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21/6/2019 Filippo Facci - LA TELEFONATA DI ZEFFIRELLI Nei tanti anni in cui...

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Filippo Facci - LA TELEFONATA DI ZEFFIRELLI Nei


tanti anni in cui...
28-38 minutes

LA TELEFONATA DI ZEFFIRELLI

Nei tanti anni in cui avevo scritto sul Giornale e sul Foglio, un solo personaggio non ero
mai riuscito veramente a toccare: Riccardo Muti. Era stra-protetto da tutti i giornali italiani
per ragioni diverse, e ai direttori di quotidiano non importava granché inimicarsi l'apparato
che si attivava ogni volta che avevo infilato in un articolo leggere critiche o ironie: tipo la
Sovrintendenza, Mediaset attraverso Fedele Confalonieri (che lo adorava, lo trasmetteva,
dava soldi alla Scala) e vari altri soggetti.

Poi, un giorno, Giuliano Ferrara mi diede il via libera. Non ci potevo credere. Scrissi un
poema (avevo fonti formidabili) che avevo tenuto in serbo per anni. Lui lo lesse e mi diede
un paio di consigli. Poi fu pubblicato, e boom.

Riccardo Muti lo lesse e telefonò a Confalonieri. Confalonieri telefonò a Ferrara che poi
telefonò a me. Mi disse: hai fatto il botto.
Riccardo Muti si era dimesso dal Teatro alla Scala quella mattina stessa, dopo aver letto
l'articolo, sentendosi definitivamente tradito in giorni in cui anche gli orchestrali, per la
prima volta, l'avevano contestato.
In quei giorni ricevetti le telefonate più impensabili. Una fu di Franco Zeffirelli, che era così
entusiasta da invitarmi a trovarlo nella sua villa fiorentina.
Non ci andai mai, ed è uno dei pochi rimorsi che ho nella vita.

(Avviso: benché questo articolo rappresenti uno dei due o tre capolavori professionali
della mia vita, è di una lunghezza spropositata e inattuale. La maggior parte di voi, che
tutto sommato disprezzo, è meglio che non cominci neanche a leggerlo. Astenersi
disinteressati, insomma)

di Filippo Facci
Il Foglio, 2 aprile 2005

Carlo Fontana visse d'arte e giunse alla sovrintendenza della Scala da candidato ideale:
craxiano, ultimo di una famiglia di vecchi riformisti, un nonno nella Resistenza lombarda,
un padre tra i migliori amici dell'ultimo Podestà, insomma un milanese che parlava in un
certo modo e vestiva in un certo modo. Il sindaco, Paolo Pillitteri, gli fece un discorso
chiaro: Carlo, devi aumentare il numero di recite perché il trenta per cento delle richieste
rimane inevaso, e non va bene.

Fontana non chiedeva di meglio: programmazioni del genere dei teatri europei che
macinano serate senza contributi statali, i teatri che permettono a una persona normale,

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per dire, di andare a un concerto dopo che semplicemente ne ha letto sul giornale, come
per un cinema, senza che biglietti debba averglieli procurati il cugino di un assessore. Era
il 1990, e la seconda cosa che il sindaco disse al sovrintendente fu quest'altra: Carlo, devi
portare alla Scala tanti direttori importanti.

Il direttore importante rimarrà sempre uno solo: un signore che visse d'arte, pure, e che
crebbe a Molfetta (Puglia) da una famiglia educatamente borghese. Prese i capelli neri
dalla madre e l'espressione corrucciata dal nonno, fece il conservatorio prima a Bari e poi
a Milano, città astrusa, la nebbia che era la nebbia, l'insigne Antonino Votto come maestro
- ciò che lo legherà per sempre al critico musicale Paolo Isotta - e poi i premi Cantelli e
Richter: Muti a 28 anni era già direttore del Maggio musicale fiorentino e divenne se
stesso. Prese a stagliarsi la sua carriera internazionale e il suo carattere: a Philadelphia,
dal 1981 al 1992, era solito indignarsi perchè i giornali relegavano le recensioni dei suoi
concerti nella pagina degli intrattenimenti: “Come se la musica - diceva - fosse il mezzo di
passare bene una serata”.

Il modello di Riccardo Muti era Arturo Toscanini, personaggio che a suo dire “aveva
impresso alla musica una formidabile tensione morale" e che tuttavia resta immortalato, a
dire nostro, negli appunti “Toscanini in Deutschland” scritti dall'immenso Wilhelm
Furtwangler: “La militare esattezza, il ferreo ritmo, tutto scorre rigido e senz'anima, la
meccanica e martellante scansione, la mancanza di elasticità ritmica, quell'esattezza
pedante che nulla ha a che fare con la precisione”. Per tralasciare l'ossessione
dell'antiretorica, il carattere borioso, il vezzo di maltrattare gli orchestrali: l'energia di una
natura volitiva che il provincialismo britannico trasformò nel marchio riconoscibile del
Riccardo Muti che infiammò il pubblico londinese della New Philharmonia orchestra. Dal
1973 al 1982 fu l'embrione del Muti di oggi: un'esuberante voglia di comando - per sua
ammissione - e insomma di imporsi: la bacchetta iperattiva e fremente, il controllo totale,
la perenne vigilanza sullo specifico, nessuna concessione a un abbandono da lui inteso
come anticamera del sentimentalismo: ma la cui mancanza, percettibile, finiva e finirà per
negare anche il sentimento, la commozione.

Che poi è il sottaciuto rimprovero che Carlo Fontana e l'Orchestra nonché la critica
internazionale - non italiana, chiaro - hanno sempre segretamente rivolto al Maestro:
l'assenza di un minimo senso panico, del coinvolgimento necessario, la negazione di ogni
mistero e dolcezza intesi come luoghi da temere, viscera da celare. La scuola di Antonino
Votto, allievo prediletto di Toscanini, è nel Muti che con la mano destra regge la bacchetta
mentre la sinistra è più anchilosata, e sfoglia la partitura, dondola il ciuffo, serra la
mandibola, nei passaggi più delicati al limite aggrotta la fronte, inarca un sopracciglio: è la
suprema concessione a un pathos peraltro enfatizzato solo dalla presenza delle
telecamere.

E c'è sicuramente del risentimento negli orchestrali che dopo il passaggio di Yuri
Temirkanov, il 28 febbraio scorso, ora dicono che “in due ore con lui c'è stata più musica
che in quindic'anni con Muti”. C'è sicuramente dell'astio anche nel Carlo Fontana che agli
amici dice così: “Muti è uomo completamente privo di sentimento”. Ma tra chi intende di
musica non c'è comunque nessuno, a parte forse Fedele Confalonieri, che pensi che

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l'orchestra e il sovrintendente non dicano comunque la verità, e che non si chiedano a


buon titolo, semmai, perché l'abbiano così a lungo taciuta.

E' anche vero che il sovrintendente e l'orchestra, vuoi per ignavia o per senso
istituzionale, hanno taciuto in un Paese che ha ben poco da insegnare loro: sono altri,
anche, i silenzi di cui parlare. Piero Buscaroli criticò Muti sul Giornale sinchè la sua firma
sparì dal quotidiano; in precedenza la sua proposta di scrivere le note del programma di
sala del Fidelio era stata inspiegabilmente rifiutata. Anche Jacopo Pellegrini, di Avvenire,
ebbe i suoi problemi. Un altro giornalista riportò alcune confidenze degli orchestrali,
intercettati in pizzeria, sinchè una chiamata infuocata pretese invano i nomi di coloro che
avevano parlato; e in una bacheca della Scala comparve una lettera degli orchestrali che
smentiva tutte le frasi effettivamente pronunciate.

Il sovrintendente Fontana, su pressione di Muti, ritirò la propria prefazione a un volume


musicale (erra mio, ndr) e la motivazione fu questa: l'autore aveva criticato il Maestro sul
periodico Amica. Un rubrichista del Giornale (io, ndr) dopo la millesima pressione
dell'entourage scaligero, decise di astenersi. Questo mentre il custode del verbo di Muti, al
Corriere della Sera, portava il nome di Paolo Isotta: e non c'è niente da aggiungere. Le
signore al seguito del maestro, da un paio di colleghi di via Solferino, a tutt'oggi vengono
simpaticamente chiamate Le vestali, e in redazione, una volta, circolò un prestampato che
recitava più o meno così: “Nella suggestiva cornice del teatro (spazio bianco) ennesimo
trionfo del maestro Muti. Applausi e battimani si sono succeduti per (spazio bianco) minuti.
Il Maestro ha eseguito (ricopiare il programma) alla presenza di (contattare l'ufficio
stampa)”. Uno scherzo, per quanto al Corriere non c'è parola sulla Scala che non sia
filtrata dal condirettore Paolo Ermini e dal culturale Armando Torno. Il competente
Francesco Maria Colombo, sempre del Corriere, sgradito a Muti, si è infine congedato ed
è passato alla direzione d'orchestra.

E che dire del presente? Il dossier curato dal noto magistrato milanese Renato Caccamo
ai danni del neo-attendente Mauro Meli (carte che certificano la sua indubbia disinvoltura
nel pagare gli artisti) ha trovato spazio solo sull'Espresso. In Italia, a parte il Riformista,
nessuno ha ripreso l'intervista concessa al Guardian a Franco Zeffirelli che è artista
notoriamente rinomato all'estero più che in Italia (il Metropolitan di New York gli ha offerto
per due volte la direzione) così come né il Corriere né Repubblica hanno pubblicato una
lettera del regista datata 18 marzo e rivelata dal sito Dagospia: e non sarà un caso che
l'autobiografia del regista è stata tradotta in dodici lingue ma non in quella italiana. E
mentre altre lettere di cittadini e di associazioni non comparivano sul Corriere, nelle
cronache veniva integralmente evidenziata una lettera di Muti e un volantino anonimo a lui
favorevole: neanche una riga della lettera di Carlo Maria Badini, per tredici anni
sovrintendente alla Scala. Ben scarni anche i riassunti di quanto sostenuto dai settecento
lavoratori del Teatro: un quotidiano, dopo che gli orchestrali erano scesi in piazza con
trombe e ottavini (tutti professori di Conservatorio) ha relegato la notizia nell'inserto
milanese quando il Monde invece ci apriva una pagina.

Lo stesso quotidiano, dopo un concerto autogestito dall'orchestra scaligera, è riuscito a


titolare “Senza Muti è un'altra musica” mentre ancora un altro quotidiano, in quei giorni,

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aveva cercato di montare una pagina che raccogliesse i sostegni internazionali elargiti al
Maestro, ma venne fuori che i sostegni internazionali non c'erano. La pagina saltò. In
compenso, sul Corriere, dopo una telefonata con Muti, Giulia Maria Crespi riusciva a dire
che “nell'orchestra ci sono degli infiltrati” e questo mentre Muti non perdeva un articolo di
giornale, e tantomeno l'abitudine di alzare la cornetta per parlarne cogli amici direttori
(Ezio, Ferruccio eccetera) sempre che. per lamentarsi di questo o quell'articolo, non
provvedessero direttamente Fontana o i consiglieri di amministrazione.

È' a margine di tutto questo che possiamo affrontare serenamente il quesito posto da
Sergio Romano nella sua rubrica sul Corriere della Sera: come mai dai giornali non si
capisce un accidente della crisi della Scala?

Laddove l'assenza di retroscena resta il più incomprensibile dei retroscena - il Paese in


cui non c'è spiegazione, se non è una spiegazione politica - per comprendere la semplicità
di quanto accaduto tocca rivolgersi ancora una volta alla stampa estera specializzata: è
dal saldo tra quanto scritto da un Paolo Isotta e da un Norman Lebrecht che ciascuno può
trarre una propria legittima convinzione. Isotta il 25 febbraio ha scritto questo: “Siamo solo
in piena Operetta. Tutto passerà prima che non si creda, la Scala resterà la Scala, a Muti
verrà chiesto scusa”. Norman Lebrecht, commentatore del Telegraph e probabilmente il
critico più popolare del mondo, due giorni prima, aveva scritto quest'altro: “La Scala è
come il Cremlino durante il putsch di agosto del 1991 contro Gorbachev. Per molti giorni
nessuno ha capito chi comandava e che cosa stava succedendo. L'unica certezza, anche
quando Gorbachev fu restituito al suo ruolo, era che il mondo non sarebbe mai stato lo
stesso. Riccardo Muti è andato, questo è chiaro. (…) Il mondo dell'opera mondiale era
abituato al vocabolario limitato di Muti, un lessico emotivo che difetta nel compromesso.
C'è solo un modo per lavorare con Muti: il suo. Questa volta la sua ottusità ha fatto
nascere una catastrofe. Il personale della Scala e l'orchestra hanno votato il licenziamento
del Muti con settecento voti a favore e cinque contro. Il sindaco di Milano si è messo dalla
parte di Muti e ha nominato un mediatore, ma, mentre il maestro si è nascosto dietro le
pareti della sua casa di Ravenna, è parso che non ci fosse nessun modo di tornare
indietro. La Scala, il crogiolo dell'opera italiana dove Verdi e Puccini hanno generato le
loro opere immortali, stava aspirando l'aria inebriante della libertà. La tirannia di Muti stava
per finire e il rilievo era spontaneo e universale. (…) Muti aveva tirato indietro gli orologi, la
Scala era diventata boriosa e incapace. I migliori cantanti verdiani hanno lavorato più
felicemente all'estero. Modernismo era una parola sporca. Un azionamento di
privatizzazione ha reso un assorbimento di nient'altro che il 17 per cento. Come tutti i
dittatori, Muti ha consolidato l'illusione dell'inespugnabile, e, come il comunismo, la sua
oligarchia si è sbriciolata come conseguenza di un lungo ristagno”.

Modernismo accanto però a una regola incrollabile: se l'orchestra è contro di te, tu vai a
casa. Puoi tirarla lunga, ma alla fine vai a casa. La Scala - checchè ne dicano il sindaco di
Milano e il presidente dell'Assolombarda - non è un'azienda normale. Forse dovrebbe in
parte diventarlo: ha quattro volte i dipendenti del Metropolitan. Però, forse, dovrebbe
diventarlo meno di quanto ritenga quell'imprenditoria milanese che con l'affare Scala ha
acquisito un potere ben superiore al denaro sborsato: “La Fondazione Scala - ha scritto

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persino Massimo Mucchetti su un supplemento del Corriere - ricorda la vecchia


Mediobanca dove i privati comandavano con i soldi dell'Iri”.

Alla Scala, e non solo in un un'azienda, Victor De Sabata si dimise dopo un'esplicita
richiesta dell'orchestra: bastò il galantomismo. Alla Scala, pure, Claudio Abbado fu
parimenti accusato di trascurare l'orchestra e il problema fu risolto all'interno
dell'Istituzione: bastò la politica. Giusto allora, nel 1986, arrivò alla Scala il Riccardo Muti
appoggiato da Dc e Psi in contrapposizione ad Abbado che era invece protetto dal Pci:
bollature in parte forzate ma che non impedirono a Muti, allora come oggi, di essere
identificato come artista di centro-destra: anche perché la stampa prese a evidenziare il
suo essere “un uomo all'antica” - titolo di Epoca - il quale amava la bicicletta e la canna da
pesca, padre di famiglia con una moglie che “ha rinunciato alla carriera per dedicarsi alla
famiglia” e tre figli nella casetta col giardino, e l'amaca, la bicicletta, la canna da pesca,
qualche solennità: “Direttori d'orchestra si nasce”.

Sarebbe ingeneroso negare che il disimpegno intellettuale di Muti fece la sua parte nel
decontaminarci da una cappa culturale tra le peggiori che abbiano soverchiato il Paese:
quella dell'alterigia che per decenni aveva rinchiuso la musica nell'astrazione e
nell'enigma, nell'isolamento narcisistico travestito da sacralità, nelle partiture dei Berio e
Donatoni e Sciarrino e Bussotti e Maderna - all'estero Boulez, Stockhausen, Cage - e
insomma nelle fumisterie ideologiche degli epigoni italici della scuola di Darmstadt,
ovviamente il Pci, certa Scala, la Ricordi, Renato Pollini e la sua “vittoria del socialismo
come fatto storico inevitabile”, Luigi Nono che componeva la sua “Musica per il Che”,
insomma i rispettabili fossili del pensiero musicale contemporaneo che corrispondono
probabilmente a quella “sinistra che comanda nella musica” citata da Fedele Confalonieri
in un'intervista a Repubblica. Non fosse per un dettaglio: quella sinistra è morta. Sepolta.
Riecheggia in qualche delirio cubano di Claudio Abbado: nulla più. Resta solo da capire in
quale altro genere di elitismo siamo precipitati da vent'anni a questa parte.

Riccardo Muti ottenne un contratto molto favorevole che gli diede diritto di inaugurare
sempre e comunque la stagione: e destò una certa impressione che il filologo
toscaniniano, appena insediato, alla prima del 1986, bissò il “Va' pensiero” e frantumò
un'assoluta regola toscaniniana. Ma il pubblico scaligero stava cambiando pelle, e le
rivalità tra Abbado e Muti erano appunto il riverbero di una Milano che si stava
spegnendo, talvolta un artifizio alimentato dall'insofferenza temperamentale di chi dovette
subire l'insediamento di Abbado sul podio dei Berliner, la Filarmonica più prestigiosa del
mondo. Resta che ogni tentativo di riportarlo alla Scala, obiettivo tra i primi, fallì per motivi
miserandi. Abbado, dapprima, si offrì di tornare come direttore ospite coi Berliner,
passaggio interlocutorio e obbligato. Si parlò dell'Electra di Strauss: poi intervenne Muti e
disse che l'orchestra non avrebbe accettato d'essere usurpata, circostanza poi smentita
dagli strumentisti che scrissero una lettera ai Berliner.

Tutto a posto? No, perché spuntò una circolare ministeriale che impediva di pagare le
orchestre ospiti, occorreva dunque trovare uno sponsor. Per qualche ragione non fu
trovato. In compenso a Fontana era riuscito di riportare Riccardo Chailly con l'Angelo di
Fuoco, rondine che non farà primavera. Nel 1991, anno mozartiano, Fontana era riuscito

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a riportare alla Scala anche che Sir Gyorgy Solti, presenza costante per qualche tempo:
sinchè, un lunedì, il celeberrimo maestro ungherese, che alla Scala aveva un programma
un concerto wagneriano previsto per l'indomani, si accorse che l'orchestra non c'era: Muti
se l'era portata via, senza lasciarla a riposo come da etichetta. Uno sgarro che Solti prese
come tale: non si fece più vedere. Muti non stimava Solti e Solti non stimava Muti, ma lo
squilibrio era anzitutto nella diversa caratura delle due bacchette. “Muti non stima
nessuno” dice invero oggi l'invelenito Fontana: ma qui si rischia di aprire prematuramente
un fronte che potrebbe frantumare le illusioni di chi si ostina a sostenere, solamente in
Italia, che Muti sia personaggio che “il mondo ci invidia”. C'è solo da essere informati o da
non esserlo. La bacchetta israeliana Zubin Metha, a Tokio, di fronte a un giornalista del
Giornale e uno della Nazione, disse che non avrebbe mai invitato Muti a una possibile
festa perché notoriamente “Muti non ha amici”. E quando la casa discografica Deutsche
Grammophone si autocommemorò alla fine degli anni Novanta, invitando i numi della
musica mondiale, Muti non c'era.

Fontana, da principio, cercò di portare alla Scala anche Giuseppe Sinopoli col suo Ring
wagneriano, e s'infittirono le trattative con l'Opera di Roma. Non servì: Muti disse che il
Ring l'avrebbe presto rappresentato lui. La Tetralogia di Sinopoli, basti dire, stava per
esordire nel tempio del Festival di Bayreuth, incontrando un successo mondiale che
sarebbe rimasto ininterrotto sino alla morte prematura del maestro. Tutti i tentativi di
Fontana per portare Muti a Bayreuth, viceversa, incontrarono il diniego di Wolgang
Wagner: il quale, non a caso, fu invitato alla Prima scaligera del Gotterdammerung di Muti
(1998) ma preferì lasciare il teatro senza dire una parola, come la stampa italiana dovette
rilevare. Ma sui rifiuti opposti ai grandi direttori si sconfina nella leggenda: un orchestrale
ha raccontato di un diniego che Muti avrebbe rivolto addirittura a un Carlos Kleiber che
voleva fare l'Otello. Il magistrato-melomane Renato Caccamo invece ha parlato di
autentico veto nei confronti di Riccardo Chailly e Daniele Gatti: resta che pochi grandi
direttori, alla Scala, hanno diretto solo concerti: quando indicavano le opere che
avrebbero voluto dirigere, la trattativa si arenava come se potesse esservi spazio solo per
opere gradite alla direzione musicale.

Niente di strano che nel 1994-95 Fontana e Muti fossero già sull'orlo della rottura: al che il
sovrintendente, sua colpa, decise di tirare definitivamente i remi in barca. Primum vivere.
Sono anni particolari: la magistratura passò Fontana ai raggi X sebbene l'unica istituzione
meneghina passata indenne da Tangentopoli resterà giust'appunto la Scala. Fontana si
concentrò prevalentemente su questioni manageriali. E chiuse gli occhi, allineato e
coperto.

Il dèspota prese il largo da allora: un dominus finalizzato a una sua progressiva e totale
identificazione col Teatro. Muti promosse a piacimento la propria carriera, scelse i cast di
canto e il numero delle recite, potè pretendere che il bilancio si adattasse agli allestimenti:
e basti che la Scala ha il cartellone più diradato del mondo con le prove concentrate negli
orari in cui dovrebbero esserci gli spettacoli, altra esclusiva italiana. Muti mise ovviamente
becco in ogni possibile nomina - dalle coriste all'ufficio stampa - mentre il profilo
interpretativo si ritagliava sulla sua centralità: i cantanti per esempio dovevano essere

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completamente subordinati al gesto direttoriale - caricatura della lezione toscaniniana - e


quindi sempre visibili all'occhio del maestro, con inevitabili preclusioni per l'autonomia
registica. Al suo splendido e arioso Mozart, perfetto per le sue caratteristiche, si
accompagnava la consueta liturgia marmorea dei Cherubini e degli Spontini e insomma il
settecento napoletano di cui restava campione del mondo: a margine fioccavano i soliti
Verdi e Beethoven e in sostanza il consueto repertorio del bravo direttore: sempre però
spaventosamente sorvegliato, scolastico, castigato, scevro da ogni temperatura che Muti
giudicasse insopportabile e troppo espressiva, passaggi ai quali frettolosamente ovviare
accelerando i tempi - mettendo il Girmi, come dicono i suoi orchestrali - o tenenendosi ben
alla larga da repertori troppo coinvolgenti. E' da questo punto di vista che l'insostituibile
lignaggio internazionale di Riccardo Muti resta una clamorosa palla che il consiglio di
amministrazione della Scala seguita a raccontarsi probabilmente in buona fede: ignaro,
forse, dell'autentica considerazione mondiale nei confronti di un manierismo che non ha
lasciato segno: non il suo brutto Brahms, i suoi improponibili Wagner o Mahler, il suo
Bruckner che sembra uno Schubert.

Ma che gliene importava di tutto questo alla maggior parte della platea, a quel pubblico
indistinto e intimorito dal moloch musicale che si spellava le mani perché semplicemente
grato d'essere inquadrato nella foto di gruppo del proprio status: niente. La telenovela dei
loggionisti - sloggiati, appunto, per una norma antincendio che prevedeva un certo
rapporto tra posti seduti e in piedi - fu senz'altro strumentalizzata ma destò ugualmente
impressione per la sua valenza simbolica: una tradizione centenaria finiva sospesa per
decreto, e con essa lo storico diritto di far valere anche rumorosamente il proprio giudizio
da parte di chi, del resto, per ore o per giorni, si era fatto code interminabili per scovare
biglietti che forse solo a Bayreuth risultavano parimenti introvabili, essendo ormai, La
Scala, prevalente appannaggio di banche e sponsor. Un loggionista, nel dicembre 2000,
urlò “buuh” e all'uscita venne bloccato dalla Polizia.

Il personaggio pubblico Riccardo Muti, intanto, esternava non senza certe doppiezze.
Nella prima metà degli anni Novanta aveva tuonato contro il “dimunendo culturale totale”
degli Sgarbi e dei Pippibaudi, e aveva definito la televisione “un sedativo” pur
comparendovi sovente egli stesso. Ebbe a scagliarsi contro “la globalizzazione della
musica” e disse che solamente tre orchestre al mondo erano degne di menzione: La
Scala (c'era lui) e Vienna (c'era spesso lui) e Philadelphia (c'era stato lui). Citava spesso
“queste orchestre tutte uguali come un menù alberghiero” che nulla avevano a che
vedere, disse, con le sue poco commerciali messe di Cherubini: come se non avesse mai
inciso altro. Non le Quattro stagioni di Vivaldi, il Gattopardo di Nino Rota, soprattutto
Beethoven e Schubert e Bramhs, ovviamente Mozart e Verdi. Per non parlare dei concerti
di Pavarotti da lui intesi come “merce per la massa” fino al giorno in cui duettò proprio con
lui - con Pavarotti - al Ravenna Festival presieduto dalla moglie che era presidente e che
diverrà anche regista laddove la figlia farà l'attrice.

Quando Walter Veltroni parlò di sovvenzioni per la musica, Muti rispose: “Non l'ho mai
incontrato, e non sono certo io a dover battere alle porte”. Altre polemiche toccarono la
ministra Giovanna Melandri che si era sottratta alla Prima wagneriana del 1998 e

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nondimeno riguardarono il diniego di Muti al Capo dello Stato che gli aveva chiesto l'inno
nazionale. Nel maggio precedente era stato chiamato a Bruxelles per dirigere il concerto
dell'Euro, e alla richiesta di eseguire l'inno europeo, dapprima, aveva risposto così: “Non
suono una banda a comando”. E dopo che il Sunday Times aveva definito “di qualità
bassa e poco padroneggiata” qualche sua interpretazione - per non parlare delle
bocciature del New York Times - Muti disertò un festival inglese patrocinato da Blair:
nessun dubbio, su certa fama internazionale di Muti.
La verità è che il suo egotismo è un fatto notorio. Il 14 dicembre 2003 il direttore di Raiuno
Fabrizio Del Noce mandò in eurovisione l'inaugurazione della rinata Fenice di Venezia -
direttore Lorin Maazel - ma per compensazione non fece lo stesso con il concerto di
capodanno che a Vienna era diretto da Muti: solo una volgare differita, e le urla del
maestro, Del Noce, se le ricorda ancora.

La crisi definitiva tra Muti e Fontana, secondo gli orchestrali, risale al giugno 2002, ossia
quando il sovrintendente rilasciò un'intervista a Repubblica che annunciava l'arrivo di
grandi direttori. Fontana ha detto che la crisi risale invece all'anno dopo, quando gli
offrirono l'assessorato alla Cultura che lui rifiutò. Fontana non sapeva che a Tokio il
maestro si era rivolto invano agli orchestrali perché lo sfiduciassero, e sicuramente non
sapeva che nello stesso periodo Muti aveva incontrato il sindaco Gabriele Albertini per
analoga pressione. Per questo, per dissidi circa le scelte artistiche, nel luglio 2003, il
Maestro disertò la conferenza stampa di presentazione della stagione: non era più un
mistero che Muti avrebbe gradito alla sovrintendenza un terzo uomo, un personaggio non
proprio conosciutissimo, Mauro Meli, un non laureato, ex coordinatore del lancio mondiale
della Fiat Punto, sovrintendente all'Opera di Cagliari che aveva 24 milioni di deficit - altro
che la Scala - e la cui gestione sarà segnalata alla Corte dei Conti. Tra i migliori amici di
Meli, buona conoscenza anche di Muti, c'era il noto e chiacchieratissimo agente
monegasco Valentin Proczynski, i cui artisti dirigeranno regolarmente alla Scala. Sicchè il
sovrintendente in pectore, nell'ottobre 2003, veniva presentato come “direttore di
divisione” con Fontana che accettò di diventare - lo disse ai giornalisti - una sorta di
amministratore delegato che avrebbe ceduto a Meli ogni delega artistica. Ma non bastò.
Sempre con la medesima giustificazione, ossia che Meli era destinato a succedergli,
Fontana venne pressato affinchè di deleghe ne cedesse anche altre, come pure fece.

Quando il consiglio di amministrazione sollecitò aperture a musicalità diverse - il celebre


Cats di Loyd Webber, nel caso - promosse una delibera cui Fontana non oppose
problemi: sinchè arrivò Muti che impose al cda il totale annullamento della delibera. Non
era stato interpellato e a lui Cats non piaceva. Funzionava così. Spazio invece alle
venture tredici rappresentazioni (tredici) dei trascurabili “Stivaletti” di Ciaikovskij più altre
tredici (tredici) dello sconosciutissimo Rinaldo di Haendel: tutte promozioni firmate
Valentin Proczynski dopo che La Scala avrà riaperto con la noiosissima “Europa
riconoscita” di Salieri, mai più rappresentata dal 1778 e forse non del tutto a caso.

Muti e Fontana s'incontrarono in privato, l'11 agosto 2004, e il primo rimproverò al


secondo di trascurare ormai da tempo il primato del palcoscenico: ma è proprio ciò di cui
Fontana effettivamente non si occupava più, avendo mantenuto, difatti, solo le deleghe

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relative agli obiettivi da raggiungere entro novembre 2005, termine del suo mandato: ossia
il restauro e la ristrutturazione entro i tempi previsti, il laboratorio scenografico all'Ansaldo,
il trasferimento del Museo, il perfezionamento della legge da lui promossa (1996) per
trasformare l'Ente lirico in Fondazione. Fu evidente che l'obiettivo fosse quello di mandarlo
a casa entro la mega inaugurazione del 7 dicembre 2004, estromettendolo dalla
consacrazione internazionale: è di quei giorni l'ennesima vana riunione che riportava
all'ordine del giorno la sostituzione e, dopo l'inaugurazione, fu tantopiù evidente che nei
confronti del sovrintendente non vi era stato alcun pubblico riconoscimento da parte della
Fondazione. Il sindaco, che aveva elogiato Fontana, in un discorso, fu duramente ripreso.

Nulla di strano, visto che Riccardo Muti aveva posto un ultimatum proprio in quei giorni: se
entro il 24 febbraio Fontana non fosse stato allontanato, se ne sarebbe andato lui. La
Scala c'est moi. Dopodichè partì per le Mauritius con la moglie - per quanto non sappia
nuotare - fotografato da Eva Tremila del 29 gennaio 2005. Ed eccoci al successivo 14
febbraio, quando Fontana rifiuta altre generose contropartite. Eccoci pure al 24 febbraio: il
consiglio di amministrazione gli revoca il mandato senza muovergli un preciso addebito,
senza la famosa giusta causa.

Tanto capolavoro di anti-politica ebbe conseguenze che suona difficile spiegare per
esempio a un romano: l'assessore alla Cultura che si dimette per solidarietà, le
maestranze che scendono in piazza e intonano il Va' pensiero, i consiglieri comunali che
se ne infischiano della linea del partito e prendono a opinare trasversalmente - una Milano
di fine '800 - e gli orchestrali che chiedono spiegazioni al Maestro il quale però risponde
con secche dichiarazioni alla stampa: ed è la sua fine. Settecento lavoratori su
settecentocinque - alcuni lavoravano con lui da vent'anni - lo sfiduciano ed eccolo rotolare
dalla Scala. Quando Riccardo Chailly ottenne un consenso piuttosto risicato dai suoi
orchestrali del Concertgebouw di Amsterdam, anni addietro, Muti aveva detto così: con un
solo voto contro, io, mi dimetterei.

Ora ne ha settecento ma rimane lì. Lo schiaffo, come non accadde a Toscanini, viene dal
basso: Muti non è la Scala - è il messaggio - e non può chiedere la revoca di un
sovrintendente che il consiglio di amministrazione peraltro revoca. Poi si sa, o forse
neppure: convocato dalla Commissione del Senato esattamente come Meli e Fontana,
Muti ha risposto così: io non verrò. Non è lui a dover battere alle porte. E infatti è chiuso
nella sua casa di Ravenna, dove c'è un certo silenzio.

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