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Che cos’è la sociologia?

Ognuno di noi si è fatto una serie di idee su qualcosa che nel linguaggio di tutti i giorni chiamiamo società.
Questo sapere ci è indispensabile per poter sopravvivere nel mezzo di altri simili a noi. L’apprendimento di
questo sapere ha avuto inizio subito dopo la nascita. Da allora abbiamo imparato a muoverci nella rete dei
rapporti sociali. Questo sapere ha dei limiti. È innanzitutto legato alla nostra esperienza diretta che è
circoscritta. Dobbiamo fare affidamento sull’esperienza degli altri. Prima di arrivare a noi la conoscenza
derivata dall’esperienza altrui ha probabilmente subito deformazioni che non siamo in grado di controllare, e
possiamo fare nostre credenze e pregiudizi che ci danno un’immagine distorta della realtà. La sociologia,
come scienza sociale, dispone di qualche strumento in più per superare i limiti della sociologia ingenua di
senso comune, ma non può prescindere dalla presenza di quest’ultima. La sociologia come scienza sociale
formula interrogativi sulla base di una riflessione teorica sedimentata e cerca risposte a questi interrogativi
sulla base di informazioni raccolte sistematicamente. Può aiutarci a capire meglio il mondo in cui viviamo
ma no n ci può dare certezze assolute, può dare solo ragionevoli certezze , ma sempre provvisorie ed esposte
a critica e revisione.

La sociologia è lo studio scientifico della realtà e che quindi la società è l’oggetto della sociologia. La
sociologia è nata nell’epoca in cui si è affermato lo stato nazionale moderno e quindi il riferimento
prevalente è alla società compresa nel territorio di uno stato nazionale, ma questo riferimento pone dei
problemi in una fase in cui si assiste al declino degli stati nazionali. Di società si occupano anche altre
scienze sociali che si sono sviluppate prima o quasi contemporaneamente alla sociologia. Esistono tre
soluzioni:
-la soluzione gerarchica (Comte): assegna alla sociologia una posizione privilegiata in un ordine che parte
dall’astronomia e dalla fisica, per arrivare infine alle scienze sociali e alla sociologia, alla quale è riservato il
posto più alto. Nata per ultima, la sociologia è destinata a completare il processo evolutivo che ha condotto la
conoscenza umana ad affrontare oggetti sempre più complessi e a produrre sintesi sempre più ampie. Oggi la
sociologia si accontenta di essere accolta nella famiglia delle scienze.
-La soluzione residuale: diversa dalla precedente, Runciman sostiene che rientra nel campo di studio della
sociologia tutto quanto non è oggetto di un’altra scienza sociale specializzata, quanto è troppo
contemporaneo o troppo poco discorsivo per essere chiamato “storia”. Anche la soluzione residuale risulta
insoddisfacente in quanto non chiarisce il carattere problematico dei confini con altre discipline. La
sociologia studia sostanzialmente lo stesso ambito di fenomeni che è oggetto anche delle altre scienze
sociali. I confini tra le discipline identificano dei modi di guardare ai loro molteplici aspetti.
-la soluzione analitica o formale: risale a Simmel, ma ritorna in tutte quelle correnti che pongono al centro
dell’analisi sociologica il concetto di “interazione sociale”. Secondo questa concezione la sociologia è
definibile in base ad una prospettiva analitica che dall’infinità varietà di fenomeni sociali isoli le forme di
associazione dissociandole dal loro contenuto particolare. La sociologia diventa così la grammatica e la
geometria della società, studia le forme pure di relazione. Gran parte delle ricerche condotte dai sociologi
rientrerebbero con difficoltà nei limiti ristretti di questa definizione. La distinzione tra forma e contenuto è
assai chiara sul piano analitico, ma assai difficile da applicare in concreto.
Possiamo dare una definizione tautologica di sociologia, indicando l’insieme di ricerche di coloro che si
riconoscono e sono riconosciuti da altri come sociologi. Una definizione è tautologica quando contiene i
termini che intende definire. I confini tra la sociologia e le altre discipline sono inevitabilmente sfumati e per
di più mutevoli nel tempo.

Si incomincia a parlare di sociologia nella cultura europea intorno alla metà del 19 secolo. Vi sono tre
rivoluzioni alla base del mondo moderno: l’avvento della scienza moderna, la rivoluzione industriale e la
rivoluzione francese.
-La sociologia segue l’esempio di tutte le scienze moderne che si sono staccate dal corpo del pensiero
filosofico e hanno così acquistato una loro autonomia. I fenomeni che possiamo indicare genericamente
come rivoluzione scientifica non potevano non influire anche sullo studio degli esseri umani, dei loro
rapporti e delle loro istituzioni. Verso la fine del 18 secolo incomincia a diffondersi la fiducia nella
possibilità di estendere allo studio dell’uomo , della società e della cultura gli stessi principi del metodo
scientifico. La nascita delle scienze sociali è da inserire in un più ampio movimento culturale che conduce
all’affermazione della scienza come via maestra alla conoscenza e al dominio del mondo.
-In secondo luogo, le scienze sociali sono un prodotto della rivoluzione industriale. Tra le scienze sociali, la
prima ad acquistare un proprio statuto autonomo dalla filosofia è l’economia politica. Adam Smith ed altri
economisti classici possono essere considerati in un certo verso anche dei sociologi ante litteram. Alle
categorie economiche della terra, del capitale e del lavoro corrispondono i gruppi o classi sociali dei
proprietari terrieri, degli imprenditori capitalisti e dei lavoratori salariati, i quali percepiscono rispettivamente
rendita, profitto e salario. Smith è certo consapevole che lo studio della società non può essere ridotto
all’analisi del funzionamento dei meccanismi di mercato. La sociologia nasce da un atteggiamento
ambivalente nei confronti del tipo di società moderna che si stava delineando. Se infatti da un lato le
rivoluzioni politiche e la rivoluzione industriale vengono viste come un progresso, dall’altro lato sono
presenti numerose opinioni contrastanti. Vi è chi vede nelle trasformazioni in atto la tumultuosa irruzione di
interessi senza freno che minacciano di travolgere un ordine. In particolare appaiono minacciati i rapporti
gerarchici consolidati dalla tradizione. A ciò si aggiunge lo sradicamento di intere masse di popolazione dai
loro luoghi d’origine, l’indebolimento dei rapporti tra le generazioni, il venir meno dei rapporti di fiducia.
L’avvento della società industriale è quindi interpretato come un fattore di dissoluzione di legami sociali
autentici.
-In terzo luogo, la rivoluzione francese segna uno spartiacque decisivo nella storia delle società europee. Lo
scettro passa nelle mani del popolo. La sociologia nasce per rispondere agli interrogativi posti da quando gli
esseri umani hanno iniziato a praticare l’agricoltura; la società emerge come oggetto di studio quando i suoi
fondamenti sono messi in discussione. Decisivi per la nascita e l’affermazione della sociologia sono i
decenni a cavallo tra il 19 e 20 secolo, gli anni in cui i padri fondatori della sociologia scrivono le loro opere
principali: Durkheim, Max Weber.

Kuhn ha proposto di chiamare paradigmi scientifici quegli assunti di base di natura teorica e metodologica
sui quali una comunità di scienziati in un determinato campo sviluppa un consenso storicamente accettato da
tutti i suoi membri. Quando ciò accade ci si trova in una fase di “scienza normale”. Nelle scienze sociali
questo modello è difficilmente applicabile perché siamo sempre di fronte a una pluralità di paradigmi in
competizione tra loro e, quando uno di questi tende a prevalere, la sua egemonia è sempre solo parziale e
temporanea.

Prima degli sconvolgimenti di natura rivoluzionaria, l’ordine sociale appariva assicurato dalla credenza in
una qualche entità trascendente dalla quale emanavano le leggi che governavano sia il mondo della natura sia
il mondo umano. Una volta infranta la credenza nella sacralità della tradizione, il fondamento dell’ordine
sociale doveva essere ricercato altrove, all’interno della società stessa. Stato e mercato appaiono come due
risposte al problema dell’ordine sociale. Al di là della coercizione e dello scambio l’ordine sociale deve
trovare fondamento in qualche meccanismo processo che operi nella struttura interna dell’organismo sociale.
I modelli organicistici di società sono una delle prime proposte di soluzione del problema dell’ordine
avanzate nell’ambito della sociologia. Comte e Spencer svilupparono un modello organicistico di stampo
evoluzionistico. Per loro la società è concepita come un organismo le cui parti sono connesse tra loro da una
rete di relazioni di interdipendenza. L’equilibrio che si genera tra le varie è dinamico, sottoposto cioè a un
continuo processo di evoluzione che si muove dal semplice al complesso, dall’omogeneo all’eterogeneo. Il
motore del processo è la competizione tra le specie. Gli organismi sociali rispondono alle sfide poste dalle
trasformazioni dell’ambiente generando nuove funzioni, e quindi nuovi organismi, innestando “processi di
differenziazione” e di “divisione del lavoro”.
Da Spencer in poi la divisione del lavoro è diventato uno dei temi centrali della teoria sociologica. Gli esseri
umani diventano così sempre più diversi l’uno dall’altro, ma proprio in virtù di questa diversità devono
stabilire rapporti di interazione reciproca diretta o indiretta; la diversità estende e approfondisce le relazioni
di interdipendenza. Nelle condizioni della modernità l’ordine sociale cresce spontaneamente all’interno; la
società è possibile perché non si può fare a meno di quella rete di interdipendenze che lega insieme individui
sempre più diversi l’uno dall’altro.
Anche per Durkheim il problema dell’ordine è il problema centrale della sociologia ed egli lo affronta
individuando un nesso profondo tra forme della divisione del lavoro e forme della solidarietà sociale. Nelle
società dove la divisione del lavoro è scarsa, ciò che unisce è un vincolo di solidarietà fondato sulla credenza
in una comune origine o identità. Il vincolo di solidarietà appare originarsi in un certo senso all’esterno, in
una credenza di natura fondamentalmente sacrale e religiosa. Durkheim chiama “meccanica” questa forma di
solidarietà. Nelle società moderne invece, il vincolo di solidarietà è di natura interna, è fondato cioè sui nessi
di interdipendenza tra le varie funzioni e professioni svolte da individui e gruppi sociali. Questa forma di
solidarietà è chiamata “organica”.
Il problema del mutamento rappresenta l’altra faccia del problema dell’ordine. Per Tönnies i termini
“organico” e “meccanico” hanno un significato diametralmente opposto a quello loro attribuito da Durkheim.
Nella società gli individui vivono isolati, in tensione gli uni con gli altri. Il rapporto societario tipico è il
rapporto di scambio che mette in relazione non gli individui nella loro totalità , ma solo le loro prestazioni.
La società è quindi una costruzione artificiale e convenzionale, composta da individui separati, ognuno dei
quali persegue il proprio interesse personale.

Le dicotomia “solidarietà organica/solidarietà meccanica” e “comunità/società” descrivono il mutamento


sociale. Per Marx in ogni società i rapporti sociali fondamentali sono quelli ce si instaurano nella sfera della
produzione e distribuzione dei beni e servizi che servono alla società stessa per funzionare e riprodursi. I
rapporti tra schiavo e padrone nell’antichità determinano la struttura portante delle rispettive società, ovvero
la loro struttura di classe. Questi rapporti sono essenzialmente rapporti di dominio e sfruttamento e quindi
intrinsecamente conflittuali. La storia è stata finora storia di lotta di classe. Il conflitto di classe è la grande
forza della storia, il motore del mutamento sociale. Il proletariato industriale è il prodotto del sistema
capitalistico, ma anche il fattore che condurrà alla sua distruzione e all’instaurazione di una società senza
classi dove verranno meno anche le ragioni del conflitto. Per Weber invece il conflitto non si riduce alla lotta
di classe. Le classi non sono l’unica struttura intorno alla quale si organizzano gli interessi del conflitto. Esse
nascono dalla contrapposizione di interessi economici che si scontrano laddove si formano dei mercati.
Accanto alla sfera economica si collocano le sfere della politica, del diritto, della religione, dell’onore e del
prestigio. Le varie sfere sono reciprocamente connesse. I conflitti che si manifestano in una sfera si
ripercuotono e possono estendersi anche alle altre. Il conflitto è per Weber una condizione della società
normale. Esso conduce alla creazione di strutture istituzionali (quelle che lui chiama gli ordinamenti sociali)
che esprimono i rapporti di forza che si sono provvisoriamente consolidati e che quindi svolgono la funzione
di regolazione del conflitto. Ogni assetto istituzionale è solo provvisoriamente stabile. Non c’è in Weber un
esito finale dove i conflitti si placano e regna l’armonia; non c’è una filosofia che segna un fine al corso della
storia. Il conflitto genera sia ordine che mutamento. L’ordine è l’assetto delle istituzioni che regolano
temporaneamente il conflitto; il mutamento trasforma le istituzioni esistenti o dà vita a nuove istituzioni. La
società stessa è l’insieme delle istituzioni e dei conflitti che si intrecciano su piano e in sfere diversi.

Chi si muove nella prospettiva del paradigma della struttura parte dall’assunto che per spiegare i
comportamenti umani bisogna ricondurli alle coordinate sociali nelle quali si manifestano. Ogni uomo nasce
in un mondo sociale preformato, assume i valori, le credenze, le visioni del mondo, i modi di pensare e le
abitudini che vigono nella società in cui è nato e nell’ambiente specifico in cui vive. L’intera sua esistenza
seguirà un percorso largamente prevedibile, percorrerà strade già tracciate. La struttura sociale è il reticolo di
queste strade. La libertà dell’individuo rimane però confinata nei limiti ristretti consentiti dalla struttura
sociale. Tutte le volte che imputiamo alla società le cause del comportamento di un individuo seguiamo un
approccio che parte dalla struttura sociale per arrivare all’individuo. Quando un individuo commette un reato
grave si va a scavare nella sua biografia per scoprire fatti o circostanze che possono averlo indotto sulla via
del crimine. Si dice allora che le cause del crimine sono cause sociali: la probabilità che un individuo vissuto
in condizioni non ottimali diventi criminale è molto più elevata che non nel caso di uno che ha avuto una
biografia meno accidentata. I modelli di spiegazioni usati da Marx e Durkheim sono classificabili
nell’ambito del paradigma della struttura. Quando Marx analizza i rapporti tra le classi e parla di
sfruttamento dei lavoratori salariati da parte dei capitalisti non pensa certo che i membri delle due classi
abbiano la possibilità di comportarsi in modo diverso. Durkheim teorizza esplicitamente che la società viene
prima degli individui, che i fatti sociali possono essere spiegati solo da altri fatti sociali. La sua polemica
contro le spiegazioni psicologiche dei fatti sociali raggiunge il culmine nello studio sul suicidio. Mostra che
in esso operano cause sociali. Queste possono spiegare come in certe condizioni sociali aumenti la
probabilità che egli giunga alla decisione di togliersi la vita. Le spiegazioni strutturali fanno sempre
riferimento a qualche forza che agisce alle spalle degli individui e li spinge a comportarsi in un determinato
modo. Le teorie funzionalistiche operano anch’esse con un modello di spiegazione di tipo strutturale: le parti
sono spiegate in relazione alle funzioni che svolgono per il tutto; il percorso è dal tutto alle parti. La teoria
dei ruoli spiega il comportamento degli individui in base alla posizione sociale. È la società che spiega gli
individui e non viceversa. È la struttura sociale che seleziona e forma gli individui adatti a ricoprire quei
ruoli e occupare quelle posizioni. Il paradigma della struttura riflette una concezione olistica del sociale in
quanto concepisce la società come l’unità prioritaria di analisi e gli individui come veicoli attraverso i quali
la società si esprime.

Il paradigma dell’azione nasce in Germania e a Weber è attribuito il merito di averne posto i fondamenti.
Egli sostiene che per spiegare i fenomeni sociali è sempre necessario ricondurli ad atteggiamenti, credenze e
comportamenti individuali e di questi si deve cogliere il significato che rivestono per l’attore. I principi del
paradigma dell’azione sono:
1-i fenomeni macroscopici devono essere ricondotti alle loro cause microscopiche
In riferimento al paradigma dell’azione si parla di individualismo metodologico. Al termine
“individualismo” è attribuito un significato logico. Indica che non si possono imputare azioni a entità astratte
o ad attori collettivi di cui si ipostatizza l’unità. Secondo i canoni dell’individualismo metodologico è
corretto affermare che “il sindacato dei metalmeccanici proclamò uno sciopero”. In questo caso si tratta di
attori collettivi dotati di organi e procedure capaci di produrre decisioni vincolanti per tutti i loro aderenti.
(attore collettivo spesso sostituito con il concetto di agency, per indicare un ente che agisce attraverso gli
individui, ed è dotato di una propria volontà e capacità di azione.
2-per spiegare e azioni individuali è necessario tenere conto dei motivi degli attori
Questo principio indica che per spiegare un’azione si deve tenere conto dei motivi dell’attore, ovvero che
bisogna mettere in atto un processo si comprensione. L’attore si muove sempre in situazioni che comportano
vincoli e condizionamenti, ma non si riduce mai ad essere un burattino mosso da forze esterne. Nell’ambito
dei vincoli contestuali egli persegue mete ed elabora strategie che possono avere più o meno successo, ma
che danno un senso alla sua azione. Può capitare di osservare azioni che ci appaiono prive di senso. Prima di
tutto è necessario chiedersi se esse sono prive di senso per noi che le osserviamo, o anche per colui che le
compie. Gli attori non sempre sono consapevoli del senso delle loro azioni, o il senso che imputano alle loro
azioni è diverso da quello che appare a un osservatore esterno.

Secondo Weber, la comprensione raggiunge il massimo grado di evidenza nel caso delle azioni razionali. Gli
economisti hanno costruito sul postulato della razionalità un imponente impianto teorico. La razionalità di
cui parlano si riferisce a una nozione ristretta del concetto, riguarda solo la razionalità strumentale o
teleologica che Weber distingue dalla razionalità rispetto al valore o assiologica.

Il paradigma della struttura vede nella società prevalentemente l’elemento della costrizione e gli individui
come esseri che devono adattarsi alle circostanze che vengono loro imposte. Il paradigma dell’azione
concede spazio all’attore e con la sua azione pone in essere la struttura stessa. Le strutture sociali, le
istituzioni, sono aggregati di azioni che si sono consolidate nel tempo, ma che così come sono state prodotte,
possono anche essere modificate nel tempo da altre azioni. Il passaggio dall’azione alla struttura è
teoricamente decisivo nel quadro del paradigma dell’azione. Il concetto di effetto non intenzionale è in
questo contesto di grande importanza. Un tipico effetto non intenzionale è presente nell’ipotesi weberiana dal
rapporto tra etica protestante e spirito del capitalismo. La categoria degli effetti non intenzionali, chiamati
anche “effetti di composizione, di aggregazione o emergenti”, è importante per due ragioni: da una parte essa
mette in lice come sia frequente il caso di azioni individuali che producono effetti diversi alle gli attori;
dall’altra spiega come da una molteplicità di azioni individuali si generino strutture istituzionali che nessun
attore ha voluto intenzionalmente, ma che costituiscono un vincono per gli attori stessi. Due paradigmi sono
incompatibili solo se si adotta una visione rigorosamente deterministica del condizionamento dei
comportamenti umani da parte della struttura sociale, o se si adotta una visione altrettanto unilaterale
dell’individuo come attore svincolato da ogni condizionamento esterno. È assai probabile che ricerche che
partano dal presupposto olistico e ricerche improntate a un presupposto individualistico giungano a risultati
convergenti.

In pressoché tutte le discipline scientifiche si genera una sorta di divisione del lavoro tra chi si dedica alla
ricerca teorica e chi invece è impegnato nella ricerca empirica. Questo processo di divisione del lavoro
scientifico è inevitabile, ma può produrre sia effetti positivi che negativi. Ha effetti tendenzialmente negativi
quando teoria e ricerca proseguono su strade separate; ha effetti positivi quando l’elaborazione teorica
produce input per la ricerca empirica e riceve da questa conferme o smentite in merito alla bontà della strada
imboccata. Nelle scienze sociali il rapporto tra teoria e ricerca empirica si configura in modi diversi da
disciplina a disciplina. In sociologia teoria e ricerca empirica possono interagire tra loro in modo fecondo, o
percorrere strade separate. Secondo l’ipotesi di Durkehim, l’anomia (assenza di regole) cresce in periodi di
forte sviluppo economico. Il problema si pone per l’osservazione e la misurazione dell’anomia. Questa non è
un fenomeno direttamente osservabile. Si può dire che non è possibile sottoporre a prova empirica una teoria,
ma solo singole proposizioni da essa ricavate. I sociologi spesso fanno largo uso della statistica sociale,
ovvero alla raccolta sistematica di informazioni quantitative sullo stato della popolazione e le sue condizioni
di vita, e fornisce una massa crescente di informazioni di tipo sociografico. Le ricerche su opinioni e
atteggiamenti hanno in genere un intento prevalentemente descrittivo. Si cerca cioè di esplorare quali sono
le opinioni o gli atteggiamenti prevalenti in una determinata popolazione in riferimento agli argomenti più
vari.

CAPITOLO PRIMO: LE SOCIETÀ PREMODERNE

Oggi gli studiosi sono concorsi sull’accettare la storia dell’evoluzione, in base alla quale la specie umana è il
risultato di un lungo e lento processo di evoluzione genetica dalle scimmie antropoidi, che derivano da altre
specie animali. L’uomo di Pechino era già probabilmente un esperto cacciatore. Egli aveva già imparato ad
utilizzare il fuoco e comunicava probabilmente con i propri simili emettendo suoni e facendo gesti non
ancora organizzati in un vero e proprio sistema simbolico. L’homo sapiens è apparso in Europa circa 42 mila
anni fa e forse più, agli albori del Paleolitico superiore. Aveva la capacità di produrre e usare strumenti, il
fuoco, il linguaggio. I linguaggi umani presentano una varietà e complessità che non sembrano riscontrarsi in
altre specie animali. Gli etologi ci dicono che anche molte specie animali hanno un’organizzazione sociale
spesso assai complessa. Ma le informazioni necessarie ad assicurare la riproduzione di generazione in
generazione delle forme di organizzazione sociale sono trasmesse ai singoli individui mediante il loro codice
genetico. La maggior parte dei modelli di comportamento degli animali sono iscritti nei cromosomi che ogni
esemplare riceve alla nascita dai genitori. La specie umana, oltre a ciò, ha sviluppato forme di
organizzazione sociale che si fondano principalmente sulla cooperazione ottenuta attraverso la
comunicazione e il linguaggio e sull’accumulazione di informazioni che vengono trasmesse mediante i
processi di apprendimento. L’insieme di questi fenomeni costituisce la cultura. La cultura muta anche non
mutano le caratteristiche organicistiche della specie. L’evoluzione socioculturale umana è largamente
svincolata dall’evoluzione biologica della specie.
Gli uomini hanno vissuto in società di cacciatori-raccoglitori. Alcune di queste società sono vissute in
isolamento e sono giunte sino quasi ai giorni nostri. Oggi sono praticamente scomparse per effetto del
contatto con popolazioni che hanno abbandonato questo stadio poco meno di 10 mila anni fa. Per studiare
questo tipo di società possiamo ricorrere a 3 tipi di fonti: la ricerca archeologica, la ricerca antropologica, i
resoconti dei viaggiatori che hanno incontrato queste società per la prima volta. Queste società attingono per
sopravvivere al patrimonio di risorse offerto dalla natura. A questo stadio, l’attività umana risulta quindi
essere essenzialmente un’attività predatoria, è la natura stessa che provvede a ricostruire le capacità
produttive consumate dall’uomo. Le risorse consumate sono rinnovabili senza l’intervento umano. Il
nomadismo è una delle caratteristiche salienti delle società di questo tipo ed è tanto più accentuato quanto
meno l’ambiente presenta condizioni favorevoli. Si tratta di società in genere molto piccole, che vivono in
accampamenti temporanei; dovendosi spostare frequentemente non possono accumulare se non pochi oggetti
personali. La caccia e la raccolta sono attività che vanno quasi sempre insieme. La maggior parte delle
sostanze nutritive varia dalla raccolta, mentre la caccia integra l’alimentazione con l’apporto di sostanze
proteiche. In tutte le società di cacciatori-raccoglitori vige una divisione sessuale del lavoro, nel senso che la
raccolta è quasi sempre femminile, mentre alla caccia si dedicano quasi esclusivamente gli uomini. L’unità
sociale di base è la famiglia nucleare e la sua funzione è essenzialmente riproduttiva . non si tratta di famiglie
numerose, oscilla tra i 4 e i 5 membri. Più famiglie nucleari costituiscono una banda, ovvero un gruppo
autosufficiente dal punto di vista produttivo, ma non è autosufficiente dal punto di vista riproduttivo. La
banda è spesso un gruppo esogamico: i matrimoni sono vietati tra i membri della banda stessa. I maschi
adulti devono quindi ricorrere alle donne di bande vicine. Queste sono spesso concorrenti e i rapporti
tendono quindi spesso ad essere di ostilità, questo però viene controbilanciato dalla necessità di stabilire
legami che consentono gli scambi matrimoniali su una base pacifica. Le bande vicine finiscono per
intrecciarsi e stabilire delle occasioni cerimoniali di incontro in cui si scambiano anche beni rituali ed
economici. L’ampiezza di tale gruppo, chiamato tribù, è molto variabile; la tribù è un gruppo
essenzialmente endogamico che occupa un territorio che comprende l’insieme dei territorio delle singole
bande. I membri di queste tribù si riconoscono come appartenenti allo stesso gruppo vengono identificati
come tali dalle tribù vicine, parlano la stessa lingua e spesso si ritengono discendenti da un capostipite
comune. In questo caso la tribù corrisponde al clan. Il mito della comune origine trova rappresentazione
simbolica in un oggetto chiamato totem. Il suo nome corrisponde quasi sempre al nome mediante il quale si
riconosce e vengono riconosciuti gli appartenenti ad una tribù. La società di caccia e raccolta sono
fortemente egualitarie. Vi sono evidentemente delle differenze per gruppi di età: i vecchi non sono sempre
rispettati e hanno scarso potere e prestigio. Il capo banda è in genere il cacciatore più coraggioso e valente,
ma la sua posizione non è permanente e non comporta particolari privilegi. Le tribù spesso non hanno un
vero e proprio capo. Si tratta per lo più di posizioni temporanee che non danno luogo alla formazione di vere
e proprie gerarchie di potere. Una figura che gode invece di un certo prestigio e di alcuni privilegi: è lo
sciamano. Questo è un uomo dotato di capacità psichiche che unite alla conoscenza delle tecniche rituali gli
consentono di entrare in contatto con il mondo degli spiriti per cercare di neutralizzare gli influssi negativi.
Lo sciamano è soprattutto un guaritore. Per studiare una società bisogna osservare alcune cose fondamentali:
i modi con i quali si procura i mezzi di sussistenza e come li distribuisce tra i suoi membri; i modi con i quali
assicura la propria riproduzione biologica e culturale; le forme delle relazioni sociali mediante le quali
prendono corpo i gruppi e le organizzazioni; la struttura delle disuguaglianze; le credenze e le pratiche
religiose. È facile connettere due o più eventi mediante un nesso di causa-effetto o di mezzo-fine quando gli
eventi sono temporalmente contigui. Per poter connettere queste operazioni mediante la categoria di causa-
effetto l’uomo deve disporre di una notevole capacità di astrazione, deve poter pensare ciò che non c’è più e
ciò che non c’è ancora. La specie umana ha sviluppato questa capacità solo molto lentamente, attraverso
l’osservazione concreta dei fenomeni. L’uomo incomincia a modificare radicalmente l’ambiente in cui vive e
il paesaggio diventa sempre più un paesaggio umano. Le società che si collocano a questo stadio vengono
chiamate società di coltivatori-orticoltori per distinguerle dai coltivatori-agricoltori. A differenza dei loro
predecessori, gli orticoltori, finché il suolo era produttivo, potevano restare sullo stesso territorio che
avevano dovuto conquistare alla foresta. A questo proposito, le tecniche di produzione e controllo del fuoco
erano molto importanti. Più le tecniche di coltivazione progredivano, più gli insediamenti diventavano
permanenti. Se le bande di cacciatori-raccoglitori comprendevano poche decine di persone, i villaggi dei
coltivatori-raccoglitori ne contenevano qualche centinaio. L’ampiezza degli insediamenti crebbe insieme alla
densità della popolazione. Nell’arco di qualche millennio il numero delle innovazioni crebbe notevolmente.
Il passaggio alla coltivazione rappresentò una prima accelerazione nello sviluppo della cultura umana.
Tuttavia il terreno coltivato dagli abitanti di un villaggio poteva diventare insufficiente per il loro
sostentamento. L’addomesticamento degli animali era ancora agli inizi. Quando si rompeva l’equilibrio tra
popolazione e risorse, era necessario che una parte della popolazione del villaggio si spostasse su un altro
territorio che avrebbe provveduto a disboscare e a coltivare. I villaggi tendevano così a moltiplicarsi per
scissione e a collocarsi a una distanza maggiore o minore l’uno dall’altro a seconda della produttività dei
suoli coltivati.

Appena un’area incomincia a diventare più densamente popolata, la guerra diventa un elemento permanente
nella vita quotidiana e assorbe a tal punto le energie di queste popolazioni che non è infrequente trovare tribù
dove la coltivazione dei campi è lasciata quasi esclusivamente alle donne, mentre gli uomini si dedicano alle
attività militari. I villaggi sono il più delle volte economicamente autosufficienti e politicamente autonomi e
il loro capo è generalmente un capo militare, il cui potere si riduce nei periodi di pace. Non vi è ancora
un’organizzazione politica che vada al di là della dimensione del villaggio. I rapporti tra villaggi vicini
oscillano sempre tra la pace e la guerra. Il villaggio può scambiare le sue eccedenze di un prodotto con quelle
di un villaggio vicino. Spesso sono le donne ad essere oggetto di scambio. I matrimoni avvengono tra
persone dello stesso villaggio, ma è proibito sposarsi tra parenti stretti. Le società di orticoltori sono molto
più ampie e differenziate e presentano forme più cospicue di disuguaglianza. Le uniche figure di specialisti
che si elevano al di sopra della collettività sono solo il capo villaggio e lo sciamano. Queste società non
utilizzano l’aratro.

Si inizio a praticare l’addomesticamento degli animali, in particolare dei ruminanti. Come la domesticazione
delle piante ha costituito un salto quantitativo rispetto alla semplice raccolta, così la domesticazione degli
animali ha rappresentato una rivoluzione rispetto alla caccia. Questi sono processi che si sono sviluppati
parallelamente. Gli animali sono stati messi a servizio dell’uomo. Vi sono state società che hanno trovato
nell’allenamento la fonte principale della loro sussistenza, dove l’intera organizzazione sociale ruota intorno
al bestiame e alle sue esigenze di sopravvivenza. Tuttavia, raramente le società pastorali trovano
nell’allevamento la loro unica fonte di sussistenza. Molte praticano anche qualche forma di coltivazione, o
scambiano i loro prodotti oppure anche gli stessi animali. Non sempre lo scambio è pacifico. Talvolta le
popolazioni di pastori sono riuscite a sottomettere le popolazioni di coltivatori dando luogo alla formazione
di società etnicamente stratificate. In altri casi, le popolazioni di pastori nomadi sono state protagoniste di
grandi movimenti migratori. In queste società il numero dei capi di bestiame diventa anche simbolo e misura
della ricchezza, del potere e del prestigio di cui godono.

Una decisiva innovazione tecnologica iniziò a diffondersi: l’aratro. La coltivazione con gli strumenti di
lavoro usati dagli orticoltori conduceva ad un rapido esaurimento della fertilità del suolo. L’aratro consentì di
incidere più in profondità il terreno e di rivoltare la zolla in modo che lo strato superficiale, ricco di residui
organici, venisse sotterrato e affiorassero in superficie gli strati sottostanti più ricchi di minerali. Ben presto
ci si accorse che l’aratro poteva venir trainato da animali. Con lo stesso numero di ore di lavoro si poteva
coltivare in modo assai più efficace una superficie molto maggiore. Vi fu un enorme aumento della
produttività agricola: la stessa estensione di terreno dava ora una quantità di prodotto fino a 40 volte
maggiore di quanto non succedesse prima utilizzando le tecniche delle società orticole. L’agricoltura
incomincia a produrre un surplus.
Sia in Mesopotamia che in Egitto il potere è concepito come diretta emanazione di dio. Il Egitto il faraone è
considerato egli stesso una divinità. A questo dio appartiene la terra, che distribuisce ai suoi sudditi e dalla
quale essi traggono il loro nutrimento. Il tempio è la casa di dio, il centro dal quale una casta di sacerdoti
amministra le terre e provvede ai bisogni della collettività. Prima di tutto la terra deve essere divisa tra i
diversi villaggi di contadini che dipendono dal tempio; bisogna poi che si provveda alla costruzione e alla
manutenzione dei canali e alla regolazione dei flussi di irrigazione. Devono essere stabiliti i tempi delle
operazioni agricole, il raccolto deve essere ammassato in appositi magazzini, dal raccolto devono essere
prelevate e distribuite le quote che servono per il sostentamento dei contadini e di tutti coloro che
nell’economia del tempio svolgono lavori non agricoli, nonché la quota di sementi da destinare al ciclo
successivo. I sacerdoti sono spesso anche astronomi, capaci di leggere i tempi opportuni per lo svolgimento
delle varie operazioni connesse al ciclo agricolo. Un’altra innovazione fu la scrittura. Nei magazzini del
tempio i vari prodotti venivano conservati in contenitori; il funzionario addetto alla immagazzinamento
doveva sapere informazioni e per ricordarsele tutte deve aver utilizzato un sistema di segni/simboli da
apporre sui sigilli dei vari contenitori. Fu inventata così la scrittura cuneiforme. Nacque allora la figura dello
scriba, una categoria di specialisti addetti alla produzione simbolica. La scrittura nasce nel tempio. Intorno a
questo nascono vere e proprie città.

Il quadro cambia radicalmente con le società fondate sull’agricoltura. Qui si crea un vero e proprio abisso
sociale invalicabile. Sono due mondi tra loro interdipendenti, ma anche profondamente divisi. Al vertice
troviamo il monarca, le cerchie del culto, del governo, dell’amministrazione e poi una schiera variopinta di
specialisti che svolgono lavori manuali. Tra il lavoro intellettuale e quello manuale la separazione è assai
netta. Nasce qui il disprezzo per il lavoro manuale. Vi sono anche tante figure intermedie. Le città brulicano
di gente diversa. Più una società diventa differenziata e complessa, più si rafforza l’esigenza di ordinamenti
che ne regolino le attività, di organi che garantiscano il rispetto di alcune regole fondamentali. Il primo
sistema di regole conosciuto è il Codice di Hammurabi. Un regno può comprendere centinaia di villaggi ed
estendere il suo potere su territori molto vasti. I soldati sono spesso contadini che vengono reclutati per le
spedizioni di guerra nelle stagioni di sospensione dei lavori agricoli. Spesso accanto o al posto dell’esercito
dei contadini troviamo anche eserciti di professione, con soldati reclutati tra i figli di altri soldati. I vinti sono
spesso ridotti in schiavitù. Gli schiavi vengono mandati a lavorare nei campi, nelle botteghe delle città,
impiegati alle dirette dipendenze del re e della sua corte.

Con i filosofi greci nasce la teoria sociale come riflessione autonoma di una particolare categoria di persone,
gli intellettuali, che si dedicavano prevalentemente all’educazione delle nuove generazioni.

La conduzione di gran lunga prevalentemente in tutta l’antichità è quella che fa uso del lavoro degli schiavi.
L’economia schiavistica presentava un grave elemento di debolezza. Allo schiavo non era normalmente
concesso di avere moglie e figli nell’ambito di un’istituzione stabile come la famiglia. La città antica dipende
dalla campagna ma nello stesso tempo la domina. Il rapporto è essenzialmente politico: la città consuma il
surplus che preleva fiscalmente dalla campagna. Piccole città sono circondate in genere da un ristretto
territorio rurale e spesso si assicurano parte del loro fabbisogno commerciando con altre città. Grandi centri
dipendono invece da territori anche molto lontani ed è lo stato che assicura l’approvvigionamento di ingenti
quantità di grano, olio, vino dalle colonie.

La città antica è prima di tutto una città di proprietari terrieri. Le società agrarie dell’antichità classica
presentano una gamma molto diversificata di forme di governo.

La spiegazione della crisi e della caduta dell’impero romano e della cultura antica è uno dei problemi
storiografici e sociologici più affascinanti. È assai probabile che sia stata l’interazione tra cause endogene e
cause esogene a mettere in crisi quella che era stata la più ampia e complessa organizzazione sociale
dell’antichità. La storia procede per tappe, stadi o gradini che si succedono uniformemente. La caduta
dell’impero romano ha rappresentato la rottura di un tale sistema che aveva tenuto unita gran parte del
mondo antico. Questa rottura è responsabile della nascita del feudalesimo in Europa. Questo rappresenta in
un certo senso un ripiegamento della società sulla dimensione localistica.

Il feudo è un’unità territoriale sulla quale governa un feudatario, in virtù di un’investitura ricevuta da un
signore di rango più elevato. Il feudatario è generalmente un guerriero, il quale è tenuto a prestare in caso di
necessità aiuto militare al signore dal quale ha ricevuto il feudo in concessione e a proteggere con le armi le
sue terre da eventuali invasori e dalle pretese di altri signori territoriali. Il frazionamento dei poteri genera
dunque instabilità. La popolazione servile si divide in contadini, servi della gleba e servi domestici. I
contadini sono legati alla terra, appartengono alla terra. In certi casi devono consegnare al signore una parte
del raccolto per i bisogni della sua corte, in altri casi devono lavorare i campi della tenuta signorile per un
certo numero di giorni l’anno, in altri casi devono pagare al signore un tributo in denaro. I contadini
ottengono così protezione e ospitalità. L’economia curtense è un’economia chiusa.

Gli storici fissano intorno all’anno 1000 d.C. gli inizi di un mutamento che sarà destinato ad esercitare una
profonda influenza sulla società feudale e sulla genesi del mondo moderno: la rinascita della vita cittadina.
Gli artefici di questo processo sono degli “uomini nuovi” che si sottraggono agli ordini servili, si
contrappongono al potere dei feudatari e creano una forma di vita più libera e indipendente.