Sei sulla pagina 1di 6

1

Mercato e mercati

Serge Latouche

Questo articolo, pubblicato su CNS n.2, 1995 (anno V, fascicolo 14), è la


traduzione ridotta di un saggio uscito su Cahiers des Sciences humaines, XXX,
1994, nn. 1-2.

Lo scambio e il dono
Lo scambio è un fenomeno attestato in tutte le società umane. Esso collega i beni, le persone e i
segni in cicli più o meno ampi. Ogni mercato presuppone uno scambio, ma non ogni scambio passa per il
mercato (nemmeno per un mercato fittizio). Lo scambio "normale" è strutturato dalla logica del dono,
così come ha messo in evidenza Marcel Mauss: obbligo di dare, obbligo di ricevere, obbligo di restituire.
(cfr. M. Mauss, Essai sur le don, 1923-24; trad. it., Saggio sul dono, in Teoria generale della magia e
altri saggi, Einaudi, Torino 1965, pp. 155 e seg.). Questa logica non ha nulla della logica mercantile,
anche se il ciclo del dono dà luogo nei partners a speculazioni talvolta sordide e a frustrazioni che
possono degenerare in conflitto. Il dono non è un baratto "primitivo", né per il suo spirito né per il modo
in cui si svolge, né per il contenuto cui si riferisce.

Non è l'assenza di denaro, o di mercanti, che differenzia il dono dal mercato, ma l'obiettivo
fondamentale dell'atto. Si tratta di far nascere e di nutrire con lo scambio un rapporto sociale, che
rafforza i debiti di ciascuno nei confronti di tutti, e non di soddisfare bisogni o accumulare valore
materializzato, senza lasciare traccia personale nei rapporti tra gli attori dello scambio. La logica
del dono esiste sempre nelle nostre società; occupa anzi un posto considerevole, benché occultato,
come hanno dimostrato in particolare i lavori di Lewis Hyde (The Gift, New York Vintage Books 1979)
e di Jacques T. Godbout (L'Esprit du don, Paris, La Découverte 1992; trad. it., Lo spirito del dono,
Bollati Boringhieri, Torino 1993). Il fantasma del mercato generalizzato impedisce di vedere che,
senza il ciclo del dono, le nostre società semplicemente non potrebbero esistere. Non ci sarebbero
né famiglia, né impresa, né ricerca scientifica, né creazione letteraria, né arte: tutto ciò che fa
appello al dono (del genio o dell'artista) o al debito (di generazione, di sangue) non funziona (o
funziona molto male) nell'ordine mercantile. Gli intellettuali che scrivono a favore del mercato
totale, nella maggior parte dei casi non obbediscono a una motivazione mercantile!

Mercati, contrattazioni e mercanti


Se certe culture non sembrano lasciare alcun posto allo scambio mercantile e al mercato, la maggior
parte delle società - anche le più primitive - hanno, accanto al dono e allo scambio sociale, una
forma di scambio più "neutra", più utilitaria, più individuale. A differenza di quegli indiani della
Colombia britannica a proposito dei quali Mauss dice: "Non ho trovato tracce di scambio", ci sono i
melanesiani delle isole Trobriand che, oltre alla kula, forma cerimoniale di circolazione dei beni
nobili, praticano il gimwali, "semplice scambio economico di merci utili". Questa forma di scambio
"neutro" può effettuarsi tra stranieri o tra persone non legate da rapporti di parentela o di
appartenenza clanica. In certe circostanze, per certi beni, in certi luoghi, questo rapporto può
effettuarsi anche tra parenti, facendo astrazione da questi legami. Queste "piazze del mercato"
fanno apparire un rapporto "economico", in una certa misura, ma niente affatto "naturale" (cfr. K.
Polanyi e altri, Trade and Market in the Early Empires, The Free Press, Glencoe, IlI. 1957, trad. il.
Traffici e mercati negli antichi imperi, Einaudi, Torino 1978). Questi scambi tradizionali assumono
due forme molto diverse, il commercio a lunga distanza e il piccolo mercato locale. Il primo è più
vicino all'avventura, alla pirateria, che non al calcolo mercantile. Il secondo riguarda derrate i cui
prezzi sono in generale fissati dalla consuetudine o dalla legge. Quasi sempre sono la domanda e
l'offerta ad adattarsi ai prezzi e non viceversa.

Come che sia, avviene che, direttamente o indirettamente, a breve o medio termine, la
domanda e l'offerta, e la concorrenza, svolgano un certo ruolo nella determinazione dei rapporti di
scambio. Tuttavia, anche se la spersonalizzazione ha un certo spazio, il mercato resta un incontro
tra persone e non tra due funzioni. La contrattazione è un rapporto sociale che tenta un
compromesso tra le parti in campo, al fine di evitare che la spersonalizzazione totale elimini uno
dei due partecipanti. La giustizia commutativa che regola i rapporti con gli stranieri si basa sul
libero contratto tra le parti, ma per Aristotele e ancora per la scolastica queste parti sono degli
1
2
uomini. La giustizia non è mai l'applicazione di un meccanismo astratto. Bisognerà attendere il
secolo XVIII perché si affermi l'idea che i rapporti di scambio possono essere completamente sper-
sonalizzati e basarsi su un ordine definito abusivamente "naturale". E per mercato si intendeva
ancora una piazza pubblica dove in certi periodi dell'anno erano messi in vendita ogni sorta di
generi alimentari e altri prodotti. Questi mercati tradizionali restano pur tuttavia "circoscritti".

Numerosi prodotti o beni sono esclusi dagli scambi per diverse ragioni. Alcuni beni sono connotati
dal genere, e possono circolare soltanto tra gli uomini, o tra le donne. Certe persone sono escluse
dagli scambi. Non tutti i beni scambiabili sono intercambiabili. Soprattutto, come sostiene Polanyi in
La grande trasformazione, la terra e il lavoro non vi si presentano come merci. Tali restrizioni non
sono però contro natura e non impediscono l'affermarsi di quella che gli economisti chiamano 'legge
eterna del mercato. Derivano in modo naturale dalle diverse definizioni culturali delle popolazioni
interessate, dalla necessaria mediazione tra attività individuale e vincoli collettivi. Nondimeno, quei
mercati presuppongono che chi vi partecipa pensi anche al proprio interesse personale. Essi
permettono infatti di procurarsi da mangiare senza fare appello né alla costrizione né alla ge-
nerosità. Sono portatori di una certa libertà e di informazioni, a un prezzo conveniente per tutti i
soggetti, senza dare luogo a disoccupazione o esclusione. La "mano invisibile" che sembra presiedere
questo compromesso dipende da una serie di circostanze storiche, in cui si intrecciano le regole, il
caso e gli interessi. Nonostante l'immaginario mercantile e i vincoli istituzionali della modernità,
questa forma di mercato-incontro è ancora molto presente nelle nostre società. Resta centrale sui
mercati del lavoro, e ricerche accurate la troverebbero senza dubbio presente in numerosi altri
settori della vita economica. Neanche nel secolo XX la vita è un gigantesco supermercato. L'insieme
dei mercati non forma ancora il mercato. Tuttavia, la convinzione che tutto si compri e si venda
produce gli effetti di una profezia autorealizzatrice.
[.. .]
Il crollo dei sistemi economici pianificati e la deregolazione nei paesi capitalistici hanno
comportato una mondializzazione dei mercati senza precedenti. Sta forse emergendo il mercato
totale e integrale? Questo mercato planetario è il mercato autoregolato? Il riferimento a questa
realtà incontestabile del mercato mondiale è soltanto descrittiva, o non si ha a che fare invece con
un enunciato intrinsecamente e insidiosamente predittivo?

Mercato mondiale, mercato totale


La planetarizzazione del mercato è nuova soltanto per quel che riguarda l'estensione del
fenomeno. Sebbene ciò sia significativo, si è senza dubbio lontani dalla mercatizzazione integrale.
Braudel, Wallerstein (sulle tracce di Marx), Weber, Schumpeter e molti altri, hanno dimostrato che
l'idea e una certa realtà del mercato mondiale erano consustanziali al capitalismo e che embrioni di
tutto ciò sono attestati dal secolo XII.

Il trionfo recente del mercato comprende di fatto tre fenomeni legati tra loro che sono, in
ordine d'importanza. la transnazionalizzazione delle imprese, la riduzione della regolamentazione
statale in Occidente e il crollo della pianificazione ad Est. Due parole a questo proposito, per
cogliere la posta in gioco: anche le imprese transnazionali esistono sin dalla fine del Medioevo.
Jacques Coeur, i Fugger. la Banca dei Medici, le grandi Compagnie delle Indie, per citare solo i casi
più celebri, sono delle società commerciali impiantate in più continenti, i cui traffici hanno come
orizzonte il mondo intero. A partire dagli anni settanta del nostro secolo è nuovo non solo il fatto
che il capitale commerciale e bancario si mondializza sistematicamente, ma così pure il capitale
industriale. L'insieme interconnesso dei tre provoca il sorgere di piazze deteritorializzate (off-
shore). Un sistema economico universale completamente sradicato, che non ha più legami
privilegiati in un luogo particolare ma che allunga le sue antenne ovunque, è già più o meno
realizzato. Questa sfera economico-finanziaria staccata dal territorio, messa in rapporto
permanente via cavo con le Borse, e con le banche dati, più o meno regolata dal Fondo monetario
internazionale, dall'Organizzazione del commercio internazionale e dalla Camera del commercio
internazionale, in grado di influire - attraverso tali istituzioni - sugli stati e sulla imprese, è senza
dubbio quel che meglio corrisponde al mercato astratto degli economisti il cui centro è ovunque e
la circonferenza in nessun luogo.
[....]
La riduzione della regolamentazione nazionale-statale è al tempo stesso causa ed effetto di
questa transnazionalizzazione. Il compromesso tra lo stato e il mercato, che si è consolidato con il
fenomeno delle economie nazionali quali complessi interdipendenti di settori industriali e
2
3
commerciali, ha conosciuto il massimo splendore con i "trent'anni gloriosi" 1945-75.

La dinamica del mercato, che fa sbocciare le economie locali e regionali, non si arresta in
eterno alle frontiere del territorio nazionale: la mondializzazione è l’estensione geografica
ineluttabile di una economia, sistematicamente resa autonoma dal sociale a partire dal secolo
XVIII. In sostanza, il ruolo storico della pianificazione ad Est è stato quello di uniformare lo spazio
e distruggere tutte le specifìcità culturali, che avrebbero potuto ostacolare il libero gioco delle
"forze del mercato". Gli scambi c'erano ma non era possibile un calcolo economico capace di
mettere in rapporto le risorse naturali di un immenso territorio. e milioni di uomini, in tutti i
settori e per tutti i prodotti. Il socialismo reale significava la penuria, la mediocrità e la tristezza.
L'economia di mercato sembrava sinonimo di abbondanza e di efficienza. Ma ciò deve essere
ancora dimostrato in concreto...

La mercatizzazione integrale
Questa mondializzazione inaudita dei mercati ha realizzato forse il mercato integrale? Si disegna
così il grande meccanismo autoregolatore, che si fa carico di tutti i legami sociali, dalla nascita alla
morte, degli atomi individuali. ''Tutto quel che è oggetto di desiderio umano, è candidato allo
scambio. In altri termini la teoria economica in quanto tale non fissa alcun limite all'impero del
mercato" (Le Monde, 1988).

In altri termini, la mercatizzazione è penetrata in tutti gli angoli della vita e ha realizzato l'utopia
dei liberisti? Il trionfo della libertà, il libero accordo tra individui che obbediscono al loro calcolo di
ottimizzazione, trasformando tutti in imprenditori e mercanti, sono diventati la legge, la sola legge
di un anarco-capitalismo totale e ideale?

Bisogna constatare che il mercato integrale, il solo che indubbiamente giustifica i sacrifici che si
fanno per andare nella sua direzione, a causa dei vantaggi che si suppone esso generi, è lungi
dall'essere realizzato. Si hanno in realtà buone ragioni di pensare che esso non sia realizzabile e che
comunque non procurerebbe i benefici che i suoi adoratori se ne aspettano. Il mercato mondiale
attuale, a differenza delle piazze del mercato, realizza una interdipendenza tra i vari mercati. Mette
in comunicazione più o meno stretta i mercati dei beni, i mercati dei servizi produttivi e i mercati
dei capitali. In questo si avvicina molto al mercato così come lo concepiva Léon Walras. I mercati
antichi erano molto più separati e parziali, riguardavano solo alcuni beni (compresi gli schiavi). Né
gli strumenti di produzione né i servizi di produzione erano oggetto dello scambio organizzato. I
legami tra la locazione di servizio (locatio operae) e il prezzo delle merci si manifestavano solo
eccezionalmente ad Atene o a Roma. Là si trovano schiavi specializzati che danno in locazione il loro
lavoro alla giornata per conto del padrone. Si stabilisce incontestabilmente un rapporto tra il prezzo
della locazione, il prezzo dello schiavo come (capitale e il prezzo del prodotto fabbricato. È lo stesso
per il prezzo delle derrate agricole, il prezzo della terra, il prezzo del lavoro e quello degli schiavi.
In questo senso si può parlare con Max Weber, di "germi" del mercato.

Tuttavia, queste realtà restano marginali. Per riprendere il criterio di Weber, la parte dei bisogni
coperti dal mercato resta limitata, a differenza della società moderna, mentre oggi "immaginando la
scomparsa di questa parte, noi otterremmo semplicemente l'azzeramento nella copertura dei
bisogni". (M. Weber, Wirtschaftsgeschichte, 1923; trad. it., Storia economica, Donzelli, Roma 1993).
Nonostante la distruzione del sociale provocata dall'aggressione delle "forze del mercato" utilizzate
deliberatamente dagli interessi mercantili. bisogna prendere atto dei limiti attuali della
mercatizzazione. Questi limiti sono importanti e attestano una resistenza: la notevole ripugnanza da
parte del tessuto sociale, a lasciarsi disgregare dalla logica mercantile. Walras stesso faceva entrare
nel mercato soltanto quella parte dell'attività umana che rientrava nella sfera economica. Restava
una parte privata imprecisa ma enorme al di fuori delle speculazioni mercantili. Gary Becker è senza

3
4
dubbio colui che ha forzato al massimo l'''imperialismo" dell'economico sul sociale. "Sono giunto alla
conclusione - egli scrive - che l'approccio economico è il solo metodo globale applicabile al
comportamento umano" (introduzione a The Economic Approach to Human Behaviour, 1976). Tutta
l'attività umana rientra allora nel calcolo economico. Certo, non esistono mercati (almeno non
ancora) per tutto, ma sarebbe come se, per questi campi non mercantili, dei mercati fittizi
entrassero in rapporto con i mercati reali per costituire il mercato. L'insistenza deplorevole e spesso
ipocrita, per questi utilitaristi radicali di "Borse", dove tutto può essere messo all'asta, nuoce alla
realizzazione dell'optimum ma non distrugge il gioco delle forze naturali nel senso dell'armonia degli
interessi.

I limiti della mercatizzazione totale


Anche se i saggi dell'Accademia reale di Stoccolma hanno creduto bene di coronare la sua opera,
la maggior parte degli economisti esita a seguire Becker nel suo radicalismo. I limiti alla
mercatizzazione sono generalmente ammessi, ovvero addirittura considerati legittimi. Questi limiti
sono evidenti nei rapporti affettivi e intimi nella produzione di forza-lavoro, nel funzionamento
delle aziende, nel campo politico e nella sfera dell'arte. Per dirla semplicemente, l'essenziale degli
scambi affettivi tra gli sposi e tra gli amanti o anche tra gli amici, sfugge non solo alla logica
mercantile e alla monetarizzazione ma a ogni calcolo quantificato (il che non esclude la presenza,
nel caso, di pensieri interessati...). Ciò è ancora più vero nei rapporti tra genitori e figli.
[. .]
La cellula domestica è una piccola impresa che produce beni e servizi innumerevoli. importando ed
esportando soltanto una piccola parte dei suoi imputs e dei suoi outputs. Solo questa parte
interessa l'economia mercantile. Così è della produzione della forza-lavoro. Non si fanno ancora figli
per trame un profitto. Questa "produzione" non obbedisce sempre alla logica costi-benefici. I
rapporti di lavoro sono negoziati e rinegoziati di tanto in tanto, ma non sono oggetto di
contrattazione permanente e di ottimizzazione del calcolo economico.

In nessun esercito al mondo, nemmeno nelle milizie, nelle mafie o nelle coorti di mercenari, si
mercanteggia in permanenza la propria obbedienza o il prezzo del rischio. L"'irrazionalità" del culto
della forza bruta, dell'ammirazione o della dedizione patriottica tiene insieme l'impresa collettiva
sul fronte militare, come sul fronte economico: l'invasione delle metafore militari o familiari
nell'impresa è rivelatrice dei limiti del suo funzionamento puramente mercantile.

Il gioco politico non esclude la "contrattazione": tuttavia, la "vendita" dei luoghi e l'''acquisto'' delle
voci non funzionano affatto come un vasto mercato. La cittadinanza segue altri calcoli e altre
parole d'ordine rispetto a quelle della ottimizzazione monetaria. Le strategie dei politici
corrispondono ad appetiti di potere e di prestigio che non si lasciano omologare ai valori mercantili.
Il mondo dell'arte, infine, implica il dono negli artisti. che segue un'altra logica, Per quanto svi-
luppato sia il mercato dell'arte, i processi di creazione e di seduzione sfuggono alla logica
mercantile. L'attuale passione degli attori economici per l’arte, come riserva di valore, attesta il
desiderio di trovare al di fuori della lotteria economica un vero valore rifugio, che trascenda il
mercato (cfr, J. J. Goux, L'art et l’argent, in Art-Press, n. 165, gennaio 1992).

La maggior parte degli economisti concorda che il mercato non può esistere (e non può determinare i
vantaggi che gli si attribuiscono) senza l'esistenza di un minimo d'istituzioni. L'economia delle riunioni
e delle varie organizzazioni si sforza di renderne conto, talvolta con il desiderio segreto di ricondurre
le istituzioni in ultima istanza a contratti sociali liberamente sottoscritti, che obbediscano al calcolo
razionale anche al di fuori del mercato.

Quale che sia la raffinatezza intellettuale dei sofismi che si costruiscono con il dilemma del
prigioniero, per dare un fondamento razionale alla cooperazione, tutti questi tentativi attestano la
straordinaria carica normativa del concetto di mercato. Come sottolinea R. Puerto Martinez in "La
république des gens de Bien", in Revue du Mauss, 1984, n. 10, il mercato non può giustificare il suo
presupposto: non si sceglie il “grande mercato”, rispetto ad un mercato che fa parte del mercato.

4
5
Il mercato come ordine naturale
A partire dall'esperienza giù citata del mercato-incontro, dove la "concorrenza" tra più venditori e
più acquirenti esercita una pressione al rialzo o al ribasso dei rapporti di scambio, è stato costruito
lo schema ideale di un meccanismo generalizzato di funzionamento della produzione sociale
interamente determinata dalla concorrenza. Questa macchina "ideale" è stata considerata tale
perché permette la "più" grande felicità possibile per il maggior numero di persone e perché
sembrava "naturale" agli occhi dei suoi apologeti. Peccato che non si sia dispiegata altrettanta
energia per chiedersi se questa macchina funziona, né che cosa fosse la maggiore felicità che essa
produce, né chi è disposto a crederci. Sono i "mercanti" che hanno interesse a far credere che si
tratta di un meccanismo naturale e buono. Tuttavia, questo interesse dei mercanti non è forse
l'interesse generale, dal momento che siamo tutti dei mercanti, almeno nell'ambito di questa
macchina? Sì, certo: ma alcuni lo sono più di altri. Classe universale, i mercanti hanno interessi
molto specifici da difendere mentre il cittadino comune - che ha da vendere solo la sua forza-lavoro,
il suo affetto, la sua lealtà, ovvero i suoi figli e magari i suoi organi - forse non trae grande vantaggio
dalla partita e non ha necessariamente voglia di giocare quel gioco.

Per quel che riguarda la "più" grande felicità, abbiamo già sottolineato nella conclusione di Il
pianeta dei naufraghi che se la felicità può essere messa in discussione (in quanto riducibile al ben-
essere definito come ben-avere), quel "più" pone un problema. I cittadini comuni si
accontenterebbero volentieri di una piccola felicità. La "più" grande felicità è una espressione
antinomica. Non ci può essere felicità, se ce ne vuole sempre di più. Il fine si degrada a mezzo. Si
entra nel processo di accumulazione illimitata. Se il mercato funziona come macchina produttiva, è
proprio per produrre sempre di più, per produrre ancora di più, e non per produrre abbastanza.
Certo, molti mercati concreti hanno funzionato e funzionano senz'altra ambizione che quella di far
circolare i beni con soddisfazione di tutti, lasciando agli attori dello scambio la responsabilità e
della loro grande o piccola felicità. Tuttavia, il meccanismo dell'aggiustamento comporta questa
forza di espansione, che gli economisti attribuiscono alla sua "essenza" per la nostra felicità o per la
nostra infelicità...

Infine, quella macchina funziona davvero? Se l'efficacia della concorrenza è incontestabile per
uniformare i rapporti di scambio e livellare i margini abusivi, la possibilità di un funzionamento
totale della macchina integrale è molto dubbia. Non svilupperemo qui le critiche che gli specialisti
le hanno rivolto su questo punto, oltre ai limiti già visti. In quanto macchina 'naturale" il mercato
sembra minato da una contraddizione centrale: ci vorrebbe un dittatore implacabile e onnisciente,
per vegliare al buon funzionamento "automatico" di tutti questi ingranaggi...

Poiché è impossibile concepire una macchina sociale chiamata mercato, sulla base di una
riduzione dell'uomo a un meccanismo di calcolo, si è concluso frettolosamente che il mercato
appartiene ad un ordine naturale, basato su quella che sarebbe la vera natura dell’uomo. Sono
queste schematizzazioni abusive che funzionano nell'immaginario dei nostri contemporanei e che
rendono difficile qualsiasi dibattito sereno sui vantaggi e sugli inconvenienti della mercatizzazione
di questo o quel frammento della vita, come la vendita di un organo, l’affitto dell'utero o i diritti
ad inquinare...

Conclusione
Il funzionamento del mercato mondiale concreto che ha sin d'ora generato prodigi al confronto
dei quali impallidiscono le piramidi d'Egitto, per parafrasare il Marx del Manifesto, ha ottenuto
anche il risultato meraviglioso per cui due terzi dell'umanità sono stati da esso stritolati e respinti,
come inutilizzabili. Questi naufraghi dello sviluppo, rifugiati nelle immense bidonvilles delle
metropoli del Sud (ma anche sempre più anche del Nord e dell’ Ovest) sopravvivono, contrariamente
a tutte le attese, grazie alla loro capacità di sbrogliarsela e alla solidarietà. Quella realtà massiccia,
scoperta negli anni settanta, che va sotto il nome di economia informale non è al riparo
dell'imperialismo del mercato. La si è letta come un secondo mercato, ai margini del grande
mercato mondiale, come un mercato selvaggio al di fuori dello stato e delle sue regole, dove il gioco
della concorrenza - la legge della domanda e dell'offerta - sarebbe libero e selvaggio tanto quanto la
legge della giungla. La droga, la prostituzione. addirittura il crimine sarebbero oggetto di liberi
contratti per la più grande felicità degli attori. Questa interpretazione ultraliberale di Hernando de
Soto o di Guy Sorman non è priva di forza né di base empirica. Questo utilitarismo radicale si rivela
in fin dei conti come una forma di darwinismo sociale. Il mercato selvaggio è il luogo della selezione
naturale. La più grande felicità del maggior numero si riduce alla sopravvivenza dei superstiti di
5
6
questa concorrenza spietata. L'etica minima del rispetto dei diritti dell'uomo e delle regole del gioco
risulta in pratica ridotta alla sua più semplice espressione, nel mondo dei vincitori.

Una interpretazione del genere ci sembra nondimeno non cogliere taluni aspetti essenziali del
significato storico dell'informale. Nelle periferie delle grandi agglomerazioni africane, la maggior
parte di quella che gli economisti occidentali hanno definito economia informale, è largamente
immersa in una socialità complessa ed esuberante, fatta di reti neoclaniche e di innovazioni
molteplici. Ciascuno "investe" nelle sue reti nel cui ambito gli scambi incessanti obbediscono molto di
più alla logica del dono che a quella del mercato selvaggio. Gli obblighi di dare. di ricevere, e di
restituire riguardano tutto e qualsiasi cosa: affettività. denaro, feste, visite, prestiti, viveri, figli,
tenerezza, feticci, aiuti e coltellate... Questo flusso di scambi reinseriscono quasi completamente
l'economico nel sociale. Ciò non significa che questa forma di "sopravvivenza" sia ideale e nemmeno
superiore all'emancipazione dell'individualismo liberale. La logica del dono comprende anche le
pratiche vendicative e sacrificali, con il loro corteo di violenze, obblighi e ingiustizie. Ci si trova di
fronte a un tragico dilemma: la pesantezza del legame sociale con le forme olistiche, o la
liberazione dalle costrizioni simboliche al prezzo della distruzione mercantile del sociale. Il guaio,
con l'interpretazione ultraliberale dell'informale, è che essa favorisce le politiche a sostegno della
Banca mondiale, le cui conseguenze rischiano di cumulare gli inconvenienti dei due sistemi. La
convivialità dell'artigianato popolare è compromessa dalla logica mercantile, quando la nicchia
endogena si trasforma in officina appaltatrice per il mercato mondiale.

Come si vede, noi non proponiamo un modello di sostituzione del mercato, né un insieme di
ricette per ovviare i suoi pericoli. Tali soluzioni, se esistono, non saranno tanto il risultato di
decisioni consapevoli degli attori quanto scoperte casuali della storia. Tutt'al più le politiche di
questo o quell'attore possono orientare il senso delle evoluzioni e delle reazioni come nel caso
dell'informale.

Questa interpretazione storica mostra semplicemente che la dinamica imperialistica del mercato
e le credenze autorealizzatrici nelle sue "virtù", suscitando massicciamente l'esclusione, possono
provocare reazioni portatrici di scoperte e, con molto ottimismo, di speranze. Le contrattazioni e le
merci di cui vivono i poveri, nelle loro culture, non sono mercati e non obbediscono al mercato.