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FABIO ROSINI

L'ARTE DI
RICOMINCIARE
I sei giorni della creazione
e l'inizio del discernimento

Prefazione di
MARKO IVAN RUPNIK

SAN PAOLO
INDICE

PREFAZIONE
PREMESSA
PRIMA DEI GIORNI
L’inizio contiene tutto
Origini e originali
E il discernimento?
Una postilla vitale, anzi due
GIORNO PRIMO
Il dono delle prime evidenze
Il capo ha sempre ragione
Fratello caos
La prima vocazione
Il primo passo
Sia la luce!
E la luce fu!
GIORNO SECONDO
Il dono delle priorità
Diffidare dalle imitazioni
Cosa c’è in chiave
Assetti e deragliamenti
Vegetariani sanguinari
GIORNO TERZO
Il dono dei limiti
Uno, nessuno e centomila
Approfittare dei limiti
Potare per dare più frutto
GIORNO QUARTO
Il dono delle ispirazioni
Lucciole e lanterne
Le sorgenti dei pensieri
Sintassi, linguaggi, idiomi
Linee e curve
Posti di blocco
Volendo andare oltre...
GIORNO QUINTO
Il dono della benedizione
Di quel che c’è, non manca nulla
«... ho imparato ad essere ricco...»
Secondo la propria specie
GIORNO SESTO - PRIMA PARTE
Il dono delle umiliazioni
Il processo di marcescenza
GIORNO SESTO - SECONDA PARTE
Il dono della gloria
Immagini ed immaginari
Chi sono io per Te?
La bellezza del maschile e del
femminile
Piatti da lavare
Il paradiso sono gli altri
VERSO IL GIORNO SETTIMO
Il dono del cibo

Ringraziamenti

NOTE
PREFAZIONE

Solov’ëv distingueva tra una conoscenza facile, che è


quella astratta, e una conoscenza complessa, che è rela-
zionale e passa per la vita - proprio perché Cristo è la
verità - e che dunque la verit{ è comunionale. Non c’è
un vero accesso alla verità se non vivendo nella comu-
nione e pensando con una intelligenza d’amore, che è
l’unica forza che coinvolge tutta la persona, proprio
perché passa per le relazioni vissute. Berdjaev, da parte
sua, gli fa eco, sostenendo che il pensiero vero, che la-
vora nell’ordine dello Spirito, non esiste come idea a-
stratta, ma come forza che trasfigura la persona, perché
è una forza integrante in quanto partecipe dell’amore.
Un pensiero che non illumina e non trasfigura la stessa
biografia dell’autore non è affidabile. E Bulgakov, scri-
vendo in occasione del martirio di Pavel Florenskij,
sottolinea come il cristiano non lavora solo sul livello
delle conoscenze e delle idee, ma viene egli stesso tra-
sfigurato in un’opera d’arte, dove tutto è intrecciato in
un unico organismo.
Volevo che queste fossero le prime parole che il let-
tore troverà aprendo il libro. Infatti questo è un libro
che esce fuori dai testi consueti. L’autore riesce a svin-
colarsi dagli schemi che si sono creati durante l’epoca
moderna. Lo schema dominante era quello di attenersi
ad un campo rigorosamente isolato, ad un argomento
ben circoscritto, ad un metodo precisato in anticipo.
Soprattutto, era d’obbligo tener lontano ogni proprio
sentimento e ogni riferimento alla propria esperienza.
Ma questi secoli si sono conclusi e stiamo varcando la
soglia di un’epoca che si ispirer{ alle onde più organi-
che. Tutto tende ad una visione più libera, che respira e
che fa respirare. Come dice Solov’ëv, siamo riusciti a
portare i risultati scientifici al massimo grado di svi-
luppo, per quanto ciò è possibile nella loro separazione,
ma non abbiamo lasciato abitare queste forme culturali
così specialistiche dal flusso della vita dello Spirito, in
modo che emerga come punto d’arrivo una vita perso-
nale, comunionale, che include l’altro. Si finisce invece
con il trionfo dell’individualismo e della sterilit{. La vita
non segue le teorie, ma la sapienza. Ma la sapienza ap-
partiene al pensiero relazionale che cresce dalla novità
della vita ricevuta, non conquistata. La sapienza è
l’incarnazione di una conoscenza integrale, simbolica e
liturgica. La sapienza è il miele che si raccoglie sui cam-
pi della Parola già vissuta e incarnata.
Per noi cristiani la Parola non viene solo ascoltata,
per poi cercare in un secondo tempo di portarla nella
vita. All’inizio del Sacramento, noi cristiani ascoltiamo
la Parola, che poi ci viene data in cibo come già incar-
nata. Il Corpo e il Sangue ci vengono donati come nu-
trimento proprio perché sono Parola già incarnata, in
modo che noi diventiamo ciò che accogliamo, ciò che
mangiamo. Si chiude così la porta ad ogni possibile ide-
alismo, moralismo e intimismo gnostico. Ma anche ad
ogni accademismo che non confluisca nella Chiesa, che
non diventi cibo per il popolo.
Don Fabio Rosini anche con questo testo entra già in
questa nuova epoca. Il suo modo di scrivere trasuda in
ogni paragrafo del suo amore sacerdotale per l’uomo
che cerca la vita — quella vera, che non si ferma nella
tomba. Si vede ovviamente che è un biblista, ma non un
ricercatore, piuttosto un padre e un pescatore di uomi-
ni. La Parola è la vita che, quando si incarna, diventa la
mano che pesca gli uomini, che li tira fuori dai flutti del
mare agitato nelle lunghe notti della storia. E lui è que-
sta mano tesa, forte e agile, per tirare sulla terra ferma i
naufraghi delle tempeste delle storie personali come
anche di quelle di intere generazioni, spesso illuse dalle
promesse false e dalle ideologie. La Parola non è una
spiegazione allegorica, o semplicemente linguistica.
Quella di Rosini non è una classica esegesi, né
un’omiletica convenzionale, anche se di livello elevato.
La sua è una lettura della creazione raccontata nei ca-
pitoli iniziali della Genesi sorprendente, perché apre
davvero alla sapienza. Oltre alla conoscenza biblica,
trasuda in questi capitoli una eccezionale conoscenza
della teologia spirituale. Con acuta precisione affronta i
grandi nodi della vita spirituale. E tutto è continua-
mente impregnato della sua esperienza, sia quella di-
rettamente personale, che quella che gli viene
dall’ascolto pastorale. In queste pagine riecheggiano
migliaia di voci. Ma anche con una disarmante sincerità
riporta i dati della sua vita personale. Tutto viene co-
raggiosamente intessuto in un testo unitario, perché
non c’è niente di artificiale nella struttura, ma viene ri-
gorosamente seguito il ritmo del susseguirsi dei giorni
dell'Hexameron. Il testo biblico della creazione è stato
scritto dopo tanti secoli di cammino del popolo
dell’alleanza, dunque dopo tanta esperienza riflettuta
nella sapienza. Però è scritto per evidenziare l’inizio, il
principio. Ma allo stesso tempo è la fonte perenne di
intuizioni multistrato per chi già da anni cammina, così
come Israele, che sempre tornava ad attingere nel rac-
conto dei primi capitoli della Genesi. Così Rosini, dopo
anni di esperienza e di letture, ci offre un orizzonte a-
perto per chi vuole uscire da una vita votata al perire e
incamminarsi sulla Speranza. Ma è anche un testo per
chi da anni segue la voce del Verbo. Il discorso è spesso
così vero, senza fronzoli, senza cosmetica, che sul mo-
mento può anche far male e si può esser tentati di rea-
gire; ma già alla fine dello stesso paragrafo si è pronti
ad ammettere che le cose stanno così come scrive Rosi-
ni.
Non posso concludere se non pregando che il Si-
gnore continui a benedire don Fabio. È troppo prezioso
per l’opera che il Padre porta avanti nel Corpo del suo
Figlio: che rimanga sempre disponibile al soffio dello
Spirito. Non dimentichiamo che dopo avere fatto tutte
le commissioni teologiche e i progetti pastorali possibi-
li, il Padre resta lì che attende qualcuno che sia dispo-
nibile e accogliente. In ogni tempo si attende una Maria
di Nazareth.
P.MARKO IVAN RUPNIK
Questo libro è dedicato
a tutti coloro che pensano
non si possa più ricominciare
o che sia troppo difficile.

Ecco, non è vero.


Nulla è impossibile a Dio.
PREMESSA

Ci tenevo ad iniziare a lavorare a questo libro il 13 lu-


glio 2017. Esattamente cinque anni fa, in questo giorno,
ho vissuto uno dei momenti più importanti della mia vita.
Era un mese esatto dal luminoso transito al cielo di
Chiara Corbella Petrillo, mentre nella mia vita andavano
in onda notti dolorose, ed ero in ospedale. Avevo chiesto
l’aiuto dal cielo a questa ragazza meravigliosa, a cui avevo
avuto la grazia di annunciare le Dieci Parole e altre cose, e
con cui avevo ideato - assieme a suo marito Enrico Petrillo
e ai miei collaboratori Angelo ed Elisa Carfi — la prima
edizione del Corso di Preparazione Remota al Matrimo-
nio, un corso poi ripetuto tante volte senza di lei, ma con
la sua protezione evidente.
In una notte di un post-operatorio inaspettatamente
doloroso, esasperato dal dolore fisico, ho chiesto il suo
soccorso. Nel suo stile, non mi ha ottenuto neanche una
virgola di riduzione del dolore. Mi ha ottenuto molto di
più.
Mi ha ottenuto il dono di ricominciare.

Quel carcinoma è stato la strada di tante grazie per la


mia vita.
In sé non è stato chissà cosa, e quello che mezzo secolo
fa mi avrebbe fatto arrivare al cospetto del mio Signore,
oggi la medicina lo riduce spesso ad una serie di precau-
zioni da mantenere; il dolore passa, ci si abitua alle mise-
rie post-operatorie, e anche quelle poi piano piano si
normalizzano e diventano un ricordo; così si ha il tempo
per riprendere tutto in mano, e di andare oltre.
Ma esistenzialmente, quel cancro è stato uno scalpello
benedetto di Dio. Mi ha salvato da alcuni errori marchiani
che stavo facendo.
Tutti dicono che sono cambiato da allora. Quasi tutti
ne sono contenti; alcuni, purtroppo, no. Rivorrebbero il
pre-tumorale eroico e muscolare.
Ora mi rimproverano di essere troppo morbido. Non
alzo più la voce come un tempo nelle catechesi ai giovani.
Ora ho paura di spezzare canne incrinate. Di spegnere lu-
cignoli fumiganti.

Molte cose che dovremo affrontare le ho ricevute pri-


ma, da manovale dell’impatto catechetico. Ma non ne ero
così consapevole. Ora vale la pena che le spieghi meglio. Si
avvicinano i 60 anni. Ho una salute da schifo. Un po’ ci
faccio, ma un po’ è vero. E quando vorrei evitare di avere
dei limiti nella salute, scopro che i limiti non sono una
posa, ahimè.
Eppure quando focalizzi che stai diventando anziano,
ti partono le sintesi più intime. Appaiono, sorprendente-
mente, rare tracce di sapienza nelle analisi della linfa del
mio uomo interiore. Ricevuta, non posseduta. E sempre
troppo poco sfruttata.
Non è roba mia. E nella vita delle persone che evange-
lizzo, me la attestano con tanta gratitudine - che vivo
sempre con molto impaccio - ed è qualcosa che trovo in
una pace diversa, che è un dono nuovo nella mia vita. Non
la conoscevo così, prima.

Scrivendo questo libro ho avuto un problema agli oc-


chi. Ad un certo punto non riuscivo a stare più di una
mezz’ora di seguito a scrivere. Lo avrei finito nelle tre set-
timane che avevo a disposizione, visto che tutto quello
che dovevo dire mi era molto chiaro, bastava dargli voce.
Ma il Signore ha voluto fare una cosa nuova. E ha scelto
questo sistema: fermarmi e costringermi ad andare al suo
ritmo. Sicché il risultato è il gemello eterozigote di quello
che stavo scrivendo. Va rilevato che quando mi è successa
questa cosa stavo già verso la fine... In un certo senso mi
son dovuto trovare accecato per vedere tutto diversa-
mente. Questo mi ha costretto a rifare tutto daccapo. A
ricominciare.
Dio voleva metterci la sua carezza. Spero di averne
dato eco, perché a me quella carezza è arrivata. Vorrei ar-
rivasse anche ai lettori.
PRIMA DEI GIORNI
L’inizio contiene tutto

«Colui che ascende


non smette mai di andare di inizio in inizio;
non si finisce mai di incominciare»1.

La vita, per quanto ne sappiamo, non sgorga in mille


modi, ma in un modo costante: secondo un codice geneti-
co.
Per precisione va distinta la vita umana, che per i bio-
logi appartiene alla classe degli organismi chiamati euca-
rioti i quali hanno il genoma segregato in ogni singola cel-
lula all’interno di un nucleo circondato da membrana; si
riproducono per mitosi, ma sono generati per feconda-
zione, evento straordinario che stabilisce l’identit{ unica
ed irripetibile di ogni singolo individuo per ogni specie.
Questa è la vita delle piante, degli animali e dell’uomo.
Visto che cultura? Beh, diciamo che mi sono confron-
tato con la mia collaboratrice, Elisabetta Palio, che è bio-
loga di qualità.
A monte del nostro tipo di esistenza, quindi, c’è la fe-
condazione, e di conseguenza la vita si presenta secondo
un codice recondito, per cui una ghianda ha l’energia na-
scosta di esplodere in una quercia, con indicazioni forti e
specifiche; nascosto in un seme o in un ovulo fecondato ci
sono tutte le informazioni per le fasi della vita successiva:
l’infanzia, la maturazione, la fecondit{, la degenerazione.
Quindi c’è un fattore di innesco, e c’è un linguaggio che
si crea un istante dopo l’innesco, a cui quel preciso pro-
cesso vitale sarà fedele, in mezzo alle variabili esterne.
Avrà processi di adattamento che però dovranno comun-
que fare i conti con un codice iniziale, il genoma di questa
specifica identità.
Questa cosa è per me un’intuizione fondamentale, e
questo lo debbo a mio padre: quando avevo più o meno
nove anni, insieme alla mia sorellina Laura, ci prese, pri-
ma di lasciare per quell’anno la casa nelle Marche dove
passavamo le vacanze spensierate e solari della nostra
infanzia, e ci portò giù nell’orto, dove un maestoso noce
lasciava cadere i suoi frutti; ci fece prendere una noce a
testa e ce la fece mettere in due buchette che facemmo
con le nostre manine, un metro l’una dall’altra, e ci disse:
«l’anno prossimo quando torniamo vediamo che c’è!». Che
genio che era. Mi si piantò nel cuore quell’immagine2.
Un anno dopo c’erano due pianticelle. Oggi ancora c’è
un noce poderoso. Quello vecchio lo tagliammo tanti anni
fa perché era malato. Invece uno di quei due noci, allora
giovanotti, sta ancora lì. Chissà se è il mio o quello di mia
sorella. Uno dei due infatti, mi dice mia sorella, fu estir-
pato perché erano troppo vicini. L’altro invece crebbe
poderosamente, e anche l’anno scorso mia sorella Mi-
riam3 mi ha fatto mangiare alcune noci di quell’albero che
di mestiere, nel mio cuore, fa il profeta.
Quando, da giovanissimo sacerdote, ho iniziato a por-
tare i giovani alla fede, la genialità di mio padre mi brillò
dentro e il mio albero profeta mi diede la sua lezione: le
cose cominciano piccole, ma nell’inizio c’è tutto.
L’inizio contiene tutto.
Se tradisci l’inizio, tradisci il tutto. Se il tutto gira male,
è perché stai fuori dalla mappa dell’inizio. Se vuoi rico-
minciare devi tornare all’inizio, e troverai quello che è vi-
tale per te. E in realtà troverai qualcun Altro. Perché nes-
suno si inizia da sé. L’inizio è un dono di qualcuno. Il mio
noce profeta aveva ricevuto il suo inizio dal suo papà no-
ce, dalla madre terra dell’orto marchigiano e dalle nostre
manine. La vita, infatti, si riceve.
Thomas Stearns Eliot ha detto:

«Ciò che diciamo principio


spesso è la fine, e finire
è cominciare. La fine
è là onde partiamo»4.
Parafrasando possiamo dire che nel principio c’è il fi-
ne. Lo scopo. Nascosto nel genoma.
Anche il Signore Gesù Cristo infatti, mentre è principio
di tutte le cose, è anche la strada per ritrovare la vita, e la
cosa si chiama «ricapitolazione»5 che vuol dire ridare il
capo alle cose, ricominciarle daccapo.
Ma avviciniamoci per bene.

Origini e originali

Una domanda ci può aiutare: il primo capitolo della


Bibbia, il testo della Creazione, quando è stato scritto?
Sembrerebbe una futile questione da studiosi annoiati e
annoiami, ma non è così. Lo studio dell’origine dei testi ci
fa scoprire una cosa molto strana: la Bibbia inizia con un
testo molto tardivo.
Non abbiamo lo spazio per raccontare tutta la storia
narrata nell’Antico Testamento, ma ci basta ricordare che
i grandi periodi della storia vera e propria partono dai
patriarchi, iniziando con l’avventura di Abramo, di suo fi-
glio, di suo nipote e dei suoi pronipoti, narrata dal capito-
lo 12 in poi della Genesi; poi si va all’epopea straordinaria
di Mosè e della liberazione dalla schiavitù in terra egizia-
na, narrata nel libro dell’Esodo e nei tre libri che seguono;
quindi si narra l’installazione nella terra di Canaan, il
confuso periodo dei Giudici, l’instaurazione del regno di
Saul, di Davide e di Salomone.
Quel che viene poi è un lungo periodo che, con alti e
bassi, mostra una graduale degenerazione fino alla trage-
dia, ossia il tempo dell’Esilio, quando la classe alta del
Regno di Giuda viene deportata in Babilonia. I settant'anni
che seguono sono una dolorosa purificazione che portano
il popolo a tornare alla propria radice. E finalmente Israe-
le inizia a raccontare metodicamente tutta la sua storia da
Abramo in poi, cioè capisce che il disastro che vive ha una
causa, è il frutto di un deragliamento da un sentiero vitale.
E quando i figli d’Israele stanno terminando questa opera
di ripresa di possesso della loro storia, ormai tornati
dall’esilio, umiliati, ridimensionati, solo allora scrivono i
primi capitoli della Genesi, come un preambolo sapien-
ziale, e fra questi, forse proprio fra gli ultimi, il primo ca-
pitolo dell’intera Bibbia6.
Questo vuol dire che l’atto di scrivere il testo della
creazione di Genesi 1 vuol dire aver fatto una sintesi. In-
fatti i primi capitoli della Bibbia sono troppo profondi per
essere un mero racconto. Contengono una miniera di
sfumature che rappresentano una sapienza adulta, matu-
rata, riflessa.
Così è del racconto della creazione. Non è una semplice
descrizione, è una inarrivabile saggezza. Ci vogliono molti
secoli per arrivare a quella sapienza, molti errori, molte
contraddizioni, molte correzioni, tanta gratitudine, tanta
salvezza. In una lettura attenta dei testi che vanno dal
primo all’undicesimo capitolo della Genesi appaiono
tracce di luce così sublimi da non essere umane. Attra-
verso tutto quello che era successo di tragico e di gran-
dioso il popolo ebraico possedeva ormai l’intuizione di
qualcosa che era ben oltre la sua capacità. E nel primo ca-
pitolo della Genesi poteva provare a descrivere la trama
del reale, descrivendone la noce, l’inizio.
Il DNA della realtà.
E quindi?
E quindi il testo del primo capitolo della Bibbia è
sgorgato da un popolo che stava provando a ricominciare,
che avendo sbagliato troppo finalmente provava a dire ai
suoi figli come ripartire. E un testo a metà fra il doloroso e
il costruttivo, il luminoso - come qualcuno che si renda
conto del valore di quanto ha smarrito solo dopo la priva-
zione ed inizia paradossalmente a possedere quello che
ha perduto; il guardare indietro per guardare meglio a-
vanti.
La sapienza contenuta nel racconto dell’inizio è una
sapienza che vuole indicare la strada, vuole descrivere la
noce delle cose per poterla assecondare.
Non possiamo non ricordare il fatto che i Padri della
Chiesa — i vescovi e i maestri della fede della prima epoca
cristiana - hanno ovviamente colto quanto questo testo
sia gravido di potenzialità.
Una schiera di mostri sacri, Origene, san Basilio il
Grande, san Giovanni Crisostomo e sant’Ambrogio fra
questi, ci hanno lasciato i loro commenti ai sei giorni della
creazione, il cosiddetto Hexameron, scrivendo testi spiri-
tuali e teologici fondamentali sul primo capitolo della Ge-
nesi, spaziando nelle dimensioni della teologia della crea-
zione, della redenzione e dell’antropologia cristiana.
Non ci provo nemmeno ad andare in quella direzione.
Non sono all’altezza e farei una cosa inutile: ci sono quei
testi fondamentali, godiamoceli.

Ma c’è qualcosa che in questo quarto di secolo di sa-


cerdozio la Provvidenza mi ha regalato di vivere molte
volte: accogliere la forza “paradigmatica” della Parola di
Dio.
Ci sono degli aspetti nella fruizione comune della
Scrittura per lo più poco focalizzati, e che spesso vengono
attivati inconsapevolmente. Il primo è l’aspetto performa-
tivo: in sostanza vuol dire che la Parola di Dio ha la forza
di performare, operare, rendere reale, ciò che dice. Lo si
vede nei sacramenti, ad esempio. Altro è dire “questo è il
mio corpo” o “manda il tuo Spirito” come affermazioni
sfuse, altro è dirle con la forza di una liturgia sacramenta-
le: le cose cambiano assai. E qualcosa che si capisce molto
di più in forza dell’esperienza che su base teorica. Le pa-
role diventano performanti, operano ciò che predicano.
Questo è l’aspetto più nobile e straordinario. Ma non è
il solo. Come già detto, la Parola di Dio ha una forza para-
digmatica: oltre a poter operare ciò che dice, funge da pa-
radigma. Cioè?
Un paradigma è l’essenziale della struttura verbale che
necessita di coniugazione per diventare linguaggio. Fero,
fers, tuli, latum, ferre. Un incubo della nostra età scolare.
Mentre non ci inoltriamo nello scandaglio filosofico di
cosa sia un paradigma — non si può portare troppo oltre
il mal di testa del lettore — ci basta focalizzare che il pa-
radigma — che viene da un verbo greco che significa mo-
strare, presentare, confrontare — è lo schema di una com-
ponente verbale che deve essere coniugato, come già det-
to, secondo le regole della lingua. Ossia, nel nostro caso: la
Parola di Dio cerca un coniuge: la mia esistenza.
Quando io accolgo di coniugare un evento delle Scrit-
ture con la mia vita, scopro che si dischiude una potenza
straordinaria, ed inizio a ritrovarmi dentro l’opera di Dio,
inizio a scoprire di essere una declinazione della sua Pa-
rola7.
Leggo, ad esempio, la storia della donna affetta da per-
dite di sangue nel quinto capitolo del Vangelo di Marco e
sospetto un paradigma di guarigione delle ferite del
mondo intimo-sessuale-affettivo. E provo ad applicarlo.
Con l’attuale Madre Badessa del convento delle Agosti-
niane dei SS. Quattro, in Roma, Madre Fulvia, amica cara,
provammo questo testo per accompagnare le ragazze in
discernimento. Efficace, illuminante. Era il 2012. In se-
guito, con l’aiuto di altri collaboratori, è divenuto il per-
corso sulla guarigione affettiva.
Questo tipo di azione, logicamente, non può essere
fatta a casaccio, improvvisando. Ci vuole una triangola-
zione fra realtà, fedeltà al testo, e il torrente della tradi-
zione della fede cristiana, per cui con i piedi ben saldi nel
quotidiano e un’analisi onesta e fedele del testo, si prova
ad accogliere — non inventare — il latente paradigma
concorde con la fede che, se confermato da un concerto di
segni che si dischiudono provvidenzialmente, in un atto di
preghiera e di fede - non certo per una banale “tecnica” -
diviene la luce per muoversi nella realtà. È un lavoro di
accoglienza molto più che di creatività.
È la grazia ricevuta insieme ai giovani con cui iniziavo
il mio ministero, tanti anni fa, nel contemplare le Dieci
Parole, o i Sette Segni del Vangelo di Giovanni. Il paradig-
ma esistenziale sta lì, non bisogna forzare il testo, ma si
trovano mille sinfoniche conferme nella storia della fede
cristiana, nell’Incarnazione e nella Pasqua del Signore
Gesù soprattutto, e quindi nei primi Concili, nei testi dei
Padri, nella fede dei santi, nel magistero della Chiesa. E ci
si muove secondo una naturalità che sa di opera di Dio.
Senza forzature.
Ed è più o meno questo quello che faremo anche ora.
Ci mettiamo alla scuola del paradigma della creazione se-
condo la prima pagina della Bibbia, per intendere il se-
greto del ricominciare daccapo. Leggeremo nello stesso
tempo il testo biblico e noi stessi, e cercheremo di carpire
il tesoro, lo schema, la filigrana del rimetterci in piedi, del
far ripartire la nostra vita. Come lo hanno fatto tanti cri-
stiani prima di noi e in comunione con loro, cui vale la
pena di chiedere l’intercessione dal cielo.

E il discernimento?

Una nota essenziale: per discernimento non si intende


capire se uno si deve sposare o fare prete, per carità di
Dio. Quella è una fase seconda di una esistenza che è già
impastata nella comunione con Dio — che disastro che
stiamo facendo a non fare questa distinzione!
Per discernimento intendiamo quella dinamica che
guida interiormente colui che vive al cospetto del Signore,
come il Signore Gesù sta al cospetto del Padre 8 . È
l’orientamento profondo dell’essere. Non è una scelta
singola, sussiste in tutte le scelte. Si rivela nelle scelte, ma
non consiste nelle scelte per se stesse. E la pasta della vita
nuova che il Signore Gesù ha inaugurato nella carne u-
mana.
Un gatto è sempre un latente predatore, e quando
svolge l’attivit{ predatoria è semplicemente se stesso; un
cane è un latente segugio, e quando fiuta e punta non è
un’attivit{ “speciale”, è la sua propria attivit{.
Un figlio di Dio non ha discernimento sulla volontà di
Dio perché ha letto un libro o perché si è sentito centinaia
di catechesi, ma perché “fiuta” il Padre nelle cose, visto
che lo conosce. Il discernimento non è una abilità.
È un’identit{ redenta messa in atto, è la relazione da
figli con il Padre che diventa sensibilità, occhio acuto, o-
recchio intonato.
Ciò premesso, potrebbe sembrare che l’argomento del
discernimento evocato nella lettura della Creazione sia un
tema eterogeneo, collaterale, magari messo dentro per
non so quale strategia. No. In quella naturalezza di cui si
parlava sopra, quando ci si avvicina ad un testo e lo si ri-
spetta, questo emette i suoi tesori.
L’idea di affrontare questo testo, va detto, è partita per
la via migliore di tutte: la comunione con i fratelli. Per il
mio ministero di direttore del servizio alle vocazioni della
Diocesi di Roma ho dovuto ingaggiare la felice sfida di
mettere insieme i preti e fare delle cose in collaborazione.
Negli anni 2012-2014, assieme ai sacerdoti responsa-
bili di alcune parrocchie romane — che costituiscono la
dodicesima prefettura della Diocesi — abbiamo organiz-
zato dei corsi per giovani di felice esito, vivendo fra noi
dei gioiosi momenti di condivisione.
Dovendo fare un terzo corso di educazione alla fede
per i giovani, dopo quello sui primi strumenti del discer-
nimento e quello sulla guarigione affettiva, ad uno di loro,
don Paolo Iacovelli, venne l’idea dell’Esamerone, come lo
chiamò lui, ossia i sei giorni della creazione come traccia
di lavoro; fu un’avventura sorprendente, perché il testo ci
si portò via con una vitalità oltre la nostra aspettativa.
Ci trovammo di fronte ad una strutturazione assai
precisa; nell’approfondimento fatto poi nella scuola di vi-
ta del primo venerdì del mese nella parrocchia di San
Marco di cui era parroco l’attuale Vicario per la Diocesi di
Roma, Mons. Angelo De Donatis, il testo gridò la sua sa-
pienza efficace per ristrutturare e far ripartire la vita di
molta gente. Apparivano degli esercizi semplici, che per-
mettevano di rimettere in ordine la vita spirituale, e si
ponevano naturalmente le basi per iniziare a crescere nel
rapporto con il Signore.
Come vedremo in seguito, sono temi essenziali, messi
in un ordine semplice e sapiente. Ed è ovvio che sia così,
perché, come abbiamo visto, il testo stesso è dotato
dell’intenzione di riprendere possesso delle radici buone
della vita, perché vuole dare voce all’origine del tutto,
come la descrizione della filigrana buona della realtà.
Vuole descrivere il genoma della vita umana e cosmica, e
di conseguenza svela la mappa della fedeltà alla vita.
Si pone come paradigma naturale di ogni inizio, perché
contiene l’inizio di tutto.
E se guardiamo alla sua materialità, è raro trovare
tanto ordine, tanta equilibrata suddivisione. Il testo del
primo capitolo della Genesi ha un ritmo solenne, liturgico,
maestoso. Si ripete piacevolmente, suona bene, trascina
con una evidente crescita fino alla comparsa dell’apoteosi
del creato, l’uomo, maschio e femmina splendidamente
paritari e complementari, con tutte le loro prerogative
belle, dignitose, nobili.
È il cammino verso questo uomo, dal nulla verso il re-
cupero della sua dignit{, verso l’essere se stesso, celebra-
to da un popolo umiliato, che sta capendo quanto ha
sperperato.
È il cammino del figlio prodigo verso il padre, è il
cammino di Saulo verso Damasco, di Agostino verso la
salvezza, di Francesco verso la povertà, di Ignazio verso il
discernimento degli spiriti. E tantissimi altri.
Dalla desolazione alla nobiltà, alla bellezza, alla fecon-
dità.
È il protocollo della vita buona.
Ma questa vita non la descrive solamente, molto di più;
ne indica il fondamento e la strategia di costruzione.

Avrò intrigato il lettore? Speriamo. A me fa un mondo


di bene ripercorrere questa strada verso la luce e verso la
distinzione fra il buono e il molto buono. Perché è la co-
noscenza e il ricordo del bello che dà discernimento. E
conoscere il Padre, il Figlio suo Gesù Cristo e lo Spirito
Santo datore di vita, ed essere all’interno del loro rappor-
to, che consegna le chiavi del discernimento.
Se conosci un vino buono, il cattivo non lo vuoi più. Se
conosci la sincerit{, l’ipocrisia ti d{ imbarazzo. Se conosci
la bellezza, la mediocrit{ ti urta. Se conosci l’amore, il
peccato non ti sta più simpatico.
E li distingui.
Una postilla vitale, anzi due

Una cosa va chiarita, come un incoraggiamento e non


come una tassa: non si può vivere appieno tutto il dina-
mismo in cui entreremo senza ciò che chiamiamo pre-
ghiera. Questo libro darà dei piccoli consigli, man mano
che si dipanerà, e questi non sono astratti, ma dialoghi da
fare con Dio.
Il viaggio che affrontiamo non è una banale tecnica. Se
uno volesse sgraffignare tale mediocrità da questo libro,
sprecher{ un’occasione. Il discernimento, anche quello
iniziale, ripetiamolo, si fa in dialogo con il Signore, perché
il discernimento non è un’abilit{, è una relazione.
L’attivit{ che sta a monte di tutto, quel che abilita le
cose di cui parleremo, è descritta così:

«Invece, quando tu preghi, entra nella tua camera,


chiudi la porta e prega il Padre tuo, che è nel segreto;
e il Padre tuo, che vede nel segreto, ti ricompenserà»9.

La roba di cui parleremo in questo libro implica che si


provi ad entrare nel proprio segreto, nel proprio intimo,
nella propria “stanza”, e che si “chiuda la porta”, ossia che
ci si procuri una zona in cui non ci sia accesso ad altro, in
cui si chiuda fuori il mondo, e che si parli con Colui che è
nel segreto.
Questo viaggio - perché non sia un libro ma
un’esperienza - implica che si stia con il Padre che genera
quel tipo di vita che abbiamo visto in Gesù di Nazareth.
Ricominciare in realtà vuol dire essere rigenerati. Ci vuole
un Padre. Non si fa. Si riceve.
E perché divenga Padre nostro dobbiamo lasciargli
compiere il suo mestiere di Padre. E quindi lasciarci lavo-
rare da Lui. Stare con Lui. Lasciarlo operare.

La seconda postilla è che tutto quello che personal-


mente, magari attraverso le semplici indicazioni che ver-
ranno date, si arriva a capire, non può essere preso per
sicuro se non dopo averlo sottoposto ad uno sguardo sa-
piente. Ci vuole una guida, un confessore, un cristiano si-
curamente più avanti nella fede di noi per verificare se
non stiamo cadendo in una trappola, e per oggettivare in
un dialogo quanto corre il rischio di essere un fuorviarne
monologo. Questa notazione è assolutamente imprescin-
dibile. Se non ci si confronta con qualcuno quanto si andrà
capendo, il rischio di autoinganno è notevole.
Diceva san Bernardo da Chiaravalle:

«qui se sibi magistrum constituit,


stulto se discipulum facit»
«chi si fa maestro di se stesso,
si fa discepolo di uno stolto».
GIORNO PRIMO
Il dono delle prime evidenze

C’è sempre molto più da riconoscere che da conoscere

«In principio Dio creò il cielo e la terra.


La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano
l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque.
Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.
Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce
dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò
le tenebre notte. E fu sera e fu mattina: giorno primo»10.

Bisogna resistere alla tentazione di spiegare l’universo


di cose nascoste in queste poche frasi. Questo primo pa-
ragrafo si meriterebbe almeno una cinquantina di pagine
tutte per lui11... Non si può fare! Va ricordato il nostro
compito: leggere questo testo come paradigma per un
percorso esistenziale e spirituale di rigenerazione e di-
scernimento. Dobbiamo limitarci a questo, che, come ve-
dremo, è già una sfida enorme. Vedremo che il primo
giorno ci prenderà più spazio di altri. Dobbiamo porre le
basi.
Frustrando mille curiosità e la voglia di spiegare tante
cose belle e profonde, come dice il Vangelo di Luca: «non
fermatevi a salutare nessuno lungo la strada»12, dobbiamo
andare diritti e non disperderci.
E allora: come ci “morde” il testo? Come ci impatta?

«In principio Dio creò il cielo e la terra»13.

All’origine di tutto c’è un Altro. Le cose non iniziano da


noi.
È la prima essenziale affermazione. Non siamo noi
quelli che intavolano la faccenda. Le cose le troviamo fat-
te.
Un Altro le dispone. Non dettiamo noi le condizioni di
partenza. Le cose non sono secondo un nostro piano. La
realt{ non ci obbedisce. Noi entriamo sempre “in corsa”, a
partita iniziata.
Per ricominciare, questo è il primo spigolo contro cui è
salutare sbattere: si parte dalle cose come sono, e non
come “dovrebbero essere”.
La sapienza non consiste in una teoria in cui far entra-
re a martellate le situazioni. Uno si ritrova in mano la re-
alt{ e l’unica strada intelligente è accoglierla.
Ecco che mi tocca fare un esempio usato migliaia di
volte: il miglior cuoco non è quello che fa il piatto preli-
bato sulla base dei dovuti ingredienti, ma quello che apre
il frigo e si inventa una cosa intrigante sulla base di quello
che ci trova. Quella è arte vera. Accogliere le situazioni,
assecondare la venatura delle cose, valorizzare il verso
della vita. Non remargli contro, ideologicamente.
Il problema è che ci sono due creatori: Dio Padre e la
nostra testa. Uno crea la realt{, l’altro la pretende. Ma se
veniamo da un errore lo dovremmo sapere: tutti gli errori
della nostra vita - e ripeto questa affermazione apodittica,
proprio tutti — vengono almeno in piccola parte da que-
sta cantonata: non aver rispettato le cose per come sono.
Non aver avuto i piedi ben piantati nella realtà.

Il capo ha sempre ragione

La vita, per quanto dia fastidio accettarlo, è una partita


a tennis dove non sono mai di servizio. Batte sempre un
Altro. La palla della realtà mi arriva con il suo spin e la sua
direzione, che è quella che è.
È il primo benefico trauma per ricominciare, o per co-
minciare per bene: obbedire alle cose per come sono. Sto
dove sto. Ho combinato quel che ho combinato. Mi è suc-
cesso quel che mi è successo. Si riparte da qui dove sono.
E identifico uno dei miei nemici più pericolosi: le mie
pretese. Le mie aspettative.
Da dove partire: dal rifiuto o dall’accettazione? Se
qualcosa fuori andrà modificato, è sempre solo perché
qualcosa è cambiato dentro. «Non c’è nulla fuori dell’uomo
che, entrando in lui, possa renderlo impuro. Ma sono le cose
che escono dall’uomo a renderlo impuro»14.I problemi più
amari sono quelli che nascono dagli atteggiamenti sba-
gliati. E i veri errori sono quelli: gli atteggiamenti.
Partiamo con un primo, semplice consiglio. La ricetta
dice: un bel respiro e... deglutire le cose accadute.
E successo qualcosa. Sto in un punto della mia vita.
Forse non è il migliore tratto della mia esistenza. Potreb-
be anche essere il peggiore... Meglio de-assolutizzare il
mio atteggiamento, la mia visione delle cose. C’è qualcosa
di più grande di me e della mia impotenza. C’è un Padre
che è il Creatore. Le cose sono due: aprirsi a Lui o sclero-
tizzar- si nell’amarezza, nello scoraggiamento. O peggio
ancora nell’illusione alla Rossella O’Hara in Via col ven-
to15.
L’Israele che scrive questo testo è nell’umiliazione del
post esilio, viene da secoli di cose più o meno fatte male. E
non tace tutto ciò. Lo chiama per nome in modo consono
al contesto:
«La terra era informe e deserta e le tenebre ricoprivano
l’abisso e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque»16.

Una serie di testi profetici si collegano a questa descri-


zione, per lo più deprimente, del punto di partenza della
creazione, e sono il motivo sostanziale per datare il con-
testo vitale in cui il testo viene scritto17.
Una situazione sconnessa, tenebrosa, deforme, deso-
lata. La terra è: “informe e deserta”. Un’endiadi18 pre-
gnante. Siamo in uno stato disordinato. Il suolo non ha
forma, è desolato e coperto di tenebra, e come capiremo
meglio nel secondo giorno, è persino inondato di acque.

Fratello caos

Tocca aprire una preziosa parentesi, tassello essen-


ziale della nostra avventura. Il caos, appunto. Dio Padre
crea il mondo e la cosa inizia come abisso e desolazione.
Una lettura di basso livello passata per cristiana vuole che
questo sia lo schema dell’opera di Dio: lo stato di chaos (in
greco vuoto, voragine) che viene trasformato in kosmos (in
greco ordine, da cui la parola cosmetico ovvero ciò che
rende ordinato, bello), e la descrizione sarebbe proprio il
nostro testo, le prime frasi della Genesi. Alcune volte,
fremendo, questa roba l’ho sentita ripetere da alcuni pre-
dicatori. Se non fosse che questo è, fra gli altri, Esiodo
nella sua Teogonia19, non la Rivelazione del Dio di Gesù
Cristo.
Il testo, va ammesso, presterebbe il fianco. Perché sa-
rebbe la Parola di Dio, che inizia ad essere emessa e va
avanti creando con la sua potente dizione, e che trasforma
l’abisso in ordine.
Non sono in grado di mostrare come questa logica non
corrisponda alla lettura patristica che ha ben altro tenore
e differentissimi parametri.
Ma l’idea latente che va rifiutata è quella che combina i
tre elementi chaos-parola-kosmos, ossia: il mondo parte
nel disordine, e Dio per mezzo della sua parola lo porta
all’ordine e alla bellezza. Il logos (che in greco vuol dire
parola) è il fulcro di questa cosmesi del caos.
Uno potrebbe dire: vabbè. E cosa c’è di grave?
Semplice: anzitutto non si capisce perché il mondo Dio
prima lo metterebbe giù nello stato di sfascia-carrozze e
poi si metta a dargli ordine. Perché non farlo direttamente
bello, che si fa prima? E già questo non quadra molto.
Ma più sottile è che l’artefice di questo passaggio sa-
rebbe il logos, la logica, il ragionevole. Il mondo, quello
bello, quello fatto bene, sarebbe quello logico, comprensi-
bile.
Il caotico, l’illogico, sarebbe il mal fatto, l’erroneo.
Stia bene attento il lettore a quale è il livello in cui ci
muoviamo: non è quello filosofico. Sto parlando invece di
una mentalità, un modo di vedere le cose: che quel che è
ben fatto è ciò che è logico, lineare, comprensibile.
C’è un problema. Che un matrimonio è un evento cao-
tico. Fare il prete è un evento caotico. Lavorare è un e-
vento caotico, crescere un adolescente è un evento im-
prevedibile, andare in vacanza ha una dinamica illogica,
tenersi un anziano in casa scardina la vita, una fraternità
cristiana, o semplicemente umana, è roba disordinata, una
malattia ti arriva addosso senza senso, fare un figlio è di-
sordine puro. Una giornata non va mai come la pensi. Le
cose non sono mai come “dovrebbero” essere.
Il mondo è caotico. Resta tale. La croce di Cristo è stol-
tezza e scandalo20. Io sono caotico. Nasco povero, insuffi-
ciente. E resto tale per tutta la vita.
E invece: tutti ad aspettarsi un qualche ordine, una
qualche reale regolarità, e si passa il tempo a mettere giù
la vita su carta millimetrata, pianificando, predisponendo,
come fosse un oggetto domabile.
E tutti a cercare il demiurgo, un santone, un’idea, uno
zero ortogonale che rimetta tutto finalmente a posto.
Quale aguzzino ci ha piantato nell’anima il bisogno di
capire tutto e di pensare male di quello che non capiamo?
Quale cattivo despota ci ha costretto a torturare noi stessi
perché siamo vuoto, siamo caos, aspettando inutilmente il
giorno logico e comprensibile? Il giorno in cui tutto è in
ordine, tutto è a posto.
Siamo ancora in attesa del mondo regolare, simmetri-
co, ordinato. Non pervenuto.
La simmetria in natura non esiste. Neanche i cristalli
più perfetti sono veramente simmetrici. La simmetria è
una esigenza della nostra voglia di incasellare il reale.
Le donne rincorrono quei 4-5 anni di apparente pre-
sentabilità fisica e la mimano per tutto il resto della loro
esistenza - spesa nella fatica cosmetica. “Cara, ti ho fatto
una sorpresa, scendi subito che usciamo.” - “Subito?! Ma
quando mai?! Qui bisogna ricostruire tutto. Ma che ne sai
tu...”.
Vagli a dire ad un maschio che tutti hanno un occhio
più grande e uno più piccolo, e una donna li deve rimet-
tere pari ogni volta che si trucca. La simmetria costa fati-
ca. I lineamenti regolari non esistono.
Metti a posto le cose. Non finisci mai. Un giorno dovrai
capire che bisogna «lasciare che i morti seppelliscano i
loro morti»21 se vuoi iniziare a capire qualcosa del Regno
dei Cieli.
Cristo nasce in una situazione caotica, nemmeno c’è
posto per lui nell’alloggio, viene minacciato da un re e
deve passare i primi anni della sua infanzia come sfollato
in Egitto. Qualcosa non quadra.
Una volta un ragazzo mi raccontò del suo primo giorno
di scuola. La maestra gli diede da fare a casa una pagina di
cerchietti. Tornato a casa, entusiasta mangiò di corsa e si
mise tutto fiero a “fare i compiti”. Sulla prima pagina del
suo quaderno fece un cerchietto. Non era ben fatto. Lo
cancellò. Lo rifece. Non andava. Lo cancellò. Lo rifece. Non
era perfetto. Lo cancellò. Lo rifece...
Lo strapparono dal quaderno che era sera. Aveva bu-
cato il foglio. Quel ragazzo aggiunse: «è tutta la vita che
sto facendo quel cerchietto».
È tutta la vita che attendiamo di aver messo a posto le
cose. È tutta la vita che ci manca qualcosa per arrivare. E
tutta la vita che aspettiamo di essere pronti per partire.
Ci manca un pezzo. Da sempre. Da sempre insoddisfat-
ti, storti, impresentabili.
Caotici.
E non lo accettiamo. Prima o poi, con tutta la gente che
mi arriva addosso, lo troverò colui che mi ha torturato da
quando sono consapevole: quello “normale”. Vi chiamo e
gli meniamo tutti insieme, sto disgraziato.
E tutta la vita che non mi sento normale e che incontro
gente che non si sente normale. Come è una persona
“normale”? E che ne so? Mai vista una.
Tutti arrabbiati con se stessi, con gli altri, con il mon-
do, alla fin fine con Dio. Perché non ha fatto le cose a qua-
dretti. Siamo tutti cerchietti mal riusciti.
Ma in fisica il caos, curiosamente, non è uno stato sen-
za ordine, ma con un ordine così alto da non potersi im-
brigliare nelle nostre matematiche. Ci sono sistemi fisici
che presentano una realtà di dinamica esponenziale ri-
spetto alle condizioni iniziali. Sono sistemi presieduti da
leggi deterministiche, eppure appaiono con empirica ca-
sualit{ nell’evoluzione delle variabili dinamiche. Questa
condotta casuale è solo apparente, perché si manifesta nel
momento in cui si confronta l’andamento temporale a-
sintotico di due sistemi con configurazioni iniziali che
sono solo arbitrariamente simili tra loro.
Gente! Che figuroni che si fanno con Wikipedia! Beh,
l’ho un bel po’ parafrasato e semplificato. Qualcosina mi
ricordo di quando ascoltavo a bocca aperta il mio papà,
mio vero unico professore di fisica.
In soldoni: come se cercassimo di capire la logistica
globale di tutti i sistemi necessari per lanciare, tenere in
orbita e far tornare una navicella spaziale a partire dalla
struttura organizzativa di un cavatappi. Noi ragioniamo
come se stessimo usando un cavatappi (talvolta neanche
capendo bene come funziona), e giudichiamo la realtà
universale, un milione di volte più complicata del sistema
organizzativo di una nave spaziale.
E mentre conosco perfino gente che usa male un cava-
tappi — sbagliando leva - noi tutti guardiamo la realtà e
valutiamo: è mal fatta, non funziona.
(Con poco successo da adolescente ho tentato di spie-
gare più volte a mia madre che la mia stanza corrispon-
deva al concetto fisico di caos. Una simmetria secondo un
ordine superiore. Non la trovavo molto convinta...)
Ma perché indugiare su questo punto? Perché per ri-
cominciare si inizia dal caos. Dall’accettare di essere
sbreccati come una tazza vecchia. Di non essere simme-
trici. Di aver perso già dei pezzi, pure se si è molto giova-
ni.

«Era nel mondo e il mondo è stato fatto per mezzo di lui;


eppure il mondo non lo ha riconosciuto.
Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto»22.

Quando Gesù venne, le cose non le trovò simmetriche.


Entrò nel piano del Padre che non è un cavatappi. È il mi-
stero nascosto nei secoli. Possibile che per portare la vita
nuova, la vita di Dio all’uomo, fosse opportuno passare
per le cose storte? Per il rifiuto? Per il malinteso? Per la
persecuzione di un re pazzo come Erode? Per la gelosia di
quattro sacerdoti mediocri? Per gli schematismi piccoli
piccoli di maestri ipocriti come i farisei?
Ripetiamo il primo consiglio: deglutire il reale. Acco-
glierlo. Smettere di farci a botte. Accogliere di essere vivi
e poco altro.
Accogliere che non cominciamo risolti. Non partiamo
già a posto. Salpiamo da poveri. Decolliamo con assetto
storto. Con le mani vuote e senza vanti da accampare. E
così che si inizia. Nella dottrina cristiana si parla di “creatio
ex nihilo”. Dal nulla.
Da lì si parte.

La prima vocazione

«... e lo spirito di Dio aleggiava sulle acque»23.

Su quell’abisso inondato il “vento” di Dio aleggiava. In


ebraico la parola aleggiava è merahefet ed è una parola
interessante: è l’atto del covare. Come un uccello cova le
sue uova. Lo Spirito di Dio covava l’abisso. Custodiva dei
cuccioli che dovevano arrivare.

Il problema è che prima di capire quel che va fatto,


ammesso che qualcosa vada fatto, prima di capire qual è il
nostro compito, quand’anche la nostra vocazione, do-
vremmo aver accettato la prima vocazione: vivere. Non è
poco. Qualcuno ci ha covati, ha pensato che ci dovessimo
essere. Ha preparato il nostro irrompere nella vita.
Quante volte, aiutando i ragazzi e le ragazze a fare di-
scernimento sulla volontà di Dio per loro, ho sbattuto con
un “no” inconsapevole ma granitico, una negazione
d’acciaio, un nodo stretto stretto. Non aver accolto di vi-
vere. L’attivit{, anche ecclesiale, il servizio, il volontariato,
usati come narcotico di un dolore profondo, quello di sen-
tirsi indegni di vivere. La vita come una cosa che non ci
meritiamo.
Quante volte nel mio ministero mi è arrivata dentro
una fitta dolorosa, come quella di una madre che scopre
che la sua bimba si sente sbagliata, brutta, che si pensa un
errore, un dolore che strazia. Penso mi arrivasse da tanto
lontano, dal cuore di Dio. Un padre che vede il figlio auto-
distruggersi, disprezzarsi, e non riesce a fargli capire
quanto sia prezioso.
Se qualcosa ho gridato, con tutto il fiato, nel mio mini-
stero, in tutti questi anni, era questo: tu sei una cosa bella!
Tu sei una cosa importante! E tante volte l’ho gridato in
mezzo al baccano della disperazione, della rassegnazione,
di una remissività da battaglia persa in partenza. Cercan-
do di sovrastare il frastuono interiore della tendenza alla
resa incondizionata.
Come api che rinuncino al proprio miele, come musi-
cisti che buttino via i loro strumenti, tanti ragazzi, e non
più ragazzi, sono già convinti della propria inutilità. Ah!
Che dolore! Tu stai lì e come davanti ad un bimbo infelice
non sai come farlo sorridere.

«Tu infatti ami tutte le cose che esistono e non provi


disgusto per nessuna delle cose che hai creato; se avessi
odiato qualcosa, non l’avresti neppure formata. Come
potrebbe sussistere una cosa, se tu non l’avessi voluta?
Potrebbe conservarsi
ciò che da te non fu chiamato all’esistenza?
Tu sei indulgente con tutte le cose, perché sono tue, Si-
gnore, amante della vita»24.

Amante della vita! Che chiama all’esistenza.


Ma ad una chiamata si può dire di no? Inevitabilmente.
Altrimenti avremmo a che fare con obbligo, e non sa-
remmo persone ma meccanismi.
Infatti il castello della nostra de-sintonia dalla vita è un
castello espugnabile solo dall’interno.
Nati senza un nostro placet, la vita che Dio ci ha dona-
to come un cagnolino ci scodinzola attorno chiedendoci
mille volte: mi ti prendi? Dài! Dimmi di sì!
Può essere che non ci siamo presi la briga di dirlo,
questo sì. Solo noi lo possiamo dire. Dio non ce lo può
imporre.
Ho visto poveri, in Africa o nelle Filippine, entusiasti di
vivere, e magari mangiavano di rado. E ho visto svedesi,
inglesi, olandesi, tedeschi grigi, autodistruttivi, intontiti di
narcosi.
E romani sgonfi. Ma come può essere? Come ci posso-
no essere romani privi del tratto essenzialmente romano
del carattere? Invidiabile, splendido: un benedetto mene-
freghismo. Il sopracciglio alzato di sufficienza in direzione
dell'Impero, del Vaticano, del rinascimento, dello stuc-
chevole barocco, del risorgimento, di tutto. Ma come si
può perdere quel divertito distacco, quella inamovibilità
dal proprio assetto che fa dei romani gente sicura di so-
pravvivere alle cose? E quanto hanno ragione. Ottimi in-
cassatori, voltano pagina comunque. Quanta povera gente
in tutto il mondo conosce questa arte che ha nel fondo
una luminosa, meravigliosa verità: sono vivo, e non è po-
co.
Siamo vivi, e non è poco. Tante volte basta e avanza.
Fattelo bastare, che il di più viene dal maligno!
Ho visto bimbi con vite condizionate da malattie essere
un urlo di vitalità, e gente bella come il sole e dotata come
una cascata, incartata con sigilli di piombo.

Bisogna prendere quel dolore sordo, fatto di delusio-


ne, intessuto di delegittimazione, e metterlo ai piedi di un
Crocifisso, consegnarlo a Colui che ha pensato che la no-
stra vita valesse la Sua.
Per ricominciare bisogna pensare che si abbia il diritto
a farlo.
E noi, se ci guardiamo bene dentro, non sappiamo co-
me accordarci questo diritto, come darci questo “ok”.
Ma c’è Uno che crede che questo sia giusto.
Guardo Cristo e mi chiedo: ma che ci trovi in me per
morire per me? Sta lì e lo fa. Resta lì, perché lo ha già fatto.
Cristo mi ha amato prima delle mie opere. Il Padre lo
ha dato per me.
Prima che ricominci, prima di fare il passo giusto, sono
una cosa giusta. Neanche Giuda si doveva ammazzare. Il
suo suicidio è stato il suo peccato più grande. Non doveva
sopprimersi. Poteva ricominciare, benedetto Dio, sì, po-
teva ricominciare! Chiunque può ricominciare. Perché
siamo vivi.
E questo è volontà di Dio.

Il primo passo

Dire di sì al fatto che ci siamo e non sorprendersi che


si parta dal caos. Darsi il diritto, perché ci è accordato
dall’alto, di ricominciare, anche se siamo molto poveri.
E poi?

«Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu.


Dio vide che la luce era cosa buona e Dio separò la luce
dalle tenebre. Dio chiamò la luce giorno, mentre chiamò
le tenebre notte»25.

Ci siamo. Qui si parte. Prima ancora di godere della


parola che Dio dice, notiamo che subito segue una prima
separazione. In questo testo di separazioni, di distinzioni,
ce ne saranno molte. Per questo è un testo utilissimo per
iniziare il viaggio del discernimento.
Qui si distingue la luce dalle tenebre, e vengono chia-
mati “giorno” e “notte”. Perché dare il nome? Questo atto
che vedremo ripetuto altrove, appare qui come espli-
citazione di che cosa? La prima parola di Dio è: «Sia la lu-
ce!». Che è una cosa buona, una cosa da distinguere, la si
chiama giorno e va distinta dalla notte. La luce, va notato,
è l’assoluto dell’universo: Einstein si fonder{ sulla veloci-
t{ della luce come costante per stabilire l’energia sulla
base della variabile della massa per la sua celeberrima
equazione...
La luce è buona. In ebraico il termine tov - buono, co-
me già accennato, vuol dire: il bello, il buono, il giusto e
tutto il portato del positivo.
Sentiamo san Paolo:

«Un tempo infatti eravate tenebra, ora siete luce nel Si-
gnore. Comportatevi perciò come figli della luce; ora il
frutto della luce consiste in ogni bontà, giustizia e verità.
Cercate di capire ciò che è gradito al Signore. Non parte-
cipate alle opere delle tenebre, che non danno frutto, ma
piuttosto condannatele apertamente. Di quanto viene
fatto da costoro in segreto è vergognoso perfino parlare,
mentre tutte le cose apertamente condannate sono rive-
late dalla luce: tutto quello che si manifesta è luce» 26.

Luce e tenebre possono essere intese in molte chiavi,


ma è chiaro che questa è una linea tipicamente biblica: la
luce è il buono, il valido. Essere figli della luce vuol dire
viaggiare verso frutti belli, arrivare a cose belle. E le te-
nebre vanno apertamente denunciate come tali. Mentre
bisogna «cercare di capire ciò che è gradito al Signore».
Ripetiamo: questi si chiamano giorno e notte.
San Paolo, in un altro passo, ci aiuta a capire meglio:

«Ma voi, fratelli, non siete nelle tenebre, cosicché quel


giorno possa sorprendervi come un ladro. Infatti siete
tutti figli della luce e figli del giorno; noi non apparte-
niamo alla notte, né alle tenebre. Non dormiamo dun-
que come gli altri, ma vigiliamo e siamo sobri. Quelli
che dormono, infatti, dormono di notte; e quelli che si
ubriacano, di notte si ubriacano. Noi invece, che ap-
parteniamo al giorno, siamo sobri, vestiti con la co-
razza della fede e della carità, e avendo come elmo la
speranza della salvezza»27.

Il giorno e la notte, quindi, sono quel che va fatto e


quel che non va fatto. Il giorno è lo spazio dell’attivit{, la
notte è la zona delle cose da cui astenersi. E subito va ag-
giunto che tutto il nostro viaggio starà sotto questo «Sia la
luce!». Quel che è giorno è ciò che dovremo abbracciare, e,
per quanto ci sia possibile, allontanarci da quel che è not-
te. Gesù, per spiegare perché fa una cosa che i discepoli
non condividono — quando decide di tornare in Giudea
malgrado i rischi di essere ucciso (e losarà) - dice:

«Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cam-


mina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di
questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui»28.

Sta parlando della sua missione. Due capitoli prima


dice infatti:
«Bisogna che noi compiamo le opere di colui che mi ha
mandato finché è giorno; poi viene la notte, quando
nessuno può agire»29.

Il giorno è quindi la missione. La notte è ciò che è fuori


dalla nostra missione.
Camminare di giorno vuol dire non inciampare.
Una delle cose che, sulla mia pelle, ho dovuto imparare
con dolore, e che non mi stanco di ripetere: l’opera in cui
il nemico della natura umana - come lo chiama
sant’Ignazio di Loyola — è più pertinace, non è quella di
farci fare il male. Chi la pensa così è all’et{ della pietra
spirituale. La sua opera fondamentale è non farci fare il
bene. Che è diverso assai.
Non è importante per la tenebra farci fare cose cattive.
Di per sé non è lì il punto. Vedremo meglio questo nel
quarto giorno, ma va detto che l’importante per il padre
della menzogna è che noi restiamo lontani dal nostro
giorno, dalle nostre opere, dal bene che ci spetta e che
sono le nostre dodici ore di attività benedetta. Per cui,
anche con cose innocue o magari eticamente lodevoli,
l’importante è: farci perdere tempo.
Una vita di perdite di tempo. Una vita di dilazioni delle
cose veramente “nostre”.
La prima cosa da dire a tante persone è: il giorno è il
giorno e la notte è la notte. Quanti uomini e donne passa-
no nottate a pascolare davanti alla televisione, o giornate
spese in stupidaggini. Quante perdite di tempo!
Il giorno è il giorno, e di giorno si lavora, di notte prin-
cipalmente si dorme. Sembra normale eppure tanta gente
non lo fa. Le persone si fanno strappare il tempo da insul-
saggini; e controlla le news, e traccheggia30 su internet, e
la mail, e facebook, e twitta la cretinata, e whatsappa la
barzelletta, e dibattiti televisivi all’una di notte, ma magari
a tuo figlio non hai raccontato una storia per farlo addor-
mentare perché non avevi tempo, e ora stai tirando tardi
con Vespa. E cercare quel libro che non ti ricordi più dove
lo hai messo, e l’inerzia di chiacchierate inconsistenti che
ti fanno perdere un’ora di sonno per il vuoto. Il monte di
cose che puoi: a) fare tranquillamente domani, o meglio:
b) non fare proprio.
E la strada del letto che non riesci a trovare. Le mail
dell’una di notte, che non devi fare mai l’errore di inviare -
dicono che dopo le 23 si abbattono i livelli critici del pen-
siero, e quello che dici e scrivi, in genere sta fuori di qua-
dratura. Poi, il giorno dopo, la rileggi e dici: ma che ho
scritto?
Poi ci sono le notti “trasversali”, nel senso che te le
metti di traverso in pieno giorno: adesso prego ma prima
guardo un momento una cosa (e poi non preghi), o co-
minciare un discorso importante da una curiosità che non
c’entra niente, e finire per parlare solo di quello; e uscire
per prendere giusto una cosa di corsa, e tornare con due
sacchi di mercanzie; e una delle migliori: fare l’elenco
delle cose da fare, e metterci un sacco di tempo...
E che più? Ho chiesto alle coppie di miei collaboratori,
e mi hanno dato riscontro di agghiacciante dispersione
che confino nella nota sottostante per salvezza
dell’economia espositiva31.
Ma questi sono solo esempi “morbidi”. E pensare il
tempo perso appresso a tutti e sette - più uno - i peccati
capitali (sette per gli occidentali, otto per gli orientali). La
natura primaria del peccato, infatti, è la “pecca”, il man-
cante, il perso.
Una rapida carrellata permette di apprezzare quanto
tempo si perda col peccato; e se gli esempi appena fatti o
quelli in nota possono rientrare tutti nell’accidia, non va
dimenticata la vita sprecata nella rabbia - rodendosi e
magari non riuscendo a prender sonno; o nell’invidia — a
farsi i fatti altrui. E le fondamentali dispersioni con la gola
e tutte le fissazioni del benessere, paragrafo del capitolo
della gola stessa; e il buco nero degenerante della lussu-
ria. La tendenza centripeta dell’orgoglio che sfasa le cose,
e le ansie pericolose e dispersive dell’avarizia. E la tri-
stezza, ottavo pensiero maligno - che noi occidentali non
abbiamo per incompletezza di elenco, non per assenza di
attività - che ingolfa nei pensieri neri l’intelligenza, man-
dando in folle l’azione.
Il problema del peccato non è il peccato ma ciò di cui è
alternativa: l’amore. Quindi tutto il tempo passato a non
amare è notte, è tenebra. Può essere insulso, come negli
esempi precedenti, o grave, ma l’effetto è lo stesso: non
entrare nella luce.
Qualcuno ha detto che non conta se un uccellino è le-
gato ad un filo di lana o ad una catena: comunque non vo-
la.

La tentazione operativa, a questo punto, sarebbe quel-


la di mettersi a fare l’elenco delle dispersioni. Ma sarebbe
un grave errore. Così cadremmo nel solito vecchio errore:

«Nel cuore dell’empio parla il peccato,


davanti ai suoi occhi non c’è timor di Dio.
Poiché egli si illude con se stesso
nel ricercare la sua colpa e detestarla.
Inique e fallaci sono le sue parole,
rifiuta di capire, di compiere il bene»32.

Ecco appunto: non passare al microscopio la colpa, la


dispersione, perché anche quello è una perdita di tempo.
La trappola dell’autoanalisi sterile. Estrema terminazione
del peccato che parla nel cuore dell’empio. Narcisistica-
mente il peccato parla di se stesso, dando il piacere della
apparente soluzione per via di comprensione. Una volta
che il peccato lo hai identificato e descritto, lo hai solo i-
dentificato e descritto ma ti senti appagato al comando di
questa nave di spazzatura...
Qui si tratta di “capire e compiere il bene”. Cosa vuol
dire?

Sia la luce!

Dio disse: «Sia la luce!». E la luce fu. Ossia?


Pensiamo di entrare in una stanza buia (quando que-
sto percorso lo predico ai ragazzi, faccio concretamente
questa cosa) — e che qualcuno — mentre siamo al buio,
finalmente
trovi l’interruttore e azioni il circuito: si è disturbati
dalla luce che si accende ma subito dopo si vedono delle
cose, degli oggetti. Ci sono le prime cose che appaiono.
Quelle macroscopiche, quelle immediatamente visibili,
appunto.
Non vedremo tutti i particolari, non avremo un’analisi
completa, dettagliata, esauriente del luogo in cui siamo,
ma vivremo l’impatto con gli oggetti rilevanti; comparir{
la prima evidenza, cioè ciò che salta all’occhio immedia-
tamente.
Ecco, così è per la vita spirituale: non si può partire
dalle minuzie, dai particolari, dai combattimenti specifici,
dai vizi presi uno per uno, ma dalle prime evidenze.
Nella vita, sia interiore che esteriore, per lasciare che
Dio ci ricostruisca, è senza senso partire dai particolari:
bisogna partire dalle cose più macroscopiche, quelle che
si vedono appena si accende la luce.
Quella che la tradizione spirituale chiamerà anche
“'volont{ di Dio significata”: ciò che è “evidentemente” la
volontà di Dio.
La prima cosa da focalizzare per lasciarsi rimettere in
piedi dalla generosità del Padre, se siamo caduti, o per
tornare a “girare” bene e ri-sintonizzarci con Lui, deve
essere qualcosa a nostra portata, immediatamente dispo-
nibile.
Quanto segue è molto importante: ci sono cose che non
hanno bisogno di discernimento. Ci sono realtà che si pon-
gono davanti a noi come autoevidenti. Non c’è bisogno di
fare non si sa quale complicata analisi per vederle. Sono
prima del discernimento. Accendi la luce e le vedi.
Spesso sono così ovvie che uno non le prende in con-
siderazione.
Ci poniamo una santa domanda: prima di cercare le
cose che non so, quali sono le cose che già so? Cosa è già
certo? Qual è la prima certezza su cui fare perno? Qui in-
fatti non si tratta di conoscere, ma di riconoscere...
Prima di esaminarsi allo specchio, forse bisogna pulire
lo specchio, non capiti che una macchia dello specchio mi
sembri un mio problema...
Curioso: per iniziare a fare discernimento bisogna co-
minciare dall’identificare le zone di quel che c’è da acco-
gliere, quel che c’è da ammettere e quel che ci sar{ da
scoprire, che è molto meno di quanto si pensi.
Perché la cosa strana è che la luce, tante volte, c’è gi{.
La luce non è una nostra opera. E un dono di Dio. Ma
c’è qualcosa di strano in questo testo: non sta parlando
del sole. Il sole viene creato al quarto giorno. Allora di co-
sa stiamo parlando?

«Veniva nel mondo la luce vera,


quella che illumina ogni uomo.
Era nel mondo
e il mondo è stato fatto per mezzo di lui»33.

La luce vera. Quella di cui la luce fisica è solo analogia.


Qualcosa per cui siamo predisposti, perché illumina ogni
uomo. Deve venire, è la luce che illuminerà il mondo e po-
trà risplendere al buio, mentre il sole si oscurerà34. Non
avrà bisogno di sole, splenderà nelle tenebre35. Ma c’è gi{,
perché il mondo è stato fatto per mezzo di Lui.
Ci sono meditazioni straordinarie dei Padri in propo-
sito, ma poveramente aggiungo una esperienza semplice:
accompagnando vari adulti al battesimo, gente cresciuta il
più lontano possibile da preti e suore, spesso figli di ses-
santottini dogmatici, come dice Fabrice Hadjadj36, ho tro-
vato che la luce, quella vera, in questi figli del dogmatismo
ateo, c’era gi{, malgrado i genitori. Dio è generoso, tanto.
E ti passa accanto, quella volta da bimbo, quel giorno in
ospedale, quella notte non so dove. E non te lo scordi più.
Non puoi arrivare al battesimo e alla vita nuova solo su
questo, ma Dio manda le stelle comete ai pagani. Ed è
tanto bello quando gli vanno appresso. Poi dovranno tro-
vare Gerusalemme, e le Scritture, e alla fine la Madre di un
Uomo Nuovo a cui regalare tutto perché tutto ti dona. E
cammineranno per strade diverse. Ma tutto parte da
un’irruzione che non chiede fede, che è solo un regalo. È
autoevidente.
Questo è il primo giorno: la luce che arriva prima di
tutto quello che cerchi di essere. La luce di quello che sei.
Il fatto stesso che ci sei.
Abbiamo, magari piccola piccola, recondita, sepolta,
silenziosa, gentile, rispettosa, ma vera, una luce
nell’anima. Non ci basta per salvarci, perché è grazia pura,
e la grazia non si impone. Ma c’è. C’è gi{.
Mille volte ho domandato alle persone che mi raccon-
tavano storie dolorose: ma tu, veramente, al di là del ruolo
di vittima che mi hai sfoderato raccontandomi la tua sto-
ria, perché pensi che ti sia successo tutto questo? E se la
persona abbassa la maschera del ruolo che ha preso, si
possono ascoltare meraviglie.
Ricordo una donna senza una gamba fin da bimba. Non
so come riuscii a dirle che quella menomazione era una
porta aperta sul regno dei cieli, che quella era una poten-
zialit{ non un vicolo cieco, che lei poteva conoscere l’arte
di consolare se accettava di usare quella spaventosa croce
come Cristo aveva usato la sua, e che io non sapevo per-
ché Dio avesse permesso questa realtà tragica condizio-
nando tutta la sua vita, ma che c’era un segreto che il Pa-
dre le aveva detto e che lei doveva accogliere... mi erano
finite le parole. Mi guardava, contratta in volto, con occhi
sgranati. Ebbi il tempo di chiedere a Dio perdono se
l’avevo ferita o se avevo banalizzato la sua condizione,
preparandomi a chiederle scusa e... esplose. Batté il pugno
sul bracciolo della carrozzina e urlò: «Io lo sapevo! Io lo
sapevo che questa non era una disgrazia! Io l’ho sempre
saputo che questo serviva a qualcosa! Non l’ho mai detto a
nessuno, ma dentro da bambina pensavo: la mia vita un
senso ce l’ha! Non è un caso tutto questo!». In quel mo-
mento quella donna stava un passo oltre un oceano di
uomini e donne fisicamente bipedi, ma esistenzialmente
zoppi.
Come quando ti trovi davanti ad un malato allegro. E
senti che quello che lui comunica non è un banale carat-
tere positivo, ma qualcosa che è vero, punto e basta. Che
la vita è bella, e che non siamo nati per stare bene ma per
amare, e chi lo fa, chi si apre a farlo, imbrocca la strada
giusta.

La luce. C’è. Dentro. Non basta, ma c’è. Ci vuole il Si-


gnore e l’aiuto di chi Lo conosce perché splenda e ti salvi,
ma c’è.
E serve per ricominciare. Perché ho bisogno di un mo-
tivo per riprendere a camminare. Ho bisogno di un vetto-
re interiore, debbo avere voglia di cercare qualcosa che so
che c’è. E il motivo è scritto per grazia dentro la mia ani-
ma. So che non posso buttarmi via, so che non mi posso
sprecare. Questa voce combatte contro mille voci nere e
rabbiose. Ma la posso ascoltare.
È un esercizio importante, prima di passare all’aspetto
pratico: ascoltare quella voce piccola piccola ma vera.
Fermarsi - il tempo che ci vuole ci vuole — e dire a Dio
Padre: parla. Ti prego. Dimmi che mi hai creato tu. Ricor-
dami quando mi sei passato accanto e mi hai accarezzato.
E quella carezza è un semino di speranza. È la voglia di
ricominciare. È qualcosa che sorride dentro. È prima dei
peccati. Sono io, e sei tu. Che abbiamo voglia di vivere. Che
non siamo scontenti di esserci. No, non lo siamo. Che ci
percepiamo preziosi. Ed è la verità.
Se uno la lascia fluire, niente è cambiato intorno, ma la
direzione interiore è un’altra.
E allora hai uno spiffero fresco interiore di coraggio, di
voglia di riprovare.

E la luce fu!

Allora si passa al pratico: e si parte, appunto, dalle


prime evidenze. In soldoni, il concetto sarà quello del
pronto soccorso.
Quando parlo con i ragazzi che hanno fatto questo
percorso, è la prima cosa che ricordano: mammamia, le
prime evidenze! ...quanto mi sono servite! Ogni tanto mi ci
rimetto...
Spesso bisogna partire dalla cosa più banale: il corpo.
Ci sono alcuni che vorrebbero partire per chissà cosa,
chissà quale vocazione articolata, specifica, e quasi sem-
pre è primario disattivare la diffusissima attività autodi-
struttiva: ma la sera quando vai a dormire? La mattina
quando ti alzi? A che ora preghi? Come stai mangiando?
Cose elementari, ma importanti, come la cura del proprio
corpo e delle situazioni della propria vita.
E sul corpo va aperta la nota della salute. Tipo: ma
quando la fai quella benedetta visita di controllo? Quando
smetti di mangiare come un cassonetto? Quando è che ti
fai le analisi del sangue?
Poi bisogna guardare lo spazio. Alcuni stanno nel posto
sbagliato, lo sanno perfettamente, e possono spostarsi, ma
rinviano. Intanto magari si chiedono se devono partire
per l’Africa, ma basta cambiare molto meno... Altri deb-
bono mettere a posto la propria stanza. E spesso non sono
ragazzi, ma adulti. Talvolta preti. Direi che il 70% delle
persone vengono stroncate da questo rilievo. Vorrebbero
discutere l’assetto della societ{ civile o ecclesiale, ma per
ritrovare le cose nella loro camera ci vuole un rabdoman-
te.
Dico: se vuoi metterti a preparare un esame, e hai il
tuo tavolo con tre livelli diversi di scartoffie, che fai? Metti
i libri per l’esame sopra la discarica delle cose che gi{
stanno lì, o prima togli quello che hai sopra il tavolo? Fai
spazio alla tua vita, sposta le cose che non sono “vita”.
Quindi, ovviamente, si guarda al tempo. La zona cro-
nologica per fare le cose: quanto e quando fai cosa? Que-
sto tipo di analisi va fatta fra il serio e il divertito perché
ha impatto traumatico. Non bisogna scoraggiare le per-
sone. Perché se ti metti ad analizzare l’uso del corpo, del
tempo e dello spazio, ti puoi deprimere assai...
Certi vecchi padri spirituali facevano fare un esercizio
sadico: “mi devi scrivere, da quando ti alzi a quando vai a
dormire, mezz’ora per mezz’ora, quello che hai fatto con-
cretamente”. Il mio primissimo padre spirituale me lo fece
fare. Una settimana. Non ce la feci a farglielo vedere. Mi
vergognavo troppo. Ma avevo capito un mare di cose. E lui
rideva, rideva. Don Marcello Pieraccini, Dio lo abbia in
gloria, quanto bene che mi ha fatto!
Così uno inizia a mettere i piedi per terra. E magari
scopre di essere un alienato. Dio sta aspettandoti nella tua
vita reale, ma sei tu che non ci stai. E vale la pena che ci
entri, se hai voglia di vivere meglio...

Basta con le cose da riconoscere? Macché!


Utile andare, come si dice tecnicamente, ai doveri di
stato. Quelle cose che sono implicite nella tua condizione.
Sono quelle cose che per definizione non si può dubitare
che tu debba fare e così spezzare il filo auto-distruttivo e
porre le basi del discernimento.
Facciamo solo qualche esempio.
Tu saresti...? Studente? E come stai con gli esami? Se-
guono talvolta momenti silenziosi in cui il ragazzuolo che
mi sta dinanzi pensa: “ma perché ho chiesto un collo-
quio?”.
Sei padre o madre di famiglia? Che ti deve apparire,
san Barsanufio da Monte Trombone circonfuso di gloria
per svelarti che il tempo per il fantacalcio o per la serie
televisiva non ce l’hai? E che se con tua moglie non ci par-
li, difficile che vi possiate capire. E che se con tuo figlio
non ci stai, pretendi che venga su senza vuoti?
“Ma io volevo fare il cammino di Santiago...” - “Sì, va
bene, quello lo farai pure, però il problema è come va con
tua moglie? Con i tuoi figli? Ci stai un po’ di tempo con i
tuoi figli?”
Poi magari parli con la moglie e quella dice: sì, quello
vuole partire per Santiago e sono tre mesi che abbiamo la
serranda rotta in sala da pranzo, gli ci vuole una mezz’ora
e dice che non ha tempo...
Già, le prime evidenze, bisogna sempre partire da
quelle. Meglio il semplice del complicato, sempre.
Ripartire da tua zia da visitare in ospedale che sono
due mesi che ci devi andare. Da quella cosa che ti riduci
sempre all’ultimo a pagare. Dalle sciatterie. Pulire lo
specchio. Poi ci guarderai dentro.
Nella vita spirituale non si può andare per cose ecla-
tanti, bisogna partire dal semplice. Ed ecco una serie di
persone che girano di prete in prete, di scuola spirituale
in scuola spirituale, cercando esperienze impressionanti,
coinvolgenti, emozionali. E li trovi sempre allo stesso
punto.
Forse, la semplice regolarità di una breve e costante
preghiera quotidiana alle ore giuste è la prima cosa da fa-
re. Uno vorrebbe fare da zero a san Francesco in dodici
lezioni. Non si fa, non esiste.
In montagna, quando si fa una scalata, si deve partire
da un passo calmo, non si può correre all’inizio perché poi
ci si ferma e non si arriva mai in vetta. Bisogna andare
secondo il passo umile.

Guai a partire subito con le cose più raffinate perché


non servono a niente, non hanno una base, un contenitore
per essere ricevute. Dobbiamo primariamente trovare la
scatola per mettere dentro le cose più importanti e più
complicate che vedremo successivamente, questa scatola
è rappresentata dalle buone abitudini che combattono la
nostra autodistruttività.
In genere queste cose sono già chiare. Vanno ammes-
se.

Il consiglio che a questo punto lascio ai ragazzi è: fai


un elenco di prime evidenze; quattro-cinque, anche meno.
Se ne scrivi di più, te la stai raccontando.
Certe volte facciamo un giro di prova fra noi. E spesso
si ride di gusto.
Provare a riconoscere le prime evidenze.
Fa tanto bene ammetterle. E si ricomincia, forse dopo
tanto tempo, a prendersi cura di sé, obbedendo alla luce
primaria, che dice: guarda che è bello che ci stai pure tu!
Smettila di maltrattarti!

Se poi uno fa questo elenco e prende il coraggio di


sottoporlo a qualcuno che gli voglia veramente bene -
perché solo chi ti vuole bene ti guarda davvero - avrà un
riscontro illuminante.
Quando finisci per ammettere qualcosa che non puoi
più ritardare, e l’altro annuisce silenziosamente, oppure
sbotta: “era ora!”, allora hai la certezza che non hai spa-
rato a casaccio.
Se addirittura hai una guida spirituale - animale raro
in via di estinzione - e hai il coraggio di sottoporgli le tue
prime evidenze, allora ne avrai gran vantaggio. E Dio Pa-
dre aumenterà quella luce nel tuo cuore.
GIORNO SECONDO
Il dono delle priorità

«Dio non è un Dio di disordine, ma di pace»37

«Dio disse:
“Sia un firmamento in mezzo alle acque
per separare le acque dalle acque”.
Dio fece il firmamento,
separò le acque che sono sotto il firmamento
dalle acque che sono sopra il firmamento.
E così avvenne. Dio chiamò il firmamento cielo.
E fu sera e fu mattina: secondo giorno»38.

Il popolo che ci consegna questo testo liturgico - per-


ché tutta la Bibbia è essenzialmente questo - ha una sua
mentalità che qui lascia il suo segno patente.
Per capire il secondo giorno, dobbiamo capire cosa sia
l'acqua per Israele.
Un popolo che gravita su un luogo semi-desertico, co-
me è la terra di Israele, ha un rapporto di amore-odio con
l’acqua. Drammaticamente urgente, l’acqua è il bene pre-
zioso per cui si cammina, si combatte, si mormora. E la
cosa che tante volte manca e che angoscia. Comunque
viene collegata alla vita, alla sopravvivenza. Ovviamente.
Alcuni Salmi definiscono il rapporto con Dio sulla base
del parallelismo con la sete39. Il Signore Gesù dirà:

«Se qualcuno ha sete, venga a me, e beva chi crede in


me. Come dice la Scrittura: “Dal suo grembo sgorghe-
ranno fiumi di acqua viva”. Questo egli disse dello Spi-
rito che avrebbero ricevuto i credenti in lui»40.

L’acqua viva — come si capisce anche da un dialogo


che Gesù ha presso un pozzo con una donna samaritana41
— vuol dire acqua di sorgente, e si oppone all’acqua sta-
gnante di un pozzo, ed è l’oggetto sognato da ogni pelle-
grino nel deserto. L’Evangelista collega l’immagine allo
Spirito. Che è la vita di Dio.
L’acqua è quindi simbolo di vita sia biologica che spi-
rituale.
Ma anche no.

Se da una parte l’acqua è tanto attesa, perché da essa


dipende la vita, la coltivazione e la sopravvivenza del be-
stiame, dall’altra, tutto ad un tratto, proprio nelle stesse
zone desertiche... diventa morte!
La conformazione geologica fra il sud di Israele e il Si-
nai - fino al nord Africa - presenta il fenomeno dei wadi. Si
tratta di valli scavate dai letti dei torrenti creati dagli im-
provvisi nubifragi desertici, che in un attimo diventano
violenti fiumi in piena e trascinano via tutto quello che
incontrano. Ne parla il Vangelo di Matteo:

«Perciò chiunque ascolta queste mie parole e le mette


in pratica, sarà simile a un uomo saggio, che ha co-
struito la sua casa sulla roccia. Cadde la pioggia, stra-
riparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono su
quella casa, ma essa non cadde, perché era fondata
sulla roccia. Chiunque ascolta queste mie parole e non
le mette in pratica, sarà simile a un uomo stolto, che ha
costruito la sua casa sulla sabbia. Cadde la pioggia,
strariparono i fiumi, soffiarono i venti e si abbatterono
su quella casa, ed essa cadde e la sua rovina fu gran-
de»42.

Questa similitudine di Gesù non è campata per aria. È


un’esperienza dei suoi ascoltatori. L’acqua che tutto a un
tratto può straripare e distruggere tutto ciò che non è ben
fondato.
Allora l’acqua è anche morte. E non solo per questo.
L’immagine fondamentale del “non vivibile”, per un
popolo di camminatori come è Israele, è il mare, che fa
paura. I testi arrivano a dare il titolo di “mare” ad un lago,
di per sé ben delimitato, quale quello di Tiberiade. Niente
da fare: quando un israelita biblico vede tanta acqua va un
po’ in confusione.
Infatti il popolo non si insedierà mai veramente sulla
striscia prospiciente il mare mediterraneo. E da quella
zona che verr{ poi il nome di “Palestina” per traslazione
dai “Filistei” - i nemici per eccellenza degli Israeliti - che
avranno la loro supremazia proprio in quella striscia
guardata con antipatia dal popolo ebraico: troppo vicina
all’enigma infido del mare, spaventosa massa di morte
incombente. E per di più quell’acqua è salata, come il Mar
Morto, dove tutto muore.
Insomma quando l’acqua è poca e dolce, è utilit{, è so-
pravvivenza, ma quando è tanta, è morte sicura...

Ecco l’ambiguit{ dell’acqua, vita-morte, che non per


caso viene resa in ebraico con un termine, mayim, che ha
una peculiare morfologia: è un duale. Alcune lingue, e con
esse l’ebraico, hanno, oltre al singolare e al plurale, il du-
ale. Viene usato per gli oggetti che presentano duplicità.
Visto che non parliamo di occhi o di caviglie, o di altre co-
se che in genere sono due, il duale dà a questa parola una
colorazione di ambiguità43.
Bisogna essere precisi: l’acqua non è vita-morte in
senso generico, ma più precisamente ciò che dà vita - ciò
che uccide.
E questa ambiguità-ambivalenza viene unificata nel
tema della purificazione, che normalmente implica l’uso
dell’acqua, e giunge fino al battesimo cristiano, atto sia di
morte che di vita. Morte del peccato, inizio della vita nuo-
va.
Ma questo è ancora più chiaro se si guarda al ruolo
dell’acqua nelle tappe salienti della storia biblica: nel dilu-
vio - evento primordiale di morte per la purificazione dal-
la violenza - e soprattutto al Mar Rosso nella liberazione
pasquale. I due fatti sono un po’ simmetrici fra loro: nel
diluvio le acque, divise nel secondo giorno della creazio-
ne, si riconfondono e infatti qualcuno parla di evento di
de-creazione; nella Pasqua le acque si separano, come nel
secondo giorno, e diventano la vitale porta di uscita da
430 anni di oppressione; ma immediatamente dopo si ri-
chiudono, riconvertendosi in implacabile strumento di
morte.
Potremmo entrare in altri testi meno eclatanti. Quel
che resta è il portato di significato dell’acqua: o uccide o
salva. O tutt’e due, come nell’Esodo o nel battesimo.
Quindi, quando Dio Padre separa le acque distinguen-
do le acque superiori (la pioggia, l’acqua buona) dalle ac-
que inferiori (l’acqua cattiva, il mare, l’oceano) sta facen-
do distinzione fra ciò che uccide e ciò che salva. Questo è
un atto di fondazione della realtà.

Torniamo al nostro viaggio. Se nella prima fase di ri-


costruzione, bisogna riconoscere quello che già sappiamo,
ora è bene accogliere una grande separazione primaria:
ciò che ci dà la vita e la sostiene, da ciò che ce la toglie, che
ci uccide.
Nella nostra vita ci sono sorgenti di rinascita e falle di
dispersione. Atti distruttivi e atti costruttivi. Dinamiche
vitali e logiche di morte. Vanno distinte per poter rico-
minciare. Impossibile ripartire navigando nella confusio-
ne. Essendo l’acqua ambigua, Dio la separa. E noi abbiamo
necessità di iniziare a riconoscere quello che ci fa male
distinto da quello che ci fa bene.

Diffidare dalle imitazioni

Ma sorge un pericolo: i surrogati di discernimento.


Quando si parte senza luce si pensa di poter improvvisare
il discernimento, e senza disciplina, ed è frequente a que-
sto punto pensare di guardare alle cose e saper distin-
guere, e suddividere a senso, a impressione, a istinto.
Senza alcun addestramento.
Non funziona così.
Perlomeno ci vuole uno zero ortogonale. Ci vuole un
parametro. Altrimenti ogni valutazione ha le gambe corte,
è occasionale, ormonale, metereopatica. Non si può cam-
pare così. E non si può ricominciare a casaccio.
Come evitare l’impero dell’ormone?
Il secondo giorno è centrato su un oggetto che il letto-
re moderno ignora completamente, per una sottovaluta-
zione della visione arcaica del cosmo. Sarà saggio invece
fare i conti con questa cosmologia obsoleta che buttiamo
via senza pensarci su perché inesatta.
Certamente è inesatta, ma questo non vuol dire che
non sia saggia. Sul piano fisico-oggettivo è ridicola, ma sul
piano esistenziale no. E questo testo, abbiamo detto, è una
sapienza, una consapevolezza, non un trattato di astro-
nomia.
L’oggetto principale che compare nel secondo giorno è
il firmamento. La parola torna cinque volte in tre versetti,
e ha una funzione ben precisa.

«Sia un firmamento in mezzo alle acque


per separare le acque dalle acque»44.

«Separare le acque dalle acque» lo fa il firmamento,


non il lettore del testo. La distinzione fra morte e vita è il
frutto di un’opera di Dio e si chiama, appunto, firmamento.
Perché si chiama così?
La parola deriva dal latino firmamentum, che significa
appoggio, sostegno e a sua volta deriva dal latino firmus,
ossia solido, stabile.
Traduce abbastanza bene il termine ebraico raqia‘ che
indica qualcosa di duro, fermo, stabile; in sé è la barriera
capace di scindere i due tipi di acque, come una specie di
cupola, e, ripetiamo, dal punto di vista cosmologico e fisi-
co è cosa ridicola, mentre sotto il punto di vista esisten-
ziale e spirituale è un altro paio di maniche.
Il firmamento, che sta in alto, e che permette uno spa-
zio intermedio e la distinzione fra vitale e dannoso, è
qualcosa di duro, stabile, più forte delle acque di qualun-
que tipo, perché le sa governare.

Torniamo un momento al discorso del DNA.


Ricordiamo che la vita ha un codice, e funziona se si è
fedeli a quel codice. Quel codice rappresenta qualcosa che
non si può by-passare. Prova a farlo e vedrai che ti succe-
de. Alcune mie cellule, qualche anno fa, hanno disobbedito
al genoma e all'armonia del mio corpo. Infatti erano cel-
lule tumorali.
La cosa a cui stiamo arrivando è di quel tipo che oggi a
molti va detto con molta cautela, con approccio da artifi-
ciere, perché in un attimo le persone saltano e non ti a-
scoltano più. Ma prima o poi va comunicata l’amara verit{.

La vita funziona se obbedisce alle sue regole.


Ecco. L’ho detto.

Forse diventa più deglutibile se preciso che più che di


regole si tratta di ritmi, ma tant’è. A quei sette-otto che
continuano a leggere: il firmamento separa le acque, non
altro lo fa. La fonte benedetta della pioggia si distingue
dagli oceani della morte per la posizione rispetto al fir-
mamento. Il quale non è opera umana, ma atto creativo di
Dio Padre.
Come faremo ad accogliere questa sapienza, noi, in-
namorati delle trasgressioni, dei colpi fuori ritmo, delle
cose “originali”? Diceva il grande Chesterton che
l’intelligenza moderna non accetta nulla che venga
dall’autorit{45.
Prima o poi, brevemente, questo problema va affron-
tato: il tema dell’ordine, il tema della vita, il tema del bene,
e anche quello della felicità, hanno a che fare con il trauma
dell’autorit{.
Ecco, questo è un dono. Questa è la paternità di Dio. In
fondo questo tema del ricominciare è quotidiano, ed è
quotidiano fare i conti con il fatto che un Altro ti sveli cosa
è vita e cosa è morte. E la sua cura per te. Appartiene alla
struttura di una vita che, come abbiamo già visto nel pri-
mo giorno, non obbedisce a noi. E qui entriamo più nello
specifico. C’è una gerarchia nelle cose. Fra l’utile e il dan-
noso c’è una discrepanza che se non la noti ti mangi le co-
se che ti ammazzano, ed è dettata da qualcosa che stabili-
sce l’alto e il basso, e non è vero che sono uguali.
Perché la vita ha autorità di suo. Non si può ricostruire
la vita senza accettare che per se stessa chieda di essere
rispettata come qualcosa che ha il suo ritmo interno, che
non può essere inventato, che deve essere accettato.
Alessandro Giuliani46, scienziato multiforme e godibi-
lissimo comunicatore che vanto come amico stimato, dice
che i cristiani sono i veri materialisti, perché non danno
supremazia alle idee ma alla realtà. Sacrosanto. La realtà
impone la sua verità, e non gliela puoi estorcere con pre-
tese di nessun genere. La realtà vincerà sempre. Perché è
reale...
Tutte le violenze fatte alle cose si risolvono in distru-
zione.
Se un bambino non lo cresci con dei ritmi sani, ne sof-
frirà, e forse per tutta la vita. Non decide il ritmo della vita
un hipster vegano post-moderno, ma il corpicino delicato
di questo bimbo.
Niente da fare: l’acqua del mare non la puoi bere, e se
violi questa regola, muori. Uno può morire di sete in
mezzo ad un mare. Inaccettabile quanto ti pare, ma vero.
Quindi la vita, nel suo maestoso silenzio, esige di esse-
re obbedita. E l’autorit{ stessa del Padre della vita. Non
puoi chiedere alla vita di non essere sintonizzata con la
vita. Se lo fai, inizia implacabilmente a morire. Te lo im-
pone, anche se non lo accetti.
E non posso chiedere a me stesso di non essere me
stesso. Ne morirò. Mi tocca obbedire, e non alle mie idee,
non alle mie esigenze, non alle mie pulsioni - sembra
strano ma è così - ma alla mia vita, a ciò che mi fa vivere.
Che spesso non è quel che mi piace o quel che ho deciso, o
quel che penso e desidero, ma ciò che mi fa vivere.
Fosse per me il gelato al pistacchio abbasserebbe la
glicemia. Ma non è così. Ho pulsioni irrefrenabili davanti
alla Torta di ricotta, cioccolato e pere, che merita il maiu-
scolo, e ho una capacità elaborativa tale da poter fare una
dissertazione sulla necessità della frittura di pesce, ma il
mio pancreas non ne vuole sapere.
E allora debbo decidere se obbedire alla mia brama di
cassata siciliana o al funzionamento delle isole di Langer-
hans del pancreas. Vincono loro anche se non le capisco;
non mi hanno chiesto il permesso, ma stanno lì, firma-
mento inamovibile che separa il commestibile dal danno-
so nella mia dieta e mi impongono una mela anziché un
tartufo di Pizzo Calabro.
Ne patisco l’autorit{, non ne intendo il motivo, ma non
c’è niente da fare: se mi mangio questa benedetta mela sto
meglio, mannaggia. E se voglio stare molto bene, niente
cioccolato e niente pistacchio, figuriamoci la panna.
Vorrei organizzare una manifestazione contro la dit-
tatura del pancreas - che ha pure sto nome antipatico - ma
ho paura del club di pazzi che metterei insieme.
Combattere con la materia ci porta sempre a sconfitta
certa. Le cose hanno il loro ritmo a prezzo fisso non trat-
tabile.
Allora, con le pive nel sacco, interiormente torturati
dalla menzogna prodotta dalla vera dittatura, quella del
nostro ego, finalmente capitoliamo e troviamo la pace
nell’accettare che se stiamo nella strada della ricostru-
zione, del nuovo inizio, della vita che ri-diventa bella, toc-
ca chiederci come si chiama e che faccia abbia il signor
Firmamento.

Cosa c’è in chiave

Facciamo un esempio: se uno deve mettere le proprie


cose in valigia e va di fretta, lo fa alla rinfusa e finisce che
c’entra poca roba - la conseguenza sarà che per chiuderla
magari uno finisce per “saltarci” sopra... Se invece si fa-
ranno le cose con ordine, nella valigia c’entreranno molte
più cose. Qual è il senso dell’analogia? Che il rispetto
dell’importanza delle cose crea spazio, esattamente come
nel secondo giorno della creazione. Questioni di gerarchi-
a: cosa sta su e cosa sta giù. Questo fa il firmamento, mette
il sopra e il sotto.
E come dovremmo fare con una banale valigia, do-
vremo fare, per analogia ripetiamo, con la nostra nobile
esistenza: prima si tiene conto delle cose importanti, poi a
scalare, delle cose secondarie.
Il sopra e il sotto. Secondo un sistema “a firmamento”:
secondo una strategia dettata dai punti fermi.
Come in musica: ogni musicista sa che non può iniziare
a suonare senza aver osservato bene “cosa ce in chiave
All’inizio dello spartito si trovano quattro indicazioni
principali: la chiave stessa — tutti conoscono quella di vi-
olino - che indica il tipo di voce e sposta l’altezza delle note
più in basso o più in alto. Poi ci sono le alterazioni, un
numero variabile di diesis o di bemolle, che dopo l’altezza
delle note indicano in quale tonalità si suona, consenten-
do di capire le relazioni fra le note stesse. Quindi c’è una
frazione che indica il ritmo, quattro quarti, tre quarti, etc.
sicché si intende quale sia il battito principale (quello do-
ve la gente che ascolta batte il piedino o le mani). Infine
c’è una parola italiana sopra il rigo, tipo Allegro, oppure
Largo, che non serve a capire lo stato d’animo dell’autore
o il suo rapporto esagerato con la pastasciutta, ma il tem-
po dell’esecuzione, ossia la velocità. Questo in estrema
sintesi.
Chiave, tonalità, ritmo, tempo. Ci saranno altre indica-
zioni via via, ma queste sono quelle principali.
Perché questo sproloquio?
Perché in questo secondo giorno noi siamo messi sulle
tracce di qualcosa che è “in chiave” e che va osservato
prima di tutto. Se non lo osservo, o peggio ancora lo sba-
glio, il pezzo non lo eseguo, lo storpio. E se la chiave indica
il tipo di voce, ognuno ha la sua tessitura, la sua forma
d’essere e non si può ignorare; se le alterazioni indicano
la tonalità questa corrisponde alle situazioni oggettive, le
circostanze concrete, e trascurare questo aspetto è molto
dannoso; il ritmo indica come mi posso muovere, quali
sono i miei appoggi, dove posso “battere”, ossia i punti di
forza della mia vita e come richiedono di essere rispettati
e organizzati fra loro; e da ultimo il tempo indica la velo-
cità a cui posso andare, con che rapidità procedere, se-
condo punti fermi, situazioni concrete e nel rispetto della
mia reale struttura.
Insomma, debbo “cantare” la mia vita con la mia voce
specifica, con i piedi nella mia storia, con il ritmo che mi fa
bene e funziona, alla velocità della Provvidenza. La cosa
da non dimenticare è che queste condizioni le impone
l’autore, non l’esecutore...
La vita è tanto bella se accetti le sue regole. La mente
vola quando non scassi la verità. Tuo figlio cresce molto
meglio quando rispetti il suo essere, i suoi tempi, e lo sai
guidare alle cose sane, benefiche.
La vita è uno spartito che Dio Padre ha scritto perché
noi godessimo della sua bellezza. Dice san Paolo:

«Siamo infatti opera sua, creati in Cristo Gesù per le


opere buone, che Dio ha preparato perché in esse
camminassimo»47.

Camminare in qualcosa che Dio Padre ha preparato


per me, cose belle per cui sono stato creato.
Persino Gesù nella sua missione viene presentato dagli
evangelisti un po’ come l’esecutore di uno spartito; una
svariata quantità di volte appaiono testi di questo tipo:

«Tutto questo è avvenuto perché si compisse ciò che


era stato detto dal Signore per mezzo del profeta:
“Ecco, la vergine concepir{ e dar{ alla luce un figlio: a
lui sar{ dato il nome di Emmanuele”, che significa Dio
con noi»48.
Oppure

«Dopo questo, Gesù, sapendo che ormai tutto era com-


piuto, affinché si compisse la Scrittura, disse: “Ho se-
te”49.

Se seguissimo tutte le citazioni dell’Antico Testamento


nei Vangeli, avremmo l’ossatura dei Vangeli stessi.
Gesù non si muove a casaccio, esegue una parte ben
precisa. Ha la sua chiave, la sua tonalità, il suo ritmo, il suo
tempo: il piano del Padre, che è il compimento delle pro-
messe che risiedono nella memoria del popolo d’Israele;
questo piano ha delle circostanze, e nasce nella pienezza
dei tempi, e ha il ritmo tutto centrato su di una “ora” a cui
tende, la Pasqua. La sua musica cambierà velocità via via,
nella realizzazione: nasce durante un censimento, poi
trenta anni zitto, con una sola pausa, a dodici anni; e poi
cambia tutto: in tre anni incide definitivamente sulla sto-
ria umana, e infine nella Pasqua apre la strada per il Pa-
dre. E il tutto cambia: nel cielo, con il nome che è al di so-
pra di ogni altro nome, quello di Signore che siede alla
destra del Padre, in vista della fine dei tempi, verrà a giu-
dicare i vivi e i morti, e il suo regno non avrà fine.
Gesù ha dei punti fermi, il piano del Padre, ha questo
“in chiave”.
E anche noi abbiamo bisogno di guardare cosa c'è in
chiave per non suonare a casaccio la nostra esistenza. Ci
sono dei punti fermi, c’è un firmamento che separa ciò che
dà vita da ciò che uccide, e questo firmamento è un ordine
che se non lo accogli vien giù il diluvio, e la vita non fun-
ziona.
Ma se il firmamento lo lasci lavorare...

Assetti e deragliamenti

Stiamo parlando dei punti fermi, che sono a monte di


tutto quello che facciamo bene o male. Si chiamano prio-
rità. Ecco la parola magica del secondo giorno.
Le priorità vengono prima per definizione. Una per-
sona che non rispetti le sue priorità continua a riempire la
valigia della sua vita a casaccio.
Bisogna fare una distinzione di importanza capitale: le
priorità si oppongono alle emergenze. Le priorità sono
prima dei fatti, mentre le emergenze mi arrivano addosso
durante i fatti.
Parto da una definizione assiomatica: colui che tra-
scura le proprie priorità per andare appresso alle emer-
genze, è uno stolto. Colui che sperona le emergenze per
restare fedele alle sue priorità, è un saggio.
Le emergenze sono ansiose, dittatoriali, disordinanti,
apprensive. Chi sceglie per paura sbaglia sempre. Si dice:
l’ansia è cattiva consigliera. Vero.
Le priorità sono pacate, sono firmamento, sono punti
fermi limpidi. Vengono prima, sono appunto a priori, e
possono accogliere alcune emergenze, quelle consone. Ma
sono le priorità che selezionano le emergenze, non il con-
trario!
Chi vive di emergenze non costruisce niente. Arriva a
fine giornata, o alla fine della vita, che è solo sopravvissu-
to. Chi resta fedele alle priorità ha una identità, sa perché
dire no e perché dire sì, e, come nell’analogia della valigia,
ha spazio per le cose.
Se non hai dimestichezza con le tue priorità, e vivi ad
assetto variabile, e quando mai metti su famiglia? E
quando finirai l’universit{? Quando estingui un mutuo?
Quando lo finisci un libro? Senza priorità non si costruisce
una casa.
Edificare - o riedificare - implica un ordine di costru-
zione. Potresti decidere di fare l’impianto elettrico prima
di aver fatto i solai perché l’elettricista ha solo questi
giorni disponibili? No, grazie. Ne cerco un altro di elettri-
cista, che l’impianto va fatto quando va fatto.
Cosa fanno gli imbonitori che ti vogliono vendere una
cosa? Ti mettono fretta. Mentre stai andando per la tua
strada ti pressano perché tu cambi assetto, perché è un
occasione, non te la puoi far sfuggire. Entro agosto com-
prati la caldaia, è un affarone!
Mai firmare un contratto con chi ti mette fretta: ti
vuole fregare di sicuro. Finisce che ti compri una cosa che
non c’entra niente con la tua vita.
Se non resti coi piedi nelle tue priorità, vivi a pezzi, di
interruzione in interruzione. Se al primo disturbo che ar-
riva ti fermi, non arrivi mai.
L’obbedienza alle priorit{ è intessuta di atti ordinati
che nascono da sani punti fermi e scandiscono il tempo
giusto, implicano delle negazioni, eliminano le perdite di
tempo e lasciano così lo spazio a ciò che serve.
Chiariamo però: uno può, ovviamente, osservare
quello che stiamo enucleando, ma facendo perno su prio-
rità completamente sbagliate. Quando poi si sbatte contro
la vita, mentre raccogli i pezzi, ti rendi conto che più che
priorità sbagliate si tratta di emergenze truccate da prio-
rità. Come succede questo?
Le emergenze, qui è il bello, non sono per forza cose
cattive in sé. Anzi, la trappola è proprio quella: uno valuta
se una cosa è buona o cattiva e decide se farla. Una fesse-
ria. Dice san Paolo:

«“Tutto mi è lecito!”. Sì, ma non tutto giova.


“Tutto mi è lecito!”. Sì, ma non mi lascerò dominare
da nulla»50.

Il problema non è se sia lecito aiutare un amica ad im-


parare ad usare un elettrodomestico, ma che ho tre cuc-
cioli da far cenare, e quello è il “mio”.
Il problema non è che sia male fare un incontro nella
parrocchia di quell’amico per la formazione dei catechisti,
è una cosa lecita, buona, lodevole. La formazione dei ca-
techisti è una priorità, certo... ma non è la mia! Se sono
l’incaricato della pastorale vocazionale, e ti serve un in-
contro vocazionale, volo; altrimenti: ma che centro io con
questo? Perché dovrei trascurare un ritiro vocazionale
per venire da te? Per farti contento? Per non deluderti?
Allora prenderei l’argomento di una priorit{ generica e in
realtà darei il ritmo alla mia vita secondo una falsa prio-
rità che nasconde la mia emergenza-paura di non delude-
re nessuno. L’esempio è clericale, ma, mutatis mutandis,
quante volte capita sta roba...
Il problema non è che sia male stare un pomeriggio
con quell’amica che sta un po’ sola, ma che io questo be-
nedetto esame quando vuoi che lo preparo?
Il problema non è se sia negativo costruire la casa in
campagna e passarci i fine settimana per metterla su, ma
che ho due figli pre-adolescenti che fra un po’ non mi si
fileranno più e che devo stare con loro, e organizzare le
domeniche su misura per loro, quello è il tempo della mia
paternit{, e la casa in campagna la facciamo un’altra volta.
E sarà pure bello ritrovare i compagni di scuola di
venti anni fa. Ma anche no. Forse non ho bisogno di rime-
scolare il brodo delle mie conoscenze, ma approfondire
meglio quelle che ho, che forse, da quelle, scappo.
Ci sono persone che si comprano un bel libro ogni die-
ci giorni, ma non hanno letto quello che la guida spirituale
gli ha detto da due anni di leggere.
Esempi risibili. Solo per dire: non è il “lecito”, o il
“buono” che discrimina. Ma il “mio". E il “mio” vero.
Poi finisce che quando arriva la vera urgenza, quella
che è implicata nelle priorit{ autentiche, stai da un’altra
parte a fare cose che non sono le tue.
Alla fine della vita il Signore non mi chiederà se ho
fatto cose buone ma se ho usato i talenti che mi aveva af-
fidato. Se ho compiuto la mia missione.
Sono poche le cose che veramente vanno fatte. E quelle
vanno fatte, costi quel che costi. È così che uno inizia a ri-
costruire. Obbedendo a questa sapienza.
Vediamo un esempio di cosa sia avere uno “zero” or-
togonale, avere la vita orientata dal piano del Padre:

«Mentre stavano compiendosi i giorni in cui sarebbe


stato elevato in alto, egli prese la ferma decisione di
mettersi in cammino verso Gerusalemme e mandò
messaggeri davanti a sé. Questi si incamminarono ed
entrarono in un villaggio di Samaritani per preparargli
l'ingresso. Ma essi non vollero riceverlo, perché era
chiaramente in cammino verso Gerusalemme.
Quando videro ciò, i discepoli Giacomo e Giovanni dis-
sero: “Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco
dal cielo e li consumi?”. Si voltò e li rimproverò. E si
misero in cammino verso un altro villaggio»51.

Un lettore assiduo del Vangelo si potrebbe chiedere:


ma la storia dei Samaritani antipatici, a che ci serve? Se
non ce la dicevano, non ci mancava niente.
Invece no: Gesù prende la ferma decisione di puntare
Gerusalemme, perché c’è un piano del Padre, quello di
essere elevato in alto, e subito Luca racconta come si
prende l’assetto di chi accoglie la priorit{: il secondario
può andare in malora. Non si perde tempo con polemiche,
puntualizzazioni, chiarimenti o peggio ancora vendette
con Samaritani di sorta. La meta, la priorità detta il ritmo.
Per il resto: lasciare tranquillamente perdere.
Ho cose più importanti da fare. Sono munito di priori-
tà, se le cose non giocano per queste, non ci si perde un
neurone.
E così arriviamo alla cosa più importante.
Molti a questo punto pensano: è vero, debbo decidere
le mie priorità...
Sbagliato. Qui è il nocciolo: le priorità non si decidono.
Le priorità si riconoscono. Si accolgono. Si ammettono.
Il firmamento lo crea Dio. Le cose in chiave le mette
l’autore.
Il Signore Gesù è fiducia nel Padre, è figliolanza, ed e-
segue, non inventa, il piano del Padre. Non ci si getta dal
pinnacolo del tempio per dettare i tempi a Dio.
Le mie priorità stanno dentro il mio rapporto con Dio.
Non ho deciso io il mio tono di voce, la mia struttura fisica
e la mia predisposizione di indole, ossia le mie caratteri-
stiche. Baritono? Violino? Tenore? Tutti e tre? Quella è
una cosa che ricevo, non decido.
Non ho stabilito io dove nascere, in quali circostanze,
ma queste mi hanno disegnato, configurato, e non posso
combattere contro queste, le debbo valorizzare.
Non è vero che seleziono io le leve su cui appoggiarmi,
il passo che posso avere lo ricevo, e il mio metabolismo è
come è. Gli appoggi si riconoscono, non si decidono.
E accolgo la velocità della mia vita: sboccio quando
sboccio, arrivo quando arrivo. Attendo quanto mi tocca
attendere. Fosse trenta anni...
Io ho la mia forma di riuscire a far felici gli altri. Ho le
mie proprie potenzialità. Posso invidiare, se sono stupido,
l’abilit{ di quel fratello, ma perdo solo tempo.
Le priorità non si scelgono, si ammettono. Quante
persone sbagliano le proprie priorità! Perché le scelgono,
non le accolgono.
Dio crea il firmamento, le acque non si danno ordine
da sole. Le priorità sono prima, per antonomasia, ma sono
pure prima di me.
Sono parte dell’opera di Dio. Il Signore è uno52, in e-
braico si dice Adonai ehad, che non vuol dire solo “uno”,
ma anche “primo”. Viene prima, è il suo ovvio status di
Creatore.

Ecco il consiglio del secondo giorno: iniziare, sempre


nella preghiera, sempre dialogando con Dio, ad interro-
garmi su cosa debba stare prima di tutto. Me lo deve dire
Lui, perché è il mio autore. Piano piano si fanno strada
delle cose che derivano dalle prime evidenze, ma che sono
più specifiche.
Suppongo che sia utile qualche esempio di priorità.
Saranno per forza esempi stereotipati, qui meglio essere
banali che dichiarare cose che solo sul livello personale si
possono identificare. Se sto cercando il “mio ’... gli esempi
saranno sempre validi fino ad un certo punto, come la
storia della valigia, che è quello che è.
Le priorità sono in genere implicate dai cosiddetti do-
veri di stato. Infatti normalmente sono una conseguenza
delle prime evidenze. Sono la risposta alla domanda: qua-
le è il mio vero?
Sei sposato? Fai quello che ti pare, ma il matrimonio è
la tua fondamentale priorità. E tutto quello che ne deriva.
Se una coppia di miei collaboratori iniziano a forzare i
tempi del loro matrimonio per aiutarmi, mi devono man-
dare a quel paese. Evangelizzare è work-in-progress, il
matrimonio è un sacramento. E fa da firmamento a tutto.
Tua moglie è la tua priorità. Su tutto.
Preti, religiosi, suore, quanti ne son passati in crisi
dalle mie parti. E fanno miliardi di cose. Ma un mare di
volte ho trovato che non facevano una settimana di sola
preghiera, o tempi di solitudine regolari, da anni. O che
non azzeravano i loro possessi staccandosi da tutto e re-
galando quello a cui si erano attaccati. Ma come si può
essere di Dio senza riazzerarsi su di Lui regolarmente? E
come pretendere di viaggiare sotto la pioggia senza tergi-
cristalli. Se la regolarità nell'intimità con Dio non è la tua
priorità, ti chiedi pure perché ti si creano rapporti ambi-
gui con l’affettivit{?
Giovani cattolici multifunzionali nel volontariato e del
tutto sbalestrati sulla loro vita affettiva-sessuale, con una
gestione del tutto casuale del proprio assetto relazionale
privato. Bisognerà forse occuparsene?

Vegetariani sanguinari

Le priorità, se focalizzate, tendono ad enucleare gli os-


simori esistenziali.
Preti che non pregano. Padri che non curano. Madri
che non accolgono. Mariti che non corteggiano. Fratelli
che non parlano. Studenti che non studiano. Medici che
non si aggiornano. Mamme che non coccolano. Anziani
senza saggezza. Giovani sposi senza momenti di intimità.
È la categoria dei vegetariani sanguinari.

È l’arte della de-localizzazione. Preti in discoteca. Pa-


dri di famiglia in rimpatriata con la classe del liceo. Giova-
ni verso Santiago con la madre ricoverata. Mariti che par-
lano come preti. Preti che parlano come complici. E suore
che parlano come mogli. Parroci in palestra. Donne an-
ziane al corso di tango. Padri al calcetto la sera libera dal
doppio lavoro.
Impiegati disimpegnati.

Poi uno si ferma e dice: ma che sto facendo? Non è


questo il mio!
Se Dio ti ha messo in un posto nella vita, ti ha intrin-
secamente consegnato tutto quello che quel posto implica.
Se ti ha dato un figlio, non è che sei padre-madre da una
parte, e dall’altra vai decidendo se o quanto ti occuperai di
un figlio. Se ti ha dato un cucciolo, ne derivano delle prio-
rità che sono per se stesse la mappa della tua vita. Non si
può avere un bimbo e non avergli mai cambiato un pan-
nolino. Non ti va? E così la vita: non scorre secondo i tuoi
gusti, ma secondo se stessa, e se ti fai portare cresci e im-
pari ad amare.
Quando sono diventato parroco ho dovuto accettare
un radicale cambiamento delle mie priorità. E tante cose,
in un istante, se le avessi tenute sarebbero state nella mia
vita come un porchettaro a Teheran. Fuori luogo.

È tanto utile iniziare ad elencare le priorità che deri-


vano dall’accogliere la realtà. Ed è spesso una delle cose
più efficaci, dà tanta luce. Concretamente come si fa un
primo elenco di priorità? Considerando che non si tratta
di un minuto di riflessione e via, se, fidandosi del consiglio
del primo giorno uno ha già messo giù le prime evidenze,
che, ricordiamolo, non sono più di quattro o cinque, ora
può provare a fare un elenco di priorità.
Anche in questo caso è utile scriverle. In genere sono
enunciati lapidari, tipo i seguenti esempi disorganici:
L’unica autorizzazione che ti serve
è quella di Dio Padre.
Pregare prima delle cose, sennò è solo per chiedere
perdono...
Dormire: il sonno non è merce di scambio.
I miei figli e mia moglie sono l’unica cosa che conta.
Finire l’universit{ e al diavolo tutto il resto.
Andare a vivere per conto mio, a 32 anni si può fare.
Non girovagare, basta dispersioni.
Non c’è posto nella nostra coppia per i miei genitori
e le loro fisse.
Vuotare il sacco e non rodermi.
Non fare le cose che non mi convincono.
Non è necessario far contenti gli altri.

Ognuna delle cose appena scritte è legata ad almeno


una storia concreta di persone che, iniziando a rispettare
una di quelle frasi, hanno ricominciato a vivere. Per cui in
realtà sarebbero parti sconnesse di un elenco che, se fatto
da una persona sola, avrebbe la sua organicità.
Questo elenco, se lo faccio, poi sarebbe saggio averlo
sempre con me. Ed è un work-in-progress. Fa bene da su-
bito, ma se uno tiene accesa la luce e continua a “limare”
l’elenco, in genere dopo un paio d’anni e i dovuti confron-
ti, è molto centrato. Sorpresi?
Notare bene: questo tipo di cose non si fanno una vol-
ta. Si fanno e quindi il giorno dopo, con un altro calore in-
teriore, si ri-verificano. E poi il giorno dopo ancora. E
giorno dopo giorno si diviene lucidi.
È un atto di apertura alla paternità di Dio. Per quanto
oggi possiamo e lo Spirito Santo ci permette, è l’atto di
guardare, ricordare, ritenere la nostra vita, e accogliere
cosa abbiamo “in chiave”, cosa Dio ha posto come il “no-
stro.
Questo, come tutto ciò che in questo libro viene de-
scritto, è solo l’inizio di un cammino che per forza non
può che durare anni. Ci vuole molto tempo a semplificarsi
sulle proprie priorità, a lasciar parlare il nostro firma-
mento, ripensandoci tante volte, e tante volte aspettando
gli aiuti della Provvidenza. Che suddivida. Che faccia da
parametro alle nostre scelte.

Come si usano le priorità? Semplice: tenendole accese


prima degli atti, in via ordinaria. Se le consideri solo dopo
è unicamente, forse, per non ripetere un errore, che
spesso è troppo poco. Qui non si tratta solo — e ovvia-
mente - di smettere di sbagliare, ma di riprendere a “gi-
rare”. Nell’arte di ricominciare che è il lasciarsi salvare
dalla creazione del firmamento, esistono due utilizzi delle
priorit{, uno minore e l’altro maggiore: c’è l’uso a poste-
riori delle priorità, man mano che si vanno illuminando
per grazia di Dio, guardare le cantonate passate e non ri-
peterle. Ma l’uso anteriore è quello autentico, per mettere
il piedino del nuovo inizio nel posto giusto: si mette il
firmamento sopra per distinguere il sopra e il sotto. Pri-
ma, non dopo. Sono a priori, per l’appunto.
Quante sofferenze evita l’obbedienza al secondo gior-
no!

Un esempio di ovvietà per focalizzare quanto detto:


due ragazzi stanno vivendo il fidanzamento e vogliono
capire se si devono sposare veramente, se stanno cam-
minando per la strada giusta, oppure no.
Inutile imporre aspettative o teorie al loro fidanza-
mento, perché questo ha già le sue leggi. Quando portia-
mo avanti il corso di preparazione remota al matrimonio
spendiamo un po’ di tempo ad identificare quale sia la
priorità di un discernimento verso il matrimonio.
Ossia: quale è uno dei carismi del fidanzamento? A
prender le cose per come sono realmente, la risposta che
va data sorprende alcuni: è la verità.
Il fidanzamento è anche il tempo della verità: fuori
tutto! Se una cosa non ti piace, dilla! Se ti aspetti una cosa,
comunicala! L’altro ti dir{: “ma tu sei scema totale!”. E vi
lasciate. Ottimo! Per questo c’è il fidanzamento, per la-
sciarsi, se vi dovete lasciare. Dico mille volte: un buon fi-
danzamento non è quello che termina col matrimonio, ma
con la verità. Se vi dovete sposare, avanti; se non vi dove-
te sposare, prima lo scoprite meglio è!
Ogni tanto si presentano delle coppiette a chiedere se
gli faccio da padre spirituale per il fidanzamento. Ma
manco morto! Se non avete una forza endogena per sbro-
gliare i problemi che vi arrivano addosso, se non trovate
fra voi la strada per uscire da una discussione, ma che mi
volete chiedere? Di stare lì a fare il gestore delle vostre
immaturità? E se poi vi sposate che facciamo, vengo a vi-
vere da voi per farvi arrivare a fine giornata tutti interi?
Andiamo. .. Se non avete il dono fra di voi di dipanare in-
sieme le difficoltà, non avete il carisma del matrimonio.
Dio vi salvi dallo stare fuori posto. Posso solo accettare di
fare una chiacchierata di fondo, una volta sola, per darvi
dei consigli, ma ci fermiamo lì.
Priorità del fidanzamento? La sincerità. Non sposarsi
per forza, ma obbedire alla realtà. Molti soffrono assai a
causa di fissazioni su priorità irreali, non praticabili, fuori
dalla realtà. Ripetiamo: chi seleziona le priorità sulla base
delle proprie paure si distrugge la vita. Chi accoglie le rea-
li priorità e sulla loro base discrimina le emergenze, fa
cose solide, che restano in piedi.
Quello che devi dire è condizionato dalla paura, o parli
comunque, malgrado la paura?
Va ricordato: le priorità mettono in ordine la mia vita
in maniera tale da far apparire spazio. Se così non succe-
de, si vede che le priorità non sono quelle vere. Sono prio-
rità tarocche.
Le persone che non disattendono le proprie priorità
arrivano a fare pure le cose secondarie; chi invece parte
dalle cose secondarie, in genere, fa male le secondarie e le
primarie non le fa di certo.
Chi invece prende il ritmo dell’obbedienza alla realt{,
che è l’obbedienza alle priorit{ autentiche, si ritrova con
le cose che “girano” e si può respirare...

Per chiudere: consideriamo quante nostre emergenze


sono state sonoramente ignorate dal Signore Gesù. Quan-
te cose per noi imprescindibili sono state allegramente
trascurate da Chi ha mostrato la vita autentica.
A tutti quelli che si sono rovinati la vita si può dire con
certezza che hanno sbagliato priorit{. Era un’urgenza fuo-
ri mira che ti ha fatto da cocchiere. E ti sei perso. Tutti
possiamo raccontare una storia così. A tutti è successo.
La priorità di Colui che centra il bersaglio, di chi arriva
al cielo, è, per l’appunto, il cielo. Il Padre.
GIORNO TERZO
Il dono dei limiti

Non è vero che smetto quando voglio

«Dio disse:
“Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un u-
nico luogo e appaia l'asciutto”. E così avvenne.
Dio chiamò l'asciutto terra, mentre chiamò la massa
delle acque mare. Dio vide che era cosa buona.
Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che produ-
cono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra
frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie”.
E così avvenne.
E la terra produsse germogli, erbe che producono seme,
ciascuna secondo la propria specie, e alberi che fanno
ciascuno frutto con il seme, secondo la propria specie.
Dio vide che era cosa buona.
E fu sera e fu mattina: terzo giorno»53.

Ricapitoliamo i primi passi della creazione che na-


scondono la strategia di Dio per far ripartire la vita: prima
fa balenare la luce delle prime evidenze, e poi dona i pa-
rametri di fondo delle priorità. Ma siamo ancora nel gene-
rico, e il racconto stesso non ci può lasciare semplice-
mente acqua contro acqua con lo spazio in mezzo operato
dal firmamento.
Ci vuole un territorio. Ci vuole un luogo per campare.
Dallo spazio generico agli spazi specifici. Una volta che
inizio ad identificare le priorità ci sono molte cose che si
chiariscono. Ma ci sarà da strappare al mare un posto do-
ve vivere. Dio mi vuole regalare una terra per vivere. Ve-
diamo bene:

«Le acque che sono sotto il cielo si raccolgano in un


unico luogo e appaia l’asciutto»54.

Sotto il firmamento il male non può scorrazzare libe-


ramente, deve essere raccolto in un unico luogo, e possa
apparire dove il male non entra. Ci vuole una zona fuori
portata della morte. Un luogo dove la vita sia possibile.
Qui compaiono gli argini, i limiti, i confini. Le priorità,
infatti, servono ad iniziare ad identificare delle demarca-
zioni.

Ci eravamo lasciati con l’esempio dei due fidanzati.


Una volta accolto che un aspetto fondamentale del fidan-
zamento è la verità, da questa priorità derivano a cascata
una quantità di “sì” e di “no”, che sono l’attuazione di
quella priorità. E peraltro sono speculari.
Infatti i “sì”, le affermazioni, non hanno sostanza senza
un cordone sanitario di “no” che facciano loro da scorta.
Ed è vero anche il contrario: le negazioni, i “no”, senza
le affermazioni non servono a niente, sono solo castrazio-
ni.
C’è qualcosa che non quadra quando un uomo dice di
sì a una donna ma non solo a lei... È un po’ drammatico
quando si fissa un appuntamento a qualcuno e contem-
poraneamente ad altre due persone.
Non è solo disordine, è schizofrenia. C’è un problema
ben preciso: se non delimito non ho un’identit{, non sono
una persona, sono un crocevia stressante.
Fuori da categorie moraliste, l’uomo necessita di con-
fini come condizione per vivere, perché in mancanza non
si va avanti, privi di una zona che identifichi il mio spazio,
e io stesso non trovo spazio nelle cose in cui sto. Gli argini
sono conseguenze naturali delle priorità.

Uno, nessuno e centomila

Senza limiti non si campa. Ma non solo. Senza limiti


non abbiamo identità. Se qualcuno mi chiede di disegnare
l’Italia, io disegnerò i confini, e la cosa è un po’ curiosa,
perché propriamente io non disegno l’Italia, ma dove
l’Italia finisce. Dove l’Italia non è. E quella, però, è l’Italia...
Da qualche parte si deve finire, terminare, identificare,
non può esserci assenza di limiti. Senza confini non so chi
sono.
Ed entriamo così in un tema cruciale: possiamo dire
che nella nostra esistenza - praticamente in ogni ambito -
il rapporto con il limite è decisivo.
Accettare o rifiutare il limite orienta drammaticamen-
te la nostra attività, la nostra intelligenza, i nostri senti-
menti. Il rifiuto di un limite è causa di disastro. Tutta
l’infelicit{ umana viene letta dal terzo capitolo dello stes-
so libro della Genesi proprio in questa chiave.
Il tema di Adamo ed Eva e dell’albero vietato è il tema
del rifiuto del limite. È il tema del “no”. Quello che si fa
presente nel famoso albero della conoscenza del bene e
del male è in genere completamente frainteso dalla sensi-
bilità comune. Da un lato si finisce per pensare che Dio
vieti di capire la differenza fra il bene e il male, come a
voler tenere l’uomo in uno stato di minorit{ ed ingenuit{;
dall’altro si legge il divieto come una tirannica arbitrarie-
t{, una dispotica castrazione da parte di Dio verso l’uomo.
Ovviamente queste letture sono stucchevolmente ba-
nali e spiritualmente qualunquistiche.
Anche la semplice intelligenza dovrebbe dire che il te-
sto del terzo capitolo della Genesi55 non può essere così
stupido, e che la descrizione di un dio despota che vieta
un cibo interessante e poi si arrabbia come un nevraste-
nico e punisce per ripicca — a fronte di una donna inge-
nua a cui parlano i serpenti — è inaccettabile a qualunque
sensibilità. O si pensa che la gente di due-tremila anni fa
fosse così stupida da bersi cose senza sostanza? Andia-
mo... il testo è di una profondità abissale, e di una validità
perenne. Il qualunquismo spirituale invece tende al vitti-
mismo e tendenzialmente mostrifica a turno o l’uomo o
Dio. O tutti e due.
Non possiamo qui vedere che qualche elemento per
illuminare il tema del limite, appunto, ma in questo testo
c’è tanta di quella genialit{... Ma che dico: c’è molto più di
qualsiasi deduzione umana, c’è Rivelazione! Questo testo
è un dono.
Vediamo.
Cosa è questo albero della conoscenza del bene e del
male? Compare già nel capitolo secondo della Genesi:

«Poi il Signore Dio piantò un giardino in Eden, a orien-


te, e vi collocò l'uomo che aveva plasmato. Il Signore
Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi gra-
diti alla vista e buoni da mangiare, e l'albero della vita
in mezzo al giardino e l'albero della conoscenza del
bene e del male»56.

Dio crea l’uomo e lo pone in un posto florido, genero-


so, in cui ci sono tanti alberi, tutti belli e buoni, e fra questi
il testo ne nota due: uno è l’albero del vivere, accessibile,
disponibile, e l’altro è etz ha-da ‘at tov w-ra‘— l'albero del
capire bene-e-male. Cosa è? Quante volte l’ho dovuto
spiegare...
Conoscenza lo traduco con il verbo capire, perché va
focalizzato che il grappolo terminologico della conoscenza
è intriso dell’atto di possedere dentro i limiti
dell’intelletto; ciò che, infatti, si “capisce” o “comprende”
rimanda al capiente, al prendere insieme, al contenere
dentro la propria capacità. Ciò che intendo, ciò che com-
prendo, ciò che capisco, per definizione deve essere più
piccolo del recipiente, la mia intelligenza. Infatti usiamo
espressioni interessanti quali: afferri quello che ti dico!
Oppure: non riesco a dominare questo concetto.
E cosa è questo tov w-ra‘ — bene-e-male? È una figura
retorica, ossia una struttura tipica del linguaggio, che si
chiama pars pro toto. Ossia? Citare una porzione di una re-
altà per rappresentarla per intero. Qui vengono indicati i
due estremi, il bene e il male, per intendere il tutto. E ri-
cordiamo che in ebraico come in greco, “bene” sta per
bello, buono, giusto, ben fatto, senza confini fra estetica ed
etica; lo stesso “male’ sta per brutto, cattivo, ingiusto, mal
fatto.
Capire il bene e il male vuol dire capire tutto. E quando
l’uomo prova a capire tutto sta volando nel delirio di on-
nipotenza intellettuale. Ossia il delirio hegeliano, marxi-
sta, ideologico. Tutto passa per il buco della mia intelli-
genza. Io capisco tutto. Il delirio positivista del pensiero
scientistico come onnicomprensivo.
Infatti il testo dice più avanti:

«Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: “Tu


potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma
dell’albero della conoscenza del bene e del male non
devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mange-
rai, certamente dovrai morire"»57.

Accedere alla pretesa di capire tutto vuol dire certa-


mente autodistruggersi. Impostare la vita come una cosa
che deve rientrare nella mia logica - come abbiamo visto
nel primo giorno, nel tema del caos - vuol dire iniziare a
vivere male, a stare di traverso con i fatti rifiutando
l’incomprensibile.
Cosa fa a questo punto il pensiero strisciante — sal-
tiamo tanti particolari, purtroppo — quando dialoga con
Eva? Cosa propone?

«Ma il serpente disse alla donna: “Non morirete affatto!


Anzi, Dio sa che il giorno in cui voi ne mangiaste si a-
prirebbero i vostri occhi e sareste come Dio, conoscen-
do il bene e il male"»58.

Dice: spezza questo limite perché ti è imposto solo per


lasciarti ignorante! Frantuma il tuo margine di creatura
per metterti allo stesso livello di Dio, essere come Lui, e
poter capire tutto. Guarda che provare a capire tutto non
è pericoloso ed è un tuo diritto... Rifiuta di essere una cre-
atura! Rifiuta il tuo limite! Trasgredisci i divieti! “No li-
mits!”. Non ti far castrare!
E tutto sta lì: il divieto di Dio è limitazione o custodia?
Il limite è tirannico o paterno?
Nel mito di Prometeo ciò che è più falso non è tanto
Prometeo quanto gli dèi di Prometeo. Quella divinità an-
tagonista, quegli esseri divini nemici immaginari
dell’uomo non esistono. Esiste piuttosto il delirio di on-
nipotenza. Detto anche rifiuto del limite.
Ma non è questa la domanda nodale, che è piuttosto:
ma il limite è vero o falso? È vero o no che abbiamo dei
limiti? È vero o no che non possiamo fare tutto? È vero o
no che non possiamo capire tutto?
Nella vita ci sono i “no". E chi li ignora si autodistrugge.
Cresci un bambino edulcorandogli tutti i “no”, evitando
tutti i possibili impatti con i limiti, soprassedendo su ogni
atto di contenimento. E crescerai un infelice.
Se il dovuto equilibro fra affermazioni e negazioni
viene risolto tutto nella direzione esclusiva delle afferma-
zioni, la vita diventa una menzogna totale.
E la cosa più drammatica è che se rifiutiamo i limiti, ri-
fiutiamo le relazioni. L’altro è solo l’asfalto su cui cammi-
no liberamente, perché non posso essere contenuto, deli-
mitato.
Invece il mio bordo sei tu. Il mio limite è l’altro. Senza
margini non si può amare. Sposati una donna che rifiuta
di essere contenuta: pure un figlio lo farà per se stessa,
per autoaffermarsi.
Piaccia o non piaccia i limiti sono veri. Esistono.
L’attuale mito dell’uomo che si riscatta da ogni limite è
solo l’amplificazione di un problema adolescenziale. Che
mediocrità!
Senza argini mi svaporo in uno stato gassoso, non so
chi sono, non percepisco la bellezza dell’altro se non per
competitività, perché il tema del rifiuto del limite è il tema
di una sconfinata angoscia. Quella di non essere un bel
niente.
Una coppia di miei collaboratori ha avuto due figli in
mezzo a grandi tribolazioni: sia la prima figlia che il se-
condo sono stati tirati fuori dal grembo materno molto in
anticipo. Mesi e mesi di incubatrice. A loro fu chiesto dal
personale sanitario di procurare un “vermone”, quel tipo
di rotoli molto lunghi e stretti che si mettono sotto le fi-
nestre per evitare gli spifferi. E perché? Per metterlo den-
tro l'incubatrice tutto intorno. Perché la creatura, così
piccolina, si sarebbe spostata sempre verso il bordo
dell’incubatrice, ed era meglio se trovava qualcosa di
morbido contro cui impattare. Perché, gli dissero, cerche-
rà un contatto... la trovavano sempre sul bordo, povera
cucciola. Cercava qualcuno.
Il limite non è una tassa. È l’altro. È la fine della solitu-
dine.
L’albero della conoscenza del bene e del male era
l’albero del rapporto paterno. Era l’albero della fiducia,
che va oltre il delirio dell’informazione totale. Ad un dato
momento mi devo fidare di qualcuno, debbo lasciare spa-
zio a qualcuno.
Infatti ogni atto di non-amore, che in cristiánese si
chiama “peccato”, è rifiuto di un limite. Nella pretesa in-
gannevole di non avere margini, io mi trovo a rifiutare
tutto ciò che mi limita, e questo è proprio ciò che ho da
fare se voglio amare, accettare l’altro per come è, con i
suoi difetti.
E, per giunta, i limiti hanno tanto da insegnare. Quanto
ho imparato dalle mie povertà! Quante cose importanti mi
hanno insegnato i limiti del mio corpo e del mio carattere
insopportabile! Quante volte ho dovuto benedire Dio per
lo storto che sono! Se ho avuto amici e fratelli, è solo per i
miei limiti. Altrimenti, individualista come so essere, e chi
li calcolava gli altri? Chi mai si sarebbe aperto all’amore,
al servizio? Chi avrebbe mai conosciuto la misericordia? E
Dio solo sa quanto ancora ho da camminare...
I confini possono essere personali, relazionali, fisici,
psicologici, economici, temporali, anagrafici, e tanto altro.
Se ogni limite diviene un trauma, la vita è un trauma...
I rapporti umani possono essere paradiso o inferno,
dipende dal rapporto con i limiti, se accetto o no la mia
condizionabilità. La con-dizione è una dizione, un dire,
con qualcun altro; infatti, la condizione implica una con-
venzione, il venire a patti.

Approfittare dei limiti

Esiste un’altro rapporto con i limiti.


Vediamo come il Signore Gesù legge i limiti della vita
umana. Solo un esempio, perché l’argomento è immenso.
Il tema dei limiti nel corpo, nell’intelligenza e nel pos-
sesso viene affrontato da un testo che merita ben altro
spazio rispetto a quel che segue: il racconto delle tenta-
zioni nel deserto, vera manifestazione della vita nuova.
Ci concentriamo semplicemente su proposta e rispo-
sta, nell’agone fra il maligno e il Signore Gesù.
Nel testo di Matteo si comincia dal corpo. I bisogni fisi-
ci. E si tocca quello che i Padri chiamavano il principio
delle passioni, la gola.

«Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti,


alla fine ebbe fame»59.

Nella situazione limite, dopo un digiuno spaventoso,


immagine di un grande stato di privazione, scappano fuori
i margini dell’essere e ci si confronta con un bisogno pri-
mario, la fame. E il cibo non c’è, siamo nel deserto.

«Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: “Se tu sei Figlio di


Dio, di’ che queste pietre diventino pane”»60.

L’assoluto diventa la mia fame, tanto che una pietra


non può restare tale, deve diventare una pagnotta; se Dio
veramente mi vuole bene cambia le situazioni e le fa di-
ventare appaganti. E se ho una storia di abbandono, le mie
relazioni mi devono ricompensare; se ho un marito deve
essere una remunerazione in funzione dei miei bisogni. E i
figli sono un diritto, per cui li devo avere se li voglio, o è
mio diritto sopprimerli se non li voglio. Sono in funzione
del mio stato di maggiore o minore appagamen-
to/esasperazione. Tutto deve diventare pane, tutto mi
deve soddisfare. Una interpretazione dell’esistenza dove i
miei appetiti diventano legge. Figli despoti di fronte a ge-
nitori incapaci di contenerli - perché non hanno mai con-
tenuto neanche se stessi, non conoscono la grammatica
del governo di sé - figuriamoci quella dell’educazione di
un altro.
Che pena.
Quanta tristezza danno una serie di adulti, marinai
della scialuppa alla deriva dei propri appetiti. Destinati
all’implosione e all’insoddisfazione crescente. Con un im-
perativo di menzogna, demoniaco: tutto deve diventare
commestibile, appagante. La violazione della realtà delle
cose. E tutto diviene frustrante, perché le cose non sono in
funzione del nostro bisogno, ma sono se stesse. Sono pie-
tre per un motivo.
Il Signore Gesù, invitato a manipolare la sua condizio-
ne, dice:

«Ma egli rispose: “Sta scritto:


Non di solo pane vivrà l'uomo,
ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”»61.

Badare bene: Gesù all’assoluto dell’appetito non op-


pone il digiuno, come spesso si pensa, ma un cibo miglio-
re. Non “solo” pane, ma molto di più: Dio Padre che parla
con me è ben altro che un cibo occasionale. Questo dà sa-
pore a tutto. Di questo vive veramente l’uomo. L’uomo che
san Paolo chiama «uomo vecchio», è in realtà un immaturo
e un miope, c’è ben altro cibo. L’uomo nuovo, che nasce
dal Padre non ha “solo” appetiti, ha molto di più: ha rela-
zioni.
Suppongo che sia più chiaro con un minimo di esem-
pio: l’appagamento di una chiacchiera sui fatti altrui,
l’intrigante gusto della curiosit{ sulle cose diviene insipi-
do a fronte di una relazione sincera, limpida, dove mi
mordo la lingua piuttosto che parlarti dietro o dire qual-
cosa che ti ferisca, perché fra me e te c’è qualcosa di vali-
do, di prezioso. Vediamo chi mangia meglio: chi ti ha
sparlato dietro le spalle o chi ti ha cercato per dirti una
cosa che di te lo preoccupava. Vedi bene chi è più appa-
gato dei due. Chi dei due “vive”.
Amare implica che le relazioni siano più rilevanti degli
appetiti. E mille volte per voler bene debbo disattendere
un mio bisogno. Ho visto l’amore in chi ha dormito un
mese per terra per pregare per me perché ero ricoverato.
Successo veramente. Ecco, un amore fraterno di questo
tipo ti stordisce mostrandoti ancora una volta che Dio sa
mettere nel cuore degli uomini l’amore. E mostra vita. Chi
fa così ha vita, perché la può donare. Chi non può donare è
perché non possiede.

Nel testo di Matteo passiamo ad un altro limite, quel lo


dei fatti che non mi obbediscono, delle cose che non van-
no come io voglio.

«Allora il diavolo lo portò nella città santa, lo pose sul


punto più alto del tempio e gli disse: “Se tu sei Figlio di
Dio, gettati giù; sta scritto infatti:
Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo
ed essi ti porteranno sulle loro mani
perché il tuo piede non inciampi in una pietra ”»62.

La tentazione di dare una svolta forzata alle cose è una


tentazione oltremodo religiosa, nelle cose sante, costrin-
gere Dio ad un cambio di rotta. Qui ci sta tutta la stupidità
della magia, della cartomanzia, degli oroscopi e tutto un
mondo per gonzi gabbati da persone torbide.
Ma ancor di più c’è il cercare di tenere in mano le redi-
ni dei fatti. E Bibbia alla mano, usare di ogni argomento
perché succeda qualcosa che riteniamo giusto. Il limite da
sfondare è quello dell’ingovernabilit{ del reale, e di una
Provvidenza a cui non posso dettare i tempi. Notevole il
fatto che la strada di questa operazione è il rischio della
propria integrità fisica, buttarsi nel vuoto; tutto pur di
“forzare” la mano alla realt{. Queste sono le ideone, le
grandi trovate che incartano le persone e che hanno ori-
gine nel rifiuto del presente, del reale. Rifiutare la preca-
riet{ e l’imprevedibilit{ delle curve della vita per mezzo di
un bel rettilineo di forzature.
Il Signore Gesù, a questa antropologia del dispotismo
dei propri progetti controbatte:

«Gesù gli rispose: "Sta scritto anche:


Non metterai alla prova il Signore Dio tuo ”»63.

Non sono io che soppeso il Padre, è Lui che mi dà la


vita, ed è Lui che dà il ritmo. Accolgo il mio limite di figlio,
di uomo. Il Padre sa cosa sta facendo.
Quanto è bello trovarsi accanto un cristiano che si ab-
bandona, che non forza il reale, che ha capacità di atten-
dere i tempi dei disegni di Dio. Quanto è pesante trovarsi
accanto un falso cristiano, che ti cita le Scritture per ag-
gredire, per “intervenire”, perché “bisogna fare qualcosa”.
La parabola della zizzania nel campo è carta vetrata
per la mia sensibilit{ quando voglio “aggiustare” le cose
nel mio perfezionismo, quando voglio mettere a posto
tutto e non accetto che mi si ricordi il mio limite: Dio sa
quello che fa e la realtà non va al mio passo. Per fortuna.
Il mio già citato primo padre spirituale mi ripeteva un
proverbio popolare abruzzese: «Io sempre ti ringrazio Si-
gnore Dio, che le cose non vanno a modo mio!». Quante
volte il ricordo di questo proverbio ha urtato il mio effi-
cientismo...
Gesù si fida del Padre. Quello è il progetto. Venga il tuo
Regno. Comanda tu, mi fido. Accetto di stare al mio posto
di figlio.
Quindi viene il confine del possesso incompleto e del
potere limitato. Non posso fare tutto, e non ho tutto quello
che mi servirebbe. Sono precario per costituzione e ho
una vita fragile, e allora scimmiotto la vita col possesso.
Sopravvivere al limite della precarietà, cercare di e-
sorcizzarlo negandolo. Allora il menzognero propone
un’escursione in montagna:

«Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo


e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria egli
disse: “Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei
piedi, mi adorerai ”»64.

Il diavolo insegna ad usare l’altezza per guardare


dall’alto, come una posizione di potere, e guardare se-
condo quel parametro che è un semplice rapporto fra og-
getti, come è il possesso, dove si misura la pelle delle cose,
la loro apparenza. E le cose sembrano grosse, fantastiche,
la gloria sembra enorme; ma è un pallone gonfiato, arriva
uno spillo piccolo come una croce e tutto appare vuoto.
La cosa interessante è il prezzo della faccenda. Niente,
un affarone: ti devi sottomettere al male. Ogni potere ter-
reno implica compromessi. E il possesso implica sotto-
missione. Chi possiede qualcosa ne è posseduto.
Il potere gestisce il potente, non il contrario. Solo chi
dona possiede, perché gestisce le cose. Chi non riesce a
donare qualcosa è perché è posseduto da quella cosa. Ne
dipende.
Il limite rifiutato, ripetiamolo, è la vulnerabilità, la
precarietà. La povertà.
Si può apprezzare lo stato di dipendenza dalle cose per
mezzo di un misuratore infallibile: l’ansia. Chi è in ansia
per qualcosa, dipende da quella cosa.
Ma si può campare molto meglio:

«Allora Gesù gli rispose: “Vattene, Satana!


Sta scritto infatti:
Il Signore, Dio tuo, adorerai:
a lui solo renderai culto”»65.
Vediamo meglio quale è la menzogna: l’inganno non è
che io dipenda da qualcosa, perché questo, a pensarci be-
ne, è vero. Io prendo la vita per forza da una sorgente, è la
mia condizione. La pretesa dell’autonomia è semplice-
mente stupida, la vita è sempre qualcosa che si riceve. Il
problema è da chi prendo la vita. Se la assumo dalle cose
che la vita non ce l’hanno...
Solo il Creatore, solo il Padre celeste si merita la mia
intimità - in greco adorare, proskyneo, vuol dire alla lette-
ra avvicinare alla bocca, baciare. Obbedire si obbedisce
solo a Dio, e a nessun altro. Assolutamente mai inchinarsi
ad altro. Obbedisco alla Chiesa perché obbedisco a Dio,
non il contrario.
La vita che accoglie di risolvere la propria impotenza
nella consegna al Padre, è la vita di Cristo. È un dono, non
una capacità che sfodero di mio. Fra noi e quella vita bella
c’è un solo ponte, un solo Signore Gesù Cristo che dona il
suo Spirito per diventare Figli.
Se ci pensiamo, i limiti per Gesù sono occasioni di rela-
zione al Padre. Sono la sua occasione per essere figlio. La
fame è per chiedere a Lui il pane quotidiano, per speri-
mentare la sua provvidenza; le cose che non capiamo so-
no il momento dell’abbandono; la povert{ è il luogo per
disobbedire all’ansia e passare alla fiducia.
I limiti Gesù non li sfugge, li usa.
Quale consiglio per questo giorno terzo? Per ricevere il
dono di ricominciare è utile inquadrare che i margini sono
di due tipi. Dei secondi parleremo più avanti.
In primis ci sono i limiti che abbiamo. Quelli vanno ac-
colti - e con l’aiuto di Dio addirittura valorizzati.
Mi metto davanti ad un Crocifisso, e vedo che è un
uomo inchiodato. Chi c’è più impotente di un uomo croci-
fisso? Mani e piedi bloccati e orrendamente feriti. Un cro-
cifisso è inutile. Ma quello ha cambiato la storia. Questo
uomo impotente ha fatto l’atto più incisivo in tutta
l’avventura umana. Non c’è uomo più conosciuto nella
storia. Quelle mani inchiodate ci hanno raccolto, quei pie-
di maciullati hanno inaugurato la via del cielo.
E se... i nostri limiti fossero lo stesso? E se i “no” che la
vita ci sta infliggendo fossero qualcosa da cui smettere di
scappare?
In fondo dietro a tutti i peccati, si diceva, dietro a tutto
il nostro non amore, c’è l’odio verso i nostri limiti, verso la
nostra povertà, che altro non è che odio per noi stessi. Nel
“sarete come Dio” del serpente, implicito, satanico, c’è
il“non sarete più quella cosa infima che siete”. Scappare dai
propri limiti è scappare dalla nostra umiliante povertà.
Scappare da noi stessi.
Accogliere - ancora una volta - quello che siamo, quegli
amari “no” che la vita ci ha detto, è fare pace con se stessi.
Non lo sappiamo fare. Per questo, se uno ci vuol provare,
consiglio di fare questa cosa davanti ad un Crocifisso. O ad
una riproduzione della Sacra Sindone.
E prima invocare lo Spirito Santo, perché quanto si va
a fare non è possibile sulle proprie forze, va ricordato
mille volte. E quindi, ad occhi chiusi, aprire la memoria a
tutto quello che ci ha limitato, quello che nel passato e nel
presente ci ha detto e ci sta dicendo di “no”. Tutti i limiti
che ci vengono in mente. Le impotenze, i limiti fisici, inte-
riori, storici, materiali, affettivi.
E poi aprire gli occhi. E guardare tutti quei limiti in
Gesù. E seguirne i lineamenti. E dirgli: amen. Questo sono
io, queste sono le mie fragilità. Amen. Tu sai perché questi
“no”. In questo ti somiglio, molto più che nelle mie qualità
da strapazzo. Nelle mie povertà sono vicino a te. Amen.
Diceva l’immenso Bernanos:

«Odiarsi è più facile di quanto si creda. La grazia con-


siste nel dimenticarsi. Ma se in noi fosse morto ogni
orgoglio, la grazia delle grazie sarebbe amare umil-
mente se stessi, allo stesso modo di qualunque altra
parte del corpo sofferente di Gesù Cristo»66.

Sono trenta anni che ho letto questo passaggio di Ber-


nanos. Sono trenta anni che cammino zoppicando per
imparare dal Signore Gesù a riconoscermi e amarmi u-
milmente come un pezzo del suo corpo. Ho scoperto che
mi ci voleva un tumore e tanti poveri errori per iniziare a
farlo davvero un po’. E amarlo un po’ nei fratelli. Io, let-
tuccio di me stesso che, avendo conosciuto l’amore del
Padre, mi debbo portare sempre con me. Sempre povero.
Sempre.
Accettare i limiti. Per ricominciare. Sono strada bene-
detta della grazia. Nei limiti posso essere figlio.

Potare per dare più frutto

Poi c’è l’altra parte. Non ci sono solo limiti da accetta-


re. Qui compare il primo passo positivo, attivo, nel pro-
cesso di ricostruzione.
Ci sono anche dei limiti che dobbiamo mettere noi. Ci
sono dei “no” che nessuno, neanche Dio, può dire al posto
nostro.
Ma per vedere come porre gli argini del mare dobbia-
mo considerare la seconda luminosa parte di questo terzo
giorno, finora solo apparentemente trascurata.

«Dio disse: “La terra produca germogli, erbe che pro-


ducono seme e alberi da frutto, che fanno sulla terra
frutto con il seme, ciascuno secondo la propria specie”.
E così avvenne. E la terra produsse germogli, erbe che
producono seme, ciascuna secondo la propria specie, e
alberi che fanno ciascuno frutto con il seme, secondo la
propria specie. Dio vide che era cosa buona. E fu sera e
fu mattina: terzo giorno».

Ecco lo scopo degli argini! Che bello tutto questo ger-


mogliare, florido, plurimo, rigoglioso! La terra, finalmente
apparsa, fiorisce.
Quanta potenzialit{ c’è nelle persone. Quanta terra
buona che può apparire solo se si inizia a fare spazio alla
dimensione feconda. Certe volte guardo il tappeto di gio-
vani che indegnamente mi vengono affidati dalla Provvi-
denza, e vedo tanta buona terra sommersa, una smisurata
potenzialità. Quanto frutto, ciascuno secondo la sua spe-
cie.
Ciascuno è una sorpresa, e sarà seme di altro. Ogni
persona ha la sua capacità di sbocciare. Ogni persona è
una risorsa, è una generosità di Dio. Quante volte ho detto
la frase: “C’è qualcosa che solo tu puoi fare, c’è qualcuno
che solo tu potrai amare, c’è un frutto di felicit{ che sboc-
cer{ in te, e solo in te può sbocciare!”. Ciascuno secondo la
sua specie.
Se uno dà spazio alla propria terra, scopre la propria
specie di frutti. Chiunque può sbocciare, se non è soffoca-
to.
Bisogna arginare il mare, e finalmente appariranno le
persone, il loro specifico. Il compito principale degli argi-
ni, infatti, non è limitare il mare bensì proteggere la terra
perché germogli.
Ecco, così impostato il discorso si può fare. Quando è
chiaro che i “no” che andranno emessi hanno una sola di-
mensione, quella costruttiva, quella feconda. C’è fecondit{
in noi, «la terra ha dato il suo frutto» 67 dice un Salmo se-
reno, di benedizione. Questo è molto più importante di
una interpretazione etica dei limiti da porre a se stessi.
Ascoltiamo un passaggio di Emmanuel Mounier, filo-
sofo personalista francese, vissuto ahimè troppo poco:

«Lo sforzo spirituale, in una religione di trascendenza,


d’interiorit{ e d’incarnazione nel tempo, dev’essere
sollecitato in altezza, larghezza e profondità. Essa non
dovrebbe mai inoltrare un rifiuto o proporre un sacrifi-
cio che non sia accolto e come negato in una accetta-
zione superiore: lo sforzo esclusivo contro l’istinto fa
perno sul rifiuto e prima irrigidisce, presto paralizza
tutta la vita psichica in un atteggiamento abituale
d’inibizione. Chi passa tutta la vita a frenare, a respin-
gere, a calpestare, non riesce a proporre alla vita altro
che gesti di negazione e di ripiegamento; l’iniziativa e
la creativit{, come l’amore, vengono solo da
un’apertura interiore. Ecco la sorgente di quella tri-
stezza opaca e un po’ ebete che troppo spesso vediamo
entrare e uscire dalle chiese e dai templi»68.

E ancora:

«L’ascesi deve ottenere dall’istinto proprio quel passo


elastico, quel contenuto vigore, quella vibrante dispo-
nibilit{. Trasfigurare, non addomesticare. L’istinto, at-
terrato come san Paolo sulla via di Damasco, come san
Paolo deve subito rialzarsi, e gridare all’uomo che gli
ha fatto sentire il peso della sua mano duomo: “Signo-
re, cosa debbo fare?”»69.

Ecco, se li impostiamo così, gli argini, allora sono un


atto creativo. Altrimenti, sono solo repressione, e Dio ce
ne salvi.
Il senso del frutto e della bellezza deve guidare
l’identificazione dei limiti che dobbiamo porre noi stessi.
E certo anche l’orrore dello spreco della propria bellezza,
che conserva il giusto senso del pericolo del male che si
può fare.

In questa chiave possiamo a volo d’uccello “sdoganare”


alcuni nodi strategici dell’agire cristiano. Si tratta di un
piccolo grappolo di doni e di virtù che dobbiamo recupe-
rare da un ambiente che ha perso di vista la fecondità e
finisce, come dice Mounier, per concentrarsi solo sul
«frenare, respingere, e calpestare»; vale la pena di entrare
finalmente nel territorio delle potature perché ogni per-
sona «porti più frutto»70.
Sono delle attitudini, delle virtù, dei doni che la sa-
pienza di tanti cristiani prima di noi ha identificato, fra la
Scrittura e la Tradizione, e ci ha consegnato. Termini co-
me Prudenza, Timore di Dio, Vigilanza, Astinenza... queste
cose ci servono per ricostruire, ma non sono catene, sono
vie di guarigione.
Anzitutto la Prudenza, che non è andare a trenta
all’ora sulla tangenziale con tutti che ti suonano dietro,
ma, dice il Catechismo della Chiesa Cattolica, è la capacità
di «disporre la ragione pratica a discernere, in ogni circo-
stanza, il nostro vero bene e a scegliere i mezzi adeguati
per attuarlo»71. In pratica: è la capacità di selezionare
tutto quello che facciamo per il nostro vero bene. È
l’attitudine di mirare al bersaglio, e quindi fare tutto per
colpire al centro.
Nel nostro caso bisogna riprendere le priorità del se-
condo giorno e lasciarle funzionare come motivazioni,
perché questo sono. Ho identificato che la priorità di que-
sto tempo è finire l’universit{? Allora miro a questo, mi
chiedo se questo o quello “giocano’ a favore o contro que-
sta priorità. Ho capito nel secondo giorno che questo è il
tempo in cui mi prendo cura del rapporto col mio coniu-
ge? Allora leggo tutto in quella chiave: mi aiuta questa
cosa? Allora va bene. Non mi aiuta? Mi dispiace, non ho
tempo. La prudenza è l’attitudine per cui tutto quello che
faccio lo sottometto al fine. Costruire e non disperdersi.

E allora ripassiamo cosa intende la tradizione cristiana


con il santo Timore di Dio. È nientemeno che uno dei
sette doni dello Spirito Santo. Alcuni fanno la distinzione
fra timore — che è un senso di Dio, della sua presenza — e
paura — che sarebbe l’istinto di autoconservazione e i
suoi derivati. Bello. Ma in ebraico le due cose non vengono
distinte. Entrambe vengono dette con la parola yira‘ che
vuol dire paura, punto e basta.
Allora la distinzione è piuttosto fra paura e paura,
quella costruttiva e quella distruttiva. Come un coltello,
che può servire sia per nutrire che per uccidere. Esiste
una paura che non ha niente di santo e che infatti non
viene da Dio, e che è dinamica basilare del peccato. Ma
esiste un dono dello Spirito Santo che versa nel cuore
sante paure, tipo la paura di far soffrire chi amiamo, o di
non amare fino in fondo, o di cadere nell’abisso della pro-
pria depravazione, odi sciupare le occasioni che Dio ci dà,
e sopratutto la paura di perdere il filo del nostro rapporto
con Dio. Dice Basilio il Grande: «Se a noi capita di peccare,
è a causa della mancanza di timore di Dio»72.
Allora come ci aiuta il santo Timore di Dio ? Con il sen-
so dei propri pericoli e il ricordo umile della nostra debo-
lezza, a stare con i piedi per terra e a mettere costanza
nell’esclusione delle cose che mettono a repentaglio quel-
lo che la prudenza mi sta facendo focalizzare. Se ho capito
che questo è il tempo di stare con i miei figli, il santo Ti-
mor di Dio mi aiuta ricordandomi i rischi che ho corso o il
male che ho già fatto. Se vengo tentato di ritornare a fare
il padre a singhiozzo, il santo Timore che lo Spirito Santo
sa regalarmi mi d{ l’umilt{ di non smettere nella buona
strada che ho intrapreso, e ignorare le distrazioni, anche
se mi costa.

Allora sto già entrando nel campo della Sobrietà, in


greco nepsis, che in sé vuol dire anche vigilanza. L’italiano
aiuta, e ci dice che il sobrio, il vigile è colui che non è in-
tontito. E qualcuno che ha i cinque sensi lucidi. Allora mi
ricordo che ci sono delle cose che mi intontiscono. E le e-
vito per restare lucido.
Debbo recuperare il mio rapporto con lo studio, ad
esempio. E lo so che ci sono una quantità di perdite di
tempo che non c’è via di mezzo: chiudo il telefono, mangio
di meno, mi sveglio prima. E perché? Perché avendo capi-
to che è una priorità sana per me finire questi benedetti
esami, che è questa la concreta volontà di Dio per me, è
questa la strada per poter ricominciare a dare frutto, con
la prudenza punto a questa cosa, e con il Timor di Dio mi
ricordo che mi stavo rovinando, e quindi prego lo Spirito
Santo che mi dia di disseminare la mia vita presente di
questi piccoli ma dolorosi “no” che poi, in realtà, più li di-
co e più mi viene facile dirli.
Sto facendo esempi risibili, ma tutto questo può ri-
guardare cose ben più gravi, sanguinose.

Ma in questa elementare disciplina primaria che stia-


mo descrivendo e che va bene un po’ per tutte le situazio-
ni, non siamo arrivati, ancora.
Va innescata anche l'Astinenza. Normalmente intesa
come generico rifiuto o rinuncia, è atteggiamento ben più
fine. L’astinenza non insegna a stare lontano dagli errori,
ma dalla zona che c’è prima degli errori. Ci sono cose che
sono lecite, ma se per te sono innocue, per me, per come
sono fatto, mi incanalano verso il distruttivo. Se con pru-
denza e timor di Dio - senso di bellezza e ricordo della
debolezza - sto focalizzato sulla fedeltà a mia moglie, non
basta semplicemente che non la tradisca, ma sto attento a
non fare l’ambiguo, facendo cose che mi potrei pure giu-
stificare, ma lo so che iniziano a portarmi fuori strada.
L’astinenza, infatti, si occupa di segnalare la zona che sta
sul piano inclinato verso la dispersione.
L’astinenza mi insegna a smetterla di girare dalle parti
del peccato, magari pensando che non faccio niente di
male fino ad un millimetro dal peccato. Non me la posso
raccontare: mi devo fermare prima assai.
Esempio ahimè molto urgente per i ragazzi internet-
tizzati: se si deve uscire dalla dipendenza da pornografia
su internet, si evita di navigare sulla rete in solitudine e
nelle ore pericolose. Navigare in rete non è cosa cattiva,
ma se uno ha identificato le condizioni in cui si perde, e-
vita le famose occasioni prossime di peccato.
Tutto ciò che prepara al distruttivo, va evitato. Si deve
sapere quando fermarsi, prima di iniziare: è la preserva-
zione della propria bellezza.
È, curiosamente, questa sorellina meno famosa delle
quattro, proprio l’astinenza, il luogo in cui uno inizia a
stare meglio. È qui che inizia la gioia del frutto.

È finita? No, perché vale la pena di tornare a guardare


come il Signore Gesù esercita la sua figliolanza nel brano
delle tre tentazioni.
Vediamo bene che il Signore Gesù tocca la schiavitù
degli appetiti, l’ossessione dei progetti e la trappola dei
possessi collegandoli a degli aspetti che sono centrati sul
suo essere Figlio del Padre celeste.
Il digiuno è per mangiare qualcosa di più grande che
“solo pane”. C’è qualcosa di più appagante che costringere
a diventare cibo la prima cosa che capita.
La preghiera mi aiuta a stare nel rapporto con Dio, e
anziché andare appresso alle mie ipotesi pindariche, parlo
con Lui, mi smarco dal mio monologo.
La povertà dalle cose che possiedo in questo mondo mi
farà essere del Padre, e siccome tutto ciò che possiedo in
questo mondo tende a schiavizzarmi, esercito l’arte della
libertà con l'elemosina, per essere libero di non piegarmi a
niente altro che a Lui, che mi regala tutto.

Il digiuno è sempre il primo passo nella ricostruzione.


C’è qualcosa che mi debbo togliere per fare spazio. E lo
spazio lo riempie la preghiera, perché la lucidità che viene
dal digiuno mi fa ragionare meglio e i miei pensieri tor-
nano quieti, e allora posso invocare il mio Dio, e restare
calmo ad aspettare che mi tocchi il cuore. Se aspetto, ar-
riva sempre il suo soffio gentile. Allora vedo cosa posso
fare di buono, posso arrivare ai fratelli e così restare unito
a Lui e anche al mio cuore.
Lucido, fiducioso e al volante dei miei atti. Un principe.
Iniziando ad assaggiare quanto è bello vivere da figli e
non da schiavi.
Ma questo è un punto di arrivo, non di partenza. Ci si
arriva piano piano.

Ci può aiutare una secondo consiglio per il giorno ter-


zo. Sempre nella stanza della preghiera, chiusa la porta
alle banalità, al cospetto di Dio partiamo dai frutti. È la
cosa che ci interessa veramente, che la vita vada verso la
fecondit{, l’amore, il bene.
Qui dobbiamo riprendere l’elenco delle priorit{, ri-
controllare se sono secondo una ispirazione amorevole,
se c’è fecondit{ o se riguardandole non puzzino un po’ di
perfezionismo. Se le sentiamo come obbedienza a Dio,
come via per crescere nell’amore, come strada costruttiva,
allora, bene, ora le dobbiamo usare.
Concentrandomi sul fatto che Dio mi sta indicando che
ci sono le cose che prima di tutto contano per me, sto così
già nel campo della prudenza, che è l’arte di ricordarsi il
fine, l’obiettivo, e questo è nelle priorit{.
Quindi mi ricordo che io sono un pessimo amico delle
mie priorit{, e con l’aiuto del santo timor di Dio mi ram-
mento i miei pericoli concreti rispetto alle mie concrete
priorità.
Allora ci sono cose che, tenendo conto delle mie debo-
lezze, secondo sobrietà, debbo evitare come la peste.
E quindi con l’astinenza mi chiedo quali sono le zone
del contagio da evitare.
Cosa ho detto? In sintesi: prendo le priorità e applico
le attitudini di cui sopra. E una strada che si può fare an-
che diversamente. Piano piano uno, facendolo, scopre
sempre meglio le sue proprie personalizzazioni.

Facciamo un minimo di esempio.


Una priorità che la Provvidenza mi ha mostrato,
l’imprescindibile della mia vita può essere la serenità e la
buona crescita dei miei figli. I figli che Dio mi ha donato
sono un punto fermo che non debbo più banalizzare.
Ecco, davanti a Dio glielo dico, lo supplico: dammi di
essere un buon padre! Questo conta nella mia vita. Se fal-
lisco qui, ma a che serve tutto il resto?
E mi ricordo dei miei errori con i miei figli, e supplico
Dio di aiutarmi a non ripeterli.
E mi faccio la domanda: che cosa il Signore mi ha fatto
capire dei miei errori? Quale è stata la mia stupidità?
Mettiamo che debbo ammettere che mi ero fissato su
un mio obiettivo, un desiderio che mi aveva mangiato
l’intelligenza. Una cosa buona — ma anche no — che mi
sembrava primaria. Ma era una mia produzione propria. E
qualcuno mi diceva pure che stavo sbagliando e io, orgo-
glioso, lo mandavo a quel paese.
Ecco: quando una cosa prende lo spazio del rapporto
con i miei figli, non è buona, non funziona. Allora sai che ti
dico: fammi mettere un po’ su un foglio di carta quale è lo
spazio intoccabile per i miei figli... orari, giornate, atti che
debbo fare con loro...
Ecco gli argini: queste cose non le tocca manco san
Cunegondo da monte Trombone. Deve venire Dio in per-
sona a dirmi che questi spazi li debbo sacrificare.
Ma non verrà san Cunegondo, sarò io il nemico di que-
sta sapienza che ho dovuto raccogliere dai miei sbanda-
menti. Sono io che non rispetto questi argini.
E per questo mi sa che debbo stare attaccato alla pre-
ghiera, e fare qualche digiuno per essere un buon padre. E
sai che ti dico: mi dico un rosario per i miei figli, che me li
tiene nel cuore e mi faccio aiutare dalla Vergine Maria.
E poi, sai che c’è? Che mollo il fantacalcio, v{, che non
c’entra proprio niente con questa priorit{. E sai che fo? Io
il sabato il telefono lo spengo proprio, lo accendo solo due
volte in tutto il giorno, se per caso ci fosse un’urgenza che
mancherei alla carità verso qualcuno, ma vengono prima i
miei figli.
E mi sa che mi debbo pure far aiutare a capirlo. E pra-
ticherò lo sport estremo che più temo: chiedo a mia mo-
glie che ne pensa. Quella finisce che mi dice... e me lo fac-
cio dire. Dio mio, questa è proprio conversione... non starò
esagerando? No, se do potere a mia moglie di corregger-
mi, allora sono proprio sicuro, sto consegnandomi alla
santa volontà di Dio, che questo è proprio quello che mi fa
più paura, perché quella disgraziata mi conosce e mi dice
la verit{. Mannaggia. Era lei che non era d’accordo con
quella fissazione che c’avevo...Terminiamo questo giorno
terzo, il giorno dei frutti da proteggere per mezzo della
disciplina dei limiti, col versetto di un Salmo:

«Egli mette pace nei tuoi confini


e ti sazia con fiore di frumento»73.

I confini sono in genere il luogo della tensione, della


guerra. Se uno accoglie di avere dei limiti e umilmente si
sottomette alle buone abitudini per riprendere il governo
di sé, Dio sa trasformare il dolore di un limite in pace, in
gioia, in risorsa, e ciò che è povero in ricchezza, e la debo-
lezza in forza. E sa dare all’amarezza di una disciplina il
retrogusto dolce della vita che sta iniziando a ridiventare
bella. Uno inizia a mangiare il fiore di frumento delle cose
belle che piano piano sta ricominciando a fare.
Perché il digiuno, la preghiera e l’elemosina, va detto
in tutta semplicità, procurano pace.
GIORNO QUARTO
Il dono delle ispirazioni

Ricominciare, non ripetere

«Dio disse:
“Ci siano fonti di luce nel firmamento del cielo, per se-
parare il giorno dalla notte; siano segni per le feste, per
i giorni e per gli anni e siano fonti di luce nel firma-
mento del cielo per illuminare la terra”. E così avvenne.
E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce
maggiore per governare il giorno e la fonte di luce mi-
nore per governare la notte, e le stelle. Dio le pose nel
firmamento del cielo per illuminare la terra e per go-
vernare il giorno e la notte e per separare la luce dalle
tenebre. Dio vide che era cosa buona.
E fu sera e fu mattina: quarto giorno»74.

Il giorno in cui entriamo pone un enigma: in esso ven-


gono create le fonti di luce nel firmamento allo scopo di
separare il giorno dalla notte. Ma questo non era il primo
giorno? La luce è già stata creata! E anche la distinzione
fra giorno e notte è stata già fatta lì. La luce e le tenebre
non sono già distinte?
Quel che viene aggiunto, in primis, è:

«siano segni per le feste, per i giorni e per gli anni»75.

Noi diremmo: per i giorni, per i mesi e per gli anni. Qui
viene dato un altro ordine. I mesi non vengono neanche
citati. Invece ci sono le feste. Che strana mentalità... la vita
è scandita dai mesi o dalle feste? Nel pensare il tempo non
si fa per ordine di grandezza? Non verrebbero prima i
giorni?
L’unit{ di misura primaria qui sono le feste. Ossia sono
momenti in cui si celebrano le opere di Dio nella storia di
questo popolo. I giorni te li scandisce ciò che festeggi. Ciò
che celebri ti seziona il tempo veramente.
Ho sentito dire tante volte cose del tipo: «la mia vita si
divide in due parti, fra prima e dopo aver ritrovato la fede.
Prima era in bianco e nero, poi a colori». E si impara a
puntare il compasso della propria esistenza non sul ca-
lendario ma sugli incontri con Dio, sulle svolte rilevanti.
Non mi ricordo una marea di cose nella mia vita, ma mi
oriento fra il prima e il dopo degli anni pensando a quan-
do ho incontrato la fede, quando è morto mio fratello,
quando sono stato ordinato presbitero, quando ho inizia-
to i Dieci Comandamenti, e le ultime parole che mi ha
detto mio padre prima di morire, e l’ultima volta che ho
visto il mio amico Carlo, e la prima notte da parroco, e la
prima volta che ho fatto gli esercizi di sant’Ignazio, e...
Vabbè, a voi non importa molto, ma io sono strutturato
dalle mie feste, non dal pallottoliere delle mie lune.
Un Salmo dice:

«Insegnaci a contare i nostri giorni


e acquisteremo un cuore saggio»76.

La saggezza consiste nel saper contare il tempo.


Sì, ho dovuto apprendere di mio e poi insegnare a
molte persone a contare diversamente le cose. È una
scuola che ti fa il Signore. Lui, a forza di fatti che ti fanno
saltare da una vita all’altra, svela che i giorni non sono
uguali. Ci sono giorni per nascere e giorni per morire,
giorni per demolire e giorni per costruire, giorni per ta-
cere e giorni per parlare77, parafrasando il libro del Qoe-
let.
E le cose si misurano per ciò che portano scritto den-
tro, il tempo interiore e il tempo cronologico sono come
Mozart e Salieri, il sublime e il mediocre.
Le feste, va ricordato, per Israele non sono come la sa-
gra della caciotta tartufata di Acqualagna. Ecco cosa sono:
«Parla agli Israeliti dicendo loro: “Ecco le solennità del
Signore, nelle quali convocherete riunioni sacre. Queste
sono le mie solennit{:”»78.

Sono appuntamenti, sono riunioni. Sono momenti di


comunione di un popolo con il suo Dio, scanditi dal far
presenti le opere che questo Dio ha fatto con Israele. E la
storia di una relazione. Che si deve sottolineare e cele-
brare per far presenti le cose che debbono essere ricor-
date perché sono la pasta di un rapporto.
Come se tua madre si dimentichi il tuo compleanno.
Impossibile. È per quello che è tua madre. E se non fosse
per i compleanni e per gli anniversari, le mie sorelle non
saprebbero a che livello di espansione è arrivata la mia
pinguedine, e non mi metterebbero il sale sulla coda - ge-
neralmente per dare il loro cospicuo contributo alla mia
espansione volumetrica. Per fortuna che ci sono le feste
che illuminano tutto.
Le feste sono il tempo. Una vita senza feste è un retti-
lineo piatto di cose indifferenziate.
Allora il sole e la luna servono per le feste, guarda tu.
Non il contrario. La vita serve l’orologio o l’orologio serve
la vita? È una domanda su cui potremmo comprendere le
persone e la loro attuale qualità.
Infatti questo rilievo sulla qualità del tempo ci tra-
ghetta verso l’elemento che spiega lo scopo e la novit{ di
questa fase, la funzione del sole, della luna e delle stelle,
ossia le creature del quarto giorno.

«Dio disse: “Ci siano fonti di luce nel firmamento del


cielo, per separare il giorno dalla notte; siano segni per
le feste, per i giorni e per gli anni e siano fonti di luce
nel firmamento del cielo per illuminare la terra”. E così
avvenne»79.

Se nel primo giorno abbiamo visto che luce e tenebra


sono la prima distinzione operata, nel secondo si separa-
vano acque di vita da acque di morte, nel terzo abbiamo
visto la ripartizione fra mare e terra. Ora questa terra che
fruttifica ha bisogno di un up-grade nel suo sistema di il-
luminazione. La parola che Dio dice nel giorno quarto de-
finisce il compito di queste nuove creature, illuminare la
terra, lo spazio delle fecondità. E che dice ancora?

«E Dio fece le due fonti di luce grandi: la fonte di luce


maggiore per governare il giorno e la fonte di luce mi-
nore per governare la notte, e le stelle»80.

Le due luci, la maggiore e la minore, illuminano «per


governare il giorno» e «per governare la notte». E poi lo
ripete in modo definitivo:
«Dio le pose nel firmamento del cielo per illuminare la
terra e per governare il giorno e la notte e per separare
la luce dalle tenebre»81.

Sono tre attività sequenziali: illuminare per governare


e quindi separare. Sole e luna illuminano perché sulla
terra possa essere governato il giorno e possa essere go-
vernata la notte, e cosi luce e tenebre siano ben distinte.
Ripetiamo: punti di illuminazione per governare, e
perché la luce sia distinta dalla tenebra. Inizia ad apparire
il punto focale: il governo dello spazio dell’esistenza al fi-
ne di distinguere luce da tenebra. Luce e tenebre sono due
cose ben diverse, e questo dal primo giorno, ma mentre
cammino sulla terra mi confondo mille volte: debbo go-
vernare per non confondermi.
Gesù dice:

«La lampada del corpo è l’occhio; perciò, se il tuo oc-


chio è semplice, tutto il tuo corpo sarà luminoso; ma se
il tuo occhio è cattivo, tutto il tuo corpo sarà tenebroso.
Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande
sarà la tenebra!»82.

Se noi non distinguiamo tenebra da luce - cosa che fac-


ciamo in ogni nostro singolo errore - è perché la luce che
abbiamo, il nostro “occhio”, non funziona bene, non go-
verna, non distingue.
È una luce che se è lineare, semplice, retta, uno va alla
grande e illumina tutto il proprio corpo, tutta la propria
realtà. Ma se è cattiva, sono problemi. Sarà grande tene-
bra.
Stiamo entrando in una zona più nevralgica ancora.
Per identificarla sottolineiamo un aspetto delle parole di
Gesù nel capitolo sesto del Vangelo di Matteo che abbiamo
citato:

«La lampada del corpo è l’occhio»83.

Come nella storia del firmamento, così anche qui ab-


biamo un’affermazione che dal punto di vista morfologico
è risibile. L’occhio non illumina, è illuminato. È passivo,
non attivo. Ciò che dice Gesù invece corrisponde alla con-
vinzione dell’epoca: gli occhi per virtù propria illuminano
le cose, come fossero proiettori, e però le illuminano ver-
so l’interno. Anche qui bisogna esser cauti prima di but-
tare via un’indicazione del genere solo perché morfologi-
camente stramba. Apparentemente.
Dal punto di vista fisico non è neanche così assurda: se
si approfondisce la struttura dell’apparato visivo scopri-
remmo una cosa piuttosto notevole: dei cinque sensi è
quello più celebrale. Nella costruzione della percezione
mentale degli oggetti, l’elaborazione è inconsapevolmente
enorme. Il cervello ci mette elementi come la prospettiva
o la ricostruzione unitaria di un oggetto percepito in real-
tà solo parzialmente - solo per dire alcune cose e non
perderci troppo tempo su questo punto. Ma struttural-
mente è verissimo: non solo l’occhio percepisce i fotoni
attraverso la retina e li comunica con il nervo ottico, ma
questo è solo l’inizio del senso della vista. L’elaborazione
del dato fornito dalla percezione è molto articolata. Il
cervello riscambia l’ordine delle immagini rispetto alla
percezione rovesciata, ricostruisce la tridimensionalità,
surroga gli elementi mancanti...
Basti pensare: è più facile ingannare l’occhio o
l’orecchio? Il primo. Il secondo è meno vulnerabile.
E pensiamo al tema del “punto di vista”. Le cose illu-
minano l’occhio o l’occhio illumina le cose? Beh, se per
occhio intendiamo tutto il dinamismo della percezione vi-
siva, non è certo che la seconda, anche solo materialmen-
te, sia sbagliata. Esistenzialmente è più vero che l’occhio
illumina le cose.
Quando ho avuto i grandi cambiamenti della mia vita,
di quello che avevo intorno a me non era cambiato niente:
colori e forme, tutto uguale. Era cambiato il mio sguardo.
Quale è il mio sole per illuminare i miei giorni? Quale è
la mia luna per capirci qualcosa nella mia notte?
Che luce c’è in me? Come guardo le cose?

Lucciole e lanterne

La luce e la tenebra, come vedevamo nel primo giorno,


sono per capire cosa fare e cosa no. Noi abbiamo luci che
sono giorno e luci che sono notte. E in questa nostra av-
ventura stiamo accogliendo il racconto della creazione
come paradigma della nostra esistenza, e va ricordato che
il testo è consegnato da un popolo che ha camminato nella
tenebra e ha sbattuto. Non ha saputo governare la sua
notte, anche perché non ha saputo governare il suo gior-
no. Il che vuol dire: questo popolo non ha saputo capire
cosa gli stava dicendo il suo Dio nel giorno della salvezza e
si è preparato la sua disgrazia. E non ha capito cosa gli di-
ceva il Signore nella disgrazia, sì da riprendere la direzio-
ne della salvezza. Ha sperperato le promesse ricevute, e
ha dilapidato le maturazioni legate alla sofferenza. Non ha
capito il suo Dio e non ha capito se stesso.
Non ha capito cosa celebravano le sue feste, le ha
strumentalizzate, le ha lette tutte nella chiave più stupida.

«Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande


sarà la tenebra!»84.
Cosa sono queste due sapienze, una luminosa e l’altra
tenebrosa di cui parla Gesù? Per Lui sono «la luce che è in
te», e prima ancora: «il tuo occhio». E questo occhio può
essere «semplice» oppure «cattivo». Strana antinomia.
Semplice si oppone a complesso o contorto, e cattivo a
buono. No. Semplice contro cattivo. Strano.
A dire il vero le due parole sarebbero simmetriche
nelle loro accezioni fisiche, ma non esistenziali. La parola
che abbiamo per semplice — 'aplous — può voler dire
anche sano, mentre la parola che abbiamo per cattivo —
poneros — significa anche malato. I traduttori hanno vo-
luto giustamente sottolineare che non era questa
l’opposizione, quella fisiologica. Infatti, dal contesto, è e-
splicitamente un problema di sapienza non di morfologia.
Nella tradizione spirituale noi distinguiamo questi due
occhi-sapienze con due nomi significativi: le ispirazioni e
le suggestioni.
Il palcoscenico della nostra consapevolezza ha vari in-
terpreti, e quanto andiamo ad affrontare è questione ne-
vralgica. E l’orientamento dentro la selva dei nostri pen-
sieri e dei nostri sentimenti, luogo dove gli oggetti mentali
si formulano e le reazioni sentimentali rimbalzano fino
alle intenzioni, e poi si finisce per fare opere d’arte o schi-
fezze, atti fraterni o violenze, con tutte le sfumature pos-
sibili.
C’è una parola da focalizzare per entrare in questo te-
ma. San Paolo, nella Lettera ai Romani fa una descrizione
tragica:

«... poiché non ritennero di dover conoscere Dio ade-


guatamente, Dio li ha abbandonati alla loro intelli-
genza depravata ed essi hanno commesso azioni inde-
gne... »85.

Sta parlando di un mondo corrotto, degenerato, vio-


lento, senza ritegno. E dice che è guidato da una intelli-
genza depravata. In greco la parola vuol dire in primis,
letteralmente, non esaminato, non messo alla prova, non
verificato. Infatti è un gioco di parole quello di Paolo: non
hanno ritenuto di verificare bene la loro conoscenza di
Dio, e Dio li consegna ad una intelligenza non verificata.
Usa lo stesso verbo nel primo come nel secondo caso, ma
nel secondo gli mette un alfa privativo. Dovevano soppe-
sare bene, allora vanno nel brodo del non ben soppesato.
Noi crediamo che le nostre cantonate sono il frutto dei
movimenti interiori errati. Le cose non stanno esatta-
mente così: i nostri errori sono certamente frutto di di-
namiche interiori sfasate, ma queste inàbitano il nostro
teatro interiore perché non c’è dogana alla nostra fron-
tiera mentale, abbiamo licenziato il portiere e nel nostro
palazzo mentale entrano tutti, chiunque passa può bi-
ghellonare nei meandri delle nostre decisioni. Il primo
che arriva apre la bocca, e nessuno gli chiede il pedigree.
Perché? C’è differenza di qualit{ fra i nostri pensieri? Eh
già. Anche solo rendersi conto di questo basterebbe a fare
un primo salto di qualità.

Bisogna considerare una cosa: come mi ricostruisce


Dio, come mi salva? Come interviene nella mia vita? Ci
sono le cose che mi circondano, i fatti della mia storia, il
dono delle Scritture, la sapienza che i cristiani prima di
noi ci hanno tramandato, la cura a diversi livelli che pos-
siamo trovare nei cristiani di oggi, ossia quel corpo orga-
nico che è la Chiesa, e la forza dei sacramenti, e l’arte cri-
stiana, e persone che ci vogliono bene, e... una lista infinita
di mezzi nobili che Dio Padre, vedendo come stiamo com-
binati, ci può offrire a mitragliate di generosità. Ma se dal
di dentro non apriamo la porta, restano tutte fuori. E ci
scivolano addosso.
Niente giova se non lo si accoglie. E allora Dio deve
proporsi al mio cuore, alla mia consapevolezza. E ha il suo
stile. Ma non parla solo Lui. Intorno a me ci sono altre i-
stanze, altre proposte, altri incitamenti. E non parlano so-
lo fuori. Entrano, scorrazzano, mi impressionano, mi con-
gestionano.
Dopo che ci siamo fatti male o abbiamo fatto male a
qualcuno è saggio farsi domande tipo: ma da dove è nato
tutto questo macello? Perché sono andato fuori rotta e ne-
anche me ne sono reso conto? Quando è iniziato questo di-
sastro? Da dove mi sono partite le stupidaggini? Questo
innescherebbe un processo di sapienza.
Qualcuno può pensare: allora si va tutti dallo psicolo-
go? Ecco, ora perdo due pagine di questo libro in chiari-
menti...? Ma no!
Andare dall’esperto di psico-dinamica può essere utile,
o anche necessario. Sono un fornitore generoso di clienti
per psicoterapeuti e analoghi, mi dovrebbero dare un
premio per la causa della categoria. Ma non è questo il
campo del nostro discorso, che è ben diverso. Abbiamo
spesso a che fare con il tragico oblio della nostra ricchezza
spirituale - mentre mille volte ho visto che se uno specia-
lista di psico-dinamica impatta con tale ricchezza, la ap-
prezza entusiasticamente. Noi cristiani abbiamo certi
pezzi nel nostro arsenale da far impallidire qualsiasi pre-
parazione eterogenea. E invece impallidiamo noi, fonda-
mentalmente per trasandatezza.
Ci sono persino cose che devi andare a cercarti da solo,
se sei un giovane prete, perché nella ratio studiorum non
trovano posto, e sono fra quelle che ti servono di più ad
aiutare la gente, i matrimoni, i giovani; c’è qualcuno che
cerca di ovviare con un imparaticcio di psicoanalisi - rari
casi in realtà. In genere i sacerdoti distinguono i due cam-
pi di competenza e si preparano per quel che la Provvi-
denza affida loro, riconoscendo le diverse competenze.
Danno a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di
Dio. Se un ragazzo si rompe una gamba in parrocchia, lo
porto al pronto soccorso, non davanti al Santissimo Sa-
cramento.

Le sorgenti dei pensieri

Il nostro ambito, in realtà, è più recondito, e nello


stesso tempo più semplice. Non consiste nella meccanica
del pensiero, ma nella sua fonte.
La domanda è dunque: da dove mi è partito il disordi-
ne? Da dove è iniziata la dinamica che mi ha scassato la
vita?
Dice il libro del Siracide:

«Principio di ogni opera è una parola, prima di ogni


azione ce la riflessione.
Radice di ogni mutamento è il cuore, da cui derivano
quattro scelte: bene e male, vita e morte, ma su tutto
domina sempre la lingua»86.
C’è una parola dietro ogni mio atto. Gratta gratta, sotto
le cose che ho fatto male troverò una “lingua” che mi era
balenata in mente. Un pensiero nero che non ho buttato
via. Quella cosa - che seguiva un suo linguaggio, aveva un
suo modo di parlare - ad un dato momento l’ho assimilata
dialogando con il suo idioma dentro di me. E, piano piano,
ha preso spazio, è diventato la chiave per leggere le cose,
si è stabilito come convinzione, ed è diventato il mio lin-
guaggio interiore. E mi ha rovinato la vita.
Alla stazione c’è un popolo di bambini, mogli, mariti,
fratelli che aspettano il treno che porta indietro i disillusi.
Spesso non ci sono quelli che speri tanto di veder tornare
dal loro inganno. Loro non prendono il treno del ritorno
verso chi hanno abbandonato, ferito, tradito, deluso e non
sanno che è una gioia indicibile vedere qualcuno che, co-
me si dice, si ravvede.
Ravvedersi. Vuol dire tornare indietro a vedere,
ri-vedere. Una re-visione che deve scattare perché
un’altra parola ha finalmente trovato udienza dentro di te.
E l’hai accolta. Prima ti dava un po’ di dolore, ti contesta-
va, ma poi hai iniziato ad intendere il suo linguaggio e ha
iniziato a farti respirare, a riconsegnarti il cervello e il
cuore, a darti un ritmo nuovo. E ora stai meglio.
Insomma: i macelli cominciano da un pensiero, le rico-
struzioni iniziano da un pensiero.
E diteci la marca dei primi e quella dei secondi, che i
primi non li prendiamo più e ci teniamo stretti i secondi!
Ecco, siamo qui proprio per questo.
Li abbiamo già citati: i pensieri che distruggono si
chiamano suggestioni, quelli che ricostruiscono si chia-
mano ispirazioni. E sono tanto diversi tra loro. Ma dob-
biamo decidere di ri-assumere il portiere del palazzo a
fare da filtro, sennò le suggestioni entrano senza annun-
ciarsi, e vincono sulle ispirazioni, in genere.
E perché mai? Perché sono diverse, e la loro eteroge-
nea natura stabilisce che alla tortuosa e ingannevole bel-
licosità delle suggestioni si opponga la semplicità pacifica
delle ispirazioni. Mettetele a gareggiare per un parcheggio
e vedrete chi vince. Infatti la pace perde il parcheggio
tranquillamente. Perché sa che è meglio perdere il par-
cheggio che la pace. Chiamala stupida...

Sarà vantaggioso a questo punto capire i due linguaggi,


le strategie e le modalità con cui si presentano queste due
istanze nel nostro mondo interiore.
Non va taciuta la paternità di queste due luci: dalla
parte delle ispirazioni, se sono vere, non c’è dubbio, c’è lo
Spirito Santo. E dalla parte delle suggestioni? Chi è il pa-
dre dell’inganno?
Gesù, in uno dei più amari confronti con i suoi uditori
che non gradivano i suoi discorsi, arriva a dire:

«Voi avete per padre il diavolo e volete compiere i de-


sideri del padre vostro. Egli era omicida fin da princi-
pio e non stava saldo nella verità, perché in lui non c'è
verità. Quando dice il falso, dice ciò che è suo, perché è
menzognero e padre della menzogna»87.

Inutile girarci intorno: il male ha una paternità, ha una


sorgente. E non va ridotto alla cattiveria umana, perché è
sano riconoscere che c’è un mysterium iniquitatis, qualco-
sa di inspiegabile. Il male che gli uomini hanno fatto nella
storia si è dimostrato inumano, mostruoso, superiore alla
somma delle malvagità umane: il male innesca qualcosa
che supera l’umano. Il male prende l’uomo e lo porta in
una dimensione che non è la sua verità. Quando un uomo
si ravvede, si dice che torna in se stesso. Ossia torna au-
tentico. Il male non è la nostra verità. Io sono me stesso
quando amo, quando odio sono ingannato. Quando mi
calmo, quando mi distacco, quando ricostruisco, è il mo-
mento in cui sono vero. Essere cattivi è ciò che la parola
significa etimologicamente: essere in cattività, presi den-
tro una rete. Il male etico, esistenziale, operato dall’uomo,
è sempre inganno.
È madornale l’errore di demonizzare l’uomo: l’uomo è
l’uomo, e il demonio è il demonio. Se li confondi e non ri-
spetti la differenza, puoi autorizzarti a fare pulizie etniche
di vario genere. E il demonio ti ha fregato proprio con
l’atto di demonizzare. Ogni volta che formati al divino in-
segnamento di Gesù osiamo chiamare Dio nostro Padre,
chiediamo di essere aiutati nella battaglia degli inganni,
ossia delle tentazioni, e liberati dal maligno. Perché sa ir-
retirci e schiavizzarci per mezzo delle sue seduzioni.
Ma non c’è solo questo influsso negativo!
C’è la generosit{ del Padre della luce, che è ben altro!
C’è il Signore Gesù che intercede per noi nel cielo perché
noi siamo visitati dallo Spirito Santo! Questo è molto più
importante.
Mai concentrarsi solo sul male, sempre restare più at-
tenti al bene; il male infatti ha due tecniche principali,
opposte, per ingannarci: o si nasconde ed entra come uno
qualsiasi, o ci attira a non pensare ad altro che a lui, spa-
ventandoci. In ogni caso, o nel falso bene o nell’ossessione
del male, ci tiene la testa lontano dal vero bene. E quindi è
vitale restare più possibile con la testa nelle cose buone,
come dice san Paolo:

«In conclusione, fratelli, quello che è vero, quello che è


nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che
è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che
merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri»88.

L’oggetto dei nostri pensieri non può essere qualcosa


di ignobile, ingiusto, impuro, odioso, disonorevole, viziato
e disdicevole. Se non di passaggio. Quando uno si rende
conto di stare infossato nella rabbia e nell’amarezza, do-
vrebbe imparare a registrare il fatto come una spia: mi sta
ingannando, mi sto occupando troppo di lui.
Eppure in qualche maniera abbiamo bisogno di con-
frontare l’opera dello Spirito Santo e l’opera del nemico,
tenendo sempre a mente che non sono speculari, non so-
no simmetriche. Sono del tutto diverse fra loro. Il Creatore
è Dio, e il suo Spirito cova le acque di ogni inizio ed è Si-
gnore; Lui, per sua natura, dà la vita, fa vivere.
Il nemico non sa dare la vita, la sa solo opprimere, ma
è astuto, e per mestiere scimmiotta l’opera di Dio, perché
è invidioso e competitivo. È una luce che è tenebra. Quindi
o fomenta pensieri distruttivi o sposta l’attenzione dal
bene reale al bene ipotetico, e comunque opprime il bene
possibile, lanciando nel pindarico. E così uno pensa alla
casa in cui abiterà e non abita la presente.
Invece lo Spirito Santo cova il presente, anche se cao-
tico, come grembo del bene. Con lo Spirito Santo si guarda
alla potenzialità delle cose e le si valorizza, con il maligno
o ci si ossessiona su una idea e non sulla realtà, o, più
spesso, si tende a buttare via tutto.
Ma come faccio ad affrontare queste tematiche senza
citare Clive Staples Lewis e le imprescindibili Lettere di
Berlicche? Per chi non conoscesse la cosa, Lewis scrive
genialmente una serie di lettere di uno zio diavolo al suo
nipote diavolo che sta imparando a tentare gli uomini. Nel
suo linguaggio tutto è rovesciato, e il “Nemico” è il Padre
celeste. Leggiamo un passaggio:

«Gli esseri umani vivono nel tempo, ma il nostro Nemi-


co li destina all’eternit{. Perciò, credo, Egli desidera
che essi si occupino principalmente di due cose: della
eternità stessa, e di quel punto del tempo che essi
chiamano il presente. Il presente è infatti il punto nel
quale il tempo tocca l’eternit{. Del momento presente,
e soltanto di esso, gli esseri umani hanno un’esperienza
analoga all’esperienza che il nostro Nemico ha della
realtà intera; soltanto in esso viene loro offerta la li-
bertà e la realtà. Egli vorrebbe perciò che essi fossero
continuamente occupati o con l’eternit{ (il che vuol di-
re essere occupati di Lui) o con il presente — o che me-
ditino sulla loro eterna unione con Lui, o sulla separa-
zione da Lui, oppure che obbediscano alla voce presen-
te della coscienza, portando la croce presente, rice-
vendo la grazia presente, offrendo azioni di grazie per
il piacere presente. Il nostro lavoro è di allontanarli sia
dall’eterno sia dal presente»89.

E mastro diavolo continua spiegando che soprattutto il


futuro, ossia il tratto di strada fra il presente e l’eternit{,
per sua natura assolutamente immateriale, è la cosa in cui
bisogna che la tentazione concentri l’uomo, sicché uno
viva di nulla, torturandosi nelle ipotesi.
In ogni Ave Maria questa sapienza viene a noi: adesso e
nell’ora della nostra morte. Le uniche due cose certe: oggi
esistiamo e un giorno varcheremo la soglia dell’eternit{.
In mezzo c’è qualcosa che è da consegnare e da accogliere,
non da tentare di manipolare o altro. Soprattutto perché
sarebbe una alienazione.
Sia detto: la lettura di Lewis e dell’epistolario pseu-
do-demoniaco è uno dei regali che bisogna fare a se stessi
nella vita. E una di quelle letture che fanno cambiare pro-
spettiva e illuminano beneficamente.

Sintassi, linguaggi, idiomi

Entriamo meglio nello specifico: lo Spirito Santo mi


salva, abbiamo detto, con un tipo di movimento interiore
che si chiama ispirazione.
Ispirazione, dal latino in spirare vuol dire spirare den-
tro, è una cosa che sgorga nella zona recondita della con-
sapevolezza, al confine sorgivo dell’io nobile. Questo luo-
go la Scrittura lo chiama “cuore” ma anche “spirito”, ed è la
parte più profonda, il centro dell’essere dell’uomo, dove lo
Spirito Santo agisce ordinariamente con tutte le persone
della terra. Sant’Agostino usava l’espressione intimior in-
timo meo, più intimo a me di me stesso. Eppure la si speri-
menta come un contatto con se stessi di totale autenticità.
Ha le sue caratteristiche specifiche, che vediamo fra poco.
Nella tradizione spirituale cristiana all’ispirazione si
oppone la suggestione. Noi siamo abituati a pensare un
suggerimento come una cosa buona - e nell’uso normale
questo è un termine accettabile — ma la parola viene dal
latino sub gèrere e non ha un buon senso. Il “gerente” è
colui che gestisce e sub gèrere vuol dire stare sotto la ge-
stione di un altro. Corrisponde di fatto ad una manipola-
zione. Roba pericolosa.
Va notato il prefisso dei due termini: lo Spirito Santo
usa ed è qualcosa che sta sotto e in basso, e soffia, mentre
l’opera del padre della menzogna usa “sub” che implica un
movimento, che crea sottomissione, orientato a gestire, a
prendere il comando.
Ma quali sono le caratteristiche essenziali di questi
due linguaggi?
L’ispirazione viene dallo Spirito Santo, e la sua logica è
l’amore, quindi propone ma non impone, perché l’amore
implica la libert{. Seguire un’indicazione senza il proprio
libero assenso, non può essere un atto d’amore, perché è
spersonalizzante. Se una donna ricatta il suo uomo e ot-
tiene che si comporti come lei desidera, quel che poi va in
onda non è molto appagante... nessuno ama per minaccia.
Per questo lo Spirito Santo non costringe mai nessuno,
perché ciò che si ottiene per costrizione è inutile.
Questo va ripetuto: le forzature, nella vita interiore,
nella dinamica spirituale, nella crescita nell’amore, non
servono a niente. Appena finisce la minaccia, si torna, per
logica elastica, nella forma precedente. Se non mi impos-
sesso di quello che debbo fare, se mi rimane estraneo, di
conseguenza lo farò in apnea, e tirerò il fiato appena pos-
sibile.
Lo Spirito Santo non è solo delicatezza e dolcezza, ma
è anche la più acuta sapienza, e non asfalta le persone non
solo perché non sarebbe amore, ma anche perché non sa-
rebbe saggio. Infatti, semplicemente, non serve a niente. I
moralismi non sono solo brutti: sono soprattutto inutili.
Non dimenticherò mai la spontaneità di Enrico Petril-
lo, vedovo di Chiara Corbella, già citato in apertura, che ad
un ragazzo che durante un incontro ci chiedeva da cosa si
riconosce che mi stia parlando Dio, rispose a botta secca:
«dal fatto che gli puoi dire di no». Vero.
Allo Spirito Santo si può dire di no. Altrimenti noi a-
vremmo a che fare con un dittatore. E non ci porterebbe
al regno dei cieli, ma in qualche lager.
Questo non vuol dire che le ispirazioni siano melliflue,
mosce, sbiadite. Tutt’altro. Ma se da una parte c’è la for-
zatura della costrizione, c’è dall’altra anche l’energia del
bene. La seconda sa essere poderosa. Ma sempre nella li-
bertà.
Ci sono pensieri che propongono un bene al mio cuore,
e ad un tratto io intuisco una cosa buona verso cui mi
posso aprire, vedo dentro di me un’istanza che mi istrui-
sce verso qualcosa di positivo e questa cosa mi lascia
completamente libero. Io sento un combattimento inte-
riore perché capisco che aprirmi a quella cosa vuol dire
accettare un cambiamento, accettare anche una posizione
di generosità che implicherà delle perdite, ma io resto
perfettamente libero, posso dirgli di no eppure essa è for-
te dentro di me e la sento profondamente vera. Lo Spirito
Santo non ha bisogno di servirsi del verbo dovere, Lui in-
vece dischiude possibilità, ci parla secondo un altro verbo,
il verbo “potere”. Non: “devi fare questo!” ma: “puoi fare
questo...”.

La suggestione invece ha una logica che è fondamen-


talmente istruita da una paura, spesso falsa, e in forza di
questa coarta, devia, costringe. È impastata di urgenza. Io
sono aggredito interiormente in una direzione, e il mio
movimento interiore si presenta come qualcosa che sa di
obbligo anche se parla di cose spirituali e sante dove però
io sparisco, non sono più una persona ma un soldatino.
Infatti normalmente s’intreccia con i sensi di colpa e può
criptare spesso una pretesa su se stessi, nascondendo
quel tipo di superbia che è l’imbarcarsi in cose che non
sono veramente mie.
A causa di una suggestione si afferma quel che si pensa
in maniera aggressiva, tesa, impaurita, ansiosa, mentre
sotto ispirazione si comunica con tranquillità, e questo a
causa del fatto che uno intuisce quel che fa come una cosa
limpida.
Infatti, la suggestione normalmente è un tipo di insi-
nuazione interiore per cui io patisco l’impellenza a fare
qualcosa ma se qualcuno mi chiede di giustificare quel che
ho deciso io lo spiego in maniera complicata e tortuosa,
non ho una risposta lineare, parto per un discorso che
non finisce mai e tendo a fare dei giri complicati per giu-
stificare i miei atti, cerco di convincere chi mi ascolta fi-
nendo per dire cose del tipo: non mi puoi capire, solo io
posso capirlo.
Quando invece una intuizione proviene dallo Spirito
Santo, se mi si chiede il perché del mio agire, ho una ri-
sposta semplice, pacata, tranquilla, non ho il problema di
convincere l’altro, sono ben convinto di mio e quindi sono
sereno di ciò che dico, penso sia la cosa giusta e non ho
molto da articolare, la cosa va avanti bene.
Quando una cosa viene dal Nemico, essendo una sug-
gestione, devo convincere l’altro, resto frustrato ed ar-
rabbiato se l’altro non mi d{ ragione perché non sono
convinto io stesso, sentendo già la forzatura dentro di me.
Le ragioni nelle ispirazioni dello Spirito Santo sono li-
neari, mentre nelle suggestioni del maligno sono cervello-
tiche e normalmente deviano da certe patenti semplici
evidenze. Ovvero, mentre nel primo caso parliamo di una
luce che illumina, nel secondo caso parliamo di fissazioni,
dove spariscono alcuni aspetti della realtà e uno fa qua-
drare a martellate il ragionamento perché deve arrivare
per forza ad una cosa, perché in realtà questa cosa è già
stata scelta a priori.
Nella ispirazione dello Spirito Santo gli atti in questa
luce solare possono essere grandi, persino straordinari
ma sono di fatto consequenziali, non lavorano con le for-
zature, e si sta nella realtà. Invece le suggestioni del mali-
gno parlano di beni ipotetici ancora non raggiunti e non
certi, mettendo tranquillamente a rischio un bene reale,
oggettivo, già presente ma meno appariscente che viene
letto come trascurabile — mentre la tentazione ha lo
scopo di farci perdere proprio quello.
Il maligno parla spesso nei ragionamenti complicati
dove le cose basta prenderle sotto un altro punto di vista
e non si giustificano più. Una cosa tipica delle ispirazioni è
che resistono nel tempo: il giorno dopo appaiono sempre
luminose e il giorno dopo ancora e ancora — questo per-
ché hanno in sé un briciolo di eternità. Invece le sugge-
stioni, se rianalizzate, giorno dopo giorno appaiono nella
loro tendenza a sgretolarsi, a perdere la loro forza e di-
ventare ingiustificabili. Infatti in genere cambiano conti-
nuamente motivazione, non sono costanti nella loro di-
namica.
Mentre le ispirazioni sono semplici ma globali, le sug-
gestioni sono assolutizzazione ciclica di questo o
quell’aspetto, sopravvalutazione random di una parte
della realtà per volta.
Il pensiero istruito dallo Spirito Santo ha una sua au-
toevidenza, è «luce per governare il giorno», ossia è solare,
semplice e onesto. Non si ha vergogna di un pensiero dal-
lo Spirito.
Invece il movimento logico mosso dalla suggestione
conserva qualcosa di nascosto, ha una sua parte impre-
sentabile, è luce notturna, fa muovere nell’ombra, tiene
nascosta la sua strategia, o perlomeno tende a far fare co-
se che uno non ama dire completamente.
Se appare infatti questa reticenza, questo parlare di
malavoglia di quel che si vuol veramente fare, o si prende
l’abitudine a non manifestare le proprie intenzioni, e a fa-
re le cose tendenzialmente di nascosto almeno in parte,
non è di certo la verità che ci guida.

«Chiunque infatti fa il male, odia la luce, e non viene


alla luce perché le sue opere non vengano riprovate.
Invece chi fa la verità viene verso la luce, perché appaia
chiaramente che le sue opere sono state fatte in Dio»90.

Chi sta seguendo una suggestione avrà antipatia


all’idea di confrontarsi con un pensiero critico, con qual-
cuno che lo possa contraddire, e cercherà chi gli dia ra-
gione, chi non lo metta in discussione. E se costretto a ri-
velarsi mostrerà un atteggiamento arrogante, aggressivo,
che tende a mettere a tacere l’altro.
Spesso proprio questo atteggiamento rivela che stia-
mo appresso ad un inganno: il fatto che abbiamo paura di
confrontarci.
È impressionante come sia raffinato il discorso fatto
da Dio a Caino che sta incubando l’omicidio di suo fratello,
a causa del non aver messo in discussione la sua mediocre
offerta91:
«Il Signore disse allora a Caino: “Perché sei irritato e
perché è abbattuto il tuo volto? Se agisci bene, non do-
vresti forse tenerlo alto? Ma se non agisci bene, il pec-
cato è accovacciato alla tua porta; verso di te è il suo
istinto, e tu lo dominerai ”»92.

Sta a testa alta chi ha la luce nel cuore, e chi cova una
stortura non ha una postura esistenziale eretta, non
guarda negli occhi, è piegato su di sé, ma soprattutto ha il
peccato alla sua porta. Covare una stortura è la premessa
di ogni tragedia. Non arriviamo dal nulla a compiere atti
perversi, violenti, distruttivi: c’è un pensiero nero latente,
lasciato in stand-by, non allontanato, che ad un dato mo-
mento prende il sopravvento e ci domina.

Linee e curve

Possiamo intendere come si muovano dentro di noi le


due istanze dello Spirito Santo e del mentitore anche se-
condo uno schema spaziale, visto che, appunto, sono due
movimenti.
La suggestione è mossa da inconsapevoli assolutizza-
zioni, e segue la logica del maligno, che non a caso è chia-
mato dia-bolos, parola composta in due parti che somiglia
ai termini contr-apposto, av-versario, colui che contrap-
pone, che divide le cose ponendole di traverso. Possiamo
rappresentare la spinta suggestionante come un’ellissi:
infatti la tipica logica duplice e ambigua della menzogna
in genere ha due fuochi, come succede ad una traiettoria
ellittica. I due fuochi sono due istanze contraddittorie su
cui uno inizia a girare, dall’una all’altra, in una ciclica ri-
petizione ossessiva. In genere un’istanza sar{ la soprav-
valutazione di una paura, l’altra la sua sottovalutazione -
tutto sempre quasi inconsapevolmente, anche se alla fin
fine mai del tutto.
Facciamo degli esempi: una suggestione può avere
luogo sulla base della paura di essere rifiutati. Ho paura di
essere scansato, ignorato, scartato, non ammesso, anche
se forse non lo ammetto, non lo razionalizzo. Ma inizio a
seguire le strategie per essere omologato, e dico le cose
che gli altri vogliono sentirsi dire, faccio quello che mi da
“audience”, sto nella posizione che gli altri gradiscono e
mi appiattisco su questa paura, nell’illusione inconsape-
vole di trovare così una fuga dalla mia solitudine.
Ma questa è una assolutizzazione, e quindi non tiene
conto di tutti gli aspetti della realtà. Infatti, una volta o-
mologato, inizio a sentirmi a disagio, inizio a vedere i costi
di quel sacrificio al dio “audience”, e presto o tardi cerco il
colpevole del mio malessere, e un po’ me la prendo con
me stesso, e ancor di più mi sento vittima
dell’approvazione altrui, perché è partita l’altra paura:
quella di non fare quello che mi pare, ossia di essere co-
stretto, il mio ego rivendica la sua dittatura e allora inizio
a diventare un partigiano contro il dispotismo
dell’opinione altrui. Quindi, con un processo che ha diver-
si tipi di velocità, metto in atto ribellioni e rotture verso
chi prima assecondavo docilmente, e scardino disordina-
tamente la mia dipendenza, affermando la mia autonomia
e correndo verso l’altro fuoco dell’ellissi.
A questo punto, ovviamente, l’autoaffermazione si
mostrerà, dopo il primo appagamento liberatorio, come
condizione insoddisfacente: sono solo, mi sento escluso,
ho bisogno di conferme, qualcuno mi deve riconoscere. E
mi ri-parte l’altra paura. E giro verso l’altro fuoco, arrivo
lì, e quindi soffro e torno indietro, e tornato qui, sto male e
tomo indietro. E viaggio nella rotazione ellittica senza so-
luzione di continuità.
Abbiamo preso due paure tipiche, si possono trovare
altre coppie di paure, ma va notato che questo movimento
contraddittorio, diabolico, può avvenire ad una velocità
imbarazzante, e nello stesso discorso una persona può
fare la rotazione anche più volte. Ma può essere anche
lentissimo, con oscillazioni che prendono fasi di anni, pe-
riodi sotto l’influsso di suggestioni contrapposte.
Nel linguaggio tipico dell’ad-versarius - notando che in
ebraico avversario si esprime con il termine satàn che in
sé vuol dire accusatore - i due poli fondamentali
dell’ellisse sono l’adulazione e l’accusa. Il denigrare senza
appello se stessi, o il compiacimento vittimista del pro-
prio ego. Assolutizzazioni. Logiche parziali.

Nell’altro caso, lo schema spaziale delle ispirazioni può


essere dedotto analizzando la loro attività - differente ma
non simmetrica: se il maligno accusa e adula, lo Spirito
Santo consola e corregge. Facciamo due esempi: se io fac-
cio una stupidaggine - cosa tutt’altro che rara - il maligno
mi accuserà scatenando il meccanismo autodistruttivo e
cieco, da binario morto, portandomi o alla disperazione o
alla rimozione. Invece lo Spirito mi correggerà, mi aiuterà
a riconoscere l’errore fatto, ma appunto mi “regger{”, mi
rimetterà in carreggiata. Mi dirà come non ripetere la stu-
pidaggine fatta. Mi sono lasciato correggere, cammino
meglio, imparo. L’accusa tende alla sterilit{, la correzione
cerca la costruttività.
Esempio inverso: se qualcuno mi fa del male il maligno
mi adula, mi vittimizza e mi ripete frasi interiori tipo:
“Proprio a te!? Ma come si sono permessi?! Tu non meriti
questo!”. Con vari tipi di rivendicazione e di lamento del
male ricevuto, mi gonfia dentro l’istanza giustiziera e mi
riporta il pensiero sul fatto, e a reiterarne il rifiuto. E sto
fermo sul colpo, drammatizzandolo.
Per contro, l’ispirazione mi consoler{, mi inviter{ ad
entrare in relazione col Padre su questo fatto, starà con
me e mi dir{: “Ci sono, non ti mollo, in questo fatto mi
puoi incontrare.” E mi aiuter{ a riprendere a camminare,
addirittura a valorizzare la cosa e a cercare di crescere
dentro questa tribolazione.
In sintesi: se il movimento delle suggestioni è ellittico,
ciclico e ripetitivo, in genere centrato sul rifiuto della
croce, il movimento delle ispirazioni è lineare, costruttivo,
invita a crescere. In una parola: è un movimento pasquale.
Va oltre.
L’ellissi suggestionata chiude nella solitudine
dell’ossessione delle proprie paure, la linea pasquale i-
spirata apre all’oltre e alla relazione.
Se Gesù prospetta la croce, Pietro reagisce secondo
suggestione:

«Da allora Gesù cominciò a dire apertamente ai suoi


discepoli che doveva andare a Gerusalemme e soffrire
molto da parte degli anziani, dei sommi sacerdoti e de-
gli scribi, e venire ucciso e risuscitare il terzo giorno.
Ma Pietro lo trasse in disparte e cominciò a protestare
dicendo: “Dio te ne scampi, Signore; questo non ti ac-
cadrà mai ”»93.

«Dio te ne scampi». Secondo il sistema religioso di Pie-


tro, Dio serve ad evitare gli ostacoli, Dio ce ne scampa,
perché gli ostacoli sono cose che non devono capitare.
Dichiaratamente Gesù rivela che non è Pietro l’autore
di quel pensiero:

«Ma egli, voltandosi, disse a Pietro: “Lungi da me, sa-


tana! Tu mi sei di scandalo, perché non pensi secondo
Dio, ma secondo gli uomini!”»94.

« Tu mi sei di scandalo», che in greco vuol dire ostacolo,


ossia: non mi fai andare oltre, non mi fai arrivare alla me-
ta.
Infatti quando Gesù fronteggia la croce ha un altro at-
teggiamento, che possiamo vedere, fra tantissimi altri, in
un passaggio del Vangelo di Giovanni:

«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era


giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò si-
no alla fine»95.

Passare al Padre come chiave della croce che si avvi-


cina, e tendere al fine, a fare le cose fino al loro scopo, e a
non perdere l’amore come orizzonte dei fatti.
Le ispirazioni tendono alla meta, all’amore, al Padre
celeste.
Insomma: se si deve ricominciare, le suggestioni sono
dannosissime. Le ispirazioni sono il fulcro di una ripar-
tenza limpida, bella. Alcuni nuovi inizi sono falsi, perché
basati sulla rivendicazione e sulla rabbia, e mentre sem-
brano una fase nuova, in realtà sono il capitolo successivo
della vecchia. Ecco il pericolo: non ricominciare ma ripe-
tere.

Posti di blocco

Proviamo a descrivere un esercizio per cominciare ad


orientarci in questa ricognizione interiore che il quarto
giorno ci offre. Va detto: i consigli forniti in questo libro
sono per chi sta cominciando, si parla di una fase di impo-
stazione, e non sono altro che il primo passo. Non sono
per nulla originali, sono tradizione comune e dovrebbero
essere utilizzati comunemente. Ma sono essenziali e utili
ad ogni livello.
In primis è altamente opportuno esercitarsi nella veri-
fica dei pensieri. Come fare?
La risposta è nascosta nella domanda: per verificare i
pensieri bisogna verificare i pensieri. Dico: ma sono sce-
mo? No, o almeno non su questo. Il punto è che già inter-
rogare i pensieri, nella spiritualità, è tecnica che da se
stessa ha la sua efficacia.
Faccio un esempio: se nella via del centro di Roma,
dove per ora la Chiesa mi ha collocato, la Polizia istituisce
un posto di verifica dei documenti e di controllo delle
persone, io dalla finestra vedrò che ci sono persone che
appena si accorgono che i documenti vengono controllati,
gireranno i tacchi e torneranno indietro. Perlomeno non
gli va di essere verificati, o non sono in regola. Queste
persone non me la raccontano giusta, posso sospettare
che qualcosa non quadri con loro. Invece le persone in
regola continueranno la loro camminata e se fermati mo-
streranno i documenti senza problemi.
Se metto la dogana, se ri-assumo il portiere allo stabile
della mia consapevolezza, come detto, già a questo livello
molte suggestioni saranno allontanate o identificate.
Che domande debbo fare ai pensieri? Sant’Ignazio, fra
la miriade di cose assolutamente straordinarie che lui
consegna negli Esercizi, dice, usando la distinzione fra
angelo buono e angelo cattivo:

«Dobbiamo fare molta attenzione al corso dei pensieri:


se il principio, mezzo e fine è tutto buono e tende a ogni
bene, è segno di angelo buono; ma se nel corso dei pen-
sieri suggeriti si va a finire in qualche cosa cattiva o di-
struttiva o meno buona di quella che l’anima si era
prima proposta di fare, o la infiacchisce o inquieta, o
conturba l’anima, togliendo la sua pace, tranquillit{ e
quiete che prima aveva, è chiaro segno che questo pro-
cede dal cattivo spirito, nemico del nostro progresso e
salvezza eterna»96.

Ecco le domande primarie: da dove nasce, che mezzi


sceglie e, soprattutto, dove mi porta questo pensiero?
Badare bene: nella prima analisi meglio mettere da
parte il contenuto del pensiero per se stesso, e stare più
attenti a come si muove, da dove viene e dove va.
Tante volte, aiutando le persone nei loro discernimen-
ti, ho speso tempo a chiedere: raccontami in quale occa-
sione ti è venuta questa idea. La circostanza e l’analisi
delle percezioni originarie di un pensiero possono essere
assai illuminanti. Posto che tutti gli oggetti mentali na-
scono dalle percezioni, farsi delle domande sui diversi
sensi — tipo: ma ho visto questa cosa veramente o mi son
fatto un film? L’ho udita con le mie orecchie questa notizia
o è per sentito dire? Ci sono manipolazioni a monte di
questa cosa che mi si è piazzata in testa?
E ancora: ero libero o sotto pressione quando è inizia-
ta questa linea mentale? Già il fatto che qualcosa pulsi in
me, si imponga, mi costringa a pensarla, fa sollevare il so-
spetto che sia roba poco affidabile.
Ripetiamo: lo Spirito sgorga nel profondo in maniera
limpida, mentre la menzogna si impone.
Quindi: il modo di muoversi è rivelatorio della sostan-
za stessa dei pensieri, mentre noi tendiamo a partire dai
contenuti.
Ma in seconda battuta il contenuto certamente va
guardato. Se una cosa implica o porta ad una cosa esplici-
tamente fuori dall’amore, fuori dalla sapienza cristiana,
fuori dai comandamenti di Dio, c’è poco da fare: è un in-
ganno. Mai il male è la via del bene. In nessun caso. Tosta,
ma utilissima. E leggiamo un passo del Catechismo, per
uscire dalle sabbie mobili del relativismo:

«L'atto moralmente buono suppone, ad un tempo, la


bont{ dell’oggetto, del fine e delle circostanze. Un fine
cattivo corrompe l’azione, anche se il suo oggetto, in sé,
è buono (come il pregare e il digiunare “per essere visti
dagli uomini”: Mt 6,5).
L’oggetto della scelta può da solo viziare tutta
un’azione. Ci sono dei comportamenti concreti - come
la fornicazione - che è sempre sbagliato scegliere, per-
ché la loro scelta comporta un disordine della volontà,
cioè un male morale. È quindi sbagliato giudicare la
moralità degli atti umani considerando soltanto
l’intenzione che li ispira, o le circostanze (ambiente,
pressione sociale, costrizione o necessità di agire, ecc.)
che ne costituiscono la cornice. Ci sono atti che per se
stessi e in se stessi, indipendentemente dalle circostan-
ze e dalle intenzioni, sono sempre gravemente illeciti a
motivo del loro oggetto; tali la bestemmia e lo sper-
giuro, l’omicidio e l’adulterio. Non è lecito compiere il
male perché ne derivi un bene»97.

Una suggestione tenderà a giustificare il male come


necessario, come poco dannoso. Ricordiamo come parla il
signor menzogna:

«... “del frutto dell’albero che sta in mezzo al giardino


Dio ha detto: Non ne dovete mangiare e non lo dovete
toccare, altrimenti morirete". Ma il serpente disse alla
donna: “Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che quando
voi ne mangiaste, si aprirebbero i vostri occhi e diven-
tereste come Dio, conoscendo il bene e il male”»98.

Il dietologo dei miei sogni: i dolci non fanno ingrassa-


re.
Il male non fa male.
Mentire costruisce, tradire fa bene al rapporto, non
parlare chiaramente salva le relazioni, impaurire educa,
parlar dietro è utile, manipolare le informazioni crea fidu-
cia, rubare è necessario, aggredire aumenta l’autostima,
non pregare è irrilevante, la disonestà è senza conse-
guenze, i favoritismi aiutano la comunità, le violazioni
fanno bene, le prevaricazioni fanno girare meglio le cose e
la violenza è utile.
Come dire: buttarsi sotto un treno è salutare.
Sì, tutti, per l’ultima volta.
Ci sono gli adoratori del “quando ci vuole, ci vuole” che
però non mi prenderei come maestri dell’amore. E se
l’amore è l’unica cosa per cui vale la pena di vivere, che
roba è mai questa?
Se passo i pensieri allo scanner per cui mi chiedo se
sto usando o tollerando il male come mezzo, ecco che sal-
tano fuori vari inganni.
Nessuna ambiguità: un peccato non può essere la
strada per ricostruire niente.
E poi? E poi, come già visto, provo a verificare se sono
disposto a confrontarmi su quel che sto pensando: ma
non con l’amico yes-man, il compagnone, ma con una gui-
da, o con una persona che mi sa criticare dandone prova
sicura con il ricordo che lo ha già fatto, che lo sa fare ve-
ramente. E nel caso in cui sento che non mi va di parlar-
gliene, come già accennato, brutto segno...
Altro parametro imprescindibile è la comunione con le
persone. È pericoloso seguire i pensieri che non tengono
conto della comunione, della costruzione dei rapporti, del
crescere nella connessione con gli altri. La difesa della
comunione è in genere un’ispirazione; l’affermazione di
un’attivit{ che va fatta a tutti i costi, malgrado la comu-
nione, è in genere una suggestione: se ho ragione ma
spezzo la comunione, mi conduce il dia-ballo, se invece
accantono il mio aver ragione pur di salvare la comunione
con un fratello o con la comunità, quello viene dallo Spi-
rito Santo.
A Roma si dice che la ragione è dei fessi. Mi risulta che
Cristo avesse ragione, eppure ha lasciato perdere la giu-
stizia e mentre lo crocifiggevano diceva: «Padre, perdona
loro perché non sanno quello che fanno»99, cioè sono in-
consapevoli, fanno cose senza contatto col cuore, senza
coscienza, senza piena percezione. Come ci capita a tutti
tante volte.
Proprio vero: la ragione è dei fessi, la comunione è
dallo Spirito Santo.
Se in un matrimonio non scegli tante volte la comu-
nione invece della ragione, che brutta vita che vivi.
Verificare se quel che penso di fare è un atto contro la
comunione è essenziale per smascherare i pensieri. San
Paolo dice:
«Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace
con tutti»100.

Non sarà sempre possibile riuscire a stare in pace con


tutti, ma è sempre possibile fare quello che dipende da
me.
L’esercizio di farsi queste domande va fatto tutte le
volte che serve, in realtà dovremmo tenerlo latente nella
nostra coscienza, e farlo ad ogni pensiero...
Ma è saggio perlomeno costringere se stessi a fermarsi
in modo regolare a fare questa verifica. Sarebbe questo
l’esame di coscienza, che non è il pallottoliere dei peccati,
ma, alla lettera, l’esame della coscienza: faccio silenzio, mi
lascio placare nella preghiera, leggo i Salmi che la Chiesa
mi dà in quel momento, accolgo la Parola di Dio di questo
giorno, mi lascio resettare e apro il cuore al Signore Gesù
e al Padre della misericordia che me lo ha inviato come
Salvatore, e chiedo lo Spirito Santo per esaminare quel
che mi porto dentro. Vedo i pensieri “forti”, quelli che mi
si sono imposti o mi son sgorgati dentro, e già questo mi
farà capire molto. Perché, ricordiamolo, in-spirazioni e
sub-gestioni partono da sorgenti diverse, più che spa-
zialmente, esistenzialmente.
E dico: ma come è partito questo pensiero? Che strada
mi ha indicato? E, alla fin fine, dove vuole andare a parare
se lo seguo? Quale è il suo fine?
E ancora: usa il male come via? È del tipo: “il fine giu-
stifica i mezzi”!
Mi tiene nella mia missione o mi vuol far cambiare la
strada da ciò che so essere buono?
Usiamo i primi tre giorni: rispetta le prime evidenze? È
secondo le mie priorità benedette? Per caso mi fa rifiutare
un mio limite?
Di più: questo pensiero mi porta alla comunione o la
distrugge?
Se un pensiero riesce a sopravvivere a questa mitra-
gliata di domande, ad un primo livello — e solo ad un
primo livello — si può accogliere.
Dopo un periodo di tempo di perseveranza vengono
disinnescate.
E si campa tanto meglio.

Volendo andare oltre...

E che più?
Ci sarebbe tutto un altro capitolo, ulteriore, più pro-
fondo, da seconda fase. Si diceva che quanto abbiamo ap-
pena consigliato riguarda il primo approccio, da dove ri-
cominciare, ma poi ci sarà da continuare... Fin qui siamo
stati nell’ambito della chiara opposizione fra luce e tene-
bra, fra vita e morte. Questo livello non sparisce mai, è
sempre in auge. Ma è solo l’inizio, perché c’è tutto il gra-
vissimo capitolo successivo del falso bene.
Aiuto!
Questo è più pernicioso. Lo lasciamo per un altro li-
bro? Facciamo perlomeno un accenno. Così, per fare un
assaggino.
Alcuni infatti pensano che se una cosa è buona in sé,
allora discernimento finito, si può dormire tranquilla-
mente. Macché!
Ci sono almeno due prospettive da considerare.
La prima: che la suggestione spesso sa presentarsi
come volontà di Dio, ma è taroccata, è un’ispirazione fai
da te, il bricolage della sapienza. I contadini piemontesi
dicono che “il rosso si fa nella vigna, il bianco si fa in can-
tina’. Ottima cosa per il vino - sono un degustatore entu-
siasta di bianchi validi - ma non per la verità: ci sono pen-
sieri che scaturiscono nella vigna, nell’ambiente naturale,
lineare, e di contro quelli che si costruiscono in cantina: le
cose messe insieme a compromessi. I ragionamenti arte-
fatti, le opere che non sono obbedienza alla realtà.
In Genesi, dal capitolo 16 in poi, abbiamo una parte
tragica della storia del patriarca Abramo che si sorbisce
l’isteria di sua moglie Sara, in piena ansia, del tipo da oro-
logio biologico in fase di ultimo giro. E va in onda un ma-
cello indescrivibile in cui, visto che lei è vecchietta, inne-
sca un utero in affitto ante litteram e fa fare un figlio ad
Abramo con la sua schiava.
Con le categorie bibliche si focalizza in Sara un proto-
tipo da trentanovenne che si autoconvince di aver trovato
l’uomo giusto appena appena in tempo; da biotecnica mi-
racolosa per avere un figlio e distruggere otto embrioni;
da donna della vita trovata a 62 anni, molto ma molto più
eccitante di una moglie di lungo corso. Gente che a 58 an-
ni gli piglia la voglia di jeans.
Quale è il tema? La fregola. La fretta. E la mancanza di
capacità di accettare i no della vita, che abbiamo già visto
al terzo giorno.
Nella storia di Genesi 16 siamo, come detto, al primo
utero in affitto della storia: Agar, l’egiziana, schiava di Sa-
ra, è usata per essere fecondata da Abramo e nasce Isma-
ele. Tutto il testo da qui in poi saprà di forzatura. Di com-
promesso, di confusione.
Ismaele è un fritto misto genetico, fra il patriarca del
popolo eletto e un’egiziana. Di l{ da venire sar{ Isacco,
che nasce da Abramo e Sara, frutto delle promesse che
Abramo aveva ricevuto sin dall’inizio. Ma la gestione della
cosa sarà un macello infinito, scontri, violenze, perdite. E
un povero bambino verrà su con un destino bellicoso, an-
tagonista.
Ismaele da cosa nasce? Da un desiderio umano, frutto
della psicologia. Scambiare i nostri desideri per la volontà
di Dio è un guaio, bisogna distinguerli bene! Ismaele sarà
fabbricato, una forzatura, e la volontà di Dio non è mai co-
sì.
Uno dei pilastri fondamentali della spiritualità di un
colosso della carit{, san Vincenzo de’ Paoli, era: «le opere
di Dio si fanno da sé». Leggiamo alcuni suoi scritti:

«Le cose di Dio si fanno da sé e la vera sapienza consi-


ste nel seguire passo passo la Provvidenza.
Spesso le opere buone si guastano perché si agisce se-
condo le proprie inclinazioni, le quali trascinano spirito
e ragione, fanno vedere il bene desiderabile come fatti-
bile e necessario, ciò che in realtà non è; e lo si ricono-
sce in seguito negli insuccessi inevitabili. Il bene che Dio
vuole si fa quasi da se stesso, senza che vi si pensi. È così
che è nata la nostra Congregazione; che sono incomin-
ciati gli esercizi delle missioni e degli ordinandi; che si
formò la Compagnia delle Figlie della Carità; che s'i-
stituì quella delle Dame per l’assistenza dei poveri
dell'Hòtel-Dieu di Parigi e dei malati delle parrocchie;
che ci si prese cura dei Trovatelli; e che insomma ven-
nero fuori tutte le opere, di cui ora ci troviamo investiti.
Nulla di tutto questo fu intrapreso su disegno da parte
nostra. Ma Dio, che voleva essere servito con quelle o-
pere, le ha suscitate lui stesso senza quasi che noi ce ne
accorgessimo; e se si è servito di noi, non per questo noi
sapevamo dove ci avrebbe portato; ed è per questa ra-
gione che noi lo lasciammo fare, ben lontani dal pre-
occuparci dello sviluppo, e tanto meno dell’inizio di
queste opere. Mio Dio! come desidero, signore, che voi
moderiate il vostro ardore e che prima dì intraprende-
re qualsiasi cosa la ponderiate bene ai piedi del taber-
nacolo! Siate piuttosto passivo che attivo; così Iddio
farà per mezzo di voi solo, ciò che tutti gli uomini in-
sieme senza di lui non riuscirebbero mai a fare.
Vi sono cose in cui non dobbiamo agire se non passi-
vamente.
Le opere di Dio non si fanno quando lo desideriamo noi,
bensì quando piace a lui»101.

Le cose grandi a cui Dio ci chiama hanno una loro na-


turalità, non scassinano la realtà, non sono tirate per la
collottola, vanno avanti per logica interna, basta assecon-
darle, vengono fuori con i loro ritmi, la fatica che implica-
no è lineare, ben finalizzata. Invece Ismaele è un com-
promesso, creerà tensioni, renderà schiavi del possesso,
perché le due donne staranno a contendersi il ruolo. I-
smaele produrr{ angoscia riguardo al futuro: “Che ne sar{
di questo bimbo? Dovr{ essere cacciato?”. Ismaele è figlio
di un desiderio partito dall’uomo. Una cosa di cui si sono
convinti ma era la volontà di Dio comprata da Leroy Mer-
lin.
Quando al capitolo 21 nascerà Isacco, figlio della pro-
messa, un dono, una verità, non un compromesso, egli
non sarà parzialmente buono ma buono a tutto tondo. Fi-
glio di Abramo e Sara, Isacco fa sorridere, questo è il si-
gnificato del suo nome, dà pace, rende liberi, è un regalo, è
fedeltà alla memoria, è frutto della relazione con Dio.
Quindi bisogna stare attenti a queste opere di auto-
narrazione in cui partendo dall’ansia prendiamo le cose di
Dio, come Sara fa con Abramo, e le shakeriamo con le cose
estranee, per raccontarci che abbiamo fatto la volontà di
Dio, semplicemente perché gli ingredienti erano biologi-
ci...
Domanda da farsi in caso in cui mi trovo in mezzo alla
confusione: niente niente mi sto bevendo il famoso co-
cktail “Ismael”?
E questo è il primo aspetto del secondo livello.

L’altro è quando si scatena un certo tipo di furia: quel-


la di essere inabitati dalla guerra santa. La rabbia a pro-
posito delle cose sacre. Quando si “deve” combattere per
le cose di Dio.
Altro è dire la verità e non essere codardi, altro è la fu-
ria ansiosa per il sacrosanto.
Un assioma: se devi difendere le opere di Dio non sono
più di Dio, te ne sei impossessato. Dio si difende benissi-
mo da solo.
Ci può capitare a tutti, purtroppo, di tirar fuori una fe-
de aggressiva, combattiva, Dio però si difende da solo! La
fede non vince il mondo con la spada, ma con l’amore. Con
la spada si sono fatti macelli. Quando tiri fuori la spada
per difendere una cosa “buona , calma! Ti stai arrabbiando
troppo! E roba troppo legata al tuo ego! Queste visceralità
non hanno niente a che fare con lo Spirito Santo.

Quindi il secondo livello di analisi delle suggestioni e


delle ispirazioni implica, in primis, un passaggio al setac-
cio dei compromessi, delle forzature e delle aggressività.
Ma questo è solo uno squarcio iniziale, anche se ad un o-
recchio inesperto può non sembrare.

A conclusione di questo quarto giorno: c’è una luce


onesta e costruttiva nel nostro cuore, ma c’è anche una
luce notturna, subdola e distruttiva. Non è vero che tutto è
uguale.

«Due sono le vie, una della vita e una della morte; la


differenza fra queste due vie è molta»102.
GIORNO QUINTO
Il dono della benedizione

La vita migliore da vivere, è la tua

«Dio disse: “Le acque brulichino di esseri viventi e uc-


celli volino sopra la terra, davanti al firmamento del
cielo”. Dio creò i grandi mostri marini e tutti gli esseri
viventi che guizzano e brulicano nelle acque, secondo la
loro specie, e tutti gli uccelli alati, secondo la loro spe-
cie. Dio vide che era cosa buona.
Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e riem-
pite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino sulla
terra”. E fu sera e fu. mattina: quinto giorno»103.

In questo quinto giorno cosa appare di nuovo? Nien-


temeno che la vita. Finora c’era lo scenario cosmico,
l’orizzonte dello spazio che si va organizzando, e la zona
franca della terra per il rigoglioso germogliare della ve-
getazione, regolato dalla luce del giorno e dalla luce della
notte. E prima che siano introdotti gli inquilini della terra,
compare la vita nelle acque e nei cieli. I pesci e gli uccelli.
È l’inizio della vita.
In questo giorno Dio parlerà due volte: nel primo caso
per inaugurare la vita biologica. Nella seconda per bene-
dire, ed è la prima volta che Dio lo fa.
È come se la vita stesse fra due parole. La seconda è
una solenne benedizione, che ha come contenuto la fe-
condità, ma la prima è:

«Le acque brulichino di esseri viventi e uccelli volino


sopra la terra, davanti al firmamento del cielo»104.

È un ordine, non un invito. La vita è una parola di Dio,


un suo decreto ineluttabile, una sua decisione.
Ricominciare, ricostruire, iniziare daccapo, è una fase
che implica la scelta degli atti più sani, più costruttivi e,
soprattutto, più reali, autentici.
Non si riparte dalle utopie. Non si riparte dalle prete-
se.
Come veniamo dal vedere in tutto il grande combatti-
mento delle ispirazioni contro le suggestioni, c’è una ne-
vralgica sfida a stare nella verità, nella realtà.
Abbiamo già altrove dovuto affermare una cosa su cui
non si passa sopra: la vita non è come la pensiamo noi,
come la progettiamo noi, la vita è come è.
Se hai le branchie sei pesce, se hai le ali, in genere, uc-
cello. Se sei un brevilineo non vai alle olimpiadi per il sal-
to in alto, se sei uno spilungone non avrai l’oro sui cento
piani. Se sei stonato lascia perdere la carriera nella lirica,
e se sei calvo non ti prenderanno per la pubblicità sullo
shampoo. Non trovi produzione propria di 'nduja in Ir-
landa, e se apri una rivendita di porchetta a Teheran,
probabilmente fallirai. Piuttosto, se sei stonato ascolta i
concerti, non farli: in genere nei concerti c’è qualcuno che
suona e molti che ascoltano, il rapporto numerico indica
che non deve essere così spiacevole sentirsi un concerto.
Meglio andare sul sicuro: 'nduja in Calabria, porchetta ad
Ariccia. E un fatto. Accettalo.
La vita — abbiamo visto nel terzo giorno — dice dei
“no”, ma ora dobbiamo vedere la cosa più importante: che
dice dei “sì”.
Su questi “sì” è assai diffusa la distrazione. Perché si
trascura una delle più grandi perle di saggezza che la sa-
pienza umana abbia mai prodotto e che in queste pagine
stiamo per rendere manifesta. Siete pronti all’estasi? Allo
stupore? Alla meraviglia?
Ecco la luce: se cerchi quello che non c’è, difficile che lo
trovi.
Perché non c’è.
Se invece cerchi quello che c’è, può finire che lo trovi,
perché c’è.
Mai, e ripeto mai, apoditticamente, con imperiale cer-
tezza ribadisco questa assolutizzazione: mai troverai
quello che non c’è. Perché? Perché non c’è.
Non è geniale?

Di quel che c’è, non manca nulla

Riusciremo a trascinare il lettore in questa sfrontata


avventura, in questa irriverente sfida? Quale? Quella di
mettersi a cercare quello che c’è. Chi sar{ mai così audace
da partire per il viaggio della realtà?
Ci vuole coraggio, più che altro perché lo fanno in po-
chi. Persino noi cristiani, pionieri dell’esistenza, lo fac-
ciamo poco. Navighiamo volentieri nel brodo dolciastro
delle assenze, delle aspettative, delle proiezioni, delle i-
potesi, e scandagliamo sempre troppo di rado il mare del
reale.
Ma per poter entrare in questa avventura, dobbiamo
sbloccare un interiore freno a mano, che tanti tengono ti-
rato. Ossia? Quel tipo di inibizione latente per cui c’è da
giustificare il proprio diritto a vivere. In certo senso pa-
radossalmente non viviamo ma ci giustifichiamo.
Dovrei provare a vivere per quel che mi trovo ad es-
sere, e invece mi concentro, insieme alla maggioranza
dell’umanit{, su modelli esterni, sui parametri di ogni ti-
po, che nella Scrittura si chiamano idoli; così mi do alla vi-
olenza senza quartiere sul mio povero materiale umano
per aderire al modello scovato e affermare il mio diritto a
vivere. E tutta la vita sarà la recita di quel copione.
Al massimo, dopo tanto massacro e senso di oppres-
sione, proverò a cambiare copione...
Allegria!
Il testo del quinto giorno detiene la soluzione. La vita è
una decisione di Dio, e Lui la benedice. Non mi spetta la
tortura di me medesimo per giustificare che ci sono, e
quindi non mi compete di valutare il mio diritto a vivere, e
ovviamente, neanche di valutare il diritto altrui a vivere.
La vita non la si seleziona. La si accoglie. Altrimenti inizia
il delirio, appena accennato, che parte dai modelli hege-
liani e dalle ipotesi passate per certe per arrivare dritti
dritti ad Auschwitz. Campi di concentramento esteriori,
interiori, culturali, relazionali. All’occorrenza anche eccle-
siali.
Tutti i conformismi sono rifiuto della realtà in nome di
un modello. Tutte le ideologie sono abiura dello stato del-
le cose. Tutti i progetti, anche pastorali, navigano sul ci-
glio della violenza contro il fluire dei fatti. C’è una battuta
orale attribuita ad Hegel che voglio, in tutta la sua brut-
tezza, riprodurre in un tedesco che non so, come in una
sorta di esorcismo:

«Wenn die Tatsachen nicht mit der Theorie übereins-


timmen, um so schlimmer für die Tatsachen».

«Se i fatti non si accordano con la teoria, tanto peggio


per i fatti».

Pare l’abbia detta dopo che lo hanno informato che e-


sisteva un pianeta, Urano, che lui non aveva calcolato, e
questo contestava la sua teoria che potessero esistere so-
lo sei pianeti nel sistema solare. Come a dire: tanto peggio
per Urano, sappia di non esistere.
Che l’abbia detta o no, gli corrisponde, e corrisponde al
massacro che lui ha innescato, quello per cui l’idea vale
più della realtà - convinzione che in psico-dinamica sa-
rebbe definizione di stato psicotico — ma in filosofia ha
avuto la più accreditata cittadinanza e ha generato il mar-
xismo, il nazismo, e tutte le ideologie opposte o simili. E i
Gulag, e le oppressioni del popolo cinese sotto Mao
Tse-tung, e tanto altro.
A monte delle ideologie, dei progetti e delle teorie, ci
siamo noi mortali. Invece dietro la realt{ c’è il Padre del
cielo.
Questa non è banalmente l’affermazione di un creden-
te. Non è così prevedibile il discorso. Questa è la via di u-
scita dalla tortura che l’uomo sa produrre su se stesso
dovendo giustificare il suo diritto ad esistere. Questa è la
fine delle sevizie del cuore nostro e altrui.
Quante battaglie inutili per cercare di accreditarci per
mezzo di faticosissime operazioni di plastica esistenziale,
fatte di competizioni, di comparazioni, di sconfitte certe in
partenza! Contro chi, alla fin fine? Contro la realtà. Contro
la vita.

Allora poniamo questa àncora di salvezza alla nostra


tendenza alla deriva, e sbattiamo felicemente contro que-
sto scoglio possente e determinante: la vita è un decreto
di Dio, sono vivo per volontà di Dio.
Metto in fondo alla struttura del mio essere il peso di
questa cosa su cui posso scaricare il baricentro. In fondo
lo so da sempre: non posso essere un evento fortuito. È
proprio per questo che mi torturo, perché aspiro ad una
dignità autentica, sento che mi spetta, ma a quel punto
parte un oblio demoniaco della mia origine: non ho chie-
sto io di esistere ma l’ho ricevuto, ma lo dimentico, e agi-
sco come se io mi debba pagare il biglietto d’ingresso, ma
sono già dentro la partita, sono già nella faccenda. Ho di-
menticato di avere il codice pin per natura. Perché ci so-
no. Mi scervello per ricordarmi la password della vita, ma
questo è un hot-spot aperto, che mi ha gi{ dato l’accesso.
Come ricominciare se non penso che mi spetti? Come
ha fatto Israele a scrivere questo favoloso canto alla vita
che è il primo capitolo della Bibbia, pur essendo in una
fase disastrosa, se non riconoscendo questa dotazione di
bordo e fondando tutto su questo?

E allora la cosa da fare è la mappatura di questa nostra


dotazione di bordo. La vita è benedetta, è da accogliere
non da mettere sub-judice.
Allora, finalmente partiamo per la ricerca di quel che
c’è.

Di cosa parliamo? Credo che un esempio possa aiutare.


Fine di un incontro dei Dieci Comandamenti, sarà stato il
2009 circa, mi si avvicina un gruppo di ragazzi dalle facce
serie. Mi raccontano di un loro amico, giovane come loro,
che ormai non può più muoversi perché affetto da sclerosi
laterale amiotrofica, la famigerata SLA.
E mi fanno la fatidica domanda: “Come lo possiamo a-
iutare? Che possiamo fare per lui?”.
“Che egocentrici! - risposi io - il problema non è quello
che dovete fare voi! Ma perché anziché guardare a quello
che questo ragazzo non ha, non lo guardate veramente?”
Loro erano basiti. E continuai: “Perché lo vedete come
un problema e non come una risorsa?” e spiegai loro che
da una croce il mondo lo vedi dalla prospettiva della sa-
pienza, e che questo amico era un regalo per loro. Stavano
davanti a me con le bocche spalancate.
Proposi loro di andare singolarmente a dialogare con
lui sui loro problemi personali, a sottoporgli le loro que-
stioni affettive, relazionali, e quant’altro.
“Perché non lo sfruttate? È un dono che il Signore vi fa.
Perché non vi fate ri-dimensionare da quello che lui vive,
chiss{ quanto ne avete bisogno tutti”.
Ci provarono.
Mi dissero poi che c’era la fila, volevano tutti parlare
con lui. Aveva una prospettiva sorprendente sulle cose.
Ho letto un breve libro scritto da un uomo, Carlo Ma-
rongiu, affetto dalla stessa malattia. Scritto con la mac-
china che legge il movimento degli occhi. Si chiama Pen-
sieri di uno spaventapasseri105. Oltre che incredibilmente
profondo, fa spesso sorridere, anche per la divertente iro-
nia che sfodera. C’è qualcosa di grandioso in quel libro. È
la storia di un uomo che cerca ciò che c’è, e lo trova. E
passato al Regno dei Cieli nel 2008, c’era una folla al suo
funerale. Parliamo di una persona che ha lasciato
un’eredit{ di pace, di allegria, di amore alla vita.
C’è un mare di gente sana che di pace e allegria non ne
sa niente. Eppure è piena di cose belle.
Il primo assalto all’esercizio che faremo in questo
giorno è quello di iniziare a guardare da cima a fondo la
nostra vita, e dalla nascita ad oggi ripercorrere i doni.
Tanti. Innumerevoli. Di tanti tipi.
Naturali e soprannaturali.
Con calma, inizio a fare un elenco, da aggiornare co-
stantemente, con in testa la scritta: cosa c'è nella mia vita.
Provare a dirlo, a rileggerlo, a confessarlo, ad ammet-
terlo. A parlarne con Dio. E se serve anche a chi abbiamo
intorno. E iniziare a vedere quel che c’è.
Questo procura luce e innesca una consapevolezza che
apre alla gratitudine. Torneremo più avanti su questo e-
sercizio, ma è bello assai scoprire cosa c’è e dargli voce.
È bello se un padre ti dice: la mia vita è bella perché ci
sei tu. È bello se una moglie ti dice: la mia vita è bella
perché ci sei tu. È bello che una sorella ti dica: la mia vita è
bella perché ci sei tu. Come bambini. Felici di poco che
poco non è, che invece è quel che conta.
Una volta un uomo mi disse: quando con mia moglie ci
dovevamo dividere un panino, perché avevamo solo
quello, quel panino sapeva di tutto. E parlavamo di tutto e
non ci finivano le parole. Oggi abbiamo comprato la casa
ai figli, io guardo la televisione in salotto e lei in camera
da letto. La vita oggi è molto più triste.
Ho visto africani allegri e svedesi scocciati. I primi
possono faticare a morte e non arriveranno mai neanche
lontanamente ad avere la metà di quello che uno svedese
si ritrova senza far niente. Ma i primi li ho visti gioire di
cose che in genere noi buttiamo. Gli altri li ho visti buttar-
si via.
Ma non sto facendo una reprimenda colpevolizzante. È
solo per aprire gli occhi. E focalizzare che se un malato di
SLA ha un’avventura da vivere, vuol dire che tutti hanno
un’avventura da vivere.

E sottolineiamo la seconda parola che Dio pronuncia,


che è una benedizione.
A che ci serve ricordare questo?
In certo senso il problema è iniziare la fase veramente
positiva della nostra ricostruzione, e questa implica un
campo di azione. Abbiamo già toccato questo tema nel
primo giorno, e abbiamo citato l’esempio del buon cuoco
che è quello che si inventa un piatto con quello che trova
nel frigo. In quel contesto si parlava di non disprezzare la
nostra povertà, e arrivavamo ad aprirci, nel tema del caos,
alla nostra miseria come luogo in cui Dio voleva operare
con noi. Ora siamo in una fase ulteriore: qui non si tratta
più solo di accogliere la nostra povertà, qui si tratta di
abbracciare la nostra ricchezza.
«... ho imparato ad essere ricco...»

C’è un passo di san Paolo un po’ peculiare:

«Ho imparato ad essere povero e ho imparato ad essere


ricco; sono iniziato a tutto, in ogni maniera: alla sazietà
e alla fame, all’abbondanza e all’indigenza»106.

Beh, imparare ad accogliere la povertà, imparare a non


perdere il proprio cuore nel tempo della fame e
dell’indigenza, mi sembra una scuola seria, impegnativa.
Ma imparare ad essere ricco, sazio e nell’abbondanza...
questo mi sembra che non c’è molto da apprendere, se mi
metti nelle condizioni penso che forse posso improvvisa-
re, dovrei cavarmela benone.
E non è vero.
Qui si tratta di una scuola con pochi alunni. La scuola
della gratitudine.
C’è un racconto nel Vangelo di Luca, che è emblemati-
co:

«Lungo il cammino verso Gerusalemme, Gesù attra-


versava la Samaria e la Galilea. Entrando in un villag-
gio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, che si fermaro-
no a distanza e dissero ad alta voce: “Gesù, maestro,
abbi piet{ di noi!”. Appena li vide, Gesù disse loro: “An-
date a presentarvi ai sacerdoti E mentre essi andavano,
furono purificati. Uno di loro, vedendosi guarito, tornò
indietro lodando Dio a gran voce, e si prostrò davanti a
Gesù, ai suoi piedi, per ringraziarlo. Era un Samarita-
no. Ma Gesù osservò: “Non ne sono stati purificati dieci?
E gli altri nove dove sono? Non si è trovato nessuno che
tornasse indietro a rendere gloria a Dio, all'infuori di
questo straniero. E gli disse: “Alzati e va’; la tua fede ti
ha salvato!”»107.

Il gioco di parole è notevole: purificati - che vuol dire


guariti - tutti e dieci, ma solo uno è salvato. Quello che
ringrazia. Che è quello che ha capito profondamente quel
che gli è successo.
Di fatto è interessante che è solo uno straniero quello
che cammina lodando, e torna a ringraziare.
Come succede con i turisti: Roma la vedono solo gli
stranieri. Noi romani non la calcoliamo proprio. Vedi dei
nipponici con l’arcata dentaria a tutta mostra per il godi-
mento che provano in questa città, e noi che si cammina a
testa bassa, e ci sembra tutto uguale. Per vedere le cose
bisogna essere allegri escursionisti della vita.
Come gli ospiti, che il primo giorno ringraziano per
tutto. Poi, piano piano danno per scontato quel che c’è, e
magari finisce addirittura che li devi mettere in riga, per-
ché si prendono le cose che non gli spettano e senza chie-
dere.
Ma capire quel che abbiamo richiede di aprirsi alla
gratitudine, che implica il rinnegare la tristezza.
L’abbiamo gi{ citata di passaggio. È uno degli otto pensie-
ri maligni per la spiritualità della Chiesa orientale - gli al-
tri sette corrispondono ai nostri peccati capitali.
Va velocemente chiarito che esistono due tipi di tri-
stezza, come dice san Paolo, una secondo Dio - ed è la vo-
glia di amare meglio108 - e una secondo gli idoli di questo
mondo, che è quella di cui parliamo ora, ed è tecnica-
mente la frustrazione del possesso:

«... la tristezza secondo Dio produce un pentimento ir-


revocabile che porta alla salvezza, mentre la tristezza
del mondo produce la morte»109.

Gran brutta bestia la tristezza sterile. È un alleato con


cui rompere ogni contratto. Se il quinto giorno è il giorno
della prima benedizione, questo tratto di strada che fac-
ciamo può essere l’occasione in cui noi ci apriamo alla
gratitudine. Che si oppone alla tristezza. George Bernanos,
nel già citato Diario di un curato di campagna presenta
questa logica della tristezza come nemica della speranza,
in un passo quotato da papa Francesco nella Evangelii
gaudium. Bernanos dice:

«Il peccato contro la speranza - il più mortale di tutti -


è forse il meglio accolto, il più accarezzato. Ci vuol
molto tempo per riconoscerlo, e la tristezza che lo an-
nuncia e lo precede è così dolce! E il più ricco degli eli-
sir del demonio, la sua ambròsia»110.

Vale la pena di vedere la geniale descrizione di papa


Francesco, quando cita Bernanos, che smaschera molti
cristiani che, se pur largamente beneficati dalla generosi-
tà di Dio, come i nove su dieci del testo di Luca, hanno
tutt’altro che la gratitudine nel cuore:

«Così prende forma la più grande minaccia, che “è il


grigio pragmatismo della vita quotidiana della Chiesa,
nel quale tutto apparentemente procede nella norma-
lità, mentre in realtà la fede si va logorando e degene-
rando nella meschinit{”. Si sviluppa la psicologia della
tomba, che poco a poco trasforma i cristiani in mum-
mie da museo. Delusi dalla realtà, dalla Chiesa o da se
stessi, vivono la costante tentazione di attaccarsi a una
tristezza dolciastra, senza speranza, che si impadroni-
sce del cuore come “il più prezioso degli elisir del de-
monio”. Chiamati ad illuminare e a comunicare vita,
alla fine si lasciano affascinare da cose che generano
solamente oscurità e stanchezza interiore, e che debi-
litano il dinamismo apostolico»111.

Una tristezza dolciastra che innesca una psicologia


della tomba. E invece qui cerchiamo di innescare, in certo
senso, la psicologia della vita.
Un esercizio va fatto comunque, a prescindere, e fa
bene a tutti: fermarsi ogni sera a vedere cosa abbiamo ri-
cevuto in quel giorno. A vari ragazzi questo può bastare
come esame della giornata, senza altre analisi: dimmi al-
meno tre cose belle di questa giornata. E se inizi a riflet-
tere vedrai che ce ne stavano tante altre. Anche nella
giornata più terribile. Che poi si diventa piano piano ca-
paci di vedere il bene nascosto pure nelle cose che sem-
brano più tragiche. Talvolta ho dovuto dare anche a dei
preti questo esercizio primario, perché li ho trovati in-
cartati di tristezza e di ingratitudine. Circondati di grazia
ma inzuppati di abitudine alla mormorazione... e la mor-
morazione è la preghiera del demonio.
Per capire meglio l’arte della benedizione, a cui ab-
biamo urgente bisogno di attingere, va notato che il con-
tenuto della benedizione della vita - seconda parola espli-
cita di Dio nel quinto giorno - suona:

«Siate fecondi e moltiplicatevi, e riempite le acque dei


mari e gli uccelli si moltiplichino sulla terra»112.

Dice che è bello che noi ci siamo e che siamo in tanti! È


bello che la vita si produca! C’è qualcosa di giusto ad e-
sempio nella tensione che tanti uomini hanno per la pre-
servazione delle specie viventi, contro l’estinzione di que-
sto o quell’animale — al di là di un certo oblio di una ine-
luttabile legge naturale. Questo è vero: è brutto che spari-
sca una specie, è brutto che non ci sia qualcuno.
Infinite volte bisogna dire alle persone: “Obbedisci al
comando di Dio che ti ha detto di esserci! Ti ha chiamato
alla vita”. Chi di noi può dire a se stesso o a qualcun altro:
“Tu non ci devi essere!”. Quando diciamo questo, siamo in
una profonda menzogna, siamo propriamente nella male-
dizione.
La maledizione - che si oppone a questa logica - è il ri-
fiuto della nostra esistenza. Il tentatore, è sempre lì che va
a toccarci. Bisogna entrare in alterità con tutti gli atti di
maledizione, con gli atti di rifiuto della vita. La volontà di
Dio è vivere! Questo è importante! Dobbiamo mettercelo
nella zucca, per bene: “Io devo vivere!!”. È bello vivere, è
importante vivere! Per ritrovare il filo della vita è neces-
sario obbedirgli.
Dice san Giovanni Damasceno:
«Tutto ciò che Dio ha fatto è molto buono, tutto ciò che
persiste così come è stato creato è molto buono. Ciò che
si separa volontariamente dal naturale e va contro
natura diviene cattivo. Tutto ciò che serve e obbedisce
al Creatore è secondo la natura. Quando una creatura,
volontariamente, si ribella e disobbedisce al suo Crea-
tore, stabilisce il male in se stessa»113.

Come è fatta, come è la mia vita concreta. Limitata?


Vessata? Povera? Umile? Debole? Fragile? Quella è l’unica
vita che ho. Quando mi lancio per un altra vita, per una
vita che non ho, rifiuto e frustro la mia, perché voglio
un’esistenza che non è la mia, mi lancio in prospettive i-
dolatriche di attesa, per aspettare di essere quello che non
sono, avere quello che non ho. E così non si produce
niente altro che la psicologia della morte: entro nella ma-
ledizione di me stesso. Rifiuto me stesso. Tutti i sistemi
idolatrici, di aspettative, di proiezioni su oggetti o proget-
ti, sono in fondo disgusto di sé. Se uno vuole un’altra cosa
che la propria esistenza, smette di benedire ciò che ha e
ciò che è. Uno vuole un altro corpo, smette di benedire
quello che ha, ma Dio invece lo ha benedetto! Bisogna as-
secondare quella benedizione, sottostare, sotto l’onda
della vita che il Signore ci ha dato, per valorizzarla, tro-
varla bella, accettarla.
«La sapienza esalta i suoi figli
e si prende cura di quanti la cercano.
Chi ama la sapienza ama la vita,
chi la cerca di buon mattino
sarà ricolmo di gioia»114.

E ancora:

«Tieni conto del momento e guàrdati dal male,


e non avere vergogna di te stesso.
C’è una vergogna che porta al peccato
e c'è una vergogna che porta gloria e grazia»115.

Cosa vuol dire non avere vergogna di se stessi? Arri-


viamoci per gradi. Ricordiamo che centrare il bersaglio
della vita, non è solo il problema vocazionale dei giovani
che stanno impostando la loro esistenza, ma è il tema di
ogni tratto di strada, di ogni bivio, di ogni scelta.
Il discernimento sulla propria vocazione non finisce
con la gioventù, in tutta l’esistenza si dovr{ affrontare!
Ogni giornata dobbiamo capire a cosa ci chiama Dio. Ca-
pire la vocazione della vecchiaia, della maturità, la voca-
zione del lavoro, dell’amicizia. E si tratta di non stare in
una progettualità sterile, in utopie piccole e grandi, ma
nella realt{, nell’obbedienza alla vita.
Ossia? Assecondare la vita per come Dio l’ha stabilita.
Bisogna entrare nelle venature della vita, saperla asse-
condare per come è. Ci è consegnata la vita benedetta.
Questo è comando di Dio. La sua volontà è: obbedienza a
questa benedizione. È vitale rinvenire, accogliere e asse-
condare la benedizione di Dio nella nostra esistenza. Co-
me fare?

Secondo la propria specie

Già dal terzo giorno è comparsa la frase «secondo la


loro specie», e qui compare ancora, e tornerà nel sesto
giorno, e ogni volta il testo insiste per almeno due volte,
ripetendosi. Nella nostra avventura di ricostruire la vita,
su che pista ci mettono queste parole?
La specie è, tecnicamente, la prossimità filogenetica
tra i membri componenti del gruppo chiamato con questo
nome, ma nel linguaggio biblico non c’è questa accezione
così precisa116. Fondamentalmente, i pesci hanno la loro
specie, gli uccelli la loro, e questo vuol dire il loro tipo di
vita. Dobbiamo capire una cosa: il sentiero della benedi-
zione è nelle nostre specificità. E questo implica rompere
con la vergogna di se stessi. Tante volte infatti le persone
amano più un’idea di vocazione che non la propria esi-
stenza e, a martellate, costringono se stessi a essere quel-
lo che non sono, perché innamorati di una fuga da se stes-
si. Invece è prezioso iniziare a rispettare le pieghe del
proprio essere, dare rilievo alle venature della propria vi-
ta.
Diamo così licenza di uccidere allo spontaneismo? Si
innesca l’eruzione degli impulsi? Macché!
È importante ricordare che ci sono due tipologie di at-
teggiamenti: quelli costruttivi e quelli distruttivi. Il di-
sobbedire alla vita è un atteggiamento distruttivo, una
disobbedienza alla “specie di vita” che si è ricevuta — ri-
cordando che nessuno vive la vita umana in generale, in
astratto, ognuno vive la vita umana in particolare: la pro-
pria vita, unica e irripetibile secondo le caratteristiche
biologiche, esistenziali, storiche, con occasioni e situazioni
che Dio ha deciso. Si può accogliere o contestare la vita
entrando in una logica costruttiva o distruttiva, ma di
certo la vita la trovo già determinata davanti a me.

Ma prima ancora di andar oltre va aperta una parente-


si tutt’altro che secondaria: l’obbedienza alle cose per
come sono è la porta principale della creatività. Tutti
pensano il contrario... Un esempio sono i veri grandi mu-
sicisti che eseguono pezzi in modo straordinario senza vi-
olare niente di ciò che si trova scritto nello spartito. Come
abbiamo visto altrove, nella musica c’è la chiave, la tona-
lità, il ritmo, la velocità, e allora sembra che è tutto deter-
minato. Per nulla! L’interpretazione del musicista, per
esempio, non è cambiare il ritmo ma stare nel ritmo dan-
do le accentuazioni personali, lo spazio della propria i-
dentit{ dentro l’obbedienza, così l’interpretazione è lo
spazio dentro al ritmo. Scrive l’imprescindibile Chester-
ton:

«L'anarchismo ci ordina di essere artisti audacemente


creativi, e non si cura di alcuna legge o limitazione. Ma
è impossibile essere un artista e non curarsi delle leggi
e dei limiti. L'arte è limitazione, l'essenza di ogni qua-
dro è la cornice. Quando si disegna una giraffa, questa
va disegnata con il collo lungo. Se, alla propria manie-
ra audace e creativa, uno si sente libero di disegnare
una giraffa col collo corto, si capirà che in realtà non si
è liberi di disegnare una giraffa. Nel momento in cui si
mette piede nel mondo dei fatti, si entra nel mondo dei
limiti. Si possono liberare le cose dalle leggi estranee o
accidentali, ma non dalle leggi della loro natura. Vo-
lendo, si può liberare una tigre dalle sbarre della gab-
bia, ma non la si può liberare dalle sue striature. Non
liberate il cammello dal peso della sua gobba: potreste
liberarlo dall’essere un cammello. Non andate in giro
come demagoghi, incoraggiando i triangoli a scappare
dalla prigione dei loro tre lati. Se un triangolo scappa
dai suoi tre lati, la sua vita giunge a un termine dolo-
roso. Sono sicuro che se mai i triangoli sono stati amati,
sono stati amati per il fatto di essere triangolari. Que-
sto è certamente il caso di ogni creazione artistica, che
in certo modo è l'esempio più decisivo di volontà pura.
L’artista ama le sue limitazioni: determinano la cosa
che sta facendo. Il pittore è felice che la tela sia piatta.
Lo scultore è felice che l'argilla sia priva di colore»117.

Un artista per poter essere veramente tale, deve esse-


re prima un artigiano perché deve conoscere molto bene
la materia che tratterà. La vera creatività non è rompere
le regole ma stare nelle regole e valorizzarle. L’arte del
Novecento, ad esempio, ha realizzato spesso cose involute
e prive di comunicativa perché ha frequentemente calpe-
stato le regole con un senso di trasgressione che è rifiuto
del limite, roba che non sa di originalità ma di infantili-
smo, un concerto di egotismi umani, dove si crede di poter
fare la vera arte attraverso la violenza alla materia in no-
me dell’ego dell’artista.
Ci sono alcuni che pensano di essere creativi, ma sono
solo degli ignoranti. Senza mezzi termini. Un’opera d’arte
richiede di essere capaci di rispettare la materia in cui ci
si vuole esprimere. Ci sono sedicenti pittori che non sa-
prebbero disegnare una singola parte anatomica o simili
elementarità. E se sono bravi a farlo non vuol dire che
siano artisti.
Non tutti gli artigiani sono artisti, ma di certo tutti gli
artisti autentici sono artigiani.
Ed essere artigiani implica amore alla materia, rispetto
per la materia in cui ci si cimenta.
Nella lettura di un testo biblico, ad esempio, è impor-
tante conoscere cose come la lingua originale, il genere
letterario, la storia del testo, il suo contesto vitale e varie
altre cose, non per tecnicismo, ma perché sono la stoffa
del testo. Non è possibile che uno si permetta di espetto-
rare commenti senza essere artigiano del codice intrinse-
co della parola che osa decodificare.
È emblematico che nel racconto della Presentazione al
Tempio nel Vangelo di Luca, ossia nel momento in cui
questo bimbo appena nato riceve un primissimo ricono-
scimento come Messia, c’è un grappolo di citazioni della
legge del Signore, accompagnata da espressioni analoghe.
Vediamole sommariamente:

«Quando furono compiuti gli otto giorni prescritti per


la circoncisione, gli fu messo nome Gesù, come era stato
chiamato dall’angelo prima che fosse concepito nel
grembo.
Quando furono compiuti i giorni della loro purificazio-
ne rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bam-
bino a Gerusalemme per presentarlo al Signore — co-
me è scritto nella legge del Signore: Ogni maschio pri-
mogenito sarà sacro al Signore e per offrire in sacrifi-
cio una coppia di tortore o due giovani colombi, come
prescrive la legge del Signore»118.

E il testo conclude riassumendo:

«Quando ebbero adempiuto ogni cosa secondo la legge


del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di
Nàzaret»119.

La Salvezza che arriva con questo bimbo non è una


forzatura, è una obbedienza che cambia tutto dal di den-
tro: il Messia non viene violando le cose, ma dentro le co-
se. E Gesù dice:

«Non crediate che io sia venuto ad abolire la Legge o i


Profeti; non sono venuto ad abolire, ma a dare pieno
compimento»120.

La Storia si cambia dal di dentro, i cambiamenti dura-


turi sono quelli fatti nella fedeltà.
Allora possiamo approfondire l’esercizio principale del
quinto giorno, già accennato, che ora affrontiamo fino in
fondo con buone basi, perché se la vita è «secondo la spe-
cie», ecco che la mia vita ha una forma da rispettare, ha
una piega da valorizzare e da non misconoscere.
Cosa vuol dire?
Che se voglio re-innescare il bene, debbo stare sulle
tracce del bene. E se ogni giornata va chiusa iniziando dal
focalizzare le cose buone, una vita si riavvia facendo
un’operazione di mappatura del bene.
Nella mia vita ci sono state delle grazie, malgrado tutte
le mie confusioni e i miei errori, c’è stata una serie di cose
belle, di doni importanti, di luci, di ispirazioni, di buone
svolte. Sempre. Comunque.
Ancora una volta mi servirà carta e penna, e iniziare a
buttare giù le grazie della mia vita. Le mie benedizioni. Ho
bisogno di un parametro per capire se sono veramente ta-
li.
Il testo mi dà la traccia di questo parametro:

«Dio li benedisse: “Siate fecondi e moltiplicatevi e


riempite le acque dei mari; gli uccelli si moltiplichino
sulla terra»121.

Benedizione e fecondità sono parenti stretti. Essere


benedetti vuol dire essere fecondi. Si produce vita da una
benedizione, altrimenti qualcosa non quadra.
E allora guardo alla mia storia e cerco quelle cose
buone che mi hanno reso fecondo, che mi hanno portato a
vivere, o a tornare a vivere e a far vivere.
Si ripercorre la propria vita, e si prende possesso della
benedizione presente nella propria avventura, cercando i
momenti in cui ho ritrovato il bene, i momenti costruttivi,
le grazie di tutti i tipi, in tutte le proprie dimensioni.
E dopo un po’ che si fa questo esercizio, che parte
dall’infanzia, via via fino al presente, ad un dato momento
non in un giorno — si dovrebbe pervenire ad un elenco
abbastanza fedele di grazie, di regali, di atti fecondi, di
crescita, di luce.
E si viene al dunque: si inizia a cercare la costante.
Grazia su grazia, cose ben fatte su cose ben fatte, crescita
su crescita, si cerca il massimo comune divisore. La co-
stante delle proprie grazie. Ecco la propria specie!
C’è, nella prassi del discernimento, una legge della
continuit{: c’è un modo che Dio ha per salvarmi che ha la
sua coerenza. Mi prende in genere per una linea di grazia,
per una chiave di salvezza. Eterna è la sua misericordia, e
la via del Signore è diritta, non è contraddittoria.
Voglio costruire il bene? Voglio ricominciare? Questa è
una delle cose principali: focalizzare come Dio salva pro-
prio me.
Qualcuno ha detto che Dio si avvicina con passi di
persona conosciuta, si muove in un modo che è percepito
come riconoscibile. Lo Spirito del Signore ha il suo modo
di entrare nel cuore di ognuno.
Mille volte mi è servito tornare sui passi delle mie gra-
zie, rintracciare la tana del bene nel mio territorio, ricor-
dare i luoghi abituali del mio lasciarmi ritrovare dal Pa-
dre. So che ci sono cose che se le faccio, mi fanno bene, mi
hanno sempre fatto bene.
Ogni coppia, per tenere bello il suo matrimonio, do-
vrebbe avere il decalogo della sua gioia, l’elenco delle cose
che fanno bene alla coppia. Gli atti costruttivi vissuti in
passato, da non dimenticare, da ripetere, da cui imparare.
Il bene fa bene, e più si cammina nei suoi solchi, più si
sta bene.
La vita benedetta ha una sua specie, ha un suo taglio, e
nel discernimento per mettere i miei passi su luoghi sicu-
ri, ho bisogno di osservare la continuità, la ripetitività
della grazia nella mia vita.
Quindi mi faccio un elenco di grazie e colgo la conti-
nuità delle mie grazie, con calma, lasciando che mi appaia,
senza fretta, senza efficientismo, perché questa è una cosa
da far bene, che mi aiuterà molto.
Faccio un esempio: tempo fa aiutai un sacerdote che
mi disse di essere fortemente spinto ad addentrarsi in un
ambito del ministero sacerdotale che non aveva mai pra-
ticato. Voleva occuparsi di una miseria umana in cui si era
imbattuto e che aveva bisogno di servizio. Iniziò a metter-
si in gioco e ad aprirsi a quella possibilità, a schiudere i
freni interiori che lo portavano ad essere legato a tutto
quello che aveva fatto fino a quel momento. Con sacrificio
del cuore e con tutta la generosità del suo animo, si era
predisposto a lasciare ogni cosa e a servire il Signore in
quella dimensione, per lui inusuale.
Era, in realtà, una grande tentazione.
Disposto ad ogni sacrificio, credeva di essere in una via
spirituale, proprio perché gli costava molto. Era un in-
ganno. Tutto nasceva da un senso di colpa, tipico prodotto
del demonio, perché bene o male non aveva mai servito il
Signore in quel senso, e dietro quel senso di colpa c’era la
superbia, il non accettare di non esser capace di fare tutto,
che aveva i suoi limiti nel suo servizio. Era il larvato, na-
scosto, rifiuto della sua povertà.
E mettendo in gioco le cose che stava facendo, rischia-
va di rovinare il bene che era in corso.
Gli dovetti dire: “Fratello caro, per tutti questi anni il
Signore ha fatto sempre lo stesso discorso con te, ti ha
riempito di grazie sempre nella stessa direzione. Ma che
cosa c’entra questa cosa? Non un fatto della tua vita va in
quella direzione, mentre hai davanti un’autostrada di be-
ne in cui camminare, e che la Chiesa ti ha confermato. Se il
Signore ti ha dato dei doni, chi sei tu per buttarli via? O
credi che Dio dia la grazia invano? Guarda che la via del
Signore è diritta, Lui non è tortuoso ma limpido! Che dia-
volo stai combinando?”.
Per fortuna quel fratello si rese conto che il demonio,
usando dei suoi sensi di colpa, l’aveva accecato distraen-
dolo dalla linea della grazia. E vide che questo giochetto
stupido lo aveva fatto più volte, in maniera meno grave
ma simile.
Imparò da allora a rispettare più seriamente l’opera di
Dio in lui.

Bisogna camminare nelle proprie grazie.


Dice il Signore Gesù:

«Non sono forse dodici le ore del giorno? Se uno cam-


mina di giorno, non inciampa, perché vede la luce di
questo mondo; ma se cammina di notte, inciampa,
perché la luce non è in lui»122.

Il giorno è la linea delle cose buone che Dio ha fatto


con noi e la serie di cose che mette a disposizione per la
nostra salvezza, le occasioni concrete che sono state e
sono la nostra storia. La notte è quello che non è «secondo
la nostra specie», non conta se sia buono o cattivo, il punto
è che non è il nostro.
Diciamo nel Padre Nostro: dacci il nostro pane. Non di-
ciamo: dacci il pane, non chiediamo un pane qualsiasi.
Chiediamo il nostro.
Mangiare il proprio pane, è la via della vita benedetta.

Il bene non capita per caso, e, ripetiamolo, Dio non dà


la grazia invano.
Prendere possesso dei regali, quindi, e camminare nei
solchi della bellezza che ci è stata assegnata.
Se sto nel “mio”, volo. Se vado in quel che non è il “mio”
inciampo.
In quel che non è “mio” vado da solo, sarà una gran fa-
tica e non ne vale la pena.
Il quel che è “mio” cammino con Dio, perché obbedisco
alla sua benedizione.
GIORNO SESTO - PRIMA PARTE
Il dono delle umiliazioni

La vita nuova è pasquale

«Dio disse: "La terra produca esseri viventi secondo la


loro specie: bestiame, rettili e animali selvatici, secondo
la loro specie”. E così avvenne. Dio fece gli animali selva-
tici, secondo la loro specie, il bestiame, secondo la pro-
pria specie, e tutti i rettili del suolo, secondo la loro spe-
cie. Dio vide che era cosa buona»123.

Il sesto giorno è il più lungo e articolato, e conviene


identificare due sezioni, peraltro ben distinte da una frase
luminosa, già usata negli altri giorni, che compare alla fine
della creazione degli animali terresti - «Dio vide che era
cosa buona» - frase che alla fine di tutto, dopo la creazione
dell’uomo, ricompare evoluta ed arricchita: «Dio vide
quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto buona».
Le due parti del sesto giorno non sono uguali, la prima
è quasi una premessa, ma è una premessa rilevante.
È l’ultimo gradino della creazione prima dell’uomo e
della donna, nella liturgia della vita che è questo capitolo,
e introduce i compagni di viaggio dell’uomo sulla terra a-
sciutta: gli animali che popolano la terra.
In questo testo, come in tutta la Bibbia, non c’è una
parola da far cadere a vuoto, e vedremo che questa parte
non va assolutamente glissata.
Siamo nel viaggio che svela il codice dell’esistenza, e il
tipo di vita che ora compare ha un suo nome appropriato:
si chiama vita terrestre. Va notato, perché c’è una espres-
sione da non sottovalutare:

«La terra produca esseri viventi secondo la loro spe-


cie»124.

Cosa c’è di notevole?


Niente, così, solo un salto di qualità: dal regno minera-
le al regno animale, senza passare dal regno vegetale. Ro-
betta.

«La terra produca esseri viventi». Chiaro, siamo nella


creazione, e non ci sono limiti alla potenza di Dio. Ma la
vita qui è prodotta per una strada che non è qualsiasi. La
vita sorge dalla terra.
Il secondo racconto della creazione, nel secondo capi-
tolo della Genesi, ne ricaverà addirittura il nome
dell’uomo, Adamo, in ebraico adam dalla parola suolo,
terra, terreno, adamàh.
Dove è il punto?
Il nostro è un viaggio che prende il paradigma delle
Sacre Scritture e lo coniuga con la nostra vita spirituale. E
nella nostra vita profonda questa è una esperienza da ri-
conoscere: molto spesso ci sono salti di qualità che hanno
una sorprendente sorgente: ciò che è inerte. Quel che non
è vita.
Va centellinato bene, perché questo è un liquore pre-
zioso: in latino polvere, suolo, si dice humus, e parliamo
dell’elemento principale del terreno. Qui si dice che la
terra produce vita.
Dall’inerte al vitale. Da ciò che è disorganico agli orga-
nismi viventi.
Per poter spalancare fino in fondo questa prospettiva
abbiamo bisogno di fare corto circuito con un altro testo.
Che l’uomo sia tratto dal terreno non è una deduzione
etimologica ma lo dice un ben preciso passo del capitolo
terzo della Genesi:

«All’uomo disse: “Poiché hai ascoltato la voce di tua


moglie e hai mangiato dell’albero di cui ti avevo co-
mandato: ‘Non devi mangiarne’, maledetto il suolo per
causa tua! Con dolore ne trarrai il cibo per tutti i giorni
della tua vita. Spine e cardi produrrà per te e mangerai
l’erba dei campi. Con il sudore del tuo volto mangerai il
pane, finché non ritornerai alla terra, perché da essa
sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere ritorne-
rai!”»125.

Questo testo più che una maledizione è una diagnosi in


cui Dio svela all’uomo le conseguenze del suo atto, che lo
porteranno ad una meta atroce: tornerà in polvere, dopo
aver ridotto tutto ad una cosa faticosa e ostile.
Non possiamo scandagliare questo passaggio — è
troppo profondo per una notazione collaterale come que-
sta — ma almeno focalizziamo questa cosa: il disastro del
peccato viene presentato dalla Genesi come un’amara tra-
sfigurazione delle cose, ossia la degenerazione dalla vita
alla polvere.
Questo è un tragico processo, chiave dell’infelicit{
umana: trasformare la vita in porcheria, degradare
l’esistenza in spazzatura, rovinare le relazioni e farle di-
ventare morte, sprecare le grazie e farle diventare rotta-
mi. Lo sfascia-carrozze che può diventare il panorama
della vita umana, il vedere la bellezza violata, l’innocenza
frantumata, e tutta la potenzialità sublime del nostro
cuore svilita in atti di autoaffermazione, di meschinità e di
ansia che corrompono il rapporto con le cose, e impulsi
ignobili che prendono il volante del cuore, e avidità di
possesso che diventa ossessione, e maree di insicurezza
che vengono canalizzate in orgoglio. E le macerie di una
società senza ritegno. Bellezza diventata fanghiglia.

La prima parte del sesto giorno è come un angelo feli-


ce che fa squillare il suo lieto annunzio, la logica esatta-
mente contraria a quella della distruzione: qui si annunzia
che si va dalla polvere alla vita.
Se dobbiamo accettare che con i nostri peccati noi tra-
sformiamo la vita in morte, e siamo tutti destinati ad es-
sere Adamo che da essere vivente viaggia verso la polve-
re, possiamo sollevare lo sguardo verso il processo con-
trario, l’uomo nuovo, Gesù Cristo che nella polvere non ha
il capitolo finale, ma quello iniziale. Colui che riparte dalla
polvere per andare alla resurrezione.
Quel che celebriamo noi cristiani nel luminoso para-
dosso del rituale del Mercoledì delle Ceneri.
Va notato: mentre il destino biologico dell’uomo è quel
lodi andare in cenere, noi abbiamo nella nostra liturgia la
proclamazione del suo contrario nella fase più importante
dell’anno liturgico — e della vita cristiana: il Mercoledì
delle Ceneri, che è il primissimo passo di un viaggio che
introduce nella Quaresima e sgorga nella Pasqua e nella
sua celebrazione, che si protrae fino alla Pentecoste. È il
tempo dei tempi, è il cuore dell’anno liturgico. E appunto
inizia con un rito: quello di mettere della cenere sul capo.
E questo segno così amaro non è la fine, ma l’inizio, per-
ché questo rito delle ceneri si risolverà nel suo contrario,
nella sua negazione: la Resurrezione.
La Quaresima innesca quel che costituisce il nodo
fondamentale dell’esistenza cristiana, ossia la vita che Dio
trae fuori dal nulla, che si chiama appunto Pasqua,
dall’ebraico Pesach, dal verbo pasach, che vuol dire: an-
dare oltre, saltare.
In ogni atto cristiano, se è veramente tale e non me-
diocre applicazione di norme etiche, si sperimenta la Pa-
squa.
Amare e fare a fondo il bene di qualcuno, vuol dire, per
il povero sottoscritto, saltare oltre il metro e ottantaquat-
tro di ego che ho addosso come ostacolo. Mi trovo, perché
Dio mi dona il suo Spirito, a dribblarmi, a relativizzarmi, a
saper prescindere, sorprendentemente, dalla mia forza
centripeta. Di mio, in mezzo a mille povertà, scopro che
debbo semplicemente morire. Per dare frutto. Per poter
risorgere nella comunione, nella gioia del vero bene altrui.
E, sorprendentemente, mi ritrovo vivo come mai, felice
come mai, me stesso come mai.
Ma vengo dalla morte. E in quella morte ho consegnato
me stesso nelle mani del Padre celeste, ho creduto nel Si-
gnore Gesù, ho lasciato che Colui che è Signore e dà la vita
mi desse la sua, di vita, in cambio della mia, per cui tanto
temevo; e scopro solo dopo che quel che difendevo nel
mio egoismo - era solo un punto di partenza per quel che
ora vivo, che non è mio, è un regalo che sa di eternità. Va-
leva la pena di perdermi, di mollare la presa. Di fidarmi.
Dove si impara questa ginnastica? Quale palestra in-
segna questo salto, non in alto, non in lungo, ma oltre? È
una tecnica? È una cosa da capire? Si impara una volta per
tutte?

Il processo di marcescenza

Non è una tecnica, e noi uomini non avremo mai intel-


letto sufficiente per incasellarne la logica, anche se è fon-
damentale fare memoria per averne saggezza.
Il fatto è che sarà sempre sorprendente. Ci deraglierà
sempre, ci molesterà sempre.
La sua scuola elementare sar{ l’umiliazione. La secon-
daria sar{ l’obbedienza. L’universit{ sar{ la croce. Ma a-
vrà sempre lo stesso scivolo interno, lo stesso ritmo. Per
capirlo osserviamo un curioso fenomeno vitale. In bota-
nica c’è l’interessantissimo caso della marcescenza. Ossia
quella parte del processo del germogliare di un seme get-
tato nel terreno, che corrisponde al momento in cui una
serie di micro-organismi - presenti nel terreno circostante
- attaccano da parassiti il seme per mangiarselo. E pare
che il seme, marcendo, perisca... E invece no: proprio que-
sti animaletti che lo stanno distruggendo lo fanno trasfi-
gurare, e il seme si trasforma in una nuova vita, è lui in
realtà che si pappa i micro-organismi e li sintetizza nel
germoglio. E inizia una nuova pianta, che avrà imparato a
mangiare da quel nemico la sua nuova vita. Sembrava un
disastro e invece era una Pasqua.
L’esempio non è mio, è di san Paolo:

«Ma qualcuno dir{: “Come risorgono i morti? Con quale


corpo verranno?”. Stolto! Ciò che tu semini non prende
vita, se prima non muore. Quanto a ciò che semini, non
semini il corpo che nascerà, ma un semplice chicco di
grano odi altro genere. E Dio gli dà un corpo come ha
stabilito, e a ciascun seme il proprio corpo»126.

E più avanti:

«Così anche la risurrezione dei morti: è seminato


nella corruzione, risorge nell’incorruttibilit{; è semi-
nato nella miseria, risorge nella gloria; è seminato nel-
la debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo
animale, risorge corpo spirituale»127.
Ma Gesù lo dice ancora meglio:

«In verità, in verità io vi dico: se il chicco di grano, ca-


duto in terra, non muore, rimane solo; se invece muore,
produce molto frutto»128.

Tirar fuori novità di vita da una cosa che ci distrugge.


Anzitutto stiamo parlando delle umiliazioni, luogo pri-
mario di crescita. E chiariamo subito che questa realtà
non è un meccanismo, è un’occasione. Si può sfruttare, ma
anche no. Spesso no.
Perché le umiliazioni andrebbero sfruttate come stra-
da per rispettarsi e ricominciare?
Ad esempio il Salmo 119 usa espressioni del tipo:

Prima di essere umiliato andavo errando,


ma ora osservo la tua promessa»129.

E poco più avanti:

«Bene per me se sono stato umiliato,


perché impari i tuoi decreti»130.

Nelle umiliazioni c’è un prima e un dopo, sono un luo-


go pasquale, e sono occasioni utili per imparare la volontà
di Dio.
E perché mai?
Esistono tipi diversi di umiliazioni. Grossomodo divi-
diamole in due fasce: quelle che ci meritiamo e quelle che
non ci meritiamo.
Quelle tipiche e più frequenti sono quelle che ci meri-
tiamo. Sono il momento in cui la realtà ci sbatte in faccia
la verità. Sono i ridimensionamenti, il dolore di scoprire di
esserci sopravvalutati, ed è di intensità direttamente
proporzionale alla profondità della panzana che ci siamo
raccontati. Decadere dal delirio di onnipotenza fa tanto
male quanto è acuto il delirio.
Benedetto dolore, perché ci umilia e apre le porte di
un cambiamento. Ma spesso è in vista della fine di un altro
delirio frequente, quello di innocenza. Scoprire un peccato
può fare molto male, ma è la grazia dell’inizio della guari-
gione da quel peccato. Quella amarezza è meglio che non
passi subito: guai ai fruitori di analgesici contro questo
dolore, perché il veloce sollievo dal trauma della scoperta
dell’errore diventa carie dell’anima, e uno tira diritto
senza lasciarsi ammaestrare da quell’amara scoperta.
Questa terra mi deve far marcire, debbo metabolizzare
l’umiliazione di una figuraccia fatta per la mia superbia, e
mi devo far scartavetrare dai fatti che mi hanno tirato
fuori le magagne che nascondevo, principalmente a me
stesso.
Ci vogliono gli amari impatti con la verità per diventa-
re levigati di saggezza. Il reale ferisce chi è fuori della re-
altà.
Essere ridimensionati è in realtà scoprire la propria
statura, non altro. Quel che fa veramente male in queste
umiliazioni è l’orgoglio.
Quanto fanno bene! Che medicina potente per non vi-
vere invano!
Ma quando arrivano... ci chiedono di morire, di rico-
noscerci, di accogliere la verità. Possono essere rifiutate
in due modi principali: o ignorandole e continuando nel
delirio - in genere dando la colpa a qualcuno o giù di lì - o
impuntandoci nell’infantilismo dell'“allora non gioco più”,
che è il reflusso gastro-esofageo dell’amor proprio.
Ma le altre umiliazioni, quelle che non ci meritiamo?
Ecco queste sono le più preziose, proprio perché in-
giuste.
Se il salto-in-oltre da fare nelle prime umiliazioni è
dalla menzogna alla verità, qui il balzo è dalle nostre ope-
re a quelle di Dio.
Una premessa: le ingiuste umiliazioni, di norma, sono
rare, e sono sempre da verificare, perché capita spesso
che quella che chiamiamo ingiustizia piano piano finisce
che riconosciamo che invece ci stava tutta, era della prima
fascia, non eravamo vittime proprio per niente.
Per riconoscere che quel che abbiamo vissuto come
ingiustizia in realtà era qualcosa di plausibile talvolta ci
vogliono anni.
Conviene essere molto cauti su tutte le letture dei fatti
in cui ci vediamo vittime. Di varie cose che mi sono suc-
cesse anni fa, oggi do una lettura molto più pacata e rico-
nosco che ero molto meno vittima di quanto pensavo, e
che molte cose me le sono cercate e, soprattutto, mi han-
no fatto crescere assai. Erano Provvidenza.
Ed è qui il punto.
Se le umiliazioni del secondo tipo sono dove uno si
sente soverchiato dal male - e in genere uno le rifiuta al-
ternativamente compiangendosi o odiando chi lo umilia -
il Signore invece ha il suo disegno su di noi. Al bivio di una
mortificazione ci si trova con una strana indicazione del
google-map evangelico, perché la voce del navigatore di-
rà:

«Entrate per la porta stretta, perché larga è la porta e


spaziosa la via che conduce alla perdizione, e molti so-
no quelli che vi entrano. Quanto stretta è la porta e
angusta la via che conduce alla vita, e pochi sono quelli
che la trovano!»131.

Un mare di gente prende la parte dello spartitraffico


che va verso il rifiuto di quella amarezza.
Pochi prendono l’altra via. Quella angusta.
Per imboccare quella strada bisogna aprirsi ad una i-
potesi: che la nostra è sempre e comunque una storia di
salvezza. Che Dio è Padre, e che la sua paternità è onnipo-
tenza e creazione. Che c’è un mistero nella storia: le cose
sono condizionate dalla nostra libertà - che è reale - ma
tutto resta sempre nelle sue mani. E che Dio può trarre il
bene dal male. Può trarre la vita dalla polvere. E se qual-
cuno mi sta facendo del male, Qualcun Altro saprà servir-
sene. E dalle sue mani non cado.
Cosi uno accoglie di farsi mangiare dai mi-
cro-organismi.
È li che Dio compie le opere più grandi. Perché in
quelle situazioni noi siamo impotenti, e Lui, finalmente,
può operare liberamente.
Ho già scritto altrove che i regali più grandi della mia
vita Dio li ha messi nelle mani di coloro che mi hanno fat-
to del male, e tutto stava nel passare dalle mie opere alla
potenza di Dio. Saltare nelle sue braccia. E attendere i suoi
disegni.

Persi il treno del dottorato nel luglio del 1993 per una
oggettiva mancanza di carità di un fratello. Mi trovai di
fronte a questo fatto brutto e un po’ squallido. Ricordo
l’umiliazione telefonica del professore che non sapendo
per quale motivo mancavo ad un appuntamento concor-
dato da mesi per cui lui era venuto apposta a Roma in un
luglio bollente, alzò la voce e mi insultò senza parafrasi.
La violenza bolliva dentro di me e pianificavo vendette ar-
ticolate e creative. Ma per grazia pensai di mettermi a
pregare, avevo anche paura della ferocia che mi si stava
svegliando dentro.
E nella preghiera mi imbattei nella Lettera di Giacomo:

«E ora a voi, che dite: “Oggi o domani andremo nella


tal città e vi passeremo un anno e faremo affari e gua-
dagni”, mentre non sapete quale sarà domani la vostra
vita! Siete come vapore che appare per un istante e poi
scompare. Dovreste dire invece: “Se il Signore vorr{,
vivremo e faremo questo o quello”»132.

E qualcuno mi disse nel cuore: “E se Dio avesse deciso


che tu non fai il dottorato? Dimmi un po’: come far{ Dio a
guidare la tua vita se succede solo quello che programmi
tu? E se volesse servirsi della debolezza di questo fratello
per dare una sterzata alla tua vita?”.
Mi fermai. Capii che era con Dio che dovevo fare i con-
ti. Lì per lì ebbi pace verso questo fratello - e da quel
giorno in poi ho avuto una serena simpatia nei suoi con-
fronti.
Non ci pensavo più a questo fatto quando riprendendo
l’attivit{ parrocchiale mi trovai un settembre libero, per-
ché appunto era saltato l’accordo con il professore e do-
vevo iniziare tutto daccapo. Allora pensai di fare final-
mente un paio di ritiri per i gruppi di ragazzi che seguivo.
Dal 9 al 12 e dal 24 al 26 settembre 1993.
Inizio dei Dieci Comandamenti.
Se quel fratello non mi avesse fatto saltare quel treno
per il dottorato, ora tutto quel che è venuto forse non sa-
rebbe accaduto. Vocazioni, matrimoni, gente che è uscita
dalla morte di errori gravi, preti che hanno ritrovato la
loro missione, un esercito di bimbi che sono nati per la
gioia di vivere dei genitori, e una marea di gente che è
tornata alla fede. Così, per dire qualcosa che non rende
che una pallida idea.
Dio, imperscrutabilmente, si è servito di una cosa di-
sordinata per mettere ordine nella mia vita e condurre i
suoi piani di salvezza.

Che sapienza è mai questa? Farsi lavorare dalle cose,


lasciare che Dio compia la sua opera anche in mezzo
all’ingiustizia? È quella che ti ritrovi nel cuore quando ini-
zi a sperimentare la vita che sorge dalla morte, la luce che
prorompe all’interno di un momento di tenebra,
l’esperienza nel vedere la potenza di Dio che crea dal nul-
la. Questa dimensione straordinaria è il fondamento
dell’esperienza pasquale, questa permea tutta la vita spi-
rituale.
Ogni mattino può essere l’alba di una vita pasquale,
dove vedere la potenza di Dio. Il paradosso del sesto
giorno: «La terra produca esseri viventi» è un’esperienza
che si deve fare e rifare: la terra inerte produce vita, no-
vità. Le umiliazioni che ci ridimensionano ci rimettono
nella verità e quelle che ci crocifiggono ci danno occasione
per consegnarci nelle mani di Dio e fargli compiere la sua
opera.
Qui si azzera la libido di quelli che mi stanno leggendo
per capire qualcosa di interessante. Qui non c’è molto da
capire. Qui c’è da morire. Qui la domanda dei principianti
in genere è: e se Dio non esiste? Qui tocca credere per
provare, non il contrario, fidarsi per fare esperienza.
Se un uomo che sta iniziando la sua vita spirituale non
si apre a valorizzare le sue umiliazioni, in fondo non co-
mincia mai. La sua sarà sempre una teoria. Forse capirà
astrattamente la vita nuova, ma non la vive.

Israele scrive il primo capitolo della Genesi perché ha


imparato dall’umiliazione e sta incontrando nella oppres-
sione — di un potentato straniero cui è sottoposto il po-
polo — una sapienza più profonda che non è di questo
mondo ma che gli svela la bellezza del mondo stesso, e la
grida in questo testo.

E che esercizio fare in questa prima parte del sesto


giorno? Fare memoria delle sante umiliazioni. Ricordare
tutte le volte che la vita ci ha rimesso al nostro posto.
Vanno ricordate con calma, vanno elencate.
E vanno ricordati quei fatti in cui dal male che qual-
cuno sembrerebbe averci fatto, o almeno per ora ci sem-
bra così, Dio ha tratto un bene.
La maggior parte delle volte in cui mi arrabbio di un
imprevisto, poi la sera debbo ammettere davanti a Dio che
era un suo disegno, migliore del mio. Gli esempi si spre-
cano.
Ma è opportuno tenere a mente queste piccole e gran-
di pasque.
Per questo vale la pena di dedicarsi alla memoria delle
umiliazioni e di registrare quanto ci hanno portato di
buono.
È per quelle che ci restano opache di cui non ci sembra
di vedere il frutto? Da una parte capita che i disegni di Dio
abbiano tempi sorprendenti, e quindi spesso c’è da aspet-
tare il giro della pasqua, c’è un sabato santo di mezzo da
far trascorrere, secondo l’orologio di Dio che batte i colpi
secondo il regno dei cieli, non secondo le nostre impa-
zienze.
Ma d’altro canto è sempre fondamentale confrontarsi
con qualcuno che abbia una fede solida, che ci conosca. In
realtà assolutamente tutti gli esercizi fatti in questa av-
ventura - come già detto — vanno sottoposti ad una guida
spirituale, perlomeno nelle conclusioni.
In sostanza: se mi ricordo quanto mi hanno fatto bene
certi ceffoni della vita, e se mi torna nel cuore cosa ho
vissuto quando in un’ingiustizia mi sono abbandonato
nelle mani di Dio, ecco, la vita non mi fa più paura, e co-
struisco su basi solide. Nell’accoglienza di una umiliazio-
ne, di qualunque tipo, c’è sempre un salto di qualità.

«Chiunque si esalta sarà umiliato, chi invece si umilia


sarà esaltato»133.
GIORNO SESTO - SECONDA PARTE
Il dono della gloria

L'uomo è una cosa molto bella

«Dio disse:
“Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la no-
stra somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uc-
celli del cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici
e su tutti i rettili che strisciano sulla terra”.
E Dio creò l’uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò.
Dio li benedisse e Dio disse loro:
“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e sog-
giogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli
del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla ter-
ra”.
Dio disse:
“Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su
tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce se-
me: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici,
a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che stri-
sciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo
ogni erba verde”.E così avvenne.
Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto
buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno »134.

Se qualcuno avesse saltato tutto il resto del libro per


vedere cosa diremo qui delle tematiche che il testo sulla
creazione dell’uomo implica, resterebbe deluso. Questo
capitolo è il culmine di un percorso, non una cava di dati.
Senza il percorso fatto fin qui, quanto vedremo ora serve
a poco.
E se qualcun altro pensasse adesso di trovare un esa-
me esaustivo di questo testo, sarebbe deluso anche lui,
perlomeno per due motivi: il primo è che non sono
all’altezza — francamente non so chi lo sia, ma di certo
non io. Il secondo è che questo libro ha un taglio ben pre-
ciso, non è un’esegesi della prima pagina della Bibbia, ma
un viaggio nell’arte di ricostruire la propria esistenza, di
ricominciare - o di cominciare proprio.
Quindi questo è il momento per noi di affrontare la fa-
se finale del nostro cammino, ossia il luogo della vera ri-
partenza. Bisognerà essere attenti a capire dove ci porta
questo testo, per lasciarci dire il bersaglio di un percorso
di primo discernimento, con il fine chiaro di ri-avviare il
bene, la felicità di una persona. Infatti la parte principale
del sesto giorno è la consegna di una dimensione: la no-
stra gloria. La luce sulla nostra bellezza. Come a dire: di
fare tutto questo viaggio ne valeva la pena.
Il materiale che questa parte ci offre è immenso, sarà
necessario non disperderci e fare delle selezioni per an-
dare alla sostanza del nostro percorso di ricostruzione.
Iniziamo col rilevare quel che c’è in questa parte, a li-
vello macroscopico. Dopo aver creato gli animali terrestri,
Dio ricomincia a parlare e usa una espressione grandiosa
emessa in un raro coortativo135:

«Facciamo l'uomo a nostra immagine, secondo la nostra


somiglianza».

Una frase pesante quanto tutta la storia umana.


Quel che segue ha la forza di una spiegazione: cosa
vuol dire che l’uomo è fatto così?

«Dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del cielo, sul
bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti i rettili
che strisciano sulla terra».

Dominio. Dovremo capire meglio, qui passiamo solo in


rassegna il contenuto.
Troviamo subito una interruzione nel testo, si esce dal
discorso diretto per entrare in parole di ritmo diverso che
contengono la ripetizione ridondante del verbo creare. Il
verbo “creare”, in ebraico barn, viene usato cinque volte
nell’intero primo capitolo, e ben tre sono in questo singo-
lo versetto:

«E Dio creò l'uomo a sua immagine;


a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò»136.

Se abbiamo sentito che Dio ha creato l’uomo, questo


viene ripetuto altre due volte stigmatizzandolo: «creò
l'uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò». Per
aumentare il peso della ripetizione usa una figura retorica
di grande energia: creò a immagine — a immagine creò,
tecnicamente si chiama chiasmo o figura a-b-b-a: è una fi-
lastrocca mnemonica, ha l’energia di uno slogan che ti si
pianta in testa.
Sulla scorta di questo appare una determinazione spe-
cifica: lo crea maschio e femmina. E ripete lo schema della
seconda parte del chiasmo, sicché arriva ad una ulteriore
forza espressiva, alla lettera: «a immagine di Dio creò lui,
maschio e femmina creò loro», il complemento oggetto
passa al plurale.
Tranquilli, non lascio andare il freno che mi sono im-
posto per tutto il libro, quello di non entrare nei tecnici-
smi, ma va notato che sono parole più soppesate delle al-
tre, probabilmente c’è una limatura orale di non poco
conto, come un motto provato e riprovato finché non ha
assunto tutta la forza di cui c’era bisogno.
Ossia: sono parole ancor più incisive delle altre, per
loro non basta la prosa, bisogna salire al piano superiore
della poesia.
Quindi, dopo la parentesi in poesia, Dio riprende a
parlare e la seconda parola di Dio è una benedizione, che,
come nel quinto giorno, ha il contenuto della fecondità:

«Dio li benedisse e Dio disse loro:


“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra e sog-
giogatela, dominate sui pesci del mare e sugli uccelli
del cielo e su ogni essere vivente che striscia sulla ter-
ra”».

Ci sono due elementi in più rispetto alle benedizioni


sugli animali del quinto giorno e del sesto giorno, e non di
poco conto: il comando non è solo essere fecondi, ma an-
che soggiogare la terra e dominare sulle altre creature vi-
venti.
Questo lo aveva già annunciato nella prima parola, e va
rimarcato: il compito del dominio sulle creature è ribadito
due volte.

Fermiamoci qui per ora, e ricontrolliamo: abbiamo


trovato tre elementi principali:
- Dio crea l’uomo a sua immagine, è il primo dato, e va
a ripeterlo altre due volte nella parte in poesia.
- Il secondo elemento è il mandato del dominio e del
governo sulla terra e sulle creature viventi. Viene detto
come seconda indicazione sia della prima che della se-
conda parola pronunciata da Dio.
- Quindi compare il terzo comando di Dio, che è il noc-
ciolo della benedizione della vita biologica — già visto sia
nel quinto che nella prima parte del sesto giorno — esse-
re fecondi, moltiplicarsi e riempire la terra.
Essere ad immagine e somiglianza di Dio, avere un
compito di governo sulla terra e sulle creature, essere fe-
condi e generare altra vita.
Queste sono le tre luci che riceviamo per il nostro
percorso.
Per visualizzarle possiamo pensare a tre aspetti dina-
mici. C’è un elemento a quo, il punto di partenza; quindi
c’è la via da percorrere; infine c’è il termine ad quem, il
bersaglio da raggiungere.
C’è una sorgente del nostro essere - costituiti a imma-
gine di Dio; abbiamo una via da percorrere — il governo
autorevole della realtà creata; e abbiamo un bersaglio —
generare vita, arrivare a dare esistenza ad altri.
Ecco il viaggio che faremo: capire noi stessi attraverso
questi tre aspetti.

Immagini ed immaginari

Siamo apparentati con la gloria di Dio. Ne portiamo


l’immagine e la somiglianza. Al di l{ di mille altre analisi
che si possono fare, questa è l’affermazione centrale, ri-
petuta, martellante:

«Dio disse: “Facciamo l'uomo a nostra immagine,


secondo la nostra somiglianza''...
E Dio creò l'uomo a sua immagine;
a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò»137.

Di mille scopi che mi posso dare nella vita, di certo non


sarò mai troppo lontano dal vero se mi orienterò ad esse-
re me stesso.
E a dir la verità tutti i disastri umani potrebbero rias-
sumersi nel tradimento più devastante che le persone
mettono in atto: quello di tradire se stessi. Ma cosa vuol
dire tradire se stessi?
Altrove abbiamo gi{ accennato all’indicazione nasco-
sta nella parabola del figliol prodigo:

«Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio


padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fa-
me! Mi alzerò, andrò da mio padre... »138.

Ritornare in sé - per questo uomo - vuol dire riscoprir-


si figli di un padre buono. Ma se questo uomo torna in sé,
prima dov’era?
E perché il sesto giorno rimarca che questa è l’identit{
dell’uomo? Quale identit{ avrebbe altrimenti?
Perlomeno esistono due “sé”. Quello vero e quello fal-
so.
Tutto il nostro viaggio in questo libro è un’operazione
di liberazione dal 'falso sé”. Tutta la fatica, dalle prime e-
videnze alle priorità, passando per i limiti, distinguendo
ispirazioni da suggestioni, e capitalizzando grazie e umi-
liazioni, è la fatica del viaggio verso se stessi sotto lo
sguardo tenero di Dio, che ci vede cosi infedeli a quello
che ci ha dato, così trasandati sulla nostra gloria.
Sì, questo è il punto: noi siamo una cosa molto bella,
questo è il motore della gioia di essere e la sorgente
dell’amore verso chi ci circonda.
In ebraico gloria si dice kabod e vuol dire, alla lettera,
peso, pesantezza ed indica la sostanza, il peso specifico di
una cosa.
Fin dal secondo secolo sant’Ireneo di Lione diceva:

«Gloria Dei vivens homo»139.

«La gloria di Dio è l'uomo vivente».

Alle radici della fede cristiana c’è un’intuizione che


fonda le migliori antropologie: se Cristo ha accettato di
incarnarsi, patire, morire e risorgere per noi, non può es-
sere che noi siamo una cosa così brutta.
Dio non ha su di noi lo sguardo della signorina Rot-
termeier, ma, come dice la liturgia cristiana:

«... hai amato in noi ciò che tu amavi nel Figlio...»140.

Infatti, se questo testo ha una validità, siamo fatti ad


immagine e secondo la somiglianza di Dio e siamo quindi
dotati di un peso specifico, ossia una gloria, quella che gli
somiglia, quella che porta la sua immagine. Che gloria è?
Ho fatto talvolta ai giovani questa domanda: che ne di-
ci, Dio ama più te o san Francesco? Uno ci pensa un po’ e
poi risponde: ci ama ugualmente, ovvio. La cosa fa molto
pensare, ma è indubitabile.
Ora, domandiamoci: Dio ama più me o Gesù Cristo?
Pausa. Imbarazzo.
Diamine, non ci avevo mai pensato. Non mi ero spinto
fin lì.
Sta tutto lì. Il mio “vero sé’ non è un merito, non è una
fatica, non è una strategia. È un’opera di Dio. È la mia vita.
Sono amato, di default. È questa la mia identità.
Cosa è il “falso sé"? Tutto quel che in me non crede a
quanto sopra.
Il figliol prodigo rientra in se stesso pensando bene del
padre e di come tratta i suoi servi. Io rientro in me stesso
quando penso bene di Dio, e penso bene di Lui quando lo
penso Padre. Invece perdo me stesso quando penso male
di Dio, e non lo penso Padre, perché penso male della mia
origine. E questo diventa vivere di merito, di fatica, di
strategie. Un pensiero da orfani autoprovvidenti, un pen-
siero disperato che diventa ansia di autoaffermazione,
bisogno di sottolineare - nei modi più disparati - il mio
ego. È la matrice essenziale della paura: il terrore
dell’abbandono, il panico della solitudine, inciso ad un li-
vello profondo della mia struttura.
A quel punto sono costretto ad essere egoista, indivi-
dualista. Perché non ho gloria, non ho peso specifico, sono
sottile quanto le mie capacità, quanto la forza che ho di
non annegare nel nulla, e ogni mio limite mi spaventa
perché non mi posso permettere di essere vulnerabile. E
siccome con questa impostazione divento vuoto, ho biso-
gno di proiettarmi in possessi, successi, piaceri. E questi
mi schiavizzano, perché senza di essi non ho spessore.
Non ho sostanza. Questo è il bilancio finale del “falso sé”.
Come quello del figliol prodigo prima di rientrare in sé,
quando si ritrova a pascolare i porci senza pane da man-
giare.
Tutto questo ha il perno in una menzogna scheletro di
una struttura fatta di paure - su tutte la paura del nulla.
Da dove parte questo?
Il figliol prodigo era scappato da casa perché aveva ri-
vendicato la sua autonomia:

«Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al
padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi
spetta”»141.

In greco la parola patrimonio è ousia, che è una forma


sostantivale del verbo essere: l’essere, la sostanza - anche
in italiano per patrimonio possiamo usare la parola so-
stanze.
Potremmo tradurre, in modo strettamente letterale:

«“Padre, dammi la parte di essere che mi spetta”».

Il padre gliela dà. E siccome questa è una separazione


dal padre, allora diventa anche bisogno di stare lontano
dal padre. Ho chiesto di essere in proprio, chiaro che vo-
glio anche stare in proprio:

«Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le


sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo pa-
trimonio vivendo in modo dissoluto»142.

Inutile dire che per patrimonio il testo usa la stessa


parola di prima, e quindi il testo in greco è letteralmente:

«là sperperò il suo essere vivendo in modo dissoluto».

Che vuol dire: «in modo dissoluto»? Il termine greco è


asotos, che è una parola composta da un alfa privativo che
precede un termine derivato dal verbo sozo, che significa
salvare, infatti la traduzione dissoluto è precisa: senza
salvezza, senza soluzione. Vivere senza via di uscita, vive-
re senza scampo. Vivere da dannati. Questo uomo pensava
di esser salito sul treno dell'essere e invece ha preso quel-
lo del nulla.
Tutto rimanda alla storia dell’inganno del serpente
nella Genesi:

«Non morirete affatto! Anzi, Dio sa che il giorno in cui


voi ne mangiaste si aprirebbero i vostri occhi e sareste
come Dio, conoscendo il bene e il male»143.
La pretesa di totale autonomia e i cattivi pensieri sul
padre sono lo stesso esaltante atto di autoglorificazione.
Ma è la strada del nulla.
E per capire come è fatta la struttura del nostro “falso
sé” va rimarcato il fine che il serpente offre, il bersaglio da
raggiungere:

«... sareste come Dio...».

Così, lasciata cadere in mezzo al discorso, è la vera


frottola, la quale è perfidamente profonda. Cosa mi dice
chi mi invita ad essere come Dio ? Che così come sono non
va. Eva non va, deve cercare di essere altro. “Ma, figliuola
cara, ma che mi resti così, al naturale? Non punti più in al-
to? Un po’ di sana ambizione, ragazza mia, evolviti, cresci,
progredisci”. E questo in realt{ vuol dire: “Sei ad un livello
infimo; sei malfatta, non vai bene”.
Aver bisogno di essere come Dio è intrinsecamente
aver bisogno di buttare via quel che si è. Essere altro da
sé. E questo bisogno diventa, nei modi più sofisticati e re-
conditi, un rifiuto di se stessi che però emerge come
un’ansia per se stessi. L’orgoglio, l’amor proprio, sono in
realtà odio di se stessi.
Fino ad erodere dal di dentro la voglia di vivere e di
ricominciare.
Perché ricominciare, invece? Perché ne vale la pena!
Perché sotto a tutto questo macello c’è ben altro! Il"falso
sé” è solo una struttura costruita per murare viva la verit{
e cercare di cancellarla; ma questa verità resta lì, umile,
semplice, ad aspettare, come il padre della parabola che
attende. In fondo al nostro essere c’è altro: il “vero sé”.
L’immagine secondo la somiglianza di Dio. Sta sempre lì.
Aspetta pazientemente che noi rientriamo in noi stessi.
Quando annunzio il Vangelo cerco quella verità nel
cuore delle persone - ed è in realtà facile evangelizzare,
perché quella verità sta lì che aspetta di essere chiamata
in causa. Sepolta sotto macerie di strategie autodistruttve
- millantate per vie di successo, di possesso e di piacere -
attende lo spirito delle persone, che è l’immagine di Dio
impressa nelle radici dell’essere. La voglia di vivere,
l’intuizione serena della propria esistenza. La voglia di
amare. La gloria di Dio che è l’uomo vivente.

Possiamo entrare un po’ di più nel contenuto di questa


identità, della nostra gloria?
Immagine secondo la somiglianza di Dio.
È vitale farsi una domanda: e come è l’immagine di
Dio? Bisogna chiederselo perché - intrinsecamente a
quanto abbiamo visto or ora — c’è una cosa: che per di-
struggere la vita di Eva, il serpente si occupa di distrug-
gere in lei l’immagine di Dio. Gli disegna un dio minuscolo,
despota, mentitore, competitivo. L’immagine di un vin-
cente individualista.
Questo non è il Dio di Israele. Questo al massimo è
Zeus, o un dio cananeo, Moloch o Baal.
Se questa immagine conquista terreno nel cuore
dell’uomo, l’uomo è inceppato dal di dentro nella menzo-
gna. E avr{ un’immagine di sé consequenziale.
San Cirillo di Gerusalemme, Padre della Chiesa del
quarto secolo, dice:

«La fede è una rappresentazione interiore che ha per


oggetto Dio. È un'intima comprensione, che la mente,
illuminata da Dio, riesce ad avere della sua essenza
nella misura consentita»144.

E consideriamo che l’immagine che ho di me stesso


deriva dall’immagine che ho di Dio. Anche se sono ateo o
un qualunque bipede della più disparata convinzione,
comunque mi giudico ben fatto o mal fatto a seconda di un
parametro interiore, ossia quel che ritengo vero, bello,
buono. Parlo di una qualche forma di assoluto, come io lo
percepisco. Questa è la tortura delle immagini false di sé
che derivano, appunto, da un modello inconsapevole di
verit{, di bellezza e di bont{. E se l’immagine che ho
dell’assoluto, ossia di Dio, è una frottola, corro per una
strada storta.
Per capire: dall’inconsapevole immagine di Dio travia-
ta dal serpente di cui sopra deriva l’immagine di un ma-
schio vincente individualista, e questa immagine mi mi-
sura e mi manda in contraddizione. E mi uccide l’amore
nel cuore. Perché questo parametro è incompatibile con
un padre o con uno sposo, o con un amico. O anche con un
prete.
Da quell’immagine-Zeus deriva l’immagine di donna
da star seducentissima, fortissima e assolutamente auto-
noma e indipendente, e se mi porto dentro questo para-
metro, e quando mai sarò felice? Che razza di rapporti
stabilirò con le altre donne se non di latente rivalità? E
che tipo di funzione darò ad un maschio? Che razza di
madre sarò? Nessuna donna è veramente questo mostro,
ma è insoddisfatta di se stessa perché non riesce ad esse-
re questo mostro. Per fortuna - ma lei non lo sa.
Il demonio lavora di fino per impiantare in noi - per lo
più inconsapevolmente - un’immagine di Dio sballata.
Fatto quello, il resto è solo conseguenza e uno si distrugge
da solo, perché i suoi parametri sono distruttivi...
Chi sono io per Te?
Ma quale è l’immagine di Dio a somiglianza del quale
siamo veramente creati? Chi è il Dio vero?
Facciamo un breve viaggio, e prendiamo un dato
dall’inizio della Lettera agli Ebrei:

«Dio, che molte volte e in diversi modi nei tempi antichi


aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultima-
mente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del
Figlio, che ha stabilito erede di tutte le cose e mediante
il quale ha fatto anche il mondo.
Egli è irradiazione della sua gloria e impronta della
sua sostanza, e tutto sostiene con la sua parola poten-
te»145.

Il Figlio, il Signore Gesù è «irradiazione della sua gloria


e impronta della sua sostanza».
Nel Vangelo di Giovanni, Gesù nell'ultima cena eleva
una preghiera al Padre e ad un dato momento dice:

«Io ti ho glorificato sulla terra, compiendo l'opera che


mi hai dato da fare. E ora, Padre, glorificami davanti a
te con quella gloria che io avevo presso di te prima che
il mondo fosse»146.

Gesù mostra la gloria del Padre compiendo la sua o-


pera - tutta centrato nella sua “ora”, la Pasqua - e mo-
strando la gloria che Lui stesso aveva prima che il mondo
fosse.
Vediamo qual è questa opera che svela la gloria che si
gioca fra il Padre e il Figlio suo benedetto:

«Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era


venuta la sua ora di passare da questo mondo al Padre,
avendo amato i suoi che erano nel mondo, li amò fino
alla fine»147.

Amare fino alla fine. Amare fino in fondo. La Prima


lettera di Giovanni dichiara:

«Chiunque ama è stato generato da Dio e conosce Dio.


Chi non ama non ha conosciuto Dio, perché Dio è amo-
re. In questo si è manifestato l’amore di Dio in noi: Dio
ha mandato nel mondo il suo Figlio unigenito, perché
noi avessimo la vita per mezzo di lui»148.

Dio è amore. Questa è la sua gloria. Questa è la sua so-


stanza. Gesù Cristo crocifisso e risorto è la visibilità di
questa gloria.
Se sono fatto ad immagine di Dio secondo la sua somi-
glianza, allora anche io sono amore. L’amore è la mia ve-
rità. Infatti sono me stesso quando amo, quando servo,
quando do la vita per qualcuno. Il peccato non è la mia ve-
rità. Il peccato è il mio “falso sé".
Il Testamento di san Francesco d’Assisi — nel latino
dello stesso Francesco - inizia con queste frasi:

«Dominus ita dedit michi fratri Francisco incipere fa-


ciendi penitentiam. Quia cum essem in peccatis nimis
michi videbatur amarum videre leprosos».

«Il Signore così dette a me frate Francesco, di iniziare a


fare penitenza. Quando ero nei peccati, mi pareva cosa
amara vedere i lebbrosi».

Una cosa va notata: Francesco dice: «cum essem in


peccatis - quando ero nei peccati», invece di dire: «cum es-
sem peccator - quando ero un peccatore». Perché? Mi sono
preso un epico trenta e lode in storia medievale quando
studiavo lettere alla Sapienza - pochi mesi dopo essere ri-
diventato cristiano - per aver dato questa risposta al prof.
Raul Manselli: per Francesco d’Assisi l’uomo è una cosa
bella, non è un peccatore, è nel peccato. Quando esce dal
peccato è se stesso.
Grazie a san Francesco per il trenta e lode! E grazie
perché, pur così acerbo nella fede, la percezione di questo
punto nello studio di quel testo ha fecondato qualcosa di
liberante nel mio cuore — in quel tempo il mio contesto
ecclesiale era del tutto estraneo ad una intuizione lumi-
nosa come questa. Mica sono stato battezzato il 4 ottobre,
festa di san Francesco, per caso! Molte volte nella mia vita
san Francesco si è fatto vivo, questa fu una di quelle.
Quel che c’è da afferrare qui è che se voglio ricomin-
ciare c’è un luminoso centro per tutto il discernimento
che dovrò fare: che io sono prezioso e i miei errori non
dicono la mia verità.
In ebraico la parola conversione viene dalla radice shub
la quale, etimologicamente, vuol dire tornare alla buona
origine. Da cosa si deve partire per una lettura valida di se
stessi? In fondo è un po’ tutto il libro che lo stiamo dicen-
do: dal convertirsi alla propria preziosità, dal tornare in
sé, nel “vero sé e aprirsi al non pensar male della propria
esistenza.
C’è un versetto del Vangelo di Matteo che amo ripetere
ai giovani:

«Non date le cose sante ai cani e non gettate le vostre


perle davanti ai porci»149.

La cosa santa sono proprio io. C’è un altro testo dello


stesso Matteo che ci può aiutare:

«Il regno dei cieli è simile anche a un mercante che va


in cerca di perle preziose; trovata una perla di grande
valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra»150.

Tanti anni fa un mio collaboratore, Luca Teofili, oggi


sposo e padre, ed anche musico e docente, allora giovane,
decodificò questo passaggio in modo folgorante: tutti e-
gocentrici, a pensare che il mercante siamo noi, che dob-
biamo rinunciare a tutto per il regno dei cieli, certo è ve-
ro... ma il mercante è Cristo, e la perla sono io! Cristo, lui, è
venuto a cercarmi e quando mi ha trovato ha dato tutto
per comprarmi, ha versato il suo sangue per avermi.
Io sono la perla preziosa di Cristo.
Chi sono io per Cristo? Chi sono io per il Padre del cie-
lo? Che lo Spirito Santo me lo dica, me lo mormori, me lo
sveli.
Mille volte ho gridato ai ragazzi: solo Dio sa chi sei!
Solo Cristo sa chi sei! Sono parole della prima omelia da
papa di san Giovanni Paolo II:

«Non abbiate paura! Cristo sa “cosa è dentro l'uomo”.


Solo lui lo sa!»151.

Quante volte ho dovuto aiutare giovani — e non gio-


vani — a trovare chi erano, e a mostrar loro che solo Cri-
sto lo sa fino in fondo. La mia verità è il mio battesimo, la
mia verità è quel che Dio Padre ha creato e redento in Cri-
sto.
Questo non è una licenza a lasciarmi andare, questo
non sottovaluta il peccato, anzi, in certo senso, lo rende
ancora più grave, perché non è più, dunque, trasgressione
di un codice esterno, ma tradimento della mia verità, de-
fezione dalla mia bellezza. Quanto più capisco quale è il
mio valore tanto più mi stona svendermi, mi molesta, mi
disgusta. E soprattutto, mi allontana dal Padre.
Un bellissimo detto dei Padri del deserto del quarto
secolo recita:

«Un anziano disse: “Lo sforzo e la sollecitudine di non


peccare hanno un solo scopo: non scacciare dalla no-
stra anima Dio che vi abita”»152.

Ho bisogno di avere Dio che mi parla, che mi dice chi


sono. Un Salmo dice:

«A te grido, Signore, mia roccia, con me non tacere:


se tu non mi parli, sono come chi scende nella fossa»153.

Se non è Dio che mi dice chi sono, io sprofondo nel


nulla.
Allora è bene che io accolga quel che Dio dice di me.
Ecco, sulla scorta di sant’Agostino154 e di san France-
sco155 per questa parte del sesto giorno vale la pena di fa-
re l’esercizio di mettersi davanti al Santissimo Sacramen-
to o ad un Crocifisso - io amo farlo davanti ad una ripro-
duzione della Sacra Sindone - fare silenzio per un po’, e
quindi ripassare la succitata parabola della perla preziosa
di Mt 13,45-46 e lentamente ripetere la domanda: chi so-
no io per Te? E poi respirare. E poi: chi sono io per Te? E
poi respirare. E così via, per il tempo che arrivino le la-
crime, che arrivi la verità, che arrivi il pentimento, che ar-
rivi quel che Dio vuole che arrivi. E poi alzarsi dalla pre-
ghiera ricordando al proprio cuore: «Non dare le cose
sante ai cani e non gettare le tua perla ai porci».
E ripetere questa preghiera. Tutte le volte che c’è bi-
sogno. E piano piano, mentre mi domando chi sono per il
Signore Gesù e per il Padre suo benedetto, avviene che
questa preghiera ri-innesca la misericordia e la compas-
sione per i fratelli. E consegna tanta consolazione.
Allora uno si può mettere a cercare quel che c’è di bel-
lo da fare.

La bellezza del maschile e del femminile

Ma viene il momento di focalizzare l’ultima riga della


poesia della creazione dell’uomo.

«E Dio creò l'uomo a sua immagine;


a immagine di Dio lo creò:
maschio e femmina li creò»156.

Figuriamoci, c’è di sicuro chi mi aspetta al varco di


questa notazione; come sfuggirne?
Premesso che questo non è un libro di apologetica ma
un viaggio nella ricostruzione della propria vita come ini-
zio del discernimento, certamente questo verso è
tutt’altro che banale.
«Maschio e femmina li creò».
Lungi dalla pretesa di riuscire a spiegare tutto ciò che
è contenuto in questa affermazione, bisogna ricordare le
meravigliose catechesi di san Giovanni Paolo II sull’essere
fatti maschi e femmina a immagine di Dio, tutte quelle
meravigliose udienze che fece nella prima fase del suo
pontificato157 - io ero un giovanotto appena convertito e
le scoprii per caso, quando ne aveva ormai terminato il ci-
clo - e sono stato tanto aiutato dal suo magistero, soprat-
tutto per assumere la sfida bella della mascolinità, e per
intendere e stimare con gioia quella della femminilità.
E il “vero sé" è maschio e femmina. Al di là di tutte le
discussioni in cui qui non serve entrare, io ricevo me
stesso maschio, e tu femmina, è un dato che ci arriva, con
tutte le sue prerogative e le sue reciprocità. La vita nasce
dall’incontro fra maschio e femmina, e chi nega questo
incontro nega la vita.
È una questione vitale capire che è stato un decreto di
Dio darmi la mascolinit{, darti la femminilit{, e che c’è la
filigrana della nostra bellezza in questo. Sono apparentato
con l’immagine di Dio per mezzo della mascolinit{, tu lo
sei con la tua femminilità.
La mascolinità è meravigliosa, e parla di Dio. È una
chiamata che si intende solo specularmente con la fem-
minilità che, parimenti, parla di Dio. Io, ad esempio sono
un prete, e questo non significa nessuna decurtazione
della mia identità maschile. Sono convocato da questo
versetto all’avventura della mascolinità.
Per fare il prete mi è necessaria l’energia di un ma-
schio, e come uno sposo sono chiamato costantemente a
crescere nell’amore sponsale. Esattamente come uno
sposo ha da vivere la sfida grandiosa di far felice la sua
sposa, come sacerdote ho la missione meravigliosa di
amare la mia Chiesa.
La mia chiamata mi porta alla mascolinità: debbo cor-
teggiare la mia sposa, debbo amarla con tutta la mia forza
maschile, debbo sorreggerla, debbo sorprenderla, la deb-
bo far sentire amata, compresa, accolta. Non la devo de-
ludere, e debbo essere il suo baluardo. Lei mi deve trovare
pronto per lei e devo essere affidabile, ed è una gioia ve-
derla sorridere. Di che sto parlando? Dell’assemblea cui
annunzio il Vangelo.
Sono maschio nella tenacia di preparare il meglio per
la mia amata, nel pensare sempre a lei. Qualunque cosa mi
capiti, sto sempre cercando se c’è qualcosa in questo o in
quello che potrebbe dare gioia alla mia sposa. So che
spesso lei è debole, e so che varie volte la debbo attende-
re, ma tante volte mi sorprende.
La vedo sempre bella, pure quando sta giù, pure nelle
sue immense debolezze. È un dono di cui non ringrazierò
mai abbastanza Dio, perché me l’ha data. Devo saper en-
trare nel suo cuore, nella sua anima, e carezzarla. Pren-
dermi cura di lei è la cosa più bella della mia vita.
E lei è feconda, e mi rende padre, perché sa fare una
cosa che io non posso fare: concepire e gestare la vita. Io
so fecondare, lei sa concepire. Tutto quello che faccio ha
senso se mi fa tirare fuori il meglio di me per lei. Perché io
vivo per lei. Questa è l’essenza della mia esperienza di
prete. Questo è essere maschio. Quando evangelizzo fac-
cio queste cose. E costruendo la Chiesa tiro fuori quel che
in ogni istante permane come la cosa a cui tengo di più e a
cui penso mentre faccio le cose più estranee: come amare
la sposa che Dio mi ha regalato. Come servire meglio i
giovani che Dio mi ha affidato.
Con questa lena mi lanciai ad educare alla fede il
gruppetto di giovani poco più che adolescenti che Dio mi
aveva affidato, e poi sono arrivati sempre di più, centinaia,
migliaia. C’era - e c’è - poco da inventare: basta amarli,
come uno sposo.
Dove l’ho imparato questo? Da Cristo, Lui mi ha amato
così. E dalla Chiesa stessa: sono stato amato così. E ho un
dolore acuto nell’anima: avessi amato di più! Non mi in-
teressa tanto il bene che è passato per la mia persona, ne
sono grato, ma mi preme sul cuore la certezza che mille
volte potevo amare meglio. Molto meglio.
Se ti innamori, se sei un maschio, quello che dai alla
tua sposa ti sembra sempre poco. E così è per il mio cuore.
Cristo mi ha insegnato ad essere maschio. Ne sono felice,
lo ringrazio.
E contemporaneamente vedo brillare la gloria di Dio in
tante meravigliose sorelle, splendide, soavi, sapienti, ge-
niali, belle da morire, con una capacità sublime di soste-
nere i loro uomini, con una pazienza che mai un uomo sa-
prà avere, con uno sguardo premuroso, che capisce quello
che c’è veramente da capire delle cose e delle persone.
Energiche di una forza che non è muscolare ma è la
capacit{ di reggere l’impatto della vita. Nessun maschio
reggerebbe un parto. Dentro ogni donna c’è una madre
tenerissima e insieme seria, che bada alla sostanza. E con
quanta benevolenza guardano gli uomini, che sanno es-
sere così superficiali e infantili.
Le donne costitutivamente sono profonde, interiori, a
partire dalla sessualit{, e detengono l’amore vero alla vita.
Proviamo a contare gli omicidi, e troveremo tragicamente
vincenti i maschi. Un maschio può essere insensibile, una
donna con grande difficolt{. Le è difficile, perché “sente” la
vita.
Il serpente è astuto e attacca la donna, perché se at-
tacca lei attacca la vita. Se crolla lei crolla tutto. Anche
nell’Apocalisse, al capitolo dodicesimo, ricompare il ser-
pente antico che si scaglia contro la donna; ed è logico,
perché distruggere la donna è distruggere l’umanit{.
Che mondo sarà quello dove chi è donna rinuncia ad
essere madre? Semplicemente non ci sarà alcun mondo in
quel caso. E se le donne non ci mettono la tenerezza, dove
andremo a prenderla? E se le donne non amassero la vita,
e chi mai ci insegnerebbe a farlo? L’amore è fatto di par-
ticolari, di attenzioni, di pause, di attese, di consolazioni e
di accoglienze. E questo è il cuore femminile.
Il maschile ha una energia tutta sua, che sa esplorare,
proporre, aprire, custodire, e tanto altro. E il femminile ha
la sua forza specifica che sa intuire, accogliere, accudire,
rassicurare, lasciar crescere, e altro ancora.

Ma la bellezza può restare solo estetica! Si può posse-


dere una dotazione grandiosa ma tutta asservita al narci-
sismo.
Se «maschio e femmina li creò», va notata la congiun-
zione.
In ebraico, come in italiano, c’è differenza fra la parti-
cella e - in ebraico waw - e la particella o - che in ebraico è
praticamente identica - ’o.
Per fare i pedanti, e consiste in una congiunzione co-
pulativa positiva, mentre o è una congiunzione disgiunti-
va.
Dio non ha creato l’uomo maschio o femmina, ma ma-
schio e femmina. E il plurale — li creò — specifica che
sono frutto dello stesso atto.
Se l’umanit{ fosse generica, e fosse o maschio o fem-
mina, queste sarebbero vite indipendenti, e sarebbero
semplici individui della stessa specie.
Notare bene che nel racconto della creazione l’uomo è
l’unico tipo di vita che non risponde alla definizione di
“specie’. Dalla vita vegetale in poi tutto è «secondo la sua
specie», ma non l’uomo. L’uomo è relazione, e quella con-
giunzione positiva indica che nel suo codice ha la nota
della sponsalità. Infatti, ripetiamolo, la vita umana nasce
dall’incontro fra maschile e femminile.
Tutte quelle belle cose che abbiamo detto prima, se
non diventano atto sponsale, sono cose che diventano
sterili o addirittura pericolose.
Sposarsi. Unirsi. Non è una cosa che riguardi i fidanza-
tini, ma tutti. In ogni atto io sono uno che si coniuga o uno
che si fa i fatti suoi.
Usiamo espressioni del tipo: “ho sposato questa causa”,
oppure: “non hai sposato questa idea” - interessanti casi di
matrimoni misti...
Uno si sposa, si consegna alle cose, si unisce alle cose
oppure no. Fai una cosa sposandola o tenendotene estra-
neo? Ci sono persone che sono legittimamente sposate da
una vita, ma non si sono mai consegnate, sono un o, non
un e. Io sto giustapposto alle persone, non mi unisco a lo-
ro. Tutta la vita può essere una fredda prestazione o un
caldo matrimonio. Un prete o si mette con tutto se stesso
dentro le cose che fa, o fa il professionista, freddo come il
marmo.
Allora Dio ci ha donato questa caratteristica sponsale:
possiamo unirci alle cose, possiamo donarci nelle cose che
facciamo. Non operiamo niente di valido se non siamo
dentro quella congiunzione e. Ogni atto umano o è aperto
all’amore, alla comunione, o è un inganno.
Ma, oltre alla sfida vitale della vita affettiva, con cosa
altro ci dovremo coniugare?
Piatti da lavare

Ecco il secondo aspetto:

«Dio disse:
“Facciamo l’uomo a nostra immagine, secondo la nostra
somiglianza: dòmini sui pesci del mare e sugli uccelli del
cielo, sul bestiame, su tutti gli animali selvatici e su tutti
rettili che strisciano sulla terra"»158.

Il verbo dominare è presentato in questo versetto co-


me la realizzazione dell'immagine secondo la somiglianza.
Nel testo ebraico si usa una radice verbale radah che se-
condo gli specialisti indica un dominio esercitato con que-
ste caratteristiche:

«... la signoria dell'uomo è una posizione di potere con-


cessa da Dio all'uomo e deve servire alla compagine
dell’ordinamento divino. Il dominio dell’uomo deve ri-
sultare positivo per la parte dominata, ed esercitandolo
l’uomo deve dare buona prova di sé in quanto uomo e
restando umano»159.

Quindi capiamo che il dominio non è spadroneggia-


mento ma buon governo, servizio, valorizzazione.
Dominio. Potest{. Governo. L’uomo - maschio e fem-
mina - è dotato di una sua potestà. Ogni persona ha un
governo da esercitare, e ciò facendo, esercita la sua somi-
glianza all’immagine di Dio.
Partiamo da un esempio negativo. C’è qualcosa di in-
quietante nella risposta che Caino dà al Signore che lo in-
terroga su Abele suo fratello, che lui ha appena ucciso:

«Allora il Signore disse a Caino: “Dov'è Abele, tuo fra-


tello?”. Egli rispose: “Non lo so. Sono forse io il custode
di mio fratello?”»160.

Così parlano gli assassini di ogni livello. Gli assassini in


genere dicono cose del tipo: “È un problema tuo”.
Sono forse io il custode di mio fratello? Riflettiamo
bene. Sì. Certo. Caino è forse il custode del fratellino mi-
nore, Abele? Certo che lo è! Ogni fratello maggiore ha
questo istinto. È qui che si tradisce la propria autorità,
quando le relazioni sono un o — come si diceva prima —
quando quindi sono rivalità, competizione. E questo è
l’abominio delle relazioni. Perché ogni uomo è un custode
di qualcuno, ogni donna lo è.
Che “dominio” mi ha dato Dio? Di chi sono custode?
Tutti, assolutamente tutti hanno qualcuno di cui occupar-
si. Fosse anche il tuo compagno di carcere.
E non solo.
Ho delle qualità che mi danno governo su qualcosa. C’è
sempre un bene che io posso fare, e lo posso fare solo io.
Nessuno al mio posto. È il luogo in cui sfodero le mie abi-
lit{. C’è qualcosa di cui mi prendo cura io. Oppure no.
Ecco una generazione che alza le mani, che ha il motto
“Sono forse io il custode di mio fratello?. Gente che si sfila,
eserciti di disimpegnati, cultori del ruolo senza rischi, e-
laboratori di scuse ben studiate, piloti della corsia di u-
scita dalle cose. A Roma si dice: “fare le cose con la mano
sinistra" , e non è un detto per mancini, ma per destrima-
ni. Intende chi fa le cose male, senza amore, senza cura.
Vivere al minimo, senza schiacciare il gas, sfogliare la
vita e non leggerla mai fino in fondo, senza profondità,
senza coinvolgimento. Vivere di pause-caffè. Senza per-
severanza, senza resistenza.
Vivere tenendo poco alle cose.
Questa non è una reprimenda moralista, che peraltro
non serve a niente. Questo è per svegliarsi e non perdere
il treno della bellezza.
Anche le cose sublimi, se fatte da pressapochisti, sono
una schifezza.
Ma è vero anche il contrario: le cose meno rilevanti, se
fatte con amore, diventano sublimi.
Uno dei più importanti momenti di rinascita della mia
vita, quello che mi ha portato al sacerdozio - dopo una fa-
se di amaro stallo nel tempo della mia formazione - nac-
que da una cosa piccola piccola. Stavo in un momento di
crisi profonda, pensavo di aver frainteso tutto, avevo
sgretolato il gusto della mia avventura e mi vedevo da-
vanti il vuoto. Qualche giorno prima avevamo fatto il
punto con il Rettore, e c’era il buio totale.
Stavo lavando i piatti. Mi ero messo al lavandino da
solo, mi portavano le montagne di piatti, siccome la lava-
piatti non reggeva il ritmo dei numeri del refettorio,
qualcuno si doveva immolare a lavarli anche a mano. Mi
ero scelto quel servizio perché potevo stare solo. Ne ave-
vo bisogno. Stavo di spalle a quelli che passavano, e pote-
vo permettermi di piangere. Tanto lì era tutto uno scor-
rere d’acqua. E quel giorno mi fermai un attimo. Avevo
preso l’ennesimo piatto e mi venne di guardarlo. E pensai:
che mi resta a me? Cosa resta della mia vita? Non capisco
più il mio passato, e il mio futuro mi fa paura. E lo Spirito
Santo passò. Guardai il piatto e pensai: ho solo questo
piatto da lavare. Io non sono altro. Posso solo lavare que-
sto piatto. Lo lavai. Lo misi ad asciugare e ne presi un al-
tro. E mi domandai: cosa è questo piatto? Un momento di
esitazione, e venne la risposta: è un fratello che ci mange-
rà dentro. E pensai: non ho luce sul passato e ho terrore
del futuro, ma ho un presente. E il mio presente è questo:
lavare un piatto per un fratello. Lo posso fare bene. È tutto
quello che ho.
Qualcosa scattò dentro di me. Lavai quel piatto con
cura. Poi un altro. Poi un altro ancora. Ero entrato nella
realtà. Il giorno dopo tornai al mio posto per vedere se era
ancora così luminoso lavare i piatti. Era così. E chiesi di
poter continuare oltre il mio turno. Iniziai a fare le cose
così. Con amore, facendole bene. E pulire il bagno in co-
mune con l’altro seminarista, e spazzare la stanza, e stu-
diare il corso che non mi attraeva, e tutti i singoli fram-
menti della realtà. Presi uno per uno. Piatto per piatto.
Avevo scoperto la mia potestà.
Incominciai a provare una pace nuova, ad entrare nelle
cose. Ero così povero che non avevo altro che il singolo
istante, e non mi potevo permettere di fare lo schifiltoso,
quello che era, era. E ne ero sereno. Era un piatto da lava-
re per un fratello. Due anni dopo diventai prete, serena-
mente, tranquillamente. Lasciando che di piatto in piatto
le cose mi portassero dove la Provvidenza voleva.
Di piatto in piatto sono arrivato fino ad oggi.
È bello entrare nelle cose. È bello fare le cose bene. Più
le fai bene, più ne sei contento. È bello vedere qualcuno
felice per un servizio che gli hai fatto. Ed è bello pure se
non ti ringrazia nessuno. Anche di più.
Perché lavorare è bello in sé. E se qualcuno ne dubita,
parli con un disoccupato. Un disoccupato soffre molto per
la preoccupazione economica, ma il livello più profondo
del suo disagio è sentirsi inutile. Un anziano patisce molto
se nessuno ha bisogno di lui.
Lavorare è amare. Il nocciolo del lavoro è il servizio,
non il guadagno. Il guadagno è la conseguenza non la so-
stanza del lavoro. Se da una parte defraudare la giusta
mercede agli operai è un peccato che grida al cospetto di
Dio, ossia uno dei peccati più gravi - diceva il Catechismo
di san Pio X e lo ripete il Catechismo della Chiesa Cattoli-
ca161 - d’altra parte lavorare solo per guadagnare è la pa-
tologia del lavoro. Se il lavoro non è orientato alla bellezza
del servizio, l’unico giorno che ha senso è quello in cui ti
pagano, e torniamo alla mediocrità che ho descritto
poc’anzi. Figurati che cosa è uno che assiste un malato
solo per soldi, o pulisca una strada solo per denaro, o cu-
cini per guadagnare, o diriga un’azienda solo per arric-
chirsi.
Invece esercitare la propria abilità è bello, e sin da
bimbi lo desideriamo. Costruire qualcosa, fare qualcosa di
bello. E tutto diventa bello.
Ripeto: è bello lavorare anche se nessuno ti ringrazia.
Vale la pena di puntualizzare una frase del Vangelo:

«Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi


è stato ordinato, dite: “Siamo servi inutili. Abbiamo
fatto quanto dovevamo fare”»162.
Normalmente l’interpretazione è quella di una umilt{
che arrivi fino al disprezzo della propria opera. Essere
servi che non servono a niente. Veramente il testo greco
non dice esattamente questo. Il termine inutile è una tra-
duzione del termine achreios che prende l’accezione di
inutilit{ ma venendo dal senso di “qualcuno che non deve
essere pagato” - a pensarci bene è proprio l’etimologia
della parola inutile - senza utile, senza guadagno. Vuol di-
re: quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato
- da Dio si intende - dite: e mi vuoi pure pagare? Era quel-
lo che dovevo fare. È una grazia lavorare!
San Paolo dice del suo ministero:

«Infatti annunciare il Vangelo non è per me un vanto,


perché è una necessità che mi si impone: guai a me se
non annuncio il Vangelo! Se lo faccio di mia iniziativa,
ho diritto alla ricompensa; ma se non lo faccio di mia
iniziativa, è un incarico che mi è stato affidato. Qual è
dunque la mia ricompensai Quella di annunciare gra-
tuitamente il Vangelo senza usare il diritto conferitomi
dal Vangelo»163.

Annunciare gratuitamente il Vangelo è la ricompensa.


Il lavoro è bello per se stesso, perché è lo spazio pro-
prio dell’amore fraterno. Ed è il modo per essere me
stesso, e quindi di amare. Ho delle abilità e le metto in atto
e servo qualcuno.
Per fare discernimento questo è molto importante: si
tratta di ritornare all’esercizio del quinto giorno, quando
abbiamo fatto l’elenco delle grazie della nostra vita, e qui
è bene arricchire quell’elenco con la lista delle nostre po-
testà. Bisogna camminare nella strada della propria auto-
rità, delle proprie abilità.
C’è qualcuno e qualcosa che mi riguarda, quel che so
fare, le mie opportunità, quelle in cui io so fare bene
qualcosa. Siamo nel campo della ricerca di quel che c’è,
appunto.
Bisogna camminare nella propria autorità. Tirare i ri-
gori che la vita ci concede. E spesso l’opera del maligno è
non farci fare quello che facciamo bene ma spararci verso
altre cose, anche se sante, come abbiamo già visto.
Hai una moglie: e amala, benedetto uomo! Hai un fi-
glio: crescilo! Hai un amico: frequentalo! Hai un corpo:
curalo! Sai far bene una cosa: falla, diamine! Hai una cosa
da fare? Falla meglio che puoi! Dai il gas della vita! Entra
nelle cose! Afferra quello che hai in mano!
Perché dire questo? Per rimprovero? No! Ma perché
non sei banale! Perché se Dio ti ha dato questa possibilità
vuol dire che ti dà fiducia. Prenditi la fiducia che Dio ti
accorda!
Mangia, parla, cammina, ascolta, e tutto: fallo davvero!
Perché vale la pena. Perché questo è vivere.
Le nostre prerogative, per se stesse, non sono affer-
mazione del nostro ego, ma una meravigliosa responsabi-
lità. Infatti, è bello vivere secondo la grazia ricevuta, met-
tendola al servizio degli altri:

«Ciascuno, secondo il dono ricevuto, lo metta a servizio


degli altri, come buoni amministratori della multifor-
me grazia di Dio. Chi parla, lo faccia con parole di Dio;
chi esercita un ufficio, lo compia con l’energia ricevuta
da Dio, perché in tutto sia glorificato Dio per mezzo di
Gesù Cristo, al quale appartengono la gloria e la po-
tenza nei secoli dei secoli. Amen!»164.

Ognuno ha una vera potest{, basata sull’immediata re-


altà, mentre il serpente gli fa cercare una potestà falsa,
basata sulle ipotesi. Se stai in quella vera, è meraviglioso,
se stai fuori, è grottesco, ridicolo, fallimentare, dramma-
tico.
E uno potrebbe dire: e qual è la potestà di un bambino
affetto da sindrome di Down? Emettere il suo affetto sen-
za condizioni, tirare fuori da tutti il meglio di sé. Ha il po-
tere di convocare all’amore chi lo circonda.
Che potestà ha ognuno di noi? Essere a immagine di
Dio e quindi con un governo. Ognuno di noi ha un governo
a cui non deve rinunciare. Si parla di esercitare una mul-
tiforme grazia di Dio, non di un potere.
La grazia di Dio come passa per la mia persona? Passa
per la sua finalità. Vale a dire?
È il momento di passare all’ultimo aspetto.

Il paradiso sono gli altri

Eccoci arrivati alla benedizione:

«Dio li benedisse e Dio disse loro:


“Siate fecondi e moltiplicatevi, riempite la terra”»165.

Ecco lo stadio ultimo del discernimento di primo li-


vello: generare vita. Il parametro estremo di tutto quel
che abbiamo visto è la vita altrui. Ogni cosa che abbiamo
detto è un cammino dalla solitudine alla relazione. Ogni
cosa che farai, per ricominciare, ha un termine che valuta
tutto: controllare se ti porta a generare la vita.
L’amore è la luce che guida nel riconoscere le prime
evidenze, e l’amore è la vera priorit{; l’altro è il mio limite
benedetto; ogni ispirazione è un movimento d’amore,
perché viene dallo Spirito Santo che è amore; le umilia-
zioni, se accolte, rendono capaci di atti pasquali, che sono
atti d’amore; le proprie benedizioni si identificano met-
tendosi sulle tracce della manifestazione dell’amore nella
nostra vita. Insomma: il parametro di tutto è la vita altrui.
È la fecondità.
Se sto facendo un buon percorso non lo dico io, lo di-
cono quelli che stanno dalle mie parti. È a loro che va
chiesto. Perché la mia essenza di uomo è la mia capacità di
generare vita.
La mia paternità.
Sposo o sposa perché maschio e femmina, in primis, e
poi capace di sfoderare le mie potestà nel governo di quel
che Dio mi dona; ma il termine ultimo è che sono padre o
madre.
Il viaggio della persona umana è da figlio a padre, da
figlia a madre. Diventare padre è il traguardo della matu-
rità maschile, e diventare madre è la compiutezza della
evoluzione femminile.
Molti restano figli, figlie. Un figlio è uno che riceve, un
padre è uno che dà. Una madre è una che cura, una figlia
chiede cura. Molti restano imbrigliati nell’incompiutezza,
nella sete di vita, nella pretesa di cure. È uno scatto, quello
della paternità-maternità, che richiede la perdita di sé, la
fine dell’autoreferenzialit{.
Alcuni uomini sanno essere prestanti amatori, ma poi
sono pessimi custodi delle loro spose e dei loro figli. Sono
solo degli immaturi.
Alcune donne sono tanto belle, desiderabili e dotate,
ma sono schiave del proprio ego, e non sanno prendersi
cura di nessuno con continuità.
Attualmente abbiamo di certo più donne mature che
uomini maturi. E se molte ragazze sono attrezzate per il
matrimonio, pochi ragazzi lo sono. E questo è tragico.
Se c’è qualcuno che è in crisi oggi sono i maschi, ma
questo lo pagano le donne, sotto tanti punti di vista.
Questo è un processo storico dove i maschi hanno di-
strutto se stessi attaccando l’autorit{ per rivalità - negli
ultimi secoli - e minandola alle radici svuotandola di di-
gnità. Allora le donne hanno dovuto riempire questo vuo-
to, e talvolta, facendosi blandire dalla tentazione tutta
maschile del potere, hanno lasciato che tante volte gli
uomini sbiadissero. E ora i maschi mancano. Ma mentre le
donne sono più capaci di restare fedeli alla loro radice, e
succede che le madri tutto sommato ci sono, invece ci
mancano i padri. Perché abbiamo bisogno di un percorso
integro.
La madre è un sì, il padre deve saper essere un no. Il
padre e la madre sono come una porta che è difesa
dall’esterno e protezione all’interno.
Amo un passaggio di un libro dello psicologo Roberto
Marchesini:
«Il padre - come ha scritto Sigmund Freud (1856 -
1939), il padre della psicoanalisi - è colui che pone un
limite; la madre eliminerebbe ogni ostacolo sulla stra-
da del figlio; il padre testimonia che c'è qualcosa di più
importante di sé, per la madre nulla è più importante
del figlio; il padre insegna a soffrire, la madre prende-
rebbe su di sé ogni infelicità del figlio; il padre educa a
pagare, la madre vorrebbe estinguere con la vita ogni
debito del figlio; il padre ricorda la rinuncia, la madre
sogna che al figlio venga risparmiata ogni privazione;
per la madre la vita del figlio è sacra, per il padre la
vita va resa sacra (sacrificata) per gli altri, o per qual-
cosa di ancora più sacro; la madre dà la vita, il padre
ha il compito sgradevole ma necessario di ripetere
“memento mori”, ricordati che devi morire. La madre
insegna a vivere; il padre insegna a morire, dopo aver
dato uno scopo alla propria vita e quindi essere vissuti
con onore.
Se non c'è nulla per cui valga la pena di spendere la vi-
ta, questo è ciò che vale la vita: nulla. Quanti giovani
muoiono letteralmente per il nulla, ossia dopo una se-
rata di vuoto divertimento? Quanti, dei suicidi dei no-
stri adolescenti e giovani sono la reazione di chi non sa
come comportarsi di fronte a un fallimento? Quanti
omicidi di giovani donne sono causati da un “no" detto
a chi non ne aveva mai sentito uno, e che pensava che
ogni suo desiderio fosse un ordine per gli altri?»166.

Parole gravi, serie. Il mondo ha bisogno di padri. Nella


Chiesa non mancano le vocazioni, quello è solo il risultato
di un altro problema: ci mancano gli adulti. Ci mancano i
padri. E non mancano alla Chiesa, mancano nel mondo. E,
specularmente, abbiamo il rischio di madri ipertrofiche,
onnipresenti, onniscienti, onnipotenti. Onnivore.
Ma “padre”, “madre” sono il nome di due relazioni.
Adamo si capisce maschio davanti a Eva nel capitolo suc-
cessivo della Genesi167. Solo nella relazione siamo noi
stessi. L’altro ti fa te stesso, l’altro ti tira fuori il meglio di
te, l’altro finalmente ti fa saltare fuori dalla menzogna.
L’abbrutimento deriva dal fatto che ti mancano relazioni.
Ci sono certe cose che si possono fare solamente lon-
tano dagli altri e in fondo solamente nell’ipocrisia si pos-
sono fare un mare di peccati.
Sono gli altri che mi fanno me stesso, sono i figli che
fanno diventare padri.
Carlo Ancona, un mio collaboratore, che è medico, di-
ceva una volta: «Quando sono tornato dall’ospedale con
mia moglie e la prima figlia appena nata, in fondo questo
esserino era un estraneo. Mi dicevo: ma voglio bene a
questa cosetta qui? In fondo era come un ospite. Poi ha
avuto un attacco grave di pertosse. Non respirava. Siamo
dovuti andare al Pronto Soccorso. Ho passato una notte
attendendo che i miei colleghi mi dicessero come stava,
con i gravi rischi del caso. Ho pianto per una notte. Quan-
do tornai a casa con lei fra le mie braccia, ero diventato
padre di quella bambina».
Nel momento in cui mio figlio ha bisogno di me, io di-
vento padre, stando in relazione con lui. Diventa mio figlio
nel momento in cui ho pianto per lui, ho sofferto per lui.
Quando siamo soli non possiamo che cadere nel peggio di
noi stessi e usciamo dall’amore, perché solo l’amore è la
nostra verit{; e l’amore è relazione, il verbo amare è tran-
sitivo.
Solo l’amore spiega la nostra esistenza, io sono io
nell’amore. L’amore è il punto di arrivo del mio percorso
umano, solo l’amore mi identifica, solamente quando amo
giro a tutta velocità, quando servo fiorisco.
Dio non è una divinità astratta, è improrogabilmente,
inequivocabilmente Padre. E nella sua misericordia
splende la sua Maternità.
Il rifiuto della mascolinità è rifiuto della paternità, e
cosi per la femminilità.

Tutti gli atti della vita che non sono relazione sono fal-
si. Tutti gli atti individualisti dove gli altri non sono calco-
lati, sono menzogna. Nella Chiesa questi si chiamano pec-
cati. Che sono stortura dalla natura umana.
Il peccato non è la verità, il peccato è menzogna della
vita umana. Ne deriva che io non ho altra identità auten-
tica che non per le relazioni che mantengo, infatti, anche
Dio non è Dio e basta, ma è Padre, è Dio Padre. Dio e basta
non ci interessa, quella è filosofia, non salva nessuno.
In quanto Padre lui è Creatore e Onnipotente. La sua
onnipotenza noi non la capiamo, perché la scindiamo dal-
la sua paternità. Se noi fossimo onnipotenti, impedirem-
mo subito il male, e per farlo dovremmo togliere la liber-
tà, trasformando il mondo in una gabbia, in una prigione;
invece è Onnipotente in quanto Padre, e in questa chiave è
Creatore. Le cose non le ha fatte in maniera tale che tutto
sia uguale: vuoi vedere se un padre è contento di avere
otto figli tutti identici? No, tutti diversi, perché è padre,
perché li ama personalmente singolarmente uno per uno.
Dio è Padre, è relazione.
Dal peccato in poi siamo preoccupati per noi stessi e
questo inficia la nostra autenticità, e smarriamo il fatto
che esistiamo solamente, veramente, in quanto siamo per
qualcuno, altrimenti non siamo.

I sordo-ciechi essendo sordi sono anche muti, e quindi


non hanno nessuna relazione, e cosa succede? Che biso-
gna iniziare a parlare con loro attraverso il tatto e
l’olfatto. C’è un linguaggio che passa per le dita. Un’amica
che si prende cura di loro mi raccontava che una volta una
donna sordo-cieca, dialogando con le dita, le diceva: i miei
fratelli aspettano una parola. Erano gli altri sordo-ciechi.
Siamo sicuri?
Se non ti arriva una parola tu non sei, se non fai arri-
vare una parola a nessuno, non sei. Il peccato ci convince
che noi dobbiamo essere a prescindere dagli altri. Ma
siamo tutti sordo-ciechi che gioiscono se gli arriva una
parola e se possono finalmente dire una parola a qualcu-
no. La frase «In verità io ti dico: oggi con me sarai nel pa-
radiso»168 è di una profondità abissale. Tutti pensano che
la cosa più importante sia il paradiso. No, la cosa più im-
portante è «con me». Con me sarai nel paradiso, stare in
paradiso vuol dire stare con me - il paradiso non è stare in
un posto, ma stare con qualcuno.

Il punto d’arrivo di tutto è la fecondit{, cioè la vita al-


trui: che qualcuno esista a causa tua, che qualcuno cresca
a causa tua, che qualcuno sia felice a causa tua. Questa è la
fecondità.
Questa è la domanda ultima, quella che mi farò prima
di morire: ho dato la vita per qualcuno? Ho dato felicità
vera a qualcuno? Quella mi inchioderà, mi dirà la verità
della mia esistenza.
Vedendo arrivare il mio ultimo giorno non mi chiederò
se ho avuto successo, se me la sarò goduta, se mi sono
preso quel che volevo. Mi chiederò se ho fatto qualcosa di
buono per qualcuno.
Avrò vissuto veramente se potrò rispondere di sì.
Avere l’impronta della natura divina dentro di sé, ave-
re l’immagine di Dio, vuol dire essere fecondi, avere voglia
di generare vita, di procurare vita, di custodire la vita, di
coltivarla. La fecondità mi sembra il più nitido dei principi
di discernimento.
Una delle cose più inutili è fare discernimento per ar-
rivare a capire chi sono, ma la vera domanda è: per chi so-
no? Essere contento di me stesso - per me stesso e basta -
sarà il mio orrore. Se alla fine non mi apro a nessuno, ne-
anche io sono nessuno.

Ecco l’esercizio per arrivare al bersaglio: farsi inchio-


dare dalla domanda io per chi sono?
Guardarsi intorno, e iniziare a rispondere.
Un ragazzo può orientare tutta la sua vita alla sua fe-
condità.
Per la salvezza che è per noi nel Signore Gesù, possia-
mo portare frutto, e procurare vita, e non essere risuc-
chiati dal vuoto del nostro ego.
Questo porterà ad interrogare ogni linea di azione
della vita: c’è qualcuno alla fine di quello che sto facendo,
o ci sono solo io? Voglio fare questa cosa: a chi mi porte-
rà?
Esistono atti fecondi e atti infecondi. E questa luce va
tenuta sempre accesa.
Eravamo partiti per ricominciare, abbiamo scoperto
che ricominciare non significa solo ricominciare, ma an-
che smettere. Qualcos’altro.
Rompere con la trasandatezza, smarcarsi dalle false
priorità, smettere di rifiutare i limiti, disobbedire alle
suggestioni, non seguire le maledizioni, non farsi imbri-
gliare in quel che non è “il mio”, spezzare le immagini fal-
se di Dio e di sé, non invidiare le capacità altrui. Tutti atti
infecondi.
La ricostruzione finisce nella fecondità: siamo partiti
con la nostra vita e approdiamo nella vita degli altri. La
nostra guarigione è la felicit{ altrui, l’unica gioia è quella
che procuri, l’unica ricchezza autentica è quella che doni;
le cose che possiedi e che non riesci a regalare sono loro
che possiedono te; invece le cose che regali sono quelle
che tu possiedi, perché decidi tu, e si vede dal fatto che le
puoi regalare.
Alla fin fine questa è la guarigione, perché uno non ha
più un ego pesante e famelico, è divenuto fecondo, e, cu-
riosamente, è finalmente diventato se stesso.

«L’uomo perviene a se stesso uscendo da se stesso. Ora,


Gesù Cristo è appunto l’uomo totalmente uscito da se
stesso e pertanto l’uomo veramente pervenuto a se
stesso»169.
VERSO IL GIORNO SETTIMO
Il dono del cibo

Una dieta per restare liberi

«Dio disse:
“Ecco, io vi do ogni erba che produce seme e che è su
tutta la terra, e ogni albero fruttifero che produce se-
me: saranno il vostro cibo. A tutti gli animali selvatici,
a tutti gli uccelli del cielo e a tutti gli esseri che stri-
sciano sulla terra e nei quali è alito di vita, io do in cibo
ogni erba verde”. E così avvenne. Dio vide quanto aveva
fatto, ed ecco, era cosa molto buona. E fu. sera e fu
mattina: sesto giorno»170.

Non ci siamo scordati del finale del giorno sesto. È la


chiusura della nostra avventura, va vista per se stessa.
Ha due aspetti, ed il primo risponde ad una sacrosanta
domanda che qualcuno potrebbe fare: e se anche riuscissi
a vivere tutte le cose che son state dette, poi? Come faccio
a non tornare distruttivo ed infecondo?
Quel che compare macroscopicamente alla fine del se-
sto giorno è il dono del cibo.
Il tema del nutrimento risulterà nevralgico. Se qui ve-
diamo che il dono del cibo si presenta come il culmine
dell’atto della creazione, e il segno della provvidenza pa-
terna di Dio, sarà proprio sul tema del mangiare male che
l’uomo perder{ la sua gloria appena due capitoli più in l{
del nostro testo. E diventerà l’ombra di se stesso.
Il cibo sarà la prima tentazione di Gesù nel deserto,
non per caso.
Il rapporto padre-figlio passa per il pane, tema centra-
le anche nella preghiera del Padre Nostro, e l’ultima cena
sar{ reiterata nell’Eucarestia. Gesù dice nel Vangelo di
Giovanni: «Io sono il pane disceso dal cielo»171, e il Paradi-
so sarà presentato da vari testi come un banchetto.
C’è abbastanza per capire che questo è argomento vi-
tale, e come non potrebbe esserlo, visto che si parla di
alimento?

Per quel che ci serve ora è bene focalizzare che biso-


gna nutrire la vita bella, e bisogna «mangiare il proprio
pane»172. Alimentare il bene.
Altrimenti tutti i passi sani fatti possono essere vani-
ficati.
D’altronde la cosa più difficile, in genere, non è dima-
grire, ma restare magri...
C’è un passo del profeta Isaia che può servire:

«Ecco: la vergine concepirà e partorirà un figlio,


che chiamerà Emmanuele.
Egli mangerà panna e miele
finché non imparerà a rigettare il male
e a scegliere il bene»173.

Rigettare il male ed eleggere il bene. Questo è quando


il discernimento funziona. Questo è il frutto di un percor-
so di discernimento.
E curiosamente il testo mette in relazione nutrimento
e discernimento. Mangiare panna e miele per arrivare ad
imparare il discernimento.
E che dieta è? Cosa rappresentano panna e miele?
Con un gruppo di ragazzi passammo tanti anni fa alcu-
ni giorni a domandarcelo, e loro trovarono i dati per la
risposta.
La panna è la parte grassa del latte, la parte più nutri-
ente di questo cibo fondamentale fin dai primi giorni della
vita. Il miele è la forma storica di dolcificare - lo zucchero
appare mille anni più tardi del testo174.
Quindi: il dolce e il nutriente sono il cibo
dell’Emmanuele.
Mangiare il buono e il nutriente per arrivare alla sa-
pienza. È cosi che si diventa saggi. Per diventare capaci di
distinguere bisogna mangiare cose buone e sostanziose.
È chiaro, a pensarci bene: se uno vuole diventare in-
tenditore di vino, non beve vino in tetrapak. Se bevi vino
da quattro soldi, quando ti danno dell’Amarone ti sembra
troppo forte. E se sei abituato a vini bianchi da due euro e
mezzo, è inutile che ti diamo del Roero Arneis.
Ma se tu sei abituato ad un Brunello di Montalcino,
quando ti danno un vino insulso, riconosci subito che lo è.
Hai un buon parametro.
Vuoi diventare esperto di pittura? Ti devono intro-
durre a delle vere opere d’arte. Se tutta la vita hai visto
solo pittori domenicali da parrocchia, non saprai distin-
guere fra un’opera d’arte e una crosta.
Se una persona è abituata alla nobiltà, non ha attratti-
va per il greve.
Se uno è cresciuto con cibi genuini, ne ha nostalgia per
tutta la vita, e sente subito se le cose sono artefatte.
Ho avuto una volta degli amici provenienti da un paese
di pescatori, e ho tentato invano di portarli a mangiare il
pesce, perché dicevano: per favore, lascia perdere, voi
romani non sapete cosa sia il pesce fresco.
Se uno mangia porcherie, non gli dare cose fini, non le
apprezza.
Vuoi crescere un bimbo con il senso della bellezza? In-
troducilo piano piano alle cose più belle, più vere.
Se una persona è abituata alla limpidezza, le cose tor-
bide lo annoiano.
È dal bene che si apprende. Sbagliando si impara, sì,
ma solo che si è sbagliato. Se vuoi apprendere una cosa,
vai da chi la sa fare.

Allora la strada per restare nella bellezza è nutrirsi di


bellezza. Mangiare il buono e il nutriente.

Ecco l’ultimo esercizio: fare l’elenco delle cose che ci


fanno bene. E tenere quell’elenco sempre a portata, per
allungarlo e soprattutto per usarlo. Ricordare e ripetere le
cose che ci hanno aiutato altre volte a ritrovare la strada
buona.
Mangiare bene. E non mangiare male.
Se hai mangiato male in un ristorante, non ci torni, no?
Allora se una cosa ti ha fatto male, non ripeterla.
Quello che vorrei avere sempre il tempo di fare è con-
dividere con i giovani le cose belle - di ogni tipo - che la
Provvidenza mi ha donato. Anche questo è evangelizzare.
Passare un tempo a spiegare un mosaico può educare alla
vita cristiana molto più di quanto si pensi.
Infatti, storicamente, la Chiesa è stata sempre un luogo
di arte.
Nutriamoci regolarmente di cose belle, di atti belli, e il
brutto non avrà niente di interessante. Mettiamoci ap-
presso alle persone sagge, a quelle umili, a quelle che
sanno amare. Per restare nella bellezza.

***

Ed ecco il finale, l’ultima parola del racconto della cre-


azione, l’ultima nota del DNA della realt{, quella che i-
naugura il settimo giorno, quello della gioia, della conso-
lazione e del riposo.

«Dio vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa molto


buona. E fu sera e fu mattina: sesto giorno»175.

In tutti i giorni, tranne il secondo, è apparsa questa


frase, in alcuni anche due volte, ma qui, e solo qui, com-
pare l’avverbio molto.
Dopo che ha creato l’uomo, e dopo che ha terminato la
creazione, l’uomo, e tutto il creato, sono cosa molto buo-
na.
Tutto il nostro viaggio è stato per riscoprire questo.
Che siamo una cosa molto buona. Lo abbiamo visto sotto
mille aspetti.
È il motore della salvezza, è il punto di partenza per
ricostruire, è la cosa da difendere quando si è ripartiti, è
quello che bisogna coltivare nel prossimo.
Qualunque persona venga da noi, deve poter trovare
in noi qualcuno che la aiuti a riscoprire la sua propria
bellezza.
Qualunque padre ha questo compito: insegnare ai figli
la strada della loro bellezza. Della loro bontà. Che è molta.
Non potrò mai dimenticare le parole di san Giovanni
Paolo II in una delle prime Giornate Mondiali della Gio-
ventù, al tempo fatta a Roma nella Domenica delle Palme.
Era il 15 aprile 1984. Ero un ragazzo ancora molto ferito,
malgrado fossi tornato alla fede, e quel giorno, con le sue
parole scardinò qualcosa di doloroso in me, e fece scattare
qualcos’altro che mi riconciliava con il mio essere uomo.
Ad un dato momento, durante l’omelia, fece queste do-
mande:

«Come deve essere l’uomo? Quale uomo vale la pena di


essere? Chi debbo essere io, per riempire di giusto contenu-
to quest’umanit{ che mi è data?»176.

E poco dopo gridò queste parole che si incisero nel


mio cuore:

«Vale la pena di essere uomo,


perché tu, Gesù, sei stato uomo!»
Ringraziamenti

Debbo l’idea originale di questa avventura al gi{ citato


don Paolo Iacovelli, e agli altri sacerdoti con cui lavo-
rammo alla prima proposta sui sei giorni della creazione:
don Roberto Liani, don Marco Ceccarelli, don Julio Lavin,
don Norman Insam, don Giuseppe Petrioli, don Mauro
Storaci, don Piotr Belczowski e il diacono Roberto Proietti
(sperando di non aver dimenticato nessuno), che misero il
loro contributo prezioso.
Contemporaneamente, l’esperimento fu condotto negli
incontri dei primi venerdì del mese alla Basilica di San
Marco a piazza Venezia - con l’accompagnamento ami-
chevole e paterno di mons. Angelo De Donatis, oggi mio
ordinario in quanto Vicario del Santo Padre. Il suo aiuto è
stato - ed è - per me imprescindibile e luminoso.
In seguito, con i gruppi vocazionali ho percorso più
volte questa strada, per riviverla sempre meglio, anche
grazie a p. Ismael Barros che in questi anni mi è stato ac-
canto insegnandomi un oceano di cose, e arricchendomi
con la sua fede limpida, radicale, bella.
Ad un dato momento ne è uscita fuori anche una serie
per la Radio Vaticana, semplice e ridotta all’essenziale,
che ha trovato un riscontro notevole presso gli ascoltato-
ri. Come sempre debbo molto alla collaborazione e alla
saggezza della giornalista e amica Monia Parente.
Nella stesura del libro è stato per me vitale l’aiuto di
Fabrizio Fontana, e le correzioni del mio collaboratore e
fratello Stefano Ruggiero, che mi ha corretto qua e là in
modo assai opportuno.
Tanto di questo libro parte da radici lontane, da
quando appena ordinato studiai il manuale di spiritualità
orientale dell’allora p. Tomáš Špidlìk177, poi cardinale. Ma
quella sapienza è diventata la luce per la mia fede da
quando frequento gli esercizi ignaziani guidati da p. Mar-
ko Ivan Rupnik, cui debbo moltissimo nella mia vita, e di
quanto qui scritto.
Percepisco me stesso come un crocevia: tante persone
passano dalle mie parti. E lasciano qualcosa, chi più chi
meno. Io dico cose che altri mi hanno regalato. Impossibi-
le citarli tutti.
Sono tutti Provvidenza del Padre.
NOTE
1 San Gregorio di Nissa, Homiliae in Canticum, 8: PG 44, 941C.

2Mio padre, Ezio Rosini, non prese per caso questa iniziativa; era ti-
tolare di cattedra di Fisica dell’atmosfera all’Universit{ “La Sapienza”
di Roma. Era nei suoi numeri esserci padre anche nella lettura delle
cose. Desiderava che capissimo le cose con uno sguardo profondo. E
crédo che ci sia riuscito.

3 Una delle cose belle della vita: avere un parco ampio di fratelli e so-
relle, grazia che i nostri genitori ci hanno generosamente elargito, Dio
li strabenedica anche per questo!

4T.S. Eliot, La terra desolata - Quattro quartetti, Feltrinelli, Milano


1995, p. 159.

5 Cfr. Ef 1,9-10.

6 Sarebbe doveroso spiegare in modo accurato questa informazione,


ma questo non è un libro di stampo esegetico. Per farsi un’idea si può
leggere il piacevole, sintetico e preciso testo di uno dei miei insegnan-
ti negli anni di studio al Pontificio Istituto Biblico, il prof. J.L. Ska, che
permette di comprendere quanto sopra affermo nel suo libro II can-
tiere del Pentateuco, vol. I, EDB, Bologna 2013, pp. 5-35.

7 È inevitabile che perlomeno in nota si spieghi qualcosa di più pun-


tuale in proposito, almeno in estrema stringatezza. Il linguaggio u-
mano, al di là della distinzione fra monologo e dialogo, è fondamen-
talmente di tre tipi: univoco, equivoco ed analogico. Il primo è, ad
esempio, quello della scienza, delle affermazioni dogmatiche o degli
slogan, è secco, non ammette repliche ma solo accettazione o rifiuto.
Quello equivoco è quello della poesia, della comicità, dei significati
plurimi, tecnicamente della polisemia (= molti significati per la stessa
affermazione). Il terzo è quello più propriamente umano, è fatto di
analogie, è la forza di una spiegazione, implica, appunto, gli esempi.
Gesù nel Vangelo lo usa bene come pochi, attraverso le parabole e al-
tri esempi. Per consolidata comune esperienza si può affermare che
l’efficacia di una comunicazione sta molto più nella scelta degli esem-
pi, delle analogie, piuttosto che nella precisione, pur necessaria,
dell’affermazione di sostanza. Un bambino cresce molto di più con
una favola che con un concetto.
Detto questo: quale è l’analogia essenziale della vita spirituale? La vi-
ta biologica. Quale è l’analogia della realt{ soprannaturale? La natura
stessa. Ecco qui, in nota, la chiave essenziale dell’ermeneutica usata in
questo libro, che non ha niente di originale: la creazione è la migliore
analogia della redenzione. Per questo si può citare ad esempio
l’orazione che Santa Madre Chiesa mette dopo la più magniloquente
proclamazione liturgica del primo capitolo della Genesi, quella della
Solenne Veglia Pasquale, che, per l’appunto, mette in parallelo la cre-
azione con la redenzione: «... se fu grande all’inizio la creazione del
mondo, ben più grande, nella pienezza dei tempi, fu l’opera della nostra
redenzione». Infatti: lex orandi, lex credendi. Se siete arrivati alla fine
della nota meritate un premio.
8 Gv 1,1. Il Verbo — dice il testo greco - era verso Dio - pros ton Theón.
9 Mt 6,6.
10 Gen 1,1-5.
11 A titolo di esempio traumatizzante, sarebbe piacevolissimo per il
sottoscritto analizzare le due paroline iniziali, in principio, che in e-
braico sono un termine solo, bereshit che significa, alla lettera, in te-
sta, a capo ed è una forma avverbiale. L’opinione di alcuni commen-
tatori di scuola rabbinica, che lavorano sul testo non vocalizzato, è di
leggere come infinito il verbo br - creare. Lettura che, se rispettata fi-
no in fondo, ci porterebbe ad una traduzione diversa, spostando
l’accento dell’intera apertura: «Nel principio del creare Dio il cielo e la
terra (...) Dio disse: sia la luce!». Il testo suonerebbe come una rincorsa
alla prima frase detta da Dio. Nello stesso tempo andrebbe rimarcato
che Giovanni, volendo iniziare il suo Vangelo esattamente come la
Genesi, dovrà fare nel suo greco come noi facciamo in italiano, ossia
scomporre quella unica parola nelle sue due parti: en arche, perden-
done il carattere avverbiale, e la cosa non sarà indolore. Infatti Xarche
greco non è il reshit ebraico, e si porterà con sé un festival di filosofi
greci che inizieranno a bivaccare ellenisticamente in un mondo e-
braico, con tutta una serie di malintesi, alcuni in realtà provvidenziali.
Perché dallo scontro fra mentalità ebraica e ambiente ellenistico, in
realtà, sono sorte le nostre sintesi proto-cristiane, e la cosa si è risolta
in una crescita ancor maggiore. Alla fin fine pare che a Dio piaccia
spesso fare così: prendere le nostre storture, i nostri malintesi, e in-
globarli dentro la sua Provvidenza. Ma se ci mettiamo in questo di-
scorso ci sarebbe da fare una discreta serie di precisazioni di ordine
sia teologico che filosofico. Insomma: non aprite quella porta...

12 Lc 10,4.

13 Gen 1,1.

14 Mc 7,15.

15 Ma debbo davvero spiegare questa analogia?! Mammamia... si rife-


risce alla battuta finale di uno dei film più celebri della storia del Ci-
nema, Via col vento, 1938, dove la protagonista femminile, Rossella
O’Hara, dopo essere stata abbandonata da suo marito esprime lo sta-
to illusorio di tutta la sua vita con la frase celeberrima: «... troverò un
modo per riconquistarlo. Dopotutto, domani è un altro giorno!». Alla
fin fine era Clark Gable quello che l’aveva mollata, mica Alvaro Vitali.
La pertinacia si può anche capire.

16 Gen 1,2a.
17Il principale e più impressionante è Ger 4,23-26. Ma sono rilevanti
anche due testi di Isaia, 45,18 e 54,9-10.

18L’endiadi è una struttura linguistica ove uno stesso concetto viene


espresso con due termini coordinati al posto di un sostantivo deter-
minato da un aggettivo o da un complemento. Qui informe e deserta in
ebraico tohu wa-bohu.

19 «Dunque, per primo fu il Chaos, e poi Gaia dall’ampio petto, sede


sicura per sempre di tutti gli immortali che tengono le vette
dell’Olimpo nevoso...» (Esiodo, Teogonia, traduzione di G. Arrighetti,
in Esiodo, Opere, Mondadori, Milano 2007, p. 9).

20 Cfr. 1Cor 1,18.23.

21 Lc 9,60.

22 Gv 1,10-11.

23 Gen 1,2b.

24 Sap 11,24-26.

25 Gen 1,3-5a.

26 Ef 5,8-13.

27 1Ts 5,4-8.

28 Gv 11,9-10.

29 Gv 9,4.

30 Voce del verbo “traccheggiare”: sublime verbo romano indicante il


maneggio indeterminato e inconcludente del reale.

31 Uomini di 50 anni con la playstation; e donne scorrazzanti per Ikea;


e il conteggio dei “like” su social network; e i triangoli delle Bermude
esistenziali da 5 ore perse in stato catalettico a cercare un libro su Ibs
e restare nella catena di s. Antonio dei “potrebbe interessarti anche”;
e l’approfondimento you-tube+wikipedia di una serie tv di euro-
streaming, nonché il rimettersi in pari con tutte le puntate precedenti
della serie tv di cui hai malauguratamente visto un episodio della se-
sta serie; e l’ultima ragione per esistere nel terzo millennio ossia i sel-
fie, che se li fa fare pure il Papa; e aprire la porta di una risposta ad un
post su Facebook e addio alle prossime 3 ore di discussioni; e con-
trollare se su Amazon ci siano offerte migliori sui prodotti selezionati,
e finire per selezionarne altri; e l’analisi autodistruttiva femminile dei
difetti fisici e il fantasticare possibili “invisibili” interventi dal blefa-
roplastico in giù; e la lettura della costruzione paratattica dei depliant
delle offerte degli sconti dei negozi; e provare a rileggere i messaggi
dei gruppi whatsapp per cancellare quelli inutili; e i mariti parlano di
mogli in stato di “cambio di stagione addicted”, mentre le mogli tro-
vano i mariti in stato di stupore catatonico davanti alle news del cal-
ciomercato. Una vita dilapidata. Fondamentalmente su social network
e idolatrie annesse.

32 Sal 36,2-4 nella vecchia traduzione, quella del 1974, quella su cui,
grazie a Dio, ancora si prega - almeno il salterio. Quella nuova, ebraico
alla mano, mi sembra ingoiata dal mostro del letteralismo cervelloti-
co. Ci sono molti pregi nella nuova traduzione del 2008. Ma non nei
salmi.

33 Gv 1,9-10a.

34 Mc 15,33.
35 1Gv 2,8b.

36F. Hadjadj, Resurrezione. Istruzioni per l'uso, Ares, Milano 2017, pp.
5-6.

37 1Cor 14,33.

38 Gen 1,6-8.

39 Un esempio fra tanti: Sal 63,2.

40 Gv 7,37b-39a.

41 Cfr. Gv 4,9-14.

42 Mt 7,24-27.

43Per alcuni sarebbe un falso duale, ossia forma duale ma senso plu-
rale, cfr. il Grande Lessico dell'Antico Testamento, Paideia, Brescia
2005, vol. IV, p. 844, e si tratterebbe di un plurale tantum. Il che non
cambia ma rafforza l’argomento dell’identit{ ambigua dell’elemento
“acqua, perché la forma oggettiva del duale comunque resta, e il si-
gnificato numerale ancor più plurimo, rafforza l’idea di molteplicit{,
di indefinibilità.

44 Gen 1,6.

45G.K. Chesterton, L’uomo che sapeva troppo, Lindau, Torino 2015,


cap. 5.

46Copio da internet: «Alessandro Giuliani lavora presso l’Istituto Su-


periore di Sanità dove si occupa della modellizzazione matematica e
statistica di sistemi biologici. Fa parte del corpo docente del dottorato
di ricerca in Biofisica dell’Universit{ “La Sapienza” di Roma e colla-
bora con l’Universit{ Keio di Tokio e con l’Universit{ Rush di Chicago.
Nel tempo si è occupato di temi molto diversi fra loro come la fisica
dei sistemi complessi, la biochimica, la chimica organica, la psicobio-
logia, le neuroscienze, la biologia molecolare, l’ecologia,
l’epidemiologia».

47 Ef 2,10.

48 Mt 1,22-23.

49 Gv 19,28.

50 1Cor 6,12.

51 Lc 9,51-56.

52 Dt 6,4.

53 Gen 1,9-13.

54 Gen 1,9.

55 Gen 3,1-19.

56 Gen 2,8-9.

57 Gen 2,16-17.

58 Gen 3,4-5.

59 Mt 4,2.

60 Mt 4,3.
61 Mt 4,4.

62 Mt 4,5-6.

63 Mt 4,7.

64 Mt 4,8-9.

65 Mt 4,10.

66G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, Mondadori, Milano


1965, p. 288.

67 Sal 67,7

68E. Mounier, L'avventura cristiana, Libreria Editrice Fiorentina, Fi-


renze 1990, pp. 52-53. Traduzione italiana dell’originale francese
L’Affrontement chretien, Parigi 1945.

69 Ibidem, p.55.

70 Gv 15,2.

71 Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1835.

72Basilio il Grande, Lettere, 174, citato in: AA.VV., La teologia dei Pa-
dri, Città Nuova, Roma 1975, vol. 4, p. 312.

73 Sal 147,14.

74 Gen 1,14-19.

75 Gen 1,14b.
76 Sal 90,12.

77 Cfr. Qo 3,1-8.

78 Lv 23,2.

79 Gen 1,14-15.

80 Gen 1,16.

81 Gen 1,17-18a.

82 Mt 6,22-23.

83 Mt 6,22a.

84 Mt 6,23.

85 Rm 1,28.

86 Sir 37,16-18.

87 Gv 8,44.

88 Fil 4,8.

89C.S. Lewis, Le lettere di Berlicche, Mondadori, Milano 1998, pp. 61


62.

90 Gv 3,20-21.

91Non c'è qui lo spazio per analizzare le due offerte di Caino e Abele
nei vv. 3-4 del quarto capitolo della Genesi, ma i particolari del testo
indicano che l’autore mostra Caino in una relazione a Dio secondo
una generica offerta che sa di sbrigativo e impersonale - “frutti della
terra come offerta” - mentre descrive Abele come uno che mette il
meglio di sé - “primogeniti del suo gregge e il loro grasso” - detta-
gliando con i particolari tipici delle più nobili offerte rituali. Cfr. Lv
3,12-16 o Nm 18,17 come esempi fra moltissimi altri.

92 Gen 4,6-7.

93 Mt 16,21-22.

94 Mt 16,23.

95 Gv 13,1.

96 Ignazio di Loyola, Esercizi Spirituali, n. 333.

97 Catechismo della Chiesa Cattolica, nn. 1755-1756.

98 Gen 3,3-5.

99 Lc 23,34.

100 Rm 12,18.

San Vincenzo de Paoli, Perfezione Evangelica, Ed. Vincenziane,


101

Roma 1990, pp. 134- 135.

102 Didachè 1,1, in: I Padri Apostolici, Città Nuova, Roma 1976, p. 29.

103 Gen 1,20-23.

104 Gen 1,20.

105 C. Marongiu, Pensieri di uno spaventapasseri, libro edito


dall’autore. Per richiedere iì volume occorre scrivere a Carlo Maron-
giu, viale Emilio Lussu, 13, 09070 Narbolia (OR).

106 Fil 4,12.

107 Lc 17,11-19.

108 Approfondire ora questo argomento rovinerebbe l’economia del


discorso, ma la tristezza secondo Dio, per semplicità, è legata al senso
di una bellezza non perseguita e l’impulso a rialzarsi da un errore che
ci ha fatto amare male. È il pentimento, che non ha niente a che vede-
re con il senso di colpa: il senso di colpa è orgoglio rovesciato e inac-
cettazione dei limiti, ossia è sentimento autoreferenziale, il senso del
pentimento è relazionale, guarda all’amore non dato, ha l’altro al cen-
tro.
Per l’analisi degli otto pensieri, se il lettore ci tiene ad averne mate-
riale dal sottoscritto, attacchi a dire rosari perché lo stesso venga li-
berato da una quindicina di impegni di troppo e abbia il tempo di
scrivere...

109 2Cor 7,10.

G. Bernanos, Diario di un curato di campagna, Mondadori, Milano


110

1965, p. 128.

111 Papa Francesco, Evangelii gaudium, n. 83.

112 Gen 1,22.

113Giovanni Damasceno, Esposizione esatta della fede ortodossa, IV,


20.

114 Sir 4,11-12.


115 Sir 4,20-21.

116 II termine min più che specie vuol dire tipo, sorta.

117 G.K. Chesterton, Ortodossia, Lindau, Torino 2010, pp. 55-56.

118 Lc 2,21-24.

119 Lc 2,39.

120 Mt 5,17.

121 Gen 1,22.

122 Gv 11,9-10.

123 Gen 1,24-25.

124 Gen 1,24.

125 Gen 3,17-19.

126 1Cor 15,35-38.

127 1Cor 15,42-44.

128 Gv 12,24.

129 Sal 119,67.

130 Sal 119,71.

131 Mt 7,13-14.
132 Gc 4,13-15.

133 Lc 18,14.

134 Gen 1,26-31.

135 II coortativo è una forma verbale di imperativo indiretto, e spiega


il plurale - che tante belle interpretazioni ha suscitato, ma che non va
sopravvalutato. Anche noi - raramente - in italiano lo usiamo: se per
esempio voglio esprimere l’autoimposizione a fare qualcosa, uso e-
spressioni tipo: “forza, facciamo questa cosa!”. Mi do del plurale - non
per deriva dicotomica - ma perché sto usando il coortativo, che si
formula naturalmente in prima plurale. Comunque resta
un’espressione forte ed evocativa.

136 Gen 1,27.

137 Gen 1,26-27.

138 Lc 15,17-18.

139 Ireneo di Lione, Adversus haereses, IV, 20,7.

140 Dal Prefazio VII del tempo ordinario.

141 Lc 15,11-12.

142 Lc 15,13.

143 Gen 3,4-5.

144Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 5 sulla fede e il simbolo, 11; PG


33, 519.
145 Eb 1,1-3.

146 Gv 17,4-5.

147 Gv 13,1.

148 1Gv 13,1.

149 Mt 7,6.

150 Mt 13,45-46

San Giovanni Paolo II, Omelia di inizio pontificato, 22 ottobre


151

1978.

C. Campo e Draghi (a cura di), Detti e fatti dei padri del deserto,
152

Rusconi, Milano 1994, p. 32.

153 Sal 28,1.

154 «Ma chi mi farà riposare in te, chi ti farà venire nel mio cuore a
inebriarlo? Allora dimenticherei i miei mali e il mio unico bene ab-
braccerei: te.
Cosa sei per me? Abbi misericordia, affinché io parli. E cosa sono io
stesso per te, sì che tu mi comandi di amarti e ti adiri verso di me e
minacci, se non obbedisco, gravi sventure, quasi fosse una sventura
lieve l’assenza stessa di amore per te? Oh, dimmi per la tua miseri-
cordia, Signore Dio mio, cosa sei per me. Di’ all’anima mia: “La sal-
vezza tua io sono!”. Dillo, che io l’oda. Ecco, le orecchie del mio cuore
stanno davanti alla tua bocca, Signore. Aprile, e di’ all’anima mia: “La
salvezza tua io sono”. Rincorrendo questa voce, io ti raggiungerò, e tu
non celarmi il tuo volto. Che io muoia, per non morire, per vederlo»
(Agostino, Le Confessioni, I, 1.5).
155I Fioretti attestano che Francesco, sul monte della Verna, pregava:
«Chi se’ tu, o dolcissimo Iddio mio? Che sono io, vilissimo vermine e
disutile servo tuo?» (Fonti Francescane, n, 1915). Francesco chiede a
Dio di potersi conoscere davanti a Lui. Questa preghiera sfocerà nella
gioia delle Lodi del Dio Altissimo.

156 Gen 1,27.

157Una raccolta si può trovare in: Giovanni Paolo II, Uomo e donna lo
creò. Catechesi sull'amore umano, Libreria Editrice Vaticana, Città del
Vaticano 2001.

158 Gen 1,26.

159Grande Lessico dell'Antico Testamento, Paideia, Brescia 2008, vol.


VIII, p. 222.

160 Gen 4,9.

Indicazione ripresa anche nel Catechismo della Chiesa Cattolica, n.


161

1867.

162 Lc 17,10.

163 1Cor 9,16-18.

164 1Pt 4,9-11.

165 Gen 1,28.

166 R. Marchesini, Quello che gli uomini non dicono. La crisi della virili-
tà. Sguardo Ed., Milano 2011, pp. 17-18.

167 Cfr. Gen 2,18-24.


168 Lc 23,43.

169 Ratzinger, Introduzione al Cristianesimo, Queriniana, Brescia 1968,


p. 225.

170 Gen 1,29-31.

171 Gv 6,41.

172 1Ts 3,12 nella traduzione CE1 1974.

173 Is 7,14-15.

174Lo zucchero, derivato dalla canna, per chi non lo sapesse, compare
in Arabia dal III secolo dopo Cristo, ed inizia ad essere coltivata rego-
larmente solo dal VII secolo. Il tempo del profeta Isaia era l'VIII secolo
prima di Cristo. Lo zucchero estratto dalla bietola poi compare solo
dal 1747. Quindi duemila anni dopo Isaia. Va bene che era profeta, ma
non esageriamo.

175 Gen 1,31.

176San Giovanni Paolo II, Omelia nella celebrazione della Domenica


delle Palme, Piazza San Pietro - Domenica, 15 aprile 1984.

177 T. Špidlìk, La spiritualità dell'oriente cristiano, Ed. Orientalia Chri-


stiana, Roma 1985.