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1.

Alle origini della riflessione sulla


qualità della vita
1Il termine di qualità della vita (da ora innanzi qdv) viene oggi sempre più frequentemente utilizzato
tanto nel linguaggio comune quanto in quello scientifico. Ciononostante non possiamo certamente
affermare che esista unanime consenso sia circa il significato che viene attribuito al concetto sia riguardo
alle tecniche di analisi. L’uso indiscriminato e spesso spregiudicato di questa espressione: qdv, dotata
peraltro di un appeal particolare, deriva soprattutto dalla sua capacità di evocare e riassumere la
complessità dei problemi che caratterizzano l’esistenza dell’uomo moderno, in senso non soltanto
materiale ma anche esistenziale. Peraltro il concetto di qdv risulta non soltanto complesso per sua natura
ma è anche andato nel tempo modificandosi parallelamente al mutare dei bisogni, dei modelli culturali e
valoriali rendendo alquanto ostica la comunicazione tra i ricercatori interessati a questo argomento. In
linea generale possiamo individuare tre grandi ambiti di studio che vanno esplorati al fine di precisare i
contorni teorici del concetto di qdv.

2Il primo, di natura più filosofica, riguarda l’impalcatura teorica che sta alla base del concetto di qdv e
che trova le proprie origini in una serie di filoni di analisi riguardanti i bisogni umani. Dalla teoria marxista
di Heller, Fromm e Marcuse (Fisher, 1976) alle riflessioni di Maslow (1954) e di Inglehart (1983)
rispettivamente sui bisogni primari e secondari, sui valori materialisti a postmaterialisti. Nell’ambito
filosofico è anche possibile collocare il dibattito odierno sui princìpi che dovrebbero governare la soluzione
dei bisogni stessi e che vede contrapporsi scuole di pensiero alternative. Dall’approccio utilitarista a quello
neo-contrattualista, fino alle prospettive più recenti delineatesi soprattutto nel pensiero di Sen (Sen,
1987; Nussbaum e Sen, 1993; Stewart, 1996) e riguardanti il rapporto tra la qdv, le functionings e
le capabilities dei soggetti. Queste ultime non sono tanto riconducibili ad una equa distribuzione delle
risorse di base o al livello di soddisfazione raggiunto dai singoli. Piuttosto, riguardano l’insieme delle
concrete possibilità di azione ed espressione, in sintonia con determinati valori e opportunità di scelta,
concesse agli individui. È peraltro rispetto a queste dimensioni che si strutturano le nuove forme di
disuguaglianza. Questo approccio, teso a puntualizzare lo stretto legame esistente tra qdv e libertà, trova
antiche origini anche nel pensiero di Aristotele dell’Etica nicomachea ed in particolare nelle componenti
virtuose del benessere definite dal filosofo greco (Megone, 1990; Nussbaum, 1993) sebbene il pensiero di
Sen se ne distingua nel rifiutare una concezione oggettiva ed universalista delle virtù umane (Sen, 1993).
In Italia questi ultimi temi sono stati recentemente affrontati in un numero monografico della «Rivista di
filosofia» a cura di Lecaldano e Veca (2001) dedicato alla qdv e, successivamente, in «Notizie di Politeia»
(AA. VV., 2001).

3Il secondo campo di approfondimento, se vogliamo di tipo politico-filosofico, in tema di qdv riguarda
l’individuazione di una serie di problematiche che stanno assumendo particolare gravità nelle società
avanzate e che hanno tra l’altro dato vita a varie forme di rifiuto globale della società dei consumi, in
termini di nascita e sviluppo di movimenti di carattere politico ed anche religioso. Il crescente degrado
ambientale, la disumanizzazione dei rapporti conseguente al processo di tecnologizzazione e all’erosione
dei modelli tradizionali di convivenza, il diffondersi di fenomeni criminosi così come di nuove forme di
povertà, soprattutto nei contesti urbani, costituiscono solo alcuni dei problemi che investono la collettività
e richiedono urgenti soluzioni a livello politico-istituzionale. Da qui la formazione di gruppi ambientalisti e
più in generale il definirsi di quella cultura giovanile di protesta che, come osserva Martinotti (1988), ha
avuto enorme diffusione e influenza nei paesi più industrializzati.

4Un ultimo ambito di studio e riflessione proviene, infine, dall’ambiente scientifico – fisici e biologi, in
particolare, ma anche scienziati sociali – e riguarda alcune visioni critiche sulle conseguenze negative
dello sviluppo tecnologico e sugli usi delle scoperte scientifiche.

2. Le tradizioni di studio e di analisi


dei dati
 1 Quello che è conosciuto con il termine di Movimento degli indicatori sociali e che ha impegnato una (...)

5Accanto alla riflessione filosofica sul tema della qdv prendeva nel frattempo corpo la ricerca empirica,
soprattutto in seno alla sociologia urbana, cioè in quell’ambito di studi più vicino alla analisi dei problemi
del territorio. A tutt’oggi, il concetto di qdv rappresenta, infatti, una chiave di lettura fondamentale
nell’analisi della città. Da un lato costituisce il contenitore concettuale più appropriato per stimare la
vivibilità urbana nelle sue molteplici sfaccettature, dall’altro si propone come angolatura teorica
attraverso la quale osservare i cambiamenti della società e degli stili di vita connessi. Questo concetto
che in passato stentatamente ha ricevuto legittimazione in ambito accademico oggi si trova ad essere
uno dei più perlustrati dalla letteratura scientifica di varie discipline. Da quella psicologica a quella
sociologica, da quella economica a quella ecologica. A consolidare gli studi a livello internazionale sulla
qdv ha indubbiamente contribuito l’affermarsi di una tradizione robusta di studi che prendendo le mosse
dal Movimento degli indicatori sociali negli anni ’60 è arrivato in buonissima salute fino ai giorni nostri
grazie al lavoro svolto dall’ISQOLS (International Society for Quality of Life Studies) 1.

6L’attuale fase di grande attenzione a livello internazionale nei confronti della qdv è soprattutto
addebitabile alla crescita preoccupante di nuovi fenomeni che riguardano le comunità nel loro complesso
e non solo i segmenti più deboli. Mi riferisco ai problemi che vanno dall’inquinamento ai conflitti etnici,
dalle carenze o disfunzioni dei servizi alle nuove forme di criminalità. Problemi che tendono ad
aggiungersi e a rendere persino più preoccupanti quelli più tradizionali legati alla marginalità sociale. In
seno al dibattito e alla riflessione promossa dall’ISQOLS nei tanti anni della sua attività si può facilmente
osservare come le questioni di metodo abbiano assunto una rilevanza pregnante. Tale interesse deriva
proprio dalla crescente necessità degli studiosi di operare a livello multidimensionale, cercando di tenere
insieme le varie parti del discorso e nella consapevolezza che gli indici complessivi di benessere non
possono semplicemente venire considerati come la sommatoria delle parti stesse. Le dimensioni materiali
e immateriali del benessere, gli aspetti individuali e collettivi, reali o percepiti, hanno rappresentato le
coordinate di base lungo le quali si sono sviluppate nel tempo varie ricerche sulla qdv favorite dalla
disponibilità crescente di dati sebbene non sempre di qualità.

7La riflessione sul tema della qdv, dopo la fase fondativa del Movimento e le prime grandi ricerche
(Campbell, Converse e Rodgers, 1976; Andrews e Szalai, 1980), è in pratica proseguita senza soluzione
di continuità. Degli anni ’80 sono in particolare da ricordare i contributi di Zapf (1984), Stull (1987),
Naess (1989) e Baldwin et al. (1990). Anche nel nostro paese accanto ad articoli volti a fornire un quadro
teorico sul concetto di qdv (Graziosi, 1979; Gadotti, 1986; Schifini D’Andrea, 1988; Spanò, 1989;
Vergati, 1989) diverse sono state, soprattutto a livello locale, le esperienze di analisi della qdv. Dopo le
prime esperienze pioneristiche e nello stesso tempo già avanzate come i BSA di Area a Milano, si è
verificata una fase di rallentamento della ricerca ed una successiva ripresa solo a metà degli anni ’90.
Fanno eccezione alcune esperienze che hanno mantenuto una certa continuità nel tempo. Tra le
varie social surveys realizzate tre sono state quelle promosse dalla Regione Lombardia nel 1987, 1994 e
2000 (IReR, 1991; IReR, 1997; IReR, 2001). In quest’ultimo solco si pongono anche alcuni studi
comparativi italiani quale quello dell’Istat del 1998 – Indagine Multiscopo sulle famiglie, “La vita
quotidiana nelle grandi città” –, che ha riguardato l’analisi della qdv nelle 13 maggiori città italiane.
Infine, anche a livello europeo si è assistito nell’ultimo decennio al fiorire di studi comparativi sulla qdv
urbana. Tra i tanti studi è da segnalare l’Urban Audit: esperienza promossa dalla Commissione Europea e
dall’Eurostat a partire dal 1999 e attraverso la quale vengono oggi raccolti, aggiornati e diffusi via
Internet (http://www.urbanaudit.org [sito non raggiungibile 07/11/2016]) indicatori oggettivi sulla qdv
relativi a ben 258 città europee di 27 Paesi. Tra alti e bassi la ricerca sulla qdv continua dunque ad
attrarre l’interesse di numerosi studiosi e costituisce un ambito particolarmente privilegiato non solo per
l’analisi delle realtà urbane ma anche per lo sviluppo di politiche pubbliche che devono trovare più mirata
attuazione sul territorio (Nuvolati, 1998; Nuvolati, 2003a).

3. La vivibilità urbana
 2 Sull’argomento si vedano in particolare i contributi di Elgin et al. (1974), Cicerchia (1996; 1999) (...)

8La città è il luogo dove i problemi della vivibilità quotidiana ma anche la loro soluzione trovano la
massima espressione. L’anonimato, la povertà, l’inquinamento, il traffico, la criminalità, ma anche i
servizi, le opportunità di lavoro, di cura assumono connotati reali o percepiti più espliciti proprio nei
contesti urbani. Questo aspetto ha portato spesso gli studiosi a chiedersi se esiste una numerosità
ottimale della popolazione; una soglia oltre la quale i problemi sono maggiori dei vantaggi. La cosiddetta
teoria dell’optimal urban size vede in linea di principio nelle città medie verificarsi le situazioni più positive
in termini di numero sufficiente di benefici (amenities, presenza di servizi, controllo sociale, etc.) e,
contemporaneamente, di costi ridotti addebitabili alla scarsa concentrazione di popolazione
(inquinamento, costo della vita, etc.)2 (cfr. fig. 1). Come noto, tale equilibrio è difficile da mantenere
perché proprio la qdv raggiunta dai comuni di dimensione media determina una attrattività e situazioni di
potenziale overloading soprattutto laddove la mobilità degli individui è elevata.
Figura 1 Teoria della dimensione ottimale della città

Ingrandisci Originale (jpeg, 115k)

 3 Uno studio giapponese ha dimostrato lo straordinario aumento delle opportunità di functionings in c (...)

9La leggibilità della qdv nelle città di varia dimensione resta peraltro difficile perché fortemente
condizionata dalla complessità urbana stessa. Le categorie di Sen (1993) possono costituire un punto di
riferimento particolarmente utile per analizzare la qdv urbana e le politiche territoriali che la favoriscono.
Come noto, sulla falsariga della critica che Sen muove sia all’utilitarismo benthamiano che al neo-
contrattualismo di Rawls, il benessere non è dato dalla semplice disponibilità di beni e risorse, né dalla
soddisfazione espressa dai singoli relativamente alle proprie condizioni di vita. Non è ciò che abbiamo, ma
ciò che facciamo (functionings) scegliendo tra possibili alternative (capabilities) a rendere la nostra vita
degna di essere vissuta. Allardt (1976) avrebbe detto che la qdv non si esaurisce nell’ having ma
nel being. Questo spostamento di fuoco dalle risorse alle azioni e alle attività che l’individuo è in grado di
svolgere nel rispetto di un orizzonte valoriale di riferimento, pone al centro della riflessione l’analisi delle
circostanze e degli elementi che ostacolano la trasformazione dei beni, servizi o risorse disponibili in un
reale e accresciuto funzionamento dell’individuo stesso. Un esempio molto semplice. Molti cittadini
dispongono del bene automobile, delle reti di strade, etc.; eppure la functionings della mobilità – intesa in
termini di tempo necessario per muoversi da un punto A ad un punto B – è ancora estremamente ridotta.
La incontrollata crescita di risorse non determina in altri termini una facile accessibilità e usabilità delle
stesse. Non sono solo le componenti economiche a creare percorsi di disuguaglianze nell’accesso alle
risorse stesse. È il sistema delle informazioni, la congestione dei canali di mobilità, il digital divide a far sì
che pur in presenza di un discreto numero di risorse solo alcuni soggetti siano in grado di praticare con
successo le strategie di avvicinamento, accesso, fruizione e sfruttamento pieno dei beni e dei servizi. Non
a caso, le politiche pubbliche oggi più innovative sono di natura software e riguardano la trasformazione
dello spazio urbano, e del territorio più in generale, non tanto o soltanto in termini di incremento delle
infrastrutture e delle risorse offerte (hardware), quanto dal punto di vista dell’oliatura di quei dispositivi
che facilitano l’accesso all’insieme delle risorse già esistenti. Un buon piano del traffico che velocizza la
viabilità, un piano regolatore degli orari che de-sincronizza l’apertura delle scuole, un sistema di
prenotazione degli spettacoli teatrali on-line, la possibilità di visite mediche via Internet, sono esempi di
interventi che hanno a cuore la qdv urbana in chiave di concreta trasformazione dei beni privati e pubblici
(i mezzi di trasporto, le scuole, il teatro, il servizio medico e via dicendo) in reali functionings (potersi
spostare velocemente, assistere alle rappresentazioni di lirica o prosa, l’essere assistiti, etc.) degli
individui3.

4. L’accessibilità
10Il nodo di questo discorso sta nel ribadire la centralità del concetto di  accessibilità nel discorso più
complessivo della qdv. Accessibilità intesa non solo come offerta di servizi ma anche come capacità dei
singoli di sfruttarne l’esistenza. Oltre al capitale economico e a quello sociale, oggi particolare rilievo
assume un capitale inteso come sommatoria di strumenti, competenze, strategie di mobilità messe in
atto dall’individuo rispetto alla localizzazione e fruibilità di risorse e servizi. Si tratta di un capitale dato
non solo dalla estensione e qualità delle reti con altri attori, né esclusivamente dal livello di educazione o
di dotazione personale di tecnologie avanzate, ma anche dalle esperienze dirette acquisite e dunque dalla
familiarità nella gestione proficua della complessità quotidiana rispetto ad una specifica distribuzione e
organizzazione territoriale degli spazi pubblici e privati e delle opportunità connesse. È peraltro rispetto a
questa forma di capitale che tendono a strutturarsi nuove differenze e forme di disparità legate ad
altrettanto diversi stili di vita. La componente territoriale, nella sua caratterizzazione morfologica e
urbanistica, acquista in questo quadro un ruolo importante e richiama soprattutto il confronto classico,
ma qui riletto in chiave differente, tra la metropoli e la città media.

11Teoricamente le città medio-piccole sono contraddistinte da una dotazione inferiore di risorse, dunque
da una gamma più ristretta di scelte possibili (quelle che Sen chiama capabilities) rispetto alla grande
città, ma le risorse disponibili risultano comunque più accessibili, più facilmente trasformabili
in functionings. La città media e piccola, in altri termini è più a misura d’uomo, più percorribile e fruibile
nei sui spazi e nei suoi servizi, meno congestionata dalla presenza di utilizzatori di provenienza esterna.
Per far ricorso ad una formula ancora più semplice: offre meno ma ciò che offre è più a portata di mano.
Questa affermazione ovviamente non invaliderebbe il fatto che la grande città presenti complessivamente
livelli di functionings più elevati rispetto a quelli delle città medie. Ma tali livelli risulterebbero conseguenti
più alla straordinaria quantità delle risorse messe in gioco che non alle reali capacità di sfruttamento
pieno delle risorse stesse (cfr. tab. 1).

12Le evidenze empiriche rispetto a questa ipotesi sono piuttosto controverse. L’elaborazione di alcuni dati
frutto delle Indagini Istat Multiscopo e riguardanti anche l’accessibilità di una serie di servizi (dalle
farmacie alle scuole, dai negozi ai supermercati, dagli uffici postali alle stazioni di polizia) per dimensione
dei comuni di residenza degli intervistati sembra in parte confermare la nostra ipotesi, mostrando un
lieve peggioramento della situazione nelle aree più urbanizzate cui si contrappone una sostanziale tenuta
se non un miglioramento nelle realtà medio-piccole (Nuvolati, 2009a). Si tratta comunque di differenze
ancora esigue che non disegnano una tendenza netta (cfr. tab. 2).

Tabella 1 Dalle risorse alle functionings e alle capabilities per ampiezza delle


città

Grandi città, metropoli Città medio-piccole

Risorse: beni e servizi Alto numero Basso numero


e varietà e varietà

Livello di conversione Livello medio Livello alto


delle risorse
in functionings

Functionings Livello medio-alto Livello medio

Capabilities Alto numero di Basso numero di


alternative alternative

Tabella 2 Media percentuale delle persone che dichiarano di non aver alcun
problema nel raggiungere una serie di servizi. Italia 1998, 2003

1998 2003 Var.

- comuni fino a 2.00 abitanti 52,2 56,2 4,0

- comuni da 2.001 a 10.000 abitanti 60,4 60,1 -0,3

- comuni da 10.001 a 50.000 abitanti 60,9 63,3 2,4

- città con oltre 50.000 abitanti 61,9 61,4 -0,5

- hinterland 58,1 54,3 -3,8

- centro dell’area metropolitana 61,0 59,8 -1,2

Totale 60,1 60,2 0,1

Fonte: Istat, Indagine Multiscopo sulla famiglia.

 4 Si fa riferimento alle indagini annuali de «Il Sole 24 ore» (Nuvolati, 2003b).

13È, in sintesi, ancora difficile affermare con certezza che le città medie presentano un livello ridotto di
complessità tale da favorire un più facile accesso alle risorse e ai servizi. Molte politiche di software (si fa
in particolare riferimento alle politiche pubbliche temporali e all’e-government) hanno trovato sviluppo
proprio nelle città medie italiane. Viene da chiedersi se questo esito è addebitabile alla crescita dei
problemi anche nelle realtà di provincia o se, invece, costituisce il risultato di una cultura e tradizione
amministrativa locale più vicina ai bisogni dei cittadini. L’urbano ha profondamente contaminato il non-
urbano, sia in chiave fisica che simbolica e culturale e trovare distinzioni nette tra i livelli di vivibilità nelle
metropoli e nei centri minori risulta per certi versi sempre più complicato. Alcune ricerche sulla qdv nel
nostro paese mostrano peraltro per alcuni periodi una convergenza tra i livelli di vivibilità delle grandi
città e di quelle medio piccole4.
14Resta comunque evidente che la qdv urbana è il risultato di un processo di uso della città che va ben al
di là della semplice dotazione infrastrutturale e che richiede piuttosto una verifica continua della fruibilità
concreta della città stessa.

5. Traiettorie di studio
multidisciplinare della qualità della
vita urbana
15Il tema del rapporto tra la qdv e la città può essere declinato attraverso varie prospettive analitiche.
Ognuna di queste prospettive tratta la città in modo diverso ed ha alle spalle tradizioni di studi e di
ricerche altrettanto differenziate e piuttosto consolidate. In linea di massima è possibile distinguere i
seguenti ambiti di approfondimento.

16Il primo riguarda la caratterizzazione dello spazio in termini fisici e più espressamente in termini di
qualità e quantità delle infrastrutture e degli spazi. Come già osservato nel paragrafo precedente non
necessariamente troveremo una corrispondenza esplicita tra le caratteristiche del contesto spaziale e le
condizioni di vita delle popolazioni che lo abitano, né tantomeno, laddove questa corrispondenza esiste,
sarà facile stimare la direzione del nesso di causalità tra benessere e qualità dello spazio. Se cioè sia il
benessere a determinare la forma della città o viceversa. Su questi temi si sono spesso confrontati
architetti, urbanisti, geografi, sociologi che nonostante i buoni propositi di interdisciplinarietà hanno
spesso fatto ricorso a vocabolari e codici analitici inconciliabili. Possono peraltro essere collocati in questo
alveo anche gli studi di sociologia urbana che si sono occupati di analizzare, in chiave comparativa, la qdv
delle città, utilizzando indicatori sociali oggettivi riguardanti la dotazione di servizi di cura, la rete dei
trasporti, il patrimonio residenziale, etc..

17Un secondo approccio, più squisitamente sociologico, concerne l’analisi della qdv in termini di ambiente
sociale, economico e culturale nel quale vengono a definirsi le traiettorie di marginalità. Lo spazio
diviene ambiente nel senso più lato del termine, luogo dove di volta in volta il tessuto sociale si
indebolisce o si rinforza, dove la cultura della criminalità si infiltra o viene debellata, dove più in generale
le patologie sociali trovano diversa espressione. Questa tradizione di studi ha preso le mosse prima dalla
teoria della morfologia sociale di Durkheim come sostrato su cui riposa la vita sociale, e,
successivamente, dalla scuola di Chicago (anni ’20) che tendeva a valutare le
componenti biotiche e culturali di adattamento della popolazione alla vita riscontrabile nei vari quartieri, a
stimarne i processi di invasione, conflitto e successione da parte dei vari gruppi sociali. L’approccio della
ecologia umana ha contribuito, tra l’altro, allo sviluppo della ricerca sulla povertà e l’esclusione sociale
utilizzando come dispositivo teorico ed empirico interpretativo quello delle aree naturali. Più
recentemente, nel ribadire la distintività di parti della città in base a caratteristiche culturali, sociali se
non storiche, la sociologia urbana ha alimentato la riflessione sul welfare locale, sulle politiche adottabili
in vari contesti urbani, sulle strategie di sopravvivenza tipiche di alcune comunità. Il territorio, in senso
lato e inteso come valore aggiunto tanto nella spiegazione dei fenomeni sociali, qdv compresa, quanto
nell’avvio di politiche mirate mantiene ancora una forte rilevanza (Guidicini, 2000). L’esplorazione di
questi temi predilige, oltre alla raccolta di dati statistici aggregati di fonte istituzionale, il ricorso a
strumenti di ricerca qualitativa, etnografica o a indagini demoscopiche su campioni di popolazione
finalizzate alla rilevazione di indicatori sociali soggettivi di benessere.

 5 In particolare, come osservano Bianchi e Perussia (1982), si possono ricordare la scuola francese d (...)

18Un terzo e ulteriore filone di ricerca merita considerazione proprio perché rappresenta una sintesi delle
valenze fisiche e culturali del territorio. In questo filone, lo spazio urbano, come somma di segni, di
mappe mentali costruite individualmente, vi prende rilievo ma prevalentemente nei suoi caratteri
simbolici, nei landmark che lo rendono riconoscibile e rassicurante, nei segni che determinano le identità
e le forme di attaccamento più o meno deboli. Lo spazio, qui inteso come luogo, non parla allora da
solo ma grazie al filtro della percezione e alla cultura di chi lo legge. Resta dunque un fatto sociale o
psicologico, ma ancorato fortemente alla materialità dei manufatti. Come osserva Gasparini (2000) la
fisicità dei luoghi (la pietra, il muro) anche nella loro palpabilità restituiscono certezza di essere, in una
sorta di sicurezza che è prima biologica e poi sociale. È attraverso la simbolizzazione che il significato
supera la natura fisica che, a sua volta, lo sostanzia. Ma questa fisicità non scompare. Il colore delle case,
l’altezza degli edifici, la presenza e dimensione di monumenti, di targhe commemorative, l’intimità delle
piazze, etc. sono innervate di significati, contribuiscono ad alimentare il patrimonio mnemonico della
comunità proprio in quanto forme specifiche legate ad oggetti altrettanto precisi. Non è, come ovvio, una
questione di estetica, non è la città bella e moderna, funzionale a costituire motivo di interesse; è
piuttosto la città unica, capace di fortificare il senso di appartenenza e di identità dei suoi cittadini a
rappresentare il tema di analisi. In questo quadro, il recupero e l’attualizzazione del pensiero di Lynch
in Immagini di città (2006) diventa imprescindibile, e accanto a questo testo classico della urbanistica
tutta la tradizione degli studi di psicologia dell’ambiente che hanno trovato crescente sviluppo anche nel
nostro paese (Bonnes, Bonaiuto e Lee, 2004) in relazione alla percezione del territorio naturale e
costruito, richiamando peraltro matrici disciplinari differenti 5.

19Capire come è o come deve essere organizzata la città, per rispondere a quali bisogni sociali, rispetto a
quale insieme di valori e di significati, costituisce uno gli obiettivi principali delle politiche pubbliche e
delle ricerche di supporto. Il futuro degli studi sulla qdv urbana è pertanto fortemente legato alla
possibilità di combinare anche sotto il profilo metodologico i tre filoni sopra evidenziati.

6. Un accenno ai metodi di analisi e


rappresentazione
 6 Non ci si sofferma qui sui problemi tradizionali legati al ricorso agli indicatori sociali oggettiv (...)

20Per quanto riguarda i primi due filoni di studio ci sembra che il ricorso agli indicatori sociali (sia di
natura oggettiva che soggettiva), cioè all’insieme di dati che a vari livelli di elaborazione contribuiscono
ad una descrizione quantitativa del territorio e dei fenomeni che vi trovano configurazione, rappresenti lo
strumento privilegiato (Zajczyk, 2003) 6. Questo approccio va sicuramente conservato e semmai
maggiormente ampliato prendendo in considerazione non solo ed esclusivamente i dati di ordine
sociologico sugli individui che popolano una comunità e i fenomeni che si determinano, ma anche quelli di
ordine urbanistico e architettonico inerenti le caratteristiche del territorio e dei manufatti.

 7 Si potrebbe affermare che la dimensione temporale rappresenta un tema di crescente interesse per la (...)

 8 Se coniughiamo la tipologia di Lynch rispetto ad una serie di problemi sociali che interessano le c (...)

21Sembra inoltre svilupparsi la necessità di allargare il campo delle rilevazioni non solo alla popolazione
residente, ma anche a quella di passaggio nelle città. Sfortunatamente grande è ancora il divario tra la
teorizzazione su questi temi e la disponibilità di informazioni statistiche (Nuvolati, 2007). Alla
consapevolezza che le nostre città, cambiano dal giorno alla notte, non corrisponde ancora di fatto un
sistema di indagini capace di cogliere la composizione sociale dei quartieri nei diversi momenti della
giornata e dunque i bisogni variegati che in essi trovano forma. Le ricerche di Lynch (1976) e Goodchild e
Janelle (1984) volte a ricostruire la caratterizzazione oraria dei quartieri costituiscono riferimenti
importanti che non sembrano comunque aver ottenuto grande seguito nel nostro paese 7. Lynch, in
particolare, studiando la città di Boston, distingue i quartieri in base alla ciclicità giornaliera della
presenza umana sul territorio urbano di riferimento individuando: a) aree contraddistinte da un uso
continuo e omogeneo da parte delle popolazioni che insistono su di esse e vengono pertanto
definite incessant areas, b) aree che vedono processi di evacuazione nelle ore notturne, empty at night,
c) aree che, al contrario, registrano un’invasione a partire dalle ore serali, active especially at night; d)
aree, infine, che vedono un uso continuo ma di natura eterogenea, shifting from day to night.8

22Leggere la qdv nei quartieri riconoscendone la morfologia/specificità territoriale e le trasformazioni


temporali di breve, medio e lungo periodo, rivisitando in tal modo anche la tradizione di studio
dell’ecologia umana riguardante i processi di invasione, adattamento e successione, costituisce una
prospettiva di riflessione e di ricerca tanto interessante quanto difficile da condurre, ma a cui è sempre
più difficile rinunciare nel tentativo di interpretare e governare la complessità urbana.

23Di altro tipo è il lavoro necessario ad affrontare il tema della identità e dell’attaccamento al territorio
come aspetti rilevanti della qdv. Come noto la psicologia dell’ambiente fa prevalentemente ricorso ad
interviste con questionari strutturati complessi su campioni ristretti di popolazione spesso in una ottica
sperimentale, ma anche l’approccio più squisitamente qualitativo sembra necessario per indagare le
caratteristiche dei luoghi e il rapporto che gli individui intrattengono con essi. Non va dimenticato che la
statistica è stata l’esito finale cui è approdata la scuola di Chicago ma solo in una fase successiva alle
prime ricerche viceversa caratterizzate da un taglio fortemente qualitativo, di indagine sul campo
attraverso interviste in profondità, raccolta di diari e di storie di vita, osservazione partecipante (Rauty,
1995).

 9 Nello stesso solco si colloca anche il lavoro attualmente in corso sulla povertà a Milano nell’ambi (...)

24Certo, la possibilità di integrare le informazioni oggettive e soggettive relative ai tre ambiti di ricerca:
le caratteristiche dell’area di studio, le condizioni socioeconomiche degli individui che vi abitano o passano
e, infine, le rilevanze simboliche resta uno degli obiettivi degli studi sulla qdv. Sotto il profilo più
operativo, le riflessioni finora condotte spingono in direzione di una cartografia tematica multistrato
intesa come possibilità di legare le dimensioni urbanistiche, sociologiche e psicologiche sopra riportate. In
particolare la georeferenziazione di distinte tipologie di informazioni in ambiente GIS (Boffi, 2004)
permette di condurre analisi in chiave spaziale dei fenomeni oggetto di interesse, gettando un nuovo
sguardo interpretativo sulle città. E in tale direzione vanno alcune delle esperienze più avanzate condotte
ad esempio in città come Detroit o Helsinki (Mauri, 2009; Nuvolati, 2009b) 9.
Come immagini il mondo dell’architettura dopo l’attuale crisi virale?
 

Mi sembra che un tema del dialogo che si sta svolgendo sul covid 19 si divida
tra chi sostiene che il coronavirus ci rende tutti uguali (posizione biologically
based) e quella di chi dice che aumenta le disparità (socially based).
E’ un tema tipico del nostro tempo dove società, politica e natura s’intrecciano. E
questo mi porta a vedere una terza prospettiva: ritengo cioè che proprio perché
il ricco è uguale al povero sul piano biologico, quindi ugualmente attaccabile dal
virus, la disparità si mostra più forte e significativa nelle sue implicazioni sociali.
Questa considerazione apre diversi scenari, di cui ritengo che quella ambientale,
nel senso del contesto in cui si vive, sia quella prevalente e tra le più ricche di
potenziale progresso. Mi spiego meglio.
L’unica cosa che possiamo veramente fare (noi che non siamo medici,
infermieri, epidemiologi o altre professioni direttamente chiamate a risolvere
problemi) è stare il più possibile lontani dagli altri per ridurre le condizioni di
contagio.
Per stare lontano dagli altri, la scelta preventiva nelle popolazioni più “socievoli e
un po’ disordinate” è di stare a casa (non è stato così ad esempio per il modello
Corea del Sud).
Quindi il tema si sposta sul concetto di casa come ambiente di vita e di
sopravvivenza personale e collettiva. Ed è proprio in questo passaggio che
vengono al pettine nodi irrisolti dell’architettura contemporanea che il dopo
covid19 dovrà risolvere per “costruire fiducia” in questo settore.
Considerata l’uguaglianza biologica, e di restrizioni cautelative, la casa in cui si
ritira il ricco è diversa da quella del povero e ripete disparità tipologiche (ricchi in
alto e poveri in basso, ricchi in villa e poveri in sobborgo sovraffolato) antiche,
troppo antiche. Ritengo che ciò che di nuovo stiamo provando è che non sono
solo i poveri a vivere in case inadeguate, ma una importante fetta della società
ed in particolare quella urbana e rampante.
In questi anni, almeno gli ultimi 30, la città è stata l’unica vera prospettiva
abitativa per una classe di lavoratori iperspecializzata che nel sistema di
relazioni urbane trovava le condizioni per evolversi e realizzarsi. Le città non
erano pronte, non si sono poste il problema in senso sociale e architettonico
(almeno non dopo il dopoguerra) e la sovrappopolazione ha abbassato
nettamente la qualità dell’abitare di ciascuno. Così mentre i migliori giovani
architetti, urbanisti, designer inventavano grandi spazi per il futuro, gran parte di
loro tornava la sera a casa in luoghi poco luminosi, piccoli, arrangiati, inadeguati.
Questo principio ha avuto implicazioni sociali enormi nell’immagine del mondo e
nella stessa prospettiva di futuro poiché si basa sulla negazione dell’esperienza
del quotidiano come parametro di giudizio del valore dell’architettura.
Tra gli esiti più forti di questo mesmerismo la perdita di coscienza dei problemi
più vicini, una negazione patologica dei problemi quotidiani e delle loro
implicazioni sulla macroscala. Quando si è parlato di socially engaged
architecture ci si è soprattutto riferiti a cosa il progetto può fare per il terzo
mondo e nei paesi con problemi importanti ma lontani. Mai o troppo raramente ci
si è concentrati sulle potenzialità e sull’urgenza di intervento nel quotidiano.
Eravamo distratti dal lavoro dove passavamo gran parte della nostra giornata e
quella perdita di senso della casa come rifugio diventava il placebo di una
malattia cronica. Oggi è impossibile non guardare al problema in faccia. Milioni
di persone sono costrette in abitazioni umilianti, delle quali avevano dimenticato
l’inadeguatezza. Com’è stato possibile non vedere questa perdita di significato
delle nostre azioni? Come pretendiamo di creare un mondo più abitabile se non
partiamo dalle nostre vite?
L’architettura dovrà tornare a “reinventare il quotidiano” come tema concreto e
simbolico, dovrà rafforzare la sua origine di “arte sociale”, dovrà usare tutte le
conquiste civiche (come lo standard) per ricostruire una fiducia delle persone
verso le sue potenzialità di migliorare la vita dei più e fare dello spazio uno
strumento di democrazia.
Nonostante il tema dell’eterogeneità sociale e dell’attenzione alle minoranze sia al centro del dibattito
internazionale, le sue implicazioni urbane tardano ad essere recepite in Italia

Il 2021 si avvia ad essere l’anno in cui si delineano con chiarezza programmi d’intervento nazionali e
sovranazionali che hanno nei temi dell’inclusione e del rispetto e valorizzazione delle diversità uno dei loro
fondamenti. Delle 29 Executive actions firmate dal presidente americano Joe Biden all’indomani del suo
insediamento il 20 gennaio, 7 riguardano pari opportunità, immigrazione e scuola, riprendendo le priorità
del suo mandato.

Con il NextGenerationEU l’Europa si appresta a vincolare una parte consistente dei fondi al tema della
parità di genere, che ha nell’iniziativa del Nuovo Bauhaus uno strumento attuativo ispirato ai principi di
“bello, sostenibile, insieme”, dove “bello significa spazi inclusivi e accessibili”. Il 25 gennaio sono state
presentate le candidature al programma “Young Women Leaders” dell’Onu, che intende promuovere il
ruolo delle giovani donne del Sud globale nei ranghi delle Nazioni Unite. Ma nonostante il tema della
diversity, dell’eterogeneità delle popolazioni e dell’attenzione alle minoranze sia al centro di un intenso
dibattito internazionale, le sue implicazioni per le nostre città e architetture tardano ad essere recepite in
Italia.

Partecipazione e disomogeneità

Una delle strategie per affrontare la diversità in ambito progettuale è la partecipazione. Quando si parla di
progettazione partecipata ci si riferisce al coinvolgimento di una popolazione di individui in un processo
decisionale su uno spazio che li riguarda. Ma questa “popolazione” è in realtà solo un’astrazione: utile, ma
insidiosamente fallace. La popolazione che si coinvolge in un processo partecipativo, infatti, è sempre
disomogenea per almeno due ragioni. Da un lato, perché è composta da soggetti con premesse culturali
diverse, anche molto distanti tra loro. Dall’altro, perché questi soggetti hanno un accesso diseguale alle
risorse: sono, in altre parole, più o meno ricchi di capitale sociale e economico. Di questa doppia
disomogeneità si dovrebbe tener conto, sia per evitare soluzioni generalizzanti che non considerano la
sfaccettata complessità dei bisogni di una comunità, sia perché proprio dalla disomogeneità e varietà di
prospettive e modi di vita si possono trarre spunti insostituibili per il miglioramento dell’abitare.
Su questa complessità dei gruppi destinatari dei processi partecipativi si riflette con scarsa attenzione nel
nostro Paese: le rare volte in cui è messa a tema, la si risolve internamente al processo partecipativo,
presentando il processo come “aperto a tutti” e poi offrendo, ancora più raramente, dei percorsi in qualche
modo diversificati al suo interno. Ma poi, a conti fatti e a processo finito, è spesso impossibile risalire alle
voci dei gruppi minori e più deboli, e riscontrare nelle proposte attuative intenzioni progettuali che
rispondano ai loro effettivi e specifici bisogni.

In quest’ottica è perciò importante guardare con attenzione a quelle strategie partecipative che invece
adottano una prospettiva altamente profilata, e scelgono di attivare la partecipazione di un segmento
sociale specifico. A questo proposito, sono interessanti due percorsi di progettazione partecipata al
momento attivi: l’esperienza di Barcellona sull’urbanistica di genere e quella promossa dall’Unicef dal titolo
“Città amiche dei bambini”, recepita con entusiasmo dalla città di Fano.

Casi virtuosi: da Barcellona a Fano

Dal 2019 la sindaca Ada Colau ha avviato a Barcellona una riflessione sui rapporti tra città, cultura,
economia e amministrazione che ha nella prospettiva di genere il suo fulcro. La prima azione del percorso
partecipativo della capitale catalana è stata l’organizzazione di “marce esplorative della vita quotidiana” per
analizzare Barcellona dal punto di vista delle donne. Lo scopo è stato di eseguire dei “controlli in situ”
sull’organizzazione dello spazio pubblico per «incorporare la prospettiva di genere nella progettazione dello
spazio urbano e le diverse voci rilevanti nella sua costruzione». Le marce consistono in percorsi urbani
pensati e condotti da donne, dove la valutazione dello spazio pubblico quanto a illuminazione, arredo,
verde e servizi è il risultato dello sguardo femminile e delle sue specificità. Uno sguardo che, per esempio, si
sofferma sulla sicurezza della persona, sulla varietà delle opportunità d’uso, sull’accessibilità per le persone
con ridotta mobilità, sulle opportunità per il gioco nel verde.

Analogamente opera il programma “Città amiche dei bambini”, il percorso partecipativo che l’Unicef
promuove nel mondo per integrare la visione dei più piccoli nei processi di riqualificazione urbana, aiutando
a costruire una nuova consapevolezza progettuale dove i bambini non siano più «vittime, nascoste e
silenziose, di piani urbanistici che non li hanno presi in considerazione e non ne hanno rispettato i punti di
vista», bensì soggetti attivi da ascoltare, perché messi in grado, finalmente, di dire la loro sugli spazi della
città. A Fano (Pesaro e Urbino), che ha fatto in Italia da apripista con i primi progetti pilota già a inizio anni
novanta, strategie partecipative come “Il quartiere a misura di bambini” e “A scuola ci andiamo da soli”,
hanno visto i bambini far parte a pieno titolo dell’equipe progettuale. Il lavoro svolto insieme a loro ha
permesso di ripensare la mobilità casa/scuola con percorsi che incentivano l’autonomia dei bambini; di
rivitalizzare lo spazio pubblico con interventi di street art e la realizzazione di aree gioco sicure e innovative;
di sperimentare chiusure temporanee al traffico, micro-biblioteche per lo scambio di libri e giornate di
lettura condivisa con genitori e nonni.
Dare voce alle diversità, e a prospettive non generalizzanti, ha dunque il salutare effetto di costringerci a
prendere atto che le nostre città non sono per tutti “a misura”, ma al contrario possano essere non
accessibili ed estranianti per significative parti della collettività. E che quindi da percorsi partecipativi
sensibili alle diversità non si dovrebbe prescindere, se vogliamo che le nostre città siano davvero accoglienti
e inclusive per tutti.