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A Marta,

la mia spalla… su cui ridere


INDICE

Premessa pag. 11

1. Visione introduttiva d’insieme » 15


1. Traducibilità delle lingue: la diatriba tra universalisti e relati-
visti » 15
2. Il concetto di “traduzione” e di “retrovertibilità” » 20
3. Teoria della traduzione: la nascita di un campo di ricerca » 24
4. Denominazioni, campi d’indagine e lacune epistemologiche » 27
5. Verso il dialogo scientifico » 29
5.1. Problemi epistemologici » 29
5.2. Dalla pseudo-terminologia al metodo funzionale » 32
5.3. Traduzione “orientata” o traduzione “totale” » 36
6. Le legittime “pretese” della teoria » 38
6.1. Dopo Babele » 38
6.2. L’errore di Cartesio » 43
7. La tendenza alle opposizioni binarie » 48
7.1. Traduzione e interpretazione » 48
7.2. Le tipologie testuali » 50

2. La riflessione sulla traduzione: un approccio storico-critico » 59


1. Il dominio del pensiero binario: la “bi-teoria” » 59
2. Filologia e traduzione » 66
3. I testi “sacri” e la ‘parola di Dio’ » 69
3.1. Testo biblico e traduzione nell’ebraismo » 72
3.2. La Bibbia e la sua traduzione nel cristianesimo » 76
3.3. Il Corano come testo sacro e la sua intraducibilità » 82
3.4. Il dialogo scientifico e la dinamica linguo-testuale » 84
3.5. La traduzione tra ideologia e religione » 86
7
4. Metafisica, estetismo, irrazionalismo: il retaggio storico da
superare pag. 89
4.1. Il culto dell’“originale” e lo “spirito dell’Autore” » 89
4.2. Il modello francese delle “belles infidèles” » 93
4.3. Il romanticismo tedesco e il ritorno allo “spirito dell’ori-
ginale” » 96
4.4. La deriva irrazionalista postmoderna » 102
5. Contro la formalizzazione: i Translation Studies » 109

3. La traduttologia scientifica: interdisciplinarità e formaliz-


zazione » 113
1. Il ‘sogno’ meccanico » 113
2. La traduttologia linguistica » 120
2.1. Tra Est e Ovest » 121
2.2. Eugene Nida, il traduttologo americano » 124
2.3. La traduttologia sovietica » 125
2.4. La traduttologia tedesca » 128
2.5. La traduttologia in Francia, Inghilterra, Italia » 130
3. Algoritmi ed euristiche: le strategie del “problem solving” » 132
3.1. La metafora computer/cervello » 132
3.2. Algoritmi ed euristiche: definizioni » 135
3.3. I pattern della traduzione » 139
3.4. I cluster del significato » 148
4. Memetica, linguaggio e traduzione » 151
4.1. Formulaicità e stereotipia » 151
4.2. I “memi” e il dibattito epistemologico sulla “memetica” » 152
4.3. Lingua, memi e traduzione » 158

4. Il bilinguismo, la mente interlinguistica e i processi tradut-


tivi umani » 161
1. La prospettiva neurolinguistica » 161
1.1. La lateralizzazione del linguaggio » 161
1.2. I circuiti della memoria e l’apprendimento » 165
1.3. Acquisizione e apprendimento della lingua » 172
1.4. Il cervello bilingue: apprendimento e acquisizione della L2 » 174
2. Proposta teorica sui processi traduttivi umani (PTT) » 178
2.1. L’ipotesi del Translation Device » 178
2.2. Generalità » 182
2.3. Sull’inquietante concetto di “equivalenza” (tra matemati-
ca e lingua naturale) » 183
2.4. Invariante, variante » 186
2.5. L’orecchio interno » 188
2.6. Marcatezza funzionale e f-equivalenza » 190
2.7. Esemplificazione » 194

8
5. Il progetto, le strategie, le tecniche pag. 197
1. Il progetto » 197
1.1. Riflessione, gerarchia decisionale, automatismo » 197
1.2. Attualizzazione e storicizzazione » 200
1.3. Omologazione, straniamento, estraniamento » 202
1.4. Ibridazione ed effetto estetico » 209
2. Le tecniche di traduzione » 212
2.1. Esplicitazione » 213
2.2. Condensazione » 216
2.3. Compensazione » 218
2.4. Spostamento » 219
3. Il progetto e il cult text » 220
4. Gli strumenti » 223
4.1. I dizionari » 226
4.2. I corpora » 230

6. La professione e il mercato » 235


1. Una visione d’insieme » 235
1.1. Il ‘panorama’ professionale » 235
1.2. Le associazioni e la regolamentazione della professione » 238
2. I paradossi della traduzione editoriale » 242
2.1. Il caso e la necessità » 242
2.2. La valutazione delle traduzioni in prospettiva » 246
3. La traduzione specializzata » 249
4. L’interpretazione » 256
5. La traduzione per lo spettacolo » 262
5.1. La traduzione dei testi audiovisivi » 262
5.2. La traduzione dei testi teatrali » 269
5.3. La traduzione dei testi cantati » 270
6. Etica e deontologia » 272

Riferimenti bibliografici » 277

Indice dei nomi » 289

9
PREMESSA

Il presente volume ripropone solo in parte i contenuti dell’ormai esauri-


to manuale Teoria della Traduzione. Storia, scienza, professione, pubblicato
a partire dal 2003 (con molte ristampe) dall’Editore Antonio Vallardi: mol-
to è stato aggiunto, qualcosa è stato tolto e gli argomenti comuni sono stati
interamente riscritti in modo più chiaro e aggiornato. Si tratta, quindi, di un
libro nuovo, diverso e più ‘maturo’. In effetti, quando nel 2003 era uscito il
volume precedente, avevo alle spalle un solo biennio di esperienza didattica
al corso di “Teoria della Traduzione”. Quel corso, di cui sono ancora titolare
(con grande soddisfazione), mi era stato affidato nel 2001 dall’allora Facoltà
di Lingue e Letterature Straniere Moderne dell’Università di Genova; era, in
assoluto, il primo insegnamento ufficiale nella storia dell’Università italiana
dedicato esclusivamente alla teoria generale della traduzione e mi ero trovata
a insegnare una materia che nessuno aveva mai insegnato a me. Questo, in
parte, spiegava il tono un po’ provocatorio, a tratti impacciato, a tratti persino
altero, del ‘manuale Vallardi’: non era facile scrivere un libro senza prototipi,
né precedenti.
Oggi, dopo quindici anni di insegnamento, di intense ricerche e di ulterio-
ri importanti esperienze traduttive, ho cercato di presentare ogni argomento
alla luce di un modello teorico unitario: si tratta di una proposta teorica sui
processi traduttivi umani (PTT), cioè di un modello teorico generale sulla
traduzione, che ha costituito il perno attorno a cui sono state distribuite le
informazioni di carattere storico e professionale. Questo modello non è un
semplice “valore aggiunto”, ma costituisce un costante riferimento argomen-
tativo che, a prescindere dagli inevitabili difetti, ha consentito, almeno spero,
che il nuovo libro risultasse più coeso e coerente. L’esperienza accumulata in
questi anni mi ha reso più cauta a livello espressivo, ma più coraggiosa nella
sostanza: in tanti anni di insegnamento, di studio e di traduzioni, mi sono più
chiare sia le distinzioni tra conoscenze storico-culturali e conoscenze tec-
niche, sia i nessi che collegano le une alle altre. Sempre più convintamente
11
guardo alla teoria della traduzione non solo come a un’analisi ragionata del
pensiero di filosofi-traduttori accumulato nei secoli, ma anche come a una
convinta rivalutazione del processo traduttivo.
Purtroppo il limite temporale imposto da fattori oggettivi (didattica, ri-
cerca, impegni istituzionali e altre scadenze editoriali) e la necessità che il
volume fosse pronto per il nuovo anno accademico alle porte, mi ha costretto
a lavorare con una certa celerità. Del resto, si sa, viviamo in un’epoca parti-
colarmente “frettolosa”, tutti involontariamente vittime di un gravoso multi-
tasking che impone più “prodotti” che riflessioni, più “dati” che idee, più
risposte che domande. Spero, tuttavia, che questo libro contenga un po’ di
tutto questo – dati, idee, riflessioni, domande e risposte – e che possa quindi
soddisfare, almeno in parte, le esigenze di lettori diversi.

***

Negli auspici, il manuale dovrebbe fornire le basi per intraprendere l’ad-


destramento necessario alla professione di traduttore durante i corsi universi-
tari. Per prima cosa, ho cercato di presentare in generale l’àmbito disciplina-
re della teoria della traduzione (capitolo primo), per poi affrontare in chiave
critica la storia del pensiero umanistico, partendo da San Gerolamo e arri-
vando fino ai nostri giorni (capitolo secondo). Sono poi passata alla tradutto-
logia scientifica, al dibattito sulla traduzione computazionale, al rapporto tra
traduzione e linguistica, e allo studio dei processi traduttivi (capitolo terzo).
Segue una sintesi sul funzionamento della memoria e sulla psicolinguistica
della traduzione, nonché una versione sintetica del modello teorico sui pro-
cessi traduttivi umani (capitolo quattro). Un capitolo (il quinto) è dedicato
al progetto traduttivo e all’insieme delle strategie e tecniche di traduzione e
il volume si conclude (capitolo sesto) con un excursus critico sugli aspetti
fondamentali della professione e sulle differenti specializzazioni (traduzione
editoriale, tecnico-commerciale, interpretazione, traduzione per lo spettaco-
lo), compresa una riflessione sulla differenza tra deontologia ed etica indi-
viduale.
Per affrontare i suddetti problemi, per lo più strettamente connessi al
funzionamento della mente umana, ho proposto un contesto teorico-scien-
tifico ‘ibrido’, situato all’incrocio tra scienze ‘umane’ e scienze ‘formali’.
Coerentemente a questo approccio interdisciplinare, i riferimenti bibliogra-
fici rimandano a testi che, in parte, esulano dalla tradizionale, imponente
letteratura sulla traduzione. Di quest’ultima, secondo criteri variabili, sono
stati selezionati solo alcuni autori e alcuni titoli: oltre ai pensatori e studio-
si che, per il ruolo svolto, rappresentano un riferimento irrinunciabile per
chiunque si occupi di traduzione (da San Gerolamo a Eugene Nida), in al-
cuni casi ho scelto di dar voce ad autori meno noti e accessibili, soprattutto
ad alcuni portavoce della fondamentale, ma quasi misconosciuta tradutto-
logia slava.

12
Nel complesso, come la maggior parte dei traduttologi, mi sono orien-
tata soprattutto alla ricerca occidentale; tuttavia, essendo slavista e avendo
accesso all’immenso patrimonio scientifico della traduttologia slava, il mio
approccio si è giovato della forte connotazione formale che, nei Paesi occi-
dentali, è comparsa solo di recente. Dal secondo dopoguerra fino a gli anni
Ottanta, infatti, nelle diverse lingue slave sono state scritte opere cruciali sul-
la traduzione che riflettevano una febbrile ricerca teorica, didattica e profes-
sionale e che spaziavano dalla traduzione della poesia alla programmazione
di macchine per tradurre, dalla psicolinguistica alla semiotica della traduzio-
ne1. Si pensi che la più nota ‘scuola’ occidentale di ricerca sulla traduzione,
il movimento definito “Translation Studies”, di cui oggi è massima rappre-
sentante Susan Bassnett, si è ufficialmente costituita in occasione di uno sto-
rico convegno internazionale, svoltosi a Bratislava nel 1968 (dal titolo Tran-
slation as an Art), organizzato dal grande teorico slovacco Anton Popović2,
con il cui aiuto, assieme a Frans De Haan, James S. Holmes avrebbe curato
la raccolta degli Atti (in inglese, 1970), inaugurando il primo numero della
storica collana “Approach to Translation Studies”.
Nell’ultimo trentennio si sono accumulate in lingue diverse centinaia di
volumi e migliaia di articoli che riguardano in modo più o meno diretto la
traduzione. Tra questi vi sono testi molto simili, talvolta ripetitivi, e altri così
diversi, per argomento, metodologia e approccio critico, da creare una so-
stanziale autarchia all’interno della disciplina: si va da opere di tipo filologi-
co a testi propriamente storico-letterari, spesso dedicati alle traduzioni di un
singolo autore; da indagini di tipo contrastivo, dedicate alle corrispondenze
lessicali o sintattiche tra due lingue, a studi prescrittivi, che abbondano di
classificazioni e tabelle, di definizioni, esempi e istruzioni; da analisi termi-
nologiche sulle lingue settoriali, a glossari e memorie di traduzione. Come
avviene per qualsiasi disciplina esordiente, ma, in generale, come avviene in
tutte le discipline in questa prolifera modernità, la quantità di pubblicazioni
non è proporzionale alla loro qualità e selezionare in modo ‘asettico’ è im-
possibile. Certamente, a voler compilare un repertorio comprensivo di tutte
le pubblicazioni dell’ultimo trentennio, servirebbe almeno un decennale la-
voro parallelo di numerose équipe di ricerca in tutto il mondo (alcune sono
già al lavoro).
Per concludere, la bibliografia di riferimento potrà in parte assolvere que-
sto volume dal ‘centralismo occidentale’ che le barriere linguistiche (e la
presunzione culturale) hanno imposto alla maggior parte delle monografie
euro-americane. Certamente, mancheranno fonti che qualcuno reputa molto

1. Per una visione generale sulla teoria della traduzione nei Paesi slavi, cfr. Ceccherelli et
al. (a cura di) 2015.
2. L’opera principale di A. Popović, La scienza della traduzione, pubblicata nel 1975 in
slovacco a Bratislava, è stata proposta al pubblico italiano da Hoepli nel 2006.

13
importanti, ma una selezione era inevitabile ed è stata finalizzata a coniugare
le conoscenze storiche con un approccio teorico applicabile alla professione.

***

Dovrei ringraziare moltissime, troppe persone che hanno contribuito a


diverso titolo, magari indirettamente, a questo libro, compresi coloro che mi
avevano aiutato nella stesura del manuale precedente. Per brevità, mi limi-
to qui a citare solo coloro che in modo diretto mi hanno sostenuto in questo
secondo e nuovo progetto: in primo luogo, i miei allievi Marta Albertella e
Domenico Lovascio, oggi docenti e fini traduttori, che hanno interamente
letto e revisionato la prima bozza del libro, fornendomi suggerimenti e uti-
lissime critiche; Guido Borghi, che dal 2002 condivide con me l’onere degli
esami di Teoria della Traduzione, che mi supporta e mi sopporta; gli amici
Lucyna Gebert, Oscar Meo, Mara Morelli, Micaela Rossi, Leonardo Paga-
nelli e Giorgio Ziffer per le loro consulenze settoriali; i co-Direttori di que-
sta Collana, Anna Cardinaletti e Giuliana Garzone, per il sostegno, la fidu-
cia e per essere state sempre, in lunghi anni, due interlocutori umanamente
e professionalmente insostituibili; l’Editore FrancoAngeli, nelle persone di
Isabella Francisci e Tommaso Gorni, i cui consigli concreti e il cui costante
incoraggiamento mi hanno aiutato a concludere il progetto; infine, ma so-
prattutto, ringrazio i numerosi, straordinari studenti che mi hanno educato
e trasformato in un’insegnante migliore, tenendo miracolosamente in vita la
mia grande passione per la didattica e la ricerca in un momento storico in cui,
nell’università italiana, domina una profonda e motivata frustrazione.

14
1.
VISIONE INTRODUTTIVA D’INSIEME

1. Traducibilità delle lingue: la diatriba tra universalisti e relativisti

Nel percorso diacronico che verrà affrontato nei diversi capitoli del libro,
si vedrà come il concetto di traduzione sia stato interpretato in modi diver-
sissimi e persino opposti: come azione paradossale e impossibile o, vicever-
sa, come procedimento algoritmico riducibile a linguaggio logico-formale
per programmare calcolatori elettronici. All’origine di queste due posizioni
estreme si trovano anche motivazioni ideologico-filosofiche estranee alla lin-
guistica, ma la diatriba sulla traducibilità delle lingue umane è legata a dop-
pio filo al più agguerrito dibattito che, da circa settant’anni, divide i linguisti
in universalisti e relativisti.
Esporre in sintesi i postulati dell’universalismo e del relativismo lingui-
stico è un compito arduo, ma indispensabile. Questa annosa diatriba, infatti,
ha un rapporto diretto con il postulato ontologico della traduzione, ovvero
con l’idea stessa che la traduzione possa esistere in quanto tale. La questio-
ne, quindi, è indispensabile per poter, finalmente, “smetterla di interrogarci
sull’oggetto della traduttologia”, come recita il provocatorio titolo di un arti-
colo di Hans Vermeer (cfr. 2005).
A prescindere dalla propria posizione, si può convenire che la traduzione
tra lingue diverse può esistere se e solo se:
- la diversità tra le lingue, pur vistosa a livello ‘di superficie’, è compensata da un fun-
zionamento universale, dovuto a facoltà cognitive e psico-emozionali comuni a tutta la
specie umana (che siano o non siano geneticamente codificate, che siano o non siano
parte di un “dispositivo mentale” dedicato al linguaggio, come afferma Chomsky);
- la specificità superficiale delle lingue intacca in modo non rilevante le differenze nel
modo in cui parlanti lingue diverse pensano, concettualizzano la realtà e comunicano;
- le specificità culturali riflesse da una singola lingua possono essere espresse, trasmes-
se, comprese e apprese da umani che appartengono a un’altra linguocultura1.

1. Il termine linguocultura, nato peraltro in ambito relativista, può essere usato utilmen-

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Al contrario, se essere nativi di una lingua particolare rendesse a priori i
parlanti “diversi” nel loro modo di concepire la realtà e di reagire agli input
esterni, la traduzione risulterebbe impossibile per definizione; il bilinguismo,
infatti, sarebbe una condizione schizofrenica: cambiando lingua, uno stesso
parlante bilingue modificherebbe la propria visione del mondo e, secondo il
relativismo estremo, anche alcune capacità cognitive, sarebbe ‘un’altra per-
sona’. Secondo questa ipotesi, non ci sarebbe alcuna reale possibilità di tra-
smettere a nativi di lingue diverse uno stesso messaggio.
Un cospicuo numero di linguisti, facendo riferimento in modo più o meno
esteso alle idee di Noam Chomsky (il più celebre linguista vivente), ritiene
che le lingue siano molto diverse a livello superficiale, ma accomunate da
una struttura profonda, detta anche grammatica universale, che le rende pa-
ritariamente in grado di esprimere, con strumenti diversi, i pensieri, i senti-
menti, le esperienze che, potenzialmente, possono condividere esseri umani
di tutto il pianeta. Costoro vengono definiti universalisti, cui si oppongono
numerosi sostenitori della teoria del relativismo linguistico, che è stata svi-
luppata attorno alla metà del Novecento da due studiosi americani, Edward
Sapir e Benjamin Whorf, e che è pertanto nota come “ipotesi Sapir-Whorf”.
Secondo questo assunto relativista “classico”, le modalità e i limiti del
pensiero umano sono, certo non del tutto, ma a qualche significativo livello,
condizionati dalla lingua nativa2. Questa posizione emergeva, nella sua ver-
sione più nota, dagli studi che Whorf aveva compiuto sulla lingua hopi, par-
lata da una esigua popolazione indigena nord-americana e profondamente
diversa dalle lingue europee non solo per le sue strutture, ma per il modo di
catalogare lo spazio e il tempo (cfr. Whorf 1970). L’idea di base era che tanto
le parole (soprattutto il modo di denominare numeri, colori e posizione degli
oggetti nello spazio), quanto i vincoli grammaticali influissero sulla “visione
del mondo” degli indiani hopi. Non si trattava semplicemente di rimarcare
l’innegabile e inscindibile rapporto tra lingua e cultura, affermando che la
cultura hopi aveva (ovviamente) dei riflessi sulla lingua hopi, ma si ipotizza-
va che la lingua hopi condizionasse i nativi hopi a parlare di certe cose, pre-

te anche da chi postuli un sostanziale universalismo nel rapporto tra lingua e cognizione. Gli
ideatori del termine sono i due studiosi russi E.M. Vereščagin e V.G. Kastomarov (1980), che
una quarantina di anni fa hanno pubblicato un volume che argomentava una relazione inscin-
dibile tra la cultura di un parlante e la sua lingua nativa. Questa relazione, come vedremo, è
innegabile, ma non implicava affatto che la diversa mentalità di un gruppo culturale dovesse
essere condizionata dalla lingua, bensì che la lingua fosse in parte condizionata dalla cultu-
ra (le due cose sono nettamente diverse). Certamente, se la cultura ha un diretto rapporto con
l’ambiente, è chiaro che la lingua rispecchia le specificità geografiche, gastronomiche, rituali
e storiche del popolo che la usa. Gli umani, infatti, parlano di ciò che conoscono e di ciò che
è per loro più rilevante.
2. Come osserva McWhorter (2014, 144-145, 152), già Wilhelm von Humboldt, all’inizio
del XIX secolo, concepiva che lingue meno flessive di quelle europee, come ad esempio il ci-
nese, fossero a uno stadio anteriore, cioè meno capaci di veicolare il pensiero. Il più alto livel-
lo del raziocinio e del progresso sarebbe stato consentito solo dalle lingue europee.

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stando più o meno attenzione cognitiva a certi elementi della realtà rispetto,
per esempio, ai nativi della lingua inglese. Non solo l’ambiente e la cultura
si rifletterebbero sulla lingua, ma la lingua modificherebbe il modo di vedere
la realtà circostante e il pensiero astratto dei parlanti.
In sintesi, il principio relativista-whorfiano assume che “gli utenti di lin-
gue diverse usano differenti rappresentazioni concettuali” (Gumperz, Levin-
son 1996, 25), quello anti-whorfiano implica che “utenti di lingue diverse
usano lo stesso identico sistema di rappresentazione concettuale” (ivi).
In tempi piuttosto recenti, si sono diffuse versioni del relativismo che sono
completamente estranee al dialogo scientifico (cfr. Gebert 2012, McWhorter
2014). Vi sono studiosi che, restando nell’ambito del dibattito accademico,
utilizzano un approccio più polemico che argomentativo (cfr., ad esempio,
Evans 2014): rifiutando l’idea che la lingua funzioni in modo cognitivamen-
te analogo per tutti gli umani, sostengono il mito del relativismo percettivo.
Secondo questa concezione, i popoli che hanno più parole per le gradazioni
dei colori, li distinguono meglio di chi non ha parole specifiche; ad esempio,
chi ha parole per le gradazioni del blu (come il “celeste” e l’“azzurro”), vede
meglio l’azzurro3. Alcuni studiosi, tuttavia, hanno proposto una rivisitazione
molto seria e interessante delle idee di Sapir e Whorf, andando in direzio-
ne di una posizione intermedia che, a partire dalla psicologia, consenta di
studiare le differenze socio-culturali senza tuttavia rinnegare la sostanziale
universalità del funzionamento della psiche umana (cfr. Gumperz, Levinson
1996, 3). Si può, ad esempio, immaginare che esista sia un pensiero pre-lin-
guistico (mentalese), universale per tutti, sia un pensiero cosciente, concet-
tuale, che necessiti per esprimersi di una lingua naturale secondo un rappor-
to inter-relazionale (cfr. Carruthers 1998, 99)4.
L’idea che chi è stato plasmato da una lingua non possa recepire fino in
fondo la realtà concettuale di chi è nativo di un’altra lingua equivale, come si
è detto, a negare la possibilità di essere realmente bilingui e, quindi, di poter
tradurre da una lingua all’altra5. Se assumiamo in modo rigido l’idea di Dan
Slobin (1996, 76), secondo cui, “acquisendo una lingua nativa, un bambino
impara modi particolari di pensare per parlare [thinking for speaking]”, chi

3. Gli esperimenti sulla ricezione dei colori si basano su differenze minime nei tempi di
riconoscimento dei colori, ma non tengono conto di dati che potrebbero molto interferire. I
russi, ad esempio, usano la parola “goluboj” (azzurro) per indicare un omosessuale e questo
potrebbe rendere i soggetti più sensibili al riconoscimento della parola.
4. Per “lingue naturali” si intendono tutte le lingue parlate dagli umani spontaneamente e
non create artificialmente, comprese le lingue dei sordi, ovvero le lingue dei segni, che hanno
le stesse capacità comunicative delle lingue vocali, lo stesso grado di complessità, ricorsività
e produttività, pur utilizzando il canale visivo invece dell’udito. Le lingue dei segni sono dif-
fuse nella “comunità linguistica sorda” (Russo Cardona, Volterra 2007, 38-41), sono diver-
se nei vari Paesi, ma in modo indipendente dalle lingue parlate nei Paese stessi (ivi, 31-35).
5. Con il complesso termine bilingue, si intende qui, per ora, qualunque persona possa
condurre una vita, piena in tutti i suoi aspetti, in due lingue diverse senza rilevanti differenze,
a prescindere che il bilinguismo sia precoce o tardivo.

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non è nativo della stessa linguocultura di quel bambino non può per principio
accedere alla sua comprensione del mondo in modalità native-like.
Una sintesi aggiornata di questa diatriba (e dei rischi che si corrono nel
dare valutazioni frettolose, basate sul senso comune e non su ricerche appro-
fondite) è offerta dal libro di John McWhorter The Language Hoax (2014).
L’autore, esperto di diversissimi ceppi linguistici, illustra con parole partico-
larmente efficaci e pacate, e con esempi semplici e comprensibili, due cose
molto importanti: 1) sempre più spesso, anche dalla stampa, vengono diffusi
dati non attendibili e leggende pseudo-scientifiche che fanno scalpore, ma
sono falsi; 2) esistono un relativismo e un universalismo molto seri, in grado
di stimolarsi a vicenda, cioè di partire dagli aspetti condivisi da tutti gli uma-
ni e da tutte le lingue per poi studiarne le differenze.
McWhorter (ivi, 71) è esplicito nell’assumere una posizione moderata,
priva di pregiudizi ideologici e attenta ai dati. Infatti, pur smascherando le
contraddizioni e ragioni manifeste e nascoste dell’estremismo relativista – in
primis l’insofferenza per la supposta “egemonia accademica” degli univer-
salisti chomskiani – mostra anche la necessità che gli studi accademici non
cadano nel radicalismo universalista:
I hope to have made it clear that I, like most investigators of language, feel that an
academic culture that treated language entirely apart from the cultures of the people
that speak them would be not only arid but empirically hopeless […] language, as a
fundamental social phenomenon, cannot be treated as if it were simply a computer
software program (ivi, 89, 70).

Per quanto riguarda il relativismo, McWhorter (ivi, 136-146) sottolinea


la drastica differenza tra “whorfismo popolare” e “neo-whorfismo accade-
mico”. Mentre il primo non è scientifico, il secondo è nutrito da un reale
interesse scientifico per la comprensione della mente umana. Entrambe le
posizioni, in modo più o meno consapevole, vorrebbero opporsi all’idea che
vi siano culture “superiori” (le nostre) rispetto ad altre “inferiori” (di popoli
meno “sviluppati”), mostrando che la diversità delle linguoculture è un ba-
luardo contro l’egemonia culturale e la globalizzazione d’impronta occiden-
tale. Secondo questa visione comune, gli universalisti sarebbero ostili all’e-
gualitarismo e, pertanto, attaccherebbero le posizioni relativiste (ivi, 148).
Di conseguenza, evidenziare le differenze tra le lingue implicherebbe fare
autocritica, mostrando quanto le culture ritenute inferiori dal mondo euro-
americano siano invece “migliori di noi”, capaci di pensare in modo meno
individualista, sessista, aggressivo ecc. I relativisti “popolari” arrivano a so-
stenere che il fatto che una lingua abbia o non abbia certe forme gramma-
ticali rivelerebbe uno specifico modo dei parlanti di rapportarsi agli altri o
all’ambiente circostante:
the dominant impulse of popular Whorfianism is to show ways in which other groups
are Westerners’ superiors: more aware of kinds of knowing, less caught up in obsessing

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about the future, more aware of their topography, more sensitive to sources of information
(ivi, 145).

Questa visione ha portato a conclusioni superficiali e palesemente contro-


argomentabili (per esempio, a ritenere che i cinesi risparmino meno perché la
lingua cinese non ha la marca grammaticale del futuro; ivi, 95-101). In realtà,
il mito della diversità, ben più dell’universalismo, può rivelare una sorta di
malcelato elitarismo: anche dicendo che “loro” sono meglio di “noi” perché
non sono “come noi”, si finisce per sottolineare proprio il fatto che chi non
appartiene alla nostra cultura è un “diverso”, sottintendendo che i “diversi”
sono migliori in quanto sono più “primitivi”, più lontani dal nostro (criticabi-
le) imperialismo occidentale (ivi, 147-148). In questo c’è una contraddizione
fortissima: se una lingua influenza la cultura, come possono lingue antiche,
secolari, aver influenzato il (recente) capitalismo globalizzato contempora-
neo? Non solo: moltissime lingue sono state imposte a popoli che prima ne
parlavano altre, facendo sì che culture del tutto distanti condividano oggi
(con poche differenze) la stessa lingua, lo stesso lessico e la stessa gramma-
tica. Se mai una lingua dovesse influire sulla cognizione umana, si chiede
giustamente McWhorter (ivi, 122), in quale stadio della lingua avverrebbe
questo condizionamento? E quali sarebbero, di preciso, i pensieri che cam-
bierebbero per parlanti di lingue diverse?
In sostanza, le parole di una lingua certamente sono influenzate e talvolta
direttamente dettate dalla cultura in cui nascono e vengono usate (ivi, 59),
ma la lingua, pur riflettendo la cultura, non la crea (ivi, 160). Viceversa, il
relativismo diffuso in forme iper-semplificate afferma che la lingua favorisce
alcuni pensieri rispetto ad altri (ivi, 125), cosa non argomentabile scientifi-
camente, poiché le strutture linguistiche e la cultura non hanno punti in co-
mune, né li hanno la grammatica e la struttura del pensiero umano (ivi, 150).
Questa diatriba, fondamentale nell’ambito della linguistica teorica e delle
scienze cognitive, costituisce, come si è detto, il fulcro teorico della discus-
sione sulla traducibilità. Tuttavia, cambiando ottica e invertendo il problema,
si può partire dal dato empirico che la traduzione esiste proprio per suffra-
gare un moderato assunto universalista. Infatti, se esiste al mondo anche una
sola traduzione che rispecchia 1) una sostanziale retroversibilità (cioè, che
permette di ri-convertire la traduzione in un testo analogo a quello di parten-
za) e 2) un bilinguismo del traduttore sufficiente a recepire il Testo di Parten-
za (TP) alla stregua di un lettore di partenza, esiste anche un’universale capa-
cità di ogni lingua naturale di adattarsi a esprimere qualsiasi cosa un umano
abbia espresso in un’altra lingua. L’universalità non riguarda né le strutture,
né le parole, né la loro posizione nella frase, bensì il fatto che – a prescindere
dalle vistose differenze di superficie – ogni lingua, con i suoi strumenti, può
veicolare qualsiasi messaggio venga in mente a un umano:
No language’s words can mark every single nuance of living and thus every language
happens to divide conception up differently. The differences are neat, but the idea that

19
they indicate different takes on life is valid only to the extent that we can accept it about
languages close to home (ivi, 151).

Non è un caso che proprio la traducibilità interlinguistica abbia indotto


alcuni studiosi a dubitare del relativismo estremo (cfr. Brown 1991, 12); in-
fatti, anche se una lingua non ha singoli termini per chiamare qualcosa, tro-
va sempre il suo modo per farlo (ivi, 133). L’italiano ha la parola “suocera”;
l’inglese contemporaneo sopperisce alla mancanza di un’unica parola met-
tendone insieme tre: “mother-in-law”; il russo non ha un lessema per “suoce-
ra”, bensì due, cioè distingue tra “suocera da parte di marito” (“svekrov’”) e
“suocera da parte di moglie” (“tëšča”). Chi parla le tre lingue, italiano, russo
e inglese, magari neppure nota queste differenze lessicali, perché quel che
non fa la lingua, lo fa il contesto.
Il contesto è quasi sempre sufficiente a dare informazioni (salvo delibera-
ta ambiguità del messaggio). Un milanese che “va a Berlino” di sicuro non ci
“va” a piedi, anche se di sicuro “va” a piedi “in salotto”; il berlinese che “va”
a Milano in italiano, in tedesco dovrà per forza specificare se prende un mez-
zo terrestre o l’aereo: in tedesco, infatti, non c’è un generico verbo “andare”
che (come in italiano) vada bene per piedi, macchina e aereo6.
Gli universali riguardano, a livello antropologico, il funzionamento della
lingua in generale, il fatto che tutti gli umani possono parlare di suocere, di
viaggi, di gioia e di dolore (e, una volta importati, anche di kiwi e fusilli). A
livello linguistico, si possono distinguere gli universali assoluti (che possono
essere implicazionali, quando un tratto linguistico ne implica un altro, o non
implicazionali, quando un tratto è comune a tutte le lingue) e le tendenze uni-
versali (cfr. Comrie 1989, 19-23 passim). Dunque, la diversità non è l’unica
cosa interessante da studiare e, comunque, studiandola, si coglie “il grado di
omogeneità in cui si manifesta” (2014, 162).
McWhorter (ivi, 168) conclude il suo libro con queste parole:
Our differences are variations on being the same. Many would consider that something
to celebrate.

2. Il concetto di ‘traduzione’ e di “retrovertibilità”

Il termine traduzione, in senso lato, indica il processo di ri-codificazione


di qualsiasi sistema di segni in un altro sistema di segni, tale per cui i segni
convertiti dal primo sistema nel secondo sistema possano, a loro volta, esse-
re ri-convertiti nel primo sistema. Per esempio, si possono “tradurre” le note
musicali in segni sullo spartito, i quali segni possono essere ri-convertiti in

6. Se pensassimo che i tedeschi, per via dei verbi, sono più attenti degli italiani agli spo-
stamenti, potremmo anche sospettarli di discriminazione della donna, visto che non hanno un
pronome plurale femminile che corrisponda a “esse”, ma solo il collettivo “sie”.

20
note; si possono “tradurre” i grafemi di un alfabeto in quelli di un altro (ad
esempio, dall’alfabeto greco a quello latino) oppure le lettere di un alfabeto
linguistico in un alfabeto di segni alternati, come quello “Morse”. Tuttavia,
in questi casi specifici, esistono altri termini meno generici, come conversio-
ne, codifica, traslitterazione: le note si trascrivono sullo spartito e si eseguo-
no con strumenti o con la voce.
Nelle lingue indeuropee contemporanee, il termine traduzione (transla-
tion, Übersetzung, traduction, traduccion, perevod, tłumaczenie ecc.) si usa
per eccellenza e per default a indicare due oggetti/concetti:
a) il processo di ri-codificazione di un testo (o enunciato, o messaggio) in
lingua naturale (“parlata” dagli udenti o “segnata” dai non udenti) in un
testo in una lingua naturale diversa7;
b) il prodotto di questo processo, cioè il testo tradotto ovvero un testo secon-
dario (o meta-testo) trasformato in altra lingua da un testo primario.
Se applicato ai segni linguistici, il concetto di ‘traduzione’ può essere ri-
ferito, secondo la ‘classica’ tripartizione di Roman Jakobson (2008, 57), a:
- traduzione endolinguistica, o intralinguistica o riformulazione, ovvero la
conversione dei segni di una lingua naturale in segni diversi della stessa
lingua; si dice la ‘stessa cosa’ con parole diverse;
- traduzione interlinguistica, o traduzione vera e propria, ovvero conversio-
ne dei segni di una lingua naturale nei segni di un’altra lingua naturale;
- traduzione intersemiotica, o trasmutazione o trasposizione, ovvero il pas-
saggio da un codice linguistico a un altro, ad esempio, il passaggio dal
testo scritto a quello cinematografico. Qui, però, Jakobson limita troppo
il campo, dimenticando che lo stesso passaggio può avvenire tra due co-
dici non linguistci: dall’immagine alla musica, dalla formula algebrica al
disegno geometrico ecc.
Come vedremo in seguito, quella che Jakobson definisce “traduzione in-
tralinguistica” – per esempio, la conversione di un enunciato come “oblite-
rare il titolo di viaggio” nell’enunciato “timbrare il biglietto” – è una quasi-
traduzione; nei due enunciati, infatti, non tutte le informazioni sono le stesse.
Le riformulazioni nella stessa lingua danno sempre informazioni diverse: ad
esempio, indicano una differente relazione o distanza tra emittente e destina-
tario, oppure una diversa modalità d’uso nel contesto (un ragazzo che in au-
tobus dica a un altro di “obliterare il titolo di viaggio” sta parlando in modo
anomalo o sta facendo una parodia di un linguaggio non suo). Questa par-
ticolare discrepanza riguarda il registro linguistico della comunicazione. In

7. Il processo si potrebbe chiamare “il tradurre” (in inglese “translating”), sottolineando


così la differenza rispetto al prodotto.

21
senso stretto, dunque, un cambio di registro è una riformulazione e non una
traduzione; in senso lato, invece, si può chiedere di “tradurre” nella stessa
lingua un discorso tecnico (o vago) che non si è compreso.
Anche per quanto riguarda la “traduzione intersemiotica” di Jakobson,
non si può parlare propriamente di “traduzione”, mancando del tutto la pos-
sibilità di retroversione: se, per esempio, convertiamo un romanzo in un film,
è da escludere la possibilità di ri-convertire quel film nel testo del romanzo
iniziale (salvo alcune parti dei dialoghi del film che lo sceneggiatore abbia
direttamente esportato dal romanzo).
Per definire e valutare la traduzione, il criterio della potenziale retrover-
sione (ri-conversione) è fondamentale. Il processo di ri-codificazione in-
terlinguistica è potenzialmente binario, certamente molto più di qualsiasi
operazione aritmetica. Dire EXIT = USCITA consente non solo di dire che
USCITA = EXIT, ma anche di sapere quale sarà X sia nel caso X = EXIT, sia
nel caso USCITA = X.
Quando invece si eseguono operazioni aritmetiche, a ogni passaggio, si
perdono le tracce dell’enunciato di partenza e la ri-conversione del risultato
finale è impossibile. Se scrivo 5 + 4 = 9, posso scrivere certamente che 9 =
5 + 4, ma, nel caso X = 9, vi è un numero infinito di potenziali enunciati di
partenza che danno come risultato 9. Il principio della traduzione interlin-
guistica è invece chiaro: dato un enunciato di partenza, la sua traduzione in
altra lingua è tale se può essere riconvertita nell’enunciato di partenza8. Se
la retroversione non funziona, si tratta quasi sempre di traduzioni carenti sul
piano professionale o di ‘false traduzioni’ (per esempio, la trasformazione
di uno slogan pubblicitario per vendere un prodotto commerciale in un altro
Paese) o di traduzioni estremamente ‘creative’. Ma anche in quest’ultimo
caso, per esempio nella traduzione della poesia, la riconoscibilità dei testi,
dei singoli versi, deve essere garantita al lettore bilingue. Leggendo Dante in
russo, ad esempio, devo poter individuare il verso dantesco cui si riferisce la
traduzione:
Amor che a nullo amato amar perdona = Ljubov’, ljubit’ veljaščaja ljubimym (Inf., V,
103)9.

Quando traduciamo un enunciato stereotipico da una Lingua di Partenza


(LP) in una Lingua di Arrivo (LA), supponiamo dall’inglese “How old are
you?” in “Quanti anni hai?”, la probabilità di ripristinare l’enunciato di par-
tenza da quello di arrivo è tanto più alta, quanto più il traduttore riconosce
la stereotipia e sa come valutare il contesto per scegliere tra le tre opzioni

8. Chiaramente, come si vedrà nel corso del libro, queste verifiche possono farle solo tra-
duttori professionisti: un non-traduttore potrebbe trascurare le numerose informazioni conte-
nute nella forma dell’enunciato.
9. Trad. di Michail Lozinskij.

22
dell’italiano (you = tu/voi/Lei)10. Questo è un esempio ‘facile’, perché questo
tipo di enunciati presenta di solito una o due opzioni traduttive. In altri casi,
però, dato un enunciato di partenza, il traduttore deve scegliere tra tre o quat-
tro opzioni diverse e non può farlo se non conosce i criteri per scegliere e le
tecniche per trasformare registri e informazioni in sistemi linguistici diver-
si. In un certo senso, tradurre significa saper a) scegliere quale tra le opzioni
possibili sia la soluzione traducente e b) creare un’opzione ex novo quando
non sembra esisterne una ‘già pronta’.
Se traduttori diversi danno varianti diverse, questo in via ipotetica potreb-
be significare tre cose:
1) la traduzione che garantisce retroversione è impossibile per principio;
2) l’enunciato tradotto diversamente contiene informazioni più generiche,
dettagliate o ambigue rispetto agli strumenti di cui dispone l’altra lingua;
3) gli esecutori dell’operazione di traduzione non hanno lo stesso livello di
competenze e si sono verificate da parte di alcuni più o meno rilevanti im-
perizie nella selezione tra le opzioni esistenti11.
Per quanto riguarda il punto 1, se fosse dimostrabile, dovremmo negare che
chi ha letto in qualsiasi traduzione qualsivoglia libro di filosofia, sociologia,
psicologia, politica, storia ecc. abbia davvero letto quel libro e quell’autore:
tutti i sovietici avrebbero citato per decenni Marx senza in realtà averlo mai
letto; tutti gli psicologi che citano Vygotskij dalla traduzione inglese non do-
vrebbero farlo, né dovrebbero usare le sue opere per fare ricerca, ecc. Comun-
que sia, se esiste anche una sola traduzione che dimostri un alto grado di retro-
vertibilità, il punto 1 è invalidato (se è riuscita anche una sola scalata dell’Eve-
rest, non si può più dire che l’Everest “è una montagna non scalabile”).
Il punto 2 e il punto 3 sono quelli su cui si concentra il dibattito teorico.
Entrambi considerano la retrovertibilità un livello difficilmente raggiungibi-
le, quasi impossibile in alcuni casi. Ma ‘quasi impossibile’ non significa ‘im-
possibile’ e, se si selezionano traduzioni estremamente professionali di testi
estremamente difficili, si resterà stupiti dall’inatteso elevatissimo grado di
retrovertibilità che si può trovare. Le traduzioni ad alta retrovertibilità esisto-
no e suscitano immensa ammirazione, dimostrano che, migliorando le com-
petenze e le abilità, come in ogni attività umana, si potrà sempre migliorare
il risultato. Lo scoglio non è l’impossibilità, è la difficoltà.

10. In italiano contemporaneo, a differenza dell’inglese, non si usa una sola generale for-
ma plurale (you/voi), ma si deve optare per uno dei tre differenti pronomi allocutivi previsti
dall’italiano: due singolari (tu/Lei) e uno plurale (voi). L’informazione su chi pronuncia quel-
la domanda, rivolgendosi a chi, è indispensabile per l’operazione: se è data, è prevedibile che
traduttori professionisti producano la stessa traduzione italiana dell’enunciato e che altrettanti
traduttori anglofoni possano riconvertire il messaggio tradotto in “How old are you?”.
11. L’ultimo caso può paragonarsi a quello che accade quando nelle gare culinarie i con-
correnti devono riprodurre un piatto altrui in modo preciso: qualcuno non ci riesce per man-
canza di conoscenze e/o abilità acquisite.

23
La complessità dei dati che ogni enunciato linguistico esprime grazie alla
variabilità di combinazioni di parole che sono state selezionate tra tutte le
varianti possibili di una invariante costituisce, di fatto, la complessità del-
la traduzione interlinguistica. Un traduttore professionista che disponga del
contesto in cui sono espressi enunciati di partenza sceglierà l’opzione che
corrisponda alla variante di registro, alla distanza tra i parlanti, al luogo ecc.
Ad esempio, sentirà la differenza tra “Fuori di qui!”, “Se ne vada!”, “Togliti
dai piedi!”, “Lasci questa stanza!” (e varianti più scurrili), mentre un tradut-
tore inesperto si concentrerà solo sull’informazione invariante del testo. In
altre parole, il traduttore inesperto non presterà attenzione a come l’invarian-
te (=voglio che l’interlocutore se ne vada) viene espressa e all’informazione
che quella specifica variante esprime sul contesto e sugli interlocutori (per
esempio, quanta rabbia è espressa). Il come viene formulata la stessa inva-
riante riguarda lo stato emotivo del parlante e la relazione tra il parlante e
l’interlocutore (se sono amici, o uno è il superiore, se uno dei due è una don-
na, se è un figlio ecc.).
Si tratta di una complessità enorme. Infatti, se la facoltà del linguaggio
naturale è considerata una prerogativa esclusiva della specie umana, proba-
bilmente geneticamente determinata; e se, come molti pensano, è la facoltà
più sofisticata sul piano combinatorio, ricorsivo e pragmatico del cervello
umano; e se il nostro cervello è davvero l’oggetto più complesso dell’uni-
verso noto, allora la traduzione da una lingua naturale all’altra è una delle
operazioni più complesse dell’universo. Di conseguenza, anche la sua credi-
bile emulazione da parte dell’intelligenza artificiale sarà un compito estre-
mamente difficile. Ma difficile non vuol dire impossibile.

3. Teoria della traduzione: la nascita di un campo di ricerca

Per secoli, nei luoghi più diversi, i cultori della scienza, dell’arte, delle
lettere, della filosofia si sono interrogati sulle difficoltà della traduzione in-
terlinguistica e sulle reali possibilità di trovare norme basate su presupposti
(e pregiudizi) diversi. Dall’antichità e per secoli, fino al Novecento, queste
riflessioni sono state qualitativamente e quantitativamente ridotte, ma soprat-
tutto isolate tra loro, salvo rare eccezioni, estranee a un dialogo condiviso da
tutti. Le ritroviamo racchiuse per lo più in saggi, epistole, o sotto forma di
digressioni in libri su altri argomenti.
La teoria della traduzione nasce, lo vedremo, alle soglie del medioevo in
stretta connessione con la traduzione della Bibbia, ma la sua organizzazio-
ne come disciplina che regola la professione è connessa all’immenso ruolo
sociale del multilinguismo/multiculturalismo in un Paese multietnico come
l’URSS. Una disciplina autonoma definibile come “teoria della traduzione”
nasce in Unione Sovietica assieme al giovane Stato socialista che compren-
deva un territorio immenso, costituito da popolazioni che parlavano decine
24
di lingue diverse, alcune delle quali ancora non disponevano di un sistema
di scrittura.
Nel 1918, il noto scrittore russo Maksim Gor’kij aveva avviato un proget-
to di straordinaria ambizione interculturale, mirato a portare a tutti i popoli
dell’URSS il patrimonio della letteratura di tutto il mondo, partendo, ov-
viamente, dalle traduzioni in russo. Il progetto era denominato per l’appun-
to “Letteratura mondiale” (e si avvaleva per le pubblicazioni dell’omonima
casa editrice). Un centinaio di letterati e traduttori erano stati chiamati a far-
ne parte, incaricati non solo di catalogare e rivedere tutte le traduzioni russe
dei capolavori della letteratura mondiale, ma anche di estendere il concetto
stesso di “letteratura mondiale” alle numerose lingue e culture dei diversissi-
mi gruppi etnici che popolavano le neonate Repubbliche Sovietiche: si anda-
va alla scoperta dei capolavori dei popoli estranei alla dominante cultura oc-
cidentale (cfr. Fëdorov 1983, 111-21; 155-60). Il progetto implicava anche e
soprattutto di organizzare e uniformare il lavoro di decine di traduttori, dan-
do loro un punto di riferimento teorico-pratico. Nel 1919, pertanto, era stata
pubblicata una dispensa di istruzioni (Principi della traduzione letteraria),
curata dallo scrittore e traduttore Kornej Čukovskij:
si pretendeva che io fornissi una teoria sintetica e rigorosa, capace di comprendere l’in-
tero problema. Di creare una siffatta teoria non ero in grado, ma potevo elaborare prag-
maticamente alcune regole elementari che indicassero ai traduttori un corretto modo di
lavorare (Čukovskij 2011, 8).

Quella brochure sarebbe stata il primo nucleo di un celebre, intramonta-


bile manuale, che lo stesso Čukovskij avrebbe pubblicato nel 1964: Un’ar-
te eccelsa. Principi della traduzione letteraria. Tuttavia, la prima monogra-
fia universitaria di cui si abbia notizia, dal titolo esplicito Teoria e pratica
della traduzione, venne pubblicata dieci anni dopo, nel 1929 in Ucraina
(sempre in URSS) da Oleksander Moiseevič Finkel’, professore dell’Uni-
versità di Char’kiv, linguista e noto traduttore. Non è un caso che questo
primo tentativo di formulare la materia secondo i dettami di un manuale
venisse da un linguista che era anche un traduttore esperto di testi lettera-
ri di massima complessità (ad esempio, i sonetti di Shakespeare). Ancora
oggi, del resto, è auspicabile che i teorici della traduzione uniscano alle
competenze letterarie e linguistiche una considerevole esperienza diretta
come traduttori12.

12. Come retaggio della centralità della traduzione nella politica culturale sovietica, anche
nella Russia odierna i traduttori e la traduzione godono di un prestigio senza confronti. Non
solo le opere letterarie tradotte (testi secondari) vengono trattate con pari dignità rispetto ai te-
sti primari, ma i traduttori letterari sono membri a pieno titolo di una sezione specifica dell’U-
nione degli Scrittori. Per quanto riguarda gli interpreti, invece, la situazione è simile a quella
degli altri Paesi occidentali, Italia compresa: guadagnano molto più dei traduttori letterari, ma
godono di un minore prestigio culturale a causa del loro sostanziale anonimato.

25
La teoria della traduzione, evidentemente, è uno dei campi (come la chi-
rurgia e l’avvocatura, ma anche lo sport) che prevedono di convertire co-
noscenze esplicite (dichiarative) in abilità implicite (procedurali); qualsiasi
regola e istruzione ‘dall’alto’ (top down) è ben poco utile se non è accompa-
gnata da strategie ‘dal basso’ (bottom up), cioè apprese mediante esperienza.
Nella realtà operativa dell’esperienza, infatti, le regole astratte vengono te-
state, riviste, integrate, ampliate o ridotte. Soprattutto, la componente umana,
soggettiva, consente alle istruzioni oggettive di realizzarsi in modalità impre-
viste e questo consente all’allievo di superare il maestro.
In tutte le professioni basate sul binomio conoscenza/abilità, funziona la
cooperazione tra intuizione e deduzione, fra know how e know how to do. Per
tradurre servono competenze, ma anche addestramento, applicazione delle
nozioni apprese: lavorando sui testi si impara a misurare lo scarto tra teoria
(astrazione) e applicazione (realtà del lavoro). L’esperienza del tradurre, af-
fiancata alla riflessione e formalizzazione delle operazioni che conducono ai
risultati migliori nel minor tempo possibile, costituisce il punto d’incontro di
ipotesi teoriche e lavoro concreto.
Per riuscire a ottimizzare una coesione di teoria ed esperienza, di approc-
cio dall’alto e dal basso, si può solo auspicare di superare, con la prossima
generazione, la scissione tra scuola linguistica e scuola letteraria, senza di-
menticare che linguisti e letterati, se non sono traduttori, parlano della tradu-
zione solo dal punto di vista di storici e privilegiati lettori/fruitori13.
Questo spiega perché la disciplina sia nata proprio in un luogo e in un’e-
poca che richiedeva di riordinare conoscenza ed esperienza in un percor-
so parallelo, coerente, sintetico e condiviso. Spiega perché proprio l’Unione
Sovietica sia stata lo scenario ideale per sviluppare le pionieristiche ricerche
sulla traduzione ‘meccanica’, che avrebbero interessato, un decennio più tar-
di, anche gli Stati Uniti.
All’inizio degli anni Trenta, ancor prima che il mondo conoscesse il com-
puter, cioè l’intelligenza elettronica artificiale, un ingegnere sovietico ave-
va progettato e brevettato una macchina (a schede perforate) per eseguire
contemporaneamente traduzioni in più coppie di lingue. Costui, lo vedremo
nel terzo capitolo, era un ingegnere russo, Petr Trojanskij, con straordinarie
intuizioni linguistiche. Pur cadute nell’oblio, le sue intuizioni restano oggi
il primo documento storico di un progetto di traduzione supportato da una
macchina e anche la prima teoria sulla “grammatica universale” illustrata
vent’anni prima di Chomsky e della sua scuola.
Durante l’epoca sovietica, in Russia e nei Paesi dell’Est europeo, con un
picco negli anni Ottanta del secolo scorso, si è avuta un’esponenziale pro-

13. Certamente un paziente ha un importante punto di vista su un intervento chirurgico,


così come può averlo uno studioso di storia della chirurgia, ma è sensato aspettarsi che la re-
sponsabilità dell’intervento spetti a un chirurgo che applica le tecniche operatorie e sa sele-
zionarle, in base a dati noti, tra quelle disponibili. L’ideale è quando tutti collaborano e chi ha
esperienza è ascoltato.

26
duzione di studi sulla traduzione nell’ambito di due correnti parallele: una è
d’impianto più letterario e storiografico, oggi propriamente definita “teoria
della traduzione”14, l’altra specificamente mirata agli studi linguistico-for-
mali, oggi definita “traduttologia”15. Come importante branca teorica, egual-
mente legata a entrambe le correnti, a partire dagli anni Cinquanta, si è svi-
luppata la “teoria dell’interpretazione”, oggi nota per lo più con il termine
inglese: Interpreting Studies.

4. Denominazioni, campi d’indagine e lacune epistemologiche

In generale, la questione del nome da attribuire a una disciplina è spesso


dibattuta, talvolta anche assai aspramente. A seconda dei punti di vista, qual-
siasi scelta può essere infatti considerata riduttiva, tendenziosa, artificiosa o
pretenziosa.
In effetti, i termini diversi che ancora oggi vengono usati per indicare i
campi di ricerca sulla traduzione alludono realmente a una diversa posizione
ideologica degli studiosi, talvolta a oggetti di ricerca differenti e, quasi sem-
pre, a diversi scopi.
Per citare sole le denominazioni più diffuse, uno “studioso di traduzione”
può definirsi:
a) teorico della traduzione,
b) storico della teoria,
c) teorico dell’interpretazione,
d) traduttologo,
e) esponente dei ‘Translation Studies’ (di cui si è detto nella Premessa e che
in seguito verranno indicati con l’acronimo TS),
f) terminologo,
g) specialista della traduzione assistita.
Ognuna di queste diverse ‘etichette’ rivela una posizione a) neutra e am-
pia; b) puramente storica; c) orientata alla traduzione orale; d) orientata alla
linguistica e ai processi traduttivi; e) orientata agli studi culturali, cioè ai
prodotti (testi) della traduzione (e disinteressata alla linguistica); f) orientata
allo studio della terminologia, cioè dell’insieme dei termini impiegati nelle
varie lingue settoriali (o microlingue), g) orientata all’uso e allo sviluppo di
applicazioni elettroniche di supporto per i traduttori. In ogni lingua in cui si
svolga un dibattito sulla traduzione, si possono trovare i corrispettivi di que-
ste differenti denominazioni16.

14. Translation theory, teorie de la traduction, Übersetzungswissenschaft, teoría de la


traducción, teorija perevoda ecc.
15. Translatology, traductologie, Translatologie, traductología, perevodovedenie ecc.
16. Si noti che l’etichetta inglese, inizialmente neutra, translation studies indica oggi,

27
Le denominazioni possono poi diventare più specifiche (e riduttive) ag-
giungendo termini qualificativi: traduttologia applicata, teoria dell’interpre-
tazione, literary Translation Studies ecc..
In sostanza, l’espressione ‘teoria della traduzione’ resta in uso come ipe-
ronimo, ovvero è l’etichetta più ampia e neutra, che non implica esclusioni
o predilezioni: infatti, include persino gli studi che esprimano idee contrarie
alla teorizzazione della traduzione (è sorprendente, ma ne esistono ancora).
Le altre denominazioni funzionano invece come iponimi17.
Nella sua concezione più generale e generica, la teoria della traduzione è
una disciplina estremamente vasta che raggruppa numerosi sotto-settori spe-
cialistici, suddivisi in due macro-aree distinte rispetto all’oggetto primario di
studio. Dal punto di vista dell’oggetto di studio: la prima si interessa ai pro-
dotti della traduzione, l’altra ai processi.
L’area che studia i prodotti della traduzione comprende settori prettamen-
te umanistici:
- la storia delle traduzioni (intese come testi scritti);
- la storia del pensiero sulla traduzione (inclusa la storia dell’interpreta-
zione);
- gli studi socio-culturali sulla traduzione (che costituiscono i Translation
Studies).
L’area che studia i processi comprende i settori più prossimi all’àmbito
delle scienze formali, sperimentali e applicate:
- la linguistica teorica e applicata, con i suoi sotto-settori (neurolinguistica,
psicolinguistica, sociolinguistica, linguistica computazionale ecc.);
- le scienze cognitive, comprese le neuroscienze;
- la traduzione automatica (linguistica applicata all’informatica);
- la traduzione assistita (l’uso di banche dati elettroniche e di applicazioni
speciali di supporto a un traduttore umano).
Le due differenti macro-aree con i loro diversi sotto-settori non possono
che giovarsi sia dell’interazione reciproca, sia di un approccio interdiscipli-
nare. Nel loro insieme, tutte le competenze si rivelano altrettanto utili (tal-
volta indispensabili) per comprendere i meccanismi della comunicazione e

come termine internazionale e con la sigla TS, gli studi letterario-culturali in campo umani-
stico; al contrario, translatology indica interessi specifici per la linguistica (soprattutto com-
putazionale) ed entrambi i campi sono sotto-settori del settore generale translation theory (o
theory of translation) che, effettivamente, mantiene una certa neutralità, ma è usato meno de-
gli altri due.
17. Iperonimo è il termine che indica il nome generale di una categoria di oggetti, al cui
interno si trovano sotto-categorie di oggetti specifici, indicate da iponimi. ‘Cane’ è un ipero-
nimo rispetto a ‘bassotto’ (che è, quindi, un iponimo di ‘cane’, come ‘amaro’ è un iponimo
di ‘liquore’ e ‘cena’ un iponimo di ‘pasto’). Questo concetto è fondamentale in ‘tecnica del-
la traduzione’.

28
della trasmissione tra linguoculture differenti. Alcuni importanti sotto-settori
della teoria della traduzione nascono proprio dall’interazione delle ricerche
sui prodotti e sui processi, e non possono prescindere da una programmatica
interdisciplinarità. Si tratta, ad esempio, della didattica della traduzione, del-
la critica della traduzione, della terminologia. In questi ambiti, agli studio-
si sono richieste competenze specifiche sia nell’àmbito degli studi storico-
umanistici, sia in quello delle scienze formali e sperimentali. Tuttavia, per lo
più ancora oggi, le premesse, gli strumenti, i metodi, le finalità dei diversi
sotto-settori disciplinari che si occupano di traduzione sono spesso ‘autarchi-
ci’ e non dialogici. Non esiste ancora una base comune cui tutti si riferiscano
per costruire un dialogo scientifico. Questa situazione è tipica delle “disci-
pline giovani”: da un lato, c’è un’eccessiva messe di intenti e prospettive,
dall’altro, permane una sostanziale incomunicabilità tra gli studiosi, dettata
da interesse di “scuola” che spesso si traduce in disinteresse per posizioni
diverse dalle proprie18.

5. Verso il dialogo scientifico

5.1. Problemi epistemologici

In quanto disciplina accademica giovanissima, la teoria della traduzione


non ha mai affrontato in modo compatto e trasversale il dibattito epistemo-
logico, cioè la discussione relativa alla natura e ‘studiabilità’ del proprio og-
getto di ricerca, alle proprie finalità e alla condivisione delle premesse e dei
termini utilizzati19.
Paradossalmente, le fondamenta epistemologiche si rivelano sempre più
lacunose a mano a mano che le pubblicazioni si moltiplicano. Infatti, negli
studi sui prodotti e in quelli sui processi, negli studi descrittivi e in quelli
prescrittivi, nella riflessione filosofica e in quella logico-algoritmica, spesso
si omette di rendere chiari i postulati di partenza e le procedure che, dai po-
stulati, conducono in modo consequenziale ai modelli teorici. Come in altre
discipline umanistiche, spesso si ignora o si trascura l’importanza di un mo-
dello teorico unitario, oppure, se si riconosce quest’importanza, si ignorano
o si trascurano i vincoli che renderebbero il modello “scientifico”, cioè sia
condivisibile, sia applicabile.

18. Le prospettive, in tal senso, sono incerte a causa delle nuove modalità di produzione
e di accessibilità alle ricerche scientifiche: viene pubblicata una quantità crescente di lavori,
diffusa a velocità inarrestabile; questo si ripercuote sulla reale possibilità e volontà di allar-
gare i propri orizzonti integrando i traguardi raggiunti nel proprio àmbito con quelli raggiunti
negli altri àmbiti.
19. In Italia, la “teoria della traduzione” è stata inserita come campo di studio nelle de-
claratorie ministeriali alla fine degli anni Novanta del secolo scorso, ma l’istituzione del pri-
mo insegnamento universitario ufficiale di Teoria della Traduzione risale al 2001, a Genova.

29
Nel suo libro Consilience, scritto alla fine del secolo scorso, l’entomo-
logo e teorico della biologia E.O. Wilson lanciava un appello agli umanisti,
invitandoli a perseguire nel loro lavoro accademico i criteri che potrebbero
rendere più agevole il processo di ri-unificazione del sapere, mettendo fine
alla infruttuosa contrapposizione tra le scienze cosiddette ‘umane’ e quelle
‘formali’, ‘sperimentali’ e ‘naturali’ (che sono altrettanto ‘umane’).
Secondo Wilson (2001, 227-28), le quattro qualità che universalmente
conferiscono a qualsiasi teoria il carattere di ‘scientificità’ sono:
- la parsimonia o economicità, cioè lo sforzo di ridurre al minimo il conte-
nuto della teoria;
- la generalità, che prevede che la teoria sia valida per tutti gli elementi che
rientrano nell’ambito dello studio (una teoria sulla gravitazione non deve
prevedere eccezioni tra i gravi, così come una teoria sulla traduzione non
deve prevedere eccezioni tra tipologie e formati testuali, né tra coppie di
lingue);
- la coincidenza o coerenza interdisciplinare (quanto afferma una teoria in
un campo del sapere non può contraddire quanto afferma una teoria inval-
sa in un’altra disciplina, sempre che non si argomentino le ragioni della
discrepanza);
- la capacità di previsione sperimentale, ovvero la capacità della teoria di
prevedere di essere sottoposta a prove sperimentali di falsificazione.
Questi quattro princìpi sono fondamentali, nessuno escluso: sono prero-
gative necessarie e sufficienti a rendere “scientifico” (condivisibile e appli-
cabile) qualsiasi modello teorico, dunque anche un modello teorico sulla tra-
duzione. “Scientifico”, beninteso, non significa affatto vero o corretto. Non
importa se un modello è giusto o sbagliato: per essere “scientifico”, basta
che sia comprensibile alla comunità scientifica e sottoponibile al controllo,
cioè applicabile (principio di falsificabilità di una teoria). Un modello teori-
co che affermi che chi mangia un mango alla settimana non contrae il virus
del raffreddore è (immagino) scorretto e facilmente falsificabile, è “scientifi-
co” solo se si basa su dati che non sono contraddetti da altri studi sul mango
e sul raffreddore: è economico, generale e può essere controllato dalla comu-
nità che si occupa di modelli epidemiologici. Viceversa, una teoria che non
sia falsificabile – ad esempio, “chi ha la grazia divina ha diritto di godere di
maggiori privilegi sociali” – non prevede alcun esperimento atto a invalidar-
la perché la “grazia divina”, ammesso che esista, non possiamo misurarla.
Quindi, questa ipotesi teorica non è scientifica anche se potrebbe essere vera.
Nel caso della traduzione, un modello teorico deve rendere più semplice
(economico) il nostro modo di descrivere il processo traduttivo per quanto
sia realmente complesso. “Ridurre” la complessità della descrizione non si-
gnifica affatto negarla o trascurarla, significa offrire a qualsiasi studioso la
possibilità di affrontarla, di capirla e di tentare di invalidarla (eventualmente
di corroborarla, continuando a sottoporla senza successo a falsificazione).
30
Per fare questo, la prima tappa indispensabile è formulare un insieme chiaro
di concetti, di oggetti e di termini per indicare oggetti e concetti. I concetti e
gli oggetti devono essere descrivibili mediante termini condivisi dalla comu-
nità dei ricercatori.
In realtà, almeno e soprattutto nella ricerca teorica, chiarire i concetti di
partenza e le interrelazioni tra loro significa edificare un terreno di discussio-
ne per chiunque voglia contribuire a perfezionare quegli stessi concetti che,
inizialmente, possono essere rozzi e altamente imperfetti. Illustrare i concetti
e i termini che li definiscono è un modo per allargare la discussione a nuovi
potenziali interlocutori che li studieranno per partecipare alla discussione e
saranno in grado di proporre revisioni, modifiche e, forse, nuovi concetti20.
Solo individuando una base epistemologica che definisca postulati e fina-
lità, e che applichi metodologie condivisibili da parte dei ricercatori, la teo-
ria della traduzione potrà inserirsi in quella “terza cultura” (cfr. Brockman
1999) che non oppone barriere al dialogo tra le scienze e si ribella alla setta-
ria separazione del sapere in due culture: umanistica e scientifica. In partico-
lare, come osserva Paolo Balboni (2002, 22), nel caso delle attività applicate
come la traduzione, la consueta distinzione epistemologica tra scienze teori-
che (mirate alla conoscenza) e scienze pratiche (mirate alla soluzione di pro-
blemi) può risultare semplicistica. La teoria che non si confronta con le sue
applicazioni rischia di diventare autoreferenziale e fine a se stessa. Viceversa,
“le scienze pratiche sono tendenzialmente scienze interdisciplinari” perché
“si fondano su più scienze teoriche e su altre scienze pratiche e ne traggono
le implicazioni utili per la soluzione dei problemi” (ivi).
Avere la percezione della contingenza, soggettività, instabilità e interpre-
tabilità dei concetti, delle definizioni e dei termini impiegati è un passo in
direzione del dialogo scientifico, un modo per ottenere interlocutori che po-
tranno mettere alla prova la teoria al comune scopo di migliorarla sempre di
più. La coerenza epistemologica, dunque, non esige identità di opinioni e di
dati, ma la ricerca di un accordo preliminare proprio per discutere opinioni
e dati divergenti, e individuare un punto di riferimento basato su definizioni
comuni21. Il fatto di utilizzare termini condivisi è l’unica condizione per non
dover ogni volta ricominciare la discussione da zero.
In queste prime pagine del libro, i termini specifici della teoria della tra-
duzione e delle altre discipline cui si riferisce sono stati presentati in corsivo.
Questa è una prassi invalsa per indicare parole la cui accezione e definizione

20. Come osserva Alberto Peruzzi (1997, 13), infatti: “Quando ci si trova di fronte a una
definizione, c’è qualcuno che l’ha formulata e qualcun altro a cui è destinata. L’impiego di una
definizione può essere altamente informativo per il secondo anche se per il primo è banale”.
21. È anche importante abolire i concetti che non sono indispensabili a modellizzare le
conoscenze o che ostacolano la comunicazione scientifica. Meno concetti sono coinvolti in
una teoria, più chiari e condivisi sono, più è proficuo il dibattito scientifico. Uno dei termini
più polisemici e inutili nella teoria della comunicazione è quello di “senso” che, se si cerca di
formalizzarlo, si rivela refrattario a qualsiasi definizione rigorosa.

31
all’interno del settore disciplinare è più ristretta e precisa rispetto al contesto
della lingua standard, non specialistica. Le parole specifiche, convenzionali,
di un settore scientifico o professionale vengono proprio chiamate termini.
Nessun termine, tuttavia, può essere considerato definitivo e, tanto meno,
“corretto” o “scorretto” al di fuori della discussione scientifica.
Come afferma lo psicobiologo Henry Plotkin (2000, 73), l’importanza
delle definizioni è inversamente proporzionale al livello di avanzamento di
una scienza. Quando le cose sono assodate e ormai chiare a tutti i parteci-
panti al dibattito scientifico, i termini sono meno importanti poiché sono ben
chiari i concetti cui fanno riferimento. Quando invece si ha a che fare con
fenomeni ancora poco studiati, poco compresi o particolarmente complessi
e incerti, le definizioni hanno un ruolo fondamentale, sono una parte irrinun-
ciabile dell’impostazione teorica. Le cose si complicano ancor più nel caso
di discipline ‘ibride’ (come la teoria della traduzione), che attingono ad al-
meno una decina di altri settori disciplinari, in primis la linguistica (genera-
le e applicata). In questo caso, la comunicazione spesso fallisce tra studiosi
che usano termini diversi poiché considerano temi e problemi da punti di vi-
sta differenti (ivi). Per questo, è fondamentale che i termini utilizzati siano
sempre associati a definizioni esplicite e che l’introduzione di nuovi termini,
alternativi a quelli in uso, sia motivata da una modifica del concetto cui si
riferiscono.
Nella teoria della traduzione l’uso scientifico dei termini è recentissimo.
Sebbene tra i testi “classici” pre-scientifici si rinvengano alcuni evidenti ten-
tativi di classificazione e definizione dei concetti (cfr. Schleiermacher 1993),
la maggior parte degli autori, nei secoli, ha fatto ricorso non a definizioni,
bensì a formule tautologiche: si dice, ad esempio, che una cosa è “scorretta”
in quanto “è infedele”, senza definire in modo chiaro e condivisibile cosa sa-
rebbe “infedele” a cosa22.

5.2. Dalla pseudo-terminologia al metodo funzionale

Come in altre discipline, numerosi termini utilizzati nella teoria della tra-
duzione sono in realtà parole della lingua standard che non rispondono a de-
finizioni chiare, ma ai postulati ideologico-metafisici che hanno connotato
la genesi della disciplina. “Fedeltà”, “originale”, “libertà”, “arte”, “talento”,
“spirito”, “ispirazione”, “poesia”, “poeta”, “verità”, “senso”, per fare solo
alcuni esempi, sono pseudo-termini, utilizzati di continuo come se fossero
termini chiari e univoci, utilizzabili nella comunicazione scientifica; in real-
tà, non lo sono e non possono esserlo perché la loro caratteristica è proprio

22. Questo atteggiamento, purtroppo diffuso anche nella didattica della traduzione, crea
una grande confusione negli studenti che si trovano con pseudo-termini non definiti o con ter-
mini diversi per intendere concetti simili o identici.

32
quella di non essere ‘definibili’, cioè circoscrivibili a un concetto chiaro e
condivisibile.
La maggior parte degli pseudo-termini usati nel corso dei secoli per parla-
re di traduzione debordano contemporaneamente in categorie contraddittorie
e sono basati su concetti metafisici, non utilizzabili in un dibattito scientifi-
co23. A differenza di un termine, uno pseudo-termine si basa su ciò che il neu-
rofilosofo Daniel Dennett (1997, 93-94) ha chiamato “ganci appesi al cielo”,
cioè a idee prive di supporto nella realtà nota (ovviamente, l’unicorno può
essere pensato e anche definito, può essere considerato un ‘termine’ della mi-
tologia, ma non della zoologia). L’uso di parole e concetti “appesi al cielo”
ha contribuito a creare grande confusione: la traduttologia si è gradualmente
costruita su segni ambigui privi di effettiva referenzialità all’effettiva attività
traduttiva. Un esempio plateale è dato dall’insensato pseudo-termine “origi-
nale”, che pur raramente è ancora usato oggi (affronteremo la questione nel
capitolo successivo, ripercorrendo le tappe iniziali della teoria della traduzio-
ne, preoccupata di salvaguardare l’integrità di “originali” che non esistevano
e non esistono oggi). Il termine “fedele”, mutuato dalla religione, è altrettan-
to contraddittorio. Infatti, un testo non può essere “fedele” a qualcosa senza
essere “infedele” a qualcos’altro: se è fedele agli etimi e ai morfemi, non lo
è alla sintassi, se è fedele al genere, alle lettere, al numero delle parole, non
è fedele alla pragmatica.
Con l’ingenuo termine “fedeltà”, in realtà, spesso si vuole intendere il
calco (che è invece un termine utilizzabile, perché chiaro e non ambiguo),
cioè l’atto di riprodurre una struttura morfologica o sintattica, un significato
dizionaristico o un etimo, una serie di suoni o la lunghezza di un verso ecc.
Calco è un buon termine perché implica la specificazione: può essere morfo-
logico, etimologico, sintattico, pragmatico ecc.24 Se si calca una cosa, molto
probabilmente non si calca l’altra. La locuzione interrogativa inglese What’s
your name? a che cosa sarebbe fedele? A Qual è il tuo nome?, a Come ti
chiami? Beh, se volessimo un calco semantico-sintattico, dovrebbe essere
Cos’è tuo ∨ Suo ∨ vostro nome? Infatti, il pronome inglese ha tre possibili
traducenti e, per selezionare quello corrispondente (uno e uno solo), servono
i dati contestuali25.

23. Il termine metafisica e il relativo aggettivo qui e in seguito è da intendersi non solo
come “non contingente” (extra-storico), ma propriamente come “estraneo alle leggi della fisi-
ca”. La teoria della traduzione, infatti, ha mutuato dalla religione e dalla filosofia irrazionali-
stica la maggior parte dei suoi pseudo-termini.
24. Il calco più noto è quello etimo-lessicale: si traduce una parola del TP con quella quasi
identica della lingua di arrivo, sebbene le due parole siano semanticamente o pragmaticamen-
te diverse (asimmetriche): in ‘gergo tecnico’ si chiamano “falsi amici” e hanno creato tanti
problemi e relativi aneddoti (ad esempio, la frase pronunciata da Vittorio Emanuele Orlando
al Trattato di Versailles: “L’Italie c’est une grande potence”, calcava l’italiano “potenza”, ma
in francese “potence” significa “forca”, mentre “potenza” è, di solito, “puissance”).
25. Il simbolo ∨ indica il connettore logico aut, ovvero la congiunzione ‘o’ esclusiva. Suo
maiuscolo indica la forma italiana di cortesia (terza persona singolare femminile).

33
E se si deve tradurre in italiano l’espressione fraseologica inglese “Out of
sight, out of mind”, quale sarebbe la traduzione “fedele”?:
1) “Fuori dalla vista, fuori dalla mente?”
2) “Lontano dagli occhi, lontano dal cuore?”
3) “Occhio non vede, cuore non duole?”
Qualcuno approverebbe il calco n. 1? Cioè la traduzione che è ritenuta da
qualcuno più “fedele”? Secondo la logica comunicativa, potremmo dire che
quel calco è in realtà così “libero” (e astruso) che lo capirebbe solo chi cono-
sce l’inglese: chi usa il calco n. 1 si prende la “libertà”, di fatto, di non tradur-
re, ma di convertire meccanicamente le parole come farebbe un programma
elettronico piuttosto antiquato.
In un noto, vecchio aneddoto, che risale agli esordi della traduzione elet-
tronica, a un computer viene dato da tradurre in cinese proprio la frase “out
of sight, out of mind” e si ottiene una stringa di ideogrammi cinesi. Per ve-
rificare che abbia eseguito bene l’operazione, viene chiesta alla macchina
la retroversione in inglese degli ideogrammi cinesi. Il prodotto è “invisible
mad”. Il computer non è stato “fedele”, ma molto “infedele”: non ha tradotto
l’enunciato, ma le sue due singole parti staccate, ignorando l’elemento frase-
ologico che rendeva l’enunciato indivisibile26.
E se poi il fraseologismo inglese fosse stato il verso di una poesia in cui
mind fa rima con kind? Sarebbe “fedele” far non-rimare mente con tipo? O
forse va considerato un ordinamento gerarchico delle caratteristiche del TP
che, in quel preciso contesto, rendono prioritario usare nel Testo di Arrivo
(TA) il criterio etimologico, oppure quello sonoro, oppure quello fraseologi-
co, o un altro ancora? E, se decidiamo di usare il criterio fraseologico, qua-
le delle due varianti italiane (2, 3) possiamo/dobbiamo scegliere? E quanto
è importante verificare che il traducente italiano abbia la stessa occorrenza
(frequenza d’uso) dell’espressione inglese? Come possiamo verificare nei
corpora delle due lingue se le varianti 2 e 3 sono usate nello ‘stesso modo’?
Basta solo il numero di citazioni nei corpora? Vale anche l’intero motore di
ricerca, basta “googlare” il fraseologismo?
Anche di queste domande si occupa la teoria della traduzione.
La prima cosa che emerge dalla ricerca teorica è il fatto che la cosiddetta
“fedeltà” è la “libertà” che si prende qualcuno che non sa tradurre: è la so-
luzione privilegiata dei dilettanti e dei computer di vecchia generazione. La

26. F. Macaluso, traduttore di Damasio (1995), dovendo tradurre proprio “out of sight, out
of mind”, si è trovato con l’ulteriore vincolo nel TP di un calambour (l’allusione a pazienti per
cui “out of sight”, fuori dalla vista, fosse “in the mind”, dentro la mente), ma ha optato nel TA
per un calco (citato tra virgolette come fosse un modo di dire italiano): “fuori della vista, fuo-
ri della mente” (ivi, 301); in quella forma, il calco è del tutto incomprensibile a chiunque non
conosca l’espressione inglese. Non ha senso creare un calambour (ivi, 302) se non lo si può
comprendere. Bastava usare la tecnica dell’esplicitazione (citando il calco italiano preceduto
da “in inglese si dice…”), meglio ancora, lasciando l’idiomatismo in inglese.

34
cosiddetta “traduzione fedele”, dunque, non è affatto una traduzione, ma un
modo per convertire un enunciato chiaro in uno che non si capisce.
La ragione è semplice: le lingue naturali possono esprimere tutto, ma lo
fanno con strumenti tra loro diversi, asimmetrici. Ogni lingua ha soluzioni
proprie per formare le parole (lessico), per usarle in funzioni diverse (morfo-
logia), per unirle nella frase (sintassi), per collegarle al contesto d’uso (prag-
matica).
Al variare del contesto, un’invariante assume forme linguistiche diver-
se. In qualsiasi lingua, per una stessa invariante ci sono tante varianti quanti
sono i contesti della comunicazione27.
L’incoerenza del termine “fedeltà” vale anche per il suo antonimo: la tra-
duzione “libera”, ammesso che si possa definirla, parrebbe una non-tradu-
zione, se un traduttore è ‘libero’ dai vincoli testuali, non sta traducendo, ma
parafrasando.
In traduzione, misurare i soli aspetti astratti, formali, la morfo-sintassi o
il lessico non basta. Oltre le regole grammaticali, esistono le regole delle op-
zioni che consentono di selezionare i traducenti grazie alla marcatezza delle
varianti tra cui scegliere (cfr. Bell 1997,118-122; Prandi 2004, 306-308). Le
varianti solo in rarissimi casi sono perfettamente intercambiabili: dato un
insieme di opzioni per dire la cosa Y, se un parlante ha scelto l’opzione X
dell’insieme (“Stasera vieni?” è diverso da “Verresti stasera?” o da “Questa
sera vorrei che tu venissi”), la traduzione in qualsiasi lingua è vincolata al
fatto che l’opzione X contiene l’informazione Y, ma aggiunge anche infor-
mazioni che solo X contiene. Come vedremo, questo è il punto focale della
teoria della traduzione, quello che, opportunamente formalizzato, può essere
il fulcro di un modello teorico applicabile a qualsiasi testo.
Jurij Lotman (1990, 37), uno dei padri della semiotica, ha proprio mostra-
to che, se in un testo si cambiano le parole, non si ottiene una “variante di
contenuto”, ma “un nuovo contenuto”: quindi, qualunque linguista può ve-
rificare che “non esistono sinonimi” (ivi). L’equivalenza di un testo tradotto
non è altro che la capacità di a) recepire e b) ri-codificare tutte le informazio-
ni contenute in ogni unità traduttiva minima del TP: tradurre è scegliere, una
dopo l’altra, l’opzione che, in quel contesto, userebbe un parlante dell’altra
lingua pur in modo asimmetrico.
Gli umani comunicano sempre mediante enunciati autonomi espressi in
una delle variabili possibili. Il traduttore ha il compito di isolarli e tradurli in
modo coerente al contesto di ogni variabile, senza mai scomporli nelle singo-

27. Questo problema è sempre stato recepito, ma non è mai stato spiegato in termini chia-
ri prima di E. Nida e dei suoi studi teorici sulla traduzione della Bibbia. Eppure è chiaro che
la “fedeltà” a un livello testuale implica infedeltà a un altro: il calco semantico preclude la
funzionalità sintattica, il calco sintattico non rispetta il registro, il calco funzionale può non
rispettare la prosodia, la riproduzione prosodica può essere asimmetrica dal punto di vista dei
canoni, l’ossequio al canone può comportare la cancellazione della rima e così via.

35
le parole che li compongono. Ogni testo è formato da una serie di enunciati,
ognuno dei quali costituisce un’unità traduttiva minima.
Un’unità traduttiva minima è un enunciato non scomponibile nelle sue
parti; è, per così dire, una “formula linguistica” indivisibile o “formulaic se-
quence” (Wray 2002, 4), formata da “parole e stringhe di parole che vanno
computate senza ricorrere al livello inferiore della loro struttura” (ivi). Buo-
na parte delle lingue naturali è costituita da espressioni formulaiche (ivi, 28
ss.) che tutti usiamo in continuazione o nell’oralità, o nella scrittura (“Come
va?”, “Buon giorno”, “Come ti chiami?”, “Non ne posso più!”, “Me ne fre-
go!”, “Sta’ attento!”, “Mi raccomando”, “Ma dai!”, “Che palle!”, “Restando
in attesa di un cortese riscontro”, “Porgo distinti saluti” ecc.).
Solo raramente un’unità traduttiva consta di una singola parola (di solito
un verbo o un sostantivo che sottintende un verbo) e costituisce un autonomo
enunciato: ad esempio, “Stop!” (= fermati, chiunque tu sia), “Pappa!” (dam-
mi da mangiare + ho fame + sono un bambino). Non posso tradurre in inglese
“Pappa!” con “Would you, please, give me some food?”, l’enunciato ingle-
se corrisponde a una diversa variabile della lingua italiana per chiedere del
cibo: l’invariante è la stessa, ma l’opzione è incoerente sul piano contestuale.
La formulaicità è l’aspetto fondamentale della lingua che rende fallimen-
tare qualsiasi forma di calco. Invece di ragionare nei termini ingenui e con-
traddittori di “fedeltà” e “libertà”, al traduttore servono parametri concreti
e concetti chiari, riconducibili a definizioni discrete (in senso matematico)
cioè che non si confondano tra loro e non siano ambigue.

5.3. Traduzione “orientata” o traduzione “totale”

Un’altra frequente coppia pseudo-terminologica che i teorici della tradu-


zione hanno prediletto fin dall’epoca romantica e che è in voga ancora oggi è
data dall’opposizione tra traduzione orientata all’autore e traduzione orien-
tata al lettore.
Il promotore di questa opposizione binaria è stato, nel 1813, il critico e
letterato romantico tedesco Friedrich Schleiermacher (1993, 153). La sua
idea era che il traduttore potesse e dovesse scegliere tra due “direzioni” della
traduzione che avrebbero portato a due traduzioni completamente diverse:
“O il traduttore lascia il più possibile in pace lo scrittore e gli muove incon-
tro il lettore, o lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo
scrittore”. La posizione di Schleiermacher ha avuto tale successo da essere
stata ri-formulata in tempi recenti (in inglese) come opposizione tra traduzio-
ne source oriented e target oriented.
Anche ammettendo che due testi completamente diversi tra loro siano
entrambi “traduzioni” dello stesso TP, l’ipotesi di un’opzione di orientamen-
to implicherebbe che il traduttore a) conosca le “intenzioni” dell’autore, b)
escluda a priori la possibilità che un lettore del TA possa accedere al testo
36
come un lettore del TP, c) possa produrre due TA completamente diversi che
(entrambi) sarebbero traduzioni.
Un traduttore (come qualsiasi lettore) non può sapere quali fossero le “in-
tenzioni” dell’autore, né può prevedere (come qualsiasi autore) chi siano i
suoi destinatari e come costoro leggeranno il testo. In realtà, neppure un au-
tore conosce tutte le proprie intenzioni, certamente non i suoi impulsi incon-
sci. Al massimo, uno scrittore conosce il suo progetto cosciente, ma non ha
accesso alle risorse della sua creatività inconscia, proprio quella che trasfor-
merà la sua opera da “trattato della coscienza” in “arte” (in poesia, ad esem-
pio, possiamo trovare sofisticati e assai significativi anagrammi intralingui-
stici di cui, certamente, i poeti-autori non sono/erano consapevoli; cfr. Sasso
1993). In tal senso, un traduttore non può far altro che orientare la traduzione
verso se stesso, verso le proprie (sofisticate) congetture. Ecco perché, in ter-
mini un po’ provocatori, è stata proposta altrove l’idea che la traduzione sia
sempre self oriented, cioè progettata, prodotta, criticata dalla sola mente del
traduttore nella sua veste di interprete-scrittore (cfr. Salmon 1998, 878-79).
Come qualsiasi artefatto, ogni testo è un oggetto materiale, concreto, che
può innescare diverse reazioni e che possiede, quindi, un potenziale per at-
tivare nel lettore interpretazioni diverse. Questo potenziale è legato, né più,
né meno, a quello che fisicamente il testo contiene. Se un testo è stratificato,
ambiguo, polivalente, dotato di sottotesti o rimandi intertestuali, se è predi-
sposto a innescare diverse reti associative (a seconda di chi lo legge in un
preciso momento della sua vita), questo va còlto dal traduttore e la stessa po-
tenzialità va trasferita al TA.
Le caratteristiche di un testo, concrete e materiali, sono gli ‘ingredien-
ti’ che consentono al potenziale comunicativo di attivarsi. In metafora, così
come il retrogusto di peperoncino, zenzero, frutta può rendere speciale un
piatto che diventa irriconoscibile, insipido, persino “immangiabile” se man-
ca quell’ingrediente, egualmente un testo ha una serie di caratteristiche che
ne definiscono lo stile. È l’equilibrio degli ‘ingredienti’ del testo (le parole),
il loro effetto combinatorio, unito alle tecniche di lavorazione delle parole a
determinare la specificità di un testo rispetto agli altri. Un traduttore è una
sorta di sommelier di testi linguistici: il suo compito è trasformare un baro-
lo in un barolo, lo champagne nello champagne ecc. Non si può aggiungere
dell’acqua, dello zucchero o dell’alcol al vino senza snaturarne l’aroma. Tra-
durre è, sempre in metafora, un atto “chimico”, una questione di dosaggi che
si possono misurare con appositi strumenti. Non c’è nulla di magico, solo
molte sofisticate competenze.
Il buon esito della traduzione dipende da particolari abilità di una mente
bilingue, addestrata a riprodurre i testi. Il bilinguismo (come vedremo, inte-
so in senso lato) costituisce il pre-requisito, ma si tratta di una competenza
necessaria e non sufficiente. A differenza di un autore di testi primari, che
ha una quantità limitata di vincoli (è come un tennista che giochi senza rete),
l’autore dei testi secondari ‘gioca con una rete altissima’: la traduzione è un

37
tipo di scrittura iper-vincolata, dove il massimo virtuosismo è guidato dalla
profonda umiltà di prestare il proprio estro a un altro essere umano. Come
avviene in tutte le più complesse attività umane (sport, danza, musica, canto
ecc.), quanto più è bravo il traduttore, tanto meno si vedrà l’immensa fatica
del suo lavoro e, come nell’arte o nello sport, se la traduzione non funzio-
na nella sua totalità, non funziona del tutto28. Sempre secondo una metafora
sportiva, non si può fare goal a metà: o si raggiunge la meta o non si rag-
giunge.
Come sintetizza una delle più significative teorie di fine Novecento (la
Skopostheorie), lo scopo della traduzione risponde all’idea che il TA funzio-
ni come il TP nella cultura di partenza. Se una traduzione funziona in parte,
significa che – debitamente perfezionata – potrà funzionare nella sua tota-
lità. Sono pochi i casi in cui questo accade, perché è recente la consapevo-
lezza della complessità di questa attività e il conseguente investimento nella
professionalità dei traduttori. Compito della teoria e della sua applicazione
nell’addestramento dei futuri traduttori è far sì che a tradurre siano professio-
nisti consapevoli, preparati, i cui requisiti siano garantiti da un lungo appren-
distato. Così è accaduto per tutte le discipline applicative che prevedevano di
commisurare la riflessione all’esperienza. Il connubio tra conoscenza teori-
ca ed esperienza pratica ha permesso alla chirurgia del XXI secolo di essere
smisuratamente più affidabile di quella dei secoli precedenti. Una rigorosa
disciplina teorica può consentire alla professione di crescere esponenzial-
mente e di fondare critiche e autocritiche su criteri argomentati e dialogici.

6. Le legittime “pretese” della teoria

6.1. Dopo Babele

La quantità, complessità e interdisciplinarità dei temi che rientrano nella


traduttologia fa sì che la maggior parte dei saggi sulla traduzione siano rivolti
a singoli aspetti o a specifici àmbiti settoriali. Molti di questi saggi hanno co-
stituito e costituiscono un apporto irrinunciabile allo sviluppo e alla matura-
zione della disciplina, e contribuiscono a determinare quali siano i problemi
che necessitano di indagini approfondite. Qualsiasi ricerca sulla traduzione
presenta oggi limiti e approssimazioni inevitabili, ma nel suo insieme, il patri-
monio della ricerca in questo campo già rivela in modo inequivocabile i punti
deboli dei punti di partenza, dei costrutti preliminari. La presa di coscienza
delle lacune epistemologiche e il loro superamento sono i primi passi per su-
perare anche la tradizionale diffidenza dei detrattori della teoria che si è svi-
luppata tra alcuni letterati restii ad accettare il contributo di discipline a loro

28. Parlando di “traduzione totale” non mi riferisco qui, direttamente, all’omonima ope-
ra di Peeter Torop (2010 [1995]), pur condividendone gli aspetti semiotici ed enciclopedici.

38
estranee. Basti pensare che, ormai nel nuovo millennio, Stefano Manferlotti
(2001, 191) si chiedeva quale fosse la ricaduta della riflessione teorica sull’at-
tività del traduttore letterario e rispondeva: “nessuna”. Le sue considerazioni
avevano una sola argomentazione: esistono traduzioni, i cui autori non hanno
“avvertito il bisogno di compulsare Cicerone o Mounin” (ivi). Certamente, in
effetti, chiunque può fare qualsiasi cosa senza tecnica, senza addestramento
o riflessione, ma non si può non chiedersi quanto meglio l’avrebbe fatta con
la necessaria preparazione e quanto, in assoluto, sia professionale ciò che ha
fatto. Purtroppo, il canone letterario non ha mai premiato chi traduceva bene,
ma chi occupava una posizione autorevole come letterato29.
Per comprendere ricchezze e limiti delle posizioni anti-teoretiche, è utile
considerare in modo privilegiato un testo che, per decenni e a livello interna-
zionale, è stato considerato il più noto contributo sulla traduzione: si tratta di
After Babel del 1975 (Dopo Babele, 1984), scritto dal noto letterato compa-
ratista, saggista e intellettuale (trilingue) George Steiner.
Questo corposo saggio è una dettagliata ed erudita ricostruzione storico-
critica dell’attività traduttiva occidentale e delle posizioni teoretiche a essa
connesse, ed è stato un punto di riferimento irrinunciabile per i teorici della
traduzione; in un modo o nell’altro, ha profondamente influenzato e condi-
zionato gli studi successivi. Tra i meriti del libro, vi è quello di offrire un
quadro storico complessivo e una suddivisione cronologica dell’attività tra-
duttiva occidentale. Nonostante l’approccio profondamente euro-centrico, la
periodizzazione proposta da Steiner ha avuto il merito di evitare la grande
insidia della diffusa periodizzazione e suddivisione della storia letteraria (cfr.
Bassnett-McGuire 1993, 63). Pur essendo solo una delle sintesi possibili, la
quadripartizione di Steiner (1984, 229-231) coniuga utilmente la cronologia
con il substrato storico-ideologico e fornisce un utile punto di partenza per
discutere le alternative:
- il primo periodo è definito “focalizzazione empirica immediata” (ivi,
230) ed è caratterizzato da “analisi e dichiarazioni embrionali” (ivi, 229);
parte da Cicerone e Orazio, e arriva alla fine del XVIII secolo, ovvero alla
pubblicazione, nel 1792, dell’Essay on Translation di A.F. Tytler (Lord
Woodhouselee);
- il testo di Tytler, assieme al (già citato) saggio di Schleiermacher, “Über
die verschiedenen Methoden des Übersetzens” (“Sui diversi metodi del
tradurre”, cfr. Schleiermacher 1993), segna l’inizio del secondo perio-
do, “stadio di teoria e indagine ermeneutica” che dominerà fino alla metà
del XX secolo; questo periodo è coronato dal celebre scritto di Walter

29. Se trent’anni fa, agli esordi della mia carriera di traduttore, qualcuno mi avesse inse-
gnato la tecnica e la riflessione, la progettazione e le strategie della traduzione, avrei evitato di
impararle da sola, per tentativi ed errori: il mio lavoro sarebbe stato fin dall’inizio improntato
alla professionalità. “Compulsare” i testi teorici consente di evitare l’arbitrio che è la negazio-
ne stessa della professionalità.

39
Benjamin “Die Aufgabe des Übersetzers” (“Il compito del traduttore”,
cfr. Benjamin 1995), pubblicato nel 1923, ma celebrato negli anni Settan-
ta, quando divenne il perno ideologico del quarto periodo, quello “neo-
ermeneutico”;
- il terzo periodo prende il via negli anni Quaranta e prosegue poi, paral-
lelamente, anche durante la quarta fase neo-ermeneutica, seppur sepa-
ratamente a causa di una vistosa differenziazione di premesse, intenti e
finalità. La terza fase è quella del grande “sogno computazionale”. Nel
tentativo di trovare in tempi brevi una strada per realizzare la traduzione
meccanica (prima) e computazionale (poi), numerose équipe di ricerca-
tori cercavano algoritmi e pattern strutturali che rendessero ri-codificabili
tra loro le lingue naturali con regole semplici e quindi facilmente appli-
cabili. Quest’aspirazione era stata nutrita in embrione dalle ambizioni del
formalismo russo, corrente pionieristica che, aspirando a rendere scien-
tifica, cioè formalizzabile, l’arte letteraria, proponeva metodi d’indagine
rigorosa per rendere “oggettivo” lo studio dei testi. Per evitare gli aspet-
ti “soggettivi” della letteratura, difficilmente formalizzabili, alcuni tra i
più noti formalisti invitavano a ‘sezionare’ i testi senza considerare la
complessità psichica della comunicazione umana, la funzione emoziona-
le dell’estetica. La psiche umana, cioè l’aspetto che oggi parrebbe il ge-
neratore primario dell’arte (di chi la crea e di chi ne fruisce), era quindi
bandita dalla ricerca. Il formalista Boris Ejchenbaum, in un noto saggio
del 1927, “Com’è fatto il Cappotto di Gogol’”, rendeva programmatico
questo rifiuto della psicologia, trasmettendo un lascito alle scuole struttu-
raliste (eredi del formalismo) che equivaleva a un veto:
L’opera d’arte è sempre qualcosa di fatto, di foggiato, d’inventato, non soltanto d’arti-
stico, ma anche d’artificiale nel senso buono della parola; e pertanto in essa non vi è e
non può esservi posto per il riflesso dell’esperienza psichica (Ejchenbaum 1968, 268).

La terza fase, in realtà (Steiner non ne era del tutto consapevole), aveva
trovato un’eco fruttuosa nell’enorme contributo delle scuole traduttolo-
giche slave (russa, polacca, ceca, slovacca e bulgara), sebbene – almeno
ufficialmente – i primi risultati noti nell’àmbito della traduzione compu-
tazionale fossero stati diffusi negli anni Quaranta in America;
- il quarto periodo, infine, può essere inteso come reazione al “pensiero
forte”, formalistico, scientistico e deterministico dominante fino agli anni
Sessanta, che i sostenitori della neo-ermeneutica criticavano come “nuo-
va metafisica”, come un tentativo di sostituire alla Verità dell’arte l’aset-
tica e cinica verità della scienza. Secondo il suo stesso schema, il testo di
Steiner parrebbe rientrare in quest’ultima epoca “postmoderna”30.

30. L’aggettivo “postmoderno” è usato qui esclusivamente in termini generici per inten-
dere quella diffusa (e potente) corrente ideologico-culturale che vede nella concezione illumi-

40
Dopo Babele ha grandi meriti accanto ad alcuni limiti epistemologici,
pertanto è l’opera più indicata per avviare una riflessione sulla storia della
teoria e, soprattutto, per argomentare l’importanza di un’impostazione più
attenta alle premesse (e alle lacune) epistemologiche. Infatti, l’opera di Stei-
ner ha contribuito – sulla scia di noti antesignani novecenteschi (soprattut-
to di José Ortega y Gasset) – a nutrire gli umori postmoderni che, in buona
parte, hanno influenzato lo scetticismo teoretico di letterati e filosofi. Di fat-
to, Steiner è divenuto un riferimento utile per chiunque fosse critico verso
la linguistica e considerasse pretenziosi o addirittura irriverenti i tentativi di
rendere più scientifico lo studio della traduzione, tentativi che Steiner (1984,
229-285) definisce, nell’omonimo capitolo, “le pretese della teoria”. Con il
suo pregiudiziale atteggiamento anti-teoretico, Steiner ha rafforzato i pre-
concetti delle cosiddette “scienze umane”, allontanando il dibattito sulla tra-
duzione dalla prospettiva scientifica e sancendo ulteriormente lo scisma tra
gli studi linguistici sui processi e gli studi culturali sui testi.
In ottica postmoderna, il traduttore è visto non come un professionista
dotato di conoscenze teoriche e tecniche, ma come un demiurgo al centro di
un’operazione non definibile, il cui talento non è acquisito secondo un adde-
stramento professionale, ma è originato da una sorta di ‘ispirazione’, peraltro
inferiore e meno nobile rispetto all’ispirazione di un Autore.
In quest’ottica, in modo esplicito si deduce che la traduzione letteraria
non può essere oggetto di studi scientifici, mentre la traduzione non lettera-
ria non merita l’attenzione degli studiosi dei testi e dell’ermeneutica testua-
le. Secondo Steiner, la traduzione letteraria non può essere studiata scienti-
ficamente perché rappresenta un paradosso. Echeggiando Ortega y Gasset e
commentando un celebre racconto di Borges, Steiner affermava (1984, 71):
Ripetere un libro già esistente in una lingua straniera è il ‘compito misterioso’ del tradut-
tore, il suo lavoro. Non è possibile, ma deve essere fatto.

Solo i miracoli avvengono senza essere possibili. Per cui il ‘buon’ tradut-
tore sarebbe sospinto da una ‘vocazione’ che (come quella religiosa) non di-
pende dallo studio e dall’addestramento. Dal canto suo, il ‘cattivo’ traduttore
non è chi è privo di requisiti professionali, ma è un ‘impostore’. Questa idea
risale a Leonardo Bruni, l’eminente esponente dell’Umanesimo che meglio
la ha espressa.
In un noto saggio del 1420, Bruni (1993, 86) invitava a evitare la “colpa
imperdonabile” che “una persona priva di cultura e di gusto si accosti al la-

nistica, nell’approccio scientifico, nella formalizzazione del sapere, un illusorio intento auto-
limitante del pensiero e della creatività umana, e che reclama l’autonomia del pensiero uma-
nistico, svincolato da scienza e tecnologia. Non si riferisce invece alla critica socio-politica
(anticapitalistica), condivisa da buona parte del pensiero postmoderno, in quanto una posizio-
ne anticapitalistica non contraddice affatto, in linea di principio, l’adesione al razionalismo e
alla difesa del metodo scientifico.

41
voro di traduzione”. Da un lato, questa sua è un’opinione genericamente con-
divisibile, ma, dall’altro, Bruni rimette i requisiti del traduttore ai concetti di
“gusto” e “cultura” senza però definirli. Di per sé, Bruni non dice nulla di
controvertibile, ma tace sulla possibilità che gusto e cultura siano competen-
ze e non doti ontologiche di alcuni umani e non di altri. Da questo deriva il
corollario che la traduzione non sia un’attività assoggettabile a competenze,
assunto che ha frenato il dibattito sul piano epistemologico.
Se diciamo che è imperdonabile che una persona priva di conoscenza
della medicina faccia il chirurgo, tutti convengono. Infatti, possiamo sta-
bilire, pur in modo approssimativo e contingente (hic et nunc) come cir-
coscrivere il processo di acquisizione della conoscenza medica: sei anni
di corsi universitari comuni e ulteriori anni di specialità, comprensiva di
addestramento. Viceversa, secondo la concezione umanistica, il concetto
di “gusto” non viene fatto rientrare tra i requisiti acquisibili, bensì, tra le
indefinibili qualità che caratterizzano un’indefinita élite. In realtà, il gu-
sto artistico è un senso composito che riguarda la capacità di distinguere
input sensoriali (sostanzialmente visivi, uditivi, olfattivi) secondo catego-
rie condivise da un’élite culturalmente ‘preparata’, cioè educata, abituata
e addestrata a farlo. Bruni (ivi, 86) diceva giustamente che un traduttore
deve ricreare nel TA lo stile e l’andamento ritmico del TP, ma non allude
al grado di bilinguismo necessario per tentare questa operazione, né sem-
bra considerare il fatto che l’analisi stilistica dei testi letterari si insegna,
si esercita e si impara.
In un cervello umano, particolarmente ricettivo all’influenza dell’ambien-
te e dell’educazione culturale, ogni forma di ‘gusto’ viene esercitata a livello
macro-cognitivo dall’esperienza, cioè dall’addestramento. Per un letterato,
ad esempio, la percezione estetica delle caratteristiche di un testo non diver-
ge, in senso lato, dalla percezione selettiva di un critico dell’arte, dalla valu-
tazione di un vino, dalla computazione diagnostica di un medico. Nelle arti,
come in medicina, uno specialista può essere più o meno brillante, volendo
anche “geniale” (cioè straordinariamente intuitivo e capace di collegare tra
loro i dati), ma quello che distingue la professionalità di un esperto dei testi
dall’incompetenza è epistemologicamente simile, mutatis mutandis, a quello
che distingue un medico da chi non lo è.
A distanza di cinque secoli, Steiner, pur in modo estremamente forbito e
prolisso, non faceva che aderire alla posizione di Bruni, giungendo alla con-
clusione che teorizzare la traduzione fosse prematuro o impossibile in asso-
luto. La principale ragione di questo scetticismo teoretico era per lui (e resta
oggi per qualcuno) una malcelata diffidenza generale per la linguistica e il
conseguente desiderio di lasciarla fuori da un àmbito, quello della traduzio-
ne, che si vorrebbe relegato al solo campo umanistico. Apparentemente, Stei-
ner riconosceva l’importanza della linguistica, ma le ambizioni di questa gio-
vane scienza gli sembravano chimeriche e pretenziose: da qui la convinzione
che la traduzione non solo non richiedesse dimestichezza con la linguistica,

42
ma che non richiedesse competenze assoggettabili né ad apprendimento, né
a definizioni discrete.
Sulla scia del filosofo irrazionalista spagnolo Ortega y Gasset, che vedeva
nella traduzione un atto paradossale e utopico che (come tutte le azioni uma-
ne) viene fatto senza poter essere fatto, Steiner (1984, 285) affermava che la
traduzione “non è una scienza, ma un’arte esatta” e che, in quanto “arte esat-
ta”, è estranea alla “logica”: “la logica”, diceva, è “successiva al fatto” (ivi).
Quest’ultima affermazione è oggi contestabile sulla base di quanto le
scienze cognitive hanno dimostrato a livello teorico e sperimentale: la logica
non è posteriore “al fatto”, ma governa per lo più in modo rigoroso le compu-
tazioni inconsce. Semmai, è la coscienza che interpreta secondo una pseudo-
logica quello che molto logicamente viene eseguito a livello inconscio (cfr.
Gazzaniga 1999). L’intelletto umano non è affatto vincolato alla coscienza,
poiché anche sofisticate intuizioni scientifiche possono derivare da processi
logici inconsci, che si manifestano come “visioni” o persino in sogno, ma
che si basano su competenze pregresse e su calcoli sofisticati troppo veloci
per essere registrati dalla coscienza31.

6.2. L’errore di Cartesio

Nel cervello umano, le operazioni logiche avvengono in larga misura a li-


vello inconscio, in millisecondi, prima di essere trasmesse alla coscienza che
le registra con notevole lentezza. In altre parole, il cervello segue la ‘sua’ logi-
ca inconscia, spesso capace di eseguire computazioni di grande complessità,
che lasciano la sensazione di essere stati “ispirati” da una fonte esterna: infatti,
la coscienza può non registrare affatto la computazione, può registrarne solo
una parte oppure può ricostruirla a posteriori con grande sforzo. Questo spiega
la traduzione “geniale”, estemporanea di una poesia, che sembra nata dall’i-
spirazione, ma che deriva invece da sofisticate computazioni inconsce della
mente, che ha ‘processato’ così tanti dati da non riuscire a crederci: i dati sono
conservati nel cervello, in circuiti mnestici che in parte non sono accessibili
alla coscienza (ad esempio, la memoria di tutte le poesie lette fino a quel mo-
mento), ma che certamente a livello cosciente non possono essere computati
tutti insieme dalla “memoria di lavoro” che è limitatissima32.
Le computazioni inconsce, ripetute tante volte, memorizzate a lungo ter-
mine grazie all’uso e ricostruite dall’analisi cosciente, possono trasformar-

31. Sono numerosi i lavori di alta divulgazione che hanno illustrato questo complesso fe-
nomeno di interazione tra circuiti impliciti ed espliciti del cervello (cfr. ad esempio Damasio
1995, 2000, 2003; Dennett 1991, 1997; LeDoux 1999, 2002, Freeman 2000, Changeux 2003,
Ramachandran 2004).
32. Quando un’informazione raggiunge la coscienza, cioè quando ‘ricordiamo’, significa
che l’informazione viene trasferita dal “deposito a lungo termine” all’attenzione consapevole
per essere quindi “processata” dalla memoria di lavoro (cfr. LeDoux 2002, 443).

43
si in procedure e prodursi in modo più o meno automatizzato (è questo che
consente la traduzione simultanea). Chi ha passato molto tempo a leggere,
studiare, scrivere poesia, può improvvisare sonetti “a orecchio” senza com-
putare coscientemente il numero delle sillabe e le rime, ma il suo cervello –
grazie a una sorta di ‘orecchio interno’ – ha calcolato tutto già prima che le
parole vengano pronunciate. Questo spiega in parte anche il processo tradut-
tivo, che a qualcuno pareva così ‘misterioso’ da far pensare che fosse sem-
plicemente un ‘dono’.
Il noto traduttore e teorico Efim Etkind (1968, 6), dichiarando a proposito
della traduzione che “la pratica estetica ha superato la riflessione teorica”, la-
sciava intendere che, quando si tratta di una creatività artistica così comples-
sa, non ci sia spazio per l’analisi scientifica. Quest’idea può essere superata
se si ammette a) che il nostro cervello sa eseguire inconsciamente operazioni
linguistiche così complesse da rendere la loro formalizzazione spaventosa-
mente ardua (ma non necessariamente impossibile), b) che una teoria della
traduzione deve essere fondata tanto sullo studio dei prodotti culturali (banca
dati), quanto sul funzionamento cognitivo del processo traduttivo (procedure
acquisite). Una siffatta teoria, che consideri entrambe le cose, non è affatto
prescrittiva, bensì descrittiva, com’è descrittiva ogni scienza empirica basata
su conoscenze ed esperienza. La medicina, ad esempio, descrive le malattie,
descrive le terapie e descrive le tecniche chirurgiche che permettano di curar-
le, senza alcuna pretesa che definizioni, terapie e tecniche siano definitive; si
cerca che siano le migliori a disposizione e che aiutino a trovarne di ancora
migliori in futuro. Ovviamente, in tutte le professioni esistono normative e
‘protocolli’ apparentemente prescrittivi, ma la loro funzione è di essere un
riferimento condiviso per valutare come, quando e quanto si possa rischiare
di derogare qualora si presentino nuovi dati33.
La definizione steineriana di “arte esatta” tende ad affermare senza so-
stanziali argomentazioni che la traduzione non è assoggettabile a studio ri-
goroso (perché è “arte”), supponendo però uno standard fisso di esecuzione
(perché è “esatta”). Per uscire da questo paradosso, basta ammettere che è
un mestiere a “regola d’arte”, cioè attinente a tecniche e strategie che sono
classificabili, studiabili, migliorabili. È quindi immotivato restare vincolati
al pregiudizio che l’attività traduttiva sia il risultato di una vocazione, di un
dono naturale/spirituale non riducibile alla riflessione scientifica e che la tra-
duzione, in quanto “arte”, debba restare avvolta da un alone di insondabile
mistero. È immotivato pensare alla traduzione come a un’attività che non si
insegna, non si impara e non si studia. Questo pregiudizio riflette soltanto un
ostinato utilizzo astratto e misterico della parola “arte”.

33. Neppure la giurisprudenza è limitata a prescrizioni e proscrizioni, infatti prevede al


suo interno la possibilità di descrivere situazioni nuove, cambiare le leggi o interpretarle di-
versamente in base a nuovi dati. Solo l’autoritarismo è prescrittivo e proscrittivo, e una scien-
za autoritaria è una contraddizione in termini, ovvero è autoritarismo mascherato da scienza.

44
Definendo la traduzione un’“arte esatta”, Steiner non definisce il termine
“arte”, né il concetto di “esattezza”, il che impedisce a priori di spiegare se-
condo quale criterio qualcosa non sia arte e non sia esatto. Inoltre, attribuisce
al misterico concetto di arte l’impossibilità di definire in modo più formale
il processo traduttivo34. In realtà, Steiner trascura proprio l’indagine di tipo
estetico-psicologico e quella linguistica e psicolinguistica, che è componen-
te imprescindibile della traduttologia, che studia le abilità cognitive umane
come insieme di processi razionali e irrazionali, consci e inconsci, fisici e
relazionali (sociali) e, in quanto tali, indagabili (almeno parzialmente) con il
metodo scientifico.
Parole come “intuizione” e “ispirazione” contribuiscono a rafforzare anti-
che superstizioni e a censurare la “dangerous idea” (cfr. Dennett 1997) che la
mente biologica umana faccia cose fenomenali e contro-intuitive di cui sap-
piamo ancora poco, ma che sono il risultato dell’evoluzione e della selezione
naturale, non di misteri mistici. Una completa padronanza dei fenomeni della
mente umana è probabilmente, in assoluto, al di là delle capacità della nostra
specie, ma questo non significa affatto che non si possano studiare sempre
più e sempre meglio le operazioni mentali, comprendendo almeno cosa, di
preciso, non riusciamo a capire e perché.
L’approccio scientifico ci impone di riconoscere e di mettere in discus-
sione le nostre credenze e i nostri costumi mentali, di riconsiderare continua-
mente postulati, ipotesi e dati35. L’idea che esista una Mente/Anima estranea
al mondo fisico e alle sue leggi (come voleva Cartesio) viene oggi difesa a
spada tratta come fosse la sola salvezza dalla supposta prepotenza tecnocra-
tica della scienza. In realtà, prepotente è la natura umana (e la pseudo-scien-
za), non il metodo scientifico, il cui rifiuto non è rivoluzionario, ma conser-
vatore. Come testimonia tutta la storia della scienza, il fatto che un’ipotesi
sia di difficile dimostrazione, o appaia fantastica, o sia in contrasto con le
nostre credenze e con il senso comune, non significa che sia errata o indi-
mostrabile. Le grandi rivoluzioni scientifiche spesso hanno scosso l’umanità
(più di quelle tecnologiche) proprio perché comportavano uno sforzo menta-
le molto maggiore di quello richiesto dal senso comune dominante; non è un
caso che lo scetticismo conoscitivo, tipico di tutta la storia umana, si acuisca
di fronte a ogni grande scoperta o invenzione (cfr. Dennett 1997, 423-424;
Pinker 1997, 82) e che generi una pseudo-scienza “bugiarda” (cfr. Di Troc-
chio 1995). Un conto è dire che non tutto è immediatamente conoscibile at-

34. Questa osservazione è davvero importante se si considera il legame intrinseco che la


teoria della traduzione ha con la tradizione letteraria. Non è infatti possibile affrontare una
qualsivoglia ipotesi teorica se si prescinde da una pur provvisoria definizione di arte che in-
quadri il problema nei suoi aspetti storico-antropologici (si veda anche il capitolo seguente).
35. Uso il termine “credenza” secondo la definizione proposta da Alberto Oliverio così
sintetizzata: “Le credenze sono stati mentali, cioè pensieri in cui si ritiene che una preposizio-
ne sia veritiera (ritengo che la neve sia soffice, che Carlo sia buono) e che preparano all’azio-
ne” (Oliverio 1999, 195; corsivo mio).

45
traverso il metodo scientifico, altro è dire che il metodo scientifico depriva la
conoscenza della sua “anima”. La conoscenza è un atto fisico, cerebrale, ed
è la cosa più appassionante e gratificante che sia offerta all’esperienza uma-
na: si nutre di curiosità e combatte i pregiudizi (che abbiamo tutti, sempre)36.
Come ha ampiamente argomentato (oltre ogni ragionevole dubbio) Anto-
nio Damasio (1995), oggi sappiamo che quello di Cartesio è stato un feno-
menale “errore”:
Eccolo, l’errore di Cartesio: ecco l’abissale separazione tra corpo e mente – tra la materia
del corpo, dotata di dimensioni, mossa meccanicamente, infinitamente divisibile, da un
lato e la “stoffa” della mente, non misurabile, priva di dimensioni, non attivabile con un
comando meccanico, non divisibile; ecco il suggerimento che il giudizio morale e il ra-
gionamento e la sofferenza che viene dal dolore fisico o da turbamento emotivo possano
esistere separati dal corpo. In particolare: la separazione delle più elaborate attività della
mente dalla struttura e dal funzionamento di un organismo biologico (ivi, 338-339).

La ricerca nell’ambito della letteratura in generale e della traduzione in


particolare è nata e si è evoluta con i limiti pregiudiziali del conservatorismo
cartesiano. Soprattutto per questa ragione il fallimento della traduzione mec-
canica (prima) e computazionale (poi) è stato accolto con compiaciuta sod-
disfazione dagli ideologi dello scetticismo. Ciò, del resto, è comprensibile: i
primi insuccessi, almeno temporaneamente, hanno allontanato l’idea pertur-
bante che l’Homo sapiens-sapiens, nel suo complesso, potesse (anzi, possa)
essere, come dice Steven Pinker, una “thinking machine” (1997, 59-148)37.
Il mistero è parso preferibile alla dimostrazione dell’inconsistenza del nostro
antropocentrismo metafisico. Giustamente, nella prefazione al libro di Ro-
ger Bell Translation and Translating, Christopher Candlin (1997, XI) scrive:
For someone who is professionally engaged in conceptualising and organising
postexperience programmes in Applied Linguistics […] the discipline of Translating has
always posed problems. Very largely, I suspect, because it has presented the twin (and
both equally inaccessible to the outsider) qualities of the guild and the mystery.

Anche così si spiegano le resistenze di grandi studiosi come George Stei-


ner di fronte alla sperimentazione scientifica e alla razionalizzazione dei ‘mi-
steri’ dell’arte. Pur avendo il merito di denunciare gli estremismi scientisti,
l’atteggiamento postmoderno di “allergia alla scienza” (Bloch 2000, 191)
giunge spesso a dogmatismi peggiori di quelli che vorrebbe combattere38.

36. Ciò non toglie, ovviamente, che anche gli scienziati siano fortemente condizionati dal-
le proprie convinzioni e perseguano ostinatamente ciò che già hanno deciso di trovare: è raro,
infatti, che i ricercatori, in particolare i teorici, siano disposti a lasciarsi sorprendere dai loro
risultati. Come sottolinea E.O. Wilson, “gli individui sono naturalmente romantici, hanno bi-
sogno di miti e di dogmi” (2001, 69).
37. L’idea, ovviamente, è seccante, ma, se è così, pazienza. Saperlo è decisamente inte-
ressante.
38. All’epoca di Galileo, l’idea che la terra girasse intorno al sole era considerata da mol-
ti non solo impossibile, ma sacrilega: da un lato, violava le dominanti ideologie teleologiche

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Uno tra i compiti più urgenti della traduttologia è, quindi, quello di diffon-
dere l’idea che, a differenza di esegeti e sacerdoti, i teorici della traduzione
possono assumere un atteggiamento più orientato al metodo scientifico:
gli scettici diranno che è impossibile. I fatti della scienza e l’arte non potranno mai essere
tradotti l’uno nell’altra. Questa è la risposta della saggezza popolare. Ritengo che sia
sbagliata (Wilson 2001, 134).

Qualcuno sosterrà che il rifiuto dei dogmi è esso stesso un dogma, ma è


un’arguzia che maschera una forma di autoritarismo: c’è una grande diffe-
renza tra dogma e ipotesi, tra verità imposta e postulato provvisorio39.
Una teoria della traduzione che non voglia emarginarsi dal generale pro-
cesso della ricerca scientifica dovrebbe indagare l’attività traduttiva come
insieme di operazioni altamente complesse, basate su processi decisionali
orientati a criteri e parametri (pattern). Il fine ultimo della teoria è quello di
far rientrare questi processi nel più generale quadro psico-cognitivo delle
attività mentali umane, di individuare ciò che accomuna (oggettivamente)
e ciò che distingue (soggettivamente) tutti i processi traduttivi al di là della
sensazione di impossibilità o di mistero che incutono. Questo non deve spa-
ventare:
Rendersi conto che dietro il comportamento umano più sublime vi sono certo meccani-
smi biologici non comporta una riduzione semplicistica alla meccanica della neurobiolo-
gia. In ogni caso, la parziale spiegazione della complessità per mezzo di qualcosa che è
meno complesso non significa impoverimento (Damasio 1995, 185).

Finora, invece, la teoria della traduzione ha fatto tendenzialmente il con-


trario: ha insistito, come osserva Bell (1997, XV), sull’“aneddotismo indi-
vidualista”, cercando di suddividere e differenziare tipologie mal definite,
alimentando l’assioma del ‘mistero’ e dando la sensazione fittizia che lo
scetticismo nei confronti del metodo scientifico sia non solo fondato, ma
moralmente giustificato. Infatti, ancora oggi negli studi sulla traduzione per-
mane un dualismo che non solo non è necessario, né giustificato, ma che è
dannoso. Ad esempio, si contrappone il concetto di “creazione dell’opera”
(ispirata) a quello di “costruzione dell’opera” (materiale), come se si par-
lasse di fenomeni di diversa natura (cfr. Legeżyńska 1997, 48). Ancora nel
1991, Carlo Carena (1991, 209) scriveva senza alcuna remora che chi tradu-

e antropocentriche, dall’altro era contro-intuitiva (infatti, secondo i nostri sensi, si muove il


sole e noi stiamo fermi).
39. L’irrazionalismo ha un aspetto autoritario ed è importante distinguere la positività del-
le critiche all’autoritarismo scientifico che hanno contribuito al progredire del pensiero epi-
stemologico – come quella dell’ermeneutica tedesca, del “pensiero debole” e del Dialogo sul
metodo di P. Feyerabend (1989) – dagli atteggiamenti di chi sfrutta il linguaggio della scienza
in nome dell’arbitrio: si veda l’implacabile denuncia di Sokal e Bricmont (1999), che hanno
smascherato talune mistificazioni decostruzioniste che hanno imperversato per decenni fino
a tempi recentissimi.

47
ce non dev’essere un “traduttore di mestiere”, ma un “letterato”, non solo
escludendo dal supposto ‘non-mestiere’ della traduzione chiunque traduca
la ‘non-letteratura’, ma negando che esistano competenze professionali nella
formazione dei traduttori. Nelle sue diverse gradazioni, questo pregiudizio
che non è giustificato neppure per le lingue antiche, ha avuto e continua ad
avere notevoli conseguenze in campo teorico, didattico e professionale: chi
traduce lavora sempre sulla lingua e non può esimersi dal suo studio in quan-
to sistema complesso.
In tal senso, la negativa contrapposizione tra letterati e linguisti che ha do-
minato tutta la traduttologia del XX secolo può essere vista come il tentativo
di contrapporre su base ideologica i “creatori” (i letterati) ai “costruttori” (i
linguisti): i primi, in realtà, collegano le premesse ai “ganci appesi al cielo”,
mentre gli altri indagano, con più o meno umiltà e pazienza, come funziona
il linguaggio e come gli umani usano le lingue.

7. La tendenza alle opposizioni binarie

7.1. Traduzione e interpretazione

Le contrapposizioni binarie hanno caratterizzato la teoria della traduzio-


ne fin dai suoi esordi medievali: testi sacri vs. “altri testi”, testi “letterari” vs.
testi “tecnico-scientifici”, testi scritti vs. orali, poesia vs. prosa ecc.
Particolarmente significativa e discriminante è stata la contrapposizione
tra traduzione (scritta) e interpretazione (orale) che ha portato pensatori, tra-
duttori e il vasto pubblico a considerare le due attività come radicalmente
diverse, come se si trattasse di azioni che non condividono né finalità, né
procedure, né requisiti40. Questa differenziazione ha avuto uno straordinario
successo ed è oggi attestata a livello disciplinare, didattico e accademico.
Anche questo pregiudizio ‘binario’, uno dei più radicati, è stato formula-
to programmaticamente da Schleiermacher (1993, 144-145). Nel già citato
saggio del 1813, lo studioso tedesco proponeva di basare l’approccio teori-
co sulla contrapposizione tra Übersetzung (traduzione scritta della scienza e
dell’arte) e Dolmetschung (traduzione orale della quotidianità)41, come se un
traduttore non interpretasse e un interprete non traducesse.

40. Con “interpretazione” viene intesa l’attività generale dell’interprete, mentre con “in-
terpretariato” si intende una prestazione professionale. Nella prassi universitaria e scientifica,
oggi il termine “interpretazione” è ufficialmente attestato per indicare ciò che fa l’interprete
e che auspicabilmente sostituirà definitivamente, anche nel mondo professionale, il termine
“interpretariato”. Tuttavia, a livello ministeriale, continuano a proporsi per i corsi universitari
etichette come “Traduzione e interpretariato” che rivelano ancora una scarsa capacità di sepa-
rare l’evento dalle competenze (mutatis mutandis, sarebbe come se “intervento [chirurgico]”
e “chirurgia” fossero termini intercambiabili).
41. La terminologia in tedesco è rimasta la stessa: Übersetzer è il traduttore dei testi scrit-
ti, Dolmetscher è l’interprete.

48
Se ci si concentra sulle concrete differenze che esistono nell’esercizio
delle due attività professionali del traduttore e dell’interprete (e tra le varie
modalità di traduzione orale), la cosa è comprensibile. Tuttavia, è seconda-
ria e posteriore rispetto a ciò che accomuna il tradurre in ogni sua forma. La
contrapposizione di Schleiermacher (1993) presenta, infatti, due seri e visto-
si problemi epistemologici: per prima cosa, non è epistemologicamente mo-
tivabile partire dalle differenze prima di vedere che cosa renda la traduzione
– scritta, parlata o segnata – il risultato di un analogo processo psico-cogni-
tivo (sarebbe come partire dalla differenza tra cani e gatti senza aver prima
considerato che sono entrambi animali, quadrupedi, mammiferi, domestici
ecc.); in secondo luogo, quello di semplificare la differenziazione al punto da
considerare la traduzione orale ‘fuori dalla teoria’, essendo “una questione
meccanica risolvibile da chiunque possieda una mediocre conoscenza delle
due lingue”, tale per cui “se si evita l’errore manifesto, c’è poca differenza
tra una conoscenza miglior e una peggiore” [sic!] (ivi, 147).
Il primo problema è stato superato. A mano a mano che l’interpretazio-
ne orale si attestava (a partire dal Processo di Norimberga) come attività
fondamentale a livello giuridico, politico, militare, professionale e sociale,
oggi, a distanza di due secoli dal saggio di Schleiermacher, l’interpretazione
orale ha ottenuto anche a livello universitario un legittimo status di disci-
plina accademica. Tuttavia, questo mutamento è così recente che solo una
decina di anni fa Mara Morelli (2005, 34) osservava come alcuni professio-
nisti continuassero a ignorare l’esistenza degli Interpreting Studies come
materia accademica, rivendicando “il carattere meramente pratico dell’in-
terpretazione”. È stato a partire dagli anni Cinquanta del secolo scorso che
sono apparse le prime pubblicazioni scientifiche dedicate alla teoria dell’in-
terpretazione e proprio questo settore pionieristico della teoria della tradu-
zione ha finalmente contribuito ad attirare l’attenzione degli studiosi alla
psicolinguistica, alla neurolinguistica e alle scienze cognitive (cfr. Riccardi
2002, 15 ss.)42. Sembra ovvio del resto, che attività di commutazione inter-
linguistica che richiedono sofisticate mnemotecniche siano il terreno ideale
per lo studio (anche sperimentale) della memoria a breve termine (cfr. Go-
dijns, Fabbro 2002) e del rapporto tra memoria e qualità della traduzione
(cfr. Errico, Morelli 2015, 61-79).
Il secondo problema, quello della differenziazione statutaria delle due
operazioni traduttive è ancora del tutto attuale. In sostanza, Schleiermacher
si era vistosamente sbagliato nel negare l’evidenza che traduzione e interpre-
tazione condividono la stessa immensa complessità. Se ci si basa sul “senso
comune”, può davvero sembrare che – operativamente – il cervello faccia
cose diverse se traduce oralmente o se, invece, la traduzione viene scritta. Ma
non è così. Basti considerare il fatto banale che chi scrive una traduzione, pri-

42. Per una sintesi storica dell’evoluzione degli Interpreting Studies (la migliore in lingua
italiana) cfr. Garzone 2001.

49
ma di scriverla, l’ha mentalmente già eseguita; scriverla è solo un modo per
registrarla, perché “scripta manent”. Ma oggi abbiamo anche le registrazioni
orali. La differenza, parrebbe, sta solo nella velocità di esecuzione e nell’im-
possibilità della traduzione orale di essere ‘corretta’ a posteriori. È una diffe-
renza significativa, ma che riguarda il processo redazionale a posteriori, non
il processo traduttivo in sé.
Ma c’è un’altra considerazione importante che dimostra la fallibilità del
‘senso comune’. Contrariamente a quello che sembra a prima vista, gli in-
terpreti di conferenza traducono spesso testi scritti (i relatori leggono comu-
nicazioni, diapositive, relazioni), che hanno tutte le caratteristiche del regi-
stro formale. Gli interpreti, in sostanza, non possono non avere dimestichez-
za con la lingua di registro alto, tipica dei testi scritti. Viceversa, altrettanto
esperti della lingua orale sono (o dovrebbero essere) i traduttori di narrativa,
cioè di testi abbondantemente costituiti da dialoghi orali che (se sono credi-
bili) rispecchiano i registri della lingua parlata: da Dostoevskij a Mann, da
Sallinger a Gary, la narrativa è piena di interiezioni, anacoluti, ridondanze,
intercalari, sottintesi, gergalità, ambiguità ecc. I testi della letteratura richie-
dono a lettori e traduttori una finissima conoscenza della lingua parlata.
L’idea che i traduttori letterari debbano sì conoscere la lingua normativa,
“lingua letteraria”, ma non necessariamente la “lingua della letteratura” (che
è tutt’altra cosa, cfr. Uspenskij 1994), è inspiegabilmente sopravvissuta fino
a oggi, tanto da far sorgere il quesito: ma come sono stati tradotti i dialoghi
dei “grandi romanzi” da persone che non erano bilingui e neppure parlavano
la lingua da cui traducevano?43
La storia evolutiva della teoria della traduzione non fa che rispecchiare
la difficoltà che incontra una nuova disciplina scientifica nell’intaccare gli
stereotipi che appartengono tanto al “senso comune”, quanto agli autorevoli
esperti di àmbiti che sono latamente ‘affini’, ma che sono sostanzialmente
estranei: più le convinzioni sono pregiudiziali, più sono radicate e più è dif-
ficile ai pionieri di una nuova area disciplinare far valere argomentazioni ba-
sate sia sull’evidenza, sia sulla logica.

7.2. Le tipologie testuali

La storica contrapposizione tra oralità e scrittura è fondata sull’idea che


i testi possano dividersi in tipologie così diverse tra loro da richiedere teorie

43. In realtà, la mancanza del bilinguismo non riguarda solo i dialoghi, ma anche la voce
narrante, che spesso è dialogica anche nei romanzi tradizionali. Vi sono pagine intere di ca-
polavori letterari tradotti in italiano in cui, semplicemente, non si capisce nulla; si tratta spes-
so di traduzioni che sono state indicate come capolavori e punti di riferimento per il pubbli-
co colto (valga per tutte l’esempio di Anna Karenina nella traduzione di Leone Ginzburg per
Einaudi, ritenuta la “migliore” in Italia fino agli anni 2000, essendo, invece, l’unica che è a
tratti incomprensibile).

50
diverse e, magari, contrapposte. Questo pregiudizio non solo è passato inos-
servato, ma è stato il punto di riferimento di numerosi tentativi, finalmente
‘scientifici’, di fondare un’analisi descrittiva utile ai traduttori. Le tipologie
testuali si distinguerebbero, nell’auspicio dei ricercatori, secondo criteri di-
screti, come, ad esempio, testi “denotativi” e testi “connotativi”. I primi sa-
rebbero i testi a base terminologica (tecnico-scientifici), che richiederebbero
la cosiddetta “traduzione specializzata”, viceversa i secondi, i testi “lettera-
ri”, o “espressivi”, chissà perché non richiederebbero una traduzione “spe-
cializzata”. Fin dagli anni Novanta, molti specialisti del settore negano che
il qualificativo “specializzata” possa essere tributato alla traduzione lettera-
ria, cosa contestabile sul piano logico, poiché qualsiasi tipo di testo richiede
una specializzazione (cfr. Salmon 2007, 2016). La separazione tra traduzione
“specializzata” e “letteraria” è anche, da decenni, la posizione del nostro Mi-
nistero, che impone ai futuri traduttori (studenti dei corsi magistrali) di deci-
dere se vogliono occuparsi di testi tecnico-scientifici o di testi letterari, come
a dire: se impari a fare una cosa, non puoi imparare a fare l’altra.
Contrariamente all’idea di alcuni studiosi di terminologia (terminologi),
i termini delle lingue professionali sono sempre convenzionali, provvisori
e sostanzialmente instabili, cioè pronti a rinnovare i nomi delle cose e dei
concetti, a mano a mano che entrambi si evolvono. Questo è dovuto alla
propensione degli individui e dei gruppi umani ristretti a creare nomi nuovi
ogni volta che cambia un concetto o la sua valutazione sociale (ad esempio,
il termine “portatore di handicap” si è trasformato in “diversamente abile” e
la parola, un tempo termine, “handicappato” è diventato un improperio del
registro basso della lingua ‘standard’).
Anche la propensione alla creatività linguistica e alla creazione di parole
nuove è onomasiologica. Riguarda infatti l’onomasiologia, la disciplina che
studia il modo di chiamare i concetti con nomi specifici. Le mutazioni ono-
masiologiche sono dovute a volte a nuove scoperte (si pensi all’ex termine
“microbo” che oggi non è più usato, perché troppo vago rispetto alle cono-
scenze su virus, batteri, protisti ecc.)44; altre volte, le mutazioni sono dovute
a motivi di ‘correttezza politica’ (politeness), la quale, a sua volta può anche
indicare una maggiore consapevolezza scientifica. Ad esempio, alcuni nomi
delle malattie, evolvendo, rendono datati o socialmente riprovevoli i termini
un tempo condivisi:
mongoloidismo → sindrome di Down → trisomia 21
Si può argomentare in modo dettagliato che i termini nascono, vengono
selezionati e cadono in disuso secondo le stesse ‘leggi’ che governano il suc-
cesso di tutte le parole e persino delle espressioni fraseologiche (cfr. Prandi
2009, Salmon 2016). Inoltre, due termini che in due lingue diverse indicano

44. Interessante, quanto tra la popolazione comune (anche istruita) permanga una sostan-
ziale e inspiegabile confusione tra virus e batteri.

51
lo stesso concetto raramente presentano una corrispondenza ‘uno-a-uno’; in-
fatti, anche i termini, come le altre parole della lingua ‘standard’ o dei col-
loquialismi, sono (o diventeranno) più o meno connotati. Ma, soprattutto, è
poco convincente l’idea che la terminologia sia stretto appannaggio dei testi
tecnico-scientifici.
Nel Manuale del traduttore di Bruno Osimo (2006, 132), si afferma che
scopo della terminologia, come àmbito specifico del testo tecnico-scientifi-
co, sia quello di trovare una singola parola per ogni oggetto/concetto, così
da escludere ogni connotazione a favore di una “denotazione pura”. Nei lin-
guaggi settoriali (o microlingue professionali), i termini avrebbero “uno e
un solo significato denotativo codificato e inequivocabile” (ivi, 108). Anche
Donatella Pulitano (2006) afferma che la terminologia ha la doppia funzione
di eliminare ogni forma di ambiguità intralinguistica e interlinguistica, e di
trasmettere conoscenza (come se un testo letterario non trasmettesse cono-
scenza). Federica Scarpa (2004, 69), in un noto e utile libro sulla traduzione
specializzata, presenta a sua volta una contrapposizione tra “approccio co-
gnitivo e razionale della traduzione specializzata” (che segue delle norme)
e “testo letterario”, supportata dall’assioma (riferito nelle parole dello stes-
so Osimo) che sia impossibile capire del tutto un testo letterario e trasporre
tutto quello che si è capito in un’altra lingua, facendo sì che il lettore della
traduzione abbia “le stesse possibilità di comprensione/incomprensione e in-
terpretazione presenti nell’originale” (ivi)45.
Per quanto paia sorprendente, questo postulato binario che contrappone
testi di tipo terminologico (specializzati) a testi di tipo letterario è stato vo-
lentieri adottato proprio nel campo della traduzione letteraria, ovviamente
considerando i testi della letteratura come “superiori” agli altri (cfr. capitolo
seguente).
In realtà, i testi che traduciamo sono tutti ‘fatti’ di lingua naturale, la qua-
le si forma, si diffonde e si canonizza seguendo sempre lo stesso insieme di
regolarità, a prescindere dalle funzioni che il singolo testo abbia nel contin-
gente processo di comunicazione (vi sono numerosissimi esempi di testi nati
come trattati scientifici o filosofici che vengono letti oggi come testi letterari,
basti pensare a Machiavelli o a Galileo). Questa posizione è tanto radicata,
quanto controvertibile sul piano logico, pratico, epistemologico.
I testi artistici, come narrativa e poesia hanno (talvolta, ma non sempre)
qualche complessità particolare nel violare aspettative e canoni, nel dosare,
per esempio, assonanze e dissonanze; a volte sono più difficilmente forma-
lizzabili (non sempre), ma sono sempre altamente informativi, a patto, ov-
viamente, che si definisca il termine “informazione”, uno dei concetti più
polisemici, discussi e contraddittori del contemporaneo dibattito scientifico

45. Scarpa cita la prima edizione di Osimo, nella seconda edizione (Osimo 2006), questa
citazione, immutata, è a p. 40.

52
(cfr. Aunger 2002, 136-158). Se l’informazione è un insieme di input che
modificano lo ‘stato del sistema’ (che può essere un’intelligenza umana o
artificiale), i testi narrativi possono, anzi dovrebbero programmaticamente
modificare la cognizione umana, apportando modifiche allo ‘stato del siste-
ma’. È peraltro bene argomentata l’idea che proprio i testi creativi, nel corso
dell’evoluzione della nostra specie, abbiano aiutato lo sviluppo delle abili-
tà cognitive: ad esempio, nel processo adattativo degli umani, la capacità
di narrare e sviluppare abilità poetiche ha facilitato la sopravvivenza e, per
l’appunto, la trasmissione di informazioni e conoscenze sul mondo, evitan-
do che si dovesse, a ogni generazione, imparare tutto da zero (cfr. McEwan
2005; Boyd 2009, 69-188). Del resto, se i testi (apparentemente) asettici che
accompagnano i farmaci avessero come funzione primaria quella di ‘infor-
mare’, perché sarebbero chiamati “bugiardini”?
Inoltre, chi ha pratica dei testi letterari sa che è difficile trovare un testo
narrativo del tutto privo di terminologia: sono innumerevoli i romanzi e i
poemi scritti a scopo ideologico, ma anche pieni di termini tecnici, scienti-
fici, professionali (a volte per pagine intere). Del resto, ogni testo artistico
ha anche altre funzioni oltre a quella “espressiva” (di solito, dominante) (cfr.
Lotman 1990, 90). Dal canto loro (come vedremo nel terzo capitolo), i testi
non artistici possono assumere in certi casi, spostati dal contesto, un funzio-
namento ‘artistico’ (ad esempio, parodico).
Qualsiasi criterio si proponga per la suddivisione delle tipologie testuali,
si otterrà un esito contraddittorio e, comunque, non discriminante sul piano
della funzione testuale, addotta di solito a ‘criterio guida’46. Ogni testo, an-
che quello che sembra più convenzionale ha un’inevitabile componente di
ibridità e ogni destinatario del testo (lettore o interlocutore), a seconda del
contesto (che definiamo come interrelazione tra i fattori wh-: chi, quando,
dove, come, perché, a chi), delle conoscenze e delle aspettative individuali,
può attribuire il dominio a una tipologia e a una funzione47.
A questo punto, si può ammettere che, per lo più, la funzione dominante
di un testo è oggetto di consenso, ma un conto è poter definire grosso modo
quali sono le tipologie, un altro è immaginare di poterle definire in modo
discreto, cioè oggettivamente distintivo. Dal punto di vista teorico, nessun
testo di per sé, a livello ontologico e materiale, può essere catalogato per

46. A che tipologia testuale va attribuito Il Principe di Machiavelli? (è un testo letterario?


o trattatistico? o politico?) e lo Zibaldone di Leopardi? (è filosofico? o aforistico? o didasca-
lico?) e il Genera Plantarum di Linneo? (è tecnico? o scientifico? o informativo? o prescrit-
tivo?) e un tema scolastico sul ruolo dell’istruzione? (è libero pensiero? o scrittura coatta? o
captatio benevolentiae?) e una lettera di auto-presentazione a un college americano (è un testo
creativo? o burocratico?) e un contratto di divorzio religioso ebraico? (è un testo giuridico? o
etnografico?) e una denuncia di furto? (è un testo amministrativo? o una sua parodia?), e l’ar-
ringa di un avvocato (è tecnico? o giuridico? o espressivo?) (riportato da Salmon 2007, 41).
47. I fattori wh- (wh- factors), che costituiscono i parametri contestuali, si chiamano così
per la radice inglese wh- delle parole: who [says] what, to whom, when, where, why.

53
genere, tipologia o funzione senza imbattersi in ostacoli logici e in contro-
esempi concreti:
Poniamoci una domanda: quali testi sono artistici e quali no? La difficoltà di una risposta
universale è nota a tutti. Qualunque regola venga formulata, immediatamente la viva
storia della letteratura offre tanti esempi da annullarla (Lotman 1990, 335).

Contrariamente al senso comune, è impossibile stabilire una distinzione


assoluta e valida sempre (tale, per esempio, da poter essere individuata da
un programmatore o da un computer) tra letteratura e trattatistica, tra testo
didascalico e persuasivo, tra testo impegnativo e testo divulgativo, e persino
tra poesia e prosa. Prendiamo proprio l’ultimo esempio: l’unica distinzione
strutturale e formale tra poesia e prosa sembra quella di considerare “poesia”
un testo incolonnato ‘più stretto’ di quanto lo sia il testo in prosa. Nessun al-
tro criterio sembra generalizzabile e incontrovertibile, ma in realtà neppure
questo criterio sembra contestabile: infatti, esistono testi che sono totalmente
ibridi. Nella raccolta del poeta russo Boris Ryžij E così via (2000), ad esem-
pio, troviamo alcune “poesie” come questa48:
Nei remoti e mesti quartieri, che al mattino sono umidi e vuoti, dove i lillà e gli altri fiori
paiono buffi e pietosi, c’è un palazzo di sedici piani, e lì sotto c’è un pioppo, e un acero
inutile e stanco che anela al cielo vuoto; sotto il pioppo c’è una panchina. S’è addormen-
tato lì e sogna il mare Dima Rjabokon’, lo scrittore.
S’era lasciato andare, aveva bevuto vodka: se n’era andato a fanculo da casa, gli era ve-
nuta voglia di partire, di andare al mare, ma alla stazione non era arrivato. Gli era venuta
voglia di partire, di andare al mare, perché è il limite del dolore. Aveva imprecato, sbrai-
tato e sulla panchina aveva preso a russare.
Ma il mare blu, il mare azzurro, per conto suo l’aveva raggiunto e, mattiniero e familiare,
gli aveva sorriso luminoso. E pure Dima aveva sorriso. E pur immobile, sdraiato, magro,
calvo, senza denti, davvero era corso verso il mare.
Correva e vedeva qualcuno sulla riva, una riva dorata.
Ma sono io, io pure, che proprio non riesco a raggiungere il mare: dondolandomi sull’al-
talena, mi sono addormentato; attorno qualche cespuglio. Nei remoti e mesti quartieri,
che al mattino sono umidi e vuoti (ivi, 442)49.

Questo testo è una poesia? Certamente sta in un libro di “poesie”, ma in


che cosa si differenzia, ad esempio, da un raccontino breve? Chi scrive o chi
traduce questo testo è un “poeta”? Chi può definirsi “poeta”?
Se conosciamo il criterio chiaro e giuridico per potersi definire “avvoca-
to” o “medico”, non esiste alcun criterio per definirsi “poeta”. Ad esempio,
se qualcuno scrive tutta la vita poesie che nessuno conosce e recensisce, può
definirsi “poeta”? Se le sue poesie sono “brutte”? Ha senso la definizione
“cattivo poeta”? E chi stabilisce che cosa sia “bello” o “brutto” in poesia?

48. Si intitola “Mare”. Questo testo è così importante e noto che il primo “verso” (?) dà il
titolo all’unica raccolta cumulativa di tutte le poesie di Ryžij (2015), Nei remoti e mesti quar-
tieri, che al mattino sono umidi e vuoti.
49. Traduzione mia, in stampa.

54
Se, per esempio, cito questi “versi”:
E solo, deluso, ancora sento
il fruscio dei frassini sul colle,
piegati al vento e ai miei sospiri […]

come fa un lettore a dire se sono per davvero “poesia”? Sono tratti dalla poe-
sia italiana detta “minore”? Oppure sono stati improvvisati in questo mo-
mento? Oppure sono un collage di tre versi di tre poesie diverse assemblati a
caso dal computer? O sono tradotti dal polacco?
E se i primi due versi si scrivono così?
E solo, deluso, ancora sento il fruscio dei frassini sul colle…

È “prosa lirica”? O “prosa” e basta?


Non possiamo offrire alcun assoluto criterio testuale per distinguere prosa
e poesia, neppure, si è visto, l’incolonnamento a centro pagina: se un extra-
terrestre giunto sulla terra fosse incaricato di dividere tutti i testi dei “poeti”
umani da quelli dei “prosatori”, quali parametri potremmo fornirgli, tali che
inserisca “Mare” di Boris Ryžij nella stessa pila dove ha messo “L’infinito”
di Leopardi? Nessuno.
Quando il criterio formale dell’incolonnamento dei versi non è sufficien-
te a distinguere la prosa dalla poesia, possiamo solo introdurre un’etichetta
ibrida, “prosa poetica”, e dire al marziano che faccia una terza pila. Ma, an-
che questa volta, l’etichetta sarà convenzionale, non assoluta: dove metterà
“Mattina” di Ungaretti? Probabilmente nella pila “poesia”, ma a quel punto,
il marziano ci chiederà: “che faccio delle imitazioni, delle parodie, delle tra-
duzioni? Le metto con Leopardi?”
In effetti, la manipolazione, l’imitazione, la contraffazione sono altrettan-
te “tipologie” a sé stanti? Possiamo davvero riferirci a una tipologia testuale
che si chiami “imitazione”? Ma quasi tutte le opere umane sono imitative…
E la parodia è una forma di “imitazione” o è una “tipologia” a sé stante?
Dove sta il confine tra la nobile imitazione di un conclamato artista (che dà
eco alle influenze dei suoi maestri) e un mediocre epigono (imitazione ‘igno-
bile’)? E a chi spetta decidere chi sia un “epigono” o un “corifeo”, chi un
vero “poeta” (“pittore”) o un “imbrattacarte” (“imbrattatele”)?
È insomma evidente che il diffuso pregiudizio del senso comune, secondo
cui “la poesia” può tradurla “solo un poeta”, è un’affermazione priva di logi-
ca: se già è problematico definire la “poesia”, definire un “poeta” è pressoché
impossibile. Infatti, non si è “poeti” per professione, ma non lo si è nemmeno
per titolo di studio. Parrebbe che sia “poeta” chi si proclama tale o (meglio
ancora) chi tale è considerato dagli “altri”. Ma chi sono questi “altri”? Chi ha
diritto di elargire questa qualifica?
Molti pensano ancora che il “poeta” sia una persona soggetta a “ispira-
zione”, intendendo una dote ‘esogena’, più o meno connessa (come indica
55
l’etimo) con lo ‘spirito’. In realtà, la parola ‘ispirazione’ rivela solo l’inca-
pacità di spiegare il funzionamento delle abilità computazionali inconsce. I
“poeti” sono persone addestrate dall’esperienza a ‘sentire’ il ritmo, le rime,
le consonanze, capaci di misurare ‘a orecchio’ la metrica e a costruire ana-
grammi spontanei senza bisogno di calcoli coscienti: il poeta crea ‘d’istinto’,
poi controlla, ritocca il metro, il ritmo, le rime, ma è la computazione incon-
scia a ‘dettare’ i versi. L’arte, come lo sport, è tecnica processata mediante
intuizioni e grazie alla proceduralità.
Come suggerisce Dennett (1997, 564), chi agisce in base all’intuizione
non sa formalizzare ciò che ha fatto, così lo attribuisce al “talento”, alla “ge-
nialità”, chiamati in causa quando non si sa spiegare un’abilità:
Ogni volta che qualcuno dice di aver risolto un problema “con l’intuizione”, ciò che
intende veramente è “non so come l’ho risolto”. Il modo più semplice di fare un modello
dell’“intuizione” in un computer si ha semplicemente negando al programma l’accesso al
proprio funzionamento interno. Ogni volta che risolve un problema e gli si chiede come
ha fatto, dovrebbe rispondere “Non lo so, m’è venuto per intuizione”.

Insomma, anche ammesso che qualcuno sia un “poeta” conclamato, do-


vremmo affidargli la traduzione di poesie (sperando di sapere che cosa siano)
anche se non conosce la lingua da cui dovrebbe tradurre? Esiste una quantità
notevole di grandi opere poetiche tradotte da poeti che dichiaratamente non
conoscevano per nulla la lingua di partenza. Viene da chiedersi: come hanno
fatto?
La teoria della traduzione ha anche lo scopo di rispondere all’insieme di
domande e problemi che abbiamo visto, di analizzare la complessità dei te-
sti e individuare i requisiti indispensabili ai professionisti della traduzione.
Come vedremo e come suggerisce la logica, più è complesso il testo, più
tecniche e requisiti sono richiesti. Come diceva Lotman (1990, 25), la lingua
naturale “ammette la traduzione”, ma ha al suo interno una “gerarchia di stili,
che permette di esprimere il contenuto di questa o quella comunicazione da
diversi punti di vista pragmatici [corsivo mio]”.
Ogni ordinamento o tassonomia tipologica legata all’essenza materiale
e formale del testo è, a livello teorico, attaccabile. È il consenso, la con-
venzione, la prassi a consentirci di stabilire cosa sia “poesia”, “letteratura”,
“testo tecnico” o “scientifico”. La stessa convenzione riguarda le professio-
ni e, quindi, anche la qualifica dei traduttori. Etichette come “traduttore let-
terario”, “interprete”, “traduttore specializzato” funzionano benissimo nella
prassi, nella professione, ma sono specializzazioni che si richiamano a una
competenza unitaria. Come nella pratica medica, esistono specializzazioni e
un ortopedico non cura l’infarto, ma ogni medico è tale se ha studiato tutte le
cliniche e se la sua specializzazione è successiva a questa generale capacità
di essere prima di tutto “medico”.
Le competenze che servono al traduttore per decodificare, formalizzare
e ri-codificare stili testuali diversi si ottengono con un faticoso, lungo ad-
56
destramento e vanno affinate e aggiornate quotidianamente per tutta la vita,
come avviene (o dovrebbe avvenire) in tutte le attività umane. Se durante
l’addestramento un apprendista traduttore ha affrontato ripetutamente e con
regolarità una grande quantità di testi diversi per finalità e stile, sarà in grado
di ricondurre il suo operato a un agire unitario, coerente. Solo allora dovreb-
be specializzarsi.
In sintesi, un modello teorico unitario sulla traduzione non è il punto di
arrivo, ma quello di partenza. Solo all’interno di una teoria unitaria si può ri-
uscire a valutare in modo sufficientemente oggettivo le differenze di registro
e stile, i problemi specifici e settoriali, per perseguire la sola equivalenza che
possa esistere tra due testi intercambiabili, quell’equivalenza che Lotman ha
definito pragmatica e che potrebbe definirsi, in alternativa, funzionale.

57
2.
LA RIFLESSIONE SULLA TRADUZIONE:
UN APPROCCIO STORICO-CRITICO

1. Il dominio del pensiero binario: la “bi-teoria”

La traduzione esiste, probabilmente, da quando esistono le lingue natura-


li; parrebbe, infatti, un fenomeno altrettanto naturale: dal punto di vista evo-
lutivo, per la sopravvivenza degli individui e dei gruppi, la traduzione poteva
consentire di comunicare con i ‘vicini’, di allearsi con gruppi ‘amici’ e di ne-
goziare con quelli ostili. Possiamo immaginare che forme di traduzione sia-
no esistite fin dall’antichità più remota, anche se solo la scrittura (che esiste
da poco più di 5000 anni) ha consentito che arrivassero a noi testimonianze
di testi bilingui (soprattutto glossari e lemmari) e solo la stampa (che è recen-
tissima) ha permesso che le traduzioni circolassero massivamente, divenen-
do la prima tappa della ‘globalizzazione della cultura’. In moltissimi casi (la
Bibbia è uno di questi), le traduzioni sono esponenzialmente più numerose
dei testi in lingua originaria.
Ricostruire la storia dei testi tradotti all’interno di ogni singola cultura
è un’impresa estremamente ardua, che è stata avviata in tempi recenti, ma
che richiederà un ingente impegno futuro, se ci sarà la volontà di investire in
progetti a lunga scadenza1. Si tratta, infatti, di migliaia di dati da raccoglie-
re, ordinare, archiviare (nel caso di singoli autori o di opere particolarmente
importanti, esistono già alcune ricerche affidabili, ma si tratta davvero di una
‘goccia nel mare’).

1. Al momento, siamo agli albori di questa ricostruzione storica: i prodotti della tradu-
zione sono un numero enorme, ma non sconfinato. La prima parte di questo lavoro dovreb-
be logicamente consistere nella catalogazione secolo dopo secolo, lingua dopo lingua, prima
delle traduzioni delle opere più note e, poi, di quelle considerate secondarie. Tuttavia, i nuovi
parametri di scientificità impongono che i ricercatori siano filologi e storici dei testi, esper-
ti di precisi periodi storici in precise aree culturali: questo fa sì che spesso si studino singoli
decenni significativi o le traduzioni di singoli autori o da singole lingue. La mole di questo
lavoro richiederebbe un interesse politico-culturale, una progettazione a lungo termine e in-
genti finanziamenti.

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Diversamente dalla storia delle traduzioni, cioè dei testi tradotti, la sto-
ria della teoria è stata parzialmente ricostruita e costituisce un’importante
branca della generale ‘teoria della traduzione’, anche se teoria e storia resta-
no due cose profondamente diverse: un teorico della traduzione non è uno
storico della teoria, ma un esperto dei processi traduttivi, che conosce per di
più, almeno a grandi linee, le tappe evolutive del pensiero teorico del passato.
Ripercorrere queste tappe è utile per ovvie ragioni culturali, ma soprattutto
per evitare che si ‘scopra l’acqua calda’, cioè che si fatichi per raggiungere
risultati già ottenuti in precedenza (cosa che accade di frequente nel caso del-
le ‘giovani discipline’, dove si è più propensi a sentirsi ‘pionieri’). Poiché la
cultura occidentale ha trascurato un’immensa mole di studi in lingue meno
accessibili, è facile che proponga come innovative idee che altrove sono note
da decenni2.
In generale, nella cultura cosiddetta “occidentale”, sia il pensiero teorico
sulla traduzione, sia la sua ricostruzione storica hanno avuto come origine e
come riferimento privilegiato il dibattito sulla traduzione della Bibbia. Non
solo la teoria della traduzione era nata, nel lontano passato, come riflessione
dei più noti traduttori dei “testi sacri”, ma la moderna traduttologia occiden-
tale è stata fondata, alla metà del XX secolo, da Eugene Nida, linguista ame-
ricano assunto nel 1943 dalla Bible Society allo scopo di aggiornare e con-
formare il processo traduttivo della Bibbia a standard di qualità. Nida (1945,
1964) può essere considerato l’‘anello di congiunzione’ tra la secolare teoria
della traduzione umanistica e la contemporanea traduttologia scientifica.
Prima del Novecento, tuttavia, la riflessione sulla traduzione delle Scrit-
ture non era mai stata compresa in un modello universale, basato sulla natura
delle lingue naturali, ma avanzata per postulare la specificità della traduzione
biblica rispetto a qualsiasi altra attività traduttiva: in quanto “parola di Dio”,
il testo “sacro” veniva programmaticamente distinto da ‘tutti gli altri testi’.
In altre parole, la teoria della traduzione ha per secoli ignorato il postulato
scientifico di generalità, fondandosi su presupposti fideistici e metafisici, e
generando una stabile scissione tra due àmbiti ideologicamente diversi e con-
trapposti: quello relativo, appunto, al “testo sacro” e quello relativo a “tutti
gli altri testi”.
L’assiomatica contrapposizione teorica di due macro-tipologie testuali, di
cui una fondata su base soggettiva (la fede), è epistemologicamente incoe-
rente e nuoce alla credibilità scientifica della disciplina. Tuttavia, fin dagli al-
bori del Medioevo, si sono contrapposte queste due “correnti traduttive” (cfr.
Pergola 2016, 5), rafforzandosi nel corso di circa un millennio, anche quando
la supposta “sacralità” non avrebbe più riguardato solo la Bibbia, bensì i testi

2. Se, ad esempio, si leggono i saggi meno recenti (i migliori) dell’antologia della tradut-
tologia polacca curata da Lorenzo Costantino (2009), si ha un esempio di ricerche lungimi-
ranti che proponevano negli anni Sessanta e Settanta del XX secolo temi che, spesso timida-
mente, vengono affrontati oggi dalla traduttologia “occidentale”.

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(soprattutto poetici) considerati “speciali” per importanza storica e culturale,
cui veniva tributata una superiorità “spirituale”. La prima delle due “corren-
ti”, quella propriamente religiosa, era stata inaugurata da San Gerolamo nel
IV secolo d.C. ed era legata alla traduzione in latino (da ebraico, aramaico e
greco) dei testi che componevano quell’insieme di opere variegate, comples-
se e disomogenee che oggi chiamiamo per antonomasia “Bibbia” (“i libri”)3.
La seconda “corrente”, posteriore (a partire dal IX-X secolo), riguardava la
traduzione in latino (soprattutto dall’arabo e dal greco) di testi scientifici,
prevalentemente di matematica, astronomia, fisica, medicina e filosofia (ivi).
Sebbene questa seconda corrente avesse prodotto traduzioni che avrebbero
reso possibile la rinascita umanistico-rinascimentale e la futura rivoluzione
scientifica del XVII secolo (ivi, 7), il pensiero cui anche ai nostri giorni si
riferisce il dibattito sulla traduzione in campo umanistico non si era svilup-
pato dalla riflessione sui testi scientifici e filosofici, bensì da quella sui “testi
sacri” della religione e della poesia. Pur variando la tipologia di testi che,
in epoche diverse, era considerata “alta”, il concetto di “sacralità” è rimasto
strettamente connesso all’idea metafisica che alcuni testi abbiano a che fare
con la sfera “spirituale”, mentre gli altri appartengono alla sfera materiale,
utilitaristica. Ancora oggi, i testi “alti” della letteratura sono recepiti come
una sorta di versione laica dei testi religiosi, soprattutto quelli poetici che più
si prestano all’idea di essere stati ‘ispirati’. Ancora oggi, i testi scientifici non
sono mai inclusi nei testi “alti”, anche se il loro impatto sulla cultura plane-
taria è cruciale, e neppure i testi di carattere tecnico o amministrativo, spesso
importantissimi per la vita sociale e politica di intere comunità (peraltro fon-
damentali per decifrare alfabeti e studiare le lingue più antiche). In quanto
non rappresentativi del mysterium che caratterizzava l’ascosa complessità
della “parola di Dio”, i testi secolari non parevano interessanti sul piano teo-
rico, come se la loro traduzione non creasse problemi o come se quei proble-
mi non fossero d’alcun interesse accademico4. Intesi come portatori di Verità
divina, i testi religiosi venivano considerati testi di ‘serie A’, così come quel-
li di ‘alto valore estetico-spirituale’, mentre i testi ‘umani’ (compresi quelli
scientifici) erano recepiti come testi di ‘serie B’.
Per chi li considera “sacri”, i testi di riferimento delle tre religioni mo-
noteiste rappresentano lo spartiacque che separa la Verità divina dalla verità
umana (compresa la conoscenza scientifica). Se si accetta il postulato della
natura divina di alcuni testi, è logicamente comprensibile l’idea che possano
e debbano essere teorizzati secondo un sistema di regole diverso rispetto agli
altri testi. Tuttavia, l’accettazione di questo postulato per un solo testo sacro

3. Spesso i fedeli non sanno che sia all’interno, sia all’esterno delle singole confessioni re-
ligiose, non c’è unanime accordo su che cosa debba intendersi come “Bibbia”.
4. Non molti anni fa si poteva ancora leggere che la “comprensione esatta dell’originale”
era “più ardua in un testo religioso” (Carena 1991, 209), senza peraltro che venisse fornita una
definizione di “comprensione”, di “esattezza” e di “arduità”.

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(il proprio), salvo rare eccezioni, ha implicato il corollario che il testo ‘sa-
cro per gli altri’ fosse un’impostura (è noto che cristiani, ebrei e musulmani
anche adesso negano la sacralità dei testi che sono “sacri” per le altre due
comunità, pur nella totale impossibilità di fornire criteri oggettivi per distin-
guere quali testi siano davvero “parola di Dio”)5.
In una cultura monoteistica basata su un’idea esclusiva di creazione e di
rivelazione (che esclude idee analoghe ma relative agli altri monoteismi), di
fronte a testi che, si credeva/crede o anche solo si ipotizzava/ipotizza, con-
tenessero/contengano la ‘parola di Dio’, il lettore-traduttore si trovava/trova
davvero e logicamente di fronte a un dilemma: sarà mai possibile rendere
accessibile questo testo divino in un’altra lingua senza travisare o deformare
il messaggio di Dio? Se un testo è stato trasmesso all’uomo da Dio in una
lingua X scelta da Dio, come si potrà convertirlo senza dissacrarlo in una lin-
gua Y, non divina? Se Dio ha scelto di rivolgersi agli uomini, suoi potenziali
credenti, attraverso una precisa lingua, è sacro solo il testo o è sacra anche
la lingua per il solo fatto di essere stata scelta da Dio? Può tradurre un testo
sacro un traduttore che non condivide la sacralità del testo (laico o apparte-
nente a un’altra religione)?
Come vedremo in seguito, le tre grandi religioni monoteiste hanno un
rapporto diverso tra loro rispetto a questi quesiti, ovvero rispetto ai propri te-
sti sacri, alla lingua in cui sono scritti, al loro ruolo nella vita quotidiana dei
credenti, alla possibilità che qualcuno dotato di alcune caratteristiche specifi-
che possa tradurli in altra lingua. Anzi, diverge proprio la posizione delle tre
religioni nei confronti della possibilità e legittimità della traduzione. Prima
di passare a considerare queste differenze, è opportuno ribadire che tutte le
religioni monoteiste considerano il proprio “testo sacro” diverso dagli altri
testi (compresi i testi sacri degli altri) e quindi meritevole di essere affrontato
a livello teorico e pratico ad hoc, secondo una teoria diversa dagli altri testi,
per i quali valgono altri criteri di interpretabilità e traducibilità6.
Basata sulla contrapposizione tra testi sacri vs. altri testi, dal Medioevo
fino ai giorni nostri, la teoria della traduzione ha assunto una struttura bina-
ria, ‘sdoppiata’, è stata, per così dire, una ‘bi-teoria’7. Per secoli si è postu-

5. L’unica eccezione parrebbe quella dell’AT, sacro per ebrei e cristiani, ma anche in que-
sto caso diverge non solo l’interpretazione del testo, ma anche l’applicazione dei precetti (i
cristiani, infatti, non osservano quasi nulla di quello che l’AT impone). Come vedremo, più
che criteri filologici o formali, quelli che determinano la supposta sacralità dell’uno o dell’al-
tro testo (ad esempio Bibbia vs. Corano) dipendono dal luogo, dall’autorità politica e dal nu-
mero dei fedeli in una permanente commistione tra cultura religiosa e politica (che crea spesso
profondi disagi, quando non discriminazioni, alle minoranze religiose).
6. Ovviamente, ci sono posizioni ecumeniche e di profondo rispetto reciproco. Cottini
(2000, 231), ad esempio, dice espressamente che un cristiano che legga il Corano non può
prescindere dal fatto che si tratta di un libro sacro, che quindi “non deve essere letto come un
qualsiasi altro libro di storia o di storie”.
7. Il concetto di ‘bi-teoria’ è molto simile a quello di “théorie dualiste” cui accenna appe-
na, ma utilmente, Jean-René Ladmiral (1994, 105-106).

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lato che, per testi di status diverso servissero due diversi sistemi di regole,
in certi casi contrapposti tra loro. La medesima opposizione binaria è stata
spesso proiettata anche sui traduttori. La bi-teoria si è così radicata da im-
pedire che qualcuno cercasse un modello teorico generalizzato che, prima di
postulare le differenze, indagasse ciò che accomuna tutti i processi traduttivi,
a prescindere dalle tipologie, dal formato dei testi e dalle coppie di lingue.
Iniziatore della bi-teoria è stato San Gerolamo, autore della più nota ver-
sione latina della Bibbia (detta “Vulgata”)8. Nel suo famoso scritto, “Liber
de optimo genere interpretandi”, il “santo traduttore”, pur in modo laconi-
co, fondava due teorie separate, introducendo il binomio fedeltà/libertà che
avrebbe drammaticamente connotato la bi-teoria nei secoli. Il saggio era in
realtà una lettera all’amico Pammachio (epistola 57, 5), in cui Gerolamo di-
fendeva il suo operato di traduttore di un’epistola del vescovo Epifanio al
vescovo Giovanni di Gerusalemme: tacciato di essere un “falsario” per i suoi
“delitti” di traduzione, si giustificava animatamente, appellandosi soprattutto
alla concezione retorica di Cicerone e Orazio. La “libertà” che aveva seguito
nel tradurre l’Epistola di Epifanio, infatti, rispecchiava proprio i dettami di
Orazio: “Non ti sforzerai di rendere fedelmente parola per parola il tuo te-
sto” (San Gerolamo 1993, 67). Come insegnava anche Cicerone, rendere il
testo “parola per parola” avrebbe significato privarlo “della forza e della pro-
prietà dei vocaboli”, restituendo ai lettori il “numero delle parole”, ma non il
“loro peso” (ivi, 66). Tuttavia, sottolineava Gerolamo, c’era un’eccezione a
questi princìpi: il criterio della “libertà” non poteva essere applicato alle Sa-
cre Scritture, poiché in quel caso “anche l’ordine delle parole racchiude un
mistero” (ivi, corsivo mio). Se, dunque, nelle traduzioni secolari era meglio
farsi “oratore” piuttosto che ligio “interprete”, questo non valeva per la Bib-
bia, di fronte alla quale, evidentemente, venivano meno i criteri della retorica
e della filologia. In virtù della sua sacralità, la Bibbia si sottraeva, secondo
Gerolamo, alle regole generali, reclamandone altre, ad hoc.
Il ‘doppio standard’ partiva dall’idea che nella Bibbia si nascondesse un
‘mistero’ qualitativamente diverso dagli enigmi interpretativi degli altri testi
e sufficiente a giustificare la sospensione del metodo ciceroniano (cui Gero-
lamo stesso si era attenuto per tradurre come “oratore” l’epistola di Epifanio;
ivi).
La bi-teoria si è poi sviluppata durante l’umanesimo: nonostante una so-
stanziale laicizzazione della cultura, i testi della cultura greca avevano as-

8. Il nome “vulgata” si riferisce proprio al “volgo”. Il verbo “volgarizzare” definiva, per


l’appunto, la conversione di testi “alti” in lingue più usate e meglio comprese dal popolo.
Quella in latino, infatti, era la prima edizione della Bibbia in una lingua (il latino) ben più ac-
cessibile ai lettori dell’ebraico e del greco (all’epoca, chi era in grado di leggere, leggeva il la-
tino). A partire dal Concilio di Trento, la traduzione latina di San Gerolamo sarebbe stata ca-
nonizzata dalla Chiesa cattolica romana, accrescendo smisuratamente il prestigio della “Vul-
gata”. Questo prestigio, a sua volta, ha contribuito a determinare che il latino, con ebraico e
greco, assurgesse al ruolo di lingua “sacra” del cattolicesimo.

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sunto il ruolo di testi così ‘alti’, da assumere anche una propria ‘sacralità’.
Successivamente, nel periodo del tardo rinascimento, fino all’illuminismo,
era stata la cultura francese ad assumere il ruolo di riferimento ‘alto’ rispetto
alle altre linguoculture, valorizzando l’idea, sempre binaria, che tradurre in
francese fosse una forma di nobilitazione del testo. Il periodo romantico, che
vede protagonisti i pensatori tedeschi, ripropone il primato della “letterali-
tà”: i testi letterari, soprattutto la poesia, vengono assunti come testi “alti”,
contrapposti ai testi “quotidiani” (bassi). Nel Novecento, questa binaria con-
trapposizione romantica si consolida, assumendo forme di palese irrazionali-
smo: si radica il pregiudizio, ad esempio, che la “poesia” sia più “spirituale”
dell’astrofisica e che nel “testo letterario” vi sia qualcosa (un ineffabile quid)
di più “nobile” rispetto ai testi scientifici: la scienza viene definita da Ortega
y Gasset (1993, 204) “brutta”. L’annosa idea che “la fede possa essere più
importante della qualità” e che “la fede sia la cosa più importante quando si
tratta del testo culturalmente più rilevante di una cultura” (Lefevere 1992b,
2-3) evidenzia un’errata equazione di fondo, secondo cui l’“originale” sareb-
be dotato di una irraggiungibile “qualità”, cui la traduzione può ambire solo
snaturando se stessa (cessando di essere “attività creativa dell’ingegno”).
Nessuno, né prima, né dopo, si è mai preoccupato di definire secondo cate-
gorie formali che cosa distinguesse le tipologie testuali, la “poesia”, il testo
“scientifico”. In realtà, ogni giudizio di letterarietà, superiorità o sacralità di
un testo è umano, storico e contingente9.
La contrapposizione, consacrata a suo tempo da Cartesio, tra mondo dello
spirito (Dio, Arte, Poesia) e mondo della materia (uomo, scienza, mercato),
è stata recentemente oggetto di ampie contro-argomentazioni scientifiche.
Senza mezzi termini, il celebre neuroscienziato Antonio Damasio, nell’omo-
nimo capolavoro del 1995, ha definito, si è detto, questa contrapposizione
l’“errore di Cartesio”: non esiste, dice Damasio, una res cogitans separata da
una res extensa. Eppure, nelle scienze umane, è diffusa a tutt’oggi l’idea che
esista una ‘spiritualità’ svincolata dal mondo fisico che, magari, non corri-
sponde più all’ispirazione divina, ma che certamente si contrappone al mon-
do ‘materiale’.
Le cose hanno cominciato a cambiare solo nell’ultimo ventennio del XX
secolo, con il lento ma progressivo affermarsi della traduzione come materia
di àmbito accademico e come ampia attività intellettuale, complessa, suddi-
visa in campi diversi, ma di eguale dignità (compresa la traduzione tecnica
e l’interpretazione orale). Questo processo è ancora in corso e, a oggi, per-
mangono radicati pregiudizi binari, secondo cui la traduzione dei testi ritenu-
ti ‘alti’ (spirituali) non può sottostare alle stesse regole degli altri testi (ma-
teriali). Vi sono molti professori e traduttori che sono refrattari anche solo a

9. Del resto, ancora oggi, non tutti sono d’accordo che i testi di Bob Dylan siano “lettera-
tura”, anche se così sembra stabilito dalla giuria del Premio Nobel. Ma chi stabilisce chi possa
stabilire che cosa sia “letteratura”?

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immaginare l’esistenza di un modello teorico unitario di traduzione, cioè di
un modello che – pur contemplando le profonde differenze tra le tipologie
testuali – possa partire dall’assunto che tutti i testi e tutti i processi traduttivi
debbano avere necessariamente una base comune10.
Proprio per cercare di scalfire gradualmente i pregiudizi ideologici che
contrappongono la “spiritualità” alla “materialità”, l’“arte” alla “quotidiani-
tà”, è utile analizzare come è nata e si è radicata l’idea che alcuni testi sia-
no ontologicamente superiori agli altri o che sia “superiore” la lingua in cui
sono scritti; ma, soprattutto, è indispensabile ricordare che, proprio tra i testi
considerati “sacri” dalle religioni e dai letterati, non ci sono testi “origina-
li” e che i copisti lavoravano e lavorano su copie (anzi, su copie di copie di
copie), fatte da persone che, “quasi senza eccezione”, non erano “consce di
scrivere la sacra Scrittura” (McDonald 2008, 205). Se anche mai è esistito
un testo divino, è stato modificato da comunità diverse in epoche diverse e
non esistono due soli manoscritti della Bibbia che siano identici (ivi, 209):
oggi ci rimangono, di quel perduto “originale”, solo meta-testi (testi derivati)
che scribi umani e traduttori hanno trascritto e, riscrivendoli, hanno inserito
(inconsapevolmente, ma anche deliberatamente) errori, omissioni, aggiunte
e modifiche. I dogmi e le norme confessionali delle religioni rivelate sono
fondati su testi ricostruiti in base a copie e traduzioni: il processo di ricostru-
zione di un originale perduto si basa su sofisticate tecniche di calcolo, ap-
plicate a tutte le copie del testo pervenute. Poiché queste copie contengono
discrepanze, possono essere proprio le traduzioni di copie anteriori perdute
ad aiutare a classificare i manoscritti, a dirimere le controversie e a suppor-
tare ipotesi interpretative. Per questa ragione, prima di considerare il diverso
approccio alla traduzione del testo sacro delle tre religioni monoteiste, me-
rita sottolineare la profonda affinità che accomuna la critica testuale, cioè il
lavoro del filologo, alla critica traduttiva. In generale, non solo la storia dei
testi tradotti, ma la traduzione stessa hanno molto in comune con l’ambito
della filologia. Per fare ipotesi sulla autenticità e affidabilità dei manoscritti,
servono competenze molto simili a quelle impiegate da chi traduca:
- autori che hanno lasciato varianti diverse dello stesso testo (basti pensare
a versioni modificate per gusto o censura di una stessa poesia o canzone,
come nel caso di Konstantinos Kavafis o di Francesco Guccini, ma anche
a edizioni diverse di taccuini e diari);
- lo stesso testo scritto in due lingue diverse (ad esempio della cosiddetta
“autotraduzione”, come nel caso di Lolita di Vladimir Nabokov);
- stampe di un testo di cui non si è conservata la versione d’autore (come
nel caso della Commedia dantesca, ma anche dell’Idiota di Dostoevskij);

10. Naturalmente, quelle stesse persone sarebbero d’accordo nell’ammettere che, pur es-
sendo ogni corpo umano unico e diverso dagli altri, esiste un’anatomia comune che permette
alla medicina, in base al principio di generalizzazione, di agire secondo il metodo di deduzio-
ne e induzione.

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- un manoscritto o un dattiloscritto unico e autoriale, ma con correzioni
e indicazioni ambigue o di non certa paternità (è il caso dei diari, dei
taccuini, di racconti, romanzi e poesie di autori di ogni epoca).
Di tutte le discipline umanistiche, la filologia è quella da cui si dovrebbe
partire per studiare la teoria della traduzione. In primo luogo, le competenze
filologiche di base sono competenze necessarie (seppur non sufficiente) del
traduttore; in secondo luogo, la filologia è il campo di studi umanistici che
più si avvicina alle discipline formali e sperimentali: i criteri seguiti dai cri-
tici del testo sono, infatti, estremamente rigorosi e basati sulla condivisione
di regole procedurali; queste regole comprendono i metodi di congettura atti
a ricostruire i testi perduti, quindi sono le sole regole disponibili per stabilire
quale versione di un testo manoscritto vada assunta come TP per progettare
una traduzione.

2. Filologia e traduzione

Con il termine “filologia” si possono indicare attività piuttosto diverse tra


loro11. Qui il termine sarà considerato nella sua accezione più tecnica, ovvero
come l’attività di analisi linguistico-testuale atta a ricostruire, interpretare ed
editare testi o documenti manoscritti e dattiloscritti (ma, in certi casi, anche
stampati o elettronici)12. Così inteso, il mestiere del filologo mira a ricompor-
re un testo di cui la tradizione ha lasciato vari esemplari, nessuno dei quali è
il testo autografo (l’“originale” dell’autore). Queste copie parzialmente di-
verse tra loro possono derivare da uno stesso testo-capostipite, detto arche-
tipo, oppure appartenere a un gruppo di testi di redazione diversa. Il filologo
opera una valutazione critica delle fonti e delle testimonianze scritte (i vari
manoscritti di uno stesso testo si chiamano, infatti, testimoni) che vengono
collazionate, cioè segmentate, confrontate e ricomposte in un’edizione arti-
ficiale (detta edizione critica), che mette insieme le soluzioni più affidabili
presentate da ogni manoscritto (come si è detto, secondo regole chiare e, per
lo più, condivise).
Per definire i procedimenti di edizione critica di un testo perduto, esiste
un’altra parola italiana, più tecnica e più precisa: ecdotica. In alternativa, si
può usare il termine tedesco Textkritik (ricorrente anche in inglese)13. In casi
particolari, tra le competenze dei filologi rientra anche la capacità di decifra-

11. In lingue diverse, il termine greco “philologia” assume connotazioni un po’ diverse:
ad esempio, l’inglese “philology” indica soprattutto la “storia della lingua” e la “linguistica
storica”, mentre il russo “filologija” riguarda lo studio delle “lettere” in genere.
12. Paradossalmente, nella nostra realtà digitale, le cose peggioreranno sempre più, vi-
sto che i testi si moltiplicano, si copiano e si manipolano, riempiendosi di modifiche ed errori
(questo vale per qualsiasi testo, non solo per le traduzioni).
13. Nelle lingue slave, per indicare la scienza che studia l’edizione critica dei testi è diffu-
so il termine tekstologija/tekstologia.

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zione (interpretazione di codici dimenticati, ad esempio i geroglifici o i ca-
ratteri cuneiformi) e di decrittazione (rilevamento della ‘chiave’ per rendere
comprensibili testi consapevolmente crittografati).
Le scelte del filologo (come quelle di qualsiasi studioso, medico, scien-
ziato) sono parzialmente soggettive, ma mai arbitrarie: sono infatti fondate
su criteri specifici, consapevoli e convenzionali (ad esempio, sulla distinzio-
ne tra errori e varianti, e sulle diverse tipologie di errori). Di conseguenza,
sono valutabili e confutabili da parte degli altri specialisti in base a parametri
condivisi:
La critica del testo fornisce appunto procedure razionali per arrivare a formulare l’ipotesi
più probabile su come era l’originale e su come si è articolata, nelle grandi linee, la sua
trasmissione fino ai testimoni conservati (Stussi 1985, 9).

Il filologo cerca tutti i manoscritti che riesce a trovare di un determinato


testo (talvolta, negli archivi sparsi in Paesi diversi) e li confronta (collazio-
na), creando una gerarchia organizzata in modo diacronico, cioè un albero
genealogico della tradizione manoscritta, detto stemma. Lo stemma indica in
quale ordine cronologico quale testo sia stato copiato da quale altro testo e
quali manoscritti intermedi risultino mancanti (proprio come si farebbe rico-
struendo una dinastia)14. Questa procedura è stata necessaria per numerose
opere che abbiamo letto a scuola, come la Divina Commedia (senza, magari,
che capissimo in classe per quale ragione i nostri compagni avessero edizioni
con parole o frammenti diversi dal “libro di testo”).
La filologia ha un rapporto diretto con la traduzione non solo per il repe-
rimento del TP, ma anche, come si è anticipato, perché l’analisi del filologo
comprende anche le varianti tradotte in altra lingua di testi manoscritti stu-
diati; infatti, alcune traduzioni potrebbero rifarsi a copie perdute più antiche
rispetto ai testimoni che ci sono pervenuti.
L’approccio filologico aiuta anche a comprendere la necessità epistemo-
logica di distinguere tra autore e testo (cfr. Antonelli 1985, 173), sfatando
l’idea che un testo vada ricostruito secondo la “volontà” o l’“intenzione”
dell’autore. Filologi e traduttori lavorano sui testi e lo fanno tanto meglio,
quanto più privilegiano la materialità del testo rispetto alle ‘illazioni’ su dati
esterni e non ricostruibili:
Se non esiste metodo scientifico possibile per la ricostruzione del testo secondo la vo-
lontà dell’Autore, se per limitare i danni occorre rispettare un “testo” inteso come docu-

14. Questo metodo porta il nome del filologo tedesco Karl Lachmann (1793-1851) ed è
il più diffuso nella pratica ecdotica. Peraltro, il criterio dell’ordine cronologico, potrebbe non
essere il migliore quando si trovino manoscritti autografi dello stesso testo, ma diversi tra loro
(per esempio, due varianti della stessa poesia). Quando si tratta, invece, di dattiloscritti, l’ana-
lisi dell’auctoritas diventa più complessa (non è facile dimostrare che le stesse dita abbiano
‘battuto a macchina’ due testi diversi). Con i file elettronici è più facile risalire alla datazione
e spesso anche alla fonte del documento, ma le manipolazioni sono possibili.

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mento, ma oggettivamente esso stesso già rappresentante di innovazioni rispetto alla vo-
lontà dell’Autore, dunque di una fruizione e di una interpretazione nuova e storicamente
collocata nel tempo, allora, da un punto di vista teorico, si dovrà ammettere che il testo
stesso è un valore storicamente dato e di fatto potenzialmente indipendente dall’Autore
(ivi, 173-174).

La componente progettuale della traduzione trova nella filologia un eccel-


lente modello epistemologico fondato sul rigore del “mestiere”: sulla ricerca,
la computazione e l’esercizio15. Come il filologo, praticando il mestiere, il
traduttore acquisisce esperienza: supera ostacoli diversificati, arricchendo le
sue competenze e la propria capacità di valutazione e previsione.
Entrambi, filologi e traduttori, operano in base a congetture. Le congettu-
re non sono illazioni soggettive, ma operazioni mentali “euristiche”, ovvero
calcoli probabilistici indispensabili quando mancano alcuni dati e/o il tempo
necessario per computarli (il concetto verrà ripreso nel capitolo seguente)16.
Come il filologo, il traduttore opera piccole o grandi congetture a tutti i livelli
operativi: durante la ricezione del TP, durante il processo di ri-codificazione
del TA, durante la valutazione del TA. Pur lavorando in millisecondi, il tra-
duttore professionista continua a computare, frase per frase. Interpretare si-
gnifica ricostruire nessi tra i dati anche laddove non ci sia una soluzione uni-
ca e univoca. Il traduttore, grazie al supporto della filologia, può procedere
secondo questo schema:
- (congettura 1) se i dati disponibili del TP sono ambigui, si valutano le ipo-
tesi e le ambiguità;
- valutazione di tutte le informazioni di una frase (unità di testo) del TP;
- (congettura 2) ipotesi sul modo in cui l’avrebbe scritta/detta l’autore se la
sua lingua nativa fosse stata quella di arrivo;
- (congettura 3) ipotesi sul modo in cui i destinatari del TA lo recepiranno,
valutando che debba essere analogo al mondo in cui i destinatari di par-
tenza, coevi dell’autore, recepivano il TP17.
Nel caso di ambiguità, se il testo è contemporaneo al traduttore, si consi-
dera che l’ambiguità sia un importante artificio del TP e lo si riproduce allo
stesso grado nel TA. Se invece il testo è cronologicamente distante, come il
filologo, il traduttore si chiede se l’ambiguità sia dovuta allo slittamento se-

15. Il celebre filologo russo Dmitrij Lichačëv (1983, 31) ha scritto esplicitamente che “la
critica testuale è un mestiere”.
16. Applicato all’ambito della semiotica, lo stesso concetto è rappresentato dal termine
abduzione, che indica un “processo inferenziale”, ovvero un’ipotesi probabile: “L’abduzione
è un procedimento tipico mediante il quale nella semiosi si è in grado di prendere decisioni
difficili quando si seguono istruzioni ambigue” (Eco 1995, 224-225).
17. Ovviamente, se due destinatari del TP lo recepiscono in modo lievemente (soggetti-
vamente) diverso (la diversità aumenta con l’espressività del TP), proprio questa potenzialità
del TP va trasmessa al TA.

68
mantico del lessico e/o alle mutazioni sintattiche occorse nel tempo, o se in-
vece, anche in questo caso, si tratti di un artificio specifico del TP.
Per nessun tipo di testo le ambiguità, le lacune e le contraddizioni dei
manoscritti hanno implicato congetture più difficili e più violentemente di-
scusse di quanto sia accaduto, e ancora accada, con i testi ritenuti “sacri” dai
credenti delle rispettive religioni. Miliardi di persone al mondo, oggi, ve-
nerano e seguono come modello di vita testi considerati “sacri” che sono il
risultato di un processo di ricostruzione e traduzione umana, non solo basa-
to su congetture, ma condizionato dall’ambiente, cioè dal contesto politico,
ideologico, culturale.

3. I testi “sacri” e la ‘parola di Dio’18

Il testo sacro, inteso come “parola di Dio” rivelata agli uomini, è lega-
to alle tradizioni monoteiste che hanno fortemente condizionato il pensiero
umano e il rapporto della cultura con l’ignoto. L’AT, i Vangeli, il Corano – in
un complesso intreccio di cronache, narrazioni, prescrizioni e proscrizioni –
si presentano come mediazione di un messaggio divino dal valore profetico
che ha il molteplice compito di rivelare la ‘Verità’, fornire norme di compor-
tamento e trasmettere narrazioni che supportino l’idea di un rapporto privi-
legiato di Dio con un gruppo circoscritto di creature umane (che si distingue
da tutti gli altri secondo uno schema binario: fedeli/infedeli, ebrei/gentili,
cristiani/pagani ecc.)19.
Paradossalmente, pur essendo l’auctoritas dei testi sacri di ebraismo, cri-
stianesimo e islam filologicamente molto confusa e ambigua, i testi vengono
presentati ai rispettivi fedeli secondo un postulato di Auctoritas: viene detto
loro che il testo sacro è “parola di Dio” in quanto Dio stesso, direttamente o
indirettamente, ne è l’Autore. Chi dubita dell’origine divina del testo sacro
della propria cultura viene guardato, nel migliore dei casi, con diffidenza e
fastidio da coloro che sono meno consapevoli delle diatribe filologico-testua-
li avvicendatesi nel corso dei secoli.
Se davvero si crede che un testo contenga la Verità divina, qualora le sco-
perte scientifiche contraddicano le affermazioni di quel testo, al fedele può
essere imposto di disconoscere il valore della scienza o di compiere una sorta

18. In questo paragrafo vengono esposte solo alcune considerazioni generali su studi con-
dotti da altri studiosi, senza alcuna pretesa di offrire dati aggiornati né, tanto meno, esaustivi.
Data l’importanza storica del dibattito sul tema religioso, è comunque importante offrire una
sintesi che ne illustri la straordinaria complessità.
19. Si noti, ad esempio nella nostra lingua, l’uso politicamente scorretto della parola “cri-
stiano” come sinonimo di “essere umano”, ma anche l’uso dell’espressione “nome di battesi-
mo” per indicare il primo nome di una persona. Si noti ancora l’uso (ad esempio nei tribuna-
li americani) di attestare giuridicamente l’attendibilità di un teste, facendogli giurare con la
mano su un “testo sacro” (ad esempio, la Bibbia) di dire “la verità, nient’altro che la verità”.

69
di separazione tra la logica argomentativa e la fede: del resto, se i testi sacri
delle religioni non venissero considerati “parola di Dio” e portatori della Sua
“Verità”, l’impalcatura della religione rivelata crollerebbe.
Quando c’è contraddizione tra la ‘Verità’ assoluta e immanente della re-
ligione e la ‘verità’ relativa e contingente della scienza, esistono alcune ‘so-
luzioni’. Una, per esempio, è negare del tutto il contributo della scienza pur
di non intaccare il significato ‘letterale’ del testo sacro: si pensi che i cosid-
detti “creazionisti”, a dispetto di qualsiasi dato scientifico, affermano oggi
(in base all’AT) che il mondo esista da circa 6000 anni. Un’altra possibilità è
quella di indagare con i mezzi della filologia i testi sacri, ipotizzando che vi
siano significati nascosti, ma accessibili, che possono rivelare nuove infor-
mazioni sulla “parola di Dio”: si cerca quindi uno ‘spazio interpretativo’ per
conciliare i dati della scienza con il testo sacro. Una terza strada è attribuire
al testo sacro un valore metaforico, simbolico, che indichi un percorso etico
forte e stabile, ma suscettibile di essere interpretato secondo parametri nuovi
in epoche diverse: in questo caso, l’assioma della Verità rivelata ‘perde rigi-
dità’, ma questo può suscitare scontento tra i conservatori che intendono la
(propria) rivelazione come un messaggio univoco, universale, ‘ortodosso’.
Infine, un’ulteriore possibilità è quella di supporre che un preciso testo sa-
cro offra modelli non tanto metaforici, quanto esoterici, nascondendo, dietro
semplici parole, un codice meta-linguistico accessibile solo a una stretta cer-
chia di accoliti in grado di decifrarlo: per esempio, nel caso della Kabbalah
ebraica, o di altre correnti mistiche, si possono individuare complesse cor-
relazioni tra lettere e numeri che potrebbero offrire un codice alternativo a
quello meramente linguistico20.
In ogni caso, a prescindere dalla fede e dalla modalità di risolvere le con-
traddizioni con i dati scientifici, i testi sacri delle religioni rivelate presentano
enormi problemi di tipo filologico. Ebraismo, cristianesimo e islam dispon-
gono solo di copie dei rispettivi testi sacri, copie che sono spesso posteriori
di secoli rispetto ai testi originari: le varianti codificate per i fedeli in edizioni
canoniche vengono ufficializzate dalle autorità della comunità religiosa se-
condo umani criteri storici e ideologico-interpretativi. Ovviamente, la man-
canza degli “originali” rende la traduzione dei testi ‘sacri’ particolarmente
problematica, ma è problematica anche l’inclusione o esclusione dei testi o
di alcune copie dei testi dal canone attestatosi nella tradizione di ogni singola
religione: prima ancora di tradurre la Bibbia, si deve decidere cosa venga in-
cluso o escluso dai due Testamenti (McDonald 2008, 204). Talvolta, del resto,
tra le traduzioni in altre lingue diverse, paradossalmente, può trovarsi un fram-
mento tradotto da una versione più antica del testo considerato canonico. Ad
esempio, la traduzione in greco dell’AT definita in latino Septuaginta (“Bibbia

20. Nella tradizione ebraica, come in quella latina, i numeri erano codificati con le lette-
re dell’alfabeto.

70
dei Settanta”)21, almeno per alcuni traducenti, potrebbe essere più affidabile
della versione masoretica ebraica, posteriore di circa un millennio22: questo è
emerso dopo il ritrovamento (nei pressi del Mar Morto negli anni Quaranta
e Cinquanta del XX secolo) dei manoscritti ebraici di Qumran, che risalgono
in parte all’epoca pre-cristiana (cfr. Evans 2008, 16). Ma anche su questo esi-
stono interpretazioni e non certezze, visto che “quello che a uno studioso pare
una variante del testo ebraico ricostruita rigorosamente è per un altro la resa
tendenziosa del traduttore” (Tov 2008, 32) e, per ogni variazione dei Settanta
rispetto al testo ebraico, si possono trovare, tra gli studiosi, opinioni diverse e
“pochi criteri obiettivi per valutare” (ivi).
La questione se un testo tradotto sia affidabile sul piano della fede e,
quindi, la discussione sulla legittimità stessa della traduzione dei testi sacri,
resta aperta. In ambito cristiano, in particolare, domina per lo più l’idea che
tradurre la Bibbia sia possibile e legittimo: a prescindere dalla lingua, la Ve-
rità della Bibbia può essere preservata e trasmessa all’umanità in qualsiasi
idioma. Altri non condividono questa opinione. Nel caso del Corano, come
vedremo, domina la convinzione opposta: se il testo arabo è così comples-
so da evocare molteplici associazioni, rimandi e interpretazioni, e se questa
ricchezza è legata alla specifica forma della parola originaria in arabo, la
traduzione, per principio, non può conservare l’immenso retaggio interpre-
tativo del testo arabo, sebbene nessuna delle copie del Corano in arabo sia
l’“originale” perduto. Per chi assuma l’ottica della sacralità sostanziale e for-
male del testo sacro, la traduzione (in quanto sostituzione della lingua sacra
con una ‘non sacra’) può essere vista addirittura come processo di dissacra-
zione e, di conseguenza, come operazione di dissidenza religiosa (eresia) o di
azione demoniaca: soprattutto nelle epoche degli scismi e delle riforme reli-
giose, “un traduttore poteva essere giustiziato solo per aver reso in un parti-

21. La Septuaginta, realizzata ad Alessandria d’Egitto all’inizio del III secolo AC, resta a
tutt’oggi il testo ufficiale della Bibbia greco-ortodossa ed è tradizionalmente considerata an-
che da alcuni cattolici più importante del testo masoretico ebraico. Questa traduzione dall’e-
braico al greco, basata su una versione del testo ebraico andata perduta, pare fosse stata com-
missionata per la comunità ebraica alessandrina che parlava solo greco. Si chiama così per-
ché, stando alla leggenda, erano stati riuniti 72 esperti filologi-traduttori che avevano tradotto
separatamente il testo, per poi verificare l’unanimità delle loro scelte traduttive. Secondo al-
cuni studi, il testo da cui i 72 esperti avevano tradotto non era però quello in alfabeto ebraico,
ma un testo già traslitterato in alfabeto greco (cfr. Vaccari, online; Buzzetti 1993, 35-37; per
una disamina filologica, cfr. Martone 2012). Se le cose stanno così, visto che, come vedremo,
solo poche vocali dell’alfabeto erano segnate nei manoscritti ebraici (essendo quello ebraico
un alfabeto consonantico), resta da chiedersi con quali congetture, durante la traslitterazione,
fossero state inserite in alfabeto greco le vocali che l’alfabeto ebraico non segnava. Comun-
que sia, la Bibbia dei Settanta ha avuto ed ha ancora un ruolo primario nelle nuove traduzioni
della Bibbia in altre lingue (Wooden 2008, 133)..
22. Gli scribi e interpreti ebrei detti “masoreti”, a cavallo tra il X e XI secolo d.C., avevano
concluso una secolare revisione testuale dell’AT ebraico, utilizzando i manoscritti sopravvis-
suti alla distruzione del secondo tempio di Gerusalemme (70 d.C., a opera di Tito). La versio-
ne della Bibbia ebraica usata oggi dagli ebrei è detta “testo masoretico”.

71
colar modo una frase del testo” (Bassnett-McGuire 1993, 81). Questo spiega
l’atteggiamento caustico o battagliero dei grandi traduttori, consapevoli dei
rischi cui andavano incontro23.
Pur in estrema sintesi, queste considerazioni spiegano perché la traduzio-
ne del testo sacro si sia prestata a divenire il ‘terreno’ ideale per riflettere sulla
responsabilità del traduttore e per chiedersi chi fosse affidabile come tradut-
tore: non solo i copisti dei testi sacri dovevano essere affidabili sul piano della
fede, prima ancora che per le loro competenze filologiche, ma anche i tradut-
tori, per essere affidabili nel ri-creare la “parola divina” in una lingua ‘laica’,
più delle competenze bilingui, dovevano dimostrare di essere ‘buoni fedeli’.
La posizione dei tre monoteismi nei confronti del rispettivo testo sacro e
della sacralità della lingua in cui era stato originariamente scritto (o antica-
mente tradotto) è interessante per comprendere le radici del dibattito sulla
traducibilità dei testi “alti” che molto ha condizionato il dibattito sulla tradu-
zione in generale24.

3.1. Testo biblico e traduzione nell’ebraismo

La società occidentale, definita “giudaico-cristiana”, ha un legame pri-


vilegiato con la Bibbia: l’AT è un testo “sacro” sia per l’ebraismo, sia per il
cristianesimo, sebbene nell’ebraismo non si possa parlare di “Antico Testa-
mento”, in quanto non ne esiste uno “nuovo” (quindi la dicitura più corretta
è “Bibbia ebraica”). Nell’ebraismo, tuttavia, il testo sacro per eccellenza è
la Torah, che comprende solo i primi cinque libri dell’AT (Pentateuco), seb-
bene anche gli altri siano un patrimonio fondamentale della cultura ebraica.
Ancora oggi, la Torah viene letta e studiata dagli ebrei osservanti in lingua
ebraica (nella versione masoretica) e con dedizione quasi quotidiana. L’e-
braico della Torah è definito (in ebraico e per antonomasia) “lingua santa”
(“lashon ha-kodesh”) ed è assunto come lingua liturgica.
L’esempio dell’AT ebraico è utile da considerare non solo perché è il ri-
ferimento principale di alcune note teorie della traduzione (cfr. Nida 1945,
1964, Nida e Taber 1982), ma anche perché, dal punto di vista materiale e
filologico, la scrittura ebraica in cui sono state tràdite (cioè trasmesse a noi)
le copie manoscritte del Pentateuco presenta alcune ‘fatali’ caratteristiche
delle scritture semitiche (condivise anche dall’arabo coranico): da un lato,
queste caratteristiche inficiano l’idea che possa esistere una “Verità” asso-

23. Etienne Dolet fu condannato da un tribunale per la propria interpretazione di Plato-


ne; anche nella lontana Russia, lo spirito innovatore di un erudito religioso di origine italiana,
Maksim Grek (Massimo il Greco), traduttore dal greco in latino del Salterio, durante la sua
permanenza in Russia, per alcune sue scelte traduttive, fu perseguitato, accusato di eresia e
condannato alla clausura.
24. Per una sintesi sulle principali tappe storiche delle traduzioni bibliche, cfr. Buzzetti
(1993, 32-55).

72
luta dell’originale; dall’altro, dimostrano l’impossibilità di leggere e com-
prendere i manoscritti antichi senza la procedura filologica delle congetture.
Quello ebraico, infatti, è un alfabeto consonantico, cioè trascrive per lo più i
soli suoni delle consonanti che costituiscono la radice della parola (eccetto,
in alcuni casi, la ‘i’ e la ‘o’/‘u’), formata per lo più da tre consonanti; i suoni
delle vocali, ovviamente, esistevano (ed esistono oggi nell’ebraico parlato),
ma venivano omessi nella scrittura (e anche oggi sono quasi sempre assenti).
Si immagini di dover leggere in italiano la sequenza consonantica mlt,
dovendo decidere in base alla verosimiglianza contestuale se sia amuleto,
molto, milite, malto, omileta, multa, ecc.: senza contesto, sarà difficile,
se non impossibile, trovare una soluzione certa. Comunque, in questo caso,
un contesto in buona parte senza vocali crea un rompicapo anche in una lin-
gua radicale, dove le previsioni sono comunque guidate (a differenza dell’i-
taliano) da un nesso semantico25. Del resto, però, questo sistema pare legato
a una modalità cognitiva universale, visto che (in parte) è quello che faccia-
mo anche noi, che usiamo lingue indeuropee, codificando e decodificando
gli sms per abbreviare le parole; di fatto non le tronchiamo (perché sarebbero
troppo ambigue), ma togliamo le vocali; leggendo, le ripristiniamo per con-
gettura, secondo abilità statistico-contestuali che, evidentemente, sono pro-
prie di ogni intelligenza umana addestrata alle lingue sonore:
cmq (= comunque) vng (= vengo) sts (= stasera)26

25. Per esempio, se in ebraico si ha la sequenza MLD, si tratta della radice che riguarda
insegnare/imparare, da cui deriva, ad esempio, la parola “maestro/istruttore religioso” (“mela-
med”).
26. Curiosamente, seguendo un istinto creativo comune ad altre lingue, usiamo anche al-
tri criteri economici di codifica dei segni linguistici che assomigliano a quelli dei geroglifici
e degli ideogrammi. Ad esempio, noi italiani scriviamo “6” intendendo il verbo essere alla 2°
persona singolare (“sei”), mentre gli anglofoni scrivono “wh r u” intendendo “where are you”,
“4 U” (= “for you”), “C U L8R” (“see you later”) e i russi, per trascrivere in alfabeto latino
sul cellulare i suoni ‘č’ e ‘š’, usano i numeri che iniziano in russo con quel fonema, rispettiva-
mente 4 (“četyre”) e 6 (“šest’”).
Ultimamente, inoltre, grazie a nuovi sistemi di codificazione grafica, possiamo rappresen-
tare intere narrazioni mediante emoticon ed emogji. Si veda la descrizione del suo imminente
matrimonio postata dal tennista A. Murray su un social network:

Tutto ciò richiederà presto nuove abilità filologiche e interpretative; certamente richiede
già abilità traduttive, visto che i testi degli sms sono usati correntemente negli audiovisivi sot-
toposti a doppiaggio e sottotitolaggio.

73
Come se non bastasse, gli autori delle copie manoscritte (non originali)
dell’AT (ma vale anche per le copie manoscritte del Corano), oltre a non an-
notare le vocali, non utilizzavano le maiuscole, non distinguevano tra frica-
tiva sorda alveolare (“s”) e postalveolare (“ʃ”) e, per lo più, non separavano
tra loro le singole parole: si immagini, in metafora, di stabilire che un sms
significa “comunque vengo stasera”, ricevendolo scritto così:
cmqvngsts
Nel corso dei secoli, singoli esegeti e gruppi di eruditi filologi hanno fatto
del loro meglio per mettere ordine in questi testi, operando congetture sulla
precisa separazione delle parole, oltre che sulla combinazione delle vocali.
Una volta scelta una certa opzione, quella avrebbe influito sulle opzioni suc-
cessive; cambiando quella opzione, anche quelle precedenti e seguenti ne
avrebbero risentito27.
La vocalizzazione mediante puntuazione (combinazioni di segni conven-
zionali, puntini e lineette disposte sopra e sotto le lettere, che registrano nel
testo le vocali precise) risale circa al vii secolo d.C.: tuttavia, la scelta delle
vocali che sono state inserite è stata basata su congetture; è ampiamente con-
divisa, ma non univoca, cioè può variare su larga scala se cambiano anche
poche interpretazioni. Uno dei compiti più importanti richiesti a un ebreo
praticante è proprio quello di studiare la Torah e di verificare, anche in base
alle interpretazioni dei grandi commentatori del passato, quali altre combi-
nazioni di vocali (oltre a quelle codificate dalla puntuazione medievale) pos-
sano portare a nuove interpretazioni. Questo fatto impone di accettare l’idea
che più significati possano convivere nello stesso messaggio biblico.
Per quanto rigorosi e dotti, gli interventi ecdotici sull’AT hanno portato,
in differenti epoche e contesti, a esiti interpretativi diversi, generando l’idea
paradossale che, se anche si disponesse oggi del testo originale perduto, sa-
rebbe comunque impossibile leggerlo senza congetture, secondo un’inter-
pretazione del tutto oggettiva. La consapevolezza di questo, che rende lo stu-
dio della lingua ebraica e del testo biblico un dovere degli ebrei osservanti,
implica che – pur con l’indubbia deferenza per le canoniche interpretazioni
rabbiniche del passato (espresse per lo più in volumi di commentari, come il
Talmud) – chiunque abbia il diritto e il dovere di studiare la Torah, cercando
nuove conferme o nuove combinazioni di parole e significati. Proprio que-
sto, a sua volta, implica l’impossibilità oggettiva di proporre una traduzione
della Torah (cioè del testo masoretico) che sia oggettiva, definitiva e statica.
La reticente lingua ebraica scritta della Torah è dunque lo strumento offerto
agli uomini per condurre una ricerca del messaggio divino dell’AT, il quale
messaggio, tuttavia, è sempre in divenire e non giunge mai a un traguardo

27. Ovviamente alcune parole come i nomi propri (antroponimi, toponimi, etnonimi, teo-
nimi ecc.) sono più facilmente isolabili e affidabili.

74
definitivo. A quanto pare, Dio aveva dato agli ebrei un testo che facesse loro
esercitare l’umiltà dello studio, nella consapevolezza che la Verità non fosse
mai raggiungibile del tutto. L’atto di ricerca ebraico è, quindi, un importan-
te esercizio per ribadire l’immensa potenzialità del testo e la finitezza degli
strumenti umani. Per questo, un altro dovere ebraico è la pratica congiunta
del confronto delle interpretazioni e dell’addestramento alle argomentazioni
interpretative28.
In sostanza, l’ebraico della Torah è sacro in ogni sua lettera, ma i pre-
cetti che il testo sacro contiene sono applicati nella vita quotidiana in base
ad argomentabili congetture. Essendovi una interpretazione condivisa dalla
comunità, la versione masoretica del testo ebraico può essere tradotta, ma
la traduzione non ha valore per lo studio dei testi come pratica di devozione
filologico-religiosa, perché la traduzione sarebbe un testo definitivo, mentre
la “vera” Torah non lo è.
È importante considerare che l’ebraismo, a differenza di cristianesimo
e islam, non è mai incline al proselitismo esterno, cioè non è dedito a dif-
fondere la propria religione tra i non ebrei. Infatti, per ragioni diverse e in
buona misura storicamente comprensibili, si è mantenuta nei secoli una
rigida correlazione tra l’appartenenza religiosa e l’appartenenza al popolo
ebraico29. L’ebraismo, quindi, non cerca di moltiplicare i fedeli tra gli altri
popoli, cerca piuttosto di rendere più osservanti e biblicamente dotti gli
ebrei meno religiosi. Il messaggio anticotestamentario, infatti, annuncia
che il Messia verrà quando il popolo ebraico (secondo l’AT, “eletto” da
Dio) si comporterà in modo retto, secondo le Scritture (infatti, ogni singo-
lo ebreo inadempiente concorre a ritardare l’atteso evento). Dunque, non
c’è mai stata l’esigenza di tradurre la Torah per diffonderla tra i non ebrei,
ma solo la necessità di renderla accessibile ai meno dotti ebrei della dia-
spora che non fossero in grado di comprendere l’ebraico biblico. Questa
necessità risale al periodo dell’esilio babilonese, quando si traduceva in
aramaico la Torah per gli ebrei che non comprendevano più l’ebraico, in
quanto la loro lingua nativa, a Babilonia, era divenuta l’aramaico30. Così,

28. Gli ebrei ortodossi venerano la Torah come simbolo e riferimento non solo della reli-
gione, ma anche della coesione nazionale (questo non vale per gli ebrei laici o moderatamente
praticanti). Per essere considerato sacro, il testo della Torah deve essere scritto a mano su lun-
ghi rotoli di pergamena da scribi esperti che controllino lettera per lettera e ne evitino qualsiasi
deformazione (rispetto, tuttavia, al testo masoretico e non all’originale perduto).
29. Solo chi è ebreo può (ufficialmente) professare la religione ebraica, per cui, nei casi
di conversione religiosa, viene prima richiesto di avviare ed espletare una (complessa) proce-
dura per “diventare ebrei”, ma la conversione non solo non è caldeggiata, ma si accompagna
talvolta a lieve diffidenza.
30. All’epoca del secondo Tempio (ricostruito nel 515 a.C.) si era anche diffusa la pratica
dell’interpretazione consecutiva orale dall’ebraico in aramaico durante le funzioni religiose;
tuttavia, le traduzioni orali dovevano necessariamente succedere alla lettura dei testi in ebraico
e solo allo scopo di rendere partecipe chi non comprendesse la lingua sacra (erano una sorta

75
per la comunità ebraica di lingua greca di Alessandria, era stata proget-
tata la Bibbia dei Settanta. Restava comunque chiara l’idea che queste
traduzioni “di servizio” (in ebraico targumim) servivano solo al popo-
lo per seguire le funzioni sinagogali svolte in ebraico, senza però avere
valore sacrale: la traduzione non sostituiva il testo della Torah ebraica31.
Anche oggi le numerose traduzioni ebraiche della Torah hanno valore so-
prattutto culturale. Tuttavia, secondo Paolo De Benedetti (1994, 16), le
traduzioni della Bibbia fatte dai rabbini – esperti conoscitori della lingua
ebraica e degli imponenti e dotti commentari dei maestri del passato – ri-
velano una sensibilità particolare alle potenzialità del testo ebraico e si
distinguono dalle traduzioni cristiane per “l’attenzione alle irregolarità di
superficie”32.

3.2. La Bibbia e la sua traduzione nel cristianesimo

Anche in ambito cristiano, l’ebraico dell’AT è stato considerato a lungo


una lingua fondamentale per lo studio delle Scritture, tuttavia la sua sacralità
è stata messa in ombra per varie ragioni. Innanzitutto, i non ebrei vedevano
nell’ebraico la lingua di un singolo popolo, connotato da un’“elezione” che il
cristianesimo aveva reinterpretato, di fatto, annullandola (il Messia cristiano,
infatti, era giunto per estendere il patto divino dell’AT a tutta l’umanità). In
secondo luogo, gli ebrei erano stati accusati di deicidio (e di altre nefandez-
ze) e parte della diffidenza si era riflessa sulla lingua ebraica. In terzo luogo,
ma soprattutto, il crisma di lingua sacra era stato rivendicato dal greco (lin-
gua evangelica) e poi esteso al latino, lingua liturgica della Chiesa cattolica
romana.
Per quanto riguarda il Nuovo Testamento, la confusa situazione filologica
è simile a quella dell’AT: “non c’è alcuna famiglia di manoscritti che ottenga
un punteggio ottimale nel compito di preservare i testi più antichi e migliori”
(McDonald 2008, 211). L’intera Bibbia è stata ricostruita secondo canoni che
sono stati, per lo più, il risultato di un processo, più che la conseguenza delle

di testo orale “a fronte”).


31. Tra il 1676-78 fu pubblicata la prima traduzione della Torah in yiddish, lingua tede-
sco-ebraico-slava, parlata all’epoca da più di un milione di ebrei ashkenaziti dell’Europa cen-
tro-orientale (cfr. Krasnyj 1909 [1991], 519). Poiché non tutti gli ashkenaziti erano in grado di
leggere la Torah in ebraico, ma leggevano solo la propria lingua parlata (yiddish) e, talvolta,
le lingue dei Paesi in cui vivevano (tedesco, polacco, russo ecc.), numerosi libri di preghiere
e narrazioni bibliche circolavano in traduzione yiddish (soprattutto per le donne, esentate dal
dovere religioso di studiare la Torah).
32. Esistono in numerose lingue traduzioni dall’ebraico della Torah e degli altri testi
dell’AT eseguite da esperti rabbini: di solito vengono stampate con testo a fronte e commenti
in nota, ovvero come compendio al testo ebraico (è il caso della traduzione in italiano dell’AT
a cura di Rav Dario Disegni, pubblicata da Giuntina nel 1995 e impaginata, come prevede la
scrittura ebraica del testo “principe”, da destra a sinistra).

76
decisioni di concili ebraici o cristiani, ma la differenza tra canone ebraico
e cristiano è proprio quello che ha permesso di marcare le differenze che
consentono ai diversi “popoli del Libro” di sentirsi “il popolo del Libro”
(Charlesworth 2008, 85).
La sostanziale macro-differenza tra ebraismo e cristianesimo nel rapporto
con le Scritture e le loro traduzioni dipende, come si è anticipato, dall’op-
posto approccio al proselitismo. Il cristianesimo (come del resto, mutatis
mutandis, l’islam) si fonda sul proselitismo, coerentemente all’idea che il
Messia sia già arrivato e sia Gesù di Nazareth, e che la sua “buona novella”
(l’estensione del patto divino a tutti gli esseri umani) sia resa accessibile a
tutti i popoli della terra.
Per essere efficace, la missione di evangelizzazione è necessariamente
connessa alla divulgazione e ricezione della Bibbia, che va “portata” ai po-
poli che non la conoscono. Poiché non è mai stato realistico pretendere che
l’adesione dei singoli al cristianesimo comportasse lo studio dell’ebraico,
del greco e del latino (le tre lingue fondamentali per l’esegesi delle sacre
Scritture cristiane), la traduzione era la soluzione ideale per la conversione
di milioni di persone. Con l’estensione a tutti i popoli del patto divino, veni-
va gradualmente affermato il diritto di tutte le lingue a farsi strumento della
“parola di Dio”. Il processo di diffusione della Bibbia tradotta è aumenta-
to progressivamente, raggiungendo un picco con la fondazione, intorno alla
metà del XX secolo, delle United Bible Societies. Le Società Bibliche Uni-
te avevano assunto il compito, per usare la metafora di Schleiermacher, di
“muovere incontro” la Bibbia al lettore, organizzando in modo professionale
il lavoro e fornendo ai traduttori un supporto sempre più coerente a standard
verificati di alta qualità. Sul sito ufficiale delle United Bible Societies è detto
esplicitamente:
We believe the Bible is for everyone so we are working towards the day when everyone
can access the Bible in the language and medium of their choice33.

Come anticipato, la teorizzazione della traduzione della Bibbia in ambito


cristiano risaliva a San Gerolamo – autore della Vulgata alla fine del IV se-
colo – che considerava che la Bibbia non potesse essere tradotta secondo il
principio funzionale di Cicerone, ma richiedesse una particolare attenzione
alle strutture. Per più di un millennio, nessuno avrebbe messo apertamente
in discussione l’approccio al testo biblico del “santo traduttore”. Solo nella
prima metà del XVI secolo, la sua concezione veniva praticamente ribalta-
ta dalla traduzione della Bibbia in tedesco conclusa da Martin Lutero nel
1534: questa traduzione avrebbe costituito un drastico momento di svolta
teorica non solo in ambito religioso, ma per la teoria della traduzione in ge-
nerale.

33. http://www.unitedbiblesocieties.org.

77
Con Lutero, si affermava la priorità della funzione comunicativa e della
coerenza pragmatica del testo tradotto: il suo approccio alla traduzione è sta-
to così ‘rivoluzionario’ da potersi considerare una tappa significativa dello
scontro ideologico con Roma (sfociato già qualche anno prima nella Rifor-
ma). Secondo Lutero, che basava la Riforma sulla centralità dei testi sacri
(soprattutto del Vangelo) per la dottrina cristiana, era necessario, anche nel
caso della Bibbia, dare assoluta priorità al criterio della credibilità linguistica
e testuale34. Le sue considerazioni, espresse nell’“Epistola sul tradurre” del
1530 (cfr. Lutero 1993), rispecchiano in modo sorprendente le moderne teo-
rie semiotiche, mirate agli aspetti comunicativi della traduzione, annullando
per la prima volta il postulato binario della contrapposizione tra testi ‘alti’ e
‘bassi’. Per questo aspetto, Lutero potrebbe essere definito un lungimirante
“funzionalista”, persuaso che la lingua delle Scritture fosse e dovesse restare
popolare, credibile, comprensibile:
Non si deve chiedere alle lettere della lingua latina come si ha da parlare in tedesco, come
fanno questi asini, ma si deve domandarlo alla madre in casa, ai ragazzi nella strada, al
popolano al mercato (ivi, 1993, 106).

Da precoce cultore della pragmatica linguistica, rivalutando la funzione


comunicativa del testo, Lutero osservava, ad esempio, come il saluto dell’an-
gelo a Maria (Luca, I, 28), cristallizzato nella versione latina nel noto e poco
funzionale “Ave, Maria, piena di grazia”, fosse innaturale. Nel tedesco vivo,
invece, questo saluto doveva corrispondere a “Dio ti saluta, cara Maria” (Lu-
tero 1993, 108), perché così avrebbe detto l’angelo se avesse parlato in viva
lingua tedesca.
Un’ulteriore prova della modernità del pensiero di Lutero è il suo ap-
proccio alla critica della traduzione, che appare oggi coerente alle leggi di
un mercato culturale libero e improntato al rigore del mestiere: un traduttore
che lavorasse al meglio delle sue possibilità (secondo arte, diligenza e intel-
ligenza), secondo Lutero, avrebbe reso un servigio a chi non avesse saputo
“far di meglio”; nessuno sarebbe stato obbligato a leggere la sua traduzione
e, soprattutto, a nessuno si sarebbe “vietato di fare una traduzione migliore”
(ivi, 101).
Tuttavia, nonostante la sua lungimiranza nell’opporsi alla posizione bina-
ria di Gerolamo e dei suoi sostenitori, Lutero costellava le sue argomentazio-

34. In buona misura, oltre alle motivazioni politico-nazionali, a innescare gli scismi cri-
stiani sono state le diverse interpretazioni di alcuni punti cruciali della Bibbia. Il concetto di
affidabilità della traduzione, in ambito cristiano, viene oggi riferito al modello canonico del
testo approvato dalla specifica Chiesa cristiana che amministra la singola missione. Il proble-
ma delle traduzioni/interpretazioni riguarda soprattutto la liturgia che diverge nei riti, ma tal-
volta nella sostanza. Per questa ragione, in nome dell’unità del cristianesimo, sarebbe “auspi-
cabile che si giunga ad una interpretazione uniforme e si evitino al massimo le interpretazioni
contrastanti, anzi che si giunga ad una stessa interpretazione delle formule più importanti e
più discusse” (Falsini 1994, 67).

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ni di affermazioni poco coerenti con un approccio argomentativo filologico
e rigoroso. Ad esempio:
Il mondo è e resta il mondo del diavolo, perché non vuole essere diverso […] (ivi, 105).
Chi non vuole la mia traduzione, la lasci stare. Il diavolo sarà riconoscente a chi non
l’approva e la critica contro la mia volontà e a mia insaputa […] (ivi, 109).

Di fatto anche Lutero non separava il piano funzionale da quello fidei-


stico, intrinsecamente legato alla sua ostilità per i nemici della sua ‘verità’
(soprattutto gli “asini papisti” e gli ebrei). Infatti, dopo aver parlato in termi-
ni semiotici della qualità linguistica della traduzione, passava a elencare le
doti intrinseche, secondo lui necessarie a un traduttore degno di accedere ai
testi sacri. Queste qualità rimandavano a categorie dogmatiche e ineffabili:
il traduttore avrebbe dovuto avere “un cuore veramente pio, fedele, zelante,
timoroso, cristiano, dotto, sperimentato, esercitato” (ivi, 111). Il problema
tecnico della resa linguistica veniva dunque accantonato in nome dell’onto-
logia del traduttore. Questa prescrizione lasciava intendere che la bontà del
testo tradotto dipendesse a priori da doti umane indefinibili (è difficile stabi-
lire che cosa significhi “zelante, timoroso, cristiano, dotto”, ecc.). I traduttori
ebrei, ad esempio, non sarebbero potuti comunque essere affidabili (sebbene
filologicamente preparati) in quanto non avevano mostrato “molta venerazio-
ne per Cristo” (ivi).
Il timore che i “nemici di Cristo”, a causa delle loro potenziali manipola-
zioni ideologiche (magari inconsce), non potessero essere buoni traduttori è
certamente comprensibile e condivisibile, ma l’idea non veniva argomentata
in modo razionale e rigoroso, bensì supportata esclusivamente da tendenzio-
sa animosità. Lutero finiva, quindi, a ri-proporre in veste nuova una modalità
binaria (bi-teoria): invece di applicarla al metodo traduttivo, l’applicava al
traduttore. Per parafrasare André Lefevere (1992b, 2), il problema della fe-
deltà veniva spostato dal prodotto della traduzione al suo artefice.
La generale commistione di razionalità e indefinitezza che si riscontra nei
due grandi traduttori biblici (Gerolamo e Lutero) è particolarmente rilevante
poiché è comune non solo a tutti i teorici religiosi, ma, in certi casi, anche ai
giorni nostri, ha portato ad alternare erudizione e settarismo35.
I primi tentativi di impostare la discussione sulla traduzione della Bibbia
secondo un approccio realmente laico, sistematico e rigoroso si sarebbero
avuti solo nella seconda metà del XX secolo grazie al contributo di Eugene
Nida. In un suo lavoro decisamente innovativo del 1945, dopo aver premes-
so che la cultura rappresentata nella Bibbia fosse “a suo modo differente dal
nucleo della nostra attuale cultura occidentale” (Nida 1945, 195), lo studio-
so poneva l’accento (in sintonia con Lutero) sul problema della traduzio-

35. È il caso, ad esempio, del volume di Roman Curkan (2001) sulla traduzione slava del-
la Bibbia.

79
ne come realizzazione di corrispondenze pragmatiche, ovvero su quello che
definiva “l’uso effettivo” della lingua (ivi, 207): “Il significato di ogni unità
linguistica”, sosteneva, “va considerato nei limiti delle situazioni in cui può
verificarsi” (ivi). Nei suoi contributi successivi (la sua prima monografia de-
dicata alla Bibbia è del 1947), Nida (1964, IX) argomentava una sostanziale
separazione tra sacralità del testo e attività interlinguistica, invitando a ri-
condurre l’attività della traduzione biblica agli “sviluppi contemporanei nei
campi della linguistica, antropologia e psicologia”, nonché “alla più vasta
attività traduttiva in generale”. Infine, in un volume pubblicato dalle United
Bible Societies nel 1982 assieme a Charles Taber, Nida perfezionava il prin-
cipio gerarchico che poneva alla base di qualsiasi progetto traduttivo (cfr.
Nida, Taber 1982, 14) e affermava che “si daranno traduzioni diverse che
possono essere definite ‘corrette’” (ivi, IX).
Nida ha enormemente contribuito a sensibilizzare i traduttori al mestie-
re e, in buona parte, a laicizzare il processo di traduzione multilingue della
Bibbia, individuando nella traduzione lo strumento principale del proseliti-
smo e dell’acculturazione36. Purtroppo, pur essendo Nida del tutto estraneo
all’insensato concetto di “fedeltà” della traduzione, spesso il suo messaggio
e i suoi sforzi di linguista hanno continuato a essere correlati ai dogmi della
fede. È il caso, ad esempio, dell’erudita opera del biblista Carlo Buzzetti La
Bibbia e la sua traduzione (1993), dove l’autore si riferisce spesso a Nida (la
cui teoria è definita la “più limpida e soddisfacente”; ivi, 71), lasciando in-
tonso l’antico concetto di “fedeltà”. In un paragrafo dal titolo eloquente “La
fedeltà: un’esigenza inevitabile”, Buzzetti (ivi, 115) afferma:
se una traduzione non è “fedele”, non soltanto non può esser detta “buona”, ma addirittu-
ra si colloca al di fuori dell’area del “tradurre”; la sua “fedeltà” si misura sia sul versante
della forma che su quello del significato effettivo.

L’evidenza del dominio del piano metafisico su quello logico-epistemo-


logico si manifesta fin dalla presentazione al volume firmata da Alberto
Ablondi, dove si allude esplicitamente alle qualità necessarie al traduttore
nei termini espressi quasi cinquecento anni prima da Lutero: i traduttori de-
vono essere “umili” per farsi guidare dallo “Spirito Santo” (ivi, 3). Questo
postulato inficia a priori qualsiasi ambizione scientifica e dialogica. Chiara-
mente, i linguisti (cui pur Buzzetti sembrava rivolgersi) non possono accet-
tare l’idea che un’analisi teorica si fondi sul postulato non falsificabile che i
testi biblici siano “di origine divina, per l’incarnazione della parola di Dio”
(ivi, 91). Certamente, l’atto di fede può coesistere con l’atto scientifico, ma
solo se non condiziona l’argomentazione logica. Chiunque ha pieno dirit-

36. Sono numerosissimi i casi in cui, durante il processo di evangelizzazione dei popoli,
la Bibbia è stata non solo il primo testo scritto di una cultura, ma anche quello che ne ha de-
terminato la modalità di scrittura alfabetica (questo è accaduto con la versione della Bibbia
in lingua slava a opera dei monaci evangelizzatori bizantini Cirillo e Metodio nel IX secolo).

80
to di considerare qualsiasi testo opera divina e di auspicare in traduzione
l’intervento dello Spirito Santo; tuttavia, se si assume come premessa che
la Bibbia sia “parola di Dio scritta nel linguaggio degli uomini” (Martimort
1984, 856), ci si sottrae al dibattito scientifico e, di conseguenza, a qualsiasi
criterio di negoziazione e di falsificabilità. Infatti, da un punto di vista ar-
gomentativo, se Dio e lo Spirito Santo hanno a che fare con le traduzioni,
se sono onnipotenti e interferiscono nelle faccende umane, i ragionamenti
della filologia, della linguistica e dell’antropologia (per non parlare della
psicologia) vengono azzerati. Facendo riferimento a una realtà indimostra-
bile, che trascende la realtà fisica e storica, la posizione metafisica è per
definizione inattaccabile, cioè non falsificabile, e si pone fuori dal dialogo
scientifico. Un dibattito tra studiosi implica che si negozino punti di parten-
za comuni a tutti i partecipanti al dialogo, se no si va incontro al ‘nonsense’:
qualunque esperto teorico che non riconosca la Auctoritas divina del testo
biblico e il ruolo dello Spirito Santo nel garantire la “fedeltà” alla “parola di
Dio” non può teorizzare nulla; qualunque teorico li riconosca entrambi non
ha bisogno della teoria.
Nida era pienamente consapevole che tradurre la Bibbia implicasse una
responsabilità particolare a prescindere dal fatto che il traduttore credesse o
meno che la Bibbia fosse “parola di Dio”, ma spostava il concetto di sacralità
dall’ineffabile ontologia del testo al suo ruolo storico-sociale: la sacralità di
qualsiasi testo riguarda il mondo in cui quel testo verrà recepito dalla mag-
gior parte dei destinatari della traduzione. Le due cose sono profondamente
diverse: la prima implica una ispirazione elettiva, la seconda straordinarie
competenze professionali. Merita, quindi, riflettere sul punto di maggiore
incoerenza tra la posizione cristiana di totale ammissibilità religiosa delle
traduzioni e i dati della filologia. Si è detto, infatti, che l’“originale” da cui è
stata tradotta la Bibbia non è mai stato l’originaria parola di Dio (questo vale
per entrambi i Testamenti) e che, dunque, le interpretazioni dei testi oggi ca-
nonizzati non possono non essere, almeno in parte, frutto di congetture sog-
gettive umane. Eppure, a partire da San Gerolamo e fino a oggi, neppure i
teorici più sofisticati hanno affrontato in modo esplicito e diretto i seguenti
quesiti sull’AT che un traduttore dall’ebraico biblico non dovrebbe trascu-
rare:
- Visto che il testo della Bibbia da cui vengono fatte le traduzioni non è un
autografo, ma una copia di copie, non può essere accaduto che i copisti
(o gli editori dei testi a stampa), in quanto esseri umani, abbiano omesso,
aggiunto, modificato qualcosa, magari una sola lettera, ma significativa
per l’Autore e per la Sua dottrina?
- Se la Bibbia è “parola di Dio” (così recitano le Bible Societies), quali vo-
cali ha immaginato l’Autore?
- È possibile che il traduttore, che è a sua volta umano, oltre a dover parti-
re da un testo manipolato dai copisti e dagli esegeti, essendo vincolato ai
81
suoi limiti di fallibilità, trascuri qualche particolare cruciale in cui, maga-
ri, l’Autore aveva voluto racchiudere o nascondere la Sua “chiave di let-
tura”?
Ogni forma di manipolazione di un testo è soggetta ai limiti umani: a
omissioni, aggiunte e refusi che possono essere volontari o involontari. Inol-
tre, tutte le interpretazioni, comprese quelle della parola considerata divina,
sono umane e restano tali anche se, per fattori storici, ideologici, socio-psico-
logici o politici, assurgono al ruolo di “testo sacro” e vengono canonizzate.
La posizione del cristianesimo non sembra tenere conto di questi problemi
e delle contraddizioni che emergono nell’utilizzo delle traduzioni come testi
“sacri”. Rispetto ai suddetti quesiti, al contrario, appare coerente la posizione
dell’islam, che non contempla l’uso esegetico, religioso e liturgico della tra-
duzione del Corano, poiché solo il testo in arabo (pur copia di copie in ver-
sioni diverse) è considerato “parola di Allah”.

3.3. Il Corano come testo sacro e la sua intraducibilità

Anche nella cultura islamica, fondata sul testo coranico e sul proseliti-
smo, il dibattito sulla traduzione è strettamente legato all’àmbito religio-
so (cfr. Zilio-Grandi 2012, 488-489); tuttavia, se il cristianesimo ‘porta la
Bibbia al credente’, al contrario, si può dire che l’Islam, fin dagli esordi,
prevedesse di ‘portare il credente al Corano’. Pertanto, il proselitismo isla-
mico non si fonda sulla diffusione di traduzioni del Corano nelle lingue dei
potenziali nuovi fedeli, ma sulla diffusione del testo coranico in arabo e,
dunque, almeno in parte, sulla diffusione dell’arabo coranico stesso. Il ruo-
lo speciale dell’arabo rispetto alle altre lingue è attestato, come rileva Ida
Zilio-Grandi (ivi, 488), dall’esistenza di due verbi differenti per intendere
l’operazione di traduzione verso l’arabo dal greco (naqala) e dall’arabo
stesso (tarjama), ed entrambe le operazioni sono intese (lo indica il partici-
pio “mutarjam”) come interpretazioni “dubbiose” o “incerte”37. La sacralità
del testo coranico, quindi, è considerata inscindibile dalla sacralità della lin-
gua prescelta da Allah e dal Suo Profeta, pertanto (logicamente) il Corano è
assoggettato al dogma di “inimitabilità” (ivi, 489). Secondo le posizioni tra-

37. Zilio-Grandi ha tradotto il Corano per Mondadori nel 2010 (curato da Alberto Ventu-
ra), affrontando il lavoro con molto zelo e presentandolo con un utilissimo saggio, da cui si
evince, tuttavia, un’adesione all’atavica ottica binaria della “letteralità” contrapposta alla “in-
trascritturalità” (termine non chiaro usato dalla traduttrice) del “segno” contrapposto al “sen-
so” (parole, anche queste, che nessuno ha mai definito a uso scientifico). Inoltre, affermando
che “il Corano sfugge comunque alla traduzione letterale”, Zilio-Grandi non considera che,
per ovvie asimmetrie strutturali tra le lingue naturali, tutte le traduzione “sfuggono” alla tra-
duzione “letterale”, perché “letterale” vuol dire “calco” e nessun calco linguistico è mai una
‘traduzione’.

82
dizionali, infatti, l’universalismo della religione islamica è collegato all’u-
niversalità della lingua (sacra) araba, che resta patrimonio comune dell’in-
tera comunità dei credenti, la umma. La lingua coranica si attesta, quindi,
come tramite fondamentale del credo islamico: se davvero Allah è l’Autore
del testo sacro (o almeno Colui che lo ha dettato/ispirato) ed è Allah ad aver
scelto proprio quella lingua, è coerente la scelta di diffondere la lingua stes-
sa in àmbito religioso e di preservarla da ogni corruzione o manipolazione
da parte degli umani. Come per la tradizione biblica, tuttavia, resta aperta
la questione relativa alla mancanza di un “originale”, ovvero all’affidabilità
delle copie in base alle quali vengono redatte le versioni arabe del Corano
utilizzate da milioni di fedeli. In sostanza, non è garantito che anche il testo
arabo sia esattamente corrispondente al messaggio profetico e divino che è
andato perduto.
Nel mondo islamico sono state elaborate ampie e dibattute teorie sul-
la traduzione, ma le interpretazioni del Corano costituiscono “ancora oggi
una questione assai spinosa” (Cassarino 1998, 131) e il problema della sua
traduzione trova ancora oggi risposte molto contrastanti (Borrmans 2000,
203). Agli occhi della maggior parte degli studiosi dell’islam, le numerose
traduzioni del Corano di cui disponiamo non sostituiscono il testo sacro in
arabo (ivi), ma hanno il ruolo di spiegazioni del suo contenuto, di vie d’ac-
cesso al “senso della Rivelazione” (Zilio-Grandi 2012, 489). Questo indica
una sostanziale coerenza tra religione e filologia: se il testo è sacro, la sua
sacralità non può essere scindibile da quella della lingua prescelta da Allah
e dal Suo Profeta, per altro semitica e vocalizzata solo in epoca posteriore
a quella di Muhammad (quindi, frutto di lavoro umano come, del resto, è
avvenuto per il testo masoretico ebraico dell’AT). Il Corano, quindi, viene
riconosciuto a pieno titolo come “central text” religioso non solo in termini
di contenuto e di ispirazione, ma in termini materiali, fisici, linguistici (Le-
fevere 1992, 3): ogni copia deve essere in arabo, perfettamente e material-
mente conforme alla versione del canone; di conseguenza, ogni traduzione
non può che essere una mera parafrasi priva di valore sacrale e distante dal
messaggio divino.
In tempi molto recenti, tuttavia, sta parzialmente cambiando l’atteggia-
mento nei confronti della traduzione e, secondo alcuni esponenti dell’islam,
in modo irreversibile. All’inizio del nuovo millennio, ad esempio, Borrmans
(2000, 205) scriveva:
si deve ammettere che ormai la traduzione del Corano viene ammessa dalla stragrande
maggioranza dei dotti dell’islâm contemporaneo: infatti non mancano oggi i musulmani
che hanno tradotto il Corano nelle grandi lingue di cultura, tanto più che l’ottanta per
cento dei musulmani attuali non sa l’arabo coranico e lo ripete senza capirlo.

Kelly e Zezsche (2012, 117), alcuni anni fa, hanno intervistato l’islami-
sta Tarif Khalidi, il quale ha dichiarato che, nonostante le dispute teologiche
e linguistiche del passato, oggi la diatriba è superata: infatti, ormai, solo la
83
traduzione rende accessibile il Corano a moltissimi fedeli, per i quali lo stu-
dio e la comprensione dell’arabo coranico (secondo Khalidi) non sarebbe più
necessaria (ivi, 118). Questo, tuttavia, non annulla il dubbio (da un punto di
vista fideistico) che, per un testo considerato “sacro”, una lingua diversa da
quella scelta da Allah possa essere affidabile e garantisca di non pregiudicare
la comprensione e la pratica religiosa (cfr. Borrmans 2000, 209). Si conside-
ri nel caso delle traduzioni del Corano un problema inevitabile e rilevante:
essendo fatte spesso da traduttori che sono non solo cronologicamente, ma
culturalmente distanti dal mondo coranico, il testo può subire interferenze,
in particolare omologazioni alla cultura di arrivo. Questo è particolarmen-
te rischioso, dal punto di vista islamico, qualora l’influenza sia quella della
diffusa cultura ebraico-cristiana, responsabile (sempre in ottica islamica) di
aver falsificato e nascosto le Scritture coraniche “per celare la previsione del-
la venuta del profeta Muhammad” (ivi, 236).
In generale, per concludere questa breve sintesi comparativa, si può affer-
mare che la relazione tra la sacralità materiale della lingua e la sacralità del
testo della rivelazione è stata recisa solo nel cristianesimo, laddove i fedeli
di ebraismo e islam cercano comunque (tanto più devotamente, quanto più è
radicata la loro fede) di accedere al testo sacro originario che, pur non “origi-
nale”, è scritto nella lingua prescelta dal rispettivo Dio unico.

3.4. Il dialogo scientifico e la dinamica linguo-testuale

La riflessione sulla traduzione religiosa manifesta una contrapposizione


iniziale: da un punto di vista logico, l’idea di traduttori “ispirati” al di fuo-
ri di loro stessi da Qualcosa o da Qualcuno contraddice l’idea che tradurre
implichi (come ogni abilità umana) conoscenze, abilità e norme deontolo-
giche acquisibili durante un opportuno addestramento al mestiere. In altre
parole, nella traduzione di qualsiasi testo considerato “sacro”, l’ossequio
alla “lettera” del testo contraddice l’esigenza che la traduzione sia opera
di professionisti e che debba funzionare come funzionava il TP, perduto,
dell’Autore.
Per il teorico e per il traduttore, è importante valutare che un testo, qual-
siasi testo, possa essere considerato ‘sacro’ da qualsiasi punto di vista; ma,
nel momento in cui si procede alla riflessione e al mestiere, qualsiasi intento
sistematizzante, generalizzante o formalizzante deve prescindere dall’assio-
ma metafisico dell’“ispirazione” per confrontarsi con i dati (materiali) del
testo e della sua storia, compresi i condizionamenti socioeconomici e le mo-
dalità cognitive (consce e inconsce) con cui si attuano le congetture. Se si
parla di traduzione in termini razionali, scientifici, dialogici, i concetti di
“fedeltà”, di “ispirazione” e di “originale” risultano del tutto privi di senso
(tanto più quello di “fedeltà assoluta”: cfr. Falsini 1994, 69). Come già ven-
ticinque anni fa affermava coraggiosamente Enrico Arcaini (1991, 43), dal
84
punto di vista scientifico del filologo e del linguista, “non vi è autonomia
del testo; non esiste il testo in sé”. Se si vuole affrontare la questione della
traduzione da un punto di vista dialogico è indispensabile chiarire quale sia
la propria modalità di approccio e, contestualmente, giungere a un ‘patto
logico’ con l’interlocutore, mirato a individuare postulati condivisi su cui
fondare le divergenze. Non può esistere dialogo senza il confronto e la con-
divisione degli strumenti del pensiero, e non può esservi confronto e condi-
visione senza riferimenti comuni: serve un accordo preliminare che individui
premesse comuni agli interlocutori che possano, almeno temporaneamente e
convenzionalmente (hic et nunc), essere considerate per tutti “oggettive”. Se
i postulati sono solo metafisici (ad esempio: “io ho la verità e tu no”), si resta
fuori dall’agire scientifico: se si vuole parlare in termini di fede e di ispira-
zione religiosa, si fa un ‘salto fuori dal dialogo’, si sostituisce alla razionalità
il dogma della fede. Se un solo interlocutore considera “componente oggetti-
va” la propria credenza o ideologia soggettiva, si esclude a priori da qualsiasi
discussione che non assuma come postulato la sua fede.
Queste osservazioni aiutano a comprendere per quale ragione l’atteggia-
mento dei teorici della traduzione e le loro conclusioni vadano vagliate non
tanto in base all’epoca in cui hanno operato, ma al loro rapporto con la fede
e con la ragione. Infatti, l’insensato principio di intraducibilità – inteso come
impossibilità che un metatesto (testo derivato da un altro testo) in un’altra
lingua sia equivalente al TP – è basato sul postulato che “originalità” corri-
sponda a “Verità” estetica o spirituale e sull’omissione di una vistosa ‘verità’
filologica materiale: gli “originali” di cui si parla sono praticamente sempre,
essi stessi, metatesti rimaneggiati da copisti, redattori, tipografi, editori.
Si consideri che anche per i testi non religiosi del passato, trattati spes-
so con devozione simile a quelli religiosi, si può quasi sempre escludere
che un traduttore utilizzi come TP un autografo. Per tradurre oggi Tolstoj o
Dostoevskij dall’“originale” russo, ci si serve di edizioni a stampa che sono
copie di manoscritti di cui si hanno solo altre copie, magari ri-copiate dalle
rispettive mogli degli scrittori prima di essere spedite a riviste i cui redattori
avrebbero probabilmente apportato ulteriori modifiche. Del resto, anche nel-
la nostra èra elettronica, qualsiasi mail o file può giungere al traduttore con
varianti ‘materiali’ dovute a problemi di conversione dei simboli, di trasmis-
sione e di stampa (lo stesso vale per gli ormai pochi testi faxati, che presen-
tano comunque usure e conseguenti ambiguità non troppo dissimili da quelle
dei manoscritti antichi).
Si consideri, infine, un fatto di grande importanza, che l’ermeneutica, la
semiotica e le scienze cognitive hanno dimostrato da ogni punto di vista:
ogni testo (scritto o orale) varia non solo per lettori (o ascoltatori) di culture
diverse, ma per ogni lettore (o ascoltatore) all’interno della stessa linguocul-
tura (cfr. Johansen 2002; Carrroll 2004; Boyd 2009, 129-211). È anche em-
piricamente dimostrabile, ad esempio, che i lettori francesi possono leggere
Madame Bovary in “originale” con reazioni molto diverse, mentre potrebbe-

85
ro avere reazioni molto simili alcuni lettori francesi e alcuni lettori stranieri:
la mera appartenenza a una linguocultura può influire in qualche misura, ma
non determina mai l’individualità, le conoscenze, il gusto, l’acume di un sin-
golo individuo (lettore o ascoltatore). Si sa, inoltre, che uno stesso individuo,
in due momenti diversi della sua vita, recepisce in modo diverso lo stesso
testo in lingua nativa, notando e valutando elementi del testo in modo quali-
tativamente e quantitativamente diverso. Le reazioni di ogni umano allo stes-
so input in due momenti diversi della vita mutano al mutare dell’esperienza:
“non esistono due esseri umani che, pur parlando la stessa lingua, siano cre-
sciuti esattamente nello stesso modo” (Hofstadter 2008, 257).
L’esperienza, infatti, attimo dopo attimo, giorno dopo giorno, modifica
i nostri circuiti cerebrali “che vengono rimodellati più e più volte nel corso
dell’esistenza, secondo i cambiamenti che l’organismo subisce” (Damasio
1995, 169-170). Infine, ma anche questo è un fatto di manifesta importanza,
le lingue stesse a) sono lievemente diverse per ogni parlante, anche nativo e
b) mutando con grande rapidità, diventano sempre più “strane”, a tratti in-
comprensibili, per nativi della stessa cultura a distanza di decenni e secoli.
L’assenza di una riflessione che sia basata sui fondamenti della filologia
e dell’epistemologia, che sappia quindi tener conto delle ‘proprietà’ del TP
da cui si traduce, è la sola motivazione che può indurre a negare: a) la pos-
sibilità di rendere scientifico il pensiero sulla traduzione, b) la possibilità di
tradurre qualsiasi testo, c) lo status di mestiere della traduzione, che è – nel
sobrio senso medievale del termine – una ars: un’arte che si impara ‘in bot-
tega’, esercitandosi con un maestro.

3.5. La traduzione tra ideologia e religione

Nel corso dei secoli, le traduzioni dei testi sacri, a prescindere dalla loro
affidabilità liturgica e dalla loro professionalità, hanno più che mai contri-
buito a mettere in contatto culture lontanissime tra loro, diffondendo su lar-
ga scala messaggi che hanno portato al mondo idee nuove, talvolta di pace
e consolazione, talvolta di superstizione e intolleranza. In un certo senso, la
traduzione dei testi sacri è stato il primo e più significativo passo verso una
globalizzazione ideologica: oggi, al mondo, i monoteisti superano il 50% dei
credenti.
L’ideologia e la fede, da un lato, l’estetica e la stilistica, dall’altro, fan-
no parte dei fattori, diversi, ma correlati, coinvolti nei meccanismi di sele-
zione dei testi da tradurre. In un modo o nell’altro, la decisione su quali te-
sti verranno tradotti dipende sempre dai giudizi e dai pregiudizi dei ‘gruppi
dominanti’ che controllano le decisioni, i finanziamenti, la produzione e la
distribuzione dei testi. In tal senso, le traduzioni mirate alla conversione, al
proselitismo, alla ‘dissidenza religiosa’ (comprese le traduzioni dei manife-
sti delle ‘religioni laiche’, politiche o economiche) sono sempre soggette a
86
un controllo che viene esercitato sul traduttore e sul suo operato da qualcuno
che ha più potere decisionale di lui. La posta in gioco è altissima sotto ogni
aspetto, visto che i testi religiosi e politici sono strumenti atti ad apportare
ingenti cambiamenti ai comportamenti di piccoli o grandi gruppi etnici e so-
ciali. Le traduzioni hanno cambiato e possono cambiare il mondo.
L’epoca umanistico-rinascimentale che avrebbe portato alla Riforma pro-
testante (che fu anche e soprattutto una ‘protesta’ relativa all’interpretazione
dei testi) aveva dimostrato come le traduzioni avessero assunto su vasta scala
il ruolo di strumento sociale, politico e ideologico. Questo era stato possibile
soprattutto dopo l’invenzione della stampa (quella della prima Bibbia è del
1455): la prospettiva di una divulgazione massiva dei testi aveva creato le
premesse perché si potesse organizzare e regolamentare l’attività traduttiva
riconoscendole una primaria funzione sociale (cfr. Bassnett-McGuire 1993,
79): nel panorama intellettuale rinascimentale, la traduzione “plasmava la
vita intellettuale dell’epoca”, rendendo la figura del traduttore più simile “a
un attivista rivoluzionario che al servitore di un testo o di un autore” (ivi, 84).
In generale, soprattutto dopo l’invenzione della stampa, l’immagine che
un popolo si è formato di un altro popolo, di un’altra religione o di una nuo-
va ideologia è stata regolamentata dal controllo dei testi tradotti e immessi
su un nuovo mercato:
La traduzione detiene un potere immenso nel costruire le rappresentazioni delle culture
straniere […] Così i testi stranieri vengono spesso riscritti per essere conformi agli stili e
alle tematiche che prevalgono stabilmente nelle letterature di partenza (Venuti 1998, 67).

L’impatto ideologico-culturale dei testi, inoltre, non riguarda solo le dif-


ferenze tra i ‘popoli’ (in senso etnico), ma anche quelle tra gruppi di indivi-
dui che si distinguono dagli altri in base ad altri fattori, come il ceto e il sesso
(gender). Per quanto riguarda la traduzione della Bibbia, ad esempio, la cri-
tica di ambito femminista considera i modelli dei testi sacri uno strumento di
espressione dell’ideologia maschile che domina in quasi tutte le società uma-
ne. La traduzione fatta in ottica femminista, quindi, è l’occasione di risposta
critica a una “fedeltà” intesa come esercizio del potere maschilista. Nella sua
monografia Sherry Simon (1996, 29) affermava:
Sicuramente ciò che va maggiormente criticato in numerose formulazioni maschiliste
della fedeltà in traduzione è il fatto che esse suppongano un soggetto “universale” […] Il
potere delle riformulazioni femministe del soggetto che traduce è stato quello di tributare
un chiaro riconoscimento alle specifiche condizioni del rapporto traduttivo, di cui una
delle condizioni è data dalla componente di genere del testo e del soggetto che lo traduce.
La traduttrice femminista afferma il proprio ruolo come partecipante attiva alla creazione
del significato.

Questa posizione può essere più o meno condivisa, ma il suo scopo prin-
cipale è quello di contrastare l’idea di un traduttore “asettico”, privo di ideo-
logia, che traduce un testo culturalmente e sessualmente asettico. La critica
87
femminista ha approfondito la correlazione tra cultura di massa, cultura indi-
viduale e ideologia: “ogni progressiva re-visione del testo esplicita necessa-
riamente la propria affiliazione estetica, il proprio progetto traduttivo” (ivi,
112; corsivo nel testo). Lo stesso dibattito si svolge oggi in ambito omoses-
suale, per riflettere sulle modalità di nominare, definire, descrivere, tradur-
re le relazioni e gli atti che le religioni (soprattutto quelle monoteiste) han-
no programmaticamente combattuto (per un insieme di ragioni ideologiche,
evolutive, sociali, psichiche).
Il potere seduttivo dei ‘grandi testi’, delle loro ideologie e dei comporta-
menti che prescrivono e proscrivono dipende anche dalla loro incisività reto-
rica e dalla loro costruzione formale: da come sono scritti, stampati, tradotti.
È noto (fin dalle intuizioni di Orazio e Cicerone) che uno stesso argomento
può risultare più o meno efficace a seconda delle caratteristiche stilistiche
della sua formulazione e presentazione: alcuni enunciati, come i comanda-
menti, le sentenze, gli slogan hanno un impatto psichico sorprendente, indu-
cono a disprezzare ed esaltare, a fare e a comprare, a credere e combattere.
I testi funzionano come veri e propri ‘programmi’ che predispongono all’a-
zione. Questo succede persino con le formule magiche e con i mantra: a vol-
te non importa capire il loro significato, in quanto i suoni agiscono in modo
‘magnetico’.
Come noto a oratori, predicatori e sacerdoti, ma anche ai pubblicitari,
quanto più un testo è suadente per energia, ritmo, musicalità, coesione for-
male, tanto più “fa presa” sulla memoria: uno slogan “vincente” (Credere,
obbedire, combattere!, Proletari di tutto il mondo unitevi!38, Make America
great again!) può giocare un ruolo così importante e per così lungo tempo,
da creare un vero dominio ideologico, psicologico, sociale o politico39. Non
a caso Dennett (1997, 455) si chiede che cosa abbiano di speciale gli acroni-
mi, le poesie, gli slogan “brillanti” per poter ‘uscire vincitori’ nella gara che
imperversa nella mente umana. La loro efficacia è in buona parte dovuta alla
loro struttura tautologica, ‘autoaffermativa’, cui sembra particolarmente pre-
disposto il pensiero umano:
Il nostro modo usuale di considerare le idee è anche normativo: incarna un canone o
un ideale riguardo a quali idee dovremmo accettare, ammirare, o approvare. In breve,
dovremmo accettare il vero e il bello. In base alla visione usuale, quelle che seguono
sono praticamente tautologie – verità banali che non valgono l’inchiostro necessario per
scriverle:

38. Il celeberrimo slogan del Manifesto del Partito Comunista di Karl Marx e Friedrich
Engels, “Proletarier aller Länder, vereinigt euch!” è stato tradotto da Palmiro Togliatti con un
efficace “di tutto il mondo”, invece di “di tutti i Paesi” (come è detto in tedesco), con una sfu-
matura ideologica assente nel TP che dà prova delle piccole o grandi manipolazioni richieste
nella conversione degli slogan.
39. Chi abbia dimestichezza con la letteratura bolscevica può verificare che, a dispetto
della veste più o meno rigorosa, poche sono le differenze tipologiche tra l’‘agiografia politi-
ca’ e quella religiosa.

88
L’idea X era creduta perché era ritenuta vera.
La gente approvò l’idea X perché la giudicava bella.
Tali norme non sono soltanto del tutto ovvie, sono costitutive: determinano le regole
secondo cui pensiamo alle idee (ivi, 460).

In realtà, quasi tutti i testi prodotti dall’uomo hanno in comune un legame


più o meno marcato con gli stilemi della retorica e della persuasione40. L’im-
patto a livello planetario delle traduzioni dei testi sacri, di quelli della lette-
ratura mondiale ‘che conta’ (secondo gli ideologi-sacerdoti della letteratura)
e di quelli delle “grandi ideologie” rende davvero insensato discutere ancora
sulla traducibilità, poiché da secoli non si fa che tradurre i testi e questi testi
continuano ad agire quanto gli “originali” e spesso molto di più.
Discutere sulla traducibilità dei testi è come discutere oggi sulla possi-
bilità di eseguire interventi chirurgici: invece di chiederci se i testi (e le lin-
gue) siano traducibili, dovremmo chiederci quando, in metafora, le ‘opera-
zioni’ di traduzione portano a ‘esito letale’, a gravi ‘menomazioni’ o, invece,
alla ‘guarigione’. Occorre vedere che cosa accomuni l’anatomia della specie
umana prima di chiedersi che cosa differenzi i singoli individui. Fuori meta-
fora, è opportuno discutere sul rapporto tra incompetenza e professionalità,
tra soggettività e oggettività, tra ideologia e conoscenza, tra norma e creati-
vità. Questo approccio, nella teoria della traduzione, è recentissimo. La sto-
ria della teoria dimostra che, anche fuori dal dibattito religioso, il pensiero
sulla traduzione è rimasto per secoli dualistico e vincolato a forti preconcetti
ideologico-culturali. La logica argomentativa è sempre stata secondaria ri-
spetto al pregiudizio.

4. Metafisica, estetismo, irrazionalismo: il retaggio storico da superare

4.1. Il culto dell’“originale” e lo “spirito dell’Autore”

Il legame primigenio che ha collegato la traduzione alla religione e all’e-


stetica metafisica costituisce un retaggio teorico imponente che aiuta a com-
prendere (e superare) i limiti che hanno pesantemente condizionato (e conti-
nuano a condizionare) la teoria della traduzione.
Si è visto che il concetto di “parola di Dio” è connesso a doppio filo a
quello di “originale” senza che nel corso di tutto il pensiero sulla traduzione
– a fronte di costanti, irrinunciabili tentativi di offrire definizioni più o meno
formali di “traduzione” – vi sia stato un tentativo di definire il concetto di

40. Persino la comicità, aveva scoperto Pirandello (1995:39), risponde a un’ideologia bi-
naria dominante e diffusa tra tutti i popoli, motivo per cui i testi che si oppongono a questa
struttura tautologica (ad esempio, ‘i carabinieri sono stupidi’), cioè i testi umoristici, sono rari
in tutti i tempi e tra tutti i popoli (ivi) e sono apprezzati e compresi solo da coloro che, grazie
all’esercizio, si oppongono alle tautologie.

89
“originale”. Questa assenza pare davvero sorprendente: infatti, il pensiero
sulla traduzione ha ‘saltato a piè pari’ la riflessione sul termine principale e
più citato dell’operazione che voleva teorizzare41. Il discorso relativo alla sa-
cralità del testo religioso, fin dall’epoca umanistica, si è esteso anche ai testi
letterari, assurti al ruolo di “testi di culto” (cult texts), ovvero a “originali”
(che però non erano originali) da preservare mediante “fedeltà”.
Per secoli, in modo immutato, il pensiero sulla traduzione ha riguardato
la supposta “fedeltà” al supposto “originale”, recepito come sede di parole
sacre non solo della religione, ma anche dell’arte. Pertanto, l’ottica binaria
che oppone “fedeltà” a “libertà” della traduzione si è radicata sempre più,
restando ancora oggi incredibilmente vitale nel mondo letterario e filosofico.
Pur cambiando gli autori e le culture di riferimento, alcuni venerati “classi-
ci” della letteratura hanno assunto una sorta di sacralità che solo apparente-
mente è più laica dei testi religiosi. Nella cultura occidentale, infatti, alcuni
testi particolarmente rappresentativi sono considerati portatori di un valore
speciale che li rende per gli ideologi della cultura ‘superiori’ agli altri testi: la
Bibbia era ‘sacra’ per i santi traduttori e gli esegeti non più di quanto potesse
esserlo Omero in epoca umanistica o di quanto lo sia stata la Divina Comme-
dia (testo rivoluzionario all’epoca, ma oggi ‘canonizzato’) per generazioni di
commentatori, interpreti e traduttori.
La possibilità di un testo di diventare oggetto di un culto quasi religioso
è tanto più alta, quanto più il testo, che probabilmente alla sua epoca aveva
violato aspettative e canoni, è diventato rappresentativo non solo di un più
recente modello letterario (nuovo canone), ma di una cultura nel suo insieme,
cioè quando diventa un modello etico-estetico riconducibile a un Autore nei
cui confronti si nutre una devozione talvolta maniacale e agiografica42. Per
usare le parole di Roberto Antonelli (1985, 202):
Il valore del testo rimanda al valore dell’Auctor, della sua auctoritas, dunque della preser-
vazione della sua volontà in quanto “autorevole”, portatrice di valore.

La deferenza rispetto al cosiddetto “originale” e alla sua “esattezza” era


ben nota alla cultura europea molti secoli prima dell’èra cristiana. Fin dal VI
e V secolo a.C. era nata attorno all’opera omerica una tradizione esegetica
non dissimile, in termini di ossequio all’“originale”, da quella biblica. La

41. Fanno eccezione le (molto recenti) posizioni dell’ultima ermeneutica tedesca (Theo-
rie der Rezeption) e del decostruzionismo francese, che hanno compreso l’instabilità che lega
ogni testo alla sua interpretazione, ma portandola all’estremo opposto: in quest’ottica, il testo
si fa e si disfa a ogni contatto con la mente del ricevente (lettore) e il suo “non-senso” acqui-
sisce dignità pari al suo “senso”. All’estremismo dell’interpretazione illimitata, Umberto Eco
(1995) ha opposto valide contro-argomentazioni basate sul concetto (dialogico e scientifico)
di negoziazione delle scelte interpretative.
42. Nel suo breve romanzo Il parco di Puškin, Sergej Dovlatov offre un’istruttiva parodia
umoristica del processo di santificazione del Poeta (qui Puškin), assurto a oggetto di culto po-
polar-burocratico, ma anche di ‘brand’ commercializzabile.

90
discussa auctoritas (la “questione omerica”) aveva paradossalmente acuito
e non attenuato la devozione per i testi omerici, generando, come nel caso
dei testi sacri, traduzioni in un greco più recente dei testi di Omero per co-
loro che non potessero leggerlo nell’antico “originale”. Franco Montanari
(1991), affrontando il problema delle traduzioni greche di Omero, – “il poe-
ta più usato nella pratica scolastica di tutta l’antichità” (ivi, 223), che aveva
scritto in “una lingua del tutto artificiale, che nessun gruppo dei parlanti ha
mai adoperato come lingua d’uso” (ivi, 222) – ha evidenziato i due principa-
li parametri che, in generale, inducono alla traduzione intralinguistica di un
testo ‘di culto’: il parametro diastratico (legato al prestigio di un’opera o di
una cultura linguistica) e quello diacronico (legato al trascorrere del tempo).
Questi due fattori risultano spesso interconnessi:
man mano che la lingua evolve, cresce l’esigenza di “tradurre” i testi più antichi scritti
nella “stessa” lingua; di solito, più essi sono antichi e più sono importanti nel sistema
culturale, più questa esigenza cresce e si sviluppa (ivi, 221)

Questo anelito a rafforzare l’identità culturale mediante miti e oggetti mi-


tizzati è una costante culturale che si riflette persino nel linguaggio quotidia-
no43. Si può dunque pensare a una propensione antropologica (psicosociale)
dei gruppi culturali a eleggersi cult texts il cui prestigio raggiunga forme di
vera e propria deferenza. Si tratta di una deferenza non più connessa a una
dottrina religiosa, ma a un bisogno di riferimenti ‘mitologici’, probabilmente
innati, che va trasmessa, come per i testi religiosi, alle generazioni successi-
ve. Proprio questo bisogno di tributare al testo un valore assoluto ha indotto
a tacere il fatto che l’“originale” (perfetto o imperfetto che fosse) non c’è.
In realtà, fuori da canoni che rispondono all’autorevolezza di chi li suppor-
ta, non c’è nulla in un testo che lo renda oggettivamente migliore di un altro:
la superiorità di un testo rispetto agli altri è contingente e risulta da un alto nu-
mero di variabili storico-culturali che agiscono sulla mente dei destinatari (let-
tori, spettatori, ascoltatori) e che sono veicolate da critici, esegeti, censori e, si
direbbe oggi genericamente, opinion makers. Secondo questo meccanismo si
è trasmesso l’assioma, sostenuto dagli ideologi della cultura, che il traduttore
sia gerarchicamente, qualitativamente e ‘ontologicamente’ inferiore all’autore
dell’“originale”, e che la traduzione sia a priori ‘difettosa’. Stefano Manferlotti
(2001, 198), ad esempio, ha postulato per il traduttore l’assenza di “capacità
artistica” (sembrerebbe di tutti i traduttori), in quanto questa capacità “appar-
tiene solo allo scrittore creativo”; dal traduttore, invece, ci si aspetta un “umile
atteggiamento ancillare”. Secondo Ida Porena (2001, 221), la traduzione poe-
tica è addirittura “un atto blasfemo e profanatorio”44.

43. Il nesso tra “modello” e “mito” si riflette persino nel gergo giovanile dell’italiano con-
temporaneo, in cui sono usate correntemente espressioni encomiastiche come “Sei un mito!”
o “Mitico!”.
44. Ai convegni sulla traduzione, frasi del genere si sentono continuamente anche oggi e,
paradossalmente, sono spesso gli stessi traduttori a esprimere le posizioni più drastiche. Ri-

91
L’assioma dell’imperfezione costitutiva, ontologica, della traduzione si
è proiettato sulla teoria, generando una radicale diffidenza verso la possi-
bilità di studiare e formalizzare il processo traduttivo e, di conseguenza, di
trovare parametri condivisi per valutare le traduzioni, cioè per fondare una
critica della traduzione. In traduzione, senza teoria, non ci sono migliora-
menti, ma se si parte dall’assioma di imperfezione costitutiva, i migliora-
menti paiono impossibili (come se, in chirurgia, fossero stati dissuasi i chi-
rurghi dell’antichità dalla ricerca e sperimentazione di nuove tecniche). Il
postulato dell’imperfezione costitutiva della traduzione si basa, a sua volta,
sul solo e unico postulato che il TP sia “perfetto”, stabile, immutabile e por-
tatore dello “spirito dell’autore”. È solo questo postulato a tenere in piedi
l’assunto che la traduzione sia destinata a priori all’imperfezione e che il
traduttore sia uno ‘scrittore fallito’ che si presta umilmente a un’operazione
fallimentare.
Nella storia della teoria, il concetto di “spirito dell’autore” è stato par-
ticolarmente centrale nell’àmbito della cultura inglese. Per quanto notoria-
mente ‘pragmatici’ e ancorati a una visione apparentemente laica del testo, i
pensatori britannici ponevano comunque al centro della riflessione teoretica
uno “spirito” che, pur non ‘divino’ in senso religioso, connotava di un’aura
metafisica il connubio testo/autore. Da John Dryden ad Alexander Tytler,
“il problema centrale” attorno a cui ruotava la teoria della traduzione era
“il tentativo di ricreare lo spirito essenziale, l’anima o la natura dell’opera
d’arte” (Bassnett-Mc Guire 1993, 91). André Lefevere (1992b, 102-105) ha
proposto una sintesi delle idee esposte da Dryden nelle sue Ovid’s Epistles
(1680), secondo cui le tipologie traduttive potevano rientrare nella seguente
tripartizione: metafrasi, parafrasi (“translation with latitude”), imitazione.
Dryden stesso privilegiava la parafrasi, in quanto aurea mediocritas tra la
pesantezza dell’interlineare e l’eccessiva autonomia dell’imitazione. L’imi-
tazione, infatti, si arroga il diritto di sacrificare “lo spirito dell’autore”, il
quale “non dovrebbe andare perduto”, violando con ciò il “senso dell’au-
tore” che deve restare “sacro e inviolabile”. Per Dryden (1992, 28), tutto
era “superstizione” fuori dall’anelito a ricreare un testo antico per il quale
provava un’“opportuna venerazione”. Dal canto suo, nella prefazione alla
sua traduzione dell’Iliade (1715), Alexander Pope rivalutava il letteralismo
in nome di una ritrovata autorevolezza dell’autore e dell’“originale”, nuo-
vamente indicati come gerarchicamente superiori al traduttore e alla tradu-
zione.
Secondo l’idea umanistica, la verticalità gerarchica veniva stabilita dal
riconoscimento della supremazia dello “spirito dell’antichità” rispetto alla
contemporaneità:

cordo come (a un evento pubblico del 2002) lo slavista (e amico) Luigi Marinelli, peraltro sti-
mato traduttore dal polacco, in modo volutamente provocatorio, avesse definito la traduzione
un “atto di ciarlataneria e supponenza” mirato a far rivivere in una forma “inferiore” la forma
“superiore” dell’“originale”.

92
It is certain no literal Translation can be just to an excellent Original in a superior
Language: but it is a great Mistake to imagine (as many have done) that a rash Paraphrase
can make amends for this general Defect; which is no less in danger to lose the Spirit of
an Ancient, by deviating into the modern Manners of Expression. If there be sometimes
a Darkness, there is often a Light in Antiquity, which nothing better preserves than a
Version almost literal (Pope, in Lefevere 1992a, 64).

I pensatori inglesi avviavano il dibattito verso le posizioni che avrebbero


dominato l’epoca romantica e che avrebbero sancito l’idea che il tradutto-
re dovesse avere un modesto ruolo di sudditanza all’autore. Soprattutto, si
esprimevano in chiara contrapposizione alla pratica francese delle “belle in-
fedeli” che poneva la lingua e i canoni francesi come valore di riferimento, e
vedeva nelle traduzioni francesi i veri “originali”.

4.2. Il modello francese delle “belles infidèles”

A partire dal primo Rinascimento, anche grazie al consolidarsi delle


“lingue nazionali”, il numero delle traduzioni profane aumentò “vertigino-
samente” (Mounin 1965, 41), si diffusero in quantità dizionari bilingui e
poliglotti (ivi, 43) e alcuni traduttori-pensatori cominciarono a vedere nella
traduzione un’attività laica cui spettasse lo status di ars, cioè di arte-me-
stiere basato appunto (come la pittura o la medicina) su “regole dell’arte”.
Particolarmente sensibili ai problemi estetico-funzionali della traduzione, i
teorici rinascimentali davano priorità alla buona conoscenza di entrambe le
lingue di lavoro, alla comprensione del TP, all’autonomia estetica del tra-
duttore rispetto alle esigenze e ai canoni della cultura di arrivo: “per ragio-
ni essenzialmente ideologiche, religiose come filosofiche” il Rinascimento
rompeva con la “versio medievale, legata strettamente alla traduzione lette-
rale” (ivi).
Tra i più noti sostenitori di questa posizione, detrattori del vincolo della
“fedeltà” e della traduzione scolastica “parola per parola” (interlineare), va
ricordato il grande umanista Etienne Dolet. Considerato a ragione il padre
della traduttologia francese, fu uno dei ‘martiri della traduzione’, bruciato
sul rogo dall’Inquisizione per aver tradotto in modo inappropriato un Dialo-
go di Platone: secondo le autorità ecclesiastiche, Dolet aveva aggiunto un’e-
spressione, assente nel testo greco, che negava l’esistenza dell’anima (cfr.
Laurenti 2015, 117-120).
In un breve saggio pubblicato nel 1540, La manière de bien traduire d’u-
ne langue en autre, Dolet aveva sintetizzato le sue lungimiranti intuizioni
sull’asimmetria delle lingue e sulle regole che guidavano il buon tradutto-
re. Convinto sostenitore del funzionalismo, in opposizione al letteralismo
imposto dal canone della “fedeltà, Dolet riteneva che il traduttore dovesse
impegnarsi a tutelare l’esito estetico della traduzione e considerava riprove-
93
vole qualsiasi calco del TP. Proponeva, quindi, cinque moderni princìpi della
traduzione ‘a regola d’arte’, che Zuzana Raková (2014, 35) ben sintetizza in
linguaggio attualizzato:
1. Comprendere bene il senso e l’intenzione dell’autore dell’originale, pur concedendo-
si la libertà di chiarire i passaggi oscuri.
2. Possedere una conoscenza perfetta della lingua di partenza e della lingua d’arrivo.
3. Evitare di tradurre parola per parola.
4. Utilizzare espressioni d’uso comune.
5. Selezionare e organizzare le parole in modo appropriato per ottenere la tonalità otti-
male.

Questa posizione, contemporanea a quella funzionalista di Lutero, ma


in un’ottica finalmente del tutto laica, a prescindere da ideologie o creden-
ze religiose, veniva ripresa anche da George Chapman, traduttore di Omero
in inglese (cfr. Bassnett-McGuire 1993, 80-81). Opponendosi all’ossessio-
ne per la “fedeltà”, si poneva la funzionalità del testo come finalità dell’atto
traduttivo, ma ignorando il criterio dell’equivalenza, cioè ponendo l’estetica
del testo tradotto al di sopra della sua precisione: il lato estetico della tra-
duzione finiva con il sovrapporsi a quello della funzionalità. Dolet, inoltre,
nonostante la sua propensione per libertà ed estetismo, restava ancorato agli
indefinibili concetti di “originale” e di “senso”, e all’illusorio parametro del-
l’“intenzione dell’autore”.
Ovviamente, l’estetismo era coerente alla rivalutazione rinascimentale
dell’estetica classica, che poneva il “bello” e il gusto all’apice della ricerca
artistica; tuttavia proprio questo aspetto, estremizzato, sarebbe stato il fon-
damentale retaggio della teoria di Dolet, mentre le sue avanguardistiche in-
tuizioni sull’asimmetria tra le lingue sarebbero rimaste in ombra. Infatti, a
partire dal XVII secolo, la rivolta contro il letteralismo portava, in Fran-
cia, grazie soprattutto all’omologazione estrema teorizzata da Nicolas Perrot
d’Ablancourt, al trionfo delle traduzioni cosiddette “belles infidèles” (cfr.
Venuti 1995, 48-50). Il testo tradotto, “innestato dai valori specifici della cul-
tura di arrivo” (ivi, 49), doveva contribuire ad arricchire la cultura di arrivo
secondo i princìpi di un ‘estetismo naturale’. Non era un caso che le tradu-
zioni estetizzanti avessero preso piede proprio in Francia: le “belle infedeli”
nascevano dall’intento nobilitante di “francesizzare” i testi originari, di ren-
derli più “belli”, secondo il gusto francese. Quest’ottica poneva la traduzione
al centro del processo letterario e creativo, sottraendola al ruolo servile cui
l’aveva circoscritta il pensiero religioso, ma creava un infausto precedente:
l’estetismo in traduzione sarebbe stato recepito come spavalda “libertà” di
riscrivere il testo (quasi) a piacimento, assecondando il gusto dei destinatari
contemporanei.
I letterati francesi, convinti della propria supremazia culturale e civile,
direttamente ispirata dalle culture classiche pre-cristiane, propugnavano, sul
modello ciceroniano, uno schema verticale. Come prescriveva d’Ablancourt
94
(nella sua prefazione a una traduzione di Luciano del 1654), priorità del tra-
duttore era la ricerca dell’effetto e del piacere estetico:
si privilegia un tipo di traduzione che si adegui ai criteri stilistici dell’epoca, che sia
agréable ed élégante e che non offenda les délicatesses della lingua francese, trasforman-
do notevolmente di conseguenza gli originali (Nergaard 1993, 38).

Le belles infidèles erano in realtà pseudo-traduzioni: nonostante l’approc-


cio funzionale, queste operazioni di spinta omologazione alla cultura di ar-
rivo erano vincolate a parametri extra-testuali che, non meno dei vincoli re-
ligiosi, allontanavano la traduzione dal concetto di ars come mestiere per
avvicinarla a quello di ‘Arte’ come estetica fine a se stessa.
Quella che Henri Meschonnic (1995, 275) ha chiamato “ideologia este-
tizzante” si sarebbe radicata nella pratica traduttiva francese del XVIII seco-
lo, contribuendo a trasferire l’idea della ‘sacralità’ dall’àmbito della fede a
quello dell’arte. Se la “fedeltà” linguistica era in contraddizione con la “bel-
lezza” del testo, il traduttore doveva in “libertà” abdicare alle corrispondenze
interlinguistiche. Questa posizione, paradossalmente, ribaltava i termini del
dualismo teorico, enfatizzandone il ruolo: è in questo periodo che si attesta
il binomio dualistico ‘fedeltà/libertà’, diffondendo lo stereotipo che, se una
traduzione è “bella”, è necessariamente “infedele”.
Il modello francese ebbe un successo particolare in Russia a partire dal
XVIII secolo, quando ancora non c’era una assiomatica distinzione quali-
tativa tra testi “originali” e traduzioni: “la maggior parte delle traduzioni
dell’epoca, se valutate secondo i parametri odierni, dovrebbero essere defini-
te ‘imitazioni’ o ‘rifacimenti’” (Toper 2000, 55).
In Russia, infatti, la pratica traduttiva non era legata solo alla convinzio-
ne (tipica del classicismo e del canone importato dalla Francia) che esistesse
obiettivamente il ‘bello’, ma soprattutto allo sforzo di agevolare lo sviluppo
delle giovani lettere russe e della stessa lingua letteraria russa (ivi, 56). Per
questa ragione, più di quanto avvenisse altrove e in altre epoche, in Russia,
a partire dai secoli XVIII e XIX, l’attività traduttiva veniva recepita, a pieno
titolo, come attività letteraria creativa45. Il successo del modello francese era
prevedibile in un paese imperiale, potente, i cui “complessi” di nazione gio-
vane, dalla tradizione linguistico-letteraria instabile e recente, venivano com-
pensati da una vivacità culturale straordinaria e da un numero sorprenden-
te di talenti. Attraverso traduzioni omologanti, creative, “russificate”, cioè
attraverso testi “belli e infedeli”, la Russia creava capolavori di traduzione

45. Tra gli scrittori-traduttori russi si possono menzionare i nomi più prestigiosi: (XVIII
secolo) Kantemir, Lomonosov, Sumarokov, Trediakovskij, Fonvizin, Bogdanovič, Cheraskov,
Kapnist, Karamzin, Radiščev; (XIX secolo) Krylov, Žukovskij, Puškin, Griboedov, Lermontov,
Dostoevskij, Turgenev, L. Tolstoj, A. Tolstoj, Gončarov, Ostrovskij, Garšin, Nekrasov, Fet,
Korolenko (cfr. Toper 2000, 49). Nel XX secolo, alla creatività traduttiva fecero ricorso quasi
tutti i più noti poeti e narratori, soprattutto perché come traduttori erano meno assoggettati ai
vincoli della censura.

95
liberi da vincoli linguistici, pronti a divenire testi autoctoni che avrebbero
contribuito a fondare i canoni letterari russi.
L’influsso del modello ideologico francese ottenne un certo consenso an-
che in Inghilterra. Tuttavia, per i teorici inglesi, opporsi alla tradizione delle
“belle infedeli” divenne ben presto un modo obbligato per opporsi alla gallo-
filia dominante in Europa. In Inghilterra, in realtà, la parentesi dell’estetismo
era stata molto breve: già a partire dall’ultimo Seicento, i teorici-traduttori
erano tornati a guardare al concetto di “fedeltà all’originale” come al criterio
guida per rispettare quello che John Dryden aveva definito, come si è detto,
il “senso sacro e inviolabile dell’autore”.
A superare l’estetismo laico francese sarebbe stato il romanticismo te-
desco. Sostenuti da un illuminato nazionalismo filosofico-culturale, a par-
tire dal XIX secolo, i pensatori tedeschi avrebbero cercato di ‘quadrare il
cerchio’ tra “fedeltà” e “libertà”, ricadendo per lo più in una nuova forma
di dualismo ‘spirituale’. Soprattutto il tardo romanticismo tedesco, che an-
noverava letterati, eruditi e critici di grandissima levatura, avrebbe lasciato
un’impronta indelebile sulla ‘bi-teoria’ novecentesca. Pur accompagnato a
una crescente consapevolezza della complessità dell’argomento e al virtuo-
sismo filologico dei suoi corifei, il pensiero romantico tedesco ereditava e
restituiva in veste nuova le lacune epistemologiche del passato. Anzi, i re-
taggi metafisico-religiosi, fortemente attenuatisi in epoca riformista rina-
scimentale e nel periodo dell’estetismo francese, riprendevano vita, nutriti
da una riflessione filosofica intrisa di un idealismo solo apparentemente
‘laico’.

4.3. Il romanticismo tedesco e il ritorno allo “spirito dell’originale”


Stimolati dalla crescente attenzione alla componente “spirituale” della
cultura nazionale, i critici e i filosofi del romanticismo tedesco si interroga-
vano sul ruolo della storia, della lingua, delle lettere nell’evoluzione del de-
stino umano46:
Com’è stato spesso ribadito dai poeti e dagli studiosi tedeschi, la traduzione era l’‘intimo
destino’ (innerestes Schicksal) della lingua tedesca stessa. L’evoluzione del tedesco mo-
derno è inseparabile dalla Bibbia di Lutero, dall’Omero di Voss, dalle versioni successive
di Shakespeare a opera di Wieland, Schlegel e Tieck. La teoria della traduzione acquista
in tal modo un’autorità e uno spessore filosofico senza precedenti (Steiner 1984, 257).

A riflettere sulla traduzione, pur in modo frammentario, troviamo


anche il grande poeta e scrittore Johann Wolfgang Goethe (1993, 124),
considerato una sorta di mediatore tra classicismo e romanticismo. Nelle

46. Si tenga comunque presente che la parola tedesca “Geist”, per lo più tradotta con
“spirito”, è la stessa che si usa al posto di “mente”: nel primo caso, l’accezione è metafisica,
nell’altro non lo è affatto.

96
“Note” al Westöstilches Divan (1819), Goethe propugnava senza mezzi
termini, ma con argomentazioni paradossali, la supremazia della versione
interlineare (traduzione “letterale”): solo l’aderenza al testo originario
sarebbe stata in grado, secondo il poeta, di “rendere la traduzione identica
all’originale”, evitando che divenisse un “surrogato” dell’“originale”, bensì
rappresentandolo “paritariamente” (ivi, 122-123; corsivo mio). Sebbene
l’umiltà prescritta al traduttore sia qui da intendere in senso laico, nonostante
alla traduzione venga riconosciuta una sua dignità, Goethe sanciva in
modo chiaro la superiorità del TP. Come i suoi contemporanei, combatteva
il modello francese, che omologava le traduzioni alla cultura di arrivo,
avanzando il moderno concetto di ibridazione culturale: calcando il testo
straniero, infatti, il traduttore avrebbe potuto educare il “gusto della folla”
a una “terza entità”, rinunciando in parte “all’originalità della sua nazione”,
accogliendo l’estraneità47. Questa idea, come vedremo, avrebbe trovato
nell’ultimo Novecento cultori di diverso orientamento teorico. Si trattava
di una importantissima intuizione che, tuttavia, sarebbe stata interpretata e
recepita come “estraniamento” della traduzione, vista non come riproduzione
funzionale di un testo in un altro codice, ma come mera “ibridazione” della
cultura di arrivo.
I più noti e celebrati protagonisti del romanticismo tedesco sono stati
Wilhelm von Humboldt e Friedrich Schleiermacher. Quasi contemporanea-
mente alle “Note” goethiane, venivano infatti pubblicati due saggi che rive-
lavano, per quell’epoca, intuizioni importanti, ma che – per il loro immenso
successo – rafforzavano i pregiudizi dualistici della teoria della traduzione:
oltre al già menzionato saggio “Sui diversi metodi del tradurre” di Schleier-
macher (1813), nel 1816 veniva pubblicata l’“Introduzione alla traduzione
dell’Agamennone di Eschilo” di Wilhelm von Humboldt. Le riflessioni con-
tenute in questi due scritti sono divenute un punto di riferimento per tutte le
correnti della teoria letteraria della traduzione novecentesca: dall’irraziona-
lismo al decostruzionismo, dai Translation Studies all’idealismo, dall’erme-
neutica al postmodernismo. Inoltre, nonostante le conclusioni oggi contro-
argomentabili, i due saggi sono stati utili anche in àmbito psicolinguistico,
stimolando la ricerca di ipotesi più coerenti e aggiornate.
Dal saggio di Schleiermacher, come già si è detto, emerge il duplice in-
tento paradossale che caratterizza buona parte della teoria: da un lato, quello
di creare tipologie per regolamentare la traduzione; dall’altro, quello di di-
mostrare che la traduzione è un’operazione non assoggettabile a schematiz-
zazioni. L’analisi parte dalla considerazione che la comunicazione umana è
estremamente difficile anche all’interno della stessa comunità linguistica: in
primo luogo, secondo Schleiermacher, e contrariamente all’opinione oggi
invalsa, le forme di una stessa lingua e il senso loro attribuito dai singoli par-

47. Questo pensiero dimostra la lungimiranza cosmopolita del pensiero nazionale tedesco,
solo successivamente deformato in ideologia suprematista.

97
lanti non paiono riconducibili a un codice unitario; in secondo luogo, opinio-
ne oggi condivisa, per ogni persona varia la ricezione individuale di uno stes-
so testo nel tempo. Passando alla traduzione interlinguistica, Schleiermacher
(1993, 144-145) proponeva la nota distinzione tra l’attività del Dolmetscher,
interprete dell’“attività quotidiana”, e dell’Übersetzer, il vero traduttore che
operava nel campo “della scienza e dell’arte”. Mentre “all’ambito dell’arte
e della scienza si addice la scrittura”, riteneva il filosofo, negli altri àmbiti
non si sarebbe avuta traduzione, ma solo “registrazione di un’interpretazione
orale” (ivi, 145); il traduttore di resoconti e articoli di giornale, quindi, anda-
va equiparato all’interprete e, se un interprete di testi simili avesse avanzato
“pretese maggiori” per “conquistarsi la reputazione di artista”, sarebbe stato
“ridicolo” (ivi).
Il legame tra lingua, pensiero e cultura, sosteneva Schleiermacher, richie-
deva che il traduttore dei testi “dell’arte e della scienza” avesse un’irrepren-
sibile dimestichezza con la lingua e la cultura di partenza (ivi, 148-150), bi-
lanciando l’innovazione del TA con la “creatività” del TP:
La prima norma del traduttore, infatti, deve essere quella di non permettersi nulla […]
che non sia permesso anche a ogni scritto originale dello stesso genere nella lingua nativa
(ivi, 166).

In quest’ottica, il rapporto dell’Übersetzer con la propria cultura risultava


fondamentale, ma la sua capacità di progettare “con esattezza i suoi obiettivi”
e di calcolare “i mezzi necessari al loro conseguimento” (ivi, 151) diveniva un
compito impossibile da definire. Dopo aver affermato che al traduttore serviva
un progetto e che era importante creare tra il proprio lettore e il TA un rappor-
to analogo a quello esistente tra il TP e il suo lettore coevo (strategia oggi de-
finita attualizzazione), Schleiermacher definiva “folle” questa stessa ambizio-
ne, poiché la lingua del TP “con la straniera non concorda in nessun punto”
(ivi; corsivo mio). Anche questa visione di relativismo estremo, intrisa ante
litteram di pessimismo irrazionalista, era però presentata secondo un drastico
dualismo: riguardava, infatti, solo i testi dove si manifestasse lo “spirito”, poi-
ché i testi “bassi” erano invece basati su corrispondenze quasi perfette. Da qui
scaturiva l’ulteriore contrapposizione binaria tra “parafrasi” e “rifacimento”
(ivi): la prima, sosteneva Schleiermacher (ivi, 151-152), è “meccanica” e chi
la pratica “tratta gli elementi delle due lingue come se fossero segni matemati-
ci”, per cui è limitata ai testi della scienza, mentre per l’arte si ha l’imitazione
o rifacimento (Nachbildung) che può permettere una forma di attualizzazione,
ma sostituendo lo “spirito dell’originale” con “l’estraneo”:
Ora una tale imitazione non è più certamente l’opera originale, né in essa si troverà rap-
presentato e operante lo spirito della lingua originale, ma piuttosto all’estraneo, prodotto
da questo spirito, verrà connesso qualcosa di diverso […] solo un’opera di questo genere
può essere per i propri lettori, nei limiti del possibile, quello che il modello è stato per i
suoi lettori originari (ivi, 152).

98
Altrettanto contro-argomentabile è l’affermazione di Schleiermacher che
nulla possa essere “inventato” in una lingua e che il traduttore abbia problemi
enormi con i termini e i referenti assenti nella cultura di arrivo: in realtà, pro-
prio le traduzioni costituiscono un àmbito di sviluppo onomasiologico per
qualsiasi lingua di arrivo e, conoscendo le regole per farlo, si possono creare
neologismi efficaci e di successo. Gli umani dispongono, infatti, di facoltà
atte a inventare parole in modo che siano comprese e trasportate da un campo
all’altro, da un registro all’altro48.
Infine, Schleiermacher sintetizzava il suo dualismo teorico (‘bi-teoria’)
con la sua affermazione più famosa:
O il traduttore lascia il più possibile in pace lo scrittore e gli muove incontro il lettore, o
lascia il più possibile in pace il lettore e gli muove incontro lo scrittore. Le due vie sono
talmente diverse che, imboccatane una, si deve percorrerla fino in fondo con il maggior
rigore possibile (ivi, 153).

Secondo l’autore, unificare le due strategie avrebbe dato “risultati estre-


mamente incerti con il rischio di smarrire completamente sia lo scrittore, sia
il lettore” (ivi). Oltre a questi due metodi, aggiungeva, “non può essercene
un terzo capace di prospettare un obiettivo ben definito” (ivi, 154). A questo
conclusivo ‘aut-aut’ di Schleiermacher si possono opporre due considerazio-
ni pragmatiche:
1) dosare i due metodi è possibile e questo è quello che fa oggi un professio-
nista, soprattutto con testi complessi e perfino con la traduzione biblica:
una traduzione in lingua moderna della Scrittura ha legittimità ebraica nella misura
in cui, rovesciando Schleiermacher, non lascia in pace né lo scrittore né il lettore,
cioè non cancella con le sue scelte l’enorme patrimonio ermeneutico che sta nella
traduzione di tutti i secoli (De Benedetti 1994, 21).

2) quali che siano i parametri seguiti da un traduttore, sono sempre e solo


(come per qualsiasi scrittore) proiezioni del suo mondo mentale e circo-
scritto; attualizzare o storicizzare, ‘avvicinare’ o ‘allontanare’, omologare
o straniare, sono operazioni che il traduttore misura e verifica (cioè, com-
puta) su se stesso, secondo un processo di decodifica-codifica-verifica che
avviene solo nella sua mente e che è, pertanto, sempre e comunque ‘self-
oriented’. Infatti, come afferma Jack Balkin (1998, 128), “la comprensio-
ne umana, quindi la comprensione della comprensione, è essenzialmente
riflessiva e autoriflessiva [self-referential]”.
Tra le osservazioni di Schleiermacher che anticipavano importanti discus-
sioni teoriche del XX secolo vi era quella sul rapporto pensiero-linguaggio
48. Si pensi allo slittamento semantico dell’usatissima parola italiana “casino” o ai neolo-
gismi importati da una lingua straniera, detti “forestismi” o “prestiti”. Inoltre, gli umani pos-
sono inventare parole inesistenti (“pseudo-parole”) e persino lingue nuove o artificiali (cfr.
Eco 1996).

99
(problema che sarebbe stato posto in termini scientifici da Lev Vigotskij ne-
gli anni Trenta del XX secolo) e quella sul rapporto tra parlante e lingua
nativa. Il suo più evidente pregiudizio, in ottica pre-relativista, era quello di
negare la possibilità che un individuo potesse essere “una stessa cosa in due
lingue diverse” (Schleiermacher 1993, 167): il pensiero umano, secondo il
pensatore tedesco, sarebbe stato direttamente modellato sulla lingua che rac-
chiudeva lo “spirito” della nazione (ivi, 177). In realtà, come mostrano i bi-
lingui precoci e tardivi, che sono una parte molto consistente dell’umanità,
in due lingue diverse, si può essere la stessa persona49.
Limiti e meriti analoghi a quelli di Schleiermacher vanno riconosciuti
anche a Wilhelm von Humboldt, giustamente considerato uno dei padri del-
la moderna filosofia del linguaggio e della linguistica. Nella doppia veste di
traduttore e teorico, nell’introduzione alla sua traduzione dell’Agamennone,
Humboldt (1993, 134) partiva dal postulato che la poesia di Eschilo fosse
“intraducibile per sua peculiare natura”, ma non forniva alcun parametro per
individuare in che cosa consistesse la “peculiare natura” di siffatta intradu-
cibile poesia, se non una serie di aggettivi riferiti alla lingua e allo stile che
risultano ambigui: “forti, grandiosi, arcaici, persino spezzati talvolta, oscuri
e quasi sovrabbondanti” (ivi). Avanzava subito dopo una considerazione di
grande importanza, ovvero che le diverse lingue sono tra loro in un rappor-
to di sinonimia, seppure inteso come corrispondenza imperfetta, in quanto:
nessuna parola di una lingua è completamente uguale a una di un’altra lingua […] ognu-
na esprime il concetto un po’ diversamente, con questa o quella determinazione seconda-
ria, un gradino più alto o più basso sulla scala delle sensazioni (ivi).

Questa premessa, in opposizione alla tesi del letteralismo, portava l’auto-


re a sostenere, in sintonia con Orazio e Cicerone, che “una traduzione è tanto
più deviante quanto più tenta d’esser fedele” (ivi, 135). Tuttavia, Humboldt
misurava la sinonimia secondo la corrispondenza parola/parola (lessema/les-
sema), senza fare il passo successivo alla sua significativa premessa: tra le
lingue, infatti, esiste sempre una sinonimia praticamente perfetta, ma solo se
si considera il rapporto parola/locuzione o locuzione/locuzione. Questo limi-
te teorico induceva Humboldt (ivi,136) – convinto peraltro che ogni lingua
potesse dire “tutto” – a teorizzare un “mistico rapporto tramite lo spirito” che
avrebbe unito i suoni ai concetti, laddove i suoni avessero contenuto “gli og-
getti della realtà disciolti in idee” (ivi). Humboldt, dunque, univa riflessioni
empiriche e verificabili ad affermazioni tipiche del dualismo di matrice car-
tesiana. Molto lungimirante era, ad esempio, l’idea che la “stranezza” della
traduzione (dovuta all’imperizia del traduttore) tendesse a “oscurare” l’estra-
neità, motivo per cui il traduttore avrebbe dovuto “scrivere come lo scrittore
avrebbe scritto nella lingua del traduttore” (ivi, 137). Poco dopo, però, in ot-
tica pre-relativistica, specificava che “nessuno scrittore scriverebbe in un’al-

49. Lo sa qualsiasi italiano che a casa parli un dialetto e fuori casa parli italiano.

100
tra lingua la stessa cosa e allo stesso modo” (ivi, 138); questo è certo vero,
ma veniva detto in modo fuorviante: infatti, semplicemente, in due momenti
diversi, nessuno scrittore scriverebbe la stessa cosa e allo stesso modo nella
stessa lingua.
Un’altra intuizione particolarmente importante di questo saggio è che la
qualità della traduzione (“leggerezza e chiarezza”) dipenda non da lunghi
rimaneggiamenti, ma da “una prima felice ispirazione” (ivi, 139)50. I dati
empirici parrebbero oggi avallare quest’idea altamente contro-intuitiva: ef-
fettivamente, a un alto livello di addestramento, i traduttori, proprio come gli
interpreti orali, tendono a produrre un testo scritto già molto simile a quello
definitivo e le eccessive revisioni possono rovinare la prima “felice ispirazio-
ne”: è talvolta meglio rivedere la traduzione dopo un certo periodo, piuttosto
che continuare, come dicono i traduttologi russi, a modellarla.
Prima di giungere alla conclusione del suo saggio, Humboldt faceva un
accenno, pur privo di ulteriori sviluppi, a quello che oggi definiremmo il do-
minio dei canoni dei culture makers. Sebbene lo studioso tedesco parlasse
solo nei termini ristretti dei “canoni di versificazione”, la sua idea è davvero
importante e generalizzabile: i lettori, osservava, sono “storditi dall’arbitrio
dei poeti” e “poco abituati a metri usati non tanto spesso” (ivi, 141). Le “li-
bertà” che il traduttore può assumersi, pertanto, sono un utile strumento in
direzione del contatto tra estraneità, inteso soprattutto come ‘ibridità cultu-
rale’. Proprio in tal senso, diremmo oggi, le traduzioni possono esercitare un
influsso cognitivo sui destinatari, addestrandoli alla ricezione di nuovi mo-
delli culturali, comprese nuove sonorità e prosodie.
La conclusione del saggio denota nuovamente la tipica commistione ro-
mantica di riflessioni storico-pragmatiche e misticismo. Nel rimarcare uno
dei problemi centrali delle opere tradotte, ovvero la loro precarietà e contin-
genza storica, Humboldt, con parole che rimandano alla metafisica, conclude
che le traduzioni sono “altrettante immagini dello stesso spirito”, ma “il vero
spirito riposa solo nel testo originale” (ivi). Traducendo questo assunto in un
linguaggio più attuale e meno metafisico, a quanto pare, il filosofo intendeva
dire che la traduzione è il prodotto non solo di un’epoca, ma della ricezione
del singolo traduttore nella sua individuale relazione con la cultura di arrivo
(in sostanza, la traduzione è ‘self-oriented’).
Pur senza superare del tutto il postulato della supremazia del TP, Hum-
boldt ha comunque spianato la strada all’idea (centrale per i Translation Stu-
dies) che qualsiasi testo (anche una traduzione) sia, di fatto, un “originale”,

50. Se il concetto di ispirazione, secondo un’ipotesi scientifica corrente, viene tradotto


nell’insieme complesso di abilità congiunte che operano a livello cognitivo secondo modalità
inconsapevoli, l’affermazione risulta estremamente lungimirante. In epoche più recenti il con-
cetto di ispirazione ha gradualmente ceduto il posto a quello di intuizione. L’intuizione, come
si è detto, è un termine per indicare un’idea di cui non conosciamo l’origine: ancora non si co-
noscono bene i meccanismi neuronali dell’intuizione, ma si può dire con certezza che non sia
frutto di magia, né di influssi esterni alla mente (come l’‘ispirazione’).

101
poiché il TP stesso è comunque strettamente imparentato all’insieme dei testi
precedenti di cui l’autore è divenuto ricettacolo e che costituiscono la me-
moria creativa cui attinge; al tempo stesso, suggeriva acutamente Humboldt,
ogni TP è almeno in parte un’imitazione (lo stesso pensiero era stato espres-
so anche da Schleiermacher, 1993, 171).

4.4. La deriva irrazionalista postmoderna

Nel bene e nel male, i saggi di Schleiermacher e Humboldt hanno influi-


to in modo trasversale su tutta la teoria del Novecento: a loro si sono ispirati
tanto i pensatori irrazionalisti, quanto i semiologi della traduzione. Sul fronte
irrazionalista “postmoderno”, due filosofi in particolare – Walter Benjamin e
José Ortega y Gasset – hanno ereditato alcuni postulati comuni ai due pensa-
tori romantici, soprattutto l’idea dell’impossibilità di far comunicare perfet-
tamente due lingue e quella di una superiorità ontologica del testo artistico
rispetto agli ‘altri testi’. Entrambi i noti filosofi del Novecento, pur in modo
diverso, hanno contribuito a esasperare le moderate tendenze metafisiche ro-
mantiche in direzione di un drastico postmodernismo, inteso come reazione
alle illusioni positivistiche e scientiste della modernità.
Come già anticipato, il celeberrimo saggio di Benjamin “Il compito del
traduttore” (1923) sarebbe divenuto, cinquant’anni dopo la sua prima pubbli-
cazione, un cult text51. Si apriva, infatti, con una serie di assunti provocatori
e innovativi che avrebbe fornito una base speculativa al cosiddetto “pensie-
ro debole”52 e alla più estrema “teoria della ricezione”. Particolarmente im-
portante e significativa è la riflessione sui destinatari di un’opera d’arte che,
secondo Benjamin (1995, 39), non sarebbe rivolta mai ad alcun destinatario,
motivo per cui ipotizzare un “lettore ideale” sarebbe non solo insensato, ma
“nocivo”. Secondo Benjamin, quindi, la questione della traducibilità andava
rivista ponendosi due quesiti: 1) se l’opera possa trovare mai, nella totalità
dei suoi lettori, un traduttore adeguato; 2) se l’opera, nella sua essenza, con-
senta una traduzione e, quindi, secondo l’autore, “la esiga” (ivi, 40).
Anche Benjamin proponeva di affrontare il problema della “vitalità” del-
le opere d’arte su base esplicitamente dualistica, ma contrapponendo, questa
volta, la storia alla natura: “in base alla storia, e non alla natura […] va de-
terminato, in ultima istanza, l’ambito della vita” (ivi, 41). La sopravvivenza
delle opere sarebbe equivalsa alla sua “gloria” e solo la “gloria” avrebbe dato

51. Data l’imperizia della traduzione di G. Bonola proposta da Nergaard 1993 (che supera
quella dei saggi precedentemente citati), per la traduzione del saggio di Benjamin, mi rifarò a
quella, pur stilisticamente goffa, di R. Solmi (cfr. Benjamin 1995).
52. Si tratta di una corrente filosofica di matrice italiana che ha avuto uno straordinario
impatto anche all’estero, ideata dai filosofi Gianni Vattimo e Pier Aldo Rovatti. Il “pensiero
debole” si oppone alle forme “forti” della ragione in nome di un pluralismo oggettivo e sog-
gettivo del pensiero, del ragionamento e dell’esperienza (cfr. Vattimo, Rovatti 1995).

102
traduzioni. Veniva così stabilito che non erano mai le traduzioni a dar gloria
a un’opera, ma che a questa gloria pregressa le traduzioni stesse dovevano la
loro esistenza. Questa idea appare contraria ai dati storici; numerose tradu-
zioni, infatti, contribuiscono ogni giorno alla “gloria” delle opere in lingua di
partenza e talvolta la creano. Alcune opere vengono pubblicate in traduzione
prima che in lingua di partenza53.
Benjamin criticava la “teoria tradizionale della traduzione” (ivi, 42) ba-
sata sull’affinità delle lingue, ritenendo impossibile definire il concetto di
“esattezza” nel processo di trasmissione di forme e significati. Questo con-
cetto, secondo Benjamin, non poteva riguardare la “riproduzione del reale”
(e quindi dell’“originale”), che non potrà mai essere “obiettiva”. Da questa
considerazione, emergeva l’originale idea della “dinamica del senso”, ovve-
ro della “maturazione postuma delle parole fissate” (ivi, 43). Benjamin allu-
deva qui, sulla scia di Schleiermacher e Humboldt, al processo di mutazione
dei valori e delle componenti di un testo in base al tempo trascorso, introdu-
cendo con ciò la concezione di ricezione testuale. La stessa lingua materna
del traduttore, osservava, era recepita come mutevole, a differenza di quanto
accadeva nel caso della parola del poeta nella sua (nativa) lingua poetica. Ve-
niva postulata, in tal modo, una contrapposizione tautologica tra il “poeta”,
colui che scriveva un “originale”, e il traduttore, colui che non era “poeta”,
in quanto non scriveva “originali”. Questa opposizione, però, pare contraddi-
re l’idea stessa di “maturazione postuma delle parole”: non si spiega, infatti,
perché il mutamento cronologico della lingua non possa avvenire nel caso
della poesia (intesa come ‘assoluta’ ed ‘eterna’), né si spiega, di conseguen-
za, perché le traduzioni dovrebbero “invecchiare” più dei TP (idea falsifica-
bile, ma diffusa dal ‘senso comune’).
La permanente commistione di ragionamento razionale e di virate meta-
fisiche si ripropone in modo più evidente quando il filosofo afferma che la
traduzione “si accende all’eterna sopravvivenza delle opere e all’infinita re-
viviscenza delle lingue”, prova “di quella sacra evoluzione o crescita delle
lingue” (ivi, 45). La stessa idea che le lingue si “evolvano” verticalmente dal
basso verso l’alto, dalla “primitiva rozzezza” alle “forme più perfette”, era
stata espressa da Schleiermacher (1993, 149), secondo una visione escatolo-
gica che vedeva l’evoluzione dei fenomeni umani in termini di ‘progresso’
estetico. Che le lingue “evolvano” e non “involvano” è già un’affermazione
pregiudiziale, ma che un’evoluzione, come affermava Benjamin, debba esse-
re “sacra” pare un giudizio arbitrario. Si ha, dunque, la sensazione che, inol-
trandosi sempre più su posizioni irrazionalistiche, il filosofo tedesco conce-
pisse il compito del traduttore in termini altrettanto sacrali dei traduttori della

53. Si pensi, ad esempio, a opere del dissenso russo, come Noi di Evgenij Zamjatin e Il
dottor Živago di Boris Pasternak, che devono la loro fama alle traduzioni (rispettivamente
americana e italiana), di molti anni anteriori alla prima edizione russa (“originale”).

103
“parola di Dio”. Benjamin (1993, 45) intendeva, infatti, la traduzione in base
a una correlazione mistica (e nebulosa) tra lingua e religione:
è la crescita delle religioni che matura nelle lingue il seme nascosto di una lingua più alta.
La traduzione, quindi, per quanto non possa pretendere alla durata delle sue creazioni, e
si differenzi in ciò dall’arte, non nasconde la sua tendenza a uno stadio ultimo, definitivo
e decisivo di ogni formazione linguistica. In essa l’originale trapassa, per così dire, in una
zona superiore e più pura della lingua, in cui a lungo andare non può vivere […] (ivi).

Da qui derivava l’affermazione illogica secondo cui, sottraendo e a una


traduzione “tutto il comunicabile”, il lavoro del traduttore sarebbe restato
comunque intatto (ivi).
Il saggio di Benjamin contiene affermazioni e conclusioni così contrad-
dittorie che è impossibile districarvisi con l’aiuto del procedimento logico-
argomentativo. L’afflato metafisico lo porta ad affermare che la “lingua della
verità”, la quale è “la vera lingua” (la sola cui possa aspirare il filosofo), è
“intensivamente nascosta nelle traduzioni” (ivi, 47). Le successive afferma-
zioni seguono circuiti così vorticosi che Benjamin stesso, paradossalmente,
consiglia di non seguirli: “Se il compito del traduttore appare in questa luce,
le vie della sua soluzione rischiano di diventare tanto più oscure e inestrica-
bili” (ivi, 48).
Anche le considerazioni sulla “fedeltà nella traduzione della parola sin-
gola” (ivi), senza nulla aggiungere, si limitavano ad acuire un ermetismo
espressivo e concettuale: “Redimere nella propria quella pura lingua che è
racchiusa in un’altra; o, prigioniera nell’opera, liberarla nella traduzione –
questo è il compito del traduttore” (ivi, 50). La nota idea del traduttore che
“allarga i confini” della lingua di arrivo è certamente interessante, così come
le considerazioni sull’omologazione delle culture straniere a quella tedesca
(ivi, 51), ma non dice nulla di nuovo rispetto ai contributi dei romantici.
La conclusione del saggio, secondo cui “la versione interlineare del testo
sacro è l’archetipo o l’ideale di ogni traduzione” (ivi, 52) appare un calco
preciso della posizione goethiana. Come aveva fatto Schleiermacher e avreb-
be fatto Ortega y Gasset, Benjamin ribaltava le proprie premesse, afferman-
do che la “grande opera di traduttori” dei romantici “implicava il sentimento
dell’essenza e della dignità di questa forma”, cioè della traduzione (ivi, 46).
Tuttavia, il compito del traduttore sarebbe dovuto essere “nettamente distin-
to” da quello del “poeta”, in quanto la traduzione, a differenza dell’opera
poetica, sarebbe stata “fuori” della “foresta del linguaggio”, pur facendovi
entrare “l’originale” (ivi, 47): le traduzioni si distinguerebbero dagli “ori-
ginali” in quanto più “leggere” e, perciò stesso, a differenza degli originali,
“intraducibili” (ivi, 52).
Data la sostanziale ‘nebulosità’ di tutto il testo, il grande e duraturo suc-
cesso del saggio di Benjamin è davvero un emblematico fenomeno culturale.
Parrebbe il riflesso della dominante propensione all’irrazionalismo della cul-
tura umanistica europea, acuitasi in risposta, da un lato, alle proterve conqui-
104
ste della scienza e della tecnica, dall’altro, alla diffusione del totalitarismo
politico (che si ispirava, a sua volta, a ‘certezze’ falsamente inneggianti al
progresso scientifico).
La velocità con cui, fin dal principio del XX secolo, avevano progredi-
to scoperte scientifiche sempre più inquietanti aveva messo a dura prova
le capacità reattive umane (come poi sarebbe accaduto con la rivoluzione
elettronica)54. Il profondo disagio psicologico di fronte allo spostamento dei
riferimenti etici e reali portava a contrastare l’arroganza e l’autoreferenzia-
lità del pensiero scientista, anche a costo di abdicare al supporto del dialogo
scientifico. Dalla diffidenza verso le nascenti tecnocrazie scientifiche (su cui,
per altro, si fondava il capitalismo della seconda rivoluzione industriale) na-
sceva la drastica risposta dell’irrazionalismo che avrebbe esercitato un gran-
de fascino sull’ermeneutica estrema, l’esistenzialismo, il decostruzionismo
e il “pensiero debole”.
Il principale ideologo dell’irrazionalismo nel campo della teoria della tra-
duzione è stato il filosofo spagnolo José Ortega y Gasset. Si trattava, so-
prattutto, di un irrazionalismo gnoseologico (cioè relativo alla conoscenza
umana) e distopico (pessimistico), fortemente legato agli anni più bui della
moderna storia europea, mentre imperversavano ideologie cupe, costruite,
paradossalmente, proprio sull’irrazionalità dei popoli mascherata da pseudo-
scienza (basti pensare alle teorie sulla razza presentate come risultato del
progresso bio-antropologico).
Partendo dal postulato dell’assoluta impossibilità di qualsiasi compito co-
municativo umano, il filosofo spagnolo, ispirandosi a Schleiermacher e in
sintonia con Benjamin, fondava il suo pensiero su un’aporia esplicitata dal
titolo stesso del saggio: “Miseria e splendore della traduzione” (1937). La
prima parte dello scritto sosteneva le ragioni della “miseria”, la seconda (più
ridotta) quelle dello “splendore”. La tesi di partenza è che “tutto ciò che l’uo-
mo fa è utopistico” (Ortega y Gasset 1993, 181). L’utopia riguarderebbe in
primis la conoscenza: l’uomo è avido di un sapere che non può mai afferrare
pienamente, per cui è tormentato dal desiderio di realizzare imprese che sa-
rebbero irrealizzabili per definizione (ivi, 182)55.
Secondo Ortega, la traduzione, come tutte le altre attività umane, era de-
stinata al fallimento in quanto “compito smisurato” per gli umani. Il tra-
duttore non poteva essere, quindi, nella posizione ardita dello scrittore che,
potendo intervenire sulla sua lingua, violandone in piccola misura le norme
e i canoni, ne ricava nuove possibilità (ivi); il traduttore, per Ortega, era un
“pusillanime”, incapace, a differenza di un “autore”, di divenire un “ribelle”.

54. Se la rivoluzione elettronica di fine XX secolo sia stata più sconvolgente di quella in-
dustriale e di quella tecnico-scientifica dei secoli precedenti, potranno valutarlo solo i nostri
pronipoti.
55. Ortega y Gasset sembra in realtà riproporre il triplice principio del sofista Gorgia, se-
condo cui a) nulla è, b) se qualcosa è, è incomprensibile, c) se è comprensibile è incomuni-
cabile.

105
Quest’affermazione confondeva la prassi traduttiva (quello che fanno i tra-
duttori) con l’essenza ontologica delle singole persone (ipotesi di pusillani-
mità a priori per qualunque traduttore)56.
La posizione secondo cui la traduzione sarebbe un’impresa utopica era
conseguenza, secondo Ortega, dell’impossibilità in toto della comunicazione
umana, idea che assumeva, nella sua concezione, le connotazioni di un mar-
cato decostruzionismo: nessun umano avrebbe potuto esprimere davvero il
proprio pensiero e i limiti del linguaggio umano (fatta eccezione per quello
matematico) parevano tali da rendere utopica, anche all’interno della stessa
comunità linguistica, la comprensione reciproca:
man mano che la conversazione comincia a toccare temi più importanti di questi [del-
la matematica e della fisica; L.S.], più umani, più “reali”, il linguaggio diventa sempre
più impreciso, impacciato e confuso. Tutti noi, accettando docilmente quel pregiudizio
inveterato secondo cui parlando ci capiamo, diciamo ed ascoltiamo con tale buona fede
che finiamo per intenderci molto peggio di quanto ci capiremmo se, muti, tentassimo di
“indovinarci” (1993, 192).

Innanzitutto, la separazione tra estetica e filosofia, da un lato, e matemati-


ca, dall’altro, rispecchiava un pregiudizio che non tutti condividevano allora,
né condividono oggi. In secondo luogo, il fatto che la matematica e la fisica
siano a priori “meno importanti” di qualcosa (di qualsiasi cosa) è una con-
vinzione soggettiva che Ortega non argomentava, neppure chiedendosi come
fosse possibile che la scienza (come indagine sul ‘reale’), con tutti i limiti
del linguaggio e al di là dell’utopia, avesse potuto progredire in modo così
impressionante. Del resto, non solo Ortega affermava che è “brutta” (sic!) “la
traduzione”, ma che “è brutta la scienza” (ivi, 204).
Sempre senza argomentazioni, in direzione di un proto-relativismo lin-
guistico estremo, Ortega y Gasset, definiva la lingua un ostacolo all’intelli-
genza umana (che ne sarebbe risultata “paralizzata in determinate direzio-
ni”; ivi, 194). Ortega mirava a denunciare le false certezze sia della scienza,
sia del linguaggio che la esprimeva: le ragioni per cui il linguaggio, definito
“scienza primitiva”, sarebbe causa del fallimento della scienza era da rinve-
nirsi nell’incapacità dell’uomo di “parlare sul serio” (ivi, 197). La lingua sa-
rebbe, quindi, da intendersi come specchio delle errate intuizioni umane che
trasforma il pensiero in “pura facezia” (ivi, 198): noi diciamo che “il sole
sorge a Oriente” senza che vi sia questo reale movimento e senza che si possa
definire il concetto di “Oriente”.
La sopravvalutazione del silenzio e dell’assenza – ripresa nei decenni
successivi dal pensiero postmoderno e decostruzionista – veniva qui accom-
pagnata dal pensatore spagnolo a una troppo ingenua esaltazione del potere

56. Come avrebbero rivelato i Translation Studies, evidenziando la propria autonomia


dall’irrazionalismo, la specificità della traduzione non si sarebbe dovuta ricercare nell’‘essen-
za del traduttore’, ma nel ruolo sociale delle traduzioni.

106
della “lingua madre” rispetto alla “lingua straniera”. Per di più, nel gene-
ralizzare la “tristezza” del “parlare una lingua straniera”, Ortega utilizzava
come modello se stesso e i suoi personali insuccessi con la lingua francese:
È proprio la tristezza che io sto provando adesso mentre parlo in francese: la tristezza di
dover tacere i quattro quinti di quello che mi viene in mente, perché quei quattro quinti
dei miei pensieri spagnoli non si possono esprimere facilmente in francese (ivi, 195).

Una generalizzazione inferita dai propri limiti personali (‘se io non riesco
a parlare francese come parlo lo spagnolo, ergo nessuno spagnolo può farlo’)
è davvero sorprendente da parte di uno dei pensatori europei più influenti del
XX secolo57.
Indubbiamente interessante in questo saggio resta l’idea (in parte provo-
catoria, in parte condivisibile) che i testi “scientifici” possano considerarsi
una “traduzione” dello scienziato dalla “lingua vera” (forse intendeva “lingua
standard”) in una “pseudolingua formata da termini tecnici, da vocaboli lin-
guisticamente artificiosi che lui stesso [l’autore del testo; L.S.] ha bisogno di
definire” (ivi, 183). L’idea dell’autore che “traduce se stesso passando da una
lingua a una terminologia” (ivi), pur lontana dall’odierna complessità delle
microlingue professionali, è un buon suggerimento per affrontare le modali-
tà di formazione del linguaggio tecnico, e soprattutto accademico-scientifico,
dal punto di vista dei meccanismi onomasiologici dei “tecnoletti”.
In generale, da questo celeberrimo saggio si evince un’ingiustificata so-
vrapposizione dei concetti di “scientismo” e “scienza”: questo irrazionali-
smo estremo finiva almeno in parte per ‘buttare il bambino con l’acqua spor-
ca’, rigettando tutti i procedimenti logici, anche quelli utili a smascherare lo
scientismo su base argomentativa. In tal modo, il passaggio dalla “miseria”
allo “splendore” della traduzione appariva più contraddittorio che parados-
sale: il filosofo riconosceva che l’attività traduttiva offrisse ampi servigi alla
cultura e che, a qualche titolo, fosse necessario “tesserne le lodi” (ivi, 205),
ma solo (come dicevano i romantici tedeschi) qualora la traduzione applicas-
se in via esclusiva la norma dello straniamento, costringendo il lettore a “fare
gesti mentali” che non fossero “i suoi” e forzando le regole grammaticali del-
la lingua di arrivo per assorbire la diversità (ivi, 206).
Nel complesso, il saggio di Ortega y Gasset è un contributo alla ‘mistica
della traduzione’: troppe affermazioni risultano, infatti, arroganti e facilmen-
te confutabili. Tuttavia, rispetto a Benjamin, le idee del filosofo spagnolo
mostrano una loro ‘strana coerenza’, le sue iperboli e i suoi paradossi sono
esposti con una certa chiarezza.

57. È noto oggi che i bilingui tardivi in lingua straniera possono riprodurre quasi i cinque
quinti di ciò che potrebbero dire nella propria (cfr. Fabbro 1996, 119) e, in numerosi casi, nella
lingua seconda (straniera) riescono a esprimere alcune cose con più agio che nella lingua ma-
dre, talvolta neppure è chiaro quale sia la lingua che più incide sulla personalità di un essere
umano (cfr. Amati Mehler et al. 2003).

107
Si può dire in estrema sintesi che l’irrazionalismo postmoderno, che tan-
to ha plasmato la teoria della traduzione, si fonda su alcune vistose con-
traddizioni: nel momento stesso in cui gli irrazionalisti negavano il ruolo
del linguaggio e della comunicazione, se ne servivano per diffondere il pro-
prio pensiero; accusando la scienza di fondarsi sull’equivocità del linguag-
gio, ricorrevaono a locuzioni contorte e confuse (il saggio di Benjamin ne è
un esempio anche in versione tedesca). Anche leggendo altri testi postmo-
derni, soprattutto di stampo decostruzionista e pseudo-semiotico, si com-
prende il ruolo importante dell’esperimento del fisico americano Alan Sokal,
che, nel 1996, aveva pubblicamente smascherato l’agire truffaldino di un
certo ambiente accademico postmoderno, pronto a subissare il lettore con
un’“intossicazione di parole, combinata con una superba indifferenza per il
loro significato” (cfr. Sokal, Bricmont 1999, 19)58.
Ovviamente, le imposture e persino le “bugie” esistono anche nella scien-
za (cfr. Di Trocchio 1995, Bürgin 1999) e, senza dubbio, il postmodernismo
ha avuto un ruolo importante nell’evoluzione della cultura contemporanea.
Tuttavia, ha anche contribuito, purtroppo, a esasperare sempre più l’oppo-
sizione tra gli “illuministi”, che “credono si possa sapere tutto”, e i “post-
modernisti più radicali”, che “credono non si possa sapere nulla” (Wilson
2001, 44), ingigantendo una già spaventosa frattura culturale e alimentando
l’atteggiamento di reciproca sprezzante separatezza con cui lavorano alcuni
umanisti e alcuni scienziati:
Gli scienziati più produttivi, installati in laboratori miliardari, non hanno tempo di riflet-
tere sul quadro d’insieme nel quale peraltro non vedono alcun profitto […] Essere uno
studioso di successo significa dedicare un’intera carriera alla biofisica della membrana,
ai poeti romantici, alla storia americana degli inizi o a qualche altra area circoscritta di
studi formali (ivi, 42-43).

Forse un “quadro d’insieme” della cultura umana (la “big picture”) è an-
cora così lontano da far pensare davvero a un’utopia; ma è solo un bene che
qualche studioso o scienziato abbia avuto in passato e abbia oggi un’utopica
testardaggine nei confronti della razionalità umana. Certamente si dovrà evi-
tare qualsiasi “fede nel progresso” che, come osservava Dan Sperber (2000,
179), “è una delle attrazioni subliminali di qualsiasi teoria ‘evoluzionistica’
della cultura”; certamente, “il costo del progresso scientifico consiste nel ri-
conoscere umilmente che la realtà non è stata costruita perché la mente uma-
na potesse facilmente afferrarla” (Wilson 2001, 34), tuttavia, è lecito auspi-
care che l’ancora giovane teoria della traduzione possa affrancarsi finalmente
dai suoi afflati metafisici e irrazionalistici, cessando di misurarsi con l’‘Inef-
fabile’ per passare a indagare pazientemente ciò che non è ancora compren-

58. Troppo spesso, osservava E.O. Wilson (2001, 245), l’ipotesi postmodernista è rima-
sta “tranquillamente ignara delle informazioni in nostro possesso sul funzionamento del cer-
vello”.

108
sibile, ma potrebbe (forse) diventarlo. Probabilmente, non si arriverà mai a
un traguardo definitivo, ma, accettando il confronto con le altre discipline,
soprattutto quelle formali e sperimentali, si avrà una chance di scoprire di più
su ciò che accomuna le lingue naturali e su quella sorta di ‘dispositivo men-
tale per tradurle’ di cui sembra dotato ogni essere umano. Proprio la teoria
della traduzione potrebbe contribuire significativamente a comprendere al-
cuni meccanismi che governano l’uso creativo del linguaggio, la letteratura:
Sebbene il rapporto tra la neurobiologia e le arti sia esile, fornisce all’istinto estetico dei
suggerimenti promettenti che […] non sono ancora stati studiati sistematicamente né
dagli scienziati né da coloro che interpretano le opere d’arte (ivi, 263).

Questo obiettivo è importante e non impossibile, a patto di “ridisegnare


un confine” tra le discipline (ivi, 142).

5. Contro la formalizzazione: i Translation Studies

Uno degli aspetti più rilevanti nell’evoluzione degli studi sulla traduzione
nell’Europa occidentale è la separatezza che ha caratterizzato fino agli anni
Novanta del XX secolo gli studi sui prodotti e quelli sui processi della tradu-
zione. Proprio mentre, ai primi del Novecento, con Ferdinand De Saussure,
nasceva la linguistica accademica, gli studi sulla traduzione si allontanavano
sempre più dall’attenzione alla lingua per ripiegare sull’irrazionalismo anti-
scientifico, sull’utopismo e il misticismo letterario59. Si è visto, viceversa,
come in un’altra realtà geo-culturale, nella giovane Unione Sovietica, pro-
prio in campo umanistico si muovessero i primi passi per impostare una teo-
ria della traduzione sempre più attenta agli aspetti linguistici e direttamente
mirata a unificare e formalizzare le procedure traduttive: Maksim Gor’kij,
con il suo straordinario progetto di tradurre la “letteratura universale”, per la
prima volta aveva richiamato l’attenzione sul processo traduttivo, creando le
premesse per immaginare un collegamento tra lingua e letteratura (cfr. Fëdo-
rov 1983, 111-153). Il legame con la linguistica e la ricerca di procedure era
decisamente più consono allo sviluppo di una teoria unificata che, pur lenta-
mente, avrebbe portato a progressi indiscutibili.
Sebbene le sue radici si possano far risalire a un lontano passato, la lingui-
stica occidentale ha come riferimento irrinunciabile il contributo di Saussu-
re, che sarebbe risultato fondamentale per lo sviluppo della semiotica e della
traduttologia. Come accennato, tuttavia, il ruolo della lingua nel processo
traduttivo divenne evidente per tutti quando, a metà degli anni Quaranta del

59. Secondo Bloch (2000, 190), l’atteggiamento di diffidenza per la formalizzazione


scientifica “includeva il drastico pregiudizio per qualsiasi cosa remotamente ‘scientifica’, così
come il sospetto che qualsiasi ‘biologizzazione’ della cultura si sarebbe trasformata in un’im-
mediata giustificazione per il razzismo e il sessismo”.

109
XX secolo, Eugene Nida intraprese il suo percorso di ricerca per regolamen-
tare le procedure di traduzione della Bibbia. Nel decennio successivo, soprat-
tutto dalla fine degli anni Cinquanta, si assisteva a una crescita esponenziale
degli studi dedicati alla linguistica della traduzione, senza tuttavia che que-
sto attenuasse una drastica contrapposizione tra teorie “letterarie” e teorie
“linguistiche”. Le prime si richiamavano alla tradizione filosofica tedesca (in
particolare a Schleiermacher) e alla supremazia del testo letterario, mentre
le seconde ambivano alla scientificità della disciplina, considerando i testi
letterari uno tra i tanti àmbiti dell’indagine linguistico-testuale. Questa con-
trapposizione era trasversale e riguardava ogni aspetto della ricerca: i temi, i
fini, le premesse e le prospettive.
Dai primi anni Settanta, la scuola tedesca (soprattutto nella ex Repub-
blica Democratica) aveva acuito la contrapposizione, cercando di svilup-
pare la prospettiva linguistica a dispetto delle resistenze dei letterati, con-
sapevoli delle difficoltà di infrangere i pregiudizi della frequente ‘linguo-
fobia’ umanistica. L’avversità per gli studi linguistici aveva sicuramente
una forte base ideologica, ma era anche, almeno in parte, un pretesto per
sottrarsi a un campo di studi non solo nuovo e in veloce evoluzione, ma
estremamente complesso, che richiedeva di accostarsi (umilmente e con
fatica) a studi molto impegnativi e soggetti a maggior rigore logico-for-
male di quanto fosse richiesto in àmbito letterario. A sancire il distacco
dei letterati dagli studi linguistici, allo scopo di costituire un solido campo
di studi umanistico, mirato a preservare le prerogative letterarie e socio-
culturali degli studi sulla traduzione, alla fine degli anni Sessanta, veniva
fondata ufficialmente la corrente dei “Translation Studies”, che sarebbe
divenuta assai presto la più nota ‘scuola’ occidentale di ricerca sulla tradu-
zione. Un folto gruppo di giovani e dotati studiosi di traduzione letteraria
si era riunito a Bratislava nel 1968, a un convegno internazionale dal tito-
lo “Translation as an Art”, organizzato dal celebre traduttologo slovacco
Anton Popović. Assieme a lui e Frans De Haan, James S. Holmes avrebbe
curato la raccolta (in inglese) degli Atti, The nature of translation: essays
on the theory and practice of literary translation, inaugurando il primo
numero della collana “Approach to Translation Studies” (cfr. Holmes et al.
1970). Da allora il gruppo, oggi noto come “TS” (Translation Studies), si
è fortemente radicato, conta un gran numero di studiosi in tutto il mondo
e ha in Susan Bassnett la sua esponente più nota. Il suo scopo evidente è
stato quello di separare gli studi sui prodotti della traduzione dagli studi
(linguistico-formali) sui processi.
Nonostante alcuni degli originari fondatori del gruppo (tra cui gli stessi
Popović e Holmes) volessero supportare il ruolo degli studi letterari in cam-
po traduttologico senza enfatizzare l’avversione per la linguistica in quanto
tale, l’approccio dei TS per decenni si è disinteressato alle ricerche linguisti-
che, formali e sperimentali, limitando le proprie ricerche all’àmbito socio-
culturale.
110
Mentre i linguisti cercavano di offrire ai traduttori criteri di equivalenza,
i TS che rifuggivano programmaticamente ogni intento prescrittivo, scam-
biavano la raccolta di dati sui processi traduttivi per prescrizioni. Le scuole
linguistiche cercavano di porre dei limiti all’arbitrio dei traduttori, in quanto
appariva chiaro che l’assenza di regole è “una forma non evidente di rigidi-
tà” (Bottiroli 1999, 86): nessuno dei linguisti voleva imporre norme, ma solo
spiegare quali parametri rendessero migliore il processo traduttivo. Eppure,
proprio il concetto di “equivalenza” su cui si basava la ricerca scientifica era
visto dai TS come inutile e persino ‘autoritario’: la traduzione si sarebbe do-
vuta studiare solo in chiave descrittiva, come fenomeno culturale (di fatto,
letterario), e non allo scopo di individuare strutture, norme e modelli. Questo
portava a un’aporia: infatti, vietare le prescrizioni era, in definitiva, una pro-
scrizione, cioè una prescrizione in negativo.
Certamente, grazie ai TS, la crescita quantitativa e qualitativa delle ricer-
che in questo campo è stata estremamente significativa. A questo ha molto
contribuito anche la scuola di Tel-Aviv (soprattutto di Itamar Even-Zohar e
di Gideon Toury) che ha offerto importanti riferimenti teorici sui meccanismi
di interazione tra letteratura primaria e secondaria.
La ‘spaccatura’ tra linguisti e letterati, così come quella tra “umanisti” e
“scienziati”, in fondo, rifletteva originariamente la differenza tra chi cercava
le regole, credendole facilmente abbordabili, e chi, negando che se ne po-
tessero trovare, evitava di cercarle. Ma di questa ‘spaccatura’, ovviamente,
erano responsabili tutti. Anche gli studi teorici e applicativi sui processi per
decenni si erano sviluppati in modo sostanzialmente autarchico, guidati sia
dalla lungimiranza, sia da un’inconsapevole e ingenua superbia. A partire da-
gli anni Trenta, infatti, si era sviluppato un filone di ricerche sulla traduzione
“meccanica” (divenuta, in seguito, “automatica” e, quindi, “computaziona-
le”) che aveva del tutto ignorato il fatto che – per quanto formalizzabile –-la
lingua umana esiste solo nella realtà comunicativa e che qualsiasi comples-
sità testuale non avrebbe potuto essere studiata senza unire le competenze di
chi conosce i processi per produrre i testi con quelle di coloro che studiano i
testi stessi, le loro origini, la loro storia.
Ancora oggi, i sistemi elettronici di traduzione riflettono esattamente que-
sto limite, acquisito da una profonda diffidenza per l’universo psichico che,
in realtà, rende (secondo una metafora invalsa) lo studio del “software” lin-
guistico inseparabile dai “sistemi operativi” (mentali) che ne consentono e
ne gestiscono il funzionamento.
Oggi possiamo confermare che la separatezza programmatica tra studi
sui prodotti e studi sui processi non aveva, né ha alcuna ragione di esistere
e va contro i principi basilari della coerenza intra- e interdisciplinare. Qual-
siasi cosa sia studiata fuori da uno schema d’insieme, fuori dalla regolarità e
dalle interrelazioni che accomunano i fenomeni, rende qualsiasi risultato più
astratto e fine a se stesso: “quando si guadagna in generalità, si guadagna in
concretezza” (Sacks 1990, 160).
111
3.
LA TRADUTTOLOGIA SCIENTIFICA:
INTERDISCIPLINARITÀ E FORMALIZZAZIONE

1. Il ‘sogno’ meccanico

L’ambizione utopistica di creare in tempi brevi una macchina in grado di


eseguire traduzioni al posto degli esseri umani nacque nei primi decenni del
XX secolo e avrebbe portato, negli anni Trenta, ai primi progetti concreti.
Ciò accadeva circa vent’anni prima che il grande matematico inglese Alan
Turing ideasse il parametro – detto “test di Turing” – cui ancora oggi ci si
riferisce per indicare quando una macchina sia in grado di fornire un risulta-
to o un comportamento (irrilevante se ‘giusto’ o ‘sbagliato’) attribuibile a un
essere umano, ovvero humanlike.
Certamente, nei primi decenni del XX secolo, si era trattato di un’idea al-
meno in parte molto ingenua, dovuta alla scarsa conoscenza della linguistica
teorica e testuale, e della complessità della comunicazione umana. Il pionie-
re della traduzione meccanica non era neppure uno scienziato, né un acca-
demico, bensì un ingegnere-inventore che sarebbe morto proprio nel 1950
(l’anno in cui Turing pubblicava il famoso lavoro sull’omonimo test, cfr.
Turing 1994). Costui, Pëtr Petrovič Trojanskij (noto anche come Smirnov-
Trojanskij), si era formato in Russia durante l’epoca travagliata in cui si cer-
cava di realizzare il “sogno socialista”. Per anni aveva lavorato al progetto
tanto affascinante quanto originale di una macchina in grado di effettuare
traduzioni da una lingua naturale all’altra con la sola assistenza di due umani
monolingui; il suo progetto si sarebbe concluso con un brevetto (deposita-
to a Mosca nel 1933). Curiosamente, un progetto analogo veniva brevettato
contemporaneamente anche a Parigi da Georges B. Artsrouni (un armeno
naturalizzato francese), che in realtà, pure, aveva studiato in Russia prima di
emigrare in Francia. Entrambi i progetti superavano il concetto di “diziona-
rio meccanico” (commutatore di parole o singole locuzioni): considerando
(pionieristicamente) che la strutturazione sintattica degli enunciati fosse ge-
rarchicamente antecedente alla selezione del lessico, presentavano un vero e
113
proprio congegno per tradurre testi, partendo dalla elaborazione delle asim-
metrie sintattiche.
Il fatto che, secondo il progetto di Trojanskij, la macchina richiedesse
l’intervento di due umani potrebbe oggi apparire del tutto diseconomico:
perché, con tanta fatica, sostituire il traduttore unico con due monolingui?
La macchina, in realtà, sarebbe stata vantaggiosa da due punti di vista,
strettamente connessi al momento storico in cui si trovava la giovane e
sterminata Unione Sovietica: da un lato, infatti, nell’enorme Paese multi-
lingue (con decine di lingue diverse, di cui molte circoscritte in remote aree
geografiche), non era possibile reperire traduttori bilingui per la maggior
parte delle potenziali coppie di lingue (per esempio, era improbabile esi-
stessero bilingui jakuto/spagnolo o tunguso/armeno); dall’altro, il progetto
prevedeva che, con una sola operazione meccanica, si potesse eseguire la
traduzione di un medesimo testo contemporaneamente in lingue diverse,
velocizzando un processo altrimenti lungo e oneroso. Questo sarebbe stato
straordinariamente utile per la politica culturale dell’URSS di quegli anni.
Così scriveva Trojanskij:
Certo, certo, non discuto: che i vecchi traduttori bilingui traducano pure senza la macchi-
na nelle lingue che conoscono! Ma esistono lingue che loro non conoscono. Di fronte a
queste, i vecchi traduttori si fermano come davanti a un muro di pietra […] Ora davanti a
loro c’è una metodologia monolingue che apre la possibilità di utilizzare ampiamente le
lingue straniere senza conoscerle. Ciò non impedirà loro di studiare le lingue in modo da
arrangiarsi con alcune di esse senza la macchina. Questo non verrà interdetto a nessuno e
lo studio delle lingue straniere proseguirà (Smirnov-Trojanksij 1959, 13).

L’implicazione era tanto avveniristica, quanto semplicistica. Si postulava,


infatti, che la traduzione interlinguistica potesse essere così asettica e mecca-
nica da realizzarsi mediante la mera conversione logica di codici algoritmici.
Nonostante questa semplificazione minasse alla base il progetto, Trojanskij
era stato all’epoca un formidabile precursore, aveva intuito come le lingue
fossero accomunate da una struttura logica comune: di fatto, aveva anticipato
di una trentina d’anni l’intuizione che avrebbe reso celebre Noam Chomsky.
Purtroppo, la prematura morte del geniale inventore e il lungo isolamen-
to della cultura sovietica lo avrebbero condannato, assieme al suo progetto,
all’oblio1. Solo alla fine degli anni Cinquanta, quando l’interesse per la tra-

1. Solo in tempi recenti, quasi contemporaneamente in Paesi diversi, si è nuovamente


intravisto un interesse per Trojanskij e per la sua avanguardistica macchina. Quando, alla
fine degli anni Novanta, avevo reperito a Pietroburgo la pubblicazione dell’Accademia delle
Scienze dell’URSS dedicata a Trojanskij (cfr. Panov 1959), ne avevo parlato con Annunziata
Marzano, allora mia allieva presso la SSLiMIT di Forlì (Università di Bologna), che aveva ac-
cettato di occuparsene per la sua tesi di laurea (discussa con lode e dignità di stampa un paio
di anni dopo; cfr. Marzano 2000-01). Questo lavoro, che (a quanto mi risulta) è lo studio sto-
rico e analitico più approfondito sul brevetto dell’ingegnere russo (purtroppo inedito), offriva
anche un excursus storico generale sul “sogno meccanico”.

114
duzione automatica raggiungeva in Unione Sovietica il suo apice, Trojanskij
ebbe un momento di notorietà postuma. Nel 1959, infatti, l’Accademia delle
Scienze dell’URSS pubblicò (con autorevoli commenti) i suoi manoscritti,
raccolti in un volumetto dal matematico Dmitrij Panov (1959) con i com-
menti della stimata linguista computazionale Izabella Bel’skaja. La raccolta
era divisa in due parti: “materiali linguistici” e “materiali tecnici” (ivi).
Per meglio valutare la portata del brevetto di Trojanskij, è importante
premettere che, fin dal principio, il “sogno meccanico” si fondava sulla lin-
guistica formale contrastiva: sarebbe stato impossibile, infatti, trovare una
“chiave” per formalizzare le strutture e i nessi intra-strutturali delle lingue
naturali senza formulare ipotesi chiare sul substrato logico che le accomu-
nava. Il grande merito della linguistica formale era stato proprio quello di
indagare, al di là delle differenze di superficie, le regole generali di forma-
zione ed evoluzione dei codici linguistici, coerenti a un criterio universale
di grammaticalità2. Il suo limite, invece, era quello di non andare al di là
della struttura logica dei codici, trascurando gli aspetti pragmatici, psico- e
sociolinguistici della comunicazione verbale, ovvero le regole d’uso che go-
vernano nel contesto comunicativo la ‘propagazione’ o l’‘estinzione’ delle
‘formule’ linguistiche.
Senza ripercorrere i diversi modelli descritti da Trojanskij (parzialmente
diversi l’uno dall’altro e accompagnati da dettagliati schemi tecnici), merita
soffermarsi sul principio logico su cui era basato l’ultimo e più ambizioso
progetto dell’ingegnere russo. Il postulato era quello, pionieristico, che le
lingue fossero accomunate da una struttura logica comune che poteva fun-
gere da codice intermedio tra una lingua naturale e l’altra. Sulla base di que-
sta struttura comune, Smirnov-Trojanksij (1959, 5) aveva ideato un’unica
forma, per così dire, di analisi logica che costituisse “un testo di passaggio
nel processo traduttivo”. La “forma” che scaturiva dall’analisi logica si con-
trapponeva, secondo Trojanskij, alla “forma nazional-grammaticale”, ovvero
alla veste particolare che la forma logica assumeva in una data lingua natu-
rale3. Prima che intervenisse la macchina, era quindi necessario l’intervento
dei due monolingui nativi: il primo avrebbe dovuto trasformare il testo “na-
zional-grammaticale” A in un testo in forma logica A1; la macchina avreb-
be quindi provveduto a convertire A1 in B1, ovvero nella forma logica della
lingua di arrivo B. Questa operazione bilingue A1 ➝ B1 era a carico della
macchina e consisteva nella trasformazione della forma morfosintattica della
lingua A in quella corrispondente della lingua B: i simboli logici sarebbero
stati ri-assemblati in costituenti di arrivo secondo l’ordine previsto dalla lin-

2. Va ricordato in tal senso che, fin dal XVII secolo, con Cartesio e Leibniz, si erano fatti
alcuni sforzi per collegare il lessico a codici numerici in grado di associare in modo automati-
co un significato alle parole corrispondenti di lingue diverse (cfr. Marzano 2000-1, 19-23; per
spunti sintetici cfr. Mounin 1965, 188-202; per informazioni più tecniche, cfr. Miram 1998).
3. Le espressioni russe utilizzate da Trojanskij sono: “forma logičeskogo razbora” e
“nacional’no-grammatičeskaja forma”.

115
gua B (nell’ultimo prototipo della macchina, in questa fase, non era previsto
alcun ausilio umano). La terza fase sarebbe stata a carico del secondo mono-
lingue che avrebbe convertito il testo B1 nel corrispondente testo “nazional-
grammaticale” B. Le competenze richieste per i due passaggi intralinguistici
(A ➝ A1 e B1 ➝ B) erano elementari: più semplici dell’analisi logica che si
impara a scuola (ivi, 8). Per la componente semantica (lessico), invece, si fa-
ceva riferimento all’esperanto e a un glossario predefinito a tipologia “radi-
cale”, comprensivo di sinonimi, omonimi e idiomatismi (ivi, 17).
Pur non avendo avuto la fama che avrebbe meritato, Trojanskij influì cer-
tamente sull’evoluzione successiva degli studi sovietici sulla traduzione au-
tomatica: aveva ideato un procedimento di eccessiva semplicità, ma si era
basato su intuizioni sofisticate e lungimiranti che precorrevano le teorie tra-
sformazionali della grammatica generativa.
In generale, la paternità della machine translation (traduzione automati-
ca) va riconosciuta agli Stati Uniti. Del resto, come avviene per ogni gran-
de scoperta, in un certo momento storico, erano maturati i tempi per intra-
prendere la graduale realizzazione dell’intelligenza artificiale (IA) e il ruolo
dell’Europa fu, in tal senso, tutt’altro che secondario (il primo rudimentale
computer, che risale al 1936, era opera del tedesco Konrad Zuse).
La nascita dell’IA vera e propria si colloca, non a caso, negli anni Quaran-
ta, quando i primi progetti di autonomi elaboratori elettronici erano sollecita-
ti da interessi bellici. In quel periodo, avviene il ‘grande salto’ dai congegni
meccanici alle “macchine computazionali”, reso possibile dall’ideazione di
dispositivi elettromeccanici che permettevano di utilizzare il codice bina-
rio privilegiato dai computer (l’ultimo modello di Trojanskij, se fosse stato
realizzato, sarebbe stato una via di mezzo). L’utilizzo elettronico del codi-
ce binario (in luogo di quello decimale, delle schede perforate e dei nastri
magnetici) consentiva di eliminare l’intervento umano nell’esecuzione delle
singole operazioni (un tempo manuali).
La gloriosa paternità del computer, per quanto nutrita dal genio dei pre-
decessori, viene riconosciuta all’americano John von Neumann (un ebreo
ungherese riparato negli USA), ideatore della prima macchina in grado di
“memorizzare un programma” che non si limitasse a memorizzare i dati, ma
anche le istruzioni per elaborarli4. Convertendo i numeri in dati simbolici, il
calcolatore era divenuto un’intelligenza autonoma capace di commutare in-
formazioni da un codice in un altro. Il problema della traduzione interlingui-
stica si presentava come un caso particolare di commutazione non distante,
sul piano teorico, dai problemi di “decrittografia” (decodificazione dei lin-
guaggi cifrati) che erano stati brillantemente affrontati da Turing. Durante la
Seconda Guerra Mondiale, Turing, il genio britannico, aveva automatizzato
il processo di decrittazione elettronica del codice segreto dei tedeschi “Enig-

4. La “macchina di Von Neumann” fu il primo computer a entrare stabilmente in funzione


(presso l’Università di Princeton, nel 1952).

116
ma”, contribuendo a sconfiggere il nazismo e a sviluppare l’IA. Da anello di
congiunzione tra traduzione e decrittazione fungeva proprio l’ipotesi che le
lingue naturali fossero accomunate da una struttura-base logica, intesa a tutti
gli effetti come un codice non dissimile da quelli artificiali sia di segretazio-
ne dei messaggi, sia di programmazione delle macchine.
Fin dalla nascita dell’IA, il problema della traduzione interlinguistica fu
al centro dell’interesse dei “cibernetici”, detti oggi “computer scientists”: i
matematici Warren Weaver e Claude Shannon cominciarono a parlarne nel
secondo dopoguerra. All’idea che era stata di Trojanskij lavorava anche il
matematico e linguista viennese-israeliano Yehoshua Bar-Hillel, cui si deve,
tra l’altro, l’organizzazione del primo convegno americano di traduzione au-
tomatica (nel 1952), che avrebbe segnato l’acme del “grande sogno”. All’e-
poca, erano in molti a credere con convinzione che ben presto le macchine
avrebbero del tutto sostituito i traduttori: i progressi fatti nel campo dell’elet-
tronica durante gli anni Cinquanta lasciavano supporre che la collaborazione
tra l’Università di Georgetown (Washington DC) e l’IBM avrebbe consen-
tito di realizzare una macchina programmata per tradurre senza l’intervento
umano. Alla Georgetown University venne effettuato con successo un espe-
rimento preliminare: la traduzione dal russo in inglese di 49 frasi di un te-
sto di chimica, basate su 250 parole e sei regole grammaticali. I risultati di
questo e altri esperimenti parevano confortare ogni ottimistica speranza: nel
1954, uscì il primo numero della rivista Mechanical Translation e l’anno se-
guente William Locke e Donald Booth pubblicarono a New York un’impor-
tante raccolta dal titolo Translation of Languages, che due anni dopo uscì a
Mosca con il titolo Mašinnyj perevod (La traduzione automatica): l’interesse
dei russi era dovuto anche al fatto che gli studi americani fossero mirati (per
ovvi motivi politico-militari) a esperimenti di traduzione proprio dal russo,
cioè dal “codice del nemico” (cfr. Kuznecov 1957, 8). Pëtr Kuznecov (ivi,
6-7), curatore dell’edizione russa, forniva nella prefazione un’utile sintesi del
livello di ricerca dell’epoca:
Nei vari articoli vengono studiati i metodi di ricerca delle parole nel dizionario della
macchina, allo scopo di individuare l’equivalente necessario alla traduzione, i metodi per
stabilire il significato di una parola nel caso di polisemia in una data lingua, i metodi per
isolare gli idiomatismi ecc. Vengono analizzati diversi problemi grammaticali, come, ad
esempio, la ricostituzione dell’ordine delle parole in traduzione, la questione della corri-
spondenza o discordanza delle categorie grammaticali di una lingua rispetto a un’altra e
i metodi di traduzione in casi in cui non vi sia corrispondenza […] Si analizzano svariati
metodi operativi necessari a determinare la struttura morfologica di una parola: metodi
per individuare le desinenze, gli affissi e i formanti, i limiti spaziali della parola, partico-
larmente importanti nel caso delle parole composte […] Infine alcuni articoli studiano i
problemi generali della struttura logica che sta alla base di tutte le lingue e in particolare
i problemi della sintassi logica. Le ricerche di questo tipo ci avvicinano sempre più all’i-
dea di creare, per la traduzione da una qualsiasi lingua in un’altra, una lingua-medium,
argomento a cui noi [sovietici; L.S.] stiamo dedicando sempre maggiore attenzione.

117
Kuznecov notava anche come la ricerca fosse orientata soprattutto alla
traduzione scritta e come un solo articolo della miscellanea affrontasse il
problema della traduzione orale, particolarmente caro agli scienziati sovie-
tici: nell’ambito della traduzione orale, il livello della teoria pareva decisa-
mente embrionale e il novero delle imprecisioni teoriche e degli ostacoli re-
ali appariva imponente, sebbene non insormontabile. Kuznecov evidenziava
inoltre l’annoso problema dell’arbitrio terminologico che i traduttori russi
(T. Mološnaja e V. Purto) avevano cercato, almeno in parte, di arginare.
Gli scienziati russi erano rimasti impressionati dall’esperimento di
Georgetown e, in occasione del Convegno Internazionale di Traduzione
Automatica del 1956, organizzato dal MIT, Panov (curatore del volumetto di
Trojanskij) aveva assistito a una replica dell’esperimento, dando il via a nuovi
investimenti in Russia, dove già da un paio d’anni erano entrati in funzione
potenti calcolatori5. Panov già nel 1955 aveva realizzato in Russia il primo
esperimento di traduzione automatica: si trattava di un testo di matematica
da trasformare (in direzione opposta agli americani) dall’inglese in russo. I
successi ottenuti in questo e altri esperimenti avrebbero condotto, nel 1958,
a organizzare a Mosca il successivo Convegno di Traduzione Automatica.
Negli anni seguenti, tuttavia, non solo non si ottennero i risultati vistosi e
immediati che tutti si aspettavano, ma gli ostacoli incontrati dai ricercatori
rivelarono che gli obiettivi prefissati dalla ricerca sulla traduzione automatica
erano troppo ottimistici e ambiziosi. Numerosi ricercatori sospettavano che
si fosse verificato il cosiddetto “paradosso di Bar-Hillel”, che considerava la
traduzione automatica impossibile per definizione, a livello teorico, a causa
dell’incapacità delle macchine di discriminare la semantica. In sintesi, Bar-
Hillel aveva compreso che alla base del fallimento c’era stata una riduttiva
e semplicistica concezione delle lingue naturali come asettiche strutture
logiche ed era giunto a condividere, a un livello di reale comprensione
scientifica, le stesse perplessità espresse dai filosofi romantici e dagli
irrazionalisti. Del resto, l’atteggiamento di delusione di autorità scientifiche
di fama internazionale consentiva ai detrattori della traduzione automatica di
decretare in toto il fallimento della scienza computazionale che aveva cercato
di ridurre a codice l’intelligenza umana6.
Nel 1966, un rapporto dell’Automatic Language Processing Advisory
Commitee (noto come “rapporto ALPAC”) decretò ufficialmente il fallimen-
to dell’“era romantica” della traduzione automatica. Anche a causa del con-
solidarsi della guerra fredda e della conseguente interruzione della collabo-

5. Da un indice bibliografico uscito a Mosca nel 1965, che elencava i lavori di linguistica
strutturale e applicata, pubblicati in URSS dal 1918 al 1962, si può verificare il numero no-
tevole di pubblicazioni dedicate alla traduzione, con un picco d’interesse proprio a partire dal-
la metà degli anni Cinquanta.
6. Come ricorda Marzano (2000-2001), all’epoca cominciarono a diffondersi innumere-
voli aneddoti per dimostrare la “stupidità” dei computer (che ricalcano quello già citato sul-
l’“invisible mad”).

118
razione scientifica tra USA e URSS, questo documento sanciva la fine della
sperimentazione. Al principio degli anni Settanta, dicevano i linguisti Ol’ga
S. Kulagina e Igor’ A. Mel’čuk (1971, 21), alla domanda se le macchine sa-
pessero tradurre, la risposta sarebbe stata:
Le macchine traducono da una lingua all’altra, di regola, solo nelle condizioni di un espe-
rimento ben preparato. Una traduzione automatica pratica, che possa entrare nell’uso
così com’è stato per i registratori, per i microscopi o per i computer, per ora non esiste.

Sebbene Kulagina e Mel’čuk (ivi, 22) sostenessero che gli ostacoli non
fossero insormontabili e che il problema fosse non la realizzabilità del pro-
getto, ma il tempo necessario alla sua realizzazione, le perplessità di Bar-Hil-
lel avevano posto un serio veto a qualsiasi ‘chimera’. La ricerca, dunque, si
indirizzò verso mete meno ambiziose, nella convinzione che fosse possibile
ottenere ancora buoni risultati, ma solo procedendo secondo un chiaro ridu-
zionismo, cioè perseguendo obiettivi parziali e di basso profilo: traduzioni
facili di alta qualità o traduzioni complesse di qualità inferiore. Il riduzioni-
smo, a sua volta, agiva negativamente sugli entusiasmi interdisciplinari che
avevano caratterizzato, all’inizio del “sogno meccanico”, la collaborazione
tra linguisti, cibernetici e informatici.
Sicuramente, il drastico isolamento delle discipline scientifiche da quel-
le umanistiche non aveva giovato: ai progetti computazionali avevano la-
vorato matematici e cibernetici, ingegneri e linguisti, militari e informatici,
ma nessuno di loro aveva sufficienti competenze di filosofia del linguag-
gio, filologia, retorica, semiotica e pragmatica testuale, né la consapevolez-
za dell’importanza di queste lacune: la lingua di un testo di chimica era ben
più ‘attendibile’ di quella, viva, della comunicazione umana, in cui risultava
fondamentale il ruolo dell’ambiguità, le strutture formali mutavano in itine-
re e le metafore prevalevano sulla astratta semantica dizionaristica. La tra-
duzione automatica si fondava sul concetto saussuriano di langue, la lingua
normativa astratta, mentre nei testi umani abbondava la parole, la produzione
contingente, unica e irripetibile degli individui. Le difficoltà della traduzio-
ne da parte dell’IA risultavano simili a quelle che si sarebbero incontrate nel
tentare di programmare le macchine per il riconoscimento facciale; in alcuni
casi era tremendamente difficile ridurre a routine automatica quello che per
un cervello umano risultava semplice e ‘naturale’: l’intelligenza umana, pur
così lenta rispetto alle macchine, si era dimostrata in grado di gestire i dati
grazie alla maggiore flessibilità e alle capacità analogiche.
Nel suo complesso, la storia della traduzione automatica riflette un’oscil-
lazione tra due estremi: quello del pregiudiziale scetticismo, espresso dal
paradosso di Bar-Hillel, e quello di un ingenuo e ingiustificato ottimismo.
Bel’skaja – madre della linguistica computazionale sovietica, cui si deve il
concetto di algoritmo linguistico – ancora negli anni Sessanta continuava a
pensare che fosse imminente la formalizzazione di tutte le componenti della
lingua, compresa la semantica, e che, pertanto, una volta trovati gli algoritmi
119
giusti, la traduzione automatica sarebbe stata applicabile a qualsiasi testo,
compresi quelli letterari. Il fallimento della traduzione automatica dimostra-
va, invece, che gli algoritmi linguistici erano ben più complessi del previsto
e che non erano sufficienti a creare un’intelligenza artificiale humanlike. Da
questa consapevolezza, si può dire, nacquero due filoni di ricerca paralleli.
Il primo filone era quello della linguistica computazionale che inaugura-
va una ‘terza strada’, intermedia tra il “sogno meccanico” e il negazionismo
romantico: la traduzione assistita. L’idea di una collaborazione tra traduttori
umani e macchina implicava di guardare ai computer non più come a “hu-
manlike robot”, ma come a utili strumenti da affiancare ai professionisti umani
per rendere i processi traduttivi più veloci e i risultati più affidabili, grazie alle
banche dati che le macchine potevano memorizzare, i corpora. Anche la for-
mazione dei corpora linguistici non era affatto semplice e avrebbe richiesto un
notevole impegno epistemologico per rendere sia sufficientemente ampi, sia
sufficientemente rappresentativi i dati raccolti. I corpora paralleli (bilingui)
avrebbero sostituito l’antico e insoddisfacente criterio del dizionario ‘lessica-
le’ e i corpora monolingui si sarebbero potuti usare per confrontare le lingue
tra loro. Invece di proporre un’astratta e inaffidabile corrispondenza lessica-
le tra le singole parole di due lingue, le ‘memorie di traduzione’ avrebbero
consentito di individuare frasi, frammenti e porzioni di testo corrispondenti,
creando archivi consultabili e implementabili da parte dei traduttori.
Il secondo filone di studi era quello della traduttologia, che si sarebbe
sviluppata come branca della teoria della traduzione dedita allo studio dei
processi traduttivi e alla loro classificazione formale7. Pur autonomamente e
pur coniugando finalmente gli aspetti bottom up e top down della ricerca, la
traduttologia cercava di formalizzare i processi traduttivi e le gerarchie pro-
cedurali, mediante tassonomie e classificazioni, ma senza rinunciare del tutto
all’approccio olistico del tradizionale àmbito umanistico da cui, comunque,
traeva origine8. Tra i traduttologi, infatti, vi erano tanto linguisti interessati
alla traduzione, quanto, e soprattutto, traduttori (letterari e non) interessati
alla linguistica.

2. La traduttologia linguistica

Gli studi di stampo linguistico hanno avuto una loro epoca d’oro a partire
dalla metà degli anni Cinquanta fino ai primi anni Novanta del secolo scorso. Il

7. Per un panorama generale e aggiornato dell’evoluzione storica della traduzione


automatica e assistita cfr. D’Agostino, Elia 2001.
8. L’olismo, contrapposto al riduzionismo, è una posizione teorico-epistemologica che
nega la possibilità di spiegare fenomeni complessi sommando le ricerche sui singoli elementi
che determinano la complessità. Come a dire che il fenomeno meteorologico non può essere
studiato sommando lo studio della chimica e della fisica coinvolte, ma identificando l’elemen-
to imprevedibile che la totalità (“olos” in greco) degli elementi fa emergere.

120
loro scopo primario era quello di intaccare l’opinione assai diffusa secondo cui
il traduttore dovesse essere solo un buon letterato con raffinate conoscenze del-
la propria lingua. Le teorie universalistiche avevano ampiamente argomentato
l’esistenza di regolarità strutturali alla base di tutte le lingue, indicando la pos-
sibilità di trovare anche regolarità procedurali nel processo di traduzione che
avrebbero reso più professionale la ‘pratica traduttiva’. Quasi nessuno ambiva
più a individuare rigide normative, ma a superare l’anarchia del soggettivismo
dominante, in nome sia di una ‘qualità’ oggettiva, sia delle specificità culturali.
I traduttologi erano convinti che fosse possibile comprendere e descrivere
anche le procedure creative seguite dai traduttori letterari che, inevitabilmen-
te, affrontavano processi decisionali commisurati soprattutto a criteri lingui-
stici. Ma l’idea che la lingua e la linguistica dovessero essere fondamentali
nello studio della traduzione, per quanto ovvia e banale, è stata osteggiata e
ostracizzata per decenni, imponendo che ogni generazione di teorici dovesse
sentirsi sempre in dovere di ripetere questa ovvietà. Così, Henri Meschon-
nic (1995, 277), il più noto teorico d’area francese, nei primi anni Settanta
affermava che una teoria linguistica fosse necessaria perché la traduzione
cessasse “di essere un artigianato empirico che disconosce il suo lavoro e il
suo statuto”. Ugualmente, dieci anni dopo, l’inglese Peter Newmark (1988,
75) ribadiva che il generale compito di un teorico altro non fosse, banalmen-
te, che quello di “far sì che nella traduzione non venga ignorato alcun fattore
linguistico e culturale rilevante” e, dopo altri dieci anni, Roger T. Bell (1997,
XVII) doveva ancora affermare che, fuori dalle competenze linguistiche, non
si poteva studiare la traduzione:
the major need – from both the theoretical and the practical points of view – is for
descriptions and explanations of the process of translating. Such a model will be located
within the more general domain of human communication and will, necessarily, draw
heavily on both psychology and linguistics.

Per quasi un secolo, fatto imbarazzante, si è continuato a insistere su un


fatto così evidente e inconfutabile da costituire una tautologia: per studiare
la traduzione, non si può escludere lo studio dei meccanismi che governano
le lingue naturali. Si ha la sensazione che queste ripetizioni siano sostanzial-
mente inutili: chi lo sa, non ha bisogno di sentirselo dire, chi non vuole saper-
lo, non lo accetta. Se, è opportuno ribadirlo, una dozzina di anni fa, Hans Ver-
meer (2005) intitolava un suo saggio “Smettiamola di interrogarci sull’ogget-
to della traduttologia”, un cospicuo numero di persone delegate a occuparsi di
traduzione, in tutti i Paesi del mondo, continua a mettere in dubbio non solo
l’oggetto della traduttologia, ma la sua legittimità come disciplina scientifica.

2.1. Tra Est e Ovest


Fin dagli esordi, alla metà del XX secolo, la traduttologia europea, pur
con tutta la diffidenza che ha suscitato, ha mostrato una grande vitalità. Al
121
suo interno, si possono distinguere due filoni: quello “occidentale”, svi-
luppatosi soprattutto in Germania, e quello “slavo”, che si deve ai pionie-
ri dell’Europa orientale, che scrivevano in russo, polacco, ceco, slovacco,
bulgaro, e conoscevano molto bene i contributi antichi e recenti pubblicati
nelle lingue dell’Europa occidentale9; purtroppo, del loro immenso retag-
gio ben poco arrivava agli studiosi occidentali, che per lo più non leggevano
le lingue slave. Solo pochi teorici occidentali avevano un parziale accesso
diretto o indiretto alle ricerche sviluppate dalle scuole di Mosca, Leningra-
do, Varsavia, Praga e Bratislava (che facevano capo rispettivamente ad An-
drej Fëdorov, Stepan Barchudarov, Olgierd Wojtasiewicz, Jiři Levý e An-
ton Popović): da un lato, alcuni importanti contributi slavi (ad esempio, di
Levý e Popović) erano stati comunque tradotti in tedesco; dall’altro, alcuni
studiosi europei che conoscevano una o più lingue slave, ma scrivevano in
lingue occidentali, facevano da ‘ponte’ tra i due mondi separati dalla “cor-
tina di ferro”. Tra questi, vi erano sia gli esponenti della Scuola di Lipsia
(Otto Kade, Gert Jäger, Albrecht Neubert ecc.), che scrivevano in tedesco,
ma conoscevano il russo e le teorie sviluppate ‘oltre cortina’10, sia i nume-
rosi studiosi russi emigrati in Europa e negli Stati Uniti, che annoveravano
personalità del calibro di Roman Jakobson, una delle menti più brillanti del
Novecento.
Slavista, formalista e strutturalista russo, naturalizzato americano, Jakob-
son aveva insegnato in diversi Paesi europei, mantenendo un legame più o
meno costante con la Russia. Durante la sua poliedrica carriera di studioso
indifferente alle barriere disciplinari, Jakobson si era occupato di filologia,
letteratura, semiotica, psicologia, linguistica e neurolinguistica. Il suo inte-
resse per le afasie e i disturbi del linguaggio (cfr. Jakobson 1971), mutuato
dal grande linguista Karl Bühler, dimostrava quanto fosse logico per uno stu-
dioso delle lingue e dei testi provare curiosità scientifica per i meccanismi
cerebrali del linguaggio11.
In ambito traduttologico, Jakobson è ricordato soprattutto per un suo bre-
vissimo saggio del 1959, “Aspetti linguistici della traduzione” (cfr. Jakobson
2008, 56-64), che solo in minima parte riflette la statura del grande studioso,

9. Solo recentemente è stata pubblicata proprio in Italia la prima raccolta di saggi (in in-
glese) che ricostruisce uno spaccato della traduttologia slava: Translation Theories in the Sla-
vic Country (cfr. Ceccherelli et al. 2015). Si vedano anche Zlateva 1993 (sulla traduttologia
russa e bulgara) e Costantino 2009 (su quella polacca).
10. La Scuola di Lipsia è stata un ‘ponte’ importante tra Est e Ovest, grazie al fatto che gli
studiosi della RDT potevano essere letti da tutti i colleghi occidentali e veicolare alcune idee
sviluppate nei Paesi slavi.
11. Ancora oggi, invece, chi tra i letterati coltiva interessi neuro-cognitivi è guardato con
enorme diffidenza. Non ci si può esimere dal pensare che, in un sistema settario e mono-disci-
plinare come quello degli attuali concorsi accademici, un genio enciclopedico come Jakobson
avrebbe faticato a ottenere una cattedra universitaria in qualsiasi Paese occidentale.

122
ma che ha avuto un’immensa risonanza. Oltre alla nota tripartizione (di cui
già si è detto), il saggio proponeva, pur espresse in linguaggio divulgativo,
intuizioni di notevole rilevanza teorica. Tra queste, vi era l’idea che le diffi-
coltà dovute alle asimmetrie tra lingue fossero a loro volte asimmetriche (ivi,
58-61), ovvero che tradurre da una lingua X a una lingua Y potesse risultare
più facile o difficile rispetto al processo inverso (da Y a X). Ma, soprattutto,
Jakobson attestava nel suo saggio l’universale potenziale di tutte le lingue
naturali a esprimere l’esperienza umana:
Ogni esperienza conoscitiva può essere espressa e classificata in qualsiasi lingua. Dove
vi siano delle lacune, la terminologia sarà modificata e ampliata dai prestiti, dai calchi,
dai neologismi, dalle trasposizioni semantiche, e, infine dalle circonlocuzioni (ivi, 59).

Jakobson (ivi, 61) postulava che le lingue differissero essenzialmente


“per ciò che devono esprimere” e non “per ciò che possono esprimere” (cor-
sivo nel testo); solo la poesia, secondo lo studioso, sarebbe stata un limite
alla traducibilità e avrebbe richiesto al posto della traduzione una “trasposi-
zione creatrice” (ivi, 63).
Altrettanto noto in Occidente è stato anche il contributo del giovane stu-
dioso praghese Jiři Levý, prematuramente scomparso nel 1968. Pur avendo
pubblicato, nel 1963, una monografia di carattere descrittivo Umění překladu
(“Teoria della traduzione”), tradotta in tedesco e in russo, la sua fama è do-
vuta a un saggio del 1967, pubblicato in inglese: “Translation as a Decision
Process” (cfr. Levý 1995)12. In questo lavoro, Levý sosteneva che il proces-
so di traduzione fosse un problema decisionale intrinsecamente gerarchico
e riconducibile alla capacità di optare per soluzioni coerenti: una volta presa
la prima decisione, “con la propria scelta”, il traduttore avrebbe stabilito “un
numero di mosse successive” secondo un “gioco a informazione comple-
ta” (ivi, 65). In termini chiari ed economici, senza lesinare esempi efficaci,
lo studioso ceco spiegava le modalità per calcolare le variabili e tracciare i
criteri prioritari di un “modello generativo” (ivi. 83): ogni decisione ne ge-
nerava altre. Chiaramente, crescendo la complessità del testo, le conoscenze
del traduttore sarebbero dovute crescere in proporzione, in base alle speci-
ficità testuali, stilistiche e lessicali (nel caso della poesia, anche metriche).
Nel saggio, dunque, attraverso lungimiranti intuizioni psicolinguistiche, ve-
nivano sollevati alcuni dei punti cruciali dell’odierno dibattito sui processi
traduttivi.
Merito incondizionato di Jakobson e Levý è stato quello di essere rimasti
ancorati al procedimento scientifico, immuni da qualsiasi riferimento meta-
fisico, cosa che solo in parte si può dire di Eugene Nida, il grande studioso
americano da molti considerato il “padre della traduttologia”.

12. Il saggio era compreso nel secondo volume di una Festschrift per i settant’anni di
Jakobson.

123
2.2. Eugene Nida, il traduttologo americano

A metà degli anni Quaranta, dopo essere stato assunto dalla Società Bibli-
ca Americana, Nida intraprendeva un fruttuoso percorso di studi sulla tradu-
zione. Il suo lavoro era il primo tentativo in Occidente di costruire una teoria
ampia e pragmatica, basata sia sulla linguistica, sia sulla pratica professio-
nale. Pur lavorando soprattutto a coordinare e dirigere con rigore i lavori di
traduzione della Bibbia, Nida si sforzava di proporre un metodo generaliz-
zabile anche agli altri testi. Oltre all’intuito, disponeva di grande competen-
za traduttiva e di una certa elasticità mentale che gli avrebbe permesso di
coniugare la teoria degli universali linguistici con alcuni aspetti dell’ipotesi
“Sapir-Whorf”. Inoltre, come già era stato per Trojanskij, prima che fossero
diffuse le teorie chomskiane, Nida aveva intuito che le lingue dovessero es-
sere accomunate da una struttura profonda e che proprio questo costituisse
il fondamento di una teoria “scientifica” della traduzione. Nel 1964, pubbli-
cava la sua monografia fondamentale, Toward a Science of Translating, che
può essere considerato il primo trattato occidentale di traduttologia: per de-
cenni, numerosi studiosi hanno guardato a quest’opera come a una “Bibbia”
della teoria della traduzione (Genzler 1993, 44).
Nida riteneva che la grammatica di ogni lingua fosse assoggettata a mec-
canismi trasformazionali prevedibili e formalizzabili, e teorizzava la possi-
bilità di verificare l’affidabilità di una traduzione mediante il criterio della
retroversione (ri-traducendo il TA nella lingua di partenza). L’idea della re-
troversibilità delle traduzioni per la verifica delle equivalenze funzionali tra
un testo e la sua traduzione era audace e appare ancora oggi di straordinaria
lungimiranza. Tuttavia, lo studioso americano si rifaceva ancora al non me-
glio specificato parametro dello “spirito dell’autore” (Nida 1964, 150-151),
riflettendo la stessa dipendenza dei suoi predecessori dai pregiudizi metafisi-
ci (cfr. Genzler 1993, 47); la sua teoria dell’“equivalenza dinamica”, quindi,
era inficiata da elementi fideistici più di quanto si attenesse ai princìpi scien-
tifici (ivi, 54): “Nida non ci offre una generale teoria della traduzione, sugge-
rendo che, affidandoci ai teologi e pregando, Dio ci darà la risposta” (ivi, 58).
In sintonia con la critica femminista (cfr. Simon 1996, 112), Genzler (1993,
60) rilevava come la metodologia suggerita da Nida fosse commisurata a tra-
duttori che si occupavano di “propaganda” religiosa e proselitismo, restando
nel complesso scientificamente limitata:
Nida provides an excellent model for translation which involves a manipulation of a text
to serve the interests of a religious belief, but he fails to provide the groundwork for what
the West in general conceives of as a “science” (ivi).

Curiosamente, Nida resta l’unico vero traduttologo americano. Negli Sta-


ti Uniti, infatti, da un lato, i teorici hanno fondamentalmente aderito all’ap-
proccio socio-culturale dei TS, estremamente avverso alla linguistica, men-
tre, dall’altro, i linguisti non si sono occupati di traduzione. Lo iato rispetto

124
all’Europa è evidente. La teoria della traduzione americana è stata e resta
appannaggio dei letterati e degli storici della teoria (Lawrence Venuti è, tra
loro, il più noto). Quando, a metà degli anni Sessanta, tra le materie accade-
miche era stata introdotta la traduzione, l’iniziativa veniva da scrittori e poeti
(tra cui Ezra Pound) che, nell’ambito del cosiddetto American Translation
Workshop (cfr. Genzler 1993, 7-42), si occupavano esclusivamente di tradu-
zione letteraria in ottica culturale: in America, lo studio dei processi è rima-
sto “the most neglected branch of translation theory (ivi, 41). All’interno del
dibattito letterario, le posizioni erano diversificate, fatta salva la superiorità
di letterati e scrittori su linguisti e traduttori, nella sostanziale indifferenza
non solo per la linguistica, ma anche per la lingua:
Licence has been given to allow translators to intuit good poems from another language
without knowledge of the original language or the culture, and, as long as they have some
poetic sensibility and good taste, now governed by plain speech and lack of adornment,
their translations are accepted. […] Foreign language facility does not seem to be a re-
quirement for entrance to a workshop; poetic sensibility and an ability to write well in
English are the most important criteria (ivi, 37).

2.3. La traduttologia sovietica

In Russia, la traduttologia, come branca linguistico-formale della teo-


ria della traduzione, risale al 1962, anno in cui fu pubblicato un articolo
di Isaak Rezvin e Viktor Rozencvejg dal titolo eloquente “K obosnovaniju
lingvističeskoj teorii perevoda” (“Verso la fondazione di una teoria lingui-
stica della traduzione”). Il saggio, denso ma sintetico, costituiva un punto di
svolta per la scuola russa e, ancora oggi, si presenta come un manifesto chia-
ro ed esplicito della traduttologia intesa come “scienza della traduzione”. I
due autori si richiamavano ai lavori di Andrej Fëdorov, il più noto teorico
russo, che, pur provenendo dal mondo letterario, aveva posto le basi per un
dialogo con i linguisti (i quali erano soprattutto matematici e logici).
Fëdorov aveva iniziato a pubblicare importanti contributi fin dai primi
anni Cinquanta: nel 1953, era uscito il celebre volume Vvedenie v teoriju
perevoda (“Introduzione alla teoria della traduzione”) e, nel 1968, il volu-
me Osnovy obščej teorii perevoda (“Fondamenti di una teoria generale della
traduzione”). Scopo della teoria, secondo Fëdorov (1968, 15), era a) gene-
ralizzare, in base ai dati scientifici, le deduzioni tratte dall’analisi di singoli
casi traduttivi e b) suggerire ai professionisti modelli di risoluzione dei pro-
blemi concreti. Tuttavia, Rezvin e Rozencvejg (1962, 51) osservavano che
“nei lavori di A.V. Fëdorov proprio la questione del fondamento di una teoria
linguistica della traduzione” era impostata “senza sufficiente chiarezza” e
spiegavano in che cosa consistesse la teoria linguistica della traduzione. Non
si trattava affatto di una teoria normativa, che dovesse stabilire come fare
una traduzione, ma di un’elaborazione dei criteri di valutazione: ne scaturiva
125
un modello esclusivamente teorico, mirato alla descrizione del processo di
traduzione (la parola “process” veniva evidenziata; ivi, 51-52) e basato sul
principio di deduzione. Tuttavia, i due linguisti proponevano una distinzione
che, pur senza espliciti riferimenti, riproponeva invertito il modello duali-
stico di Schleiermacher: da un lato, si parlava di interpretazione (quando il
traduttore si rapportava alla realtà che era descritta nel messaggio attraverso
la lingua naturale), dall’altro di traduzione (quando il traduttore si rapporta-
va solo alla lingua e ricodificava il messaggio in lingua d’arrivo senza rap-
portarsi alla realtà) (ivi, 52-53). Sul piano epistemologico, non c’era alcuna
novità, ma era nuovo l’approccio ‘tecnico’ dell’articolo e l’uso coerente di
termini chiaramente definiti, tra cui quello di unità traduttiva (il “segmento
semantico minimo”)13.
Anche in Russia, la traduttologia nasceva in risposta alla prolissità e
all’arbitrio dei letterati, ma reclamando l’indipendenza dal tradizionale ap-
proccio umanistico. E i letterati ripagavano con la stessa moneta. In un ca-
pitolo della sua seconda monografia, intitolato “Come si è sviluppata nel
nostro Paese la teoria della traduzione”, Fëdorov (1983, 155-170), pur appel-
landosi a criteri di obiettività e rigore, di fatto si soffermava quasi esclusiva-
mente sulle riflessioni soggettive di poeti e letterati (e, doverosamente, sulle
traduzioni di Marx); ricordando la spaccatura tra letterati e linguisti avvenuta
negli anni Cinquanta, si preoccupava di stabilire chi tra i due ‘contendenti’
fosse legittimato a occuparsi di traduzione letteraria (ivi, 167), ma non citava
neppure un nome dei già celebri traduttologi sovietici (Aleksander Švejcer,
Vilen Komissarov, Jakov Recker, Leonid Barchudarov) che avevano tenta-
to di costruire modelli unificati, applicando la linguistica a testi complessi,
compresi quelli letterari.
Negli anni Settanta, Šveicer aveva pubblicato un paio di libri importanti
e, nel decennio successivo, aveva intensificato la sua produzione. Tra le sue
opere principali, merita menzione un ambizioso volume dal titolo Teorija
perevoda. Status, problemy, aspekty (“Teoria della traduzione. Lo status, i
problemi, i vari aspetti”) (1988), in cui si vedeva il tentativo di coniugare
le ambizioni scientifiche con le propensioni romantiche in stretta coesio-
ne ideale con i colleghi tedeschi (i più citati). A conclusione del volume,
Šveicer (1988, 205) offriva una definizione della disciplina e del suo og-
getto:
essendo uno dei più complessi tipi di comunicazione linguistica, la traduzione costitui-
sce un processo pluridimensionale e multiforme, determinato da una quantità di fattori
linguistici ed extralinguistici. Tra questi vi sono il sistema e le norme delle due lingue, le
due culture, due situazioni comunicative – primaria e secondaria – la situazione concreta,
la tipologia funzionale del testo di partenza, le norme traduttive.

13. Ad esempio, “How do you do?”, in quanto unità traduttiva, non può essere tradotta
come somma dei componenti (how+do+you+do), ma mediante un segmento unitario (in ita-
liano, “Come va?”)

126
Tra i meriti principali di Švejcer (ma per Fëdorov era un demerito), vi era
quello di aver definito la traduzione come oggetto di studio della linguistica
e di aver fornito un quadro coerente di istruzioni professionali utili anche ai
traduttori tecnici; tra i suoi limiti, c’era la mancanza di premesse epistemo-
logiche chiare. Purtroppo, dopo Rezvin e Rozencvejg, la traduttologia sovie-
tica ripiegava su intenti pratici, mirando soprattutto a offrire ai professionisti
alcuni schemi modellati sui concetti di tipologia e funzione, e ipotizzando
che la traduzione comportasse necessariamente una ‘perdita’. Pur aiutando
i traduttori a prendere atto della complessità del mestiere, le classificazioni
banalizzavano gli aspetti teorici, riducendoli in parte a schematismi: quando
Švejcer parlava di processo traduttivo – come numerosi suoi colleghi d’ol-
trecortina – intendeva, banalmente, la “pratica”. Nelle sue pagine non si ri-
trovano mai affermazioni avventate o controvertibili, ma solo attinenti gli
aspetti ‘superficiali’ dell’attività professionale che, tra l’altro, riproponevano
l’annoso binomio letteralismo/libertà:
Il processo della traduzione si svolge su una serie di opzioni. Durante la prima tappa il
traduttore si trova dinanzi alla scelta della strategia. Così, ad esempio, la preferenza può
essere accordata alla traduzione precisa a livello testuale, che si avvicina al letteralismo
o, al contrario, a una traduzione che si allontani con forza dalla struttura formale dell’o-
riginale e che si avvicini a quella libera. In questa decisione può avere un ruolo decisivo
il genere testuale (ivi, 65).

In generale, la teoria sovietica aveva creato per prima le premesse di un


approccio realmente interdisciplinare, coinvolgendo nel dibattito la psicolo-
gia, le neuroscienze, la cibernetica, la semiotica (cfr. Salmon 2015)14. Tutta-
via, a causa del declino della ricerca scientifica successivo allo scioglimento
dell’URSS, le ricerche si sarebbero concentrate sui case studies, adagiandosi
sui traguardi del passato15.

14. La scuola russa ha sviluppato al meglio, per esempio, due concetti fondamentali di
cui si è poco occupata la teoria occidentale: il primo è quello dei realia, ideato per la prima
volta dagli studiosi bulgari Sergej Vlachov e Sidor Florin (cfr. Vlachov, Florin 1986) e svilup-
pato da Venedikt Vinogradov (2001); il secondo è quello delle lacune casuali, ideato in realtà
dai traduttologi francesi Jean-Paul Vinay, Jean Darbelnet e Alfred Malblanc, ma approfondito
nei decenni successivi da numerosi traduttologi russi e slavi. I realia (termine mutuato dalla
traduttologia tedesca e italiana) sono parole di una linguocultura attinenti a referenti concreti
o astratti di quella singola cultura (ad esempio, “croissant”, “tokaj”, “leghista”, “glasnost’”,
“watergate” ecc.); le lacune sono parole di una linguocultura attinenti a referenti concreti e
astratti che sono universali, ma che non tutte le linguoculture nominano con un termine (ad
esempio, “zapoj”, che indica uno stato di alcolismo in cui si alternano periodi di totale asti-
nenza dall’alcol a periodi di consumo illimitato, che può condurre, nei casi estremi, al coma
etilico). In Italia non si usa il “samovar”, ma la parola è entrata come realia nel dizionario
dell’italiano, mentre “zapoj” esiste nella realtà italiana, ma non c’è un termine che lo indichi:
è una lacuna.
15. Nella Russia odierna, permane un forte interesse per la traduzione e non solo nelle uni-
versità e nel mondo della cultura, ma anche tra i lettori, che sono tra i più numerosi al mondo.

127
2.4. La traduttologia tedesca

La scuola di traduttologia tedesca, dell’Est e dell’Ovest16 è stata estrema-


mente produttiva. Tra gli studiosi tedeschi d’impronta linguistica, i nomi più
significativi sono quelli di Otto Kade, Wolfram Wilss, Jörn Albrecht, Katha-
rina Reiss, Hans J. Vermeer, Albrecht Neubert, Gert Jäger, Werner Koller,
Christiane Nord17.
Se gli studiosi occidentali utilizzavano il termine Übersetzungwissen-
schaft, (“scienza della traduzione”), compatibile con la tradizione umanisti-
ca, la scuola di Lipsia, più rigorosamente linguistica, aveva inaugurato il ter-
mine esplicitamente ‘tecnico’ di Translation/Traslatologie; secondo i teorici
di Lipsia, la traduzione era “un atto linguistico che consiste in un processo di
decodificazione-ricodificazione” (Bianchi 1989, 49)18.
A inaugurare la traduttologia della Germania dell’Ovest e dell’Est, furo-
no rispettivamente Wilss e Kade. Entrambi condividevano una programmati-
ca diffidenza per il relativismo linguistico, opponendosi al principio roman-
tico dell’intraducibilità. Secondo Wilss (1977), il presupposto teorico della
traducibilità era garantito dagli universali linguistici; tuttavia, sia Wilss, sia
Kade criticavano il disinteresse che la linguistica chomskiana riservava alla
pragmatica e alla psicolinguistica e, come i traduttologi russi, considerava-
no la linguistica strutturale insufficiente a spiegare i processi traduttivi (cfr.
Bianchi 1989, 36-37). I traduttologi tedeschi tentavano, come i colleghi sla-
vi, di costruire tassonomie utili a differenziare l’approccio del traduttore a
testi diversi, ma utilizzavano in modo confuso alcuni termini fondamentali,
alimentando lo scetticismo sia dei letterati, sia dei linguisti. Particolarmen-
te nociva è stata la confusione tra i termini “equivalenza” e “invarianza” che
creava una grave ambiguità, pregiudicando i presupposti fondamentali di un
modello unitario:
La parola-chiave della Übersetzungwissenschaft sul piano normativo è “equivalenza”. Per
qualche tempo all’inizio (soprattutto dalla “scuola di Lipsia” […]) è stato usato il termine
“invarianza”, ma ben presto si è sentita la necessità prima di coniugarlo, poi di sostituirlo
con l’altra più elastica nozione, quella di equivalenza appunto […] (Bianchi 1989, 45)19.

16. Sorprende che, nella sua antologia del 1995, Siri Nergaard abbia incluso autori
come Lotman e Gadamer (che non si sono mai occupati direttamente di traduzione), senza
annoverare neppure uno dei più noti traduttologi tedeschi (per non dire dei russi e dei polacchi).
In generale, l’assenza della traduttologia linguistica dalle antologie occidentali è sintomatica
di un sostanziale disinteresse.
17. Per una visione complessiva, cfr. Bianchi 1989, Apel 1993, Fawcett 1997, Bertoz-
zi 1999. Non vengono qui inclusi gli studiosi austriaci (la più nota, Mary Snell-Hornby, è di
origine britannica e scrive prevalentemente in inglese), in quanto la scuola di Vienna avreb-
be sostanzialmente aderito ai TS, manifestando un particolare interesse per la Skopostheorie.
18. In seguito, parte della traduttologia tedesca, soprattutto la scuola di Lipsia, si è orien-
tata in direzione della linguistica testuale e della pragmatica, ponendo le basi delle teorie fun-
zionaliste.
19. I due concetti, nati in modo analogamente confuso nella traduttologia slava, sono in

128
In realtà, si erano create diverse categorie di “equivalenza” che rende-
vano i modelli farraginosi e frammentari, negando di fatto che si potesse
trovare un parametro di equivalenza valido in modo generalizzato. Inoltre,
anche i traduttologi tedeschi, più o meno esplicitamente, avevano ripiegato
sulla bi-teoria: Wills, Koller e altri avevano finito per proporre due modelli
teorici diversi per la traduzione del testo letterario o “scientifico-tecnico”
(ivi, 45-47). Di fatto, era una ‘resa’ ai presupposti romantici, l’ammissione
dell’impossibilità di studiare la traduzione dei testi complessi con il meto-
do scientifico.
In sintesi, la traduttologia tedesca è stata criticata da tre punti vista:
quello drastico dei postmoderni, emblematicamente rappresentato da
Friedmar Apel (1993), che metteva in dubbio non solo la “scientificità”
della traduttologia, ma la sua stessa legittimità in quanto disciplina (ivi,
33-35, 47-51); quello di Genzler (1993, 67), che imputava ai traduttologi
tedeschi affermazioni sulla natura della lingua troppo riduttive e non
supportate da dati e argomentazioni; quello, infine, dell’ermeneutica
tedesca, che considerava ingenua l’illusione di stabilire una corrispondenza
tra i testi senza tener conto dei fattori extra-testuali legati alla ricezione (cfr.
Bertozzi 1998, 91). In definitiva, si era rivelata “insostenibile” l’ambizione
di lasciare fuori dalla traduttologia l’analisi letteraria (Bianchi 1989, 57),
rinunciando a qualsiasi intento generalizzante.
La virata della traduttologia linguistica in direzione della “relativizza-
zione del processo traduttorio” (ivi, 54) ha sicuramente contribuito a svi-
luppare l’approccio funzionale su cui si sarebbe basata la Skopostheorie, un
modello di enorme successo che, dal rigore della linguistica, passava a un
funzionalismo estremo. Inizialmente formulata da Reiss e Vermeer (1984),
poi integrata nei lavori di Christiane Nord e altri, la Skopostheorie parti-
va da una concezione di “equivalenza” non schematica e non rigida: crite-
rio dell’equivalenza non erano più le strutture linguistiche, bensì lo scopo
dell’atto traduttivo che assurgeva all’apice della gerarchia decisionale del
traduttore. Lo “scopo” poteva variare a seconda del punto di vista (quello
dell’editore, dell’autore, del lettore, della singola contingenza ecc.). L’im-
portanza della teoria consisteva, paradossalmente, nel delegittimare istru-
zioni valide ‘sempre e comunque’ per qualsiasi testo, persino per una sin-
gola tipologia; in buona parte, quindi, la teoria tedesca si conciliava con i
TS in direzione di un rinnovato arbitrio: eliminando la fase linguistico-con-
trastiva, la Skopostheorie si limitava a suggerire al traduttore una comple-
ta coerenza rispetto al progetto, ribadendo il legame primario tra teoria e
pratica professionale, ma perorando l’impossibilità di un modello unitario.

realtà diversissimi, poiché l’invarianza indica ciò che accomuna tutte le opzioni, tra cui una
sola è quella equivalente sul piano funzionale (per lo più corrispondente, in tedesco, alla
“kommunikative Äquivalenz”).

129
In quest’ottica, la critica della traduzione avrebbe avuto il solo compito di
verificare la coerenza tra strategie e intento progettuale secondo il principio
“lo scopo giustifica i mezzi” (cfr. Bianchi 1989, 54).

2.5. La traduttologia in Francia, Inghilterra, Italia


Rispetto alla traduttologia tedesca e slava, negli altri Paesi europei, i con-
tributi rimanevano circoscritti a singoli autori. In Francia, ad esempio, l’u-
nico celebre contributo dedicato alla traduttologia linguistica, ma mirato
all’analisi contrastiva tra due sole lingue (inglese e francese), resta la nota e
pionieristica monografia di Vinay, Darbelnet (1958) Stylistique comparée du
français et de l’anglais. Merito indiscusso dell’opera era l’utilizzo di termini
rigorosi ed efficaci, come “equivalenza”, “unità traduttiva”, “calco” ecc., che
ancora oggi, pur con varie distinzioni, sono usati da tutti i traduttologi in lin-
gue diverse20. Successivamente, oltre al noto George Mounin, cui si devono
due monografie di carattere storico-descrittivo (1963 e 1965, la seconda pub-
blicata ex novo per Einaudi in italiano), non vi sono opere di rilievo in am-
bito linguistico. Il contributo della Francia agli studi su lingua e traduzione è
stato ben più significativo nel campo dell’interpretazione e, recentemente, in
quello dei corpora e della terminologia.
In sostanza, alla fine del XX secolo le teorie francesi sulla traduzione si
dividevano in due correnti contrapposte, entrambe di ispirazione filosofico-
letteraria e lontane dalla traduttologia linguistica: l’una “ermeneutica” (rap-
presentata da Ladmiral), l’altra “etico-letteraria” (rappresentata da Meschon-
nic; cfr. Scotto 2002, 34-35).
Jean-René Ladmiral, traduttore di Nietzsche, nel volume Traduire:
théorème pour la traducion (1994), non considerava, in realtà, alcun pro-
blema linguistico, limitando il suo interesse alla semiotica che, sulla scia di
Hjelmslev e Barthes, considerava una “linguistica delle connotazioni” (ivi,
149, 191). Secondo Ladmiral (ivi, 212), la traduttologia non avrebbe portato
a scoperte o rivelazioni, ma avrebbe solo aperto “finestre” sulla pratica tradut-
tiva; addirittura, diceva, la teoria non avrebbe potuto apportare “sapere sup-
plementare”, ma solo “concetti” grazie ai quali descrivere la “pratica” (per un
esperto di filosofia, è strano ritenere che i concetti non siano “sapere”).
L’ambigua posizione di contrasto tra “teoria della traduzione” e
“traduttologia”, tra “storia” e “pratica” emerge, quasi programmatica, dalle
denominazioni stesse che Meschonnic selezionava per il suo principale libro
sulla traduzione, Poétique du traduire (1999): un capitolo veniva intitolato
“La pratique, c’est la théorie” (ivi, 73-277), un altro “La théorie, c’est la
pratique” (ivi, 279-526), e un paragrafo, emblematicamente, “Poétique

20. Mantenevano, tuttavia, espressioni come “traduzione letterale”, le quali, oltre a restare
vaghe e poco scientifiche, erano ridondanti (il termine “calco”, opportunamente qualificato,
consente di sostituire qualsiasi accezione dell’espressione “traduzione letterale”).

130
du traduire, non traductologie” (ivi, 75-79); qui Meschonic siglava con
argomentazioni esclusivamente culturologiche la distanza tra la teoria e la
scienza: “la poetica del tradurre, quindi, non è una scienza in nessuno dei
significati della parola scienza” (ivi, 77; corsivo nel testo).
In campo “linguistico”, secondo Scotto (ivi, 36-37), ci sarebbe stato in
Francia il solo Antoine Berman che, in realtà, considerava la traduzione una
“scrittura autonoma” (ivi), negando il fondamento stesso delle teorie lingui-
stiche, ovvero di qualsiasi tipo di analisi formale e contrastiva (cfr. Berman
1994). I suoi scritti paiono assimilabili al dominante postmodernismo che,
con le sue “allergie alla scienza” (Bloch 2000, 191), ha pesato profondamen-
te sulla cultura francese nella seconda metà del Novecento.
Si deve, tuttavia, proprio a un cultore del francese il miglior saggio italia-
no di traduttologia linguistica del Novecento. Con il volume Analisi lingui-
stica e traduzione, Enrico Arcaini (1991) forniva il più rigoroso contributo
allo sviluppo delle ricerche traduttologiche nel nostro Paese21. In Italia, la
traduttologia linguistica era stata tradizionalmente surclassata da innumere-
voli studi sulla traduzione letteraria in chiave filosofica o culturologico-de-
scrittiva e, in campo linguistico, dalle ricerche computazionali e terminologi-
che; il saggio di Arcaini ha avuto così ben meno riscontri di quanto avrebbe
meritato.
In Inghilterra, dagli anni Settanta divenuta la ‘patria’ dei TS, programma-
ticamente ostili alla traduttologia linguistica, si è avuto un solo, ma impor-
tantissimo corifeo della traduttologia linguistica: John Catford. Nel 1965,
Catford pubblicava A Linguistic Theory of Translation: An Essay in Applied
Linguistics (1969), con cui cercava di promuovere in Europa il ruolo della
linguistica negli studi sulla traduzione, avanzando una prima differenziazio-
ne tra criterio linguistico e criterio funzionale. Secondo Bassnett (Bassnett-
McGuire 1993,170), proprio questo suo intento, che oggi può parere il mag-
gior pregio di Catford, era il principale difetto dell’opera:
l’autore affronta l’argomento attraverso una discussione della teoria generale della lin-
guistica e di conseguenza la traduzione non viene studiata come disciplina in se stessa,
ma serve da esemplificazione per alcuni aspetti della linguistica applicata.

In realtà, Catford è stato il primo traduttologo a porre le basi per costruire


un modello teorico generalizzato, che valesse per tutti i tipi di testo. Utiliz-
zando una terminologia chiara e coerente, il libro evidenziava il ruolo fonda-
mentale dei concetti di “equivalenza” e di “corrispondenza formale”, nonché
l’attenzione ai diversi aspetti della lingua (fonologia, scrittura, grammatica,
lessico) e alle varietà linguistiche. Particolarmente interessante dal punto di
vista epistemologico è l’ultimo capitolo dedicato ai “limiti della traducibi-

21. Scotto (2002, 37-38), nella sua sintesi sull’Italia, non menziona neppure Arcaini, ma
solo letterati e filosofi ostili a considerare che la traduzione possa comprendere una qualsiasi
forma di “equivalenza” tra “codici”.

131
lità”, dove Catford (1969, 93) evidenziava l’errore di differenziare, in ottica
binaria, il “traducibile” dall’“intraducibile”. Gli pareva ben più utile distin-
guere tra “pertinenza linguistica” e “pertinenza funzionale”: la sola “intradu-
cibilità” poteva riscontrarsi laddove non si fosse riusciti a ottenere una corri-
spondenza “funzionale” (ivi, 94). Catford, che aveva intuito autonomamente
le questioni cruciali che Levý avrebbe affrontato un paio di anni dopo, resta
in Occidente il pioniere più importante della sua epoca.
Successivamente, a partire dai primi anni Ottanta, grande influenza ha
avuto un altro studioso inglese, Peter Newmark. Con il suo Approaches to
Translation (La traduzione: problemi e metodi) del 1981, Newmark (1988)
tentava di conciliare l’approccio linguistico con quello dei TS. Merito note-
vole di Newmark (unico nel panorama europeo occidentale) era stato quello
di aver dedicato molte e dettagliate pagine alla traduzione dei nomi propri
(ivi, 129-151), pur ignorando del tutto l’esistenza sia dell’onomastica, sia
degli studi sui realia (che sono in buona parte nomi propri): la sua opera, in-
fatti, è caratterizzata da vistosi difetti epistemologici22. A questo volume ne
sarebbero seguiti altri, sempre di carattere manualistico.
In generale, fino alla fine del XX secolo, nel panorama accademico eu-
ropeo ha dominato una trasversale diffidenza per la traduttologia. Da un
lato, i traduttologi erano disprezzati dai letterati in quanto ‘troppo linguisti’;
dall’altro, erano disprezzati dai generativisti come ‘dilettanti della linguisti-
ca’ che, per di più, si occupavano di una disciplina di dubbia dignità che nul-
la poteva avere a che spartire con la linguistica:
Non sorprende quindi che la teoria chomskiana in tutte le sue versioni non offra al pro-
cesso traduttivo una collocazione adeguata. La traduzione, con tutta la dimensione inter-
linguistica, resta in realtà esclusa. La ragione specifica sta nella natura intralinguistica
della struttura profonda chomskiana (Rigotti 1982, 76).

3. Algoritmi ed euristiche: le strategie del “problem solving”

3.1. La metafora computer/cervello

Davvero sorprende che l’acclamata ipotesi che esista un dispositivo


innato per l’acquisizione delle lingue naturali (detto da Chomsky Language

22. In La traduzione: problemi e metodi, non solo la riflessione epistemologica sui concet-
ti e i relativi termini è assente, ma le conclusioni, formulate con troppa sicurezza, contribui-
scono a fornire una visione concettualmente semplicistica (limitata alle strutture di superficie)
e, al tempo stesso, rigida: la confusione tra i termini “traduzione” (utilizzata al tempo stesso
per processo e prodotto) e “strategia” è notevole e le etichette “esatto”, “significato”, “origi-
nale” e “teoria” sono assunte con intento prescrittivo, ma fuori dal rigore dell’indagine lin-
guistica (non a caso l’autore cita Benjamin, Nabokov e Ortega y Gasset: Newmark 2988, 79).
Il volume di Newmark, tuttavia, proprio grazie al suo schematismo, è un utile strumento per
un primo approccio alla teoria occidentale che va comunque oltre la descrizione storicistica.

132
Acquisition Device o LAD) non sia stata logicamente estesa all’ipotesi
che esista anche un ‘Translation Device’, cioè un dispositivo innato per
la traduzione. Infatti, pur con i limiti dell’inesperienza, i bambini bilingui
sono in grado di tradurre frasi semplici da ognuna delle due lingue all’altra
e spesso lo fanno in modo spontaneo e seguendo un istinto funzionale. Le
operazioni che affrontano senza alcuna preparazione i ‘traduttori spontanei’
sono computazioni estremamente sofisticate, ma non dissimili da quelle che,
crescendo, affrontano tutti gli esseri umani per passare dal dialetto famigliare
alla lingua usata a scuola, da un registro all’altro, dal lessico gergale o
scurrile a quello accettato in ogni ambiente. Non risulta alcuno studio
scientifico che invalidi l’ipotesi semplice e lineare che ogni umano bilingue
sia potenzialmente in grado, previo addestramento, di tradurre mediante
procedure interlinguistiche tipologicamente affini a quelle intralinguistiche
che gli umani realizzano di continuo. Né esistono studi scientifici che
dimostrino che i processi traduttivi non rientrino nella categoria dei processi
decisionali che richiedono, per essere affrontati con successo, di disporre di
strategie di “problem solving” che sono compatibili con qualsiasi cervello
umano bilingue. Eppure, parrebbe trattarsi di un’idea rilevante per gli studi
sui “sistemi intelligenti” anche se è difficile indagarla sperimentalmente,
come del resto può dirsi del LAD.
A differenza dei prodotti, il cui studio può limitarsi all’indagine storico-
culturologica, non è possibile studiare i processi traduttivi umani fuori da un
modello psico-cognitivo della mente/cervello. Alcuni scienziati, per capire
come funzioni l’intelligenza umana, optano per un modello analogico: la men-
te umana viene considerata come una sorta di “facoltà emergente” del sistema
neurocerebrale, capace di eseguire diversi procedimenti logici o pseudo-logici
che, sempre in termini figurati, costituiscono un insieme di ‘programmi in
funzione parallela’. Pur difettosa, la metafora della computazione elettronica
applicata alla mente umana (l’analogia computer/cervello) può rivelarsi tan-
to utile quanto la metafora del cervello umano è stata cruciale per il decollo
dell’IA (Longo 1998, X). Come afferma Jack M. Balkin (1998, 15-16):
For most of us, then, what we mean by “the computer” includes all the capacities made
possible by the interaction of its hardware and software. In human beings, of course, the
matter is much more complicated. A complex interaction of cultural software, genetic
predisposition, and environmental influences creates the entity we know as the person
[…]. Hence the connection between the biological structures of our understanding and
the processes of social learning is closer in humans than the relation of hardware to
software in any existing computer.

Sempre per analogia, il processo traduttivo può essere rappresentato nei


termini di una computazione mirata alla commutazione di un testo da un co-
dice all’altro che si avvale di un hardware biologico per effettuare operazioni
elettrochimiche attraverso i neuroni. Dunque, la competenza traduttiva po-
trebbe essere vista come il progressivo addestramento di un insieme di reti
133
neuronali interattive, programmate dall’esercizio per questo specifico com-
pito. Potenzialmente, qualsiasi persona ha in dotazione alla nascita un dispo-
sitivo in grado di acquisire una L1 (lingua nativa), di acquisire una L2 (lin-
gua seconda) e di esercitarsi a convertire testi dall’una all’altra lingua; questa
‘commutazione’ si avvale di una serie di circuiti primari (programmi) e se-
condari (sotto-programmi) che usano chunk di informazione registrati nel-
la memoria a lungo termine (dati), dotati di sistemi di auto-apprendimento,
auto-correzione e rinforzo. Secondo questa prospettiva, diversamente dalle
altre specie, abbiamo tutti in dotazione un codice genetico (biologico) che ci
rende ‘animali traduttivi’; i primati, invece, pare siano dotati esclusivamente
di facoltà di decodificazione elementari, basate su riflessi condizionati innati
o sull’imitazione (un certo suono emesso da un animale indica pericolo e il
branco scappa; un certo suono emesso dall’uomo è riprodotto dal pappagal-
lo, che ripete senza capire). Dunque, un traduttore – come un chirurgo, un
tennista o un pianista – è un individuo che, accumulate le basilari conoscen-
ze esplicite (consapevoli) necessarie per avviare l’addestramento, sfrutta le
potenzialità comuni a tutta la specie, formando ed esercitando circuiti cere-
brali sempre più sofisticati, automatizzandoli e trasformando le conoscenze
esplicite in abilità implicite (procedurali). Chiunque può imparare a suonare
il piano, a giocare a tennis, a operare i pazienti e a tradurre, e chiunque, con
dedizione, passione e tempo, può diventare un serio professionista in tutti
questi campi: in pochi vinceranno tornei o premi internazionali, in pochissi-
mi passeranno alla storia, ma lo studio e l’addestramento per automatizzare
le procedure restano per tutti (anche per Rubinstein, Federer o Barnard) l’u-
nica strada per diventare ‘professionisti’.
Molti, invece, rifiutano categoricamente l’analogia cervello/compu-
ter. Alcuni, pur accettando la materialità della mente umana, considerano
quell’analogia inutile o fuorviante e ritengono impossibile districare con il
metodo scientifico una complessità che parrebbe andare oltre le capacità del-
la scienza e delle umane facoltà: pur trattandosi di un mistero fisico, resterà
tale perché non è scientificamente sondabile. Altri negano del tutto il fatto
che la mente umana sia l’esito di un processo fisico, biologico e materiale:
aderendo al dualismo cartesiano, considerano la mente come immateriale ed
esterna alle leggi del mondo fisico, e vedono le ‘attività mentali’ come on-
tologicamente superiori, più nobili e insondabili delle attività ‘fisiche’. Se-
condo questa posizione, un poeta non saprebbe scrivere versi perché – grazie
alla passione e alla motivazione – ha imparato a farlo, leggendo, scrivendo,
esercitandosi (come capita ai pianisti, ai tennisti o ai chirurghi), ma solo per-
ché ispirato da qualcosa di extra-naturale, accessibile solo a pochi ‘eletti’.
In quest’ottica, il ‘vero’ traduttore di poesia o di testi sacri non sarebbe un
professionista esercitatosi con continuità, ma il destinatario di un’ispirazione
esterna che gli renderebbe accessibile il mysterium. Questa posizione è per
definizione estranea allo scambio dialogico della comunicazione scientifica,
in quanto sostituisce all’indagine un concetto, l’ispirazione, che non è una
134
semplice metafora delle abilità cognitive, ma un deus ex machina (un “gan-
cio appeso al cielo”). In realtà, non solo non c’è nulla di mentale nell’uomo
che non sia anche fisico (Damasio 1995), ma neppure l’intuizione è mai me-
tafisica:
Ogni volta che qualcuno dice di aver risolto un problema “con l’intuizione”, ciò che
intende veramente è “non so come l’ho risolto”. Il modo più semplice di fare un modello
dell’“intuizione” in un computer si ha semplicemente negando al programma l’accesso
al proprio funzionamento interno. Ogni volta che risolve un problema e gli si chiede
come ha fatto, dovrebbe rispondere “Non lo so, m’è venuto per intuizione” (Dennett
1997, 564).

Per indagare la traduzione secondo un percorso d’indagine coerente ai


presupposti del dialogo interdisciplinare e ai dati oggi disponibili, non si può
non assumere che i processi traduttivi implichino facoltà species-specific,
competenze pregresse e l’addestramento a una massiccia e intricata attività
neuronale paragonabile a quello dell’apprendimento artistico, del ragiona-
mento matematico e dell’intelligenza sportiva.
Che si accetti o si rifiuti la metafora cervello/computer e mente/software,
che si voglia distinguere nettamente l’intelligenza biologica da quella artifi-
ciale o, al contrario, cercarne le analogie, non pare che esistano per qualsiasi
sistema intelligente humalike infiniti modi di problem solving (senza contare
i riflessi condizionati e le reazioni stereotipate geneticamente programmate).
Sostanzialmente esistono due categorie di strategie per risolvere problemi:
gli algoritmi e le euristiche. Ovviamente, le due strategie possono fondersi
o alternarsi in molti modi diversi e prevedere gradi differenti di determini-
smo o di soluzione aperta, possono applicarsi bottom up o top down, ma ri-
specchiano tendenzialmente queste due modalità. La traduzione, intesa come
l’insieme di operazione decisionali con alto tasso di dati, non può fare ecce-
zione e non c’è nulla di male a vedere nel cervello umano una ‘centralina’
che esegue calcoli. Come scrive Edoardo Boncinelli (1999, 91):
La natura ha inventato la digitalizzazione molto prima dell’informatica, senza utilizzare
valvole o transistor, ma impiegando qualcosa di molto simile a una serie di circuiti inte-
grati capaci di oscillare fra due stati, quello acceso o quello spento, che possiamo anche
chiamare stato 1 o stato 0.

3.2. Algoritmi ed euristiche: definizioni

La mente umana, per risolvere qualsiasi problema, si avvale o A) di cono-


scenze esplicite (coscienti) o B) di procedure implicite (automatizzate), che
consentono alle conoscenze di trasformarsi in schemi affidabili per ottenere
risultati ottimali in breve tempo, o C) di entrambe. Prima di esercitarsi in una
procedura, infatti, si possono ricevere istruzioni pre-esistenti (top down) o ri-
cavarle secondo il metodo “per tentativi ed errori” (bottom up) o combinare
135
i due metodi. Il metodo per tentativi ed errori non è mai casuale, ma segue
comunque una logica, magari inconscia e intuitiva, che riduce sia i tentativi,
sia gli errori. In ogni caso, anche chi dà priorità alla “pratica” è avvantaggiato
da istruzioni già pronte, sperimentate, che evitano il più possibile i tentativi
del tutto inutili o dannosi (non tutti gli errori sono uguali).
Per ‘addestrare’ alle procedure, cioè per aiutare qualcuno a trasformare le
conoscenze astratte, trasmesse da altri, in abilità esecutive, si devono distin-
guere due casi:
1) le situazioni del tutto prevedibili, assoggettabili a istruzioni generalizza-
bili e complete, applicabili in modo ripetitivo secondo strategie sistemati-
che di risoluzione del problema dette “algoritmi”23;
2) le situazioni nuove, imprevedibili nel sistema generale e assoggettabili a
strategie parzialmente intuitive e soggettive dette “euristiche”24.
Gli algoritmi sono programmi che soddisfano le condizioni di completez-
za, non ambiguità e coerenza (Tabossi 1998, 41; Miram 1998, 29-33), sebbe-
ne non necessariamente un algoritmo rappresenti una ricerca esaustiva di un
problema risolvendolo completamente (Moates, Schumacher 1983, 373) 25.
Ci sono algoritmi top down e bottom up: per il primo tipo (dall’alto), di so-
lito, si cita l’esempio del cosiddetto “algoritmo euclideo”, che consente con
la regola generale di individuare uno specifico massimo comun divisore di
due cifre note (cfr. Penrose 1996, 18), ma si potrebbe anche citare una ricet-
ta comprensiva di ogni mossa che porti a un esito perfetto. La strategia dal
basso, viceversa, è quella che consente di risalire a una premessa teorica ge-
nerale dai dati particolari: in psicologia, ad esempio, analizzando un ampio
numero di risposte agli stimoli, si risale alla regola generale26.
In sintesi, “ogni programma di un computer è un algoritmo” (Dennett
1997, 51) e può essere eseguito ripetutamente – se si dispone dei dati e del
tempo necessari alla computazione – da qualsiasi sistema intelligente, secon-
do lo schema:
se P, allora Q
Questo schema consente – potendo definire P e Q, e avendo tempo
sufficiente – di effettuare una ricerca per verificare se l’opzione conside-

23. Il termine algoritmo deriva dalla variante latina, Algorismus, del nome del matematico
persiano Abū Jaʿfar Muhammad ibn Mūsā Khwārizmī (IX secolo).
24. Il termine euristica deriva dal greco “heurískō” (“trovo/scopro”).
25. In informatica, per algoritmo si intende “la descrizione di un processo che opera su og-
getti che sono rappresentazioni simboliche di dati” (Siciliano 1983, 29). Gli algoritmi di que-
sto tipo sono ideali per costruire l’IA, ma non se si vuole un’intelligenza humanlike; infatti, gli
umani alternano continuamente algoritmi ed euristiche, cioè inferenze, induzioni e intuizioni
che caratterizzano la potenziale ‘elasticità’ mentale della nostra specie.
26. “Top down” e “bottom up”, in terminologia attualizzata, corrispondono ai concetti di
deduzione e induzione.

136
rata è uguale o diversa da P e di concludere la computazione secondo lo
schema:
sì ∨ no ➝ stop computing27
L’algoritmo è un ‘programma’, un ‘insieme di regole’, un ‘sistema di cal-
colo’, una ‘ricetta’ che permette di giungere a una soluzione secondo lo sche-
ma logico, affrontando uno o più passaggi. Supponiamo di avere il problema
Y, con Y = “come andare nel modo più rapido da casa all’università con il
motorino”, e supponiamo che la soluzione verificata di Y sia l’“Itinerario A”,
l’algoritmo sarà formalizzabile come:
se Y, allora “Itinerario A”
L’“Itinerario A” può essere stato trasmesso da altri a chi lo applica (top
down), oppure può essere ricavato autonomamente bottom up, eseguendo
con il motorino tutti gli itinerari possibili ed escludendoli tutti tranne il più
veloce. L’“itinerario A”, a sua volta, sarà composto da una serie di sub-routi-
ne fisse [vai dritto], [volta a destra in concomitanza del Bar B], [all’incrocio,
imbocca la rotonda], [seconda uscita] ecc., e da una serie di variabili preve-
dibili (come le condizioni del tempo, il traffico, le scolaresche che intasano
le strisce pedonali ecc.), le quali integrano l’algoritmo principale:
se Y e se piove, allora “Itinerario A” ∧ “esci 20 min. prima”28
Finché i dati non cambiano (casa, università, mezzo, traffico, meteo ecc.)
e si dispone del tempo per acquisire e applicare l’algoritmo, si ha la certez-
za di avere una regola completa e coerente. L’applicazione “Itinerario A” ri-
sponde a un algoritmo deterministico. Se ci fossero due soluzioni altrettanto
buone, di cui una prevedesse che si scegliessero i passi successivi (se [si gira
a destra e poi dritto] o se [si va dritto e poi a sinistra] ➝ il tempo è lo stesso),
si avrebbe un algoritmo non deterministico:

destra
se Y, allora “Itinerario A1” ∨ “Itinerario A2”
dritto

Poniamo, invece, che una delle sub-routine non sia applicabile perché
i dati sul traffico sono cambiati e/o possono continuare a cambiare: questo
rende inapplicabile l’algoritmo rigido e il sistema intelligente non riesce a
decidere. Se un incidente impone di voltare a sinistra invece di voltare a de-
stra o di andare dritto, entrambi gli itinerari A1 e A2, che garantiscono di arri-
vare puntuali a lezione, non possono più essere applicati. Si deve cercare una

27. Il simbolo logico “∨” indica “aut” (disgiunzione esclusiva).


28. Il simbolo logico “∧” indica “e” (congiunzione logica).

137
nuova strategia, basata su un’intuitiva valutazione delle possibilità, che dovrà
essere per forza veloce ed efficace e magari contemplerà una violazione del
codice stradale, aggiungendo il calcolo della probabilità di prendere la multa.
Questa strategia sarà un’euristica e si applicherà per risolvere Y quando non
si può applicare l’algoritmo o una sua sub-routine.
Il concetto di euristica non ha una definizione universale neppure tra i
logici matematici, ma, in modo approssimativo, si tratta di una strategia che
considera, tra le soluzioni possibili, solo “quelle più promettenti, ignoran-
do invece quelle poco probabili o addirittura implausibili” (Tabossi 1998,
59). In altre parole, si tratta di una ‘scorciatoia’ e di una scommessa: si se-
lezionano i dati della ricerca, aggirando quelli mancanti, riducendo costi e
tempi della ricerca e della soluzione (cfr. Moates e Schumacher 1983, 373).
Secondo Dennett (1997, 264), le strategie euristiche umane, generalizzanti
e probabilistiche, sarebbero in realtà forme di algoritmi non deterministici,
sempre potenzialmente indagabili in termini formali, ma a volte inafferrabili
in quanto parti di un enorme programma “orrendamente complicato e sco-
nosciuto” (ivi, 563).
Nel caso del problema Y, se l’imprevisto incidente determina una riduzio-
ne del tempo a disposizione per percorrere un nuovo itinerario diverso dai
due noti (≠ A1, A2), le decisioni andranno prese in fretta (non si può ritardare
all’università), secondo parametri probabilistici; si segue una ‘logica parzia-
le’, di tipo intuitivo, che non dà certezze, ma consente di evitare tutte le ve-
rifiche per risolvere Y:
se Y ∧ incidente, allora vai a sinistra ∧ itinerario ≠ A1, A2 ➝ cerca “Itinerario B”
L’euristica, quindi, è una strategia di ricerca ad hoc della soluzione di un
problema che tiene conto di parametri generali e di interpretazioni in par-
te soggettive, che solo parzialmente è formalizzabile, ma prevede routine e
sub-routine riconducibili ad algoritmi non deterministici (che consentono di
convalidare o scartare un’ipotesi secondo lo schema “Sì/No”)29. Chi scappa
da un malintenzionato inseguitore cerca con la massima velocità mentale di
risolvere una quantità elevata di sub-routine formalizzabili solo a posteriori,
mirate alla soluzione “mettersi in salvo”, scommettendo sui dati disponibili:
se scappo dentro un portone, allora resto intrappolato nell’edificio ➝ No ➝ cerca
ancora
se entro nel bar pieno di gente, allora probabilmente sono salvo ➝ Sì ➝ stop
computing
Talvolta, un’euristica può essere formalizzabile e prevedibile in modo
preciso e completo come un algoritmo. Ad esempio, si sa che, per moltipli-
care un numero N per 9, la scorciatoia ad hoc preferita dagli umani non è

29. Esistono anche algoritmi di tipo euristico che “indovinano” la soluzione invece di
calcolarla, vengono chiamati “oracoli”.

138
l’algoritmo universale di moltiplicazione, ma l’euristica “moltiplica N per
10, sottrai N” (cfr. Lolli 2000, 135); per un computer, invece, qualsiasi nu-
mero è uguale e viene trattato con l’algoritmo generale.
Almeno per ora, sebbene l’IA superi l’uomo nell’applicazione degli algo-
ritmi, l’uomo è straordinariamente più abile a semplificare le routine di ricer-
ca euristica, abilità fondamentale per la nostra esistenza, basata sulle scom-
messe. Secondo alcuni studiosi, la mera e perfetta applicazione di algoritmi
è una forma di intelligenza senza comprensione:
Senza qualche forma di semplificazione nella forma delle categorizzazioni, delle nar-
razioni, delle euristiche o delle norme, non è possibile capire nulla in assoluto (Balkin
1998, 18).

3.3. I pattern della traduzione

Per realizzare la traduzione automatica, gli scienziati cercavano “un al-


goritmo che mostrasse quali passi si dovessero intraprendere per ottenere
una traduzione da un TP a un TA” (Miram 1998, 30; Bel’skaja, 1959; 1969).
Molti credevano che, ottenuto quello e perfezionatolo, si sarebbe trovato
l’algoritmo universale della traduzione. Come si è visto, ingegneri e lingui-
sti avevano trascurato alcuni fattori fondamentali. Tra questi, soprattutto, la
pragmatica comunicativa, l’interrelazione che, nella mente umana, collega la
lingua alla motivazione, alle emozioni, ai cinque sensi, e il fatto che la co-
scienza interpreti i messaggi in modo sfasato rispetto all’inconscio, sebbene
i due processi interpretativi avvengano in parallelo:
Senza lo stimolo delle emozioni, il pensiero razionale rallenta fino a di-
sintegrarsi. La mente razionale non fluttua al di sopra di quella irrazionale;
non può liberarsi per potersi dedicare alla ragione pura. In matematica esisto-
no teoremi puri, ma non pensieri puri che li scoprano (cfr. Wilson 2001, 129).
I processi di codifica in parole di un messaggio, di decodifica e di ri-co-
difica in un’altra lingua constano di una serie di operazioni indicibilmente
numerose e complicate, che si svolgono, in alternanza, a livello inconscio
(prevalentemente) e conscio (parzialmente). Attraverso la valutazione di una
serie limitata di opzioni, candidate al ruolo di traducenti in lingua di arrivo di
un’unità U del TP, per selezionare l’opzione ‘vincente’, cioè quella equiva-
lente a U, sono indispensabili:
1) un criterio di equivalenza;
2) un numero di dati compatibile con le limitate facoltà di calcolo della men-
te umana.
Se il criterio di equivalenza è parziale (per esempio, riguarda solo l’equi-
valenza etimologica, come in “I pretend to be a scholar” ➝ “pretendo di esse-
re uno scolaro”), l’operazione fallirà; se il criterio è generale l’operazione ri-
139
uscirà (“fingo di essere uno studioso”). La traduttologia ha proposto decine di
modelli e criteri di equivalenza, spesso suggerendo l’idea che ne possano co-
esistere diversi con risultati estremamente diversi, ma egualmente legittimi.
Un modello teorico generale per la soluzione di problemi può utilizza-
re insieme sia routine note (algoritmi), sia istruzioni probabilistiche per af-
frontare variabili situazionali nuove (euristiche): quando un chirurgo entra
in sala operatoria per un’operazione ‘di routine’, dispone di una procedura
algoritmica, ma sa che potrebbe accadere qualcosa di imprevisto (l’emergere
di dati non noti) che imporrà, a un certo punto, di abbandonare l’algoritmo
per applicare strategie euristiche, affidandosi, per analogia, ai dati noti più
simili a quelli nuovi emersi dalla situazione imprevista. I traduttori procedo-
no nello stesso modo. Se le ‘operazioni’ sono routinarie, si aspettano pochi
imprevisti, che possono comunque insorgere inaspettatamente a ogni nuova
unità traduttiva. Le ‘operazioni’ sono complesse e rischiose proprio quando,
con l’aumentare del tasso di correlazioni tra i parametri, aumenta la probabi-
lità di imprevisti: tradurre le istruzioni per la lavatrice rispetto a un sonetto è
come eseguire un’appendicectomia rispetto a un trapianto cardiaco. In tutti
i casi, il traduttore, come il chirurgo, dovrebbe seguire un modello teorico
(protocollo) che fornisca:
a) istruzioni generali, complete e coerenti, comprensive dei calcoli delle va-
riabili probabili e improbabili;
b) istruzioni su come affrontare le situazioni nuove in base ai vincoli di tem-
po e alle soluzioni non note, ma possibili.
Tornando al paragone con la chirurgia, ci sono effettivamente tecniche
operatorie diverse per risolvere lo stesso problema chirurgico, ma, per lo più,
ne esiste sempre una sola, in ogni dato momento storico, che è la più affidabile
e costituisce “il protocollo”: la coesistenza di altre tecniche spesso non è do-
vuta a discordanze teoriche, ma alla mancanza di strumentazione, di condizio-
ni operatorie, di costi materiali, di rischi legali ecc. Quasi sempre, la tecnica
migliore è la più recente, che si avvale di dati aggiornati e di strumenti all’a-
vanguardia. Nel caso della traduzione, questo vale parzialmente: pur esistendo
strumenti all’avanguardia esterni al traduttore (ad esempio, programmi e cor-
pora di traduzione assistita, talvolta molto costosi), lo strumento fondamenta-
le per la procedura di traduzione è (al momento) il cervello umano; per questa
ragione, il ruolo delle routine (teoria) e dell’esercizio (addestramento) restano
assolutamente fondamentali (come dimostra il virtuosismo di molti interpre-
ti, che traducono senza avere il tempo di utilizzare null’altro che il proprio
cervello). Ovviamente, poi, esistono problemi del tutto analoghi a quelli che
affronta il chirurgo: vincoli di tempo, interferenze da parte di committenti e
destinatari, fondi insufficienti a pagare l’operazione ecc.30.

30. Come i chirurghi, i traduttori possono lavorare pro bono o per minor prezzo se traggo-
no utilità o gratificazione dall’operazione proposta.

140
Un domani, forse, il sistema decisionale umano che permette di tradurre
potrà essere sostituito da un meccanismo di tipo digitale, che risponda a uno
schema Sì/No e che non preveda ambiguità, ma non sarà facile: si consideri,
infatti, che gli algoritmi di qualunque tipo “hanno bisogno di un’interpreta-
zione, ossia di una decodificazione delle disposizioni” che dipende “dal ‘lin-
guaggio’ in cui gli algoritmi sono scritti” (Penrose 2000, 542). Non avendo
la capacità di memoria e la velocità di calcolo di un computer, la mente uma-
na “ha dovuto perciò trovare di necessità una sua propria via alla decisione
che non fosse totalmente e perfettamente logica” (Boncinelli 2000, 245). La
comunicazione umana è spesso ambigua, quando non paralogica, e vi saran-
no sempre variabili interpretative non deterministiche: le lingue umane crea-
no “un’esplosione combinatoria” di dati (Tabossi 1998, 59) che rendono ne-
cessario l’impiego di sofisticate euristiche interpretative. Un input ambiguo
attiva nel cervello umano due potenziali output e la selezione avviene in base
a inferenze che, nel caso dei testi espressivi, ammettono proprio la concomi-
tanza di entrambi gli output31.
Dunque, in generale, le ricerche sulla soluzione dei problemi da parte del
cervello umano si sono concentrate sull’euristica piuttosto che sugli algorit-
mi (cfr. Moates, Schumacher 1983, 373), ma, nel caso dei processi traduttivi,
dato l’alto numero di algoritmi prevedibili, unito a variabili di natura sogget-
tiva (“registro”, “allusioni”, “ambivalenza”, “quasi-sinonimia” ecc.), la com-
putazione parrebbe trovarsi all’incrocio tra determinismo algoritmico e non
determinismo euristico.
Non è possibile, comunque, costruire un qualsivoglia modello teorico
della traduzione senza un qualsivoglia criterio di equivalenza: solo in base a
questo criterio si può tentare una formalizzazione di routine a schema Sì/No,
che preveda euristiche ‘di ripiego’ per le situazioni nuove, anomale, ‘creati-
ve’. Il processo traduttivo può essere visto, infatti, come un procedimento so-
fisticato di inibizione delle opzioni scartate: uno schema binario Sì/No si ri-
pete, unità dopo unità, interrompendosi nei casi che richiedano un’euristica.
Il traduttore, computando in millisecondi, seleziona prima una rosa di opzio-
ni, poi le considera ad una ad una, finché, alla fine, che si ricorra o meno alle
euristiche, una delle opzioni ottiene un Sì ➝ stop computing. Più il traduttore
è esperto, meno sono le opzioni candidate alla soluzione: l’abilità procedura-
le implica la capacità inconscia di propendere subito per l’opzione migliore,
senza pre-attivare troppe opzioni concorrenti (tenuto conto di una memoria
di lavoro estremamente limitata, che può ‘collazionare’ poche soluzioni alla
volta). Infatti, l’energia spesa dal sistema di controllo dell’informazione per
stabilire che cosa “trattenere” e che cosa inibire è immensa:
Quando alla memoria vengono aggiunti nuovi episodi e nuovi concetti, questi ultimi
sono elaborati con una ricerca estesa attraverso il sistema limbico e corticale, che stabili-
sce dei legami con i nodi precedentemente creati (Wilson 2001: 154).

31. Il principio della poesia è proprio questo: il testo è un insieme di input, ognuno dei
quali può innescare più output contemporaneamente, generando un’esplosione combinatoria.

141
Il processo inverso, di riconoscimento in memoria, è altrettanto oneroso.
Un simile apparato di controllo, di attivazione e inibizione di milioni di
link, che associano i segni in base ai dati soggettivamente memorizzati la-
scia intendere che il sistema procedurale (implicito) sia intimamente con-
nesso allo stato psicofisico del traduttore. Come avviene nella computazio-
ne matematica, nell’esecuzione musicale o nello sport, quando si traduce è
possibile giungere a risultati complessi e addirittura virtuosistici senza che
la coscienza registri alcuni dei passaggi più significativi del processo di so-
luzione. Poiché, per applicare una routine, non si deve scendere sotto una
certa velocità operativa, l’intervento della coscienza può essere un freno per
quella sintesi intuitiva che aiuta a trovare soluzioni cui i processi coscienti
non possono condurre. La coscienza, infatti, procede con una lentezza sgo-
mentevole rispetto alle procedure automatiche. Le procedure sono veloci se
evitano che i singoli passaggi della computazione si presentino per intero
alla coscienza, quindi il traduttore addestrato percepisce la soluzione come
largamente intuitiva (e l’interprete come ‘automatica’). Si può dire, quindi,
che i processi traduttivi utilizzino un’infinità di micro-passaggi neuronali
che agiscono tra il livello cosciente (controllo esplicito) e il livello automa-
tico (procedura implicita): questo livello ‘semi-cosciente’ della procedura
innesca la nota sensazione dello ‘stato di grazia’ procedurale (ben noto ad
artisti e atleti) in cui ci si sente agire in perfetto controllo, senza che, para-
dossalmente, il controllo sia cosciente. Questa sensazione è assai nota anche
agli scrittori cui più volte è parso – lo confermano diverse testimonianze –
che i personaggi si ‘scrivano da soli’ a prescindere dal progetto consapevole
dell’autore32.
Abbiamo in realtà scarsa o nulla consapevolezza di eventi che in realtà la
nostra memoria implicita provoca o registra: la coscienza parrebbe un epife-
nomeno, una specie di illusione “su larga scala” derivata dalla “collusione”
di “tanti piccoli, indubitabili eventi non illusori”; la sensazione del ‘Sé’ deri-
verebbe da una “struttura astratta”, “un pattern” che produce una riflessione
degli eventi (Hofstadter 2008, 93): “cosa conta è il pattern dell’organizzazio-
ne, non la sostanza” (ivi, 257)33.
Il concetto di “pattern” secondo Douglas Hofstadter, scienziato cogniti-
vo e teorico dell’IA, è particolarmente utile per riflettere sulla traduzione;
infatti, i pattern, gli schemi, “possono essere copiati da un medium all’al-
tro” e quest’azione è per l’appunto ciò che chiamiamo “traduzione” (ivi).
Il concetto di pattern, dunque, non si applica solo ai “geni”, ma anche, dice

32. Oltre al ben noto esempio dei “sei personaggi” di Pirandello, scrive Sergej Dovlatov
(2016, 110): “I personaggi sono immancabilmente superiori al loro autore. Se non altro per il
fatto che non è lui a disporne. Al contrario, sono loro a comandare”.
33. Secondo il neuroscienziato Michael Gazzaniga (1999, 27), il “Sé” mentale sarebbe
una sorta di “invenzione” creata da un meccanismo cui si può dare il nome di “interprete”. La
mente cosciente dell’essere umano potrebbe “emergere” come un “testo su se stessi” nel quale
si mantiene una coesione di massima, inibendo e aggiustando le contraddizioni.

142
Hofstadter, ai testi letterari e sarebbe questa essenza strutturale dei testi a
consentirne l’intrinseca traducibilità:
A novel is not a specific sequence of words, because if it were, it could be only written
in one language, in one culture. No, a novel is a pattern – a particular collection of
characters, events, moods, tones, jokes, allusions, and much more. And so a novel is
an abstraction, and thus, the very same novel can exist in different languages, different
cultures, even cultures thriving hundreds of years apart (ivi, 224; corsivo nel testo).

Le strutture che governano la lingua, la pragmatica d’uso e il singolo testo


che si va a tradurre offrono i riferimenti attraverso cui orientarsi per cercare
le regolarità operative, i parametri, le strategie, le tecniche che costituiscono
le ‘regole dell’ars’ o, in altri termini, le procedure di soluzione del problema
“converti da una lingua all’altra”.
Indagare le interrelazioni tra elaborazione inconscia ed elaborazione con-
sapevole è dunque un passo fondamentale per almeno tre compiti diversi:
a) per formulare ipotesi sui meccanismi che consentono la traduzione;
b) per valutarne le complessive implicazioni cognitive;
c) per riformulare i compiti della didattica (o tecnica) della traduzione.
Un modello teorico per la traduzione prevede una strategia algoritmica
quando:
1) il testo è chiaramente univoco (se univoco ➝ equivalenza di univocità);
2) il testo è volutamente e chiaramente ambiguo (se ambiguo ➝ equivalenza
di ambiguità);
se, invece, l’unità traduttiva non rientra nei casi 1) e 2), perché i dati sono
superiori alla gestione algoritmica, si ricorre a una strategia euristica, in base
al contesto operativo: più veloce e meno complessa (ad esempio, nella tra-
duzione simultanea) o più ricercata e più lenta (ad esempio, nella traduzione
creativa).
Come aveva argomentato Levý, i processi traduttivi non pongono “pro-
blemi linguistici”, ma complessi “problemi decisionali”, organizzati secon-
do un ordine gerarchico, in cui è più importante soddisfare il parametro più
alto della gerarchia stabilita, che Jakobson (1996, 119-125) definisce “domi-
nante” testuale. Il processo di traduzione, dunque, è una tipica tipologia del
problem solving (“risoluzione dei problemi”) che si avvale di strategie atte
a individuare la soluzione ottimale per risolverlo, dove “ottimale” va defini-
to secondo criteri di equivalenza che variano per ogni modello teorico. Nei
‘frammenti’ dei Taccuini di Sergej Dovlatov, ad esempio, ci sono decine di
giochi di parole fatti con citazioni colte. Tra questi, c’è un frammento che
rimanda a un celebre verso del noto poeta romantico russo Jurij Lermontov
(“Noč, ticha, pustynja vnemlet Bogu”, “Notte, silente, ode il deserto Dio”
1841), nel quale la parola “ticha” [“silente/quieta”] per assonanza diventa
nel testo umoristico di Dovlatov, per omofonia, “Techas” [“Texas”]; l’altro
143
parametro importante è dato dall’allusione allo iato vita/cultura degli emi-
grati russi negli Stati Uniti:
Ar’ev: “...Noč, Techas, pustynja vnemlet Bogu...”
[“Notte, Texas, ode il deserto Dio...”]
L’euristica seguita nella traduzione italiana ha comportato “scommette-
re” che, cambiando Lermontov con Leopardi e Texas con Maryland, l’effetto
‘umoristico’, ‘di-vertens’ (stabilito come gerarchicamente dominante), sa-
rebbe stato equivalente sul piano funzionale (f-equivalente) a quello del TP:
Andrej Ar’ev: «... E il naufragar m’è dolce in questo Maryland»
(Dovlatov 2016, 156)34.
La soluzione euristica di questo problema decisionale P (dove P = “crea
in italiano un testo con analoga funzione estetico-umoristica che riveli lo
stesso tipo di ‘gioco poetico’”) è formalizzabile come algoritmo-base a so-
luzione aperta:
se P, allora ➝ “trova un gioco di parole con un verso della poesia italiana,
in cui si possa cambiare una parola che, per assonanza, si
trasformi nel nome di uno Stato degli USA” e tale che:
a) il verso del poeta italiano sia noto a memoria ai lettori
italiani,
b) il poeta sia un pessimista romantico (come Lermontov),
c) lo stato sia il Texas.
Dato il tempo disponibile per la computazione, l’euristica proposta in tra-
duzione ha potuto soddisfare le prime due condizioni, ma non c). Tuttavia,
essendo l’effetto umoristico in cima alla gerarchia decisionale, l’effetto è f-
equivalente.
Se si vogliono scomporre, analizzare e formalizzare le tappe di risoluzio-
ne di un problema, osserva Patrizia Tabossi (1998, 103), serve determinare a
ritroso, bottom up:
a) le conoscenze che abbiamo impiegato;
b) il modo in cui queste conoscenze sono rappresentate nella nostra mente o, più preci-
samente, nella nostra memoria;
c) i processi mediante i quali, sulla base dell’informazione ricevuta dall’esterno […]
siamo riusciti ad attivare, fra tutte le conoscenze a nostra disposizione, quelle perti-
nenti alla soluzione del compito;
d) i processi che hanno portato alla risoluzione del problema (ivi).

Supponendo di raccogliere un corpus di traduzioni che a tutti paiano


‘buone’, si può cercare per induzione, bottom up di risalire alle procedure di
34. In traduzione si è esplicitato il nome di Ar’ev in modo da rendere inequivocabile che
si tratta di una persona.

144
calcolo mentale che hanno condotto al risultato positivo e di formalizzarle in
modo da renderle applicabili come generali algoritmi semplici che aiutino a
prevedere e organizzare le strategie euristiche.
Si prendano, ad esempio, le traduzioni dei “Nomi parlanti” dei perso-
naggi delle fiabe che hanno avuto per secoli indubbio successo: Cappuccet-
to Rosso, Biancaneve, Cenerentola, Raperonzolo ecc. Le fiabe presentano
due pattern fondamentali per il progetto di traduzione: 1) sono ambientate in
uno spazio-tempo mitologico, fuori da vincoli nazionali, storici, geografici;
2) sono per lo più rivolte a bambini che gradiscono la totale omologazio-
ne alla lingua di arrivo: per un bimbo italiano Biancaneve perderebbe buo-
na parte del suo fascino se si chiamasse, come nel testo dei fratelli Grimm,
Schneewittchen, nome peraltro mal pronunciabile anche per i genitori-narra-
tori. Queste soluzioni della tradizione hanno ispirato le recenti traduzioni dei
personaggi dei cartoni animati, da Topolino a Paperina. La procedura seguita
dai traduttori può essere sempre formalizzata, valutando il grado di equiva-
lenza di ogni soluzione proposta. Nel noto caso:
Scrooge McDuck ➝ Uncle $crooge ➝ Paperon de’ Paperoni ➝ zio Paperone,
si perde il riferimento (evidente nella cultura di partenza) a Ebenezer
Scrooge, vecchio e tirchio protagonista del Canto di Natale di Charles
Dickens, nonché il riferimento alle origini scozzesi (McDuck) secondo
lo script: “scozzesi ➝ tirchieria”. Ovviamente, molti bambini anglofoni,
grazie alla televisione, hanno conosciuto prima i cartoni animati dei
libri, quindi il riferimento a Dickens potrebbe essere posteriore e meno
rilevante, ma, nel complesso, se nella cultura di partenza il nome Scrooge
McDuck crea un pattern “ricchezza+tirchieria”, il nome italiano Paperone
è divenuto antonomasia di “ricchezza” e non di “tirchieria” (grazie anche al
‘nobilitante’ cognome de’ Paperoni). In questo caso, il pattern di traduzione
non ha trasmesso l’informazione “tirchieria”, quindi un nome f-equivalente
richiederebbe “+ tirchieria”.
L’analisi bottom-up ci mostra anche che questo criterio non è mai stato
applicato ai nomi-parlanti degli eroi letterari, come ad esempio Karenina o
Lev Myškin, che richiamano rispettivamente i sostantivi “nemesi” (“kara”) e
“leone+topolino” (“lev”+”myška”). A questo punto, si possono generalizzare
i due differenti procedimenti algoritmici della tradizione della traduzione dei
nomi propri, di cui il primo a soluzione aperta, l’altro deterministica:
1) se [TP ➝ fiction per infanzia], allora [TA ➝ ricrea nome parlante efficace
in lingua di arrivo]
2) se [TP ➝ fiction realistica], allora [TA ➝ lascia nome del TP]
Con lo stesso procedimento qui esemplificato, si può formalizzare qual-
siasi strategia e tecnica di traduzione utilizzata per qualsiasi testo che riguar-
di il lessico, la fonologia, la sintassi, il registro, la terminologia, la metrica,
145
le intonazioni, le metafore oppure il loro insieme, cioè il livello pragmatico-
funzionale.
Le strategie possono essere applicate con la parziale o totale inconsape-
volezza della gamma delle opzioni possibili oppure, invece, con la precisa
adesione a una strategia derivata da un modello teorico: che il traduttore sia
o non sia consapevole della strategia che usa, quella strategia può essere for-
malizzata. La strategia più facile è quella del dilettante totale, quando le solu-
zioni prescelte risultano semplicemente arbitrarie, cioè slegate da qualsiasi
modello teorico; in questo caso, l’algoritmo dell’arbitrio è:
se [∀ unità TP], allora [per corrispondente unità TA ➝ fai quel che ti pare]35
In questo caso, qualunque sia la traduzione dell’unità, l’algoritmo sarà
applicato con successo, ma la soluzione sarà, pure, dilettantesca. Vicever-
sa, se il traduttore applica una strategia restrittiva con procedure che portino
a una qualche forma di equivalenza, anche parziale, le sub-routine saranno
formalizzabili secondo un algoritmo più complesso. Più si aggiungono con-
dizioni alle routine, più si complica la formalizzazione dell’algoritmo.
Durante il processo traduttivo, si applicano algoritmi semplici, ma quan-
do le cose si complicano, si cercano algoritmi complessi e, quando non si in-
dividuano strategie algoritmiche, si procede mediante euristica. La velocità
procedurale del processo traduttivo è tanto migliore, quando più è costante,
ma le unità complicate interrompono la procedura per trovare la ‘scorciato-
ia’ euristica. Il traduttore può procedere in modalità “automatica” solo se sta
applicando una strategia nota a un’unità prevedibile:
strategia [cerco] ➝ applico[seleziono] ➝ verifico[misuro] ➝ convalido
➝ stop computing
Il processo che comporta la tappa ‘cerco’ è “un meccanismo biologico
che effettua la preselezione, esamina i candidati e consente solo ad alcuni
di presentarsi all’esame finale” (Damasio 1995, 265; corsivo mio). Dopo la
selezione definitiva “applico”, infatti, si avverte che una sorta di ‘dispositivo
mentale di verifica’ conferma: “Ok, convalido ➝ non cercare oltre”, oppure
“No, non convalido ➝ cerca ancora”. Spesso, questo procedimento è così
rapido da essere semi-consapevole, ma nel caso dell’interpretazione simul-
tanea è così rapido (dura pochi centesimi di secondo) da non raggiungere la
consapevolezza (che richiede che le procedure siano sufficientemente lente).
Si è detto inizialmente che, per applicare strategie algoritmiche, serve
disporre a) di tutti i dati relativi al problema e b) del tempo necessario alla
computazione. Quando questa felice concomitanza non si verifica, si appli-
cano strategie euristiche, cioè ‘scorciatoie’ o ‘scommesse’ che consentono di

35. “∀”, nel linguaggio della logica, è il simbolo che indica “per ogni”, “quale che sia”.

146
inferire i dati mancanti da quelli disponibili e di risparmiare sul tempo di cal-
colo. Più un TP è complesso e imprevedibile (creativo), più le due modalità
(algoritmica ed euristica) si alternano. Un traduttore competente, se ci riflet-
te, sa quando è in modalità algoritmica e quando invece sta applicando una
strategia euristica. Se la situazione è parzialmente nuova e mancano dati di
riferimento per valutare/convalidare l’opzione, l’euristica impone di convali-
dare un’unità di arrivo che presenta alcuni rilevanti segni di corrispondenza
con quella di partenza, ma che non è perfettamente corrispondente a quello
che “servirebbe”. Esistono, infatti, in traduzione, due tipologie di soluzione
“migliore possibile”:
1) “migliore possibile hic et nunc” (nei tempi sempre limitati del processo
traduttivo);
2) “migliore possibile in assoluto” (anche senza vincoli di tempo, non si può
trovare una soluzione migliore).
In ogni traduzione professionale, vi è sempre un certo numero di entram-
be le tipologie di soluzioni “migliori possibili”: nei testi letterari, quelle “mi-
gliori in assoluto” dovrebbero essere mutuate dai traduttori successivi dello
stesso testo, il cui compito dovrebbe essere quello di trasformare nella tipo-
logia 2) le soluzioni della tipologia 1).
Va rilevato, tuttavia, che in traduzione (come in ogni altro àmbito di pro-
blem solving), per “trovare” una soluzione e per poterla “convalidare”, è in-
dispensabile una correlazione “cerco/trovo/verifico/convalido” che implichi
che quello che si sta cercando venga riconosciuto. Per riconoscere qualcosa,
o lo si è conosciuto prima (allora il riconoscimento è algoritmico), oppure si
procede alla verifica in base ai dati disponibili (euristica) senza avere la cer-
tezza che offre un algoritmo. Questo accade di continuo nella vita reale: se
sto cercando Mario in tutti i bar del quartiere, per riconoscerlo devo a) averlo
conosciuto prima o b) avere ‘indizi’ per riconoscerlo anche se non l’ho mai
visto prima (so che indossa una camicia rossa e un berretto giallo); nel caso
b), il riconoscimento è meno affidabile (Mario potrebbe aver fatto indossare
i suoi vestiti a qualcun altro).
Applicato alla lingua, il riconoscimento è tanto più affidabile se, cercan-
do nei dizionari o nei corpora, il traduttore riconosce l’unità linguistica o
la parola che sta cercando perché già l’ha incontrata: non la ricorda, ma, se
la vede, la riconosce. Quanto minore è il bilinguismo del traduttore, quanti
meno enunciati conosce, tanto più inaffidabili sono le sue scelte lessicali: nel
complesso, più scelte inaffidabili si accumulano, più è probabile che il TA
sia ‘diverso’ dal TP.
Qualsiasi traduttore professionista conosce la differenza tra una soluzione
nota e dimenticata, ma che si può cercare e ri-trovare, e una soluzione che si
cerca in base a dati parziali: se non si sa che cosa voglia dire “chiocciola” in
italiano, come si potrà scegliere tra le opzioni del dizionario per distingue-
147
re tra il nome comune di un gasteropodo e il logogramma dell’informatica?
Ci si affiderà al contesto. Ma come si comprenderà se c’è un’ambiguità o un
gioco di parole?
Lo psicolinguista Gerry T.M. Altmann (2001, 206) ben illustra quanti dati
in memoria vengano coinvolti nel processo di attivazione/inibizione che pro-
duce il significato. La conoscenza di qualcosa (cioè il suo significato) riguar-
da svariate parti del cervello, compresi gli input visivi, uditivi (ecoici), tattili,
olfattivi, gustativi, che costituiscono la base essenziale dell’informazione da
noi memorizzata (cfr. anche Cardona 2001, 44-67).
Nella memoria biologica si forma un’immagine mentale, che coinvolge i
cinque sensi e numerosi altri dati, in parte collegati all’esperienza universa-
le, in parte alla biografica soggettiva. Dunque, il significato va inteso come
sintesi dell’insieme di diverse associazioni, anche sinestetiche, cognitive,
emotive. Ad esempio: il significato della parola pudding risulta dalla vista
(l’aspetto del pudding e la forma grafica della parola), dal gusto, dal tatto
(memoria della consistenza verificata in bocca o con il polpastrello), dalle
onde sonore del significante pronunciato, decodificate dai recettori neuronali
dell’udito; ma fa parte del significato sapere che il pudding non è azzurro,
che non costa 200 sterline, che non si appende in salotto, che non è largo 15
metri, che “lo preparava sempre nonna Jane”, il cui nipote ha una rappre-
sentazione affettiva del segno pudding. Per qualcuno pudding rappresenta
‘casa’, per qualcuno ‘esotismo’.
Per quanto ci si sforzi di formalizzare queste reti associative, nessun al-
goritmo, per quanto non deterministico, può attivare nella memoria di un
computer i ricordi legati alla nonna o alla patria. Alla macchina (pur dotata
di alcuni sensi) manca la memoria affettiva: la macchina, rispetto a un essere
umano, non dispone di un significato di pudding che possa equivalere alla
comprensione della parola di un essere umano. Tanto meno un dizionario
cartaceo.

3.4. I cluster del significato

Non sappiamo ancora bene come il cervello immagazzini i concetti, come


le loro rappresentazioni possano essere definite in termini prettamente fisici
e come avvenga, a livello neuronale, l’interazione tra meccanismi consci e
inconsci. Non sappiamo se un lessema corrisponda a un singolo neurone e
se, in un bilingue, i correlati neuronali di una parola-concetto (per esempio,
“onestà”) nelle sue due lingue siano collegati in modo diretto o indiretto36.
Sappiamo, però, che quando il cervello umano deve tradurre una frase dal

36. Hofstadter (2008, 176) ritiene che siano i nostri stessi ‘programmi mentali’ (le nostre
idee) a creare, in senso fisico, la “micro-materia” del pensiero, e non viceversa.

148
pensiero in lingua naturale, da un registro all’altro di una stessa lingua, da
una lingua naturale all’altra, o da una lingua naturale a un sistema semiotico
artificiale, si comporta come una centrale ipercomplessa che gestisce un’im-
mensa banca dati, suddivisa in moduli neuronali (sorta di cluster) collegati
tra loro. Dato un certo input, questi moduli sono addestrati a valutare le op-
zioni di output attivando altri cluster interconnessi che non sono solo relati-
vi alla ‘lingua’ (lessico, sintassi, fonetica, intonazione, stile e registro), ma
a tutti i circuiti cerebrali che gestiscono le emozioni, i ricordi, i cinque sensi
(vista, udito, tatto, gusto, olfatto). Le interconnessioni tra cluster formano
mostruose reti associative che solo in una microscopica parte sono accessi-
bili alla coscienza.
Un cervello biologico evoluto funziona come un lentissimo, ma efficiente
computer parallelo; la sua lentezza, però, è relativa: i tempi di computazione
del nostro cervello sono molto più veloci delle aspettative del ‘senso comu-
ne’, modellato sulla (lentissima) coscienza. Il cervello scansiona “un simbo-
lo ogni 25 millesimi di secondo”, cioè 40 simboli al secondo (Wilson 2001,
126): “nello spazio di un secondo della vita della mente il cervello produce
milioni di schemi di scarica per un’ampia varietà di circuiti distribuiti in va-
rie regioni del cervello” (Damasio 1995, 351). Anche la decodifica del lessi-
co avviene a livello inconscio: “Il significato di una parola pronunciata rag-
giunge il cervello dell’ascoltatore in circa un quinto di secondo, prima che il
parlante abbia finito di pronunciarla” (Pinker 1999, 3).
Il processo di decodificazione di un TP e di ri-codificazione di un TA è
dunque lentissimo rispetto a una macchina, ma sufficientemente veloce da
consentire una traduzione simultanea. Ogni input verbale “accende e spe-
gne” parallelamente un numero impressionante di link nel gigantesco iper-
testo neuronale: alcuni link sono condivisi da tutti i parlanti, altri derivano
dall’esperienza soggettiva e dalle acquisite competenze implicite ed esplici-
te. Come semplicistica esemplificazione, si veda parte dello schema associa-
tivo che l’input della parola italiana “pagoda” (udita o letta) può innescare
nel mio cervello di bilingue italiano-russo (L1-L2), che gestisce anche in-
glese, tedesco, polacco (L3-L4-L5), che conosce determinate persone, ama
determinati frutti e ha visto determinati film (fig. 1): sono solo alcuni (tra mi-
gliaia) link neuronali interconnessi a immagini, suoni (e significanti), asso-
ciazioni mnestiche a persone, eventi, oggetti concreti e astratti che possono
esercitare un potenziale priming, cioè pre-attivare a livello inconscio elemen-
ti del circuito associativo37:

37. La parola-input “banana” pre-attiva inconsciamente nella mente di chi la sente la vi-
sione del colore giallo, la memoria del sapore, della forma ‘a cornetto’, la consistenza, la fun-
zione simbolica (ad esempio, sessuale) del frutto, il giudizio positivo/negativo oggettivo e
soggettivo che gli viene attribuito (buono, nutriente, calorico, astringente ecc.).

149
Fig. 1 – “Pagòda” è la parola italiana che indica la tipica costruzione buddista orientale, ma
“pogoda” (pronuncia “pagóda”) in russo significa “tempo meteorologico” (la parola “tempo”
in italiano indica anche la dimensione cronologica, quindi pre-attiva un link con le analoghe
parole di tedesco, polacco, inglese ecc.), mentre “jagòda”, che in polacco significa “frutto di
bosco” (bacca), indica anche un nome proprio femminile, dunque pre-attiva la parola “lampo-
ne” (il mio frutto preferito), ma anche la mia amica Jagòda. Possiamo immaginare una miria-
de di linee tratteggiate che si diramano da ogni link nelle direzioni più diverse e che vengono
istantaneamente inibite non appena si è raggiunta l’informazione necessaria alla decodifica-
zione del significante “pagoda” nel suo cotesto/contesto logico.
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In una frazione di secondo, grazie a un solo input, innumerevoli concet-


ti, immagini, parole, emozioni, sensazioni vengono attivate o pre-attivate.
A mano a mano che qualcuno parla, nel cervello di chi ascolta (o di chi sta
leggendo) si “accendono” e si “spengono” di continuo migliaia di sinapsi38.
Se le ‘accensioni’ di due o più neuroni in connessione sono frequenti, il col-
legamento è registrato dalla memoria a lungo termine; e, se la ripetizione è
costante, la memoria esplicita si può trasformare in memoria procedurale,
implicita, come accade quando si impara ad andare in bicicletta (cfr. Kandel
2007a, 122). Come vedremo nel paragrafo successivo, le proprietà memeti-
che del linguaggio fanno sì che espressioni nuove, ripetute continuamente,
diventino abituali e cessino di essere ‘strane’, perdendo la loro marcatezza
pragmatica. In questo caso, entrano nell’uso comune e nella memoria a lun-
go termine dei parlanti: grazie al “doppiaggese” (l’italiano calcato dall’ingle-

38. Le sinapsi sono fessure intercellulari, ovvero “regioni specializzate” che, mediante i
dendriti e gli assoni dei neuroni (si veda il capitolo seguente), li mettono in comunicazione
(elettrochimica) tra loro o con altre cellule (cfr. Kandel 2007a, 59).

150
se doppiato), le invalse espressioni italiane “arrivederci!”, “a presto!” sono
state soppiantate da calchi dall’inglese (“ci vediamo!”, “buon pomeriggio!”
ecc.): all’inizio, quei calchi parevano ‘strani’ e ‘davano fastidio all’orec-
chio’, ma oggi sono usati in modo quasi esclusivo dalle giovani generazioni.

4. Memetica, linguaggio e traduzione

4.1. Formulaicità e stereotipia

Chi si occupa di traduzione non si occupa solo della trasmissione di un te-


sto a un’altra cultura, ma anche dei messaggi contenuti nel testo che vengono
diffusi, contagiando nuove persone e nuovi popoli. Il “contagio” è possibile
grazie alla predisposizione del cervello umano a recepire, memorizzare e ri-
produrre quello che ha sentito, e a farlo tanto più efficacemente, quanto più i
suoni sono strutturati secondo parametri di ritmo, rima, consonanza e disso-
nanza: questo vale per la musica e per la lingua, ma, nel caso delle lingue na-
turali, si sa che esiste tra gli accostamenti dei suoni nelle parole (i significan-
ti saussuriani) e il significato (le reti neuronali) un nesso diretto. Non solo,
sappiamo che le parole tendono ad associarsi tra loro in modalità formulaica
(che, come si è anticipato, è una successione “prefabbricata” di parole, con-
servata compatta in memoria e, come tale, richiamata per l’uso, senza essere
generata e analizzata dal sistema di produzione e controllo grammaticale;
cfr. Wray 2002, 4-9). La preferenza per certe formule linguistiche (dovuta
anche all’economia dello sforzo) convive con l’istinto innovativo (dovuto
alla creatività umana): il “dispositivo umano del linguaggio” ama imitare
formule esistenti, ama crearne di nuove e sa fare entrambe le cose39.
Per capire quanto sia importante quest’aspetto nella formazione, valuta-
zione, decodifica e ri-codifica testuale, è fondamentale comprendere che l’in-
formazione su cui si fonda ogni cultura “non può semplicemente essere so-
spesa nell’aria. Deve essere codificata in qualche oggetto materiale” (Boyd,
Richerson 2000, 147). Per riflettere sulla codifica delle informazioni, com-
prese quelle verbali, il contributo dell’informatica è stato enorme:
L’informatica ci ha portato a riconoscere che tutti i saperi si materiano in un supporto.
Per quanto riguarda la matematica, ad esempio, per tradizione essa venne considerata
un’attività immateriale svolta dalla mente o dallo spirito o dall’intelligenza, entità che si
suppongono disincarnate e separate cartesianamente dalla res extensa. Tuttavia ormai si
riconosce che non c’è spirito, mente o intelligenza che non s’incarni in qualche struttura
materiale più o meno organizzata (Longo 1998, 51).

39. L’alta prevedibilità nell’uso di formule ‘prefabbricate’, tanto più prevedibili quanto
più i testi sono tecnici (o parodie di testi tecnici), è il fondamento della linguistica dei corpo-
ra, che si basa proprio sulle stringhe: “The advantage of relying on computer searches for the
identification of formulaic sequences would seem enormous” (Wray 2002, 25).

151
In sostanza, con “informazione” intendiamo un input che raggiunge un si-
stema intelligente e lo modifica: “ho acquisito una nuova informazione quan-
do c’è stato un effetto sul mio comportamento, le mie opinioni o la mia con-
versazione futura” (Distin 2005, 40).
Il motivo per cui una certa componente fisica delle lingue e dei lin-
guaggi (suoni, gesti, cadenze, inquadrature, vibrazioni, incisioni ecc.) ha
successo e altre invece ‘muoiono senza riprodursi’ può dirci molto sulle
modalità di catalogazione dei dati linguistici in memoria. Come è ben noto
a chi deve diffondere slogan, la forma in cui sono codificati i messaggi li
rende ‘vittoriosi’ nella ‘competizione’ che avviene nella infosfera lingui-
stica. In lingua naturale, infatti, vengono codificate sequenze diverse di
parole per esprimere script (stereotipi) che hanno il potere di moltiplicarsi
e ‘contagiare’ i cervelli. Come i virus biologici, i ‘virus verbali’ possono
creare ‘danni parassitari’ strutturali al pensiero (a livello cognitivo), oppu-
re possono limitarsi a un innocuo contagio che avviene ‘a orecchio’, senza
modificare le strutture cognitive: in questo secondo caso, le persone usano
una formula invece di un’altra (“un attimino” invece di “un attimo”) perché
la sentono di più; si crea un circolo vizioso in cui i parlanti passivamente
subiscono il contagio: più sentono la formula, più la usano, più la diffondo-
no, più la sentono. Il fatto che la formula sia fastidiosa, a volte repellente
(“dimmi tre parole, sole, cuore, amore”), non ne limita affatto il potenziale
parassitario.
I ‘virus verbali’ che manipolano le strutture cognitive del cervello ‘ospi-
te’ che hanno ‘parassitato’ agiscono secondo due modalità: 1) creando as-
sociazioni innocue (“ambarabaciccicoccò, tre civette sul comò”) e 2) predi-
sponendo al pregiudizio (e all’azione): “fuma come un turco”; “piange come
una femminuccia”; “non fare il rabbino” (turco ↔ vizio, pianto ↔ femmina,
ebreo ↔ tirchieria), ma anche “dove c’è Barilla, c’è casa”. La manipolazione
si registra a livello cognitivo e attivo (nei comportamenti), se crea “credenze”:
“le credenze sono gli indicatori interni naturali che sono divenuti rappresenta-
zioni con la funzione di controllare un determinato comportamento” (ivi, 22).

4.2. I “memi” e il dibattito epistemologico sulla “memetica

I problemi dell’epidemiologia culturale sono estremamente complessi, ri-


guardano in modo diretto il ruolo della traduzione e non possono essere in-
dagati solo dalla linguistica o dall’antropologia culturale. Da alcuni decenni
esiste una disciplina specifica che si occupa esattamente della replicazione
della cultura secondo un modello evoluzionistico: la memetica. Si tratta di
un campo di studi trasversale, ricco e complesso, da alcuni considerato poco
promettente e troppo teorico, ma supportato da vistosi indizi e da un’eviden-
te coerenza con il modello della replicazione biologica.
152
Oggetto della memetica sono i memi, ovvero le unità minime di replica-
zione, trasmissione e riproduzione della cultura e dell’informazione. La me-
metica, dunque, condivide parzialmente il suo oggetto di studio con altre di-
scipline, soprattutto con l’antropologia e le scienze sociali (cfr. Sperber 2000,
Kuper 2000, Bloch 2000), ma è modellata sulla teoria del “gene egoista” del-
lo zoologo e teorico evoluzionista Richard Dawkins. Il termine meme, infatti,
è stato inventato, proposto e divulgato nel bestseller di Dawkins The Selfish
Gene. Il libro risale al 1976, ma è stato ristampato ininterrottamente e viene
letto in tutto il mondo da quarant’anni. L’etimologia della parola “meme”
era stata ispirata a Dawkins sia dalla radice greca “mime-” (che dà l’idea di
“imitazione”), sia dalla parola francese “même” (che dà l’idea di “identità
della replicazione”), ma soprattutto dalla speculare consonanza con “gene”;
inoltre, è chiaro un riferimento alla “memoria”.
Se il gene è il replicatore biologico, il meme è il replicatore culturale:
ha la forma di una frase, di una melodia, di un’idea, di una moda, di un mo-
dello (cfr. Dawkins 1998, 201). Come il gene ha un genotipo e un fenotipo,
il meme ha un memotipo e un femotipo; quest’ultimo è la forma fisica del
meme nel mondo (ad esempio i suoni di una sequenza musicale), collegata
nelle reti neuronali di un cervello a una struttura di significato (in senso as-
sociativo) (cfr. Balkin 1998, 45; Aunger 2002). La propagazione del meme
dipende non solo dalla sua struttura, ma anche dall’ambiente che ne determi-
na la virulenza epidemica: ad esempio, “nel XXI secolo il meme ‘la terra è
piatta’ dovrebbe avere poco successo” (Distin 2005, 65).
Dal 1976, la fortuna del termine meme è stata inarrestabile, tanto da por-
tarlo all’inserimento nell’Oxford Dictionary e a una diffusione esponenziale
sul World Wide Web; in sostanza, la parola meme è stata un “metameme”
(Chesterman 2009, 76). Il successo di Dawkins è stato così grande che, tra le
centinaia di pubblicazioni sui memi, Kate Distin (2005) ha addirittura mu-
tuato per il suo libro, dal capolavoro di Dawkins, la struttura del titolo: The
Selfish meme.
In Consciousness Explained (1991), il neurofilosofo Daniel Dennett, uno
dei primi studiosi del modello biologico applicato alla cultura mostrava la
versatilità e l’utilità del modello di Dawkins per impostare una nuova ricerca
culturologica interdisciplinare:
Once our brains have built the entrance and exit pathways for the vehicles of language,
they swiftly become parasitized (and I mean that literally, as we shall see) by entities
that have evolved to thrive in just such a niche: memes. […] These new replicators are,
roughly, ideas (Dennett 1991, 200-201).

Secondo Dennett, la coscienza umana sarebbe un grande complesso di


memi, opinione che può considerarsi “radicale” (Distin 2005, 77), ma è stata
condivisa da altri. Secondo Balkin (1998, 61), i memi che compongono la
mente umana “possiedono le persone” più di quanto “le persone possiedano
153
le idee”: la mente di uno studioso, dunque, non sarebbe altro che uno stru-
mento per mezzo del quale una biblioteca si replica (“fa un’altra biblioteca”;
Dennett 1991, 202)40. Le lingue naturali costituirebbero, in tal senso, un ot-
timale canale di diffusione memetica; esisterebbero memi universali e memi
specifici di una linguocultura, i quali sarebbero responsabili delle differenze
microstrutturali:
The avenues for entry and departure are modified to suit local conditions, and strengthened
by various artificial devices that enhance fidelity and prolixity of replication: native
Chinese minds differ dramatically from native French minds, and literate minds differ
from illiterate minds […] But the most striking differences in human prowess depend
on microstructural differences induced by the various memes that have entered them and
taken up residence (ivi, 207).

Dennett (1997, 447) ipotizzava successivamente che il meme fosse più


propriamente connesso all’idea di “significato” che a quello di “struttura”,
nel senso che la struttura sarebbe “in funzione” del significato:
ciò che si conserva e si trasmette nell’evoluzione culturale è l’informazione – in un senso
neutrale rispetto ai mezzi del linguaggio. Pertanto il meme è in primo luogo una classi-
ficazione semantica, non sintattica, che potrebbe essere osservabile in modo diretto nel
“linguaggio cerebrale” o nel linguaggio naturale.

Nella concezione dennettiana, la memetica si presenta come modello teo-


rico per lo studio della stereotipia testuale (linguistica in particolare), cioè
come quadro di interazione tra la mente, come prodotto ideologico-narrativo
(cfr. Gazzaniga 1999), e le informazioni esterne: “L’esistenza di un meme
dipende dalla sua incarnazione fisica in qualche mezzo; se tutte le sue in-
carnazioni vengono distrutte, un meme si estingue” (Dennett 1997, 439).
Proprio in tal senso, il paragone con i geni (struttura a quattro nucleotidi) è
particolarmente utile:
Una frase composta da tre nucleotidi non si può considerare un gene per la stessa ragione
per cui non si può ottenere il copyright di una frase musicale di tre note: non è sufficiente
per una melodia (ivi, 435).

Successivamente ai contributi di Dennett, si è diffusa un’ampia ‘letteratu-


ra memetica’, inizialmente di stampo molto, se non troppo, divulgativo (cfr.
Brodie 1996, Lynch 1996, Blackmore 1999). Susan Blackmore (1999) ha
fornito il primo, semplice ‘manuale di memetica’, in cui proponeva di consi-
derare i memi “gli strumenti [tools] con cui pensiamo” (ivi, 15) e ne analiz-
zava il funzionamento in organizzazioni complesse, i memeplex (“coadapted
meme complexes”), che, come i geni, si uniscono in sequenze, si “alleano”

40. La frase è stata ripresa nel 1998 da Hugh Pyper: “Western culture is the Bible’s way
of making more Bibles” (cit. in Blackmore 1999, 192).

154
tra loro per una prestazione di maggior successo41. I complessi di memi, se-
condo Brodie (1996, 45), spiegherebbero il successo delle idee e la diffusio-
ne epidemiologica dei comportamenti umani che non rientrano nella mera
propensione all’imitazione:
Advertisers don’t wait for you to develop your own association-memes. They go ahead
and program you with their own through television:
Baseball, hot dogs, apple pie and Chevrolet.
Sexy men and Diet Coke.
Sexy women and beer.
Sexy women and computers, cars, garden tools, fan belts… (ivi).

Tanto la religione, quanto la scienza farebbero abbondante uso di meme-


plex, ma la religione avrebbe il vantaggio di non dover fornire né le dimo-
strazioni, né i tentativi di falsificazione che la scienza impone per corrobo-
rare i suoi memi. In effetti, noi non impariamo qualcosa perché è logico, ma
tanto più lo consideriamo “logico”, quanto più ci è familiare: la sola con-
formità di un messaggio alle nostre usuali categorie mentali dà la piacevole
sensazione di “logicità”. Ciò che impariamo, dunque, modella il pensiero e,
di conseguenza, predispone ad accettare come logica anche l’illogicità. Un
esempio è dato dalle “teorie della cospirazione”:
the conspiracy theory meme, which has a built-in response to the objection that there is
no good evidence of the conspiracy: ‘Of course not – that’s how powerful the conspiracy
is!’” (Dennett 1991, 206)

Alcuni volumi sulla memetica denotano una certa estraneità alla riflessio-
ne epistemologica, critica che veniva espressa in una miscellanea in cui Ro-
bert Aunger (2000) raccoglieva i saggi di vari studiosi di diverse discipline,
chiamati a dire la loro sulla memetica come potenziale disciplina scientifica
e sui suoi rapporti con la biologia. Dawkins veniva per lo più criticato per
avere, da outsider, affrontato il tema della trasmissione culturale senza aver
tenuto conto delle ricerche antropologiche, anche se difficilmente avrebbe
accettato che un profano si mettesse ad avanzare teorie rivoluzionarie in bio-
logia (cfr. Kuper 2000, 180; Bloch 2000, 190). Maurice Bloch (2000, 192)
estendeva la critica ai memetisti in generale, che di fatto si sarebbero appro-
priati del secolare oggetto di studio degli antropologi senza premurarsi di ve-
rificarne i grandi contributi storici.
Esprimendo il suo scetticismo sul fatto che la trasmissione della cultura
potesse essere ricondotta a mera “trasmissione di bits” come fossero “palle
da rugby passate da un giocatore all’altro”, Bloch (ivi, 199) affermava che il
passaggio di informazione che avviene nella comunicazione culturale richie-
deva “un atto di ri-creazione da parte del destinatario” (ivi; corsivo nel testo).
L’idea di ridurre l’uomo alla somma di una quantità di geni più una quantità
41. Anche il concetto di “memeplex” risale a Dawkins (1998, 206-8).

155
di memi, secondo Bloch (ivi), equivaleva a considerare uno scoiattolo “una
collezione di nocciole”. Il problema, piuttosto, sarebbe stato quello di com-
prendere i meccanismi inconsci che portavano alle “inferenze” prima e alle
azioni poi, attraverso quel rapido processo che avrebbe innescato la sensa-
zione dell’intuizione (ivi, 200).
Harry Plotkin (2000, 79) criticava l’idea di Blackmore (2000, 38) che il
cervello umano fosse “un dispositivo di imitazione selettiva”, mentre in real-
tà la trasmissione culturale sarebbe dipesa non solo da “memi di superficie”,
ma da un processo profondo di costruzione e integrazione identitaria. In tal
senso, Rosaria Conte (2000, 97-109), nel suo saggio sulla “sociomemetica
cognitiva”, invitava a non confondere ciò che era stato appreso socialmente
per trasmissione con ciò che era risultato dell’esperienza personale sogget-
tiva.
Kevin Laland e John Odling-Smee (2000) mettevano in dubbio l’esisten-
za stessa dei memi e la loro utilità come strumento di ricerca scientifica, du-
bitando che la cultura potesse essere circoscritta a una “collezione di memi”
(ivi, 122), pur ammettendo che i memi potessero essere utili a individuare
elementi o “pezzi di elementi” (“chunks of items”) socialmente appresi (ivi,
128). Inoltre, sostenevano, insistendo sulla “virulenza” epidemica dei memi,
la memetica trascurava la “suscettibilità” dei destinatari, capaci, in quanto
portatori, di rendere potenti i memi indipendentemente dalla loro struttura
(ivi, 135). Secondo Laland e Odling-Smee, la memetica poteva giovare alla
ricerca solo se coerente agli studi sulla coevoluzione gene-culture. Egual-
mente, Robert Boyd e Peter Richerson (2000, 158) consideravano prematuro
parlare di “replicanti” senza conoscere ancora bene i meccanismi che rego-
lavano la cultura.
Nella conclusione del volume, Aunger (2000, 214) rilevava l’importanza
di rinvenire un “modello fisico” di replicazione memetica che potesse defini-
re il communication problem. Secondo Aunger, dunque, la trasmissione cul-
turale non sarebbe stata altro che traduzione dalla lingua del cervello a quella
dei simboli culturali:
the memetic life cycle requires that memes be translated from some neuronal construct
into another form for social transmission – for example, into parts of speech. Thus,
memetic replication cycles involve stages of translation from one code and substrate to
another. Since translation is rarely perfect, this implies that information leakage should
regularly occur (ivi, 215-216).

In un importante volume successivo, Aunger (2002), affrontava finalmen-


te, per primo, la questione cruciale della fisicità dei memi, partendo dal po-
stulato dell’informatica secondo cui “non esiste informazione senza rappre-
sentazione fisica” (ivi, 145). Lo studioso introduceva, quindi, il concetto di
“neuromeme”, ovvero:
A configuration in one node of a neuronal network that is able to induce the replication
of its state in other nodes (ivi, 197; corsivo nel testo).

156
Un neuromeme, in definitiva, sarebbe una “struttura cerebrale super-mo-
lecolare capace di replicarsi” grazie a stimoli specifici, i memi (ivi); solo
specifiche tipologie di input sarebbero, infatti, in grado di contagiare i neuro-
ni e far loro assumere la struttura di replicante (ivi, 198), cosa ipotizzata da
Aunger (ivi, 203) anche per la lingua naturale e la comunicazione verbale:
Hearing one’s own voice saying something may cause the responsible neuronal node to
revert to the state that produced the meme in the first place […] Similarly, the individual
who types a word onto paper or a computer screen is the first to see and interpret what
the message says. These are examples of the long loop in action. The host becomes both
the sender and receiver of messages (corsivo nel testo).

Questa visione, pur ancora vaga e ipotetica, offre almeno un percorso


d’indagine interessante per teorizzare il modo in cui varia la memoria a lun-
go termine, assoggettata a continui input esterni, ma anche ai propri output:
chi trasmette un meme, rinforza anche le proprie strutture, la propria memo-
ria. Il meme, dunque, non sarebbe “il messaggio”, ma la struttura del mes-
saggio, che diverrebbe il “segnale” inviato a un altro cervello mediante un
canale di comunicazione (ivi, 257).
Uno degli studi più interessanti sulla contaminazione linguoculturale re-
sta ancora oggi Cultural software di Jack M. Balkin (1998), un’originale
riflessione che spazia dalla filosofia all’antropologia, dalla neurobiologia
alla teoria della retorica. Balkin contestava alla primigenia concezione di
Dawkins l’idea che i memi si replicassero in forma identica, trascurando
il fattore-mutazione. Le mutazioni culturali non solo supererebbero quelle
biologiche, ma sarebbero l’essenza stessa della trasmissione memetica: la
cultura, dunque, sarebbe un sistema evolutivo equilibrato, al contempo con-
servatore e mutevole, assoggettato non alla “legge dell’obbedienza”, bensì
a “quello che noi chiamiamo libertà” (ivi, 18). Pur riconoscendo all’essere
umano una predilezione per le strutture cognitive rigide e stereotipiche che
assecondano la tradizione, Balkin (ivi, 53, 173-215) considerava che la fon-
damentale differenza tra evoluzione culturale e biologica sarebbe stata da ri-
cercare proprio nelle continue mutazioni dei simboli che esprimono i giudizi
e le credenze:
The study of ideology is the study both of endemic cognitive structures and of epidemic
changes in beliefs and symbols […] Propositional beliefs can be true or false, but cognitive
mechanisms are neither true or false. Rather, they are the ways in which attitudes and
judgments are formed: they produce beliefs that can be true or false (ivi, 61; 102).

Come la lingua, suggeriva Balkin (ivi, 105), anche l’ideologia acquista


significato in base al contesto d’uso, in quanto diventa significante quando è
contestualizzata, creando un rapporto sociomemetico tra ideologia ed esteti-
ca: “Come forme del software culturale, le strutture narrative possono essere
trasmesse agli altri attraverso la comunicazione, l’imitazione e le altre forme
dell’apprendimento sociale” (ivi, 194). Le strutture narrative, gli espedienti
157
retorici (in particolare, metafora e metonimia), sarebbero “forme pervasive
del pensiero umano” predisposte a essere “immagazzinate nella memoria”
(ivi, 188), creando quella struttura di aspettative che rafforza l’intera rete di
conoscenze con cui un individuo confronta ogni input esterno per accettarlo
o rifiutarlo (ivi, 190). Gli avvocati, osservava Balkin, offrono alla giuria di un
processo una “storia” e i giurati, pur in buona fede, tendono a orientarsi sulla
“storia migliore”, memorizzando solo i dati che soddisfino le aspettative del-
la struttura narrativa modellante che ha creato il miglior avvocato-narratore
(ivi, 197-198).

4.3. Lingua, memi e traduzione

Per quanto riguarda il legame tra memetica e traduzione, gli studi si sono
limitati per lo più a indagare la diffusione memetica delle teorie, tra le quali
la ‘bi-teoria’ è senz’altro il meme di maggior successo. Tuttavia, l’ideatore
della Skopostheorie Hans J. Vermeer (1997, 163), per il Forum “Translation
and the Meme” pubblicato su Target nel 1997, sosteneva che le traduzioni
potessero essere viste come “veicoli transculturali di memi” sulla base di
quattro considerazioni:
There is no longer “the” text, either as a fixed unit or as a member of one well-established
intertextuality […] Memes may so to speak jump in and out of texts and groups of texts
according to the actual condition […]
Text reception and production in translating is determined by memes which, in their turn,
seem to be only partly controllable by their “host” (the translator) […]
Translating means transcultural meme replication with translations as transcultural
meme vehicles […]
Cultures can be considered “meme pools” where memes are (considered to be)
interdependent.

Secondo Vermeer, nella memosfera (il pool dei memi) si svolgerebbero la


competizione e la selezione naturale tra i memi, la cui prerogativa (come del
resto quella dei geni) non sarebbe di essere “veri” o “buoni”, ma di avere suc-
cesso, diffondendosi epidemicamente a una velocità ben superiore a quella
dei geni; infatti, tanto più oggi, milioni di cervelli possono essere raggiunti
nello stesso istante.
La relazione tra memetica e traduzione è stata studiata, contemporanea-
mente, anche da Andrew Chesterman (1997), convintosi più recentemente
che la teoria della traduzione sia addirittura “una branca della memetica”
(Chesterman 2009, 75)42:

42. Sul successo memetico delle idee sulla traduzione e dei termini usati, e sulla manipo-
lazione memetica attraverso le traduzioni e la ri-scrittura, cfr. la monografia di Chesterman
1997.

158
It [memetics] assumes that we translate ideas, not languages. It assumes that modification
is an inherent aspect of this process, that equivalence in translation is not identity but more
like continuity, that metonymy is a more appropriate descriptive figure for translation
than metaphor. It sees translation as a process of dissemination, of sharing, rather than as
a movement from A to B (ivi, 87).

Lo studioso rilevava anche una similitudine interessante tra le condizioni


richieste per la replicazione e quelle richieste per la traduzione (ivi, 79-80):
secondo Dan Sperber (2000, 169), B è una replica di A se B è causato da A,
se B è simile ad A, se il processo che genera B ottiene da A l’informazione
che rende B simile ad A; secondo Toury (1995b, 33-35), un testo B è la tra-
duzione di A, se esiste un TP, se esiste un processo di trasposizione, se TP e
TA risultano correlati.
Curiosamente, gli studiosi di memetica non hanno in pratica dedicato
attenzione alla correlazione tra teoria dei memi e formulaicità linguistica:
come un meme musicale è un’autonoma unità minima riconoscibile, associa-
ta a tempo, ritmo, melodia, armonia, strumentazione (si pensi alle due sole
note che immediatamente associamo al film Lo squalo), un meme verbale è
un’unità minima di fonemi, lessico e morfosintassi, ma anche di intonazio-
ne, prosodia e ritmo. Se la semiotica studia i simboli e la memetica studia la
forma linguistica delle formule di successo, la traduttologia studierebbe la
trasformazione dei memi da una lingua all’altra.
La maggior parte dei fraseologismi, dei modi di dire, dei proverbi pos-
sono essere utilmente considerati memi linguistici, cioè formule che, nelle
varie lingue, hanno vinto la competizione tra le alternative concorrenti: esi-
stono decine di espressioni in ogni lingua per esprimere l’invariante dell’ita-
liano colloquiale “Me ne frego!” (che vanno dall’equivalente di “non m’im-
porta” al turpiloquio più marcato), ma c’è solo un equivalente in ogni lingua
che abbia lo stesso stile, la stessa funzione, la stessa occorrenza tra lo stesso
tipo di persone e nello stesso tipo di situazioni, e che possa anche, nella fat-
tispecie, corrispondere (con pertinenza storica e funzionale) al motto fascista
“Me ne frego!” (inglese “I don’t give a damn!”, russo “Plevat’ mne!”, tede-
sco “Ich pfeife darauf” ecc.). Un meme va tradotto con un meme.
Il valore dell’impatto memetico di ogni espressione linguistica (potenzia-
le di cristallizzazione più capacità di diffondersi tra un numero sempre più
alto di parlanti) è un utile parametro per misurare la corrispondenza interlin-
guistica. Possono diventare memi di successo non solo i giochi di parole e gli
slogan, ma anche i banali eufemismi che fanno parte delle innovazioni e del-
la creatività (“cacchio!”, “capperi!”, “cavolo!”, “cazzarola!” ecc.). È meme-
tico lo slang dei giovani che cercano sempre di marcare con formule verbali
la differenza tra la propria generazione e quelle precedenti. È memetico l’u-
so traslato del lessico (“stracciare”, “fregare”, “liquidare”, “asfaltare” ecc.),
l’uso degli eponimi (“linciare”, “boicottare”, “galvanizzare” ecc.), dei modi
di dire (“spremersi le meningi” e “andar fuori di testa” è italiano corrente,
159
ma “vado fuori di meningi”, se mai lo ha detto qualcuno, non ha ‘attecchi-
to’); è memetico l’uso idiomatico degli slogan pubblicitari (come “o così, o
pomì”, “no X, no party” ecc.). I memi linguistici sono ‘invenzioni’ vincenti
che ‘mettono le radici’ e proliferano: qualcuno le usa per primo e, se hanno
successo, finiscono nei dizionari accademici. Il concetto di “potenziale me-
metico” potrebbe rivelarsi un utile strumento psicolinguistico, sociolingui-
stico e traduttologico.

160
4.
IL BILINGUISMO, LA MENTE
INTERLINGUISTICA E
I PROCESSI TRADUTTIVI UMANI1

1. La prospettiva neurolinguistica

1.1. La lateralizzazione del linguaggio

L’encefalo è la ‘centralina’ del sistema nervoso: è composto da tronco en-


cefalico, cervelletto e cervello; queste strutture sono formate, a loro volta, da
due tipi di cellule: i neuroni, su cui si concentrano quasi tutte le ricerche, e le
cellule della glia, considerate “di supporto” ai neuroni (Freeman 2000, 61) e
appena menzionate nei manuali specialistici.
I neuroni hanno la funzione di conservare ed elaborare i dati in entrata e
in uscita, e sono particolarmente soggetti a mutare la propria struttura in base
alla frequenza con cui vengono attivati e alla co-attivazione combinatoria di
altri neuroni. Sono dotati di un nucleo, di un lungo filamento (assone) da cui
partono ‘ramificazioni’ di diversa lunghezza, dette dendriti: attraverso i den-
driti, il neurone riceve e trasmette informazioni mediante processi elettrochi-
mici che si concentrano nello spazio sinaptico; questi processi consentono
la “conversazione fra le cellule nervose” (Kandel 2007, 83-94). Il cervello
umano “comprende circa 100 miliardi di neuroni, ognuno con circa un mi-
gliaio di sinapsi, per un totale di 100.000 miliardi di connessioni sinaptiche”
(ivi, 101).
La parte anteriore dell’encefalo (telencefalo) è costituita da due emisferi
(destro e sinistro) tra loro separati, ma collegati dal corpo calloso, un fascio
di oltre due miliardi di fibre nervose, la cui funzione è di garantire che le in-
formazioni ricevute da entrambi gli emisferi convergano in un continuum
mentale coerente. Gli emisferi sono la sede della corteccia cerebrale, la par-

1. Questo capitolo, con ampie modifiche, semplificazioni e precisazioni, ripropone il con-


tenuto del volume di L. Salmon e M. Mariani, Bilinguismo e traduzione. Dalla neurolinguisti-
ca alla didattica delle lingue (2012, stessa collana), cui si rimanda il lettore per ulteriori det-
tagli. Sulle memorie, per dettagli e riferimenti bibliografici, cfr. Cardona 2010, Salmon 2014.

161
te evolutivamente più recente del cervello (spessa 3-4 mm), e sono entrambi
composti da quattro lobi (frontale, parietale, temporale, occipitale). Nella
parte sottostante, subcorteccia, si trovano le strutture filogeneticamente più
antiche, che regolano funzioni importantissime non direttamente controllate
dal pensiero cosciente: il talamo, l’ipotalamo, i gangli della base, l’amigda-
la (complessa struttura a forma di mandorla, fondamentale nella regolazione
delle emozioni e dei ricordi legati alle emozioni). Gli emisferi sono collega-
ti a queste strutture sotto-coricali da circuiti detti cortico-sottocorticali, che
testimoniano l’interazione tra funzioni automatiche, cognizione e pensiero
consapevole.
I due emisferi sono quasi simmetrici, tuttavia, “nella cultura popolare” è
diffuso il “mito” che l’emisfero sinistro sia “più logico, verbale e orientato al
dettaglio”, mentre quello destro sarebbe “più creativo e passionale, spazia-
le e olistico” (Hickok 2015, 68): in certa misura, l’idea non è sbagliata, ma,
“gonfiata a dismisura”, offre una visione fuorviante, ovvero “l’equivalente
novecentesco della frenologia” (ivi) 2. Del resto, anche nella cultura scien-
tifica permane, da parte di numerosi autori, l’idea che la sede anatomica del
linguaggio sia tout court l’emisfero sinistro, idea nata nella seconda metà
del XIX secolo, grazie agli studi di Carl Wernicke e Paul Broca su pazienti
affetti da disturbi del linguaggio: gli esami autoptici post mortem avevano
dimostrato in questi pazienti una correlazione tra i loro specifici sintomi (re-
lativi alla comprensione o alla produzione del linguaggio) e le lesioni in due
aree dell’emisfero sinistro, chiamate appunto “area di Wernicke” (nel lobo
temporale sinistro) e “area di Broca” (nel lobo frontale sinistro). Le aree di
Wernicke e Broca venivano indicate come sede, rispettivamente, della com-
prensione e della produzione del linguaggio. Si era notato, infatti, che una le-
sione in un’area non comprometteva l’altra, né le sue funzioni. In parte, que-
sto resta valido, tuttavia, sono emerse negli ultimi decenni alcune perplessità
e importanti distinzioni: ad esempio, analizzando la letteratura specialistica,
Gregory Hickok (2015, 107) conclude che nessun danno a qualsiasi pun-
to dell’emisfero sinistro causa deficit importanti relativamente ai suoni, che
sono il fondamento del linguaggio verbale; i deficit si hanno solo in presen-
za di danni bilaterali (al lobo temporale superiore di entrambi gli emisferi).
A supportare l’ipotesi di una correlazione tra componenti della lingua e
corrispondenti aree cerebrali “dedicate” era stata anche la nota teoria compo-
sizionale di Ferdinand de Saussure (1857-1913); il celebre linguista svizzero
aveva proposto la distinzione tra langue (insieme condiviso delle regole e del
lessico) e parole (realizzazione soggettiva degli enunciati), nonché quella tra
signifiant (significante o suono della parola) e signifié (significato o referente
semantico). Questa classificazione saussuriana ha contribuito a considerare

2. La frenologia era una teoria ottocentesca, oggi abbandonata, secondo cui la conforma-
zione anatomica del cranio avrebbe indicato lo sviluppo maggiore o minore di aree specifiche
dell’encefalo, sede di ognuna delle funzioni psichiche e morali del soggetto.

162
“linguistiche” solo le funzioni “localizzate” nell’emisfero sinistro, ovvero
la fonetica (l’insieme dei suoni articolati dall’apparato fonatorio umano), la
morfologia (l’insieme dei suffissi, prefissi e infissi), la sintassi (l’insieme
delle regole combinatorie dei costituenti della frase), il lessico (l’insieme
dei singoli lessemi). Se questi fossero davvero i soli elementi “linguistici”,
l’emisfero sinistro (come sede delle abilità simboliche, analitiche e logiche
dell’intelletto) sarebbe davvero l’“emisfero linguistico” e quello destro (det-
to in modo estremamente riduttivo “emisfero creativo”) sarebbe davvero la
sede di funzioni “extra-linguistiche” (percettive, visuospaziali, immaginati-
ve, metaforiche, musicali ecc.)3.
Lo schema dicotomico che associa le funzioni del linguaggio all’emi-
sfero sinistro, fondato su una concezione astratta di “lingua”, si è fortemen-
te radicato, ma lo studio successivo dei sintomi legati alle disfunzioni del
linguaggio ha messo in dubbio questa visione strettamente “localizzazioni-
stica”, dimostrando che, nella realtà comunicativa concreta, la produzione/
comprensione della lingua non si limita all’emisfero sinistro, ma coinvolge
quello destro e persino le aree sottocorticali.
L’ipotesi di una drastica lateralizzazione del linguaggio, in realtà, era sta-
ta messa in discussione già dagli studi di Freud sulle afasie (1891) che evi-
denziavano il ruolo associativo del linguaggio complesso, la sua essenza me-
taforica, e, di conseguenza, il ruolo di entrambi gli emisferi. Le intuizioni di
Freud sarebbero state riprese in Russia nella seconda metà del XX secolo:
il padre della neuropsicologia Aleksandr Lurija (allievo del noto psicologo
Lev Vygotskij) ipotizzava che l’attivazione delle funzioni cognitive, compre-
se quelle linguistiche, dipendesse dalla cooperazione di innumerevoli aree
cerebrali ed elaborava un modello modulare del linguaggio, secondo cui le
diverse funzioni (articolatoria, denominativa, fonemica ecc.) sarebbero sta-
te organizzate in una rete di circuiti cerebrali (cfr. Lurija 1976, 1992, 1998).
L’ottica modulare del linguaggio ha influito sulle più recenti neuroscien-
ze, oggi maggiormente interessate a studiare le connessioni complesse piut-
tosto che a localizzare aree specifiche per singole funzioni cerebrali isolate
(cfr. Solms, Turnbull 2004, 73). Come rilevano importanti studi psico- e neu-
rolinguistici, vi sono fondamentali funzioni del linguaggio verbale processa-
te prevalentemente dall’emisfero destro – in primis, quella prosodica, into-
nazionale e metaforica – che non solo sono indispensabili a un funzionamen-
to efficiente della comunicazione verbale, ma sono cruciali nell’acquisizione
della L1 (cfr. Altmann 2001, 27-38, Clark 2003, 38-42, Ingram 2008, 129
ss.); numerosi dati si oppongono, quindi, al pregiudizio che aspetti impor-
tantissimi, come la prosodia e la metaforicità del linguaggio, siano compo-
nenti “extra-linguistiche”. Che le intonazioni siano fattori “extra-linguistici”
è contradditorio proprio se si assume (e tutti concordano) che la sintassi sia

3. In realtà, pare che le metafore sinestetiche (come “camicia chiassosa”) siano processate
dall’emisfero sinistro (cfr. Ramachandran 2004, 77).

163
una componente “linguistica” (se non quella linguistica per eccellenza, come
sostiene la scuola di Chomsky): spesso, infatti, l’intonazione è indispensabi-
le proprio a disambiguare l’interpretazione sintattica. Altmann (2001, 101-
102) analizza, ad esempio, la celebre frase inglese “Time flies like an arrow”,
interpretabile in modi diversi al variare dell’intonazione (può essere intesa
come “Il tempo vola come una freccia”, come “Alle mosche del tempo piace
una freccia”, come “Cronometra le mosche come una freccia!” ecc.4). Una
mutazione intonazionale può addirittura trasformare una frase nel suo con-
trario, come illustra la nota frase russa “Kaznit’ nel’zja pomilovat’!”, la cui
disambiguazione grammaticale è data solo dall’intonazione:
“Kaznit’ ESCLAMATIVO + PAUSA nel’zja pomilovat’!” (Giustiziare PAUSA non si
deve graziare!)
“Kaznit’ nel’zja ESCLAMATIVO + PAUSA pomilovat’!” (Giustiziare non si deve
PAUSA graziare!)5

Basta un solo esempio (ma ce ne sarebbero innumerevoli) per dimostrare


che, in alcuni casi, senza conoscere la realizzazione orale della lingua e le
relative intonazioni, anche conoscendo il contesto, non si può interpretare il
ruolo morfosintattico dei costituenti dell’enunciato. In realtà, le lingue parla-
te utilizzano le intonazioni secondo algoritmi complessi, ma precisi (discre-
ti), proprio come utilizzano le regole grammaticali, lessicali e fonologiche:
anche le ambiguità intonazionali possono essere formalizzate come le ambi-
guità lessicali o sintattiche. Nelle lingue dei segni, funzione analoga hanno
la gestualità e l’espressione degli occhi, ad esempio per marcare la frase in-
terrogativa (cfr. Bertone 2011, 230-232).
Ulteriori argomentazioni contrarie all’idea che “linguistico” sia solo l’e-
misfero sinistro vengono dall’àmbito della patologia. Negli anni Ottanta,
Oliver Sacks (2003, 115-117) aveva descritto alcuni pazienti afasici che ave-
vano perduto le abilità linguistiche tipiche dell’emisfero sinistro, ma riusci-
vano a cogliere aspetti fondamentali dei messaggi verbali grazie ai parametri
intonazionali (il loro emisfero destro era intatto). Viceversa, altri pazienti af-
fetti da incapacità di riconoscere le intonazioni (per un danno al lobo tempo-
rale destro), pur avendo intatte le capacità linguistiche dell’emisfero sinistro,

4. L’enunciato “Time flies like an arrow” può avere, nella sua produzione orale, anche
cento interpretazioni diverse (viste le diverse pronunce a livello diatopico), in quella scritta
circa la metà (cfr. Altmann 2001, 102). Un traduttore, per ‘interpretare’, deve decidere come
accorpare ‘intonazionalmente’ le parole e, quindi, dove fare le pause (se, ad esempio, c’è un
soggetto “time” [tempo] e un predicato verbale “flies” [vola] farà una pausa mentale tra “time”
e “flies”, oppure, se c’è un soggetto “time flies” [mosche del tempo] e un predicato verbale
“like” farà la pausa mentale tra “time flies” e “like”). Essendo le operazioni decisionali gerar-
chiche, se si legge “time flies”, la parola “like” sarà letta come verbo (amano/gradiscono) e
non come avverbio (implicazione di “flies” = verbo).
5. La possibile ambiguità è data qui dalla possibilità di usare l’infinito del verbo in funzio-
ne imperativa, come in russo avviene nel linguaggio militare o autoritario.

164
erano del tutto invalidati nella comunicazione verbale (ivi, 118; cfr. anche
Marini, Nocentini 2003, 57-58). Lo stesso accade a pazienti che, per una le-
sione all’emisfero destro, hanno perduto la capacità di afferrare il significato
relativo al contesto oppure le capacità metaforiche: costoro ‘capiscono’ tutto
‘alla lettera’ (cercano fisicamente i “grilli per la testa” delle persone). Inol-
tre, si sa che pazienti con l’emisfero sinistro lesionato e incapaci di parlare
riescono a rispondere correttamente a un test di identificazione immagine/
parola nel 77% dei casi (cfr. Hickok 2015, 119). Se si aggiunge il coinvol-
gimento nel linguaggio verbale di strutture sottocorticali, il cervello umano
sembra concorrere nella sua interezza (peraltro con differenze soggettive)
alla produzione e comprensione richieste da una comunicazione verbale ef-
ficiente, fluente, completa.
A ben vedere, le argomentazioni favorevoli alla lateralizzazione sono co-
struite sulla seguente tautologia: siccome noi chiamiamo “linguaggio” solo
quello che viene processato dall’emisfero sinistro, allora quello che fa l’e-
misfero destro e il resto del cervello è (per definizione) “extra-linguistico”.
In sintesi, è accettato da tutti che l’emisfero destro gestisca fondamentali
aspetti pragmatici della lingua che “sono almeno altrettanto importanti per il
successo della comunicazione verbale quanto la grammatica della frase (cioè
il sistema linguistico)” (Paradis 2004, 220-221); eppure, molti (compreso
Paradis) continuano a considerare la pragmatica una competenza “extra-lin-
guistica”. La pragmatica, invece, è il livello più complesso della produzione/
comprensione del linguaggio umano: da un lato, non c’è pragmatica sen-
za grammatica, senza lessico, senza prosodia e senza ortoepia (la pronun-
cia corretta dei suoni); dall’altro, la comunicazione linguistica senza abilità
pragmatiche non è humanlike. Finché non si vedrà nella pragmatica, cioè in
tutti gli elementi definiti “extra-linguistici”, il fondamento della comunica-
zione umana, si ritarderà la creazione di un’intelligenza artificiale in grado di
superare un test di Turing in una prestazione linguistica. Senza pragmatica,
ci si può avvicinare molto, ma non abbastanza.

1.2. I circuiti della memoria e l’apprendimento

Sebbene il linguaggio sia impensabile senza memoria, non esiste una sin-
gola “memoria linguistica”, né esiste una singola “memoria globale”. Di per
sé, la parola “memoria” è un lessema polisemico usato sia come termine neu-
roscientifico, sia come concetto vago e astratto: in quasi tutte le lingue indi-
ca genericamente i “ricordi”, ma anche la “capacità di ricordare”. In realtà,
esistono diverse specifiche modalità, strutture e circuiti neuronali che il cer-
vello impiega per estrarre e immagazzinare i dati dalle esperienze sensoriali,
percettive, cognitive ed emotive, e per renderli accessibili a livello conscio
e/o inconscio durante i processi di richiamo delle tracce mnestiche (memory
recall). Anche le persone con ‘cattiva memoria’ ricordano una quantità smi-
165
surata di cose: cose che sanno, cose che non sanno di sapere e cose che sanno
fare senza sapere come le fanno.
Nell’àmbito della neurofisiologia, il termine memoria indica i processi
elettrochimici che consentono il richiamo (o “ricordo”) dei dati o delle pro-
cedure apprese e, per “richiamo”, si può intendere “l’espressione della rispo-
sta comportamentale modificata in qualche tempo successivo all’apprendi-
mento iniziale” (Rose 1994, 170).
Molti ricordi immagazzinati nelle memorie umane accomunano gruppi
e sotto-gruppi di persone che condividono l’esperienza di stimoli che inne-
scano ricordi simili: tra questi stimoli condivisi vi sono quelli linguistici, che
costituiscono oggetti mnestici non solo complessi, ma anche mutevoli. Le
persone possono comunicare proprio perché, da un lato, condividono le me-
morie di cose, eventi, nozioni, nonché le parole per descriverle e le regole per
assemblare le parole, ma anche, dall’altro, perché condividono le mutazioni
memetiche cui è continuamente assoggettata la lingua. Infatti, nonostante la
parziale soggettività dell’esperienza umana, esiste tra tutti gli ‘interpretanti’
una base universale dei ‘significati’, cioè delle associazioni tra parole, ogget-
ti, sensazioni, valori (cfr. Changeux 2003, 122). Non solo tutti gli umani ten-
dono a legare le parole agli stessi concetti, ma catalogano parole e concetti
in base a esperienze dirette o indirette che sono condivise a livello universale
o parziale. Si pensi ai concetti di “regalo” o di “cibo”: nessun umano regala
“un ombelico” a un matrimonio o inserisce “i chiodi” tra gli ingredienti di
una ricetta; tuttavia, alcuni popoli usano regalare “assegni bancari”, mentre
altri inseriscono “gli insetti” nel loro menu quotidiano: ciò significa che il
nesso concettuale ombelico/regalo/matrimonio è universalmente inesistente,
mentre quello coleotteri/spiedini/ricetta esiste per alcuni popoli (comunque,
per decine di milioni di persone): a mano a mano che si importano gli og-
getti, le esperienze e le parole, si modificano i concetti (come è avvenuto in
Europa con il sushi).
Si è detto che le parole di una lingua vengono registrate nel cervello se-
condo una rete associativa che ne determina il significato, seguendo “deter-
minati schemi” e che quindi non ha senso attribuire “il modo di procedere
del nostro pensiero al ‘significato’ delle parole” (Hofstadter 2001, 65): il si-
gnificato, merita ribadirlo, non è una proprietà della parola, né il “contenuto”
di un input verbale, bensì la sintesi di uno schema associativo che si attiva
quando il cervello è stimolato da un determinato innesco (trigger). Tuttavia,
gli esseri umani non hanno bisogno di fare sempre esperienza diretta per co-
noscere qualcosa perché, a differenza delle altre specie, condividono un’e-
norme quantità di esperienze indirette; infatti, noi non memorizziamo solo
quello che abbiamo vissuto in prima persona, ma anche un’enorme quantità
di esperienze altrui, trasmesse mediante canali di comunicazione indiretta: la
narrazione orale, la letteratura (scientifica e finzionale), la pittura, la scultu-
ra, la fotografia, le riprese cinematografiche (documentarie o fantasiose), gli
audiovisivi, le memorie elettroniche ecc. La tendenza umana a memorizza-
166
re e a trasmettere le esperienze agli altri riflette una predisposizione innata
della nostra specie, e ogni ricordo, diretto o indiretto, è sempre, a suo modo,
“vero”:
In the end, what is the difference between actual, personal memories and pseudo-
memories? Very little. I recall certain episodes from the novel The Catcher in the Rye or
the movie David and Lisa as if they had happened to me – and if they didn’t, so what?
They are as clear as if they had. The same can be said of many episodes from other works
of art […] There is no absolute and fundamental distinction between what I recall from
having lived through it myself and what I recall from others’ tales (Hofstadter 2007, 256).

La lingua è uno dei principali veicoli che consentono alle esperienze di-
rette di qualcuno di divenire esperienza indiretta di altri e a modificarne le
azioni: ogni “immagine acustica” produce una “modificazione nello stato
di coscienza dell’uditore e, in particolare, nei suoi piani d’azione e nel suo
comportamento reale” (Changeux 2003, 117). Le rappresentazioni interne
al cervello, che si replicano grazie al linguaggio, sono probabilmente “all’o-
rigine dell’evoluzione culturale” (ivi, 38-39); questo vale anche per le me-
morie esterne (i libri, i film, i file elettronici) che conservano le rappresenta-
zioni linguistiche delle esperienze e del pensiero individuale. Ogni cervello
umano, dunque, è “mappato” a livello individuale dall’esperienza diretta e
indiretta (compresa quella del ricordare), ma i meccanismi che governano i
processi di interazione tra esperienza e neurofisiologia sono sostanzialmente
universali.
A differenza dei personal computer, che memorizzano tutto secondo pa-
rametri rigidi, nei cervelli umani non tutti i ricordi hanno la stessa probabilità
di sopravvivere e di essere riattivati. Le parole sono “inneschi” che vengono
memorizzati meglio se i concetti cui sono legati sono emotivamente e social-
mente rilevanti:
Mental representations are activated by a verbal, auditory, olfactory, somesthetic,
gustatory or verbal stimulus or set of stimuli. The extent of the activated portion of the
mental representation network is influenced by the context surrounding the perception of
the stimulus. The individual’s mind-set, partially influenced by desires, interests, previous
discourse and concurrent or previous events that trigger expectations, also affects which
neural substrates get activated (Paradis 2004, 202).

In altri termini, come mostrano le teorie memetiche, i ricordi umani più


longevi e resistenti sono quelli conformi ai giudizi di valore positivi dell’am-
biente culturale circostante:
Nel cervello di un individuo, le popolazioni sinaptiche che soddisfano i criteri stabiliti dai
sistemi di valore hanno maggiori probabilità di sopravvivere e contribuire alla produzio-
ne di comportamenti futuri (Edelman 2004, 29).

Anche se può dipendere in parte da predisposizione genetica, lo sviluppo


anomalo di abilità mnestiche necessita pur sempre di addestramento. È l’ap-
167
prendimento, non la genetica, a produrre “drastiche variazioni nelle map-
pe corticali” rispetto a com’erano prima dell’addestramento (Kandel 2007a,
201). È grazie all’allenamento che si producono variazioni a livello genico
che fanno memorizzare nozioni e procedure. I geni non sono “mere determi-
nanti del comportamento”, rispondono, infatti, alle stimolazioni ambientali,
tra cui l’apprendimento è una delle più importanti (ivi, 257).
Poiché l’esperienza diretta o indiretta interviene “sull’efficacia sinaptica”
e regola “l’espressione genica” (Kandel 2007a, 174, 2007b, 243-257), l’ap-
prendimento implica sia la comparsa di nuove sinapsi, sia la sparizione di
sinapsi preesistenti, modificando la struttura genica dei neuroni e condizio-
nando la produzione di specifiche sostanze chimiche indispensabili alla for-
mazione di nuovi circuiti neuronali. “Ricordare”, dunque, significa operare
“una selezione fra un vasto repertorio di connessioni preesistenti” (Kandel
2007a, 186):
Studi condotti su animali indicano che la modificazione dell’espressione genica legata
all’apprendimento è seguita da una riorganizzazione delle connessioni tra cellule nervo-
se e, in alcuni casi, dall’accrescimento e dal ritiro delle connessioni sinaptiche (Kandel
2007b, 109).

Le più importanti teorie e scoperte sulla memoria sono state possibili an-
che grazie all’osservazione di pazienti che avevano subìto danni cerebrali di
tipo diverso, correlati a sintomi differenti: la perdita di un tipo di memoria e
non di un altro ha permesso di comprendere che, nel suo insieme, non esiste
una memoria unica “statica, localizzata chiaramente in un sito o in un picco-
lo insieme di cellule”, bensì modalità diverse di conservazione e richiamo dei
ricordi (Rose 1994, 340). Le diverse memorie si differenziano per i compiti
che assolvono, per le strutture cerebrali coinvolte e per una certa autonomia
funzionale: un tipo di memoria può essere conservato qualora se ne perda un
altro.
La prima importante distinzione è tra memoria implicita (inconscia) e
memoria esplicita (cosciente): la corteccia cerebrale non è la sola struttu-
ra coinvolta nei circuiti mnestici; alcune ‘memorie’, infatti, coinvolgono le
strutture sottocorticali. Dell’immensa quantità di ricordi immagazzinati nel
cervello umano, solo una piccola parte è accessibile al controllo della co-
scienza. Freud “aveva colpito nel segno definendo l’Io conscio come la punta
di un iceberg” (LeDoux 1999, 19):
il 98% di quello che fa il cervello è al di fuori del dominio della coscienza. Nessuno ose-
rebbe contestare la tesi secondo cui tutte le nostre attività sensoriali e motorie vengono di
fatto pianificate ed eseguite inconsciamente (Gazzaniga 1999, 42-43).

Alcune forme di apprendimento utilizzano sia la memoria esplicita, sia


quella implicita, ma è la continua ripetizione a consentire di trasformare i
dati consapevoli in procedure, come quando si impara ad andare in bicicletta
o a guidare la macchina (cfr. Kandel 2007a, 122; Rose 1994, 149):
168
Numerosi esperimenti hanno dimostrato che, a furia di essere ripetuta, l’esecuzione im-
pegnativa e meticolosa di un compito diventa automatica, comportando una ridottissima
dose di attenzione. Agire “in automatico” significa avere la libertà cognitiva di concen-
trarsi su un altro mentre si esegue un compito che un tempo assorbiva tutta la nostra
attenzione, per esempio guidare (Schachter 2003, 57).

La memoria implicita procedurale agisce grazie alle ripetizioni, all’eser-


cizio (Schachter 2001, XX) e procede a velocità superiore al pensiero co-
sciente: un nativo che non abbia mai ‘studiato’ la grammatica della propria
L1 e non distingua un nome da un aggettivo può coniugare i verbi veloce-
mente, senza pensarci, meglio di chi conosce benissimo (esplicitamente) i
verbi e le coniugazioni di una L2 che non ha ancora esercitato a sufficienza.
Quando parliamo, infatti, “non pensiamo in quale punto della frase mettere
il sostantivo o il verbo. Lo facciamo in automatico, inconsciamente” (Kan-
del 2007a, 122; cfr. anche LeDoux 1999, 183; Paradis 2009, 4). Viceversa,
la memoria dichiarativa (o semantica) è il meccanismo che permette di con-
servare i ricordi rendendoli accessibili alla coscienza: non solo ricordiamo
che “Roma è la capitale d’Italia”, ma ricordiamo di ricordare questa infor-
mazione6.
Sebbene i due sistemi, implicito ed esplicito, possano essere considerati
complementari e cooperativi (cfr. Reber 1993, 24), per trasformare il “sa-
pere” in “saper fare”, è utile conoscere quali ripetizioni (esercizi) facilitino
gli automatismi procedurali: le mamme, ad esempio, sono ‘istruttori natu-
rali’ nell’aiutare i bambini ad acquisire la L1 (non a caso si parla di “lingua
materna”)7.
Un’altra fondamentale distinzione è tra memoria a lungo termine e a bre-
ve termine (o memoria di lavoro); in entrambi i casi, la memoria è innescata
da stimoli sensoriali impliciti o espliciti (visivi, uditivi, tattili, gustativi, ol-
fattivi), da stimoli somatici dell’organismo (Damasio 1995, 273-276), dalle
nozioni esplicite trasmesse da altri o frutto della riflessione, dalle emozioni
che valutano e classificano gli stimoli stessi (LeDoux 1999, 50 e ss.; 2002,
286). La memoria di lavoro consente, ad esempio, di ricordare un numero
di telefono appena udito finché non lo si sia annotato; per trasferire quel nu-

6. Sebbene il termine “semantica” (prevalentemente in linguistica e in filosofia del lin-


guaggio) rimandi all’ambito del “significato”, la memoria esplicita non va confusa con la me-
moria lessicale (la perdita della memoria semantica non ha ripercussioni sull’uso e sul rico-
noscimento del lessico, ma sull’associazione tra le conoscenze enciclopediche, gli oggetti e le
parole che li indicano; cfr. Schachter 1996, Verstichel 2008).
7. La madre col bimbo piccolo utilizza la lingua, le intonazioni, il lessico e la gramma-
tica in modo istintivamente graduato, passando dal baby speech a strutture via via più com-
plesse, fino a quando il figlio non è in grado di comunicare allo stesso livello degli adulti. I
parlanti adulti non sono altro che ex-bambini cresciuti esercitandosi quotidianamente, senza
sosta, imitando “i grandi” e correggendo i propri errori con infinita fatica, pazienza e lentez-
za (un bambino impiega circa tre anni di esercizio per pronunciare in modo quasi ottimale il
proprio nome).

169
mero alla memoria a lungo termine è però necessario ripeterlo di continuo e
senza intervalli troppo lunghi (cioè, frequenza e recenza del richiamo) così
da modificare la microstruttura dei neuroni, producendo al loro interno “va-
riazioni anatomiche” (LeDoux 2002, 199):
Il deposito a breve termine di informazioni comporta modificazioni covalenti di proteine
preesistenti, mentre la memoria a lungo termine richiede trasformazioni nell’espressione
genica e nella sintesi proteica (Kandel 2007b, 431).

Grazie alla ripetizione degli stimoli, avviene il potenziamento dei circui-


ti neuronali e la mappatura a lungo termine del ricordo. Per esempio, per
attivare la memoria spaziale, un percorso va ripetuto molte volte (Kandel
2007a, 403) e per attivare la memoria ecoica, grazie alla quale riconosciamo
i suoni e le stringhe di suoni, si devono udire e ripetere tante volte i suoni
uditi: sentendo molte volte la stessa frase in una lingua, la si registra nella
memoria definitiva, mappandola con i dati contestuali associati allo stimolo
e con i dati della memoria emotiva. Il sistema mnestico emotivo (dotazione
filogeneticamente antica) costituisce un importantissimo “centro di transito
delle esperienze soggettive” indispensabile per creare il “sentimento emotivo
cosciente” (LeDoux 1999, 307)8.
Ci sono evidenze che memoria esplicita e implicita siano elaborate e im-
magazzinate in differenti regioni del cervello (Kandel 2007a, 120): la memo-
ria esplicita di lavoro (riconoscimento di volti, oggetti, loghi, fatti ed eventi)
è immagazzinata nella corteccia prefrontale (ivi); la conversione di questa
memoria in memoria a lungo termine pare avvenga nell’ippocampo, mentre
i dati permanenti sono immagazzinati nelle aree della corteccia “che corri-
spondono ai sensi implicati” (un ricordo visivo direttamente collegato a uno
uditivo è comunque “registrato” nell’area della visione); la memoria proce-
durale, che presiede ad abilità, assuefazioni e condizionamenti, “è immagaz-
zinata nel cervelletto, nello striato e nell’amigdala” (ivi).
A livello generale, apprendere significa ricordare, ma non necessariamen-
te ‘sapere che si sta ricordando’. Esistono tipologie di apprendimento incon-
sapevole, che sfruttano le memorie implicite, e tipologie di apprendimen-
to consapevole che sfruttano le memorie esplicite (dichiarative). Secondo il
modello generale “classico”, esistono due macro-tipologie di apprendimen-
to. Quello non associativo è innescato da uno stimolo preciso, è registrato a
livello implicito e non implica la costruzione di schemi mentali complessi: è
il primo stadio evolutivo della memoria, condiviso anche da organismi con
sistema nervoso rudimentale (cfr. Rose 1994, 210). Tra le modalità di ap-
prendimento non associativo che interessano sia la memoria a breve termine,

8. Damasio (2000, 335-342) spiega che il sentimento non è affatto un’emozione, ma una
rielaborazione filtrata dalla coscienza del ricordo di un’emozione. Per questo, gli umani pos-
sono provare un sentimento senza sapere di provarlo: il ricordo può essere implicito (ad esem-
pio, “rimosso”).

170
sia quella a lungo termine (cfr. Kandel 2007b, 402), la più semplice è defi-
nita abituazione e consiste nella “diminuzione della risposta comportamen-
tale dovuta alla presentazione ripetuta di uno stimolo iniziale” (Schachter
2001, 19): si tratta di un’assuefazione graduale a uno stimolo ricorrente (per
esempio, quando non sentiamo più i rumori cui siamo abituati o smettiamo
di sentire fredda l’acqua del mare dopo un tuffo). La modalità antitetica è la
sensibilizzazione; se l’abituazione è l’indebolimento di una risposta, la sen-
sibilizzazione ne è il rafforzamento (cfr. Rose 1994, 210): l’accumulo di sti-
moli stressanti causa una risposta negativa, utile a difendersi da stimoli dan-
nosi (si pensi ai farmaci usati troppo a lungo).
Diverso è il caso dell’apprendimento associativo a lungo termine (ivi,
271): basandosi sulle sinapsi preesistenti, l’associazione determina una rete
di concetti più o meno gerarchicamente ordinati; richiamando un elemento
della rete altamente rappresentativo, si attiva la rete intera: grazie alle asso-
ciazioni mnestiche, un’intera cultura può essere evocata con un solo sostan-
tivo (cfr. LeDoux 2002, 246). In questa tipologia rientra il condizionamento
classico pavloviano (o “riflesso condizionato” di Ivan Pavlov): l’associazio-
ne di uno stimolo condizionato che prima era neutro si associa a uno stimolo
incondizionato e “innesca un’azione riflessa” (Kandel 2007a 199).
Il ricordo e l’apprendimento migliorano quando le nuove informazioni
sono collegate in schemi che si “appoggiano” a strutture già memorizzate,
cioè “quando vengono generate frasi o storie che intrecciano le informazio-
ni da apprendere a fatti o associazioni già note” (ivi). Nell’addestramento al
bilinguismo, ad esempio, se gli enunciati della L2 si associano nel contesto
reale a quelli noti della L1, si ottiene una memorizzazione più rapida e più
stabile (cfr. Salmon, Mariani 2012, 154-165), cioè un’associazione sistema-
tica “alle conoscenze già solidamente fissate in memoria”, rafforzata dall’at-
tenzione (Kandel 2007a, 195).
Poiché non si può stare sempre attenti, né memorizzare tutto, l’appren-
dimento necessita di un filtro per selezionare gli stimoli più importanti:
si può avere, quindi, un’attenzione involontaria (ivi, 290). Se l’attenzione
cosciente supporta la memorizzazione esplicita, l’attenzione involontaria
supporta quella implicita. Poiché viene appreso solo ciò che si ripete tante
volte e che serve (per farsi dare la “pappa” o per passare un esame), l’ap-
prendimento implica tanto la selezione delle mappe utili, quanto la de-sele-
zione delle innumerevoli mappe superflue presenti nel nostro cervello (cfr.
Changeux 2003, 66): apprendere, dunque, non è solo “aggiungere”, ma
anche “eliminare” selettivamente (ivi). Infatti, le forme dei verbi “irrego-
lari” sopravvivono solo perché si tratta sempre, in tutte le lingue, dei verbi
più usati (“mangiare”, “dormire”, “fare”, “dire”, “andare” ecc.; cfr. Pinker
1999, 18 e ss.): essendo ripetute di continuo, le forme irregolari sono me-
morizzate come “lessico autonomo” (e non come ‘voci’ di un unico verbo)
in circuiti a lungo termine (prima in modalità esplicita, poi come procedu-
re; cfr. Jackendoff 2000, 83).

171
Oltre all’attenzione selettiva, un importante supporto all’apprendimento
è dato dallo stato di eccitazione e dalla motivazione. L’eccitazione è un pro-
fondo coinvolgimento emotivo che acuisce la percezione (cfr. LeDoux 1999,
295-299): se è “positiva”, facilita il ricordo; se è troppa (agitazione), agisce
negativamente e si genera l’ansia che ostacola i ricordi (come avviene duran-
te gli esami). La motivazione, invece, è “l’attività neurale che ci instrada in
direzione dei nostri obiettivi” (ivi, 328). Non tutte le motivazioni sono sup-
portate dalle emozioni, ma certamente le emozioni agiscono come forti fat-
tori motivanti di supporto allo stato attentivo (ivi, 329): in generale, i ricor-
di sono facilitati se “lo stato emotivo al momento della formazione mnesti-
ca corrisponde allo stato emotivo al momento della rievocazione” (LeDoux
2002, 309).

1.3. Acquisizione e apprendimento della lingua

Rispetto alle lingue naturali, esiste una differenza cruciale tra acquisizio-
ne delle procedure e apprendimento delle regole che sottostanno alle proce-
dure: l’acquisizione avviene bottom up, grazie alla ripetizione e alla conse-
guente introiezione dei pattern linguistici nelle memorie implicite (un nativo
della L1 applica continuamente regole di cui neppure conosce l’esistenza);
l’apprendimento, invece, utilizza top down la memorizzazione esplicita del-
le regole che vengono ‘studiate’ (uno studente della L2 può conoscerle alla
perfezione e non saperle applicare in modo procedurale).
Un bambino monolingue prima acquisisce la L1 e solo dopo, a scuola,
apprende le regole della L1 che sa già applicare; viceversa, un adulto che
affronti lo ‘studio’ di una L2 segue il processo inverso: parte dall’apprendi-
mento top down delle regole, usando la memoria dichiarativa, e poi, grazie
alla ripetizione, cerca di acquisire (introiettare) le procedure. Per ottenere un
bilinguismo di livello professionale, la L2, pur partendo da forme di appren-
dimento dichiarativo, deve raggiungere il livello di acquisizione procedurale
(anche i bilingui tardivi dimenticano le regole della L2 quando le hanno in-
troiettate e le usano in modo automatico)9.
Le memorie implicite (inconsce) sono le uniche di cui dispongono i bam-
bini fino agli 8-10 mesi e, fino a 3 anni circa, restano dominanti (cfr. Fabbro
2004, 57); l’iniziale impossibilità di apprendimento esplicito aiuta i bambini
ad acquisire la lingua nativa grazie all’imitazione e a un dispositivo lingui-
stico (il LAD) che permette loro di inferire inconsciamente le regole gram-
maticali generali da una quantità non infinita di esempi particolari (uditi dal
mondo circostante); questa capacità innata e spontanea riguarda il ricono-
scimento e l’articolazione dei suoni, le regole morfologiche (coniugazioni,

9. Molti interpreti che parlano fluentemente la L2 talvolta non sono affatto in grado di
spiegare le regole che applicano.

172
declinazioni, concordanze) e quelle che determinano la formazione e la col-
locazione delle parole nella frase (sintassi) (cfr. Fabbro 2004, 59).
Il primo stadio di acquisizione è quello prosodico: probabilmente, dice
Altmann (2001, 37), un neonato sente la voce umana come un adulto ascolta
una canzone in una lingua che non conosce. Grazie al ritmo e ai picchi in-
tonazionali, il bambino impara a riconoscere la lingua della madre quando
è ancora in gestazione (ivi, 30-31); una volta venuto al mondo, la imita e la
pratica, senza apprendere nulla sulla lingua finché non va a scuola.
I meccanismi che stimolano la ripetizione e che, evidentemente, hanno
evolutivamente favorito la lingua come veicolo di trasferimento delle cono-
scenze e delle abilità sono di estrema importanza per qualsiasi teoria sull’o-
rigine del linguaggio umano, sull’acquisizione, sull’apprendimento delle lin-
gue e sul mantenimento del bilinguismo. Quale che sia l’origine e la funzio-
ne del LAD, per attivarlo, serve un istinto imitativo e un continuativo eserci-
zio di ripetizione.
La ripetizione a fine imitativo era stata il fondamento delle teorie di
Vygotskij (1992) e Lurija (1976): i bambini non fanno che ripetere ad alta
voce quello che sentono dai loro genitori; ad esempio, indicando un oggetto
pericoloso, ripetono il divieto di toccarlo con le parole che hanno sentito. La
ripetizione avrebbe anche il vantaggio cognitivo di rinforzare il ricordo del
divieto, sarebbe utile socialmente e sul piano evolutivo (se capisco un divieto
e lo ripeto evito l’approccio per tentativi ed errori). Certamente, senza ripeti-
zione non si rinforzano le abilità fonatorie, intonazionali, lessicali.
Non si è ancora stabilito se il linguaggio umano sia un meccanismo filo-
geneticamente indipendente (posizione chomskiana) o sia il risultato di una
specializzazione evolutiva (esadattamento) di compiti motòri (articolatori
e/o gestuali). La prima ipotesi considera secondarie la ripetizione e l’imita-
zione (si concentra sull’induzione che, da pochi stimoli esterni, fa introietta-
re i pattern generali), la seconda le ritiene fondamentali10.
Lo studio della relazione tra memoria e apprendimento dovrebbe essere
il fondamento delle tecniche didattiche mirate ad addestrare il bilinguismo e
le competenze traduttive. Cardona (2010) non solo rileva l’impossibilità di
insegnare una L2 senza disporre dei dati scientifici sul funzionamento delle
memorie, ma ritorna su alcuni deleteri pregiudizi, tra cui quello che esista
una predisposizione naturale alle lingue: qualunque umano con un cervello
funzionante è naturalmente portato ad acquisire le lingue, sebbene esistano
persone più motivate a “elaborare strategie che consentano di strutturare e or-
ganizzare l’apprendimento in modo efficace e produttivo” (ivi, 13). Di gran

10. Nell’àmbito della seconda posizione teorica, pare oggi ridimensionata (se non esclu-
sa) l’ipotesi che il linguaggio sia supportato dai cosiddetti “neuroni specchio” (scoperti nei
macachi e poi individuati nell’uomo), capaci di attivarsi non solo quando si esegue un com-
pito motorio, ma anche quando si osserva l’esecuzione del compito da parte di altri individui
(cfr. Hickok 2015).

173
lunga non tutti i docenti di L2 (e pochi studenti) comprendono che acquisi-
re le procedure implica esercitare le memorie mediante ripetizione per tem-
pi lunghissimi e con continuità. Credono (altro deleterio pregiudizio) che i
bambini imparino la L1 senza fatica, mentre i bimbi investono per anni ener-
gie immense, ma guidati da una motivazione estrema (dalla lingua dipende
l’autonomia, il potere di chiedere e ottenere quello che serve per sopravvive-
re e quello che serve sapere). In realtà, un bimbo impiega molto più tempo a
memorizzare lessemi e procedure della L1 di quanto ne serva a uno studente
di L2, ma il bimbo è costantemente gratificato (senza esami, né frustrazio-
ni) dai suoi lenti, ma progressivi successi11. E, soprattutto, per anni può fare
solo quello.
In sintesi, se è noto a tutti che il potenziamento a lungo termine di una
nozione richiede l’esercizio della memoria dichiarativa, a pochi è noto che
qualsiasi procedura linguistica richiede l’addestramento della memoria pro-
cedurale implicita perché, per qualsiasi abilità non è mai la genetica, ma la
pratica che “porta alla perfezione” (Kandel 2007a, 190): “nessuno impara a
suonare il violino in una lezione, neanche un nuovo Heifetz. È necessario un
gran numero di tentativi” (Damasio 2000, 357).

1.4. Il cervello bilingue: apprendimento e acquisizione della L2

Gli studi sperimentali sul bilinguismo sono innumerevoli ed evidenziano


l’impossibilità di definire e ‘classificare’ i bilingui in modo univoco. In gene-
rale, il dibattito sulla rappresentazione cerebrale del bilinguismo è stato pro-
fondamente influenzato dall’assioma della lateralizzazione del linguaggio e
dai pregiudizi sulla supposta ‘facilità’ di acquisizione delle lingue nell’in-
fanzia.
È noto che tutti i bambini, entro i primi tre anni di vita, acquisiscono spon-
taneamente una L1, quella dell’ambiente che li accudisce: chi è deprivato
di questa possibilità, per patologie o segregazioni gravi, dopo quell’età non
riesce più ad acquisire una L1 nativelike, può imparare a esprimersi solo in
modo incompleto, ‘difettoso’. Anche su questa base, si è pensato che il pa-
rametro per classificare la tipologia di bilinguismo dovesse essere l’età in
cui un individuo entra in contatto con la L2 (in realtà, il vincolo dei tre anni
è solo per la L1). Si usa distinguere, pertanto, tra bilinguismo precoce, che è
(inizialmente) coordinato e bilanciato (cioè acquisito in parallelo e di uguale
livello), e bilinguismo tardivo, che è subordinato, in quanto la L1 è dominan-
te sulla L2. Secondo l’approccio orientato all’età, non si misura cosa sa fare
un bilingue con le due lingue, ma quando è entrato in contatto con la L2; si

11. A un bimbo italiano ben stimolato servono sette-nove anni di esercizio per usare cor-
rettamente il congiuntivo e la consecutio temporum (qualcuno non impara mai), ma da uno
studente di italiano L2 si pretende lo stesso risultato in metà tempo.

174
differenzia a priori (spesso, senza controlli successivi) chi acquisisce paralle-
lamente L1 e L2 da chi entra in contatto con la L2 a distanza di anni dalla na-
scita; si pensa che un bilinguismo precoce sia sempre migliore di uno tardivo.
In realtà, come vedremo, è così solo in certi casi. In quest’ottica, esisterebbe
una soglia critica oltre la quale non sarebbe più possibile acquisire una L2 in
modalità nativelike. La soglia sarebbe collocata in un arco di tempo che varia,
a seconda degli autori, dai tre anni di età alla primissima adolescenza. L’età
resta, dunque, il più importante parametro di valutazione e classificazione del
bilinguismo tra i neurolinguisti (cfr. Fabbro 2001, 2004; Paradis 2004, 2009).
È probabile che, per quanto riguarda l’abilità di percepire, imitare e ri-
produrre i suoni12, esista, almeno parzialmente, una soglia critica; tuttavia la
soglia è comunque soggettiva e certamente condizionata da altri parametri.
Infatti, poiché nella vita di un bilingue precoce, a causa di fattori ambientali,
la dominanza tra L1 e L2 può alternarsi (cfr. Myers-Scotton 2006, 25-34),
poiché sempre più spesso si cambia luogo di residenza, ambiente famigliare
e lavorativo, un bilinguismo perfettamente bilanciato nello stesso periodo
non esiste mai. In sintesi, l’ipotesi della soglia critica è contro-argomentabile
in base a tre considerazioni:
1) in età adulta si può acquisire una L2 in modalità nativelike;
2) per alcuni bilingui tardivi, la L2 può diventare dominante;
3) spesso i figli di migranti o i ragazzi adottati all’estero, pur entrati in con-
tatto con la L2 dopo gli otto-dodici anni di vita, addirittura perdono la
L1 (usata durante tutta l’infanzia) e, dopo qualche anno, si ritrovano o a
parlarla come ‘stranieri’ (persino a livello fono-articolatorio) o, in alcuni
casi, a non capirla neppure più.
Il fenomeno di perdita della lingua è detto attrition (“sfaldamento”) ed
è tanto interessante quanto drammatico; può riguardare sia la L1, sia la L2,
e talvolta entrambe (nel caso diventi dominante una L3). Mentre la perdita
della lingua conseguente a una disfunzione cerebrale è detta “afasia”, l’attri-
tion è causata di solito dalla mancanza di esercizio dovuta a forti concause
socio-psicologiche, famigliari, culturali: tra queste, quella fondamentale, è il
‘disvalore’ della L1 rispetto alla L2. Per un ragazzino adottato, ad esempio,
rispetto alla L1 del Paese abbandonato, la L2 parlata durante l’adolescenza
nel Paese nuovo (recepita come più prestigiosa e consona alla nuova identità
personale) tende gradualmente a cancellare totalmente la L1 (nativa e parlata
per tutti gli anni dell’infanzia). Sta ai genitori (migranti o adottivi) trasmet-
tere ai figli il rispetto e l’affetto per la L1, aiutandoli a conservarla anche di
fronte a vergogna, resistenza e rifiuto13.
12. Fino a sei mesi i bimbi discriminano i suoni di tutte le lingue umane, ma a un anno
riescono ormai a discriminare bene solo i suoni della L1 cui sono esposti (cfr. Fabbro 2004,
29-30). Per riattivare la percezione dei suoni di una L2 in età adulta, ancora una volta, serve
l’esercizio.
13. Questa fermezza è comunque molto difficile e la maggior parte dei genitori migranti

175
I primi sintomi dell’attrition della L1 nei bilingui si manifestano sotto
forma di confusione tra le due lingue. Se l’abilità di passare in modo con-
trollato da una lingua a un’altra (detta “code switching”) è una prerogativa
dei bilingui, la commutazione incontrollata è un segnale di confusione tra i
due sistemi (come se un telecomando impazzito passasse da solo da un ca-
nale all’altro): nello switching incontrollato viene meno la capacità di tene-
re le lingue separate, ovvero di “etichettarle” (tagging)14. Questo capita ai
bilingui che vivono in un ambiente in cui L1 e L2 vengono confuse e che
si disabituano a prestare attenzione al tagging: senza accorgersene, costoro
mischiano L1 e L2 e non si rendono conto di produrre messaggi ibridi, com-
prensibili solo a chi condivida la stessa confusione (chi parla runglish, russo
misto ad americano, non è compreso né dagli anglofoni, né dai russofoni).
Il fenomeno è dovuto in buona parte all’incapacità di rispettare una stabile
correlazione tra lingua e luogo (“one place, one language”), e tra lingua e
persona (“one person, one language”)15. La confusione si manifesta sia come
switching incontrollato (si passa all’altra lingua senza rendersene conto), sia
come “code-mixing”; nel secondo caso, si perde la capacità di tenere separa-
te L1 e L2 che si mescolano strutturalmente tra loro: di solito il mixing incon-
sapevole fa sì che le regole sintattiche e i morfemi della L1 vengano applicati
al lessico della L216. Entrambi i livelli di confusione linguistica colpiscono
numerosi migranti di prima generazione.
Per queste tre ragioni, sono state avanzate definizioni di bilinguismo ba-
sate non sull’età di acquisizione, ma sulle reali prestazioni linguistiche. Se-
condo Carol Myers-Scotton (2006, 44), il bilinguismo sarebbe “l’abilità di
usare due o più lingue in modo sufficiente da gestire una circoscritta conver-
sazione casuale”. Meglio ancora, si può definire “bilingue” una persona cui
è praticamente indifferente in quale delle due lingue vivere qualsiasi situa-
zione.
L’idea è che, per quanto diversi siano, i canali dell’apprendimento e
quelli dell’acquisizione non sono del tutto scollegati, come, invece, sostiene
Paradis (2009, 36, 59):
Explicit components of input may become intake for learning, but only implicit
components of input become intake for acquisition – not what is noted, but what is

ritiene accettabile e comprensibile che i figli si ‘ambientino’ nella nuova linguocultura a sca-
pito della L1 e della cultura nativa fino a ‘ripudiarla’.
14. L’incapacità di alternare in modo selettivo le lingue potrebbe dipendere da una capacità
del cervello indipendente dai circuiti del linguaggio (cfr. Lurija 1976, Green 1986).
15. Ogni genitore dovrebbe sempre parlare la stessa lingua con i figli, senza mai mischiar-
la con quella “nuova” proprio per evitare che venga meno la separatezza delle lingue e per
scongiurare i fenomeni di confusione inconsapevole.
16. Nelle comunità russofone americane, dove è diffuso il “runglish”, si sentono frasi come
“ja drajvila childronov v skul” (“ho draivato i cildreni alla scul”; da: “to drive”, “children”,
“school”, con il pronome personale russo “ja” [io], i morfemi russi “-la” [suffisso verbale],
“-ov” [genitivo plurale] e la preposizione russa “v”).

176
implicitly abstracted […] By definition, nothing implicit (such as the underlying structure
of utterances) can be observed, let alone noticed.

Certamente, se la L2 è ‘studiata’ prevalentemente in modo dichiarativo,


cioè viene utilizzata troppo lentamente, riflettendo, tende a essere rappre-
sentata per lo più in aree corticali; solo se la L2 è stata introiettata in modo
procedurale, interessa anche le strutture sottocorticali, come avviene per la
L1 (cfr. Fabbro 2001, Paradis 2009). Tuttavia, paradossalmente, a chi entra
in contatto con la L2 mediante apprendimento adulto non solo non è preclu-
sa l’acquisizione, ma questa può essere facilitata dalla riflessione, a patto che
l’addestramento procedurale superi quantitativamente quello esplicito.
Nel bilinguismo adulto si può agire in modo ‘sinergetico’, cosa impossi-
bile con i bambini piccoli che, come si è detto, impiegano lunghissimi anni
per poter usare la lingua a livello complesso. Un adulto abituato dalla scuola
a ‘studiare’ le lingue tenderà, inizialmente, a privilegiare la memoria dichia-
rativa e a opporre una certa resistenza al monotono addestramento procedu-
rale (la ripetizione è ‘noiosa’ e, apparentemente, poco gratificante); al tempo
stesso, per rendere le abilità della L2 molto simili a quelle della L1, vanno
riprodotte situazioni il più possibile simili all’acquisizione della L1 (cfr. Fab-
bro 2004, 75). È dunque possibile e utile alternare sempre al ‘canale’ espli-
cito quello implicito.
Per creare situazioni simili all’acquisizione della L1, secondo i dati neu-
rolinguistici, si dovrebbe partire dalla comprensione passiva, sensibilizzan-
do alle variazioni prosodiche e lasciando la scrittura come compito ultimo.
Lettura e scrittura, a livello filogenetico e ontogenetico, sono le tappe con-
clusive delle competenze linguistiche (è evidente a chiunque che è più facile
imparare a leggere e scrivere una lingua che si comprende e si parla bene).
Tuttavia, il percorso adulto verso la L2 si differenzia dall’acquisizione del-
la L1 proprio per il ruolo della lettura, di solito ampiamente privilegiato. La
lettura, in realtà, va sfruttata come mezzo per migliorare l’acquisizione della
lingua, evitando che diventi un fine e ostacoli l’investimento sull’oralità. La
lettura può essere un mezzo straordinario per accelerare il processo acqui-
sizionale degli adulti: è utile per accedere ai testi degli esercizi, nonché alla
navigazione in rete e agli audiovisivi sottotitolati (la capacità di leggere li-
bri nativelike è una tappa finale). Per ottimizzare l’impatto della lettura sulle
competenze orali, è utile che qualsiasi esercizio in L2 venga svolto ad alta
voce, addestrando in modo diretto l’apparato fono-articolatorio, la pronun-
cia e le intonazioni, e aiutando a individuare i problemi soggettivi. Del resto,
i non vedenti che utilizzano solo esercizi orali (senza lettura, né scrittura)
sono, potenzialmente, eccellenti bilingui tardivi: prestano più attenzione ai
suoni e non hanno difficoltà a imitare e a ripetere; inoltre, non avendo i vin-
coli dell’ortografia, concentrano i loro sforzi solo sull’oralità, che dovrebbe
essere sempre la prima tappa dell’acquisizione17.

17. Questa affermazione è basata su esperienza didattica diretta.

177
Addestrare le procedure mediante imitazione e ripetizione è una condi-
zione non sufficiente, ma necessaria per far sì che la L2 sia computata dal
cervello in modo gradualmente sempre più simile alla L1. Il fatto che i neu-
roni dei circuiti procedurali possano modificarsi strutturalmente quando si
acquisisce una L2 supporta la cosiddetta “ipotesi della convergenza” (Green
2005). Secondo questa ipotesi, a mano a mano che la competenza operativa
in L2 aumenta e un soggetto riesce a fare in L2 quello che sa già fare in L1,
i circuiti cerebrali dedicati alle due lingue tendono a sovrapporsi (con enor-
mi vantaggi per la velocità di switching L1/L2): quanto più la grammatica
è introiettata e quanto più si sovrappongono i sistemi neuronali della L1 e
della L2, tanto più è alto il livello di bilinguismo tardivo (cfr. Paradis 2002).
L’ipotesi della convergenza è coerente con l’idea che tra un cervello bilingue
e uno monolingue ci siano poche differenze funzionali e strutturali: secondo
Paradis (2004, 212), L1 e L2 sarebbero addirittura due “sottosistemi” del “si-
stema del linguaggio”. In estrema sintesi, si può ipotizzare (sulla base di dati
per ora indicativi) che non solo nei bilingui precoci entrambe le lingue siano
rappresentate nelle stesse aree cerebrali, ma che, nei bilingui tardivi con alto
livello di competenza in L2, i sistemi neuronali delle due lingue tendano a
convergere come nei bilingui precoci.
In sintesi, il bilinguismo è esteso a oltre metà della specie umana e la
genetica offre a qualunque monolingue la possibilità di acquisire un’altra
lingua: è l’interazione con l’ambiente a favorire la potenzialità di un indivi-
duo a diventare bilingue; sono solo la quantità e la qualità dell’esercizio di
ognuna delle due lingue a determinare la dominanza di una sull’altra. Come
nello sport o nell’abilità di suonare uno strumento musicale, prima inizia l’e-
sercizio, più è facile che le procedure siano introiettate indipendentemente
dallo ‘studio’ delle nozioni esplicite; ma, anche in età adulta, chiunque, po-
tenzialmente, può imparare a suonare uno strumento, a praticare uno sport, a
usare una lingua in modo qualitativamente prossimo alla L1. Infine, nessuna
acquisizione, neppure quella della L1, è stabile e definitiva se non si mantie-
ne un esercizio costante, quotidiano, per tutta la vita: se i circuiti di L1 e L2
si confondono, oppure se una delle due lingue cessa di essere usata, l’altra
può “sgretolarsi”.

2. Proposta teorica sui processi traduttivi umani (PTT)

2.1. L’ipotesi del Translation Device

Il bilinguismo è una condizione necessaria, ma non sufficiente per poter


tradurre: come nota Paradis (2004, 175), “trovare un traducente equivalente
su richiesta è un compito difficile per bilingui fluenti che non siano interpreti
professionisti”. Infatti, un bilingue non specificamente addestrato può sco-
prirsi del tutto incapace di svolgere anche il più semplice esercizio di tradu-

178
zione simultanea; l’assenza di esercizio e la mancanza di preparazione teo-
rica gli impediscono:
- di richiamare alla memoria il traducente nel tempo a disposizione, cioè
pochi millisecondi;
- di applicare un ben preciso criterio di selezione se più traducenti-output
si attivano in risposta all’input della lingua di partenza;
- di sovrapporre l’emissione della traduzione in uscita all’ascolto del testo
in entrata.
Le osservazioni empiriche, l’esperienza didattica e i dati estremamente
significativi relativi a pazienti afasici bilingui suggeriscono (prima ipotesi)
che esista un Translation Device (TD), ovvero un dispositivo neuro-funzio-
nale di traduzione in dotazione a ogni essere umano bilingue che lo rende
potenzialmente in grado, previo addestramento:
- di passare da una delle due lingue all’altra (switching);
- di mantenere separate le due lingue (tagging);
- di convertire i messaggi da una lingua all’altra in modalità nativelike.
Quest’ipotesi è semplice e logica, intendendo il TD come dispositivo che
lavora in modo indipendente, ma in parallelo con quello che gestisce la lin-
gua naturale. Come spesso accade, sono i disturbi del linguaggio in pazienti
bilingui a offrire una rappresentazione dell’inquietante autonomia dei pro-
cessi traduttivi rispetto alla comprensione/produzione di una lingua. Una fol-
ta letteratura scientifica descrive i sintomi di diverse forme di ‘anomalie tra-
duttive’, che comprendono:
- impossibilità a tradurre nelle due direzioni (sia L1 ➝ L2, sia L2 ➝ L1)
pur potendo parlare le due lingue;
- traduzione spontanea: impulso incontrollato a tradurre tutto quanto viene
detto (dal paziente stesso o dai suoi interlocutori);
- traduzione senza comprensione: il paziente non comprende il testo da tra-
durre, ma lo traduce con efficacia;
- traduzione paradossale: il paziente può tradurre solo in una delle due
lingue, quella in cui non riesce più a parlare spontaneamente (e non
nell’altra)18.
Quando, viceversa, un cervello bilingue è pienamente funzionante, di-
spone di un TD che, opportunamente addestrato, consente di tradurre da una
lingua all’altra sia potendole, al contempo, parlare e capire entrambe, sia te-
nendole distinte tra loro. Tuttavia, i compiti del TD, secondo l’ipotesi, non

18. Si veda il caso riportato da Paradis et al. (1982) di una paziente arabo-francese che
poteva parlare spontaneamente un giorno in francese e non in arabo (ma traduceva in arabo
dal francese), il giorno dopo in arabo e non in francese (ma traduceva in francese dall’arabo).
Non poteva mai tradurre verso la lingua che poteva parlare. Per una rassegna dei casi, cfr. Sal-
mon, Mariani 2012, 71-76.

179
sono limitati al cervello bilingue, ma riguardano, in generale, qualsiasi cer-
vello monolingue: il TD lo rende capace di traduzione intralinguistica (cioè,
di riformulare gli enunciati L1 in sottocodici diversi). Non sono noti, infatti,
dati empirici, teorici o sperimentali che dimostrino che l’abilità di un bilin-
gue di passare da L1 a L2 e viceversa (ad esempio, dal dialetto parlato in casa
alla lingua ufficiale parlata a scuola) sia diversa dall’abilità di qualunque mo-
nolingue di passare da un registro all’altro della L1 (ad esempio, da quello
cameratesco con gli amici a quello formale a una riunione di lavoro). Il TD
è, dunque, un’ipotesi che riguarda e accomuna entrambi i tipi di traduzione:
intralinguistica e interlinguistica. Vediamo perché.
Per diventare tanto fluenti monolingui, quanto fluenti bilingui è necessa-
rio un prolungato esercizio per saper usare formule diverse che dicono “la
stessa cosa” in contesti diversi. La parola “contesto”, pur comunemente usata
anche in linguistica, non è mai stata definita, ma certamente è fondamentale:
Through language we express relations between meanings. We collocate these meanings
in context, and the context itself is meaningful to understand situations, intentions and
goal-directed actions. As a matter of fact, we cannot separate language from its context
(Morosin 2007, 103).

Si assuma ora che la definizione di “contesto” sia una correlazione di fat-


tori ben precisi, ovvero quella tra wh- factors:
WHO is saying WHAT to WHOM, WHEN, WHERE, WHY
CHI dice COSA a CHI, QUANDO, DOVE, PERCHÉ

La capacità di variare le formule in base al contesto così definito richiede


un enorme addestramento sia ai bambini in L1, sia ai principianti in L2. Nei
primi anni di acquisizione della L1, i bambini non si preoccupano di sbaglia-
re variante, riescono a gestire una sola formula: dicono “Ciao!” a chiunque,
così come fa uno studente straniero di italiano. L’addestramento alle varianti
contestuali, basato sulla memorizzazione del feed-back contestuale da parte
degli interlocutori, parrebbe quasi identico nell’acquisizione della L1 e della
L2 in età adulta: anche un bambino impara a dire “Buon giorno!” in alterna-
tiva a “Ciao!” grazie all’insegnamento (dichiarativo) dei genitori (o di altri
“care keeper”). Il TD, dunque, darebbe agli umani la facoltà sia di riformu-
lare in un altro sotto-codice della stessa lingua, sia di tradurre da una all’al-
tra lingua naturale. In tal senso, come sostiene Paradis (2004, 88, 225), in un
cervello bilingue agiscono gli stessi meccanismi di un cervello monolingue:
Sociolinguistic registers in unilinguals have come to be viewed as neurofunctionally
fractionable, in the same way as two languages in the brains of bilinguals (ivi, 88).

L’ipotesi di un TD può essere avanzata per via induttiva e può implicare


che l’addestramento alla differenziazione tra i codici sia fondamentale per la
traduzione interlinguistica:
180
se [un monolingue dispone implicitamente dell’abilità di selezionare le varianti del
sottocodice della L1 in base al contesto (ad esempio, per salutare, sa scegliere quan-
do usare “Ehilà!”, “Salve!”, “Buon giorno!”, “Ciao!”, ecc.)]
allora ➝ [un bilingue sa selezionare le varianti del sottocodice della L2];
se [un bilingue viene addestrato in base a parametri di equivalenza a convertire le
variabili L2 ↔ L1],
allora ➝ [impara a tradurre nella L1 le varianti L2 equivalenti in base ai parametri dati].

La potenziale abilità di tradurre può essere addestrata in qualsiasi esse-


re umano e, come la competenza linguistica, è di livello professionale se e
solo se si trasforma in abilità procedurale. L’attivazione e il rinforzo del TD
possono avvenire sia esercitando la memorizzazione di procedure con un ad-
destratore (ad esempio, all’università), sia con l’esercizio personale (ripeti-
zione ‘a casa’), sia in condizioni spontanee, quando un bambino o un adulto
viene sollecitato a tradurre da una lingua all’altra in àmbito familiare, sco-
lastico o lavorativo. Prima di pensare alla traduzione scritta, per l’addestra-
mento sono particolarmente indicate la traduzione simultanea o consecuti-
va in ascolto e la traduzione a vista (si legge direttamente in L1/L2 un testo
scritto in L2/L1): si tratta di esercizi che rendono più rapido il richiamo (re-
call) e il rinforzo di corrispondenze tra le due lingue. Infatti, a mano a mano
che un bilingue (a prescindere dall’età) si esercita a tradurre, nei suoi circuiti
di memoria si formano e si rinforzano nuove connessioni neuronali che ge-
nerano un “ipertesto” bilingue: l’associazione di ogni variante della L1 a
quella corrispondente della L2 è facilitata proprio dall’esercizio. Il compito
di addestramento alla traduzione, dunque, è quello rinforzare il TD velociz-
zando gli automatismi degli apprendenti-traduttori. Anche in questo caso, ciò
non implica che le conoscenze dichiarative siano inutili: qualsiasi adulto è
avvantaggiato da conoscenze teoriche esplicite sia sulle lingue di lavoro, sia
sugli algoritmi procedurali suggeriti dalla teoria. Come avviene nello sport
o nel processo di acquisizione delle procedure per suonare uno strumento
musicale o per eseguire un intervento chirurgico, imitazione e ripetizione
vanno supportate, prima e dopo, dalla capacità di analizzare consapevolmen-
te il proprio operato e renderlo coerente alle indispensabili nozioni teoriche.
Se collegate all’esercizio procedurale, le conoscenze dichiarative possono
facilitare il ricorso alle strategie euristiche necessarie in situazioni nuove,
che richiedono aggiustamenti procedurali (come alla guida di un veicolo in
situazioni impreviste). Ovviamente, più tempo ha a disposizione il tradutto-
re, più ha la possibilità di riflettere sulle proprie opzioni: ma, anche nel caso
dell’interpretazione simultanea di conferenza, quando il margine di correzio-
ne degli errori è limitatissimo, proprio la capacità di analizzare a posteriori la
causa degli errori aiuta a non commetterli più in seguito e a studiare strategie
migliori per correre meno rischi.
In sintesi, a favore dell’ipotesi di un circuito specifico per la traduzione,
si consideri l’evidenza empirica che:
181
1) addestrandosi a riformulare nella L1, si migliorano le abilità a tradurre da
una lingua a un’altra;
2) traducendo da una L2 in L1, migliorano le abilità nel tradurre da qualsiasi
altra L3;
3) sebbene l’addestramento alla traduzione L2 ➝ L1 non corrisponda in
modo diretto a quello contrario (L1 ➝ L2), tuttavia lo facilita: esercitarsi
nella traduzione passiva ha una ripercussione positiva sulle abilità in tra-
duzione attiva e viceversa.
Ciò fa pensare che l’esercizio possa agire su uno stesso circuito “tradut-
tivo” (il TD, per l’appunto) e che le differenze nelle prestazioni in entram-
be le direzioni L1 ↔ L2 dipendano dal fatto che il bilinguismo non sia mai
perfettamente bilanciato: la traduzione verso la lingua più debole (di solito
la L2) è sempre meno nativelike, ma si velocizza comunque in proporzione
all’esercizio in direzione opposta19.
Scopo della traduttologia teorica è trovare un modello generalizzabile che
spieghi quando una traduzione funziona, quali requisiti siano richiesti al tra-
duttore, quali parametri e tecniche possano considerarsi universali per af-
frontare qualsiasi situazione.

2.2. Generalità

La generalità, si è detto, è una condizione fondamentale per un modello


teorico rigoroso. In biologia, gli esseri viventi sono classificati secondo cate-
gorie che vanno dal generale al particolare (dal regno alla specie) e non vice-
versa: prima di vedere che cosa distingua una medusa da un pipistrello, una
teoria deve comprendere che cosa abbiano in comune. Se il ‘denominatore’
che accomuna gli elementi della biologia è quello della “vita”, quello che
accomuna gli elementi della traduttologia è “essere un messaggio in lingua
naturale”. Quindi, un modello teorico sulla traduzione deve partire dal mas-
simo livello di generalizzazione (che cosa accomuna la traduzione di qual-
siasi messaggio verbale) e solo al suo interno comprendere le particolarità
dei singoli casi. Nella fattispecie, la prima ambizione del modello teorico è
quella di comprendere bottom up che cosa accomuni tutte le traduzioni che
‘funzionano’ (quando, cioè, TP e TA siano sostanzialmente intercambiabili),
in modo da risalire a un principio generale di equivalenza comune a:

19. A livello scientifico, questi ‘fatti’ empirici hanno scarso valore probatorio finché non
sono corroborati da prove di laboratorio, ma non per questo sono meno importanti. Semplice-
mente, realizzare verifiche sperimentali è spaventosamente difficile sia a livello epistemolo-
gico, sia a livello organizzativo e finanziario. Prima o poi queste evidenze empiriche saranno
supportate da verifiche scientifiche (un esperimento del genere è stato realizzato all’università
di Genova; cfr. De Carli et al. 2015), ma, nel frattempo, il processo induttivo è indispensabile
a supportare l’ideazione di qualsiasi sperimentazione.

182
A) tutte le tipologie testuali;
B) tutte le coppie di lingue;
C) tutti i formati testuali (orale, scritto, elettronico).

Un modello teorico, dunque, parte dalle analogie e considera le partico-


larità e le differenze come elementi costitutivi della soluzione generale. Se
CRITERIO X è la soluzione generale per la traduzione costruita sulla previ-
sione delle differenze, si ha l’algoritmo:
se TRADUZIONE [generale], allora CRITERIO X [generale]
se TRADUZIONE [problema particolare], allora CRITERIO X [caso particolare]

In altre parole, compito del modello teorico è stabilire quali parametri e


strategie segua sempre un traduttore per riuscire in modo ottimale: 1) a sud-
dividere un testo in unità traduttive minime; 2) a selezionare in un tempo
massimamente breve una e una sola tra le opzioni traduttive considerate nel-
la sua mente; 3) a inibire tutte le altre opzioni.
Se il primo compito di un traduttore è quello di procedere a suddividere le
porzioni di testo in unità traduttive minime compatibili con la memoria di la-
voro, il secondo compito è quello di selezionare un traducente per ogni unità
considerata, de-selezionando tutti gli altri. Tradurre, di fatto, è saper sceglie-
re, saper escludere tutte le opzioni tranne una.
Il modello proposto, detto PTT (proposta teorica sui processi traduttivi
umani), è un primo tentativo di realizzare questo compito, senza alcuna pre-
tesa che sia né ‘corretto’ né, tantomeno, definitivo20. Il concetto fondamen-
tale intorno al quale verte il modello è quello di equivalenza. Tuttavia, per
poter definire due testi ‘equivalenti’, è indispensabile ‘negoziare’ una defi-
nizione del concetto stesso di “equivalenza” che è ben più ostico di quanto
si pensi. Nella storia della traduttologia, esistono innumerevoli tipologie di
equivalenza parziale (basate sull’etimologia, la morfologia, la sintassi, il di-
zionario, l’estetica, lo scopo ecc.); tuttavia, essendo la generalità il cardine
del modello, è indispensabile trovare un concetto di ‘equivalenza traduttiva’
che soddisfi qualsiasi testo a prescindere dalle lingue di lavoro e dal formato;
è indispensabile un’equivalenza generale che comprenda in sé alcuni o tutti i
livelli di equivalenza parziale e che, quindi, sia misurabile al più alto livello
complessivo del messaggio.

2.3. Sull’inquietante concetto di “equivalenza” (tra matematica e lingua


naturale)
Se qualcuno ritenesse che il concetto di ‘equivalenza’ sia chiaro, propria-
mente ‘matematico’, nonché male applicabile alla lingua naturale, dovrebbe

20. Il modello è stato presentato in più riprese, gradualmente modificate, ed è aperto a


qualsivoglia ‘miglioria’, a mano a mano che ne emergano i difetti (cfr. Salmon 2005, 2006,
Salmon, Mariani 2012, 98 ss.).

183
riconsiderare questa opinione. Di sicuro, la questione dell’equivalenza non è
per nulla univoca tra gli stessi matematici. Se si chiede a matematici diversi
quali delle seguenti operazioni siano “equivalenze” e/o “uguaglianze”, non
si ottiene una risposta unanime:
8=8 8=5+3 4+4=2x4 1 kg = 1000g π = 3,14
Tutti converranno sul fatto che, tranne 8 = 8, in tutti gli altri casi ci sono
due cose diverse da una parte e dall’altra del segno di uguaglianza; inoltre,
converranno che π = 3,14 è semplicemente un’affermazione ‘sbagliata’, è
un’uguaglianza approssimata (un ossimoro in termini); eppure, quella falsa
uguaglianza è diffusa e ‘funziona’ in molti casi senza che il segno “ = ” fac-
cia gridare all’impostura. Del resto, come suggeriva Paul Davies (1993, 19),
“la geometria euclidea è ancora insegnata nelle scuole perché rimane un’ot-
tima approssimazione nella maggior parte delle circostanze” (corsivo mio).
In realtà, parrebbe, le analogie tra matematica e traduzione sono più di
quante si pensi, l’approssimazione esiste in entrambi i casi ma, a differenza
della matematica, l’entropia in traduzione è in molti casi decisamente infe-
riore. In altre parole, anche per i matematici esistono, pur con termini diversi,
i concetti di ‘invarianza’ e ‘variante’: lo stesso teorema può avere una di-
mostrazione algebrica e una geometrica che “dicono la stessa cosa”, ma in
modo diverso, cioè con due linguaggi diversi.
Douglas Hofstadter (cibernetico, informatico, filosofo e traduttore) ha so-
stanzialmente dedicato a questo problema buona parte del suo celeberrimo
volume del 1979 Gödel, Escher e Bach: un’eterna ghirlanda brillante, chie-
dendosi quando due cose siano “la stessa cosa”, quando si abbia l’“uguale
nel diverso” (Hofstadter 2001, 161): le sue argomentazioni riguardano ogni
possibile campo dello scibile (dalla matematica alla filosofia, dalla lingui-
stica all’informatica, dall’arte alla traduzione); il termine “traduzione”, ad
esempio, viene da lui usato proprio per intendere la riformulazione matema-
tica che ha con quella verbale molto in comune (ivi, 229-232).
In termini semplici, il simbolo di “uguaglianza” (=) può indicare sia
“equivalenza”, sia “uguaglianza”, sia “identità”. A prescindere dalle defini-
zioni, si direbbe, il concetto di “equivalenza” dovrebbe essere meno rigido
rispetto a quello di “uguaglianza” o “identità”. Infatti, un numero è iden-
tico solo a se stesso (8 = 8), così come pure un messaggio (“vieni qui” =
“vieni qui”); un numero può essere uguale (ma non identico) alla somma
di due numeri (8 = 5 + 3), come la parola “ragazzino” può essere “uguale”
(ma non identica) alla somma di due parole in un’altra lingua, per esem-
pio, “little + boy”; tuttavia, con la lingua almeno, è più opportuno parlare
di equivalenza proprio perché è un criterio più elastico e più consono all’a-
spetto funzionale.
Sebbene nessuno metta oggi in discussione la traducibilità di un’equazio-
ne algebrica in una figura geometrica, è terribilmente difficile convincere la
184
maggior parte degli studiosi che la traduzione interlinguistica non solo fun-
ziona in modo analogo, ma che la retroversibilità in traduzione è straordina-
riamente frequente e molto infrequente in matematica. Fatta eccezione per i
casi di identità (8 = 8), se vedo un 8 da solo, non so se sia risultato di 5 + 3
o di 2 x 4 o di √64 o di 10-2 (e via all’infinito): non si può da un numero ri-
salire alla ‘fonte’ che lo ha generato perché infinite “uguaglianze” generano
lo stesso numero. Mentre se ho come risultato di una traduzione dall’italia-
no “Thank you very much!” posso risalire a un’altamente probabile unità di
partenza: “Grazie mille!”.
Del resto, se il grande matematico Henri Poincaré (1997, 26) ha definito
la matematica “l’arte di dare lo stesso nome a cose diverse”, la traduzione è
l’arte di dare nomi diversi alla stessa cosa, ovvero l’abilità di trasformare
ogni unità del TP in un’unità “equivalente” del TA. In entrambi i casi, muta-
tis mutandis, è questione di codici (inglese, italiano, geometria, algebra), di
regole e di contesti. Ma in traduzione c’è meno entropia, quindi la retrover-
sibilità è altamente funzionante.
Se ci chiediamo quale sia la “stessa cosa” di due enunciati linguistici ve-
diamo subito che le cose sono un po’ diverse (ma non del tutto) rispetto alla
matematica, perché il contesto (a differenza della matematica) è parte stessa
della comunicazione. Se un cliente chiede al panettiere 8/16 di torta (inve-
ce di “metà torta”) o, se chiede in drogheria “mille grammi di cioccolatini”
(invece di “un chilo”), suscita una reazione di stupore o d’ilarità. Anche in
matematica 8/16 è una variante di 1/2 (le due si “equivalgono” senza essere
identiche), ma l’informazione è quasi la stessa indipendentemente dal con-
testo. Nel linguaggio, invece, ogni variante aggiunge informazioni diverse al
variare del contesto:
“Vorrei mille grammi di cioccolatini” =
“Vorrei [un sacchetto con] un chilo di cioccolatini” + è detto in modo strano.
“Vorrei un mezzo di duemila grammi di cioccolatini” =
“Vorrei [un sacchetto con] un chilo di cioccolatini” + è detto in modo stranissimo ➝ “è fuori
di testa”.

Dal punto di vista linguistico, i due messaggi non sono affatto “equiva-
lenti”; né lo sono se si chiedono “two kilograms” dove si usano le libbre: in-
fatti, oltre a chiedere “due chili” di qualcosa, si susciterà stupore, difficoltà
a pesarli, ma, soprattutto, si avrà l’informazione: “è uno straniero e viene
da un Paese dove si usa il sistema metrico-decimale”. L’informazione di un
enunciato linguistico, quindi, pur non numerico, è comunque un “risulta-
to”, ovvero un insieme di informazioni codificabili. Ovviamente, “i cervelli
non lavorano sull’informazione nel senso dei computer, ma sul significato”
(Rose 1994, 117) e il significato è “un processo che non è riducibile a un nu-
mero di bit di informazione” (ivi, 116), ma anche l’informazione linguistica
è formalizzabile in somme di informazioni esplicite e implicite. Se dico, ad
esempio, “è venuta Maria Rossi”, so che è venuta una donna e che è italiana,
185
l’informazione è implicita, ma fondamentale (è teoricamente possibile che
sia un transgender di origine etiope che ama i nomi comuni, ma è altamente
improbabile).
Se ogni variante dentro una stessa lingua cambia le informazioni, tradu-
cendo una stringa di una lingua in quella di un’altra lingua, le stesse infor-
mazioni possono essere ri-codificate. Non si avrà di sicuro “identità” e, forse,
neppure “uguaglianza”, ma si può ottenere un’equivalenza tale da trasmette-
re tutte le informazioni dell’unità di partenza e solo quelle. Ci sarà una diver-
sa ricezione di un messaggio tra un destinatario e l’altro? In minima parte, sì;
ma anche in matematica, una formula che piace a qualcuno a qualcun altro
può apparire “goffa”, “inelegante”, persino “ridicola”: anche la matematica,
suggeriva Gabriele Lolli (1998, 45), diventa ridicola quando raggiunge com-
plicazioni esorbitanti.

2.4. Invariante, variante

Il procedimento di traduzione interlinguistica, si è detto, è simile a quello


impiegato dai monolingue per riformulare gli enunciati in sottocodici diver-
si della stessa lingua. In entrambi i casi, si tratta di riformulare una stringa
di parole (unità traduttiva minima), senza che cambi il ‘nucleo’ d’informa-
zione dell’enunciato, cioè l’invariante. Data una stessa invariante la si può
codificare in forme diverse, dette varianti o variabili. Mutando la variante,
muta (magari impercettibilmente) l’informazione complessiva: invariante +
variante. La variante è determinata da tre fattori codificati nel messaggio:
- caratteristiche diastratiche e diatopiche del parlante (provenienza sociale
e regionale);
- generale stato psico-emotivo del parlante (umore e personalità);
- specifico atteggiamento del parlante nei confronti dell’interlocutore (ge-
rarchia, cameratismo, distacco ecc.).
Ogni variante, di conseguenza, ha codificate le informazioni su alcuni o
su tutti questi fattori. Supponiamo, per esempio, che una persona chieda a
qualcuno che tiene in mano una bottiglia: “Versa!”, “Forza!”, “Vai!”, “Per
favore!!!”, “Ti dispiacerebbe versarmi un po’ d’acqua?”, “Versi pure!”, “Le
dispiacerebbe…”, “Mi verserebbe…”, oppure che, semplicemente, allunghi
il bicchiere all’interlocutore con uno sguardo complice o ingiuntivo, dicendo
solo: “Grazie!”. Queste sono tutte varianti di una sola invariante, rappresen-
tabile come:
[parlante] ➝ [volere] + [acqua ↔ bere]

Come si vede dall’esempio, nella riformulazione intralinguistica, l’infor-


mazione complessiva (invariante + variante) cambia sempre, sebbene alcu-
186
ne informazioni possano essere recepite solo a livello implicito (senza che i
comunicanti le registrino consapevolmente). Al mutare della variante, cam-
bia sempre l’informazione complessiva: non esistono, né possono esistere
sinonimi all’interno della stessa lingua, ma solo quasi-sinonimi. Questo vale
per le locuzioni, per gli enunciati, per i singoli lessemi, persino per le prepo-
sizioni e i morfemi: non solo “sono triste” e “sono mesto” contengono infor-
mazioni diverse (“mesto” = “triste” + ”stranezza”), non solo “ho un libro” è
diverso da “ho il libro”, ma anche “vengo tra tre ore” e “vengo fra tre ore”
sono un pochino diversi (il primo è un pochino più cacofonico e informa sul-
la sensibilità stilistica dell’autore del messaggio).
Viceversa, nella traduzione interlinguistica è possibile, per ogni unità mi-
nima di partenza, trovare un traducente in lingua di arrivo che contenga pre-
cisamente la stessa informazione complessiva, cioè la stessa invariante + la
stessa variante. In questo e solo in questo caso si può parlare di equivalenza
funzionale (o f-equivalenza).
La comunicazione funziona perché l’interlocutore non solo comprende
l’invariante, ma anche l’informazione supplementare espressa dalla varian-
te. Sta al traduttore valutare il potenziale informativo che ogni unità del TP
offre al destinatario e trasformarlo in un’unità del TA che abbia lo stesso po-
tenziale informativo. Solo un eccellente bilinguismo consente a un traduttore
di sentire in L2 anche la minima differenza tra le varianti, di recepire le in-
formazioni trasmesse dal TP; senza questa abilità, nessun modello traduttivo
potrà essere d’aiuto. Bilinguismo e competenze teoriche, dunque, sono due
condizioni necessarie a un ottimale processo traduttivo, ma sono sufficienti
solo se concomitanti.
Per semplificare, possiamo chiamare l’invariante il COSA (viene detto)
e la variante il COME (viene espressa l’invariante). Quando parliamo, regi-
striamo il COME in modalità automatica, prestando attenzione soprattutto al
COSA: questa è la norma, poiché di solito la variante rispecchia le aspettative
di un interlocutore. Quando, invece, il COME disattende le aspettative, può
diventare più importante (cioè, più informativo) del COSA viene detto. Se
un uomo guardando l’amante negli occhi le sussurra “Ti voglio bene”, può
ottenere l’effetto opposto rispetto all’enunciato “Ti amo!”21. Basta cambiare
una preposizione e può cambiare radicalmente il significato fraseologico di
un enunciato: “è una persona interessata a tutto quello che fa” è ben diverso
dal dire “è una persona interessata in tutto quello che fa”, ma un non nativo
necessita di un alto bilinguismo per cogliere tutte le differenze, per quanto
minime.

21. L’orecchio interno di qualsiasi italofono sa che l’invariante di “amare” e “voler bene”
è la stessa, ma sa anche (addestramento pragmatico) che nel contesto rapporto-di-coppia, “ti
voglio bene” significa “Non ti amo [più]”, e che “Ti amo” tra un genitore e un figlio è disdi-
cevole perché implica un coinvolgimento incestuoso.

187
In sintesi:
la frequenza con cui compare nella lingua una particolare sequenza sintattica può costitui-
re un elemento di previsione più forte di qualsiasi altro. Ma a volte, e a seconda del con-
testo, altri fattori possiedono una maggiore capacità di previsione (Altmann 2001, 245).

2.5. L’orecchio interno

È ipotizzabile che il TD o, comunque, il meccanismo di decodificazio-


ne dei messaggi di cui è dotato un cervello umano possieda uno strumento
appositamente atto a registrare ogni input linguistico e a valutarlo: lo si può
chiamare orecchio interno, o anche sotto-sistema di riconoscimento dei suo-
ni nel contesto (Salmon, Mariani 2012, 112-117).
Se il COME corrisponde alle attese (a livello grammaticale, lessicale, fo-
nologico e pragmatico), l’interlocutore non presta attenzione alla variante;
se, invece, uno dei livelli del COME disattende le aspettative, l’enunciato in-
nesca l’attenzione dell’interlocutore che rileva un’informazione supplemen-
tare, cioè ottiene dati nuovi non solo sull’invariante (per esempio, “a che ora
devo andare dal professore”), ma anche sul parlante: se il professore ha usato
un imperativo, può farlo, è il professore, mentre io sono lo studente e, quindi
(informazione importante), non posso negoziare. La valutazione implicita e
simultanea dell’orecchio interno è una sorta di comparazione tra aspettative
e contesto (wh- factors).
Si immagini una situazione in cui la mamma cerca di dire qualcosa al
papà mentre i bambini disturbano: ‘suona normale’ che la mamma dica “Ma
volete stare un po’ zitti, bambini?!”. In questo contesto, l’enunciato è defi-
nito non marcato, perché è ‘normale’ che una mamma seccata dica così; si
immagini, invece, che un moderatore a una conferenza usi lo stesso messag-
gio, rivolgendosi al pubblico di accademici, “Ma volete stare un po’ zitti, si-
gnori?!”: in quest’altro contesto l’enunciato sarebbe marcato e informerebbe
che il moderatore ha perso il controllo della convenzione comunicativa (che
impone di dire: “Per favore, signori, un po’ di silenzio!”). Tutti i presenti av-
vertirebbero l’incongruenza tra contesto ed enunciato.
Si pensi ora a come valutiamo qualcuno che dica “Non pensavo che veni-
va!”: se è un italiano nativo inferiamo informazioni molto diverse rispetto al
caso che sia uno straniero; se al difetto grammaticale si aggiunge l’accento
straniero, non scommettiamo più che la persona sia “ignorante” (marcatezza
negativa), ma semplicemente che stia imparando l’italiano e sia già in grado
di farsi capire (marcatezza positiva, nonostante il fastidio per l’errore). Que-
sto tipo di marcatezza è detta pragmatica o funzionale (in sintesi, f-marca-
tezza).
L’orecchio interno è il dispositivo che misura la f-marcatezza, che solleci-
ta o inibisce l’attenzione al COME è stata formulata un’invariante (il COSA):
188
si tratta, ipoteticamente, di un circuito mentale di controllo della congruenza
contestuale degli enunciati-messaggi. L’orecchio interno non è ancora sta-
to individuato a livello neuro-funzionale, quindi, al momento, potrebbe es-
sere definito come “l’ipotetico, complesso sistema in grado di valutare la
congruenza tra ogni enunciato in un determinato contesto (wh-factors) e le
aspettative dei comunicanti”. L’orecchio interno relativo alla L1 viene eser-
citato fin dalla nascita; a mano a mano che crescono la competenza e la sen-
sibilità linguistica di un parlante, può raggiungere diversi livelli di sofistica-
tezza.
Uno studente, dopo un esame, può dire:
“Quando mi ha fatto quella domanda, mi ha preso un colpo!”
“Quando mi ha fatto quella domanda, mi è venuto un infarto!”
“Quando mi ha fatto quella domanda, me la sono fatta sotto!”

Ma non dirà:
*“Quando mi ha fatto quella domanda, ho preso un colpo!”
*“Quando mi ha fatto quella domanda, mi è venuto un infarto del miocardio!”
*“Quando mi ha fatto quella domanda, ho evacuato!”

Le espressioni “ho preso un colpo!”, “mi è venuto un infarto del miocar-


dio!”, “ho evacuato!” esistono e si possono dire in molti contesti, ma non in
funzione metaforica, non in quel contesto. L’orecchio interno di ogni par-
lante suggerisce automaticamente non solo se un enunciato è frequente, ma
se è attendibile in quel preciso contesto. Un elemento ‘fuori posto’ può es-
sere involontario o volontario, sbagliato o creativo. Le persone si aspettano
che il COME corrisponda alle aspettative contestuali; quando le aspettative
sono disattese, l’effetto può essere positivo se il parlante ‘gioca’ consapevol-
mente e creativamente con la lingua (ironia, humor, poesia, aforistica ecc.),
mentre è negativo se c’è stata noncuranza linguistica o deliberato attacco
(sarcasmo)22.
Applicato alla traduzione, l’orecchio interno entra in azione due volte:
prima, per valutare l’input (enunciato di partenza), poi per verificare l’output
(enunciato di arrivo); è come se il traduttore selezionasse i traducenti in base
alla scommessa che, se l’emittente del messaggio (autore) avesse usato la
lingua di arrivo, avrebbe scelto quella e solo quella variante. Poniamo che
la prima unità di partenza di un testo inglese sia “Once upon a time…”,
grazie al suo orecchio interno, il traduttore seleziona il traducente in base al
contesto: se è l’incipit di una fiaba, sceglie l’espressione fraseologica italiana
“C’era una volta…”, cioè quella che l’autore avrebbe usato se fosse stato

22. Supponiamo che la moglie chiami il marito per cognome (“Buona sera, Rossi!”) o con
il titolo (“Buon giorno, avvocato!”), a seconda dell’intonazione, il marito recepisce affettuosa
ironia o sarcasmo. Se, tuttavia, la moglie chiama sempre il marito “Rossi”, si produrrà un’a-
bituazione che annullerà, in quel preciso contesto, la marcatezza.

189
italiano. La creatività linguistica, tuttavia, fa sì che gli autori ‘giochino’ con
le parole, ad esempio, manipolando le formule, la fraseologia. Così, Denise
Doyen ha pubblicato nel 2009 un libro per bambini che s’intitola Once upon
a twice. Se si dovesse tradurre il titolo in italiano, un traduttore troverebbe
la soluzione già pronta nel titolo di Gianni Rodari C’era due volte il barone
Lamberto (probabilmente Doyen lo conosceva…). A sua volta, il titolo di
Rodari è stato tradotto in alcune lingue manipolando il fraseologismo in
modo equivalente (Il était deux fois le baron Lambert, Twice upon a time
there was the Baron Lambert, Žil-byl dvaždy baron Lambert, Érase dos veces
el barón Lamberto ecc.); al contrario, nel titolo tedesco Zweimal Lamberto, è
stata eliminata la marca del TP, pregiudicando sia l’associazione con la fiaba
(che sarebbe stata “Es war zweimal…”), sia l’elemento ‘buffo’ del TP, sia
il titolo nobiliare, per di più introducendo una marcatezza non prevista nel
mondo fantasioso dei bambini: il nome italiano (Lamberto) nel titolo. Il titolo
tedesco trasmette un’incongruenza rispetto al TP, omettendo l’informazione
dominante (“siamo in un mondo fiabesco per l’infanzia”).
Certamente i titoli sono un’anomalia in àmbito traduttologico, visto che
spesso sono stabiliti dagli editori e non dai traduttori (sono ‘microtesti’ affini
ai marchionimi), ma proprio per questo, grazie alla loro funzione, sono un’ot-
tima ‘palestra’ per addestrarsi ai problemi della traduzione funzionale. Ad
esempio, nelle lingue slave in cui manca l’articolo, il traduttore dovrà spes-
so compiere una valutazione critica complessiva per decidere se Inostranka
(titolo di Sergej Dovlatov) sia in italiano “Straniera”, “La straniera” o “Una
straniera”: per un italofono L1 c’è una differenza e un lettore potrebbe essere
attratto da una variante del titolo, ma non dall’altra.

2.6. Marcatezza funzionale e f-equivalenza

Nel paragrafo precedente si è introdotto il concetto di f-marcatezza che


non coincide con il termine generico di “marcatezza” spesso utilizzato in
linguistica. “Marcatezza”, infatti, è di solito riferito alla struttura sintattica
di un enunciato a bassa occorrenza (cfr. Benincà 1988, 116; Waugh, Lafford
1994): è “marcata” una struttura poco usata, meno frequente rispetto alla
struttura “non marcata” (quella usata dai parlanti ‘per default’). L’uso gene-
rico del termine considera il criterio statistico ma non quello relativo al con-
testo; come si è visto, in realtà, un enunciato frequente in un contesto non lo
è in un altro. Se, invece, si computa il criterio statistico in base ai dati conte-
stuali (fattori wh-), ci si rende conto che la “marcatezza” che ne deriva è un
parametro più complesso e completo, cioè correlato a tutti gli elementi della
lingua: suoni, lessico, morfologia, sintassi, intonazione, fraseologia ecc. La
f-marcatezza, a differenza di quella generica, rappresenta il livello comples-
sivo, gerarchicamente più alto della comunicazione linguistica ed è un para-
metro universale per misurare tanto il grado di competenza linguistica di un
190
parlante (L1 e/o L2), quanto l’equivalenza di due testi in lingue diverse (TP
e TA). In poche parole, la f-marcatezza è parametro fondamentale della tra-
duzione, utile a tradurre, utile a valutare le traduzioni. Solo un alto grado di
bilinguismo consente, infatti, al traduttore:
1) di recepire la f-marcatezza dell’enunciato di partenza in L2;
2) di trovare un equivalente funzionale in L1 basato sul rapporto COSA/
COME è detto.
L’equivalenza funzionale, o f-equivalenza, misura pertanto la corrispon-
denza della f-marcatezza tra unità del TP e unità del TA rispetto sia all’in-
formazione dell’invariante, sia all’informazione della variante. Se due unità
hanno la stessa f-marcatezza sono f-equivalenti.
Nel parlato quotidiano, l’orecchio interno consente di recepire la f-mar-
catezza a livello implicito, subliminale. Quando si traduce, è più complicato:
inizialmente, un aspirante traduttore si esercita a valutare la f-marcatezza e,
solo dopo un prolungato esercizio, è in grado di automatizzare il processo
di ricerca e valutazione della f-equivalenza. È la consapevolezza pragmatica
a far selezionare l’opzione che rispecchia la stessa occorrenza nel contesto,
viceversa, i traduttori elettronici, che non conoscono il contesto, risolvono le
ambiguità in modo casuale o meccanicistico. Mentre l’’automatismo umano
è il risultato di procedure addestrate, per ora i programmi di traduzione sono
quasi del tutto insensibili ai fattori wh-23.
In sintesi, il modello teorico (PTT) afferma che un testo in L1 è equifun-
zionale a un testo in L2 se conserva, unità per unità, la stessa combinazione
di informazione sul COSA e sul COME. Se numerose unità tradotte non cor-
rispondono allo stesso livello di f- marcatezza delle unità di partenza, il com-
plessivo equilibrio d’informazione si altera, creando un TA il cui potenziale
funzionale è diverso nel suo complesso: un testo comico fa ridere di più o di
meno, una poesia commuove di più o di meno, l’ambiguità è troppa o troppo
poca, lo stile cambia. Molto spesso, in un testo, la differenza tra rozzezza e
innovazione, tra eleganza e trivialità, è data da un sottile equilibrio di mar-
catezze funzionali, alterando le quali si ‘snatura’, per così dire, lo stile della
lingua e, quindi, il messaggio.
Grazie alla f-marcatezza si può misurare la f-equivalenza di qualsiasi cop-
pia di testi paralleli, di cui uno è traduzione dell’altro, da qualsiasi lingua in
qualsiasi lingua. È la funzionalità contestuale che permette a un traduttore:
- di selezionare, tra i potenziali quasi-sinonimi del suo “catalogo menta-
le”, l’unico sinonimo che contiene la stessa informazione complessiva (il
COSA e il COME) dell’unità di partenza;
23. Ad esempio, testando Google Traduttore con vari enunciati dall’inglese verso il russo
(o il francese), di fronte a “you”/“your” il sistema sceglie ogni tanto il “voi”/“vostro” (forma
di cortesia) e ogni tanto il “tu”/“tuo”. L’umano sa prendere la decisione perché sa rapportare
l’unità di partenza al contesto che ha in mente, (se la mamma francese parla a suo figlio, “you”
diventa “tu”, se la stessa mamma parla con il postino, “you” diventa “vous”).

191
- di escludere (inibire) i quasi-sinonimi che aggiungono o sottraggono par-
te dell’informazione (invariante o variante).
Secondo il modello teorico, la traduzione può essere vista come un proces-
so di selezione di sinonimi equifunzionali. Idealmente, una perfetta taratura
della f-marcatezza di ogni unità dovrebbe garantire una sostanziale retrover-
sibilità: ritraducendo il TA in lingua di partenza si dovrebbe, idealmente, ot-
tenere il TP. La retroversibilità, di certo, non è sempre garantita e questo per
due ragioni: o perché il TA non rispetta la f-equivalenza (la traduzione non è
professionale), o perché, anche nel caso di un traduttore professionista, la mi-
nima componente soggettiva del suo orecchio interno crea sempre un inevita-
bile fenomeno di entropia. Ma è pur sempre un’entropia molto minore rispet-
to a quella che impone la ‘traduzione’ dal linguaggio geometrico in quello
algebrico: se un’equazione è traducibile in una e una sola figura geometrica,
la figura ottenuta può essere convertita a sua volta in un numero infinito di
equazioni. Al contrario, in una traduzione professionale, una frase ri-tradotta
da un altro professionista si avvicina sempre moltissimo al TP e rende comun-
que identificabile l’unità di partenza con quella di arrivo (e viceversa).
Mentre l’informazione invariante (COSA) è fissa, la variante (COME)
può essere rappresentata su un piano cartesiano che indichi in ordinate la di-
stanza gerarchica tra parlante e interlocutore e in ascisse l’affettività: i due
parametri si combinano in un preciso punto P che indica la ‘dose’ di autori-
tà, paternalismo, cameratismo o neutralità. È uno schema straordinariamente
primitivo rispetto alla complessità delle gradazioni, ma utile a comprendere
come una minima variazione dell’unità di partenza implichi la stessa varia-
zione nella selezione dell’unità in lingua di arrivo:
Fig. 1 – Il piano cartesiano del COME (è espresso il COSA)

('"%'%& "           #'%!& "
 


 
 


                      

     
!('%'+             %'& "

             
          
 

Il punto 0 dello schema, all’incrocio degli assi, indica un’astratta


neutralità, che è presente solo nelle istruzioni o nella comunicazione

192
tecnica e scientifica (si pensi alle espressioni impersonali della matematica
come “si assuma X come …”); si potrebbe affermare che meno un testo è
espressivo, meno sono marcate le unità traduttive che contiene, maggiore è
la f-equivalenza della retroversione. Tuttavia, non è una regola rigida; infatti,
la neutralità è sempre recepita dagli umani come distanza, quindi infastidisce
(‘allontana’) chi non abbia dimestichezza con queste formule linguistiche.
Paradossalmente, la neutralità di un enunciato può non innescare una risposta
neutrale: chi è abituato allo stile neutro lo recepisce come ‘non distante’,
ma chi non è abituato lo recepisce come autoritario: nelle comunicazioni
orali dei testi scientifici esistono sempre inflessioni percettibili che rendono
la comunicazione più autoritaria o più confidenziale e questa differenza
riflette il rapporto tra i due comunicanti (relatore e pubblico)24. In sintesi,
gli enunciati collocabili al punto 0 sono davvero pochi: per scrivere e per
tradurre un testo di istruzioni apparentemente neutrale si deve comunque
decidere se usare “tu”, “Lei”, “voi” o l’infinito: “premi/prema/premete/
premere il tasto Avvio”.
Nel punto di massima gerarchia e di minima affettività si ha l’autoritari-
smo che esprime la posizione di distanza e superiorità espressa dal parlante
(tipico di chi comanda e si trova in posizione asimmetrica con i sottoposti);
in quello di massima gerarchia e di alta affettività, si ha il paternalismo che
esprime una posizione di superiorità, ma con affettività (tipico di chi coman-
da per il bene dell’interlocutore, come i genitori con un figlio, o i politici
populisti con i loro ammiratori); nel punto di minima gerarchia e massima
affettività si ha il cameratismo (tipico di chi appartiene a un gruppo paritario:
amici, compagni, colleghi di stesso livello). Rispetto ai quattro estremi, ‘nel
mezzo’, si trova l’immensa gamma potenziale delle ‘dosature’ intermedie.
Secondo il modello teorico, per ogni punto P del piano cartesiano della
lingua di partenza esiste un punto e uno solo che corrisponde alla stessa
f-marcatezza sul piano cartesiano della lingua di arrivo (cioè allo stesso
rapporto COME/COSA). Se tutti gli enunciati di un TA hanno la stessa
f-marcatezza dei relativi enunciati del TP, i due testi sono f-equivalenti e
nel processo di retroversibilità l’entropia è minima. Se due varianti della
“stessa COSA”, nella stessa lingua, non possono mai essere “la stessa cosa”,
in due lingue diverse possono esserlo, dipende solo dall’addestramento del
traduttore: un professionista non dovrebbe mai dire nella lingua di arrivo
“quasi la stessa cosa”, come sosteneva Eco (2003), ma dovrebbe dire la

24. Si consideri anche che le comunicazioni asettiche realizzate con sintetizzatore di voce
artificiale, capaci di emettere enunciati senza alcuna inflessione gerarchico-affettiva, vengono
comunque recepite come marcate, cioè come ‘distanti’: la mancanza totale di coinvolgimento
relazionale (l’indifferenza) da parte di un parlante dà sempre una sensazione (talvolta appena
percettibile) di autoritarismo; questo vale a qualsiasi livello linguistico (compreso quello so-
noro: fonetico e intonazionale). Per questo motivo le segreterie telefoniche evitano i sintetiz-
zatori e sono spesso programmate con registrazioni di voce umana con inflessioni ‘gentili’ e
sottofondo musicale.

193
stessa cosa. Semplicemente, il concetto di “stessa cosa” è meno rigido e più
complesso di quanto ritenga il senso comune.
Si può, dunque, considerare la f-equivalenza come “identità” di due cose
“diverse”? No. Così come non è possibile considerare “identiche” le espres-
sioni “due chili” e “duemila grammi”, così come non sono “identiche” un’e-
quazione algebrica e una parabola geometrica. La f-marcatezza è un parame-
tro universale che può misurare l’alto grado di neutralità di un testo tecnico e
la massima creatività di un testo espressivo. Solo nel caso della poesia, dove
i vincoli testuali sono spesso troppi e troppo coesi per poter ri-creare un testo
che risponda al criterio di retroversibilità, si procede a una selezione delle
varianti che rispetti la dominante testuale, assecondando la funzione gerar-
chicamente più importante e, dove possibile, anche le altre, sempre in ordine
gerarchico.
Prima di esemplificare il procedimento, è importante un’altra considera-
zione generale che riguarda il TP: chiunque abbia scritto il TP ha seguito un
processo di selezione delle unità testuali non dissimile da quello della tradu-
zione. La scrittura non è così diversa dalla ri-scrittura e qualunque autore,
anche di un testo scientifico, lo sa bene: per ogni enunciato, sceglie le parole
e il modo per combinarle tra una grande quantità di opzioni; la selezione non
è mai casuale, è coerente all’insieme del testo e risponde a qualità che richie-
dono un’attenta elaborazione linguistica, uno specifico dosaggio di f-marca-
tezze. Questo implica che ogni autore di qualsiasi TP ha scelto di non usare
le altre varianti e in traduzione il compito principale è non usare le varianti
che l’autore avrebbe scartato.

2.7. Esemplificazione

Un enunciato utile a illustrare l’applicazione del parametro della f-mar-


catezza è l’incipit del romanzo breve di Dovlatov La valigia (1986). L’equi-
funzionalità della traduzione italiana dell’incipit è stata misurata in base al
parametro della f-marcatezza:
All’Ufficio per l’espatrio quella stronza viene a dirmi (Dovlatov 1999, 11).

Perché il lettore, destinatario della traduzione, può ‘fidarsi’ che nessuna


delle varianti scartate da Dovlatov nell’incipit sia quella del TA italiano? Può
fidarsi perché il traduttore, misurando la f-marcatezza complessiva, ha de-
selezionato le opzioni che dicevano “quasi la stessa cosa”. Tra queste opzioni
(e sono solo una minima parte di quelle quasi-sinonimiche, non f-equivalenti,
che potrebbero venire in mente a un traduttore che usi altri parametri) c’è:
All’Ufficio per l’espatrio quella stronza mi dice.
All’Ufficio per l’espatrio quella stronza mi fa.
All’Ufficio per l’espatrio una stronza viene a dirmi.

194
All’Ufficio per l’espatrio questa stronza viene a dirmi.
All’Ufficio per l’espatrio questa cagna dice a me.
All’OVIR [N.d.T.] questa stronza mi dice.
All’OVIR [N.d.T.] una stronza mi dice.
All’OVIR [N.d.T.] una cagna mi dice pure.
All’OVIR [N.d.T.] quella stronza mi dice pure.
All’Ufficio passaporti mi dice una stronza.
All’Ufficio passaporti anche una stronza mi dice.
All’Ufficio passaporti questa stronza mi ha detto.
All’Ufficio passaporti quella stronza è venuta a dirmi.
All’Ufficio emigrazione questa bastarda mi dice.
All’Ufficio emigrazione quella bastarda mi ha detto.
E così via

Quale fosse il traducente f-equivalente lo suggerisce la f-marcatezza


dell’enunciato di partenza:
V OVIRe eta suka mne i govorit.

Questa frase, apparentemente semplice, può essere usata come ‘micro-


manuale’ di traduttologia. Nell’incipit del libro, secondo il suo stile, Dovla-
tov suscitava deliberatamente nel lettore la sensazione di riprendere, tra ami-
ci, una conversazione interrotta poco prima; al tempo stesso, questo ‘effetto
cameratesco’ era dato dalla certosina ricerca dell’inflessione tranchant che
caratterizzava la sua generazione di intellettuali sovietici, ossessionati dal
perfezionismo verbale, dai suoni, da una ricercata laconicità. Dovlatov lima-
va la struttura sonora, ritmica, estetica di ogni enunciato, selezionava solo
quella che per lui era ‘perfetta’, e ‘perfetta’ significava ‘credibile’ nel conte-
sto comunicativo. L’unico modo per ri-fare la “stessa cosa” era selezionare
un traducente con la stessa f-marcatezza, scegliendo di tradurre:
- con un’esplicitazione l’acronimo “OVIR” (che sta per “Sezione visti e re-
gistrazioni”, ma indicava in epoca sovietica il luogo dove si chiedeva il
passaporto, si registravano gli stranieri e si otteneva il “visto per l’espa-
trio”); la scelta che quell’esplicitazione fosse “Ufficio per l’espatrio” e
non “Ufficio passaporti”;
- “suka” con “stronza” e non “cagna” (come suggeriscono i dizionari); la
scelta di tradurre con il presente il russo “govorit” (cosa non scontata,
perché in russo non esiste coerenza temporale nelle narrazioni e spesso il
presente si alterna al passato nello stesso paragrafo, quindi spesso si rende
con il passato remoto);
- la “i” polisemica del TP (“i govorit”) – che potrebbe significare, in gene-
rale, “anche” oppure “e” – con “viene a dirmi” (perché qui ha valore fra-
seologico);
- l’aggettivo dimostrativo “eta” non con “questa”, ma con “quella” (evitan-
do un calco che i traduttori italiani spesso assecondano a dispetto dell’o-
recchio interno alla nostra lingua) eccetera.
195
Le numerose e complesse computazioni che riguardano una sola unità
traduttiva minima richiedono molto tempo per essere formalizzate in moda-
lità dichiarativa; solo un traduttore addestrato svolge l’operazione in moda-
lità implicita, procedurale e può poi fermarsi a riflettere e spiegare il criterio
che ha seguito: l’orecchio interno di un traduttore bilingue può misurare le
marcatezze a una velocità sorprendente. Sebbene nel caso di un testo scritto
(come questo) si possa anche intervenire a posteriori per modellare la tradu-
zione, molto spesso, tuttavia, la prima soluzione, quella intuitiva, è la miglio-
re25. Per questo, un professionista è sempre, almeno in parte, un traduttore
“simultaneo”.

25. Come accade agli studenti durante gli esami: quasi sempre, nelle correzioni, sostitui-
scono a una risposta giusta, data intuitivamente, una sbagliata, frutto della riflessione.

196
5.
IL PROGETTO, LE STRATEGIE, LE TECNICHE

1. Il progetto

1.1. Riflessione, gerarchia decisionale, automatismo

In ogni attività umana, la progettualità rispecchia la consapevolezza della


responsabilità professionale. La traduzione non fa eccezione; infatti il tradut-
tore è “responsabile di ciò che viene detto” (Pym 1997, 45) non solo davanti
alla legge, ma anche nei confronti dell’autore del TP e dei destinatari del TA.
Ovviamente, un progetto, in qualsiasi professione, può rivelarsi difettoso, ma
la consapevolezza e il senso di responsabilità che lo generano aiutano di per
sé, in un circolo virtuoso, a ridurre i rischi di fallimento: in sostanza, un cat-
tivo progetto è sempre meglio dell’arbitrio.
In qualsiasi campo professionale, per eseguire lo stesso compito si posso-
no fare progetti molto diversi, che tengano conto del rapporto costi/benefici,
della valutazione dei rischi e, in particolare, della correlazione tra tempo e ri-
sorse disponibili; qualsiasi progetto, per essere approvato da chi lo eseguirà,
deve essere realizzabile e coerente rispetto ai vincoli esterni1.
Il fine ultimo di un progetto traduttivo è proprio quello di calcolare quali
strategie e tecniche possano consentire più facilmente di riprodurre in lingua
di arrivo le f-marcatezze di un dato TP, senza pregiudicarne il potenziale co-
municativo ed estetico, valutando, almeno, quale sia la dominante testuale da
considerare irrinunciabile e gerarchicamente più rilevante. Non solo è fonda-
mentale valutare le asimmetrie tra le due lingue di lavoro, ma anche conside-
rare da quale delle due lingue si traduca nell’altra una determinata tipologia
testuale: in numerosi casi, anche le asimmetrie, per così dire, funzionano in

1. Il fatto, ad esempio, che i traduttori siano pagati in modo, talvolta, ridicolo non si ri-
percuote sulla qualità della traduzione perché il traduttore ‘si vendica’ del mancato ricono-
scimento economico, ma solo perché, nel frattempo, deve fare altro per guadagnare, invece di
dedicarsi interamente alla traduzione.

197
modo asimmetrico. Traducendo, ad esempio, una canzone americana in ita-
liano, si hanno problemi opposti a quelli che s’incontrano traducendo una
canzone italiana in inglese (legati, soprattutto, al diverso numero medio di
sillabe per parola da far combaciare con le stesse sequenze musicali: verso
l’italiano si deve eliminare, verso l’inglese si deve aggiungere).
La progettazione della gerarchia su cui si basa il processo decisionale (cfr.
Levý 1995) e la conseguente applicazione di quelle, e non altre, strategie e
tecniche dipende, quindi, dalle due lingue del TP e del TA, dalla tipologia te-
stuale correlata alla tipologia linguistica contrastiva (asimmetrie tra le lingue
di partenza e di arrivo) e dai fattori esterni (tempo, costi, rischi ecc.). In ge-
nerale, per prendere una decisione efficace, osservava Damasio (1995, 236),
qualsiasi soggetto umano deve conoscere:
a) la situazione che richiede una decisione; b) le differenti possibili scelte di azione (ri-
sposte); c) le conseguenze di ciascuna di tali scelte (esiti) nell’immediato e in tempi
futuri.

Nel caso della traduzione, in particolare, un efficace processo di decision


making necessita non solo di requisiti di base (alto grado di bilinguismo, so-
fisticata competenza attiva nella L1, dimestichezza con la data tipologia te-
stuale), ma anche di un progetto consapevole che stabilisca le priorità e pre-
veda le conseguenze delle proprie scelte.
Poiché ogni traduzione professionale, a prescindere dalla tipologia te-
stuale, ha un committente (o cliente), il progetto è almeno in parte condizio-
nato dall’esterno2. Per lo più, il committente e il destinatario della traduzione
non coincidono, ma non sempre il committente ne è consapevole e capita che
avanzi al traduttore richieste poco chiare o addirittura irrealistiche: capitano
clienti che non comprendono affatto il livello di difficoltà delle operazioni
traduttive e altri che neppure sospettano che la traduzione si avvalga di com-
petenze, eccetto un approssimativo bilinguismo occasionale; alcuni clienti
pretendono di insegnare al traduttore il mestiere, altri, pur di pagare meno,
vorrebbero che il professionista fosse un po’ meno professionale. È una cosa
molto positiva per il traduttore (e per la traduzione) se il committente è com-
petente o, almeno, rispettoso della professionalità altrui.
Sebbene la finalità della traduzione non sia il parametro unico del progetto
(come assume la Skopostheorie), è di certo quello più importante: sulla base
dei parametri legati al committente e ai destinatari, il traduttore opera una se-
rie di opzioni concatenate e interdipendenti, adottando strategie che possono
essere molto diverse e, talvolta, opposte. Si prenda come esempio la traduzio-
ne di un testo teatrale: il progetto cambia radicalmente se il committente è:
- un editore che vuole pubblicarlo in volume e i destinatari sono lettori (in questo caso,
si tratta di traduzione letteraria);

2. Il committente può essere un editore, un’agenzia di traduzione, un’istituzione pubblica


o privata, uno studio professionale, una ditta, un privato ecc..

198
- un regista che vuole realizzare in scena il testo straniero e richiede i copioni tradotti
(i destinatari sono sia gli attori, sia gli spettatori);
- un regista che vuole far recitare il TP in lingua di partenza, utilizzando un sopratito-
laggio3 (i destinatari sono spettatori che devono leggere);
- uno storico del teatro interessato a conoscere quel testo teatrale di cui non capisce la
lingua (il destinatario coincide con il committente).
Il ‘senso comune’ potrebbe suggerire che solo la traduzione letteraria,
soprattutto poetica, richieda una progettazione vera e propria, laddove, ad
esempio per l’interpretazione simultanea, non abbia molto senso parlare di
‘progetto traduttivo’; l’interprete, a prima vista, non ha tempo sufficiente né
per progettare, né per controllare che la propria prestazione corrisponda al
progetto. In realtà, non è così: un interprete professionista, come un calciato-
re o un chirurgo, deve aver precedentemente studiato ed esercitato a lungo le
strategie da applicare proprio perché non avrà tempo per fare troppi calcoli in
progress: per correre meno rischi, per utilizzare al meglio il (poco) tempo a
disposizione per la propria prestazione, deve aver automatizzato le procedure
secondo parametri progettuali preventivi. Scopo della progettazione, quindi,
è anche quello di dotarsi di un modello procedurale euristico che renda par-
zialmente prevedibile la combinazione delle numerose variabili con alcune
inevitabili incognite. Per quanto ‘accidentale’ possa sembrare a uno spetta-
tore la singola prestazione di un interprete o di un atleta, a monte c’è sempre
un’attenta preparazione e una precisa strategia, cioè un insieme di scelte che
corrispondono a una gerarchia decisionale e che possono avvalersi di tecni-
che diverse, talvolta opposte tra loro. Un interprete, in particolare, ha affina-
to persino la capacità di prevedere approssimativamente, su base statistica,
che a certe parole dell’oratore ne seguiranno altre, così come, per diventare
un tennista professionista, si è automatizzato un sistema di calcolo probabi-
listico per prevedere, in una data situazione, la ‘qualità’ della palla che arri-
verà dall’avversario in risposta (direzione, potenza, taglio, altezza, velocità).
In qualsiasi attività umana, infatti, l’automatismo computazionale e l’arbi-
trio sono agli antipodi. L’addestramento continuativo e prolungato cui sono
sottoposti gli aspiranti interpreti consente di sviluppare anche la capacità di
decidere in modalità automatica quali informazioni del TP debbano avere la
precedenza su altre a seconda del contesto (fattori wh-) e dello Skopos.
La professionalità è una sinergia tra riflessione preventiva cosciente e
proceduralità esecutiva (sviluppo di automatismi) e riguarda qualsiasi tipo
di traduzione: a prescindere dal formato e dalla tipologia testuale, la chiara
formulazione del progetto e la sua introiezione consentono di automatizzare
le risposte, riducendo i tempi di calcolo sia in situazioni altamente prevedi-

3. Il sopratitolaggio è posto nella parte alta del palcoscenico (può essere anche lumine-
scente e scorrere su appositi pannelli) ed è spesso utilizzato per tradurre (almeno parzialmen-
te) i libretti musicali cantati all’opera, ma anche come elemento di scena (pannelli, striscioni
ecc.). Cfr. S. Gianotti, “Approccio al sopratitolaggio nella globalità della traduzione audio-
visiva”: https://proscenio2012.wordpress.com/author/susannagianotti/ [cons. giugno 2017].

199
bili, sia in situazioni ‘creative’ e, quindi, inattese. Per tradurre un sofisticato
testo ‘artistico’, cioè per risolvere in modalità euristica lo spaventoso cal-
colo combinatorio dei dati, è indispensabile avere un progetto4; d’altro can-
to, solo le abilità procedurali consentono di realizzare un buon progetto nei
tempi richiesti dal processo creativo. Infatti, come in tutte le attività intellet-
tive, la riflessione prolungata inibisce proprio gli aspetti intuitivi e procedu-
rali della creatività: il progetto è il momento della consapevolezza, mentre
la sua applicazione si avvantaggia di un’estrema rapidità procedurale; se il
progetto è ben articolato, le opzioni traduttive risultano rapide e coerenti.
Dunque, anche nella traduzione creativa si agisce in modalità procedurale,
sebbene ci si possa avvalere, se necessario, di una ricerca pedissequa nel
caso di singoli traducenti; per tradurre i giochi di parole, i proverbi, le me-
tafore, gli anagrammi, le ‘battute’ divertenti, ad esempio, il traduttore deve
necessariamente disporre di un modello progettuale da seguire ed è avvan-
taggiato se lavora in modalità procedurale, ma talvolta può faticare a trovare
una soluzione equifunzionale in lingua di arrivo e quindi deve intraprendere
una ricerca mirata che può rivelarsi straordinariamente onerosa in termini
di tempo ed energie. Ma proprio in questo caso, la chiarezza del progetto
consente di indirizzare la ricerca nella direzione giusta, evitando ancora una
volta l’arbitrio.

1.2. Attualizzazione e storicizzazione

In alcuni casi, tra l’epoca in cui è stato scritto (o registrato) il TP e l’epoca


del traduttore e dei destinatari del TA esiste una significativa distanza tem-
porale che impone al traduttore decisioni precise: se la distanza è rilevante,
andrà infatti considerata come il fattore più importante, in ordine gerarchico,
per la costruzione del suo progetto. Naturalmente, per la maggior parte del-
le traduzioni, il problema non si pone: le traduzioni orali (interpretazione di
trattativa, di conferenza e mediazione interculturale) vengono svolte per lo
più in sincronia, salvo rari casi come, ad esempio, l’interpretazione simulta-
nea di audiovisivi datati; anche nella traduzione commerciale, tecnica, scien-
tifica e cinetelevisiva si ha una sostanziale sincronia tra TP e TA, poiché la
distanza tra loro, in media, va da qualche ora a pochi mesi. Viceversa, nella
traduzione per l’editoria, la questione della discronia tra TP e TA si pone fre-
quentemente: i libri, infatti, vengono spesso tradotti o ri-tradotti a distanza di
anni, decenni e persino secoli. Tuttavia, il divario sul piano linguoculturale
non dipende solo dalla quantità del tempo trascorso, ma anche dalla qualità
degli eventi intercorsi, alcuni dei quali, magari recenti, possono aver provo-

4. Qualunque traduttore lavora sempre con una scadenza serrata e con altri lavori da svol-
gere; i tempi di consegna sono sempre notevolmente inferiori a quelli che richiederebbe un
ipotetico ‘perfezionismo’.

200
cato drastici cambiamenti linguoculturali. Nel caso di rivolgimenti politici e
di rivoluzioni sociali e/o tecnologiche, anche un cinquantennio, talvolta un
solo trentennio, può determinare una significativa discrepanza tra la linguo-
cultura del TP e quella del traduttore e dei destinatari del TA.
In qualsiasi situazione di distanza cronologica tra il TP e il momento in
cui si colloca il futuro TA, va progettata la relativa strategia che molto influ-
irà sul risultato, ovvero il traduttore deve stabilire se attualizzare o storiciz-
zare il TA. In parole semplici, il traduttore potrebbe decidere che il TA debba
innescare nei destinatari la stessa sensazione di distanza che il TP suscita in
lui e nei lettori della lingua di partenza a lui contemporanei, oppure, al con-
trario, potrebbe considerare il fatto evidente e importante che gli autori scri-
vono i testi perché li leggano in primis i loro contemporanei: nessuno scrive
per essere letto solo dai posteri. Attualizzazione e storicizzazione riguardano
le specificità linguistiche, stilistiche e culturali che esprime l’asse della dia-
cronia, compresi i realia storici e tutti i referenti culturali che, nel TP, delibe-
ratamente o ‘fisiologicamente’, marcano un’epoca.
La definizione dei due procedimenti può essere questa:
Attualizzare significa tradurre il TP in un TA in modo tale che il TA sia recepito dal
lettore di arrivo contemporaneo del traduttore così come il TP era recepito dal lettore di
partenza coevo dell’autore, ovvero eliminare la distanza temporale tra TP e TA che esiste
per cause esterne all’opera stessa.
Ad esempio, attualizzare la Divina Commedia in finlandese oggi significa produrre un
TA che produca nel lettore finlandese di oggi un effetto il più possibile linguisticamente
e stilisticamente affine a quello che la Commedia innescava nei contemporanei di Dante.
Storicizzare significa tradurre il TP in un TA in modo tale che il TA sia recepito dal lettore
di arrivo contemporaneo del traduttore così come il TP è recepito oggi dal lettore di par-
tenza coevo del traduttore, ovvero marcare la distanza temporale tra TP e TA che esiste
per cause esterne all’opera stessa.
Ad esempio, storicizzare la Divina Commedia in finlandese oggi significa produrre un
TA che inneschi nel lettore finlandese di oggi un effetto linguisticamente e stilisticamente
molto diverso da quello che la Commedia innescava nei contemporanei di Dante, ovvero,
trasferire al TA la distanza temporale esistente tra testo e lettori generata da cause esterne
al testo stesso.

È importante distinguere la distanza temporale dovuta al solo tempo tra-


scorso dagli stilemi di storicizzazione che sono parte integrante del TP. In
questo caso, la simmetrica storicizzazione (parziale o totale) del TA è una
‘scelta obbligata’, pena la neutralizzazione di un espediente stilistico che fa
parte del TP secondo un deliberato progetto dell’autore. Questo si verifica
quando:
- nel TP siano impiegati artifici che deliberatamente falsificano la datazione del testo
stesso, ponendo fittiziamente la voce narrante e/o l’autore in un’epoca diversa da
quella reale (nel passato o nel futuro), per simulare che l’autore stesso appartenga
a un’altra epoca; è il caso celeberrimo, ad esempio, dei Canti di Ossian di James
MacPherson e del fittizio manoscritto trovato dalla voce narrante dei Promessi sposi;

201
- le vicende narrate nel TP si svolgano in un’epoca lontana e la lingua dei personaggi
suoni deliberatamente storicizzata nel TP. Si pensi, ad esempio, al Nome della rosa di
Umberto Eco: interi passi di un romanzo possono essere scritti in una lingua non più
parlata, come il latino, e creare pertanto uno spinoso problema teorico di traduzione
(visto che il latino costituisce solo per poche culture una diffusa materia di studio);
- solo uno o alcuni personaggi del TP usino una lingua più datata (o arcaica) di altri,
perché le vicende narrate si svolgono su piani cronologici differenti. Esiste, ad esem-
pio, un celeberrimo film sovietico del 1973 Ivan Vasil’evič cambia professione (ispi-
rato a una pièce di Michail Bulgakov), in cui, grazie a una macchina del tempo, lo zar
Ivan (Vasil’evič) il Terribile, è catapultato nella Mosca degli anni Settanta al posto
di un suo omonimo sovietico, Ivan Vasil’evič Bunša, che, a sua volta, si ritrova nei
panni del Terribile nel XVI secolo; lo zar, ovviamente, parla con i sovietici in russo
antico, mentre, con grande effetto parodico, il suo omonimo impostore alla corte del
Terribile tenta di arcaizzare il suo linguaggio in modo approssimativo.

In questi casi, la storicizzazione parziale o complessiva del TA è inevi-


tabile per mantenere l’equifunzionalità rispetto al TP; infatti, viene storiciz-
zato in traduzione proprio quello che è già deliberatamente storicizzato nel
TP: c’è una perfetta corrispondenza tra la strategia del TP e quella del TA. In
tutti gli altri casi, in traduzione è fortemente consigliabile attualizzare, seb-
bene talune ‘delicate’ marcature temporali possano essere utilmente incluse
nel progetto, adottando un’attualizzazione ‘ibridata’ che, pur equifunzionale
agli stilemi del TP, non trascuri del tutto la distanza temporale che influisce
sulla ricezione del TP stesso da parte dei contemporanei.
In sintesi, qualora l’epoca del TP sia la stessa in cui si svolgono gli eventi
narrati, anche in un progetto che assuma come prioritaria la strategia dell’at-
tualizzazione possono essere storicizzati alcuni singoli elementi che marchi-
no in modo ‘delicato’ la distanza culturale. Quali elementi si prestino meglio
allo scopo, può deciderlo il traduttore, ma la sua opzione deve essere applica-
ta con coerenza. Ad esempio, traducendo in italiano da lingue (come france-
se o russo), dove la forma di cortesia è il “voi”, o da lingue (come l’inglese)
in cui la forma di cortesia è l’unica forma allocutiva usata con tutti (“you”),
si può progettare l’uso del “Voi” per i TP anteriori al XX secolo e l’uso del
“Lei” per TP recenti o contemporanei al traduttore5.

1.3. Omologazione, straniamento, estraniamento

Per quanto riguarda le opzioni relative alla distanza culturale, l’approc-


cio è analogo a quello che riguarda la distanza temporale. Si può distinguere,

5. Traducendo dal russo in italiano, ad esempio, suggerisco il seguente criterio che fun-
ziona bene nella ricezione del lettore, storicizzando in minima parte un TA attualizzato: si usa
il “voi” nei testi anteriori alla Rivoluzione del 1917 e il “lei” in quelli posteriori. Questo è un
criterio “culture specific”, traducendo da altre lingue varia, ma resta stabile la coerenza con
cui va applicato.

202
infatti, tra tre strategie, di cui la terza, come verrà argomentato, è fortemente
controindicata: omologazione, straniamento ed estraniamento.
La strategia dell’omologazione implica di eliminare gli elementi culturali
estranei alla cultura d’arrivo ed è quindi indicata per testi che si riferiscano
al mondo mitico o inesistente delle fiabe o del fantasy che sono collocati in
un tempo/spazio astratto e universale (tra gli innumerevoli esempi di omolo-
gazione, già si sono visti i nomi propri “italianizzati” nella traduzione delle
fiabe e dei cartoni animati, da Biancaneve a Paperopoli). Un’omologazione
estrema coincide con la totale trasposizione spaziale nella cultura d’arrivo,
per esempio, ambientando in Italia un TP ambientato altrove: in questo caso,
sarebbe più opportuno parlare di “adattamento” o trasposizione6. L’omolo-
gazione totale è una tecnica più rischiosa nei testi realistici, in quanto, nel
migliore dei casi produce una falsificazione, nel peggiore un’incongruenza:
ad esempio, agli esordi del doppiaggio cinematografico in Italia, gli antro-
ponimi americani diventavano italiani (da Paul a Paolo, da Max a Massimo),
creando un effetto di incongruenza rispetto agli altri realia (Paolo e Massi-
mo, chiaramente, stavano in America). L’omologazione alla cultura italiana
di un TP presuppone, infatti, una parziale italianizzazione di elementi della
cultura di partenza, trasformando ciò che è culturalmente meno familiare al
lettore italiano del TA in qualcosa di familiare o consueto: in un TA omo-
logato, dunque, New York, Parigi o Mosca non diventano Roma (altrimenti
sarebbe una trasposizione e non una traduzione), ma i pancakes diventano
“frittelle”, i croissant diventano “cornetti”, i pel’meni diventano “ravioli”
ecc.
La strategia opposta all’omologazione è l’estraniamento, mentre una
strategia intermedia è lo straniamento parziale. Lo straniamento è, da alcuni
punti di vista, l’opposto dell’estraniamento.
Il concetto di “straniamento” era stato introdotto e utilizzato un secolo fa
dai formalisti russi per indicare un interessante artificio letterario che si ottie-
ne quando una cosa ben nota al lettore viene mostrata come se fosse nuova e
‘strana’, come se la descrivesse chi la vede per la prima volta; una descrizio-
ne appare straniata agli occhi del lettore quando è mostrata dalla prospettiva
di chi vede strano ciò che il lettore ben conosce.
In letteratura, la prospettiva nuova e inattesa di un personaggio o della
voce narrante induce anche i lettori a recepire in modo straniato ciò che co-
noscono bene, a stimolare il sistema cognitivo, sperimentando il fatto che ciò
che sembra ovvio e banale a qualcuno possa apparire nuovo, buffo o persino
assurdo a uno sguardo esterno. Lo straniamento, dunque, agisce sulla cogni-
zione umana, addestrando a ‘sentire’ che la ‘normalità’ o la ‘stranezza’ (de-

6. Ad esempio, nel film Il sole anche di notte (1990) dei fratelli Taviani, che si ispira espli-
citamente al testo Padre Sergio di Lev Tolstoj. Viceversa, lo straniamento estremo porta in tra-
duzione a esotizzare il TA dotandolo di un potenziale informativo assente nel TP e non previ-
sto in lingua di partenza.

203
gli oggetti, delle azioni e delle conoscenze) dipendono sempre dal punto di
vista di chi osserva7. Si immagini, ad esempio, la descrizione straniata che il
rappresentante di una civiltà aborigena potrebbe dare di un direttore d’orche-
stra la prima volta che lo veda all’Opera:
una specie di strano sciamano con una tunica scura come la notte, lunga dietro e corta da-
vanti, con le gambe pure coperte di nero, ma con le mani tutte bianche, che agita la testa
e fa volteggiare in aria, davanti a sé, un rametto magico dritto e perfettamente levigato
che genera suoni, li ferma, li fa salire e scendere a piacimento.

Lo straniamento si contrappone, per la reazione che innesca, all’artificio


dell’“estraniamento”8. In letteratura, dunque, l’estraniamento si ha quando
l’autore si riferisce a qualcosa di ignoto e incomprensibile per il lettore senza
fornire spiegazioni, al deliberato scopo di suscitare una sensazione di esclu-
sione ed estraneità. Si immagini un romanzo italiano che cominci così:
Cercava una piekarnia aperta, dove comprare dei rogaliki, ma ovviamente l’11 novembre
al Rynek era tutto chiuso, così si diresse verso l’Ogród Saski, dove doveva incontrare
Alfons.

Salvo eccezioni, i lettori italiani non possono identificare (senza consul-


tare Internet) quale sia il Paese della narrazione (la Polonia), la città (Varsa-
via), il quartiere (tra la Piazza del Mercato e i Giardini Sassoni), né che cosa
siano il luogo cercato (un forno-pasticceria) e la merce desiderata (dolcetti),
né che cosa rappresenti l’11 novembre in Polonia (festa dell’Indipendenza).
Una lunga serie di elementi estranei senza spiegazione allontana il lettore
dal processo di immedesimazione, lo costringe a ‘uscire dal patto finzionale’,
distraendolo con il fastidio di troppe parole estranee e ‘opache’. In un roman-
zo polacco, invece, quella stessa frase è chiara a qualunque lettore (anche chi
non è di Varsavia sa in che città si trovino i Giardini Sassoni, sa cosa sia una
piekarnia, cosa rappresenti l’11 novembre e che cosa siano i rogaliki, così
come qualsiasi lettore francese, anche non parigino, sa dove si trovano le Tu-
ileries, cosa sia una boulangerie, cosa siano i macaron e cosa rappresenti il
14 luglio).
Anche nella teoria della traduzione, i concetti di straniamento ed estrania-
mento sono profondamente diversi: il termine estraniamento indica una pa-
radossale ‘strategia di non-traduzione’ che consiste nel non esplicitare al let-

7. Ad esempio, il concetto di “soldato”, così ‘normale’ per la “civiltà occidentale”, appa-


re feroce e folle ai tagliatori di teste: “come può un uomo fare il soldato e comandare ai suoi
fratelli di esporsi al fuoco del nemico?” (Mantovani 1998, 143). Come osservava Giuseppe
Mantovani (ivi, 94) “un gesto splendido agli occhi di una cultura appare orribile ai membri di
un’altra”. Per esempio, la croce, che duemila anni fa simboleggiava uno strumento di morte, è
poi divenuta per i cristiani un simbolo di pace e amore, ma è ricordata come simbolo di orrore
e sangue dalle vittime dei crociati, dei pogrom e del Ku Klux Klan.
8. Anche in russo, i termini straniamento ed estraniamento si differenziano per un solo
fonema (sono rispettivamente ostranienie e otstranenie).

204
tore di arrivo quello che il lettore del TP desume immediatamente senza bi-
sogno di spiegazioni. Per evitare l’estraniamento, è utile adottare la strategia
dello straniamento, applicando la tecnica dell’esplicitazione (che fa capire al
lettore d’arrivo che cosa significhi quello che è strano per lui, ma familiare
al lettore di partenza). In alternativa, si può applicare la strategia dell’omo-
logazione, cambiando il riferimento alla cultura di partenza con uno alla cul-
tura d’arrivo, ma questo implica cancellare le tracce della diversità culturale
(tracce non necessariamente marcate nel TP, che però emergono nella men-
te del lettore di arrivo). Nel primo caso, si aggiunge una spiegazione, ma si
lascia l’effetto straniante; nel secondo caso, si omologa alla cultura italiana,
ad esempio, italianizzando oggetti, concetti, luoghi, azioni, persino i gesti.
Infatti, quello che vale per le parole (realia), vale anche per la gestualità che
le parole descrivono. Si immagini di dover tradurre dal TP russo la frase se-
guente (che segue all’enunciato “Vedrai che presto guarirai!”):
“Ivan sputò tre volte dietro la spalla sinistra”.

Se il traduttore italiano non esplicita, il gesto descritto suscita estrania-


mento a qualunque lettore; se esplicita, fa capire che cosa significhi “sputare
tre volte dietro la spalla sinistra”, lasciando comunque una traccia della spe-
cificità culturale di partenza9; se invece omologa, nel TA sparisce ogni traccia
di ‘russità’:
estraniamento: “Ivan sputò tre volte dietro la spalla sinistra”.
straniamento: “Ivan, in segno di scaramanzia, sputò tre volte dietro la spalla sinistra”.
omologazione: “Ivan incrociò le dita”.

Nella traduzione dei testi scientifici e giuridici, l’opzione estraniamento/


straniamento/omologazione riguarda diversi elementi, per lo più lessicali,
soprattutto se si ha un’asimmetria tra i destinatari del TP e quelli del TA. Se
cambia la tipologia dei lettori/ascoltatori, i termini tecnici possono innesca-
re reazioni di estraniamento, di straniamento o, nel caso dell’omologazione
lessicale, non sortire alcun effetto. Per esempio, se traducendo un referto me-
dico da un’altra lingua, si dicesse ai genitori che il loro bambino manifesta
“una forma di iscofonia”, si produrrebbe in loro un effetto straniante, laddo-
ve con “balbuzie” si omologherebbe il registro del TA non a quello del TP,
ma a quello dei destinatari. Un referto medico, infatti, è un TP paradossale,
poiché può essere rivolto al contempo a destinatari diversi (medici e pazien-
ti), utilizzando parole chiare per gli specialisti e spesso del tutto ‘opache’ per
i pazienti (più che mai interessati a capire che cosa ‘dica’ il testo). La stessa
cosa accade quando, durante un processo legale, giudici o avvocati usano
espressioni che, con lo stesso registro, sarebbero ‘opache’ per testimoni e/o

9. Secondo la credenza popolare russo-ortodossa, dietro la spalla sinistra si trova un de-


mone (dietro quella destra, l’angelo custode).

205
imputati. Il traduttore, in questi casi, può operare una mediazione, esplici-
tando i termini o, direttamente, omologando il registro a quello del destina-
tario. Quando le parole del TP trasmettono informazioni implicite ai lettori
di partenza, sta al traduttore decidere se estraniare (il destinatario non deve
capire), straniare (il destinatario è aiutato a capire, ma recepisce il testo come
‘strano’) o omologare (si annulla del tutto l’effetto di stranezza): è il progetto
iniziale che condiziona le scelte traduttive.
La definizione delle tre strategie può essere così formalizzata:
Omologare un TA significa assecondare alla cultura di arrivo alcuni o tutti gli elementi
della lingua, della fraseologia, delle figure retoriche e dei realia riferiti alla realtà extra-
testuale del TP sul piano sincronico. Il termine inglese è domestication.
Straniare un TA è la strategia traduttiva mirata a creare una certa distanza culturale,
talvolta socio-psicologica, tra TA e lettore di arrivo: quando il traduttore, senza mutare il
registro terminologico, esplicita al TA le informazioni implicite per il lettore di partenza
(ad esempio, un medico) al lettore di arrivo (ad esempio, un paziente), qualcosa appare
straniato, ma comprensibile. Il termine inglese è defamiliarization.
Estraniare un TA significa lasciare che il lettore di arrivo (non specialista) proprio non
capisca quello che nel TP è chiaro ai lettori di partenza (specialisti): non si esplicita e non
si omologa nulla alla cultura o al registro di arrivo. Il termine inglese è foreignisation.

Il problema dell’estraniamento è al centro di un grande dibattito che ri-


guarda due aspetti socio-ideologici fondamentali per lo studio della cultura
nel suo complesso: il primo aspetto è quello della traduzione intesa come
strumento di opposizione al livellamento e all’imperialismo culturale; il se-
condo è quello della traduzione intesa come opera creativa d’autore, in cui
progettare alterità, rendendo visibile il ruolo del traduttore. André Lefeve-
re (1992a, 3) affermava il ruolo positivo dell’estraniamento (foreignization)
per allargare gli orizzonti culturali dei popoli; lasciava intendere, infatti, che
questo “tipo di traduzione”, pur obsoleto, fosse del tutto legittimo; non rile-
vava, dunque, i limiti propriamente deontologici di una manipolazione che
poneva il lettore d’arrivo in una posizione drasticamente opposta rispetto a
quello di partenza:
A translation should therefore sound “foreign” enough to its reader for the reader to
discern the working of the original language that expresses the language game, the
culture of which the original was a part, shining through the words on the translated page.
Obviously, this is a type of translation no longer practiced in our day and age, simply
because the audience for it has almost ceased to exist (ivi).

Secondo Lefevere, dunque, l’estraniamento sarebbe stato una cosa buona


se ci fosse ancora stato un pubblico in grado di apprezzarlo, dimenticando
che qualsiasi pubblico, potendo scegliere, avrebbe preferito e preferirebbe
non essere estraniato. In molti casi, anche in passato, l’estraniamento non
derivava, in realtà, dall’applicazione selettiva di una strategia consapevole,
ma dal fatto che le traduzioni fossero fatte in modo arbitrario da ‘avventori’
206
impreparati. Oggi, dato il numero ben più elevato di traduttori professioni-
sti, l’estraniamento non è affatto diffuso tra i traduttori, bensì tra i teorici dei
Translation Studies che, in alcuni casi, lo applicano ancora come forma di
enfatizzazione della diversità culturale.
Il più convinto sostenitore dell’estraniamento (foreignisation), Lawrence
Venuti (1995, 1998), ha molto insistito negli ultimi decenni sulla legittimi-
tà e (a parer suo) necessità di valorizzare questa strategia come mezzo per
combattere a) la globalizzazione e b) l’“invisibilità” del traduttore; la sua
idea è questa: se la lingua del traduttore è quella che avrebbe usato l’autore
se avesse scritto nella lingua di arrivo, l’operato del traduttore diventa invi-
sibile; pertanto, per renderlo visibile, il traduttore deve evidenziare l’alterità
sfruttando le asimmetrie tra le lingue. Secondo Venuti (1998, 9-13), solo la
foreignisation può introdurre nel TA i cosiddetti “remainders” dell’alterità
linguoculturale, cioè elementi linguistici trascurati dai canoni vigenti della
cultura d’arrivo, allargando l’orizzonte culturale dei destinatari del TA. Solo
attraverso l’estraniamento, la traduzione sarebbe in grado, secondo Venuti,
di apportare elementi caotici (dis-organizzativi) all’interno di quell’“ordine”
linguoculturale che rispecchia i dettami di un dato potere in un dato luogo e
in una data epoca:
Foreignising translation in English can be a form of resistence against ethnocentrism and
racism, cultural narcissism and imperialism, in the interest of democratic geopolitical
relations (Venuti 1995, 20).

Come ogni alterazione di un ordine costituito, secondo Venuti (1998), la


traduzione crea “scandali” e proprio questa, secondo lui, è la ragione per cui
viene tradizionalmente relegata tra le attività di second’ordine, privando il
traduttore di riconoscimento (e riconoscenza):
Yet translation is scandalous because it can create different values and practices, whatever
the domestic setting […]. A translation project can deviate from domestic norms to signal
the foreigness of the foreign text and create a readership that is more open to linguistic
and cultural differences [...]. United States and the United Kingdom enjoy a hegemony
over foreign countries that is not simply political and economic [...] but cultural as well
(ivi, 82, 87, 88).

Nonostante l’indubbio interesse di questa posizione estrema e provocato-


ria, le argomentazioni di Venuti conducono a un’evidente aporia: da un lato,
si dice che la visibilità si ottiene mediante lo “scandalo”, dall’altro, lo “scan-
dalo” è indicato come causa principale dell’invisibilità. Ma non è questa la
sola contraddizione: Venuti esemplifica il modello dell’estraniamento come
strumento anti-imperialista, applicandolo alla traduzione per il ‘globalizzan-
te’ mercato americano da una lingua, l’italiano, che appartiene a una cultura
in via di americanizzazione (cioè, globalizzata o “conglobata”): in sostanza,
per contrapporsi all’imperialismo culturale americano, Venuti propone, pa-
radossalmente, una teoria che è applicabile solo al mercato americano; senza
207
volerlo, proprio per combattere l’americo-centrismo della cultura globaliz-
zata, lo studioso americano offre un modello che non considera ‘l’altrove’ e
che riflette proprio l’atteggiamento egemone di chi si dimentica che esistano
traduttori, per esempio, dal polacco al farsi, dall’arabo allo svedese. In realtà,
un progetto di traduzione da qualsiasi lingua per il mercato editoriale euro-
peo, est-europeo, asiatico risponde a criteri ben diversi da quelli che Venuti
assume come postulati per la sua tesi. In definitiva, l’idea che le traduzioni
prive di tracce straniere siano la causa principale dell’invisibilità del traduttore
appare tanto americano-centrica quanto il potere cui Venuti vorrebbe opporsi.
In Europa, ad esempio, dove l’interesse per la diversità storica, geografica e
culturale in genere è più radicato, le traduzioni equifunzionali, progettate per
essere “la stessa cosa” (rispetto al TP), sono lo strumento migliore per rende-
re i lettori non solo partecipi dei contenuti delle “opere altrui”, ma capaci di
godere della loro ‘bellezza’, fatta spesso di linearità, di equilibrio e studiata
sobrietà. Se un TP scandalizza, il TA dovrebbe proprio “scandalizzare”, ma se
un TP incanta o commuove, il TA non dovrebbe affatto “scandalizzare”, ma
incantare e commuovere. Forse rendere familiare il diverso è un buon modo
per avvicinare le culture.
Certamente, l’estraniamento dà facilmente visibilità al traduttore e alla sua
traduzione, ma solo in termini negativi, poiché estraniare un TP ‘non estra-
niante’ significa snaturare non solo quel testo, ma anche la cultura che rappre-
senta. Del resto, se un cantante stona, una ballerina cade per terra durante un
volteggio o un chirurgo lascia le forbici nella pancia del paziente, diventano
molto visibili e riescono forse a creare “scandalo”, ma certamente non incre-
mentano la propria affidabilità e professionalità. Non solo “scandalizzare” i
destinatari della traduzione non è necessario, non solo è controproducente, ma
è deontologicamente reprensibile: un’opera, infatti, tanto più profondamente
agisce sui lettori, quanto più agilmente ne affina il pensiero critico, il gusto
e i canoni estetici. Proprio per ottenere un effetto cognitivamente straniante,
un testo non dovrebbe mai diventare ‘straniero’, cioè non dovrebbe mai esse-
re ‘estraneo’ ed ‘estraniante’: le reazioni all’estraneità possono essere (com-
prensibilmente) molto negative, poiché provocano l’allontanamento invece
del coinvolgimento e dell’empatia, alimentando la convinzione che pure il
TP (e forse tutta la sua cultura) sia ben più ‘strano’ di quanto potrebbe sem-
brare se la traduzione fosse davvero equifunzionale. Infatti, una reazione ne-
gativa dei destinatari del TA rischia di compromettere non solo la ricezione
di una singola opera (TP), ma quella di tutte le opere dello stesso autore o,
addirittura, quella della cultura di partenza in toto10.

10. Si tenga presente, inoltre, che l’impressione destata dalla lettura (in traduzione)
dell’opera di un autore tende a condizionare anche in seguito la ricezione di entrambi da
parte del lettore: gli stereotipi si formano facilmente e si radicano stabilmente. Ad esem-
pio, il falso script sul cinema sovietico “lungo, noioso, monotono” è basato su un ideolo-
gico sfruttamento dello straniamento: mostrando al pubblico occidentale solo pochissimi
film non rappresentativi, non doppiati e mal sottotitolati, senza nulla dire delle straordinarie

208
Come sempre, nell’uso delle strategie, la professionalità è una questione di
‘dosi’: alcuni elementi stranianti possono effettivamente valorizzare la diver-
sità, ma, se l’estraniamento è la strategia progettuale di base, il rischio è che,
semplicemente, si renda illeggibile il TA, usando il “traduttese” (la lingua-
calco dei traduttori automatici e degli studenti del liceo), che è l’emblema più
vistoso del dilettantismo. Mentre lo straniamento richiede processi decisio-
nali sofisticati, l’estraniamento genera sempre nei destinatari del TA, ma-
gari ingiustamente, la sensazione che il traduttore, pur ben visibile, sia un
dilettante. Come diceva Von Humboldt (1993, 152), un conto è l’estraneo, un
conto sono le stranezze e le due cose non vanno confuse: lo straniamento con-
sapevole è l’opposto funzionale del calco meccanicistico che rende strano nel
TA quello che non è strano nel TP; infatti, in qualsiasi capolavoro letterario
il lettore diventa parte dell’opera e dimentica tutto, anche l’autore. Proprio
per rendere “opera creativa” la traduzione di un’“opera creativa”, il tradutto-
re deve essere, come l’autore, invisibile. L’estetica e lo “scandalo” agiscono
in modo opposto, ed è l’estetica l’arma più potente contro la prevaricazione
culturale, poiché l’arte è uno strumento di condivisione universale.
Va sottolineato il fatto, noto ai lettori esperti, che taluni elementi di distan-
za culturale emergano non tanto in base alla forma o alla disposizione delle
parole, ma soprattutto in relazione alle associazioni linguo-tematiche create
dallo stile singolare di autori che hanno operato uno straniamento proprio nel
TP: ogni testo, diceva Eco (1995, 303; corsivo nel testo), “è una sorta di mec-
canismo idiolettale, che stabilisce correlazioni enciclopediche che valgono
soltanto per quel testo specifico”. Per questa ragione, una sostanziale attua-
lizzazione con elementi di storicizzazione, unita a una sostanziale omologa-
zione con elementi di straniamento può costituire, nella gerarchia progettuale,
il miglior compromesso per chi voglia evitare l’estraniamento, presentando al
pubblico di altri Paesi un TA che offra davvero la possibilità di leggere il TP
‘d’autore’ attraverso il TA.

1.4. Ibridazione ed effetto estetico

La coerenza al progetto non implica che si applichi in modo rigido una


strategia, ma, anzi, che si possano prevedere impieghi diversi dell’ibridazio-
ne. Essendo la traduzione un’operazione che scaturisce dall’applicazione di
euristiche (approssimazioni), sta al traduttore, alle sue intuizioni e alla sua
esperienza, lavorare sulla dosatura delle strategie scegliendone una come
dominante. Per esempio, se nel progetto la strategia dominante è l’attualiz-

commedie sovietiche, divenute cult-movie per milioni di persone (divertenti, parodiche, av-
venturose o commoventi), alla fine si è estraniato del tutto il pubblico, come testimonia la
liberatoria iperbole di Fantozzi: “La corazzata Potemkin è una cagata pazzesca!” (https://
www.youtube.com/watch?v=pIComyzyv7Y [cons. giugno 17]).

209
zazione, se TP e TA sono separati da una distanza cronologica, è comunque
possibile e consigliabile introdurre qualche elemento di storicizzazione; se
anche la strategia dominante è l’omologazione, è comunque importante tra-
sferire al TA tutti gli elementi di straniamento presenti nel TP; viceversa, se
si decide che nel TA l’effetto straniante debba prevalere, lo si deve comun-
que bilanciare con una buona dose di omologazione, perché almeno una
parte rilevante del testo deve offrire elementi di riconoscibilità per innescare
almeno una parziale sensazione di empatia estetica. Per tarare l’ibridazio-
ne basta ricorrere al parametro generale della f-marcatezza, che consente di
verificare che il TA inneschi nel destinatario di arrivo una risposta psico-
cognitiva equivalente a quella che il TP innesca o innescava nel destinatario
di partenza.
L’ibridazione è uno dei princìpi fondanti dell’arte e della creatività
umana. Infatti, in generale, l’effetto estetico di qualsiasi artefatto si re-
alizza sempre attraverso una combinazione di elementi nuovi, sorpren-
denti perché inattesi, assieme a elementi canonici, attesi, che innescano
riconoscimento. Schematicamente, l’ibridazione può essere rappresenta-
ta così:

$#("+ 
"(('# '((# (('#

L’arte letteraria, creata con le lingue naturali, non fa eccezione: l’effetto


artistico di un testo si ha se a) il testo disattende in parte le attese (sorprende)
e, al tempo spesso, se b) evita che la sorpresa ecceda i limiti che trasformano
la novità in fastidio o shock: la dosatura ideale si ottiene quando il testo pre-
senta alcuni elementi noti che innescano la sensazione del riconoscimento.
Qualora un testo, nonostante il trascorrere del tempo o il passaggio a un’altra
cultura, mantenga questa posizione di sufficiente equilibrio tra ciò che i de-
stinatari si aspettano e ciò che non si aspettano, si ha un potenziale artistico
duraturo e universale.
Non c’è alcuna ragione di ritenere che un testo tradotto non venga rece-
pito secondo le stesse modalità di ricezione di tutti gli altri testi e che non
debba avere, quindi, lo stesso potenziale d’innesco estetico: pur attuato in
modo parzialmente soggettivo da ogni lettore, il potenziale del TA è para-
gonabile quantitativamente e qualitativamente a quello del TP. In tal senso,
il traduttore dei testi espressivi (ma non solo) è sempre un ‘tecnico di me-

210
diazione estetica’ che opera secondo lo schema di intersezione di tendenze
diverse:

)(-'0#%
,-+'#-( ,--#( (&(%(!-(

Proprio come accade nel TP, se lo straniamento o l’omologazione del


TA sono totali, si ha comunque una forma di estraniamento, di fastidio o
di shock nel primo caso, di noia nel secondo. In un certo senso, il processo
creativo dell’autore viene iterato in traduzione dalla mente del traduttore e
continua ad attuarsi nella mente del destinatario del TA (cfr. Lefevere 1992a,
5). Fin dal progetto, dunque, la traduzione è un’approssimazione in cui il
traduttore sceglie l’ibridazione ideale delle strategie che attribuirà al TA il
potenziale estetico del TP: l’impronta del traduttore sarà tanto meno visibile,
quanto maggiore sarà la sua abilità di imitare l’autore nell’ibridazione delle
strategie. Se, viceversa, una strategia è applicata in modo rigido, si avrà il ri-
schio di inibire nel TA il potenziale d’innesco del TP. La storicizzazione, in
particolare, è la strategia più rischiosa; prevede, ad esempio, che, per tradur-
re in italiano un testo letterario inglese del Settecento (supponiamo un diario
di viaggio), si debba usare la lingua italiana ‘equivalente’ sul piano crono-
logico (ovvero l’‘italiano del Settecento’ ispirato alla letteratura di viaggio
della nostra tradizione) che non è, tuttavia, f-equivalente. Infatti, l’italiano
del Settecento è tipologicamente diverso dall’inglese del Settecento e, anche
supponendo che il traduttore sia uno storico della lingua italiana e un esperto
del Settecento letterario, non è affatto detto che possa individuare un modello
analogo di riferimento tra i documenti letterari italiani: in Italia la tradizione
della letteratura di viaggio è asimmetrica rispetto alla coeva tradizione ingle-
se (meno simbolica, meno canonica, meno significativa ecc.)11. Il traduttore
potrebbe rivolgersi ad altri modelli letterari del Settecento italiano, ma Gol-
doni sarebbe troppo veneto, Alfieri troppo tragico, Parini troppo satirico. In

11. Il termine asimmetria è antonimo di simmetria, concetto utilizzato da numerose


discipline scientifiche, che può essere inteso nella sua accezione dizionaristica generale come
“corrispondenza di forma o di posizione fra le parti di una struttura, in modo che a ogni punto
posto da una parte di essa corrisponda un punto dall’altra parte” (sintesi dal primo punto della
voce “simmetria” di De Mauro 2000, 2459). In traduttologia, il termine viene applicato a
qualsiasi livello (strettamente linguistico, stilistico, culturale ecc.).

211
questo caso, per avere un potenziale d’innesco equifunzionale, il traduttore
dovrebbe necessariamente creare un genere nuovo, offrendo al destinatario
italiano un’esperienza che non fa parte direttamente della sua tradizione, ma
che indirettamente, attraverso la traduzione, potrà arricchirla.
In sintesi, per una storicizzazione totale non solo servono competenze
molto particolari e un progetto troppo complesso, ma le asimmetrie tra i ca-
noni linguistici ed estetici delle due tradizioni (di partenza e di arrivo) com-
portano sempre il rischio di inficiare il rapporto sforzo/beneficio. Per questa
ragione, i traduttori professionisti optano per l’attualizzazione, dosando tut-
tavia alcuni elementi di storicizzazione, aiutando il destinatario a ‘inserirsi’
mentalmente in un’altra epoca senza perdere la credibilità espressiva che il
TP aveva per il suo lettore coevo. Anche nel caso di omologazione e strania-
mento, l’ibridazione è inevitabile, in quanto un’omologazione totale preve-
derebbe che il TA abdicasse del tutto alle specificità culturali del TP, mentre
uno straniamento totale implicherebbe abdicare del tutto alle specificità cul-
turali della cultura di arrivo (effetto ‘shock’). Pertanto, come un buon chirur-
go, il buon traduttore può operare con strategie diverse, fondendole insieme
secondo le caratteristiche ‘organiche’ del singolo testo.

2. Le tecniche di traduzione

Progettando una traduzione che abbia lo stesso potenziale d’innesco psi-


co-cognitivo del TP, è importante che la somma di tutte le informazioni,
esplicite e implicite, contenute in ognuna delle unità del TP siano ri-codifica-
te nel TA e siano in grado di suscitare una risposta analoga da parte dei desti-
natari. Gli artifici formali del TP impongono al traduttore vincoli strutturali
che richiedono l’applicazione di tecniche di traduzione, grazie alle quali al
TA vengano traferite sia le informazioni invarianti, sia quelle innescate dal-
le varianti formali del TP (linguistiche, stilistiche, associative, metaforiche
ecc.). Queste tecniche sono poche e, almeno in parte, facilmente acquisibili;
anche in questo caso, tuttavia, è opportuno saperle dosare, applicandole in
modalità e quantità diversa a seconda del singolo progetto.
Nel loro insieme, le tecniche di traduzione consentono di ovviare a qual-
siasi problema di asimmetria strutturale, lessicale, fonologica e culturale tra
la lingua del TP e quella del TA. Grazie a queste tecniche è possibile mante-
nere simmetrico il potenziale d’innesco di TP e TA. Certamente, più i vincoli
testuali sono numerosi e sofisticati, più è prevedibile una certa entropia, ov-
vero una divergenza tra TP e TA che renderà meno probabile una ri-conver-
sione precisa del TA nel TP. Come si è detto, l’entropia è del tutto accettabile
persino in matematica e, comunque, in traduzione, non preclude mai il rico-
noscimento del rapporto stretto tra TP e TA: se la corrispondenza non si ha a
livello della singola unità, si ha comunque a livello di ‘somma degli addendi’
e del definitivo potenziale d’innesco.
212
Curiosamente, le tecniche traduttive sono simili a quelle con cui la mente
umana tratta il materiale diurno durante i sogni; per questo le loro denomina-
zioni collimano con alcuni termini del tecnoletto psicoanalitico:
esplicitazione, condensazione, compensazione, spostamento
Ovviamente, il numero delle tecniche potrebbe dilatarsi o potrebbero
chiamarsi in altro modo, ma, secondo il principio della ‘parsimonia’, elen-
carne altre sarebbe ridondante e in queste sole quattro ‘categorie’ può rien-
trare qualsiasi tipo di intervento sul TA attuato allo scopo di ottenere una so-
stanziale f-equivalenza con il TP.

2.1. Esplicitazione

Ogni unità traduttiva del TP può codificare informazioni implicite sia a


livello dell’invariante, sia a livello della variabile. L’esplicitazione compor-
ta la conversione di un frammento del TP in uno parallelo del TA che sia
egualmente informativo, dando la priorità all’informazione implicita più ri-
levante. Quasi tutti gli italiani, ad esempio, sanno che il Brunello è un vino
rosso, pregiato, caro; l’esplicitazione può riguardare una o tutte le caratte-
ristiche del vino, a seconda della loro rilevanza nel contesto: è importante,
in questo caso, che la differenza (evidente per ogni italiano) tra regalare una
cassa di Tavernello o una cassa di Brunello sia comprensibile anche a de-
stinatari che appartengano a una realtà culturale che non condivide questa
informazione.
L’esplicitazione è spesso indispensabile nel caso degli onimi, cioè dei ter-
mini dell’onomastica: nomi di persona (antroponimi), di luoghi (toponimi),
di strade e piazze (urbanonimi), di edifici, di oggetti, di opere, di cibi, di mar-
chi commerciali (marchionimi) ecc. Se, per esempio, nel TP viene nominata
la via centrale di una città, il cui nome si prevede non inneschi alcuna infor-
mazione nella mente del lettore di arrivo, il traduttore aggiunge “sulla cen-
tralissima [principale, nota, elegante, provinciale, proletaria ecc.] via X”;
ad esempio, una frase come “Arriva a Tiburtina alle 8.00” diventa “Arriva
alla stazione Tiburtina [di Roma, se necessario] alle 8.00”. Si può esplicitare,
completando la componente di un nome (aggiungendo Las a “Vegas”), spe-
cificando a quale oggetto si riferisca un nome di edificio o un toponimo (ag-
giungendo cattedrale a “San Vito”, cimitero a “Staglieno”), sciogliendo un
acronimo (“I’ll come tomorrow at JFK” diventa “Verrò domani all’aeropor-
to Kennedy”), sostituendo un nome proprio con un altro (“J’arrive demain à
Roissy” diventa “Arrivo domani al[l’aeroporto] Charles de Gaulle”), conver-
tendo un soprannome di persona o di luogo (“Torniamo a Piter a settembre”
diventa “Torniamo a Pietroburgo a settembre”) ecc.
213
Sta al traduttore decidere in quali casi un’esplicitazione sia indispensabi-
le, quando, ad esempio, Big Apple deve diventare New York oppure Grande
Mela, quando New York City diventa solo New York, perché un italiano ten-
derà a specificare solo nel caso dello Stato di New York, mentre gli americani
specificano quando si tratta della città di New York (City)12.
Nel caso di informazioni che il destinatario del TP comprende immedia-
tamente, ma che risulterebbero incomprensibili al destinatario d’arrivo per-
ché ‘opache’, polisemiche o ambigue, l’esplicitazione risolve il problema.
Ad esempio, il medesimo nome Kirov innesca tre informazioni del tutto di-
verse nelle tre unità seguenti:
1) Dopo una severa selezione entrò al Kirov.
2) Era nata a Kirov, ma aveva studiato a Londra.
3) La missiva fu fatta consegnare a Kirov nel 1933.

Un lettore russo recepisce immediatamente che:


1) si tratta del teatro Kirov dell’Opera e del Balletto di Leningrado, chiama-
to Mariinskij al tempo dello zar, intitolato in epoca sovietica (dal 1935)
al rivoluzionario bolscevico Sergej Kirov, per poi riprendere il nome pre-
cedente nel 1992, quando Leningrado è tornata a essere San Pietroburgo.
Per un destinatario russo, la parola “Kirov”, intesa qui come “teatro”, si
associa ai concetti: Leningrado, epoca sovietica, opera e balletto, presti-
gio internazionale;
2) si tratta della città di Kirov (Vjatka prima della Rivoluzione); un destina-
tario russo sa che è nella parte nord-orientale della Russia europea, che
è una città di media grandezza, che è circondata da boschi, che è a circa
un’ora di aereo da Mosca, che è sulla ferrovia transiberiana, che ha preso
il nome di Sergej Kirov, cui si allude direttamente solo nell’unità seguen-
te;
3) qui si tratta direttamente del capo del PCUS leningradese Sergej Mironovič
Kirov, notoriamente (per un destinatario russo) assassinato nel 1934.
La tecnica dell’esplicitazione ha lo scopo:
a) di trasferire nel TA a livello esplicito l’informazione implicita al destinatario del TP;
b) di farlo in modo del tutto ‘non invasivo’;
c) di selezionare solo le informazioni implicite rilevanti nel contesto;
d) di formulare le informazioni esplicitate coerentemente allo stile del testo.

In sintesi, a seconda delle necessità e del progetto, l’esplicitazione può


essere di primo grado (una sola esplicitazione) o, anche, di secondo grado
(due esplicitazioni), ma non deve mai essere ridondante. Tornando all’ultimo

12. Ovviamente, se un soprannome-toponimo è usato come marchio commerciale non può


essere soggetto ad alcuna esplicitazione (come nel caso di un Big Apple hostel o dell’Hotel
Drei Könige, che non può diventare “Hotel Tre Re”).

214
esempio, si ottiene (in corsivo viene data l’esplicitazione di primo grado e,
tra parentesi quadre, quella di secondo grado, necessaria solo se non desu-
mibile dal contesto):
1) Dopo una severa selezione entrò al teatro Kirov [di Leningrado].
2) Era nata nella città [sovietica o russa] di Kirov, ma aveva studiato a Londra.
3) La missiva fu fatta consegnare a[ll’esponente del PCUS] Sergej Kirov nel 1933.

L’esplicitazione è la tecnica più diffusa, usata indistintamente in ogni tipo


di testo, dal depliant informativo,
TP: Le Cogmaster offre un cursus unique en Europe.
TA: Il Corso Magistrale in Scienze Cognitive (Cogmaster) offre un percorso di studio
che non ha eguali in Europa.

alla poesia:
TP: Iz drugogo pod’’ezda vyjdet, pojdja TA: Sbuca dalle cantine in un’altra scala, //
podvalom // zatjanetsja «Belomorom», aspira il fumo, sistemando i genitali. //
popravljaja mude. // … Sonnecchiano alla biblioteca rio-
…V rajonnoj biblioteke zasopjat nad nale // gli agenti del GIP su riviste e
žurnalami // ljudi iz MVD. giornali.

Come rivela l’ultimo esempio (la strofa è tratta da una poesia del 1999 del
poeta russo Boris Ryžij [2013, 47]), esistono due modalità di esplicitazione:
la prima è quella che produce una ‘generalizzazione’, ovvero un’esplicitazio-
ne per iperonimia: il marchio di sigarette [papirosy] “Belomor” diventa più
in generale “il fumo”; la seconda modalità è quella che produce una ‘speci-
ficazione’, ovvero un’esplicitazione per iponimia (“la gente [ljudi] del Mi-
nistero degli Affari Interni [MVD]” diventa, più specificamente, “gli agenti
del GIP”). L’uso provocatorio degli acronimi burocratici da parte del poeta
(autore del TP) è stato ri-creato nel TA con variante e invariante equifunzio-
nali (gli uomini dell’MVD russo fanno le indagini come gli agenti del GIP)13.
Il ruolo dell’esplicitazione in traduzione è fondamentale, in quanto per-
mette di evitare le Note del Traduttore (N.d.T.), una delle irrimediabili ‘pia-
ghe’ della tradizione dilettantesca. Le N.d.T. sono interruzioni del testo, as-
senti nel TP, che deliberatamente inficiano la ricezione del TA. Si immagini,
ad esempio, di guardare un film e di venire interrotti per ricevere spiegazio-
ni nel bel mezzo di una sequenza, di essere costretti più volte, guardando
il film, a ‘entrare’ e ‘uscire’ dallo stato di immedesimazione, distraendosi
dal flusso delle immagini, venendo privati dell’effetto psico-emozionale ed
estetico del testo filmico. In un testo letterario accade la stessa cosa; anzi, le
sequenze delle immagini mentali sono più ‘instabili’ di quelle direttamente
proiettate sullo schermo: leggendo un romanzo o una poesia, ci si abbandona
all’immaginario mondo creato dai suoni delle parole, cioè al ‘patto’ narrativo

13. Qui e in seguito, le traduzioni dei versi di Ryžij sono mie (in corso di pubblicazione).

215
che consente al lettore di immedesimarsi mentalmente nella ‘realtà parallela’
creata dalla fantasia dell’autore del TP; la N.d.T., di colpo, costringe il letto-
re a staccare lo sguardo, a ‘uscire’ dal testo e dal ‘patto’ narrativo, a inibire
la modalità procedurale della lettura, a entrare in un altro testo con funzione
completamente diversa per ricevere una spiegazione che non è dell’autore,
ma del traduttore. Incapace di inserire nel TA tutte le informazioni implicite
nel TP, il traduttore crea un piccolo testo estraneo, separandolo dal corpo del
TA, mostrando se stesso in modalità dichiarativa. Mentre un’esplicitazione
ben dosata mantiene l’invisibilità del traduttore e non disturba la ricezione
del lettore del TA, le N.d.T. inibiscono il potenziale artistico del testo.
Se il traduttore ritiene, giustamente, che sia utile informare il lettore dei
procedimenti seguiti, delle strategie e tecniche impiegate, è deontologica-
mente vincolato a farlo fuori dal TA, posponendo separatamente una “Nota
del traduttore” che, complessivamente, riunisca le informazioni in modalità
dichiarativa. La “Nota” non disturba la lettura, che è terminata, ma ha la fun-
zione di informare solo il lettore interessato e solo post factum dei dettagli di
progettazione e lavorazione del TA (così come, dopo un film, ci si può inte-
ressare alle tecniche del doppiaggio o alle recensioni: sarebbe del tutto inop-
portuno che se ne parlasse mentre lo spettatore sta guardando il film).

2.2. Condensazione

La tecnica della condensazione è, di fatto, quella opposta all’esplicita-


zione, infatti mira a ‘condensare’ due termini o due concetti in uno solo: ad
esempio, un aggettivo e un sostantivo (“small table”) diventano un solo so-
stantivo (“tavolino”); due aggettivi (“light blue”) diventano un solo aggettivo
(“celeste”); un sostantivo del TP può diventare implicito grazie alla traduzio-
ne di un altro sostantivo nel TA:
TP: “Oni chodili v les za jagodami” (calco dal russo: andavano nel bosco per [raccoglie-
re] frutti di bosco).
TA: “Andavano a raccogliere frutti di bosco”.

Oppure, un sostantivo + aggettivo può essere sostituiti da un solo avver-


bio:
TP: La scheda può essere inviata come file elettronico.
TA: The form may be submitted electronically.

In certi casi, la condensazione può essere un’opzione stilistica, in altri è


la soluzione obbligata. In particolare, può essere indispensabile dove sia vin-
colante il numero delle parole o sillabe, per esempio nelle didascalie delle
“icone” elettroniche o nei testi in versi. Ad esempio, nell’ultimo verso della
quartina seguente (sempre di Boris Ryžij), si trova un tipico modello di du-
216
plice condensazione, imposta dai vincoli metrici dell’endecasillabo e dalla
rima (il calco sarebbe “cadeva la prima neve e c’era tristezza nel cuore”)14:
TP: Už ubran s polja načista turneps i TA: Il raccolto di rape era concluso,
vyvezeny svekla i kapusta. barbe e verze partite col trasporto.
Na fone razvernuvšichsja nebes Sullo sfondo del cielo dischiuso,
šel pervyj sneg, i serdcu bylo grustno. la prima neve portava sconforto.

La condensazione è una tecnica usata continuamente nel sottotitolaggio


(soprattutto televisivo), nel doppiaggio, nell’interpretazione di conferenza e
di trattativa, quando (a causa dei limiti spazio-temporali) è indispensabile
trasmettere le stesse informazioni con un numero ridotto di parole. L’abilità
nell’applicare questa tecnica sta nel condensare parole il cui potenziale infor-
mativo sia comunque deducibile dalle altre parole presenti nel TA.
La condensazione è indispensabile nella traduzione dei testi di canzoni
progettati per essere cantati in altra lingua; in questo caso, talvolta, si realiz-
za omettendo semplicemente le ripetizioni del TP. Ad esempio, traducendo
(per il suo album Rimini) la ballata “Romance in Durango” di Bob Dylan,
Fabrizio De André, nella terza strofa, al posto di tre “soon”, riporta un solo
“presto”; eppure, la stessa cadenza ritmico-anaforica del TP resta altamente
equifunzionale nel TA grazie alla rima tronca grammaticale (guarderà/finirà)
e alla duplice iterazione del nome Maddalena. In questo caso la condensazio-
ne è unita alla tecnica della compensazione: 15
TP: No llores, mi querida TA: Nun chiagne Maddalena
Dios nos vigila Dio ci guarderà
Soon the horse will take us to Durango e presto arriveremo a Durango
Agarrame, mi vida Stringimi Maddalena
Soon the desert will be gone ‘sto deserto finirà
Soon you will be dancing the fandango. tu potrai ballare o fandango15.

14. Sono soprattutto i vincoli della singola lingua (isocronia) e della sua specifica prosodia
che determinano, tra lingue diverse, un uso asimmetrico della rima e, quindi, una diversa tradi-
zione metrica. Questi vincoli precludono la semplice applicazione delle stesse tecniche di tra-
duzione che, in prosa, consentirebbero di ottenere la f-equivalenza. È arduo costruire in italiano
rime originali, azzardate o raffinate (basate, cioè, su ricercate combinazioni fonico-semantiche)
senza dover dilatare a dismisura il numero di sillabe dei versi coinvolti. Il potenziale estetico del-
la rima e della metrica dipende, infatti, dall’incidenza in una singola lingua di: 1) numero medio
di sillabe dei lessemi; 2) terminazioni delle parole in sillabe chiuse o aperte; 3) incidenza delle
flessioni e, quindi, dei suffissi morfologici che concorrono alle ‘rime grammaticali’; 4) accen-
tuazione (ad es. tonica fissa, come in ceco е polacco; relativamente libera, ma colonnare, come
in spagnolo e italiano; del tutto mobile, come in russo e lituano). Proprio queste asimmetrie tra
le lingue spiegano le particolari difficoltà nel tradurre poesia e canzoni, ad esempio, dall’inglese
all’italiano: il solo fatto che la nostra lingua utilizzi un numero medio di sillabe molto più ele-
vato rispetto all’inglese impedisce di trovare soluzioni equifunzionali per ritmi musicali partico-
larmente consoni alla scansione ritmica (isocronia) della lingua inglese.
15. Su “Le traduzioni dei lyrics di Bob Dylan come fuzzy set”, compresa un’analisi della
traduzione della “Romance in Durango” di De André, cfr. Garzone 2015, 133-169.

217
2.3. Compensazione
La tecnica della compensazione si usa quando, in caso di asimmetria tra le
due lingue (a qualsiasi livello), non si riesca a ottenere l’equifunzionalità tra
due unità corrispondenti TP/TA. Il diverso potenziale espressivo di un ele-
mento in un segmento del TP viene compensato da un altro elemento nel TA
(nello stesso segmento o in un altro). Si applica, per lo più, in testi espressivi
con funzione ironica, parodica, umoristica, ma anche in poesia e nella can-
zone d’autore.
L’uso della compensazione può essere così sintetizzato:
a) all’interno della stessa unità traduttiva si compensa l’informazione tra-
smessa da un costituente mediante quella trasmessa da un altro costi-
tuente. Per esempio, in un frammento umoristico dei Taccuini di Sergej
Dovlatov (2016, 16-17), in riferimento al balletto classico, un rinomato
critico teatrale dice all’ignorante operaio Stachanov (calco):
“È un genere artistico siffatto, dove i pensieri si esprimono attraverso i mezzi della pla-
stica”.

Secondo la terminologia russa, il balletto rientra nell’“arte plastica”,


mentre in italiano il termine “plasticità” è riferito alla scultura e il balletto
è un’arte “corporea”. Per compensare il registro più elevato del tecnicismo
russo (“plastika”), che ha la funzione di marcare la distanza tra i due interlo-
cutori, si è inserita nel segmento un’ulteriore parola di registro alto (“prero-
gativa”), ottenendo lo stesso effetto estraniante del TP:
“È una prerogativa di questo genere artistico, i pensieri si esprimono attraverso la cor-
poreità”.

b) In presenza di una ‘battuta’ particolarmente divertente, o di un gioco di


parole particolarmente efficace nel TP che risulti meno divertente o effi-
cace nell’unità corrispondente del TA, il traduttore compensa l’asimme-
tria variando in modo speculare la f-marcatezza di un’altra unità (pre-
cedente o successiva). L’esito complessivo è quindi quantitativamente
e qualitativamente equifunzionale nei due testi, ma in segmenti diversi.
Vige, in sostanza, la proprietà commutativa: se si cambia l’ordine degli
artifici, l’effetto (somma) finale del potenziale d’innesco rimane invaria-
to. Per esempio, nella traduzione italiana dell’Idiota, un segmento risulta
più ironico nel TA rispetto al TP16:
TP: “C’erano addirittura persone che si odiavano completamente”;
TA: “C’erano addirittura persone che si odiavano cordialmente”.

La maggiore ironia del TA compensa la frase precedente del TA, che (pur
con la stessa f-marcatezza dei costituenti) nel TP suonava complessivamen-
16. Milano, Rizzoli 2013, 588. Traduzione mia.

218
te più ironica (“Quella sera c’erano persone che mai e per nessuna ragione
avrebbero, neppure minimamente, considerato gli Epančin loro pari”).

2.4. Spostamento

Lo spostamento (o dislocazione), come suggerisce il termine, è la tecni-


ca con cui uno o più elementi di un enunciato vengono ri-collocati nel TA in
posizione diversa rispetto a quella del TP (ovviamente, senza considerare le
dislocazioni imposte dalla tipologia linguistica: se l’aggettivo precede o se-
gue il sostantivo in una lingua, la sua collocazione è dislocata ‘per default’).
Lo spostamento può implicare l’anticipazione di una parola (dislocazione
a destra) o la sua posticipazione (dislocazione a sinistra). Nella traduzione
della poesia, ad esempio, è frequente anticipare o posticipare un verso intero
per vincoli di rima, mentre non c’è mai ragione di dislocare una strofa inte-
ra. In questa strofa di Boris Ryžij (2013, 14), i versi 2 e 3 del TP sono stati
invertiti nel TA:
TP: Na kuporosnych golubych cnegach, TA: Sul blu-vetriolo di innevate dune
zakončivšie ŠRM na trojki, sono caduti con il rame nel teschio
oni zapnulis’ s med’ju v čerepach gli operai diplomati a malapena,
kak pervye soldaty perestroki. militi ignoti della perestrojka.

Nella traduzione di testi in prosa, lo spostamento è spesso usato nel TA


sotto forma di inversione sintattica per motivi eufonici, prosodici o idioma-
tici, nonché per evitare stilemi asimmetrici rispetto al TP. Gli esempi di spo-
stamento sintattico che seguono (il TP è riportato sotto forma di calco ita-
liano) sono tratti dalla “Nota del traduttore” che segue la traduzione italiana
dell’Idiota di Dostoevskij17:
TP: persino quando è corsa da me, sono mai stato per te un vero rivale?
TA: sono mai stato per te un vero rivale, persino quando è corsa da me?
TP: la distrazione e un particolare umore stranamente irritabile;
TA: l’umore distratto assieme all’irritabilità particolarmente strana;
TP: Per lo meno non riusciva in alcun modo a intuire l’impressione che gli avrebbe
suscitato l’imminente incontro con lei e talvolta, spaventato, cercava di immaginar-
sela;
TA: Per lo meno non riusciva in alcun modo a immaginare che impressione gli avrebbe
suscitato l’imminente incontro con lei e talvolta, spaventato, cercava di intuirlo;
TP: so di essere al di là di qualsiasi potere del tribunale;
TA: so di essere al di là del potere di qualsiasi tribunale;

Come per le strategie, così anche per le tecniche di traduzione vale il prin-
cipio dell’ibridazione e della ‘dosatura’: ci sono interventi che richiedono, ad

17. Milano, Rizzoli 2013, 787-789.

219
esempio, di spostare per esplicitare o di compensare una condensazione; in
generale, nel loro insieme, le quattro tecniche di traduzione coprono l’inte-
ro àmbito degli interventi di adeguamento del TP alla f-marcatezza del TA.

3. Il progetto e il cult text

Si è già accennato a situazioni particolari in cui progettare la traduzione è


particolarmente difficile, in quanto si ha a che fare con testi che - a prescin-
dere dal valore loro attribuito dalla critica - per diffusione, affezione e rap-
presentatività, hanno un ruolo fondamentale per la cultura di partenza e per il
gruppo di riferimento. Questi testi possono essere definiti “cult text”.
Nella categoria del cult text rientrano canzoni, film, romanzi, poesie, fu-
metti, opere liriche e tutti i testi che detengono un particolare potenziale evo-
cativo, basato su meccanismi identitari: un gruppo di persone, distinto per
età, strato sociale, predilezioni culturali, nazionalità (talvolta un intero popo-
lo) si identifica con l’opera cult perché la sente rappresentativa della propria
identità culturale e/o nazionale.
Questa tipologia di testi rivela un potenziale memetico molto superio-
re alla media: non solo ha la capacità di diffondersi, ma anche di attecchire
nella memoria delle persone, agendo come elemento coesivo di una collet-
tività. La poesia e le canzoni sono più consone a diventare cult text poiché
la prosodia, il ritmo e la rima facilitano l’attivazione dei circuiti mnestici
(come dimostrano anche inni e slogan). È quindi importante che il tradutto-
re, nell’attuare il progetto e la traduzione, consideri attentamente il grado di
rappresentatività del TP: più è rappresentativo, più aumenta il rischio di com-
promettere, oltre al testo stesso, tutto ciò che rappresenta (l’autore, il gruppo
e i valori di riferimento).
Se si deve tradurre un’opera cult in versi o in musica, il progetto parte
dalle specifiche asimmetrie tra lingue, canoni culturali e metrici (cfr. Etkind
1982; Gasparov 1989). Il metro canonico della poesia di una data cultura in
una data epoca non corrisponde quasi mai a quello di un’altra cultura nella
stessa epoca, anche perché l’isocronia linguistica rende l’effetto musicale del
tutto diverso qualora alla lingua di arrivo vengano imposti gli stessi vinco-
li sonori e prosodici della lingua di partenza. L’accostamento di certi suoni
può essere inatteso in una lingua, ma ricorrente, persino banale (attendibile)
nell’altra; la rima può essere irrinunciabile nelle aspettative di una cultura e
desueta all’orecchio di un’altra; la tipologia stessa delle rime varia drastica-
mente in base alla dominante struttura sillabo-tonica della lingua: in inglese
rimano spesso le parole intere (monosillabiche), in italiano rimano per lo più
morfemi e suffissi (le sillabe sono mediamente molte di più). Chiunque provi
a tradurre in italiano la canzone cult di John Lennon Imagine, cercando di ot-
tenere un testo con lo stesso potenziale evocativo, troverà problemi fin dalla
prima parola, “imagine”, dovendo stabilire in italiano la persona del verbo
220
d’arrivo: in inglese, infatti, il tu/Lei/voi/noi/infinito si sovrappone, creando
un forte effetto impersonale che ancor meglio esprime il messaggio univer-
sale, quasi mitico, della canzone.
Anche a livello culturale, le asimmetrie possono inficiare l’effetto del TA:
un potenziale associativo del TP che evoca con delicatezza il mondo dell’in-
fanzia può trasformarsi in una metafora stucchevole in LA, oppure in un’im-
magine troppo straniata rispetto a quella originaria. Quando si progetta la
traduzione di un cult text, la valutazione della gerarchia decisionale che con-
senta di salvaguardare il potenziale rappresentativo dell’opera influisce sul-
la capacità di dosare sia le strategie, sia le tecniche di traduzione. Quando,
invece, il progetto è inesistente o fallimentare si possono avere conseguenze
decisamente negative a livello di ricezione culturale. Un esempio ottimale è
dato dal cult text di Aleksandr Puškin, Evgenij Onegin.
Coetaneo di Leopardi, Puškin è il più grande rappresentante delle lettere
russe, incommensurabilmente più rappresentativo e venerato di Dostoevskij
o Tolstoj. Puškin è un poeta di tale levatura che dovrebbe, alla pari di Shake-
speare, Dante e Goethe, risiedere nell’Olimpo delle lettere universali e go-
dere d’immensa fama tra tutti i popoli; non solo ha prodotto opere poetiche
e narrative di immenso valore letterario, non solo a lui si deve il consolida-
mento della lingua letteraria russa, ma questa figura romantica e irriverente,
frivola e tragica, è il simbolo della Russia, un’icona talmente rappresentativa
che, da ormai più di un secolo, i russi lo definiscono “il nostro tutto”18. La
sua opera più celebre, più conosciuta e studiata in Russia (cui s’ispira l’omo-
nima, nota opera musicale di Petr Čajkovskij) è l’Evgenij Onegin, un poema
che l’autore, tuttavia, aveva definito “romanzo in versi”: qualunque studente
russo impara quest’opera a memoria. L’Onegin in Italia non lo conosce qua-
si nessuno (fatta eccezione per i melomani che conoscono l’omonima opera
lirica) e il nome di Puškin è quasi ignoto al ‘grande pubblico’ proprio per
l’assenza di una traduzione italiana equifunzionale.
Alcuni tentativi di proporre al pubblico italiano il capolavoro puškiniano
rispecchiano una parziale consapevolezza della responsabilità da parte dei
‘traduttori’; si tratta di coloro che hanno optato per un compromesso, pro-
ponendo un interlineare in prosa, cercando almeno di rendere accessibile la
fabula (trama) dell’Onegin (peraltro, di per sé, piuttosto banale). Questo è
stato, ad esempio, il progetto dello slavista Eridano Bazzarelli. Al contra-
rio, il corifeo della slavistica italiana Ettore Lo Gatto aveva precedentemente
tentato una rischiosa ‘traduzione’ in versi e, nonostante qualche sporadica
soluzione accettabile, il suo TA non riusciva affatto a convincere che si trat-
tasse del più celebrato capolavoro della poesia russa. La ‘traduzione’ più
nota e diffusa dell’Onegin (edita nella “Grandi Libri” della Garzanti) si deve,
comunque, al noto poeta italiano Giovanni Giudici che, pur consapevole di
avere dinanzi a sé “quella specie di capolavori che quanto più ne penetri la

18. Dalle parole con cui aveva definito Puškin coevo Apollon Grigor’ev.

221
sostanza, tanto più disarmano e paralizzano il traduttore potenziale” (Giudici
1980, XXIII), dichiarava (ivi) di aver affrontato l’Onegin mosso da “spirito
d’avventura” e “curiosità” senza conoscere il russo, senza essere uno specia-
lista di letteratura russa e senza avere interessi in questo campo (sic!). Ci si
chiede come sia stato possibile che il simbolo della poesia russa, l’emblema
stesso della Russia, potesse essere ‘tradotto’ da qualcuno che non conosceva
il russo; dietro questa insania si cela il famigerato postulato che, per tradur-
re poesia non serva conoscere la lingua di partenza, ma solo essere ‘poeta’
(“la poesia possono tradurla solo i poeti”). Data la fama del poeta-traduttore,
l’Onegin di Giudici è diventato un riferimento sul mercato italiano, sebbe-
ne consista, più o meno omogeneamente, in un pedissequo calco semanti-
co, con qualche inversione dei costituenti; il metro e il ritmo che evocano
nel Puškin russo una dissacratoria leggiadria assumono, in questa versione
italiana, l’andamento di una noiosa filastrocca. Analogo e ancora più delu-
dente è il caso di Pia Pera che, dell’Onegin, propone una versione a calco in
‘versi’ che poco si distingue da quella di un buon programma di traduzione
automatica19.
Nel campo della traduzione letteraria, si sa, è legittimo che chiunque fac-
cia ciò che vuole (per fortuna, non ci si può dilettare di cardiochirurgia senza
essere medici), ma qualsiasi traduttore professionista concorderà che sareb-
be scandaloso tradurre Shakespeare senza neppure conoscere l’inglese. In
realtà, se anche fosse impossibile, in una sola vita, tradurre tutto il capolavo-
ro puškiniano, è certamente possibile che si trovi un russista, traduttore ed
esperto di poesia, capace di recepire e valutare il testo dell’Onegin, in grado
di tentare l’impresa utile e accessibile di creare in italiano alcune strofe che
abbiano un potenziale d’innesco estetico paragonabile a quello del TP. Cer-
tamente, anche per realizzare questo progetto più umile, servono a chiunque
anni di tentativi, partendo dalla consapevolezza di una responsabilità che
va al di là delle difficoltà tecniche (il rischio è di compromettere l’emblema
stesso dell’identità culturale russa), nonché dalle competenze indispensabili
per tentare di scrivere l’Onegin in italiano. Queste competenze, grosso modo,
comprendono:
- la conoscenza virtuosistica, sincronica e diacronica, della lingua rus-
sa: del russo discorsivo (i dialoghi sono numerosi), del russo della poe-
sia puškiniana e di quello degli altri grandi russi (per capire in che cosa
Puškin sia Puškin e l’Onegin sia l’Onegin);
- la conoscenza del valore culturale dell’opera, del suo ruolo e della sua
sterminata critica;
- la conoscenza della metrica contrastiva russo/italiano (su questo gli studi
migliori sono stati pubblicati in russo) e, aggiungerei, la capacità di pro-

19. La traduzione di Lo Gatto (Milano, Garzanti) risale al 1950, quella di Bazzarelli (Mi-
lano, Rizzoli) al 1960, quella di Giudici (Garzanti) al 1975, quella di Pera (Venezia, Marsi-
lio) al 1996.

222
vare, leggendo il testo russo, quel senso di ‘scanzonata serietà’ e di ma-
linconica irrisione che si sprigiona dai versi ‘non si capisce bene come’;
- la conoscenza dei canoni di arrivo per attualizzare un testo che è impossi-
bile storicizzare (e un canone storico di confronto manca del tutto);
- una forte motivazione fondata sull’esperienza attiva (scrittura) e passiva
(lettura) dei testi poetici e su una buona dose di temerarietà;
- un’esperienza di traduzione poetica così ampia e apprezzata dagli esperti
da motivare la sfida20.
Queste competenze sono condizioni sine qua non per poter valutare il
“tasso di accettabilità” delle opzioni traduttive (cfr. Toury 1995a, 107), per
individuare gli elementi linguistici e stilistici che concorrono a creare la so-
fisticata naturalezza del verso di Puškin, cercando di ricrearli gradualmente
e proponendo i risultati alla comunità degli esperti (di poesia, letteratura rus-
sa e traduttologia). In sintesi, l’unica procedura per tentare di ri-scrivere un
testo cult in altra lingua è quella di ‘provare e riprovare’, valutando assenso,
consenso e dissenso, e pubblicando piccoli frammenti di testo per un pub-
blico esperto e ristretto. In tal senso, si può partire proprio dalle strofe ‘più
cult’, per le quali più severo sarà il giudizio degli esperti che, conoscendo il
TP, potranno misurare il grado di equifunzionalità del TA o, al contrario, di
‘dissacrazione’. Una volta verificato quali soluzioni siano state più apprezza-
te dagli esperti, si prosegue adottando lo stesso progetto.
La possibilità reale di tradurre in modo equifunzionale almeno alcune
parti dei più venerati testi dell’umanità è dimostrato da alcune virtuosistiche
traduzioni in lingue diverse di Dante, Cervantes, Rabelais, Shakespeare. Ad
esempio, grazie alle improbe fatiche di alcuni virtuosi traduttori, la Com-
media (in terzine di rime incatenate) è conosciuta in Russia come altissimo
simbolo della letteratura italiana e la sua traduzione russa è citata, spesso a
memoria, da cultori che non dubitano delle ragioni della sua grandezza21.

4. Gli strumenti

Qualsiasi traduttore professionista utilizza tradizionalmente una grande


quantità di strumenti e repertori di tipologie diverse, nonché, in casi partico-
lari, si avvale della consulenza di specialisti delle lingue settoriali o di studio-
si che possano spiegare termini e concetti per selezionare un traducente con
maggiore consapevolezza. Riguardo allo stato attuale delle risorse disponi-

20. Per una sintesi dei problemi traduttivi (a livello metrico, stilistico, sonoro, intertestua-
le ecc.) che l’Onegin pone al traduttore italiano, si veda la monografia Tradurre l’Onegin di
Giuseppe Ghini (2003).
21. Michail Lozinskij, autore della più celebre traduzione della Commedia, annovera
senz’altro qualche convinto detrattore, ma questo vale per gli stessi cult text: c’è sempre qual-
cuno cui ‘non piacciono’ proprio.

223
bili alla ricerca linguistica e interlinguistica, pur senza entrare nel dibattito
traduttologico, Anna Riccio (2016) offre un compendio agile, dettagliato e
corredato di utili illustrazioni, che costituisce un excursus attualizzato sulla
natura, le tipologie e gli usi di dizionari, corpora e banche di dati linguistici.
Inoltre, per l’applicazione specifica alla traduzione specializzata, Federica
Scarpa (2005, 215-229) fornisce una dettagliata descrizione degli strumen-
ti, dei sistemi di gestione della terminologia, dei corpora multilingui e della
traduzione assistita.
Riccio (2016, 9) sottolinea il fatto noto che la comparsa della rete abbia
cambiato “la metodologia di ricerca e l’interpretazione dei dati”. Nell’ulti-
mo decennio, infatti, lo sviluppo esponenziale di Internet ha offerto nuove
e immense possibilità di reperire velocemente informazioni complesse, di
fare verifiche in caso di dubbio e di ridurre al minimo il ricorso ai consulenti
esterni. Interrogando i motori di ricerca, infatti, è possibile accedere a una
quantità strabiliante di informazioni multilingui, correlate tra loro in un gi-
gantesco ipertesto planetario, ed è possibile inserire alcuni filtri per la ricer-
ca, selezionando la tipologia di risposta più utile22. Proprio il ‘fattore quan-
tità’, tuttavia, è al contempo il maggior pregio e il peggior difetto della rete:
come noto, quando le informazioni sono troppe, quando sono discordanti o
sono prive di fonti affidabili, ci si può ritrovare senza criteri per stabilire qua-
le risposta sia più affidabile dell’altra. Poiché trovare informazioni rigorose
può richiedere molto tempo, troppo spesso ci si affida a informazioni vero-
simili assemblate con altre platealmente sbagliate, senza la possibilità di sta-
bilire un grado di affidabilità (come noto, ad esempio, Wikipedia comprende
voci piuttosto sofisticate, voci di imbarazzante ingenuità ed errori macrosco-
pici). Il grande problema della rete è quello di creare più ostacoli a chi tenda
a sottovalutare la molteplicità, contraddittorietà e instabilità del “pubblico
dominio”: Internet è una sorta di “labirinto” che può trasformarsi in “minie-
ra” solo se si conosce il modo in cui è strutturato e i pericoli che nasconde
(cfr. Poli et al. 2004).
Paradossalmente e curiosamente, le generazioni cresciute prima della ri-
voluzione informatica, addestrate alle ricerche sui libri e alle consultazioni
con i bibliotecari, sono spesso più abili nel recuperare più velocemente in
rete informazioni più affidabili rispetto a quanto sappiano fare giovani stu-
denti cresciuti con cellulari, tablet e computer: chi era bravo un tempo a cer-
care in luoghi più ostici è diventato più bravo oggi a cercare dove sembra
troppo facile trovare tutto. Una ragione molto semplice è che, per lavorare
sui testi, un tempo si leggeva e si studiava moltissimo, a lungo, verificando
con cautela dati e fonti, mentre la rete offre oggi l’illusione di una conoscen-

22. Sul problema della “query”, cioè delle metodologie di interrogazione del dizionario
elettronico, cfr. Riccio 2016, 80-90; del resto anche i criteri di compilazione dei tradiziona-
li dizionari monolingui variavano drasticamente da una lingua all’altra e ancora oggi l’utente
può utilizzarli meglio se comprende il modello seguito dal lessicografo.

224
za immediata e selettiva che porta a fare troppo poca distinzione tra le fonti,
trattando libri, articoli, blog, forum e social network come se fossero ‘più o
meno’ la stessa cosa. In sostanza, con l’accelerazione della comunicazione,
l’inaffidabilità delle fonti è aumentata esponenzialmente e solo chi può fare il
confronto con il mondo precedente ha una rappresentazione chiara del deva-
stante potere memetico che la rete può tributare alle informazioni imprecise,
lacunose, superficiali o, semplicemente, false.
Nonostante la versatilità e velocità dei programmi elettronici, i criteri
umani di raccolta e diffusione delle informazioni restano vincolati a modalità
di categorizzazione del sapere che rendevano le euristiche dell’‘antica’ ricer-
ca bibliografica più professionali delle ricerche elettroniche. Quali che siano
gli strumenti e le banche dati disponibili oggi a un traduttore, il suo ruolo di
‘selezionatore di opzioni’ resta stabilmente quello di sempre; oggi come ieri,
infatti, un traduttore può ‘trovare’ una soluzione solo se ha le competenze
per cercarla (selezionando le fonti affidabili e conoscendo i criteri per inter-
rogarle) e per riconoscerla (per selezionare l’opzione migliore quando più
fonti affidabili propongano traducenti diversi). Infatti, per quanto miracolose
paiano le nuove tecnologie, restano ‘vecchi’ i nostri cervelli umani, per cui
non è affatto scontato che strumenti potenzialmente migliori portino a un mi-
glioramento immediato e trasversale della traduzione: come accade in tutte
le professioni, più sono sofisticati gli strumenti, più alta dovrebbe essere la
generale competenza di chi li applica. Inoltre, poiché il cervello umano uti-
lizza euristiche nella costruzione, per così dire, dell’‘ipertesto individuale’,
queste stesse euristiche, unite alla casualità, si riflettono sulla struttura fuzzy
della rete, determinando la mancanza di strategie ottimali nell’uso dei mo-
tori di ricerca.
In un mondo con una ricerca scientifica e tecnologica in accelerazione
esponenziale, i termini stessi di cui si servono scienza e tecnologia sono in
parallela evoluzione: in tal senso, al traduttore spetta anche l’onere e la re-
sponsabilità di diventare un operatore memetico, ovvero un tramite di dif-
fusione e ‘canonizzazione’ di alcuni termini settoriali nella sua L1. Inoltre,
anche per quanto riguarda l’oralità, il lessico quotidiano, la fraseologia e la
pragmatica della cosidetta “lingua standard”, l’accelerazione del contagio
culturale, incrementata dall’impatto dei social network, impone oggi ai tra-
duttori di prestare un’attenzione particolare alla coerenza diacronica, diato-
pica, diastratica e pragmatica di qualsiasi enunciato usato anche nella tra-
duzione di testi, letterari o audiovisivi e nell’interpretazione orale23: ci sono

23. Il livello della lingua più soggetto a mutamenti è quello lessicale e fraseologico, ma
anche la grammatica può esserne condizionata: si evolve la funzione strutturale delle parole
(ad esempio, “tramite”, originariamente sostantivo, oggi è usato come connettore, al posto di
“mediante” [“tramite Х” un tempo era un errore grave, oggi è attestato nei dizionari]), mutano
le preposizioni rette dai verbi o dai sintagmi nominali (“attingere da”, invece di “attingere a”;
“con lo scopo di”, invece di “allo scopo di”). Certamente, il “doppiaggese”, ovvero la lingua
densa di calchi del doppiato (dall’anglo-americano), ha il potere di addestrare l’orecchio in-

225
parole, idiomatismi, modi di dire che possono sembrare a un primo sguardo
traducenti ottimali, ma che, commisurati al contesto, risultano incoerenti,
marcati o incongruenti rispetto al registro. Ad esempio, alcuni pseudo-an-
glicismi - come “approcciare”, “realizzare” (nel senso di “comprendere”),
“performare”, “scannerizzare” (invece di “scansionare”), “sciftare” (invece
di “slittare”) ecc. - possono diventare così familiari all’orecchio del tradutto-
re da impedirgli di attuare un’opportuna ‘autocensura’, evitandone l’uso in
prestazioni che richiederebbero una produzione irreprensibile della L1 (in
questo caso, l’italiano).
Per aggiornarsi sulla statistica d’uso di parole, termini, sintagmi e locu-
zioni che cambiano in tempo reale, il traduttore è oggi più che mai costretto
a mantenere un contatto costante con la comunicazione quotidiana nelle sue
lingue di lavoro, a seguirne l’evoluzione attraverso gli audiovisivi, i libri, la
conversazione, gli articoli scientifici. L’esperienza dimostra che non solo le
lacune lessicali e fraseologiche del traduttore non sono compensate in modo
efficace dagli strumenti lessicografici (tradizionali o elettronici) e dalla rete,
ma anche che nessun repertorio è abbastanza affidabile per valutare il re-
gistro di un’unità traduttiva qualora sia assente nell’ipertesto mentale del
traduttore. Per questo, di fondamentale importanza per la traduzione sono i
corpora elettronici che hanno rivoluzionato, nella procedura e nella sostan-
za, la traduzione specializzata e quella commerciale, ma che si sono rivelati
estremamente utili anche nell’interpretazione di conferenza e trattativa. Il
problema dei corpora è che non sono facilmente accessibili: o sono a circuito
chiuso o sono di difficile consultazione.

4.1. I dizionari

Per quanto possa sembrare provocatoria, categorica e ingiustificata, è am-


piamente argomentabile l’affermazione che, per i traduttori, l’uso del dizio-
nario bilingue sia sempre stato dannoso. I dizionari bilingui, ovviamente,
possono avere una certa utilità in alcuni rari casi e per alcuni utenti, ma non
sono mai utili ai traduttori in generale (tanto più ai principianti), se non per
scopi ben diversi da quelli che immaginano coloro che vengono addestrati
a usarli per ‘tradurre’. Infatti, se un traduttore non comprende un enunciato
o una parola, è totalmente insensato che usi un tradizionale dizionario bilin-
gue. Le ragioni sono molto più semplici e logiche di quanto si possa pensare.
Un traduttore che ‘traduca’ con un dizionario bilingue è come un chirurgo
che ‘operi’ con un manuale di anatomia, ovvero rappresenta una situazione
che si dovrebbe auspicare non accada mai. Da un lato, un sofisticato bilin-
guismo (competenza in L1 e L2 piuttosto simile) è un requisito fondamentale

terno dei parlanti della lingua di arrivo a recepire come “grammaticali” e “consueti” costrutti
che, fino a poco tempo fa, erano considerati ‘sbagliati’.

226
per qualsiasi traduttore, il quale, per le lacune lessicali, dovrebbe ricorrere,
piuttosto, a dizionari monolingui: infatti, è sempre il traduttore a selezionare
i traducenti e le opzioni f-equivalenti e, per poterlo fare, per poter scegliere,
dovrebbe essere in grado di poterne fare a meno. Dall’altro, ammettendo che
un traduttore possa non conoscere un nome comune o un modo di dire (la
questione dei termini tecnici professionali è completamente diversa), l’ulti-
ma cosa raccomandabile è quella che vada a cercare in un repertorio lessi-
cografico che non conosce e che, quindi, non può riconoscere tra un elenco
di suggerimenti poco o male contestualizzati: non si può riconoscere ciò che
non si conosce. Se il traduttore non ha mai visto, né sentito una parola, se il
suo orecchio interno non sa valutare né la sua occorrenza statistica, né il con-
testo in cui è usata (fattori wh-), non ha alcuna possibilità di trovare il suo
traducente se non a) tirando a indovinare (se più traducenti sono suggeriti dal
lessicografo) o b) accettando per buono l’unico traducente suggerito24. Inol-
tre, avendo la possibilità di ottenere in Internet dettagliati resoconti sull’uso
di parole, locuzioni, fraseologie direttamente nel contesto, non ha alcun sen-
so affidarsi a un dizionario che solo in rari casi offre collocazioni e contesti
dei lemmi e che quasi mai contiene le locuzioni e i modi di dire che servono
in quel dato momento.
Si può affermare che qualsiasi professionista esperto che usi in L1, ma so-
prattutto in L2, termini, parole, sintagmi che non ha mai usato prima lo faccia
solo dopo avere eseguito controlli incrociati nei dizionari monolingui o nei
corpora25. In questi casi, la professionalità implica una preliminare diffidenza
per tutto quello che non è verificato dal proprio orecchio interno.
C’è un solo caso in cui il dizionario bilingue può servire a un traduttore:
quando si verifica un’anomia, cioè quando il traduttore non riesce a richia-
mare alla memoria a breve termine una parola in L1/L2 che sa di conoscere
bene, ma che ha dimenticato in quel momento e che, quindi, può riconosce-
re tra i traducenti proposti dal dizionario. In questo caso, effettivamente, il
dizionario bilingue può ridurre moltissimo i tempi di recupero mnestico e,
quindi, va usato come un “dizionario dei sinonimi”, accessibile, peraltro,
solo a chi abbia un solido bilinguismo. In tutti gli altri casi, la consultazio-
ne di un dizionario monolingue è più affidabile. La ‘sindrome da dizionario
bilingue’ è pertanto il primo segnale dell’inesperienza di un traduttore. Il ri-
corso frequente e continuato a questo strumento denota non tanto una scarsa
riserva lessicale soggettiva, quanto un procedimento scarsamente professio-
nale. Vale dunque il principio di non utilizzare nelle traduzioni parole che
non appartengano ancora al proprio bagaglio linguistico attivo o passivo,

24. Pur non disponendo affatto di dati affidabili, ho verificato nella mia esperienza che gli
studenti, per scegliere una parola ignota nel dizionario bilingue, optano spesso per la seconda
proposta della voce consultata: la prima, dicono, è “troppo facile”, la terza “troppo rischiosa”.
25. Nei dizionari, i lemmi possono essere monorematici (“tavola”, “caldo”) o polirematici
(“tavola calda”) (cfr. Riccio 2016, 61).

227
esperito nella realtà comunicativa, se non dopo attenta verifica nei corpora di
riferimento con contesto analogo.
Per chi non è ancora un traduttore esperto e, soprattutto, per chi è ancora
nella fase di ‘studio’ di una lingua, il dizionario bilingue (L1 ↔ L2) è uno
strumento particolarmente subdolo che incita all’associazione arbitraria tra
un segno noto della L1 e uno ignoto della L2 (cioè assente dall’enciclopedia
mentale). Il danno maggiore dei dizionari bilingui, infatti, si manifesta pro-
prio quando ci si esercita nella ‘traduzione’ in L2, cioè nella lingua in cui è
ancora scarso il corpus linguistico di controllo presente nella memoria dello
studente. Se si confrontano le traduzioni professionali verso la L1, si trovano
molte meno divergenze di quanto si riscontri nelle traduzioni (decisamente
sconsigliate) verso la L2: nella stragrande maggioranza dei casi, la risposta,
pur soggettiva, di un nativo è più attendibile non solo del dizionario bilingue
e, ovviamente, dell’arbitrio, ma anche di quella di un bilingue non nativo: per
quanto soggettive, le esperienze linguistiche di un nativo poggiano su un più
consolidato orecchio interno.
La traduzione dalle cosiddette lingue “morte” potrebbe sembrare del tutto
differente, ma pure, in sostanza, non diverge da quella delle lingue “moder-
ne”: i traduttori dei testi antichi, pur non avendo diretta esperienza attiva e
passiva di pratica della lingua orale, possono avvalersi comunque di un’im-
mensa esperienza passiva di testi scritti, i quali, peraltro, sono spesso ricchi
di dialoghi e, quindi, di oralità trascritta. Gli specialisti di letterature antiche,
quindi, possono diventare profondamente esperti dello stile, della specifici-
tà sintattica, delle occorrenze lessicali e fraseologiche che distinguono un
singolo autore antico dall’altro, e le modalità di espressione di un’epoca da
quelle anteriori o posteriori. Un esperto filologo comprende dalla lingua di
un testo antico quello che un esperto di arte comprende dalle forme, dal trat-
teggio, dal pennello e dai colori di un quadro. La profonda comprensione del
testo antico, la capacità di valutarne le caratteristiche rispetto all’epoca in cui
era stato scritto e per il pubblico cui si rivolgeva abilitano un traduttore dalle
lingue antiche ad attualizzare una traduzione in lingua moderna. Solo un let-
tore dilettante di un testo in ebraico, greco, sanscrito, arabo classico, latino
sente il testo come ‘distante’ o ‘datato’: infatti, non è la lingua di per sé, ma
il modo in cui è stata usata che può rendere un testo efficace, talvolta univer-
sale, a prescindere dal tempo trascorso tra autore e lettore. Dunque, anche
traducendo da lingue pervenuteci solo in forma scritta, si può ottenere, pur
a livello passivo, una conoscenza procedurale paragonabile all’acquisizione
delle lingue parlate, basata su un orecchio interno che consente, ad esempio,
a un latinista esperto di ‘sentire’ quale latino sia compatibile con la lingua di
Catullo e quale con quella di Lucrezio. La mente linguistica umana non fa
distinzioni tra lingue moderne e lingue antiche, l’acquisizione si rinforza in
ogni caso se le lingue vengono lette, ascoltate e/o parlate: se non tutti i più
esperti latinisti sanno parlare latino correntemente, alcuni sono in grado di
farlo, così come gli ebrei, migliaia di anni dopo aver cessato di usare l’ebrai-

228
co come lingua parlata, sono riusciti a farlo rivivere partendo proprio da testi
scritti in una lingua parlata più di due millenni prima.
Dunque, anche nel caso delle lingue antiche, pur essendo più comprensi-
bile un saltuario ricorso al dizionario bilingue, è evidente che, per tradurre,
resti indispensabile un sofisticato bilinguismo, pur passivo in L2. Inoltre, i
numerosi corpora elettronici di testi antichi oggi disponibili rendono la pra-
tica traduttiva dalle lingue antiche estremamente simile a quella dalle lingue
moderne. I corpora e i dizionari monolingui sono per qualunque traduttore
strumenti ben più affidabili di qualsiasi dizionario bilingue26; tanto più, e
quest’argomentazione non è secondaria, che i dizionari bilingui ‘invecchia-
no’ molto più velocemente di quelli monolingui e sono impostati secondo
una concezione di “traducente” basata sulla singola parola e su un ‘letterali-
smo’ che spesso è, semplicemente, ridicolo.
Se, infine, si considera la traduzione specializzata di testi professionali
che sono altamente codificati secondo gli stilemi, la terminologia e la fraseo-
logia delle microlingue, in alternativa al dizionario bilingue si possono utiliz-
zare i glossari terminologici. Se compilati in modo rigoroso, questi repertori
composti da schede complesse, comprensive di fonti e contesti, hanno una
funzione molto più specialistica rispetto a quella dei dizionari bilingui setto-
riali; anche in questo caso, tuttavia, a differenza dei glossari cartacei tradizio-
nali, quelli elettronici vengono aggiornati continuamente dai traduttori stessi
e contengono in ogni ‘scheda’ una grande quantità di informazioni relative
a tutti i dati rilevanti per una traduzione equifunzionale (compresa, nei glos-
sari migliori, l’informazione sull’affidabilità dei traducenti proposti per ogni
lemma considerato)27. Poiché i glossari professionali sottostanno a regole e
a controlli da parte di esperti, il traduttore si affida a compilatori che hanno
fatto le opportune verifiche.
Prima della diffusione di Internet, i traduttori si servivano di una serie di
dizionari monolingui specializzati (ad esempio, il dizionario enciclopedico,
quello ortografico, degli acronimi, dei sinonimi e contrari, delle parole stra-
niere, delle frequenze ecc.) la cui tipologia e qualità variava nelle diverse
lingue di lavoro: il contenuto di questi repertori, immensamente allargato, è
oggi facilmente reperibile in rete e, in modalità elettronica, qualsiasi tipo di
verifica è enormemente più veloce. La rete ha completamente rivoluzionato
non solo l’essenza, la quantità e qualità degli strumenti, ma la concezione
stessa di traduzione specializzata (cfr. Oddone 2004). Oggi, la maggior parte
delle agenzie si avvale di applicazioni condivise dai traduttori che ‘ospitano’
direttamente le traduzioni (come il software CAT, Computer Aided Transla-

26. Esistono, in realtà, dizionari “combinati” che forniscono “traduzioni delle entrate in
L1, seguite dalle definizioni in L2” (Riccio 2016, 58): possono aiutare grazie alle definizioni,
ma non garantiscono quasi mai l’affidabilità dei traducenti proposti, poiché la contestualizza-
zione o è assente o è minima.
27. Sul concetto di “lemma” e “lemmario”, cfr. Riccio 2016, 61-63.

229
tion) e creano gigantesche memorie di traduzione (ivi, 430-433): il traduttore
deve acquisire l’accesso alla piattaforma di condivisione dei dati per usufru-
ire del lavoro svolto dagli altri e, a sua volta, per rendere disponibile il pro-
prio contributo.
Sebbene la traduzione per l’editoria resti, in tal senso, ancora autonoma e
soggetta al copyright (di autore, traduttore, editore) che ne impedisce la di-
vulgazione, gli strumenti forniti dalla rete sono ormai irrinunciabili per qual-
siasi traduttore, tanto più se lavora su testi complessi: la rete rende possibile
non solo accedere a dizionari, glossari ed enciclopedie di ogni genere, ma
anche, per esempio, ad applicazioni che aiutano a trovare, oltre a sinonimi e
antonimi, anche rime, consonanze, anagrammi, proverbi, modi di dire, male-
dizioni, scurrilità, dialettismi, formule. Inoltre, grazie ai blog e ai forum mi-
rati (cfr. Garbarino 2004), il traduttore può consultare in tempo reale colleghi
ed esperti e discutere con loro: anche in questo caso, permane il problema
della ‘qualità’ dei suggerimenti che va commisurata all’enorme dilettantismo
rilevabile tra i tanti (troppi) sé dicenti ‘traduttori’ che usano le lingue di lavo-
ro in modo approssimativo e che, tuttavia, sono molto attivi nei professional
network specializzati.

4.2. I corpora

I corpora (plurale di corpus) non sono nati con l’elettronica, ma costitui-


scono un concetto e un oggetto noto fin dall’antichità e un elemento impre-
scindibile della filologia, cioè dello studio storico dei testi e della loro rico-
struzione storico-critica. Chiunque lavori nell’àmbito degli studi filologici,
linguistici, letterari dovrebbe avere molto chiaro il concetto di corpus, ovve-
ro dell’insieme dei testi che costituiscono l’oggetto della ricerca, contrappo-
sti ai testi critici che si utilizzano come commento.
Il termine latino corpus ha oggi avuto una diffusione massiccia grazie al
successo della corpus linguistics (linguistica dei corpora), nata quando l’an-
tico concetto è stato applicato alle nuove tecnologie. È utile la definizione
generale di “corpus” fornita da Riccio (2016, 17):
Sotto il profilo strutturale e formale, il corpus è una raccolta sistematica, coerente e
bilanciata di testi autentici (scritti e/o orali, o multimediali), o parte di essi, seleziona-
ti e organizzati secondo espliciti criteri linguistici e non linguistici, disponibile oggi
anche in formato digitale manipolabile da un calcolatore. Lo scopo principale di un
corpus è quello di essere consultato come campione rappresentativo di una lingua, o
di una sua varietà, in tutti i suoi aspetti, in vista di soddisfare gli obiettivi dell’anali-
si; questi ultimi determinano la scelta dei testi e le diverse fasi della costruzione del
corpus.

La prima suddivisione è tra corpora generali (che rappresentano la lingua


in ogni sua varietà) e specialistici (distinti per varietà testuali).
230
In secondo luogo, i corpora possono distinguersi in scritti, parlati e misti,
nonché in diacronici (che considerano testi di epoche diverse) e sincronici
(che riguardano la lingua degli ultimi dieci-vent’anni).
Infine, e questo è fondamentale per i traduttori, i corpora possono essere
monolingui o bi-/multilingui. Entrambe le tipologie possono essere di due
tipi: comparabili (corpora di confronto) o paralleli. I primi sono testi della
stessa tipologia (per forma e contenuto) che non costituiscono, né compren-
dono traduzioni: un esempio nell’àmbito economico inglese/italiano è pro-
posto da Julia Bamford (2011, 288, 293-296), che ha comparato i settimanali
The Economist e “Affari e Finanze” (inserto di La Repubblica)28. I corpora
paralleli, invece, sono costituiti da gruppi di testi uniti alle loro traduzioni in
una o più lingue, a seconda che siano bilingui, trilingui o multilingui. A loro
volta, i corpora paralleli possono essere unidirezionali (i TP sono in una sola
lingua e i TA nell’altra) oppure bidirezionali (TP in entrambe le lingue con i
rispettivi TA nell’altra lingua).
Per effettuare una ricerca, l’interfaccia del corpus presenta una finestra di
dialogo in cui inserire la stringa di testo ricercata (ad esempio: “la notizia ha
fatto scalpore”, “soluzione in acido nitrico”, “a nome del Presidente” ecc.)
e utilizzare i filtri che possono ottimizzare le risposte (se ci sono troppe ri-
sposte, è troppo il tempo necessario a esaminarle): dal corpus ‘interrogato’ si
ottiene l’elenco completo di tutte le occorrenze e di tutte le concordanze di
quella precisa stringa in migliaia di pagine di testo (estratto dal corpus), con
l’indicazione dell’origine di ogni risposta: ciò consente al traduttore di va-
lutare la tipologia e affidabilità della fonte, il contesto, il cotesto (ovvero, le
parole immediatamente adiacenti a quella stringa), la frequenza d’uso.
Il ricorso ai corpora, dunque, riguarda gli àmbiti distinti, seppur correla-
ti, della ricerca linguistica, della glottodidattica e della traduzione professio-
nale, i cui scopi, tuttavia, restano molto diversi (per una visione d’insieme,
si vedano i saggi raccolti da Aston, Bernardini, Stewart 2004). È possibile,
infatti, individuare con buona affidabilità statistica quante volte una deter-
minata parola (ad esempio, un prestito straniero o una parola desueta) ricor-
ra all’interno di una certa lingua, così com’è possibile svolgere analisi di
tipo sincronico (su testi solo contemporanei) o, viceversa, diacronico (con-
frontando i testi contemporanei con quelli di altre epoche). I corpora posso-
no essere utilmente confrontati per stabilire, ad esempio, se alcuni costrutti
o lessemi o parole vengano usati in modo diverso nella lingua standard e in
quella delle traduzioni, ad esempio per l’inglese, comparando il Translatio-
nal English Corpus con il British National Corpus (Bamford 2011, 289),

28. Bamford mostra, ad esempio, come dall’analisi delle due fonti (inglese/italiana) emer-
ga un uso asimmetrico dei verbi assume/assumere che, pur non essendo propriamente “falsi
amici” non convergono a livello funzionale. I corpora aiutano proprio a confrontare il lessi-
co in diretta connessione alle collocazioni e alle occorrenze morfologiche: si può, sempre ad
esempio, confrontare la realizzazione dell’impersonale con diverse forme del verbo.

231
mentre i corpora monolingui britannici e americani possono essere confron-
tati per quantificare le differenze tra le due varietà diatopiche. Utilizzando,
invece, i corpora paralleli, si può ottenere un ulteriore riferimento delle cor-
rispondenze bilingui standard, ma anche delle incongruenze a livello di f-
marcatezza.
A mano a mano che si approfondiscono le questioni epistemologiche
e tecniche legate a creazione, ampliamento, mantenimento e utilizzo dei
corpora, oltre alle suddette nozioni distintive basilari, si aggiungono altre
‘classi’ di corpora con le considerazioni sul loro impiego scientifico e ap-
plicativo (cfr. Riccio 2016, 22-24, 46-51). Merita ripetere che sia la proget-
tazione, sia la codifica informatica dei corpora richiedono sofisticate com-
petenze specifiche che rendono questo campo una vera e propria disciplina
(per l’appunto, la “linguistica dei corpora”29) che, pur strettamente collegata
agli studi linguistici e traduttologici teorici e pratici, non si sovrappone alla
traduttologia:
La costituzione di un corpus non è un lavoro solo pratico, che implica una grande fatica
per la raccolta di dati, per la durata del tempo di lavoro, per l’alto impiego di forze e dena-
ro […] implica scelte teoriche di diverso livello e deve attenersi a regole che consentano
l’affidabilità del corpus stesso (Cresti, Panunzi 2013, 21).

Una delle difficoltà maggiori nella raccolta dei corpora elettronici è quel-
la relativa ai ‘testi orali’. Come osservano Emanuela Cresti e Alessandro
Panunzi (2013, 64), il problema primario deriva dal fatto che, pur segmen-
tato, il flusso della lingua orale non ha “limiti programmati”, non è quindi
propriamente suddivisibile in ‘testi’ veri e propri, ma viene trattato secondo
schemi concettuali che trasformano un insieme di parole sonorizzate in un
“prodotto” approssimativo.
Come si è detto, esistono corpora in molte lingue, ma solo alcuni sono il
frutto di anni di lavoro e pochi sono altamente affidabili. L’inglese britannico
gode di una situazione particolarmente privilegiata, infatti è proprio nell’àm-
bito dell’anglistica che, a partire dagli anni Ottanta, la corpus linguistics è
divenuta gradualmente una disciplina fondamentale in campo macro-lingui-
stico (cfr. ad esempio, Sinclair 1991, Kennedy 1998).
La rivoluzione elettronica ha reso i corpora uno strumento fondamentale
per i traduttori di ogni genere, ma propriamente indispensabile per chi lavo-
ri con testi ad alta prevedibilità e stereotipia (in àmbito commerciale, tecni-
co, scientifico, più genericamente definito come LSP: Languages for Special
Purpouses). L’analisi contrastiva di unità traduttive nel contesto consente,
infatti, di verificare quali soluzioni siano state proposte da altri traduttori,
quali di queste siano più affidabili, quali siano più coerenti rispetto alla f-
marcatezza del TP e allo Skopos del TA.

29. Per una sintesi sull’evoluzione della linguistica dei corpora, cfr. Cresti, Panunzi (2013,
33-41).

232
Utilizzando i corpora elettronici nella pratica traduttiva, tuttavia, ci si
convince che questo strumento sia utile se e solo se supportato dai corpora
di confronto mentali del traduttore che, grazie a bilinguismo ed esperien-
za contrastiva, consentono di operare le scelte incrociando la f-marcatezza
in contesti diversi. Il dizionario mentale, infatti, non funziona affatto come
un “vocabolario” tradizionale, ma come un ipertesto biologico che, su base
esperenziale, forma una gigantesca mappa mentale bilingue. La competenza
traduttiva prevede proprio l’incrocio delle due (o più) lingue di lavoro e più
si traduce, più la mappa mentale si espande e si rafforza, consentendo un più
rapido richiamo mnestico delle corrispondenze.
Certamente, i corpora elettronici sono meno ‘soggettivi’ dei corpora
neuronali ma, proprio per questo, sono meno versatili: è la sinergia con il
corpus mentale del traduttore che può rendere versatile il corpus elettroni-
co. Ecco perché si è diffusa la traduzione assistita, in cui banche dati e cor-
pora elettronici sono solo strumenti, in quanto la scelta spetta al traduttore.
Numerose applicazioni elettroniche, usate oggi da agenzie di traduzione in
tutto il mondo, sono programmi in grado di compattare corpora diversi in un
enorme mega-corpus parallelo (per diverse coppie di lingue, selezionabili
dal traduttore): per ogni unità traduttiva, la macchina predispone una scelta
e il traduttore può accettarla o selezionarne un’altra30, ma anche considerare
soluzioni non previste dal ‘sistema’. È dunque fondamentale che un appren-
dente traduttore si affidi ai corpora esterni quando già ha consolidato nel
suo cervello un solido dizionario pragmatico ‘interno’ (cfr. Porcelli 2007,
76-77): solo la mente umana, infatti, è in grado di eliminare ciò che il con-
cordancer include per errore o, viceversa (e capita molto spesso), di inclu-
dere ciò che il concordancer ha escluso (ivi, 83). In sintesi, anche nel caso
di testi ad alta prevedibilità, maggiore è la competenza (orecchio interno)
del traduttore, maggiore è la sua capacità di operare selezioni in ‘modalità
assistita’. Ancora una volta: per saper trovare, non basta saper cercare, si
deve saper riconoscere.
Infine, nel caso della traduzione letteraria, i corpora elettronici sono uno
strumento da utilizzare con particolare ‘cautela’ e, sostanzialmente, servo-
no più per studiare le traduzioni di quanto aiutino a ‘farle’. Infatti, i vincoli
del testo artistico e le conseguenti computazioni dei parametri ‘in gioco’ da
parte del traduttore sono ancora quantitativamente e qualitativamente al di
sopra delle previsioni di qualsiasi strumento elettronico (ad esempio, i filtri
di ricerca non comprendono i vincoli fonetici direttamente connessi a quel-

30. I programmi di traduzione assistita sono per lo più ad accesso vincolato (in abbona-
mento periodico o su licenza limitata) e consentono ai traduttori di consultare in tempo reale
banche dati in continuo aggiornamento, cui accedono traduttori di tutto il mondo: inserendo
i testi delle nuove traduzioni, ogni traduttore contribuisce a modificare e ampliare il corpus
(purtroppo, non sempre e non solo ‘in meglio’).

233
li prosodico-intonazionali e metaforici). I parametri propriamente stilistico-
estetici non sono ancora codificabili (sono troppi, forse, per poter essere for-
malizzati e trasformati in un sistema coerente). Esistono corpora di confron-
to per la letteratura e anche per la poesia che sono preziosi per l’analisi dei
testi e per lo studio storico-critico della traduzione, ma il loro uso non è ite-
rabile per principio, visto che, se si utilizzano strutture identiche, la scrittura
creativa diventa ‘plagio’.

234
6.
LA PROFESSIONE E IL MERCATO

1. Una visione d’insieme

1.1. Il ‘panorama’ professionale

A partire dal secondo dopoguerra, l’attività traduttiva ha avuto uno svi-


luppo quantitativo esponenziale a livello planetario (cfr. Apel 1993, 125-132;
Venuti 1995, 1-17; AIE 2002), ma per lungo tempo, nonostante la quantità
delle traduzioni richieste e la continua diversificazione delle specializzazio-
ni, non si è avuta alcuna concreta rivalutazione della complessità di questa
professione. Solo a partire dagli anni Ottanta del secolo scorso, con l’istitu-
zione e la graduale diffusione dei percorsi mirati di formazione universitaria
in tutto il mondo, la maggiore competenza dei giovani professionisti immes-
si sul mercato ha contribuito a sensibilizzare i clienti, i committenti e i de-
stinatari a considerare la drastica differenza tra dilettantismo e competenza
professionale. Anche nel nostro Paese, per ogni specifica tipologia traduttiva,
sono oggi disponibili corsi di specializzazione tenuti da studiosi, ricercatori
e docenti, affiancati da professionisti esperti, in grado di fornire ai giovani
traduttori maggiore consapevolezza sugli aspetti teorici, tecnici, deontologici
e giuridici del mestiere1.
Sul mercato internazionale, con talune differenze nei singoli Paesi, le ti-
pologie di traduzione professionale sono sempre più numerose e diversifica-
te. Le più importanti sono:
- la traduzione per l’editoria;
- la traduzione specializzata;

1. Stupisce che nel volume (per altro prezioso) dell’Associazione Italiana Editori (AIE
2002) non vi sia alcuno spazio specificamente dedicato alla traduzione: i dati relativi si pos-
sono ricavare solo dalle tabelle complessive o dalle diverse voci sulla “letteratura straniera”.
Questo catalogo è un’evidente dimostrazione della grave disattenzione degli editori per il ruo-
lo propriamente editoriale della traduzione e dei traduttori.

235
- la traduzione specializzata assistita;
- la traduzione dei dialoghi cinetelevisivi;
- la traduzione per il turismo;
- la traduzione a vista;
- la traduzione di applicazioni elettroniche (programmi, giochi, materiali
didattici);
- la localizzazione2;
- l’interpretazione di conferenza (simultanea, consecutiva, chuchotage);
- l’interpretazione di trattativa;
- l’interpretazione in àmbito sociale (mediazione interculturale);
- l’interpretazione simultanea di audiovisivi.
Oltre ai requisiti comuni a tutte le suddette tipologie professionali (soli-
do bilinguismo, competenze teoriche e addestramento trasversale), ognuna
di esse impone oggi conoscenze specifiche e un addestramento particolare.
Solo in rari casi, un traduttore può diventare così abile e richiesto in un sin-
golo settore professionale da esercitare la professione di traduttore o di in-
terprete solo in quell’àmbito; altrettanto difficile è riuscire a lavorare stabil-
mente con due sole lingue di lavoro (L1 e L2). In realtà, data la presenza sul
mercato di un grandissimo numero di traduttori privi di laurea e di adeguata
preparazione, la maggior parte dei giovani traduttori professionisti, almeno
per lungo tempo dopo aver concluso gli studi, si trova necessariamente a
sperimentare tipologie diverse di traduzione, accompagnate spesso da altre
attività di sostentamento. Per questo, nel periodo di formazione, è importan-
te sviluppare nei futuri traduttori la capacità di adattarsi a settori diversi e a
nuove lingue, imparando a guardare al proprio ruolo professionale in modo
il più possibile ‘elastico’. Del resto, una certa elasticità è richiesta anche a
chi raggiunga i massimi livelli professionali presso le grandi istituzioni in-
ternazionali: ai traduttori e interpreti assunti dagli enti governativi può essere
richiesto, infatti, di aggiungere alle proprie lingue di lavoro una lingua sup-
plementare, anche del tutto ignota, come si è verificato negli anni in cui sono
entrati a far parte dell’Unione Europea numerosi nuovi Paesi.
Tra coloro che svolgono esclusivamente il mestiere di traduttore, vi sono
sia professionisti free lance, sia dipendenti di imprese o istituzioni, assun-
ti a seguito di selezioni o concorsi, i quali, soprattutto in piccole imprese,
devono anche svolgere mansioni allargate (ad esempio, organizzative o di
segreteria). Si potrebbe dire che oggi anche la versatilità sia una sorta di
‘specializzazione’ che aiuta a sperimentare settori professionali diversi. Ad
esempio, un àmbito lavorativo in costante evoluzione e stabilmente interes-

2. I localizzatori sono “coloro che traducono e adattano il prodotto (il più delle volte un
intero pacchetto applicativo software o il contenuto di un sito web) alle caratteristiche non solo
linguistiche e culturali, ma anche di altro tipo (s. legali, di consumo, religiose ecc.) del merca-
to di destinazione” (Megale 2004, 13). Forme di localizzazione sono anche le trasformazioni
degli spot pubblicitari e la traduzione dei marchi commerciali.

236
sato alle generali competenze linguo-traduttive è quello del turismo: per chi
ambisca a diventare interprete di conferenza o di trattativa, esercitarsi come
accompagnatore turistico o come interprete privato (in Italia, all’estero, nei
villaggi turistici o sulle navi da crociera) costituisce un’ottima occasione per
abituarsi a tradurre in pubblico, mettendosi alla prova prima di esporsi alle
più elevate responsabilità dell’interpretazione di trattativa o di conferenza.
Il fatto di dover svolgere prestazioni molto diversificate, alternando il
mestiere di traduttore ad altre attività di sostentamento, è conseguenza so-
prattutto dell’incerto ruolo sociale e giuridico della professione. In sintesi, i
problemi legati al ruolo sociale della traduzione dipendono dall’evoluzione
interrelata di 1) riflessione teorico-epistemologica (consapevolezza profes-
sionale), 2) legislazione e 3) prassi professionale.
Per quanto riguarda il primo punto, secondo l’ottica dei Translation Stu-
dies, la teoria della traduzione avrebbe proprio il compito generale di sup-
portare il ruolo socio-economico della traduzione, teorizzando “una pratica
sociale non ancora teorizzata” (Meschonnic 1995, 266), nonché avrebbe il
compito specifico di provvedere:
- alla ricostruzione di un quadro generale del funzionamento del patronato che gover-
na il polisistema culturale (Lefevere 1992a, 1992b);
- alla descrizione dei rapporti tra opera tradotta, ideologia e cultura (Even-Zohar 1995,
Toury 1995a);
- allo studio dei nessi esistenti tra opzione, progetto, prodotto e canone (cfr. ad esempio
Bassnett 1991, Lefevere 1992b, Venuti 1995, Pym 1998).
Per quanto riguarda il secondo e il terzo punto, la correlazione tra legi-
slazione ed evoluzione della prassi professionale è strettissima, in quanto le
leggi influiscono sulla qualità e sul prestigio della professione, così come i
mutamenti della prassi professionale influiscono, a loro volta, sulla legisla-
zione (ad esempio, la comparsa della rete, delle banche dati elettroniche,
delle memorie di traduzione ha implicato una revisione della normativa sul
diritto d’autore).
Da più di settant’anni, i prodotti della traduzione sono tutelati in Italia da
un testo di legge che risale al 1941 e che protegge i diritti d’autore dei tradut-
tori (Legge, 22/04/1941 n° 633, G.U. 16/07/1941). Nella sua forma origina-
ria, questa legge si occupava di traduzioni editoriali, per lo più letterarie, ma,
nel corso dei decenni, soprattutto in tempi recenti, il suo testo si è arricchito
di numerosi articoli a tutela dei dialoghisti cinematografici e televisivi (cfr.
Megale 2004, 103-112), nonché di chi crei corpora e banche dati elettronici
(ivi, 145-174), compresi i testi letterari pubblicati in rete (ivi, 175-180). La
complessità della legge è tale, ormai, da richiedere legali competenti per chi
debba dirimere contenziosi. Eppure, nonostante le tutele legislative, il diritto
d’autore dei traduttori, nella prassi, ‘funziona’ in modo molto diverso rispet-
to a quello degli scrittori: per poter pubblicare il proprio lavoro, infatti, l’au-
tore delle traduzioni è quasi sempre costretto a cedere del tutto i propri diritti
237
all’editore o a ottenere percentuali di vendita (royalties) del tutto insignifi-
canti. Sui diritti d’autore del traduttore, Fabrizio Megale ha pubblicato nel
2004 un utile compendio che espone nel dettaglio la situazione di traduttori
editoriali, dialoghisti cine-televisivi e localizzatori. Megale, tuttavia, presen-
ta la realtà giuridica in modalità consapevolmente ‘asettica’, definendo l’in-
valso rapporto dei traduttori letterari con le case editrici come “rapporto di
libera collaborazione esterna” (ivi, 19), laddove si potrebbe parlare, dal pun-
to di vista del traduttore, di ‘forzata sudditanza’3.

1.2. Le associazioni e la regolamentazione della professione

Le ragioni dello scarso prestigio professionale dei traduttori e delle loro


limitate possibilità di negoziare con i clienti un onorario rispettabile sono
dovute, essenzialmente, all’assenza di un albo (o ordine professionale) ri-
conosciuto ufficialmente dallo Stato. Solo un’associazione ufficialmente ri-
conosciuta, sottoposta a una rigorosa normativa di accesso e giuridicamente
controllata da un Ministero potrebbe impedire che si definissero ‘traduttori’
o ‘interpreti’ persone prive di un percorso di studi professionalmente coeren-
te. Una quantità non facilmente calcolabile di pseudo-professionisti opera in
pratica sul mercato una concorrenza massiccia ai professionisti più seri che,
per la legge, non è concorrenza “sleale”. Legalmente, chiunque può fare il
traduttore poiché la legge sul diritto d’autore tutela chiunque si auto-procla-
mi ‘traduttore’.
Paradossalmente, nell’àmbito dell’interpretazione (soprattutto di confe-
renza), dove il diritto d’autore ben raramente è chiamato in causa, si osserva,
almeno negli ultimi decenni, una reale valorizzazione professionale, pur non
paragonabile a quella di altre libere professioni. Infatti, le associazioni pro-
fessionali sono molto severe anche se non sono controllate dallo Stato e le
tariffe degli interpreti sono dignitose, talvolta piuttosto alte (in certi casi par-
ticolari, superano i 600 euro a giornata o frazione)4. Tuttavia, anche in questo
caso, non è raro che alcuni clienti meno esigenti cerchino ‘pseudo-interpreti’
disposti a lavorare per cifre inferiori del 50-70% rispetto alla prassi prevista
dai professionisti: in sintesi, nessun intervento dell’Antitrust può o potrebbe

3. Per quanto riguarda altri Paesi europei (nella fattispecie, Francia, Germania, Spagna,
Gran Bretagna), si rimanda ai numerosi saggi della miscellanea Linguistica e proprietà intel-
lettuale, curata da Marie-Christine Jullion (2005).
4. Le tariffe dell’interpretazione di conferenza e di trattativa possono variare in base alle
lingue della prestazione e al regime di lavoro, ma non vige mai la tariffa oraria: l’interprete
è pagato a giornata anche se lavora poche ore. In altri casi, per esempio nell’interpretazione
giuridica, si deve sottostare alle tariffe (spesso estremamente basse) previste dall’istituzione;
nel campo della mediazione c’è maggiore elasticità, data la rilevanza sociale dell’interprete
che, in attesa del dovuto riconoscimento istituzionale, può operare in regime forfettario e tal-
volta pro bono.

238
salvaguardare un interprete professionista dal ‘collega’ disposto a lavorare
per meno di metà della tariffa giornaliera. Si immagini ora, per assurdo, che
lo Stato non imponga più a un cittadino che voglia esercitare l’odontoiatria
di laurearsi, di sostenere un esame di Stato e di iscriversi all’Ordine profes-
sionale degli Odontoiatri (che lo tutela e lo controlla): in una situazione del
genere, un dentista laureato sarebbe costretto da una legislazione carente a
concorrere sul mercato con qualsiasi odontotecnico, studente di odontoiatria
o autodidatta disposto a offrire lo ‘stesso’ intervento a metà prezzo. I prezzi
delle libere professioni sono molto alti perché implicano, a tutela dei clienti,
conoscenze e abilità che richiedono un lunghissimo periodo di istruzione e
addestramento, nonché il superamento di severe selezioni direttamente con-
trollate dallo Stato.
Non essendo tutelato da un ordine professionale, il traduttore è in balìa
dei clienti che giocano al ribasso, visto che sul mercato è pieno di ‘tradutto-
ri’. Questo consente un ulteriore paradosso socio-economico: il cliente sta-
bilisce la tariffa del professionista e gliela comunica quando richiede la pre-
stazione. Si immagini, per fare un confronto, che un cliente imponga a un
avvocato il prezzo di cinquanta euro a udienza o che offra a un architetto di
progettare una ristrutturazione d’interni a cento euro o, ancora, si immagini
un paziente che chieda al dentista un’estrazione per venti euro: il professioni-
sta, ovviamente, si stupirebbe molto (con probabile risentimento), precisan-
do che non è il cliente a stabilire la parcella.
La situazione dei traduttori è peggiore anche rispetto ad artigiani e com-
mercianti: qualsiasi cliente che entri in un negozio può decidere di non
comprare un oggetto se il prezzo non lo soddisfa, così come qualsiasi clien-
te può non accettare il preventivo di un artigiano, ma nessun cliente stabi-
lisce da solo il prezzo della merce nei negozi in cui entra, né impone a un
idraulico le sue tariffe (al massimo, comunica il proprio budget). I tradut-
tori, invece, ricevono il lavoro al prezzo stabilito dal cliente (aziende e case
editrici) che impongono il costo delle prestazioni (la sola cosa negoziabile
sono talvolta i tempi di consegna): se il professionista non accetta, il clien-
te sa che, per quanto assurdamente bassa sia la sua offerta, potrà trovare un
altro ‘traduttore’ disposto ad accettarla. Se non ci sono vincoli giuridici, se
non ci sono limiti legali alle tariffe ‘basse a piacere’, si trova sempre qual-
cuno che, ritenendosi sufficientemente ‘bilingue’, si ritenga per ciò stesso
un ‘traduttore’. In Italia siamo in presenza di un grave vuoto legislativo cui
cercano di opporsi con ogni possibile mezzo legale diverse associazioni
professionali.
A livello internazionale esistono associazioni professionali di traduttori e
interpreti cui aderiscono singole ‘filiali’ in numerosi Paesi: le più note sono
la Fédération Internationale des Traducteurs (FIT), che comprende 55 affi-
liate in altrettanti Paesi del mondo e conta ca. 80.000 traduttori, interpreti e
terminologi, e, per quanto riguarda l’interpretazione di conferenza, l’Asso-
239
ciation Internationale des Interprètes de Conférence (AIIC, in inglese Con-
ference Interpreters Worldwide)5.
A livello nazionale, oltre alle associazioni affiliate a quelle internazionali,
ne esistono altre, nei singoli Paesi, come, ad esempio, l’American Transla-
tors Association (ATA), la Asociación española de traductores, correctores
e intérpretes (Asetrad), la Bundesverband der Dolmetscher und Übersetzer
(BDÜ), la Sojuz perevodčikov Rossii (SPR) ecc.6.
In Italia, la più importante è l’Associazione Italiana Traduttori e Interpre-
ti (AITI), fondata nel 1950 e membro della FIT, la quale
raggruppa traduttori editoriali, traduttori tecnico-scientifici, interpreti e interpreti di con-
ferenza. L’ammissione avviene sulla base della documentazione dei titoli e dell’esperien-
za professionale, inoltre i soci ordinari devono sostenere una prova di idoneità che simula
un reale contesto lavorativo7.

Come le altre associazioni dei traduttori, tuttavia, l’AITI non è affatto


un “ordine professionale”: la “prova d’idoneità” di cui è detto sopra non è
un “esame di Stato”, né richiede come requisito uno specifico titolo di stu-
dio, chiunque può chiedere di essere ammesso alla prova, la cui tipologia è
stabilita dal direttivo dell’associazione e non dallo Stato italiano. Se alme-
no l’iscrizione a un’associazione riconosciuta fosse vincolante, si eviterebbe
l’amara incongruenza tra il numero degli iscritti alla principale associazione
professionale italiana (l’AITI conta oggi poco più di 1100 membri) e il nu-
mero dei ‘traduttori’ che operano in Italia, superiore di dieci-quindici volte
rispetto ai membri dell’AITI (secondo l’Istat, già nei primi anni Novanta, in
Italia i traduttori professionisti erano più di 10.000; cfr. Megale 1993, 155).
Questo significa che moltissimi ‘traduttori’ operano senza vincolo alcuno,
non solo senza aver conseguito un coerente titolo di studio, ma senza neppu-
re aver mai superato alcuna prova di idoneità.
Gli scopi stessi dell’AITI, come espressamente indicati sul sito, indicano
il mancato raggiungimento di uno status giuridico e sociale paragonabile a
quello delle altre libere professioni:
- promuovere iniziative legislative volte al riconoscimento di uno stato giuridico del
traduttore e interprete come professionista;
- attestare le competenze professionali dei propri associati;
- promuovere l’immagine e la consapevolezza del ruolo sociale, culturale ed economi-
co dei traduttori e degli interpreti presso la committenza e le istituzioni;

5. La AIIC Italia esiste dal 2014.


6. In alcune aree multilingui, come la Spagna, esistono anche associazioni regionali, come
la catalana Associació d’Escriptors en Llengua Catalana (AELC). Esistono poi, in vari Pae-
si, associazioni in campi specifici della traduzione; ad esempio, per i traduttori letterari esi-
ste (tra le altre) l’American Literary Translators Association (ALTA), per quelli giuridici la
Union Nationale des Experts Traducteurs Interprètes près les Cours d’Appel (affiliata della
FIT), per gli interpreti delle lingue dei segni, la Association of Visual Language Interpreters
of Canada (AVLIC) ecc..
7. http://www.aiti.org/associazione.

240
- promuovere l’aggiornamento e la formazione continua dei traduttori e degli interpreti
e il rispetto della deontologia professionale;
- garantire, sotto l’aspetto etico e sociale, il rispetto delle migliori condizioni e presta-
zioni di lavoro, autonomo e dipendente, dei traduttori e degli interpreti, anche tramite
l’elaborazione di contratti tipo;
- promuovere la raccolta e la diffusione di informazioni riguardanti la professione;
- elaborare e diffondere raccomandazioni, norme e standard sulle migliori prassi pro-
fessionali;
- favorire l’accesso alla professione attraverso forme di tutoraggio con l’acquisizione
di comportamenti e mentalità professionali;
- promuovere l’attuazione dei più idonei percorsi formativi per le diverse figure profes-
sionali nel campo della traduzione e dell’interpretazione;
- promuovere iniziative legislative affinché nei tribunali italiani i servizi di interpreta-
zione e traduzione nei procedimenti penali vengano garantiti da traduttori e interpreti
qualificati e professionali, in conformità alle normative internazionali in materia, in
primis la Direttiva 2010/64/UE8.

È particolarmente indicativo, all’ultimo punto dell’elenco, che l’AITI


debba lottare per riuscire a ottenere in Italia l’adeguamento alle norme giu-
ridiche richieste in materia legale dall’Unione Europea (Direttiva 2010/64/
UE del Parlamento Europeo e del Consiglio del 20/10/2010 sul diritto all’in-
terpretazione e alla traduzione nei procedimenti penali)9, atte a tutelare sia il
ruolo dei traduttori, sia la qualità delle prestazioni in àmbito giuridico-legale.
È possibile che l’AITI riesca, prima o poi, nell’ardua impresa di convincere
gli organi di potere della necessità di riconoscere in Italia “uno stato giuri-
dico del traduttore e interprete come professionista”, ma, finché questo non
avverrà, sul nostro mercato continuerà a operare un numero di ‘traduttori’
dieci volte superiore a coloro che si sono almeno sottoposti a una prova d’i-
doneità. Finché, dunque, non maturerà a livello governativo la convinzione
che tradurre sia un’attività estremamente complessa, qualsiasi traduzione di
alta responsabilità economica, sociale e civile (ad esempio, nei tribunali e ne-
gli ospedali, ma anche in campo tecnologico e commerciale), per non parlare
di quello letterario, potrà essere legalmente affidata a chiunque.
Comprensibilmente, chiunque eserciti da anni la professione di tradut-
tore senza avere alcun requisito opporrà resistenza a qualsiasi mutamento
legislativo, soprattutto alla creazione di un ordine professionale. Tuttavia,
questa fase delicata e spiacevole di passaggio dalla deregulation alla rego-
lamentazione è inevitabile in tutte le professioni: nel passato prossimo o re-
moto, in tutte le libere professioni, c’è stato un momento storico in cui si è
dovuto affrontare lo scontento di alcuni per garantire a tutti, committenti
(clienti), destinatari e professionisti, garanzie deontologiche rigorose. Cer-

8. http://www.aiti.org/associazione.
9. http://eur-lex.europa.eu/LexUriServ/LexUriServ.do?uri=OJ:L:2010:280:0001:0007:it:PDF.
Sulla traduzione giuridica, si veda la monografia di Megale (2008) che, nei primi due ca-
pitoli, affronta da diversi punti di vista l’interazione fra lingua, traduzione e diritto.

241
tamente queste garanzie hanno un costo, ma, come dimostrano la medicina
e la giurisprudenza, l’ingegneria e l’architettura, se si vogliono prestazioni
serie (pazienti vivi e ponti che non cadano), è bene controllare l’accesso alle
professioni specialistiche.

2. I paradossi della traduzione editoriale

2.1. Il caso e la necessità

Sebbene la stretta correlazione tra qualità delle traduzioni e competenze


dei traduttori sia ovvia e innegabile, nel polisistema editoriale italiano, sono
lo status giuridico del traduttore e i fattori ideologico-economici a determi-
nare le tariffe professionali, la tipologia dei testi pubblicati, la gerarchia delle
lingue e delle culture di maggior successo. Nell’àmbito dell’editoria italiana
e, in particolare, in quello della traduzione letteraria e saggistica, l’anomalo
quadro generale relativo allo status sociale, giuridico, economico del tradut-
tore è particolarmente svantaggioso: se ancora esiste un minimo prestigio
sociale nel tradurre opere di poesia o narrativa, la scarsa gratificazione che
ne deriva non può certo compensare la frustrazione di onorari straordinaria-
mente miseri e quasi mai negoziabili (talvolta difficili da ottenere nei tempi
previsti dal contratto).
Nel mondo editoriale, infatti, il traduttore (se non è rispettato per un altro
suo ruolo, per esempio di famoso scrittore, noto scienziato o, magari, con-
duttore televisivo) è considerato alla stregua di un ‘manovale delle lingue’,
beneficato dall’editore per il solo fatto di aver ottenuto una proposta di tradu-
zione10; qualora, invece, la proposta sia stata avanzata direttamente all’edito-
re dal traduttore, costui viene beneficato dal fatto stesso di essere stato preso
in considerazione11. È evidente un ulteriore paradosso: il massimo prestigio
e rispetto professionale in qualità di traduttori per l’editoria lo ottengono per-
sone che non sono traduttori e che, spesso, non hanno alcuna preparazione
né teorica, né professionale nel campo delle lingue e della linguistica12. Ma
questo è solo uno dei tanti paradossi e certo il meno problematico. Quello più

10. La parola “editore” (qui e in seguito) non si riferisce necessariamente alla persona a
capo dell’azienda, ma in generale a coloro che gestiscono le singole collane editoriali, depu-
tati a seguire l’iter di un progetto.
11. Quanto alla proposta editoriale, che richiede indagini di marketing, è importante ve-
rificare se l’opera in questione ricada ancora nel regime dei diritti d’autore e se esistano già
traduzioni (è opportuno consultare in tal senso i cataloghi delle Biblioteche Nazionali, ma, in
alcuni rarissimi casi, possono non comprendere traduzioni italiane pur esistenti).
12. Certamente, se il traduttore è uno scrittore famoso, l’editore lo rispetta, lo paga di più
e gli risponde sempre al telefono; se il traduttore è un professore universitario, l’editore lo ri-
spetta e fa in modo che qualcuno gli risponda al telefono, ma non lo paga di più; se il tradutto-
re è un professionista free lance, il rispetto e l’attenzione sono spesso minimi.

242
grave deriva dal fatto, come si è anticipato, che gli editori possono commis-
sionare la traduzione di qualsiasi testo, anche dei classici della letteratura, a
chiunque: la legge sul diritto d’autore considera ‘traduttore’ chiunque scriva
un testo qualsiasi e lo definisca ‘traduzione’.
Poiché, poi, alcuni editori non hanno competenze critiche in merito alle
traduzioni (spesso sanno distinguere le traduzioni pessime da quelle eccel-
lenti, ma tendono ad accontentarsi della mediocrità), il criterio adottato per
commissionare le traduzioni è soprattutto quello del vantaggio economico
momentaneo (risparmio sulla traduzione). Tuttavia, anche in questo caso, si
riscontra un curioso paradosso: nella traduzione per l’editoria, non c’è alcu-
na correlazione tra il livello delle tariffe e la qualità delle prestazioni; infatti,
un ottimo traduttore letterario può lavorare per pochi spiccioli e un dilettante
può ottenere un prezzo più alto. Questo si spiega con il fatto che un tradutto-
re letterario può per anni ambire a tradurre un certo autore o una particolare
opera e che, quindi, consideri gratificante concedersi questa appassionante
possibilità a prescindere dal compenso; viceversa, un traduttore privo di spe-
cifiche competenze letterarie fa il lavoro soprattutto per guadagnare o per av-
viare il proprio curriculum, pertanto può rifiutare un incarico del tutto svan-
taggioso. Chiaramente e più che comprensibilmente, se si lavora per guada-
gnare, la traduzione letteraria è davvero svantaggiosa perché implica anche,
quasi sempre, ricerche di carattere storico ed enciclopedico molto faticose e
raramente computate nella remunerazione13.
Questi paradossi si riflettono congiuntamente nel paradossale contratto
diffuso nella traduzione per l’editoria: pur essendo la traduzione editoriale
protetta dalla legge sul diritto d’autore, la prassi prevede contratti ‘capestro’,
i cui termini sono pressoché interamente gestiti dagli editori, spesso su modu-
li prestampati con un minimo margine di intervento della controparte (quasi
mai relativo alle tariffe). Nella sostanza, il traduttore viene di norma costretto
dall’editore a cedere per vent’anni i diritti sulla sua traduzione (cfr. Megale
2004, 60-62) e, a prescindere dal successo della traduzione stessa sul merca-
to, a rinunciare a qualsiasi ulteriore guadagno (o alla possibilità di cambiare
editore, se ne trovasse uno disposto a ri-pubblicare quella stessa traduzione
a condizioni migliori per il traduttore). I contratti editoriali che prevedono
le royalties (cioè, percentuali di guadagno sulle copie vendute) sono spes-
so ancora più svantaggiosi: infatti, il traduttore percepisce alla consegna del
lavoro un compenso minimo, una tantum, più basso delle tariffe usuali, per
poi scoprire che è in realtà un anticipo sulle royalties, le quali, a loro volta,
risultano sempre inferiori alle previsioni (il traduttore non può sapere quale

13. Per esempio, se in un romanzo dell’Ottocento viene richiamato, senza esplicitazione,


il nome di un esercizio commerciale, per stabilire (ed esplicitare) se si trattasse di un sarto, di
un ristorante o di una modista e, magari, per comprendere che cosa rappresentasse (un luogo
elegante o malfamato?), sono richieste competenze sofisticate per valutare troppe fonti con-
traddittorie o, talvolta, per trovarne una sola.

243
sia la reale previsione di vendita di un libro nell’immediato o negli anni, né
può sapere quante copie siano state realmente vendute). Certo, il traduttore,
per firmare un contratto, potrebbe utilmente servirsi della consulenza di un
legale, ma questo andrebbe comunque a suo svantaggio: se il legale trovasse
irregolarità nel contratto, l’editore non accetterebbe modifiche sostanziali e,
se non le trovasse, il traduttore dovrebbe pagare comunque al legale una par-
cella pari a una significativa percentuale dell’ipotetico guadagno.
Nessuno nega che l’editore faccia un utile investimento per ogni libro
pubblicato, cioè che corra concreti rischi in quanto imprenditore e che af-
fronti spese notevoli di progettazione, produzione, distribuzione e conser-
vazione dei prodotti, ma la posizione contrattuale del traduttore è così insi-
gnificante da creare una vera e propria sperequazione. Anche per questa ra-
gione, sono comparse sul mercato alcune piccole case editrici che applicano
una nuova formula: non pagano nulla per la traduzione, ma riconoscono tutti
i diritti al traduttore; in questo caso, per ogni progetto, editore e traduttore
investono le proprie risorse (l’editore progetta e stampa il libro, il traduttore
lo traduce) per poi dividersi i proventi secondo quanto previsto dalla legge.
Questa nuova formula, tuttavia, implica che si traducano solo opere straniere
che non ricadono nel campo di applicazione dei diritti dell’autore, cioè quel-
le i cui autori siano morti da almeno settant’anni, momento in cui gli eredi
perdono per legge i diritti acquisiti alla morte dell’autore14. In caso contrario,
se l’opera è contemporanea, anche il traduttore dovrebbe condividere con
l’editore l’oneroso acquisto dei diritti dell’autore straniero, che è spesso rap-
presentato da un agente letterario che, a sua volta, richiede un onorario per
la mediazione15.
Per questo e altri simili problemi, i traduttori, se non vogliono rischiare
investendo personalmente, preferiscono sottostare al regime imposto dagli
editori che prevede molto spesso tariffe orarie inferiori (nella sostanza) a
quelle di un bracciante: per le traduzioni letterarie più complesse, soprattut-
to per la poesia, un’ora di lavoro frutta in media tre o quattro euro16. Anche
in questo caso, la legislazione esiste e tutelerebbe il traduttore, se non fosse
che, in sede di contratto, il traduttore è indotto, per non essere sostituito, a ri-
nunciare ai propri diritti (cfr. Megale 2004, 85-102): come si è detto, è facile
essere sostituiti anche da pensionati o da neo-laureati (i quali, comprensibil-
mente, pur di acquisire esperienza e inaugurare il proprio curriculum, sono

14. L’articolo 25 della summenzionata Legge 22/04/1941 n° 633 recita: “I diritti di utiliz-
zazione economica dell’opera durano tutta la vita dell’autore e sino al termine del settantesi-
mo anno solare dopo la sua morte. (1) Il termine di durata di cinquanta anni è stato così elevato
dall’art. 17, co. 1, L. 6 febbraio 1996, n. 52”.
15. I diritti d’autore possono essere molto accessibili (se l’autore è sconosciuto) o molto
onerosi (se l’autore è famoso) e sono oggetto di contrattazione tra l’autore (o i suoi eredi) e
l’editore o tra l’editore e l’agente letterario (se l’autore è da lui rappresentato).
16. Forse è giusto che il lavoro intellettuale sia pagato meno di quello fisico, ma dovrebbe
valere per tutti i lavoratori e tutti i professionisti.

244
disposti a lavorare persino gratis). Questa situazione, del resto, è comune a
molte professioni: certamente, una volta entrati nel mondo dell’editoria con
i primi lavori, ottenerne altri è sempre più facile (a prescindere dalla qualità
del proprio lavoro). Inoltre, se il nome di un traduttore è associato a quello
di un autore celebre o di un editore noto, il traduttore stesso verrà citato più
spesso in cataloghi, recensioni, articoli e blog. Infine, ma soprattutto, sia tra i
traduttori più noti, sia tra i principianti si accettano compensi irrisori se si ha
l’opportunità di cimentarsi con autori studiati e amati, facendo un’esperien-
za che, per quanto poco remunerativa, è straordinariamente appassionante e
gratificante. Infatti, oltre a non stabilire i tempi di consegna e l’onorario, i
traduttori molto raramente possono scegliere che cosa tradurre.
Se un traduttore vuole proporre personalmente un’opera da tradurre, deve
svolgere indagini di mercato con i limitati mezzi a disposizione (senza avere
accesso alle banche dati del mondo editoriale) e deve rinvenire a) un’opera
del presente o del passato che non sia ancora stata tradotta, oppure b) un’o-
pera che sia bene (economicamente parlando) ritradurre. In entrambi i casi,
dovrebbe essere un TP che possa avere successo e/o apportare prestigio all’e-
ditore17. In definitiva, non avendo alcun ruolo all’interno del sistema di pro-
duzione, nessun ‘normale’ traduttore ha sufficiente autorità per condizionare
le scelte editoriali. Inoltre, se l’autore proposto dal traduttore è noto all’este-
ro, di solito è già stato “acquisito” da qualche editore (si parla di opzione sui
diritti), il quale, in questo caso, potrà rivolgersi a qualsiasi traduttore: questa
scelta può essere diretta o delegata a esperti di collana, ma il criterio domi-
nante è spesso quello dell’amicizia personale. Ovviamente, se è documenta-
bile che la proposta editoriale è frutto delle ricerche del traduttore, l’editore,
accettando la proposta, si impegna a farla tradurre al proponente; anche que-
sto, chiaramente, è paradossale: infatti, un bravo esperto di marketing let-
terario può trovare un’opera davvero proponibile e vantaggiosa, facilmente
accettabile per un editore, ma questo non significa affatto che costui sia un
professionista o sia, semplicemente, un traduttore18.
Per vedere accettata da un editore una proposta di traduzione, è indispen-
sabile che finisca ‘tra le mani’ di chi ha potere decisionale19. In definitiva,
fatte le debite eccezioni, per pubblicare una traduzione è indispensabile ave-
re fortuna, conoscere un editore o essere una persona nota. La fortuna ri-
guarda la possibilità di trovare l’opera ‘giusta’ al momento ‘giusto’ e la per-
sona ‘giusta’ che aiuti a contattare l’editore ‘giusto’. Se si ha fortuna, se la
proposta viene accettata, la qualità professionale della traduzione diviene,
paradossalmente, un fatto secondario. Questo spiega perché la qualità della

17. Almeno alcuni grandi editori sono interessati ad avere una collana in perdita o a costo
zero, la cui funzione è quella di arricchire il catalogo e renderlo più prestigioso.
18. Di fatto, la prova di traduzione che si invia all’editore, potrebbe averla fatta chiunque.
19. Perciò è più facile riuscirci con ‘piccoli editori’ che seguono da vicino ogni proposta.
Poi intervengono comunque gli stessi criteri (coerenza editoriale, previsioni di mercato, poli-
tica culturale, originalità, prestigio ecc.).

245
traduzione sia indipendente dal nome dell’editore: per la stessa casa editrice
può lavorare un professionista dalle competenze virtuosistiche, un grafoma-
ne o un ‘avventore’ della professione privo di qualsiasi requisito. Finché non
si provvederà a legiferare in merito al diritto di esercitare la professione, per-
marrà la situazione attuale: qualunque libro sia in vendita, per quanto caro
sia il prezzo di copertina, non dà al lettore alcuna garanzia che la traduzione
sia professionale, né gli riconosce la possibilità di ottenere rimborsi per ‘dan-
ni morali’ qualora il livello sia sotto la soglia critica del ‘decoro’. In effetti,
come si fa a stabilire il livello di ‘decoro’, se lo Stato non riconosce alla tra-
duzione il diritto di darsi ‘regole dell’arte’ che abbiano valore istituzionale?
In sintesi, il rapporto tra mondo editoriale e attività traduttiva è regolato
da criteri professionali, da fattori extra-professionali e, in buona parte, dal-
la fortuna, secondo il saggio principio per cui “la fortuna aiuta gli audaci”.

2.2. La valutazione delle traduzioni in prospettiva

Fino a qualche decennio fa, era legittimo pensare che i committenti e i


destinatari delle traduzioni letterarie fossero quasi del tutto indifferenti alla
qualità delle prestazioni: forse non sempre era così, ma erano quasi inesi-
stenti, in Italia, le collane di classici della letteratura che non annoverassero
almeno una traduzione pressoché illeggibile. Paradossalmente, in certi casi,
le traduzioni meno professionali erano quelle firmate da studiosi, scrittori o
personaggi della cultura, i cui nomi erano più noti al pubblico. Negli ultimi
decenni, le cose sono lentamente cambiate e, salvo singoli casi, le compe-
tenze dei traduttori editoriali (in campo letterario e saggistico) sono general-
mente cresciute, producendo maggiore attenzione da parte di editori e lettori.
La qualità delle traduzioni editoriali nel nostro Paese è cresciuta in modo
esponenziale proprio con il moltiplicarsi dei corsi universitari deputati a pre-
parare e addestrare in modo mirato traduttori professionisti: solo parzial-
mente si può ‘acquisire’ qualsiasi professione all’università, ma sicuramente,
come avviene per la medicina o l’ingegneria, si può apprendere tutto quello
che serve a maturare professionalmente, adeguandosi a contesti nuovi e va-
lorizzando le proprie crescenti competenze.
Non è stato facile, soprattutto in Italia, che l’università accettasse di in-
serire la traduzione tra i suoi programmi di studio, poiché per secoli è stata
considerata un’attività extra-professionale che veniva delegata a figure socia-
li cólte e benestanti, che la praticavano per interesse personale e per diletto,
oppure a studenti e giovani studiosi come ‘tappa provvisoria’ per accedere a
più ‘stimabili’ compiti editoriali (curatele, critiche letterarie, consulenze di
mercato ecc.), appannaggio dei professori. Nonostante siano ancora nume-
rosi i docenti universitari di traduzione che hanno una scarsa preparazione
teorica (e che si ispirano, nel migliore dei casi, al ‘buon senso’), senza dub-
bio il protervo disconoscimento per l’attività traduttiva che ha dominato le
246
discipline umanistiche nel corso dell’intero XX secolo è decisamente supera-
to. Nel mondo accademico, nessuno più considera la traduzione un esercizio
quasi meccanico, alla portata di tutti, cui guardare come all’anticamera di
professioni letterarie intellettualmente più nobili ed erudite. Questo ha avuto
ripercussioni positive sulla visibilità del traduttore.
Nel 1963, nella prefazione al libro di Georges Mounin Les problèmes
théoriques de la traduction, Dominique Aury (1963, VII) scriveva con gran-
de scoramento:
si la couverture d’un livre traduit porte le nom de l’auteur et le nom de l’éditeur, il faut
chercher à la page de titre intérieure, et plus encore face à cette page, tout en haut ou tout
en bas, dans le plus petit caractère possible, le mieux dissimulé possible, le miserable
nom du traducteur.

Oggi non è più così: per quanto in caratteri più piccoli, il nome del tradut-
tore compare ormai spesso sulla copertina del libro o in quarta di copertina
ed è comunque sempre stampato (per legge) nel frontespizio interno. Sicura-
mente, la massiccia attività di ricerca in questo campo ha contribuito a dare
visibilità alla traduzione, responsabilizzando traduttori ed editori. Parafra-
sando Ortega y Gasset (1993, 205), si può dire che, a furia di “tessere le lodi”
della traduzione e di considerarla “un lavoro intellettuale di prim’ordine”, si
è dato davvero un “nuovo prestigio a questa attività”, pur ancora lontano dai
riconoscimenti socio-economici che meriterebbe.
A prescindere da tutti i paradossi ancora presenti nella traduzione edito-
riale, si riscontra un logico rapporto di causa-effetto tra la qualità delle tradu-
zioni e le attese/pretese dei lettori: più aumenta la generale qualità delle tra-
duzioni, più il pubblico in genere si abitua a un più alto livello professionale.
Questo determinerà, si spera, che gli editori siano in futuro più interessati a
investire in traduzioni altamente professionali. In sintesi, se oggi, a fronte di
tempi di lavoro sempre più stretti, la professionalità è nettamente migliore ri-
spetto a qualche decennio fa, purtroppo, tuttavia, questo processo virtuoso ha
coinciso con un’epoca di grande crisi per l’editoria in generale e per il ‘libro’
in particolare, ma, finché nel nostro Paese ci saranno libri e ci saranno lettori,
si può immaginare che le traduzioni occuperanno stabilmente circa un terzo
del mercato librario20.
In definitiva, oggi, pur con tempi di lavorazione sempre più stretti, la pro-
fessionalità dei traduttori editoriali è nettamente migliore rispetto a qualche
decennio fa e la sensibilizzazione alla complessità della professione ha cer-
tamente contribuito alla crescita del senso di responsabilità dei traduttori e al
rigore delle traduzioni. Tuttavia, manca ancora del tutto una ‘classe’ di critici
competenti che educhi le competenze dei destinatari. Finora, fatta eccezione
per le riviste scientifiche destinate al circuito accademico, la critica delle tra-

20. In realtà i dati recenti, stando al portale dell’AIE (www.aie.it) indicano un aumento
delle vendite e una crescita del mercato del libro.

247
duzioni è stata pressoché assente dalla stampa italiana, se non sotto forma a)
di recensione generica su un nuovo libro, b) di generico encomio per il lavoro
di un amico o c) di personale polemica contro qualche collega.
Va rilevato, infatti, che, almeno in Italia, i problemi connessi alla critica
della traduzione sono legati proprio a problemi relazionali: qualsiasi aspi-
rante critico della traduzione incontra inevitabilmente una serie di deterrenti
che generano un sistema di autocensura: se si facessero regolari rubriche di
critica in rete o su giornali e riviste, il ‘critico’ si troverebbe quasi sempre a
recensire traduzioni di maestri, amici, colleghi e accademici più o meno au-
torevoli, pubblicate da case editrici per cui egli stesso ha lavorato, lavora o
vorrebbe lavorare. Se la sua critica fosse troppo severa, potrebbe danneggiar-
lo. Ma questo, del resto, riguarda tutte le professioni e la capacità di criticare
in modo neutrale, asettico, limitandosi a valutare la coerenza procedurale, è
il solo modo per superare l’autocensura, per far sì che i traduttori cerchino di
tradurre meglio, che gli editori selezionino meglio i traduttori e che i lettori
pretendano traduzioni professionali. Questa è la sola strada per incentivare un
incremento qualitativo dei prodotti, del mercato, delle condizioni di lavoro e
accrescere la sensibilità deontologica dei traduttori.
Per decenni, è prevalsa l’idea che, come per le opere letterarie o cinema-
tografiche, anche per le traduzioni fosse legittimo qualsiasi giudizio (secon-
do il principio, “de gustibus non disputandum est”), salvo poi ammettere che
la critica letteraria avesse diritto alle proprie ‘autorità’ e che a loro si doves-
se allineare il giudizio dei lettori meno competenti. Una ventina di anni fa,
Evgenij Solonovič (1997: 127-128; corsivo mio), uno dei più noti traduttori
della poesia italiana in russo, scriveva:
I giudizi dei teorici e dei pratici della traduzione sullo stesso esito traduttivo spesse volte
non coincidono [...] il fatto è che un traduttore, giudicando il lavoro di un collega, oppure
il proprio lavoro, si basa, nella sua analisi, sui dati empirici. Il giudizio negativo su una
traduzione è più obiettivo se viene da chi conosce in pratica i segreti del mestiere e sa
quali elementi di un determinato testo di partenza possono essere riprodotti nel testo
arrivo e quali no.

È evidente che individuare parametri coerenti e condivisi per la valutazio-


ne critica delle traduzioni impone di individuare parametri coerenti e condi-
visi per fare le traduzioni, e riconoscere in un mestiere l’esistenza di ‘regole
dell’arte’ significa riconoscere un nesso irrinunciabile tra conoscenza teori-
ca e competenza professionale, tra competenza e qualità del prodotto. È del
tutto contro-argomentabile l’idea di Gideon Toury (1995a, 108), secondo cui
sarebbe arbitrario “qualsiasi tentativo di definire una determinata relazione
tra un’entità linguistica di partenza e una di arrivo”. Se così fosse, nessuna
qualità della traduzione e dell’interpretazione potrebbe mai essere studiata,
migliorata, valutata: la qualità delle prestazioni professionali è un requisito
irrinunciabile perché una professione sia definita tale e la sola possibilità di
valutare è quella di stabilire i punti di riferimento per un sistema critico.
248
Operare in qualità di critico o recensore della traduzione è possibile solo
sulla base di un approccio epistemologico che non riguardi necessariamen-
te le regole in sé, ma l’esistenza stessa di un sistema regolatore comune a
traduttori, lettori, critici, recensori ed editori: le regole sono “flessibili” non
perché si riconducono ai soli casi a cui si applicano, esibendoli “come meri
esempi”, ma quando mettono in luce la “natura polimorfa” di un singolo pro-
cedimento (Bottiroli 1999: 86).
Anton Popovič (2006, 143) sosteneva che esistessero due tipi di critica:
quella modellata sulla critica letteraria, applicata direttamente al TP, e quella
che non ne teneva alcun conto, poiché riferita esclusivamente al polisistema
nazionale di arrivo. In realtà, una nuova e credibile critica della traduzione
editoriale dovrebbe essere una sintesi dei due approcci, ma fondata comunque
su parametri emersi dallo studio del processo traduttivo. Ovviamente, un cri-
tico della traduzione può non essere un traduttore, come un critico letterario
può non essere uno scrittore o un commentatore sportivo può non essere mai
stato un atleta, ma qualsiasi critico o commentatore deve essere esperto nel
proprio campo, così che chi critica la letteratura cinese conosca la lingua e la
cultura cinese, e chi commenta il calcio conosca le regole e la storia del calcio.
In sintesi, la critica della traduzione può esistere solo sulla base di un mo-
dello teorico; è proprio questo il postulato irrinunciabile del rigore critico ed
è la ragione per cui la falsificabilità è alla base del dialogo scientifico: un mo-
dello può essere falsificato proprio se viene applicato. Chiunque intervenga
in veste di critico del mestiere-traduzione non può che partire dal rapporto
tra progetto, strategie e tecniche traduttive, valutarne la coerenza rispetto alla
dominante e allo Skopos: ogni TP viene creato per assolvere funzioni diver-
se, compatibili o incompatibili tra loro (tra cui, convincere, spiegare, infor-
mare, intrattenere, vendere libri, sublimare sofferenza, vincere un premio
ecc.). La qualità di un TA non è alta perché ‘piace’ a qualcuno, ma perché
sostituisce all’arbitrio del giudizio soggettivo un sistema di valori condivi-
so dai professionisti. Pare dunque sensato che, se il critico della letteratura è
normalmente un letterato (non necessariamente uno scrittore), il critico della
traduzione sia, a qualche titolo, un esperto di traduzioni (non necessariamen-
te un traduttore).

3. La traduzione specializzata

La traduzione (scritta) dei testi commerciali, tecnici e scientifici (che


comprendono tutti i testi delle discipline accademiche, quelli giuridici, poli-
tici, economici ecc.), basati su terminologia specialistica e stilemi specifici,
è la tipologia professionale più diffusa sul mercato mondiale e viene definita
traduzione specializzata.
I committenti delle traduzioni specializzate, per lo più, possono essere
privati cittadini (soprattutto per corrispondenza e documentazione persona-
249
li), aziende (per testi commerciali o documentazione tecnica), comitati con-
gressuali (per cataloghi, programmi, materiali scientifici) o le pubbliche isti-
tuzioni (che richiedono soprattutto traduzioni in campo economico, socio-
politico, giuridico, diplomatico).
Nell’àmbito delle istituzioni governative, esiste una massiccia e quotidia-
na attività di traduzione che coinvolge sia numerosi traduttori impiegati sta-
bilmente, sia professionisti free lance. Ad esempio, nelle istituzioni dell’U-
nione europea, in cui si contano ventiquattro lingue ufficiali per i ventotto
Paesi membri, sono coinvolti ca. 4300 traduttori e 800 interpreti che costitui-
scono “personale permanente”21. Non solo ogni membro del Parlamento eu-
ropeo ha il diritto d’intervenire in una qualsiasi delle lingue ufficiali dell’UE,
e tutte le riunioni del Consiglio europeo e del Consiglio dell’Unione euro-
pea dispongono di interpretazione simultanea in tutte le lingue ufficiali, ma
a ogni abitante europeo è garantito l’accesso alla legislazione dell’UE e ai
principali documenti politici nella lingua ufficiale del proprio Paese; infine,
chiunque ha diritto a scrivere agli organi dell’Unione nella propria lingua e a
ottenere una risposta in quella stessa lingua22.
In Italia, in àmbito aziendale e congressuale, si lavora prevalentemen-
te con le lingue “europee”, in primis l’inglese, ma vi sono ampi settori del
commercio, della politica, della diplomazia e delle istituzioni (soprattutto i
tribunali e gli organi dell’ordine pubblico) che necessitano stabilmente di tra-
duttori da e verso lingue di Paesi esterni alla UE23.
In tutto il mondo, particolarmente ambìti sono i professionisti in grado di
lavorare non solo con le lingue più diffuse, ma con almeno una lingua meno
nota, possibilmente in combinazioni inusuali.
Oltre ai generali requisiti professionali, qualsiasi traduttore specializzato
deve disporre di competenze di base relative alla specialità su cui è chiamato
a intervenire, pur senza essere, comprensibilmente, uno specialista: esatta-
mente come un medico non è un traduttore, così un traduttore di testi medi-
ci non è un medico, pur essendogli richiesta una certa ‘dimestichezza’ con
l’àmbito della medicina.
Si è discusso a lungo sul grado di ‘dimestichezza’ e sul concetto di ‘com-
petenze di base’ che i traduttori specializzati dovrebbero avere rispetto alle
tematiche oggetto di traduzione; le posizioni in merito sono tutt’altro che

21. Cfr. il sito ufficiale dell’UE, da cui sono tratte anche le informazioni successive:
https://europa.eu/european-union/about-eu/figures/administration_it#lingue.
22. Sempre sul sito dell’UE si legge che “il costo stimato di tutti i servizi linguistici (tra-
duzione e interpretazione) in tutte le istituzioni dell’UE ammonta a meno dell’’1% del bilan-
cio generale annuale dell’UE. Diviso per la popolazione dell’’UE, questo costo equivale a
circa 2 euro per persona all’’anno”. Quest’affermazione parrebbe quasi una giustificazione,
come a rassicurare i cittadini europei che sulle traduzioni si investe il minimo indispensabile.
23. Spesso, i costi di traduzione e convalida legale dei documenti stranieri vengono adde-
bitati ai cittadini cui vengono richiesti e, in alcuni casi, ci si avvale di interpreti che svolgano
anche le prestazioni di traduzione specializzata.

250
univoche (cfr. Scarpa 2005, 192-196). In sostanza, si può condividere l’i-
dea che un traduttore specializzato non possa assolutamente sostituirsi allo
specialista “in quanto non ha una conoscenza né scientifica, né tecnica della
disciplina”, pur essendo altrettanto vero, tuttavia, “che il traduttore specializ-
zato possiede una conoscenza sia scientifica che tecnica della lingua in quan-
to veicolo della comunicazione specialistica, competenza che lo specialista
non può avere” (ivi, 196)24. Del resto, merita rilevare che, nella nostra epo-
ca, nessuno specialista o scienziato può avere dimestichezza con un’intera
“scienza” poiché le discipline sono ormai, sempre più, sotto-settori scientifi-
ci estremamente tecnici e circoscritti, i quali, incrociandosi e moltiplicando-
si, frammentano i convenzionali confini del sapere. Il traduttore, quindi, può
essere al massimo uno specialista di traduttologia, se coltiva questo campo
di ricerca parallelamente alla professione di traduttore, ma deve comunque
avere idee molto chiare sulle modalità con cui vengono strutturate le infor-
mazioni che deve tradurre, sugli schemi procedurali con cui gli specialisti co-
municano e argomentano il proprio sapere, sulla terminologia e fraseologia
che usano nel linguaggio professionale.
Nel complesso, al traduttore specializzato è richiesto:
- di conoscere, grazie ai suoi studi, le strutture ricorrenti dei testi specialistici (ad esem-
pio, nel caso della medicina, le ‘formule’ usate nelle cartelle cliniche, nei referti, ne-
gli articoli e nelle relazioni scientifiche ecc.);
- di conoscere e implementare la terminologia specialistica (che non è fissa, ma muta
al mutare dei dati e delle innovazioni scientifiche);
- di saper usare con coerenza pragmatica i connettori che stabiliscono le correlazioni
tra gli enunciati (non solo sintattici, ma propriamente logici)25.

24. Il volume di Scarpa è uno strumento fondamentale e trasversale per chi voglia af-
frontare la traduzione specializzata e offre una dovizie di informazioni sulla professione; si
riscontra, tuttavia, l’idea piuttosto ingenua (espressa in punti diversi del libro) che, a dif-
ferenza della lingua “standard” (connotativa), la terminologia sia “denotativa” e che il lin-
guaggio tecnico-scientifico sia materialmente distinguibile da quello che ha altre dominanti
testuali: ad esempio, Scarpa (2005, 69) si rifà a una contrapposizione tra traduzione “let-
teraria” e traduzione “specializzata” che è ampiamente contro-argomentabile (cfr. Salmon
2007 e 2016).
25. Ad esempio, per rendere l’italiano “al contrario”, che talvolta coincide con “contra-
riamente”, l’uso pragmatico delle espressioni inglesi “on the opposite”, “viceversa”, “conver-
sely”, “as opposed”, “contrarily” può risultare marcato e inopportuno in alcuni contesti (l’e-
spressione più versatile e meno rischiosa è, curiosamente, quella meno frequente nei diziona-
ri elettronici e nelle memorie di traduzione: “conversely”): l’orecchio interno del traduttore
specializzato dovrebbe essere in grado di selezionare la forma che userebbe un nativo. Un al-
tro noto esempio riguarda la resa in tutte le lingue dell’usatissimo avverbio italiano “infatti”,
connettore che può avere funzioni assai diverse e richiedere in alcune lingue (tra cui l’inglese)
di costruire la frase secondo un’altra struttura logica per ricreare l’equivalente funzionale del
connettore. Solo in rarissimi casi “infatti” è usato in modalità negativa (si conferma una ne-
gazione) e può quindi rendersi con il falso amico inglese “in fact”: per lo più va omesso, de-
strutturando la frase inglese, o va sostituito verosimilmente con “indeed” o “actually” in una
posizione che non è mai quella dell’avverbio italiano.

251
Non in tutte le lingue naturali le strutture e i connettori dei linguaggi setto-
riali (e del linguaggio in genere) funzionano nello stesso modo, tuttavia, esisto-
no alcune ‘regolarità’ che permettono a un traduttore che si addestri nel singolo
àmbito di una singola lingua di implementare le proprie abilità in modo trasver-
sale anche in altri àmbiti e nelle altre sue lingue di lavoro. Come accade negli
sport (chi pratica nuoto allena la respirazione per qualsiasi altro sport), un tra-
duttore che abbia ampia esperienza in un certo settore con una particolare cop-
pia di lingue è facilitato a diventare traduttore in quello stesso settore qualora
introduca una lingua nuova, così come è anche avvantaggiato se, diversamente,
vuole introdurre per la sua abituale coppia di lingue un nuovo àmbito di spe-
cializzazione. Questo è tanto più evidente se il professionista lavora in modali-
tà passiva, traducendo verso la L1: infatti, ogni esercizio di traduzione da una
lingua non nativa rafforza gli automatismi verso la L1 da tutte le altre lingue.
Nella prassi professionale, dopo il training universitario, che contempla
un esercizio mirato in almeno alcuni dei principali àmbiti settoriali (econo-
mia, politica, giurisprudenza, logistica e medicina sono i più diffusi), quando
il neo-professionista accede al mercato, può perfezionare via via la sua pre-
parazione terminologica e fraseologica ogni volta che gli viene affidato un
lavoro specifico. Il committente è tenuto, nel suo stesso interesse, a trasmet-
tere al traduttore i dettagli tematici, i materiali o le informazioni necessarie a
documentarsi al meglio prima di intraprendere il lavoro. Quando un profes-
sionista traduce in modalità continuativa lo stesso tipo di testi specialistici,
tende ad avere una padronanza superiore alla media e acquisisce fama come
specialista di un particolare linguaggio settoriale; solo in rari casi, tuttavia, è
possibile lavorare soltanto in uno o due settori disciplinari ed è rarissimo che
si possa scegliere in quale settore.
Come si è detto, caratteristica distintiva della traduzione specializzata è la
familiarità con le strutture e i termini delle lingue settoriali, dette anche mi-
crolingue o LSP (Languages for Special Purposes). Di fatto, la complessità
e la diversificazione dei testi specialistici impone ai traduttori commerciali,
tecnici e scientifici di conoscere i fondamenti della terminologia, che ormai
è riconosciuta a tutti gli effetti come una disciplina a sé stante, direttamen-
te imparentata con la linguistica (con cui condivide le ricerche onomasiolo-
giche e semasiologiche) e con la traduttologia (con cui condivide la ricerca
sull’equivalenza oggetto/parola e parola/traducente).
Secondo una visione semplicistica, la terminologia viene presentata come
“un codice artificiale all’interno di un codice naturale” (Osimo 2011, 132) e il
testo specialistico come “puramente informativo, tecnico, terminologico, chiu-
so, nel quale a ogni termine corrisponde uno e un solo significato denotativo
codificato e inequivocabile” (ivi, 156). L’idea che i termini siano più artificiali
delle “parole” e siano inequivocabilmente “denotativi” è contro-argomentabi-
le non solo a livello epistemologico, ma anche logico, materiale e statistico:
basti pensare alla migrazione, creativa e metaforica, dei termini da una lingua
settoriale all’altra (come, ad esempio, il termine “screwdriver” [“cacciavite”]

252
che, dal campo della meccanica, è stato mutuato nel glossario dei coktail, o il
termine “vaccino”, antonomasia metonimica che, dall’aggettivo originato da
“vacca”, indica un preparato che offre immunità da un agente biologico; cfr.
Salmon 2016, 27); ma si pensi anche al numero di parole create artificialmen-
te come termini, ma oggi ‘ridotte’ a “parole” non specialistiche (ad esempio,
“nostalgia”, termine inventato nella tesi di laurea in medicina dello studente
di Basilea Johannes Hofer nel 1688), nonché alle parole nate come antonoma-
sia o metonimia persino da nomi propri e divenute termini proprio con l’uso
(come “sodomia”, deonomastico di origine biblica, derivato dal toponimo So-
doma e presente nei glossari di medicina). Inoltre, i termini, comunque li si
intenda, possono essere presenti, anche massicciamente, in tutte le tipologie
testuali (compresi i testi letterari), per cui non possono costituire l’elemento
distintivo dei testi specializzati. Infatti, prima di cercare i criteri che rendono
un testo “specialistico” o “non specialistico” è opportuno comprendere che le
cose sono meno semplici di come sembrino a uno sguardo superficiale.
A prescindere dal loro differente uso e registro, i termini sono creati, se-
lezionati, modificati, dimenticati in base all’ideologia, alle mode, ai tabù e a
fattori soggettivi. Persino le relazioni morfologiche, onomastiche e tassono-
miche rispecchiano gli stessi processi metonimici che governano l’onoma-
siologia universale (sulle proprietà metaforiche della terminologia in chiave
intra- e interlinguistica, cfr. Prandi 2013, Rossi 2015)26. Di conseguenza, si
può affermare che:
- in tutte le lingue umane, le microlingue condividono stabilità e instabilità;
- con tutti i linguaggi umani, le microlingue condividono la creatività, intesa come vio-
lazione di regolarità e stereotipi;
- la creatività linguistica implica un certo grado di connotazione, in quanto rende l’u-
nità verbale ‘speciale’ (marcata) rispetto all’uso atteso;
- le microlingue sono ‘discrete’ e ‘oggettive’ solo nei limiti in cui è stato canonizzato
un processo onomasiologico soggettivo e non sono ancora subentrate mutazioni;
- la terminologia e le definizioni dei termini non sono mai ‘ideology-free’ (cfr. Salmon
2016, 19-20).

In proporzioni variabili, tutti i testi, in quanto artefatti verbali, riflettono


due qualità paradossali: sono conformi a un dato canone e tendono parzial-
mente a differenziarsi per aggiungere informazioni nuove che concorreranno
alla creazione di nuovi canoni (ivi, 20). Di conseguenza,
- tutti i testi sono artificiali e hanno qualcosa in comune;
- l’attribuzione di una tipologia testuale non è possibile senza stabilire prima il conte-
sto esterno27;

26. I termini della medicina sono un buon esempio, come già si è visto per la creatività e
la concorrenza di “mongolismo”, “sindrome di Down” e “trisomia-21”, che illustrano il mec-
canismo metaforico e metonimico che presiede alla creazione, diffusione e al successo me-
metico delle parole umane.
27. Come si è detto, il concetto di “contesto” può essere ricondotto ai fattori wh-.

253
- una denotazione completa, perfetta e definitiva di un termine in qualsiasi testo umano
non esiste e non può esistere;
- il come qualcosa è detto (variante) va considerato informativo tanto quanto il cosa
viene detto (invariante);
- la correlazione come/cosa agisce sempre in tutte le tipologie testuali, visto che anche
un’astratta assenza di variabili è, per definizione, una variabile;
- tutte le lingue naturali sono altamente formulaiche e seguono un percorso che va
sempre dalla creatività (metaforico-metonimica) al canone;
- la funzione essenziale dei canoni è quella di essere applicati o violati;
- la violazione dei canoni avviene in tutte le tipologie testuali;
- in qualsiasi tipo di comunicazione linguistica, il messaggio agisce sia a livello impli-
cito (subliminale), sia a livello esplicito ed entrambi i livelli possono coincidere o non
coincidere a prescindere dalla tipologia testuale.

Queste premesse aiutano a comprendere l’importanza del criterio di ge-


neralità nell’approccio alla traduzione e alla complessa classificazione delle
tipologie testuali: solo dopo aver compreso che cosa accomuni tutti i testi, si
può stabilire cosa consenta di suddividerli in tipologie. Nel caso della tradu-
zione specializzata, i criteri distintivi sono fondamentalmente due: 1) la fun-
zione dominante, determinata dallo Skopos, cioè dal contesto professionale,
e 2) la presenza di stilemi atti a rendere le unità di testo il più possibile non
marcate, ovvero (secondo la PPT) vicine al punto 0 (gerarchia/affettività) in-
dicato sul piano cartesiano rappresentativo della f-marcatezza; tra questi sti-
lemi rientrano, ad esempio, l’uso continuo dell’impersonale, l’assenza di ar-
ticoli e aggettivi superflui, la nominalizzazione ecc.28. Ma, nonostante gli sti-
lemi delle lingue settoriali siano parzialmente generalizzabili, sia per ragioni
sintattiche, sia per ragioni propriamente stilistiche, alcune lingue, come l’in-
glese, utilizzano prevalentemente la paratassi, mentre altre, tra cui l’italiano,
prediligono l’ipotassi, gli incisi e un numero articolato di frasi secondarie.
Tra gli automatismi del traduttore specializzato, vanno quindi annovera-
ti soprattutto i meccanismi di conversione stilistica, infatti, lo stile del testo
tecnico e di quello scientifico è parzialmente formalizzabile, ma non riduci-
bile a un sistema preciso e ‘discreto’: anche in questo caso, conoscere il più
possibile il contesto relazionale tra committente e destinatario è più che mai
utile. Nella comunicazione commerciale, invece, le modalità con cui viene
espressa la “cortesia” (politeness), unite alle formule usate per esprimere in-
tenti persuasivi o ritrattazioni, possono essere piuttosto asimmetriche e, in
caso di traduzioni non professionali, creare malintesi.
Da quando esistono le agenzie di traduzione e, soprattutto, da quando tra-
duttori sparsi in tutti i continenti possono lavorare contemporaneamente per
lo stesso committente, è più difficile avere una chiara rappresentazione del
lavoro che si sta svolgendo. Un tempo, il traduttore specializzato aveva con-

28. Del resto, da un lato, nessun termine può stare sullo 0, ma più un linguaggio speciali-
stico si avvicina allo 0, più subisce un effetto paradosso: diventa marcato dall’assenza di mar-
catezza. A noi umani, infatti, le cose troppo ‘neutre’ suonano false.

254
tatti diretti con il cliente, per incontrarlo e ritirare il materiale, si recava in
azienda, spesso poteva parlare con il personale che gestiva i testi da tradurre.
Oggi, la trasmissione elettronica ha spersonalizzato le consegne e, almeno in
parte, accresciuto il senso di alienazione del traduttore, fisicamente isolato
dal mondo, solo con il suo computer, ma immesso virtualmente in una rete
globale.
La globalizzazione non ha portato solo a una dispersione planetaria della
committenza, ma anche alla diversificazione dei servizi; le nuove “imprese
di traduzione” hanno spesso la funzione di “service providers” integrati che
si occupano non solo di fornire ai clienti un testo tradotto, ma anche di pre-
stare servizi di localizzazione, valutazione e “customizzazione” delle infor-
mazioni (Scarpa 2005, 210) e questo richiede che il traduttore, pur nel suo
isolamento, segua l’evoluzione del mercato mondiale. Anche per questo la
traduzione specializzata impone oggi al professionista particolare elasticità
mentale e procedurale non solo riguardo alla gamma sempre crescente di
sotto-settori sempre più specializzati, alle tempistiche richieste dal mercato
e alla nuova ‘mentalità’ dell’imprenditoria globale, ma anche all’evoluzione
degli strumenti di lavoro imposti dai “service providers”.
Per lavorare con testi specialistici, un traduttore deve avere acquisito am-
pia dimestichezza con gli strumenti specifici della traduzione specializzata
(memorie, banche dati e corpora) e saperli utilizzare in modalità assistita,
mettendo a disposizione di altri il proprio lavoro. Il ruolo sempre più centra-
le degli strumenti e dei programmi elettronici usati nella traduzione assistita
(peraltro richiesti o imposti da numerose agenzie e istituzioni) costituisce
uno dei motivi per cui la traduzione specializzata è particolarmente comples-
sa e necessita di aggiornamenti continui sul piano terminologico, ma anche
tecnologico. Per far fruttare il proprio lavoro, è fondamentale non disperde-
re le proprie energie in ricerche troppo lunghe, pur sapendo, magari, che un
altro repertorio terminologico potrebbe essere più affidabile rispetto a quelli
disponibili. Il traduttore dovrebbe ‘quadrare il cerchio’: da un lato dovrebbe
ambire alla precisione assoluta, dall’altro dovrebbe sempre ricordare che “il
meglio è nemico del bene”.
Del resto, le odierne memorie di traduzione hanno modificato la ‘fisiono-
mia professionale’ della traduzione specializzata: da un lato, consentono di
lavorare in team, mantenendo una sostanziale coerenza nella selezione dei
traducenti, svolgendo anche grossi lavori in tempi brevi (e l’urgenza delle
scadenze non è l’eccezione), dall’altro accrescono il senso di spersonaliz-
zazione del lavoro. Infatti, proprio come l’editore, il committente della tra-
duzione specializzata “si riserva di norma la proprietà della memoria e il
traduttore è quindi tenuto a consegnargliela insieme alla traduzione” (ivi). È
chiaro, comunque, che chi lavora particolarmente bene mette a disposizione
materiale migliore allo stesso prezzo di altri, con la sensazione che la propria
competenza, così come l’incompetenza altrui, confluisca in un insieme pro-
miscuo gestito da un sistema dove il singolo traduttore si sente sempre più

255
invisibile. In realtà, le memorie di lavoro codificano l’origine delle entrate e
spesso rendono accessibile a tutti gli utenti il nome o il codice del traduttore:
per così dire, i più abili possono farsi notare e ottenere la fiducia e il rispetto
dei colleghi. L’insieme delle memorie di traduzione e delle banche dati ter-
minologiche impiegate nella traduzione assistita sotto forma di programmi
elettronici prende il nome di “CAT-tools” (ovvero di strumenti per la Com-
puter Assisted Translation)29.
Un aspetto interessante del sistema dei “CAT tools” è quello relativo al
computo dei compensi “frammentati” che vedono variare la percentuale del-
la tariffa globale secondo i cosiddetti “match value”, o ‘contatori di corri-
spondenze’ (cfr. Megale 2004, 149). Questo sistema penalizza il traduttore e
avvantaggia il cliente, dimostrando che le macchine, almeno in piccola parte,
hanno iniziato a soppiantare i traduttori umani. Infatti, a determinare il com-
penso è la percentuale di match (corrispondenze) presentati dalle memorie
di traduzione, cioè la presenza esclusiva o parziale nel corpus di ogni singola
unità traduttiva selezionata dal traduttore: in alcuni casi, solo un match infe-
riore all’84% implica che sia pagata al traduttore una tariffa del 100% (ivi).
Rispetto al ‘vecchio regime’, quando il computo per il compenso era “a car-
tella” o “a rigo”, il traduttore riceve compensi che lui stesso non è più in gra-
do di calcolare, poiché li calcola il ‘sistema’ stesso.
La traduzione assistita non è, in realtà, più ‘facile’, né consente ai tradut-
tori di avere meno competenze rispetto all’epoca pre-elettronica. Anzi, se è
vero che è il sistema elettronico a individuare per gli umani, nelle memorie
di traduzione, uno o più “match” tra cui selezionare il traducente definitivo,
è anche pur vero che la traduzione è sempre stata e resta l’abilità di scegliere
tra apparenti ‘soluzioni’ diverse, laddove una sola è quella f-equivalente: nel-
la traduzione assistita, dunque, il compito è solo apparentemente facilitato,
ma, paradossalmente, usa tanto meglio le memorie di traduzione proprio chi
potrebbe farne a meno.

4. L’interpretazione

La traduzione orale è praticata fin dall’antichità, ma ha ottenuto un vero e


proprio status professionale come “interpretazione” solo nel XX secolo. La
prima occasione in cui è stata impiegata a livello internazionale ha coinciso
con il Processo di Norimberga, cui hanno partecipato, in funzione di inter-
preti, traduttori, ufficiali, impiegati che non avevano avuto uno specifico ad-
destramento e le cui competenze e abilità erano molto difformi. Da allora,
moltissimo è cambiato. Grazie all’impegno di organizzazioni professionali
e di gruppi di studio impegnati nello sviluppo di un vero e proprio campo di

29. Le applicazioni più avanzate (e abbastanza costose) sono in grado di supportare diver-
si formati testuali. Tra le più note vi sono Trados, Wordfast, Transit.

256
ricerca, a partire dagli anni Sessanta del XX secolo, si è strutturato l’àmbito
professionale degli interpreti di conferenza.
Dell’interpretazione di conferenza fanno parte tre tipologie di prestazioni
tra loro molto diverse, che si svolgono, tuttavia, nello stesso contesto, quello
dei congressi, dei convegni internazionali e delle conferenze, e che richiedo-
no, oltre ai pre-requisiti professionali, una preventiva preparazione tematica
e terminologica (che si attiva non appena all’interprete è comunicata la data
dell’evento a cui è convocato):
- interpretazione simultanea;
- interpretazione consecutiva;
- chuchotage.
Non solo sono diverse le modalità, i tempi e le attrezzature richieste da
ognuna di queste prestazioni, ma divergono, talvolta in misura significativa,
le abilità richieste agli interpreti. Per questa ragione, sebbene gli interpreti
di conferenza (salvo eccezioni) siano in grado di svolgere ogni tipo di pre-
stazione, è frequente che abbiano una forte preferenza per l’una o per l’al-
tra. Nel complesso, tuttavia, contrariamente al senso comune, la modalità
di interpretazione meno faticosa tra queste tre è la traduzione simultanea.
Per praticarla è indispensabile che vi sia una sala o un’aula debitamente at-
trezzata con un sistema di cabine che ospitino due interpreti ciascuna; ogni
cabina è dotata di una doppia postazione, che comprende sedia, tavolo, le
cuffie per ricevere il messaggio di input, e una consolle dotata di microfono
per l’output e di pulsanti che consentano di accendere e spegnere il microfo-
no o di isolarlo per una brevissima pausa (per coprire, ad esempio, starnuti,
tosse o comunicazioni momentanee all’interno della cabina)30. Ogni cabina
si occupa di una coppia di lingue: se si è in Italia, la “cabina di tedesco” si
occuperà della traduzione dal/in tedesco e, quindi, secondo la prassi deon-
tologica, ospiterà due interpreti, ognuno dei quali sarà nativo di una del-
le due lingue e (idealmente) ognuno tradurrà esclusivamente nella propria
L1. Solo in casi rari, l’eccellenza della L2 di un interprete può consentirgli
di lavorare in retour, ovvero dalla L1 verso la L231. Se le coppie di lingue
sono troppe, tanto più se la traduzione in alcune lingue interessa pochi ospi-
ti dell’evento, si può attuare il relais, ovvero la “staffetta”: una sola cabina
traduce il discorso del relatore nella lingua comune a tutte le altre cabine;

30. Mentre uno dei due interpreti della stessa cabina traduce, l’altro può eventualmente
uscire o, soprattutto all’inizio di un intervento, aiutare il compagno con ogni mezzo: infat-
ti, in cabina si dispone di connessione alla rete, ai dizionari, alle banche dati, ai corpora. Il
compagno non parla al collega che traduce, ma annota il suggerimento sulla carta disposta
sul tavolo. La capacità di lavorare bene insieme è un’ottima premessa per un lavoro profes-
sionale.
31. In questo caso, l’interprete bidirezionale può fare da cheval tra due cabine: se un inter-
prete lavora con inglese L1, francese L2 e spagnolo L3, ma la L2 è a livello nativo, può pre-
starsi a tradurre dallo spagnolo sia verso inglese, sia verso francese.

257
questo consente di ridurre il numero delle cabine e i costi del servizio32.
Sempre secondo la prassi, ogni simultaneista dovrebbe lavorare idealmente
per un massimo di ca. 20-30 minuti consecutivi, ma i tempi regolamentari
vengono osservati con scrupolo solo nelle grandi istituzioni internazionali,
raramente negli eventi locali33. In una cabina regolamentare con due inter-
preti, la prestazione non deve superare le sette ore giornaliere, mentre nel
caso eccezionale che sia presente in cabina un solo interprete, costui non
dovrebbe lavorare mai più di 60 minuti consecutivi al giorno.
Tranne rari casi, come si è anticipato, il simultaneista traduce sempre
in modalità passiva (cioè verso la L1) e mai, salvo rari casi, in modalità
attiva (in retour verso la L2); questo determina un addestramento costante
unidirezionale che impone un estremo virtuosismo nella traduzione
passiva. Inoltre, pur dovendo sovrapporre parte dell’input (ascolto in L2)
a parte dell’output (parlato in L1), con un intervallo, detto décalage, la
sua prestazione avviene in modalità procedurale: il cervello dell’interprete
non si concentra sul contenuto di ciò che traduce, ma sull’equivalenza
funzionale dell’output. Per quanto possa parere inverosimile, è possibile
produrre un’eccellente traduzione simultanea ricordando solo in piccola
parte ciò che in realtà si è ‘detto’. Si supponga, ad esempio, di dover tradurre
a un convegno di biochimici, dove parte dei relatori fornisce spiegazioni
molto tecniche di processi chimici: comprendere fino in fondo ciò che si
sta traducendo imporrebbe competenze scientifiche troppo sofisticate per
essere acquisite nei pochi giorni, a volte ore, che precedono la prestazione
(un interprete non è uno specialista, come il relatore, della materia trattata, è
uno specialista di interpretazione); in questo caso, la traduzione simultanea
consente di comprendere e di tradurre ogni singola unità, pur senza essere
affatto in grado di ripetere tutto l’intervento del relatore e neppure ampie
frazioni: l’interprete comprende le singole frasi, ma non necessariamente
tutti i concetti. Poiché, spesso, dalla sua cabina, l’interprete vede il pubblico
per cui sta traducendo, capita di constatare che gli ascoltatori capiscano
molto bene la traduzione dell’interprete, sebbene l’interprete stesso capisca
32. Si supponga, ad esempio, che a un congresso le lingue ufficiali siano tre (inglese, fran-
cese, tedesco) con tre cabine (inglese/francese, francese/tedesco, inglese/tedesco), ma che vi
sia comunque una delegazione di cinesi che ha concordato di poter parlare cinese; invece di
allestire tre cabine supplementari (inglese/cinese, francese/cinese, tedesco/cinese), si installa
una sola cabina inglese/cinese e gli interpreti delle cabine inglese/francese e inglese/tedesco
tradurranno in francese e tedesco non il discorso del relatore in cinese, ma la traduzione in
inglese della sola cabina i cui interpreti lavorano con il cinese (questi ultimi sono detti pivot,
cioè sono i traduttori “perno”).
33. Una forma ibrida di simultanea senza cabina, detta “interpretazione in bidue” (Erri-
co, Morelli 2015, 32), che permette di risparmiare i costi elevati delle attrezzature standard,
prevede la distribuzione di dispositivi che collegano ogni presente all’interprete: tutto si svol-
ge come una consueta simultanea, ma senza la cabina che difende l’interprete da distrazioni
e interferenze sonore.

258
quello che dice solo in parte. Completamente diversa è la stessa situazione
in modalità di interpretazione consecutiva.
Il consecutivista non sta dentro una cabina, ma in piedi o seduto a breve
distanza dal relatore osservando direttamente il pubblico e completamente
esposto alla vista di tutti, non ha le cuffie e ascolta il relatore, intervenendo a
tradurre a intervalli più o meno regolari con l’uso del microfono: in modalità
consecutiva non si traducono le singole unità traduttive coprendo le parole
del relatore, si traduce un grande numero di unità tutte insieme, successiva-
mente al relatore, che si ferma appositamente per essere tradotto: costui parla
per un tempo che va, idealmente, da 3 a ca. 8 minuti e, quindi, cede la paro-
la al traduttore che opera, dunque, ‘in consecutiva’. Mentre parla il relato-
re, per non dimenticare quello che viene detto (comprese cifre, nomi propri,
spiegazioni di diagrammi sulle diapositive ecc.), l’interprete prende appunti.
La presa di appunti o presa di note si basa su alcuni princìpi ed è semplice
nella sostanza, ma necessita di un debito addestramento: si annotano parole
che rappresentino i concetti esposti, si usano simboli convenzionali o abbre-
viazioni se i simboli non sono disponibili, si codificano con segni speciali i
connettori sintattici (“perciò”, “poiché”, “ma”, “e”, “o”, “invece”, “qualora”,
“sebbene” ecc.), si marcano la negazione e l’enfasi (per esempio, barrando
o sottolineando la relativa parola o unità traduttiva), si dispongono le note in
posizioni particolari del foglio. Esistono diversi sistemi codificati per le an-
notazioni della consecutiva, ma spesso ogni singolo interprete adotta una sua
variante ad hoc, fondendo insieme sistemi diversi o, magari, introducendo
segni personalizzati. La bravura del consecutivista sta anche nel trovare un
equilibrio tra codifica e decodifica dei segni: spesso, capita che l’interprete
annoti parole o segni in due lingue (quella del TP e quella del TA) e questo,
al momento della decodifica, può creare interferenze, per cui è consigliabile,
già nelle note, usare solo la lingua di arrivo.
Lo chuchotage, infine, è una tipologia anomala di simultanea in assenza
di cabina che è più disagevole per tutti, per il traduttore, per i destinatari, per
le persone del pubblico che siedano vicino ai destinatari. L’interprete, infatti,
si posiziona dietro a due, massimo tre destinatari della traduzione (o accanto
a un solo destinatario) ed esegue la simultanea solo per loro, sottovoce. Par-
lare a lungo sottovoce è molto faticoso per l’apparato fonatorio, crea fastidio
in platea e, soprattutto, avviene in un ambiente non insonorizzato: mentre
in cabina, con le cuffie, si sente bene senza interferenze sonore, nella sala,
l’imput e l’output sono disturbati e il destinatario riceve il segnale dal solo
orecchio esposto all’input (quello più vicino alla bocca dell’interprete). Se
l’interprete è molto bravo e il destinatario conosce le difficoltà della tecnica,
l’apprezzamento non manca, ma accade talvolta che la situazione, faticosa
per tutti, impedisca di valorizzare lo sforzo dell’interprete.
L’interpretazione di trattativa diverge da quella di conferenza per alcuni
aspetti fondamentali: l’interprete, che siede al tavolo con i destinatari delle
259
due lingue in diretta esposizione, per lo più lavora da solo e deve quindi ope-
rare in modalità attiva e passiva (da e verso la L2). La sua specifica abilità
è di saper passare in modo altamente automatizzato da una lingua all’altra
(code switching), di evitare le interferenze indesiderate (code-mixing), di
controllare in modo pedissequo gestualità e sguardo, nonché di operare una
maggiore mediazione interculturale. Per esempio, in situazioni di aggressi-
vità, che possono sfociare in toni di voce elevata e in parole scurrili, deve
cercare di smussare i toni e di trasmettere in modo quasi ‘asettico’ le infor-
mazioni relative allo ‘stato emotivo’ del parlante: invece di tradurre le pa-
rolacce, può riferire che “viene espressa forte disapprovazione/irritazione”.
La funzione del trattativista è, dunque, quella di far svolgere una discussione
efficace e di far raggiungere un accordo tra le parti oltre all’accuratezza nel
trasmettere i contenuti (invarianti) del dialogo. Va detto, in tal senso, che il
trattativista non viene mai assunto da entrambe le parti, bensì da una sola,
che funge da committente e da cliente pagante: è quindi inevitabile, da un
punto di vista deontologico, che il trattativista cerchi di adeguarsi il più pos-
sibile allo stile di conversazione del suo cliente, senza tuttavia discriminare
la controparte e senza prestarsi ad alcuna concreta disparità di attenzione. Il
vantaggio di questo tipo di prestazione rispetto all’interpretazione di confe-
renza, è quello, qualora non si sia compreso qualcosa, di poter chiedere (sal-
tuariamente, con garbo e agilità) alcune rapide spiegazioni durante i singoli
interventi; inoltre, sempre considerando situazioni conflittuali, l’interprete
può chiedere a chi ha appena parlato se ci sia qualcosa che sia meglio non
tradurre. Durante la trattativa c’è, quindi, un canale di comunicazione tra in-
terprete e relatore.
La trattativa prevede che si traducano in modalità consecutiva una o più
frasi brevi e concluse che consentano uno scambio rapido di informazioni,
il ritmo della prestazione dipende dalle circostanze e l’interprete tende ad
adeguarsi alla situazione generale e ai singoli partecipanti. Non potendo so-
vrapporre la propria voce a quella dei vari partecipanti, l’interprete prende
appunti, limitati, di solito, a cifre e nomi propri, e cerca di tradurre il prima
possibile: se la memoria di lavoro non è troppo sollecitata, è possibile ricor-
dare tutto e tradurre ogni dettaglio. In tal senso, se qualcuno parla troppo a
lungo, sta all’interprete segnalare in modo garbato che è bene cedergli la
parola, ma certamente non può imporsi (del resto, gli stessi partecipanti si
irritano se devono ascoltare un lungo intervento in una lingua a loro incom-
prensibile).
Una modalità sui generis di interpretazione, affine e paragonabile a quella
di trattativa, è quella che si svolge in àmbito giudiziario, durante interrogatori
e processi, pur caratterizzata dall’attendibile “squilibrio di potere” tra giudi-
ci, avvocati e imputati, nonché da un’“interazione rigida e rituale” (Morelli
2005, 16) che non corrisponde a quella più variabile e gestibile delle tratta-
tive commerciali, sindacali o diplomatiche. Spesso, in campo giuridico, il
260
professionista che segue una causa agisce sia come interprete, sia come tra-
duttore, senza che la distinzione tra le prestazioni sia sufficientemente chiara
(cfr. Ballardini 2002, 210)34.
Tra le altre specializzazioni “ibride” nel campo dell’interpretazione vi è
la “mediazione interculturale” o community interpreting. Sostanzialmente,
come suggerisce Morelli (2005, 21), questa modalità di traduzione orale può
essere definita più chiaramente come “interpretazione in àmbito sociale”:
pur non godendo di un prestigio paragonabile a quello dell’interpretazione di
conferenza (ivi, 22), il community interpreting ha e dovrebbe avere un ruolo
fondamentale in società interetniche, in particolare in epoche di forti onda-
te migratorie, soprattutto per facilitare la comunicazione nei commissariati,
negli ospedali e, in generale, negli enti pubblici (queste figure professionali
dovrebbero avere un ruolo stabile almeno nelle scuole dell’infanzia). Il me-
diatore interculturale fa da tramite quando il confronto tra diverse realtà cul-
turali (ad esempio, quella di medico e paziente migrante) rischia di sfociare
in uno stallo comunicativo o in un conflitto: in questo caso, “il ruolo dell’in-
terprete non è prestabilito a priori bensì viene rinegoziato in ogni interazio-
ne comunicativa” (ivi, 25), richiedendo al traduttore competenze di carattere
socio-psicologico che lo aiutino a gestire le emozioni proprie e quelle dei
soggetti coinvolti. In molti casi, tuttavia, una difficoltà sostanziale si ha nel
tentativo di una delle parti (di solito il funzionario) di aggirare l’intervento
dell’interprete, adducendo la propria convinzione di capire la lingua dell’in-
terlocutore (ivi, 32-33), ma la prassi mostra che le difficoltà comunicative
sono di tipo prettamente linguoculturali e che i funzionari tendono a sotto-
valutare proprio la diversità culturale (un esemplare case study è fornito in
Desideri 2007).
A differenza della traduzione scritta, soprattutto editoriale, la qualità in
interpretazione è molto più apprezzata dai destinatari e, di conseguenza, dai
committenti. Questo tema è stato studiato e approfondito da numerosi stu-
diosi italiani (cfr., ad esempio, Viezzi 1996; Garzone 2002; Errico, Morelli
2015); tuttavia, nonostante i risultati davvero importanti di queste ricerche,
non esiste ancora un modello unitario di riferimento e i criteri di valutazio-
ne della qualità sono scandagliati in un quadro analitico troppo ampio e ri-
dondante. Certamente, l’àmbito traduttivo che Schleiermacher aveva lasciato
fuori della teoria, è quello più evoluto e scevro da interferenze ideologiche
e metafisiche.

34. L’analisi estremamente dettagliata che Megale (2008) ha dedicato alle particolarità
del linguaggio giuridico, della traduzione giudiziaria e della relativa normativa, pur rivolta ai
traduttori specializzati e non ai futuri interpreti, può costituire un buon punto di partenza per
documentarsi sulla complessità del settore giuridico. In questo campo vige anche una chiara
“ibridazione dei profili professionali” (Errico, Morelli 2015, 87-92) che rende l’interpretazio-
ne in tribunale soggetta a variabili sostanziali a seconda che il traduttore sia assunto da un pri-
vato o, per via istituzionale, direttamente dal tribunale.

261
5. La traduzione per lo spettacolo

5.1. La traduzione dei testi audiovisivi

La traduzione per spettacolo, data la sua multimedialità, è di straordinaria


complessità, in quanto unisce numerosi aspetti della traduzione orale al lavo-
ro sul testo scritto; questo vale sia per il cinema e la televisione, sia per il tea-
tro e la canzone d’autore. La traduzione multimediale costringe i traduttori
a misurarsi con vincoli così numerosi e complessi da sembrare insuperabili,
ma, grazie a un approccio drasticamente funzionale e alle competenze speci-
fiche di operatori estremamente creativi, pur procedendo all’inizio per tenta-
tivi ed errori, senza supporto teorico, il doppiaggio ha lentamente raggiunto
livelli altissimi di funzionalità e credibilità. Una delle ragioni della crescita
impressionante della qualità, a fronte di tempi di lavorazione estremamente
ridotti, è che, a differenza dell’editoria e della traduzione specializzata, nel
mondo dello spettacolo, un risultato negativo è improponibile; nessuno guar-
derebbe un film con dialoghi inverosimili:
È proprio anche grazie a un certo grado di verosimiglianza o di realismo linguistico,
infatti, che lo spettatore si immedesima nella rappresentazione audiovisiva e che il film
importato piò essere accettato dalla comunità (Pavesi 2005, 135).

Per questa ragione, soprattutto in Italia, dove è doppiata la maggior par-


te dei prodotti trasmessi sui canali di fiction televisiva e la maggior parte
dei film che accedono al grande schermo, il livello delle traduzioni è me-
diamente altissimo. Certamente, sono ancora numerosi i prodotti tradotti
a calco, che hanno creato il cosiddetto ‘doppiaggese’, cioè la lingua inesi-
stente, di matrice anglofona, dei calchi traduttivi, la quale – a sua volta – ha
ampiamente plasmato l’italiano contemporaneo, diffondendo (grazie alla
continua ripetizione) alcune routines traduttive: Maria Pavese ha analizza-
to gli stereotipi sintattici (in particolare, le dislocazioni, le frasi scisse e le
frasi presentative; ivi, 72-134), ma un impatto enorme del doppiaggese si
ha a livello lessicale e fraseologico (come dimostra, ad esempio, la graduale
sostituzione in italiano di “Arrivederci!” con “Ci vediamo!”, sorta di calco
da “See you!”).
La traduzione per il doppiaggio cinematografico, pur indirettamente e ta-
citamente, ha costituito nel passato recente un eccellente modello funzionale
applicabile agli àmbiti creativi, compresa la traduzione letteraria. Le difficol-
tà dell’adattamento dei dialoghi per il doppiaggio sono tali da suggerire che,
se davvero è possibile tradurre un film, nessuna traduzione letteraria è al di
sopra delle possibilità umane. Agli esordi della traduzione cinematografica,
erano certamente presenti alcuni “miti” sulla “fedeltà” (cfr. Cipolloni 1997,
21-26), direttamente mutuati dalla pratica letteraria (inizialmente, molti dia-
loghisti erano traduttori letterari); tuttavia, era apparso chiaro ben presto che,
262
a differenza di quanto (stranamente) avveniva nel caso dell’editoria per adul-
ti, i film, il teatro e le canzoni, così come i fumetti e le fiabe, per funzionare
dovevano trasformarsi in prodotti perfettamente autonomi, pur restando me-
tatesti riconducibili ai testi originari. Non solo il film tradotto e doppiato può
funzionare come il TP funziona nel film originario, ma si è anche visto che,
in ceri casi, può funzionare ‘meglio’, cioè avere più successo. Anche grazie
al cinema, oggi è chiaro a tutti, compresa la giurisprudenza in materia, che
“le opere tradotte hanno un proprio valore artistico, talora superiore a quello
dell’opera originaria” (Aa.Vv. 1995, 307, corsivo mio).
Quando è altamente professionale, il doppiaggio lascia pienamente sod-
disfatti (e positivamente ‘ingannati’) persino i bambini, che sono il pubblico
più esigente, poiché meno condizionato da fattori sociali: infatti, se un carto-
ne animato è doppiato male, al bimbo non interessa nulla quanto sia famoso
l’autore dei dialoghi o il direttore del doppiaggio. Se è realizzato in ogni sua
tappa da professionisti (traduttori, adattatori, direttori, attori, tecnici), il dop-
piaggio funziona così bene da far completamente dimenticare allo spettatore
che il film è stato girato in un’altra lingua.
Poiché, quando si traduce per lo spettacolo, la teoria è messa immediata-
mente alla prova, schermo e palcoscenico sono la sede ideale per capire se
una traduzione funziona, cioè se la gente ride, piange, ha paura e si commuo-
ve come gli spettatori di partenza.
Per quanto riguarda il cinema, le tipologie di traduzione più diffuse sono
tre:
- il doppiaggio (diffuso, ad esempio, in Italia, Germania, Spagna);
- il sottotitolaggio o sottotitolazione (diffuso, ad esempio, in Francia, Inghilterra,
Scandinavia);
- la voce in sovrapposizione, ovvero l’inserimento di una voice over (diffusa in quasi
tutti i Paesi dell’Est europeo, compresa la Russia).

L’idea della sonorizzazione dei film risale alla fine del XIX secolo, ma
la ricerca di tecniche per realizzare i film in altre lingue prende piede a par-
tire dagli anni Venti del XX secolo (cfr. Paolinelli, Di Fortunato 2014, 4-6),
sperimentando nel decennio successivo la realizzazione dello stesso film in
molte lingue, girandolo ogni volta con attori diversi per ogni lingua, con un
immenso dispendio di risorse (ivi, 5-6). Proprio negli anni Trenta, si conso-
lida, quindi, il doppiaggio vero e proprio, con l’apertura anche in Italia di
“stabilimenti” che avrebbero trasformato centinaia di film americani in film
italiani (ivi, 8).
Come rilevano Mario Paolinelli ed Eleonora Di Fortunato, (ivi, 8-23),
il doppiaggio può anche essere considerato un fenomenale archivio per lo
studio dell’evoluzione della lingua italiana parlata lungo tutto il Novecen-
to (anche in decenni per cui scarseggiano i materiali alternativi). I dati sul
doppiaggio, inoltre, sono uno specchio realistico delle predilezioni culturali
263
degli italiani o, almeno, delle predilezioni derivate dall’interazione tra mer-
cato, ideologia e abitudine: al 2004, i film statunitensi occupavano il mercato
italiano per quasi il 62%, a fronte di un 32% di film nazionali ed europei, e
di meno del 7% di film “altri” (ivi, 27)35.
Il doppiaggio, così come avviene oggi, consiste in quattro fasi:
1) la traduzione dei dialoghi, fatta per iscritto dal dialoghista (che talvolta
non vede neppure il film o telefilm di cui traduce i dialoghi);
2) l’adattamento di questa prima traduzione da parte di un adattatore che,
sulla base del confronto con le immagini, rimodella i dialoghi tradotti se-
condo le esigenze di recitazione e le rende compatibili con le inquadrature,
con la posizione delle labbra degli attori sullo schermo (sincronismo ritmi-
co e labiale), con i picchi espressivi dei volti (sincronismo espressivo);
3) l’intervento del direttore di doppiaggio che, di fatto, è il ‘regista’ che gui-
da la recitazione degli attori doppiatori, serve anche a migliorare la fun-
zionalità e recitabilità dei dialoghi, talvolta grazie a vistose manipolazioni
(che possono essere giudicate positive o negative a seconda dei punti di
vista). Dopo aver preventivamente esaminato l’adattamento del prodotto,
il direttore segue la recitazione degli attori nello studio di doppiaggio, un
luogo apposito in cui sono disponibili attrezzature standard (una cabina
dotata di microfoni, che è posta davanti a un grosso schermo e separata
da una parete di vetro insonorizzante dalla postazione della regia, le mac-
chine per la sincronizzazione, la sala di proiezione ecc.). Il direttore del
doppiaggio, come ogni regista, dispone di un aiuto o assistente alla dire-
zione che, sempre nel corso di lavorazione del doppiaggio, può esprimere
suggerimenti per apportare modifiche ai dialoghi;
4) la sincronizzazione con macchinari ad alta tecnologia che perfezionano
la sincronia di voci e immagini, poiché gli attori, per quanto esperti e
virtuosi, partono sempre con un minimo ritardo (décalage) rispetto alla
voce associata all’immagine sullo schermo. Successivamente, il doppia-
to viene sottoposto al “mix” (integrazione con la colonna sonora interna-
zionale, che contiene tutti i suoni non linguistici del film, e con la colon-
na musicale).
La citata legge n. 633 del 1941 tutela anche i diritti del dialoghista e
dell’adattatore, e prevede che le prestazioni dell’adattatore e del dialoghista
siano riconosciute come “opere dell’ingegno”, protette dalla regolamenta-
zione del diritto d’autore e, quindi, esenti dall’imposta sul valore aggiun-
to36. Inoltre, con una sentenza del Tribunale di Roma (6 febbraio 1993), nel

35. Si può considerare che i film americani costituiscano stabilmente circa la metà dei film
offerti dai canali televisivi presenti nel nostro Paese, sebbene, negli ultimi anni, le cose stiano
cambiando, almeno per quanto riguarda alcuni provider privati, che trasmettono numerosi se-
rial televisivi europei e film provenienti da tutto il mondo.
36. Risoluzione del Ministero delle Finanze, 14 dicembre 1993, n. III-7-126/93. Per una

264
processo Toschi contro XX Century Fox Italy, è stato riconosciuto che il
lavoro dell’adattatore dialoghista è di diritto un “contributo alla sceneggia-
tura” del film e che, pertanto, il suo nome va inserito tra i titoli di coda del
film stesso37.
La suddivisione e l’entità dei compiti traduttivi nelle tappe del doppiaggio
cine-televisivo dipende per alcuni aspetti dalla lingua di partenza. Se la lin-
gua è l’anglo-americano (soprattutto se la produzione del film è americana),
i problemi sono ridotti: oltre a una grande quantità di professionisti disponi-
bili, il direttore stesso è solitamente competente in prima persona; inoltre, le
case produttrici americane, mediante i distributori, trasmettono agli operatori
non anglofoni dei vari Paesi le trascrizioni dei dialoghi, per di più correda-
te dalle informazioni più ostiche per qualsiasi traduttore: vengono elencate,
ad esempio, le caratteristiche diatopiche, diastratiche, dialettali, idiolettiche,
nonché accenni ai nomi propri, qualora siano realia della cultura america-
na (a margine della trascrizione dei dialoghi viene spiegato l’‘accento’ di
una parola, la provenienza di un’espressione, la connotazione di una parlata
particolare, l’identità di una persona ecc.). In tal modo, chi traduce un film
americano può essere informato sulle marcatezze del TP e sui realia, può
venire a sapere, ad esempio, che un epiteto è diffuso in una certa zona degli
USA o che una pronuncia identifica in modo marcato la variante afroame-
ricana dell’inglese (AAE, anche detto “black English”). Un simile ausilio è
purtroppo inimmaginabile nel caso di film, per esempio, iraniani, polacchi o
giapponesi e, quando si tratta di una lingua rara, la prassi traduttiva è diversa
rispetto ai film anglo-americani, richiede più tempo, a volte a scapito dell’e-
secuzione in studio.
La realizzazione della traduzione e del doppiaggio di un film è comunque
vincolata a tempi stretti, a volte strettissimi. Il prezzo del doppiaggio viene
pagato direttamente allo studio che poi provvede agli onorari di dialoghisti,
operatori e attori: i margini di guadagno sono proporzionali a un impegno
molto faticoso e comunque possono variare da uno studio all’altro e da un
film all’altro; ovviamente, poi, certi doppiatori famosi hanno onorari parti-
colari poiché la loro voce è ormai associata all’attore di riferimento e sono
in condizione di negoziare38. Rari sono i casi come quello del celebre attore,
doppiatore e traduttore Oreste Lionello (che per lunghi anni ha dato la sua

disamina della giurisprudenza italiana in materia di doppiaggio cine-televisivo, cfr. Megale


(2004, 289-295) e Paolinelli, Di Fortunato (2014, 82-85).
37. Il testo della sentenza è interessante dal punto di vista teorico, in quanto distingue la
traduzione creativa da quella “meramente meccanica” e considera esplicitamente la possibi-
lità che una traduzione possa migliorare l’opera di partenza (cfr. Megale 1993; Paolinelli, Di
Fortunato 2014, 85-89).
38. Per quanto riguarda l’Italia, Paolinelli e Di Fortunato (2014, 92-103) offrono un qua-
dro dettagliato (pur ormai aggiornato solo ad alcuni anni fa) della situazione contrattuale dei
dialoghisti/adattatori, nonché informazioni su strutture e costi di mercato.

265
voce a Woody Allen, peraltro cambiando notevolmente la tipologia del per-
sonaggio39), il quale ha ottenuto notevoli privilegi professionali, lasciando
intendere quale sia il ruolo delle conoscenze e della fortuna nel mondo del
doppiaggio in particolare e del cinema in generale:
Io ho tradotto per il cinema Cyrano de Bergerac. Mi sono preso tre mesi di tempo pri-
ma di dire sì all’impresa e mi sono trasferito in Sardegna [...] Il Cyrano de Bergerac è
un’opera che richiama la nostra attenzione su un concetto fondamentale, che è quello del
prezzo. Bisogna prima di tutto, che ciascuno di noi dia un valore alle opere che crea. Io
chiesi una somma altissima per fare il Cyrano. Mi fu data perché il produttore era amico
di mia figlia e non poteva dire di no [...] (Lionello 1994: 42).

Al contrario del doppiaggio, in cui gli italiani sono considerati “maestri”,


il sottotitolaggio è poco diffuso nel nostro Paese ed è stato utilizzato soprat-
tutto per film destinati a circuiti d’essai, ai cineclub o a canali televisivi spe-
cializzati in film “in lingua”; tuttavia con la massiccia diffusione dei dvd pri-
ma e oggi dei formati elettronici dei prodotti filmici, quasi tutte le pellicole
prodotte sul mercato cine-televisivo presentano l’opzione dei sottotitoli che
non di rado è del tutto slegata dal doppiaggio stesso, creando in certi casi un
vero problema di incongruenza testuale40.
La nascita del sottotitolaggio risale all’epoca del film muto, quando le
scritte a fondo schermo avevano una funzione simile a quella del testo nei ba-
loons dei fumetti. Con la comparsa del sonoro, questa pratica si è rivelata ef-
ficace come metodo di traduzione interlinguistica, in quanto non impediva al
destinatario l’accesso alla prestazione degli attori in versione originaria. Tutta-
via, un buon doppiaggio può rendere onore alla recitazione degli attori e, spes-
so, migliorarla, mentre il sottotitolaggio distrae lo spettatore dalle immagini,
costringendolo a leggere, invece di guardare. Non solo, per quanto i sottotitoli
siano fatti a regola d’arte, non possono trasmettere tutte le informazioni (per-
ché la lettura è lenta rispetto all’ascolto), né possono trasmettere gli aspetti
fondamentali della recitazione: intonazioni, prosodia, pause, indugi ecc.

39. Caso interessante di asimmetria in cui, calcando alcune caratteristiche di Allen-perso-


naggio (parodicamente aggressivo e molto ‘Jewish’, cioè tipico ebreo newyorkese), in italiano
è venuto fuori un personaggio non solo diverso, ma quasi antitetico (insicuro, complessato e
un po’ patetico) che ha avuto un enorme successo (a differenza della versione americana, che
è rimasta “di nicchia” negli USA).
40. Un caso (tristemente) esemplare è dato dal sottotitolaggio di Ogni cosa è illuminata
(2005), film di grande valore, tra l’altro incentrato sul tema della traduzione, nonché un as-
soluto capolavoro di traduzione in italiano dei dialoghi inglesi (di Valerio Piccolo) e del dop-
piaggio in generale (diretto da Carlo Di Carlo). Pur essendo un film americano, il regista Liev
Schreiber, nella versione originaria del film, ha coraggiosamente usato il russo, accanto all’in-
glese, come lingua di recitazione, facendo sottotitolare in inglese (malissimo) i dialoghi russi.
Mentre i dialoghi italiani sono stati tradotti molto accuratamente dall’inglese parlato, i dialo-
ghi russi sono stati sottotitolati in italiano, traducendo non direttamente dal russo parlato, ma
dai pessimi sottotitoli in inglese. Chi comprende il russo vede un film, chi legge i sottotitoli ne
vede un altro, decisamente pregiudicato.

266
La pratica dei sottotitoli è molto diffusa in Europa, dove si vedono mol-
ti film stranieri e ormai pochi Paesi utilizzano il doppiaggio, molto costoso
in termini di tempo e denaro (oltre all’Italia, il doppiaggio è praticato siste-
maticamente in Germania e in Spagna). La miglior scuola di sottotitolag-
gio è quella dei Paesi scandinavi, soprattutto della Danimarca, cui si deve
non solo il primo film sottotitolato (cfr. Perego 2005, 36), ma anche i primi
corsi universitari per preparare i sottotitolatori41. Anche in Francia, ormai,
numerosi film sono sottotitolati (una delle ragioni della differenza con l’I-
talia è la politica culturale del Paese, che sostiene la diffusione di prodotti
francesi)42. Esiste inoltre una specifica tipologia di sottotitolaggio per i sordi
(ivi, 62-68).
Contrariamente a quanto si possa pensare, eseguire la sottotitolatura di
un film richiede molte competenze: non si tratta certo di un’interlineare, ma
di un’elaborazione speciale del testo che tiene conto di alcuni fenomeni per-
cettivi che fanno recepire e memorizzare meglio l’inizio della scritta rispetto
alle ultime parole43. Poiché ogni scritta sovrimpressa permane sullo schermo
pochi secondi (o perché preceduta e sostituita da altro titolo, o perché cambia
l’inquadratura), il traduttore deve riuscire, riducendo il numero delle paro-
le, a ricostruire come può le informazioni contenute nell’enunciato di rife-
rimento (ivi, 39). Se poi il sottotitolaggio viene fatto per il piccolo schermo
(per computer o televisione), lo spazio per i sottotitoli si riduce ancora. La
difficoltà risiede, quindi, nella capacità di operare una selezione delle infor-
mazioni per trasformare un messaggio orale, il cui ascolto richiede un tem-
po ridotto, in un messaggio scritto, per leggere il quale è indispensabile più
tempo: si tratta di una vera e propria “tecnica di riduzione” che comprende
numerose regole condivise, come la condensazione, l’esplicitazione, l’elimi-
nazione totale (ivi, 79-89)44.
Uno dei limiti evidenti del sottotitolaggio è che, nei dialoghi di un audio-
visivo, sono spesso presenti tutti gli elementi del parlato: intonazione, accen-
ti locali o stranieri, aspetti del dialetto, del socioletto, dell’etnoletto, cioè ele-
menti che danno informazioni sulla provenienza e sul ceto sociale del parlan-
te; nei sottotitoli, invece, si deve ricorrere alla tecnica della compensazione,

41. Henrik Gottlieb dell’Università di Copenhagen è stato in materia il primo grande


esperto di teoria del sottotitolaggio. Anche in Italia esistono numerosi studi sul sottotitolaggio,
inaugurati dai corsi di traduzione multimediale della SSLiMIT di Forlì (cfr. Heiss, Bollettieri
Bosinelli 1996 e Bollettieri Bosinelli et al. 2000).
42. Sugli aspetti relativi alla politica culturale inerente i prodotti cinematografici, cfr. Pa-
olinelli, Di Fortunato 2014 (in particolare, per Francia e Spagna, pp. 119-121 e, per l’Italia,
pp. 121-127).
43. Chiunque può notare che molto spesso non si riescono a leggere le ultime parole dei
sottotitoli (per mancanza di tempo) e, se lo spettatore legge a velocità standard, si tratta di un
errore di valutazione del sottotitolatore.
44. Perego (2005, 119) propone una tavola sinottica che riporta le strategie di sottotito-
lazione così come definite (con terminologia diversa) dai più autorevoli teorici della sottoti-
tolazione.

267
ma lo spazio non è sufficiente per applicare le tecniche sofisticate accessibili
nella traduzione scritta.
La pratica del sottotitolaggio è estremamente utile, in generale, al training
dei traduttori in quanto aiuta ad affinare lo switching tra parlato e scritto in
un contesto comunicativo altamente funzionale, stimolando anche le abilità
tecniche e le competenze teoriche. Per esercitarsi, si esegue una trascrizio-
ne dei dialoghi del film e, a fianco, si produce, enunciato per enunciato, una
traduzione sempre più breve del TP trascritto. Come nel caso del doppiag-
gio, la competenza specifica è data anche dalla conoscenza delle modalità di
realizzazione tecnica del sottotitolaggio che aiutano il traduttore a valutare
meglio le proprie opzioni. Oggi sono disponibili in rete, in modalità gratuita,
alcuni programmi per la realizzazione di sottotitolazioni di qualsiasi film: lo
studente può scaricare un programma e sperimentare le proprie abilità, sot-
totitolando un film non tradotto in italiano o confrontando la sua prestazione
con un film già sottotitolato.
Per quanto riguarda la pratica della voice over, si tratta della sovrap-
posizione di una voce in lingua di arrivo ai dialoghi di partenza, i quali,
tuttavia, non vengono eliminati, ma solo trasmessi a volume ridotto. Per
eseguire il voice over, come nel doppiaggio, si traducono i dialoghi e si
adattano in modo sommario alle immagini, ma, invece di far recitare i
dialoghi tradotti ad attori diversi, una singola voce legge tutte le battute;
in certi casi, i lettori dei dialoghi sono due attori, uno per coprire le voci
maschili e l’altra quelle femminili. Le regole di lettura sono precise: poca
enfasi e dominante monotonia tonale. Questa pratica ha avuto una diffu-
sione esplosiva nei territori dell’ex Unione Sovietica e dei Paesi dell’Est
a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando – dopo l’isolamento dovuto
alla “cortina di ferro” – è stata importata improvvisamente una quantità
impressionante di film (soprattutto in videocassetta) e, in pochissimo tem-
po, gli spettatori dell’ex blocco sovietico hanno avuto accesso all’intero
cinema occidentale (prima parzialmente inaccessibile), nonché a migliaia
di telenovela e soap opera.
In epoca sovietica, la tradizione del doppiaggio era eccellente; pur con
una tecnologia obsoleta, quella russa era una delle migliori scuole al mondo.
Tuttavia, in mancanza dei fondi statali bloccati dalla crisi degli anni Novan-
ta, non è stato più possibile affrontare un impegno quantitativo così straor-
dinario come quello richiesto dal neocapitalismo russo: non c’erano mezzi
per pagare i dialoghisti e i doppiatori professionisti, abituati alla posizione
sociale privilegiata di funzionari della cultura sovietica. Il sottotitolaggio,
del resto, non era una soluzione praticabile, in quanto non ottemperava alle
esigenze del pubblico dei serial televisivi, più incline ad apprezzare la voice
over, che consentiva di ascoltare la televisione anche senza guardarla atten-
tamente. La voice over si è rivelata una soluzione economica e veloce per la
traduzione in serie e il pubblico si è abituato velocemente, al punto che anco-
ra oggi è molto diffusa nella maggior parte dei Paesi dell’Europa orientale.
268
Come la sottotitolatura, questo metodo ha anche il vantaggio di preservare
il TP con le relative intonazioni, cosa utile in caso lo spettatore conosca un
poco la lingua di partenza, sempre udibile in sottofondo.
Infine, una pratica diffusa nei festival cinematografici è la traduzione si-
multanea dei film: l’interprete è chiamato a fondere in un’unica prestazione
la mansione di dialoghista, adattatore e attore, ovvero a fare la voice over di
un testo creato da lui stesso estemporaneamente.

5.2. La traduzione dei testi teatrali

Per quanto riguarda la traduzione delle opere teatrali, si lavora solitamen-


te con margini di tempo ridotti, ma con la possibilità di avvalersi della consu-
lenza del regista e dei suoi collaboratori. L’opera teatrale richiede una parti-
colare preparazione culturale da parte del traduttore, che deve avere dimesti-
chezza con il teatro in generale, con i canoni di recitazione e di ricezione del
singolo autore e con il sistema delle citazioni (ogni opera, in modo esplicito
o implicito, si ricollega al sistema delle opere precedenti).
Esistono anche in questo caso due tipologie e collocazioni diverse della
traduzione teatrale:
- il testo tradotto è finalizzato esclusivamente alla rappresentazione: non è
un prodotto autonomo, ma uno strumento per il regista che lo manipola
(con o senza il benestare del traduttore);
- il testo è destinato alla pubblicazione e gode quindi di una sua autonomia,
rispondendo alle regole del mercato editoriale. In questo caso, la tradu-
zione può essere progettata per la sola lettura o anche per la rappresen-
tazione (ma la maggior parte dei registi richiede un testo ad hoc, da cui
ricavare i copioni rimaneggiati per ogni singolo attore).
La pubblicazione di una traduzione teatrale (di solito si tratta di prosa e
drammaturgia, ma talvolta di poesia) può riguardare il testo linguistico effet-
tivamente recitato sul palcoscenico, oppure la versione italiana di un’opera
cui, successivamente, si è ispirato un regista, apportando le sue modifiche per
realizzare i copioni. In questo secondo caso, il regista può coinvolgere il tra-
duttore e avvalersi della sua collaborazione, oppure può limitarsi a chiedere
all’editore l’autorizzazione all’utilizzo per la messa in scena.
Infine, come suggeriscono Paolinelli e Di Fortunato (2014, 35-36), il
doppiaggio potrebbe costituire un’evoluzione del teatro (genere artistico che
sta vivendo una profonda crisi), trasformandolo in un audiovisivo doppiato,
quindi godibile da un pubblico vastissimo. Dati i costi, probabilmente, il pro-
getto potrebbe riguardare solo opere di fama internazionale di registi famosi,
ma è una prospettiva interessante.
269
5.3. La traduzione dei testi cantati

Del tutto diversa e più complessa è la traduzione della canzone d’autore,


che è uno speciale artefatto in cui devono congiungersi in modo ottimale due
componenti:
- il microtesto musicale semi-fisso (detto in gergo “maschera” o “mascherina”), che
può essere eseguito con varianti strumentali, tonali, armoniche;
- il microtesto linguistico, a sua volta scindibile in: a) testo scritto (sia a stampa, nelle
varianti testuali disponibili, sia nelle varianti elettroniche disponibili in rete) e b) testo
canoro (sia quello dell’esecuzione canonica commercializzata, sia quello attestato in
altre registrazioni).

Questi due microtesti esistono separatamente e potrebbero avere vita au-


tonoma, ma la canzone di per sé è un’inseparabile fusione di entrambi. Seb-
bene parole e musica siano separabili e possano costituire un testo autonomo,
soprattutto le parole tendono a risultare diverse dalla poesia, poiché incom-
plete senza la musica sulla quale è previsto che si inseriscano naturalmente: i
testi delle canzoni sono come poesie cui ‘manchi qualcosa’. Anche per quan-
to riguarda la musica, poiché l’effetto sonoro è particolarmente memetico,
se si è abituati a sentire la canzone, il solo motivo musicale privo di parole
suscita un effetto di incompletezza.
Al traduttore di canzoni, possono essere richieste prestazioni diverse, il
cui livello di difficoltà è del tutto differente:
- un’interlineare in prosa, da utilizzare come riferimento sulla copertina di
un disco o come sottotitolazione a scorrimento durante l’esecuzione di un
testo cantato;
- un’interlineare che andrà poi rielaborato da un paroliere;
- la creazione di un testo in lingua di arrivo che sostituisca il TP musicato
per essere eseguito da un particolare artista (straniero o nativo, e in tradu-
zione va tenuto conto di chi canterà il TA).
Il traduttore, quindi, varierà il progetto a seconda che si tratti a) di tradur-
re il microtesto linguistico per la pubblicazione a stampa, per la recitazione o
per il sottotitolaggio, oppure, b) di tradurre il microtesto linguistico per l’ese-
cuzione canora, ovvero costruendo il TA direttamente sulla mascherina mu-
sicale. In questo caso si può parlare anche di adattamento, ma alcune canzoni
sono traduzioni che non solo funzionano nello stesso modo in traduzione, ma
sono testi talmente equivalenti da lasciar supporre una retroversione molto
simile al TP (è il caso, ad esempio, della canzone “Le passanti”, cantata in
italiano da Fabrizio De André nella sua traduzione dall’omonima canzone
di Georges Brassens che musicava una poesia di Antoine Pol, ispirata, a sua
volta, alla poesia di Baudelaire “À une passante”).
Da un punto di vista teorico, è fondamentale partire dall’assunto che il
caso a) e il caso b) costituiscono due operazioni traduttive completamente
270
diverse, tali per cui: a) la traduzione può avere una sua indipendente ragion
d’essere, cioè il TP può essere considerato un macrotesto scritto che prescin-
de dal microtesto musicale45; b) la traduzione, o adattamento, non può essere
affrontata prescindendo dalla fase a).
La traduzione di tipo a) e quella di tipo b) vanno distinte rispetto alla com-
mittenza, ai destinatari (pubblico di lettori versus ascoltatori), alle abilità e
competenze richieste al traduttore (professionista della traduzione scritta o
componente di un’équipe di musicisti). La differenza fondamentale, da un
punto di vista traduttivo, è comunque macroscopica: nel caso a), per quanto
si costituisca metricamente, il TA è emancipato dal vincolo metrico-musicale
predefinito, mentre nel caso b) dovrà essere adattato alle esigenze metrico-
ritmiche della mascherina.
Nella canzone d’autore, critici ed esperti concordano nel considerare il
testo verbale prevalente su quello musicale; tuttavia, come osservava Fer-
nando Bandini (1996: 29), la lingua poetica delle canzoni “trova nel ritmo il
suo fattore di base, ad esso vanno ricondotti tutti gli altri elementi relativi al
lessico, alla rima ecc.”. In definitiva, si può sostenere che la melodia e il rit-
mo (ovvero il metro musicale) abbiano un ruolo cruciale nella ricezione del
macrotesto-canzone da parte dei destinatari e che stabilire un confine preciso
tra “canzone d’autore” e “canzonetta” sia un’ardua impresa epistemologica.
Va infine sottolineato ancora una volta che il traduttore italiano deve af-
frontare particolari difficoltà se traduce da una lingua isolante (come l’ingle-
se), con prevalenza di mono- e bisillabi e quasi priva di suffissazione:
Il fenomeno è determinato dalla particolare struttura della frase musicale moderna, che
comporta la frequenza di parole ossitone in clausola di verso. E la lingua italiana possie-
de, per quanto riguarda le parole ossitone, un repertorio lessicale molto ridotto, al con-
trario dell’inglese, ricco di parole monosillabiche, e naturalmente del francese (ivi, 31)46.

In conclusione, chi traduce per lo spettacolo ha a che fare con difficoltà


eccezionali e, soprattutto, con la profonda dipendenza del mercato dai canoni
e dai gusti dei destinatari: voci, ritmi, intonazioni, melodie hanno un potere
memetico straordinario e questo rende molto più facile rischiare la ‘dissa-
crazione’ dei cult texts, perché il pubblico si abitua alle parole e alle voci ed
è molto conservatore. Curiosamente, quando vengono tradotte le canzoni, il
45. Ad esempio: 1) una casa discografica che immetta sul mercato straniero un CD de-
cide di allegare al prodotto originario i testi scritti delle canzoni nella lingua del Paese stra-
niero in questione (in modo che gli ascoltatori sappiano “di che cosa parlino le canzoni”);
2) una casa editrice decide di pubblicare in traduzione una raccolta di testi di canzoni di un
cantautore straniero; 3) la produzione di un film (o documentario) in lingua straniera decide
di offrire la traduzione sottotitolata di una canzone che resta – anche se il film è doppiato –
nella versione di partenza.
46. Esemplare è il caso della traduzione italiana di “Tu te laisses aller” di Charles Azna-
vour (eseguita da lui stesso in italiano) in cui, secondo Bandini (1996, 34), “la deplorevole
allure della traduzione non è tutta del paroliere: essa deriva anche dalle obiettive impossibi-
lità della lingua”.

271
senso di ‘dissacrazione’ può derivare più da una voce diversa (o da un arran-
giamento diverso) di quanto derivi da parole diverse.
Anche nel caso della traduzione per il teatro, il cinema e la canzone,
non c’è dubbio che non bastino i geni, né la loro rappresentazione mistica
(l’“ispirazione”): ci vuole il solito appassionante, ma faticosissimo addestra-
mento.

6. Etica e deontologia

Verso la fine del secolo scorso, il traduttore e teorico della traduzione


Anthony Pym (1997) pubblicava un volume dal titolo Pour une éthique du
traducteur, che costituiva il primo dettagliato studio sull’“etica della tradu-
zione”. La monografia lasciava intendere che si trattasse di una riflessione
epistemologica sui concetti di etica e deontologia, ma così non era. Pym, in-
fatti, considerava “questione etica” la valutazione dello “sforzo profuso nella
traduzione” (ivi, 105), individuando il fine ultimo della professione nell’in-
vestimento sociale del traduttore come mediatore nella “cooperazione” tra
culture dominanti e culture dominate (ivi, 103-133). L’approccio di Pym,
totalmente allineato alle posizioni dei Translation Studies, suggeriva la com-
pleta sovrapposizione dell’etica della traduzione alla sociologia della tradu-
zione. Ciò che interessava l’autore, si evince dal volume, era individuare un
concetto trasversale di “guadagno” collegato alla professione del traduttore
che, in termini semplificati, definisse l’etica come cooperazione economica:
“Ci devono guadagnare tutti. C’è, quindi, in questa forma di cooperazione
qualcosa di etico” (ivi, 110). Da questo emergeva un’ingiustificata confusio-
ne tra il concetto di “etica” e quello di “deontologia”.
Sulla base della definizione dei termini etica e deontologia (nelle varie
lingue, compreso il francese in cui è scritta l’opera), le questioni sollevate da
Pym paiono decisamente deontologiche, non etiche. L’etica, infatti, non ri-
guarda tanto un campo d’azione e di pensiero ‘più ampio’ della deontologia,
ma una sfera separata che può anche essere in contrapposizione con la coo-
perazione professionale (in termini di “guadagno” economico, sociale, cultu-
rale). Nel significato odierno, la deontologia (dal termine inglese deontology,
coniato su base etimologica greca da Jeremy Bentham alla fine del XVIII se-
colo) comprende l’insieme delle norme che regolano una professione e che
sono, quindi, condivise da coloro che la amministrano e la esercitano, a pre-
scindere dalla sfera soggettiva. L’etica, al contrario, riguarda l’insieme delle
regole morali soggettive che, a prescindere dalla normativa e dalla coopera-
zione professionale, ogni essere umano si dà in base a valori magari condi-
visi, ma comunque individuali. Per questa ragione, qualora le norme profes-
sionali non collimino con quelle morali soggettive, si può creare un’aporia.
Nella prassi professionale, etica e deontologia possono entrare in conflit-
to, come del resto è noto in campo bioetico. Si pensi al ginecologo, magari
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donna, che comprenda intimamente le ragioni della paziente che vuole abor-
tire, verso cui prova empatia, ma che, al tempo stesso, provi anche incertezza
sulla legittimità dell’intervento richiesto47. La deontologia, infatti, impone
ai professionisti di applicare la legislazione vigente in materia, mettendo in
pratica al meglio le proprie abilità professionali e le “regole dell’arte” e con-
tenendo i propri onorari e i tempi di esecuzione delle prestazioni entro i limi-
ti stabiliti dal regolamento dell’associazione professionale riconosciuta: non
solo un intervento chirurgico va fatto ‘bene’, ma deve essere necessario, non
comportare rischi superflui per l’incolumità del paziente e non abusare della
sua fiducia, né della sua disponibilità di tempo e denaro.
Ogni ruolo sociale comporta responsabilità, sebbene alcune professioni
presentino maggiori implicazioni etiche (cfr. Da Re 1994, 205-206): la tra-
duzione è probabilmente una di queste. Talvolta, infatti, la responsabilità del
traduttore esula dall’àmbito ristretto della normativa professionale (deonto-
logia) e diviene capacità di “comportarsi bene o male in rapporto alle pas-
sioni” (ivi, 211). Secondo il filosofo Antonio Da Re (ivi, 208), quindi, l’etica
non è riducibile alla deontologia professionale proprio perché quest’ultima
non è fondata sull’etica che “comprende anche le motivazioni, gli atteggia-
menti personali che rendono concretamente possibile un intervento profes-
sionale competente e al tempo stesso rispettoso dell’altro” (ivi). Tanto più
che, traducendo per qualcuno, si può danneggiare qualcun altro.
In àmbito traduttivo (sia orale, sia scritto), il problema etico, in realtà, na-
sce proprio quando la cooperazione, che implica l’applicazione delle norme
professionali (deontologia), porta a violare i princìpi morali soggettivi del
traduttore. Per fare un esempio estremo, un traduttore della Gestapo poteva
essere molto efficace nel cooperare alla distruzione di civili innocui e indife-
si, e non necessariamente per convinzione etica o ideologica, per un deside-
rio cooperativo o perché fosse convinto che la deontologia dovesse prevalere
sulla morale, ma, semplicemente, poteva aver paura.
L’adesione alle norme professionali previste dalla deontologia suggerisce
a qualsiasi traduttore di avvantaggiare con il proprio lavoro il committente,
anche se si tratta della Gestapo, ma la complessa struttura etica personale
può indurre a posporre la deontologia all’etica; il traduttore della Gestapo,
infatti, aveva pur sempre altre due opzioni: rifiutarsi di tradurre (per non co-
operare al massacro) oppure sabotare la traduzione, manipolandola, cioè ve-
nendo meno ai propri obblighi deontologici nella speranza di salvare qualcu-
no, ovviamente a suo rischio e pericolo (e sono innumerevoli, nel corso della

47. Sia il medico che pratica l’aborto, sia il fanatico antiabortista che lo uccide agiscono
in nome di una ‘giustizia’ che può essere di origine diversa: un medico può praticare l’abor-
to per motivi deontologici, etici o per entrambi; se il suo senso etico (per esempio religioso)
domina sulla sua deontologia professionale, sceglie l’obiezione di coscienza, che è un tenta-
tivo di rimediare al conflitto tra i due sistemi normativi; del resto, l’assassino del medico che
agisce come ‘difensore della vita’, perde credibilità morale poiché, per affermare il suo prin-
cipio etico, lo viola.

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storia passata e presente, i traduttori imprigionati o addirittura giustiziati per
aver scelto di tradurre secondo la propria morale)48.
I conflitti tra i dettami convenzionali della professione e la percezione del
proprio ruolo di ‘agente morale’ non sono infrequenti nell’attività tradutti-
va, in cui possono verificarsi situazioni paradossali: ad esempio, se un clien-
te insulta il suo interlocutore e l’interprete smorza i toni per non far fallire
la trattativa, fa ‘bene’ o fa ‘male’? Se un film predica la violenza, è ‘giusto’
tradurlo e tradurlo in modo efficace? Se un nuovo Hitler scrivesse un nuovo
Mein Kampf, non ci si dovrebbe opporre alla sua diffusione in altre lingue?
Quando Pym (1997, 45) assumeva il postulato che il traduttore fosse sem-
pre responsabile “de ce qui est dit”, considerava che la sola soluzione di fron-
te a un conflitto fosse quella di “non tradurre”:
on ne saurait rejeter sur le traducteur la responsabilité de la qualité du texte de départ, du
client, des normes en vigueur, de sa rémunération. Il n’empêche, la responsabilité […] du
traducteur lorsqu’il décide de traduire ou de ne pas traduire (ivi, 99).

Nel caso, per esempio, del nuovo Mein Kampf, non solo esisterebbe l’op-
zione di rifiutare di tradurre (utile solo a salvaguardare se stessi, visto che un
altro professionista accetterebbe e i danni si produrrebbero), ma anche quella
di manipolare la traduzione, adottando tecniche di traduzione atte a mode-
rare i toni e i contenuti dell’opera, in modo da fomentare meno odio (e un
professionista sa bene come intervenire sulla lingua per rendere meno cre-
dibile un enunciato, meno efficace uno slogan, meno contagioso un meme).
In sintesi, potrebbe risultare che la scelta di manipolare il TA per impedire
danni al prossimo sia più etica della decisione di far affidare il compito ad
altri (che magari si presterebbero con grande efficienza deontologica a dif-
fondere l’odio).
A prescindere dai casi estremi, è doveroso distinguere tra la deontologia
professionale, che comprende la valutazione dei benefici della cooperazio-
ne tra individui e il diritto etico di un traduttore di opporsi a una coopera-
zione che ritiene immorale secondo il suo soggettivo sistema di valori. Solo
un’adeguata riflessione, unita all’esperienza e al buon senso, può aiutare a
trovare buoni compromessi tra norme deontologiche (oggettive) e norme eti-
che (soggettive). Non è così infrequente, ad esempio, che un interprete o un
traduttore sia chiamato da un cliente a gestire una trattativa o a tradurre do-
cumenti e che, durante il lavoro, percepisca o venga a sapere che il proprio
cliente (che lo paga) sta cercando di imbrogliare la controparte; il tradutto-
re sa che, quanto migliore (più deontologica) sarà la sua prestazione, tanto

48. A un traduttore (per ovvie ragioni anonimo) è capitato di dover tradurre una trattativa
in cui si decideva se eliminare (fisicamente) un socio che si trovava all’estero. Durante la trat-
tativa, il traduttore ha anche subìto la battuta “E di lei cosa dobbiamo fare? Possiamo fidarci?”.
Con maestria, il traduttore ha risposto secondo i dettami della più ineccepibile deontologia:
“Fidarvi in merito a cosa?” (alludendo alla capacità professionale di dimenticare all’istante i
contenuti dei dialoghi tradotti).

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più contribuirà a danneggiare un altro individuo (ignaro e, probabilmente, in
buona fede): se il traduttore eseguirà al meglio il suo lavoro, contribuirà al
fallimento o a una perdita economica per la controparte; del resto, se il tra-
duttore metterà in guardia la controparte, verrà meno a un dovere deontolo-
gico nei confronti del cliente, quello del segreto professionale (fatto, di per
sé, assai grave). Ma in questo caso, il conflitto sarebbe addirittura duplice,
in quanto la legge dello Stato (gerarchicamente superiore alle norme deonto-
logiche) prevede di violare il segreto professionale se si viene a conoscenza
che si stia per commettere un reato.
Se, come sosteneva Pym (1997, 125), il traduttore non deve assoggettarsi
unilateralmente al profitto del cliente e un traduttore che dica “my client right
or wrong” è un mercenario “sans préoccupations proprement éthiques” (ivi,
132), è pur vero che i conflitti nascono non solo perché qualcuno ha ragione
o torto, ma perché talvolta torti e ragioni si sovrappongono.
Dal punto di vista delle neuroscienze e della sociobiologia, pur essendo
un fatto sociale, il senso etico risponderebbe alla percezione interiore del
senso di giustizia soggettivo e all’intenzionalità individuale che chiamiamo
“libero arbitrio”. Mentre la deontologia risulta delegata interamente alla cul-
tura, l’etica avrebbe a che fare con la natura biologica dell’essere umano.
L’esistenza del libero arbitrio pare proprio una condizione indispensabile per
parlare di etica e, non a caso il problema è connesso a doppio filo al dibattito
sulla coscienza e sull’autocoscienza (self-consciousness)49.
Il problema della differenza tra etica e deontologia, dunque, sembra sfo-
ciare in una riflessione filosofica così complessa da costringere a speculazio-
ni irte di difficoltà concettuali50. È possibile che il “libero arbitrio” (in quanto
sistema di giudizio che emancipa il singolo dal cieco ossequio ai propri im-
pulsi e ai dettami altrui) sia solo un ‘effetto speciale’ e non una realtà fisi-
ca51. Se, invece, esiste, allora siamo davvero intelligenze morali, in grado di
scegliere intenzionalmente (coscientemente) se onorare o violare le norme;
in questo caso, il computer, come sosteneva Pym (1997, 80), resta il solo tra-
duttore completamente “schiavo”, costretto a un’etica programmata, cioè a
una ‘pseudo-etica’.

49. Come mostra la polisemia della parola “coscienza”, la percezione di sé è connessa alla
percezione del “bene”: fare le cose “secondo coscienza” non significa solo “consapevolmen-
te”, ma anche in armonia con i propri valori, con la propria concezione del mondo, della vita
e della morte, della giustizia e dell’ingiustizia.
50. Il problema è talmente complesso che anche epistemologi, come ad esempio Da Re
(1994, 205), offrono una definizione di “etica” (o “morale”) che non aiuta a discriminare i due
concetti: “In senso stretto con etica e con morale intendiamo un insieme di criteri, di valori, di
norme, in base ai quali orientare il nostro agire”.
51. Tutte le più note teorie sull’etica e sul rapporto tra morale e libero arbitrio hanno otti-
mi sostenitori e ottimi detrattori: molti studiosi negano l’esistenza del libero arbitrio (tra i più
famosi, Gazzaniga e Dennett), altri ritengono il problema troppo complesso per l’intelligen-
za umana (ad esempio, Pinker e Penrose), altri ancora difendono con convinzione l’idea che
l’essere umano non sia affatto vittima del determinismo biologico (in primis, John Searle).

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Comunque stiano le cose, noi umani percepiamo l’esistenza di un mecca-
nismo che ci permette di decidere in base alla volontà: se anche il meccani-
smo non esistesse, e fosse solo un ‘effetto speciale’, non potremmo lo stesso
non comportarci (nei confronti di noi stessi e degli altri) come se fossimo
liberi. Inoltre, se anche gli umani accettassero razionalmente di riconoscer-
si automi biologici in balìa del “caso” e della “necessità” (come sosteneva
Jean-Jacques Monod, 1997), se anche non esistesse una distinzione tra “es-
sere” e “dover essere”, nessuno potrebbe davvero vivere nella quotidianità
senza credere a questa distinzione. Del resto, anche i colori ‘non esistono’ e
sono solo un ‘effetto speciale’ del nostro occhio biologico, ma i semafori evi-
tano gli incidenti perché, per fortuna, gli ‘effetti speciali’ funzionano.
Qualunque sia la sua posizione etica o morale, il traduttore può essere
“responsabile” nella misura in cui è addestrato a esserlo. Una teoria etica del-
la traduzione, dunque, come del resto una teoria bioetica, non offre soluzioni
pronte, universali e giuste, ma aiuta a capire quanto sia difficile reperire cri-
teri cui ricondurre la propria responsabilità professionale, civile, individuale.
Solo una crescita del ruolo professionale della traduzione potrà contribuire
in modo decisivo all’autonomia decisionale del traduttore. In tal senso, l’e-
tica è anche una questione sociale, che implica la possibilità di affrancarsi
almeno in parte dai dettami (morali e immorali) imposti dai clienti e dal mer-
cato, di essere un po’ meno sfruttati e un po’ meno mercenari: “moins le tra-
ducteur se trouve en position d’inferiorité sociale, plus il est responsable de
ses choix” (Pym 1997, 80).

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