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Letteratura Italiana (TORRE – torreluca0@gmail.

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LIBRI: Rosa fresca aulentissima (edizione rossa - Loescher) - Profilo storico della letteratura italiana

(Ferroni) CLASSICI: Le ultime lettere di Jacopo Ortis – Mastro don Gesualdo – Uno, nessuno e centomila.

LEZIONE I – Durante il tredicesimo secolo, nelle corti della Francia del nord si sviluppa un forte
interesse per il genere epico. In Italia abbiamo la corte imperiale di Federico II di Svevia, nella
quale egli cerca di sviluppare un progetto politico. Nasce così la nostra letteratura con i poeti della
scuola siciliana. La letteratura cortese ha origine nelle corti. I grandi feudatari intorno ai quali si
raggruppano gli uomini di corte cercano di promuovere la propria immagine aristocratica
incoraggiando la produzione artistica. La letteratura cortese è destinata ad un pubblico selezionato
(signorile); viene prodotta in lingua volgare, e si differenzia dalla produzione latina,
prevalentemente orientata nella trasmissione di opere religione. Le condizioni intorno alle quali si
sviluppa questa letteratura sono la fioritura del genere epico, che prende la forma della canzoni di
gesta. Questo genere finisce per configurarsi come un genere poetico nel quale i trovatori
rivendicano il loro ruolo autoriale (si tratta di una poesia d’autore che in ragione dell’autorialità si
differenzia dalla poesia popolare). La cortesia è il comune denominatore intorno al quale si
sviluppano queste esperienze; è l’insieme di valori di fedeltà e lealtà in cui vi è il concetto del
perfezionamento interiore che viene espresso nella poesia. La cortesia è quindi una categoria che si
oppone nettamente alla villania. Questa era considerata come una categoria i cui componenti non
facevano parte dell’universo di corte, dove si contemplava il concetto di perfetta moralità. +Presso
la corte di Federico II viene organizzata una cultura che presenta le caratteristiche soffermate finora:
una cultura nobile, ma anche internazionale perché i funzionari della corte di Federico provengono
da varie zone d’Italia e d’Europa. È una cultura di tipo laico che si affida alla promozione di valori
che non sono di tipo religioso. I personaggi che risiedono presso la corte di Federico II sono uomini
colti, funzionari e uomini di legge. Essi non sono feudatari, ma svolgono compiti ben precisi.La
lirica dei poeti della scuola siciliana nasce come perfezionamento delle opere dei provenzali. La
poesia dei trovatori si sviluppa nel sud della Francia e verrà imitata dai trovieri nella Francia
settentrionale, con un non eguale successo. Si sviluppa in volgare e pretende di essere vista come
opera d’arte, il cui valore venga riconosciuto. La lirica che viene prodotta all’inizio del tredicesimo
secolo è un genere che presenta caratteristiche specifiche: è un genere di introspezione per
eccellenza, che si affida all’io lirico; un’espressione di interiorità che è una novità nell’ambito
medioevale e influenzerà la letteratura a venire. Vediamo inoltre emergere una nuova concezione
dell’amore. L’amore di cui parlano i trovatori è un’esperienza totalizzante che è caratterizzata e
risponde a determinati codici di comportamento che prevedono il rispetto di determinate regole da
parte del poeta amante. Questo è al servizio della donna che ama, sviluppa la sua esperienza
amatoria in base ad una assoluta dedizione nei confronti della donna di cui è innamorato.
Soprattutto, la caratteristica di questo amore è la impossibile concretizzazione dell’amore stesso,
rimane quindi cantato e desiderato. Le donne in questiono sono sposate e appartengono ad un rango
superiore rispetto a quella del poeta: ciò è utile al poeta al fine di elevarsi ad un livello superiore.
L’amore si associa inevitabilmente all’idea della cortesia: nel promuovere gli ideali di rispetto, si
promuove anche il concetto di lealtà e fedeltà del poeta nei confronti della donna di cui è
innamorato. Nel corso del 12esimo secolo viene prodotto un significativo trattato in latino: “de
amore”, di Andrea Cappellano, nel quale si elencano i principi che descrive la fenomenologia
dell’amore cortese; per lui l’amore è
un sentimento che deriva dall’ossessione: parla di un pensiero incessante, energico e struggente che
corrisponde al desiderio che va ad alloggiare nel cuore, che può determinare sofferenza o perdita del
senno. L’elemento che innesca questo processo d’innamoramento è l’immagine della donna. Emerge una
significativa connessione che Cappellano cerca di argomentare, tra l’amore cortese e il cuore nobile:
l’amore in questione può essere provato solo dalle persone che godono di nobiltà d’animo. La scuola
siciliana era un cenacolo di intellettuali i quali svolgevano professioni legali e che come svago si
dedicavano alla letteratura, usando il volgare come forma espressiva privilegiata. Il volgare dei
siciliani era differente dal fiorentino che in seguito si sarebbe affermato: aveva uno sfondo
fortemente locale. La pratica poetica è intesa come evasione dalle preoccupazioni quotidiane e dalle
mansioni giuridiche, non solo dagli uomini di corte ma anche da Federico II stesso.

I più celebri intellettuali erano Jacopo da Lentini (considerato inventore della forma metrica del
sonetto) Pier della Vigna, Guido delle Colonne. I testi dei siciliani furono concepiti per essere letti
anche in maniera individuale. I siciliani usano un vasto repertorio metaforico, il che può generare
eventuali complessità nella trasmissione del messaggio che il poeta vuole dare. L’esperienza della
scuola siciliana ha anche una fine: nel 1266 nella battaglia tra le truppe guelfe (d’Angiò) e ghibelline
(Manfredi) si mette fine all’esperienza politica e parallelamente a quella culturale. La produzione lirica
successiva utilizzerà lo stile siciliano come base su cui impiantare le caratteristiche di una nuova
poesia.

LEZIONE II - I toscani hanno uno statuto differente in quanto sono poeti che prevalentemente
provengono dalla ricca borghesia della Toscana e sono coinvolti nelle amministrazioni locali e nelle
lotte politiche. I poeti siculo-toscani sono anche degli sperimentatori in quanto nella produzione di
questi troviamo delle forme metriche assenti (come nella ballata). Un prestigioso rappresentante,
Bonagiunta Orbicciani, è un anello di congiunzione tra lo stile siciliano e il dolce stil novo. Guittone
d’Arezzo, siculo-toscano, ha una produzione lirica dipartita: una prima parte dei suoi testi ha un
argomento prevalentemente amoroso, ma dopo la conversione si orienta in forme espressive
diverse, di carattere spirituale e moralistico. La conversione porta Guittone ad avvicinarsi ai frati
Gaudenti. Pur ereditando le forme espressive dei siciliani, tende ad elaborarle in maniera personale;
le sue sperimentazioni vanno soprattutto a condizionare il piano metrico formale. Lo stilnovo è una
espressione coniata da Dante, con la quale vuole sottolineare la novità dei modi espressivi di questo
gruppo del quale fa parte; con dolce egli intende la dolcezza e la leggiadria dello stile e del lessico:
elementi che rappresentano le caratteristiche fondamentali affinché certi nuovi concetti possano
essere trasmessi ad un pubblico d’élite. Gli intellettuali si muovono in una realtà borghese, e sono
partecipi agli eventi politici: non sono quindi assoggettati. I principali rappresentanti della linea
stilnovista sono Dante Alighieri, Guido Guinizzelli e Guido Cavalcanti. Il pubblico è finemente
selezionato: solo coloro dal cor gentile possono interpretare correttamente i testi degli stilnovisti, il
linguaggio è quindi elevato. La creazione poetica è un processo che deriva dall’ispirazione
trascendente. Per spiegare il fenomeno dell’innamoramento era necessario far ricorso ad una serie di
nozioni filosofiche (di stampo soprattutto aristotelico) che solo chi aveva studiato poteva
comprendere. Un elemento che caratterizza la poesia di Guinizzelli è il saluto salutifero (la felicità e
la soddisfazione derivanti dal saluto che una donna compie nei confronti del poeta, ricevente).
LEZIONE III – Cavalcanti nacque nella seconda metà del tredicesimo secolo in una nobile
famiglia facente parte dello schieramento dei guelfi bianchi. I guelfi si suddividevano in due gruppi:
i bianchi (famiglia Cerchi) i neri (Donati). I primi erano da parte del popolo grasso e propugnavano
una certa indipendenza dai grandi poteri (anche dal papato); i neri sostenevano la parte nobiliare e
cercavano di muoversi nella direzione di stabilire una più marcata subordinazione nei confronti del
papa. Questi scontri ideologici portarono a divergenze che avrebbero interessato anche Dante
Alighieri. Cavalcanti era coinvolto costantemente nella vita pubblica fiorentina, ma andò in esilio in
Liguria per un mese. Cavalcanti esprime la necessità di rivolgere la sua opera a spiriti eletti in grado
di poter comprendere non solo il significato della passione amorosa, ma anche sofisticati concetti
filosofici. L’amore per Cavalcanti è una forza devastante; per esprimere la sua specificità lirica si
avvale di un armamentario filosofico particolarmente ricco. Cavalcanti tende ad avvicinarsi
all’aristotelismo. Il processo dell’innamoramento è innescato dalla percezione della vista, l’amore non è
quindi una forza autonoma; il poeta esprime la condizione dell’uomo dal cuore gentile che
potenzialmente ha la possibilità di innamorarsi, ma lo fa se vi è la percezione sensitiva. La
conseguenza è che il processo amoroso ha quindi una genesi riconducibile all’anima gentile: vi è un
conflitto interiore tra parte razionale e sensibile che si risolve con la sconfitta dell’anima razionale e
la perdita del senno da parte dell’amante. Ecco che la conclusione a cui perviene Cavalcanti è che
l’amore è inevitabilmente una forza passionale che accompagna il soggetto verso lo smarrimento
delle proprie facoltà razionali.
"Voi che per gli occhi mi passaste il core" - Lo schema metrico del sonetto è ABBA ABBA CDE
CDE. Cavalcanti nei primi due versi introduce il momento del contatto visivo che innesca la fase
dell’innamoramento. L'azione d'amore determina lo smarrimento degli spiriti vitali, che corrisponde
ad una dispersione della vita stessa; l'amore genera una morte simbolica dell'individuo che pur
possedendo ancora un corpo, smarrisce l'anima e la sua identità come uomo. Rimane solo il corpo
nel potere dell’amore. Dagli occhi della donna è come se fosse stato scoccato un dardo che colpisce il
poeta amante al primo tentativo e lo fa in modo talmente preciso che l’anima si scuote per la paura.
Questo testo presenta caratteristiche della lirica canonica ma ha anche caratteristiche scientifiche di
tipo medievale ed è quindi un testo complicato. Nelle terzine Cavalcanti, quindi, esprime la
condizione negativa del poeta in balia dell'amore.

POESIA COMICO-REALISTICA

È un filone poetico giocoso, o comico realistico, che servirà per capire la produzione di Dante, che
se ne servirà per rovesciare in chiave comica i letterari stilnovisti. Cecco Angiolieri (di Siena) è uno
degli esponenti più importanti. Questi poeti non sono meno colti dei stilnovisti, conoscono le
caratteristiche di quella poesia che muove verso la idealizzazione della donna e vogliono farne una
parodia. Questi autori si esprimono principalmente con sonetti, in modo anche elevato. Anche in
Guinizelli, Cavalcanti e Dante ci sono dei sonetti di tipo comico, poiché volevano abbassare il
livello per esprimere sentimenti meno sublimi. Se la tendenza stilnovista tendeva a spiritualizzare la
donna, i poeti comici tendono a descrivere un amore carnale, dando alla donna tratti opposti a quelli
della donna ideale. Un altro tema è l’ossessione del denaro, mezzo per realizzare i propri desideri ed
avere una visione edonistica della vita, una visione paradossalmente contro gli avari, vi è l'invettiva
(vituperium) contro le persone avare. Un altro tema è la malinconia, un atteggiamento di
scontentezza nei confronti del mondo, che troviamo nella poesia di Cecco Angiolieri. Il primo
autore
è Rustico Filippi, che compone una 30ina di testi di tipo stilnovistico e una 30ina di tipo parodico.
Rustico Filippi si distingue per una produzione dipartita: si avvicina allo stilnovo e persegue l’intento
parodico. Folgore da San Gimignano è noto soprattutto per averci lasciato un gruppo di sonetti
dedicati ai mesi dell’anno; i sonetti in questione simboleggiano una serie di piaceri e vizi di cui il
poeta sottolinea la necessità. L’autore più celebre è Cecco Angiolieri, il quale ci ha lasciato testi
complessi da un punto di vista della figura retorica. Gli argomenti principali del poeta sono l’amore
(tra virgolette) per Becchina, la ribellione nei confronti dei genitori e la battaglia con la malinconia.

DANTE ALIGHIERI

Dante è colui che da un lato sintetizza i principali orientamenti della letteratura del 13esimo secolo,
dall’altro ciò che la letteratura tratterà nei secoli a venire. Le grandi opere dantesche furono create
nel primo ventennio del trecento. Opportuno è sottolineare la forza dirompente che caratterizza
l’opera dantesca, di un’influenza estrema per quanto riguarda la poesia futura. La sua poesia rivela
una coscienza dolorosa di una realtà violenta e incerta.
Nasce a Firenze nel 1265. Il padre è Alighiero Alighieri. Il poeta vive una fanciullezza agiata che gli
permette di frequentare un notevole corso di studi. La sua vita si svolge in modo da poter fare
riferimento a delle carte fondamentali: l’incontro con Beatrice e successivi eventi che sono collegati alla
donna, che è una figura centrale della sua opera. Fin da giovane Dante viene coinvolto in un
accordo matrimoniale con Gemma Donati, imparentata con Corso Donati, il capo della fazione nera
dei Guelfi. Il poeta esordisce come lirico stilnovista. È coinvolto nella lotta tra fazioni e va a
occupare le principali magistrature della politica fiorentina, venne infatti eletto tra i sei priori che
governano la città di Firenze. In qualità di priore egli prende dei provvedimenti significativi durante
lo scontro tra i Guelfi: infatti manda in esilio Corso Donati e Guido Cavalcanti (quest’ultimo a scopo
cautelativo, a causa del temperamento brusco del poeta). Nel 1301 quando Carlo di Valois entra a
Firenze, consente il ritorno degli esponenti della parte nera dei Guelfi: Corso Donati interviene nei
confronti dei bianchi, condannando a morte Dante. Inizia così l’esilio del poeta, il quale non tornerà
mai più nella sua città natale. Soggiorna a Verona, dove si dedica alla scrittura del Monarchia. In
seguito si sposta a Ravenna dove compone la parte finale della commedia. A settembre del 1321
muore per malaria, concludendo un’esperienza significativa da un punto di vista biografico e letterario,
senza poter rientrare nella tanto amata Firenze.
VITA NOVA – È una raccolta di testi in forma di prosìmetro, nella quale il poeta racconta la sua
vita
da fanciullo concentrandosi sull’incontro con Beatrice e sull’innamoramento. Ciò che distingue la
poesia di Dante giovane dai suoi contemporanei è lo stile della loda: la totale dedizione nei
confronti della donna che porta a far sì che la felicità del poeta consista totalmente nel lodare della
donna, in maniera gratuita, ovvero senza aspettarsi nulla in cambio. Il processo di spiritualizzazione
di Beatrice innestato nella Vita Nova procederà e si svilupperà fino alla Divina commedia, dove
diventerà colei che accoglie Dante all’altezza del paradiso terrestre e che lo accompagnerà nel
paradiso.
LEZIONE IV – L’innovazione della Vita nova rappresenta una svolta determinante della lirica
italiana. Dante orienta la sua dedizione amorosa nella spiritualizzazione, tramite lo stile della loda.
È una fase nella quale il poeta non è estraneo alle sperimentazioni: si cimenta nello stile giocoso e
nelle rime petrose. Dante riflette molto sulla necessità di creare un canone linguistico che consenta
al volgare di acquisire una dignità pari a quella del latino; l’esigenza di Dante è anche quella di
estendere il proprio pubblico e di fare in modo che la lingua utilizzata sia una lingua che possa
essere comprensibile anche a un pubblico più vasto. Soprattutto avverte la necessità che la poesia
volgare possa trattare tematiche complesse e speculazioni filosofiche, tradizionalmente affidate al
latino. La riflessione Dantesca culminerà con la Commedia, nella quale il percorso morale
coinciderà con quello di tutta l’umanità, in modo tale che il messaggio che lui voglia trasmetterà sia
una fusione tra la verità geografica e quella universale. Tutte le poesie che furono composte e non
immesse nella Vita nova, furono destinate a comporre il corpo delle Rime. Qui manifesta una innata
tendenza alla sperimentazione che lo porta a confrontarsi con codici espressivi diversi, da un lato
rispecchia lo stilnovo, dall’altro vi è uno stile più cupo e
aspro. In Guido io vorrei che tu e Lapo ed io - Dante
ripropone dei caratteri praticati dai suoi colleghi stilnovisti, ma ne aggiunge di futuristici e
innovativi. Dante si rivolge a Guido Cavalcanti e a Lapo Gianni, suoi due amici; su chi sia Lapo ci
sono più interpretazioni ma si pensa sia Lapo Gianni. Il desiderio fantastico di Dante è che i tre
amici siano presi da un incantesimo e trascinati in un vascello che con qualunque vento possa
andare in qualunque direzione desiderata dai tre, così che la fortuna e nessun altro fatto possa essere
ostacolo per il loro desiderio. Le terzine chiamano in causa anche le donne di cui sono innamorati i
poeti, che devono essere presenti sul vascello. Dante fa riferimento ad una donna che occupa il
30esimo posto delle donne più belle di Firenze, che non è Beatrice. Quest’ultima è al nono posto (il
numero nove è significativo). Dante immagina inoltre che in questo isolamento i personaggi
possano ragionare d’amore e che siano tutti contenti. Il sonetto celebra l’amicizia, tuttavia questa
amicizia è una categoria che comprende un isolamento aristocratico, chi non fa parte di questo circuito
viene escluso. Tra i motivi per cui Cavalcanti si allontanerà dalla poesia dantesca c’è anche l’accusa
di essersi allontanato dall’aristocrazia degli spiriti nobili e di essersi aperto troppo al pubblico.
Dante creerà un nuovo personaggio, le donne schermo, alle quali egli finge di dedicare alcune rime,
al fine di proteggere la reputazione di Beatrice. La prima donna- schermo verrà poi sostituita da una
seconda, così Beatrice gli nega il saluto. Dopo di questo Dante viene invitato a una sorta di
banchetto e viene preso in giro da un gruppetto di donne per la sua reazione alla vista della donna
amata. In questo momento Dante viene spinto a convertirsi alla poesia dell’amore (non si aspetterà
più nulla in cambio). Nel 1290 Beatrice muore. Prima di ciò, il poeta descrive l’evento luttuoso
della morte della donna, ma il racconto termina con una mirabile visione di Beatrice in sogno. La
vita nova si conclude con il preannuncio della Divina Commedia. Dante utilizza un lessico di tipo
teologico o messianico, che consente di cantare di Beatrice nella Divina Commedia in modo
totalmente diverso.

LEZIONE V – Tanto gentile e tanto onesta pare. È un sonetto che contribuisce alla creazione della
figura angelicata di Beatrice (rime incrociate nelle quartine e rime retrogradate nelle terzine).
Emergono le categorie della gentilezza, dell’onestà e del saluto, tipicamente stilnoviste. Lo schema
rimico è ABBA ABBA CDE EDC. Già dai primi versi viene descritto l’innamoramento di Dante
nei confronti di Beatrice. Gli occhi dell’amante non hanno più l’ardore di guardare la donna amata, tanto
che è grande la sua bellezza. Dante annuncia un’apparizione straordinaria: questa percezione può
essere afferrata solo da chi ha nobiltà d’animo. Al primo verso l’anafora tanto è efficace in quanto
ingrandisce l’effetto di apparizione della donna; notiamo inoltre che la sua ripetizione suggerisce la
suddivisione dell’endecasillabo in due parti che iniziano con la stessa parola. Avviene un efficace
collegamento con la seconda quartina e la prima terzina che sono legate tra loro tramite la
ripetizione di una parola finale di una strofa all’inizio della strofa successiva (tecnica usata dai
provenzali).
La vita nova è un opera che sicuramente racchiude un itinerario biografico ma in qualche modo
preannuncia il superamento della stagione poetica nella prospettiva di creare prodotti letterari più
ambiziosi. Dopo l’esilio Dante si dedica alla elaborazione di alcuni testi che vogliono andare incontro
all’esigenza di una letteratura che ha fini etici elevati e universalistici.
CONVIVIO (incompiuto) - Dante aveva il progetto ambizioso di un opera in volgare che potesse
essere intesa come un commento alle canzoni e poesie che aveva composto in modo tale da svelare
il significato recondito delle poesie stesse; aveva pensato di comporre un opera particolarmente
vasta composta da 15 trattati. In realtà questo progetto non fu portato a termine in quanto di trattati
ne compose di fatto solo quattro. La parola convivio deriva da banchetto (nutrimento del sapere).
Dante concepisce il primo libro come introduzione, dove tratta il motivo della scelta del volgare.
Sostiene di voler allargare la cerchia di color che potessero interpretarla. La lingua volgare doveva
essere valorizzata in modo tale che poteva assumere la stessa dignità del latino e quindi diventare
adeguata ad esprimere concetti dottrinali e filosofici. Il primo commento di una sua canzone avviene
nel secondo libro. Qui si descrive l’amore per una donna gentile (allegoria della filosofia, intesa come
disciplina che rappresenta la sapienza). Nel terzo libro commenta Amor che nella mente mi ragiona,
dove si sofferma su una tematica già affrontata dagli stilnovisti: l’amore. Siamo in presenza
dell’elogio di una donna e della sapienza: la filosofia è il mezzo tramite il quale può raggiungere
una porzione di verità. Nel quarto libro egli si concentra sul commento della canzone le dolci
rime d’amore ch’io solìa che rievoca le caratteristiche stilnoviste. Secondo Dante, ad un
testo letterario può essere attribuito un senso letterario, ma, soprattutto quando la letteratura vuole
essere impegnata da un punto di vista filosofico, al senso letterario si aggiunge il senso allegorico,
quel significato che cerca di trasmettere dei concetti profondi. A questi due sensi Dante aggiunge il
senso morale, che allude pragmaticamente al modo di agire dell’uomo virtuoso, e il senso
anagogico, ovvero una sorta di sovrasenso spirituale con il quale si allude alla possibilità dell’essere
umano di raggiungere la salvezza eterna attraverso il messaggio di Cristo; questo senso è rinvenibile
nelle opere teologiche e nell’antico testamento. Ad una verità superficiale corrisponde una verità
profonda, ulteriore, dunque allegorica.
DE VULGARI ELOQUENTIA - Dante aveva previsto un trattato di quattro libri, ma è
costretto a
fermarsi al capitolo XIV del libro II; nonostante ciò ha trasmesso informazioni fondamentali
riguardo l’impiego del volgare da un punto di vista generale. Parte dalla definizione di volgare
illustre, che “illumina”, che fornisce a tutti i poeti gli strumenti per poter godere di un mezzo
comunicativo che ha la stessa dignità del latino. Questo volgare non è un idioma naturale, non
coincide con nessuno dei volgari che riconosce nella penisola italiana. Per affrontare la tematica del
volgare usa il latino riferendosi direttamente ai doctores illustres, che utilizzavano il latino come
mezzo usuale. Fa una importante distinzione tra lingua volgare e la gramatica: quest’ultima una
lingua non naturale ma artificiale e costruita tra i dotti, una lingua che è necessaria per evitare le
oscillazioni del volgare che non consentirebbero una comunicazione ad ampio raggio e di conseguenza
un’ampia diffusione dei test letterari in volgare. Da questa riflessione si evince che l’autore non abbia
ben compreso la continuità che esisteva tra il volgare e il latino; comprende che ci sono dei
meccanismi analogici tra
i volgari, ma ciò che non riesce a mettere a fuoco è che queste famiglie linguistiche derivano tutte
dalla lingua latina. Giunge poi ad un ribaltamento delle gerarchie linguistiche tradizionali: il latino
non è considerato più prestigioso, in quanto non naturale, al contrario del volgare che risulta essere
una lingua naturale. Dante riesce ad identificare tre grandi famiglie linguistiche, operando una
distinzione sulla particella affermativa, cioè dal modo in cui si dice “si”, distingue la lingua d’oc, la
lingua d’oil, dalla lingua italiana del “si”. Cerca di comprendere quali siano le origine di questi volgari e
come costruire un volgare illustre, poiché il volgare attuale non era ancora perfezionato. Nel
secondo libro cerca di delineare le strutture di carattere stilistico e metrico utili alla definizione di
questo volgare illustre. Dante fa riferimento a una gerarchia stilistica che suddivide i testi per genere
e forma metrica. Individua il volgare illustre, umile e mezzano. Dante sostiene che la forma metrica
più adeguata a trattare i temi tragici è la canzone, allo stesso tempo afferma che il verso
endecasillabo è adatto per le tematiche elevate. Cerca di realizzare un canone di autori che
costituiscano una storia della poesia a cui i contemporanei potessero fare riferimento: nomina
Giacomo delle Colonne, Rinaldo d’Aquino, Giacomo da Lentini e alcuni provenzali. Dante sostiene che
affinché possano esistere le condizioni sociali e politiche per elaborare il volgare illustre è
necessario che il potere politico collabori con gli intellettuali, a questo punto potrà essere cardinale,
punto di riferimento rispetto al quale tutti gli altri volgari cercheranno di modellarsi.
DE MONARCHIA - Un altro importante trattato elaborato da Dante in questo periodo e sul quale
dobbiamo soffermarci prima di passare alla Commedia, è Monarchia, che si trova a comporre
cronologicamente nel secondo decennio del trecento. Il titolo originale era De monarchia. Era un
trattato di teoria politica dove cerca difendere il ruolo dell’impero contro le pretese temporalistiche
della chiesa. In questo periodo il conflitto tra chiesa e impero diventava sempre più aspro: Dante si
schiera apertamente da parte dell’impero. Quest’opera fu condannata per eresia e inserita nell’indice
dei libri proibiti. Nel primo libro Dante si interroga se l’Impero sia funzionale per una pace universale, e
la risposta risulta essere affermativa. Nel secondo libro si pone un altro problema: se fosse o meno
giusto attribuire il potere imperiale a Roma, la risposta è affermativa anche in questo caso in quanto
l’impero romano e il suo regno secolare faceva parte (secondo lui) di un disegno provvidenziale. Il
terzo libro è il più complesso in quanto egli andava ad investigare sui rapporti tra il papa e
l’imperatore: il potere temporale è indipendente dalla sfera ecclesiastica. L’imperatore ha l’obbligo
di guidare gli uomini verso la felicità terrena; il papa è invece la guida verso la salvezza ultraterrena
(teoria dei due soli).
DIVINA COMMEDIA - È l’opera principale del poeta fiorentino. Rappresenta, da una parte, la sintesi
di tutti i nuclei di studio con i quali si era frequentato fino ad ora, dall’altra, una grande enciclopedia
del sapere medioevale. Non c’è un accordo tra gli studiosi riguardo il carattere cronologico della
stesura dell’opera, per convenzione si fa risalire al 1307-1321. Il titolo originale dell’opera è
Comedìa, l’aggettivo divina fu introdotto in un passaggio del trattatello in laude di Dante
(Boccaccio) e cominciò a circolare nel cinquecento. Lo stile dell’opera tende a combinare sfere
stilistiche diverse: si combinano stile aulico e comico. Siamo in presenza di un testo che segue la
linea evolutiva della tipologia della commedia. Da un punto di vista narrativo, narra il percorso di
Dante nei tre regni dell’aldilà, partendo dallo smarrimento geografico e morale nella selva oscura.
Viene soccorso dall’intervento di Virgilio, il poeta latino più amato da Dante, che riveste i panni
della guida, che allegoricamente simboleggia la verità divina che aiuta l’uomo ad uscire dalle
tenebre del peccato. Va in soccorso del poeta in quanto chiamato in causa da Beatrice, che è in
paradiso. Lo guida nei primi due regni, inferno e purgatorio: in prossimità del paradiso terrestre
verrà preso in custodia da Beatrice, che lo guiderà in paradiso, dove giungerà alla contemplazione
divina. Il poeta ci racconta
di una storia fittizia, dove si allude ad una serie di significati allegorici che rappresentano una figura
universale che allude alla condizione umana che necessita di liberarsi dal peccato e giungere alla
verità superiore. Il viaggio di Dante è simbolicamente ambientato nel 1300, anno in cui venne
istituito il primo giubileo cristiano da Bonifacio VIII, papa non amato dal poeta.

LEZIONE VI – La terzina incatenata, o terza rima, fu coniata da Dante (terzina dantesca - ABA
BCB CDC DED), è una forma aperta che genera un meccanismo propulsivo che il poeta fu
disattivare quando vuole. Verrà utilizzata, insieme all’ottava rima, anche nella letteratura a venire.
Lo smarrimento iniziale di Dante è di carattere etico, il viaggio è quindi una necessità di
purificazione. Dante ha 35 anni, e si trova nel momento mediano della vita dell’uomo. Il viaggio
dantesco inizia nel venerdì santo del 1300, dura una settimana, in quanto: i primi due giorni sono
quelli nei quali percorre la valle infernale; la domenica arriva ai piedi della montagna del
purgatorio; la scesa di questo durerà quattro giorni e l’ultimo giorno vedrà Dante impiegato
nell’ascesa al Paradiso. A ciascuno dei tre regni è dedicata una cantica, composta ognuna da 33
canti, fatta eccezione per l’Inferno, che consta di un canto introduttivo, che funge da prologo. È un
poema il cui significato verrà chiarito da Beatrice, quando ella affermerà che il passaggio tortuoso
di Dante attraverso i regni dell’inferno e del purgatorio, sono utili affinché Dante possa pentirsi e
predisporsi alla salvezza. Il viaggio riguarda Dante, ma allude alla purificazione e alla speranza
universale. Si conclude con un punto significativo: poco prima di poter accedere alla
contemplazione di Dio. Incontrerà San Bernardo che intercederà per Dante attraverso Maria e lo
guiderà al cospetto di Dio. Dante immagina l’inferno come un cono rovesciato che si spalanca sotto
la città di Gerusalemme e che si restringe ma mano che si avvicina al centro della terra. Il cono, così
come il monte del purgatorio, è il risultato del precipitare di Lucifero dal regno dei cieli. Alla
sommità del purgatorio vi è il paradiso terreste, l’eden, un giardino felice, dal quale sale in volo
insieme a Beatrice attraverso i nove cieli che compongono il paradiso. I primi sette sono illuminati
da una stella diversa, l’ottavo è il cielo delle stele fisse e il nono è il primo mobile. In seguito vi è
l’empireo, dove risiedono i beati e Dio. L’inferno è organizzato in cerchi che rappresentano ognuno
una sezione della voragine infernale. L’antinferno precede l’ingresso vero e proprio nella valle
infernale. Il limbo raccoglie i morti non battezzati e coloro che sono nati e vissuti in un’epoca
precedente all’avvento di Cristo, qui pone lo stesso Virgilio. I primi cinque cerchi sono adibiti al
raccoglimento di una certa categoria di peccatori: gli incontinenti. Sono i peccatori perché non sono
riusciti a contenere l’energia delle proprie passioni e brame, di conseguenza la loro punizione che
verrà rapportata e adeguata alle loro colpe. Essi sono i lussuriosi, golosi avari e prodighi, ma anche
gli iracondi accidiosi. Nel cerchio successivo vi sono i violenti contro se stessi, il prossimo, contro
Dio o contro l’arte. Poi vi sono i fraudolenti, coloro che agirono con malizia nella loro vita, usando
la ragione per ingannare il prossimo. Il nono cerchio è occupato dai traditori: non a caso nella zona
più bassa del cerchio, sono collocati Giuda, traditore di Cristo, Cassio e Bruto, traditori di Cesare,
Lucifero, traditore di Dio. Nel purgatorio vi è un inversione della struttura in cui sono ordinati i
peccati: alla base vi sono i peccatori che si macchiarono di colpe più gravi. Le anime del purgatorio
stanno svolgendo un processo di purificazione che consentirà loro di essere ammesse in paradiso.
Nel purgatorio sono puniti coloro che si macchiarono dei sette peccati capitali; le anime sono
disposte da Dante in base a quello che è stato il tipo di sentimento d’amore da loro sperimentato
durante la vita: nei primi tre cerchi vi sono gli invidiosi, superbi e iracondi, che hanno destinato il
loro amore verso un oggetto non degno, troppo limitato. Poi vi sono gli accidiosi, che si sono resi
colpevoli di aver amato in maniera poco vigorosa, di aver quindi
conferito al sentimento dell’amore un energia particolarmente esigua. I prodighi, i golosi e i
lussuriosi, continuando, all’opposto hanno peccato per troppo vigore d’amore. La punizione viene
inflitta secondo una logica, il contrappasso: il peccatore viene punito in modo che la pena possa
ricordare per analogia o per antitesi il peccato commesso in vita. La commedia è un poema che
pretende di essere allegorico, ovvero veicola una verità che si cela dietro l’uso del lessico. Secondo
il poeta, dietro l’aspetto esteriore delle cose della natura, vi è una verità profonda (polisemia), una
pluralità di sensi. L’ordinamento che Dante ripropone nella cosmologia, risponde ad una situazione
morale: la terra è il teatro su cui vengono inscenate le colpe dell’uomo, in conseguenza alla caduta
di Lucifero su di essa. La vicenda dantesca è la storia di un pellegrino, di un personaggio che deve
cercare di recuperare i punti di riferimento che caratterizzano il suo viaggio rispetto a quella che è la
sua situazione esistenziale. Dante è l’immagine simbolica dell’intera umanità, è il narratore, ma
anche il personaggio del poema. La conseguenza è che tutto ciò in cui il lettore si confronta è
esattamente ciò che vede Dante, questo porta all’identificazione del lettore in Dante. Il viaggio non
può essere compiuto in solitudine in quanto il protagonista non ha gli strumenti per uscire da questo
smarrimento etico, ha bisogno di qualcuno che lo aiuti, che svolga una funzione di supporto prima
razionale (Virgilio), poi teologico (Beatrice). La ragione da sola non basta per mettersi in contatto
con l’illuminazione divina, Beatrice perciò incarna il principio di elevazione spirituale. In questo
viaggio allegorico Dante fa costantemente riferimento alla sua biografia, ai personaggi con cui ha
interagito nella sua vita terrena, a quella che è la condizione politica e sociale nel quale Dante uomo
aveva vissuto e continuava a vivere. Il poeta riflette su quella che dovrebbe essere la funzione
provvidenziale dell’impero e della chiesa: il venir meno a queste funzioni ha portato al decadimento
della penisola in quel momento storico. Ciò ha portato a varie invettive di Dante nei confronti di
personaggi politici ed ecclesiastici del tempo e non. Dante, tramite l’intervento delle anime nei
regni ultraterreni, può inserire svariate profezie, ciò è un espediente per poter affermare le proprie
verità circa la corruzione morale del suo tempo. Interessanti sono le profezie di coloro che
predicono a Dante il suo prossimo esilio. Il poeta ritiene e rivela di dover trasmettere, al termine di
questo percorso, un messaggio ai suoi contemporanei, un messaggio di rivelazione di un piano
provvidenziale di cui Dante ha avuto segnali e che ora è obbligato a trasmettere per dare un
ulteriore senso al viaggio compiuto. All’inizio dell’inferno allude ad un enigmatico veltro, che nel
linguaggio aulico medievale rappresenterebbe un termine che allude ad un cane da caccia:
l’allusione rimanda ad una funzione salvifica di questa entità. Al termine del proprio viaggio, il
pellegrino torna con una serie di profezie e di presagi, ma anche con un messaggio collettivo da
consegnare all’uomo per volere di Dio, qui risiede il fine ultimo dell’ambiziosa opera Dantesca. La
Commedia è anche un poema in cui si parla d’amore, rilevante nella misura in cui il poeta ci
prospetta un amore diverso rispetto a quello dello stilnovo. A Beatrice viene conferito uno spessore
spirituale che mai nessuna donna aveva ottenuto nella lirica precedente, come nessun poeta prima di
Dante aveva parlato di un amore che supera l’ostacolo della morte. Ella smarrisce le fattezze della
donna stilnovista e assume totalmente quelle della donna angelicata, nella misura in cui è proprio lei
che lo conduce nella contemplazione dell’amor che move il sole e l’altre stelle. Dante usa un
linguaggio e una narrazione assolutamente rivoluzionari, dando origine ad un plurilinguismo e
pluristilismo (Gianfranco Contini). Deve utilizzare uno stile che gli produca una resa realistica di
ciò che vuole rappresentare: ciò è alla base della differenza di elevatezza di linguaggio tra inferno e
paradiso. La lingua della commedia travalica ogni confine linguistico e stilistico e abbatte le
barriere che i trattai di lingua assegnavano alle varie tipologie testuali. Dante si allontana da
qualunque ipotesi di ricorso al volgare illustre e curiale a cui aveva fatto riferimento nel De vulgari
eloquentia. La base linguistica
da cui parte è il fiorentino, ma non esclude il ricorso a lingue e volgari differenti, non esclude
l’elaborazione di un linguaggio derivante dalla esperienza di poeta giocoso e petroso. Dante si
confronta con una intera e complessa tradizione poetica, di cui era stato attivo e partecipe, che
chiama in causa le sue conoscenze in campo provenzale, e rielabora tutte queste esperienze al fine
di ottenere questa varietas stilistica e linguistica che di fatto rappresenta la cifra distintiva del
poema. Dante è anche colui che non esita nel creare nuove parole, un esempio è il verbo
trasumanar, ovvero vivere un’esperienza sovraumana.