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Glenn Cooper

IL LIBRO
DELLE ANIME

Un invito alla lettura

T R A D U Z I O N E D I
GI AN PAOL O G ASPER I
E V EL IA F EB RU A RI

DAL 6 MAGGIO IN LIBRERIA


Titolo originale
Book of Souls

ISBN 978-88-429-1660-4

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Copyright # Glenn Cooper 2010


# 2010 Casa Editrice Nord s.u.r.l.
Gruppo editoriale Mauri Spagnol
PROLOGO
Dopo oltre trent’anni nell’antiquariato librario, Toby Par-
fitt sapeva che l’unico momento in cui non poteva tratte-
nere un brivido d’eccitazione era quando infilava le mani
in una cassa da imballaggio appena arrivata.
La sala di catalogazione della casa d’aste Pierce &
Whyte si trovava nel seminterrato, perfettamente isolata
dal rumore del traffico di Kensington High Street, a Lon-
dra. Toby stava bene lı̀, nel silenzio del suo comodo e
vecchio laboratorio, coi tavoli di quercia levigata, con le
lampade a collo di cigno e con gli sgabelli ben imbottiti.
L’unico rumore era il gradevole fruscio della carta da im-
ballaggio che lui tirava fuori a manciate e gettava via.
Ma, con sua grande irritazione, quel momento venne
disturbato da un respiro affannoso e sibilante.
Toby alzò gli occhi sul viso butterato di Peter Nieve e
lo salutò con un cenno del capo. Il piacere della scoperta
era rovinato. Non poteva mica dire al ragazzo di levarsi
dai piedi, no?
« Ho saputo che è arrivato il lotto di Cantwell Hall »,
disse Nieve.
« Sı̀, ho aperto or ora la prima cassa. »
« Sono arrivate tutte e quattordici, spero. »
« Perché non controlli? »
« Volentieri, Toby. »
Quel piglio familiare gli era insopportabile. Toby! Non
« Mr Parfitt » e neppure « Alistair », no: « Toby », il nome
che usavano i suoi amici. I tempi erano sicuramente cam-
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biati – in peggio –, ma lui non aveva la forza di andare


controcorrente. Se quel giovanotto che lavorava lı̀ soltan-
to da due anni si sentiva autorizzato a chiamare « Toby »
il responsabile della Sezione libri antichi, lui non poteva
che accettarlo. Era difficile trovare un aiuto qualificato e
Nieve, con la sua laurea in Storia dell’arte conseguita a
Manchester, era il meglio che ci si poteva procurare per
ventimila sterline all’anno. Se non altro, il giovane si
cambiava camicia e cravatta ogni giorno, sebbene i collet-
ti troppo larghi per il suo collo scarno dessero l’impres-
sione che la testa fosse attaccata al tronco con un piolo.
Toby strinse i denti mentre l’altro contava fino a quat-
tordici. « Ci sono tutte. »
« Bene. »
« Martin ha detto che saresti stato contento del lotto. »
Toby non andava più a casa dei clienti; lasciava quel-
l’incombenza a Martin Stein, il vicedirettore. In verità,
aveva sempre detestato la campagna, facendo un sacco
di storie ogni volta che gli era stato chiesto di andare fuori
città. Di tanto in tanto, veniva fuori che un cliente aveva
alcuni pezzi rari e allora Pierce & Whyte cercava di strap-
pare l’affare a Christie’s o a Sotheby’s. « Mi creda », gli
aveva assicurato Stein, « se vengo a sapere di un Second fo-
lio, di una bella edizione delle Brontë o di un Walter Ra-
leigh, mi precipito alla velocità della luce, anche se si tro-
vano nello Shropshire. » Da quello che Toby aveva capito,
il tesoro di Cantwell Hall era modesto, ma Stein aveva ag-
giunto che si trattava di un lotto abbastanza vario.
Lord Cantwell era un cliente tipico, un uomo d’altri
tempi che si dannava per conservare la propria fatiscente
residenza di campagna svendendo di tanto in tanto qual-
che mobile, quadro, libro o pezzo d’argenteria, cosı̀ da te-
nere a bada il fisco ed evitare che tutto andasse in malora.
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Il vecchio mandava i pezzi migliori alle case d’asta più im-


portanti, ma la fama di Pierce & Whyte nel campo dei li-
bri, delle carte geografiche e degli autografi era tale da
renderla la scelta ideale per quella parte della collezione.
Toby infilò la mano nella tasca interna dell’elegante
completo Chester Barrie e tirò fuori i sottili guanti di co-
tone bianco. Molti anni prima, il suo capo lo aveva ac-
compagnato in una sartoria di Savile Row e, da allora,
Toby si era vestito coi migliori tessuti che poteva permet-
tersi. Riteneva che gli abiti e la cura del proprio aspetto
fossero importanti. I baffi ispidi erano sempre ben curati
e ogni martedı̀, all’ora di pranzo, il barbiere gli regolava i
capelli sfumati di grigio.
S’infilò i guanti come un chirurgo e si chinò sui primi
libri che aveva tirato fuori. « Vediamo un po’ cosa abbia-
mo qui... »
I dorsi dei volumi della fila superiore erano tutti ugua-
li. Sfilò il primo. « Oh! Tutti e sei i volumi della History of
the Norman Conquest of England. 1877-1879, se ricordo be-
ne. » Aprı̀ la copertina in tela e osservò il frontespizio.
« Eccellente! Prima edizione. È una serie completa? »
« Sı̀. Sono tutte prime edizioni, Toby. »
« Bene, bene. Si dovrebbero vendere tra le seicento e le
ottocento sterline. Il più delle volte si trovano serie for-
mate da edizioni diverse, sai. » Dispose con attenzione i
sei libri sul tavolo, prendendo nota delle loro condizioni
prima di guardare di nuovo nella cassa. « Ecco un pezzo
un po’ più antico. » Era una Bibbia in latino, un’edizione
del 1653 pubblicata ad Anversa, con una sontuosa e con-
sunta rilegatura in vitello e nervature dorate sul dorso.
« Bella », esclamò. « Direi tra le centocinquanta e le due-
cento sterline. »
Fu meno contento dei numerosi volumi successivi
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– alcune edizioni di John Ruskin e Henry Fielding in cat-


tivo stato –, ma gli tornò l’entusiasmo dinanzi al Journal of
a Tour Through Part of the Snowy Range of the Himala Moun-
tains, and to the Sources of the Rivers Jumna and Ganges di
James Baillie Fraser, una prima edizione del 1820 in otti-
me condizioni. « Non ne vedevo una cosı̀ bella da un sac-
co di tempo! Stupenda! Almeno tremila sterline. Mi ha ti-
rato su di morale. Dimmi un po’, non è che c’erano degli
incunaboli, nella collezione? »
Nieve aveva un’aria perplessa.
« Allora? Ci sono incunaboli? Libri stampati in Europa
tra la metà del XV secolo e il 1500? » sbottò Toby.
Ferito dall’insofferenza dell’uomo, il giovane arrossı̀
d’imbarazzo. « Scusami, mi ero distratto. No, nessun in-
cunabolo. C’è qualcosa di antico, però è scritto a mano. »
Puntò un dito verso la cassa. « Eccolo lı̀. La nipote non
voleva separarsene. »
« La nipote di chi? »
« Di Lord Cantwell. Un vero schianto. »
« Non è nostra abitudine fare commenti di questo ti-
po », lo rimproverò Toby, allungando la mano per pren-
dere il voluminoso libro.
Era pesantissimo: riuscı̀ a tirarlo fuori dalla cassa e ad
appoggiarlo sul tavolo solo reggendolo con entrambe le
mani. L’istinto gli suggeriva che quel grosso volume ave-
va qualcosa di speciale. Rilegato in pelle di vitello – liscia
e chiazzata –, del colore del cioccolato al latte, aveva un
lieve odore fruttato, che evocava muffe e umidità anti-
che. Le dimensioni erano notevoli: cinquanta centimetri
di altezza, trenta di larghezza e dieci buoni di spessore.
Dovevano essere almeno mille pagine. Quanto al peso,
era almeno tre chili... no, di più. L’unico segno particolare
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si trovava sul dorso; una grande, semplice incisione fatta


a mano: 1527.
Nonostante il suo abituale distacco, Toby notò con stu-
pore che, nel sollevare la copertina, la sua mano tremava
leggermente. Logorato dall’uso, il dorso si piegò con faci-
lità, ma senza scricchiolare. Sulla pelle era incollato un
semplice risguardo color crema. Non c’erano né antipor-
ta né frontespizio. La prima pagina del libro, color burro,
era ruvida al tatto e scritta a mano con una calligrafia mi-
nuta.
Calamo e inchiostro nero.
Righe e colonne.
Almeno un centinaio di nomi e date.
Toby scorse quella grande quantità d’informazioni,
poi girò la pagina. Altre righe e colonne, fittissime. La
terza pagina era identica. Andò al centro del volume,
quindi diede un’occhiata a varie pagine verso la fine. E
poi all’ultima pagina. Provò a fare un rapido calcolo
mentale: quell’elenco contava ben più di centomila nomi.
« Notevole », commentò sottovoce.
« Martin non è riuscito a catalogarlo. Secondo lui, è
una specie di registro anagrafico. Ha detto che forse tu
avresti avuto un’idea su cosa... »
« Ne ho parecchie, di idee. Ma nessuna sta in piedi.
Guarda queste pagine. » Ne sollevò una. « Questa non è
carta, sai. È pergamena, roba di altissima qualità. Non
posso affermarlo con certezza, ma credo sia velino, la
qualità di pergamena più pregiata. Pelle di vitello da latte
o nato morto, rinverdita, calcinata, depilata ed essiccata
sotto tensione. Era utilizzata per i manoscritti miniati
più preziosi... di certo non per un comune registro ana-
grafico. » Continuò a sfogliare le pagine, facendo com-
menti e puntando qua e là l’indice guantato. « È un regi-
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stro di nascite e di morti. Guarda questo qui: ’Nicholas


Amcotts 13 1 1527 Natus’. È molto chiaro. E subito sotto:
alcuni ideogrammi cinesi seguiti dalla stessa data e con
accanto ’Mors’, cioè ’morto’. E quello dopo, un’altra mor-
te: Kaetherlin Banwartz, un nome tedesco. E quest’altro,
qui. In arabo, direi. »
Nell’arco di un minuto, aveva trovato nomi greci, por-
toghesi, italiani, francesi, spagnoli e inglesi, nonché mol-
teplici parole – nomi anch’esse, senza dubbio – in cirilli-
co, ebraico, swahili e cinese. Di alcune lingue poteva solo
ipotizzare l’origine. Mormorò qualcosa a proposito di
dialetti africani. Poi s’interruppe e, con aria assorta, unı̀
la punta delle dita. « Ma quale città, nel 1527, aveva
una popolazione multietnica come questa, per non parla-
re di una simile densità demografica? E questo velino? E
questa rilegatura piuttosto grossolana? No, questo volu-
me risale a prima del XVI secolo. Ha qualcosa di decisa-
mente medievale. »
« Ma è datato 1527. »
« Be’, sı̀, almeno cosı̀ sembra. Credo che dovremo sen-
tire il parere di qualche docente universitario. »
« Quanto vale? »
« Non ne ho idea. Qualunque cosa sia, è una rarità, for-
se un esemplare unico. E ai collezionisti piacciono i pezzi
unici. Non preoccupiamoci troppo del suo valore, per
ora. Penso che lo venderemo bene. » Sollevò il volume
e lo posò in un angolo del tavolo, lontano dagli altri, in
bella mostra. « Vogliamo esaminare il resto del materiale
di Cantwell Hall? Avrai il tuo bel daffare a inserire il lotto
nel computer. E, quando avrai finito, sfoglia tutti i libri in
cerca di lettere, autografi, francobolli e cosı̀ via. Non vor-
remmo mica farne gentile omaggio ai nostri clienti, eh? »
Quella sera stessa – Nieve se n’era andato da un pez-
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zo –, Toby tornò nel seminterrato e passò rapidamente


accanto all’intera collezione di Cantwell Hall, sistemata
su tre lunghi tavoli. Al momento, quei libri non lo inte-
ressavano più di un mucchio di vecchie riviste. Andò
dritto verso il volume che era stato al centro dei suoi pen-
sieri per tutto il giorno e posò le mani sulla copertina di
pelle liscia. In seguito, avrebbe affermato che, in quell’i-
stante, aveva avvertito una specie di contatto spirituale
con quell’oggetto inanimato, una sensazione insolita
per un uomo che non aveva nessuna propensione per si-
mili sciocchezze.
Era solo. Nessuno avrebbe potuto accusarlo di fare co-
se assurde. E parlare con un libro di certo lo era.
Allora, a voce alta, disse: « Cosa sei? Perché non mi
sveli i tuoi segreti? »