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Corso di Laurea: DESIGN E DISCIPLINE DELLA MODA (D.M.

270/04)
Insegnamento: STORIA CONTEMPORANEA
Lezione n°: 2
Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

Destra e sinistra storica

La Destra Storica – (1861 – 1876)


Dopo la proclamazione del Regno d’Italia la prima classe dirigente italiana fu la cosiddetta
“Destra Storica”, un gruppo di orientamento liberale moderato che si riconosceva nella politica
impostata nelle sue direttrici principali da Cavour (che morì nel giugno 1861). La “Destra”
realizzò l’unificazione amministrativa e legislativa del paese, estendendo a tutto il territorio
italiano leggi e ordinamenti del Regno di Sardegna, ispirandosi ad un criterio centralistico e
accentratore, che mirava prima di tutto a salvaguardare da ogni tipo di pericolo (reazionario –
legittimista o repubblicano – democratico) le neonate istituzioni unitarie. La Destra individuò
una minaccia all’Unità appena raggiunta anche nel “brigantaggio” (1861- 1864/65), una sorta
di vera e propria guerriglia che si sviluppò nel Sud del paese contro coloro (la nuova classe
dirigente italiana) che, dai ceti più poveri e soprattutto dai contadini meridionali, vennero
percepiti come i nuovi dominatori piemontesi, determinata da motivi di natura economico –
sociale (il malcontento dovuto alle drammatiche condizioni di vita delle classi popolari gravate
ora dal nuovo obbligo della coscrizione obbligatoria e da nuove imposte)
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Insegnamento: STORIA CONTEMPORANEA
Lezione n°: 2
Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

Destra Storica e “brigantaggio”


e politica (le rivendicazioni legittimiste dei Borboni e di quanti volevano il loro ritorno, che
alimentavano lo stato di agitazione sociale e insurrezionale a fini reazionari e di
restaurazione). La Destra represse duramente il fenomeno attraverso il massiccio ricorso
all’esercito, senza però risolvere il nodo economico e sociale che stava alla base del problema
cioè la questione della terra : i grandi latifondisti mantennero infatti le loro proprietà e anche
la vendita dei beni ecclesiastici e dei terreni demaniali fu realizzata in modo tale da non
favorire i contadini e la loro aspirazione al possesso della terra. Sul piano economico la Destra
seguì una politica liberista che servì a dare impulso al commercio e al settore agricolo,
favorendo l’ingresso del nuovo Stato nel contesto economico europeo; importante in tal senso
fu anche l’impegno profuso dalla Destra a favore di un consistente incremento della rete
ferroviaria e stradale, fondamentale premessa per la formazione di un mercato nazionale
moderno. La Destra adottò in questi anni una dura politica fiscale sia per coprire i costi
dell’unificazione che per sanare i debiti ereditati dai vecchi Stati in cui era divisa l’Italia; nel
1866 l’imposizione fiscale venne inasprita soprattutto per far fronte alle conseguenze di una
crisi economica internazionale ma anche per pagare le spese della guerra contro l’Austria e
particolarmente impopolare fu una tassa introdotta nel 1868, la “tassa sul macinato” che
causò l’aumento del costo del pane e scatenò agitazioni e proteste popolari. Grazie alla dura
pressione fiscale e ad una oculata politica di riduzione delle spese, nel 1876 la Destra potè
annunciare di aver raggiunto l’obiettivo del pareggio del bilancio.
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Lezione n°: 2
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Attività n°: 1

La Sinistra Storica (1876- 1887)


La Destra portò a compimento anche l’Unificazione del paese :nel 1866 alleandosi con la
Prussia, e grazie alla vittoria riportata dalla Prussia contro l’Austria, potè ottenere il
Veneto; il 20 settembre 1870, quando il governo italiano procedette alla presa di Roma in
seguito alla caduta del Secondo Impero in Francia. Con la Legge delle Guarentigie (1871)
lo Stato italiano si impegnò a garantire al Pontefice le condizioni per rendere possibile il
libero svolgimento del suo magistero spirituale. La reazione del Papa Pio IX però fu
intransigente: invitò infatti subito i cattolici ad astenersi dal partecipare alla vita dello
Stato italiano “usurpatore”; nel 1874 la Curia Romana rivolse ai cattolici un esplicito
divieto di partecipare alle elezioni politiche riassunto nella formula del “non expedit”
(“non giova”, “non è opportuno”). Nel 1876 il governo di Destra fu battuto alla Camera
su un progetto di statizzazione delle ferrovie. Il Re affidò a Agostino Depretis, esponente
della “Sinistra Storica” (gruppo parlamentare formatosi dalla confluenza della sinistra del
Parlamento Subalpino con esponenti di tradizione mazziniana e garibaldina che avevano
accantonato la pregiudiziale repubblicana e che dopo il 1848 – 49 si erano riorganizzati
nel Partito D’Azione, e con la cosiddetta “sinistra giovane meridionale”) l’incarico di
presiedere il Governo. Iniziò una fase nuova nella politica italiana che si protrasse fino al
1887. Con la Sinistra furono approvate due leggi che ampliarono le basi politiche dello
Stato: la Legge Coppino (1877), che elevava l’obbligo dell’’istruzione elementare gratuita
portandola fino ai 9 anni ; la riforma elettorale del 1882 che allargò il corpo elettorale
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Industrializzazione e protezionismo
portandolo dal 2 a circa il 7%. Ben presto le aspirazioni più riformatrici condivise dalla
Sinistra furono messe da parte e proprio con Depretis si avviò una pratica di governo detta
del “trasformismo” per cui il sistema politico italiano perdeva il carattere bipartitico, finendo
per gravitare intorno ad un grande centro dal quale erano escluse le ali estreme. La Sinistra
aumentò tuttavia la spesa pubblica e abolì la Tassa sul macinato: proprio in questi anni
inoltre, anche per le conseguenze di una crisi agraria internazionale che quindi investì anche
l’Italia, si verificò il cosiddetto “decollo industriale” del paese, vanificando l’idea che lo
sviluppo dell’economia italiana potesse fondarsi solo sull’agricoltura. In queste circostanze si
affermò una linea di sostegno dello Stato all’industria che fu evidente con l’introduzione di
due tariffe protezionistiche (1878 – 1887); la via protezionistica si rivelò una sorta di
percorso obbligato per l’industrializzazione del paese ma aggravò il divario fra Nord e Sud.
Anche in politica estera la Sinistra intraprese una svolta, stipulando la Triplice Alleanza nel
1882 con Germania e Austria, preoccupata soprattutto dal timore dell’isolamento
internazionale, dopo lo smacco subito per l’occupazione francese della Tunisia (la Francia vi
stabilì un protettorato nel 1881), sulla quale l’Italia nutriva da tempo ambizioni coloniali.
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La Triplice Alleanza
La Triplice Alleanza era un patto di natura difensiva e segreta firmato da Germania, Austria e
Italia (20 maggio 1882). Questo patto era stato favorito soprattutto dal cancelliere tedesco
Bismarck al fine di isolare la Francia . Esso prevedeva un mutuo aiuto fra Germania e Italia
nel caso di aggressione da parte della Francia, o se uno dei tre paesi firmatari fosse stato
attaccato da due potenze e neutralità nel caso che uno dei paesi contraenti fosse stato
indotto a dichiarare guerra. In pratica le nazioni coinvolte nel patto militare avrebbero
dovuto aiutarsi reciprocamente in caso di attacchi esterni (soprattutto da parte della Francia
che nutriva forti ambizioni espansionistiche sull’Europa). Per Bismarck, l’alleanza
rappresentò il perfezionamento del sistema di alleanze contro la Francia che comprendeva
anche la Lega dei tre imperatori, stabilita nel 1873 con l ’Impero Austro Ungarico e la
Russia. Per l’Italia la Triplice Alleanza fu la via per uscire dall’isolamento internazionale
(aggravato dal Trattato di Berlino del 1878) ma l’adesione a questa alleanza significava
anche un’implicita rinuncia alle rivendicazioni sul Trentino e la Venezia Giulia, le cosiddette
terre “irredente”, rivendicazioni agitate ancora dal movimento irredentista. L’alleanza per
parte italiana, fu spesso messa in crisi, dai frequenti contrasti fra l’Austria e L’Italia (in
merito alle terre “irredente” e all’espansionismo austriaco nei Balcani). La Sinistra avviò
anche un’azione di espansione coloniale sul Mar Rosso ma il tentativo italiano di estendersi
verso l’interno condusse allo scontro con L’Etiopia (o Abissinia) e
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Il I governo Crispi – (1887 – 1891)


all’eccidio di Dogali (1887). Agostino Depretis morì nel 1887, a sostituirlo alla guida del Governo
fu Francesco Crispi, esponente rilevante della Sinistra Storica e ministro dell’Interno nell’ultimo
governo Depretis. Egli impresse una direzione autoritaria e repressiva alla politica italiana ma al
tempo stesso avviò una significativa e moderna opera di riorganizzazione e razionalizzazione
dell’apparato statale attraverso l’adozione di una serie di importanti misure in campo
amministrativo, giuridico e giudiziario. Sulla situazione interna del paese in questi anni agivano
gli effetti della crisi agraria, con un alto tasso di disoccupazione e il progressivo diffondersi di un
clima di crescente tensione sociale che, soprattutto a partire dal 1882, aveva avuto le sue
manifestazioni più evidenti in Valle Padana: specialmente le zone di Mantova, Cremona,
Rovigo, furono percorse da un’ondata di agitazioni contadine che furono puntualmente sedate
ricorrendo ad azioni repressive da parte dell’esercito. Crispi, siciliano ma di origini albanesi, fu il
primo meridionale a guidare il Governo del paese. Egli aveva una forte personalità
caratterizzata da tratti particolari: era massone e fortemente anticlericale, era stato un convinto
patriota mazziniano e garibaldino per poi divenire un sostenitore della monarchia in funzione di
garanzia per l’Unità nazionale, un acceso ammiratore di Bismarck e un sostenitore della sua
politica di conservatorismo autoritario, temperata dall’approvazione di programmi di politiche
assistenziali intraprese in chiave di paternalismo sociale. Queste peculiarità caratteriali e di
atteggiamento politico di Crispi si ripercossero in un certo qual modo sulla sua politica che
presentò aspetti contraddittori, venendo a conciliare elementi di autoritarismo, di
razionalizzazione e di apertura
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Nuova forza allo Stato


sul piano sociale. L’avvento di Crispi fu accolto con un generale favore da parte dell’opinione
pubblica: la Sinistra lo vedeva di buon occhio per i suoi trascorsi patriottici e mazziniano -
garibaldini, la Destra riponeva in lui speranza e fiducia per i suoi annunciati propositi di
intraprendere una politica governativa che acquisisse caratteristiche di maggiore forza e
autorevolezza. Crispi effettivamente si presentò come colui che avrebbe dato nuova forza e
vigore allo Stato italiano; perseguì questo obiettivo in senso tecnico, ma anche facendo valere
la sua forte personalità, imponendo sul piano politico il suo protagonismo. Da quest’ultimo
punto di vista, accentrò sistematicamente su di sé le cariche più importanti, occupando
personalmente tutti i ruoli chiave del Governo: assunse infatti, oltre alla guida del governo,
quella del Ministero degli Interni e del Ministero degli Esteri. Dal punto di vista tecnico invece,
cercò di rafforzare il potere statale, da un lato, ricorrendo al potenziamento del potere
dell’esecutivo rispetto al parlamento, dall’altro, procedendo ad una riorganizzazione degli
apparati amministrativi centrali e periferici dello Stato in senso ancor più accentrato, avviando
fin da subito una vasta iniziativa legislativa in tal senso. Per potenziare il ruolo dell’esecutivo si
stabilì la centralità del Ministero dell’Interno, che venne rafforzato e riorganizzato istituendo,
con un decreto legge, 4 direzioni generali: quella dell’Amministrazione Civile, della Pubblica
Sicurezza, delle Carceri, della Sanità Pubblica. Attraverso un’altra legge del 1888, sul
“riordinamento dell’amministrazione centrale dello Stato” si riservò all’esecutivo, su proposta del
Presidente del Consiglio, il potere di stabilire il numero, le attribuzioni e l’organizzazione interna
dei vari ministeri.
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Le riforme amministrative di Crispi


Tali provvedimenti furono accompagnati da altri che parvero caratterizzati in senso progressista:
fu ad esempio il caso della Legge comunale e provinciale, approvata nel 1888, che allargò il
suffragio per le elezioni amministrative (il diritto di voto fu riconosciuto a tutti i maschi
maggiorenni che pagassero 5 lire di imposte e sapessero leggere e scrivere) e rese elettivi i
sindaci dei comuni con più di 10.000 abitanti. L’elettività delle amministrazioni comunali e
provinciali permise, in questi anni, le prime vittorie, sul piano locale, delle alleanze che
associavano radicali – repubblicani – socialisti. Si introdusse però un altro organo di controllo
sull’operato dei Comuni: la Giunta Provinciale Amministrativa con a capo i Prefetti.
Il primo Governo Crispi inoltre, che aveva come Ministro Guardasigilli (della Giustizia) Giovanni
Zanardelli, Giovanni Giolitti, come Ministro del Tesoro e lo stesso Crispi agli Interni, come
abbiamo ricordato, varò tutta una serie di riforme che apportarono concreti vantaggi ai
lavoratori. Nel 1889 fu approvato il nuovo Codice Penale, (detto Zanardelli dal nome del
Ministro Guardasigilli) che aboliva la pena di morte e non negava il diritto di sciopero,
riconoscendone implicitamente la legittimità; il Codice rifletteva le tensioni esistenti fra lo Stato
e la Chiesa perché puniva le offese allo Stato da parte dei ministri del culto. La portata di questi
elementi progressivi era però temperata e in un certo qual modo contraddetta
dall’approvazione di una nuova Legge di Pubblica sicurezza , varata nel 1889, che poneva sotto
controllo le manifestazioni e le riunioni pubbliche e lasciava alla polizia ampi poteri discrezionali,
come quello di inviare al domicilio coatto, senza previa autorizzazione della magistratura,
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Nuovo Codice Penale e nuova Legge


di pubblica sicurezza-
i soggetti ritenuti pericolosi. Di questo provvedimento e dei poteri discrezionali che affidava alla
polizia i Governi Crispi si servirono molto spesso contro tutte le forze di opposizione, le
organizzazioni operaie, cattoliche e contro i circoli irredentisti di ispirazione repubblicana. La
tensione tra Stato e Chiesa si era infatti riaccesa, durante la fase di governo crispina, in seguito
al fallimento di trattative per un’iniziativa di riconciliazione con la Chiesa che Crispi aveva voluto
intraprendere con un obiettivo politicamente e socialmente conservatore, quello cioè del
tentativo di allargamento del blocco antidemocratico e “antisovversivo”. La manifestazione più
evidente di questa rinnovata tensione fu nella decisione del Governo di promuovere la grande
manifestazione che si svolse a Roma nel 1889 a Campo dei Fiori, per l’inaugurazione della
monumento a Giordano Bruno, nella piazza cioè dove il filosofo era stato bruciato vivo. Crispi
tra l’altro, nel dicembre del 1890, portò a termine la laicizzazione dei beni ecclesiastici, avviata
con l’Unificazione e culminata con le leggi del 1866 – 1867; Crispi con la legge sulle istituzioni
pubbliche di beneficienza, stabilì che le opere pie non rispondenti a uno scopo o a un bisogno
sociale erano concentrate in una Congregazione di carità dalla cui amministrazione erano
esclusi gli ecclesiastici con cura di anime. Altra legge importante approvata in questi anni fu la
Legge sanitaria del dicembre 1888 con la quale si affermava il principio di intervento dello Stato
a sostegno della salute pubblica considerata come bene, patrimonio della Nazione.
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La salute pubblica- La politica estera


La direzione generale della sanità fu posta presso il Ministero degli Interni e, a esaltare
l’intreccio stabilito tra gli aspetti sanitari e gli elementi amministrativi, furono istituite le figure
del medico provinciale e del veterinario provinciale come consulenti del prefetto, e l’altra
figura dell’ufficiale sanitario municipale che collaborava con il sindaco.
Sul versante della politica estera Crispi si adoperò per accreditare l’Italia nel ruolo di grande
potenza in ambito coloniale, soprattutto dopo il rinnovo della Triplice Alleanza firmato già nel
1887 dal precedente governo, che conteneva due clausole più favorevoli all’Italia: la prima
prevedeva che eventuali modifiche territoriali nei Balcani sarebbero dovute avvenire di comune
accordo fra Austria e Italia e che eventuali vantaggi per l’una avrebbero dovuto essere
compensati con vantaggi per l’altra; con l’altra clausola la Germania si impegnava a intervenire
a fianco dell’Italia in caso di conflitto provocato da iniziative francesi in Marocco e in
Tripolitania, garantendo così l’Italia dal ripetersi di episodi come quello tunisino. Anche in virtù
della sua ammirazione per la Germania di Bismarck, Crispi agì innanzitutto per rinsaldare
l’impegno dell’Italia nell’ambito della Triplice Alleanza, in particolare cercò di rafforzare i legami
che univano l’Italia alla Germania, ottenendo però l’effetto di compromettere ulteriormente i
rapporti italo – francesi , arrivando al punto di una vera e propria rottura commerciale con la
Francia, paese che era tra i principali compratori dei prodotti agricoli del Sud, che si tradusse
infine nella cosiddetta “guerra doganale”.
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Titolo:
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Attività n°: 1

La ripresa della politica coloniale


Il consolidamento dell’impegno italiano, nell’ambito della Triplice Alleanza, per Crispi doveva
essere utile all’Italia sia per garantirsi da eventuali e nuove imprese francesi nel Mediterraneo,
sia per una ripresa della politica coloniale.
Sul finire del 1887 il governo inviò a Massaua un nuovo corpo di spedizione; nel 1890 i territori
italiani furono riorganizzati con il nome di Colonia Eritrea, mentre si profilava sempre più
concretamente l’avvio di una nuova impresa coloniale in Somalia.
Proprio le diffidenze alimentate, in seno alla maggioranza stessa che sosteneva Crispi, dalla
eventualità di una più attiva politica coloniale furono alla base della caduta del governo. Alcuni
settori della maggioranza infatti, in considerazione del difficile momento di crisi economica che
il paese attraversava, giudicarono troppo dispendiosa la decisione di Crispi di riprendere la
politica di espansione coloniale, inducendolo quindi alle dimissioni nel 1891, dopo una votazione
alla Camera con la quale fu messo in minoranza. A Crispi seguì un breve governo presieduto
dal Marchese Antonio di Rudinì, esponente di quei settori di destra conservatrice che si erano
opposti a Crispi, che rimase in carica fino al maggio 1892, quando Giovanni Giolitti venne
designato a capo di un nuovo governo.
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Attività n°: 1

L’affermarsi dell’industrialismo –
(1850 – 1870)
Alla fine degli anni 40’ dell’Ottocento tutta l’economia europea conobbe una fase di forte
espansione e di cambiamento, caratterizzata dalla crescita dei salari, dei prezzi e dei profitti.
Questa crescita economica coinvolse, seppure in maniera diversa, tutti gli Stati europei e tutti i
settori dell’economia. Anche il settore agricolo, tradizionalmente meno dinamico, fece registrare
notevoli progressi in termini di produttività , favorito, a sua volta, dallo sviluppo nei mezzi di
comunicazione (l’introduzione delle ferrovie) che velocizzò la circolazione delle merci, aprendo
le campagne all’economia di mercato. La crescita più intensa si registrò nell’industria fra il 1850
e il 1873. Lo sviluppo dell’industria, avviato nella seconda metà del Settecento (I Rivoluzione
Industriale), continuò per tutto l’Ottocento e proseguì nel Novecento. Fu comunque nella
seconda metà dell’Ottocento fra le rivoluzioni del 1848 – 49 e l’inizio degli anni ‘70 che la
cosiddetta “civiltà industriale”, intesa come quell’’insieme di nuovi modi di produrre, di rapporti
sociali, di comportamenti e valori culturali che prendeva la sua connotazione dallo sviluppo
capitalistico moderno, in maniera accelerata prese ad affermarsi e a diffondersi in quasi tutto il
continente europeo (soprattutto la parte occidentale) e negli Stati settentrionali dell’Unione
Americana, mantenendo il suo centro di irradiazione nella patria di origine di questo processo,
l’Inghilterra .
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Attività n°: 1

I fattori della crescita industriale.1.


La crescita industriale interessò soprattutto le cosiddette “nuove potenze industriali” , la Francia
del II Impero e la Germania sulla strada dell’unificazione, che in tal modo ridussero il divario
dalla Gran Bretagna, basandosi soprattutto sullo sviluppo dei settori siderurgico e meccanico.
In questi paesi di più recente industrializzazione furono questi settori ad avere quella funzione
trainante che in Inghilterra fu assunta dall’industria tessile. La crescita fu enorme dal punto di
vista quantitativo e qualitativo (il tasso annuo di crescita in Germania dell’industria siderurgica
fu del 10%) . In questi anni nell’Europa continentale si diffusero le innovazioni che circa mezzo
secolo prima avevano reso possibile la Rivoluzione Industriale in Inghilterra (la macchina a
vapore si affermò al posto della ruota idraulica, i filatoi e i telai meccanici sostituirono quelli
manuali, il combustibile minerale, carbone – coke, si sostituì al carbone di legna, aumentò la
potenza in cavalli vapore delle macchine fisse per l’industria). Il costo maggiore di questi
impianti moderni e l’aumento della concorrenza impressero un forte impulso alla tendenza
verso le concentrazioni aziendali e l’ampliarsi di dimensioni delle imprese. Si crearono molte
società per azioni che consentivano agli imprenditori di diminuire il rischio degli investimenti e
di far fronte al crescente bisogno di capitale. Diversi e molteplici furono i fattori alla base di
questo boom industriale : 1) dopo il 1848, soprattutto nei paesi dell’Europa centro –
orientale, dove più tenaci erano i residui dell’antico regime, caddero quei vincoli giuridici che
erano di ostacolo alle attività economiche: furono aboliti gli ordinamenti corporativi che
regolavano l’esercizio dei mestieri e riducevano la mobilità del lavoro.
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I fattori della crescita


industriale.2.
Furono cancellate le leggi che riducevano il prestito a interesse, ridotte le pene per chi
contraeva debiti, o realizzava fallimenti. Fu perfezionata la disciplina dei brevetti e si diffuse
largamente l’uso della carta moneta e degli assegni; 2) si affermò concretamente il libero
scambio, caddero cioè tutte le barriere che impedivano la libera circolazione delle merci
(imposte sull’utilizzo delle vie d’acqua, dazi di entrata e di uscita ai confini fra gli Stati). Tutte le
potenze europee, Russia compresa, conclusero una serie di trattati commerciali che
prevedevano una forte riduzione delle tariffe doganali. Ad avvantaggiarsi di quest’affermazione
del libero scambio fu soprattutto l’Inghilterra, perché, essendo dotata di una più matura
struttura industriale riuscì a mettere sul mercato straniero prodotti a prezzi più ridotti;
complessivamente però tutti i paesi ne beneficiarono, infatti l’accresciuta concorrenza
condusse, con la crisi delle imprese meno progredite, ad una generale modernizzazione degli
assetti produttivi; 3) Dopo il 1850 furono scoperti nuovi giacimenti minerari nell’Europa
continentale (in Francia quelli del Pas de Calais e quello del bacino della Ruhr in Germania) che
accrebbero la disponibilità delle materie prime e delle fonti energetiche più importanti per
l’industria: i minerali ferrosi e il carbone;
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I fattori della crescita industriale.


3. Le ferrovie e la civiltà moderna
4) lo sviluppo dei mezzi di trasporto e di comunicazione che fu causa ed effetto dello sviluppo
industriale e che ebbe il suo culmine a metà dell’Ottocento. Lo sviluppo delle ferrovie, con
l’affermarsi del treno in primo luogo (simbolo dell’età industriale e della civiltà moderna) fu il
fattore determinante per la crescita economica di vaste zone europee ed extraeuropee
(America Settentrionale, Cina, India), consentì inoltre non solo un trasporto più rapido delle
merci ma anche una libera dislocazione dei centri di produzione, contribuendo quindi al
diffondersi dell’industrialismo. Agli esordi degli anni ‘50 dell’Ottocento esistevano in tutto il
mondo 40.000 Km di ferrovie, dei quali 15.000 negli Stati Uniti e 25.000 in Europa (di questi
11.000 solo in Gran Bretagna). Dopo soli 10 anni l’estensione della rete ferroviaria, a livello
mondiale era quasi triplicata (110.000 km) e di questi più di metà erano collocati nel Nord
America. La crescita continuò fino ad arrivare a 370.000 km del 1870, grazie anche alle nuove
scoperte nel settore dell’ingegneria civile che consentirono di superare gli ostacoli naturali e di
far giungere le ferrovie in zone malagevoli e proibitive. Nel 1854 fu inaugurata la prima linea
ferroviaria transalpina, la Vienna – Trieste. Nel 1870 fu completata la costruzione del più
grande tunnel delle Alpi, il Fréjus, lungo 13 km, che ridusse di 24 ore il tempo di collegamento
tra l’Italia e l’Europa del Nord . I progressi più grandi si ebbero comunque negli Stati Uniti dove
la costruzione delle ferrovie dette forte
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Il telegrafo, la nave a vapore


impulso alla conquista delle terre dell’Ovest (nel 1869 fu inaugurata la prima linea
transcontinentale fra New York e San Francisco) che assunse l’aspetto di vera e propria
epopea. Tra il 1860 e il 1880 le ferrovie raggiunsero anche i continenti extraeuropei (India e
Australia che erano colonie britanniche) e l’America Latina. Rimasero escluse da questa
rivoluzione dei trasporti solo l’Africa e una buona parte dell’Asia. Già nel 1870 i viaggi intorno al
globo risultarono abbreviati enormemente rispetto a 20 anni prima ( è del 1872 il celebre
romanzo Il giro del mondo in 80 giorni di Jules Verne)
Dopo il 1870 anche le navi a vapore si diffusero rapidamente, mentre, in contemporanea alla
rivoluzione nel campo dei trasporti, se ne verificò un’altra nel settore della comunicazione dei
messaggi, con la diffusione del telegrafo elettrico. L’invenzione era degli anni Trenta, la
prima applicazione pratica si ebbe 10 anni dopo circa (il telegrafo di Morse è del 1844). Negli
anni ’50 e ‘60 dell’Ottocento tutti i paesi europei potevano avvalersi di un sistema di
comunicazione telegrafica e , negli stessi anni, l’adozione di scoperte nuove nell’isolamento dei
fili metallici rese possibile la posa dei primi cavi telegrafici sottomarini (nel 1851 la Manica era
già attraversata da questi cavi). Poco dopo il 1860 gli Oceani furono solcati da fitte reti di cavi
che resero possibile ad un abitante europeo di scambiare messaggi con tutti i continenti.
Questo consentì di dare uno sviluppo enorme agli affari e alle transazioni, ma velocizzò anche
le comunicazioni diplomatiche, le comunicazioni degli ordini militari, rivoluzionò il settore del
giornalismo con la nascita di agenzie specializzate, basate sull’uso del telegrafo
Corso di Laurea: DESIGN E DISCIPLINE DELLA MODA (D.M. 270/04)
Insegnamento: STORIA CONTEMPORANEA
Lezione n°: 2
Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

La “nuova idea del mondo”


(la più nota fu l’agenzia anglotedesca Reuter nel 1851) .
Questa rivoluzione nei trasporti e nei mezzi di comunicazione non ebbe solo effetti di carattere
economico ma condizionò e modificò sostanzialmente le abitudini e la mentalità della gente
comune: sia dei ceti borghesi impegnati nei commerci, che iniziarono a viaggiare più
frequentemente anche per motivi di studio e istruzione , sia delle classi popolari , per il fatto
che molti lavoratori emigravano ( ad esempio i manovali che costruivano le ferrovie, i contadini
che si trovarono a vendere i loro prodotti in un mercato più ampio) . Mutò in questa fase la
stessa idea del mondo come nel periodo delle grandi scoperte geografiche: nella mentalità
collettiva iniziò ad affermarsi l’idea di un mondo unito, le cui parti erano collegate fra loro da
legami sempre più stretti di interdipendenza; 5) la scoperta in California di ricchi giacimenti
d’oro fece affluire in Europa grandi quantità del prezioso metallo. Ciò provocò un aumento della
circolazione monetaria, un abbassamento dei tassi di interesse e l’espansione del credito a
favore soprattutto degli impieghi industriali. Le banche ebbero un ruolo decisivo nel
promuovere lo sviluppo raccogliendo e rendendo disponibili i capitali per gli investimenti
produttivi. In Francia e Germania nacquero in questo periodo le “banche d’affari” o “banche di
investimento”, la cui funzione non era solo quella tradizionale della raccolta del risparmio e
dell’offerta del credito per operazioni commerciali a breve termine, ma anche quella di erogare
finanziamenti a lunga durata a supporto di imprese industriali più grandi, intraprese su scala
più ampia. Un esempio furono le banche di credito mobiliare sorte nella Francia del II Impero,
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Insegnamento: STORIA CONTEMPORANEA
Lezione n°: 2
Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

La II Rivoluzione Industriale
Oppure le banche “miste” tedesche che svolgevano entrambe le funzioni di cui si è parlato.
Successivamente, negli anni compresi fra il 1870 e la I Guerra mondiale l’industrializzazione
si connotò con caratteristiche diverse e più complesse, subendo una profonda trasformazione,
tanto che, per riferirsi all’insieme dei processi di profondo mutamento di quel periodo, molti
storici utilizzano la definizione di II Rivoluzione Industriale.
In questo periodo si stabilì un’alleanza strettissima e inedita fra scienza, tecnica e industria.
Alcune scoperte scientifiche di questi anni furono la base di alcune invenzioni e innovazioni
tecnologiche che aprirono possibilità illimitate alla produzione industriale. La ricerca scientifica
si orientò sempre più alle potenziali applicazioni industriali e sempre più frequentemente
venne incoraggiata e svolta nei laboratori delle grandi imprese che poi procedevano
sistematicamente ad applicare i risultati della ricerca scientifica stessa alla produzione. La
dinamo, il motore a scoppio, la lampadina, la scoperta di procedimenti per il trasporto
dell’energia elettrica, per la fabbricazione di acciai speciali, le ricerche di chimica sintetica
furono dei fattori essenziali dello sviluppo, alla base della messa a disposizione, della fruibilità
di nuove fonti di energia, come l’energia elettrica e il petrolio, e di nuove materie prime e
prodotti base, primo fra tutti l’acciaio. Dopo il 1870, anche se il carbone e il ferro rimasero
prodotti fondamentali, iniziò l’età dell’acciaio (simbolo di questa nuova epoca la Tour Eiffel),
della chimica, dell’elettricità e del petrolio. In questa nuova fase del capitalismo quindi non
solo le tecniche produttive si trasformarono, ma emersero nuovi settori industriali, si
modificarono i rapporti fra i vari settori della produzione e quelli fra il
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Insegnamento: STORIA CONTEMPORANEA
Lezione n°: 2
Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

Il declino del libero scambio


potere statale e l’economia nel suo complesso. Mutarono anche le gerarchie della potenza
industriale: la Gran Bretagna perse il suo tradizionale primato in alcuni settori e venne
superata da Germania e Stati Uniti. La nuova fase economica fu inaugurata nel 1873 da una
crisi di sovrapproduzione i cui effetti si prolungarono per oltre venti anni, manifestandosi in una
caduta dei prezzi. Questa fenomeno, noto come “grande depressione”, più che un indice di crisi
fu una conseguenza delle trasformazioni e delle innovazioni tecnologiche che consentirono di
ridurre gradualmente i costi di produzione. In questi anni si registrò non tanto una recessione
quanto un rallentamento complessivo nei ritmi della crescita, che ebbe breve durata in
Germania e Stati Uniti (fino agli anni ’80 dell’Ottocento), più lunga invece in Gran Bretagna
(fino alla fine dell’Ottocento). In nessun paese tuttavia, l’indice della produzione industriale calò
in maniera radicale, il volume degli scambi commerciali risultò in aumento, così come migliorò il
tenore di vita della popolazione nelle città, grazie alla diminuzione dei prezzi e alla crescita delle
organizzazioni sindacali che seppero difendere le retribuzioni delle classi lavoratrici. Rispetto
alla fase precedente (i venti anni prima al 1870) questa congiuntura fu caratterizzata dal
declino dei valori della libera concorrenza , dai quali sia i teorici dell’economia che le classi
dirigenti presero progressivamente le distanze. Gli imprenditori, condizionati dalle nuove
dimensioni assunte dal mercato internazionale, caratterizzato da una più serrata concorrenza,
dai prezzi in caduta, dalla crescente richiesta di investimenti, furono indotti a percorrere nuove
strade, oltre l’orizzonte liberista. Si formarono così le grandi consociazioni : le holdings, per
esercitare il controllo finanziario di varie imprese e poi i consorzi , i (cartelli ) fra imprese dello
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Insegnamento: STORIA CONTEMPORANEA
Lezione n°: 2
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Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

Il capitalismo finanziario
Stesso settore che stabilivano intese sui prezzi e la produzione, le concentrazioni cioè i trusts ,
fra imprese prima autonome; questi trusts potevano essere orizzontali, se relativi ad aziende
dello stesso settore della produzione, verticali, se riguardavano aziende dedite alle diverse fasi
della lavorazione di un prodotto: ad esempio il complesso Krupp di Essen in Germania (per cui
lavoravano industrie estrattive, siderurgiche e meccaniche). In questa fase tali concentrazioni,
che non erano un fenomeno nuovo, assunsero dimensioni molto grandi, soprattutto in
Germania e negli Stati Uniti, dove ad esempio, a fine anni ’80 dell’Ottocento un’unica
compagnia, la Standard Oil di John Rockfeller, controllava il 90% della produzione petrolifera
del paese. Altro ruolo centrale in questo periodo fu svolto dalle istituzioni finanziarie, vale a dire
dalle banche o da gruppi di banche consociate, i soli soggetti che disponevano e potevano
assicurare i finanziamenti necessari ai grandi colossi della siderurgia, della meccanica,
dell’elettricità e alle loro imprese economiche. Fu così che, in questa congiuntura, si stabilì, fra
banche e imprese, un rapporto strettissimo, con le banche che detenevano il controllo di quote
cospicue delle azioni delle industrie e gli industriali che spesso erano presenti nei consigli di
amministrazione delle banche. Gli economisti marxisti definirono questo caratteristico intreccio
capitalismo finanziario ; tale stretto legame di interdipendenza fra industria e finanza divenne
il fulcro vitale del sistema economico di questo periodo, il motivo che alimentava l’espandersi
dell’economia industriale in questo particolare momento.
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Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

Il protezionismo
Anche le classi dirigenti e governative, nella loro azione di governo, manifestarono
l’allontanamento dai principi del libero scambio, ed in questo furono condizionati dalla
pressione forte esercitata dai gruppi di interesse, operanti nel settore industriale e agricolo, ma
anche da logiche di tipo nazionalistico per cui si preferiva avvantaggiare (“proteggere”) la
produzione interna a danno di quella dei paesi concorrenti, per poter far espandere e crescere
le proprie industrie nazionali .
Questa scelta si concretizzò nel crescente intervento dello Stato nel settore economico sotto
forme diverse: con il sostegno diretto dello Stato alla grande industria, soprattutto attraverso il
sistema delle commesse per le forze armate; attraverso l’introduzione di più alte tariffe
doganali al fine di danneggiare le importazioni di prodotti esteri e proteggere i prodotti interni.
A orientarsi per prima in questa direzione fu la Germania di Bismarck che nel 1879 introdusse
nuovi dazi fortemente protezionistici; seguirono la Russia nel 1881 – 1882, l’Italia nel 1887, la
Francia nel 1892. Gli Stati Uniti invece, che anche nella fase liberista avevano mantenuto tariffe
alte, le innalzarono ulteriormente nel 1890. Solo la Gran Bretagna, paese simbolo del
liberoscambismo e primo fra i paesi esportatori, rimase immune dalla tendenza protezionistica
generale, subendo però gravi danni economici a causa della riduzione dei suoi sbocchi di
mercato, e per lo sviluppo delle industrie dei paesi suoi concorrenti che avveniva al riparo delle
barriere doganali.
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Sintesi della storia d'Italia dall'unità alla caduta di Crispi.L'affermarsi dell'indutrialismo e la
Titolo:
II Rivoluzione industriale
Attività n°: 1

L’età dell’imperialismo – 1870 -


1914
Nell’ultimo decennio del Novecento le industrie di Stati Uniti e Germania superarono quelle
inglesi nella produzione di acciaio e risultarono all’avanguardia in settori nuovi, considerati
settori chiave della moderna produzione, come quello chimico e quello elettrico. Tra il 1880 e il
1914 la Gran Bretagna ridusse della metà la sua partecipazione al commercio mondiale (dal
25% al 12%).
Alla perdita del suo primato nel settore industriale e al drastico ridimensionamento dei suoi
spazi commerciali la Gran Bretagna reagì cercando di ingrandire ancora i suoi vasti
possedimenti coloniali , di ampliare ulteriormente gli scambi commerciali con le colonie.
Tutti i paesi ad economia avanzata, in questi ultimi venti anni del secolo, furono impegnati nel
tentativo di accrescere i loro possedimenti coloniali, sia per assicurarsi rifornimenti di materie
prime, sia per la ricerca di nuovi mercati per i propri prodotti esuberanti , sia per utilizzare le
colonie come nuove aree per gli investimenti di capitale.
La competizione fra le potenze europee fu così serrata in campo coloniale che contraddistinse
peculiarmente questa fase del capitalismo, iniziata intorno al 1870 e protrattasi fino allo
scoppio del primo conflitto mondiale, come “età dell’imperialismo”.
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Attività n°: dell'indutrialismo e la II Rivoluzione industriale
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Audiolezione 1 . Storia
contemporanea – lezione n. 2

L’Italia dopo l’unificazione: economia e società


Esercitazione lezione n. 2.
Rispondere alle seguenti domande aperte:

1) Quali furono i fattori che determinarono la crescita industriale che avvenne a partire da metà
Ottocento
2) Quali furono le cause che determinarono l’avvio della II Rivoluzione industriale? Quando ebbe
luogo? In quali nazioni?
3) Cosa si intende per capitalismo finanziario?