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Nicola Fantini è nato nel 1962 e risiede a Omegna, sul

Lago d'Orta. Si interessa di fantascienza dal 1982 e da alcuni


anni se ne occupa anche a livello di traduzione. Autore poco
prolifico, vanta la pubblicazione di poesie e racconti - alcuni
di genere fantasy - su varie fanzine e antologie professionali.
Nel 1985 ha vinto il concorso Terre del Sogno con il
racconto "(Ri)nascita", mentre nel 1986 ha ricevuto il premio
Gerundia per una raccolta di poesie. La variabile Berkeley,
vincitore del concorso letterario Cosmo 1994, è il suo primo
romanzo.
Ahram Lee Coxie è un investigatore molto particolare.
Non ha alcuna licenza, si muove ai limiti della legalità con le
sue scricchiolanti gambe artificiali, e la sua casa è in un
quartiere sotterraneo nella periferia metropolitana, dove vive
in esilio "volontario" da otto anni, Sullo sfondo di una Città
che ha conosciuto gli orrori della Guerra Chimica e delle
aberrazioni virtuali, dove tecnologia e miseria convivono a
prezzo di forti tensioni, Coxie si vede costretto ad accettare
contemporaneamente due incarichi di ordinaria
amministrazione che lo renderanno protagonista di una
frenetica e disperata caccia a un assassino che di umano
sembra avere solo l'aspetto. Chi è il serial killer che si lascia
alle spalle una catena di efferati delitti, tutti senza un
movente apparente? È soltanto un pazzo dotato di
straordinari poteri o invece la pedina di un gioco molto più
complesso e pericoloso che non solo sconvolge gli equilibri
fra le autorità cittadine e la potente Clinica, ma che potrebbe
perfino scardinare l'immagine del mondo come noi lo
conosciamo? Nell'inestricabile rete dove si nasconde il
segreto sulla natura fisica del reale, Coxie ha un solo modo
per scoprire la verità: assegnare il valore giusto a una strana
variabile... la variabile Berkeley.

Codice libro 10 261 CA


Copertina di Luis Royo
NICOLA FANTINI

LA VARIABILE
BERKELEY

Editrice Nord
COSMO Collana di Fantascienza — Volume 261 — Luglio 1995
Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano in data
5/2/73 n. 27 Direttore responsabile: Gianfranco Viviani

Codice libro 10 261 CA


ISBN 88-429-0838-X

©1995 by Nicola Fantini


© 1995 by Casa Editrice Nord S.r.l.
Via Rubens 25, 20148 Milano
Stampato dalla Litografia NEW AGEL, S. Vittore Olona (Milano)
"Possiamo senz'altro chiederci che cosa ci induca a credere
nell'esistenza dei corpi. Ma è inutile chiederci se i corpi esistano o no".
David Hume, Trattato sulla natura umana, I,IV,2 (1739)

"pq — qp = h/2πi"
Werner Heisenberg, "Sul contenuto intuitivo della cinematica e della
meccanica quanto-teoriche" (1927)
Questo non può essere che
per Alida
"Morning mouth bad images. Got up wrong side of the bed". James
Joyce, Ulysses (1922)

PROLOGO

Petr Dorazzi si affacciò sulla porta della baracca e sollevò


il mento per annusare l'aria. Era un'abitudine che si portava
dietro da anni, da quando era stato assunto da una delle
ultime compagnie petrolifere dell'Est, quelle che ancora si
ostinavano a cercare cose che non esistevano più.
Un'abitudine che era cominciata ai tempi in cui si era persa
gran parte della cieca fiducia nell'elettronica e nella
cibernetica. Quando si lavorava là sotto come topi nei
cunicoli, per la propria sicurezza si doveva sempre portare
sulle spalle qualche chilo di "ciarpame siliceo", ma se uno
non era del tutto pazzo preferiva affidarsi al proprio naso se
davvero voleva arrivare a godersi la pensione. Se poi aveva
il raffreddore... Be', poteva fare affidamento sul naso dei
compagni.
Ma forse quella mattina Dorazzi cercava semplicemente
qualche traccia, un vago sentore organico che non fosse
quello del proprio sudore o del chiuso della baracca: anche
se non sapeva riconoscere l'odore dell'erba, del polline o
degli animali selvatici, era sicuro che se li avesse percepiti
avrebbe avuto la prova che il suo lavoro era ancora
importante, che aveva ancora un senso grattare con le unghie
il fragile guscio della Terra.
Tuttavia anche quella mattina si rassegnò ad espirare l'aria
con una scrollata di spalle, vittima di una delusione che
ormai faceva parte del rito mattutino del risveglio. Dio, cosa
non avrebbe dato per scendere i tre gradini della baracca e
sentire sotto i piedi il morbido contatto dei ciuffi d'erba o di
un tappeto di muschio! Invece doveva continuare a scorticare
le suole degli scarponcini su quel dannato zoccolo effusivo,
nudo e brunito come un vecchio scheletro pieno di insidie,
scorpioni compresi. Con un po' d'allenamento riusciremmo
a vivere anche in un barile di nafta, si disse con amara
ironia, sapendo benissimo che le assurdità e le esagerazioni
di quel tipo, pur non convincendo nessuno, erano un'ottima
valvola di sfogo. A patto che si riuscisse a mantenere il senso
della misura.
Dorazzi lanciò una prima occhiata verso il lato più vicino
del cantiere, un avvallamento disseminato di capannoni e
apparecchiature voluminose. Le sei squadre erano già al
lavoro, ma i due grossi sterratori erano ancora immobili e
silenziosi come rospi giganteschi, parcheggiati ai bordi dello
spiazzo ovest. Alcuni operai ad ingaggio, riconoscibili per le
tute grigio scuro, stavano armeggiando attorno al generatore
principale sotto la guida di un operaio specializzato, mentre
altri andavano disponendosi lungo i cinquanta metri di
conduttura messi in posa il giorno precedente. Dorazzi pensò
che se avessero monitorato dall'alto la zona del cantiere,
l'avrebbero scambiato per il cadavere di un enorme rettile
attaccato da una miriade di formiche affamate.
Dietro un cumulo di detriti alla sua sinistra spuntò una
sagoma scura, dominata da un casco troppo grande per la
testa che doveva proteggere. Le dimensioni del casco e
l'andatura scomposta gli dissero che si trattava di Bernie, il
suo vice. Un supervisore diligente, ma con l'insopportabile
difetto di evitare qualsiasi responsabilità non appena se ne
presentava l'occasione.
— Buongiorno Petr — disse, agitando una mano che
stringeva alcuni fogli spiegazzati. La corporatura minuta, la
barba di tre giorni e la tuta sudicia e scucita in più punti gli
conferivano un aspetto più trascurato e malaticcio di un
morto di fame del Calderone: un'altra caratteristica che dava
sui nervi a Dorazzi, perché conosceva la cifra stampata sulla
sua busta paga. Bernie lo squadrò per un istante, poi
aggiunse: — Dalla faccia si direbbe che hai dormito poco e
male, stanotte.
Dorazzi si sforzò di ignorare il commento. Una risposta
pungente avrebbe innescato uno spiacevole battibecco che
gli avrebbe rovinato la giornata, e lui non aveva la minima
intenzione di complicarsi la vita con le sciocchezze. — Puoi
dire che non ho chiuso occhio — affermò, cogliendo al volo
l'occasione per passare ad un argomento un po' meno
personale. — Colpa degli idioti che hanno sbagliato le
tracciature della piattaforma ovest.
— Che cosa? — esclamò Bernie, cogliendo al volo
l'allusione implicita in quelle parole. Era lui il responsabile
delle tracciature di quel settore, anche se non le aveva
eseguite materialmente.
Dorazzi si strofinò il palmo della mano sul petto e
s'incamminò verso i capanni della direzione tecnica, più che
altro per nascondere un sorrisetto compiaciuto. Dopo tutto
era giusto che anche il suo vice si beccasse la sua parte di
rogne. — Più tardi darò una bella strigliata a chi so io —
aggiunse, rincarando la dose. — Se la compagnia dei
sondaggi farà storie per il ritardo, non mi farò scrupoli a
darle in pasto i responsabili. Intanto, però, ho perso una notte
di sonno per rifare i calcoli del progetto base. A proposito, a
che punto siamo con il tunnel?
Bernie affrettò il passo per non restare indietro,
incespicando più volte nei frammenti di roccia che
sporgevano dalla terra battuta dello spiazzo. — Ehm, ero
venuto a parlarti proprio di questo.
Due secondi furono una pausa troppo lunga perché
Dorazzi potesse sopportarla. — E allora? — chiese, in tono
brusco, piegando il capo quanto bastava per lanciargli
un'occhiata fin troppo eloquente. — Che diavolo è successo?
— Be' ecco... Il primo tratto al 5 per cento è stato ultimato
ieri pomeriggio. C'eri anche tu quando hanno tolto le
armature dalla camera del primo pozzo. Poi, durante la notte,
ho eseguito personalmente i preliminari per l'installazione
delle sonde guida, quelle per le perforatrici. E dopo... Dopo è
accaduto qualcosa di inspiegabile. Mai visto niente del
genere.
— Ti decidi a darci un taglio? Cos'è successo?
Bernie scrollò le spalle, sorpreso dal brusco cambio di
direzione di Dorazzi che adesso puntava dritto verso quel
settore degli scavi. — É stato mezz'ora fa — riprese, nel tono
di chi cerca di aggrapparsi alla prima giustificazione che
trova. — Il tempo di recarmi sul posto e rendermi conto... Sì,
insomma, dell'entità dei danni. Comunque non ci sono feriti,
e tanto meno morti. Puoi stare tranquillo.
Ormai l'andatura di Dorazzi era al piccolo trotto, con il
respiro che si faceva sempre più corto e rapido. Non
gl'importava niente di ciò che i suoi uomini potessero
pensare vedendolo attraversare di corsa il cantiere, con il suo
vice che lo inseguiva come un cagnolino impaurito. — Per
Dio, se non ti decidi a...
— É meglio che controlli di persona — disse l'altro, e le
parole gli uscirono spezzettate dai sobbalzi della corsa. —
Ho già allontanato tutti gli uomini della squadra,
assegnandogli qualche altro lavoro. Credo che nessuno,
all'infuori di qualche tecnico, abbia avuto il tempo di
capire...
Ma Dorazzi aveva deciso di non ascoltarlo più. Anzi,
cercò di concentrare l'attenzione soltanto sul ritmico
scricchiolio che gli scarponcini sollevavano dalla ghiaia,
impedendosi di fantasticare perversamente sulle possibilità
di un terribile disastro. Sempre di corsa oltrepassò il
prefabbricato della mensa, quindi attraversò la passerella
metallica che ondeggiava a cinque metri d'altezza,
costeggiando il versante dirupato di una collinetta. Infine
raggiunse il canale in secca che quasi un secolo prima faceva
parte di una complessa rete di comunicazione idrica. Appena
al di là della barriera di cemento eroso, gli sterratori avevano
scavato un avvallamento piuttosto ampio, digradante fino a
cinquanta metri sotto la superficie. Le pareti laterali erano
state rinforzate con cemento armato, mentre quella frontale
presentava una serie di contrafforti metallici che sostenevano
anche le apparecchiature di sondaggio e perforazione. Alla
sua base c'era un'ampia apertura circolare di circa tre metri di
diametro, da cui si accedeva alla camera del primo pozzo.
Fin da quando gli avevano affidato la direzione dei lavori,
Dorazzi non aveva mai capito a chi potesse giovare il
trasferimento del centro di riciclaggio proprio in quella zona.
Naturalmente lo si faceva nell'interesse del Comune, poiché
la città "produceva" una quantità impressionante di rifiuti
solidi e liquidi, il cui riutilizzo avrebbe consentito un
risparmio del 29 per cento nei bilanci di fine anno. Il vecchio
centro risaliva a trent'anni prima, e dal terremoto del '12 era
minacciato da un possibile cedimento del terreno su cui
sorgeva. Con il passare del tempo la costruzione di un nuovo
centro aveva assunto il livello di priorità assoluta, anche
perché le proiezioni sismografiche non prevedevano nulla di
buono per il prossimo futuro. Tuttavia Dorazzi sapeva che
nel sottosuolo di quella zona, venti chilometri a nord della
Città, erano state riscontrate infiltrazioni d'acqua che con
tutta probabilità presentavano ancora tracce di porcherie
radioattive o comunque tossiche. Sulla carta i margini di
sicurezza rientravano abbondantemente nei limiti, ma non si
poteva negare che esistessero siti migliori per la nuova
costruzione, per esempio la piccola depressione situata a
cinque chilometri dal Calderone. Sicuramente i suoi abitanti
avrebbero protestato con forza, ma un buon servizio d'ordine
sarebbe bastato a sistemare ogni cosa. Dopo tutto gli esseri
umani erano meno pericolosi delle scorie. Allora perché
costruirlo proprio lì?
Dorazzi attese qualche secondo prima di entrare nella
camera del pozzo, più che altro per riprendere fiato.
Approfittò della pausa per dare una controllata superficiale
alla grossa guaina isolante che conteneva i circuiti di
pompaggio e di raffreddamento, un lungo serpente nero che
s'insinuava nell'apertura circolare per innestarsi sul quadro di
controllo delle tenie. Nel frattempo Bernie gli passò accanto
per precederlo all'interno e, un attimo dopo, la camera del
pozzo venne inondata da una pioggia di luce uniforme ma
non abbagliante. La cavità artificiale era di forma più o meno
cubica, impregnata di un miscuglio di odori familiari.
Cemento fresco, metallo ossidato, olio minerale e un vago
sentore di stantio. I due diffusori luminosi erano orientati
verso la parete interna, dove la roccia era coperta da una
patina di umidità. L'interfaccia delle tenie era un po' scostata
sulla sua destra, appesa ad un argano: tre tentacoli di
semifibra del diametro di due centimetri che supportavano
all'estremità il nucleo laser. O meglio, avrebbero dovuto
supportarlo.
— E questo che diavolo significa?
Bernie si avvicinò con cautela all'interfaccia e le diede
qualche colpetto con le nocche, come se volesse indicare il
vero colpevole. — Troncate di netto — spiegò, sfiorando
con un dito i monconi delle tre tenie. — Abbiamo completato
per filo e per segno i preliminari e poi abbiamo calato le
apparecchiature nel pozzo. Ho sempre tenuto gli occhi
incollati sui monitor degli scanner, ma non ho notato niente
di anormale. Una frazione di secondo dopo aver attivato le
tenie mi sono accorto che qualcosa non andava...
Sembravano non incontrare resistenza. Sì, lo so, i
coefficienti sono minimi. Ma una prima verifica ha
confermato i miei sospetti: nessuna resistenza. Quando ho
richiamato le sonde... Be', ne avevamo persi novanta
centimetri buoni.
— Persi? — Dorazzi stentava a credergli, anche se il fatto
compiuto era lì davanti a lui. Una volta, in una miniera
giapponese, gli era capitato di "perdere" sci metti di
perforatrice, ruota dentata inclusa. Ma dannazione, allora si
trattava di estrazioni effettuate a distanza di sputo da un
vulcano!
— Gli scanner non registrano niente — ribadì Bernie, che
afferrò un tentacolo di semifibra e ne mostrò la sezione a
Dorazzi. — Nessuna traccia di torsioni o abrasioni. Niente
scorie e neppure tracce di annerimento. Un laser non avrebbe
potuto fare un lavoro tanto pulito.
All'inferno, imprecò tra sé Dorazzi. Ogni volta che Bernie
veniva ad augurargli il buongiorno fuori dalla sua baracca,
gli nasceva sempre il sospetto che quello fosse l'inizio di una
giornata storta. Tuttavia quella mattina non avrebbe mai
pensato che quella sarebbe stata la giornata storta, quella che
in un batter d'occhio spazza via tutte le sicurezze costruite
nel corso di anni. Niente più contratto a tempo
indeterminato, sbattuto fuori dal dignitoso trilocale
dell'Anello interno, pensione, agevolazioni per eventuali
innesti... Tutto svanito come bolle di sapone.
— Qualcuno è già sceso a controllare? — chiese, cercando
di arginare l'ondata di pessimismo in un angolo della mente.
— Come? Oh, no. Come ti ho detto, per non correre rischi
ho subito mandato via gli uomini con una scusa qualsiasi.
Credo che potranno bersi la storia di un guasto ma...
— Passami la torcia, per favore — l'interruppe Dorazzi,
tendendo il braccio.
— Ehi, per caso non vorrai scendere là sotto!
— Avanti Bernie, non fare l'idiota — soggiunse in tono
spazientito. — Non me ne frega niente di ciò che dicono i
tuoi dannati scanner. Voglio avere la coscienza a posto
quando la commissione investigativa verrà a rompermi le
scatole per questa storia, perciò piantala di tentennare e
dammi la torcia.
Bernie si strinse nelle spalle e obbedì con riluttanza.
Slacciò la torcia elettrica dalla cintura e la porse a Dorazzi
cercando di eludere il suo sguardo. — Potrebbe essere
pericoloso — azzardò.
Dannazione, credi forse che non lo sappia? Quindi afferrò
la torcia e cominciò a scandagliare il fondo del pozzo con il
cono di luce gialla, e si sedette sull'orlo per prepararsi a
saltare.
— Va' a prendere una scaletta per tirarmi fuori — disse, e
nello stesso istante si lasciò cadere.
Un minuto dopo Bernie rientrò con la scaletta. Ma non
c'era più nessuno da recuperare.
1

Da circa mezz'ora Mizzy Sodano era indeciso se restare in


piedi o seduto. Quando si lasciava sprofondare nella
poltroncina girevole avvertiva immediatamente un
formicolio ai piedi che si estendeva gradualmente in tutto il
corpo, rendendogli impossibile tenere ferme le mani sul
piano della scrivania. Allora si rialzava di scatto, mandando
la poltroncina a cozzare contro la parete. Ma la nuova
posizione non era migliore della precedente. Adesso gli
sembrava che gambe e braccia fossero escrescenze superflue
del corpo che gli ostacolavano i movimenti, mentre lui aveva
una gran voglia di muoversi, di fare qualcosa. Qualsiasi cosa.
Ricorrere a qualche calmante era una soluzione che lo
tentava da quando aveva messo i piedi giù dal letto, ma
aveva preferito resistere, perché sapeva che negli ultimi
tempi aveva un po' esagerato con le pillole. Dieci grammi al
giorno di quella roba Io facevano sentire una creatura
angelica che cammina ad una spanna dal suolo, ma c'era lo
svantaggio che dopo una settimana le attività cerebrali
cominciavano a sfasarsi rispetto alla realtà. E l'ultima cosa
che lui si augurava in quei giorni era proprio uno stato di
"rimbambimento a singhiozzo" che gli avrebbe impedito di
capire la differenza fra una domanda e una risposta.
Questa attesa mi uccide, pensò, grattandosi la fronte per
alleviare un prurito inesistente. Dovrei concentrarmi sul
lavoro. Magari su un oggetto qualsiasi, come fanno quei
fanatici indoqualcosa. Entrare in sintonia con il mondo
esterno, cavalcare le sue pulsioni armoniche per spurgare la
mia coscienza. Sodano incurvò leggermente le labbra in un
sorriso amaro e si avvicinò alla finestra semi-polarizzata. In
fondo pensare a fesserie del genere era un modo come un
altro per ammazzare il tempo.
All'esterno il cristallo era rigato di pioggia. Migliaia di
goccioline che attendevano un incremento di massa per poter
scivolare sul davanzale, dove avrebbero perso la loro
identità, trasformandosi in un sudicio rivoletto che Sarebbe
stato inghiottito dalla rete fognaria. Sembrava che tutte le
cose più innocue e indifese fossero veramente destinate alle
fogne. D'altra parte non occorreva un grande sforzo di
fantasia per cambiare i soggetti di quel microdramma che
esisteva soltanto per chi lo voleva vedere: centinaia o
migliaia di funzionari del Komm che come tante piccole
cellule autocoscienti finivano nella grande sentina della
pubblica amministrazione...
Potenza della metafora. Ma forse sto esagerando, si disse,
passando un dito sull'alone di vapore condensatosi sul
cristallo. Eppure lui non si considerava tanto cieco o ingenuo
da non capire quando le normali pressioni degli organi
superiori cominciavano a trasformarsi in qualcosa di più
asfissiante, come una morsa che ogni giorno veniva stretta di
un giro. Undici anni di totale dedizione a un lavoro in cui
continuava a credere non dovevano esimerlo dal criticare il
"sistema". Ciò non significava sputare nel piatto in cui
mangiava, bensì cercare di migliorare il menu. Dopo tutto, le
entità astratte erano da sempre l'alibi più efficace quando le
cose non andavano per il verso giusto, visto che qualcuno
continuava a credere che non fosse buona educazione
puntare l'indice e trovare nome e cognome di un
responsabile.
Sodano valutò per un istante il polpastrello umido, poi
decise di averne abbastanza del grigio panorama del Cerchio
che si estendeva oltre il rettangolo della finestra, un quadro
di cemento e plastivetro qua e là punteggiato dal verde delle
fronde striminzite e rigorosamente geometriche di
tecnoalberi, prodotti e commercializzati dal Dipartimento
Ecologico.
Girandosi, lo sguardo gli cadde sul video che spuntava dal
deposito di dossier e rapporti in cui si era trasformata la sua
scrivania. Le sequenze di finestre colorate sciorinavano
grappoli di informazioni codificate, provenienti dai distretti
periferici e non operativi del Dipartimento di Sicurezza. La
sfilza di dati era tanto lunga quanto monotona, due qualità
che sembravano tendere all'infinito. Un sistema di priorità —
e sei tecnici per turno — gli permettevano di estrapolare
soltanto l'essenziale, ma anche così non era facile coordinare
quel marasma di dati.
Il segreto sta nella concentrazione, si disse, ma un angolo
della sua mente continuava a pensare lungo altre linee. Un
segretario del Dipartimento era un pesce ancora troppo
piccolo per sedere al tavolo con i Master. Come se lui non
fosse in grado di esprimere opinioni qualificate. Ma quella
punta di rancore che sentiva crescere dentro di sé era in parte
attenuata dal fatto che era qualcun altro ad esporsi al fuoco
di fila dell'Esecutivo. Non gli era difficile immaginare
Franco Rigueras che tentava di proteggersi dietro alle sue
scartoffie, nella speranza che qualcuno si decidesse ad
allentare quella maledetta morsa. «Il vostro Dipartimento
non ha niente da temere», avevano assicurato durante la
riunione plenaria del mese scorso. «Purtroppo sarà
inevitabile un taglio ai finanziamenti, ma un'accorta gestione
dell'apparato, le sinergie e via dicendo non vi impediranno di
conseguire i brillanti risultati che vi hanno sempre
contraddistinto».
Figli di puttana! Sodano avrebbe anche potuto accettare
una semplice decurtazione dei fondi, ma sospettava che le
manovre della Giunta avessero un secondo fine che non era
ancora riuscito a decifrare. Perché diavolo continuavano a
ficcare il naso in affari di competenza esclusiva della
Sicurezza?
Sodano lanciò un'altra occhiata all'orologio, la quarta in
dieci minuti. Dannazione, Rigueras. Dove cavolo sei finito?
— Sergente Mondi — chiamò, pigiando rabbiosamente il
pulsante del visicom. — Controlli se la riunione del
Coordinamento è ancora in corso. Per favore.
— Sì signore — rispose la voce femminile. Il tono
professionale del sergente Moridi pretendeva di nascondere
l'intimità dei loro rapporti, anche se tutto il Dipartimento
sapeva che andavano a letto insieme e che entrambi se ne
facevano un problema.
— Signore — riprese la voce, sostituendosi al ticchettio
dei tasti della console. — La riunione si è conclusa mezz'ora
fa. Devo cercarle il Capo Dipartimento?
Annie, tesoro. Ho sempre adorato la tua capacità di
leggermi nel pensiero, ma certe volte riesci proprio a darmi
sui nervi, sai?
— No, non importa. Grazie, sergente. — Clic.
Ed eccomi qui ad aspettare che qualcuno mi dica che cosa
devo fare.
Sodano tamburellò con le dita sul plico di scartoffie e
oloware in precario equilibrio che veniva chiamato
convenzionalmente — e a quel punto eufemisticamente —
"pratiche urgentissime". Nonostante la loro consistenza,
provò a calcolare il tempo che avrebbe impiegato per
sciropparsele, ma per sua fortuna venne salvato dalla
nuvoletta di fumo azzurrognolo che annunciava la presenza
di Franco Rigueras. Gli bastò un'occhiata al volto largo, dalla
carnagione scura e segnato da profonde rughe per capire che
non c'era da stare allegri.
Il Capo Dipartimento lasciò cadere la valigetta sulla
poltroncina e si strofinò le palpebre, quasi dimenticandosi
del sigaro che teneva fra i denti. Sodano ebbe l'impressione
che Rigueras si fosse ripiegato all'interno del suo completo
blu, aderente, come se all'improvviso si fosse ritrovato con
una ventina d'anni in più sulle spalle. O avesse subito la più
vergognosa delle umiliazioni. Dopo una decina di secondi di
imbarazzante silenzio Sodano non riuscì a trovare di meglio
che muovere qualche passo verso il suo superiore e tirare un
profondo sospiro.
— É andata anche peggio di quanto pensassi — esordì
Rigueras. Lo sguardo dei suoi occhi neri e infossati
sembrava attraversare la materia solida per poi dilatarsi in un
orizzonte vuoto, obbediente soltanto alla relatività generale.
— Ci hanno tagliato le vene? — azzardò Sodano,
recuperando da un cassetto una bottiglia d'idros arricchito,
gelosamente conservato per i fugaci momenti d'intimità con
il sergente Moridi. Ne versò un bicchiere e lo porse a
Rigueras con un gesto impacciato. Non era mai stato molto
bravo a consolare le persone, tanto meno dopo quattro anni
passati a scovarne i punti deboli con cui incastrarle.
Rigueras lo accettò distrattamente, forse per trovare le
parole giuste sulla superficie di tre dita d'alcol
d'importazione. — Non solo quelle — disse alla fine,
sbuffando altro fumo. — In realtà non è stata una riunione
finanziaria. Anzi, il Master al Bilancio non si è neppure
degnato di presentarsi. Ha mandato uno dei suoi tirapiedi a
leggere il testo della delibera che approveranno dopodomani,
e di tutto il resto se n'è altamente fregato. Se proprio lo vuoi
sapere, si è trattato di una cerimonia sacrificale. Dovevano
per forza trovare un capro espiatorio per giustificare le falle
della loro amministrazione, e ad essere sinceri non si sono
sforzati granché per trovarlo. — Inspirò una lunga boccata
dal sigaro, vuotò d'un fiato il bicchiere e poi esalò il fumo,
lentamente, come se si trattasse di una nuova pratica yoga.
— E ovviamente saresti tu.
Rigueras annuì allargando le braccia, ma era un gesto che
non ostentava rassegnazione, perché quel tozzo sessantenne
un po' stagionato non sapeva cosa volesse dire gettare la
spugna. Anzi, sembrava quasi che provasse un malcelato
piacere ad affrontare le grane più spinose, tanto che in lui si
poteva sospettare qualche latente inclinazione al
masochismo. Ma ad un tratto la solida convinzione di
Sodano parve incrinarsi. E se invece questa volta l'avversario
fosse troppo forte?
— Non riesco proprio a capire cosa stia succedendo,
Mizzy — proseguì l'altro, sprofondando nella poltroncina
con lo stesso sollievo di chi non dorme da due giorni. Un
grumo di cenere gli cadde sui pantaloni, ma lui non se ne
accorse. — Sarà la vecchiaia. Magari qualche cellula
impazzita che mi rode il cervello... Ma uno che ha rifiutato i
servizi della Clinica non ha niente da recriminare. Ben mi sta
e basta, no?
Sodano buttò giù una sorsata d'idros e sbatté il bicchiere
sulla scrivania con un gesto incontrollato, dando sfogo alla
tensione che aveva accumulato nelle ultime ore. — Balle!
Stai dicendo un sacco di stronzate, Franco. Da come ti
conosco so benissimo che mi stai prendendo per i fondelli.
Nel tuo vocabolario non è mai esistita la parola vittimismo.
— La questione dei fondi l'abbiamo già discussa cento
volte, e sappiamo entrambi che non possiamo farci niente.
Adesso però ammazzano un capo settore, una mezza tacca
del panorama politico, e all'improvviso l'Esecutivo solleva
un polverone incredibile e pretende che gli troviamo
l'assassino dall'oggi al domani. Poi solleva un sacco di
eccezioni al nostro modo di procedere, avanzando perfino
velate minacce nel caso ci venisse in mente di fare le cose,
come dire... Con troppo zelo. D'accordo, accettiamo anche
questo. Poi ne ammazzano un altro, ed è come se qualcuno si
sia messo a dare bastonate ad un vespaio... Anche un
bambino sospetterebbe che i due omicidi possono avere una
matrice comune, e che dietro ci sia qualche pezzo grosso del
Cerchio.
— Il Master alla Sicurezza è il primo a darci contro...
— Già. Tuttavia non sono tanto stupidi da togliermi
ufficialmente i due casi. Per ottenere lo stesso risultato non
hanno dovuto far altro che spedirmi su Ringfarm. Lo shuttle
parte questa sera.
Sodano trasalì, e per un istante credette di veder
scomparire il pavimento sotto i piedi. — Di tutte le idiozie...
— Qualche genio dell'Amministrazione ha creduto di
scorgere un nesso fra l'uccisione del secondo capo settore e i
disordini che sono scoppiati nella sua azienda alimentare,
appunto su Ringfarm. Io non lo credo affatto ma, come ho
detto, è un modo elegante per togliermi dai piedi.
— Quanto resterai lassù? — chiese Sodano, sperando che
il tono di voce non tradisse tutta la sua apprensione. Non era
piacevole scoprire tutto ad un tratto di aver assunto la
direzione del Dipartimento.
— Temo che dovrai arrangiarti da solo almeno per un
mese — disse, forzando un sorriso. — E non fare quella
faccia. Se penso a come la prenderà mia moglie... Be', non
voglio che il mio vice si comporti allo stesso modo. Quindi
smettiamola di frignare tutti e due e vediamo di sistemare le
cose per la mia partenza.
Rigueras passò nel suo ufficio e cominciò a rovistare fra i
raccoglitori di oloware. Alla fine decise di mettere in valigia
alcuni cubi e delle scartoffie raccattate qua e là. Sodano lo
osservò in silenzio, in piedi accanto alla porta, incapace di
indovinare lo stato d'animo del suo superiore. Era chiaro che
il Capo Dipartimento aveva accusato il colpo, ma c'era
qualcosa nel suo comportamento che lo rendeva perplesso.
In circostanze analoghe Rigueras avrebbe dato in
escandescenze, dispensando minacce un po' a tutti. La sua
rabbia sarebbe sbollita dopo pochi minuti, ma era il segnale
inequivocabile che qualcosa gli stava già frullando in testa.
Adesso invece... Niente.
— Non ho neppure il tempo per passare a salutare Olga —
disse, ricontrollando il contenuto della valigia. — Dovrò
farlo dallo shuttle, dannazione.
— Franco — l'interruppe Sodano. — Non ti sembra che
dovresti lasciarmi uno straccio di istruzioni? Oppure hai
deciso di piantarmi m asso con quei mangiascartoffie?
Rigueras sigillò la valigia e riaccese il sigaro con una
procedura più meticolosa del solito.
— Tu non mi ascolti affatto, vero?
— Uh? No, temo di no. Scusami, in realtà stavo pensando
al check-up preliminare. Dicono che i non innestati hanno
sempre dei problemi a gravità zero, e io non voglio restarci
secco, su Ringfarm.
Sodano scrollò le spalle. — Se la squadra medica ti
giudicherà un piantagrane, ti applicheranno un ipno-
induttore succlavio. Fa male come la puntura di una zanzara,
ma poi ti sembrerà di stare ad abbronzarti su un materassino
gonfiabile al centro di una piscina. E adesso, per favore, vuoi
darmi una risposta?
Rigueras annuì, forse dissimulando una smorfia di
compiacimento. — Non c'è molto da dire per le indagini dei
due omicidi. Basterà che ti comporti secondo le normali
procedure, usando magari una maggiore discrezione. D'altra
parte ho promesso a me stesso di chiamarti ogni giorno da
Ringfarm, a meno che non vogliano addebitare il costo delle
chiamate sul mio conto personale... Comunque c'è un'altra
faccenda di cui dovrai occuparti, in un certo senso anche più
delicata. Questa mattina — s'interruppe per passare dietro la
scrivania dove, tramite la console, attivò il campo subsonico
che escludeva dalla conversazione eventuali ficcanaso.
Sodano decise di non perdersi una sola sillaba. — Questa
mattina, dicevo, prima di salire in ufficio ho incontrato la
moglie di Shuster.
— Master Shuster?
— Esatto. La donna mi ha confidato che da alcune
settimane suo marito riceve delle minacce di morte, ma lui
non sembra molto preoccupato. Shuster è uno di quelli della
vecchia guardia, uno di quei tipi tutti d'un pezzo che
possiedono un'eccessiva fiducia nei propri mezzi e nelle
istituzioni; è facile immaginare che andrebbe su tutte le furie
se venisse a sapere che sua moglie me ne ha parlato. In
fondo non ha tutti i torti, perché se un politico si
preoccupasse di tutte le minacce che riceve sceglierebbe di
fare il contadino su qualche colonia. Ma vista l'aria che tira
in questi giorni non me la sento di ignorare i timori di Frau
Mary Ann.
— D'accordo, gli assegnerò una scorta. Troverò senz'altro
un paio di uomini qualificati...
Rigueras sospirò. — Niente da fare. Se chi sta
minacciando Shuster è lo stesso individuo che ha ammazzato
i due capi settore, allora è meglio ingaggiare qualcuno
estraneo al Dipartimento. Non credere che l'Esecutivo si
accontenterà di allontanarmi dal Komm. Puoi star certo che
in questo momento il Dipartimento pullula di gente con le
orecchie bene aperte.
Sodano cercò di ignorare il formicolio che si stava
estendendo alla base della nuca. Pescò una sigaretta dal
contenitore umidificato e si dimenticò di accenderla. —
Come vuoi — disse. — Suppongo che tu sappia già chi
ingaggiare.
— Per il momento ti basterà una sola persona. Ahram Lee
Coxie. L'ho perso di vista da qualche anno, e sono sicuro che
farà un sacco di storie prima di accettare l'ingaggio. Quindi ti
avverto di avere dei buoni argomenti, quando andrai a
proporglielo.
— Sarò io ad andare da lui?
Rigueras si lasciò sfuggire una risata secca. — Temo
proprio di sì, Mizzy. D'altra parte sarà già un problema
beccarlo.
Sodano continuava a non capire cosa diavolo avesse di
tanto speciale questo Coxie, né perché Rigueras si fidasse
tanto di lui. Sulle prime quel nome gli sembrava un insieme
di sillabe senza senso, ma a poco a poco cominciò ad
associarsi ad una fisionomia conosciuta, se non proprio
familiare. Per spazzare ogni dubbio non c'era che una cosa
da fare.
Sodano si affiancò al capo Dipartimento per digitare il
nome sulla console, ma l'unica risposta fu un perentorio
FILE INESISTENTE: RIPROVO?
— Che cosa significa?
— Né più né meno quello che c'è scritto. Non esiste alcun
file con quel nome. Almeno non in questo archivio.
— Credevo che non ci fossero segreti fra noi due — disse
Sodano, con un'espressione priva di ogni risentimento.
— Infatti — confermò l'altro. — La nostra collaborazione
funziona perché non abbiamo alcun segreto professionale da
nasconderci. In questo caso, però, la professione c'entra solo
fino ad un certo punto.
Sodano si sentì punzecchiare da una curiosità quasi
morbosa, come se stesse per scoprire che questo Coxie fosse
un suo figlio illegittimo, una sorta di anima traviata che
senza l'ala protettrice del padre sarebbe incappato nelle
maglie della giustizia... Fortunatamente Rigueras gli voltò le
spalle per riaprire la valigia, così non potè scorgere
l'espressione divertita che gli era passata sul volto.
— Il mio archivio personale non è annidato in nessuna
parte della rete — spiegò, giocherellando con un olocubo. —
Di questi tempi affidarsi ai network è come raccontare le
proprie storie a tutto il sistema. — Inserì il cubo nel lettore
indipendente e digitò una serie di codici che richiamarono
una sequenza di dati sul display. — Ecco, questa è la scheda
di Coxie. Una parte, almeno.
Durante i cinque secondi successivi Sodano non riuscì a
tradurre in parole il suo sbalordimento. — Santo cielo! —
esclamò alla fine.
— Già, una fedina penale invidiabile, vero? Più che altro
si tratta di reati minori...
— Un cavolo. Una decina di reati contro il patrimonio,
possesso di droghe d'importazione, risse aggravate, senza
contare le imputazioni per omicidio...
— Sempre assolto per insufficienza di prove.
Grazie a papà Rigueras, aggiunse mentalmente. — Perché
diavolo dovremmo ingaggiare un fottuto criminale?
— Ho detto che di lui posso fidarmi almeno quanto mi fidi
di te o di me stesso. E poi è l'occasione buona per saldare un
vecchio debito.
Sodano non riuscì a digerire il fatto di essere stato
paragonato a un criminale, ma non poteva opporsi in nessun
modo alle decisioni di Rigueras. — Non ti sembra di aver già
fatto abbastanza per questo tizio? — chiese. — Scommetto
che se non fosse per te si troverebbe su qualche schifosa
colonia già da un pezzo.
Lo sguardo del Capo Dipartimento gli fece capire che non
era il caso di insistere. Al diavolo, dopo tutto Rigueras non
poteva essere impazzito all'improvviso. — E va bene, dove
lo trovo questo angioletto?
— Fino ad un mese fa era domiciliato nel Calderone. Le
ultime notizie dicono che si sta occupando di qualche affare
più o meno pulito in Periferia. In genere si occupa di
"recuperi"... Sì, insomma, di persone scomparse. Per questo
ti consiglio di...
In quel momento sul visicom apparve il volto del sergente
Moridi, e Sodano notò subito la sua espressione scocciata. —
Signore, i sergenti Dunskij ed Elver insistono per
accompagnarla immediatamente allo spazioporto. Ho fatto
presente che manca ancora un'ora ma... Ehi, Dunskij, dove
credi di andare?
Un attimo dopo il sergente si affacciò alla porta del Capo
Dipartimento, nel classico atteggiamento del militare io-
obbedisco-e-basta. — Signore, il Coordinamento la vuole
subito allo spazioporto. Io attendo qui fuori. La prego di...
— D'accordo, d'accordo. Ho capito accidenti! — Rigueras
fece sparire l'olocubo nella valigia e diede un'ultima occhiata
in giro per l'ufficio. — Arrivederci, Mizzy — lo salutò,
stringendogli la mano. Quindi si avviò verso la porta. — Ti
auguro buona caccia. Ah, ti consiglio di portare i nostri due
zelanti sergenti quando andrai a trovare chi sappiamo.
Gli strizzò l'occhio, quindi sparì chiudendosi la porta alle
spalle.
Nello stesso istante Sodano si accorse che mai come in
quel momento l'ufficio gli era apparso così vuoto.
2

I passi si avvicinavano.
Coxie li sentiva sopra di sé, scricchiolanti sull'impiantito
di legno cedevole. Sapeva che erano in tre a dargli la caccia:
li stava aspettando là sotto da più di cinque minuti, anche se
per tutto il tempo aveva sperato che quei pivelli perdessero le
sue tracce, perché non sarebbe stato molto salutare
affrontarli in quello scantinato senza vie d'uscita. Adesso non
poteva fare altro che muoversi nell'oscurità, sguazzando il
meno rumorosamente possibile nello strato di melma fetida
che gli arrivava abbondantemente sopra le caviglie.
Con prudenza cominciò a mettere un piede davanti
all'altro, cercando di non pensare alle cose che potevano
infiltrarsi nelle scarpe insieme alla melma.
Povero piccolo, pensò, stringendo ancor più a sé la
creaturina che non doveva avere più di due anni, infagottata
in un sudicio telo impermeabile. Il visetto malaticcio aveva
un'espressione sofferente anche sotto l'effetto di un
narcotico. É una fortuna che tu sia svenuto. Almeno non
puoi sentire questa puzza di cadavere. E poi... Ecco, si sono
fermati. Stanno parlottando fra loro per decidere come
beccarmi.
Quel pensiero gli strappò un mezzo sorriso. Non c'era altro
modo di scendere là sotto se non attraverso una scaletta
arrugginita e traballante, e questo era un piccolo vantaggio
che aveva sui tre bastardi. Almeno sapeva da dove avrebbero
cominciato a cercare.
— Ehi! — sentì gridare con una voce stridente che cadde
giù dalla botola come una manciata di sassolini. — C'è del
sangue, qui!
Oh merda! Si era quasi dimenticato del bruciore che
sentiva al fianco destro, lanciandogli ritmicamente delle fitte
terribili in tutto il corpo. Meno di mezz'ora prima era riuscito
a raggiungere il vecchio molo dopo aver sottratto il bambino
alle grinfie dei rapitori, giù alle Pietraie, ma non aveva
previsto una reazione così immediata. L'avevano sorpreso
proprio mentre usciva allo scoperto da alcuni magazzini
abbandonati, sparandogli a bruciapelo, e nella concitazione
del momento non era neppure riuscito a capire se a colpirlo
fosse stato un proiettile o un raggio ustionante.
Be', adesso lo so.
Uno dei tre cominciò a scendere la scaletta. Lo sentiva
ansare come un mantice, perché i furbastri si erano fatti una
bella corsa per raggiungere il ponte più vicino, passare
dall'altra parte e risalire fino al punto in cui lui aveva
attraversato a nuoto il fiume, tirandosi dietro per i capelli il
corpicino di quel povero disgraziato. A conti fatti i killer
dovevano essere esausti almeno quanto la loro preda e...
Splash.
— Dannazione, qui sotto è tutto allagato!
— Va' avanti e sta' attento — replicò un'altra voce da
sopra. — Vedi altre uscite?
Qualche secondo di silenzio. No che non ci sono altre
uscite, stronzo. Solo un ampio sotterraneo, suddiviso da una
duplice fila di pilastri che contro tutte le apparenze
continuavano ad impedire che l'edificio crollasse su se
stesso, come un budino scodellato da uno stampo troppo
alto.
— Non si vede un accidente, ma sembra di no. — Pausa.
— No, se è qui sotto è fregato.
Ehi, ragazzi! Lasciatemi almeno una possibilità! In fondo
non siete che tre pivelli, no? Perché non mi avete fatto secco
con una carabina, là al molo? Troppo fiduciosi o troppo
spiantati per pagarvi degli innesti. O semplicemente troppo
stupidi.
Coxie scoprì che nel lato opposto alla scaletta c'era un
cumulo di vecchi sacchi di plastica, parzialmente sbriciolati
dall'assalto dei ratti. Ne controllò la consistenza e vi adagiò il
bambino in modo che non soffocasse o finisse annegato in
quella spanna di melma. Naturalmente sarebbe stato il primo
posto dove i killer avrebbero ficcato il naso, ma non aveva
altra scelta se voleva avere le mani libere e contare su un
minimo di sorpresa per liberarsi di quei tre.
Un altro sciacquio gli disse che adesso lo scantinato
cominciava ad affollarsi. Allora decise di spostarsi verso la
parete di destra, rasentandola a tastoni fino al punto più
vicino alla botola che gli garantisse una certa copertura. Ma
quando giunse a mezzo metro dal pilastro — Aaargh! — si
sentì stroncare da una fitta lancinante al piede sinistro. Nel
piede sinistro.
Il dolore lo fece piegare in due, costringendolo ad
afferrarsi la caviglia con entrambe le mani. Adesso le voci
dei killer erano solo un vago borbottio che gli ronzava nella
mente.
D'istinto sfregò la mano sul collo del piede, come se un
semplice massaggio bastasse a risolvere il problema, ma il
risultato fu di graffiarsi il palmo con la punta di un chiodo
arrugginito. Penosamente, tentò di sollevare il piede, ma il
chiodo resisteva.
Negli istanti successivi cercò freneticamente la posizione
migliore e meno dolorosa per bloccare la perfida tavola sotto
il piede libero, e quando l'ebbe trovata diede un brusco
strattone verso l'alto. Mentalmente vide la ruvida superficie
cilindrica del chiodo che si sfilava dal metatarso con lentezza
impietosa, e gli parve perfino di udire un raschiante
scricchiolio di ossa, subito sommerso da esplosioni di dolore
che gli bombardavano il cervello.
Dopo cinque secondi di supplizio si costrinse a
convincersi che il peggio era passato.
Adesso però doveva sbrigarsi.
Disseppellì la tavola chiodata dalla fanghiglia, un pezzo di
legno fradicio ma ancora abbastanza solido. In altre
circostanze avrebbe desiderato più di ogni altra cosa
fracassarla sul cranio di chi l'aveva dimenticata là sotto, ma
adesso si sarebbe addirittura concesso uno slancio di
gratitudine nei confronti del responsabile. Dopo tutto, quella
poteva essere un'arma preziosa.
Si ripulì le mani e un'estremità dell'asse con un lembo
della camicia e avanzò di qualche passo verso il cono di
penombra che pioveva dalla botola. Il dolore lo faceva
zoppicare come se avesse una gamba fratturata, ma l'NC
preordinato al controllo degli arti inferiori gli impediva di
stramazzare a faccia in giù nel fango.
— Ha lasciato qui il bambino! — gracchiò quello in
avanscoperta.
— Date ancora un'occhiata in giro — disse il terzo killer,
che era rimasto di sopra. — Se becchiamo il bastardo, tanto
meglio. L'importante è recuperare il marmocchio.
Coxie li sentì borbottare qualcos'altro, poi lo sciacquio dei
passi avanzò nella sua direzione. Intanto la melma gelida
cominciava ad infiltrarsi nello stivaletto e nella ferita con un
effetto abrasivo che avrebbe finito per paralizzare i sensori e
i microcircuiti dell'equilibrio. Non correva pericoli
d'infezione — se non per il graffio alla mano — ma adesso il
dolore stava assumendo una consistenza solida e fin troppo
reale. Se fosse rimasto nel fango ancora per qualche minuto,
l'NC sarebbe impazzito fino a bloccarlo come una statua.
Rifiutando la prospettiva di finire come carne da macello,
Coxie attese che il primo killer salisse la scaletta, impacciato
dal corpo del bambino. Nel frattempo l'altro lanciò ancora
un'occhiata nella semioscurità.
Adesso il tizio con il bambino era a metà della scaletta,
ostacolando la visuale al compare che lo attendeva di sopra.
Con un balzo che gli costò una fitta tremenda, Coxie si
scagliò sull'uomo di retroguardia nel momento in cui gli
voltò le spalle, e non potè trattenere un gemito quando il
piede martoriato batté in un ostacolo duro, sepolto dal
liquame, che gli fece perdere l'equilibrio. Ma prima di
rovinare nella fanghiglia riuscì a sferrare un colpo
all'avversario, e le vibrazioni che dal legno si trasmisero alle
sue mani gli dissero che il chiodo aveva trapassato l'occipite.
Poi ci fu il tonfo, seguito da quello del corpo che si
afflosciava al suo fianco.
Con un conato sputò acqua sudicia e cominciò a sondare il
pavimento in cerca della pistola.
Mentre le sue dita artigliavano il calcio dell'arma, il tizio
sulla scaletta aveva passato il bambino al compare per
estrarre una lanciaraggi. Lo vedeva chiaramente, stagliato
contro la debole luminosità che filtrava dal piano superiore.
Tirò il grilletto. Due volte. Gli spari di quell'arma
rudimentale riempirono lo scantinato come un giudizio
divino e poi, senza un grido, anche il secondo killer
condivise la sorte del primo dopo un tuffo di un paio di
metri.
Ma non era ancora finita.
3

Coxie si arrampicò sulla scaletta, e lo slancio lo fece


rotolare oltre la botola, sulle assi del pavimento. Non
riusciva a capire quale parte del corpo fosse ancora illesa, ma
fu comunque un sollievo abbandonare lo scantinato. Adesso
che si trovava all'asciutto, i suoi polmoni potevano dilatarsi
al massimo per incamerare dell'aria relativamente pura. La
luce del tardo pomeriggio gli ferì gli occhi quando usci sul
terrazzo che si affacciava sul fiume, di fronte alle strutture
scheletriche di un'acciaieria abbandonata. Lo spiazzo sul
retro era invaso da ciuffi d'erba elastica e tentacoli di rovi
anneriti dal gelo. Sul fondo c'era un'altra scala di metallo
pesantemente intaccata dalla ruggine.
Capì subito da che parte fosse andato l'ultimo rapitore.
Sulla riva non c'erano imbarcazioni ormeggiate, perciò il
bastardo poteva soltanto cercare un rifugio in Periferia, dove
ben difficilmente sarebbe riuscito a stanarlo. Non in quelle
condizioni. Ma tra la Periferia e il lungofiume si
frapponevano cinque chilometri di brughiera accidentata che
non avrebbe offerto molte vie d'uscita a qualcuno che, per di
più, doveva portarsi dietro un bambino. Se soltanto l'NC
avesse resistito...
Invece la gamba sinistra andò in tilt. Il ginocchio si bloccò
proprio in cima alla scala. Il piede s'infilò fra due gradini, e
lo slancio della corsa lo mandò lungo e disteso fra la
sterpaglia che infestava la carreggiata dell'antica statale,
coprendolo di escoriazioni.
Dopo qualche secondo si rialzò con penosa lentezza,
sfogando il dolore e la rabbia con una lunga serie di
imprecazioni. Gli sembrava che la scarpa sinistra non
riuscisse più a contenere ciò che aveva dentro, e che prima o
poi sarebbe esplosa insieme al suo piede.
Merda, c'ero quasi riuscito, pensò, consapevole che anche
le ultime speranze si stavano ormai azzerando.
All'improvviso il rumore di un elicottero lo riportò ad un
altro ordine di problemi. Che cosa sarebbe successo se la
polizia l'avesse trovato là fuori, incrostato di fango, con una
gamba fuori uso, una ferita al fianco e un vecchio revolver
ancora caldo?
Ma l'elicottero descrisse un ampio giro ad un chilometro di
distanza e poi si allontanò verso il Cerchio. Trenta secondi
dopo Coxie era dall'altra parte della statale, ma gli occorsero
cinque minuti per raggiungere un'area di servizio fantasma
che stava letteralmente cadendo a pezzi.
Non riuscì a trattenere un sogghigno quando sul retro, fra
ciò che restava dei gabinetti e una muraglia di rampicanti
spinosi, scorse lo scintillio della carrozzeria di un lussuoso
autovan marrone, un due posti semiblindato, fornito di tutti
gli optional immaginabili.
Proprio in quel momento si aprì la portiera posteriore da
cui spuntò un uomo attempato. Era furibondo. E anche in
mutande.
— Maledetta! — ringhiò, tamponandosi il torace forse con
la sua stessa camicia. — Vieni subito fuori, cagna! Fuori
dalla mia auto!
Il tizio afferrò la donna per i polsi, trascinandola fuori
dell'abitacolo senza tanti complimenti. Per un istante Coxie
credette che il vecchio stesse per avere un infarto, ma la
bruna dai tratti vagamente asiatici sembrava del tutto
impermeabile agli insulti e alle minacce. La sua unica
reazione fu incrociare le braccia sul seno nudo e appoggiarsi
all'auto.
— E io che credevo... Sci soltanto una puttana da due
soldi, e anche una bugiarda schifosa! Tu e la tua Lady
Comecavolosichiama. Ma adesso vedrai come... — Il
vecchio si mise a rovistare nelle tasche dei pantaloni che
aveva lasciato sul sedile di guida.
Non ci voleva molta fantasia per capire che si trattava di
un cliente insoddisfatto, probabilmente di un fottuto purista
che aveva appena scoperto di essere stato fregato con
un'innestata.
Coxie lasciò il nascondiglio e zoppicò verso i due. Come
aveva previsto, la donna non batté ciglio quando lo vide
spuntare dietro il muretto dei gabinetti. L'altro invece
sembrava spaventato a morte. Si agitava come un
indemoniato, ma in definitiva era un tipo innocuo. Si limitò a
sferrargli un colpo alla nuca, rischiando di perdere
l'equilibrio.
Il vecchio giaceva a terra supino, svenuto. Appena sotto la
clavicola destra aveva un lungo sfregio che continuava a
sanguinare, mentre il ventre pronunciato presentava
numerosi graffi meno profondi. In tutta fretta Coxie
s'impossessò della piccola pistola laser che il vecchio aveva
lasciato cadere e la puntò contro la donna.
— Senti, io... — cominciò lei, senza scomporsi. Aveva i
capelli neri e lisci che le arrivavano alle spalle, occhi un po' a
mandorla anche più scuri, mentre il portamento era quello di
una modella d'oltreoceano. Coxie notò che anche lei era
leggermente ferita al seno, ed il suo sangue era rosa pallido.
Un'innestata. Su una guancia portava i segni bluastri di un
morso.
— Non m'importa niente di quello che stavate facendo,
chiaro? — gridò. — Voglio solo la vostra auto, perciò
scostati e non farmi perdere altro tempo!
La donna inclinò la testa di lato e tentò perfino di
sorridere. — Lasciami almeno i vestiti — disse, indicando
l'interno dell'auto.
Tenendola sotto tiro, Coxie le recuperò gli indumenti e
glieli gettò ai piedi, quindi arrancò al posto di guida.
Addio, bellissima, pensò tra sé. Fanne pure ciò che vuoi
del vecchio porco.

Riprendersi il bambino non fu un grosso problema.


Mancavano ancora più di due chilometri alla barriera
rocciosa che separava la brughiera dalla Periferia quando
raggiunse l'ultimo killer, sfiancato dalla corsa e dal peso
morto che si trascinava sulle spalle.
Coxie lo affiancò a velocità moderata come un comune
cittadino che rientrasse nell'abitato passando dal lato est,
quindi sterzò bruscamente per tagliargli la strada. L'uomo
rotolò a terra, tramortito, e il bambino andò a finire fra i
cespugli. Adesso il piccolo emetteva un piagnucolio
soffocato, agitando braccia e gambe per liberarsi del telo
impermeabile. Non oppose resistenza quando Ahram lo
prese in braccio per portarlo al riparo delle rocce.
— Adesso sistemiamo il nostro amico — disse, sperando
che il tono fosse abbastanza rassicurante. — Poi ti porto da
papà e mamma, d'accordo?
Assurdamente, gli sembrò che il piccolo avesse annuito,
come se fosse consapevole di ciò che stava accadendo. Con
un brandello di camicia più o meno decente gli pulì il naso e
poi gli fece cenno di starsene lì buono ad aspettare: un gesto
d'intesa che serviva soltanto a lui, visto che non aveva mai
avuto familiarità con i bambini.
Il killer, un uomo di media statura e piuttosto muscoloso,
giaceva accartocciato fra gli sterpi, con una guancia che
premeva su un groviglio di rovi. A pochi centimetri dalla
testa c'era una pozza di sangue, e la carotide non rispondeva.
Tanto peggio, tanto meglio, pensò, sentendosi in qualche
modo sollevato. Non gli era tanto facile eliminare qualcuno
quando non si trattava di legittima difesa, e poi adesso aveva
anche la possibilità di confondere le tracce per la polizia.
Quelli della Sicurezza avrebbero trovato un corpo
carbonizzato all'interno di un'auto rubata... Eccetera eccetera.
La parte più difficile fu caricare a bordo il cadavere. Poi
bastò programmare la direzione e la velocità dell'autovan,
mandandolo a schiantarsi contro una barriera rocciosa. Il
serbatoio che esplodeva, una vampata di calore, fumo nero...
Ecco fatto.

Era ormai notte fonda quando raggiunse il quinto livello


del Calderone, attraverso dieci rampe di scale che
sembravano avere un migliaio di gradini ciascuna. Arrivato
in fondo dovette chiedere indicazioni al primo nottambulo
pieno d'alcol, perché il suo senso dell'orientamento doveva
essere fuoriuscito dai buchi che aveva in corpo. La debole
illuminazione del terrazzo esterno evidenziava le aperture
rettangolari dei nove tunnel che penetravano nella roccia per
più di trecento metri, ampliandosi gradualmente in una serie
di "vani pubblici" del Calderone. Le abitazioni erano più
all'interno, realizzate con sezioni di cemento armato che si
adattavano alla conformazione rocciosa, formando così un
bizzarro quartiere di cubi sovrapposti casualmente, a cui si
accedeva tramite un intrico di scalette e scivoli. L'impianto
di illuminazione completava l'opera aggiungendo allo
squallore generale l'atmosfera spettrale, densa e gelida, tanto
temuta dai "cittadini".
All'inizio del complesso "residenziale" si dipartiva una
serie di viottoli lastricati, resi viscidi dall'umidità, che
portavano ai vari sottolivelli. Coxie imboccò quello
all'estrema destra e si lasciò guidare come uno zombi dai
quadrati luminosi delle finestrelle, finché non arrivò davanti
ad un'anonima porta di legno.
L'uomo sulla sessantina che si affacciò non ebbe bisogno
di spiegazioni quando Coxie gli svenne fra le braccia.
4

Nonostante l'aspetto dimesso e i modi un po' spicci, il


vecchio Hogama era un buon medico, uno di quelli che
poteva ancora dire di salvare la gente con quel poco che
aveva a disposizione. Il cubo in cui viveva faceva anche da
ambulatorio, sala operatoria e laboratorio di analisi. L'igiene
era piuttosto approssimativa, gli strumenti erano quello che
erano, e nemmeno l'ombra di un assistente. Ma Hogama non
si era mai lamentato delle condizioni in cui era costretto a
lavorare, neppure quando qualcuno gli moriva disteso sullo
stesso tavolo su cui mangiava. Ogni volta che ciò succedeva,
andava avanti per settimane a tormentarsi la coscienza, ma
cos'altro avrebbe potuto fare? Andare a protestare, forse.
Denunciare le condizioni disumane in cui viveva la gente del
Calderone o prendere a sassate qualche palazzo del Centro.
Azioni che avrebbe già intrapreso da molti anni se soltanto
avesse avuto la minima speranza che sarebbero servite a
qualcosa, perché lui era un tipo che sapeva difendere le
proprie idee. Lao Ian Hogama aveva seguito con successo un
regolare corso di laurea nella Città, dal '19 al '23, e aveva
fatto sei mesi di tirocinio in un pronto soccorso periferico,
prima che i Disordini sconvolgessero tutto quanto.
Dopo tre anni di lotte, soprusi e delusioni, decise di
esiliarsi nel Calderone insieme alle migliaia di ex-cittadini,
vittime delle "epurazioni democratiche" messe in atto
proprio da quel'Esecutivo che si era assunto la loro difesa.
Adesso Hogama era un tranquillo e coriaceo superstite
della prima generazione di idealisti, contrari al monopolio
della Clinica, a cui non restava altro che la propria
professione, fra l'altro non retribuita. Sessant'anni e un volto
multirazziale scavato da rughe sempre più profonde
tradivano una stanchezza giunta quasi al limite, benché
tentasse di dissimularla dietro ad un atteggiamento pratico e
sbrigativo, non privo d'ironia.
Quel volto fu la prima cosa che Coxie vide al suo
risveglio, mentre scopriva di essere disteso su un
materassino di gomma coperto da un telo rosso e sdrucito.
— Bentornato fra i vivi — lo salutò Hogama, con un
sorriso ingiallito privo degli incisivi. Poi sollevò le braccia
come per schermirsi. — Oh, non stare a ringraziarmi per
averti lasciato imbrattare di sangue la mia casa. Non ho mai
preteso tanto.
Ahram cercò invano di sorridere. Era bello riascoltare
quella voce stridula, anche se in quel momento non era
neppure in grado di capire se il suo corpo fosse congelato o
se stesse bruciando dentro e fuori. L'unica cosa certa era che
si sentiva terribilmente debole, al punto che la gravità
minacciava di schiacciarlo contro il materassino come un
frutto troppo maturo.
A poco a poco la vista cominciò a schiarirsi, e lui potè
notare le chiazze di muffa che si allargavano sul soffitto.
Cercò di muovere le braccia, lentamente, quindi cominciò a
tastarsi qua e là finché la sensazione di toccare un corpo
estraneo non venne sostituita dalla piena consapevolezza di
sé. Era un po' come rinascere, anche se adesso si trattava di
un processo più doloroso.
— Hai perso molto sangue — riprese Hogama,
recuperando un vago distacco professionale. Si avvicinò al
tavolo-lettino e si tolse il camice non proprio pulito,
rivelando una giacca consunta e un paio di pantaloni
dell'aviazione militare. — Non è stato facile procurarmi un
paio di flaconi di sintetico... Ho paura che non riuscirò a
ricambiare i favori di cui sono debitore, neppure se vivessi
altri cinquant'anni. Ma si può sapere come hai fatto a
conciarti in quel modo?
— Per la precisione sono stati gli altri a conciarmi così —
sussurrò Ahram, rizzandosi a sedere con l'aiuto del medico.
Poi aggiunse: — Un altro dei soliti lavoretti. Solo che
stavolta la sfortuna era dalla mia parte.
— Come ti senti? Hai sete, fame?
Ahram si concentrò sulle domande, ricavandone un senso
di gratitudine. Mai che Hogama avesse accennato a un
predicozzo o avesse ficcato il naso nei suoi affari. La loro
amicizia era qualcosa di diverso dalla solidarietà fra
miserabili.
— Non lo so ancora — disse infine, augurandosi che il
pavimento la smettesse di andare su e giù come una
superficie liquida. — Da quanto tempo sono qui?
— Due giorni. Ma non aedo di aver esagerato con
l'anestetico, se è questo ciò che stai per chiedermi. Ho
impiegato più di sei ore soltanto per rimetterti a posto la
gamba e tutto sommato ne è venuto fuori un buon lavoro. La
ferita è pulita, e a un primo esame sembra che l'NC non
abbia subito danni.
Coxie si studiò il piede sinistro. Nella parte superiore c'era
una piccola abrasione scura che poteva essere scambiata per
un neo di media grandezza, al centro di un ematoma
bluastro. Soltanto allora si rese conto di essere nudo.
— Ehi, dove sono i miei vestiti?
Hogama inarcò un sopracciglio. — Ho buttato via tutto
prima ancora di operarti. Comunque... — Il medico si guardò
intorno come per valutare l'opprimente ristrettezza della sua
dimora: un tavolo di marmo addossato alla parete, su cui si
trovavano alla rinfusa oggetti da laboratorio, stoviglie e
biscotti sbriciolati; un frigorifero corroso dalla ruggine, un
lavello ingiallito, una branda, un paio di bauli, una pila di
riviste mediche dimenticate accanto alla porta e una stufetta
elettrica difettosa.
Hogama prese una valigia da sotto la branda, e tirò fuori
un paio di pantaloni e una maglia a girocollo. — Non sono
all'ultima moda — commentò, — ma dovrebbero andarti
bene. Per le scarpe non credo di poterti aiutare...
Coxie cercò di scendere dal tavolo, ma quando i piedi
toccarono il pavimento gli sembrò di essere precipitato su un
tappeto di chiodi. Fu solo una questione di istanti, perché ben
presto perse ogni sensibilità dal bacino in giù. Hogama fu
pronto ad afferrarlo sotto le ascelle, sostenendolo, e questa
volta il suo sorriso ebbe un effetto irritante.
— Sta' calmo, accidenti — disse, spingendolo contro il
tavolo. — Devi stare ritto sulle gambe, ricordi? Solide
gambe di carne. Il Nucleo Centrale è soltanto un bambino
vizialo che ha bisogno di una buona sculacciata... Lo devi
fregare, capisci? Coraggio!
Il medico lo scostò di nuovo dal tavolo, e lui credette di
avvertire lo spostamento del suo corpo verso la sagoma di
Hogama, annebbiata dalle vertigini. Lo stava obbligando a
muovere un passo, dannazione. E doveva farlo, se non
voleva cadere. Doveva dimenticare la paura di essere
incompleto, lasciare che il sudore continuasse a scivolare
sulla pelle. Dimenticare il microcervello sintetico che
pretendeva spazio fra le ossa iliache. I suoi arti inferiori non
esistevano più. Se piegava il capo poteva scorgere soltanto
due escrescenze morte che pendevano dal bacino,
allungandosi fino al pavimento. Gambe artificiali utili quanto
due pezzi di legno, per giunta altrui.
Chiuse gli occhi nel tentativo di attenuare le vertigini, e
forse per ricordarsi com'erano fatte le gambe che possedeva
otto anni prima. Poi cercò di concentrarsi sul battito
cardiaco, sul ritmo irregolare del suo respiro. La pressione
delle mani di Hogama si era trasformata in una vaga
impressione che comunque continuava a dare concretezza al
suo corpo. Doveva cominciare dall'inizio, dal bianco delle
ossa che a poco a poco si tingevano di rosa e si plasmavano
alle estremità. Articolazioni. Il mosaico del tarso e le falangi,
le cartilagini. Ed era tutto suo, partecipe del suo stesso
destino. Lentamente presero forma i tendini, i fasci di
muscoli, vene e arterie, e poi tanto calore che andava
conservato dentro la guaina elastica dell'epidermide...
Facile. Naturale come la trasmissione di impulsi all'interno
del sistema nervoso.
Ruotò il piede, poi azzardò un primo passo. Un secondo.
Dietro di sé non percepiva più il contatto del tavolo ed anche
il sostegno di Hogama era scomparso. Ma adesso si sentiva
solido, sicuro di sé nonostante una debolezza fisica
generalizzata. Alla fine decise di aprire gli occhi. L'anziano
medico era di fronte a lui, con un sorriso soddisfatto
stampato sul volto.
Senza una parola Hogama andò a frugare nel frigorifero,
lasciando che Coxie si rivestisse e riacquistasse familiarità
con le proprie gambe. Dopo qualche minuto gli porse una
scatoletta di gelatina animale e una boccetta di pillole.
— Devi andarci piano per qualche giorno — disse. — Le
gambe sembrano funzionare a dovere, ma non dimenticarti
della ferita al fianco. Ho applicato del cicatrizzante e due
strisce di pelle sintetica, ma non interagiscono
immediatamente. Un movimento brusco può strappare tutto,
e io non voglio riaverti fra i piedi troppo presto, intesi? —
Con un calcio nascose la valigia sotto la branda, quindi cavò
dalle tasche degli oggetti che sulle prime Ahram non
riconobbe.
— La tua pistola, e questo — disse ancora. — Non avevi
altro. Ahram prese la piccola pistola laser e il rotolo di nuovi
ECU che i genitori del bambino gli avevano dato per il suo
recupero. Contò cinque banconote da dieci e gliele offrì.
— Sai che non ne voglio, anche se sono puliti. Essere
ricchi nel Calderone è solo un problema — rise. — Ricordati
di prendermi qualche rivista, se ti capita di passare per
l'Anello-l, Ma ora ho da fare. Dal momento che devo passare
da Emma possiamo fare un pezzo di strada insieme.
— La compagna di Bollan?
Hogama annuì distrattamente, ficcandosi in tasca una
siringa e alcune scatolette di gelatina. — Proprio lei. Ieri sera
ha avuto il bambino. C'è stata qualche complicazione, ma
niente di serio. Bollan ha ricevuto un ingaggio e manca dal
Calderone da una decina di giorni. Forse è un bene che sia
fuori, perché non era molto entusiasta di quest'altra
gravidanza.
— L'ottava, no? — disse Ahram, ricordando l'impressione
avuta la prima e unica volta che aveva fatto visita ai Bollan:
un cubo in cui vivevano stipate nove persone — ora dieci —
l'aria viziata, sporcizia, il fornello incrostato di latte bollito e
cereali. E soprattutto quelle facce rassegnate, le espressioni
spente che avevano contagialo anche i volti dei più piccoli.
Virus e sterilizzazioni avevano reso il Calderone un ghetto di
vecchi, e solo da una decina d'anni a quella parte era
possibile ascoltare i vagiti dei neonati lungo i corridoi
sotterranei. Quando una coppia della seconda o della terza
generazione scopriva di essere feconda, magari dopo aver
cambiato decine di partner, allora la donna continuava a
mettere al mondo figli uno dopo l'altro, fino a distruggersi il
corpo e la mente nella speranza del solito e illusorio futuro
migliore.
— Una bambina robusta — aggiunse il medico. — Credo
che sopravvivrà.
I due uscirono sulla piattaforma di cemento e scesero al
livello terra. Quattro individui giocavano d'azzardo alla luce
di un lampione, all'imbocco del tunnel che portava
all'esterno. A Coxie sembrava di vivere in un mondo
sommerso, come un pesce che nuotasse in un'acqua densa e
scura, dove i suoni erano attutiti e le ombre tremolavano
come spettri. Non sarebbe stata una sorpresa se un giorno
l'aria si fosse trasformata in un elemento colloso che i
polmoni non sarebbero più riusciti ad espellere, ma in fondo
la Città aveva problemi molto più urgenti di cui occuparsi.
— Io sono arrivato — disse Hogama dopo un po'. —
Ricorda: riposo assoluto e quattro pillole al giorno, ad
intervalli regolari. Voglio che tu finisca la boccetta, e non
cercare di rivenderla a qualche morto di fame che sta peggio
di te.
— Grazie — rispose Ahram, avviandosi verso la scaletta
che portava al suo cubo. Nella mente aveva già il sapore
della gelatina e tre o quattro modi per cominciare a spendere
il rotolo di ECU che gli ballava nella tasca. Non sapeva
neppure se fosse mattina, pomeriggio o sera, ma non aveva
molta importanza. La Periferia era piena di locali che
aprivano quando altri chiudevano.
5

Coxie raggiunse il Mombasa poco dopo mezzanotte,


un'ora in cui il locale era abbastanza vivibile, perché i clienti
aspettavano pazientemente che le droghe illegali facessero
effetto con l'alcol. La luce verde illuminava in modo
uniforme ogni angolo del piano terra, dove tavoli e sedie
erano disposti senz'ordine su un unico tappeto autopulente.
I separé Sogni d'Oro, una trentina in tutto, si susseguivano
lungo il corridoio nascosto dietro il bancone e, com'era
logico supporre, dovevano essere tutti occupati se davvero
occorreva prenotare con due settimane d'anticipo. Sopra il
ritmo ossessivo della musica psichedelica e il vociare dei
clienti, tutta gente della Periferia, si potevano udire le
invettive e le risate di Maurice che più che altro servivano a
ricordare chi fosse il padrone, lì dentro.
Coxie attraversò l'ampio locale e lanciò un cenno di saluto
al grassone impegnato con gli shaker. Non aveva dubbi che
Maurice avesse notato la sua presenza non appena aveva
messo piede in sala perché, nonostante le apparenze, il
proprietario del Mombasa era un tipo molto sveglio. Non era
un caso che nell'arco di tre anni gli avessero chiuso il locale
solo un paio di volte, e a sentir lui il segreto stava nel
riconoscere al volo i piantagrane. Quelli pericolosi, almeno.
Aggirò il bancone e si diresse verso i due gorilla che
presidiavano le scale. Si lasciò perquisire dalle loro manacce
e scese fino allo stretto corridoio, dove altri due energumeni
con tanto di storditore spiavano l'interno del locale
sotterraneo attraverso gli oblò polarizzati.
— Come va, ragazzi? — buttò là, tanto per farli scostare.
Non valeva la pena attaccare discorso con quei due, perché
da quando frequentava quel locale non li aveva mai sentiti
emettere una sola sillaba. Molto probabilmente i buoni
professionisti si dividevano in due categorie: quelli con un
QI elevato e quelli che l'avevano sempre avuto sotto le
scarpe, e Maurice aveva buon fiuto per quelli della seconda
categoria.
Il locale sotterraneo era una grande cupola dai colori
indefinibili, priva del chiasso che caratterizzava il piano
terra, ma unicamente per il fatto che la musica veniva
ascoltata in auricolare. La scelta dei pezzi era molto ampia,
potendo spaziare dal buon vecchio rock alle ultimissime
allucinazioni tecno-trip. E a giudicare dal numero di persone
che si dimenavano sotto i divani era facile intuire quale fosse
il genere più gettonato. Al centro era piazzata una grande
vasca trasparente in cui nuotavano tre coppie di giovani
innestati che per tutta la notte si esibivano in complicati
giochi erotici subacquei.
Ahram attese qualche secondo sull'ingresso per capire
esattamente a che altezza si trovasse il pavimento, un disco
luminescente e instabile che proiettava striature color rubino
e zaffiro contro la volta cangiante. Alla fine si diresse verso
un tavolo seminascosto dal cubo della vasca, dove era sicuro
di trovare la sua compagnia.
Brahim era seduto in un angolo del divano, con la testa
ciondolante all'indietro. Il volto e il collo erano madidi di
sudore, e si teneva gli auricolari premuti contro gli orecchi,
mentre Fleury era in piena contemplazione del boccale che
aveva davanti al naso.
— Ehi, mi avevano detto che il Mombasa era un posto
dove ci si poteva divertire come matti! — disse, scrollando
Brahim con energia. Fleury si tolse le dita dal naso e lo
guardò trasognato.
— Ciao Ahram — farfugliò Brahim con una smorfia,
ritrovandosi in mano degli auricolari che non ricordava di
avere. — É un pezzo che non ti si vede in giro.
Cominciavamo a pensare che qualcuno ti avesse fatto la
festa.
— Già. La vostra preoccupazione è commovente.
— Che cosa bevi? — continuò Brahim, in tono un po' più
lucido. Malgrado il nome non aveva niente di musulmano.
La sua età oscillava tra i quaranta e i quarantacinque, un
corpo tozzo, tendente al flaccido. La luna piena del volto era
ombreggiata da una barba di quattro giorni, e c'era da
pensare che ne avesse arrestato la crescita secondo una moda
passata da dieci anni. La fronte spaziosa era lucida, con una
serie di rughe sottili che seguivano l'arco delle sopracciglia,
mentre i capelli neri e lisci sembravano tagliati da un
barbiere troppo in bolletta per curarsi il morbo di Parkinson.
— Birra calda e whisky — disse, recuperando una
poltroncina da un altro tavolo.
— Oh, ciao Ahram. Come stai? — intervenne Fleury, che
come al solito ci metteva qualche minuto per decifrare ciò
che si stampava sulle sue retine. — É un pezzo che non ti si
vede.
— Cavolo, Fleury — sussurrò Ahram, cercando una
posizione pili comoda, perché la ferita al fianco gli faceva
ancora un po' male. — Se non ti dai una calmata, quella roba
ti brucerà il cervello entro la fine del mese.
Fleury parve riflettere per un istante, poi scoppiò a ridere
puntellandosi il mento nel cavo delle mani. Brahim riuscì ad
afferrarlo per il colletto della camicia prima che sbattesse la
faccia sul boccale.
— Lascialo stare, Ahram. Non si è ancora ripreso dalla
festicciola di ieri notte. — Brahim digitò l'ordinazione sulla
piccola tastiera ad astuccio e riprese a fissare Coxie con un
disgustoso sorriso bovino. — A dir la verità siamo tutti un
po' rintronati. Sai, quello stronzo di guida ha sentito arrivare
la Sicurezza e se Tè fatta sotto, piantandoci in asso imbottiti
di... Per la miseria, non mi ricordo neppure il nome di quella
roba. Però era veramente forte. Sembrava di avere un occhio
su ciascun dito dei piedi, e tu potevi guardare... anzi, essere
in dodici posti contemporaneamente. Altro che Libro
tibetano!
Coxie lasciò che Brahim si addentrasse nei dettagli, ma
senza prestargli troppa attenzione. Le avventure di quei tre
fuori di testa erano sempre dello stesso tipo, e il più delle
volte andavano a finire male. Un paio d'anni prima dovette
andare a disseppellirli dall'immondizia appena fuori dalla
Periferia. Fleury era a testa all'ingiù e si dibatteva come una
lucertola, mentre i ratti avevano cominciato ad assaggiare i
loro vestiti. Eppure era sicuro che quei tre non avrebbero
smesso di alterarsi il metabolismo e altre cose per quei
piccoli "incidenti" di percorso. No, Brahim, Fleury e Screw
avevano già fatto la loro scelta. A proposito...
— E Screw che fine ha fatto?
Fleury si mise a ridacchiare senza togliere lo sguardo dal
bicchiere, mentre Brahim fece un cenno col capo. Screw era
a tre metri dal loro tavolo, inginocchiato alla base della vasca
e con la guancia premuta contro il cristallo, come se cercasse
disperatamente un rassicurante conflitto fisico. Aveva le
palpebre serrate e le lacrime gli rigavano il volto. Dalle
labbra fuoriusciva un'interminabile litania priva di
significato.
— Da quanto tempo è così?
— Ieri sera — rispose Brahim, e per un istante il suo volto
scomparve dietro il seno nudo della cameriera con
l'ordinazione. — Dopo essere fuggiti dal palazzo ci siamo
rifugiati da Nini, e allora lui ha cominciato a vomitare e a
spaccare tutto. L'abbiamo imbavagliato e legato anche a
rischio di soffocarlo, ma era veramente partito. Lo vedi
questo? — Scostò un lembo della tunica per mostrare un
grosso ematoma proprio alla base del collo. — Ad ogni
modo non c'è da preoccuparsi. Sta migliorando
sensibilmente, e fra poco arriverà un amico di Nini con le
medicine che ho mandato a prendere nella bottega.
Coxie si limitò ad annuire e ad assaggiare la birra fumante.
Sapeva che se avesse pronunciato qualche stupida frase del
tipo "quanto mi dispiace", "se posso fare qualcosa" o, peggio
ancora, "smettetela davvero con quelle porcherie", sarebbe
stata la fine della loro amicizia. In quel momento loro tre, o
perlomeno quello che sembrava il più lucido, si aspettavano
da lui esattamente ciò che stava facendo, e cioè sorseggiare
la sua birra. Otto anni prima era soltanto un moccioso che
dal Cerchio si era rintanato nel Calderone, e senza quei tre
non sarebbe riuscito a scoprire le regole per sopravvivere là
sotto. E la cosa più importante era che nessuno gli aveva mai
fatto domande sul perché e il percome fosse finito lì.
L'avevano accettato per quello che era e sarebbe stato in
futuro. Non c'era bisogno d'altro, e per questo gli sarebbe
stato sempre riconoscente.
I pensieri di Coxie vennero interrotti da un rumore di vetri
in frantumi. Fleury era crollato sul tavolo, facendo cadere il
boccale che era finito in mille pezzi.
— É ancora un po' debole per i cocktail — diagnosticò
Brahim, allungando una pacca sulla spalla del compagno. —
Anche tu però non sembri molto in forma. Non sarai andato
a qualche seduta sperimentale senza passare parola, vero?
— Non me lo permetterei mai — Coxie si affrettò a dire.
Ormai nessuno sarebbe riuscito a togliergli il chiodo fisso
delle sedute.
— Ho avuto qualche problema. Le solite storie tra buoni e
cattivi. E tu che mi dici del tuo lavoro? L'ultima volta che ci
siamo visti volevano sequestrarti la roba che hai in
magazzino.
— Oh, è tutto sistemato — rispose Brahim, come se
volesse scacciare un insetto fastidioso anziché un pensiero
spiacevole. — Il Servizio d'Ordine è venuto a rompermi le
scatole con un mandato di perquisizione. Sai, per via di
quella roba d'importazione baltica. Mi hanno buttato all'aria
tutto il magazzino e perfino il negozio che ho nell'Anello 3,
ma non hanno trovato un accidente di niente. — Trasse un
sospiro che alla fine si trasformò in un grugnito. — Devo
confessarti che se fossimo stati ai bei tempi, quando c'era
veramente casino, mi avrebbero già giustiziato tre o quattro
volte. Per fortuna, adesso gli agenti li reclutano fra quelli del
Deserto. Tutta gente che non capisce la differenza fra un
lavacessi e un amministratore delegato.
Ahram si accorse di sorridere. La qualità che forse
apprezzava di più in Brahim era proprio l'incrollabile
ottimismo che sembrava sostenerlo in ogni circostanza,
anche se spesso era un atteggiamento molto vicino
all'incoscienza. Da quando avevano proibito gli innesti cyb
Brahim si era improvvisamente trovato senza un mercato che
potesse assorbire i suoi prodotti. Si era visto bruciare un
capitale di un quarto di milione di ECU e lui non aveva
battuto ciglio, forse perché aveva fiutato le nuove prospettive
offerte dagli alimenti sintetici e il contrabbando delle nuove
droghe tedesche. Così, dopo alcuni anni veramente difficili,
adesso si ritrovava un fornitissimo negozio nell'Anello 3, in
cui si potevano trovare nuovi tacchini americani, lumache di
Honshu e centinaia di altre prelibatezze più o meno
sintetiche o clonate. Ma il vero fulcro delle sue attività era la
cantina, una specie di bunker dove lui e due dei suoi figli
confezionavano almeno una quindicina di droghe diverse per
la gioia delle varie sette psichedeliche della Città. Quando
capitava fra le mani una confezione un po' ambigua, recante
il marchio non registrato de L'Uomo dei Miracoli, be', quella
era produzione Brahim. E il fatto che circolasse sul mercato
nero voleva dire che era roba di buona qualità, perché era il
buon Fleury a provarla prima di tutti.
— Come sta Joanna? — chiese Ahram, cambiando
discorso.
— Abbastanza bene. Vorrei che trovasse in fretta un
ingaggio, perché se entrambi continuiamo a stare in negozio
finiremo per cavarci gli occhi a vicenda. Dannazione, quel
bastardo di Dodo era quasi riuscito a convincerla, ma lei
niente! Lei vuole un posto almeno nell'Anello 1, la signora!
— Dodo ha quei due bordelli sul sesto corso, vero?
— Sì. É un figlio di puttana come gli altri, ma è anche uno
dei miei migliori clienti. Joanna la tratterebbe bene, te
l'assicuro. Niente innesti superflui e porcherie varie. Anche
Nini la sta aiutando, ma riesce soltanto a scovare posti in
catene di riciclaggio. Te la vedi Joanna a spalare merda negli
scoli del Deserto?
Per un istante nella mente di Ahram apparve l'immagine di
una giovane donna, alta, slanciata e dall'aspetto fragile.
Capelli biondi e corti, unghie lunghe, perfettamente curate.
Era impossibile dimenticare il suo sorriso se si aveva avuto
la fortuna di riceverne uno.
Brahim sembrava attendere un commento che comunque
non venne. — Accidenti — disse, dopo aver digitato un'altra
ordinazione. É da quando ti sei seduto che mi sembra di
avere qualcosa di importante da dirti. Adesso credo di
ricordare... ma non ne sono poi tanto sicuro.
— Un giorno o l'altro le tue pillole te le farò ingoiare con
tutto il tubetto.
— Oh, cavolo. Non c'è bisogno di scaldarsi per una
piccola distrazione...
— D'accordo, lasciamo perdere. Basta che ti fai tornare la
memoria entro i prossimi tre secondi.
Brahim sospirò. Poi girò lo sguardo verso Fleury e Screw,
ma non trovò l'aiuto che cercava. I due giacevano
raggomitolati in posizioni bizzarre, quasi pietrificati.
— Mi sembra che Nini avesse parlato di te... circa tre
giorni fa.
— Che cosa voleva?
— Ecco... sì, deve aver detto qualcosa tipo... ah! C'è un
tizio che ti cerca da una settimana.
Ahram si sentì sollevato. Per un attimo si era visto
inseguito da una squadra di agenti che poi lo pestavano a
sangue per strappargli una confessione. — Chi mi sta
cercando? — chiese, in tono paziente.
Brahim osservò una pausa irritante, durante la quale si
esplorò una narice con il mignolo. — Mmm. Temo che sia
quel paranoico di Xavier. A giudicare dagli ECU che ho
visto in mano a Nini deve trattarsi di una cosa importante.
Merda. — Abita ancora giù nel 2, no? Voglio dire Nini —
precisò, anche se era superfluo. Nessuno sapeva dove
abitasse Xavier.
Brahim annuì. — Sì, ma Nini ne sa quanto tutti noi messi
insieme, cioè niente.
Coxie lasciò il Mombasa verso le tre del mattino, un'ora
che giudicò poco opportuna per fare una visita a quel
confusionario di Nini. Poco male, si disse. Se Xavier ha
aspettato una settimana, potrà benissimo aspettare otto
giorni. Tuttavia moriva dalla curiosità di sapere che cosa
volesse da lui uno dei più eccentrici — e più potenti —
maneggioni della Periferia. Era sicuro di non aver mai
pestato i calli né a lui né alla sua organizzazione, e tanto
meno gli doveva dei soldi. Allora perché... Elementare, mio
caro Watson dal cervello annebbiato. Vuole informazioni. O
un ingaggio.
Si liberò di quei pensieri con una scrollata di spalle e si
diresse verso la piazzetta lastricata che si apriva un isolato
più avanti, sperando di trovare un taxi disposto a portarlo
fino alla barriera. Non era molto piacevole farsi a piedi i
quattro chilometri del corso principale con quel freddo cane
e un piede convalescente, senza contare la seria possibilità di
fare brutti incontri. Stava giusto pensando alla percentuale di
taxisti che avevano sgozzato i propri clienti e viceversa,
quando un fruscio alla sua destra lo fece trasalire.
— Signor Coxie? Mi manda il signor Xavier.
Una figura minuta gli si parò davanti, spuntata
letteralmente dal nulla. Sulle prime Ahram credette che fosse
un ragazzino, ma quando il volto dello sconosciuto si espose
alla luce del lampione vide che si trattava di un nano. Ma
non era un nano qualsiasi. Era orribilmente sfigurato da una
cicatrice che gli deturpava la metà sinistra della faccia, come
se fosse stata rosa dai topi. Coxie si accorse di rabbrividire,
ma forse dipendeva dal fatto che non si aspettava di
incontrare qualcuno in tenuta da spiaggia quando la
temperatura era decisamente sotto lo zero. La maglietta di
cotone, i pantaloncini, le scarpe che non aveva, erano forse
un incubo peggiore della disgrazia che aveva scavato quel
volto. In Città, gli unici pazzoidi che potevano adottare una
tenuta del genere erano quelli del Frigo, ma nessuno di loro
avrebbe mai osato mettere il naso fuori dal loro territorio.
Per cui non c'era che un'unica spiegazione. Il nanerottolo non
poteva essere altro che un super illegale e fottutissimo cyb.
D'altra parte, con Xavier ci si doveva aspettare di tutto.
— Non abbia paura — continuò l'altro, strascicando le
parole. — Padron Xavier sapeva che l'avrei trovata qui. É da
parecchi giorni che la cerca.
— Mi spiace, me l'hanno detto solo p)oche ore fa.
Il nano piegò le labbra in un sorriso complice e concentrò
l'attenzione sulle sue mani sproporzionate. — Padron Xavier
è a conoscenza dei suoi ultimi, ehm, impegni. Perciò ha
preferito mandare me a cercarla. Devo consegnarle della
roba.
— Che diavolo è?
— Non qui. Mi segua sulla mia auto, là in fondo, così le
darò anche uno strappo fino alla barriera. Slava tornando a
casa, no? — Il nano doveva aver notato la sua espressione
perplessa, perché si affrettò ad aggiungere: — Non abbia
paura. Non c'è alcun pericolo. Se non si fida può tenermi
sotto tiro con la sua pistola.
Alla fine Coxie decise di seguirlo, lasciandogli intuire che
non avrebbe esitato ad usare un'arma che purtroppo aveva
lasciato in una nicchia del suo cubo. Perché mai un cyb
scassato dovrebbe ispirare tenerezza? pensò, rinfrancato dal
calore che pervadeva l'abitacolo, mentre il piccolo
sconosciuto avviava l'auto dirigendosi a sud.
— Questa è per lei — disse, sistemandosi sul sedile di
guida opportunamente adattato alla sua statura. Gli passò una
valigetta diplomatica priva di sicura, piuttosto leggera. — La
apra, per favore, e mi dica se ha mai visto l'uomo nella foto.
Ahram obbedì. Fra una busta gialla, un olocubo e alcuni
moduli stampati trovò la foto di un uomo sui cinquanta,
ritratto ad un tavolo di un locale notturno. L'uomo era in
compagnia di una prostituta d'alto bordo che gli stava
appiccicata al collo, e la scena era quella di un allegro
brindisi.
— No — rispose Coxie. A giudicare dagli abiti del tizio,
dalla compagnia e dall'ambiente doveva trattarsi di un
cittadino del Centro, forse un politico. Gente che non
frequentava più da tempo.
— Il suo nome è Hans Dobrowicz, capo-settore radicale
dell'Anello 1. Ma è meglio parlare di lui al passato, perché
l'hanno fatto secco subito dopo quel brindisi. Otto giorni fa.
Ahram guardò la strada davanti a sé. In lontananza poteva
già scorgere la barriera che poneva fine alla Periferia, una
striscia scura sotto un cielo che pareva di vetro. — Capisco
— disse. — Xavier mi vuole ingaggiare. Purtroppo dovrai
riferirgli che sono in ferie da ieri, o meglio in convalescenza.
Sarò lieto di riparlarne fra... Diciamo pure un mesetto.
II nano si concentrò sulla guida per superare un tratto di
strada particolarmente accidentato, sfoggiando tutta la sua
bravura nei cambi di marcia e nelle frenate, tanto che se
Coxie non avesse guardato fuori avrebbe avuto l'impressione
di essere fermo. Poco dopo la vettura si arrestò nei pressi
dell'immaginaria Porta Sud, la Breccia, una specie di varco
incustodito che si apriva come una frana in un bastione di
cemento e pietrisco. Quest'ultimo, come pure il campo di
forza del Centro, erano le due ultime vestigia di un'epoca che
veniva ricordata come Guerra Chimica, un nome che con il
passare del tempo non aveva perso tutto il suo orrore anche
quando era pronunciato dai discendenti dei primi mutanti.
— Capisco che preferirebbe rifletterci sopra — disse il
nano, fraintendendo l'espressione assorta di Coxie. —
Tuttavia spero che 20000 ECU siano sufficienti per avere
una risposta affermativa prima che scenda dall'auto.
La parte razionale della mente di Ahram non era sicura di
aver afferrato la cifra, o forse si rifiutava di accettare la realtà
di un solido argomento che si chiamava 20000 ECU. La
mano che stava per stringere la maniglia della portiera gli
ricadde sulla coscia e poi risalì per massaggiare la punta del
naso. Un attimo dopo l'entusiasmo di quella proposta
cominciò a sgonfiarsi come una medusa fuori dall'acqua.
Quello era un argomento troppo solido, dannazione.
— So a cosa sta pensando, signor Coxie. Lei pensa che
scovare l'assassino di questo Dobrowicz sia una faccenda
molto rischiosa, vero? Ebbene, le assicuro che l'entità della
somma dipende unicamente dall'importanza che Padron
Xavier le attribuisce. Per lei sarà un caso come tanti altri.
Anzi, le darà l'opportunità di agire come un vero
investigatore e non...
Come un pezzente? Be', hai ragione, piccolo bastardo. Il
nano artigliò il volante con le dita tozze e sproporzionate. Un
gesto che segnalava l'imminente fine di quella
conversazione.
— Allora, è sì?
Coxie richiuse la valigetta e scrollò le spalle. — Al
diavolo. E va bene, amico mio. Voglio essere ricordato come
il morto di fame più esoso della Città.
— Benone — ribatté l'altro, visibilmente compiaciuto.
Quindi porse ad Ahram una busta sigillata, di quelle che
servono per trasportare valuta. — Qui ci sono 5000
d'anticipo. Il resto alla fine, ovviamente. Inutile dire che
Padron Xavier si accollerà anche l'onere di eventuali spese.
Nella valigetta troverà tutte le informazioni che le servono
per cominciare le indagini, perciò non mi resta che augurarle
buon lavoro. — S'interruppe per un istante, e alla fine
aggiunse: — Padron Xavier era sicuro che avrebbe accettato.
Ahram scese dall'auto e si soffermò accanto alla portiera
aperta. — Il tuo Padron Xavier sa un po' troppe cose per i
miei gusti — commentò, accompagnando le parole con un
sorriso quasi divertito.
— Lo so — replicò l'altro. — É una delle sue manie.
— Come posso contattarlo?
Il nano rise. — Oh, non si preoccupi. Lo farà lui al
momento opportuno. Le auguro buonanotte, signor Coxie. E
a presto.
6

Antonio Suwabata si tirò su la manica destra e si lasciò


praticare docilmente l'iniezione. L'infermiera, sotto lo
sguardo attento del medico, gli rivolse il rassicurante sorriso
standard che le risparmiò di pronunciare un frettoloso "andrà
tutto bene, non si preoccupi", e la forza dell'abitudine gli
fece emettere un debole grugnito quando l'ago gli penetrò
nella vena, girando lo sguardo verso la finestra. Di visibile
c'era soltanto un rettangolo di cielo appena rosato: erano le 7
e 02, e l'intervento sarebbe cominciato categoricamente alle
7 e 15.
Se qualcuno gli avesse chiesto da quanto tempo fosse
ospite della Clinica, probabilmente gli avrebbe risposto che
non se lo ricordava, ma in realtà era arrivato a fare perfino il
calcolo dei secondi che aveva trascorso in quella camera.
Unmilionenovecentotremila e rotti secondi di tortura fisica e
psicologica con aghi, elettrodi, tubicini colorati e parecchi
altri strumenti misteriosi. E poi sempre, sempre davanti agli
occhi l'immagine del soffitto di una sala operatoria in cui
spuntavano sinistre figure mascherate, come su uno schermo.
Suwabata era al limite della resistenza, e non gli importava
niente che lo staff medico se ne accorgesse. Al diavolo le
stoiche dimostrazioni di orgoglio che non avrebbero
ingannato un bambino. Eppure è per orgoglio se mi trovo
qui, pensò. Dio, come avrebbe voluto entrare in Clinica in
stato d'incoscienza, per poi risvegliarsi quando tutto fosse già
finito. Per assurdo, avrebbe quasi preferito morire sotto i
ferri senza sapere nulla, piuttosto che affrontare tutte quelle
estenuanti giornate d'attesa, in balia di un gregge umano in
camice bianco.
Eppure aveva dovuto decidersi. C'era voluta un'escalation
di malori, cominciata con disturbi gastrici e culminata con la
minaccia di un blocco renale per spingerlo ad accettare
l'offerta. Ma non riusciva ancora a capire quale processo
mentale l'avesse persuaso a farsi scoperchiare il cranio. Forse
era stata la paura della Morte, quella che non è più soltanto
una disgrazia altrui ma un orrore personale, oppure era stata
la prospettiva di trasformarsi gradualmente in un vecchio
rimbambito. "Cosa vuole che siano cinque o sei anni di
ricordi cancellati?" gli avevano detto. "Può darsi che fra
quarant'anni non ricorderà più i suoi genitori, i compagni di
scuola, il primo amore o il primo incarico politico. Ma lei
sarà sempre là, solido come una roccia, padrone di tutto ciò
che è necessario per conseguire traguardi sempre più alti".
Belle parole e affascinanti prospettive. Suwabata riusciva
a vedersi insediato in un lussuoso ufficio del Centro, nell'ala
del Palazzo riservata ai membri dell'Esecutivo, circondato da
uno stuolo di leccapiedi pronti a buttarsi dalla finestra se
soltanto gliel'avesse chiesto.
Balle, pensò. Dermatt uscì dalla Clinica in condizioni
peggiori di quando vi era entrato. Morto stritolato da un
macchinario della sua fabbrica, per una fatale disattenzione.
Yoshua, il caro Yoshua, vegeta da cinque anni nel reparto
cerebrolesi, mentre il cugino Maxy ha mollato tutto per
unirsi a una setta di fanatici neoqualcosa. Per i venerati
Kami, preferirei davvero morire.
Nonostante tutte le assicurazioni legali e il conforto
morale che si era procurato, Suwabata non si sentiva affatto
tranquillo. E no, dannazione! Io non sono un fottutissimo
astronauta, un colono esploratore! continuava a ripetersi nei
momenti di insicurezza. Alle sue spalle c'erano una catena di
industrie alimentari e un ufficio di capo-settore che, senza di
lui, non avrebbero più avuto ragione d'essere. Ma allora
cadeva in contraddizione, perché...
Ad un tratto i suoi pensieri cominciarono a frammentarsi,
confondendosi in un vortice indecifrabile, e una parte della
sua mente registrò la presenza di altre persone accanto al
letto.
— Prego, capo-settore — disse il più anziano dei medici,
stringendogli cautamente il braccio. Il suo tocco sembrava
quello di un angelo. O di un fantasma.
Suwabata si mise a sedere laboriosamente e dopo una
pausa di alcuni secondi si alzò in piedi, accettando il
sostegno di un'infermiera. Sembro un vecchio demente, si
disse, considerando la difficoltà con cui riusciva a trascinarsi
verso il corridoio. Nel suo campo visivo guizzavano
immagini grigiastre, indistinte. Senza sapere come, si ritrovò
in un'ampia corsia il cui colore dominante era un azzurro
metallico. Si sentiva come un condannato a morte che
percorreva i suoi ultimi metri, scortato da un drappello di
musi indifferenti e professionali. L'unica realtà percepibile
era composta da pochi frammenti: una fila di neon sul
soffitto, targhette rosse sulle porte automatiche, pantofole
che strusciavano sul linoleum, Dopo una trentina di metri gli
parve di udire una voce familiare, proveniente dal blocco
degli ascensori.
— Signor Suwabata! Signor Suwabata! — disse la sagoma
scura che alcuni secondi dopo il capo-settore potè associare
ad un nome, Jorge Martin. — Credevo di non fare in tempo
a... — continuò il suo segretario.
Suwabata sbattè le palpebre per mettere a fuoco il volto di
uno che doveva essersi fatto a piedi i trenta piani della
Clinica. — É successo qualcosa? — chiese.
Martin scrollò la testa con energia e sfoderò un sorriso che
avrebbe dovuto comunicare comprensione. — No no, signor
Suwabata — si affrettò a dire, bloccandosi in un
atteggiamento di estremo imbarazzo. — Volevo soltanto
porgerle i miei auguri prima dell'intervento.
Dannato leccapiedi appiccicoso. — Ti ringrazio, Martin.
Apprezzo molto la tua premura.
— La prego, siamo già in ritardo — l'esortò uno dei
medici, fulminando il nuovo arrivato con un'occhiataccia.
— Sarei venuto prima — continuò Martin, imperterrito. —
Ma mi hanno fatto un sacco di storie ai controlli, così...
— Non fa niente. Sono contento lo stesso. Sì, sono
contento.
Il drappello si rimise in movimento. In fondo al corridoio,
una scritta rossa dominava l'ultima porta di cristallo
opacizzato.
Ci siamo, pensò con rassegnazione, notando appena le
persone che uscivano dalle porte laterali. Dopo una decina di
passi il suo nome risuonò un'altra volta, pronunciato da una
donna che gli si parò davanti.
— Antonio — le sentì mormorare, e nello stesso tempo
avvertì un contatto rovente alla gola.
Negli attimi seguenti si scatenò l'inferno. Gente che urlava
e correva da tutte le parti in cerca d'aiuto o, semplicemente,
terrorizzata. Ma Antonio Suwabata non aveva alcuna
possibilità di preoccuparsi, ora che il suo corpo giaceva
immobile sul freddo linoleum, con la gola squarciata da un
orecchio all'altro.

Coxie sapeva dell'esistenza di persone capaci di dormire


soltanto tre o quattro ore per notte, e che nonostante questo si
svegliavano piene di energia. Ovviamente si trattava di
persone "normali" e non piene di stimolanti fino agli occhi,
perché queste potevano stare sveglie anche dieci giorni di
fila come se niente fosse. (Il problema semmai, era che
quando si addormentavano correvano il rischio di non
risvegliarsi più). Ebbene, lui non riusciva a capire quale
mistero si celasse dietro a questa invidiabile qualità.
Qualcuno tirava in ballo i bioritmi, un metabolismo
equilibrato o, più semplicemente, l'abitudine o l'assoluta
dedizione al lavoro. Tuttavia era portato a credere che si
trattasse semplicemente di pura fortuna. E lui era un tipo
sfortunato, perché esistevano ben poche cose capaci di farlo
rinunciare alle sue nove ore di sonno ininterrotto.
Una di queste era la polizia.
— Avanti, figlio di puttana! Mi hai sentito?
Ahram spalancò gli occhi di soprassalto, e per poco non
venne accecato dalla luce di due torce, dietro cui si celavano
altrettante figure in uniforme da agenti della Sicurezza.
In una frazione di secondo si ricordò di giacere sdraiato
sulla branda del suo cubo, nonché di avere un sacco di buoni
motivi per evitare i tipi in uniforme. Alla fine qualcuno si
decise ad accendere la luce, attenuando l'intensità delle torce
che gli avevano lasciato due dischi roventi impressi sulle
retine. Uno degli agenti lo teneva sotto tiro con una pistola
ad aghi, mentre l'altro si avvicinò al letto e lo afferrò senza
tanti complimenti per il bavero del giubbotto.
Ahram si chiese come avrebbe fatto a tirarlo su se per puro
caso non fosse andato a letto vestito, ma si trattava di un
particolare di cui si sarebbe occupato più tardi, magari
all'interno di una cella umida.
L'uomo aumentò la stretta e lo sollevò da terra di un buon
palmo, poi lo sbatté con la schiena contro la parete. Da lassù
Ahram poteva vedere soltanto il naso e la bocca dell'agente
che continuava a sputare insulti gratuiti. Ma questa volta non
avevano a che fare con un pivellino, tanto stupido da non
capire che due idioti di quel calibro se la godevano un
mondo a giocare ai padreterni, ma solo se c'era qualcuno che
gli copriva le spalle con armi ad aghi. Quello che lo stava
sbatacchiando non faceva eccezione, tuttavia la sua stazza
molto simile a quella di un bisonte destava qualche
preoccupazione in più.
La pressione di quelle manacce contro il torace gli
impediva di gridare, ma non di agitarsi come un ragno
spaventato. Con la coda dell'occhio notò che il secondo
agente passava dall'altra parte della branda, permettendogli
così di intravedere una terza sagoma in attesa nella
penombra esterna.
— Questa volta non la passerai liscia, bastardo! — grugnì
il bisonte, cominciando a torcergli il giubbotto come se
avesse l'intenzione di stritolarlo.
Il dolore e gli scossoni ebbero un effetto migliore di una
doccia gelata. L'NC delle gambe protestava energicamente
contro il suo sistema nervoso centrale, perché si decidesse ad
impartire ordini ai centri motori. E doveva sbrigarsi sul serio,
se davvero non voleva fare la fine del ragno spiaccicato sul
muro.
All'improvviso lasciò che braccia e gambe gli pendessero
dal tronco come pesi morti, augurandosi che l'espressione
remissiva e spaventata fosse abbastanza convincente. Nello
stesso istante colse un sogghigno, parzialmente occultalo
dall'elmetto, ma soprattutto avvertì un allentarsi della presa.
Gli agenti indossavano sempre un corpetto anti-ago che
lasciava scoperta una piccola parte del torace, facilmente
accessibile dalla posizione in cui lui si trovava.
Le sue mani guizzarono ad afferrargli le clavicole. E a
quel punto cominciò a stringere e a tirare come se fossero le
maniglie di una porta che non si voleva aprine.
Il Bisonte cacciò un urlo quando sentì le unghie
affondarglisi nella pelle, finché non fu costretto a mollare la
presa. Nell'istante in cui i piedi percepirono il contatto del
pavimento, Coxie si slanciò in avanti con tutto il peso, anche
se era ben poca cosa. L'elmetto batté contro il cemento ma
l'energumeno continuava a dibattersi come un ossesso, forse
più per l'orgoglio ferito che per il dolore fisico.
Ma in quel momento l'ultima cosa che gli importava era
l'orgoglio di un rompiscatole, perciò pensò bene di rincarare
la dose con una vigorosa ginocchiata ai genitali. Un altro
urlo animalesco arrivò insieme ad un ago nella sua spalla.
L'altro tizio, meno risoluto del primo, stava
indietreggiando verso la porta con la pistola puntata in modo
non proprio ortodosso.
Meno male, ebbe il tempo di pensare.
Rotolò sulla branda per evitare un'altra scarica, e quando
fu dall'altra parte riuscì a cogliere sul tempo l'avversario.
Corpetto o no, la testata alla bocca dello stomaco l'aveva
sentita, e ad essa fece seguito una spinta che lo catapultò
all'esterno, rovinosamente.
— D'accordo, signor Coxie — disse una voce alla sua
destra. — Ora credo che sia meglio piantarla. Forse non
riusciremo a parlare da buoni amici ma, se è un tipo sveglio
come dicono, sono certo che preferirà ascoltarmi.
Ahram era indeciso se scoppiare a ridere o preoccuparsi
sul serio, perché non era una cosa da tutti i giorni che il
Segretario del Dipartimento di Sicurezza si scomodasse
personalmente, per giunta fin nel Calderone, per incontrare
una mezza tacca come lui. Mizzy Sodano teneva le mani
affondate nelle tasche, fissandolo con un'espressione che
poteva essere di compatimento, di disapprovazione o tutte e
due le cose insieme.
— Non mi sembra il modo più educato per svegliare la
gente — disse. — Nel cuore della notte, poi.
Sodano uscì dall'angolo buio dietro la porta e sospirò.
Negli ultimi tre anni Ahram l'aveva intravisto una decina di
volte in circostanze poco piacevoli, quasi sempre in
compagnia di Franco Rigueras. Sapeva che era un tipo
intelligente e onesto, anche se aveva il difetto di seguire un
po' troppo alla lettera i regolamenti, perciò il fatto di
trovarselo lì nel suo cubo lasciava supporre dei motivi
diversi dai presunti debiti che lui aveva con la giustizia.
— A parte il fatto che sono le due del pomeriggio —
disse, andando ad aprire la finestrella per cambiare l'aria
viziata del locale — ci sarebbe molto da discutere anche sul
suo concetto di educazione.
— Be', semplicemente non mi aspettavo che il tirapiedi di
Rigueras venisse a darmi il buongiorno, magari con due
scagnozzi e una bella predica.
La replica di Sodano venne interrotta dai gemiti
dell'agente che si stava rialzando. — Mi aspetti al tunnel con
Elver, sergente — ordinò in un tono che sembrava
vagamente compiaciuto. — Adesso posso anche cavarmela
da solo.
Il sergente-bisonte passò a pochi centimetri da Ahram, un
po' curvo su se stesso e con lo sguardo avvelenato. — Non la
passerai liscia, bastardo!
Coxie si guardò bene dal replicare, perché non sapeva
come se la sarebbe cavata in un'altra zuffa con un ago
piantato nella spalla, cosa che lo faceva sentire come se fosse
appena uscito da un cespuglio di ortiche.
— Bravi ragazzi — disse, quando furono soli. — Un
tantino irascibili e con un vocabolario limitato, ma ottimi
elementi. Sono i suoi gorilla?
— No — rispose secco Sodano. — Per essere sinceri,
Dunskij ed Elver sono i peggiori piantagrane del
Dipartimento. Ogni tanto hanno bisogno di una buona
strigliata per ricordarsi quali siano i limiti del regolamento. E
ora capisco perché Rigueras me li abbia raccomandati per
questa visita.
Il Segretario si sedette sullo sgabello ed osservò Ahram
mentre si toglieva l'ago che gli spuntava dalla spalla.
— É venuto per arrestarmi? — chiese Coxie, dopo aver
buttato giù quattro o cinque tavolette di analgesico. Senza il
loro sostegno non avrebbe potuto sopportare stupide perdite
di tempo.
— Cosa glielo fa credere?
— Be', fra me e il Dipartimento non esiste un altro tipo di
rapporto. Naturalmente il torto marcio è sempre vostro.
Sodano trasse un sospiro e liberò una seggiola che studiò
attentamente prima di sedersi. — Ho già avuto modo di
conoscere questi rapporti. Rigueras mi ha rifilato un dossier
che sembra un'enciclopedia, ma sfortunatamente non ha
avuto il tempo di spiegarmi perché si ostina a proteggere un
tipo come lei. Che non sia un suo clone o un figlio naturale è
fin troppo evidente. Ma la cosa più strana è che il Capo
Dipartimento abbia bisogno di lei.
— Sbaglio o mi sta offrendo un ingaggio? — l'interruppe
Ahram, cercando di controllare la sorpresa. L'analgesico che
si stava sciogliendo nel suo stomaco doveva avere incontrato
qualche altra sostanza che non ricordava di avere ingerito,
perché sentì diffondersi nelle vene un'incontenibile
irrequietezza che finiva per concentrarsi nell'inguine.
— Purtroppo non sbaglia — Sodano mormorò quella frase
in un tono di disapprovazione che non lasciava dubbi. Stava
per essere messo con le spalle al muro — di nuovo! — e
questa volta avrebbe avuto ben poche possibilità di salvarsi.
Se Sodano agiva per conto di Rigueras, allora la sua
esperienza contava meno di niente, perché per otto anni
erano stati l'uno al fianco dell'altro, cercando di tirarsi fuori
dai guai dei Disordini. Il Capo Dipartimento lo conosceva
come un figlio troppo attaccato alla famiglia. E in un certo
senso, fra loro esisteva veramente un rapporto quasi filiale,
anche se andava sotto il nome dimenticato di Squadre Alfa.
Ahram si lasciò sfuggire un mezzo sorriso sentendo
riecheggiare nella mente il suono di quel nome. Squadre
Alfa, sì. E per un breve istante ritornò in lui la magica
sensazione di appartenere liberamente a qualcosa o a
qualcuno che non era un semplice oggetto di desiderio: non
era un caso che all'epoca in cui erano operative, queste
squadre venissero viste come uno dei rari casi in cui la
somma fosse sempre maggiore degli addendi. Sarebbe stato
divertente vedere la reazione di Sodano nel sentirgli
pronunciare quella parola, ma probabilmente il vice di
Rigueras sarebbe rimasto del tutto indifferente. Quel giovane
ambizioso, sicuro di sé e dei propri principi, doveva aver
conosciuto i Disordini soltanto di striscio, senza che i cyb
avessero mai sparso il suo sangue per i marciapiedi della
Città o gli avessero innestato qualche masochip latino-
americano.
No, battere Rigueras al suo stesso gioco era impossibile.
Al massimo, si poteva sperare in un pareggio.
— Un ingaggio non molto impegnativo — disse Sodano,
distogliendolo da quei pensieri che cominciavano ad
affollarsi un po' troppo rapidamente. — Tuttavia si tratta di
un incarico confidenziale. Tanto confidenziale da essere
costretti ad assumere qualcuno estraneo al Dipartimento.
Ahram tirò su col naso il più rumorosamente possibile,
sicuro che quella era una buona tattica per punzecchiare il
damerino pieno di autorità che aveva di fronte. Gli ordini di
Rigueras erano sempre categorici, per cui Sodano doveva
uscire dal Calderone con un ingaggio. Se così dev'essere,
pensò Ahram, lasciamogli credere di dover assumere uno
che si diverte come un pazzo a scoreggiare negli ascensori
affollati. Una magra rivincita, ma sempre meglio di niente.
— Conosce Norman Shuster? — chiese Sodano, frugando
nelle tasche in cerca di qualcosa che non riusciva a trovare.
— Il Sovrintendente Shuster? — Adesso la mente di
Ahram lavorava a pieni giri, o almeno la sua sensazione era
questa. Non gli fu difficile collegare quel nome alla figura di
un uomo sulla settantina, tutto pelle e ossa, e tanto alto da
temere che potesse spezzarsi da un momento all'altro. Il
"vecchio" Shuster era un personaggio che si dimenticava
difficilmente perché sembrava incarnare un anacronistico
dandysmo ottocentesco, in memoriam di un'epoca
abbastanza lontana da apparire innocua e rivisitabile con
sconfinata nostalgia.
— Il Master Shuster — corresse Sodano. — In questi anni
si è costruito una posizione invidiabile, e adesso c'è qualcuno
che si è messo in testa di toglierlo dalla circolazione. Forse le
minacce di morte che ha ricevuto sono opera di un pazzo, ma
in questo momento non possiamo permetterci di
sottovalutarle. Rigueras sostiene che lei è un tipo sveglio e
fidato, per cui...
Ahram scoppiò in una risata, troppo breve per apparire
spontanea. — Tutte queste adulazioni mi confondono, ma
hanno anche il curioso effetto di insospettirmi. Scommetto
che potrebbe scrivere un libro con le cose che mi sta
nascondendo, vero? Dannazione, che vuole che le dica? É
venuto fin quaggiù, mi ha fatto la sua bella proposta, e
adesso non pretenderà di avere una risposta immediata, o che
le esprima il mio entusiasmo buttandomi in ginocchio. Vuole
forse la mia benedizione per la splendida opportunità di
riscatto che mi viene offerta? Merda, mi dia una settimana e
le farò sapere qualcosa.
Sodano si alzò in piedi lentamente, con l'espressione di chi
sta cercando di far ragionare un bambino capriccioso. — Lei
non ha una settimana. E neanche un giorno. Rigueras sapeva
che avrebbe fatto storie, per questo mi ha detto di riferirle
che sta cominciando a stufarsi di "sputare sull'uniforme per
chiudere tutti e due gli occhi". Testuali parole. E poi ha
aggiunto qualcosa circa dei cadaveri sul lungofiume e un
tizio arrostito in un auto presso la Barriera...
Ah, mi chiedevo quando sarebbe passato al ricatto. Be',
eccomi accontentato. A quel punto Ahram era certo di due
cose. Primo, che Rigueras gli stava alle costole da parecchio
tempo per incastrarlo e, secondo, che un suo rifiuto avrebbe
voluto dire finire su una colonia mineraria a fare a botte con i
gorilla mutati per un po' di cibo. Merda e ancora merda.
— Sono tutte illazioni. Comunque, la "cecità" di Rigueras
mi sembra una contropartita un po' misera — disse, cercando
di tastargli il polso. — Soprattutto in questo periodo di
spese...
— Mille ECU d'anticipo. Per il saldo vedremo a lavoro
finito.
— Ehi, la vostra amministrazione è sempre di manica così
larga? Ricordo che una volta...
— Vada al diavolo, Coxie. Adesso ho altro da fare.
Domani le farò avere il contratto, il denaro, un passi per il
Centro e tutte le informazioni necessarie. Per il momento la
nostra conversazione finisce qui.
— Ah, signor Mizzy — aggiunse, mentre l'altro era già
sulla soglia. A giudicare dall'occhiataccia che gli lanciò,
Sodano doveva odiare il nome da donna affibbiatogli dai
genitori e che tuttavia non aveva mai voluto cambiare. — Sa
qualcosa di un certo Hans Dobrowicz?
Sodano socchiuse le palpebre, come se stesse valutando la
serietà della domanda, e un paio di secondi dopo si decise a
rispondere con una scrollata di spalle. — Mmm. Non è un
segreto per nessuno. Se le interessa è in un frigorifero
dell'obitorio, e ci è arrivato a pezzetti. Perché me lo chiede?
— Mmm — gli fece il verso Ahram, sperando di non
calcare troppo la mano. — Pura curiosità, ovviamente.
— Già. Adesso capisco perché Rigueras l'ha paragonata
alla carta vetrata.
Ahram spalancò gli occhi nell'espressione più ingenua che
riuscì a falsificare. — Prego?
— Lei è maledettamente insopportabile, Coxie.
Aveva chiesto a Sodano una settimana di tempo, e non gli
fu molto difficile spuntarla. Dopo tutto lui si considerava un
maestro della procrastinazione, un vero artista nel fare
domani — anzi, dopodomani — ciò che poteva essere fatto
oggi. Era un desiderio quasi insopprimibile che si traduceva
nel procurarsi una discreta quantità di ritagli di tempo "a
tenuta stagna", delle parentesi in cui la sua mente si isolava
da tutto ciò che proveniva dall'esterno e che andava sotto il
nome di vita di relazione. Non che si preoccupasse di
razionalizzare il fenomeno, perché considerava
autolesionistico razionalizzare una fonte di piacere, tuttavia
c'era in lui il giusto grado di consapevolezza che gli
impediva di esagerare, evitandogli inutili complicazioni dal
forte odore funebre.
D'altra parte, chiunque al suo posto si sarebbe concesso
una settimana di evasione in uno di questi compartimenti
stagni, se all'improvviso si fosse ritrovato a vivere all'interno
del Centro — o del Cerchio, come lo chiamavano quelli
della Periferia — dopo otto anni di esilio più o meno
volontario. Superare il primo impatto emotivo gli riuscì più
facile del previsto: le architetture del quartiere centrale erano
radicalmente cambiate dopo il restauro, così come la
macchina amministrativa e le persone non erano più quelle
di un tempo; ma ben presto in quelle linee geometriche e in
quelle fisionomie gli apparvero dei tratti familiari che
soltanto un altro condizionamento mentale della Clinica
avrebbe potuto cancellare dalla sua memoria. Allora dovette
veramente combattere con i ricordi che tutto a un tratto
avevano incominciato ad erodere gli argini in cui li aveva
confinati. C'era sempre qualcosa di sublime — il senso della
storia, forse — nel sostare davanti ad un frammento del
passato e immaginare che la superficie di un oggetto o di un
determinato luogo potessero conservare il tocco o le
impronte di gente scomparsa da tempo, e che in qualche
modo aveva condizionato il futuro. Era un po' come dormire
nel letto di Napoleone o rigirare fra le mani uno dei pugnali
che avevano trafitto Cesare; e ogni volta che ciò accadeva, si
aveva la netta impressione che le cose più durature
riuscivano tuttora a condividere la parte migliore di ciò che è
scomparso per sempre. Ma quando i frammenti del passato
riguardavano la propria esistenza, la sublimità sembrava
trasformarsi in qualcosa di molto meno metafisico e
transitorio. Ad Ahram non piacque calpestare nuovamente le
vecchie strade che aveva percorso per andare al lavoro, in
palestra o in biblioteca; non gli piacque constatare che il club
esclusivo che un tempo era solito frequentare avesse nuove
insegne e agenti armati alla porta, e che l'odore che sembrava
gravare sul Cerchio avesse assunto il sentore del metallo
ossidato. Per questo aveva bisogno di tempo. Un conflitto
rapido e violento avrebbe distrutto il competitore più fragile,
cioè lui.
Comunque non era il tipo che si lasciava sopraffare
dall'inerzia. Anzitutto pensò bene di trovarsi un alloggio che
avesse come requisito essenziale la sicurezza e, dopo brevi
ricerche, optò per un bilocale del Mandarino, un isolato-
albergo dell'Anello 1 che prosperava grazie ai pazienti della
Clinica. Quindi si comprò una buona scorta di cibi
liofilizzati, una cassa di birre e alcolici vari, nonché un
invidiabile assortimento di pillole per il quale preferì non
rivolgersi a Brahim, perché era sicuro che non gli avrebbe
risparmiato un sacco di domande imbarazzanti.
Sette giorni dopo il primo incontro con Sodano, quando
cioè la procrastinazione cominciava a diventare un gioco
pericoloso, si decise a visitare uno di quei megacentri di cura
del corpo che erano in grado di fare miracoli proporzionati al
conto in banca, e quando ne uscì non potè fare a meno di
sentirsi più pulito, curato e perfino elegante. Tuttavia era ben
lontano dal sentirsi una persona rinata. Guardandosi allo
specchio della sua nuova camera vide soltanto un uomo di
mezza età, un po' emacialo, che si reggeva sulle gambe
cigolanti in modo curioso. Non era altro che uno dei tanti
cacciatori di ingaggi che si nascondeva dentro a una camicia
termica giallo limone, stivaletti astrodex e giubbotto
fotocromatico per darsi delle arie da duro.
E perché mai non dovrei crederci?
Erano ormai le nove di sera quando tolse l'ololettore
dall'imballo per sistemarlo sul tavolino da caffè, davanti al
divanetto. Aveva qualche dubbio sul funzionamento di
quell'aggeggio, dato che proveniva dalla cantina di Gwana
ed era per giunta coperto da uno strato di polvere non
indifferente, ma non era riuscito a trovare di meglio senza
dare nell'occhio e, soprattutto, senza spendere cifre
esorbitanti. Il fatto di avere per le mani poco più di 5000
ECU, peraltro già intaccati, non lo autorizzava a bruciarli
tutti e subito per sciocchezze inutili o assurdamente costose.
Se avesse avuto la sicurezza di intascare il resto delle
somme, be', allora si sarebbe comportato diversamente; ma
per il momento doveva accontentarsi del ciarpame di Gwana
il quale, pur essendo un pessimo ricettatore, offriva la
garanzia di essere sordomuto e discretamente sclerotico.
Superale alcune difficoltà di installazione, si sciroppò per
più di un'ora l'olo che conteneva un concentrato di articoli,
estratti di dossier e relazioni dell'Esecutivo in cui figurava il
nome di Norman Shuster, senza peraltro ricavarne granché.
Non era una novità che il Master Shuster fosse un esperto
finanziere, azionista di alcune imprese satellite della Clinica,
comprese la Astro-Mach e la BRSI, quest'ultima nata dalla
rifondazione dell'antico MIT. Sposato con rito cattolico-
evoluzionista con Mary Ann Hasser da tre anni, senza figli.
Innesti organici ai reni, esofago, colon e pancreas, gli ultimi
due effettuati circa quattro mesi addietro.
Le righe di testo e le immagini scivolavano rapidamente
nel lettore, fino a diventare un'accozzaglia di segni grafici
che la sua mente si limitava a registrare m modo passivo.
Terminato il primo olocubo decise di riscaldarsi una pizza
nel cucinino attiguo, e approfittò della pausa per accendere
anche qualche luce poiché, nella penombra, l'assortimento di
plastica e metallo con cui era arredata la sua temporanea
abitazione la faceva assomigliare ad un mausoleo pieno di
spettri. Dieci minuti dopo era pronto ad affrontare l'olocubo
consegnatogli dal nano di Xavier, anche se la sua attenzione
sembrava concentrarsi soprattutto sul triangolo di pasta
insapore che minacciava di ungere tutto ciò che si trovava
nel raggio di mezzo metro.
Le informazioni su Hans Dobrowicz si rivelarono un po'
più interessanti e dettagliate. A quanto pareva, nonostante
tutte le sue paranoie, Xavier riusciva a ficcare il naso
ovunque all'interno delle Reti, e doveva dargli atto che con
quel suo terminale sapeva fare cose che avrebbero suscitato
qualche scrupolo perfino al Coxie dei tempi dei Disordini,
per esempio intrufolarsi nelle banche dati della Camera di
Commercio o del Dipartimento di Sicurezza. Nell'angolo in
alto a destra dello schermo il codice che indicava la
provenienza dei dati era stato sostituito dal profilo stilizzato
di un clown. Di solito gli hacker avevano un bisogno
incontenibile di ostentare la loro abilità, e lo facevano
lasciando qualche traccia del loro passaggio. Molto spesso si
limitavano a sigle o a logo che significavano un "visto
quanto sono bravo?", e il clown di Xavier non doveva fare
eccezione. Soltanto che questo era un clown triste, con due
lacrimoni che gli rigavano la biacca del volto, quasi a dire "sì
sono bravo, ma ciò non mi fa star meglio".
Ahram stava riflettendo sulle contraddizioni del suo
cliente quando sullo schermo apparvero delle proiezioni che
lo costrinsero a pulirsi le dita unte, per precipitarsi sul tasto
del fermo immagine, La routine grafica compose una
sequenza di quattro finestre che andarono a formare un
quadro articolato. Ritornò sulla schermata iniziale e scoprì
che si trattava di una proposta dell'Esecutivo, finalizzata allo
sfruttamento delle aree in disuso. Il progetto annesso
riguardava la costruzione di un gigantesco edificio per lo
sdoganamento delle merci coloniali, in una zona a venti
chilometri a nord della barriera, collegato al centro tramite
una rete di tunnel. Il progetto doveva essere realizzato
sfruttando tecnologie asiatiche, e l'investimento era
valutabile attorno ai cinquanta milioni di ECU. E guarda
caso la Clinica avrebbe stanziato metà della somma.
Ahram continuò a ruminare la sua pizza gommosa,
chiedendosi se Hans Dobrowicz fosse stato ucciso proprio in
qualità di amministratore di zona, nonché di titolare di
alcune imprese a cui erano stati appaltati i lavori. Inoltre,
l'ipotesi poteva essere avvalorata dal fatto che, a distanza di
un anno dall'approvazione del progetto, del centro di
sdoganamento non c'era ancora la minima traccia.
Quest'ultima circostanza si rivelò decisiva per stabilire una
sommaria linea d'azione che avrebbe cominciato a mettere in
pratica già dalla mattina successiva, trascorrendo qualche ora
seduto davanti a un terminale, a caccia di qualche cittadino
che non aveva digerito l'esproprio dei terreni, o di qualche
amministratore delegato che si era visto soffiare l'appalto...
Shuster, sua moglie o chi per loro potevano benissimo
aspettare fino al pomeriggio.
Dopo aver fatto sparire gli olo nella nicchia sotto il
lavello, si concesse qualche minuto per valutare le
opportunità ricreative della serata, incerto se dare l'assalto
alle provviste alcoliche o se fare un giro fino al Mombasa,
dove Brahim e soci avrebbero sicuramente escogitato
qualcosa di interessante.
Dannazione, prima dovrei modificare la serratura
d'ingresso, pensò per l'ennesima volta, consapevole che
adesso non si trovava più nel Calderone. Laggiù nessuno
aveva niente da nascondere, per cui i sistemi di sicurezza
erano una delle cose più superflue della società post-cyb. Ma
mentre valutava la possibilità di cannibalizzare l'ololettore
per assemblare un pratico quanto illegale sensore termico
esplosivo, dalla porta provennero tre colpi decisi che lo
fecero sussultare. Una congiura si disse, con la stessa
presenza di spirito dell'uomo più sfortunato del mondo. Con
la pistola in pugno andò ad accendere il monitor dell'ingresso
ma scoprì che era guasto, per cui cercò in fretta una domanda
intelligente per scoprire l'identità del suo nuovo visitatore.
Anche questo, come gli altri, aveva una discutibile
propensione per gli orari scomodi.
— Il signor Coxie? — disse la voce dietro l'acciaio del
pannello scorrevole. Una voce femminile. — Sodano mi ha
detto che ti avrei trovato qui. Apri, lo so che sei in casa. Per
favore.
Sapeva benissimo che si trattava di un gesto molto
imprudente, e che forse si era rammollito al punto da
lasciarsi convincere da una voce femminile, dolce e giovane.
Aprì la porta di scatto, perché un po' di imprevedibilità non
guastava mai, ma fu lui ad essere colto alla sprovvista. Fuori
non c'era nessuno. Solo uno strafottuto aggeggio di metallo
applicato alla porta.
Merda! Si girò di scatto verso il soggiorno, pronto a
sparare, senza neppure curarsi del fatto che la finestra più
lontana era aperta, la serratura fusa e penzolante. Capì
immediatamente la situazione non appena si ritrovò davanti
una bionda naturale che lo superava di dieci centimetri in
altezza e di qualche chilo in peso. Senza esitare si tuffò sulla
sinistra di 50 gradi. Ruzzolò nel cucinino travolgendo
parecchie suppellettili, e ignorando gli urti contro gli spigoli
riuscì a girarsi dove voleva. La donna era là, tra il
refrigeratore e il mobile che lui usava come dispensa. In
mano aveva un bisturi laser di medie dimensioni, ancora
attivato, cosa che fece passare in secondo piano il fatto che
l'intrusa fluttuasse a un metro dal pavimento.
— Non muoverti! — gridò, mentre arrancava per tirarsi in
piedi con l'aiuto di una mano sola. L'altra le teneva puntata
addosso la pistola.
La donna allargò le braccia e lasciò cadere il bisturi.
Quindi, con un sorriso che doveva essere rassicurante,
attenuò i campi AG che aveva sotto le suole e innervati nel
collo degli stivali, finché non toccò terra. Nello stesso istante
Ahram si era ripreso dal volo. — Niente paura — disse. —
Sono della Sicurezza.
Lui la squadrò per qualche istante senza aprire bocca. Non
era l'incarnazione dell'idea platonica della Bellezza, ma
quello era un dettaglio del tutto marginale. Quel corpo sulla
trentina sembrava essersi sviluppato obbedendo a un codice
genetico che contemplava tutta una serie di piccole
asimmetrie che lo rendevano ancor più desiderabile. C'era
poi qualcosa nel suo portamento che tradiva l'imbarazzo — e
una certa fragilità — tipici di chi è nato e vissuto in un
ambiente a bassa gravità.
Una delle colonie, pensò. E che cosa ci fa nell'uniforme
della Sicurezza? si chiese mentalmente, intuendo che doveva
avergli detto la verità.
— Ahram Lee Coxie? — chiese lei, increspando appena le
labbra sottili, su cui sembrava concentrarsi una fatale carica
di sensualità. Poi gli sguardi di entrambi caddero sull'arma
che stupidamente le teneva ancora puntata addosso.
— Temo di sì, dannazione. Adesso vorresti spiegarmi che
diavolo...
— Bel posticino — l'ignorò, guardandosi intorno. —
Vorrei averne uno tutto per me, magari un po' più luminoso,
ma girano certe cifre...
— Senti, non credo di essere io il maleducato se...
— Immagino che stessi per uscire — l'interruppe.
— Beccato per un pelo, infatti — mentì Ahram, sperando
che capisse l'antifona. — Ho parlato con Sodano questa
mattina, e se ben ricordo eravamo intesi che avrei cominciato
domani. O devo credere che il nome di Sodano è soltanto
una parola d'ordine per entrare a piacimento in casa mia?
Sventrandomi le finestre, poi.
Quell'ultima osservazione parve non sfiorarla neppure. La
donna si limitò ad estrarre di tasca i documenti di
identifìcazione, più un piccolo olocubo che lanciò ad Ahram.
— Io sono un agente della Sicurezza, anche se mi hanno
ingaggiata da pochi giorni. Ho lasciato Ringfarm giovedì
scorso su esplicita richiesta di Franco Rigueras.
Rigueras, ancora Rigueras. — E a che scopo, se posso
saperlo?
— In pratica dovrei darti una mano. Quando l'ha saputo,
Sodano ha fatto un po' di storie, ma alla fine mi ha detto di
starti appiccicata addosso. Oh, non è il caso di fare quella
faccia. Sono assolutamente decisa ad obbedire, anche se non
proprio alla lettera.
Ahram si lasciò sfuggire la sua imprecazione preferita,
trattenendosi dal lasciarsi andare in qualcosa di molto più
articolato. Probabilmente Sabi — questo era il nome sul suo
tesserino magnetico — Sabi avrebbe frainteso la sua
reazione, giudicandolo un dannato individualista, egoista e
tutto il resto, mentre in realtà lui voleva solo proteggerla.
Ricordava fin troppo bene l'ultimo periodo dei Disordini,
quando la Città si era trasformata in una specie di mattatoio
in cui si scannavano le frange violente del vecchio Comune,
della Clinica e dei vari Opportunisti di turno. Era l'epoca in
cui vennero gettate le basi per l'attuale equilibrio sociale e
politico, frutto di compromessi molto spesso sanguinosi, e
lui era là nella mischia con la sua Squadra Alfa, incapace di
evitare che tutto ciò che gli stava attorno o che toccava si
trasformasse in catastrofe. Non voleva riservare la stessa
sorte anche a quella ragazza.
— Mi spiace ma non se ne fa niente — disse in tono
perentorio.
— Non mi offri niente da bere? — l'ignorò lei.
Ahram si sentì spiazzato per un paio di secondi. — Oh,
d'accordo. Ma c'è solo whisky da quattro soldi.
Sabi alzò le spalle, seguendolo con lo sguardo. — Andrà
bene lo stesso — disse.
— Era proprio necessario che ti presentassi in questo
modo? — le chiese dalla cucina. — Lo sai che potevi restarci
secca?
— Rischio calcolato — affermò lei, in tono evasivo. —
Però non mi aspettavo una reazione così improvvisa. Lo
conoscevi già il trucchetto dello speaker con il gap a
diffrazione?
Sì, da quando dei laser gli avevano trapassato il braccio
sinistro in tre punti, all'età di vent'anni. Un fottuto
mercenario cinese. Da allora non c'era più cascato. — No,
figurati.
— E poi... — continuò Sabi — Be', volevo dimostrarti
che... sono all'altezza del mio incarico.
Lui scosse la testa e tornò in soggiorno.
— Accidenti, lo sai che lo scricchiolio delle tue gambe fa
accapponare la pelle?
Ahram rifletté un istante, poi decise di sorvolare su quella
indelicatezza, peraltro abbastanza innocua. — Stessa qualità
del whisky — disse, porgendole il bicchiere. — É un regalo
del tuo Dipartimento, una specie di liquidazione di fine
carriera.
— Capisco. Benvenuto nella famiglia degli Innestati,
allora.
— Prego?
Questa volta Sabi assunse l'espressione di chi sa di aver
commesso una gaffe. — Oh Dio, vuoi dire che non hai letto
l'ultimo aggiornamento del Libro degli Innesti?
— Ho avuto parecchio da fare nell'ultimo periodo. Stai
dicendo che adesso un paio di gambe artificiali fanno di me
un Innestato?
Sabi annuì lentamente. — Dal mese scorso.
— Bene. Suppongo che dovrei sentirmi una persona
diversa da quella che ero pochi giorni fa... Merda, e io che
volevo entrare in una di quelle sette di Puristi che... — fece
una smorfia che costrinse la donna a sorridere. — Che
strano. Una sera ti metti a letto bello soddisfatto della tua
"purezza", e il mattino seguente scopri di essere un
maledetto Innestato, con alle costole una dozzina di sette
puriste che smaniano di arrostirti sulla graticola. Uhm, se va
avanti così sarò costretto a fondarne una anch'io. Quella
dei... Sì, dei Veri Espiatori. "Beati gli Imperfetti, perché
sanno di esserlo". Notando l'espressione un po' sconcertata
della donna, pensò di non spingersi troppo oltre con le
idiozie, ripiegando su qualcosa di più pacato e personale. —
In fondo dovevo aspettarmelo — riprese a dire. — Anche
l'NC più sofisticato non ti fa sentire del tutto normale... E
quando hai accettalo di reggerti su due gambe sintetiche,
scopri che non è molto diverso dal girare in sedia a rotelle. É
solo un po' più pratico, ma la sensazione di portarti dietro un
ammasso di ferraglia non ti molla un attimo. — Già pensò.
Tutte le volte che devi muovere le dita dei piedi, il cervello
deve sempre litigare con quel dannato NC per stabilire di
chi sia la competenza. E se non ti sbrighi a trovare una
soluzione va a finire come quel tizio che, tre mesi dopo
l'impianto, si è sventrato con un paio di cesoie per
strapparsi fuori l'NC. Dovrei forse biasimarlo?
— Potresti trasferirti su una colonia — suggerì lei, mentre
il sapore del whisky le faceva storcere la bocca. — Lassù
questi problemi non esistono, almeno non in modo così
esasperato.
— Già — disse Ahram, e chissà perché gli ritornarono in
mente i gorilla mutati. — Ma tu sei qui per l'olo, no? Allora
sarà meglio che lo guardi, o temo che ti farò perdere la serata
in chiacchiere. Sai già di che cosa si tratta?
— Più o meno. Però preferisco discuterne dopo.
Ahram riaccese il lettore. Un piccolo problema con la
modulazione gli diede il tempo di buttar giù un paio di
pillole, e per un breve istante nella sua mente sembrò
echeggiare una sola parola, seguita da un punto di domanda:
assuefazione?
Lo schermo si illuminò all'improvviso, producendo la
consueta serie di effetti ottici colorati, e piano piano gli
instabili contorni di un'ameba si focalizzarono in
un'immagine 3D un po' sbiadita.
— Purtroppo manca l'audio — sentì la voce di Sabi alle
sue spalle. — La lettura labiale non ha dato problemi, ma le
frasi sono del tutto irrilevanti.
Nel riquadro metallico del lettore prese forma un ampio
corridoio azzurrino, ripreso da un punto imprecisato di un
soffitto, probabilmente a una delle estremità. Con sua
sorpresa, Ahram si trovò di fronte un'immagine familiare che
non avrebbe più dovuto figurare nei suoi ricordi. Anche
l'ultima traccia d'incertezza venne spazzata via quando nel
campo di ripresa entrarono alcune figure in camice.
— Ehi, ma questa è la Clinica! — esclamò. — Come siete
riusciti ad avere questa roba?
Sabi si strinse nelle spalle. — Portata a Sodano
direttamente dal responsabile delle Relazioni Esterne —
disse formalmente, e poi aggiunse in tono tutt'altro che
professionale: — La registrazione risale a quattro giorni fa.
Deve aver scatenato un bel casino, là dentro, se i loro pezzi
grossi hanno deciso di rivolgersi al Dipartimento.
Già, pensò Ahram, rammentando la tradizionale politica
dei panni sporchi. — Riguarda Shuster?
— Se hai un attimo di pazienza potrai vederlo da te. Ecco,
fa' attenzione a quelli che stanno uscendo da quella porla
laggiù.
Quattro figure in secondo piano emersero sulla destra e si
portarono al centro del corridoio, quindi avanzarono in
direzione della telecamera.
Un tizio in borghese uscì dall'ascensore e raggiunse i
quattro, soffermandosi a parlare per alcuni istanti. Più avanti,
quello al centro venne avvicinato da una donna che era
apparsa dal nulla in un angolo dello schermo, dove
l'immagine era stranamente distorta.
Un attimo dopo, nella mano della donna brillò qualcosa di
lucente e nel corridoio scoppiò il caos. Medici e infermieri
urlavano e correvano da tutte le parti, mentre il paziente era a
terra in una pozza di sangue. Ahram cercò subito di seguire i
movimenti della donna, e quando ormai pensava di non
ottenere alcun aiuto dalle immagini, scoprì che l'assassina si
era già precipitata verso la porta sopra cui era installata
l'olocamera. Il suo volto entrò nel campo di ripresa troppo
velocemente per fissarne i lineamenti, lasciando subito
spazio a una scena concitata.
— Che diavolo significa? — chiese, ma intanto la sua
attenzione era attirata da un campanello d'allarme che si era
messo a suonare nella sua mente.
— É il primo omicidio che si verifica nella Clinica —
disse Sabi. — Il primo di cui l'esterno ne ha conoscenza,
almeno.
— Se ben ricordo i Medici hanno un proprio servizio
d'ordine, trattati di estradizione e tutto l'apparato burocratico
del caso.
La donna scosse la testa, e ad Ahram parve di leggerle in
volto la stessa espressione disarmata di chi sta tentando di
comunicare con un deficiente. — Questa volta la
commissione di giustizia medica è veramente nei guai —
commentò, non senza una sfumatura di soddisfazione. —
Non sono ancora riusciti a trovare quella donna. L'hanno
vista tagliare la gola a quell'altro e poi puffi Svanita nel nulla.
— Se è uno scherzo, è abbastanza idiota. Se c'è un posto
dove non ti puoi nascondere, quello è proprio la Clinica. Là
dentro vengono tutti spiati, perfino quando vanno a... ai
servizi igienici. É una regola che vale per lo staff e a
maggior ragione per gli esterni. E quella donna era un
esterno, suppongo.
— Sembra di sì. Ma non siamo ancora riusciti a sapere le
sue generalità, né i motivi per cui era ricoverata. Ci hanno
passato solo la scheda clinica della vittima, il capo-settore
Antonio Suwabata. Doveva essere sottoposto a
rigenerazione.
Ahram si accorse con un una punta di rammarico che le
pillole di fenotrial non avevano ancora intaccato le sue
capacità di analisi. Tutto lasciava credere che Rigueras fosse
convinto che quella donna stesse minacciando anche la vita
di Shuster, quindi quella donna era anche affar suo. Merda.
Sabi restò ancora per un quarto d'ora, il tempo sufficiente
per assicurarsi la sua collaborazione — non senza sfoderare
le velate minacce che soltanto Sodano poteva averle
suggerito — e consegnargli un sacco di cose che avrebbe
chiesto a Babbo Natale, se solo ci avesse creduto. Fra queste
c'era un meraviglioso porto d'armi di classe A nuovo di
zecca.
Quando la donna si richiuse la porta alle spalle Ahram
ebbe la tentazione di attaccarsi alla bottiglia, forse per
ricominciare il gioco della "procrastinazione" o forse
soltanto per confondere il profumo del bacio che Sabi gli
aveva stampato sulla guancia. Tuttavia, per impedire alla sua
mente di andarsene per i fatti suoi, preferì prendere ancora
un paio di pillole e rimettersi davanti al lettore, anche a
rischio di beccarsi una di quelle emicranie che ti stendono
per una settimana.
Così si lasciò scivolare sopra i cuscini e riavviò la
registrazione, rallentando la sequenza dal punto in cui
Suwabata stramazzava a terra privo di vita. Poi, con un
tempismo che lo sorprese, bloccò lo scorrimento proprio sul
volto dell'omicida.
Era il volto di una giovane donna dai tratti vagamente
orientali, capelli neri e lucenti che le cadevano sulle spalle.
La pelle chiara delle guance era solcata da minuscole
cicatrici che, paradossalmente, ne esaltavano la bellezza,
conferendole un fascino misterioso ed inquietante. Gli occhi
nerissimi tradivano una fredda determinazione che rasentava
l'incoscienza.
Adesso capiva il perché di quel campanello d'allarme. Era
la prostituta in cui s'era imbattuto un paio di settimane prima
nel parcheggio del distributore abbandonato.
7

Ahram raggiunse la sala congressi con un'ora abbondante


di ritardo, cosa che fece infuriare Sabi non appena lo vide
entrare nella hall del Palazzo Impero. Buona parte degli
invitati aveva già preso posto nel salone, ma almeno una
cinquantina di ritardatari stentavano a dare un taglio alle loro
astruse conversazioni d'affari.
Con una scrollata di spalle Coxie si avviò verso la ragazza
con una certa indifferenza. Se pensava alla sua situazione, le
uniche metafore che gli venivano in mente erano quelle dei
pesci fuor d'acqua o delle mosche nel latte... per la gioia di
Sodano.
Sabi gli andò incontro con aria minacciosa, ed era un bene
che l'effetto intimidatorio fosse notevolmente pregiudicato
dalla sua buffa andatura molleggiata da colono. Quando poi
riuscì ad agganciare il suo sguardo, capì che almeno per il
momento gli avrebbe risparmiato una scenata.
— Si può sapere dove cavolo sei finito, dannazione?
Dovevamo trovarci qui per le nove, e adesso sono le dieci
passate!
— Ho fatto un salto alla casa di Shuster — tentò di
giustificarsi, ma capì immediatamente di aver aggravato le
cose. — Be', sì. Insomma, credevo che sarebbe stata una
buona idea cominciare a sorvegliarlo fin dalla sua
abitazione... solo che era uscito in anticipo. — Naturalmente
preferì non dirle nulla della misteriosa donna che aveva
sgozzato Suwabata, né che in quell'ora era anche passato
all'obitorio per vedere se ci fosse ancora qualche traccia del
vecchio che aveva visto in sua compagnia. Sabi poteva avere
tutte le migliori intenzioni del mondo, ma le indagini sarebbe
stato lui a condurle, almeno finché l'ingaggio che aveva
sottoscritto prevedeva la sua responsabilità personale. E
finché c'era di mezzo Xavier.
— Andiamo dentro — disse la donna, passandogli un
detector sofisticato e facendo cenno ad altri agenti della
Sicurezza che potevano lasciarlo passare. — Rimandiamo a
dopo le discussioni.
— Non chiedo di meglio — ribatté, seguendola all'interno
del salone.
Per un istante provò una sensazione molto simile al panico
da agorafobia. Il salone era di forma ellittica, una sorta di
bizzarro anfiteatro che ospitava cinque o seimila posti a
sedere, tutti occupati, più una doppia fila di balconate che si
affacciavano solo da un lato come tante piccionaie. L'enorme
locale sembrava almeno dieci volte più spazioso — o
gremito — per le impressionanti deformazioni ottiche
prodotte dalle pareti, insonorizzate e rivestite di speciali
specchi a diffrazione che per lui erano una novità assoluta.
La luce era calda, e pioveva uniforme da un soffitto
parabolico che sembrava un mare di scaglie cristalline,
instabile quanto inquietante.
— Non hanno badato a spese — le sussurrò mentre
raggiungevano i loro posti in prima fila, un po' decentrati, a
pochi metri dal palco. Forse dovrei viaggiare di più, si disse
con un certo rammarico. Mi spiacerebbe vivere come un
contadino del medioevo. Nascere e crepare sempre nello
stesso villaggio, senza sapere cosa c'è cinque chilometri più
in là. — Be', adesso non siamo noi quelli che ritardano —
disse, cercando di concentrarsi su quanto gli accadeva
intorno, e le sue parole ebbero il solo effetto di far
spazientire Sabi.
Un minuto dopo le pareti del salone cominciarono ad
oscillare. In alcuni punti si delinearono dei contorni
geometrici che racchiudevano superfici instabili, come
ectoplasmi imprigionati da barriere impalpabili. Subito dopo
nei contorni presero forma giganteschi oloscreen che
inquadravano il palco e il tavolo di cristallo predisposto per
le personalità di turno. Dietro di esso, a poco a poco, le
molecole della parete sembrarono ritrarsi per lasciare spazio
a un'apertura rettangolare piuttosto ampia, da cui fecero la
loro comparsa i protagonisti.
Niente male per un comitato di beneficenza pensò,
scartando immediatamente l'idea di calcolare il costo di tutta
quella messinscena. La moglie di Shuster era una donna
socialmente molto attiva, ma era difficile credere che fosse
così attiva da conquistarsi le simpatie e il portafogli di
migliaia di persone, fra l'altro tutta gente che teneva in piedi
l'economia della Città. Probabilmente era la nobile causa
degli Innestati a produrre un così ampio consenso. In
definitiva, tutelare il diritto agli innesti sintetici del ceto
mediobasso significava soprattutto tutelare il diritto alla
propria longevità. Ovviamente non si potevano ancora
adottare slogan umanitari del tipo Rigenerazione per tutti,
anche se questa era la politica del Komm, poiché la parola
magica capace di discriminare qualsiasi cosa era "denaro".
Comunque fosse, era sempre un'efficace forma di pubblicità
farsi vedere con il portafogli in mano per scopi umanitari:
era il miglior detersivo con cui lavare la propria coscienza.
— Eccoli, arrivano — sussurrò Sabi, dandogli di gomito.
Ahram sollevò lo sguardo alla ricerca di Shuster. Lo
scroscio di applausi e un banale scambio di posti dietro al
tavolo crearono una breve e calcolata confusione che non
gl'impedì di individuare il Master fin dalla prima occhiata.
Smoking nero lucente, papillon giallo fluorescente, un
enorme fiore all'occhiello e gesti affettati. Dalla prima fila
credeva quasi di poter sentire il profumo di... gelsomino? Sì,
in effetti Shuster Io si sarebbe riconosciuto ovunque, ed era
difficile credere che dietro quella facciata potesse celarsi una
personalità pragmatica. Tuttavia, il fatto di non essersi
ancora sottoposto a una rigenerazione integrale, tradiva in lui
buona parte degli ottant'anni che si portava sulle spalle.
La moglie Mary Ann si sedette al suo fianco e cominciò a
fare gli onori di casa in qualità di presidente del comitato.
Ringraziò gli intervenuti, soprattutto gli ospiti sul palco, e
promise che nel corso della mattinata avrebbe illustrato tutti i
grandi successi conseguiti per il bene della Causa.
Anche questa volta, forse, un centinaio di miserabili —
mutilati, incancreniti, pazzoidi vari — avrebbero avuto in
dono un bel pezzo di ricambio nuovo di zecca, un po' di
carità che avrebbe soltanto prolungato la loro lenta agonia.
Ehi. la cosa mi riguarda da vicino, pensò, ricordandosi che
da qualche giorno anche lui era entrato nella grande famiglia
degli Innestati. Tuttavia non riusciva a provare il minimo
interesse per il fiume di parole e di immagini che avrebbe
dovuto sorbirsi. C'era in lui una sorta di avversione congenita
alle manifestazioni in grande stile, forse perché nella
maggioranza dei casi erano un semplice sfogo narcisistico o,
più concretamente, un'efficace valvola di sicurezza
economica.
Quanti milioni di nuovi ECU potevano cambiare tasca in
un salotto di quelle dimensioni?
Ad un tratto, uno strano movimento di Shuster attirò la sua
attenzione. Il Master aveva piegato la testa di lato, come se
volesse sussurrare qualcosa all'orecchio della moglie. No,
stava ascoltando da un minuscolo auricolare interno. Un
attimo dopo lo vide alzarsi compostamente, non senza aver
rassicurato Mary Ann con un sorriso, per poi avviarsi verso
l'uscita alle sue spalle.
Ahram non ci pensò due volte. — Io vado — mormorò a
Sabi, e con un gesto perentorio le ordinò di restare seduta.
Avrebbe scortato Shuster anche nella toilette, ma prima
doveva risolvere il problema di non farsi notare. Passare dal
palco era come dichiarare davanti a tutti di essere la guardia
del corpo del Master. E, chissà come, era certo che in quel
caso la moglie non avrebbe esitalo a cavargli gli occhi.
L'unica cosa che poteva fare era tornarsene nella hall e
cercare di raggiungerlo dai corridoi di servizio, senza
perderlo di vista per troppo tempo. Credeva ormai di esserci
riuscito, quando un paio di uomini in uniforme gli sbarrarono
l'accesso al corridoio che portava ai locali dietro al palco. Gli
bastò mezza frase a sua giustificazione per capire che quei
due non l'avrebbero mai fatto passare con le buone.
— D'accordo, mi dispiace moltissimo — disse,
guadagnandosi quell'attimo di discussione sufficiente per
colpirne uno alla gola. L'altro tentò di sparargli una scarica
di aghi che andarono a conficcarsi nel morbido rivestimento
della parete. Ahram gli scivolò sotto il braccio e spinse con
tutte le sue forze, catapultandolo contro lo spigolo di un
pilastro. L'impatto e il rumore del lancia-aghi caduto sul
pavimento lo assicurarono di aver risolto il problema. Quindi
si precipitò in fondo al corridoio alla ricerca di Shuster, ma lì
le cose si complicarono sul serio.
Il labirinto di corridoi, sale e salette e, come se non
bastasse, il penetrante sibilo dell'allarme subsonico,
mandarono completamente in tilt il suo senso
dell'orientamento. Comunque non credeva di essere molto
lontano dall'accesso al palco, perciò Shuster doveva essere
nei paraggi. Già, ma dove?
Sulla sinistra si apriva un lungo corridoio, una specie di
tunnel saturo di una luce azzurrina. Con la coda dell'occhio
gli parve d'intravedere una chiazza scura che poteva
benissimo essere lo smoking del Master.
Dove cavolo sta andando?
Si precipitò in quella direzione, vagamente consapevole
del rumore di passi che si stava avvicinando alle sue spalle.
Per un soffio non venne investito da un'altra scarica di aghi
che andò a traforare la costosa imbottitura della parete. Se
non è Shuster sono fottuto, pensò, raggiungendo il punto in
cui aveva visto sparire il presunto smoking. La porta a molla
stava ancora dondolando sui cardini.
Dopo un attimo di esitazione irruppe nel locale, un'enorme
sala di controllo che, a giudicare dallo stato delle
apparecchiature disposte lungo le pareti, doveva essere fuori
uso da almeno tre anni.
— Master Shuster! — chiamò, cercando di riprendere
fiato. Bloccò in qualche modo la porta e si guardò attorno in
cerca di qualche traccia o, alla peggio, di un angelo
protettore per poi fronteggiare gli agenti della Sicurezza che
in quel momento stavano intasando i corridoi.
Qualcosa, però, costrinse la sua mente a liberarsi in fretta
di quel pensiero. Ad un tratto la luce azzurrina della grande
sala divenne gialla, poi passò al rosso.
In fondo, contro la parete opposta all'entrata, si stagliò la
sagoma di una donna che non sembrava affatto disturbata
dalla sua presenza. La vide sollevare una mano in un saluto o
in un cenno d'intesa, e un attimo dopo scomparve nel nulla.
L'atmosfera sembrava essersi fatta palpabile, densa come se
si stesse solidificando. L'incanto durò solo una frazione di
secondo, spezzato bruscamente dal rumore di un gruppo di
persone che si stavano accalcando all'esterno, contro la porta.
Shuster, dannazione! Shuster!.
Ma di Shuster non c'era traccia. E a quella constatazione
Ahram sentì che il panico stava per dilagare in ogni singola
molecola del suo corpo.
Ad un tratto, però, accadde qualcosa che neppure la mente
bruciata di Fleury avrebbe saputo immaginare. Una parete
laterale, più o meno all'altezza della terza fila di monitor,
cominciò a spezzarsi in due nel senso della lunghezza.
Sembrava che la parte superiore si stesse ritraendo insieme al
soffitto, ma paradossalmente non si riusciva a scorgere
nessuna fenditura, nessun segno che la muratura stesse per
crollargli addosso. I monitor erano intatti, eppure un
centimetro più su... la parete si piegava verso l'interno a 45
gradi, e minacciava di inclinarsi ulteriormente.
Senza riflettere, Ahram cercò di portarsi nel punto in cui
aveva scorto la sagoma. Barcollò in avanti, lungo lo stretto
passaggio lasciato da due file di banchi, incespicando nelle
casse vuote sparse qua e là sul pavimento. A una decina di
metri dal punto in cui aveva visto apparire la donna si sentì
artigliare una caviglia e... No, era solo la sua immaginazione.
Aveva semplicemente incespicalo in qualcosa che...
Cadde a terra supino, e benché fosse stordito, riuscì a
percepire contemporaneamente tre cose. Un forte odore di
gelsomino, il sudore freddo che gli impregnava i vestiti e il
pavimento di ghiaccio che sembrava premere su ogni
vertebra, adattandosi alla curva della sua spina dorsale. Con
lo sguardo rivolto al soffitto, i suoi occhi riuscirono appena a
scorgere il movimento della parete inclinata che andava a
sbattere contro quella opposta e ritornava nella posizione
originaria in una frazione di secondo. Senza un rumore.
Senza uno spostamento d'aria. Tutto era calmo come quando
aveva messo piede lì dentro. La luce rossa che pioveva
dall'alto cominciava ad attenuarsi, l'atmosfera era meno
opprimente.
Attese qualche secondo prima di rialzarsi. Aprì le braccia,
le distese sul pavimento e cercò di piegare le gambe. Lo
scricchiolio familiare delle giunture fu come un'iniezione di
sicurezza, ma quando si tastò per controllare le sue
condizioni scoprì di avere i pantaloni bagnati.
Il fatto non lo preoccupò più di tanto, perché tra meno di
dieci secondi quelli della Sicurezza l'avrebbero infilzato
come un puntaspilli. Poi gli avrebbero chiesto che cavolo gli
fosse saltato in testa e, alla fine, dopo averlo lasciato più
morto che vivo, qualcuno avrebbe anche potuto accorgersi
che se l'era fatta addosso.
Solo che i pantaloni erano inzuppati di sangue. Con la
coda dell'occhio notò che a dieci centimetri dal suo fianco
destro c'era il troncone di un uomo tagliato in due. La
sezione del corpo era rivolta verso di lui, lasciando
intravedere la superficie irregolare fatta di grumi bluastri e di
un rosso brillante. Viscere e frammenti di spina dorsale e
costole.
Tentò di rimettersi in piedi, puntellandosi prima con i
gomiti e poi con le mani, imbrattandosi di sangue e del
contenuto degli intestini, ma alla fine dovette rinunciare.
Aveva perso l'abitudine a certi spettacoli, e poi lui non era
mai stato né un patologo né un macellaio.
Vomitare fu una specie di liberazione, anche quando si
accorse che la fattura dei pantaloni del mezzo cadavere era
quella di Shuster.

Davanti c'era un'immensa lavagna nera, perfettamente


vuota. Ma appena lo sguardo si spostava di pochi millimetri,
subito s'increspava di tenui luci instabili che le davano
profondità. Ad un tratto vide protendersi un braccio alla cui
estremità c'era attaccata una mano che, per quanti sforzi
facesse per afferrare le luci, otteneva soltanto un irritante
sfregare di unghie sulla superficie levigata. Tutte
dannatissime illusioni. Anche la mano, anche il braccio
erano illusioni. E forse anche il cervello a cui obbedivano.
Ahram non ebbe più il coraggio di spostare lo sguardo né,
forse, sarebbe riuscito a farlo. Adesso sulla lavagna senza
contorni cominciava ad apparire una figura... distesa su un
letto. Ehi, ma io quello lo conosco! fu il primo pensiero,
quando riuscì a liberarsi dalla paralisi in cui sembrava caduta
la sua mente. Era un tizio con lo stomaco squassato dai
conati, con il corpo e la faccia pieni di piccole chiazze rosse,
tipo quelle che restano dopo aver estratto un ago... Oh
merda, sono proprio io!
L'oscurità sembrò inghiottire tutto quanto, e l'unica cosa
concreta — maledettamente concreta — era il dolore. Ahram
riuscì ad aprire una impercettibile fessura fra le palpebre di
un occhio, e fu come se gliel'avessero aperto con una
rasoiata. Dopo un'agonia che gli parve interminabile,
realizzò con una certa sorpresa che dentro l'uniforme che gli
svolazzava davanti c'era Sabi.
— Vuoi stare un po' fer... — iniziò a dire, ma il fiato gli
morì in gola, incapace di trovare un'apertura abbastanza
ampia per uscire.
— Calmati, va tutto bene — l'incoraggiò lei.
Tutto bene? Mio Dio! Ho visto una parete strizzarsi come
una spugna e tornare intatta, mi hanno segato in due Shuster
a un palmo dal naso, ho vomitato l'anima, mi hanno scaricato
addosso un chilo di aghi... E tu dici che va tutto bene?
Ti prego, Sabi. Non chiedermi come mi sento, perché se lo
fai, e per caso sopravvivo, ti strozzo con le mie mani.
— Dev'essere successo l'inferno, là dentro — disse invece,
pur mantenendo un'espressione che Ahram giudicò di
sincero compatimento. Ho cercato di fermare gli agenti, ma
era troppo tardi.
— Gh... Grazie lo stesso — mormorò in tono raschiante,
appena consapevole che qualcuno al suo fianco stava
trafficando con il solito, preoccupante, armamentario
medico. — Dove mi trovo? — aggiunse. — Questa non è la
Clinica.
Sabi trattenne un sorriso. — Non so come fai a dirlo ma,
no, non lo è. Sei in un ospedale comunale, quello a...
— Il Saint Eustache — l'aiutò l'infermiera che per un
istante apparve nel campo visivo di Ahram. — Anello 1,
settore 6.
La sua mente si raffigurò il quartiere dove sorgeva il Saint
Eustache, una zona abbastanza centrale, popolata dai
discendenti dei vecchi profughi francofoni che... Oh be',
dopo tutto il cervello sembra funzionare.
— Shuster — balbettò, cercando di mettersi a sedere, ma
capì subito che sarebbe stata un'impresa impossibile.
— Lo hanno ammazzato come... Una morte orribile... e
inspiegabile — dichiarò Sabi con una scrollata di spalle
piuttosto energica. — Speravo che tu potessi dirmi qualcosa
di più.
L'infermiera tentò di protestare come tutte le infermiere
che si rispettino. "Il paziente deve stare in assoluto riposo,
deve capire, è già tanto se le abbiamo permesso di.." Ma Sabi
sapeva il fatto suo. Ahram la vide afferrare l'infermiera per il
bavero del camice, sì, per il bavero!, e gridarle in faccia una
raffica di frasi minacciose che avrebbero messo in difficoltà
perfino un primario.
— Ma solo per due minuti — riuscì a dire la donna, alla
fine, cercando di darsi un contegno mentre spariva dietro la
porta.
Sabi si rivolse ad Ahram con l'espressione di chi si è
appena liberato di una cimice. — Mi spiace tormentarti,
Coxie, ma è importante. Me la sono presa io la responsabilità
di farlo perché... Be', non credo che sarai di umore migliore
quando Sodano verrà a torchiarti, questa sera.
— Apprezzo il gesto — commentò Ahram, ma la sua
mente si era già lanciata alla ricerca di un sistema per
filarsela dal Saint Eustache prima dell'arrivo di Sodano. A
giudicare dalla luce che penetrava dalla finestra doveva
essere tarda mattinata, per cui... — Ma non credo di poterli
essere d'aiuto. Sono in grado di dirti soltanto questo: ho
avuto una specie di vertigine, tutto si è messo ad ondeggiare.
Sono caduto, e quando ho fatto per rialzarmi c'era il sangue
e... quello.
— Nient'altro?
— No, ma non posso esserne sicuro. Mi è sembrato di
vedere una donna, ed era proprio lei che stavo inseguendo.
Non sono in grado di capire fin dove arrivassero le
allucinazioni, né se fossero veramente allucinazioni.
Sabi trasse un sospiro. Non pareva un atteggiamento di
rimprovero. — Le gambe e il bacino di Shuster non erano
un'allucinazione, purtroppo.
— Già — Ahram annuì lentamente.
— La cosa pazzesca è che l'altra metà non si trova da
nessuna parte.
— Stai scherzando?
— Affatto. Abbiamo cercato in ogni angolo del Palazzo
Impero, ma dell'altra metà non c'è alcuna traccia.
Ahram sbuffò col massimo della violenza che il suo
povero diaframma gli consentiva. — Sodano sarà una vipera,
questa sera.
— Lo è già, se è per questo. L'Esecutivo è in subbuglio e
Rigueras non è rintracciabile. Sodano ha mobilitato i tre
quarti dei suoi uomini e forse assolderà dei mercenari. É
assolutamente deciso a trovare l'assassino, anche se vorrà
dire scatenare il caos fra i vari gruppi politici e all'interno
della stessa Amministrazione.
Ahram non potè dire da dove provenisse la voce indistinta
che sentiva echeggiare nella sua mente, ma ne intuiva
benissimo il significato. Sarà tutto inutile.
Ad un tratto la porta si socchiuse, lasciando spuntare il
volto avvelenato dell'infermiera.
— Adesso è meglio che vada. Devi riposare. Ne avrai per
qualche giorno, credo, ma non preoccuparti. Ti terrò sempre
informato.
Ahram annuì di nuovo, docilmente, ma dentro di sé
considerò che nessuna ragazza poteva pretendere di
conoscere Ahram Lee Coxie dopo dieci anni. Figurarsi dopo
un giorno.
8

Mizzy Sodano si era ormai convinto di essere prossimo


alla fine dei suoi giorni, e non soltanto per quanto riguardava
la sua carriera. Quella storia del capro espiatorio non era più
una semplice possibilità, perché dopo gli ultimi fatti si era
trasformata in probabilità e, alla fine, in matematica certezza.
Dalla morte di Shuster la sua vita era ormai un inferno.
L'ufficio era tempestato di chiamate dei membri
dell'Esecutivo che volevano sapere questo e quello, a
minacciare, a pretendere. Lui temeva quella gente, non si
vergognava di ammetterlo. Ma aveva scoperto che la paura
poteva comunque giustificarla come un fenomeno
biochimico, come una scarica di adrenalina. Per questo non
aveva motivo di rifiutare il buon lavoro che le sue ghiandole
surrenali continuavano a fare. No, quello che non riusciva a
sopportare era l'angoscia di non sapere dove sbattere la lesta,
da che parte cominciare. Era la consapevolezza di trovarsi di
fronte ad una situazione troppo complessa perché un uomo
solo potesse capirci qualcosa. Ma lui era veramente solo?
Sembrava di sì. All'inizio Rigueras l'aveva contattato un
paio di volte, anche per inviargli una parte del file personale
di Ahram, poi più niente. Fra l'altro le comunicazioni con
quella colonia si erano fatte problematiche, si diceva a causa
di un guasto di cui non si era ancora accertata l'origine. I suoi
uomini aspettavano solo i suoi ordini, e in quanto a Sabi...
Be', lei poteva dire o fare quel che voleva, ma restava pur
sempre il cane da guardia che doveva sorvegliare Coxie.
Coxie. Maledizione.
Sodano esaminò per qualche istante il sacchetto di plastica
che aveva sulla scrivania, quindi lo aprì. Dentro c'era un
rotolo di nuovi ECU, circa un centinaio, una piccola lancia-
aghi, una scatoletta strapiena di pillole colorale, un pezzetto
di tessuto e un olospot piuttosto malconcio. Fra l'altro c'era
anche una sigaretta frantumata, un microinalatore, porto
d'armi, un passi per il Cerchio e in sostanza tutto ciò che
aveva fatto avere a Coxie al momento dell'ingaggio.
A dire la verità neppure lui sapeva perché gli avesse fatto
sequestrare quella roba, prima che lo portassero all'ospedale.
La risposta più ovvia era che non si fidava di lui. Nessuno, al
suo posto, avrebbe fatto diversamente. Eppure... Era
possibile provare anche un po' d'invidia per quello
strafottente figlio di buona donna?
Scosse il capo come se volesse scrollarsi di dosso
quell'assurdità, e allungando la mano per prendere l'olospot
si accorse di tremare. Il rettangolino trasparente si attivò al
contatto della pelle. Bastava il calore corporeo a fornirgli
energia sufficiente a trasmettere indefinitamente il suo
messaggio, che in questo caso cominciò con una rapida
sequenza di immagini che raffiguravano lussuosi interni,
caldi e accoglienti. Poi fu la volta di piscine, saune, centri del
piacere e, infine, una raffica di pornosequenze che si
concludevano con il primo piano di una bocca femminile.
All'improvviso ne guizzò fuori una lingua lunghissima che
dopo qualche significativa evoluzione si decise a formare il
suo messaggio: HEAVEN'S DOOR.
Scosse ancora la testa. Il suo primo pensiero fu che Coxie
dovesse essere un assiduo frequentatore di bordelli, anche se
di infimo livello e non di lusso come l'Heaven's. Ma non
appena riuscì a mettere da parte l'antipatia che provava nei
suoi confronti, ecco che affiorava una possibilità addirittura
verosimile. D'accordo. Coxie poteva anche essere un
abbonato a quel genere di posti, oppure quell'olospot
gliel'aveva rifilato qualche prostituta mentre si recava alla
riunione di beneficenza o, ancora, un agente rimbecillito
l'aveva buttato per sbaglio in quel sacchetto, nella confusione
generale. Tuttavia poteva anche essere una traccia. Dio solo
sapeva come poteva essersela procurata, ma lui non se la
sentiva di trascurarla, tanto più che Coxie sarebbe stato fuori
gioco almeno per una settimana.
Sodano rifletté per il tempo di un sospiro, quindi si fece
rintracciare un paio di agenti dell'investigativa.

Coxie era seduto a una bancarella mobile a dieci isolati dal


Saint Eustache, davanti ad un piatto di savaij bolliti.
Violente folate di vento gelido lo facevano quasi piegare in
due, avvolto nel giubbotto sintetico di Brahim, due taglie più
grande, mentre le scarpette di gomma da infermiera gli
facevano provare pietà per i suoi piedi soltanto a guardarle.
Naturalmente erano semplici riflessi condizionati. Con tutta
la droga che aveva in corpo non avrebbe battuto ciglio
neppure se avesse infilato la mano in un tritacarne.
Buon vecchio Brahim! La cosa più difficile era stata
procurarsi un microtel all'interno dell'ospedale. C'era voluta
tutta la sua affabilità e un notevole spreco di energie per
convincere l'infermiera dei suoi lineamenti mozzafiato, che
lui aveva una vecchia madre paralizzata che sarebbe morta
se non avesse più sentito la voce del figlio e un altro sacco di
stupidaggini. Ovviamente l'infermiera non aveva creduto
neppure a una parola, ma era comunque riuscito a stressarla
oltre il limite di sopportazione. E una volta procuratosi il
microtel gli era bastato chiamare Brahim, il quale si era
precipitato nella sua camera dopo appena mezz'ora. Con una
scusa qualsiasi era riuscito ad entrare con l'agente che
piantonava la porta e l'aveva stordito. Coxie non si era
stupito nel vedere che si era portato dietro una valigetta di
plastica piuttosto voluminosa: non avevano ancora messo a
punto delle droghe che con pochi grammi potessero
resuscitare una persona, così Brahim gli aveva dovuto
sostituire un paio di litri di sangue con un liquido che del
sangue sembrava avere soltanto la viscosità. Purtroppo,
considerata la situazione, era stato necessario accelerare
brutalmente tutta la procedura, cosa che gli aveva fatto
perdere i sensi quattro volte nell'arco di venti minuti. A
malapena aveva avuto la forza di accorgersi che Brahim
aveva mandato l'infermiera a far compagnia all'agente, ma a
poco a poco le energie sembravano ritornargli, tanto che
dopo altri dieci minuti era riuscito a rimettersi in piedi e a
rivestirsi con quello che gli era capitato sottomano.
— Che razza di veleno è? — gli aveva chiesto, senza
capire se stava provando nausea, vertigine o semplice paura.
Brahim si affrettava a ritirare il suo armamentario, la pelle
lucida di sudore. — Roba forte. Hai appena fatto conoscenza
col tetra — Era bello vedere una persona soddisfatta come
lui. Ti rendeva partecipe. — In realtà l'ho battezzato
tetrafarmaco, ed è una meraviglia. Riesce a stimolare perfino
gli innesti non organici. In questo momento si sta
interfacciando con l'epinervio e i perinervi della protesi che
collega il tuo NC col cervello, ma agisce anche direttamente
sul sistema nervoso centrale. Stimola i processi di
polarizzazione della membrana neuronica... Ma non credo
che t'interessi. L'unico difetto è questo colore verdolino. Non
è molto gradevole.
— Puoi giurarci.
— L'importante è che adesso tu possa uscire coi tuoi piedi
da quella porta e filartela.
E Ahram non se l'era fatto dire due volte. Purtroppo non
c'era stato tempo per chiedergli delle controindicazioni.
Perché in tutti i prodotti di Brahim c'erano sempre delle
controindicazioni. E se erano commisurate agli effetti, questa
volta doveva come minimo aspettarsi una mazzata.
In ogni caso ci avrebbe pensato quando sarebbe stato il
momento. Forse, per rimediare agli effetti collaterali, Brahim
gli avrebbe rifilato un'altra droga, ma di questo passo c'era il
rischio di diventare Brahim-dipendente per tutta la vita.
Adesso però doveva continuare le indagini, e arrivarci in
fondo anche, perché i morti non avevano problemi di
assuefazione. Il suo amico gli aveva prestato il giubbotto e
un po' di denaro, ma senza un'arma e i documenti era
praticamente nudo. C'era stato un figlio di puttana, un
semplice ladro o molto probabilmente Sodano, che aveva
avuto la bella idea di ripulirgli le tasche mentre era svenuto.
Questo complicava un po' le cose, ma forse per entrare
all'Heaven's sarebbero bastati gli ECU di Brahim. Poi c'era
da sistemare la faccenda della Clinica, sperando che Xavier
non si facesse vivo troppo presto...
D'un tratto un'ondata di energia lo percorse dalla testa ai
piedi. Mollò un paio di ECU all'uomo della bancarella,
quindi si lanciò in bocca un ultimo savaij ormai gelato e si
allontanò con le mani affondate nelle tasche.
L'Heaven's Door distava appena un chilometro e mezzo,
verso nord, piuttosto vicino al Cerchio, e lui aveva una gran
voglia di sgranchirsi le gambe.
Forse fu la temerarietà fine a se stessa o forse l'innata
tendenza umana a preferire le scorciatoie che l'indusse a
tagliare per il Parco dell'III° Armistizio, quello che gli
innestati chiamavano Parco del Brutto Incontro. Pur
trovandosi vicino al Cerchio, quell'area giaceva da decenni
nell'abbandono più assoluto. Molto prima dei Disordini,
alcune teste d'aquila dell'Esecutivo avevano pensato bene di
trasformarlo in un rilassante serraglio di assurdità
tecnovegetali. Obiettivamente si trattò di un'impresa
notevole. Fra i collezionisti circolavano ancora olofilm e
perfino foto bidimensionali dell'epoca, ma da quel poco che
si poteva vedere, il Parco del III° Armistizio più che un
parco sembrava un giardino botanico degli orrori. Le
tecnologie esportate a caro prezzo dal vecchio MIT erano in
grado di trasformare un'edera in un complesso apparato
vascolare da cui zampillava acqua, pompata da salici
idrovori simbionti, con una portata di trenta metri cubi
all'ora; alberi giganteschi che modificavano continuamente la
loro struttura per assumere le forme di qualunque esemplare
saltasse in mente allo sbigottito visitatore e così via. Poi fu la
volta dei vegetali in grado di alterare buona parte della loro
struttura molecolare. E furono proprio questi a creare i
maggiori problemi. Per compiere l'opera ci vollero mettere
anche quelle dannatissime piante di carne, con tanto di
articolazioni e tutto il resto. I loro chip vegeto-neurali erano
in grado di reagire all'ambiente, al punto di correggere
costantemente la catena cromosomica dei gameti,
trasformando quelle piante in perfette macchine da guerra.
Quasi tutti gli interventi si rivelarono inefficaci a
contrastarle, perché alcuni esemplari erano ormai in grado di
produrre spore resistentissime, che si annidavano ovunque, e
fu solo con la Guerra Chimica e l'avvento dei Disordini che
il problema venne brutalmente liquidato. Anche se, col senno
di poi, chiunque avrebbe preferito tenersi quelle mostruosità
se avesse saputo quali orrori stavano per segnare quell'epoca.
Adesso non c'era più traccia di quelle creature, benché
qualche camionista che faceva la spola con la nuova Prussia
dicesse di averne intravista qualcuna. Certo era che in zona
non si facevano più vedere, forse perché gli era bastata la
lezione. Così il Parco del III° Armistizio si era trasformato in
una macchia "naturale" selvaggia, come non ne esistevano
più nell'intera Mitteleuropa. I sentieri procedevano a fatica
fra rovi alti come palazzi, mentre nel terreno non ancora
infestato si erano aperte fenditure rocciose che spesso
costituivano il quartier generale di frange puriste. Oggi la
città era infestala da gente più purista dei Puristi. Una
minoranza di manichei fanatici che giravano con addosso
bombe innescate, nel caso cadessero in un agguato della
Sicurezza, gente che li faceva a pezzi per controllare che non
fossi un innestato. E se per caso non lo eri, niente di male. I
tuoi organi erano molto apprezzati al mercato nero. Per
questo quasi nessuno visitava più il Parco del Brutto
Incontro.
Probabilmente fu il credito che vantava nei confronti della
fortuna a farlo giungere incolume dall'altra parte del parco,
risparmiandogli quasi 500 metri di strada.
L'Heaven's era due isolati più avanti, ma soltanto uno che
non fosse della Città si poteva aspettare un grande palazzo,
magari alla De Sade o giù di lì. In realtà tutti quelli del posto,
be' quasi tutti, sapevano che l'Heaven's non era un palazzo,
non nel senso tradizionale. Se fosse stata una costruzione
come tutte le altre, riportate sulla piantina, allora doveva
essere quella specie di capannone che sorgeva su uno
spiazzo quadrato, ingombro di laterizi e rottami. Tuttavia, al
centro dei lati di quel quadrato erano poste altrettante scale
mobili che scendevano al livello dell'ingresso principale. Ma
la caratteristica dell'Heaven's non era soltanto quella di
essere un super bordello sotterraneo. In realtà era un super
bordello sotterraneo rovesciato.
Annette Dubois, la proprietaria, era la vedova allegra di un
pezzo grosso dell'industria aerospaziale. Il defunto marito si
era cautelato nel caso di una sua prematura scomparsa, per
cui ad Annette era stata preclusa la prospettiva di mettersi a
giocherellare con i delicati equilibri di quel settore di
mercato. In compenso, però, aveva ricevuto la proprietà
dell'Heaven's e la possibilità di ottenere a prezzi di favore
alcune tecnologie brevettate dal marito.
La sua vita coniugale non doveva essere stata molto felice
se aveva deciso di investire un sacco di soldi in un posto
chiamato "la porta del paradiso". O forse odiava la "vita di
superficie" più di ogni altra cosa. Anzi, forse odiava il
mondo. Ahram non vedeva altra spiegazione per una persona
che passava ogni minuto della giornata nel suo piccolo
universo privato, di cui lei stessa era l'artefice, circondata da
ogni tipo di piacere artificiale. I suoi clienti erano per la
maggior parte occasionali, uomini d'affari, turisti o pazienti
appena dimessi dalla Clinica; ma aveva anche un buon
numero di clienti fissi della Città, forse tutta gente che
pensava davvero all'Heaven's come all'anticamera del
paradiso. In effetti in quell'edificio esisteva una certa
simbologia latente, peraltro visibile solo attraverso i disegni
del progetto, come se la sua committente si sentisse ancora
legata a un'epoca antica in cui la simbologia aveva
importanza. La costruzione sotterranea era una commistione
di stili eterogenei, in cui prevaleva in modo preponderante
un senso di verticalità, ammorbidito soltanto da
un'accentuazione delle linee curve. Un improbabile
osservatore esterno avrebbe potuto cogliere quella stessa
tensione che ancora si poteva provare davanti alle due o tre
cattedrali gotiche superstiti, solo che questa era verso il
basso. Il pavimento del primo piano e la superficie esterna
erano ingabbiati da un campo AG, simile a quello delle
stazioni orbitali di piccole dimensioni. Un reticolo di super-
conduttori accelerava i flussi ordinati di particelle pesanti,
generando un tessuto di campi semi-relativistici, capaci di
invertire i vettori gravitazionali, mentre il reticolo esterno ne
definiva i limiti e l'intensità di flusso. Il risultato pratico era
che all'Heaven's si stava veramente a testa in giù, e questo
indipendentemente da tutte le speculazioni più o meno
filosofiche che ci si potevano ricamare sopra. O sotto.
Dopo aver pagato una modesta quota d'ingresso alla
reception, Ahram venne accompagnato al piano inferiore da
una rossa di un metro e novanta, la cui espressione era di una
gentilezza e di una disponibilità perfino imbarazzante.
Naturalmente uno se ne accorgeva solo dopo essersi
assuefatto a quella vasta esposizione di pelle bianca e
lentigginosa che sembrava saturare l'aria di ferormoni.
Tuttavia la sua mente si limitò a classificarla fra le altre
meraviglie dell'Heaven's che circolavano davanti ai suoi
occhi. Splendide accompagnatici, clienti chiassosi o
affondati nell'imbarazzo, ologrammi a muro estremamente
demodé pesanti tendaggi, fasci di luce dai colori caldi...
Forse in un'altra circostanza avrebbe cominciato a
preoccuparsi di questa sua mancata reazione, ma due litri di
liquido verde che gli scorrevano nelle vene potevano
spiegare qualunque metamorfosi stesse avvenendo dentro di
lui. E poi non era escluso che la sua accompagnatrice avesse
speso migliaia di ECU per modellare il suo corpo secondo lo
stereotipo della fatalona.
La rossa lo fece sdraiare in una delle venti "cabine" a zero
G disposte in quattro file parallele, augurandogli buona
permanenza, dopo di che chiuse il portello.
Rinchiuso in quella specie di bara si sentì girare su se
stesso, e un attimo dopo quella che sembrava la stessa rossa
aprì di nuovo il portello e gli tese la mano.
Benvenuto all'Heaven's Door.
Ahram si guardò intorno come un turista occasionale, più
che altro curioso di scoprire se si provava davvero una
sensazione diversa a stare a testa in giù in quello che restava
pur sempre il suo ambiente naturale. La solita vocina gli
mormorò che forse doveva farci l'abitudine a quel tipo di
sensazioni, se per caso l'avessero spedito su una colonia.
Cercò di sostituire quel pensiero con altri più piacevoli,
perciò si concentrò sui capezzoli della rossa, finché il
ballonzolare di quei seni si arrestò davanti a un bancone di
legno pregiato, dotato di parecchi scomparti che garantivano
una certa intimità. Sulla superficie del banco c'era un menu
elettronico dei servizi offerti dalla casa. Bastava premere un
pulsante, infilare una carta di credito, e da quel momento un
certo numero di persone e di costose apparecchiature ti
avrebbero costruito intorno il mondo dei tuoi sogni,
concretizzandolo fino alla variante più perversa.
Naturalmente si poteva preventivamente verificare il
"contenuto" della prestazione grazie alle sequenze proposte
da un piccolo monitor alla sua destra.
Ahram leggiucchiò a caso le targhette, alcune delle quali
gli strapparono un sorrisetto malizioso, poi si rivolse alla
rossa. — Sto cercando la signora Dubois. Dovrei parlarle —
disse, girandosi a guardarla dal basso in alto, con quei seni a
un palmo dal naso.
La donna parve riflettere un istante, assumendo
l'atteggiamento un po' inebetito di cui il suo amico Fleury era
il migliore interprete. — Non è possibile, signore. In questo
momento la signora Dubois non può...
Ahram l'ascoltò per un minuto buono. Cercò addirittura di
insistere nello stesso tono gentile e accomodante che la sua
spiccatissima eterosessualità lo costringeva sempre ad usare
con le donne, in misura proporzionale alla loro bellezza. Poi,
però, si sentì i nervi a fior di pelle, come se la pacata
reticenza della rossa fosse il più grave degli insulti, E la cosa
strana era che lui si rendeva perfettamente conto che la sua
rabbia era del tutto gratuita. Brahim e il suo fottutissimo
tetra, pensò e nello stesso tempo afferrò i seni della donna,
consapevole di farle male. — Forse non mi sono spiegato —
ringhiò. — Io devo vedere la tua padrona.
Lei sostenne il suo sguardo per alcuni secondi, lasciando
le braccia inerti lungo i fianchi, come se provasse piacere a
quel contatto. Alla fine scrollò le spalle con indifferenza e
fece un passo indietro, sottraendosi alla duplice presa.
— Annette Dubois sono io. Ma non rientro nel menu delle
prestazioni.
9

La rossa Dubois lo precedette sullo scalone in ferrovetro


che portava ai piani "superiori". Ahram si lasciò guidare
docilmente lungo un corridoio rivestito di pannelli traslucidi,
la cui luminosità variava al rumore dei loro passi, fino ad
arrivare a una porta scorrevole. La donna si chinò
leggermente per battere i codici della serratura,
un'operazione piuttosto complicata che lo avrebbe dissuaso
da qualsiasi futuro tentativo di scasso. In quell'istante di
pausa valutò che per il "vestito" della Dubois erano bastati
sei o sette centimetri quadrati di tessuto, ma questo fu tutto
ciò che gli venne in mente contemplando le parti del corpo
che avrebbe dovuto nascondere.
— Chi l'ha informata della mia visita? — chiese, quando
furono entrati in un locale che era una specie di ufficio-
alcova pieno di orpelli tecnologici, ma in cui era possibile
riconoscere una scrivania a U e un sontuoso materasso a
pressione. — Non credo che accogliere i clienti sia compito
della proprietaria. Non i clienti normali, intendo.
Annette gli indicò una poltrona-gel posta davanti alla
scrivania. La massa informe di sostanza organica,
semitrasparente accolse il corpo di Ahram adattandosi alla
sua forma.
— Un paio di agenti della Sicurezza sono passati a
chiedere di lei — disse. — A dire la verità neppure loro
sapevano bene cosa stavano cercando, ma mi è sembrato che
avessero una voglia matta di metterle le mani addosso.
— Di solito faccio questo effetto a quelli della Sicurezza
— rispose. Adesso lo sconosciuto figlio di puttana che gli
aveva ripulito le tasche aveva un nome.
La notizia di quella visita fuori programma lo costringeva
a cambiare tattica. Dopo tutto gli agenti avevano i mezzi per
convincere a collaborare anche una dura come Annette. In un
bordello c'era sempre qualcosa da nascondere, figurarsi in
uno come l'Heaven's. E a proposito di cose nascoste, niente
lo assicurava che quell'ufficio non brulicasse di microspie.
La donna si appoggiò al bordo della scrivania e gli lanciò
un sorriso che non seppe valutare.
— Il fatto curioso è che in questo momento io lavoro per
la Sicurezza — continuò lui, cercando di decifrare la
maschera di gentilezza della donna. Sicuramente Annette
non era il tipo ingenuo che si beveva qualunque cosa,
soprattutto se c'era di mezzo il Dipartimento, ed era ovvio
che stesse cercando di dare un senso a quanto le stava
capitando nelle ultime ore.
— E quindi ha pensato di ricevere personalmente uno che
si fa annunciare da un paio di agenti, vero?
— Infatti. Sa come vanno le cose. Cominci a pestare i calli
a qualcuno... E l'indomani ti ritrovi in mezzo alla strada.
Comunque pensavo che volessero darmi una strigliata per
via del personale non regolare...
Ahram annuì. Conosceva le condizioni degli ingaggi per
gli irregolari e non "professionisti" in genere. Donne,
uomini, transessuali, ermafroditi, puri o innestati, adulti o
adolescenti, chiunque fosse in grado di vendere piacere. Di
solito gli irregolari appartenevano alla categoria degli
accompagnatori, e non disponevano di una residenza fissa al
bordello che li aveva ingaggiati. Avevano minori garanzie,
coperture assistenziali praticamente nulle e basse
percentuali, ma in ogni caso godevano di una maggiore
libertà rispetto agli altri colleghi. Per lo più si trattava di
sbandati, stranieri che venivano in Città nella speranza di
racimolare quattro soldi, magari quanto bastava per un
nuovo innesto o per un biglietto aereo. Ma la donna che lui
stava cercando non gli faceva pensare a niente del genere.
Quasi sicuramente si era fatta registrare con un nome falso, e
avrebbe scommesso che sul suo conto non esisteva una
cartella personale.
Tuttavia, il fatto che Annette si fosse messa a parlare di
certi argomenti gli diede un po' di sicurezza. Una come lei
avrebbe cautamente evitato la questione degli irregolari se
temeva di avere problemi di microspie. Naturalmente
esisteva la possibilità che fosse tutta una montatura ai suoi
danni, ma non credeva che Sodano fosse un tipo contorto
fino a quel punto.
— Non sarò certo io a ficcare il naso nei suoi affari —
disse Ahram, cercando di assumere un'espressione
convincente. Chissà, Annette Dubois poteva davvero temere
qualcosa da un tizio che sembrava aver rapinato in tutta
fretta un negozietto d'abbigliamento di quart'ordine? —
Potremo risparmiarci un sacco di problemi se vorrà
soddisfare una mia richiesta.
La donna sembrò soppesare l'offerta, forse per pura
cortesia. — Sentiamo — disse alla fine, scostandosi dalla
scrivania per esaminare il contenuto di un paio di scatole,
dimenticate aperte sul materasso a pressione.
— Niente di speciale. Vorrei approfittare di ciò che offre
l'Heaven's. Una ragazza sulla trentina, innestata, aspetto
vagamente orientale, tendenze un po' sado... Dev'essere
comunque la ragazza giusta. Non mi stupirei se fosse
un'irregolare.
— Di ragazze così ne abbiamo una ventina — affermò
Annette con un certo orgoglio. — Se gliele mostro tutte
faremo notte. Non sa come si chiama, non ha una foto e non
c'è nemmeno stato a letto. Un po' pochino, non crede?
Già. Merda, si disse. Ma era stata una fortuna che si fosse
dimenticato la foto della donna, riprodotta dalla sequenza
dell'omicidio di Suwabata. Se non altro, adesso Sodano
poteva trastullarsi soltanto con l'olospot dell'Heaven's.
— Faccio una telefonata e rimedio subito. Posso?

Ahram aveva calcolato che Sabi sarebbe arrivata entro


un'ora, per cui non doveva far altro che aspettare. La Rossa
non parve seccata dal contrattempo, anzi, gli offrì qualcosa
da bere e cominciò a raccontargli un sacco di cose che, per la
verità, lui ascoltò soltanto con un orecchio. In definitiva,
quella era la prima ora di pace che gli capitava da un paio di
giorni, e non aveva la minima intenzione di guastarsela
ascoltando i problemi del suo prossimo.
Invece sembrava che il suo cervello avesse scelto proprio
quel momento per lanciarsi in una delle sue pericolose
sintesi, quelle che in genere spalancano le porte della
depressione più nera, e che cominciano col fare il bilancio
degli ultimi anni, soppesando sconfitte e vittorie, per scoprire
inevitabilmente che le ultime erano sempre l'eccezione. La
regola era perdere, almeno per chi si fosse proposto un
traguardo che andava appena un po' oltre la sopravvivenza.
Era davvero una vittoria riuscire a liberare un bambino,
avere qualcuno sempre pronto a tirarti fuori dai guai, magari
con un paio di litri di droga? Oppure anche questo faceva
parte del gioco, di cui non si poteva mai essere protagonisti?
Forse erano tutte cose sulle quali il proprio egoismo poteva
tranquillamente passare come uno schiacciasassi, ignorando
che, in definitiva, anche la legge del più forte era un
semplice artificio per non riconoscere l'incapacità
connaturata con la propria biologia.
Nella sua mente non c'erano risposte, solo un gran senso di
perdita. Un nucleo duro, un buco nero che intrappolava ogni
cosa dentro di sé. Ma adesso il tetra di Brahim sembrava
averne intaccato la superficie, ammorbidendola, col
conseguente rischio di aprirvi un varco che avrebbe fatto
schizzare via tutto quanto con la forza di un'esplosione. Non
era un pericolo remoto, poiché Ahram aveva già
l'impressione di rivedere delle immagini che la sua mente
non avrebbe più dovuto conservare. Immagini accompagnate
da suoni e odori capaci di produrre reazioni già vissute, la
cui consistenza era collocata al di fuori del tempo, come se
avessero acquistato una dimensione assoluta, ineffabile.
Non serviva a nulla cercare di ingannarsi, ripetendosi che
quei ricordi appartenevano a qualcun altro, che scaturivano
da una dimensione remota che non aveva più nulla a che fare
con il presente. Da qualche parte, sepolta dentro di lui, c'era
ancora una grande sala grigia, la cui atmosfera sembrava
velata di foschia, impregnata di luce gialla, liquida e sporca
allo stesso tempo. Il rivederne le pareti basse e lisce, coperte
da un sottile strato di umidità, lo riportava a otto anni
addietro, prima che tutto finisse e ricominciasse nell'arco di
pochi secondi. Imbracciava un fucile sonico e procedeva
verso il portello che dava accesso ai settori ausiliari del
supporto energetico del Palazzo del Komm. C'era un forte
odore di olio minerale e di materiale bruciato. Sgocciolio
d'acqua e schiocchi di fiamme lontane. Il suo cervello
assorbiva tutto quanto, a livello inconscio. Si lasciava
permeare da quelle sensazioni come una spugna, ma era
consapevole soltanto dell'odore del sangue che continuava a
colargli lungo il braccio sinistro.
Il portello era aperto, socchiuso. Ne usciva una piccola
falce di luce che si infrangeva in un angolo della parete, sulla
superficie unta. Al suo fianco, remota nella sua
consapevolezza, c'era un'altra figura armata, esitante. Poteva
quasi avvertirne la paura che si diffondeva nel locale insieme
al sentore di quel corpo sudato. Una figura amica e
impotente. Come lui. E dopo un'eternità vide spalancarsi il
portello, lentamente...

— Io dico che sei completamente pazzo! — l'aggredì Sabi,


quando entrò nell'ufficio della Rossa. La sua sfuriata
sembrava sincera, ma non riuscì a capire se a contrariarla
fosse quel contrattempo o il fatto che lui si trovasse in un
bordello. Comunque non dovette attendere molto per
saperlo.
— Credevo che la tua chiamata fosse uno scherzo —
continuò lei, ma a quanto pare era tutto vero. Come diavolo
fai ad essere già in piedi? — Finì la domanda senza molta
convinzione, forse perché riteneva inutile mettersi a
discutere delle loro faccende davanti ad estranei.
— Hai portato la foto? — chiese Ahram, cogliendo al volo
l'occasione per cambiare discorso.
— Sono venuta apposta, no? — ribatté seccamente. —
Tieni. Ahram osservò la foto per qualche istante prima di
passarla alla Dubois. — Ecco — disse. — Voglio lei.
Ma Annette Dubois scosse il capo e annunciò che non
poteva aiutarlo. In sostanza ne diede la stessa descrizione che
lui le aveva fornito poco prima. Aggiunse di averla vista solo
al momento dell'assunzione e, dopo aver armeggiato su una
piccola console, l'informò che anche il capo del personale
non sapeva che fine avesse fatto. L'ultimo cliente risaliva a
circa due settimane prima, ma lei non era neppure passata a
ritirare la percentuale.
Lo credo bene, pensò. — Non avete almeno una scheda
medica, qualcosa che ci permetta di rintracciarla?
— Gli irregolari stanno diventando una razza a sé stante
— disse la Dubois. — Per certi aspetti è meglio vivere giù
nel Calderone. Bene o male quella gente ha un posto dove
stare o, comunque, è convinta di appartenere a quel posto.
Ma gli irregolari non sono neppure dei semplici nomadi. Non
si rendono conto di esserlo, capisce? Vivono alla giornata
come tanti altri, ma sono dei maledetti individualisti.
Fatalisti, se vuole. A loro non importa un accidente della
comunità, della meritocrazia e tutto il resto. — La Rossa fece
una pausa, come se quei discorsi da sociologo la mettessero
a disagio. Si passò una mano fra i capelli con disinvoltura e
ritornò alla console. Pochi secondi dopo gli porse un
foglietto plastificato, appena uscito dalla stampante.
— Questo è il massimo che posso fare per lei — disse
ancora. — Ne faccia pure quello che vuole, ma poi lo
distrugga. D'accordo?
Ahram lesse frettolosamente la serie di dati che prendeva
consistenza sulla plastica e ringraziò la donna.
— Lasci perdere — disse lei, continuando ad ignorare la
presenza di Sabi. — Abbiamo entrambi degli interessi da
tutelare, no?
— Già — commentò lui, alzandosi in piedi. Nessuno dei
due voleva che la Sicurezza collegasse l'omicidio di quel
vecchio con l'Heaven's.
— In ogni caso spero che un giorno verrà ancora a
trovarmi — aggiunse la Dubois in tono malizioso.
— Non è da escludere — furono le sue ultime parole in
quell'ufficio. Ma preferì non sollevare lo sguardo, perché era
sicuro che avrebbe incontrato l'occhiataccia inquisitiva di
Sabi.

L'autobus li scaricò a mezzo chilometro dal Mandarino,


quattro fermate prima, perché stando a quanto dicevano i
passanti, poco più avanti c'era stato un suicidio di gruppo.
Sette o otto persone si erano buttate in strada dal tetto di un
palazzo, e subito si era scatenato l'assalto degli sciacalli,
puristi o semplici delinquenti che ricettavano organi
"autentici" o innesti di seconda mano. Non tutti comunque
erano professionisti. Di solito questi si distinguevano perché
avevano sempre con sé un piccolo freezer portatile per
conservare integro il loro bottino. Ahram storse il naso. Non
ci voleva molta fantasia per immaginare cosa stesse
succedendo in quel momento. Gente che, dopo aver scannato
i cadaveri, cercava di scannare quelli che si erano accaparrati
i "pezzi" migliori; guardie mediche che tentavano di fare il
loro dovere evitando di rimetterci la pelle e squadre della
Sicurezza che distribuivano massicce dosi di aghi,
indiscriminatamente.
— Sarà meglio prendere l'altra strada — disse a Sabi, che
procedeva al suo fianco. Per qualche inspiegabile motivo
non aveva ancora aperto bocca da quando avevano lascialo
l'Heaven's. Non aveva la minima idea del perché continuasse
a tenergli il muso ma, riflettendoci un istante, pensò che
dopo tutto era meglio così.
Adesso le folate di vento trascinavano qualche goccia di
pioggia che cadeva al suolo con violenza. Un'occhiata alle
nubi che si erano addensale sulla Città bastava per
convincersi che le condizioni meteorologiche avrebbero
continuato a peggiorare, e forse nel giro di qualche giorno
sarebbe perfino nevicato. In sé non era un fatto tanto
straordinario, ma la neve non avrebbe semplicemente
paralizzato il traffico cittadino e gli aeroporti. Fra i senza
tetto della periferia avrebbe almeno triplicato il tasso di
mortalità.
Ahram si strinse nel giubbotto e accelerò il passo,
sferrando distrattamente calci alle immondizie e ai
frammenti di laterizi che trovava sulla sua strada.
Procedettero affiancati per una cinquantina di metri, prima di
svoltare nel vicolo che univa i due vialoni. Era uno stretto
budello soffocato da due file di edifici fatiscenti, collegati fra
loro da alcune passatoie chiuse in corrispondenza del terzo
piano. Nei punti in cui si erano staccati grossi pezzi di
intonaco si poteva ancora vedere una muratura eterogenea,
fatta di ferrovetro, di tradizionale cemento armato e perfino
di blocchi di pietra posati a secco. Era difficile dire se quelle
costruzioni sarebbero sopravvissute a una scossa sismica
come quelle di quattro anni prima, quando anche il Palazzo
del Komm aveva riportato danni non indifferenti e mezza
Città si era trasformata in un cumulo di macerie.
Ahram procedeva a testa bassa, appena consapevole del
rumore dei passi di Sabi. Era quasi tentato di chiederle scusa,
anche se in realtà non pensava di averne alcun motivo. Era
sempre molto comodo darsi una scrollata di spalle e
consolarsi con un valle a capire le donne, ma questo non era
nel suo stile. Pensava che se c'era da chiedere scusa o da
litigare era sempre meglio farlo subito, senza invischiarsi in
atteggiamenti infantili o ipocriti dieci volte più pericolosi.
Era riuscito a mettere insieme un buon numero di
giustificazioni a suo favore, quando qualcosa attirò la sua
attenzione. I passi di Sabi si erano fermati improvvisamente.
Allora si voltò indietro di scatto e vide che la donna si stava
accasciando a terra fra le immondizie, premendosi le mani
sulle orecchie, in preda a un dolore lancinante. In una
frazione di secondo si rese conto di essere in trappola. Tre
figure in uniforme e casco integrale bloccavano un'uscita del
vicolo. Altri tre si avvicinavano dalla parte opposta. Erano
tutti armati di laser, e gli zainetti che portavano sulle spalle
spiegavano ciò che stava succedendo alla ragazza. Campi
subsonici gemelli. Merda!. Ma non c'era tempo di chiedersi
perché lui ne fosse immune. D'altra parte era tutto
concentrato a non scoppiare a ridere istericamente, visto che
nelle sue tasche non aveva trovato neppure uno spillo con cui
difendersi.
Anche i tizi sembravano sorpresi di vederlo ancora in
piedi, perché li vide esitare. Giusto il tempo per raggiungere
Sabi con una capriola, sperando che lei avesse con sé almeno
una pistola ad aghi. Mentre cercava di stilargliela dalla
cintura un raggio bianco gli sibilò a pochi centimetri
dall'orecchio, spegnendosi contro il muro con uno sfrigolio. I
sei continuavano ad avanzare un passo dopo l'altro, senza
fretta. Il campo sonico doveva essere ancora attivato, perché
la ragazza continuava a contorcersi. L'unica cosa da fare era
portarla fuori dal campo, e alla svelta.
Con un balzo rotolò sull'altro lato del vicolo, consapevole
che il fuoco si sarebbe concentralo solo su di lui, quindi
provò a sparare un paio di volte, tanto per far sapere che
anche la sua morte aveva un prezzo. O almeno lo sperava
vivamente. Altri quattro raggi gli piovvero nelle vicinanze,
scheggiando la superficie arrugginita dei contenitori dietro
cui si era riparato, ma ancora qualche metro e sarebbero
riusciti ad arrostirlo. A mano a mano che si avvicinavano, i
sei si distanziavano per non costituire un facile bersaglio. Il
fatto che fossero dei professionisti azzerava definitivamente
le sue possibilità, ma un attimo prima di lanciarsi in un
attacco disperalo successe qualcosa che lo tenne inchiodato
dietro ai contenitori. I tre killer alla sua destra si erano
improvvisamente arrestati, smettendo di sparare.
Si voltò di scatto e gli parve di vedere una piccola sagoma
umana che si agitava in fondo al vicolo, nel rettangolo di
luce che immetteva nel vialone. Reggeva un cilindro nero,
piuttosto voluminoso, che teneva puntato verso l'interno.
— Giù, signor Coxie! Giù! — urlò la figura, e subito dopo
dal cilindro scaturì un alone giallo che restò sospeso nell'aria
per mezzo secondo, tremolando come gelatina. Oh mer...
Cercando di appiattirsi il più possibile fra i contenitori e il
muro, Ahram venne investito da una tempesta di brandelli
organici. Piccoli frammenti di carne e interiora si
spiaccicarono con violenza sugli indumenti e sul volto, e
alcune schegge d'osso riuscirono a conficcarsi anche nel
tessuto del giubbotto.
Si arrischiò a mettere fuori la testa. In quello spazio
ristretto cinque uomini presi dal panico riuscivano a creare
una confusione d'inferno, senza contare che lo sconosciuto
continuava a sparare all'impazzata. Buona parte dei raggi che
uscivano da quella specie di cannone, sfiorava i bersagli per
abbattersi sui fianchi degli edifici, aprendo squarci fumanti e
arroventati. Altri due colpi andarono a segno, provocando un
carnaio. Nel raggio di venti metri ogni cosa si era tinta di
rosso, ma il pazzoide col cannone non sembrava ancora
soddisfatto. In un istante di pausa lo intravide lanciarsi
all'inseguimento dell'unico superstite, costringendo Ahram a
uscire allo scoperto nel tentativo di bloccarlo.
— Fermo, piantala! — urlò allo sconosciuto, e nello stesso
tempo tese i muscoli per sgambettare l'ultimo killer. — Mi
serve vivo!
Ma era troppo tardi. L'uomo, uno di quelli con lo zainetto,
incespicò e cadde in avanti, ma non riuscì mai a toccare il
suolo. Non intero almeno. Il raggio gli aveva dissolto la
schiena, e adesso la sua testa racchiusa nel casco stava
rotolando via come una palla.
— Tutto bene, signor Coxie? — chiese una voce alla
sinistra, all'altezza dei suoi orecchi.
— Tu? Ma che diavolo...
Il nano sfigurato si produsse in un sorriso agghiacciante.
— Padron Xavier mi ha ordinato di... Salvaguardare la sua
salute — disse con una scrollata di spalle. — Ma se non ce la
filiamo al più presto, temo che sarà stato tutto inutile. Venga,
faccio strada.
— D'accordo. Mi occupo io della ragazza.
Ahram si mise in spalla Sabi, barcollando dietro al nano.
A quanto pareva, per il piccolo cyb "fare strada" significava
esaurire le batterie del suo cannone, divertendosi ad
abbattere pareti all'interno degli edifìci.
— Meglio non passare dal viale, dareste troppo nell'occhio
— fu la sua giustifìcazione. — Comunque ho parcheggiato
poco lontano.
10

Siamo proprio una bella squadra, pensò, mentre


sfrecciavano lungo uno dei viali principali della Città. Non
aveva idea di dove il cyb li stesse portando, di sicuro non al
Mandarino e neppure in qualche ospedale. Sabi era sdraiata
sul sedile posteriore e continuava a lamentarsi, ma non
sembrava aver riportato lesioni gravi. Dopo averle ripulito il
volto, potè constatare che la ragazza perdeva solo un filo di
sangue dagli orecchi, roba che anche il medico più scalcinato
le avrebbe curato in una settimana o forse meno. L'intervento
del cyb era stato provvidenziale anche per lei, poiché tre
minuti in un campo subsonico di quel tipo risultavano fatali.
Dopo la rottura dei timpani e le lesioni permanenti al
labirinto cominciavano a rompersi i grossi vasi sanguigni
della testa... Anche se lui non aveva mai capito se si moriva
primo per questo motivo o per arresto cardiaco.
L'unica cosa certa era che il tetra di Brahim stava facendo
un dannato lavoro all'interno delle sue cellule. Si rendeva
perfettamente conto del suo stato fisico e di quali avrebbero
dovuto essere le ripercussioni sulla sua psiche. Ma era come
se dentro di lui, a meno di un millimetro sotto la pelle, ci
fosse un'altra persona, un altro Coxie che si faceva beffe
delle normali leggi biologiche. Il dolore, la stanchezza e
molte altre cose stavano gradualmente perdendo qualsiasi
connotazione, e c'era solo da augurarsi che la droga non
intaccasse anche il suo istinto di sopravvivenza.
Una variazione improvvisa della luminosità lo distolse da
quei pensieri. Quando guardò fuori dal finestrino constatò
che l'auto si era infilata in una rampa che portava al
parcheggio sotterraneo di un edificio dell'Anello 2,
probabilmente una delle molte proprietà occulte di Xavier.
— L'ascensore è guasto — annunciò allegramente il nano,
scendendo dalla vettura e affrettandosi ad aprirgli la portiera.
— Se non altro, nessuno verrà a ficcare il naso qui dentro.
Posso aiutarla?
— Lascia, faccio da solo — disse Ahram, prendendo Sabi
sotto le ascelle per trascinarla cautamente fuori dall'auto. —
Tu pensa a portare il tuo cannone.
Quindi si caricò in spalla la ragazza e seguì il cyb su per le
dieci rampe di scale buie fino al quarto piano. In fondo al
corridoio impregnato di muffa c'era una porta metallica che
era in stridente contrasto con il resto del palazzo poiché era
lucida come uno specchio. Si aprì senza che il cyb la
sfiorasse neppure con un dito.
— Entri pure — disse. — Ho disattivato l'allarme.
Dopo aver varcato la soglia, Ahram sentì la porta
richiudersi alle sue spalle, e nello stesso tempo si accesero le
luci. Per un istante credette di trovarsi ancora nell'ufficio di
Annette Dubois, perché l'arredo era più o meno lo stesso.
Scrivania, materasso a pressione, apparecchiature anonime e
una serie di cianfrusaglie che, considerate le loro condizioni,
dovevano essere dei pezzi di ricambio. Addossato a una
parete c'era un tavolo di lavoro lungo e stretto, fornito di tre
tastiere e una fila di terminali video, tutti accesi. Il locale non
aveva altre aperture apparenti, e forse per questo si aveva
l'impressione di entrare in una cripta.
Come prima cosa Ahram sistemò la ragazza sul letto, con
cautela, e arrotolò l'unica coperta per servirsele come
cuscino. Quindi si lasciò cadere accanto a lei, seduto sul
bordo del materasso. Tetra o non tetra lui aveva comunque
bisogno di riposo. Farsi tutti quei piani a piedi con Sabi sulle
spalle non era stata una passeggiata, ma forse fra un paio di
minuti avrebbe anche smesso di ansare.
Tuttavia dovette scostarsi quando il cyb si arrampicò sul
materasso per applicare una siringa a pressione sul collo
della ragazza. Poi lo vide impegnato a premerle delle
piastrine adesive sulle tempie e nel cavo delle braccia,
spruzzandole alla fine un po' di coagulante negli orecchi.
— Non sarebbe meglio chiamare un dottore? — chiese,
non del tutto sicuro che il cyb sapesse il fatto suo. — Ne
conosco uno che...
— Fra un paio di giorni sarà vispa come... come si dice, sì,
come un pesce — rispose il nano. — Per fortuna il mio
padrone si è fatto una discreta provvista di medicinali.
Tecnologie di qualche tempo fa. Sa, aedo che padron Xavier
sia un po' ipocondriaco, per cui...
— Questa è casa sua?
— No. Non ha mai messo piede qua dentro. Lo consideri
il mio laboratorio. La mia cameretta.
— Allora suppongo che per trovare un bagno dovrò
bussare alla porta accanto. Per ora mi accontenterei di
ripulirmi un po'.
Il cyb piegò le labbra asimmetriche nel solito modo. — A
parte il fatto che il palazzo è disabitato — disse in un tono
ironico che lo sorprese, — la mia cameretta ha anche un
bagno. — Indicò un punto della parete, nell'angolo dove
c'era la porta metallica, e poco dopo apparve un'apertura
rettangolare. Lo stesso giochetto che aveva visto durante la
riunione di beneficenza. Per cause di forza maggiore, questa
volta mise da parte le superstizioni e approfittò al volo di ciò
che gli si offriva.
Quando ritornò nel "laboratorio", il cyb si era procurato
un'altra coperta per Sabi, mentre adesso si guardava intorno
imbracciando il misterioso cilindro, come se stesse studiando
il posto dove nasconderlo.
— Giri sempre con quell'affare? — chiese Ahram,
cercando una sedia, ma non trovandone decise di tornare ad
accomodarsi sul materasso.
— Solo quando ci sono buone probabilità di usarlo.
Ahram fu tentato di spiegargli che esistevano altre armi
meno devastanti e ugualmente efficaci, ma preferì
rinunciare. In fondo era grazie a lui se adesso era ancora
vivo, e poi non aveva la minima intenzione di innescare una
discussione sui pregi e difetti di quell'arma. Gli era bastato
ciò che aveva visto nel vicolo. — Hai idea di chi fossero
quei tizi?
Il cyb scosse il capo. — Mercenari o agenti corrotti. É
difficile che i delinquenti comuni se ne vadano in giro con
dei generatori di campi subsonici.
Ahram trasse un sospiro. Purtroppo la seconda ipotesi era
quella più probabile. Gli agenti della Sicurezza che poco
prima erano stati all'Heaven's potevano essere rimasti nei
paraggi, aspettando che lui si facesse vivo. Poi l'avevano
seguito per tendergli l'agguato nel vicolo, e si poteva
scommettere che fossero loro i responsabili del "suicidio"
collettivo che aveva bloccato la strada... Ma se davvero le
cose erano andate così, allora c'era invischiato qualche pezzo
grosso del Dipartimento. Sodano, forse. A pensarci bene,
quel suo atteggiamento di assoluta fedeltà alla legge era più
che sufficiente per sviare ogni sospetto dalla sua persona;
tuttavia sapeva per esperienza che le soluzioni più semplici
non erano mai quelle giuste. Chi gli assicurava che Sodano
non fosse abilissimo in questo tipo di giochetti? A dire la
verità una persona c'era. Rigueras l'aveva scelto come suo
vice. E il Capo Dipartimento non era certo famoso per la sua
ingenuità.
— Stanno succedendo troppe cose e tutte insieme —
continuò il cyb, recuperando chissà dove una seggiola su cui
si arrampicò come un gatto. — Il mio padrone ed io
pensiamo che esista un collegamento fra i vari omicidi, e a
questo punto non credo che le indagini debbano riguardare
soltanto Dobrowicz.
Ad Ahram parve che quella frase avesse un significato
implicito che lo riguardava un po' troppo da vicino. Se
Xavier intendeva davvero affidargli le indagini di tutti quegli
omicidi era indispensabile un ritocco delle tariffe... Tuttavia
quello non sembrava il momento più adatto per
mercanteggiare, perciò si costrinse a sorvolare
sull'argomento.
— Già — commentò. — Comincio a pensarlo anch'io.
Finora, però, il tuo padrone non mi è stato di grande aiuto, a
parte la faccenda della carneficina di poco fa. Mi ha rifilato
un dossier che può dire tutto e niente, ma si è guardato bene
dall'accennarmi il motivo per cui si preoccupa tanto della
morte di Dobrowicz.
Il nano si strinse nelle spalle, cosa che lo faceva sembrare
anche pili piccolo, quindi concentrò l'attenzione sui due
monitor spenti della scrivania. — Padron Xavier non mi
spiega mai le sue ragioni. Quando si rivolge a me è solo per
ordinarmi qualcosa, e io faccio sempre del mio meglio.
— Me ne sono accorto — l'interruppe Ahram. — Ma se
sei così bravo, perché Xavier si è rivolto a me?
— Cosa pensa che mi succederebbe se, per esempio,
entrassi in qualche locale pubblico o negli uffici
dell'Esecutivo? La gente si è dimenticata dei cyb, perché
sono storie di tanto tempo fa. Adesso circolano soltanto
alcune varianti integralmente organiche, ma sono degli
innocui fantocci domestici, non delle repliche umane... Be',
più o meno perfette. Io però non mi sono dimenticato dei
sensori e delle trappole disseminati ovunque, dall'epoca in
cui il Komm decise di farla finita con noi. Ovviamente
nessuno si è preoccupato di rimuoverli. Sarebbe una spesa
inutile, e poi c'è sempre la possibilità che qualche cyb sia
sfuggito alla rete. Per me è già un rischio gironzolare per gli
Anelli esterni. Ma anche se me la cavo piuttosto bene, non
ho la presunzione di spingermi fino nel Cerchio. Io e voi
abbiamo più o meno lo stesso concetto di morte.
Ahram annuì in silenzio, poi si girò a controllare le
condizioni di Sabi. La ragazza giaceva immobile sotto la
coperta, ma respirava regolarmente e sembrava avere
un'espressione serena. Comunque era molto pallida e un filo
di sangue continuava a fuoriuscirle dagli orecchi. — Da
quanto tempo mi stavi seguendo? — chiese in tono un po'
seccato, poiché gli ultimi avvenimenti gettavano qualche
dubbio sulla sua abilità investigativa.
— Da dopo il nostro primo incontro — rispose il cyb. —
In pratica da quando la ragazza è venuta da lei.
— Bell'affare — commentò Ahram. — Forse sto
diventando vecchio.
— Adesso non si butti giù in questo modo — tentò di
rincuorarlo. Il nano allargò le braccia e cominciò a
dondolarsi sulla sedia come un ragazzino impertinente. — É
normale che ogni tanto sfugga qualcosa. Sono cose che
capitano anche al mio padrone.
Già. Resta ancora da vedere se a te sfugge qualcosa.
— Quindi è inutile che ti parli di Shuster e di Suwabata.
Xavier sembra sempre molto più informato del
Dipartimento.
— Sì. Abbiamo saputo della morte del Master pochi
minuti dopo il fatto. Per quanto riguarda l'omicidio nella
Clinica sopiamo che esiste un filmato, ma padron Xavier non
è riuscito a procurarselo. Purtroppo il network della Clinica
non è sempre compatibile con quelli esterni. Ci vuole sempre
un po' di tempo...
A quelle parole Ahram provò un certo sollievo. C'era
sempre la possibilità che quello fosse il cyb più bugiardo del
mondo, ma faceva piacere anche soltanto illudersi di avere
un punto di vantaggio nei suoi confronti. Forse valeva la
pena tentare di accumularne qualche altro, perciò chiese: —
Cosa ti fa pensare che i tre omicidi siano collegati fra loro?
— Non abbiamo nessuna prova certa. Per ora l'unico
denominatore comune sembrerebbe la modalità piuttosto
brutale dell'esecuzione. Senza contare che l'assassino si
dissolve nel nulla subito dopo aver commesso il fatto. In
quanto alle vittime, be', erano tutte persone politicamente
attive.
«Shuster occupava una posizione di primo piano, mentre
Dobrowicz e Suwabata erano dei modesti capi-settore che
potevano sfruttare il potere economico delle loro industrie
per tentare l'arrampicata al Komm. Anzi, sappiamo da fonti
attendibili che avevano programmato le tappe principali
dell'imminente campagna elettorale. Inoltre, prima di questi
tre, c'è stato l'omicidio di un altro politicante. Non mi
stupirei se esistesse una correlazione.
Il cyb fece una pausa, come se Ahram avesse bisogno di
tempo per assimilare le sue parole, poi saltò giù dalla sedia
senza il minimo rumore. — Vado a prenderle qualcosa da
mangiare — disse. — C'è un distributore di liofilizzati a un
isolato da qui. Sarò di ritomo fra cinque minuti. Se le va, può
dare un'occhiata ai file del mio padrone.
Ahram annuì distrattamente, scoprendo solo in quel
momento di avere una fame tremenda. Il tetra poteva anche
essere il non plus ultra dei ricostituenti, ma doveva bruciargli
più calorie di un altoforno.
— Ehi — disse, quando il nano stava per richiudersi la
porta alle spalle. — Non so ancora come ti chiami.
Il cyb parve sorpreso dalla domanda. Affondò le mani
nelle tasche del giubbino impermeabile e assunse
un'espressione concentrata. Fu abbastanza comico osservare
la successione di smorfie che apparvero, su quel volto
deturpato, anche se ad un certo punto Ahram temette che il
cyb fosse andato in tilt.
— Adesso che ci penso, non credo di aver mai avuto un
nome. Un nome ufficiale, voglio dire. In fondo, oggi siamo
una razza estinta. Niente numeri di matricola né documenti e
così via. Di solito Padron Xavier mi chiama Sgorbio.
— Sgorbio? — ripeté Ahram in tono sorpreso, anche se
non stentava a crederlo.
— Non è molto simpatico, ma non è neppure un nome
vero e proprio. Non sarebbe neanche male, se Padron Xavier
non avesse l'abitudine di usarlo con svariati aggettivi.
Ahram recuperò la sedia dietro la scrivania e la portò al
tavolo dei terminali, quindi si sedette pesantemente. —
Penso che ti chiamerò... Slash — propose alla fine,
apprezzando i sorprendenti molleggi del sedile. — Sempre
che tu sia d'accordo.
Il cyb sorrise, gonfiando l'unica guancia sana che gli
rimaneva. Spero solo che non sia il nome di un suo amico, o
del suo cane.
Fu tentato di dirgli che non aveva mai avuto cani, e che se
avesse avuto un amico con quel nome, oltre a quelli del
Mombasa, adesso era sicuramente morto; ma poi si limitò a
congedarlo con un gesto della mano.
Quando la porta metallica si richiuse, Ahram dedicò
ancora un'occhiata alla ragazza, quindi si concentrò sui
terminali. Da quando il cyb aveva parlato di un
denominatore comune degli omicidi, una parte della sua
mente aveva continuato a rimuginare per i fatti suoi,
cercando di trasformare in idea qualcosa che al momento era
soltanto una sensazione intrigante. Dobrowicz, Suwabata e
Shuster. Un altro capo-settore. E poi, a dire la verità, c'era
anche un quinto cadavere, quello del vecchio che aveva visto
insieme alla prostituta-assassina, ma all'obitorio aveva
saputo che si trattava di un semplice uomo d'affari di
Anchorage. Era stato nel sacchetto dei suoi effetti personali
che aveva trovato l'olospot dell'Heaven's ma, oltre a questo,
non sembrava che la sua morte facesse parte di un disegno
preordinato.
Con un gomito sul tavolo cominciò a digitare sulla
tastiera, e quando si fil familiarizzato con le impostazioni
personalizzate del software richiamò i file delle vittime.
Estrapolazione, continuavano a ripetere le sue labbra,
formulando quel concetto che il vecchio Rigueras aveva
inculcato nel cervello dei suoi uomini fin dal primo giorno di
addestramento. Già, Cavar fuori ciò che serve da un
ammasso di spazzatura. Dobrowicz, Suwabata, Shuster, tre
politicanti di vario livello. Radicali i primi due, moderato
l'altro. Ma tutti e tre pieni di soldi.
Fece scorrere velocemente le pagine dei dossier senza
venire a capo di nulla. Eppure non riusciva a togliersi di
dosso quella dannatissima sensazione di avere un appiglio
proprio a un palmo dal naso e di non riuscire a vederlo.
Senza distogliere lo sguardo dai terminali video continuò a
battere sulla tastiera, appena consapevole della presenza di
Slash al suo fianco e dell'odore di pizza che si diffondeva per
la stanza.
— Non so come facciate a mangiare simili orrori — disse
il cyb, aprendo il cartone sul tavolo. — Sembra gomma unta
da far ribrezzo.
— L'importante è il gusto — replicò Ahram. — Devi solo
farti ripulire le arterie ogni cinque o sei anni. Sempre se te lo
puoi permettere.
Se te lo puoi permettere, già. E se mai c'è da estrapolare
qualcosa da questa fesseria, si può dire che quei tre si
potevano permettere tutto, dannazione.
Ahram selezionò l'opzione multiscreen che gli permise di
confrontare le cartelle mediche delle vittime. Nessuno dei tre
si era sottoposto a rigenerazione, anche se Suwabata era stato
ucciso proprio pochi minuti prima di un intervento di quel
tipo. Shuster, da buon moderato, non aveva neppure un
innesto, solo trapianto di reni, colon, esofago, e pancreas. In
quanto agli altri, be', l'elenco dei loro innesti sembrava il
catalogo generale delle protesi.
— Trovato qualcosa? — chiese Slash, scostando con un
braccio il cartone della pizza.
Ahram inspirò rumorosamente col naso. — Credo di sì —
disse, poi si frugò nelle tasche del giubbotto ancora un po'
incrostato di sangue, e alla fine tirò fuori il foglietto di
plastica della Dubois. — Se è come penso, allora abbiamo
una vera traccia — aggiunse, quindi infìlò il foglietto nella
fessura del lettore, e i dati apparvero quasi immediatamente
al fianco di quelli già in memoria.
— Di chi è questa scheda? — chiese il cyb, incuriosito
dalla schermata di dati a cui non corrispondeva alcun nome.
— Oh, di una mia amica — rispose Ahram. — Ma ha
preferito cancellare la sua identità, e io mi sono dimenticato
come si chiama. Credo che il suo sport preferito sia fare a
pezzi la gente.
— Li ha ammazzati lei? — insistette il cyb, senza ottenere
risposta.
— Ah-ah, beccati! Guarda qui, Slash. Dobrowicz, innesto
tibiale e rigenerazione cartilagini degli arti inferiori.
Suwabata, innesto pancreatico e sostituzione aorta toracica.
Shuster, trapianto di reni, mentre la nostra amica si è limitata
a venti centimetri di intestino tenue. Ma quello che più
importa sono le date!
— Coprono un periodo che va dal dicembre al gennaio
scorsi.
— Infatti — incalzò Ahram. — Sono stati ricoverati e
dimessi in giorni diversi, ma facendo due conti risulta che
tutti e quattro si trovavano in Clinica dal 17 dicembre al 20
gennaio. Se volevi un denominatore comune... io dico che
l'abbiamo trovato.
Slash si sollevò in punta di piedi e distese le piccole
braccia sul piano del tavolo, come se volesse raggiungere gli
schermi. — Sì — approvò, dopo aver studiato le cifre per
qualche istante. — Forse stiamo prendendo un granchio, ma
è anche l'unica pista che abbiamo.
Ahram annuì, notando con quanta fretta il cyb fosse
passato alla prima persona plurale. Se Slash fosse stato un
agente della Sicurezza o, peggio ancora, un concorrente, gli
avrebbe fatto capire quale dovesse essere la giusta
ripartizione dei meriti. Ma quel piccolo sgorbio artificiale
cominciava ad essergli simpatico, e non solo perché gli
aveva salvato la pelle. Tuttavia era una simpatia che
nascondeva una certa compassione, poiché non avrebbe mai
pensato di trovare ancora in circolazione un cyb che, oltre ad
essere sgangherato, fosse asservito ad un paranoico del
calibro di Xavier. Era un po' come vedere un cane che si
ostinava ad essere fedele al padrone, anche se questo
continuava a bastonarlo.
— Temo che non sarà tanto facile ottenere informazioni
dalla Clinica — commentò, chinandosi verso il cyb per
recuperare la pizza. Ne prese una fetta triangolare e ne
strappò un grosso boccone coi denti, senza neppure guardare
cosa si stava ficcando in bocca.
— Io non posso entrare là dentro — aggiunse Slash in
tono neutro. — Ci sono sensori e laser dappertutto, anche
all'esterno e per un raggio di mezzo chilometro. Non so
neppure se Padron Xavier riuscirà a penetrare nel suo
network.
Ahram annuì ancora. — Non preoccuparti — disse,
pulendosi le mani nel giubbotto di Brahim. — Tanto l'avevo
già capito che avrei dovuto sbrigarmela da solo.
— Dove vai tu vado anch'io — si sentì dire alle spalle.
Si girò di scatto e vide Sabi seduta sul materasso, un po'
barcollante e dal colorito cadaverico, ma con un'espressione
decisamente determinata.
11

Ahram lasciò il rifugio di Slash di prima mattina,


invitando il cyb a prendersi cura della ragazza. Per prudenza
fece un largo giro a piedi per portarsi fuori zona, e alla fine
prese uno scassato autobus di linea che lo scaricò in
prossimità della barriera Sud del Cerchio, dove tre agenti
della Sicurezza lo stavano aspettando con un'auto del
Dipartimento. Avrebbe voluto presentarsi da Sodano senza
farsi annunciare, sicuro che la sorpresa l'avrebbe fatto
diventare verde di rabbia, ma senza neppure l'ombra di un
documento era un po' difficile superare i controlli ai check-in
degli ingressi. Quella mattina non era dell'umore giusto per
tirarsi addosso qualche altro guaio, così aveva preferito
chiamare il Dipartimento e spiegare la situazione.
Durante i due chilometri di strada, nell'abitacolo dell'auto
risuonò soltanto il sibilo del motore, cosa che non gli
dispiacque affatto. Forse Sodano aveva espressamente
ordinato ai suoi uomini di non dargli troppa confidenza,
come si fa con ogni tipo poco raccomandabile che si rispetti,
ma poteva anche darsi che quei tre avessero semplicemente
la luna storta. Proprio come lui. Da quando nella sua mente
si era insinuata la prospettiva di dover proseguire le indagini
all'interno della Clinica, si era ricordato all'improvviso che al
mondo esistevano dei problemi diversi da quelli che aveva
imparato a risolvere in otto anni di esilio nel sottosuolo. In
Periferia tutto si riduceva a una questione di sopravvivenza.
La qualità della vita era solo un concetto astratto che di
solito veniva applicato a individui e a società che
sembravano collocati in un mondo metafisico e
irraggiungibile, fuori dal tempo. Procurarsi da mangiare,
farsi ricucire da Hogama e stare attento a non farsi tagliare la
gola erano in definitiva le uniche sue vere preoccupazioni.
Ma adesso, la vaga possibilità di introdursi clandestinamente
nella Clinica gli prospettava dei problemi che non era
minimamente preparato ad affrontare. In quei giorni aveva
scoperto che ritornare a lavorare nel Cerchio non era poi
un'esperienza così traumatica. Un po' di nostalgia e qualche
rimpianto per le cose che adesso non esistevano più, e un po'
di delusione per quelle che aveva trovato al loro posto. Ma
un eventuale ritorno nella Clinica gli avrebbe potuto giocare
dei brutti scherzi, visto che lui era nato e cresciuto proprio là
dentro dove, da qualche parte, in qualche laboratorio di
ricerca, vivevano e lavoravano i suoi genitori. A quanto ne
sapeva, non c'era molta gente che aveva rinunciato a
un'esistenza di privilegi biologici potenzialmente infiniti per
andare a vivere nel "mondo esterno". Solo lui e un centinaio
di altri pazzi a cui non andava giù che i Medici tenessero per
la gola tutte le più importanti organizzazioni esterne, colonie
comprese, con l'arma del ricatto. Rigenerazione per tutti, già,
purché ci fosse un controvalore in pacchetti azionari, oro o
denaro liquido.
Ahram aveva lasciato quel piccolo impero all'età di sedici
anni, ma di quel periodo restavano soltanto delle sensazioni
molto confuse. I ricordi, quelli veri, erano stati soffocati e
forse distratti dal blocco mentale che i Medici, per ovvi
motivi di sicurezza, imponevano a chiunque abbandonasse la
Clinica. A dire la verità, sospettava che il suo subconscio
continuasse a proporgli immagini di luoghi e situazioni di
un'infanzia che non era la sua, un'infanzia standard creata
appositamente per colmare una lacuna. Tutto sembrava
funzionare a meraviglia, almeno finché non prendeva il
sopravvento quello spirito vagamente masochistico che lo
spingeva a scavare più a fondo. Allora, con qualche
difficoltà poteva richiamare alla mente i volti dei suoi
genitori o di qualche parente, ma ogni volta la loro
fisionomia era diversa. Simulacri di qualcosa che non
riusciva più a decifrare.
Cosa ne sarebbe stato del blocco mentale se,
all'improvviso, il suo cervello si fosse messo a registrare la
presenza di un mondo costituito essenzialmente da dejà vu
che avrebbero finito per intasare tutti i percorsi preferenziali
del suo pensiero? Forse sarebbe definitivamente impazzito.
Si sarebbe sentito come un guscio troppo fragile per resistere
alla pressione interna. Purtroppo, per saperlo era necessario
provarci... Ed era un po' come succedeva ai morti. Nessuno
tornava mai indietro a raccontare la sua esperienza.
Ahram sentì un brivido scivolargli lungo la schiena, ma
per fortuna uno scossone improvviso lo distolse da quei
pensieri. L'agente al posto di guida aveva inchiodato l'auto a
pochi centimetri dalla scalinata del palazzo del Dipartimento.
Un altro tizio in uniforme si avvicinò ad aprirgli la portiera e,
senza una parola, lo invitò a seguirlo.
Niente rumori molesti, pensò con una certa delusione,
mentre l'ascensore saliva rapidamente al settimo piano.
Mizzy sarebbe capacissimo di sbatterti dentro. Perciò giura
di comportarti bene almeno per i prossimi... Sì, dieci minuti
basteranno.
— D'accordo, lo giuro — disse a voce alta, attirando su di
sé lo sguardo perplesso dell'agente.
Poco dopo venne condotto davanti a una porta scorrevole
che si aprì quindici secondi dopo, il tempo che occorse
all'agente per eseguire la procedura di sicurezza. Ahram
seppe di trovarsi nell'ala ovest dell'edificio, dove erano
ubicati quasi tutti gli uffici che amministravano le squadre
d'intervento dei vari settori cittadini. Nei quattro o cinque
locali che attraversarono c'era un'attività febbrile fatta di
tanti piccoli rumori che lo mettevano un po' a disagio. Poi,
finalmente, il tipo in uniforme gli fece capire con un cenno
del capo che la sua missione finiva lì, nell'anticamera di una
sala riunioni, sotto lo sguardo attento di un buon numero di
segretarie che si sforzavano di simulare indifferenza.
Giornate di merda, eh ragazze? pensò in uno slancio di
comprensione, valutando la quantità di supporti hardware
che ingombravano le scrivanie e il numero di cicalini che
avevano deciso di attivarsi tutti nello stesso istante. Per un
attimo considerò che la fortuna stava continuando ad
assisterlo, poiché fino a quel momento non si era ancora
imbattuto nel sergente Bisonte o Bufalo che fosse, quello a
cui piaceva svegliare la gente in modo poco ortodosso.
Sarebbe stato veramente il colmo fare a botte nel cuore del
Dipartimento, tanto che Sodano non gliel'avrebbe fatta
passare liscia.
Alla fine una delle segretarie — anche loro agenti in
borghese, quasi tutte graduate — gli disse che poteva
entrare.
— Sono passato a ritirare la mia roba — disse guardandosi
intorno. La sala rettangolare era piuttosto ampia, interamente
rivestita di fintolegno di colore chiaro, illuminata a giorno da
un grande lampadario a fluorescenza, una corona luminosa
di quattro metri di diametro che non sarebbe mai entrata in
un cubicolo del Calderone. A un angolo del tavolo, anch'esso
rettangolare e in fintolegno, erano sedute due persone. Una
gli dava le spalle, ma era chiaramente Sodano. L'altra, un
tipo biologicamente sui quaranta, capelli corti e biondi,
corporatura robusta, era un perfetto sconosciuto. La sua
espressione tesa non prometteva niente di buono.
— Spero che sia già tornata dalla lavanderia.
Sodano non si scompose di un millimetro. — Smettila di
fare il cretino e siediti — disse, sollevando il braccio per
indicare la poltroncina che gli Slava di fronte. Poi, piegò
lievemente il capo per rivolgersi all'altro. — Lo scusi Dottor
Frober. Siamo tutti un po' agitati in questi giorni.
Oh-oh, pensò Ahram mentre faceva il giro del tavolo per
raggiungere il suo posto. Siamo già passati al tu. Da come
Sodano aveva pronunciato quel nome era chiaro che si
trattava di un dottore con la Il maiuscola, un privilegio di cui
godevano soltanto i medici della Clinica. Era da parecchio
tempo che si disinteressava di ciò che avveniva là dentro, ma
era disposto a scommettere tutte e due le sue gambe
artificiali contro un ECU che adesso Sodano glielo
presentava come il capo delle Relazioni Esterne. In ogni caso
era il benvenuto, visto che per lui sarebbe stato abbastanza
seccante incontrare Sodano a quattrocchi.
— É per l'omicidio di Suwabata? — disse, dopo essersi
accomodato sulla poltroncina, riuscendo ad anticipare il vice
di Rigueras. — Bene, vorrà dire che ci consoleremo con i
nostri reciproci insuccessi.
Anche questa volta Sodano rimase refrattario. — Il Dottor
Frober è il capo delle Relazioni Esterne della Clinica —
disse, in tono esageratamente rispettoso. — É qui per parlare
anche di Suwabata. Dottor Frober, le presento Ahram Lee
Coxie. Le ho già parlato di lui.
— Molto piacere — lo salutò Ahram, con un sorriso che
sicuramente avrebbero frainteso. Se avesse scommesso, si
sarebbe tenuto le sue gambe e ci avrebbe persino guadagnato
un ECU. Frober annuì col capo, quindi si alzò in piedi e
raccolse i documenti che erano disposti in bell'ordine davanti
a lui.
— É veramente un peccato che vada di fretta — disse in
tono stridulo. — Mi sarebbe piaciuto fare la sua conoscenza.
Ahram si strinse nelle spalle. — Be', su col morale. Le
occasioni non mancheranno.
Frober si congedò con un millimetrico cenno del capo,
quindi Sodano lo accompagnò alla porta.
Adesso ci siamo, pensò, dando una sbirciata ai fogli
plastificati che erano rimasti sul tavolo, quanto bastava per
capire che si trattava di schede mediche. Cominciava a
pensare che stessero diventando un'ossessione, quando
all'improvviso il ronzio della porta che si chiudeva lo
costrinse ad innalzare tutte le sue difese per parare
l'imminente attacco.
— Con te i conti li faccio dopo — disse Sodano
puntandogli contro un indice ammonitore. — E dovremo
fare quattro chiacchiere anche a proposito della carneficina
di ieri, vicino a...
— Be', non c'è nessun problema. Io ero in ospedale,
vittima di spiacevoli circostanze.
Sodano inspirò profondamente, come se volesse contare
fino a dicci, poi le sue labbra si tesero in quello che poteva
anche essere il sorrisetto amaro di chi pregusta la vendetta.
— Anche la faccenda dell'ospedale rientra nel conto —
aggiunse. — Tutto sommato capiti a proposito. Nell'altro
ufficio mi sta aspettando la vedova Shuster, ma credo
proprio che sarai tu a parlarle, visto che avresti dovuto essere
tu la guardia del corpo di suo marito.
Ahram abbassò lo sguardo. Dopo aver giocherellato con le
schede trasse un respiro profondo, ma si guardò bene dal
rispondere. Era mancalo un pelo che facesse un'altra delle
sue gaffe con la faccenda della roba in lavanderia, inzuppala
del sangue del Master. Devo imparare a mordermi la lingua,
si disse con un'ombra di rimprovero. — Che cos'è venuta a
fare qui? — domandò. — Non penserà che le abbiamo già
beccato l'assassino del marito.
Sodano tornò senza fretta a sedersi sulla poltroncina e
appoggiò i gomiti sul tavolo. Sembrava che sul suo volto ci
fossero più rughe dell'ultima volta che si erano visti.
Stanchezza, o più probabilmente le pressioni dei pezzi
grossi. — L'ho chiamala io — rispose. — Prima o poi
avremmo dovuto interrogare anche lei, perciò tanto valeva
farlo subilo. Avevo intenzione di recarmi a casa sua, ma non
appena l'ha saputo ha insistilo per venire qui. É una donna
molto orgogliosa, accidenti. Carattere volitivo.
Già, pensò Ahram con una smorfia appena accennala.
All'improvviso sentì il bisogno di buttar giù qualche pillola,
qualsiasi cosa, ma alla fine optò per un atteggiamento stoico,
considerando che il tetra aveva già dimostrato di cos'era
capace. Forse sarebbe anche riuscito a sciogliergli il nodo
che cominciava a soffocargli la gola, al pensiero che tra poco
avrebbe dovuto dare spiegazioni alla vedova dell'uomo che
lui avrebbe dovuto proteggere. Non c'erano dubbi che
Sodano avesse le qualità giuste per occupare quel posto. Era
davvero un gran bastardo.
— D'accordo, le parlerò io — disse alla fine. — Prima
però voglio indietro la mia roba dell'ospedale, perché non ho
voglia di chiedere sempre l'elemosina per telefono. Pistola ad
aghi, documenti e tutto il resto. E poi vorrei sapere chi ha
mandato a ficcare il naso all'Heaven's.
Sodano annuì con aria rassegnata. — Come vuoi. Ma non
c'è niente di personale. Quando ho trovalo l'olospot di quel
bordello ci ho mandato i miei uomini, certo. Ma l'ho fallo
solo perché eri in un letto d'ospedale, e io non avevo tempo
da perdere. Qui non sei nel Calderone, per cui adesso la
regola non è più quella di fregarsi a vicenda, capilo?
Ahram borbottò qualcosa di incomprensibile, ma il fatto
che non accennasse ad alzarsi spinse Sodano a continuare. —
Prima di andartene ti farò avere i profili dei due agenti che
ho mandato all'Heaven's, ma solo se mi dirai che fine hanno
fatto.
Ahram cadde dalle nuvole. — Prego?
— Quei due sono spariti nel nulla. Non fingere di non
saperlo.

Ahram aveva scoperto che il tetra gli permetteva di


seguire due ordini diversi di pensieri senza che si
confondessero gli uni con gli altri. Era stato a scuola che per
la prima volta aveva sentito parlare di flusso di coscienza, ed
era persino inorridito scoprendo che qualcuno era riuscito a
mettere per iscritto quella roba. Be', adesso gli sembrava di
leggerla nella sua mente, con la fondamentale differenza che
i suoi pensieri apparivano un tantino più comprensibili.
Da una parte, si stava accumulando una quantità
impressionante di misteri a cui poteva opporre soltanto
l'evanescente figura di una prostituta. Dall'altra, cercava di
valutare le cose che la moglie di Shuster gli stava dicendo
mentre l'auto li portava a destinazione.
Mary Ann Hasser sedeva di fronte a lui, nel senso di
marcia, reggendosi appena alla maniglia della portiera. Era
una donna slanciata, dall'aspetto forte, con i capelli castani e
lisci che le cadevano sulle spalle della giacca. I suoi
quarant'anni biologici, contro i sessanta anagrafici, le
permettevano di indossare un completo blu scuro piuttosto
attillato che, considerate le circostanze, ostentava anche una
certa austera sobrietà. Un filo di alloperle le ondeggiava sulla
scollatura, e ogni sferetta si dilatava e si contraeva al ritmo
del suo respiro.
— Stia tranquillo, non voglio fargliene una colpa — era
stata la prima cosa che gli aveva detto, non appena le aveva
stretto la mano nell'ufficio del Dipartimento. E questo era
bastato a metterlo a suo agio, oltre che a costringerlo a
rivedere le sue opinioni sulle mogli dei politici in generale.
La loro conversazione si era rivelata meno spiacevole del
previsto, benché avesse dovuto raccontare anche a lei quanto
era Successo in quella dannata stanza del Palazzo Impero.
Non era facile essere l'unico testimone di un fatto del genere
e poi fare in modo di convincere gli altri che era andata
proprio così, con metà del corpo di Norman Shuster che si
era volatilizzata. Tuttavia Mary Ann sembrava averlo
accettato, nel senso che la morte del marito doveva
comunque avere una spiegazione logica. E forse era proprio
grazie al suo spirito di iniziativa e alla sua determinazione se
adesso Ahram stava andando a casa del Master per frugare
nei suoi archivi privati.
— Suppongo che sia inutile chiederle se ha dei sospetti —
chiese lui, fingendo di interessarsi al panorama che vedeva
scorrere dal finestrino.
— Infatti — rispose la donna, urtandogli il polpaccio
quando accavallò le gambe con un gesto meccanico ma fin
troppo disinvolto. — Le persone come mio... Come il mio ex
marito possono contare gli amici sulle dita di una mano.
Ahram trasse un sospiro, poi con aria assorta cominciò a
lisciarsi il naso con due dita. Al diavolo i segreti. Prima o poi
avrebbe dovuto dirglielo, perciò tanto valeva farlo ora. — E
se qualcuno le dicesse che potrebbe essere stata una donna?
Magari una prostituta? — Ecco, l'aveva buttata là, sempre
col suo tatto da elefante estinto. Strinse i denti in attesa di
uno schiaffone che invece non venne.
Mary Ann si raddrizzò sul sedile in cui era sprofondata e
spalancò gli occhi azzurri come se volesse incenerirlo. Poi
parve rilassarsi, e alla fine scoppiò in una risata amara. — Il
signor Sodano non ha molta simpatia per lei — disse, — ma
credo che in fondo abbia un po' di stima per i suoi metodi
poco ortodossi. Adesso, però, la sua ipotesi sta mettendo a
dura prova anche la mia stima nei suoi confronti.
— É veramente così assurda?
— Ma si rende conto? Mio marito con una prostituta! Lui,
conservatore fino al midollo! Forse non sa che rifiutava
perfino gli innesti sintetici, per non parlare della
Rigenerazione! Lei non sa quello che dice, signor Coxie.
Nessuno meglio di me è in grado di affermarlo.
Ahram cercò di allungare le gambe nel comodo abitacolo
dell'auto, stando ben attento ad evitare imbarazzanti contatti
fisici, poi girò distrattamente la testa per dare un'occhiata
attraverso il cristallo unidirezionale. Doveva ricordarsi di
fare i complimenti all'autista, perché non aveva mai
incontrato nessuno, neppure Slash, che avesse una guida
tanto morbida da non farti capire la differenza fra un motore
a scoppio e uno elettrico.
— Le chiedo scusa. Non intendevo affatto mettere in
dubbio i principi morali di suo marito, ma non è detto che
una prostituta debba per forza uccidere un suo cliente, no?
La donna si passò una mano sul ginocchio. — Sì, forse ha
ragione. Credo di essere io a doverle delle scuse. Sono
piuttosto sconvolta, anche se cerco di non darlo a vedere.
Ecco, siamo arrivati. Il posto lo conosce, vero?
Ahram fu costretto ad annuire, e questa volta maledisse
l'autista perché ci stava mettendo un'eternità per venire ad
aprire la portiera. Sì, accidenti. Quella casa l'aveva già vista
l'altra mattina, quando aveva fatto la magra figura di arrivare
in ritardo.
Mary Ann Hasser lo precedette sulle scale che salivano
alla porta d'ingresso. — Qualche problema? — chiese,
accorgendosi di averlo distanziato di sei o sette gradini.
Ahram si ricacciò in gola le imprecazioni che erano già
sulla punta della lingua e la rassicurò con un gesto della
mano. — Innesti difettosi — si limitò a dire, sperando che
quel maledetto cigolio lo udissero soltanto i suoi orecchi.
L'abitazione era una graziosa villetta a due piani che
sorgeva al centro di un rilassante giardino all'inglese,
sintetico, delimitato da un classico muro di pietre squadrate
lungo il quale erano dissimulati parecchi generatori di campi
subsonici a griglia. L'interno era più o meno come se l'era
aspettato, e cioè non molto funzionale.
Quando poi passarono nel salone gli parve di essersi
tuffato nella stessa epoca a cui il povero Shuster aveva
desiderato appartenere: i colori dell'insieme erano caldi e
smorzati, grandi specchiere addossate qua e là alle pareti,
qualche arazzo con scene di caccia e carta da parati a disegni
floreali. E poi pesanti tendaggi, anonimi vasi panciuti e
mezzobusti in bronzo, pericolosamente in bilico su colonnine
di marmo... C'era persino un clamoroso pianoforte a coda
che aveva visto soltanto in qualche olofoto o CDROM del
secolo prima, senza contare tutta la serie di mobili
ingombranti e quel profumo di gelsomino che sembrava
impregnare ogni cosa.
Ma il sogno di Shuster non andava oltre il primo piano. La
realtà ritornava con prepotenza nelle otto stanze del piano
superiore, dove tutto era di plastica, metallo e silicio. Tutto
piacevolmente freddo e impersonale.
— Questo era il suo studio — disse la donna,
accompagnando le parole con un gesto della mano. — La
maggior parte del tempo la passava chiuso qui dentro. Qui o
all'Esecutivo. Non ricordo neppure quando è stata l'ultima
volta che abbiamo trascorso la serata insieme, giù in salone.
Ahram percepì un velo di rimpianto in quella
considerazione, per cui preferì evitare commenti. In una
scaffalatura a muro che occupava l'intera parete c'erano due
terminali attivati, ma sulla scrivania ingombra di supporti
hardware e scartoffie c'era un altro computer che a prima
vista non era collegato alle reti.
La signora Hasser accese qualche altra luce e attivò il
condizionatore dell'aria. La morte del marito l'aveva
sconvolta, ma questo non le fece dimenticare di fare gli onori
di casa. — Beve qualcosa o è in servizio? — chiese,
armeggiando con l'astuccio in cui tutte le donne di un certo
status sociale portavano a spasso un'incredibile quantità di
gingilli.
Ahram passò una mano sul monitor del computer, come se
volesse valutarne la potenza. Il servizio è la prima cosa che
può andare a farsi fottere, pensò, cercando di addolcire la
piega delle labbra. — Credo di poter fare uno strappo — fu
invece la traduzione del suo pensiero. — Andrà bene
qualunque cosa, basta che sia un po' forte. Il dossier che mi
ha passato Sodano dice che le minacce sono arrivate
attraverso il terminale, vero?
— Infatti — rispose la donna, chinandosi ad aprire un
armadietto bar, seminascosto dietro a un voluminoso
raccoglitore di olocubi. — Di solito ero io a dare la prima
occhiata ai messaggi che arrivavano durante la notte, perché
Norman non aveva mai il tempo di passarli uno per uno. Lo
facevo io al suo posto, mezz'ora ogni mattina. Non ha mai
voluto dare gran peso a quelle minacce, ma io ero veramente
preoccupata. Adesso, però, non sono più tanto sicura di aver
fatto la cosa giusta nell'essermi rivolta al Dipartimento.
Ancora una volta Ahram preferì non fare commenti,
limitandosi a fissare lo sguardo sugli occhi azzurri e
leggermente arrossati della donna. Mary Ann doveva avere
decifrato correttamente la sua espressione, perché invece di
insistere sull'argomento gli porse semplicemente un
bicchiere di cristallo, pieno per metà di un familiare liquido
azzurrino.
— Vuole vedere i messaggi? — chiese, e senza attendere
una risposta si mise a rovistare nell'astuccio per estrarne un
minicubo. Dopo i primi due ho dato disposizioni al computer
perché filtrasse i codici e li registrasse automaticamente in
file autonomi, per evitare che si confondessero con la posta
ordinaria. Questa è una copia. L'originale l'ha sequestrato il
Dipartimento.
Ahram si strinse nelle spalle, — Non credo che servirà a
molto. Ho già letto i testi. Potrebbero essere opera di un
bambino di dieci anni o di un vecchio pazzo, ma non mi
dispiacerebbe dargli un'altra occhiata. Potrei approfittarne
per curiosare nei suoi terminali e... In questo qui — disse,
picchiettando con l'indice sul monitor che aveva davanti. —
Sempre se non le dispiace.
La donna posò il minicubo sulla scrivania e assaggiò
appena il suo drink rosato. — Faccia pure — disse,
porgendogli un altro minicubo. — Qui ci sono i codici
d'accesso — e si accinse a uscire con il bicchiere in mano. —
Ora devo lasciarla — aggiunse. — Devo sbrigare alcune
cose, lei mi capisce. Ma non esiti a chiamarmi se le serve
qualcosa.
Ahram annuì, e non appena la donna fu uscita accese il
computer non collegato al Network, la rete informatica
creata dai Komm convenzionati del Nord-Europa, che si
estendeva soltanto a poche città del settore asiatico e
canadese. Il sistema si avvaleva anche del supporto di 24
satelliti geostazionari, e oltre a gestire le banche dati terrestri
provvedeva anche a veicolare in canali semivirtuali i flussi
d'informazione provenienti da tutte le varie colonie e stazioni
orbitali entro i limiti della Cintura.
Inserì il minicubo nella slot e attese che le routine di
controllo gli dessero libero accesso ai dati, quindi caricò in
memoria anche le missive contenenti le minacce. Per puro
scrupolo decise di modificare un paio di programmi che gli
permisero di delineare a ritroso il percorso dei messaggi
all'interno del Network, ma la risposta fu sempre la stessa. In
alto a destra sullo schermo si aprì una finestra con una sfilza
di codici, di cui due primari, che non ebbe difficoltà ad
interpretare. I messaggi avevano compiuto un giro piuttosto
complicato, di cui era possibile individuare solo le ultime
due tappe, il Nodo di Singapore e quindi l'INSAT-23, lo
stesso satellite che gestiva il settore di Ringfarm.
Ahram frugò qua e là nella memoria indipendente del
piccolo computer, e solo qualche anno di esperienza ad alto
livello gli permise di scovare la traccia di qualcosa che
adesso non c'era più. Gli occorsero dieci minuti buoni per
individuare i sim-cluster dove il Master aveva annidato i
programmi antivirus e i vari tracciatori. L'idea gli era venuta
alla prima sorsata di quel liquido azzurrino che c'era nel suo
bicchiere, dell'autentico marhash a 55 gradi, 70 ECU la
bottiglia. Sulle prime, mettersi a controllare la presenza di
eventuali manomissioni in un sistema indipendente gli era
sembrata un'idea stupida. Forse ai tempi in cui ci si divertiva
a giocare con le realtà virtuali, non sarebbe stata un'ipotesi
tanto sballata. I programmi che circolavano in quell'epoca
potevano perfino sfornarti della pizza virtuale di cui potevi
assorbire fino all'ultimo joule di energia, anch'esso virtuale.
Con le tecnologie attuali era improbabile che ci si potesse
intrufolare in un sistema indipendente se non ci si stava
seduti davanti. Tuttavia era sempre possibile attaccarlo con i
virus tradizionali, sofisticati quanto i loro antenati,
mimetizzati all'interno dei minicubi e pronti a scatenarsi
sulla preda non appena ne sentivano l'odore.
Ahram finì il drink e cominciò ad apportare alcune
modifiche agli antivirus, lieto che la Hasser si fosse tolta
dalla circolazione. Dopo altri dieci minuti fu in grado di
lanciare contemporaneamente tutti i programmi di ricerca,
seguiti dai tracciatori a un intervallo praticamente
trascurabile. A mano a mano che procedevano negli strati di
memoria, sul monitor si delineava una mappa fatta di tante
piccole caselle verdi, perfettamente ordinate. E quando quel
colore ebbe riempito l'intera schermata apparve un piccolo
punto rosso, lampeggiante, che cominciò a spostarsi
timidamente sullo sfondo, disegnando a poco a poco una
figura. I tracciatori interpretavano le informazioni estrapolate
dagli antivirus modificati, traducendole graficamente in una
linea chiusa che rappresentava il percorso di un programma
di ricerca estraneo al sistema.
— Merda, ragazzi! — esclamò, proprio nel momento in
cui entrò la padrona di casa.
— Ci sono dei problemi? — chiese lei, premurosamente,
nel suo nuovo abito giallo canarino. — Ha trovato qualcosa?
Ahram scosse il capo, accorgendosi di avere la fronte
imperlala di sudore, forse per colpa del marhash. — No,
credo proprio di no. Sarà meglio che vada, adesso —
aggiunse, sfoderando una scusa qualsiasi. Ma si affrettò a
spegnere il computer, per togliere dallo schermo la faccia di
quel maledetto clown triste.
12

— Non so quanto possa rassicurarti — disse Sabi, — ma


credo che tu stia diventando un po' verdolino. Ti senti bene?
— Mai sentito meglio — rispose Ahram, ma non era in
grado di dire se fosse la verità o una menzogna. Scivolò sul
divanetto imbottito, la cosa che amava di più del Mombasa, e
aggiunse: — Il che è di per sé preoccupante. — Avrebbe
voluto chiederle come faceva a vedere il colorito della sua
pelle in mezzo a quel bombardamento di luci psichedeliche,
ma preferì non approfondire la questione. A questo ci
avrebbe pensato Brahim, se avesse avuto la decenza di
presentarsi, così disse soltanto: — E i tuoi orecchi?
— Mnmi. Non c'è male. Sono ancora un po' rintronata e
ogni due o tre minuti sembra che un aereo mi passi a qualche
metro sopra la testa. Ma tutto sommato credo di star bene. Il
tuo amico Slash ci sa proprio fare a rimettere in sesto la
gente.
— Non avevo il minimo dubbio, visto il padrone che si
ritrova — commentò, digitando la sua ordinazione sulla
piccola tastiera. — Sai dove sia, adesso?
Sabi scrollò le spalle, passandosi una mano fra i capelli. —
Non ne ho la minima idea. Forse dal suo Padron Xavier, o
magari è qua fuori a farci da angelo custode. — Quindi fece
una pausa per guardarsi intorno, come se si aspettasse di
trovare il piccolo cyb seduto a qualche tavolino, e alla fine si
girò nuovamente verso Ahram. — Sai, mi stavo chiedendo
quando ti deciderai a spiegarmi cosa diavolo c'entra questo
Xavier nelle nostre indagini. Tacermi le cose è
maledettamente sleale, accidenti. Stai lavorando anche per
lui?
Ahram non trovò di meglio che annuire, lieto che i seni
prosperosi della cameriera fossero venuti a distrarlo per
qualche secondo. Poi però si trovò costretto ad aggiungere
qualcosa perché, se non l'avesse fatto, Sabi sarebbe andata su
tutte le furie o, peggio ancora, l'avrebbe tormentato fino
all'esasperazione. — Non è colpa mia se Xavier e la
Sicurezza danno la caccia alla stessa persona, e d'altra parte a
me sta bene così.
— Già, indagine unica e paga doppia. Anch'io però sto
cercando di guadagnarmi la mia.
Ahram le lanciò un'occhiata sospettosa, fingendo di non
aver capito. In realtà sapeva benissimo che Sabi aveva la
testa dura quasi quanto la sua, e forse anche la stessa
intolleranza verso chi apriva la bocca solo per dare ordini,
perciò non si sarebbe affatto stupito se adesso gli avesse
detto di aver risolto il caso. Tuttavia preferì non pensare a
come ne sarebbe uscito il suo orgoglio.
— Slash mi ha insegnato ad usare il suo terminale —
cominciò Sabi, ma senza l'aria di volerla prendere alla
lontana. — Così ho potuto mandare un messaggio a Sodano
per...
— Non gli avrai detto dell'agguato nel vicolo —
l'interruppe Ahram, provando la spiacevole sensazione di un
giocatore d'azzardo quando gli sbirciano le carte.
— Mi hai preso per una stupida? No che non gliel'ho
detto. Ma si dà il caso che io indossi anche un'uniforme, e un
agente in servizio non può ancora fare tutti i suoi comodi. E
poi se non l'avessi chiamato si sarebbe insospettito, e
avrebbe sguinzagliato qualcuno per cercarmi.
— Va bene, va bene. E allora questo terminale?
Sabi sollevò lo sguardo verso la cupola screziata del locale
e sbuffò platealmente. — Se la smetti di interrompermi forse
riuscirò a continuare, anche se questo non mi sembra il posto
più adatto.
— Il Mombasa? Vuoi scherzare? Se sali da Maurice e gli
allunghi due o trecento ECU ti farà entrare da quella
porticina che ha dietro il bancone, e non ti basterà un
minicubo per registrare tutte le irregolarità che troverai in
quelle stanze. Se è delle microspie che hai paura, allora sei
nel posto giusto. Maurice è uno che ci sta molto attento.
D'altra parte so che molte donne e uomini vengono qui
apposta per farsi perquisire dai due mandrilloni là fuori.
Sabi fece una smorfia disgustata. — Meno male che ho
lasciato l'uniforme a casa.
— Proprio così. E adesso ti decidi a parlare o vuoi che
debba scoprirlo da solo?
— D'accordo, ma non è niente di straordinario. Ho
soltanto riflettuto sulla faccenda delle date, quelle del
ricovero delle tre vittime. Allora ho pensato di richiedere
l'elenco di tutte le persone ricoverate nella Clinica fra il 17
dicembre e il 20 gennaio, ed ho scoperto che sono nove
quelle che fanno al caso nostro, oltre alle tre, anzi quattro,
che sappiamo. Pieni di soldi, industriali e politici, e vivono
tutti in Città.
Ahram non le diede la soddisfazione di mostrarsi sorpreso,
anche perché in quel momento aveva sentito il solito
campanello d'allarme. Per adesso era un suono lontano e un
po' confuso, ma c'era da scommettere che fra poco si sarebbe
trasformato in un muggito da sirena della contraerea. —
Questo ci farà risparmiare un po' di tempo — si limitò a dire,
fissando distrattamente il bicchiere già vuoto. — Tuttavia,
adesso il problema è capovolto: non abbiamo nessuna prova
che fra quelle nove persone ve ne sia qualcuna che ha a che
fare col nostro caso.
— Errore — proruppe Sabi, in un tono di voce che era
salito di un'ottava. — Due di essi sono spariti di recente,
senza lasciare tracce. Ma indovina dove sono gli altri sette?
Ahram digitò un'altra ordinazione per evitare di tradurre in
gesti il suo spazientimento. — Come diavolo faccio a
saperlo?
— Sì, hai ragione — convenne lei. — Io ho impiegato un
pomeriggio intero per scoprirlo, ma alla fine ci sono riuscita.
In fondo bastava spulciare fra le pagine dei notiziari... Be',
credo che in questo momento siano tutti a una riunione, uno
di quei vertici di politiche industriali che organizzano
periodicamente.
Merda, eccola qui la sirena! pensò scattando in piedi, e
mentalmente maledisse il giorno in cui Sodano o chi per lui
gli aveva appiccicato addosso quella ragazza. — Chiama
subito Slash e digli di andare... Dov'è questo fottuto posto?
— Alla sede della Shu-Wak, Anello 1-4 — mormorò Sabi,
sconcertata. — Ma perché... Oh Dio, è vero. Sono tutti là
dentro!
— Bentornata fra gli esseri razionali. Se non ci
sbrighiamo, la nostra amica si divertirà un mondo, te
l'assicuro. — Ahram buttò qualche ECU sul tavolo per
evitare storie coi due gorilla e si precipitò verso riuscita. —
Allora, ti vuoi muovere? E chiama Slash almeno lui sa cosa
fare, aggiunse mentalmente.
Nella concitazione Sabi rovesciò il tavolino e finì addosso
a un cliente, mandandolo a ruzzolare sul pavimento, ma non
ebbe altri problemi per tener dietro ad Ahram, con le gambe
che si ritrovava.
— Ehi — gli urlò, armeggiando goffamente con il
microtel. — L'elenco me l'ha mandato Sodano! Ci avrà
pensato anche lui, e adesso sarà già sul posto con i suoi
uomini!
— É proprio questo che mi preoccupa!

La sede della Shu-Wak era un palazzo isolato di dieci


piani, all'angolo fra due viali principali che collegavano il
Cerchio alla Periferia, ma quella sera sembravano frequentati
solo da gente in uniforme. Attorno all'edificio c'era uno
spiazzo in cemento bianco, solcato da passatoie d'erba
sintetica che zigzagavano fra sedili di pietra, fontane chiuse e
colonnine del servizio Info, in obbedienza al moderno
concetto di "parco", dove in quel momento erano appostati
almeno una trentina di agenti.
Probabilmente era una notte di luna piena, perché la fitta
coltre di nubi sembrava tingersi di una luminosità spettrale e
minacciosa che finiva per riflettersi sulla facciata levigata del
palazzo.
Ahram non sapeva se fosse una fortuna. Di due cose era
però sicuro. Che faceva un freddo cane e che Sodano era un
pazzo incosciente. Avrebbe dovuto limitarsi ad isolare la
zona con posti di blocco, sorvegliandola magari dall'alto, e
non intasarla di agenti, che a giudicare dal numero delle auto
dovevano essere almeno una settantina in tutto. Tuttavia, non
era da escludere che il vice di Rigueras avesse dovuto
assecondare i papaveri dell'Esecutivo. Il taxi li aveva
scaricati al posto di blocco più vicino. Per fortuna gli agenti
li lasciarono passare dopo una semplice verifica dei
documenti, così Ahram e Sabi poterono incamminarsi verso
l'edificio, attraversando il viale e poi lo spiazzo umidi di
pioggia.
— Non ho ancora visto Slash — disse lei, stringendosi le
braccia al seno per non rabbrividire. — Eppure mi ha
assicurato che sarebbe venuto.
Ahram accelerò il passo, senza curarsi delle pozzanghere
che si trovavano sulla sua strada. Continuava a pensare a
quella donna, alla prostituta, e a come avrebbe fatto ad
introdursi o a uscire da là dentro, ed erano pensieri che gli
davano una seria preoccupazione. Lui aveva visto cos'era
capace di fare, anche se la sua mente continuava a sbattere
contro una barriera impenetrabile ogni volta che cercava di
razionalizzare ciò che i suoi occhi avevano registrato.
In quel momento, dalia cintura di veicoli si accesero i
primi riflettori, a cominciare dalla parte sul retro, e fra pochi
secondi l'intera zona avrebbe brillato come se ci fosse stata
una festa. Ahram stava per rispondere alla ragazza, quando si
sentì chiamare da un punto imprecisato alla sua sinistra.
— Signor Coxie, sono qui — disse la voce di Slash, e un
attimo dopo il piccolo cyb spuntò fuori da una zona in
ombra, dietro a una panchina, accompagnato da un breve
tintinnio metallico.
— Ciao Slash — lo salutò Ahram, distrattamente. — Hai
la roba? Il cyb si affrettò ad annuire, chinandosi per rimettere
a posto la grata del tombino dal quale era sbucato, quindi
indicò una sacca nera, dall'aspetto piuttosto pesante. — É
meglio che la tenga io — disse, — almeno finché non vi
sarete liberati della Sicurezza. Finireste nei guai se vi
trovassero con questa roba. — Slash aprì una zip della sacca
per lasciare intravedere il metallo di quella che sembrava
un'armeria in piena regola, poi estrasse uno di quei micidiali
cilindri che aveva già usato nel vicolo e se l'infilò a tracolla.
Alla fine richiuse la sacca e se la gettò sull'altra spalla.
— D'accordo — disse Ahram, intuendo cosa stava
passando per la mente artificiale del piccoletto. — Noi due
andiamo da Sodano. Ci troviamo dentro da qualche parte,
intesi?
— Benissimo — confermò Slash.
— Sembra che stai andando a una festa — s'intromise
Sabi, scuotendo il capo. — E che diavolo hai fatto alla...
Pelle?
Slash si girò a guardarli col suo solito sorriso
agghiacciante. — Pigmentazione mimetica — spiegò. —
Una volta, quelli come me li chiamavano MOD-517.
— Non stai correndo troppi rischi? — chiese Ahram, che
aveva posto quella domanda anche a se stesso.
— É un palazzo troppo recente per avere dispositivi anti-
cyb. Ci vediamo, signor Coxie — quindi sparì, prima che i
riflettori inondassero di luce quella zona del parco.
— Muoviamoci anche noi — disse Ahram, dopo essersi
concesso un secondo per grattarsi la nuca.
— Che diavolo è il MOD-517?
— Cyborg tattici. Durante la Guerra Chimica si
interfacciavano con i MegaNet per fame saltare i Nuclei.
Avevano il brutto vizio di non andare tanto per il sottile.

Entrando nella hall del palazzo si aveva quasi


l'impressione che il Dipartimento di Sicurezza avesse
cambiato sede. C'erano agenti all'ingresso, alle finestre,
davanti agli ascensori e sulle scale. Sodano era attorniato da
quattro graduati che non lo mollavano un istante,
aggiornandogli continuamente la situazione. Alcuni
impartivano ordini sub-labiali agli agenti appostati all'esterno
e, presumibilmente, su tutti i piani dell'edificio. Poco più in
là c'erano tre uomini e una donna in abiti civili che, a
giudicare dalle espressioni, non erano molto entusiasti di
avere tanti ospiti non annunciati.
Ahram fece un gesto per attirare l'attenzione di Sodano il
quale, fortunatamente, parve ben contento di scrollarsi di
dosso i suoi subordinati. Quando l'ebbe raggiunto lo prese
per un braccio, invitandolo a tirarsi in disparte.
— Se sei venuto a piantar grane ti consiglio di sparire
immediatamente — disse, dopo aver disattivato uno dei
microauricolari. — Mi sono già messo contro metà degli
uomini più potenti del Komm, e non intendo peggiorare la
situazione.
— É una pazzia, Sodano. Tutti questi agenti...
— Al diavolo — ribatté l'altro. — Quegli idioti non ne
vogliono sapere di lasciare il palazzo. Riunione
improrogabile, hanno detto. Stronzi. Non mi hanno
nemmeno parlato di persona, e quasi quasi sono tentato di
lasciarli crepare.
Nervi a pezzi, eh? pensò Ahram, per niente sollevato. — E
il resto del personale?
— Be', almeno quello l'abbiamo fatto sgombrare. Sono
rimasti solo quei quattro fantocci laggiù, per controllare che
non facciamo danni.
— A che piano sono riuniti?
— Settimo.
— Bene. Io e Sabi andiamo di sopra, e lei può far uscire
anche i suoi uomini, ma che si tengano pronti ad intervenire.
Sodano gli premette l'indice sulla spalla. — Ehi, lo sai con
chi stai parlando? — disse tra i denti, quasi sputando le
parole. — Non so che abitudini ti avesse dato Rigueras, ma
qui gli ordini li do' io, chiaro?
Ahram chinò il capo, la prima cosa che gli venne in mente
per trattenersi dal mettergli le mani addosso. — Vorrebbe
impedirmi di salire lassù? — chiese, tornando a sollevare lo
sguardo per misurarlo con quello dell'altro. — Le ricordo che
mi ha dato carta bianca, e se mi frega le giuro che...
— Stiamo solo perdendo tempo — intervenne Sabi, e ad
Ahram parve che quel suo tono conciliante avesse lo stesso
persuasivo candore dell'incoscienza. — La prego, tutti questi
agenti stanno rischiando la loro vita... Quella donna non è il
solito criminale, e l'ha già dimostrato.
Sodano parve placarsi, seppure di poco, mentre il suo
auricolare non taceva un attimo. — Niente da fare —
sentenziò, dopo averci riflettuto sopra. — La procedura è la
procedura e, oltre tutto, anch'io resto qui dentro. Se proprio
volete salire, accomodatevi. Basta che vi leniate in contatto
con me. E se va a finire che per colpa vostra...
— D'accordo, d'accordo — l'interruppe Ahram. — É una
frase che ho sentito centinaia di volte. Stia tranquillo, non è
detto che la nostra amica debba farsi viva proprio questa
notte, no?
— Sbrighiamoci, prima che cambi idea — gli sussurrò
Sabi all'orecchio, abbastanza forte perché la potesse sentire
anche Sodano. — Prendiamo l'ascensore?
— Saranno pure di scarto, ma voglio ancora bene alle mie
gambe.
L'ascensore si aprì al settimo piano, ma non c'era traccia
degli agenti che dovevano piantonarlo. A destra, a sinistra e
di fronte si dipartivano tre corridoi deserti, illuminati a
giorno, su cui si affacciavano parecchie porte scorrevoli,
tutte chiuse. Il silenzio era opprimente, tanto che il minimo
fruscio sembrava lacerare l'aria, ma era una situazione a cui
ci si abituava subito. Bastava non pensare alle scene dei
vecchi film dell'orrore.
— La sala riunioni è laggiù a sinistra — disse Sabi che,
con sollievo di Ahram, si era offerta di mettersi auricolare e
microfono per tenere i contatti con Sodano. — Sta dicendo
che gli agenti di questo piano non rispondono. Anche quelli
dei piani superiori.
Si stavano avviando verso la sala riunioni quando Slash
apparve in fondo al corridoio, gesticolando.
Istintivamente, entrambi accelerarono il passo per
raggiungerlo, e soltanto allora Ahram si rese conto
dell'effetto che faceva lo scricchiolio delle sue gambe in
mezzo a quel silenzio. — Dove sono gli agenti? — chiese al
cyb. Adesso che poteva vederlo da vicino e in piena luce si
ricordò di cosa volesse dire veramente "pigmentazione
mimetica": un'epidermide sintetica in grado di assumere i
colori dell'ambiente circostante, come e meglio di un
camaleonte. Se non fosse stato per quegli assurdi slip neri
che indossava, a dieci metri di distanza Slash sarebbe passato
completamente inosservato a qualsiasi occhio umano.
— Dormono tutti, e ne avranno fino a domattina —
rispose. — Li ho chiusi tutti e otto in una stanza. Quelli dei
piani superiori li ho lasciati dov'erano.
Sabi decifrò al volo l'occhiata di Ahram, e si affrettò a
comunicare una scusa abbastanza credibile. — Tutto a posto.
Abbiamo ordinato noi il silenzio radio — vocalizzò e, a
giudicare dalla sua smorfia, i commenti che uscirono
dall'auricolare non dovettero essere propriamente garbati.
Senza altre parole il cyb distribuì il contenuto della sacca,
fra cui c'era un altro paio di cilindri e due elmetti militari un
po' ammaccati, che recavano ancora lo stemma delle truppe
d'assalto cinesi. Il pezzo forte era costituito da tre
raccoglitori di sferette implosive, in dotazione ai cyb
guastatori molto prima che lui nascesse. Non aveva mai
avuto l'opportunità di usarle, ma ciò non voleva dire che ne
ignorasse anche la potenza distruttiva.
— Io non so usare questa roba — mormorò Sabi,
maneggiando con molta cautela il cilindro metallico, che a
una estremità aveva una serie di circuiti in rilievo, ricoperti
di una patina trasparente e tiepida al contatto.
— Basta puntare sul bersaglio e premere il pulsante —
spiegò Slash. — Ovviamente non ha rinculo, e non è
indispensabile mirare con precisione.
— Hai intenzione di far saltare tutto il palazzo? — chiese
Ahram in tono vagamente ironico, mentre si sistemava il
raccoglitore sull'avambraccio. Le sferette gli sarebbero
scivolate a una a una nella mano con la semplice pressione
dell'indice sul palmo.
— Padron Xavier mi ha insegnato a prendere il maggior
numero di precauzioni possibile — si giustificò il piccoletto.
— Laggiù, oltre quella porta, c'è un blocco di uffici dalle
pareti trasparenti. Circondano un ampio locale in muratura
semimetallica dove si sta svolgendo la riunione. Gli ho dato
una rapida controllata e ho notato che ci sono due uscite.
Una ce la troveremo davanti, entrando, mentre l'altra è dalla
parte opposta. Poi ci sono tre condotti dell'aria condizionata,
ma soltanto uno sbocca in quella sala. Non sarà difficile
tenerla sotto controllo.
Ahram annuì. Nel frattempo si era infilato l'elmetto, e
adesso stava cercando di familiarizzarsi con i comandi vocali
che gli permettevano di attivare una quantità impressionante
di dispositivi. In realtà né a lui né a Sabi occorse molto
tempo, poiché gli elmetti inviavano al cervello una serie di
impulsi subsonici che agivano a livello corticale. L'effetto
era paragonabile alla creazione di un file di menu
temporaneo, a cui si poteva accedere immediatamente per
tenere sotto controllo tutti i circuiti integrati dell'elmetto.
Non era altro che uno dei tanti trucchetti dei vecchi
guerrafondai. Erano terribilmente efficaci, tuttavia si guardò
bene dallo spiegare a Sabi cosa succedeva quando si
guastavano.
Alla fine, quando la sacca fu vuota, Slash controllò i due
compagni con un'occhiata e s'incamminò verso la porta
senza il minimo rumore.
— Io vado sull'altro lato — disse, quando entrarono
nell'ultimo ufficio. Una parete di cristallo o di materiale
analogo li separava dal corridoio che circondava interamente
la sala riunioni. Di sicuro non era il posto migliore per
fronteggiare un attacco o per contare sul fattore sorpresa ma,
comunque fosse, dovevano arrangiarsi. L'importante era che
fossero loro a non essere colti di sorpresa.
13

— Che ore sono? — chiese Ahram, dopo un tempo che


sembrava infinitamente lungo. Era appena tornato dal
corridoio principale, dove aveva scorto un distributore, e
adesso era seduto al fianco della ragazza dietro al riparo
costituito da due scrivanie accostate, intento a scartare una
barra di cioccolato sintetico.
— Le due e mezza — rispose Sabi con un sospiro. —
Comincio ad essere stanca, e ho anche bisogno del bagno.
— Be', alzati e trovatene uno. Un posto come questo
dev'essere pieno di bagni.
— Grazie per avermelo ricordato — ribatté lei, sarcastica.
— Il fatto è che non mi va di allontanarmi. Supponi che...
— Come vuoi — tagliò corto Ahram, quindi addentò la
barra di cioccolato e cominciò a sgranocchiarla
rumorosamente.
Sabi allungò le gambe e appoggiò la testa contro la
scrivania. Con la coda dell'occhio Ahram notò sul suo volto
una rapida smorfia di disappunto, e all'improvviso gli
sembrò che dentro di lui si fosse inceppato qualcosa. —
Scusami — disse, sorpreso della sua stessa reazione, poiché
erano anni che non si scusava con qualcuno, al di fuori delle
banali frasi convenzionali.
La ragazza lo guardò con perplessità, poi riuscì a
sopprimere una risata. — Sei veramente un bel tipo, sai? Da
quando ci siamo conosciuti hai fatto di tutto per scaricarmi, e
adesso che ne avresti veramente il motivo sei tu a chiedere
scusa!
Ahram finse di concentrarsi sul sapore amarognolo che il
cioccolato gli lasciava in bocca, consapevole che era troppo
tardi per rimangiarsi quella stramaledetta parola che si era
lasciato scappare. — Pensavo di essere gentile, ecco tutto —
disse, ma si affrettò ad aggiungere: — E poi ho i nervi un po'
tesi.
— Sul serio? Io invece pensavo di non esserti abbastanza
simpatica per meritarlo. E’ stata veramente una stronzata non
dirtelo prima, della riunione intendo. E quando mi sono
accorta del mio errore...
— Hai avuto paura che ti prendessi a calci — concluse per
lei. — Ma così non è stato, per cui l'argomento è chiuso. Il
cioccolato invece è ottimo, perché non l'assaggi?
Con qualche difficoltà Sabi si mise a sedere sui talloni,
girandosi per guardarlo in faccia. — Secondo me c'è
qualcosa che ti rode dentro da parecchio tempo, e che ti
impedisce di tornare a vivere nel Cerchio come meriti. Forse
sono l'ultima persona a cui andresti a raccontare le tue storie,
ma a me farebbe piacere... Se questo ti può aiutare.
Ahram trasse un sospiro esageratamente lungo. Adesso
non aveva neppure più il cioccolato su cui concentrarsi,
perciò decise di risponderle in un tono spavaldo che non
avrebbe convinto neppure lui. — Di solito la prima cosa che
faccio quando incontro uno psicanalista è strozzarlo — disse,
con un sorriso amaro. — Peccato che adesso non ho tempo.
Sabi si sporse in avanti con un'espressione minacciosa, e
per evitare di cadere si appoggiò con entrambe le mani sul
torace di Ahram. — Possibile che non prendi mai niente sul
serio? — replicò, in tono tagliente. Poi però il suo sorriso
asimmetrico cominciò a dissolvere l'espressione seccata che
era apparsa sul suo volto. — Oh, accidenti — imprecò,
tornando a sedersi nella stessa posizione di prima. — Adesso
saresti capace di dirmi che mi baceresti, se non te lo
impedisse l'elmetto.
Ahram non seppe dire che cosa diavolo gli avesse preso,
se fosse colpa del tetra, dei nervi o del fatto che quella notte
avrebbe anche potuto lasciarci la pelle. Comunque allungò il
braccio per affibbiarle una cameratesca pacca sulle spalle.
Ma l'inevitabile imbarazzo che ne sarebbe seguito gli
venne risparmiato, perché le luci si spensero all'improvviso.

Gli elmetti sapevano già cosa fare. Con un debole ronzio


avevano generato un piccolo campo di forza per proteggere
il volto di chi li indossava. Adesso Ahram poteva vedere
accanto a sé la sagoma abbastanza precisa di Sabi, mentre
tutt'intorno si delineavano i contorni un po' sfumati di spigoli
e oggetti osservati all'infrarosso. Gli auricolari interni non
registravano alcun suono, ma si aveva l'impressione di essere
gli unici intrusi in un mondo irreale che non aveva mai
conosciuto le leggi della dinamica. Per un istante, l'unica
cosa che si muoveva fil la serie di minuscoli led luminosi,
proiettati nella parte superiore del campo di forza
dell'elmetto, segnalando qualsiasi variazione delle condizioni
ambientali.
Ahram sentì un brivido scivolargli lungo la schiena.
Aveva le mani sudate, di quel sudore freddo che minacciava
di paralizzare i suoi riflessi, ma in compenso scoprì che la
sua mente stava lavorando a pieni giri, incurante delle
reazioni del resto del corpo. L'atmosfera gravida di
anticipazione manteneva costante il livello di adrenalina, e
forse il tetra la stava già metabolizzando in qualcosa di più
efficace. Comunque lui non intendeva saperlo. Non adesso,
almeno.
— Che si fa? — gli ronzò nell'orecchio la voce di Sabi, e
dal tono sembrava piuttosto spaventata. — Sodano è tagliato
fuori, non risponde più. Adesso su tutte le frequenze c'è
Slash.
Ahram annuì, impacciato dal campo di forza che gli
premeva contro lo sterno. — É l'elmetto — vocalizzò. — Ci
senti, Slash?
Dall'auricolare interno uscì una serie di crepitii statici, su
cui alla fine prevalse la voce del cyb. — Io sono pronto.
Già, a fare cosa? chiese a se stesso, rendendosi conto che
adesso non c'era più tempo per riflettere. Odiava prendere
delle decisioni di punto in bianco, ma ormai ci aveva fatto il
callo. Tutte le volte che si era fidato del suo istinto era
sempre riuscito a portare a casa la pelle, bene o male. Perché
avrebbe dovuto tradirlo proprio adesso?
— Facciamo uscire quegli idioti — disse. — Dalla nostra
parte. Quando lasciò il riparo della scrivania, la porta della
sala si aprì, e nel rettangolo scuro apparvero due sagome
umane che si muovevano con gesti rapidi e nervosi.
— Siamo della Sicurezza! — gli urlò Ahram, uscendo del
tutto allo scoperto, ma senza avvicinarsi ai due. La gente che
si faceva prendere dal panico era assolutamente
imprevedibile, e lui non aveva voglia di beccarsi qualche
ustione da laser fuori programma. — Tutti all'ascensore,
sbrigatevi!
Sabi passò nel corridoio, scivolando per qualche metro
contro la parete trasparente. Per precauzione teneva il
cilindro inclinato di 45 gradi, ma si intuiva che era pronta a
spianarlo contro qualunque bersaglio le si fosse presentato.
Brava ragazza, pensò Ahram, mentre contava le persone
che stavano uscendo dalla sala riunioni, una quindicina in
tutto. Evidentemente i pezzi grossi si erano fatti
accompagnare dai segretari, e adesso si stavano tutti
riversando nel corridoio. La paura li teneva uniti in un
gruppo compatto, dal quale si levava un accavallarsi di
reazioni che si traduceva in un baccano d'inferno.
— Piantatela! — urlò ancora, gesticolando — e
disperdetevi!
Sabi si avvicinò per cercare di farli passare uno alla volta
dalla porta del primo ufficio e, contemporaneamente, Ahram
si accorse che nel suo campo visivo, dilatato fino a 220 gradi
dall'elmetto, era entrato anche il piccolo cyb. Slash era
all'interno della sala riunioni, e stava aggirando il lungo
tavolo ellittico per raggiungerli, travolgendo qualche
poltroncina.
— Ci sono anomalie! I led, signor Coxie, i led! — gridava
la sua voce nell'elmetto, spezzata dalle domande concitate di
Sabi che, come lui, non aveva ancora capito cosa stesse
succedendo, Ahram si accorse immediatamente che c'era
qualcosa che non andava nelle cifre dei led. I sensori non
registravano alcun tipo di radiazione, ma i valori della
densità dell'aria e della sua composizione approssimata erano
completamente sballati. Nella colonnina di destra, l'ultimo
numero continuava a cambiare segno e valore, con uno
scarto che si aggirava sul dieci alla meno due. Era una
variazione che il suo corpo non riusciva ad avvertire ma che
era comunque reale. Le cifre lo confermavano: il campo
gravitazionale era instabile come se si fosse in presenza di un
corpo di massa considerevole e capace di rapidi spostamenti.
Ma non si vede una merda di niente! imprecò dentro di sé,
e nello stesso tempo sentì scorrere lungo le braccia un'ondata
di energia che la sua volontà riuscì ad imbrigliare proprio
all'ultimo momento, trattenendolo dal mettersi a sparare
all'impazzata su tutto ciò che capitava a tiro.
Ad un tratto, dal fondo della sala proruppe un rumore che
lo fece sussultare. Era un rumore secco, come di grossi rami
che si spezzavano uno dopo l'altro. Poco dopo venne
accompagnato da un fragore di vetri frantumati, crescendo di
intensità a mano a mano che si avvicinava. Guardò in quella
direzione, e in mezzo al caos che si era scatenato nel suo
elmetto riuscì a percepire la fottuta vocina che continuava a
ripetergli che questa volta non se la sarebbe cavata tanto
facilmente. Per dieci battiti del suo cuore l'intero piano
sembrò congelarsi in una dimensione senza tempo, dove
sarebbe bastato il cadere di una piuma per distruggere
l'incantesimo. Invece la pausa venne interrotta molto più
brutalmente.
— Si sta spezzando! — urlò Slash, precipitandosi fuori
dalla sala camminando all'indietro.
Troppe cose stavano accadendo nello stesso istante. Slash
saltellava qua e là come un ossesso, come se volesse parare
un colpo senza sapere da quale parte gli sarebbe stato inferto.
Sabi strillava per i fatti suoi, in tono rauco, spintonando gli
ultimi della fila verso il blocco degli ascensori, e intanto si
addensava un pulviscolo tiepido e fastidioso che
all'infrarosso spariva come un alone che si depositava su
ogni cosa. Tra poco non si sarebbe più visto niente sul serio.
All'improvviso nella parete della sala, all'altezza di un
metro dal pavimento, cominciò ad aprirsi una fenditura che
correva in senso orizzontale verso l'altra estremità, e subito
dopo se ne produsse un'altra nelle pareti di cristallo degli
uffici, parallela alla prima, mandando in frantumi tutto
quanto.
— Andiamo via, Slash! — gridò, e il piccolo cyb fece
appena in tempo ad allontanarsi, per evitare che un blocco di
parete di due metri quadrati lo travolgesse. Entrambi si
lanciarono in direzione di Sabi, calpestando cristalli e
pannelli staccatisi dalle pareti. Sperava che la ragazza avesse
già raggiunto il blocco degli ascensori, dove era possibile
accedere alle due scale di servizio che costituivano l'unica
via di fuga da quell'inferno. Ma le fenditure stavano
incalzando anche da quella parte, impedendo loro di
procedere. Era come se due gigantesche lame invisibili
stessero sezionando il settimo piano del palazzo, incontrando
la stessa resistenza del burro, e adesso lui si ritrovava al buio
con quindici persone impazzite che si ostacolavano a
vicenda. Non c'era scampo.
Notò appena che tre uomini, presi dal panico, si erano
scagliati contro una vetrata per buttarsi di sotto, ma mentre
pregava con tutto il cuore che Sodano non commettesse la
follia di intervenire, ecco che in fondo al corridoio credette
di intravedere una sagoma familiare.
Eccola, la puttana! — Sabi, portali via! — urlò, notando
che anche Slash si era accorto della donna.
— Dove? — gridò lei di rimando. — Non ci sono altre
uscite!
— Portali da qualsiasi parte, ma non qui! Muoviti,
maledizione!
E nello stesso istante dalla sagoma snella scaturì una
raffica di raggi luminosi, quasi accecanti, che si abbatté sulle
prime file di fuggitivi. Urla di morte si levarono insieme a
grida terrorizzate e al puzzo di carne bruciata. La donna
stava puntando di nuovo l'arma quando Slash aprì il fuoco.
All'infrarosso, l'alone giallo scaturito dall'estremità del
cilindro appariva come un globo incandescente, e un attimo
dopo un fascio di luce si proiettò contro il bersaglio. A metà
del corridoio il raggio si frantumò in un'ampia rosa di
schegge brillanti, polverizzando l'intera parete su cui si
abbatterono.
— É scappata! — vocalizzò il cyb, che comunque pensò
di lanciare un'altra bordata nella stessa direzione, demolendo
l'ufficio all'angolo.
— No, è qui! — esplose la voce di Sabi. Ahram si girò di
gradi, e appena ebbe inquadrato la donna fece fuoco. Il
raggio del cilindro distrusse tutto ciò che si frapponeva al
bersaglio, ma nello stesso istante cominciarono a guizzare
altri raggi che ebbero la stessa mortale efficacia della prima
raffica. Ma la donna era sparita di nuovo.
— Slash! — chiamò. Era quasi impossibile vedere e
parlare, perché adesso Tana cominciava anche ad appestarsi
di fumo nero e acre che arroventava la gola. — Prendi uno di
quei tizi e portalo fuori! Ti copriamo io e Sabi.
Il cyb scivolò fra le macerie con agilità felina, ma ebbe
qualche problema ad individuare il corpo di qualcuno che
fosse ancora vivo. Quando riuscì a recuperarne uno,
estraendolo da un cumulo di calcinacci e frammenti di
arredo, venne sfiorato da un altro ventaglio di raggi che lo
fece ruzzolare contro una parete, ma senza fargli perdere la
presa sul cilindro. Ahram lo vide rimettersi in piedi,
probabilmente incolume, ma per l'uomo non c'era più niente
da fare. — Ne manca uno! — gridò, in tono piatto, come
solo una macchina sarebbe riuscita a fare in quella
situazione. — Gli altri sono tutti morti.
Ahram si girò su se stesso, nella speranza di individuare la
donna. Intanto, la cosa che sembrava tagliare in due il piano
si era fermata, ma il rumore era ancora assordante. Ad ogni
passo c'era il rischio di finire travolti da blocchi di parete o
pezzi di soffitto pericolanti, e forse si era già sviluppato un
principio d'incendio.
La donna apparve dal nulla a una trentina di metri di
distanza, una sagoma rossastra stagliata contro uno sfondo
grigio. Tutti e tre spararono contemporaneamente, a
ripetizione, coprendo un'area piuttosto ampia per avere
maggiori probabilità di colpirle il bersaglio. Il boato che ne
seguì fu spaventoso. La potenza del triplice raggio
polverizzò almeno quaranta metri della parete di fondo, un
enorme varco sul vuoto da cui entrarono gelide folate di
vento.
Alla fine, Ahram riuscì ad intravedere l'unico superstite
che Slash gli aveva indicato. Stava arrancando fra i cumuli di
macerie che intasavano il corridoio che portava al blocco
degli ascensori, e a giudicare dai suoi movimenti doveva
essere conciato piuttosto male. Ahram riprese fiato e si
lanciò al suo inseguimento. Quell'uomo, se era veramente
una delle sette vittime predestinate, era l'unico appiglio che
restava per far luce su tutta la fottuta storia.
La donna intanto era riapparsa alle loro spalle.
— Tenetela impegnata! — vocalizzò, scavalcando una
scaffalatura contorta che si era appena schiantata di traverso
nel corridoio, e subito ricominciò un fuoco di fila che
minacciava di fargli crollare addosso i piani che avevano
sopra la testa.
Ci sei! pensò, vedendo che l'altro aveva girato l'angolo in
direzione delle scale. L'intenzione era di bloccarlo e
stordirlo, per poterlo portare in salvo senza ulteriori
problemi, ma quando si precipitò nell'altro corridoio scopri
che la situazione era molto diversa da quella che si era
aspettato. L'uomo gli dava le spalle, quasi piegato su se
stesso e con una mano appoggiata alla parete di sinistra,
ancora intatta. Si riusciva perfino a sentire il respiro ansante
che gli gonfiava il torace come un piccolo mantice. Ma
subito davanti a lui c'era la donna.
Merda! imprecò, dovendo rinunciare a far fuoco per non
colpire l'uomo. Il fatto che l'assassina non accennasse ad
alcuna reazione lo spinse a prendere tempo, pronunciando la
prima cosa che gli passava per la mente. — Lascialo andare!
— esclamò, ostentando una sicurezza che era ben lontano dal
provare. — Che diavolo vuoi da noi?
Lei non batté ciglio, come se non l'avesse udito. O come
se lui non fosse lì.
Ignorando le cifre impazzite dei led, Ahram notò che la
donna era completamente nuda. Gli infrarossi gli restituivano
un'immagine alterata dei suoi lineamenti, ma non aveva più
dubbi: quella era veramente la prostituta della stazione di
servizio. Credeva di scorgere anche le piccole cicatrici che
coprivano buona parte di quel corpo atletico e al tempo
stesso aggraziato, ed anche i lunghi capelli che le arrivavano
alla schiena erano gli stessi.
Intuendo che i suoi compagni si stavano avvicinando,
Ahram arrischiò qualche passo verso l'uomo che aveva tutta
l'aria di vomitare da un momento all'altro. — Non
volevamo... Non volevamo... Non volevamo — gli sentiva
ripetere con un filo di voce, come la litania di un condannato
a morte.
Ma quando le sue dita sfiorarono la schiena dello
sventurato, successe qualcosa che non riuscì a razionalizzare,
poiché era accaduto troppo in fretta e senza il minimo
preavviso. Adesso la donna era a un metro da lui, sulla sua
destra. Il braccio teso impugnava una pistola laser che teneva
puntata a pochi millimetri dalla sua tempia. Per il tempo di
due respiri quella pistola fu la sola cosa importante
nell'universo, oltre all'espressione indecifrabile di colei che,
ragionevolmente, stava per arrostirgli il cervello. Ma al terzo
respiro Ahram credette di scorgere un'incrinatura in quel
volto impassibile, due labbra che si tendevano in una linea
curva, leggermente piegata verso l'alto in un sorriso di...
Comprensione? Compassione forse?
Il braccio le cadde lungo il fianco.
Incredulo, Ahram avvertì il debole spostamento d'aria
prodotto da quel movimento. Ma a quel punto aveva perso la
migliore opportunità per scaricarle addosso tutta l'energia del
cilindro. La donna si dissolse come se qualcuno avesse
spento un olovisore, e lui si accorse di avere fra le braccia
l'ultimo fuggitivo. Un secondo prima si sarebbe potuto
definirlo un superstite, ora non più. Non con quello squarcio
che gli andava dalla gola all'inguine.
Lasciò cadere il corpo sul pavimento, nella pozza di
sangue che si stava allargando ai suoi piedi, quindi appoggiò
la schiena contro la parete, tenendo stretto il cilindro come se
fosse un neonato. Sabi e Slash lo raggiunsero pochi secondi
dopo.
— Ci ha fregati — disse, anticipando la ragazza. Con la
mano indicò il cadavere dell'ultimo uomo e all'improvviso si
sentì terribilmente stanco, svuotato di ogni energia. Forse era
solo grazie al tetra se adesso riusciva ancora a reggersi in
piedi e a non straparlare. — Ma non credo che ritornerà —
aggiunse. — Non adesso e non qui, almeno.
Sabi si accasciò nell'angolo fra pavimento e parete. Il
campo di forza del suo elmetto non riusciva a smaltire la
quantità di detriti che vi si erano depositati sopra, per cui era
difficile capire se fosse semplicemente esausta o se avesse
qualcosa di più serio.
— Ti senti bene? — le chiese, mentre Slash si chinava a
controllare il cadavere, come se volesse trarre qualche
auspicio dalla massa di visceri.
— Sì, credo di sì — ronzò la voce nell'auricolare. —
Credevo veramente di lasciarci la pelle, E poi tutti questi
morti... Non avevo mai visto morire nessuno prima d'ora...
Voglio dire, non in questo modo e così vicino a me. Sarebbe
bastato...
— Signor Coxie — l'interruppe il cyb. — Qui fra poco
crolla tutto. Io non posso scendere dalle scale, per cui
dovrete pensarci voi agli agenti che ho stordito.
— D'accordo Slash.
— Ed è meglio se mi riprendo i cilindri e gli elmetti, non
si sa mai. Le implo nascondetevele sotto la manica.
Sia lui che Sabi obbedirono senza una parola e, prima di
procedere a tentoni verso la porta che dava sulle scale, lo
seguirono con lo sguardo finché non lo videro sparire oltre
una finestra, carico di roba, come se dall'altra parte della città
lo stessero aspettando per un'altra festa.
14

Sodano l'aveva torchiato per quasi dodici ore, su nel suo


ufficio privato del Dipartimento, concedendogli
forzatamente una breve pausa ogni volta che decideva di
rispondere alle insistenti chiamate sulla linea diretta con
l'Esecutivo. Allora se ne andava nell'ufficio attiguo, e
quando ritornava era più infuriato di prima.
Tuttavia, Ahram era piuttosto allenato a quel tipo di
interrogatori. Anzi, paragonato a quelli degli ambienti
malavitosi era una noiosa conversazione fatta di aria fritta.
Così il primo a smontarsi fu proprio Sodano, il quale alla
fine decise di lanciarlo andare per i fatti suoi, parzialmente
soddisfatto dalle mezze risposte, per giunta evasive, che era
convinto di avergli estorto. In realtà aveva minacciato di fare
il terzo grado anche a Sabi che, dopo un paio d'ore
d'infermeria, potè aspettarlo al piano terra. Ma a quella
minaccia Ahram aveva reagito con un'alzata di spalle, sicuro
che Sodano non sarebbe arrivato a tanto. La ragazza
sembrava possedere uno straordinario potere nei suoi
confronti, e cioè quello di fargli sbollire rapidamente la
rabbia che gli covava dentro, senza che esplodesse. E poi
riteneva che per i prossimi due giorni Sodano non sarebbe
stato fisicamente capace di fare il terzo grado neppure al
mitomane più sprovveduto.
Comunque fosse, anche lui cominciava ad averne
abbastanza. Non ricordava da quanto tempo non vedesse un
letto, ed erano passate già parecchie ore da quando aveva
digerito una barra di cioccolato, al punto che il suo stomaco,
dopo aver protestato con violenza, sembrava essersi quasi
rassegnato a diventare un organo inutile.
Adesso, semmai, il problema era trovare un posto a prova
di rompiscatole in cui rintanarsi. Qualche giorno di riposo
totale non l'avrebbe rimesso completamente in sesto, ma se
non altro gli avrebbe fatto riacquistare una visione del
mondo meno catastrofica di quella che gli svolazzava
davanti agli occhi in quel momento. La Città era piena di
tane in cui infilarsi, e anche abbastanza confortevoli. Ma,
dopo aver controllato con preoccupazione il colorito della
sua pelle, capì che c'era soltanto un posto che faceva al caso
suo.

— Brahim, quella roba ti fa proprio sentire di merda —


disse, quando il grasso amico smise di palpargli ogni parte
del corpo con le mani sudaticce. Non riusciva però a
decifrarne l'espressione del volto perché dall'alto c'era una
specie di faro che lo stava accecando da più di un quarto
d'ora. Alla fine si mise a sedere sul materassino di gomma
che Brahim aveva disteso sul lungo banco di lavoro, al
centro del locale sotterraneo che lui chiamava "Bottega". In
realtà era un vero e proprio bunker di cemento armato,
costruito una cinquantina d'anni prima dal nonno di Brahim,
in perfetto stile antiatomico. Il pungente odore di cannella
che appestava l'aria poteva per un istante far pensare a una
bottega da quarto o quinto mondo, ma non era altro che il
miscuglio di molecole residuate dalla vaporizzazione e
sublimazione delle sostanze con cui il suo amico trafficava
per tutto il giorno. Benché ci fosse spazio sufficiente per
quattro o cinque persone, a muoversi lì dentro nasceva
istintivamente il timore di combinare qualche disastro
irreparabile. Sembrava un laboratorio chimico in piena
regola, solo che il disordine era moltiplicato per dieci.
— Questa è una delle controindicazioni — commentò
Brahim, slegandosi il naso col palmo della mano. Il camice
più o meno bianco che indossava gli conferiva l'aspetto di un
medico assai poco raccomandabile, che faceva perfino
rimpiangere le cure del vecchio Hogama. Quest'ultimo, se
non altro, avrebbe dato qualsiasi cosa per offrire ai suoi
pazienti la migliore assistenza possibile, mentre per Brahim
era l'universo a doversi adattare alle sue regole di vita.
D'altra parte lui non era un medico. Era semplicemente un
artigiano dell'allucinazione quasi-legale.
— Il fatto che ti sembra di avere le ossa a pezzi è normale
— continuò in tono distratto, mentre gli restituiva il fagotto
di indumenti che Ahram aveva lasciato cadere sul pavimento
quando l'aveva fatto spogliare. Era una fortuna che lì dentro
non ci fosse uno specchio, perché la sua immagine riflessa
l'avrebbe convinto che si slava trasformando in un rettile.
— Non sono soltanto le ossa — ribatté seccamente,
giocando a fare l'offeso, anche se questa volta credeva di
avere tutti i sacrosanti motivi per incavolarsi. — Hai
presente un bastoncino di liquirizia masticato? Ecco, fa'
conto che siano i miei muscoli. Per non parlare poi di
questo... Colore!
Brahim sbuffò spazientito, come se fosse l'ennesima volta
che doveva sorbirsi le lamentele di un ragazzino isterico. Ma
anche quello faceva parte del gioco. Il divertimento stava
tutto nel fingere di non divertirsi affatto, ben sapendo che
presto o tardi le cose sarebbero rientrate nella normalità. O
almeno, quella era la speranza. — Ti darò delle pillole —
disse, rovistando tra i flaconi di vetro che teneva
pericolosamente ammassati l'uno sull'altro, nelle scaffalature
della parete di fondo.
Seguendolo con lo sguardo, Ahram notò che sotto al
bancone appoggiato alla parete c'era un altro materasso, dove
Fleury e Screw dormivano come macigni, strettamente
abbracciati.
— E quelli che diavolo ci fanno qui? — chiese in tono
sconcertato, poiché non era del tutto sicuro che stessero
dormendo. Era più probabile che stessero visitando qualche
dimensione privala.
Brahim si strinse nelle spalle. — Se quando ti fai vedere al
Mombasa non avessi tutta quella dannata fretta... Be', i tipi
con cui Fleury divideva la stanza l'hanno sbattuto fuori. A
sentire lui, non ha combinato niente di particolare, ma corre
voce che invece ne abbia fatta un'altra delle sue. Sai, un po'
come quella volta che si era intrippato con quella porcheria
haitiana. Due giorni di viaggio, e al ritomo aveva scoperto di
aver sfasciato ogni cosa.
— Con le pareti imbrattate di sangue di bue sintetico —
aggiunse Ahram. — E Screw?
— Oh, lui vive qui da un paio di mesi, ormai. Niente casa,
niente ingaggi... Niente di niente. Comunque, anche se
avesse qualche soldo, lo rinchiuderebbero in un reparto
psichiatrico e butterebbero via la chiave. Qui mi dà una
mano col lavoro, e lui ci sta volentieri.
— Lo credo bene — commentò Ahram scuotendo il capo,
guardandosi bene dal formulare giudizi sulle scelte di chi
considerava un amico. Poi Brahim gli allungò una manciata
di pillole blu, con una smorfia indecifrabile.
— Non hai una scatoletta per mettercele?
L'altro annuì distrattamente, quindi tornò a frugare un po'
ovunque. — Se vuoi puoi restare anche tu, almeno finché
non ti sci rimesso in sesto. Ma per la ragazza — aggiunse
indicando Sabi, che fino a quel momento si era tenuta in
disparte, aspettando che Ahram si rivestisse. — Per lei non
c'è niente da fare. La mia dolce Joanna mi caverebbe gli
occhi se sapesse che qua sotto ci tengo una donna. E forse
non solo gli occhi.
— Non è un problema — intervenne Sabi, rivolgendosi a
Brahim. — Se Dio vuole, non ho ancora imparato a
cacciarmi nei guai come il tuo amico. Non credo che tutti gli
affittacamere della città sappiano che lavoriamo in coppia.
D'altra parte non c'è da biasimarli. Dopo aver fatto crollare
tre piani di un palazzo, anche mia madre preferirebbe che
non dormissi in casa sua.
Ahram concentrò lo sguardo su qualunque cosa si trovasse
in direzione opposta alla ragazza, non riuscendo a trattenere
un sorriso che lei avrebbe sicuramente frainteso.
— A proposito — intervenne Brahim. — Che diavolo
avete a che fare voi due con la faccenda del palazzo? É sulla
bocca di tutti e, accidenti, non sono ancora riuscito a sentire
due versioni uguali!
— É una storia un po' complicata — disse Ahram, senza
sapere come schivare la curiosità che l'altro aveva appena
cominciato a rovesciargli addosso. — Purtroppo non c'è
molto da raccontare, visto che neanche noi ci abbiamo capito
gran che.
— Scommetto che dietro a tutto questo ci sono i tipi che ti
hanno mandato all'ospedale, l'altro giorno. Sbaglio?
Ahram trattenne il respiro per qualche secondo, poi lo
esalò come il fumo di una sigaretta. In quel momento si
augurava di avere un alito abbastanza cattivo da stendere un
essere umano, perché sapeva che la curiosità di Brahim era
un ottimo richiamo per i guai, udibile da chilometri di
distanza. E poi si ripromise di dire un paio di cosette anche a
Sabi, poiché era stata lei a tirare fuori la storia del palazzo.
Tuttavia quelle due domande gli avevano ricordato che là
fuori, da qualche parte, c'era una donna che si era lasciata
dietro una scia di diciannove vittime accertate, più un paio di
dispersi. Era probabile che quella carneficina finisse lì,
poiché adesso non esisteva più nessun paziente che fosse
stato ricoverato nella Clinica fra il 17 dicembre e il 20
gennaio. L'elenco ormai era vuoto, ma dal suo punto di vista
era una dannata sfortuna, perché anche stavolta ci avrebbe
scommesso le gambe che Xavier e Sodano non avrebbero
scucito neppure un ECU, se non gli avesse beccato la donna.
Senza un'esca non sapeva proprio come fare.
— Scusa, Brahim — disse, cercando di apparire
convincente e gentile al tempo stesso. Poi s'interruppe,
perché quello non era il tono giusto. Tutta quella gentilezza
avrebbe avuto l'effetto di insospettirlo ancora di più. — Ti
prometto che fra qualche giorno ci faremo una bella
chiacchierata — aggiunse, e poi ebbe il lampo di genio che
forse gli avrebbe permesso di toglierselo dai piedi per un bel
pezzo, senza ferire il suo amor proprio. — Sai, non è molto
salutare ficcare il naso nelle faccende di Xavier.
Brahim lo squadrò con un'occhiata perplessa, affondando
le mani nelle tasche, come faceva tutte le volte che era
costretto a prendere decisioni importanti. La sua esitazione si
protrasse per qualche secondo più del normale, e Ahram
seppe in anticipo la risposta.
— Xavier, eh? — disse Brahim, annuendo tra sé e sé. —
Capisco. Senti, adesso devo lasciarvi, ma tornerò per cena.
Fate come se foste a casa vostra ma non toccate niente,
intesi? Quanto a lei, signorina...
— Lo so, lo so — l'interruppe Sabi. — Sta' tranquillo
Brahim. Me ne andrò prima che tomi Joanna.
— Grazie. — Brahim si passò una mano sulla fronte
perennemente lucida e si allontanò verso l'ascensore, che lo
aspettava aperto in un angolo del bunker.
— Che tipo — disse Sabi, sedendosi sullo sgabello che
aveva tirato fuori da sotto il bancone. — Sono tutti così, i
tuoi amici?
Ahram accennò a fare qualche movimento ginnico, come
se volesse rendersi conto se le varie parti del corpo
rispondevano ancora, ma all'improvviso si accorse di essere
ridicolo. Così esaminò il contenuto della scatola che Brahim
gli aveva procurato. Due bottiglie di succhi di frutta, una di
whisky, tre grossi hamburger rigorosamente sintetici, un
assortimento di bustine di salsa, cioccolato e biscotti. E in
fondo al mucchio, tutta schiacciata e bella unta, spuntava
un'enorme fetta di pizza.
— Credo proprio di sì — rispose, cominciando a disporre
ogni cosa sul materassino di gomma. — Un minuto fa erano
tutti qui. Be', quasi tutti — aggiunse, ripensando al vecchio
Hogama e forse anche alla persona che l'aveva cacciato a
forza in quella storia, cioè Rigueras.
Sabi lo fissò per un lungo istante, con l'aria di chi non è
sicuro di aver capito bene. Quindi Ahram gli porse una
massa brunastra, sostenendo che si trattava di hamburger.
— Non sembri il tipo che ama la vita solitaria —
commentò lei, accettando anche il succo di frutta, e poi si
accigliò quando lo vide strappare un boccone di pizza con le
mani e ficcarselo in bocca con grande soddisfazione.
— Già — rispose, continuando a masticare, — Il fatto che
mi piaccia stare in mezzo alla gente e al casino non significa
che debba per forza avere molti amici... Mmm, c'è solo un
posto dove la pizza la fanno così... Forse preferisci il nostro
Xavier. Lui sì che è sempre coerente con se stesso. Niente
amici e niente vita di relazione.
— A quanto mi hai detto, Xavier è un paranoico. E forse
anche ipocondriaco.
Ahram annuì, cominciando a pensare che fosse giunto il
momento di andare a fargli una visita, tanto per mettere in
chiaro alcune cosette. Una ventina di morti erano una
ragione più che sufficiente per andare a rompergli le scatole,
tanto più che Xavier sembrava avere le mani in pasta un po'
ovunque, perfino nel computer autonomo di Shuster. Ma in
quella storia c'erano troppe cose che non quadravano, oltre a
Xavier. Per esempio, c'erano le parole di quel poveraccio che
gli era morto tra le braccia... Non volevamo, aveva
continuato a ripetere, prima che i suoi intestini si riversassero
sul pavimento. Non volevamo che cosa?
E poi, ovviamente, c'era la donna. Sempre che si trattasse
davvero di una donna. Il modo in cui riusciva ad apparire e
scomparire faceva pensare alla magia o a qualche creatura
aliena. Eppure era reale. Accidenti, gli era anche sembrato di
avvertire il contatto della pistola a laser contro la sua tempia,
e questo non se l'era sognato! Non si era affatto risvegliato di
soprassalto, scoprendo di trovarsi disteso sul suo letto.
Magari avesse potuto dare la colpa ad una cattiva digestione!
Già, quella donna. Una prostituta senza nome, senza casa,
senza indumenti... Che si aggirava per la città come un
fantasma, terribilmente determinata a portare fino in fondo la
sua opera di... Giustizia? Quel massacro era veramente il
risultato di una vendetta privata?
— Vedo che almeno l'appetito ti è tornato — disse Sabi.
Aveva cambiato argomento un po' troppo bruscamente, forse
perché pensava di aver toccato il tasto sbagliato, e adesso
cercava di rimediare.
Ahram si preoccupò di indirizzarle un mezzo sorriso a
bocca piena, guardandosi bene dal confessarle che lui era
impermeabile a qualsiasi mancanza di tatto, purché questa
non assumesse le forme della predica o mirasse a sollevare la
pietra sotto cui aveva sepolto una certa parte della sua vita.
Tuttavia, per quanto non fosse il tipo da prediche, Sabi
cominciava a farsi pericolosa. Continuava a girargli intorno
con quel suo atteggiamento ingenuo e sornione, ma in realtà
stava aspettando il momento buono per coglierlo con la
guardia abbassata. Peggio di Brahim! Ma poteva anche darsi
che si stesse inventando tutto, o che si trattasse dei primi
sintomi di una mania di persecuzione. Non starò diventando
paranoico anch'io? si chiese, e neppure l'animalesco piacere
di sentirsi lo stomaco pieno riuscì a tranquillizzarlo. Anzi,
sembrava che qualcuno gli avesse infilato a tradimento un
pezzetto di ghiaccio nella schiena.
— É il primo pasto decente da qualche giorno a questa
parte — disse alla fine, in tono evasivo, cercando qualcosa
per pulirsi le mani. — E adesso, l'unica cosa che desidero è
dormire almeno sedici ore filate. Per certe malattie non c'è
niente come il sonno se si vuole guarire in fretta.
Sabi inspirò profondamente l'aria che sapeva di cannella,
ed Ahram lo interpretò come un cattivo segno. — Ho forse
detto qualcosa di sbagliato? — chiese, nel tono più
falsamente ingenuo che riuscì ad improvvisare.
La ragazza si alzò dallo sgabello, lasciando cadere sul
materassino un avanzo consistente dell'hamburger. Sembrava
contrariata, ma non troppo. — Be', speravo di sentirmi dire
che avevi già un piano d'azione, o che nel frattempo avrei
potuto rendermi utile, Noi stiamo lavorando in coppia, anche
se qualcuno sembra essersene dimenticato. Io non voglio
fare tutto di testa mia, senza discuterne con te. E vorrei che
tu facessi lo stesso. Invece sono sicura che il mio partner se
ne frega altamente, perché in questo momento ha in testa di
scolarsi tutta quella bottiglia di whisky, per risvegliarsi
magari fra un paio di giorni!
Ahram aggrottò la fronte ma, contrariamente a quanto si
era aspettato, dentro di sé non sentì montare alcuna rabbia.
— Ehi, questa è una predica.
— Lo so — ribatté lei, seccamente. Ma la sua non
sembrava tanto una sfuriata, quanto un pacato sfogo
personale di chi aveva urgente bisogno di riposo. — E ne
sentirai di continuo, se non ti decidi a comportarti...
Professionalmente.
Ahram dovette fare un grande sforzo per non mettersi a
ridere. Sabi non gliel'avrebbe davvero perdonata. Tuttavia
non era il momento opportuno per spiegarle che la
professionalità era un concetto che era sparito insieme a
tante altre convenzioni, nel momento in cui aveva deciso di
andare a vivere nel Calderone. E da allora erano passati
molti anni, troppi perché in pochi giorni si potesse invertire
il processo e restituire un contenuto a dei concetti vuoti.
Perciò, pur con una certa riluttanza, diede retta alla solita
vocina e disse, in tono conciliante: — Ti piacciono i giochi
di simulazione?
Sabi gli scoccò un'occhiataccia. — Lo fai per cambiare
argomento o per offendermi?
— Elli, oggi siamo un po' suscettibili.
— Mai quanto te. Allora?
— Allora, ti piacciono o no?
Sabi lasciò cadere le braccia lungo i fianchi, in
atteggiamento remissivo. — Non molto. Quando ero al corso
di addestramento per tecnici EVA ne ho fatta un'indigestione
di simulazioni. Anche adesso, quando mi capita di passare
davanti a una console di quel tipo mi sento accapponare la
pelle.
Ahram sorrise. — Sì. Penso che troverai interessante la
gita di domani, su all'università.
15

— Si può sapere perché diavolo mi hai portata qui dentro?


— chiese Sabi, esitando ad entrare nella piccola sala
semibuia, strapiena di hardware di ogni tipo e fasci di cavi
che attraversavano il pavimento in ogni direzione. — Tutta
questa segretezza, poi! Che bisogno c'era di intrufolarsi
come dei ladri nella facoltà di fisica? Questo tuo amico...
Welling o come si chiama, hanno detto che è in sala
simulazioni. Bastava che qualcuno andasse a chiamarlo, no?
— Al mio amico piacciono le sorprese — disse Ahram
sottovoce, accendendo una piccola torcia elettrica. —
Adesso vuoi deciderti a chiudere quella porta e seguirmi in
silenzio?
Sabi sbuffò, limitandosi ad obbedire senza entusiasmo.
— Vediamo... Dovrebbe essere laggiù — spiegò, agitando
il raggio di luce verso un'apparecchiatura molto simile a un
armadio, la cui superficie era strapiena di led, quadranti e
scale graduate di ogni tipo. Posò l'astuccio di fibroplastica
nera sul pavimento, acquistato un'ora prima in un bazar di
seconda mano, e dal caos di piccoli attrezzi metallici scelse
quelli più adatti per smontare un pannello che racchiudeva
dell'hardware. Pur procedendo con molta cautela, mezzo
minuto dopo aveva messo a nudo le viscere elettroniche di
una periferica del computer centrale dell'università, quella
che doveva servire a tutte le attività ausiliarie.
— Non mi sembra molto legale ciò che stiamo facendo —
riprese Sabi, cercando ancora una volta di dissuaderlo.
Ahram l'ignorò, indicandole qualcosa oltre l'intrico di
microcircuiti che alla luce della torcia apparivano argentei e
brillanti. Dietro i supporti s'intravedeva la liscia superficie
del cilindro pieno di gas liquido refrigerante in cui era
immersa una parte della RAM.
— Sì, è proprio questa — confermò, passandole la torcia e
indicandole dove puntarla. Quindi, senza perdere altro tempo
cominciò a trafficare qua e là con estrema delicatezza, finché
non ebbe estratto un paio di fili colorati lunghi almeno un
metro, alle cui estremità si affrettò ad applicare due innesti a
clip. Uno l'infilò nel piccolo monitor che aveva fatto
nascondere a Sabi nella borsa. Quanto all'altro, si arrotolò la
manica destra fino al gomito e l'inserì nella terminazione a
innesto che gli spuntava di un millimetro appena sotto il
bicipite.
— Sei sicuro di ciò che stai facendo?
— Credo proprio di sì — rispose lui in tono di sufficienza,
mentre regolava l'immagine che si stava mettendo a fuoco
sul monitor. — É un peccato che sulle colonie non abbiate
molti divertimenti. Hai bloccato la serratura della porta?
— Sì, accidenti! Ti vuoi sbrigare?
Ahram le lanciò un mezzo sorriso, distratto dal flusso di
dati che l'NC delle gambe stava processando per il cervello.
— Adesso guardati la simulazione e divertiti. Mi spiace che
possa offrirti solo questo monitor, ma non credo che tu abbia
una presa come la mia.

La stanza doveva essere il salone di una villa o di un club


privato. Inizi '900, forse. Stile chiaramente europeo. Una
luce calda e soffusa illuminava l'arredamento, fatto in gran
parte di legno, tappeti, qualche quadro, delle grandi poltrone
e un sacco di altri oggetti che lui non aveva mai visto prima.
Probabilmente cimeli storici. Dal caminetto della parete di
fondo proveniva l'allegro scoppiettio dei ceppi che si
consumavano lentamente, senza fiamma, mentre nell'aria si
poteva avvertire un debole sentore di fumo e di resina. Dalla
finestra della parete alla sua sinistra s'intravedeva
un'invernale serata di pioggia.
Nella sala c'era una sola persona, seduta su uno sgabello
massiccio di legno scuro, mentre le dita scivolavano
agilmente sulla tastiera di un pianoforte... Un pianoforte a
coda perfino più spettacolare di quello che c'era in casa di
Shuster. L'uomo si dondolava lentamente avanti e indietro,
immerso nella luce soffusa che proveniva da due lampade a
braccio sulla parete, proprio sopra il pianoforte. Nello stesso
tempo la sala si riempiva della matematica armonia di una
sonata ottocentesca. Lui non aveva abbastanza orecchio da
riuscire a distinguere un tre quarti da un quattro quarti, ma
qualcosa gli diceva che quel tipo aveva talento.
L'uomo doveva essere sulla trentina, in impeccabile
completo grigio, camicia bianca, cravatta. I tratti del volto
erano solidi, la fronte un po' stempiala, i capelli corti
pettinati meticolosamente all'indietro. Gli occhi piccoli e
vivaci sembravano guardare in un universo che soltanto loro
riuscivano a penetrare.
Soltanto dopo un paio di minuti si accorse della presenza
di un estraneo. La musica s'interruppe d'un tratto, e per un
istante ci fu solo il fruscio della stoffa sul sedile e lo
scoppiettio delle braci. Ma non pareva sorpreso, tanto meno
spaventato. Anzi, le sue labbra si erano piegate in un sorriso
pieno di comprensione, dal quale non era neppure estraneo
un certo autocompiacimento. Lo sguardo indagatore si era
fissato sull'estraneo, come magnetizzato, e il suo ospite
sapeva benissimo perché. Dopo tutto era abbastanza insolito
trovarsi in casa un tipo sulla sessantina, un po' pingue, un
parrucchino bianco i cui ricci non arrivavano alle spalle.
Sotto la giacca rossa orlata da ricami dorati indossava una
camicia immacolata. Il colletto alto sembrava un po' troppo
stretto, incapace di contenere un doppio mento che si
armonizzava perfettamente con le guance piene del volto.
L'espressione mesta, appena velala da un'ombra di ingenuità,
era quella di chi stava per raggiungere la pace con se stesso e
con il mondo.
— La conosco? — chiese il giovane pianista, passandosi
una mano sui capelli con molta naturalezza.
— Sì, signore. Credo proprio di sì — rispose l'altro,
accennando ad un inchino. — Forse è soltanto
un'impressione più viva di altre ma, del resto, le impressioni
sono tutto ciò che abbiamo. — L'uomo col parrucchino si
avvicinò al caminetto e protese le mani per riscaldarsele.
Poco dopo, dietro di sé sentì che il giovane aveva lasciato il
pianoforte per raggiungerlo. Sulla destra della cappa,
all'altezza dello sguardo era appesa un'antica foto. Un
rettangolo in bianco e nero, solo un po' ingiallito dal tempo,
raffigurante una quarantina di persone in tripla fila, che
posavano più o meno compostamente all'interno di un locale
che era una via di mezzo fra una sala conferenze e un'aula.
La quarta da sinistra, in seconda fila, era cerchiata da un
segno a matita, e non era altri che il giovane padrone di casa.
Sotto la foto c'era una targhetta che recava una lunga serie di
nomi scritti in caratteri molto piccoli. L'uomo si chinò in
avanti perché i suoi occhi un po' miopi potessero decifrarli, e
mentre leggeva quei nomi si accorse di essere percorso da un
brivido lungo tutta la sua povera schiena già dolorante.

Istituto Internazionale di Fisica Solvay


Bruxelles, 22 — 29 ottobre 1933

diceva, e poi una sfilza di nomi a beneficio esclusivo degli


ospiti, perché il padrone di casa doveva conoscerli tutti
molto bene. Nomi che avevano trovato il modo di sfuggire
alla morte.
Erwin Schròdinger, Niels Bohr, Marie Curie, Lord
Rutherford, Louis de Broglie, Enrico Fermi, Paul Dirac,
Wolfgang Pauli...
Il quarto da sinistra, in seconda fila, rispondeva al nome di
Werner Heisenberg.
— É davvero un peccato che ai miei tempi non esistesse la
possibilità di ritrarre immagini — commentò. — Non avrei
preteso le attuali olografìe sofisticate, ma mi sarei
accontentato della lastra di un dagherrotipo qualsiasi. Avrei
dato qualsiasi cosa per poter essere immortalato con i miei
amici, e purtroppo non mi è mai stato possibile. Starsene
immobili per ore... dietro il cavalletto di una tela...
— Un peccato, davvero — convenne il giovane,
aggiungendo una citazione in greco che il suo ospite credette
di poter attribuire a Platone.
— Oh, sì. Ma non è un desiderio che nasce dall'orgoglio,
come la fama e il successo. Una foto è una velata pretesa
d'immortalità, ma può anche essere la migliore compagnia
per il tempo che ancora ti resta da vivere. Un segno d'affetto
verso gli amici lontani e ciò che si è vissuto insieme. Io, Jean
Jacques, Adam e tutti gli altri... ancora una volta insieme in
un rettangolino di carta capace di ravvivare le nostre
impressioni.
— Ancora impressioni — rimarcò l'altro dopo una breve
pausa. Squadrava l'ospite dalla testa ai piedi, ripetutamente,
come se avesse il suo nome sulla punta della lingua.
L'uomo col parrucchino annuì. — Sì, impressioni —
continuò. — Si plasmano nella nostra mente come un
marchio a fuoco, ed è su di esse che costruiamo le nostre
credenze. In effetti, se il fuoco riscalda è perché si fa troppa
fatica a pensare altrimenti...
Il giovane pianista posò una mano sulla spalla dell'ospite,
un gesto energico al limite della cortesia, mentre lo sguardo
ad occhi socchiusi sembrava trapassarlo da parte a parte. —
Lei non è Hume! — esclamò in un tono che tradiva
incredulità mista a risentimento.
L'altro si girò per guardarlo meglio in faccia, e le sue
labbra piene si tesero in un sorriso. — Già, perché invece lei
sarebbe Heisenberg...
— Lei... Che mi venga un accidente, tu sei Coxie. Ahram
Lee Coxie!

— Questa sì che è una sorpresa! — esclamò l'uomo in


camice. All'improvviso la sua voce stridula, gracchiante,
aveva assunto un tono molto più morbido, quasi baritonale.
— Sto diventando vecchio, sai? Avrei dovuto capire
immediatamente che eri tu, Rompere le scatole alla gente che
sta provando in santa pace una simulazione è proprio nel tuo
stile. Ma la cosa più tragica è che per un attimo ho creduto
davvero che Hume fosse venuto a farmi visita.
Ahram si schermì il volto con le mani aperte. — Ti
avrebbe fatto soltanto un gran bene — disse, affrettandosi a
presentarlo a Sabi col nome di Massimo Welling. — Max
per gli amici — precisò. — Max, come Plank.
— O come Max-Well. — L'uomo, che al di fuori della
simulazione era un tipo sui cinquanta, più basso di Ahram di
almeno cinque centimetri, strinse la mano ad entrambi,
vigorosamente. — Sono passati un sacco di anni — aggiunse
con un sorriso largo e che subilo si spense quando il suo
sguardo squadrò Ahram da capo a piedi. — Ma... Sei sicuro
di stare bene?
Ahram si chiuse nelle spalle, augurandosi che le pillole di
Brahim facessero effetto al più presto, se non altro per
togliergli quell'inquietante colorito da lucertola.
Sarebbe stato difficile sopravvivere anche un paio di
giorni, se tutte le persone che incontrava gli facevano quella
domanda. — É solo una banale intossicazione — mentì. —
Non sono questi i guai che mi spaventano.
Max annuì tre o quattro volte, poi si ficcò la cartella nel
cavo del braccio. — Be', finora non ti ho mai visto
spaventato da qualcosa — disse, ma doveva aver capito
l'antifona perché aggiunse:
— Forse è meglio se saliamo nel mio studio.
— É strano trovarti alle prese con le simulazioni — disse
Ahram, sperando che adesso non gli facesse notare quanto
cigolavano le sue gambe, mentre cercava di tenergli dietro
lungo il corridoio che portava allo studio.
— Fa parte dei programmi educativi delle scuole
superiori. Il Komm li ha approvati lo scorso anno, e
naturalmente sono destinati ai collegi del Cerchio.
Teoricamente dovrebbero essere inseriti nei corsi di storia,
ma si spera anche che qualche aspirante ricercatore alla fine
riesca a capire veramente cosa significhi scoprire qualcosa
con la propria testa. Le RV ci avevano fregato anche la
fantasia, accidenti a loro. E adesso non è tanto semplice
ritrovarla.
— Già — fu l'unico commento di Ahram.
— Eccoci arrivati — disse Welling qualche minuto dopo,
invitandoli ad entrare in una stanzetta senza finestre.
L'impressionante quantità di roba che conteneva sembrava
disposta secondo le rigorose leggi del caos più assoluto, e
nonostante questo il locale aveva un aspetto accogliente e
perfino spazioso. Davanti alla scrivania c'erano due
poltroncine di materiale nero e lucido.
— Avete l'aria di conoscervi da parecchio tempo, voi due.
Non sarà stato per caso un insegnante di Ahram? — chiese
Sabi, continuando ad ostentare una sicurezza che agli occhi
del compagno non era del tutto sincera.
— Niente formalità, ti prego — rispose in tono gioviale,
ma senza secondi fini. Welling era notoriamente
omosessuale, ma non aveva niente a che vedere con gli
stereotipi. In lui non c'erano tratti o atteggiamenti effeminati,
né si era mai preoccupato di modellare il suo corpo come un
supermacho da oloporno. E da come lo conosceva Ahram,
probabilmente in tutti quegli anni non aveva tradito il suo
compagno neppure una volta. — Per quanto sia banale —
aggiunse — gli amici di Ahram sono anche miei amici. Be',
almeno fino a prova contraria. E comunque... No. Non ho
avuto la sfortuna di avere Ahram Lee Coxie tra i piedi. C'è
stato un periodo in cui mi trovavo a fare gli scongiuri tutti i
giorni — si interruppe un istante per spostare lo sguardo su
di lui. — Ricordi quando Rigueras voleva organizzare un
corso di aggiornamento per i suoi uomini? Io all'epoca
collaboravo con il Dipartimento, sempre per quelle dannate
questioni militari... E tu, per un motivo o per l'altro, eri
sempre di mezzo.
Da un cassetto della scrivania Welling tirò fuori una
bottiglia di metallo e, sempre da seduto, riempì due bicchieri
che poi porse ai suoi ospiti. Fedele alle sue abitudini,
Welling non toccava alcol o droghe di nessun tipo.
— Che cosa significa quella frase? — chiese Sabi, che
dalla faccia non era molto entusiasta del sapore del suo
drink. — Quella del fuoco che riscalda... E come facevi a
sapere che poteva pronunciarla soltanto Ahram?
— Credo che sia l'unica citazione che conosca — disse
Welling, in tono marcatamente ironico. — Ed è anche
piuttosto approssimativa. D'altra parte era un dilettante anche
come filosofo.
Ahram si strinse nelle spalle con la testa piegata sulla
sinistra. Max era uno dei pochi che poteva dirgli una cosa del
genere senza prendersi un calcio nei denti, perché entrambi
si trovavano d'accordo almeno su un punto: di quei tempi, un
dilettante in più discipline era normalmente un genio della
sopravvivenza.
— É sempre stato un maledetto scettico e posso dire che,
quando le circostanze me lo rimandavano tra i piedi... Be', le
litigate erano all'ordine del giorno. Se sei la sua donna, è
strano che non te ne sia ancora accorta. — Welling aveva
finito la frase quasi in un sussurro, ma Ahram aveva colto
benissimo la gaffe. Max conosceva la sua storia. Forse era
stato ingannato dal fatto di rivederlo dopo anni in compagnia
di una donna — che anche quel giorno non vestiva
l'uniforme del Dipartimento — inducendolo a credere che
nella sua testa ogni cosa fosse ritornata alla normalità. —
Quando è possibile — si affrettò ad aggiungere Welling —
lui sta sempre dalla parte dei vincitori. Così, quando ha
scoperto che non esiste il modo di fregare uno scettico... Ha
cominciato a tormentare tutti quanti, pretendendo che gli si
dimostrasse anche la minima sciocchezza. Tuttavia, ho
sempre avuto il sospetto che fosse un atteggiamento riservato
solo a noi professori... Probabilmente perché siamo noi che
dobbiamo difendere qualcosa.
Ahram appoggiò il bicchiere vuoto sulla scrivania, con un
sorrisetto malizioso che voleva essere il più ambiguo
possibile. A volte gli capitava di pensare che in quei giorni
non c'era più gusto neppure a dichiararsi scettici. Non dopo
le meraviglie e gli orrori delle Realtà Virtuali. In fondo, ci si
era sforzati di capire perché il fuoco riscaldasse, ma soltanto
per scoprire che non poteva esistere una risposta e neppure
nuove domande. Ci si era arenati su scogli invisibili che
affioravano da un mare altrettanto metafìsico, per cui l'unica
cosa da fare era tornare a credere che l'unica realtà fosse
quella in cui tutti avevano il terreno sotto i piedi e il cielo
sopra la testa.
— Be', lasciamo perdere — proruppe Max, sfregandosi
platealmente le mani, — Non credo che tu sia venuto fin qui
solo per rispolverare il passato.
Ahram gli diede conferma con un cenno del capo. —
Purtroppo no — cominciò, versandosi ancora da bere. Nel
tempo che gli occorse per riempirsi il bicchiere si accorse di
essere ancora lucidissimo, nonostante la dose abbondante
che si era già scolato. Questo lo preoccupava un po', perché
di solito non riusciva a reggere massicce quantità d'alcol. Di
prima mattina, almeno. Poi, vedendo che Max aveva già
consultato un paio di volte l'orologio, decise di tagliare corto,
tralasciando tutta la storia del palazzo. — Come si fa ad
alterare un campo gravitazionale?
Max indugiò qualche secondo, tanto per fare un po' di
scena, perché Ahram sapeva che avrebbe potuto rispondergli
prima ancora che avesse finito la domanda. — Non riesco a
capire dove vogliate arrivare, ragazzi — disse, rivolgendosi a
Sabi. — Comunque la risposta è semplice: basta variare la
massa del corpo in questione, oppure introdurre il corpo in
un altro campo della stessa natura. Mi dicono che lo sanno
anche i bambini. Ma forse non dovrei stupirmene troppo,
visto che sei tu a chiedermelo.
— D'accordo, mi sono spiegato male. Allora prova ad
immaginarti un palazzo...
— Quel palazzo? — l'interruppe Max mostrando un
improvviso interesse. — Santo cielo! A parte il terremoto, è
stato il disastro più rilevante degli ultimi anni — disse. — É
strano che non abbia sospettato che ci fossi di mezzo tu. Ma
che diavolo c'entrano i campi gravitazionali?
— Se lo sapessi non sarei qui — ribatté Ahram, non del
tutto sicuro di potergli tacere molte cose. Eppure, se voleva
davvero andare fino in fondo a quella storia, era necessario
scendere a qualche compromesso. D'altra parte, Max non era
Brahim. Lui era al di fuori di quella rete invisibile che
permette di sapere tutto di tutti — Ehi! — esclamò Welling,
scomponendosi appena sulla poltrona. — Vorresti dire che
sono obbligato a farti questo favore?
Ahram scolò anche il secondo bicchiere, e questa volta gli
sembrò che il suo esercito di globuli rossi gli stesse portando
in giro per il corpo anche una buona dose di pacata allegria.
— Credevo che ne saresti stato entusiasta — disse,
facendogli capire con un cenno che era meglio che il
bicchiere rimanesse vuoto. — Di solito voi ricercatori siete
sempre in cerca di nuovi stimoli, e io te ne sto fornendo uno
coi fiocchi.
Welling corrugò la fronte, mentre le dita giocherellavano
con il tappo della bottiglia. Non è mai stato bravo a fìngere,
si disse Ahram, aspettando pazientemente che l'altro si
decidesse ad aprire bocca, poiché sapeva già come sarebbe
andata a finire.
— Sai, tutte le volte che ho avuto a che fare con te ho
sempre passato un mare di guai. Ricordi quando ti sei fatto
pescare nel mio laboratorio, mentre trafficavi
tranquillamente con macchinari da milioni di ECU? Be', c'è
mancato un pelo che mi togliessero qualsiasi cattedra,
comprese quelle degli asili.
— Si, ma hanno capito che era per una buona causa.
Infatti sei ancora al tuo posto e io posso continuare a
romperti le scatole. In fondo, per te sono una sicurezza, non
credi?
Welling sospirò. — Al diavolo, Ahram. Ho l'impressione
che sia meglio perderti che trovarti. Almeno tu, Sabi, dimmi
che ho ragione!
La ragazza sospirò con un sorriso sardonico piuttosto
eloquente. — Credi che a lui importerebbe qualcosa, se ti
rispondessi di sì?
Welling scoppiò in una sonora risata. — Sicuramente no.
Comunque hai tutta la mia solidarietà, perché ci vuole del
fegato a stare appresso a un cocciuto del genere. D'accordo,
Ahram. Non ti tormenterò con domande indiscrete. Dicevi di
alterazioni del campo gravitazionale, vero? Be', da come la
vedo io, ci possono essere diverse spiegazioni. La più banale
consiste nella presenza di un campo AG di dimensioni
contenute, generato magari all'interno del pavimento. Si può
ipotizzare un guasto ai generatori, il che spiegherebbe le
variazioni di flusso registrate dai tuoi strumenti. Non vedo
perché si dovrebbe installare un campo AG nella sede di una
grossa holding ma, d'altra parte, basterebbe dare un'occhiata
fra le macerie per vedere se ci sono i generatori di campo. Di
solito gli ex coloni o i miliardari un po' svitati vanno matti
per cose del genere, ma non mi sembra il caso degli
amministratori della Shu-Wak.
— E quindi? — domandò Ahram, dubitando che Max
avesse mai sentito parlare dell'Heaven's Door.
— Da teorico potrei prendere in considerazione anche la
tecnologia RV. Quando un secolo fa abbiamo fatto piazza
pulita della realtà virtuale hard, non è detto che non ci sia
sfuggito qualcosa. Adesso qualcuno potrebbe averlo
riesumato per utilizzarlo per chissà quale scopo. Una RV
come "sacca autonoma", isolata dal Network, potrebbe
benissimo contenere una massa di grande densità, e se non è
sufficientemente controllata può produrre anomalie nella
dimensione reale. Esistono pubblicazioni della facoltà di
storia che parlano di masse dell'ordine di dieci grammi alla
quindicesima, ridotte in uno spazio reale di pochi centimetri
cubi, ma non vedo come oggi sia possibile riprodurla. Non
esiste più un habitat informatico che possa tenere
"logicamente" in piedi una RV di questo tipo — Welling si
concesse una breve pausa di riflessione, approfittandone per
massaggiarsi le palpebre con pollice e indice. Quindi riprese:
— A meno che non si tratti di un mini buco nero. In tal caso
avremmo un corpo di massa analoga perfettamente reale, ma
con dimensioni dell'ordine di un nucleo atomico e poi... ma
no, è una sciocchezza. Le probabilità di imbatterci in un
fenomeno del genere sono praticamente nulle... Senza
contare che le sue dimensioni gli consentirebbero di
attraversare il pianeta come un neutrino, ma le distorsioni
provocate dal suo campo gravitazionale sarebbero a dir poco
devastanti.
— Ho capito, Max. Siamo in alto mare — l'interruppe
Ahram.
— Be' — commentò Welling, alzandosi in piedi e facendo
sparire in fretta bottiglia e bicchieri, come se volesse fargli
capire di aver esaurito il suo tempo. — Adesso non buttarti
giù. Vedrai che in un modo o nell'altro riuscirò a trovarti una
soluzione, magari abbastanza folle da essere addirittura
plausibile come la... — si inarcò leggermente come se fosse
appena stato colpito da una leggera scarica elettrica, mentre
sul suo volto si stampava un'espressione fra il divertito e il
canzonatorio. — La variabile Berkeley — sussurrò,
abbassando lo sguardo sulla scrivania, dimenticandosi
completamente dei suoi ospiti.
— Di che stai parlando, Max? — intervenne Ahram, un
po' sconcertato.
— Oh, sciocchezze — affermò Welling. — É solo un
modo di dire di noi fisici. Era molto in voga nel periodo di
massima espansione delle RV, quando si scoprì che la
dimensione reale poteva essere descritta attraverso
un'equazione di campo. Una versione ampliata delle matrici,
se volete. All'epoca l'entusiasmo era alle stelle, e quasi tutti i
ricercatori puri si erano lanciati a capofitto a studiarne le
implicazioni, tutti sforzi che sono sempre sfociati in
stucchevoli speculazioni accademiche che avrebbero
garantito qualche finanziamento extra. Teorie di contesto
speculare o asimmetrico, a evoluzione distopica e fesserie
del genere, insomma.
— Sì, ma Berkeley che c'entra? — l'incalzò Sabi.
Welling si strinse nelle spalle con un sorrisetto di
sufficienza.
— Il filosofo? Poco o niente — affermò. — Era il classico
tizio super raccomandato che pensava solo alla carriera, un
bel posto da vescovo e strampalate missioni nelle colonie...
Ciò nonostante ha avuto la geniale intuizione che ha
scardinato due millenni abbondanti di zavorra metafisica.
Sosteneva che la realtà esiste solo in quanto viene percepita,
e a ben guardare il nucleo della virtualità, o della
multidimensionalità, sta proprio qui. Non è strano quindi che
abbiano affibbiato il suo nome a una variabile che, in astratto
e attribuendole valori di un certo tipo, è in grado di
descrivere e giustificare l'esistenza di un'unica realtà
multidimensionale e comprensiva. É come se ci trovassimo
fra due specchi che riflettono all'infinito la nostra immagine,
solo che quegli specchi esistono solo perché noi siamo lì a
percepirli. Tuttavia, che cosa succederebbe se una o
parecchie delle nostre immagini riflesse percepisse in modo
diverso gli specchi che per noi sono reali? Ciò influirebbe
anche sulla nostra percezione e sulla nostra stessa esistenza.
Nel primo caso potremmo cadere in un loop che è
impossibile spezzare, mentre nell'altro... Be', forse ci
dissolveremo nel nulla, senza neanche sapere il perché.
— Quali sono questi valori? — chiese Ahram, scambiando
un'occhiata significativa con Sabi.
Welling scoppiò a ridere. — Non dirmi che la stai
prendendo sul serio — ironizzò l'altro. Un deciso gesto del
braccio non lasciava dubbi circa la sua opinione. — Se
chiedi a un fisico di trovare in concreto uno di quei valori, è
come chiedere la luna. É impossibile, poiché fisicamente
vale sempre l'impenetrabilità dei corpi. Così la variabile
Berkeley resta una mera utopia, una semplice esercitazione
accademica per chi ha tempo da buttare via. É un po' come
mettersi a disquisire su quale tipo di universo attende
l'ipotetico osservatore che ha appena attraversato un buco
nero — s'interruppe, e con un sospiro fece capire che la
conversazione era ormai agli sgoccioli. — Adesso mi spiace
ma vi devo proprio congedare. Prometto che vi farò sapere
qualcosa al più presto. Prima, però, ho un'altra faccenda da
sbrigare — aggirò la scrivania e si mise fra i due ospiti,
prendendoli sotto braccio. — Sempre che i terminali
funzionino a dovere perché... che resti fra noi — aggiunse in
un tono che si era fatto improvvisamente cospiratorio. — Un
mio assistente ha scoperto che qualcuno ha ficcato il naso nei
nostri computer. Non ha fatto danni di nessun tipo, come se
avesse voluto dare soltanto un'occhiata, ma è chiaro che non
possiamo trascurare l'accaduto. Il preside di facoltà e perfino
il rettore mi mangerebbero vivo se per caso lo venissero a
sapere.
Ahram l'interruppe per porgli una domanda di cui
conosceva già la risposta. Il clown aveva colpito ancora.
Sentirselo confermare ebbe lo stesso effetto di una mano
gelata che gli artigliava lo stomaco, soprattutto perché
adesso era assolutamente indispensabile scambiare due
paroline con chi sapeva lui.
— D'accordo, Max — lo salutò. — Chiamami il più presto
possibile.
— Contaci.
— Ah, Max — disse Sabi, ricordandosi improvvisamente
di qualcosa. — Berkeley è riuscito almeno a diventare
vescovo?
Welling fece un sorriso malizioso. — Uno come lui? Puoi
scommetterci, ragazza mia.
16

Ahram aveva scoperto che i maestri della procrastinazione


si dividevano in due categorie: gli incoscienti, cioè quelli che
avevano una fiducia quasi religiosa nel fatto che le cose si
sarebbero sempre e comunque aggiustate da sole; e i realisti,
che a differenza dei primi erano convinti che a questo mondo
le cose più spiacevoli capitavano soprattutto per propria
imbecillità, e quindi era meglio limitare i danni cercando di
scendere a ragionevoli compromessi che, in pratica, si
traducevano nella vecchia filosofia del cavarsi il dente
guasto prima che cominciasse a dolere. Però, pur
appartenendo alla seconda categoria, lui non poteva fare a
meno di pensare che il dente era guasto e che Io si dovesse
perdere comunque, anche se sacrificare un trentaduesimo del
patrimonio di una bocca umana era ben poca cosa se
paragonato ad altri tipi di rinunce. Per esempio quelle che
adesso erano davanti ai suoi occhi.
Aveva insistito perché Slash accompagnasse lui e Sabi dal
suo padrone, e si era sentito stringere la gola quando aveva
saputo che dovevano entrare nel Frigo.
Il piccolo cyb gli aveva fatto attraversare la Città in auto,
per fermarsi al confine della zona che qualche secolo prima
costituiva il centro della Città. Vista dall'alto era un'ellisse
sensibilmente eccentrica, del tutto priva di strade, in mezzo
alla quale sorgeva il moncone scheletrico di un tipico
edificio dei primi anni del 22° secolo. Il progetto era tuttora
conservalo negli archivi storici del Comune, con tanto di
olofoto e proiezioni 3D, per cui le generazioni seguenti
potevano farsi un'idea abbastanza precisa della sua struttura
originaria: un tronco di piramide a base ottagonale, alto 400
metri, con una complessa intelaiatura di materiale
superleggero, rivestita di spessi pannelli riflettenti.
Commessure e intercapedini erano parzialmente saldate da
bioschiuma, ormai ridotta a grumi di materiale solido e
granuloso che aveva perduto qualsiasi principio attivo.
Ahram era troppo giovane per ricordarsene, ma fino a
trent'anni prima quello era il mezzo più economico per
impermeabilizzare gli edifici dalle sacche di gas tossici
ancora presenti nell'atmosfera. Concentrare migliaia di
famiglie in un unico palazzo di superficie poteva sembrare
un'idea folle ma, riflettendoci bene, quella era la soluzione
migliore. Il grado di sicurezza era inversamente
proporzionale al numero di edifici a rischio. D'altra parte, in
quel periodo non era consigliabile neppure trovarsi un
rifugio nel sottosuolo, dato che le infiltrazioni dovute alle
falde acquifere erano di gran lunga più letali dei gas.
Durante i conflitti che avevano preceduto la Guerra
Chimica, il palazzo era stato il bersaglio di un
bombardamento aereo che aveva lasciato ben pochi
superstiti, riducendolo ad un moncone che ricordava
vagamente un molare eroso dalla carie, di cui sopravviveva
solo la scorza esterna. Nessuno avrebbe detto che, vent'anni
prima dei Disordini, sarebbe diventato uno dei tanti
paradossi di quella Città.
Contrariamente a quanto Ahram si aspettava, Slash si era
fermato un centinaio di metri prima dello spiazzo di detriti
che circondava il palazzo, nascondendo l'auto all'interno di
un cortile diroccato che si confondeva in mezzo ad un nucleo
di edifici fatiscenti.
— Non è saggio entrare dalla porta principale — disse,
uscendo dall'abitacolo con un balzo molleggiato. Quindi si
diresse verso l'edificio di pietra che chiudeva un lato del
cortile. A tre metri sulla destra dell'ingresso c'era una botola
di metallo coperta di ruggine e polvere. Ahram ricordava di
avere visto qualcosa di simile nei vecchi film storici a 2D,
nelle scene in cui si scaricava il carbone nelle cantine.
Tuttavia, anche le condizioni di quella botola erano fumo
negli occhi, perché un attimo dopo cominciò ad aprirsi verso
l'interno, mossa da un meccanismo elettronico che era tutto
fuorché antiquato. Contemporaneamente apparvero i primi
due pioli di una scaletta metallica, e quando Slash cominciò
a scendere, l'angusto locale sottostante si riempì di un'intensa
luce bianca.
Ahram e Sabi si affrettarono a seguirlo con un certo
impaccio. Quando si indossava una tuta termica era un po'
come andare in giro nudi, poiché la struttura macrocellulare
del tessuto calzava come la pelle di un serpente. Ma forse
l'inquietudine di Ahram era dovuta al fatto che gli ricordava
le famigerate "pelli del piacere", delle guaine organiche che
aderivano al corpo penetrando in ogni orifizio, e che
mediante stimolazioni neurali facevano credere a chi
l'indossava di essere nel bel mezzo di un'orgia. Seguendo il
cyb lungo un tunnel scarsamente illuminato, Ahram si voltò
per guardare Sabi. La ragazza sembrava preoccuparsi più
della sua apparente nudità che della tuta. Forse non ne ha
mai provata una, pensò con un mezzo sorriso.
A mano a mano che procedevano lungo il tunnel,
avvicinandosi al palazzo, aveva l'impressione che la
temperatura continuasse ad aumentare, e in effetti non era
poi tanto strano. La prima cosa che ti insegnavano a scuola
era che tutto aveva un prezzo, anche e soprattutto l'energia,
per cui non c'era da meravigliarsi che la costruzione
disperdesse tanto calore.
Slash li aveva condotti all'interno di un labirinto di
cunicoli che a malapena consentivano il passaggio di due
persone affiancate, mentre il soffitto era a pochi centimetri
dalla testa di Sabi, la più alta dei tre. Senza il piccolo cyb
sarebbe stata veramente dura ritrovare l'uscita.
Alla fine arrivarono davanti a una parete di roccia in cui
c'era un portello metallico, verniciato di nero. Ahram non
ebbe il tempo di rivedere nella sua mente quell'altro portello
che si apriva, lasciando trapelare una lama di luce che si
stagliava contro la parete, perché Slash era già dall'altra
parte, agitando le braccia in modo perentorio.
— Mettetevi i caschi, adesso — disse, e ovviamente era un
ordine valido solo per loro due, visto che il cyb non aveva
mai bisogno di un accidente di protezione. — E cercate di
non fare rumore.
Ahram scoprì che dall'altra parte non c'era alcun locale
degno di quel nome. Era più che altro una piccola grotta
buia, impregnata di umidità e di un forte sentore di chiuso,
rischiarata soltanto da una debole luminosità che proveniva
dalla fenditura che si apriva sul fondo, a una ventina di metri
dal portello. Le pareti sembravano assorbire qualsiasi
rumore, tanto che sembrava di essere finiti nella camera
d'equilibrio di un'astronave dopo la depressurizzazione.
I caschi, meno sofisticati di quelli che avevano usato in
precedenza, li costringevano a comunicare via radio. E
quella fu una dannata fortuna, perché dopo aver mosso i
primi passi all'interno della grotta, Sabi lanciò uno strillo che
per poco non lacerò i timpani ad Ahram.
Indovinando la direzione, con uno scatto si avvicinò alla
ragazza, pronto a servirsi di tutte le armi che si portava
addosso, vale a dire la pistola ad aghi e il caricatore di implo.
— Che diavolo succede? — disse, ricordando a se stesso
che con il casco era inutile sussurrare.
— Lì — mormorò Sabi, in tono carico di angoscia.
— Lì dove? — incalzò Ahram seccamente, cercando di
seguire nell'oscurità il gesto della ragazza.
— Non c'è nessun pericolo — echeggiò la voce di Slash,
mentre accendeva una piccola torcia.
All'improvviso la grotta venne pervasa da una debole luce
gialla che restituì all'ambiente le sue dimensioni reali.
Soltanto allora Ahram scoprì di trovarsi in una cavità
naturale piena di anfratti, le cui pareti e il soffitto, di poco
più alto di quello dei tunnel, erano ricoperti di uno spesso
strato di brina. Il pavimento sterrato era pieno di
pozzanghere d'acqua ghiacciata, mentre uno scheletro
inequivocabilmente umano giaceva a un paio di metri dalla
fenditura. Si trattava comunque di particolari di cui si
accorse solo in un secondo tempo, perché la sua attenzione
venne attratta da una decina di creature che sembravano in
agguato dietro le pietre e fra le asperità della grotta.
— Oh merda — riuscì a dire, incapace di distogliere lo
sguardo da quei piccoli orrori che sembravano pronti a
saltargli addosso e farlo a pezzi in un attimo. Dal canto suo,
Sabi si teneva aggrappata al suo braccio, impedendogli di
reagire come avrebbe voluto, e cioè tentando di liquidarli
tutti infilzandoli con una buona dose di aghi.
— Ripeto, non c'è alcun pericolo — gracchiò Slash, e per
avvalorare la sua affermazione si mise ad accarezzare uno
dei mostriciattoli. A dire la verità, adesso Ahram provava un
certo rimorso per avere scagliato una serie di accidenti
all'indirizzo della ragazza. Anzi, era quasi tentato di credere
di aver avuto fortuna ad essere entrato per secondo, perché in
caso contrario la figuraccia sarebbe toccata a lui.
Mentre Sabi allentava la presa sul suo braccio, Ahram si
avvicinò cautamente al cyb che continuava a coccolare
quell'orrore come se fosse un gattino. Nella grotta c'erano
dieci creature indefinibili, grandi poco più di un coniglio
adulto. Purtroppo le somiglianze coi conigli finivano lì,
perché quelle cose avevano il corpo viscido e pustoloso di un
rospo gigante, mentre la testa era in tutto e per lutto quella di
un crotalo, grande in proporzione, e con la sgradevole
tendenza a tenere le fauci spalancate. Due occhi enormi, di
un rosso brillante, sembravano cercare lo sguardo della
preda, per tenerlo agganciato fino al momento dell'attacco
letale. Ahram non conosceva bene l'anatomia dei serpenti,
ma avrebbe giurato che per quelle bocche ci sarebbe
tranquillamente passata la testa di un uomo.
— Che razza di scherzo è questo? — chiese, mentre una
parte della sua mente stava valutando la possibilità di farci
passare Slash per una di quelle bocche.
— É stata un'idea di Padron Xavier — si giustificò il cyb,
facendo sparire immediatamente il sorriso. — Per tenere alla
larga i curiosi. Che io sappia, finora nessuno ha mai scoperto
il nostro ingresso privato.
— E credo che non lo scopriranno ancora per un bel pezzo
— commentò Ahram, seguendo i movimenti dell'altro.
Slash girò il mostriciattolo con la pancia all'aria,
bloccandogli la testa sotto l'ascella, quindi con i due pollici
esercitò una pressione sull'addome pulsante. Il tessuto si
lacerò senza quasi resistenza, e dalla ferita fuoriuscì un icore
denso e maleodorante al di sotto del quale s'intravedeva un
groviglio di reticoli di microcircuiti. — Vedete? — aggiunse
il cyb. — Sono del tutto innocui. Programmati per
spaventare, non per uccidere. E anche lo scheletro fa parte
della messinscena.
— Buon per te — ribatté Sabi, nel tono di chi stenta a
digerire un'offesa. — Lo sai che c'è la deportazione per chi
gioca con queste cose?
Sempre con i pollici, Slash riavvicinò i lembi della ferita
che cominciò a cicatrizzarsi molto rapidamente, quindi posò
a terra la creatura artificiale. Per alcuni istanti, tutti e tre la
osservarono "camminare" goffamente come un rospo, in
direzione dei suoi compagni. — Certo che lo so, e soprattutto
lo sa Padron Xavier. Ma... — si inarcò all'improvviso, come
se l'avessero punto.
— Che diavolo c'è? — chiese Ahram, che cominciava ad
averne abbastanza delle sue sorprese.
— Ho perso il contatto con Padron Xavier — annunciò, e
alla luce della torcia sembrava un giocattolo sul punto di
rompersi. — É aperto solo il canale ausiliario, ma il segnale
è molto debole. Adesso sta eseguendo le procedure di
emergenza, e se non ci sbrighiamo troveremo gli ingressi
bloccati.
Ahram cercò il sostegno dello sguardo di Sabi, ma la sua
alzata di spalle gli disse che l'unica cosa da fare era
rassegnarsi a seguire il piccolo cyb, dovunque intendesse
condurli.
— Non fate rumore — li ammonì nuovamente Slash, dopo
avere attraversato la fenditura. La sua torcia illuminava
parzialmente una specie di tunnel che sembrava non avere
fine. In realtà si trattava di un'intercapedine fra la parete di
roccia e la superficie "esterna" del palazzo, costituita di
grandi pannelli rettangolari di materiale plastico, imbullonati
a pesanti travature di sostegno sigillate nella roccia. Il
pavimento, largo poco più di un metro, era una semplice
passatoia di griglie di metallo inossidabile e scivoloso poiché
era coperto di una sottile patina di condensa come le pareti.
Il cyb li guidò ad una scaletta che scendeva verso la
passatoia del piano inferiore. Era fissata al bordo di
un'apertura quadrata, larga quanto bastava per pregare che la
tuta non si strappasse, ed era circondata da una protezione di
anelli d'acciaio. Un quarto d'ora dopo, Ahram aveva perso il
conto di quante aveva dovuto scenderne.
— Dobbiamo fare un tratto allo scoperto — disse Slash
alla fine, quando si fermò davanti a uno dei pannelli più
piccoli e di colore diverso che si succedevano lungo la parete
ad intervalli regolari.
Ahram si aspettava che il cyb lo aprisse attivando qualche
sofisticato meccanismo elettronico, per cui fu una sorpresa
vederlo semplicemente infilare le agili dita nella
commessura e tirare con una certa forza.
— Dobbiamo arrivare laggiù — spiegò ancora, indicando
un punto della parete interna, distante un centinaio di metri.
Dall'altra parte c'era una passatoia del tutto simile alle
precedenti che correva lungo tutto il perimetro di un locale
immenso.
Lungo il corrimano era fissata una serie di lampade che
emanavano una fluorescenza azzurrina che permeava
soffusamente l'atmosfera. Sembrava quasi di trovarsi
all'interno di uno dei giganteschi "container" orbitali per le
colture idroponiche, anche perché una cinquantina di metri
più sotto si vedevano chiaramente le sagome geometriche e
brillanti delle serre, collegate fra loro dalle grandi condutture
che alimentavano il ciclo nutrizionale delle vasche di coltura.
Probabilmente si trattava di un impianto automatizzato,
poiché in giro non si vedeva anima viva. I grandi macchinari
per la raccolta e la trasformazione dei prodotti erano
concentrati dietro le serre, e anch'essi facevano pensare a
sofisticati controlli computerizzati, proprio come sulle
colonie tecnologicamente più avanzate.
Be', non sarebbe poi tanto male, considerò Ahram, che in
quei giorni aveva ripetutamente valutato la concreta
possibilità di finire in un posto del genere per il resto della
sua vita. Purtroppo, però, le colonie con i gorilla mutati
erano ben altra cosa.
Slash faceva strada tenendosi addossato alla parete, mentre
lui e Sabi lo seguivano a passi rapidi, chinati fin quasi al
livello del corrimano. Sul quadro analitico del casco il
termometro segnava una temperatura di 3,6 centigradi,
ovviamente dovuta alla presenza delle serre. Probabilmente,
oltre i portelli che costellavano il perimetro del locale,
appena visibili come rettangoli più scuri, dovevano esserci le
aree abitate dai puristi, un labirinto di locali che a giudicare
dalla struttura del mega edificio non potevano essere molto
diversi da quelli del Calderone. Solo che faceva un po' più
freddo. Tuttavia, percorrendo per la prima volta quelle
passatoie, gli sembrò di essere proiettato all'indietro nel
tempo, in un'epoca non troppo lontana, quando era ancora un
adolescente. Komm, Clinica e Sicurezza avevano finalmente
trovato un accordo, ma dopo la ratifica del trattato si era
scatenato il malcontento delle frange estremiste dei puristi,
assolutamente contrarie alla politica della "Rigenerazione per
tutti". La cronica lentezza diplomatica non aveva fatto altro
che esasperare la situazione, al punto che tutti sembrarono
contenti quando i puristi si insediarono nelle rovine del mega
edificio, dichiarando che quella sarebbe stata la loro nuova
patria, e che non avrebbero più avuto a che fare con il
Komm, la Clinica e "tutti i corrotti innestati della Città".
Forse era stata proprio la loro esaltazione a farli
sopravvivere là dentro, potendo usufruire soltanto di scarsi
mezzi di sostentamento. Comunque, in poco più di trent'anni,
i caporioni di quei fanatici erano riusciti a dare un minimo di
spessore teorico al loro credo, che poi avevano inculcato a
forza nelle teste non troppo morbide dei loro seguaci. Ahram
aveva il sospetto che fosse stato proprio un immigrato
islandese, un certo Hendersen, a tirar fuori la bella pensata
che l'unico modo per conservare integro il proprio corpo era
quello di vivere a temperature molto al di sotto dello zero.
Quella nuova setta di puristi, circa tremila persone, era
riuscita a strappare alcune concessioni per l'utilizzazione
dell'impianto geotermico autonomo, nonché forniture di
materiale isolante e grosse quantità di idrocarburi alogenati,
grazie ai quali avevano potuto trasformare ciò che restava
del palazzo nel più grande frigorifero artificiale del mondo.
E adesso quelle persone, vecchi e bambini compresi,
vivevano isolati nei piani sotterranei ad una temperatura di
circa 20-25 gradi sotto zero, sfruttando il calore generato dai
processi di refrigerazione soltanto per risolvere tutte le
numerose e banali esigenze quotidiane. Era un po'
improbabile che fossero tanto fanatici da accettare tutte le
conseguenze di una temperatura polare, come per esempio
mangiare cibo congelato, vivere con i circuiti elettrici saltati
o usare servizi igienici e impianti idraulici perennemente
guasti. Senza contare che nessuno, presumibilmente, amava
la prospettiva di venire ritrovato a letto rigido come un pezzo
di legno. Xavier abitava da qualche parte, là sotto.
— E adesso? — chiese Sabi, e per un pelo Ahram non gli
finì addosso, poiché si era fermata all'improvviso. Non fu
facile seguire i gesti di Slash, visto che da qualche minuto la
sua epidermide aveva assunto lo stesso colore azzurrino che
dominava l'ambiente.
— Salite sulla piattaforma — ordinò in tono che tradiva
una certa urgenza, ma senza perentorietà.
— Salire dovei — domandò Ahram, guardandosi intorno.
— Sulla piattaforma — ribadì Slash, e
contemporaneamente mosse un passo oltre il bordo della
passatoia, scavalcando il corrimano. Solo quando lo vide
stare in piedi nel vuoto Ahram capì che si trattava di una
piattaforma AG priva di rivestimento. Sì, sto proprio
diventando vecchio, si disse, rimproverandosi di non essersi
accorto della leggera patina di polvere che sembrava sospesa
nell'aria, allo stesso livello della passatoia. Non gli andava
tanto giù che Sabi avesse imitato Slash senza fare storie, ma
dopo tutto lei veniva dalle colonie. Era abituata ad usare quei
trucchetti come lui adoperava gli scivoli del Calderone.
Azionata da un circuito innestato nel cervello del cyb, la
piattaforma scese per una ventina di metri, fermandosi
davanti all'imboccatura di una specie di condotto di scarico,
una tubatura di due metri di diametro che penetrava nella
roccia, inclinata di qualche grado.
— Dimmi la verità Slash — volle sapere Ahram. — Fai
sempre questa strada per andare da Xavier?
Il cyb si voltò a guardarlo. — C'è una scorciatoia —
rispose con espressione seria. — Ma per voi due sarebbe
difficile passare inosservati. Adesso saltate. La piattaforma è
staccata di mezzo metro dalla parete.
— Tante grazie — replicò Ahram, ma il sarcasmo non era
sufficiente per scrollarsi di dosso la spiacevole sensazione di
trovarsi sempre in minoranza. Comunque decise di tenere la
bocca chiusa, almeno finché non avesse avuto la possibilità
di sfogarsi con chi sapeva. Xavier poteva essere potente e
pericoloso quanto voleva, ma grazie ai corsi di
addestramento di Rigueras, conosceva due o tre cosette sui
computer che avrebbero dato del filo da torcere anche ai
maniaci di quel calibro. E se non ci lasciava la pelle, Xavier
l'avrebbe pagata eccome, sicuro come la morte.
Dieci minuti dopo erano stipati in una piccola camera
stagna, dove vennero sottoposti a una doccia sterilizzante,
dopodiché passarono in un'anticamera piuttosto ampia e
completamente vuota. Le pareti e il pavimento sembravano
di materiale plastico, morbido e spugnoso, tanto da ricordare
le camere imbottite dei manicomi che andavano ancora di
moda negli staterelli dittatoriali dell'Oceania.
Slash non si perse in convenevoli, procedendo dritto verso
la porta scorrevole che avevano di fronte. Aprì la serratura
con una sequenza di impulsi subsonici. Nello stesso tempo,
Ahram credette di udire dei tonfi provenienti dalla
conduttura.
— Gli ingressi si stanno chiudendo — spiegò il cyb. —
Padron Xavier sta prendendo le sue precauzioni. — Quindi
gli fece cenno di entrare.
Quando Ahram varcò la soglia, Slash si frappose fra lui e
Sabi. — Mi spiace signorina — disse in tono piatto. — La
prego, non si offenda. Padron Xavier desidera incontrare
solo il signor Coxie.
— E allora che diavolo sono venuta a fare fin qui? —
protestò lei, sinceramente contrariata.
— Mi spiace — ripeté il cyb, girando lievemente il capo
verso Ahram, il gesto tipicamente umano di chi non sa come
cavarsi d'impaccio senza schiacciare i sentimenti altrui.
— Sabi, per favore... — iniziò a dire, posandole una mano
sulla spalla. Ma subito riprese le distanze cercando di
analizzare razionalmente la situazione. In fondo non poteva
dirle che Xavier era un pazzo scatenato, e che andava preso
appunto per quello che era. Non quando si trovava in casa
sua, almeno. — Farei i salti di gioia se tu potessi entrare al
mio posto, credimi — disse. — Purtroppo l'ingaggio l'ha
stipulato solo con me... Che ne dici invece di guardarmi le
spalle, eh?
La ragazza scrollò la testa ed accarezzò la pistola ad aghi
che teneva alla cintura. — Al diavolo. Qui l'unica a non
poter fare ciò che vuole sono sempre io.
17

Era curioso che tutti dicessero di conoscere Xavier, mentre


non ce n'era neppure uno che l'avesse incontrato di persona.
In realtà Xavier aveva intrallazzi un po' ovunque, dai bordelli
alle società di importazione di prodotti alimentari o di alta
tecnologia. Sembrava che avesse anche le mani in pasta nelle
due compagnie spaziali che garantivano le comunicazioni
con le principali stazioni orbitali, e qualcuno giurava che
fosse l'azionista di maggioranza della GeoCom s.p.a., la
società che aveva il monopolio europeo dell'energia
geotermica. Ma lui preferiva restare nell'ombra, lasciando
che fossero alcune società anonime a curare i suoi interessi.
D'altra parte se lo poteva permettere, visto che nessuno
avrebbe avuto il coraggio di fregarlo.
Tuttavia, dall'idea che Ahram se n'era fatta in quegli anni,
Xavier non era uno squalo della finanza. A lui non
interessava il profitto né tanto meno il potere, e già questo
lasciava pochi dubbi circa la sua sanità mentale. Il profitto e
il potere avevano un senso soltanto se non erano fini a se
stessi, se venivano sfruttati all'interno di una società, ma
Xavier non aveva mai mostrato alcun interesse per i suoi
simili, guardandosi bene dal mettere il naso fuori dalla sua
tana. Probabilmente gli bastava il mondo invisibile che si era
creato dai tempi dei Disordini, portando con sé tulle le
paranoie e le contraddizioni che si erano scatenate in
quell'epoca e che, col tempo, avevano modellato la sua
personalità seguendo degli schemi mentali piuttosto contorti.
Se gli avessero chiesto di descrivere Xavier, Ahram
l'avrebbe definito un misantropo ipocondriaco e paranoico,
un tipo schivo che amava farsi i fatti suoi ma che,
paradossalmente, sembrava aver sposato la causa di un
tiepido umanesimo. Tuttavia, sapeva anche che prendendolo
per il verso sbagliato, Xavier poteva essere la persona più
pericolosa della Città e forse dell'intera regione.
— Ahram Lee Coxie, finalmente — sentì dire nell'altra
stanza, mentre Slash lo invitava ad entrare dopo avergli
posato la piccola mano sulla schiena.
La porta si richiuse alle sue spalle con un lieve sibilo, e
immediatamente i suoi sensi allertati cominciarono a
registrare una quantità di informazioni non del tutto
rassicuranti. La sala in cui era appena entrato era grande tre
volte il suo ex bilocale del Mandarino, illuminata da pannelli
a fluorescenza appesi al soffitto, mentre nella parete di fondo
c'era un'altra porta, identica a quella dell'ingresso. Negli
angoli delle pareti, disposte in senso verticale, c'erano
numerose tubature fomite di derivazioni. Un odore di
medicinali impregnava l'aria che, stando ai led del casco, si
manteneva alla temperatura costante di 22 gradi. Nella
frazione di secondo che gli occorse per registrare questi dati,
riuscì anche a provare qualcosa di molto simile alla
delusione, poiché quel locale era tutto fuorché la tana di uno
dei migliori hacker in circolazione. Più che altro sembrava
uno scomodo scantinato degli Anelli periferici ma,
ripensandoci, il senso di vuoto generato da quel locale era
sicuramente studiato fin nei minimi particolari. Forse, in un
altro momento Ahram avrebbe potuto perfino apprezzare le
sottili simmetrie dei pochi oggetti che sembravano
abbandonati in qualche punto del pavimento. Un paio di chip
apparentemente calpestati, qualche frammento di plastica
bianca, l'ape striata — artificiale al cento per cento — che
continuava a descrivere sempre la stessa ellisse sul soffitto,
alcune goccioline di condensa, indecise se cadere dal gomito
del tubo a cui stavano appese. Oppure le tracce lasciate sul
pavimento da stivaletti di gomma.
Ma non ebbe il tempo di badare ai particolari. La palpabile
desolazione che riuscivano a contenere quei cento metri cubi
di spazio non lo impressionava più di tanto, anche perché
intorno a lui c'era qualcosa di più sconcertante.
All'improvviso si era accorto di trovarsi al centro di una sorta
di pentacolo, ai vertici del quale c'erano cinque individui
spettrali.
Istintivamente mosse un passo indietro verso la porta, ma
si sentì ostacolare dal corpo del cyb. Oltre tutto, fra lui e la
porta c'era uno degli sconosciuti che gli bloccava l'unica via
di fuga.
Soltanto tre persone entravano nel suo campo visivo, e
Ahram le vide sorridere e annuire all'unisono. Erano cinque
uomini vestiti tutti allo stesso modo, con una tuta biologica
di un fastidioso blu elettrico. Dai fianchi usciva un piccolo
fascio di tubicini che si diramavano come una ragnatela sul
petto e presumibilmente sulla schiena, mentre delle
minuscole spie colorate lampeggiavano a frequenze diverse
sulla cintura. Un altro tubicino trasparente usciva dal tessuto
in prossimità del collo, per poi inserirsi nella trachea, appena
sotto il pomo d'Adamo.
Tute di sopravvivenza, pensò, notando anche che la poca
epidermide scoperta, comprese le labbra e buona parte delle
mucose, era protetta da una pellicola antibatterica.
Nessuno si era ancora deciso ad aprire bocca, per cui ebbe
il tempo di osservarli meglio, cercando di capire cosa
diavolo stesse succedendo. Quindi si girò due volte su se
stesso, lentamente, tenendo lo sguardo fisso all'altezza dei
volli. Per quanto fisicamente impossibile, il locale sembrava
saturo di vibrazioni, come se in quel momento lui fosse al
centro di un processo molto simile alla scorporizzazione
informatica.
Slash doveva aver percepito la tensione dei suoi muscoli,
perché gli si avvicinò ulteriormente per sussurrargli
qualcosa. — Tecnica OCS — disse, imitando i movimenti di
Ahram, come se volesse mantenere sempre la stessa distanza
dai cinque sconosciuti, il cui segno di vita più appariscente
era il battito delle palpebre.
Le parole del cyb furono sufficienti a riportare la
situazione sul piano della razionalità. La proiezione
olocaleidoscopica era abbastanza comune mezzo secolo
addietro, ed Ahram si ritenne fortunato di sapere vagamente
in che cosa consisteva perché, in caso contrario e nella
migliore della ipotesi, avrebbe giocato al tiro al bersaglio con
i simulacri.
A quel punto non ebbe più dubbi che i cinque individui
fossero tutti la stessa persona, e cioè quel pazzoide di Xavier.
Era un po' il vecchio trucco degli specchi su cui rimbalzava
la stessa immagine, ma questa era una versione molto più
sofisticata e sconcertante, poiché i filtri delle coordinate
sembravano dare un'interpretazione evolutiva del modello. E
l'effetto era la creazione di cinque Xavier di età diverse,
dall'adolescente al vecchio decrepito.
~ Salve Xavier — disse, agitando una mano, ma solo
quando capì che non c'era pericolo. — Bella giornata, eh? —
aggiunse, per tastargli il polso, avendo cura di girarsi in
modo che i tre Xavier che rientravano nel suo campo visivo
fossero l'adolescente, il trentenne e il cinquantenne. Non se
la sentiva di rivolgersi alle due figure più anziane, forse
perché l'avrebbero indotto ad assumere un atteggiamento più
rispettoso.
Trattenne un sorriso. Hai davvero intenzione di prendere a
pugni degli ologrammi? si disse, chiedendosi anche se
Xavier si sarebbe deciso ad aprire bocca.
— Tu la definiresti una giornata di merda — disse, con un
effetto polifonico da far rizzare i capelli. La voce sembrava
piovere da ogni parte, proveniente dall'oltretomba. Le labbra
di quei volli diversi e al tempo stesso indefinibili si erano
appena increspate, all'unisono, mentre la testa si era
lievemente piegata per dare maggiore credibilità a
quell'illusione multipla. Soltanto allora Ahram si accorse che
sul parietale destro di Xavier c'era una vistosa protuberanza
ossea, ricoperta da un lembo di epidermide sintetica che, a
giudicare dal colore e dall'eccesso di sebo, doveva essere di
pessima qualità. La protuberanza era grande come un pugno,
e lui avrebbe giurato che conteneva una serie di
microprocessori ausiliari che tenevano sotto controllo il
sistema nervoso centrale, fornendo al tempo stesso una
memoria di transito piuttosto estesa. Be', se non altro, quel
supplemento di cervello non sembrava pregiudicargli il
senso dell'umorismo.
— Vedo che tu e lo Sgorbio avete fatto amicizia — disse
in tono neutro, come se fosse una semplice constatazione.
Tuttavia non gli diede il tempo di rispondere, perché subito
aggiunse: — Francamente, voi due mi avete un po' deluso.
Per quanto riguarda lo Sgorbio posso solo fare il mea culpa,
visto che l'ho programmato io. Ma tu... Be', credevo che fossi
un tipo con le palle.
Ahram si sentì montare su tutte le furie, al punto da temere
di perdere il controllo e lasciargli due o tre implo innescate,
come ricordino. In realtà dei suoi organi genitali poteva dire
quello che voleva. Ciò che invece non sopportava erano le
accuse campate per aria, soprattutto se venivano da chi
l'aveva ingaggiato. Ma se la metti su questo tono, pensò,
sarò felice di accontentarti. — Quella donna te l'avrei
beccata già da qualche giorno — disse dopo una pausa. —
Purtroppo sono stato intralciato da un fottutissimo clown con
la faccia da imbecille. Ne sai qualcosa, per caso?
Lo Xavier multiplo non si scompose. L'unica reazione fu
un flusso di liquido più scuro che si diffuse in tutta la
ragnatela che gli ricopriva il torace. Seguirono cinque alzate
di spalle contemporanee, che per Ahram erano una risposta
insufficiente.
— No, eh? — continuò, ma questa volta il tono era
pesantemente provocatorio. — Eppure, nonostante i clown,
sono io quello che è arrivalo a un centimetro dalla donna.
Così come sono stato io a rischiare di farmi friggere il
cervello. E adesso vieni a dirmi che non ho le palle. Scusa
davvero, Xavier. Ma allora non so proprio cos'hai tu al loro
posto.
Adesso Xavier sembrava respirare più rapidamente. — Sì
— commentò, mentre le rughe sul volto del cinquantenne
sembravano ancor più marcate. — Non posso darti
completamente torto. Ma se continuo ad agire per conto
mio... É perché ho il sospetto che né tu né la Sicurezza
abbiate ancora capilo in che cosa vi siete invischiati.
— Già, perché tu invece Io sai — ribatté Ahram,
incrociando le braccia e maledicendo mentalmente la sua
tuta termica priva di tasche, perché non sapeva dove ficcare
le mani. Punzecchiare Xavier poteva essere una buona tattica
per costringerlo a parlare, ma era anche pericolosa.
Xavier scosse il capo. — Quando ti ho mandato lo Sgorbio
non avevo ancora le idee chiare — disse. — Pensavo che
Dobrowicz stesse manovrando per tagliar fuori dal mercato
le mie società. Si era messo in partecipazione con alcune
imprese alimentari per finanziare una multinazionale
dell'edilizia...
— Il progetto del centro di sdoganamento.
— Esatto. La faccenda puzzava terribilmente, anche
perché la Clinica aveva già coperto i due terzi della somma,
quasi venti milioni di ECU versati segretamente attraverso la
Shu-Wak. In questo modo la gestione del centro di
sdoganamento sarebbe stata sotto il suo controllo, e avrebbe
ricavato degli utili annui pari a dieci volte il capitale
investito.
Finalmente Ahram cominciava a vederci chiaro. La
Clinica aveva deciso di servirsi di gente come Dobrowicz
per affermarsi sul libero mercato, eludendo così l'accordo
stipulato e ratificato con il Komm. Un'affermazione
clamorosa, poiché in tal modo la Clinica sarebbe stata nelle
condizioni di estendere i suoi ricatti anche sul fronte
economico, minacciando per esempio di bloccare tutti i
prodotti provenienti dalle colonie e dalle stazioni orbitali
affiliate. Il Komm e forse buona parte dell'Europa
occidentale sarebbero stati in ginocchio ma...
— Poi, però, non se n'è fatto niente — disse, rammentando
il dossier su Dobrowicz.
— É proprio questo il punto. Non se n'è fatto niente. Il
progetto è bloccato da mesi, e adesso al posto del centro di
sdoganamento vogliono costruire una centrale di riciclaggio,
da cui la Shu-Wak sembra volersi tirare fuori. Capisci dove
voglio arrivare?
Certo che lo capisco! pensò. Hai trovato dei figli di
puttana capaci di tenerti testa. — Scommetto che non si sa
che fine ha fatto il capitale iniziale.
— Bravo — proruppe Xavier da tutte le parti. —
Cominciavo a credere di averti sopravvalutato, ma adesso
vedo che non hai perso lo smalto dei bei tempi.
Ahram inspirò profondamente, costringendo Xavier e se
stesso a una pausa forzata. — Lascia stare i bei tempi —
disse in tono sbrigativo, anche se non poteva fare a meno di
compiacersi del complimento. — Dimmi piuttosto dove sono
finiti i soldi e cosa c'entra la donna in questa faccenda.
Perché ha fatto secco Dobrowicz, Shuster e tutti gli altri?
Xavier si strinse nelle spalle, cautamente, come se avesse
paura di slogarsele. — Al diavolo se lo so. All'inizio credevo
che Dobrowicz si fosse intascato il malloppo, e che la
Clinica avesse mandato un sicario a regolare il conto. Poi è
stata la volta di Suwabata, e allora ho pensato semplicemente
che la torta se la fossero divisa equamente. Fin qui la
spiegazione era perfettamente plausibile, ma l'assassinio di
Shuster ha rimesso tutto in discussione. Il Master non aveva
mai avuto a che fare con il progetto o con gli avvoltoi che gli
giravano intorno.
Ahram cercò di fare un passo avanti nelle sue
considerazioni personali, e decise di farlo a voce alta per
ottenere delle conferme. — Devo dedurre che le vittime del
palazzo non appartenevano tutte alla stessa cricca del centro
di sdoganamento?
Le cinque teste annuirono di nuovo, lentamente. — Infatti.
A questo punto, tutto lascia credere che questa storia non sia
una semplice manovra per fregare il sottoscritto, bensì un
complotto di più vasta portata di cui la Clinica è il
burattinaio.
— Come fai ad esserne così sicuro? — chiese Ahram, più
che altro per indurlo a rivelare altri particolari, poiché gli era
difficile dare una diversa interpretazione dei fatti.
Xavier mosse le braccia al rallentatore, allargandole come
se volesse prendere per mano gli altri se stesso e fare un bel
girotondo. — Hai mai visto un killer che ti sega in due un
palazzo, o che entra ed esce indisturbato dalla clinica? No,
eh? Ebbene, io non so chi diavolo sia quella donna, ma sono
sicuro che non si tratta di una mutante. I pochi che ancora
sopravvivono non escono mai dalle loro tane nel Deserto, e
poi i loro cosiddetti poteri sono addirittura ridicoli a
confronto di ciò che quella donna riesce a fare. Comunque
ho dei dubbi che si possa parlare di "poteri" effettivi. La
nostra mente è il meccanismo più perfetto che...
— É per questo che hai ficcato il naso nella banca dati
dell'università? — chiese Ahram, affrettandosi ad
interromperlo. Xavier doveva essere uno di quei tipi che
schiattavano di gioia non appena gli si presentava l'occasione
di parlare dei misteri della mente umana. Forse obbediva ad
una sorta di legge di compensazione o, pili semplicemente,
quello era solo un modo per dare sfogo ai suoi pensieri
repressi. Comunque fosse, non aveva affatto intenzione di
sorbirsi qualche tirata sul senso della vita o sulla nobiltà
della condizione umana, meno che mai se veniva da una
mente contorta come quella di Xavier.
— Volevo soltanto assicurarmi che non avessero messo in
circolazione qualche nuovo giocattolo. La Vigilanza
Tecnologica europea non può arrivare ovunque, e non mi
stupirei se fossero proprio i nostri ricercatori ad essere
sfuggiti al suo controllo.
Ahram si produsse in una smorfia che voleva essere un
sorriso sardonico. Entrambi sapevano che la Vigilanza era
uno dei tanti ingranaggi creati per far girare il denaro, e che
quindi dimostrava la sua efficienza solo quando si trattava di
riequilibrare gli interessi delle parti. Era per questo motivo
che Xavier poteva agire indisturbato, anche se per la legge
era un criminale. Lui si guardava bene dal turbare qualsiasi
equilibrio che non fosse quello della sua mente.
— Comunque — continuò — non ho trovato nulla
neppure all'università.
— Credi che sia un vecchio cyb? — chiese.
Per la prima volta la stanza riuscì a contenere a stento una
sonora risala. — Santo cielo, no. É improbabile che da un
giorno all'altro salti fuori un modello assolutamente nuovo e
letale come questa donna. D'altra parte sento che non si tratta
di un cyb. Sono creature che fiuto a chilometri di distanza,
credimi.
— Ti aedo — commentò Ahram. — Ma questo vuol dire
che siamo ad un punto morto. Chi poteva fornirci qualche
indizio adesso si trova all'obitorio, e la donna si è
nuovamente dissolta nel nulla. forse in modo definitivo.
— Non esserne troppo sicuro — l'ammonì Xavier, tenendo
le palpebre socchiuse. — Dimentichi che il gruzzolo deve
ancora rientrare nelle tasche del legittimo proprietario. Pensi
davvero che la Clinica si accontenti di una semplice
vendetta?
Ahram fu tentato di rispondergli di sì, ma poi concentrò
l'attenzione sulle sue unghie. — Non credo che mi paghi per
aspettare che succeda qualcosa — disse, scartando
mentalmente la prospettiva di mettersi a setacciare la Città in
cerca della donna. Uno come lui correva sempre il rischio di
ficcare il naso nel quartiere sbagliato, per cui era meglio che
di questo si occupassero gli uomini di Sodano. L'altra faccia
del successo, pensò ironicamente, ma all'improvviso si
ricordò di un altro elemento che non trovava posto nello
schema. — Che cosa mi sai dire dei tizi che Slash ha
massacrato?
Xavier aggrottò cinque paia di sopracciglia. — Slash?
— Ah, sì. Volevo dire lo Sgorbio.
— Mercenari — disse l'altro, dopo una pausa di
riflessione, forse per valutare la possibilità di dare un nome
vero al suo schiavetto. — Gente assoldata da fuori, ma non
mi chiedere da chi. Non si sono serviti dei Network, per cui
non so da dove arrivino. L'impressione è che si tratti di
qualcuno a cui hai pestato i calli. Fossi in te non
drammatizzerei troppo, visto che in fondo stai sulle scatole a
un bel po' di gente.
— Io me la faccio solo con le bande di squinternati —
spiegò Ahram, tradendo un certo nervosismo, — non con le
vere organizzazioni criminali. Chi si può permettere dei
mercenari e dei campi subsonici gemelli non sono i quattro
morti di fame a cui do' fastidio, e lo sai anche tu. Forse sono
stati assoldati dalla Cinica.
Xavier scosse il capo nel solito modo prudente, — Ho
visto la registrazione dello Sgorbio. A quella donna sarebbe
bastato premere un pulsante, e tu adesso non saresti qui.
Tuttavia non l'ha fatto. Ergo, la Clinica non ce l'ha con te.
Non ancora, almeno.
Eppure quei sei figli di puttana dovevano pur essere
sbucati da qualche parte. Guy Puzza-al-Naso, Borisov, la
Frigida e gli altri taglieggiatori non sarebbero mai ricorsi a
manovalanza esterna, sia perché i mercenari costavano più di
un occhio della testa, alla lettera, sia perché erano troppo
convinti che la Città fosse la loro personale riserva di caccia,
anche se in realtà le cose stavano in modo ben diverso. Come
si diceva, un rubagalline restava pur sempre un rubagalline.
Ahram si inarcò, inspirando profondamente l'aria satura di
disinfettante o qualsiasi cosa fosse. L'incontro con Xavier gli
era utile quanto un debito di gioco, e adesso avrebbe dovuto
sbrogliarsela da solo. Non poteva neppure fare troppo
affidamento su Slash, visto che il suo padrone poteva
riprogrammarselo a piacere per cui... Be', al diavolo. C'era
pur sempre Sabi, no?
No, accidenti. Si era promesso di tenerla fuori il più
possibile da quella storia, e non gl'importava di essere
accusato di maschilismo, sciovinismo e un sacco di altre
cose con lo stesso suffisso. Alcuni errori potevano essere
fatti una volta sola nella vita, e nessuno l'avrebbe costretto a
ripeterli.
— D'accordo — disse alla fine. — Vedrò di darmi da fare.
— Poi, con il polpastrello dell'indice si deterse una goccia di
sudore che gli scivolava lungo la mandibola, fra l'epidermide
e il casco.
I tre Xavier che entravano nel suo campo visivo assunsero
un'espressione disgustata, come se fossero sul punto di
vomitare. — Ti senti bene, ragazzo? — dissero.
— Uh... Credo di sì. Perché?
— Lo Sgorbio ti medicherà la ferita. Sbrigati, prima che
s'infetti.
Ahram fece un giro completo su se stesso. Dai cinque volti
di Xavier capì che stava dicendo sul serio. — Di che ferita...
— iniziò a dire, poi s'interruppe, non appena si accorse che il
suo indice era ancora bagnato di sudore. — Ah, vuoi dire
questa ferita — aggiunse, cercando di mantenersi serio. —
Non preoccuparti, è roba da poco. É pieno di sporgenze, qua
sotto.
Xavier parve considerare attentamente le sue parole,
quindi ebbe una specie di sussulto. — Avanti, sbrigati! —
ordinò in tono perentorio. — Dopo l'infezione c'è pus,
febbre. Cancrena. E allora occorre asportare i tessuti,
drenare...
— Elli — l'interruppe, e al tempo stesso indietreggiò di un
passo, augurandosi di non combinare un disastro con i due
simulacri che aveva alle spalle. — Non ti sembra di
esagerare? — oltre tutto per una ferita che vedi soltanto tu!
— Ci vediamo, Ahram. Lo Sgorbio penserà a tutto. Sa fare
suture invisibili. Non sopporto la vista del sangue!
— Sì ma noi...
Al diavolo. L'apparecchiatura OCS si era spenta, e adesso
la stanza era desolatamente vuota, tranne che per il
fottutissimo insetto striato che per tutto il tempo aveva
descritto ellissi sul soffitto.
Chissà se anche alle api artificiali gira la testa? fu l'unica
cosa idiota che riuscì a pensare.
18

Benché da alcuni giorni cominciasse ad abituarsi all'idea


di essere un innestato a tutti gli effetti, Ahram aveva
constatato che la semplice iscrizione di una protesi artificiale
nel Libro degli Innesti non gli impediva di godere dei
"normali" piaceri della carne, almeno in senso lato. Anche
adesso, infatti, una confezione da un litro di birra riscaldata
riusciva a scacciare buona parte delle tossine che le solite
banalità della vita di relazione gli mettevano in circolo nel
sangue. Il freddo, la pioggia, le menate del prossimo e i
malumori del vice di Rigueras sembravano sfiorarlo appena.
Il segreto stava appunto nel non pensare troppo alle gambe
cigolanti, stare al caldo, e insaporire il tutto con un bel po' di
birra calda. Le condizioni diventavano poi ottimali se la birra
era gentilmente offerta da Sodano in persona.
Stava attraversando proprio uno di questi momenti magici,
con la mente sorda a quanto Sabi gli stava borbottando a
qualche metro di distanza, seduta sulla poltrona degli ospiti
nell'ufficio di Rigueras e temporaneamente occupato dal suo
amico spilungone. Comunque non sarebbe durato a lungo.
Solo uno stupido si sarebbe fatto delle illusioni in proposito.
Quando si aveva a che fare con il Dipartimento di Sicurezza
non si poteva mai parlare di quiete dopo la tempesta.
Semmai, la quiete veniva prima.
Ahram prese il cartone plasticalo di birra per gustarsi
un'altra lunga sorsata. Dalla porta spalancata dell'ufficio potè
seguire il rapido scambio di battute fra Sodano e una delle
sergenti che gli facevano da segretarie. A giudicare
dall'espressione e dai gesti della donna, doveva essere
qualcosa di più di un sergente o di una Segretaria. Anzi,
pensandoci bene, sembrava proprio di assistere a un tenero
quadretto familiare.
Scommetto che lui sta sempre sotto, pensò con un mezzo
sorriso, fra divertimento e comprensione. Poi però si affrettò
a raddrizzarsi sulla poltrona, tanto per non sembrare più
trasandato di quanto già non fosse. Sodano, oltre tutto, stava
ritornando in ufficio a passi ampi, con il grugno leggermente
sollevalo. Mentre varcava la soglia, nell'altro locale apparve
una donna in abili civili, bruna, bassa di statura e i fianchi
larghi, sproporzionati al resto del corpo. La sua espressione
tagliente faceva credere che per i prossimi dieci minuti
Sodano avrebbe avuto un caldo d'inferno.
— Ehi, chi ti ha detto di stravaccarti in quel modo? —
abbaiò, nel tono minaccioso dell'amante ferito. Poi gli si
avvicinò passando davanti a Sabi, ignorandola come se fosse
stata invisibile. — Dico — aggiunse, facendo scorrere
l'indice sulla superficie della scrivania. — Questo è fango!
Non ci avrai mica messo sopra i piedi, eh?
Ahram stava per rispondere candidamente che forse il
cartone di birra perdeva, ma Sodano aveva sbattuto la porta
con troppa violenza, tanto da lasciarla socchiusa. Così in
quel momento la sconosciuta aveva potuto infilare dentro la
testa senza bussare. — Signor Sodano? — chiese.
— Al diavolo — sussurrò fra sé. Poi, rivolgendosi alla
donna: — Ancora lei! Le ho già detto che stiamo facendo il
possibile.
La donna entrò del tutto e si chiuse la porta alle spalle.
Quindi avanzò di qualche passo, per niente intimorita. — Me
lo ripete ogni volta — disse, in un tono vagamente
sprezzante. — Comunque non sarò io la prima a cedere. La
tormenterò fino a quando non si deciderà a fare qualcosa sul
serio.
Ahram vide Sodano cambiare colore in pochi secondi.
Bianco-cadavere, rosso-offeso e alla fine grigio-malato.
Sarebbe stata una scena spassosa se non fosse stato per il
fatto che quella donna era veramente disperala. Da vicino, il
volto tradiva i segni di una sofferenza che si stava protraendo
da un tempo indefinito, ma non a causa di un malore fisico.
— Non li legge i notiziari di rete? — cercò di difendersi
Sodano, cominciando a muoversi su e giù per il tappeto. —
Come devo spiegarle che il Dipartimento è... Sì insomma, si
trova...
— Nella merda fino agli occhi — l'aiutò Ahram, alzandosi
per offrire il suo posto alla sconosciuta. Non lo faceva per
screditare del lutto il suo amico della Sicurezza, ma solo
perché le energie della donna sembravano al lumicino. —
Gradisce qualcosa da bere signora...
— Dorazzi — rispose la donna, rifiutando con un cenno
del capo.
Quindi si sedette sul bordo della poltrona di Sodano, come
se avesse una gran fretta o si sentisse terribilmente a disagio
nei panni della scocciatrice. Si passò una mano fra i capelli
neri e lisci che non le arrivavano alle spalle, poi cominciò ad
armeggiare con la chiusura dell'astuccio, forse per
l'impellente necessità di un fazzoletto, di un rapido controllo
del trucco o, più probabilmente, di una boccata di eminax.
I tempi cambiano, si ritrovò banalmente a pensare Ahram,
mentre parava l'occhiataccia di Sodano. E in questo caso è
un bene, aggiunse, non potendo fare a meno di considerare
che, tre secoli prima, le donne descritte nei romanzi avevano
l'irritante abitudine di svenire ogni cinque minuti. Sabi,
intanto, era passata dietro la poltrona su cui sedeva la donna,
e adesso attendeva premurosamente di intervenire, nel caso
ve ne fosse stato bisogno.
— Mi meraviglio di lei, Sodano — disse Ahram,
contenendo il falso stupore quanto bastava per non scadere
nel teatrale. — Non è la Sicurezza a propagandarsi come
"paladina dei cittadini"? Penso che la signora... Dorazzi
abbia tutto il diritto di essere ascoltata, non crede?
Sodano interruppe per un attimo la sua passeggiata per
l'ufficio. — Non quando si presenta al Dipartimento ogni
giorno — ribatté a labbra strette. — Ho già assegnato una
squadra al suo caso, e non vedo cos'altro potrei fare per
accontentarla. Mi creda, signora. É la procedura che
applichiamo in ogni circostanza. Non possiamo fare
eccezioni solo perché le indagini si protraggono...
— Sono quasi due mesi che mi ripete le stesse parole! —
incalzò la donna, decidendosi ad estrarre il fazzoletto, un
triangolo di tessuto rosa stropicciato con cui si tamponò il
naso con grazia tipicamente femminile. — Lo fa solo perché
mi tolga di tomo, perché non sono abbastanza ricca o
influente.
Che in pratica è la stessa cosa, aggiunse Ahram tra sé,
cominciando vagamente ad empatizzare con la donna anche
se era una perfetta sconosciuta. Quella cosa che sentiva
diffondersi per tutto il corpo non aveva niente a che vedere
con lo spirito cavalleresco né con una tendenziale debolezza
verso l'altro sesso. In realtà non sopportava le ipocrisie del
Trattato e tutti i bei discorsi teorici sulla convivenza civile.
Ormai aveva imparato che i compromessi erano inevitabili
come le necessità fisiologiche, tuttavia esistevano alcuni casi
talmente ripugnanti da risvegliare in lui il più feroce
manicheismo. Si trattava per Io più di concetti astratti di cui
il vocabolario abbondava. Logica, libertà, giustizia,
perfezione... Tutti sostantivi che, non appena li sentiva
pronunciare, poco mancava che gli si accapponasse la pelle.
Su questo terreno sapeva che non poteva esistere
compromesso. Come si fa ad essere quasi logici, liberi, giusti
o perfetti? O l'uno o l'altro, già. Aut aut. Peccato che la verità
non rientrasse nella categoria e potesse essere dispensata a
frazioni infinitesime, diluite insieme alle proprie paranoie.
Per questo adesso non poteva sopportare che Sodano
rivestisse i panni del conciliatore-a-tutti-costi, difendendosi
dietro al dito della giustizia quasi giusta.
Dopo tutto, può darsi che ci sia dell'altro lavoro per me, si
disse, cominciando a preoccuparsi di quell'inattesa analisi in
cui si era lanciata la sua mente.
— Posso sapere di che si tratta, signora? — chiese. Anche
se dava le spalle a Sodano, capì che l'altro stava per
aggredirlo verbalmente. Ma la signora Dorazzi lo anticipò in
un tono che sapeva essere autoritario in modo scoraggiante.
— Da due mesi non ho più notizie di mio marito — disse,
lanciando un'occhiata accusatoria verso Sodano, come se
fosse lui il vero colpevole. Quindi riprese, in modo più
pacato: — Petr ha sempre viaggiato molto, per motivi di
lavoro, e quando non potevo accompagnarlo, si preoccupava
sempre di chiamarmi quasi una volta al giorno. É
impensabile che in questi quattro mesi si sia dimenticato di
me, per cui non mi faccio illusioni sulla sua sorte. Forse non
ne vuole più sapere di me, o deve nascondersi da qualcuno, o
forse è... Morto. Ma in ogni caso io devo sapere che fine ha
fatto! Non mi sembra una richiesta impossibile per un
Dipartimento.
Ahram recuperò il cartone di birra ormai tiepida e lo
strinse delicatamente tra le mani. — Che lavoro fa suo
marito? — chiese, appoggiandosi alla scrivania.
— Ingegnere civile — intervenne Sodano, e l'impressione
era che volesse tagliare corto. Tuttavia, per liberarsi della
donna non sarebbe bastato assumere l'atteggiamento del
ragazzino che è stufo di sentirsi ripetere sempre la stessa
lezione. — Dirigeva i lavori di costruzione della nuova
centrale di riciclaggio, e si era stabilito in Città dall'ottobre
scorso. Poi è sparito. O almeno questo è ciò che sostengono i
suoi colleghi di cantiere e... E sua moglie.
La donna scosse il capo, seccamente. — Non avevo
bisogno del Dipartimento per saperlo — commentò in tono
caustico.
— Abbiamo fatto ben tre sopralluoghi e interrogato una
ventina di persone. Una squadra speciale ha perfino
esaminato i documenti societari per controllare che non vi
fossero irregolarità di appalti o ingaggi... Non vedo cos'altro
avremmo potuto fare.
La signora Dorazzi gonfiò il petto come se stesse per
esplodere in una violenta accusa di inefficienza, ma riuscì a
trattenersi.
— Posso vedere la documentazione? — chiese Ahram,
rivolgendosi a Sodano. Dopo l'incontro con Xavier, le parole
centrale di riciclaggio sembravano aver prodotto in lui lo
stesso effetto della sirena dell'antiaerea. Xavier aveva detto
che al posto del centro di sdoganamento stavano proprio
costruendo una centrale e, dal momento che non se ne
costruiva una tutti i giorni, era praticamente sicuro che
Dorazzi fosse una delle troppe vittime che continuavano a
saltar fuori da quel maledetto caso.
Sodano fu lì lì per dare in escandescenze, ma dopo aver
scambiato un'occhiata con Sabi finì per ingoiare il rospo e
impartire un ordine telegrafico nell'intercom.
— Posso sapere chi è lei? — chiese la donna in tono
neutro, rivolgendosi ad Ahram, cosa per cui gli fu
estremamente grato. Non aveva la minima idea di cosa
avrebbe potuto fare nell'attesa che qualcuno portasse la
documentazione. In quel momento la cosa più salutare era
far tenere il becco chiuso a Sodano.
— Le sembrerà incredibile, ma sono un agente della
Sicurezza — disse, accompagnando le parole con un sorriso
comprensivo, deciso a correre il rischio che qualcuno potesse
scambiarlo per un benefattore dell'umanità. — Squadra
speciale, esperto in mimetizzazione.
Alle spalle della donna Sabi scosse il capo, e soltanto
allora la ragazza sembrò scrollarsi di dosso buona parte
dell'imbarazzo che sembrava perfino appiccicarsi alle pareti
dell'ufficio. A quanto pareva, loro due appartenevano ancora
a quella categoria di persone che ancora non ne erano
immuni.
— Suo marito ha mai avuto rapporti con la Shu-Wak?
La signora Dorazzi si strinse nelle spalle. — Non so
neppure che cosa sia. D'altra parte, Petr non mi diceva gran
che del suo lavoro. Aveva un contratto decennale con la
Delfsen neoprussiana, il rapporto dovrebbe scadere fra due
anni. Dal Giappone ci siamo trasferiti a Sumatra, sei mesi in
tutto, e dopo alcune settimane di ferie a casa, nel Caucaso,
lui ha dovuto venire qui per questo nuovo lavoro. Dopo due
mesi senza sue notizie ho deciso di venire a cercarlo...
Ahram le voltò le spalle e si allontanò di qualche passo per
bere un altro po' di birra. Quando tornò a rivolgersi alla
donna non era ancora riuscito a cancellare la smorfia
disgustata che gli provocava la birra tiepida. Meglio bollente
o ghiacciata. Anche per le bevande, come per gli alti ideali,
odiava le mezze misure. — Mi scusi se glielo chiedo —
riprese con un certo disagio. — Non ha pensato che potrebbe
esserci un'altra persona... Affettivamente intendo?
Tuttavia la risposta della Dorazzi non lasciava dubbi.
Anche lei, come la moglie di Shuster, sembrava aver trovato
l'uomo ideale. Premuroso, amorevole, e soprattutto fedele.
Questa Città sta diventando irriconoscibile, pensò, ma
non perché essere fedeli fosse di per sé una qualità
infamante, e neppure perché era costretto ad ammettere
l'esistenza di sentimenti tuttora capaci di deformare in
meglio la realtà. No, semplicemente, non riusciva a
sopportare l'evidenza dei fatti, e cioè che lui si era lasciato
sfuggire l'unica occasione della sua vita che gli avrebbe
permesso di nutrire e coltivare quei sentimenti. Se solo quel
fottuto portello la smettesse di aprirsi continuamente, si
trovò a pensare. Ma forse è giusto così. In fondo, le
punizioni peggiori sono quelle che noi stessi ci infliggiamo.
Poi, fortunatamente, l'amichetta di Sodano arrivò con la
documentazione, una custodia per minicubi che depositò in
mano all'amante con la stessa gentilezza di una iena, dopo di
che sparì nell'altro ufficio senza una parola.
Sodano restò interdetto per qualche attimo, giusto il tempo
perché Ahram potesse impossessarsi del minicubo senza
dover ricorrere alle solite preghiere. Quindi lo inserì nel
lettore e cominciò a scorrere le varie pagine.
— Ebbene, grande genio? — l'incalzò Sodano qualche
minuto dopo, in tono sarcastico.
— Ehi — ribatté Ahram, mentre Sabi era passata al suo
fianco, ritrovandosi in mano il cartone di birra. — Chi è
questo Bernie Saumakos? Qui dice che l'avete tenuto al
fresco per tre giorni.
— É il supervisore dei lavori al cantiere — spiegò Sodano.
— É stata l'ultima persona a vedere Dorazzi. L'abbiamo
tenuto in stato di arresto perché sospettavamo che ci stesse
prendendo per i fondelli, rifilandoci un sacco di idiozie.
— Per esempio?
— Be', che aveva visto sparire Dorazzi, letteralmente, e
che in cantiere accadevano strani fatti. Stregoneria e roba del
genere. Tuttavia siamo stati costretti a rilasciarlo quando ci
siamo resi conto della sua buona fede. Sembrava che
credesse veramente a ciò che diceva, e i periti non hanno
esitato a definirlo un tipico caso di confabulazione.
Un altro pazzo scatenato, pensò Ahram, sempre più
convinto che la stabilità sociale si identificasse ormai nella
frenetica evoluzione degli equilibri fra gruppi, ciascuno
etichettato con una più o meno precisa alterazione mentale.
— Nota niente in questa immagine? — chiese, scostandosi
dal video per far posto a Sodano.
— Che cosa dovrei notare? — rispose l'altro. — É un
pozzo di scavo. Dove questo Saumakos dice che è sparito
Dorazzi.
— E questa roba che cos'è?
Sodano allargò le braccia, un gesto appena accennato di
spazientimento. — I tecnici la chiamano interfaccia delle
tenie. Serve a collegare le sonde e le trivelle al computer,
perché?
— Quindi questi cavi dovrebbero essere le tenie —
dedusse Ahram, premendo l'indice sullo schermo, lasciando
un'impronta che Sodano sembrò non gradire.
— Esatto. E adesso, se vuoi avere la compiacenza di
spiegarmi...
Ahram trasse un sospiro. — Signora — disse, ignorando le
proteste di Sodano. Si voltò verso la donna che era ancora in
bilico sull'orlo della poltrona e le si avvicinò lentamente,
quasi con riluttanza. Odiava quello che stava per dire, anche
perché negli ultimi giorni cominciava a credere di essersi
trasformato in un uccello del malaugurio. Tuttavia, la signora
Dorazzi pretendeva delle risposte.
— Temo che non ci sia più molto da fare, per suo marito
— ammise, augurandosi che almeno Sabi intervenisse per
darle un po' di conforto.
La donna lo scrutò con una strana espressione, una via di
mezzo fra lo sconcerto e l'incredulità. Poi chinò la testa, e i
capelli le scesero sulla fronte nascondendole il volto. —
Cosa... Cosa glielo fa pensare? — chiese, e Ahram indovinò
che aveva cercato di trattenere un singhiozzo. Finalmente
Sabi si decise a stringere delicatamente le spalle della donna
e a sussurrarle qualcosa di incomprensibile all'orecchio.
Con un gesto eloquente della mano fece segno a Sodano di
non immischiarsi, quindi riprese: — Purtroppo non ho
nessuna prova. L'avrò solo quando avrò scoperto il colpevole
— E forse neppure allora.
— Mio marito è stato... Assassinato? — La signora
Dorazzi alzò lo sguardo per fissarlo negli occhi.
Dapprima Ahram si limitò ad annuire, lentamente. Poi,
temendo che la donna potesse scoppiare in lacrime aggiunse:
— Se vuole veramente ottenere giustizia, allora mi lasci
ancora qualche giorno di tempo. Le prometto che troverò i
responsabili della scomparsa di suo marito.
— Ma io voglio sapere... — protestò, ma era soltanto un
accenno poco convinto, soffocato dal dolore.
— La prego — insisté Ahram, prendendola per un braccio
e invitandola ad alzarsi in piedi. — Ritorni fra una decina di
giorni e chieda di Ahram Lee Coxie. Le giuro che le porterò
tutte le prove che vuole, ma adesso è meglio che tomi a casa
o in albergo. Qui sarebbe solo d'intralcio. Conosce qualcuno,
in Città?
La signora Dorazzi accettò l'aiuto di Sabi e mosse qualche
passo verso la porla. — Sono qui con mia figlia — lo
rassicurò. — Non si preoccupi per me, so badare a me stessa.
E quando la donna fu uscita, Sodano scatenò il suo
prevedibile attacco. — Posso almeno sapere cosa significa
questa storia? Sei forse impazzito?
Probabilmente pensava che Ahram ne avesse inventata
una delle sue, tanto per togliersi di tomo la moglie di
Dorazzi. Una spacconata che avrebbe finito per ritorcersi
contro il segretario del Dipartimento, quando di lì a dicci
giorni avrebbe dovuto sfoderare la sua pili credibile
espressione mortificata per spiegare alla donna che erano al
punto di partenza. Ma se era questo ciò che credeva be'...
Allora si sbagliava.
— Penso proprio che andrai all'inferno, Ahram —
commentò Sabi, rientrando dopo aver accompagnato la
Dorazzi all'uscita. — Non credo di aver mai conosciuto un
bugiardo del tuo calibro.
Ahram tornò dietro la scrivania per recuperare il cartone di
birra. L'osservò per qualche istante, valutando se valesse
davvero la pena finire quella brodaglia, poi decise di avere la
bocca già troppo amara per farlo. — É davvero commovente
vedere quanta fiducia nutrite nei miei confronti — disse.
— Già — incalzò Sabi. — E io voglio proprio vedere cosa
racconterai a quella donna. Penso che abbia già sofferto
abbastanza anche se non ti ci mettevi di mezzo tu.
— Adesso smettetela tutti e due! — esplose Sodano. —
Mi hanno già chiamato due volte dall'Esecutivo — aggiunse,
battendosi l'orecchio destro con un dito per indicare
l'auricolare sintonizzato sulla linea riservata. — E io sono
ancora qui a sentire le vostre storie. Non so che diavolo hai
in mente, Ahram, ma sarebbe un grande sollievo se ti
togliessi definitivamente dai piedi.
— Bella riconoscenza — rispose. — Può venire a dare
un'occhiata all'immagine di prima?
Sodano lo squadrò come se stesse subodorando un
tranello, ma alla fine decise di dargli retta. — Cosa dovrei
vedere? — chiese con sufficienza.
— Questo. Stando alla testimonianza di Bernie Saumakos,
Dorazzi è scomparso in questo pozzo.
Sodano annuì con un grugnito.
— E queste invece sono le tenie, vero?
— Sì, al diavolo! Sono le tenie, e allora?
Ahram girò la testa di qualche grado per cercare lo
sguardo dell'altro. — Non le ricordano niente?
Sodano alzò le spalle, quindi sbuffò come se si stesse
iperventilando. — No.
— É strano. A me hanno fatto subito pensare a Shuster
segato in due.
19

La tranquillità dei due giorni seguenti era un motivo più


che sufficiente per preoccuparsi. Per ben due volte Ahram
potè rientrare nel bunker di Brahim alle sei del mattino e
risvegliarsi dodici ore dopo, praticamente senza mai vedere
la luce del giorno. Era un fatto assolutamente straordinario
negli ultimi tempi. Anzi, non ricordava neppure quando
fosse stata l'ultima volta che aveva regalato al suo corpo un
così lungo periodo di sballo. Tuttavia, doveva ammettere che
non provava lo stesso intenso piacere da cui solitamente si
sentiva pervadere. Eppure il rituale era sempre lo stesso.
Imbottirsi di pillole e birra calda, martoriarsi i timpani con
un po' di musica, lanciarsi in interminabili sproloqui con la
cricca del Mombasa e, soprattutto, impegnarsi con grande
abnegazione al Sonno-del-Macigno. Fra l'altro, Slash e il suo
degno padrone sembravano volersi dedicare esclusivamente
agli affari propri, mentre Sabi gli si era scollata di dosso
perché intendeva dare un'occhiata negli scantinati delle
memorie dei Network. Insomma, avrebbero dovuto essere 48
ore di paradiso, ma in realtà lui le stava vivendo in una sorta
di limbo. E la differenza fra limbo e paradiso era che nel
primo si continuava a vivere con i nervi tesi, come se ci
fosse sempre il ladro sotto il letto o l'amante nell'armadio.
Be', certamente non era una situazione nuova, visto che da
quando si era esiliato nel Calderone si era inimicato una
nutrita serie di mezze tacche della malavita cittadina. Ma era
una situazione a cui si era perfettamente adattato, al punto
che poteva girare per le strade senza comportarsi o, peggio
ancora, senza sentirsi come un animale braccato. Stava
attento, certo, ma era un po' come prendere il brevetto di
guida per gli elimobili. All'inizio sembrava sempre che da un
momento all'altro andavi a schiantarti contro qualsiasi cosa,
per cui azionavi i comandi con gli occhi fuori dalle orbite e
con le mani che stringevano la cloche come se si trattasse
delle coma del Minotauro. Col tempo, poi, cominciavi ad
ascoltare musica, bere, prendere pillole e così via. C'era
anche qualcuno che riusciva a fare l'amore in elimobile e, per
quanto fosse un pilota poco affidabile, aveva ancora la pelle
intatta.
Già. Peccato che la situazione in cui lui si trovava
invischiato era piuttosto diversa dallo scopare in elimobile o
dal sentirsi perseguitato dalla schiera di morti di fame,
innestati o puristi che fossero. Sentirsi uno dei bersagli
privilegiati di una cospirazione ad alto livello non era una
cosa di cui andare fieri. Adesso non bastava più stare all'erta
perché ci poteva essere il tipo che saltava fuori da dietro
l'angolo, per rubarti le protesi o aprirti la pancia per vedere
cosa c'era rimasto di utilizzabile. Da quelli ci si poteva pur
sempre difendere. No, qui sembrava essersi innescato un
meccanismo fottutamente complesso e che non guardava in
faccia a nessuno. Ma chi l'aveva messo in moto? E a quale
scopo?
La scomparsa di Dorazzi non lasciava molti dubbi sul fatto
che la Clinica ci fosse dentro fino al collo. Lo stesso
inspiegabile fenomeno che si era verificato ovunque la
prostituta avesse mietuto vittime si era abbattuto anche
sull'ingegnere. L'aveva tolto dalla circolazione proprio nel
luogo dove avrebbe dovuto sorgere il famigerato centro di
sdoganamento. Molto prima che Dobrowicz, Shuster e
l'allegra compagnia venissero fatti a pezzi. Premeditazione o
incidente di percorso?
Al diavolo. L'unica cosa che sperava era che le indagini
non si concludessero con un suo incidente. Sempre poi che si
potesse arrivare a una conclusione.
Comunque decise di fare il possibile per tenere la mente
sgombra da quei pensieri. Arrovellarsi troppo sui problemi
faceva male alla salute, e la sua era già abbastanza
compromessa. Così quel tardo pomeriggio lasciò il bunker di
Brahim con l'intenzione di trascorrere un'altra nottata
mondana al Mombasa, non prima di aver appesantito lo
stomaco con una buona dose di pillole. Avrebbero dovuto
togliergli quella maledetta pigmentazione verde lasciatagli
dal tetra, ma purtroppo avevano lo stesso effetto medicinale
dell'acqua distillata. Potenza della suggestione.
Quando entrò nel locale provò una certa delusione nel
vedere il seminterrato quasi deserto e silenzioso, con l'aria
che sapeva innaturalmente di fresco, dal profumo molto
simile alla lozione per capelli. Inoltre, le coppie acquatiche
con le loro performance di sesso dal vivo dovevano ancora
entrare in azione. Non che ci tenesse in modo particolare.
Anzi, dopo un po' era uno spettacolo abbastanza noioso e
perfino irritante se si aveva la luna storta. Solo che adesso
era una mancanza che accentuava l'atmosfera di mortorio.
Così imparo ad arrivare troppo presto, si disse, mentre
ritornava sulle scale con il giubbotto grondante di pioggia.
Forse era meglio passare un'oretta su al ventesimo piano,
l'ultimo, dove c'era una bella veranda riscaldata che ti
permetteva di contemplare la Città. Non era gran che come
panorama, ma trovava che c'era sempre un certo fascino
nell'osservare un grande agglomerato urbano investito dalle
intemperie notturne. Anche questo era uno spettacolo, e per
giunta notevole. Non era roba da poco riuscire ad azzittire
per qualche ora o per qualche giorno una città di quelle
dimensioni, ma la pioggia e la neve sembravano le uniche
cose in grado di farlo. Era un magro riscatto della natura, ma
era meglio di niente.
Si accomodò su un divanetto a meno di due metri dalla
grande vetrata che si affacciava ad ovest, e vi sprofondò
come se fosse fatto di spugna di mare.
Parecchi metri più in basso la Città era una larga macchia
che l'illuminazione artificiale rendeva azzurrina e spettrale,
gravata da una cappa di nubi nere che sembravano avere la
stessa consistenza del cemento, uno strato compatto che
avanzava nell'atmosfera come carta vetrata, mosso da un
vento che colpiva con folate violente, tanto che gli scrosci di
pioggia si abbattevano sul cristallo con un'inclinazione
minima, come una mitragliata di frammenti liquidi.
Se concentrava lo sguardo oltre la barriera trasparente,
opacizzata dall'acqua che colava lungo la superficie esterna,
poteva intravedere una sagoma più brillante delle altre. Da
quella distanza era poco più grande del boccale di birra che
la solita cameriera pettoruta gli aveva messo davanti.
L'edificio era avvolto da una sorta di corona luminosa sulla
sommità piatta, evidenziandone la forma geometrica della
parte superiore.
Non riusciva ancora a credere che quella, molti anni
prima, era stata la sua casa. E adesso era altrettanto strano
pensare che la Clinica volesse richiamarlo a sé, ad ogni
costo, come se volesse sostituirsi ai suoi veri genitori che
teneva ancora intrappolati là dentro. Togliti dalla testa la
storiella del figliol prodigo, si disse, accarezzando il boccale
dopo una lunga sorsata di birra. Sei una maledetta puttana,
peggiore di quella che stai mandando in giro qua fuori.
Perché non mi togli il blocco mentale e non mi lasci ficcare
il naso nelle tue faccende? Per caso non avrai paura di me o
di ciò che potrei ricordare?
Scosse il capo. Poi quel pensiero gli strappò un sorriso.
No, la Clinica non aveva paura di nessuno. Una casta
chiusa e impenetrabile come quella dei Medici era
indifferente alle minacce esterne. Anzi, dal giorno della sua
costituzione, 49 anni prima, era lei a minacciare con la sua
sola presenza tutto ciò che le gravitava attorno, benché poi,
in pratica, i rapporti con l'esterno si riducevano a qualcosa di
molto simile all'amore-odio. Come si poteva propagandare la
"Rigenerazione per tutti" senza scendere a patti con la
Clinica e subire il suo monopolio?
Un modo ci sarebbe, rifletté. Basterebbe fregarle il
segreto della rigenerazione cerebrale e attrezzare gli
ospedali comunali di tutto il mondo.
Ma era pura utopia.
— Accidenti, che faccia! — si sentì dire alla sua destra,
mentre qualcuno si sedeva nell'altro angolo del divanetto.
Sabi si era tolta l'impermeabile e il cappello a tesa larga,
sfoggiando un completo carminio piuttosto attillato. Un
piccolo scialle nero le avvolgeva le spalle, ma non
abbastanza per coprirle il vertice della scollatura che
s'insinuava fra i seni. Da quando si erano lasciali aveva avuto
il tempo anche per darsi una ritoccata ai capelli, perché
adesso non erano più lunghi di un centimetro e di un bianco
quasi latteo, brillante. Sembrava proprio che si fosse tirata a
lucido per far colpo su qualcuno.
— Che diavolo ti sei fatta? — chiese, accorgendosi in
ritardo che quella era l'unica frase che una donna non volesse
sentirsi dire.
Tuttavia Sabi sorrise. — Ogni tanto cerco di curare il mio
aspetto — disse. — A differenza di altri — aggiunse, ma la
frecciata non andò a segno. — E poi i capelli corti danno
meno fastidio quando indossi il casco.
— Giusto. Come sapevi che ero qui?
— Tu sei uguale a Brahim e agli altri due — disse Sabi, in
un tono di rimprovero che suonava falso. — A partire da una
certa ora il Mombasa diventa casa vostra.
— Be', spero che non ti secchi. Hai scoperto qualcosa?
— Mmm. Vedi, ciò che mi secca è che non ti passa
nemmeno per la testa che io possa essere qui soltanto per
fare quattro chiacchiere. Continui a pensare agli affari tuoi,
alle indagini e a chissà quante altre sciocchezze, mentre gli
esseri umani che ti stanno attorno gradirebbero un minimo di
attenzione da parte tua. Per esempio mi aspettavo che tu mi
offrissi almeno da bere.
Ahram piegò un angolo della bocca, accusando il colpo. In
effetti non si era mai considerato un tipo attento alle
convenzioni sociali, e non gli sarebbe sembrato strano se
Sabi si fosse seduta e gli avesse chiesto esplicitamente di
offrirle da bere, senza rispettare i tempi e le regole richieste
dal galateo. Come avrebbero fatto due commilitoni,
insomma. — Ti va una birra? — propose, e nell'attimo in cui
pronunciò l'ultima parola capì di avere fatto un altro sbaglio.
Dannazione, quella aveva tutta l'aria di essere una serata
storta.
— Meglio se calda, come la bevono i minatori dello
spazio. Possibile che non ti venga in mente nient'altro?
Su questo era sicuro di non deluderla.
— D'accordo — disse, digitando l'ordinazione. — Per
farmi perdonare ti offrirò del vero idros importato.
Sabi rise. — Ci sono dei modi più gentili per dirlo,
comunque andrà meglio della birra. Hai visto che razza di
tempo? — aggiunse, cambiando discorso.
— Il satellite dice che ne avremo per una settimana —
rispose lui. — Meno male che la nostra amica ha smesso di
farci correre.
Sabi lasciò che la cameriera posasse il calice sul tavolino,
poi studiò il liquido per alcuni secondi, ma era evidente che i
suoi pensieri erano altrove. — Vorrei sbagliarmi, ma ho la
netta sensazione che il peggio debba ancora arrivare.
— Magnifico! — esclamò con sarcasmo. — Non bastava
il sottoscritto a far da iettatore!
— Finiscila, Ahram — lo rimproverò lei, nel tipico
atteggiamento di chi si ostina a voler correggere
l'incorreggibile. — Sto parlando seriamente.
Ahram annuì con il boccale alle labbra, ma riuscì a non
rovesciarsi addosso neppure una goccia di birra. —
D'accordo — concesse, assumendo un'espressione assorta
che sconfinava nel grottesco. — Ora sono serissimo. Posso
sapere a cos'è dovuto tutto questo pessimismo?
Sabi scrollò le spalle. — Non so spiegarmelo neanch'io —
disse. — É soltanto una sensazione, ma quando penso a ciò
che è accaduto negli ultimi giorni... É come ci fosse qualcosa
di sbagliato, capisci? Com'è possibile che la Clinica si lasci
dietro una ventina di morti, solo per recuperare qualche
milione di ECU?
— C'è gente che farebbe una strage per qualche cornea.
— Ma non la Clinica. In passato ha sempre preferito
perdere somme ingenti pur di evitare un conflitto diretto con
il Comune. Tuttavia adesso sembra aver accantonato ogni
atteggiamento prudente o quanto meno ambiguo, e tutto per
un centro di sdoganamento. Non ti sembra un po' troppo
strano?
Con l'indice umido, Ahram continuò ad unire fra loro i
cerchi che il boccale aveva lasciato sul tavolino. — É ancora
più strano che qualcuno sia riuscito a far bocciare il progetto
in sede di Esecutivo — disse con una certa sufficienza.
Tuttavia, per quanto gli seccasse ammetterlo, Sabi aveva
ragione. Fino a quel momento i pezzi del mosaico
combaciavano perfettamente, ma aveva l'impressione che il
quadro risultante fosse una semplice crosta. La vera
immagine era sepolta sotto lo strato superficiale, e se non si
stava più che attenti, nel rimuoverlo c'era il rischio di
rovinare tutto. Magari lasciandoci la pelle.
E poi, secondo lui, al mosaico mancava ancora qualche
pezzo. Rigueras era sparito dalla circolazione con un
tempismo perfetto, lasciando Sodano nelle peste. Il fatto che
ora non fosse tecnicamente possibile comunicare con lui era
una menzogna bella e buona, ci avrebbe scommesso le
gambe. La verità era che Rigueras non voleva essere
reperibile per qualche fottutissimo motivo.
Ma era difficile credere che uno come lui fosse coinvolto
in quella storia. E allora perché si era comportato in quel
modo? E che male aveva fatto il povero Coxie perché lo
tirassero per i capelli in mezzo a quel casino generale?
— Xavier è convinto che per risolvere il caso basterà
ritrovare il denaro — disse alla fine.
— Lo dici come se fosse un'idiozia.
— Più o meno. Xavier si lascia troppo condizionare dalla
parte analitica del suo cervello artificiale. Non è abituato ad
interpretare la realtà come una fitta rete di rapporti di potere,
ed è per questo che tende a semplificare tutto sotto il profilo
quantitativo. Più hai denaro e più riesci a procurartene.
Perciò, secondo lui, per ristabilire il giusto equilibrio basterà
che la Clinica tomi in possesso dei suoi soldi e tutto
continuerà come prima. A lui non frega niente degli omicidi,
di chi li ha commessi o di chi li ha commissionati. Va tutto
bene, purché a qualcuno non venga in mente di minacciare la
sua privacy.
Sabi non replicò. La sua attenzione sembrava convergere
esclusivamente sulle striature biancastre prodotte dall'idros
quando lo si agitava nel bicchiere. Quindi si sistemò meglio
lo scialle, scoprendo qualche altro centimetro di pelle.
— Sodano mi ha detto qualcosa del modo in cui ti ha
ingaggiato — disse, sollevando di nuovo lo sguardo. Il tono
era esitante, come se volesse scegliere le parole adatte per
dirgli qualcosa di scomodo.
— Be', non è il caso di compatirmi — commentò Ahram,
liquidando il problema con un eloquente gesto della mano.
— É un tipo pignolo fino all'esasperazione, ma in fondo è un
buon diavolo. Dopo tutto non è colpa mia se non ci troviamo
dalla stessa parte.
— Io mi riferivo a qualcos'altro — precisò Sabi. —
Sodano mi ha parlato della raccomandazione di Rigueras e
del tuo particolare curriculum...
— Chiamalo pure fedina penale — l'interruppe Ahram,
senza capire se l'orgoglio con cui aveva pronunciato quella
frase era solo un modo per giocare in contropiede.
— E va bene, della tua fedina penale — concesse. —
Continua pure a scherzare, Ahram, ma io credo che tu sia
veramente in pericolo. Zitto, non interrompermi! Voglio
proprio vedere come reagirai quando Sodano verrà a dirti
che in questa fedina penale qualcuno ci ha ficcato il naso!
Ahram la squadrò con un'espressione perplessa, incerto se
lei stesse dicendo sul serio, o se lo faceva solo per
vendicarsi. — Che diavolo vuoi dire?
La ragazza si strinse nelle spalle. — Né più né meno
quello che ho detto. Alcuni giorni fa Sodano si è accorto che
qualcuno si è intrufolato nella copia del tuo file, quella che
Rigueras gli aveva inviato. Probabilmente è accaduto quando
lui stesso ha voluto rivedersi qualcosa sul tuo conto...
Per un istante il boccale, il tavolino, il tappeto e perfino il
divanetto su cui era seduto sembravano essersi spostati di
qualche centimetro, per poi tornare nella posizione iniziale.
— Sei sicura? chiese, ancora incredulo.
— Me l'ha detto lui — confermò.
Merda, imprecò tra sé, non appena comprese che non
poteva essere stato Xavier, perché le informazioni sul suo
conto se le era già procurate da un pezzo per altre vie. Cosa
diavolo c'era di tanto pericoloso nel suo profilo personale?
Forse era stato qualcuno... Qualche deficiente che
s'intendeva di computer come lui era esperto di pesca
subacquea. Ma anche se fosse, la domanda era sempre la
stessa. Perché?
— Sarà — continuò la ragazza, — ma se davvero c'è dietro
la Clinica... Allora non vorrei proprio essere nei tuoi panni.
Ahram trasse un sospiro. Si passò una mano sul volto
come per cancellare l'improvvisa sensazione di stanchezza
che sembrava trasudare da ogni poro, quindi digitò un'altra
ordinazione. — Hanno rintracciato il programma-killer? —
chiese, anche se intuiva la risposta.
Sabi scosse il capo. Sembrava sinceramente dispiaciuta,
come se fosse tutta colpa sua. — Si è autodistrutto. I tecnici
del Dipartimento sono riusciti a ricostruire una parte del suo
percorso, risalendo fino al Nodo di Singapore. Ma una volta
lì, è stato poi impossibile stabilire da dove fosse entrato.
— Me lo aspettavo. — Non poteva essere diversamente.
Tutti i fottutissimi hacker usavano il Nodo di Singapore
come canale preferenziale proprio per quel motivo. Il blocco
asiatico vantava la legislazione più permissiva in materia di
Network, e le autorità erano sempre disposte a tenere gli
occhi chiusi se questo voleva dire poter attingere
illegalmente ai flussi di dati stranieri. Anche chi aveva
minacciato Shuster si era servito dello stesso nodo.
— E adesso cosa intendi fare?
— Io? — rispose Ahram, con un candore un po' troppo
forzato per essere vero. — Che diavolo vuoi che faccia?
Aspetto e basta. Un caricatore di implo dovrebbe essere
sufficiente per tirarmi fuori dai guai. — Naturalmente
sapevano tutti e due che quella era un'altra delle sue sparate,
ma Sabi preferì evitare commenti. — Tu, piuttosto, faresti
meglio a girarmi alla larga. Ciò che è accaduto in quel vicolo
dovrebbe averti insegnato qualcosa.
— Ne abbiamo già discusso una volta — disse Sabi, in
tono che non ammetteva repliche. — Lavoriamo in coppia,
non dimenticarlo.
Uno scroscio più violento degli altri impattò contro il
cristallo, e per alcuni secondi l'immagine della Città si
deformò dietro il sottile strato d'acqua che colava verso la
commessura del davanzale. É tutto maledettamente ridicolo,
pensò, fissando il panorama oltre la vetrata, ma senza
realmente vederlo. Adesso, davanti a lui, era riapparso il
portello metallico che si apriva senza rumore, descrivendo
un breve arco che ormai conosceva millimetro dopo
millimetro. Sapeva già a che punto si sarebbe fermato,
esattamente quando la lama di luce che si stagliava contro la
parete avrebbe investito la scaletta che aveva alle spalle. Poi
nella sua mente riecheggiò il sordo scricchiolio di qualcosa
che veniva spostato dall'altra parte, soffocato dal rumore del
suo respiro ansante all'interno del casco. Gli auricolari
tacevano. I led erano fuori uso. Le batterie del disgregatore
molecolare che imbracciava emettevano un ronzio fastidioso.
Rivide la sua gamba sinistra piegarsi, muovere un passo
verso il portello.
No, Ahram! No! esplose nella sua mente, con una voce che
non era la sua. Ma ormai era già entrato.

— Ehi, non si salutano più gli amici? — sentì dire dietro


di sé, e fu come rituffarsi nel presente, passando da una
situazione spiacevole a un'altra.
— Ciao, Brahim — disse, torcendo la testa per guardarlo.
Il giubbotto che indossava sopra la tunica appesantita dalla
pioggia gli dava un aspetto addirittura comico, ed era un
peccato che lui non fosse dell'umore giusto per mettersi a
ridere. — Come mai così presto?
Brahim aggirò il divano per andare a sedersi di fronte a
lui, facendo schizzare gocce da tutte le parti. — Dovevo fare
una consegna a Maurice — spiegò, mentre attorno agli
stivaletti si allargavano due piccole pozze d'acqua. — Vedo
che te la sei sbrigata in fretta con Fleury e Screw. Mi spiace
di non aver fatto in tempo.
Ahram cadde dalle nuvole, e neppure l'espressione neutra
di Sabi parve offrirgli una spiegazione. — Di che stai
parlando? Cos'è questa storia di Fleury e Screw?
Brahim intercettò la cameriera con l'ordinazione e le
sottrasse il boccale destinato ad Ahram, quindi bevve
avidamente una lunga sorsata, come se stesse morendo di
sete. — Non avrai mica preso le pillole tutte in una volta, eh?
— chiese, sedendosi e soffocando a stento un rutto. — Hai
dato appuntamento a tutti e tre per le cinque, al Brutto
Incontro, lo dovevo ancora consegnare della roba in giro,
così ho mandato avanti loro due. Speravo di fare in tempo,
ma come vedi ho finito soltanto adesso.
— Io non ho dato appuntamento a nessuno — affermò
Ahram, sforzandosi di parlare a voce bassa, perché era
vagamente consapevole della gente che cominciava ad
affollare il locale.
Brahim non dava l'impressione di sentirsi preso in giro.
Forse anche lui aveva il sospetto che le cose non stessero
andando per il verso giusto. — Ecco — disse. Dopo essersi
frugato nelle tasche, porse ad Ahram un foglietto spiegazzato
e sudicio. — Questo l'ha stampato il mio terminale mentre
ero fuori, verso le due del pomeriggio.
— "B-F-S: ore 5. Brutto Incontro Toilette. La Balia" —
lesse Ahram a voce appena più alta. — Io non ho mai scritto
questa roba. Fleury e Screw ci sono andati?
Brahim annuì, finendo la birra. — Be', li ho mandati io —
ammise, pronunciando quella frase come se fosse una
confessione. — Lo stile è il tuo, e poi in Città sei il solo che
si firma con quel cavolo di nome. Merda, se non sei stato tu,
allora chi l'ha scritto?
Ahram balzò in piedi di scatto. — Ci penseremo dopo —
disse, infilandosi in fretta il giubbotto umido. — Adesso
l'unica cosa che mi preoccupa sono quei due. Sei armato?
Brahim si sollevò pesantemente dal divanetto e lo squadrò
con aria interrogativa. — É seria fino a questo punto?
— Prega di no — disse Ahram, ma la vocina che sentiva
dentro di sé gli stava sussurrando cose che gli davano la
nausea. — Sei armato? — ripeté in tono urgente.
— Io... — s'intromise Sabi, mentre l'altro mostrava
l'impugnatura di un piccolo storditore che teneva sotto la
tunica.
Ahram l'azzittì bruscamente. — Tu le ne resti qui buona
buona, capito? Non provare a seguirci o te ne pentirai.
Questa è una faccenda privata, e non un fottuto caso del
Dipartimento. Quindi sta' fuori dai piedi, intesi? Ci vediamo.
Sabi ricadde sul cuscino del divanetto, furente.
— Sei un maledetto figlio di puttana! — esclamò, ma
l'ascensore si stava già richiudendo alle spalle dei due.
20

Con la sua piccola auto scassata Brahim impiegò quasi tre


quarti d'ora per raggiungere il parco, e fu un tragitto tutt'altro
che agevole. La pioggia torrenziale sembrava appiccicarsi al
piccolo parabrezza rettangolare, rendendo praticamente
impossibile distinguere ciò che si trovava sui marciapiedi o
in mezzo alla strada. In alcuni punti dovettero rallentare a
passo d'uomo a causa dell'allagamento della carreggiata,
dove altri veicoli erano finiti a mollo, bloccati. In alcuni
quartieri a rischio le vetture avevano le portiere spalancate,
senza nessuno a bordo, e non era difficile immaginarsi che
fine avessero fatto gli occupanti. Ma nella mente di Ahram
non c'era abbastanza spazio per preoccuparsi di loro.
Poi, finalmente, Brahim fermò l'auto sul marciapiede in
prossimità dell'ingresso ovest del Brutto Incontro.
In giro non c'era anima viva. Solo qualche luce gialla e
intermittente delle colonnine dell'Info che faticava a
penetrare nella precoce oscurità di quel diluvio.
Uscendo dall'abitacolo, Ahram udì l'amico imprecare
mentre si portava una mano alla bocca. — Vuoi? — disse,
porgendogli alcune pillole che cominciavano a sfaldarsi nel
pugno.
Lui le accettò, senza neppure chiedergli che cosa fossero,
e si avviò verso l'ingresso, una pesante cancellata arrugginita
e sempre aperta. Sotto la piccola tettoia di quella che un
tempo doveva essere una biglietteria c'erano tre o quattro
persone l'una addossata all'altra, coperte da un telone cerato.
La loro immobilità e soprattutto l'odore che emanavano
erano un efficace deterrente anche per i puristi fanatici che si
annidavano nel parco, dissuadendoli dall'uscite fin lì per
procurarsi qualche organo pieno di metastasi.
Approfittò di quel riparo per chiudersi meglio nel
giubbotto, anche se era già fradicio dalla testa ai piedi,
quindi si lanciò lungo la striscia allagata del viottolo che si
addentrava nel parco, fra le chiazze più scure dei rovi e delle
altre infestanti formato gigante. Tuttavia, dopo una
cinquantina di metri fu costretto a rallentare, e non soltanto a
causa dell'oscurità o perché temeva di perdersi Brahim che
stava arrancando alle sue spalle. Il guaio era che le sue
dannatissime gambe odiavano l'acqua più di quanto lui
odiasse la birra tiepida. Così adesso sentiva delle fitte
tremende anche nella più piccola articolazione, come se tutto
il liquido sinoviale si fosse prosciugato, causando un
dolorosissimo attrito fra le ossa in movimento.
Dieci minuti dopo la boscaglia accennava a diradarsi,
lasciando spazio a quella che si sarebbe potuta definire una
"radura". Il terreno in leggera pendenza era attraversato da
una ragnatela di ruscelli torbidi che sparivano da ogni parte
all'interno della macchia. Poco più avanti, forse a una
trentina di metri, il basso edificio diroccato sembrava
indifferente alle intemperie. Era un parallelepipedo di
cemento armato che sorgeva su una piattaforma rialzata, ma
tutte le superfici erano pesantemente erose dal tempo. In
alcuni punti si erano prodotte fenditure e buche tanto larghe
e profonde da far temere che uno scroscio più violento
potesse farlo crollare di schianto. L'unica cosa che sembrava
appartenere al presente erano i faretti collocati sopra ad ogni
apertura priva di imposte che dava all'esterno. La debole luce
che diffondevano creava un'aura soffusa che avvolgeva
l'intero edificio come un campo di forza, proiettando
tutt'intorno un intreccio di ombre che sembravano fatte
apposta per confondere il nervo ottico.
— Pensi che siano dentro? — chiese Brahim, il quale
aveva rinunciato a ripararsi sotto le fronde. Ahram l'aveva
sentito cadere un paio di volte, dietro di sé, e adesso quella
doccia poteva solo migliorare il suo aspetto.
— Non credo siano tanto pazzi da stare qua fuori —
rispose, passandosi istintivamente una mano sul volto. Da
quei due c'era da aspettarsi di tutto, ma se avevano ancora un
neurone funzionante in quel loro cervello, avrebbero
senz'altro capito che a stare sotto una pioggia così violenta
c'era perfino il rischio di annegare. — Prima facciamo un
giro intorno ai gabinetti — aggiunse. — Ma che non ti salti
in mente di chiamarli, intesi?
Brahim tirò su col naso e annuì. — Solita tattica in caso di
guai?
— Naturalmente.
I due si separarono per ritrovarsi dalla parte opposta,
sempre al riparo degli arbusti.
— Sembra tutto tranquillo — commentò Brahim. — Si fa
per dire.
Già, merda. Anche i castelli dei vampiri sono sempre
fottutamente tranquilli. — D'accordo, io provo ad entrare —
disse, arrotolandosi in qualche modo la manica destra per
non avere difficoltà ad usare il caricatore di implo. — Tu
coprimi le spalle e non esporti per nessun motivo, intesi?
— Non mi piace questa storia, Ahram — disse l'altro, in
un tono falsato dalla pioggia battente.
— Figurati a me.
Ahram percorse in apnea i trenta metri che lo separavano
dalla struttura fatiscente. Lo sciacquio sollevato dai suoi
passi e gli schiocchi legnosi delle giunture erano qualcosa
che arrivava soltanto alle sue orecchie, perché il rumore
dominante era quello della pioggia che continuava a cadere
come un'ira di Dio.
Nell'attraversare la piattaforma di cemento un piede gli
scivolò lungo il bordo di una buca piuttosto profonda,
facendogli perdere l'equilibrio. Dopo avere annaspato in
cerca di un appiglio che non c'era, alla fine riuscì a
raggiungere la parete laterale dell'edificio. Per alcuni secondi
si tenne premuto contro il cemento armato, in attesa, anche
se la grondaia corrosa non gli risparmiava gli scrosci di
pioggia che si abbattevano sulla sua schiena.
Finora tutto bene, si disse, consapevole della stupidità di
quella constatazione. Poi, un passo dopo l'altro, si spostò
verso l'angolo alla sua sinistra. Con gli occhi socchiusi scrutò
quel lato dello spiazzo e della piattaforma su cui si
affacciavano tre porte.
E anche da quella parte non c'era anima viva.
L'unica cosa da fare era esporsi alla luce dei faretti, perché
dal retro e dall'altro lato non c'era modo di penetrare
nell'edificio. Al diavolo, pensò, mentre le dita si stringevano
sulle armi. — Fleury, Screw! — chiamò, infilando la testa
per metà nella prima porta.
Poi, all'improvviso, il tempo sembrò aver dimenticato le
leggi che lo governavano.
Dall'interno non venne alcuna risposta, ma nei due secondi
di attesa la sua mente gli restituì l'immagine dei faretti
sospesi sopra le porte, e in quel preciso momento seppe che
si era tuffato in una trappola. Sì, perché non solo i faretti
erano nuovi, ma erano anche di un tipo a batteria autonoma.
Merda, erano stati piazzati lì da qualcuno, pochi minuti
prima.
Purtroppo non servì a niente augurarsi di avere torto
marcio, perché nello stesso istante arrivò la conferma dei
suoi sospetti. Non potè far altro che buttarsi all'interno
dell'edificio, mentre in lontananza udì la raffica di schiocchi
di uno storditore, Brahim che urlava monosillabi
incomprensibili e poi un sibilo acuto che andò a spegnersi
contro la parete esterna, producendo una vampata di calore e
pulviscolo che minacciava di soffocarlo.
Nello stesso istante in cui rovinava sul pavimento, il locale
si illuminò all'improvviso di una luce che lo accecò per
qualche istante. Mentre una parte della sua mente cercava di
decifrare i rumori soffocati che penetravano dall'esterno, capì
di non avere vie d'uscita. La puzza di escrementi che
impregnava il locale gli dava il voltastomaco ma cercò di
ignorarla, tanto più che quattro bombolette negli angoli del
pavimento cominciarono a sprigionare del gas, forse attivate
dalla variazione di temperatura prodotta dal suo corpo.
Trattenendo il respiro, si precipitò nella nube grigiastra e
afferrò la bomboletta più vicina, ne bloccò la valvola, poi
rotolò verso l'entrata, dove l'aria era ancora respirabile. A
giudicare dall'irritazione degli occhi, delle mucose e dalla
comparsa di piccole chiazze rosse sul dorso delle mani, capì
che non doveva trattarsi di una sostanza letale. EB-4, gli
suggerì la sua mente, fornendogli anche un altro particolare
interessante. Infiammabile.
Ma due secondi dopo, l'unica cosa certa era che non
poteva più restare lì dentro.
Adesso, sopra gli scrosci di pioggia credeva di udire
qualcuno che si avvicinava di corsa per poi fermarsi contro
la parete esterna, come lui aveva fatto poco prima.
Cercò di respirare il meno possibile, quasi incastrato
nell'angolo fra parete e pavimento, sporgendo la testa quel
tanto che bastava per tenere sott'occhio una parte della
piattaforma. Sbrigati, bastardo!, pensò, mentre l'aria che
tratteneva nei polmoni si era fatta rovente. Non sapeva dire
quanti secondi il suo corpo avrebbe potuto resistere
immobile, perché di attimo in attimo lo sforzo diventava
sempre più penoso, e a quel punto non era di grande aiuto
accorgersi che dei killer professionisti potevano commettere
un errore.
Non aveva dubbi che chi aveva piazzato i faretti voleva un
lavoro pulito e veloce. Sarebbe stato un gioco da ragazzi
arrostire con un laser un bersaglio ben visibile e senza
possibilità di fuga ma, di solito, un'eccessiva cura dei
particolari significava che i killer avevano fretta, e questo era
l'unico fattore a cui slava raccomandando la sua pelle. Era
solo grazie alla loro fretta se adesso poteva scorgere l'ombra
di uomo che spuntava appena davanti alla porta, perché sotto
la luce avrebbe dovuto trovarsi lui.
Quando sentì di essere giunto al limite della resistenza,
decise di agire. In una posizione innaturale cercò di puntare i
piedi sul pavimento sudicio, e mentre sporgeva il tronco oltre
la porta sentì una fitta lancinante percorrergli le gambe e
concentrarsi nella zona pelvica che racchiudeva l'NC. Fu un
enorme sollievo liberare l'anidride carbonica dai polmoni,
ma non si preoccupò di cosa l'avrebbe sostituita al prossimo
respiro. Tutte le sue energie si stavano concentrando nelle
mani che avevano artigliato i tendini dietro il ginocchio del
killer.
Il violento e doloroso strattone sbilanciò l'avversario,
facendolo cadere di schiena sul cemento della piattaforma.
Le articolazioni delle gambe parvero sul punto di spezzarsi
come dei ramoscelli quando Ahram gli balzò addosso,
lasciando che la bomboletta rotolasse via a qualche metro di
distanza.
L'uomo si dibatteva come un forsennato, continuando a
urlare qualcosa di incomprensibile all'interno del casco,
dietro il campo di forza della visiera. Ahram non poteva
perdere tempo. Cercò di ignorare il dolore provocato da un
calcio alle costole ed infilò la mano sotto il campo di forza.
Una mossa da incosciente o da disperato, perché se fosse
stato un casco militare avrebbe potuto perdere metà
dell'avambraccio. Ma non fu così. Le dita afferrarono il
cinturino di fibra sintetica che passava sotto la gola, dopo di
che ogni muscolo del suo corpo si tese per tirare una
settantina di chili di carne e ossa verso l'interno, evitando di
essere investito dalle scariche azzurrine che baluginavano
nell'oscurità della macchia.
Cadde di schiena, e subito dopo venne schiacciato dal peso
dell'avversario che si era trascinato dietro. Con gli occhi
accecati dalle lacrime e con i polmoni che dovevano essersi
ridotti a due spugne di gomma fusa, Ahram si divincolò per
scostarsi dallo specchio della porta, quindi tirò a sé il
cadavere dell'altro. Troppa fretta, già, riuscì a pensare,
ringraziando la sua prontezza di riflessi per essersi ricordato
delle persone che aveva visto morire in quel modo durante i
Disordini, con il collo spezzato. Tuttavia impiegò più tempo
del previsto per sfilargli il casco e indossarlo al suo posto.
Adesso il gas era una preoccupazione secondaria, poiché il
campo di forza era in grado di attenuarne gli effetti, ma non
era affatto in salvo. A giudicare dalle voci straniere che si
accavallavano sulla stessa frequenza radio, là fuori dovevano
esserci ancora tre o quattro bastardi pronti a fargli la festa.
L'uomo, chiaramente un mercenario, aveva soltanto una
pistola laser. Non era gran che, ma era sempre meglio di
un'arma ad aghi.
Ad ogni modo, era riuscito a prendere un po' di tempo,
quanto bastava per chiudere anche le altre tre bombolette.
Tuttavia gli altri killer non tardarono a farsi sentire. Qualche
raggio penetrò dall'apertura per andare a spegnersi con uno
sfrigolio sulla parete opposta, ma le traiettorie non erano
abbastanza angolate per poterlo impensierire. Stare
rannicchiato era una posizione terribilmente scomoda per
uno che aveva le gambe in quelle condizioni, nondimeno era
l'unica che gli garantisse una certa sicurezza. Oltre tutto,
vanificato l'effetto sorpresa, il tempo giocava a suo favore.
Adesso provate a stanarmi, si disse, e mentre cercava di dare
un ritmo regolare al suo respiro, si concentrò sui rumori
confusi che provenivano dall'esterno. Conosceva Brahim fin
troppo bene, per questo non aveva ancora perso le speranze
di udire gli schiocchi del suo storditore. Dopo aver fatto
saltare l'illuminazione interna, non gli restò che aspettare.
Non potè dire per quanti secondi rimase in attesa come un
animale braccato, ma quando il freddo cominciò ad annullare
l'effetto dell'adrenalina, irrigidendogli i muscoli che ancora
non gli dolevano, udì un grido che interpretò come un chiaro
segnale in codice. La solita tattica.
— Ahram, resta lì! — furono le parole che s'imposero
sulla pioggia battente, e la voce era quella di Brahim.
Senza un attimo di esitazione, Ahram si tuffò all'esterno
con una capriola, ruzzolando tra frammenti di cemento e
pozzanghere.
Sì, aveva capito bene. Brahim aveva attirato l'attenzione su
di sé, cogliendo tutti alla sprovvista, compreso il bastardo
che si era avvicinato alla porta e che adesso si stava girando
per sparargli. Solo che lui era già pronto.
Il raggio scaturì dal basso verso l'alto, senza un rumore, e
trapassò il killer da parte a parte col caratteristico sfrigolio di
carne bruciata. Per pochi attimi il corpo rimase come
sospeso, poi si afflosciò su se stesso. Il campo di forza si
disattivò al cessare dell'attività cerebrale, lasciando che il
mercenario andasse a sbattere con la faccia per terra. Ma non
era ancora finita.
Un altro raggio si abbatté a pochi centimetri da lui,
sollevando una nube di spruzzi, mentre un terzo killer si
rifugiava all'interno dell'ultima porta, in fondo all'edificio.
Ahram si impose la sofferenza di un altro balzo per tornare
dentro a prendere le bombolette. Adesso le posizioni erano
nuovamente invertite, ma lui non sarebbe stato tanto ingenuo
da concedere vantaggi. Avevano pensato di stanarlo col gas?
Bene, ce n'era a sufficienza per tutti.
Intanto, dall'oscurità emerse la sagoma corpulenta di
Brahim. Procedeva lentamente, a fatica, ma solo dopo altri
tre o quattro passi Ahram si accorse che stava trascinando il
corpo di un uomo, tirandolo per il casco ancora agganciato
alla testa.
Consapevole di essere ben visibile sotto la luce dei faretti,
Ahram gli spiegò a gesti la situazione, dopodiché fece il giro
dell'edificio per portarsi il più vicino possibile alla porta da
cui era entrato l'ultimo killer. Non ebbe neppure bisogno di
esporsi per lanciare all'interno le quattro bombolette aperte,
una dopo l'altra.
Grazie al casco, il mercenario riuscì a resistere poco più di
tre minuti che ad Ahram sembrarono ore. Tuttavia l'uomo
non si precipitò fuori come un pazzo. Si limitò ad avvicinarsi
alla porta, ma commettendo l'errore di esporsi per un
secondo. E per Brahim fu più che sufficiente per prendere la
mira e sparargli una buona bordata con lo storditore.
— Fine dello spettacolo — annunciò, ma subito dopo
Ahram lo vide appoggiarsi alla parete, esausto, e soprattutto
col braccio sinistro coperto di sangue e fango che perfino la
pioggia stentava a lavare via.
— Sei ferito — disse stupidamente, mentre cercava di
riprendere fiato. Quindi si sganciò il casco e lo lasciò cadere
nella pozzanghera che gli stava congelando i piedi.
— Un colpo di striscio — lo rassicurò Brahim, e intanto
con l'altra mano piegava il braccio sul petto. I colpi di
striscio erano meno gravi, ma di sicuro erano i più dolorosi.
La ferita era quasi sempre molto estesa, e il calore del raggio
non riusciva mai a cauterizzarla. — E tu?
Ahram si tolse dalla pozzanghera, incurante dei brividi che
gli attraversavano la schiena ad intervalli sempre più brevi.
Dallo scontro era uscito senza neppure un graffio, ma si
rendeva conto che era un miracolo se adesso riusciva a
reggersi in piedi. Cominciava a credere che il tetra non fosse
poi tanto male, anzi. Peccato che avesse scelto proprio quel
momento per esaurire i suoi effetti.
— Una meraviglia — affermò. — Porta dentro i cadaveri,
se puoi. Io do' un'occhiata in giro prima che arrivi la
Sicurezza.
Brahim annui senza una parola e si diresse ciondolante
verso il corpo del killer che aveva abbandonato nella
fanghiglia. Forse era solo un'impressione, ma nell'oscurità
totale che sembrava avvolgere l'intero parco credeva di
scorgere dei puntini luminosi in movimento. Avanti,
sbrighiamoci, si disse per vincere la sensazione di doloroso
torpore in cui si sentiva precipitare.
Grondante di pioggia e sudiciume si avvicinò all'ingresso
centrale dei gabinetti. La luce interna si accese non appena
varcò la soglia, ma non fu accompagnata da alcuna
emissione di gas. Bastò un attimo perché i suoi occhi si
abituassero all'improvvisa variazione della luminosità, e fu
anche uno degli attimi più penosi che avesse mai affrontato.
Dapprima la sua mente fu pervasa da un radicale senso di
incredulità che lo paralizzò completamente, come se
varcando quella soglia fosse stato scaraventato in un mondo
irreale in cui potevano materializzarsi soltanto gli incubi
peggiori. Poi, però, il dolore ebbe il sopravvento, e lui potè
vagamente percepire il nodo che gli serrava la gola, mentre
un fremito incontrollabile, che non aveva niente a che fare
con il freddo, si stava impossessando delle sue braccia.
Fleury e Screw giacevano in mezzo al pavimento, l'uno
sull'altro, in una massa di braccia e gambe piegate in
posizione innaturale. Attorno a loro, la sporcizia imbevuta di
sangue aveva assunto un colore più scuro, nauseante, mentre
l'odore di morte era persino più intenso del fetore di
escrementi che impregnava l'aria.
Si avvicinò lentamente, un passo dopo l'altro, come se
temesse di disturbare qualcuno o non volesse rompere quella
specie di perfido incantesimo che collocava al di fuori dello
spazio e del tempo le sue percezioni visive. Fleury era
disteso sopra Screw un po' di traverso, con le braccia lungo i
fianchi, i palmi delle mani rivolti verso l'alto. Sulla schiena,
la pesante cerata di un giallo sgargiante aveva uno squarcio
slabbrato, attorno al quale si era raggrumata una quantità di
materia organica, rossa e bluastra. Prima di essere assorbito
dal sudiciume, il sangue fuoriuscito dalla ferita si era esteso
per tutto l'addome di Screw, disteso supino ma con le gambe
piegate ad un angolo impossibile. Il suo volto da ragazzino
era quello di sempre, anche se presentava la rigidità e il
pallore di tutti i morti del mondo. Gli occhi sbarrati
sembravano fissare un punto lontano, oltre il soffitto e forse
oltre la stratosfera, intenti a guardare le cose che lui aveva
visto ogni giorno della sua breve vita nelle sue allucinazioni.
Ahram pregò che fosse veramente così. Che tutti e due
potessero finalmente sentirsi a casa. Fu per questo motivo
che non volle abbassare quelle palpebre, preferendo non
chiedersi come i laser avessero spento i loro organismi. E poi
era meglio che Brahim non vedesse quel massacro.
— Tutto fatto — disse l'altro, venendogli incontro. Quindi
aggiunse: — É meglio se ci sbrighiamo, perché sta arrivando
la Sicurezza. Hai trovato quei due balordi?
Ahram uscì dal locale e prese l'amico per un braccio,
invitandolo a seguirlo.
— No — mentì. La luce interna si spense, e forse Brahim
non ebbe modo di vedere i suoi amici per l'ultima volta.
I quattro killer erano tutti nello stesso locale, un'immagine
di morte molto simile a quella di poco prima, ma Ahram non
riusciva a provare nessun sentimento. In mezzo all'intenso
dolore fisico che si trasmetteva a ondate in ogni parte del
corpo, egli sentiva solo un grande vuoto, un pozzo in cui
sembravano essere affogate tutte le sue sensazioni, rabbia e
pietà comprese.
— Credo che un paio siano ancora vivi — disse Brahim,
che aveva sicuramente frainteso la sua esitazione.
Ahram si voltò a guardarlo. — Taglia la corda, Brahim —
disse. Non voglio che ti trovino qui.
L'altro fece per aprire bocca, ma poi qualcosa che
sembrava avergli letto negli occhi lo costrinse a ripensarci.
— Che diavolo vuoi fare? — aggiunse, notando che stava
cercando inutilmente di asciugare il caricatore delle implo.
— Vattene, ho detto! — insisté, tornando a voltarsi verso i
quattro corpi distesi. E il gesto era troppo perentorio perché
Brahim si ostinasse a perdere altro tempo. Dopo una breve
esitazione, lo sentì allontanarsi di corsa in una direzione
qualsiasi, comunque lontano dagli agenti della Sicurezza che
fra meno di un minuto avrebbero invaso lo spiazzo allagato.
Quindi regolò la piccola coroncina del timer sul caricatore.
Puntò il braccio verso un punto della parete opposta e con le
dita esercitò per tre volte una lieve pressione sul palmo. Con
uno schiocco sordo tre sferette penetrarono nell'intonaco,
conficcandosi nel cemento. Venti secondi, fu l'unica cosa che
riuscì a pensare, mentre correva verso la macchia per
raggiungere l'uscita.
Sabi gli venne incontro subilo dopo aver imboccato il
viottolo, seguita da un gruppetto di agenti. Stava per dirgli
qualcosa ma dovette rimandarlo a più tardi, perché in quel
momento vennero investiti da un violento spostamento
d'aria, seguito da una scossa sussultoria del terreno,
provocali dall'onda d'urto delle tre implo che polverizzavano
l'edificio e disgregavano miliardi di molecole organiche.
21

Ventiquattro ore dopo, il diluvio concesse una tregua.


Tuttavia un vento polare aveva trasformato il suolo saturo
d'acqua in uno specchio di ghiaccio, giusto in tempo per
permettere alla prima spolverata di neve di depositarsi
asciutta e farinosa sull'intera Città. Il traffico era paralizzato
e numerosi disordini erano scoppiati anche negli Anelli più
interni, dove l'emergenza costringeva la Sicurezza ad
abbassare la guardia, dando modo ai gruppi di fanatici e di
sbandati di imperversare per le strade, distruggendo e
rapinando tutto ciò che capitava a tiro. I notiziari del
Network, intanto, annunciavano una prima stima delle
vittime accertate all'interno dei ghetti periferici e del
Calderone. Tutti morti congelati, annegati, o semplicemente
massacrati dalla furia omicida che in quei frangenti
sembrava accecare tutti coloro che vivevano al di sotto di un
non ben precisato standard medio. Al momento erano circa
ottocento, ma il numero era destinato almeno a triplicarsi se
si dovevano prendere sul serio le previsioni dei satelliti
meteo. Eppure, in mezzo a quella disperazione, qualcuno
dentro di sé avrebbe addirittura gioito, primi fra tutti quelli
che posavano il loro delicato sedere sulle poltrone imbottite
del Komm. Dopo tutto, i tremila morti preventivati erano pur
sempre tremila piccole seccature in meno.
Per la prima volta Ahram accettava quelle cifre come un
semplice dato numerico, i cui aggiornamenti successivi non
sarebbero stati altro che una banale operazione aritmetica.
Nelle ore successive all'agguato nel parco si era aspettato di
dover fare i conti con l'irreale sensazione di precipitare in
una regione di spazio vuoto, dove esistevano soltanto i suoi
sensi di colpa più o meno giustificati nei confronti dell'intera
umanità. Tuttavia, con sua sorpresa, adesso non provava
niente del genere. L'immagine di Fleury e Screw era ancora
nitida nella sua mente, ma non poteva far altro che osservarla
con il freddo distacco della rassegnazione. Era strano, se non
addirittura sconfortante, scoprire che l'unica reazione
possibile era soltanto a livello fisico, come se il suo
organismo avesse attivato un meccanismo di autodifesa che
si traduceva in un semplice appesantimento dei tessuti.
Adesso, racchiuso nel suo giubbotto ancora umido, aveva
l'impressione di portarsi in giro un corpo che pesava dieci
volte di più e che gli consentiva movimenti dieci volte più
lenti. Era una situazione penosa che tentò di affrontare
ignorandola, incassandosi nello scomodo sedile all'esterno di
un chiosco del Cerchio. Era rilassante tenere lo sguardo fisso
davanti a sé, oltre la tettoia di plastica, per osservare la neve
che cadeva incessantemente tutt'attorno, costringendo la
solita massa di persone a starsene rinchiusa nella sua tana.
Non c'era neppure gusto a bere una birra dietro l'altra,
irrobustendola magari con del whisky, perché il suo corpo
sembrava isolare le molecole d'alcol e spedirle direttamente
nella vescica dopo averle rese innocue. Non c'era niente da
fare, il cervello continuava a restare lucido. Soltanto lo
stomaco protestava con violenza contro quel processo poco
ortodosso, e lo faceva gonfiandosi e lanciando fitte per tutto
il corpo, come se stesse cercando di digerire una manciata di
spilli.
Comunque, non era una buona ragione per smetterla. Così
decise di entrare a prendere un altro boccale fumante,
maledicendo fra sé tutti i gestori di bettole che non facevano
servizio al tavolo, neppure quando avevano un solo cliente.
Purtroppo lo spazio fisico che avvertiva attorno a sé aveva
l'effetto di dilatare il tempo a dismisura, al punto di
vanificare tutti gli stratagemmi destinati a riempirlo. Quasi
quasi, avrebbe voluto che Sabi fosse lì a fargli compagnia, o
che Sodano lo tormentasse con le solite domande su questo e
su quello. Invece anche il Segretario sembrava aver messo da
parte la sua arroganza professionale per concedergli un po' di
intimità. E in quanto alla ragazza... Be', anche lei si era fatta
da parte, forse perché non voleva cacciarsi in una situazione
troppo imbarazzante. Grazie a Dio, avevano fatto la scelta
giusta. Anzi, si ritrovò perfino a ringraziarli mentalmente,
perché poche ore prima, quando si era recato a casa di
Brahim per spiegargli come stessero esattamente le cose,
aveva scoperto di essere stato preceduto da quei due. Ne era
rimasto un po' amareggiato perché, dopo tutto, lui se ne era
fatto un dovere. Era una faccenda privata, già, ma l'unica
cosa che importava era che Brahim avesse accettato la realtà
dei fatti. E per questo doveva ringraziare loro due.
Tutto ciò che tocco diventa merda, constatò, incerto se si
trattasse di una citazione o di una frase destinata a
diventarlo. Era una conclusione alla quale non sapeva
sottrarsi, benché l'esperienza gli avesse insegnato a non
credere nel destino e nel determinismo da quattro soldi, e
questo nonostante che il numero di amici che si lasciava alle
spalle diventasse ogni giorno più consistente.
Ma forse per questo c'era una spiegazione. Forse il suo
corpo e la sua mente non erano ancora riusciti a
metabolizzare il dolore che aveva provato nel subire la prima
vera perdita della sua vita, giù in quello scantinato del
Palazzo, più di otto anni addietro. Un dolore con cui le sue
cellule avevano imparato a convivere, al punto che la morte
di Fleury e Screw aveva lo stesso effetto di prendere a calci
una persona svenuta.
Forse. Si strinse al petto il boccale di birra calda, sperando
inutilmente di poter trasmettere un po' di calore allo stomaco,
poi, con la mano libera si frugò goffamente in tutte le tasche
in cerca dell'inalatore. Le dita incontrarono il piccolo rotolo
di banconote che gli era stato versato come anticipo da
Xavier o da Sodano — neppure se lo ricordava — e quel
contatto gli rammentò che c'era un lavoro da finire. Anzi, a
pensarci bene, mai come adesso si sentiva in dovere di
arrivare fino in fondo, non fosse altro che per smentire l'idea
che si era fatta circa la sua dote di trasformare ciò che
toccava in quel particolare tipo di materia.
Con una sorsata prosciugò un terzo del contenuto del
boccale. Mentre sollevava lo sguardo, notò che in lontananza
era spuntata una sagoma scura che procedeva a fatica. Da
quella distanza non era in grado di capire chi fosse, ma era
sicuramente una donna. La figura avanzava piegata su se
stessa, arrancando nel turbinio di fiocchi. Era quasi patetico
vederla mettere un piede davanti all'altro, sollevando le
ginocchia, come se provasse repulsione per quella sostanza
bianca che nascondeva le schifezze della Città sotto uno
strato di trenta centimetri buoni. Era spuntata dal nulla nel
piazzale deserto, e adesso si stagliava contro lo sfondo grigio
e silenzioso dei palazzi: una scena che gli faceva venire in
mente l'ultimo essere umano sulla terra dopo una nuova
glaciazione.
La donna percorse una trentina di passi, si fermò un istante
per guardare verso di lui, quindi riprese la sua marcia
difficoltosa nella neve, piegando leggermente sulla sinistra.
E adesso questa che cosa vuole?
La riconobbe solo quando fu al riparo della tettoia,
sbattendo i piedi sul pavimento piastrellato per scuotere la
neve che le si era attaccata alle scarpe.
— Lascia che te lo dica, Coxie. Hai veramente delle
pessime abitudini — esordì in tono affannato, depositando
una valigetta nera accanto all'unica seggiola vuota del tavolo.
— Dovresti stare più attento alla tua salute.
Ahram si strinse nelle spalle, mentre col palmo della mano
faceva rotolare il boccale avanti e indietro sul petto, nella
speranza che il tepore emanato dal vetro potesse rendere più
efficaci le funzioni gastriche, per smaltire il macigno che non
gli andava né su né giù nello stomaco. Devo essere proprio
conciato male, considerò fra sé, quando si accorse che ciò
che aveva pensato di Sabi poco prima non era una delle
solite bugie che inventava per mentire a se stesso. No,
dannazione, era tutto maledettamente vero. Voleva
veramente che la ragazza fosse lì con lui, magari soltanto per
guardarsi in faccia senza dire una parola.
Sabi doveva essersi accorta che qualcosa non andava,
perché diede una scrollata al pesante cappotto termico e lo
squadrò con aria interrogativa. — Finirai per beccarti
qualche accidente — disse.
— Mi piace guadare la neve che cade — rispose lui in
tono evasivo. Era la prima cosa che gli fosse venuta in
mente, ma un attimo dopo si accorse che era una risposta
anche troppo sincera.
— É strano sentirlo dire da uno che è sopravvissuto ai
Disordini — commentò la ragazza, stringendosi nelle braccia
per resistere alle folate gelide del vento.
Ahram annuì, e per la durata di un lampo nella sua mente
ritornarono alcune immagini sepolte nei ricordi. Una squadra
di Guastatori, bloccata in un avamposto a 50 chilometri nel
Deserto. Cercava riparo fra le macerie nel disperato tentativo
di proteggersi dalla cosa bianca che cadeva dal cielo, proprio
quei grossi fiocchi bianchi che i bambini della Clinica non
avrebbero mai potuto toccare o comprimere in palle per
scatenare battaglie nei cortili o per le strade. Durante i
Disordini la gente evitava la neve come se si fosse trattato di
un attacco aereo, e in effetti la differenza non era poi così
grande. Era stata una fortuna trovare quel riparo, proprio un
attimo prima che nevicasse, ma gli unici tre feriti della sua
squadra si erano attardati ad un centinaio di metri verso sud,
in direzione del breve corrugamento scuro della Città che
s'intravedeva sullo sfondo, sovrastato da una cappa verdastra
che stava ammazzando centinaia di persone ogni ora. —
Cristo santo, voi tre! — aveva gridato, sbracciandosi
dall'orlo dello squarcio aperto nel pavimento, parzialmente
riparato da ciò che restava ancora in piedi del tetto delle
stalle. E furono due compagni a trattenerlo dall'uscite allo
scoperto per andare a salvare i feriti che arrancavano
sostenendosi a vicenda. Li aveva sentili urlare di
disperazione, perché già ai primi fiocchi che si depositavano
sulle loro tute avevano capilo che nessuno avrebbe più
potuto far niente.
Si chiamavano Bob, Lissa e Dude.
I tre avevano piegato verso il silo ancora fumante,
sventrato dalle granate, dove sarebbero morti dopo un'atroce
agonia. L'acqua cristallizzata in fiocchi racchiudeva
molecole tossiche di morte bianca, un composto che gli
alleali della Clinica avevano liberato negli strali più alti della
troposfera, servendosi di centinaia di piccoli dirigibili
teleguidati. La sostanza reagiva immediatamente con il
vapore addensato nelle nubi, innescando un rapido processo
di trasformazione che, fra l'altro, provocava un
abbassamento della temperatura e, di conseguenza,
un'abbondante nevicata. Dapprima la sostanza intaccava il
materiale sintetico delle tute da combattimento, su cui si
aprivano ampie slabbrature come di plastica bruciala. Poi, la
stessa sorte toccava ai tessuti organici... Fino ad attaccare il
sistema nervoso, e da quel momento, in media, concedeva
circa tre ore di agonia. Niente medicine, niente antidoti che
potessero almeno alleviare le sofferenze.
Una merda di niente, pensò, abbassando
involontariamente lo sguardo sulle braccia. Il tessuto del
giubbotto era costellato di centinaia di piccole gocce lasciate
dai fiocchi liquefatti. Ne sarebbe bastato uno e... Ma
stranamente era un'immagine che aveva perso tutto il suo
orrore, forse perché in lui aveva cominciato a radicarsi la
convinzione che il passato era definitivamente morto e
sepolto, lasciando in eredità soltanto le immagini degli amici
morti.
Sì, mi piace guardare la neve che cade, disse ancora fra
sé, accorgendosi soltanto in quel momento che Sabi
sembrava aver seguito il corso dei suoi pensieri, fissandolo
con aria sconcertata.
— Ti senti bene? — chiese la ragazza, sporgendosi un po'
in avanti. Fu un movimento goffo che tradiva un certo
imbarazzo.
— Sì — rispose distrattamente, quasi seccato per quella
interruzione. Adesso, insieme alle immagini reali, gli era
tornato anche il mal di stomaco, più fastidioso che mai. Si
portò il boccale alle labbra screpolate e buttò giù un'altra
lunga sorsata abrasiva. — Hai saputo qualcosa da Brahim?
— chiese, senza sapere fino a che punto sarebbe riuscito a
sopportare quelle fitte.
Sabi scosse il capo, costernata. — Ci ha cacciati via senza
tanti complimenti, poi si è chiuso nel suo bunker. Joanna in
precedenza aveva cercato di farlo ragionare, o quanto meno
di consolarlo, ma tutto ciò che ha ottenuto è una faccia
gonfia di schiaffi. Spero che Brahim non sia uscito
definitivamente di testa.
Ahram si strinse nelle spalle. Se lo conosceva bene,
Brahim era meglio lasciarlo stare per qualche giorno. Aveva
bisogno di tempo per convincere se stesso che quello che era
accaduto non era colpa sua, che era un puro caso se lui era
ancora vivo e che, se mai doveva esserci un colpevole,
avrebbe dovuto prendersela con chi aveva incastrato Ahram
in quella fottuta situazione.
— Sono riuscita a contattare Slash — riprese Sabi,
notando la sua riluttanza. — Ma neppure lui ha idea di chi
possa aver attirato Fleury e Screw in quella trappola. La
Città è in fermento per via della neve, ed è molto difficile
reperire informazioni da fonti affidabili.
— Se non altro sappiamo che quei bastardi volevano me
— disse Ahram. Riuscì a finire la birra con un certo sforzo,
quindi posò il boccale sul tavolino, capovolto, per mettersi a
giocherellare coi cerchi che lasciava sulla superficie già
sudicia. — E per giunta mi volevano... Anzi, mi vogliono
morto. Sapevano che non l'avrebbero passata liscia se mi
avessero catturato, là nel parco. Non dopo aver ammazzato
Fleury e Screw.
Sabi inspirò profondamente, inarcandosi, quindi estrasse
un pacchetto di sigarette da una tasca interna del cappotto.
Ne lanciò una anche a lui, senza bisogno di offrirgliela, e ne
accese una per sé. Poi, un sorrisetto amaro gli morì sulle
labbra, accorgendosi che la ragazza aveva già tratto delle
conclusioni dalle parole che lui aveva appena pronunciato.
— Non voglio lavorare con un compagno accecato dalla
vendetta — affermò, sbuffando il fumo verso l'alto, una
nuvoletta che si dissolse quasi immediatamente in una folata
di vento. — Non per essere egoista — aggiunse in un tono
velato di sarcasmo, — ma potrei lasciarci la pelle anch'io.
Magari per qualche stupido errore dovuto alla fretta.
Ahram lottò contro l'impulso di scattare dalla seggiola e
allontanarsi, lasciandosi alle spalle la ragazza e tutta una
serie di preoccupazioni di cui avrebbe fatto volentieri a
meno. Ma alla fine fu il mal di stomaco a prevalere, nel
senso che un movimento brusco gli avrebbe fatto vomitare
anche l'anima proprio sui piedi di Sabi. — Vendetta? —
scandì fra i denti, con un sussulto che voleva essere una
risata. — Io devo soltanto portare a termine un lavoro...
— Ormai so riconoscere le tue bugie — l'interruppe la
ragazza con una smorfia di disgusto, probabilmente dovuta
alla mancanza di assuefazione alle sigarette. — Scommetto
che stai già pregustando il momento in cui metterai le mani
addosso ai mandanti, chiunque siano.
Ahram tirò su col naso, con lo sguardo fisso sul boccale.
Questa volta Sabi si sbagliava di grosso, ma non valeva la
pena farglielo capire. C'era stato un tempo in cui il desiderio
di vendetta era stato l'unico scopo della sua vita, ma adesso
troppe cose erano cambiate, troppi compromessi erano
intervenuti ad ammorbidire il suo personale conflitto con la
realtà. Anche se, guardandosi dentro, scopriva che di quel
periodo non c'era proprio niente da rinnegare o di cui
pentirsi. Naturalmente sarebbe stato più che disposto ad
ammazzare i bastardi che avevano stroncato i suoi due amici,
ma sapeva che nel momento in cui avrebbe restituito dente
per dente, avrebbe provato soltanto una grande amarezza. Da
quando aveva lasciato volontariamente la Clinica, aveva
scoperto che il mondo esterno non era altro che un gioco,
violento e spietato, in cui vincere era sempre l'eccezione e
mai la regola. Tuttavia, più che nel passato, la vittoria non
era più sufficiente per essere soddisfatti di se stessi.
Curiosamente, era forse l'unico gioco per il quale, vinti o
vincitori, si finiva per perdere qualsiasi interesse.
— Che cosa stai cercando? — chiese la ragazza,
vedendolo frugare in tutte le tasche sparse per la tuta e il
giubbotto.
— Il mio inalatore — ribatté lui, attento ai movimenti
bruschi.
— Avevo ancora un paio di dosi di inaxprin. Mi
seccherebbe averlo perso, con quello che costa la roba che ha
dentro.
Sabi scrollò il capo. Aspirò un'ultima boccata di fumo e
poi lanciò il mozzicone nella neve, a qualche metro di
distanza. — Posso prestarti il mio — disse, lanciandogli un
piccolo cilindro bianco ancora sigillato. — Ne ho appena
comprato uno. Puoi dargli una bella tirata, tanto a me
basterebbe per una settimana.
Ahram l'afferrò al volo e tolse la linguetta. Senza neppure
accentarsi del contenuto se l'infilò in una narice e inspirò
profondamente. Quindi, con una specie di rantolo soddisfatto
lo restituì a Sabi nello stesso modo.
— A casa mia potrei offrirti di meglio — continuò la
ragazza. — Forse preferisci mangiare qualcosa.
Al solo pensiero, Ahram credette di sentirsi già in gola il
sapore acido dei succhi gastrici, per cui declinò l'offerta
limitandosi ad agitare una mano. — Solo roba sintetica —
disse, dopo aver deglutito con una smorfia. Si sentiva
talmente sottosopra da accorgersi a stento di averle dato una
risposta sincera, di quelle che in genere preferiva
rimangiarsi: — Mi farebbe molto piacere, grazie.
Sul viso arrossato della ragazza credette di scorgere una
fugace espressione compiaciuta. — Per oggi credo che
abbiamo preso abbastanza freddo tutti e due. Se hai già
pagato, penso sia una buona idea toglierci dai piedi al più
presto, vuoi?
Ahram annuì. Nell'alzarsi in piedi fece cadere la sedia
dietro di sé, quindi si allontanò barcollando in direzione del
muretto posteriore che reggeva la tettoia. Si passò una mano
sul volto, e sentendoselo più gelido della neve immaginò che
fosse anche più bianco.
— Ehi — lo richiamò lei. — Dobbiamo andare da questa
parte! Ahram si volse con difficoltà, ma non gl'importava
niente che lei lo credesse ubriaco. Il dolore gli fece serrare le
palpebre. — Ti raggiungo subito. Il tempo di ficcarmi due
dita in gola.
Sabi si era trovata un appartamentino in un tranquillo
palazzo dell'Anello 1, munito di sistemi di sicurezza
sufficienti a risparmiarlo dagli scontri che avvenivano un po'
ovunque per le strade, soprattutto nelle zone dove
circolavano maggiori quantità di denaro. Era un'abitazione
modesta, ma i tre locali erano puliti e arredati con mobilio
decente. Soggiorno, cucina, camera da letto, tutte stanze in
cui si riconosceva la tipica attenzione femminile per certi
dettagli. La vista dell'armadietto climatizzato dei medicinali
gli alleggerì il cuore di almeno qualche chilo. Be', non era
certo una provvista straordinaria, ma già a una prima
occhiata seppe di avere a disposizione tutti i principi attivi di
base per farsi un cocktail coi fiocchi. Quella piccola
iniezione di entusiasmo gli fece perfino dimenticare di
chiedere il permesso ma, che diavolo, dopo tutto loro due
erano soci, no? Si avventò ad aprire le antine a vetri e
affondò le mani fra i barattoli, sollevando un tintinnio che
era musica per le sue orecchie.
Sabi lo lasciò fare. Anzi, sparì nel piccolo soggiorno come
se non volesse disturbarlo nella scelta. La raggiunse un
minuto dopo, reggendo nel palmo un certo numero di
capsule colorate, a scioglimento differenzialo, che cominciò
ad inghiottire una dopo l'altra con i gesti meccanici ed
esperti. Dosare i tempi dei miscugli era un arte e lui,
modestamente, riteneva di saperci fare.
— Mettiti pure comodo — l'invitò lei, seduta sul
divanetto, battendo significativamente la mano sul cuscino
che aveva accanto.
Ahram la studiò per alcuni secondi, esitante. Da quando
avevano lasciato il chiosco, il volto della ragazza aveva
assunto un'espressione indecifrabile, come se volesse
esternare troppe sensazioni contemporaneamente. Alla fine
decise di accettare l'invito, e si lasciò cadere pesantemente
sul cuscino. Solo allora si accorse che il divanetto era troppo
piccolo per evitare il contatto fisico.
Sabi giocherellò distrattamente con il pacchetto di
sigarette, poi parve ripensarci, gettandolo sul tavolino sotto
la finestra. Sbagliò mira, e il pacchetto cadde sul tappeto. —
Sai, devo confessarti una cosa — disse, spostando lo sguardo
davanti a sé.
Ahram si limitò ad annuire, fingendo di scegliere
metodicamente le capsule che aveva nel palmo,
inghiottendole ad intervalli regolari. Lo sapevo, maledizione.
Lo sapevo. Quello fu tutto il suo commento, per cui la
ragazza si trovò costretta a continuare.
— Ricordi quando ti ho parlato del fatto che qualcuno
aveva trafugato il tuo file personale? — disse. — Be', due
giorni prima... Insomma, Sodano era in giro per la Città alle
prese con qualche casino, così ho potuto approfittare della
sua assenza per continuare le mie ricerche dal terminale del
suo ufficio...
— Mmm.
— Be', sai com'è. La curiosità...
— Sì, lo so — confermò lui. É quella cosa che prima o poi
fi caccia nei guai. — E allora?
— Sodano mi aveva lasciato dei codici d'accesso,
praticamente quasi tutti e... Be', il tuo file personale era
ancora lì e io... Non ho resistito.
Ahram trasse un respiro profondo, mentre la lingua
cercava di cogliere il sapore della capsula che stava rigirando
contro il palato. Era strano. Sentirsi messo a nudo davanti a
un'altra persona gli dava una sensazione molto diversa da
quella che si era immaginato, e che lo aveva convinto a
tenersi sempre sulle difensive. Si era aspettato di essere
travolto dal biasimo o dalla commiserazione per tutto ciò che
aveva fatto — anzi, per ciò che non era riuscito a fare — dal
giorno in cui aveva detto addio alla Clinica. Ma soprattutto
per la sua incapacità di reagire nel momento più doloroso
della sua vita.
Invece Sabi, ancora una volta, mostrava nei suoi confronti
una sensibilità con la quale non aveva mai fatto i conti.
— Un ottimo curriculum — commentò scioccamente,
perché per quanti sforzi facesse non poteva dare ordine alla
confusione che era scoppiata nella sua mente.
— Io... — riprese Sabi, tornando a fissarlo negli occhi
nell'atteggiamento di chi scopre all'improvviso di trovarsi
davanti una persona sconosciuta. — Non sapevo la storia
dell'ospedale...
Si costrinse a sorridere, ma lui stesso capì che il risultato
era penoso. — Non è un segreto — disse, simulando
un'indifferenza che non avrebbe convinto nessuno,
soprattutto perché aveva inghiottito tutte le capsule, e adesso
non aveva più niente su cui fingere di concentrarsi. Sapeva
che la ragazza non si riferiva all'operazione finanziata dal
Dipartimento per innestargli un paio di gambe artificiali, ma
ai quattro mesi che aveva trascorso nell'ospedale psichiatrico
all'interno del Cerchio. Era una fortuna che il cocktail di
stimolanti cominciasse a fare effetto, perché altrimenti non
avrebbe saputo come rispondere con il groppo in gola che
minacciava di strangolarlo. Lui non aveva mai messo gli
occhi su quel fottutissimo file, ma se c'era lo zampino di
Rigueras, allora non c'erano dubbi che contenesse anche i
motivi di quel ricovero.
Sabi gliene diede conferma con la frase successiva, breve
e diretta, che incassò come una coltellata. — Volevi molto
bene a quella donna, vero?
Merda... soggiunse fra sé. — Sì.
22

Il palazzo del Komm era stato occupato dagli alleati della


Clinica. Un manipolo di un centinaio di uomini era riuscito
a penetrare nel centro direzionale e aveva acquisito il
controllo locale del Network e delle tre centrali di
riciclaggio. Le squadre del Dipartimento erano state
decimate nel corso di ripetuti attacchi in periferia. Quindi, i
Master fedeli al Dipartimento e il Direttivo non avevano
avuto altra scelta se non di impiegare l'ultima Squadra Alfa
di Rigueras, un drappello di quindici individui fra uomini e
donne, che speravano di meritare un po' di tregua per
leccarsi le ferite subite nei recenti scontri nel Deserto.
Ahram ricordava tutti i loro nomi. Poteva recitarli come
una lunga filastrocca, ma ad essi era impossibile non
collegare un volto.
L'ordine di Rigueras era di riprendere il controllo dei
sistemi operativi, a qualunque costo.
E loro obbedirono. Era il solo modo per teleguidare
l'atterraggio dei CZ inviati da Ringfarm, gli unici che
potessero garantire un finale alla "arrivano i nostri" o che,
nella peggiore delle ipotesi, avrebbe messo in posizione di
stallo i tre contendenti, Clinica. Komm e Dipartimento. I
Cyborg-Zilltnann. a cui le truppe avevano appioppato il
nomignolo di cyberzombi, erano i cadaveri dei caduti
durante la sommossa sulla colonia. Ovviamente il sistema
economico era crollato, e da un anno a quella parte si erano
esauriti anche gli ultimi fondi che dovevano finanziare il
conflitto. L'unica cosa che abbondava erano i cadaveri che,
fra l'altro, costituivano un'ottima matrice per l'innesto dei
neurochip ad interazione settoriale, due sferette grandi poco
più di un'ipofisi che generavano una memoria di transito
capace di propriocezione. Il risultato era una specie di robot
virtuale che interagiva con la realtà esterna grazie ad un
supporto fisico organico sufficientemente complesso. Inutile
dire che i neurochip avevano bisogno di due sole nozioni
preprogrammate: quella del nemico e quella della sua
eliminazione.
Trecento CZ erano sufficienti, perché una volta attivati
non si fermavano di fronte a niente, neppure se venivano
massacrati. Era uno spettacolo poco piacevole vedere pezzi
di carne ed ossa "correre" e rotolarsi nella polvere,
virtualmente animati di vita propria, ma quella era l'arma
più economica a cui la mente umana riuscisse a pensare in
quei tempi.
Tuttavia, i cyberzombi dovevano ancora atterrare.
Una volta ricevuto l'ordine dal direttivo, Rigueras e
Ahram elaborarono in tutta fretta un piano d'attacco,
compatibile con le loro forze. E dal momento che erano solo
in quindici, non poteva che essere un piano disperato.
Il campo di forza che doveva proteggere il palazzo era
saltato da più di un mese, esponendolo ai continui attacchi a
distanza della Clinica. Ma erano comunque attacchi mirati,
destinati soltanto ad affermare un potere nei confronti di
coloro che l'avevano messo in dubbio. Perciò il Palazzo del
Komm, pur assomigliando a un rudere dell'antichità, era
ancora tutto intero, e perfettamente agibile all'interno. Quel
giorno, tanto per cambiare, pioveva. Una decina di cecchini
mandava giù qualche raffica dai piani superiori, facendo
sfrigolare ampie zone dello spiazzo dove sorgeva l'edificio.
Rigueras diede il via libera.
Quattro uomini concentrarono il fuoco dei disgregatori
contro l'ingresso principale. La potenza era regolata sul
minimo, producendo l'effetto di una leggera scossa sismica,
ma che indusse gli occupanti a concentrare le difese su quel
lato.
Nello stesso istante, altri sei della squadra puntarono
verso i piani superiori con altrettanti elimobili, blindati alla
bell'e meglio, lanciando sonde a trazione all'interno delle
finestre. Ognuno sapeva di non avere una seconda
possibilità, ma comunque fossero andate le cose, loro ci
avevano provato.
Nei secondi di caos totale che seguirono, Ahram, Yelena e
gli altri tre mandarono il loro elimobile a fracassarsi contro
la balconata del terzo piano, sul retro, sfondando la porta
panoramica in plastivetro e rovinando in uno dei tanti saloni
dell'Amministrazione.
Uscirono incolumi dall'abitacolo per immergersi nell'aria
irrespirabile del locale. Un principio d'incendio si stava
propagando in un angolo in cui erano confinate pesanti
scaffalature di materiale infiammabile. I campi di forza dei
caschi continuavano a fare il loro dovere, ma era meglio
non restare lì dentro un secondo di più.
Quando uscirono nel corridoio dovettero fronteggiare tre
individui che erano accorsi in quella direzione. Il locale era
troppo stretto per non costituire uh facile bersaglio. I raggi
s'incrociarono immediatamente, mentre il fumo dilagava
dalla stanza da cui erano usciti. Jonas, che era stato il più
lesto, si prese una scarica in pieno campo di forza, e
l'impatto lo scagliò direttamente fra le braccia di Ahram.
L'enorme ustione che gli vide sul volto non lasciava
speranze.
Benché armati fino ai denti, i tre erano senza casco, per
cui non ci volle molto per sbarazzarsi di loro. Dopo essersi
impossessati delle loro armi i quattro superstiti si
precipitarono verso le scale, mentre dagli auricolari la voce
di Rigueras tuonava ordini e aggiornamenti, concertando
l'azione dei tre gruppi.
Ognuno di loro sapeva che i centri operativi si trovavano
nel sottosuolo, e mai come in quel momento ebbero
l'impressione di trovarsi a una distanza astronomica dal
loro obiettivo. Lungo le scale e sui vari piani incontrarono
poca resistenza, anche perché il grosso delle forze doveva
tenere a bada i compagni con i disgregatori, mentre le sonde
a trazione stavano scatenando un putiferio in parecchi locali
del palazzo. Ma dopo alcuni interminabili minuti avvenne
qualcosa che solo in un secondo tempo Ahram riconobbe
come l'evento cruciale di quella maledetta storia.
Evidentemente il colonnello Marcus Lu-xiang, l'uomo che
comandava il manipolo, non aveva perso tempo per farsi
un'idea abbastanza precisa della situazione. D'altra parte
l'edificio doveva pullulare di microsensori, e a quel punto
quel bastardo sapeva di non poter più andare per il sottile.
Quando giunsero nel corridoio centrale del secondo piano
sotterraneo, alcuni uomini di Lu-xiang tentarono di bloccare
la loro avanzata con le granate, senza curarsi delle
conseguenze.
Tre esplosioni ravvicinate, proprio nei pressi del blocco
degli ascensori, fece tremare il palazzo fin nelle fondamenta,
proiettando tutt'intorno una quantità di frammenti di
cemento e metallo.
Ahram si rialzò dai gradini, stordito. La cinghia del casco
si era allentata, per cui era andato a sbattere la faccia
contro il campo di forza, ora imbrattato dal sangue che gli
usciva copiosamente dal naso. In mezzo a quell'inferno si
accorse di aver perso un altro compagno. Billy giaceva
supino a metà fra le scale e il pavimento del corridoio, con
una grossa scheggia di metallo piantata nel fegato, mentre il
sangue si mescolava alla polvere che si depositava su ogni
cosa.
Yelena! fil il grido che gli morì in gola, mentre cercava la
ragazza dietro e davanti a sé.
Si sentì strattonare da una mano che gli aveva artigliato il
braccio. Si voltò, e vide che l'altro compagno superstite.
Merry il Pazzo, boccheggiava dietro il campo di forza nel
tentativo di sintonizzarsi sullo stesso suo canale. Alla fine si
strappò via il casco e lo scagliò giù per le scale.
— Yelena! — gridò. — É dall'altra parte!
Per salvarsi dall'esplosione, la ragazza si era lanciata
nella direzione opposta, oltre i cumuli di macerie che
ostruivano il corridoio. Per un istante credette di cedere allo
sconforto. Da quando erano incominciati i Disordini, loro
due erano sempre stati insieme, avevano condiviso tutte le
esperienze, e il loro legame era rafforzato dalle estensioni
mnemoniche dei caschi che lui stesso aveva programmato,
avvalendosi di due mappe neurali pressoché identiche.
Grazie all'alterazione dei dispositivi standard, ognuno era
in grado di anticipare le reazioni dell'altro e a volte, in
condizioni di forte stress, credevano perfino di poter
percepire i propri stati d'animo.
Ma era un legame che richiedeva sempre un contatto
visivo. Un'improvvisa separazione come quella di cui erano
vittima in quel momento non faceva che accentuare il senso
di urgenza e di possibile perdita.
Non gli occorse molto per capire che erano tagliati fuori.
— Dobbiamo raggiungere l'altra ala! — gridò,
disattivando il campo di forza perché Merry, privo del
casco, potesse sentire le sue parole. — L'altra ala! Là ci
sono le scale!
Merry annuì energicamente, con il suo solito sguardo
spiritato. Apparentemente, per lui non faceva molta
differenza partecipare a una cerimonia o a una battaglia, e
forse anche per quel motivo — e non solo perché era l'unico
essere umano che fosse riuscito a fuggire dalla Clinica — si
era beccato l'appellativo di "Pazzo ".
Insieme si precipitarono lungo il corridoio, inoltrandosi
poi nei meandri del palazzo in cerca delle scale.
Il pavimento continuava a tremare sotto le bordate dei
disgregatori. Calcinacci e vetri s'infrangevano a ogni passo,
minacciando di travolgerli. Ovunque c'era odore di
abbandono e di morte, ma la mente di Ahram era protesa
unicamente alla ricerca di Yelena.
Fra le bordate di scariche statiche riuscì a sentire il
ruggito di Rigueras che si accavallava a un boato
assordante. I disgregatori avevano polverizzato buona parte
dell'ingresso principale, mentre la squadra sugli elimobili
era riuscita a penetrare nell'ala più vicina ai centri
operativi, e molto probabilmente ci sarebbe arrivata prima
di loro due.
Fu poco prima di raggiungere l'ultimo piano sotterraneo
che Ahram fu costretto a fermarsi. Una fitta tremenda alla
nuca gli fece perdere l'equilibrio, mandandolo ad
incespicare in un mucchio di detriti che erano caduti in
fondo alle scale. Era stata come una forte scossa elettrica
alla base della nuca che si era poi estesa a tutto il midollo
spinale, lasciandolo a terra tramortito.
Dopo un tempo indefinibile riuscì a sentire gli avambracci
di Merry che passavano sotto le sue ascelle e facevano
pressione per rimetterlo in piedi.
— Riesci a continuare?
Ahram annuì energicamente, ansante e madido di sudore,
con mani e piedi che gli formicolavano fino a fargli perdere
la sensibilità. — Yelena! — biascicò, tentando di reggersi in
piedi con le sue sole forze. — L'hanno presa! — quindi
barcollò via sulla destra lungo il corridoio.
Collegato via radio, Rigueras non ebbe bisogno di
domande per capire la situazione. — Aspetta, Ahram! —
ordinò in tono concitato attraverso gli auricolari. — Ormai
siamo dentro. Niente resistenza, Aspetta gli altri, capito?
Ma Ahram non gli diede retta. Con un cenno sollecitò
Merry a seguirlo nei settori delle centraline, dove si poteva
avere accesso ai condotti dell'antica rete fognaria.
Conosceva di fama il colonnello Lu-xiang e sapeva
benissimo che, oltre ad essere un grande figlio di puttana,
era anche maledettamente sveglio. I suoi uomini dovevano
averlo avvisato che non c'era più nulla da fare. e non
c'erano dubbi che adesso tentasse di fuggire attraverso le
fogne, assicurandosi la ritirata portandosi dietro un
ostaggio speciale. Il bastardo sapeva di Ahram e Yelena. E
Ahram era uno dei nemici a cui Lu-xiang avrebbe voluto
togliere la pelle a morsi. Non ci voleva molto a fare due più
due.
I due uomini di guardia alla porta metallica vennero
messi fuori causa dal fattore sorpresa e da una duplice
scarica di fucili laser. Merry fece saltare il meccanismo di
chiusura dopodiché, insieme, fecero irruzione dall'altra
parte. Il locale delle centraline era deserto, ma dal disordine
che si vedeva in giro era evidente che nelle ultime ore era
stato il rifugio di parecchia gente. Le apparecchiature e i
pannelli che rivestivano le ampie pareti sembravano
funzionare regolarmente, producendo un sibilo uniforme e
una luminosità che davano un senso di inquietudine.
Sul fondo del locale s'intravedeva una porticina di
metallo, questa volta socchiusa, e Ahram non perse tempo a
precipitarsi in quella direzione, ignorando l'avvertimento di
Merry.
Dalla fessura fuoriusciva un sentore di umido e di muffa,
una corrente d'aria gelida che sembrava provenire dal
cuore della Terra. In realtà, Lu-xiang doveva essersi
lasciato alle spalle parecchie porte aperte.
— Aspetta, Ahram! Può essere una trappola! — ribadì
Merry, andando quasi a scontrarsi con la sua schiena.
Ma lui pareva essersi isolato nel suo unico pensiero.
Spalancò la porta e scese rapidamente la scaletta che
portava sul fondo di un locale quadrato, molto meno ampio
del precedente, con il soffitto a un'altezza di sette o otto
metri. Le pareti, fino a due metri dal pavimento erano di
nuda roccia, stillanti di umidità. Ebbe un sussulto quando
sentì lo sfrigolio di un raggio alle sue spalle, ma poi tirò un
sospiro quando vide i resti carbonizzati di un grosso topo
mutato, spiaccicati in un angolo, e il sorrisetto perfido,
forzato del compagno.
Non fil necessario controllare tutte le porte per scegliere
la direzione giusta, perché le tracce lasciate sul pavimento
erano fin troppo eloquenti. Ma nell'istante in cui si
accingeva a scendere un'altra scaletta a rampe proruppe un
altro boato, questa volta vicinissimo, che lo costrinse a
reggersi al corrimano per non finire catapultato di sotto.
— Cristo, Ahram! — gridava Merry, ma più che paura o
concitazione, nel suo tono stridulo sembrava esserci soltanto
l'impazienza di scatenare la sua furia omicida. — Granate!
Una parete è crollata... Siamo bloccati, non possiamo
tornare indietro!
Come se non bastasse, le scariche statiche si erano
interrotte. Rigueras taceva.
Cautamente, un passo dopo l'altro, scese i gradini della
scaletta. Dovette attendere che i suoi occhi si abituassero
all'oscurità prima di capire dove fossero finiti. Malediceva
dentro di sé il fremito che gli scuoteva i nervi e il respiro
ansante, perché sapeva che il minimo rumore poteva
essergli fatale. A poco a poco, però, le sue retine misero a
fuoco una piccola stanza in cui l'umidità si raccoglieva in
pozzanghere sparse sul pavimento irregolare, fatto di
cemento che si stava sbriciolando in più punti. Grosse
tubature fumanti di vapore correvano in ogni direzione sulle
pareti, mentre l'odore di olio minerale si faceva sempre più
acre, confondendosi con quello di escrementi e sostanze
plastiche bruciate.
Per un istante la sua attenzione si concentrò sul
disgregatore che reggeva nel cavo del braccio, le cui
batterie emettevano il ronzio stabile e rassicurante che
indicava la piena carica. Poi vide i contorni del portello,
una placca circolare di metallo, opacizzata dal tempo, che si
socchiuse silenziosamente e senza preavviso.
Contemporaneamente si sentì investire da uno spiffero
d'aria gelida, mentre una lama di luce si stagliò
nell'oscurità del pavimento, spostandosi con esasperante
lentezza verso la scaletta metallica dalla quale era appena
sceso. Dall'altra parte provenivano dei rumori. Qualcuno
che camminava, oggetti che venivano spostati.
Vagamente consapevole della presenza di Merry alle sue
spalle, Ahram mosse un passo verso il portello.
No, Ahram. No!
Ma nella sua mente la voce di Yelena giunse troppo tardi.
Si lanciò all'interno come se si aspettasse una scarica di
raggi, ma una frazione di secondo prima di rovinare sul
pavimento il suo sguardo riuscì a cogliere distintamente una
figura maschile, scostata dalle altre più confuse. Il colore
grigio della sua uniforme lo identificava come un nemico.
Senza esitazioni, Ahram fece fuoco, e la sagoma cadde a
terra con un grido.
— Fermo, Coxie! Ho qui la ragazza! — Marcus Lu-xiang
si schermava con il corpo di Yelena, legata con i pesanti
bloccaggi magnetici che andavano in voga in clima di legge
marziale, da una parte e dall'altra. Il colonnello la
costringeva a retrocedere verso la complessa
apparecchiatura che dominava la sala, un enorme
convogliatore a bracci che eseguiva autonomamente l'intero
processo di riciclaggio. Sei elevatori AG facevano ruotare i
bracci fino ad allinearli alle imboccature delle celle di
trasformazione, e il movimento rotatorio era accompagnato
dal costante andirivieni di una ghiera a lamine che dal
soffitto scendeva a lambire la massa metallica che faceva da
supporto, saldata al pavimento.
Lu-xiang arretrava verso il convogliatore, premendo una
pistola a raggi contro la mandibola di Yelena.
Ahram poteva avvertire tutto ciò che stava passando per
la mente della ragazza. Timore, preoccupazione, perfino il
desiderio di farla finita in qualunque modo. Ma in lei non
c'era traccia di panico. Sembrava che l'unica cosa che le
importasse fosse proprio il loro legame, il filo invisibile che
li univa intimamente da tre anni. Poi, però, anche quella
preoccupazione parve attenuarsi, soffocata dal semplice
desiderio di salvare il suo partner.
Forse per la prima volta in vita sua, Ahram si sentì
smarrito. Il campo visivo a 220 gradi del casco gli permise
di controllare il resto del salone, in cerca di qualcosa che
potesse risolvere quello stallo. Si accorse appena che la
figura priva di vita, accasciata a pochi metri da lui. era un
lenente degli alleati della Clinica, forse un fedelissimo di
Lu-xiang.
— Gettate le armi, tutti e due! — ordinò il colonnello, la
cui schiena era ormai a contatto con la parete metallica del
convogliatore. Era fin troppo chiaro ciò che avrebbe fatto
alla ragazza. se non avessero obbedito.
Merry fece per muovere un passo, ma Ahram lo fulminò
con un'occhiata.
Ammazzalo, Ahram! Ammazzalo! Ora, finché puoi! Non
avere paura...
Probabilmente fu lo stress a mandare in tilt i suoi
microchip, o forse fu l'incapacità del suo cervello ad
elaborare nuove estensioni sinaptiche che potessero
spezzare la paralisi decisionale in cui era caduto.
All'improvviso nel suo campo visivo la realtà assunse le
sfumature e, soprattutto, la fissità di un ologramma che lui
poteva osservare da anni luce di distanza, come un dio
incompetente che stesse valutando i difetti della sua
creazione, senza avere la più pallida idea di come porvi
rimedio. Lu-xiang e Yelena a tre metri da lui, che con il
disgregatore puntato continuava ad aspettare il momento
buono... Un'immagine che sembrava scolpita nell'ambra,
emersa dopo eoni di storia catastrofica.
No, Yelena non l'avrebbe persa.
Dopo un'interminabile pausa di silenzio, in cui dominò
solo il gemito sussultante del convogliatore, si accorse di
aver lasciato cadere l'arma ai suoi piedi.
— Cristo santo, Ahram — sentì Merry che gli sussurrava
al fianco, mentre con una bestemmia lasciava la presa sul
suo disgregatore. In quell'istante seppe che tutto era
perduto. Lui stesso, Yelena, il loro legame, Merry e tutte le
altre fottutissime cose che potevano tenere attaccati alla vita
degli incoscienti come loro.
Lu-xiang non ebbe molto tempo, appena pochi minuti,
prima che il resto della squadra di Rigueras penetrasse fin
là sotto. Non furono sufficienti per salvargli la pelle, perché
lo bloccarono dopo che aveva percorso un centinaio di metri
all'interno del tunnel che l'avrebbe portato nella zona della
centrale, sotto il controllo della Clinica. Tuttavia, gli
consentirono di perpetrare l'ultimo strazio della sua fottuta
esistenza.
Sulle prime Ahram credette che se la sarebbero cavata a
buon mercato, perché Lu-xiang si limitò ad immobilizzarli
con i bracciali magnetici, costringendoli poi a sdraiarsi sul
pavimento. Da quella posizione era impossibile controllare
le mosse del colonnello, ma quella era una preoccupazione
marginale. Nella sua mente continuavano ad accavallarsi le
sensazioni di Yelena, di intensità sempre crescente, e perfino
— ma forse era una semplice impressione quelle di Merry il
Pazzo.
Lu-xiang armeggiava a poca distanza con dei dispositivi,
e la sua fretta accrebbe quando una serie di brevi esplosioni
echeggiarono fin là sotto.
Si stanno aprendo un varco, pensò Ahram, ma in quello
stesso istante si sentì sollevare di peso e scaraventare su una
liscia superficie metallica. Senza casco e con la guancia che
premeva contro il metallo, un angolo della sua mente gli
disse che qualcosa era cambiato nei gemiti gutturali del
convogliatore. Non ebbe il tempo di capirlo, perché Lu-
xiang lo costringeva a cambiare posizione sferrandogli calci
nelle reni. Poco dopo la stessa sorte toccò a Merry e a
Yelena, che finì distesa fra i due. Al colonnello occorsero
pochi secondi per alterare il campo magnetico dei bracciali,
che incollò i tre prigionieri al supporto del convogliatore.
Ahram gli sentì pronunciare qualcosa di indecifrabile, poi
più nulla. Infine ci fil il tracollo, proprio quando la speranza
pareva fare un po' di chiarezza nella confusione che aveva
in testa.
Con gli occhi rivolti al soffitto poteva vedere l'enorme
braccio del convogliatore che scendeva verso di loro con
esasperante lentezza. Nella parte inferiore, per tutta la sua
lunghezza, era saldato il supporto ai plessi di fibre ottiche
collegate con i quadri di controllo: una sottile lastra di
cristallo speciale che avrebbe dovuto passare ben lontana
da loro, se Lu-xiang non avesse modificato il percorso
circolare dei bracci attivando la routine di verifica
settoriale.
Ahram si sentì lacerare i polsi e le caviglie nel tentativo di
staccare i bracciali dal supporto, ma dopo un po' capì che
era un'impresa impossibile. Cercò di non pensare ai
soccorsi né, soprattutto, ai contrattempi che potevano
incontrare sulla loro strada. Era penoso sentire il contatto
del corpo di Yelena che si dibatteva al suo fianco, ma ben
presto cessarono anche i suoi movimenti.
E intanto la lastra era scesa fino a mezzo metro da loro.
A quel punto Merry perse il controllo. Ahram non poteva
vederlo, ma il compagno cominciò ad urlare qualcosa che
assomigliava ad una preghiera intercalata da una serie di
bestemmie rabbiose.
Non può essere, pensò, ma neppure l'incredulità avrebbe
potuto salvarlo. Quello non era uno dei tanti incubi virtuali.
Era la pura e scarna realtà, ridotta a tre corpi immersi in
un'atmosfera umida, metallica, fatta di un lento ronzio e del
sentore di corpi sudati, in preda alla consapevolezza della
propria fine.
Anche lui urlò, quando la lastra poco affilata penetrò
nella carne delle sue gambe, a metà coscia, affondando
millimetro dopo millimetro. Urlò fino a spremersi i polmoni,
consumando tutto il fiato, e nello stesso tempo una parte
della sua mente era costretta a vivere l'agonia di Yelena che,
tuta contro tuta, si dibatteva come una cavia inerme. La
ragazza riversò la sua sofferenza attraverso il legame
invisibile che li univa, travolgendo la sua mente come
un'ondata di piena. Ma al centro della catastrofe psichica
riuscì ad individuare un pensiero che aveva conservato la
sua lucidità. Lui non riuscì mai a capire se appartenesse
veramente a Yelena. Forse era una semplice reazione ai suoi
sensi di colpa che abbracciavano anche il destino di Merry e
di tutti i compagni caduti in quel palazzo. Io ti assolvo, gli
sembrava di udire dal fondo di un abisso. Io ti assolvo.
Forse era l'ultimo scherzo di un Dio in cui non credeva.
Ma a quel punto non c'era più niente di cui valesse la pena
preoccuparsi. Trafitto da uno spasmo, i muscoli del collo si
irrigidirono. La testa gli si piegò di lato, e l'ultima cosa che
vide a pochi centimetri dal volto furono i piedi di Yelena. Il
corpo della ragazza giaceva capovolto rispetto a lui e a
Merry. Loro due avevano perso le gambe.
Lei metà del torace.
23

Dopo tanti anni, era una sensazione stranissima sentirsi


nuovamente gli occhi umidi, per cause non dovute
all'inquinamento atmosferico o a guerre batteriche.
Con un certo sforzo evitò di sfregarseli con il palmo della
mano. Adesso che il peggio di quella rievocazione era
passato, non voleva che qualcuno potesse dire di aver visto
le sue guance rigate di lacrime, benché sapesse che ormai
agli occhi di Sabi sarebbe sempre apparso sotto una luce
diversa, anche se non sapeva se migliore o peggiore.
La ragazza lo guardava con composta attenzione, con le
gambe accavallate sul divanetto, e dalla sua espressione
sembrava aspettarsi dell'altro.
— Non ho idea di chi sia venuto a tirarci fuori — riprese a
dire, sperando che il semplice strofinarsi del naso non
tradisse la debolezza che aveva già fatto sparire dal volto. —
Comunque, Merry e io finimmo di filato all'ospedale, dove ci
attaccarono un bel paio di gambe nuove, probabilmente delle
protesi che avevano in magazzino da qualche decennio. Ci
dimisero in fretta, ma solo per rinchiuderci in un ospedale
psichiatrico. Dopo quattro mesi cominciai a capire che non
valeva la pena rifiutarsi di camminare e, peggio ancora, di
lasciarsi morire solo per fare un dispetto a qualcuno o per
espiare delle colpe. Per entrambe le cose esistono dei modi
più efficaci, ma l'importante era capirlo. Quanto al povero
Merry... Be', lui era definitivamente andato fuori di testa.
Forse l'energia psichica di Yelena aveva travolto anche lui.
Sta di fatto che adesso si trova ancora in quel fottuto
ospedale. Se ne sta immobile nella sua stanza a fissare cose
che vede soltanto lui, e ogni tanto lo scarrozzano fuori a
prendere aria sulla sedia a rotelle. Il suo inconscio non ha
mai voluto accettare l'innesto delle protesi. Sono andato a
trovarlo alcune volte, soprattutto all'inizio. Ma poi ho
smesso, perché avevo sempre il sospetto che fingesse di non
riconoscermi...
S'interruppe. Quando Sabi trasse un sospiro, provò una
profonda tenerezza nell'osservarle il delicato movimento del
seno. Come se non bastasse, lei aveva laboriosamente
sollevato una mano per accarezzargli la nuca, ritmicamente,
accompagnando il gesto con un sorriso ambiguo.
Nella piega un po' asimmetrica delle sue labbra c'era
qualcosa di diverso dalla compassione o dal desiderio che
nasceva dalla semplice attrazione fisica. Qualcosa che
percepiva come una stonatura, come se lei non fosse del tutto
convinta di ciò che provava in quel momento.
— Sono contenta che tu me l'abbia raccontato — disse alla
fine, senza interrompere il contatto. — Anche se non capisco
cosa ti abbia spinto a farlo.
Ahram scrollò le spalle, cercando in tutta fretta un tono
superficiale per la prima frase che gli era passata per la
mente. — Forse per accontentarti. Così la smetterai di
tormentarmi.
Sul viso di Sabi passò un'ombra di disappunto. —
Possibile che devi sempre rovinare tutto? — lo rimproverò,
spostando su di lui il peso del corpo, lentamente. — O forse
non ti va di fare l'amore?
Cercò di replicare con qualcosa di terribilmente stupido.
Poi, per fortuna, fu costretto a concentrarsi sul sapore di due
labbra femminili e sull'invito proposto da una mano che gli
stava esplorando l'inguine.
Oh, be'. Al diavolo!

Ahram odiava un altro aspetto del risveglio. Non c'era


niente di più atroce che risvegliarsi scoprendo da un gran
numero di segnali di non aver mai cambiato posizione
durante il sonno, per giunta quando era già pomeriggio
inoltrato. Era una disgrazia che lo privava dell'immenso
piacere di crogiolarsi nel letto per almeno un'ora, seguendo
un preciso rituale che arrivava perfino a farlo mugolare,
buttando braccia e gambe da tutte le parti, rigirandosi sui
fianchi e a pancia sotto, spostandosi lentamente — molto
lentamente — verso il bordo del letto, perché prima o poi ci
si doveva pur decidere a saltar giù. Comunque era sempre
meglio che esserne tirati fuori dalla Sicurezza.
Ancora mezzo addormentato, sentì che i piedi
cominciavano a trasmettergli il freddo contatto con il
pavimento e con un certo numero di indumenti di cui, se ben
ricordava, la sera prima si era liberato in tutta fretta. Poi
passò dieci minuti buoni a stiracchiarsi perché i suoi muscoli
sembravano una matassa ingarbugliata. Tuttavia si sentiva
pervadere da una piacevolissima sensazione di benessere
della quale era il primo a meravigliarsi, anche se c'era
sempre il dubbio che quello stato di grazia non dipendesse
tanto dalle cose che lui e Sabi avevano fatto insieme per
buona parte della notte, quanto al ricco assortimento di
capsule che aveva ingurgitato la sera prima.
Nudo e a piedi scalzi si avvicinò alla finestra per far
entrare un po' di luce, e tornando a guardare il campo di
battaglia in cui si era trasformato il letto da una piazza e
mezza, si accorse di essere solo. Ciondolando per la stanza
con la massima cautela, come se non volesse spezzare il
flusso di pura felicità che attraversava le sue cellule, notò il
minicomp acceso sul tavolino. I caratteri verdi e appariscenti
lampeggiavano sul piccolo display.
CONTINUO LE RICERCHE. FORSE BECCO SLASH. RIPOSATI
FINO A STASERA. CIAO, BALIA PERVERSA.
Sorrise, quindi spense il minicomp. Possibile che in una
notte le avesse già attaccato il morbo della corruzione?
Scosse il capo con energia, quindi si affrettò a mettersi
addosso qualcosa, anche perché l'immagine restituitagli dallo
specchio bastava a stroncare la sua sensazione paradisiaca.
Uno sguardo all'orologio gli disse che erano le quattro del
pomeriggio. Troppo tardi per un sacco di cose, ma non per
una prima colazione a base di pillole, tanto per prolungare il
più possibile la sensazione di invincibilità con la quale
sembrava rinato. In seguito, ci sarebbe stato tutto il tempo
per mettere nello stomaco qualcosa di più umanamente
accettabile.
Al momento, però, la cosa più urgente da fare era andare
in bagno. E poi farsi una doccia. Quando uscì dai vapori
tonificanti del piccolo locale si sentì finalmente pronto ad
affrontare il resto della giornata, con la prospettiva appena
sopportabile di rituffarsi nelle indagini che, dopo i fatti degli
ultimi giorni, si erano trasformate in un vero e proprio
inferno.
Tracciò mentalmente un breve programma di cose da fare,
dopodiché raccattò in fretta le sue cose, senza dimenticare di
arraffare qualche tubetto dall'armadietto dei medicinali,
nonché l'inalatore dimenticato sul tavolino, accanto al
minicomp.
Appena fuori dall'Anello 1 la Città non era poi il disastro
che si era aspettato. Gruppi di puristi scalmanati battevano le
strade in cerca di organi, saccheggiando quel po' di roba che
c'era da saccheggiare, mentre correva voce che alcuni
pazzoidi si fossero spinti fin quasi nel Calderone per
appiccare incendi. Squadre della Sicurezza presidiavano le
zone maggiormente a rischio, mentre un discreto numero di
elimobili aveva il suo da fare con lacrimogeni e narcotizzanti
sopra le aree in cui i fanatici di sette rivali si erano dati
appuntamento per menarsele di santa ragione.
Tutto sommato, la situazione non era poi molto diversa da
quella di sempre, solo un po' più esasperata, forse.
Probabilmente, dopo le prime batoste, i fanatici sarebbero
ritornati nelle loro tane, magari con la coda fra le gambe,
oppure ostentando qualche occhio o testicolo altrui come
trofeo di caccia. L'amministrazione avrebbe fatto intervenire
gli sgombraneve, e le squadre di tecnici avrebbero
normalizzato l'erogazione di energia in tutti i quartieri
tagliati fuori. Niente di straordinario, appunto.
Paradossalmente, rifletté, quelli che stavano meglio di tutti
erano forse i pazzi del Frigo ma, per ora, quel che importava
era che almeno nella zona dell'Anello 1 si potesse circolare
senza eccessivi motivi di apprensione.
Al check-in dell'ingresso ovest esibì i suoi documenti e si
sottopose docilmente ai controlli supplementari che
entravano in vigore ai primi disordini, quindi si avviò lungo
il corso che si addentrava nei quartieri della burocrazia
cittadina. Procedeva senza fretta, affondando i piedi in trenta
centimetri di neve soffice, per larga parte ancora intatta. Il
riverbero dei lampioni e delle luci che piovevano dai palazzi
dava un colore innaturale alle prime ombre della sera, e ciò
che le sue retine registravano gli faceva pensare di essere
caduto in un mondo di spettri, fatto soprattutto di silenzio e
di presenze invisibili. Aveva sempre detestato
l'atteggiamento degli abitanti del Cerchio, almeno dei più
anziani. Indipendentemente dalle condizioni atmosferiche,
sembrava che avessero sempre paura di esporsi all'aria
aperta, forse memori di esperienze che avevano segnato la
loro vita. Anche in quei giorni non era raro incontrare
persone che sbriciavano furtivamente il cielo, nel timore che
da un momento all'altro potesse apparire un bombardiere o
uno stormo di dirigibili.
Scrollò le spalle e affondò le mani nelle tasche. Passò
davanti ad alcuni chioschi illuminati e deserti, ma preferì
tirare dritto, giudicando che era un po' troppo presto per
cominciare con l'alcol. Non voleva bruciarsi subito, perché
aveva in programma una lunga nottata al Mombasa, solitaria
o con Sabi, non importava. Prima, però, voleva vederci
chiaro a proposito del furbastro che aveva trafugato il suo
file personale. Era una questione di principio che lo toccava
in prima persona, e non aveva nessun problema ad
ammettere che il fatto gli dava parecchio fastidio.
Provò a contattare Sodano, ma la voce gentile e sbrigativa
del sergente Moridi l'informò che non era al Dipartimento e
che neppure lei sapeva dove rintracciarlo. Strano.
Cosi come era strano il fatto che Sabi avesse spento il suo
ricevitore.
Per qualche secondo si soffermò al riparo di una scalinata
di pietra per ripararsi dalle folate di vento che soffiavano
incessanti. Cercò di chiudersi meglio il giubbotto termico,
quindi si sfregò le guance con il palmo della mano per
evitare che congelassero, ma quando la ritrasse vide che sulle
dita c'era del sangue.
E questo che diavolo è?
Attraversò la strada saltellando goffamente nella neve,
finché non raggiunse la prima porta di plastivetro che gli
capitò a tiro. Specchiandosi, notò di avere un taglietto
appena sotto il lobo sinistro, ben visibile sotto la barba di un
giorno. Nel massaggiarsi doveva avergli tolto la crosticina, e
adesso aveva ripreso a sanguinare. Al diavolo anche quelle
sciocchezze!
Batté con stizza una manata sulla porta, facendo scattare
un allarme interno, ma prima di ritornare sui suoi passi fece
appena in tempo a scorgere un cambiamento nell'immagine
riflessa dalla superficie di plastivetro. Per una frazione di
secondo era apparsa una sagoma scura.
Si voltò di scatto, ma tutto sembrava tranquillo.
L'unica cosa ragionevole era proseguire come se niente
fosse ma con tutti i sensi allertati. Ciò che era successo nel
vicolo nei paraggi del Mandarino, nonché l'assassinio di
Fleury e Screw nel parco erano episodi ancora troppo vivi
nella sua mente per allentare le difese. Così decise di
procedere lentamente, percorrendo l'intero perimetro
dell'isolato, quindi tornò al punto dove gli era parso di
scorgere lo sconosciuto.
La prudenza e la neve gli diedero ragione. Le tracce
stampate in mezzo al vicoletto non lasciavano dubbi. Gli
allucinogeni non c'entravano per niente. Qualcuno lo stava
seguendo. Merda!
E il guaio era che a mano a mano che procedeva,
aumentava a dismisura anche il numero di occhi che
s'immaginava fossero puntati sulla sua schiena. Si sentì
attraversare da un brivido quando rifletté che invece di occhi
poteva trattarsi di puntatori di fucili laser.
Ehi, è mai capitato che te la facessi sotto? si disse per
darsi una scrollata. L'ottimismo con cui si era svegliato quel
pomeriggio lo indusse a considerare che, dopo tutto, quella
non era la prima volta che si trovava ad affrontare situazioni
del genere e, soprattutto, non sarebbe neppure stata l'ultima.
La solita storia! Sembra che tutti vogliano prendersela con
me!
Per un'ora buona continuò a girare sempre nella stessa
zona del Cerchio ma tutti i suoi tentativi per scoprire chi gli
stava alle costole furono inutili. Eppure c'era qualcuno! Lui
l'aveva visto, accidenti, anche se era riflesso in uno specchio!
A poco a poco la visibilità si fece sempre più scarsa,
nonostante il riverbero della neve. Cominciava a credere che
se non gli sparavano subito sarebbe morto congelato, visto
che non poteva continuare ancora per molto ad andare in giro
con un semplice giubbotto termico, stivaletti leggeri e
nessuna protezione sulla testa. Le stramaledette gambe, poi,
cigolavano a più non posso come rottami organici che si
stessero cristallizzando, con i tendini che sembravano tante
cordicelle sfilacciate.
Girò l'angolo del palazzo successivo, quello che usciva
sulla via principale, fermamente deciso a raggiungere a piedi
il Dipartimento. Non che fosse una buona idea, in quelle
condizioni, ma all'improvviso si era sentito pervadere da un
impeto di rabbia all'indirizzo di Sodano. Perché erano
sempre gli altri a rompere l'anima a lui, e mai viceversa?
Dopo qualche passo la rabbia doveva avergli spento anche
il circuito del buon senso. Infatti, quando si trovò sulla sua
strada una grossa palla di neve lasciata forse da qualche
balordo, pensò bene di assestarle lo stesso calcio che avrebbe
sferrato volentieri a Sodano. Lo sforzo gli produsse una fitta
terribile nella gamba destra, la quale emise un drammatico
tlock! all'altezza del ginocchio.
Trattenne a stento un grugnito e cominciò ad agitare le
braccia alla ricerca disperata di un appiglio. Sapeva che se
fosse caduto lì, in mezzo alla neve e con i pazzi che
circolavano in quelle ore per le strade, lui non si sarebbe più
rialzato.
Fortunatamente, l'appiglio lo trovò proprio dietro di sé,
mentre retrocedeva come se avesse ricevuto un colpo d'ariete
in pieno petto. Le mani artigliarono una solida ringhiera
mimetizzata sotto un consistente strato di neve, che gli
impedì di precipitare sulle scale di un seminterrato.
L'impatto fu violento, tanto da mozzargli il fiato. Fece in
tempo a rimettersi in piedi, assicurandosi anzitutto di non
avere altre costole incrinate, quando a un metro di distanza
vide un corpo accartocciato, dove la ringhiera era fissata al
muro portante del palazzo.
Adesso si esagera sul serio, pensò, deglutendo a fatica.
L'uomo apparteneva sicuramente alla stessa cricca di
attentatori, ma che cosa poteva spingere un mercenario fin
nel Cerchio? E poi, chi gli aveva fatto quel buco grande
quanto un pugno nella parte posteriore del casco?
Con uno scricchiolio da brivido si chinò sul cadavere in
cerca di qualche indizio. Batterie di riserva, due pistole a
raggi e una granata da esterno era tutto ciò che aveva nelle
tasche. Il fucile era finito giù per le scale, affondando nella
neve. Allungò una mano verso la spalla del sicario, poi ci
ripensò. Non aveva la minima voglia di vomitare solo per
guardarlo in faccia. Il buco che aveva di dietro bastava e
avanzava per dissuaderlo. Fra l'altro, tutt'attorno e per un
raggio di due metri, la neve era schizzata di sangue, e quel
contrasto di colori era già di per sé impressionante.
Ma il mio cervello è ancora più fuso, si disse, rialzandosi
con la massima rapidità consentitagli dalle protesi. Soltanto
adesso si era ricordato di un particolare che un veterano non
avrebbe mai dovuto ignorare. Nella lastra di plastivetro di
quella porta non aveva intravisto una sagoma scura. Era una
sagoma nera. E a quanto ne sapeva, esisteva una sola
sostanza che riflessa nel plastivetro sembrava assorbire
virtualmente tutte le radiazioni luminose.
— Va bene, Slash! — gridò senza guardarsi attorno. —
Adesso basta giocare! — Tu e la tua fottutissima
pigmentazione mimetica.
Bastarono pochi secondi di attesa in un silenzio innaturale.
Poi, l'incantesimo venne interrotto dallo scricchiolio di passi
che si avvicinavano. Si voltò in direzione del vicoletto,
giusto in tempo per assistere alla graduale apparizione dei
contorni familiari del piccolo cyb, la cui epidermide stava
passando dal bianco a un grigioverde sempre più scuro.
— Buona sera, signor Coxie — disse in tono piatto. —
Non è prudente andare in giro da soli in questi giorni.
Ahram trasse un sospiro, mentre una parte della sua mente
gioiva per il ritomo del buon senso. Non sapeva proprio
come sarebbe finita se avesse ceduto all'insana tentazione di
gonfiare di pugni quella faccia deforme.
24

— Hai visto Sabi, per caso? — chiese, seguendo Slash


lungo un maleodorante condotto fognario vecchio di almeno
due secoli.
— No, signor Coxie. — Il cyb procedeva come se niente
fosse nel liquame semirappreso, puntando davanti a sé il
raggio della torcia ad esclusivo beneficio di Ahram.
— Strano. Mi ha detto che ti avrebbe contattato.
— lo non l'ho vista — ribadì. Le loro voci rimbombavano
fastidiosamente sulle pareti scabre della fogna, come se il
suono, là sotto, non riuscisse a decidere da che parte andare.
Ad un certo punto Slash si fermò per porgergli un foglio
quadrato di plastica trasparente.
Ahram non ebbe bisogno di spiegazioni quando vide che
nell'altra mano il cyb teneva due piccoli filtri da naso. Prese
il foglio e se lo stese sul volto, fasciando anche il collo e
buona parte della nuca. La sostanza aderì immediatamente
come una seconda pelle, e lui attese finché non la sentì tirare
ai margini, dove la saldatura era più resistente. Quindi con i
filtri praticò un duplice foro in corrispondenza delle narici. Il
materiale cedette senza opporre resistenza, e un attimo dopo
potè respirare un'aria più pura di quella che aveva sopportato
fino a quel momento.
— Mi spiace, ma i guanti non li ho trovati — si scusò
Slash, mentre dava uno strattone a una porzione di muro,
sulla loro sinistra. Un attimo dopo, dall'apertura che si era
prodotta fuoriuscì una brezza tiepida che ebbe l'effetto di
arroventare i filtri a tampone. Quando poi il raggio della
torcia incontrò le sue mani, Ahram si accorse che le unghie
avevano assunto un colore bluastro. Una ragione di più per
ficcarsele in tasca alla svelta, perché quando il colore
passava al nero lucente si sarebbero staccate come gusci
morti.
Ci mancherebbe solo questa!, imprecò in silenzio,
maledicendo ancora una volta quel pazzo di Xavier e tutte le
sue paranoie. Chissà quanti disgraziati erano rimasti secchi
con quel gas!
Tuttavia riuscì a ricacciare indietro gli spiacevoli ricordi
che quella rinnovata esperienza minacciava di far riaffiorare
nella sua mente, e in un certo senso gli fu d'aiuto pensare a
cosa sarebbe sembrato Slash, se avesse deciso di adattare la
sua pigmentazione mimetica a quella fogna.
— Eccoci — annunciò alla fine, dopo un tortuoso giro per
cunicoli e anfratti nella viva roccia che doveva averli portati
a circa duecento metri nel sottosuolo.
Slash pronunciò un codice vocale che ebbe l'effetto di far
sollevare il pavimento della piccola grotta come un
montacarichi, Contemporaneamente, il soffitto si separò
sopra le loro teste, permettendogli di accedere ad un
complesso di locali che non avevano niente a che vedere con
le precedenti tane di Xavier.
Sembra un ospedale all'avanguardia, si disse Ahram
senza stupirsi più di tanto.
Slash lo precedette verso un breve condotto per la
sterilizzazione, oltre il quale s'intravedeva un'ampia sala
lucidata a specchio che poteva essere scambiata per un
soggiorno, un ambulatorio o una sala operatoria a seconda di
dove cadeva lo sguardo. Ahram si diede una controllata alle
unghie e poi, assicuratosi che stavano riprendendo il colore
normale, con le dita esercitò una pressione sui punti giusti
del volto per togliersi il dermoprotettivo e poi gettò il tutto in
un riciclatore.
Inspirò a pieni polmoni l'aria del salone, abbastanza
sorpreso di percepire un gradevole profumo dolciastro,
quindi attese che il cyb terminasse una misteriosa procedura
davanti a una parete di pannelli metallici, molto simile ad
una cella frigorifera. Era più che sicuro che fra un minuto
avrebbe dato in escandescenze se il nanerottolo non gli
avesse spiegato il motivo per cui l'aveva condotto fin lì.
Inoltre gli doveva delle spiegazioni anche a proposito
dell'inseguitore che aveva massacrato non più di un'ora
prima.
Gli ultimi avvenimenti lo inducevano a sospettare di
essere caduto fra gli ingranaggi di un processo troppo
articolato per poter avere qualche speranza di uscirne con la
pelle intatta. Una donna dotata di misteriosi poteri se ne
andava in giro a liquidare un buon numero di politici,
industriali e uomini d'affari. E adesso tutti quanti
sembravano interessarsi a lei, anche se da alcuni giorni
sembrava sparita dalla circolazione. Dopo la strage alla Shu-
Wak l'obitorio non aveva ricevuto altri ospiti da parte della
donna, ma sarebbe stato troppo ottimistico credere che fosse
rimasta vittima delle sue stesse performance o che si fosse
improvvisamente pentita, imbucandosi per sempre nella tana
di qualche setta purista.
Ma allora perché dovevano prendersela anche con lui? E
con tanto accanimento, poi.
Chi si preoccupa tanto di me? si chiese, ripensando al suo
file trafugato.
Slash lo invitò a passare nella zona soggiorno,
distraendolo dai suoi pensieri. Adesso il cyb aveva assunto
un normale colorito umano, ma il suo aspetto da ragazzino
muscoloso e sfigurato, per giunta nudo, non era una gran
bella vista. Se almeno avesse smesso di ostentare quella
granitica sicurezza che di umano non aveva proprio niente.
Ad un tratto il cyb si fermò come se gli fosse appena
venuto in mente qualcosa di molto importante. — Può
sedersi, se vuole — disse in tono da padrone di casa.
Ahram si strinse nelle spalle e accettò l'invito,
sprofondando in una comoda poltrona. — Spero che tu non
mi abbia portato qui solo per mangiare una pizza — ribatté
acido. — O forse ti hanno programmalo per rispondere solo
quando vieni interrogato?
Slash lo squadrò per un istante, come se stesse vagliando
la risposta più appropriata. — La prego, signor Coxie, non si
arrabbi. Anche se me lo meritassi, lei non ne avrebbe il
tempo.
— Che cosa vuoi dire?
Il cyb distolse lo sguardo per manovrare una serie di
congegni su un quadro di controllo sistemato sulla parete di
fondo. Ad Ahram per poco non venne un colpo quando sentì
muoversi il pavimento sotto i piedi, ma era soltanto il
soggiorno che si spostava verso la cella frigorifera. Che
Xavier fosse talmente pigro da rinunciare a camminare?
Intanto, la fìla di visualizzatori alla sua destra si era
illuminata, ma senza mostrare alcuna immagine.
— Ha mai sentito parlare del Dottor Frober? — chiese,
ignorando la sua domanda.
— L'ho visto una sola volta, al Dipartimento. É il capo
Relazioni Esterne della Clinica.
Slash annuì, ciondolando il capo come avrebbe potuto fare
un neonato. — Esatto. Forse si starà chiedendo che cosa
c'entra con...
— Vedi un po' tu — l'interruppe in tono caustico,
considerando che almeno con il cyb poteva dar sfogo a tutta
la sua frustrazione senza dover correre troppi rischi. Almeno
finché lavorava per Xavier, Slash aveva il compito di
salvargli la pelle, non di farlo a pezzetti.
— D'accordo. Un attimo di pazienza. — Il cyb premette
un pulsante, e un attimo dopo la cella frigorifera si aprì
silenziosamente, rivelando una serie di portelli a chiusura
ermetica strapieni di quadranti e indicatori di vario genere.
Passò il pollice su un lettore ottico e subito dopo un ronzio
segnalò l'apertura del portello centrale, a poco più di un
metro dal pavimento, sospingendo all'esterno un contenitore
cilindrico, trasparente, che avrebbe potuto contenere
comodamente quattro persone.
In quel momento, però, ne ospitava una sola. Sempre che
potesse definirsi una "persona".
Il corpo giaceva supino all'interno, apparentemente senza
niente che lo sostenesse. Pareva fatto di una sostanza
indefinibile, di certo molto meno consistente dei normali
tessuti organici. L'epidermide e tutto quello che ci stava sotto
sembravano decomporsi ad intermittenza davanti ai suoi
occhi, mentre alcune parti — piedi, mani, la testa —
sbiadivano fino a scomparire per alcuni secondi, lasciando a
mezz'aria aghi e cateteri a cui erano collegate. Ahram
concentrò l'attenzione sul volto. Non era facile capire di chi
si trattasse, poiché la testa era la parte che sbiadiva con
maggiore frequenza.
— Sì, è proprio il Dottor Frober — l'aiutò il cyb,
sollevandosi sulle punte dei piedi per guardare anche lui. —
L'ho trovato quattro giorni fa, ed era già in queste condizioni.
É un miracolo che sia ancora vivo... O forse sarebbe meglio
dire ancora qui. É una fortuna che Padron Xavier possa
disporre di un cilindro di sospensione di riserva. Non vedo
come avremmo potuto mantenerlo stabile, altrimenti.
— Ha usato qualche nuova diavoleria RV?
Slash scosse il capo. — No, signor Coxie — disse,
battendo sulla tastiera appena sotto il cilindro. Il corpo di
Frober ruotò di trenta gradi, una posizione che gli permise di
notare le pulsazioni di un'evanescente carotide.
— Come fai ad esserne così sicuro? — domandò.
— Me l'ha detto lui. Lo vede quel cavetto che gli esce
appena dietro l'orecchio?
Ma sì, che stupido. Collegamento neurale con un
programma di traduzione di impulsi bioelettrici. É un bel
pezzo che non ne vedevo uno all'opera. Era una rivelazione
che lo lasciava abbastanza indifferente, tuttavia moriva dalla
voglia di sapere come Frober fosse riuscito a conciarsi in
quel modo, senza tecnologie RV.
— Ho eseguito parecchi esami dai quali risulta che è
perfettamente pulito. Niente droghe speciali o chip di
memoria periferica. Comunque, la causa delle sue condizioni
risiede nella testa. Ora vedo se riesce a sentirmi. — Ahram
inarcò le sopracciglia, assumendo un'espressione vagamente
scettica, ma attese che Slash continuasse a fare a modo suo.
— É una procedura un po' complicata — precisò. — Un
apposito programma statistico elabora le probabilità dei
tempi di "dissolvenza" del corpo e definisce l'intervallo in
cui deve avvenire lo scambio di impulsi. Se i due flussi sono
fuori fase, tanto varrebbe parlare a un muro.
Poco dopo il volto di Frober apparve su uno schermo. Non
era esattamente come Ahram se lo ricordava. I tratti erano gli
stessi, ma questo sembrava più in carne, quasi florido, con lo
sguardo vivace e penetrante dell'ottimista incallito, non privo
di un certo fascino misterioso. Forse il video restituiva
l'immagine di come Frober vedeva se stesso nella sua mente,
non quella che gli appariva ogni volta che si specchiava per
farsi la barba. Nello stesso istante entrarono in funzione dei
rilevatori ottici, sparsi un po' ovunque per il locale insieme
ad una certa quantità di sensori. Da quel momento era il
computer a gestire la vita di relazione dello spettro che
galleggiava nel cilindro.
— Dottor Frober? — disse Slash, sempre stucchevole
come un antiquato maggiordomo. — Riesce a sentirmi?
Il volto sullo schermo si mosse appena, come in una lenta
successione di fotogrammi. Alla fine, quando il programma
statistico ebbe ridotto il margine d'errore, i movimenti e la
voce del medico divennero del tutto normali.
— Sì — disse l'uomo della Clinica.
— Dottor Frober, sono io. Coxie — intervenne con un
certo disagio. Aveva perso l'abitudine di parlare a qualcuno
che non avesse un aspetto almeno vagamente umano, perciò
decise che era meglio rivolgersi direttamente allo schermo.
— Ah, Coxie — ripeté il volto. — Coxie...
— Che diavolo è accaduto?
— Ah, Coxie — continuò l'altro, dando l'impressione di
una registrazione. Poi il volto socchiuse gli occhi e s'inclinò
come se volesse guardarsi i piedi. — Noi non volevamo...
Nessuno di noi lo voleva, ma lei...
E no, eh! Ahram mosse minacciosamente un passo verso
lo schermo e quando se lo trovò a mezzo metro si bloccò,
ignorando quale fosse il comportamento equivalente a una
robusta presa per il bavero. Era la stessa enigmatica frase che
aveva sentito pronunciare dal tizio che gli era morto
sventrato fra le braccia, la notte del massacro alla Shu-Wak.
Tutto ciò non faceva che confermare il sospetto che la
Clinica era invischiata fino al collo. Ma non era ancora
chiaro cosa ci fosse dietro quella girandola di vittime e di
gente che pedinava altri pedinatori e via dicendo. Quella era
un'occasione irripetibile per saperlo. Finalmente poteva
spremere qualcuno che aveva l'aria di saperla lunga, e lui ne
avrebbe approfittato fino in fondo.
— Che cosa non volevate fare? — chiese in tono deciso,
senza alcuna comprensione per le condizioni di Frober.
Il volto assunse un'espressione contrita, come se fosse in
preda ad una sofferenza interiore dovuta all'espiazione di una
colpa.
— Andrea non voleva... Noi l'abbiamo costretta...
— É meglio se comincia dall'inizio, Dottor Frober —
l'invitò Slash, senza distogliere gli occhi da piccolo monitor
accanto alla tastiera, su cui scorrevano con esasperante
lentezza una serie di onde quadre. Distrattamente, Ahram
notò che il cyb continuava a regolare le strumentazioni per
impedire che i picchi luminescenti uscissero dal riquadro.
— Sì, dall'inizio — ripeté Frober. Il computer, o lui stesso,
si concesse una lunga pausa durante la quale l'immagine
rimase fissa, mentre l'ectoplasma nel cilindro era quasi
scomparso per una decina di secondi. — La donna che sta
cercando si chiama Andrea Dhao Wang — soggiunse alla
fine, in tono liberatorio. — Sappiamo che l'ha incontrata più
di una volta... E che è stata a un passo dall'ucciderla.
— Spero che questo non le dispiaccia — l'interruppe
Ahram, volutamente offensivo. Tuttavia, Frober sembrava
vivere in un mondo tutto suo, impermeabile a qualsiasi
sollecitazione esterna che non venisse prima filtrata dal
computer.
— No. Anzi ne sono felice. Andrea è un'immigrata della
Confederazione Birmana... Non conosco bene la sua storia,
ma so che è arrivata in Città poco più di quattro anni fa, e
che ha lavorato per un certo numero di centri del piacere, in
particolare quelli del Settore Ovest. Mi risulta che l'ultimo
ingaggio l'abbia ottenuto dall'Heaven's Door, ma non credo
che ci sia rimasta a lungo.
— Infatti — confermò Ahram.
— Be', nel suo lavoro era una che ci sapeva fare... O
almeno così si vantava Hans Dobrowicz.
— Era la sua donna? — chiese, rivedendo nella sua mente
la foto che riprendeva l'industriale attorniato da un gruppetto
di prostitute d'alto bordo.
— La sua preferita. L'unica cosa in cui Dobrowicz era
affidabile erano proprio le donne. Per questo gli abbiamo
dato retta quando la propose al direttivo del reparto
neurocyb. Ma noi pensavamo che lei fosse consenziente...
Quell'idiota di Dobrowicz si era sbagliato di grosso, e
purtroppo ce ne siamo accorti quando ormai era troppo tardi
per rinunciare all'intervento. Allora i disturbi psichici di
Andrea non sembravano tanto pericolosi, e non lo dico a
nostra giustificazione. Ormai, penso che abbiamo pagato
tutto ciò che dovevamo pagare.
Per un attimo, il volto sullo schermo parve sul punto di
frantumarsi in mille pezzi, vibrando come se stesse
resistendo ad un'incontenibile pressione interna.
— É ancora lì, signor Coxie?
— Sì, sono qui.
— Ah. Non riesco più a vedere...
Ma l'espressione di Slash gli disse che i sensori
funzionavano perfettamente. Ahram capì che doveva fare in
fretta, perché Frober stava per... Andarsene.
— Di che intervento si trattava? — chiese. — Andrea se
l'è presa con voi solo perché l'avete costretta? E adesso dov'è
finita? — Tutti quelli che ha ammazzato erano veramente
coinvolti in questa storia? Chi ha ucciso i miei amici nel
parco? Ma Frober l'ignorò, costringendolo a porre un freno
alla valanga di domande sotto cui desiderava seppellirlo.
Dentro di sé pregò che almeno riuscisse ancora a sentirlo.
— Hermann Dusol ha impiegato sei anni di ricerche... Lei
conosce Dusol, signor Coxie?
Ahram frugò fra i ricordi, fino a giungere al limite del
blocco mentale che la gente come Frober gli aveva imposto
prima di lasciare la Clinica. Hermann Dusol, primario del
Reparto Neurocyb ai tempi dei Disordini. Già a quell'epoca
era piuttosto anziano, tanto che oggi avrebbe dovuto avere
più di cent'anni. Era uno dei tanti pezzi grossi della Clinica,
cosa che in quel periodo era sinonimo di gran figlio di
puttana.
— Povero Hermann — proseguì il volto. — Si è fatto
rigenerare tre volte, e a vederlo sembra un uomo maturo,
ancora nel pieno delle sue forze...
L'esatto mio contrario, pensò Ahram. Andiamo, Frober!
Non hai più molto tempo!
— Dopo il Trattato siamo stati costretti a chiudere il
reparto, e tutti i progetti sono finiti nel riciclatore. Almeno,
quasi tutti. Più o meno legalmente, Hermann è sempre
riuscito ad eludere i controlli della Vigilanza, così quando
dall'Esterno giunsero gli echi di una nuova politica, ne seppe
subito approfittare, contribuendo a fare della "Rigenerazione
per tutti" qualcosa di più di un semplice slogan. I medici, i
politici, i grandi uomini d'affari e soprattutto la massa di tutta
la gente normale e mediocre che affolla i Komm... Perfino i
puristi più accaniti hanno sempre preteso qualcosa di più da
se stessi. A ben guardare, la Rigenerazione non è che un
misero palliativo, una semplice tappa verso un traguardo
molto più ambizioso... Lo so a cosa sta pensando. Lei crede
che la Clinica stia nascondendo alla razza umana il segreto
dell'immortalità o qualcosa del genere. Be', sono tutte
idiozie.
Io non ho detto niente, soggiunse Ahram fra sé,
consapevole di essere stato tentato di pensare qualcosa del
genere.
— Abbiamo sopportato troppi disastri — continuò Frober,
adottando un tono vagamente ecumenico, come se stesse
dettando il proprio testamento all'umanità. Era un tono che
Ahram odiava, tuttavia la strana sensazione che sentiva
nascere dentro di sé, qualcosa molto simile alla compassione,
gli permise di trattenersi.
— Ci siamo ammassati all'interno dei Komm per sfuggire
al Deserto che abbiamo creato in ogni angolo del mondo. In
poco meno di un secolo... Ed era inevitabile. Nessuno,
all'epoca, avrebbe mai pensato che i Komm sarebbero
diventati le nostre prigioni. E lo stesso vale per le colonie.
Forse dovremo vivere a contatto di gomito per il resto dei
nostri giorni... Provi a rifletterci, signor Coxie. Crede
veramente che l'immortalità possa essere la soluzione giusta?
— Il volto si concesse un'altra pausa, più lunga delle
precedenti, mentre l'epidermide virtuale assumeva un colore
grigiastro come se fosse fatta di sabbia di fiume. — No, se
non verranno ripristinate le RV, troveremo sicuramente
qualche altro modo atroce per scannarci a vicenda... Ma
Hermann ha la soluzione. Lui può dare a ciascuno uno
spazio alternativo, un mondo personale perfettamente su
misura... Niente chip o innesti neurali... É una prospettiva
che potrà garantire il maggior grado possibile di giustizia
sociale... A ciascuno ciò che si merita.
Stava per incalzarlo con un'altra domanda, ma Frober
parve leggergli nel pensiero.
— Andrea è stata la nostra cavia, ma qualcosa non ha
funzionato. Sembra che la sua mente sia in grado di pensare
solo alla vendetta nei nostri confronti. — Il volto si era fatto
terreo e sembrava sul punto di sfaldarsi in una miriade di
minuscoli granuli collosi. — Ci ucciderà tutti, signor Coxie,
tutti quanti. Il gruppo di Hermann e il gruppo di quelli che
non hanno condiviso gli ulteriori sviluppi del suo progetto...
Dobrowicz, Shuster, Suwabata, tutti gli altri. Io sono l'ultimo
superstite... non per molto, credo.
— Dov'è quella donna? — chiese, accorgendosi appena di
gridare. Mi sente? Dove posso trovare Andrea?
Il volto di Frober ebbe un sussulto che gli piegò la
mandibola sulla sinistra, deformandola grottescamente. —
Andrea non è più sola riuscì a dire con voce spezzata. — Lei
almeno non lo è più. Io... non ne sono stato capace, ma
forse... Oh Dio, signor Coxie. Dove... Dove sto... andando?
Dagli speaker del computer uscì un secco pop!, ma non
era saltato nessun circuito. Lo sfondo dello schermo era di
un verde brillante, vuoto come il cilindro.
— Merda, è andato! — proruppe Ahram, incapace di
trattenere un volgare gesto di disappunto mentre il cyb
trafficava con tutta una serie di tasti e manopole. Nel cilindro
di sospensione le uniche cose sospese erano gli aghi e i
tubicini conficcati in un corpo invisibile.
25

— Sì, è andato — confermò Slash alla fine. — Anche se è


impossibile dire dove — soggiunse.
Ahram non trovò di meglio che sfogare il suo disappunto
con una violenta manata sul cilindro. — Merda! — ripeté a
denti stretti, maledicendo la sua sfortuna. — Tu credi alla
storia della realtà multidimensionale? — Alla variabile
Berkeley, aggiunse mentalmente.
— É un'ipotesi che non mi sento di escludere — rispose il
nanerottolo con la solita impassibilità che, se prima aveva un
effetto rassicurante, adesso riusciva soltanto ad irritarlo. —
In fondo — si affrettò ad aggiungere, — il fatto che io stesso
appartenga alle soggettività virtuali, implica logicamente
l'esistenza dell'oggettività virtuale.
Ahram storse il naso senza distogliere lo sguardo da quel
volto deturpato, chiedendosi se per caso il cervello di Slash
fosse andato a far compagnia a Frober. In quel momento
sarebbe stato disposto a tutto pur di non lanciarsi in una
discussione pseudo filosofica con un cyb.
— La prego, risparmi le imprecazioni — disse Slash,
decifrando dalle labbra la parola che stava per pronunciare.
— Mi segua a quello schermo, per favore. Voglio mostrarle
qualcosa che forse le sarà utile.
Ahram si limitò a scrollare le spalle, assumendo un vago
atteggiamento da vittima che tuttavia lasciava intuire una
sottomissione soltanto parziale.
— Padron Xavier ha potuto analizzare il corpo di Frober
— spiegò il cyb. — Anche se non in modo soddisfacente. Le
apparecchiature si sono rivelate abbastanza inadeguate allo
scopo e poi, come le ho detto, non c'è stato molto tempo.
Comunque il computer ha dato qualche risultato.
— Sarebbe quella roba lì? — chiese, accennando con il
mento in direzione dell'altro schermo. Era grande almeno il
doppio di quello che aveva ospitato il volto di Frober,
incorniciato m una struttura metallica collocata dietro la
poltrona, e mostrava soltanto il lento ruotare di una griglia su
sfondo nero.
— Sì — fu la laconica risposta di Slash.
— Che significa?
L'altro l'ignorò, invitandolo a concentrare l'attenzione sulle
trasformazioni che si susseguivano sullo schermo. — Tutto
ciò che siamo riusciti a dedurre dai discorsi strampalati di
Frober — riprese a dire alla fine, — è che questa roba
dovrebbe essere il progetto di Hermann Dusol. — Quindi
sollevò un braccio assurdamente corto per indicare lo
schermo. Nello stesso istante la griglia cominciò ad alterarsi,
presentando una serie di ondulazioni che si infittivano di
secondo in secondo fino a strutturare un reticolo, capace di
restituire un'immagine tridimensionale migliore di un
ologramma. Ahram non riusciva a distogliere gli occhi dal
gioco di linee in continua evoluzione.
Come una perla in un'ostrica. Anzi, no: come una mosca
nel latte, pensò, quando al centro dello schermo apparve un
piccolo oggetto, scuro e sferico, che sembrava avanzare dagli
abissi informatici del computer, ingrandendosi e definendosi
a mano a mano che si avvicinava. — Sarebbe quello? —
buttò lì, ma con una certa cautela visto che con un
interlocutore come Slash era perfettamente inutile misurare
le proprie reazioni.
— Quello, signor Coxie, è un neuroveicolatore. O almeno
è così che Frober l'ha chiamato.
Già, si disse Ahram, sogghignando mentalmente. NVC per
gli amici, scommetto.
— Purtroppo non abbiamo la minima idea di come
funzioni o di quali siano i suoi effetti. Padron Xavier dice
che ha a che fare con i fronti d'onda generati dall'attività
cerebrale, ma è soltanto un'ipotesi. Quel che vede sullo
schermo non è altro che una macromolecola di sintesi...
— Macromolecola di sintesi? — l'interruppe,
avvicinandosi allo schermo fino ad un palmo dal naso. Da
quella distanza riusciva a notare che sulla superficie della
sferetta si delineavano parecchie increspature in serie,
qualcosa che gli faceva pensare a un paramecio o a alle
eruzioni solari riprese da un telescopio. Un movimento
frenetico che pareva non avere alcuna regolarità. Alla fine
decise per le ramificazioni di un albero senza foglie.
— Le estrapolazioni del computer la indicano come
l'ipotesi più probabile — soggiunse il cyb, degnandosi
finalmente di ingrandire l'immagine, facendola poi ruotare
attorno ad un asse inclinato di una ventina di gradi. Soltanto
allora Ahram si accorse che dalla sferetta usciva una sorta di
filamento, alla cui estremità si allargava un grappolo di
terminazioni sottilissime. — A una prima analisi sembra che
si tratti di una cellula nervosa — proseguì Slash, sempre
incapace di manifestare qualsiasi espressione. — Tuttavia
presenta molte anomalie che neppure il computer riesce a
spiegarsi. É grande almeno il doppio delle cellule piramidali,
ma questa non è la cosa più sorprendente. Guardi.
La cellula compì un'ulteriore rotazione di 180 gradi, dopo
di che sulla tentacolata superficie esterna si profilò una
gibbosità più pronunciata. Pochi secondi dopo, il corpo
cellulare aveva estruso un altro filamento, molto più sottile
del primo, che si ramificò ad una estremità in un groviglio di
dendriti. — Che diavolo significa? — chiese Ahram, più che
mai consapevole che c'era qualcosa di sbagliato in ciò che
stava vedendo.
— Una cellula nervosa con due assoni — precisò il cyb.
— O almeno credo. Sono quei due filamenti sottili.
All'interno del corpo cellulare sono state riscontrate delle
sostanze sconosciute... Probabilmente nuovi enzimi che
consentono al neurone di potenziare o moltiplicare le sue
funzioni, non so. Adesso, però, osservi attentamente la
simulazione.
All'improvviso l'immagine rimpicciolì oltre le dimensioni
iniziali, fin quasi a scomparire dallo schermo. Un istante
dopo cominciò a delinearsi una massa dai contorni sempre
più precisi, fermandosi solo quando ebbe assunto la forma e
la grandezza di un cervello umano. Tuttavia non era identico
a un cervello umano. Ahram non era in grado di dire cosa lo
distinguesse da un normale sistema nervoso centrale, ma era
sicuro che quello che aveva davanti agli occhi era qualcosa
di più.
— Esiste più di un sospetto — aggiunse il cyb — che quel
neurone, o qualunque cosa sia, riesca a trasformare
rapidamente tutte le altre cellule nervose. Questa è la
simulazione del cervello di Frober.
E anche di Andrea, aggiunse fra sé Ahram. Era dunque
quello il motivo per cui decine di persone ci avevano lasciato
la pelle?
Ma com'era possibile che qualcosa dell'ordine dei micron
riuscisse a fare tutti i disastri di cui lui stesso era stato
testimone? E poi, era davvero colpa di quel neurone se
Frober si era dissolto davanti ai suoi occhi?
Cercò di arginare gli interrogativi che si stavano
ammassando nella sua mente, restando immobile davanti allo
schermo mentre Slash continuava a trafficare con la tastiera.
Rimase a fissare l'immagine le con le mani affondate nelle
tasche e la testa quasi incassata nelle spalle, temendo di
spezzare per sempre il corso dei suoi pensieri. Gli
mancavano ancora parecchi elementi, ma forse cominciava
ad avere chiaro il quadro della situazione.
Hermann Dusol aveva messo a punto un nuovo tipo di
tecnologia organica che in qualche modo aveva sperimentato
su Andrea Dhao Wang. Ma a quanto pareva nessuno aveva
tenuto conto della sua fragilità. Forse la donna era
psicolabile, o comunque il suo cervello aveva reagito nel
modo sbagliato... Se davvero era birmana, l'intervento poteva
averle aperto una valvola di sfogo per tutte le sofferenze e i
soprusi che doveva aver patito fin dalla nascita, tanto da
scatenare in lei una furia omicida che si era riversata contro i
suoi ultimi violentatori... Così intendeva sterminare Dusol e
la sua banda di medici e industriali esterni...
Non sarebbe stata una sorpresa scoprire che il progetto del
centro di sdoganamento fosse la facciata che permetteva alla
Clinica di autofinanziarsi le ricerche sul neuroveicolatore,
ma... Suonava strano che fossero necessari 20 milioni di
nuovi ECU tutti in una volta, e per una ricerca che durava da
sei anni. Doveva esserci sotto qualcos'altro, qualcosa che
aveva indotto Frober e alcuni colleghi a dissociarsi dai piani
di Dusol. Peccato che questo non fosse bastato per salvargli
la pelle... D'altra parte anche il gruppetto di irriducibili che si
rintanava nella Clinica sembrava avere le ore contate, visto
che Frober era sembrato più che convinto che Andrea fosse
ancora in circolazione.
Al diavolo, se almeno avesse resistito per un altro
minuto... Forse avrebbe potuto sapere perché avesse deciso
di alterarsi il cervello come Andrea, pur subendo una sorte
diversa.
— Questo sarebbe il neuroveicolatore — disse, a metà fra
una domanda e una constatazione.
— Sì, se dobbiamo credere a Frober — rispose Slash,
allontanandosi verso il cilindro di sospensione. Ahram
rimase in attesa che il cyb rimettesse a posto tutto quanto con
la solita diligenza, quindi decise di approfittare della
poltrona che aveva alle spalle.
Piegandosi, le sue gambe emisero un cigolio stridente, ma
il brivido che gli percorse l'intera spina dorsale aveva un'altra
causa. Credeva di percepire una strana sensazione
sottocutanea, una specie di formicolio che si diffondeva in
tutto il corpo appena sotto l'epidermide, qualcosa che la sua
mente interpretò come un cattivo presagio.
— Non ho disattivato il cilindro — disse Slash. — Nel
caso che Frober ritorni. — Il cyb venne verso di lui,
trascinandosi dietro una poltroncina fatta a sua misura. La
piazzò un po' alla sua destra e si appollaiò precariamente
sullo schienale, mentre nella mano destra stringeva un
minicubo che minacciava di schizzargli via come una
saponetta.
Ahram preferì non fare commenti. Sentirsi addosso lo
sguardo fisso del nanerottolo non era gran che come aiuto.
Anzi, sentirsi scrutato da quegli occhietti un po' troppo
ravvicinati, di cui uno quasi interamente nascosto dalle
grinze dell'epidermide, era una situazione che lo metteva a
disagio. Era impossibile capire che cosa gli potesse passare
per la testa in quel momento.
— Non c'è niente da bere in questo posto? — chiese,
cercando di assestarsi in una posizione più comoda, e intanto
malediva fra sé la mente per tre quarti artificiale del cyb. Le
straordinarie capacità analitico-deduttive di cui era corredata
sembravano sempre dissolversi proprio nel momento in cui
se ne aveva veramente bisogno, come se all'improvviso
saltasse fuori qualche subroutine fantasma che le
paralizzava. Adesso Slash non gli sarebbe stato di nessun
aiuto. Sapeva benissimo che anche il cyb — e il suo padrone
— stavano brancolando nel buio, e non solo per la faccenda
del neuroveicolatore. A meno che... A meno che per qualche
oscuro motivo Slash gli stesse nascondendo qualcosa.
— Mi spiace, signor Coxie. Qui non abbiamo neppure
dell'alcol denaturato.
— Ci avrei scommesso — replicò con irritazione, vedendo
svanire la possibilità di dare una bella calmata ai suoi nervi.
Gli seccava ammetterlo, ma assistere al dissolvimento di
Frober era stata un'esperienza di cui avrebbe fatto volentieri
a meno. — Andrebbe bene anche qualche stimolante
generico... Capsule o compresse, vedi un po' tu.
Slash s'ingobbì come un gufo sul trespolo per esternare il
suo meccanico dispiacimento. — Temo che...
All'inferno! imprecò, e stava già meditando di andare a
ficcare il naso nei supporti vitali del cilindro, quando ad un
tratto si ricordò dei medicinali che aveva preso "in prestito"
da Sabi. Allora s'infilò una mano in tasca, e il primo oggetto
che ne cavò fuori fu il piccolo inalatore caricato con
inaxprin.
— Non sarà tanto facile rintracciare Dusol, su alla Clinica
— disse, armeggiando con la linguetta d'apertura. — Sempre
che il grande capo non abbia già seguito la sorte di Frober.
Se uno dei suoi complici, o ex complici, è stato in grado di
impiantarsi quella roba nel cervello... Non vedo perché
Dusol dovrebbe farsi maggiori scrupoli.
— Crede davvero che Hermann Dusol...
— Lui e il suo gruppetto di superstiti, sì — confermò,
cercando di essere convincente almeno verso se stesso. —
Anche se spero di sbagliarmi. Il fatto che l'esperimento
l'abbiano condotto su Andrea dimostra che avevano dei
dubbi circa i risultati, e l'esito non certo positivo dovrebbe
indurli a pensarci più di una volta prima di ripeterlo su se
stessi. Spero proprio che sia così. Non voglio essere io a
finire con il sedere per terra!
— Prego?
Ahram gli lanciò un'occhiata piena di sarcasmo. — Ah,
già. Dimenticavo che tu non hai di questi problemi. Il tuo
Padron Xavier mi ha ingaggialo per trovargli l'assassino o gli
assassini di Dobrowicz, ricordi? Be', quanti ECU pensi che
mi scucirà se vado a dirgli che questi si sono volatilizzati
dopo aver fatto qualche giochetto idiota con il loro cervello?
— Concluse la frase con un grugnito irridente quindi, quasi
con rabbia, s'infilò l'inalatore in una narice e inspirò
profondamente. — Merda, è finito anche questo! —
imprecò, scagliando il tubetto lontano da sé, mandandolo a
rotolare per qualche metro sul pavimento. Oggi mi va
proprio tutto storto, accidenti!
— Se mi permette, più che uno stimolante le occorrerebbe
un sedativo — commentò Slash, tuttavia il suo sguardo
impenetrabile si era posato sul minicubo che teneva nel
palmo della mano. Con un balzo il cyb saltò giù dallo
schienale per sedersi come un bambino educato, ma qualche
secondo dopo preferì raccogliere le gambe nella posizione
del loto. Stranamente, Ahram aveva l'impressione che il
nanerottolo avesse in gola l'equivalente cyb del rospo che
non voleva essere sputato.
— Dove hai detto che hai trovato Frober? — chiese,
sperando che concentrarsi sui suoi guai sarebbe servito a
qualcosa.
— Nel settore ospedaliero del Dipartimento — rispose il
cyb. — Quel vecchio palazzo esterno al Cerchio. Dovrebbe
conoscerlo, visto che prima dei Disordini era il suo quartier
generale. — E dopo gli ultimi scontri venne adibito ad
ospedale per prestare i primi soccorsi ai sopravvissuti del
Deserto. In pratica un'anticamera della morte. — L'ultima
volta che ho visto Sabi, mi è sembrato di capire che là dentro
stesse accadendo qualcosa d'importante, così...
— Non hai esitato a ficcarci il naso. Sai come Frober sia
arrivato là dentro?
Slash scosse il capo. — No. E non è emerso niente
neppure dalle mie ricerche. Non appena mi sono reso conto
delle sue condizioni, ho pensato di portarlo qui... Anche
Padron Xavier dice che ho fatto bene. Se l'avessi lasciato
dove stava si sarebbe dissolto già da qualche giorno. Dovrà
convenirne anche il signor Sodano.
— Già, una fortuna sfacciata — commentò Ahram, mentre
ora poteva quasi vedere il rospo che andava su e giù per la
gola del piccolo gnomo. — Avanti, Slash. Dimmi subito
quello che hai da dire e facciamola finita, d'accordo?
Il cyb si concesse una pausa che misurata sul tempo
soggettivo di Ahram equivaleva a una eternità. — Signor
Coxie — disse alla fine. — Il fatto è che... Sì, insomma, il
mio padrone e... be', anch'io, credevamo di poterci fidare di
lei.
Ahram si sentì cadere dalle nuvole. E adesso cos'è questa
storia? — Ehi, dico! Che cosa stai farneticando?
Il suo tono di voce mise Slash sulle difensive. Se ne
accorse dal ronzio che proveniva da qualche parte del corpo
del cyb, come se stesse attivando dei dispositivi
bioelettronici per scongiurare un attacco fisico.
— Siamo sicuri che ci sta nascondendo qualcosa, signor
Coxie.
— E piantala con questo signor Coxie! — proruppe. —
Anche tu ti sei fuso il cervello, per caso? Che cosa avrei da
nascondere a una coppia di ficcanaso come voi due?
Scommetto che non mi perdi di vista un attimo dalla prima
volta che ci siamo incontrati, vero? — Quindi s'interruppe
con un certo sforzo. Da come si stavano mettendo le cose
preferì non fargli notare che un cyb veramente efficiente gli
avrebbe evitato il ricovero al Saint Eustache e, soprattutto,
avrebbe salvato la pelle a Fleury e Screw. — Avanti, allora.
Sto aspettando una risposta.
Slash scosse il capo con lentezza esasperante. — Che
cos'ha fatto negli ultimi quattro giorni? — chiese senza
mezzi termini, ma per sua natura era incapace di modulare
un tono accusatorio.
Merda, lo sai benissimo che cosa ho fatto! Comunque
glielo disse. — Ti ho perfino chiesto se Sabi ti aveva
contattato, no?
Slash annuì e scrollò le spalle. Adesso teneva le mani
giunte come se volesse mettersi a pregare, ma fra i palmi
stava facendo rotolare il minicubo. — Mi ha chiesto se
avevo visto Sabi oggi, e io le ho risposto di no. L'ultima
volta è stata quattro giorni fa, cioè da quando lei è sparito.
Ahram si sentì montare su tutte le furie, ma riuscì a
trattenersi, con le mani prudentemente affondate nelle
tasche. — Io non sono sparito! — protestò, senza curarsi del
fatto che la voce gli usciva stridula come quella di un
bambino capriccioso. — E poi, anche se fosse, non sarebbe
la prima volta. O forse mi stai dicendo che non posso fare il
cavolo che voglio senza il permesso di Xavier?
— Ho appena avuto le prove, signor Coxie.
— Che intendi dire? Le prove di cosa? — l'incalzò Ahram,
mentre un terribile sospetto cominciava ad insinuarsi nella
sua mente, fino ad intaccare la sicurezza che l'aveva sorretto
fino a quel momento. Se Slash diceva la verità, allora il
messaggio lasciatogli da Sabi era là da quattro giorni. Il che
voleva dire che lui aveva dormito per tutto quel tempo...
Ma no. Com'è possibile?
Eppure... Eppure sembrava che ci fosse davvero qualcosa
di storto nella realtà che lo circondava, come se le cose che
vedeva intorno fossero davvero più vecchie di quattro giorni.
A poco a poco, però, la memoria cominciò a districare i
ricordi, venendogli in soccorso con una serie di particolari
che la sua mente si era limitata a registrare senza valutarli. In
fondo, quello era il destino di tutto ciò che sembrava
insignificante.
Tanto per cominciare c'era il taglietto dietro l'orecchio.
Senza dubbio era molto recente, perché aveva appena
cominciato a cicatrizzarsi. Tuttavia, era sicuro che la sua
barba crescesse incolta da due giorni, ed era impossibile che
si fosse ferito accidentalmente. E allora perché quel taglio? E
perché le sue guance cominciavano a pungere soltanto
adesso, come se si fosse sbarbato da poche ore?
E poi c'era la storia dell'inalatore. Sabi gli aveva detto che
le sarebbe bastato per una settimana, e invece era già vuoto.
Il tubetto era lo stesso, ne era sicuro. C'erano ancora i segni
dei suoi denti sulla linguetta, quando l'aveva aperto
all'esterno del chiosco in mezzo alla bufera.
Sì, fu costretto ad ammettere. Tutto lascia pensare che
siano passati più giorni di quanti non dovrebbero. Ecco
cosa succede ad andare a letto con una donna dopo tutto
questo tempo! E quella consapevolezza lo fece stare peggio
che se avesse ricevuto un calcio nello stomaco. Era un dolore
intenso che veniva condiviso da ogni cellula del suo corpo,
ma fu solo una questione di pochi secondi. Infatti, dopo lo
shock iniziale si sentì pervadere da una rabbia che aveva
provato una sola volta nella vita. Non era esattamente lo
stato d'animo di chi si sente vittima del destino o di un
crimine. Bene o male, in questi casi si poteva sempre farla
pagare a qualcuno. Il guaio era che lui si sentiva derubato di
quattro giorni della sua vita, e nessuno avrebbe potuto
restituirglieli o finire in galera. Merda! E come se non
bastasse, il cyb accusava lui di qualcosa che neppure si
sognava di aver fatto.
— Sai, Slash. Ho la vaga impressione che qualcuno voglia
fregarmi — disse in tono forzatamente pacato. — E credo
che non ci sarà più alcun dubbio se terrai ancora aperta
quella maledetta bocca. — Poi s'interruppe, forse illuminato
dalle ultime briciole di razionalità che erano sfuggite alla sua
rabbia. Forse, se fosse stato al posto del cyb, lui avrebbe
avuto gli stessi sospetti. D'accordo. Meglio tirare un bel
respiro e cercare di attenuare il tremito che partiva dai gomiti
e si concentrava nelle mani ancora prudentemente
imprigionate nelle tasche. — E va bene — concesse dopo
una pausa. — Supponiamo che io sia il bastardo traditore che
dici. Quali sarebbero queste prove?
Slash saltò giù dalla poltroncina con invidiabile agilità, e
soprattutto senza il minimo scricchiolio delle giunture. Dopo
aver inserito il minicubo nella slot del terminale tornò verso
di lui. Forse era solo un'impressione, ma credette di leggergli
in volto l'espressione di un pestifero ragazzino vendicativo.
— La vede quella proiezione sullo schermo? — disse,
indicandogli il visualizzatore su cui roteava l'immagine 3D
dell'encefalo alterato. Per una frazione di secondo subì una
sorta di interferenza che ne sfumò i contorni, poi tornò a
stabilizzarsi.
Ahram annuì. — Vuoi un giudizio estetico sul cervello di
Frober?
— No, signor Coxie. Vede, quando siamo entrati qui, lei è
passato attraverso il condotto di sterilizzazione.
— Voglio che Xavier dorma sonni tranquilli — replicò
con sarcasmo.
— Il fatto è che non è un semplice condotto di
sterilizzazione. É un'apparecchiatura piuttosto complessa che
svolge parecchie funzioni. In particolare, registra
automaticamente qualsiasi anomalia dell'organismo per tutto
ciò che concerne l'aspetto bioelettrico.
Ahram si grattò con energia l'interno dell'orecchio destro,
come se vi si fosse appena nascosto un ragno. — E allora?
Lo sapevi anche da prima che le mie gambe sono una
schifezza.
— Non mi riferivo alle gambe, ma alla testa. L'immagine
che adesso sta vedendo su quello schermo non è il cervello
di Frober. É il suo, signor Coxie.
26

Ahram procedeva mettendo un piede davanti all'altro, con


lo sguardo fisso sulla neve che intasava il viale, appena
consapevole di avere gli stivaletti inzuppati e che i piedi
erano a buon punto sulla via del congelamento. Ad intervalli
regolari passava davanti alle colonnine dell'Info che
spuntavano dal marciapiede. Dallo speaker d'emergenza
fuoriusciva una voce liquida che pareva vaporizzarsi nell'aria
gelida, annunciando che la situazione in Città cominciava a
normalizzarsi.
Bella scoperta, pensò con indifferenza, cogliendo qua e là
le prime sagome fugaci dei cittadini che ne avevano
abbastanza di stare rintanati in casa. La sua sembrava una
marcia forzata fra i cumuli grigiastri che gli sgombraneve
avevano lasciato ai lati della strada, e non aveva ancora
deciso che cosa avrebbe fatto una volta arrivato all'ingresso
del Cerchio, tra un paio di chilometri. Di entrarci non se la
sentiva proprio, perché nelle condizioni in cui si trovava
c'era il rischio di imbattersi in un agente un po' troppo
zelante. L'avrebbero portato al Dipartimento e Sodano gli
avrebbe rotto l'anima per chissà quanto.
Da quando Slash gli aveva spiegato cosa stava succedendo
nel suo cervello, non poteva fare a meno di pensare di essersi
trasformato in una bomba vivente, con il timer difettoso.
Vagava per la Città senza sapere in quale istante il suo cranio
e ciò che conteneva sarebbero schizzati tutt'intorno per
decine di metri, creando accostamenti di colore che qualcuno
avrebbe perfino apprezzato.
Ma forse quella della bomba era soltanto una fesseria.
Forse era già cominciato il processo di dissolvimento di cui
Frober era stato vittima. Perciò, invece di pensare ad
imminenti esplosioni, avrebbe fatto meglio a controllare
costantemente la consistenza del suo corpo.
Già, ma per farlo doveva trovare un posto dove l'avrebbero
lasciato in pace, perché la prospettiva di una morte più o
meno silenziosa liberava in lui lo stesso istinto di alcuni
animali del passato. Adesso credeva di capire cosa
provassero i vecchi elefanti quando si allontanavano dal
branco, per morire in solitudine nel cuore della foresta. In
parte, era anche per questo motivo se aveva rifiutato l'invito
di Slash a restare in quella specie di clinica del suo padrone.
Là dentro avrebbe trovato tutto l'aiuto possibile ma, senza
contare il risentimento che provava nei confronti del cyb, il
solo pensiero di finire nel cilindro al posto di Frober era
sufficiente a paralizzarlo.
E allora dove andare?
Era dura ammetterlo, ma adesso non aveva neppure un
buco nel Calderone, perché tre ore prima aveva trovato il suo
cubo occupato da un'intera famiglia di disgraziati.
Probabilmente sarebbe riuscito a farli sloggiare, magari con
le cattive, ma poi... Al diavolo. Chi se ne fregava più di
simili sciocchezze?
Tornare nell'appartamentino di Sabi era da escludere,
perché era tutt'altro che sicuro. Il fatto che la ragazza fosse
sparita da quattro giorni doveva pur avere un significato, e
lui aveva il tragico sospetto che qualcuno l'avesse sequestrata
per fare da esca, così come era avvenuto per Fleury e Screw.
Tutti volevano la testa di quella prostituta? Ebbene, lui
gliel'avrebbe portata. Forse rimettersi in caccia l'avrebbe
aiutato a non pensare alla metamorfosi dei suoi neuroni o
alla possibilità di trascorrere il resto della sua vita in
compagnia di Frober.
Sempre che qualcuno non mi faccia secco prima, concluse
fra sé, imboccando distrattamente la prima traversa sulla
destra. La direzione non era importante. Per ora gli bastava
allontanarsi dal Cerchio, imbucarsi in qualche posto e tenere
tutti i sensi allertati.
Stava per raggiungere una piccola piazza circolare, appena
tre isolati più a sud del chiosco di qualche giorno prima,
quando si sentì colpire alla schiena da una palla di neve, un
grumo quasi ghiacciato che gli andò a finire dentro al
giubbotto. Molto probabilmente, soltanto qualche ora prima
si sarebbe limitato ad ingaggiare una battaglia ad armi pari
con la squadra di teppistelli che era corsa a nascondersi. Ma
adesso sentì di avere una gran voglia di strozzarli uno dopo
l'altro. Anzi, dentro di sé si ritrovò quasi a rimpiangere di
aver salvato quel moccioso dai tre killer, poco prima che
iniziasse tutta la maledetta storia. Per poco quel branco di
sbandati non gli faceva prendere un colpo!
Ma ciò che più lo irritava era che l'avrebbero passata
liscia. Merda!
Cercando di scrollarsi fuori la neve, attraversò la piazzetta
quasi di corsa, alla massima velocità consentitagli dalle
gambe. La necessità di trovare un rifugio cominciava
diventare una questione di vita o di morte, perché quella
palla di neve gli aveva fatto capire di essere terribilmente
vulnerabile.
Meglio tirare dritto e non pensare, concluse con il fiato
mozzo, mentre in lontananza poteva ancora udire le urla di
scherno dei mocciosi. Per oltre un minuto rimase addossato
alla parete di un edificio, puntellandosi con le gambe,
cercando di concentrarsi sulle forme che assumeva la
nuvoletta del suo fiato. Alla fine tirò su col naso, decidendo
che adesso le due protesi scalcinate potevano resistere ancora
per un po'.
Si scostò dal muro e mosse qualche passo d'assaggio sulla
neve sporca. Ma si accorse troppo tardi di non avere
calcolato la leggera pendenza del terreno e le placche di
ghiaccio in agguato sotto un centimetro di neve farinosa.
Bastarono pochi passi per fargli perdere bruscamente
l'equilibrio. Sentì i piedi sollevarglisi all'altezza del bacino,
costringendolo a un'acrobatica sforbiciata a mezz'aria.
Le vertebre lombari assorbirono quasi tutta la caduta, ma
quando la sua lesta toccò il suolo fu come se qualcuno
avesse spento la luce.

Il buio non durò a lungo, semplicemente perché "a lungo"


era un concetto privo di significato.
Aprì gli occhi, e questa era una cosa che aveva maggior
senso.
Tuttavia le sue retine non registravano nulla di
straordinario, solo una luce violetta che pareva essersi
solidificata, impedendogli di vedere cosa ci fosse dall'altra
parte. I suoni sembravano arrivargli alla mente sotto forma di
ricordi. Anzi, quando riuscì a vincere l'ondata di panico, si
accorse che tutte le sue sensazioni erano un'accozzaglia di
ricordi che tentavano di conquistare la loro giusta posizione.
Ed era un processo doloroso.
A poco a poco, sull'estensione violacea apparvero delle
striature blu elettrico, e il dolore si trasformò in una serie di
segnali in codice.
Sta' calmo, si disse. Non avere fretta.
E nel frattempo nella sua mente si formava l'immagine di
se stesso, visto dall'alto. Un corpo buttato là su una
superficie invisibile, tutto raggrinzito come un ragno che si
finge morto.
I ricordi continuavano a scrosciare come un torrente in
piena, solidificandosi. Si infrangevano a ondate contro le
pareti del cranio, producendo una pioggia bioelettrica.
Matrici d'onda, mormorò, sorpreso di identificare con
tanta precisione quel concetto.
Cybertecnologia. Byte d'informazione convertiti in energia
pura.
Energia pura convertita in macroentità virtuali.
Sì, adesso cominciava a convincersene.
Non avrebbe saputo spiegare diversamente le cose che
vedeva prendere forma attorno a sé. La Clinica, il
Dipartimento. Rifugi antichimici. Il Calderone. Entità che
ricalcavano le medesime coordinate spaziali. La stessa
matrice. Il suo io.

L'orologio segnava le 19 e 21, ma non aveva molto senso.


Ricordava di essere caduto in quel vicolo, ma sapeva anche
che il continuum che giustificava la sua esistenza si era
spezzato.
Ricacciando indietro l'ondata di panico iniziale, scoprì che
era in grado di selezionare i ricordi e di consolidarli in
coordinate stabili.
Fu una sorpresa constatare quanto fosse facile adattarsi, e
ciò gli diede nuova sicurezza. Sì, perché dopo tutto era
ancora vivo. Non si era dissolto come Frober. Il suo corpo
era ancora solido e funzionante.
Non sarebbe cambiato nulla e questa, paradossalmente, era
la migliore prospettiva che poteva augurarsi.

Adesso le certezze si susseguivano una dietro l'altra, a


mano a mano che prendeva confidenza con l'Esterno. Aveva
scoperto che il suo cervello poteva attingere alla memoria
biologica, selezionando i ricordi in blocchi omogenei. E
forse, con un po' di pratica, avrebbe evitato le
sovrapposizioni. Esplorare un numero praticamente infinito
di realtà era una prospettiva affascinante, ma per il momento
era più sicuro restare ancorato alle familiari coordinate della
Città.
Fu solo dopo ripetuti tentativi che riuscì ad individuare la
sequenza giusta. La neve sporca, il vicolo... tutto ciò che era
accaduto nelle ultime settimane...
Maledetto Berkeley!
Lo urlò quasi con gioia.

Ma non era esattamente tutto come prima. La struttura di


quella realtà sembrava permeata di sofferenza, una sorta di
cancro della memoria che lavorava dall'interno. In tutto ciò
che passava davanti ai suoi occhi, Ahram percepiva uno
strano riflesso che non aveva origine luminosa. Il mondo
esterno gli stava restituendo un bagliore cupo, e invece di
avanzare nella neve gli sembrava di procedere in un liquido
caldo che gli arrivava alle caviglie.
Poi, d'un tratto capì. Non poteva esserne sicuro, ma era
molto probabile che quella realtà fosse associata ai ricordi di
Andrea Dhao Wang. Chi gli aveva manipolalo il cervello
doveva sapere il fatto suo. Forse i suoi neuroni erano stati
geneticamente alterati per ricordare la matrice della donna,
correggendone gli errori che l'avevano portata alla follia
distruttiva. Forse l'unico modo per rintracciarla era quello di
entrare nella sua realtà, una matrice discontinua che si
proponeva ai sensi come un tessuto sfilacciato, dominato
dalla violenza. Era come trovarsi sbalzati in un mondo di
idee platoniche, dove le uniche ad avere un senso erano
quelle della miseria, di abusi sessuali e sopraffazioni. E poi,
un dolore sconfinato.
Ad un tratto la sua mente rivide l'immagine di Andrea, là
nella stazione di servizio. Non era qualcosa di concreto,
forse gli esseri umani erano troppo complessi per essere
manipolati dai suo cervello. Era un semplice ricordo che
poteva nuocere solo in quanto tale, e accorgersene gli
strappò un sospiro di sollievo. Come avrebbe reagito se
Yelena si fosse ripresentata in carne e ossa davanti ai suoi
occhi?
Muovendosi cautamente nel labirinto di sequenze
mnemoniche, alla fine il flusso dei suoi pensieri riprese a
scorrere normalmente. Le coordinate primarie della sua
matrice tendevano a stabilizzarsi sulla realtà di sempre.
Adesso doveva sbrigarsi, perché il tempo non aveva
smesso di scorrere, e lui aveva un sacco di gente alle costole.
Non gli erano ben chiari i motivi per cui lo volessero morto,
ma era certo che la cricca di Dusol gli stava con il fiato sul
collo. Teoricamente, né loro né i fottuti mercenari avrebbero
potuto seguirlo attraverso i continua, altrimenti Andrea
sarebbe stata eliminata già da un pezzo. Tuttavia, anche in
quelle condizioni, la solita vocina non la smetteva di
tormentarlo: Terrore che quei tizi avevano commesso con
Andrea non l'avrebbero ripetuto anche con lui. I bastardi
dovevano sicuramente avere escogitato un modo per
rintracciarlo nel labirinto di realtà soggettive. Ma se il suo io
poteva tradursi in una manciata di equazioni, allora le
soluzioni potevano essere individuate chiaramente. Bastava
sapere cosa cercare.
27

All'interno dei continua, Andrea si lasciava dietro una


traccia netta. Sullo sfondo aleggiava una venatura che la
mente di Ahram interpretava come odio allo stato puro,
plasmato in una sinusoide, e ben presto si accorse che non
era difficile trasformarla in un corso d'acqua torbida in cui
s'immerse fino alla vita. Le gambe artificiali non
incontravano resistenza, ma la corrente le spingeva in una
direzione precisa, lontano dal Cerchio e dagli Anelli interni.
Ad un tratto, un'altra banda di teppisti attraversò la strada
a una ventina di metri. Si rincorrevano fracassando vetri e,
quando lo scorsero, qualche palla di neve volò in quella
direzione. Ma adesso non aveva nulla da temere. Un rapido
cambio di coordinate e quegli stronzetti avevano la stessa
pericolosità dei killer degli olofilm.
O di una pubblicità di deodorante, pensò fra sé con quel
po' di sarcasmo che riusciva a trovare, lottando per non
venire travolto dall'odio che lo circondava. Adesso aveva le
stesse capacità di Andrea, ma non gli era di grande conforto
rendersi conto di poter scegliere un determinato continuum.
La corrente l'aveva condotto all'estrema periferia della
Città, non molto lontano dalla struttura dell'astroporto. Da lì
poteva intravedere la recinzione alta sei metri e piena di
trappole elettroniche che impediva l'accesso alle piattaforme.
Poco oltre, gli sembrava persino di scorgere le guglie nere
dei generatori AG, sfumate nella nebbia.
A quel punto però le tracce piegavano in modo
inequivocabile verso est dove la poltiglia fangosa della
strada piegava all'interno dei Docks, uno dei quartieri
abbandonati della Città. Un'area che doveva il suo nome a
qualcosa che non esisteva più da decenni.
Ecco, lo sapevo! si disse. Il suo innato pessimismo gli
aveva già prospettato quella possibilità, ma non aveva voluto
crederci. Chi doveva sparire dalla circolazione poteva
scegliere fra il Calderone e i Docks, e di solito si preferiva il
primo, anche se non era facile trovare un buco libero. Per
quanto fragile, là sotto esisteva ancora una certa struttura
sociale, e tutto sommato si poteva fare affidamento
sull'omertà. Ma la Città non pullulava soltanto di derelitti di
ogni tipo. In genere i pazzoidi veramente pericolosi, quelli
per cui la Sicurezza applicava la regola dello sparare-a-vista,
non potevano far altro che rintanarsi nei Docks.
Il quartiere si era originariamente sviluppato lungo l'argine
sinistro del fiume come zona commerciale. Un tempo
quell'area di circa due chilometri quadrati brulicava di
attività: magazzini, centri di smistamento ferroviari, impianti
per la lavorazione e conservazione dei prodotti... Tutti
ammassati gli uni addosso agli altri fino a costituire una
piccola città fatta di metallo. Dopo i disastri, le strutture delle
centinaia di torri e gru si erano schiantate sulle costruzioni
più basse, formando una mostruosità architettonica del tutto
casuale.
Adesso era un'enorme intelaiatura arrugginita, ma in
mezzo a quel groviglio di ferraglia c'era sempre qualcuno
che si ritagliava la sua casa. Bastava qualche aggiunta di
poco conto e si poteva anche ricavare un piccolo bozzolo,
magari a cinquanta metri d'altezza, dove si era al sicuro dalle
visite indesiderate.
Comunque la pazzia e la disperazione non erano
sufficienti per finire nei Docks. Per vivere lì bisognava
essere agili come una capra e insensibili alle statistiche
secondo cui nei primi tre mesi, almeno sei persone su dieci
morivano di tetano.
E io non ho le gambe di una fottuta capra! si disse, mentre
cercava di individuare il punto esatto verso cui conducevano
le tracce. Sarebbe stato infinitamente meglio se Sodano si
fosse già preoccupato di perlustrare la zona. A quest'ora
avrebbero già trovato la donna, risparmiandogli quella che si
preannunciava come una scalata degna di un acrobata.
Merda!
Ma era un pensiero che non condivideva fino in fondo.
Aveva incontrato Andrea due sole volte, e sempre per
pochi istanti. Tuttavia gli erano stati sufficienti per capire
che la prima vittima di quella storia era proprio lei. A
differenza di Shuster, Dobrowicz e tutti gli altri, Andrea era
quella che soffriva di più: era ancora viva, e nel suo caso la
morte non era il male peggiore.
Sarebbe stato più giusto se fosse stato lui a trovarla, e non
qualche bastardo mercenario che l'avrebbe fatta a pezzi per
un po' di ECU.
Alla fine trasse un sospiro, fermandosi là dove
cominciavano i primi ammassi di ferraglia. Per puro
scrupolo provò a sondare una ristretta gamma di valori della
sua matrice soggettiva, ma ottenne soltanto una luminosità
più intensa del riverbero della luna sulla neve. Non serviva a
niente pensare-ricordare una scala o un ascensore: la matrice
non funzionava come il cilindro di un prestigiatore.
Con una scrollata di spalle guardò verso l'alto, e la vista gli
strappò un'imprecazione. Quindi abbrancò il primo travetto
metallico e iniziò a salire.
I suoi bicipiti lavoravano alacremente per issarlo fino
all'appoggio successivo. La difficoltà dei movimenti gli
ricordò che da ragazzino aveva sempre avuto un'avversione
per gli esercizi al quadro svedese perché, chissà come,
riusciva sempre a schiacciarsi i testicoli. Ora credeva di
essere tornato quel bambino. Non era più nelle squadre
speciali, né avrebbe potuto ritornarci se le avessero
ricostituite. Non con quelle gambe che si impigliavano da
ogni parte, strattonandolo. Adesso i testicoli non se li
schiacciava più, ma era una magra consolazione.
Là dove i due multiversi combaciavano, la sinusoide
attraversava il metallo come se fosse fatta di neutrini non
massivi. Era un flusso opprimente, che sfuggiva alle leggi
fisiche per sconfinare in una dimensione morale,
corrompendola.
Ahram riprese fiato sedendosi di traverso su una trave.
Non sapeva dire da quanto tempo si stesse arrampicando
sulla ferraglia, né se la sua tuta fosse ancora in grado di
proteggerlo, perché a giudicare dal freddo che sentiva
doveva essere ridotta a brandelli. Si passò il palmo della
mano sulla bocca. La pelle gelata gli lasciò sulle labbra un
vago sapore di ruggine. Poi socchiuse gli occhi, insinuando
lo sguardo in mezzo a quell'intrico di frammenti affilati. Il
flusso geometrico sembrava convergere in un punto preciso,
alcuni metri più sotto. Ancora uno sforzo e finalmente ci
sarebbe arrivato.
Aiutandosi con le braccia e le gambe avanzò cautamente
lungo la trave, finché non raggiunse un'intelaiatura
abbastanza ampia perché potesse attraversarla. Adesso si
trattava di scendere per una decina di metri, perché la tana di
Andrea doveva era proprio sotto di lui, incastrata fra pezzi di
lamiera e travi: sembrava un montacarichi chiuso e
ammaccato da ogni parte. Le lamiere della parete destra
erano accartocciate e corrose, e parevano sul punto di volare
via alla prima raffica di vento.
Si girò per scendere dall'intelaiatura coperta di neve. Le
mani gli pulsavano, ed era un miracolo se non si erano
congelate. Ma ormai era a un paio di metri sopra il
montacarichi.
Un ammasso di ferraglia lo costrinse a una nuova
contorsione che gli fece perdere la presa. Annaspò nell'aria
per una frazione di secondo, piegato in una posizione
assurda, quindi si sentì precipitare.
Chiuse gli occhi e attese, pregando di non incontrare
spuntoni.

La violenza dell'impatto lo lasciò senza fiato. Rimase


immobile per alcuni secondi, ma credeva di non avere niente
di rotto.
Fortuna sfacciata, pensò, sentendosi montare dentro
un'ondata di rabbia. Merda, se solo avessi imparato a
servirmi delle matrici d'onda...
Aprì gli occhi.
La gigantesca massa dei Docks era ancora attorno a lui.
Adesso però sembrava avere una diversa consistenza come
se si fosse proiettata in una sorta di limbo.
Quando si raddrizzò sulle ginocchia scoprì che sotto di lui
la lamiera era umida. Una chiazza di sangue fresco si
allargava sul metallo arrugginito, mentre sul fianco sinistro
la tuta era lacerata e tinta di rosso, ma non sembrava niente
di troppo grave.
Tamponò la ferita in qualche modo e scese davanti al
pannello che chiudeva l'ingresso del montacarichi. Gli bastò
un'occhiata per capire che era solo appoggiato. Al diavolo la
prudenza, si disse. Lo scaraventò via ed entrò.

Dentro non era molto diverso da fuori. La luminosità e il


tipico sentore di metallo ossidato erano pressoché gli stessi,
ma dopo un po' si accorse che le somiglianze finivano lì. Il
locale era cinque volte più grande di come se l'era
immaginato, e probabilmente era un effetto della matrice di
Andrea che alimentava quella soggettività. Era un ambiente
solido, dal soffitto che gli arrivava a una trentina di
centimetri sopra la testa. Di fronte c'era una tramezza con
una porla socchiusa, e il filo di luce che usciva gli richiamò
alla mente un altro tempo e un altro luogo, un'epoca in cui
non era affatto ridicolo avere una ragione di vita.
Avanzò di qualche passo. Il pavimento era cosparso di
sudiciume, mentre negli angoli c'era parecchia roba
accatastata. Avvicinandosi alla porta incespicò in qualcosa
che si allungava sul pavimento.
Oh, Signore! Ecco dov'eri finito, sussurrò senza voce,
mentre raddrizzava il tronco del Master Shuster. I muscoli
del volto erano contratti in una smorfia di orrore, con gli
occhi spalancati, mentre le braccia sembravano annaspare
nel vuoto. Anche il fiore che aveva all'occhiello era in
perfetto stato di conservazione, come se Andrea nella sua
matrice avesse una nicchia dove tenerlo surgelato.
Gli batté con compassione una mano sulla spalla dura
come la pietra. Quando poi si ritrovò per le mani un certo
numero di oggetti, fra cui alcune tessere magnetiche, un
inalatore, un astuccio da donna, capì che era stata la sua
deformazione professionale ad indurlo a perquisire ciò che
restava di Shuster. Le braccia leggermente aperte, appena
piegate, gli impedirono di girarlo perfettamente su un fianco.
Doveva aver battuto da qualche parte, perché l'orecchio
sinistro era troncato di netto, mentre la cartilagine interna era
coperta di grumi di brina rossastra. Alla fine uno scricchiolio
lo fece trasalire, costringendolo in fretta e furia a staccare
con l'unghia l'auricolare che il Master aveva innestato.
Strappò il filamento semiorganico che s'interfacciava con il
nervo uditivo e si ficcò tutto in tasca.
Nel rettangolo della porta era apparsa una figura
femminile che avrebbe riconosciuto ovunque. In controluce
spiccava la stessa sagoma che aveva visto uscire dall'autovan
e aggirarsi con furia omicida per gli uffici della Shu-Wak. Le
stesse linee morbide, i capelli lunghissimi, il movimento
aggraziato del braccio con cui teneva puntata la pistola laser.
— Ciao, Andrea — disse, mentre una goccia di sudore gli
scendeva sulla fronte. Istintivamente cercò una pistola che
non c'era, perché gli eventi delle ultime ore gli avevano fatto
dimenticare qualsiasi precauzione. E adesso con che cosa mi
difendo?
Lei lo squadrò senza una parola, poi abbassò il braccio,
lentamente. Ora la sinusoide sembrava sparita, come se si
fosse incarnata nella donna.
— Ho fatto una gran fatica a trovarti — le disse ancora,
nello stesso tono che avrebbe usato con una sorella che
sapeva stare agli scherzi. D'altra parte, il tono scanzonato era
l'unica difesa di cui disponesse.
Andrea si strinse nelle spalle, quindi girò lo sguardo verso
il troncone di Shuster.
— Sei venuto per lui? — chiese alla fine, con una voce
che sembrava la versione ondulatoria del dolore. — Puoi
prenderlo, se vuoi.
Ahram scosse il capo, accorgendosi di non riuscire a
trovare una risposta, ma fu lei ad interrompere la pausa che
si era protratta per parecchi secondi.
— Sono contenta che tu sia qui. Ogni giorno che passa è
sempre più difficile tornare... anche la solitudine diventa
insopportabile. Sei l'unico che sia riuscito ad arrivare fin qui.
Ahram annuì. — Lo so — rispose, e il suo atteggiamento
vittimista era sincero. — Hanno fatto la stessa cosa anche al
mio cervello.
Per la prima volta gli occhi di Andrea lasciarono trasparire
un guizzo di luce, come se all'improvviso avesse ritrovato
interesse per le cose che le stavano attorno. Poi, quando la
sua espressione tornò indecifrabile, Ahram la vide per ciò
che era: una donna al limite della resistenza.
Non si sarebbe stupito se adesso si fosse gettata dal
montacarichi per farla finita.
— É strano — continuò lei. — Non credevo che
interrompere la mia solitudine potesse farmi sentire meglio.
Ma forse è perché noi due abbiamo qualcosa in comune.
Già, una matrice d'onda con difetto di fabbricazione,
considerò, ma forse la sua coscienza aveva già accettato il
fatto che anche la sua vita era sempre stata dominata dalla
violenza. Sì, abbiamo davvero qualcosa in comune, si disse.
Siamo entrambi vittime. Forse lei l'aveva capito fin
dall'inizio. Forse era per questo che l'aveva risparmiato
durante il massacro alla Shu-Wak.
— Ma tu non sei venuto per farmi compagnia, vero? —
l'incalzò, irrigidendosi in un atteggiamento difensivo. —
Non sei neppure un cliente, l'ho capito subito. Forse vuoi
solo farmi soffrire come tutti gli altri...
— No — tentò di protestare. — Io non sono Dobrowicz o
Dusol. Voglio solo che tu... Be' sì, che possa guarire.
Andrea scoppiò in una risata che gli fece accapponare la
pelle. Era già sul punto di balzargli addosso per anticiparla
quando lei riprese a parlare.
— Guardati attorno — disse, descrivendo un arco con le
braccia.
— Lo vedi questo?
Ad un tratto Ahram si trovò immerso in un'atmosfera
densa e instabile che cancellò tutte le percezioni. Adesso non
era più nei Docks, ma su una distesa piatta e uniforme di
cemento. Sotto i suoi piedi si erano aperte crepe profonde,
mentre qua e là spuntavano grandi aculei metallici su cui
erano impalati dei corpi umani. Non gli era possibile dire
quanti fossero, ma sulla loro pelle sanguinante si
abbeveravano milioni di insetti, confusi in un'unica massa
scura. Andrea era sempre lì di fronte, nel montacarichi, ma
poco più avanti gli parve di scorgere un'altra Andrea, nuda e
trafitta come i cadaveri della visione...
Santo cielo! esclamò, cedendo al ribrezzo. Doveva fuggire
da quell'incubo, dalla parte di matrice che apparteneva solo
alla donna. Ma non sapeva come eludere la fisicità di
quell'agonia, perché non riusciva a sopportare la
consapevolezza di esserne causa e vittima al tempo stesso.
Quella era la la dimensione di Andrea, il mondo che l'aveva
accolta dopo essere stata espulsa dall'utero di una madre che
forse non aveva mai conosciuto.
Ahram udì il proprio urlo, subito sovrastalo da quello della
donna. Guarire? Guarire?
Ma ad un tratto la disperazione parve erigere le sue difese.
Una piattaforma soffice cominciò ad estendersi sotto i suoi
piedi, penetrando nelle crepe fino ad occluderle. Si alzò un
vento contrario che spazzò quell'angolo di realtà distorta,
sradicando gli aculei e i corpi che adesso avevano tutti le
sembianze di Andrea.
Quando la piattaforma assunse una consistenza liquida, la
visione sembrò sprofondare in un cielo rovesciato,
disperdendosi fino a dissolversi. Ahram l'interpretò come
l'interferenza di due fronti d'onda, ma adesso gli era possibile
tracciare i confini della matrice comune. Sapeva che per
sopravvivere doveva relegare la donna in una zona neutra,
dove le loro soggettività si annullavano a vicenda.
Dopo l'intervento, Andrea aveva avuto tutto il tempo per
imparare ad escludere la coesistenza di altre realtà
soggettive. Lui invece... doveva farlo subito.
Ma non era un handicap insormontabile.
Andrea non poteva più sparire come un fantasma per
assalirlo alle spalle. E non poteva neppure fare troppo
affidamento sulla pistola laser: non era molto difficile
modificare le emissioni di luce coerente, in un mondo che si
reggeva sulla soggettività ondulatoria di una matrice.
No, lei avrebbe dovuto affrontarlo ad armi pari.
Vinse l'impulso di tornare nell'oggettività dei Docks per
valutare i disastri provocati dalla sovrapposizione delle loro
matrici. Andrea lo stava incalzando. La sua figura quasi
incorporea riempiva metà del campo visivo, sprigionando
tutt'attorno un'aura rossastra.
La tempesta di interazioni l'investì con violenza, e per un
lunghissimo istante si sentì precipitare. Ma proprio quando si
sentì spacciato, gli si aprì una via d'uscita. La sua mente lo
razionalizzava come un flusso che riempiva gli spazi non
compresi dalle soluzioni della matrice, e poteva quasi
sentirlo riplasmare i valori delle coordinate che la donna
aveva stravolto, intervenendo su di esse come un enzima
correttore.
Alla fine, quella microscopica piega nel multiverso
scomparve. Il suo io venne ricucilo alla sua soggettività,
mentre l'incubo si scioglieva nel nulla.
Guarire! Guarire! si ostinava la donna, con le braccia
protese per ghermirlo. Un boato scosse il multiverso nelle
sue radici, e un attimo dopo si innescò una reazione a catena
che spazzò via ogni cosa.
L'equazione di Andrea non aveva più soluzioni. Le matrici
non erano più sovrapposte.
E lui cercava disperatamente di urlare, ma senza riuscirci.
28

L'incubo era finito.


E io sono ancora vivo, si disse.
Quando aprì gli occhi si ritrovò sdraiato sul pavimento del
montacarichi, con la testa che ciondolava oltre il bordo.
Quando poi riuscì a mettersi seduto vide che il letto era stato
sfondato da alcuni tralicci.
La donna era a un paio di metri. Il suo corpo era ridotto a
una forma solo vagamente umana, perché più di metà dei
tessuti parevano essere stati asportati a brani. Allora si
allungò per afferrare la pistola laser che giaceva poco
distante. Ancora vivo, pensò. Qualunque cosa voglia dire.
Un altro boato lacerò l'aria, ma adesso le matrici d'onda
non c'entravano per niente. L'accozzaglia di rottami che lo
sosteneva subì un violento scossone che lo sbalzò fuori dal
rifugio, e fu un miracolo se riuscì a trovare un appiglio.
Ma poi vide la sagoma di un elimobile che stazionava
sopra i Docks, e nello stesso istante capì che il montacarichi
non era stato distrutto dal suo scontro con Andrea.
Qualcuno l'aveva seguito.
Dal velivolo piovve una manciata di implo che
scatenarono l'inferno fra i rottami, seguite dal lancio di
quattro individui muniti di Moduli da Discesa Individuale.
Nello stesso istante apparve un altro elimobile, in rotta di
collisione con il primo.
Lo schianto lacerò l'aria, accompagnato da un bagliore
rossastro. Attraverso la nebbia appariva come un arco
sfocato che curvava verso il basso, e pochi istanti dopo si
levò il fragore assordante di una massa che impattava al
suolo.
Il rumore si attenuò a poco a poco, riducendosi a una serie
di crepitii irregolari che prorompevano da un vero e proprio
rogo. Da lassù Ahram non riusciva a vedere nulla, ma le
ventate d'aria calda e fuligginosa non lasciavano molti dubbi
sul destino dei due elimobili.
La visibilità ridotta, l'instabilità dei rottami e i due o tre
tizi che ancora svolazzavano sopra i Docks gli imponevano
di raddoppiare la prudenza. Con gli occhi pieni di lacrime e
le mucose irritate allungò le braccia in cerca di appigli.
Doveva sbrigarsi a scendere di lì prima che...
Ad un tratto intuì che nelle vicinanze c'era qualcosa che
non andava. Ma non fu l'improvviso clangore di metallo
contro metallo a fargli rizzare i capelli sulla nuca. No, era ciò
che stava accadendo nel suo cranio.
Il tempo parve dilatarsi con la stessa fragilità di un elastico
che si assottiglia un po' troppo, e alle due estremità c'era la
sua mente. Era come se una parte consistente dei neuroni
avesse deciso di scioperare, riducendo la loro attività al
minimo indispensabile per non paralizzare il suo corpo
martoriato.
Non provava dolore e neppure angoscia. Più che altro si
sentiva sradicato non soltanto dalle normali coordinate, ma
anche dal multiverso che finora si era limitato a sondare in
superficie. Ed era una sensazione maledettamente
spiacevole: avrebbe potuto coglierlo mentre si stava
appisolando su un morbido letto o mentre contava le
banconote del suo onorario, e invece lo sorprendeva su un
cumulo di ferraglia a una cinquantina di metri d'altezza,
proprio nel bel mezzo di uno scontro aereo.
Ahram, sei un cretino! fu la sua conclusione, e nel
frattempo il suo braccio scattò a 90° per scaricare le batterie
della pistola contro la sagoma che era spuntata dietro le
lamiere.
Sì, proprio un gran cretino, ripeté, controllando che il
corpo che andava a massacrarsi una decina di metri più sotto
fosse quello di un mercenario. L'elastico della sua mente si
era teso parecchio, ma non si era spezzato. Non avrebbe
potuto. Il processo creativo delle cellule non era una
grandezza fisica quantificabile. Non esistevano unità di
misura che potessero subordinarla alla legge del più forte, e
lui se ne rendeva conto soltanto ora. Lo scontro con Andrea
era avvenuto in una dimensione soggettiva, ma qui non era
più la stessa cosa.
Adesso sembrava che la sua mente agisse in modo del
tutto autonomo rispetto alle percezioni e ai ricordi a cui
attingeva. Poteva quasi vedere come ogni singola sinapsi del
suo cervello modificasse la posizione sugli assoni...
disponendosi secondo una sequenza misteriosa che snidava
nuovi valori della variabile.
Coscienza. Anima.
Erano i due concetti che vide passare davanti alla propria
consapevolezza, ma erano troppo veloci per vedere se
fossero seguiti da un punto interrogativo.
Dovette concentrarsi sugli occhi per capire di averli aperti.
Solo così seppe che quella realtà era la più autentica di tutte
quelle che aveva intravisto, quella che nasceva dal puro
nucleo dell'inconscio. Forse erano stati gli ormoni che la
paura aveva scaricato nel suo organismo a riportare alla luce
quelle coordinate, oppure si trattava semplicemente di un
meccanismo di difesa istintivo, che scattava ogni qualvolta i
suoi sensi percepivano il pericolo.
Inspirò profondamente in attesa che il tempo riprendesse a
scorrere, e in quell'intervallo vuoto percepì una sensibile
trasformazione nella realtà esterna. Quando la nebbia e il
fumo si diradarono, scoprì che i Docks stavano perdendo
consistenza sotto la spinta incalzante di una nuova realtà
soggettiva. Tuttavia, questa volta si trattava di una
dimensione concreta che pretendeva la sua porzione di
spazio fisico.
Mosse un piede oltre la trave, incerto.
A dar retta alle normali percezioni c'era da credere che là
sotto ci fosse soltanto il vuoto, invece il suo cervello
decodificava una superficie d'acciaio, ricoperta da uno strato
di fanghiglia di una decina di centimetri. E là dove la lastra
incontrava la realtà oggettiva si stava aprendo un'ampia
frattura.
Non gli occorse molto per capire cosa stesse succedendo,
anche perché quell'esperienza l'aveva già vissuta. Se in quel
momento avesse abbandonato il suo nucleo di realtà, avrebbe
certamente assistito a un fenomeno analogo a quello che
aveva provocato la morte di Shuster: la distorsione dello
spazio fisico. E adesso sapeva che solo un individuo
disperato era in grado di crearla. Disperato come Andrea.
Che adesso stava correndo verso di lui.

L'apparizione della donna lo colse di sorpresa. Arretrò


d'istinto di qualche passo, sicuro che la lastra d'acciaio
avrebbe retto il suo peso.
— Andrea! Che diavolo... — urlò anche se non ce n'era
bisogno. Si girò di scatto per controllare il montacarichi, e
anche da lì riusciva a scorgere il braccio di quello che
avrebbe dovuto essere il suo cadavere. Ma quante sono? si
chiese, incredulo.
Eppure Andrea era a poco meno di dieci metri. Correva
verso di lui con lo sguardo fisso e terrorizzato, incurante di
dove mettesse i piedi o di cosa avesse alle spalle. Fra loro
c'era soltanto uno spazio aperto su cui le matrici d'onda
dovevano essersi sintonizzate.
Esitò, incerto se la vera fonte di pericolo fosse la donna o
la sagoma di un altro mercenario che stava atterrando su una
struttura, appena dietro la donna.
Lo vide posarsi sulle travi senza neppure bisogno di
attutire l'impatto. L'uomo era in completa tenuta da
guerriglia, e non appena i suoi piedi toccarono l'intrico di
travi cominciò a far fuoco all'impazzata. Evidentemente era
la prima volta che gli capitava di atterrare nell'intersezione di
due realtà, e se i suoi occhi percepivano ciò che lui aveva
visto al Palazzo Impero o alla Shu-Wak, allora aveva tutte le
sacrosante ragioni di perdere il suo sangue freddo.
Maledicendo la sua inesperienza non potè fare altro che
buttarsi a terra, e mentre le sue costole assorbivano la caduta
trovò anche il tempo di lanciare un'imprecazione. Merda, fa'
qualcosa! urlò ad Andrea, senza voce. Ma ormai era troppo
tardi.
La donna si era girata di scatto verso il mercenario, ma
una scarica di raggi la colpì alle gambe.
Raggiunse Ahram strisciando nella melma, aggrappandosi
a lui per montargli sopra come in un ultimo e disperato
amplesso. Ma forse cercava soltanto protezione o voleva
accertarsi che lui non fosse già morto.
Ahram percepì le contrazioni spasmodiche di quel corpo
agonizzante e ormai incapace di dare stabilità a un
continuum soggettivo. Lo cinse con le braccia e lo strinse a
sé con forza. Il mercenario non osò uscire allo scoperto.
Sollevò il braccio per prendere la mira, ma fu un gesto
dilatato in un intervallo lunghissimo. Schiacciato sotto il
peso di Andrea, Ahram sembrava assorbire la violenza
irradiata dalla donna.
Continuò a tenerla stretta, e la percezione del sangue che
scorreva sotto i suoi palmi scatenò ancora una volta un
meccanismo di difesa. Sollevò la testa per controllare
l'avversario, mentre la superficie d'acciaio cominciò a
vibrare sotto di lui. Ad un tratto, quando la tensione che
permeava lo spazio divenne insostenibile, un'altra lastra si
piegò verso l'alto come la pagina di un libro. Come Shuster,
il mercenario si ritrovò incastrato in quella sottile regione di
non-spazio, ma un attimo prima di finire tagliato in due il
suo braccio completò il movimento a 90 gradi e fece fuoco.
Ahram restò immobile quando sentì le unghie di Andrea
che gli affondavano nella carne, mentre il suo corpo si
accasciava su di lui. Ma adesso, l'intimità di quel contatto
non bastava più a placare il senso di perdita. Quando le
accarezzò la schiena bruciata, si accorse che in mezzo a tutto
quel sangue c'erano anche delle lacrime.
Ed erano le sue.
29

Uscire dai Docks non fu come uscire dall'inferno, perché


la prima cosa che vide nella realtà normale fu un vasto
incendio. Quando i suoi piedi si posarono sulla soffice sabbia
coperta di neve, Ahram si lasciò cadere sulle ginocchia.
Doveva recuperare un briciolo di energia per rimettere un po'
d'ordine nella sua testa e per cercare di attenuare le fitte che
sentiva in ogni parte del corpo. Il suo organismo ce la stava
mettendo tutta per smaltire lo shock e le tossine accumulate
fra i rottami, per cui gli occorse qualche minuto per capire
che l'incendio coinvolgeva un intero isolato, quello dei
magazzini della scomparsa stazione ferroviaria. A
provocarlo erano state le esplosioni dei due elimobili che
mezz'ora prima si era visto passare sopra la testa, e che
adesso giacevano non molto distanti l'uno dall'altro, ridotti a
carcasse fumanti. L'aria era quasi irrespirabile, ammorbata
dal fumo nero e appiccicoso di gomma bruciata. Le vampate
di calore lo investivano da un centinaio di metri di distanza,
acuendo il dolore delle ferite.
Sfinito, si prostrò con la fronte a terra come un neomusùl,
godendosi il contatto della neve sulla pelle, e restò in quella
posizione per due minuti buoni, sforzandosi di ridare un
ritmo al suo respiro. Avrebbe davvero voluto accasciarsi lì
dove si trovava, chiudere gli occhi e addormentarsi per
qualche anno, nella speranza di risvegliarsi completamente
rimesso a nuovo, da qualche altra parte, ma purtroppo era
uno dei tanti desideri proibiti di chi viveva di illusioni.
Così si raddrizzò, sedendosi sui talloni. In lontananza,
sopra l'incendio e un po' spostate sulla sinistra, cominciavano
ad apparire le prime luci di posizione dei velivoli di
soccorso. C'erano bagliori gialli anche lungo la strada che
dalla Città portava ai Docks, e in pochi minuti il quartiere si
sarebbe trasformato nell'ultima cosa che lui desiderava in
quel momento, e cioè un formicaio pieno di imbecilli
sovreccitati che gli sarebbero piombati addosso come degli
avvoltoi. L'avrebbero sbattuto su un'ambulanza senza tanti
complimenti, e poi via di corsa all'ospedale più vicino, con
qualche idiota del Dipartimento che lo tormentava con le
domande. Al diavolo, a quella prospettiva era perfino
disposto a rinunciare alla manciata di stimolanti che avrebbe
potuto fregare al paramedico di turno. Merda fottuta!
Tuttavia c'era sempre la possibilità che lo lasciassero in
pace, ma solo se l'avessero visto allontanarsi sulle proprie
gambe. Quanto al sangue che gli copriva il volto... Be',
pazienza. Più di tanto non poteva fare, disponendo soltanto
di neve sporca e qualche brandello del giubbotto anche più
sudicio.
Dopo un paio di tentativi scoprì che non era poi così
difficile restare in equilibrio sui propri piedi. Si tastò un po'
dappertutto, tanto per assicurarsi che non sarebbe morto nei
prossimi minuti, dopodiché si avviò verso il lungofiume per
evitare la strada e l'orda di rompiscatole. Ma mentre
scarpinava nella neve notò che nei pressi degli elimobili
bruciati c'erano alcuni corpi distesi. Quasi tutti erano
immobili come cadaveri, ma due tentavano di allontanarsi
dall'incendio strisciando penosamente verso il fiume. Viste le
loro condizioni tanto valeva andare a dare un'occhiata. Non
che ne fosse entusiasta, ma forse avrebbe anche trovato una
risposta a qualche domanda.
Corse scompostamente in quella direzione, penetrando
nell'atmosfera ancora più densa e arroventata. Il primo
superstite annaspava a una trentina di metri dallo scheletro di
un velivolo. L'uomo doveva avanzare a una velocità di dieci
metri all'ora, cercando disperatamente di puntellarsi sui
gomiti, mentre le gambe se le trascinava dietro come due
pesi morti. Non potè vederlo in volto perché aveva la testa
protetta dal casco, con la visiera premuta contro il terreno,
ma era evidente che si trattava di un mercenario.
Te la sei voluta, trovò la forza di commentare, mentre gli
frugava nelle tasche e nell'astuccio della cintura. La
perquisizione gli rimediò qualche anonima pillola colorata e
un paio di batterie per pistola laser, tutta roba che per un
motivo o per l'altro non era di immediata utilità. Per una
frazione di secondo si sentì tentato di dargli il colpo di
grazia. In tempi di guerra non ci avrebbe pensato due volte,
tuttavia adesso provava una repulsione che non riuscì ad
attenuare, neppure considerando che quella era
effettivamente una guerra, e che forse ammazzare quel
bastardo voleva dire fargli un favore.
Al diavolo, imprecò, voltandosi in direzione dell'altro
elimobile, dove nel fango c'era ancora un tizio che stava
lottando contro la forza di gravità.
Il calore lo costrinse a schermarsi il volto con un braccio,
ma anche così si accorse che era un civile, probabilmente
sbalzato fuori dal velivolo sopraggiunto in suo soccorso.
Nell'udire il filo di voce che gli usciva di gola Ahram si
precipitò ad afferrarlo per le spalle, cercando di rimetterlo in
piedi come se fosse una questione di vita o di morte.
— Merda, Max! Che diavolo ci fai qui? — urlò per farsi
sentire sopra l'assordante crepitio delle fiamme. E senza
attendere una risposta se lo caricò sulle spalle, trasportandolo
al riparo di una baracca scampata all'incendio. Lo posò
contro la parete e cercò di pulirgli il volto con una manciata
di neve. — Avanti, Max. Non è niente. Non sei mica
conciato come me. Ehi, mi vedi Max? — cominciò a dire
come una filastrocca, forse più per rassicurare se stesso che
un vecchio amico dell'università.
Alla fine i muscoli del volto cinquantenne si contrassero,
dando il primo segno rassicurante sotto forma di mezzo
sorriso. Le palpebre si aprirono, rivelando due occhi azzurri
irritati dal fumo, che luccicavano in mezzo ad una fitta trama
di escoriazioni e bruciature.
— Ce l'hai fatta, grande bastardo — sussurrò, rinunciando
a sollevare il braccio.
— Sta' calmo, Max. Fra poco arriveranno i soccorsi — lo
rassicurò ancora, questa volta senza frenesia. Massimo
Welling era conciato piuttosto male, e a giudicare dai gemiti
che aveva lanciato mentre lo trasportava fin lì doveva avere
parecchie fratture. Ma non sembrava aver subito lesioni
irreparabili, no. Di questo era sicuro. Adesso doveva solo
restarsene tranquillo per non peggiorare la situazione, ma era
una parola. Anche quando cercò di pulirgli le labbra con un
po' di neve, il fisico non smise di agitarsi.
— Non... Non è stato facile rintracciarti — disse alla fine,
e Ahram dovette avvicinarsi a pochi centimetri per poterlo
udire. — Da quando sei... Uscito dall'appartamento della
ragazza... Di Sabi, be', sei sparito nel nulla e... Dai, piantala
con quella neve! Scotta più delle bruciature.
— Va bene, Max — obbedì, ma invece di gettar via la
palla di neve se la passò sulla fronte.
Welling inspirò profondamente. Scosse il capo come chi
ne avesse abbastanza di tutto, quindi riprese a parlare con
voce roca, interrompendosi continuamente fra colpi di tosse.
— Mi dispiace, Ahram. Mi dispiace davvero — disse. —
Tutti si stanno servendo di te, ma era l'unico modo, credimi.
Te lo dice un amico.
— Questo l'avevo già capito — commentò in tono amaro.
— Adesso voglio solo sapere chi mi sta usando.
Welling cambiò leggermente posizione con una smorfia,
mentre la neve cominciava a sciogliersi sotto di lui. — Tutti,
Ahram. Proprio tutti. I bastardi della Clinica, Sodano,
qualche pirata dei Network. Sabi... Frober... E anch'io,
maledizione.
— Max, temo che il volo ti abbia scassato il cerv...
— Oh, sta' un po' zitto. Io non sono Coxie. Non riuscirei
mai a scherzare in queste condizioni... Ascolta, la conosci la
faccenda del neuroveicolatore? Sì, insomma, quello che è
accaduto fra Hermann Dusol e Frober — fece una pausa, e
sul volto insanguinato di Ahram apparve un'espressione fin
troppo eloquente. — Be' — continuò. — Frober è riuscito a
trafugare i dati e a filarsela appena in tempo... Ha cercato
protezione da Sodano, ma ha dovuto raccontargli ogni cosa...
— E Sodano è venuto da te per riprodurre il neuro-come-
si-chiama.
Welling annuì. — Da una equipe di cui facevo parte
anch'io, come responsabile dei laboratori. La burocrazia è
una stronzata Ahram. Comunque l'abbiamo riprodotto. Meno
di sei giorni... Gran bel lavoro. É un enzima elaborato su una
matrice nucleica... una specie di prodotto collaterale del
processo di rigenerazione...
— Ascolta, in questo momento non potrebbe fregarmene
di meno, perciò...
A circa trecento metri dalla baracca una dozzina di
elimobili cominciarono a riversare tonnellate di schiumogeni
sopra l'incendio, mentre i primi veicoli si stavano
disponendo in cerchio intorno agli edifici in fiamme. Alcune
squadre del soccorso sciamavano qua e là per individuare i
punti migliori dove lanciare le speciali implo che sottraevano
ossigeno alle fiamme.
— D'accordo, taglio corto — riprese Welling. —
Avevamo il neuroveicolatore. Si doveva fermare Andrea... E
Dusol. Frober l'ha provato ma... Non credo abbia avuto
successo.
— No, te lo garantisco.
— Perciò restavi soltanto tu.
— Ehi! Perché non avete preso Sodano, o uno tanto pazzo
da sperimentarlo su di sé?
— Eri quello che aveva maggiori affinità con Andrea. O
almeno questo è ciò che Frober sosteneva. Diceva di saperlo
direttamente dal tuo file personale... Devo ammettere che
aveva ragione, e ne sono felice per te. Comunque in questa
storia c'eri già dentro fino al collo, no?
Ahram scosse il capo. — Bella fregatura. La prossima
volta risparmiameli i tuoi regali.
— Abbiamo perfezionato l'enzima, e a quel punto mancavi
solo tu. Sabi ci ha aiutati a, ehm, prelevarti e quattro giorni
dopo eri pronto ad affrontare Andrea. Maledizione, la cosa
peggiore sarebbe morire proprio adesso, senza la possibilità
di sapere cosa...
— Cosa si prova con il cervello schiattato?
Welling fu colto da un attacco di tosse più violento.
Quando si calmò ebbe appena la forza per piegare il capo e
sputare. — Io non mi sarei espresso così.
— Già, sci un signore. E anche Sabi...
— Non biasimarla, Ahram. Non sarebbe giusto. Lei ti
vede come... Ma lasciamo stare. Adesso ci sono questioni
più importanti.
— Andrea non è più un pericolo. Quando passi per la
Clinica metti pure in giro la voce che è stato il buon Coxie a
salvarle il culo. Metaforicamente, s'intende.
— Al diavolo. Dusol è ancora in circolazione con i suoi
tirapiedi. Non appena saprà della morte di Andrea...
Sarò io a fare da bersaglio, concluse mentalmente,
riempiendo la pausa.
— Non appena lo verrà a sapere, darà il via al suo
progetto. E di qualunque cosa si tratti, sta' sicuro che ci
porterà un sacco di guai.
— Come se non ne avessimo già abbastanza, eh?
D'accordo, Max, ho capito. Vedrò di fare il possibile. Nel
mio interesse, s'intende.
— S'intende — ripeté Welling, piegando lievemente la
testa. Poi in un sussurro appena udibile aggiunse — Figlio di
puttana.
La risposta di Ahram si perse nello sferragliare dei
semicingolati che sbucavano dall'oscurità. Uno di essi deviò
sulla sinistra a velocità sostenuta, inchiodando i freni a una
trentina di metri dalla baracca. I due portelli laterali si
stavano già sollevando prima ancora che l'automezzo si fosse
fermato del tutto. Nello stesso istante saltò fuori una dozzina
di agenti che sembrava divertirsi a gesticolare e ad imprecare
come scalmanati, fingendo di non sapere che quel settore dei
Docks era spacciato.
Considerando con quanto poca sollecitudine si stessero
preoccupando dei superstiti, Ahram cercò di rimettersi in
piedi per attirare in qualche modo la loro attenzione. Ma
nello stesso istante in cui si voltava venne investito da un
violento fascio di luce che ebbe lo stesso effetto di due aculei
conficcati negli occhi.
Maledetti idioti! imprecò, schermandosi il volto con il
braccio.
— Ehi, voi due laggiù! — urlò qualcuno al megafono. La
voce era distorta, ma forse credeva di sapere a chi
apparteneva. — Restate fermi e tenete le mani bene in vista!
Ahram tornò a girarsi verso Welling e obbedì docilmente,
allargando le braccia. L'amico restò immobile con la schiena
contro la parete, indifferente alla luce del riflettore.
— Ripeto! — continuò la voce di Sodano, nel tono di chi
non ha ancora capito se è eccitato o se se la sta facendo sotto.
— Non fate movimenti bruschi o apriamo il fuoco!
Welling sollevò appena il braccio. — Dio, e adesso che
succede?
Ahram sputò un groppo di qualcosa che poteva essere
sangue o fuliggine o entrambe le cose. — Allegro, Max.
Sono i nostri che arrivano.
Merda.

L'interno di un semicingolato di soccorso sembrava un


luogo meraviglioso in cui avrebbe anche potuto passare il
resto della sua vita. Per la prima volta dopo ore riassaporava
il piacere dell'aria condizionata che saturava i quattro metri
cubi dell'abitacolo posteriore a 25°C, mentre un paio di
massicci paramedici di sesso indecifrabile lavoravano
alacremente sui danni riportati dal suo corpo, ripulendolo
della sporcizia che aveva accumulato durante le acrobazie
sui Docks. A dire la verità, era già da un quarto d'ora che
stava aspettando l'occasione buona per affondare la mano
nella valigetta nera che aveva alla sua sinistra. Da sdraiato
non poteva vederne il contenuto, ma era una di quelle
valigette che di solito contengono il ben di Dio sotto forma
di pillole, fialette e inalatori.
L'unica nota stonata di quel piccolo paradiso era Sodano.
Il vice di Rigueras se ne stava sul fondo addossato alla
portiera chiusa, continuamente urtato dai paramedici che
avevano il buon senso di ignorarlo.
Per un po' Ahram riuscì a passarla liscia, fingendosi
ancora mezzo stordito e incapace di rispondere. Ma poi una
mano guantata non andò tanto per il sottile nel ricucirgli
l'orecchio, costringendolo a cacciare un grido che mise fine
alla commedia.
— Risparmi il fiato Mizzy — disse, nel tentativo di
prenderlo in contropiede. — Non sono stato io a provocare
l'incendio.
Sodano provò ad avanzare di qualche centimetro, lottando
di gomito con l'altro paramedico. — Lo so, accidenti. Lo so
— disse, ed era strano sentirlo con quel tono di voce così
insolitamente conciliante.
Forse anche i pezzi grossi del Dipartimento hanno un
cuore, pensò, guardandosi bene dal sogghignare. In fondo,
adesso non era tanto difficile fare la vittima, visto che il torto
non era suo. Tuttavia non se la sentiva di infierire. Non dopo
tutto quello che era accaduto. Non dopo aver sentito il corpo
di Andrea che si irrigidiva contro il suo, vomitandogli
sangue sul petto, o dopo aver visto la drammatica immobilità
dei cadaveri di Fleury e Screw e di ciò che restava di
Shuster, Erano tutte immagini vive nella sua mente, la cui
violenza non era neppure paragonabile a ciò che avevano
fatto al suo cervello. Ma il dolore che generavano era
amplificato dalla consapevolezza di essere stato usato,
fregato, tradito da tutti quelli che gli stavano intorno. Anche
da Sabi. Era stata lei a dirgli che la cosa peggiore era
lavorare con un compagno accecato dalla vendetta. Ma
adesso era in grado di spiegarle che esisteva un limite alla
sopraffazione, oltre il quale neppure la vendetta poteva
ristabilire un minimo di giustizia.
No, lui quel limite l'aveva superato da un pezzo. Ormai era
giunto al punto in cui il cinismo lasciava il posto
all'indifferenza più assoluta.
Con la vista ancora un po' appannata riuscì ad inquadrare
Sodano, piegato in avanti sopra di lui. Mentre il paramedico
trafficava con il tubetto di pasta per suture, socchiuse le
labbra per dire qualcosa. Poi ci ripensò e trasse un sospiro,
scoprendo di non avere più molta voglia di parlare.
— Ti dobbiamo un sacco di scuse, Ahram. Quanto a me...
Be' non prenderla come una giustificazione ma... Sì,
insomma. La cosa mi ripugnava un po', ma obbedivo a degli
ordini, capisci?
Già, pensò, limitandosi ad agitare un braccio.
— Il fatto è che... Non so come dirlo — farfugliò l'altro,
incapace di mettere insieme una frase abbastanza
diplomatica. Probabilmente tenere il culo dietro una
scrivania non abituava all'odore del sangue.
— Lasci perdere, Mizzy — si decise a rispondere. —
Faccia conto che sia un'altra delle sue tante stronzate e
buonanotte. Andrea è morta. Mi lasci tornare nel fottuto
Calderone e si dimentichi di me. Sarebbe un grande favore.
— Un corno — tuonò una voce alle spalle di Sodano. La
portiera sul retro si spalancò, lasciando penetrare gli echi del
caos all'esterno. Oscurità, fuliggine, grida, E la figura
tarchiata di Franco Rigueras.
Ahram esalò il fiato come il fumo di una sigaretta. —
Riunione di famiglia al completo — commentò in tono
sarcastico. Non voleva ammettere a se stesso che, in fondo,
gli faceva piacere rivedere il vecchio bastardo. — Fatto buon
viaggio?
Rigueras emise un grugnito piuttosto eloquente. Doveva
aver perso l'abitudine alla gravità normale, perché salì
l'ultimo gradino del veicolo con qualche difficoltà,
rischiando perfino di cadere. Quindi con il pollice fece segno
a Sodano di aspettarlo fuori.
Il suo vice rifletté per un paio di secondi prima di
obbedire.
— Avete finito voi due? — disse, rivolgendosi ai
paramedici senza troppi riguardi. I due annuirono con
espressione scocciata, ma si affrettarono a seguire Sodano.
Infine, Rigueras si chiuse il portello alle spalle.
— Non mi hai neppure mandato una cartolina — lo
punzecchiò Ahram ma, come si era aspettato, il Capo
Dipartimento non era il tipo da abboccare tanto facilmente a
una provocazione.
— Il servizio postale è anche peggio di quello sanitario —
rispose, e nel frattempo si era già infilato un sigaro fra i
denti. Basta guardare come sei conciato.
— Dovevi vedermi mezz'ora fa — replicò Ahram. Poi si
interruppe per cinque battiti del cuore. — Che ne dici se i
convenevoli li rimandiamo a dopo? Non credo di essere
dell'umore giusto.
— Già, neanch'io — confermò Rigueras, il cui volto era
profondamente segnato da una trama di rughe. — Colpa di
questa fottuta storia.
A chi lo dici! commentò fra sé, ma preferì restarsene zitto.
— Sodano mi ha già messo al corrente di quanto è
successo durante la mia assenza, ma lui ignora un sacco di
cose. É un bravo elemento, ed è stato seccante averlo dovuto
prendere in giro.
— Lo immagino. Per me invece non avevi bisogno di farti
tanti scrupoli, vero? Ti bastava cavarmi fuori da una fogna
per sbattermi in un'altra.
Rigueras scosse il capo con un sorriso comprensivo. Gli
occhi neri e infossati brillavano di una luce fredda. — Con te
era diverso. Sapevo fin dall'inizio che ce l'avresti fatta. E se
ho deciso di coinvolgerti è stato solo perché la situazione era
disperata. Come si dice, la posta in gioco era troppo alta, e
credo che te ne sia reso conto anche tu.
— Poco ma sicuro — disse Ahram. A fatica si puntellò su
un gomito, quindi sollevò un braccio. — Lo vedi questo? —
chiese. Poi, senza aspettare una risposta, richiamò una
sequenza mnemonica che alterò i valori delle coordinate
della matrice d'onda. Lo spazio sembrò ripiegarsi su se
stesso, formando una striscia di vuoto solido che inglobò il
suo braccio. In quel momento sapeva che Rigueras aveva di
fronte a sé un monco. — Adesso non lo vedi più — disse, e
con la stessa rapidità ritornò ai valori oggettivi. La sua mano
ancora sporca di sangue riapparve dal nulla. — Bel
giochetto, eh? — disse, contraendo le dita come per
riattivare la circolazione. Niente collegamenti o impianti
neurali, niente RV. É tutto rigorosamente biologico. Forse
potrei anche ringraziarti. Ho appena scoperto di poter
intrappolare qualcuno in un altro continuum e di
dimenticarcelo.
Alla fine Rigueras si decise ad accendere il sigaro. Il fumo
azzurrino appestò immediatamente l'abitacolo, ed Ahram
inspirò profondamente per riassaporare il piacere della
nicotina. — Be', aspetta almeno qualche ora — disse il Capo
Dipartimento. — Prima devo trovare Sabi.
Ahram proruppe in una risata amara. — Oh, te la
raccomando! — esclamò, poi dovette interrompersi perché
avvertì il preoccupante scricchiolio di alcune costole, —
Quando non fa l'uccello del malaugurio si diverte a piantarti
in asso o, peggio ancora, a tradirti. É solo molto brava a
letto, questo sì.
— Ti sei portato a letto mia... Lei? — Rigueras si era
avvicinato con aria minacciosa. Si era tolto il sigaro di bocca
e adesso lo stava puntando a pochi centimetri dal naso di
Ahram.
— Tua cosa? — l'incalzò in tono sorpreso. Se era davvero
come pensava, allora per la prima volta avrebbe avuto in
pugno anche il suo vecchio compagno di battaglie. Dio,
schiattava quasi dalla gioia.
— Oh, al diavolo. Sabi è abbastanza grande per fare ciò
che vuole. Quello che mi secca è che si sia messa con uno
sbandato pulcioso del tuo calibro.
— Ne parli come se fosse tua figlia, e tu un padre un po'
troppo possessivo.
Rigueras annuì, e le sue rughe parvero ancora più scavate
nel volto. — Una trentina d'anni fa tu eri solo un
marmocchio che doveva diventare medico. Io ero su
Ringfarm e... be', all'epoca avevo anch'io le mie debolezze.
Guarda che se ridi riesco ancora a spaccarti la faccia!
Ahram sollevò le braccia in atteggiamento difensivo. La
sua espressione teatralmente seria era peggio di una risata.
— D'accordo mentì. — Non m'interessano i figli illegittimi
che hai sparso per il sistema solare. Ma perché diavolo l'hai
voluta rifilare proprio a me?
— É stata lei a volerlo. In tutti questi anni le ho parlato
spesso di te, ma non è colpa mia se si è fatta un'idea troppo
positiva sul tuo conto. Credeva che fosse l'occasione
migliore per farsi le ossa, visto che fra poco s'insedierà ai
vertici della Sicurezza di Ringfarm.
Ahram scosse il capo. — Stai scherzando? Sabi Capo di
un Dipartimento... Cos'è, la favola di Cenerentola?
— Piantala, Ahram. Anche se non fosse mia figlia mi
fiderei di lei quanto mi fido di te. Da tempo aveva scoperto
che c'era qualcosa che non andava sulla colonia. Cali di
produzione, capitali dirottati su insediamenti di alcuni
Komm concorrenti. Ogni volta saltavano fuori società
controllate dalla Clinica o dalla Shu-Wak, e guarda caso
erano tutte operanti nel settore della bioingegneria.
— Potevate sbatterle fuori. Fino a prova contraria il
proprietario di Ringfarm è il Komm, no?
— Non era così semplice. Sabi mi ha spiegato che la
Clinica non voleva il semplice controllo della colonia.
Voleva e vuole tutto, capisci? E le indagini sul posto me
l'hanno confermato. Quando poi è saltala fuori la storia del
neuroveicolatore, e al tempo stesso qualcuno ha cominciato a
pasticciare con i network e i satelliti... be', non ho avuto più
dubbi. — Si concentrò sulla brace del sigaro, poi riportò lo
sguardo su Ahram ed attese per cinque lunghi secondi.
— Oh Signore! — proruppe Ahram, mettendosi a sedere
sulla lettiga.
— Già. Fa piacere vedere che il tuo cervello funziona
ancora.
30

Fuori dal semicingolato l'inferno si stava riducendo a


dimensioni meno preoccupanti. Dal labirinto di edifici e
macerie annerite si levavano ancora pochi nuclei di fiamme.
Per duecento metri l'atmosfera che sovrastava i Docks era
una cappa densa, impenetrabile al chiarore rossastro del
fuoco e ai fasci di luce dei riflettori. Anche la concitazione
che aveva invaso il quartiere si stava attenuando, mentre
qualcuno cominciava già a fare domande sul perché e il
percome delle cose.
— Dove aedi di andare? — chiese Rigueras, rincorrendolo
verso il gruppetto di semicingolati parcheggiato tra il fiume e
la strada. — Non sei nelle condizioni di...
Ahram si voltò con la mano premuta sulla ferita al fianco.
La pasta per suture gli dava un bruciore appena sopportabile
all'orecchio, mentre le articolazioni delle gambe sembravano
fatte di materiale friabile. Anche il muscolo più
insignificante del suo corpo era una cordicella sfilacciata che
minacciava di rompersi, ma ciò nonostante era ancora in
piedi. — Sono nelle condizioni di fare tutto ciò che mi pare
— disse, ma senza risentimento. Nello stesso istante ai piedi
di Rigueras si aprì un crepaccio largo mezzo metro. — Vedi?
Puoi camminarci sopra, se vuoi. Non ci puoi cadere dentro, e
non so fino a che punto mi dispiaccia.
— Lascia che a Sabi ci pensi io. Se è in mano a Dusol stai
andando a suicidarti. E poi dubito che il neuroveicolatore
riuscirà a farti entrare nella Clinica.
Il crepaccio si richiuse senza il minimo rumore. Ahram si
strinse in quel poco che restava del suo giubbotto,
proteggendosi da una folata di vento che trasportava calore e
fuliggine. — La comprensione dovevi sfoderarla prima di
ingaggiarmi — disse con un'alzata di spalle. — Sai
benissimo che è proprio la neurofregalura che ho in testa a
darmi qualche possibilità, quindi piantala di fare la parte di
quello che si sente in colpa. Adesso è meglio che sistemi le
cose qui ai Docks. Occupati di Welling, per favore. É l'unico
che è riuscito a portarsi a casa la pelle. — Lo squadrò con
un'occhiata interrogativa, aspettando che il Capo
Dipartimento tradisse un accenno di cedimento. Quando alla
fine l'ottenne, sollevò la mano in segno di saluto. — Be', io
vado. Ti prendo a prestito un automezzo. Spero di non
rovinarlo troppo.
Rigueras scosse il capo e gettò il mozzicone del sigaro
dove prima c'era il crepaccio. — Neppure il neuroveicolatore
è riuscito ad ammorbidirti il cervello.
Ahram si girò un'ultima volta. — A proposito, chi ti dice
che Dusol sia rintanato nella Clinica?

Da adolescente, una delle cose che lo faceva impazzire era


la multicamera collocata sul retro degli automezzi della
Sicurezza. Naturalmente non si trattava di una normale
multicamera, perché questa aveva installato un dispositivo
controllato dal computer di bordo che consentiva una
particolare elaborazione di immagini in RV. In pratica, a
guardare gli schermi sembrava di essere ripresi dall'alto di un
elimobile e da due automezzi che lo seguissero a una
distanza di cinquanta metri. Divertente! Tutto ciò che
entrava nel ristretto campo visivo veniva riprodotto
fedelmente dopo una bizzarra serie di deformazioni,
proporzionale alla velocità.
A diciassette o diciotto anni era uno spasso girare per i
quartieri del sesso a tormentare prostitute e travestiti, e farsi
rincorrere per vedere in quali mostruosità le loro parti del
corpo venivano registrate dalla multicamera.
Naturalmente erano solo ragazzate, perché dovette
imparare presto che la multicamera era qualcosa di
indispensabile, ma non per evitare i tamponamenti. All'epoca
dei Disordini, a volte sapere che stavi per saltare in aria
riusciva a salvarti la pelle.
Adesso, per fortuna, sui tre schermi non c'era nessun
ordigno esplosivo. Ma neppure il culo di un travestito.
Da quando aveva lasciato gli Anelli interni per imboccare
la strada che portava alla Periferia, nel campo visivo era
apparso un altro veicolo che aveva tutta l'aria di seguirlo. Era
passato un sacco di tempo da quando trafficava con quegli
aggeggi, per cui non riuscì a migliorare le immagini al punto
da capire di chi si trattasse.
Se lo portò a spasso ancora per un paio di minuti, in attesa
che la strada si allargasse in un ampio spiazzo in prossimità
della Breccia, quindi diede una sterzata mentre il piede
passava dall'acceleratore al freno.
Manovra coi fiocchi, si complimentò con se stesso, mentre
balzava fuori dall'abitacolo e rotolava nella neve sporca con
la pistola laser puntata contro l'altro veicolo. Sperò
vivamente che non ne uscisse una squadra di mercenari,
perché nella fretta si era procurato solo quell'arma e anche
perché la botta che aveva subito nel rotolare fuori era quasi
bastata a metterlo ko.
— Ehi, signor Coxie! Se va da solo ci lascerà la pelle, lo
sa? Ahram decise di trasferirsi sul veicolo di Slash. La
piccola vettura blindata non aveva multicamere ma, appunto,
era blindata. E poi il nanerottolo aveva riempito il vano
posteriore di una impressionante quantità di borse che non
dovevano contenere cibo a lunga conservazione. Comunque
finse di mostrarsi non troppo entusiasta di ritrovare il cyb
sulla sua strada.
— É conciato piuttosto male, signor Coxie — disse,
mentre teneva il volante con una mano, e con l'altra regolava
le manopole di un aggeggio sotto il cruscotto.
Ti sei mai visto allo specchio? avrebbe voluto dirgli, ma
poi decise che era controproducente litigare con i propri
alleati, soprattutto quando si stava per affrontare quel
pazzoide di Dusol e la sua cricca.
— Ho avuto qualche problema ai Docks, ma suppongo che
tu ne sia già al corrente.
— Infatti. Lo sa tutta quanta la Città, del resto — disse,
tenendo lo sguardo fisso sulla strada sconnessa, piena di
buche e di fango. Dall'orbita deturpata vide brillare un
occhietto pieno di malizia. — É stato un bel lavoro, signor
Coxie. Un bel lavoro davvero. Padron Xavier ne è molto
soddisfatto.
— Mi riempie di gioia saperlo. Vorrà dire che non farà
storie quando dovrà scucirmi gli ECU.
Questa volta sembrò che il cyb non l'avesse udito. Poco
male, commentò fra sé, perché adesso aveva un
neuroveicolatore nel cervello. Qualunque cosa fosse, sentiva
di poter affrontare Xavier quasi ad armi pari. Sempre che ce
ne fosse stato bisogno e se fosse uscito vivo dal dove erano
diretti.
— Ha un piano, signor Coxie? — chiese Slash — Se fossi
in lei ci andrei piano con quella roba.
Ahram si strinse nelle spalle e continuò a inghiottire le
pillole che aveva preso dalla tasca. — Se hai un po' d'alcol
sarebbe l'ideale — disse, passando una mano sul cristallo del
finestrino per toglierne la condensa. — Ma è inutile
chiedertelo. Sai, è fin troppo facile derubare un paramedico.
Non c'è neppure gusto. Stavi dicendo?
— Le ho chiesto se ha già un piano. Per affrontare Dusol.
Ahram reclinò il sedile di 45 gradi e cercò di rilassarsi come
meglio poteva, lottando contro il desiderio di addormentarsi.
Comunque era uno sforzo che avrebbe dovuto sopportare
ancora per poco. La blanda dose di stimolanti e analgesici
che aveva preteso dai paramedici stava per essere
vigorosamente irrobustita dalle pillole che continuava a
mandar giù a tre, quattro per volta. Già adesso poteva
avvertire una piacevole sensazione di solidità che si
trasmetteva in tutto il corpo, ed era come se le ferite si
stessero rimarginando a velocità centuplicata, mentre i
muscoli riacquistavano a poco a poco una scioltezza che
apparteneva ai suoi vent'anni.
Naturalmente era soltanto un'illusione, ma se non altro
aveva il pregio di funzionare. Come al solito, alle
conseguenze ci avrebbe pensato più tardi. Doveva soltanto
stare attento a non incanalare i pensieri nella direzione
sbagliata, perché provocare qualche involontario casino con
le realtà soggettive era l'ultima cosa di cui aveva bisogno.
— No, non ho nessun piano — ammise, e tre violenti colpi
di tosse risolsero il problema di una pillola che gli era
rimasta a metà strada. — Non ho idea di cosa mi stia
aspettando — aggiunse. — Dipende dal fatto se Dusol sia
riuscito a perfezionare il neuroveicolatore e abbia deciso di
usarlo. In tal caso temo che sarà un osso duro, molto più di
Andrea.
— Dusol non avrà molta esperienza. Può sempre restare
intrappolato nella sua...
— Soggettività — l'aiutò, intuendo che un cyb doveva
avere più familiarità con i concetti RV. — Ma non contarci
troppo. Dusol dev'essere un grande figlio di puttana.
— E Andrea no?
Ahram inspirò profondamente. Fino a quel momento
aveva cercato di assorbire ogni frazione di piacere che gli
dava premere il corpo contro la soffice imbottitura del sedile.
Il mondo cominciava a perdere l'uniforme colore nero per
assumere vaghe sfumature rosee. Ma adesso la domanda di
Slash minacciava di rovinare tutto, riaprendo una brutta
ferita.
— No. Lei no. Loro no — rispose enigmaticamente,
sollevando appena lo sguardo per osservare la cappa di nubi
che gravava sull'intera regione. Probabilmente aveva usato
un tono un po' troppo aspro, perché il cyb se ne restò zitto a
guardare la strada. Credendo di avere esagerato, aggiunse: —
Tu invece hai qualche idea?
— Padron Xavier dice di aver riscontrato gravi anomalie
nel Network. Sembra che il nostro settore si stia isolando dal
sistema, e nel giro di un paio d'ore la Città sarà
completamente tagliata fuori.
— Stai scherzando?
— No. Ma c'è di peggio.
Ahram raddrizzò il sedile e fissò il nanerottolo. — Per
esempio?
— Qualcuno ha inondato i canali di copiatori. Stanno
riproducendo miliardi di dati, ma non riusciamo a capire
dove possano immagazzinare le copie, a meno che...
— A meno che non finiscano in una sacca virtuale —
concluse per lui. Merda! — Per questo ti sei portato dietro
tutta quella roba?
Slash annuì, e la sua testa si abbassò in sintonia con il
piede sull'acceleratore. — Devo solo allacciarmi a un
terminale. Basta che sia il più possibile vicino alla sacca.
Sempre che sia una sacca.

Il veicolo oltrepassò la cancellata a passo d'uomo e si


fermò per alcuni secondi nello spiazzo circondato da
baracche. A sentire Slash era stato un gioco da ragazzi
mettere fuori uso i sistemi d'allarme e aprirsi la strada a colpi
di laser, anche perché nel cantiere non c'era più niente che
facesse gola anche a un morto di fame. Comunque era
sempre meglio stare all'erta.
Il piccolo cyb inserì la marcia e deviò verso il gruppo di
baracche sulla destra. I fari del veicolo illuminarono quattro
prefabbricati a forma di parallelepipedo. — É qui che è
sparito Petr Dorazzi? — chiese, forse valutando se fosse il
caso di abbattere qualche altra porta.
— Sì — rispose Ahram. — Decine di persone si sono
scannate per questo fottuto cantiere. — E a quanto pare non
è ancora finita.
Slash emise un grugnito di assenso. Mollò il volante per
sfregarsi le mani sulle cosce, quindi si aggiustò il sedile. Per
uno della sua statura non doveva essere molto comodo
guidare un'auto normale. — Che ne dice di farci un giro qui
intorno?
— D'accordo, ma a piedi. Hai qualcosa da mettermi
addosso?
— Dia un'occhiata nelle borse. Ci sarà sicuramente
qualcosa della sua misura.
Ahram scese dalla vettura e salì nel retro. — Ehi, dico. Per
caso hai saccheggiato un museo della guerra?
— É tutta roba che appartiene a Padron Xavier — rispose
il cyb, serio, aiutandolo ad aprire le borse.
Alla fine, dopo due minuti di contemplazione, optò per la
tuta in dotazione ai disciolti corpi speciali brasiliani. Il
tessuto era una guaina monomolecolare adattabile a qualsiasi
corporatura, con una serie di protezioni per l'addome e
l'inguine. Lungo la schiena, per tutta la sua estensione,
correvano dei rilievi simili a terminazioni nervose che si
diramavano da un bulbo alla base del colletto. Una serie di
sensori calcolavano la distribuzione della massa corporea per
determinarne il baricentro, una semplice operazione per
tarare la posizione del ristretto campo AG di cui la tuta era
fornita. Era un vero peccato che non ci fosse tempo per
apprezzare la sensazione di benessere e di invulnerabilità che
riusciva ad infondere anche in un relitto ambulante come lui.
Così si limitò ad infilarsela e ad attivare il casco nuovo di
zecca.
— Una meraviglia — commentò, pur sapendo che un uso
prolungato poteva bruciargli i centri motori del cervello,
trasformandolo in un mollusco umano. — Ma adesso è
meglio muoversi — propose, dopo aver effettuato qualche
piegamento sulle gambe, tanto per saggiare i miglioramenti
apportati alle sue protesi. Scricchiolavano ancora un po', ma
rispetto a prima non c'era paragone. — Quest'altra roba la
porti tutta con te?
Slash si era munito di torcia e di una borsa che si era
messo a tracolla. Si fermò, seminascosto dietro il cono di
luce che puntava al suolo. — No. Prima devo trovare un
terminale. Credo che in quell'edificio laggiù vi sia ciò che fa
al caso nostro.
Nello spazio fra due baracche, dove il terreno cominciava
a digradare sensibilmente, s'intravedeva un cubo di cemento
armato che doveva essere il centro di controllo del cantiere,
viste le antenne che spuntavano dal tetto.
Slash abbatté la porta con maggiori precauzioni del solito.
Ebbe qualche difficoltà nel disattivare le varie trappole
elettroniche che difendevano l'edificio, e per un pelo evitò di
farsi friggere dai laser che scaturirono dalla base dei gradini
dell'ingresso. Poco dopo s'infilò all'interno. Ahram lo seguì
un paio di minuti dopo, quando il fumo si fu dissolto dai
locali.
— Trovato niente? — chiese, e non appena si fu guardato
intorno capì che la sua era una domanda superflua, visto che
il terminale occupava quasi un'intera parete. Su ogni cosa si
era depositato un dito di polvere ma, a parte quello,
sembrava tutto materiale nuovo. Slash era già al lavoro,
accovacciato nell'angolo fra due pannelli metallici. Dalla
borsa cavò fuori degli attrezzi con cui cominciò a trafficare
con il rivestimento del terminale, appena sotto la scrivania
ancora ingombra di immondizia plastificata.
— L'alimentatore ausiliario e gli allacciamenti al Network
sono sigillati — commentò, dopo aver rimosso un pannello.
— Credo di poterli riattivare, ma ci vorrà un po' di tempo.
— Abbiamo ancora un certo margine — disse Ahram,
anche se in realtà non aveva alcun elemento per affermarlo.
Per quanto veloce, l'esercito di copiatori che Dusol aveva
lanciato nella rete aveva bisogno di tempo. Tre o quattro ore
erano già trascorse, ma quante gliene sarebbero servite per
completare il lavoro? Dieci? Una? Pochi minuti?
Ahram ebbe un gesto di stizza che rafforzò con
un'imprecazione. Con il tubo del disgregatore colpì
rabbiosamente il piano della scrivania, rovesciando una pila
di plastifogli proprio addosso a Slash.
— Ops — disse semplicemente, quindi si chinò a
raccoglierli alla spicciolata, tanto per avvalorare le sue inutili
scuse. Il cyb sbucò da sotto la scrivania e si rimise in piedi,
scuotendosi di dosso la polvere.
— Vado a prendere il materiale — annunciò, nel tono di
voce che gli esseri umani usano per manifestare entusiasmo.
Ahram annuì, sfogliando distrattamente i documenti che
aveva in mano. Si trattava di moduli privi di qualsiasi
importanza, tutta roba che si poteva lasciare in giro senza
pericolo di finire in galera, e che qualcuno aveva dimenticato
lì solo perché non aveva voglia di fare pulizia. Qualche
circolare del Komm, un estratto del "nuovo" piano regolatore
di dieci anni prima, comunicati sindacali e altre scartoffie.
C'erano perfino alcune deleghe di pagamento per gli operai,
senza l'indicazione di alcuna cifra. Ma la cosa interessante
era che recavano tutte il logo della Shu-Wak.
Come volevasi dimostrare, commentò fra sé, infilandosene
una in tasca. Voleva tenerselo come ricordo perché aveva il
sospetto che, fra non molto, della Shu-Wak sarebbe rimasto
solo quel foglietto plastificato.
31

Il cono di luce della torcia esplorò lentamente la superficie


della lamiera che occludeva l'apertura, fissata al cemento
armato con una serie di serrature elettroniche.
Merda, commentò più che altro per abitudine, perché
quella era un'eventualità che aveva già previsto. Di sicuro
non sarebbero bastati pochi lucchetti sofisticati a fermarlo,
ma c'era pur sempre il rischio di fare un rumore d'inferno che
neppure la neve avrebbe potuto attutire. Quasi quasi avrebbe
preferito che Dusol fosse già lì fuori ad aspettarlo. Così
l'avrebbero fatta finita subito.
Con un sospiro regolò la pistola sul minimo. Forse Slash
non ci avrebbe pensato due volte a fondere tutto quanto, ma
lui non si arrischiava ad essere così sbrigativo. Perciò,
intralciato dal disgregatore e dai due caricatori di implo,
cominciò a disattivare i lucchetti uno per uno, indirizzando i
raggi in punti ben precisi per evitare che le serrature si
bloccassero.
Alla fine, quando anche l'ultimo lucchetto cedette, spostò
la lamiera verso di sé per aprirsi un varco. Ma quando fece
per infilarsi nella fessura dovette fermarsi bruscamente, metà
dentro e metà fuori, perché i suoi piedi si rifiutavano di
proseguire. Nella sua mente era riapparsa all'improvviso
l'immagine di quel portello nei sotterranei del Komm. Sabi
era prigioniera da qualche parte, là sotto, e un suo errore
poteva costarle la vita. L'incubo si ripeteva, e non poteva
farci niente. Non avrebbe avuto il coraggio o la vigliaccheria
di richiudere l'apertura e sparire in qualche posto lontano da
tutto e da tutti. Se davvero esisteva il destino, allora il suo
consisteva nel finire incastrato in situazioni da cui si usciva
comunque sconfitti.
Appoggiò la fronte nel cavo del braccio che teneva
appoggiato al cemento, ma scoprì che il tepore emanato dalla
tuta era peggio dell'aria gelida. Si scosse e, alla fine, forte
della massiccia dose di stimolanti, si decise ad entrare.
La camera del pozzo sembrava più che altro un modesto
scantinato in cui nessuno entrava più da mesi. I pochi ragni
che erano sopravvissuti alle aggressioni chimiche dovevano
aver deciso di impiantare lì il loro quartier generale, perché il
soffitto di roccia era coperto da un lenzuolo di ragnatele
polverose, mentre tutti gli oggetti metallici erano
abbondantemente intaccati dalla ruggine. Non c'era alcuna
traccia di apparecchiature di controllo, né delle famigerate
tenie.
L'aria era immobile, gravida di odori di stantio e di
officina.
Puntò la torcia verso il buco che si apriva ai piedi della
parete di fondo e mosse qualche passo in quella direzione.
Non aveva mai conosciuto Dorazzi, ma adesso riusciva quasi
a vederlo mentre si avvicinava al pozzo, sedersi sul bordo e
saltare giù, verso qualcosa che neppure la sua formazione
scientifica gli avrebbe permesso di comprendere. Anche
l'ingegnere, come Andrea, Shuster, Dobrowicz e soci, era
solo un incidente di percorso.
Era là sotto che quel pazzoide di Dusol stava effettuando i
suoi esperimenti con la soggettività. Non sapeva di preciso
cosa avessero in mente, ma era sicuro che il primario e il
suoi accoliti non dovevano aver perso tempo a sfruttare la
loro scoperta. Dopo tutto, la scomparsa di Dorazzi e il test su
Andrea erano avvenuti più o meno nello stesso periodo,
anche se poi la donna aveva minacciato di rovinare tutto. Là
in fondo c'era una porta, ma non sapeva cosa avrebbe trovato
al di là di essa.
Ma quanto ci mette Slash, si chiese, consapevole per un
attimo dello scorrere del tempo. Poi, come lo sfortunato
ingegnere, si sedette sul bordo del pozzo e ne illuminò
l'interno. Il fondo, a un paio di metri, era nuda roccia. Allora
si guardò intorno in cerca di qualcosa da buttar dentro ma,
non trovando niente, decise di ricorrere al metodo empirico
usato dai muratori per valutare la perpendicolarità delle
pareti. Sollevò la visiera del casco e sputò giù. E il grumo di
saliva sparì da qualche parte.
Capolinea.

Ma lui non era Dorazzi, e neppure un semplice sputo.


La consapevolezza di essere di fronte a una
manifestazione di "realtà ondulatoria soggettiva" innescò
nella sua mente un analogo processo creativo, come per un
semplice fenomeno di risonanza. Forse ogni neurone stava
elaborando una quantità enorme di dati per impostare le
equazioni della matrice d'onda e per verificare le soluzioni
compatibili con la realtà soggettiva che si apriva sotto di lui.
Nella camera del pozzo l'aria parve solidificarsi. Il raggio
della torcia si era spezzato in più punti, come se venisse
rifratto nel passare da una realtà all'altra.
A poco a poco, la luce che sembrava provenire da là sotto
si adattava al suo nuovo schema mentale.
L'estrapolazione continuava frenetica, alla ricerca di
sintonia con il multiverso che si apriva ai suoi piedi. Uno
dopo l'altro, i valori delle variabili si incasellavano nella
matrice, permettendogli di vederne a occhio nudo il graduale
consolidamento. Soltanto ai margini del suo campo visivo
c'era una sorta di perturbazione che rendeva instabili le
immagini, ma anch'essa stava lentamente attenuandosi.
Quando poi le soluzioni raggiunsero un alto grado di
approssimazione, non restava che da scegliere.
Le sue mani si aggrapparono saldamente al cilindro del
disgregatore, e con una debole spinta delle gambe saltò di
sotto.
Pensava di spezzarsi l'osso del collo o di finire infilzato su
qualche aculeo. Ma non fu così.
A giudicare dall'atterraggio non doveva essere caduto da
un'altezza molto impegnativa, tanto più che l'impatto era
stato attutito da qualcosa di soffice. Rotolò un paio di volte
su se stesso, senza mai allentare la presa sul disgregatore.
Alla fine cercò di rimettersi in piedi, ma ciò che vide attorno
a sé gli fece dimenticare tutto il resto.
Era caduto in un prato. Un vero prato fatto di erba
primaverile, alta almeno una spanna, con tanto di rugiada
incorporata. La radura sembrava estendersi a perdita
d'occhio, sfumando all'orizzonte in una nebulosità che la
saldava al cielo. Non esisteva nessun sole, solo una
luminosità uniforme che offriva calore e vitalità a tutte le
superfici esposte. Alle sue spalle alitava una brezza fragrante
di profumi sconosciuti, ma non riusciva a pensare a cosa si
fossero perse le generazioni degli ultimi due secoli, né a
cos'avrebbe fatto ai fanatici che avevano intossicato il
pianeta di rifiuti chimici.
Sto diventando matto, fu invece la sua conclusione. E se
ne convinse sempre più a mano a mano che la matrice
precisava i dettagli.
Adesso, a una ventina di metri scorreva un torrentello
d'acqua cristallina, attraversato da una passatoia di legno
autentico, mentre sulla destra aveva preso consistenza una
collinetta coperta da una vegetazione lussureggiante.
Un improvviso fruscio sopra di sé lo mise in allarme. Per
riflesso condizionato si inarcò di scatto verso il rumore e
diede energia al cilindro, regolato sul minimo. Il bersaglio
era molto piccolo e molto veloce, ma riuscì a colpirlo in
pieno grazie ai sensori innescati nel casco e nella tuta. La
cosa cadde a pochi passi da lui. Era un batuffolo nero con un
becco giallo e due ali lucenti che il raggio aveva in parte
devastato.
Lo afferrò con due dita, sollevandolo per la punta di un'ala
e lo osservò come se si trattasse di una creatura aliena. Poi,
notando che il piccolo cuore batteva ancora, lo scagliò nel
torrente per dargli una morte rapida. Cominciava già ad
avvertire un fastidioso senso di colpa quando, ad un tratto, la
sua attenzione venne attirata su un punto lontano, oltre il
corso d'acqua, forse a duecento metri di distanza.
Questo è il colmo, si disse, osservando il gruppetto di
bambini, maschi e femmine, che rincorrevano una palla rossa
che rimbalzava su per il pendio. Tutto rigorosamente vero.
Già, come gli incubi di Andrea.
Con cautela mosse qualche passo in direzione del torrente,
sperimentando la sensazione del tutto nuova di camminare
sull'erba. La tuta, gli stimolanti, le visioni idilliche che gli
scorrevano davanti agli occhi lo facevano sentire in paradiso,
altro che l'Heaven's Door.
Ma mentre oltrepassava il ponticello di tronchi scoprì che
nella sua mente c'era ancora posto per la sirena da
contraerea, la cui insistenza spazzò via tutti i pensieri, tranne
uno. Un sospetto che gli aveva dato i brividi.
Sarà anche stato un gesto infantile, ma preferì girarsi a
controllare.
Dell'"apertura" da cui era sceso non c'era più traccia. In
compenso, da quella parte l'orizzonte sembrava essersi
avvicinato sensibilmente, assumendo un colore metallico. E
riducendosi la distanza, si acuiva la sensazione che una lenta
ondata di piena stesse per travolgere quel mondo soggettivo.
Pochi secondi dopo non ebbe più dubbi. Quelle laggiù
erano componenti di metallo e materiale semitrasparente che
si saldavano le une alle altre, molecola dopo molecola,
formando una gigantesca struttura che avrebbe occupato
tutto lo spazio disponibile.
La copia virtuale di Ringfarm era cominciata.

Adesso il problema era che lui non sapeva da che parte


cominciare. Ormai il gioco di Dusol non era più un mistero.
Tutte le oscure manovre per far costruire il centro di
sdoganamento e poi la centrale di riciclaggio facevano parte
di un piano superato. Forse quel pazzoide aveva pensato di
realizzare una seconda Clinica "privata" nel sottosuolo, dove
trasferirsi e condizionare l'Esterno con i suoi accoliti. Ma
dopo la scoperta del neuroveicolatore non sarebbe stato più
necessario scavare là sotto. A quel punto bastava pensare di
avere un grande spazio a disposizione per averlo davvero, un
luogo perfettamente abitabile e al tempo stesso inaccessibile
per tutti coloro che non potevano abbandonare la realtà
standard.
Ma Dusol amava fare le cose in grande. Voleva anche una
base operativa che gli permettesse di soddisfare la sua mania
di conquista fìn dal primo giorno. Copiarsi una stazione
orbitale era stato un tocco da maestro, niente da dire. Dio
solo sapeva come il neuroveicolatore avesse potuto tradurre
la virtualità in soggettività. Ma adesso Ringfarm si stava
riproducendo lì sotto, a venti chilometri dalla Città, sulla
base dei dati immagazzinati nel Network, e che i satelliti
continuavano ad inviare da qualche parte per essere
processati da un gruppo di cervelli distorti.
Forse lui stesso poteva provare a sondare la matrice alla
ricerca di quella marea di unità mnemoniche artificiali, ed
era quasi tentato di farlo quando considerò che, dopo tutto,
era meglio affrontare un guaio alla volta.
Per intuito sapeva che non avrebbe corso pericolo, ma di
fronte all'incalzare della struttura preferì incamminarsi nella
direzione opposta, incespicando a più riprese perché doveva
ancora prendere confidenza con il tappeto di zolle erbose.
Alzò lo sguardo all'orizzonte per controllare che non vi fosse
qualche cambiamento anche da quella parte.
Già, da dove cominciare? si disse, con la testa che
riprendeva ad affollarsi di pensieri. Anche se avesse
sconfitto Dusol, come sarebbe uscito di lì? Slash avrebbe
potuto rintracciarlo? E Sabi, maledizione. Dov'era Sabi?
Ad un tratto la sua attenzione si concentrò su particolare
che in un primo tempo gli era sfuggito. Così, mentre
constatava che adesso non c'era più traccia dei bambini, si
chiese come facesse una palla rossa a salire su per un
pendio.
Nel momento stesso in cui la individuò con lo sguardo, la
sfera cominciò a dilatarsi a velocità preoccupante, sbiadendo
fin quasi a diventare trasparente. Ad un tratto fu chiaro che la
superficie non era più in grado sopportare la pressione
interna, e mentre Ahram si tuffava a terra in un piccolo
avvallamento, la sfera esplose con un boato che fece
sussultare l'intera regione di spazio soggettivo.
Una tempesta di luce multicolore si propagò in ogni
direzione, portando via zolle d'erba, fronde e piccoli animali.
Il p)onte venne sradicato senza sforzo, e adesso volteggiava
nell'aria opaca come un fuscello, in direzione dell'avanzante
copia di Rìngfarm.
Il supporto ausiliario della tuta gli permise di balzare in
piedi e sparare alcune bordate disgreganti verso un bersaglio
che non c'era. Vacillò. La tempesta di luce l'investì in pieno,
e lui credette di sentire, di vedere, ogni singolo fotone che
cozzava contro il suo corpo, fino a penetrargli nelle ossa.
Non fu sorpreso di pensare che quella fosse veramente la
fine.
Per un attimo la tempesta parve placarsi, ma sembrava più
la quiete assoluta che anticipa la catastrofe. Ahram riversò
tutte le sue energie nel tentativo di scardinare quella
soggettività, ma era come demolire un muro con le unghie.
Le equazioni continuavano a dare soluzioni impossibili che
svanivano una dopo l'altra, indebolendolo sempre più, e
presto o tardi la sua stessa individualità si sarebbe dissolta
nella realtà soggettiva che si stava solidificando attorno a lui.
Riaprì gli occhi.
Adesso Rìngfarm occupava quasi metà dello spazio.
Girandosi vide che il prato era scomparso, forse a seguito
dell'esplosione della palla. Al suo posto si era concretizzato
uno scenario urbano di cui la sua mente conservava dei
ricordi precisi. Un intero quartiere della Città aveva appena
subito un bombardamento chimico. Le strade erano piene di
gente che si contorceva sul selciato negli ultimi istanti di
agonia. Avevano le vie respiratorie parzialmente occluse,
mentre la pelle esposta direttamente al gas si gonfiava fino
all'impossibile prima di cominciare a squarciarsi. Sullo
sfondo, i palazzi sventrati dai laser apparivano come
spuntoni di roccia nera e fumante. Nessun rumore, nessun
coro di grida terrorizzate. L'unica percezione attiva sembrava
la vista.
Poi all'improvviso si ritrovò all'interno di un ampio locale.
La luminosità era sensibilmente diminuita, ma ciò non gli
impediva di scorgere chiaramente il tipico arredo di un
laboratorio della Clinica. Le pareti erano inclinate verso
l'interno di una ventina di gradi, mentire tutto ciò che vi era
appoggiato stava pericolosamente in bilico o era
assurdamente deformato. Il pavimento era una asettica lastra
nera che presentava sfumature di grigio.
— Bei tempi, vero? — disse qualcuno o qualcosa che
stava prendendo forma davanti a lui. Nello stesso istante
senti che le sue braccia si appesantivano fino
all'inverosimile, impedendogli di mantenere la presa sul
disgregatore. Credeva di essere finito nelle spire di un
enorme serpente che gli bloccava qualsiasi movimento,
costringendolo a restare in piedi, indifeso.
— Eri un ottimo elemento, e lo sei tuttora — continuò la
figura sempre meno sfumata di Dusol, racchiuso in un
monopezzo di tessuto di una taglia più grande. Teneva le
braccia larghe, le mani aperte con i palmi rivolti verso di lui.
Sembrava tutto tranne che un centenario. L'unica cosa su cui
ci si poteva ingannare era la sua mite espressione da
benefattore dell'umanità. — Peccato che...
— Non lo sarò ancora per molto — concluse Ahram con
un filo di voce, incapace di sottrarsi a quel frammento di
realtà soggettiva che lo stava stritolando.
Dusol l'ignorò. Sembrava troppo compiaciuto per potersi
irritare di fronte a delle sciocchezze.
— Dov'è Sabi? — chiese ancora, mentre le tempie gli
pulsavano con violenza e il torace non riusciva a dilatarsi per
respirare.
— Sabi? — Dusol rifletté per un istante, piegando la testa
di lato. Nel frattempo, dietro di lui erano apparse altre figure
che sembravano disinteressarsi a quella conversazione. —
Ah, vuoi dire la ragazza. Sta' tranquillo, non le ho fatto del
male.
Il vecchio primario indicò un punto alle sue spalle. Era
difficile immaginare dove avesse reclutato i tre tizi che si
stavano avvicinando. Sicuramente non si trattava di
mercenari, perché non indossavano uniformi né armi in
dotazione di nessun contingente conosciuto. Scortavano una
figura che procedeva inclinata in avanti, con un'andatura un
po' barcollante. Aveva le mani bloccate dietro la schiena, e la
sua espressione non era propriamente distesa, ma Dusol
sembrava aver detto la verità. La ragazza era in buone
condizioni.
— Ho saputo di Andrea — disse poi. — Bel lavoro. Forse
dovrei addirittura ringraziarti. Quella donna sarebbe stata un
grosso problema per la mia nuova Clinica.
— Già — commentò Ahram, con sempre maggiore
difficoltà. — Ma non capisco in cosa fosse diversa da voi.
Dusol allargò le braccia in un gesto remissivo. — Quando
abbiamo sperimentato il neuroveicolatore su di lei, non
abbiamo tenuto conto delle sue anomalie psichiche.
Quell'idiota di Dobrowicz si vantava di conoscere bene le
sue donne, ma in realtà era esattamente il contrario. Non
potevamo prevedere una simile aggressività. E poi si trattava
della prima versione del neuroveicolatore. In seguito
l'abbiamo perfezionato, eliminando parecchi inconvenienti.
Ma avrei potuto sopportare di peggio, pur di arrivare a un
risultato concreto. Questi ultimi anni della mia vita li ho
dedicati alla ricerca di una teoria unificatrice, del
denominatore comune fra memoria artificiale e memoria
biologica. E ora che l'ho trovato...
Dovresti buttarlo nel cesso, pensò Ahram, serrando con
forza le palpebre. Era il modo meno penoso per rispondere.
Adesso la sua mente era alle prese con un dubbio che forse
non sarebbe mai riuscita a risolvere, e cioè quale
neuroveicolatore Frober avesse trafugato. Comunque non era
importante. Non più.
Non adesso che stava per finire tutto. La sua mente
continuava senza sosta a processare dati, ma sembrava
incapace di estrapolare una soluzione che gli permettesse di
modificare la realtà soggettiva di Dusol. Il flusso di ricordi
veniva dirottato in canali che non sfociavano da nessuna
parte. Era come girare in una metropoli con tutta la
segnaletica sbagliata, e il responsabile era sicuramente quel
vecchio bastardo.
Dusol fece un cenno e i tre tizi spinsero avanti la ragazza.
Sabi aveva un aspetto sofferente, ma non impaurito. Gli
lanciò un'occhiata che conteneva mille domande e una
richiesta d'aiuto che lui non era in grado di soddisfare.
Provò l'intenso desiderio di sputare sul sorriso del
primario, e l'avrebbe anche fatto se la realtà non fosse
cambiata all'improvviso, costringendolo a concentrare
altrove la sua attenzione.
Adesso si trovavano all'interno della cupola di Ringfarm,
mentre tutt'attorno prendevano consistenza le linee
geometriche di ampie pareti. Fra pochi secondi si sarebbero
chiuse per formare un locale abbastanza grande per
contenere un paio di Boeing, mentre la loro superficie si
punteggiava di fari che inondavano l'interno di luce bianca.
— Vorrei proprio vedere la faccia di Rigueras e degli
imbecilli del Komm — commentò Dusol, con una risata che
sembrava il sussulto di un tisico.
— Bello... scherzo. — Ahram diede fondo a tutte le sue
energie per divincolarsi dalla stretta di quel frammento di
soggettività che non smetteva di soffocarlo. Lentamente
inspirò l'aria fino a riempire i polmoni, ignorando il bruciore
che sentiva sparso per tutto il corpo. Senza tuta avrebbe
lasciato da un pezzo la valle di lacrime. — Già... Sai che
risate — provò a dire, dosando l'aria con estrema parsimonia,
come se fosse l'ultima disponibile. Poi con un ultimo sforzo
aggiunse: — Se ti volti... Potrai fartene quattro anche tu.
Nello stesso istante vide che dietro a Dusol uno dei tre tizi
in tuta e casco integrale aveva l'addome squarciato. Restò in
piedi per un paio di secondi e poi si schiantò sul lucido
pavimento del locale, spargendo sangue e viscere. Gli altri
due si tuffarono in direzioni opposte per non costituire un
facile bersaglio mentre il primario, girato di spalle, sembrava
troppo sorpreso per reagire.
Il clown si esibì in una serie di piroette e di salti mortali,
maneggiando una lama di luce lunga un metro e mezzo. Con
due capriole scoordinate raggiunse un altro dei fuggitivi e lo
falciò alle caviglie con un crepitio che si mescolò a un urlo.
La palla rossa, pensò Ahram, mentre il clown-Xavier gli
rivolgeva una rapida occhiata, mostrandogli l'enorme naso di
un rosso brillante. Gli occhi tristi, umidi di lacrime lo
stavano decisamente esortando a darsi una mossa, se voleva
salvarsi la pelle.
Slash! Piccolo bastardo, ci sei riuscito, si disse, mentre
cercava di divincolarsi dalla stretta del frammento di
soggettività. E fu un mezzo sollievo scoprire che la morsa si
stava allentando. In quel momento Dusol aveva ben altro su
cui concentrare l'attenzione, anche perché il clown virtuale
che si era intrufolato nel flusso di dati era reale. Forse il
neuroveicolatore era davvero in grado di tradurre i byte m
unità nmemo-biologiche, permettendo così la ricreazione di
tutto ciò che i neuroni riuscivano a filtrare.
Ahram non era un tecnico, ma non gli sembrava un'ipotesi
tanto strampalata.
Alla fine, la corda che lo strangolava cedette. Senza più
nulla che lo sostenesse, cadde a terra sopra il disgregatore,
mentre il locale si riempiva di fumo e urla. In lontananza
intravide alcune figure che correvano qua e là come degli
ossessi.
— Stai bene? — si sentì dire all'orecchio suturato. Il lieve
e tocco di una mano sotto l'ascella lo invitava a rimettersi in
piedi.
— Cos'è, una battuta? — replicò, girandosi per guardare la
ragazza che nel frattempo sembrava aver riacquistato il suo
spirito combattivo. Fra l'altro la ferita al fianco aveva ripreso
a sanguinare. Mentre afferrava il disgregatore e lo utilizzava
per puntellarsi, decise di non era il caso di fare lo scontroso.
Non in mezzo a quel casino. Le indirizzò un bacio in tutta
fretta, e non solo per fare un dispetto a Rigueras. — Prendi
questa — disse, allungandole una pistola laser. — Cerca di
restarne fuori, però. — Quindi si buttò nella mischia.
Il locale cominciava a riempirsi di rottami fumanti. Verso
il fondo, dove anche le estremità delle pareti e del soffitto si
stavano congiungendo, l'aria era arroventata da un incrociarsi
di raggi ad alta energia. In mezzo a quel caos, un grido lo
costrinse a sollevare lo sguardo. Da un piccolo portello nel
soffitto, probabilmente la stessa "apertura" che aveva
utilizzato per introdursi in quella soggettività, Slash si lasciò
cadere di sotto roteando più volte nell'aria. Ahram lo vide
atterrare a pochi metri di distanza con tutte le anni che si era
portato dietro. Nel momento dell'impatto preferì chiudere gli
occhi, temendo di vedere un grosso rospo che si spiaccicava
al suolo, ma quando li riaprì scoprì che il cyb stava già
saltellando verso il centro dell'azione, imbracciando un
cilindro dal diametro preoccupante.
La sagoma del clown appariva e scompariva fra le
macerie, ed era quasi impossibile localizzarla con sicurezza
sullo sfondo grigio-metallico. Dove cavolo è finito Dusol?
Sabi doveva avergli letto nel pensiero, perché la sentì
gridare:
— Ahram! La centralina dell'AG!
Sulle prime non capì. Si fermò un istante senza voltarsi, al
riparo di una struttura metallica che era penetrata nel locale
come un ariete. Poi comprese che Ringfarm era la casa di
Sabi. Di tutti quelli che si stavano scannando là dentro, lei
era l'unica a poter dire di conoscere il posto come le sue
tasche.
— Che centralina! — gli urlò di rimando, ma senza
concitazione.
— Quella dei campi AG! Credo che voglia uniformarne la
polarità!
Oh merda. — Ne sei sicura?
— L'ho visto uscire laggiù! — Sabi indicò sulla destra una
grande porta scorrevole, aperta quel tanto che bastava per far
passare una persona. — Quelle scale portano alla centralina!
Ahram non perse tempo a cavillare su come Dusol potesse
conoscerne l'ubicazione. Probabilmente lavorava a quel
piano da anni, tanto da arrivare a conoscere la stazione
meglio dei suoi 10000 abitanti.
Si precipitò verso la porta sparando qualche raffica a caso.
Slash era sparito da qualche parte, mentre Sabi non gli aveva
dato l'impressione di volerlo seguire. Ed era meglio così. La
faccenda fra lui e Dusol era una questione privata. Non
l'aveva mai dimenticato.
Dietro la porta trovò delle scale che salivano ripide per
almeno cinque o sei piani. Con un sospiro d'incoraggiamento
affrontò i gradini tre alla volta, imprecando fra sé per non
aver chiesto a che piano fosse la centralina. Comunque non
tardò a scoprirlo. Due piani più sopra scorse una figura
tarchiata che, prima di sparire, mandò giù una scarica che
distrusse mezza rampa.
Continuò a salire.
Intanto le strutture metalliche della stazione cominciavano
a perdere consistenza. I gradini vibravano sotto i suoi piedi
come se si dovessero staccare da un momento all'altro,
mentre da tutte le parti si levavano scricchiolii che gli
facevano accapponare la pelle. Tuttavia, era un buon segno.
Ahram aveva sospettato che per tradurre i mnemobyte in
una soggettività di quelle proporzioni fossero necessarie
parecchie menti in sintonia fra loro. E adesso che il Clown e
Slash le stavano eliminando una dopo l'altra, la struttura che
il Network stava riversando in quello spazio vuoto
cominciava a vacillare. Fra non molto, forse, solo la parte
direttamente controllata da Dusol sarebbe rimasta intatta.
Sempre che non facesse in tempo ad invertire la polarità
dell'AC, perché in caso contrario... I manuali si limitavano a
spiegare che si sarebbe prodotta una zona di singolarità. Ma
per quanto non vi fossero dubbi sulla sorte di chi ci finiva
dentro, era difficile dire quali sconvolgimenti avrebbe
prodotto all'esterno, alla Città o perfino all'intera regione.
Doveva fermarlo.
Quando raggiunse il ballatoio diminuì l'energia del
disgregatore e sparò una breve bordata, tanto per far sentire a
Dusol il fiato sul collo. La scarica si spense con un fragore
metallico sulla parete di fondo, mentre il primario s'infilava
in una delle porte sulla destra del corridoio.
Non perse un attimo e si lanciò all'inseguimento. Si
precipitò all'interno, pronto a ridurlo a uno sciame di
molecole fluttuanti, ma era destino che sulla sua strada
dovesse sempre incontrare dei maledetti gradini.
Sentì un dolore lancinante alla caviglia sinistra, e un
istante dopo si ritrovò ad annaspare nell'aria in cerca di
appigli. Riuscì ad attutire l'impatto, ma non potè evitare di
sbattere il naso contro la visiera. Era tutta imbrattata di
sangue, e a quel punto tanto valeva togliersi il casco. Ma la
cosa che più lo preoccupava era aver perso il disgregatore.
— Non toccare la centralina! — urlò, anche se era una
delle cose più inutili che potesse dire. La voce gli era uscita
di gola in una specie di rantolo, spezzata dal dolore che si
concentrava nella caviglia e che si estendeva in tutto il
corpo.
Dusol si era già voltato. Il fatto che non avesse armi non
era di per sé rassicurante, poiché gli bastava il
neuroveicolatore.
Ahram stava ancora annaspando a terra, e ad ogni
movimento aveva l'impressione che il piede gli fosse rimasto
attaccato alla gamba solo con qualche brandello di pelle.
Non poteva far altro che stringere i denti e strisciare
penosamente verso l'altro, sperando che tutto finisse alla
svelta. Sapeva che fra poco si sarebbe messo a urlare di
dolore.
Le fitte alla caviglia gli annebbiavano la vista, rendendo
sempre più vaga e instabile la figura del primario, di cui
riusciva a inquadrare soltanto le gambe. La miscela di
adrenalina, stimolanti e dolore dovevano avergli mandato in
tilt buona parte del cervello perché, adesso, attorno a sé
credeva di percepire una serie di scariche di energia. Erano
tanti piccoli lampi crepitanti, prodotti da schegge di una
soggettività che non riusciva ad avere il sopravvento.
Ormai Dusol gli era addosso, brandendo una spranga. Un
colpo ben assestalo poteva farlo secco all'istante ma, se non
altro, era riuscito a distrarlo dalla centralina.
Il vecchio primario esitò.
Il turbinio di soggettività che cercava di irrompere nella
stazione era sempre più violento ed esteso, e Ahram ne era al
centro, sdraiato a terra e inerme. All'improvviso capì che se
esisteva ancora un modo per uscirne vivo, quello non era
certo lo scontro fisico.
I dati processati dalla sua mente si incasellavano nello
spazio occupato da altra materia, scardinandola atomo dopo
atomo. Qualcosa nel suo cervello stava risolvendo a suo
favore il conflitto di soluzioni che fino a quel momento
aveva visto la schiacciante supremazia della soggettività di
Dusol.
In quell'istante l'unica sensazione fu ancora la
consapevolezza di essere una mina vagante, così come lo era
stata Andrea. Entrambi erano la prova concreta della potenza
della prima versione del neuroveicolatore. Non era quindi
una sorpresa scoprire che la massa di neuroni nel suo cranio
stesse ripristinando il flusso di informazioni attinte dalla sua
memoria.
Quando fece leva sulle braccia per rialzarsi, si accorse che
la prospettiva era cambiata. Adesso osservava le cose con gli
occhi del vecchio, come se fosse appena dietro o dentro di
lui, confondendosi con la sua identità. Davanti a sé poteva
vedere se stesso arrancare nel disperato tentativo di sfuggire
alla distruzione, il volto coperto di sangue, e penoso. Visto
da una prospettiva esterna, quel corpo che si divincolava
sembrava destinato a soccombere da un momento all'altro.
Nessuno avrebbe scommesso un solo ECU sulla sua pelle.
Ma aveva comunque un vantaggio.
Era all'interno di una individualità soggettiva che
rispondeva al nome di Dusol.
Il flusso di dati era inarrestabile. Ben presto la matrice
d'onda raggiunse la saturazione, e a quel punto un'ondata di
energia pura si espanse in una realtà soggettiva compatta.
Il processo durò una frazione di secondo, ma gli fu
sufficiente per capire che Dusol non esisteva più, se non
sotto forma di una nebbiolina rossastra che si depositava sul
pavimento come rugiada.
Quella reazione disperata gli prosciugò anche le ultime
forze, precipitandolo in un abisso buio. Poi, a poco a poco,
l'oscurità si riempì di linee geometriche che diedero un
nuovo senso allo spazio. Contemporaneamente, il suo campo
visivo venne attraversato da una serie di volti che non ebbe
difficoltà a riconoscere. Brahim, Sodano, Rigueras, Sabi,
Slash. Fleury e Screw... E c'era anche la figura emaciata di
Ahram Lee Coxie che guardava se stesso con il solito sorriso
amaro. Sembrava in buona salute. Soltanto l'Ahram disteso
sul pavimento era in grado di dire che le gambe su cui si
reggeva non erano delle protesi. Lo vide sollevare un braccio
in segno di saluto, poi anche lui si dileguò, lasciandolo solo
alle prese con una stazione orbitale che stava cadendo a
pezzi.
Ahram si costrinse a scendere le scale, non per
masochismo, ma perché non era ancora in salvo. Non seppe
mai quanto tempo impiegò, né quanti ematomi riuscì a
procurarsi sugli spigoli dei gradini, complice la tuta
difettosa. Ma adesso l'unica cosa importante era
squagliarsela al più presto, almeno finché i muscoli
continuavano ad obbedire agli stimoli.
Quando arrivò in fondo, mentre l'intera struttura di
Ringfarm vibrava in modo spaventoso, vide che i suoi
compagni erano ancora impegnati nello scontro con gli
accoliti di Dusol. Il numero dei combattenti sembrava
triplicato, perché ai medici si era aggiunta almeno una
dozzina di mercenari che non stava certo risparmiando sulle
armi pesanti.
Pur con la vista offuscata, scorse in lontananza la sagoma
guizzante del clown, mentre Slash e Sabi piegavano ad arco
sulla parte opposta, costringendo gli avversari ad arretrare in
un angolo.
Bella mossa, pensò, e subito dopo si diede dell'idiota per
aver dimenticato il disgregatore. Tornare di sopra era
escluso, per cui poteva solo sperare di recuperare un'arma dai
cadaveri. Avrebbe dovuto uscire allo scoperto e rischiare di
finire con il cervello fritto. Amen.
Mentre si avvicinava, strascicando le gambe fra le
macerie, si vide venire incontro Sabi. Era coperta di
fuliggine e sudore, con la tuta strappata in più punti, ma non
era ferita.
— Via, Ahram! Andiamo via! — gridò, continuando a
lanciare occhiate alle sue spalle.
Per un istante restò impalato, cercando disperatamente di
capire cosa diavolo stesse succedendo. Là in fondo, il clown
correva da un riparo all'altro a velocità incredibile,
scaricando raffiche di raggi in mezzo agli avversari. Pochi
secondi dopo capì che si trattava di una manovra per coprire
Slash. Il piccolo cyb era indietreggiato e stava trafficando
con l'enorme cilindro che teneva sotto braccio con difficoltà.
Santo cielo! fa tutto ciò che riuscì a pensare, mentre
vedeva il clown scomparire all'improvviso, appena
consapevole della mani di Sabi che lo strattonavano. A una
ventina di metri, Slash si era collegato al disgregatore con un
cavo ottico. Mentre retrocedeva verso il punto in cui avrebbe
dovuto trovarsi la camera del pozzo, Ahram lo vide piegarsi
su un ginocchio e prendere la mira verso il gruppo di medici
e mercenari. Il cyb si arrischiò a voltarsi, sollevò il braccio
libero in segno di saluto, quindi si girò di nuovo. La matrice
d'onda di Ahram individuò l'uscita e la modificò per renderla
accessibile.
Fece appena in tempo a scorgere una raffica di raggi che si
abbatteva su Slash, ma solo dopo che il cyb aveva trasferito
tutta la sua energia nel disgregatore.
Un raggio del diametro di mezzo metro investì la parete di
fondo, arroventandola al calor bianco, mentre l'intera
struttura fu percorsa da un movimento sussultorio che
sgretolò gli edifici e la stessa cupola come se fossero di
creta. Un attimo dopo l'energia aveva già saturato Ringfarm.
La sua materia reale o virtuale che fosse si disgregò
all'improvviso, esplodendo con un boato.
Mentre veniva sbalzato via con Sabi, Ahram rimpianse di
non aver mai avuto nessuno a cui raccomandare la sua pelle.
32

Non ebbe bisogno di aprire gli occhi per sapere dove si


trovava. Bastava la morbidezza del contatto che sentiva
dietro la nuca. Se continua così, passerò il resto della mia
vita in ospedale, pensò, dopo aver assodato di essere ancora
tutto d'un pezzo. La lentezza con cui il suo cervello espletava
le normali funzioni gli fece sospettare di essere imbottito di
analgesici e un sacco di altre cose che dovevano farlo sentire
più vivo di quanto non fosse. Be', decidiamoci.
Quando aprì gli occhi le sue domande trovarono una
risposta. Quello che invece non aveva previsto era di
ritrovarsi con tutta quella gente intorno al letto, come se
stessero vegliando un morto. Sabi era lontana davanti a lui,
con un'espressione che passò dal preoccupato al raggiante
quando diede un primo segno di vita. Quando la vista si
schiarì, si accorse che la ragazza era completamente rimessa
a nuovo. Nonostante la fasciatura a un braccio e le
caratteristiche grinze della pasta per suture sul volto e sul
collo, sembrava pronta ad andare a un ricevimento. Sui due
lati c'erano Rigueras e Sodano.
— Ehi, dico: non avevate niente di meglio da fare? —
cercò di dire, lottando per fare uscire la voce.
Sabi allungò il braccio sano, ma quando gli strinse il piede
in segno d'affetto lui non sentì assolutamente niente. —
Come stai? — chiese.
— Di merda, ovviamente — l'anticipò Rigueras,
ridacchiando.
— Soprattutto per colpa di quella cosa che tieni fra i denti
e che sembra un sigaro.
— Ehi, lo sai con chi stai parlando?
Cercò di puntellarsi sui gomiti per mettersi più comodo.
La nuova posizione era anche peggio della precedente, per
cui preferì rinunciare. — Più o meno — disse. Si concesse
qualche secondo di pausa, quindi riprese: — Da quanto
tempo sono qui?
— Be', un paio di giorni — rispose Sodano. Adesso che
Rigueras era tornato sembrava ringiovanito di dieci anni. O
forse era perché la sergente Moridi gli aveva finalmente
concesso un appuntamento. Poco importava. — Non appena
potrai uscire dal letto dovrai darci un mucchio di spiegazioni.
Per esempio come hai fatto a distruggere un intero cantiere e
a spazzare via metà dei Docks.
— Lascialo in pace, Mizzy — intervenne Rigueras. — Ho
l'impressione che basti la tua voce per tormentarlo. Senza
offesa.
Sodano lo squadrò per un istante, quindi tornò a guardare
Ahram. Alla fine scosse il capo con aria di rinuncia, ma non
sembrava essersela presa a male. — Al diavolo. Uno è la
brutta copia dell'altro. Sopportarvi entrambi è troppo per le
mie forze. Quindi è meglio se tolgo il disturbo. Ma tu non
credere di poter schivare un interrogatorio come si deve,
capito?
Ahram emise un mugugno, con l'effetto di accelerare
l'uscita di Sodano.
— Bravo ragazzo — commentò. — Si può sapere dove mi
trovo? E non rispondetemi all'ospedale, perché non sono
fuso al punto da non capirlo.
— É la clinica del Dipartimento. É qui che...
Il mio cervello! Ci avete messo le mani! Lanciò
un'occhiata eloquente a Sabi, accompagnata da un cenno
d'assenso. La ragazza sembrò intuirne tutti i sottintesi, e per
tutta risposta si limitò a dondolarsi sulle gambe come una
bambina imbarazzata.
— Tutto è finito per il meglio — disse Rigueras,
interrompendo una pausa che si slava protraendo un po'
troppo. — Dovrò solo dire all'Esecutivo di far ricostruire
mezza Città ma... l'importante è che Dusol e il suoi non
potranno più nuocere. Purtroppo il mio viaggio su Ringfarm,
quella vera, è servito soltanto per accertarmi che qualcuno
stesse davvero trafficando con il Network. Abbiamo
individuato qualche complice, ma non abbiamo potuto
neutralizzare i copiatori a tempo, né i programmi che hanno
manomesso i satelliti. Credimi, se non ti avessimo fatto... be',
quello che sai, forse a quest'ora la Città sarebbe stata nelle
mani di Dusol.
Ahram annuì ancora. Rigueras non riusciva a tenere fermo
il sigaro fra i denti, cosa che succedeva quando aveva un
rospo da sputare. — Avanti, Franco — l'incoraggiò. —
Ormai sono pronto a tutto.
Il Capo Dipartimento trasse un profondo respiro e si grattò
la testa. — Be', ecco... Mi chiedevo cos'hai intenzione di
fare, una volta fuori di qui. Ma forse è prematuro... Sai, ho
già sottoposto all'Esecutivo una richiesta per ricostituire una
squadra speciale. Dopo gli ultimi avvenimenti esistono
buone probabilità che venga approvata, e mi piacerebbe che
tu...
Ahram cercò di sgranchirsi la schiena, fingendo di
valutare la proposta, poi sondò le narici con un dito. Ma se
davvero voleva irritare Rigueras, allora doveva pensare a
qualcosa di più sofisticato. Peccato che adesso non ne avesse
il tempo né la voglia. — Ti piacerebbe avere ai tuoi ordini
uno con quel neuro-come-si-chiama in testa, vero? Tanto più
che sarei l'unico ad averlo.
— Non ci pensavo affatto. Io volevo soltanto...
— Si, sì. Lo so. Dammi tempo, va bene? Dopo tutto
dovrei essere un uomo ricco, e non mi riferisco allo
striminzito premio partita del Dipartimento. — Già. Xavier
dovrà scucirmi un bel malloppo di ECU. Ma chissà che non
tomi al mio cubo nel Calderone. In fondo era affezionato al
suo buco, e non aveva dubbi che ne sarebbe rientrato in
possesso se solo avesse dato qualche spicciolo ai suoi attuali
occupanti. La Città non era fatta per lui. L'aveva sempre
usato. Così come i suoi amici, anche se in perfetta buona
fede e a fin di bene. Potrò pure decidere da solo il modo di
rovinarmi, no?
— D'accordo, aspetterò — aggiunse Rigueras, incrociando
lo sguardo della figlia. Gli sarebbe piaciuto approfondire i
retroscena di quella storia, forse con la segreta speranza di
imbattersi in particolari piccanti e scabrosi di una storia
d'amore orbitale. Immaginarsi Rigueras come protagonista
era una delle cose più divertenti del mondo. — Be', adesso vi
lascio soli. Suppongo che abbiate qualcosa di meglio da fare
che starvene li a fissarvi come due imbecilli. — Si avvicinò
alla porta della stanza, l'aprì, e prima di uscire si girò di
nuovo. — Ah, dimenticavo. Welling ti manda i suoi saluti.
Ti augura di guarire presto, ma di non avere fretta a tornare
in circolazione.
— Sta bene? — s'informò Ahram.
— Sembra uno che ha appena finito di rotolare sui carboni
ardenti, ma ne avrà per un paio di settimane. É alla clinica
dell'università. — Rigueras scrollò le spalle. Fece un breve
cenno di saluto e uscì.
Sabi sembrò più sollevata adesso che il suo padre naturale
non era più fra i piedi. Ahram notò che era vestita come il
giorno in cui era venuta a cercarlo al Mombasa, e cioè in
modo particolarmente sexy. L'effetto non era in alcun modo
attenuato dalla fasciatura che le immobilizzava il braccio.
Fece una pausa di qualche secondo, poi cominciò a
raccontargli le cose che si dicono in quelle circostanze. Che
le spiaceva che fosse andata così, che però era contenta che
se la fossero cavata, che quella notte era stato bello e che le
dispiaceva terribilmente dover ripartire fra un'ora per la vera
Ringfarm, dove l'aspettava un incarico importante all'interno
dell'amministrazione locale. Ma aveva la speranza di
ritornare sulla terra, un giorno o l'altro.
Quando lei si fermò per riprendere fiato, Ahram tirò
mentalmente un sospiro di sollievo. Meno male che non si
era messa a parlare di vivere insieme, di figli, di contratti a
tempo indeterminato, di scrivanie e di scartoffie.
Ma gli sarebbe mancata. La sua speranza era che lei lo
capisse senza bisogno di parole, perché in caso contrario si
sarebbe sentito terribilmente idiota.
— Prima di andare — disse ancora Sabi, smettendo
finalmente di dondolarsi — c'è qualcun altro che vorrebbe
salutarti. — Si chinò a raccogliere qualcosa da terra e che
fino ad allora era rimasto nascosto ai suoi piedi. Era un
contenitore cilindrico con una serie di quadranti inseriti sulla
superficie laterale. Lo posò sul letto, accanto ai suoi piedi,
quindi svitò il coperchio e lo sollevò per la maniglia. Ne
estrasse un altro cilindro trasparente.
La testa di Slash era immersa in un liquido giallino, più
malconcia del solito, mentre la base del collo dov'era stata
recisa si innestava in un supporto bioenergetico che la
manteneva in funzione.
— Salve, signor Coxie — disse la voce che uscì dai
piccoli diffusori incorporati sui due lati del cilindro. Le sue
labbra si mossero appena, anche se era del tutto inutile.
Tecnicamente, era il supporto a svolgere tutte le funzioni. —
Sono contento che stia bene aggiunse. — Oh, non si
preoccupi per me. Padron Xavier dispone di parecchi pezzi
di ricambio.
— Non ne dubito — rispose Ahram con una risata. —
Ricorda al tuo padrone che uno di questi giorni passerò ad
incassare, d'accordo?
Slash si produsse in uno dei sorrisi più distorti che avesse
mai visto. — Stia tranquillo, signor Coxie. Padron Xavier ne
sarà felice, glielo assicuro. Per il momento mi ha detto di
consegnarle questo... Signorina Sabi?
— Ah, certo. — La ragazza frugò nell'astuccio che portava
alla cintura e ne estrasse un piccolo cubo che porse ad
Ahram. — Il tuo file personale. Xavier l'ha trovato disperso
per il Network, sotto un codice che corrisponde ad
un'organizzazione di mercenari. Non crede che ne esistano
altre copie.
— Bene. — Ahram afferrò il minicubo e l'infilò sotto il
lenzuolo. — Vi ringrazio. Adesso credo che fareste meglio
ad avviarvi. Non hai uno shuttle tra poco?
Sabi ripose il cilindro con la testa nel contenitore, quindi si
avvicinò al lato del letto. — A presto allora — disse, e si
chinò per stampargli un lungo bacio sulle labbra.

Rimase per alcuni minuti a contemplare il soffitto bianco


della stanza. Non gli sembrava vero di essere finalmente solo
fra quelle quattro mura impersonali, in quel letto dove chissà
quanta gente aveva tirato le cuoia per un motivo o per l'altro.
Adesso che la concitazione degli ultimi giorni era
definitivamente passata, si sentiva svuotato e flaccido come
una camera d'aria, ma non era ancora il momento di cedere
alla tentazione di lasciarsi andare. C'era ancora tempo, prima
di ridursi come uno straccio sotto i tavoli del Mombasa, un
modo come un altro per ricordare il disperato candore di
Fleury e Screw. Purtroppo aveva scoperto che nella vita c'era
sempre qualche fottutissima seccatura che doveva avere la
precedenza.
Aveva dovuto commettere un altro reato, e questo lo
faceva sentire un po' in colpa. D'altra parte era stato costretto
dalle circostanze. Normalmente non gli avrebbe fatto né
caldo né freddo, ma il fatto che avesse dovuto fregare il
microtelefono dall'astuccio di Sabi, quando lei si era chinata
a baciarlo... be', non lo faceva sentire un gentiluomo.
Con un sospiro attivò il comunicatore e vocalizzò il
codice.
— Pronto Brahim? Sì, sono io. Mi fa piacere... No, non
importa. Senti, dovresti fare un salto qui alla clinica del
Dipartimento. Sì, subito, per favore. Sicuro, anche con la
valigetta.
E che Dio me la mandi buona.
Da un certo punto di vista una protesi era quasi meglio
dell'originale. Quando si guastava, si rompeva o
semplicemente non funzionava più, per un tecnico era un
gioco da ragazzi sostituirla o ripararla. Naturalmente era
sempre una questione di soldi, ma per fortuna lui era in
credito con il Dipartimento, tanto da permettersi una bella
caviglia tutta nuova. All'inizio l'NC aveva fatto un po' di
storie per accettarla, ma poi tutto era tornato normale, o
quasi. Restava un senso di malessere diffuso in ogni ossicino
del piede che ogni tanto gli mandava delle fitte su per la
gamba, ma tutto sommato era meglio della vecchia caviglia
artificiale.
Comunque, adesso camminava come una persona
normale, con qualche lieve problema d'equilibrio. I rimasugli
di neve che si accumulavano per la strada non gli
semplificavano le cose, ma a quel punto qualsiasi cosa era
meglio di una stanza d'ospedale. Brahim, il buon Brahim,
questa volta non aveva esagerato con il suo intruglio verde,
tanto che non gli sembrava vero di aver riacquistato buona
parte delle sue energie mantenendo al tempo stesso un
colorito normale. Cavolo, si sentiva quasi una persona
nuova. Gli avevano perfino riattaccato un pezzo d'orecchio...
che cosa pretendeva di più?
L'unica preoccupazione, semmai, era quella di non
rovinare il giubbotto che Brahim gli aveva prestato, perché
era un regalo della bella Joanna. Questa volta non
gliel'avrebbe davvero perdonata.
Tirò un paio di respiri a pieni polmoni, inalando l'aria
fredda del primo pomeriggio, quindi approfittò del pacchetto
di sigarette che aveva trovato in una tasca e se ne accese una.
Buttò il pacchetto nella borsa che conteneva i suoi effetti
personali, cioè i documenti, i rimasugli della tuta da
combattimento e le pillole che aveva fregato ai paramedici.
La cosa assurda era che non aveva addosso neppure l'odore
di un ECU.
Ignorando tutto ciò che aveva intorno s'incamminò verso il
Cerchio, fermandosi un paio di volte per farsi un paio di
birre che preferì sorbirsi senza whisky. Poi si recò al più
vicino ufficio informazioni dove potesse trovare un
terminale del Network. Doveva verificare una cosa di cui si
era completamente dimenticato, e ne avrebbe approfittato
anche per dare un'occhiata alle condizioni del suo file
personale.
C'era sempre il rischio che qualche hacker stesse
curiosando da quelle parti e che decidesse di soffiarglielo,
magari per venderlo a uno dei tanti criminali da strapazzo
che avevano giurato di fargliela pagare. Ma al diavolo anche
quelle preoccupazioni. Che altro aveva da nascondere? Una
volta superato il check-in le gambe lo portarono
meccanicamente verso la zona residenziale ad ovest della
Clinica. Per una volta, lasciò fare all'NC. Aveva la mente già
piena di troppi pensieri per badare anche a quello. Dopo
tutto, la certezza di doversi tenere un cervello alterato per il
resto della vita era un ottimo motivo per disinteressarsi delle
sciocchezze di cui era fatta gran parte dell'esistenza umana.
Nessuno poteva togliergli dalla testa quella convinzione,
soprattutto adesso che era di nuovo solo. L'ottimismo
artificiale delle droghe che continuava a ingerire non era più
sufficiente per restare a galla. Ma lui poteva ancora
aggrapparsi alle piccole soddisfazioni che riusciva a togliersi
di tanto in tanto, come era accaduto poco prima, quando era
passato dalla vedova Dorazzi per mantenere una promessa.
Scrollò la testa con energia, senza molte speranze di
poterla alleggerire. Quando arrivò davanti alla cancellata gli
sembrò quasi di avvertire il sibilo dei dispositivi d'allarme.
Dall'altra parte, il giardino all'inglese era ancora ammantato
di neve, mentre il vialetto perfettamente sgombro e quasi
asciutto. Se metteva le mani come dei paraocchi gli
sembrava di tuffarsi in quell'epoca perduta che era stata il
pallino di Shuster, e che a lui faceva venire in mente soltanto
il piccolo Copperfield.
Per un istante considerò l'ipotesi di passare alla
soggettività per eludere i sistemi d'allarme, poi si disse che
non era il caso. Ne aveva veramente abbastanza di sotterfugi,
soprusi e vigliaccate in genere. Non doveva far altro che
suonare il campanello.
Dalla porta d'ingresso non si affacciò nessun domestico.
Mary Ann Hasser venne di persona ad aprirgli, percorrendo
il vialetto come se fosse stato la passerella di una sfilata. La
sua figura longilinea era strettamente fasciata da un
monopezzo termico pieno di luccichii e scollato, mentre le
spalle erano protette da uno scialle verde ridicolmente
piccolo, forse indossato per un minimo di decenza.
Si costrinse a togliere gli occhi dallo spacco sulle cosce.
— É un piacere rivederla, signor Coxie — disse,
scostandosi. — Ho saputo di quanto è successo, e sono
veramente contenta che...
— Sì, lo so — l'interruppe Ahram, mentre ancora una
volta era costretto a fare una fatica d'inferno per salire la
gradinata. — La ringrazio. Passavo da queste parti e mi sono
detto...
— Andiamo, signor Coxie! — tagliò corto la vedova
Shuster, indicandogli le antiquate poltrone del salottino. —
Non vorrà farmi credere di essere capitato qui per caso. Da
quel poco che la conosco non mi sembra proprio il tipo.
Ahram si accomodò con un sospiro e accettò volentieri il
bicchiere che gli aveva prontamente offerto. — Be', sì e no
— rispose, ripensando a tutta la serie di sciocchezze che per
caso aveva fatto nella sua vita. — A dire la verità sono
venuto a riportarle questo... se riesco a trovare dove l'ho
ficcato.
Dopo un minuto di ricerche all'interno della borsa, riuscì
finalmente a cavare un tesserino magnetico che porse alla
donna tenendolo fra indice e medio, come una sigaretta.
— Che cos'è? — chiese la Hasser, accomodandosi di
fronte a lui, piegando le gambe di lato come se volesse
provocarlo con la curva del fianco. Ahram aveva comunque
il sospetto che fosse la sua mente distorta a vederci a tutti
costi una provocazione sessuale. Probabilmente era soltanto
l'atteggiamento naturale di chi aveva sessant'anni e ne
dimostrava quaranta portati benissimo.
— Un tesserino — rispose.
— Questo lo vedo anch'io.
— Be', credo le appartenga.
— Davvero? — disse lei, in tono incredulo. Si chinò in
avanti per prendere la tessera magnetica e la rigirò con le
lunghe dita affusolate, bianche e fragili che erano una
meraviglia.
Ahram attese un paio di secondi, giusto il tempo perché
cominciasse a fare effetto il drink che aveva già finito. —
Credo proprio di sì, signora. L'ho trovato qualche giorno fa
nella tasca di suo marito, ehm, di quel che ne restava. Era in
un porta tessere piuttosto raffinato, di quelli che usano le
donne ricche. E dovevano esserci anche le iniziali della
proprietaria, ma erano state grattate via in qualche modo.
— Questo è assurdo — replicò la donna, senza scomparsi.
Anzi, gli scoccò un sorriso che sembrava sinceramente
divertito. — O almeno, anche se mi appartenesse, non vedo
che importanza possa avere...
— Prima di venire qui non ho resistito alla tentazione di
scoprire di che cosa si trattasse — continuò, — e così sono
venuto a sapere che quella tessera dà accesso a un nucleo
informatico che gestisce i rapporti finanziari di un'industria
alimentare, la Ingsel. Società che, guarda caso, si è da poco
trasferita su Ringfarm.
La Hasser si limitò ad agitare la tessera come un ventaglio,
ma adesso la sua espressione non era più tanto scanzonata.
Meglio così, si disse, visto che non sopportava le finzioni
troppo malriuscite. — Per me era un po' complicato andare a
ficcare il naso là dentro, anche perché di solito non vado in
giro con tutto l'armamentario software di un hacker. Ma il
mio amico Xavier mi ha dato una mano. Sa, per questo
genere di cose è un fott.. cioè, è un vero genio.
— E allora cos'ha scoperto?
— Che la Ingsel aveva stretto un accordo in
partecipazione con la Shu-Wak, dalla quale aveva ricevuto
un versamento di venti milioni di ECU a titolo di non-si-sa-
bene-cosa, ma sempre in relazione con il progetto del centro
di sdoganamento. — Scrutò qualcosa sul fondo del bicchiere
vuoto, poi lo posò sul tavolino da caffè sulla sinistra,
incurante della macchia che aveva lasciato sulla tovaglietta
ricamata. Quindi riprese: — La cosa interessante è che, circa
un mese dopo, la Ingsel ha cominciato a fare periodiche
donazioni al suo comitato di beneficenza, signora Hasser,
anche se poi non si riesce a capire come li abbia impiegati o
dove siano finiti. Se Xavier e io abbiamo fatto bene i conti,
l'ultima quota dovrebbe incassarla la settimana prossima, e
così si arriverebbe a venti milioni di ECU. La stessa somma
che la Clinica ha sborsato alla Shu-Wak per quel progetto. In
sintesi, e mi perdoni i termini un po' aspri, il denaro della
Clinica se l'è intascato lei.
— Ho il sospetto che i medici che l'hanno curata...
— Hanno peggiorato il mio stato mentale? — concluse al
suo posto. — Può darsi.
— E comunque sono solo illazioni che non provano
niente. Ahram si strinse nelle spalle, anche se in quella
posizione era abbastanza complicato. Si guardò attorno per
cercare di individuare dove la Hasser avesse nascosto la
bottiglia ma, non trovandola, tornò a spostare lo sguardo sul
viso della donna. — Non so chi sia stato a coinvolgerla in
questa storia — riprese. — Forse suo marito, oppure qualche
amico della Shu-Wak. Il fatto è che a un certo punto Andrea
vi è sfuggita di mano. Con tutto quello che sapeva e le
carneficine che si divertiva a fare con il vostro gruppetto,
l'unica soluzione era eliminarla al più presto, ma solo dopo
che avesse eliminato il Master Shuster. Probabilmente si era
accorto di qualcosa che non andava... Per esempio che sua
moglie fosse entrata nell'affare solo per fregarsi i soldi della
Clinica, e così si è inscenato il convegno di beneficenza al
Palazzo Impero, pubblicizzandolo al massimo, perfino nei
bordelli che bazzicava Andrea, specificando chiaramente che
vi sarebbe stata anche la partecipazione di Shuster. Inutile
dire che la donna vi si è buttata a capofitto.
— É stato un caso — intervenne la Hasser. — Mio marito
aveva ricevuto delle minacce che...
— Si sono rivelate un errore, perché è stata lei a mandarle.
Mary Ann scosse il capo e sollevò le braccia, come se
volesse proteggersi da un'assurdità troppo grossa. —
Andiamo, signor Coxie!
— Credo proprio che sia così. Quel giorno, quando mi
sono messo a trafficare con il suo computer non collegato
alla rete ho trovato la faccia di un clown. Io, e forse anche
lei, so benissimo che si tratta di un hacker che gironzolava
spesso nella banca dati del Master. Ed è entrato quando lei
ha collegato il computer al Network per trasferire il
messaggio sotto il codice d'indirizzo del marito. Questo è
stato veramente un caso, ma sarebbe stato più sicuro se lei
l'avesse inviato da un terminale pubblico, non crede? O forse
aveva troppa fretta...
— Si rende conto di quanti "forse" ha già detto? —
l'incalzò la donna.
— Sì, un po' troppi, è vero — ammise, azzardandosi ad
accavallare le gambe. — Ma non ha importanza. Invece
l'importante è che vi siate rivolti al Dipartimento perché vi
desse una mano a fermare Andrea. E così ha dovuto entrare
in scena il sottoscritto. Credo però che lei sia stata contraria a
questa iniziativa, e che almeno all'inizio abbia voluto fare
buon viso assecondando la storia delle minacce. Se il
dipartimento cominciava a ficcare il naso nelle sue faccende
societarie c'era il rischio che venisse a galla ogni cosa.
Meglio assumere qualche squadra di mercenari per togliermi
dalla circolazione, e poi tutto si sarebbe risolto. Il resto della
storia lo conosciamo molto bene tutti e due, no?
— Se va in un tribunale con questi elementi le rideranno
in faccia — commentò la Hasser, piegandosi sull'altro
fianco. Si passò una mano nei capelli, che quel pomeriggio
erano di un biondo abbagliante, quindi riportò le braccia in
grembo assumendo un'espressione che poteva essere di
attesa, di sfida o di compatimento.
Ahram mise i piedi giù dalla poltrona, urtando il tavolino,
e si girò a mezzo per porgerle un microauricolare. — Questo
era di suo marito — disse. — Ho controllato le chiamate, e
ho scoperto che una proviene dal Nodo di Singapore.
Scommetto che un buon hacker riuscirebbe a trovarne una
traccia nel suo computer, e a stabilire che corrisponde al
microsecondo. — Si interruppe per un istante, quindi riprese:
— Non andrò in tribunale, stia tranquilla. Altrimenti non
sarei certo passato di qui. Volevo solo che sapesse che io so.
Non mi interessano le vostre beghe, né perché abbia deciso
di fregare tutti quanti o che cosa volesse fame di tutti quei
soldi. Sono stufo di correre in giro per la Città, con un sacco
di gente alle costole che vuole farmi la pelle. Non ho prove,
ha detto. É vero. Ma dal momento che adesso conosco il suo
gioco, sa benissimo che posso prendere un sacco di
precauzioni. Scusi l'immodestia, ma non commetta ancora
l'errore di giudicarmi un pivellino. Quanto ai suoi intrallazzi
finanziari... Be', non vi faccia troppo affidamento. Ho il
sospetto che da ora in avanti quel pagliaccio che si è
ritrovata nel computer non la mollerà un istante. — E sta'
pur certa che quei venti milioni sarà dura beccarli di nuovo.
— E poi... E poi non dimentichi che col cervello che mi
ritrovo si possono fare degli ottimi scherzi. E io ne vado
matto — aggiunse con indifferenza, mentre un piano di
soggettività tagliava longitudinalmente un anonimo busto di
gesso.
Mary Ann Hasser si alzò in piedi, e lui si affrettò ad
imitarla. Era tempo di congedi.
— L'unica cosa che non potrò mai perdonare è che
qualcuno abbia dovuto pagare un prezzo troppo alto, solo
perché era mio amico. Ci vediamo, signora Hasser. I miei
omaggi — concluse, e si avviò verso l'uscita. Chiuse la porta
senza neppure voltarsi.
Ludwig van Beethoven, Sinfonia n°3 in mi bem. magg. Op.55, tema
iniziale del II Tempo [maggio 1804]

EPILOGO

Là fuori non c'era nessun sole. Il cielo era nero e senza


stelle. Gravava sopra la testa come un coperchio, ma non
c'era neppure la luna né i minuscoli segnali luminosi dei
satelliti. Là sotto però le cose erano ugualmente visibili, per
quel poco che ne restava, come se emanassero un'aura
propria. La Città era sparita insieme a tutte le altre città del
mondo. L'unica immensa pianura era deserta e silenziosa.
Là fuori non c'era gente. Era un deserto piatto come la
Terra di Tolomeo, ma era senza confini e senza un suono. La
superficie era coperta da uno strato di liquame scuro,
profondo una decina di centimetri, come se fosse
l'essudazione di un gigantesco corpo malato.
Di tutte le soggettività possibili, quella era l'unica che si
adattasse ai suo umore. La sua mente l'aveva creata per
istinto, interpretando il ricordo di sensazioni già vissute che
continuavano a sedimentarsi dentro di lui. I piedi artificiali
sguazzavano sulla superficie sollevando uno sciacquio che
non aveva niente di di confortante, come se da quella patina
densa potesse levarsi all'improvviso un Leviatano che
avrebbe divorato anche la soggettività.
S'incamminò lentamente.
La direzione non era importante perché, dovunque
andasse, i passi lo portavano sempre nell'unico luogo che
riusciva a spezzare l'uniformità di quella creazione.
Davanti a lui si stendeva un riquadro di terreno dove l'erba
cresceva rigogliosa, morbida al contatto. Non c'era rugiada, e
neppure l'ombra di un insetto.
Al centro dello spiazzo sorgeva un monolito di un grigio
scuro, altissimo e rastremato, la cui sommità si perdeva nel
cielo, forse per continuare fino ai confini del multiverso. Il
materiale di cui era fatto sembrava emanare una debole luce
fredda come il ghiaccio.
Ahram avanzò calpestando gli steli d'erba che tornavano a
raddrizzarsi al suo passaggio, fermandosi a un paio di metri.
Sulla superficie del monolito era incisa una lunga serie di
nomi, i cui caratteri rimpicciolivano a mano a mano che si
allontanavano dalla base, fino a diventare illeggibili come
ricordi che si perdevano nella memoria.
Erano nomi di amici e conoscenti, di gente che in qualche
modo si era guadagnata il diritto di avere un senso nella sua
soggettività. La sequenza di nomi situata all'altezza dello
sguardo richiamava alla mente una sovrapposizione di
immagini che accentuava il suo senso di solitudine. L'ultimo,
o il primo, era
YELENA McFAYE (2238-2260)

Più sotto, dove la pietra liscia e grigia sprofondava


nell'erba, c'era ancora spazio per molti altri nomi.
Ahram indietreggiò sull'erba, un passo dopo l'altro, finché
non incontrò la fanghiglia appiccicosa. Dietro a quell'assurdo
cippo funebre creato dalla sua soggettività apparve una
figura fin troppo familiare, anch'essa creata dalla prima
versione del neuroveicolatore.
Ahram Lee Coxie si avvicinò a se stesso, senza una parola.
Non ne avrebbero mai avuto bisogno, fra loro, come forse
era capitato per le Andrea Dhao Wang che aveva visto
morire nei Docks.
Insieme contemplarono il monolito ancora per qualche
istante, poi si allontanarono affiancati, voltandosi solo di
tanto in tanto per dare un'occhiata al riquadro erboso. Era
come se traesse vita, l'unica vita di quel mondo, dalle
migliaia di nomi che gli pesavano sopra.
Ma forse questo era sufficiente.
Che tristezza, però.

FINE