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La Fortuna - Il Decameron

Il Decameron

L'opera L'autore I novellatori Temi Geografia

La Fortuna

La Fortuna (min. XV sec.)

La concezione della Fortuna è parte essenziale dell'universo del Decameron, come risulta evidente dal fatto che un'intera Giornata (la

Seconda, ovvero la prima con un tema prestabilito) è dedicata a vicende finite bene con l'aiuto della buona sorte, mentre la Terza tratta di

personaggi che hanno ottenuto i loro obiettivi o si sono cavati d'impaccio usando l'ingegno, la virtù che permette di dominare in qualche

modo i capricci del caso. Appare chiaro già da queste prime osservazioni che la Fortuna ha per Boccaccio un significato ben diverso da quello

che aveva nella cultura medievale anche solo di qualche decennio prima e che per molti versi egli anticipa quella che sarà la visione del mondo

dell'Umanesimo, in cui l'uomo è padrone del proprio destino.

Dante, nel Canto VII dell'Inferno, spiegava per bocca di Virgilio che la Fortuna è un'intelligenza angelica preordinata da Dio al governo dei

beni terreni, per cui essa dà e toglie in base al giudizio divino, inconoscibile agli uomini ma perfettamente coerente e operante in base a una

logica superiore. Sbagliano gli uomini a dire male di lei, in quanto le sue azioni dipendono dalla volontà divina e, anzi, bisognerebbe esserle

grati per i favori che talvolta concede, in quanto tutto risponde a un disegno provvidenziale che può esserci occulto, ma non per questo è

inesistente. Questa era la tipica visione dell'intellettuale del Due-Trecento, per il quale il mondo è un universo teocentrico in cui Dio è il

motore operoso che muove ogni cosa, quindi nulla può essere casuale e ciò che di male accade alle persone ha certo un fine prestabilito

(visione che spingeva Dante ad avere una fede incrollabile nel ristabilimento della giustizia terrena, anche nelle sue personali vicende che lo

vedevano in giustamente cacciato in esilio e perseguitato per colpe non commesse).

Per Boccaccio, invece, la Fortuna è piuttosto il caso che agisce in modo capriccioso e imprevedibile e nulla ha a che fare col volere di Dio o con

i suoi disegni provvidenziali: la sua concezione si richiama a quella della tyche classica, quindi dell'imprevisto che giunge inaspettato a

sconvolgere i progetti degli uomini e li ostacola in quello che potremmo definire il perseguimento dei propri fini e della felicità. In quest'ottica

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acquista grande importanza l'ingegno, ovvero la virtù che gli uomini devono usare per opporsi (quando possibile) ai rovesci della sorte e

sfuggire i pericoli, oppure per conseguire l'obiettivo che si sono prefissati a dispetto degli impedimenti sulla propria strada, se necessario

anche con mezzi illeciti. Tale visione è decisamente antropocentrica, poiché l'uomo è (almeno teoricamente) in grado di dominare il proprio

destino e l'elemento religioso-provvidenziale è del tutto svalutato a vantaggio delle qualità umane come l'intraprendenza, il coraggio, l'astuzia,

la capacità di ingannare (Dio è assente dalle novelle del Decameron, non in quanto l'autore abbia una prospettiva atea ma poiché a lui

interessa raccontare le vicende umane, che si svolgono su questa Terra e in una dimensione prettamente materiale). Boccaccio anticipa, come

detto, la concezione umanistico-rinascimentale della Fortuna, specie quella di Machiavelli il quale dirà nel Principe che essa domina non più

di metà delle azioni umane, mentre per l'altra parte gli uomini possono prevenirne gli assalti usando l'industria, ovvero tutte quelle doti che

spesso sono celebrate nelle novelle del Decameron.

Le vicende dei mercanti

Landolfo Rufolo (ms. XV sec.)

Sono soprattutto i mercanti ad essere esposti ai capricci della sorte, rischiando di perdere il frutto del loro lavoro per eventi imprevedibili

come una tempesta, l'assalto dei corsari, un rivolgimento politico o altro, dunque sono soprattutto loro a dover dare prova di ingegno e

industria, poiché più degli altri sono legati agli sconvolgimenti apportati dal caso e devono essere preparati ad ogni evenienza. Ciò emerge in

molte novelle, a cominciare da quella di Andreuccio da Perugia (II, 5) in cui il protagonista, giovane mercante inesperto appena arrivato a

Napoli, si comporta in modo incauto e viene derubato da una prostituta che si finge sua sorella e riesce a raggirarlo: la sorte gli salva

comunque la vita, facendogli poi incontrare i banditi cui si unirà per spogliare la tomba dell'arcivescovo e soccorrendolo anche in altre

circostanze (la caduta nel pozzo, la fuga dal sepolcro in cui i suoi complici lo hanno rinchiuso). Alla fine Andreuccio recupera il denaro perduto

grazie al furto di un anello, e torna sano e salvo a Perugia dopo aver rischiato di finire ucciso o peggio: il caso lo ha sottoposto a delle prove che

il giovane ha superato, imparando dai propri errori e diventando più astuto di com'era all'inizio, per cui il racconto ha un valore di formazione,

col protagonista che acquista tutte le virtù tipiche del mercante a cominciare dall'astuzia.

Altrettanto significativa la vicenda di Landolfo Rufolo (II, 4), anche lui mercante che impoverisce e si dà alla pirateria, subendo però un

naufragio e trovando del tutto casualmente dei preziosi gioielli con cui torna ricco: anche in questa novella è evidente che le doti da lui

dimostrate non sono necessariamente positive (rubare è lecito pur di rifarsi dei guadagni perduti), mentre è il caso che provoca quasi la sua

rovina e poi lo salva rifondendolo delle perdite, con un lieto fine che, al contrario, poteva anche essere del tutto negativo.

Più complessa e istruttiva la vicenda di Salabaetto (VIII, 10), mercante fiorentino in viaggio a Palermo e vittima del raggiro di una bellissima e

astuta cortigiana: la donna lo seduce abilmente e riesce a estorcergli cinquecento fiorini, ma poi il giovane (grazie ai consigli di un amico più

esperto) riesce a truffare a sua volta la prostituta e a recuperare il denaro perduto, addirittura con un guadagno. La vicenda ha vari punti di

contatto con quella di Andreuccio, in quanto anche Salabaetto all'inizio mostra ingenuità e viene raggirato nonostante fosse stato messo in

guardia, poi diventa malizioso e mette in piedi un astuto stratagemma per risolvere la situazione a suo vantaggio; la Fortuna lo ha messo in

condizione di essere derubato, poi però lo ha aiutato dapprima facendogli ricevere il consiglio di Pietro Canigiano e in seguito creando le

condizioni perché il suo piano andasse in porto (molte cose potevano andare storte, invece tutto va come stabilito e, quando la donna scopre

l'inganno, il giovane è già lontano col denaro in tasca). In questo caso l'incontro con l'amico Pietro diventa una sorta di deus ex machina, in

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quanto è solo grazie al suo intervento che Salabaetto riesce a riparare ai propri errori, quindi è lo strumento con cui la buona sorte lo premia

con un intervento inaspettato.

Storia e politica

Alessandro e l'abate (ms. XV sec.)

In altre novelle sono i rivolgimenti politici a recare danno ai personaggi coinvolti, siano essi mercanti o altro, mentre è ancora il caso in alcune

di esse a rimettere le cose a posto o a ripagarli delle perdite subìte, come nel caso di Alessandro e l'abate (II, 3): il giovane cura in Inghilterra

gli affari di usura dei suoi parenti rimasti in Toscana, quando un'improvvisa guerra gli impedisce di disporre delle sue sostanze, il che provoca

l'indebitamento dei suoi famigliari e persino il loro incarceramento a causa della loro insolvenza. Se il caso ha provocato la rovina economica

di Alessandro, sarà ancora il caso a risolvere tutto, facendogli incontrare la figlia del re d'Inghilterra (che viaggia sotto mentite spoglie

fingendosi un abate) e inducendo la fanciulla a innamorarsi di lui, per cui i due si sposano e Alessandro torna ricco, potendo fare uscire di

prigione i suoi parenti in Italia.

Vicenda in parte simile quella di madonna Beritola (II, 6), la moglie di un potente ministro di Manfredi di Svevia che viene imprigionato dopo

Benevento, per cui la donna è costretta alla fuga dalla Sicilia: i suoi due figli vengono rapiti dai corsari e la donna potrà rivederli solo dopo

molti anni e grazie a un concorso incredibile di circostanze favorevoli (i figli sono stati venduti a un Genovese, il maggiore è entrato al servizio

del nobile che ha soccorso Beritola, infine la Sicilia si ribella agli Angioini e il marito della donna, ancora vivo, viene liberato). Il caso ha certo

una parte essenziale nella soluzione della vicenda, ma anche i personaggi dimostrano una serie di doti positive, in quanto Beritola non si perde

d'animo e accetta di continuare a vivere dopo la separazione dei figli, la balia ha l'accortezza di non svelare il nome dei ragazzi, il maggiore di

questi parte all'avventura unendosi a dei corsari, giungendo in modo inaspettato in Lunigiana dove si trova la madre e innamorandosi della

figlia del suo illustre protettore (la Fortuna, si potrebbe dire, viene aiutata dall'audacia e dalla perseveranza dei protagonisti).

La Fortuna in amore

Teodoro e Violante (ms. XV sec.)


Il caso domina spesso anche le vicende amorose dei personaggi, sia quelle a lieto fine della Quinta Giornata sia quelle infelici della Quarta: fra

queste ultime in molte circostanze è proprio la malasorte a ostacolare i progetti dei protagonisti, come nella novella di Ghismunda (IV, 1) in

cui il padre di lei scopre la tresca col paggio perché si trova casualmente nella sua camera quando è in compagnia dell'amante, o come in

quella di Elisabetta (IV, 5) in cui i fratelli vengono a sapere della sua relazione con Lorenzo vedendolo uscire dalla stanza della ragazza.

Interessante anche la vicenda di frate Alberto (IV, 2), che riesce a sedurre una nobildonna veneziana con un elaborato quanto ridicolo

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inganno, ma poi sfida la sorte quando i cognati di lei sospettano la tresca: sorpreso nella sua camera, riesce a fuggire in modo rocambolesco

per poi affidarsi a un uomo che finge di aiutarlo e in realtà lo tradisce, per cui la sua storia ha un finale non lieto in quanto la Fortuna non lo

ha affatto aiutato (e il frate non ha dimostrato quelle doti di astuzia e sagacia proprie di altri personaggi, per cui alla fine è giustamente punito

per i suoi errori).

La buona sorte aiuta invece gli amanti felici della Quinta Giornata, come Gostanza e Martuccio (V, 2) che non possono sposarsi a causa della

povertà del giovane: questi si dà alla pirateria per arricchirsi ma viene imprigionato, riuscendo poi a essere liberato per aver aiutato il re di

Tunisi a vincere una battaglia con un astuto consiglio, mentre la fanciulla tenta il suicidio ma viene salvata da una donna che fa di tutto per

proteggerla e le permette in seguito di ritrovare il suo amato. Una buona dose di fortuna aiuta anche Teodoro (V, 7) a scampare la morte

facendogli incontrare, in modo del tutto inaspettato, il padre dal quale era stato separato anni prima quando era stato fatto prigioniero dai

corsari: il giovane non solo viene liberato ma può sposare l'amata Violante, anche in ragione del fatto che il padre è un uomo ricco e nobile

(qui agisce l'elemento teatrale dell'agnitio, il riconoscimento che permette il positivo scioglimento dell'intreccio come nella commedia nuova

greca e in quella latina).

In parte simile anche la vicenda di Nastagio degli Onesti (V, 8), che prima ha la fortuna di imbattersi nella caccia infernale nella pineta di

Classe, e poi dimostra l'astuzia di servirsi di questa circostanza a suo vantaggio, mostrando l'orribile scena alla fanciulla che ama senza

speranza e inducendola a diventare sua moglie col timore dello spettacolo visto. E la sorte colpisce in modo beffardo Federigo degli Alberighi

(V, 9), facendogli uccidere il falcone che Giovanna era venuta a chiedergli in dono, mentre alla fine conquista l'amore della donna grazie alla

virtù cavalleresca di cui ha dato prova (ennesimo esempio, quindi, di come il caso aiuta chi aiuta se stesso con le proprie doti e il proprio

comportamento).

L'ottimismo di Boccaccio
In conclusione si può affermare che la visione del mondo dell'autore è dominata da un sereno ottimismo, in quanto la malasorte può

disseminare ostacoli sulla strada degli uomini e frapporsi al raggiungimento dei loro obiettivi, ma talvolta il caso li favorisce, a condizione che

essi siano pronti a cogliere l'occasione e a dimostrare quelle doti di astuzia e ingegno che sono indispensabili per la buona riuscita nei propri

progetti di vita. In questo Boccaccio sembra davvero aver varcato per sempre la linea che separa la cultura medievale da quella moderna,

riallacciandosi in gran parte alla tradizione classica (greca e latina) in cui la concezione della dea Fortuna è sostanzialmente simile alla sua,

così come quella dell'industria quale virtù essenziale per avere successo: ciò è alla base anche del romanzo alessandrino e tardoantico, in cui i

protagonisti affrontano una serie di peripezie e superano varie prove, dando dimostrazione delle loro virtù e arrivando a un lieto fine in cui la

buona sorte, specie attraverso un provvidenziale riconoscimento, ci mette lo zampino; questo tipo di intreccio «romanzesco» è di segno

profondamente moderno e come tale è assente nella letteratura volgare del Due-Trecento, mentre Boccaccio è fra i primi a rivalutarlo e a

sperimentarlo in varie sue opere, a cominciare dal Filocolo per arrivare alle novelle del Decameron che a quella tradizione evidentemente si

ispirano. Va infine ricordato che in tutto questo scarsissimo peso hanno le remore di tipo morale, in quanto i personaggi aiutati dalla sorte e

dalle loro virtù spesso sono mossi da desideri non del tutto leciti, il che non sempre porta al loro scacco o a una condanna di qualche tipo:

l'ingegno deve aiutare a ottenere un qualche profitto, sia esso di tipo economico, sessuale o di altra natura (si pensi alle beffe della Settima e

Ottava Giornata), e quasi tutti i mezzi sono concessi nel perseguire questo fine, incluso l'imbroglio o la menzogna. Ne è prova la simpatia che

l'autore dimostra nei confronti di vari impostori e truffatori del libro, come Ciappelletto o Masetto, al contrario di altri che vengono

condannati, e questa ambiguità morale è un ulteriore segno della modernità del Decameron, essendo ovviamente impensabile in un'opera del

secolo precedente.

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