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SENZA LA GUERRA NON ESISTE STATO

Heinrich von Treitschke, storico e politico tedesco, prendendo come base il proprio paese (Germania), a fine ottocento
dichiarò che l’origine e l’esistenza di ogni Stato dipendessero dalla guerra. Egli sosteneva che tutti gli Stati fossero
sorti dalla guerra: il primo compito dello Stato rimane sempre la difesa armata dei propri cittadini, dunque. Ciò era
dimostrato dalla statua equestre dedicata al re soldato Federico il Grande, le cui vittorie avevano assicurato alla
Prussia lo status di grande potenza: uno Stato nato e reso grandioso proprio dalla guerra. Come dimostrato dalle
celebrazioni militari, i soldati in parata rappresentavano in modo scenografico quello che lo Stato esigeva e si
aspettava dai propri sudditi, ossia i cittadini; l’esercito era manifestazione e scuola di patriottismo per i civili.

Nonostante le varie differenze tra gli Stati europei, un fattore in comune nella maggior parte di essi era la cultura
militare insita nelle istituzioni dello Stato. La dimensione militare era grandiosa e connessa a grandi eventi e figure di
uomini potenti, entrando a far parte della vita quotidiana. Gli uomini in uniforme impersonavano le virtù dalle quali
dipendeva l’esistenza stessa dello Stato, quelle stesse virtù derivanti dalle gloriose vittorie di guerre e battaglie e dalla
storia del proprio paese. Senza la capacità di fare la guerra, lo Stato del primo Novecento non poteva esistere: ecco
perché ogni paese europeo (eccetto la Svizzera) disponeva di un proprio esercito.

- ESERCITI: Gli Stati fanno la guerra, e viceversa. Il perché la guerra era ben accetta dal popolo era chiaro: la
democratizzazione dello stato e della guerra. Emergevano infatti gli eserciti di leva di massa, che coinvolgevano una
grande porzione di popolazione. Su gli eserciti, inoltre, aveva inciso l’industrializzazione, ovvero l’applicazione della
tecnologia sempre più avanzata all’attività bellica: ciò consentiva di creare eserciti più grandi, più pericolosi, più
temibili. Curioso è il caso dell’esercito prussiano, molto debole inizialmente, ma che in poco tempo, guidato da
Bismarck, riuscì a sconfiggere in breve tempo Danimarca, Austria e Francia: il segreto era una migliore
organizzazione, un miglior grado di preparazione, pianificazione e velocità (vanno ricordate le ferrovie utilizzate
dall’esercito per muoversi in poco tempo), che permise di mobilitare un maggior numero di uomini equipaggiati in
modo più efficiente rispetto agli altri eserciti.

Non a caso, il futuro maresciallo di Francia, Ferdinand Foch, nel 1903 dichiarò che nella guerra moderna le basi
essenziali della vittoria erano la massa e la preparazione. Ma la massa era il popolo, o meglio i ceti inferiori: i più ricchi
poteva esentarsi dalla leva, oppure pagarsi un sostituto. Ma nel 1905 la legge cambiò, e quasi tutti i cittadini francesi
di sesso maschile divennero soggetti a servire per due anni nell’esercito regolare (la durata della ferma fu aumentata
poi a tre anni). Non mancavano le proteste, basate essenzialmente sull’impennata della spesa militare (a spese dei
cittadini, tramite una maggiore tassazione); ma anche da parte delle famiglie benestanti, che dovevano assumersi
l’obbligo di servire nell’esercito. La maggior parte dei soldati semplici continuò inoltre ad essere malnutrita,
equipaggiata in modo inadeguato e in pessime condizioni di vita. Non mancavano i dissensi: l’emigrazione verso altre
regioni o altri paesi diventò uno dei mezzi preferiti per evitare il servizio militare. La legge italiana del 1888, che
proibiva agli uomini di età inferiore ai 32 anni di lasciare il paese, si rivelò inefficace. In altri casi decidevano
semplicemente di non rispondere alla convocazione.

- ORGANIZZAZIONE: Ogni esercito era costituito da quadri professionali: ufficiali, sottufficiali e uomini arruolati a
lungo termine. I militari di professione garantivano l’assolvimento dei compiti di pianificazione strategica e di direzione,
e addestravano i soldati di leva. Lo scopo di questa complessa macchina militare era trasformare i civili in soldati: nel
settecento era più facile, perché si sfruttava la coercizione anche fisica, una disciplina brutale e costrittiva. Le cose
cambiarono grazie agli articoli indignati sulla stampa e a politici imbarazzati. Ovviamente, nessun esercito funziona
senza un certo grado di coercizione: dopotutto il soldato doveva dimenticare la propria mentalità ed abituarsi al
rispetto delle regole per far funzionare la macchina bellica. In un battaglione non può esistere la decisione soggettiva
di un singolo, ma un piano d’azione studiato e a conoscenza di tutti gli elementi.

Dai cittadini soldati ci si attendeva che combattessero non per paura, ma per devozione al loro paese e dedizione nei
confronti dei loro commilitoni. La sicurezza dello Stato dipendeva dalla disponibilità di ogni singolo soldato ad
adempiere ai propri obblighi militari, a rispondere alle chiamate alle armi, a obbedire agli ordini di uccidere, e se
necessario morire. Insomma, il soldato doveva agire per convinzione e non per obbligo: ma tale convinzione doveva
essere demandata direttamente dal proprio Stato, che istruiva il popolo alla cultura, ad un’identità collettiva, a dei
simboli sacri, il Nazionalismo. L’esercito era esclusivamente e aggressivamente solo maschile. La cultura militare era
dominata da un tipo di mascolinità che esaltava la forza fisica e il coraggio così come le forti bevute, le avventure
sessuali e la violenza gratuita. Ma se il soldato era il cittadino ideale, era ovvio che solo gli uomini potevano essere
membri qualificati della comunità nazionale. Fare del cittadino un soldato è dargli il senso del dovere e
dell'obbedienza nei confronti del paese: ciò trasforma la popolazione in una nazione.
PACIFISMO E MILITARISMO: Nel 1898 lo Zar Nicola II esordì con una frase diretta alle nazioni europee: in
generale, egli affermò che l’Europa, così come la Russia e il mondo intero, doveva impegnarsi a ridurre i costi degli
armamenti e spendere di più nella pace e nella giustizia. È giunto il tempo di creare una durevole armonia fra le
nazioni, sosteneva. Quelle parole furono accolte calorosamente, almeno all’apparenza: era chiaro agli occhi di tutti
che la Russia aveva una situazione economica disastrata, a cui si aggiungevano le precarie condizioni dei suoi
cittadini. Tutti sapevano che i proclami sulla pace e sul disarmo non avrebbero avuto effetti pratici. Tuttavia si tenne
un accordo proprio in riscontro alle parole dello Zar, e i paesi che inviarono i propri rappresentanti furono 26, compresi
gli Usa, il Giappone e altri.

Durante la conferenza internazionale dell’Aia (che si tenne nel 1899) furono tre i punti trattati: il divieto di certi tipi di
armi, l’elaborazione delle norme belliche fissate alla Conferenza di Ginevra (1864 e 1868), e la risoluzione delle
controversie internazionali con gli strumenti della mediazione. Certo era che immaginare una guerra dal volto umano
era impossibile. Erano tutti d’accordo però sul fatto che la produzione di alcuni tipi di armi dovevano essere messi
fuorilegge. Si trattò anche il tema dell’Arbitrato che, nell’applicazione di convenzioni internazionali, rimaneva il mezzo
più efficace e più giusto per la risoluzione di quelle controversie che la diplomazia non sarebbe riuscita a risolvere. Ma
ad oggi sappiamo che tale accordo era solo un incontro di disonesti teatranti, nel quale venne messo in scena un
preludio alle imminenti tragedie del secolo a venire.

La pace se possibile, la vittoria militare se necessario: tra filosofi e politici, erano in molti a condividere l’idea che la
guerra era stata un’opportunità per compiere imprese eroiche e acquisire potenza e vantaggi materiali, ma erano
altrettanti a sostenere invece che essa avrebbe dovuto essere bandita dalla società civile, che rappresentava una
patologia da sconfiggere, e che alla fine non era poi così necessaria.

- IVAN BLOCH: Uno dei più importanti volumi che dimostravano la nocività della guerra era sicuramente “Il futuro
della guerra” di Bloch: era suddiviso in più tomi e in totale era costituito da 4.000 pagine, in cui venivano descritti i
disastri che portava la guerra in ambito economico, sociale e politico. Quasi tutto ciò che in quell’opera fu scritto si
avverò pochi anni dopo (disordini sociali, consumo eccessivo di risorse, produzione di armi che grava sull’economia
nazionale, soldati massacrati, imposizioni fiscali e scarsità di cibo, sofferenze e morti). Alla fine, sosteneva Bloch nel
suo libro, l’edificio sociale ne sarebbe uscito disintegrato, e il sistema politico sarebbe crollato. Il futuro della guerra,
insomma, sarebbe stata la carestia, non il combattimento; il crollo dell’intera organizzazione sociale.

- NORMAN ANGELL: Il movimento Pacifista sposò completamente le teorie descritte nel libro di Bloch, così come
quelle pubblicate dal giornalista britannico Norman Angell nel suo testo intitolato “La grande illusione” (anche questo
uno dei più grandi volumi dell’epoca). Lo scopo di Angell era quello di persuadere gli europei che la guerra non poteva
portare altro che disastri. L’espansione del commercio su scala globale, secondo Angell, aveva modificato la natura e
le fonti della ricchezza, che non dipendevano più dal controllo del territorio o delle risorse. Le azioni, che
rappresentavano la ricchezza in epoca contemporanea, erano intangibili, in quanto il loro valore dipendeva da un
fragilissimo sistema di istituzioni la cui crisi avrebbe danneggiato sia i vincitori che i vinti. Ecco perché Angell
sosteneva che la potenza militare non fosse la base necessaria della ricchezza di una nazione. Tra l’altro, vincere una
guerra non significava acquisire un maggiore potere: era solo un’idea morale e d’orgoglio.

Tuttavia, così come Bloch, Angell non era un pacifista nel senso stretto del termine: egli sosteneva che
all’aggressione si potesse e si dovesse resistere, anche con la forza, e che la conquista avente come fine la creazione
di una società ordinata era giusta e fonte di progresso. Insomma, riteneva che gli eserciti erano efficaci quando
creavano condizioni in cui il commercio potesse prosperare. Incutendo nella gente il timore della capacità distruttiva
della guerra, essi speravano di convincerla che fosse inutile.

- LE BON e WELLS: Gustave Le Bon pubblicò nel 1895 il libro “Psicologia delle folle”, in cui affermava che la folla è
una formazione sociale moderna. Per molti aspetti, essa richiama quella che fugge da Londra nella “Guerra dei
mondi” di Wells (in cui si narra di un attacco alieno alla Terra, e il relativo panico che si viene a creare nella città di
Londra). La massa viene descritta, sia da Le Bon che da Wells, frammentata, irascibile, manipolabile e incline al
panico. La disciplina militare, per entrambi, era il modo migliore per sconfiggere le forze disintegratrici che
producevano le folle e ristabilire l’ordine e la coesione sociale. In definitiva, le diagnosi della società moderna che
compaiono negli scritti di pacifisti e militaristi mostrano una sorprendente somiglianza: in entrambe le filosofie,
speranze e timori coesistevano in modo problematico. I militaristi speravano che la guerra avrebbe restaurato la
volontà collettiva della nazione; i pacifisti speravano che la società avesse superato il bisogno di un conflitto, e
temevano che se la guerra fosse arrivata, avrebbe compromesso le fragili strutture della civiltà. La guerra, come la
malattia e la morte, rappresenta una disgrazia, e dunque una componente inevitabile della vita: pacifismo e
militarismo coesistevano in un’Europa che viveva in pace ma si preparava alla guerra.
GLI EUROPEI IN UN MONDO VIOLENTO: Nel 1913, il barone Forstner, un ventenne tenente, fu assegnato
alla città alsaziana di Zabern. Nonostante fosse stato nominato da poco, Forstner si era già guadagnato la fama di
persona dedita all’alcol e brutale: era lui stesso causa, a volte, di tensioni nella città tra cittadini e esercito. Il
Parlamento tedesco discusse i fatti di Zabern e condannò la condotta dell’esercito. Non furono però presi particolari
provvedimenti per disciplinare Forstner e i suoi incompetenti superiori. Era però nota l’eccessiva forza militare
dell’esercito rispetto alla debolezza del Parlamento tedesco. Inoltre, la diffusa indignazione che fece seguito agli
eventi evidenziò il livello assai basso della tolleranza nei confronti della violenza pubblica presente in Europa ai primi
del 900.

Via via che la società diventava meno violenta, gli uomini e le donne comuni si sentirono più sicuri. Hegel osserva
come un uomo consideri normale tornare a casa in sicurezza a notte fatta. Tuttavia proprio la naturalezza con cui vive
nell’ordine sociale è forse la base più importante che lo Stato possa fornire perché la vita sia migliore. Proprio questo
adeguamento a una vita ordinata portò alcuni a pensare che gli europei avrebbero perso il gusto per la violenza e le
loro virtù eroiche.

- I MOTIVI DEGLI SCONTRI: All’inizio del ventesimo secolo, un’Europa pacifica si trovava a vivere in un mondo
pericolosamente violento. Gran parte di questa violenza derivava dai tentativi degli europei di espandere o mantenere
il controllo sui propri possedimenti imperiali. La globalizzazione, se da un lato appariva come fonte di pace e di
cooperazione internazionale, era dall’altro fonte di violenze. La colonizzazione e la guerra apparivano dunque
inscindibili: questo perché se la guerra non era di conquista, era una risposta violenta dei colonizzatori ai tentativi
delle popolazioni conquistate di liberarsi dal governo straniero. Come sosteneva Hannah Arendt (filosofa tedesca
naturalizzata statunitense), il dominio per mezzo della pura violenza entra in gioco quando si sta perdendo il potere.
La violenza si arrestava solo quando non rimaneva più nulla da calpestare.

- IMPERI e COLONIE: Nel diciannovesimo secolo, la potenza europea di gran lunga e più costantemente bellicosa
era la Gran Bretagna. È sbagliato pensare all’Inghilterra come una potenza pacifica e in contrasto solo con la
Germania militarista. Di fatto, l’esercito britannico fu sempre in guerra in qualche parte del mondo: si pensi per
esempio alla campagna di Kitchener nel Sudan, di altri battaglioni fra l’Afghannistan e l’India, in Cina e contro i boeri in
Sudafrica. Il motivo di così tanto impegno in guerra era appunto il mantenimento dell’impero.

Ma nella crudele storia del governo imperiale, la vicenda del Congo Belga fu eccezionale per e incessanti brutalità che
la caratterizzarono: il re Leopoldo del Belgio intorno al 1880 comprò un immenso territorio nel bacino del Congo, e lo
gestì come un’impresa privata. Il mantenimento dell’ordine fu affidato alla Force Publique, composta da mercenari
africani e ufficiali europei, i quali fecero ricorso a ogni mezzo per trasformare la popolazione locale in una forza lavoro
da utilizzare nelle piantagioni di gomma del sovrano. Si trattava della più vile corsa alla ricchezza nella storia della
coscienza umana, corsa che costò circa 10 milioni di morti alla popolazione africana. Le proteste furono molte, ma le
violenze nel mondo coloniale erano ormai talmente tante che zittivano ogni movimento contrario; motivo di tanta foga
violenta era, come al solito, l’economia.

- BALCANI: All’inizio del ventesimo secolo, la zona più violenta d’Europa era quella dei Balcani, dove un gruppo di
nuovi Stati era riuscito a strappare l’indipendenza dall’impero ottomano. Si trattava di Stati poveri, governati da una
dinastia di importazione recente e divisi da antagonismi locali, etnici e religiosi. Nonostante le aspirazioni di stabilire –
o ristabilire – il controllo, nessuno di questi stati era capace di realizzare un governo stabile e ordinato. Diversamente
dai conflitti politici dell’Irlanda, della Spagna o dell’Italia meridionale, l’instabilità dei Balcani ebbe un impatto diretto
sull’ordine internazionale, in quanto la violenza in quelle zone aggravò il declino dell’impero ottomano e stimolò la
competizione fra le grandi potenze, in particolare fra l’Impero asburgico e quello russo: l’effetto fu la fine della lunga
pace europea.

Nel 1912, mentre i turchi stavano ancora combattendo contro gli italiani nell'Africa del Nord e nel Mediterraneo
orientale, la Bulgaria, la Serbia, la Grecia e il Montenegro si accordarono per scatenare una guerra di aggressione
che puntava a cacciare gli ottomani fuori dall'Europa, per sempre. Dopo una serie di conquiste (come il Kosovo e
l'Albania), le malattie e il maltempo rallentarono la loro avanzata, dando agli ottomani il tempo di recuperare: nel 1913
a Londra fu firmata la pace. Ma dopo un mese, le rivalità si riaccesero tra le precedenti e temporanee alleate: la
Bulgaria, scontenta del bottino che si era assicurata, attaccò le posizioni serbe e greche in Macedonia, con esito
disastroso; la Bulgaria fu costretta a cessare le ostilità, perdendo gran parte di quanto aveva guadagnato. La
questione balcanica fu forse uno dei motivi per cui gli uomini cominciarono a perdere fiducia nella pace: non a caso, la
violenza ora riappariva come l'unica forma affidabile di difesa dei propri interessi nazionali. Ogni Stato ricominciò la
corsa agli armamenti, destinando una sempre maggiore quantità di uomini, soldi e materiali. L'Europa si preparava a
una guerra inevitabile.
- PRIMA GUERRA MONDIALE: Il 28 giugno 1914, l'erede al trono dei domini asburgici, l'arciduca Francesco
Ferdinando, fu vittima di un attentato mentre era in visita a Sarajevo (capitale della Bosnia). Il suo uccisore era
Princip, un terrorista inviato in Bosnia dalla Mano Nera, una società segreta collegata a membri delle forze di
sicurezza serbe. Inizialmente non accadde niente circa i rapporti diplomatici tra le potenze europee: ma dietro le
quinte un piccolo gruppo di uomini stava prendendo delle decisioni che avrebbero causato una delle piu grandi
catastrofi della storia contemporanea.

L'Austria decise di approfittare dell'omicidio di Francesco Ferdinando per rimuovere la minaccia serba contro gli
interessi dell'impero nei Balcani. La Serbia però era sostenuta dalla Russia, e per questo l'Austria aveva bisogno della
sua unica alleata, la Germania. Dopo un ultimatum da parte dell'Austria alla Serbia, a cui però quest'ultima non aveva
dato seguito, gli austriaci le dichiararono guerra (28 luglio 1914), bombardando Belgrado un giorno dopo. I francesi
dichiararono il proprio appoggio alla Russia, la quale mobilitò le sue truppe. La Germania replicò con una
dichiarazione di guerra contro la Russia stessa. Dopo che i tedeschi violarono la neutralità del Belgio, l'Inghilterra
dichiarò guerra alla Germania. Gli aspetti più orribili della guerra erano legati al fatto che essa era combattuta non
solo dagli eserciti, ma dalle nazioni stesse; ecco perché queste guerre sono così sanguinarie.

- PERCHE' SCOPPIA LA GUERRA: Ma perché l'uccisione di Francesco Ferdinando mise fine al periodo di pace
europea?

1) Innanzitutto bisogna considerare il peso delle responsabilità della Germania: nel trattato di Versailles del 1919,
infatti, si afferma che la Germania e i suoi alleati sono responsabili di aver causato tutte le perdite e i danni ai quali i
governi alleati sono andati soggetti, in conseguenza della guerra loro imposta dall'aggressione della Germania e dei
suoi alleati.

2) Un secondo tipo di spiegazione è l'opposto della prima: la guerra non fu colpa di nessuno, o forse di tutti, ma derivò
da tragici sbagli di valutazione e sfortunati incidenti.

3) Vi è poi un'ultima spiegazione, secondo cui la guerra è stata il risultato inevitabile di alcune tensioni profondamente
radicate nel mondo pre-bellico. Per i marxisti, il conflitto scaturì dalle contraddizioni di fondo dell'economia capitalista;
per altri dalle tensioni del sistema internazionale. Insomma, le tensioni prima o poi sarebbero esplose, se non nel
1914, subito dopo.

- CONSENSO POPOLARE: Inoltre, sappiamo che una guerra, per essere combattuta senza ostacoli interni, deve
essere sostenuta tramite il consenso del popolo. Per ottenere ciò, i governi dovevano convincere la popolazione che
era in atto una guerra difensiva per la sopravvivenza della nazione. Così, il popolo sapeva che gli Austriaci stavano
soltanto rispondendo all'aggressione serba, i tedeschi stavano difendendo un alleato fedele da un attacco, i russi che
non potevano vedere distruggere la Serbia, i francesi che non potevano permettere l'invasione della Russia da parte
dei tedeschi, i britannici che il Belgio doveva essere difeso in quanto neutrale. Per questo, molti giovani considerarono
la guerra come una grande avventura, una prova di virilità, una possibilità di gloria e di fama. L'evidente sostegno del
pubblico alla guerra frustrò qualsiasi speranza di dar vita a un'opposizione organizzata.

GUERRA E RIVOLUZIONE

Che aspetto avrebbe dovuto avere la ricompensa della vittoria per giustificare così tanto sangue? Quando le morti
divennero sempre più numerose, ogni Stato si sentì obbligato a promettere un futuro che giustificasse tanti sacrifici, o
quantomeno si sentiva giustificato a portare avanti la guerra per una vittoria. Qualsiasi cosa inferiore alla vittoria,
come una pace, avrebbe avuto conseguenze disastrose per coloro che l’avessero sottoscritta. I politici, così,
chiedevano ai loro popoli di affrontare sacrifici sempre maggiori piuttosto di ammettere che le atrocità che avevano
sopportato erano state vane. Si era creato un circolo vizioso in cui tutti i belligeranti erano intrappolati: nessuno voleva
firmare una pace e tanto meno perdere la guerra; il perseguimento della vittoria costava sacrifici e sforzi sempre
maggiori per la popolazione e per la nazione stessa.

- FRANCIA: Una prima strategia francese per sconfiggere il nemico era il Plan XVII, che prevedeva una
concentrazione delle truppe francesi alla frontiera orientale: le forze francesi dovevano avanzare unite contro l’esercito
tedesco. I fanti francesi entrarono nel territorio nemico il 15 agosto, incontrando una forte resistenza e cominciando a
subire perdite spaventose, che in poco tempo sarebbero state circa l’80%. Nella sola giornata del 22 agosto furono
uccisi 27.000 soldati francesi, e in totale dal 20 al 23 agosto furono più di 40.000. Insomma, il Plan XVII era fallito.
- GERMANIA: La spedizione dei soldati tedeschi verso il fronte occidentale fu inizialmente senza problemi. Ma più i
tedeschi si spingevano fino alle stazioni terminali delle loro ferrovie, più diventava difficile portare avanti l’offensiva. Vi
erano molti problemi, tra cui le grandi dimensioni dell’esercito, la cattiva comunicazione con le proprie forze,
l’impossibilità di controllare un così vasto contingente, poche informazioni sullo schieramento del nemico, problemi
con i rifornimenti e quindi uomini esausti. Quando l’attacco tedesco cominciò a perdere la propria direzione, i francesi
riuscirono a recuperare. Con una sanguinosa battaglia, i tedeschi vennero fermati, ma si giunse presto a una
situazione di stallo: entrambi gli eserciti non riuscivano a predominare.

Nel frattempo, la Germania combatteva la sua guerra anche sul fronte orientale contro la Russia. La differenza
sostanziale riguardava gli spazi: a ovest il conflitto si concentrava in un’area compatta (guerra immobile), mentre a est
il fronte si estendeva per oltre 1.500 chilometri (guerra di movimento). Anche qui però gli eserciti rimasero intrappolati
in una guerra di logoramento, che si sarebbe decisa solo al momento del crollo dell’esercito russo.

- CONDIZIONI PSICOLOGICHE: Ogni esercito, ormai provato dalla guerra stremante ininterrotta, aveva uomini che
non potevano e non volevano continuare a combattere perché la loro scorta di coraggio si era esaurita. A volte
soffrivano di quello che era chiamato “shock da granata”, una condizione che si manifestava con una varietà di
sintomi, fra i quali un’estrema agitazione, insonnia, delirio e perdita della parola e dell’udito: se erano fortunati tali
soldati venivano trattati con umanità, ma il più delle volte venivano costretti a tornare al fronte il prima possibile.

Nel 1917 emersero segni che la sopportazione dei soldati stava per toccare il limite. Su ogni fronte si manifestarono
disordini, segnale che la disciplina militare stava cominciando a disfarsi. Ma l’efficienza militare venne ripristinata
presto in tutti gli eserciti, anche grazie alla polizia responsabile dell’imposizione della disciplina degli eserciti: dure
punizioni, che arrivavano fino alla pena di morte, potevano essere assegnate per essersi addormentati durante un
turno di guardia, per non essere avanzati per attaccare il nemico, o per essere scappati. L’unica possibilità di sottrarsi
alla disciplina militare era la diserzione, che significava nascondersi lontano dal campo di battaglia: alcuni ci
riuscirono, altri furono catturati e severamente puniti.

- ECONOMIA: Nel 1914, nessuna economia nazionale era preparata ad affrontare la guerra che avrebbe dovuto
combattere; tutte dovettero riadattarsi rapidamente e radicalmente per poter rispondere a una così elevata domanda
di beni e servizi. La mobilitazione di massa di giovani uomini per l’esercito sottrasse braccia alle fabbriche e ai campi,
lo sconvolgimento dei mercati interni e del commercio internazionale soffocò il rifornimento di materie prime, e i danni
provocati dall’occupazione straniera restrinsero le basi della produzione. Su tutti i fronti, i combattenti distrussero interi
villaggi, rovinarono miniere e contaminarono i campi coltivati.

Gli Stati limitavano i viaggi, razionavano il cibo e imponevano giorni senza consumo di carne. Per risparmiare energia,
introdussero l’ora legale. Ridussero le ore nelle quali i locali pubblici potevano servire birra. Intromettendosi in cos
tante attività della vita di ogni giorno, lo Stato gettò le basi di quei regimi che sarebbero nati poco dopo la fine della
prima guerra mondiale.

- CENSURA: Quello che poteva essere scritto e riferito a proposito della guerra era attentamente controllato da
censori civili o militari: i quotidiani che uscivano dai limiti consentiti potevano essere chiusi, gli articoli e i libri che
criticavano la politica governativa erano messi al bando. Al fine di prevenire il diffondersi di notizie scoraggianti dal
fronte venne introdotto un sistema di censura militare. Gli uffici per l’informazione di guerra stampavano centinaia di
manifesti, organizzavano raduni e parate, curavano apparizioni pubbliche degli eroi di guerra e mostre delle armi
sequestrate. Ogni campagna propagandistica cercava di diffamare il nemico.

- FINE DELLA GUERRA: Nell’autunno del 1918, la rivoluzione leninista sembrò propagarsi a occidente. Alla fine di
settembre, il comando supremo tedesco si rese conto che la guerra era perduta: le forze britanniche e francesi erano
sopravvissute all’ultima offensiva tedesca ed erano ora sostenute dall’arrivo di una grande quantità di truppe
americane. La disciplina all’interno dell’esercito tedesco cominciò a sfasciarsi, e con essa la capacità del governo
tedesco di mantenere l’ordine. L’Imperatore di Germania Guglielmo II si rifugiò in Olanda. La capacità dello Stato di
imporre l’ordine, e in molti luoghi perfino il suo controllo del monopolio della violenza, venne compromessa:
sommosse, omicidi politici e minacce rivoluzionarie tormentarono l’immaginazione degli europei. La guerra distrusse
tutto: per milioni di europei, il conflitto aveva dimostrato la triste verità contenuta nella previsione di Norman Angell,
secondo cui la guerra non avrebbe pagato. Essi credevano che un altro conflitto europeo dovesse essere evitato a
ogni costo.
LA TREGUA DEI VENT’ANNI

L’11 novembre del 1918, gli eserciti contrapposti lungo il fronte occidentale continuarono a far fuoco fino alle 10:59.
Alle 11 in punto, si fece silenzio, in quanto entrò in vigore l’armistizio. Alcuni soldati scavalcarono le trincee e
attraversarono la terra di nessuno per abbracciare i loro ex nemici; altri se ne andarono; la maggior parte rimase
dov’era, dubitando ancora che la guerra fosse veramente finita. Nel 1919 si tenne la Conferenza di pace di Parigi, in
cui gli Stati vincitori (Francia, Inghilterra e Usa) imponevano a quelli sconfitti alcuni trattati da rispettare.

Al posto dell’Impero asburgico si istituì un gruppo di Stati basati in linea generale sul principio
dell’autodeterminazione. Gli Usa non fornirono sostegni alla pace e non aderirono alla Società delle Nazioni. I
britannici vi aderirono ma cominciarono subito ad avere dubbi sugli accordi di pace. La Russia, essendo governata
ora dai bolscevichi, era fuori dal consenso degli Stati. L’Italia e il Giappone, nonostante fossero fra le potenze
vincitrici, erano profondamente insoddisfatti dello Status quo. A pagare maggiormente le conseguenze della guerra fu
la Germania: obbligata a ridimensionare drasticamente le forze armate, l’economia gravata dalle enormi riparazioni di
guerra, governo sotto attacco, società percossa da conflitti. Ma nonostante tutto, la Germania rimaneva lo Stato più
importante d’Europa.

Nel Medio Oriente, il periodo successivo alla guerra fu caratterizzato da una serie di lotte armate per decidere il futuro
dell’Impero ottomano. Quando nel 1918 i turchi accettarono l’armistizio, le loro province arabe erano in rivolta, e
truppe straniere stavano penetrando nell’entro terra, tra cui quelle britanniche, greche e italiane. L’impero si stava
rapidamente disintegrando, e il sultano Mohammed VI rimase confinato a Costantinopoli. Gli succedette Kemal, il
quale istituì una repubblica al posto del sultanato.

- RUSSIA: Lenin, nel 1918, aveva convinto i suoi compagni ad accettare le dure condizioni di pace imposte dalla
Germania vittoriosa a Brest-Litovsk, in conseguenza delle quali il paese perse un terzo dei territorio della Russia
europea, assieme a quasi metà della sua capacità industriale. Nello stesso anno, si formarono degli eserciti
controrivoluzionari appoggiati da Usa, Giappone, Gran Bretagna e Francia, che minacciarono il regime russo su
diversi fronti. I Bolscevichi ne uscirono vittoriosi, usando la forza contro tutti i nemici. Nel 1921 i bolscevichi avevano
vinto la guerra civile, ma l’economia russa era paralizzata, la fame una realtà, e il malcontento cresceva tra tutti.

- ITALIA: Nel 1919, mentre Lenin istituiva la Terza Internazionale (la seconda era crollata nel 1915) per diffondere la
rivoluzione mondiale, Benito Mussolini fondò a Milano un Fascio di combattimento: la sua rapida ascesa al potere
sarebbe stata inconcepibile senza la guerra. Nel 1914 Mussolini dirigeva l’Avanti, il quotidiano ufficiale del Partito
socialista italiano; poco dopo l’inizio della guerra, però, ruppe con i compagni socialisti sulla questione dell’intervento,
da lui sostenuto. Se inizialmente il futuro duce possedeva un programma che mescolava a un radicale nazionalismo
elementi anticapitalistici e anticlericali, ben presto si spostò a destra, omaggiando la monarchia e la Chiesa e
promettendo di difendere la proprietà e l’ordine.

Con lo Stato ridotto quasi alla paralisi, l’economia del paese a terra e il sistema politico collassato, molti italiani
guardavano alle squadre fasciste (reclutate fra ex militari, studenti e giovani predisposti alla violenza) come a un
fondamentale alleato contro la minaccia di una rivoluzione comunista. Ma fascismo e comunismo nascevano dalla
stessa guerra, e possedevano entrambi un ideale di base: era necessario un nuovo sistema, ricorrendo anche a
misure dure e perfino brutali per realizzarlo.

- TRATTATI: Alla fine del 1923, il ministro degli Esteri tedesco Stresemann inaugurò un apolitica tesa a ottenere
concessioni dagli Alleati in un’ottica di conciliazione piuttosto che di scontro. Stresemann trovò un alleato disponibile
nel primo ministro francese Briand, il quale credeva che la sicurezza della Francia potesse essere meglio perseguita
mediante una stretta cooperazione con la Gran Bretagna e una politica più accomodante e flessibile nei confronti della
Germania. Nel 1926 la Germania entrò nella Società delle Nazioni e prese parte ai avori di una commissione
incaricata di preparare una conferenza generale sul disarmo. Ci fu anche una soluzione riguardo le riparazioni, che
furono fissate a una quota che i tedeschi avrebbero potuto pagare.

- VERSO LA GUERRA: Gli anni 30 erano un periodo basso e disonesto, oltre che violento. Si ricorda ad esempio la
conquista dell'Etiopia da parte dell'Italia di Mussolini, le brutalità commesse dal regime sovietico contro i contadini, i
Gulag, la carestia che afflisse l'Ucraina. I governi delle democrazie liberali assisterono a questa marea di sofferenze e
di morte con ansia e sgomento. I sostenitori del comunismo e del fascismo tentarono di spiegare e giustificare le
politiche omicide di Stalin e l'imperialismo di Mussolini. Fra gli europei, l'orientamento dominante fu quello di non farsi
coinvolgere, di lasciare che gli eventi facessero il loro corso. Nessuno di questi eventi, infatti, sembrava toccare gli
interessi degli altri Stati europei: per nessuno di essi valeva la pena di rischiare un'altra catastrofe come la scorsa
guerra.
- GERMANIA: Nel 1922 e 1923, in Germania né l'estrema destra e né l'estrema sinistra erano abbastanza forti da
prendere il potere illegalmente o da conquistarlo con libere elezioni. Quando nel 1929 l'economia mondiale precipitò
nella crisi, questa situazione cambiò: i conservatori crearono un'alternativa antidemocratica. Così, nel 1933 il governo
fu consegnato ad Adolf Hitler. Questi si sbarazzò ben presto dei suoi alleati, sottomise col terrore i propri oppositori e
smantellò la Costituzione. In poche parole, in poco piu di un anno affermò il proprio controllo sullo Stato e sulla società
tedesca.

Il nazismo trovò consensi "grazie" alle divisioni politiche, a un grave dissesto economico e a un senso di frustrazione
nazionale, il tutto causato dalla guerra. In secondo luogo, la guerra abituò i tedeschi alla violenza. Le attrattive del
nazismo consistevano in una serie di paure e odi, oltre che interessi particolari: la questione ebraica assumeva
un'importanza centrale, così come l'anticomunismo. Nel 1918, queste forze estranee avevano tradito la patria e
continuato ad essere la fonte del malcontento tedesco. L'interesse principale era quello di far tornare la Germania una
potenza mondiale di tutto rispetto, in risposta all'umiliazione subita col trattato di Versailles.

Hitler credeva di poter sovvertire la pace di Versailles con mezzi diplomatici, sfruttando le debolezze e le divisioni
esistenti fra gli altri Stati europei, ma gli obiettivi finali del suo imperialismo razziale non potevano essere conseguiti
senza la guerra, necessaria per conquistare i vasti spazi rivendicati dalla Germania a Est. Nel 1936 Hitler annunciò
che la Germania non si sarebbe piu attenuta alle restrizioni che il Trattato di Versailles imponeva alle sue forze
armate. Gran Bretagna e Francia non passarono all'azione, mantenendo comunque lo stato di allarme.

Nel 1938 Hitler si mosse per la prima volta oltre i confini del Reich, costringendo il governo austriaco ad accettare
un'incursione di truppe tedesche e la fusione dei due paesi (Anschluss). Sempre nello stesso anno, Hitler iniziò ad
avvicinare il suo esercito in Cecoslovacchia, dove viveva una consistente minoranza tedesca; ma la Cecoslovacchia
mobilitò il suo esercito, assicurandosi anche l'appoggio di Gran Bretagna e Francia. Hitler dunque fece marcia
indietro, ma non abbandono il suo obiettivo: in un futuro non troppo lontano, avrebbe distrutto la Cecoslovacchia, e
non era di certo un segreto.

Per evitare la catastrofe, il primo ministro britannico Chamberlain compì tre viaggi per incontrare Hitler, riassumibili
tutti nel terzo, in cui di fatto venne concesso a Hitler tutto quello che voleva; l'alternativa era attaccarlo. Così, prive di
vincoli, nel 1939 le truppe tedesche entrarono a Praga, completando la distruzione dello Stato cecoslovacco. Hitler
preparò subito anche l'invasione della Polonia: stavolta, però, Chamberlain dichiarò che in caso di attacco, l'Inghilterra
(così come la Francia) sarebbe accorsa in aiuto alla Polonia. Hitler non aveva ragioni per pensare che ora le potenze
occidentali facessero sul serio, anche perché la Germania aveva stretto un patto di non aggressione con la Russia,
condannando la Polonia a combattere su entrambi i fronti.

La guerra era ormai inevitabile: l'Europa si trovava a dover affrontare di nuovo un dramma atroce, ma questa volta
senza nemmeno l'entusiasmo di vincere. Nessun canto, nessuna banda e nessuna felicità vi era ad accogliere i
soldati e i cittadini europei. Chamberlain era ormai rassegnato, dopo aver provato in ogni modo ad evitare la guerra.
Perfino a Berlino l'atmosfera non era entusiasta. L'auto di Hitler, al momento dell'annuncio dell'inizio della guerra,
attraversò strade vuote: non c'erano folle esultanti, né espressioni di gioia o di solidarietà. L'Europa aveva iniziato la
guerra, un'altra volta.

L'ULTIMA GUERRA EUROPEA

L'ultima guerra europea iniziò il 1° settembre del 1939, quando i tedeschi bombardarono la Polonia presso il golfo di
Danzica. L'obiettivo strategico di Hitler era l'eliminazione delle forze vive, ossia la distruzione della società e della
cultura polaccha. La guerra, sosteneva Hitler, doveva essere combattuta con la piu grande brutalità e senza pietà. E
così fu: ammazzarono prigionieri, incendiarono paesi, catturarono ostaggi, uccisero civili e capi politici. Gran parte di
questa violenza fu opera delle SS e della Gestapo. Come promesso la Gran Bretagna e la Francia dichiararono
guerra alla Germania per difendere i loro alleati polacchi, ma di fatto non fecero niente per aiutarli militarmente.

Una volta sconfitta la Polonia, Hitler fu ansioso di procedere con il suo piu vasto progetto imperialistico su base
razziale, il che significava invadere l'Unione Sovietica, rompendo il patto di non aggressione. Prima di questo, però,
doveva assicurarsi il controllo del fronte occidentale, sconfiggendo la Francia e allontanando i britannici dal
continente. Gli alleati occidentali aspettarono al riparo della linea Maginot, un sistema di fortificazioni che si estendeva
per 140 chilometri lungo la frontiera franco-germanica. Quando i militari tedeschi cominciarono a spostarsi verso
Ovest, i francesi sbagliarono a valutare quale sarebbe stato il punto di massima concentrazione dell'offensiva tedesca,
e inviarono le loro truppe migliori a Nord verso il Beglio, consentendo così al nemico di avanzare attraverso la foresta
delle Ardenne, che la linea Maginot lasciava scoperta.

- INGHILTERRA: Dopo la caduta della Francia, Hitler sperava che la Gran Bretagna sarebbe rimasta neutrale e
avrebbe lasciato avanzare ad Est la Germania. Ma Churchill, diventato primo ministro, era determinato a restare in
guerra. La Royal Air Force riuscì a sconfiggere la Luftwaffe, costringendo Hitler a rinviare ulteriori operazioni militari.

- RUSSIA: Nel 1941 i tedeschi sfondarono in territorio russo: lo shock fu tremendo,e la loro avanzata provocò un
disastro terribile. I sovietici in sei mesi persero 4 milioni di uomini e migliaia di aerei e carri armati. Leningrado fu
accerchiata, e Mosca posta sotto assedio, consentendo così ai tedeschi di impossessarsi di alcune zone industriali.
Hitler aveva deciso che Mosca dovesse scomparire dalla storia, sommersa a un enorme lago artificiale. Ma quando
cominciò l’inverno, fu evidente che i tedeschi non erano riusciti a superare un grosso problema: quello logistico di una
linea di rifornimenti che si estendeva continuamente, lasciando spesso le truppe senza carburanti, munizioni e altro.
Approfittando dei rallentamenti delle truppe tedesche, i sovietici riuscirono a liberare Mosca: l’Armata Rossa stava
recuperando.

A maggio, Stalin aveva ordinato un’offensiva presto rivelatasi fallimentare: i tedeschi reagirono con una propria
offensiva, destinata però a bloccarsi quando non riuscirono a conquistare Stalingrado. Era un secondo campanello
d’allarme per Hitler, che aveva già sentito suonare il primo poco prima con la liberazione di Mosca. Infatti, nel 1943, gli
esausti resti dell’armata tedesca furono costretti alla resa: la campagna tedesca subì così una grave sconfitta, di
grande portata simbolica, in quanto la Germania prima d’allora non aveva mai perso una battaglia. Il regime
dittatoriale tedesco riuscì a prevalere sulle democrazie occidentali, ma a Est si trovò di fronte un regime simile, forse
organizzato ancora meglio, e il nazismo non poté superare la prova del fuoco.

- USA: Nel frattempo i cacciabombardieri giapponesi stavano attaccando la base navale americana di Pearl Harbor.
Hitler decise di affiancarsi ai giapponesi, dichiarando guerra agli Stati Uniti. Questi ultimi sembravano l’unica via
d’uscita per un’Europa sottomessa dalla Germania. Iniziò così la battaglia dell’Atlantico, in cui i tedeschi potevano
mostrare la propria abilità per mezzo degli U-Boot (sottomarini). Solo nel 1943, finalmente, il numero di navi fabbricate
superava quello delle navi perse, e nello stesso anno gli alleati riuscirono ad affondare un numero maggiore di U-
Boot, costringendo i tedeschi a limitarne l’attività.

Contemporaneamente, i britannici e gli americani cacciarono gli italiani e i tedeschi dal Nord-Africa, sbarcando in
Sicilia. Mussolini venne estromesso dal potere. Ora la Germania era costretta a condurre un nuovo tipo di guerra,
fronteggiando una schiera di nemici che disponevano di popolazioni molto più numerose, di risorse più consistenti e di
una capacità produttiva nettamente maggiore. Nel 1944 gli alleati sbarcarono in Normandia, uccidendo più di un
milione di soldati tedeschi. Roma fu occupata dagli anglo-americani.

Ma i tedeschi non mollavano così facilmente e continuavano a infliggere gravi perdite ai loro nemici: essi
continuavano a combattere a lungo, anche se ogni possibilità di vittoria era visibilmente svanita, probabilmente per
convinzioni ideologiche, per salvarsi la pelle a vicenda, per la coesione all’interno dell’esercito, o forse solo perché
avevano paura a non farlo, considerando che i disertori venivano letteralmente appesi ai lampioni.

- FINE DELLA GUERRA: La Seconda guerra mondiale fu molto più vasta della prima. Più vite umane, più risorse, più
macchine, più morti (circa 50 milioni di persone). Inoltre, molto più della prima guerra mondiale, la seconda trascinò
con sé sia soldati che civili, poiché i combattimenti non ebbero confini.

- GUERRE PARALLELE: La vittoria militare, nel regime hitleriano, non avrebbe avuto senso se a essa non si fosse
riusciti ad affiancare una rivoluzione razziale. Così, fra il 1933 e il 1939 Hitler creò i fondamenti ideologici di una
campagna di ominazione razziale: i dettagli di simili progetti erano vaghi, ma l’obiettivo era chiaro; sterminare i nemici
razziali della Germania e conquistare le razze inferiori, riducendole in schiavitù. Fra i primi obiettivi figurarono i
tedeschi affetti da malattie incurabili e quelli socialmente indesiderabili. Il nucleo della guerra razziale tedesca era la
questione ebraica: gli ebrei non potevano essere semplicemente sottomessi, in quanto si riteneva che fossero troppo
pericolosi, e che il loro potere fosse troppo forte. L’unico rimedio era sbarazzarsene (rimaneva solo decidere come).
Inizialmente furono estromessi dalla società e privati dei diritti civili ed economici, ma già dal 1938 il ritmo delle
persecuzioni si intensificò: gli squadristi nazisti dettero alle fiamme sinagoghe, uccisero alcuni uomini ebrei, ne
arrestarono molti e distrussero le vetrine dei negozi condotti da ebrei (notte dei cristalli).

- QUESTIONE EBRAICA: In una prima fase, i tedeschi strapparono dalle loro case, concentrarono e segregarono gli
ebrei che abitavano nei territori conquistati, rinchiudendoli nei ghetti o nei campi di concentramento. Poi, nel 1941,
Hitler e i suoi più stretti collaboratori elaborarono la "soluzione finale" della questione ebraica, ossia l’uccisione di ogni
ebreo sul quale potessero mettere le mani. La scena del massacro si spostò nei campi di concentramento verso i
quali vennero trasportati milioni di ebrei provenienti da tutta Europa. Ma per riuscire nel loro intento, i tedeschi
avevano bisogno di aiuto, e in qualsiasi luogo giungessero trovavano persone disposte a collaborare. È possibile
quindi affermare che lo sterminio degli ebrei fu un fenomeno europeo, in cui francesi, ucraini, lettoni e fascisti italiani
svolsero ciascuno un proprio ruolo.

Ma quando gli eserciti tedeschi vennero sconfitti, i regimi che avevano collaborato con essi furono spazzati via.
Furono uccise molte persone che avevano collaborato con il regime nazista. Molti collaborazionisti furono sottoposti a
processo e condannati a pene pesanti. Nel 1945 milioni di soldati tedeschi furono fatti prigionieri, cosi come diversi
capi del regime furono sottoposti a processo davanti al Tribunale internazionale di Norimberga. Furono moltissimi
invece i suicidi dei funzionari del regime, tra cui Hitler, Goebbels e Himmler.

LE BASI DEL MONDO POSTBELLICO

Nell’estate del 1945, i capi dell’Alleanza si riunirono per l-ultima volta a Potsdam, un sobborgo di Berlino. Alla riunione
parteciparono il nuovo presidente degli Usa Truman, Churchill, e Stalin. Emerse il peggioramento dei rapporti fra russi
e americani. Il conflitto tra Est e Ovest era ancora mascherato dai tentativi di cooperazione messi in atto da entrambe
le parti, ma la difficoltà di raggiungere un accordo su questioni specifiche fu inequivocabile.

- USA: Gli Stati Uniti, essendo materialmente a distanza dal conflitto a causa dell’oceano, poterono permettersi il
lusso di scegliere quanti soldati addestrare e quante risorse dedicare alla guerra. Gli Stati Uniti avrebbero comunque
combattuto una guerra in cui il ruolo determinante sarebbe stato svolto dai macchinari, il che avrebbe ridotto al
minimo le perdite fra i loro soldati. Le capacità produttive americane, inoltre, non furono mai pienamente mobilitate in
funzione dello sforzo bellico. Il livello di vita medio dei cittadini americani addirittura aumentò.

Durante la guerra, i sovietici diventarono per gli americani un indispensabile alleato, mettendo da parte le vecchie
animosità. Ma la divisione postbellica dell’Europa emerse gradualmente da una complessa dinamica di conflitti e di
adattamenti con cui ogni parte, sempre più consapevole degli interessi contrapposti, accettava i limiti del proprio
potere. Quando nel 1945 Roosevelt morì, il suo successore Truman continuò a tentare di cooperare con Stalin. La
situazione si modificò nel 1947, anno in cui iniziò apertamente la Guerra fredda con le seguenti parole di Truman: "La
politica degli Usa consiste nel sostenere i popoli liberi che stanno resistendo ai tentativi di soggiogarli da parte di
minoranze armate o di pressioni esterne". Era ovviamente un riferimento all’Unione Sovietica che si impossessava
delle zone limitrofe dell’Europa orientale.

Tre mesi dopo il segretario di Stato statunitense Marshall colse l-occasione ad Harvard per annunciare un piano per la
ripresa economica, il Piano Marshall. Questo rappresentava una potente espressione dell’impegno americano nei
confronti del continente europeo, basato sulla consapevolezza che l’instabilità sociale e il bisogno di beni materiali
avrebbero creato un terreno favorevole per i comunisti.

- RUSSIA: Anche Stalin definì la sua politica dell’Europa, basata al consolidamento del diretto controllo sovietico sulla
metà orientale del continente. Venne annunciata la formazione di una nuova versione dell’Internazionale comunista,
che Stalin aveva sciolto durante la guerra, con la quale Mosca si apprestava a imporre disciplina e uniformità a tutti i
partiti comunisti.

La fase critica del processo di divisione dell’Europa si concluse nel 1948, quando i sovietici e i loro alleati locali
instaurarono un regime comunista in Cecoslovacchia, violando le istituzioni democratiche. Come era già successo
precedentemente, anche nel 1948 le potenze occidentali fecero ben poco per salvare la democrazia cecoslovacca da
Stalin. Nello stesso anno, Gran Bretagna, Francia, Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo firmarono a Bruxelles un patto
militare; l’estate seguente anche Canada e Usa avviarono colloqui con i membri del Patto di Bruxelles, facendo
nascere il Patto Atlantico (1948-49), in cui si afferma che ogni attacco a una nazione membra sarà considerato come
un attacco alla coalizione stessa fra i paesi firmatari.

- VERSO UN’EUROPA UNITA: La creazione della Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio (CECA) fu un
evento rivoluzionario, da cui poi sarebbe nata l’Unione Europea. Ma un’Europa unita doveva possedere un sistema di
difesa, e questo era impensabile senza il riarmo della Germania. Il sistema di difesa doveva essere pensato inoltre
con una certa fretta, poiché la Corea del Nord aveva appena minacciato l’esercito statunitense di occupazione, e
Stalin aveva appena sperimentato la bomba atomica. Washington promise, attraverso il comando della NATO, non
solo di difendere l’Europa da un attacco sovietico, ma anche di garantire che una Germania riarmata non sarebbe
diventata una minaccia per i suoi vicini. Così, gli Alleati accolsero la Germania all’interno della NATO, e in cambio i
tedeschi promisero che non avrebbero fabbricato armi atomiche o chimiche, e che avrebbero posto le proprie forze
armate interamente sotto il comando della NATO.

Nel 1955 i tre alleati occidentali posero fine alla loro occupazione della Repubblica federale di Germania, e
conferirono al regime di Bonn il pieno potere di Stato sovrano sulla sua politica interna ed estera (pur con delle
restrizioni militari). Nel 1957 i sei paesi (Belgio, Francia, Italia, Paesi Bassi, Lussemburgo e Germania Ovest)
firmarono il Trattato di Roma, con il quale veniva istituita la Comunità Economica Europea, con sede a Bruxelles.

- GUERRA ATOMICA: In un momento non meglio precisato fra il 1952 e il 1956, i sovietici avrebbero disposto di un
numero di bombe sufficiente a produrre il crollo di mezza Europa. Ma la Russia anticipò la previsione e nel 1949 fu in
grado di sperimentare un ordigno nucleare. Nel 1957, quando l’Unione Sovietica riuscì a mandare in orbita un
satellite, era chiaro che disponeva di missili intercontinentali in grado di colpire obiettivi situati negli Usa. Insomma, gli
Stati Uniti non detenevano più il monopolio delle armi avanzate. Alcuni esperti cominciarono a mettere in discussione
la saggezza e la plausibilità dell’uso di armi atomiche. Se fosse avvenuta realmente una guerra atomica tra le due
superpotenze, la sicurezza dell’Europa sarebbe stata potenzialmente compromessa.

Per alcuni anni, dunque, il rapporto tra Usa e Unione Sovietica rimaneva ostile e competitivo, ma ognuna delle due
parti si impegnava ad evitare uno scontro militare, che avrebbe avuto conseguenze catastrofiche. La dimensione delle
possibili distruzioni, rendeva l’uso degli armamenti atomici sempre più impensabile.

- LA FINE DEL COLONIALISMO: Il colonialismo finì perché si modificarono le valutazioni morali degli europei e la
loro percezione di ciò che veramente contava. Quando i popoli assoggettati cominciarono con sempre maggiore
insistenza a chiedere l’indipendenza, i colonizzatori si chiesero se il mantenimento delle colonie valesse tutto quel
sangue e quelle risorse che occorrevano a tale scopo. L’imperialismo aveva di fatto smesso di apportare benefici
apprezzabili ai paesi avanzati. Se il colonialismo non apportava alcun vantaggio né alla madrepatria e né alle colonie,
non vi era ragione per mantenerlo. Una dimostrazione era stata data dalle lotte per l’indipendenza da parte
dell’Algeria nei confronti della Francia: quest’ultima intendeva mantenere la colonia con la forza, ma dopo tre anni di
guerra decise di mollare e concedere l’indipendenza all’Algeria (“l’Algeria ci costa più di quanto valga” dichiarò de
Gaulle nel 1961).

L’ASCESA DELLO STATO CIVILE

George Orwell, giornalista e scrittore britannico, descrisse nel suo libro intitolato “1984”, pubblicato nel 1949)
un’utopia negativa di come sarebbe stata l’Europa negli anni del titolo: la Terra è divisa in tre grandi
potenze totalitarie perennemente in guerra tra loro: Oceania, Eurasia ed Estasia che sfruttano la guerra perenne per
mantenere il controllo totale sulla società. Come abbiamo visto, però, il futuro dell’Europa non assomigliò né alle
agonie totalitarie del libro di Orwell e né al mondo militarizzato dello Stato guarnigione di Lasswell, politologo
americano, in cui il mondo è dominato dalla violenza. Anzi, fra le rovine lasciate dalla guerra, gli europei costruirono
degli Stati a forte connotazione civile, organizzati in funzione della pace e a vantaggio della produzione economica (e
non di quella bellica).

Sia dal punto di vista istituzionale che territoriale, i confini degli Stati europei diventarono più aperti e permeabili di
quanto non fossero mai stati prima. La crescita economica dopo la guerra consentì ad ogni Stato dell’Europa
occidentale di recuperare rapidamente dai disastri della guerra e di ricostruire le città distrutte. Alla fine del 1950,
stava cominciando a emergere un nuovo tipo di società. La prosperità di cui gli europei godettero era data anche dai
ricordi che le persone conservavano delle sofferenze sopportate durante e subito dopo il conflitto. Ma gran parte di
questo relativo benessere dipendeva in particolare dai rapporti commerciali fra gli Stati europei: nel 1960 un terzo
delle importazioni dei paesi della Comunità Europea proveniva da atri paesi membri.

Oltre all’istruzione, ora i governi si assumevano la responsabilità dell’assistenza sanitaria, dei sussidi di
disoccupazione, delle pensioni di vecchiaia e di invalidità e della concessione di alloggi a basso prezzo. Mentre la
crescita economica metteva a disposizione degli Stati entrate sempre più consistenti, nessuno di essi spese queste
risorse addizionali nel settore militare, pur mantenendo o reintroducendo la leva.

- IL 1968: Nel 1968, la Central Intelligence Agency (CIA) informò il presidente americano Johnson che il dissenso era
diventato un fenomeno di dimensioni mondiali. I contestatori attingevano a tre comuni fonti di malcontento:
1) La guerra del Vietnam: questa fece emergere atteggiamenti id antiamericanismo, antimilitarismo e simpatia nei
confronti dei popoli del Terzo Mondo.
2) Sentimenti di malcontento: questi univano chi rifiutava il materialismo del boom economico del dopoguerra e chi
credeva di non poter ricevere una giusta porzione dei benefici che esso apportava.
3) Una nuova società: la generazione del ’68 era la prima del dopoguerra che, non avendo una diretta esperienza
della depressione e della guerra, poteva concentrare la propria attenzione sulle manchevolezze della società
contemporanea piuttosto che sul suo progresso nel corso del tempo. Ovunque emersero leader carismatici che
formularono richieste politiche e infiammarono folle entusiaste, che spesso si scontravano con le forze dell’ordine. Ma
le proteste erano comunque di natura pacifica, e forse fu proprio questo elemento a distinguerle da quelle passate.

- TERRORISMO in POLITICA: Il terrorismo politico ebbe esiti particolarmente cruenti in Italia, in parte per
l’incompetenza e la corruzione governativa, in parte perché i gruppi terroristici emersero sia all’estrema destra sia
all’estrema sinistra, contribuendo a generare un senso di crisi politica. Dal 1969 al 1980 la violenza a sfondo politico
provocò in Italia circa 400 morti e 1000 feriti. Nel 1978 il rapimento e l’uccisione da parte delle Brigate Rosse dell’ex
presidente del Consiglio Aldo Moro costrinse il governo ad assumere l’iniziativa: in pochi anni i capi brigatisti vennero
catturati, e la capacità offensiva della formazione di estrema sinistra venne ridimensionata.

In Irlanda del Nord, invece, i terroristi furono capaci di conquistarsi una base sociale molto più ampia, mobilitando
antagonismi interni profondamente radicati. A partire dal 1967, la minoranza cattolica del paese cominciò a far
propaganda per rivendicare l’uguaglianza dei diritti e delle opportunità. L’Irish Republican Army (IRA) ritornò in campo,
determinato a cacciare i britannici dal paese una volta per tutte. Nel 1969 le truppe britanniche inviate sull’isola per
restaurare l’ordine vennero trascinate nel conflitto.

La Spagna era invece un esempio di transizione pacifica alla democrazia. Il dittatore Francisco Franco stava ormai
vivendo i suoi ultimi anni al potere. Ne approfittarono i separatisti Baschi: con l’acronimo di ETA, un’organizzazione
terroristica, il loro scopo era la separazione del popolo Basco dalla Spagna e la propria indipendenza. I riformatori
però ebbero la fortuna di poter contare sul sostegno del successore di Franco, re Juan Carlos, il quale si rese conto
che una Spagna pacifica avrebbe dovuto basarsi su salde istituzioni democratiche. Quando Franco morì nel 1975, la
sua dittatura fu trasformata in una democrazia parlamentare.

- EUROPA ORIENTALE: L’Europa orientale non sembra far parte della stessa storia pacifica che abbiamo appena
visto. Nei regimi comunisti il conflitto armato rimaneva sempre vicino alla superficie della vita pubblica. Inoltre, i regimi
dell’Europa orientale non intrapresero un processo di demilitarizzazione come quello dei paesi occidentali, ma
continuarono a tenere in piedi vasti eserciti. Ci fu comunque uno sviluppo, seppur lento e irregolare, dei valori e delle
consuetudini civili, che contribuì a gettare le basi delle grandi rivoluzioni pacifiche del 1989.

- UNIONE SOVIETICA: All’improvvisa morte di Stalin per un attacco cardiaco, nel 1953 il sistema sovietico subì un
deciso cambiamento, e salì al potere Nikita Chruščëv. Il terrore si attenuò ed ebbe effetti meno letali, in quanto il
regime adottò una politica di “repressione senza annientamento”. Vennero rilasciati moltissimi prigionieri politici.
Berija, che aveva guidato l’apparato del terrore staliniano, fu arrestato e giustiziato. Rimaneva comunque una società
soggetta a limitazioni: i campi di lavoro forzato, ad esempio, rimasero in attività, il dissenso veniva punito, e la società
doveva obbedire. Sotto Chruščëv, l’economia sovietica crebbe a un ritmo intenso, aumentando la disponibilità di beni
di consumo. I cittadini sovietici cominciarono ad acquistare televisori e frigoriferi, prospettando anche un
miglioramento del livello di vita.

Le pretese di superiorità da parte dei russi si fecero ancora più convinte quando, nell’ottobre del 1957, essi lanciarono
il primo satellite orbitante intorno alla Terra. Chruščëv ambiva ad annientare i suoi avversari capitalisti non con la
guerra, ma con una cara economica nella quale un tempo l’occidente era apparso imbattibile. Ma nonostante ciò, il
sistema sovietico non superò l’Occidente. Anzi, la crescita economica rallentò e il divario fra i livelli di vita tra Est e
Ovest divenne più ampio.

Prevalse Gorbacev, che non era stato coinvolto attivamente nella seconda guerra mondiale. Egli, date le circostanze
e il periodo di stagnamento dell’economia, sapeva che era inevitabile introdurre riforme sostanziali. Formulò proposte
di disarmo innovative, cominciò a cessare la guerra che le forze sovietiche stavano combattendo a sostegno del
regime comunista in Afghanistan, e ipotizzò che l’Unione Sovietica potesse smettere di imporre ai suoi alleati
dell’Europa dell’Est la conformità alla propria politica. In Unione sovietica, la dissoluzione dell’impero era parte di una
crisi terminale, che si concluse con il collasso totale del sistema. Le forze della democrazia e dell’autodeterminazione
a cui Gorbacev aveva dato spazio in Europa orientale filtrarono anche all’interno delle frontiere sovietiche. Intorno al
1990 quattordici repubbliche sovietiche dichiararono la propria indipendenza e si costituirono come Stati sovrani
separati. Il 25 dicembre del 1991 l’Unione Sovietica si dissolse pacificamente.
PERCHE’ L’EUROPA NON DIVENTERA’ UNA SUPERPOTENZA

All’inizio del 1990 la Repubblica socialista federale di Iugoslavia stava per sfasciarsi. In Serbia e Croazia le recenti
elezioni avevano confermato al potere Milosevic e Tudman, i quali puntavano a distruggere la struttura federale creata
da Tito dopo la seconda guerra mondiale. Le guerre degli anni 90 nei Balcani ebbero terribili conseguenze per gli
abitanti della regione. Inoltre, gli europei intervenivano raramente e senza efficacia per riportare la pace fra i popoli
che vivevano lungo le frontiere sud-orientali. Nel 1990 la frontiera fra le due Germanie, che aveva rappresentato per
40 anni una delle cause delle ostilità fra Est e Ovest, scomparve dalla carta politica: la nuova Germania, legata
all’Occidente, era adesso libera da limiti esterni alla propria sovranità.

Il rapporto dell’Europa con gli Stati Uniti rimaneva sempre ineguale e controverso. Fin dalla sua formazione (1949),
l’Alleanza atlantica aveva fronteggiato una crisi dopo l’altra. Europa e Usa si erano trovati in disaccordo ad esempio
sul riarmo tedesco, sull’invasione di Suez, sulla guerra del Vietnam, sulla crisi dei missili ecc. Ma anche se qualcuno
avesse desiderato dire addio all’alleato americano, finché la minaccia sovietica permaneva, pochi disponevano di una
vera alternativa.

Nel 1986 i paesi membri della Comunità Economica Europea firmarono l’Atto unico europeo, il cui obiettivo era la
realizzazione di un’economia europea senza barriere, nella quale beni, capitali e lavoro circolassero senza limiti.
Pochi anni dopo, nel 1991, con il Trattato di Maastricht si da vita all’Unione Europea. Il trattato affermava la volontà di
attuare una politica estera e di sicurezza comune, imponendosi sulla scena internazionale. Insomma, vi era una
volontà comune a molti di voler creare un sistema di difesa europeo più autonomo e indipendente dalla NATO: gli
americani però facevano sapere che si sarebbero opposti a qualsiasi organismo di difesa indipendente che potesse
competere con la NATO.

SADDAM HOUSSEIN: Una prima crisi internazionale fu innescata dall’invasione del Kuwait da parte dell’Iraq nel
1990. Il capo del regime repressivo iracheno, Saddam Hussein, sperava di impossessarsi delle risorse necessarie (il
Kuwait è ricco di petrolio) per riprendersi dalla costosa guerra che aveva combattuto contro l’Iran negli anni 80. In
questo modo, Saddam poteva controllare il 20% delle riserve petrolifere mondiali e minacciarne un altro 30% nella
vicina Arabia Saudita. L’Europa si fece da parte e lasciò l’iniziativa agli Usa, i quali misero in piedi una vasta
coalizione internazionale per sostenere l’azione militare contro l’Iraq. Né la NATO e né le istituzioni dell’Unione
Europea vennero coinvolte. La rapida e decisiva vittoria della coalizione nel 1991 mise in rilievo la forza americana e
la dipendenza dell’Europa.

IUGOSLAVIA: Non appena gli Stati Uniti affermarono che la Iugoslavia era un loro problema, gli europei
accettarono la sfida . in realtà, gli interventi nei Balcani furono molto incerti e frammentati. L’azione più decisiva,
intrapresa su insistenza della Germania, consisté nel riconoscimento della secessione della Slovenia e della Croazia
dalla Iugoslavia (1991). Ma ciò intensificò la guerra combattuta dai serbi e dai croati contro la Bosnia. All’Unione
europea mancava la volontà e l’immaginazione per tentare di ripristinare un’eventuale pace nei Balcani.

Nel 1994, dopo anni di massacri, gli Usa cominciarono a dedicare attenzione alla disperata situazione dei musulmani
di Bosnia. Le forze della NATO minacciarono i serbi di bombardare le loro posizioni se non avessero interrotto
l’attacco a Sarajevo. La svolta si ebbe nel 1995, quando la città bosniaca di Srebrenica, indicata dalle Nazioni Unite
come rifugio sicuro, venne conquistata dai soldati serbi, che cacciarono le truppe olandesi inviate sul posto per
mantenere la pace, e poi massacrarono migliaia musulmani indifesi. Questi fatti convinsero gli americani che se non
fossero intervenuti sarebbe accaduto lo sfacelo. Le forze Serbo-bosniache ignorarono le richieste di cessate il fuoco,
e dunque la NATO procedette a incursioni aeree; solo così accettarono di interrompere le ostilità. Le forze in conflitto
firmarono un trattato con cui si stabiliva l’indipendenza della Bosnia, secondo una divisione territoriale su base etnica.
Il rispetto della pace fu garantita dalla NATO che inviò 60.000 soldati sul posto.

Ma negli anni 90 c’era una nuova crisi dei Balcani, stavolta riguardante il Kosovo, provincia della Federazione
iugoslava dominata dai serbi. Durante le guerre di secessione iugoslave, i rapporti tra la minoranza serba e la
maggioranza albanese del Kosovo si deteriorarono. Dopo il 1995 si innescò una spirale di proteste violente e
repressioni. In Europa e negli Usa aumentò la pressione dell’opinione pubblica per un intervento. La Nato cominciò a
bombardare obiettivi situati in Serbia: cominciò una guerra aerea durata 78 giorni, alla fine della quale Milosevic
accettò di ritirare le forze serbe dal Kosovo. Le forze della NATO non subirono nemmeno una perdita in
combattimento. La guerra del Kosovo dimostrò nuovamente l’incapacità degli europei di agire da soli, e consolidò la
loro convinzione dell’esigenza di dotarsi di un autonomo sistema di sicurezza.
11 SETTEMBRE 2001: L’11 settembre del 2001 è una data che tutti ricordano principalmente per gli attacchi
terroristici al World Trade Center a New York e al Pentagono a Washington. L’Europa espresse immediatamente
solidarietà. In due riunioni, i rappresentanti della NATO si trovarono d’accordo, per la prima volta nella storia
dell’alleanza, nel fare appello alla clausola di difesa reciproca contenuta nel trattato: così, gli aerei della NATO
vennero inviati a pattugliare lo spazio aereo statunitense. Gli americani tendevano a ritenere il terrorismo un
movimento di portata globale che minacciava direttamente la loro sicurezza nazionale. Gli europei, invece, abituati a
combattere le loro forme locali di terrorismo per vari decenni, lo consideravano una costante sfida al loro ordine
interno.

Per difendersi, il rimedio consisteva in politiche di sicurezza più efficaci, in leggi più restrittive e in un’intensificazione
della sorveglianza. L’obiettivo era estradare i terroristi e processarli come criminali, non scatenare una guerra contro
gli Stati sospetti. Inizialmente solo gli inglesi svolsero un ruolo rilevante nella prima operazione militare contro il
terrorismo globale: va ricordata ad esempio la campagna per rovesciare il regime islamico dei talebani in Afghanistan,
paese in cui si rifugiava Osama bin Laden, l’ideatore degli attentati dell’11 settembre. Ma gli americani non avevano
bisogno dell’aiuto degli alleati in Afghanistan.

All’Europa parvero eccessivi i ricorsi da parte degli Usa a soluzioni militari, le minacce di interventi preventivi e
l’evidente disinteresse per una linea di consultazione e di cooperazione. A ciò si aggiungevano il ricorso alla pena di
morte, l’assenza di controlli sulle armi, e il disinteresse per l’inquinamento globale. Solo la Gran Bretagna sembrava
sostenere attivamente la politica militare americana, che di fatto vedeva nella guerra l’unica risoluzione per la
questione irachena. Chirac e Schroder, rispettivamente presidente della repubblica francese e cancelliere tedesco,
denunciarono la politica americana e si opposero alla guerra. Tutti gli altri stati risposero con un sostegno più o meno
credibile.

GUERRA D’IRAQ: All’inizio sembrò che la guerra irachena, iniziata nel 2003 per catturare Saddam Hussein, si
sarebbe conclusa con un’altra rapida e poco costosa vittoria della tecnologia militare americana.
L’Iraq sprofondò in una situazione insurrezionale, nella quale i difensori del regime di Saddam combatterono contro le
forze di occupazione. La maggior parte delle azioni militari venne condotta dai soldati americani, e in grado minore da
quelli britannici; gli altri membri della coalizione decisero di ridurre o ritirare i propri modesti contingenti. Ma il conflitto
si prolungò più di quanto si pensasse, e ciò accentuò in Europa e altrove l’ostilità nei confronti degli Stati Uniti. La
guerra d’Iraq termina il 15 dicembre 2011 col passaggio definitivo di tutti i poteri alle autorità irachene da parte
dell'esercito americano. A fine marzo 2008 il costo complessivo dei 5 anni di guerra in Iraq, per
il contribuente statunitense, supera i 500 miliardi dollari, con un incremento mensile di oltre 340 milioni di dollari.

- CAUSE:

1) La probabile ricostituzione dell'arsenale iracheno di armi di distruzione di massa; Baghdad possiede armi chimiche


e biologiche ed anche missili di gittata superiore a quella permessa dalle restrizioni imposte dall'ONU;
2) I contatti fra l'Iraq e vari gruppi terroristici, indice di una possibile collaborazione (l'Iraq avrebbe potuto fornire armi
atomiche da impiegare in un attentato). Possibili legami tra l’Iraq e Al-Qaeda;
3) Il prestigio internazionale degli Stati Uniti sarebbe uscito rafforzato, spingendo molti paesi ad allinearsi con
Washington e migliorando la situazione politica internazionale;
4) L'abbattimento e la sostituzione del regime iracheno con un governo democratico avrebbe migliorato l'immagine
degli USA in Vicino Oriente, fornendo un esempio da imitare alle popolazioni della regione;
5) Una volta conquistato, si sarebbe potuto usare l'Iraq come base per attaccare e rovesciare i regimi di  Siria e Iran.
6) Israele (stretto alleato degli USA con cui l'Iraq era formalmente in guerra da decenni) avrebbe beneficiato
dell'eliminazione di uno dei suoi più acerrimi avversari.

NUOVA EUROPA: La cittadinanza europea è una questione di diritti e privilegi, non di obblighi e di impegni.
All’inizio del ventesimo secolo, l’identità politica delle persone era determinata da consuetudini, rituali e istituzioni
concepiti per rafforzare la fedeltà e l’impegno nei confronti di un particolare Stato. Dal 1945, in ogni Stato europeo,
quelle istituzioni e quei simboli sono diventati progressivamente più deboli; nella stessa Unione Europea non sono mai
esistiti. L’unione non fa alcuno sforzo per plasmare un’identità per i propri cittadini. Non richiede che essi siano
europei e non qualcosa d’altro. Piuttosto, l’identità europea è un diffuso crogiolo di appartenenze nazionali, locali e
culturali, nel quale nessun elemento è preponderante. L’idea di Europa non suscitava un’adesione emotiva, non
ispirava i cuori come avevano fatto le nazioni, non rappresentava qualcosa per cui molti sarebbero stati disposti a
dare la vita.
Tuttavia, l’Europa era piena di un diffuso impegno a sottrarsi ai distruttivi antagonismi del passato. Come abbiamo
visto, nella prima metà del secolo gli Stati europei venivano fatti dalla guerra e in funzione della guerra; nella seconda
metà, gli Stati europei furono fatti dalla pace e in funzione di essa. L’Unione Europea potrà diventare un superstato
civile, non una superpotenza.

IL FUTURO DELLO STATO CIVILE: Sappiamo che esiste un’incongruenza tra la forza economica
dell’Europa e la sua debolezza militare. Ciò, secondo il pensiero di Boniface (esperto di questioni strategiche) rende
l’Unione in qualche modo incompleta. In realtà, non vi è niente di illogico e di incongruo nel fatto che nell’Europa
contemporanea la forza economica e la debolezza militare coesistano. Quell’intreccio di dedizione e coercizione che
una volta motivava le persone a combattere e a morire per la propria nazione è scomparso per sempre.

Al momento sembra difficile immaginare che i paesi dell’Unione Europea possano combattersi l’un l’altro. Se la
violenza incomberà nuovamente in Europa, non proverrà dal suo interno, ma da fuori, dall’instabile e pericoloso
mondo in cui gli europei si trovano a condurre le loro vite civili. Bisogna ricordare inoltre che l’allargamento dell’Unione
Europea, ce è giunta a includere la maggior parte degli Stati ex comunisti dell’Europa orientale, ha avuto l’effetto di
consolidare sia le istituzioni democratiche e sia i valori civili.

Forse la questione di confine più urgente e complessa che l’Europa odierna si trova a dover affrontare è
rappresentata dalla Turchia, che aspira fortemente a entrare nell’Ue. La Turchia è un caso difficile non perché è uno
stato musulmano, ma perché non è evidentemente uno Stato civile. La Turchia moderna, infatti, è stata creata dagli
eserciti. Diversamente dai paesi membri dell’Unione (con eccezione della Grecia), la Turchia ha mantenuto l’obbligo
quasi universale del servizio militare e dispone di un esercito di leva di massa. Al momento non esistono minacce
militari dirette all’Europa che provengano dalle sue periferie. Ma gli europei sono vulnerabili rispetto ad altri tipi di
attacchi: inquinamento, malattie e criminalità possono penetrare facilmente attraverso i fragili confini dell’Unione.