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ISBN 9788841210321
Prima edizione digitale: gennaio 2017
Sommario
Contro i dogmi cinofili

Tale cane, tale padrone


Le logiche degli abbinamenti
Il cane come rivoluzione e come rappresentazione
Dalle affinità ai fraintendimenti

La mente del cane e quella dell’uomo


Diversa… mente
Il modello stimolo-risposta
Perché non parli?
Una, due, tante intelligenze
Alka seltzer!
Specialista del linguaggio del corpo
L’obbedienza è segno d’intelligenza?
Gli «stupidi» cani
Io so che tu sai
L’arte dell’inganno tra realtà e leggenda
Una mente che pensa e una mente che sente
Noi e le sue emozioni
Una maltese allo specchio
L’annoso tema dell’empatia
Le frontiere della ricerca
Uno sguardo d’insieme
Una brutta notizia
Siamo uguali o diversi?

Psicologia canina, sì... ma quale?


Educatori, rieducatori, comportamentalisti, addestratori… che
confusione!
Ma tu, sei cognitivista o behaviorista?
Behaviorismo, cognitivismo e...
Il cane non è obbligatorio
Problemi reali, problemi «solo umani», problemi inventati

Il disturbo comportamentale
Compagni di stanza (in psichiatria)
Fobie a quattro zampe
Il Disordine Compulsivo Canino
La sindrome della suzione del fianco
«Solcare il mare all’insaputa del cielo»
Inedite convergenze terapeutiche
Fido nel sistema-famiglia
Le emozioni sotto il tetto
Il trauma della perdita
Chi porta il sintomo?
La branda di… Brando: una storia di terapia cino-familiare

Diagnosi e terapie
Dall’incompetenza agli psicofarmaci
Siamo uomini o caporali? Siamo cani!
Le soluzioni mutuate dalla psicologia umana
L’ape Maia
Convivere con un «alieno»

Bibliografia ragionata
Mai come negli ultimi dieci anni (giorno più, giorno meno) si è parlato
della mente del cane.
Mai si è studiata così tanto – o almeno si è provato a studiare – la
mente del cane (visto che tutti gli studi che abbiamo avuto a
disposizione fino a questo momento sono stati relativi alla psicologia
umana, che poi abbiamo cercato di applicare al cane… con alterne
fortune); mai si è dedicata tanta attenzione a ciò che il cane pensa,
ai sentimenti che prova, alle sue emozioni e alle sue capacità di
elaborare, ricevere e trasmettere informazioni.
Da quello che per millenni è stato «solo un cane» si è passati al
concetto di «membro della famiglia», di «parente non umano» o
addirittura di «figlio».
Eh, sì: perché non soltanto si sente dire sempre più spesso «lo tratto
come un figlio», ma si arriva al «gli voglio lo stesso bene che voglio
ai miei figli»; che in alcuni casi può essere solo una metafora, ma in
altri è la (choccante) realtà.
Se qui si viaggia decisamente verso il fanatismo, comunque, è
innegabile che ci sia stata, negli ultimi tempi, una grandissima
apertura mentale nei confronti del cane: perfino a livello legislativo gli
è stato riconosciuto lo status di essere sensibile, senziente e
intelligente. Si potrebbe presumere, quindi, che tutto questo abbia
portato a un grande miglioramento nella qualità della vita e nel
benessere dei quattrozampe.
E invece no. In realtà è accaduto l’esatto contrario. Non si sono mai
visti così tanti cani problematici, paurosi, fobici, aggressivi, mordaci e
chi più ne ha più ne metta.
Perché sta succedendo tutto questo?
Semplice: perché dalla «normale» e semplice «cinofilia», ovvero da
quell’amore per il cane come amico e come ausiliario che ci
accompagna da almeno ventimila anni, si è passati a quella che
potremmo chiamare «cinofilia new age», fatta di presunte rivoluzioni
culturali che spesso si traducono, purtroppo, in vere e proprie prese
in giro nei confronti dei proprietari.
Il fatto che per molto tempo siano state maggioritarie figure che, pur
definendosi «cinofile», utilizzavano con i cani metodi coercitivi o
addirittura violenti e brutali ha favorito, per reazione, l’affermarsi di
una serie infinita di nuovi personaggi che, pur essendo tutti
immancabilmente schierati sotto la bandiera del «rispetto per il
cane», di questo «rispetto» hanno concezioni diversissime gli uni
dagli altri… e litigano in continuazione. Le discussioni cinofile spesso
diventano vere e proprie «guerre di religione»: Facebook e gli altri
social network possono offrire un vero campionario (dell’orrore) di
questa nuova realtà.
C’è chi litiga sui metodi, chi si scanna sugli strumenti, chi insulta chi
lavora col cane («Sciagurati! Schiavisti! Volete un robot al posto di
un amico!»), e chi sbeffeggia l’esagerato buonismo («Sciagurati!
Bambinizzatori! Siete troppo permissivi, vi fate mettere i piedi in testa
dal cane e poi lo portate dal comportamentalista che lo riempie di
psicofarmaci!»).
Inizialmente la dicotomia era una sola: «gentilisti» vs
«tradizionalisti», ovvero fautori del metodo inglese (detto «gentle
training» e nato negli anni Novanta) e seguaci del metodo tedesco,
nato nell’Ottocento ma ovviamente evolutosi moltissimo nel corso
dei decenni (fatto puntualmente negato dai gentilisti, i quali
accusavano tutti i «tradizionalisti» di essere rimasti alla preistoria,
oltre che di maltrattare i cani).
Oggi perfino i gentilisti vengono tacciati di essere dei retrogradi da
un’infinita serie di nuove figure che vanno dal cognitivista allo
zooantropologo e addirittura al «buonista disneyano»: quello
secondo cui il cane deve essere lasciato libero di fare tutto quello
che gli pare e piace, perché anche un singolo «seduto» è già
maltrattamento (il loro grido di guerra è: «Gli ordini si danno agli
schiavi, non agli amici!»).
Le infinite possibilità offerte da Internet, ovviamente, hanno ampliato
a dismisura lo spazio a disposizione di chi aveva più voglia di
polemizzare che di dedicarsi davvero ai cani (voglia dettata,
solitamente, dal desiderio di rubarsi reciprocamente i clienti).
Aggiungiamo pure che negli ultimi anni si sono moltiplicati come i
funghi i corsi per educatori e addestratori cinofili (tenuti da tutte le
diverse scuole di pensiero, col risultato di formare persone che la
pensano in modo radicalmente opposto… ma tutte dotate di
diplomino che le renderebbe teoricamente idonee a educare,
rieducare, addestrare e/o riabilitare cani), e forse cominceremo ad
avere una vaga idea della drammatica confusione in cui finisce il
povero, normalissimo proprietario di cane che vorrebbe insegnargli a
non tirare al guinzaglio o magari iniziarlo a qualche attività sportiva.
Come uscire vivi da una situazione così caotica (e assolutamente
non regolamentata, al momento, da alcuna legge o norma?).
C’è un solo modo: imparare a conoscere davvero il cane, partendo
dalla sua fisiologia e arrivando alla (complessa e ancora in gran
parte misteriosa) psicologia, per molti versi riconducibile all’etologia
(studio dei comportamenti spontanei dell’animale in ambiente
naturale), ma che viene anche plasmata dai vari tipi di rapporto che
possono esistere tra cane e uomo… Questo implica che
bisognerebbe sapere qualcosina anche di psicologia umana!
Cercare di capire davvero il cane richiede tempo, impegno e studio:
di certo non è una cosa facile e alla portata di tutti.
Ma anche chi decide di impegnarsi seriamente in questo campo,
oggi, si trova di fronte a molte alternative in contrasto tra loro: un po’
come i corsi per educatori, infatti, anche i testi disponibili in libreria
possono dire cose diametralmente opposte, visto che tutti scrivono e
tutti dicono la loro.
Quindi, studiare sì, ma come? In che modo, con quale criterio
logico?
Quando l’editore ci ha chiesto di scrivere un libro sulla psicologia
canina (anzi, sulla psicologia canina comparata con quella umana),
anche noi autori ci siamo chiesti quale taglio avremmo potuto dare al
nostro lavoro per renderlo più attendibile: perché in un mondo come
quello cinofilo, che è ormai all’insegna del «vale tutto e il contrario di
tutto», diventa davvero difficile applicare un «bollino blu» di
credibilità a un’opera.
Le nostre scelte, alla fine, sono state le seguenti: Lorenzo Pergolini,
psicologo (umano) ed educatore cinofilo specializzato nella
cosiddetta «pet therapy» (termine troppo vago per indicare tutte le
attività assistite con gli animali, ma di uso comune e quindi
comprensibile a tutti) ha scelto di seguire il criterio del rigore
scientifico.
Tutto ciò che sosterrà a proposito di psicologia canina (e umana!) è
scientificamente provato e dimostrato, anche se verrà esposto nel
modo più semplice e lineare possibile, perché siamo entrambi del
parere che si possa comunicare e informare solo facendosi prima di
tutto capire.
Valeria Rossi, ex allevatrice e addestratrice con quarant’anni di
cinofilia alle spalle, lascerà invece più spazio all’esperienza diretta.
Inoltre, cercherà di spiegare, almeno a grandi linee, i motivi per cui la
cinofilia moderna è così confusa e discussa, non addentrandosi
certamente nella «vera» psicologia umana, ma accennando al «lato
oscuro della psicologia del cinofilo», ovvero al perché oggi, in questo
settore, tutti litighino con tutti e il cliente non sappia più a che santo
votarsi (né a quale figura professionale rivolgersi).
La nostra speranza è che scienza ed esperienza unite assieme
possano dar vita a un testo attendibile, ma anche fruibile e
comprensibile, su quel poco che si sa della mente del cane (e su
alcune dinamiche della psiche umana), consentendo anche di
approcciare nel modo più corretto possibile le eventuali
problematiche comportamentali.
Attenzione: questo non significa che vi daremo «ricette magiche»
per curare/guarire/riabilitare un cane, perché non è assolutamente
possibile intraprendere un percorso del genere senza conoscere da
vicino il singolo soggetto.
Quello che può fare un libro è solamente aiutare a capire, sempre
nei limiti del possibile, le motivazioni di un certo comportamento: e
questo abbiamo cercato di ottenere, certi che possa essere già un
passo importante verso un migliore rapporto col cane e verso la
soluzione di alcuni comuni problemi, che andranno comunque
affrontati sempre e solo «dal vivo», con l’aiuto di un (vero!) esperto.
Buona lettura!
Le logiche degli abbinamenti
All’inizio della celeberrima Carica dei 101, Walt Disney ha dipinto
egregiamente la somiglianza fisica che spesso si nota tra cani e
proprietari: la signora un po’ snob con la barboncina, la tipa
dinoccolata col levriero afgano e così via. Se abbiamo sorriso tutti
vedendo quella scena, però, non è stato soltanto per la simpatia
dell’animazione: è stato soprattutto perché ci sono venuti subito in
mente altrettanti esempi reali, in carne e ossa. Chi non conosce
almeno un signore robusto con relativo bulldog, o una signora
anziana e rugosa con lo shar pei?
E poi ci sono gli abbinamenti non prettamente fisici, ma altrettanto
immediati: il tipo un po’ «truzzo» col molossone, o magari la
ragazzina con cane lupo cecoslovacco al guinzaglio, laddove manca
soltanto una mantellina rossa per rievocare alla perfezione la favola
di Cappuccetto.
Gli umani scelgono molto spesso cani che in qualche modo gli
somiglino fisicamente o, diciamo così, «spiritualmente». D’altronde è
anche normale che quando si cerca un compagno di vita si cerchino
delle affinità. C’è pure il detto «il simile chiama il simile» (e c’è anche
«chi si somiglia si piglia»).
Esiste, però, anche un altro detto, forse ancor più celebre, sugli
«opposti che si attraggono».
Insomma, tutto e il contrario di tutto.
E ciò che vale per gli umani vale anche per il rapporto cane-uomo. Al
mio centro cinofilo, tanto per dire, posso vedere ogni giorno esempi
di entrambi i tipi: il ragazzone tutto muscoli e tatuaggi col cane
atletico e dinamico? Ce l’ho, anzi ne ho due (malinois in un caso,
amstaff nell’altro).
La signora elegante con l’elegantissimo alano? Ce l’ho.
Ma ho anche la coppia di signori decisamente belli robusti, di quelli
che appena li vedi ti aspetti come minimo un mastino napoletano al
seguito… e che invece hanno adottato, nell’ordine: un chihuahua,
una meticcetta sui sette chili (è il loro cane «grande») e un altro
cucciolo meticcio che io chiamo «lo schnauzerotto», ovvero faccia
da schnauzer con tanto di barba, baffi e sopracciglia… e corpo da
bassotto, il tutto racchiuso in meno di tre chili di cane.
Simili e opposti, dunque, si attraggono… ma non proprio in ugual
misura, direi: se non ho dati statistici per quanto riguarda l’attrazione
tra umani, quando parliamo di cani e umani sono abbastanza certa
che i simili si attraggano decisamente di più.
La domanda successiva, però, è questa: si attraggono perché sono
già simili, oppure «diventano» simili col tempo? Ovvero, la
convivenza influisce sulla convergenza (o meno) di certe
caratteristiche?
La risposta è scontata per chiunque conosca un po’ di binomi cane-
uomo: oh, sì! C’è un evidentissimo influsso del carattere, del
temperamento e degli atteggiamenti umani sui corrispettivi canini.
L’ansioso ha quasi sempre cani che vivono in un perenne stato di
allerta; l’arrogante ha cani ringhiosi/abbaioni; il tipo amichevole ha
molto spesso cani che fanno le feste anche ai ladri.
Il cane come rivoluzione e come
rappresentazione
Risulta un po’ meno facile intuire quanto spesso (e posso assicurarvi
che accade molto spesso) è invece il cane a poter cambiare – anche
radicalmente – l’uomo.
L’esempio più eclatante è dato sicuramente dalla pet therapy, ovvero
delle attività assistite con gli animali, che hanno il potere di calmare
ansie e depressioni e che in diversi casi sono riuscite addirittura a
migliorare sensibilmente situazioni serissime come quelle dei
bambini affetti da autismo, ma anche nel normale quotidiano
vediamo ogni giorno casi di vite rivoluzionate dall’arrivo di un cane…
nel bene e nel male.
Purtroppo sì: anche nel male.
Restando nuovamente solo nel mio campo… «ce l’ho» entrambe, le
situazioni: ho la signora di mezza età arrivata depressa e
letteralmente rinata da quando ha cominciato a fare attività sportiva
col cane, ma ho pure la coppia «ex-felice» che per colpa di un cane
problematico era arrivata sull’orlo del divorzio (pericolo che spero
ormai scongiurato, ma ci stiamo ancora lavorando).
Tutto questo dimostra quanto siano molteplici e complesse le
interazioni «psichiche», se così possiamo definirle, tra cane e uomo.
Sicuramente alcune di esse balzano agli occhi più di altre, dando
origine a dicerie e leggende varie su «chi sceglierebbe chi».
Di solito, infatti, si finisce rapidamente per generalizzare: dopo aver
conosciuto magari un paio di «abbinamenti» di un certo tipo, si
pensa che tutti i tipi X di umano scelgano per forza il cane Y.
Il risultato è che chi ha scelto il cane Y, ma non appartiene al tipo di
umano X, si offende a morte (solitamente a ragione): così nascono
infinite discussioni, scanni sui social network… e a volte si rompono
addirittura delle amicizie. Questo, insieme al caso delle «coppie che
scoppiano», la dice lunga sull’influsso che un cane può avere sulla
vita degli umani.
Alcuni esempi molto classici di generalizzazioni:
Chi ha un rottweiler, un dobermann o un pit bull (ma anche un
dogo argentino e una serie di altre razze «toste») è
sicuramente uno che ama il cane-arma, che non vede l’ora che
il suo cane morda qualcuno, che se potesse farebbe un
pensierino anche sui combattimenti ecc.
Chihuahua e barboni (soprattutto), ma anche maltesi, shih-tzu,
bolognesi e altri canetti da compagnia vengono scelti solo da
donne o gay.
Chi ha un levriero dev’essere per forza uno snob.
E potrei continuare per ore, ma credo che il concetto si sia
capito.

Ora, il punto è che evidentemente c’è qualcosa di fondato in tutto


questo: perché è verissimo che difficilmente il «truzzotamarro» di
turno sceglierà il barboncino.
La ragione, molto spesso, non sta tanto nella razza in se stessa,
quanto nel modo in cui viene presentata. Se i media, quando il pit
bull è arrivato per la prima volta in Italia, non l’avessero dipinto come
«cane da combattimento con una potenza mascellare di millemila
chili» (tra l’altro, ricordiamo che nessuno ha mai misurato la potenza
mascellare di nessun cane al mondo!), ma come un cane dalle
eccezionali doti psicofisiche e atletiche, probabilmente alcune
persone non se ne sarebbero sentiti così attratti.
Per la stessa ragione, se i media pubblicassero più spesso foto di
chihuahua che fanno agility (ce ne sono tanti!) anziché immortalare
sempre e solo la divetta di turno col cane in borsetta, forse
vedremmo meno cani bambinizzati e più cani di piccola taglia che
fanno i cani.
Come sempre, insomma, alla base di tutto c’è la mancanza di
cultura cinofila, o una visione distorta della stessa.
Dalle affinità ai fraintendimenti
È comunque indubbio che esistano anche «affinità elettive» vere e
proprie tra certi tipi di persone e certi tipi di cane: se così non fosse
stato – probabilmente – fin dai tempi della domesticazione, non
credo che oggi avremmo oltre 400 razze canine.
Per le funzioni utilitaristiche ne sarebbero bastate una quindicina, a
dir tanto: un paio da guardia, una da difesa, una da guardianìa e
un’altra da guida del gregge, un bovaro, due o tre razze da
compagnia (piccola, media e grande) e un po’ di cani da caccia (uno
da pista, uno da ferma, uno da riporto, uno da tana).
Sicuramente la moltiplicazione delle razze è sempre stata legata al
desiderio di farsi «il cane su misura», assai più che a quello di avere
un cane utile per un certo lavoro.
Quindi, sì: «tale cane, tale padrone» è una frase che ha
indubbiamente senso.
Poi magari sarebbe meglio evitare di generalizzare e di arrivare al
«tutti i cani fatti così hanno padroni fatti cosà»: perché io, per
esempio, ho un rottweiler e ho avuto due terrier di tipo bull (quindi
sarei «truzzotamarra»), ma in passato ho avuto anche un maltese e
diversi bassotti (quindi sarei «sciuramaria», oppure gay: ma
maschio, perché le donne gay scelgono cani più tosti).
Ho avuto (anzi, ho allevato) siberian husky (snob che cerca il cane-
status-symbol, oppure maniaca degli sport estremi, a scelta) e
pastori tedeschi (tipa banale che va sul sicuro), nonché diversi
meticci adottati o raccattati (persona con la sindrome della
crocerossina).
Se fosse vero tutto ciò, evidentemente sarei soggetta a gravissime
crisi di identità.
Detto questo, tutti – ma proprio tutti, qualsiasi cane abbiamo in casa
– non dovremmo mai accontentarci del «ci somigliamo e quindi ci
siamo presi», e a posto così.
Dovremmo anche cercare di capire che se noi diamo tanta
importanza a queste affinità, il cane invece è sempre e soprattutto
un cane. Ovvero un essere diverso da noi, con una sensibilità
diversa, con emozioni e pensieri diversi che sarebbe bene
conoscere, almeno a grandi linee, prima di fraintendere
clamorosamente tutto ciò che lo riguarda.
Ho visto con i miei occhi una signora, al pet shop, mostrare al
chihuahua due vestitini e chiedergli di scegliere quello che preferiva.
Ho visto in una trasmissione televisiva (orrore!) una festa di
matrimonio tra cani, con tutti gli invitati a quattro zampe vestiti a
tema (il tema era l’Oriente e si vedevano musi stravolti, in alcuni casi
terrorizzati, emergere in mezzo ai veli degli abiti da odalisca).
Ovviamente anche gli «sposi» erano vestiti per l’occasione, lui in frac
e lei con l’abito bianco.
Queste terrificanti antropomorfizzazioni (e molte altre: anche il
semplice pensare che il cane lasciato solo abbia fatto la pipì in casa
«per dispetto», quando non è fisiologicamente in grado di fare
dispetti) sono il risultato della scarsa, scarsissima conoscenza dei
meccanismi della mente canina.
I conseguenti fraintendimenti spesso sono alla base di vere e proprie
tragedie (dal divorzio dei proprietari a decisioni ancor più terribili,
come quella di scegliere l’eutanasia per il cane problematico): per
questo sarebbe meglio chiarirsi un po’ le idee e cercare di capire
cosa e soprattutto come pensa il cane.
Eppure tutto considerato, Mr. Bones era un cane. Dalla punta della
coda all’estremità del muso, era un puro esempio di canis familiaris
e, quale che fosse la presenza divina che ospitava nella sua pelle,
era in primo luogo soprattutto quello che sembrava che fosse. Mr.
Bau Uau, Monsieur Uof Uof, Sir Bastardo. In un bar di Chicago,
quattro o cinque estati prima, con un movimento di coda, l’aveva
messa giù così a Willy, molto semplicemente: «Vuoi sapere qual è la
filosofia di vita di un cane, amico? Te lo dico io. In una frase sola:
“Se non puoi mangiarla o scoparla, pisciaci su”».
P. Auster (1999), Timbuktu
Diversa… mente
Che cosa pensa il nostro fedele Fido mentre dalla sua brandina ci
guarda con aria annoiata? Perché quando disintegra un cuscino poi
fa la faccia colpevole?
Non è raro, anzi è decisamente all’ordine del giorno, lavorando con i
cani e i loro proprietari, imbattersi in frasi del tipo «lui si accorge
sempre del mio stato d’animo», oppure «ogni volta che lo lascio solo
mi fa dei dispetti», «è geloso di me», «si vergogna»…
Da sempre ci affascina l’idea di una «convergenza mentale» con il
nostro compagno a quattro zampe, o meglio l’idea che, sebbene
così diversi, possiamo pensare e vedere le cose allo stesso modo.
L’attribuzione al cane di stati mentali prettamente umani rappresenta
un pregiudizio molto comune, oltre a essere spesso causa di
fraintendimenti fra le due specie (umana e canina) e di problemi di
convivenza più o meno grandi.
L’origine del malinteso sta nel nostro inguaribile antropocentrismo?
Nella nostra voglia inesauribile di capire che cosa pensa di noi e del
mondo il nostro amico a quattro zampe?
Forse il centro della questione è proprio qui: la volontà di sapere
cosa pensa piuttosto che di capire come pensa.
Beh, in effetti nessuno ce lo spiega o ce lo insegna, né a scuola, né
a casa, né tantomeno in tv o al cinema, dove anzi l’immagine del
cane è sempre abbinata a pensieri, emozioni e cognizioni
tipicamente umane.
Ma cerchiamo di fare un po’ di chiarezza. Siamo uguali o diversi?
Cominciamo dalle basi.
Il cane possiede una mente? Sì.
Un’intelligenza? Sì.
Pensa? Sì.
È in grado di provare emozioni? Sì.
È capace di comunicare? Sì.
Quindi è proprio uguale a noi? No.
In effetti, la questione delle differenze fra mente umana e canina può
essere già in parte dipanata attraverso un’analisi più accurata della
terminologia.
La parola mente, comunemente impiegata per definire in modo
generale la sede delle attività intellettive, è un termine impiegato (e
qui cito testualmente il vocabolario Treccani) per definire «Il
complesso delle facoltà umane che più specificamente si riferiscono
al pensiero, e in particolare quelle intellettive, percettive,
mnemoniche, intuitive, volitive, nella integrazione dinamica che si
attua nell’uomo».

Il modello stimolo-risposta
di Lorenzo Pergolini

Negli studi sul comportamento, il concetto di «risposta condizionata» è la


chiave del cosiddetto modello stimolo-risposta. Indica un’azione che se
rinforzata, ovvero in qualche modo «premiata», l’animale compie con
maggiore frequenza.
Un esempio può essere quello del cane che, in presenza di un oggetto
(stimolo) magari per annusarlo lo tocca casualmente col naso (risposta) e
immediatamente riceve del cibo (rinforzo).
Dopo alcune ripetizioni casuali della sequenza stimolo-risposta-rinforzo, il
cane stabilisce un’associazione e aumenta i contatti naso-oggetto. Se la
cosa continua a ripetersi, lo stimolo finisce per acquisire un «significato»
ben preciso per il cane e l’azione (risposta) diviene appresa
(condizionata).
Il grande psicologo statunitense Burrhus Skinner, uno dei maggiori
esponenti del comportamentismo (vedi il box a pagina 112), verso la
metà del secolo scorso sosteneva di poter spiegare in termini di stimolo-
risposta quasi tutte le facoltà mentali animali (compreso quelle
dell’uomo).
Nei decenni successivi questo approccio è stato integrato coi risultati di
nuove ricerche e messo in discussione perché eccessivamente rigido e
semplificatorio.

Però nell’ultimo decennio si sente sempre più spesso parlare di


«mente del cane», e per quanto suoni un po’ «dissertazione
antropocentrica sulla misteriosa capacità di Fido di capire
esattamente quando sono incazzato e quando no», l’espressione
rende abbastanza bene l’idea che anche il cane possieda facoltà
mentali che vanno oltre quelle necessarie ad attuare puri
comportamenti istintivi e semplici risposte condizionate.
Con questo non dico che i cani possiedano facoltà intellettive
paragonabili a quelle umane, né che la loro intelligenza sia inferiore,
uguale, o superiore alla nostra o a quella di alcuni primati non umani.
Ciò che suggerisco è anzi che, per inquadrare la questione nella
giusta prospettiva, bisognerebbe per prima cosa iniziare a
familiarizzare con il concetto di «diverso».
Perché, ebbene sì, la loro mente è diversa dalla nostra. Diverso è il
percorso evolutivo del cane (sebbene a un certo punto, in qualche
modo, si è iniziato a interfacciare con il nostro, ovviamente non
senza conseguenze), diversa la sua nicchia ecologica.
Però è anche vero che con il cane condividiamo routine quotidiane,
numerose e varie modalità di interazione inter-specie, e soprattutto
l’ambiente di sviluppo. E questo ha decisamente un suo peso, dato
che le funzioni e i processi cognitivi sono plasmati dalla selezione
naturale proprio in risposta a problemi incontrati dagli organismi nel
loro ambiente di sviluppo.
Perché non parli?
Qualche precisazione in più va poi dedicata al termine intelligenza.
Questo capitolo non è certo la sede per elencare e descrivere tutte
le diverse concezioni di intelligenza, termine che non ha ancora una
definizione univoca nemmeno in ambito psicologico umano. Mi limito
a definirla come un complesso di abilità e funzioni mentali finalizzate
a capire, conoscere ed elaborare stimoli interni ed esterni. Una
proprietà cognitiva che permette di elaborare informazioni ricevute
per risolvere problemi nuovi.
Ma qual è un possibile indicatore del possesso di intelligenza? Fino
a qualche decennio fa, il conoscere o l’imparare un linguaggio era
considerato un segno di capacità intellettive elevate.
Michelangelo, ammirando il suo Mosè, estasiato dalle forme tanto
realistiche dell’imponente scultura, esclamò, colpito da un violento
accesso d’ira, la celebre frase: «Perché non parli!?».
Anche molti degli allievi della mia scuola di educazione cinofila,
descrivendo il proprio cane, esclamano a volte: «Che bravo che è…
gli manca la parola!».
«E per fortuna!», penso io.
D’altronde, noi umani facciamo una gran fatica a pensare che ci sia
vita intellettiva a questo mondo a prescindere dai nostri specifici
modi di manifestarla, e di egocentrismo umano è piena anche la
scienza. Un esempio sono gli studi e le ricerche sulle capacità di
linguaggio nei grandi primati.
Se l’oggetto di ricerca sono le capacità intellettive, e se per l’essere
umano vale l’equivalenza linguaggio=intelligenza/cognizione, allora
si dovrebbe concludere che nessun altro essere vivente all’infuori
dell’uomo possiede un’intelligenza.
Il limite di molti studi è stato proprio quello di cercare, come forma di
intelligenza negli animali, capacità tipicamente umane. Ma è pur
vero che alcune ricerche ci dimostrano che esemplari come Washoe,
Sarah o Kanzi (grandi scimmie antropomorfe note per aver appreso
una forma di linguaggio paragonabile a quello umano) grazie al
linguaggio erano in grado di risolvere problemi più complessi rispetto
ai loro simili. E ciò ha fornito una qualche evidenza del fatto che il
loro «linguaggio artificiale» avrebbe avuto una funzione di «attivatore
cognitivo», secondo l’espressione dello psicologo statunitense David
Premack, ovvero avrebbe contribuito a svilupparne l’intelligenza.
Una, due, tante intelligenze
Gli animali, e fra questi il cane, sebbene privi di un codice linguistico
equiparabile a quello umano, con i loro processi cognitivi sono
capaci di sofisticati meccanismi di pensiero (attribuzioni, immagini
mentali, capacità di risolvere problemi) che denotano senz’altro una
forma di intelligenza. Anzi, è facile constatare come il cane possieda
almeno tre (forse quattro) delle nove forme di intelligenza individuate
dallo psicologo americano Howard Gardner nella sua Teoria delle
intelligenze multiple, e nello specifico:
Una forma del tutto personalizzata di intelligenza spaziale, che gli
permette di percepire forme e oggetti nello spazio, di accorgersi di
dettagli visivi, di orientarsi nello spazio.

Un’intelligenza corporeo-cinestesica: quella che riguarda la


coordinazione e il movimento del corpo, e che nel caso del cane
presiede a schemi motori che a volte possono essere addirittura più
complessi dei nostri (il cane deve poter coordinare ben quattro arti
per la locomozione invece che due, tanto per fare un esempio).
Un’intelligenza interpersonale: può infatti comprendere i suoi
conspecifici e apprendere, in parte, alcuni segnali comunicativi di
altre specie (uomo compreso), distinguendo alcune intenzioni ed
emozioni.
Può trarre quindi vantaggio da rapporti interpersonali per creare
situazioni a lui favorevoli. In alcuni casi il cane si dimostra un abile
manipolatore dei suoi proprietari imponendo loro ritmi, spazi, tempi,
attenzioni.
I cani possiedono anche una sorta di intelligenza linguistica, ovvero
la capacità di distinguere alcune parole (qualche autore afferma che
possano memorizzarne fino a 165). Basti pensare a quando
rispondono prontamente ai nostri comandi, oppure corrono da noi se
si sentono chiamati per nome. In questo caso mi trovo però a dare
ragione a Skinner e colleghi: il cane molto probabilmente associa
determinate azioni (o sequenze di esse) ad altrettanto determinati
suoni, ma indipendentemente dal significato delle parole
corrispondenti a tali suoni. Possiamo infatti agevolmente insegnare
al cane a sedersi utilizzando la parola «terra», a dare la zampa
utilizzando la parola «salsiccia», a tornare da noi utilizzando il
comando «vattene via»...

Alka seltzer!
di Valeria Rossi

Ho avuto, in vita mia, diversi cani capaci di leggere i miei gesti e i miei
movimenti al punto da farmi quasi credere che fossero «telepatici»:
nessuno, però, ha mai superato Ektor, un pastore tedesco che obbediva
come un soldatino a qualsiasi cosa io «pensassi». Lo utilizzavo quindi
per insegnare ai miei allievi l’importanza della gestualità, dando al cane
ordini come «Alka seltzer!», o «Confetto Falqui!» e ottenendo che il cane
si mettesse seduto, a terra, desse la zampa e così via, tra l’ilarità
generale. Bastava che io pensassi «seduto!», dopodiché potevo dire
qualsiasi cavolata: lui eseguiva quello che avevo «pensato», e non quello
che avevo detto. In realtà Ektor non era affatto telepatico: obbediva
semplicemente alla mia mimica corporea, che per lui valeva più di
qualsiasi parola.
Anche se in modo meno eclatante, la cosa vale un po’ per tutti i cani: per
questo è importantissimo che comandi vocali e gestualità non entrino in
conflitto. Un esempio tipico: chiamare il cane piegandosi verso di lui. In
questo caso la nostra voce dice «vieni», ma il nostro corpo, incombendo
verso il cane, gli dice «fermati, non ti avvicinare».
Il cane, nove volte su dieci, obbedisce al corpo e non alla voce e così
abbiamo moltissimi cani che, al richiamo, accorrono prontamente ma si
fermano a un metro buono da noi.

Tutto ciò che avviene nella mente del cane non è altro che puro
apprendimento di tipo associativo secondo il modello stimolo-
risposta illustrato nel box precedente. Basti pensare a espressioni
del tipo «adesso usciamo» alle quali, nel tempo, il cane impara a
rispondere con uno stato di eccitazione, con l’andare verso la porta
di casa, oppure col cercare di prendere in bocca il proprio guinzaglio
appoggiato al solito posto. Il suono di quell’espressione verbale
anticipa ogni volta il rituale dell’uscita per la passeggiata, evento
decisamente piacevole e gratificante per il cane, e l’associazione
ripetuta fra antecedente (suono «adesso usciamo») e conseguenza
(uscire a fare la passeggiata) determina l’apprendimento. Se per
assurdo pronunciassimo quella frase 5/10 volte al giorno senza poi
uscire veramente, il comportamento si estinguerebbe.
Specialista del linguaggio del corpo
Tutt’altra cosa invece possiamo affermare circa le abilità del cane di
riconoscimento del linguaggio del corpo relativamente a emozioni e
gestione di situazioni sociali: in questo i cani sono dei veri
professionisti!
La spiegazione dello sviluppo di questa raffinata abilità comunicativa
interspecifica va cercata all’interno di un’ottica evolutiva: la sempre
più stretta convivenza fra uomo e cane a partire dalla
domesticazione ha portato le due specie a co-abitare e ciò, oltre ad
aver assicurato un palese vantaggio ai soggetti meno aggressivi (e
quindi più adatti alla convivenza con l’essere umano), ha prodotto
anche una selezione dei soggetti comunicativamente più competenti.
Vero è che alcuni atti comunicativi, posturali, spaziali o mimico-
facciali sono comuni a uomo e cane, anche a prescindere da
qualsiasi percorso evolutivo comune. In particolare, determinati
segnali corporei, come la fissità o la deviazione dello sguardo, la
rigidità muscolare, la postura dominante o quella sottomessa,
presentano caratteristiche molto simili anche se paragoniamo l’uomo
con il lupo.
Un «grande classico» dei colloqui con i proprietari ci fornisce un
esempio perfetto per comprendere l’eccezionale capacità del cane
nel produrre e decodificare il linguaggio del corpo: lo «sguardo
colpevole» al momento del nostro rientro a casa (ovviamente dopo
aver svuotato il cestino dell’umido, fatto la pipì sul prezioso tappeto
persiano o, ancora peggio, aver ridotto un divano in coriandoli).
«Lo sa bene di averla fatta grossa, stavolta!!! Appena sono rientrato
ha abbassato le orecchie e si è rannicchiato sotto il tavolo con fare
colpevole!».
Premesso che il cane non è in grado di associare un evento alle sue
conseguenze se queste non si realizzano in un arco temporale
misurabile in frazioni di secondo, e sapendo che, come appena
accennato, il nostro amico è estremamente abile e allenato a
decifrare i messaggi del corpo, se ne deduce che la sua reazione al
nostro rientro deve essere causata da altro (a meno che non abbiate
il tempismo e la fortuna/sfortuna di rientrare nel momento esatto
della distruzione).
Sfido chiunque a non mostrare nemmeno una micro espressione
mimico-posturale di fronte alla visione del proprio divano
devastato…
Ed ecco, in realtà è proprio quella la causa dell’atteggiamento di
Fido che, caninamente, penserà: «Oh mio Dio! Sta per punirmi…»,
oppure: «Deve aver avuto proprio una giornataccia!», o ancora:
«Eccoci di nuovo con quegli scatti d’ira immotivati!». Per poi
concludere: «Meglio sottomettersi e stare alla larga!».
L’obbedienza è segno d’intelligenza?
Tornando ai possibili indicatori di capacità intellettive avanzate, è
impossibile non soffermarsi sulla presunta corrispondenza fra
intelligenza e capacità ubbiditive. Perché per decenni, riferendosi
all’intelligenza canina, l’uomo ha commesso – e continua a volte a
commettere – l’errore di assimilare il concetto di intelligenza a quello
di obbedienza.
Lo studioso americano Stephen Budiansky si è espresso a tal
riguardo senza mezzi termini: «(…) l’idea di un’intelligenza basata
sull’obbedienza è la quintessenza dell’egocentrismo umano».
In effetti, è lecito ipotizzare che sia stato l’uomo a selezionare più o
meno consapevolmente le capacità ubbiditive nel processo di
domesticazione del cane. Queste capacità si sarebbero poi evolute
nell’animale al fine di ottenere un vantaggio di tipo sociale-affiliativo
con il nuovo, convenientissimo compagno umano, pregiato
dispensatore di cure, cibo, riparo, calore.
Ma che rapporto hanno con l’intelligenza? Se definiamo l’obbedienza
come l’attitudine ad apprendere e svolgere determinati compiti ed
esercizi, rispondendo appropriatamente ai comandi, allora è sulle
capacità di apprendimento che dobbiamo concentrare la nostra
attenzione per chiarire la questione.
La capacità di apprendere, cioè di integrare le proprie conoscenze
con nuove informazioni per agire con efficacia in situazioni inedite, è
in effetti un processo cognitivo che fa parte di quel quadro più
complesso che chiamiamo intelligenza generale. Non è però
direttamente proporzionale a quest’ultima, poiché dipende anche da
altri processi come la percezione, la memoria, il linguaggio,
l’attenzione e la motivazione che, specialmente nel caso del cane,
può essere influenzata da questioni legate all’affermazione della
propria posizione nella gerarchia.
In conclusione, le capacità di apprendimento rappresentano
solamente un aspetto dell’intelligenza generale e di conseguenza
questa non è sovrapponibile alle capacità ubbiditive.
Di questa profonda distinzione ebbi un esempio lampante in
occasione di una gara di Utilità e Difesa a cui ho assistito. Nelle
prove di obbedienza un cane era impegnato in una sequenza di
esercizi di condotta, posizioni, riporti, mentre un altro eseguiva un
esercizio di «terra libero».
Il primo era un preparatissimo Pastore Belga Malinois che, sguardo
fisso sul suo conduttore, solcava la linea mediana del campo di gara
in una condotta tecnicamente perfetta, esibendo un abbaio di
richiesta verso il conduttore talmente regolare da fare invidia a un
metronomo.

Gli «stupidi» cani


di V l i R i
di Valeria Rossi

Ho allevato per quasi trent’anni siberian husky: una delle razze meno
«ubbiditive» dell’intero panorama canino.
Quando questi cani sono diventati – ahimè – «di moda», gli incauti neo-
proprietari che non si erano informati a fondo prima di prendere il cane
lamentavano in massa la «stupidità» dei loro animali, legandola alla
disobbedienza cronica, alle fughe a capofitto ignorando ogni richiamo e
così via.
In realtà la lunga convivenza con questa razza mi ha profondamente
convinto che questi siano tra i cani più intelligenti del mondo: non hanno
uguali nel problem solving, sono capaci di imparare per imitazione meglio
di molti altri, sono in grado di cavarsela in duemila circostanze diverse
che manderebbero in crisi quasi tutti gli altri cani.
Un esempio per tutti: prima di allevare husky avevo allevato pastori
tedeschi, e per la nuova razza utilizzai la stessa struttura e gli stessi box,
con le stesse chiusure.
Bene: nessun pastore tedesco era mai riuscito ad aprire la porta di un
box, chiusa con un chiavistello: il primo siberian husky ci riuscì nel giro di
due giorni… e il giorno successivo tutti i cani avevano imparato ad aprire
le porte.
Personalmente ho sempre ritenuto che intelligenza e docilità (ovvero
desiderio di obbedire all’uomo e prontezza nel farlo) siano abbastanza in
antitesi: anche perché, se ci pensiamo bene, la stragrande maggioranza
delle cose che chiediamo al cane non hanno alcun senso per lui.
Passa un gatto, e noi: «Seduto! Resta!». Che senso ha, per il cane? C’è
una preda… tutto il suo essere freme dal desiderio di inseguirla, e noi gli
chiediamo di stare seduto e fermo?
Ovviamente il cane ci prende per cretini… e se è davvero molto
intelligente deciderà di ignorare gli ordini del cretino e di fare di testa sua.
Dal suo punto di vista ha pienamente ragione!
Sta di fatto che i miei husky – stupidi?!? – riuscivano a fregarmi spesso e
volentieri, anche con tecniche così sopraffine da non riuscire a credere
che fossero stati dei cani a metterle in atto. La volta che transitò un
gregge di pecore vicino al mio cancello, due cani si misero a litigare e io
corsi preoccupatissima a dividerli, non accorgendomi che nel frattempo la
femmina alpha stava scavando un tunnel sotto la rete. Appena lei fu
passata dall’altra parte, i due presunti litiganti si separarono all’istante e
tutto il branco partì a caccia di pecore, inseguito dalla sottoscritta
ululante.
Poteva sembrare solo una coincidenza, ma la volta successiva in cui lo
stesso pastore ripassò lì davanti col suo gregge, gli stessi due cani
rifecero l’identica sceneggiata: solo che stavolta mi costrinsi a ignorarli e
badai solo alla «capa», beccandola sul fatto mentre scavava e
cazziandola di brutto. A quel punto i due finti litiganti si fermarono e la
cagna alpha mi guardò col fumetto sulla testa che diceva «porca miseria,
perché stavolta non ha funzionato?».
Purtroppo quella è stata una delle rarissime volte in cui fui io a fregare
loro.
Il secondo, un Pastore Tedesco, arrivato circa alla metà del campo
decise di abbandonare l’esercizio, alzarsi e lanciarsi contro il
Malinois a tutta birra per tentare di aggredirlo. Giunto sul bersaglio
gli sferrò un paio di morsi sul fianco finché non fu riacciuffato dal suo
conduttore.
Ebbene, il Malinois non aveva smesso di eseguire l’esercizio e di
fissare il suo conduttore neanche durante l’aggressione e tutto il
parapiglia conseguente. Come se non fosse successo nulla. Aveva
perfino rinunciato, o meglio si era «dimenticato» di scappare o
difendersi.
Elevata capacità ubbiditiva. Poca intelligenza.
Un altro pratico esempio (che rimanda al box nelle pagine
precedenti) può servirci per capire ancora meglio il concetto: mettete
in un recinto un Siberian Husky, agli ultimi posti nella classifica per
capacità ubbiditive, e un Border Collie, fra i primi invece, e state pur
certi che l’unico dei due che riuscirà a evadere in tempi brevi dal
recinto sarà il primo, dotato evidentemente di un’intelligenza creativa
che è capace di spendere utilmente per risolvere problemi.
A ulteriore riprova della non proporzionalità fra prontezza
nell’ubbidire e intelligenza riporto uno dei miei «tormentoni» da
campo di addestramento: Ho un prato, un ostacolo, e due cani. Uno
dei cani salta l’ostacolo quando glielo chiedo. L’altro ci passa
pacificamente accanto.
Qual è il cane più intelligente?
Io so che tu sai
A questo punto, se l’intelligenza non è solamente possedere un
linguaggio simil-umano, e non è nemmeno la capacità di apprendere
(e di obbedire), che cosa possiamo considerare «intelligenza» nel
cane?
Per tirare le fila del discorso abbiamo ancora bisogno di alcune
considerazioni.
Probabilmente la più marcata differenza fra mondo umano e
animale, a livello di «mente», risiede nel possesso o meno di quella
che in psicologia viene definita «teoria della mente» o «capacità di
mentalizzazione».
Si tratta di una capacità sociale abbastanza complessa tramite cui si
è in grado di attribuire emozioni, desideri, stati mentali e credenze a
se stessi e agli altri, al fine di prevedere intenzioni e comportamenti.
Per semplificare, potremmo definirla «la capacità di pensare che gli
altri pensano».
Rappresenta ovviamente una capacità infinitamente utile, soprattutto
nelle relazioni sociali, ma che sembra essere presente solo
nell’uomo e, in qualche forma, in alcuni primati antropomorfi.
Oltretutto, neanche noi esseri umani nasciamo dotati di tale
capacità, ma la acquisiamo durante lo sviluppo, intorno al quarto
anno di età secondo i risultati degli studiosi austriaci Heinz Wimmer
e Josef Perner. A loro si deve l’ideazione dell’esperimento noto
come «test della falsa credenza», in cui al bambino viene raccontata
più o meno così questa storia: un bimbo di nome Max mette la sua
cioccolata nell’armadio verde ed esce per andare a giocare; nel
frattempo la mamma sposta la cioccolata in un altro armadio, blu.
Dove cercherà Max la cioccolata al suo ritorno? I bambini di tre anni
rispondono che Max la cercherà nell’armadietto blu, dando prova di
non essere in grado di attribuire a Max una falsa credenza rispetto
alla realtà.
Ciò prova che fino ai quattro anni i bambini non sono in grado di
attribuire ad altri pensieri, credenze e conoscenze diverse dalle
proprie.
L’arte dell’inganno tra realtà e leggenda
Nell’essere umano la capacità di mentalizzazione prevede anche
una forma fredda di teoria della mente, impiegata con finalità
ingannevoli e manipolatorie. La capacità di mentire e ingannare è
quindi in qualche modo correlata al possesso della capacità di lettura
delle intenzioni altrui.
D’altra parte, è risaputa e comprovata in alcuni (molti) animali la
capacità di ingannare, e questo lascerebbe supporre che saper
ingannare equivale a comprendere lo stato mentale altrui: ma questa
correlazione in realtà non è poi così ovvia e lineare.
Cominciamo con l’escludere dalla lista dei comportamenti animali
ingannevoli tutti quelli connessi con una selezione naturale che ha
prodotto apparenze ingannatrici, come per esempio i colori
sgargianti dell’innocuo serpente falso corallo (Anilius Scytale) che
imita la livrea del ben più pericoloso serpente corallo (Micrurus
Fulvius), o alcuni «occhi finti» presenti sulle ali di talune farfalle,
utilizzati per spaventare potenziali predatori.
Sono stati documentati in natura numerosi casi di comportamenti
ingannevoli ben più «evoluti», soprattutto, ancora una volta,
osservati fra alcuni primati antropomorfi (è curioso notare che quanto
più evolutivamente ci avviciniamo all’essere umano, tanto più i
comportamenti di inganno sono maggiormente strutturati!).
Si parla di «inganno tattico», per usare l’espressione dei ricercatori
americani Andrew Whiten e Richard Byrne, riferendosi a
comportamenti messi in atto da un animale nei confronti di
conspecifici con intenti manipolatori per ottenere un vantaggio
personale, come per esempio l’accesso a una risorsa limitata
(alimentare, sociale, sessuale).
Un esempio sono le femmine di scimpanzé che cercano di
accoppiarsi con maschi diversi dal capobranco lontano da occhi
indiscreti, astenendosi dall’emettere rumorose vocalizzazioni di
piacere per non essere scoperte.
Per quanto riguarda i nostri fedeli, sinceri e cristallini amici a quattro
zampe, sono riportati innumerevoli episodi di «inganno tattico»,
anche e soprattutto nei confronti dell’umano. Posso testimoniarne
qualcuno in prima persona. Per esempio, ricordo benissimo Asia, la
mia prima femmina di Levriero Afghano, che, a seguito di una vera,
fastidiosa otite, continuò per mesi a esibire comportamenti tipici del
cane con otite (grattarsi l’orecchio con insistenza, strofinare la testa
su qualsiasi superficie di casa in maniera insistente) sebbene fosse
perfettamente guarita, per farsi accudire e coccolare dai miei genitori
che a ogni esibizione correvano allarmati a vedere che cosa stesse
succedendo.
Racconti puramente aneddotici testimoniano finte zoppie nei cani o
comportamenti ingannevoli apparentemente machiavellici, come lo
Springer Spaniel di una cliente che, abbaiando di fronte alla porta
faceva alzare dalla poltrona la proprietaria, convinta che il cane
stesse chiedendo di uscire, al solo fine di impossessarsi della
poltrona stessa.

Ecco, aneddoti e racconti come questi contribuiscono a inculcare


negli antropomorfisti più incalliti la convinzione che il cane possieda
una qualche forma di «teoria della mente». Per rigore scientifico (e
buon senso) posso decisamente affermare, fino a prova contraria,
che i cani, la teoria della mente, non la posseggano proprio.
La mia affermazione si appoggia innanzitutto sul fatto che centinaia
di aneddoti non forniscono mai, e dico mai, un’evidenza scientifica; e
in secondo luogo sul sempre valido principio logico-filosofico del
Rasoio di Occam: è inutile formulare più ipotesi di quelle
strettamente necessarie alla spiegazione di un dato fenomeno.
Ovvero, non vi è alcun motivo di complicare una cosa semplice. E, a
guardarli bene, già i due esempi sopra citati di machiavellici cani
ingannatori potrebbero essere serenamente spiegati attraverso
un’interpretazione di tipo comportamentista: i comportamenti
presunti ingannevoli sono in realtà puri e semplici apprendimenti
associativi generati da circostanze fortuite.
Asia, in realtà, aveva associato quei comportamenti a un forte
rinforzo di tipo sociale, una serie inusuale e decisamente extra di
coccole, attenzioni e vocine smielate, a lei molto gradite.
Asia continuava a mostrare grattate e strofinio per ricevere quel tipo
di rinforzo. La cosa smise gradualmente fino a estinguersi
semplicemente ignorando le sue «cerimonie di finto dolore».
Lo stesso era valso per l’intrepido Spaniel: aveva imparato a grattare
la porta probabilmente a seguito di circostanze fortuite nelle quali fra
la reale richiesta di uscita e l’uscita, tempo per la proprietaria di fare
pipì, mettersi le scarpe, rispondere al telefono e trovare il guinzaglio
disperso per casa, il cane aveva avuto più volte l’occasione di salire
sull’ambita poltrona.
Anche in questo caso, ignorare la richiesta produsse una graduale
estinzione del comportamento.
Anche in questo caso, Guglielmo di Occam aveva ragione.
Una mente che pensa e una mente che sente
Abbiamo indagato finora differenze e parallelismi tra la mente del
cane e quella dell’uomo. Ma prima di tirare le somme, sempre
ammesso che ci siano somme da tirare, è bene precisare che ci
siamo riferiti solamente a un lato della mente umana e canina, e cioè
la mente che pensa.
Lo psicologo statunitense Daniel Goleman ci fa infatti notare che
possediamo ben due menti: oltre alla mente che pensa, ne abbiamo
una che sente, la cosiddetta mente emozionale. E per citarlo
testualmente: «Queste due modalità della conoscenza, così
fondamentalmente diverse, interagiscono per costruire la nostra vita
mentale» .
Ciò complica ancora un po’ le cose, ponendoci nuove domande:
anche i cani hanno una mente emozionale? Provano emozioni come
le nostre? Possiedono quella che chiamiamo intelligenza emotiva?
Facciamo un salto indietro (mooolto indietro). L’uomo condivide con
tutte le specie (purché dotate di un sistema nervoso abbastanza
sviluppato) una porzione del Sistema Nervoso Centrale che sottende
a funzioni primarie di sopravvivenza oltre che a reazioni e riflessi.
Regola cioè funzioni, dette vegetative, che sono in genere al di fuori
del controllo volontario, come respiro, metabolismo, funzioni
viscerali, ciclo veglia-sonno. Questa parte del cervello, che
corrisponde al tronco encefalico, per il suo carattere primitivo è stata
definita «cervello rettiliano» dal neuroscienziato americano Paul
MacLean.
Nei mammiferi, nel corso dell’evoluzione, sopra al tronco encefalico
si evolse un’ulteriore struttura, il sistema limbico, sede tra l’altro dei
centri emozionali, della memoria e dell’apprendimento. E su questo,
successivamente, si sviluppò la corteccia, sede delle funzioni
cerebrali superiori.
Le strutture cerebrali che si sono sviluppate sul primitivo «cervello
rettiliano» permisero ai mammiferi di uscire da schemi rigidi e
stereotipati di risposta di fronte a stimoli esterni e di effettuare scelte
più «intelligenti», nel senso di più favorevoli all’adattamento
all’ambiente.
Tradotto in termini più semplici, dallo studio dell’evoluzione del
Sistema Nervoso Centrale dei mammiferi emerge chiaramente che
la mente pensante si è evoluta dalla mente emozionale, e questo
lascia supporre l’esistenza di uno strettissimo legame fra cognizione
ed emozione.

Per tornare ai cani, essi possiedono tronco encefalico e sistema


limbico, proprio come gli esseri umani, e che siano in grado di
provare emozioni è fuori dubbio.
Non solo: il cervello emozionale, nei cani come nell’uomo, ha spesso
la meglio sulle funzioni superiori (di cui è responsabile la corteccia)
come memoria, apprendimento, capacità di risolvere problemi,
percezione e azione. E, di conseguenza, ha un ruolo decisivo nel
determinare il comportamento.
È ancora Goleman a fornirci una definizione estremamente chiara di
quello che viene chiamato «sequestro emozionale»: la situazione in
cui l’amigdala, un centro del sistema limbico deputato alla gestione
delle emozioni (in particolar modo della paura), lancia un mayday
perentorio a tutto il resto del cervello imponendo le proprie priorità
(solitamente legate a questioni di sopravvivenza) anche alle funzioni
di ordine superiore.
Il segnale inviato dai centri emozionali viaggia su un canale più
veloce e diretto. L’elaborazione corticale arriva un pochino dopo a
modulare il comportamento, ovvero a produrre una risposta più
«ragionevole».
Possiamo meglio comprendere l’interazione e la reciproca influenza
fra sistema limbico e corteccia pensando per esempio agli episodi di
aggressività reindirizzata del cane (cioè rivolta a un «terzo
incomodo» che non ne è il fattore scatenante). Qui è utile citare un
altro tormentone da centro cinofilo (o anche da area cani): due cani
iniziano ad azzuffarsi per un motivo qualsiasi e l’intrepido
proprietario decide di metterci le mani in mezzo, per separarli.
Nella migliore delle ipotesi si prenderà una pinzata sulle mani (il
sistema limbico ha lanciato il mayday e produce una reazione
aggressiva generalizzata). Però difficilmente il cane continuerà ad
accanirsi sull’intrepido proprietario una volta accortosi che sta
mordendo dalla parte sbagliata (perché a quel punto l’informazione è
arrivata anche alla corteccia, che dice: «no no, questo proprio non si
fa! »)… il tutto a patto che nel frattempo la rissa sia terminata.
Il fatto che emozione e cognizione siano strettamente correlate è
oltretutto comprovato da specifici esperimenti condotti nella prima
metà del secolo scorso, quando sulla vivisezione ci si faceva ancora
ben pochi scrupoli.
Gli americani Walter Cannon e Sydney Britton hanno dimostrato che
cani (e gatti) a seguito di rimozione chirurgica della corteccia
cerebrale mostrano comportamenti estremamente eccitabili e
aggressivi di fronte a stimoli anche lievi o in assenza di stimolo.
Ovvero, si manifesta unicamente la risposta emozionale, primitiva.
Come risulta dagli studi di Heinrich Klüver e Paul Bucy, animali che
invece subiscono la rimozione bilaterale dell’amigdala presentano un
quadro caratteristico di sintomi come l’appiattimento emotivo
(mancanza di segnali di paura o rabbia anche di fronte a stimoli che
normalmente scatenano una risposta automatica e involontaria),
placidità nei confronti dell’uomo e degli altri animali, cecità psichica
(dimostrata da iperoralità: il cane è in grado di distinguere le
proprietà degli oggetti che vede, ma non riesce a riconoscerli e per
questo tende ad afferrarli con la bocca per arrivare all’identificazione
che gli sfugge), ipersessualità.
In tempi più recenti Ann Butler e William Hodos, anch’essi americani,
hanno potuto constatare che la lesione dell’amigdala distrugge
anche alcune capacità di apprendimento e l’acquisizione di risposte
emozionali condizionate.
Tutte queste informazioni confermano la compresenza nel cane,
come nell’uomo, di una mente che pensa e una mente che sente.
Noi e le sue emozioni
I cani, dunque, possiedono una mente emozionale e provano
emozioni alla stregua dell’essere umano. Ma quali? Le provano
davvero tutte?
Studi e ricerche, a partire da Darwin in persona, ci forniscono
evidenze sulla presenza di un ampio repertorio emozionale nei nostri
amici a quattro zampe. Siamo certi che provino gioia, rabbia, paura,
tristezza, sorpresa e disgusto.
Ce lo confermano quotidianamente i nostri cani reagendo con
espressioni facciali e posturali di fronte a stimoli diversi (premi,
rimproveri, minacce); anche se non sempre noi siamo in grado di
decifrare correttamente queste espressioni.
Un recente articolo apparso sulla rivista specialistica Behavioural
Processes avvalora comunque l’ipotesi secondo cui l’uomo, oltre a
essere in grado di comprendere le emozioni di un suo simile, è in
grado di decifrare con buona correttezza le espressioni emotive del
cane.
Questo però vale soprattutto per espressioni come la gioia, la rabbia,
la tristezza e la paura, mentre restano basse le corrispondenze per
la sorpresa (solo il 20% degli intervistati l’ha riconosciuta) e il
disgusto (13% degli intervistati), di più difficile interpretazione.
Chi ha familiarità con un cane è risultato ovviamente più competente
in tal senso rispetto a chi non ne ha.
Da una ricerca che ho recentemente effettuato con bambini fra i 6 e
gli 8 anni è emerso che, in questa fascia d’età, quelli sottoposti a un
piccolo training di 5 ore (2 ore di lezione frontale sul linguaggio del
cane più 3 ore di attività educativa assistita con il cane), effettuato in
presenza di un cane all’interno della classe, sono significativamente
più competenti rispetto ai loro coetanei, indipendentemente dal
possedere o meno un cane a casa (questo ci fa ipotizzare che
possiamo apprendere a decodificare in maniera efficace il linguaggio
emozionale del cane… a patto che qualcuno ce lo insegni).
Non esistono prove, invece, circa la presenza nei cani di emozioni
che non siano primarie, ovvero emozioni più complesse, con una
forte componente sociale e che prevedano il possesso di una teoria
della mente. Mi riferisco a emozioni secondarie come vergogna,
gelosia, colpa, disprezzo, orgoglio, che possono essere modellate
culturalmente e presuppongono autoconsapevolezza.

Mark Twain ci dice che «l’uomo è l’unico animale ad arrossire e a


vergognarsi. Ed è pure l’unico che ne ha bisogno».
Anche in questo caso la psico-cinologia del senso comune ci
fornisce fiumi di aneddoti di cani gelosi, che si vergognano, che si
sentono in colpa.
Premessa l’assenza di evidenze scientifiche a riguardo, possiamo
spiegare secondo un criterio ancora una volta di semplicità alcuni
comportamenti che a queste emozioni prettamente umane
assomigliano tanto.
Per esempio, prendiamo la considerazione tipica di un proprietario
che riferisce che il suo cane è geloso perché ogni volta che si
abbraccia con la moglie si mette in mezzo quasi per separarli.
È vero, a ogni abbraccio il «gelosone» si mette in mezzo, non
possiamo negarlo.
Mettersi in mezzo però è un segnale comunicativo del cane, un
segnale detto «di calma», che l’animale esibisce in determinati
contesti sociali. Usualmente manifestato da un cane maturo e
assertivo nei confronti di altri cani che si esibiscono in un litigio non
cruento o in un gioco un po’ troppo vivace, ha appunto l’effetto di
«calmare» gli altri, di abbassare la tensione. Il risultato è infatti, il più
delle volte, la fine dell’interazione inadeguata.
Il cane esibisce il medesimo comportamento nei confronti dell’essere
umano, o meglio della coppia di esseri umani che si abbracciano. In
realtà lui pensa: «accidenti, quei due si stanno agitando un po’
troppo, meglio riportare ordine nel branco».
Ma perché il cane non estingue questo comportamento arrivando a
capire che non si tratta di una vera lite?
Possiamo ipotizzare due possibili spiegazioni.
Innanzitutto, perché il suo «atto comunicativo» si dimostra efficace,
in quanto realmente riesce a interrompere l’abbraccio nella maggior
parte dei casi.
In secondo luogo, perché è molto difficile che lo estingua per
assuefazione, a meno che non viva in una comune fricchettona
«peace and love» dove tutti ripetutamente si abbracciano ogni volta
che si incontrano per casa.
Anche la vergogna risulta essere un sentimento fuori dalla portata
del cane, ma anche qui basta parlare con qualche cliente e digitare
su Google «cane che si vergogna» per scoprire che è comune
credenza attribuire questo stato emotivo ai nostri amici pelosi.
Nell’essere umano la vergogna appare nel repertorio emotivo fra il
secondo e il terzo anno di vita, contestualmente allo strutturarsi di
una buona competenza linguistica, e ciò fa supporre che esista
innanzitutto una stretta relazione fra la padronanza del linguaggio e
questa emozione così complessa.
Lo studioso dello sviluppo infantile Michael Lewis ci dice che per la
comparsa della vergogna (così come dell’orgoglio) è anche
necessaria la capacità di consapevolezza oggettiva del sé, ovvero il
saper «valutare se stessi» in rapporto agli altri.
Perciò la vergogna viene definita come un’emozione secondaria, di
carattere sociale (mentre, per esempio, la paura è un’emozione
primaria di difesa) che per di più presuppone la coscienza di un
orizzonte temporale comprendente, oltre al presente, il passato e il
futuro. Quando si prova vergogna si ha infatti il timore di «perdere la
faccia» (nel futuro) o il dispiacere di averla persa (nel passato).
Posto che linguaggio, senso del sé e coscienza delle dimensioni
temporali vanno ben oltre le potenzialità cognitive del cane, non
esistono a oggi evidenze circa sue manifestazioni della vergogna e
probabilmente non ne esistono davvero.

Una maltese allo specchio


di Valeria Rossi

Tra le mie varie pazzie cinofile annovero anche il possesso di una


maltese, Tatiana: una vera pazzia perché tenere in ordine un maltese da
esposizione è un lavoro a tempo pieno… e diciamo che avrei potuto
scegliere momenti migliori per prenderne uno, visto che la acquistai
quando il mio, di cucciolo, aveva circa un anno e di tempo libero me ne
lasciava ben poco (anche perché avevo altri 15 cani, oltre al figlio).
Comunque, mia madre si offrì di pensare lei a spazzolare
quotidianamente il cane (che peraltro era ufficialmente suo)… e il
risultato fu che a un certo punto Tatiana si trasformò in una specie di
cespuglio inestricabile, tale da rendere obbligatoria una tosatura.
A seguito di questo drastico cambio di immagine accaddero due cose: la
prima fu che Tatiana venne morsa da una femmina husky (sua amica)
che non l’aveva riconosciuta e che la prese probabilmente per un gatto,
almeno finché lei non fece CAIN!!!; la seconda fu che lei stessa si abbaiò
furiosamente allo specchio di casa, prima di accorgersi dell’equivoco…
dopodiché non si può certo dire che espresse un giudizio negativo sulla
sua nuova acconciatura, né che si vergognò del pelo corto: però la faccia
da «ops, mi sono abbaiata da sola: che figuradim…» decisamente la
fece!

Gli aneddoti più comuni hanno sempre spiegazioni plausibili


alternative che confermano questa ipotesi.
Uno su tutti è il racconto del cane che, dopo una tosatura, si
«vergogna» per periodi più o meno lunghi (dai 5 minuti alla
mezz’ora).
Pensare che manifesti uno stress più o meno grande subito durante
la tosatura è forse la spiegazione più logica.
È plausibile ipotizzare anche che, soprattutto se la differenza di pelo
fra il prima e il dopo la tosatura è marcata, il cane percepisca per i
primi momenti una sensazione «diversa» del suo corpo (il cane,
come abbiamo visto, possiede una qualche forma di intelligenza
corporeo-cinestesica). Il cane quindi può tendere a nascondersi, a
«chiudersi» un po’, a mettere in atto comportamenti evitanti,
atteggiamenti tipici della vergogna umana.
Quindi, perché non possiamo definirla vergogna?
Perché manca la componente di base della vergogna, ovvero la
mentalizzazione del giudizio degli altri o di se stessi.
Tradotto in termini più semplici: al cane non importa assolutamente
niente di quello che pensano di lui, tantomeno esprime giudizi
negativi su se stesso.
L’annoso tema dell’empatia
Rimanendo in tema di emozioni e di mente emozionale, è inevitabile
una riflessione su uno degli aspetti fondamentali della psicologia
delle emozioni: l’empatia.
Questo termine viene spesso stra-abusato e infilato qua e là nei
discorsi cino-psicologici. Non è raro sentir dire (o leggere) che il
cane ha la capacità di empatizzare col proprio padrone, o con
chiunque altro.
Tale argomento viene smisuratamente speso soprattutto nei contesti
dove si parla di pet therapy, asserendo che la capacità empatica del
cane nei confronti dell’uomo sia alla base dell’efficacia terapeutica
della relazione uomo animale.
Ohimè, i cani non empatizzano, o quantomeno non nel senso umano
del termine.
Per quanto riguarda l’immenso valore terapeutico della relazione
uomo-cane, il nocciolo della questione sta nella direzionalità
dell’empatia.
Mi spiego meglio. L’uomo è perfettamente in grado di empatizzare
con l’animale, e non viceversa, o meglio, non come comunemente si
pensa.
Semplificando ancora, noi siamo in grado di ricevere il meglio da loro
e loro, direi per fortuna, non sempre riescono a prendere il peggio da
noi.
Ma facciamo un passo indietro.
Che cos’è l’empatia?
Di origine greca, la parola empatheia significa ‘sentire dentro’.
Nell’uomo, essere empatico, significa comprendere appieno i
sentimenti altrui, ma non solo: significa anche sentirli, provarli
insieme a qualcun altro.
In realtà quello di «empatia» è un costrutto ben più complesso. Si
possono infatti distinguere empatia cognitiva ed empatia
emozionale.
L’empatia cognitiva è quella che si ha nel momento in cui un
individuo prova a immaginare le emozioni e i sentimenti di un’altra
persona deducendoli da elementi osservabili come il comportamento
o il contesto, oppure attraverso un ragionamento di tipo logico-
razionale.
Per definire l’empatia emozionale è invece esaustiva l’espressione
impiegata da Goleman, ovvero «contagio emotivo», che si manifesta
nel momento in cui proviamo la stessa emozione della persona che
abbiamo davanti.
La scienza collega l’empatia alla capacità di imitazione e questa alla
presenza dei cosiddetti neuroni specchio, oggetto di innumerevoli
ricerche da quando sono stati individuati, nei primi anni Novanta. Si
tratta di una particolare classe di neuroni motori presenti in varie
aree cerebrali che si attivano sia quando una persona compie
un’azione, sia quando la vede fare da altri. Si ritiene perciò che essi
non solo rendano possibile il fondamentale meccanismo
dell’apprendimento per imitazione, ma siano decisivi anche nei
processi di riconoscimento delle emozioni altrui, nel senso che ci
permettono di «sentire» un’emozione che vediamo espressa sul
volto di un altro attraverso una sorta di imitazione interiore.
Parliamo di quel meccanismo che ci fa piangere al cinema se
assistiamo a una scena molto triste, o percepire quasi la sofferenza
del pugile che riceve un gancio ben piazzato quando lo vediamo dal
vivo o in tv.
Ad oggi, secondo le ricerche, è stata dimostrata la presenza di
questi neuroni solamente nell’essere umano, nei primati
antropomorfi e in alcuni uccelli.
Ma allora il cane non è capace di empatia?
Se pensiamo a quella che viene definita empatia cognitiva, la
risposta è no, non fosse altro perché la sua presenza
presupporrebbe il possesso della teoria della mente. Se parliamo
invece di contagio emotivo, possiamo far valere il beneficio del
dubbio, in mancanza di evidenze scientifiche, perché ne è
osservabile in alcuni casi la manifestazione durante le interazioni
uomo-cane.
Il percorso evolutivo condiviso fra uomo e cane e la domesticazione
hanno certamente influito sullo strutturarsi di sistemi comunicativi
efficacemente raffinati fra le due specie, compresa la comunicazione
emotiva.
Ma non sarà ancora una volta un eccesso di antropocentrismo a
farci interpretare in «umanese» il comportamento e la cognizione del
cane?
Per esempio, se esco di casa allegro e saltellante quasi sicuramente
il mio cane reagirà scodinzolando, trotterellando e correndo, cioè
manifestando gioia.
Come già accennato in precedenza, è però lecito pensare che il
cane, piuttosto che capire che cosa provo, si limiti a reagire al mio
linguaggio del corpo, esibendo un comportamento emotivo in base
alla sua personalità e al contesto.
Se poi, salendo in auto, mi accorgo che la batteria è scarica e mi
sale una rabbia cosmica per aver lasciato accesi i fanali tutta la
notte, lo stesso cane potrà infatti continuare a manifestare la sua
gioia (ma cavolo, io sono arrabbiato!).
Per concludere con una nota personale: se il cane avesse le
capacità empatiche che spesso gli vengono troppo superficialmente
attribuite, allora la mia labrador (Mya) potrebbe essere considerata
una psicopatica: non importa che tu sia triste o felice, impaurito o
arrabbiato… è sempre il momento giusto per lanciare qualche
pallina!
Le frontiere della ricerca
Recentissime ricerche ci forniscono un quadro più dettagliato
relativamente ad alcune funzioni specifiche presenti nel cervello
«emotivo» del nostro amico a quattro zampe.
Uno studio effettuato tramite l’osservazione attraverso fMRI
(Risonanza Magnetica Funzionale), pubblicato sulla rivista
specialistica Current Biology, dimostra l’esistenza nel cervello del
cane di aree dedicate al riconoscimento delle vocalizzazioni simili a
quelle umane non solo per la localizzazione, ma anche per la
capacità di cogliere l’informazione emotiva contenuta nella voce.
Aree esterne alla corteccia uditiva infatti si attivano, nel cane come
nell’uomo, quando la «coloritura emotiva» dell’informazione è
positiva.
Dal medesimo studio, è emerso anche che le aree di riconoscimento
vocale dei cani reagiscono maggiormente, come ovvio, alle
vocalizzazioni dei conspecifici e che gran parte di esse, a differenza
di quanto avviene nell’essere umano, rispondono a suoni non vocali.
A riprova dell’esistenza di omologia funzionale ci sono anche i
risultati di una ricerca condotta dall’Università di Atlanta nella quale,
sempre attraverso immagini fMRI, è stata rilevata un’omologia
funzionale di una parte del cervello, chiamata Nucleo Caudato, in
entrambe le specie.
Il Nucleo Caudato è una zona situata sotto la corteccia cerebrale
dove troviamo abbondanza di recettori dopaminergici. E la
dopamina, così come la serotonina, è un neurotrasmettitore che
regola il tono dell’umore.
Ebbene, il Nucleo Caudato si «illumina» nel cane come nell’uomo in
risposta all’aspettativa di un evento piacevole, con semplici e intuibili
differenze: mentre nell’uomo l’attivazione di questa area avviene in
anticipazione a eventi percepiti come estremamente positivi come
cibo, amore, denaro, nel cane, la medesima area si attiva di fronte
all’anticipazione dell’arrivo di una ricompensa (rinforzo alimentare),
in seguito all’apparizione del proprietario all’interno della stanza, in
presenza di odori umani.
Possiamo quindi affermare che esistono alcune corrispondenze
funzionali relativamente ad alcune aree emozionali nei cervelli delle
due specie.
Uno sguardo d’insieme
Nuotando nel vasto mare della psicologia canina comparata
abbiamo ancora bisogno di aggiungere un importante tassello per
cercare di rendere il quadro generale maggiormente esaustivo.
Avendo confermato, infatti, l’esistenza nel cane di una particolare
forma di intelligenza emotiva unitamente a una inconfutabile abilità
interpersonale, non è possibile non riferirsi a quella che viene
definita intelligenza sociale.
Se si pensa alla definizione di questo tipo di intelligenza, ovvero la
capacità di relazionarsi e interagire con gli altri in modo efficiente e
adeguato, non possiamo che attribuire al cane il possesso di questa
particolare facoltà.
Una brutta notizia
di Valeria Rossi

Ero per le scale, con la mia rott al guinzaglio e carica di sacchetti della
spesa, quando suonò il cellulare: sempre al momento giusto, si sa!
Samba, vedendomi in difficoltà nel cercare di rispondere senza mollare
né cane né sacchetti, fece quello che fa sempre quando sono incasinata:
si mise a giocare col guinzaglio, rendendomi sempre più complicate le
operazioni. Al telefono c’era il figlio, che mi comunicava una notizia
choccante: era morta improvvisamente, di torsione di stomaco, la nonna
di Samba, Rebecca.
Ci restai così male (anche perché si trattava di una cagna ancora
abbastanza giovane, che avrebbe anche dovuto essere incinta: si era
accoppiata pochi giorni prima), che sul momento non mi misi neppure a
piangere: ero solo bloccata, non riuscivo a crederci, ero sconvoltissima
dentro, ma fuori ero una statua.
Ebbene, Samba smise istantaneamente di giocare e mi fissò con la
faccia serissima, storcendo un po’ la testa come quando cerca di capire
che cosa le dico.
Entrammo in casa, io ancora a telefono col figlio: mi sedetti sul divano e
lei mi posò il musone sulle gambe, sospirando. Una cosa che non aveva
mai fatto prima e che non ha più fatto dopo di allora.
Empatia? Forse non proprio, perché dubito che un cane possa provare le
stesse emozioni di una persona a cui hanno appena dato una brutta
notizia… senza neppure sapere di che notizia si tratta (e anche se
l’avesse potuto sapere, i cani capiscono la morte? Chissà). Però il
contagio emotivo sì, quello indubbiamente c’è stato: e non credo che sia
potuto arrivare da qualche mia particolare espressione o gesto, visto
quanto ero inebetita e paralizzata.
Quindi sono abbastanza certa che la cagna abbia sentito in qualche
modo il mio dolore: in quale modo, non lo so. Potrebbe anche essermi
partito qualche segnale chimico, uno di quelli sui quali noi umani non
abbiamo alcun controllo, ma che i cani sentono con l’olfatto.
Una cosa è certa: sentirsi così «compresi» dal proprio cane è un
eccellente antidoto contro la tristezza.

Le basi dell’intelligenza sociale sono la comunicazione e l’empatia:


mentre potremmo tranquillamente conferire al nostro amico cane
una laurea in comunicazione, abbiamo visto come la
specializzazione in empatia presenti già delle difficoltà e dei limiti
maggiori.
Negli esseri umani il possesso di tali capacità prevede anche la
possibilità di sfruttarle per manipolare gli altri, aspetto che però non
ritroviamo nel cane se non in forma meramente aneddotica.
Rispetto all’essere umano, però, che può impiegare le proprie
capacità sociali anche per favorire il benessere altrui, nel cane
questa dimensione sembra essere maggiormente associata all’unità
gruppo sociale/branco piuttosto che essere generalizzata. Può infatti
ragionevolmente compiere deduzioni, rinunce, agire comportamenti
non direttamente finalizzati al proprio esclusivo, individuale
benessere solo in favore della sua dimensione di membro di un
particolare ed esclusivo gruppo sociale.
Di questo gruppo fa parte sicuramente il proprio essere umano, o il
proprio insieme di esseri umani. Ce lo dimostra anche il professor
Kazuo Fujita della Kyoto University attraverso un interessante studio
che rivela capacità di comportamenti sociali cooperativi dei cani con
l’essere umano (o meglio col proprio essere umano). Sembra infatti
che il cane valuti le proprie scelte arrivando, in determinate
situazioni, a rinunciare anche al cibo in favore del proprio gruppo
misto.

Il cane dimostra quindi una spiccata abilità nel creare e mantenere


una relazione con il proprio umano di riferimento. Una capacità che
in psicologia è definita affiliativa e che rappresenta la base
dell’amicizia e dell’affetto, della convivenza e della collaborazione.
L’intelligenza sociale del cane viaggia quindi su due binari: quello
che porta alla comunicazione efficace nei confronti dei conspecifici,
probabilmente ereditata dai lupi, e quello che porta a un complesso
sistema comunicativo-emozionale finalizzato a interagire con
l’essere umano, probabilmente frutto della co-evoluzione delle due
specie e della domesticazione. Ed è su questo «secondo binario»
che spendo ancora qualche riga per cercare di fare chiarezza su un
aspetto davvero importante della convergenza mentale fra uomo e
cane.
Ancora una volta è la scienza a venirci incontro.
I cani, già da cuccioli, possiedono abilità sociali-cognitive molto simili
a quelle umane. Rispondono in maniera spontanea, ovvero senza
aver effettuato un apprendimento a priori, a una serie di gesti
comunicativi appartenenti al repertorio della comunicazione sociale
umana, in particolar modo a gesti di indicazione e alla direzione dello
sguardo. Come è stato dimostrato nel corso di esperimenti dove tali
segnali erano proposti ai cani per invitarli a trovare delle ricompense
(cibo, giochi).
La conclusione che tali abilità comunicative siano frutto
principalmente del processo di domesticazione viene dal confronto,
all’interno del medesimo esperimento, con le grandi scimmie
antropomorfe e i lupi.
Le prime, evolutivamente così vicine all’essere umano, e i secondi,
così vicini al cane, hanno infatti bisogno, a differenza del cane, di
lunghi periodi di socializzazione con l’essere umano per raggiungere
i medesimi livelli di abilità.
Ma c’è di più.
È stato recentemente ipotizzato da Miho Nagasawa e altri ricercatori
giapponesi che molte abilità comunicative interspecifiche si siano
evolute durante i millenni della domesticazione perché il cane si
sarebbe appropriato di repertori comportamentali simili ai segnali
comunicativi di richiesta di cura dei piccoli umani, assicurandosi
quindi un vantaggio selettivo.
Divenendo infatti sempre più abili nel suscitare comportamenti di
cura e accudimento nell’uomo, i cani hanno innescato in quest’ultimo
un meccanismo di feedback basato sull’ossitocina (ormone coinvolto
nel comportamento materno, nell’attaccamento sociale e nel
controllo dell’aggressività), coinvolgendo direttamente l’essere
umano anche a livello cerebrale.
Questo meccanismo cognitivo-emozionale ha quindi modificato in
maniera importante il rapporto uomo-animale, creando una
connessione mentale forte fra le due specie: recenti studi di brain
imaging dimostrano infatti che, se esposta a immagini del proprio
figlio o del proprio cane, in una madre umana si attiva la medesima
rete neuronale, strettamente legata a emozioni, ricompense e
comportamenti affiliativi.
Siamo uguali o diversi?
Ma allora, siamo uguali o diversi?
Probabilmente la questione è ancora troppo ampia e poco esplorata
per chiuderla con un risposta perentoria. Diciamo che in parte
dipende dalla prospettiva con cui ci poniamo la domanda.
Condividiamo certamente molte risposte emotive, cognitive e
comportamentali anche se, ovviamente, queste si esprimono in
contesti differenti e per differenti finalità.
Pensare al cane semplicemente in termini di istinti, comportamenti
stereotipati o risposte condizionate all’interno di schemi rigidi è
decisamente riduttivo e non corrisponde certamente alla realtà.
Anche vedere nel cane abilità di pensiero e funzioni cognitive
superiori rischia però di farci cadere in un fantasioso
antropocentrismo, spesso estremamente deleterio.

Abbiamo evidenziato nel cane la presenza di intelligenze multiple,


così come nell’uomo, anche se specie-specifiche e, spesso,
diversamente finalizzate.
È innegabile che in molte occasioni il comportamento del cane
sembri riecheggiare il nostro, ma non è ancora chiaro se è così
perché così vogliamo vederlo, perché proprio ci resta difficile
pensare a una qualsiasi espressione di intelligenza senza passare
attraverso il nostro umano punto di vista, oppure perché è realmente
così.
In fondo, sembra estremamente appagante l’idea di una creatura
docile e meravigliosa che sia fatta a nostra immagine e somiglianza!
Possiamo ipotizzare che esista anche una dinamica di tipo proiettivo
secondo cui tendiamo ad attribuire ai nostri cani le nostre qualità, o
meglio, ad attribuirci noi le loro, a seconda di come ci conviene. Del
resto, ci sentiamo un tantino responsabili, avendo preso parte
attivamente alla domesticazione, del prodotto attuale.
Cercare a tutti i costi tracce di genialità nel nostro amico a quattro
zampe può equivalere ad autoaffermare la presenza di queste in noi
stessi. Ci piace attribuire loro senso morale, coraggio,
comportamenti connotati da etica e altruismo, prendendocene in
qualche modo il merito.
Altrettanto facilmente però tendiamo a prendere le distanze quando i
cani le combinano grosse, attribuendo in quei casi alle loro azioni
un’origine tutta animale.
Il cane è senza ombra di dubbio una creatura estremamente
intelligente: la sua diffusione e la sua abbondante presenza nella
vita, negli spazi e nella mente dell’essere umano ne sono una prova
schiacciante. Dovremmo solo, a volte, come accennato all’inizio,
iniziare a «fare pace» col concetto di diverso.
Ebbene sì, è possibile possedere un’intelligenza anche a
prescindere da quella umana.
La diversità non costituisce certo un ostacolo, né tantomeno una
minaccia, anche se è di gran lunga più «riposante» riferirsi a
qualcosa che conosciamo bene.
La diversità intesa come scambio e crescita fa parte
indiscutibilmente della storia evolutiva, e, da un certo punto in poi,
co-evolutiva dell’uomo e del cane, e certamente esistono alcuni punti
in cui le nostre menti, umana e canina, in qualche modo si
intrecciano.
Sarà fondamentale, nei prossimi decenni, il contributo delle
neuroscienze negli studi comparativi fra uomo e cane, perché ci
permetteranno di capire meglio quanto realmente siamo
mentalmente affini con i nostri amici a quattro zampe.
Certo è che la strada, sebbene aperta, sembra ancora piuttosto
lunga… e minata da un inguaribile antropocentrismo.
Educatori, rieducatori, comportamentalisti,
addestratori… che confusione!
Quando il proprietario di un cane si trova di fronte un problema
comportamentale (reale o solamente vissuto come tale, come
vedremo più avanti), ha due possibili scelte: o si lancia nel «fai da
te», magari con l’aiuto di libri, trasmissioni televisive, corsi online e
chi più ne ha più ne metta, oppure sceglie di affidarsi a un
professionista.
Questa seconda strada sembrerebbe la più sensata… se non fosse
per il fatto che la cinofilia moderna ha partorito un numero talmente
elevato di figure professionali da mandare in confusione fin dal primo
momento chi vorrebbe affidarsi a una di esse.
«Da chi vado? Dall’educatore? Dall’addestratore? Dal
comportamentista, o comportamentalista, o come accidenti si
chiama? Aiuto! Chi fa esattamente cosa? E dove troverò le risposte
giuste al problema del mio cane?».
Già questa offerta plurima di figure dai nomi diversi procura dubbi e
incertezze: figuriamoci poi cosa succede quando l’utente scopre che
ognuna di esse è in totale disaccordo con le altre, e che tra di loro
passano gran parte del loro tempo a litigare e insultarsi a vicenda.
Eppure, fino a un paio di decenni fa, i proprietari avevano le idee
chiarissime: se il cane aveva un problema di salute lo portavi dal
veterinario, se aveva un problema di comportamento lo portavi
dall’addestratore.
E fine.
Che cos’è successo, per cui si è passati dalla più lineare semplicità
alla totale confusione odierna?
In realtà, di cose ne sono successe parecchie: non ai cani, che sono
rimasti identici a quelli di cent’anni fa, ma agli umani. Alla mente
umana, o se preferite alla cultura umana. Innanzitutto, è successa
una cosa molto bella, ovvero la presa di coscienza del cane come
animale senziente, sensibile e pensante. Non più «solo una bestia»,
non più una specie di oggetto che ha senso soltanto nella sua utilità
come ausiliario dell’uomo, ma un soggetto degno di rispetto e
considerazione, che come tale dovrebbe avere anche dei diritti.
Ottimo, perfetto, grandioso.
Se ci fossimo fermati qui avremmo avuto una grande rivoluzione
culturale e i cani avrebbero visto migliorare di gran lunga la qualità
della loro vita. Ma ahimè non ci siamo fermati: perché, dopo la
sacrosanta rivoluzione culturale, è arrivato il business (che purtroppo
della cultura umana è diventato parte integrante). E il business ha
fatto danni inenarrabili.
Non intendo ripercorrere qui tutta la storia (peraltro piuttosto
squallida) delle varie teorie e/o addirittura filosofie cinofile, alcune
delle quali basate sulla speranza di «cambiare davvero il mondo» a
favore del cane e altre, purtroppo, nate con l’esclusivo scopo di
gettar fango sulla concorrenza per rubarsi reciprocamente i clienti.
Mi limiterò a dire che alcune delle nuove teorie sono risultate
utilissime per migliorare il rapporto uomo-cane, alcune si sono
rivelate poco utili, ma sostanzialmente innocue… mentre altre,
purtroppo, hanno fatto grossi danni.
Hanno fatto danni seri, per esempio, tutte le teorie che intendevano
screditare l’etologia classica («non esistono dominanza e
sottomissione», «non esistono le gerarchie», ecc.): teorie peraltro
smentite vivacemente dagli stessi studiosi a cui si era cercato di
attribuirle.
Cito fra tutti i due autori più chiamati in causa come presunti
«detrattori» di concetti come gerarchia e dominanza. Stufi di essere
travisati, infatti, entrambi hanno rilasciato dichiarazioni a dir poco
cristalline. Il grande esperto di lupi americano David Mech: «C’è una
certa disinformazione relativamente alle mie teorie. Questa errata
interpretazione e completa disinformazione mi perseguita ormai da
anni. In alcun modo io rifiuto il concetto di dominanza».
Il biologo dell’evoluzione Mark Bekoff, anch’egli americano: «Il
concetto di dominanza sociale non è una leggenda. Una leggenda è
una storia inventata. Quello di dominanza era e rimane un concetto
molto importante, che è stato frainteso e utilizzato impropriamente».
Certamente, se per «dominanza» intendiamo «coercizione violenta»
allora è vero che non esiste tra i lupi (se non in rarissimi casi) e che
gli stessi cani tendono a farne a meno: ma la dominanza è cosa ben
diversa.

Riporto qui una spiegazione di cui purtroppo non ricordo l’autore, ma


che mi sembra estremamente chiara:
«In etologia il “dominante” non è colui che “pretende, umilia e
costringe a dare”: al contrario è colui che si assume la responsabilità
per se stesso e per gli altri, che offre l’opportunità di avere vantaggi
maggiori e migliori per se stesso e per i dominati. Quanto al ruolo dei
“dominati”, esso non è assolutamente passivo o parassita. Il “non
dominante” deve essere in grado di poter contribuire all’offerta di
vantaggio del gruppo sociale per garantirsi il diritto di goderne a sua
volta. È un ruolo attivo e parimenti dignitoso».
Aggiungiamo che la confusione tra dominanza e coercizione non è
mai stata legata a un metodo o a uno strumento: è purtroppo insita
nella natura umana.
La verità è che ci sono persone per le quali «avere il controllo» su un
terzo (animale o umano che sia) significa imporsi con la forza fisica,
con la paura o con la violenza… e altre per le quali significa invece
guadagnarsi la stima, il rispetto, l’amore di questo «terzo», cosicché
ascolti le indicazioni e «obbedisca» non perché pensa di essere
punito se non lo fa, ma perché è convinto che se il «capo» ha preso
una decisione, questa sarà sicuramente quella giusta e quindi è
bene fare come dice lui.
Entrambi i generi di persone, ovviamente, non la pensano così
soltanto quando si parla di cani: si comportano nello stesso modo
anche con i figli, o con le mogli, o con i sottoposti sul lavoro. Quindi,
la prima cosa da fare per migliorare davvero la cultura cinofila
sarebbe prendere le persone del primo tipo (quelle arroganti e
violente) e far capire loro quanto il loro atteggiamento sia sbagliato.
Purtroppo c’è un grosso intoppo quando si cerca di intraprendere
questo tipo di percorso, e sta nel fatto che farsi obbedire facendo
leva sulla paura è molto più facile che farsi stimare e rispettare.
Per meglio dire: la paura ottiene risultati più veloci del convincimento
(che poi rovini completamente il rapporto, che i risultati siano solo
parziali e di breve durata, che ci sia una lunga serie di effetti
collaterali devastanti… a certa gente interessa ben poco), quindi ci
sarà sempre chi sosterrà che i metodi più gentili e rispettosi siano
«tutte cavolate», visto che lui, con quattro calci nel sedere, si fa
obbedire in cinque minuti mentre noi ci impieghiamo cinque mesi.
Quello della «fretta di ottenere un risultato» è un altro scalino
difficilissimo da superare in una società umana che ha addirittura
mercificato il tempo («il tempo è denaro!») e che ritiene che
«veloce» sia sempre e solo sinonimo di «valido», anche se spesso è
vero l’esatto contrario.
In un mondo nel quale hanno un successo strepitoso i cibi precotti
(«Pronto in cinque minuti!») o i chewing gum che ti risparmiano di
«perder tempo a lavarti i denti», per non parlare del linguaggio da
sms con le «k» al posto del «ch» (cosa che personalmente detesto
con tutto il cuore. Ma quanto tempo ci vuole a digitare una lettera in
più su una tastiera? Credo che siamo nell’ordine dei nanosecondi!),
diventa veramente difficile chiedere a qualcuno di impiegare tempo e
pazienza per educare o rieducare il proprio cane.
Per questo saranno sempre pieni di lavoro coloro che ti garantiscono
di «risolvere il problema in una settimana», o di «prepararti un
brevetto in quindici giorni», magari lasciandogli il cane e
disinteressandosi del «come» vengono ottenuti questi risultati.
I miei genitori usavano ripetermi spesso un proverbio che recitava
così: «Presto e bene stan male insieme». Di sicuro il proverbio
rimane valido ancora oggi (per quanto non lo si senta dire quasi
più…), ma sicuramente ne è cambiato il significato. Se un tempo,
infatti, lo si usava per spiegare ai bambini che era meglio fare le
cose con calma, oggi lo stesso concetto si utilizza per giustificare
certi risultati raffazzonati, ma velocissimi, che il mercato richiede.
Se il concetto che si voleva esprimere ai miei tempi era «bisogna
prendersi il tempo necessario per fare le cose bene», oggi si vuole
comunicare l’esatto contrario: «se vuoi risultati veloci – e sappiamo
che li vuoi – non puoi pretendere anche che si lavori con precisione
e accuratezza».
Per questo motivo, in cinofilia, hanno successo i corsi per educatori
che durano due o tre weekend, i cuccioli «pronta consegna», gli
psicofarmaci e tutti gli strumenti che promettono risultati rapidi.
Il tuo cane non smette di tirare al guinzaglio? Non perder tempo a
insegnargli una condotta decente, compra il collare o la pettorina XY,
che gli impediscono meccanicamente di tirare (e se poi gli rovinano il
collo, o le scapole, o l’andatura… pazienza!).
Il tuo cane abbaia dal mattino alla sera? Non perder tempo a
chiederti come mai lo faccia, se provi un disagio, se abbia bisogno di
aiuto: compra il collare antiabbaio (che nel migliore dei casi gli
spruzza in faccia una sostanza sgradevole e nel peggiore gli rifila
una scossa elettrica), ti risolverà il problema all’istante!
E soprattutto: il tuo cane è aggressivo, iperattivo, casinaro? Non
perder tempo a capirne le ragioni e tantomeno ad andare incontro
alle sue esigenze: dagli la pilloletta miracolosa e tutto andrà
magicamente a posto (e se avrà effetti collaterali devastanti,
pazienza: rimedieremo con un’altra pilloletta)!
L’esigenza della «soluzione rapida», purtroppo figlia di un vero e
proprio condizionamento a cui tutti noi umani siamo stati sottoposti
per decenni, è la causa principale della permanenza sul mercato di
parecchi «macellai» coercitivi e violenti.
Sull’altra faccia della medaglia troviamo coloro che, sfruttando (e
spesso enfatizzando in modo talora scorretto) l’esistenza di questi
«macellai», hanno cercato in ogni modo di far pensare al grande
pubblico che l’addestramento basato sull’etologia classica vedesse
soltanto figure di questo tipo, facendo in modo di contrapporre,
nell’immaginario collettivo, la figura dell’«educatore buono» a quella
dell’«addestratore cattivo».
Per riuscirci hanno incentrato le loro battaglie soprattutto sulla
demonizzazione di alcuni strumenti, primo fra tutti il collare a
strangolo, facendo leva sul nome (che è effettivamente sgradevole)
per far pensare al grande pubblico che chiunque lo usasse fosse
solito impiccare i cani al pennone più alto. Il che equivale a dire che
le chiusure di certi kennel, dette «a ghigliottina» perché cadono
dall’alto verso il basso, vengono usate per tagliare la testa ai cani…
ma molta gente ci ha creduto, anche perché i «macellai» (e non gli
«addestratori» tout court!) effettivamente strattonano i cani in modo
violento.
Ma ci sono mille altri modi per maltrattare un cane senza bisogno di
alcun collare… tant’è che esistono anche sedicenti «gentilisti» che
usano i calcioni come se non ci fosse un domani. I «macellai», così
come gli incompetenti, si nascondono sotto qualsiasi sigla.
Quindi: se avete bisogno di aiuto per educare, addestrare o
rieducare il vostro cane, il mio consiglio è di non badare a definizioni,
metodi e tantomeno strumenti: osservate le persone e cercate
innanzitutto di capire se sono davvero gentili dentro, e non soltanto
sulle pubblicità del loro sito.
Se sono veramente interessate al benessere del cane e non a quello
del loro portafoglio.
Se non vi garantiscono il risultato «pronta consegna, chiavi in
mano», ma vi spiegano che ci vorrà… il tempo che ci vorrà, a
seconda del cane, perché ogni cane ha una sua mente pensante e
quindi reagisce in modo diverso alle nostre proposte.
Soltanto dopo questa prima analisi potrete scegliere se approcciare
un metodo piuttosto che l’altro, una scuola di pensiero o magari
quella opposta… Ricordando sempre, però, che ogni metodologia va
analizzata con spirito critico, e mai presa per «verità infusa», perché
in cinofilia di verità assolute non ce ne sono.

Dopodiché, vi rimarrà soltanto da capire se la persona che avete


scelto, oltre che «buona», è anche «brava», e cioè competente. E
questo, purtroppo, lo capirete solo da un fatto: o vi offrirà dei risultati
concreti, oppure no!
Perché, comunque la si voglia guardare, la cinofilia è ancora
fondamentalmete antropocentrica (e presumo che sempre lo sarà):
per quanto ci si sforzi di pensare solo al cane, al suo assoluto
benessere e alla sua serenità psichica, nel momento in cui
scopriamo che questo benessere e questa serenità vanno in conflitto
con i nostri, è sempre il cane a finire fuori di casa (o peggio).
Nessun umano al mondo accetterà mai che l’idea di «felicità», per il
suo cane, coincida con quella di trainare il suo conduttore a mo’ di
aquilone appeso al guinzaglio, o di sgranocchiarsi le ginocchia della
zia.
Per quanta cinofilosofia si possa sbandierare, alla fin fine tutti – e
intendo proprio tutti – vogliono un cane che dia loro meno problemi
possibile. E se un problema c’è, vogliono risolverlo: piaccia o meno
al Signor Cane, perché tutti – e intendo proprio tutti – mettiamo
sempre prima le esigenze del Signor Uomo.
Ho una storiella molto esplicativa in proposito: su Facebook, qualche
tempo fa, la proprietaria di una chihuahua piuttosto «peperina»
pubblicò varie foto di dita e braccia con ferite lacero-contuse
(piccolette, ma sicuramente dolorose!), sostenendo che era stata
opera di quel tesorino della sua Molly e che si trattava dei suoi
«morsetti d’amore».
Commenti a tutto spiano, molti – fortunatamente – negativi («Ma no,
ma dài, non puoi permetterle di morderti così!», «Ma educa ’sto
cane, santiddio!», ecc.), ma parecchi anche divertiti-ammirati («Ohh
che tesoro, è proprio una carognetta!», «Che amore, anche la mia
quando le girano i cinque minuti fa così!», ecc.).
Soprattutto i commenti del secondo tipo mi fecero venire la pelle
d’oca. Ma come? – pensai – Siamo arrivati davvero al punto in cui,
pur di far felice il cane, ci lasciamo masticare impunemente
(perlomeno dal chihuahua: se Molly fosse stato un rottweiler, credo
che la sua umana avrebbe reagito in modo diverso)?
La risposta arrivò, dopo un estenuante botta-e-risposta sulla pagina,
quando l’orgogliosa proprietaria alla fine dichiarò: «Sì, vabbe’, ma le
dita e le braccia che ho mostrato nelle foto non sono mica le mie!».
Insomma, il tesorino aveva «timbrato» amici, parenti e conoscenti e
la signora ne andava pure fiera, non ritenendo che fosse il caso di
rieducare il cane («Morde solo se cercano di toccarla. E ha ragione!
Neppure a me piace essere toccata da un estraneo!», fu la sua
spiegazione)… solo perché non c’erano ancora andate di mezzo le
dita sue.
Vogliamo scommettere che, il giorno in cui il tesorino della mamma
timbrerà pure lei (e ci sono almeno il 90% di probabilità che accada,
visto che quando un cane impara a vincere con l’aggressività, prima
o poi prova a esercitarla anche con i suoi familiari), Molly verrà vista
con ben altri occhi? Io continuo a pensare: meno male che è un
chihuahua. Perché se fosse un cane solo un filino più grande,
capace quindi di fare danni un tantino più seri, il suo futuro sarebbe
ad altissimo rischio.
Ma tu, sei cognitivista o behaviorista?
Amplio ancora un pochino il discorso di cui sopra raccontando un
aneddoto che mi sembra abbastanza indicativo della situazione
attuale: tutto questo potrebbe non sembrare perfettamente in
armonia col tema della psicologia comparata, ma se non teniamo nel
dovuto conto anche la psicologia del cinofilo umano sarà ben difficile
far comprendere davvero certi meccanismi che regolano i rapporti
tra le due specie.
Qualche tempo fa stavo parlando al telefono con un collega
educatore, fierissimo rappresentante della scuola CZ (cognitivo-
zooantropologica).
A un certo punto, di fronte a una sua affermazione sulle presunte
capacità del cane di «autodeterminarsi», mi lasciai scappare un
«Maddài, non esageriamo» (non ricordo esattamente quale fosse la
sua tesi, ma posso assicurarvi che si trattava di qualcosa
decisamente al di sopra e al di fuori delle capacità di un cane).
Immediatamente lui scattò indignato: «Ah! Ma allora sei
behaviorista!». E da quel momento cominciò a trattarmi come una
povera demente con la quale non valeva la pena di dialogare oltre.

Di fronte a situazioni come questa, mi viene da sorridere: perché ci


si scanna, ci si sente insultati per qualcosa che ha già poco senso
quando si parla di psicologia umana. Neppure della nostra mente,
infatti, si conosce abbastanza, sebbene gli appartenenti alle diverse
scuole (diametralmente opposte, proprio come in cinofilia!) siano
convinti di avere capito tutto. Figuriamoci quanto può essere sensato
scannarsi quando si parla di cani, dotati di una mente della quale
sappiamo ancora meno.
Ripeto e sottolineo: quando si parla di behaviorismo o cognitivismo,
si parla di psicologia umana.
In etologia, l’unica contrapposizione è riferita agli istinti, che non
vengono presi in considerazione dal comportamentismo perché non
sono frutto di apprendimento. Al comportamentismo non interessa
neppure il ruolo della selezione naturale nel determinare il valore
adattativo e quindi il controllo genetico del comportamento.
Behaviorismo, cognitivismo e...
di Valeria Rossi

Il BEHAVIORISMO O COMPORTAMENTISMO, dall’americano behavior


(che in inglese si scrive behaviour e significa ‘comportamento’) è la
concezione secondo cui la psicologia si deve limitare a studiare il
comportamento, in quanto direttamente osservabile, e non i processi
psichici, che sono esperienze soggettive e in quanto tali non possono
essere oggetto di scienza. La mente è considerata una «black box», una
scatola nera di cui non si possono conoscere i meccanismi, che
comunque non interessano perché l’unica cosa che si può studiare sono
le relazioni tra stimolo e risposta. Padre del behaviorismo è lo psicologo
americano John Watson (1878-1958): per questo io scrivo
«behaviorismo» e non «behaviourismo» (comunque si pronunciano nello
stesso modo).
Il COGNITIVISMO considera invece la mente come un elaboratore di
informazioni provenienti dall’ambiente. Perciò proprio la mente come
sistema complesso di regole, indipendente dai fattori biologici, sociali,
culturali, emozionali, ecc. è il principale oggetto di studi. Il Cognitivismo
nasce nel 1967, quando viene pubblicato Psicologia cognitivista dello
psicologo tedesco naturalizzato americano Ulric Neisser (1928-2012).
Col termine COMPORTAMENTALISMO ci si riferisce all’attività del
comportamentalista, che dovrebbe essere un veterinario o un etologo
con una preparazione specifica sui problemi comportamentali. è una
figura molto discussa, non esistendo una regolamentazione in materia
(una delle diatribe parte già dalla definizione: solo un veterinario può dirsi
comportamentalista, oppure può farlo anche un non-laureato che però si
occupa della psiche canina da anni?). Inutile addentrarsi nella materia:
l’importante è ricordare che comportamentista e comportamentalista
sono due cose molto diverse.

Stando così le cose, personalmente non potrei proprio essere


behaviorista, visto che dò grande importanza ai comportamenti
istintivi del cane (che ritengo genetici e fortemente influenzati dalla
selezione sia naturale che umana). Ma dò importanza anche agli
impulsi, o pulsioni, che invece mirano al soddisfacimento di bisogni
primari (fame, sete, sonno, sesso) basandosi su schemi appresi:
quindi non potrei neppure definirmi cognitivista.
Il fatto è che io mi ritengo semplicemente una cinofila che non si
fissa su un’unica scuola di pensiero, ma che osserva e trae
conclusioni le quali, di volta in volta, possono adattarsi all’una o
all’altra teoria.
E non me ne frega un accidenti di niente se un giorno il cane mi
sembra «cognitivo» e il giorno dopo capace solo di apprendere per
prove ed errori.
A me importano soltanto due cose:
Che il cane impari a comportarsi in modo consono alle regole
della nostra società (un po’ perché di questa società fa parte,
che gli piaccia o meno, e un po’ perché se facesse
diversamente verrebbe messo ai margini della società stessa).
Che il cane sia felice, o almeno sereno, e che i comportamenti
di cui sopra (che si tratti di camminare correttamente al
guinzaglio al parchetto oppure di dare il meglio in una prova di
lavoro) gli diano la maggiore soddisfazione possibile.
Per ottenere questi risultati, è davvero utile sapere come funziona la
sua mente? È davvero utile sapere se la sua mente è un computer o
una black box?
La mia risposta è un deciso e sicuro… «Ni!».
Perché sarebbe sicuramente utilissimo, se fosse davvero la mente
del cane quella che studiamo: ma il fatto è che fino a oggi si è
sempre e solo studiata la mente umana (che è indiscutibilmente
diversa da quella canina, come si è visto nel secondo capitolo).
A dire il vero, io non ripongo fiducia incondizionata neppure nella
psicologia umana… per via del rovescio della medaglia: ovvero,
perché quasi tutti gli esperimenti che hanno portato alla nascita delle
diverse scuole di psicologia umana sono stati condotti sugli animali.
Pavlov utilizzò i cani per studiare i riflessi condizionati, Skinner si
servì dei topi per scoprire il condizionamento operante, Köhler lavorò
con gli scimpanzé per elaborare la teoria dell’insight (vedi pagina
120), e così via.
La cosa buffa è che ormai c’è uno sproposito di scienziati che
contesta la sperimentazione animale (leggi: vivisezione e dintorni) a
fini medici adducendo la motivazione che uomini e cani, cavie, topi
sono organismi diversi che spesso reagiscono in modo opposto, per
esempio, alla somministrazione di uno stesso medicinale: ma
nessuno – almeno che io sappia – si è mai messo a discutere sul
fatto che la psicologia umana sia stata studiata su animali diversi
dall’uomo.
Rirovesciando la medaglia, si potrebbe pensare che allora sia più
normale considerare questi esperimenti probanti per i cani, piuttosto
che per l’uomo. Ma anche qui ci sarebbe da discutere, visto che
l’esperimento di Pavlov sui riflessi condizionati, per esempio, ha dato
risultati molto diversi quando è stato ripetuto su cani liberi e non
legati a un tavolo con una cannula piantata nell’esofago.
In un esperimento nel quale veniva usato un metronomo (e non la
famosa campanella!) come stimolo condizionante, il cane libero è
andato a leccare il metronomo, con l’evidente intenzione di farlo
partire e di far arrivare così il cibo. Un ragionamento deduttivo ben
diverso dal riflesso condizionato puro e semplice, ma che si è potuto
apprezzare solo lasciando il cane libero di muoversi e scegliere
liberamente, cosa che Pavlov non si era mai sognato di fare.
La sperimentazione in laboratorio ha di buono (anche se è un
«buono» puramente accademico) la possibilità di essere ripetibile,
misurabile, quantificabile e quindi pubblicabile sulle riviste
scientifiche. Però non è sempre così attendibile come cercano di
farci credere.
Tutte le scuole di pensiero psicologiche, che ci piaccia o meno, sono
infatti in gran parte basate su esperimenti condotti in laboratorio:
quindi vanno prese per buone solo fino a prova contraria, con un
certo beneficio di inventario e non certo pensando che siano la
Verità assoluta infusa dal cielo e incontrovertibile.
Esempio pratico: nella mia libreria c’è un testo del 1974, dal titolo
Come capire il cane e farsi capire da lui, di Ferdinand Brunner
(behaviorista «per forza», visto che di cognitivismo animale non si
parlava neppure, a quei tempi), nel quale viene spiegato e
dimostrato in modo assolutamente scientifico – ovvero attraverso
esperimenti condotti in laboratorio – che il cane è incapace di
apprendere per imitazione.
Oggi molti conoscono il «Do as I do» di Claudia Fugazza, basato
proprio sull’apprendimento sociale (ovvero per imitazione): con
questo metodo si può ottenere che il cane, all’ordine «Do it!» (o in
italiano: «Ripeti!») replichi gli stessi movimenti che gli abbiamo
mostrato poco prima (toccare qualcosa, girare su se stesso, saltare,
ecc.).
Ancora: presumo che abbiate sentito tutti parlare dei «neuroni
specchio», quelli che si attivano quando un animale vede compiere
una determinata azione da un altro animale e che starebbero alla
base non solo dell’imitazione, ma anche dell’empatia.
Qualche tempo fa si sono sprecate le conferenze sul tema, in
cinofilia, e sembrava che i neuroni specchio fossero la risposta a
tutto (o quasi). Almeno fino a che qualche scienziato non ha fatto
notare che il cane, i neuroni specchio, quasi certamente non li ha. O
se li ha, non si sa ancora di preciso dove stiano e come funzionino
(come approfondito nel paragrafo L’annoso tema dell’empatia a
pagina 74).
Ce li hanno sicuramente le scimmie, ce li ha l’uomo e ce li hanno
alcuni uccelli: ma il cane, pare di no. Quindi, di che cosa stiamo
parlando?

Qualsiasi siano le nostre convinzioni e i nostri studi, stiamo sempre


parlando di qualcosa che si ritiene valido oggi, ma che magari
potrebbe essere completamente rivoluzionato domani.
Quindi è importante – anzi, importantissimo – conoscere, studiare,
sapere. Ma fissarsi su una sola teoria o scuola di pensiero, e
addirittura offendersi se veniamo tacciati di aver pensato qualcosa
che non le appartiene, è piuttosto sciocco.
Soprattutto, porta più a fanatismi accademici che a una vera
comprensione del cane, che invece è l’unica cosa che dovrebbe
interessarci davvero.
Quando io lavoro con i miei cani, o con i cani di altri, «faccio»
qualcosa, ma soprattutto «osservo» molto: e quello che vedo si
sposa a volte con una teoria, a volte con quella diametralmente
opposta, a volte con nessuna teoria finora formulata.
Se negassi di aver visto una cosa con i miei occhi soltanto perché
non si accorda con la mia scuola di pensiero, mi sentirei davvero
una stupida. Preferisco dirmi: «Questa non l’ho capita», e magari
provare a ragionare su ciò che ho osservato avvalendomi, sì, di tutte
le attuali conoscenze, ma anche accettando il fatto che quel
particolare comportamento, o manifestazione, o decisione del cane
possa andare in una direzione diversa (e in alcuni casi, del tutto
sconosciuta).
Se proprio devo scegliere, quella che tendo a tenere in maggiore
considerazione è sempre l’etologia, perché questa si basa
sull’osservazione degli animali liberi e non sugli esperimenti di
laboratorio.
Eppure, anche in etologia non è detto che ciò che si osserva una
volta sia valido sempre, proprio perché gli animali sono cognitivi,
ovvero capaci di acquisire informazioni, elaborarle e cercare di
controllarle. Ma sono anche condizionabili, e anche istintivi; e per di
più sono capaci del sopracitato insight, ovvero di arrivare a risolvere
un problema mettendo insieme gli elementi che lo compongono con
un’intuizione improvvisa, senza passare per le behavioristiche prove
ed errori.
Domandona: è lecito essere disposti ad accettare tutto questo? O
meglio: è lecito accettare che della mente canina abbiamo ancora
capito ben poco, e tener buono tutto ciò che abbiamo studiato,
restando però pronti ad ammettere che a volte «non funziona
esattamente così»?
Per me non è soltanto lecito, ma è molto più sano che fissarsi su di
una singola «etichetta».
Secondo me, per definirsi cinofili, è quasi obbligatorio levarsele di
dosso, le etichette: e ovviamente è del tutto folle commettere
l’erroraccio di segnare sulla lavagna i «buoni» e i «cattivi» basandosi
sulla loro scuola di pensiero.
Su Facebook leggo sempre più spesso commenti in cui si grida allo
scandalo se qualcuno parla di condizionamento: «Ahhhh! Sei
behaviorista, al rogo subito! Il condizionamento non esiste, non si
deve neppure più nominare!» (dopodiché la stessa persona va a fare
la spesa al supermercato e si riempie beatamente il carrello di tutto
ciò che è stato condizionato a comprare dalla pubblicità televisiva).
Ma a parte questo, è davvero allucinante pensare che se utilizzo su
un cane il condizionamento classico io diventi automaticamente un
maltrattatore.
Cioè: se mostro al cane una pallina, e gliela tiro soltanto se si siede
(metodo pavloviano al 100%), lo sto maltrattando?
Ma per favore!
Sarebbe meglio non cadere nel fanatismo, e magari non passare
neppure troppe ore a litigare sui social network per stabilire se il
cane ha fatto così o cosà per insight o per imitazione sociale.
Tutto questo serve solo a soddisfare il nostro ego, a far sapere agli
altri (ma poi, agli altri chi? Alle «sciuremarie» che ci stanno
chiedendo aiuto perché il loro cane insegue il gatto del vicino?)
quanto siamo colti e quanto siamo fighi. Salvo poi non sapere che
cosa rispondere a chi vuole soluzioni reali e pratiche.
E c’è ancora di peggio: perché, oltre alle miriadi di voli pindarici
sprovvisti di qualsiasi applicazione pratica, sui social spesso si
leggono critiche severissime alle soluzioni che invece hanno
funzionato.
C’è gente, per esempio, che mi ha accusato di essere una
maltrattatrice solo perché ho approvato, sul mio sito, la soluzione
trovata da un collega per tirar fuori dal box una cagna deprivata, che
sarebbe rimasta in canile a vita.
E qual è stata questa soluzione così «terribile»?
Le è stato messo un guinzaglio da retriever (che in effetti è un
collare a strangolo) ed è stata tirata – molto gentilmente, ma
ovviamente con un po’ di forzatura – fuori dal box, nel mondo che
rifiutava di conoscere.
Risultato? La cagna si è aperta al mondo, è stata adottata e oggi
vive una vita serena in famiglia.
Ma per gli oltranzisti… no, non va bene! Non si perdona quel collare
a strangolo e si ripete, ogni santa volta, che «C’erano altri sistemi,
c’erano altri mezzi».
Purtroppo, di sistemi e di mezzi ne erano già stati provati a bizzeffe,
in quel caso, senza ottenere un bel nulla. Quindi, ogni volta che
leggo frasi di questo genere, io chiedo: «Ok, ditemi quali!».
Risposte? Zero. C’era «altro». Ma un «altro» teorico, non
quantificabile, non praticabile.
E allora, a che serve?
Quella cagna doveva restare in canile finché non fosse arrivata una
nuova soluzione che nessuno, al momento, è in grado di
presentare?
La risposta fanatica è «sì». La mia, perdonatemi, è «proprio no»: e
non mi importa nulla se la soluzione del collega si scontra con la
teoria X o con la scuola Y.
Io sono behaviorista o cognitivista a seconda dei casi: dipende da
quello che mi trovo di fronte e dal risultato che voglio ottenere.
Anche l’uso degli strumenti cui posso ricorrere dipende dai casi.
A me interessa che il cane faccia le cose giuste e che si diverta a
farle, badando sempre a rispettarlo e a non fargli del male: il resto lo
lascio agli accademici incalliti.
Riformulando De André, probabilmente «io son di un’altra razza:
sono cinofila».
Il cane non è obbligatorio
L’ho già detto, sono in cinofilia da ormai quarant’anni. Che sono
indubbiamente tanti, ma insomma… non è neppure che sia
contemporanea di Tutankhamon (anche se il figlio dice di sì).
Eppure, quando lavoro al campo di addestramento, mi sembra che
siano passati millenni dal giorno in cui ho cominciato: o per meglio
dire, mi sembra di lavorare su un pianeta diverso da quello su cui ho
iniziato l’attività.
Sì, perché i cani sono sempre gli stessi, ma i problemi di cui mi
parlano i proprietari sono completamente nuovi. Almeno nella
definizione.
Mi arrivano cani già diagnosticati come «iperattivi» (e magari si tratta
di soggetti di 5-6 mesi: ma come dovrebbero mai essere, poveri
cuccioli? Addormentati?), o come affetti da «deficit di attenzione»:
guarda caso, le stesse (presunte) psicopatologie che stanno
andando tanto di moda tra gli psichiatri infantili (soprattutto
americani: ma stanno arrivando anche in Italia).
Tutte patologie che una larga fetta di medici e di studiosi considera
inventate di sana pianta al solo scopo di aumentare le vendite dei
medicinali.
Non ho né i titoli né l’esperienza necessaria per parlare di ciò che
succede in campo umano, tantomeno in campo infantile: in campo
cinofilo, invece, posso affermare quasi con assoluta certezza che in
moltissimi casi si facciano diagnosi «a misura di proprietario» e non
di cane.
Questo per il motivo già esaminato nei paragrafi precedenti: e cioè la
voglia di «risolvere in fretta», abbinata all’umanissimo desiderio di
venire deresponsabilizzati.
«Non sono stato io a sbagliare qualcosa, è il cane (o il bambino) che
è malato!» è un pensiero che dà immenso sollievo e che quindi
spinge molto spesso gli umani ad accettare a cuor leggero anche le
terapie più invasive.
Stringi stringi, ci si vuole autoconvincere che si sta facendo qualcosa
di discutibile, forse… ma «per il bene del cane». E questo permette
agli umani di fare buon viso a cattivo gioco.
La cosa più buffa (e anche più triste, se vogliamo) è che le stesse
identiche motivazioni vengono portate dai «macellai»: il calcione o la
strattonata vengono infatti definiti come «terapeutici».
Lo fanno a malincuore, ma «per il bene del cane», che così imparerà
a comportarsi meglio e sarà meglio accetto in famiglia e in società:
ergo, sarà un cane più felice.
Che arrivino dal comportamentalista appassionato di psicofarmaci o
dal «macellaio» maltrattatore, queste sono solo fandonie tese a
tacitare la coscienza dei proprietari (e a far loro aprire
entusiasticamente il portafogli).
Il bene del cane è cosa ben diversa, ma lo si raggiunge solo
attraverso un processo che comprende conoscenza, studio,
applicazione, tempo e pazienza.
Non avete nulla di tutto questo, o non pensate che sia il caso di
spendere tante energie per un cane?
In tal caso vi do una bellissima notizia: non siete obbligati a tenerne
uno. Non c’è nessuna legge che lo imponga, non ve l’ha ordinato il
medico: potete benissimo farne a meno.
Gli siete «tanto affezionati», lo amate «come un figlio»? Ma se le
cose stanno davvero così, allora dovreste pensare, prima di ogni
altra cosa, alla sua felicità: e la sua felicità non può coincidere con la
vostra scarsa propensione a impegnarvi, applicarvi, spendere
energie.
Si tratta semplicemente di un altro vecchio proverbio: non si possono
avere «botte piena e moglie ubriaca».
Se volete prendere (o tenervi) un cane, dovete assumervene tutte le
responsabilità. In caso contrario è mille volte meglio non prenderlo o,
se già ce l’avete, cercargli una famiglia diversa e più adatta.
Attenzione: non sto invitando nessuno all’abbandono (ci
mancherebbe altro!). Ma trovargli una famiglia più adatta non
comporta, nella stragrande maggioranza dei casi, alcun grave
trauma per il cane: anzi, solitamente per lui è un grande sollievo.
Oltre che dall’antropocentrismo spinto, dovremmo imparare a
staccarci anche dalla retorica del «cane fedele», quella che lo
vedrebbe sempre morire di disperazione se viene separato dal
padrone.
Non è quasi mai così. Per un Hachiko che aspetta alla stazione il
suo umano defunto per anni e anni, ci sono centinaia di migliaia di
cani che accettano senza il minimo problema un cambio di famiglia.
Inoltre bisogna tenere ben presente che Hachiko non era il cane di
una persona che non trovava tempo né voglia di dedicarsi a lui.
Certo, un piccolo trauma all’inizio c’è: il cane è un abitudinario e
cambiare radicalmente vita e ambiente gli causa un certo disagio.
Ma se la nuova famiglia è realmente più adatta a lui, se passa da
una situazione di menefreghismo totale a una in cui riceve le giuste
attenzioni e cure… allora ci mette meno di una settimana a pensare:
«Yuhuuu! Finalmente si vive!».
Naturalmente preferirei di gran lunga che tutti i proprietari si
rendessero conto che il cane ha esigenze ben diverse dal mangiare,
bere e uscire due volte al giorno per i bisogni (magari facendo il giro
dell’isolato). Ma piuttosto che incaponirsi nel voler tenere a tutti i
costi un animale infelice è sicuramente meglio cercargli una
sistemazione diversa e più appropriata.
Il problema maggiore sta nel fatto che prima bisognerebbe riuscire a
capire che il cane è infelice: e purtroppo sono davvero in pochi a
rendersene conto.

Un esempio classico è quello dei cani «bambinizzati», come li


chiamo io, ovvero (dal punto di vista dei proprietari) «tenuti come
figli». Il che si traduce nell’ingozzarli di cibo, tenerli in braccio il più
spesso possibile, ipercoccolarli, tenerli lontanissimi dagli altri cani
(«Non andare vicino a quel brutto cagnone, che ti mangia!») e
magari anche dalle persone. I proprietari di questi soggetti sono
convinti di tenerli nel miglior modo possibile, mentre sulla testa dei
cani appare chiaramente il fumetto con scritto: «Aiuto! Salvatemi!».
Purtroppo è difficilissimo anche far capire a questi proprietari che
sbagliano: si offendono e pensano che tu sia una bruttissima
persona, perché hai osato mettere in dubbio l’amore sfrenato che
provano per il loro tesoro.
Il brutto è che lo provano davvero, ma è amore malato, non diverso
da quello dei gelosi ossessivi-possessivi (anche loro, ricordiamolo,
sostengono sempre di agire «per amore». Anche quando magari
l’oggetto di questo amore lo picchiano, o addirittura lo ammazzano).
I cani bambinizzati possono reagire alla loro infelicità in modi
totalmente diversi: c’è quello che si trasforma in Mr Hide,
cominciando a ringhiare e mordere, e quello che si chiude in se
stesso, rinunciando a vivere «da cane» e diventando davvero una
sorta di parodia di un bambino («Lo vede? Non sono io, è lui che mi
chiede di prenderlo in braccio!»).
Il fatto che il cane chieda di salire in braccio o perché è stato
terrorizzato dal mondo («Vieni via, che quel cagnone ti mangia!»,
«Vieni via, che i bambini sono cattivi e fanno i dispetti!», «Stai
sempre e solo al guinzaglio, perché altrimenti mi potresti scappare!»,
ecc.), o perché ha capito che questo è ciò che vuole l’umano, e
quindi si sforza di accontentarlo, non attraversa neppure per un
momento la mente dei bambinizzatori (che molto spesso sono
donne, ma non sempre e non solo).
Problemi reali, problemi «solo umani», problemi
inventati
Ho già trattato questo argomento in un altro libro (Oh my dog!,
DeVecchi Editore) e non vorrei ripetere le stesse cose… ma una
devo per forza ribadirla: i «veri» problemi comportamentali, quelli
che possiamo definire realmente «patologici», sono decisamente
rari.
E rare sono anche le patologie organiche che portano come
conseguenza serie modificazioni caratteriali.
La più grave in assoluto, l’idrofobia (rabbia), è fortunatamente
scomparsa dal nostro paese e comunque la si può prevenire con la
vaccinazione.
È possibile riscontrare però altre patologie di tipo neurologico
(meningoencefaliti, idrocefalo, neoplasie…) oppure endocrino
(ipotiroidismo, iperadrenocorticismo…), che devono essere
identificate e curate (quando possibile) prima di pensare a qualsiasi
terapia di tipo comportamentale.
Molto più spesso, però, educatori, addestratori, comportamentalisti si
trovano a dover risolvere problemi che sono tali solo per il
proprietario, mentre per il cane sono comportamenti assolutamente
normali.
Il cane che «abbaia» e basta (non quello che abbaia
incessantemente, perché quello un problemino forse ce l’ha), il cane
che «tira come un ossesso, a costo di strozzarsi», il cane che
scappa o quello che litiga con i suoi simili… sono normalissimi cani
che si comportano secondo il loro normalissimo etogramma
(l’insieme dei comportamenti che caratterizzano la sua specie).
È il proprietario a vivere queste manifestazioni come problematiche.
E purtroppo, in molti casi, è stato lo stesso proprietario a crearle (per
esempio, sottovalutando l’importanza di un’educazione precoce, o
convincendosi che per il cane adulto «ormai sia troppo tardi per
imparare qualcosa»: convinzione sbagliatissima, perché i cani
imparano a qualsiasi età).
In altri casi, sono stati umani diversi dal proprietario a causare il
problema (vedi, per esempio, casi di maltrattamenti precedenti,
legati anche a maldestri tentativi di educazione/addestramento, che
inducono aggressività verso l’uomo), però sempre colpa degli umani
è stata.
Anche in queste occasioni, il cane non ha alcuna patologia, ma si
comporta in base a ciò che le esperienze precedenti gli hanno
insegnato.
Non è facilissimo distinguere tra veri problemi comportamentali,
patologici o indotti che siano, e semplici errori di educazione-
gestione.
Si tendono comunque a considerare come problemi reali
l’aggressività intraspecifica (ovvero verso gli altri cani), o
interspecifica (rivolta quindi all’uomo), le sociopatie
(ansia/paura/fobia degli esseri umani o degli altri cani), le
compulsioni e le fobie (paura di botti, spari, temporali, paura
dell’automobile ecc.).
Sono invece «non-problemi», o per meglio dire «problemi visti come
tali solo dal lato umano», cose come l’abbaio, le fughe, l’indisciplina
al guinzaglio, le disobbedienze, alcuni comportamenti distruttivi,
l’aggressività verso animali diversi dagli altri cani.
Per intenderci, il cane che vuole inseguire il gatto non è un cane
«malato»: è un cane che fa il cane.
Ovviamente noi viviamo male la cosa se il gatto appartiene ai nostri
vicini, e la viviamo malissimo se il gatto appartiene a noi e gli siamo
affezionati, ma per il cane quella è soltanto una preda che lui, da
bravo predatore, si sente non solo autorizzato, ma addirittura «in
dovere» di cacciare.
Una cosa molto importante da ricordare, infatti, è che la maggior
parte delle cose che noi vorremmo dal nostro cane hanno
pochissimo senso per lui.
Stare seduto e fermo nel bel mezzo di una festa di bambini, dove
tutti corrono e giocano? Ma siamo pazzi?
Ignorare il gatto di cui sopra, o peggio ancora far finta di non vedere
la cagnetta in calore? Stiamo scherzando?
Al cane la stragrande maggioranza delle nostre richieste appare
assolutamente folle: per questo è così importante che ci stimi e ci
rispetti al punto di pensare: «Se mi chiede di fare una cosa che mi
sembra tanto pazzesca, avrà ragioni che mi sfuggono, ma che devo
prendere per buone. Quindi forse è il caso che gli obbedisca».
In realtà, molto spesso, è davvero il caso.
Il «non attraversare la strada per andare da quella meravigliosa
cagnetta» impedisce che il cane finisca sotto una macchina… ma
noi lo sappiamo e lui no. Lui non è in grado di capire da solo che le
macchine rappresentano un pericolo. Lui pensa solo che gli stiamo
imponendo qualcosa che va contro ogni logica canina (addirittura
contro un bisogno primario, quello della riproduzione!).
Affinché il cane obbedisca al nostro «non andare dalla cagnetta»
occorre che abbia un atteggiamento quasi «religioso» nei nostri
confronti: dobbiamo rappresentare proprio «il suo Dio», non solo in
senso metaforico. Dobbiamo essere quel Qualcuno a cui si
obbedisce anche se non arriviamo a capirne le logiche e le
motivazioni, perché comunque riteniamo che siano l’espressione di
una volontà superiore e, in assoluto, «giusta».
Non è certo facile ottenere che il cane ci veda in questo modo, e non
è questa la sede giusta per parlarne, ma di sicuro ci sono due
presupposti da cui partire:
Anche se ci considera un Dio, il cane non obbedirà se non
capisce quello che gli stiamo chiedendo.
Se il cane riceve indicazioni diverse dai diversi membri della
famiglia, si troverà nel bel mezzo di un conflitto tra divinità. E
non sapendo più a quale dar retta finirà per fare di testa sua.
C’è un concetto fondamentale che ho già espresso nell’altro mio
libro sopra citato e che voglio ribadire anche qui, con forza: il cane
problematico (esclusi ovviamente quelli affetti da patologie
organiche) è quasi immancabilmente un cane confuso.
Semplicità, chiarezza e coerenza (tra i vari membri del branco-
famiglia, ma anche nel comportamento della stessa persona in tempi
diversi) sono ingredienti fondamentali per evitare che i problemi
comportamentali insorgano. E, se già sono insorti, diventano
altrettanto fondamentali per procedere alla loro risoluzione.
Visto da vicino nessuno è normale.
Franco Basaglia
Compagni di stanza (in psichiatria)
Sull’esistenza di convergenze mentali fra uomo e cane abbiamo
provato a fare luce nei capitoli precedenti.
Si è visto che alcune sono reali, altre presunte, altre ancora
semplicemente frutto e interpretazione della psico-cinologia ingenua.
Le riflessioni e le evidenze riportate non hanno ovviamente delineato
«al centimetro» quanto le menti di queste due specie siano «uguali o
diverse», né siamo forse riusciti a uscire totalmente dalle nostre
comode vesti antropocentriche.
Fatto sta che, dopo aver tentato di comparare le mente umana e
quella canina, viene da sé andare a cercare convergenze e
divergenze anche rispetto al funzionamento patologico di queste
menti.
Ebbene sì, è corretto parlare di psicopatologia non solo in riferimento
ai disturbi mentali umani ma anche a quelli canini. Condividiamo con
Fido un lungo percorso evolutivo, l’ambiente in cui viviamo, alcune
funzioni e strutture mentali e, oltre a essere compagni di vita,
rischiamo di essere anche compagni di stanza… nel reparto
psichiatrico, appunto.
Prima di addentrarci fra i principali e bizzarri disturbi mentali che ci
accomunano, dobbiamo però porci la prima, fondamentale,
domanda: soffriamo di disturbi simili nell’espressione della
sintomatologia, oppure sono proprio gli stessi disturbi?
Rischiamo di confondere le cose e incorrere in conclusioni sbagliate
semplicemente perché è rassicurante pensare che le «deviazioni»
dalla norma non riguardino solo la nostra mente ma anche quella
degli animali, o quantomeno quelli più vicini a noi e che percepiamo
come più simili.
Di fatto, i medesimi termini clinici sono impiegati per definire alcune
psicopatologie più comuni: possiamo parlare di fobie, compulsioni,
iperattività, comportamento antisociale, sia riferendoci agli esseri
umani sia riferendoci ai cani.
Individuare l’origine delle similarità psicopatologiche fra cane e uomo
nella stretta convivenza fra le due specie, e quindi nella condivisione
dell’ambiente sociale e di sviluppo, sembra essere un’ipotesi più che
plausibile.
In realtà, mentre alcune di queste patologie sono veramente molto
simili nelle due specie, altre sono più «adattamenti umanizzati» per
definire e spiegare anomalie comportamentali specifiche del cane.
In questo capitolo ci occuperemo solo di quelle più esemplificative e
diffuse: le fobie e le compulsioni.
Fobie a quattro zampe
Le fobie si manifestano praticamente nello stesso modo nei cani e
negli umani. In entrambi sono caratterizzate da un’ansia intensa e
persistente provocata dall’esposizione a un oggetto o a una
situazione ritenuti particolarmente minacciosi.
Un’ansia che va ben oltre la sua naturale e sana funzione di
emozione che è allo stesso tempo preventiva e reattiva, ovvero
quella di segnalare che potrebbe esserci un pericolo e di migliorare
le nostre prestazioni preparandoci all’azione.
La risposta fobica può manifestarsi di fronte a una minaccia reale,
ma anche in assenza di minaccia o come «paura di aver paura».
Spesso determina condotte di evitamento, che consistono nel
sottrarsi a situazioni ed eventi temuti per non trovarsi ad affrontare
l’emozione negativa che ne deriva; oppure si manifesta in casi più
gravi in forma generalizzata, in risposta a qualsiasi variazione
dell’ambiente interno o esterno.

Nel cane come nell’uomo, la risposta fobica può strutturarsi a


seguito di condizionamento/rinforzo delle manifestazioni di paura. È
il caso in cui un animale che esprime «legittimamente» paura di
fronte a uno stimolo percepito come minaccioso viene confortato
dall’uomo con coccole o cibo. Sebbene l’intento sia quello di
«rassicurarlo», l’effetto che si ottiene è esattamente l’opposto.
Prendete in braccio e accarezzate il vostro peloso durante un
temporale al primo segnale di paura e il messaggio che riceverà
sarà con ogni probabilità questo: «Bravo, fai bene a tremare di
paura! Il temporale è estremamente pericoloso e sia io che te
rischiamo di non sopravvivere».
La risposta fobica può strutturarsi inoltre a causa di una scorretta o
disfunzionale interpretazione degli stimoli che provengono
dall’esterno, anche a seguito di deficit sensoriali relativi a vista o
udito.
Un deficit visivo parziale, ad esempio, sebbene il cane possieda un
olfatto incredibile con cui esperisce il mondo in maniera prioritaria,
può far sì che uno stimolo appaia troppo repentinamente nel suo
campo visivo, spaventandolo; oppure, e questo anche in caso di
completa cecità, una visione assente o distorta delle cose può dare
luogo a «fraintendimenti», nel senso che il cervello fa fatica a
integrare coerentemente l’informazione olfattiva con quella visiva,
dando luogo a una percezione complessiva distorta dello stimolo
stesso, che così può essere erroneamente interpretato come
minaccioso.
Nel caso di sviluppo in un ambiente povero di stimoli, dove contatti
ed esperienze sono carenti, completamente assenti o
eccessivamente statici e prevedibili, il cane ha un vero e proprio
deficit nella struttura cerebrale relativo all’organizzazione delle
informazioni e alla risposta emozionale (sindrome da deprivazione
sensoriale).
La fobia assume allora un carattere di generalità, nel senso che
riguarda allo stesso tempo il rapporto con l’uomo, con l’ambiente e
con i propri simili.
Inoltre porta con sé numerosi correlati negativi che vanno da veri e
propri disturbi dell’apprendimento a uno stato di ansia semi-
permanente, da una marcata incapacità di adattarsi a qualsiasi
modifica ambientale fino a comportamenti iperaggressivi o di
ipervigilanza.
In tali condizioni il cane è letteralmente imprigionato nelle proprie
paure.
La fobia è forse la patologia che presenta maggiori somiglianze fra
uomo e cane anche perché coinvolge parte dei sistemi cerebrali che
condividiamo, ovvero quello che abbiamo chiamato «cervello
emozionale».
Perfino il trattamento del disturbo presenta delle analogie, sebbene
con un indice di successo maggiore negli umani rispetto ai cani.
Sappiamo infatti che, nell’uomo, si ottiene la risoluzione del
problema nel 90-95% dei pazienti trattati con Terapia Breve
Strategica (vedi pagina 154 e seguenti), cosa che non avviene nel
cane, dove strascichi e ombre restano comunque presenti e
relativamente invalidanti in moltissimi casi (soprattutto in quelli di
sindrome da privazione sensoriale).
Ciò può essere dovuto a una serie di fattori, fra i quali possiamo
individuarne due principali.
Il primo è il fatto che il decorso, nel recupero comportamentale del
cane, non dipende solo da lui, ma anche dall’intervento dei
proprietari che devono aderire alle prescrizioni del professionista ed
evitare tutti quei comportamenti che, seppur attuati in buona fede,
alimentano il problema invece che attenuarlo.
Per esempio, come si è visto, rinforzare la paura con coccole e
carezze con l’intento di confortare il cane, oppure non farlo uscire
per proteggerlo, o al contrario lanciarlo letteralmente nel cuore della
sua paura col proposito di sottoporlo a una «esposizione fai da te».
Il secondo problema riguarda la motivazione al trattamento,
indispensabile per un percorso di recupero: può essere presente
nell’umano, il quale trovando la propria condizione invalidante si
lascia accompagnare dal terapeuta attraverso un percorso di
cambiamento.
Il cane, invece, affronta il proprio recupero rimanendo convinto che
starsene in un angolino a tremare o a ringhiare sia una soluzione più
che sufficiente.
Per il cane, quindi, non potendo contare su di una motivazione
personale, oltre all’approccio farmacologico si può ricorrere
solamente a tecniche di desensibilizzazione ed esposizione
progressiva allo stimolo e/o tecniche di controcondizionamento.
Nel processo di desensibilizzazione per esposizione, l’animale viene
avvicinato in modo molto progressivo allo stimolo. Ogni determinata
distanza viene mantenuta finché, subentrando l’abitudine, lo stimolo
non scatena più la risposta ansiosa, e solo a tal punto si procede ad
accorciarla ulteriormente.
Durante le esposizioni è inoltre possibile praticare un training di
controcondizionamento, ovvero rinforzare nell’animale tutti i
comportamenti, anche casuali, alternativi alla risposta fobico-
ansiosa.
Il Disordine Compulsivo Canino
Uomo e cane condividono anche uno dei disturbi più bizzarri in
assoluto, il Disturbo Ossessivo Compulsivo (DOC), strettamente
correlato con i disturbi ansiosi.
Nell’essere umano consiste nella «irrefrenabile compulsione a
mettere in atto comportamenti o pensieri in modo ripetitivo e
ritualizzato», per citare Giorgio Nardone, uno dei massimi esperti in
materia.
E solitamente questi comportamenti hanno un diretto legame con
l’ansia e la paura. Ne sono classici esempi: tornare a controllare
cento volte i rubinetti dell’acqua e del gas perché si teme un
allagamento o un’esplosione; eseguire ripetutamente un rituale che
si ritiene propiziatorio; oppure camminare evitando accuratamente le
fughe tra le mattonelle per il timore irrazionale che altrimenti possa
accadere qualcosa di terribile.
Il corrispettivo disturbo del cane viene definito Disordine Compulsivo
Canino (DCC) e solitamente si manifesta attraverso l’esecuzione di
comportamenti ripetitivi disfunzionali come mordere l’aria,
rosicchiarsi ossessivamente il pelo o i fianchi, inseguire la propria
coda, le ombre o le luci, masticarsi o leccarsi a sangue le zampe.
Lo stato ansiogeno accentuato e le manifestazioni comportamentali
ripetitive e apparentemente «irragionevoli» sono dunque comuni tra
uomo e cane che soffrono di questo tipo di disturbo. Il quale deriva
probabilmente da una base biologica comune nelle due specie, che
infatti rispondono in maniera abbastanza simile alla terapia
farmacologica.
In particolare, negli esseri umani il DOC è individuato come un
disordine serotoninergico, ovvero legato a una disfunzione nella
trasmissione neuronale della serotonina, conosciuta anche come
«ormone della felicità». E così nel cane lo sviluppo del DCC sembra
essere strettamente associato a uno stile di vita caratterizzato da
insufficiente attività fisica, limitate relazioni sociali, scarse o
inesistenti attività di stimolazione mentale.
Tutte condizioni che non favoriscono la produzione di grandi quantità
di serotonina e che finiscono per innescare la psico-trappola dei
comportamenti stereotipati e dei «rassicuranti rituali».
Ma tra le due specie esistono anche differenze sostanziali ed
evidenti, che è opportuno precisare, relativamente alle cause del
disturbo, alla sua espressione e alle possibilità di trattamento.
Mentre abbiamo visto che nel cane il disturbo tende a strutturarsi su
basi biologiche e, soprattutto, ambientali, nell’uomo, pur se una base
biologica continua a costituire un fattore di rischio, è la componente
psichica a giocare spesso un ruolo cruciale.
Giorgio Nardone, padre della Terapia Breve Strategica, individua la
genesi del DOC in un «bisogno irrefrenabile di avere il controllo della
realtà, che si esprime in una serie di azioni o pensieri rituali» e
descrive varie possibili modalità di attivazione del disturbo. Dalla
messa in atto, per risposta a una situazione vissuta come
problematica o a seguito di un evento traumatico, di una serie di
soluzioni che si strutturano come ossessioni irrefrenabili (per
esempio, disinfettarsi per la paura di contagio), allo sviluppo di rituali
propiziatori o riparatori finalizzati a creare un senso di sicurezza o a
espiare un senso di colpa (per esempio, lavarsi con acqua gelida in
seguito a una pulsione erotica ritenuta inappropriata). Dalla
manifestazione di un controllo ossessivo di tutte le variabili in vista
dell’esecuzione di un compito, alla ripetizione di atti di sana
prevenzione condotti all’estremo, (per esempio, azioni comuni come
la pulizia della casa o o la verifica della salute di un figlio).
Come si nota, in tutte queste modalità di attivazione e
manifestazione del disturbo si presentano ossessioni e compulsioni
di tipo preventivo, riparatorio e propiziatorio che presuppongono il
possesso, a livello mentale, di una dimensione temporale che
prevede anche il futuro e che non appartiene in alcun modo alla
mente canina.
È perciò evidente che tali modalità non possono appartenere alla
mente del cane il quale, come abbiamo visto nei capitoli precedenti,
manca di una dimensione psichica così evoluta e in particolare non è
in grado di fare inferenze, cioè di passare da una proposizione
accolta come vera a una seconda proposizione la cui verità è
derivata dal contenuto della prima.
Alla mente del cane, in conclusione, non possiamo attribuire pensieri
ossessivi ma solo l’aspetto riparatorio della compulsione, ovvero
l’innesco di comportamenti stereotipati e ripetitivi come risposta
finalizzata alla riduzione dello stress e al ripristino di un livello
accettabile di attivazione psicofisiologica e di stabilità emotiva.
Nel cane, quindi, sembra che l’espressione di comportamenti
stereotipati e ripetitivi assomigli più a quella dei soggetti umani affetti
da autismo, piuttosto che a quella di coloro che presentano un DOC
vero e proprio.

Va da sé che nelle due specie anche i trattamenti del disturbo, se


escludiamo quello farmacologico, sono decisamente diversi. Infatti,
mentre nell’uomo la maggior efficacia sembra essere attribuibile alla
psicoterapia secondo il modello di Terapia Breve Strategica, basata
fondamentalmente sul guidare il paziente al cambiamento
insegnandogli a passare «da una realtà che si subisce a una realtà
che si costruisce e gestisce», nel cane è consigliabile arricchire
l’orizzonte cognitivo ed emotivo della sua esistenza, offrendogli
maggiori possibilità di interazioni sociali e stimolazione fisica e
mentale (protocollo comune a molte patologie comportamentali del
cane).
L’unico elemento che sembra accomunare il trattamento nelle due
specie è quello relativo al non-rinforzare tali comportamenti ma,
anche in questo caso, esiste una sostanziale diversità definita
inevitabilmente dalle differenze «psichiche» che caratterizzano uomo
e cane.
Mentre il rinforzo della stereotipia o compulsione nel cane si può
disinnescare attraverso tecniche di matrice esclusivamente
comportamentale, nell’uomo ciò avviene anche per mezzo di
particolari tecniche basate sulla sua capacità di mentalizzazione. Nel
paziente umano, infatti, si possono mettere in atto interventi che
interrompano le «tentate soluzioni disfunzionali» attraverso
specifiche manovre terapeutiche basate sul linguaggio e sulla
suggestione.
Il cane invece non può essere condotto a riflettere su se stesso e sul
suo rapporto con gli altri mediante il linguaggio.

La sindrome della suzione del fianco


di Valeria Rossi

La sindrome della suzione del fianco, uno dei più fastidiosi disturbi
compulsivi canini, è stata particolarmente osservata nel Dobermann
(tanto che viene proprio definita, da alcuni autori, «sindrome del
Dobermann succhiatore»), ma è presente anche in altre razze: dopo aver
ruotato più volte su se stesso, il cane comincia prima a leccare e poi a
prendere direttamente in bocca la plica del fianco (o della grassella, la
zona dell’arto posteriore corrispondente alla rotula). Il risultato è che la
pelle comincia a irritarsi, poi a screpolarsi e ulcerarsi.
La patologia viene descritta come psicodermatosi, ovvero come malattia
della pelle con cause psicologiche, e l’approccio tradizionale da parte del
medico veterinario è basato su ansiolitici e antiepilettici. In realtà,
l’approccio comportamentale si dimostra immensamente più efficace.
Il dobermann Twist, acquistato in un ottimo allevamento, viveva in un
grande recinto adiacente l’abitazione della famiglia. Purtroppo la famiglia
aveva molto poco tempo da dedicargli e quindi era molto frequente che
gli esseri umani apparissero alla vista del cane, restando indifferenti alle
sue richieste di attenzione, che il cane ha finito per «autosoddisfare» con
manifestazioni di leccamento-succhiamento.
Il lavoro dell’addestratore è stato quello di ricreare quotidianamente la
situazione «da solo all’interno di un recinto mentre le persone gli passano
vicino», proponendo però al cane una quantità di stimoli attivatori delle
sue doti naturali, come temperamento e combattività (giochi col
salamotto da mordere), curiosità (prove di ricerca olfattiva), docilità e
socialità (contatti appaganti con l’essere umano). Importanti sono stati
anche i contatti con altri cani: già il secondo giorno, in loro presenza, il
cane cominciava a trovare stimoli diversi dall’autoleccamento.
L’addestratore Massimo Giunta spiega così il lavoro svolto: «Mi sono
concentrato nell’insegnare a Twist che, se anche lasciato da solo in un
recinto, all’interno di un kennel o legato a un palo, poteva essere sicuro
al 100% che poi sarebbe stato riavvicinato da me e che avremmo fatto
qualcosa di bello insieme.
La sua fiducia doveva essere assoluta, e arrivare a questo non è stato
facile: ha richiesto più di un anno. Però, fin dall’inizio, abbiamo potuto
verificare i progressi, man mano che si trovavano meno segni di
leccamento e masticazione del suo fianco».
Durante il percorso ribilitativo il cane è stato testato in diverse situazioni:
da solo nel recinto con umani a vista oppure senza la presenza di umani
(anche per diverse ore); uno degli ultimi test ha previsto addirittura una
situazione di estremo stress (una palla con cui non poteva giocare,
perché la rete glielo impediva, e gli umani irraggiungibili fuori dal recinto).
Anche questa prova è stata superata brillantemente da un cane che
ormai aveva recuperato la sua fiducia nel fatto che, comunque, non
sarebbe più stato ignorato. Inutile dire che la «tortura della palla» è stata
poi debitamente compensata dalla possibilità di giocare a più non posso,
correndo a perdifiato nel campo di addestramento (come sempre accade,
il gioco è stato il protagonista principale di tutto il percorso riabilitativo)!
«Solcare il mare all’insaputa del cielo»
Nella mia carriera di educatore cinofilo e psicologo al tempo stesso
ho potuto sperimentare modalità di intervento sul cliente-cane che,
negli anni, mi hanno offerto risposte efficaci a problemi altrimenti di
difficile soluzione, non a causa di una particolare patologia
comportamentale del cane ma, più spesso, a causa della rigidità
mentale e dell’errata percezione di alcuni proprietari.
In questi casi, il passaggio «da una realtà che si subisce a una realtà
che si costruisce e gestisce» si è puntualmente dimostrato un ottimo
obiettivo terapeutico ed educativo per i binomi in questione.
Mi capita con buona frequenza di imbattermi in situazioni nelle quali
il cane manifesta comportamenti apparentemente problematici solo
in mano al proprietario e non in mano ad altri, me compreso, senza
che sia valida una spiegazione di tipo squisitamente gerarchico,
ovvero senza che questi derivino da uno squilibrio nella gerarchia in
ambito familiare.
Fra i comportamenti tipici in questo senso ci sono: tentativi di pinzata
o manifestazioni aggressive verso umani o altri cani in passeggiata,
tiraggi al guinzaglio e alcune particolari espressioni tipiche delle
fobie manifestate da cani, ovviamente, non fobici. In questi
particolari casi, che un’accurata diagnosi permette di non confondere
con manifestazioni psicopatologiche vere e proprie, è in realtà il
proprietario a creare e alimentare il problema.
La soluzione sta nel modificarne l’atteggiamento aggirando le sue
resistenze psicologiche («il problema ce l’ha il cane, non io!») e
sfruttando, a volte, i suoi schemi disfunzionali a favore del cane.
Un caso in particolare è esemplificativo di questa innovativa
applicazione di tecniche di trattamento sviluppate per gli umani
adattate alla risoluzione di problemi di gestione del cane: il caso di
Max e la Signora F.
La Signora F. mi contatta per un problema di aggressività mostrata
da Max, cane corso di 13 mesi, durante le passeggiate nei confronti
di qualsiasi altro cane presente nella strada. «Ogni volta che appare
un cane o lo incrociamo, Max inizia a tirare al guinzaglio e gli abbaia
contro. Lo fa anche se il cane è sul marciapiede opposto, o se ne sta
tranquillo per gli affari suoi. Io lo sgrido, gli urlo che non si fa. Poi lo
strattono ma… niente. Alla fine devo cambiare proprio strada.
Ultimamente usciamo solo in orari in cui le strade sono vuote: la
mattina prestissimo o la sera molto tardi. Per il resto evito proprio di
uscire».

Organizzo allora una passeggiata sul lungomare per Max e la


Signora F. a metà pomeriggio.
Osservando la coppia, dieci metri avanti a me, riesco a vedere gli
«scatti» di Max.
Decido di prenderlo in mano facendo allontanare la Signora F. e
comincio a camminare con lui in silenzio. Incrociamo prima un cane
nel marciapiede opposto, poi un altro che cammina in direzione
contraria alla nostra. Max si irrigidisce per un attimo ma poi continua
a camminare allegramente senza fare «sceneggiate» di alcun
genere e, per il resto della passeggiata, si limita a osservare gli altri
cani che ci capitano «a tiro» senza esibire alcun comportamento
aggressivo.
È di nuovo il turno della Signora F.: stesso copione di prima, ma
stavolta mi concentro a osservare la donna invece che Max. Alla
vista di ogni quadrupede peloso, grande, piccolo, vicino o lontano, la
Signora F., senza accorgersene, accorcia il guinzaglio, rivolge lo
sguardo in direzione del «cane target» senza quasi battere le
palpebre, trattiene per un po’ il respiro, poi comincia a borbottare
qualcosa a Max… ed eccolo lì che infatti si blocca, direziona lo
sguardo anche lui e inizia a produrre segnali minacciosi e ad
abbaiare verso l’altro cane.
Interrompo la loro passeggiata, ci sediamo su un muretto e,
rivolgendomi alla Signora F. le dico: «Credo di aver visto
abbastanza, in effetti la situazione è decisamente fastidiosa e, se
continua così, può diventare anche pericolosa. Vorrei farle provare
una tecnica abbastanza nuova e poco conosciuta che probabilmente
la aiuterà a risolvere il suo problema con Max, se me lo permette.
Ma dovrà fidarsi di me ed eseguire coscienziosamente tutto quello
che le dico».
«Certamente» risponde la signora con aria perplessa.
«Allora – proseguo dandole la prescrizione – adesso io me ne andrò
via perché è tardi e devo assolutamente riprendere le mie figlie dai
nonni e fare la spesa, ma lei dovrà tornare fino alla sua auto con
Max facendo esattamente quello che dico».
«Siccome penso che Max abbia un problema anche con gli umani
oltre che con i cani, ma solo con certe tipologie di umani, vorrei che
lei, tenendo Max con il guinzaglio morbido – non in mano mi
raccomando, ma legato in vita – cercasse di fare una specie di
inventario dei tipi di persone che incrocia».
«Dovrà farlo con gli uomini e non con le donne, cercando di contare
a mente quelli alti, quelli bassi, quelli grassi, quelli magri, quelli con
gli occhiali e quelli con la barba, cercando di capire a quali tipologie
di uomo Max reagisce».
«Non riuscirà a tenere tutto a mente, perciò le suggerisco di aiutarsi
con il registratore vocale del suo smartphone, in modo che stasera,
a casa, potrà riportare tutto su un foglio di carta per poi
consegnarmelo la settimana prossima, quando verrà a lezione».
«Ha capito bene? Ho assolutamente bisogno di quell’elenco per
aiutarla. Dovrà ripetere questo esercizio a ogni passeggiata, per
tutta la settimana. Arrivederci».
Mi allontano lasciando la Signora F. sul lungomare pieno di gente,
con un’aria attonita.
La settimana successiva si presenta a lezione al centro di
educazione cinofila dicendo: «Mi scuso, ma non sono riuscita a
trascrivere tutto, non ne ho avuto proprio il tempo, ma ho tutte le
registrazioni nella memoria del telefono, sì… quelle dei primi tre
giorni perché poi non ho più registrato. Comunque è successa una
cosa strana, quel giorno: Max non ha più fatto il cretino per tutto il
resto della passeggiata e nemmeno per il resto della settimana.
Sembra che questa cosa gli sia passata».
A quel punto rassicuro la signora dicendole che, se Max non fa più il
«cretino» come dice lei, non ho più bisogno dei suoi dati e le spiego
a che cosa è servita quella strana prescrizione: «Max esibiva quella
che viene definita la profezia che si auto-avvera, non senza la sua
inconsapevole complicità. Lei pensa che Max inizierà a litigare, e lui
lo fa. I primi episodi di diffidenza mostrati da Max hanno
probabilmente creato in lei una paura, in qualche modo anche
giustificata, che lui combinasse qualcosa di spiacevole o che lei
potesse perdere il controllo sul cane facendo qualche danno. Quindi,
ogni volta che lei vede un cane, inconsapevolmente invia dei segnali
chiari di preoccupazione che Max recepisce e ai quali reagisce
mettendosi sulla difensiva. Lei forse non se ne sarà accorta, ma
incrociando altri cani accorciava il guinzaglio fino a tirarlo, creando
tensione anche a Max; si protendeva con lo sguardo e col corpo
verso il bersaglio designato e a quel punto eravate entrambi pronti
per la guerra.
È bastato distogliere la sua attenzione dalla ricerca visiva di cani da
scansare, spostandola su un compito tanto impegnativo quanto
inutile, per evitare che lei inviasse tutti quei segnali di guerra a Max.
In questo modo i suoi comportamenti sono cessati».
«Solcare il mare all’insaputa del cielo», uno stratagemma mutuato
dalle antiche arti belliche cinesi utilizzato per ingannare gli avversari
mostrando il falso e celando il vero (per esempio, nascondendo
armamenti o truppe) al fine di cogliere il nemico di sorpresa e
sconfiggerlo.
Nel nostro caso, il nemico non è il comportamento del cane, ma le
resistenze e le percezioni disfunzionali attuate dal proprietario, che
iniziamo a debellare indirizzandole su falsi obiettivi attraverso quello
che in psicoterapia viene definito «un benefico inganno».
Inedite convergenze terapeutiche
Nell’esempio appena fatto, cane e umano non sono trattati come
entità separate nell’espressione del comportamento problematico e
nel percorso di rieducazione/cura, bensì tenendo conto del fatto che
ciascuno influenza l’altro.
Per andare oltre, se è vero che l’uomo è un animale sociale, così
come il cane, e se gli animali sociali in quanto tali vivono in gruppi
che possiamo considerare famiglie, l’approccio al sistema-famiglia
può aiutarci a interpretare, e spesso a risolvere meglio, alcune
dinamiche comportamentali che coinvolgono più membri di tali
gruppi.
Ma è doveroso fare una piccola premessa autobiografica.
L’incontro con mia moglie Annalisa, psicoterapeuta a indirizzo
sistemico familiare, è stato uno dei momenti illuminanti anche della
mia vita professionale. Al tempo io mi occupavo esclusivamente di
addestramento ed educazione cinofila e percepivo in alcuni casi, che
definirei «particolari», l’assenza di alcune tessere del puzzle.
Mi spiego meglio: a volte, anzi frequentemente, mi sono trovato a
lavorare con clienti proprietari di cani che di strano, a livello
psicologico o comportamentale, non avevano proprio un bel niente.
Per assurdo, erano proprio quei casi in cui il risultato finale non mi
dava mai la soddisfazione completa di aver sistemato tutta la
situazione perbenino.
Le chiacchiere serali con mia moglie, alla quale raccontavo alcune di
queste situazioni, avevano però cominciato a far emergere riflessioni
interessanti circa l’inevitabile coinvolgimento dei cani all’interno delle
dinamiche delle famiglie umane, portandomi di volta in volta a
prestare sempre più attenzione a queste ultime durante il lavoro con
cane e proprietario (o meglio, a questo punto, proprietari).
Nei miei racconti puramente aneddotici, Annalisa ritrovava
frequentemente analogie col proprio lavoro di terapeuta familiare e
da questi confronti professionali iniziavamo alcune interessanti
comparazioni, andando a rilevare nel mio lavoro di educatore
cinofilo, che ha a che fare quotidianamente con cani e famiglie di
umani con problemi più o meno grandi di convivenza, elementi tipici
della psicoterapia familiare.
In realtà, terapia familiare ed educazione cinofila mostrano obiettivi e
metodologie molto simili. La prima mira a restituire al sistema in
difficoltà la capacità di affrontare i suoi problemi, utilizzando le
risorse e le energie positive della famiglia, spesso sopite e inattive,
in modo che essa stessa possa diventare artefice del proprio
cambiamento; la seconda dovrebbe avere come obiettivo quello di
restituire al proprietario in difficoltà la capacità di affrontare i problemi
con il suo cane utilizzando le proprie risorse ed energie positive.
Il successo di entrambe coincide con la giusta ridefinizione dei ruoli,
col riappropriarsi della propria identità e funzione da parte di ciascun
membro del sistema.
Confrontandomi con mia moglie ho dunque realizzato di avere
bisogno di una formazione in ambito di psicologia umana: non avrei
più potuto farne a meno.
Fido nel sistema-famiglia
La storia di ogni nucleo familiare costituisce un complesso e unico
intreccio di storie individuali, legami intergenerazionali ed esperienze
condivise tenuti insieme da fili invisibili che legano passato, presente
e futuro.
Ma ogni famiglia, in quanto «forma sociale primitiva», sta insieme
per assolvere alcuni compiti necessari alla sopravvivenza dei suoi
membri. E per farlo presenta generalmente una divisione dei ruoli e
un’organizzazione specifica che nel corso del tempo variano e si
adattano, tendendo a evitare i cambiamenti percepiti come
destabilizzanti.
La famiglia può quindi essere considerata un sistema che non
coincide con la somma dei suoi elementi e che inoltre ha continui
scambi con l’ambiente esterno, costituito a sua volta da una pluralità
di sottoinsiemi che interagiscono tra loro. Un sistema in cui ogni
membro è in stretta connessione con gli altri e ciascuno genera una
serie di eventi che si ripercuotono sull’intero sistema, il quale tende a
evolversi mantenendo un equilibrio.
Sono le regole familiari, ovvero l’inconsapevole complesso di
aspettative che determina il comportamento di ogni membro, a
definire il ruolo di ciascuno. E anche a garantire ai singoli, se i ruoli
sono sufficientemente chiari e definiti, la possibilità di esercitare la
propria individualità pur percependo il contatto e la vicinanza con gli
altri.

Tutto questo vale anche per il cane, che viene spesso percepito,
oltre che come amico, figlio, confidente, compagno e molti altri
termini connotati da un inguaribile antropomorfismo, come autentico
membro della famiglia. E nella maggioranza dei casi funge da
collante, aumentandone la coesione, tanto da vederlo di frequente
coinvolto nei rituali e nelle cerimonie familiari.
Per esempio, a molti cani è dedicata una festa di compleanno vera e
propria, con tanto di torta e amici pelosi, e non è poi così raro che il
cane, lucidato di tutto punto, partecipi al matrimonio dei suoi
proprietari.
L’inserimento di un cane nel nucleo familiare offre importanti
opportunità di trovare nuovi e più soddisfacenti equilibri riguardo a
norme e ruoli, e di accrescere le capacità comunicative e le abilità di
problem solving. Per contro, possedere un cane può diventare
altrettanto facilmente una fonte di conflitti, soprattutto in sistemi
familiari caratterizzati da confini confusi o troppo rigidi. All’interno di
questi possono svilupparsi attriti fra i membri relativamente ad
aspetti come la cura dell’animale, l’alimentazione, l’igiene, il rispetto
delle regole e delle limitazioni.
La dicotomia permesso/divieto di dormire sul letto ne è forse
l’esempio più classico.
Date queste premesse, alcuni problemi comportamentali del cane,
quando non direttamente riferibili a patologie di natura organica o a
una gestione sbagliata dell’animale, possono essere ricondotti ad
aspetti disfunzionali dell’organizzazione familiare.
Bisogna però considerare che ogni sistema-famiglia ha credenze e
convinzioni proprie che dipendono dalle personalità dei singoli
membri, unitamente a specifiche tradizioni, livello socio-culturale,
ambiente di vita.
Perciò il comportamento del cane può assumere valenze diverse a
seconda del sistema di cui fa parte: il problema viene infatti a essere
definito anche, e soprattutto, in base alla percezione che ne ha
famiglia o il proprietario.
Basti pensare, per esempio, a una famiglia che vive come
problematico l’abbaiare del proprio cane quando qualcuno si
avvicina alla casa, mentre il medesimo comportamento può
rappresentare un’auspicata funzione protettiva per altre famiglie.
Le emozioni sotto il tetto
Chiunque abbia lavorato con cani e proprietari avrà osservato come
proprietari ansiosi tendono ad avere cani ansiosi, anche se non è
ben chiaro se ciò sia l’effetto di convergenza nel tempo (chi va con lo
zoppo…), oppure sia dovuto a una selezione inconsapevole di
somiglianze caratteriali al momento della scelta dell’animale.
Ma andando oltre il binomio cane-proprietario, è la situazione
dell’intero sistema famiglia dal punto di vista emotivo che sembra
spesso riflettersi sul comportamento degli animali, e del cane in
particolare.
E viceversa, certi comportamenti anomali del cane possono essere
considerati a pieno titolo un indicatore di stress o disfunzionalità
della famiglia.
Intervistando proprietari di animali domestici, la psichiatra americana
Ann Ottney Cain ha rilevato che in situazioni di crisi familiari o
caratterizzate da alti livelli di ansia, alcuni animali possono
manifestare sintomi fisici come vomito, diarrea, inappetenza, e
mostrare reazioni comportamentali anomale come iperattività,
irrequietezza, ansia, abbaio eccessivo, ipercinesia, iposonnia, ritiro
sociale o fobie di gravità tale da richiedere trattamenti anche di tipo
farmacologico.
La stessa studiosa ha poi osservato che le famiglie caratterizzate da
uno stile iperprotettivo nei confronti dei figli tendono a comportarsi
allo stesso modo con il proprio cane, tenendolo sempre legato al
guinzaglio, non lasciandolo sciolto al parco nemmeno per pochi
minuti, giustificando questo atteggiamento con la paura di perderlo.
E sappiamo che un cane a tal punto limitato nell’espressione della
sua vitalità e delle sue esigenze di esplorazione e socializzazione
facilmente va incontro allo sviluppo di problematiche
comportamentali.
Non solo. In alcuni casi, il cane può anche servire a mantenere in
qualche modo l’equilibrio psicologico e relazionale tra membri di una
famiglia attraverso meccanismi di spostamento, proiezione o
identificazione.
Ciò avviene sulla base di una tendenza tipicamente umana a inserire
un «terzo» in una dinamica di coppia, determinando in tal modo
quello che viene definito un «triangolo relazionale».
Per esempio, la rabbia di una moglie per la negligenza del marito
nella cura per il cane di casa potrebbe riflettere i problemi relazionali
della coppia: la moglie si sente trascurata nei suoi bisogni e prova
risentimento per le continue assenze del marito.
Ed eccolo lì, il cane, triangolato nelle tensioni relazionali!
Per citare lo psichiatra americano Murray Bowen, pioniere della
terapia familiare, i triangoli relazionali «rappresentano una modalità
di gestione dei conflitti nei sistemi umani. Quando le tensioni si
elevano al di sopra di un livello tollerabile fra due parti si tende a
tirarne dentro un terzo».
La funzione del «terzo», in questo caso il cane, è quella di
disperdere la tensione all’interno del sistema, alleviandola.
Un padre, per esempio, potrebbe sfogare la sua rabbia nei confronti
della moglie urlando contro il proprio cane, oppure una madre
potrebbe esprimere un giudizio negativo rivolgendosi al proprio cane
mentre in realtà è una figlia o un figlio a scatenare la critica.
Quando i cani vengono percepiti come veri e propri membri della
famiglia, quindi, i sentimenti di rabbia, gelosia, paura, il senso di
colpa e la tendenza al controllo possono essere «giocati» attraverso
di loro, e tale dinamica può contribuire a mantenere un certo grado
di coesione fra i membri della famiglia stessa.
Il trauma della perdita
Sempre nell’ottica del sistema-famiglia, possiamo rilevare
un’ulteriore importante dinamica, che si attua quando il cane di casa
viene a mancare.
La morte del cane segna in questi casi un evento traumatico non
solo dal punto di vista emotivo per i membri della famiglia più legati
ad esso, ma può accadere che avvenga una conseguente rottura
dell’equilibrio che in qualche modo il cane assicurava all’interno del
sistema.
Quando, infatti, l’animale ha assunto una funzione cruciale nella
dinamica di coppia o familiare, la sua perdita può letteralmente
destabilizzare l’intero sistema relazionale: nel caso in cui le tensioni
di coppia o di famiglia siano state tamponate dalle attenzioni rivolte
al cane o semplicemente spostate su di esso, ecco che può
generarsi, a seguito della perdita, un forte disagio relazionale che, a
sua volta, può portare a un’escalation dei conflitti.
In un caso che ricordo bene, il legame affettuoso di una donna con il
suo pastore tedesco aveva sostituito per anni la mancanza di affetto
che era evidente nel suo matrimonio. Quando il cane morì,
l’insoddisfazione coniugale diventò per la signora così intollerabile
da indurla a separarsi dal marito.
Un altro caso, trattato questa volta nello studio di psicologia, vede
una famiglia composta da una coppia di genitori separati in casa con
un rapporto estremamente conflittuale e una figlia adolescente che
soffre ovviamente le particolari tensioni familiari, oltre a sei gatti e un
cane fortemente voluti da madre e figlia, strettamente alleate fra loro,
che se ne prendono cura in maniera quasi maniacale, ma ignorati
completamente dal padre/marito.
Dopo la morte del cane, la figlia sviluppa un disturbo della condotta
alimentare caratterizzato da una vera e propria ossessione per
l’aspetto fisico.
Anche qui la mancanza di attenzioni e di affetto da parte del padre è
divenuta improvvisamente intollerabile appena è venuto a mancare il
cane, che fino a quel momento l’aveva nascosta, compensandola.
Chi porta il sintomo?
Facendo riferimento ai meccanismi di spostamento e triangolazione
che avvengono all’interno della dinamica familiare attuati nei
confronti del cane, viene da riflettere anche sull’assegnazione del
sintomo al cane.
Quest'ultimo, infatti, diviene in alcuni casi il «paziente designato»,
quello che porta in terapia un problema che è invece della famiglia
tutta.

Certo, portare dallo «strizzacervelli» il proprio cane è decisamente


più comodo, socialmente più accettabile e permette ai membri della
famiglia di non mettersi troppo in gioco in maniera diretta e
personale.
«Quello matto è lui!».
In realtà, in questi casi, è assai facile osservare nella famiglia alcune
problematiche che, nel lavoro di educazione e/o rieducazione del
cane, divengono ostacoli quasi insormontabili e comunque non
gestibili nella loro totalità all’interno di un campo di addestramento o
di una sessione educativa domiciliare rivolta al cane.
Certe situazioni conflittuali e complesse andrebbero più
opportunamente affrontate davanti a uno specchio, piuttosto che al
centro cinofilo!
Volendo tracciare una sorta di profilo di questa tipologia di famiglie
proprietarie, possiamo affermare che solitamente descrivono il
sintomo del cane con dovizia di particolari e che apparentemente
sono disponibili ed estremamente motivate al trattamento del loro
quattrozampe.
Durante la consultazione emerge spesso una percezione del
problema differente a seconda dei membri della famiglia, fino a
toccare posizioni antitetiche fra marito e moglie, madre e figli, padre
e figli, fratelli, nucleo familiare e famiglia allargata. E
tendenzialmente solo uno dei membri, cerca di coinvolgere gli altri
con scarso successo, si prende carico dell’iniziativa educativa e/o
trattamentale.
Queste famiglie sono spesso resistenti al cambiamento e si
applicano apparentemente alle prescrizioni fino a quando non
percepiscono il «rischio» reale di successo di queste ultime.
Il sintomo portato dal cane è in qualche caso solo percepito, ma
inesistente nella realtà, oppure presente in maniera decisamente
inferiore a come descritto.
Il cane in questi casi sembra portare il sintomo che però appartiene
all’intero sistema familiare il quale, opponendo resistenza al
trattamento, rende il percorso educativo difficile, tortuoso e con
un’aspettativa di risoluzione del problema soltanto parziale.
L’ideale sarebbe infatti poter lavorare sul cane e sulla famiglia in
maniera integrata: sia includendo il cane nel sistema famiglia,
identificando il suo ruolo e la sua funzione, sia coinvolgendo la
famiglia intera nel percorso educativo del cane e/o nel trattamento
del sintomo.
La branda di… Brando: una storia di terapia cino-
familiare
Brando è un vivace «meticcione» di tre anni che vive in un mega
appartamento/attico con tanto di balcone immenso che gira tutto
intorno alla casa. Con lui vivono moglie (Signora S.), marito (Signor
G.) e due figli di 20 e 22 anni, di quelli stile desaparecidos che
nell’esplorazione della propria, invidiabile giovinezza passano di
casa solo per cambiarsi, riscuotere qualche euro, ricaricare lo
smartphone e nutrirsi quanto basta per uscire di nuovo ignorando
l’esistenza del cane e, spesso, anche dei genitori.
La Signora S. mi contatta per un apparente, banale problema di
trascinamento a guinzaglio durante le passeggiate e difficoltà di
richiamo di Brando nel momento di lasciare l’area cani o il parco
cittadino dopo le «sgambate».
Conosco Brando al campo di addestramento, insieme alla Signora
S., e vedo un cane allegro, vivace, socievole sia con l’umano che
con i conspecifici, discretamente interessato al lavoro e con una
buona capacità di apprendimento.
Iniziamo con lui qualche incontro di ingaggio, qualche comando
base, richiami con e senza distrazioni insieme alla Signora S.
Durante le pause fra una sessione e l’altra di addestramento, la
Signora S. mi racconta qualcosa in più di lei, di Brando, della loro
quotidianità, presentandomi per la prima volta un problema, classico
fra i classici, di «cane che sale sul letto e non vuole più scendere
opponendo resistenza passiva», ovvero che si pianta lì e non si
sposta nemmeno con le bombe finché non lo decide lui.
«Stamattina ha anche fatto cadere una pila di piatti che erano sul
lavello» aggiunge.
Come mia abitudine, mi auto-invito a casa di Brando, fissando da lì a
tre giorni un’osservazione sistematica nell’ambiente domestico per
vedere coi miei occhi la scena del letto.
Arrivando a casa dei clienti, vengo accolto da Brando, o meglio dalle
sue zampe e dalla sua lingua, dalla Signora S. e, per la prima volta,
incontro il Signor G.
La casa, di grandi dimensioni, è particolarmente pulita e ben curata.
Un open space contiene ingresso, salotto con super divano angolare
in pelle bianco come la neve appena scesa e cucina con bancone in
muratura lungo almeno cinque o sei metri, con rispettivo lavello in
graniglia.
Dopo le leccate iniziali, Brando parte per una folle corsa circolare
strusciando il divano per tutta la sua lunghezza, con salto finale
sopra il bancone della cucina e annessa caduta di oggetti, posate e
stoviglie varie, triplo carpiato dentro il lavello e ritorno a zampe
umide sul divano.
Non c’è male. Davvero.
Leggo imbarazzo nel volto della Signora S. e disappunto su quello
del Signor G., che, scuotendo il capo, guarda la moglie tutta
affaccendata a recuperare il cane trattenendolo per il collare.
«La camera da letto dov’è?» chiedo.
Mi accompagnano, aprono la porta, entriamo. Brando si esibisce in
tre o quattro passaggi saltellanti sopra il letto senza soffermarsi.
«Eccolo, eccolo!!! Lo vede che fa?» dice la Signora S.
Il Signor G. mi dice che ormai da quasi un anno dorme in un’altra
stanza perché con il cane sul letto non riesce proprio a dormire, sta
scomodo, sente caldo.
Gli chiedo se vorrebbe tornare a dormire sul suo letto. «Certo» mi
dice all’unisono con la moglie, «può aiutarci?».
«Avete mai provato a farlo scendere? E come? ».
Signora S.: «Lo spingo ma... niente, torna su. Provo a farlo scendere
con dei bocconcini, ma appena finito di masticare eccolo di nuovo…
quando addirittura non viene a mangiarseli sul letto».
Signor G.: «E poi ha visto cosa combina per tutta casa?! Lei lo lascia
sempre fare – indicando la moglie – per non parlare di quando siamo
a tavola …».
Nei giorni successivi prescrivo alla famiglia di acquistare una
brandina per Brando da posizionare in camera e di scrivere ciascuno
una lista di regole per la gestione del cane in casa, comprendente
cose come l’accesso alla tavola o meno, l’accesso al divano, i turni
per le passeggiate e per le lezioni di educazione cinofila.
Alla visita successiva lavoriamo con la Signora S. sulla spinosa
questione del letto.
Dovrà far scendere il cane dal letto ogni volta che proverà a salire,
che lo faccia una o cento volte, in ogni occasione dovrà farlo
scendere con fermezza e inviarlo sulla sua brandina che ora è
posizionata in terra ai piedi del letto.
Facciamo insieme qualche prova, utilizzando anche una tecnica di
targeting sulla brandina. In pratica, iniziamo ad accompagnare il
cane sulla brandina premiandolo ogni volta con del cibo. Offrendogli
così un’alternativa positiva al divieto relativo al letto. Tradotto in
«umanes»e gli diciamo: «Ok, devi scendere da questo letto ma
vedrai, sarà piacevole anche dormire sulla tua brandina».
Dopo 7/8 ripetizioni Brando sembra aver capito perfettamente che la
questione letto è praticamente chiusa.
Provo anche col Signor G.
Tutto bene.
Procedo quindi con la prescrizione successiva, che suona più o
meno così:
Ottimo lavoro! Ora dovrete farlo anche senza di me. Non potete
assolutamente cantare vittoria per ora perché Brando ha imparato
solamente «non posso salire sul lettone quando in casa c’è quello lì
(che sarei io)», e siccome io non posso trasferirmi a vivere da voi,
dovrete seguire le istruzioni alla lettera se volete riappropriarvi della
vostra comodità e della vostra intimità.
Vi aspetta una pessima nottata, spero che domattina non dobbiate
alzarvi troppo presto. Quando sarà ora di coricarvi vi comporterete
esattamente come tutte le sere, ma ogni volta che Brando salirà
anche solo con una zampa sul letto voi dovrete alzarvi, farlo
scendere e indirizzarlo verso la sua brandina. Lo farà lei Signora S.
quando sarà dalla sua parte del letto, mentre il Signor G. lo farà
quando Brando cercherà di invadere il suo lato. Sarà probabilmente
una notte difficile. Ma dovrete farlo. Ogni volta. Ci rivediamo fra 10
giorni.
Mi consegnano anche le liste delle regole. C’è accordo unanime sul
100% dei turni di passeggiata assegnati alla Signora S. e anche
sulla presa in carico dell’educazione di Brando, mentre per il resto
c’è un totale disaccordo.
Nei giorni successivi convoco la coppia, facciamo un lungo colloquio
dal quale emerge che Brando da un lato sta facendo esercizio
quotidiano e le passeggiate sono diventate più lunghe e più
piacevoli.
Questo sembra aver ridotto anche buona parte dei comportamenti
iperattivi in casa, eccetto due cose: l’accesso al divano e l’accesso al
lettone.
Il Sig. G. è tornato infatti a dormire in un’altra stanza pur affermando
che per qualche notte, eccetto la prima, tutto è andato bene.
La Signora S. sostiene che Brando non sale più sopra di lei di notte,
ma tenta di infilarsi dal lato del Sig. G. che, ai primi tentativi del cane,
si è armato di cuscino e si è trasferito nuovamente nell’altra stanza,
dicendo che non ci sarebbero mai riusciti, che ormai Brando è
abituato così ed è troppo grande per imparare.
Senza entrare nel merito del comportamento del «figlio quadrupede»
della Signora S., possiamo interpretare questa storia in un’ottica
familiare, sistemico-relazionale, per spiegare l’insuccesso
dell’intervento.

Brando arriva in casa dei signori S. che, al momento, hanno un figlio


diciassettenne e uno diciannovenne i quali, da bravi post
adolescenti, spariscono spesso da casa, smettono di condividere
pensieri e problemi con mamma e papà, sperimentano una nuova
proto-autonomia.
Il nido diventa improvvisamente più vuoto e i coniugi vivono un
profondo cambiamento che li vede un po’ meno genitori e un po’ più
marito e moglie.
Ora hanno meno tempo per fare i genitori e molto, forse troppo
tempo per essere una coppia, dopo quasi un ventennio. Ecco allora
il conflitto, che non si esprime direttamente ma si sposta sulla
gestione del cane.
La Signora S. ha riempito il nido con il nuovo «figlio surrogato» ed è
probabilmente disposta a rivestire il ruolo di moglie senza aver
abbandonato quello di madre. La sua adesione alle prescrizioni lo
conferma in qualche modo.
Il Signor G., preferisce continuare a dormire in un’altra stanza,
additando il cane come unica causa di questo suo spostamento e
presentando una chiara resistenza alla prescrizione che si è
«pericolosamente» dimostrata efficace.
Il disaccordo e il conflitto sulle regole relative a Brando permangono
e resistono al trattamento a salvaguardia della relazione dei signori
S. e G., i quali, senza tale conflitto, rischierebbero di scoprire che,
sotto il livello del mare, c'è tutto il resto dell’iceberg.
Dall’incompetenza agli psicofarmaci
Da quanto detto fin qui dovrebbe apparire evidente che prima di
pensare a qualsiasi intervento terapeutico – farmacologico o
comportamentale che sia – occorre una diagnosi precisa e
soprattutto realistica: il che significa, prima di tutto, appurare se è
davvero il cane ad avere un problema, se sono i proprietari ad
averne uno (e quindi sono loro la causa dei disordini
comportamentali del cane), o ancora se i proprietari vivono come
problematica una situazione che in realtà è del tutto normale.
Purtroppo bisogna dire che uno dei veri e propri disastri della
cinofilia moderna è la presenza di figure professionali create un po’
«su due piedi», ovvero formate con corsi e corsetti di durata
estremamente limitata e dai contenuti spesso insufficienti a fornire
una vera competenza cinofila.
I corsi per educatori/addestratori/istruttori e chi più ne ha più metta
hanno avuto (e hanno) un successo strepitoso soprattutto tra i
giovani, che in questo periodo di crisi del mondo del lavoro si
illudono di potersene «costruire» uno con poco impegno e una
spesa relativa.
Il risultato è che oggi, come titolai tempo fa in un mio articolo, ci sono
«più educatori cinofili che cani»: e purtroppo almeno il 70% di questi
educatori (o addestratori) in realtà non dispone neppure delle
competenze necessarie per lavorare con un cane «normale».
E figuriamoci con uno problematico.
Da qui è nata l’esigenza di sapere «da chi mandare» i cani troppo
«difficili», quelli che l’educatore/addestratore ancora inesperto non
riesce ad aiutare/recuperare/riabilitare (a seconda dei casi): e il
business cinofilo ha trovato una risposta nella figura del veterinario
comportamentalista, che però, a sua volta, viene formato con un
semplice master: master che – purtroppo – ha un’impostazione
mirata quasi esclusivamente alla risposta farmacologica, visto che
sono state proprio le case farmaceutiche le prime a introdurre in
ambito accademico i propri esperti.
Questa, in soldoni, è la situazione attuale in Italia (e solo in Italia: per
esempio in Inghilterra, considerata la patria della cinofilia, la figura
del veterinario comportamentalista non esiste. Esistono tre o quattro
«psicologi canini» in tutta la Gran Bretagna, ma per tutto il resto
basta il veterinario «normale» ad affiancare la figura del «dog
trainer» e anche qui non ci sono tutte le distinzioni che abbiamo in
Italia tra educatori, addestratori, rieducatori e così via).
In questo modo può capitare (e purtroppo capita spessissimo) che il
proprietario in difficoltà segua (del tutto o in parte) questo iter:
educatore inesperto > istruttore incompetente > veterinario
comportamentalista > psicofarmaco… quest’ultimo somministrato
magari a un cane che non ne aveva alcun bisogno, e dopo un
esborso economico tutt’altro che irrilevante.
Il lato più tragico di tutta la faccenda è che i cani non guariscono
praticamente mai grazie agli psicofarmaci: a volte si può notare una
remissione del sintomo, ma non viene assolutamente intaccata la
causa.
Lo stesso Istituto Nazionale per la Salute Mentale degli USA (NIMH)
dichiarava, già nel 1999, che gli SSRI (selective serotonin reuptake
inhibitors, ovvero inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina:
in assoluto gli psicofarmaci più utilizzati sul cane) «sopprimono i
sintomi ma non curano il disturbo».
Il risultato è che il sintomo, dopo un certo periodo in cui si verifica la
normale assuefazione al farmaco, si ripresenta tale e quale (quando
non peggiorato dalla mancanza di lucidità e di autocontrollo del
cane, dovuta al farmaco stesso), rendendo così necessario
aumentare le dosi, o aggiungere ulteriori farmaci.
A proposito dei quali, tenderei a ricordare che:
Non esistono farmaci psicotropi studiati specificamente per gli
animali. Quelli utilizzati sono tutti a uso umano e sono stati
sperimentati sempre e solo sull’uomo.
Non esiste, al momento, alcuna sperimentazione sul cane, il
che significa che gli effetti a lungo termine, per esempio, sono
completamente sconosciuti.
In pratica, gli effetti si stanno sperimentando sulla pelle dei cani
che stanno assumendo psicofarmaci oggi.
Come dicevo sopra, i farmaci di gran lunga più utilizzati sono
gli inibitori della ricaptazione della serotonina, il cosiddetto
«ormone della felicità». Si parte dal presupposto che ai cani
(così come agli umani) depressi o affetti da disturbi ossessivo-
compulsivi «manchi la serotonina»… ma è un presupposto
assolutamente teorico, perché al momento non si dispone di
alcuna metodologia capace di misurare il livello di serotonina
cerebrale (neppure nell’uomo, e figuriamoci nel cane).
In pratica, si somministra un farmaco al cane «sperando che
funzioni», visto che nell’uomo molto spesso i sintomi
regrediscono.
Anche nell’uomo le cose non filano poi così lisce come
potrebbe sembrare: alcuni studi, infatti, hanno dimostrato che
gli SSRI possono curare la depressione di chi ce l’ha… ma
farla venire a chi non ce l’aveva.
L’FDA (Food and Drug Administration) americana ha imputato al
Prozac (in assoluto lo psicofarmaco più usato, anche in veterinaria)
1 885 tentati suicidi e 1 734 morti.
Le reazioni avverse (convulsioni, allucinazioni, aggressioni, deliri,
ostilità violenta e psicosi) sarebbero state superiori a quelle di
qualsiasi altro prodotto messo in vendita negli ultimi 25 anni. Forse
ce n’è abbastanza per provare almeno un minimo di
preoccupazione!
Purtroppo non è facile individuare i veri responsabili di quanto sta
accadendo, visto che alla base di tutto ci sono le lobby
farmaceutiche, pressoché inattaccabili.
Sono state loro a individuare il colossale business che poteva essere
rappresentato da una società nella quale la presenza di animali
domestici è diventata davvero esorbitante: il 33% degli italiani ne
possiede uno (rapporto Eurispes 2015), mentre nel Regno Unito
siamo al 46% e negli USA si è arrivati al 62% circa, con un 37-47% di
cani e un 30-37% di gatti.
Le case farmaceutiche hanno pertanto avviato una vera e propria
campagna tesa a formare veterinari che vedessero nello
psicofarmaco la risposta ideale a ogni problema, dopodiché gli stessi
veterinari (in buona fede, visto che erano stati istruiti in questo modo
nelle stesse università) hanno cominciato a influenzare i proprietari
di cani e gatti.
Una serie di circoli viziosi che sta condizionando pesantemente la
vita dei poveri animali, costretti a subire visto che non possono
scegliere.
Lo stesso è accaduto, specialmente in America ma anche in Europa,
seppure in misura minore, con i bambini: milioni di piccoli americani
vengono trattati con fluoxetina (il principio attivo del Prozac) per
malattie che in alcuni casi, dicono gli studiosi, sono state inventate di
sana pianta pur di poter prescrivere poi lo psicofarmaco.
Solo che nel caso dei bambini c’è stata anche una fortissima
reazione da parte di medici e studiosi meno cinici e meno interessati
al business, che hanno fatto e stanno facendo tutto il possibile per
mettere in guardia i genitori: nel caso dei cani, purtroppo, siamo
davvero in pochissimi a lanciare un grido di allarme che mi pare
sacrosanto, ma che va a scontrarsi con alcune realtà innegabili,
quali:
Il desiderio dei proprietari di trovare soluzioni facili e veloci.
La società moderna, sempre più frenetica, impedisce di fatto
alle persone di fermarsi a ragionare, di prendere atto delle vere
cause di un problema – qualsiasi esso sia – e di impegnarsi
per risolverlo. Preferiamo tutti, di gran lunga, la bacchetta
magica: che nel caso del cane si può concretizzare nello
«strumento magico» (vedi, per esempio, collari o pettorine che
impediscono meccanicamente al cane di tirare, collari
antiabbaio e così via, che ci risparmiano la fatica di educare il
cane) o nella «pilloletta miracolosa» quando si tratta di
problemi comportamentali (o presunti tali);
Il comprensibile e umanissimo desiderio di sentirsi
deresponsabilizzati. Ogni educatore o addestratore sa bene
quanta fatica costi cercare di spiegare ai proprietari che il vero
problema del cane sono loro (e capita in una percentuale molto
elevata di casi, purtroppo): c’è il rischio di offendere, quello di
ferire e – non ultimo, per chi di questa attività fa la sua
professione – quello di perdere il cliente. È indubbio che sia
mooolto più gratificante, per un proprietario, sentirsi dire «tu
non hai alcuna colpa, è il cane che è malato!».
Peccato che questa sia una menzogna, e che la «pilloletta
miracolosa», non curando la causa ma soltanto il sintomo, possa
avere conseguenze davvero tragiche per l’animale.
Mi è stato inviato, tempo fa, il video di un border collie di nome
Dexter che dopo anni di terapia farmacologica (con conseguente
aumento esponenziale delle dosi) si è ridotto a una sorta di ameba
che vive appallottolata sul suo tappetino e si alza solo per mangiare
e fare i bisogni, con lo sguardo fisso nel vuoto.
Il cane è stato ridotto così perché si trattava di un soggetto
aggressivo, che aveva morso anche in famiglia: e la cosa più
drammatica è che se qualcuno cerca di toccarlo, lui manifesta
ancora reazioni aggressive. Ma è sufficiente passargli a un metro di
distanza e tutto si risolve, visto che lui non ha più neppure la forza di
alzarsi per andare a pinzare qualcuno.
Anzi, no: la cosa più drammatica non è questa. È invece il fatto che il
veterinario «normale» (non il comportamentalista) che ha in cura
questo cane-zombie abbia correttamente chiesto la consulenza di un
addestratore, che si è offerto di tentare un recupero
comportamentale senza uso di farmaci, ma i proprietari hanno
rifiutato, affermando che per loro «va bene così».
Sia chiaro: quello di Dexter è un caso limite e non tutti i cani curati
con farmaci psicotropi fanno questa fine.
In molti casi il farmaco viene usato soltanto come «sostegno» alla
terapia comportamentale, per un periodo di tempo limitato: ma
anche in queste occasioni bisogna dire che sono di ausilio all’uomo
(per esempio, facendogli correre meno rischi di morsicatura, nel
caso di soggetti aggressivi) e non al cane!
Appare evidente che gli umani che sentono il bisogno di questa
«stampella» (fingendo di non conoscerne i possibili problemi
correlati, che vanno dall’assuefazione ai veri e propri effetti collaterali
anche drammatici, proprio come accade alle persone) non se la
sentono di affrontare il problema dal punto di vista etologico,
offrendo al cane ciò di cui il cane ha bisogno: sicurezza,
consapevolezza del proprio ruolo, regole, chiarezza e coerenza.
La stragrande maggioranza dei cani aggressivi è costituita da cani
insicuri e confusi: e certo, per rimettere le cose a posto occorre un
impegno notevole. Ci vogliono tempo, studio, pazienza, passione e
competenza. Quando i primi tre requisiti mancano al proprietario, il
quinto all’educatore/addestratore e il quarto, probabilmente, a
entrambi… ecco che la tentazione di prendere la scorciatoia
farmacologica diventa fortissima.
E se poi «ce lo dice il veterinario», figura nella quale riponiamo
grande fiducia… il gioco (perverso) è fatto.
Io posso solo dire che negli ultimi dieci anni (sì, è vero che sono in
cinofilia da quaranta, ma gli psicofarmaci sono apparsi solo negli
ultimi dieci. Prima di allora, se qualcuno avesse parlato di dare il
Prozac al cane, sarebbe stato accolto da grandi risate, perché
l’avrebbero presa tutti per una barzelletta) ho avuto a che fare con
parecchie decine, e forse arriviamo anche al centinaio, di cani a cui
erano stati prescritti psicofarmaci per i problemi più svariati (tra
questi spicca, ovviamente in negativo, un cucciolo di tre mesi a cui è
stata prescritta la fluoxetina perché tirava al guinzaglio!): bene, in
nessuno di questi casi si è mai ottenuta una vera e propria
«guarigione» grazie alle pillole.
Purtroppo, non posso neppure dire che la soluzione si è sempre
ottenuta, invece, rivolgendosi alla sottoscritta: neppure io ho la
bacchetta magica, e soprattutto non sono capace di fare il lavaggio
del cervello ai proprietari costringendoli a seguire le mie indicazioni
(altri ci riescono, beati loro: io no).
Però posso aggiungere che in casi molto, ma molto simili tra loro
(dall’aggressività alla fobia, dall’iperattività all’apatia) ho ottenuto
risultati decisamente superiori nei cani che non erano mai stati
trattati farmacologicamente rispetto a quelli che invece avevano
assunto farmaci o li stavano assumendo.
Questo perché il cane è un essere capace di pensare, di ragionare,
di trarre conclusioni dalle esperienze che vive: ma tutto questo non
«funziona» altrettanto bene se la sua mente non è completamente
lucida.
L’ideale sarebbe che il professionista cinofilo (educatore o
veterinario che sia) fosse in grado di:
Fare una diagnosi precisa e attendibile del problema, senza
raccontare favole a nessuno e senza cercare di indorare
alcuna pillola.
Stabilire esattamente se esiste una patologia
comportamentale, una patologia organica, oppure un insieme
delle due cose.
Affrontare i problemi «solo» comportamentali secondo i dettami
dell’etologia classica, che guarda caso funzionano
perfettamente da circa ventimila anni (da ancor prima che si
sapesse cosa mai fosse l’etologia!), dell’addestramento
classico (che non è in alcun modo un addestramento «cattivo»,
ma soltanto il risultato dello studio della vera natura canina
eseguito «dal vivo», nella vita di tutti i giorni e non in
laboratorio), della conoscenza del cane «vero» e non di tutte le
icone ingannevoli (dal peluchone al quale «basta tanto
ammmooorreeee» al cane «cattivo per razza») che in molti
tentano di propinarci per farci sopra un bel business,
infischiandosene altamente del benessere del cane stesso.
Approcciare con una terapia farmacologica corretta e
appropriata i casi in cui esiste davvero un problema fisico: se,
tanto per fare un esempio, si scopre che il cane aggressivo o
depresso è affetto da ipotiroidismo (che può portare a
entrambe le situazioni), mi sembra evidente che esso vada
curato con i relativi farmaci e che sia inutile tentare di risolvere
il problema soltanto attraverso l’educazione/addestramento.
Però, appunto, la diagnosi dev’essere formulata in modo
appropriato e non «tirata a indovinare».
Aggiungo qui che è davvero vergognoso che i cani, ormai «membri
della famiglia» a tutti gli effetti per miliardi di persone, non
dispongano di una mutua e che quindi i proprietari, anche solo per
arrivare a una diagnosi, debbano dissanguarsi.
Non parliamo poi del divieto, per i veterinari, di prescrivere medicinali
a uso umano ma solo farmaci veterinari (anche quando sono
assolutamente identici), che costano il triplo. Questa è l’ennesima
dimostrazione di come le lobby farmaceutiche siano riuscite nel loro
intento di allungare le mani su tutto il settore «pet», anche a costo di
danneggiare gravemente i proprietari, o almeno le loro tasche.
Purtroppo queste cose le sanno ancora in pochi, e quindi sono in
pochi a combatterle.
Si spera che i tempi cambino… possibilmente in fretta, prima che la
situazione arrivi a un punto di non ritorno.
Siamo uomini o caporali? Siamo cani!
I cani sono in qualche modo simili ma anche molto diversi da noi.
L’ha già spiegato abbondantemente Lorenzo, quindi non ripeterò le
stesse cose.
Quello che mi preme ribadire, però, è che dobbiamo familiarizzare
con il concetto di «diverso». E non soltanto «diverso da noi», ma
anche «diverso l’uno dall’altro».
Se nessuna persona è identica all’altra, e questo lo sappiamo,
dobbiamo ricordare che nei cani queste differenze sono
estremamente più accentuate che nell’uomo.
Sono accentuate, per esempio, dalla razza e dalle dimensioni. È
importante ricordare che quando diciamo «ogni bambino è diverso
dall’altro» ci riferiamo comunque a delle variabili assai meno
importanti di quelle che possiamo trovare nei cani: non esistono
bambini di tre anni che pesino cento chili e che debbano giocare con
loro coetanei di un chilo e mezzo (e se esistessero, credo non ci
voglia molta fantasia per capire che il loro comportamento sarebbe
influenzato piuttosto pesantemente dalla taglia!).
Anche le «razze», in campo umano, non esistono (se non nella
fantasia malata di qualche famigerato personaggio storico): certo, ci
sono etnie differenti dal punto di vista fisico, ma non da quello
psichico.
Nei cani non è così: la selezione naturale e quella umana hanno
dato vita a vere e proprie «razze» (che non per nulla si chiamano
così!), oltre che a «cani fantasia» che riuniscono in sé caratteristiche
variabilissime anche dal punto di vista psichico.
Soltanto i cuccioli fino ai due mesi di vita sono «cani» in senso
generico (anzi, qualche piccola differenza si vede già a questa età!);
ma poi cominciano a evidenziarsi caratteristiche che fanno di ogni
razza qualcosa di specifico e di diverso… e in più, anche all’interno
della stessa cucciolata, ci sono le differenze individuali, già insite nel
corredo genetico di ognuno. Se poi aggiungiamo che ognuno di
questi cuccioli verrà influenzato dall’educazione ricevuta, dalle
esperienze positive e negative, dalla presenza di altri cani e da
quella degli umani… ecco che parlare di un «cane» generico diventa
quasi una barzelletta.
Chiunque sostenga che «i cani sono tutti uguali» dice una
grandissima corbelleria (ed evidentemente non ha avuto a che fare
con molti soggetti).
Ma in pratica, tutto questo, dove ci porta?
Ci porta all’importanza vitale di scegliere il cane giusto per noi: di
conoscerne a fondo le caratteristiche di razza (e meglio possibile
quelle individuali, specie quando la razza non c’è) e di sapere
esattamente cosa potremo aspettarci quando quel cane entrerà a far
parte della nostra famiglia.
Questo capitolo si intitola Diagnosi e terapie, ma ancor prima di
queste dovrebbe sempre esserci la prevenzione: ovvero, evitare di
cercarsi da soli i guai mettendosi in casa un animale che non siamo
in grado di gestire, o che ha esigenze incompatibili con il nostro stile
di vita.
Molti problemi comportamentali, infatti, sono legati esclusivamente al
fatto che il cane non vede soddisfatti i suoi reali bisogni: cani super-
dinamici relegati in appartamento, cani molto sociali sbattuti da soli
in giardino, cani di piccola taglia (ma pur sempre cani!)
«bambinizzati» al punto di impedire loro di posare le zampe a terra,
sempre tenuti in braccio (o peggio ancora, in borsetta: orrenda moda
degli ultimi anni). Tutto questo può creare problemi comportamentali
anche molto gravi, che quasi sempre si risolvono quando i proprietari
vengono convinti a cambiare stile di vita (o almeno a farlo cambiare
al cane!).
I punti chiave, quelli da tenere sempre presenti, sono:
Il cane è diverso da noi.
Tutti i cani sono diversi tra loro.
Ogni cane ha bisogno di vivere una vita adatta alle proprie
esigenze e non alle nostre (né a quelle di un ipotetico «cane
generico».
È bene lasciar perdere completamente la retorica del «cane
fedele che si accontenta di pochissimo e ci dà tutto».
Che ci dia tutto è sicuramente vero, che si accontenti di poco… no.
Non sempre. Esistono milioni di soggetti che non si accontentano
neanche un po’, e che se non rispettiamo le loro esigenze ce la
fanno pagare comportandosi da veri discoli… o peggio. Ma non è
colpa loro, non lo fanno con intenzione (soltanto l’uomo è
intenzionalmente malvagio) e non sono neppure «malati»: hanno
soltanto un proprietario inadeguato.
Le soluzioni mutuate dalla psicologia umana
Quando si parla di problemi comportamentali, a chi vuole evitare
l’insidiosa scorciatoia del farmaco vengono solitamente proposte
diverse possibili soluzioni, tutte prese di peso dalla psicologia
umana.
Condizionamento e controcondizionamento, desensibilizzazione,
abituazione, terapie avversive, «flooding» e così via sono tutte
tecniche studiate sull’uomo e per l’uomo: poi sono state applicate ai
cani, spesso con risultati apprezzabili… ma non sempre. In parte, i
mancati risultati dipendono dal fatto che il cane (ribadiamolo ancora
una volta) non è un uomo ed è diverso dall’uomo: in parte anche dal
fatto che di fronte a un problema comportamentale non ci si può
limitare a guardare il cane, ma è necessario analizzare tutto il
contesto familiare.
Abbiamo detto in precedenza che il cane manifesta spesso qualcosa
di molto simile a un «contagio emotivo» che viene definito, non del
tutto propriamente, «empatia»: probabilmente manca il termine
esatto per indicare un meccanismo che non possiamo conoscere a
fondo, visto che appartiene a una specie diversa dalla nostra… ma
se «empatia» ci risulta comprensibile, parliamo pure di empatia. La
cosa certa è che i nostri stati d’animo si trasmettono al cane (o
almeno alla stramaggioranza dei cani) e che questi reagisce di
conseguenza.
Ho conosciuto cani ansiosi che cambiavano radicalmente
atteggiamento quando si trovavano lontani dai loro altrettanto ansiosi
proprietari; cani che si mostravano aggressivi soltanto se li teneva al
guinzaglio un umano altrettanto aggressivo; cani di persone
depresse che manifestavano a loro volta sintomi di depressione. In
alcuni casi il cane presenta segni di patologie o semplici disagi
psichici inesistenti nel modello selvatico (lupi e cani ferali), quindi
letteralmente «copiati» (o per meglio dire «contagiati») dall’umano di
riferimento.
Ho conosciuto addirittura cani che hanno avuto la stessa malattia
fisica del proprietario (e parliamo di malattie assolutamente non
trasmissibili da uomo a cane).
Ovviamente non c’è alcuna prova scientifica che si sia trattato
davvero di un «contagio»: però il dubbio è lecito, specie se il cane
improvvisamente guarisce quando guarisce il proprietario (in un caso
che ho potuto conoscere personalmente, la malattia in oggetto era
un tumore maligno).
Come e quanto la psiche possa incidere sul fisico, ancora non è noto
neppure nell’uomo: però le malattie psicosomatiche sono
riconosciute dalla scienza, così come esiste, per esempio, l’effetto
placebo (che, anzi, è talmente importante da venire utilizzato come
metodo di controllo in tutta la sperimentazione farmacologica).
Molti fattori concorrono a far pensare che ci si possa effettivamente
ammalare e/o guarire soltanto «per via psichica»: e i cani,
evidentemente, possono ammalarsi e guarire seguendo, anziché i
propri, i meccanismi psichici dei loro umani di riferimento.
In questi casi la soluzione non sta nel curare il cane, ma nel
convincere il proprietario a curare se stesso.

Quando invece è proprio il cane ad avere un problema, bisogna


ricordare sempre che la sua mente è simile, ma non identica alla
nostra: quindi può succedere che i rimedi studiati e sperimentati
sull’uomo non ottengano l’effetto voluto. In questi casi non ci si
dovrebbe arrendere, ma provare a sperimentare qualcosa di diverso.
A volte può aiutare anche un puro e semplice colpo di fortuna.
Questo è un esempio decisamente simpatico di come, a volte, le
soluzioni cadano dal cielo, anche quando le terapie mutuate dalla
psicologia umana hanno fallito.
Sicuramente a nessuno psicologo umano verrebbe mai in mente di
far vestire da ape Maia un bambino aggressivo! Eppure con i cani ha
funzionato… perché i cani sono diversi, ecco tutto.
C’è da dire, comunque, che in moltissimi casi le soluzioni classiche
ottengono risultati apprezzabili: per esempio, la desensibilizzazione
progressiva ottiene spesso la totale remissione di paure e fobie.
Però teniamo presente che se non funzionano queste, si può
sempre provare qualcos’altro: anche cose che con la psicologia
umana non hanno proprio niente da spartire.

L’ape Maia
di Valeria Rossi

Mi è rimasta particolarmente impressa la storia di un cane che veniva


costantemente aggredito da tutti i suoi simili: nessuno riusciva a capirne il
motivo.
Lui era un cagnolotto remissivo, che non faceva proprio nulla per
scatenare le reazioni avverse dei «colleghi»; eppure la sua proprietaria
non riusciva a liberarlo in un parco, o in un’area cani, senza che lui
diventasse il bersaglio di tutti gli altri soggetti presenti. Forse c’era
qualcosa che non andava nel suo odore, chissà.
Ovviamente, col tempo, il cane stesso era diventato intollerante verso gli
altri cani: ma nessun metodo dissuasivo funzionava con lui, perché lui
aveva tutte le ragioni del mondo per comportarsi in modo aggressivo. La
sua era pura e semplice «autodifesa preventiva»!
La soluzione arrivò, del tutto inaspettatamente, quando la sua umana
decise di partecipare a una sfilata di Carnevale nella quale era previsto
che anche i cani indossassero un costume: il cagnolino fu vestito da ape
Maia, con una maglietta a strisce gialle e nere.
Bene: quel giorno nessuno degli altri cani presenti gli si avvicinò con fare
aggressivo: alcuni erano incuriositi, ma lo approcciavano comunque in
modo amichevole, mentre altri sembravano volersi tenere il più possibile
alla larga da quell’«insetto gigante».
A quel punto la proprietaria decise di far indossare ogni giorno al cane
una bandana con gli stessi colori del costume… e nessuno aggredì più il
cagnolino, che dopo qualche tempo cominciò a rilassarsi e a ridiventare a
sua volta amichevole con i suoi simili.
Convivere con un «alieno»
Quando affrontiamo il problema comportamentale di un cane, in
realtà, ci stiamo addentrando in un mondo quasi completamente
sconosciuto: è un po’ come mettersi a psicoanalizzare l’abitante di
un altro pianeta.
È indubbio che ci siano molte, anzi moltissime affinità tra il
comportamento umano e quello canino: ma ci sono anche grandi
differenze, a partire dal fatto che la mente del cane è molto più
semplice della nostra e che lui non è condizionato (come noi) dai
retaggi sociali e culturali.
Troppo spesso sento dire frasi come «il mio cane è cattivo», o «il
mio cane è dispettoso», quando dovrebbe essere chiaro che il cane
non può essere né «buono» né «cattivo» in senso morale, perché
non ha un senso morale. E non è neppure in grado (proprio
fisiologicamente) di fare i tanto sbandierati «dispetti», perché la sua
mente non è capace di abbinare un comportamento alle
conseguenze che questo potrà avere in futuro su soggetti diversi da
lui.
Siamo, ancora una volta, troppo abituati ad antropomorfizzare i
comportamenti canini: un’abitudine che dobbiamo levarci più
velocemente possibile, se vogliamo provare davvero a capire come
(e non cosa, perché questo è pressoché impossibile) pensi il nostro
amico a quattro zampe.
Al momento, purtroppo, siamo ancora abbastanza lontani dall’avere
questa risposta.
Ci arriveremo un giorno? Chissà.
Forse, in futuro, la scienza ci darà i mezzi per capire davvero a
fondo tutti i meccanismi della mente canina (e si spera che riesca a
fare lo stesso per quelli della mente umana, perché anche lì non è
che siamo messi benissimo): per il momento, però, possiamo
provare ad andare un po’ oltre l’antropocentrismo e
l’antropomorfizzazione, rendendoci semplicemente conto che siamo
di fronte al «diverso»… e che questa diversità, dopotutto, fa parte di
quell’immenso fascino che da oltre 20 000 anni rende il cane una
compagnia preziosa e insostituibile per l’uomo.
Bibliografia ragionata
Per chi desiderasse approfondire alcuni dei contenuti, proponiamo una breve
bibliografia suddivisa per aree tematiche. La necessità di formulare in questo
modo i riferimenti bibliografici del testo deriva dalla multidisciplinarietà
dell’argomento trattato, che comprende contributi provenienti da diversi ambiti
scientifici: etologia, psicologia, psicoterapia, neuroscienze.
Per un approccio più completo al tema dell’intelligenza canina e al
comportamento del cane, alcuni grandi classici che propongono modelli a
volte in contrapposizione fra loro ma che non possono mancare nella
biblioteca di ogni cinofilo esperto o meno.
Brunner F., Come capire il cane e farsi capire da lui, Longanesi, Milano 1974.
Budiansky S., L’indole del cane. Origini, stravaganze, abitudini del Canis familiaris,
Raffaello Cortina, Milano 2004.
Coren S., L’intelligenza dei cani, Mondadori, Milano 1996.
Alcuni riferimenti di psicologia umana relativi agli argomenti presentati.
TERAPIA FAMILIARE SISTEMICA E MODELLI DI FAMIGLIA
Bowen M., Family Therapy in Clinical Practice, J. Aronson, New York 1978.
Cain A., «A Study of Pets in the Family System», in A. Katcher and A. Beck (eds.),
New Perspectives on Our Lives With Companion Animals, University of
Pennsylvania Press, Philadelphia 1983.
Minuchin S., Families and family therapy, Harvard University Press,
Cambridge 1974.
MODELLI DI INTELLIGENZA UMANA E DELL’APPRENDIMENTO
Gardner H., Educazione e sviluppo della mente. Intelligenze multiple e
apprendimento, Edizioni Centro Studi Erickson, Trento 2005.
Goleman D., Intelligenza Emotiva, Rizzoli, Milano 1996.
Skinner B.F., Science and Human Behaviour, The Free Press, New York 1953.
Wimmer H. e Perner J., «Credenze su credenze: rappresentazione e
funzione di vincolo delle false credenze nella comprensione dell’inganno dei
bambini», tr. it. in Liverta Sempio O., Marchetti A. e Lecciso F., Teoria della mente.
Tra normalità e patologia, Raffaello Cortina, Milano 1995.
Testi di approfondimento sull’impianto teorico e applicativo della
Psicoterapia Breve Strategica del professor Giorgio Nardone, con
particolare riferimento al trattamento di pazienti fobici e ossessivi.
Viene inoltre segnalato il classico di Sun Tzu sull’arte della guerra, testo di
riferimento per la comprensione delle strategie psicoterapeutiche mutuate
dalle antiche arti belliche cinesi.
Nardone G., Ossessioni, compulsioni, manie, Ponte alle Grazie, Milano 2013.
Nardone G., Solcare il mare all’insaputa del cielo, Ponte alla Grazie, Milano 2008.
Nardone G. e Watzlawick P., L’arte del cambiamento. La soluzione dei
problemi psicologici personali e interpersonali in tempi brevi, Tea, Milano 2010.
Sun Tzu, L’arte della guerra, Mondadori, Milano 2003.
Volumi e articoli di etologia e psicologia animale comparata.
Butler A.B. e Hodos W., Comparative Vertebrate Neuroanatomy: Evolution and
Adaptation, Wiley-Interscience, Hoboken 2005.
Darwin C., L’espressione delle emozioni nell’uomo e negli animali, Bollati
Boringhieri, Torino 2012.
Klüver H. e Bucy P.C., «Preliminary analysis of functions of the
temporal lobes in monkeys», Archives of Neurololgy & Psychiatry, 1939, 42, pp.
979-1000.
Miklòsi A., Dog Behaviour, evolution, and cognition, Oxford University Press,
Oxford 2007.
Premack D., Intelligence in ape and man, L. Erlbaum Associates, Hillsdale 1976.
Premack D. e Premack A.J., The Mind of an Ape, Norton, New York 1984.
Vallortingara G., Altre menti. Lo studio comparato della cognizione animale, Il
Mulino, Bologna 2000.
Whiten A. e Byrne RW., «Tactical deception in primate», Behavioral and Brain
Sciences, 1988, 11, pp. 233-244.
Per un approfondimento sulle questioni empatia e neuroni specchio.
Rizzolatti G. e Sinigaglia C., So quel che fai. Il cervello che agisce e i neuroni
specchio, Raffaello Cortina, Milano 2006.
Roganti D. e Ricci Bitti P.E., «Empatia ed emozioni: alcune riflessioni sui neuroni
specchio», Giornale Italiano di Psicologia, 2011, 3, pp. 591-615.