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Depotenziamento del metodo comunitario che i trattati esterni

comportano; minor ruolo del parlamento europeo nei meccanismi


istituzionali e nel ruolo della corte di giustizia dell’Unione europea con
uno sguardo specifico sugli strumenti del diritto internazionale e i limiti
alla conclusione dei trattati da parte di Stati all'interno dell’Unione
europea come fattori di integrazione o di disintegrazione.

Una delle prime difficoltà che dobbiamo affrontare in merito alla


graduale diluizione del metodo comunitario è di natura concettuale. È lecito
infatti chiedersi con precisamente cosa si intende quando usiamo il termine
“metodo comunitario”. In assenza di una definizione ampiamente accettata,
gli analisti ricorrono spesso a nozioni contrastanti, per cui è ovviamente -
difficile, in un contesto di questo tipo, determinare cosa sia conforme al
modello iniziale1.
Una delle definizioni più frequentemente citate è stata fornita dalla
Commissione nel suo Libro bianco sulla governance europea: “Il metodo
comunitario garantisce sia la diversità che l’efficacia dell’Unione. Esso
garantisce l’equo trattamento di tutti gli Stati membri, dai più grandi ai più
piccoli. Esso fornisce un mezzo per arbitrare tra i diversi interessi,
facendoli passare attraverso due filtri successivi: l’interesse generale a
livello della Commissione; e la rappresentanza democratica, europea e
nazionale, a livello del Consiglio e del Parlamento europeo, insieme alla
legislatura dell’Unione”2. Questo genere di organizzazione comunitaria si
fonda su tre principali elementi:

 Solo la Commissione europea presenta proposte legislative e


politiche. La sua indipendenza rafforza la sua capacità di eseguire la

1
De Schoutheete P., “Decision - Making in the European Union”, Policy Briefs, n. 24, Notre
Europe, marzo 2011; Ponzano P., “Metodo intergovernativo o metodo comunitario: un dibattito
irrilevante?” Policy Briefs, n. 23, Notre Europe, marzo 2011.
2
European Commission, European Governance. A White Paper, 25 July 2001, p. 8.

1
politica, di agire come custode del trattato e di rappresentare la
Comunità nei negoziati internazionali3.
 Gli atti legislativi e di bilancio sono adottati dal Consiglio dei
ministri, in rappresentanza degli Stati membri e dal Parlamento
europeo, in rappresentanza invece dei cittadini. Il ricorso al voto a
maggioranza qualificata in seno al Consiglio è un elemento
essenziale per garantire l'efficacia di questo metodo. L’esecuzione
della politica è affidata alla Commissione e alle autorità nazionali4.
 La Corte di giustizia europea garantisce invece il rispetto dello Stato
di diritto4.

Questa definizione fa luce sui due aspetti più critici del modello
comunitario:

 da un lato, la delega di poteri ad organismi indipendenti ovvero la


Commissione, la Corte di giustizia a cui oggi si aggiunge la BCE,
principio che costituisce senza dubbio la chiave di volta del sistema
istituzionale europeo, e che la Dichiarazione Schuman ha già
attribuito un’enorme importanza a questo principio già ai suoi tempi;
 e, dall’altro, il suo corollario, il contenimento dei poteri sovrani per
gli Stati membri, che accettano l’eventualità di finire in minoranza al
momento del voto e che si sottopongono al diritto comunitario.

Le due fonti di legittimità utilizzate per sostenere l’intero sistema


sono: la rappresentanza dei governi negli organi intergovernativi e quella
dei cittadini in un parlamento eletto. Se da un lato è possibile trovare
equivalenti per ciascuno di questi elementi sulla scena internazionale,
dall’altro è necessario evidenziare che nell’Unione Europea si ricorre ad

3
https://eur-lex.europa.eu/legal-content/IT/TXT/?uri=CELEX:52001DC0428
4
Ibidem.

2
essi in modo molto più sistematico5. Ed è proprio questo che spiega
l’originalità del modello istituzionale che l’Unione Europea incarna. Ma
dopo i grandi progressi compiuti negli anni ‘80, un decennio segnato
dall’imprimere un nuovo impulso al processo di integrazione, il metodo
comunitario sembra essere approdato a una fase turbolenta.
Vi sono una serie di elementi che determinano tale sviluppo e che si
sono rivelati fondamentali per comprendere il dibattito odierno.
Innanzitutto, le difficoltà legate alla ratifica del Trattato di Maastricht
hanno messo in evidenza il fatto che i dibattiti sul “deficit democratico” non
erano di natura puramente accademica, ma erano condivisi da ampie fasce
di cittadini europei. In secondo luogo, più o meno nello stesso periodo i
governi hanno cominciato a mostrare segni di impazienza nei confronti di
quella che molti di loro vedevano come un’espansione illimitata dei poteri
dell’Europa simboleggiata dalla Commissione. Così essi tendevano a
moltiplicare i propri poteri di controbilanciamento. La struttura a pilastri del
Trattato di Maastricht è stata per molti versi il primo segno di questa
tendenza: pur accettando la necessità di una disciplina europea negli ambiti
di competenza dei loro poteri sovrani come la politica estera, la sicurezza o
la giustizia, gli Stati membri si sono rifiutati di vedere le istituzioni
sovranazionali svolgere un ruolo simile a quello tradizionalmente loro
assegnato in materia “comunitaria”.
Ogni volta che è venuto alla ribalta un impulso proeuropeo, essi
hanno risposto istituendo strutture ad hoc con poteri ad esso assegnati solo
con estrema parsimonia: per esempio, l’alto rappresentante per la politica
estera, o l’Eurogruppo e il suo presidente, e infine l’istituzione di un
presidente stabile del Consiglio europeo che non poteva che interferire con
le funzioni di iniziativa e di mediazione che spettano alla Commissione
secondo il modello comunitario. Questa crescita del mentalismo

5
Dehousse R., The ‘Community Method’. Obstinate or Obsolete?, Basingstoke, Palgrave
Macmillan, 2011.

3
intergovernativo è stata chiaramente a vantaggio del Consiglio europeo.
Elevata al rango di istituzione dell’Unione dal Trattato di Lisbona, è ora
parte integrante del sistema istituzionale comunitario6.
Possiamo rilevare uno sviluppo dello stesso tipo che si sta verificando
negli strumenti politici europei. L’ondata di armonizzazione che ha segnato
il programma relativo alla realizzazione del mercato interno è stata seguita
da una fase caratterizzata dalla ricerca di metodi volti a ridurre i vincoli
imposti alle amministrazioni nazionali, come la gestione mirata ai risultati,
il benchmarking, il controllo tra pari e così via. Questo approccio, che ha
preso il via con l’Unione monetaria, è stato poi elevato dalla strategia di
Lisbona al rango di principio fondante delle strategie di riforma del welfare
state e di miglioramento della competitività.
Esso esemplifica l’ondata di “nuove modalità di governante” in cui la
Commissione è relegata a svolgere un ruolo di secondo piano mentre il
Consiglio europeo dovrebbe però svolgere un ruolo di guida. Tutti questi
sviluppi suggeriscono che c’è stata una volontà politica deliberata di
consegnare agli archivi l’idea di delegare i poteri, che sta alla base del
metodo comunitario, a favore di quello che è stato chiamato
“transgovernamentalismo intensivo”7.
E infine, nello stesso periodo, una massiccia dose di parlamentarismo
è stata iniettata nel sistema europeo. Con ogni riforma dei trattati, le
prerogative legislative, di bilancio e di controllo del Parlamento europeo
sono aumentate, e il suo status è passato in soli due decenni da quello di
assemblea consultiva a quello di co - legislatore su un piano di parità con il
Consiglio. La Commissione, il cuore stesso del modello comunitario, ha
dovuto adattarsi ai ruoli sempre più potenti dei suoi interlocutori. Il suo
potere d’iniziativa è ovviamente influenzato dal potere di governo del

6
De Schoutheete P., “Il Consiglio europeo e il metodo comunitario”, Policy Paper, n. 56, Notre
Europe, luglio 2012.
7
Wallace H., “The Institutional Setting”, in Wallace H., Wallace W. (eds), Policy-Making in the
European Union, Oxford: Oxford University Press, pp. 3-37.

4
Consiglio europeo8, ed è soggetto a un controllo parlamentare più rigoroso
che in passato. La sua forza politica è molto meno forte che in precedenza 9.
Questo significa che abbiamo visto la fine del metodo comunitario? Non
proprio tuttavia si deve sottolineare il fatto che l’Unione europea utilizza
sempre più spesso accordi internazionali “soft” piuttosto che accordi
internazionali formali per stabilire relazioni con Stati non appartenenti
all’UE. Questa considerazione mira a evidenziare un aspetto determinante:
sollevare la questione di quanto il passaggio da un diritto difficile a un
diritto non vincolante nelle relazioni tra l’UE e i suoi partner possa essere
considerato come un modo per consentire all’Unione di “uscire dal quadro
giuridico” e di ignorare le regole e i principi che definiscono il modo in cui
le relazioni esterne dell’UE devono prendere forma oppure questo è un
trend che non farà altro che diluire e quindi depotenziare lo stesso metodo
comunitario?
Tra le possibili conseguenze inoltre vi è il rischio che questi strumenti
non siano soggetti ad adeguate salvaguardie, che l’influenza parlamentare,
sia da parte del Parlamento europeo che dei parlamenti nazionali, venga
scavalcata e che la trasparenza oltre che la condivisione ne risenta. Ci sono
varie ragioni per cui l’UE non utilizza procedure formali, ma una svolta
verso l’informalità ha un prezzo. Si ritiene che questo sviluppo faccia parte
del processo in cui gli Stati europei non solo variano i modi in cui
cooperano tra loro, ma anche dove l’Unione Europea in quanto tale si
impegna con gli Stati terzi in modi diversi 10. Allo stesso tempo, questo
sviluppo fa parte di una tendenza globale in cui i trattati formali lasciano il
posto al diritto informale. Il concetto di “legalizzazione” è stato affrontato
in particolare nella letteratura di scienze politiche11 e la scelta di accordi
8
Corona D., Hermanin C., Ponzano P., “Il potere d’iniziativa della Commissione europea: una
progressiva erosione?”, Studi e Rapporti, n. 89, Notre Europe, gennaio 2012.
9
Jacqué J. P., “Il nuovo discorso sul metodo”, Tribune, Notre Europe, settembre 2011.
10
Dyson K., Sepos A., (2010). “Differenziazione come principio di progettazione e come
strumento nella gestione politica dell'integrazione europea”, in Dyson K., Sepos A. (eds.), Which
Europe? La politica dell'integrazione differenziata. Basingstoke: Palgrave Macmillan, 3-23.
11
Abbott K. W., Keohane R. O., Moravscik A. A., Slaughter A. M., Snidal D. (2001). “The

5
“più morbidi” piuttosto che di accordi internazionali sembra a prima vista
un esempio di ciò che si può forse definire “de – legalizzazione”. Tuttavia,
come questo documento cercherà di sottolineare, “aggirare” il processo
decisionale dell’UE, il processo decisionale o gli obblighi vincolanti non
“de – legalizza” le norme, in quanto è difficile, se non impossibile, ignorare
il contesto giuridico esistente. In tale contesto, è stato sostenuto che le
salvaguardie dovrebbero essere specificamente concepite per proteggere i
diritti dell’individuo. Gli strumenti di soft law dovrebbero essere
sufficientemente precisi, per consentire un controllo giudiziario sull’uso di
tali strumenti12. In effetti, è l’elusione dei principi fondamentali dello stato
di diritto che sembra essere alla base di molti dibattiti sulla trasformazione
da accordi “hard” a “soft”. Ott ha persino accennato a una chiara
trasformazione: “Gli strumenti di soft law sostituiscono gli accordi
bilaterali o multilaterali vincolanti e, in generale, integrano, interpretano e
preparano i trattati internazionali multi o bilaterali esistenti o futuri”13.
Allo stesso tempo, è difficile trovare cifre precise sull’aumento del numero
di accordi internazionali non vincolanti, poiché, a differenza dei documenti
giuridici formali, gli accordi informali non vengono pubblicati in modo
sistematico. Se la letteratura indica quindi una certa tendenza, è importante
sottolineare che gli accordi internazionali formali costituiscono ancora la
base solida delle relazioni esterne dell’UE e dei conseguenti trattati esterni.
Tali accordi sono conclusi sulla base dei requisiti procedurali dei trattati
UE14 e continuano ad essere i principali strumenti per stabilire relazioni con
gli Stati non UE. Per quanto riguarda l’applicazione dei principi strutturali

Concept of Legalization”, in Judith L. Goldstein, Miles Kahler, Robert O. Keohane e Anne-Marie


Slaughter (eds.), Legalizzazione e politica mondiale. Cambridge, Massachusetts: MIT Press, 17-
35.
12
Comitato Meijers (2018). Nota sull'uso di strumenti giuridici non vincolanti nell'ambito del
diritto dell'UE, in particolare nello spazio di libertà, sicurezza e giustizia, e il suo impatto sui diritti
fondamentali, la democrazia e lo stato di diritto, Comitato Meijers - comitato permanente di esperti
in materia di immigrazione internazionale, rifugiati e diritto penale, 9 aprile 2018.
https://www.commissie-meijers.nl/nl/comments/523.
13
Ott A. (2018). "Soft Law nelle relazioni esterne dell'UE: Eludere il diritto dei trattati
internazionali e minare i principi costituzionali dell'UE.
14
Articolo 216 e 218 del TFUE.

6
dell’UE, risulta chiaro che non si può utilizzare la soft law per evitare il
principio dei poteri conferiti15 o dell’equilibrio istituzionale16, e
semplicemente sostenendo che un atto che non ha forza vincolante non
consente agli organi dell’UE di aggirare completamente i principi dell’UE.
In altre parole: qualsiasi trasformazione da accordi internazionali “difficili”
ad accordi internazionali “soft” non può portare ad una completa
disattenzione dei principi fondamentali che sono alla base del rapporto tra
l’UE e i suoi membri e tra le istituzioni dell’UE. Una trasformazione da
accordi internazionali difficili ad accordi internazionali morbidi rischia di
far passare i principi chiave dell’UE e le garanzie costituzionali. Come
sostiene Butler, “procedere con l’integrazione europea al di fuori del
quadro giuridico dell’UE crea problemi per l’equilibrio istituzionale e la
legittimità dell’UE in una prospettiva democratica”17. In effetti, potremmo
assistere a una “disintegrazione attraverso la legge”18, o forse a una
disintegrazione attraverso l’elusione della legge esistente. Inoltre, eludendo
le formalità giuridiche, l’UE può violare i propri valori chiave, che
sottolineano l’importanza dello Stato di diritto 19, “la stretta osservanza e lo
sviluppo del diritto internazionale”20 e un sistema giudiziario che garantisca
la protezione giuridica21. Questi valori devono essere sostenuti e promossi
anche nei rapporti tra l’UE e gli altri Stati 22. Il rafforzamento del Consiglio
europeo e il moltiplicarsi degli accordi internazionali anche tra gli Stati
membri sembrano minare il metodo comunitario. Tuttavia, la
diversificazione delle pratiche intergovernative all’interno dell’Unione
europea non deve necessariamente mettere in discussione il metodo

15
Articolo 5 del TFUE.
16
Articolo 13 del TFUE.
17
Butler G. (2018). ‘EU Foreign Policy and Other EU External Relations in Times of Crisis:
Forcing the Law to Overlap?’, in El_zbieta Ku_zelewska, Amy Weatherburn, and Dariusz Kloza
(eds.), Irregular Migration as a Challenge for Democracy. Cambridge: Intersentia, 51–81: 72.
18
Cannizzaro E. (2018). Disintegrazione attraverso la legge", European Papers, 1:3, 3.
19
Articolo 2 TUE.
20
Articolo 3, paragrafo 5, TUE.
21
Articolo 19 TUE.
22
Articolo 3, paragrafo 5 e articolo 21 TUE.

7
comunitario. I metodi intergovernativi sono spesso utilizzati solo per un
periodo temporaneo, dopo il quale i settori interessati finiscono
generalmente per integrare il metodo comunitario. Il metodo
intergovernativo non è quindi necessariamente contrario a quello
comunitario ma anzi potrebbe rafforzarlo. Lo sviluppo e la diversificazione
dei metodi intergovernativi rivela tuttavia la necessità di aggiornare il
metodo comunitario. Ciò implica un ripensamento del ruolo del Consiglio
europeo e l’integrazione delle procedure di emergenza per poter reagire
rapidamente in caso di crisi. Contrariamente a quanto si potrebbe pensare
inizialmente, la proliferazione di accordi internazionali conclusi tra gli Stati
membri e, più in generale, la diversificazione delle pratiche
intergovernative osservata negli ultimi anni, non porta necessariamente a
rimettere in discussione il metodo comunitario. In primo luogo, l’uso di
metodi intergovernativi è spesso temporaneo e gli argomenti trattati da
questi metodi sono generalmente destinati a integrare successivamente il
metodo comunitario23. La costruzione dell’Unione europea in pilastri è un
buon esempio di questo fenomeno. I settori inizialmente contenuti nel terzo
pilastro, che in origine si concentravano sulla cooperazione nel settore degli
affari interni e della giustizia, sono stati progressivamente trasferiti nel
pilastro comunitario e sono ora integrati nello spazio di libertà, sicurezza e
giustizia, che è governato dal metodo comunitario. In questo caso il ricorso
al metodo intergovernativo ha permesso, in ultima analisi, l’applicazione
del metodo comunitario. Con il Trattato di Maastricht, gli Stati membri
hanno accettato di trasferire all'Unione la loro autorità nei settori degli affari
interni e della giustizia, ma sulla base di un metodo intergovernativo. Poi si
sono resi conto della necessità di applicare il metodo comunitario a queste
materie. Questa consapevolezza è cresciuta gradualmente. Il Trattato di
Amsterdam ha sancito una parziale comunitarizzazione del terzo pilastro.

23
Wessell R. A., Normative transformations in EU external relations: the phenomenon of ‘soft’
international agreements, 2020, West European Politics, 44:1, 72-92.

8
Solo con il Trattato di Lisbona l’intero terzo pilastro è stato trasferito
nell’ambito del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea nello
spazio di libertà, sicurezza e giustizia 24. La stessa osservazione può essere
fatta per quanto riguarda i meccanismi di solidarietà finanziaria
d’emergenza istituiti dal 2010. I membri della zona euro si sono
inizialmente attivati al di fuori del quadro istituzionale dell’Unione europea
per istituire il Fondo europeo di stabilità finanziaria. Ma il diffondersi della
crisi li ha portati ad affrontare il problema all’interno dell’Unione europea
istituendo il Meccanismo Europeo di Stabilità 25, il che dimostra che nella
mente degli Stati membri i meccanismi dell’Unione europea erano più -
adatti26. Secondo questa stessa logica, la conclusione da parte degli Stati
membri del Trattato sulla stabilità, il coordinamento e la governance non
può essere spiegata con la volontà dei membri di agire al di fuori del quadro
dell’Unione europea, ma piuttosto perché era impossibile, a causa del
rifiuto del Regno Unito e della Repubblica Ceca di partecipare a questo
progetto, utilizzare i meccanismi previsti dal diritto dell’UE, e in particolare
la procedura di revisione prevista dall’articolo 48 del TUE, che presuppone
l’unanimità degli Stati membri. Inoltre, il contenuto del suddetto accordo è
destinato ad essere integrato nel quadro giuridico dell’Unione europea, in
quanto l’articolo 16 prevede che “Entro cinque anni, al massimo, dalla
data di entrata in vigore del presente trattato, sulla base di una valutazione
dell’esperienza acquisita nella sua attuazione, sono adottate le misure
necessarie, conformemente al trattato sull’Unione europea e al trattato sul
funzionamento dell’Unione europea, al fine di integrare la sostanza del
presente trattato nel quadro giuridico dell’Unione europea”27. In secondo
luogo, l’uso di metodi intergovernativi può portare a rafforzare il metodo

24
Wessell R. A., Normative transformations in EU external relations: the phenomenon of ‘soft’
international agreements, 2020, West European Politics, 44:1, 72-92.
25
MES.
26
Bugny D. D., The dilution of the community method and the diversification of
Intergovernmental practices, Revue de l’OFCE / Debates and policies – 134, 2014.
27
Ibidem.

9
comunitario consolidando il ruolo delle istituzioni dell’UE, che svolgono un
ruolo fondamentale nel quadro di questo metodo. Il Trattato sulla stabilità,
il coordinamento e la governance e il Trattato che istituisce il meccanismo
europeo di stabilità contengono quindi una serie di disposizioni che portano
a rafforzare il ruolo della Commissione e della Corte di giustizia.
L’intergovernativo non dovrebbe quindi necessariamente opporsi alla
Comunità, e potrebbe addirittura rafforzarla. Tuttavia, la crescita e la
diversificazione dei metodi intergovernativi rivela la necessità di rivedere
questo metodo28. Dal momento in cui il metodo comunitario è stato istituito
dal trattato CECA nel 1951, ha dimostrato la sua capacità di adattarsi
all’evoluzione dell’integrazione europea. È sopravvissuto al graduale
rafforzamento dei poteri del Parlamento europeo, all’allargamento
dell’Unione europea e alla creazione di una differenziazione all’interno
dell’Unione europea. Dando un riconoscimento istituzionale al Consiglio
europeo, rafforzando il ruolo del Parlamento europeo e dei parlamenti
nazionali e creando un’iniziativa dei cittadini, il Trattato di Lisbona ha
richiesto nuovi cambiamenti nel metodo comunitario. La diversificazione
dei metodi intergovernativi degli ultimi anni ha dimostrato che il metodo
comunitario deve in particolare adeguarsi al nuovo ruolo del Consiglio
europeo ed essere in grado di affrontare le emergenze29. Il ruolo più forte
svolto dal Consiglio europeo e dal suo Presidente, che sembra portare a
relegare la Commissione ad un ruolo secondario, sta rivelando un problema
di fiducia nella Commissione e nel suo Presidente che deve essere
affrontato. Ma dimostra anche la necessità di integrare questa nuova
istituzione, composta da capi di Stato e di governo, ma anche dal Presidente
della Commissione, nel quadro di un metodo comunitario aggiornato30.

28
Bugny D. D., The dilution of the community method and the diversification of
Intergovernmental practices, Revue de l’OFCE / Debates and policies – 134, 2014.
29
Dehousse R., The community method, the EU’s “default” operating system, Adviser to Notre
Europe - Jacques Delors Institute and director of the Center for European studies of Sciences Po
Paris, 11 febbraio 2013.
30
Ibidem.

10
L’importanza acquisita dal Consiglio europeo negli ultimi anni sembra
essere strettamente legata alla natura economica della crisi, che ha portato a
mettere in primo piano i capi di Stato e di governo e l’istituzione che li
rappresenta, in quanto la politica economica a livello comunitario si basa
principalmente sul coordinamento delle politiche nazionali. Ciò pone la
questione di quale ruolo debba essere riconosciuto al Consiglio europeo
secondo il metodo comunitario una volta superata la crisi. Il Trattato di
Lisbona disciplina il ruolo che il Consiglio europeo dovrebbe essere tenuto
a svolgere in base al metodo comunitario in quanto, ai sensi dell’articolo 15
del Trattato sull’Unione europea, il Consiglio europeo “non esercita
funzioni legislative”31. Anche la gestione delle emergenze deve essere
integrata nel metodo comunitario. L’esempio del trattato che istituisce il
meccanismo europeo di solidarietà mostra l’utilità di fornire all’Unione
europea procedure accelerate, in quanto è stato attuato con la procedura di
revisione semplificata di cui all’articolo 48, paragrafo 6, del trattato
sull’Unione europea, introdotta dal Trattato di Lisbona 32. In conclusione il
metodo comunitario deve quindi essere mantenuto, ma deve ancora una
volta adattarsi all’evoluzione del diritto dell’Unione europea. La
diversificazione delle pratiche intergovernative all’interno dell’Unione
europea non porta quindi necessariamente a rimettere in discussione il
metodo comunitario. Il ricorso a metodi intergovernativi è spesso
temporaneo e può, in alcuni casi, portare a un rafforzamento dello stesso.
Risulta così possibile arrivare a concludere che:

 Questa diversificazione rivela tuttavia la necessità di aggiornare


questo metodo.
 Il metodo comunitario ha sempre dimostrato la sua capacità di
31
Dehousse R., The community method, the EU’s “default” operating system, Adviser to Notre
Europe - Jacques Delors Institute and director of the Center for European studies of Sciences Po
Paris, 11 febbraio 2013.
32
Wessell R. A., Normative transformations in EU external relations: the phenomenon of ‘soft’
international agreements, 2020, West European Politics, 44:1, 72-92.

11
adattarsi all’evoluzione dell’integrazione europea. Ora deve adattarsi
al nuovo ruolo del Consiglio europeo e integrare la gestione delle
emergenze soprattutto alla luce dell’attuale stato emergenziale in atto
derivante dalla pandemia33.

Bibliografia

 Abbott K. W., Keohane R. O., Moravscik A. A., Slaughter A. M.,


Snidal D. (2001). The Concept of Legalization", in Judith L.
Goldstein, Miles Kahler, Robert O. Keohane e Anne-Marie
Slaughter (eds.), Legalizzazione e politica mondiale. Cambridge,
Massachusetts: MIT Press, 17-35.
 Bugny D. D., The dilution of the community method and the
diversification of Intergovernmental practices, Revue de l’OFCE /
Debates and policies – 134, 2014.
 Butler G. (2018). ‘EU Foreign Policy and Other EU External
Relations in Times of Crisis: Forcing the Law to Overlap?’, in
El_zbieta Ku_zelewska, Amy Weatherburn, and Dariusz Kloza
(eds.), Irregular Migration as a Challenge for Democracy.
Cambridge: Intersentia, 51–81: 72.
 Cannizzaro, E. (2018). Disintegrazione attraverso la legge",
European Papers, 1:3, 3.
 Comitato Meijers (2018). Nota sull'uso di strumenti giuridici non
vincolanti nell'ambito del diritto dell'UE, in particolare nello spazio
di libertà, sicurezza e giustizia, e il suo impatto sui diritti
fondamentali, la democrazia e lo stato di diritto, Comitato Meijers -
comitato permanente di esperti in materia di immigrazione
internazionale, rifugiati e diritto penale, 9 aprile 2018.
33
Ibidem.

12
https://www.commissie-meijers.nl/nl/comments/523.
 Corona D., Hermanin C., Ponzano P., “Il potere d’iniziativa della
Commissione europea: una progressiva erosione?”, Studi e Rapporti,
n. 89, Notre Europe, gennaio 2012.
 Dehousse R., The community method, the EU’s “default” operating
system, Adviser to Notre Europe - Jacques Delors Institute and
director of the Center for European studies of Sciences Po Paris, 11
febbraio 2013.
 Dehousse R., The ‘Community Method’. Obstinate or Obsolete?,
Basingstoke, Palgrave Macmillan, 2011.
 De Schoutheete P., “Decision - Making in the European Union”,
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 De Schoutheete P., “Il Consiglio europeo e il metodo comunitario”,
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 Dyson K., Sepos A., (2010). Differenziazione come principio di
progettazione e come strumento nella gestione politica
dell'integrazione europea", in Dyson K., Sepos A. (eds.), Which
Europe? La politica dell'integrazione differenziata. Basingstoke:
Palgrave Macmillan, 3-23.
 European Commission, European Governance. A White Paper, 25
July 2001.
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settembre 2011.
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diritto dei trattati internazionali e minare i principi costituzionali
dell'UE.
 Ponzano P., “Metodo intergovernativo o metodo comunitario: un
dibattito irrilevante?” Policy Briefs, n. 23, Notre Europe, marzo
2011.

13
 Wallace H., “The Institutional Setting”, in Wallace H., Wallace W.
(eds), Policy-Making in the European Union, Oxford: Oxford
University Press, pp. 3-37.
 Wessell R. A., Normative transformations in EU external relations:
the phenomenon of ‘soft’ international agreements, 2020, West
European Politics, 44:1, 72-92.

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