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L’eradicazione della povertà in Cina. Mito o realtà?

Nel dicembre 2020, durante il discorso di fine anno, il Presidente cinese Xi Jinping annunciò
che nonostante le terribili conseguenze della pandemia di covid-19, la Repubblica Popolare era
riuscita a raggiungere l’agognato obiettivo di eradicare la povertà assoluta dal paese. Oltre 100
milioni di persone, pari a circa 1/9 della popolazione mondiale, sarebbero state portate al di
sopra della soglia di povertà. Sommati i risultati raggiunti nei precedenti quarant’anni, la cifra
salirebbe a quasi 770 milioni.

Quando nel 2013 Xi Jinping fu eletto Segretario del Partito Comunista Cinese (PCC), la sfida
dell’eradicazione della povertà divenne una promessa politica da realizzare entro il 2020. Tale
promessa serviva a rafforzare la narrativa della buona salute dell’economia cinese dopo la
Grande Recessione e della bontà del suo modello politico, entrambe premesse alla strategia del
nuovo Presidente di vedere la Repubblica Popolare riconosciuta ed affermata come grande
potenza anche al di là dell’area regionale asiatica. Nei primi anni della sua presidenza, Xi
Jinping ispezionò le aree rurali più povere del paese, raggiungendo remoti villaggi e comunità di
etnie non-Han per dimostrare vicinanza alla popolazione ed avere contezza della gravità del
problema sociale.

La strategia adottata dal regime cinese è stata la così detta “targeted poverty alleviation”, un
insieme di misure economiche di contesto, cioè adattate alle singole realtà rurali ed alle diverse
sacche di povertà, accompagnate da un attento monitoraggio che in 18 mesi produsse un
database contenente l’identità di tutti i cittadini che vivevano al di sotto della soglia di povertà
stabilita dal regime (2.300 RMB, circa 339.7$ all’anno). Il PCC dichiarò che avrebbe lavorato al
fine di eliminare le “due preoccupazioni” (cibo e abbigliamento inadeguato) e provvedere alle
“tre garanzie” (sanità, istruzione, alloggio). In tal senso furono irrobustiti i meccanismi di
cooperazione tra le aree costiere più ricche ed urbanizzate e quelle rurali, abolendo altresì tasse
scolastiche nelle province disagiate ed inaugurando il programma dibao, un sussidio
assistenziale incondizionato sperimentato per la prima volta a Shanghai nel 1993 e poi esteso
alle aree urbane nel 2007. Consapevole dell’endemica corruzione dei quadri locali del Partito
Comunista e nel mezzo della sua campagna anti-corruzione, Xi Jinping impose la firma di un
documento ai vari leader provinciali che li rendeva penalmente responsabili dei fondi e delle
politiche sociali, un impegno che lo stesso Segretario paragonò a quello dei soldati. Team di
funzionari ed esperti, accompagnati da commissari speciali per le ispezioni, furono inviati nelle
aree più povere del paese; uno sforzo che ha coinvolto 250 mila tecnici, 3 milioni di funzionari
e che secondo il governo cinese è costato la vita a 1500 di loro.

Alla fine del 2019, secondo le stime ufficiali, solo 5.5 milioni di persone vivevano ancora in
condizioni di penuria. 9.6 milioni di persone sono state trasferite verso aree urbane, tutti i
villaggi sono stati raggiunti da strade asfaltate ed elettrificati mentre più di 100.000 scuole sono
state rinnovate o ricostruite interamente. La pandemia esplosa a Wuhan ha impattato su questi
programmi ma il PCC, su spinta di Xi Jinping e dei suoi più fidati collaboratori, ha deciso di
non mancare l’appuntamento del 2020 incrementando il fondo anti-povertà fino a 146 miliardi
di yuan (circa 23 miliardi di dollari). La comunità internazionale ha lodato l’impegno cinese e
l’annuncio dell’eradicazione della povertà assoluta, soprattutto nel contesto di una economia
globale che a causa della pandemia ha bruscamente decelerato, è stato salutato come l’ennesima
dimostrazione della forza del gigante asiatico. Un fatto dall’implicito valore politico.
Nondimeno, dubbi persistono sulle cifre fornite da Pechino e sui metodi statistici impiegati dal
regime per contabilizzare i propri successi. Due principalmente sono le domande che gli attori
internazionali si stanno ponendo: la povertà è stata veramente eradicata? In caso positivo, qual è
la sostenibilità sul lungo periodo di questo traguardo?
È necessario allora partire dagli indici statistici. Sebbene la povertà sia un fenomeno
multidimensionale e assai complesso, la misura generalmente adottata dagli Stati è quella del
livello di reddito medio. L’attuale soglia della povertà, stabilita dalla Banca Mondiale, è fissata
a 1.90$ (2.300 RMB) al giorno con Parità del Potere d’Acquisto (PPP) al 2011. Usando questo
parametro econometrico si può osservare come la povertà globale abbia subito un drastico
declino dal 1990 passando dal 36.2% della popolazione mondiale (1.9 miliardi di individui) a
circa l’8.7% (668.7 milioni di persone) nel 2018. Grazie a decenni di crescita economica a
doppia cifra, la Cina è stata da sola responsabile del 60% del decremento suddetto portando la
percentuale di povertà nel paese dal 66.3% allo 0.3% (dati della Banca Mondiale). Tuttavia il
contributo cinese al decremento globale è chiaramente funzione delle sue dimensioni; il
Vietnam, come dimostrato da uno studio del Center for Strategic and International Studies
(CSIS), è stato in grado di ridurre la povertà estrema nei propri confini dal 61.3% all’1.9% nel
periodo intercorso tra 1990 e 2018 influendo però sulle statistiche globali solo per il 3.2%.
Inoltre la soglia di 1.90$ è una misura statica della povertà estrema che, secondo la Banca
Mondiale, dovrebbe invece essere messa in relazione con il reddito pro-capite del paese di
riferimento. Tale indice può essere infatti rappresentativo di una economia come quella
dell’Etiopia che presenta un reddito pro-capite inferiore ai 1000$. Per paesi con redditi medio-
bassi come l’India (tra i 1000$ ed i 4000$) un indice più corretto sarebbe quello di 3.20$ al
giorno. La Cina popolare, paese che può ormai essere considerato tra quelli a reddito medio-
alto, dovrebbe conseguentemente adottare una soglia intorno ai 5.50$ al giorno. Pechino
avrebbe in altre parole contabilizzato la povertà estrema come se la propria economia fosse
ancora in transizione da un livello basso ad uno medio-basso, nonostante secondo le principali
istituzioni internazionali (World Bank, IMF, UN) abbia da tempo superato tale soglia.

Fissando l’incide a 5.50$ al giorno, in Cina il 17% della popolazione (237.2 milioni di persone)
viveva ancora al di sotto della soglia di povertà nel 2018. Un tasso ben più alto di quello di altri
paesi a medio-reddito come la Turchia (8.5%) o l’Iran (15%), seppur molto inferiore a quello
messicano (22.7%) e brasiliano (19.8%). In effetti, utilizzando la classificazione della Banca
Mondiale fornita da uno studio di Indermit Gill pubblicato dal Brookings Institution, la Cina si
trova oggi in una situazione simile a quella degli Stati Uniti nel 1960 quando quest’ultimi si
apprestavano a diventare una economia ad alto-reddito. In quel periodo il governo americano
adottò una classificazione della soglia della povertà che, in rapporto all’indice dei prezzi attuale,
era poco al di sotto dei 21.70$ al mese: una cifra quattro volte superiore a quella adottata
attualmente dalla Banca Mondiale e ben dieci volte più alta di quella che la Cina popolare ha
applicato nell’ultima decade. Gill insieme ad Eric Dixon, economisti rispettivamente della Duke
University e della NYU, stanno per pubblicare uno studio nel quale, applicando come parametro
di riferimento i 21.70$ suddetti, dimostrano come l’80% della popolazione cinese andrebbe
considerato al di sotto o poco al di sopra della soglia di povertà. Una analisi che, se condivisa
dalla comunità scientifica, proverebbe come la Cina popolare sia anni se non decenni indietro
rispetto ai propri obiettivi.

D’altronde le stesse gerarchie del Partito Comunista sarebbero preoccupate dalla sostenibilità
sul lungo periodo delle misure adottate negli ultimi anni, una spesa che ammonta a 800 miliardi
di dollari. Senza considerare l’impatto della pandemia nel 2020, numerose asimmetrie
affliggono le politiche messe in campo: il programma dibao ha dimostrato i propri limiti sia a
livello provinciale, con alti tassi di corruzione, sia a livello nazionale con solo il 3.1% di
copertura della popolazione totale e con uno scarto di quasi 30$ tra aree rurali ed urbane.
Nondimeno, sussidi incondizionati di tal genere favoriscono fenomeni come la “trappola della
povertà” disincentivando la ricerca di un impiego per paura di perdere il beneficio
dell’assistenza statale. Allo stesso tempo, con il passaggio da paese a medio-reddito a paese ad
elevato reddito, dunque con diversa incidenza della povertà, la Cina incontrerà numerose
difficoltà nel contrasto all’indigenza e continuare ad applicare indici di misurazione adatti a
paesi con basso-reddito potrebbe rivelarsi controproducente impendendo al regime di avere una
chiara visione delle condizioni sociali in cui versa la popolazione.
Sebbene non sia possibile negare i successi della Cina nel contrasto alla povertà estrema, è allo
stesso tempo innegabile che milioni di cittadini delle province più rurali vivono in condizioni di
indigenza. Nelle grandi città i lavoratori migranti soffrono condizioni di precarietà, insicurezza
sui luoghi di lavoro, bassa produttività e stipendio e rimangono esclusi dalla rete assistenziale
statale. Nel 2018 il 43.8% della popolazione lavorativa era considerata “vulnerabile”. Tuttavia
questa realtà non è altro che lo specchio dell’asimmetria tra lo sviluppo costiero e quello più
interno, un gap che attecchisce non soltanto sui redditi pro capite o sull’accesso ad una
maggiore varietà di beni di consumo ma anche e soprattutto sulla qualità della vita, influendo su
abitudini alimentari e mortalità. Uno studio del 2016 di Qi Wang e Jie Jiao, pubblicato sull’Asia
Pacific Journal of Oncology Nursing, ha dimostrato la correlazione tra tasso di mortalità dei
tumori e zone di residenza, con una incidenza nelle aree rurali superiore al 36% rispetto a quelle
urbane.

La pandemia aggraverà con molta probabilità queste disparità, impattando con maggiore vigore
sulle fasce rurali della popolazione e sui lavori migranti, una tendenza che vedrà crescere le
pressioni sul governo centrale affinché mantenga le proprie promesse. Poiché il contrasto alla
povertà ha rappresentato la principale fonte di legittimazione per il Partito Comunista, sia
all’interno che all’estero, quest’ultimo dovrà cercare di dimostrare come il suo modello
economico funzioni ancora e che la possibilità di diventare una “società moderatamente
prospera” è un obiettivo ancora raggiungibile. In caso contrario, il PCC potrebbe soffrire il
contraccolpo ed assistere ad una progressiva perdita di legittimità agli occhi della popolazione
più in difficoltà. Uno smacco che avrebbe importanti ricadute anche sull’immagine della Cina
nel mondo e sulla possibilità di intestarsi una sorta di ruolo guida non soltanto della
globalizzazione ma anche dei paesi in via di sviluppo.

Pertanto la Cina dovrà trovare il modo di tornare a crescere a ritmi sostenuti ma anche
sostenibili. Lo studio di Gill e Dixon, tuttavia, sembra prospettare una strada tutta in salita:
l’America degli anni 1950-1960, usata con le dovute cautele e proporzioni come termine di
paragone, aveva una popolazione molto più giovane, lavoratori assai meno dipendenti
dall’agricoltura ed un sistema istituzionale meno ingolfato e corrotto. Da questo punto di vista,
Pechino dovrà ben presto far coincidere la retorica con la realtà o rischierà di essere travolta dai
suoi stessi ambiziosi obiettivi.