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Storia della guerra e delle istituzioni militari

Relazione sull’opera di Sir John Keegan


A History of Warfare
The Face of Battle
Scopo di questa relazione sarà esaminare i contenuti di due tra le principali opere dello
storico militare inglese Sir John Keegan (1934-2012). I due saggi sono rispettivamente A History of
Warfare, pubblicato nel 1993, e il più datato The Face of Battle, edito nel 1976. Entrambe le opere
hanno assunto una rilevanza tale da essere di diritto entrate nel novero dei “classici” degli studi
storico-militari, non solo per le proposte interpretative avanzate da Keegan ma anche per il vivace,
talvolta feroce, dibattito che esse hanno suscitato in ambito accademico e non solo.
Sebbene John Keegan sia stato uno dei più brillanti e importanti storici militari del secondo
Novecento, la sua biografia è piuttosto atipica e si discosta dal profilo più comune degli studiosi che
si sono occupati con qualche successo di questa materia. Egli infatti non fu un militare di
professione, non rivestì gradi da riservista e non svolse neanche il servizio militare obbligatorio.
Non senza una certa ironia tipicamente britannica, così parlò di se stesso 1: “I was not fated to be a
warrior. A childhood illness left me lame for life in 1948 and I have limped now for forty-five years.
When, in 1952, I reported for my medical examination for compulsory military service, the doctor
[…] told me that I was free to go. […] I had been classified permanently unfit for duty in any of the
armed forces. Fate nevertheless cast my life among warriors”. Suo padre aveva combattuto nella
Grande Guerra sul fronte occidentale, nel villaggio dove abitava da bambino stazionavano le truppe
in preparazione per il D-Day e al Balliol College di Oxford ebbe come colleghi di corso numerosi
ex ufficiali, soldati, veterani delle tante piccole guerre coloniali combattute dal Regno Unito negli
anni Cinquanta. La passione per la storia militare nacque dunque come tentativo di compensare una
mancanza che egli sentiva fortemente, come desiderio di comprendere ciò che non poté vivere in
prima persona. Il fatto che Keegan non avesse mai visto una battaglia in prima persona – sebbene
abbia poi seguito come corrispondente sia la guerra civile in Libano sia la Prima Guerra del Golfo -
non avesse vissuto la logica, le tradizioni, il tribalismo dell’esercito sulla sua pelle, gli garantì forse
quel giusto distacco necessario allo studioso per osservare i fatti da una prospettiva il più neutrale
possibile2. Dopo la laurea lavorò per qualche anno presso l’Ambasciata degli Stati Uniti a Londra
finché nel 1960 non fu assunto come lecturer presso la Royal Military Academy di Sandhurst dove
insegnò per i successivi ventisei anni, alternando periodi come visiting professor a Princeton e al
Vassar College. Nel 1986 lasciò Sandhurst e divenne defence correspondent e defence editor per il
Daily Telegraph, ruolo che tenne fino a pochi anni prima della sua morte.
Nel 1993 diede alle stampe, dopo anni di intense ricerche, il primo saggio oggetto di questa
relazione. A History of Warfare nacque come un attacco non soltanto alle teorie di Clausewitz ma
soprattutto al fatto che quelle stesse conclusioni teoriche siano divenute un dogma universalmente
1
John Keegan, A history of warfare (Vintage Books, Random House, NY, 1993), p. xiii;
2
I critici più severi di Keegan – come Michael Howard e Christopher Bassford - hanno in realtà fatto notare come
proprio la mancata esperienza diretta della vita militare possa averlo spinto ad una visione eccessivamente
“romantica” e “idealizzata” del soldato, non più semplice combattente ma “guerriero”;
accettato. “What is war? War is not the continuation of policy by other means” 3. Secondo Keegan
infatti, il generale prussiano non avrebbe descritto la guerra: “he perverts politics”4. Per spiegare la
sua posizione, egli ha dapprima esaminato le caratteristiche proprie dei soldati di ogni epoca e,
successivamente, analizzato la teoria clausewitziana spacchettandone i contenuti. Il libro è
suddiviso in cinque capitoli (War in Human History, Stone, Flesh, Iron, Fire), ognuno dei quali ha
un intermezzo riferito alle principali innovazioni dell’arte bellica (Limitations on Warmaking,
Fortification, Armies, Logistics and Supply).
Rispetto ai soldati, che Keegan definisce genericamente “guerrieri”, la questione centrale
riguarda la loro mentalità. La formazione e l’esperienza militare agirebbero infatti come un
meccanismo di profonda trasformazione, capace di incidere sulle “reazioni automatiche al dovere”
in un modo alieno alla realtà civile. I principali valori, riflesso di queste reazioni automatiche,
sarebbero l’assenza di compromesso, l’inesorabile devozione al dovere e al coraggio, l’assoluta
lealtà verso l’altro.
Nell’ultimo punto Keegan identifica un aspetto troppo spesso sottovalutato e profondamente
rivelatore delle radici più profonde della guerra. La lealtà verso l’altro non si spiega con un generico
senso di fiducia nei confronti di chi veste la stessa uniforme; il tipo di lealtà di cui parla Keegan è
infatti un viscerale senso di attaccamento ai propri “fratelli in armi” che supera regole, e talvolta la
legge, divenendo pressoché totalizzante. L’esercito, spiega l’autore, non è uno. La sua singolarità si
esprime solo come organizzazione rivolta all’esterno ma, nelle sue componenti endogene, esso è
profondamente tribale e ciò che realmente conta, più delle promozioni, degli stipendi, delle
medaglie (fattori comunque non secondari), è il rapporto tra soldati. Ogni reggimento, unità che
Keegan considera le fondamenta degli eserciti moderni, possiede infatti una sua storia, una sua
tradizione, un suo universo fatto di regole, riti, modi, tempi, linguaggi diversi da tutti gli altri. E
l’esperienza diretta gli avrebbe mostrato che questo tribalismo non esisterebbe solo tra le Scots
Guards (eredi delle guardie reali di Carlo I nel 1642) o i Gurkha (unità di soldati nepalesi che dal
1815 hanno combattuto prima per la Compagnia Britannica delle Indie Orientali e poi per
l’Impero), bensì anche tra i francesi che combatterono in Algeria alla testa dei ghazi musulmani, tra
gli ufficiali indiani eredi dei Rajputs o i tedeschi della Wermacht.
Queste radici così profonde, queste realtà così nette, sarebbero per Keegan la dimostrazione che,
sebbene la guerra sia indubbiamente connessa alla politica, all’economia, alla diplomazia, essa in
realtà ha motivazioni – e dunque spiegazioni – che risalgono ad un mondo pre-moderno, addirittura
pre-civilizzato in cui l’unica componente immutabile rimane la figura del “guerriero”. “War is
almost as old as man himself, and reaches into the most secret places of the human heart, places
3
Keegan, Op. cit., p. 3;
4
Intervista televisiva del 1994, BookTV, https://www.youtube.com/watch?v=f7AZSckr-Cs
where self dissolves rational purpose, where pride reigns, where emotion is paramount, where
instinct is king”5. Osservando la guerra da questa prospettiva, Clausewitz sarebbe responsabile di
aver pervertito la guerra alla politica più che di averne identificato la ragion d’essere. E nel dibattito
tra “innato” e “acquisito”, Keegan sostiene che la guerra moderna è un processo acquisito –
costruito - che poco ha a che vedere con la guerra come l’umanità l’ha combattuta per buona parte
della sua storia. L’idea stessa della guerra come azione cinetica confliggerebbe con tutto il pensiero
militare asiatico che, dai tempi di Sun Tzu, valuta il tempo come elemento superiore all’azione e
allo spazio.
Proseguendo il ragionamento, Keegan sostiene che Clausewitz è stato il padre ideologico della
Grande Guerra così come Marx lo fu dell’Unione Sovietica 6. Il generale prussiano avrebbe infatti
introdotto in Europa la “mentalità del reggimento”, inteso come struttura creata nel XVII secolo per
porre sotto controllo delle nascenti sovranità statuali un modo erratico, brutale, spesso privo di
controllo, di fare la guerra. Egli introduce qui la differenza tra i “portatori di armi sotto la legge” e
quell’insieme frastagliato ed eterogeneo di ribelli, insorti, mercenari, briganti, nomadi, che furono i
veri protagonisti della guerra. In una condizione di universalismo imperiale, di realtà feudali, di
Imperi più o meno solidi, la nozione stessa di esercito inteso come insieme di gerarchia e disciplina,
di conflitto regolato (dichiarazione-inizio-prosecuzione-fine) e di forme definite (assedio, battaglia
campale, incursioni, ricognizioni, pattuglie) non comparve sui teatri europei almeno fino alla
seconda metà inoltrata del ‘600. Keegan dedica un lungo excursus ad esaminare il ruolo che
Cosacchi, Klephts greci (ribelli, briganti, mercenari, più o meno in lotta contro il dominio turco tra
il 1820 e il 1821, idoli caduti dei filo-elleni inglesi e francesi come Byron), Giannizzeri,
Lanzichenecchi, Ussari, Gurkha, ebbero nella complessa realtà bellica di Europa. Il comportamento
di questi soldati mette in dubbio tutti gli assunti clausewitziani e post-clausewitziani sulla condotta
della guerra, in quanto essi erano dediti alla piromania (Clausewitz stesso assistette all’incendio di
Mosca da parte dei cosacchi e si rifiutò di credere che fosse stato doloso), allo stupro, al saccheggio,
allo schiavismo, ai rapimenti, all’estorsione, al vandalismo, alla codardia sul campo di battaglia
dove, come in Asia, all’azione facevano prevalere il tempo. Meglio scappare dal nemico, lasciare i
feriti, razziare, saccheggiare e combattere un altro giorno che perire sul campo. Sebbene questi
“irregolari” furono utilizzati costantemente nel corso della storia, Clausewitz non li riconosceva
come facenti parte della complessità della guerra, relegandoli a semplici realtà collaterali su cui era
meglio stendere un velo pietoso.

5
Keegan, Op. cit., Ivi;
6
Il riferimento a Marx in comparazione con Clausewitz è continuo. I due avrebbero in comune la grammatica del
pensiero hegeliano e molti marxisti, da Lenin a Ho Chi Minh passando per Mao, avrebbero tratto profonda ispirazione
dalle opere del generale prussiano. Da grandi teorici quali i marxisti sempre sono stati, non avrebbero potuto trovare
altra sponda che non nel teorico assoluto della guerra.
Parallelamente a questa realtà, tuttavia, vi era stata la nascita dello Stato-nazione moderno. In
questo contesto, il reggimento rappresentò lo strumento del controllo della nascente statualità sulla
guerra, sugli uomini che l’avrebbero combattuta e sui loro valori, piegando il conflitto alla logica
del monopolio legale della forza detenuto appunto dallo Stato. Clausewitz nacque, crebbe e visse in
questa realtà, una dimensione che escludeva come aliene tutte quelle manifestazioni di violenza che
non rientravano nei canoni di una nozione di guerra più procedurale che sostanziale. Egli fu educato
alla mentalità del reggimento, degli eserciti aristocratici ad ordine chiuso della Prussia guglielmina,
assorbendo una certa dose di idealismo hegeliano e di epistemologia kantiana. L’incontro con le
masse in armi di Napoleone, i sanguinosi scontri di Borodino e Jena, l’incendio di Mosca, la fine di
Waterloo, lo portarono a riflettere sul contenuto politico delle vittorie – e della sconfitta –
dell’Imperatore. Il fervore rivoluzionario di Francia aveva infatti mobilitato la società tutta e questo
significava che il mezzo – la guerra - dovesse essere per forza di cose piegato ad un fine politico. Ed
è a partire da questa conclusione, afferma Keegan, che Clausewitz avrebbe finito per pervertire la
politica alla guerra tramite la concezione di guerra assoluta e di guerra reale: la prima (accezione
formale e filosofica) mira all’annientamento totale del nemico, la seconda (accezione sostantiva e
descrittiva) sarebbe la somma di un insieme di obiettivi specifici il cui raggiungimento è inficiato
dalle frizioni – le imprevedibilità – del conflitto. Il risultato finale, sul solco della dialettica
hegeliana, è la guerra come confronto ed imposizione di volontà all’interno di una logica che
possiede contenuto politico. War is the continuation of policy by other means, non sarebbe altro che
la teorizzazione del compromesso concettuale tra Stati sovrani mutualmente riconosciuti.
Clausewitz, secondo Keegan, avrebbe quindi spiegato la guerra come dovrebbe essere, non com’è e
come fu7. Il risultato della fusione tra “mentalità da reggimento” e “guerra assoluta” si vide nella
militarizzazione progressiva della società europea in quanto la guerra, secondo le conclusioni del
generale prussiano, doveva essere una forma di attività politica. La Grande Guerra, crollo della
civiltà occidentale prima dell’avvento delle masse, è allora per Keegan il frutto di una aberrazione
culturale, risultato di un secolo (1814-1914) che trasformò l’Europa in una società guerriera.
Dopo aver denunciato la conclusione teorica di Clausewitz, Keegan torna al dibattito tra
“innato” ed “acquisito” per spiegare la natura della guerra. Egli esamina così l’esempio degli
abitanti dell’Isola di Pasqua, degli Zulu, del Giappone feudale e dei Mamelucchi per illustrare come
il conflitto molto spesso risponda a logiche che esulano dalla politica e dalla diplomazia. Gli
abitanti dell’Isola di Pasqua, pacifici e isolati, abituati a scontrarsi secondo schemi ritualizzati più o
meno innocui, finirono per massacrarsi a vicenda solo per la necessità di ottenere il controllo delle

7
Keegan è tuttavia onesto intellettualmente e riconosce che la “deviazione” del pensiero di Clausewitz sulla natura
della guerra non sia dovuta unicamente ai suoi scritti ma anche a chi li ha letti ed interpretati. Da Erich Ludendorff a
Von Moltke fino a Howard e Paret che curarono la prima traduzione della monumentale opera del generale;
poche uova rimaste sull’isola in seguito ad un imprevisto aumento demografico che ridusse le
risorse alimentari a loro disposizione. La classe militare giapponese – i bushi - combatteva secondo
logiche che rispondevano alla preservazione della struttura sociale di cui essi facevano parte,
convinzioni così forti e radicate da rifiutare innovazioni tecnologiche come l’uso di armi da fuoco o
l’espansione al di là del proprio mare territoriale. Per i Mamelucchi, ancora più che per i samurai, la
guerra combattuta a cavallo con arco e frecce (furusiyya), in un periodo in cui già esistevano le armi
da fuoco, era l’unico mezzo per preservare i propri privilegi di élite militare pur in una condizione
di schiavitù. Rinunciare alla furusiyya avrebbe significato rinunciare alla loro condizione sociale.
Questo insieme di esempi, secondo Keegan, dimostra come la cultura sia una forza potente nella
scelta dei mezzi militari tanto da prevalere, più spesso di quanto non si pensi, sulla logica politica.
La guerra come perpetuatore di cultura, in un certo senso. E la cultura sarebbe a sua volta
strettamente connessa alla natura, all’ambiente, più che alla scelta razionale. Keegan identifica
infatti una serie di limiti alla guerra che sono in qualche modo auto-imposti dalla natura stessa:
valichi, pianure, steppe, deserti, clima, profondità delle acque, distanze, necessità di rifornimento,
sfruttamento dei bisogni di popolazioni povere come leva di reclutamento (magiari, ussari, mongoli,
ecc.). Il 70% della superficie terrestre è, paradossalmente, inadatto alle operazioni militari e molte
battaglie di guerre diverse si sono combattute nei medesimi spazi e spesso con tattiche molto simili.
Dopo aver messo in dubbio la validità della teoria clausewitziana per spiegare cosa sia la guerra,
Keegan tenta di rispondere alla domanda sul perché l’umanità abbia dedicato così tanto tempo a
combattere. Egli fornisce una serie di risposte e suggerimenti passando in rassegna le principali
scoperte della neurologia, della genetica, della biologia evolutiva ma anche della psicologia e
dell’antropologia sociale. Le basi biologiche dell’aggressività - ricercate tanto nei geni e in
variazioni cromosomiche quanto nei neurotrasmettitori e nelle strutture dell’ippocampo e dei lobi
frontali del cervello - risultano piuttosto aleatorie e non forniscono spiegazioni decisive al perché
della guerra. Dal punto di vista della psicologia e dell’antropologia sociale, del resto, Keegan
dimostra come anche le teorie del funzionalismo strutturale di Margaret Mead o le ipotesi sulla
hunting society di Lorenz, Fox e Ardrey (derivate dagli studi di Totem e Tabu di Freud) soffrano di
una falla che l’antropologo Turney-High definì come “la confusione tra modi e mezzi”. In un saggio
del 1949 intitolato “The Primitive Warfare”, che Keegan ritiene fondamentale per questi studi,
High spiegò come gli scienziati sociali avessero scambiato la guerra con gli strumenti per
combatterla, finendo così per escluderla dall’equazione sociale. High si concentrò su fenomeni
come la tortura dei prigionieri, il cannibalismo, lo scalpamento, la decapitazione, l’eviscerazione
rituale, tutto ciò che si allontanava dai canoni della guerra moderna o pre-moderna. Studiò i duelli
rituali che avvenivano prima dello scontro vero e proprio nelle Isole Ebridi in Scozia, osservò che i
Papago del Nord America nominavano nel gruppo chi avrebbe dovuto uccidere sul campo di
battaglia e chi sarebbe stato incaricato di difendere gli assassini. Gli Assinibain, nativi americani,
sceglievano il proprio capo in base a chi avesse sognato la vittoria prima della guerra, mentre gli
Irochesi formarono una sorta di corpo di “polizia” incaricato di tenere pavidi e scansafatiche in
battaglia, pungolandoli in continuazione. High concluse che soltanto nel momento in cui una società
si muove dalla guerra primitiva alla “guerra civilizzata” allora è possibile che emerga l’elemento
della statualità.
Keegan accoglie le conclusioni di High, le fa proprie, e nell’evolversi dell’arte bellica passa in
rassegna alcune popolazioni per esaminare l’impatto della cultura sulla guerra. Nel caso degli
Yanomani, popolazione amerinda situata tra il Brasile e il Venezuela, la violenza assume valore
educativo e non è insolito che essa sia diretta brutalmente contro le donne e gli stessi bambini. I
combattimenti sono principalmente ritualizzati, pressoché innocui, mentre è pratica comune
l’omicidio di un membro di un’altra comunità tramite trappole o agguati. Gli Yanomani sanno che
uno scontro tra villaggi porterebbe inevitabilmente a drammatiche conseguenze per tutti loro e
dunque preferiscono uccidere di tanto in tanto qualcuno e risolvere le contese rapendo donne o con
duelli rituali. I Maori della Nuova Zelanda possiedono, al contrario, una struttura gerarchica
organizzata, una ferrea etica della vendetta, praticano la guerra come mezzo per la redistribuzione di
terre e come strumento di controllo della diffusione della violenza, cannibalizzano i nemici ma
risparmiano la testa per usarla come monito. All’estremo opposto vi sono i Maring-Naga della
Nuova Guinea, una popolazione che, spiega Keegan, è composta principalmente da pastori e
allevatori ed esercita la violenza in quattro fasi diverse: a) assenza di combattimenti [duelli rituali
sotto effetto di droghe, con le donne che osservano e gli anziani che mediano] b) combattimenti c)
incursioni d) sommosse. Le motivazioni che possono spingere alla violenza riguardano
principalmente questioni di omicidio, di stupro, di insulto ma tutto è strettamente legato a modi e
tempistiche prestabilite. Inoltre i Maring-Naga non hanno mai conquistato territorio altrui per paura
della reazione degli spiriti che lo popolano, ricorrendo al conflitto soltanto ogni decade in
corrispondenza della maturità dei maiali che allevano. Mangiare un maiale maturo è per loro rito
propiziatorio e questo li rende disposti ad aspettare anche dieci anni prima di combattere. Forse, si
chiede Keegan, la vittoria ad ogni costo, la distruzione totale di cui parla Clausewitz, non è per
queste comunità lo scopo finale? Dov’è, in definitiva, il contenuto politico della guerra? Il caso più
estremo esaminato è quello degli Aztechi, una civiltà complessa, articolata, dotata di strutture
sociali, ricca e organizzata, dove tuttavia l’estrema violenza dei sacrifici umani si contrappone
all’estremo controllo sulla condotta della guerra. Per gli aztechi infatti la sicurezza del loro regno
proveniva dalla soddisfazione della divinità e il modo più rapido per provvedere ad essa era
sacrificare esseri umani, molto spesso prigionieri catturati sul campo di battaglia. La guerra, afferma
Keegan, era per questa evoluta civiltà un mezzo per ottenere vittime sacrificali che semplicemente
non abbondavano nella loro comunità. Le stesse armi impiegate dagli aztechi non avevano filo,
erano inadeguate per uccidere ma molto utili per mutilare, ferire, bloccare, dunque per servire uno
scopo che in ultima istanza era religioso e non certo politico.
Keegan conclude il suo lavoro, che dalla guerra primitiva giunge, come detto, alla Seconda
Guerra Mondiale e alle armi atomiche – per le quali si chiede come possa uno strumento così
distruttivo essere “la prosecuzione della politica con altri mezzi” – asserendo che esista una
sostanziale differenza tra la guerra occidentale e la guerra orientale. Quest’ultima possedeva infatti,
prima del contatto con l’Occidente, una dimensione ideologico-intellettuale che prevedeva
meccanismi di restrizione e controllo della violenza. L’elitismo delle classi guerriere, la
valorizzazione della dimensione temporale al posto di quella spaziale e di azione, tutto contribuiva
alla costruzione di una logica basata su evasione-ritardo che Keegan definisce approccio indiretto.
Le invasioni mongole, unniche, le razzie di Tamerlano e di Gengis Khan, le incursioni a cavallo dei
Mamelucchi, questa conflittualità lunga, protratta ma sporadica favorì la costruzione di
fortificazioni stanziali e la formazione di una mentalità diversa da quella occidentale. Quest’ultima
infatti, dalla Grecia a Clausewitz passando per Roma, può essere secondo Keegan schematizzata in
tre fasi, una successiva all’altra: a) battaglia faccia a faccia fino alla morte [la falange macedone,
gli opliti spartani ecc.]; b) innesto della dimensione ideologica portata dal contatto con l’Oriente
[le Crociate, la guerra santa ecc.]; c) innovazione tecnologica, meccanismo di adattamento che
supera la cultura come mezzo di articolazione e sviluppo della guerra. Nel loro insieme, queste tre
dimensioni (morale, ideologica, tecnica) permisero all’Occidente di vincere contro altre culture
perché al paradigma culturale sostituirono quello del contenuto politico. Tuttavia, sostiene Keegan,
quando questa concezione moderna e statuale della guerra fu rivolta contro se stessa, l’Europa nel
breve volgere di due secoli osservò il proprio collasso nei campi di battaglia della Prima Guerra
Mondiale.
La seconda opera oggetto di questa relazione, The Face of Battle, si connette a quanto finora
detto poiché tratta di alcune battaglie che si sono svolte in Europa tra il 1415 e il 1916 all’incirca
nella medesima area geografica. Nel 1976, al momento della pubblicazione, questo lavoro di
Keegan riscosse un grande successo di pubblico e critica poiché, per la prima volta, uno storico
militare spostava l’attenzione degli studiosi dalle grandi manovre politiche, dalle strategie e dai
generali, ai semplici soldati e ufficiali. Keegan ha avuto infatti anche un profondo interesse per le
dinamiche psicologiche che entrano in gioco sul campo di battaglia e come le tattiche e le strategie
furono poi trascritte in azioni dagli uomini sul terreno.
La descrizione delle tre battaglie – Anzicourt, Waterloo, Somme – è in effetti un piccolo gioiello
non solo storico ma anche letterario ed umano. I soldati acquisiscono volume, sostanza, diventano
soggetti mossi alla guerra dall’uso di alcool, dalla possibilità di riscattare i prigionieri in denaro,
dalla presenza del proprio Re accanto a loro. Keegan ne svela fatiche e dolori, effetti fisiologici
della paura e dell’adrenalina come il rilascio degli sfinteri, la paralisi, le sensazioni extracorporee,
l’effetto degli shrapnel sul corpo, ma al tempo stesso la perizia con cui gli arcieri inglesi e i
picchieri riuscirono a sfaldare il fronte della cavalleria francese ad Anzicourt, la scarsa avvedutezza
di Napoleone di fronte a condizioni metereologiche avverse, l’orrore dei soldati costretti ad
ammucchiare i cadaveri dei propri commilitoni per formare un muro umano, la claustrofobia dei
“topi delle gallerie” tra le trincee della Somme.
Collegando questo saggio, di cui in questa sede risulterebbe superfluo esaminare nel dettaglio le
singole battaglie, alle conclusioni teoriche di Keegan precedentemente esposte, è evidente come egli
abbia fin dagli inizi interpretato la guerra come fatto umano pre-politico, sganciato da quegli
elementi (diplomazia, economia, rapporti internazionali) che sono emersi unicamente insieme alla
moderna statualità tra il XVI e il XVII secolo. Il fatto che nel testo egli sia stato ben attento ad
utilizzare la parola warfare invece di war – semantica apparentemente simile ma in realtà
profondamente diversa – è indice della sua convinzione del fatto che non esista un’unica definizione
di cosa sia la guerra e che, molto probabilmente, la cultura è stato un fattore che nel corso della
storia ha influenzato la condotta bellica più della politica in sé. Keegan era convinto che l’uomo
potesse lentamente vaccinarsi alla guerra, perlomeno al tipo di conflitto totale nato in Europa, ma al
tempo stesso era conscio della ineluttabilità della stessa e della funzione essenziale ancora oggi
svolta dagli eserciti.