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Lo Stil Novo

La seconda metà del Duecento vede nascere la novità che segnerà un vero e proprio punto di svolta
nella tradizione della poesia italiana: ovvero quella originale tendenza poetica chiamata “Dolce stil
novo” (o Stil novo), secondo la definizione che ne offre Dante Alighieri nel XXIV canto del
Purgatorio. I poeti che ne fanno parte si riconoscono tutti, anche al di là delle singole differenze, in
un distacco rispetto ai moduli “antichi” della poesia siciliana e soprattutto di quella siculo-toscana, e
nella promozione di alcune linee poetiche e ideologiche innovative rispetto al passato.
L’aspetto che maggiormente accomuna gli stilnovisti si colloca a livello stilistico: l’intreccio fra
strutture metriche, linguaggio, ritmo e sonorità deve risultare dolce, nel senso di melodico, per
esprimere nel modo più adeguato il tema amoroso, il dettato d’amore, abbandonando gli aspetti
rozzi e crudi e gli apporti provenzaleggianti dei Siciliani e di Guittone. La scelta linguistica della
poesia stilnovista sembra anticipare il successivo ideale dantesco del volgare illustre il cui uso, nel
De vulgari eloquentia, viene infatti ascritto da Dante a merito solo dei maggiori poeti della scuola:
egli stesso, Cavalcanti, Lapo Gianni e Cino da Pistoia.
Un altro aspetto comune da sottolineare riguarda la nuova coscienza poetica e culturale che lega, in
linea di massima, tutti gli stilnovisti. Essi sono intellettuali nuovi, influenzati dalle concezioni e
conoscenze sorte nelle Università; inseriti in pieno nella nuova civiltà comunale, ne colgono e ne
rappresentano gli ideali e i valori più importanti, primo fra tutti quello di una più profonda e attuale
dignità dell’uomo, che scaturisce non dai privilegi nobiliari della nascita, ma dalla virtù e dalla
cultura intese come frutto della libertà, dei meriti e delle capacità individuali.
Sul piano tematico, infatti, l’originalità principale della nuova poetica riguarda proprio la
concezione dell’amore. Per gli stilnovisti esso, nell’uomo dal cuore gentile, cioè interiormente
nobile e sensibile, produce effetti mirabili, che vanno dall’elevazione spirituale, secondo la
concezione prevalente in Dante, fino allo sconvolgimento dell’intelletto e degli spiriti che
governano l’organismo: condizione indicata metaforicamente, in Cavalcanti, come morte.
Come soltanto l’uomo di animo nobile può raggiungere la sapienza e vivere l’alta esperienza
amorosa, così non ad ogni donna, ma solamente a coloro che sono gentili (Dante, Vita Nova
XIX) si rivolgono gli stilnovisti. Tale donna, in particolare da Dante è considerata un angelo: non
solo, com’era nella lirica precedente e come sarà nel Petrarca, per la sua bellezza e purezza, ma
perché ella è un angelo, in quanto tramite tra l’uomo e il cielo. La donna angelo, col suo saluto, dà
per
Guido Cavalcanti: il poeta-filosofo

La figura storica di Cavalcanti e la sua biografia sono segnate oltre che dall’attività letteraria e
poetica, da un’intensa partecipazione alla vita pubblica: se nella Firenze del Duecento la figura
dell’intellettuale laico non è pensabile al di fuori di un coinvolgimento politico, nel caso di
Cavalcanti questo aspetto è particolarmente evidente ed intenso.
Questi è un intellettuale aristocratico, consapevole di appartenere ad un’élite accomunata da
un’appartenenza non solo socio politica, ma anche culturale. In linea con le posizioni stilnoviste,
egli incarna l’ideale di una nobiltà basata sull’affinamento spirituale e sul possesso innato di
un cor gentile. Ne consegue la fondamentale ostilità verso le persone vili, “nemiche di gentil
natura”, e soprattutto una selezione di pubblico a cui indirizzare la propria produzione poetica.
Cavalcanti si rivolge alla cerchia degli interlocutori degni, ossia in grado di comprendere e
condividere l’esperienza dell’amore spirituale e l’alto livello filosofico dei suoi componimenti. La
tradizione ha accolto e rafforzato questi elementi, trasmettendoci il profilo di un intellettuale
“sdegnoso e solitario e intento allo studio”, come scrive il cronista del Duecento Dino Compagni.
Contribuisce a sostenere tale immagine anche una novella del Boccaccia (Decameron , VI,9)
dedicata allo stesso.
Cavalcanti è una figura di spicco dello Stil novo, ma rispetto alla linea più pura, sostiene posizioni
originali e contraddittorie, in primo luogo per quanto riguarda l’effetto negativo e distruttivo della
passione amorosa.
L’evento amoroso costituisce, nella produzione cavalcantiana, ancora il nucleo generatore della
poesia, ma viene trattato con aspetti di novità. La novità riguarda tra l’altro la volontà di spiegare
scientificamente l’esperienza d’amore, senza per questo rinunciare la genere letterario della
poesia. Cavalcanti perciò nella sua produzione poetica accoglie anche le nozioni e il sapere
scientifico. Suo intento è un natural dimostramento, ovvero “dimostrazione” secondo i principi
della filosofia naturale, del fenomeno amoroso. (Donna me prega).
Anche per questo motivo in lui si sovrappongono la figura del poeta e quella del filosofo, come
testimonia l’immagine che ci trasmettono i suoi componimenti.

Cavalcanti si formò e lavorò in anni di fervida circolazione di idee, in un ambiente culturale che
aveva come centri principali le città universitarie di Bologna e Parigi e come oggetto d’interesse
soprattutto il nuovo aristotelismo, alimentato dalle traduzioni latine (dal greco o dall’arabo) del De
anima e dell’Etica nicomachea di Aristotele. Il mondo occidentale non aveva avuto accesso per
secoli a questi testi, poiché nell’occidente cristiano la conoscenza del greco era andata quasi
completamente perduta; nel momento in cui tali opere ridiventarono accessibili risultarono
altamente rivoluzionarie rispetto alle teorie fisiche ed etiche già diffuse nel medioevo e sostenute
anzittutto dalla Chiesa. Grazie ad esse si affermò, inoltre, l’interesse per la scienza de anima (la
scienza dell’anima), che portò a rivedere l’intero patrimonio allora disponibile di conoscenze
relative all’anima e ai rapporti con il corpo.
Ai testi fondamentali di Aristotele nell’epoca di Cavalcanti si accostano, nel periodo occidentale,
due correnti interpretative antitetiche: quella dell’aristotelismo ortodosso, che sostiene una lettura
della filosofia aristotelica allineata alla dottrina cristiana, e quella dell’aristotelismo radicale, alla
quale appartiene anche l’averroismo, spesso in contrasto con i dogmi della Chiesa. A quest’ultima
corrente sembra aver aderito anche Cavalcanti: il poeta assorbì infatti il linguaggio tecnico, le
posizioni riguardo alla natura e all’origine dell’amore, il significato di alcuni vocaboli fondamentali
(tra cui “intelletto possibile” e “morte”) di tale orientamento filosofico. Proprio nella vicinanza di
Cavalcanti all’averroismo è da individuare peraltro, con ogni probabilità, la ragione profonda della
frattura fra Dante e il “suo primo amico”, come dante definisce Guido Cavalcanti in alcuni luoghi
della Vita nova.
La concezione dell’amore
Cavalcanti, nella sua adesione all’aristotelismo radicale, affronta la questione relativa alla natura
e alla provenienza dell’amore soprattutto nella canzone filosofica Donna me prega.
In primo luogo, si afferma nel componimento che l’amore non è una sostanza, ma un accidente:
non sussiste per sé, autonomamente, ma solo in relazione a un’altra sostanza (ad esempio, un
uomo), nella quale è presente in potenza, fino a quando l’azione di una causa esterna non lo
traduce in atto. Questa causa esterna è uno stimolo percepito dai sensi, quindi dall’anima
sensitiva; di qui la centralità della vista, il senso più importante secondo la tradizione filosofica
occidentale, dalla quale prende avvio l’amore.
L’amore ha dunque origine nell’anima sensitiva, che è la parte dell’anima dotata di una
natura fisiologica e irrazionale, e non in quella intellettiva, dalla quale deriva la capacità di
ragionare. Lo stimolo esterno che suscita l’amore è una visione reale, concreta, della donna.
A questo punto, però, avviene uno sdoppiamento della traiettoria dell’immagine tra le due
parti, sensitiva e intellettiva, dell’amante: nasce così, da un lato, la passione dei sensi,
appartenente all’anima sensitiva; dall’altro lato, l’elaborazione dell’immagine ideale della donna,
a opera dell’anima intellettiva.
L’amore stesso, in quanto passione, riguarda la sola sfera sensitiva e prende la forma di un
desiderio smodato, per il quale l’individuo non ha più pace, al punto che ne deriva la fine della
vita razionale. Sottratta al controllo della ragione, la passione produce una deviazione dell’uomo
dall’ordine naturale. L’uomo, infatti, secondo la concezione che Cavalcanti eredita dalla filosofia
aristotelica, è essenzialmente, per natura, razionale e ha nell’esercizio della razionalità il suo bene.
Di conseguenza, Cavalcanti riconosce all’amore una natura unicamente terrena, che non solo
porta con sé la salvezza dell’anima, ma è radicalmente estranea ad ogni dimensione trascendente.

La concezione dell’amore come passione dell’anima sensitiva, per effetto della quale la ragione è
ottenebrata, coincide di fatto con una visione fatalistica e deterministica dell’amore: l’individuo
che soggiace alla passione amorosa non ha più la capacità di decidere e di indirizzare la sua virtù o
di padroneggiare la sua ragione. La conciliazione tra le istanze sensitive e quelle razionali risulta
impossibile, e tale impossibilità viene raffigurata come una sconfitta e una “morte” del soggetto
amante in quanto individuo dotato di capacità di autodeterminazione.
L’individuo assorbito dall’esperienza d’amore, non ha più la capacità di agire secondo ragione: egli
perde la sua “vera vita”, che è la vita razionale, contemplativa. Dalla passione amorosa deriva, in
questo senso, la “morte” dell’individuo, da intendersi non come decesso fisico, ma come venir
meno della razionalità, che è prerogativa esclusivamente umana. Si tratta quindi di una morte
simbolica, collocata da Guido Cavalcanti al termine di un complesso conflitto interiore che,
generato dall’esperienza amorosa, vede scontrarsi fra loro le varie parti dell’anima. Il poeta si pone
in tal modo in polemica con la linea dello Stil novo che individua nell’amore un valore trascendente
e un motore di salvezza individuale.

Il poeta-filosofo indaga le origini, le manifestazioni e le conseguenze dell’evento amoroso, inteso


come fatto universale e non personale. Egli tende al superamento della vicenda privata
dell’individuo per giungere a una rappresentazione oggettiva della vicenda amorosa; ovvero,
propone se stesso non come individuo, ma come “esemplare universale di uomo” (G. Contini),
secondo un modo che si riscontra anche in Dante.
Ne deriva una messa in scena, una vera e propria teatralizzazione delle dinamiche interiori che
accompagnano l’amore. Nella lirica di Cavalcanti agiscono varie dramatis personae, ovvero
personificazioni dei sentimenti, di emozioni, azioni, di componimenti del mondo interiore
dell’individuo (Amore, Morte, anima, mente, cuore, spiriti, voce, sospiri ecc), che divengono
attori protagonisti della sua poesia.
Questa drammatizzazione teatrale degli eventi interiori costituisce una delle strutture
portanti della produzione cavalcantiana.
ALCUNI CONCETTI DELL’ARISTOTELISMO

Il pensiero del filosofo greco Aristotele esercitò una notevole influenza per tutto il medioevo. La
conoscenza di alcuni dei suoi principali temi e termini è fondamentale per la comprensione
dell’opera di Cavalcanti.

Sostanza e accidente

E’ importante conoscere la distinzione (nell’opera La metafisica, che si occupa della definizione


dell’essere) tra l’ essere come sostanza e l’essere come accidente.
“Sostanza” è “l’essere per sé”, ciò che per sussistere non ha bisogno di altro a cui inerire, mentre
“accidente” è ciò che viene predicato di un altro, ciò che appartiene ad una certa sostanza e quindi
non può sussistere “per sé”. Se dico che “l’uomo è alto”, “l’uomo” è una sostanza (non può essere
detto di qualcos’altro, ma può avere diversi attributi, perché può essere alto, basso, biondo, bruno
ecc.) mentre “alto” è un accidente che si riferisce ad altro (ad esempio a un uomo, oppure a monte o
a mobile).
Nella concezione di cavalcanti, la distinzione sostanza /accidente viene recuperata allorché si
afferma che Amore non è sostanza, ma accidente.

Potenza e atto

Nell’ambito della riflessione sull’essere, Aristotele introduce l’importante distinzione tra “essere in
potenza” ed “essere in atto. In potenza è l’essere come possibilità, come potenzialità: un blocco di
marmo è una statua in potenza, un seme è una pianta in potenza. La realizzazione effettiva della
potenzialità è, invece, l’essere in atto. Il passaggio dalla potenza all’atto richiede l’intervento di una
causa, di un agente esterno: il blocco di marmo diventa statua per l’intervento di uno scultore, il
seme diventa pianta grazie all’azione della luce e del calore.

Le tre parti dell’anima

Aristotele distingue tre parti dell’anima, a cui competono diverse funzioni:


- l’anima vegetativa che presiede alla sopravvivenza del corpo e alla riproduzione; è presente
non solo nell’uomo, ma anche negli animali e nelle piante;
- l’anima sensitiva, cui appartengono la percezione sensibile e la memoria; è comune a uomo
e animali;
- l’anima intellettiva o razionale che riceve le percezioni sensibili dell’anima sensitiva e le
elabora ricavandone delle forme intelligenti, ossia astratte della materia; è la parte
dell’anima a cui competono il pensiero e la conoscenza ed è propria solo dell’uomo,
pertanto definisce l’essere umano stesso in quanto “animale razionale”
Chi è questa che vèn, ch’ogn’om la mira p. 308
- Quale effetto produce sul lettore l’interrogativa iniziale (vv1-4)? Su quali particolari effetti
fonosimbolici si fonda la sua suggestione?
- Cerca di individuare quali tratti il poeta cita o in che cosa consiste questa bellezza
- Individua gli artifici sintattici e stilistici che sottolineano l’impossibilità per l’uomo di
conoscere l’amata.Rintracciane i momenti.
- Il sonetto è tutto costruito intorno a forme interrogative e negative: individuale e illustrane
la funzione.
- Fai un confronto con il sonetto guinizzelliano Io voglio del ver la mia donna laudare: quali
sono le posizioni dei due poeti rispetto al tema della conoscibilità dell’essenza femminile?
Voi che per li occhi mi passaste ‘l core p. 310
Analisi e interpretazione
- analizza l’inizio e la fine del sonetto: è possibile parlare di un andamento circolare del testo?
Rispondi motivando attraverso opportune argomentazioni e riferimenti puntuali ai versi.
- Quale funzione assume lo sguardo?
- Con quali caratteristiche si manifesta la passione d’amore . quali conseguenze determina
nell’io lirico del poeta?
- Come va interpretata l’apostrofe alla donna (“voi…guardate a …vv1-3) presente nella prima
quartina? Rispondi tenendo conto del ruolo della donna nella tradizione stilnovista e di
quello della figura femminile nell’universo cavalcantiano.
- Che valore ha il gerundio sospirando del v.4? A chi si riferisce e a quale campo semantico
presente nel sonetto si collega? Motiva le tue risposte.
- Quale connotazione ha il sostantivo valore presente in rima al v.5? Quale legame semantico
crea con le altre parole in rima core:Amore:dolore presenti nelle quartine?
- Perché la parola amore ha la maiuscola al v.4 e la minuscola al v. 9?
- Quali legami tematici e lessicali creano continuità tra le quartine e le terzine?
- Quali scelte espressive creano, invece, un effetto di variazione tra le due parti del sonetto
(vv 1-8 e vv 9-14)?