche, e

81 P. G radenigo , Memorie concernenti le vite de’ Veneti Cancellieri Grandi, BNM,


Mss. Italiani, cl. VII, 166 (7307), cc. 119r-123r.
82 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1980 (9114), Documenti della famiglia Padavin
(1601-1678), cc. 48 e sgg. Cfr. anche Casini , Realtâ e simboli cit., p. 238, n. 174.
83 A.N. A melot de la H oussaie , Histoire du gouvernement de Venise, Paris, 1676,
II, pp. 87-88; Saint D idier (A.T. D e L im ojon ), La ville et la Republique de Yenise,
Paris, 1680, p. 166.
148 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

la scomparsa, dopo la generazione di Nicolö di Marc’Antonio, di


giovani di casa Padavin in servizio in cancelleria.
Ritornando agli emolumenti corrisposti ai residenti e interessante
notare come anche in questo ambito fra ’5 e ’600, si operö uno
spostamento di competenze. La «regolazione generale della Cassa del
Consiglio dei Dieci» del 1595, infatti, stabili che questo ufficio fosse
esentato dal «pagar le provisioni delli ambasciatori et secretari ordina-
ri residenti a diverse corti et spese di quelli cosı ordinarie come
estraordinarie, et altre incombenze». Se nel 1587 le spese sostenute
dalla Cassa dei Dieci ammontavano a 75.828 ducati, nel 1602 si
aggiravano attorno ai 35.000 ducati e scendevano trent’anni dopo a
30.000 ducati, diminuzione che evidenzia la perdita, da parte dei
Dieci, di un’altra, importante forma di controllo sui funzionari di
cancelleria84.
Un altro utile concreto per il personale era costituito dalle regalie
e dai doni. Ciö riguardava soprattutto gli incarichi di maggior presti-
gio, innanzitutto quello di cancellier grande. Quando nel 1646 il
novantaduenne cancellier grande Alessandro Ottobon, divenuto nobi-
le, rinunciö a questa carica, i Dieci deliberarono che gli fossero
«riccercate sua vita durante le insegne, gli honori, le regalie e li
funerali in morte» dovuti ai cancellieri grandi, specificando che «le
Regalie sono le seguenti: sal stara un; legne carra 25; bollettini da
Torro 4 (?); candellotti, palme et un huomo per ogni Scuola G ran­
de»85. Oltre a ciö la carica piu importante della cancelleria godeva
frutti ben piü sostanziosi, come la «masseria delli saleri alla Doana»,
un ufficio intermedio che fruttava circa 700 ducati all’anno86. Anche i
segretari del consiglio dei Dieci, in virtû del prestigio che per tradi-
zione avevano acquisito, godevano di doni particolari, come per
esempio venti carri di legname dal «Bosco della Valle di Mantova»,
riguardo ai quali, nel 1626, fu deciso che non dovessero piu pagare i
50 soldi l’uno che solitamente versavano87.
Se questi erano i privilegi delle maggiori cariche di cancelleria,

88 Besta, Bilanci generali cit., vol. I, tomo I, p. 393.


85 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 96, cc. 196v-197v, 30 agosto 1646.
86 BMCC, Mss. Gradenigo, 192, c. 257r. Dal 1595 il possesso della massaria venne
sostituito con un donativo annuo di 750 ducati; ASV, Cancellier Grande, b. 8, fasc. III,
1576 al 1739 salario del Cancellier Grande e sue regalie.
87 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 76, c. 336r, 23 novembre 1626.
LA CANCELLERIA DUCALE 149

non si puö affermare che tutto il personale godesse abitualmente di


regalie simili, tantomeno in natura. Vietare, anzi, al personale della
cancelleria ducale di «accipere aliquod munus ab aliquem persona
quandocumque illa fuerit, tam cives, tam forensis» era stato uno dei
passi, a fine Quattrocento, per la razionalizzazione della burocrazia, e
per addivenire a una retribuzione monetaria, controllata, del persona­
le amministrativo88. Ciononostante, la predilezione, politicamente cal-
colata, per quel tipo di rapporto paternalistico basato sulla supplica
del suddito alla munificenza pubblica che nel ’600 non trovö soste,
rendeva abbastanza frequente l’elargizione al personale di cancelleria
di somme di denaro concesse saltuariamente come remunerazione di
un servizio prestato, come aiuto in un momento di difficoltâ economi-
ca o per il pagamento della dote di una figlia.
Per il loro carattere episodico queste forme di retribuzione indi-
retta sono di difficile valutazione, a meno che non prendessero la
forma tradizionale di concessioni gratuite, per grazia, di uffici pubbli-
ci. Si trattasse di impieghi nella Dominante, di «castellanie» o incari-
chi in dominii lontani, gli uffici ottenuti in grazia, che venivano
esercitati dai funzionari attraverso sostituti, rimanevano patrimonio
ereditario della famiglia e quindi costituirono a lungo uno dei piü
sicuri cespiti per le casate cancelleresche. La legge 9 marzo 1633, che
concesse sensibili aumenti di stipendio ai funzionari, si preoccupö di
incentivare le famiglie di cancelleria ad indirizzare i propri figlioli
verso il servizio pubblico, stabilendo anche che «debban riservarsi
per ora a quelli soli della medesima Cancelleria, Figli, o Nepoti loro
tanto Maschi, che Femmine li offitii, et carichi fuori da questa
cittâ»89. In veritâ, come osservö nel 1651 il Vianol, la disposizione
rimase «senza l’adempimento», a causa della massiccia vendita statale
d ’uffici che ebbe luogo a partire dal 1636 e che determinö la
sospensione, almeno ufficiale delle concessioni per grazia90. A tale
causa fa esplicito riferimento una parte di vent’anni dopo nella quale

88 Ivi, Consiglio dei Dieci, Misti, reg. 19, c. 232v, 24 maggio 1480.
89 Un’altra strada che si propose (ma che non venne seguita) fu di trovare attraverso
la magistratura dei Riformatori dello studio di Padova posto nei collegi di quella cittâ per
dodici giovani dai 13 ai 18 anni «di buona nascita» affinche si formassero culturalmente
per ritornare poi utili nelTamministrazione, ivi, Senato, Terra, filza 109, c. 50r.
90 Su quest’ordine di argomenti e incentrato I’ultimo paragrafo del capitolo che
segue.
150 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

si rileva il cronico debito delle famiglie di cancelleria verso i Camer-


lenghi di Comun, «et per le vendite degli offici meno vi e modo di
consolarli con gratie e aspettative, come nei tempi passati sempre e
stato costume»91. Una tradizionale, sicura fonte di reddito per i
funzionari di cancelleria sembra insomma, a meta Seicento, dissec-
carsi.
U n’ultima forma di retribuzione proveniva dal servizio di segrete-
ria che alcuni funzionari, soprattutto notai ordinari, svolgevano in
diversi uffici veneziani, dove venivano a collocarsi gerarchicamente a
meta strada tra i magistrati patrizi e gli impiegati subalterni, anch’essi
cittadini originari. Sia il lavoro che costoro esercitavano sia gli emolu-
menti che venivano loro corrisposti dipendevano dalle norme che
regolavano l’esercizio di ogni singola magistratura, quindi e impossi-
bile, in mancanza di documenti diretti, ricostruire dei dati generali
per questa voce92. Un fatto perö, a tale riguardo, appare in tutta
evidenza: tra ’6 e 700 aumentö l’interesse dei funzionari di cancelle­
ria per questo tipo di incarichi e per i proventi che da essi derivava-
no. Difficile e dedurre se ciö fosse dovuto ad una maggiore incertezza
degli emolumenti legati direttamente al lavoro in cancelleria o se
invece derivasse da un aumento di questa fonte di reddito. Comun-
que sia la tendenza che si fece strada nel corso del Seicento e nei
primi decenni del secolo successivo fu quella di «appoggiare» le
sanzioni disciplinari ed amministrative comminate al personale di
cancelleria proprio su questo settore di incarichi e sui proventi ed

91 Ibidem, reg. 152, cc. 257v-258r, 8 luglio 1656.


92 Qualche informazione puö provenire solo dall’analisi della routine di lavoro di
singole magistrature, un campo d’indagine poco frequentato nella storiografia veneziana. II
saggio di Renzo Derosas sugli Esecutori sopra la Bestemmia, mette in luce vari aspetti del
servizio del segretario cancelleresco. Nel 1638, ad esempio, egli riceveva un salario di 14
ducati mensili che costituivano una somma cospicua superiore al salario-base di cancelleria
di un notaio ordinario. A questo dato si deve perö sommare una cifra indeterminabile di
«incerti», legati al complesso meccanismo di remunerazione del personale dell’ufficio. Se
poi si considera la pratica consueta delle sostituzioni, per cui sovente i segretari per
interesse strettamente economico si facevano rimpiazzare nella carica pur mantenendola
nominalmente, se si tiene conto della «cronica insolvibilitâ» delTamministrazione, se si
riflette che tutta la routine di lavoro era virtualmente nelle mani del personale subalterno e
che quindi i molteplici rapporti con il pubblico potevano, attraverso vessazioni e ricatti,
generare occasioni di facili guadagni, risulta ancora piû difficile stimare anche approssima-
tivamente quale cifra derivasse al personale di cancelleria dagli impieghi nelle magistratu­
re; D erosas, Moralita cit., pp. 475-524.
LA CANCELLERIA DUCALE 151

esso relativi, segno evidente che la loro importanza era cresciuta. A


meta 700, poi, quest’attivitâ sembra aver assunto un’importanza
cruciale per i funzionari, in virtu proprio del vantaggio economico: si
ricordi quella relazione del cancellier grande del 1741 nella quale si
rilevava come molti ordinari rifiutassero di presentarsi ai concorsi per
segretari del Senato, e rinunciassero alla «cassetta», pur di mantenere
l’incarico di segretario in qualche magistratura93.

4. La carriera di un funzionario tra ’5 e ’600

La carriera di un funzionario di cancelleria seguiva un iter preciso


segnato dai concorsi e dalle «ballottationi» che determinavano i
passaggi di grado. Le votazioni per le nuove ammissioni in cancelle­
ria, le elezioni ai posti vacanti di notaio ordinario o di segretario
richiedevano un’attenzione continua da parte dei funzionari, ora per
avvertire un familiare in missione all’estero perche non perdesse
l’occasione di un concorso, ora per adoperarsi e favorire qualcuno:
era, insomma, anche questa cancelleresca, al pari di quella patrizia,
una «societâ sempre sul piano elettorale»9495.
Grazie ad un ampio ventaglio di fondi archivistici e scritture
diverse sono State ricostruite numerose carriere di funzionari di
cancelleria, arricchendole di particolari biografici e di osservazioni
sullo scenario storico-politico in cui essi si mossero". L’entrata in

93 Cfr. supra n. 49.


99 G. Cozzı, Una vicenda delta Venezia barocca: Marco Trevisan e la sua «eroica
amicizia», in «Bollettino dell’istituto di storia della societâ e dello stato veneziano», 2
(1960), p. 69.
95 Vari autori hanno curato numerose voci sul Dizionario Biografico degli Italiani-, G.
Benzoni quelle di Alessandro Bernardo (1632-dopo 1668), IX, pp. 302-303; Francesco
Bianchi (circa 1620-prima del 1690), X, pp. 87-89; Girolamo Bon (fine ’500-prima del
1675), XI, pp. 417-418; Alessandro Busenello (1623-circa 1680), XV, pp. 509-511;
Giacomo Busenello (1682-dopo 1743), XV, pp. 511-512; Marcantonio Busenello (1589-
1651), XV, pp. 515-517; Pietro Busenello (1650-1713), XV, pp. 517-518; Giacomo
Cappello (circa 1660-1736), XVIII, pp. 778-779; Giovanni Cappello (1632-1701), XVIII,
pp. 789-790; Girolamo Cavazza (1588-1657), XXIII, pp. 43-47; A. O livieri quella di
Gabriele Cavazza (circa 1540-1593), XXIII, pp. 39-41; P. P reto quelle di Pietro
Busenello (1705-1765), XV, pp. 518-520 e Pietro Maria Busenello (fine '600-1780), XV,
pp. 520-521; A. Stella quella di Bonifacio Antelmi (1542-1610), III, pp. 441-442; G.F.
T orcellan quella di Giovanni Battista Ballarin (1603-1666), V, 570-571; S. Z amperetti
152 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

cancelleria aweniva quasi sempre in giovane etâ, solo in qualche caso


dopo studi universitari, spesso sulle örme del padre o di un congiunto
che vi prestava servizio. 11 giovane notaio straordinario cominciava
presto la trafila di servizi fuori cittâ, al seguito di provveditori e
ambasciatori patrizi o magari nell’ambito familiare come aggregato
alla residenza retta da un parente, svolgendo funzioni di responsabili-
tâ e trovandosi magari nella necessitâ di sostituire il rappresentante
titolare. I primi dieci, vent’anni di carriera dei funzionari piü capaci
erano punteggiati da queste missioni ed il tempo che essi trascorreva-
no fuori cittâ era spesso maggiore di quello passato tra i consigli
veneziani: Girolamo Cavazza (1588-1657) a 64 anni ricordava di
averne passati 28 fuori Venezia96.
Un caso estremo e rappresentato dalla vicenda di Giovan Battista
Ballarin (1603-1666). Distintosi negli studi universitari, egli entrö in
cancelleria relativamente tardi, a 19 anni e dopo appena un anno
venne giâ inviato in missione in Levante, da dove ritornö per pochi
mesi tra 1626 e 1627 e per un anno tra 1631 e 1632, quando si sposö
ed ebbe un figlio. Nel frattempo era stato nominato notaio ordinario.
Nel 1632 si recö in Dalmazia dove seppe della sua nomina a segreta-
rio dei Pregadi che gli consentı nel 1634 di ritornare a Venezia, da
dove ripartı l’anno successivo per sostenere per tre anni la residenza a
Vienna. Rientrato a Venezia, il Ballarin vi rimase per dieci anni
svolgendo l’importante carica di segretario dei Dieci e degli Inquisito-
ri di Stato. Con il peggiorare della situazione nel conflitto turco-vene-
ziano venne inviato a Candia, ufficialmente come segretario del bailo
veneziano tenuto prigioniero dai Turchi, «in realtâ come valido aiuto
per la sua consumata esperienza nelle cose di Levante nella difficile

quelle di Marcantonio De Franceschi (circa 1510-prima del 1580), XXXVI, pp. 38-39;
Giovanfrancesco De Franceschi (circa 1510-1572), XXXVI, pp. 35-36: Andrea De France­
schi, XXXVI, pp. 24-26; Pietro Dölce (1604-prima del 1657), in corso di pubblicazione;
Alemante Angelo Donini (1626-1706), in corso di pubblicazione.
C asini, Realtâ e simboli cit., p. 232 e sgg., ha ricostruito la carriera di quattro
cancellieri grandi seicenteschi: Gian Battista Padavin (1560-1639), Marco Ottobon (1568-
1646), Marcantonio Busenello (1589-1651) e Agostino Vianol (1590-1660). Notizie su
Roberto Lio (1562-circa 1640) in E.A. C icogna , Delle inscrizioni veneziane, VI, Venezia
1824-1853, pp. 58-64. Interessanti sono gli şeritti autobiografici di Francesco Girardo
(1532-dopo 1595), BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 183 (8161), cc. 100-105, e di Giovan
Francesco Paolucci (1591-dopo 1573), ASV, Quarantia Crinıinal, b. 233, fasc. 6.
% Benzon i , voce Girolamo Cavazza cit.
LA CANCELLERIA DUCALE 153

situazione diplomatica in cui il rappresentante veneto s’era venuto a


trovare»9'. Fino al 1650 rimase prigioniero assieme al bailo sull’isola,
quindi pote ritornare a Venezia, dopo aver patito lunghi mesi di
malattia a Corfu. Malgrado ciö l’anno seguente il Senato lo designd
nuovamente per accompagnare l’ambasciatore veneziano a Costanti-
nopoli, da dove non gli venne concesso di ritornare a Venezia per la
morte della seconda moglie. Di li a qualche tempo l’ambasciatore
Cappello venne richiamato e toccö al Ballarin sostenere il peso della
difficile ambasciata di guerra. Nel 1660, come premio per la sua
dedizione continua, venne eletto cancellier grande ma non pote mai
godere del prestigio che la Serenissima assegnava al primo fra i
funzionari di cancelleria perche mori nel 1666 mentre si trasferiva a
Candia, per l’ennesima iniziativa diplomatica. Lo stesso anno venne
eletto al cancellierato il figlio Domenico, «in ricompensa del merito
dell’intrepido genitore»9798.
Non tutti i funzionari vissero le avventurose vicende di un Giovan
Battista Ballarin; molti, accumulati un certo numero di servizi fuori
cittâ o raggiunta la carica di segretario del Senato, riuscivano ad
evitare il peso delle missioni all’estero, si procuravano un fruttuoso
incarico di segretario in qualche magistratura e rimanevano a seguire
la carriera dei parenti e a curare gli interessi della famiglia. Purtroppo
si hanno buone informazioni solo su funzionari di prestigio che
seppero raggiungere i livelli piu alti della gerarchia cancelleresca
mentre poco sappiamo delle figüre minori che rimasero lontane dagli
incarichi diplomatici di rilievo e che passarono lunghi anni nel lavoro
di routine della cancelleria.
Le memorie del cancellier grande Bonifacio Antelmi (1543-1610),
per la vivacitâ dell’espressione e il realismo delle situazioni, fornisco-
no uno scorcio inedito sulla carriera di un funzionario di cancelleria.
Si tratta di una serie ordinata di appunti che ricostruiscono il cursus
honorum del segretario veneziano fino alla sua elezione al massimo
grado di cancelleria, stesi alla vigilia del concorso per il cancellierato
per dar peso aile difficoltâ economiche che egli dovette superare,

97 T orcellan , voce Giovan Battista Ballarin cit. p. 571.


98 G radenigo , Memorie concernenti cit., c. 104v. Su Giovan Battista Ballarin cfr.
anche M. T revisan, L ’immortalita di G.B. Ballarin... descritta dalla penna amica di Marco
Trevisano nobile veneto l’amico heroe, Venetia 1671.
154 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

sottolineare gli ostacoli frapposti dagli awersari alla sua carriera,


evidenziare lo spirito d ’abnegazione che lo aveva contraddistinto".
Aveva 17 anni, il futuro cancelliere, ed era indirizzato verso la
carriera d ’avvocato quando il padre «fu consigliato ... (di) offerirlo
alla servitü della cancelleria ducale». Poco sappiamo di Marcantonio,
padre di Bonifacio, discendente di una famiglia di antica origine
cremonese «caduta nell’indigenza in seguito a fallimentari perdite
nella mercatura e nei traffici di Levante»99100; certamente egli visse con
ristrette fortune, tanto che ricevette un’abitazione di proprietâ della
scuola di S. Maria della Misericordia di quelle concesse ai cittadini
poveri; questa sua condizione tuttavia non gli impedı di sposare in
prime nozze Eva Bevilacqua, sorella di Domenico segretario dei
Dieci, ed in seconde una nobildonna, e di avviare quattro figli
nell’onerosa strada del servizio in cancelleria.
Quando si presentö al concorso per il posto di notaio straordina-
rio nel 1561 - 12 erano i ruoli vacanti e 40 i candidati - Bonifacio
poteva quindi contare sull’appoggio dello zio materno e del fratello
Piero, giâ straordinario. Alla prova di «tradurre epistola latina» in
italiano, e viceversa, ricevette «per sottoscrittura: bene», e alla vota-
zione rimase eletto. Dopo qualche meşe, il giorno dell’Ascensione del
1562, quindi a 20 anni, incominciö a «vestir la manica a comedo» e
nel febbraio del 1563 finalmente entrö in servizio.
II primo incarico, che gli fruttö subito un’utilitâ di 10 ducati
annui, fu «di contar le balle di nö» in Maggior Consiglio, una
mansione riservata proprio ai piü giovani affinche facessero esperien-
za con le complesse procedure d ’elezione della maggiore assemblea
veneziana. Nel luglio 1564 ottenne la prima di una lunga serie di
provvisioni: gli viene concessa per la durata della sua vita la carica di
scrivano presso la magistratura dei provveditori di Comun, in virtu di
una grazia dispensata dal Maggior Consiglio al padre. Nell’agosto
1565, a 23 anni, e la volta della sua prima missione estera, segretario
deH’ambasciatore veneziano presso la corte di Spagna. Lo stipendio e

99 ASV, Cancellier Grande, b. 13, fasc. IV, 1605 30 maggio. Memorie riguardanti il
Cancellier Grande Bonifacio Antelmi eletto il deto giorno, cc. n.n. All’indomani della
elezione deli Antelmi i Dieci vietarono la diffusione di scritture o stampe autobiografiche
in occasione di brogli per il cancellierato o per l’elezione a segretario; G radenigo ,
Memorie concernenti cit., cc. 79v-82v.
100 Stella , voce Bonifacio Antelmi cit., p. 441.
LA CANCELLERIA DUCALE 155

di 100 ducati annui, e la sovvenzione per le spese e di 250 scudi.


La missione alla corte di Filippo II dura due anni, al ritorno sembra
che Bonifacio, oltre al consueto lavoro di routine dei notai straordinari,
ritorni all’antica mansione: «parve al clarissimo cancellier grande di
carricarmi del carico d ’un capelo (cioe un’urna) in Maggior Consiglio,
il quale, benche dia dieci ducati l’anno di salario, non mi piacque, ne
me si conveniva, nondimeno per convenienti rispetti, non volsi ricusar-
lo». Dopo un anno finalmente venne «liberato» da tale incarico.
Nel 1568, stante «la strettezza di mio padre et la mia ancora»,
supplica e riceve «un’aspettativa di ducati 150 l’anno in un ufficio»,
vale a dire il diritto a ricevere in grazia un ufficio di quel valore non
appena venisse a liberarsi, ed ottiene da questa cifra, subito, «un’asse-
gnatione» di 576 ducati. Dopo un anno viene deputato al carico di
segretario dei «Provveditori sopra le bale del Dogado», una magistratu-
ra temporanea il cui servizio, sottolineano le memorie, era gratuito.
Nel giugno 1569 viene eletto ambasciatore in Spagna Giacomo
Surian, che convoca immediatamente il nostro ambizioso giovane: «mi
chiamö su ’l tribunal dove era sentato come Savio di Terra Ferma et
abbrazzandomi stretta et humanamente mi disse che mi voleva per
segretario e per compagno in quella ambasceria». L’Antelmi rifiutö,
perche aveva «desiderio d’andare in altra corte, poi che avevo veduto
una volta quella». Nel frattempo l’elezione del Surian viene annullata,
al suo posto viene nominato Leonardo Dona, il futuro doge, al quale
comunque Bonifacio si nega, e che «si contentö di accettare Giulio
Girardi», un notaio che ritroveremo ancora.
Nel luglio 1570 viene deputato alla segreteria dell’ambasciata in
Polonia, con il consueto salario di 100 ducati; prima di partire, «caso
che venisse l’occasione», sostiene la prova per ordinario, traducendo
un’epistola di Cicerone e ricevendo ancora un «bene», e ottiene un’al-
tra porzione di 216 ducati dell’aspettativa del 1568.
L’anno seguente viene ballottato notaio ordinario, quindi subito
inviato ad una nuova ambasceria, questa volta a Vienna. Ancora, prima
di partire, supplica ed ottiene un anticipo, questa volta di quattro
annate di salario, piû una cifra attorno ai 100 ducati «che ’l va debito-
re». Mentre e a Vienna lo raggiunge la nomina a segretario del Bailo di
Costantinopoli; prima di partire vende la mobilia, eccetto alcuni «vesti-
ti de viaggio et drapamanti di lino et pelami, e fatta una picciol somma»
se ne ritorna a Venezia.
156 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IH

A casa Bonifacio si ferma meno di due mesi, contraddistinti perö


da un’attivitâ febbrile. II padre si era nel frattempo «investito»
dell’aspettativa del 1568, vale a dire l’aveva riportata a suo nome,
utilizzandola quindi per acquisire un ufficio di «Pesador al mezzo nel
Fontico della farina a Rialto, il quale e di poca valuta ma con
speranza di farlo valer». Per Valerio, suo fratello minöre da poco
entrato in cancelleria, poiche «si ritrovava senza niuna cosa», Bonifa­
cio supplica ed ottiene sei ducati «in vita» dalTufficio di cancelliere a
Monselice. Quindi sostiene la prova per segretario, premiata con un
«recte» e, soprattutto, fa «provisione di panni di setta et oro per
avanzar qualche denaro come fece sempre ognuno, et ciö con speran­
za di conveniente guadagno, perche el tutto uscirâ di cittâ, passerâ
per il viaggio et entrerâ in Costantinopoli senza datio o gabela alcuna
et spese di condotta, cosı feci et portai meco (merci) per ducati 600».
Nella capitale orientale la peşte era «al colmo» ed il segretario a
cui doveva dare il cambio era morto; Bonifacio vi trascorre due anni
in attesa della sua nomina a segretario che lo raggiunge e gli consente
di tornare a Venezia, dove arriva nel febbraio 1576. Nel luglio dello
stesso anno viene nominato alla segreteria presso la corte pontificia,
ma appena iniziato il viaggio di trasferimento viene a sapere dello
scoppio della peşte e ritorna immediatamente a casa «per diffendere,
per quanto potessi, mediante l’aiuto del signor Iddio, il mio sangue
da tanta miseria». La terribile epidemia gli porta via il padre e la
matrigna, due fratelli e due sorelle; gli restano i fratelli Valerio, Paolo,
che entrerâ presto in cancelleria, e Francesco, che seguirâ la strada
claustrale come giâ avevano fatto altri due figli di Marcantonio.
Nel frattempo la posizione di Bonifacio nella cancelleria aveva
acquisito ormai uno spessore consistente. «Essendo mancato il luogo
di soprastante et custode alla Tana, officio che vale meglio di 500
ducati l’anno, concorse Paolo mio fratello, et in gran concorrentia,
per gratia di Dio, di Sua Serenitâ, et de quei Signori Ilustrissimi, restö
eletto di largo giuditio benche io non havevo potuto far broglio
alcuno, ne far parlatole alla Piazza ma io solo senza aiuto d’altri parlai
nell’Eccelso Consiglio nel ponto dell’elettione». Con un altro sempli-
ce discorso al Collegio, di lî a poco, riesce poi a farsi «rimettere», cioe
regalare, i 100 ducati che il fratello Valerio aveva ricevuto per servire
a Costantinopoli, pur non essendo mai partito per quella missione.
Nel febbraio 1577 finalmente Bonifacio puö partire per Roma; gli
LA CANCELLERIA DUCALE 157

vengono dati 100 ducati per spese, senza obbligo di presentare


resoconto, e un anticipo di quattro anni del suo salario di 74 ducati
alTanno, da cui, dedotta la decima e i 144 ducati di cui questa volta
va debitore, rimane ben poco.
Assieme alla sua, progrediscono anche le carriere dei fratelli.
«Faccio nota, come mentre ch’io sia stato al servitio in questa corte di
Roma, ho ricevuto quatro gratie da sua Serenitâ. La prima fu la
concessione della cancelleria di Moncelese per 12 reggimenti a Vale-
rio mio fratello. La seconda che mio fratello Paolo sia stato tolto in
cancelleria. La terza che Valerio sopradetto sia stato eletto ordinario,
pur di cancelleria. Et la quarta ch’io sia rimasto Residente a Milano
(superando nella votazione) Giulio Girardi, che fece con li fratelli
(che tutti tre s’attrovavano in Venetia) il maggior sforzo di broglio
che si possa immaginare».
A Roma gli rubano di notte i vestiti dalla stanza ed e costretto a
prendere a prestito 217 ducati dal procurator Da Lezze obbligando il
salario, la sua situazione economica appare insomma sempre incerta,
e la sua posizione retributiva cosı viene riassunta nell’ennesima peti-
zione, presentata prima di partire per Milano: di salario ha un debito
di 399 ducati, la sovvenzione sull’aspettativa del 1568 e scaduta e la
stessa, investita nell’ufficio di Pesador, rende non piu di 3-4 ducati
annui, oltretutto e debitore di «mercedi de chi lo essercita» per
ducati 239. Ricordando come gli Antelmi siano «poverissimi» di
famiglia e sottolineando la sua fedeltâ al servizio che gli ha provocato
«infermitâ dovute al lungo scrivere»101, supplica quindi la concessione
di una grazia di 10 ducati al meşe in vita, ma la «parte» di grazia
viene piu volte bocciata riuscendo a superare la votazione solo dopo
che la provvisione viene ridotta ad otto anni.
Nel novembre 1579 Bonifacio Antelmi parte dunque per la resi-
denza nella capitale lombarda. Anche questa volta e probabile che
porti con se della merce perche si procura una «patente» con cui gli
viene concesso che «un barchio de sue robbe» venga lasciato passare
senza pagare dazio alcuno. Sugli otto anni trascorsi a Milano le
memorie annotano solo poche richieste di denaro: un anticipo sulla

101 Anche il Milledonne aveva annotato di aver perduto a 57 anni l’uso della mano
destra per le «fatiche dello scrivere» e di essersi adattato a scrivere con l’altra mano,
M illedonne, Ragionamento cit., c. 55r.
158 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

provvisione del 1579, uno sullo stipendio «oltre il debito che e di circa
due anni», una supplica per un donativo. Dopo tante «strettezze» nel
1587 lo raggiunge e sostituisce Giulio Girardi: «mi partii da quella
corte molto honorato con dei figlioli maschi et la moglie gravida».
Ritornato nell’ambiente della cancelleria, Bonifacio, ormai quaran-
tacinquenne, puö aspirare ai gradi piu alti della gerarchia cancellere-
sca; non gli mancano ne la capacitâ, ne l’ambizione, ne gli appoggi
influenti, anche se, stando aile sue parole, nella cerchia dei segretari si
erano creati malumori nei suoi confronti. «E cosa degna di memoria»,
scrive il futuro cancellier grande a proposito di una sua nuova
richiesta di aver prorogata in vita la grazia del 1579, «che havendo il
clarissimo Gran Cancellier et Signori Segretari tutti del Consiglio de’
Dieci fatto congiura per farmi licentiare con la oltrascritta domanda
da dieci ducati, che avevano fatta solo per altri otto anni, fui
chiamato, et havendome gli Ulustrissimi Signori Capi persuaso a
retirarmi, e tener la via del Pregadi, io mi lassai di maniera intendere,
che le loro eccellenze terminarono ch’io facessi notar tutto quello
ch’io volessi, önde feci notar in vita et cosı fu preso».
Nonostante l’opposizione interna che gli veniva mossa, dunque, i
suoi appoggi tra i consiglieri dei Dieci erano robusti, tali da sconfig-
gere la fronda dei colleghi. Questi appoggi dovevano tuttavia rivelarsi
insufficienti nei suoi primi due assalti alla carica di segretario dei
Dieci. Nel 1588 e nel 1589, mentre con ogni probabilitâ era in
missione in Toscana, per la morte del Milledonne ed il bando di
Carlo Berengo vennero a liberarsi due posti presso l’eccelso Consi­
glio, ai quali furono eletti Lunardo Ottobon e Nicolö Padavin. 11
passo relativo nelle memorie e tra i piû interessanti.
«La mia assentia quasi perpetua dalla cittâ, per li continui servitii
prestati fuori, mi ha reso di maniera impuro aile cose di Venetia, et
inetto â far broglio, che nelle supradette due ballottationi si e
benissimo conosciuta la mia imperitia, poi che, non havendo io fatto
alcun offitio prima nella lunga malattia del Milledonne, et dappoi
mentre si processava il Berengo, ne tampoco incappati li mezzi con li
ballottati, e occorso che havendo li miei concorrenti fatte grandissime
pratiche inanti che venisse il caso, quando io ho cominciato a
maneggiarmi, gl’altri havevano finito il tutto; önde ritrovai tutti li
luoghi occupati, e tutti li mezzi incaparati. Nell’avenire si fara anco da
me quello che fanno gli altri».
LA CANCELLERIA DUCALE 159

Da questo momento in poi, purtroppo, la precisione delle memo-


rie diminuisce progressivamente. Solo nel 1594, dopo ben nove
votazioni negative, 1’Antelmi perviene alla segreteria dei Dieci e solo
alla terza occasione raggiunge la massima carica della cancelleria,
vincendo la strenua opposizione di Giulio Girardi, al quale non a
caso in queste note sono rivolti acidi riferimenti102.
Le memorie dell’Antelmi descrivono dunque in una maniera
inaspettatamente veridica l’insieme delle condizioni che determinava-
no la carriera di un funzionario di cancelleria tra ’5 e ’600. II primo e
piû evidente fattore positivo era senza dubbio la presenza accanto a
se di una famiglia che avesse peso ed importanza in questo ambito.
Tutti i vincoli - verticali, laterali, di affinitâ - ritornavano in qualche
momento utili; l’aver avuto parenti in cancelleria poteva determinare
l’esito del concorso di ammissione, la presenza di familiari in servizio
mentre si serviva all’estero poteva assicurare una promozione, il
conseguimento di una grazia, la tessitura di quella rete di appoggi da
cui dipendeva il «broglio». Questo aiuta a comprendere il comporta-
mento altrimenti inspiegabile di quei funzionari di cancelleria che, di
ritorno da missioni rischiose e magari in arretrato di annate di
stipendio, si affacendavano per l’assunzione di un fratello, di un
nipote. Va da se che l’assenza dell’appoggio famigliare poteva essere
surrogato o comunque in qualche maniera superata: rari, ma non
inesistenti, sono i casi di funzionari che raggiunsero posizioni di
vertice pur essendo «lupi solitari». Tra ’5 e 700, come si vedrâ,
l’importanza di questo fattore crebbe: non e un caso che nel secondo
’500 cinque cancellieri grandi su sei furono i primi della propria
famiglia ad entrare in cancelleria, mentre nel ’600 solo uno su nove
non aveva una famiglia con tradizione cancelleresca aile spalle103.
Piû difficile e valutare quale ruolo avesse la ricchezza della casata;
la riuscita di Bonifacio Antelmi, a giudicare dal risalto che a questo
particolare diedero le cronache104, dovette rappresentare la classica
eccezione che conferma l’importanza di una buona condizione patri-

102 Secondo Stella , voce Bonifacio Antelmi cit., p. 442 (che püre confonde la carica
di segretario dei Dieci con quella di cancelliere grande) il Girardi fece annullare Tuluma
votazione al cancellierato dell’Antelmi, che comunque prevalse definitivamente in seguito.
103 II «caso anomalo» cinquecentesco e Gian Francesco Ottobon, lo zio del quale,
Nicolö, era segretario, quello seicentesco Agostino Vianol.
104 G radenigo, Memorie concernenti cit.
160 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

moniale di base per affrontare una carriera lunga ed incerta. D ’altra


parte la situazione finanziaria degli Antelmi, che nella generazione
successiva a quella di Bonifacio riuscirono a sostenere l’ingente esbor-
so che valse loro il titolo patrizio, e, come si vedrâ, un mistero. A
parte la tecnica di richiedere anticipi su salari e provvisioni, suppli-
cando quindi il condono del debito, dalle Memorie emerge come
l’Antelmi approfittasse delle trasferte di lavoro per compiere opera-
zioni commerciali, di che dimensioni e con quale risultato finanziario
e perö impossibile dire.
Una seconda serie di elementi necessari per progredire in questo
settore burocratico coinvolge l’ambito dei rapporti interpersonali tra i
funzionari di cancelleria, e di questi con i nobili. Dalle note deli’An­
telmi risalta bene come si trattasse di un ambiente estremamente
competitivo, con frequenti conflitti d’interesse, gelosie reciproche per
promozioni e favori, invidie per progressi di carriera; d ’altronde, era
lo stesso sistema delle elezioni che determinava una continua concor-
renza fra i funzionari, che quindi accumulavano motivi di risentimen-
to e stimoli di rivalsa. In questa microsocietâ era conveniente valutare
a fondo in quale momento convenisse acconsentire alla richiesta di un
superiore, come quando il giovane Antelmi accettö controvoglia
l’incarico in Maggior Consiglio, e quando invece si potesse ricusare la
proposta di un nobile in vista di una mansione piü proficua, come
nell’episodio della seconda ambasciata in Spagna. La circospezione, la
cautela, la mancanza di arroganza e, nel contempo, anche l’ambizio-
ne, la determinatezza, la capacitâ di porsi dei traguardi progressivi,
erano gli aspetti caratteriali che si addicevano ad un funzionario di
cancelleria. Nella burocrazia cittadinesca, come in quella patrizia, era
controproducente dimostrare una concezione troppo forte di se, delle
proprie capacitâ ed ambizioni; la struttura statale e la prassi di
governo della Serenissima per tradizione puntavano a svalutare il
singolo ed esaltare le istituzioni, sfavorire la sete di prestigio persona-
le e promuovere lo spirito di servizio.
Se per condurre una carriera di basso-medio profilo gli elementi
fin qui descritti erano da soli forse sufficienti, per giungere all’apice
era indispensabile saper coltivare negli anni una fitta rete di rapporti
di protezione e clientela, indispensabile per raccogliere gli appoggi
necessari per superare concorsi difficili e selettivi come quelli di
segretario dei Dieci, o gran cancelliere.
LA CANCELLERIA DUCALE 161

La natura di una rete siffatta emerge bene da una raccolta di


lettere di Roberto Lio (1562-dopo 1639), un segretario che agli inizi
del Seicento venne incaricato di importanti missioni e residenze105.
Durante la sua settennale segreteria aH’ambasciata di Francia il Vio si
manteneva in continuo contatto con lo zio Gio Batta Priuli, con
diversi funzionari di cancelleria e patrizi veneziani. 11 ricorrere degli
stessi nomi in lettere di congratulazioni per il conseguimento di uffici
o di ringraziamento per l’appoggio ricevuto, lascia intendere come il
Lio agisse avendo in ogni occasione precisi riferimenti politici. Per la
sua elezione a segretario di Pregadi lo zio si mobilitö periodicamente
per diversi anni, con il fine di «procurarsi quel maggior numero di
balle» che gli riusciva. Dopo il concorso del 1594, ad esempio, da
Parigi il segretario ringraziava il nobile Costantin Priuli, con espres-
sioni quali «da lei riconosco la maggior parte dei voti», lagnandosi nel
contempo con lo zio del «poco broglio» raccolto mentre «li concor-
renti havendolo grandissimo».
Le occasioni in cui l’aiuto di personaggi influenti poteva essere
determinante erano molteplici: il piu volte rinviato ritorno dalla
missione di Francia, la «compartita de’ denari ultimamente fatta
dall’eccelso consiglio dei Dieci», l’intercessione presso Marco Otto-
bon in partenza per Costantinopoli perche assumesse come «ragiona-
to» il fratello. Bisognava poi di continuo ricordare la propria fedeltâ e
riconoscenza ai piu potenti, ringraziandoli per la «protettione» accor-
data e mettendo la propria famiglia a disposizione illimitata.
Ma rimanevano le «ballottationi» per i diversi concorsi di cancel­
leria il momento cruciale in cui dispiegare tutta la propria rete di
conoscenze ed appoggi. Gli aspiranti ed i loro candidati praticavano
in queste occasioni quello che un anonimo tardo-seicentesco ha
efficacemente chiamato «broglio honesto», vale a dire la ricerca di
voti tra parenti, amici e sostenitori. Qualsiasi sollecitazione personale
era vietata dalla legge veneziana, tuttavia le pratiche di questo tipo,
laddove non configurassero vera e propria corruzione elettorale,
erano ampiamente diffuse a tutti i livelli nella vita politica veneziana,
ne danno ulteriore riprova per l’ambiente cittadinesco le memorie

105 BCU, Fondo Manin, ms. 153 (ex 205), Lettere e memorie di Roberto Lio Secretario
dell’Eccelso Consiglio di X. Sul Lio notizie in Cicogna, Delle inscrizioni cit., VI, pp.
58-64.
162 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

dell’Antelmi, stese, si ricordi, per favorirgli il cancellierato, dove se ne


fa ampio cenno106.
E ingenuo tuttavia pensare che i patrizi potessero sostenere disin-
teressatamente questo o quel candidato che, di contropartita, poteva
risultare molto utile anche a personaggi influenti; avere un segretario
fidato in una missione, ricevere le confidenze che circolavano in
cancelleria su un determinato ufficio, su una certa persona, poter
reperire per vie traverse un documento, un riferimento di legge, una
fonte riservata, attingere aile conoscenze specialistiche di tecnici
esperti: nel panorama politico veneziano la gratitudine e l’amicizia di
un funzionario di cancelleria erano elementi utili per qualsiasi carriera
patrizia, indispensabili per le principali.
In definitiva, considerando gli elementi che sono apparsi determi-
nanti per la riuscita nella cancelleria, viene spontaneo porsi il quesito
se il sistema di reclutamento e promozione del personale di cancelle­
ria fosse o meno basato su criteri meritocratici, vale a dire se nella
realtâ pervenissero ai gradini piu alti della scala gerarchica gli elemen­
ti piu capaci. La risposta non puö non essere positiva. Al di lâ della
validitâ ed efficacia della selezione tecnica mediante esame, ogni
ufficiale era sottoposto a continue e severe verifiche delle proprie
capacitâ, sicche era estremamente improbabile che un inetto giunges-
se a posizioni di grande responsabilitâ. Con questo sistema i piu
valenti venivano naturalmente preferiti dai nobili che li ricercavano
per una missione, li volevano accanto a se in incarichi delicati. La
necessitâ di disporre di una rete di protezioni per accedere ai ruoli di
vertice non escludeva che i primi di cancelleria fossero tra i migliori
dell’intero corpo. In secondo luogo, l’essere «devoto» a singoli nobili
era un’ulteriore riprova della fedeltâ del singolo alla causa aristocrati-
ca, e garanzia diretta che egli non venisse meno agli impegni assunti
per non rovinare se e la propria famiglia. Se si potesse studiare a
fondo ogni singola carriera dei funzionari di cancelleria certo si
troverebbe qualche caso a se stante, eccezionale, ma ciö che importa

106 L’anonimo Discorsetto in propositione de’ Broglio e citato da F inlay, La vita cit.,
p. 255 e commentato ampiamente da D.E. Q ueller, II patriziato veneziano. La realtâ con-
tro il mito, trad. it. Roma 1987 (Urbana and Chicago 1987), pp. 106 e sgg., il quale forni-
sce un’ampia documentazione su brogli e corruzioni in epoca tardo medievale, in cui so-
vente sono coinvolti anche cittadini. Sulla filosofia di base di quest’ultimo studio cfr. perö
la recensione di P. D el N egro, in «Societâ e Storia», 45 (1989), pp. 763-766.
LA CANCELLERLA DUCALE 163

e cogliere la realtâ piü frequente, i comportamenti medi. L’impossibi-


litâ di far carriera da parte di qualche giovane senza appoggi consi-
stenti o l’inefficenza di qualche vecchio segretario non smentiscono
che, quello di cancelleria, fu nella sostanza un meccanismo di recluta-
mento e promozione del personale fortemente selettivo, basato su una
concezione del merito che teneva conto anche della rete di conoscen-
ze e protezioni di cui il singolo disponeva.

5. L ’«Ordine della Cancelleria»

Se si guarda aile sole biografie dei suoi funzionari la storia della


cancelleria tra XVI e XVIII secolo appare tuttavia come appiattita
nell’immutabile ripetitivitâ delle carriere. Sfuggono gli stessi rapporti
tra la cancelleria come istituzione e il regime aristocratico, a comincia-
re dalla riforma che tra ’5 e ’600 interessö il consiglio «patron» della
cancelleria, i Dieci, che aveva raggiunto nel XVI secolo una posizione
di grande potere esorbitando dalle proprie originarie competenze
giudiziarie per deliberare frequentemente nell’ambito diplomatico e
in quello finanziario, istituzionalmente riservati al Senato107.
Un indizio del ruolo determinante che rivestirono i segretari
cittadini per l’acquisizione e la conservazione di tale potere e costitui-
to dalla vicenda della mancata elezione al cancellierato del segretario
dei Dieci Antonio Milledonne, un episodio che provocö un «serio
contrasto» fra Dieci e Maggior Consiglio, che si inserı nel clima che
determinö la «correzione» del consiglio dei Dieci del 1582-83 e in cui
risalta bene la complessa rete di conoscenze, protezioni e collabora-
zioni che un segretario poteva riuscire a raccogliere attorno a se.
Alla base di tale contrasto vi era, appunto, la carriera del Mille-

107 Sulle «correzioni» o «riforme» del consiglio dei Dieci fondamentali sono le pagine
di Cozzı, îl doge Nicolâ Contarini cit., pp. 2-10, 229-283 e İ dem , II Consiglio dei X cit.;
Ventura, Introduzione cit., pp. XXX-XXXI; Tuccı, Ranke storico cit., pp. 33-36. Una
lettura originale della correzione del 1582-83 e Lowry, The Reform cit. Gli aspetti di
politica finanziaria sono trattati da Stella, La regolazione cit., a cui vanno aggiunte le
osservazioni di L. P ezzolo, L ’oro dello Stato. Societâ, finanza e fisco nella Repubblica
veneta del secondo ’500, Venezia 1990, pp. 20-24. L’importanza delle correzioni per la
cancelleria e minutamente considerata nei due citati lavori di T rebbi, La cancelleria, pp.
115-125 e İ dem, II segretario, pp. 54 e passim ai quali si fara piü volte riferimento.
164 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

donne che, per l’esperienza nel servizio dello stato che aveva accumu-
lato, per la «sbrigativa franchezza» con cui era solito trattare un po’
tutti e con la quale, come segretario aile leggi, aveva applicato i
regolamenti, era inviso a quella parte della nobiltâ che vedeva nella
concentrazione dei poteri nel consiglio dei Dieci un pericolo per la
stabilitâ delle istituzioni repubblicane108. Tale risentimento trovö sfo-
go nel 1581 nella bocciatura del Milledonne al cancellierato e rinvigo-
rı una polarizzazione all’interno del patriziato fra «giovani» e «vec-
chi», divisione che trovö nella revisione delle funzioni del consiglio
dei Dieci del 1582-83 una prima occasione palese di manifestarsi.
La correzione del 1582-83 ridusse la concentrazione di potere
nelle mani dei Dieci: la giunta, «Zonta», che ne affiancava i lavori
non venne piü eletta e le materie finanziarie e diplomatiche tornarono
alla competenza del Senato; non venne tuttavia eliminata del tutto la
posizione di privilegio del consiglio, başata anche, in una parte non
trascurabile, sulla responsabilitâ esclusiva del consiglio stesso nella
gestione del personale di cancelleria e sulla nomina dei segretari del
Senato e del Collegio109. Che la condizione particolare dei segretari
cittadini all’interno del consiglio fosse perö ormai tenuta sott’occhio e
percepibile anche da una disposizione, poco conosciuta, del 1594 che,
con la scusa di adoperarsi affinche i segretari fossero «trattati, et
reconosciuti di qual modo, che si suol far li Nobili nostri» vietö
l’elezione a segretario dei Dieci a «tutti quelli che per sangue si
cacciassero da capello con qualche segretario nostro», vale a dire che
fossero in rapporti di stretta parentela: e evidente l’intenzione di
impedire che in un organo cosı importante potessero nascere perico-
lose consorterie familiari110.
Fu il consiglio stesso, nel 1619, a dar vita ad «un interessante
tentativo di autoriforma» che mirava da un lato a lasciare al Senato

108 G.A. Venier , Storia delle rivoluzioni seguite nel governo della repubblica di
Venezia e della istituzione dell’ecc.so Consiglio dei Dieci sino alla sua regolazione, BNM,
Mss. Italiani, d. VII, 774 (7284), c. 48r; BNM, Mss. Italiani, d. VII, 709 (8403), Dialogo
de Antonio Milledonne cit.
109 E interessante osservare che il doge Andrea Gritti nel 1532 aveva dichiarato di
voler disporre della cancelleria a suo piacimento, a riprova che ogni tentativo di accentra-
mento di potere, a Venezia non poteva non passare attraverso il controllo di questo
cruciale settore amministrativo; F inlay, La vita cit., p. 153.
110 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 44, cc. 22r-v, 28 aprile 1594.
LA CANCELLERIA DUCALE 165

l’elezione dei propri segretari, dall’altro ad eliminare l’inamovibilitâ


dei propri quattro segretari: prerogativa, questa, che aveva costituito
le fondamenta per l’accumulo di potere nelle mani dei Dieci111. La
nuova normativa, che prevedeva l’elezione a due a due dei segretari
dei Dieci che sarebbero rimasti in carica solo per un biennio, venne
sospesa nel 1621, quando la necessitâ dell’esperienza di un lungo
servizio da parte dei segretari fu addotta come necessaria per un
buon funzionamento del servizio stesso, e la carica ritornö a vita.
Nel 1628 le forze che contrastavano l’accentrazione oligarchica dei
poteri in un consiglio ristretto ebbero nuovamente modo di denuncia-
re in Maggior Consiglio, attraverso le infiammate parole di Renier
Zeno, leader dei nobili «poveri», le prerogative dei Dieci. Cardine
della requisitoria dello Zeno fu proprio il ruolo che nel consiglio
avevano svolto i suoi inamovibili segretari, colpevoli di aver tratto i
vantaggi piu diversi da una serie di pratiche amministrative perlome-
no spregiudicate e, colpa ancor piu grave, di essersi spinti, come
cittadini, ben piu in lâ nella gestione di un potere riservato alla
sovranitâ patrizia, tanto da poter esser paragonati ai potenti segretari
delle monarchie europee. La «correzione» che ne seguı non influi
tanto sul ruolo di governo dei Dieci, giâ ridimensionato negli anni ’80
del ’500, anzi il consiglio «ampliö la propria sfera giurisdizionale
riservandosi tutte le materie giudiziarie piu rilevanti»112, il discorso
dello Zeno spinse tuttavia il Maggior Consiglio a deliberare un
periodo di servizio di soli due anni per i segretari dei Dieci, terminato
il quale era necessario un periodo di «contumacia», cioe di allontana-
mento dalla carica e di ritorno al servizio in Senato, prima di una
rielezione, ridimensionando cosı la «rendita di posizione» detenuta
dai segretari in virtu della loro inamovibilitâ.
Giuseppe Trebbi ha ricostruito un episodio molto significativo del

111 Secondo il cronista G iovanni Sivos, Cronaca veneta, BMCC, Mss. Cicogna, 2121,
tomo IV, c. 168r, il consiglio rese periodica la carica di segretario per punire il segretario
Pietro Darduin, «huomo molto astuto e sagace, se ben di qualche valore perö molto
odiato dalla nobiltâ, per la cattiva vita che teneva, et per altri aspetti». Un’altra fonte non
identificata, un appunto anonimo, forse anche questo tratto da qualche cronaca, riporta:
«Esta ditto, ch’el dose per malevolenza contra el Darduin omo de gran arroganza nel
amministrazion publiche abbi fatto questo motivo (cioe la legge suddetta)», ivi, Mss.
Gradenigo, 192, c. 300r.
112 P ovolo, Aspetti e problemi cit., pp. 250-251.
166 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

luglio 1629, che va messo in relazione alla correzione, quando gran


parte del personale di cancelleria si riunî nei locali della cancelleria
per discutere relativamente al beneficio della «cassetta» che era
gestito direttamente dai funzionari stessi113. L’occasione era stata data
dalla nomina del nuovo cassiere della «cassetta», nomina che spettava
al solo cancellier grande che tuttavia in quella occasione volle decide-
re sentito il parere di ognuno. Era, o cosı lo volle interpretare il
consiglio dei Dieci, un tentativo di creare un qualcosa che assomi-
gliasse ad un’assemblea di ceto, un organo che, püre su un argomento
in apparenza trascurabile, deteneva potere rappresentativo e, quindi,
in prospettiva, politico. Di lı a pochi giorni, infatti, i Dieci si
affrettarono ad annullare qualsiasi decisione ed elezione presa dal
personale di cancelleria, richiamando il cancellier grande al suo unico
dövere di nominare, per proprio conto, il cassiere. Senza la minima
indecisione, ma anche senza alcun risentimento che potesse alterare
gli animi, l’unico tentativo, perlomeno conosciuto, di organizzazione
«corporativa» formale compiuto dai funzionari cittadini fu stroncato
sul nascere.
E interessante osservare che tale iniziativa si verificö a proposito
di un particolare di carattere economico. «Dove il sudore si impiega,
lâ il pane si cerca» scriveva ai Dieci il cancellier grande Domenico
Ballarin nel 166911415: uno dei pochi argomenti che sembrano smuovere
il personale di cancelleria dallo stato di autocompiacimento per la
propria condizione e quello economico. £ stato osservato come una
parte anche consistente della retribuzione di questo corpo passasse
attraverso il sistema dell’elargizione paternalistica di grazie per prov-
visioni, un metodo che aveva radici lontane e che era funzionale
all’idea di dipendenza personale del funzionario al signore113, e infatti
i documenti del Senato e del consiglio di Dieci contengono centinaia
di suppliche per elargizioni di questo tipo, le scritture dei cancellieri
grandi, anche se sollecitate su argomenti diversi finiscono per conflui-
re nella richiesta di miglioramenti retributivi e moltissime leggi sul
funzionamento della cancelleria ritornano l’immagine di un corpo di

113 T rebbi, La cancelleria cit., pp. 123-124.


114 ASV, Senato, Terra, filza 812, Scrittura del cancellier grande Domenico Ballarin cit.
115 Su questo argomento restano basilari le pagine di M. W eber , Economia e societâ,
II, Milano 1968’, pp. 271, 329 e passim.
LA CANCELLERIA DUCALE 167

funzionari incessantemente attivo nella ricerca di maggiori guadagni.


La piü forte istanza che sembra provenire dal personale di cancel-
leria e insomma quella di un riconoscimento economico del proprio
ruolo neU’amministrazione. In questo senso non si puö non conside-
rare che la crescita registrata nel salario e nelle provvisioni ebbe luogo
tra penultimo decennio del ’500 e anni ’30 del secolo dopo, vale a
dire nello stesso arco di tempo in cui le autoritâ patrizie procedettero
ad una riconsiderazione del ruolo dei segretari nel consiglio dei Dieci.
Torna utile l’annotazione di un patrizio «giovane», Francesco Molin,
che annotö come i segretari, dopo la correzione del 1582-83, si
ritenessero «spogliati di molto utile et auttoritâ»116, laddove per
«utile» non sono da intendersi le grazie dispensate dai Dieci e venute
a mancare a seguito della perdita di competenza del consiglio in
materia finanziaria - poiche, come e stato dimostrato, decollarono
contemporaneamente le provvisioni concesse dal Senato -, l’«utile» a
cui si riferiva il Molin, va inteso in senso stretto e in relazione all’altro
termine, l’autoritâ: con la perdita di peso nel governo della repubbli-
ca dei Dieci i segretari videro diminuire l’ambito del proprio spazio
di manovra e quindi la possibilitâ di ricavare vantaggi economici dalla
propria posizione; seppero perö controbilanciare tale perdita aumen-
tando la pressione sulle autoritâ patrizie per la concessione di provvi­
sioni che andassero a coprire gli introiti perduti.
E opportuno chiedersi se alla fine di questa fase la retribuzione
corrisposta al personale di cancelleria fosse remunerativa delle re-
sponsabilitâ sostenute, e adeguata rispetto ad altre figüre burocratiche
statali. Considerazioni comparative in questo settore sono sempre
molto difficili, per il caso di Venezia, inoltre, sono complicate dalla
mancanza di documenti riepilogativi degli emolumenti corrisposti al
personale statale, e necessario di conseguenza far ricorso a fonti
indirette. Una descrizione seicentesca di «tutti li Magistrati» della
repubblica anteriore alla perdita di Candia riporta lo stipendio di
tutte le magistrature patrizie117. I valori oscillano fra i pochi ducati

116 Cit. in T rebbi, II segretario cit., p. 67.


117 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1801 (7546), Libro nel quale e descritto tutti li
Magistrati di Venetia, Rettorie, Ambassarie, Terrestre e Maritime del Serenissimo Dominio
Veneto, con tutte le Carate fatte da novo per danaro, et tutti li Provveditori in San Marco
fatti per degnitâ, et quelli fatti per danaro, et altre curiositâ di Maggior Stima. Su questi
documenti e sulla loro funzione cfr. D. Raines , Office Seeking, «broglio», and tbe Pocket
168 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

all’anno di qualche ufficio minöre, i 72 ducati dei membri del


consiglio dei Dieci e dei tre Avogadori di Comun ed i 240-288 ducati
di alcune magistrature finanziarie, secondo un criterio ormai assestato
a meta XVII secolo per cui gli impieghi esterni piû disagevoli e di
scarsa importanza ed un numero consistente di uffici giudiziari, fiscali
ed amministrativi in cittâ avevano salari piû elevati che attiravano la
nobiltâ «povera», mentre i posti di grande responsabilitâ a basso
salario o gli incarichi che richiedevano esborsi patrimoniali rimaneva-
no nelle mani dei patrizi di piû salda tradizione e condizione econo-
mica118. Brian Pullan ha indicato in 120-160 ducati annui i proventi
che «an average poor nobleman» poteva contare di ricavare dal
proprio impiego statale, illeciti esclusi, nel 1589119; a meta del secolo
successivo questa stima potrebbe essere elevata a 150-200 ducati
annui.
Una terza fascia di posti pubblici, al di sotto di quelle aristocratica
e cancelleresca, era costituita dagli «uffici intermedi» delTamministra-
zione anch’essi, come si vedrâ nel capitolo seguente, riservati a lungo
ai soli cittadini originari. Una stima başata sul reddito imponibile a
fini fiscali da, per un campione di 404 di questi uffici, un reddito
annuo complessivo anche di entrate incerte (sebbene probabilmente
sottostimate) di circa 100 ducati annui lordi di decime, per l’anno
1641 e circa 155 per l’anno 1660m .
Se si riconsiderano quindi i dati esposti nella tabella III.2, e
possibile ipotizzare che di soli salari e provvisioni i funzionari di
cancelleria ricevessero, a meta secolo circa 33.500 ducati annui quindi
un reddito annuo medio per ognuno degli 85 funzionari di 400 ducati
netti, ai quali peraltro erano da aggiungere il beneficio della «casset-
ta», eventuali rimborsi, donativi, regalie tutto quanto insomma non e
stato possibile quantificare. E impossibile affermare se tale somma
fosse adeguata per il particolare lavoro svolto dai funzionari di
cancelleria, l’esborso sostenuto dallo stato dimostra pero come rispet-

Political Guidebooks in Cincjuecento and Seicento Venice, in «Studi Veneziani», 22 (1991),


pp. 137-194.
118 B. P ullan, Senice to the Venetian State: Aspects o f Myth and Reality in the Early
Seventeenth Century, in «Studi secenteschi», 5 (1964), pp. 95-148, in particolare, p. 120.
119 Ibidem, p. 122.
120 Cfr. infra p. 229.
LA CANCELLERIA DUCALE 169

to ad altri impiegati pubblici il loro ruolo particolare venisse ricono-


sciuto121.
Ciö non significava, perb, che una famiglia che dedicasse conside-
revoli energie agli impieghi della cancelleria ducale potesse motivata-
mente contare di incrementare il proprio patrimonio. Se ne e giâ
parlato a proposito della famiglia Padavin e della vicenda di Bonifacio
Antelmi, un secondo terreno di verifica e dato dalle cooptazioni alla
nobiltâ che tra 1646 e 1718, a seguito delle ingenti spese per le guerre
in Levante, consentirono a 127 famiglie non nobili di acquistare per
100.000 ducati l’accesso al Maggior Consiglio e lo stato aristocrati-
co122.
Sedici fra queste famiglie avevano componenti che servivano in
cancelleria e quindi ventisei funzionari tra 1646 e 1717 lasciarono il
servizio per passare tra i ranghi della nobiltâ. Ricostruire la situazione
patrimoniale di queste sedici casate e impresa che esula dai limiti di
questo studio e che pone complessi problemi, primo fra tutti quello
della reperibilitâ delle fonti, quindi, dal punto di vista metodologico,
quello di individuare con precisione tutti i componenti delle famiglie
e le relative fonti di reddito per non incorrere neü’errore di accredita-
re a qualcuno proventi in realtâ acquisiti da persone non identificate.
E possibile tuttavia abbozzare qualche considerazione seguendo le
informazioni a disposizione. Iseppo di Maffio Albrizzi ottenne il titolo
aristocratico nel 1667 assieme a tre suoi fratelli mentre era l’unico
della famiglia di cancelleria, e da soli cinque anni. Gli Albrizzi
avevano intrapreso per piu generazioni l’attivitâ mercantile, soprattut-
to sulla rotta Venezia-Creta; allo scoppio della guerra tentarono
strade diverse, Gianbattista intraprese con successo la carriera forense

121 P. Sardella, Nouvelles et speculations d Yenise au debut du XVIe siecle, Paris


1948, pp. 52-53, valuta per il 1496-1510 il salario annuale di un «secretaire â la
chancellerie» in 125 ducati, inteso come cifra intermedia fra 50 e 300 ducati. In virtü di
questo dato, la posizione retributiva del personale di cancelleria viene collocata all’ottavo
posto della graduatoria delle retribuzioni di diverse figüre professionali veneziane dell’e-
poca.
122 A. C owan , New Families in the Venetian Patriciate, 1646-1718, in «Ateneo
Veneto», 23 (1985), fasc. 1-2, pp. 55-75; İ dem , Venezia e Lubecca 1580-1700, Roma 1990,
pp. 96-105; R. Sabbadini, II nuovo patriziato veneziano: analisi del suo inserimento politico
e sociale (meta sec. XVII - meta sec. XVIII), tesi di laurea presso l’Univ. di Venezia, facoltâ
di lettere e filosofia, relatore prof. G.Cozzi, a.a. 1987-88. Una lista corretta delle famiglie
cooptate, con note e considerazioni a riguardo, e riportata in Appendice.
170 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

ed il fratello quella cancelleresca, l’acquisizione della nobiltâ concluse


quindi un processo di ascesa sociale in cui l’incarico in cancelleria fu
solamente una tappa intermedia e neppure determinante123.
Gerolamo Cavazza, sessantacinquenne segretario del Senato, ot-
tenne il titolo patrizio per se e per i discendenti delle figlie del
defunto fratello Gabriele, sposate ad Antonio e Giacomo Lion, conti
padovani, dietro l’esborso di 200.000 ducati. Si trattö in questo caso
di una famiglia fortemente inserita nella cancelleria: lo zio di Gerola­
mo, Gabriele, e due suoi fratelli, Gabriele e Francesco avevano
intrapreso con successo la stessa carriera. Anche in questo caso,
tuttavia, le fortune sembrano provenire da un’antica consuetudine
con i «negotii» che, ricordö Gerolamo nella sua supplica per la
nobiltâ, fruttarono somme rilevanti ai dazi e permisero alla famiglia di
superare «ogn’altra vecchia casa cittadina nel numero delle donne
maritate nell’ordine Patrizio». La stessa carriera di Gerolamo si svolse
all’insegna degli incarichi finanziari tanto che pote vantarsi, rientran-
do a Venezia, dopo lunghi anni di pellegrinaggi in tutta Europa, di
aver arruolato circa 27.000 fanti per le insegne di San M arco124.
Indizi di attivitâ commerciali passate si trovano anche nelle storie
delle famiglie Franceschi e Condulmer, su quest’ultima girava voce
che le rendite provenissero da maneggi nelle forniture di grani alla
repubblica125. Non vi sono dubbi invece sulla provenienza dei fondi a
disposizione dei fratelli Alemante Angelo, segretario del Senato, e
Marcantonio Donini. Essi non provenivano certo da parte paterna: il
bisnonno Marcantonio, segretario del Senato dopo aver prestato
servizio in cancelleria per cinquant’anni non lasciö al figlio Mario
«aspettativa, o provisione alcuna», sicche il Senato delibero nel 1596
di corrispondere al nonno dei futuri nobili una provvisione di ducati
tre al meşe, considerata «l’estrema povertâ» in cui egli si trovava. II

125 Per ogni famiglia si riporteranno informazioni tratte da varie fonti, in primo luogo
da alcuni manoscritti che presentano le suppliche e le parti relative aile aggregazioni:
BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 948 (8958) e 183 (8161); ASV, Miscellanea Codici II, Codici
Soranzo, reg. 8; a questa fonte sono State collegate notizie desunte da T oderini ,
Genealogia cit. e G. T assini, Cittadini, ASV, Miscellanea Codici I, Storia Veneta, bb. 9-16,
altre raccolte nel fondo ASV, Avogaria di Comun, Cittadinanze originarie, e altre servite
per il lavoro sulla cancelleria. Si indicheranno quindi i soli riferimenti indispensabili.
124 Ben zon i , voce Girolamo Cavazza cit.
125 BMCC, Mss. P.D., 613 c/IV, Origine delle famiglie aggregate per l’offerte nella
guerra di Candia nel 1646, c. 13.
LA CANCELLERIA DUCALE 171

figlio di costui, e padre dei futuri nobili, sposo Giovanna Alemante


che eredito dal padre mercante una fortuna accumulata in decenni di
operazioni commerciali; malgrado ciö i Donini furono costretti, per
raggiungere i 100.000 ducati ad «obbligare» degli uffici minori che
possedevano in virtü di grazie, per i quali 18 anni dopo l’aggregazio-
ne, erano ancora debitori di 2.200 ducati126.
I Donini non si presentarono soli alla supplica per la nobiltâ ma
affiancarono la propria richiesta a quella di Francesco di Costantin
Verdizzotti12', il primo della sua casa ad entrare in cancelleria al pari
di Ottavian Medici, il cui padre era Vicario aile miniere, di Zuane di
Alvise Ferro e di Felice Gallo, altri funzionari che si fecero nobili.
Appartenente ad un famiglia di antiche tradizioni cancelleresche era
Pietro quondam Marcantonio Trevisan, che tuttavia presto servizio
dopo una o piû generazioni che si erano dedicate ad altre attivitâ.
Notizie di consistenti proprietâ anche terriere si hanno riguardo
ad altre tre famiglie di cancelleria cooptate alla nobiltâ: Ottobon,
Vianol e Zon. Si trattava di famiglie di antica tradizione cancelleresca
ed e difficile accertare come il loro patrimonio fosse stato messo
insieme e in che misura vi avesse contribuito il servizio di molti
componenti nella cancelleria. Stesso discorso per le famiglie Surian e
Dölce, per le quali raccogliere i 100.000 ducati si rivelö un’impresa
abbastanza difficile128.
La classica eccezione e rappresentata dalla famiglia Antelmi di cui,

126 ASV, Quarantia Criminal, b. 216, fasc. 34 e 65.


127 L’anonimo autore del sopraccitato BMCC, Mss. P.D., 613 c/IV, Origine delle
famiglie aggregate cit., c. 20, racconta la curiosa storia di Giovan Francesco Verdizzotti,
riportata anche da D avis, The Decline cit., pp. 112-113, figlio di un «sarto popolare», che
dopo una burrascosa giovinezza servi casa Pisani, riuscı ad entrare in cancelleria e «con
servigi per non dir contrabandi» percorse tutte le tappe della carriera fino a sfiorare
l’elezione al cancellierato nel 1664 quando gli venne preferito Domenico Ballarin, la qual
cosa «lo colpı tanto, che non pote da lui sollevarsi» e si applicö a raggiungere la nobiltâ
che conseguî di lı a tre anni. Dai documenti reperiti nel corso della ricerca molti
particolari appaiono inattendibili: Costantin, padre del Verdizzotti, era avvocato e vari
riferimenti cronologici sono errati.
128 Della famiglia Surian l’autore dell’Origine delle famiglie aggregate cit., p. 6,
riporta: «misuratamente vuol fare in Venezia figura di gentilhuomini». I Dölce chiesero
invece una dilazione di sedici mesi per saldare gli ultimi 30.000 ducati, la domanda fu
respinta ed essi dovettero attendere nove anni per poter essere ammessi in Maggior
Consiglio. Dopo l’aggregazione essi si disposero «in quella fascia media del patriziato che
finiva praticamente con l’identificarsi con i Consigli giudiziari della Quarantia». Cfr.
Sabbadini, II nuovo patriziato cit., pp. 76-77, 228-229, la citazione e a p. 228.
172 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

come si e visto, si conosce con buona precisione la professione di


numerosi componenti. Delle ristrettezze economiche di Marcantonio
si e giâ detto, dei fratelli di Bonifacio due «furono posti Fratti» e tre
entrarono in cancelleria, come püre fecero i figli di Bonifacio, Valerio
e Antonio che ressero ben sei residenze. Ciononostante essi poterono,
non appena si aprirono le offerte, presentare i 100.000 ducati per il
titolo patrizio; anche se una testimonianza riporta che una volta
raggiunta la nobiltâ la casa versava «in mediocri fortune nelle quali la
lascia lo smisurato sborso di capitale» resta da chiedersi se una
somma cosı ingente venne raccolta grazie solo ad un’eccezionale
parsimonia o se invece gli Antelmi seppero affiancare al posto pubbli-
co attivitâ d ’altro tipo129.
Riepilogando: delle sedici famiglie di cancelleria che acquisirono
la nobiltâ quattro avevano patrimoni sedimentati in seguito ad attivitâ
commerciali; i Donini ereditarono dal nonno materno; in altri cinque
casi il funzionario fatto nobile fu il primo della casa, in assoluto o
dopo generazioni dedite ad altre attivitâ, ad entrare in cancelleria; di
cinque famiglie si conoscono agiatezza e possedimenti non facilmente
riferibili ad una singola attivitâ economica; gli Antelmi infine sembra-
no i soli ad aver acquisito i 100.000 ducati mentre tutti i maschi attivi
della casa servivano in cancelleria.
In conclusione, i soli redditi di cancelleria difficilmente permette-
vano l’accumulazione di un capitale di tale entitâ come quello richie-
sto da metâ ’600 per entrare nel Maggior Consiglio. La controprova
viene dalle vicende di molte altre famiglie di cancelleria che avrebbe-
ro certamente voluto e meritato la nobiltâ e che non poterono
accedervi: i Padavin, come si e visto, ma anche i Busenello, che
sembra non poterono acquistarla per i fidecommessi che gravavano
sui beni aviti e che furono tuttavia consumati in due altre generazioni
di funzionari di cancelleria, i Paolucci, i Vico e molte altre casate che
dedicandosi unicamente al servizio nella cancelleria condussero una
esistenza dignitosa, spesso agiata, ma senza il lusso e le possibilitâ
concesse da altre attivitâ economiche130.

129 Cowan, Rich and Poor cit., p. 155.


b u p er j Busenello cfr. le voci giâ citate del Dizionario Biografico degli Italiani.

Giovan Francesco Paolucci ricorda nel 1673 che tra «padre, figliolo e nipote un morto
due vivi, senza li nostri antenati habbiamo 162 anni di servitîı prestata» e recrimina di
LA CANCELLERIA DUCALE 173

Se si presta ascolto aU’anonimo autore, fra gli anni ’70 ed ’80 del
XVII secolo, di un pamphlet sul patriziato, l’aggregazione di famiglie
cancelleresche provocö carenza di personale qualificato in cancelleria
e l’immissione di «persone nuove e senza talento»131. In realtâ le
aggregazioni di funzionari si distribuirono lungo un arco abbastanza
ampio di tempo: furono 4 nel 1646, 3 nel 1648, 3 nel 1652 e
altrettante l’anno dopo, 2 nel 1658, 1 nel 1662, 3 nel 1667, 1 nel
1689, 2 nel 1695 e 4 nel 1717132. L’unico periodo in cui la loro
incidenza nell’organico dovette esser percepibile probabilmente fu tra
il 1646 e il 1653, quando un cancellier grande, il novantaduenne
Marco Ottobon, cinque segretari, e tre notai passarono tra le fila dei
patrizi; per il resto gli «abbandoni» furono talmente diluiti che
difficilmente poterono generare difficoltâ di ricambio o una caduta
del livello qualitativo del personale di cancelleria, anzi forse furono
causa di una ben accolta mobilitâ.
Ben altre possono invece essere State le conseguenze di queste
nobilitazioni sul piano psicologico e sociale per coloro, soprattutto i
membri di famiglie che servivano nella cancelleria da secoli e che non

godere di cırca 500 ducati annui provenienti da uffici avuti in grazia mentre la sua casa e
stata «percossa da gravissimi spogli, fattigli da adversa fortuna», ASV, Çhıarantia Criminal,
b. 233, fasc. 6. Significativa la testimonianza di Vicenzo Vico di Giacomo, fratello di
segretari del Senato e membro di una famiglia di antica tradizione cancelleresca. Nel 1669
chiede di poter alienare due uffici di fante posseduti dalla famiglia, perche la morte dei
fratelli Tadio e Domenico, entrambi residentı l’uno a Milano, l’altro a Napoli, l’avevano
lasciato «circondato da mille angustie», ibidem, b. 216, fasc. 35.
131 BNM, Mss. îtaliani, cl. VII, 2226 (9205). Distintioni secrete che corrono tra le
casate nobili, c. 45v. Per la datazione cfr. D el N egro , Forme e istituzioni cit., p. 411, n.
22 e Sabbadini, II nuovo patriziato cit., p. 62, n. 31. Cfr. anche Romanin , Storia cit., p.
461.
132 1646: Marco di Marc’Antonio Ottobon, cancellier grande; Marc’Antonio di
Marco, segretario del Senato; Valerio e Antonio di Bonifacio Antelmi, segretari dei Dıeci;
1648: Andrea di Domenico Surian, segretario del Senato, Marco e Antonio di Domenico,
notai straordinari; 1652: Pier'Antonio di Gerolamo Zon, segretario dei Dieci, e i fratelli
Zuane, segretario del Senato, e Michele, notaio ordinario; 1653: Ottavian di Francesco
Medici, segretario del Senato; Gerolamo di Zuane Cavazza, segretario dei Dieci; Domeni­
co di Nicolö Condulmer, notaio ordinario; 1658: Giovan Ferdinando di Agustin Vianol,
notaio. ordinario; Zuane di Agostin Dölce, segretario del Senato; 1662: Zuane di Alvise
Ferro, notaio ordinario; 1667: Francesco di Costantin Verdizzotti, segretario dei Dieci;
Alemante Angelo di Zuane Donini, segretario dei Dieci; Iseppo di Maffio Albrizzi, notaio
straordinario; 1689: Pietro di Marc’Antonio Trevisan, segretario dei Dieci; 1695: Felice
Gallo, segretario del Senato e Gio Batta Gallo, notaio ordinario; 1717: Carlo, Gio Batta,
Costantin e Domenico di Lodovico Franceschi.
174 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

godevano di patrimoni di considerazione, che videro distribuire il


titolo di nobile non giâ per «condizioni, ma sacchi di denaro»133.
Conviene allora riprendere quanto osservato nei capitoli prece-
denti a proposito dei piü importanti cambiamenti intervenuti nell’or-
ganizzazione del lavoro e del personale di cancelleria seicentesca: la
diminuita importanza degli esami nei concorsi, il diffondersi delle
assunzioni e promozioni per grazia indicano che il concetto di merito
mutö. Utilizzando le categorie del cancellier grande Vianol che nel
1651 ricordö come l’ammissione alla cancelleria fosse da sempre
legata a due principi, l’essere «ben nati e ben disciplinati», si potreb-
be affermare che dal secondo Seicento aumentö l’importanza merito-
cratica dell’essere «ben nati»: questa trasformazione servi probabil-
mente a mitigare il senso di scontento che provarono le famiglie «di
cancelleria» piû anziane che non poterono assurgere all’ordine nobi-
liare.
Due elementi confermano questa interpretazione, l’evoluzione
tardo-seicentesca dei criteri di formazione dei giovani neo-assunti e di
quelli di reclutamento dell’intero personale.
Le leggi che, dalla seconda meta del XV secolo, riservarono gli
incarichi nella cancelleria ducale ai cittadini originari vennero affian-
cate da una serie di altre norme che disciplinarono l’etâ minima
necessaria per l’assunzione in qualitâ di straordinario e che istituirono
dei corsi scolastici presso la cancelleria con il fine di formare cultural-
mente e tecnicamente i neo-assunti.
Nel 1538, «non essendo ordine alcuno che limiti l’etâ della quale
debbono essere quelli che si assumono estraordinari di Cancelleria
nostra», venne deciso che la soglia d ’entrata dovesse essere 15 anni,
evidentemente per evitare casi come quello di Domenico Cavazza del
segretario del Senato Costantin che, pochi anni prima, fu assunto
all’etâ di dodici anni e mezzo134. Nel 1589 venne deciso di elevare
quest’etâ a 18 anni, probabilmente come reazione aü’ondata di assun­
zioni di rispetto che alla fine degli anni ’70 aveva riguardato ragazzini
di 14 e 15 anni135. Nel 1610, in un’altra ondata di assunzioni di notai
di rispetto, la soglia venne nuovamente abbassata a 16 anni, venne

133 BMCC, Mss. P.D., 613 c/FV, Origine delle famiglie aggregate cit., c. 31.
134 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 12, cc. 161v-162v.
135 Ibidem, reg. 40, cc. 179r-v, 13 luglio 1589.
LA CANCELLERIA DUCALE 175

ricordato che i giovani dovevano servire «senza salario alcuno» e che


il loro servizio doveva «esser come un seminario»136; in realtâ se la
giovane etâ dei neo-assunti permetteva un piu lungo periodo di
tirocinio e di preparazione professionale, spesso i compiti loro affidati
nelle missioni fuori Venezia esigevano una grande maturitâ. II signifi-
cato originario della figura del notaio straordinario, cosı come era
stato istituito nel 1446, era sostanzialmente mutato: lo straordinario
era divenuto dagli inizi del XVI secolo un funzionario come gli altri,
sulle cui spalle gravava un carico non indifferente di mansioni e
responsabilitâ che nel corso del Seicento aumentarono progressiva-
mente.
Nel 1682, ricordando che il buon funzionamento della cancelleria
era retto dal rispetto di «civiltâ, virtu ed etâ», venne concesso ai figli
di personale di cancelleria di essere ammessi all’etâ di 16 anni; pochi
anni dopo, nel 1691, si deliberö che i figli del cancellier grande e dei
segretari dei Dieci potessero essere assunti per grazia, ancor prima dei
16 anni, a patto che entrassero «neH’attualitâ» a questa scadenza137.
Queste norme rimasero definitivamente in vigore, tant’e che quasi un
secolo dopo, nel 1776, una legge riepilogö le etâ minime necessarie
per entrare nella cancelleria ducale indicando genericamente 18 anni,
16 per i figli e nipoti di personale di cancelleria, 14 anni per i figli di
segretari e 12 per quelli del cancellier grande138.
Grande attenzione venne posta, nel corso della sistemazione
tardo-quattrocentesca, ad organizzare in maniera funzionale e qualifi-
cata la scuola di cancelleria che si avvalse, soprattutto nel ’500 di
insegnanti di prestigio. La formazione letteraria e filosofica non venne
mai considerata determinante, come annoto il Milledonne, per la
carriera cancelleresca, ne faceva prova l’esiguo numero di funzionari
che potevano vantare studi universitari139; nel corso del Seicento

136 Ibidem, reg. 60, cc. 189v-190r, 19 novembre 1610.


137 Ibidem, reg. 132, cc. 63v-64v, 5 marzo 1682; reg. 141, cc. 77r-v, 15 marzo 1691.
138 Ibidem, reg. 226, cc. 201v-202v, 10 maggio 1776.
139 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 709 (8403), M illedonne , Ragionamento cit., cc. 48 e
sgg. Giovan Carlo Scaramelli, un giovane notaio alla sua prima missione, seriveva in un
suo memoriale di aspettarsi giovamento dagli studi «fatti specialmente nelle Accademie et
studio di Padova», G.C. Scaramelli, Ricordi a se stesso, BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1640
(7983), c. 5r. Anche il fortunatissimo trattato Del segretario di Francesco Sansovino
elencava, tra le virtü del segretario, quella di essere «letterato e conoscitore delle dottrine
176 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IH

tuttavia la tendenza fu quella di privilegiare la formazione pratica, sul


campo dei giovani neo-funzionari, a scapito di una preparazione ad
ampio raggio culturale başata sulla frequenza delle lezioni scolastiche.
Di conseguenza la stessa funzione della scuola venne a perdere di
significato: ci si avvalse di precettori piu modesti e si acul il fenomeno
deü’assenteismo dei giovani straordinari140. A piu riprese, a partire dal
regolamento del 1606 che fissava sanzioni pecuniarie precise per
coloro che si assentavano ingiustificatamente dalle lezioni, i cancellieri
grandi e i Dieci si lagnarono dello scarso seguito che avevano le
lezioni: nel 1635, per citare una testimonianza fra tante, si osservava
che i «lettori di latino fanno lezioni con nessuno o pochi»141. Questa
situazione dovette peggiorare progressivamente visto che nel 1719,
«attesa l’alienatione de’ studenti», il Senato deliberö di sopprimere la
scuola di San Marco e di trasferire gli insegnanti rimasti all’«Accade-
mia de’ nobili» per l’istruzione dei giovani patrizi142.
La tendenza fu dunque quella di incentivare i figli di funzionari
ad entrare in cancelleria consentendo loro una minöre etâ d’ammis-
sione. Una volta eletti straordinari, costoro venivano distaccati a
seguire i genitori e parenti presso le residenze o al seguito di
ambasciatori e provveditori, come annota il cancellier grande Dome-
nico Ballarin nel 1696: tra i giovani eletti in aspettativa, alcuni si
trovavano «fuori coi loro padri a Milano et a Roma, altri servono
fuori in Levante»143. La formazione professionale avveniva sempre piu
frequentemente all’interno della famiglia cancelleresca e non piu nel
competitivo ambiente della cancelleria e della sua scuola.
II problema del reclutamento del personale di cancelleria puö ora
essere considerato compiutamente perche in qualche modo riassume
e spiega alcune delle tendenze giâ accennate.
Si e sempre detto che le assunzioni dei giovani di cancelleria

e delle lingue», F. Sansovino , L ’avvocato e il segretario, a cura di P. Calamandrei, Firenze


1942, p. 157.
140 Sulla scuola di cancelleria cfr. A. Segarizzi, Cenni sulle scuole pubblicbe a
Venezia nel secolo X V e sul primo maestro d’esse, in «Atti del Regio Istituto veneto di
scienze, lettere ed arti», 75 (1915-16), parte II, pp. 637-667; T rebbi, La cancelleria cit.,
pp. 92-94.
141 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 85, cc. 227v-228v, 13 agosto 1635.
142 Ivi, Senato, Terra, reg. 278, _cc. 84v-85v, 7 ottobre 1719.
14î BMCC, Mss. P.D., 308, Scrittura del cancellier grande D. Ballarin allegata a parte
del Senato del 26 settembre 1696.
LA CANCELLERIA DUCALE 177

avvenivano aü’interno dell’ordine dei cittadini originari, senza perö


chiarire da quali categorie socio-professionali provenissero i funzio-
nari di cancelleria. La legge 31 marzo 1633 introduceva la possibilitâ
per i figli e i nipoti di personale di cancelleria di evitare la trafila
burocratica della prova di cittadinanza in Avogaria di Comun, presen-
tandosi direttamente alla selezione per essere ammessi in cancelleria e
dimostrando unicamente l’etâ e la nascita legittima144. Ci e sembrato
di ravvisare in questa disposizione l’inizio di una distinzione interna
all’ordine della cittadinanza originaria tra questi due tipi di famiglie.
Per saggiare questa ipotesi, la scelta e stata da una parte di ricercare
se vi fossero State nel concreto disposizioni legislative che testimonias-
sero o accentuassero questa differenziazione, dall’altra di verificare
quantitativamente se questo venisse a ripercuotersi sui criteri di
reclutamento del personale di cancelleria.
L’idea che le famiglie di cancelleria meritassero d ’essere, in qual-
che forma, privilegiate, dovette farsi strada all’interno del corpo dei
funzionari di cancelleria e negli organi preposti al suo controllo. Nella
seconda meta del ’600 a questa tendenza si sarebbe data formale
sanzione con la giâ citata disposizione del 1682, riguardo all’etâ di
minima dei neo-ammessi: «e conveniente che quei delle Famiglie
degne, e benemerite che attualmente servono, e che per l’addietro
hanno servito con fede, et integritâ nell’ordine sopraddetto godano
qualche distintione dalle altre, sia preso che per quei soggetti di esso
che vorranno esser gratiati, possano esser proposte le parti... che
haveranno l’etâ d ’anni sediri»145.
Nel 1691 si allargö considerevolmente il campo del privilegio,
arrivando a toccare il delicato argomento delle grazie per le ammissio-
ni alla cancelleria. In alcune parti che avevano deliberato grazie per
l’ammissione, osservarono i Dieci, era stata inserita la clausola per cui
i graziati dovevano entrare in possesso della carica solo una volta si
fosse scoperto un posto. Erano precauzioni, queste, mirate a garantire
che le assunzioni non avvenissero tutte per grazia ma che continuasse
la pratica, magari anche solo apparentemente meritocratica, dei con-
corsi. Tali clausole avrebbero dovuto esser tolte «et in avvenire li
figlioli e nepoti del magnifico Cancellier Grande, e dei secretarii che

144 ASV, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 83, cc. 69v-71v.
145 Ibidem, reg. 132, cc. 63v-64v, 5 marzo 1682.
178 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

Tabella III.3 - Provenienza sociale dei neo-assurıti in cancelleria

Famiglie Famiglie non


Periodo Assunzioni di cancelleria di cancelleria

1579-99 46 23 21
1637-49 49 24 25
1689-99 50 43 2

Tabella III.4 - Professione del padre dei neo-assunti provenienti da famiglie


non di cancelleria

Rendita e
amministraz. Amm.ne Commercio Prof.
Periodo Rendita statale statale artigianato liberali T ot.

1579-99 3 2 3 4 2 16
1637-49 4 0 7 3 8 22

Nota: non sono stati accertati con sicurezza 5 casi per il primo periodo e 3 per il secondo.

servono et hanno servito questo Consiglio, ma della medesima fami-


glia, e sangue, possano esser gratiati per l’assunzione avanti li anni
sedici ... cosi che con tale rimostranza della pubblica gratitudine verso
li soggetti benemeriti, che servono con puntualitâ, habbino li padri,
avi e zii eccitamento di educar li figli per la stradda della Cancelleria
stessa»146147. Si trattö in sostanza di un «via libera» aile assunzioni per
grazia, in qualsiasi momento, di parenti stretti di personale di cancel­
leria, con addirittura meno di sedici anni. Nel 1705, in seguito a ciö, i
«soprannumerari», vale a dire i notai straordinari di rispetto erano 25
oltre i 38 effettivi e praticamente tutti, come indica la tabella III.3,
provenienti dalle fila delle stesse famiglie di cancelleria1'47.
Tale situazione viene confermata dall’analisi genealogica delle
famiglie di circa 150 nuovi notai assunti in tre periodi-campione. Fino
alla meta del XVII secolo il rapporto fra quanti avevano un parente
stretto che lavorava o aveva lavorato in cancelleria e quanti invece
provenivano da altri ambienti professionali era all’incirca pari, alla

146 Ibidem, reg. 141, cc. 77r-v, 15 marzo 1691.


147 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 45, cc. 16r-17r, 22 marzo 1705.
LA CANCELLERIA DUCALE 179

fine del ’600 l’entrata in cancelleria era riservata unicamente alla


progenie dei funzionari148.
La legge del 1705, che avrebbe dovuto porre un freno al prolifera-
re di straordinari «soprannumerari», non fece che sancire ulterior-
mente sia la dilatazione dell’organico, sia il privilegio delle famiglie
cancelleresche. Venne deliberato di bloccare le assunzioni di sopran­
numerari, e che dopo cinque anni, «per le famiglie solamente dell’or-
dine della cancelleria», sarebbe stato possibile procedere ad un’«as-
suntion in aspettativa per uno solo all’anno, cosı che conservandosi in
spatio competente l’aspettative concesse, et essendo sempre maggiore
il numero delle vacanze, che delle nuove gratie, si restituiscano al suo
primiero istituto l’eletti per concorrenza149. I principi su cui, da secoli,
si basava il reclutamento del personale di cancelleria, e cioe le
«prove» per controllare l’estrazione famigliare del candidato, il con-
corso per verificarne la preparazione culturale e professionale, la
provenienza da diversi settori professionali della cittâ, erano saltati, le
famiglie di cancelleria si trasmettevano da una generazione aü’altra
incarichi che richiedevano sı grande applicazione e fedeltâ ma anche,
soprattutto, predisposizione e capacitâ individuali.
Nel 1719, in Maggior Consiglio, veniva osservato con riprovazione
che alcuni «fuori dell’ordine» erano riusciti ad ottenere dispensa della
parte 1705 «con pregiudizio appunto di quelli che han il merito del
servitio», veniva deciso che, essendo solo tre le aspettative, potessero
essere assunti altri tre in aspettativa «ma questi delle sole famiglie
benemerite» e veniva imposto ad altri che tentassero «essere per altra
strada ammessi alla Cancelleria medesima» una serie complicata di
procedure ed approvazioni, tra le quali la ballottazione in Maggior
Consiglio con i 5/6 di 800 presenti150.
L’anno successivo veniva emessa la legge che riordinava le prove

148 In un certo numero di casi, vedi tabella III.4, e stato possibile scoprire anche la
professione del padre dei neo-assunti provenienti da famiglie estranee ai posti della
cancelleria. E difficilmente comparabile a questa, l’analisi presentata da T rebbi, II
segretario cit., p. 44, che ha riscontrato in 34 dei 57 notai straordinari assunti tra 1590 e
1610 «un significativo grado di parentela con funzionari della cancelleria ducale». Mary
Neff ha invece registrato per il periodo 1450-1533 solo 6 casi in cui due giovani della
stessa famiglia «remain employees of the Chancellery for a considerable period», N eff ,
Chancellery cit., p. 32.
149 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 45, cc. 16r-17r, 22 marzo 1705.
150 Ibidem, reg. 46, cc. 76r-77r, 23 aprile 1719.
180 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO III

per la concessione della cittadinanza originaria e che, nella seconda


parte, entrava anche nel merito delle ammissioni alla cancelleria
ducale: «Sia preso che li tre che in ordine al suddetto decreto 23
aprile 1719 dovranno eleggersi ogni anno in aspettativa per grazia,
abbiano in avvenire ad eleggersi per concorrenza, e per via di
proclami, come si e in altri tempi, e questi sempre delle Famiglie
deH’O rdine»151. L’elezione per concorso, invece che per grazia, non
dovette spostare di molto l’area del privilegio, un concorso riservato
ai soli appartenenti aile famiglie di cancelleria era presumibilmente un
falso concorso: il nodo della questione era, insomma, il privilegio dei
posti accordati aile famiglie «benemerite» e la leşge del 1720 concesse
che le aspettative potessero arrivare fino al numero di nove.
Era inevitabile che nel complesso sistema di controlli incrociati
delle istituzioni veneziane qualcuno, prima o dopo, trovasse qualcosa
da ridire su questa evoluzione fine-seicentesca della cancelleria duca­
le: ciö accadde negli anni 1729-31. Fu il consiglio dei Dieci che per
primo, nel 1729, osservö come le leggi 1682, 1705, 1719 fossero State
tutte disattese, trovandosi le aspettative al numero di 27, e deliberö
che per cinque anni non si dovesse procedere ad alcuna assunzione di
questo tipo e che, in seguito, le aspettative non avrebbero dovuto
superare il numero di nove non nominando, si noti bene, in alcuna
parte privilegio alcuno per le famiglie di cancelleria152.
Due anni dopo fu la volta degli Avogadori di Comun Orazio
Bembo, Giovan Battista Bon e Marco Antonio Trevisan che posero in
atto una delle forme tradizionali di autocontrollo delle istituzioni
legislative veneziane, l’«intromissione» di una o piu leggi in un
qualsiasi consiglio, in un qualsiasi momento, in osservanza della
funzione di custodi del diritto, propria degli Avogadori. Essi intromi-
sero le leggi 1705, 1719 e 1720 solamente in quelle parti, contrarie
aile leggi precedenti, che impedivano a coloro che possedevano tutti i
requisiti di concorrere per l’ammissione alla cancelleria ducale, e che
riservavano, di fatto, tale prerogativa aile famiglie «ordinis cancela-
riae». «Et hoc» aggiunsero gli Avogadori «ad excitamentum Serenissi-
mi Dominii, visis legibus sopradictis, et ex officio, ad hoc servata
legum forma denuo restituatur facultas concursus ad cancelariam

131 Ibidem, cc. lllv-144r, 2 giugno 1720.


152 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 179, cc. 205r-206v, 23 settembre 1729.
LA CANCELLERIA DUCALE 181

ducalem omnibus possidentibus, et qui possiderent per se tamen, et


absque ulla dispensatione requisita omnia a legibus prescripta»153.
Si chiuse, con l’intromissione da parte degli Avogadori delle leggi
che avevano di fatto impedito ai semplici cittadini di entrare in
cancelleria, un quarantennio in cui le famiglie di cancelleria riservaro-
no a se stesse i posti piu ambiti della burocrazia cittadinesca ritaglian-
dosi uno spazio che valse loro l’appellativo di «Ordine della cancelle­
ria», qualcosa di piu e di diverso di quanto un secolo prima il
segretario del Senato Antonio Milledonne intendesse definendo la
cancelleria ducale come «la piu onorata parte che abbiano li cittadi­
ni».

153 Non e stato possibile rintracciare l’intromissione nei registri e nelle filze del fondo
Maggior Consiglio; una copia della disposizione si trova in BMCC, Mss. P.D., 308, aile
date 3 e 17 gennaio 1731.
CAPITOLO IV

I C İH A D IN I NELLA BUROCRAZIA INTERM EDIA

All’epoca in cui Antonio Milledonne metteva in risalto come la


cancelleria ducale fosse l’ambito piû presdgioso nel quale un cittadino
originario poteva prestare servizio alla repubblica, un’altra fascia di
uffici, molto piû consistente numericamente, era riservata a questo
gruppo sociale: le cariche statali «distribuite dalla Quarantia», vale a
dire assegnate dal consiglio patrizio della Quarantia Criminal.
In questo capitolo si esaminerâ la nascita del sistema di distribu-
zione di queste cariche, le modalitâ ad esso relative e la loro evoluzio-
ne cinque-seicentesca, la struttura del reddito degli ufficiali ed il peso
fiscale che gravava su queste cariche, infine si considereranno le
vendite d ’uffici che ebbero luogo a partire dal 1636 e le conseguenze
che ne derivarono.

1. Gli uffici distribuiti dalla Quarantia

L’eterogeneitâ delle funzioni assegnate a magistrature e consigli


era una delle caratteristiche degli apparati istituzionali di antico
regime alla quale non si sottrasse lo stato marciano, e che risalta bene
nel ruolo del consiglio della Quarantia Criminal. Creato probabilmen-
te agli inizi del secolo XIII, il consiglio dei Quaranta o Quarantia
esercitö in una prima fase una considerevole ingerenza negli affari
politici e amministrativi dello stato, per veder poi ridimensionato il
proprio ruolo a tribunale di primo e secondo grado in materia çivile e
penale ed esser suddiviso in tre distinti consigli: Quarantia Civil
184 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Tabella IV. 1 - La burocrazia non patrizia veneziana tra 1633 e 1636

Settore Bacino sociale Autoritâ a cui


N. posti amministrativo di reclutamento spettava la nornina

Prima fascia
88 (nel 1631) Uffici della cancelleria du- Cittadini originari Consiglio dei Die­
cale: o famiglie di can­ ci (Maggior Con­
notai straordinari, ordi- celleria siglio per il can­
nari segretari del Senato, cellier grande)
del consiglio dei Dieci,
cancellier grande
8 Notai dell’Avogaria di Cittadini originari Avogadori di
Coraun o famiglie di can­ Comun
celleria

Seconda fascia
14 Uffici «di seconda fascia»: Cittadini originari Doge con appro-
- cancellieri inferiori vazione del Col-
- gastaldi ducali legio
- gastaldi delle Procu-
ratie
- priori dei Lazzaretti
- cancellier grande di
Candia
- castellan di Crema
segue

Vecchia e Nuova, e Quarantia Criminal1. Almeno dalla fine del XIV


secolo venne affidata a quest’ultimo la competenza sulle nomine del
personale intermedio delle magistrature2.
La fascia di uffici distribuiti dalla Quarantia (vedi tabella IV. 1)
comprendeva un numero difficilmente quantificabile con precisione

' Maranini, La Costituzione cit., pp. 144-148.


2 Alla fine del ’200 i singoli magistrati potevano eleggere e licenziare a proprio
piacimento i loro ministri, Cessi, Deliberazioni cit., III, p. 385, 30 agosto 1295. Nel 1330
una legge del Maggior Consiglio concesse ad ogni magistrato di esprimere un proprio
candidato per ogni nuova vacanza nei posti subalterni. La Quarantia sceglieva quindi da
una terna di nomi il nuovo ufficiale, Romano, Patricians, cit., p. 127.
A fine ’300 una legge ricordava che tutti gli «scribani et notari officiorum Venetia-
rum» dovevano essere approvati in Quarantia, ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg.
21, c. 78r, 25 settembre 1394. La legge del 1444, che, come si vedrâ, fu basilare per tutta
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 185

Tabella IV. 1 - Continua

Settore Bacino sociale Autoritâ a cui


N. posti amministrativo di reclutamento spettava la nomina

Terza fascia
459 Uffici di cittâ «distribuiti Quarantia
dalla Quarantia»; Criminal
- notai, scrivani, ecc. Cittadini originari
- scontri, ragionati, ecc. ragionati pubblici
50-100 Uffici di cittâ non distri­ Alcuni cittadini ori- Organi diversi,
buiti dalla Quarantia: ginari, altri sudditi spesso i
- masser della cancelleria Magistrati stessi
- porter di Collegio
- governatori dei Dati
- uffici dei Camerlenghi
di Comun
- uffici della Camera de­
gli Imprestidi
- parte degli uffici di:
Banco dal Giro, Avogaria
di Comun, Esecutori con-
tro la Biastema, Procu-
ratie
- singoli uffici in diverse
Magistrature
Comandadori ducali, uf- Sudditi Doge
ficiali delle prigioni

Quaı-ta fascia
Uffici minori di cittâ Sudditi Magistrati dell’uf-
- fanterie, sagomadorie, ficio
ecc.
uffici di fuori sudditi Quarantia
Criminal

la materia, non entrava nel merito degli organi che avevano autoritâ a riguardo, ibidem,
reg. 22, c. 156r, 10 maggio 1444, mentre sembra che dagli anni ’80 del ’400 l’elezione
avvenisse in due fasi: dapprima venivano selezionati dieci aspiranti alla carica, poi, tra di
loro, veniva effettuata la ballottatione in Quarantia: ibidem, reg. 24, cc. 23v-24r, 24 marzo
1482 e cc. 195v-196r, 23 gennaio 1502; reg. 25, cc. 40v-41v, 28 agosto 1506; ivi, Senato,
Terra, reg. 18, cc. 50r-v, 10 dicembre 1512; ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 25,
cc. 15İr- 152r, 31 gennaio 1517; ibidem, reg. 26, cc. 15v-16r, 11 maggio 1522. In quesd
provvedimend appare evidente il proposito di sottoporre le nomine ad un duplice filtro di
elezioni per sfoltire il numero degli aspiranti.
186 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

di cariche eterogenee per mansioni, responsabilitâ e reddito, accomu-


nate dal carattere di subalternitâ ai «signori» patrizi all’interno d ’ogni
magistratura e dall’autoritâ su di esse esercitata dalla Quarantia, in
particolare dai tre Presidenti sopra Uffici, eletti all’interno dello stesso
consiglio.
Alla prima, generale ricognizione compiuta su questi incarichi,
avvenuta solo nel 1632, se ne contarono almeno 477, anche se, giâ nel
1636, ne vennero «ritrovati in buona quantitâ, che non erano a notitia
alcuna del medesimo consiglio», e il catastico approvato in quell’anno
ne riporta 459, avendone esclusi di «scansati», cioe soppressi, ed
«estinti»3. Per gli anni 1633-1636 e possibile costruire uno quadro
complessivo della burocrazia non patrizia veneziana, che aiuti a
comprendere quale ruolo rivestissero gli uffici distribuiti dalla Qua-
rantia. I diversi gruppi di uffici sono stati divisi secondo un criterio
che tiene conto sia dell’importanza istituzionale degli incarichi, che
dei caratteri di prestigio sociale e onorevolezza pubblica che tali
cariche implicavano45.
La frammentarietâ dei dati precedenti e susseguenti a questi
impedisce di analizzare lo sviluppo quantitativo di questa categoria di
uffici: un registro databile al 1613 ne raccoglie 2413, mentre un
catastico cominciato nel 1641 e perfezionato fino al 1680 ne elenca il
triplo, rispetto ai dati degli anni ’306. Questo sbalzo apparente non e

3 Ivi, Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare 1, legge Quarantia Criminal 28 maggio


1636. II catastico del 1636 e in ibidem, b. 437, Nota e registro dei carichi la cui elezione
spetta alla Quarantia Criminal. Le 477 cariche, suddivise in 81 magistrature ed uffici,
comprendevano i ruoli di: nodaro, scrivan, cogitor, quadernier, scontro, masser, rasonato,
soprastante, pesador, stimador, numerador delle bollette, revisor, repesador e Amiraglio in
Candia. Nel 1576 era stata creata la magistratura dei «Provveditori e Revisori sopra la
scansatione e regolatione delle spese superflue», comunemente chiamata «Scansadori»,
che aveva facoltâ di proporre la soppressione dei posti inutili; la sua attivitâ cominciö ad
acquisire un’importanza concreta sul numero degli uffici solo dal secondo Seicento, cfr.
D a M osto , L ’archivio cit., I, p. 141.
A I due termini di riferimento cronologici sono dati dalla legge 21 marzo 1633, che
concedeva ai figli e nipoti di personale di cancelleria di non döver provare in Avogaria la
loro cittadinanza, cfr. capitolo precedente p. 177, e dalla legge 1 luglio 1636 che diede il
via, come si vedrâ, aile massicce vendite seicentesche d’uffici.
5 ibidem, b. 443, Registro di nomine e concessioni d’uffici, annota 241 cariche per 53
magistrature.
6 Di questo catastico ci e pervenuto un solo grosso volüme, ibidem, b. 221, che e
stato utilizzato da M ousnier , Le trafic cit., p. 396, per calcolare la suddivisione degli uffici
in base al titolo di godimento, e che riporta annotazioni per circa 700 cariche relative a
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 187

perö dovuto che in minima parte ad una crescita effettiva di questi


uffici, bensı essenzialmente al fatto che molte cariche minori - di
fante, «bastazo» cioe facchino, «sazador» cioe saggiatore, e altre
aperte anche ai popolani - vennero per la prima volta considerate
come sottoposte all’autoritâ della Quarantia'. In conclusione, la classe
d ’uffici che piü direttamente interessa la nostra analisi, cioe quella
riservata ai cittadini originari, dovette variare, tra ’5 e ’700, abbastan-
za considerevolmente; passö forse dalle 200 aile 700 unitâ, tuttavia
questo incremento non e attribuibile ad una dilatazione dell’apparato
burocratico ma in gran parte solo ad una crescita del potere di
controllo della Quarantia.
E pressoche impossibile tracciare, anche a grandi linee, il carico di
mansioni addossato a queste cariche, soprattutto perche la loro
funzione variava a seconda della magistratura nella quale erano inseri-
te. La routine di lavoro si svolgeva in ogni ufficio secondo criteri
diversi, a volte regolamentati per legge, altre volte codificati dalla
consuetudine, sempre comunque adattati in qualche misura dal singo-
lo funzionario aile proprie attitudini o esigenze. La stessa denomina-
zione dei ruoli variava da ufficio ad ufficio, secondo l’uso, e figüre
burocratiche simili avevano spesso titolı differenti. Generalmente in
ogni magistratura erano presenti un «nodaro» incaricato della tenuta 7

solo 32 magistrature. Comparando questo volüme con il catastico del 1636, si rileva un
aumento di oltre il 60% di queste cariche; se invece si includono anche le cariche minori
- fante, sazador, bastazo - per la prima volta qui elencate, l’aumento e superiore al 200%.
II catastico fu ordinato dal Senato nel 1641 e ne venne incaricato il magistrato dei
Provveditori sopra Danari che si occupava delle tasse sugli uffici, ASV, Quarantia
Criminal, b. 244, Capitolare I, legge Senato 25 settembre 1641; nel 1655 vi lavorava
l’avvocato fiscale dei Presidenti sopra Uffici, ivi, Senato, Terra, reg. 151, cc. lllr-v , 6
novembre 1655, ma l’opera «vicina a perfettione» nel 1679, ibidem, reg. 199, cc. 23v-24r,
9 settembre 1679, venne approvata in Collegio e nel Senato solo l’anno successivo e ne
venne ordinato l’aggiornamento futuro, ibidem, reg. 200, cc. 235v-236r, 14 giugno 1680.
Le annotazioni relative aile singole cariche sono peraltro compiute nell’arco di mezzo
secolo ed e quindi rischioso, a nostro avviso, prenderle in considerazione per rilevazioni
quantitative.
7 E significativo il fatto che nelle circa 400 leggi raccolte nei Capitolari dei Presidenti
sopra gli Uffici, una sola volta, nel 1660, e solo in forma indiretta, si accenna al numero
complessivo di 2500 cariche, comprendendo perö anche queile fuori cittâ, che venivano
invece spesso dispensate direttamente dai rappresentanti veneziani nel dominio, ivi,
Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I, legge Senato 21 luglio 1660: «siano venduti cento
offitii che sono in raggione di quattro per ogni cento dell’intero numero di quelli di questa
cittâ e stato di Terra Ferma».
188 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

delle scritture piu importanti che, negli uffici giudiziari, spesso arriva-
va ad istruire i processi e un «masser» che aveva come funzione
propria quella di sorvegliare il funzionamento dell’ufficio garantendo
la disponibilitâ di materiale per scrivere; lo «scrivan», lo «scontro» e
il «quadernier» esercitavano in magistrature economico-finanziarie o
comunque in uffici che avessero contabilitâ: il primo teneva il «gior-
nale», lo «scontro» svolgeva la stessa funzione separatamente dallo
«scrivan» per controllarlo, il «quadernier» teneva il «mastro» (qua-
derno). Meno specializzata era la figura del «cogitor», un assistente
generico, mentre ben definiti appaiono i compiti del «cassier» e
soprattutto quelli del «ragionato» e dell’avvocato fiscale, due funzioni
che richiedevano conoscenze specifiche nel settore computistico la
prima, e giuridico la seconda, e che vennero regolamentate da leggi
specifiche8.
Queste cariche costituivano, insomma, lo scheletro portante di
tutto l’apparato burocratico della Serenissima, sia perche all’interno
delle singole magistrature i patrizi svolgevano un ruolo prevalente-
mente politico, che non avrebbe potuto esprimersi senza il lavoro
dell’intero ufficio, sia perche le competenze tecniche di questi ufficiali
e l’esperienza maturata in una spesso lunga permanenza nello stesso
settore amministrativo costituivano un bagaglio di conoscenze sovente
di gran lunga superiore a quello dei nobili, soggetti a un continuo
avvicendarsi nelle magistrature. E stato osservato, ad esempio, che
nella routine quotidiana di lavoro di una magistratura giudiziaria
«l’apporto dei giudici all’attivitâ della magistratura era insomma poco
piü che formale; sotto la “copertura” del giudizio patrizio il funziona­
mento effettivo del tribunale ricadeva tutto sul personale subalter-
no»9. Nella costituzione pratica veneziana il ruolo del giudice nobile
nell’udienza era passivo, la direzione del dibattimento - il ruolo attivo
- spettava interamente ai ministri della magistratura10.

8 II Collegio dei Ragionati fu istituito nel 1581, ivi, C onsiglio d e i Dieci, C om uni, reg.
36, cc. 37v-38r, 11 dicembre 1581, mentre la figura dell’avvocato fiscale fu regolamentata
nel 1640, ivi, M aggior Consiglio, D eliberazioni, reg. 39, cc. 42v-43v, 12 marzo 1640.
9 Derosas, M oralita e giustizia cit., p. 479.
10 Cfr. S. G asparini, I g iu risti ven e zia n i e i l loro ruolo tra istitu zio n i e polere n e ll’etd
d e l diritto co m u n e , in K. N ehlsen von Stryk-D. N orr (a cura di), D iritto com une,
d iritto commerciale, d iritto veneziano, Venezia 1985, pp. 67-105.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 189

Nelle magistrature finanziarie ed amministrative il loro ruolo era


almeno di pari importanza, come appare nella descrizione dei diversi
uffici intermedi della magistratura dei Dieci Savi aile Decime:
II Fiscale era l’avvocato del Collegio, di cui sosteneva gli interessi di
fronte al pubblico e aile altre Magistrature. II suo intervento era necessario
in quasi tutte le operazioni del Collegio: doveva perciö esaminare tutte le
Terminazioni proposte dalla Deputazione alla Şerittura ed opporvisi nel caso
di pubblico pregiudizio... Gli Scrivani costituivano la Cancelleria dell’ufficio
con attribuzioni piri delicate ed importanti di quello ehe parrebbe dal
modesto titolo della loro carica: spedivano le condizioni...-, stilavano gli atti di
ogni genere; accettavano e rilasciavano per iseritto le domande de’ particola-
ri; tenevano e regolavano i pubblici libri di contabilitâ; appontavano ed
estendevano direttamente le Terminazioni ad istanza de’ particolari ehe la
Deputazione alla Scrittura proponeva poi all’approvazione di tutto il Colle­
gio. II Nodaro notava le appellazioni e tutti gli atti relativi a tali cause;
registrava gli Strumenti e i «Punti» de’ testamenti in ordine alla esecuzione
delle «Leggi ad pias causas»; registrava le Polizze d’incanto, le Vendite, le
Suppliche e le Risposte-, faceva infine tutti gli atti stabiliti dalle dette leggi in
tale materia. II Quadernier aveva la principale incombenza di tenere la
scrittura limitatamente al Libro mastro o Tia, e teneva püre i Libri del N.U.
Cassier per la contabilitâ interna all’Ufficio. Ali’Appuntador spettava la
revisione della scrittura e della contabilitâ interna dell’Ufficio. II Masser era
l’economo e l’archivista del Collegio. infine l’ultima categoria di ministri
erano i Fanti, specie di uscieri giudiziari11.

Non tutti questi uffici erano della medesima importanza, ne vi era


- come per i posti in cancelleria - un salario minimo comune allo
stesso livello gerarchico, anzi la loro diversitâ risulta particolarmente
evidente prendendo in considerazione sia i diversi meccanismi attra-
verso i quali venivano retribuiti, sia l’ampio campo di variazione delle
retribuzioni stesse. Se ad esempio si considerano i prezzi di vendita
all’incanto di 284 di essi tra 1636 e 1641, prezzi ehe possono essere
indicativi della redditivitâ deH’ufficio, questi variarono dai 10-15
ducati di molte cariche agli oltre 2.000 ducati di 14 di esse, con punte
fino ai 5.000 ducati12.

11 Canal, II C ollegio , cit., parte II, p. 297. Informazioni sulle mansioni dei ministri
sono presenti in altri lavori dedicati a singole magistrature: G. Bistort, II M agistrato aile
P o m p e nella R epubblica d i V enezia studio storico, Venezia 1912, pp. 29-33; G.I. Cassan-
dro, La curia d i p etizio n , in «Archivio Veneto», serie V, vol. XIX (1936), pp. 112-144;
J.C. H ocquet, L e se l et la fo r tu n e de Tenise. V o lü m e 2. V oiliers e t com m erce en
M editerranee 1200-1650, Lille 1979, pp. 190-199.
12 ASV, Senato, Terra, filza 671, Scrittura d e i P residenti a ll’E sazion d e l D enaro
190 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

L’accentramento nella Quarantia dell’autoritâ di nominare questa


fascia di uffici fu, dunque, uno dei piü importanti episodi del
processo di trasformazione e razionalizzazione della burocrazia vene-
ziana aile soglie dell’epoca moderna, un processo che rispose all’esi-
genza di togliere queste figüre burocratiche dalla dipendenza dei
magistrati patrizi che ab antiquo ne disponevano. Da questi uffici
rimasero perö esclusi due gruppi anche se numericamente meno
consistenti.
Vi erano le cariche di gastaldo ducale, di cancelliere inferiore, di
prior dei lazzaretti e poche altre (vedi tabella IV. 1) che erano State
riservate esclusivamente ai cittadini originari e coprivano funzioni di
grande prestigio e onore sociale13. Questi uffici, che si possono
considerare i piü contigui per importanza a quelli della cancelleria,
tanto che, frequentemente, coloro che li coprivano avevano familiari
che servivano in cancelleria, rimasero sottoposti aH’autoritâ di organi
istituzionali diversi dalla Quarantia, per mantenere distinto il metodo
di reclutamento, quasi in tutti i casi l’investitura diretta da parte del
Doge, mirato a premiare singoli individui o casate.
11 secondo gruppo di uffici che fu escluso, a partire dal 1444, dal
sistema generale di distribuzione delle cariche intermedie comprende-
va numerosi uffici che rientravano in magistrature di particolare
importanza e delicatezza nel sistema istituzionale ed economico vene-
ziano: consentendo ai magistrati di eleggere i propri ministri si volle
rafforzare il loro potere di controllo sui sottoposti. Queste magistratu­
re erano l’Avogaria di Comun, l’organo che neü’architettura costitu-
zionale veneziana aveva la funzione di custode della legge, la Camera
degli Imprestidi, l’ufficio deputato a gestire il debito pubblico, gli
Auditori Vecchi e Nuovi, che erano tribunali d ’appello, e due magi­
strature controllate dal Consiglio dei Dieci: gli Esecutori contro la
Bestemmia, un tribunale che giudicava una lunga serie di reati contro

P ubblico su lle ven d ite d ’uffici d e l 15 gennaio 1660 allegata a parte d e l Senato 28 gennaio
1660.
13 L’obbligatorietâ «che tutti li officii, si de gastaldi, cancellieri, priori come etiam li
dui plebanati videlicet San Zuane, et Şuan Jacomo de Rialto, che nell’avenir vacheranno,
spettanti alla Serenitâ sua debbano per quella esser conferiti a cittadini originari di questa
cittâ» fu sancita nel 1539, ivi, M aggior Consiglio. D eliberazioni , reg. 27, cc. 49r-v, 7
gennaio 1539, sul modello della legge che riservava ai cittadini originari le gastaldie delle
Procuratie, ib id e m , reg. 25, cc. 49v-50r, 17 ottobre 1507.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 191

la morale, e i Camerlenghi di Comun, la cassa autonoma e segreta del


consiglio dei Dieciw. A costoro sono affiancabili alcuni incarichi
particolari, come «masser di cancelleria» e «portoner di Collegio»,
per i quali si preferiva la nomina ad personam, e una serie di uffici
minori, distribuiti un po’ in tutte le magistrature, la cui nomina
rimase a lungo affidata ai «signori patrizi» dell’ufficio.
La parte piri consistente della burocrazia intermedia veneziana
era, dunque, gestita da un unico organo istituzionale, la Quarantia, in
conformitâ di un articolato sistema di norme, il cui atto costituivo si
pub individuare nella legge del Maggior Consiglio del 10 maggio
1444.
Questo sistema di norme era basato su quattro punti essenziali.
Innanzitutto la durata limitata, quadriennale, di tutte le cariche,
giustificata dalla necessitâ di allargare a tutti i cittadini «benemeriti»
la possibilitâ di godere il beneficio derivante dagli uffici*15; di conse-
guenza venne vietata l’elezione a vita e contemporaneamente si rese
piû complicata la procedura per ottenere un ufficio per grazia,
nell’intento di scoraggiare questa pratica16. In secondo luogo, per lo
stesso criterio, si vietö il cumulo delle cariche nella stessa persona e
nella stessa famiglia17. In terzo luogo venne proibita la presenza di

H Gli uffici delle prime cinque magistrature furono esclusi dal sistema di distribuzio-
ne dalla giâ citata legge 10 maggio 1444; quelli dei Camerlenghi di Comun furono aggiunti
nel 1517, ASV, ibidem, cc. 151r-152r, 31 gennaio 1517. Questa diversitâ fu ribadita in
ibidem, reg. 26, cc. 15v-16r, 11 maggio 1522.
15 Ecco il proemio della legge del 1444, che contiene in nüce il criterio che ispirö la
gestione di questi uffici: «Cum ad officia nostra tam Sancti Marci quam Rivoalti solitum
sit facere et constituere scribas, notarios ad vitam, quod non est bene factum multis
respectibus et causis satis notis, et sicut omnibus notissimus est sunt quam plures et
infiniti populares nostri qui non solum facultatem, et substantiam şuam consumpserunt in
factionibus terrae verum, etiam, et personam ac proprium sanguinem suum et suorum
exposerunt, et effunderunt pro honore et statü ac exaltatione huius nostrae Republicae, et
tamquam digni, et benemeriti non possunt in officiis nostriis praedictis partecipare nişi per
longi temporis spatium, sit que pro omnibus bono respectu invenire modum, quo quam
plures, et non pacui, partecipare possint et gustare dulcedinem gratiae nostrae». ibidem,
reg. 22, c. 156r.
16 La legge 10 maggio 1444 giâ prevedeva un criterio molto ristretto per ottenere una
grazia; una legge del 20 aprile 1457 del Consiglio dei Dieci, ivi, Consiglio dei Dieci, Misti,
reg. 15, c. 121v, addirittura, deliberö: «non possint per Dominum dari per gratiam
aliquod offitium, vel beneffitium tam intus, quam extra alicui ad primam vacantiam», un
divieto che, come si vedrâ, non trovö alcuna applicazione pratica.
17 II divieto del cumulo delle cariche, pur implicito, nella disposizione del 1444 non
viene dichiarato. E una parte del Consiglio dei Dieci del 1467 che delibera «nemo possit
192 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

parenti fino al terzo grado tra il personale della stessa magistratura18.


Infine si restrinse progressivamente il bacino di reclutamento del
personale, riservando definitivamente, nel 1517, gli uffici distribuiti
dalla Quarantia ai soli «Cittadini Originari Veneziani»19.
Se a ciö aggiungiamo la selezione operata nella Quarantia Crimi-
nal attraverso l’elezione, il sistema appare come un metodo ordinato e
teoricamente efficace di distribuzione degli uffici basato su due ordini
di esigenze: da un lato quelle statali di avere del personale tecnico-
amministrativo selezionato, l’efficienza del quale era verificabile perio-
dicamente attraverso le elezioni che potevano premiare i funzionari
migliori, e di scongiurare l’affermarsi all’interno di singoli settori
dell’apparato burocratico di consorterie parentali. Dall’altro una
struttura cosı congegnata poteva soddisfare la necessitâ di remunerare
una fascia di cittadini che partecipavano direttamente a sostenere, con
mezzi e con uomini, l’apparato statale in un momento importante di
crescita e articolazione, a seguito dell’ingrandimento territoriale in
Terraferma. Al tempo stesso, incardinando il ceto dei cittadini origi­
nari all’amministrazione dello Stato, lo si rese uno dei pilastri del
consenso popolare all’oligarchia di governo.

2. II sistema di distribuzione tra '5 e ’600

Questo processo di razionalizzazione della burocrazia intermedia


veneziana incontrö, com’era prevedibile, notevoli resistenze, sia da
parte degli organi che videro diminuire la propria autoritâ su questi
uffici, sia da parte degli ufficiali stessi, sostanzialmente ostili ad un
sistema basato su un ricambio continuo delle cariche.
La tendenza dei magistrati a scegliere i propri ministri rimase, ad

habere plus quam unum officium aut beneficium tantum, tam in Venetiis quam extra
Venetiis», ivi, Q uarantia C rim inal , b. 244, Capitolare I, legge C onsiglio d e i D ieci 27 aprile
1467.
18 «Non possit eleği, necque constitui aliquis pro scriba, notario, şive massario in uno
officio qui se expellent pro patre, matre, fratre, filio, germano, consanguineo, cognato et
alio gradu parentellae quo expellantur a capello». İvi, M aggior Consiglio, D eliberazioni,
reg. 22, c. 156r. L’espressione «cacciarsi da capello» nel gergo politico veneziano stava ad
indicare l’impossibilitâ di due o piîı persone a partecipare alla medesima elezione che
avveniva estraendo i bossoli dal «capello», cioe dall’urna.
19 Cfr. supra Cap. I.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 193

esempio, una costante di fondo di tutto il sistema, contro la quale si


pronunciarono numerosi provvedimenti senza estirpare del tutto il
fenomeno che, come si vedrâ, ancora nella prima meta del ’600 aveva
dimensioni considerevoli. Diversi fattori, d ’altronde, favorivano que-
sta pratica: l’indipendenza delle diverse magistrature che, godendo di
potere legislativo, potevano deliberare riguardo al proprio personale
subordinato, oppure la stessa breve durata delle cariche che si scon-
trava con l’esigenza di reperire personale esperto e spingeva i magi-
strati patrizi ad assumere un ufficiale gradito magari «fermandolo»
nella carica mediante una grazia a vita. Le reiterate disposizioni
contro questa pratica sortivano peraltro scarsi effetti dal momento
che, in mancanza di un serio, preciso apparato di controllo, raramen-
te i Presidenti sopra Uffici giungevano a conoscenza degli abusi. La
funzione di controllo era limitata perche insufficiente era il flusso di
informazioni su queste cariche che giungeva ai Presidenti. Sembra, ad
esempio, che in caso di morte deH’ufficiale, solo con difficoltâ essi
venissero a conoscenza della vacanza20. Piü in generale, periodicamen-
te tutti i ministri erano invitati a «portare le fedi» che giustificavano la
loro permanenza in carica, un’operazione questa che avrebbe dovuto
permettere ai Presidenti di conoscere la situazione di tutti gli uffici a
loro sottoposti ma che generalmente portava a risultati frammentari.
La mancanza di un razionale apparato di informazione e controllo fu,
in definitiva, uno dei fattori primari che rallentarono il processo di
razionalizzazione di questo settore burocratico.
Un secondo elemento di alterazione del sistema poteva consistere
nella corruzione dell’organo preposto all’elezione degli ufficiali. Ro-
land Mousnier, nel suo studio riguardante questa fascia di uffici,
rimasto purtroppo l’unico, çita un meccanismo a suo avviso consueto:
«Dans la pratique, le Conseil de Quarantia suivait, pour elire aux
offices, l’avis d ’un de ses trois capi ou d’un de ses presidenti sopra
gl’officii. Ceux-ci ne se privaient pas de recevoir secretement des

20 Una legge del Maggior Consiglio del 1539, ibidem, reg. 27, cc. 62v-63r, 6 luglio
1539, rileva che talvolta i magistrati tenevano nascosta la notizia della morte di un ufficiale
per eleggerlo «a bossoli e ballotte», cioe con una votazione interna, dopo un accordo. I
«nodari, scrivani, över massari» venivano quindi obbligati a portare ai Presidenti la notizia
della vacanza di un posto da «coadiutor, revedador, scontro, pesador, soprastante,
stimador», e quest’ultimi erano responsabili di dar notizia della vacanza di uno dei posti di
nodaro, scrivan, ecc.
194 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

resignations contre argent comptant ou contre una partecipation aux


benefices, et faisaient elire celui que le resignant leur nommait»21.
Purtroppo non e dato di conoscere su quali fonti Mousnier abbia
trovato queste informazioni, per quanto e a nostra conoscenza e
certamente vero che a piü riprese vennero emesse «parti» contro il
traffico degli uffici, «parti» che erano rivolte, in primo luogo, contro
la pratica della «rinuncia» dell’ufficio (dietro la quale non e certo
difficile scorgere una compravendita dello stesso) e in qualche caso
anche contro l’abuso dei magistrati nell’eleggere indebitamente gli
ufficiali, dietro compenso22. Sulle fonti non giudiziarie consultate per
questo studio non e stato trovato alcun indizio, invece, della supposta
corruttibilitâ dei magistrati della Quarantia. Certamente le elezioni
erano il momento nel quale trovavano occasione di esprimersi i
complessi legami che univano cittadini e patrizi, e quindi vi fioriva
quella pratica del «broglio»; si e anche a conoscenza di vari episodi di
corruzione tra nobili e cittadini in vari settori dell’amministrazione
pubblica; tuttavia sembra piu plausibile ipotizzare che le pratiche che
circondavano l’elezione di ministri in Quarantia rientrassero nella
tipologia del «broglio honesto», a cui si e fatto riferimento per le
elezioni del personale di cancelleria, che in quella della vera e propria
corruzione elettorale23.
Un terzo elemento indeboliva di molto l’attuazione di questo
sistema di distribuzione cosı come era stato delineato dal legislatore

21 M ousnier, L e trafic cit., p. 393, e anche ibidenr. «des magistrats vendaient


purement et simplement leur nomination aux offices dont ils pouvaient disposer, soit
argent comptant, soit contre pension annuelle».
22 La sopraccitata legge 6 luglio 1539 denunciava che i magistrati avessero eletto «per
tessera et accordo... persone aliene e non degne di tal carico». Una parte del 1558, ASV,
C onsiglio d e i Dieci, C o m u n i , reg. 23, c. 119r, 29 gennaio 1558, era ancora piü esplicita:
«da certo tempo in qua li offitii di questa cittâ, cioe alcuni di quelli, et delli Rettori di
fuori, che hanno auttoritâ di ellegger... con sua vergogna li vendono senza alcun rispetto,
et con grandissimo danno», ma sembra piû indirizzata verso i rappresentanti del dominio,
come certamente lo e una del 1611: «sia severamente proibito alli Magistrati di questa
cittâ, come alli Rettori di fuori il poter far elletione con esborso, et ricevuta di denaro o
con riserva di annua pensione, ne per loro, ne per interposta persona, ne sotto qual si
voglia forma...», ivi, Senato, Terra, reg. 81, cc. 130v-132r, 9 settembre 1611. Che il
fenomeno esistesse, e insomma confermato da piü leggi a riguardo, la cui sola presenza,
perö, non consente di valutarne la diffusione.
23 Cfr. F inlay, L a vita cit., p. 222 e passinr, Q ueller, IIp a tr iz ia to cit., pp. 183-184 e
sgg-
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 195

veneziano: l’atteggiamento degli ufficiali teso a superare il doppio


vincolo della durata limitata della carica e della selettivitâ dell’elezio-
ne. Due erano i metodi per aggirare questo ostacolo: ottenere un
ufficio «per grazia» oppure trasmettere l’ufficio di cui si era titolari ai
propri figli o nipoti.
Come si e visto, la necessitâ di limitare il conferimento di uffici
per grazia si era manifestata giâ dal secondo ’400. E emblematica una
disposizione di fine secolo. L’udienza quotidiana del consiglio dei
Dieci veniva «molestata ed infestata» da una folla di cittadini ed altri
che potevano vantare dei meriti nei confronti del consiglio, i quali
«petunt... scribanias, notarias, massarias, cancellarias, ... et alia officia
et beneficia sibi dari ad vitam, vel ad tempus, seu illa quae iam
habuerunt per Consilium de Quadriginta ad quattros annos, petunt
sibi confirmari ad vitam aut dari filii, fratribus aut nepotibus ad vitam
seu ad tempus»24. Dapprima vennero sempre piû ristrette le maggio-
ranze qualificate necessarie per ricevere una grazia da un qualche
consiglio25, ma dal momento che era divenuto consueto presentare
piû volte una supplica «sotto colore di maritar sorelle, figlioli»26, si
decise che non vi dovesse essere piû di una grazia per famiglia: nel
1563 si redasse un indice nominativo di tutte le grazie concesse dal
Maggior Consiglio, dal Senato e dal Consiglio dei Dieci, che avrebbe
facilmente permesso di risalire aile grazie concesse ad ogni singola
famiglia27, ma l’iniziativa ebbe evidentemente scarso risultato, a giudi-
care dallo stillicidio delle «parti» che continuarono a rilevare la
mancata attuazione del principio distributivo. D ’altronde, se le dispo-
sizioni che cercavano di ostacolare la concessione di uffici per grazia
si susseguirono incessantemente, nella routine quotidiana di lavoro i
principali consigli patrizi non si esimevano dalTutilizzare lo strumento
prebendale della gratifica per premiare questo o quell’ufficiale. Nel
1568 i Dieci, con l’intento di favorire il commercio, deliberarono che
tutti i cittadini che avessero «condotto e carattado e soddisfatto per
sei Dazi» avrebbero avuto in aspettativa un ufficio del valore di

24 Ivi, C onsiglio d e i Dieci, M isti, reg. 26, cc. 144r-v, 20 settembre 1494.
25 Ivi, Senato, Terra, reg. 26, c. 177r, 4 agosto 1531; ivi, C onsiglio d e i Dieci, C om uni,
reg. 7, cc. 154v-155r, 29 gennaio 1532.
26 Ivi, M aggior Consiglio, D eliberazioni, reg. 26, cc. 184v-185r, 27 settembre 1534.
27 Ib id em , reg. 28, cc. 82v-84r, 28 marzo 1563. II registro e in ivi, Cassier Bolla
Ducale, G razie, reg. 26.
196 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

ducati 100 annui «da esser posto al tempo della vacanza in nome loro
overo de uno delli suoi»28.
Anche la tendenza dei titolari d ’uffici a permanere negli stessi per
un tempo indeterminato e a trasmetterli all’intemo della propria
famiglia si manifesto come un’attitudine inarrestabile. Varie leggi
dopo il 1444 ribadirono la durata quadriennale delle cariche e del-
l’anno «di contumacia», vale a dire di allontanamento, necessario per
ripresentarsi aü’elezione per una carica giâ esercitata29, ma anche qui
con scarso risultato, tanto che furono i Dieci a riconoscere nel 1532
«che la maggior parte di quelli (cioe “dei nostri ministri”) che
essercitano al presente li offitii nostri hanno quelli in vita»30. Vi erano
vari modi per mantenere un ufficio il piu a lungo possibile all’interno
nella propria famiglia. Se si disponeva di «grazie di aspettativa» che
permettevano di diventare titolari di determinati uffici o di uffici di
un determinato valore, spesso al momento in cui le grazie venivano
«investite» - vale a dire quando l’ufficio veniva effettivamente intesta-
to a qualcuno - si procurava che gli intestatari fossero «in etâ pueril,
et alcune volte non nasciuti» per garantire il piu lungo possibile
periodo di godimento dei benefici. Una volta entrati in possesso di un
ufficio, anche per elezione, si supplicava e, spesso, si otteneva una
«grazia di continuatione» dello stesso e negli ultimi anni di vita lo si
intestava ad un figlio o nipote. Cosı, pur non comparendo nel
testamento, l’ufficio di fatto veniva ereditato come un qualsiasi bene
immobile; spesso, poi, questa successione seguiva la linea femminile
della famiglia, cos'ı capitava che un ufficio «transitasse» anche in tre
casate diverse prima che si esaurissero le grazie ad esso relative31.
L’atteggiamento di fondo degli ufficiali fu insomma di trattare
l’ufficio come un patrimonio che, una volta acquisito, dovesse rima-
nere nella famiglia32. Nei primi due secoli di vita del sistema di

28 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 28, cc. 132r-v, 27 agosto 1568.
29 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 24, cc. 20v-21r, 25 settembre 1481;
ibidenı, cc. 195v-196r, 24 gennaio 1502; ivi, Senato, Terra, reg. 18, cc. 50r-v, 10 dicembre
1512; ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 25, cc. 151r-152r, 31 gennaio 1517, dove il
periodo di contumacia viene elevato a quattro anni.
30 Ivi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 7, cc. 154v-155r, 29 gennaio 1532.
31 Ivi, Senato, Terra, reg. 36, c. 149v, 3 settembre 1549; ivi, Maggior Consiglio,
Deliberazioni, reg. 28, cc. 82v-84r 20 maggio 1558; reg. 38, cc. 66r-v, 27 maggio 1632.
32 M ousnier, Le trafic cit., p. 391.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 197

distribuzione degli uffici gestiti dalla Quarantia, questa concezione


dell’ufficio risultö l’ostacolo maggiore all’affermazione del meccani-
smo regolare di avvicendamento degli ufficiali nei singoli posti e
quindi dell’assetto ordinato e razionale di tutto il sistema. La prima
vendita generale di uffici di cui si e a conoscenza, che si svolse a
partire dal marzo 1510, nel momento piu critico per il bilancio statale
dopo la sconfitta di Agnadello33, conferma indirettamente questa
concezione: chi possedeva un ufficio «in vita» poteva, pagando dieci
volte la rendita netta dell’ufficio, intestarlo ad un parente, chi lo
possedeva a tempo determinato poteva riceverlo «in vita» con l’esbor-
so di una cifra pari a otto volte i proventi netti, infine qualsiasi
cittadino poteva concorrere per acquisire un ufficio «in aspettativa»,
del quale cioe sarebbe divenuto titolare alla prima vacanza. Non e
dato di sapere che tipo di risposta ebbe tale provvedimento, ma il
fatto che lo stato facesse leva su questi e non su altri elementi per
ricavare degli introiti da questa fascia d’uffici e significativo di quanto
la tendenza a considerare l’ufficio un patrimonio fosse rilevante.
L’aspetto piü evidente del contrasto fra questa concezione della
burocrazia intermedia e quella, puramente teorica espressa nelle leggi,
che la voleva razionalmente efficiente al servizio dello stato, e dato
dalla questione dei sostituti. Giâ nel 150234 si rilevava come fosse
diffusa la cattiva consuetudine per cui coloro che avevano uffici, «non
curando över non sapiendo far lor proprii gl’offici suoi, costituiscono
altri in loco suo», e si vietava tale pratica tranne in casi particolari,
solo dopo la verifica che i sostituti fossero «persone non solum
benemerite ma etiam sufficiente». La stessa deliberazione del 1532
che riconosceva come la maggior parte degli uffici fossero goduti «in
vita», denunciava che i titolari degli stessi «mettono in quelli sostituti,
li quali si per il poco denaro che li vien dato per li principali di essi
offitii, come etiam per che esercitano quelli per piü che una persona,
et molti de loro forsi non essendo idonei, et etiam infami commettono
cose non conveniente... non havendo in cio quel rispetto che havevi-

33 ASV, M aggior Consiglio, D eliberazioni, reg. 25, cc. 65r-v, 10 marzo 1510. Per un
inquadramento generale della venalitâ anche di cariche patrizie cfr. G. Cozzı, A u to r itâ e
giustizia a V enezia n e l R in a scim ento, in İ dem, R epubblica d i V enezia cit., pp. 109-112 e
F inlay, L a vita cit., pp. 235-288.
34 ASV, M aggior Consiglio, D eliberazioni , reg. 24, cc. 195v-196v, 23 gennaio 1502.
198 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

no li principali»35. Risulta dunque evidente che porre un sostituto


nell’ufficio per non esercitarlo personalmente era una conseguenza
della concezione patrimoniale dell’ufficio, contro cui lo Stato non
volle o non seppe porre rimedio: una lunga sequenza di leggi vietö
questa pratica, salvo permetterla poi in casi particolari - a cominciare
dalla stessa sopraccitata legge del 1532 che concesse di mettere
sostituti a coloro che fossero stati eletti dalla Quarantia - e quindi di
fatto consentendone la diffusione.

3. II reclutamento del personale, 1516-1636

La concezione patrimoniale dell’ufficio era strettamente legata


all’idea che a godere dei benefici ad esso connessi fosse un gruppo di
famiglie «benemerite», che nel 1517 furono chiaramente e definitiva-
mente identificate con i «Cittadini Originari Veneziani». E significati-
vo che questa stessa disposizione giudichi il metodo di assegnazione
degli uffici «equo e soddisfacente» poiche «(ai cittadini originari) la
speranza d ’haverne delli altri (uffici) li facesse piü diligenti o studiosi
a meritarlo da che risultava buon e legal servitio aile cose nostre36.
La mancanza di una precisa procedura per il riconoscimento della
cittadinanza dovette comunque lasciare ai non cittadini buone possi-
bilitâ di accedere a quest’ordine di posti37. Nel 1531 venne deliberato
che, prima dell’esame in Quarantia, ogni candidato dovesse produrre
una scrittura autentica nella quale fosse certificata dal cancellier
grande e dai cancellieri inferiori congiuntamente, la «sufficienza»
dello stesso, «come s’osserva nel tuor dei nodari estraordinari in
Cancelleria nostra»38: e il primo accenno ad una «fede» scritta di
cittadinanza necessaria per accedere a queste cariche. Tuttavia nel
1539 si denunciava che molti titolari d ’uffici risiedevano ormai all’e-
stero oppure «peggio e che ne sono di quelli, che si sono fatti Preti, e
stanno a Roma, et altrove, e di qui hanno posti nelli offitii qualche

33 lvi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 7, cc. 154v-155r, 29 gennaio 1532.
36 lvi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 25, cc. 151r-152r, 31 gennaio 1517.
37 Giâ nel 1502, ad esempio, ci si lagnava che molti presentassero «fattion şive meriti
över discendenze che non siano autorevoli», ibidem, reg. 24, cc. 195v-196r, 23 gennaio
1502.
38 lvi, Senato, Terra, reg. 26, cc. 147r-148r, 27 aprile 1531.
LA BUROCRAZLA INTERMEDIA 199

sostituto», quindi molte cariche erano godute «da persone che non
sono benemerite»39. Nel 1543, in conseguenza del fatto che «molti li
quali non sono originarii cittadini di questa cittâ hanno, e possedono
tali offitii», fu sancito l’obbligo di «giustificar giuridicamente esser
Cittadino originario di questa cittâ, cioe che lui, supplicante, padre et
avo siano natti in questa cittâ», e infine la legge 3 luglio 1569 costituı
la messa a punto definitiva di questa procedura40.
Conviene soffermarsi nuovamente su questa disposizione, cosı
importante per la formazione dell’ordine cittadinesco, ed esaminarla
in relazione al sistema di distribuzione di questi uffici. II proemio
della legge, che insisteva sulla «povertâ grande» dei cittadini e sul
fatto che non dovesse mancar loro il modo di sostentarsi, ricorda
troppo quello della legge 1444 per non ipotizzare che ad esso sia stato
ispirato41. La parte dispositiva ordinava che le «nodarie et scrivanie
delli offiti nostri di San Marco» dovessero esser date dalla Quarantia
per quattro anni, con susseguente periodo di contumacia, ai soli
cittadini originari - i quali dovevano provar la loro cittadinanza in
Avogaria - e che non potessero esser apprese in virtu di una grazia
generica. Questa parte della legge contiene due elementi interessanti
ed alcune ripetizioni consuete.
La divisione interna a carattere topografico tra uffici di San Marco
e di Rialto, ad esempio, pur risalendo almeno al XII secolo42 non era
consueta nelle leggi dedicate a questa fascia di posti pubblici. Secon-
do il catastico del 1636 che e il primo documento a riportare questa
divisione, gli «offici di San Marco» comprendevano le principali
magistrature giudiziarie della cittâ assieme ad importanti reparti am-
ministrativi (Acque, Armamento, Cinque Savi alla Mercanzia, ecc.) e

39 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 27, cc. 62v-63r, 6 luglio 1539.
40 Ibidem, c. 106v, 29 luglio 1543; reg. 29, c. 45r, 3 luglio 1569. Cfr. anche il capitolo
I sulla nascita dell’ordine.
41 «E tale et multiplica ogni di la povertâ grande delli fidelissimi cittadini di questa
cittâ, i quali ovvero li maggiori loro hanno sostentato le fattioni et gravezze pubbliche ed
esposto la facultâ et proprie vite a beneficio dello Stato nostro, che non si die mancar di
far provisione, che habbino modo di sostentarsi col mezzo della gratia della Signoria
nostra, et con quelle cose particolarmente che per le leggi et ordini della Repubblica
nostra sono riservate per l’esercitio del viver loro». Per il proemio della legge 1444 cfr.
supra n. 15.
42 Cassandro, Concetto cit., p. 39.
200 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

finanziari (Cecca, Biave, ecc.) disposti all’interno e nei pressi del


«palazzo».
II divieto di assegnare le «nodarie et scrivanie» di San Marco - ma
questa espressione stava ad indicare tutti gli uffici subordinati del
palazzo - a cittadini che avessero ottenuto una grazia senza indicazio-
ne esplicita dell’ufficio, fa pensare ad un tentativo di porre rimedio al
proliferare delle concessioni per grazia introducendo un nuovo crite-
rio: gli uffici di San Marco dovevano essere distribuiti quasi esclusiva-
mente dalla Quarantia, quelli di Rialto potevano essere «appresi» per
grazia. Questa piu razionale impostazione non trovö, come vedremo,
concreta applicazione; e tuttavia significativo che, per limitare il
fenomeno delle grazie, si pensö di dividere gli uffici in due blocchi
separati con differente criterio di reclutamento43.
La legge 3 luglio 1569, insomma, non modificava i principi su cui
era venuto formandosi il sistema di distribuzione della burocrazia
intermedia veneziana; si puö dire che la sua importanza stia tutta
nell’aver dato il via alla registrazione delle domande di cittadinanza in
Avogaria di Comun44.
Una seconda serie di leggi intervenne, di lı a pochi anni, in
maniera piu diretta nel reclutamento del personale addetto «al ma-
neggio delle scritture», vale a dire con funzioni di contabilitâ. Mosso
dalla preoccupazione di vedere in «tanta confusione» i conti dello
Stato, nel dicembre 1581 il consiglio dei Dieci approvö la formazione
di un «Collegio dei Rasonati», una şorta di albo ufficiale, a numero
limitato, dei contabili statali approvati mediante un esame tecnico-
culturale di ammissione45, a cui diventava indispensabile appartenere

43 Gli stessi principi sono ribaditi nel 1614 e 1632, ASV, C onsiglio d e i Dieci, C ornuni,
reg. 64, cc. 222r-223r, 9 gennaio 1614; ıvı, M aggior Consiglio, D eliberazioni, reg. 38, cc.
65r-66r, 23 maggio 1632.
44 Nel 1582 il Consiglio dei Dieci, riferendosi alla legge 1569 «che vuol che li nodari
e scrivani delToffitii del Palazzo nostro di San Marco siano dati di quattro in quattro anni
per il consiglio di Quarantia Criminal», decise di non concedere piu alcun ufficio di questi
in grazia, in modo che venissero disposti tutti dalla Quarantia. Ivi, C onsiglio d e i Dieci,
C o m uni, reg. 36, c. 171v, 15 ottobre 1582. Nel 1615 venne reiterata la proibizione, a
conferma probabilmente della sua inefficacia, ibidem , reg. 64, cc. 222r-223v, 9 gennaio
1615.
45 ib id e m , reg. 36, cc. 37v-38v, 11 dicembre 1581. I candidati venivano esaminati per
iscritto, alla presenza dei Regolatori della Scrittura, su un quesito scelto a caso tra una
serie di «prove» redatte da un rasonato ducale. Lo scritto veniva giudicato da un altro
rasonato ducale alla presenza dei Cinque Savi alla Mercanzia ai quali spettava la «ballotta-
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 201

per concorrere aile elezioni per scontro, quadernier, rasonato e pon-


tador. La legge del 1581 disponeva che i rasonati dovessero essere
«de nostri cittadini conosciuti» - da intendersi cittadini originari o
anche «per privilegio» oppure semplici sudditi che avessero risie-
duto in cittâ per cinque anni. Sulla carta tale innovazione apriva una
possibilitâ veloce di inserimento nell’amministrazione veneziana a
chiunque avesse una preparazione professionale specifica, superando
quindi il criterio tradizionale, non specialistico ma di ceto, di recluta-
mento del personale burocratico - anche patrizio - della Serenissima.
Evidentemente questa nuova impostazione dovette minacciare equili-
bri delicati, urtare la suscettibilitâ di chi godeva di privilegi consolida-
ti: i contrasti insorsero presto.
II 18 luglio 1592 venne bandito pubblicamente il concorso per un
posto di «quadernier e cogitor» all’ufficio dei Dieci Savi aile Decime
di Rialto, un incarico di responsabilitâ in una magistratura, come si e
detto, cruciale per il prelievo fiscale dello stato. Per la prima volta dal
1581, a causa dei ritardi di attuazione della legge, il proclama, «letto
sulle scale di San Marco e di Rialto», recava tra i requisiti necessari
per presentarsi alla prova la «fede di essere nel Collegio dei Rasona­
ti»46. Otto giorni piü tardi, perö, l’annunciata elezione non ebbe
luogo e una parte dei Dieci emessa dopo un meşe lascia intuire per
quali motivi. Al concorso, rilevano i Dieci, non si son potuti presenta-
re diversi cittadini originari perche non erano del Collegio dei Raso­
nati, al quale, peraltro, non potevano essere ammessi perche questo
era giâ al completo. Siccome i cittadini sono stati «per tante parti...
privilegiati» in questi uffici, mentre al Collegio sono stati ammessi
semplici residenti in cittâ da cinque anni, si ammettano subito venti-
cinque cittadini nel Collegio dei Rasonati e, in futuro, non vi possa
essere ammesso alcuno che non sia originario «acciö che in fine habbi
â restar esso Collegio tutto de Cittadini Nostri Originari solamente»47.
La voce dei cittadini si fece sentire, dunque, attraverso il consiglio
dei Dieci, rifiutando un principio che avrebbe potuto limitare l’area
di privilegio dell’ordine. Questi attriti, tutto considerato di relativa

tione» del candidato, e quindi la sua ammissione nel Collegio, ivi, Senato, Terra , reg. 97,
cc. 93r-96r, 9 maggio 1626.
46 Ivi, Q uarantia C rim in a l , b. 185, su b data.
47 Ivi, C onsiglio d e i Dieci, C om uni, reg. 42, c. 116r, 21 agosto 1592.
202 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

portata, si inserivano in uno scontro piu ampio che coinvolgeva in


quegli anni i due organi esecutivi piü importantı dello stato, il
consiglio dei Dieci, appunto, e il Senato, l’organo supremo in materie
economiche e finanziarie. Al Pregadi doveva stare particolarmente a
cuore la questione, tant’e che nel 1596 ottenne dai Dieci la rinuncia
ad ogni competenza sui contabili pubblici, ribadendo nello stesso
anno che nel Collegio dei Rasonati potesse entrare «ogni forestiero
che haverâ habitato in questa cittâ per anni quindici continui, et non
haverâ esercitato arte meccanica et cosı medesimamente ogni suddito
nostro, che vi haverâ habitato per anni dieci, et non si sara essercitato
meccanicamente»48. II Senato, in definitiva, sembra fosse piu preoccu-
pato di impedire che i Dieci, oltre a controllare giâ il settore della
cancelleria, allargassero la propria sfera di influenza anche aile cariche
intermedie della burocrazia, nella fascia di personale addetto a que-
stioni tecnico-finanziarie che pertenevano strettamente al Senato.
Se rultima parola sulla questione l’ebbe il Senato con la legge del
1596 - ma almeno in un altro caso, il concorso per il redditizio ufficio
di scrivano e scontro al Datio del Vin fu deciso che gli aspiranti
dovessero essere ragionati e cittadini originari49 - non bisogna perö
credere che il privilegio cittadinesco su questi posti venisse messo in
discussione: una cosa furono le schermaglie giurisdizionali tra gli
organi legislativi veneziani, un’altra cosa fu l’applicazione delle leggi.
Se si analizzano le elezioni della Quarantia Criminal per questo
periodo e possibile raccogliere in tal senso alcune indicazioni50.
Innanzitutto: aile elezioni per i suddetti carichi si presentavano
anche candidati non cittadini in possesso della sola fede di apparte-

48 Ivi, Senato, Terra, reg. 66, cc. 88r-89v, 29 giugno 1596. Dal 21 agosto 1592 al 29
giugno 1596, per gli effetti della legge dei Dieci, nessuno si presentö in Avogaria per
iniziare la pratica per essere ammesso nel Collegio dei Rasonati. II solo che lo fece, tal
Vicenzo Zibletti, un cipriota, fu riconosciuto idoneo alla prova solo nel settembre 1598,
ivi, A vogaria d i C o m u n , b. 559, fasc. 86. II numero di 50 rasonati fu portato ad ottanta nel
1626, ivi, Senato, Terra, reg. 97, cc. 227r-v, 18 settembre 1626, e a 100 nel 1633; ivi,
C om pilazione leggi, II serie, b. 21, fasc. 157/1; ivi, Senato, Terra, reg. 109, cc. 38r-v, 1
marzo 1633.
49 Ivi, Çkıarantia C rim inal, b. 244, Capitolare I, sub data 2 6 gennaio 1615.
30 I pro clam i e le e lezio n i p e r gli uffici distrib u iti dalla Q uarantia C rim in a l sono in
ibidem ,b. 185, fasc. I (dall’aprile 1546 al 3 luglio 1557); fasc. II (dal luglio 1557 al
novembre 1571); fasc. III (dal 24 ottobre 1580 all’ottobre 1615); fasc. IV (dal marzo 1614
al maggio 1636).
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 203

nenza al Collegio dei Rasonati ma quasi sempre venivano eletti i


cittadini. All’elezione di quadernier e cogitor ai Dieci Savi, ad esem-
pio, che seguı ai contrasti di cui sopra, i candidati furono dodici, otto
erano cittadini originari e sette di loro ricevettero il maggior numero
di voti a favore; l’eletto fu Perazzo Perazzo quondam Piero, figlio di
un cittadino originario nodaro all’ufficio di Petition, fratello di un
altro cittadino che aveva giâ tentato la via della cancelleria ducale5152.
Alla successiva elezione per un posto di scrivano e quadernier all’uffi­
cio delle Biave, nel 1598, venne eletto Oratio Lippomano, figlio
naturale di un nobile32; lo stesso Lippomano venne eletto nemmeno
quattro anni dopo come scrivan e ragionato ai Tre Savi sopra Conti,
abbandonando la prima carica che venne subito bandita nuovamente
e conseguita dal cittadino Zuan Batta Rizzo, figlio di Zuane «lettor in
Padoa», che risulta esercitasse giâ nella stessa magistratura dal 1585,
probabilmente come sostituto5354. Aile elezioni in Quarantia, insomma,
i cittadini originari mantennero una posizione di monopolio presso-
che assoluto, rafforzato dalla consuetudine con un certo tipo di
incarichi e dalla rete di conoscenze ed appoggi sulla quale ogni
famiglia poteva contare; la nuova normativa sul reclutamento dei
contabili statali non sovvertı questo privilegio5*4.
I quattro esempi sopraccitati, che coprono un arco di undici anni
tra 1591 e 1602, sono le uniche elezioni di questo tipo in questo
periodo. Considerando che gli incarichi di contabile dovevano essere
numerose decine e tutti soggetti alla rotazione quadriennale, scartata
l’ipotesi di una scarsa affidabilitâ della fonte, per spiegare un cosı
limitato turn över delle cariche di questo tipo non resta che supporre

51 Cfr. ibidem, sub data. Per le informazioni sulla famiglia Perazzo, ivi, Avogaria di
Comun, b. 365, fasc. 10 (Perazzo di Piero); b. 361 fasc. 63 (Piero, padre di Perazzo, di
Piero); b. 364 fasc. 76 (Antonio, fratello di Perazzo, di Piero).
52 Alla data del concorso Oratio Lippomano del nobiluomo Antonio non risulta aver
conseguito la cittadinanza originaria. Molti anni dopo, nel 1637, all’etâ di piû di settan-
t’anni, supplicö il riconoscimento della propria cittadinanza originaria dicendo di non
trovar piû presso di se la prova deli’Avogaria conseguita, a suo dire, nel 1598 all’epoca
deli’elezione all’ufficio suddetto «il qual officio essendo di quelli dell’ecc. Consiglio di
Quarantia al Criminal ricercava necessariamente la suddetta prova»; ibidem, b. 377 fasc.
” ibidem, b. 372 fasc. 74.
54 Ai ragionati non cittadini rimanevano comunque numerosi sbocchi lavorativi grazie
all’appartenenza al Collegio: i posti da sostituto negli stessi incarichi che potevano essere
ricoperti solo da rasonati ducali, oppure quelli al seguito di rappresentanti all’estero o in
armata.
204 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Tabella IV.2 - Eletti, candidati e loro rapporto nelle elezioni di Quarantia,


1546-1636 (valori assoluti per quinquennio)

1346-1549 1550-1554 1555-1559 1560-1564 1565-1569 1570-1571

A) Elezioni 26 45 53 36 20 13
B) Candidati 287 289 298 158 204 51
B/A 11,0 6,4 5,6 4,3 10,2 3,9

1580-1584 1585-1589 1590-1594 1595-1599 1600-1604 1605-1609

A) Elezioni 15 9 9 6 19 13
B) Candidati 97 37 49 30 40 49
B/A 6,4 4,1 5,4 5 2,1 3,7

1610-1614 1615-1619 1620-1624 1625-1629 1630-1634 1635-1636

A) Elezioni 21 38 51 78 107 19
B) Candidati 82 107 140 153 177 32
B/A 3,9 2,8 2,7 1,9 1,6 1,6

Nota: mancano le elezioni dal novembre 1571 all’ottobre 1580; cfr. n. 46.

un alto grado di «appetibilitâ» di questi uffici che quindi venivano


facilmente appresi per grazia e, di conseguenza, raramente banditi per
elezione. Risulta indispensabile allargare il campo di osservazione a
tutti gli uffici dati dalla Quarantia.
E evidente che almeno per un trentennio, tra 1580 e 1609, la
Quarantia pote distribuire solo una limitata porzione degli uffici che,
in teoria, avrebbero dovuto essere a sua disposizione. Ne assegnö in
complesso, nei trent’anni, 71, per una media annuale veramente
irrisoria di poco superiore aile due unitâ. Bisogna poi considerare
che, all’interno di questo periodo, spesso lo stesso ufficio venne
assegnato due volte, cosı il numero reale degli uffici controllato dalla
Quarantia in questo periodo fu di sole 33 unitâ. Quali erano questi
uffici? Per 17 di essi e stato possibile ricostruire rammontare della
decima per la quale erano stimati e quindi ricavare un ipotetico
reddito annuo che ammontava, mediamente, a soli 101 ducati lordi.
Come si vedrâ piü avanti questa cifra rappresenta un reddito vera­
mente basso, tale da confermare l’ipotesi secondo la quale, almeno in
questo periodo, gli incarichi migliori della burocrazia intermedia
vennero distribuiti per grazia e quelli meno redditizi attraverso le
elezioni in Quarantia. Questo spiega anche perche frequentemente
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 205

questi uffici non erano di facile assegnazione. Al carico di rasonato alla


Giustitia Nova, ad esempio, venne eletto nel 1591 Alvise Fontana
quondam Bortolomeo, un cittadino giâ maestro d ’abbaco di non elevato
rango sociale, unico candidato al concorso; alla scadenza del mandato il
proclama andö deserto e venne ripetuto fino al settembre 1599 senza
che alcuno si presentasse; nel catastico delle decime del 1613 l’ufficio
era allibrato per un reddito di 30 ducati annui. Non tutti gli uffici in cui
si aveva a che fare con la contabilitâ e il maneggio di denaro, insomma,
rendevano. E emblematico il caso del carico di quadernier ai Camerlen-
ghi di Comun, la cassa del consiglio dei Dieci, i cui ufficiali maneggia-
vano decine di migliaia di ducati. Nel 1626 non c’e alcuno che lo voglia
esercitare per il poco utile che rende, «stimato non eguale al merito
delle fatiche», ed il Senato ne aumenta del 50% il salario53. Per quelli
uffici, poi, «che per il tenue utile, che da essi si traze, et per gravezze,
che sopra essi s’attrovano, non v’e alcuno che si venga a dar in nota», si
decise che venissero deputati «per modum provisionis», vale a dire
assegnati senza concorso, con l’obbligo all’ufficiale di sostenere le tasse
e versare meta del netto*56.
Conviene chiarire con quale procedimento avveniva l’«investitura»
di una grazia e perche di tali assegnazioni non restano che informazioni
saltuarie ed indirette. Venutosi a liberare un ufficio, i detentori di una
grazia atta a conseguirlo si presentavano agli Avogadori di Comun i
quali ne disponevano l’assegnazione senza, a quanto sembra, ne
consultare i Presidenti sopra Uffici, ne formalizzare l’atto per iscritto5'.
Grande importanza sembra avesse il fatto di disporre dell’informazione
di una vacanza prima dei Presidenti ma anche in questo caso gli
Avogadori potevano intervenire e sospendere il procedimento di
assegnazione per elezione anche dopo la pubblicazione del proclama58.

53 Ivi, Senato, Terra, reg. 97, c. 236r, 26 settembre 1626.


56 Ivi, Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I, sub data 15 maggio 1630.
57 Si limitavano a trasmettere un mandato al notaio della magistratura di destinazio-
ne, avvertendolo dell’avvenuta assegnazione. I mandati relativi aile cariche date per
elezione sono negli stessi registri delle elezioni.
38 E questa probabilmente la causa dei numerosi casi presenti nel registro delle
elezioni in cui al proclama pubblicato non segue la «ballottatione». In qualche caso,
l’assegnazione per grazia e esplicita: al proclama per scrivano al Fontego dei Tedeschi
pubblicato il 12 novembre 1615 non segui «ballottatione» perche l’ufficio fu dato a
«Lodovico Quarto fiol di D. Simon in virtü di gratia special dell’Ill.mo Maggior Consiglio
anno 1611 come in quella», ibidem, b. 185, fasc. IV, c. 6. II carico di nodaro aile Rason
206 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

II sistema delle grazie, con l’aiuto di una lunga serie di leggi che
apparentemente lo avrebbero dovuto indebolire mentre in realtâ lo
istituzionalizzarono, nel corso del Cinquecento si irrobustı e centinaia
di persone ottennero un beneficio di tale natura dallo Stato. Alla fine
del secolo il numero degli uffici tenuti per grazia e il numero delle
grazie «in aspettativa» era tale per cui pochi uffici entravano nel canale
ufficiale di distribuzione, quello delle elezioni. Questi uffici erano i
meno redditizi fra quelli distribuiti dalla Quarantia, i meno appetibili
per chi, titolare di una grazia, volesse sfruttare appieno il credito
concessogli dallo Stato.
Altre due indicazioni emergono dalla tabella, l’impennata nel
numero delle elezioni che avvenne a partire dagli anni ’10-’20 del
Seicento, e la diminuzione progressiva del numero di candidati che si
presentavano. Si e ricercato quest’ultimo dato per verificare se vi fosse
una variazione nel grado di attrazione di questi posti fra i cittadini
originari e l’elaborazione ha effettivamente evidenziato una flessione
marcata e costante, perlomeno dal 1580. A questi due elementi e
possibile dare un’unica risposta.
Gli uffici gestiti dalla Quarantia giâ agli inizi del ’500 risultano
oggetto di imposizione fiscale*59. Nel 1573, a causa delle forti spese per
la guerra di Cipro, tutti gli introiti derivanti da impieghi pubblici
vennero sottoposti a decima, nella misura del dieci per cento «battuta
perö ogni altra gravezza»60. Lo stesso anno per sovvenire «il misero
stato dei Cipriotti che hanno perso la loro terra», venne imposto ai
titolari di uffici di pagare una tantum un importo pari al reddito di sei
mesi61. Tale tassa venne prorogata a piu riprese fino al 1604 quando
l’importo venne elevato ad un intero anno di guadagni che, dal 1608, fu
destinato a coprire la «gravissima spesa della cavation della Brenta»62.

vecchie, bandito l 'l l dicembre 1615, fu dato a Piero Nani q u ondam Lorenzo «in virtü di
gratia dell’Ecc.mo Consiglio dei Dieci», ibidem , c. 13.
59 Nel 1444 venne imposta una decima su tutti gli uffici che divenne presto
permanente e nel 1463 rappresentava il 20% degli stipendi fino a 100 ducati e il 30-40%
oltre, Besta , In tro d u zio n e a B ilanci generali cit., I, pp. CLXVII-CLXVIII. Dopo il 1463
non se ne hanno piü notizie, ma agli inizi del ’500 gli stipendi degli ufficiali erano
comunaue soggetti a una aualche tassazione, ASV, M aggior Consiglio, D eliberazioni, ree.
25, c. 69v, 1 settembre 1510.
60 S en a to 13 gennaio 1573, pubblicata in B ila n ci generali cit., pp. 243-245.
61 M aggior C onsiglio 5 luglio 1573, in ib id e m , pp. 248-249.
62 S en a to 13 settembre 1573 in ibidem , pp. 248-249.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 207

Tali nuove imposte incontrarono, owiamente, resistenza da parte degli


ufficiali, avvantaggiati in questo dalla molteplicitâ degli organi preposti
alla riscossione e al controllo, e dallo scarso coordinamento fra gli
stessi. Differenti disposizioni crearono complesse procedure ammini-
strative per obbligare gli ufficiali a sostenere i pagamend ma il loro esito
sembra esser stato scarso proprio a giudicare dal susseguirsi dei
provvedimend stessi. Nel 1613, ad esempio, i Provveditori sopra
Denari, la magistratura creata nel 1373 per sovraintendere l’esazione
della decima sugli uffici, riconoscevano che la tassa rendeva all’anno
28-29.000 ducati, una cifra giâ raggiunta e superata negli anni ’70 e ’80
del secolo precedente63. Nella stessa parte i provveditori annunciavano
il completamento di un catastico di tutte le cariche soggette a decima,
assieme ad una serie di disposizioni per una piu efficace riscossione
della stessa. Quattro anni dopo, sempre a causa delle alte spese militari,
venne raddoppiata la decima su tutti gli uffici64.
II carico fiscale sugli uffici conobbe, dunque, un aumento conside-
revole tra 1373 e 1617. A ciö e da aggiungere l’entrata in vigore del
nuovo catastico del 1613 che, offrendo nuove stime dei redditi - sia
certi che incerti - degli ufficiali, dando quindi aile autoritâ strumenti
migliori per colpire l’evasione e l’elusione fiscale, sorti effetti di rilievo a
giudicare dall’aumento del gettito di questa fonte che nel 1631
raggiunse i 60.000 ducati. Tale accresciuto peso fiscale puö, a nostro
avviso, spiegare l’aumento delle elezioni rilevabile dagli anni ’IO.
Numerosi uffici tra i meno redditizi non vennero piu richiesti per grazia
e tornarono a disposizione della Quarantia che, spesso a fatica, li
distribuı per elezione.
In parte coincidente e la spiegazione della minöre capacitâ attrattiva
che dimostrano le elezioni in Quarantia. Alla diminuita redditivitâ degli
uffici, che acquisı rilievo, come si e detto, dagli anni ’IO, e da
aggiungere, piu in generale, l’effetto causato dal lungo periodo durante
il quale l’originale sistema di distribuzione venne alterato; sulla carta
tutti i cittadini avrebbero dovuto avere eguali possibilitâ di concorrere e
ricevere uffici, in realtâ alcuni di essi - verrebbe da dire «piu eguali»
degli altri: sono quelli «di cancelleria» come vedremo - si impadroniro-

63 ASV, Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I, sub data 1 giugno 1613. Per i dati
sul gettito della decima sugli uffici cfr. P ezzolo , L'oro dello Stato cit., pp. 45-47.
64 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 35, cc. 27v-28r, 15 maggio 1617.
208 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

no delle cariche migliori facendo valere le «aspettative» ottenute dai


consigli patrizi. II declassamento del sistema elettivo rispetto al canale
delle grazie provocö nel ceto dei cittadini originari una şorta di rigetto
verso il metodo delle «ballottationi» in Quarantia.

4. Le leggi del 1632 ed il catastico degli uffici del 1636

La pandemia pestilenziale del 1630-31 si porto via a Venezia tra le


43.000 e le 50.000 persone, circa un terzo della popolazione, infierendo
in maniera ridotta, a dar credito ai censimenti, sulla categoria dei
cittadini che nel volgere di due anni riuscı a colmare i vuoti creati dalla
peşte63*65. La ridotta incidenza della mortalitâ sugli strati piü agiati della
popolazione era peraltro, in parte, dovuta al fenomeno della fuga dalla
cittâ di chiunque avesse la possibilitâ di rifugiarsi in terraferma e quindi
anche di molte famiglie cittadinesche, proprietarie di possedimenti nel
dominio di terra. L’amministrazione della Serenissima, tra il luglio del
1630 e il novembre dell’anno successivo, dovette registrare numerose
assenze dal servizio, tanto che reiterate leggi obbligarono gli ufficiali a
riprendere immediatamente servizio sotto pena della perdita dell’uffi-
cio66. Malgrado ciö le vacanze che si verificarono all’interno del corpo
degli ufficiali intermedi deH’amministrazione della cittâ furono nume­
rose, tanto che aumentö considerevolmente il numero delle elezioni
effettuate dalla Quarantia (vedi tabella IV.2).
E inevitabile considerare le leggi sugli uffici emesse dal Maggior
Consiglio nel maggio 1632 come frutto della situazione venutasi a
creare dopo che i vuoti della peşte misero in luce le alterazioni
intervenute nel sistema di distribuzione delle cariche gestite dalla
Quarantia67. Si trattö del piü organico intervento legislativo compiuto
fino a quel momento dallo stato veneziano per porre ordine in un
settore vitale per il buon funzionamento deU’amministrazione statale, e
i principi costitutivi del sistema, delineati legislativamente da meta ’400,

63 Per le considerazioni sui criteri con cui vennero compilati i censimenti e sui dati
sulla popolazione cfr. cap. II.
66 ASV, Q uarantia C rim inal , b. 244, C apitolare I, legge Senato 6 ottobre 1630; ivi,
Senato, Terra, reg. 104, cc. 103r-104v, 6 novembre 1630.
67 ivi, M aggior Consiglio, D eliberazioni, reg. 38, cc. 61v-66v. Si tratta almeno di
quattro parti - 16, 18, 23 e 27 maggio 1632 - suddivise e votate per capitoli.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 209

vennero complessivamente riconfermati. Gli effetti di questa nuova


codificazione normativa non ebbero peraltro modo di palesarsi: l’intero
assetto proprietario della burocrazia intermedia veneziana doveva, di lı
a pochissimi anni, essere travolto dalle massicce vendite d ’uffici.
Ribadendo i consueti principi della durata quadriennale delle
cariche e del divieto del cumulo delle stesse, le leggi del maggio 1632
centrarono la loro attenzione su due problemi che erano considerati
importanti, la necessitâ di limitare e regolamentare la concessione
d’uffici per grazia e l’inefficace controllo che avevano le autoritâ sui
sostituti; in entrambi i casi, tuttavia, l’intervento legislativo non porto
innovazioni sostanziali, limitandosi a riepilogare i principi giâ tracciati.
Decisamente innovativa, invece, fu la decisione di approntare un elenco
di tutti gli uffici riservati al consiglio di Quarantia Criminal, che giâ in
giugno fu pubblicato, e di metter mano ad un «libro degli offitii
riservati all’elletione della Quarantia Criminal... con tutte le elettioni, le
gratie e i nomi»68.
11 catastico fu ufficialmente approvato il 28 maggio 1636 e costitui-
sce il primo, e per molti versi fino al tardo ’700 l’unico, documento
completo sulla situazione degli uffici intermedi veneziani; acquista
ancora maggior valore, poi, in considerazione del fatto che, dopo poche
settimane dalla sua approvazione, per settant’anni gli uffici che vi sono
descritti vennero venduti, rappresenta quindi una şorta di istantanea
che coglie la burocrazia intermedia veneziana alla fine di un’epoca. Fu
compilato da personale della Quarantia sotto la direzione dei Presidenti
sopra Uffici, venne redatto da un’unica mano e presenta annotazioni
chiare ed uniformi che contengono, per ognuno dei 416 uffici elencati
non vacanti, il nome del titolare, il titolo «di possesso» - fosse esso
grazia, elezione o altro -, l’organo che aveva deliberato tale titolo e la
data di assegnazione. Mancano purtroppo informazioni sul reddito
dell’ufficio e su chi, effettivamente, esercitasse la carica.
11 primo dato importante che emerge dalla tabella IV.3 e che la
presenza cittadina era, nel complesso, meno massiccia di quanto fosse
prevedibile, tenendo conto che questa fascia d ’uffici avrebbe dovuto
essere riservata ai soli cittadini originari da oltre un secolo. Accanto ad
un’esigua presenza nobiliare, e invece, consistente la presenza di

68 Ibidem, cc. 61v-63v, 16 maggio 1632.


210 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Tabella IV.3 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 in base all’ordine
sociale di appartenenza del titolare (valori assoluti e percentua-
10

Popolani Cittadini Nobili Non individ. T ot.

Uffici di S. Marco 54 28,9% 105 56,2% 4 2,1% 24 12,8% 187 100%


Uffici di Rialto 76 33,2% 117 51,1% 11 4,8% 25 10,9% 229 100%

Totale 130 31,2% 222 53,4% 15 3,6% 49 11,8% 416 100%

popolani detentori di cariche di questo tipo, a testimonianza che nella


pratica il sistema di distribuzione di questi uffici funzionö in maniera
parzialmente difforme rispetto aile leggi.
Nelle tabelle IV.3 e IV.4 si sono considerati separatamente gli uffici
di San Marco da quelli di Rialto per sottolineare le differenze che, a
partire dal 1569, avrebbero dovuto esserci nel sistema di reclutamento
di questi due settori dell’amministrazione veneziana ma che, in realtâ,
non appaiono dai dati del catastico 1636.

Tabella IV.4 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 in base al titolo
con cui erano tenute (valori assoluti e percentuali)

ET EV GT GV C A T ot.

A 37 19,8% 67 35,8% 20 10,7% 60 32,1% - 3 1,6% 187


B 46 20,1% 59 25,7% 19 8,3% 96 42,0% 3 1,3% 6 2,6% 229

Totale 83 20,0% 126 30,3% 39 9,4% 156 37,5% 3 0,7% 9 2,1% 416

A uffici di San Marco ET elezione a tempo determinato


B uffici di Rialto EV elezione «in vita»
GT grazia a tempo determinato
GV grazia «in vita»
C «compreda» cioe acquisto
A altre forme

Nota: II Catastico elenca 459 cariche ma ne descrive solo 416, 43 dunque erano quelle
vacanti. Per l’individuazione dell’ordine sociale del titolare, poiche solo per i nobili si usava
una denominazione di rango affidabile, si e proceduto ad una identificazione nominativa con
i cittadini che acquisirono da cittadinanza all’Avogaria di Comun. Nei casi certi in cui i
titolari non erano ne nobili, ne cittadini, li si e computati come popolani.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 211

Analizzando la distribuzione delle cariche a seconda del titolo in


base al quale erano tenute, ed incrociando questi valori con quelli
relativi all’ordine di appartenenza, emergono alcuni elementi che
confermano l’impressione giâ espressa: la situazione reale di questi
uffici era abbastanza diversa da quella che potrebbe apparire compul-
sando capitolari e raccolte di leggi.
Piü di due uffici su tre (tabella IV.4, valori totali di EV e GV)
sono goduti «in vita» dai titolari, quindi in deroga aile leggi che dal
1444 in poi avevano sancito la durata quadriennale di questi posti. Le
cariche godute con titoli di tale genere sono ben distribuite fra i tre
gruppi sociali (tabella IV.5), risulta evidente, tuttavia, che e quasi
esclusivamente grazie a questa procedura che popolani e nobili riusci-
vano ad entrare in questo settore della burocrazia, non potendo essi
per legge concorrere aile elezioni di Quarantia che avrebbero dovuto
distribuire tutte queste cariche. Accanto al canale di reclutamento
«ufficiale» costituito dalle elezioni di Quarantia, accanto a quello
«ufficioso» della procedura per grazia, un risalto notevole aveva
dunque una terza forma di reclutamento, l’elezione «in vita» diretta
da parte della magistratura nella quale l’ufficio era inserito o da parte
di un organo collegiale. La tabella IV.4 permette di quantificare
l’efficacia di questi tre canali: la Quarantia dimostra di aver gestito
direttamente il 20% dei posti, che rispetto al 10% degli anni
1580-1610 e un incremento significativo ma non determinante. Le
cariche tenute per grazia toccano il 37,5% del totale, una riprova
della diffusione di questa procedura. Infine, ed e un dato rilevante, il

Tabella IV.5 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 per titolo di
godimento in base all’ordine di appartenenza del titolare (valori
assolutı)

ET EV GT GV C A Tot.

Popolani 6 71 2 43 1 7 130
Cittadini 68 39 35 80 0 0 222
Nobili 0 0 0 14 1 0 15
Non indiv. 9 16 2 19 1 2 49

ET elezione a tempo determinato GV grazia «in vita»


EV elezione «in vita» C «compreda» cioe acquisto
GT grazia a tempo determinato A altre forme
212 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

30% degli uffici erano goduti in virtü di elezioni «in vita». Fu questo il
metodo che consentî di aggirare le leggi che riservavano questa fascia di
incarichi ai soli cittadini originari6970.
Osservando le cariche detenute da quest’ultimi (tabella IV.5),
prevedibile e la folta presenza di cariche a tempo determinato (quattro
anni) acquisite in virtû delle elezioni in Quarantia. Va spiegato il
numero particolarmente alto di grazie a tempo determinato: si trattava
di grazie che i cittadini supplicavano una volta ottenuta una carica in
virtû di elezione e venivano dette «di continuatione»; spesso ad una
grazia ne seguiva un’altra, e cos'ı via, rendendo di fatto la carica vitalizia.
Elevato e anche il numero di grazie a tempo indeterminato presenti
all’interno di questo gruppo sociale; conviene forse analizzare meglio
chi detenesse uffici sotto questa forma.
La maggior parte (61%) degli uffici goduti con grazie a tempo
indeterminato (vedi tabella IV.6) comprende uffici i cui titolari erano
cittadini appartenenti a famiglie che avevano qualche esponente nella
cancelleria (classi E, F, G della tabella). Per coloro che servivano nella
cancelleria non sembra fosse vietato presentarsi aile elezioni in Quaran-
tia e in qualche caso funzionari di cancelleria concorsero ad elezioni per
cariche di questo tipo/0, tuttavia le cariche da essi godute lo erano o in
virtû di grazia o di elezione «in vita», a conferma che questa pratica
costituiva una şorta di retribuzione integrativa del loro servizio. I
«cittadini che avevano provato la loro cittadinanza» (classe A) e i
«cittadini figli naturali di nobili» (classe B) erano invece coloro che si
presentavano aile elezioni di Quarantia con in mano la loro fede
dell’Avogaria di Comun. £ significativo che per quest’ultimi questo

69 Osservando in che magistrature erano piîı diffuse le elezioni «in vita» operate dai
magistrati stessi, risulta che in alcune - Cecca, Banco da Giro, Provveditori de Commun,
Arsenale e Tana - quasi tutti i posti erano assegnati secondo questa pratica. C’era poi una
serie di magistrature minori che avevano uno o due ministri, eletti direttamente, infine
quasi ogni magistratura aveva almeno un ufficiale assunto con questa procedura. E
probabile, peraltro, che tale situazione fosse dovuta al fatto che solo nel 1632 era stato
approntato un elenco razionale dei posti soggetti alla giurisdizione della Quarantia e che
quindi molti ufficiali fossero in carica con una nomina avvenuta per consuetudine.
70 L’l l gennaio 1631, ad esempio viene concesso a Francesco (di cui non risulta il
patronomico), nodaro straordinario di cancelleria, in servizio in un’ambasciata, di concor-
rere per la carica di nodaro al Piovego, ivi. Quararıtia Criminal, b. 244, Capitolare I, sub
data 11 gennaio 1631.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 213

Tabella IV.6 - Distribuzione delle cariche del Catastico 1636 per titolo di
godimento all’interno dei cittadini originari (valori assolutı')

ET EV GT GV C A

A - Cittadini che hanno provato


la cittadinanza 48 16 25 11 0 0
B - Cittadini che devono ancora provare
la cittadinanza 1 8 2 7 0 0
C - Figli, fratelli, nipoti di cittadini che non
proveranno la cittadinanza 1 3 2 7 0 0
D - Cittadini figli naturali di nobili 17 1 4 6 0 0
E - Cittadini «di cancelleria» 0 11 0 30 0 0
F - Figli, fratelli, nipoti di cittadini
«di cancelleria» che devono ancora
provare la cittadinanza o entrare
in cancelleria 0 0 0 8 0 0
G - Figli, fratelli, nipoti dı cittadini
«di cancelleria» che non proveranno
la cittadinanza o non entreranno
in cancelleria 0 0 2 11 0 0

ET elezione a tempo determinato GV grazia «in vita»


EV elezione «in vita» C «compreda» cioe acquisto
GT grazia a tempo determinato A altre forme

fosse il canale di reclutamento piü seguito, probabilmente in considera-


zione del fatto che gli eventuali appoggi del padre o di qualche
parente nobile erano piu spendibili aH’interno della Quarantia per
favorire la vittoria in un’elezione, che in un altro consiglio per
ottenere una grazia. II numero alto di grazie a tempo determinato - le
«grazie di continuatione» - erano diffuse tra i cittadini provati, a
conferma che questo metodo era utilizzato una volta acquisito un
ufficio per elezione. Non trascurabile era la presenza di uffici goduti
per grazie ed elezioni «in vita», poi, anche tra i cittadini provati, a
testimonianza del fatto che questa forma di acquisizione di un carica
non era preclusa nemmeno a costoro, anche se era seguita soprattutto
dai popolani.
Una conferma sul significato del titolo di cittadinanza come
«patente» per acquisire incarichi burocratici viene, infine dal fatto
214 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Tabella IV. 7 - Distribuzione per decennio degli uffici goduti in virtu. di «grazie
in vita» del Catastico 1636 a seconda dell’anno in cui era stata
concessa la grazia (valori assoluti per decennio)

prima 1370 1380 1390 1600 1610 1620 1630


1570 1379 1389 1399 1609 1619 1629 1636 Tot.

9 8 33 26 14 11 32 21 154

Nota: per due uffici non vi e indicazione della data di conferimento della grazia.

che i parenti di cittadini o di «cittadini di cancelleria» (classi C e F)


che non avevano provato la loro cittadinanza detenevano giâ, in 18
casi su 21, uffici in virtû di grazie o elezioni «in vita»: e plausibile
ritenere che decisero di non «ufficializzare» il loro status di cittadini
perche giâ titolari di un ufficio.
Un’analisi piû complessa puö confermare alcune ipotesi fatte a
proposito delle fluttuazioni nel numero delle elezioni che avevano
avuto luogo in Quarantia Criminal (vedi tabella IV.2).
Partendo dall’anno di compilazione del catastico, andando a
ritroso nel tempo, sarebbe logico supporre di trovare un numero via
via decrescente di grazie, invece compaiono numerosi gli uffici goduti
con grazie risalenti agli anni 1580-1600. Nella tabella IV.2 era appar-
so con evidenza il calo nelle elezioni di Quarantia nel trentennio
1580-1610 per il quale si era ipotizzato un concomitante aumento
delle grazie che, di conseguenza, avevano limitato il numero degli
uffici distribuibili per elezione. Tale ipotesi viene confermata dai dati
raccolti nella tabella IV.7; negli anni 1580-1600 il comportamento dei
principali consigli veneziani fu tale che deve esser stato abbastanza
facile per un cittadino, massime di cancelleria, acquisire una grazia
«d’aspettativa» per un ufficio. E probabile che tale comportamento si
sia limitato nei primi due decenni del nuovo secolo, durante i quali,
peraltro, l’alto numero di «aspettative» in circolazione impedı che il
numero degli uffici distribuiti per elezione superasse la soglia delle
due-tre unitâ all’anno. In qualche maniera l’ultimo ventennio del
Cinquecento fu l’epoca d ’oro della distribuzione prebendale degli
uffici intermedi.
Le informazioni contenute nel Catastico 1636, si e detto, non
consentono di operare una qualche suddivisione qualitativa degli
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 215

uffici che permetta di capire se gruppi sociali particolari acquisissero


uffici piû prestigiosi o piu redditizi rispetto ad altri. La strada che e
parso conveniente percorrere e stata quella di ricercare le valutazioni
ufficiali dei redditi degli uffici elaborate a fini fiscali per l’imposizione
della decima sugli uffici'1.
Gli uffici migliori, quelli piû redditizi, erano goduti dai cittadini e,

Tabella IV.8 - Reddito annuo lordo di 110 uffici compresi nel Catastico 1636
in base all’ordine sociale di appartenenza del titolare (in ducati
di conto)71

U ffici in te sta ti a: R ed d ito a n nuo lordo

A cittadini 194
- cittadini non «di cancelleria» 163
- cittadini «di cancelleria» 225
B popolani 131
C nobili 179
D titolari non individuati 198

71 Questa elaborazione ha presentato diverse difficoltâ. La prima di carattere archivi-


stico poiche il fondo della magistratura che si occupava specificatamente delle decime
sopra gli uffici, i P ro vved itori sopra il D anaro Pubblico in ASV, non essendo inventariato,
non e disponibile. Nel fondo della magistratura dei P rovveditori e Tre Savii sopra Uffici,
bb. 46-47, sono stati ritrovati due grossi volumi di un catastico risalente presumibilmente
verso la meta del XVIII secolo nel quale sono elencate le stime di decima relative ad ogni
ufficio, cosi come risultava dalle annotazioni presenti in ben quattro catastici delle decime,
redatti tra 1613 e 1731. Per prossimitâ temporale con il Catastico 1636 si sono presi i
valori relativi al catastico ordinato nel 1641, ivi, Q uarantia C rim inal, b. 244, C apitolare 1,
legge Sen a to 25 settembre 1641, e redatto dai Provveditori sopra il Danaro Pubblico.
Purtroppo i due volumi di cui sopra contengono solo gli uffici delle magistrature che
iniziano con le lettere dalla C alla P, quindi e giâ rimasto escluso un buon numero di uffici
del Catastico 1636; a ciö e da aggiungere la difficoltâ di identificare con sicurezza gli uffici
descritti in quest’anno con quelli descritti, magari sotto un’altra denominazione, nel
«supercatastico» di meta ’700. Tale operazione e riuscita con certezza per 110 uffici che
comunque rappresentano bene il totale dei 416 elencati nel 1636: gli uffici intestati a
cittadini sono il 63.6% nel campione dei 110 uffici e il 53.1% nell’universo degli uffici del
catastico 1636; quelli intestati a popolani rispettivamente 24.6% e 31.3%; nobili 4.5% e
3.6%; gli uffici intestati a titolari il cui ordine sociale non e stato individuato 7.3% e
11.8%. Buona e la rappresentativitâ anche in base al titolo di godimento.
216 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Tabella IV.9 - Reddito annuo lordo di 110 uffici compresi nel Catastico 1636
in base al titolo di godimento (in ducati di conto)

ET EV GT GV C A

Reddito annuo lordo 132 132 213 193 360 -

ET elezione a tempo determinato GV grazia «in vita»


EV elezione «in vita» C «compreda» cioe acquisto
GT grazia a tempo determinato A altre forme

soprattutto, dalle famiglie di cancelleria che li possedevano perlopiu


in virtu di grazie «in vita». Anche le cariche tenute dai nobili erano
spesso uffici originariamente acquisiti da famiglie di cancelleria e
quindi trasmessi in seguito a matrimoni e a successioni ereditarie.
Coloro che riuscivano ad ottenere con piû facilitâ le grazie dai
consigli patrizi, in virtü del prestigio legato aile loro cariche e degli
appoggi di cui usufruivano, erano, tra i cittadini, quelli che ricopriva-
no i posti piû in alto nella gerarchia sociale cittadinesca. 11 metodo
che utilizzavano e esposto in una legge del 1579; invece di supplicare
genericamente una grazia d ’aspettativa d ’un ufficio, alcuni - evidente-
mente coloro che potevano godere di appoggi nei consigli - richiede-
vano «alcuni offitii signanter, ovvero di maggior valuta, che delli
cento cinquanta ducati all’anno che e l’ordinario delle aspettative
maggiori fin hora concesse»'2. In questa maniera, una volta liberatosi
l’ufficio, il detentore della grazia «superava» tutti coloro che avevano
ricevuto da piû tempo grazie generiche ed «apprendeva» l’ufficio.
Alla Quarantia Criminal restava cosı solo la distribuzione delle
cariche meno redditizie. Tra queste, quelle che si rivelavano fruttuose
rimanevano poco a disposizione di coloro che si presentavano aile
elezioni; il titolare si affrettava a supplicarne la «continuatione» per
assicurare, a se e ai propri congiunti, un reddito sicuro e onorevole.
La tendenza a trattare l’ufficio come un patrimonio si esprimeva
dunque sotto forme diverse, ogni gruppo o sottogruppo sociale la72

72 lvi, Consiglio dei Dieci, Comuni, reg. 34, cc. 89v-90r, 11 aprile 1579; c. 95r, 28
aprile 1579.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 217

realizzava nelle forme ad esso possibili considerando l’incarico statale


come un privilegio ricevuto dallo stato in cambio della fedeltâ. Con le
vendite che cominciarono nel 1636 essere titolari di un ufficio diven-
tö, innanzitutto, un investimento.

5. Le componenti del reddito ed il peso fiscale sugli uffici

Le ricerche che si sono interessate al salario degli ufficiali in epoca


moderna hanno messo in luce come la loro retribuzione fosse in parte
sostenuta direttamente dallo stato ed in parte ricadesse invece sul
pubblico che si rivolgeva all’apparato amministrativo. Per analizzare
adeguatamente un siffatto sistema retributivo occorrono fonti docu-
mentarie di particolare qualitâ, come quelle utilizzate da Federico
Chabod per il suo famoso saggio sui proventi degli ufficiali milanesi tra
’5 e ’6007374.A Venezia fonti di eguale ricchezza sembrano non esserci e il
fatto che il nostro studio, condotto su informazioni raccolte dal fondo
dei Presidenti sopra Uffici, presenti dati organici solamente per il
Seicento giâ avanzato, testimonia come, prima di questo periodo, le
autoritâ avessero un controllo assai approssimativo sulle retribuzioni
degli ufficiali.
Verso la meta del Seicento erano tre le voci che componevano il
reddito di un ufficiale della burocrazia intermedia veneziana: il salario
vero e proprio, gli incerti che «passavano per cassa» e gli incerti «per
scarsella», vale a dire esatti direttamente dal funzionario7'1; di questi il
salario era la componente stabile della retribuzione, anche se la sua
incidenza all’interno della stessa era spesso assai relativa. Vi era grande
disparitâ tra i salari degli ufficiali di una stessa magistratura, dal
momento che frequentemente lo stipendio di uno scrivano o di un
notaio era il frutto di aumenti ed elargizioni, concesse ad personam ad
un qualche predecessore, che erano stati mantenuti dai successori e che
avevano fatto lievitare la cifra corrisposta dallo stato. All’interno di una
magistratura raramente il salario dei funzionari subalterni rispecchiava
la scala gerarchica esistente e, generalmente, raggiungeva cifre apprez-

73 C habod , Stipendi nominali cit..


74 Cosı risulta a partire dal catastico del 1641 riportato sul «supercatastico», cfr. n.
71. II catastico del 1613, invece, offriva per gli emolumenti incerti una sola voce.
218 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

zabili solo negli uffici in cui vi era scarso o inesistente contatto con il
pubblico e di conseguenza limitate possibilitâ di esigere pagamenti per
atti, documenti, copie, ecc.; nei casi in cui erano inconsistenti gli
emolumenti incerti, dunque, il contributo statale fungeva da compensa-
zione per mantenere la carica ad un livello contributivo tale che ne
consentisse la copertura. Questa sembra essere la principale ragione
che spiega la grande variabilitâ di questa voce, al cui pagamento erano
tra l’altro preposte casse diverse, quelle delle magistrature delle Rason
Nuove e dei Governatori dell’Intrade, innanzitutto, nonche, per quelle
magistrature che dipendevano da singoli consigli, le casse di organi
diversi: quella del consiglio dei Dieci, ad esempio, per gli Esecutori
contro la Bestemmia'5. Poche tracce sono emerse, dalle fonti esaminate,
circa cronici e cospicui ritardi nel pagamento dei salari da parte delle
due casse maggiori, un fenomeno che invece rivestiva una notevole
importanza per gli ufficiali retribuiti da altre casse75767.
La quota variabile del reddito di un ufficiale poteva in parte passare
attraverso la cassa della magistratura cui faceva capo l’ufficio, in parte
essere riscossa direttamente dal funzionario. Gli incerti «per cassa»
consistevano in una quota dei cespiti esatti dalla cassa della magistratu­
ra che venivano divisi tra gli ufficiali secondo percentuali fisse, i
cosiddetti «caratti», ed erano quindi detti «carattade». Cosı avveniva in
alcune magistrature giudiziarie, dove le pene pecuniarie venivano
sottoposte a «carattade». Nell’ufficio delle Cazude, per citare un caso,
gli utili che passavano per cassa venivano cosı suddivisi: ai 3 scrivani il
3%, allo scontro, al quadernier e al coadiutor 1’8% a testa, ai 6 masseri
e fanti il 12%, al fiscal 1’1%, agli «scrivani di Ul.mi Dieci Savii» il 25%,
alla «scrivania Callegari» il 3% ; pertanto 1’83% della somma incassata
veniva distribuito fra i diversi ministri". An che su questa voce la
ritenuta fiscale avveniva all’atto del pagamento, da parte della cassa
stessa, al singolo ufficiale.

75 D erosas, Moralitâ e giustizia cit., p. 495 e sgg.


76 Cfr. ibidem. Una spiegazione di ciö potrebbe riferirsi ad una maggiore disponibilitâ
di denaro delle casse maggiori, oppure al fatto che, essendo le decime sui salari, che
venivano trattenute alla fonte, la parte piû sicura della ritenuta statale sui redditi dei
funzionari, vi fosse convenienza a corrispondere ai funzionari le loro mercedi per
trattenervi, al piû presto, le decime relative.
77 ASV, Quarantia Criminal, b. 230, fasc. 19.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 219

Gli emolumenti «incerti» costituivano la componente piü fluttuante


del reddito di un ufficio, sia perche dipendevano per intero dalla
prestazione professionale dell’ufficiale, sia perche vi erano quasi sem-
pre, da parte dell’autoritâ, ridotte possibilitâ di controllare con preci-
sione l’ammontare di questa voce, in modo da assoggettarla adeguata-
mente all’imposizione fiscale. Inoltre, nei casi in cui gli ufficiali
godessero di elevati introiti di questo tipo e di esigui proventi di salario
e «per cassa», la corresponsione della decima avveniva non attraver-
so trattenuta da parte di una cassa, bensı mediante versamento da
parte dell’ufficiale, e questo era fonte di continue dilazioni, elusioni
ed evasioni78.
A queste tre componenti, giâ di per se cosı fluttuanti, si aggiun-
gevano almeno altri due elementi che potevano incidere in maniera
significativa nella determinazione del reddito globale di un ufficio: il
tipo di rapporto che intercorreva tra il titolare dell’ufficio e il suo
sostituto, e quindi i proventi che quest’ultimo percepiva, come püre
il tipo e la quantitâ di imposte a cui era soggetto. Per spiegare
l’interazione di questi cinque elementi e opportuno illustrare alcuni
casi tratti da un’importante inchiesta svolta nel 1673-1674 dagli
Inquisitori sopra Grazie ed Uffici, una magistratura interna alla
Quarantia, per verificare se i proventi degli uffici detenuti con grazie
superassero l’importo indicato sulla grazia stessa, e che quindi porto
all’esame del reddito di centinaia di cariche79.
11 primo caso riguarda l’ufficio che in assoluto, tra quelli gestiti
dalla Quarantia, presentava la cifra di decima piü alta, 150 ducati, il
carico di «nodaro alla doğana del Datio del Vin», che nel 1672 era
goduto da Vicenzo Gratarol, notaio straordinario di cancelleria80. II

78 Una legge del 1633 disponeva per coloro «la tansa dei quali per utilitâ incerte, e
maggiore del salario, o delle provisioni, che ricevono nel medesimo ufficio, o camere, et
altri che ricevono semplicemente utilitâ, et non hanno salario o provisione», che dovessero
versare la tassa meşe per meşe, ivi, Senato, Terra, reg. 110, cc. 12v-14r, 16 luglio 1633.
79 ivi, Quarantia Criminal, bb. 237-241.
80 La nodaria al dazio del vino era stata giâ della famiglia Ottobon che la godeva in
virtû di una grazia concessa nel 1587 a Leonardo Ottobon, in seguito cancellier grande.
Nel 1633, esauritasi la grazia degli Ottobon posta «sulla testa» di due nipoti del cancellier
grande, la carica venne presa da Giovan Battista Gratarol, segretario del Senato, e passö
con una grazia di continuazione nel nome di Vicenzo, figlio di Venturin e nipote di
Giovan Battista.
220 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

tipo di rapporto che esisteva tra principale e sostituto era speciale e


dovuto al fatto che le entrate erano particolarmente ingenti. 11
sostituto, che riscuoteva ogni entrata e versava al principale due terzi
dei proventi «incerti» e la meta di quelli «per cassa», pagava con la
propria quota gli aiutanti, mentre il principale sosteneva decime,
imposte ed «annata». E opportuno vedere il riepilogo dei proventi
delTufficio compilato dagli Inquisitori sulla base delle dichiarazioni
dei diretti interessati, delle escussioni di alcuni testimoni e di indagi-
ni sui libri contabili della doğana81:
Conto per la nodaria e scrivania al datio del Vin.
Rendita per l’anno 1672 V.C. Utili del Utili del
(cioe valuta corrente). Principal sostituto
2/3 1/3
- per contralettere de vino . . d. ti 1273:11 d.ti 848:23 d.ti 424:12
- per contralettere de acqua
de v itta.................................. :19 :13 :06
- per bolette d’ufficio .......... 19:18 13:04 6:14
- per soldi 3 per cao de vini
nave (sic) ............................... 20:03 13:10 6:17
- per mandati de mercanti
de v in .................................... 10:21 7:06 3:15
- per soldi 2 per boleta e sol­
di 1 per registro de vini nave . 2:18 1:20 :22
utile per cassa {recte:
utili «incerti») 1327:18 883:04 442:14
- per soldi 2 per boleta d’un
bigonzo in su et soldi 1 d’un
bigonzo in g iiı....................... 324:00
si batono le decime e soldi 6
per lir a .................................. 84:06
239:18

81 Ibidem, b. 241, fasc. 2. I valori sono in ducati di conto e grossi (24 per ducato).
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 221

il/2) (1/2)
{utili «per cassa») 239:18 119:21 119:21
1567:12 1005:01 562:11
S’aggiungono le sudette
decime 84:06
Rendita intera 1651:18
Si bate dall’utile del principal
per le due decime a ducati 120
per una come nel catastico
...................................... d.ti 240
per soldi 6 per L...................... 72
312
per aggio ................................ 62:10
V.C. (valuta corrente) 374:10
374:10
Utile netto del principal 630:15
Ristretto Utile del principal 630:15
detto del sostituto 562:11
decime per cassa 84:06
decime del principal 374:10
1651:18
Non si calcola il sallario assegnato alla suddetta carica nel libro mare aile
Raggion Nuove alla Cassa de Sallariati in summa de d.ti 30 B.V. (cioe buona
valuta e quindi ducati 3 6 valuta corrente) quale per la fede del Gera del 11
marzo 1673 vengono trattenuti per limitatione.

La rendita lorda degli emolumenti incerti della «nodaria» raggiun-


geva dunque la ragguardevole somma di 1327 ducati e grossi 18 in
valuta corrente, sui quali veniva applicata una doppia decima di 240
ducati in buona valuta, alla quale era aggiunta un’addizionale di 6
soldi per lira: il totale delle imposte che gravavano su questa voce
ammontava dunque, trasformato in valuta corrente - cioe aumentato
del 20% - a ducati 374:10, vale a dire il 28,1% del ricavo lordo. Gli
emolumenti che passavano per cassa, 324 ducati, erano soggetti ad
una ritenuta di d.ti 84:16, il 26,1%. Infine il salario viene indicato a
parte perche completamente trattenuto a saldo della «limitation»,
222 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

altra imposta che gravava sulla carica. Gli Inquisitori non tennero
conto, in questa inchiesta, dell’«annata» forse perche considerata una
şorta di «prestito forzoso» accollato ai titolari degli uffici, dopo la
morte dei quali i familiari avrebbero goduto della carica per un
numero d’anni pari al numero di «annate» pagate; tuttavia l’«annata»,
che, come si e visto, ammontava al ricavo netto annuo dell’ufficio da
versare ogni quattro anni, gravava concretamente sui guadagni dei
titolari degli uffici; per questa nodaria e possibile ipotizzare una cifra
di 120 ducati in valuta corrente. In totale, quindi, la carica ricavava
ogni anno 1687 ducati e 18 grossi in valuta corrente, il 31,0% dei
quali andava allo stato per imposte, il 35,6% al titolare dell’ufficio e il
33,4% al sostituto che peraltro doveva prestare l’opera e sostenere le
spese per i coadiutori necessari.
Nella dichiarazione dei redditi d ’uffici goduti in virtü di grazia
effettuata dal Gratarol pochi mesi prima dell’inchiesta degli Inquisito-
ri, il titolare della «nodaria al datio del Vin» aveva denunciato un
reddito netto di ducati 530 che «un anno per l’altro restan alla Casa
Gratarola... da dividersi in dieci», una somma non di molto inferiore
a quella determinata poi dai magistrati82. 11 fatto che tra i titolari e
Francesco Zuccarini, che esercitava la carica, non esistesse alcuna
«affittatione» scritta aveva provocato reiterate intimazioni allo Zucca­
rini a rivelare la veritâ, sembrando impossibile agli Inquisitori «che di
una carica cosı importante e di tanta rendita con tante conditioni» il
sostituto non avesse contratti d ’affitto o ricevute di pagamento83.
D ’altra parte era sia nell’interesse dei titolari cosı come dei sostituti
celare gli introiti reali, i primi per vedersi confermata la titolarietâ
dell’ufficio se la rendita non superava il valore indicato dalla grazia,
ed entrambi ovviamente per poter continuare a pagare imposte su
redditi sottostimati. Incarichi di tale livello erano inevitabilmente
occasione di maneggi ed ammanchi. Gli stessi Gratarol avevano
dovuto pagare migliaia di ducati «per l’omissioni commesse dal
sostituto Gatta» e una clausola del loro contratto «verbale» con lo
Zuccarini prevedeva che questi avrebbe dovuto «pagar del suo,
quando le contralettere non hanno li debiti registri, o non sono

82 Ibidem, b. 233, fasc. 1.


83 Ibidem, b, 241, fasc, 2.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 223

pagate»84. Al predecessore dello Zuccarini, Francesco Nicolini, erano


State riscontrate, dopo la sua morte, «omissioni» per 3.000 ducati ed
era dovuto intervenire il fratello sacerdote che a suo tempo si era
costituito suo «piezo», cioe mallevadore, a saldare il debito85. I
sostituti occupavano una posizione tale per cui per altre vie potevano
acquisire introiti se non del tutto leciti, comunque in qualche modo
piiı tollerati. E lo stesso Zuccarini a deporre che i mercanti pagavano
di regola dodici soldi a bolletta «e se donano qualche cosa in piü e
loro cortesia, non havendo obbligo»86. La franchezza del sostituto di
fronte ai giudici testimonia la diffusione della pratica di «ungere le
ruote» dei meccanismi burocratici veneziani, una prassi consueta che
doveva essere largamente tollerata e che doveva rendere introiti di
una certa consistenza ai ministri.
Un caso per piu versi particolare e quello di Gıovan Francesco
Paulucci segretario del Senato, il quale, quando nel 1672 presenta la
propria «dichiarazione dei redditi» provenienti dagli uffici avuti in
grazia, ha 82 anni, 65 dei quali passati al servizio della repubblica,
potendo vantare che «fra noi tre soli padre, figliolo e nipote un morto
e due vivi, senza li nostri antenati habbiamo 162 anni di servitiı
prestata e che tuttavia si presta mai interrotta»87. II Paulucci e titolare
di quattro uffici, conseguiti in virtü di una grazia del Maggior
Consiglio del 1631 di 25 ducati al meşe da investirsi in piü uffici.
L’inchiesta degli Inquisitori, anche in questo caso, segue la «dichiara­
zione» e intende «mettere in chiaro l’entrata» del segretario88.
II primo ufficio e una nodaria al Sal, esercitata da Giulio Brutti, il
quale versa d ’affitto 200 ducati all’anno, paga le decime, consegna al
titolare ogni anno come «regalie» personali 100 lire di sapone e 24 di
vitello e, come regalie che spettano alla carica, uno staio di sale; ha
inoltre dato 500 ducati «a goder» al Paulucci, cui deve inoltre versare
annualmente 20 ducati per contribuire al pagamento dell’«annata».
II secondo ufficio e ancora una nodaria al Sal, esercitata da Zuane
Alberghini aile medesime condizioni piü una percentuale sugli utili

84 İbidem, b. 233, fasc. 1.


85 ibidem, b. 241, fasc. 2.
86 ibidem.
87 ibidem, b. 233, fasc. 6.
88 ibidem, b. 237, fasc. 9.
224 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

per cassa che ammonta a 173 ducati e l i grossi, e due pernici in piu
come regalie.
La terza carica e di coadiutor all’Auditor Vecchio, il cui sostituto,
Camilin Pincio, ha con il Paulucci un tipo inusuale di accordo. Gli
utili, che sono solo incerti e consistono in «cittazioni, comandamenti,
copie et altri atti», vengono conservati in un sacchetto, dal quale si
prelevano i denari per pagare le decime e l’«annata», che il Paulucci
vuole perö «vadi a suo beneficio», vale a dire s’intenda pagata da lui.
11 restante viene diviso «in capo al meşe» fra principale e sostituto.
11 quarto ufficio e una scrivania alla Tana. II sostituto Bernardin
Bernardini paga al Paulucci ducati 160 netti di «decime, limitation e
ballottini» e regalie per quattro «panni» di zucchero all’anno. Tutti
gli utili della carica sono suoi, mentre e del principale l’onere
dell’«annata».
E impossibile in questo caso stabilire in quale percentuale la
rendita deli’ufficio venisse divisa tra titolare e sostituti, tuttavia i
calcoli degli Inquisitori - che valutarono al 5 - gli interessi sulle
somme «a goder» e 20 ducati il totale di tutte le regalie - portarono
ad individuare un reddito netto del Paulucci di 930 ducati e 23
grossi, ben 610 ducati oltre l’ammontare della grazia. Nella sua
dichiarazione il segretario aveva denunciato un reddito annuo lordo
di 600 ducati dal quale andavano sottratti 158 ducati annui di
«annata» e, prima di elencare le sfortune che avevano colpito la sua
famiglia, aveva concluso con un moto d ’orgoglio: «Doppo il corso di
tanti anni, e di tanti impieghi da noi tre predetti sempre prontamente
sostenuti, dirö con humiltâ, chiedendo riveratamente perdono, non
esser gran cosa, se servendo a Gran Principe da me sempre, si puö
dire, adorato, io godessi 500 ducati d ’affitti non perpetui ma termina-
bili, se non prima, con le nostre vite, facili e caduche»89. Dello stesso
avviso non furono perö gli Inquisitori che conclusero che con «esor-
bitante eccedenza» il Paulucci aveva ricavato «per tanti anni impor-
tantissima somma contro la mente Pubblica».
I casi appena riportati non evidenziano adeguatamente il tipo piü
comune di rapporto che intercorre tra titolare e principale, cosı come
emerge dall’inchiesta del 1673-74. Solitamente infatti il sostituto

89 lbidem, b. 233, fasc. 6.


LA BUROCRAZIA INTERMEDLA 225

pagava un affitto mensile o, piiı comunemente annuo, al titolare, gli


corrispondeva delle regalie simboliche con il significato di ringraziarlo
per averlo prescelto, in compenso incassava tutti gli utili e sosteneva
tutte le imposte, esclusa l’«annata» che era pagata dal titolare. Questo
modello conosceva infinite varianti, a seconda soprattutto del tipo e
dell’entitâ delle imposte a cui era soggetta la carica, ma in generale
era largamente diffuso.
Sarebbe importante capire quando questo modello si affermö. Un
capitolo di una legge del maggio 1632 aveva vietato di «alienare alcun
offitio con alcun pretesto, et occasione... salvo che per conto di darli
in dotte, o di monacar figliole... se non sara confermato dal Consiglio
di Quarantia Criminal colla meta delle ballotte di esso, et con la
risposta dei Presidenti»90. Tra le pratiche che avevano cominciato ad
affluire nella magistratura dei Presidenti alcune presentavano richieste
di vendita dell’ufficio, altre unicamente di «alienatione degli utili» o
«locatione», con accordi simili al modello sopra esposto, facendo
supporre che prima del 1632 la pratica di affittare sotto questa forma
l’ufficio non dovesse essere diffusa, o comunque consentita91. La
nostra impressione e che questo tipo di accordo prese definitivamente
piede quando, con le vendite d ’uffici che iniziarono nel 1636, un
nuovo gruppo di «principali» subentrö negli uffici e gestı gli stessi in
maniera indiretta, avvalendosi sempre di sostituti. Una şorta di «pro-
prietâ assenteista» degli uffici, diversa da quella attuata dai cittadini
originari che, di estrazione burocratica, magari essi stessi impiegati in
uffici, preferivano corrispondere un salario al sostituto e gestire in
proprio tutti gli utili e gli öneri delle cariche. E il caso della carica di
«soprastante a far caricare li şali», detenuta nel 1673, in virtu di una
grazia concessa nel 1626 al padre Antonio, cittadino originario e
ministro nello stesso ufficio del Sal, da Francesco Olmo ed esercitata
da Mattio Salvioni. Costui riceveva annualmente «40 ducati in con-
tanti et altri 40 in tanto vino e farina», impiegandosi a «guardare i
burchi quando vengono a caricare, se siano stagni e buoni, di tuor in
nota il nome del paron, di tener conto della quantitâ di robba che
caricano per poter in occasione di nauffraggio farle le bonificationi

90 lvi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 38, cc. 63v-65r, 18 maggio 1632. 32.
91 lvi, Quarantia Criminal, b. 216.
226 BUROCRAZIA E BUROCRATI • CAPITOLO IV

prep.e (preparatorie?) et di commetterli che dopo aver caricato di


sale non debbino levare qual si sii mercanda» lasciando al titolare,
forte evidentemente di una certa tradizione familiare, il compito di
ingerirsi nella complicata contabilitâ di quella doğana. Gli Inquisitori
calcolarono un reddito netto di 750 ducati, una cifra molto elevata,
ottenuta in virtû della partecipazione diretta del titolare alla gestione
deH’ufficio92. In altri casi, invece, soprattutto se il detentore della
carica e un nobile, questa partecipazione e inesistente, a volte il
sostituto non conosce nemmeno il titolare e versa l’affitto ad un
intermediario93.
11 rapporto contrattuale tra principale e sostituto era dunque uno
dei punti deboli del sistema. Gli uffici che offrivano minime possibili-
tâ di guadagno non consentivano ai titolari di mantenere dei sostituti
ed erano quindi destinati a rimanere vacanti o ad essere esercitati
«per modum provisionis». E emblematico il caso della «scontraria ai
Cinque alla Pace» goduta «per modum provisionis» nel 1673 da Zuan
Domenico Cremonese che depose cos'ı di fronte agli Inquisitori:
«Questa carica e stata appresa per gratia da un Gentilhuomo che non
so chi sii et e venuto ultimamente per obbligarmi a pagarle fitto ma le
ho detto che non intendo pagarle alcuna cosa, et che la dii a chi la
vuole, mentre questa carica non ha altr’utile che tre ducati al meşe di
salario alla detta cassa, che non si scuodono mai, et in quatr’anni
circa che l’ho presa ... che non vi era altro che la volesse, non ho
riscossi dieci ducati»94.
Se invece un ufficio produceva un reddito che consentisse di
mantenere un sostituto, era allora la dinamica contrattuale a determi-
nare sia i proventi delle due parti sia il comportamento che teneva
l’ufficiale verso coloro che si rivolgevano all’amministrazione. Per i
sostituti l’affitto rappresentava un costo fisso d ’esercizio, in alcuni casi
particolarmente gravoso, e quindi ogni incremento d ’entrata diventa-
va un utile netto.
Due erano le strade che normalmente i sostituti seguivano per
aumentare i propri guadagni: la prima, decisamente illecita, consiste-
va nello sfruttare la propria posizione burocratica e riceverne vantaggi

92 Ibidem, b. 241, fasc. 127.


93 Ibidem, b. 237, fasc. 7; b. 238, fasc. 176.
99 Ibidem, b. 241, fasc. 191.
LA BUROCRAZLA INTERMEDIA 227

fraudatori, la seconda che poteva avere dei risvolti positivi per il buon
funzionamento dell’amministrazione.
La lunga sequenza di leggi che, dal XV secolo, cercö di porre un
freno aile «manzarie ed estorsioni» degli ufficiali, individuö con
precisione che gli abusi avvenivano soprattutto mediante un’applica-
zione soggettiva e predatoria delle tariffe stabilite per i diversi atti
amministrativi, «facendosi (gli ufficiali) anco lecito senza tema della
Giustitia sotto nome di regalie, cortesie e buone mani di cavar
continuamente denari, e robbe, önde acciecati et corrotti trascuraro-
no poi il debito del loro carico»95. La giurisdizione circa le tariffe era
stata affidata alla magistratura dei Sindaci che aveva l’obbligo di
rivederle ogni dieci anni ma la tendenza ad evadere parametri di
questo tipo costituisce una delle costanti del comportamento burocra-
tico di tutta l’epoca moderna.
In secondo luogo i sostituti agivano in modo da incrementare
tutte le operazioni che potevano portar loro un introito diretto. Nel
corso di un’inquisizione dei Presidenti sulle cariche dell’ufficio della
Giustitia Nova un soprastante, dopo aver riferito i compiti della
«cerca» dell’ufficio, vale a dire della «ronda» che quotidianamente
ispezionava spacci di vino ed osterie alla ricerca di merci di contrab-
bando e violazioni doganali, riferî che «delle volte el nodaro cria con
la cerca e con el scrivan per che no i ghe porta processi, che el se
lamenta che el paga tanto fitto»96. Questo comportamento poteva
insomma avere dei risvolti positivi, stimolando i ministri ad una
maggiore solerzia, altre volte poteva comunque spingerli a procedere
ingiustificatamente contro singoli. Nel 1665 i Presidenti ricevettero
una circostanziata denuncia segreta contro i fratelli Bortolomeo e
Michele Campi, ministri del magistrato della Giustitia Vecchia, che
sovrintendeva le Arti, incolpati di far «nascere molte denuntie contro
le povere Arti per haver opportunitâ di formar processi, col mezzo
dei quali si provechiano grossi ma indebiti guadagni». Lo stile della
denuncia e il suo contenuto fanno supporre che essa provenisse dalla
potente lobby delle Arti, alla quale forse i Campi non erano graditi.
L’inquisizione durö tre anni, sollevö gli inquisiti dagli addebiti, non

95 Ivı, Senato, Terra, reg. 97, cc. 187r-188r, 8 agosto 1626.


96 Ivı, Quarantia Criminal, b. 408, fasc. 1.
228 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

riuscendo perö a dissipare i dubbi che, almeno in parte, abusi di


questo genere fossero stati effettivamente perpetrati9'.
Alcuni esempi dimostrano come le autoritâ intervenissero, quando
ne avevano l’opportunitâ, per regolamentare questo delicato rapporto
tra titolare e sostituto. 11 primo caso riguarda la carica un po’
particolare di «soprastante şive maggiordomo aile Ragion Vecchie»,
goduta ed esercitata personalmente nel 1673 da Pietro Contarini
quondam Vettor. Si trattava del ministro che organizzava il soggiorno
a Venezia di sovrani e personalitâ straniere, un incarico di grande
responsabilitâ e prestigio i cui utili incerti erano rappresentati dai
doni offerti dagli ospiti, sovente una catenella d ’oro, che erano
valutati per 240 ducati buona valuta all’anno. Gli Inquisitori, inda-
gando se il valore della carica superasse la grazia di 164 ducati
all’anno assegnata al Contarini, stimarono la rendita netta in ducati
243 e grossi 16, sottraendo «per il suo impiego la meta», cioe ducati
121 grossi 209798. In un altro caso, del 1663, l’esame del valore della
«scrivania d ’entrada» alla Ternaria Vecchia accertö una rendita di
«ducati 142... per l’affitto, et a tutta rendita ducati 284»99. Un esame
simile per l’ufficio di «deputato alli şali minudi aile salere di doana»,
a fronte di una rendita di 400 ducati netti di gravezze, stabilı un
affitto annuo di 200 ducati netti100. Secondo le autoritâ patrizie,
dunque, un rapporto corretto tra reddito del titolare e proventi del
sostituto, che consentisse, soddisfacendo il primo, di garantire la
copertura del posto e al tempo stesso di impedire al secondo di
rivalersi con metodi illeciti, doveva essere alla pari.
Anche se nel periodo qui considerato, tra il secondo Cinquecento
e la fine del secolo successivo, la struttura del reddito degli uffici non
sembra mostrare cambiamenti sostanziali, ciö tuttavia non significa
che il reddito degli ufficiali non possa aver fluttuato in maniera anche
considerevole. 11 principale interrogativo, a questo punto, e se e come
si mossero, in questo arco di tempo, i proventi degli ufficiali interme-
di veneziani. Purtroppo non sembrano esserci, per Venezia, dati
significativi per tutto il periodo; informazioni sufficientemente organi-

97 Ibidem, b. 410, fasc. 4.


98 Ibidem, b. 396, fasc. 19.
99 Ibidem, fasc. 13.
100 Ibidem, fasc. 23.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 229

Tabella IV. 10 - Decima attribuita a 404 uffici in quattro catastici diversi (solo
casi completi; valori in ducati «buona valuta»; tra parentesi i
valori indice)

A B C Totale
decima su decima su decima su
decima su emolumenti emolumenti B+C reddito
Anno salario per cassa incerti A+B+C

1613 955 (85) / / 1677 (65) 1677 (55) 2632 (64)


1641 1122 (100) 410 (100) 2556 (100) 2996 (100) 4088 (100)
1660 1192 (106) 903 (221) 4271 (167) 5174 (172) 6366 (155)
1731 1202 (107) 1784 (436) 2390 (193) 4174 (139) 5376 (131)

che sono disponibili solo per gli anni dopo il 1670. L’unica strada
percorribile e parsa quella delle stime dei redditi per fini fiscali, cosı
come compaiono sul «supercatastico». L’utilizzazione di tale strumen-
to per analizzare la dinamica salariale lascia certamente scoperto il
fianco a numerose critiche, ciononostante, trattandosi dell’unica fonte
disponibile, e sembrato comunque utile raccogliere alcuni dati101.
Alcuni elementi emergono con evidenza dalla tabella IV. 10, altri
necessitano di considerazioni piü complesse. Un fatto certo e che, al
pari di quanto e stato considerato per Milano e Napoli, il salario
corrisposto dallo stato agli ufficiali non registrö, nel XVII secolo,
incrementi considerevoli102. Un ulteriore aspetto che si delinea con
sufficiente chiarezza e che ad una prima fase seicentesca di crescita
dei proventi degli ufficiali segu'ı una seconda fase - tra il 1660 e il
1731 - di stagnazione, se non addirittura di decremento, degli stessi.
Nel considerare questo fenomeno, perö, bisogna tener conto del fatto
che le cifre totali indicate nelTultima colonna possono sovrapporre ad
una crescita reale dei salari un aumento della capacitâ di controllo da
parte dell’amministrazione fiscale, amplificando cosı il fenomeno. Le
stime di decima del 1660, ad esempio, per molti uffici furono oggetto
di revisioni negli anni ’70, quindi e possibile ipotizzare che il conside-
revole aumento dell’imposta attribuita tra 1641 e 1660 sia dovuto non

101 Sono stati raccolti i dati per 404 uffici considerando quelli per i quali si avevano
cifre di decima in tutti e quattro i catastici, tralasciando qualsiasi caso incerto.
102 C habod, Stipendi nominali cit., pp. 195-196. M antelli, II pubblico impiego cit.,
p. 46.
230 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

solo ad un aumento dei ricavi effettivi ma anche ad un’accresciuta


conoscenza degli stessi da parte delle magistrature fiscali. Questo, se
da una parte significö maggiori introiti degli ufficiali, dall’altra sta ad
indicare come questi vennero gravati da un peso fiscale piu sostenuto.
Dove la manovra statale appare evidente e negli spostamenti interni
tra emolumenti «per cassa» ed «incerti». La prima categoria non era
nemmeno contemplata nel 1613 ed aumento costantemente fino al
1731. Gli emolumenti «incerti» crebbero parallelamente ma appare
chiaro l’interesse delTamministrazione a far passare piu proventi
possibile «per cassa» ottenendo con piu facilitâ il pagamento delle
decime; tale operazione risulta chiaramente nel 1731 quando gli
emolumenti «per cassa» furono quasi il doppio rispetto al 1660
mentre gli «incerti» diminuirono. E la quarta colonna (B+C) a
fornire una conferma: gli «incerti» erano l’ambito in cui con maggiore
impegno lo stato cercava di rafforzare la propria capacitâ impositiva;
considerando che proprio in questo settore avvenne la flessione che
determinö il decremento dei valori tra 1661 e 1731, e da ritenere con
sufficiente certezza che tra queste due date i redditi degli ufficiali
intermedi veneziani diminuirono.

6. Le vendite d’uffici nel ’600 e l’estromissione dei cittadini dalla


burocrazia intermedia

Pur avendo ripetutamente proibito il commercio tra privati di uffici


pubblici, lo stato veneziano non si era potuto sottrarre, prima del
Seicento, ad almeno una vendita generale, decretata nel 1510, che
peraltro fu mirata piû a confermare a tempo indeterminato i possessori
nelle cari che che ad alienarne ex novoım. Dopo questa data ebbero
luogo solo vendite sporadiche di uffici di una certa importanza
economica10'4, fino a quando nel 1625 venne commesso alla magistratu-1034

103 Vedi supra p. 41.


104 Nel 1616, ad esempio, il Senato decise, riguardo alla nodaria ai Consoli de
Mercanti, un ufficio che rendeva d’affitto 60 ducati al meşe, che fosse «espediente nelle
angustie di tante spese pubbliche valersi di questo emolumento, che tanto eccede il solito
degli altri offitii» deliberando quindi di venderlo «al pubblico incanto in Rialto al piiı
offerente, in vita del comprador», ASV, Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I, legge
Senato, 20 dicembre 1616.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 231

ra della Militia da Mar di vendere le «fanterie», «sagomadorie»,


«mesuradorie» ed altri uffici minori che sarebbero venud a vacare105. 11
provvedimento, pur non apportando grossi introiti106, preluse tuttavia
alla prima massiccia vendita d ’uffici seicentesca che trovö motivo nella
necessitâ di armare cinquanta galere straordinarie ed ebbe inizio il
primo luglio 1636.
La vendita avrebbe dovuto riguardare «tutti gl’offitii cosı dentro
cosı fuori di questa cittâ soliti dispensarsi da Magistrati, Consigli,
Collegi, offitii e Reggimenti per elletione, per gratia, per continuatione,
o qualunque modo niun eccettuato, che vacheranno nello spatio d ’anni
cinque», in realtâ interessö probabilmente solo gli uffici che venivano
distribuiti dalla Quarantia. II meccanismo era semplice: tutte le «grazie,
possessi e apprensioni» erano sospese per cui ogni volta che veniva a
liberarsi un ufficio - il catastico appena approvato ne riportava vacanti
43 - i Presidenti sopra l’Esazion del Denaro Pubblico avevano
l’obbligo di metterlo all’incanto e l’acquirente, non appena l’intero
importo veniva saldato, ne entrava in possesso107.
Le vendite continuarono, come previsto, fino al primo luglio 1641 e
interessarono uffici molto eterogenei per valore (alcuni furono venduti
per un paio di decine di ducati, altri per diverse migliaia), dando luogo
a 284 alienazioni che fruttarono 148.562 ducati. Alcuni anni dopo
un’inchiesta mise in luce che la meta degli acquirenti aveva conseguito
un «esorbitante vantaggio» dagli acquisti, vale a dire aveva pagato
meno di cinque volte il reddito netto deli’ufficio, dedotto dalle cifre di
decima. Molti di loro, insomma, avevano potuto investire capitali ad un
tasso di redditivitâ dell’investimento superiore al 20% annuo108.

Di una vendita consistente di uffici pubblici si era parlato in Maggior Consiglio dopo
Lepanto per far fronte aile ingenti spese, cfr. infra, p. 245.
105 Ibidem, legge Senato 8 aprile 1625.
106 Nel marzo 1628, riferendosi alla legge del!aprile 1625, il Senato notava «non si
vede quella esecutione... nel notificare a loro offitio le vacanze di quelle fanterie...». In
pratica vennero venduti pocbi di questi uffici perche con difficoltâ gli ufficiali ne
segnalavano le vacanze, ibidem, legge Senato 18 marzo 1628; giâ nel 1632, infatti, si
disponeva che le fanterie vacanti fossero distribuite dai magistrati, ivi, Maggior Consiglio,
Deliberazioni, reg. 38, cc. 63v-65r, 18 maggio 1632.
10' La legge passö in Senato il 25 e 28 giugno 1636 e fu approvata in Maggior
Consiglio il primo luglio, ibidem, cc. 172r-174r.
108 İvi, Senato, Terra, filza 671, Scrittura dei Presidenti sopra l’Esazion del Denaro
Pubblico del 15 gennaio 1660 aüegata alla parte del Senato del 28 gennaio 1660.
232 BUROCRÂZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Dal luglio 1641 all’ottobre 1648 ritornö in vigore il normale sistema


di distribuzione ma non si procedette ad alcuna elezione, probabilmen-
te era tale il numero di grazie ed aspettative accumulate che tutti gli
uffici che si liberarono vennero concessi con questa procedura. II 2
ottobre 1648 venne iniziata una nuova vendita con criteri in parte
diversi109; vi erano interessad anche gli uffici non vacanti, gli acquirenti
dei quali avrebbero potuto depositare in Zecca la somma spuntata
all’incanto, e fino al momento in cui sarebbero subentrati nella carica
avrebbero ricevuto il 14% d ’interesse su tale capitale. Un tasso cosı
elevato era giustificato dalla possibilitâ concreta di perdere l’intero
deposito nel caso in cui l’intestatario fosse morto prima della vacanza.
Tale meccanismo fu ritoccato dopo un anno perche non invogliava gli
acquirenti: fu reso possibile nominare il titolare dell’ufficio al momento
della vacanza, ricevendo perö un interesse del 7 % 110. In seguito le
vendite, per evitare che avvenissero con «lesione» da parte degli
acquirenti, furono soggette all’approvazione del Collegio che convali-
dava solo gli incanti nei quali il rapporto tra reddito annuale della
carica - cosı come risultava dal nuovo catastico di decima del 1641 - e
prezzo di vendita della stessa fosse almeno pari ad un quinto.
Con il metodo delle vendite «in aspettativa» di fatto tutti gli uffici
giâ distribuiti dalla Quarantia divennero oggetto di alienazione; accanto
agli introiti che ne derivarono, pero, si accese la voce passiva rappresen-
tata dal pagamento degli interessi111. La vendita, dopo gli aggiustamenti
relativi alla nomina del titolare, procedette con maggiore sollecitudine;
nei primi due anni e mezzo venne alienata «la terza parte degl’offitii di
questa cittâ, e ... un numero picciolo di quelli della Terraferma» e il
ricavato, 300.000 ducati, spinse le autoritâ a prorogarla fino al termine
della guerra112. Nel 1660 essa venne definita il metodo «meno difficile, e
di minör incomodo et aggravio» per reperire fondi. Sulla scorta di
questa considerazione venne progettata la vendita di 100 uffici «in

109 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 40, cc. 39r-40v, 2 ottobre 1648.
110 Ibidem, cc. 80r-81r, 13 febbraio 1650.
111 Nel 1665 venne stabilito un fabbisogno annuo di 3500 ducati, ivi, Senato, Terra,
reg. 169, cc. 326v-327r, 28 febbraio 1665. Nel 1673 gli introiti pagati ai compratori
raggiunsero la somma di 5.000 ducati, ibidem, reg. 187, cc. 30r-31r, 15 settembre 1673.
112 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 40, cc. 103r-104r, 3 maggio 1651; la
legge che proroga la vendita fino alla fine della guerra e in ibidem, cc. 121v-122r, 28
gennaio 1652.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 233

perpetuo», sui quali lo Stato avrebbe dovuto rinunciare per sempre ad


ogni diritto113; vennero riviste le entrate di 150 uffici, si scelsero i 100
«piü pingui» ma poi, nonostante le esortazioni del Senato, i proclami
non vennero emessi, solo qualche ufficio venne effettivamente venduto,
peraltro a prezzi di rilievo, e infine il progetto si arenö11''.
Nel frattempo, le vendite normali proseguirono, la revisione delle
decime operata agli inizi degli anni ’60 porto alla luce numerose vendite
effettuate con «lesioni evidentissime»: ad esempio l’ufficio di «quader-
nier ai Sopradanari» con una rendita annua netta di 243 ducati era stato
venduto per 300, quello di «deputato aile spese minute all’Insida» che
rendeva 777 ducati e 15 grossi era stato addirittura acquistato per 380
ducati115. Uffici palesemente sottovalutati, acquirenti che colludevano
con coloro che esercitavano le cariche per tacere le vacanze e continua-
re a ricevere gli interessi116, gli stessi Presidenti sopra Uffici che
mettevano in guardia sulla necessitâ che il loro incarico fosse ricoperto
da patrizi al di sopra di ogni interesse personale117. I meccanismi di

113 İbidem, reg. 41, cc. 65r-66v, 21 luglio 1660, dove si prospetta la vendita «in
feudo».
113 II 30 marzo 1661 si decise che gli uffici dovessero essere venduti «liberi et in
perpetuo ad intiera et absoluta dispositione de compratori». II 7 ottobre 1662 la vendita
risultava «in ritardo», il 3 febbraio 1664 il Senato invitava i Presidenti sopra Uffici a
pubblicarne i proclami relativi ma evidentemente la vendita procedette a rilento. II 5
ottobre 1685 il Senato decise di indagare sulla «vendita dei cento officii da piü decreti
prescritta, ma che restö poi, come s’intende arenata»; ivi, Quarantia Criminal, b. 244,
Capitolare I, leggi Senato 30 marzo 1661 e 3 febbraio 1663; ivi, Senato, Terra, reg. 164, cc.
230v-231v, 24 maggio 1662, reg. 211, cc. 13v-15v, 5 ottobre 1685. Si hanno notizie sicure
solo su sette uffici che furono venduti «in perpetuo» tra 1663 e 1666: «nodaro aile Legne»
venduto per 9.500 ducati, «nodaro ai Consoli di mercanti». per 4.000 ducati valuta
corrente, «cogitor al Proprio» per 4.050, altro «cogitor al Proprio» per 4.250, «scrivan
all’Uscida» per 4.750, «vice collateral di Padova» per 15.000 ducati valuta corrente e
«cogitor prefettizio» della stessa cittâ per 4.000 ducati. Una relazione del 1699, perö
sosteneva che a fronte di un ricavo di 45.550 ducati, le sette cariche erano State vendute
con una «lesione» di 45.461 ducati, vale a dire con un vantaggio da parte degli acquirenti,
calcolato su un rapporto tra reddito annuo del!ufficio e suo prezzo pari ad 1/5,
equivalente alla spesa sostenuta, ivi, Quarantia Criminal, b. 421, fasc. 6.
115 İvi, Senato, Terra, reg. 162, cc. 142r-143r, 9 aprile 1661.
116 Cosî riferisce una Scrittura dei Presidenti sopra Uffici, allegata alla parte del Senato
5 aprile 1674 in ibidem, filza 887, dove si denuncia la frode dei compratori dopo il 1648
che colludevano con gli eletti lasciandoli in carica altri 4 anni «contenti» degli interessi.
117 II 22 settembre 1661 i Presidenti sopra Uffici emettevano una disposizione di
questo tono: «Noi Andrea Falier, Marin Balbi e Lunardo Mocenigo havendo havuto sotto
l’occhio questo gravissimo negotio per l’esperienza passata in detta carica, habbiamo
stimato molto conveniente, e necessario di proveder che non succeda tali inconvenienti,
234 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

controllo che sovraintendevano aile vendite appaiono, insomma, in piü


punti vulnerabili, anche a causa della consueta sovrapposizione di
funzioni tra organi diversi che mancavano di coordinamento. L’impres-
sione e che, se somme anche cospicue vennero ricavate in un periodo
cosı lungo di venalitâ degli uffici, di notevole valore fu püre il
patrimonio finanziario dilapidato dallo stato, del quale seppero appro-
fittare scaltri acquirenti, e magari ufficiali e amministratori accondi-
scendenti.
La frattura che dal 1648 venne a crearsi con i metodi consued di
reclutamento non fu cosı netta come sarebbe logico supporre. La
tendenza a cercare di procurarsi un ufficio in virtü di una grazia sembra
riuscisse ogni tanto a trovare uno spiraglio, permettendo di ottenere
una carica senza acquistarla. Spesso venivano ottenuti per grazia quelli
che erano chiamati «officietti», cariche che non avevano incontrato
l’interesse del pubblico a causa degli scarsi proventi che offrivano, e che
spesso, per non lasciare scoperto il servizio, i Presidenti sopra Uffici
assegnavano «per modum provisionis». II detentore di una grazia che
incontrasse difficoltâ ad investirla poteva riuscire ad ottenere la
concessione di un certo numero di questi «officietti». E il caso, fra
tanti, di Nicolo Pizzamano aile cui figlie, Barbariga e Lucrezia, era
intestata una grazia concessa nel 1669 del valore di ducati dieci netti al
meşe ciascuna. Trovando difficoltâ ad «investire» la grazia perche era
in corso la vendita d'uffici, e essendo invece disponibili «officietti di
tenuissima rendita di 10-15 ducati all’anno, che per la sua tenuitâ non
venivano apresi per gratia, ne meno s’ha trovato alcuno che li
comprasse, quali ristavano goduti per usurpatione, o conferiti per
modum provisionis, e defraudavano il pubblico delli soliti driti di
decime e doppie decime», il Pizzamano ottenne dalla Signoria sette di
questi «officietti» per i quali denunciö una rendita annua netta di 240
ducati, conforme alla grazia118. Con la procedura per grazia non
venivano sottratti alla vendita solo uffici di scarsa portata: nel 1662 il
Senato denunciava addirittura che con questo metodo venivano «ap-
presi» gli uffici migliori: forse si trattava di un’esagerazione a testimo-

che sia eletto alcun presidente sopra li officii che possi haver alcun interesse in essi», ivi,
Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I, sub data. II 21 febbraio 1663 venne destituito
dalla carica il Presidente Zuane Valier perche il fratello Marin possedeva uffici acquistati
al pubblico incanto, ibidem, sub data.
118 ibidem, b. 233, fasc. 43.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 235

nianza perö di come questa consolidata tradizione non si sia interrotta


nemmeno in epoca di vendita generale degli uffici119.
Per limitare il numero delle cariche attribuite per grazia, che - una
volta stabilizzatesi le vendite - sembra essere aumentato, le autoritâ
presero un provvedimento che, per la sua semplicitâ e per l’efficacia
con cui risolse questo annoso problema, dimostra che questo canale di
reclutamento era rimasto in vigore per secoli perche rispondeva ad una
precisa concezione dell’ufficio e dei rapporti tra governo aristocratico e
servitori dello stato. Venne fissato il numero di 100 uffici da essere
distribuiti per grazia mano a mano che si fossero venuti a liberare; le
grazie vennero iscritte su un unico libro e, ad ogni vacanza, veniva
investita la grazia che aveva precedenza cronologica; una volta esaurita-
si la grazia, l’ufficio veniva nuovamente assegnato secondo l’ordine del
libro120. Pur con un numero non trascurabile di eccezioni, almeno per
l’ultimo scorcio di secolo questo metodo elementare sembra aver posto
un freno alla pratica delle concessioni continue di uffici in grazia121.
Le vendite degli uffici continuarono fino a tutto il primo decennio
del XVIII secolo, coinvolgendo praticamente tutti gli uffici gestiti dalla
Quarantia, assieme ad un numero imprecisato, ma comunque elevato,
di uffici minori e posti fuori cittâ. Non tutte le cariche messe all’asta,
perö, furono vendute. Nel 1664, ad esempio, erano 100 quelle
esercitate «per modum provisionis» che si ridussero a 30 nel 1676122.

119 Ivi, Senato, Terra, reg. 165, cc. 80v-82v, 7 ottobre 1662.
120 Ivi, Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I, legge Presidenti sopra Uffici 18
maggio 1678.
121 Ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 42, cc. 76v-78r, 1 gennaio 1673. II
«Catastico dei 100 uffici» e in im, Quarantia Criminal, b. 442. Una Scrittura dei Presidenti
sopra Uffici del novembre 1688, allegata alla parte Senato 16 dicembre 1688, ivi, Senato,
Terra, filza 1101, riporta dal 1680 al 1688 almeno 24 casi di evasione al metodo delle
«grazie dei 100 uffici» e alcuni metodi con cui lo spirito della legge veniva aggirato: piû
fratelü ricevevano grazie diverse; alcune grazie erano superiori ai 150 ducati annui e
consentivano di investire due e piû uffici; il divieto della continuazione delle grazie era
scavalcato nel caso in cui la grazia era concessa a piû fratelü «con reciproco godimento,
che fa lo stesso effetto di continuatione».
La creazione di questo numero di uffici riservato alla distribuzione per grazia e stata
interpretata come un atto di liberalitâ a fini assistenziali delle autoritâ, in realtâ si trattö di
un restringimento di questo metodo di assegnazione, cfr. A. Stella, Grazie, pensioni ed
elemosine sotto la Repubblica Veneta, in Monografie edite in onore di Fabio Besta, II,
Milano 1912, pp. 715-785.
122 ASV, Senato, Terra, reg. 167, cc. 292r-293v, 13 febbraio 1664; reg. 193, cc.
128v-129r, 28 novembre 1676.
236 BUROCRAZIA E BUROCRATI • CAPITOLO IV

Nel 1679 si stimö in 70 mila ducati il valore degli uffici invenduti e si


individuarono «le cause dalle quali proviene tale renitenza nei privati
compratori ad acquistarli» nel fatto che gli «utili non corrispondono a
proportione all’aggravio della redecima»123; l’anno dopo gli uffici messi
all’incanto e non ancora venduti erano 140124. Frequenti erano State le
lagnanze per le nuove stime di decima del 1661 da parte di coloro che
avevano acquistato in base alla decima del 1641 e che erano stati
costretti a «supplire» la differenza. Molte vendite furono tagliate per
«manifesta lesione», reiterate furono le norme per facilitare le vendite e
adeguare gli interessi corrisposti ai compratori125; numerose cariche
furono escluse dalla vendita perche considerate di particolare importan-
za: quelle del Banco Giro, ad esempio, o i priorati dei Lazzaretti Nuovo
e Vecchio, di rilevanza perche relativi alla «pubblica salute», o quelle di
scrivano e di ragionato all’Armar, di Custode e cogitore delle scritture
dei nodari morti, di Sopraintendenti sopra le decime del clero126127.Mano a
mano che proseguiva, la vendita era accompagnata da una massa sempre
crescente di disposizioni legislative emesse dagli organi che vi avevano
autoritâ: il Collegio, il Senato, la Quarantia Criminal, i Presidenti sopra
Uffici, gli Inquisitori sopra gli Uffici, i Presidenti sopra l’Esazion del
denaro Pubblico, gli Scansadori aile Spese Superflue. Complicata dal-
l’aggrovigliarsi delle competenze, la vendita si fece sempre piü difficol-
tosa, a fine secolo si trovö «in somma declinatione» ed apparvero in
particolare difficoltâ gli incanti degli uffici piû piccoli, con reddito
annuo inferiore ai 100 ducati12'. Tra il dicembre 1709 e il febbraio 1710,

123 ibidem, reg. 199, cc. 23v-24r, 9 settembre 1679.


’2'1 lbidem, reg. 201, cc. 145r-v 7 dicembre 1680.
125 Nel 1675 gli interessi dei compratori in aspettativa furono ridotti al 4%, ibidem,
reg. 190, cc. 204v-205r, 1 giugno 1675; nel 1685 fu riportato all’8% per chi nominasse il
titolare al momento dell’acquisto, ibidem, reg. 211, cc. 255r-v, 9 febbraio 1686, e
successivamente fu ancora ritoccato al 9% per costoro e 5% per chi intestasse l’ufficio al
momento della vacanza, ibidem, reg. 215, cc. 226v-228r, 10 gennaio 1688.
126 A seguito di «un intacco» avvenuto, vennero sospese tutte le vendite di cariche del
Banco del Giro, soprattutto quella di «giornalista», ibidem, reg. 164, cc. 230v-231v, 24
maggio 1662. La vendita dei Priorati dei Lazzaretti venne sospesa il 3 settembre 1667:
ibidem, reg. 175, cc. lOr-v, 3 settembre 1667, ivi, Quarantia Criminal, b. 244, Capitolare I,
legge Quarantia Criminal 9 settembre 1667. Le cariche di scrivano e ragionato all’Armar
dovevano essere ricoperte da chi avesse finito di servire da meno di sei anni in Armata,
ibidem, b. 245, Capitolare II, legge Senato 12 dicembre 1653. Custode e cogitor delle
scritture dei nodari morti: ivi, Senato, Terra, reg. 185, cc. 201r-v, 21 gennaio 1673.
Sopraintendenti sopra le decime del clero: ibidem, reg. 189, cc. 271r-v, 3 gennaio 1675.
127 ibidem, reg. 232, cc. 420r-v, 26 luglio 1696, dove si decide di autorizzare le
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 237

infine, si decise di «redimere un capitalle cosı pretioso da quegl’abusi,


che altamente preggiudicano una vendita che doverebbe somministrar
all’erario una somma copiosa di denaro». Lo stato cercö di ritornare al
regime normale delle elezioni sospendendo le vendite d ’uffici aile quali
dovette tuttavia nuovamente ricorrere nel corso del XVIII secolo128.
Le conseguenze di questa lunga, quasi ininterrotta fra 1636 e 1709,
venalitâ degli uffici furono diverse ed importanti. La prima riguarda il
ruolo avuto dai sostituti.
L’evoluzione del sistema di distribuzione degli uffici di Quarantia,
come si e visto, aveva portato ad un uso esteso della sostituzione dei
principali nelle cariche, massime in quegli uffici che venivano goduti in
virtü di grazia. Si e anche notato come il periodico susseguirsi di leggi
che vietavano questa pratica non avesse sortito effetto alcuno; l’unica
forma di controllo che venisse esercitata dalle autoritâ era cosdtuita
dall’approvazione della «sufficienza» d ’ogni sosdtuto da parte della
Quarantia Criminal129. Purtroppo non esistono tracce di questi atti, e
plausibile supporre che, quando avveniva, quest’operazione non venis­
se registrata e comunque sembra abbastanza chiaro che, nella gran
parte dei casi, i sostituti esercitassero senza autorizzazione alcuna. La
vendita generale degli uffici accentuö queste tendenze. L’alienazione di
incarichi anche di grande responsabilitâ al miglior offerente rese
automaticamente lecito il potervi porre un ufficiale che sostituisse
l’intestatario anche perche, per godere piü a lungo i frutti dell’investi-
mento del capitale, il titolare poteva benissimo essere un fanciullo. La
procedura di ottenere l’autorizzazione ad esercitare dalla Quarantia
sembra poi essere ampiamente caduta in disuso, o magari veniva
concessa dagli stessi magistrati dell’uffido.
In considerazione di questo fatto, ciö che interessa porre in
evidenza e che saltö completamente il principio piû volte sancito dalle
leggi secondo cui i sostituti dovevano essere «capaci» quanto i
principali, quindi, in sostanza, anch’essi cittadini originari. Nei nume-

vendite di uffici di reddito inferiore ai 100 ducati annui anche ad un rapporto reddito
annuale/prezzo di vendita superiore a 1:5.
128 Ibidem, reg. 258, cc. 202r-v, 21 dicembre 1709 e cc. 312r-315r, 22 febbraio 1710.
Per le vendite settecentesche cfr. Mousnier, Le trafic, p. 394.
129 ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 31, cc. 158r-159r, 31 agosto 1586 e
proclama relativo pubblicato il 10 settembre seguente. L’approvazione avveniva con i 2/3
del consiglio, ivi, Quarantia Criminal, legge Quarantia Criminal 25 agosto 1642.
238 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

rosi casi esaminati, relativi soprattutto all’inchiesta giâ descritta degli


anni 1673-74, su decine di sostituti che esercitavano cariche un tempo
riservate esclusivamente a cittadini originari solo pochi possedevano la
fede dell’Avogaria, che sanciva la loro appartenenza aü’ordine. La
stessa fede dell’Avogaria non rientrava piu tra i documenti necessari
per ottenere l’approvazione della Quarantia, come appare dal caso di
Zuan Batta Lucadello che negli anni 7 0 del secolo chiedeva di entrare
come «sostituto nodaro alla Messetteria» e presentava fedi di non
essere bandito o condannato e di non aver debiti con lo stato130.
Piü in generale si osserva la totale scomparsa della locuzione
«cittadini originari» nelle leggi che disponevano attorno ai requisiti
degli ufficiali. Si prenda l’ennesima legge, del 1664, sulle «usurpationi»
di uffici, che recita: «L’esercitio personale delle cariche et officii, che
per tante leggi viene stabilito non doversi conferire, se non a cittadini
sudditi di questo stato, e necessario continui anche nell’avvenire a
pratticarsi»131. Si parla ormai di «sudditi» dal momento che le vendite,
consentendo a tutti di diventare titolari di un ufficio, avevano eliminato
di fatto il criterio primitivo per cui questa fascia d ’uffici era riservata ai
cittadini originari. Una lista delle «Fedi per concorrenti a cariche» del
1750 non elenca piu la fede di cittadinanza dell’Avogaria132. Bisognerâ
attendere il 1772 quando i Presidenti sopra Uffici, con Pintento di
riformare il sistema delle elezioni delle cariche di Ministero, ripercorre-
ranno le leggi relative «conoscendosi per una parte Pevidente spirito di
predilezione, con cui esse Leggi riguardarono sempre e distinsero li
Veneti Cittadini Originari» e metteranno a punto un piano che
prevedeva la distinzione delle cariche fra quelle di «civil impiego» e
quelle «soggette all’esercizio di ignobili e meccanici ministri» restau-
rando Pantico criterio di ceto del reclutamento, che dal 1636 era sino
ad allora rimasto sospeso133.
Ancora piû significativo diventa, di conseguenza, verificare quali
ripercussioni ebbero le vendite seicentesche relativamente all’ordine
sociale dei titolari degli uffici stessi, non tanto per vedere se gli

130 Ibidem, b. 412, fasc. 5.


131 Ivi, Senato, Terra, reg. 168, cc. 100r-102r, 27 marzo 1664.
132 Ivi, Quarantia Criminal, b. 390, cc. non numerate.
133 BMCC, Mss. Dona delle Rose, b. 345, f. 2, legge Presidenti sopra Uffici 28 marzo
1772.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 239

acquirenti denunciassero la propria condizione sociale di cittadini -


requisito, come si e detto, non piu necessario - quanto per verificare se
questo ceto mantenne una posizione di preminenza in questa fascia di
incarichi amministrativi134. Poiche ciö e apparso subito come un punto
nodale della ricerca, si e deciso di non affidare le conclusioni di tale
problema a semplici impressioni, anche se confortate da un’ampia
osservazione empirica, come quelle relative ai sostituti. Purtroppo
non esiste, fino almeno alla meta del secolo successivo, un catastico
degli uffici paragonabile a quello del 1636; un secondo catastico
elaborato tra 1660 e 1700, di cui peraltro rimane un solo volüme,
riporta indicazioni frammentarie e di difficile individuazione cronolo-
gica; il «supercatastico» riporta dati organici solo per il 1731, per un
numero limitato di magistrature. Si e scelto, allora, di isolare un
gruppo contenuto ma significativo di uffici di magistrature per le
quali si potesse avere una qualche copertura da parte dei catastici
suddetti, e si e quindi proceduto a raccogliere, nel fondo Presidenti
sopra Uffici, tutte le informazioni che potessero riguardare questi 176
uffici in osservazione.
Le vendite seicentesche determinarono una drastica diminuzione
della presenza cittadinesca all’interno della burocrazia intermedia
veneziana, vale a dire in quel settore amministrativo riservato dal
1444 ai cittadini originari. Quel gruppo sociale che aveva costruito la
propria rilevanza all’interno della cittâ anche attorno al polo delle
cariche intermedie nell’apparato amministrativo, perse il monopolio
su questi posti. Scomparirono, tra ’6 e 700, gli uffici posseduti dalle
famiglie di cancelleria in virtû di grazia, uno dei fenomeni piu diffusi
a cavallo tra ’5 e ’600. Aumentö invece la presenza dei popolani - la
componente maggioritaria e piu eterogenea della popolazione vene­
ziana nella quale potevano essere compresi anche i sudditi del domi-
nio e i forestieri - che si dimostrarono la fascia economicamente piu

134 A questo riguardo e utile precisare che rimane una massa molto cospiscua di
materiale relativo aile vendite d’uffici. Sono conservate, ad esempio, migliaia di polizze
d’incanto, ordinate cronologicamente, probabilmente l’intera serie completa, ivi, Deputati
e Aggiunti all’Esazione del Denaro Pubblico e Presidenti aile Vendite, bb. 70-125. Da questi
documenti si potrebbero trarre informazioni interessanti sulle modalitâ di svolgimento
delle vendite; tuttavia, poiche gli acquisti avvenivano spesso tramite intermediari e
comunque l’acquirente non era quasi mai l’intestatario dell’ufficio, in relazione ai fini di
questo lavoro si e preferito non utilizzare questa fonte dal punto di vista quantitativo.
240 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Tabella IV. 11 - Ordine sociale dei titolari d’uffici «distribuiti dalla Quarantia»
in tre momenti diversi (39 casi completi su 176 in osservazio-
ne; valori percentuali)

1636 1673 1731

Popolani 15,4 33,3 51,3


Cittadini* 79,4 41,0 12,9
Nobili 2,6 23,1 17,9
Carica soppressa 17,9
Ordine non indiv. 2,6 2,6

* di cui:
cittadini 56,4 28,1 12,9
cittadini «di cancelleria» 23,0 12,9 0

pronta a cogliere l’opportunitâ di investire denaro in un ufficio.


Crebbe infine la presenza nobiliare, non piu dovuta a trasmissioni
ereditarie d’uffici come si rilevava nel catasdco del 1636, ma rappre-
sentata soprattutto da famiglie della nobiltâ povera che ricevevano
una «grazia dei 100 uffici» come forma di assistenza statale: dei primi
cento uffici che vennero distribuiti secondo i criteri della legge primo
gennaio 1673, 65 furono assegnati a nobili, 25 a cittadini originari, 10
ad altri: e evidente il rovesciamento della preminenza cittadinesca nel
ricevere uffici in grazia135.
II rigido meccanismo sociale che aveva presieduto al reclutamento
degli ufficiali intermedi veneziani creato nel Quattrocento ed evoluto-
si tra Cinque e Seicento, si dissolse dunque a meta Seicento a causa
delle necessitâ statali che portarono alla vendita degli uffici. Nuove
figüre sociali entrarono in massa negli uffici cittadini: popolani, anche
sudditi, coprirono le cariche esercitandole, altri popolani - a quanto
sembra soprattutto elementi del ceto dei bottegai e commercianti,
sempre attenti a diversificare i propri investimenti - ne divennero i
titolari acquistandole.
Si trasformö, all’interno della classe di governo, la stessa concezio-
ne dell’ufficio pubblico. Da patrimonio a disposizione di coloro che
avevano servito lo stato, in specie i cittadini originari, le cariche giâ
distribuite dalla Quarantia divennero prima oggetto di una tassazione

135 Ivi, Quarantia Criminal, b. 442. Dei 24 uffici concessi al di fuori della legge 1
gennaio 1673, cfr. supya n. 121, 16 furono assegnati a nobili.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 241

crescente, poi furono considerate un patrimonio finanziario godibile


direttamente dall’amministrazione statale attraverso le vendite. «Nei
tempi rimoti erano gl’officii un dovitioso errario che riservö a se sola
la munificenza sovrana di Nostra Serenitâ» riflettevano i Presidenti
nel 1688, «per dispensarli con elettione a soggetti che doverosamente
ne sostenessero l’essercitio, et impiego, e per suffragar le indigenze de
suoi cittadini e per premiar anco il zelo de sudditi, che con operationi
lodevoli si rimarcassero le pubbliche gratie». E sintomatico che da
quei tempi cosı «remoti» fossero passati poco piu di cinquant’anni136.
Anche la concezione dell’ufficio da parte degli ufficiali mutö, nella
scelta di acquistare un ufficio prevalsero i calcoli economici sulla
redditivitâ dell’investimento piuttosto che considerazioni relative al
prestigio e all’onore sociale connessi aile cariche pubbliche. La prati-
ca delle sostituzioni ne costituî la conseguenza inevitabile, e l’acquisto
di un ufficio fu considerato definitivamente «un puro e semplice
investimento di capitale»137.
Rimangono da considerare i motivi per cui le famiglie di cittadini
originari ad un certo momento si disinteressarono a questa fascia di
cariche pubbliche. L’ipotesi che gli uffici non rendessero a sufficienza
viene smentita anche dai pochi esempi che concedono le fonti, assai
avare a questo riguardo. Giâ si e accennato al fatto che il Collegio
approvasse alienazioni ad un prezzo almeno quintuplo rispetto alla
rendita dichiarata dell’ufficio, le autoritâ quindi tolleravano una red­
ditivitâ del capitale investito nell’acquisto di un ufficio fino al 20%.
Bisogna tener poi presente che, come riferivano i Presidenti aile
Vendite nel 1660, «e notorio, che tutti s’avvantaggiano dicendo che
l’utilitâ sono minori»138, e che di conseguenza questa percentuale del
20% era frequentemente sottostimata. Si incorrerebbe, d ’altronde, in
un grave errore a considerare che gli uffici rendessero ben piu del
20% annuo solo in base aile innumerevoli notizie di vendite tagliate
per «lesione», vale a dire perche veniva alla luce che la soglia del
20% era stata superata. Nel complesso delle 284 cariche vendute tra
1636 e 1641 - sono gli unici dati completi di cui a disposizione - ben

136 Ivi, Senato, Terra, filza 1101, Scrittura dei Presidenti sopra Uffici ailegata a parte del
Senato 16 dicembre 1688.
137 C habod, Stipendi nominali, p. 249.
138 ASV, Senato, Terra, filza 671, Scrittura dei Presidenti all’esazion del Denaro
Pubblico allegata a parte del Senato 28 gennaio 1660.
242 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

134 furono vendute ad oltre il 20% anche se, e i Presidend sembrano


non accorgersene, sono le meno redditizie139. Per gli incarichi maggio-
ri, cioe, l’incanto pubblico permetteva di arrivare ad un prezzo di
vendita quasi sempre adeguato, per gli uffici minori, invece, spesso
l’unico offerente si aggiudicava l’ufficio ad un prezzo assai conve-
niente.
U n’inchiesta del nobile Daniel Gradenigo, «Revisor e Regolator
de Datii», del 1665 permette di analizzare la redditivitâ degli investi-
menti in otto cariche del Fontaco dei tedeschi140.
La prima carica e «scrivan al libro bianco» acquistata da un
popolano nel 1649 per 1.300 ducati valuta corrente. La carica era stata
redecimata per 48 ducati buona valuta, «che vuol dir per rendita di
ducati 480 all’anno», ed era esercitata da un altro popolano, Camillo
Tola, che pagava d ’affitto 25 ducati buona valuta oltre le tasse. Quando
il Collegio approvava le vendite, calcolava la rendita annuale di un
ufficio semplicemente moltiplicando per dieci il valore della decima,
senza detrarre ne decime, ne addizionale, ne «annata» che in quegli
anni sembra non venisse riscossa141. Cosı sembra fare püre il Revisor
Gradenigo quando osserva che la rendita annua e di 480 ducati, il che
darebbe un tasso d ’investimento del capitale del 44,30%, e giustifica
l’affermazione che «potente e la lesione nell’acquisto a Pubblico
pregiuditio». In realtâ il titolare della carica incassava i soli 25 ducati
mensili d ’affitto, aveva cioe investito il capitale ad un tasso del 27,69%.
La seconda carica e soprastante all’entrada, comperata da un
popolano nel 1658 per 600 ducati valuta corrente, ai quali «ultimamen-
te» ne erano stati aggiunti 460, probabilmente «per supplire la lesione».
II sostituto incassava il salario di 60 ducati buona valuta annui, da
intendersi netti, il principale invece tratteneva gli utili incerti, allibrati a
decima a 24 ducati buona valuta, che, sottratti di doppia decima e soldi
6 per lira142, rendevano un guadagno netto annuo di ducati 177 grossi 4,

139 Cfr. supra p. 189.


140 Allegata a parte del Senato del 25 luglio 1665, ASV, Senato, Terra, filza 749.
141 Viene infatti reintrodotta nel 1671, ivi, Maggior Consiglio, Deliberazioni, reg. 42,
cc. 76v-78r, 6 settembre 1671.
142 L’addizionale dei 6 soldi per lira andava calcolata sull’importo globale delle due
decime, utilizzando la seguente espressione:
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 243

Tabella IV. 12 - Tassi annui di redditivitâ di otto cariche al Fontego dei


Tedeschi nel 1665 (prezzo d’acquisto in ducati di conto valuta
conente)

N. Ordine del Prezzo Tasso Esercita Tasso


titolare d’accjuisto lordo netto

1 Popolano 1.300 44,30 Sostituto 27,69


2 Popolano 1.060 26,85 Sostituto 20,05
5 Figlio di cittadino 505 14,25 Titolare
7 Popolano 490 15,91 Titolare
3 Popolana 461:12 31,20 Figlio della titolare
8 Popolana 431 33,41 Sostituto
4 Figlia di cittadino 350 40-44 Sostituto
6 Popolano 200 72 Titolare

ed un tasso netto di investimento del capitale del 20,05%, mentre


computando anche il reddito del sostituto il tasso risulta del 26,85%.
La terza, una soprastanteria d ’Uscida, era stata acquistata da tal
Cecilia Calzavara nel 1648 per 461 ducati valuta corrente, grossi 12, ed
era esercitata da suo figlio Lorenzo Bragadin «ha di salario ducati 10
al meşe (da intendersi netti e buona valuta) önde vi e lesione
nell’acquisto», concludeva il Revisor, evidentemente considerando il
salario del figlio come parte integrante della rendita della madre-tito-
lare che avrebbe cosı investito il capitale al 31,20% annuo.
La scontraria era invece intestata ad Anzola figlia del quondam
Francesco Guaschi, un cittadino, che l’aveva comperata nel 1661 per
350 ducati valuta corrente; gli utili erano costituiti da un salario di
100 ducati buona valuta annui ed incerti per 30 ducati, non e chiaro
se netti oppure al lordo delle tasse. Non e indicato neppure quanto
venisse corrisposto al sostituto, quindi e possibile calcolare solo il
tasso lordo d'investimento del capitale che era del 40,04-44,57%.
«Patente e la lesione nell’acquisto», annotava il Gradenigo.

a 124 ,
---- 2Q ^ 3
X = ---- — ---- = ^ , dove «a» e l’importo della doppia decima.

I contabili dell’epoca, perö, utilizzavano un metodo differente, che non e stato


possibile ricostruire ma che dava risultati corretti solo in presenza di cifre tonde di
decima, altrimenti sottovalutava l’addizionale di 1-2 grossi.
244 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

Egualmente figlio di un cittadino originario, e futuro padre di tre


figli provati all’Avogaria, era Mario Reggia, principale della carica di
contador alla Cassa Granda, in virtu di acquisto del 1661 per 505
ducati valuta corrente. II salario di 5 ducati buona valuta al meşe
portava il tasso d ’investimento annuo al 14,25%.
Anche Santo Reato, un popolano, esercitava da se l’ufficio di
soprastante a dar fuori le bollette, acquistato nel 1648 per 200 ducati
valuta corrente e dal quale ricavava un salario di 10 ducati buona
valuta al meşe per un tasso del 72% che rendeva «patente ed
esorbitante la lesione».
Püre Giusto Ton, popolano, «possedeva» ed esercitava il carico
di masser, acquistato nel 1639 per 490 ducati valuta corrente, dal
quale ricavava un salario di 60 ducati buona valuta annui e incerti
per 5 ducati buona valuta netti annui. II tasso d ’investimento annuo
del capitale che ne risultava era del 15,91%.
L’ufficio di «soprastante all’offitio dell’uscida» per il Fontico,
infine, era stato acquistato da una popolana nel 1649 per 431 ducati
valuta corrente ed aveva 10 ducati al meşe buona valuta di salario: il
tasso, in questo caso al lordo di quanto corrisposto al sostituto, era
del 33,41%, e in effetti veniva rilevata «lesione».
Pur con la prudenza necessaria ad analizzare un numero cosı
ristretto di casi, e possibile forse trarre qualche indicazione dalla
inchiesta del Revisor Gradenigo. Paradossalmente i tassi piü alti e
quelli piû bassi erano relativi ad uffici esercitati dai titolari. Questo
puö essere spiegato con il fatto che, per le cariche 5 e 7, gli introiti
troppo bassi non rendevano conveniente assumere un sostituto, men-
tre per l’ufficio 6 il tasso cosı alto era dovuto ad un prezzo d’acquisto
veramente basso. In qualche maniera viene poi confermato quanto si
e poco sopra osservato per gli uffici venduti tra 1636 e 1641: quando
un ufficio produceva un discreto reddito il suo prezzo all’incanto
saliva e, di conseguenza, il tasso d ’investimento calava, anche se,
come per gli uffici 1 e 2, manteneva dei buoni livelli, frequentemente
superiori al 20%. Quando un ufficio invece aveva un reddito minimo,
e magari implicava un impiego di un certo impegno, come dev’esser
stato per l’ufficio 6, diventando difficile trovare chi lo esercitasse
come sostituto, il suo valore all’incanto rimaneva basso e quindi
appare ora elevato il tasso di redditivitâ degli investimenti in questi
uffici.
LA BUROCRAZIA INTERMEDIA 245

Queste considerazioni spiegano in parte come gli originari si allonta-


narono da questi uffici, ma non aiutano molto a capire perche essi
persero la loro posizione preminente in questa fascia di impiego pubbli-
co. Conviene allora osservare il problema da un angolo opposto, e
chiedersi per quale motivo a meta ’600, di fronte ad una erişi ehe poteva
distruggere la repubblica al pari di quella ehe la scosse agli inizi del ’500,
le autoritâ patrizie, una volta considerata l’opportunitâ di alienare un
certo numero di uffici pubblici, non si rivolsero ai soli cittadini originari
come fecero nella erişi ehe seguı Agnadello, ma offrirono a chiunque la
possibilitâ di acquistare una carica amministrativa.
II governo aristocratico agı in tale maniera probabilmente in
considerazione di alcuni elementi perspicui. Le necessitâ finanziarie
erano tali ehe i soli cittadini originari non avrebbero potuto acquistare
ed occupare tutti gli uffici ehe, a partire dallo scoppio della guerra di
Candia, si decise di mettere all’asta. Giâ nel maggio 1572 il Senato
aveva discusso una proposta dei Savi di vendere le segreterie e le
nodarie delle magistrature e in quell’occasione la necessitâ di venderle a
«forestieri» era stata data per scontata143. Dal 1646, poi, le famiglie
cittadinesche piû ricche si impegnarono ad acquistare il diritto a sedere
nell’assemblea patrizia, sicche dovette risultare evidente ehe l’ipotesi di
vendere tutti gli uffici ai soli originari rischiava di lasciarne una buona
parte invenduti.
In realtâ, motivi piû profondi e di cui gli stessi patrizi forse non
erano consapevoli, determinarono questo nuovo tipo di venalitâ pub-
blica. Dagli inizi del ’500, si e visto, la concezione patrimoniale della
carica pubblica era stata sottoposta ad infinite sollecitazioni e, di fatto,
era cambiata. I diversi metodi di assegnazione degli uffici di ministero
rappresentano in concreto gli stadi successivi del rapporto tra il potere
nobiliare e il corpo degli ufficiali intermedi. Nella fase medievale i
magistrati eleggevano i propri ministri in virtu di un rapporto di fedeltâ
e clientela ehe aveva come conseguenza la concezione patrimoniale
dell’ufficio inteso come retribuzione per un servizio prestato e ricono-
scimento della fedeltâ al dominus patrizio; nell’ultima fase, caratterizza-
ta dalla venalitâ pubblica, il rapporto invece e depersonalizzato,

143 Agostino Valier, Dell’utilitâ ehe si puö ritrarre dalle cose operate dai Veneziani
libri XIV, Padova 1787, pp. 382-384; il dibattito e citato da Cozzı, Cultura politica cit., p.
277.
246 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO IV

l’ufficio e un investimento e il singolo ne ricava il maggior vantaggio


economico possibile. In questo senso, anche a Venezia «l’office
contribue â la depersonalisation et â la defeodalisation de l’Etat par la
substitution de rapports monetaires aux ancien liens de fidelite â
l’interieur du gouvernement»144.
In questo processo il criterio di reclutamento per ceto che determi-
nö il monopolio bisecolare dei cittadini originari nella burocrazia
intermedia apparteneva ad un preciso momento storico, intermedio
rispetto ai due sopra accennati, ed aveva valore se accoppiato al metodo
di assegnazione delle cariche mediante elezione; questo sistema nei suoi
meccanismi pratici, come si e visto, permetteva una dialettica sovra-
no/ufficiali ancora in larga parte başata sull’elargizione paternalistica di
prerogative ad un singolo gruppo sociale in cambio di una sicura
fedeltâ di servizio. Almeno per questa fascia d ’uffici - per quelli di
cancelleria, il processo fu in parte inverso - il processo di spersonalizza-
zione della figura delTufficiale e l’esigenza di vendere gli uffici che
trasformö di fatto il rapporto in uno scambio monetario, non potevano
non implicare il tramonto di quella şorta di contratto sociale tra
oligarchia patrizia e ceto che aveva permesso la nascita e l’affermarsi del
monopolio cittadinesco negli «uffici distribuiti dalla Quarantia». I
tentativi di riproposizione settecentesca di quel rapporto, ed i fallimenti
che ne seguirono, testimoniano l’irreversibilitâ di questo processo.
La presenza cittadinesca nell’amministrazione rimase comunque
consistente; rispetto al secolo precedente appare rarefatta anche a
causa dell’aumento numerico dei posti statali che vennero coperti da
individui di diversa estrazione sociale. Non a caso negli uffici che
vennero esclusi dalla vendita generale rimase salda la posizione di
privilegio dei cittadini originari che, approfittando delle particolari
condizioni di assegnazione di quei posti, accentuarono anzi la propen-
sione alla trasmissione famigliare delle cariche, favoriti in questo senso
dalle autoritâ patrizie che, per quei settori delicati, preferirono appog-
giarsi al vecchio «patto di fedeltâ» che legava all’amministrazione
statale il ceto intermedio.

144 R. D escimon , Modernite et archaisme de l’Etat monarchique: le Parlement de Paris


saisi par la venalite (XVIe siecle), in L ’Etat moderne: genese. Bilans et perspectives, Actes
du Colloque tenu au CNRS â Paris les 19-20 septembre 1989, Paris 1990, pp. 147-161, p.
148.
CAPITOLO V

CITTADINI E PATRIZI TRA SEI E SETTECENTO

La Venezia del tardo XVII secolo era una cittâ apparentemente


immutata ma in realtâ profondamente diversa rispetto a quella in cui,
nel 1569, i cittadini originari avevano concluso la loro «serrata». Al
visitatore straniero gli elementi tradizionali del mito rinascimentale
della capitale «nobilissima et singolare» dovevano apparire tutti inte-
gri: l’unicitâ del suo vivere sulle acque, il miracolo della sua longevitâ
istituzionale e politica, la saldezza delle sue strutture sociali, il senso
di libertâ e tolleranza conservato attraverso i momenti piü bui delle
lotte religiose europee, quella douceur di vivere che püre il Bodin le
aveva dovuto riconoscere1.
Eppure fra 1645 e 1718 la Serenissima conobbe uno dei momenti
piü eritici della sua storia, dovendo impegnare a fondo molte delle
sue risorse umane e materiali in un conflitto quasi ininterrotto per
difendere contro la potenza ottomana l’isola di Creta prima, i territori
della Morea dopo. Uno scontro che venne considerato dalla elasse
dirigente veneziana come una lotta vitale a cui era legata l’esistenza
stessa della cittâ e dello stato, perehe püre se gli interessi delle elassi
abbienti si spostavano progressivamente verso l’entroterra italiano, i
destini della Serenissima, «l’essenza stessa della sua venezianitâ»2,
erano sentiti ancora legati al mare, ai possedimenti in Levante. Una

1 Per la trasformazione, l’adattabilitâ del mito: G. Benzoni, Venezia, ossia il mito


modulato, in «Studi veneziani», 19 (1990), pp. 15-39,
2 E. Sestan, La politica veneziana del Seicento, in V. Brança (a cura di), Storia della
civiltâ veneziana. III. Dall’etâ barocca all’Italia contemporanea, Firenze 1979, p. 15. Sul
significato della guerra di Candia cfr. anehe G. Cozzı, Venezia, una repubblica di
principi?, in «Studi veneziani», 11 (1986), pp. 139-157.
248 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

cittâ ancora ricca, ancora possente, la Venezia del secondo ’600, ma


dove affiorava, mascherata sotto il travestimento del libello anonimo,
del pamphlet apocrifo, la domanda: quanto soprawiverâ la repubblica
di San Marco?
Dopo aver esaminato l’evoluzione quantitativa e il profİlo sociale
dell’ordine dei cittadini originari, il loro inserimento nella cancelleria
ducale e l’evoluzione di tutto il settore degli «uffici di Quarantia»,
con questo capitolo conclusivo ci si propone di riunire i vari spunti
fin qui emersi, per mettere a fuoco la posizione di questo gruppo
sociale agli inizi delTultimo secolo di vita della repubblica di San
Marco.

1. Politica ed economia tra Lepanto e la perdita della Morea

Ernesto Sestan, descrivendo la politica veneziana di terraferma


dopo Agnadello come «politica della ragione», sebbene «di una
ragione miope e pavida talora», e l’indirizzo governativo nelle que-
stioni mediterranee invece come una politica «anche del sentimento»,
ha perspicuamente tracciato le due coordinate all’interno delle quali
vanno inquadrate le vicende diplomatiche, militari e belliche venezia-
ne dopo le guerre d ’Italia3.
Dopo la guerra della Lega di Cambrai e dopo la breve parentesi
dell’appoggio ai Francesi, nel terzo decennio del ’500 il comporta-
mento del governo veneziano nel confronto tra la monarchia francese
e quella asburgica si ispirö al principio del «non inclinar piu ad una
parte che all’altra»4; la politica di conservazione che ne seguı fu un
naturale riflesso di questo atteggiamento e della considerazione che
un coinvolgimento diretto della repubblica in un conflitto internazio-
nale avrebbe significato la dissoluzione dello «stato di terra», circon-
dato da ogni lato da nemicı interessati ad un suo smembramento5.

3 Sestan, La politica veneziana cit., pp. 7-22.


4 G. Benzoni, Venezia nell’etâ della controriforma, Milano 1973, p. 18.
5 Fondamentale per la comprensione delle vicende relative a questa fase rinıane F.
C habod, Venezia nella politica italiana ed europea del Cinquecento, in Brança, Storia della
civiltâ veneziana. II. cit., pp. 233-246.
CITTADINI E PATRIZI TRA '6 E 700 249

«La felicitâ», rifletteva un personaggio parutiano alla fine degli anni


settanta del Cinquecento, e «conservar in pace e tranquillitâ i suddi-
ti»67, e l’impegno dei Veneziani in Italia venne congelato anche perche
sul versante mediterraneo l’aggressivitâ della Sublime Porta costrinse
la repubblica a mobilitare uno sforzo militare enorme in due conflitti
che püre si conclusero con la perdita di Nauplia e Malvasia prima, e
con quella di Cipro dopo il vittorioso scontro di Lepanto.
La pace separata del 1573 consenti di fatto alla Serenissima una
settantina d ’anni di relativa tranquillitâ sul versante sud-orientale del
suo impero, settant’anni in cui peraltro sul mare dovette affrontare
due altre gravi minacce: l’attivitâ piratesca degli Uscocchi, allignati
nel cuore dei possedimenti dalmati, e la progressiva crescita economi-
ca delle potenze mercantili nord-europee che mutarono profonda-
mente il profilo della presenza veneziana nel mercato mediterraneo.
Furono questi, fra Lepanto e il 1630, anni determinanti per
l’assetto economico dell’emporio realtino e quindi per l’identitâ della
Serenissima, anni che si solgono riunire sotto il segno della «decaden-
za», un concetto riguardo al quale piü generazioni di storici hanno
formulato interpretazioni esplicative ed ipotesi di periodizzazione e
che lascia aperti ancora diversi interrogativi. Converrâ soffermarsi su
tale questione storica e storiografica perche gravida di implicazioni
sociali e decisiva per la comprensione degli ultimi due secoli di vita
della repubblica m ardana'.
Sono ormai sufficientemente chiare, nel loro profilo generale, le

6 P. P aruta, Della perfezzione della vita politica, in Benzoni-Zanato (a cura di),


Storici e politici cit., p. 640.
7 Un veloce riepilogo della storiografia suU’argomento e Rapp, Industria e decadenza
cit., pp. 16-18, dove perö manca uno sguardo aile öpere dei trattatisti veneziani del Sei e
Settecento. Una panoramica sulle testimonianze relative al commercio e sulla ricerca storia
a riguardo e in G. G ullino, I patrizi veneziani e la mercatura negli ultimi tre secoli della
Repubblica, in AA.W ., Mercanti e vita economica nella Repubblica Veneta (secoli XIII-
XVIII), Venezia 1985, pp. 403-412. Affrontano direttamente il problema della decadenza
anche le pagine iniziali di Sestan, La politica veneziana cit., pp. 7-10 e 19-21 dove le note
1 e 2 propongono preziose osservazioni storiografiche. II lavoro fondamentale sulla
parabola del commercio veneziano rimane C. Lıvı-D. Sella-U. T ucci, Un probleme
d’histoire: la decadence economique de Venise, in Aspetti e cause cit., pp. 289-317. Un
recente, ampio e documentato riepilogo della questione e presente in M. Knapton, Tra
dominante e dominio (1517-1630), in G. Cozzı-M. Knapton-G. Scarabello, La Repub­
blica di Venezia nell’etâ moderna. Dal 1517 alla fine della Repubblica, Torino 1992, pp.
232-235, 302-303, passim.
250 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

cause che determinarono la perdita di preminenza della flotta mer-


candle veneziana nel Mediterraneo e la conseguente estromissione
deü’emporio realtino dalle maggiori correnti di traffico. Schematiz-
zando, possono essere individuate due cause dirette e principali di
questo cambiamento.
In primo luogo la perdita del commercio delle spezie a causa del
superamento della vecchia «via di terra», che dall’Oceano Indiano
conduceva attraverso Aleppo o l’Egitto aile sponde mediterranee, a
favore della nuova rotta attorno all’Africa. Questa direttrice di traffico
diventö effettivamente competitiva solo verso la fine del XVI secolo
quando, dissolto l’Impero portoghese, compagnie inglesi ed olandesi
cominciarono a gestire questo traffico. I Veneziani non solo persero
una ricca opportunitâ di commercio ma dovendosi rivolgere per
l’acquisto di spezie a Londra o ad Amsterdam incrementarono la
presenza inglese e fiamminga in Mediterraneo.
La seconda causa, piu complessa, indica nella crescente aggressivi-
tâ commerciale di mercanti e prodotti inglesi, olandesi e francesi il
fattore principale della diminuzione nel volüme dei traffici mediterra-
nei. Tra Quattro e Cinquecento la Serenissima aveva perso importanti
possedimenti nella Morea e nell’Egeo, e Cipro stessa; senza di essi
venne a diradarsi quella fitta rete di scali e fondaci che era stata il
presupposto costitutivo dell’espansione mercantile del commercio
veneziano in Levante. A ciö e da aggiungere l’instabilitâ politica che
per lunghi periodi, a causa della guerra con il Turco ma an che
delTendemico fenomeno della pirateria, rese insicure le rotte. Dalla
fine del ’500 la presenza fino ad allora sporadica, nel Mediterraneo
orientale, di mercantili ed uomini delle emergenti nazioni dell’Europa
del nord-ovest, si fece sempre piu assidua. I vantaggi che godevano i
nuovi rivali erano molteplici: agivano protetti da una forza militare e
politica «moderna» in grado di poter stringere accordi vantaggiosi
con l’impero ottomano; Londra ed Amsterdam sorgevano in zone di
grande concentrazione demografica a ridosso di regioni in cui la
produzione manifatturiera stava registrando un forte incremento; le
tecniche di costruzione navale, l’utilizzazione delle risorse necessarie
per la cantieristica, un’innovativa concezione delle imbarcazioni di
trasporto, consentivano loro una maggiore efficienza dei trasporti, piu
moderne attrezzature e, in definitiva, una migliore utilizzazione dei
capitali. L’iniziativa di proporre, nel settore tessile, nuovi prodotti ad
CITTADINI E PATRIZI TRA '6 E 700 251

un prezzo inferiore e, piü in generale, il diverso spirito imprenditoria-


le volto ad allargare l’area di penetrazione delle proprie merci, si
rivelarono dunque vincenti rispetto alla «psicologia» del mercante
veneziano, portatore di una «mentalitâ invecchiata», di una superata
concezione del commercio e dell’impresa8.
Se e stata raggiunta una buona uniformitâ di pareri sulle cause di
questa erişi, le opinioni sono ancora considerevolmente discordi sia
sulla sua entitâ e gravitâ, sia sulle contromisure ehe il sistema econo-
mico veneziano seppe approntare per affrontarla.
Domenico Sella e stato il primo a dare grande importanza all’e-
spansione del comparto manifatturiero veneziano nel secondo ’500 e
a correlare il suo rapido declino dai primi anni del ’600 a quello del
commercio con il Levante. Secondo Sella la scelta consapevole, da
parte del governo veneziano, di non ostacolare lo scalo in laguna dei
convogli nordici diretti ad oriente riuscı a contenere, dopo i difficili
anni della guerra di Candia, la perdita nel volüme dei traffici; verso la
fine del secolo il ruolo di Venezia si assestö dunque come porto
regionale per l’area padana ed alpina e acquisi importanza anehe
come centro di esportazione di beni ormai prodotti, a seguito della
«ruralizzazione» delle attivitâ manifatturiere, nelle provincie dello
stato veneto e di «nuovi» prodotti agricoli quali la seta e il riso9.
Richard Tilden Rapp ha invece indagato a fondo il mondo delle
arti veneziane ricavandone una tesi originale: nel primo Seicento
l’economia della cittâ non sarebbe affatto declinata in senso «assolu-
to», ma il numero degli abitanti e il «livello di vita» sarebbero rimasti
sostanzialmente stabili grazie ad una ristrutturazione economica ehe

8 Tuccı, La psicologia cit., p. 63. Sulla penetrazione dei mercanti «ponentini» in


Mediterraneo e d’obbligo rinviare a F. Braudel, Civiltâ e imperi del Mediterraneo nell’etâ
di Filippo II, trad. it. Torino 19532 (Paris 1949), pp. 643-678 e C.M. C ipolla, The Eco-
nomic Lecline of Italy, in Crisis and Change cit., pp. 127-145.
9 Sella, The Rise and Tali cit. e İ dem, II declino deli’emporio realtino, in Brança, Sto­
rla della civiltâ veneziana. III. cit., pp. 37-48. Una recente, vasta indagine başata su fonti
originali, P anciera, L ’industria della lana cit., ha sottolineato l’importanza delle cause
esogene del declino delTindustria laniera veneziana - la congiuntura internazionale degli
anni ’20 e ’30 del ’600, la pirateria, il crollo parziale del mercato orientale - , rispetto a quelle
endogene, quali la presunta incapacitâ di adattamento degli Standard produttivi veneziani
aile nuove tipologie qualitative adottate dai mercanti nordici.
Per la ruralizzazione della protoindustria veneziana cfr. S. C iriacono, Venise et ses
villes. Structuration et destrueturation d’un marehe regional XVT-XV1II' siecle, in «Revue
historique», 560 (octobre-decembre 1986), pp. 287-307.
252 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

consent'ı di spostare manodopera dal settore in erişi del commercio


internazionale al settore manifatturiero e «terziario»10. Questa rico-
struzione e stata oggetto di una serrata critica metodologica11 ma
rimane valida almeno in un assunto di base: la cittâ attivö dei
meccanismi interni ehe le permisero di ammortizzare il crollo di un
settore vitale come quello del commercio internazionale, altrimenti
come si giustificherebbe ehe le conseguenze sul piano della conflittua-
litâ sociale furono - e su questo le testimonianze e le opinioni
concordano - praticamente impercettibili?
Le implicazioni ehe questi cambiamenti ebbero sui diversi gruppi
sociali restano in gran parte ancora inesplorate. L’unico ceto su cui si
sono accentrate le ricerche e, per la piu facile reperibilitâ delle fonti
storiche, il patriziato. In una certa storiografia, soprattutto ottocente-
sca, il fatto ehe il ceto dirigente veneziano avesse dal ’400 in poi
sempre piü rivolto i propri investimenti verso la terraferma e stato
visto come una şorta di tradimento della propria vocazione mercanti-
le. In realtâ l’opinione ormai diffusa e ehe la crescita degli interessi
fondiari costituı una delle soluzioni ehe permisero alla cittâ di supera-
re il declino dell’attivitâ emporiale.
La çorsa all’acquisto di appezzamenti in terraferma da parte delle
fasce piu agiate della popolazione veneziana conobbe varie fasi, tra le
quali spicca quella immediatamente successiva alla guerra della Lega
di Cambrai, ma presento nella seconda meta del XVII secolo un forte
momento di accelerazione a seguito della vendita di beni comunali
alla quale le autoritâ furono costrette dall’aprirsi delle ostilitâ per la
difesa di Candia, e ehe durö fino al 172712. E ormai sufficientemente
chiaro cosa in generale rappresentasse per l’aristocrazia lagunare
l’acquisto di terra: in primo luogo la possibilitâ di diversificare gli

10 Rapp , Industria e decadenza cit.


11 J.A. M arino , La erişi di Venezia e la Neuı Economic History, in «Studi storici», 19,
I (1978), pp. 79-107 ha confutato quasi riga per riga lo studio di Rapp, manifestando in
particolare dubbi sul fatto ehe i dati sui conıponenti le corporazioni possano rappresenta-
re la forza lavoro effettivamente operante in cittâ. L da aggiungere ehe l’attendibilitâ del
dato sulla popolazione nel 1655, uno dei capisaldi della tesi di Rapp ehe testimonierebbe il
mantenimento di un livello demografico cinquecentesco, e stata motivatamente contestata
da U lvioni , II castigo di Dio cit., p. 104, n. 25.
12 II 38,9% dei quasi 90.000 ettari di beni comunali venduti netle sole provincie
orientali in questo periodo furono appannaggio degli aristocratici veneziani, Beltrami, La
penetrazione economica cit., p. 77.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 253

investimenti, una strategia patrimoniale tanto piû valida quanto piû il


settore tradizionale di impiego del denaro, quello commerciale, pale-
sava elementi di instabilitâ e di pericolo; in secondo luogo si trattava
quasi sempre di collocamenti produttivi, vale a dire rivolti non
all’immobilizzazione del capitale ma alla sua valorizzazione, tenuto
anche conto dei miglioramenti che si apportavano aile campagne con
le öpere di bonifica e perfezionamento del sistema fluviale e con
l’introduzione della coltura maidica e di quella risicola, e delle risorse
che si ricavavano dallo smercio delle derrate agricole1314; in terzo luogo
anche l’aristocrazia lagunare subı il fascino di quel ritorno alla terra
che contraddistinse il comportamento di tanti ceti dirigenti tra Cin-
que e Seicento e a proposito del quale si e parlato di «rifeudalizzazio-
ne»w: anche in questo senso l’acquisto di una villa che consentisse
alla famiglia di soggiornarvi «da gentiluomini» rappresentava un
investimento la cui ricaduta in termini di prestigio e preminenza
sociale e, ancorche non quantificabile, evidente.
I considerevoli investimenti in questo settore, assieme aile energie
riversate nel settore finanziario-assicurativo, contribuirono a determi-
nare importanti cambiamenti nella compattezza dello stesso ceto
patrizio. Tramontata l’epoca d ’oro del commercio veneziano durante
la quale ogni patrizio poteva, con una minima base finanziaria,
inserirsi nel mercato, e quando a nessuno in partenza era negata la
possibilitâ di arricchirsi, nel patriziato seicentesco, maggiormente
vincolato all’investimento fondiario e senza piû un settore mercantile
in espansione, si accentuo la distanza che separava individui o fami-
glie che possedevano una solida base patrimoniale e uomini o casate
di condizione meno florida, a cui sovente non rimaneva che contare
sul sostegno della munificienza pubblica e dell’impiego statale. Alta-

13 G ullino, I patrizi veneziani cit., p. 426; A. Ventura, Considerazioni sull’agricoltu-


ra veneta e sull’accumulazione originaria del capitale, in Agricoltura e sviluppo del capitali-
smo, Roma 1970, pp. 519-550; S. C iriacono, Irrigazione e produttivitâ agraria nella
Terraferma veneta tra Cinque e Seicento, in «Archivio veneto», 112 (1979), pp. 73-135.
14 Cfr. il famoso articolo di R. Romano , L ’Italia nella erişi del secolo XVII, in Tra due
erişi: l'Italia del Rinascimento, Torino 1971, pp. 187-206 (originariamente pubblicato in
«Studi storici», IX, n. 3-4 (1968), pp. 723-745), dove pero si distingue il Veneto come un
caso «a tinte piû liete», p. 193. Per una posizione diversa da quella di Romano cfr. D.
Sella, L ’economia lombarda durante la dominazione spagnola, Bologna 1982 (Cambridge
Mass. 1979).
254 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

mente simbolica di questa situazione fu la frattura politica che venne


a crearsi alla fine degli anni venti del Seicento, e che sfociö nella
correzione del ruolo dei Dieci, quando si confrontarono i «ricchi»
difensori della politica oligarchica dell’«eccelso consiglio» e i «poveri»
arroccati nelle Quarantie15.
Nel frattempo gli avvenimenti politici del primo trentennio del
secolo avevano spostato l’indirizzo continentale della politica della
Serenissima da un atteggiamento di prudente conservazione dello
stato alla politica della «neutralitâ assoluta»16. L’aspro scontro con la
Curia romana culminato nell’Interdetto si era risolto senza sostanziali
cedimenti da parte veneziana, perö anche senza gettare le basi per
quel rilancio internazionale che si auguravano i «giovani» raccolti
attorno al Şarpi; le inquietudini verso il pericoloso vicino spagnolo
che emersero nella vicenda della «congiura di Bedmar», l’esperienza
militarmente fallimentare della guerra di Gradisca, la prudenza nel
non appoggiare l’iniziativa sabauda contro lo stato di Milano, il
frustrante esito della guerra della Valtellina e l’impressione che susci-
tö a Venezia il terribile Sacco di Mantova, tutti questi avvenimenti
contribuirono a rendere evidente come l’iniziativa politica fosse ormai
nelle mani delle potenze straniere, come l’equilibrio italiano reggesse
solo in funzione di una politica generale di mantenimento dello status
quo nella quale Venezia sapeva in partenza che non avrebbe avuto la
forza - militare, politica, «strutturale» - di sopportare l’attacco con-
centrico di nemici coalizzati.
Questi gli aspetti principali dell’atmosfera politica e sociale nella
quale le autoritâ veneziane decisero di non potersi esimere dall’entra-
re in guerra per difendere il piu importante antemurale contro i
Turchi, l’isola di Candia. Durö venticinque anni il conflitto, si conclu-
se con la perdita dell’isola alla quale i Veneziani tuttavia non si
rassegnarono: un’inaspettata capacitâ reattiva permise l’acquisizione
della lontana Morea e la conquista di Corone e Modone, possedimen-
ti mantenuti perö pochi anni e ripresi dall’impero ottomano fra il
1715 e il 1718. Si chiudeva cosı il «lungo secolo XVII»17, con la

15 D el N egro, Forme e istituzioni cit., pp. 409-410.


16 Sestan, La politica veneziana cit., pp. 14-15.
17 G. G ullino, Politica ed economia, a Venezia, nell'etâ di Benedetto Marcello
(1686-1739), in F. Rossı e C. Madricardo (a cura di), Benedetto Marcello. La ma opera e
il suo tempo, Firenze 1988, pp 3-15.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 255

capitale lagunare sconfitta dopo una guerra avvertita dai suoi governan-
ti come un interrotto scontro per la propria soprawivenza, mentre
l’opinione pubblica europea stupiva di fronte alla forza di resistenza
umana e materiale della repubblica di San Marco. Impressionante il
costo finanziario ed economico del conflitto: una spesa militare
calcolata attorno ai 125-150 milioni di ducati per far fronte alla quale si
pose mano alla vendita fra 1646 e 1727 dei beni comunali, a quella fra
1636 e 1709 della grande maggioranza degli uffici statali, del titolo
nobiliare e di quello di procuratore di San Marco; vennero istituite,
aggiunte o rese ordinarie numerose gravezze, si sospese fra 1648 e 1666
la convertibilitâ del Banco Giro e dal 1672 al 1716 la coniazione di
zecchini, per lunghi anni il giâ provato settore mercantile soffrı i danni
della paralisi di una delle rotte portanti del commercio veneziano18.

2. I cittadini negli şeritti deli’«antimito»

E un quadro fortemente contrastato quello offerto dalla Venezia


del secondo ’600: accanto aile tinte fosehe, infatti, sprazzi di luce
intensa e colore testimoniano una vitalitâ sovente trascurata sotto la
patina uniformante della «decadenza». Nell’ambito della vita sociale
della cittâ risulta particolarmente difficile isolare un accenno, un’ini-
ziativa, una testimonianza relativa all’ordine dei cittadini originari ehe
possa aiutare a comprendere le conseguenze ehe le complesse vicende
seicentesche ebbero su questo ceto. Le eronaehe dell’epoca e la
storiografia governativa - cosı lontane da una spiegazione sociale dei
fatti storici quando non ignoravano del tutto l’esistenza di questo
gruppo si limitavano a registrare singoli avvenimenti ehe coinvolgeva-
no cittadini o segretari, o a riproporre l’elenco tradizionale delle
prerogative e degli onori concessi a questi sudditi particolari. La
dialettica politica si esprimeva tutta all’interno del corpo aristocratico
e prendeva vigore dalle accentuate differenze interne alla elasse
nobiliare; tolta questa crescente perdita di compattezza del patriziato,
Venezia sembra per molti versi ancora la rinascimentale «cittâ del
silenzio politico e della çalma apparente» ritratta dal Burckhardt19.

18 Ibidetn, p. 6.
19 J. Burckhardt, La civiltâ del Rinascimento in ltalia, Firenze 1955, p. 61.
256 BUROCRAZLA E BUROCRATI - CAPITOLO V

Per rintracciare qualche spia della condizione cittadinesca non


resta che frugare tra le pieghe del «discorso politico» veneziano, in
quella serie particolare di şeritti che vengono convenzionalmente
indicati come delT«antimito» perehe ideologicamente contrapposti
alla narrazione apologetica del «mito» di Venezia20.
11 filone mitografico rinascimentale venne esaurendosi dopo le
chiose aile öpere del Cardinal Contarini e di Giannotti di Nicolö
Crasso, il quale, pur riproponendo lo sehema contariniano, aveva
riconosciuto apertamente l’esistenza dell’ordine cittadinesco a cui
apparteneva21. Non era piû possibile riesumare, aile soglie del XVII
secolo, dopo l’opera di demolizione storico-filologica a cui la sotto-
pose Bodin e a cui presto si uniformarono apologeti e detrattori della
repubblica, l’idea di Venezia «stato misto», uno degli elementi basila-
ri del mito rinascimentale: Venezia era una repubblica aristocratica
başata sul governo - apprezzabile o meno - del solo ordine patrizio.
Un secondo fatto, agli inizi del ’600, avrebbe comportato conse-
guenze importantissime per la trasformazione dell’idea di Venezia: il
conflitto giurisdizionale con la Santa Sede che culminö nell’Interdetto
papale e che determino una forte accelerazione nella produzione di
öpere a carattere polemistico, la cosiddetta «guerra delle seritture»,
che vide impegnate da ambo le parti folte sehiere di sostenitori delle
rispettive ragioni22. Assieme alla guerra della Lega di Cambrai e a
quella di Candia, lo scontro con la Curia doveva rappresentare uno
degli eventi attorno ai quali prese forma il mito moderno della libertas
veneziana. Meno appariscente ma non meno importante doveva risul-
tare l’ambito su cui si mossero i contendenti della guerra delle
seritture: la tesi della libertâ originaria di Venezia, il problema del
consenso su cui si basava il regime aristocratico e il senso di giustizia
esistente in laguna diventarono alcuni degli spunti piû frequentati

20 I testi-guida di questa indagine sono G aeta, Alcune consıderazioni cit. e İ dem ,


Venezia cit., D el N egro , Forme e istituzioni cit., e İ dem , Proposte illuminate e conserva-
zione nel dibattito sulla teoria e la prassi dello Stato, in Storia della cultura veneta, cit., 5/II,
pp. 123-145. Decisivo per la scoperta dell’importanza di queste seritture e stato Cozzı,
Una vicenda cit. Un approfondimento recente di alcuni di questi testi e M. Zanetto ,
«Mito di Venezia» ed «antimito» negli şeritti del Seicento veneziano, Venezia 1991.
21 Cfr. cap. I. pp. 57-58.
22 Benzoni , Venezia nell’etd cit., pp. 50-78; sull’intera vicenda e d’obbligo rinviare a
G. Cozzı, Paolo Şarpi tra Venezia e l’Europa, Torino 1979.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 257

dagli şeritti deU’«antimito»23.


Lo stesso ordine di argomenti e alla base di un trattatello anonimo
pubblicato a Mirandola (falso luogo) nel 1612, Squittinio della libertâ
veneta nel quale si adducono anehe le raggioni dett’Impero Romano
sopra la Cittâ et Signoria di Venetia, ehe ebbe vasta eco anehe
europea, un cospicuo numero di confutazioni, e la cui importanza per
tutte le öpere critiche su Venezia fu decisiva24. L’autore, ehe «mostra­
ya di sapersi muovere a suo agio in una selva di fonti antiche e
moderne»25, esponeva una lunga e documentata ricostruzione storica
per dimostrare ehe Venezia non era nata libera ma era stata in vari
tempi soggetta all’Impero e ai Goti, e ehe la serrata del Maggior
Consiglio aveva significato la fine del «regime democratico» a cui
partecipava tutta la popolazione, sostenendo l’improponibilitâ della
libertâ çivile come caratteristica precipua della storia e della societâ
veneziana.
Interessante quanto serive l’anonimo «squittinatore» a proposito
dei cittadini. Rammentando la frase del Contarini secondo cui i
«mercenarii... ac opifices veluti servi publici haberi debent»26, com-
mentava:
A me invero pare troppo duro et odioso tra Christiani nella vita çivile
non solo il fatto mâ ancora il norne della servitü, nemai mi arrischierei parlar
tant’oltre, bastami aver provato ehe la libertâ e Signoria della Repubblica
risede nella sola nobiltâ, restandone privi tutti gli altri habitanti, ehe sono
non giâ servi, mâ sudditi27.

Ricordandosi quindi ehe nelle prime pagine aveva paragonato i


diritti di cittadini e popolani della dominante a quelli degli abitanti di
una qualsiasi cittâ soggetta, si correggeva: non e vero, tutte le cittâ
soggette hanno «qualche forma di Repubblica» come consigli o
magistrature,

23 G aeta, Venezia cit., pp. 467-468.


2A Ho consultato l’edizione: Stampato in Mirandola, Appresso Giovanni Benincasa,
1619. D el N egro , Forme e istituzioni, pp. 411 e sgg., tuttavia, non gli addebita molta
importanza storica, al contrario G aeta, Venezia cit., p. 469 lo definisce «lo seritto piû
solidamente impostato tra quanti si annoverano nella letteratura delTanti-mito».
25 Ibidem, p. 470.
26 Ventura , Scrittori politici cit., p. 532, cfr. supra p. 53.
27 Squittinio cit., p. 97.
258 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

Dove che a’ maggiori Cittadini Veneti, non e lecito d’aspirare ad alcuno


di questi gradi nella loro patria, essendo il gran Cancellierato, cima delle loro
speranze, puro e semplice ministerio28.

Se nella sostanza della ricostruzione storica l’incognito demolitore


del mito di Venezia non aggiungeva nulla a quanto aveva giâ osserva-
to a proposito dei cittadini quasi un secolo prima il Giannotti, affatto
nuovo e potenzialmente sovversivo era quel paragone con i cittadini
delle cittâ suddite, che lasciava intravedere per questi una minima
partecipazione politica del tutto negata a quelli veneziani. Si ricostrui-
va il processo che aveva portato alla costituzione del regime nobiliare,
si riconosceva la mancanza d’ogni possibilitâ di sbocco politico per il
ceto cittadinesco, il discorso poi s’interrompeva e la sequenza che a
noi appare logica e che avrebbe potuto portare al momento della
rivendicazione si troncava con quel significativo «nemai m’arrischierei
parlar tant’oltre».
I tre testi principali deU’«antimito» appartengono, tuttavia, ad un
periodo storico diverso rispetto a quello in cui fu composto e
stampato lo Squittinio, essendo stati redatti tra gli anni ’60 e ’70 del
secolo, quando la perdita di Candia era giâ preannunciata o avvenuta.
La critica ha individuato almeno due idee di fondo che accomunano
gli anonimi autori di questi şeritti - pur, come si vedrâ, appartenenti
a differenti correnti politiche - nella loro contrapposizione all’idea
tradizionale di Venezia: la coscienza del momento di erişi che attra-
versava la repubblica che si manifestava in dubbi, riflessioni e previ-
sioni sulla sua sopravvivenza politica e territoriale, e il riconoscimento
delle divisioni interne alla elasse nobiliare come leit motiv che sovrin-
tendeva alla lettura delle vicende politiche e istituzionali. Un terzo
elemento rende preziosa l’utilizzazione di queste voci: la loro predi-
sposizione ad analizzare e commentare - in forma ora laudativa o
augurativa, ora critica - i meccanismi che permettevano l’esercizio del
potere, gli strumenti che consentivano la coesione sociale e l’organiz-
zazione del consenso, una predisposizione giâ presente in autori
cinquecenteschi (si pensi ancora una volta al Giannotti), ma che
spogliata da ogni intento encomiastico assume un particolare valore.

28 Ibidem.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 259

II primo, in ordine cronologico, di questi şeritti, e il trattato Della


Repubblica Veneta, rimasto inedito fino a questo secolo e probabil-
mente sconosciuto all’opinione pubblica seicentesca. La sua attribu-
zione ad un diplomatico piemontese e stata recentemente messa in
discussione, mentre la sua data di composizione, il 1664, e deducibile
da alcuni passi29. L’operetta, suddivisa in tre parti delle quali quella
centrale originalmente dedicata alla rassegna degli «individui» di
maggior importanza e rilievo del Palazzo, riconosceva apertamente
ehe il governo era una «meza oligarehia» in mano ai «nobili vecchi,
ricchi e regnanti» e rawisava con rammarico la presenza in Maggior
Consiglio di «tre sette»: i nuovi nobili, la nobiltâ povera e quella esule
candiotta; il fatto ehe nel Senato, in cui i membri di diritto erano 280,
solo 40 in realtâ fungessero da «direttori di governo», era segnalato
non tanto polemicamente per biasimare la tendenza oligarchica,
quanto come un dato di fatto evidente e funzionale alla pratica di
governo. Scarni, quasi inesistenti gli accenni ai cittadini originari, mai
nominati come ben individuato ceto sociale. Del nobile Marco Pisani
«dal banco», Savio di Terraferma, si dice ehe «II segretario del
Consiglio de’ X, Verdizzotti, e l’unico ed onnipotente mezo con esso
lui, ehe camina interamente nelle proprie direzioni secondo il savio
consiglio del medesimo Verdizzotti»; del procurator Andrea Pisani
ehe «I segretarj Ciera, Scarpon Priuli e Sebastiano Michieli godono
molta confidenza et arbitrio nelle cose sue, oltre diversi altri del suo
numeroso e potente parentado»30. Oltre a questo aperto riconosci-
mento dell’influenza su illustri casate nobili di segretari cancellereschi
e del coinvolgimento di tali soggetti in consorterie parentali o gruppi
di potere, null’altro.
Piû esplicitamente sostenitrice di una strategia oligarchica era
YOpinione del Padre Paolo Servita, Consultor di Stato, come debba

29 II trattato e stato edito da P. M olmenti in Curiositâ di storia veneziana, Bologna


1919, pp. 359-456 con il titolo Relazione dell’anonimo. Basandosi sulla provenienza
dell’inedito, l'archivio di Torino, il Molmenti ipotizzava l’attribuzione ad un personaggio
piemontese. D el N egro , Forme e istituzioni cit., p. 412, n. 23 ha confutato questa ipotesi
indicando l’autore in un patrizio «vecchio» o ehe comunque gravitava intorno al Palazzo e
ha ragionevolmente proposto la denominazione Della Repubblica Veneta, perehe cosı
iniziano i titoli delle tre sezioni in cui l’opera e divisa, İ dem , II patriziato veneziano al
calcolatore. Appunti in margine a «Venise au siecle des lumieres» di ]ean Georgelin, in
«Rivista Storica Italiana», 92, 3 (1981), fasc. III, p. 839, n. 6.
30 Della Repubblica Veneta, pp. 369, 424.
260 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

governarsi internamente ed esternamente la Republica Venetiana, per


havere il perpetuo dominio, un’operetta «illuminante sul malessere
politico e morale del patriziato veneziano»31. Composta attorno al
1670 VOpinione venne pubblicata a Venezia nel 1680 ed attribuita al
Şarpi; la paternitâ del servita venne presto rinnegata dal suo stesso
editöre ma aiutö la vasta diffusione anche europea che ebbe Popera32.
L’autore, che un’unica testimonianza indica in un figlio illegittimo di
casa Canal33, rivela, rispetto allo scrittore del Delta Republica Veneta,
un atteggiamento meno distaccato e descrittivo e piû esplicitamente
precettistico ispirato alla constatazione di base che «il difetto della
Republica e l’esser troppo numerosa per voler esser Aristocratica»34.
II suo progetto politico era in sostanza quello di accrescere il potere
dei consigli ristretti rispetto a quelli allargati, «tener bassa la nobiltâ
minuta» e diminuire il potere delle Quarantie, evitare che il governo
patrizio «odori di popolo». Coperto dalla protezione data dall’apocri-
fo, il progetto oligarchico dei «grandi» palesava il suo volto piû
violentemente contrario alla nobiltâ bassa, paragonata ad una «vipera,
che nel freddo non vale ad usare il veleno», e piû cinicamente
anti-popolare.

31 Cozzı, Una vicenda cit., p. 101.


32 Nel 1685 Roberto Meietti la ripubblicö intitolandola Opinione falsamente ascritta
al padre Paolo Servita, come debba governarsi internamente ed esternamente la Republica
Venetiana, per havere il perpetuo Dominio. Con la quale si ponderano anco gli interessi di
tutti i Prencipi; le citazioni si riferiscono a questa edizione. Per il complesso problema
della datazione cfr. Cozzı, Una vicenda cit., pp. 101-102, n. 55 e D el N egro , Porme e
istituzioni cit., p. 411, n. 21.
33 In BMCC, Mss. Gradenigo Dolfin, 83/1, Genealogie dei Cittadini Veneziani, c. 201r
una nota riporta «1648. Un bastardo Canal scrisse molte öpere politiche, tra le quali
1’Opinione come debba governarsi la Republica di Venetia opera falsamente attribuita al
Padre Paolo Şarpi». C icogna , Delle inscrizioni veneziane cit., II, p. 507, attribuisce la no­
ta al padre Giovanni Degli Agostini. D el N egro , Forme e istituzioni cit., p. 411, n. 21,
ipotizza che il 1648 possa essere la data di nascita del bastardo e che la redazione sia
avvenuta nel 1670, nel qual caso l’anonimo avrebbe composto a soli 22 anni un’opera che
denota una grande esperienza della politica veneta ed internazionale e dove peraltro si
critica apertamente (p. 12) l’«inconsideratione della gioventü». Tutto certamente e possibi-
le, anche che il testo sia stato redatto in piû fasi, e forse perö da riconsiderare l’ipotesi che
la redazione sia avvenuta nel 1648, come la nota del padre Degli Agostini lascia intuire,
anche perche gli accenni all’isola di Candia (p. 38 e sgg.) ne parlano ancora come di un
dominio mentre se l’opera fosse stata composta nel 1670, dopo la fine della guerra,
l’acceso polemista non si sarebbe risparmiato commenti a tal riguardo e sulla folta schiera
di nobili venuti a Venezia.
Nessun illegittimo Canal venne riconosciuto cittadino originario dopo il 1630.
34 Opinione cit., p. 18.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 261

Pur essendo attenta a particolari di carattere sociale anche YOpinio-


ne passava sotto completo silenzio l’esistenza, la rilevanza dei cittadini
originari. Un unico accenno, sebbene significativo, e rivolto ai segretari:
Li Segretarii et ogni altro informato de’ publici interessi si procurino
zelanti, e sufficienti, ma si tolerino anco di poca vaglia, si pensino prima di
admettedi, ma admessi si trattenghino quali si sono, perche pochi vagliono a
far bene, et ogni uno e habile a far male, et e piü facile schermirsi dalle
insidie d’un nemico potente, ma estraneo, che da un scelerato servitore
domestico35.

Conforme alYOpinione nel descrivere senza moralismi la crudezza


della vita politica veneziana del ’600, ma di tendenza opposta nell’in-
dividuare le ragioni politiche della situazione, e una lunga relazione
redatta nel 1677, e pubblicata in Germania nel Settecento perche
attribuita all’ambasciatore imperiale Francesco Della Torre e in Italia
a meta del secolo scorso, comunemente conosciuta come «relazione
pseudotorriana»36.
La descrizione inizia ventilando l’ipotesi che Venezia possa essere
considerata «Repubblica popolare», tuttavia «chi vede la cittadinanza
e la plebe esclusa affatto dal Governo, ritorna al dubbio che possa
essere aristocratica», anzi l’opinione dell’autore e che «essa penda
assai all’oligarchia, ma in modo tanto segreto e latente che la maggior
parte dei Senatori non se ne avveggono». Prosegue quindi con una
descrizione delle magistrature - affinche il lettore possa «pronosticare
se per la sua interna disposizione sia sicura la sussistenza d ’essa o
prossimo il suo periglio» - che culmina nel riconoscimento della
potenza dei «grandi» che padroneggiano i Dieci e il Senato che
«concordano nel fine, che e di fomentare la oligarchia», e nell’accusa
contro «un Senato tutto interesse privato, e possessore d ’una ricchez-
za impastata dalle lagrime e del sangue di chi obbedisce». Si conclude
con un’analisi dei principali nemici della Serenissima e con l’afferma-

35 Ibidem cit., pp. 7, 18, 15, 7, 15.


36 Relazione sull'organizzazione politica della Repubblica di Venezia al cadere del secolo
decimosettimo con osservazioni sulla origine dei vari magistrati, le relazioni coi principi, le
forze ordinarie e straordinarie di terra e di mare, la ricchezza pubblica ecc. ecc., a cura di G.
Bacco, Vicenza 1856. Per la datazione e l’attribuzione cfr. Cozzı, Una vicenda cit., p.
105; D avis, The Decline cit., pp. 141-142; D el N egro , Forme e istituzioni, cit., p. 412, n.
22, che ipotizza come autore un patrizio veneziano d’etâ matura e proveniente da una casa
«vecchia» o uno, come il «bastardo Canal», che poteva fingere di esserlo.
262 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

zione che in se stessa «il pericolo di sua caduta presenta maggior


probabilitâ»37.
La relazione risulta, insomma, una şorta di «manifesto» della
nobiltâ minuta che solitamente esercitava nell’ambito delle Quarantie,
delle quali vengono tessute le lodi. Estremo interesse acquistano
dunque i diversi giudizi su singoli cittadini o sull’intero ceto rinveni-
bili nell’opera, sui quali vale la pena di soffermarsi.
II cancellier grande «viene preteso da’ Segretarj essere... di gran
dignitâ», ha grandi onori ma anche «qualche incombenza non molto
decorosa» come salire sul «lettorino» in Maggior Consiglio a leggere
le cariche riservate ai patrizi da eleggere «önde non si scordi di esser
nato per servire» (pp. 27-28). Del Cardinal Commendone, nato
cittadino e respinto al concorso di cancelleria, si ricorda un suo moto
di superbia nei confronti del doge in conseguenza del quale «la
Repubblica procurö di ostare dappoi aile promozioni de’ suoi cittadi­
ni e l’opposizione e stata valevole a tener indietro Mons. Ragazzoni e
Mons. Cucina, l’uno e l’altro acclamati da tutta Roma» (pp. 81-82). I
Dieci, se un cittadino e «reo di colpa turpe, come ruberia, espilazio-
ne, malafede, lo castigano blandamente, perche godono veder mac-
chiata di colpe questa condizion di persone che si pretende vıcina alla
nobiltâ, acciö non si aspiri ad avanzar piu oltre» (p. 93). E usuale che
gli Inquisitori di Stato paghino il segretario, cittadinesco, degli amba-
sciatori, affinche agisca da informatore segreto della condotta del
nobile (p. 109). Se le Quarantie hanno per le mani un cittadino che
abbia dimostrato poca osservanza alla nobiltâ minuta «guai a colui,
perche gli fanno scontare anche questo suo genio altiero, e lo riduco-
no ad umiltâ, se non lo fanno disperare per le violenze»; se invece
viene accusato di delitto turpe «facilmente lo scusano, e lievemente il
puniscono, perche stimano buona politica deturpare quest’ordine,
acciö gli altri di questa condizione, che sono per se stessi incontami-
nati, se non possono restar nel loro personale avviliti, abbiano de’ vili
nella loro compagnia» (p. 121). Un lungo paragrafo e dedicato al
modo di controllare l’ordine cittadinesco:
Per tener poi in freno la cittadinanza, che e un ordine di persone mal
affetto al governo, perche prive di libertâ, quantunque non spregiabili per

57 Relazione sull’organizzazione cit., pp. 9, 9, 10, 19, 107, 67-68, 191.


CİH A D IN I E PATRIZI TRA ’6 E 700 263

costumi e per fortune, usa il Governo di avvilirle; e per far ciö adopera uno
stratagemma che sembra difesa ed e oppressione. E statuito per legge che
nessuno possa pretendere d’essere ammesso alla cittadinanza se egli, suo
padre, ed il di lui avo non sieno nati in Venezia, senza aver avuto alcun
esercizio meccanico. Pare a principio che questa legge custodisca la ragione
della civiltâ, ma in effetto apre l’adito a ciascheduno per quanto si voglia
plebeo ed anche forastiero di farsi in tre etâ cittadino, pari in diritto agli
antichi.
Un altro mezzo d’avvilirla e il seguente. Ha il privilegio della Cancelleria
ducale quel fanciullo che nella vacanza del Doge estrae gli elettori. Questo
fanciullo viene prescelto dal piu giovane de’ Consiglieri e per ordinario e
figlio di qualche suo famigliare, e tale che non appartiene il piü delle volte
alla cittadinanza. Chiamato ballottino del doge resta impiegato nella Cancel­
leria Ducale, e progredisce nella segretaria, sicche talvolta arriva ad essere
Segretario degli Inquisitori, come si e verificato in Angelo Nicolosi (p. 166).
Infine, dâ la repubblica ai suoi segretari «considerabili emolumen-
ti, ma anche ad essi in modo che non sieno mai sicuri della perpetui-
tâ. La soggezione grandissima che aveano pero una volta e oggi
dimessa non per cortesia ma per politica», e si osserva come, se fosse
attuata la legge che imponeva le «riballottationi» annuali dei segretari,
molti verrebbero scartati per insufficienza (p. 172).
Non e certo una coincidenza che in tutti questi passi si parli dei
cittadini solo per denunciare la loro superbia, il loro voler essere
«condizion di persone che si pretende vicina alla nobiltâ», sottoli-
neando le misure che vengono attuate - o che solo si immagina,
auspicandole, vengano intraprese - per «avvilirli» e per ricordare loro
«di esser nati per servire». La Relazione offre insomma una dimostra-
zione forse a tinte un po’ cariche ma certamente verosimile del
sentimento che la nobiltâ minöre, specialmente delle case «vecchie»,
nutriva nei confronti dei cittadini, un sentimento forse inasprito dalla
considerazione che politicamente ed economicamente i «grandi», la
nobiltâ maggiore, prendevano lentamente ma inesorabilmente posses-
so dello stato.
Significativa, pur con la prudenza necessaria nel trarre un indizio
dal silenzio, e la mancanza di ogni riferimento al potere «extra-costi-
tuzionale» dei segretari, massime quelli dei Dieci, un argomento che
aveva invece contraddistinto l’azione politica di Renier Zeno in occa-
sione della correzione dei Dieci del 1628, con la quale la Relazione ha
molti accenni in comune. Forse l’anonimo relatore non voleva ricono-
scere quella posizione privilegiata concessa ad individui di stato
264 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

inferiore, forse - e questa appare l’ipotesi piü probabile - quella


posizione privilegiata non sussisteva piû, era stata ridimensionata
dalla riforma della fine degli anni ’20 dalla quale il ceto dei cittadini
era uscito come «spuntato» ed i suoi segretari non apparivano piü,
anche agli sguardi astiosi dei nobili poveri, un pericolo concreto.
E solo apparentemente contraddittorio che il problema dell’in-
fluenza dei segretari su patrizi anche autorevoli, assente laddove
sembrerebbe logico trovarlo, vale a dire nelle rimostranze di un
nobile «quarantiotto», sia invece presente negli altri due şeritti sopra
esaminati nei quali rappresenta l’unico spunto che spinge a nominare
i cittadini. I «grandi», dei quali sia il Della Repubblica Veneta che
1’Opinione, chiunque fossero gli autori, esprimevano il punto di vista,
persistevano nella visione contariniana che voleva la societâ veneziana
divisa in nobili e plebei, nella quale i cittadini esistevano unicamente
in quanto singoli di cui si riconosceva l’ascendente che potevano
avere su patrizi anche importanti, di cui si apprezzavano le capacitâ, e
quindi implicitamente se ne sottolineava l’«organicitâ» aile istituzioni
patrizie, ma esplicitamente si passava sotto silenzio la loro presenza
come ordine, come ceto preciso e delineato.
Tra la fine della guerra di Candia e la conquista della Morea
diverse deserizioni della cittâ e dell’organizzazione dello stato affian-
carono YOpinione pseudo-sarpiana e la relazione attribuita al Della
Torre e propagandarono in tutta Europa la complessa realtâ della
Venezia seicentesca contribuendo a mutare il suo significato politico
ideale38. Si tratta per lo piû di relazioni composte da diplomatici,
redatte per motivi di servizio o per intenti apertamente letterari,
confidando sul grande richiamo che esercitavano la storia e la realtâ
della repubblica marciana nell’Europa del Seicento39. Le unisce, pur

38 Sull’«idea» di Venezia nel Seicento cfr. l’importante lavoro di W.J. Bouwsma


riassunto in Yenice and the Political Education o f Europe, in Renaissance Yenice, cit., pp.
445-466, al quale peraltro sono da affiancare le pagine di G aeta, Yenezia cit., pp. 478-494
e sulla cui tesi di fondo importanti sono le osservazioni di R. Pecchioli nella recensione a
W.J. Bouwsma, Yenice and the D ef ense of Republican Liberty. Renaissance Yalues in the
Age of Conter Reformation, Berkeley and Los Angeles 1968, in «Studi veneziani», XIII
(1971), pp. 693-708, e l’introduzione di Cesare Vasoli all’edizione italiana di quest’opera
(Bologna 1977).
39 Cfr. A. Segarizzi, Le «Relazioni» di Yenezia dei rappresentanti esteri, in «Atti del
Reale Istituto Veneto di scienze, lettere ed arti», 81 (1921-22), parte II, pp. 107-167; I.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 265

nella piü varia diversitâ dei punti di partenza e nella difformitâ delle
tesi sostenute, la comune propensione - determinata proprio dall’idea
che il segreto della fama di Venezia fosse celato ad uno sguardo
superficiale - ad analizzare in modo «funzionalistico» la prassi politi-
ca e la realtâ sociale della Serenissima. Alcune di queste öpere
contengono osservazioni sull’ordine dei cittadini, qualcuna singolar-
mente acuta, altre manifestamente superficiali; tutte, comunque, con-
sentono di allargare la visione sul ceto cittadinesco del secondo ’600.
La cosa che sopr’ogni altra colpiva l’immaginazione dei visitatori
stranieri a Venezia riguardo ai cittadini era senza dubbio il fatto che
indossassero pubblicamente la stessa lunga veste nera dei patrizi. E
impossibile distinguerli, annotava l’ambasciatore francese La Haye nel
suo La politique çivile et militaire des Venitiens, se non per lo sguardo
piû sottomesso dei cittadini:
ils vont vestus de la mesme façon, et n’ont rien plus les uns que les autres. II
est vray que quand on a pratique la Noblesse, et qu’on connoist l’esprit et la
genie qui les possede, on en fait aisement le discernement. Les Citadins
n’ont pas la teste si elevee, ny le front si decouvert; leur contenance n’est pas
si libre, ils ont la veu'i un peu plus basse, et saluent avec plus de somission40.

L’attenzione che questi osservatori prestavano nel collocare gerar-


chicamente i cittadini nella societâ d ’ordini veneziana testimonia la
difficoltâ che essi incontravano nell’individuare la loro posizione
sociale a causa della singolaritâ del loro stato. Monsieur La Haye li
collocava «apres les Nobles avant que parler de l’Estat de Terre-fer-
me, et â cause qu’ils se disent aussi du nombre, s’appellans Nobles
Citadins» e prima del popolo di cui erano «les premiers». Si soffer-
mava poi sul perche i patrizi avessero loro concesso dai tempi antichi
di indossare lo stesso loro abito ed individuava tre ragioni: «pour les
attirer davantage â eux, et leur faire souffrir avec plus de quietude le
joug severe et l’empire absolu du Senat», per nascondere agli stranieri
il numero vero dei nobili, e la terza ragione, infine:
la derniere, que ie croy la pluis forte, est pur se cacher pour ainsi dire parmy
la foule, et ne donner pas de prise si ouverte et si asseuree contr’eux, â qui

Raulich , Una relazione del marchese di Bedmar sui Veneziani, in «Archivio veneto»,
nuova serie, 16 (1898), pp. 5-32.
■,0 A Paris 1668, p. 53
266 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

entreprendroit de les exterminer; veu que si on ne les attaquoit qu’a la seule


marque de leurs vestements, l’on enveloperoit dans la mesme mine, le
Citoyen et le Noble: chose qui deviendroit impossible, veu le grand nombre
des uns et des autres; et ainsi ces Citadins sont comme les Bouchiers dont la
Noblesse se couvre41.

Non era comune, all’epoca, dichiarare la fonte delle proprie


informazioni, cosı le medesime idee circolano in tutti questi testi in
un continuo rincorrersi di prestiti e citazioni. II motivo sopra riporta-
to, ad esempio, ritorna in una Relazione della cittâ e republica di
Venetia del 1672:
Portano anche le vesti ordinarie di panno li Segretarij, avvocati, medici e
notarij, questa permissione fu data con valide ragioni, prima perche non
fosse facilmente notato â quei tempi il poco numero dei nobili cosa pericolo-
sa in uno Stato Aristocratico, dove si trova avanzar di gran lunga la plebe, la
quale e una bestia, che si dene a freno solamente con la forza, e s’inferocisce
quando vede la debolezza di chi la comanda42.

Generalmente riconosciute erano l’onorevolezza e la rilevanza


sociale ed economica di tante casate cittadinesche. «Ils sont riches et
menagers, ils ne font et n ’exercent aucun mestier, mais seulement se
font portionnaires avec les trafiquans en gros» annotava il La Haye43;
li descrive come «persone Çivili per sangue per letture e per ricchez-
ze» l’ignoto relatore edito nel 167244; «parmy ces gentilshommes il y
en ait un assez grand nombre, qui ne cederaient pas aux meilleures
maisons des Nobles Venitiens, en naissance et en richesses, s’ils
vivaient hors des terres de la Republique», li definisce Saint Didier,
un altro diplomatico che soggiornö a Venezia tra 1672 e 167445. II
prestigio sociale, la «nobiltâ» dei cittadini risalta abbastanza diffusa-
mente in queste descrizioni ad opera di diplomatici forestieri; tenen-
do conto che, anche se ripetutamente vietati dalla legge, i contatti tra

41 Ibidem.
42 In Colonia, Appresso Pietro del Martello, 1672, pp. 26-27. La prima edizione di
quest’opera era veneziana e risaliva al 1670 con il titolo Discorso Aristocratico sopra il
Governo de’ Signori Verıetiani come si portano con Dio, con Sudditi, e con Prencipi, cfr. M.
Zanetto, Encomi, sotterfugi, silenzi. Un discorso aristocratico nella Venezia del secondo
Seicento, in «Studi Veneziani», 14 (1987), pp. 323-341.
43 La H aye, La politique cit., p. 53.
44 Relatione cit., p. 27.
45 Saint D idier , La ville cit., p. 151.
CITTADINI E PATRIZI TRA '6 E 700 267

i rappresentanti esteri e il personale di cancelleria erano comunque


frequenti non e una forzatura supporre che questi pareri fossero in
qualche modo frutto dei sentimenti, degli umori provenienti dalla
fascia dei «primi» fra i cittadini, quelli di cancelleria.
II Saint Didier si spingeva un po’ avanti sulla strada dell’analisi
sociale:
La republique honore beaucoup, ou du moins, elle fait semblant d’hono-
rer les vrays Citadins; soit pour leur rendre leur sujetion moins dure; soit
parce qu’etant plus modestes, que n’est ordinairement la Noblesse Venitien-
ne, ils sont beaucoup plus aimez du peuple4647

indagando non solo quanto appariva dalla prassi di governo ma anche


lo scopo, l’effetto delle azioni della classe dirigente veneziana. Aveva
seguito questo metodo di osservazione con risultati di rilievo un altro
diplomatico francese, Nicolas Amelot de la Houssaye, che compose
un’Histoire du gouvernement de Yenise pubblicata a Parigi nel 1676 e
presto tradotta in inglese ed olandese. II filtro attraverso cui venivano
osservate le istituzioni repubblicane era il «machiavellismo» della sua
classe dirigente, la sua capacitâ di mascherare le intenzioni e di
perseguire artatamente i propri fini con il mezzo piu conveniente, la
predisposizione a «mercanteggiare» ogni cosa, dal titolo nobiliare agli
uffici pubblici all’appoggio politico nella «fiera» del broglio4'.
Le osservazioni di Amelot de la Houssaie sul corpo dei cittadini
risentono in qualche punto della lettura dei testi sopra citati:
La loy permet aussi aux Nobles de se marier avec des Citadines, pour
fortifier le parti de la Noblesse contre le menü peuple, au cas qu’il lui prist
envie de se solever contre les Nobles, qui bien loin de communiquer par lâ
leur puissance, l’afermissent au contraire par l’atachement des Citadins qui
font un corp capable avec celui de la Noblesse, de resister â la multitude de
la populace. C’est aussi un moyen que les Nobles qui sont pauvres ont de se

46 Ibidem, p. 153. Sulla descrizione del Saint Didier cfr. U. Tuccı, Vita economica a
Venezia nel primo ’600, relazione a Galileo e la cultura veneziana, convegno di studio
presso l’Istituto Veneto di Scienze, Lettere ed Arti, Venezia 18-20 giugno 1992.
47 Op. cit. La smania di caricare l’atteggiamento «mercantile» della classe politica
veneziana porta Amelot ad affermare che per sostenere le spese di guerra «Le Senat vend
pareillement la Cittadinanza, c’est a dire, la bourgeoisie aux etrangers», pp. 121-122, cosa
assolutamente falsa se si considera per cittadinanza quella originaria e accusa abbastanza
interessante, sebbene da fonte sospetta, se riferentesi ad espisodi di corruzione per
ottenere la cittadinanza «per privilegio».
268 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

marier avantageusement, n’y aiant point de riche Citadin qui ne soit tres-aise
de s’aillier avec un Noble Venitien, veu qu’il en revient de l’honneur et de la
protection â toute sa famille.

Piû interessante e un altro passo delYHistoire in cui l’autore


annota, come fara dopo qualche anno Saint Didier, l’atteggiamento
ufficiale verso il ceto cittadinesco:
Le Senat en use avec les Citadins d’une maniere, qu’ils en sont, ou de
moins en paroissent tres contents. Car il les distingue du reste du peuple par
des privileges des exemptions et des emplois considerables, se servant d’eux
par les Residences et par les Secretariats de tous les Counseils, et de toutes
les Ambassades. Par oîı ils semblent etre egalez en quelque façon aux
Nobles, et preferez aux gentilshommes de terre ferme, qui en sont exclus.
Outre qu’ils ont part aux eveschez de l’Etat, â l’exception de sept ou huit
qui doivent estre remplis par les Nobles, avec qui ils ont encore cela de
commun, de ne pouvoir jamais estre condamnez au galeres pur quelque
erime que ce soit48.

3. II ridimensionamerıto seicentesco del ruolo dei cittadini originari

Poiche la maggior parte di queste öpere si rivolgeva ad una platea


non veneziana, in molte di esse il ceto dei cittadini era deseritto in
termini tali da permettere la comprensione della sua posizione sociale
anehe a lettori ehe ignoravano l’articolazione della societâ lagunare.
Cosı La Haye, ehe püre indicava i cittadini come i «premiers du
Peuple», ricorreva per descriverli ad un termine ehe evidentemente
doveva risultare chiaro al pubblico transalpino: (le Citadin) «c’est ce
que nous appellons bourgeois»49.
Questa idea della cittadinanza come «borghesia» della Venezia
repubblicana, ehe si ritrova qua e lâ in öpere del tempo ma anehe in
studi recenti, nasce o dall’esigenza di semplificare, come nel caso di
La Haye, oppure dall’osservazione ehe le categorie socio-professionali
ehe componevano questo ceto erano quelle «borghesi», senza tenere
quindi in debito conto l’origine storico-giuridica del termine «cittadi-

48 Ibidem, pp. 42, 87.


49 L a H aye, Avant-Propos de La politique cit., pp. non numerate.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 269

no». Esemplare di questo procedimento descrittivo e Amelot de la


Houssaie, il quale correttamente scrive:
Le corps des citadins comprend les Secretaires de la Republique, les
avocats, les notaires, les medecins, les marchands de soie et de drap, et les
verriers de Muran303124,

generando perö l’equivoco che costoro venissero considerati cittadini


solo in virtu della loro professione çivile - che püre era uno dei
connotati principali di questo stato - e non in forza della loro
«discendenza originaria», quel requisito-base che come si e visto
veniva richiesto dagli Avogadori per riconoscere la fedeltâ del cittadi-
no e della sua famiglia alla cittâ51. Una volta assunta la categoria
professionale come punto di partenza dell’analisi della stratificazione
sociale, la semplificazione diventava inevitabile: «la Cittadinanza, c’est
â dire la bourgeoisie...»52. Leopoldo Curti, che scrisse le sue Memoires
historiques et politiques sur la Republique de Venise a ridosso della
rivoluzione francese, parlö di un «second ordre ou de la bourgeoisie»,
arrivando addirittura a coniare il termine «bourgeoisie originaire»53.
Nel corso della nostra esposizione si e sempre fatto ricorso, per
indicare il ceto cittadinesco, al termine «ordine», sia perche utilizzato
dagli autori che con maggiore acutezza seppero descriverne il ruolo54,
sia perche il concetto di ordine sociale cosı come e stato affinato nella
storiografia degli ultimi trent’anni - vale a dire: «strato sociale
fondato su una considerazione sociale largamente indipendente dal
ruolo economico»55 - ci e sembrato lo strumento piu adatto per

30 Amelot de la H oussaie , Histoire cit., p. 44.


31 Cfr. supra, cap. II, p. 63.
32 Amelot de la H oussaie , Histoire cit., p. 122.
33 Si utilizza l’edizione Paris 1802, perche piü corretta; l’opera fu redatta nel 1792, le
citazioni sono aile pp. 167 e 170. Sulla valenza dei termini «cittadinanza» e «bourgeoisie»
nella Toscana settecentesca cfr. M. Verga , Da «cittadini» a «nobili». Lotta politica e
riforma delle istituzioni nella Toscana di Francesco Stefano, Milano 1990, pp. 257-272.
34 Cfr. cap. I, pp. 55 e sgg.
33 E. Rotelli , La struttura sociale nell’itinerario storiografico di Roland Mousnier, in
R. M ousnier , Le gerarchie sociali dal 1450 ai nostri giorni, a cura di E. Rotelli , Milano
1971, p. XLVIII; oltre a questo di M ousnier , fondamentale e L. Sto n e , Social Mobility
in England, 1500-1700, in «Past and Present», 25 (1966), pp. 16-55; un ottimo riepilogo
della questione storiografica e R. Sablonier , Les mobilites sociales: esquisse d’une proble-
matique, in Gerarchie economiche cit., pp. 599-610.
270 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

interpretare la complessitâ dei rapporti associativi nella Venezia re-


pubblicana.
Questo diffondersi, a partire da alcune öpere storico-descrittive
seicentesche, di una terminologia che invece faceva riferimento a
categorie economiche, introduce un problema di fondo la cui disqui-
sizione permette di compendiare le conclusioni a cui e giunto questo
studio. Alla fine del XVII secolo i cittadini originari erano ancora un
ordine? Come era cambiato il loro ruolo nella societâ veneziana
rispetto a quando, nel 1569, conclusero quel lungo processo, quasi
un’altra serrata dopo quella patrizia, che li porto ad occupare una
posizione di privilegio nell’amministrazione e nella societâ della Sere-
nissima?
Per rispondere al primo interrogativo e necessario considerare in
quali categorie, in quali gruppi la societâ veneziana del ’600 fosse
articolata. Non si tratta qui di forzare quella realtâ, che evidentemen-
te conservava una certa elasticitâ nel considerare le proprie gerarchie
interne, tanto meno puö essere produttivo applicare a una comunitâ
preindustriale categorie di pensiero e schemi interpretativi frutto della
nostra dimensione sociale. Quanto ci apprestiamo a fare nasce da
un’esigenza molto piu pratica di concettualizzazione, la necessitâ, che
affiora continuamente nell’esercizio della ricostruzione storiografica,
di creare dei concetti, dei «modelli» che consentano di confrontare
fasi o realtâ storiche differenti allo scopo di cogliere meglio gli
elementi di trasformazione e le cause alla base delle modificazioni
storiche.
Se si assume come principio-guida di questa analisi la gerarchia
economica, e fuori dubbio che nella Serenissima del XVII secolo vi
fossero profonde distinzioni sociali determinate dalle differenti capa-
citâ economiche e risorse patrimoniali dei singoli individui e delle
diverse famiglie. Un ricco mercante era conosciuto, stimato, frequen-
tato dai soggetti piu rispettati e potenti della cittâ con cui stringeva
affari, frequentava luoghi di ritrovo e ai quali spesso si legava con
vincoli di parentela in virtu di matrimoni alla base dei quali stava la
cospicuitâ della dote che egli poteva offrire. In questo senso si puö
dire che esistesse una «societâ dei ricchi», come esistevano un ceto
medio e una larga fascia di popolazione che viveva in prossimitâ della
soglia della sussistenza. E anche vero che molti degli individui piû
potenti finanziariamente erano patrizi, perö la loro ricchezza non
CITTADINI E PATRIZI TRA '6 E 700 271

dipendeva dal loro stato sociale, cosı come questo non dipendeva da
quella. La via che dalla ricchezza conduceva al titolo nobiliare rimase
aperta a Venezia solo fra 1646 e 1718 quando 127 case furono
ammesse a sedere in Maggior Consiglio dietro l’esborso di una forte
somma, 100.000 ducati, altrimenti la nobiltâ rimase un titolo trasmis-
sibile solo di padre in figlio. E pur vero che dalla possibilitâ di sedere
in Maggior Consiglio e di esercitare un ruolo esecutivo nel governo
dello stato provenivano diversi vantaggi, a volte cospicui, per la
propria attivitâ economica, pero ciö non significava che l’essere nobile
consentisse a tutti di diventare ricchi, o anche solo benestanti, ne
sono la riprova la gran massa di nobili poveri che sempre piü dal
secondo ’500 assiepö i banchi delle assemblee patrizie e le sempre piü
profonde divisioni all’interno del corpo nobiliare causate dalle dispa-
ritâ finanziarie.
Le differenze di tipo economico potevano essere considerevoli
anche tra i cittadini originari; venticinque di loro, come vedremo,
poterono disporre dal 1646 della cifra che consentiva di essere
aggregati alla nobiltâ mentre un numero certamente maggiore versava
in condizioni decisamente peggiori. Si pensi all’attenzione che le leggi
che riservarono ai cittadini alcuni settori delTamministrazione statale
riposero nel distribuire i posti pubblici tra un numero il piü possibile
allargato di cittadini di cui non si tacevano le condizioni non certo
fiorenti56, oppure si tenga presente quanto e apparso nel settore degli
uffici di Quarantia, dove numerosi uffici non garantivano un salario ai
limiti della sussistenza.
La stratificazione economica tagliava dunque orizzontalmente la
societâ veneziana ed intersecava le suddivisioni verticali a carattere
giuridico o relative al diverso grado di partecipazione all’esercizio dei
poteri pubblici. Poche cose a riguardo cambiarono nel secondo ’600
rispetto al secolo precedente. Se si considera ad esempio come
categoria d ’analisi della ripartizione sociale il potere, non v’e dubbio
che la societâ veneziana lungo il mezzo millennio della repubblica
aristocratica rimase nettamente divisa fra nobili e resto della popola-
zione; il fatto che sia il filone mitografico cinquecentesco, sia gli

56 La legge 3 luglio 1569, ad esempio, iniziava: «£ tale et multiplica ogni dî la povertâ


grande deli fidelissimi cittadini di questa cittâ...», ASV, Maggior Consiglio, Deliberazioni,
reg. 29, c. 45r.
272 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

şeritti della nobiltâ maggiore del secondo ’600 assumessero questa


divisione come l’unica esistente, indica come essa fosse funzionale a
riconoscere e riaffermare la supremazia politica del patriziato. Se poi
si considerano altri aspetti delle relazioni tra l’individuo e lo stato, la
posizione fiscale del singolo ad esempio o i suoi diritti commerciali, si
puö osservare come Venezia avesse conservato ancora nel XVII
secolo numerosi caratteri tipici di uno stato regionale nel quale la
prima diseriminazione esistente era tra i cittadini e gli abitanti del
contado'''.
Tutte queste suddivisioni concorrono a spiegare la realtâ della
societâ veneziana del ’600 perö nessuna la ritrae esaustivamente,
nessuna riesce a cogliere la complessitâ dei rapporti tra i gruppi
sociali. 11 punto d’osservazione deve essere infatti un altro, come
emerge chiaramente da un passo dell’opera forse piu accurata ed
imparziale - per quanto ciö potesse essere possibile ad un patrizio -
fra quante nella seconda meta del XVII secolo deserissero le istituzio-
ni veneziane, YHistoricı del Governo arıtico e presente della Repubblica
di Venetia di Zuan Antonio Muazzo:
Se bene Cittadino e un nome generico, ehe inelude distintione dal
forestiero, et abbraccia tutti quelli ehe vivendo in commune delle leggi
compongono la cittâ, secondo perö il nostro parlar usitato si specifica ad una
particolar conditione di persone, mentre in Venetia si considerano tre ordini:
Nobili, Cittadini e Popolani. Li Cittadini, ehe appresso di noi passano
propriamente sotto questo nome sono quelli, ehe oltre l’antica origine da
veneti, menano vita çivile e sono capaci di alcuni offitij e ministerj a questo
ordine solamente riservati, trâ quali li piu rigguardevoli sono la Cancelleria
Ducale, li notariati dell’Avogaria, e molti altri. Questi comunemente si
dicono Cittadini Originarij5758.

57 Sul sistema fiscale veneto cfr. M. K napton , II fisco nello Stato veneziano di
Terraferma tra ’300 e ’500 e G. G ullino , Considerazioni sull’evoluzione del sistema fiscale
veneto tra il X VI e il XVIII secolo, entrambi in G. Borelli-P. L anaro-F. Vecchiato (a
cura di), II sistema fiscale veneto. Problemi e aspetti: XV-XVIII secolo, Verona 1982, pp.
15-57, 59-91; P ezzolo , L'oro dello Stato cit..
58 M uazzo, Historia cit., pp. 87-88. Sul Muazzo, nato a Candia nel 1621 e impiegato
per 47 anni delle Quarantie, cfr. A. L ombardo, Storia e ordinamenti delle magistrature
veneziane in un manoseritto inedito del sec. XVII, in Studi in onore di Riccardo Pilangieri,
Napoli 1959, II, pp. 619-688, ehe riporta in calce il primo capitolo delVHistoria', M.
F oscarini, Della letteratura veneziana ed altri şeritti intorno ad essa, Venezia 1854, p. 352,
n. 3; C icogna , Delle inserizioni veneziane cit., II, pp. 390-394. Nessuno di questi autori
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 273

«Civiltâ» ed «onorevolezza», questi, si ricordi, gli attributi che


guidavano l’esame degli Avogadori di Comun e che ritornano specu-
larmente nella descrizione del Muazzo. E la scala dello «statuto
sociale», vale a dire «le differenze di considerazione sociale, di
dignitâ, di rango, di onore, di prestigio tra gli individui e i gruppi
sociali (famiglie, corpi, collegi, comunitâ) e il riconoscimento recipro-
co di tali differenze»51' la prima e piû importante categoria che
sovrintendeva alla differenziazione sociale nella Venezia d’epoca mo-
derna e che consente di affermare che i cittadini erano ancora nel
XVII secolo, secondo le parole del Muazzo, un ordine.
Una conferma di ciö viene dall’osservazione di uno dei momenti
piû significativi della vita pubblica veneziana, quello della ritualitâ
çivile, cosı importante e ricca di significati da suggerire ad Edward
Muir, il principale studioso della storia e della simbologia rituali
veneziane, la bella espressione di una Venezia rinascimentale «Repub-
blica di processioni»*5960. L’occasione in cui il rito civico dimostrava piû
chiaramente il proprio significato di riproposizione dell’ideologia
aristocratica e la propria funzione di controllo del consenso e di
mantenimento della coesione sociale era data dalla processione duca-
le, una complessa cerimonia che a fine ’500 veniva riproposta anche
sedici volte all’anno in occasione di feste religiose, ricorrenze çivili o
manifestazioni particolari quali l’arrivo di personaggi famosi o la
celebrazione di avvenimenti bellici. L’importanza della processione
ducale sta nella posizione che i rappresentanti dei diversi ceti della
cittâ vi occupavano. Questa disposizione si defini progressivamente
tra Due e Seicento: nel XIII secolo, infatti, il doge apriva il corteo ed
era seguito dai nobili e i cittadini, mentre dal XVI secolo in poi il
ceto cittadinesco venne preposto al doge: aprivano la fila i «comanda-
dori», seguivano gli scudieri e i camerieri del doge, venivano quindi i
funzionari e i capitani delle carceri, i gastaldi del doge, i funzionari
del Maggior Consiglio, i segretari di cancelleria, i cancellieri inferiori
e infine il cancellier grande che precedeva il doge, dietro al quale

avanza una datazione dell’opera, certamente composta dopo il 1 gennaio 1673 perche si
accenna alla legge delle «cento grazie».
59 M ousnier, Le gerarchie sociali cit., p. 7.
60 E il titolo del V capitolo di E . M u ir , ll rituale civico a Venezia nel Rinascimento,
Roma 1984. Cfr. anche Casini, Realtâ e simboli cit., pp. 242 e sgg.
274 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

seguivano gli ambasciatori, quindi tutte le piu importanti cariche


patrizie in ordine decrescente.
II significato, evidente, della disposizione era quello di riprodurre
concretamente la struttura dello stato patrizio, a cominciare dai
funzionari di minör importanza per i quali era necessario unicamente
essere nati a Venezia, proseguendo con tutta la gerarchia cittadinesca
che culminava con il cancellier grande e, dopo il doge, con quella
patrizia. Ogni ceto aveva una sua posizione razionale, ripartita gerar-
chicamente al proprio interno, per cui risultavano assolutamente e
rassicuratamente chiari i rapporti e le distanze tra i diversi gruppi
sociali.
Due ordini di problemi sorgono osservando questa complessa
disposizione rituale: vi era un motivo, un senso nella posizione dei
cittadini, disposti davanti al doge e ai nobili? In secondo luogo, come
mai in questa riproposizione della costituzione veneziana non avevano
un ruolo le categorie professionali, le arti, le Scuole, le altre organiz-
zazioni associative veneziane?
Amelot de la Houssaie e l’unico, salvo errori, ad avanzare un’ipo-
tesi, articolata in tre punti, a spiegazione di quest’ordine ascendente-
discendente: «montrer que les Nobles et les Citadins ne doivent pas
se mesurer egalement les uns avec les autres», mettere in risalto che il
cancellier grande non era «l’homme du peuple quoyqu’il soit populai-
re, mais le ministre et l’officier de la Noblesse», infine «designer le
concert et l’accord de toutes les partes dans le gouvernement»61. La
seconda osservazione, si e visto, ricorreva in molti şeritti e doveva
certamente contenere una parte di veritâ, la terza sembra piu una
spiegazione della presenza di tutti i ceti, non della loro disposizione,
la prima e invece una riflessione piü interessante. Se i ceti cittadini
avessero partecipato secondo un assetto piü aderente alla realtâ, con i
nobili in coda o in testa, in base ad un semplice sehema ascendente, o
discendente, sarebbe apparsa a tutti provocatoriamente chiara la
posizione di predominio dell’aristocrazia. Da evento rappresentatıvo
dell’unitâ di tutta la popolazione e del suo attaccamento allo stato
marciano la processione si sarebbe trasformata in una manifestazione
della supremazia nobiliare, risehiando di fungere da evento catalizza-

61 A melot de la H oussaie , H istoire cit., p. 89.


CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 275

töre del malcontento degli altri ceti nei confronti del patriziato.
Piü complessa, ma sulla stessa linea interpretativa, e la risposta al
secondo interrogativo. L’idea che veniva trasmessa era che Venezia, la
cittâ originariamente libera e sovrana, non consistesse tanto nella sua
popolazione, nella sua multiforme realtâ sociale, quanto nella repub-
blica, nello stato, nella sua architettura istituzionale esplicitata dall’ar-
ticolazione della sua burocrazia. Disporre i differenti ceti secondo la
reale gerarchia sociale avrebbe quindi significato spostare quest’im-
magine simbolica chiaramente funzionale alla conservazione della
primazia aristocratica.
In secondo luogo disporre i diversi ceti secondo il loro effettivo
ruolo sociale e non, come avveniva, secondo la loro posizione all’in-
terno dell’amministrazione, sarebbe equivalso, per la particolare fun-
zione della ritualitâ pubblica, a riconoscere apertamente l’esistenza di
piû ordini sociali e in particolare di un «secondo ordine» dopo la
nobiltâ. Anche la «processione ducale» rientrava in quell’atteggiamen-
to, preciso e continuativo a tal punto da poter esser definito un
progetto politico, per cui la classe dirigente patrizia pur avendo dato
vita ad un ben definito ordine sociale con funzioni eminentemente
burocratiche evitö, almeno fino al 1720, di sancirne in maniera
positiva l’esistenza. Le spie di tale progetto sono emerse a piû riprese
nel corso della ricerca: la mancanza di una disposizione legislativa,
fino al 1720, che dichiarasse compiutamente in che cosa consistesse lo
status di cittadino originario, definito unicamente da una serie di
norme che elencavano i requisiti necessari agli originari per ricevere
questo o quel posto pubblico; la scelta di non nominare l’ordine
cittadinesco in norme che püre richiedevano gli stessi requisiti di
civiltâ ed onorevolezza della cittadinanza, come le leggi che regolava-
no i matrimoni dei nobili con donne non patrizie o la legge del 1646
per l’aggregazione al patriziato; la stessa originale struttura dei censi-
menti dove si evitava di utilizzare a fini statistici la comoda stratifica-
zione sociale esistente, utilizzando invece una suddivisione a carattere
esclusivamente professionale; anche il fatto che la prerogativa patrizia
di coprire tutte le cariche di governo, come «scoprı» il Giannotti, non
venne mai dichiarata per statuto aveva la stessa funzione di non
creare una legge, un ordinamento positivo che avrebbe potuto dar
adito a rivendicazioni.
Questo non significa certamente che non fosse unanimamente
276 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

riconosciuta la concreta, effettiva importanza dei cittadini e il loro


ruolo cardine nello stato, non foss’altro perche proprio in virtü della
loro posizione essi venivano a conoscenza dei segreti anche piü
reconditi della politica nobiliare. Si intende qui sostenere che, da
parte patrizia, si cercö di evitare il piü a lungo possibile il riconosci-
mento esterno, giuridico o storiografico, di questa posizione perche
l’esistenza di un «secondo ordine» avrebbe dimostrato esplicitamente
che una parte di cittadini era priva di diritti politici.
Accertato come i cittadini originari fossero a tutti gli effetti un
ordine sociale risulta spontaneo chiedersi se e possibile, per quanto lo
consentono le fonti indagate, individuare quali valori i cittadini.rite-
nessero essere alla base del loro stato sociale, quale fosse la 'loro
«mentalitâ», vale a dire il loro «orientamento dominante quale si
rivela maggiormente all’osservazione in un determinato tempo»62.
II primo di questi valori era espresso dalla locuzione «vivere
çivile», con la quale i cittadini rappresentano il comportamento che
stava alla base della loro presenza nel tessuto sociale della cittâ, e che
riuniva una serie ampia di atteggiamenti a loro volta riassunti dai
termini «civiltâ» ed «onorevolezza». Attraverso la procedura di rico-
noscimento della cittadinanza all’Avogaria di Comun si e analizzato a
fondo il significato di questi due termini. La «civiltâ» consisteva nella
presenza in cittâ da almeno tre generazioni e rappresentava la fedeltâ
che l’individuo e la sua casata portavano verso la comunitâ cittadina.
L’«onorevolezza» era un elemento caratterizzante dai contorni piü
sfumati ma sul quale si fondava la distinzione rispetto al popolo, la
distanza che separava le professioni nelle quali contava la preparazio-
ne scolastica e culturale, l’esercizio intellettuale, dalle «arti meccani-
che» nelle quali si esercitava invece un’attivitâ manuale. La ricchezza
poteva anche essere un sintomo di onorevolezza perö era considerato
onorevole, ad esempio, vivere modestamente di rendita e disonorevo-
le vivere sfarzosamente grazie ad un’attivitâ commerciale al minuto.
L’onorevolezza dipendeva inoltre dai rapporti sociali che si intrattene-
vano, dalle persone che si frequentavano, dal «modello sociale» a cui
si faceva riferimento.
L’onorevolezza assumeva una sfumatura particolare quando la si

62 G. H uppert , II borghese-gentiluomo, Bologna 1978, p. 106.


CİH A D IN I E PATRIZI TRA '6 E ’700 277

riferiva ad un incarico nella pubblica amministrazione; affatto esclusi-


vo era il grado di distinzione che attribuiva il servizio nella cancelleria
ducale. Riflettendo a proposito dei nuovi nobili aggregati dopo il
1646, l’anonimo autore di un pamphlet sulle divisioni del patriziato
cosı osservava: «In questo numero di Nobili nuovi, oltre quelle case
segnalate per altra Nobiltâ (cioe i nobili di terraferma), ... ve ne
saranno una ventina di molto çivili, cosı per origine della loro patria,
come per esercizio della Cancelleria di Venezia»63. E un altro, in altre
occasioni acido, commentatore dell’origine delle famiglie aggregate si
asteneva, di fronte aile famiglie di cancelleria, da ogni commento
spregiativo, annotando, come per i Dölce: «Questi (sono) dell’ordine
della Cancelleria, e per conseguenza buoni ed onorati Cittadini Vene-
ti»64.
II «vivere çivile» in questa duplice accezione era una qualitâ che
non dipendeva unicamente da se stessi ma alla cui determinazione
concorrevano tre gradi di discendenza, di conseguenza il singolo
individuo , sia che portasse a compimento un processo di avanzamen-
to sociale iniziato dall’avo, sia che mantenesse la tradizione familiare
evitando di «degenerar i maggiori», veniva caricato di una responsa-
bilitâ particolare che trascendeva dall’ambito della propria esperienza
e coinvolgeva la storia della propria casata. Questo carattere eredita-
rio del «vivere çivile» risalta bene nella supplica del 1606 di Giacomo
Fabrizi, figlio di un funzionario dell’Avogaria, per il riconoscimento
della cittadinanza originaria propria e dei figli, «alli quali, non haven-
do robba da lassarli, vado procurando che imparino delle virtû ...
acciocche ... possino haver qualche speranza per la benignitâ di
questa Serenissima Repubblica d ’esser suffragati et agiutati nel modo
che si vede quotidianamente suol sovenire alli altri sui poveri cittadini
originari di questa cittâ»65: non potendo trasmettere beni materiali il
Fabrizi si impegnava a far riconoscere lo status di cittadini dei propri
figli ai quali lasciava la propria «civiltâ». I termini della responsabilitâ

63 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 2226 (9205), Distintioni segrete che corrono tra le
casate Nobili di Venezia, c. 44v. Del testo esistono due redazioni, questa e del 1675-76. Per
D el N egro , Forme e istituzioni cit., p. 414, la paternitâ di questo scritto puo essere
ragionevolmente individuata nell’autore della relazione pseudotorriana.
64 BMCC, Mss. P.D., 613 c/IV, Origine delle Famiglie Aggregate Per L ’Offerte Nella
Guerra Di Candia nel 1646, c. 14r.
65 ASV, Avogaria di Comun, b. 366, fasc. 94.
278 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

legata alla trasmissione di questo carattere risaltano bene nella testi-


monianza di un notaio al processetto per la cittadinanza di Marc’An-
tonio Da Pozo, a proposito del quale il teste affermava: «credo che
per non degenerar deldi suoi mazori voglia applicarsi a essercitii et
officii honorati»66.
Elemento indispensabile per sostenere questa condizione çivile era
la preparazione scolastica. Si e visto come tutti i cittadini frequentas-
sero fin dalla piû giovane etâ lezioni private o pubbliche, fossero
seguiti da precettori o, se giâ inseriti nella carriera cancelleresca,
attendessero ai corsi della scuola di San IV^arco. La scuola era
considerata, in queste famiglie onorevoli, piû che un’opportunitâ di
differenziazione sociale, una tappa irrinunciabile di una carriera giâ
prestabilita in base a strategie familiari ben precise. Questo atteggia-
mento risulta evidente soprattutto nelle famiglie di cancelleria i cui
figli entravano ancora adolescenti in posti di grande responsabilitâ
per i quali la preparazione scolastica in ambito familiare era determi-
nante. Frequente e in questi casi l’affermazione che il giovanetto
avesse «atteso agli studi per poter ad imitatione de’ suo antenati servir
nella cancelleria ducale»67.
Quest’ordine di considerazioni ci porta a valutare un secondo
elemento basilare della mentalitâ cittadinesca, la completa identifica-
zione di questi individui, di queste famiglie, con l’idea di servizio, il
loro riconoscersi a fondo nel ruolo di ceto burocratico portante
dell’amministrazione della Serenissima. Questo atteggiamento, piû
sedimentato in famiglie inserite da diverse generazioni nell’apparato
statale rispetto a quelle dedite ad altre attivitâ economiche, e espresso
esemplarmente dalle prime frasi della supplica per la cittadinanza
presentata nel 1615 da Gerolamo Padavin: «11 desiderio del signor
Giovan Battista Padavin secretario dell’eccelso Consiglio dei Dieci,
fratello di me Gerolamo, e che li figli suoi s’impieghino nel pubblico
servitio, servendo questa benignissima et serenissima Repubblica,
essendo questo il fine di tutta la casa nostra»68. Fu questo profondo
attaccamento ad un ideale di servizio diffuso nel ceto cittadinesco il
principale cemento ideologico che permise la straordinaria compat-

66 Ibidem, b. 367, fasc. 32.


67 Un caso per tutti: ibidem, b. 368, fasc. 63.
68 Ibidem, b. 374, fasc. 85.
CITTADINI E PATRIZI TRA '6 E 700 279

tezza della burocrazia marciana, uno degli elementi di maggiore


stabilitâ della repubblica, in questo senso «II merito maggiore della
classe dirigente veneziana era stato, nel corso del Cinquecento, di
aver appuntato i suoi sforzi per rinforzare politicamente ed economi-
camente la classe cittadinesca, la classe, cioe da cui si reclutavano i
membri della burocrazia»6970.
Non bisogna credere, tuttavia, che la vocazione al servizio dei
cittadini fosse ispirata da idealistiche motivazioni morali o spirituali.
Analizzando la struttura del salario del personale di cancelleria e i
metodi di assegnazione degli uffici intermedi si e osservato come i
cittadini considerassero doveroso che la loro retribuzione fosse ade-
guata aile responsabilitâ che sostenevano, anzi la prima immagine che
risalta dall’attivitâ professionale di questi funzionari e quella di un
brulicar continuo di iniziative, contatti e traffici per ottenere una
provvisione, un aumento di stipendio, un ufficio in grazia o un
donativo straordinario. II primo, spesso l’unico motivo per cui questo
ceto burocratico alzava la testa e faceva sentire la propria voce era
insomma di natura economica.
II secondo motivo era invece di carattere strettamente sociale.
«Tre qualitâ di alimenti», scriveva il cancellier grande Domenico
Ballarin nel 1669 a chiusa di una sua scrittura indirizzata ai Dieci,
sostengono il corpo dei funzionari di cancelleria: «Lode, Honore,
Utile»/0. Similmente si era espresso qualche anno prima un patrizio in
un’importante arringa in Maggior Consiglio, durante la quale aveva
ricostruito il processo di formazione dei ceti veneziani quando ai
cittadini erano State affidate «le secretarie et offizij con utile, e con
decoro»71. Accanto al ritorno strettamente economico l’inserimento
organico neU’amministrazione conferiva dunque una posizione di
prestigio nella comunitâ cittadina, un ruolo che in una societâ d ’ordi-
ni significava distinzione rispetto al popolo, ammirazione, considera-
zione, importanza.
In questa ricerca di differenziazione rispetto alla massa popolare i

69 G. Cozzı, La giustizia e la politica nella Venezia Seicentesca (1630-77), in İ dem ,


Repubblica di Venezia cit., p. 188.
70 ASV, Senato, Terra, filza 812, Scrittura del cancellier grande Domenico Ballarin
allegata alla parte 12 giugno 1669.
71 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1908 (9045), 1646, 4 marzo. Renga del NH ser Anzolo
Michiel in opposizione alla Parte di far Nobiltâ nuova, cc. non numerate.
280 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

cittadini originari perseguivano un unico modello referenziale, quello


patrizio. Sebbene il nostro studio si sia interessato all’ordine nella sua
totalitâ e al suo inserimento nell’amministrazione, e la prospettiva
familiare o individuale non sia stata oggetto di ricerca, viene comun-
que spontaneo rilevare come lo «stile di vita» dei cittadini fosse
profondamente influenzato dal modello imitativo rappresentato dal-
l’aristocrazia veneziana. Gli spunti raccolti in questa direzione sono
molteplici, il piu evidente consiste nella politica matrimoniale dei
cittadini, cosı sovente legati a case patrizie attraverso vincoli nuziali.
Le mesalliances con i nobili erano, secondo Amelot de la Houssaie:
un moyen que les Nobles qui sont pauvres ont de se marier avantageuse-
ment, n’y aiant point de riche citadin qui ne soit tres-aise de s’allier avec un
Noble Venitien, veu qu’il en revient de l’honneur et de la protection â toute
sa famillie'2.

Piü esplicito e il Detti gentilhuomini del secondo ordine in Venetia,


un testo anonimo, del secondo ’600, che potendo essere attribuito
senza dubbio ad un cittadino rappresenta uno dei pochissimi şeritti di
parte cittadinesca dedicati alla storia di questo ordine:
Questi (i cittadini) nell’habito, nel modo di vivere, nelle pratiche, nei
costumi, nelle habitationi, nelli parentadi, in tutto con i Patrizi si conforma-
no e le case degli uni, e degPaltri sono ben spesso, in testimonio della
piacevole libertâ di quella Repubblica, o di stretta amicitia o d’affinitâ
congionte7273.

E significativo il contesto in cui questa argomentazione era inseri-


ta: la tesi che l’autore voleva sostenere, tesi assai eloquente come si
dirâ, era la «nobiltâ» del ceto cittadinesco. Questa affermazione cosı

72 Amelot de la Houssaie, Histoire cit., p. 43. Per i nobili, alla base dei legami con
donne di ceto inferiore vi erano invece spesso motivi economici: da una «Notta di
GentiHıuornini li quali hanno preso per mogli cittadine, ö altre persone inferiori dall’anno
1600 fino al giorno presente» di Giovanni di Pietro Foscarini su cui sono elencati 192
matrimoni, risulta che ben 46 d’essi erano con vedove che quindi, presumibilmente,
disponevano di una buona condizione economica; BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 90 (8029).
73 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 27 (7761), cc. 97r-103r. Lo seritto e diviso in due
parti: «Delli gentilhuomini del secondo ordine di Venetia», e «Dell’origine dell’ordine
cittadinesco», si interrompe senza conclusione e sembra dovesse essere, o essere previsto,
molto piü lungo. Una copia del testo e contenuta in BMCC, Mss. Cicogna, 2156, Cronica
di Yamiglie Cittadine Originarie Venete, cc. 127r-138r, traseritto nel 1786 da un originale
composto a piü mani.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 281

categorica delle similitudini tra patrizi e cittadini assume quindi una


particolare valenza ed indica appunto come questo ceto intermedio
tendesse ad uniformarsi in tutte le sue manifestazioni sociali - nel
«modo di vivere, nelle pratiche, nei costumi, nelle habitationi, nelli
parentadi» vale a dire nelle riunioni di famiglia - al patriziato.
Si spiega dunque cosı, considerando sia la mentalitâ che lo stile di
vita dei cittadini, come essi non solo non abbiano rappresentato un
ostacolo aH’egemonia aristocratica ma anzi come la loro presenza sia
stata funzionale al consolidarsi di un regime nobiliare basato sulla
rotazione veloce delle cariche e quindi bisognoso di una burocrazia
efficiente e fedele che costituisse lo scheletro dell’apparato statale e
che rappresentasse un elemento di continuitâ neU’amministrazione.
Tale ruolo all’interno della societâ e dell’amministrazione, come ha
osservato Giuseppe Trebbi, impediva ai cittadini di essere «portatori
di un disegno politico-istituzionale che si discostasse dal modello
dello Stato aristocratico»74.
Non sono stati rinvenuti nel corso della nostra ricerca fatti,
episodi o anche solo stati d ’animo, atmosfere, che dimostrassero una
qualche contrapposizione tra cittadini e nobili. L’unico episodio in
cui i patrizi ravvisarono un potenziale pericolo politico in un’iniziativa
cittadinesca fu la convocazione dell’assemblea dei funzionari di can-
celleria del 1629, un fatto isolato, senza conseguenze e che ebbe
peraltro luogo in relazione non a fattori strutturali ma a questioni
retributive75. Nemmeno in ambito teorico, storico-letterario, al pari di
quanto si e annotato a proposito del periodo rinascimentale, si
conoscono per il XVII secolo testi che avanzino una visione dello
stato, una prospettiva politica cittadinesca diversa da quella patrizia.
Gli unici due testi che affrontino argomenti di carattere generale e
che non siano ricostruzioni biografiche laudative o memorie autobio-
grafiche76, nei quali il ruolo dell’ordine venga trattato esplicitamente,

74 T rebbi, La cancelleria cit., p. 124. Secondo P. Burke, «their ambitions were


satisfied in a number of ways» e quindi la posizione dei cittadini non poteva non essere di
sostegno al regime aristocratico; Venice and Amsterdam. A study o f seventeenth-Century
elites, London 1974, p. 38.
75 Cfr. supra pp. 163-167.
76 Come la "Vita di Antonio Milledonne secretario del conseglio di X. Da altro
segretario scritta di Pietro Darduin, o i Ricordi a se stesso di G.C. Scaramelli, cit., o gli
282 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

sono il sopraccitato Delli gentilhuomini del secondo ordine e una


settecentesca raccolta di notizie intorno a 46 famiglie cittadinesche,
precedute da alcune note sulla storia dell’ordine, che chiameremo
Storla delle famiglie cittadinesche di Venezia11. Nel primo, ampio
spazio e dedicato alla serrata del Maggior Consiglio, con l’intenzione
di dimostrare come fino al termine del XIII secolo molte famiglie
cittadinesche fossero rientrate nella classe nobiliare, nella seconda
viene data molta importanza alla cooptazione, che seguı la guerra di
Chioggia, di trenta famiglie sottolineando che altre trenta vennero
escluse «parte de pochi, e parte ancora da un sol de voti»7778. La
ricostruzione storica compiuta da questi due autori cittadini, pur
andando contro la linea storiografica contariniana e rivendicando al
ceto cittadinesco una propria precisa identitâ sociale frutto di un ben
individuato processo storico segnato dalla «chiusura» aristocratica, al
pari di quanto aveva fatto l’autore dello Squittinio si ferma prima del
momento della rivendicazione di uno spazio politico mantenendo il
livello della recriminazione tutto sul piano dell’onore e del prestigio,
quindi saldamente all’interno dei criteri reggenti la societâ d ’ordini, e
non mettendo mai minimamente in discussione la supremazia nobi­
liare.
Ciö che i due autori, significativamente anonimi, volevano dimo­
strare, e si trattava del punto piu alto della «politica» cittadinesca,
era la «nobiltâ» del loro ceto. Piü esplicitamente l’autore de Dei
gentilhuomi del secondo ordine, sia in riferimento all’analisi del
processo storico di cui venivano ricostruite le tappe:

Quest’ordine adunque di cittadini senz’alcun dubbio e Nobile percioche


essendo Nobili le caggioni, cioe i primi auttori e quelli che formano per lo
piü quest’ordine, e necessario il concludere che anco gli effetti cioe l’ordine
istesso Nobile sia; et benche secondo il parlar del popolazzo in Venetia
Nobili vengano chiamati solamente coloro, che sono capaci del gran consi-

scritti del Milledonne piü volte citati, tutti comunque utili per cogliere i valori e la
mentalitâ dell’ordine.
77 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 341 (8623). Cos'ı la intitola P. e G. Z orzanello (a
cura di), Inventari dei manoscritti delle bibliotecbe d’Italia. Vol. LXXI. Venezia = Marda­
na. Mss. italiani = Classe VII (ntı. 1 = 500), Firenze 1956, pp. 108-109. Questo testo
venne composto certamente dopo il 1725 e probabilmente attorno alla meta del secolo.
78 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 341 (8623), c. 3v.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 283

glio, ııondimeno (questo non) ... apporta pregiudicio alcuno alla nobiltâ di
Cittadini»'9,
sia con riferimento diretto alla nobiltâ di terraferma:

Et se un piciol Gentil huomo di Padova, Trevigi, Bergamo, o d’altri cittâ


soggette a Venetiani viene chiamato Nobile, quanto maggiormente deve darsi
l’istesso titolo a Cittadini della metropoli di queirimpero7980.
Meno direttamente invece l’autore della Storia, che annotava le due
«speciali prerogative» concesse all’ordine: la possibilitâ per le figlie di
cittadini originari di contrarre matrimoni con patrizi, ai quali non erano
ammesse che «figlie di persone nobili»; l’altra «di poter essere aggrega-
ti, quando lo richiedono, con questo solo carattere (cioe la cittadinanza
originaria) al grado di nobiltâ delle cittâ piu cospicue del Veneto Domi-
nio»81.
Questa «seconda nobiltâ» del ceto cittadinesco - si ricordi che La
Haye parlava di «Nobles Cittadins»82 - non venne ovviamente mai
riconosciuta da parte patrizia, anche se un nobile particolare, quel
Marco Trevisan protagonista di un’«eroica» amicizia con un altro genti-
luomo, nella sua biografia del cancellier grande Giovan Battista Ballarin
riconobbe che a Venezia i cittadini non venivano chiamati nobili solo
perche questo titolo ivi contrassegnava il ceto di governo, mentre fuori
Venezia sarebbero stati certamente riconosciuti tali83*.
Considerando questi presupposti non e quindi da stupirsi se le voci
che si raccolgono sullo stato d ’animo di questo gruppo sociale riportino
unicamente giudizi distesi e favorevoli. Per l’autore della relazione co-
nosciuta anche come Discorso aristocratico essi si accontentavano degli
incarichi di segreteria: «cosı aumentando con questi gli honori esteriori,
e le fatiche intrinseche, ne restano serviti, e ringraziati»89. Per Amelot,
attento aile causalitâ sociali, gli appaiono «tres contents. Car il (le
Senat) les distingue du reste du peuple»85 e il Milledonne, che scriveva
negli anni ’80 del Cinquecento, faceva dire ad un suo personaggio:

79 Dei gentilhuomini cit., p. lOOv.


80 Ibidem.
81 Storia delle famiglie cittadinesche cit., p. 7r.
82 La H aye, La politique cit., p. 53.
83 Cozzı, Una vicenda cit., pp. 152-153.
89 Zanetto, «Mito di Venezia» cit., p. 118.
85 Amelot de la H oussaie, Histoire cit., p. 87.
284 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

Venetia ha tre ordini di habitanti, nobili, cittadini e popolo. A questi


tutti e stato proveduto convenientemente secondo la loro conditione, o
vogliamo dire capacitâ, dal che succede che cadauno si contenta dello stato
et essere suo, et non tenta col sturbar la quiete universale di passare piü
oltre,
completando la descrizione idilliaca con la spiegazione che ai nobili
toccavano «uffici di comando» perche erano «nati al governo et al
Dominio»86.
Se la concezione che i cittadini avevano di se stessi in quanto
ordine, la loro mentalitâ e il loro stile di vita fondamentalmente non
cambiarono, se la maniera in cui essi si rapportavano al patriziato e
aile sue istituzioni rimase sostanzialmente inalterata tra il secondo
’500 e gli inizi del 700, tuttavia diversi aspetti del servizio nella
cancelleria e del loro inserimento nelle cariche intermedie dell’ammi-
nistrazione si modificarono in questo periodo, venendo perciö a
cambiare la stessa presenza di quest’ordine nella societâ veneziana e,
in definitiva, il suo ruolo.
II punto di partenza per considerare questa evoluzione e stato
individuato nella doppia correzione del consiglio dei Dieci tra 1577 e
1628 quando, a seguito dell’attacco portato dalla nobiltâ minöre verso
la politica oligarchica dei Dieci e in particolar modo verso i suoi
segretari cittadini che ricoprivano l’incarico a vita, venne deciso di
rendere periodica anche questa carica, per evitare che funzionari non
nobili acquisissero un rilievo istituzionale di gran lunga superiore a
quello della maggioranza dei patrizi. E difficile valutare quali riper-
cussioni abbia avuto questa decisione sulla categoria dei cittadini,
tuttavia a nostro avviso devono essere State considerevoli. Anche se la
posizione di potere dei segretari era venuta creandosi al di fuori delle
norme, anche se il loro ruolo rimase importantissimo cosı come
rimase intatta la funzione, ugualmente politica, dei segretari del
Senato, la riforma che tra 1577 e 1628 ridimensionö il potere dei
Dieci - l’organo che aveva pilotato la crescita istituzionale della
cancelleria - e cancellö l’inamovibilitâ dei suoi segretari significö
certamente la perdita per i cittadini di un parte della loro importanza
sociale.

86 Ragionamento di doi gentilhuomini cit., p. 3r.


CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 285

Attorno alla meta del secolo un secondo avvenimento doveva


costituire un’importante cesura nella plurisecolare stabilitâ nelle strut-
ture della societâ d ’ordini veneziana. 11 crescere vertiginoso delle
uscite statali provocato dallo scoppio del conflitto con la Sublime
Porta porto l’aristocrazia a considerare se conferire il titolo patrizio,
dopo oltre due secoli e mezzo dall’ultima cooptazione, ad alcuni
cittadini che si erano offerti di donare un sostanzioso contributo a
sollievo delle casse erariali. II dibattito che si sviluppö in Maggior
Consiglio e le conseguenze della decisione presa dall’assemblea patri-
zia toccarono da vicino il ruolo sociale dei cittadini originari.
Le «renghe» dei patrizi Giacomo Marcello e Anzolo Michiel in
Maggior Consiglio il 4 marzo 1646 in relazione alla proposta di
cooptare cinque famiglie per 60.000 ducati ognuna, come e stato
messo in risalto da un recente saggio87 sono documenti di elevato
interesse che testimoniano la concezione che di se - e dei rapporti
con gli altri ceti - aveva il patriziato seicentesco. 11 Marcello, favore-
vole all’operazione, assegnava un valore decisivo alla conservazione di
Creta, «antemurale robusto del Cristianesimo». La sua preoccupazio-
ne, o per meglio dire l’argomento principale al quale egli si appoggiö
per convincere l’uditorio, era il confronto con i «Maggiori», gli
antenati, che avevano conquistato e difeso il «dominio da mar» per la
cui salvaguardia i patrizi avevano il dövere di far ricorso a qualsiasi
mezzo, compresa l’aggregazione di nuove famiglie, un sistema che
oltretutto offriva il vantaggio «di ampliar il catalogo de Patrizj, giâ di
tanto tempo da varj casi ristretti»88.
Opposta l’opinione del Michiel, per il quale la nobiltâ non si
poteva «prostituir â prezzo limitato, â vilissime genti che lo deside-
ra»89. Per Michiel era meno importante perdere l’isola che la reputa-
zione, «cento regni non val una sola volta la reputation», e accondi-
scendere a vendere il titolo patrizio avrebbe significato la perdita
della stima ed il disprezzo dei due «gruppi di riferimento»90 del

87 D. Raines , Pouvoir ou privileges nobiliaire? Le dilemme du patriciat venitien face


aux agregations du XVII' siecle, in «Annales ESC», 46, 4 (Juillet-Août 1991, pp. 827-847.
88 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1908 (9045), cc. non numerate. Un’altra versione, non
dissimile, del discorso del Marcello e in A ndrea Valier , Historia della guerra di Candia,
In Venetia 1679, pp. 74-81.
89 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1908 (9045), cc. non numerate.
90 Raines , Pouvoir cit., p. 836.
286 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

patriziato: la nobiltâ di terraferma e quella europea. Molto interessan-


te e la sua ricostruzione del processo di formazione degli ordini
sociali iniziato con la serrata:
Era necessario fermar ogn’uno contento nel suo stato. I nobili ebbero il
governo con i travagli. Li cittadini le secretarie et offizj con utile, e con
decoro. Cosı si acquietö in quel stato presente con infinita prudenza li animi
di quelli, che non potevan tutti venir in questo luogo (cioe in Consiglio).
Una sola volta dopo questi fatti si era «riaperto il sigillo», al
tempo della guerra di Chioggia, ma con cosı «salubre temperamento»
che quelli che vennero ammessi alla nobiltâ rinfrancarono la repubbli-
ca e gli esclusi rimasero lusingati di avervi potuto entrare, dando
oltretutto l’esempio di come si aiuta lo stato. II Michiel quindi
passava a immaginare cosa avrebbe invece significato riaprire le
aggregazioni non per merito ma per denaro. II servitore dello stato
patrizio - e qui il riferimento al ceto cittadinesco e palese - sarebbe
rimasto «con rossor» nel momento in cui, «affaticato se stesso nella
virtû e nella fede, non avendo altro merito del suo lungo servir che
l’istesso servir», non avesse potuto raggiungere la somma che allora si
ipotizzava sufficiente ad acquisire il titolo, 60.000 ducati, che diven-
nero poi 100.000. Costui si sarebbe rammaricato che i suoi maggiori
non avessero accumulato ricchezze invece di meriti. «Con qual cuore»
lo si sarebbe potuto guardare, per colpa dei suoi avi che avevano
badato piiı al servizio che al guadagno, portar il «bossolo» al nuovo
patrizio, «suo antico inferiore», che invece si era preoccupato di
accumular fortune?
Non ci sembra di rilevare in nessuno dei due discorsi la percezio-
ne dell’esistenza di «pressions de certains groupes pour obtenir una
partecipation â l’exercice du pouvoir»91, ne in quello del Marcello che
parla genericamente di «benemeriti cittadini» disposti ad offrire una
«miniera di fede e di oro», ne in quello del Michiel che püre avrebbe
avuto tutto l’interesse ad agitare di fronte alla massima assemblea
patrizia lo spettro dell’allargamento dei diritti politici a ceti antagoni-
sti al patriziato. L’area dello scontro politico nel secondo Seicento
appare ristretta al solo campo nobiliare, l’unico timore che poteva
toccare i «grandi», sempre piû padroni dello stato, cosı come appare

91 Ibidem, p. 841.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 287

dall’Opinione pseudo-sarpiana, era che i nobili poveri una volta


arrivati in condizioni di «mediocre fortuna» entrassero in competizio-
ne con i grandi, e «per forza del numero» facessero «qualche brutta
tresca nello Stato della Repubblica»92.
Ne, evidentemente, la maggioranza dell’assemblea patrizia ritenne
che dall’apertura delle aggregazioni potessero venire danni maggiori
della perdita di Candia: dopo qualche indecisione venne infatti deli-
berato che la nobiltâ potesse essere conferita a chi avesse offerto
100.000 ducati e non avesse praticato, da tre generazioni, «arte
meccanica». Cominciö la trafila delle suppliche e dei depositi in
Zecca, gli offerenti si fecero numerosi, i bisogni dello stato continui e
crescenti, la cooptazione si fermö con la fine della guerra di Candia e
venne subito ripresa all’aprirsi dei due successivi conflitti: 127 nuove
famiglie presero posto complessivamente sui banchi del Maggior
Consiglio.
Non rientra nel nostro discorso analizzare quali cambiamenti
produssero le aggregazioni nel funzionamento delle istituzioni aristo-
cratiche ne considerare se l’immagine del patriziato ne risultö «consi-
derablement ternie»9394; il declino demografico della nobiltâ non fu
certamente arrestato, ne sembrano essere intervenuti cambiamenti
decisivi negli equilibri interni all’ordine patrizio, come testimonia un
passo delle istruzioni che un nuovo nobile di origine cittadinesca,
Antonio Ottobon, parente di Pietro che ascese al papato nel 1689,
indirizzö nel 1686 al figlio: «11 solo essere huomo nuovo ti escluderâ
da gradi supremi del governo»9"4. Porterebbe troppo lontano anche il
solo considerare cosa significö l’acquisizione della nobiltâ per le
famiglie cittadinesche: alcune raggiunsero posizioni di buon livello

92 Opinione cit., pp. 7-8. II problema della propria «competenza» a governare,


Raines , Pouvoir cit., p. 837, era avvertito dal patriziato non nei confronti di altri ceti ma,
casomai, come elemento della dialettica tra patriziato maggiore e nobiltâ piccola.
93 Ibidem, p. 844.
94 A. O ttobon, Lettera d’un nobile cattolico repubblichista, Milano 1712, p. 9, su cui
cfr. G. Cozzı, Religione, moralitâ e giustizia a Venezia: vicende della magistratura degli
Esecutori contro la bestemmia (secoli XVI-XVII), in «Ateneo Veneto», nuova serie, 29
(1991), pp. 76-77. In molti esemplari manoscritti la lettera e datata 1 marzo 1686, cfr.
Zanetto, «Mito di Venezia» cit., pp. 140-141, n. 12. Sugli O ttobon cfr. A. Menniti
I ppolito , Ecclesiastici veneti, tra Venezia e Roma, in AA.W ., Venezia e la Roma dei Papi,
Milano 1987, pp. 209-244.
288 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

anche all’interno del patriziato95, molte invece persero il prestigio di


una posizione di primo piano nel ceto intermedio per ingrossare le
fila della nobiltâ minöre: «molti di questi signori che in qualitâ di
segretari erano stimatissimi e poderosi», annota l’anonimo autore
della Distintioni segrete che corrono tra le Casate Nohili di Venezia,
«fatti nobili sono poco apprezzati ma essi con prudenza hanno avuto
l’occhio alla posteritâ»96.
Quante furono con precisione le famiglie d ’estrazione cittadinesca
che acquistarono il titolo patrizio e che ripercussioni determinö
sull’intero ordine cittadinesco l’ascesa sociale di queste casate97?
Furono in tutto venticinque, circa un quinto del totale delle
aggregazioni, di cui quindici di cancelleria, a proposito delle quali si e
giâ parlato, e altre diecı nelle quali il supplicante o un suo parente di
primo grado era stato riconosciuto originario98. Molto piu numerosi a
presentare le offerte furono i nobili di terraferma, mentre dal punto
di vista della categoria professionale d ’appartenenza i mercanti costi-
tuivano il 60% dei nuovi nobili (anche se, come si e visto a proposito
delle famiglie di cancelleria, anche i patrimoni a disposizione di

95 Zuan Battista Albrizzi, ad esempio, acquistö il titolo di Procuratore di San Marco,


che dava il diritto di sedere in Senato, e comp'ı una buona carriera politica, Sabbadini, II
nuovo patriziato cit., pp. 186-187.
96 BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 2226 (9205) c. 45v.
97 C owan , Venezia e Lubecca cit., p. 314, riporta un elenco di 55 famiglie di
«cittadini» aggregate. Non ci e sembrato logico considerare cittadinesche delle famiglie
solo in virtîı del fatto che un lontano parente fosse stato provato cittadino o perche altri
rami della stessa casata servivano in cancelleria. Per considerare la famiglia aggregata
d’origine cittadinesca si e considerato solo se il supplicante o un suo parente di primo
grado fossero stati effettivamente provati alTAvogaria, presso la quale, per inciso, la
cittadinanza era un titolo personale e non riconosciuto alla stirpe. L’indagine e stata
condotta sulle seguenti fonti: BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 948 (8958) e 183 (8161); ASV,
Miscellanea Codici I, Storia Veneta, reg. 43, I-IV; ivi, Miscellanea Codici III, Codici
Soranzo, reg. 8.
98 Gozi Alberto: i suoi figli Gabriel, Domenico e Prospero vennero riconosciuti
originari il 15 giugno 1634; Rubini Giovan Battista: provato originario il 10 luglio 1591, i
figli Donato, Camillo, Marco e Paolo il 10 giugno 1627; Catti Giovan Andrea e Giovan
Francesco: provati il 15 gennaio 1611; Belloni Bortolomeo: provato il 31 dicembre 1618;
Premuda Tommaso: provato il 1 gennaio 1671; Morelli Alvise e Bortolomeo provati l’l
gennaio 1671; Rizzo: caso incerto, e difficile ricostruire tutti i legami di parentela delle
varie casate; due dei supplicanti la nobiltâ, Marcantonio e Zorzi, erano «gastaldi» delle
procuratie, carico riservato agli originari; pur non in presenza di prove certe li si considera
cittadini originari; fratelli Nosadini: tutti provati il 22 marzo 1655; Baglioni Francesco e
Giovan Battista: provati il 28 marzo 1684.
CITTADINI E PATRIZI TRA '6 E '700 289

famiglie di ufficiali sovente erano stati accumulati grazie ai traffici


mercantili)99; e difficile in sostanza ricondurre l’insieme variegato dei
nuovi nobili entro un unico ceto sociale, non sembra cioe che vi fosse
un preciso gruppo che attendesse l’apertura del Consiglio per entrare
in massa nel governo patrizio o, se anche questo gruppo esistette, il
meccanismo della contribuzione in denaro e l’importo elevato del
versamento necessario selezionarono finanziariamente gli aspiranti.
L’impressione e che, piû che l’acquisizione di un potere politico,
molti aspiranti nobili bramavano la collocazione sociale che il titolo di
patrizio veneto attribuiva e che - in famiglie di considerevole potenza
economica - significava contemporaneamente un riscatto rispetto a
una trascorsa tradizione mercantile e un «marchio di distinzione»
eccezionalmente prestigioso.
Una prima conseguenza pratica di queste cooptazioni per il ceto
cittadinesco fu, secondo l’autore delle Distinzioni, il vuoto che si
venne a creare in cancelleria a seguito dell’improvvisa mancanza di
funzionari esperti passati alla nobiltâ; in realtâ, come e stato analizza-
to, queste assenze furono diluite negli anni e non dovettero risultare
irrimediabili, anzi forse favorirono il ricambio di personale: come
osservo Gilbert Burnet, un ecclesiastico inglese di passaggio a Venezia
che lesse le Distinzioni o frequentö ambienti affini a quelli dell’autore
del pamphlet, «this defect will be redrest with the help of a little
time»100.
U n’altra osservazione del Burnet, che riferisce di aver visitato la
cittâ insieme all’ambasciatore francese La Haye, introduce una secon-
da possibile conseguenza dell’aggregazione. Egli annota che questa
sarebbe stata «less infamous» se avesse riguardato solo i cittadini e la
nobiltâ di terraferma,
for as there are many Citizens who are as ancient as the Nobility, only their
ancestors not hapning to be of that council that assumed the governement
about four hundred years ago, they have not been raised to that honour so
there had been not infamy in creating some of them to be of the Nobility101.

99 G ullino, I patrizi veneziani cit., p. 422.


100 G. Burnet, Some letters containıng an account o f what seemed most remarkable in
Sıvitzerland, Italy, ete., At Rotterdam 1686, p. 156.
101 Ibidem, p. 153.
290 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

I cittadini, i funzionari di cancelleria, come reagirono al fatto che


il merito del servizio nello stato venne ritenuto un requisito di
nessuna importanza per le cooptazioni? Purtroppo in nessuna fonte
documentaria o narrativa e stato possibile raccogliere qualcosa a
riguardo, non un accenno, ne una frase: non era davvero costume di
questo corpo esprimere pubblicamente il proprio stato d ’animo.
Certo il meno che si possa pensare e che, seguendo l’immagine
utilizzata da Anzolo Michiel, il volto di molti dei pitı devoti funziona­
ri dovette coprirsi di «rossor» nel veder seduti tra i banchi della
nobiltâ popolani e sudditi arricchiti e nel considerare che i sacrifici
sopportati dalla propria famiglia erano valsi meno di alcune borse di
denaro guadagnato magari con traffici «vili». Appare dunque forte-
mente plausibile che sia il ridimensionamento politico dei segretari
dei Dieci, sia la questione delle aggregazioni funsero da cause profon-
de, forse addirittura inconsce, di quel processo che nel corso del
XVII secolo modificö i criteri di reclutamento e di gestione del
personale di cancelleria, che pose in primo piano il valore della
tradizione del servizio familiare allo stato e che condusse a quella
şorta di «serrata cancelleresca» per cui per circa mezzo secolo a
cavallo del 1700 le famiglie inserite in questo importante ufficio si
tramandarono di padre in figlio gli incarichi limitando di fatto la
mobilitâ interna all’ordine cittadinesco. Le famiglie di cancelleria
rimaste in servizio dopo le prime numerose aggregazioni di funziona­
ri, consapevoli di non poter piû aspirare al patriziato, si chiusero in se
stesse e ottennero dalle autoritâ patrizie una şorta di delega a selezio-
nare al proprio interno i nuovi funzionari. Solo quando l’atmosfera
cambiö definitivamente con la chiusura delle aggregazioni, quando
insomma quella ferita si rimarginö, i patrizi ristabilirono le regole
originarie abolendo il temporaneo privilegio.
Piû semplice e ipotizzare quali conseguenze ebbero le aggregazio­
ni sull’intero ceto dei cittadini originari. In primo luogo il passaggio
delle pur poche casate non di cancelleria alla nobiltâ significö un’ulte-
riore diminuzione nel numero, evidentemente giâ ristretto, di casate
di considerevole rilevanza economica. In secondo luogo, se per due
secoli e mezzo il titolo di originario era rimasto il piû prestigioso per
chi avesse voluto ascendere la scala dell’onorevolezza cittadina, tra la
meta del ’600 e il terzo decennio del ’700 chi possedeva ingenti
capitali poteva salire direttamente al gradino piû alto di questa scala.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 29]

Significativo e un particolare: solo fino al 1651 gli originari che


offrirono i 100.000 ducati indicarono, nella supplica al Maggior
Consiglio, la loro appartenenza all’ordine intermedio, dopodiche una
simile precisazione venne ritenuta inutile e quindi venne abbandona-
ta. Se dunque aile conseguenze dell’apertura delle cooptazioni alla
nobiltâ si aggiungono gli effetti della «serrata cancelleresca», e se
inoltre si considera che a seguito della vendita di tutti gli uffici
intermedi dell’amministrazione tradizionalmente riservati agli origina­
ri il titolo perse valore come «patente» per ottenere uffici pubblici,
allora anche il continuo, anche se non appariscente, calo di domande
di cittadinanza presentate all’Avogaria di Comun trova una spiegazio-
ne. Non a caso aumentö progressivamente il numero di «forestieri»
che ottennero la grazia dai consigli patrizi per ricevere comunque la
qualifica di originari: diminuita la sua importanza come titolo indi-
spensabile per accedere ai livelli medio ed alto della burocrazia non
patrizia la cittadinanza originaria rimaneva valida come «titolo onori-
fico» e cominciö ad attirare in proporzione piü i forestieri che coloro
che abitavano a Venezia e che non potevano utilizzarlo per entrare
nelTamministrazione.
L’intero profilo dell’ordine cittadinesco appare agli inizi del XVIII
secolo ridimensionato. Esteriormente poco o nulla cambiö, l’atteggia-
mento dei cittadini rimase quello di un secolo e mezzo prima, ma il
loro concreto peso sociale nella vita economica e politica veneziana
progressivamente diminuî. Nel secolo successivo molte personalitâ,
anche di grande rilievo, dell’amministrazione veneziana continuarono
a provenire da questo ceto, lo stesso giudizio complessivo della sua
funzione nella storia plurisecolare dello stato veneto non puö essere
cambiato: anche e soprattutto grazie al «funzionamento vigile, pazien-
te, instancabile dell’ingranaggio amministrativo» si deve la soprav-
vivenza della repubblica nel XVII e nel XVIII secolo102. 11 loro

102 Cozzı, La giustizia e la politica cit., p. 188. Sulle importanti figüre di cittadini-
burocrati che nel ’700 attuarono riforme amministrative cfr. G. Scarabello, II Settecento,
in C ozzi -Knapton -Scarabello, La Repubblica cit., pp. 598-601 e passim. Sono tuttavia
assai scarne le notizie sul ceto cittadinesco nel XVIII secolo, cfr. J. G eorgelin , Yenise au
siecle des lumieres, Paris-La Haye 1978, pp. 667-669; A. T iron e , I residenti veneti e il
riformismo in Lombardia, in «Studi Veneziani», 8 (1966), pp. 481-492; M. Berengo ,
La societâ veneta alla fine del Settecento. Ricerche storiche, Firenze 1956, pp. 1-11, e p.
10 n. 1; İ dem , II problema politico e sociale di Venezia, in Brança, Storia della
292 BUROCRAZIA E BUROCRATI - CAPITOLO V

ruolo come «forma ecceUente di mediazione tra oligarchia politica e


sudditi»103 sostanzialmente resistette, anche se assottigliato. Tuttavia
quel forte spirito di ceto, quella vigorosa carica psicologica, quella
profonda spinta di avanzamento sociale che avevano segnato il ceto
cittadinesco appaiono nel primo Settecento esauriti.
II riconoscimento ufficiale, mediante legge positiva, dell’ordine
della cittadinanza che ebbe luogo il 2 giugno 1720, assume quindi
una motivazione plausibile. Chiuso il periodo delle aggregazioni alla
nobiltâ e sospesa la venalitâ degli uffici intermedi nasceva il bisogno
di ridefinire alcuni profili sociali. Ammettere esplicitamente l’esisten-
za di un secondo ordine sociale a questo punto non costituiva piû
alcun pericolo, poiche quest’ordine era ormai ridimensionato per
numero, prestigio e privilegi.

Nel marzo 1817 la Commissione Araldica nominata dal secondo


governo austriaco per verificare i titoli nobiliari ereditati dai prece-
denti governi rilevava che numerosi abitanti di Venezia si erano
presentati, «muniti d ’una pergamena ad essi, ovvero maggiori, rila-
sciata dagli Avogadori di Comun, con cui furono riconosciuti per
Cittadini originari Veneti'», richiedendo fosse legittimata a tutti gli
effetti la loro nobiltâ104. Esaminate le istanze, assieme aile leggi sulla
cittadinanza che erano State promulgate dalla Serenissima, venne
deciso di riconoscere la nobiltâ dei soli originari che si fossero
procurati l’ammissione al consiglio di una cittâ suddita e potessero

civiltâ veneziana. III. cit., pp. 151-163.


II giudızio di M aranini, La Costituzione cit., p. 501, secondo cui nel 700 il ceto dei
cittadini crebbe «d’influenza e di ricchezze» sembra piü una tesi mirata a giustificare
l’ipotesi di fondo dello studio - la progressiva decadenza morale e politica del patriziato -
che un’osservazione başata su dati di fatto. Secondo A. Ventura , II problema storico dei
bilanci generali della Repubblica veneta, in Bilanci generali della Repubblica di Venezia, IV,
Bilanci dal 1756 al 1783, Padova 1972, pp. LII-LIII, la condizione subordinata dai cittadi­
ni «relegatl a compiti puramente esecutivi, dipendentz in tutto e per tutto ... da un patri­
ziato», impedı loro di esercitare una funzione di critica e di stimolo al cambiamento.
105 S. Bertelli , Potere e Mediazione, in İ dem (a cura di), La mediazione, («Laborato-
rio di storia», n. 5), Firenze 1992, p. 14.
104 Tutta la pratica in ASV, I.R. Commissione Araldica, b. 8, fasc. 195/3397. Ringrazio
Claudia Salmini per avermi «regalato» questo episodio.
CITTADINI E PATRIZI TRA ’6 E 700 293

quindi almeno essere equiparati ai nobili di terraferma il cui titolo era


invece pienamente riconosciuto.
Dopo secoli di devozione allo stato aristocratico, per ottenere
quella condizione nobiliare che era sempre stata il loro riferimento
ideale, la loro aspirazione suprema, venne dunque ritenuto valido
unicamente quel privilegio che aveva avvicinato i cittadini alla nobiltâ
di terraferma verso cui essi si erano sempre sdegnosamente ritenuti
superiori.
APPENDICE

Tabella A.l - Movimento annuale delle domande approvate, «domande re-


spinte» ed approvate con esenzione del requisito della nascita in
cittâ

Domande Domande Esenzioni Domande Domande Esenzioni


approvate respinte nascita approvate respinte nascita

1569 46 4 1609 6 0
1570 22 2 1610 11 1
1571 15 9 1611 29 10
1572 17 4 1612 14 5
1573 39 7 1613 15 8
1574 2 3 1614 12 5
1575 4 3 1615 15 6
1576 27 24 1616 38 1
1577 24 13 1617 10 9
1578 17 3 1618 32 3
1579 6 4 1619 34 14
1580 32 2 1620 16 4
1581 12 10 1621 6 2
1582 9 9 1622 13 4
1583 22 6 1623 41 6
1584 29 8 1624 25 9
1585 15 8 1625 8 4
1586 18 4 1626 21 5 3
1587 11 15 1627 30 8 4
1588 22 2 1628 11 7 0
1589 14 17 1629 26 12 0
1590 26 4 1630 30 8 0
1591 12 0 1631 67 15 0
1592 25 1 1632 48 17 0
1593 4 4 1633 28 16 0
1594 21 1 1634 18 8 3
1595 6 0 1635 23 12 0
1596 8 0 1636 26 6 3
segue
296 APPENDICE

Tabella A.l - Continua

Domande Domande Esenzioni Domande Domande Esenzioni


approvate respinte nascita approvate respinte nascita

1597 21 3 1637 27 2 3
1598 8 1 1638 10 2 1
1599 9 5 1639 10 3 0
1600 6 5 1640 17 1 3
1601 15 0 1641 22 2 0
1602 12 2 1642 27 6 0
1603 12 0 1643 11 4 0
1604 12 0 1644 28 5 4
1605 15 0 1645 8 8 0
1606 29 1 1646 9 5 0
1607 32 0 1647 4 8 0
1608 15 0 1648 14 4 0
1649 22 4 0 1689 12 5 0
1650 7 4 0 1690 23 0 5
1651 20 6 2 1691 18 0 0
1652 25 2 5 1692 35 0 2
1653 15 6 4 1693 14 0 3
1654 14 1 1 1694 15 3 5
1655 40 4 0 1695 14 3 0
1656 7 3 0 1696 12 4 0
1657 19 6 2 1697 17 0 1
1658 16 5 2 1698 10 0 3
1659 12 0 0 1699 38 0 4
1660 7 2 0 1700 11 8 0
1661 19 0 0 1701 21 1 2
1662 25 5 9 1702 24 3 4
1663 20 8 1 1703 4 2 0
1664 22 2 0 1704 14 0 1
1665 14 4 0 1705 15 0 2
1666 19 0 1 1706 9 0 0
1667 18 1 0 1707 19 0 2
1668 5 3 1 1708 21 2 11
1669 12 0 0 1709 13 0 7
1670 14 9 0 1710 22 1 5
1671 29 9 10 1711 11 0 0
1672 13 3 0 1712 10 0 0
1673 10 1 0 1713 22 0 6
1674 16 0 8 1714 9 0 1
1675 6 1 0 1715 18 1 7
1676 15 10 5 1716 16 0 4
1677 17 0 1 1717 17 1 1
1678 4 6 0 1718 31 0 11
1679 28 5 5 1719 15 5 0
segue
APPENDICE 297

Tabella A.l - Continua

Domande Domande Esenzioni Domande Domande Esenzioni


approvate respinte nascita approvate respinte nascita

1680 6 3 0 1720 7
1681 17 0 6 1721 23
1682 12 0 0 1722 18
1683 10 0 0 1723 17
1684 23 2 4 1724 20
1685 27 1 0 1725 18
1686 19 2 12 1726 10
1687 11 1 2 1727 8
1688 19 6 4 1728 15
1729 27 1763 19
1730 27 1764 8
1731 15 1765 19
1732 9 1766 29
1733 11 1767 18
1734 13 1768 12
1735 1 1769 27
1736 2 1770 19
1737 14 1771 14
1738 11 1772 15
1739 0 1773 33
1740 6 1774 25
1741 10 1775 24
1742 23 1776 14
1743 13 1777 18
1744 0 1778 15
1745 1 1779 27
1746 8 1780 13
1747 5 1781 19
1748 0 1782 8
1749 17 1783 5
1750 10 1784 8
1751 9 1785 2
1752 7 1786 13
1753 13 1787 14
1754 10 1788 37
1755 34 1789 43
1756 9 1790 24
1757 7 1791 31
1758 11 1792 15
1759 18 1793 14
1760 3 1794 31
1761 10 1795 39
1762 4 1796 17
298 APPENDICE

Fonti e criteri di raecolta dei dati


La serie Cittadinanze originarie del fondo Avogaria di Comun dell’ASV presenta circa
un centinaio di büste di cui una cinquantina, relative al periodo 1569-1720, che sono State
spogliate. La serie presenta un ordinamento archivistico difforme rispetto ai criteri di
archiviazione seguiti originariamente dal personale deli’Avogaria: i notai di quest’ufficio
annotavano sulT«indice delle cittadinanze originarie» (b. 440) le approvazioni ed assegna-
vano ad ogni processo una sigla alfanumerica che permetteva di risalire alla pratica
relativa. Attualmente la serie e ordinata secondo un criterio diverso, quindi risulta piu
complicato risalire dall’Indice alla singola pratica. Alcune centinaia di processi sono
attualmente accorpati nelle büste «Cittadinanze per cariche ed onori» (bb. 442-445) e
«Cittadinanze per la cancelleria ducale». Questa sottodivisione sembra immotivata dato
che tutte le prove di cittadinanza servivano per acquisire cariche ed onori ed erano
indispensabili per entrare in cancelleria. Infine tra le büste «Domande inespedite, respinte,
pendenti, ecc.» (bb. 433-438) sono decine i processi invece palesemente approvati, alcuni
risultanti anche dalT«indice» suddetto.
A seguito della legge 9 marzo 1633 un secondo organo, il collegio dei Nove, si affianca
agli Avogadori con competenza nel riconoscimento della cittadinanza originaria (cfr. cap.
II, pp. 88-89). In conseguenza di questo elemento e dell’ordinamento generale della serie
archivistica sono State considerate come «approvati» i processetti di cittadinanza nel caso
in cui:
- portassero sul retro la consueta dicitura di approvazione degli Avogadori di Comun
corredata dall’esito della votazione;
- portassero sul retro l’indicazione per cui erano stati approvati dal collegio dei Nove;
- fossero annotati sull’«Indice» come approvati.
Viceversa sono State considerate «domande respinte» quelle che non riportano almeno
uno di questi elementi.
La serie storica dal 1721 al 1796 e başata sulle sole registrazioni sull’«indice» (cfr. cap.
II, n. 107).
APPENDICE 299

Tabella A.2 - Famiglie aggregate al patriziato veneziano, 1646-1718

ACQUISTI 1686 FERRO 1662 CC RADETTI 1698


ALBRIZZI 1667 CC f in i 1649 RAVAGNIN 1657
ANGARAN 1655 FLANGINI 1664 RASPI 1662
ANTELMI 1646 CC FONSECA 1665 REZZONICO 1687
ARIBERTI 1655 FONTE 1646 RIZZO 1687 C
ARNALDI 1686 FRANCASSETTI 1704 ROMIERI 1689
BAGLIONI 1716 C FRANCESCHI 1716 CC ROTA 1685
BARBARANI 1665 GALLO 1695 CC RUBINI 1646 C
BARBERINI 1652 GAMBARA 1653 SANDI 1685
BARZIZA 1694 GH ELTO F 1697 SANTASOFIA 1649
BELLONI 1648 C G H ID IN I 1667 SCROFFA 1698
BELLOTTO 1685 GIOVANELLI 1668 SODERINI 1656
BENZON 1685 GIRARDINI 1652 SPINELLI 1718
BEREGANI 1649 GIU PPO N I 1660 STATIO 1653
BERGONCI 1665 GOZI 1646 C SURIAN 1648 CC
BERLENDIS 1662 GRASSI 1718 TASÇA 1646
BETTONI 1685 GUERRA 1689 TODERINI 1694
BONFADINI 1648 LABIA 1646 TOFFETTT 1649
BONLINI 1667 LAGHI 1661 TREVISAN 1689 CC
BONLINI 1685 LAZARI 1660 VALMARANA 1658
BONVICINO 1663 LINI 1685 VANAXEL 1665
BRANDOLINI 1686 LOMBRIA 1646 VERDIZZOTTI 1667 CC
BRAUNSWICH 1667 LUCCA 1654 VERONESI 1704
BRESSA 1652 MACARELLI 1648 VEZZI 1716
CARMINATI 1687 MAFFETTI 1655 VIANOL 1658 CC
CASSETTI 1662 M ANFROTTI 1699 VIDMAN 1646
CASTELLI 1687 MANIN 1651 ZACCO 1653
ÇATTI 1646 C M ANZONI 1687 ZAGURI 1646
CAVAGNIS 1716 MARTINELLI 1646 ZAMBELLI 1648
CAVAZZA 1653 CC M ARTINENGO 1689 ZAMBELLI 1685
CELLINI 1685 M EDICI 1653 ZANARDI 1653
CODOGNOLA 1717 M INELLI 1650 ZANOBRIO 1647
CONDULMER 1653 CC MORA 1653 ZINI 1718
CONTENTI 1686 MORA 1665 ZO LIO 1656
CONTI 1667 MORA 1694 ZO N 1652 CC
CORREGGIO 1646 MORELLI 1686 C ZUCCONI 1698
CORNER 1665 NOSADINI 1694 C
COTTONI 1699 OTTOBON 1646 CC
CROTTA 1649 PAPAFAVA 1652
CURTI 1688 PASTA 1669
DALLA NAVE 1653 PELLIZZIOLI 1699
DÖLCE 1658 CC PERSICO 1685
D O N D IO RO LO G G I 1653 PIOV ENE 1655
DO NINI 1667 CC POLLO 1663
FARSETTI 1664 POLVARO 1662
FERRAMOSCA 1649 PREMUDA-SEMENZI 1685 C

N o ta : C = c itta d in o o rig in a rio ; C C = c itta d in o « d i can ceU eria» .


300 APPENDICE

Fonti

BNM, Mss. îtaliani, cl. VII, 948 (8958) e 183 (8161); ASV, Miscellanea Codici II, Codici
Soranzo, reg. 8.

Osservazioni e casi dubbi

Vi e divergenza, tra gli autori che hanno studiato le aggregazioni al patriziato


veneziano, sul numero complessivo delle famiglie che ricevettero il titolo patrizio. G ulli-
no , I patrizi veneziani cit., pp. 422-423, riporta un totale di 121 famiglie, tratto da F.
M iari, II nuovo patriziato veneto dopo la serrata del Maggior Consiglio e la guerra di
Candia e Morea, Venezia 1891; Sabbadini, II nuovo patriziato veneziano cit,, p. 37, indica
in 128 il totale. C owan , Venezia e Lubecca cit., pp. 314-316, e l’unico a riportare un
elenco di queste famiglie, da cui si evince che le famiglie aggregate furono 127.
Questa cifra potrebbe cambiare a seconda di come si considerano alcuni casi «dubbi»;
i Mora e Bonlini che furono costretti a pagare due volte i 100.000 ducati, il principe di
Braunswich che fu ammesso il 21 settembre 1667 senza perö alcuna corresponsione di
denaro, i Barberini che versarono 60.000 ducati, BNM, Mss. îtaliani, 948 (8958), cc.
73r-74v, e la cui aggregazione viene considerata «onorifica». La cifra di 127 aggregazioni,
sebbene approssimativa, viene quindi utilizzata «per consuetudine» anche in questo
studio.
In alcuni casi in cui era in dubbio l’appartenenza dei nuovi aggregati alla cittadinanza
originaria si sono seguiti i seguenti criteri:
Zaguri: il fratello del nonno dei supplicanti venne insignito della cittadinanza origina­
ria per privilegio nel 1504. Non viene considerata famiglia di originari.
Martinengo, Spinelli, Rota: le famiglie cittadinesche sono altri rami.
BIBLIOGRAFIA

A go R., Carriere e clientele nella Roma barocca, Roma-Bari 1990.


A lbrow M., La burocrazia, trad. it. Bologna 1973 (London 1970).
A melot de la H oussaie A.N., Histoire du gouvernement de Venise, 2 voli.,
Paris 1676.
A rmstrong J.A., Old-Regime Governors: Bureaucrats and Ratrimonial Attri-
butes, in «Comparative Studies in Society and History», 14 (1972), pp.
2-29.
- The European Administrative Elite, Princeton 1973.
A rtelli L., Delle famiglie cittadinesche veneziane, in «Archivio Veneto», 10
(1875), pp. 71-80.
Aspetti e cause della decadenza economica veneziana nel XVII secolo, Atti del
convegno, 27 giugno-2 luglio 1957, Venezia-Roma 1961.
Aylmer G.E., The King’s Servants. The Civil Service of Charles I 1625-1642,
London and Boston, 19742.
- The State’s Servants. The Civil Service of the English Republic 1649-1660,
London and Boston 1973.
Baker G.R.F., Nobiltâ in declino: il caso di Siena sotto i Medici e gli
Asburgo-Lorena, in «Rivista Storica Italiana», 84 (1972), fasc. 3, pp.
584-616.
Barile P., voce Atto di governo (e atto politico), in Enciclopedia del diritto,
IV, Milano 1959, pp. 220-232.
Baschet A., Les archives de Venise. Histoire de la chancellerie secrete, Paris
1870.
Beloch K.J., La popolazione di Venezia nei secoli XVI e XVII, in «Nuovo
Archivio Veneto», nuova serie, 2 (1902), pp. 5-96.
- Bevölkerungsgeschichte Italiens, III, Berlin 1961.
Beltrami D., Lineamenti di storia della popolazione di Venezia nei secoli
XVI, XVII, XVIII, in «Atti dell’Istituto veneto di scienze, lettere ed
arti», 109 (1950-51), pp. 9-40.
- Storia della popolazione di Venezia dalla fine del secolo XVI alla caduta
della Repubblica, Padova 1954.
- La penetrazione economica dei Veneziani in terraferma. Forze di lavoro e
proprietâ fondiaria nelle campagne venete dei secoli XVII e XVIII, Vene-
zia-Roma 1961.
302 BIBLIOGRAFIA

Benzoni G., Venezia nell’etâ della controriforma, Milano 1973.


- Introduzione a G. Benzoni -T. Z anato (a cura di), Storici e politici veneti
del Cinquecento e del Seicento, Milano-Napoli 1982, pp. XV-XCVIII.
- Venezia, ossia il mito modulato, in «Studi Veneziani», 19 (1990), pp.
15-39.
- voce Alessandro Bernardo, in Dizionario Biografico degli Italiani, IX, pp.
302-303.
- voce Francesco Bianchi, in ibidem, X, pp. 87-89.
- voce Girolamo Bon, in ibidem, XI, pp. 417-418.
- voce Alessandro Busenello, in ibidem, XV, pp. 509-511.
- voce Giacomo Busenello, in ibidem, XV, pp. 511-512.
- voce Marcantonio Busenello, in ibidem, XV, pp. 515-517.
- voce Pietro Busenello, in ibidem, XV, pp. 517-518.
- voce Giacomo Cappello, in ibidem, XVIII, pp. 778-779.
- voce Giovanni Cappello, in ibidem, XVIII, pp. 789-790.
- voce Girolamo Cavazza, in ibidem, XVIII, pp. 43-47.
Berengo M., La societâ veneta alla fine del Settecento. Ricerche storiche,
Firenze 1956.
- Nobiltâ e mercanti nella Lucca del Cinquecento, Torino 1965.
- II problema politico e sociale di Venezia, in V. Brança (a cura di), Storia
della civiltâ veneziana. III. Dall’etâ barocca all’Italia contemporanea, Fi­
renze 1979, pp. 151-163.
Bertelli S., Potere e Mediazione, in İ dem (a cura di), La mediazione,
(«Laboratorio di storia»), n. 5, Firenze 1992.
Besta E., II Senato veneziano (origine, costituzione, attribuzioni e riti), in
Miscellanea di storia veneta, ed. per cura della R. Deputazione veneta di
storia patria, serie II, tomo V, Venezia 1899, pp. 1-290.
- Le persone nella storia del diritto italiano, Padova 1931.
Besta F. (a cura di), Bilanci generali della repubblica di Venezia, vol. I, tomo
I, Venezia 1912.
Bistort G., II Magistrato aile Pompe nella Repubblica di Venezia studio
storico, Venezia 1912.
Bizzarri D., Ricerche sul diritto di cittadinanza nella costituzione comunale,
in İ dem , Studi di storia del diritto italiano, Torino 1937, pp. 61-158.
Boerio G., Dizionario del dialetto veneziano, Venezia 1856.
Borelli G., Un patriziato della terraferma veneta tra XVII e XVIII secolo.
Ricerche sulla nobiltâ veronese, Milano 1974.
- Patriziato della Dominante e patriziati della Terraferma, in A. T agliaferri
(a cura di), Venezia e la Terraferma attraverso le relazioni dei rettori, Atti
del convegno, Trieste 23-24 ottobre 1980, pp. 79-95.
Bouwsma W.J., Venice and the Political Education of Europe, in J.R. H ale
(ed. by), Renaissance Venice, London 1973, pp. 445-466.
Braudel F., Civiltâ e imperi del Mediterraneo nell’etâ di Filippo II, 2 voli,
trad. it. Torino 19532 (Paris 1949).
- La vita economica di Venezia nel XVI secolo, in V. Brança (a cura di),
BIBLIOGRAFIA 303

Storia della civiltâ veneziana. II. Autıınno del Medioevo e Rinascimento,


Firenze 1979, pp. 259-269.
Breton A.-W introbe R., La logica del comportamento burocratico. Un’ana-
lisi economica della concorrenza, dello scambio e deli’efficienza nelle
organizzazioni private e pubbliche, trad. it. Bologna 1988 (Cambridge
1982).
Brunetti M., Venezia durante la peşte del 1348, in «Ateneo Veneto», 3
(1909), pp. 289-311, 4 (1909), pp. 5-42.
Burckhardt J., La civiltâ del Rinascimento in Italia, Firenze 1955.
Burke P., Scene di vita quotidiana nell’Italia moderna, Roma-Bari 1988.
Burnet G., Some letters containing an account of what seemed most remarka-
ble in Sıvitzerland, Italy, ete., At Rotterdam 1686.
Burr L itchfield R., Demographic Characteristics of Llorentine Patrician
Families, Sixteenth to Nineteenth Centuries, in «The Journal of Econo-
mic History», 29, fasc. 2 (giugno 1969), pp. 191-205.
- Emergence of a Bureaucracy. The Llorentine Patricians 1330-1790, Prince-
ton 1986.
Canal B., II Collegio, l’ufficio e l’Archivio dei Dieci Savi aile Decime in
Rialto, in «Nuovo Archivio Veneto», nuova serie, tomo 16 (1908), parte
I, pp. 115-150, parte II, pp. 279-310.
Casini M., Cancelleria e cancellier grande nella Venezia seicentesca, tesi di
laurea presso l’Universitâ di Venezia, facoltâ di Lettere e filosofia,
relatore prof. G. Cozzi, a.a. 1987-88.
- Realtâ e simboli del Cancellier Grande veneziano in etâ moderna (secc.
XVI-XVII), in «Studi Veneziani», 22 (1991), pp. 195-251.
- La cittadinanza originaria a Venezia tra i secoli X V e XVI. Una linea
interpretativa, in Studi Veneti offerti a Gaetano Cozzi, Venezia 1992, pp.
133-150.
Cassandro G., Concetto caratteri e struttura dello stato veneziano, in «Rivi-
sta storica del diritto italiano», 36 (1963), pp. 23-49.
- La curia di Petizion, in «Archivio Veneto», serie V, 19 (1936), pp.
112-144.
Cecchetti B., Delle fonti della Statistica negli Archivi di Venezia, in «Atti
del Regio Istituto veneto di scienze, lettere ed arti», serie IV, 1
(1871-72), dispensa VI, pp. 1031-1050, dispensa VII, pp. 1183-1281.
C ervelli I., Machiavelli e la erişi dello stato veneziano, Napoli 1974.
Cessi R. (a cura di), Deliberazioni del Maggior Consiglio di Venezia, 3 voli,
Bologna 1931-50.
- U«officium de navigantibus» e i sistemi della politica commerciale venezia­
na nel sec. XIV, in İ dem , Politica ed economia di Venezia nel Trecento.
Saggi, Roma 1952, pp. 23-61.
- Storia della Repubblica di Venezia, Firenze 1981.
C habod F,, Stipendi nominali e busta paga effettiva dei funzionari dell’ammi-
nistrazione milanese alla fine del Cinquecento, in Miscellanea in onore di
Roberto Cessi, II, Roma 1958, pp. 187-363.
304 BIBLIOGRAFIA

- Usi e abusi nell’amministrazione dello Stato di Milano a mezzo il ’500,


in Studi storici in onore di Gioacchino Volpe, I, Firenze 1958, pp. 93-194.
- Esiste uno Stato del Rinascimento?, in İ dem , Şeritti del Rinascimento,
Torino 19672, pp. 591-623.
- Venezia nella politica italiana ed europea del Cinquecento, in V. Brança (a
cura di), Storia della civiltâ veneziana. II. Autunno del Medioevo e
Rinascimento, Firenze 1979, pp. 233-246.
C hittolini G., L ’onore dell’ufficiale, estratto da «Quaderni milanesi», 17-18
(1989), pp. 1-53.
C hojnacki S., In Search of the Venetian Ratriciate, in J.R. H ale (ed. by),
Renaissance Venice, London 1973, pp. 47-90.
C icogna E.A., Delle inserizioni veneziane, 1 voli., Venezia 1824-1853.
- Saggio del catalogo dei codici di E.A. Cicogna, in «Archivio Veneto», 4
(1872), pp. 337-392.
C ipolla C.M., The Economic Decline of Italy, in Crisis and Change in the
Venetian Economy in the 16th and 17th Centuries, London 1968, pp.
127-145.
C iriacono S., Irrigazione e produttivitâ agraria nella Terraferma veneta tra
Cinque e Seicento, in «Archivio Veneto», 112 (1979), pp. 73-135.
- Venise et ses villes. Structuration et destrueturation d’un marehe regional
XVIe-XVIIT siecle, in «Revue historique», 560 (octobre-decembre 1986),
pp. 287-307.
C ochrane E.-K irshner J., Deconstructing Lane’s Venice, in «Journal of
Modern History», 47 (1975), pp. 321-334.
C omparato V.I., Uffici e societâ a Napoli (1600-1647). Aspetti dell’ideologia
del magistrato neU’etâ moderna, Firenze 1974.
C ontarini G., De magistratibus et republica Venetorum, in Opera omnia,
Venetiis 1589, pp. 261-326.
- Della Repubblica et magistrati di Venetia libri cinque ... con un ragionamen-
to intorno alla medesima di m. Donato Giannotti fiorentino colle annota-
tioni sopra li suddetti auttori di Nicold Crasso et i discorsi..., In Venetia
1650.
C ontento A., II censimento della popolazione sotto la Repubblica Veneta, in
«Nuovo Archivio Veneto», 19 (1900), parte I, pp. 5-42, parte II, pp.
171-235.
C ortese E., voce Cittadinanza (diritto intermedio, in Enciclopedia del diritto,
VII, Milano 1960, pp. 132-140.
C owan A., Rich and Poor Among the Ratriciate in Early Modern Venice, in
«Studi Veneziani», 6 (1982), pp. 147-160.
- Neıo Families in the Venetian Ratriciate, 1646-1718, in «Ateneo Veneto»,
23, 1-2 (1985), pp. 55-75.
- Venezia e Eubecca 1580-1700, trad. it. Roma 1990 (Köln-Wien 1986).
Cozzı G., II doge Nicolo Contarini. Ricerche sul patriziato veneziano agli inizi
del Seicento, Venezia-Roma 1958.
- Una vicenda della Venezia barocca: Marco Trevisan e la sua «eroica
BIBLIOGRAFIA 305

amicizia», in «Bollettino dell’istituto di storia della societâ e dello stato


veneziano», 2 (1960), pp. 61-154.
- La societâ veneziana del Rinascimento in un’opera di Paolo Paruta: «Della
perfettione della vita politica», in «Atti della Deputazione di Storia Patria
per le Venezie», 1961, pp. 13-47.
- Cultura politica e religione nella «pubblica storiografia» veneziana nel '500,
in «Bollettino dell’Istituto di storia della societâ e dello stato veneziano»,
5-6 (1963-64), pp. 215-294.
- Domenico Morosini e il «De bene instituita re publica», in «Studi Venezia-
ni», 12 (1970), pp. 405-458.
- Marin Sanudo il Giovane: dalla cronaca alla storia in A. P ertusi (a cura
di), La storiografia veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e problemi,
Firenze 1970, pp. 333-358.
- Paolo Şarpi tra Venezia e l’Europa, Torino 1979.
- La politica del diritto nella Repubblica di Venezia, in İ dem , Repubblica di
Venezia e Stati italiani. Politica e giustizia dal secolo XVI al secolo XVIII,
Torino 1982, pp. 217-318.
- II Consiglio dei X e l’«auttoritâ suprema» (1530-1583), in ibidem, pp.
145-174.
- La giustizia e la politica nella Venezia Seicentesca (1630-77), in ibidem, pp.
174-216.
- Autoritâ e giustizia a Venezia nel Rinascimento, in ibidem, pp. 81-145.
- Politica, societâ, istituzioni, in G. Cozzı-M. K napton , Storia della Repub­
blica di Venezia dalla Guerra di Chioggia alla riconquista della Terrafer-
ma, Torino 1986, pp. 3-271.
- Venezia, una repubblica di principi?, in «Studi Veneziani», 11 (1986), pp.
139-157.
- Religione, moralitâ e giustizia a Venezia: vicende della magistratura degli
Esecutori contro la bestemmia (secoli XVI-XVII), in «Ateneo Veneto»,
nuova serie, 29 (1991), pp. 7-95.
C racco G., Relinquere laicis que laicorum sunt. Un intervento di Eugenio IV
contro i preti-notai di Venezia, in «Bollettino dell’Istituto di storia della
societâ e dello stato veneziano», 3 (1961), pp. 179-189.
- Un «altro mondo». Venezia nel Medioevo dal secolo XI al secolo XIV,
Torino 1986.
C rouzet -P avan E., «Sopra le acque salse». Espace, pouvoir et societe â
Venise â la fin du Moyen Age, 2 voli., Roma 1992.
C urti L., Memoires historiques et politiques sur la Republique de Venise, 2
voli., Paris 1802.
D a M osto A., L’Archivio di Stato di Venezia, 2 voli., Roma 1937.
D avis J.C., The Decline of the Venetian Nobility as a Ruling Class, Baltimore
1962.
D el N egro P., II patriziato veneziano al calcolatore. Appunti in margine a
«Venise au siecle des lumieres» di J. Georgelin, in «Rivista Storica
Italiana», 92, 3 (1981), p. 839, n. 6.
306 BIBLIOGRAFIA

- Forme e istituzioni del discorso politico veneziano, in Storia della


cultura veneta, Vicenza 1984, vol. 4, tomo II, pp. 407-436.
- Proposte illuminate e conservazione nel dibattito sulla teoria e la prassi dello
Stato, in Storia della cultura veneta, Vicenza 1984, vol. 5, tomo II, pp.
123-145.
- rec. a D.E. Q ueller , The Venetian patriciate. Reality versus myth, in
«Societâ e Storia», 45 (1989), pp. 763-766.
D erosas R., Moralitâ e giustizia a Venezia nel ’500-’600. Gli Esecutori contro
la bestemmia, in G. Cozzı (a cura di), Stato, societâ e giustizia nella
Repubblica veneta (sec. XV-XVIII), Roma 1980, pp. 431-528.
- Documenti finanziari della Repubblica di Venezia, serie I, vol. I, parte I, La
Regolazione delle Entrate e delle Spese (sec. XIII-XIV), Padova 1925.
D escimon R., Modernite et archaisme de l’Etat monarchique: le Parlement de
Paris saisi par la venalite (XVIe siecle), in L ’Etat moderne: genese. Bilans
et perspectives, Actes du Colloque tenu au CNRS â Paris le 19-20
septembre 1989, Paris 1990, pp. 147-161.
D oglioni A., La cittadinanza originaria nella Repubblica di Venezia, tesi di
laurea presso l’Universitâ di Padova, facoltâ di Giurisprudenza, relatore
prof. G. Zordan, a.a. 1989-90.
D olcetti G., II libro d’argento delle famiglie venete. Nobili - cittadine -
popolari, 6 voli., Venezia 1922-28.
D onati C., L ’idea di nobiltâ in Italia secoli XIV-XVIII, Roma-Bari 1988.
D oria G.-S avelli R., «Cittadini di governo» a Genova: ricchezza e potere tra
Cinque e Seicento, in Gerarchie economiche e gerarchie sociali secoli
XII-XVIII, Atti della «Dodicesima Settimana di Studi» dell’Istituto In-
ternazionale di Storia Economica «F. Datini», Prato 18-23 aprile 1980, a
cura di A. Guarducci, Firenze 1990, pp. 445-553.
E ll S.R., Citizenship and Immigration in Venice, 1305 to 1500, tesi di PhD
presso PUniversitâ di Chicago, 1976.
Fasoli G., Nascita di un mito, in Studi storici in onore di Gioacchino Volpe,
I, Firenze 1958, pp. 445-479.
F erro M., Dizionario del diritto comune, e veneto, 5 voli., Venezia
1778-1781.
F inlay R., La vita politica nella Venezia del Rinascimento, trad. it. Milano
1982 (New Brunswick 1980).
F ischer W .-L undgreen P., II reclutamento e l’addestramento del personale
tecnico e amministrativo, in C. T illy (a cura di), La formazione degli
stati nazionali nell’Europa occidentale, trad. it. Bologna 1984 (Princeton
1975), pp. 297-395.
F landrin J.-L., La famiglia. Parentela, casa, sessualitâ nella societâ preindu-
striale, trad. it. Milano 1979 (Paris 1976).
F linn M.W., II sistema demografico europeo 1500-1820, trad. it. Bologna
1983 (Brighton 1981).
F oscarini M., Della letteratura veneziana ed altri şeritti intorno ad essa,
Venezia 1854.
BIBLIOGRAFIA 307

G aeta F., Alcune considerazioni sul mito di Venezia, in «Bibliotheque


d’Humanisme et Renaissance», 23 (1961), pp. 58-75.
- Giorgio di Trebisonda, le Leggi di Platone e la costituzione di Venezia, in
«Bullettino dell’Istituto Storico Italiano per il Medio Evo e Archivio
Muratoriano», 82 (1970), pp. 479-501.
- L’idea di Venezia, in Storia della cultma veneta, Vicenza 1981, vol. 3, tomo
m, pp. 565-641.
- Venezia da «stato misto» ad aristocrazia esemplare, in Storia della cultma
veneta, Vicenza 1984, vol. 4, tomo II, pp. 437-494.
Gerarchie economiche e gerarchie sociali secoli XII-XVIII, Atti della «Dodice-
sima Settimana di Studi» dell’Istituto Internazionale di Storia Economica
«F. Datini», Prato 18-23 aprile 1980, a cura di A. Guarducci, Firenze
1990.
G alliccioli G., Delle memorie venete antiche, profane ed ecclesiastiche..., 8
tomi, Venezia 1795.
G asparini S., I giuristi veneziani e il loro ruolo tra istituzioni e potere nell’etâ
del diritto comune, in K. N ehlsen von Stryk-D. N orr (a cura di),
Diritto comune, diritto commerciale, diritto veneziano, Venezia 1985, pp.
67-105.
G eorgelin J., Venise au siecle des lumieres, Paris-La Haye 1978.
G iannotti D., Della repubblica de’ Viniziani, in İ dem , Öpere politiche, a
cura di F. D i a z , I, Milano 1974, pp. 27-151.
G ilbert F., The Date of the Composition of Contarini’s and Giannotti’s
Books on Venice, in «Studies in the Renaissance», 14 (1967), pp.
172-184.
- Religion and Politics in the Thought of Gasparo Contarini, in T.K. Rabb-
J.E. Seigel (ed. by), Action and Convinction in Early Modern Europe:
Essays in Memory of E.H. Harbison, Princeton 1968, pp. 90-116.
- The Venetian Constitution in Florentine Political Thought, in N. Rubin-
stein (ed. by), Florentine Studies, Politics and Society in Renaissance
Florence, London 1968, pp. 463-500.
- The Last Will of a Venetian Grand Chancellor, in Philisophy and Huma-
nism: Renaissance Essays in Honor of Paul Oskar Kristeller, Leiden 1976,
pp. 502-517.
G iraldi P.M., The Zen Family (1500-1550): Patrician Office Holding in
Renaissance Venice, tesi di PhD presso l’Universitâ di Londra 1975.
G oimard J., Venise au temps des galeres, Paris 1968.
G radenigo P., Memorie concernenti le vite de’ Veneti Cancellieri Grandi,
BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 166 (7307).
G rubb J.S., Alla ricerca delle prerogative locali: la cittadinanza a Vicenza,
1404-1509, in G. C racco-M. K napton (a cura di), Dentro lo «Stado
Italico». Venezia e la Terraferma fra Quattro e Seicento, Trento 1984, pp.
17-31.
G ullino G., Considerazioni sull’evoluzione del sistema fiscale veneto tra il
XVI e il XVIII secolo, in G. Borelli-P. L anaro-F. Vecchiato (a cura
308 BIBLIOGRAFIA

di), II sistema fiscale veneto. Problemi e aspetti; XV-XVIII secolo, Verona


1982, pp. 59-91.
- I Pisani dal banco e moretta. Storia di due famiglie veneziane in etâ
moderna e delle loro vicende patrimoniali tra 1705 e 1836, Roma 1984.
- I patrizi veneziani e la mercatura negli ultimi tre secoli della Repubblica, in
AA.W ., Mercanti e vita economica nella Repubblica Veneta (secoli
XIII-XVIII), Venezia 1985, pp. 403-451.
- Politica ed economia a Venezia, nell’etâ di Benedetto Marcello (1686-1739),
in F. Rossı-C. M adricardo (a cura di), Benedetto Marcello, la sua opera
e il suo tempo, Firenze 1988, pp. 3-15.
H ocquet J.C., Le sel et la fortune de Yenise. Volüme 2. Voiliers et commerce
en Mediterranee 1200-1650, Lille 1979.
H unecke V., Matrimonio e demografia del patriziato veneziano (sec. XVII-
XVIII), in «Studi Veneziani», 21 (1991), pp. 269-319.
H uppert G., II borgbese-gentiluomo, trad. it. Bologna 1978 (Chicago and
London 1977.
I mhof A.E., Introduzione alla demografia storica, trad. it. Bologna 1981
(München 1977).
Kamenka E., Bureaucracy, Oxford-Cambridge Mass. 1989.
King M.L., Umanesimo e patriziato a Venezia nel Quattrocento, 2 voli., trad.
it. Roma 1989 (Princeton 1986).
K irshner J., «Civitas sibi faciat civem»: Bartolus of Sassoferrato’s Doctrine on
the Making of a Citizen, in «Speculum», 48 (1973), pp. 694-713.
- Betıveen nature and culture: an opinion of Baldus of Perugia on Venetian
citizenship as second nature, in «The Journal of Medieval and Renaissan-
ce Studies», 9 (1979), pp. 179-208.
K napton M., II fisco nello Stato veneziano di Perraferma tra ’300 e ’500, in
G. Borelli-P. Lanaro-F. V ecchiato (a cura di), II sistema fiscale
veneto. Problemi e aspetti; XV-XVIII secolo, Verona 1982, pp. 15-57.
- Guerra e finanza (1381-1508), in C ozzi-Knapton , Storia cit., pp. 273-353.
- Tra dominante e dominio (1517-1630), in G. Cozzı-M. K napton -G.
Scarabello, La Repubblica di Venezia nell’etâ moderna. Dal 1517 alla
fine della Repubblica, Torino 1992, pp. 201-549.
La H aye, La politique çivile et militaire des Venitiens, A Paris 1668.
Lane F.C., Storia di Venezia, trad. it. Torino 1978 (Baltimore 1973).
Laslett P.-O osterveen K.-Smith R.M. (ed. by), Bastardy and its Compara-
tive History, London 1980.
Lazzarini V., Le offerte per la guerra di Chioggia ed un falsario del
Quattrocento, in «Nuovo Archivio veneto», nuova serie, 4 (1902), pp.
202-213.
Lıvı C.-Sella D.-T ucci U., Un probleme d’histoire: la decadence economique
de Venise, in Aspetti e cause della decadenza economica veneziana nel
XVII secolo, Atti del convegno, 27 giugno-2 luglio 1957, Venezia-Roma
1961, pp. 289-317.
L ombardo A., Storia e ordinamenti delle magistrature veneziane in un
BIBLIOGRAFIA 309

manoscritto inedito del secolo XVII, in Studi in onore di Riccardo Filan-


gieri, II, Napoli 1959, pp. 619-688.
L ongo A., De’ veneti originarj cittadini raccolta di aneddoti sommarj e
catalogo, Venezia 1817.
L owry M.J.C., The Reform of the Council of Ten, 1582-83: an Unsettled
Problem?, in «Studi Veneziani», 13 (1971), pp. 275-310.
L ucchetta F., L'affare Zen in Levante, in «Studi veneziani», 10 (1968), pp.
109-219.
L uzzatto G., Storia economica di Venezia dall’XI al XVI secolo, Venezia
1961.
M ancini R., La corruzione. Usi ed abusi di un termine storiografico, in
«Ricerche storiche», 21, 1 (genn.-apr. 1991), pp. 3-33.
- I persuasori. Discussione sulla formazione del burocrate moderno, in La
mediazione («Laboratorio di storia», 5), Firenze 1992, pp. 70-102.
M antelli R., II pubblico impiego nell’economia del Regno di Napoli: retribu-
zioni, reclutamento e ricambio sociale nell’epoca spagnuola (secc. XVI-
XVII), Napoli 1986.
M arangoni G., Le Associazioni di mestiere nella Repubblica veneta (vittua-
ria-farmacia-medicina), Venezia 1974.
M aranini G., La Costituzione di Venezia. Dopo la serrata del Maggior
Consiglio, Firenze 1931.
M arini F., Luigi Marini segretario della serenissima repubblica di Venezia nel
secolo 15 e 16. Saggio di storia critica e documentata sulla genesi e sulla
fine deU’ordine dei segretari, Treviso 1910.
M arino J.A., La erişi di Venezia e la Nem Economic History, in «Studi
storici», 19, 1 (1978), pp. 79-107.
M arzi D., La cancelleria della repubblica fiorentina, Rocca San Casciano
1910.
M assetto G.P., 17n magistrato e una cittâ nella Lombardia spagnola. Giulio
Claro pretore a Cremona, Milano 1985.
M enniti I ppolito A., Ecclesiastici veneti, tra Venezia e Roma, in AA.W .,
Venezia e la Roma dei Papi, Milano 1987, pp. 209-244.
Mestieri e Arti a Venezia 1173-1806, Catalogo della mostra documentaria a
cura del Ministero per i Beni Culturali e Ambientali e l’Archivio di Stato
di Venezia, Venezia (1986).
M igliardi O ’Riordan C olasanti G., Le professioni sanitarie, in Difesa
della sanitâ a Venezia secoli XIII-XIX, Catalogo della mostra documenta­
ria 23 giugno-30 settembre 1979, a cura del Ministero per i beni
culturali e ambientali e dell’Archivio di stato di Venezia, Venezia 1979,
pp. 80-95.
M illedonne A., Storia del Concilio di Trento, BNM, Mss. Italini, cl. VII,
1790 (7677).
- Ragionamento di doi gentil’huomini l’uno Romano, l’altro Venetiano. Sopra
il governo della Repubblica Venetiana fatto alli 15 di Genaro 1580 al
modo di Venetia, BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 709 (8403).
310 BIBLIOGRAFIA

M olmenti P., La storia di Venezia nella vita privata dalle origini alla
caduta della repubblica, 3 voli., Bergamo 1905.
M orosini D., De bene instituta re publica, a cura di C. Finzi, Milano 1969.
M orosini P., Defensio Venetorum ad Europae principes contra obtrectatores,
in J. Valentinelli, Bibliotheca manuscripta ad S. Marci Venetiarum, III,
Venetiis 1870, pp. 189-229.
M orpurgo E., Nuovi documenti di demografla veneta, in «Atti del Regio
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti», serie V, 6 (1879-80), dispensa
III, pp. 105-140.
M ousnier R., Le traflc des offices â Yenise, in İ dem , La plume, la faucille et
le marteau. Institutions et Societe en France du Moyen Age â la Revolu-
tion, Paris 1970, pp. 387-401.
- Le gerarchie sociali dal 1450 ai nostri giorni, a cura di E. Rotelli, trad. it.
Milano 1971 (Paris 1969).
- La venalite des offices sous Henry IV et Louis XIII, Paris 19712.
M ozzarelli C.-Schiera P. (a cura di), Patriziati e aristocrazie nobiliari. Ceti
dominanti e organizzazione del potere nell’Italia centro-settentrionale dal
XVI al XVIII secolo, Atti del seminario tenuto a Trento il 9-10 dicembre
1977, Trento (1978).
M uazzo G.A., Historia del governo antico e presente della Repubblica di
Venezia, BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 966 (8406).
M ueller R.C., Charitable Institutions, the Jeıoish Community and Venetian
Society. A Discussion of the Recent Volüme by Brian Pullan, in «Bolletti-
no dell’Istituto di storia della societâ e dello stato veneziano», 14 (1972),
pp. 37-82.
- Peşte e demografla. Medioevo e Rinascimento, in Venezia e la peşte,
1348/1797, catalogo della mostra a cura del Comune di Venezia e
dell’Assessorato alla Cultura e Belle Arti, Firenze 1979, pp. 93-96.
- Aspetti sociali ed economici della peşte a Venezia nel Medioevo, in ibidem,
pp. 71-92.
- Effetti della guerra di Chioggia (1378-1381) sulla vita economica e sociale di
Venezia, in «Ateneo Veneto», nuova serie, 19 (1981), pp. 27-41.
- Monete coniate e monete di conto nel Trevigiano. Medioevo e epoca
moderna, in Due villaggi della collina trevigiana. Vidor e Colbertaldo, a
cura di D. Gasparini, II, Vidor 1989, pp. 323-335.
M uir E., II rituale civico a Venezia nel Rinascimento, Roma 1984.
Musı A., Stato moderno e mediazione burocratica, in «Archivio storico
italiano», 143, 1 (1986), pp. 75-96.
Muzıo G., II Gentilhuomo, Venezia 1571.
O livieri A., voce Gabriele Cavazza, in Dizionario Biografico degli Italiani,
XXIII, pp. 39-41.
Opinione falsamente ascritta al padre paolo Servita, come debba governarsi
internamente, ed esternamente la Republica Veneziana per haver perpetuo
Dominio. Con la quale si ponderano anco gli interessi di tutti i Prencipi,
In Venetia 1685.
BIBLIOGRAFIA 311

O ttobon A., Lettera d’un nobile cattolico repubblichista, Milano 1712.


P anciera V., L’industria della lana nella Repubblica di Venezia in etâ
moderna, tesi di dottorato in Storia economica e sociale presso l’Univer-
sitâ commerciale «L. Bocconi», II ciclo.
P aruta P., Della perfezzione della vita politica, in Ben zo n i -Zanato (a cura
di), Storici e politici cit., pp. 505-642.
P ecchioli R., II «mito» di Venezia e la erişi fiorentina intomo al 1500, in
«Studi Storici», 3 (1962), pp. 451-492.
- rec. a W.J. Bouwsma, Yenice and the Defence of Republican Liberty.
Renaissance Values in the Age of Conter Reformation, Berkeley and Los
Angeles 1968, in «Studi Veneziani», 12 (1971), pp. 693-708.
P ertusi A., Gli inizi della storiografia umanistica nel Quattrocento, in İ dem
(a cura di), La storiografia veneziana fino al secolo XVI. Aspetti e
problemi, Firenze 1970, pp. 269-232.
P ezzolo L., L ’oro dello Stato. Societâ, finanza e fisco nella Repubblica veneta
del secondo ’500, Venezia 1990.
- Sistema di valori e attivitâ economica a Venezia, 1530-1630, in L ’impresa.
Industria commercio banca secc. XIII-XVIII, Atti della «Ventiduesima
Settimana di Studi» delPIstituto Internazionale di Storia Economica «F.
Datini», Prato 30 aprile-4 maggio 1990, Firenze 1991, pp. 981-988.
P oliti G., Aristocrazia e potere politico nella Cremona di Filippo II, Milano
1975.
P ovolo c., Aspetti e problemi deli’amministrazione della giustizia penale
nella Repubblica di Venezia, secoli XVI-XVII, in G. Cozzı (a cura di),
Stato, societâ e giustizia nella Repubblica veneta (sec. XV-XVIII), Roma
1980, pp. 153-258.
- voce Nicold Crasso, in Dizionario Biografico degli Italiani, XXX, pp.
573-577.
P reto P., Reste e societâ a Venezia nel 1576, Vicenza 1978.
- Le grandi peşti deli’etâ moderna, 1575-77 e 1630-31, in Venezia e la peşte,
1348/1797, catalogo della mostra a cura del Comune di Venezia e
dell’Assessorato alla Cultura e Belle Arti, Firenze 1979, pp. 123-148.
- Reste e demografla: le due peşti del 1575-77 e 1630-31, in ibidem, pp.
97-98.
- voce Pietro Busenello, in Dizionario Biografico degli Italiani, XV, pp.
518-520.
- voce Pietro Maria Busenello, in ibidem, XV, pp. 520-521.
P ullan B., Service to the Venetian State: Aspects of Mith and Reality in the
early Seventeenth Century, in «Studi secenteschi», 5 (1964), pp. 95-148.
- (a cura di), Crisis and Change in the Venetian Economy in the 16th and
17th Centuries, London 1968.
- La politica sociale della Repubblica di Venezia 1500-1620, 2 voli., trad. it.
Roma 1982 (Oxford 1971).
Q ueller D.E., II patriziato veneziano. La realtâ contro il mito, trad. it. Roma
1987 (Urbana and Chicago 1986).
312 BIBLIOGRAFIA

Raines D., Pouvoir ou privileges nobiliaire? Le dilemme du patriciat


venitien face aux agregations du XVIIe siecle, in «Annales ESC», 46, 4
(Juillet-Août 1991), pp. 827-847.
- Office Seeking, «broglio», and the Pocket Political Guidebooks in Cinque-
cento and Seicento Venice, in «Studi Veneziani» 22 (1991), pp. 137-194.
R anke V on L., Venezia nel ’500, Roma 1971.
Rapp R.T., Industria e decadenza economica a Venezia nel XVII secolo, trad.
it. Roma 1986 (Cambridge-Mass. 1976).
Raulich I., Una relazione del marchese di Bedmar sui Veneziani, in «Archi-
vio Veneto», nuova serie, 16 (1898), pp. 5-32.
Relazione della cittâ e republica di Venetia, In Colonia 1672.
Relazione dell’anonimo, in P. M olmenti, Curiositâ di storia veneziana,
Bologna 1919, pp. 359-456.
Relazione sull’organizzazione politica della Repubblica di Venezia al cadere del
secolo decimosettimo con osservazioni sulla origine dei vari magistrati, le
relazioni coi principi, le forze originarie e straordinarie di terra e di mare,
la riccheza pubblica ecc. ecc., a cura di G. Bacco, Vicenza 1856.
Romanin S., Storia documentata di Venezia, 10 voli., Venezia 1853-1861.
Romano D., Patricians and Popolani. The Social Foundations of the Venetian
Renaissance State, Baltimore-London 1987.
Romano R., L’Italia nella erişi del secolo XVII, in İ dem , Tra due erişi: ITtalia
del Rinascimento, Torino 1981, pp. 187-206.
Rosemberg H., Bureaucracy, Aristocracy and Autocracy. The Prussian Expe-
rience 1660-1815, Cambridge-Mass. 1958.
Rotelli E., La struttura sociale nell’itinerario storiografico di Roland Mou-
snier in R. M ousnier , Le gerarehie sociali dal 1450 ai nostri giorni, a
cura di E. R otelli, trad. it. Milano 1971 (Paris 1969), pp. VII-L.
Sabbadini R., II nuovo patriziato veneziano: analisi del suo inserimento
politico e sociale (meta sec. XVII - meta sec. XVIII), tesi di laurea presso
PUniversitâ di Venezia, facoltâ di Lettere e filosofia, relatore prof. G.
Cozzi, a.a. 1987-88.
Sabellico M., De venetis magistratibus, in Opera omnia, Basileae 1560, pp.
178-299.
Sablonier R., Les mobilites sociales: esquisse d’une problematique, in Gerar­
ehie economiche e gerarehie sociali secoli XII-XVIII, Atti della «Dodicesi-
ma Settimana di Studi» dell’Istituto Internazionale di Storia Economica
«F. Datini», Prato 18-23 aprile 1980, a cura di A. G uarducci, Firenze
1990, pp. 599-610.
Saint D idier (A.T. D e L imojon ), La ville et la Republique de Venise, Paris
1680.
Sandi V., Principj di storia çivile della repubblica di Venezia dalla sua
fondazione sino all’anno di N.S. 1700..., 9 voli., Venezia 1755-1772.
Sansovino F., L ’avvocato e il segretario, a cura di P. Calamandrei, Firenze
1942.
Sanudo M. il giovane , De origine, situ et magistratibus urbis venetae
BIBLIOGRAFIA 313

ovvero La citta di Venetia (1493-1500), edizione critica di A. Caracciolo


Aricö, Milano 1980.
Sardella P., Nouvelles et speculations â Venise au debut du XVI' siecle,
Paris 1948.
Savelli R., La cancelleria genovese nel Quattrocento, in «Ricerche storiche»,
19, 3 (sett.-dic. 1989), pp. 585-610.
Scarabello G., II Settecento in C ozzi-Knapton -Scarabello, La Repubbli-
ca cit., pp. 551-681.
Scaramelli G.C., Ricordi a se stesso, BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 1640
(7983).
Sciuti Rossı V., Astrea in Sicilia. II ministero togato nella societâ siciliana dei
secoli XVI e XVII, Napoli 1983.
Segarizzi A., Cenni sulle scuole pubbliche a Venezia nel secolo XV e sul
primo maestro d’esse, in «Atti del Regio Istituto veneto di scienze, lettere
ed arti», 75 (1915-16), parte II, pp. 637-667.
- Le «Relazioni» di Venezia dei rappresentanti esteri, in «Atti del Regio
Istituto veneto di scienze, lettere ed arti», 81 (1921-22), parte II, pp.
107-167.
Sella D., II declino dell’emporio realtino, in V. Brança (a cura di), La civiltâ
veneziana nell’etâ barocca, Firenze 1959, pp. 37-48.
- Commerci e industrie a Venezia nel secolo XVII, Venezia-Roma 1961.
- The Rise and Fail of the Venetian V/oollen Industry, in B. P ullan (a cura
di), Crisis and Change in the Venetian Economy in the 16th and 17th
Centuries, London 1968, pp. 106-126.
- L’economia lombarda durante la dominazione spagnola, trad. it. Bologna
1982 (Cambridge-Mass. 1979).
Seno C.-Ravegnani G. (a cura di), II «De Republica» di Lauro Querini, in
Lauro Querini umanista, studi e testi raccolti e presentati da V. Brança,
Firenze 1977, pp. 103-161.
Sestan E., La politica veneziana del Seicento, in V. Brança (a cura di),
Storia della civiltâ veneziana. III. DalTetâ barocca alTItalia contempora-
nea, Firenze 1959, pp. 7-22.
Sıvos G., Cronaca veneta, BMCC, Mss. Cicogna, 2121.
Squittinio della libertâ veneta nel quale si adducono anche le raggioni delTImpero
Romano sopra la Citta et Signoria di Venetia, Stampato in Mirandola 1619.
Stella A ldo , La regolazione delle pubbliche entrate e la erişi politica
veneziana del 1582, in Miscellanea in onore di Roberto Cessi, II, Roma
1958, pp. 157-171.
- voce Bonifacio Antelmi, in Dizionario Biografico degli Italiani, III, pp.
441-442.
Stella A n to n io , Grazie, pensioni ed elemosine sotto la Repubblica Veneta,
in Monografie edite in onore di Fabio Besta, II, Milano 1912, pp.
715-785.
Stone L., Social Mobility in England, 1500-1700, in «Past and Present», 25
(1966), pp. 16-55.
314 BIBLIOGRAFIA

T assini G., Famiglie cittadinesche veneziane, in «Archivio Veneto», 10


(1875), pp. 355-357.
- Cittadini, in ASV, Miscellanea Codici I, Storia Veneta, bb. 9-16.
T entori C., Saggio sulla storia çivile, politica, ecclesiastica e sulla corografia e
topografia degli Stati della Repubblica di Venezia..., 12 voli., Venezia
1785-1790.
T homas G.M., Cittadinanza accordata a forestieri, in «Archivio Veneto», 8
(1874), pp. 154-156.
T irone A., I residenti veneti e il riformismo in Lombardia, in «Studi
Veneziani», 8 (1966), pp. 48-62.
T oderini T., Genealogia delle famiglie venete ascritte alla cittadinanza origina-
ria, ASV, Miscellanea Codici I, Storia Veneta, bb. 1-3.
T odesco M.T., Andamento demografico della nobiltâ veneziana allo specchio
delle votazioni nelMaggior Consiglio, in «Ateneo Veneto», 176 (1989), pp.
119-164.
T orcellan G.F., voce Giovanni Battista Ballarin, in Dizionario Biografico
degli Italiani, V, pp. 570-571.
T rebbi G., La cancelleria veneta nei secoli XVI e XVII, in «Annali della
Fondazione Luigi Einaudi», 14 (1980), pp. 65-125.
- II segretario veneziano, in «Archivio Storico Italiano», 144 (1986), fasc. 527,
pp. 35-73.
T revisan M., L ’immortalitâ di G.B. Ballarin... descritta dalla penna amica di
Marco Trevisano nobile veneto l’amico heroe, Venetia 1671.
T ervor Rooper H.R., La erişi generale del XVI secolo, in İ dem , Protestantesi-
mo e trasformazione sociale, Bari 1969, pp. 87-131.
Tuccı U., Ranke storico di Venezia, in L. von Ranke, Venezia nel '500, Roma
1971, pp. 1-69.
- L ’economia veneziana nel Quattrocento, in V. Brança (a cura di), Storia della
civiltâ veneziana. II. Autunno del Medioevo e Rinascimento, Firenze 1979,
pp. 155-167.
- La psicologia del mercante veneziano, in İ dem , Mercanti, navi, monete nel
Cinquecento veneziano, Bologna 1981, pp. 43-94.
- Carriere popolane e dinastie di mestiere a Venezia, in Gerarchie economiche e
gerarehie sociali secoli XII-XVIII, Atti della «Dodicesima Settimana di
Studi» dell’Istituto Internazionale di Storia Economica «F. Datini», Prato
18-23 aprile 1980, a cura di A. G uarducci, Firenze 1990, pp. 815-851.
U lvioni P., II castigo diDio. Carestie ed epidemie a Venezia e nella Terraferma
1628-1632, Milano 1989.
Valier A gostino , Dell’utilitâ ehe si puö ritrarre dalle cose operate dai
veneziani libri XIV, Padova 1787.
Valier A ndrea , Historia della guerra di Candia, In Venetia 1679.
Venier G.A., Storia delle rivoluzioni seguite nel govemo della repubblica di
Venezia e della istituzione dell’ecc.so Consiglio dei Dieci sino alla sua
regolazione, BNM, Mss. Italiani, cl. VII, 709 (8403).
Ventura A., Nobiltâ e popolo nella societâ veneta del ’400 e '500, Bari 1964.
BIBLIOGRAFIA 315

- Considerazioni sull''agricoltura veneta e sulla accumulazione originaria


del capitale, in Agricoltura e sviluppo del capitalismo, Roma 1970, pp.
519-550.
- II problema storico dei bilanci generali della Repubblica veneta, in Bilanci
generali della Repubblica di Venezia, IV, Bilanci dal 1756 al 1783, Padova
1972, pp. IX-CXXXIX.
- Introduzione, a Relazioni degli ambasciatori veneti al Senato, Bari 1976, pp.
VII-LXXIX.
- Scrittori politici e scritture di governo, in Storia della cultura veneta, Vicenza
1981, vol. 3, tomo III, pp. 513-563.
V erga M., Da «cittadini» a «nobili». Lotta politica e riforma delle istituzioni
nella Toscana di Francesco Stefano, Milano 1991.
V icens V ives ]., La struttura amministrativa statale nei secoli XVI e XVII, in
E. Rotelli-P. Schiera (a cura di), Lo Stato moderno. Vol. I: Dal
Medioevo all’etâ moderna, Bologna (1971), pp. 221-246.
V iggiano A., Fra governanti e governati. Legittimitâ del potere ed esercizio
dell’autoritâ sovrana nella Terraferma veneta della prima etâ moderna,
Venezia 1993.
W acquet J.C., La corruzione. Morale e potere a Firenze nel XVII e XVIII
secolo, trad. it. Milano 1986 (Paris 1984).
W eber M., Economia e societâ, trad. it. Milano 19682 (Tübingen 1922).
Z amperetti S., voce Marcantonio De Franceschi, in Dizionario Biografico degli
Italiani, XXXVI, pp. 38-39.
- voce Giovanfrancesco de Franceschi, in ibidem, XXXVI, pp. 35-36.
- voce Andrea De Franceschi, in ibidem, XXXVI, pp. 24-26.
- voce Pietro Dölce, in ibidem, in corso di pubblicazione.
- voce Alemante Angelo Donini, in ibidem, in corso di pubblicazione.
Z anetti D., La demografla delpatriziato milanese nei secoli XVII, XVIII, XIX,
Pavia 1972.
- The patriziato of Milan from the domination of Spain to the unification of
Italy: an outline of the social and demographic history, in «Social History»,
6 (1977), pp. 745-760.
Zanetto M., Fncomi, sotterfugi, silenzi. Un discorso aristocratico nella Venezia
del secondo Seicento, in «Studi Veneziani», 14 (1987), pp. 323-341.
- «Mito di Venezia» ed «antimito» negli şeritti del Seicento veneziano, Venezia
1991.
Z annini A., Un ceto di funzionari amministrativi-, i cittadini originari venezia­
ni, 1569-1730, in corso di pubblicazione su «Studi Veneziani».
- Un censimento inedito della popolazione e la erişi economica veneziana d’inizi
Seicento, in corso di pubblicazione su «Studi Veneziani».
Z anni Rosiello I., Archivi e potere a Bologna nel Settecento, in Famiglie
senatorie e istituzioni cittadine a Bologna nel Settecento, Atti del I
colloquio, Bologna 2-3 febbraio 1980, Bologna 1980, pp. 113-131.
Z ordan G., Le persone nella storia del diritto veneziano prestatutario, Padova
1973.
316 BIBLIOGRAFIA

Z orzanello P. e G. (a cura di), Inventari dei manoscritti delle biblioteche


d’ltalia. Vol. LXXI. Venezia = Mardana. Mss. Italiani = Classe VII (nn. 1
= 300), Firenze 1956.
- Vol. LXXXV. Venezia = Mardana. Mss. Italiani = Classe VII (nn. 301 =
1001), Firenze 1963.
Z orzi A., I Fiorentini e gli uffidpubblid nel primo Quattrocento: concorrenza,
abusi, illegalitâ, in «Quaderni storici», nuova serie, 66, 3 (dicembre 1987),
pp. 738-747.
- Giusdicenti e operatori della giustizia nello stato territoriale fiorentino del XV
secolo, in «Ricerche storiche», 19, 3 (sett.-dic. 1989), pp. 538-541.
indice analitico

abiti: - Piero, 154;


- abito del mercante, 71; - Valerio di Marcantonio, 156-157;
- veste nera cittadinesca, 13, 71, - Valerio e Antonio di Bonifacio, 172,
79-80, 265-266; 173n.
- veste patrizia, 13, 75n, 80n; «antimito», şeritti deli’, 20, 255-268.
- vestire «alla forestiera», 80 e n. Ariberti, famiglia, 299.
Acquisti, famiglia, 299. Armstrong, J.A., 17n.
Agnadello, 44, 57, 248. Amaldi, famiglia, 299.
Ago, R., 146n. Amaldi, G., 47n.
Agostini, Agostin, 74. Artelli, L., 89n.
Alberghetti, famiglia, 104. Atene, 58.
Alberghini, Zuane, 223. Avogadro, Domenico, 112.
Albrizzi, famiglia, 169-170, 299; Avogaria di Comun:
- Gianbattista, 169, 170, 288n; - competenza sulla cittadinanza origi-
- Iseppo di Maffio, 169, 173n. naria, 14, 44-45, 61, 200;
Albrow, M., 17n. - competenza sulla nobiltâ, 44, 66;
Aleppo, 250. - notai e personale deli’Avogaria, 12,
Amelot de la Houssaie, A.N., 147n, 41, 184, 190;
267, 269 e n, 274 e n, 280 e n, 283 e - procedura di riconoscimento della
n. cittadinanza, 62-63.
amministrazione, vedi burocrazia, bu- avvocati, 103.
rocrazia intermedia, burocrazia non Aylmer, G.E., 17n, 144n.
patrizia. Austria, duca di, 33.
Amsterdam, 250.
anagrafi, (vedi anche censimenti), 96. Bacco, G., 261n.
Angaran, famiglia, 299. Badoer, Vettor, 77.
Antelmi, famiglia, 153-162, 171-172, Baglioni, Francesco e Gio