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Illustrazioni: Moreno Chiacchiera

L’autrice ringrazia l’Editrice Altea per il testo "Routine del buonumore" tratto da
Cane no problem di William E. Campbell, Roma, 2010
Per informazioni e segnalazioni:
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© 2013, 2016 Giunti Editore S.p.A.
Via Bolognese 165 - 50139 Firenze - Italia
Piazza Virgilio 4 - 20123 Milano - Italia
ISBN 9788841209929
Prima edizione digitale: maggio 2016
INDICE

1 - Problemi del cane o problemi del proprietario?


I NOSTRI CANI: NÉ “BESTIE” NÉ UGUALI A NOI
UNA SOMMARIA CLASSIFICAZIONE
ENTRARE NELLA MENTE DEL CANE
2 - Errori con il cucciolo = sicuri problemi con l’adulto
L’IMPRINTING
L’IMPREGNAZIONE
A CHE COSA SERVE L’IMPREGNAZIONE?
LA DOPPIA IMPREGNAZIONE
ANCORA DUE COSE DA SOTTOLINEARE
Riassumendo
LA SOCIALIZZAZIONE
3 - I problemi comportamentali: L’aggressivitÀ
AGGRESSIVITÀ DA DOMINANZA (O GERARCHICA, O SOCIALE)
Come si manifesta l’aggressività da dominanza
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività da dominanza
DOMINANZA E SOTTOMISSIONE: COSA SONO IN REALTÀ
COME STABILIRE/RISTABILIRE UN RAPPORTO GERARCHICO
CHE VEDA NOI COME LEADER
LE REGOLE FONDAMENTALI: TRA IL DIRE E IL FARE…
I DIECI COMANDAMENTI PER CREARE (O RICREARE) UN
RAPPORTO CORRETTO CON IL CANE
1°: Non avrai altro Dio all’infuori di me (o quasi…)
2°: Io ne so più di te (e ti insegno, e ti guido)
3°: L’umano non è un dispenser di coccole
4°: L’umano non è un’enorme ciotola animata
6°: Io ti filo poco (per quanto caro possa costarmi)
7°: Facciamo insieme cose bellissime
8°: Ogni tanto puoi anche restare solo
9°: Ti addestro alla libertà
10°: Non umanizzare
LA TEORIA È PRATICA
4 - Altre forme di aggressività
AGGRESSIVITÀ DA DIFESA/AUTODIFESA
Come si manifesta
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività da
difesa/autodifesa
AGGRESSIVITÀ TERRITORIALE
Come si manifesta
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività territoriale
AGGRESSIVITÀ DA IRRITAZIONE
Come si manifesta
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività da irritazione
AGGRESSIVITÀ DA IPER-POSSESSIVITÀ
Come si manifesta
Come prevenire e risolvere i casi di iper-possessività
AGGRESSIVITÀ PREDATORIA
Come si manifesta
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività predatoria
AGGRESSIVITÀ REDIRETTA
Come si manifesta
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività rediretta
AGGRESSIVITÀ IDIOPATICA
Come si manifesta
Si può prevenire e risolvere i casi di aggressività idiopatica?
5 - L’aggressività intraspecifica
CHE CANI ADULTI DELLO STESSO SESSO SI AZZUFFINO È
ASSOLUTAMENTE NORMALE
IL GUINZAGLIO È SPESSO UNO SCATENATORE DI RISSE
SOCIALIZZARE I CUCCIOLI E I CUCCIOLONI NON BASTA
I PROPRIETARI DI CANI PICCOLI NON POSSONO
PRETENDERE CHE TUTTI GLI ALTRI SI RIMPICCIOLISCANO
I PROPRIETARI DI CANI GROSSI NON POSSONO
CONSIDERARE I CANI PICCOLI COME SE FOSSERO “DI SERIE
B”
PREVENIRE È SEMPRE MEGLIO CHE CURARE
MOLTISSIME RISSE POTREBBERO ESSERE EVITATE
IMPEDENDO SEMPLICEMENTE AL CANE MASCHIO DI
MARCARE IN CONTINUAZIONE
E SE LA ZUFFA È GIÀ SCOPPIATA?
6 - Paure e fobie
PAURA DELL’UOMO
Le cause
Come affrontare diffidenza, timidezza, fobie di vario grado
Come affrontare la diffidenza o una leggera timidezza verso
l’uomo
LA VERA E PROPRIA FOBIA
Una classificazione a partire dalle manifestazioni e i relativi
interventi
Addestramento: sì, ma solo per accrescere sicurezza e autostima
Gli altri cani
Terapia farmacologica
PAURA DEI BOTTI, TEMPORALI, RUMORI FORTI DI VARIO TIPO
Come eliminare o limitare la paura dei botti
Altri possibili ausili antifobia
FOBIA DELLA MACCHINA
Come si può rimediare
L’ANSIA DA SEPARAZIONE
Sintomi e cause
Sintomi preoccupanti
ANSIA CONCLAMATA
Che cosa si può fare
7 - Gli psicofarmaci nella terapia
UNA PILLOLA CONTRO LA CATTIVA EDUCAZIONE?
A MO’ DI CONCLUSIONE
PROBLEMI DEL CANE O 1
PROBLEMI DEL
PROPRIETARIO?

I NOSTRI CANI:
NÉ “BESTIE” NÉ UGUALI A NOI
Quando si parla di “problemi comportamentali”, prima di tutto
bisogna capire bene cosa si intende: perché in alcuni casi (rari) è
davvero il cane ad avere un problema, ma in moltissimi altri (la
stragrande maggioranza) il cane è normalissimo e sanissimo. E
anche il suo comportamento, dal punto di vista canino, è
ineccepibile: solo che non si addice troppo alle aspettative per
proprietario, o più in generale a quelle della società umana.
Il cane abbaione, per esempio, non è un cane “anomalo” e tanto
meno malato: è un cane e basta! Attraverso l’abbaio lui esprime
quello che prova (entusiasmo, noia, stress, eccitazione e così via) e
la cosa per lui è assolutamente naturale: sono i nostri vicini di casa a
non pensarla esattamente così.
Quindi, in casi come questi, noi non dovremmo correggere un
“problema di comportamento”, ma semmai insegnare al cane che il
suo (normalissimo) comportamento non ci è gradito.
La verità è che il problema ce l’abbiamo noi, non lui: e anche per
questo dovremmo trovare molto poco etica qualsiasi soluzione
punitiva, coercitiva e/o violenta, per quanto possa apparire risolutiva.
I “collari antiabbaio” che danno una scossa elettrica al cane ogni
volta che apre bocca sono, in alcuni casi (e non in tutti), funzionali: il
cane impara effettivamente a non abbaiare più, almeno finché
indossa il collare.
Ma vi sembra giusto risolvere un problema nostro – e solo nostro –
imponendo al cane una sofferenza?
Io trovo che la sola idea sia aberrante, anche se magari mi permette
di risolvere il caso in due o tre giorni anziché in un mese.
I cani (ormai l’ha stra-accertato e stra-confermato anche la scienza
ufficiale), sono esseri senzienti, sensibili e intelligenti.

I vecchi concetti che li vedevano come “esseri inferiori”, come


“bestie” in senso dispregiativo e limitativo, sono assolutamente da
dimenticare. Questo, però, non dovrebbe farci cadere nell’errore
opposto, e cioè quello di pensare che il cane, siccome “non è una
bestia” ma un membro della famiglia, debba essere lasciato libero di
farsi tutti i possibili comodacci suoi.
Lo fareste con i vostri figli?
La mente di un cane adulto è equiparabile, per sviluppo e capacità di
processi elaborativi, a quella di un bambino di tre-quattro anni:
mandereste un bambino di questa età in giro da solo, con le chiavi di
casa in tasca?
Il cane ha bisogno di essere guidato e indirizzato: ha bisogno di
regole precise, chiare, comprensibili e soprattutto coerenti.
Ciò che è permesso al cucciolo dovrà essere permesso per sempre;
ciò che è proibito oggi dovrà essere proibito per sempre.
Non c’è alcun bisogno di imporsi sul cane con violenza per ottenere
il rispetto delle regole: bastano chiarezza, fermezza e – appunto –
coerenza.
Sembrerebbe facilissimo, ma purtroppo non sempre lo è: a sgarrare
ci vuole proprio poco.
Tutti, per esempio, siamo dell’idea che il cane non debba mendicare
a tavola: ma di fronte a certi sguardi da disperato “morto di fame”,
chi non ha ceduto almeno una volta?
Io, per esempio, non sarei in grado di scagliare alcuna proverbiale
“prima pietra”, perché ho ceduto, eccome, in varie occasioni. E ho
sbagliato.
Purtroppo noi utilizziamo spesso un modello di pensiero che
possiamo riassumere nella frase “solo per questa volta”.
E qui comincia a emergere molto chiaramente la differenza tra un
cane e un bambino. Perché sì, è vero che le loro menti funzionano in
modo molto simile, ed è vero che entrambi hanno bisogno di una
guida sicura e di regole precise, ma le similitudini si fermano qui.
Per il bambino, infatti, il “solo per questa volta” è comprensibile e
accettabile, per il cane no.
E non solo per il motivo più ovvio, e cioè per il fatto che il cane non
capisce l’italiano, ma proprio perché è il concetto di “eccezione” che
gli è sconosciuto e incomprensibile.
Il cane ama (e cerca) la massima coerenza nelle sue figure-guida: lui
è perfettamente in grado di capire che “questo si può fare, questo
non è gradito”, ma è fondamentale che ciò che è permesso oggi sia
permesso per sempre, e viceversa.
Le eccezioni vengono viste come cedimenti del “capo”, che quindi ai
loro occhi comincia ad apparire meno affidabile, e provocano
incrinature nella salda fiducia che il cane aveva nella sua figura-
guida.
Detto questo, vediamo quali comportamenti possono essere
considerati davvero “patologici” e quali invece sono soltanto
espressioni normalissime della caninità, che però vengono vissute
male dagli umani.
UNA SOMMARIA CLASSIFICAZIONE
Veri e propri problemi comportamentali:
Aggressività immotivata (intraspecifica, ovvero verso gli altri
cani, o interspecifica, rivolta quindi all’uomo).
Sociopatia (ansia/paura/fobia degli esseri umani o degli altri
cani).
Fobie (paura di botti, spari, temporali, paura dell’automobile
ecc.).
Comportamenti vissuti come “problemi” dagli umani, ma
normali per il cane, o comunque non patologici:
Aggressività motivata (sia intra- che interspecifica).
Abbaio.
Indisciplina al guinzaglio.
Fughe.
Disobbedienze di vario genere.
Comportamenti distruttivi (distruzione di divani e pantofole,
buche in giardino, “uccisione” di piante e vasi e così via).
Appare evidente che, pur essendoci una notevole differenza tra le
due categorie viste dalla parte del cane, da parte umana questi sono
tutti “problemi che devono essere risolti”.
È però diverso l’approccio, perché quando si tratta di non-problemi,
ovvero di problemi “nostri”, ma legati a comportamenti “normali” del
cane, solitamente basta qualche piccolo accorgimento per risolvere
tutto senza drammi: qualche lezione di educazione/addestramento,
un aumento dell’attività fisica, una gestione un pochino più accurata
del cane e soprattutto la voglia di metterci un po’ d’impegno, che
spesso sta alla base di tutto, sono quasi sempre sufficienti.
Certamente non si deve mai improvvisare, perché in molti casi la
“terapia” (se troppo “casalinga” e non fondata su solide basi
etologiche) potrebbe addirittura peggiorare la “malattia”; quindi
consiglio sempre di affidarsi a un buon educatore – qui non serve
neppure un vero e proprio “rieducatore” – a meno che non si
disponga di buone basi di etologia e psicologia canina. Ma chi ha
queste basi, di solito, non ha cani problematici!
In questo libro, dunque, non affronteremo i “problemi del
proprietario”, ma solo quelli del cane: e anche qui (l’ho già detto nella
prefazione, ma lo ripeto) non dovrete aspettarvi rimedi sovrani e/o
bacchette magiche, perché non ne esistono.
Quello che cercherò di fare sarà indicarvi alcune linee-guida che
spero possano esservi utili innanzitutto per migliorare il rapporto con
il vostro cane: perché se non c’è quello, è inutile cercare di
correggere alcun problema.
In compenso, quando c’è un buon rapporto, quelli che ho definito
“non-problemi” (o problemi vissuti come tali solo dal proprietario)
quasi sempre scompaiono magicamente: i cani smettono di
scappare, di rosicchiare divani e poltrone, di fare buche in giardino…
a volte perfino di tirare al guinzaglio.
Perché? Semplice, perché queste sono tutte manifestazioni o di
difficoltà comunicative tra cane e uomo, oppure di puro e semplice
stress (più facilmente, pura e semplice noia).
Se il cane sa qual è il suo ruolo, se sa cosa ci si aspetta da lui, se ha
ben chiari i nostri “sì” e i nostri “no”, non si sentirà annoiato né
stressato, ma sereno e collaborativo.
Ricordiamo una cosa fondamentale: il cane problematico è sempre,
prima di ogni altra cosa, un cane confuso.
ENTRARE NELLA MENTE DEL CANE
La primissima cosa da sapere, prima di affrontare qualsiasi tipo di
problema, è ovviamente “come funziona” la mente di un cane. Non
intendo addentrarmi in complicate spiegazioni scientifiche: vorrei
soltanto ricordare che:
Come ho già detto, i processi mentali di un cane sono più o
meno equiparabili a quelli di un bambino di tre-quattro anni.
La principale differenza tra il cervello umano e quello canino
sta nella grandezza dei lobi frontali della corteccia cerebrale.
Queste aree, nell’uomo, sono coinvolte nella capacità di
astrarre, di usare simboli, di utilizzare/capire il linguaggio; nel
cane le dimensioni ridotte delle stesse aree non forniscono (se
non in misura molto limitata, che è comunque ancora oggetto
di studio) queste capacità.
Il cane è un animale intelligentissimo, ma ragiona in modo
diverso da noi. Per esempio, il cane è incapace di “fare
dispetti” proprio perché non è capace di astrazioni.
Antropomorfizzare (ovvero, considerare ogni comportamento
canino paragonandolo all’equivalente umano) è l’errore più
grave che si possa fare.
Tutti i comportamenti del cane
sono fortemente influenzati dalle
esperienze vissute nelle
primissime settimane di vita. In
particolare sono fondamentali i
periodi dell’impregnazione e della
socializzazione, che vedremo nel
prossimo capitolo.
ERRORI 2
CON IL CUCCIOLO =
SICURI PROBLEMI
CON L’ADULTO

È abbastanza inquietante scoprire, quando si parla con proprietari di


cani (che magari hanno anche in mente di mettere al mondo nuovi
cuccioli, o che l’hanno già fatto), che un numero davvero
impressionante di persone non ha mai sentito parlare di termini
come “imprinting”, “impregnazione”, “socializzazione”. Eppure queste
sono le basi del futuro comportamento del cane! E se si sbaglia in
questi momenti della vita del cucciolo si avranno immancabilmente
adulti che presenteranno problemi di carattere.
Prima di affrontare qualsiasi altro argomento, dunque, è
fondamentale sapere di cosa si tratti.
Spesso si dice che i problemi comportamentali del cane sono “tutta
colpa dell’uomo”: è quasi sempre vero… ma non è così scontato che
quest’uomo sia il proprietario del cane.
A volte il vero responsabile è l’allevatore, specie quando non si tratta
di un bravo e serio Allevatore con la “A” maiuscola, ma di uno
“sfornatore di cuccioli” a puro scopo di lucro.
Una della maggiori cause di problemi caratteriali, infatti, è la
cosiddetta “deprivazione sociale”, ovvero la mancanza (parziale o
totale) di impregnazione del cucciolo (e/o di socializzazione). Ma
cosa significa questo termine?
L’IMPRINTING
Per capirlo dobbiamo innanzitutto parlare di Konrad Lorenz, che nel
1937 dimostrò la teoria dell’apprendimento istintivo (in netto
contrasto con il comportamentismo – studiato negli stessi anni – che
sosteneva che ogni comportamento è frutto dell’apprendimento) con
i suoi celeberrimi esperimenti sulle anatre selvatiche. Lorenz
dimostrò, infatti, che gli anatroccoli appena usciti dall’uovo
consideravano come “madre” il primo essere in movimento su cui
posavano gli occhi: se i pulcini vedevano lui anziché la loro madre
naturale, cominciavano a seguirlo ovunque.
Lorenz chiamò questo processo “imprinting”, specificando che:
Si trattava, appunto, di un comportamento innato e non
acquisito.
Avveniva durante un periodo particolare, che Lorenz chiamò
“periodo sensibile” e che aveva una durata brevissima, ridotta
a poche ore.
Era irreversibile: una volta fissati sull’umano, gli anatroccoli
non erano più in grado di riconoscere i loro veri conspecifici
come tali, pur accettandone la compagnia. Anche come
partner sessuali le taccole adulte (Lorenz sperimentò su
questo tipo di anatra) cercavano l’uomo e non i loro simili.
Non selezionava i caratteri individuali, ma quelli specie-
specifici (un’anatra selvatica imprintata sull’uomo seguiva tutti
gli uomini, e non soltanto il singolo individuo che aveva visto
alla nascita).
Era rafforzato, e non inibito, dagli stimoli dolorosi (al contrario
dell’apprendimento, dove lo stimolo doloroso porta sempre
all’evitamento).
Credo che tutti abbiano visto foto e filmati di Lorenz con il suo stuolo
di anatroccoli alle calcagna, quindi non sto a dilungarmi su questo
punto; specifico invece che l’imprinting propriamente detto si applica
esclusivamente agli animali a orientamento visivo, come gli uccelli, e
soltanto agli animali “a prole atta”, cioè capaci di muoversi e agire
autonomamente subito dopo la nascita (nel caso degli uccelli, ai
cosiddetti “nidifughi”).
Negli animali “a prole inetta” (“nidicoli”, nel caso degli uccelli), che
hanno bisogno di cure parentali di lunga durata prima di poter agire
in modo autonomo, l’imprinting è più lento, non è irreversibile ed è
basato su una serie di fattori molto più complessa della semplice
“impronta visiva”.
Il fenomeno venne studiato anche nei primati (scimmie Rhesus),
laddove venne dimostrato che il piccolo si lega alla madre
soprattutto attraverso l’odore, il calore, il senso di morbidezza e il
senso di sicurezza (il nutrimento è in fondo alla scala dei valori,
contrariamente a quanto si pensava fino a quel momento).
Ma si può ancora parlare di “imprinting” vero e proprio?
In realtà i due fenomeni sono sostanzialmente diversi.
Infatti, negli animali a prole inetta, il processo:
È legato a un ventaglio di stimoli molto più ampio rispetto alla
sola “impronta” visiva.
Alcuni stimoli sono più efficaci di altri.
Aumenta o diminuisce di intensità a seconda della durata dei
contatti.
Il periodo sensibile può essere anche piuttosto lungo.
L’IMPREGNAZIONE
Si è dato quindi il nome di “impregnazione” al processo che
riguardava i fenomeni di attaccamento materno e riconoscimento
intraspecifico nei mammiferi e negli uccelli nidicoli, proprio per
rendere l’idea di un processo più complesso: non una“impronta”
unica, rapida e definitiva (come un timbro), ma appunto una
“impregnazione” graduale e di durata maggiore (come quello che
avviene immergendo una spugna in un liquido).
C’è poi ancora una differenza sostanziale tra gli animali a
orientamento visivo (come gli uccelli e i primati, uomo ovviamente
compreso) e quelli a orientamento olfattivo (come il cane): infatti, a
differenza dell’anatra (o del bambino umano) che non possono
vedere se stessi, il cane è perfettamente in grado di annusare se
stesso.
Questo comporta che un cane che venisse, per esempio, allevato da
una gatta (cosa che succede abbastanza spesso nelle famiglie
umane in cui sono presenti entrambe le specie) avrebbe, sì, un
primo “imprinting” sulla specie felina, ma la prima volta in cui
vedesse un cane lo riconoscerebbe come conspecifico, perché
potrebbe paragonare il suo odore con il proprio e scoprire così che
appartengono alla stessa specie.
E fin qui tutto fila abbastanza liscio, almeno fino al momento in cui
non cominciamo a chiederci se un cucciolo può impregnarsi anche
sugli esseri umani.
La risposta, naturalmente, è sì. Sia nel caso in cui un cucciolo resti
orfano e venga allevato esclusivamente dall’uomo, sia nel caso in
cui l’uomo “entri a far parte del suo mondo” durante il periodo
sensibile, per quanto il cucciolo viva nella sua famiglia naturale e sia
presente la madre naturale.
Nei mammiferi domestici, infatti, esiste la possibilità di una doppia
impregnazione: sia sulla madre che su soggetti di specie diversa con
i quali abbia contatti di tipo affettivo, ma sempre e solo durante il
periodo sensibile.
A CHE COSA SERVE L’IMPREGNAZIONE?
Per moltissimi anni, abbiamo chiamato tutti “imprinting” sia
l’imprinting vero e proprio, sia l’impregnazione.
Eberhard Trumler, vero e proprio “padre” dell’etologia canina
(nonché allievo dello stesso Lorenz), nei due libri che furono l’unica
e assoluta Bibbia per tutti quelli della mia generazione che si
interessavano di etologia canina (A tu per tu con il cane e Il cane
preso sul serio, la cui lettura consiglio tuttora caldamente), distinse lo
sviluppo del cucciolo in diverse fasi (vegetativa – di transizione –
dell’imprinting – della socializzazione – dell’ordinamento gerarchico
– della pubertà) che vengono riportate praticamente su tutti i testi
esistenti, esclusi quelli degli ultimissimi anni in cui alcuni di questi
termini sono stati modificati (ma i concetti no).
Oggi, per il cane, si parla più propriamente di “impregnazione”: ma
una volta stabilito questo, l’importante è capire a che cosa serve!
E la risposta è questa: serve a fissare nella mente del cane – in
modo istintivo, innato, automatico, chiamatelo come volete, ma
comunque “non appreso attraverso l’espe-rienza” – il concetto di
“conspecificità”, che include il riconoscimento della figura materna,
quello dei partner sociali e quello dei partner sessuali.
Ora, abbiamo visto che:
L’impregnazione è dovuta a una serie di stimoli diversi, e non
al solo impatto visivo.
Il periodo sensibile non è limitato a poche ore come negli
uccelli, ma dura molto più a lungo (secondo Trumler si colloca
dalla quarta alla settima settimana: per altri autori arriva fino
all’ottava… ma non va oltre; e questo è un fattore
fondamentale).
Nel cane, l’impregnazione non è irreversibile, perché il cane
può annusare se stesso e quindi riconoscere i conspecifici
attraverso l’odore anche al termine del periodo sensibile.
LA DOPPIA IMPREGNAZIONE
Ma a noi, del fatto che il cane si imprinti/impronti/impregni sui cani,
importa relativamente poco.
Cioè, è interessante sapere come avviene, perché avviene, quando
avviene… ma alla fine della favola, il risultato è abbastanza
scontato.
Il cane sa di essere un cane: bella scoperta! E infatti non è questa la
parte più importante.
La parte importante è quella che riguarda la “doppia impregnazione”
di cui abbiamo parlato sopra: ovvero il fatto che il cane non solo
sappia di essere un cane, ma pensi di essere anche un po’ umano.
Ovvero il fatto che riconosca anche noi, se non proprio come
conspecifici veri e propri, almeno come membri del suo stesso
gruppo sociale.
Se questo non avvenisse, sarebbe una tragedia: perché i predatori
(come il cane, almeno geneticamente, anche se con la
domesticazione le cose sono un po’ cambiate) hanno un modo
abbastanza drastico di definire l’“altro da sé”.
I casi, per loro, sono soltanto quattro:
Conspecifico (o membro dello stesso gruppo sociale, o parte
integrante del proprio branco).
Predatore.
Preda.
Soggetto neutro.
Fine delle possibilità e delle alternative.
Ovviamente, almeno nel caso del cane:
1. Con i conspecifici si instaurano rapporti sociali, si gioca, si
litiga, si fa amicizia, ci si riproduce, si domina, si sottomette, si
collabora ecc.
2. Di fronte ai predatori, si scappa (o si lotta, se proprio non c’è
via di fuga).
3. Le prede si rincorrono, catturano, mangiano.
4. I soggetti neutri si ignorano: non c’è alcun tipo di rapporto.
Poiché noi con il cane vogliamo invece interagire, creare rapporti
molto stretti, addirittura collaborare, lavorare insieme… dove
potremmo mai collocarci, per riuscire nel nostro intento?
Non certo nelle categorie 2), 3) o 4): perché, nell’ordine, il cane:
Avrebbe paura di noi (come avviene infatti con il suo antenato
lupo).
Ci attaccherebbe.
Ci ignorerebbe completamente.
Rimane solo la 1)… con un piccolo problemino collaterale: noi non
siamo cani!
E abbiamo visto che il cane, essendo un animale a orientamento
olfattivo e potendo annusare se stesso, è in grado di distinguere i
suoi conspecifici dall’odore.

Tempi giusti per l’impregnazione dei cuccioli


È assolutamente fondamentale che l’impregnazione avvenga
durante il periodo sensibile: perché è solo in quel periodo che il
cucciolo fissa nella propria mente, in modo non consapevole,
l’immagine del “conspecifico”.
Dopo quel periodo, è vero, sarà ancora in grado di riconoscere
un altro cane come conspecifico dall’odore, ma non sarà
certamente in grado di riconoscere un umano, perché questi ha
un odore completamente diverso! E se questo odore non l’ha
fissato al momento giusto come odore facente parte del suo
gruppo sociale, potrà identificarlo solo come l’odore di un
predatore, di una preda o di un soggetto neutro (al quale, però,
col cavolo che si obbedisce, che ci si collabora e che si
interagisce in alcun modo!).
Commettere errori in fasi di impregnazione, dunque, è un modo
infallibile per creare un cane con gravissimi problemi caratteriali.
Per questo motivo noi dovremo “entrare in sala parto” e farci
annusare molto da lui durante il periodo sensibile (quello che veniva
definito da Trumler come “fase dell’imprinting”, e che adesso
possiamo chiamare “fase dell’impregnazione”), cosicché lui impari
che “gli odori di famiglia” sono due: quello canino e quello umano.
Dovremo anche stringere con lui un rapporto affettivo, un vero e
proprio legame, fin da quando è ancora un neonato: perché l’odore
in se stesso non basta. Deve trattarsi dell’odore di
qualcuno/qualcosa che interagisce con lui.
ANCORA DUE COSE DA SOTTOLINEARE
Questa storia dell’odore (e dell’aspetto, e della gestualità, e di tutto
quanto abbiamo di diverso) funziona anche in senso contrario.
Ovvero: anche il cucciolo più profondamente impregnato sull’uomo,
sotto sotto, si accorge che proprio cani-cani noi non siamo. Proprio
perché noi (dal suo punto di vista) “puzziamo di uomo” anziché
profumare di cane. Questo ha portato alcuni studiosi a ritenere che
non si possano instaurare con un cane gli stessi tipi di rapporto (a
partire da quello gerarchico, che è poi quello su cui ci si “scanna” di
più tra etologi, educatori, addestratori eccetera) che i cani instaurano
tra di loro.
Altri (tra cui la sottoscritta) sono invece convinti che, mantenendo i
comportamenti corretti, si possa assolutamente riuscire a essere
considerati “cani” almeno all’80 per cento.
Ovvio che non ci riusciremo mai se ci comporteremo nel modo più
antitetico possibile alla caninità: i cani non sono mica scemi.
D’accordo l’impregnazione, d’accordo la socializzazione, d’accordo
tutto… ma appena smette di basarsi solo sugli istinti, il cane
comincia a ragionare.
Perché il fatto è che Lorenz e i comportamentisti, alla fin fine,
avevano ragione entrambi: nel cane convivono sia i comportamenti
innati sia quelli appresi.
Quindi non basta avere un odore che istintivamente faccia pensare
al cane “questo è un mio simile”: bisogna anche comportarsi come
tale. Altrimenti il cane, ragionando, pensa: “Uhm, forse no. Mi sono
sbagliato”. E ci manda a quel paese. Se invece noi impariamo a
parlare decentemente il “canese”, dopo che il cucciolo è stato
impregnato in modo corretto, si può arrivare a costruire un rapporto
davvero molto vicino a quello specie-specifico.
“Membro del proprio gruppo sociale” e “membro del branco” non
sono esattamente sinonimi.
Lo dimostra il fatto che un cane può, per esempio, diventare
amicone di un gatto che faccia parte della sua stessa famiglia, ma
che questo non gli impedirà di rincorrere e – se ci riesce – di
mangiarsi tutti i gatti estranei che incontra. Una certa “confidenza”
può instaurarsi anche tra specie diverse che vivono nello stesso
ambiente. Una “amicizia” (basata spesso sull’opportunismo e sullo
scambio reciproco) può nascere tra membri dello stesso gruppo
sociale.
Una “collaborazione” vera e propria nascerà solo tra conspecifici… o
quantomeno, tra soggetti che si ritengono il più possibile vicini a
questa definizione.
Riassumendo
L’imprinting riferito al cane è un processo leggermente diverso
da quello che avviene negli uccelli: “impregnazione” è un
termine più corretto per definirlo, così come è corretto
applicarlo a tutte le specie a prole inetta.
L’impregnazione, nel cane, si verifica nel periodo sensibile che
va dalla terza alla settima/ottava settimana di vita (e quindi se
ne deve occupare l’allevatore, non il nuovo proprietario del
cane). Solo in questo periodo il cane potrà avere la “doppia
impregnazione”, ovvero considerare conspecifici sia la madre e
i fratelli che l’uomo.
Al termine del periodo sensibile è ancora possibile che il cane
riconosca i suoi simili come tali, ma se il cucciolo non è mai
stato impregnato sull’uomo, i giochi saranno chiusi. L’uomo
verrà considerato o come predatore, o come preda, o come
soggetto neutro da ignorare completamente: quindi non sarà
possibile alcun rapporto, né alcuna collaborazione (se non
quella basata sulla coercizione e sulla paura).
Per ottenere che il cane si impregni anche sull’uomo, questi
non dovrà farsi solo “vedere”, ma anche (anzi, soprattutto!)
annusare. Inoltre dovrà avere rapporti affettivi con i cuccioli:
pulirli, toccarli, giocare con loro.
Insomma: la fase dell’impregnazione è fondamentale per la vita del
cane e per il suo rapporto con noi. Bisogna ricordarlo sempre e non
sottovalutare mai questo periodo della sua vita anche se, quando
parliamo di “conspecificità”, in realtà esageriamo un pochino. Resta il
fatto che un cane impregnato sull’uomo (e poi socializzato, altra fase
importantissima) sarà sempre un cane collaborativo e perfettamente
inserito nella nostra società: mentre un cane non impegnato, o
impregnato solo in parte, o impregnato in modo scorretto, sarà
immancabilmente un cane problematico.
E in alcuni casi – specie se, oltre all’impregnazione, è mancata
anche la socializzazione – non sarà più possibile rimediare.
LA SOCIALIZZAZIONE
Si parla spesso, anzi spessissimo, dell’importanza di “socializzare” il
cucciolo, ma forse non tutti hanno esattamente presente cosa si
intenda.
Il concetto è molto semplice: il cucciolo deve imparare a conoscere e
a considerare normale – e quindi da non temere – tutto ciò che fa
parte della società umana. Persone estranee, altri cani come lui,
cani diversi da lui (la distinzione è importante, perché se il cucciolo
non vede cani di razza/tipologia diversa a volte non li riconosce
come tali), bambini (importantissimi!) e così via.
Fanno parte del processo di socializzazione anche gli incontri con
oggetti inanimati, che però a lui possono sembrare animati (e
pericolosi), come le automobili o le moto.
Non basta, però, prendere il cuccioletto e gettarlo “allo sbaraglio” in
mezzo a una marea di stimoli nuovi, anzi, questo potrebbe essere
controproducente, specie se per un qualsiasi motivo uno di questi
stimoli gli portasse un’esperienza negativa.

Socializzare con i bambini


È importantissimo, fin dalle primissime uscite, che i cuccioli
vedano dei bambini, che li “capiscano” (ovvero che si rendano
conto che sono piccoli umani, cosa non affatto scontata) e che
interagiscano con loro. È fondamentale anche che si tratti di
bambini educati con i cani e che, ovviamente, non ne abbiano
paura, ma non devono neppure essere troppo “contenuti” con i
cuccioli.
Ci giochino pure “da bambini”, correndo, facendoci la lotta e così
via: i cani devono capire che i bambini sono piccoli umani e che,
come tutti i piccoli, non hanno grandi freni inibitori. È evidente
che gli “umanini” non dovranno fare del male ai cuccioli… ma se
inavvertitamente ci scappa una pestata di zampa, l’importante è
continuare a giocare. I cuccioli non vanno tenuti sotto una
campana di vetro: di sicuro non ci si tengono neppure tra loro,
anzi giocano pesantissimo e a volte si fanno male, eccome! Però
sono perfettamente in grado di capire quando sentono un
piccolo dolore a causa di un “incidente di gioco” e non certo per
volontà di colui – cane o umano che sia – con cui stanno
giocando: quindi, dopo un attimo di perplessità (e magari un
sonoro CAIN!) riprenderanno a giocare fiduciosi.
I bambini, dunque, dovranno giocare in libertà, avendo dato loro
solo le avvertenze-standard sulle cose che proprio non vanno
fatte, come sollevare i cuccioli per le zampe, infilare dita negli
occhi e così via. Se ne deduce che dovranno essere bambini
abbastanza grandi da poter capire: d’altro canto i bambini troppo
piccoli non possono essere lasciati in balia di una cucciolata, che
terrorizzerebbe il pupo umano. Cinque-sei anni sono l’età ideale.

Attenzione: il cucciolo va socializzato perché non abbia paura.


Solo un adulto senza paura, in seguito, sarà in grado di
ragionare a mente fredda sulle diverse situazioni, di non lasciarsi
trasportare dagli istinti e, nel caso, di intervenire (con maggiore
efficacia, perché non avrà alcun timore neppure nell’affrontare
una situazione impegnativa).
Il cucciolo, dall’ottava alla dodicesima settimana di vita (questo è il
periodo più importante per la socializzazione) è una vera e propria
spugna che assorbe tutte le esperienze e le cataloga con grande
rigore, dividendole in “buone” e “cattive” e facendosene un’idea che
resterà immutata, o quasi, per tutta la vita. Se qualcosa lo turba o lo
spaventa in questo periodo sarà un grosso problema fargli cambiare
idea in seguito: non dico che sia impossibile, ma è sicuramente
difficile e comporta un lavoro non da poco.
Viceversa, se riusciamo a fargli “scrivere” sulla lavagna dei “buoni”
tutto ciò che desideriamo accolga con serenità ed equilibrio, anche
eventuali esperienze negative o addirittura traumatiche che
dovessero arrivare in seguito potrebbero essere superate con una
certa facilità.
Ovviamente dipende dall’intensità del trauma, ma sarà sempre più
facile rimediare a un problema nato dopo i tre mesi di vita che a uno
nato nel periodo della socializzazione.
Questo è il motivo per cui le primissime esperienze di
socializzazione, in realtà, dovrebbero sempre essere:
Programmate accuratamente, scegliendo persone, cani, luoghi
eccetera.
Gestite prima dall’allevatore e poi dal proprietario, visto che il
periodo della socializzazione coincide solitamente con la
consegna del cucciolo alla nuova famiglia.
Dimentichiamoci, dunque, la vecchia diceria secondo cui “il cane da
guardia (o da difesa) non deve conoscere nessun altro che il
padrone”.
Il cane adulto da guardia/difesa, ovviamente, non dovrà più giocare
giorno e notte con tutti gli estranei del mondo, altrimenti potrebbe
davvero entrare in confusione: ma il cucciolo è un’altra cosa.
Dal cucciolo vogliamo che conosca, che scopra, che non tema la
normalità delle cose: a questo, e non ad altro, serve la
socializzazione.
Per tutto il resto (comprese le situazioni “non” normali) c’è tempo.
I PROBLEMI 3
COMPORTAMENTALI:
L’AGGRESSIVITÀ

AGGRESSIVITÀ DA DOMINANZA (O
GERARCHICA, O SOCIALE)
Diciamo subito che l’aggressività, in
se stessa, non può essere
considerata come un “problema”, ma
è una dote naturale del cane.
Sì, proprio “dote”! Perché in assenza
di aggressività una specie predatoria
(e il cane è un predatore, anche se in
parte “ammorbidito” dalla convivenza
con l’uomo e divenuto quindi meno
efficace – e più propenso
all’opportunismo - del suo antenato
lupo) finirebbe per soccombere in
breve tempo.

Una dote necessaria


Senza aggressività non si potrebbe inseguire e uccidere una
preda, quindi non ci si potrebbe nutrire; senza aggressività non
si riuscirebbe neppure a riprodursi. La stessa identica cosa vale
per la specie umana. Pensiamo solo che nell’innamoramento
entrano in gioco gli stessi identici elementi chimici che
intervengono nel comportamento aggressivo. In tutto il regno
animale c’è una relazione tra elevati livelli di dopamina ed
eccitazione sessuale; ma esiste anche una proporzionalità
diretta tra dopamina e aggressività. Perfino l’ossitocina,
chiamata “ormone dell’amore”, secondo un recente studio
dell’Università di Haifa, potrebbe influenzare i comportamenti
aggressivi.

Quand’è che l’aggressività si trasforma in un vero e proprio


problema? Quando è:
Immotivata (o almeno con motivazioni difficili da capire per gli
umani).
Sproporzionata agli eventi.
Incontrollata.
Prima di esaminare questi punti, però, diciamo subito che ci sono
diversi tipi di aggressività, e quella più diffusa in assoluto è
l’aggressività da dominanza.
Per quanto le nuove “cinofilosofie”, come le chiamo io, vogliano farci
credere che la dominanza non esiste, che tra cani e uomo non ci
sono rapporti gerarchici (qualcuno arriva a negare perfino quelli tra
cane e cane!) e che il mondo canino è una specie di film di Walt
Disney in cui tutti giocano insieme, sono tutti amici e si vogliono tutti
tanto bene, la realtà è un’altra.
I rapporti gerarchici esistono, dominanza e sottomissione esistono:
ovviamente non vanno interpretati, come si è fatto in passato,
pensando che esista il famoso “capobranco” (o cane alfa) che
sottomette tutti gli altri a suon di botte.
Questa visione, in effetti, è lontanissima della realtà, perché è ormai
dimostrato che il vero “capobranco” (lupo, cane o uomo che sia) non
sempre è il più forte fisicamente e non è mai un pazzo isterico che
mena tutti gli altri: è invece il più saggio, il più esperto, il più
intelligente, quello che gli altri stimano e rispettano e a cui sono
proprio loro a sottomettersi spontaneamente.
Basta osservare l’approccio tra un adulto e un cucciolo per vedere
che il cucciolo a un certo punto “spancerà” di sua volontà in segno di
sottomissione, riconoscendo la maggiore autorevolezza dell’adulto:
non è mai l’adulto a “capottare” il cucciolo con la forza (con buona
pace di certi “sussurratori” televisivi che insegnano a costringere i
cani a pancia all’aria nel tentativo di imporsi come “capi”).
Resta però il fatto che, in alcuni casi, esistano i conflitti gerarchici:
sia tra cane e cane, sia tra cane e uomo.
Mentre quelli intraspecifici nascono solitamente tra due soggetti
adulti, quelli interspecifici si manifestano quasi sempre nel momento
della“adolescenza” del cane, specie se questi comincia a pensare
che i suoi umani di riferimento non siano poi così intelligenti, né
saggi né esperti.
Poiché nella loro mente non può esistere un branco senza una
guida, qualora non fossero proprio sicuri che il loro umano sia la
guida giusta, i cani proveranno sempre a scalzarlo dal suo ruolo
dominante. Ed evidentemente di umani incapaci di assumere un
ruolo di leader in modo credibile ce ne sono parecchi, visto che
l’aggressività da dominanza ha incidenza decisamente alta. Almeno
il 70 per cento dei casi di aggressività è riconducibile proprio a
questo problema. Chi rifiuta le gerarchie non la chiama più “da
dominanza”, ma “sociale”, sebbene il concetto resti identico: il cane
tenta di assumere il comando in famiglia.
Come si manifesta l’aggressività da dominanza
Con risposte aggressive, che possono andare dal ringhio al morso
vero e proprio, a qualsiasi gesto dominante dell’uomo (abbracci,
manipolazioni, ma anche posture dominanti, come può essere anche
solo una carezza sulla testa o il piegarsi dall’alto in basso sopra il
cane), all’imposizione di comandi, all’essere avvicinato e disturbato
quando mangia o dorme, all’uscita di casa di un membro della
famiglia (il soggetto dominante pensa di dover essere lui a decidere
chi entra e chi esce).
L’incidenza è pressoché uguale in tutte le razze, nel senso che
qualsiasi cane, da quello iperselezionato al meticcio, a un certo
punto della sua vita (che solitamente coincide con la maturità
sessuale) potrà pensare, all’incirca: “Ma questo qua è davvero in
grado di guidare efficacemente il nostro branco? A me pare di no!”.
Anche se quasi tutti lo pensano, però, non tutti reagiranno nello
stesso modo: qualcuno comincerà semplicemente a disobbedire,
qualcun altro a scappare, qualcun altro ancora mostrerà i denti al
proprietario.

Attenzione
L’aggressività in difesa del cibo non è necessariamente legata
all’aggressività da dominanza e proprio per questo è pura follia
pensare di affrontarla in modo coercitivo o violento,
“sottomettendo” il cane a viva forza.
Che il cane difenda una risorsa primaria come il cibo è
assolutamente normale.
Se osserviamo i lupi in natura vedremo che anche l’ultimo dei
sottoposti difende il cibo a spada tratta, e lo farebbe anche se a
cercare di portarglielo via fosse proprio il capobranco (che però,
normalmente, queste cose non le fa; invece gli umani lo fanno in
continuazione).
L’unico modo corretto per far sì che un cane non difenda la
propria ciotola è fargli capire che non abbiamo alcuna intenzione
di rubargli il contenuto.
Quindi, se vogliamo che ci permetta di metterci le mani dentro (o
addirittura di metterle dentro la sua bocca), dovremo fargli
pensare che le nostre mani si avvicinano sempre e solo per
“aggiungere” cibo e mai per toglierlo.
Questo è un esercizio vero e proprio, da fare con il cucciolo: ci
avviciniamo mentre sta mangiando e gli mettiamo nella ciotola
qualche crocchetta in più. Oppure gli apriamo la bocca mentre
sta rosicchiando un osso, ma gli offriamo qualcosa di più buono
ancora. In questo modo il cane impara a considerare le nostre
mani come “apportatrici” di cibo e non reagirà mai
aggressivamente vedendocele avvicinare.
Il metodo funziona benissimo anche con l’adulto, ma se lui è già
reattivo sulla ciotola dovremo usare molta cautela nell’avvicinare
le mani.
La razza è molto importante nel definire le risposte: infatti, più la
selezione avrà lavorato per ottenere un’aggressività elevata (come
nel caso dei cani da difesa, dei terrier, dei bassotti…), più sarà
probabile che il cane la manifesti in caso di conflitto gerarchico.
Ricordiamo, però, che ignorare i comandi o eseguire gesti di
dominanza non aggressivi ma ugualmente piuttosto plateali, sono
tutti indici di un conflitto gerarchico in atto, a cui bisognerebbe porre
rimedio al più presto. Tra i segnali di dominanza non aggressiva, uno
per tutti: la classica “monta della gamba”, che non ha assolutamente
nulla a che vedere col sesso, tant’è che lo fanno anche femmine e
cuccioli… anche se i proprietari pensano immediatamente che il
cane “abbia voglia di accoppiarsi”. Invece ha voglia di assumere il
comando in famiglia!
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività da dominanza
C’è un solo modo: bisogna, ovviamente, stabilire (a scopo
preventivo) o ristabilire (se dobbiamo risolvere un problema già
esistente) le corrette gerarchie, o se preferite i corretti ruoli sociali.
Cosa che non equivale assolutamente a “fare prove di forza”, anche
perché sarebbero ad alto rischio se stiamo parlando di un cane
adulto superiore ai 30 chili: e come abbiamo visto, l’aggressività da
dominanza si manifesta soprattutto durante l’adolescenza, periodo
nel quale il cane non è ancora del tutto maturo psicologicamente, ma
è già molto vicino all’aspetto fisico definitivo. Il più famoso dei
“sussurratori televisivi” di cui parlavo sopra viene ammirato da
moltissime persone perché “non ha paura di nessun cane” e affronta
sempre questo genere di problemi mettendola sul piano dello
scontro fisico. Il fatto che questo signore sia così “coraggioso”
(anche se il termine più adatto a me sembrerebbe “incosciente”) non
significa però che segua la strada giusta. E a questo punto si impone
una digressione, perché bisogna intendersi una volta per tutte sul
significato di termini come “dominanza”, “capobranco”, eccetera,
altrimenti ci saranno sempre grossi fraintendimenti.
DOMINANZA E SOTTOMISSIONE:
COSA SONO IN REALTÀ
Intanto chiariamo subito che “dominante” e capobranco non sono
sinonimi, come molti purtroppo credono.
In realtà il termine “capobranco”, pur rendendo l’idea ed essendo
diffusissimo (lo uso anch’io, proprio perché così tutti capiscano di
cosa sto parlando) è piuttosto ambiguo.
Tanto per cominciare, è vero che il capobranco, o soggetto alfa, è
sempre un cane (tendenzialmente) dominante, ma non è affatto
detto che ogni cane tendenzialmente dominante sia un capobranco!
Non lo è tra i lupi, figuriamoci tra cani e umani. Il capobranco, il
leader, l’alfa (chiamatelo come preferite) è colui che guida il gruppo,
che dice agli altri quello che devono fare: in una famiglia-branco
umana, dunque, un cane dominante (se fosse davvero “il capo”)
dovrebbe andare alle assemblee di condominio, portare a casa uno
stipendio, pagare le bollette e così via!
Altra ambiguità: non significa nulla essere “capobranco” di un solo
soggetto (se poi magari siamo capi del cane, ma succubi del
coniuge o del compagno/a, la cosa diventa proprio comica). Il
capobranco, in natura, è il leader di un gruppo, di una struttura
sociale, non di un altro singolo cane. Ancora una volta, bisogna
capire la differenza tra “dominanza” (che è un qualcosa di
interpersonale tra due soli soggetti, molto variabile al variare dei
soggetti stessi) e “leadership” di un intero gruppo.
Ma torniamo al concetto principale: il capo non “domina” il branco.
Lo guida. E questo, per esempio, non implica mai la forza fisica (a
che servirebbe?), mentre la forza fisica è una delle componenti che
possono (non “devono”, ma “possono”) intervenire nei rapporti di
dominanza/sottomissione.
Insomma, quelli di dominante e di capobranco (o leader, o quello che
preferite) sono concetti sovrapponibili in alcuni momenti, ma
lontanissimi in altrettanti casi.
Per esempio: il cane A può essere sottomesso a voi, ma dominante
sull’altro cane di casa B, che però a sua volta vi mette le zampe in
testa.
In questo caso, chi è il capobranco?
Se avete risposto: “Mia moglie!”, perché vi fa filare tutti, va tutto
bene: se non altro siete un branco fornito di un leader (e i conflitti
interpersonali, intercanini o personal-canini ve li risolverete tra voi,
con tutta calma).
Se avete risposto “Boh?” allora, “Houston, abbiamo un problema…”:
perché i due cani, non trovando una figura guida di riferimento valida
per tutti, non saranno affatto soddisfatti dell’andamento del branco.
Nella mente del cane c’è una regola precisa e inderogabile: un
branco senza un leader non può sopravvivere!
Quindi i casi sono due: o A e B si sfideranno tra loro, oppure A finirà
per sfidare voi. Perché uno dei due dovrà andare a colmare una
lacuna che per la mente canina è inaccettabile.
Se invece un capobranco c’è (chiunque esso sia), gli altri rapporti
gerarchici potranno variare di volta in volta: perché nessuno “nasce
dominante”, perché a qualcuno non frega un accidenti di dominare,
perché a qualcun altro invece frega moltissimo di dominare su A, ma
si sottomette volentieri a B… e così via.
Quella di dominante è infatti una posizione:
Che varia a seconda dei soggetti con cui ci si rapporta.
Che può variare a seconda dei momenti e dei reciproci
comportamenti.
Per esempio, noi possiamo essere stati “capi” accettabili per un
cucciolo che non ci ha mai messo in discussione; ma arrivato a
sette-otto mesi, un bel giorno, lui decide di essere diventato più
intelligente, più forte e più adatto di noi a gestire le situazioni.
Quindi ci sfiderà (a volte in modo palese, più spesso in modi che noi
non riconosciamo neppure) e qui bisognerà essere bravi sia a capire
che siamo stati sfidati, sia a gestire la situazione in modo da
rimettere il cane al suo posto. Non con la forza, che non risolve
nulla, ma, per esempio, mettendolo in una posizione di difficoltà e
facendogli vedere che noi, invece, siamo abilissimi a superare il
problema. Un esempio facile: moltissimi cani hanno paura di passare
sulle griglie stradali. Se noi gli faremo vedere che siamo bravissimi a
camminarci sopra senza paura, e gli indicheremo come può fare a
passarci anche lui, avremo conquistato punti come “capi”.
Ribadiamo ancora che è l’intelligenza, non la forza, la dote più
apprezzata dal cane!
La dominanza varia anche a seconda dei momenti: per esempio, tra
i cani da slitta, il leader è quello che guida la muta (è attaccato
davanti a tutti, quindi gli altri lo seguono e stop), ma deve rispondere
ai comandi del musher (l’umano) e quindi essergli gerarchicamente
inferiore.
Il fatto è che il musher sta in fondo alla slitta, mentre il cane leader
sta in testa: quindi vede per primo cose che l’umano non può ancora
vedere.
Ora, mettiamo che il musher gli abbia dato il comando “gira a destra”
e che il cane si accorga che sulla sua destra c’è un crepaccio: se
obbedisse ciecamente al “capo” ci volerebbe dentro con tutta la
muta, la slitta e magari lo stesso umano. Un buon leader, invece, è
quello che si ferma e non obbedisce all’ordine, ma salva la pelle a
tutti.
Quindi la dominanza dell’umano su questo tipo di cani dev’essere
molto aperta. Del tipo: “fai quello che dico io, a meno che tu non ti
renda conto che ho detto una cavolata”. Questo è ciò che si chiama
“cooperazione tra specie” e che dovrebbe stare sempre alla base di
qualsiasi rapporto uomo-cane.
Al contrario, per un cane da obedience, la dominanza del conduttore
in gara dev’essere assoluta: il cane non può sgarrare neanche di un
millimetro.
Ovviamente però, nessuno può pretendere lo stesso atteggiamento
“da soldatino robot” quando il cane non è in gara: quindi, ancora una
volta, la “dominanza” varia a seconda delle situazioni.
Il cane deve capire che ci sono i momenti in cui “quello che dice il
capo è legge” e altri momenti in cui può prendere anche qualche
decisione in proprio.
Anche questa è cooperazione: c’è un leader, sì, ma si lascia anche il
cane libero di gestire alcuni momenti “suoi”, di prendere alcune
decisioni e così via. Claudio Mangini, mio compagno di tanti seminari
negli ultimi due anni, ha condensato tutto questo discorso in una
sola frase esemplare: “Dove non arrivo io, arrivi tu”.
Quanto detto finora succede anche in natura, perché il dominante
non è mica sempre lì a dare ordini ai suoi sottomessi. I ruoli
emergono chiaramente solo in certi momenti, per esempio quando il
branco deve compiere un’azione di gruppo.
Caricare sempre il cane di troppe responsabilità, chiedendo sempre
e solo a lui di prendere decisioni e risolvere situazioni
(permettendogli di comandare, insomma, mantenendo però un ruolo
di subordinato) finisce spesso per tradursi in “stress” (che non è
necessariamente da evitare, come vedremo in seguito) e/o
confusione mentale, che invece andrebbe sempre evitata. Ed è
proprio quella che ho avuto personalmente modo di riscontrare in
alcuni cani che “sanno fare troppe cose”, figli di un cognitivismo
esasperato.
Sia chiaro: io approvo totalmente l’approccio cognitivista, perché
sono profondamente convinta che il cane ragioni (e chiunque abbia
vissuto con un po’ di cani non può che trovare lapalissiano questo
concetto, al di là di tutti gli esperimenti scientifici del mondo), ma da
qui ad aspettarmi che mi risolva un’equazione quantistica ce ne
passa.
La tragedia della cinofilia attuale è che viviamo
contemporaneamente in mezzo a persone che pensano ancora che
il cane “si debba dominare a calci in c…” e ad altre che invece lo
iscriverebbero volentieri alla facoltà di Filosofia.
Una sana via di mezzo sarebbe sicuramente più sensata: e per
fortuna c’è chi la segue.
Ma gli eccessi, da una parte e dall’altra, abbondano.
Tornando alla vera e propria dominanza, da quanto detto sopra si
dovrebbe dedurre facilmente che quella umana non può essere
costruita sulla paura e sulla violenza, ma sulla stima e sulla fiducia
che cane e umano possono/devono anche interscambiare. È vero
che comando io, ma in certe occasioni mi fido di quello che decidi tu
(vedi quanto detto per i cani da slitta nelle pagine precedenti).
Se ti dò un ordine devi obbedire perché devi pensare che ho
sicuramente un motivo valido, ma se non ti sto chiedendo niente
puoi anche occuparti dei casi tuoi.
Dev’essere anche ben chiaro che non tutti i cani vogliono diventare
capobranco. Anzi!
Purtroppo la nostra abitudine ad antropomorfizzare ci porta a
pensare “ma poverinoooo!” del cane “sottomesso”, quando magari
lui sta benissimo nel suo ruolo.
Il fatto è che noi abbiamo una visione negativa del termine: qualcosa
che ci fa pensare a schiavi e padroni, a coercizioni e catene…
quando “sottomesso” significa, in realtà, soprattutto “privo di
responsabilità”.
Se vogliamo antropomorfizzare un po’ (non si dovrebbe, ma a volte
serve per una migliore comprensione), il cane sottomesso non
dobbiamo pensarlo come uno schiavo, ma per esempio come un
impiegato che non ha compiti dirigenziali e che neppure vorrebbe
averli, o perché non se ne sente all’altezza o solo perché non ama le
responsabilità che vi sono inevitabilmente collegate.
Ecco, bisogna mettersi bene in testa che anche il cane, quando può,
le responsabilità tende a evitarle e non certo a cercarsele. Le
assumerà solo quando pensa di non poterne fare a meno, ovvero
quando l’attuale leader risulta indisponibile o inaffidabile. Oppure
quando/se saremo noi a rifilargliele a tradimento.
Detto questo: come si ristabilisce un corretto rapporto gerarchico, al
fine di “curare” l’aggressività da dominanza (che, come spero si sia
capito, non è certo una “malattia” del cane, ma la sua naturale
risposta ai nostri errori di gestione)?
Si ristabilisce, innanzitutto, tornando per l’ennesima volta al concetto
di “cooperazione”ovvero facendo capire al cane che noi siamo, sì, i
suoi superiori gerarchici, ma non perché siamo più forti o più brutali
e violenti, bensì perché sappiamo che cosa è meglio per tutti.
Perché siamo più saggi, più esperti, più fighi.
Facile a dirsi, un po’ meno a farsi: lo so bene. E purtroppo so anche
che a questo punto voi vi aspettereste la formuletta magica
applicabile a tutti i cani e a tutti i casi, ma io non ce l’ho.
Posso darvi “alcune” formulette che potranno tornarvi utili, ma non è
assolutamente detto che funzionino sempre e comunque: perché i
cani, prima di ogni altra cosa, sono esseri pensanti.
Non sono robottini programmabili a nostro piacimento.
E purtroppo, in qualche caso, sono più intelligenti e/o più furbi di noi;
quindi diventare i loro leader è davvero difficile, perché – molto
semplicemente - non disponiamo delle doti necessarie.
COME STABILIRE/RISTABILIRE
UN RAPPORTO GERARCHICO CHE VEDA
NOI COME LEADER
Sicuramente avrete sentito parlare della RSG (ovvero “regressione
sociale guidata”): se non con questo termine, sicuramente avrete
sentito dire che il cane non deve passare per primo dalle porte, non
deve mangiare prima di noi, non deve salire sul letto e così via.
Se avete seguito qualche scuola moderna di cinofilia, probabilmente
avrete anche sentito dire che queste sono tutte cavolate e che non
servono a nulla.
La verità, come al solito, sta nel mezzo.
Sicuramente non recupererete il rapporto con un cane aggressivo
seguendo “solo” queste piccole norme, però io le trovo molto utili per
far capire (soprattutto agli umani!) che il cane deve avere delle
regole. Esattamente come un bambino.
Purtroppo molti di noi “bambinizzano” il cane trattandolo non come
se avesse tre-quattro anni (il che potrebbe anche funzionare, perché
ricordiamo che il cervello del cane equivale più o meno a quello di un
bambino di questa età), ma come se fosse un neonato a cui si
possono/devono dare solo tanto amore, tante coccole, cibo e acqua
quando ne ha bisogno. E nient’altro. Questo è un grave errore,
perché il cane è ben più “avanti” di così (già da cucciolo): se lo
considerassimo almeno un bambino dell’età giusta, capiremmo
anche che bisogna insegnargli a vivere in modo “civile” all’interno
della società.
Al neonato è permesso tutto solo perché non è in grado di capire
nulla: invece il cane, già da cucciolo, capisce un sacco di cose.
Basterebbe che i proprietari “bambinizzatori” spostassero un pochino
in avanti l’età presunta del “figlioletto peloso” e molti problemi
caratteriali verrebbero evitati: perché nessun umano sano di mente
permetterebbe a un bambino di 4 anni di fare pipì in mezzo al
salotto, di mandare a quel paese sua madre, di correre come un
pazzo sul tavolo della cucina e così via.
Perché lo permettiamo al cane? E perché, dopo averglielo
permesso, poi ci stupiamo se lui ci manda davvero a quel paese
(ovvero ci ringhia e/o morde), non ritenendoci guide affidabili?
Ha ragione lui: non lo siamo! Così come non sarebbe affidabile una
madre che continuasse a trattare come un neonato un figlio di
quell’età.
Vi sentite “mamme” e “papà” dei vostri cani? Li ritenete i vostri
angioletti, i vostri tesorini pelosi, i vostri bambini?
D’accordo, possiamo sopportarlo, purché li riteniate, però, bambini
dell’età corretta, ovvero già in grado di capire e di seguire le regole-
base della società in cui vivono.
Tornando alla RSG: abbiamo visto che il cane è un animale sociale
ed è un animale gerarchico. Questi sono due pilastri inamovibili.
Le norme della RSG sono segnali di dominanza – chiamiamola così
– “morale” (e non violenta) da parte degli umani e fanno capire, sia a
loro che al cane, che le regole esistono e vanno seguite.
Abbiamo già ripetuto più volte che il cane riconosce come leader
colui che si dimostra più esperto, intelligente, saggio; ma ovviamente
non è che si dimostri di essere dei padreterni solo impedendo al
cane di salire sul letto. Lo si dimostra con la coerenza, con la
capacità di comunicare, con la disponibilità a creare un rapporto
collaborativo e non coercitivo, e con la gestione delle risorse.
Ecco, la RSG è mirata esclusivamente a questo: far capire al cane
che le risorse le gestiamo noi. Quindi non è “tutto quello che c’è da
fare”, ma è una parte importante di quello che c’è da fare per
impostare un rapporto gerarchico corretto.
Che succede, infatti, in un branco di canidi in natura? Succede
che i soggetti alfa, ovvero i più alti in grado, mangiano per primi
(e mangiano solo le parti migliori della preda, come cuore,
fegato e reni, che fra le altre cose sembrano essere
responsabili sia dell’odore diverso dei soggetti alpha, più
intenso rispetto agli altri membri del branco, sia delle particolari
striature che ne caratterizzano il mantello).
Decidono il “menu”, ovvero scelgono quale preda cacciare
(questo è un compito della femmina alfa, per la precisione).
Dormono in una “zona strategica”, solitamente sopraelevata,
dalla quale possono sorvegliare tutto il branco.
Esplorano per primi i nuovi territori.
Il che, riportato nella nostra società e nelle nostre case, si traduce –
guarda caso! – nel tenere il cane giù dal letto, nel mangiare prima di
lui e nel passare per primi dalle porte (il tutto, possibilmente, inteso
cum grano salis, come vedremo tra poco). Se un umano mostra al
proprio cane di avere gli stessi diritti di un soggetto alfa, il cane
penserà di avere a che fare con qualcuno che chiede rispetto.
Ovviamente non basta questo, perché poi il rispetto bisogna anche
meritarselo, ma intanto chiederlo - e chiederlo in modo
comprensibile - è un primo passo. Certo, se poi l’umano mangia per
primo ma si dimostra incoerente, nevrotico o deficiente, il cane farà
prestissimo a stabilire che come alfa non vale una cicca. Se però
queste situazioni sono semplicemente il corollario di una gestione
corretta del rapporto, o se vengono utilizzate in momenti specifici
della vita del cane (per esempio quello in cui il cane prova a sfidarci),
allora possono aiutarci a convincerlo che noi siamo effettivamente
suoi superiori gerarchici.
LE REGOLE FONDAMENTALI:
TRA IL DIRE E IL FARE…
Ma come si applicano queste regole? Con un po’ di buon senso,
innanzitutto! E senza intenderle troppo alla lettera.
Per esempio, “mangiare per primi” potrebbe sembrare veramente
ridicolo, se preso in senso letterale; perché non è che noi mangiamo
nella stessa ciotola del cane e che dobbiamo ringhiargli per non
farcelo avvicinare; né che il cane si possa sedere a tavola con noi,
ma vada servito per ultimo!
Quello che dobbiamo fargli capire è, semplicemente, che il nostro
pasto va rispettato. Quindi, per esempio, non cominciamo, appena
seduti a tavola, ad allungarli bocconcini (che oltretutto è una
pessima abitudine anche dal punto di vista dietetico), ma se proprio
vogliamo gratificarlo con una piccola prelibatezza, allora lo dovremo
fare solo al termine del nostro pasto.
I suoi pasti potranno essere somministrati quando ci pare e piace,
anche prima dei nostri. Non c’entrano niente col discorso di
“mangiare per primi”. Quando si parla di mangiare per primi, ci si
riferisce al pranzo nostro e non al suo.
Un discorso simile vale per il “passare per primi dalle porte”, che va
inteso, ovviamente, come “precedere il cane quando si entra in un
posto nuovo” e anche, volendo, come entrare per primi dalla porta di
casa; ma non significa certo che dobbiamo star lì a sorpassare il
cane ogni volta che usciamo dalla cucina ed entriamo in salotto, o
viceversa (anche se un cane molto rispettoso spesso ci cederà
spontaneamente il passo).
L’unica regola che va presa alla lettera è quella del letto: “non salirci”
significa “non salirci”, punto. Se decidiamo di applicarla, il cane potrà
benissimo dormire su un tappetino al fianco del letto, ma non gli sarà
concesso di metterci le zampe sopra.
Ma queste regole vanno applicate sempre e comunque?
Naturalmente no: si applicano quando e se ce n’è bisogno, ovvero
quando i rapporti gerarchici non sono abbastanza chiari, o stanno
modificandosi.
Se il cane mostra già di accettarci come suoi “capi”, se ci obbedisce,
se non si ribella, se non mostra aggressività, anzi è sempre allegro e
collaborativo… allora che bisogno c’è di ricordargli continuamente
che lui è un “inferiore”? Un cane così può anche dormire sul letto,
mangiare prima di noi eccetera eccetera: non cambierà nulla.
Al contrario, il cane che del letto (o del divano, o della poltrona)
prende possesso e diventa aggressivo (o anche solo disobbediente)
nei confronti di chiunque gli chieda di scendere – o magari verso il
marito che gradirebbe andare a dormire con sua moglie, ma non ci
riesce perché il cane gli ringhia – è bene che si veda vietare
l’accesso perché è evidente che sta tentando di mettere le zampe in
testa a qualcuno.
Personalmente ho sempre accettato i miei cani sul letto, escluso il
mio dobermann in un periodo adolescenziale nel quale provò a fare
il furbetto e a scavalcarmi gerarchicamente. In quel periodo io non
avevo ancora grande esperienza cinofila e purtroppo avevo
sbagliato parecchio: quindi siamo quasi “venuti alle mani”.
La situazione era abbastanza delicata, ma l’applicazione delle
famose “regolette” mi fu decisamente di aiuto.
Allo stesso cane, una volta ristabilite (letteralmente) le gerarchie,
venne nuovamente concesso di dormire con me, dopo qualche
tempo, senza che ci fosse più alcun conflitto: ormai avevamo chiarito
i ruoli… e a me tenere il cane sul letto piace! In quel caso, però,
venne meno la coerenza: quindi commisi un errore e mi andò bene
perché il cane non decise di approfittarne. Oggi credo che mi
comporterei in modo diverso ma c’è anche da dire che oggi, forse,
non arriverei neanche più a quel tipo di conflitto, perché vedrei molto
prima i sintomi che a quel tempo non riuscii a identificare.
Concludendo: la RSG può essere applicata in caso di necessità
soprattutto perché cane e umani comincino a capire l’importanza
delle regole. Ma non è che basti, da sola, a rivoluzionare il mondo.
Come abbiamo detto, l’umano deve anche dimostrare chiarezza e
coerenza, capacità di comunicare e disponibilità a creare un
rapporto collaborativo e non coercitivo. E sapete perché si sente
parlare così spesso di RSG, e molto meno di questa parte,
decisamente molto più importante?
Perché questa parte è molto più difficile! Sia da capire che da
mettere in pratica.
I DIECI COMANDAMENTI
PER CREARE (O RICREARE)
UN RAPPORTO CORRETTO CON IL CANE
Per aiutare gli umani a capire “come si fa” io ho redatto un piccolo
decalogo, che presento sempre durante i miei seminari, e che vi
presento qui di seguito.
1°: Non avrai altro Dio all’infuori di me (o quasi…)
È vero, il cane deve considerarci come il suo Dio personale.
Chiamatelo capobranco, leader, compagno a due zampe, partner
non peloso… quello che volete. L’importante è che si stia parlando di
una figura-guida a cui affidarsi con fiducia, amore e rispetto.
Però è una grandissima cretinata - per quanto diffusissima - quella
che vorrebbe vedere il cane legato a una e una sola figura umana.
Non ha senso neppure per i cani da guardia, visto che il cane teme
ciò che non conosce e che la reazione più spontanea di qualsiasi
essere vivente non è l’attacco, ma la fuga. Quindi, il cane “che
conosce un solo padrone” (termine che non uso volentieri, ma che
qui mi sembra corretto, perché si intende proprio come “padrone” di
uno schiavetto a quattro zampe) rischierà di scappare a zampe
levate di fronte a qualsiasi estraneo, compreso magari il ladro che
vuole entrare in casa sua.
Può darsi che la territorialità lo spinga ad aggredirlo, ma non è così
scontato tant’è che spesso si sente parlare di “quel deficiente di un
cane, che ha lasciato entrare i ladri senza dirgli neanche BAU!”.
I fautori del “padrone unico” si chiedano perché!
Al contrario, un cane ben socializzato, che quindi non teme gli
umani, imparerà facilmente a distinguere tra umani “buoni” e “cattivi”
e, se ne incontra uno del secondo tipo, non avrà alcun timore
nell’affrontarlo.
Alcuni cani si legano già spontaneamente a una sola persona (o
almeno, ci si legano più che agli altri membri della famiglia) e questo
va bene, a meno che non diventi un’ossessione. Ma costringere il
cane a “conoscere un solo padrone” è una cavolata immane, che
purtroppo qualcuno spende ancora come se fosse la verità infusa.
Detto questo, bisogna anche dire che “conoscere” e “amare” non
sono sinonimi: il cane deve conoscere più persone possibile e più
tipologie di persone possibile (compresi bambini, anziani, persone
sulla sedia a rotelle, in divisa, di colore diverso ecc.), ma non è che
debba per forza amarli tutti.
Deve amare i suoi familiari, e stop. Però ci sono alcune altre
categorie di persone che devono almeno riuscirgli molto simpatiche,
e che il cane deve rispettare: parlo delle figure professionali che
avranno spesso a che fare con il cane e che magari gli faranno
anche cose che non lo entusiasmano. Veterinario e toelettatore sono
i tipici personaggi che andrebbero sempre conosciuti fin da cuccioli,
in condizioni di assoluto divertimento e relax: quindi, niente visite e
niente bagni, ma solo “andiamo a trovare un amico” in ambulatorio o
in negozio, ottenendone qualche coccola e magari un bocconcino,
cosicché il cane abbini quei luoghi a sensazioni piacevoli prima di
scoprire che c’è anche il lato meno piacevole.
Se la prima impressione è stata positiva, questo “lato oscuro” verrà
accettato con maggiore serenità ed eviteremo di trasformare ogni
visita medica e ogni toelettatura in una guerra.
2°: Io ne so più di te (e ti insegno, e ti guido)
Il segreto per riuscire a mettere in pratica questo “comandamento” è
molto semplice: basta presentare al cane delle difficoltà e mostrargli
la via per risolvere il problema.
Questo si ottiene presentando al cucciolo normalissime situazioni
che però lo mettano un po’ a disagio (scale, tribune, impalcature
cittadine sotto le quali passare eccetera), dimostrandogli che non c’è
nulla da temere. Basta che ci segua e noi affronteremo
baldanzosamente tutte queste “incredibili” difficoltà, mostrandogli la
giusta via.
Il cucciolo, in questo modo, comincerà a pensare che noi siamo
Superman e che meritiamo il massimo rispetto.
Ovviamente lo stesso si può fare con un cane adulto, ma non è
altrettanto semplice perché ovviamente non basterà più una serie di
scalini, che il cane adulto – a differenza del cucciolo – conosce già
perfettamente e sale con la massima disinvoltura. Bisognerà trovare
qualcosa di più complicato.
Per esempio, io ho fatto un figurone con Bisturi (la mia staffy)
passando sotto una terribile impalcatura con un terribile tubo di
scarico nel quale gli operai buttavano giù detriti, facendo un rumore
assordante. Dopo che le ho fatto vedere come si poteva passare
indenni, la Bisturi mi ha proprio guardato con la faccia da “WOW, sei
un mito!”.
Ovviamente tutto questo aiuta anche il cane ad accrescere la propria
autostima, cosa importantissima perché (contrariamente a quanto
molti credono) più il cane è sicuro di sé, meno sentirà il bisogno di
manifestare aggressività (e se ci pensate un attimo, capirete che la
stessa identica cosa vale per gli umani).
Per un cane non troppo sicuro di sé possono bastare alcuni semplici
ostacoli (per esempio i tunnel o il “sisop” dei campi da agility, o gli
ostacoli della mobility), per ottenere il risultato voluto; per cani più
“tosti” occorreranno ostacoli più impegnativi, come quelli che si
possono trovare sui campi da protezione civile per quella che viene
comunemente chiamata “palestra” (scale, copertoni, reti di
materasso eccetera).
Il segreto sta nel tenersi allenati “a fare i fighi”, e quindi a trovare
sempre nuove situazioni che possano imbarazzare un po’ anche il
cane adulto (e che noi gli faremo superare).
3°: L’umano non è un dispenser di coccole
Spesso non ce ne rendiamo conto, ma siamo noi a obbedire agli
ordini del cane quando ci dice: “coccole, pleaseeee!”. Oppure:
“Voglio uscire, portami subito fuori!”.
Ovviamente lui non ce lo dice in tono autoritario: viene a posarci il
musone sulle ginocchia e ci fa gli occhi da cane ENPA, dopodiché
noi ci precipitiamo a obbedire accarezzandolo (la mia personale
cagna, se non bastano gli occhi da cane ENPA, mi salta
direttamente in braccio) o prendendo di corsa il guinzaglio.
Sbagliatissimo.
Che il cane ci ispiri tenerezza o che ci strappi un sorriso, bisogna
assolutamente resistere! Perché noi possiamo essere
profondamente convinti della necessità di stabilire un rapporto equo,
paritario, cooperativo, collaborativo e mai coercitivo… ma il cane non
la pensa affatto così! Essendo il cane un animale gerarchico, se noi
ci mostriamo disposti a obbedire ai suoi ordini, ai suoi occhi
appariremo come figure sottomesse. E un giorno saranno le coccole
(che non ammazzano nessuno), il giorno dopo potrebbe essere
“dammi subito un pezzo di quel panino” (e anche qui, spesso,
obbediamo), ma il terzo giorno potrebbe essere “scendi da quel
divano che voglio salirci io”. E se stavolta non obbediamo, potrebbe
anche partire un bel ringhio, dopodiché ce la faremo sotto: “Oddio, il
mio cane è impazzito, è diventato aggressivo!”
Ma non è impazzito neanche un po’! Il tuo cane sta comportandosi
semplicemente da normalissimo cane dominante. Se tu, sottoposto,
non obbedisci quando te lo chiede con le buone, passa a maniere
più forti (ricordiamo che in natura infischiarsene di quello che dice il
capo può significare morire di fame, o essere attaccati da un
predatore, o mettere comunque a rischio la vita del branco. Quindi è
anche normale che l’obbedienza venga pretesa).
È molto meglio che ci mettiamo noi, fin dal primo giorno, in
condizione di essere considerati “quelli che danno le regole”, e non
“quelli che obbediscono”.
E ancora una volta tutto questo non ha nulla a che vedere con
violenza e coercizione, ma solo con chiarezza, fermezza e coerenza.
Quindi, se il cane ci ordina qualcosa, sarà sufficiente capovolgere la
situazione, chiedendo a lui di obbedire anche a un semplicissimo
comando.
Per esempio, se il cane arriva col guinzaglio in bocca, è chiaro che
non potremo ignorare il suo bisogno di uscire (anche perché
rischieremmo di trovarci il lago di Garda sul tappeto): ma basterà
dirgli, per esempio, “seduto!”, aspettare che abbia eseguito e poi
portarlo fuori.
La differenza temporale è di pochi secondi, ma la differenza per la
mente del cane è abissale.
Se ci precipitiamo fuori e basta, avremo obbedito a un suo ordine; se
prima gli abbiamo chiesto di sedersi, l’uscita diventa il premio che
noi gli concediamo per aver obbedito al nostro ordine. Potrebbe
sembrare solo una sottigliezza, e invece è la base di tutto il rapporto!
4°: L’umano non è un’enorme ciotola animata
Il cibo è una risorsa primaria e come tale va gestita: con molto
rispetto, considerandola (e facendola considerare dal cane) come
qualcosa di prezioso che condividiamo con lui perché siamo amici,
perché apparteniamo allo stesso gruppo sociale, perché vogliamo
collaborare insieme e dobbiamo essere in forza e salute.
Non posso darvi regole precise da seguire, se non quella di creare
una “routine” precisa in cui dovremo dare al cane l’impressione che
ci “procuriamo” il cibo (per esempio prendendolo da un armadietto
chiuso, e non da un sacco aperto e sempre in bella vista) e che lo
analizziamo con cura (i lupi scelgono parti diverse delle preda da
destinare ai diversi membri del branco, a seconda dei ruoli).
Dopo questa piccola pantomima iniziale (non è che si debba fare
una sceneggiata, è solo questione di “atteggiamenti”) daremo la
ciotola al cane, chiedendogli di aspettare il nostro ordine prima di
mangiare. Tutto questo “dà importanza” al rituale del cibo e fa
pensare al cane che noi ci impegniamo nella gestione di una risorsa
così importante. Se invece continuassimo a pasturare il cane dal
mattino alla sera, distrattamente, come se il cibo fosse una cosa
qualsiasi, il cane stesso perderebbe il rispetto per la risorsa e
conseguentemente per noi.
Oltre a questo, ricordiamo le regole fondamentali:
Orari precisi e regole per i pasti.
Vietato mendicare.
In educazione/addestramento il cibo dovrebbe essere sempre
un “superpremio”, mai una routine banale e scontata.
5°: Si gioca a modo mio, quando lo decido io
(e si smette quando lo dico io)
Il gioco non mai è “solo un gioco”: è la principale scuola di vita per il
cane. Rispettiamola come tale e non rendiamola mai vuota, sterile,
ripetitiva. Se vogliamo annoiarci, giochiamo a carte con gli amici.

Il gioco
Regola 1. Il gioco va sempre calibrato a seconda dell’età del
cane e di ciò che vogliamo (o vorremo, se è un cucciolo)
ottenere da lui in futuro.
Per esempio, se pensiamo di farne un cane da riporto, dovremo
badare molto all’importanza della “bocca morbida”: quindi, con
lui, niente gioco di tira-molla “violento” e competitivo, ma
piuttosto un “gioco di società” in cui si tiene uno straccetto o un
salamotto, uno per parte, magari correndo insieme. Durante
questo gioco si insegnerà l’ordine “lascia” (che si ottiene in modo
molto semplice: basta presentare al cane un altro giocattolo) che
sarà fondamentale per il futuro lavoro del cane.
Vogliamo invece un cane da difesa (o futuro tale)? Allora il tira-
molla sarà competitivo: stavolta vinci tu, ma la volta dopo vinco
io e devi imparare che per vincere devi mordere più forte che
puoi, a bocca piena, senza dare strattoni (perché se tu strattoni
perdi la presa, e nel momento in cui apri la bocca per riprenderla
meglio io ti frego il giocattolo).
In questo caso il “lascia” non si insegnerà con il doppio
giocattolo, ma attraverso l’immobilizzazione dell’umano, che non
compete più: fine della lotta = fine del gioco, devi mollare.
Vogliamo invece un cane da agility? Allora va bene la pallina,
perché il cane dovrà abituarsi a lavorare lontano da noi, però la
pallina dev’essere un gioco interattivo: io te la tiro, ma ti insegno
anche a riportarmela, perché altrimenti potresti diventare
possessivo, mentre dev’essere sempre chiaro che la pallina è
mia.
Non c’è “un” gioco, ci sono mille giochi diversi e mille modi
diversi di giocare anche con lo stesso oggetto, però una cosa
deve essere costante, e cioè il fatto che il gioco sia interattivo.
Non si lasciano mai giocattoli al cane: si gioca con noi, sempre e
solo con noi. Al cane che resta solo si possono lasciare dei
“passatempi”, ma non dei giochi veri e propri.
Regola 2. Il gioco va reso assolutamente entusiasmante. Il cane
deve appassionarsi da morire al gioco. Ma questo come si
ottiene? Come per qualsiasi oggetto dell’attenzione umana,
canina o felina: facendolo desiderare.
Mai al mondo, per nessunissimo motivo, si deve arrivare al
punto in cui sia il cane a stancarsi/stufarsi di giocare: il gioco
deve sempre interrompersi nel momento in cui l’appetenza del
cane è al massimo livello, quando è iper-eccitato e felice,
quando non vuole altro al mondo che continuare a giocare.
È un po’ una cattiveria quella di fermarsi lì, ma convince il cane
che noi siamo i Signori e Padroni del Gioco (il che aiuta a
stringere il rapporto di stima e rispetto) e mantiene alto (anzi,
innalza sempre più) il desiderio di giocare; e siccome noi
lavoriamo con lui giocando, e lo premiamo col gioco, ecco che
questo suo desiderio lo spingerà a lavorare sempre meglio e con
maggior entusiasmo, perché sa che alla fine arriverà la cosa che
ama di più al mondo.

Questo è il “sottotitolo” della slide con cui presento questo


argomento agli stage: qualcosa che in teoria sappiamo tutti, ma…
quante volte diamo un giocattolo al cane “giusto per levarcelo di
torno”, perché abbiamo altro da fare?
Quante volte avete sentito umani lamentarsi del loro cane “che non
gioca”, quando l’unico gioco che gli propongono è un distratto lancio
della pallina (intanto che loro mandano magari sms agli amici)? E
soprattutto, quanti educatori consigliano, ahimé, di utilizzare il gioco
(e magari il gioco e il cibo contemporaneamente, come quando
suggeriscono di utilizzare kong, pippolini e affini per “tenere
tranquillo il cane” quando gli umani sono assenti) in modo totalmente
slegato dal rapporto?
Mettiamoci bene in testa una cosa che sembra una contraddizione in
termini, mentre è una realtà fondamentale: il gioco è una cosa seria!
Il cane, attraverso il gioco, impara tutto quello che gli serve nella vita:
impara a cacciare, a lottare, a difendersi. Come si può sottovalutare
l’importanza di tutto questo e ridurlo a uno sterile lancio di palline
che non porta da nessuna parte, non insegna nulla, non crea nessun
legame?
6°: Io ti filo poco (per quanto caro possa costarmi)
Il nostro rapporto deve avere un senso. Si chiama il cane quando
serve davvero, non si ripete continuamente il suo nome; non gli si
fanno fare “numeri da circo” inutili; non lo si cerca in continuazione
per coccolarlo. Il cane è il nostro partner, non il nostro giocattolo da
pet therapy (e noi non siamo il suo).
Credo che non ci sia comandamento più importante di questo per
ottenere fiducia, rispetto e quella vera e propria adorazione di cui
parlavamo al comandamento numero uno: contemporaneamente,
non c’è comandamento più difficile da seguire. Quindi vi dico già che
qualche “sforata” qua e là è lecita, anche perché è quasi impossibile
evitarla (e ve lo dice una che sfora spesso e volentieri, dicendosi
ogni volta da sola: “razzolare come predichi ti sembra proprio tanto
brutto?”).
Il fatto è che, se si vuole davvero diventare “preziosi” agli occhi del
cane, vale lo stesso principio che abbiamo visto per il gioco: è più
prezioso ciò che più si desidera. Quindi, non “regaliamoci” al cane e
cerchiamo, nei limiti del possibile, di non svenderci neanche nei
saldi.
Non stiamogli costantemente addosso, non parliamogli in
continuazione, non usiamo il cane ogni volta che ci girano le scatole
per farci coccolare da lui, non è neanche giusto.
La pet therapy è una bellissima cosa purché non se ne abusi, perché
i cani si stressano, e se il nostro viene continuamente usato come
“muro del pianto”, si stressa pure lui.
D’altro canto, cerchiamo – sempre nei limiti del possibile – di non
diventare noi i pet-terapeuti del cane, inteso in senso ossessivo: il
cane non può e non deve venire a piagnucolare e a rompere le
scatole (perché anche noi ci stressiamo!) ogni volta che ha una
punta di appetito, o che si annoia un po’. Così come non dobbiamo
star lì a consolarlo 24 ore al giorno se gli fa male la zampina.
Sembrano sciocchezze, ma a volte i nostri atteggiamenti
contribuiscono a creare problemi comportamentali serissimi; quindi,
per favore, cerchiamo di darci una regolata e di dare/ricevere
attenzioni, coccole, consolazione solo quando è veramente
necessario.
Per il resto, il rapporto con un cane “normale” può prevedere, come
dicevo sopra, qualche eccezione alla regola del “ti filo poco”, regola
che invece deve diventare rigidissima quando abbiamo a che fare
con cani problematici da rieducare.
Un’ultima nota la dedico a chi pensa che il rapporto col cane
significhi chiedergli continuamente di “esibirsi a vuoto”, ovvero di far
vedere agli amici quello che sa fare: va benissimo essere orgogliosi
di quello che gli abbiamo insegnato, va benissimo aver voglia di
condividere la gioia di vedergli eseguire comandi o tricks in modo
impeccabile, ma almeno sforziamoci di far pensare al cane che tutto
questo ha un senso e un significato, e che non lo stiamo trattando da
“cane da circo”, appunto.
Il cane sa aprire il frigorifero? Bene. Se gli chiediamo di farlo, allora
prendiamo una bibita e beviamocela, anziché andarlo a richiudere e
basta. In questo modo lui capirà benissimo la differenza.
7°: Facciamo insieme cose bellissime
Questa è facile, almeno sulla carta, nel senso che tutti sappiamo
benissimo (vabbe’…”dovremmo” sapere benissimo) che per creare
un buon rapporto bisogna lavorare, fare sport, insomma fare attività
con il cane in modo gratificante per entrambi.
Però poi il lavoro, i figli, il tempo che non si trova mai… e va a finire
che il cane viene “addivanato” (o relegato in giardino, se ne abbiamo
uno).
Dopodiché la “Sciuramaria” arriva e ti chiede sconsolata: “Mah, non
so… mi sembra che al mio cane non ne freghi molto di me”.
Non è proprio così: è che al cane non frega più niente di niente! Non
ha uno scopo nella vita, non si sente utile, si rompe le scatole;
insomma, è annoiato a morte, in certi casi addirittura depresso. Poi
c’è quello che alla depressione reagisce inventandosi attività in
proprio (tipo distruggere i divani o rincorrere i ciclisti) e c’è quello che
semplicemente si “spegne”, si rassegna, si chiude in se stesso.
Anche in questo caso la razza conta molto: un cane da pastore o un
terrier, se non riceve mai indicazioni e non gli si fa mai fare nulla,
sarà probabilmente molto creativo e comincerà a studiarsi in proprio
modi di divertirsi che quasi mai coincideranno con i desideri dei suoi
umani. Però almeno lui si sfogherà. Un molossoide o un terrier di
tipo bull, al contrario, tenderà a chiudersi, a “spegnersi”
letteralmente.
Sono tutti cani infelici, anche se il secondo tipo non dà fastidio a
nessuno e quindi raramente i proprietari se ne preoccupano…
almeno fino al giorno in cui il cane sbrocca e gli rifila un morso.
Quando decidiamo di prendere un cane, dobbiamo mettere in conto
che sarà indispensabile “fare cose” con lui: se abbiamo poco tempo,
scegliamo una razza che possa “fare cose” in poco spazio e che non
abbia grandi esigenze di moto (ricordando che i cani piccoli hanno
mediamente più bisogno di moto, e non meno, dei cani giganti e che
le taglie medie sono quelle che ne hanno più bisogno in assoluto).
Un alano, che nonostante la mole non deve muoversi più di tanto e
può benissimo vivere in appartamento (anzi, dovrebbe viverci!), può
essere sommamente gratificato da qualche giochetto casalingo; un
beagle (considerato tanto “cariiiino” e “picciiiiino”) è in realtà un
segugio la cui massima aspirazione è fare “millemila” chilometri al
giorno col naso per terra, cercando tracce. Se gli fate fare due tricks
in casa, vi manda a quel paese.
Le attività dovranno poi essere scelte tra quelle che piacciono a
entrambi (non solo all’umano, ma neanche solo al cane: evitiamo di
“sacrificarci per lui”, perché non funziona. Se non ci divertiamo tutti e
due il bel gioco durerà poco, oppure l’umano sarà poco partecipativo
e il cane se ne accorgerà).
Le attività possono essere socialmente utili, ma ricordiamoci che
alcune sono veramente pesanti, e non parlo solo di quelle che
stancano fisicamente (lì basta scegliere la razza giusta, e ci si potrà
divertire moltissimo rendendosi contemporaneamente utilissimi,
come nel caso delle unità cinofile da protezione civile o da
soccorso), ma anche di quelle che stancano mentalmente, come la
pet therapy che, è vero, consiste nel “prender coccole”, ma da
persone sconosciute ed estranee. Quindi non è un “bel giochetto”,
ma un vero e proprio lavoro.
Soprattutto, scegliamo sempre attività adeguate alle doti naturali del
cane: l’esempio più classico è quello del border collie che si può
anche divertire moltissimo a fare agility, ma solo se lo portate in
mezzo alle pecore leggerete sul suo muso la felicità “vera”.
8°: Ogni tanto puoi anche restare solo
No al cane “nano da giardino”, no al cane “che vive in kennel quando
non si lavora”, ma sì a qualche momento di solitudine e di pace.
Il cane deve avere i suoi spazi, specialmente una “tana” (va
benissimo il kennel) in cui non sarà mai disturbato da nessuno
(soprattutto dai bambini).
Il cane deve avere i suoi momenti di relax e, a volte, perfino di noia.
Anche questa (come lo stress) fa parte della vita, e ha anche una
sua utilità, perché gli serve per ragionare su quello che abbiamo
fatto insieme e rende più piacevole fare, poi, nuove cose insieme.
Se invece gli chiediamo troppe cose, troppo spesso, il cane non avrà
più entusiasmo per niente: bisogna saper calibrare, bilanciare… e
soprattutto fermarsi (come abbiamo visto per il gioco) quando
l’entusiasmo è al massimo.
Abituare progressivamente il cane a restare solo previene anche la
patologia chiamata “ansia da separazione” (del tutto sconosciuta in
passato, quando i cani “facevano i cani”, e diffusissima invece nel
mondo moderno), che è di gran lunga la causa più frequente di
manifestazioni vocali (abbai, ululati) e distruttive, oltre che di
urinazione e defecazione in casa da parte degli adulti.

9°: Ti addestro alla libertà


Non ha alcun senso parlare di cani “liberi di scegliere”, come fanno
alcuni cinofilosofi e fautori della cinofilia disneyana. Ricordiamo per
l’ennesima volta che il cane ha la mente di un bambino di tre-quattro
anni, e un bambino di quell’età non si lascia “libero di scegliere”, a
meno di non essere pazzi furiosi. Perché se lo lasciamo libero,
quello si fa del male: o addirittura si ammazza.
Certo, il cane non deve essere uno schiavo né un robot, ma va
guidato e seguito.
Va aiutato a pensare, a ragionare, anche a risolvere qualche piccolo
problema in proprio; ma in linea di massima deve soprattutto fidarsi
di noi e seguire le nostre direttive.
Non perché “siamo i più forti”, ma perché conosciamo meglio di lui le
regole di questa società (che è la nostra, e non la sua) e quindi
siamo i soli a poterlo indirizzare nel modo giusto.
Un cane educato/addestrato è un cane ben inserito nella società
umana e conseguentemente è un cane più libero: lo si può
sguinzagliare (perché sappiamo che tornerà al richiamo), lo si può
portare con noi ovunque (perché sappiamo che si comporterà in
modo civile, che non disturberà né farà del male a nessuno) e così
via.
Rinnegare l’educazione e l’addestramento significa rinnegare proprio
la cooperazione che da centomila anni caratterizza il legame tra
cane e uomo.
10°: Non umanizzare
Anche questa sembra facile. Sembra, appunto.
Se chiedete a qualsiasi proprietario di cane, dalla “Sciuramaria”
neofita all’esperto cinofilo, se gli capita mai di antropomorfizzare il
suo amico, risponderà sempre e solo:“Ma no! Non esiste proprio, per
carità! Il cane è un cane!”.
Al massimo la “Sciuramaria” potrà rispondervi, un po’ imbarazzata,
che qualche volta dice al suo cane: “Vieni dalla mamma” (nel qual
caso io antropomorfizzerei a raffica, visto che mi sono sempre
definita così con cani, gatti e qualsiasi altro animale abbia avuto in
vita mia, cavalli compresi).
Ma non è certo questa l’umanizzazione pericolosa per il nostro
rapporto: queste sono soltanto tenerezze, coccole verbali che
rivolgiamo ai nostri animali per manifestare il nostro amore per loro e
che loro, comunque, non capiscono. Quindi male non fanno di
sicuro.
Quello che invece fa danni, ma danni seri, è convincersi che il cane
ragioni come un essere umano. Che “faccia i dispetti”, per esempio.
O magari che sia in grado di capire i sinonimi.
Ho avuto un’allieva alla quale non riuscivo a mettere in testa che fare
al cane discorsi come: “Seduto! Be’? Allora? Ti siedi o no? Insomma,
ti ho detto di sederti!” non significava “ripetere l’ordine” (che già
sarebbe una cosa da non fare), ma mandare il cane in totale
confusione.
La signora, dopo mezz’ora che mi sgolavo cercando di farle capire
che il cane ha la possibilità di capire molte parole, ma non così tante
come ne usava lei, mi faceva regolarmente un bel sorriso
disarmante e obiettava: “Ma non è vero! Lui capisce tutto! Anche in
casa, sa? Capisce tutto quello che diciamo!”.
“Ahhhh! – esclamavo allora io – Ho capito perché il cane non si
siede… immagino che sia distratto dalla preoccupazione per la
scadenza del mutuo sulla casa di cui avete parlato ieri sera in
famiglia!”
Sarcasmo sprecato.
Lei guardava il cane come se si chiedesse: “Oddio, sarà mica
proprio per quello?”.
L’antropomorfizzazione è una delle maggiori cause di
incomprensione tra uomini e cani (nel senso che sono gli uomini a
non capire i cani, e non viceversa), anche perché spesso si finisce
per provare un vero e proprio rancore per il cane che, appunto, “fa i
dispetti” o che magari ci ha ringhiato (e magari aveva anche le sue
sacrosante ragioni). Il nostro concetto è: “gli diamo da mangiare ogni
giorno, lo puliamo, lo portiamo fuori anche sotto la pioggia o la
neve… e lui ci ricambia così!?!”.
Ecco, questo tipo di atteggiamento va eliminato al più presto, perché
va a creare conflitti inutili per cause inesistenti: il cane non fa
dispetti, il cane non è un ingrato, il cane non mente e non tradisce.
Ma se ci convinciamo che ragioni come un uomo, allora lo riterremo
capace di tutte le efferatezze che, ahimé, in realtà appartengono
solo alla nostra specie, e il nostro rapporto si incrinerà, a volte
irrimediabilmente. Ma non certo per colpa sua.
LA TEORIA È PRATICA
Qualche lettore sta per caso pensando che io “non” abbia detto nulla
su come si affronta l’aggressività da dominanza? Be’, in realtà ho
spiegato tutto ciò che si poteva spiegare. L’aggressività da
dominanza, infatti, si previene costruendo un rapporto corretto con il
cane e si risolve ricostruendo un rapporto corretto con il cane. Non ci
sono altre possibilità. O meglio, ci sono, ma sono caldamente
sconsigliabili.
Per esempio, c’è quella di imporsi sul cane con la violenza
(ammesso e non concesso che il cane stia lì a prenderle) e di farsi
temere da lui, ma in questo caso, solitamente, si ottiene solo un
cane che rimugina rabbia repressa, che “gonfia” evitando di
esprimere la propria aggressività solo perché ha paura di essere
punito. Ma nessun essere vivente può “gonfiare” in eterno senza
scoppiare, prima o poi. E i cani che scoppiano solo quelli che poi
finiscono in prima pagina, con l’immancabile commento del
proprietario-vittima: “Dev’essere impazzito! Non aveva mai fatto così
prima di oggi!”.
A volte questi cani finiscono al macello (leggi: “eutanasia”… ma che
“buona morte” può esserci per un cane sano e normale,
semplicemente vittima di vessazioni che non meritava e che alla fine
ha sacrosantamente “sbroccato”?) o, nella migliore delle ipotesi,
riempiti di psicofarmaci. E questo, infatti, è il metodo “di gran moda”
per risolvere le aggressività da dominanza. Metodo, purtroppo, che
viene proprio insegnato ai veterinari comportamentalisti e che quindi
loro considerano sacrosanto, tanto da rifiutarsi proprio di vederne, a
volte, l’assurdità.
Parleremo di psicofarmaci in un capitolo dedicato, ma per adesso
accontentatevi di sapere che la stragrande maggioranza dei casi di
cani aggressivi già sotto psicofarmaci che sono arrivati in mano a un
buon rieducatore sono stati risolti levando di torno il farmaco e
cominciando a lavorare sul rapporto.
L’aggressività, infatti, nella stragrande maggioranza dei casi è solo
un sintomo: la vera “malattia” è il rapporto sbagliato con gli umani…
che non è quasi mai sbagliato per colpa del cane. E nel caso
dell’aggressività da dominanza, non lo è praticamente mai.
ALTRE FORME 4
DI AGGRESSIVITÀ

Per quando sia in assoluto la più diffusa, l’aggressività da


dominanza (o sociale) non è certamente l’unica. Ne esistono molte
altre, che adesso esamineremo una per una, vedendo che
l’aggressività può anche essere:
Da difesa/autodifesa.
Territoriale.
Da irritazione.
Da iper-possessività.
Predatoria.
Rediretta.
Idiopatica.
AGGRESSIVITÀ DA DIFESA/AUTODIFESA
Come si manifesta
Con risposte aggressive (ringhio, abbaio, morso) a:
Rimproveri, minacce, punizioni non comprensibili (es. naso
nella pipì), o alla paura di tutto ciò.
Dolore.
Manipolazioni da parte del veterinario o del toelettatore.
Avvicinamento di estranei (umani o animali), soprattutto
quando il cane è legato.
Minacce (vere o presunte) ai suoi umani o ad animali amici.
L’incidenza è molto alta, quasi identica per tutte le razze (e non-
razze), ugualmente presente in entrambi i sessi. Può essere legata a
esperienze negative pregresse (ma non è così scontato) e può avere
anche cause genetiche e/o legate all’imprinting materno: ricordiamo,
infatti, che i primissimi insegnamenti che il cucciolo riceve nella sua
vita arrivano proprio dalla madre. E che da cagne aggressive o
paurose nasceranno molto spesso cuccioli aggressivi o paurosi non
solo perché verranno loro trasmessi geni correlati a questi problemi,
ma anche perché la cagna, con il proprio atteggiamento e con i
propri segnali, “insegnerà” letteralmente ai figli ad aggredire o a
fuggire anche di fronte a stimoli che il cane dovrebbe ritenere positivi
(per esempio la presenza dell’uomo).
Genetica e ambiente vanno sempre a braccetto, ma le esperienze
ambientali a volte sono anche più forti della genetica stessa.
Se a una cagna che ha paura dell’uomo si fa allattare/allevare un
cucciolo non figlio suo, e geneticamente equilibratissimo, quel
cucciolo manifesterà paura dell’uomo. Purtroppo l’ho potuto
sperimentare personalmente quando una mia cagna si ammalò
gravemente a pochi giorni dal parto: allattai e svezzai io stessa tutti i
cuccioli tranne uno, che era stato prenotato da una coppia che
aveva già un’altra cagna che a sua volta aveva appena partorito e
che per fortuna era in ottima salute. Quando i clienti mi chiesero se
potevano prendere il cucciolo (a dieci giorni di vita) e portarselo a
casa, mettendolo “a balia” dalla loro cagna, accettai
entusiasticamente, convinta che sarebbe cresciuto molto meglio di
quelli che dovevo allattare artificialmente, non solo perché il latte di
cagna è sempre meglio di qualsiasi surrogato artificiale, ma anche
perché il cucciolo avrebbe ricevuto tutti gli insegnamenti del caso da
una mamma a quattro zampe e non da un (ulteriore) surrogato a
due, che per quanto parlasse un discreto “canese” non sarebbe mai
stato all’altezza di un cane vero.
Purtroppo i ragazzi non mi avevano detto (e io, cretina, non mi ero
informata; ma quando si deve allattare una cucciolata ogni due ore,
vi assicuro che i processi mentali ne risentono un bel po’) che la loro
era una cagna presa in canile, diffidentissima e piuttosto aggressiva
verso l’uomo (era incinta non perché i nuovi proprietari non
l’avessero tenuta d’occhio, ma perché era arrivata in canile già col
pancione: loro l’avevano adottata più o meno a metà gravidanza).
Bene (anzi, male), non solo i suoi cuccioli risultarono subito diffidenti
e ringhiosetti verso gli umani, ma lo stesso problema si manifestò nel
mio piccolo husky, mentre i suoi fratellini allevati da me avevano,
semmai, il problema opposto (erano troppo uomo-dipendenti e
“appiccicaticci”, e faticavano un po’ a rapportarsi con gli altri cani). A
parità di genetica, dunque, la differenza l’aveva fatta l’ambiente, in
questo caso ciò che la madre (adottiva, nel caso del mio cucciolo)
aveva insegnato ai figli.
Con un po’ di lavoro e di impegno il problema venne risolto (gli
influssi ambientali, a differenza dei problemi genetici, si possono
“rivoltare” abbastanza agevolmente); e venne risolto per tutta la
cucciolata, dimostrando così che la cagna probabilmente era
diffidente e aggressiva a causa di esperienze negative pregresse,
ma non perché fosse scritto nel suo DNA.
Importante: l’aggressività autodifensiva è molto più diffusa di quella
difensiva, ovvero volta a proteggere i propri umani, ma anche altri
cani (la mia meticcia Snowwhite, che amava svisceratamente tutti gli
esseri umani, una volta arrivò vicinissima a mordere un giardiniere
dopo che gli vide dare un calcio al suo amico del cuore, uno
zwergschnauzer).
Tutti i cani del mondo possono andare in autodifesa, l’impulso di
difesa invece non è sempre presente (alcune razze e anche alcuni
individui ne sono totalmente sprovvisti) ed è più spesso legato a
fattori ambientali che genetici.
Anche nei cani selezionati proprio per la difesa del padrone occorre
solitamente un insegnamento mirato affinché questa scatti: è invece
più probabile che si verifichi spontaneamente nelle razze selezionate
per la guardiania, ovvero per la difesa del gregge o del bestiame.
Se provaste a prendere in braccio un bambino che abbia come
compagno un pastore del Caucaso o un maremmano-abruzzese,
capireste cosa intendo (ma vi sconsiglio vivamente di farlo).
L’unico impulso di difesa presente in tutti i cani del mondo (anche se
in misura diversa tra una razza e l’altra e tra un individuo e l’altro) è
quello della cagna che protegge i propri cuccioli. Questo è
immancabile e va sempre rispettato per evitare stupidi incidenti (nei
quali la cagna avrebbe comunque ragione da vendere).
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività da
difesa/autodifesa
La risposta sembrerebbe lapalissiana: per non far reagire
aggressivamente il cane di fronte a stimoli negativi… basta non
sottoporlo a stimoli negativi!
Non spaventiamolo, non causiamogli dolore e lui non ci aggredirà.
Ovviamente questo è vero: ci sono pratiche molto diffuse (ahimé),
come quella di sbattere improvvisamente le mani o di pestare forte i
piedi davanti a un cucciolo “per testarne il carattere”, che creano
letteralmente (e stupidamente, nonché inutilmente) cani propensi
all’aggressività da autodifesa.
Attenzione, però, a non esasperare il concetto tenendo il cane
(specie se cucciolo) sotto la famosa campana di vetro. La vita non è
una campana di vetro, né per gli umani né per i cani: qualche piccolo
inconveniente bisogna saperlo affrontare e superare, perché
altrimenti si verificherà quella sorta di paradosso per cui il cane
“impazzisce” (secondo i giornali) e magari morde a sangue qualcuno
solo perché gli è stata pestata inavvertitamente la coda.
Per questo, arrivati a questo punto, bisogna fare una piccola
disquisizione sullo stress.

Che stress lo stress!


“Oddio, il mio cane manda segnali calmanti! Ma allora è
stressato, poverino!”
Questa frase me la sento ripetere almeno una decina di volte
alla settimana: tanto che ormai, quando la sento, mi stresso io.
E ogni volta rispondo: “Sì, può essere. E allora?”
Perché una cosa bisogna mettersi bene in testa: che l’unica
alternativa allo stress è la morte.
Gli animali e l’uomo devono adattarsi continuamente ai fattori
stressanti (tecnicamente chiamati “stressor”), perché la vita è
fatta anche di stress. E gli organismi viventi sono “programmati”
per saper dare allo stress le corrette risposte endocrine,
comportamentali e metaboliche capaci di ristabilire l’omeostasi,
ovvero l’armonia e l’equilibrio psicofisico.
È un vero e proprio “esercizio” che il nostro corpo – così come
quello dei nostri cani – deve iniziare a fare fin dalla più tenera
età per arrivare a superare le situazioni difficili e a ritrovare il
proprio appagamento: se non si fa esercizio, non si saprà
reagire opportunamente agli stimoli e la prima cavolata negativa
che ci si presenterà di fronte sembrerà una tragedia.
Quindi, un po’ di stress è assolutamente indispensabile per
“saper stare al mondo” senza dare i numeri. E questo vale per
bambini, cuccioli, umani e cani adulti.
Senza star qui ad approfondire troppo la parte scientifica del
discorso, ricordiamo che ci sono due tipi di stress: il cosiddetto
“eustress”, ovvero “stress buono, stress positivo”, e il “distress”
che è invece lo stress “cattivo”, quello che fa male alla salute
psichica e anche fisica (si può addirittura morire di questo tipo di
stress).
Che cosa li differenzia? In pratica solo la capacità di risposta
dell’organismo. Quando infatti il cane (nel nostro caso) riesce ad
“affrontare” lo stressor, a trovare la soluzione al problema che
esso rappresenta per lui e a superarlo, non solo ritrova
l’omeostasi, ma aumenta anche la sua capacità di resistenza
allo stesso stressor e anche a stressor simili. Ma anche aumenta
la propria autostima, perché si rende conto di “potercela fare”.
Per questo si parla di “eu” stress: perché è davvero “buono”,
perché aiuta il cane a migliorare i suoi rapporti col mondo e
anche con se stesso (succede la stessa cosa anche nell’uomo).
Se invece alla fase di allarme causata dallo stressor (stimolo
negativo), pur avendo messo in atto tutte le possibili reazioni
chimiche e comportamentali che ha a disposizione, il cane non
riesce a superare il problema, allora si scompensa: non ritrova la
propria omeostasi. Arriva a quella che viene definita fase di
“esaurimento”, nella quale in pratica il cane “si arrende”. In casi
estremi si può arrivare addirittura a quella che viene definita
learned helplessness: “disperazione (incapacità di reagire)
appresa”. In questi casi l’animale (uomo compreso), anche se gli
viene presentata una possibile via di fuga dalla situazione
stressante, rinuncia a utilizzarla e rimane passivo a subire lo
stimolo negativo. Ci sono stati (purtroppo) esperimenti in merito
che prevedevano l’uso della corrente elettrica: l’animale riceveva
scosse finché non faceva la cosa giusta (per esempio abbassare
una leva) per fermarle.
Nel caso in cui le scosse fossero continuate anche quando
l’animale eseguiva la mossa corretta, si verificavano casi in cui
la cavia si “rassegnava” a non avere alcuna possibilità di
sfuggire a quella tortura, e non si muoveva più neppure se lo
sperimentatore apriva la gabbia, fornendogli una via di fuga.
Questa è ovviamente una grave manifestazione depressiva che
rappresenta l’estremo limite di ciò che può fare il distress. Al
contrario, l’eustress fornisce all’organismo armi sempre più
potenti per affrontare le difficoltà della vita.
Concludendo: se il distress va evitato, l’eustress va addirittura
ricercato, perché tenere un cane (o un bambino) sotto la
campana di vetro, evitandogli ogni stimolo negativo, significa
fare di lui un individuo che si troverà disarmato di fronte a
qualsiasi difficoltà e che non sarà in grado di affrontarla, o che
reagirà in modo del tutto spropositato.
Il cane che morde a fronte di un leggero dolore (e a volte anche
di una semplice carezza) è, molto spesso, un cane che ha
vissuto troppo nella bambagia, a cui non è mai stato proposto
alcuno stimolo: è il caso di molti “cani da borsetta”, o di cani che
vivono costantemente in braccio alla proprietaria (quasi sempre
donna) e che reagiscono andando nel panico – oppure
aggredendo – di fronte a qualsiasi nuovo stimolo, percependo
pericoli anche dove non ci sono e andando quindi in autodifesa
anche quando non sarebbe assolutamente il caso.
Insomma: non basta “non causare dolore” al cane per renderlo
sereno e sicuro di sé. La totale (e quindi innaturale) assenza di
dolore, di paura e di qualsiasi altro stimolo stressante può
causare aggressività autodifensiva perfino più dei
maltrattamenti.
Per prevenire l’aggressività autodifensiva, dunque, la cosa
migliore da fare è sottoporre il cucciolo a leggeri stress (da
frustrazione, da allarme e così via) dandogli sempre modo di
trovare la soluzione, evitando invece che si trovi di fronte a
stressor insostenibili e non risolvibili.
Un esempio pratico facile da comprendere: lo stress da
frustrazione può essere indotto, per esempio, tenendo la ciotola
del cane alta sopra la sua testa e non mettendola giù finché il
cane non fa una certa cosa (abbaiare, sedersi, mettersi a
terra…). Quando il cane fa la cosa giusta, la ciotola arriva. Il
cane ha subito un eustress, perché ha messo in moto tutte le
sue reazioni e ha trovato, alla fine, quella capace di superare il
problema. Ora sa quello che deve fare, quindi ha imparato
qualcosa; ha acquisito sicurezza e fiducia in se stesso (“se mi
impegno, riesco a fare la cosa giusta”); ha ampliato la sua
capacità di sopportare lo stress.
Se la ciotola, anziché essere messa a terra, venisse riportata via
nonostante tutti i tentativi che il cane ha fatto per ottenerla, la
frustrazione arriverebbe al punto di esaurimento: distress,
negativo. Il cane non ha imparato nulla; perderebbe fiducia nelle
proprie capacità; abbasserebbe la sua capacità di
sopportazione, tant’è che se si continuasse a sottoporlo a un
simile tormento andrebbe rapidamente in depressione
(buttandosi a terra e rinunciando a qualsiasi tentativo), oppure
reagirebbe in modo aggressivo.

Aggressività verso chi?


In ordine di frequenza:
Verso i familiari
Dominanza – Autodifesa – Possessività – Irritazione
Verso gli estranei
Territoriale – Autodifesa – Irritazione – Predazione – Dominanza
Verso gli altri animali (conspecifici)
Territoriale – Autodifesa – Possessività – Dominanza
Verso gli altri animali (non conspecifici)
Territoriale – Predatoria
AGGRESSIVITÀ TERRITORIALE
Come si manifesta
Con risposte aggressive all’invasione del proprio territorio da parte di
persone o animali estranei. L’incidenza è alta.
L’aggressività territoriale si manifesta in età adulta, maggiormente
nei maschi (ma è presente anche nelle femmine sotto forma di
aggressività materna, anche quando i cuccioli non ci sono).
È più spiccata, ovviamente, nei cani selezionati per la guardia, nei
quali però non dovrebbe rappresentare un problema, ma una dote
ricercata e voluta. Prendere un cane con forte attitudine alla guardia
e poi lamentarsi perché aggredisce gli intrusi è una contraddizione
cinofila purtroppo fin troppo diffusa.
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività territoriale
Tanto per cominciare, la si previene evitando di scegliere razze
selezionate proprio per averla.
Ergo: prima di acquistare un cane “perché ci è piaciuta la foto”,
vediamo sempre di capire quali sono le sue attitudini.
Poi si previene con una intensa socializzazione del cucciolo, che può
prevedere anche il continuo avvento di estranei nel suo territorio. Se
questi verranno accolti sempre con manifestazioni amichevoli dalle
figure-guida del cane, il cane riterrà che non sia il caso di fare la
guardia ad alcunché e quindi la sua aggressività territoriale verrà
inibita (poi però non lamentatevi se lascia entrare anche i ladri).
Per risolverla quando è già presente, se arriva al limite del
patologico, la cosa migliore da fare – nel caso dei maschi – è
impedire loro di marcare ossessivamente con l’urina il contorni del
proprio territorio.
AGGRESSIVITÀ DA IRRITAZIONE
Come si manifesta
Con risposte aggressive ad abbracci, carezze, manipolazioni
(comprese quelle di veterinari/toelettatori), disturbo mentre il cane
mangia o dorme, rumori fastidiosi (più rara).
L’incidenza è medio-alta ed è presente in tutte le razze, i sessi e le
età (anche nel cucciolo).
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività da irritazione
Tanto per cominciare, bisogna tener presente che è assolutamente
normale che un cane, se viene irritato… si irriti! Quindi questo tipo di
aggressività si previene innanzitutto evitando di rompere le scatole al
cane quando non è il caso: i vecchi consigli del nonno (“non toccare
il cane che mangia, non svegliare il cane che dorme”) erano
decisamente molto saggi e andrebbero sempre seguiti, e soprattutto
impartiti ai bambini.
Di solito l’aggressività da irritazione è indotta proprio da
comportamenti umani sbagliati che hanno portato il cane
all’esasperazione e quindi (di fondo) all’autodifesa: per esempio l’uso
sbagliato (e doloroso) della spazzola o del pettine, o la pessima
abitudine di andare a ravanare nella ciotola del cane quando sta
mangiando, con l’illusione di “abituarlo”. Sì, lo abituiamo a mordere!
In alcuni casi l’apparente aggressività da irritazione è semplicemente
legata a reazioni del cane a un dolore indotto inconsapevolmente: è
recente, purtroppo, il caso di un labrador che ha morso gravemente
una bambina che era andata ad accarezzarlo… peccato che il cane
avesse un’otite molto grave e che la bambina gli avesse toccato
proprio l’orecchio dolorante. Il cane è stato soppresso, poveraccio,
senza alcuna colpa: chi resterebbe tranquillo e immobile se
qualcuno gli toccasse un punto che gli fa un male dannato? Certo,
forse la reazione di un umano sarebbe quella di spingere via l’intruso
con le mani, ma il cane le mani non le ha. L’unica sua arma di difesa
sono i denti, quindi utilizza quelli.
Quando il problema è ormai consolidato il rischio è che il cane
aggredisca anche se viene solo sfiorato, il che, ovviamente,
comporta l’impossibilità di portarlo in qualsiasi posto, oltre a
rappresentare un rischio per la stessa famiglia. Quindi bisogna
procedere a una graduale desensibilizzazione, non semplice perché
c’è sempre il rischio di venire aggrediti. Sono casi che dovrebbero
essere sempre seguiti da un professionista, anche perché è
abbastanza frequente che all’aggressività da irritazione finisca per
sommarsi un’aggressività da dominanza.
Se infatti il cane capisce che ringhiando/mordendo ottiene di essere
lasciato in pace, non è escluso (anzi!) che cominci a utilizzare
questo “metodo” per ottenere tutto ciò che gli aggrada, anche
indipendentemente dal fatto che qualcuno lo tocchi o gli provochi
fastidio.
In questi casi tutte le mie esperienze passate dicono che è molto
difficile riuscire a superare il problema mantenendo il cane nel suo
ambiente abituale, e che il primo – e fondamentale – passo è quello
di “tagliare il cordone ombelicale” che lo lega alla sua famiglia
(famiglia ormai esasperata e a volte addirittura terrorizzata da lui).
Cambiando completamente casa e figure di riferimento (ovvero
affidando il cane a una struttura professionale specializzata nei
recuperi comportamentali) quasi sempre è abbastanza agevole
azzerare il problema e cominciare a lavorare sulla
desensibilizzazione. Solo quando il cane avrà imparato a tollerare i
contatti che prima lo facevano scattare si potrà ricominciare a farlo
interagire con i proprietari, che nel frattempo dovranno anche essere
stati istruiti su come comportarsi.
Tengo a sottolineare che l’aggressività da irritazione di solito non
scaturisce da comportamenti crudeli o violenti, anzi! In moltissimi
casi, i cani che la manifestano sono cani ipercoccolati, sbaciucchiati,
abbracciati.
I proprietari (spesso donne, ma non solo donne) pensano in questo
modo di manifestare affetto al loro amico, che invece si sente
costantemente “aggredito” da quelli che per lui sono gesti di
dominanza, anche piuttosto invasivi.
Per capirci: è un po’ come se un operaio, che ha accettato
serenamente il suo ruolo e che lavora tranquillo al suo posto,
venisse approcciato dieci o venti volte al giorno dal suo caporeparto
che gli dice cose come: “Guarda che qui comando io, eh!”, “Tu sei un
semplice operaio e io sono il capo!”, “Ehi, lo sai che tu non conti un
accidenti e io sì?”.
Dopo un po’ di tempo, nessuno si stupirebbe se il povero operaio si
sentisse “irritato” e magari, un giorno o l’altro, mandasse il suo capo
a quel paese o gli mollasse uno sganassone nei denti.
Invece gli umani si stupiscono moltissimo quando il cane fa la stessa
cosa, perché loro non si sono resi conto di aver interpretato la parte
del caporeparto: pensano di aver dato soltanto “amore” al loro cane.
Peccato che il cane non sia un primate come noi e che il suo
linguaggio corporeo sia molto diverso dal nostro.
Per una scimmia un abbraccio è un abbraccio, come per l’uomo. Per
un cane è una sopraffazione.
Ecco perché diventa difficile lavorare fin dall’inizio con le stesse
persone che hanno (inconsapevolmente) vessato il cane per tanto
tempo: meglio “staccare”, fargli recuperare la serenità e solo dopo
reinserirlo in famiglia (dove ovviamente non dovrà più essere
tormentato nello stesso modo, altrimenti si tornerà al punto di
partenza).
L’unica eccezione riguarda l’aggressività da irritazione legata ai
rumori molesti per il cane, che in realtà è più che altro
un’aggressività rediretta (vedi più avanti). In questo caso i proprietari
non sono la causa del problema e quindi si potrà lavorare alla
desensibilizzazione anche in famiglia.
AGGRESSIVITÀ DA IPER-POSSESSIVITÀ
Come si manifesta
Con risposte aggressive (ringhio, morso) a persone o animali che
tentano di impossessarsi di qualcosa che il cane ritiene suo (in
particolare il cibo, ma anche giochi o altri oggetti).
L’incidenza è medio-alta ed è presente in tutte le razze, i sessi e le
età (anche nel cucciolo).
Come prevenire e risolvere i casi di iper-possessività
Il discorso è abbastanza complesso perché, in moltissimi casi,
l’unico motivo per cui il cane si comporta in questo modo è l’età di
adozione troppo precoce, oppure il fatto che il cucciolo sia stato
isolato troppo presto dalla sua famiglia - canina - di origine, anche se
poi magari è stato venduto a due-tre mesi.
Che il cane dimostri possessività nei confronti del cibo, l’abbiamo già
detto, è assolutamente normale e va anche rispettato.
Che si dimostri altrettanto aggressivo nel proteggere una pallina o
uno spazio che ritiene suo (per esempio il letto o il divano) è meno
normale e si verifica, appunto, quasi esclusivamente quando il
cucciolo non ha avuto modo di imparare le dinamiche di branco.
Un cucciolo allevato correttamente impara dal padre a rispettare le
proprietà altrui, ma impara anche dai fratelli a condividere alcune
risorse: sicuramente avrete visto tutti due cani che giocano con lo
stesso bastone, reggendone un’estremità per uno, o un’intera
cucciolata attaccarsi allo stesso straccio e fare un pacifico tira-molla
di gruppo, giocoso e senza tracce di aggressività.
Se il cane non attraversa questi momenti di “educazione familiare”
(problema tipico dei cuccioli dell’Est, smerciati da negozi e da
sedicenti “allevamenti” multirazza, che in realtà sono semplici
importatori) è altamente probabile che sviluppi un attaccamento
eccessivo alle “sue” (o presunte tali) cose.
Se poi seguono errori umani classici, come quello di picchiare il cane
perché ha rifiutato di mollare un oggetto, ecco che alla possessività
si somma l’autodifesa e il cane, una volta messi i denti (o tutto il
corpo) su qualcosa che gli interessa, può diventare una vera “belva”.
La miglior prevenzione, dunque, consiste intanto nell’evitare di
prendersi in casa un cane che non ha vissuto un’infanzia normale:
purtroppo non è sempre facile saperlo, specie quando si adotta in
canile, ma qualche piccolo test ci farà capire facilmente se e quanto
è disponibile a condividere le risorse.
Poi bisogna, ovviamente, evitare errori come quello citato: non ha
senso entrare in conflitto con il cane, quando ha ragione lui!
Mettiamoci nei suoi panni: dal punto di vista del cane, difendere la
scarpa firmata che ha “conquistato” e che si sta rosicchiando in
piena beatitudine è assolutamente lecito. Non è che lui possa sapere
che quelle scarpe le abbiamo pagate trecento euro e che
ritrovarcene una masticata o sbavata non ci rende esattamente felici!
Piuttosto che metterci a litigare, è sempre meglio proporgli uno
scambio equo: tu molli la scarpa e io ti do in cambio un bocconcino
prelibato. Niente risse, nessun motivo di mettersi sulla difensiva,
risultato raggiunto.
Questo non significa che “abbia vinto il cane”, che il capo “abbia
ceduto”: il capo si è semplicemente comportato con intelligenza e
buon senso.
Ci dobbiamo levare dalla testa l’idea del “capobranco” che mette
sempre tutto sul piano del “vediamo chi ha più attributi”: un vero
capobranco (quante volte l’ho già detto? Be’, aggiungiamone
un’altra!) è quello che dimostra di avere più cervello.
Anche con il cane adulto che già mostri una forte aggressività
possessiva è opportuno, quindi, evitare le maniere forti e preferire
l’insegnamento del “lascia”, che si ottiene sempre attraverso lo
scambio, in modo che il cane capisca che nessuno intende rubargli
ciò che è suo, ma che cedere qualcosa significa ottenere qualcosa di
meglio. Inoltre bisognerà lavorare sulla RSG e su una corretta
gestione delle risorse.
Se il caso è molto serio e il cane minaccia seriamente di mordere
quando ha qualcosa di “suo” è meglio affidarsi a un professionista
per la soluzione del caso.
AGGRESSIVITÀ PREDATORIA
Come si manifesta
Con l’inseguimento, talora seguito dall’attacco, di:
Bambini e ragazzini, gatti e altri piccoli animali.
Persone, anche adulte, che corrono, ciclisti ecc.
Neonati, cuccioli e qualsiasi essere di piccola taglia che appaia
indifeso e inerme.
L’incidenza è piuttosto bassa, perché si manifesta quasi
esclusivamente in cani che non sono stati correttamente socializzati.
Diventa più elevata quando i cani sono in coppia o in gruppo (“effetto
branco”: la pulsione alla caccia prende il sopravvento
sull’educazione). È presente in tutte le razze e non-razze, i sessi e le
età. Spesso l’aggressività predatoria inizia come gioco, ma poi
degenera a causa del comportamento della vittima.
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività predatoria
Al fine di scoraggiare l’attività predatoria è importantissimo,
innanzitutto, socializzare il cucciolo con bambini, piccoli animali,
ciclisti, postini e così via.
Il cane non ha più bisogno di cacciare per vivere, ma l’impulso
predatorio fa parte della sua memoria di specie; però questo impulso
ha anche bisogno di essere attivato dal comportamento della vittima.
È noto a tutti che i gatti capaci di rimanere immobili di fronte a un
cane sono quelli che hanno maggiori probabilità di cavarsela, mentre
quelli che scappano sono quelli che rischiano maggiormente la pelle:
questo perché il cane prova l’impulso di inseguire, afferrare, mordere
solo le prede in movimento.
Per questo motivo, oltre ad abituare il cane a non scattare
all’inseguimento di chiunque si muova rapidamente, bisogna anche
educare i bambini a non scappare mai davanti a un cane. Per
risolvere un’aggressività predatoria già altamente fissata bisogna
ricorrere alla desensibilizzazione e al controcondizionamento.

È possibile “prevedere”
Gli studi effettuati sull’aggressività canina (quasi tutti piuttosto
datati) hanno condotto a deduzioni interessanti che però
possono dare adito a equivoci. Ci rifacciamo qui a uno
specchietto (tratto da www.etodog.com, sito al quale si rimanda
anche per l’approfondimento e le fonti) cui aggiungiamo alcune
considerazioni personali.
1. I maschi non sterilizzati sono responsabili per il 70-90 per
cento delle aggressioni.
Considerazioni: questo è il classico caso in cui la statistica può
portare a conclusioni affrettate o superficiali. È sicuramente vero
che i maschi interi sono responsabili della maggior parte delle
aggressioni, ma è anche vero che il 70-90 per cento dei cani
maschi (dipende dalla nazionalità: in Italia la castrazione dei
maschi è ben poco praticata, mentre è diffusissima in America)
sono interi. Quindi il dato statistico va letto tenendo presente
questo fattore. Molti veterinari comportamentalisti, leggendo
questa casistica, deducono che la causa dell’aggressività non
stia nella parola “maschio”, ma nelle parole “non sterilizzato”:
quindi consigliano la castrazione come rimedio sovrano contro
l’aggressività. La realtà dei fatti dice che questo rimedio è
efficace in un numero veramente molto basso di casi: la
castrazione precoce può prevenire alcune forme di aggressività
(come quella sociale, soprattutto nei confronti degli altri cani),
mentre non ha assolutamente alcun effetto su altre (neppure
sull’aggressività sociale nei confronti dei proprietari). La
castrazione tardiva, a comportamento ormai fissato da tempo, è
quasi sempre ininfluente su qualsiasi tipo di aggressività.
2. Dai negozi per animali e dai cosiddetti “canifici” (allevamenti
“in serie”, esclusivamente commerciali) escono cani con
un’altissima incidenza di aggressività da dominanza e fobie di
vario tipo.
Considerazioni: una corretta impregnazione e socializzazione
(vedi nel capitolo 2) sono fondamentali strumenti di prevenzione
dell’aggressività. I cani sfruttati a scopo commerciali e, prodotti
nei “canifici” (soprattutto quelli dei Paesi dell’Est, per quanto
riguarda l’Europa) vengono strappati precocemente alla famiglia
di origine per essere esportati e venduti in età ancora
“appetibile” per il cliente: questo comporta una deprivazione,
ovvero la mancanza di tutti gli insegnamenti che madre, padre e
fratelli avrebbero impartito al cucciolo insegnandogli, tra le altre
cose, a regolare la forza del morso, a rispettare le proprietà altrui
e così via. Acquistare cuccioli troppo piccoli non serve affatto a
“farli affezionare di più”, come spesso si crede, ma a creare
futuri adulti aggressivi e incapaci di accettare le regole.
3. La mancanza di una adeguata socializzazione antecedente
all’età di 14 settimane è la causa di patologie comportamentali
associate a comportamenti di paura e/o aggressività.
4. I proprietari troppo permissivi con i propri cani sono causa di
problemi di aggressività da dominanza.

5. Non esiste alcuno studio quantitativo sull’ereditabilità


dell’aggressività da dominanza, tuttavia ci sono delle evidenze a
supporto di questa ipotesi. L’aggressività tra cani sembra essere
anch’essa ereditaria.
6. I motivi non sono ancora stati scoperti, ma esiste una
correlazione tra l’età della prima vaccinazione e i successivi
problemi di aggressività: tra i cuccioli vaccinati prima dell’ottava
settimana si rileva una incidenza più bassa di determinati tipi di
aggressività rispetto a quelli vaccinati dopo la nona settimana.
7. La molteplicità di questi e altri fattori rende difficile e spesso
senza senso cercare di predire i comportamenti aggressivi
basandosi su una sola caratteristica, quale la razza.
AGGRESSIVITÀ REDIRETTA
Come si manifesta
Si parla di aggressività rediretta quando il vero bersaglio del cane
non è quello che viene effettivamente colpito. Infatti essa si verifica
quando un cane vorrebbe mordere un altro soggetto, ma non
potendo raggiungerlo raggiunge un tale grado di frustrazione per cui
finisce per mordere (a mo’ di “valvola di sfogo”) l’individuo a lui più
vicino.
Talvolta si verifica non per una vera e propria pulsione aggressiva,
ma per pura e semplice sovraeccitazione, anche gioiosa: la si può
osservare, per esempio, nei cani da agility quando attendono il loro
turno e vedono gli altri effettuare il percorso.
L’incidenza è piuttosto alta e riguarda cani di qualsiasi razza/non
razza, senza limiti di età o di sesso.
Come prevenire e risolvere i casi di aggressività rediretta
In realtà non c’è alcun modo di “risolvere” l’aggressività rediretta,
perché è inconsapevole: il cane arriva a un punto tale di eccitazione
da “esplodere” addentando la prima cosa che gli capita a tiro.
Lo si vede chiaramente nei cani con alta aggressività territoriale, che
“impazziscono” quando qualcuno passa lungo i confini della loro
proprietà ma non possono raggiungerlo perché glielo impediscono
reti, recinzioni ecc. Quando i cani da guardia sono due, è
frequentissimo che a un certo punto si mordano tra loro.
Purtroppo capita anche che il bersaglio della rediretta sia un umano
che si trovava nelle vicinanze: quindi è molto importante non lasciare
mai i bambini da soli in giardino con uno o più cani da guardia.
Altri bersagli frequenti di aggressività rediretta sono i conduttori di
cani sportivi, per esempio quando trattengono il cane prima di
permettergli di attaccare il figurante.
L’unica vera prevenzione dell’aggressività rediretta sta nell’insegnare
al cane l’autocontrollo, cosicché la sua eccitazione sia mantenuta a
livelli accettabili e non arrivi mai al punto di dover trovare per forza
una valvola di sfogo.
L’autocontrollo è un’altra delle cose che un cane allevato
correttamente impara dalla mamma: se questo non è avvenuto, o è
avvenuto in modo insufficiente, si possono utilizzare semplici
esercizi come quello di attendere davanti alla ciotola, di non
scaraventarsi su/giù dalla macchina, di restare seduto in attesa
prima di rincorrere una pallina e così via.
Chi non è in grado di insegnare al cane questi esercizi può rivolgersi
a un bravo educatore/addestratore.
AGGRESSIVITÀ IDIOPATICA
Con questo termine si definisce ogni forma di aggressività della
quale non si capiscono le cause.
Come si manifesta
In realtà l’aggressività idiopatica propriamente detta è legata a un
comportamento ben preciso: il cane attacca senza alcun preavviso e
senza la minima motivazione apparente (a volte anche durante il
gioco), irrigidendosi di colpo e manifestando fissità dello sguardo
(spesso con pupille dilatate).
L’attacco, violento e incontrollabile, finisce improvvisamente così
come è cominciato e il cane sembra non rendersi assolutamente
conto di ciò che ha fatto.
Si può prevenire e risolvere i casi di aggressività idiopatica?
Fino a oggi non sono note le cause di questo tipo di aggressività che
si presume possa essere legata a una disfunzione dei
neurotrasmettitori.
La prognosi, purtroppo, è infausta.
Attenzione, però, perché mi sono
capitati diversi casi in cui i veterinari
avevano diagnosticato aggressività
idiopatica, quando in realtà si trattava
di aggressività sociale o da irritazione:
in questi casi “idiopatica” stava a
significare “non ci ho capito niente”, il
che non è un buon motivo per
suggerire l’eutanasia di un cane. Per
questo consiglio sempre di sentire più pareri quando si riceve una
diagnosi di questo tipo.
L’AGGRESSIVITÀ 5
INTRASPECIFICA

Uno dei più diffusi problemi caratteriali dei cani è quello


dell’aggressività verso i loro simili. E questo, in realtà, nove volte su
dieci fa parte dei problemi visti come tali dai proprietari, quindi in
teoria non ne dovrei neppure parlare in questo libro, però è appunto
così diffuso, ed è vissuto così male dai proprietari che almeno
qualcosa in merito devo dire per forza. Sintetizzo nei punti seguenti.
CHE CANI ADULTI DELLO STESSO SESSO
SI AZZUFFINO È ASSOLUTAMENTE NORMALE
Ed è ancora più normale se sono maschi (ci si dovrebbe pensare,
quando si sceglie il sesso del cucciolo. Le femmine andranno pure in
calore, ma i maschi litigano il triplo di loro).
Esistono razze (poche, tutto sommato) selezionate per lavorare in
gruppo o in muta e quindi avere bassa (ma non inesistente!)
aggressività intraspecifica; ne esistono altre, come quelle da
compagnia, selezionate per essere amichevoli in generale (ma non
amorfe). Ma sono, appunto, casi piuttosto rari.
La stragrande maggioranza dei maschi adulti, di fronte a un altro
maschio adulto, entra in competizione. E purtroppo non sempre
ritualizza, come farebbero due lupi: perché i cani non sono più lupi,
così come noi non siamo più scimmie.
Neppure noi facciamo l’amore dal mattino alla sera come i bonobo:
noi litighiamo, ci azzuffiamo, ci ammazziamo. E l’evoluzione del cane
dal lupo ha seguito lo stesso iter, grazie anche (o soprattutto) alla
convivenza con bestiacce immonde come gli umani: così anche loro,
proprio come noi, litigano e si azzuffano talora in modo più serio dei
loro progenitori, e spesso con conseguenze più drammatiche perché
i lupi, bene o male, son tutti della stessa dimensione, o quasi. I cani
no.
Ma perché i cani litigano?
Per molti motivi diversi.
Lo fanno perché a volte non hanno (o credono di non avere)
altra scelta (vedi più avanti“ Il guinzaglio è spesso uno
scatenatore di risse”).
Lo fanno perché nella nostra società il cane, animale da
branco, si trova perennemente di fronte a estranei che non
fanno affatto parte del loro branco e che quindi loro tendono a
scacciare (proprio come i lupi) da quello che, a torto o a
ragione, considerano il loro territorio.
Lo fanno perché sono animali gerarchici (con buona pace di
chi lo vorrebbe negare), ma in certe famiglie umane si
convincono tutti di essere “strafighi” e di poter comandare a
bacchetta chicchessia: così, quando incontrano un loro simile
che magari è grosso il triplo di loro, assumono atteggiamenti
dominanti che l’altro non prende proprio benissimo.
Lo fanno perché gli umani li premiano e li gratificano quando si
mostrano aggressivi (tipico caso del proprietario che accarezza
il cane dicendogli “stai buono, stai buono” mentre lui sta
ringhiando e abbaiando, rinforzando così il suo comportamento
anziché calmarlo come si illude di fare).
Lo fanno per mille altri possibili motivi (parecchi dei quali
vedono responsabilità a due zampe: ma non tutti); sta di fatto
che lo fanno, punto.
Se volete il classico “cane da parchetto” che resti tale anche dopo i
nove-dieci mesi (ovvero dopo la maturità sessuale), scegliete una
razza selezionata per essere amichevole o scegliete una femmina (e
sperate in Dio, perché ci sono anche femmine che non disdegnano
le risse), o fate entrambe le cose (e già avete qualche probabilità in
più, ma non la certezza).
In caso contrario dovrete mettere in conto che prima o poi il vostro
cane possa litigare, magari solo perché è stato l’altro a provocarlo.
Ma succedere, può succedere, proprio perché è normale che
succeda.
IL GUINZAGLIO È SPESSO
UNO SCATENATORE DI RISSE
Di fronte a un possibile conflitto con un suo simile, il cane ha tre
scelte rappresentate dalle famose “tre effe”: fly, freeze or fight.
Ovvero: scappare, immobilizzarsi o combattere.
Il cane non è una specie che “freeza” volentieri, perché questa è una
scelta che solitamente compete alle prede e non ai predatori (e il
motivo mi sembra ovvio: immobilizzarsi significa “cercare di non farsi
vedere dal nemico”, il che ha senso per la preda – vedi conigli e
capre, che infatti lo fanno – ma non ne ha per il predatore, che se si
fermasse non acchiapperebbe più nessuno e morirebbe di fame).
Il cane, in quanto predatore (non più al 100 per cento come il lupo,
perché è diventato più opportunista, ma abbastanza da “ricordarsi
come si fa”) è una specie che sceglie prevalentemente il movimento:
o di fuga, o di attacco.
Il guinzaglio, tagliando di fatto fuori l’opzione “fuga”, quasi obbliga il
cane a scegliere di combattere, e più il guinzaglio è corto e teso, più
si alza l’aggressività.
Ergo, se il nostro cane tende a rissare bisognerebbe evitare il più
possibile gli incontri al guinzaglio. Siccome questo non è possibile
per chi vive in città, bisogna imparare a controllare il proprio amico
insegnandogli i comandi di base (seduto, terra, resta) e ottenendo
che li metta in pratica anche in presenza di qualsiasi distrazione.
Sì, c’è da lavorarci sopra, la cosa non cade dal cielo. Ma educare il
proprio cane è una responsabilità precisa: se non vogliamo lavorare
per lui e con lui, ci sono sempre i peluche.
SOCIALIZZARE I CUCCIOLI
E I CUCCIOLONI NON BASTA
La visione buonista-disneyana del cane che, una volta socializzato
per benino, rimane a vita un amichevole giocherellone (e ancor
peggio la teoria che vorrebbe tutti i cani perenni giocherelloni) è
assolutamente folle.
Un cane così non è neanche più un vero cane, anzi, personalmente
sono dell’idea che le razze in cui è stata selezionata un’esasperata
neotenia (e cioè il mantenimento per tutta la vita delle caratteristiche
psicofisiche tipiche del cucciolo) siano state un pochino maltrattate
geneticamente, né più e né meno di quelle in cui si è cercato l’esatto
opposto (come i cani da combattimento).
Sta di fatto che un cane “normale”, nella società umana moderna,
avrà tali e tante occasioni di litigare che non si può davvero
pretendere che le ignori tutte, a meno che non vogliamo ridurlo a un
pacioso tontolone che però perderebbe qualsiasi utilità pratica e
quindi risulterebbe, di fatto, “de-caninizzato”.
Comunque: a meno che i cani non vengano appunto “de-caninizzati”
– per selezione o per influsso ambientale – la socializzazione serve
solo a far sì che essi imparino a comunicare correttamente con i loro
simili.
Dopodiché sta a noi capire quando questa comunicazione smette di
essere a base di “Giochiamo a rincorrerci?”, “No, dài, giochiamo alla
lotta!” e comincia a virare verso cose come: “Dì un po’, coso… lo sai
che stai nel mio territorio?, Ti leveresti di torno in fretta, please?”,
“Ma non ci penso nemmeno, questo è il mio territorio! Cosa ti fa
pensare che sia il tuo?”
“Dialogo” purtroppo frequente - e anche giustificato, a pensarci bene
– in parchetti e aree cani nei quali nessuno ha mai potuto spiegare ai
cani che si tratta di luoghi “a libero accesso”: perché nella mente del
cane il “libero accesso” non esiste proprio.
Lui, il territorio in cui vive – ma anche quello in cui passa molto del
suo tempo “libero” – lo difende a spada tratta, perché lo ritiene suo.
Quando la conversazione tra cani comincia a prendere questa piega
(e la prende spesso, tra soggetti adulti e sessualmente maturi, ancor
più se ci sono in giro delle femmine che magari entrambi conoscono
e sulle quali – antropomorfizzando un po’ – hanno fatto entrambi un
pensierino) non è che i due “non sappiano più comunicare”.
In realtà comunicano benissimo e si spiegano perfettamente.
Forse noi non parliamo più in italiano comprensibile, quando
mandiamo qualcuno a quel paese?
Certo che no! Lo parliamo in maniera più che chiara: e qualora
scoppi una rissa non è perché non ci siamo spiegati/capiti bene, ma
perché quella rissa l’abbiamo cercata e voluta.
Ora, domanda: voi vorreste davvero un marito, una moglie, un figlio
incapace di mandare qualcuno a quel paese anche quando è stato
provocato, irritato, schernito, minacciato?
Vi piacerebbe avere un’ameba umana che di fronte a un insulto
risponde sempre e solo: “Dài, andiamo a giocare insieme!”? Io credo
che non lo vorrebbe neppure il più pacifista del mondo: perché uno
così non è “buono”, è… altro.
E allora: volete davvero un cane così?
No, perché… guardate che l’aggressività non parte mica sempre da
lui!
Molto spesso i cani reagiscono aggressivamente perché sono stati
provocati, e non necessariamente da un avversario che urla e
strepita: a volte bastano i segnali odorosi (che noi non percepiamo e
quindi non possiamo capire) per lanciare una sfida.
E se il vostro cane la accetta e non si tira indietro non potete definirlo
“cattivo” o “aggressivo”: non è stato lui a cominciare.
Semplicemente, non sta lì a farsi prendere per i fondelli, come
probabilmente non ci stareste voi.
I PROPRIETARI DI CANI PICCOLI
NON POSSONO PRETENDERE CHE TUTTI
GLI ALTRI SI RIMPICCIOLISCANO
Vi piacciono chihuahua, cavalier, papillon, yorkshire? Ottimo. Però
dovrete essere voi – ben consapevoli di avere un microcane – a
evitargli le situazioni a rischio: non potete pretendere che tutti gli altri
cani si comprimano, né che tutti i loro umani li tengano a doppio
guinzaglio, con museruola stile Hannibal Lecter e magari anche con
le zampe legate.
Tutti dobbiamo assolutamente pretendere il rispetto delle regole (e
magari anche un po’ di sana educazione, che non ha mai
ammazzato nessuno), ma in un parco, o in un’area cani, o in
qualsiasi altro posto in cui i cani possano stare sciolti, è sacrosanto
che stiano sciolti tutti, di qualsiasi dimensione essi siano.
Quindi, magari, è meglio darsi proprio appuntamento con altri umani
microcane-muniti, in modo da poterli liberare assieme senza rischi, e
avvisare i proprietari di cagnoni che dall’ora X all’ora Y in quel posto
lì ci siete voi, pregandoli di portare i loro amici una mezz’oretta dopo.
Ci si può benissimo organizzare senza diventare arroganti: basta un
po’ di buon senso.
I PROPRIETARI DI CANI GROSSI
NON POSSONO CONSIDERARE I CANI
PICCOLI COME SE FOSSERO “DI SERIE B”
A voi farebbe piacere che, mentre il vostro mastino napoletano si fa
la sua pisciatina ai giardinetti, qualcuno liberasse un Tirannosaurus
rex nella stessa area? Le dimensioni sono sempre una cosa relativa
e chi di cane grosso colpisce, di cane-più-grosso-ancora rischia di
perire.
Senza il rispetto reciproco non si va da nessuna parte e se siete
cinofili, non potete letteralmente ignorare che una rissetta da due
centesimi tra un megacane e un minicane può avere conseguenze
drammatiche, a volte addirittura letali per il più piccolo.
Quindi: guinzaglio sempre nei luoghi che lo richiedono; museruola se
già sapete che il vostro cane è un attaccabrighe coatto; controllo
sempre (richiamo impeccabile, certezza assoluta di ottenere risposta
immediata a comandi come “fermo”, “seduto”, “lascia” – se non siete
capaci, esistono educatori e addestratori); massima attenzione agli
altri cani presenti nei luoghi in cui pensate di sguinzagliare il vostro.
PREVENIRE È SEMPRE MEGLIO
CHE CURARE
Lapalissiano, vero? Eppure sembra che molta gente non l’abbia
ancora capito. C’è chi ha il cane rissoso e se ne infischia (a volte
andandone pure fiero), c’è chi fa esperimenti e tenta soluzioni per
“vedere l’effetto che fa”, mettendo costantemente il suo cane (e
quelli altrui) in situazioni a rischio.
Eppure, a volte, basterebbe semplicemente cambiare strada. O
fermarsi un attimo prima. O evitare di andare all’area cani proprio
all’ora precisa in cui si sa già che arriverà il nemico giurato del nostro
cane.
Il cane rissoso può (anzi, deve) essere controllato; si può ottenere
che accetti di incrociare altri cani a distanze inferiori al chilometro
prima di cominciare a tirare, impennarsi, strozzarsi, ringhiare,
sbatterci per terra (i cani tutor, per esempio, servono esattamente a
questo)… ma non potremo mai obbligare un cane a trovare simpatici
i suoi simili!
E siccome è normale che alcuni cani non si stiano reciprocamente
simpatici (vedi prima il paragrafo “Che cani adulti dello stesso sesso
si azzuffino è assolutamente normale”), allora non c’è motivo per
forzare inutilmente la mano verso un risultato che non potremo
ottenere. Dunque, evitare le occasioni di rissa è sempre e comunque
cosa saggia, il che non significa, ovviamente, che il vostro cane non
dovrà mai più incontrarne un altro.
Di solito i maschi (anche quelli rissosi) accettano la compagnia delle
femmine (e viceversa), quindi fate interagire soggetti di sesso
diverso, e con ogni probabilità tutto filerà liscio.
Se il vostro maschio odia anche le femmine (o viceversa), allora c’è
stato probabilmente qualche serio problema all’origine (cane preso
troppo piccolo, non socializzato e così via).
Purtroppo il caso è abbastanza frequente in questi tempi di smania
di “spender poco”, che porta dritti nella trappola dei cuccioli dell’Est,
super-deprivati e quindi, da adulti, super-rissosi.
Succede, però, anche con i cani provenienti da storie di abbandono:
in questo caso chi li adotta non ha alcuna colpa, ovvio. Però ha un
problema da risolvere.
Se avete un cane così, allora conviene ricorrere all’aiuto di un
professionista per cercare di metterci una pezza almeno per quanto
riguarda i sessi opposti.
In questi casi c’è un programma che fa veramente miracoli (o quasi):
quello dei “cani tutor”, studiato e codificato da Claudio Mangini.
Questo protocollo vede l’impiego di uno o più cani addestrati proprio
per insegnare ai propri simili le “buone maniere” e ottiene risultati
davvero inarrivabili con altri metodi, per di più in tempi rapidissimi:
per questo, da quando l’ho scoperto, io lo propongo come il miglior
metodo esistente per risolvere i casi di aggressività intraspecifica.
MOLTISSIME RISSE POTREBBERO
ESSERE EVITATE IMPEDENDO
SEMPLICEMENTE AL CANE MASCHIO
DI MARCARE IN CONTINUAZIONE
Sembra una sciocchezza e invece è fondamentale: i cuccioloni
maschi che alzano perennemente la zampa per lasciare inizialmente
un laghetto di pipì, e poi una sparuta gocciolina (che comunque
contiene tutte le informazioni del caso per chi la annuserà) ogni tre
metri circa, sono o saranno adulti rissosi perché troppo territoriali.
La territorialità – come l’aggressività, peraltro! – è una dote
caratteriale che certamente non va inibita (specie se il cane dovrà
avere funzioni di guardiano), ma che va assolutamente regolata e,
se è eccessiva, limitata.
Marcare tutto il proprio giardino va bene: marcare ossessivamente il
mondo intero, no. Impediamoglielo, tirandolo semplicemente via con
un invito del guinzaglio.

Attenzione
Spesso si pensa che i cani più “pericolosi” verso i loro simili
siano quelli che in passato sono stati selezionati per i
combattimenti. Ma non è così. Un vero cane da combattimento
non è mai un “cane da rissa”. Questo tipo di cane combatte se
dall’altra parte trova un avversario altrettanto deciso a
combattere, altrimenti lo ignora, si fa gli affari suoi, lascia
perdere.
Se però qualcuno va a sfidarlo… be’, allora lo trova. E siccome i
parchetti sono pieni di cani che “la fanno fuori dal vaso”, è
sicuramente meglio evitare di metterlo alla prova. Però tacciare
a priori di “pericolosità” pit bull, amstaff, akita e altre razze con
un passato da combattenti è profondamente ingiusto.
E SE LA ZUFFA È GIÀ SCOPPIATA?
La formula magica per dividere due cani che si stanno azzuffando
non esiste. O perlomeno, io non ce l’ho. Forse Panoramix o Mago
Merlino potrebbero far meglio, ma per me restano validi i soliti
consigli, ovvero:
Non mettersi in mezzo alle teste azzannanti, ma sollevare i
cani per la coda (se ce l’hanno) o per i posteriori (in assenza di
code), cosa che devono fare in contemporanea i due
proprietari, se sono entrambi presenti. Non funziona nel 100
per cento dei casi (altrimenti sarebbe davvero la formula
magica!), ma in moltissimi casi sì.
Mollare il guinzaglio e lasciar fare al cane, qualora si tratti di un
cane sciolto e senza umani di riferimento: ovviamente la cosa
è ad alto rischio, ma mettendosi in mezzo si rischia solo di
peggiorare le cose (e di prendersi un morso).
Non sbraitare, strattonare, colpire i contendenti (penserebbero
che è l’altro cane a far loro del male, e picchierebbero ancora
più forte).
Ricorrere alla buona vecchia secchiata d’acqua (anche questa
non funziona sempre, ma spesso sì) qualora sia disponibile.
Non provare assolutamente mai a “tirar via” un cane piccolo
dalle fauci di un cane grosso, perché ci sono stati casi in cui è
stato letteralmente l’umano ad ammazzare il proprio cagnolino
“strappandolo via” mentre l’altro si limitava a tenerlo fermo, e
se gli fosse stato permesso di finire la ritualizzazione senza
interventi umani forse gli avrebbe causato solo un buchetto o
qualche ematoma. Ai proprietari di cani grandi, e in particolare
di cani da presa, consiglio sempre di girare con un cuneo in
tasca, perché l’unico modo per far aprire la bocca al cagnone
senza far male al cagnino è quello di far leva sui molari.
Ripeto: cuneo, di legno o di plastica (li vendono belli e fatti),
non mani umane, con quelle si rischia di lasciarci qualche dito
e non si riesce ad aprire le fauci di un cane in presa, neanche
se si è parenti stretti di Hulk.
Ricordarsi che l’unico momento in cui c’è ancora speranza di
ottenere una risposta dal cane (a un nostro comando) è quello
che precede la rissa; quando è già iniziata, neppure il cane-
robot più precisino del mondo accetterà mai di abbandonare il
combattimento per rispondere a un richiamo o a un qualsiasi
altro ordine.
Infine, ricordate che intervenire in una rissa, magari tirando via
il nostro cane col guinzaglio, potrebbe rovinare per sempre – o
almeno molto a lungo – il nostro rapporto con lui. Cosa
pensereste, voi, se mentre fate a pugni un vostro amico vi
bloccasse le braccia, lasciando il vostro avversario libero di
menar le mani? Restereste amici ancora per molto? Per il cane
è la stessa cosa: il fatto che il suo Dio, in cui credeva e di cui si
fidava ciecamente, gli abbia impedito di difendersi e magari,
strattonandolo via, abbia permesso a un cane estraneo di
morderlo, viene preso come un’offesa mortale che gli farà
perdere ogni fiducia in voi. Se proprio non si tratta di
un’emergenza assoluta (tipo, appunto, cane immane contro
cane microscopico, con alte probabilità di risultato
drammatico), dispiace dirlo ma la cosa migliore è starne fuori.
Meglio un buchetto in un orecchio che un cane che non vuole
più saperne di noi; e attenzione, quando dico “buchetto” lo dico
a ragion veduta, perché spesso siamo proprio noi a
trasformare in dramma quella che poteva essere solo una
scaramuccia. Anzi, il più delle volte lo è, una scaramuccia:
perché all’inizio ho detto che i cani “non sempre” ritualizzano,
ma questo non vuol dire che non lo facciano mai.
Ci sono, è vero, casi, in cui si menano seriamente e si possono ferire
anche gravemente: ma diciamo che almeno in otto casi su dieci, la
rissa è fatta di tanto fumo e poco arrosto. È proprio ritualizzata, per
quanto “scenografica” sia, e i cani ne escono con al massimo
qualche ciuffo di pelo in meno. Proprio come accade di solito tra i
lupi.
Come si fa a capire la differenza? Eh… fosse facile!
A volte, lo confesso, ci casco anch’io, nonostante di risse ne abbia
viste decisamente in quantità industriale (comprese quelle interne al
“mio” branco: perché pure lì capita di menarsi per una pallina, per
una femmina, per un malinteso qualsiasi. Fa parte della vita). Però,
nel dubbio, è sempre meglio sperare che sia “tutta scena” piuttosto
che infilarsi nel mezzo nel modo più inopportuno e peggiorare le
cose… come quasi sempre avviene quando un umano si butta allo
sbaraglio senza sapere quello che fa.
I casi ad altissimo rischio, come quello macrocane contro microcane,
è proprio molto opportuno cercare di prevenirli. Per tutti gli altri casi,
se non hanno funzionato i tentativi canonici di cui sopra, la cosa
migliore è lasciare che i cani se la vedano da soli.
Anche perché spesso il risultato finale ci sorprenderà, ovvero ci
accorgeremo che i cani non si sono fatti praticamente nulla e che gli
unici ad aver rischiato (l’infarto) siamo stati noi.
PAURE E FOBIE 6

Se la paura è un comportamento normale, motivato da un effettivo


pericolo o minaccia, la fobia è una paura estrema, irrazionale e
sproporzionata per qualcosa che non rappresenta una minaccia
reale.
Una forma più blanda è rappresentata da forme ansiose in cui il
cane non manifesta comportamenti di fuga o di panico, ma si limita a
mettersi in allarme e a manifestare stress di fronte a qualcosa che
non rappresenta un pericolo, ma che lui vede come potenzialmente
tale.
La sua reazione comportamentale è solitamente quella di
evitamento, ma se non può fuggire può arrivare anche a mordere.
Tra le possibili fobie del cane quella che causa maggiori disagi ai
proprietari è la cosiddetta “sociopatia interspecifica”, ovvero la paura
dell’uomo.
PAURA DELL’UOMO
Le cause
Ci possono essere cause genetiche, oppure legate all’imprinting
materno, o tutte e due le cose insieme: cuccioli timidi possono infatti
nascere da madri a loro volta fornite di insufficienti doti caratteriali,
ma possono anche essere “resi” timidi dal comportamento materno
nelle primissime settimane di vita.
Tra i primi insegnamenti che la mamma dà alla cucciolata, infatti, c’è
il riconoscimento dei pericoli, e anche una mamma geneticamente
equilibrata, ma non socializzata, potrebbe insegnare ai propri figli a
temere ed evitare l’uomo.
Per questo motivo non andrebbero mai messe in riproduzione
femmine timide, paurose o addirittura fobiche, mentre spesso si
sente suggerire ai proprietari di cagne con questo tipo di problemi di
far fare loro una cucciolata, che sicuramente migliorerà il loro
carattere.
È un suggerimento assurdo e pericolosissimo, perché non solo il
parto non aiuta affatto la cagna a superare i propri problemi, ma si
rischia di avere un’intera cucciolata che li manifesta “per imitazione”.
La causa in assoluto più frequente di fobie, però, è la deprivazione
sensoriale: con questo termine si intendono tutte le carenze (umane,
quando si tratta di cani allevati dall’uomo; ambientali, se si tratta di
cuccioli nati in condizioni di randagismo o peggio ancora di cani
ferali, figli di randagi che nascono in condizioni semi-selvatiche e che
non hanno mai avuto alcun contatto con l’uomo) in fase di
stimolazione ambientale, impregnazione e/o socializzazione.
I cuccioli che non hanno ricevuto alcuno stimolo ambientale
(esattamente come i bambini umani nelle stesse condizioni) saranno
quelli più difficili (e talora impossibili, purtroppo) da trattare; ma
questi sono casi strettamente riservati ai professionisti (molto bravi,
altrimenti falliscono pure loro; e a volte falliscono anche se sono
bravi).
Per chi intende adottare un cane, i cuccioli totalmente deprivati (per
quanta tenerezza possano fare) sono semplicemente da evitare.
Spesso hanno addirittura carenze neurologiche e non sono
comunque alla portata né di una normale famiglia, né di un normale
educatore cinofilo.
Possiamo però considerare “deprivati” anche i cuccioli che hanno
avuto normali stimolazioni ambientali, ma che non hanno ricevuto
una corretta impregnazione sull’uomo e/o una corretta
socializzazione nei primi mesi di vita.
Qui bisogna distinguere: se un cane è stato impregnato sull’uomo,
ma gli è mancata una corretta socializzazione – che andrebbe
effettuata dai due ai quattro mesi di vita – rimane ancora un margine
di recupero discretamente ampio.

Importante
Ci sono allevatori (alcuni alle prime armi, altri anche esperti e
famosi), che senza neppure rendersene conto creano cuccioli
parzialmente deprivati solo perché pensano che bastino la loro
famiglia e i loro cani per una corretta impregnazione e
socializzazione.
Purtroppo non è così. I cuccioli vanno sottoposti a stimoli più vari
possibile, ma soprattutto devono ricevere questi stimoli in
ambienti diversi. Vanno, insomma, portati al di fuori del loro
habitat (l’allevamento, appunto), per vasto e vario che esso sia
perché i cani si costruiscono sempre due forme mentali separate
tra ciò che è il luogo natio (indoor) e ciò che rappresenta
l’ambiente esterno, il mondo “fuori dalla tana” (outdoor).
Per questo devono venire a contatto con odori nuovi, oggetti
diversi, persone di ogni genere (uomini, donne, bambini,
persone di colore, persone in divisa…), animali di vario tipo, il
tutto in luoghi diversi. Specie quando la genetica non è proprio il
massimo, impregnare/socializzare i cuccioli solo in allevamento
può lasciare lacune più o meno serie, ma sempre difficilmente
colmabili, e il problema sarà tanto più grave quanto più l’indoor
sarà limitato. Un cucciolo vissuto sempre in un box sarà
terrorizzato da tutto; quello che invece ha avuto a disposizione
ampi recinti, sguinzagliatoi, spazi e superfici diverse sarà più
facilmente adattabile al mondo esterno, ma dovrà comunque
subire un processo di adattamento che invece non comporta
alcuna fatica per i cuccioli che, al momento giusto (e cioè a
partire dalle sette/otto settimane), hanno avuto modo di
sperimentare il “mondo di fuori”.

Invece la mancata impregnazione è irreversibile: il cane non


riconosce l’uomo come conspecifico (o come membro del suo
gruppo sociale, se preferite) e quindi ne ha paura.
Questo non significa che sia “irrecuperabile”: però significa che
andrà approcciato e trattato più come un lupacchiotto selvatico che
come un vero e proprio Canis familiaris.
La storia e l’etologia ci insegnano che anche gli animali totalmente
selvatici, anche non imprintati/impregnati, possono imparare ad
amare l’uomo e a fidarsi di lui, ma bisogna letteralmente
“addomesticarli”, perché un cucciolo non impregnato equivale in tutto
e per tutto a un animale selvatico.
La cosa richiede solitamente tempi lunghi, ma è fattibile: ricordando
però che il cane, salvo veri e propri miracoli, diventerà
(apparentemente) “normale” solo all’interno della sua famiglia e del
suo habitat quotidiano. Con gli estranei rimarrà quasi sempre molto
timido (oppure aggressivo per autodifesa) per tutta la vita o
comunque per tempi molto, molto lunghi.
Un’altra causa abbastanza diffusa di sociopatia interspecifica è
l’adozione di cuccioli troppo piccoli.
Di solito i cuccioli presi a meno di 60 giorni manifestano soprattutto
sociopatie intraspecifiche, ovvero problemi con gli altri cani, ma
questo intacca anche i rapporti con l’uomo, per esempio, la mancata
presa di coscienza del concetto di “distanza di sicurezza” che i
cuccioli scoprono più o meno dalla quinta alla settima settimana di
vita, solitamente a opera del padre.
Oltre a imparare a non superare questa distanza quando un altro
cane è in possesso di una risorsa, infatti, i cuccioli imparano anche a
non allarmarsi quando altri individui si mantengono entro certi limiti
spaziali.
Se manca loro questa cognizione, i cuccioli si sentiranno
costantemente in pericolo quando un estraneo (cane o persona che
sia) entrerà nel loro campo visivo; quindi cominceranno a
manifestare segnali di paura (guaiti, tremori o addirittura urla
strazianti!) che normalmente vengono intesi al volo dagli altri cani
(che quindi si allontanano), mentre inducono immancabilmente gli
umani a volare verso il cucciolo per “soccorrerlo” o “consolarlo”.
Così il piccolo verrà preso in braccio, toccato, coccolato… e lui, che
essendo in preda al panico non è assolutamente in grado di
distinguere una coccola da un’aggressione, penserà di aver avuto
tutte le ragioni del mondo nel sentirsi terrorizzato.
Questi cuccioli, da adulti, potranno facilmente diventare sia fobici
che aggressivi.
Se il cucciolo viene preso prima dei 45 giorni non è completa
neppure la sua impregnazione sull’uomo e questo potrà causare
problemi gravissimi qualora entri in una famiglia che tiene il cane
isolato dal “branco” umano; se invece vivrà a stretto contatto con gli
umani, la sua impregnazione verrà correttamente completata nella
nuova famiglia e almeno questo problema non si presenterà.
La causa in assoluto meno comune di fobie, contrariamente a
quanto si pensi, sono le esperienze traumatiche pregresse.
La stragrande maggioranza delle persone, di fronte a un cane
impaurito o fobico, deduce automaticamente che sia stato
maltrattato. Ma questo è vero solo in alcuni casi, anche se sembra
strano e se è sicuramente difficile da capire.
Il fatto è che il cane è quasi incapace di generalizzare: se lo fa, lo fa
solo parzialmente (per esempio, un cane maltrattato da un padrone
con la barba potrebbe aver paura, in futuro, di tutti gli uomini con la
barba, ma dimostrarsi tranquillo e amichevole con le donne e con i
maschi glabri) e comunque le esperienze negative devono essere
state diverse, continuative e particolarmente traumatiche.
Un solo calcione preso da un uomo con la barba di solito non
comporta alcun trauma permanente, cinque-sei incontri con uomini
con la barba violenti potrebbero invece segnare il cane, ma
l’evenienza non è poi così probabile, e comunque è molto raro che il
trauma risulti davvero indelebile.
La prova di quanto sto affermando la si trova nelle migliaia di cani ex
maltrattati e/o abbandonati che si possono trovare in canile e si
rivelano amichevoli, collaborativi e privi di qualsiasi timore nei
confronti degli umani: alcuni di essi possono risultare diffidenti, ma
quasi sempre si “aprono” in tempi brevi e senza particolari difficoltà
(purché non si sbagli l’approccio).
Attenzione: diffidenza e paura sono due cose molto diverse, che non
vanno confuse. Un cane che ha avuto esperienze traumatiche – non
essendo uno stupido – mostrerà quasi sempre una diffidenza più o
meno vistosa verso gli sconosciuti, ma la parola chiave è proprio
questa: “sconosciuti”.
Non appena avrà avuto modo di valutare le nuove persone che lo
circondano e di capire che sono innocue, il cane comincerà a fidarsi
di alcune di esse e in un lasso di tempo più o meno breve concederà
questa fiducia all’umanità in senso lato. In questo caso il cane
effettivamente sembrerebbe capace di generalizzare: ma non è
proprio così. Il fatto è che la sua natura di animale sociale gli impone
– letteralmente – di cercare contatto e rapporti con figure diverse da
lui, nel tentativo di creare un “branco”. Come vedremo, questo
fattore potrà essere sfruttato a nostro vantaggio per superare la
diffidenza e anche le forme meno gravi di sociopatia.
Come affrontare diffidenza, timidezza, fobie di vario grado
Il primo step consisterebbe, ovviamente, nel riuscire a inquadrare
esattamente il tipo di problema, ma purtroppo questo non è sempre
possibile.
Quando la storia del cane ci è nota, ovviamente, è tutto più facile:
l’errore da non commettere è solo quello di pensare sempre al
maltrattamento (qualora ci sia stato) come causa prima, quando in
realtà esso potrebbe essere del tutto ininfluente.
A questo devono stare attenti soprattutto i volontari di canile, o
coloro che adottano un cane abbandonato: se si è a conoscenza di
un maltrattamento precedente, infatti, viene naturalissimo pensare
che il problema stia tutto lì e la successiva convinzione sarà quella
che basti dargli il famoso “tanto ammmmore“ per risolvere tutto.
In realtà può succedere che il cane non sia affatto pauroso perché
ha subito maltrattamenti, ma perché non è stato correttamente
impregnato, e siccome l’impregnazione ha un tempo limitatissimo
(dalla quarta alla settima-ottava settimana di vita), dopodiché non ha
più nessunissimo effetto, ecco che potremo passare la vita intera a
coccolare questo cane senza ottenere il minimo miglioramento.
Certamente lui arriverà, prima o poi, a fidarsi di noi ma solo per
abituazione. Perché, “dagli e ridagli”, si sarà convinto che i membri
della sua famiglia non rappresentano un pericolo.
In compenso, ogni volta che vedrà una persona estranea, questo
cane filerà a nascondersi sotto il divano (o in equivalenti “tane”) e
rifiuterà di uscire finché l’intruso non se ne sarà andato.
Qual è, invece, l’alternativa corretta per un cane non impregnato, o
scarsamente impregnato?
È quella di non coccolarlo, non parlare con lui, non filarselo proprio
finché non sarà lui a cercare il contatto. E lo farà, prima o poi,
proprio perché è obbligato a farlo dalla sua natura di animale
sociale.
Solo a questo punto la sua ricerca di attenzioni dovrà essere
gratificata con qualche carezza, con del cibo, insomma con una
dose di quell’amore che dobbiamo dargli, sì, ma non imporgli,
perché lui ne sarebbe spaventato anziché gratificato.
Deve essere sempre lui a venirlo a cercare. E una volta che l’avrà
trovato da noi, oplà! Si dovrà cambiare persona. Più e più volte.
Una volta esauriti i membri della famiglia si dovrà passare ad amici,
parenti, conoscenti: tutti perfettamente “addestrati” a ignorare il cane
fino a che non sarà lui ad avvicinarsi.
Attenzione anche a non rifilargli quelle che io chiamo “terrificoccole”:
ovvero urletti di gioia, pacche sulla testa, manifestazioni esagerate di
affetto, che lui vivrebbe come eventi spaventosi e che lo farebbero
regredire brutalmente.
Il cane va sempre approcciato con calma serafica, sfiorato appena
sotto la gola o sulle guance (mai in testa e nemmeno sul dorso,
almeno per le prime volte); quando lo si premia col cibo, per le prime
volte non dovremo aspettarci che lo prenda dalla nostra mano, ma
dovremo lanciarlo a una certa distanza (quella che riteniamo sia per
lui una buona “distanza di sicurezza” – per individuarla basta vedere
a che distanza si pone lui da noi quando ci sta ancora “studiando” –
e che diminuiremo progressivamente nel corso delle successive
lezioni).
Il lavoro di recupero di un cane non impregnato può durare anche
diversi mesi e richiede pazienza infinita, perché i regressi saranno
numerosi e frustranti. Ma non si deve demordere.
Ricordiamolo sempre: è come avere a che fare con un lupo, ovvero
con un animale selvatico e non con un cane normale.
Come affrontare la diffidenza o una leggera timidezza verso
l’uomo
Se riteniamo che il cane sia fondamentalmente sano ed equilibrato,
ma che la sua diffidenza sia dovuta esclusivamente a esperienze
sgradevoli (non troppo traumatiche: per quelle davvero traumatiche
conviene affidarsi alla desensibilizzazione progressiva), ci sono due
strade: una più lenta e sicuramente più consigliabile, a meno che
non ci si trovi in assoluta emergenza e una più veloce, ma che
comporta alcuni rischi.
La strada lenta consiste nell’abituazione/desensibilizzazione guidata:
una volta ottenuto che il cane si leghi a una figura guida (e ci si
riesce sempre piuttosto in fretta), questa dovrà rappresentare il suo
tramite verso tutte le altre.
Ovviamente l’umano dovrebbe essere abbastanza esperto da
sapere come, quando, quanto far approcciare al cane persone
nuove, ma anche un neofita, se dotato di sufficienza pazienza, può
farcela.
La strada più rapida, ma molto più rischiosa, è quella del cosiddetto
flooding, letteralmente “inondazione” (di stimoli): operazione
indubbiamente traumatica per il cane, ma capace, in alcuni casi, di
risolvere drasticamente e molto rapidamente il problema della
diffidenza e/o dell’eccessiva timidezza. In pratica il cane va
sottoposto a una vera e propria “overdose” di presenze umane, di
mani che lo accarezzano e così via.
In diverse famiglie che adottano cani diffidenti o timidi si pratica un
flooding del tutto inconsapevole nel momento in cui il cane viene
“dato in pasto” ai bambini di casa: a volte (per fortuna) funziona, altre
volte succede un patatrac.
In realtà il flooding andrebbe sempre e solo effettuato da persone più
che esperte, in condizioni di assoluta sicurezza (perché il cane può
anche reagire aggressivamente) e tenendosi prontissimi a
sospendere e annullare il tutto qualora il cane mostrasse segni di
depressione (che è una delle possibili conseguenze del flooding).
Insomma, non è una cosa da “provare tanto per”, e tantomeno da
prendere alla leggera.
LA VERA E PROPRIA FOBIA
A meno che non sussistano problemi organici (nel qual caso l’unica
terapia possibile sarà quella farmacologica), un cane realmente
fobico nei confronti degli umani è quasi immancabilmente un cane
deprivato.
Una classificazione a partire dalle manifestazioni e i relativi
interventi
Le conseguenze della deprivazione sociale sono stati così
classificate da Patrick Pageat, uno dei più noti veterinari
comportamentalisti francesi, autore di numerosi libri sui problemi
comportamentali.
Primo stadio: fobie ontogenetiche
Il cane ha paura di tutto ciò che non ha conosciuto nei primi mesi di
vita. Solitamente lo stimolo che scatena la paura, all’inizio, è
soprattutto uno: può trattarsi dei bambini, degli umani di un solo
sesso, delle persone su sedie a rotelle o con le stampelle (i cani
deprivati possono manifestare fobia anche verso oggetti, come per
esempio le automobili, o alcuni animali).
Se non si interviene prontamente a questo stadio con la
desensibilizzazione progressiva o il controcondizionamento, il cane
solitamente comincerà ad ampliare i propri timori.
Per esempio, un cane che ha paura dei bambini si limiterà dapprima
a evitare il contatto diretto, poi rifiuterà di avvicinarsi all’area del
parco riservata ai giochi, poi potrebbe mostrare timore verso l’intero
parco, infine potrebbe addirittura aver paura di uscire di casa,
anticipando nella sua mente l’eventualità di un incontro con i suoi
“mostri” personali.
Non ci si deve illudere che una fobia ontogenetica prima o poi passi
da sola; anche se in alcuni (rarissimi) casi è così, il rischio che
invece il cane peggiori è molto elevato.
Secondo stadio: ansia generalizzata
Il cane vive in un costante stato ansioso e manifesta un particolare
modo di esplorare le cose nuove che identifica proprio la sua
appartenenza a questo stadio: si chiama “esplorazione statica” e
consiste nel non avvicinarsi allo stimolo ma nel restare immobile,
irrigidito (e a volte tremante) e nell’allungare soltanto il collo per
riuscire a percepire l’odore dello stimolo sconosciuto (anche in
questo caso può trattarsi sia di persone che di oggetti o animali).
Un altro sintomo classico (che si riscontra anche nelle persone
autistiche) è il bisogno di rituali, di routine sempre identiche a se
stesse, che possono scatenare veri attacchi di panico qualora
vengano interrotte o modificate.
Un ulteriore sintomo può essere rappresentato dai ripetuti
leccamenti di specifiche parti del corpo (di solito le zampe o i fianchi:
si inserisce in questa patologia la sindrome da suzione del fianco
tipica del dobermann).
Se non si interviene, il cane può rimanere per anni in questo stadio
(a volte ci resta per tutta la vita), oppure peggiorare ulteriormente
fino ad arrivare al terzo stadio, quello depressivo.

Poiché la curiosità del cane affetto da ansia generalizzata è ancora


viva e attiva (anche se parzialmente inibita), la cosa migliore da fare
è stimolarla (sempre senza forzatura alcuna), facendogli capire che
a ogni sua nuova esplorazione corrisponderà qualcosa di piacevole:
coccole, cibo, gioco (se il cane accetta ancora di interagire in modo
ludico).
Gradualmente si cercherà di convincerlo ad abbandonare
l’esplorazione statica e a trasformarla in esplorazione dinamica,
ovvero a trovare il coraggio di avvicinarsi alla persona sconosciuta
camminando verso di lei e non soltanto irrigidendosi e allungando il
collo.
Anche se può sembrare crudele, per salvare un cane da questo
stato patologico l’arma migliore di cui disponiamo è quella della
fame: dopo un giorno di digiuno lo stimolo del cibo invoglia molti
soggetti a fare quel meraviglioso “primo passo” (in senso letterale)
che segna l’inizio della guarigione.
I cani che manifestano ansia generalizzata, ma che hanno
comunque un buon rapporto con i proprietari (attenzione a non
confondere un buon rapporto affettivo e di fiducia con le
manifestazioni di attaccamento morboso che spesso sono a loro
volta un sintomo di ansia), possono trarre giovamento anche dalla
“routine del buonumore” descritta da Campbell (vedi box nella
pagina successiva) e curiosamente “reinventata”, magari con nomi
alternativi, da alcuni degli attuali “guru” della cinofilia. Ma sempre di
quella si tratta.

La “Routine del Buonumore” descritta da William Campbell


L’applicazione della “Routine del Buonumore” richiede la
conoscenza del tipo di eventi che stimolano l’insorgere del
comportamento indesiderato. Questi possono essere il suono
del campanello, il bussare alla porta, la portiera di una macchina
che si chiude, il rumore di passi sul vialetto di casa o l’avvicinarsi
di un’altra persona. Qualunque sia lo stimolo chiave, è proprio
da questo segnale iniziale che la Routine del Buonumore deve
partire.
Questo è il momento in cui le risposte neurochimiche del cane
hanno inizio e di conseguenza il momento in cui il passaggio al
“circuito dell’allegria” risulta più efficace.
Se si attende che il cane sia già impegnato a emettere le
minacce di aggressione è necessario interrompere lo scatenarsi
del comportamento appreso durante il suo pieno svolgimento, il
che rende l’intervento inefficace.
Il caso seguente illustra questo aspetto del metodo correttivo. I
proprietari di un incrocio di spaniel maschio di quattro anni si
lamentavano dell’aggressività nei confronti di qualsiasi ospite
che entrasse in casa.
Avevano provato ogni tipo di correzione: bocconcini gustosi
offerti al cane dagli ospiti, museruole e perfino un collare
elettrico. Il cane ringhiava e minacciava ancora gli ospiti con ogni
tipo di manifestazione di aggressività canina a eccezione del
morso, che i proprietari evitavano mediante contenzione fisica.
Durante il consulto, scoprii che lo spaniel era dotato di senso
dell’umorismo. Scodinzolava ogni volta che i proprietari
ridevano. Inoltre, il cane si divertiva a rincorrere e afferrare le
palline da tennis.
ll suono del campanello dava inizio allo stato di ansia del cane,
prima ancora della comparsa degli ospiti.
Ai clienti fu consigliato di chiedere la collaborazione di alcuni
amici di famiglia e vicini di casa coraggiosi e comprensivi per
mettere in atto la seguente routine quotidiana per almeno quattro
giorni:
1. Gli ospiti suonano il campanello.
2. Tutti i membri della famiglia ridono e si rivolgono allegramente
al cane evitando qualsiasi tipo di atteggiamento di
“rassicurazione empatica”. I punti 1 e 2 proseguono fino a
quando il cane non manifesta un’ansia allegra anziché
aggressiva.
3. La porta viene aperta e gli ospiti entrano salutando
allegramente i padroni di casa.
4. Gli ospiti lanciano la palla da tennis in modo che il cane la
rincorra e la riporti. Ogni ospite lancia a turno la palla finché il
cane non si rilassa, dopo di che gli ospiti e i proprietari si
siedono e restano seduti per il resto della visita.
5. Se il cane mostra un qualsiasi segno di aggressività, tutti
ridono e si rivolgono al cane allegramente.
Questa procedura non solo è efficace se ripetuta
quotidianamente per qualche giorno, ma può anche fornire un
intrattenimento ilare per tutti i membri coinvolti. Nel caso
summenzionato, il cliente riferì che dopo qualche risatina
strozzata e artificiosa da parte dei loro ospiti agitati, la scena
sembrò a tutti gli astanti talmente grottesca da risultare in
definitiva ridicola ed estremamente comica. Il resto della serata
fu trascorso tra spontanei scoppi di risate, durante le quali lo
spaniel prima iperprotettivo, ora appisolato in un angolo, si
risvegliava per sollevare la testa e scodinzolare
sommessamente.
da William Campbell, Cane no problem, Edizioni Altea, Roma
2010

Terzo stadio: stato depressivo


Il cane non prova più nessun interesse per nessuno stimolo, ma
reagisce chiudendosi in se stesso e a volte scegliendosi una “tana”,
un nascondiglio dal quale non uscirà fino a quando lo stimolo non si
sarà allontanato.
Nei casi più gravi il cane allarga la sua fobia al mondo intero e quindi
rimane costantemente rintanato, arrivando addirittura al punto di
orinare e defecare all’interno dello spazio che si è scelto perché
neppure la sua naturale pulsione verso la pulizia riesce a fargli
superare il terrore del mondo esterno (purtroppo nei canili si
incontrano diversi cani che non escono mai dai propri nascondigli:
ne ho conosciuto uno, di piccolissima taglia, che viveva in una
pentola e che solo lì si sentiva al sicuro). Non si dovrebbe mai
permettere che il cane raggiunga questo stadio: quando il cane vive
con noi, bisogna assolutamente intervenire prima.
Se il cane vive invece in canile, o perché è arrivato già così o perché
nessuno ha avuto modo di accorgersi dei sintomi degli stadi
precedenti (o, se li ha visti, non ha avuto modo di affrontarli con
un’adeguata terapia: ai volontari spesso il tempo non basta neppure
per pulire e sfamare i cani, e tutto il resto viene forzatamente lasciato
indietro), bisogna accettare e capire il fatto che non c’è alcuna
speranza che un cane a questo stadio possa “rinascere” solo con le
attenzioni e l’amore di una famiglia.
Il recupero (ammesso e non concesso che si riesca a ottenere,
perché se il cane è in questo stato da lungo tempo l’impresa
potrebbe rivelarsi impossibile) va effettuato solo da persone
espertissime e richiede tempi lunghissimi.
Poiché l’adozione di questi soggetti è comunque difficile (anzi, è
sconsigliabile per la maggior parte delle “persone normali”, che
finirebbero per deprimersi anche loro, anziché aiutare il cane),
sarebbe molto meglio che questi cani venissero tenuti tranquilli,
lontano dal via vai dei visitatori e approcciati soltanto da quel
volontario o da quei volontari a cui il cane ha concesso la propria
fiducia (e di solito almeno uno c’è, sempre per il solito motivo: il cane
non riesce a vivere da animale solitario, neppure quando è
depresso).
Il cane fobico al terzo stadio non è “sicuramente irrecuperabile”, ma
non è neppure adottabile dal primo che passa: quindi queste non
sono adozioni da spingere, non sono “adozioni del cuore”, ma sono
adozioni da riservare a cinofili di grandissima esperienza e dotati di
competenze di altissimo livello.
Se non appare all’orizzonte una di queste persone, è inutile
sottoporre il cane a stress inutili solo per commuovere i visitatori.
Meglio cercare una sistemazione il più possibile priva di stress e,
quando è possibile, tentare di iniziare un percorso di recupero (che
sarà molto simile a quello dei cani al secondo stadio, ma che si
rivelerà molto più complicato e molto frustrante) solo da parte delle
persone di cui il cane già si fida, eventualmente sotto la guida di un
bravo comportamentalista (che in questi casi potrà anche valutare
l’eventuale prescrizione di farmaci).
Dopodiché, se accadrà il miracolo, si potrà gioire; ma se non
dovesse accadere, se non altro il cane vivrà una vita che non
potremo certo definire “felice” ma almeno “passabile” sì.
Addestramento: sì, ma solo per accrescere sicurezza e
autostima
Fin qui non ho parlato di “addestramento” dei cani con sociopatie più
o meno accentuate: il che potrebbe suonare strano, visto che io
sono (o per meglio dire “sono stata”) proprio un’addestratrice.
In realtà un percorso di addestramento mirato è sempre prezioso per
aiutare a risolvere questo tipo di problemi: ma bisogna anche capire
che da solo non basta, perché prima (ma anche
contemporaneamente, specie nei casi meno gravi) bisogna sempre
procedere con la terapia comportamentale propriamente detta.
Inoltre l’addestramento non deve assolutamente avere lo scopo di
vincere qualche coppa, ma dev’essere considerato come parte
integrante della terapia (almeno finché il cane non è perfettamente a
posto, poi potrete anche andare ai mondiali, se volete!), quindi dovrà
essere mirato soprattutto alla costruzione di un rapporto più solido
tra cane e proprietario, nonché al miglioramento dell’autostima e
della sicurezza del cane, che saranno assolutamente fondamentali
per la sua completa guarigione (un cane sicuro di sé non ha paura di
nulla).
Per tutti questi motivi è fondamentale scegliere il campo giusto e le
persone giuste: se l’istruttore non comprende lo scopo per cui si sta
lavorando, e se pensa solo alle performance sportive, sarà tutto
lavoro sprecato.
Gli altri cani
La vicinanza di un cane equilibrato e ben socializzato può essere di
grande aiuto nei casi di sociopatie: bisogna però scegliere con molta
oculatezza il partner.
Va benissimo affiancare un adulto equilibrato a un cucciolo pauroso:
non si deve invece affiancare assolutamente un cucciolo equilibrato
a un adulto fobico, perché c’è il grosso rischio che sia il cucciolo a
imitare l’adulto e non viceversa. Purtroppo mi è capitato molte volte
di incontrare casi in cui, sperando di aiutare un cane, se ne sono
rovinati due. I cani tutor, anche in questi casi, possono essere un
validissimo aiuto.
Terapia farmacologica
Personalmente sono fortemente contraria all’utilizzo di psicofarmaci
laddove non esista una vera patologia (vedi capitolo 6).
Ciononostante, alcuni casi si rilevano veramente difficili da affrontare
per persone che non dispongano di esperienza e competenze
veramente di altissimo livello. Quindi, quando ci si trova di fronte a
un caso di depressione profonda, ritengo che un uso mirato (e non
un abuso!) di farmaci psicotropi possa rendersi necessario.
L’importante è che si faccia uso di questo mezzo per aiutare davvero
il cane, e non il proprietario.
Lo psicofarmaco deve essere un ausilio, non una scorciatoia: può
rendere meno ostico il lavoro di terapia comportamentale (specie se
chi lo affronta non è preparatissimo), ma non lo potrà mai sostituire e
non dovrà mai essere considerato come una “stampella” per
proprietari frustrati.
PAURA DEI BOTTI, TEMPORALI,
RUMORI FORTI DI VARIO TIPO
La paura dei botti ha quasi sempre una base genetica: per questo
esistono le prove di indifferenza allo sparo, che servono proprio a
testare i riproduttori. Converrebbe farle sempre (anche qualora non
si allevassero cani sottoposti a prova di lavoro), perché in ogni caso
un cane terrorizzato dai rumori forti vive male e fa vivere male i suoi
proprietari, oltre a correre seri rischi nelle giornate canoniche in cui si
sparano botti (Capodanno, Ferragosto ecc.).
La paura dei botti, però, può anche essere indotta: per esempio, una
madre fobica può trasmettere le sue paure alla cucciolata. Ma i
danni più frequenti, come al solito, li fanno gli umani.
Uno dei classici “metodi cretini” per valutare il carattere di un
cucciolo – e cioè battergli le mani vicino alle orecchie, lanciargli
pentole nelle vicinanze o addirittura sparare colpi di fucile – se
effettuato quando il cucciolo ha dalle otto alle dieci settimane (e si
trova quindi nel cosiddetto periodo dell’“impronta alla paura”), è un
metodo quasi sicuro per creare una fobia nei confronti dei rumori
forti. Lo stesso dicasi per i cuccioli acquistati a Natale, che a
Capodanno si ritrovano a dover subire lo stress dei botti proprio in
questo periodo critico del loro sviluppo.
Infine, la paura dei botti può nascere per imitazione: se un cucciolo
geneticamente esente da fobie passa il suo primo Capodanno in
compagnia di un cane adulto fobico, è fortemente probabile che ne
acquisisca gli stessi atteggiamenti. Quindi è assolutamente
opportuno dividere i cani paurosi dai soggetti in tenera età.
Come eliminare o limitare la paura dei botti
La desensibilizzazione progressiva è l’unica soluzione realmente
definitiva ed è, tutto sommato, semplice. Non servono costose
consulenze psichiatriche per metterla in atto, però occorrono tempo,
pazienza e costanza. Poiché non è pratico utilizzare botti veri per il
programma di desensibilizzazione, ci si può procurare un CD con
rumori registrati (si trova, per esempio su vari negozi online). I rumori
si devono far sentire al cane inizialmente a volume molto basso e
poi, molto gradualmente, a volume sempre più forte, fino ad arrivare
a quello reale o quasi.
Il segreto sta nell’abbinare sempre al rumore qualcosa di positivo e
gratificante per il cane.
Possiamo far sentire il rumore e poi
dargli la pappa; oppure fargli sentire il
rumore e subito dopo giocare con lui.
È importante anche la nostra reazione
al rumore, perché se fossimo i primi a
sobbalzare o ad assumere un’aria
preoccupata (anche se la nostra
preoccupazione fosse dovuta solo
alla reazione del cane), lui si
metterebbe subito in allarme: non
credo sia il caso di ricordare quanto loro siano sensibili ai nostri stati
d’animo, che leggono perfettamente attraverso il nostro linguaggio
del corpo.

Esempio di programma di desensibilizzazione


Attenzione: il programma qui sotto illustrato è indicativo,
ovviamente andrà adattato di volta in volta al
comportamento del singolo soggetto
Primo giorno: bisogna identificare non solo il tipo di suono, ma
anche la distanza e l’intensità a cui lo stimolo provoca una
reazione nel cane. Quindi si faranno tentativi successivi, con
rumori diversi, sempre partendo da un volume minimo e da una
grande distanza, e man mano si alzerà il primo e si diminuirà la
seconda fino a ottenere che il cane mostri il primo segno di
ansietà. Prendere nota di entrambi i valori, perché è da qui che
si partirà.
3-4 giorni successivi: bisogna ottenere che il cane cominci a
reagire positivamente al rumore alla distanza e al volume
identificati nella prima seduta. Quindi procederemo con rumore-
cibo, rumore-gioco, rumore-coccole e così via, stando però
attentissimi a non rinforzare mai la reazione di paura/ansietà.
Ovvero, l’abbinata rumore-coccole si deve fare solo quando il
cane non manifesta più alcuna reazione; in caso contrario lui
farebbe questo ragionamento: “Mi accarezza perché mi sono
spaventato, ergo ho fatto bene a spaventarmi”.
È importantissimo capire questo meccanismo, che al
ragionamento umano spesso sfugge: il cane abbina il premio (o
la punizione) sempre e solo all’ultima azione che ha compiuto.
Il cane non ha alcuna possibilità di fare ragionamenti retrospettivi
(“Mi premia perché mezz’ora fa sono stato bravo”), né di
anticipare il futuro (“Mi accarezza perché vuole che io stia
bravo”). Quella che noi interpretiamo come “carezza” che
vorrebbe avere un’azione calmante, per il cane è invece una
risposta positiva al comportamento che sta manifestando.
Accarezzare un cane che abbaia a un altro cane non gli dice
“Stai buono, non fare così”: gli dice invece “Bravo, sono contento
che tu stia abbaiando”. Accarezzare un cane che trema come
una foglia perché ha sentito un botto non gli dice “Stai calmo,
non c’è nulla di cui aver paura”, bensì “Bravo, sono contento che
tu stia tremando”. La sequenza più corretta, dunque, è questa:
rumore-cane che reagisce – cibo; oppure rumore - cane che
reagisce – gioco; o, ancora, rumore - cane che non mostra
reazione - coccole.
Continuare finché, alla distanza X e al volume Y che abbiamo
individuato come punti di partenza, il cane non manifesta più
alcun disagio.
Con tre “lezioni” al giorno di 10 minuti l’una, facendogli sentire
all’incirca un colpo ogni minuto, il tempo medio per ottenere un
risultato positivo dovrebbe essere di 3-4 giorni: però questo è un
tempo indicativo. Ci saranno cani che in una sola lezione si
abituano al rumore e altri, particolarmente fobici, a cui potranno
servire anche due o più settimane. Non appena il cane appare
rilassato al volume X e alla distanza Y: aumentare il volume e
diminuire la distanza, cercando sempre di individuare il “punto
critico” in cui il cane inizia a dare segni di paura. Bisogna stare
molto attenti a identificare bene questo punto, perché accelerare
troppo i tempi significherebbe, nove volte su dieci, vanificare
tutto il lavoro fatto in precedenza e dover ricominciare daccapo.
Quando il cane accetta senza paura il rumore forte a distanza
ravvicinata (ovvero al volume e alla distanza in cui mediamente
dovrà sentire spari, tuoni, botti di Capodanno e affini nel corso
della sua vita), si dovranno effettuare “lezioni” in luoghi diversi,
variando anche i tipi di rumore (tuono, sparo, petardo ecc.).
In seguito: “tenere allenato” il cane almeno con una seduta alla
settimana. Basteranno un paio di rumori, giusto per verificare
che la reazione rimanga quella che desideriamo.

Ogni volta che si manifestasse un


regresso, durante un programma di
desensibilizzazione, si dovrà tornare
indietro di un passo e tenere di nuovo
qualche “lezione” a distanza maggiore
e intensità minore di quelle che hanno
causato la reazione di paura. Una
volta ottenuta una risposta positiva
costante (almeno per due-tre mesi), si
potranno fare alcune sedute con i
rumori reali, che differiscono da quelli
registrati perché inducono anche
modificazioni nell’odore, nelle
vibrazioni dell’aria, eccetera. Per spari
e botti è tutto piuttosto facile: basta
procurarsi una pistola a salve e alcuni petardi.
Il più difficile è ovviamente il temporale, perché è praticamente
impossibile realizzare tutte le variazioni ambientali correlate: si può
imitare il lampo con il flash di una macchina fotografica, ma
l’aumento dell’ozono nell’aria è decisamente un po’ complicato da
“mimare”!
Purtroppo i cani con una forte fobia del temporale spesso reagiscono
alle variazioni atmosferiche ancor prima che si senta il primo tuono:
in questi casi, purtroppo, è quasi impossibile ottenere risultati con la
sola desensibilizzazione e bisogna ricorrere ad altri mezzi calmanti.
Altri possibili ausili antifobia
Diffusore di feromoni appaganti
Il DAP (Dog Appeasing Pheromone) è disponibile come diffusore (in
formato simile a quello degli antizanzara, da inserire in una presa di
corrente), come spray o come collare. Si trova in quasi tutti i pet
shop. È a base di feromoni appaganti, quelli secreti dalla cagna nel
corso dell’allattamento, che hanno la funzione di rassicurare e
rasserenare la cucciolata: è stato provato scientificamente che
queste proprietà persistono anche in età adulta e che quindi i
feromoni appaganti possono agire sullo stato emozionale del cane
per tutta la vita. Ovviamente molto dipende anche dall’intensità delle
emozioni.
Personalmente ho provato il DAP una sola volta (sul mio primo
staffy) e non ha avuto nessunissimo effetto, però altre persone mi
hanno detto che invece hanno ottenuto risultati positivi.
Sicuramente le reazioni dipendono da soggetto a soggetto, nel caso
di cani che si stressano moltissimo la notte di Capodanno, a mio
avviso vale la pena di provare.
Importante: l’effetto del DAP non è immediato. Va acceso (o
spruzzato, o fatto indossare nel caso del collare) almeno una
settimana prima di Capodanno, meglio ancora se dieci giorni prima.
Bendaggi T-touch e gilet antistress
Il metodo Tellington-touch si basa sul principio che eseguire
movimenti inusuali e sperimentare nuove sensazioni influisca
positivamente non solo sul comportamento e sul carattere
dell’animale, ma anche sulla sua propensione e capacità ad
apprendere. Il T-touch fonda le sue radici nel Metodo Feldenkrais,
applicato su scala mondiale per aiutare l’uomo a riattivare attraverso
il movimento le “riserve” di fasce nervose e cellule cerebrali di cui
dispone e che non utilizza più.
Moltissimi proprietari di cani si sono detti entusiasti del metodo T-
touch proprio per lo specifico problema della paura di tuoni, botti,
spari eccetera.
Non si tratta di bacchette magiche che risolvono il problema in
cinque minuti, anzi il lavoro solitamente è piuttosto lungo, però pare
che funzioni molto bene (personalmente non l’ho mai sperimentato,
ma ho sentito moltissimi pareri positivi).
In particolare funzionano (per la paura dei botti) i bendaggi, che
hanno un effetto rilassante e riequilibrante dello stato emozionale del
cane.
La thundershirt
Più o meno lo stesso criterio su cui si basa il T-touch sta alla base
del “gilet antistress”, la cosiddetta thundershirt, non facilissima da
reperire nei pet shop (se non in quelli ultraforniti), ma abbastanza
ben distribuita online.
Il principio è quello secondo cui la pressione sarebbe in grado di
alleviare gli stati d’ansia (in effetti si utilizzano camicie e gilet che
premono su punti particolari per aiutare la concentrazione e indurre il
rilassamento nei bambini con problemi comportamentali: la
pressione è utilizzata anche per alleviare l’ansia nelle persone affette
da autismo).
Anche in questo caso non ho esperienze dirette, ma ho sentito
parlare di risultati positivi ottenuti con la thundershirt anche dopo che
il cane l’ha indossata per pochi minuti. Quando si tratta di fobie
intense, ovviamente, non si può sperare che neppure questa
funzioni come una bacchetta magica, però può essere un aiuto in
più.
Farmaci
Nei casi veramente più drammatici, specie se la fobia è ristretta a
una particolare occasione (per esempio la notte di Capodanno), gli
psicofarmaci possono essere il male minore. È fondamentale, però,
ricordare che vanno utilizzati esclusivamente su indicazione del
veterinario, evitando in ogni modo il “fai da te”, le indicazioni
dell’amico e i consigli della cognata che “con una di quelle pillolette
lì” ha risolto il problema della paura dei botti. Con i farmaci non si
scherza.
FOBIA DELLA MACCHINA
La fobia della macchina da parte dei cani è uno dei problemi più
diffusi: di solito è legata al mal d’auto (dopo aver vomitato un paio di
volte, è normale che il cane non voglia più salire su quella specie di
mostro dondolante!), ma in alcuni casi il cane ha proprio paura
dell’oggetto in se stesso, o del rumore che produce.
Il mal d’auto è un problema legato all’apparato vestibolare (orecchio
interno), deputato alla rilevazione dei movimenti del corpo e al
controllo dell’equilibrio.
Se la sollecitazione di questa struttura è troppo veloce o troppo
intensa, appare la cinetosi (appunto il mal d’auto): ma in realtà
moltissimo dipende da come la sollecitazione viene percepita a
livello psicologico.
Se l’auto si sposta velocemente in avanti, l’orecchio interno viene
sollecitato, ma se il soggetto contemporaneamente pensa: “Oddio,
che succede?” e si spaventa, l’effetto sarà moltiplicato per dieci.
Se invece il soggetto pensa: “Toh, ci muoviamo… ma non c’è motivo
di preoccuparsi”, l’orecchio interno si adatta pian piano alla nuova
situazione e la cinetosi non compare.
Ecco perché il primo viaggio in automobile andrebbe sempre fatto in
allevamento, in compagnia della mamma (che trasmette serenità e
indifferenza al movimento) e dei fratellini (che distraggono dal
pensiero dello stesso movimento).
Inoltre, se il primo viaggio ha una destinazione piacevole, ovvero
coincide con una bellissima esperienza, la prossima volta che viene
invitato a salire in auto il cucciolo penserà: “Che bello! Si viaggia
verso una meravigliosa avventura!”.
Se invece sale in auto per la prima volta per passare
dall’allevamento alla casa della nuova famiglia (esperienza
bellissima per noi, ma veramente traumatica per loro, poichè
vengono strappati all’ambiente in cui sono nati e cresciuti per finire in
un luogo sconosciuto, tra gente mai vista prima) e se magari il
viaggio successivo lo fa per andare da un tizio in camice bianco che
sta in un brutto postaccio puzzolente e che, giusto per gradire, gli
piazza un ago sotto la pelle… allora non dovremo stupirci se il
cucciolo comincia a prendere in antipatia la macchina!
Chiarito il discorso “prevenzione”, per i cani che già soffrono l’auto, o
che manifestano timori o addirittura fobie, il principio da seguire è
sempre quello della desensibilizzazione.
Attenzione: finché il cane non salirà sicuro in macchina e non si
sentirà completamente a suo agio bisognerà evitare gite dal
veterinario o in altri posti non piacevoli per il cane. Dovrà essere
esclusivamente un mezzo che porta in posti bellissimi!
Come si può rimediare
Qui di seguito trovate gli step suggeriti da Chiara Tomiazzo, medico
veterinario.
1° step – L’avvicinamento alla macchina
Aprite tutte le portiere della macchina (spenta) e iniziate a girarci
attorno con il cane al guinzaglio. Se non vuole avvicinarsi, non
forzatelo. Lodatelo quando annusa la macchina o quando infila il
muso dentro per curiosare. Potete fargli trovare qualche boccone
appena dentro le porte, sopra le gomme… così, a sorpresa. Se ha
paura ad avvicinarsi premiatelo ogni volta che compie un passetto in
più partendo anche da lontano.
Non forzatelo mai! È importante continuare questa fase fino a che il
cane non si avvicinerà tranquillamente alla macchina e non apparirà
completamente rilassato in sua presenza.
2° step – Salire sulla macchina
Questa può essere una delle fasi più complesse, ma basta avere
pazienza e ci si riesce. La macchina deve sempre rimanere spenta e
con tutte le porte aperte.
Potete operare in più modi a seconda del carattere del vostro cane:
guidandolo con del cibo, lanciandogli all’interno un giochino,
entrando voi e chiamandolo gioiosamente. Premiatelo a ogni
progresso!
Dall’infilare dentro la sola testa all’appoggiare una zampa. Se
premierete correttamente lui si farà sempre più coraggio. Se mostra
timore non premiatelo e non accarezzatelo: rinforzereste le sue
paure.
Se proprio non ne vuole sapere in nessun modo tornate indietro allo
step 1; significa che avete agito troppo in fretta. Se il cane sale in
macchina non trattenetelo in nessun modo, deve poter salire e
scendere come vuole. Lasciate che esplori liberamente la macchina
(una pulizia interna non ha mai ucciso nessuno).
3° step – Chiudere le porte
Quando il cane salirà e scenderà dalla macchina in modo sicuro e
senza nessun timore, potrete passare allo step successivo. Aprite
tutti i finestrini, fate salire il cane e chiudete le portiere
(delicatamente e senza far troppo rumore!). Se rimane tranquillo,
premiatelo attraverso il finestrino. Gradualmente provate a chiudere i
finestrini che non sono vicini al cane. Premiatelo sempre. Se vuole
uscire, fatelo uscire.
Mai forzarlo! Continuate questo step fino a che il cane non rimane
dentro tranquillo e a suo agio.
4° step – Accensione
Fate salire il cane, quindi salite anche voi e accendete il motore. Se
il cane rimane tranquillo, premiatelo. Se avete agito bene in
precedenza non dovrebbe agitarsi. Nel caso accadesse, provate a
parlargli in modo tranquillo, ma non trattenetelo e non premiatelo.
5° step – Si parte!
Se il cane sta tranquillo con la macchina accesa, provate a fare il
giro dell’isolato. Mi raccomando, dev’essere un giro brevissimo!
Tornate subito a casa, fate scendere il cane e fategli i complimenti: è
stato veramente bravo! Ripetete più volte finché non lo vedrete
completamente rilassato e a suo agio.
6° step – La prima gita
Scegliete una meta non troppo lontana (sotto i venti minuti di auto
sarebbe l’ideale). Dev’essere una meta divertente e piacevole per il
cane. Una spiaggia, un campo, un’ area cani… qualsiasi cosa a lui
piaccia! Deve iniziare ad associare viaggio in
macchina=divertimento. Trovato il posto giusto potrete anche
allungare i tempi di percorrenza, magari facendo delle deviazioni, in
modo da abituare il cane a percorsi più lunghi, sempre in modo
graduale. A questo punto il vostro cane inizierà ad amare la
macchina e a saltare lui stesso dentro, perché avrà capito la sua
vera funzione: il divertimento!
Mi raccomando, portatelo in giro
almeno una volta a settimana (in posti
piacevoli) in modo che mantenga
l’abitudine; e se dovete andare dal
veterinario, subito dopo portatelo in
qualche bel posto a rilassarsi.
Se agirete così ben presto avrete un
cane di città che preferirà la macchina
alle sue stesse zampe! Magari vi
chiederà anche di prendere la
patente.
Ricordate: uno step alla volta e tanta,
tanta pazienza.
L’ANSIA DA SEPARAZIONE
Abbiamo già detto che l’ansia da separazione (ovvero il
comportamento distruttivo – e a volte autolesionista – e i vocalizzi
disperati che accompagnano le uscite di casa del proprietario)
andrebbe sempre prevenuta abituando il cane, fin da cucciolo,
all’idea che si può anche restare un po’ da soli.
Ma se il cane la manifesta già? O se (cosa frequentissima) inizia a
manifestarla un cane preso in canile che vive nel terrore di essere
abbandonato per la seconda volta?
Vediamo che cosa si può fare.
Sintomi e cause
Le cause prime dell’ansia da separazione sono l’insicurezza e la
mancanza di autostima: questo si riscontra spesso nei cani tenuti
come “bambini di casa”, in cui è il padrone a proteggere il cane e
non viceversa. Il cane vive sotto una campana di vetro e quindi non
ha alcuna possibilità di acquisire coscienza dei propri mezzi.
Insicurezza ed eccessiva dipendenza dal padrone sono vere e
proprie “fabbriche” di ansia da separazione.
Un’altra causa predisponente all’ansia da separazione è il distacco
troppo precoce dalla madre, che causa un trauma nel cucciolo:
questo stato d’animo ritorna quando il cucciolo, che si è legato al
padrone, si sente “abbandonato” anche da quest’ultimo.
Infine, talora l’ansia da separazione può essere causata dall’arrivo di
un neonato o (più sporadicamente) di un nuovo membro adulto della
famiglia (per esempio, il padrone che si sposa, madre anziana che
viene a vivere con figlio padrone di dobermann ecc.).
Molte delle manifestazioni descritte come “gelosia” dai proprietari
spesso altro non sono che sintomi di ansia da separazione.
Non causa, invece, ansia da separazione l’arrivo di un altro cane: la
“gelosia”, se c’è, è solo antagonismo gerarchico, e l’ansia non
c’entra nulla.
Anzi, in diversi casi l’ansia da separazione si può curare dando un
compagno (o una compagna) al cane che ne è affetto.
Ma perché questa patologia è diventata così frequente negli ultimi
anni?
Semplice: perché l’uomo ha capito che il cane si esprime meglio, e
sviluppa al meglio le proprie doti caratteriali, se vive in famiglia.
La conseguenza è che i cani vivono a contatto sempre più stretto
con l’uomo, e quasi sempre abitano “dentro” casa, a differenza di
quanto accadeva fino a qualche anno fa.
Quando i cani stavano fuori, in cortile o in giardino, e con l’uomo
passavano solo i momenti di lavoro (che rappresentavano, nella
stragrande maggioranza dei casi, anche l’unico motivo per cui
l’uomo prendeva un cane!), il rapporto era sicuramente incompleto, e
lo stesso addestramento dava risultati assai modesti rispetto ai
metodi attuali; in compenso l’ansia da separazione era un problema
praticamente sconosciuto.
La semplice constatazione storica dovrebbe far capire ai padroni la
differenza tra un cane “sociale” e un cane “appiccicaticcio”, incapace
di gestirsi autonomamente.
Infatti, se è giustissimo vivere insieme al cane per la maggior parte
del tempo, è altrettanto importante abituare il cane a non
considerarci una “stampella” senza il cui appoggio l’animale “frana”
psicologicamente.
Sintomi preoccupanti
Quando il cane capisce che il padrone sta per uscire lo segue
passo passo, uggiolando e piangendo.
Appena il padrone è uscito, il cane raspa contro la porta
sperando di aprirla per seguirlo.
Il cane si attacca morbosamente a un oggetto che appartiene
al padrone (vecchio calzino, ciabatta ecc. e manifesta un
comportamento aggressivo/possessivo se qualcuno cerca di
toglierglielo.
Il cane rifiuta il cibo in assenza del padrone.
Il cane saluta il rientro del padrone con manifestazioni
esagerate, pianti, gemiti ecc.
Terapia
Se si notano anche i minimi sintomi di ansia da separazione, sarà
bene:
1. Accorciare i periodi di solitudine, ma senza eliminarli
completamente; quando il cane non mostrerà più sintomi si
potranno allungare i tempi.
2. Durante la giornata, ignorare completamente il cane per un
certo periodo di tempo (per esempio mezz’ora al giorno,
estendibile fino a un’ora), anche se venisse a cercare coccole
o gioco.
3. Insegnargli i primi esercizi di obbedienza, cosa che aiuta a
stabilire una gerarchia precisa riequilibrando un rapporto male
impostato e aiutando il cucciolo a trovare l’autocontrollo.
4. Appena avrà capito il significato di ordini come “seduto” e
“terra”, ottenere che resti seduto in una stanza mentre noi ci
spostiamo in un’altra, inizialmente non uscendo dal suo
campo visivo, e più avanti sì. Quando torneremo lo
premieremo e loderemo se avrà obbedito, mentre lo
ignoreremo completamente (anche se venisse a festeggiarci)
se avrà lasciato la posizione.
5. Può essere utile abituare il cane a stare per un certo periodo
nella cuccia o meglio ancora in una gabbia (o vari kennel) in
cui lui dovrà passare un po’ di tempo mentre noi rimarremo in
vista, ma ignorando qualsiasi suo tentativo di richiamare la
nostra attenzione.
Mai punire un comportamento legato all’ansia (da separazione e
non), perché questo peggiorerebbe lo stress e di conseguenza la
manifestazione patologica che ne deriva.
ANSIA CONCLAMATA
L’ansia ormai conclamata è più difficile da curare, specie nei casi in
cui le manifestazioni diventino apparentemente aggressive.
Conosco due dobermann adulti che impediscono letteralmente ai
padroni di uscire di casa, afferrandoli con i denti: il primo proprietario
ride del problema (considerandolo un “segno d’affetto”!) e quindi
chiede semplicemente alla moglie di trattenere il cane quando lui
deve uscire dal cancello. Il secondo proprietario è una donna, che ha
ormai un vero e proprio terrore delle reazioni del suo cane quando
lei esce di casa: per questo inizialmente ha risposto alle richieste del
cane cercando di portarlo sempre con sé, poi ha finito per uscire di
casa meno possibile, infine si è ritrovata alle prese con un
esaurimento nervoso che l’ha spinta a prendere in considerazione
l’idea di disfarsi del cane.
Che cosa si può fare
Prima di ridursi in questo modo, ovviamente, è bene intervenire
contattando un buon comportamentista che possa aiutarci a
risolvere il caso, tenendo presente che ogni cane avrà reazioni
diverse e che quindi non c’è una “regola fissa” uguale per tutti.
Una cosa che comunque bisognerà sempre fare è controllare le
reazioni del cane quando il padrone si allontana: di solito le
manifestazioni ansiose si scatenano quasi subito, nella prima
mezz’ora di assenza.
I possibili metodi di controllo consistono o nell’utilizzare una persona
di famiglia che (restando nascosta) annoti tutti i comportamenti del
cane, o una videocamera che inquadri la stanza in cui il cane rimane
solo, mentre il padrone può vedere dall’esterno cosa succede.
Il padrone dovrebbe sempre rientrare (avvisato dal familiare, o
messo in allarme dalla videocamera) ai primissimi sintomi di ansia
del cane.
Altro punto importante: il padrone non deve mai dilungarsi troppo in
“saluti” e rassicurazioni (mi raccomando, stai bravo, torno subito
ecc.) nella speranza di tranquillizzare il cane poiché in realtà
otterrebbe l’effetto contrario.
Anche i rientri in casa devono essere tranquilli e “normali”, senza
accentuare troppo le attenzioni verso il cane.
È molto utile fare “finte uscite”: prepararsi, vestirsi, prendere le chiavi
di casa… tutto il rituale di quando effettivamente usciamo, per poi
“smontare” tutto e rimanere in casa. In questo modo il cane non
potrà più entrare in ansia (come effettivamente fa!) ai primi segni di
“umano che sta per andarsene”, perché questi segnali non saranno
più indicativi.
Tutti i soggetti con ansia da separazione dovrebbero essere
addestrati, sia per ripristinare un rapporto corretto (che non
dev’essere morboso), sia per acquisire fiducia in se stessi. Qualora
la terapia comportamentale da sola risulti inefficace o solo
parzialmente efficace si potrà ricorrere a farmaci (ansiolitici) che
possono “aiutare” la soluzione del problema, ma che non dovrebbero
mai essere considerati l’unica soluzione.
L’ansia da separazione non guarisce mai da sola, inutile illudersi.
Il miglior metodo è sempre la prevenzione, ma ai primi sintomi
bisogna correre ai ripari, perché un cane che subisce troppo a lungo
queste situazioni di stress può anche ammalarsi fisicamente.
In casi particolarmente gravi esistono centri specializzati per la
terapia, dove il cane viene curato in coppia o in gruppo per
riabituarlo al concetto di “branco” e “disumanizzarlo” almeno in parte,
ridandogli la sua dignità di cane e insieme la tranquillità che viene
dall’autostima.
GLI PSICOFARMACI 7
NELLA TERAPIA

UNA PILLOLA CONTRO


LA CATTIVA EDUCAZIONE?
Argomento quanto mai delicato, specie se a toccarlo non è un
veterinario. Pur avendo studiato veterinaria e avendo dato quasi tutti
gli esami, io non mi sono laureata, cercherò quindi di esprimere le
mie opinioni in modo semplice e comprensibile, fermo restando che
appunto di opinioni si tratta, per quanto supportate da una lunga
esperienza nel campo del recupero comportamentale.
Personalmente, nella mia veste, diciamo così, di “addestratrice con
qualche nozione di veterinaria”, sono profondamente convinta che il
farmaco sia utile laddove c’è una patologia, non un semplice
“problema”. Il farmaco serve a curare i cani malati e non quelli
maleducati. Ora, la domanda è: in quanti casi, nel cane, esiste una
vera e propria patologia mentale/comportamentale?
Perfino per quanto riguarda l’uomo ci sono pareri fortemente
discordi: per alcuni studiosi di indubbia fama esistono miriadi di
effettive malattie mentali che vanno curate farmacologicamente, per
altri (di altrettanta indubbia fama) ne esistono pochissime. In
particolare si pone l’accento sul fatto che molte presunte malattie
psichiatriche siano state inventate di sana pianta per giustificare la
prescrizione e la vendita di farmaci psicotropi, il tutto con una forte
ingerenza delle lobby farmaceutiche.
Personalmente non sono certo una complottista, ma siccome in
alcuni casi l’abuso appare evidente (soprattutto sui più giovani),
tendo a credere che la verità stia nel mezzo.
È sicuramente vero che in alcuni casi la terapia psicologica non è
sufficiente e occorre quella psichiatrica (purtroppo ne ho avuto
un’esperienza diretta in famiglia), ma è anche vero che – specie
negli ultimi anni – si è cominciato a “marciare” molto sul concetto di
“risolviamo il problema con la pillolina, perché è più comoda”: non
per il paziente, ma per chi gli sta intorno (genitori di bambini
“iperattivi” in primis).
E per quanto riguarda il cane? Qui l’unica risposta davvero veritiera
è “non si sa”. Non si sa empiricamente e non si sa scientificamente.
Non esiste una casistica, né esistono studi sufficienti a dichiarare
quali e quanti casi di effettiva “malattia mentale” esistano nei cani.
Basti dire che la prima risonanza magnetica funzionale sul cervello
di un cane è stata effettuata nel 2012 (Emory University).
Dunque, a eccezione dei casi in cui sussiste una patologia organica
conclamata (per esempio un tumore cerebrale, o una malattia del
sistema nervoso centrale, come la rabbia), nessuno realmente sa
quali e quante “malattie mentali” si possano effettivamente
riscontrare nel cane.
È invece assolutamente inconfutabile che in veterinaria si stiano
“creando patologie” (dando loro nomi come iper-attività, deficit di
attenzione… molto simili, guarda caso, a quelle che si stanno
“scoprendo” – o forse inventando? – nei bambini, soprattutto
americani).
Una cosa mi sembra certa: a organo più complesso corrispondono
patologie più complesse, e viceversa. Quindi il cervello del cane, più
semplice del nostro, dovrebbe essere già in partenza meno soggetto
del nostro ad ammalarsi.
Inoltre i cani non sono minimamente condizionati da cultura,
religione, superstizioni ecc., tutte cause che possono influenzare
pesantemente il “sentire” umano e quindi le sue reazioni emotive. Al
momento attuale, comunque, non esiste casistica per il semplice
fatto che nessuno, finora, si è mai preso la briga di studiare la mente
del cane “in quanto mente del cane”: tutti gli studi compiuti in merito
fino a oggi (da Pavlov in avanti) sono sempre e solo stati riferiti alle
possibili applicazioni in umani. E se è vero che qualcuno, oggi,
comincia a parlare del “cane in quanto cane”, è anche vero che al
momento mancano i riscontri oggettivi e che si fa sempre e solo
riferimento agli studi di cui sopra, che, oltre a essere quasi tutti
datati, sono stati immancabilmente effettuati con l’intenzione di
occuparsi di cani (o di ratti, o di altri animali) per riportarne i risultati
sull’uomo.
Da quanto detto fin qui dovrebbe derivare, come ovvia conseguenza,
un’estrema prudenza nel consigliare l’uso di psicofarmaci nel cane.
Anche perché, oltre a non sapere quali e quante malattie
effettivamente esistano, non sappiamo neppure esattamente come
agiscano i farmaci sulla mente canina. E fino a oggi non esistono
neppure farmaci psicotropi studiati appositamente sul cane e per il
cane: nella stragrande maggioranza dei casi il veterinario prescrive
farmaci a uso umano. Con queste premesse, non sarebbe il caso di
andarci più cauti possibile?
E invece no. Purtroppo l’esperienza mi dice che si fa un uso
quantomeno disinvolto di psicofarmaci nel cane, per due principali
motivi:
I veterinari che seguono master e corsi sul comportamento,
potendosi così fregiare del titolo di “veterinari
comportamentalisti”, vengono indirizzati dai loro docenti in
questa direzione.
Il mercato stesso va in questa direzione, esattamente come ci
va con i bambini.
In particolare rispetto al secondo motivo, questo avviene perché il
mondo degli adulti, alle prese con problematiche sempre più
stringenti e stressanti – non ultima la crisi economica, che guarda
caso ha coinciso proprio con un’impennata di vendite di psicofarmaci
umani e soprattutto pediatrici – si ritrova indifeso anche di fronte a
problemi che, fino a pochi anni fa, venivano affrontati con la
massima nonchalance.
Avevi un figlio iperattivo? Lo portavi a fare sport, o lo mollavi alla
nonna che lo teneva tutto il pomeriggio al parco, permettendogli così
di correre e di sfogarsi.
Avevi un bambino distratto a scuola? Passavi un po’ più di tempo
con lui, lo aiutavi a fare i compiti, cercavi di rendergli più interessanti
le materie di studio.
Oggi la nonna va a lavorare, perché in pensione non ce la mandano
più; e gli stessi genitori devono assolutamente lavorare entrambi,
perché altrimenti non arrivano alla fine del mese. Quindi si cercano
soluzioni rapide, semplici e soprattutto capaci di non farci sentire
troppo in colpa. Perché un conto è pensare: “mio figlio è un
mascalzone perché io non ho tempo/modo/voglia di seguirlo”, e un
altro è pensare: “mio figlio, poverino, è un mascalzone perché è
malato: ma adesso gli diamo la pillolina magica e risolviamo tutto”.
Ovviamente il vero risultato è una generazione di bambini farmaco-
dipendenti, ma i genitori fingono di non vedere, non sapere, non
sentire.
E se questo avviene con i nostri figli, figuriamoci quanto il fenomeno
sia mille volte più eclatante quando si parla di qualcuno che,
dopotutto, “è solo un cane!”
A MO’ DI CONCLUSIONE
Sia ben chiaro: non tutti i veterinari comportamentalisti scelgono di
trattare i cani con gli psicofarmaci anche quando non ce n’è bisogno.
E non tutti ne abusano. Però molti (troppi) di essi ne fanno, a mio
avviso, un uso eccessivamente disinvolto.
Sono ormai anni che su questo argomento si litiga e nascono infinite
polemiche, anche perché basta segnalare un singolo caso di uso
scorretto o di abuso perché il corporativismo balzi in primo piano:
tutti i veterinari, anziché ammettere che un collega potrebbe aver
sbagliato, ergono un muro difensivo che conseguentemente
sconcerta i semplici proprietari, dubbiosi e indecisi su cosa fare.
Ma come si può essere sicuri che il veterinario abbia prescritto un
farmaco davvero utile, e non un semplice “contentino per
proprietari”?
La risposta è ovviamente difficile, perché se i proprietari fossero in
grado di capire questa differenza sarebbero, probabilmente, medici
loro stessi e non avrebbero bisogno di affidarsi ad altri.
Qualcosa, però, si può fare: intanto farsi motivare per filo e per
segno la prescrizione, fare domande precise ed esigere altrettanto
precise risposte. Nel frattempo io posso dichiarare tranquillamente,
almeno per quella che è la mia esperienza, che nel cane i problemi
comportamentali sono quasi immancabilmente riconducibili alla
cattiva gestione e non ad alterazioni chimiche. Per dieci anni mi
sono occupata di problemi di aggressività (anche molto seri), non ho
mai fatto ricorso ad alcun farmaco (a quei tempi non se ne parlava
proprio) e ho ugualmente ottenuto una percentuale di successi
decisamente soddisfacente solo restituendo al cane la propria
“caninità”, ovvero non facendolo più sentire né un bambino viziato né
un piccolo dittatore, ma un cane a tutti gli effetti.
Ovviamente far sentire “cane” un cane significa occuparsi di lui: fargli
fare il giusto esercizio fisico (ne ha un bisogno vitale, anche dal
punto di vista psicologico), farlo sentire parte integrante del suo
“branco”, ovvero della nostra famiglia, dargli compiti e regole precisi
e così via.
Purtroppo, nella società moderna, dare al cane ciò di cui ha bisogno
è un impegno superiore alle forze di molti umani, che prendono il
cucciolo sull’onda dell’emozione del momento e poi si scontrano con
tutte le sue esigenze di animale senziente e pensante.
Avere un cane è fatica, è sacrificio, è necessità di dedicargli tempo e
impegno: molte persone non ce la fanno, finendo quindi per dargli,
magari, una vera e propria overdose di attenzioni inutili – vedi
coccole soffocanti – e trascurando invece quelle utili, anzi vitali
(sport, lavoro, cooperazione).
Alla fine la psiche del cane finisce per alterarsi, i proprietari ricorrono
al comportamentalista e questo – ben conoscendo i suoi polli – in
molti casi, anziché dare la risposta corretta (e cioè: “non ti stai
occupando del tuo cane nel modo giusto”), dà quella che il cliente
spera di sentire (e cioè: “non è colpa tua se il cane si comporta così:
è malato. Ma adesso ti prescrivo la pillolina magica che lo guarirà”).
Comodo e pratico da dire, ma soprattutto da sentire, perché solleva
il proprietario da ogni responsabilità. Peccato che non sia etico, non
sia corretto, non sia giusto riempire un cane (o un bambino) di
psicofarmaci – che non sono certo scevri, tra l’altro, da effetti
collaterali anche importanti – solo perché non abbiamo trovato il
tempo/la voglia di dedicargli tutte le attenzioni di cui aveva bisogno.
Vi invito, quindi, a non prendere troppo a cuore leggero un’eventuale
prescrizione di farmaci psicotropi, ma di sentire sempre qualche altro
parere, affiancando a quelli veterinari anche i pareri di qualche bravo
educatore o addestratore (ormai è molto diffusa, per fortuna, la
cooperazione tra le diverse figure).
Avendo visto, negli ultimi tempi, una vera miriade di casi in cui i cani,
svezzati dallo psicofarmaco e sottoposti a terapia esclusivamente
comportamentale, hanno ritrovato la totale serenità, non posso che
ribadire che il farmaco ha senso (anzi, è indispensabile) solo quando
c’è davvero una patologia in atto.
Ma nel 90 per cento almeno dei casi, con buona pace di chi
vorrebbe risolvere tutto a suon di pillolette, il cane non è affatto
malato e basta ridargli una normale vita “da cane” (nel senso
etologico della parola) per risolvere i suoi problemi o quelli che noi
abbiamo vissuto come tali.