Sei sulla pagina 1di 180

Megalops Occidentale è una delle tentacolari città a molti

livelli di un futuro disumano e agghiacciante. In un mondo


dove la disperazione e la droga vanno a braccetto con la
corruzione, un misterioso personaggio - il Signore dei Vetri -
ordisce un piano criminale tanto mostruoso da turbare
persino i suoi più fedeli e cinici alleati. Il progetto del
Signore dei Vetri trova però conforto e appoggio morale in
un'opera letteraria di un grande pensatore del passato:
Jonathan Swift. Con una martellante campagna pubblicitaria
viene quindi avanzata

LA PROPOSTA

Soli contro lo strapotere dell'organizzazione


efficientissima del Signore dei Vetri si muovono Degrado,
un «insistente», aiutato da alcuni «vaganti», uomini e donne
che rifiutano di assoggettarsi alle regole della megalopoli.
Al suo primo romanzo Nino Filastò costruisce un'opera di
rara potenza narrativa in un quadro futuro variegato e
terrificante. Una narrazione briosa e divertente che prende lo
spunto da un
testo satirico scritto nel 1729 dall'autore dei Viaggi di
Gulliver,
ma nello stesso tempo presenta una vicenda inedita e
originale.

Copertina di Niko Keluers


NINO FILASTÒ

LA PROPOSTA

Editrice Nord
COSMO Collana di Fantascienza. Volume n. 148 - Settembre 1984
Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano in data
5/2/73, n. 27 Direttore responsabile: Gianfranco Viviani

© 1984 by Editrice Nord, via Rubens 25, 20148 Milano Stampato


dalla litografia AGEL, Rescaldina (Milano)
PRESENTAZIONE

Niente mondi alieni per oggi. Via le astronavi, i robot e


gli invasori spaziali. Abbiamo di fronte solo il nostro futuro,
qui, sulla buona vecchia Terra, a Megalops Occidentale; un
futuro grandioso e sordido. Le città sono cresciute in
altezza, si sono stratificate come le formazioni di scisto o di
arenaria e sono ora un'immensa realtà a molti livelli.
In alto la pulizia, lo sforzo e naturalmente il potere. Giù,
sempre più giù la miseria, la droga, la disperazione e
qualche timida ondata di ribellione. Ma lo status quo è
saldamente controllato dai manovratori di fili, e l'uomo è un
animale adattabile: la sua forza è anche quella di
arrangiarsi - sempre e comunque - a vivere. Ma è davvero
un segno positivo?
In questo panorama futuro agghiacciante un elemento
nuovo viene a sconvolgere l'esistenza tranquilla della città a
molti livelli: la Proposta. Una proposta che emerge dalle
brume di un passato totalmente dimenticato, quello
dell'illuminata Inghilterra «augustea» del 1729.
Ma purtroppo la natura della proposta non va descritta
nell'introduzione al libro; è necessario scoprirla a poco a
poco, attendendo la rivelazione della lettura o magari
frugando tra le proprie reminiscenze letterarie.
Preferisco soffermarmi a descrivere l'autore, che è un
personaggio nuovo nel mondo della fantascienza, al suo
esordio assoluto come romanziere.
Nino Filastò nasce a Firenze nel 1938. Dopo la laurea in
Giurisprudenza svolge per quattro anni la professione di
copy-writer, cioè del creatore di slogans, di frasi chiave,
trovate di vendita, filmati pubblicitari. Parallelamente si
occupa di quella che fino ad una decina di anni fa è stata la
sua grande passione: il teatro. Dal 1959 al 1973 dirige il
Centro Universitario Teatrale di Firenze e poi il Gruppo
Teatro Sperimentale di Firenze, e cura la regia di diverse
pièces, scrivendone alcune egli stesso.
Ma la fantascienza? Credo si tratti di un «primo
approccio» tra i più inconsueti, L'autore lo racconta così:
«Il professore di greco-latino pensò un giorno, con
quell'humour un po' sadico che è tipico dei fiorentini di
razza, di farci tradurre un brano dal greco tratto dal
romanzo di Luciano ambientato sulla Luna e che è
l'antenato della letteratura di SF.
Evidentemente si voleva divertire a vedere che cosa ne
sarebbe venuto fuori. Noi tutti durante i compiti in classe «si
copiava», cioè ci si consultava scambiandoci le copie a
carta-carbone del compito, in équipes di quattro, a seconda
della disposizione dei banchi. Il Professore, un uomo
intelligente e di spirito, lasciava fare, leggeva il giornale e si
limitava a qualche sbuffo risentito quando le consultazioni
diventavano troppo rumorose. Ma in quella occasione,
nonostante che i febbrili consulti si intersecassero per tutta
la classe e che avessero piuttosto il tono delle diatribe, la
sua impassibilità fu quasi totale; solo che qualcuno di noi
ebbe l'impressione che ghignasse.
Il fatto è che la mancanza di pratica con qualsiasi cosa
avesse un minimo di fantasia, secondo il clima burocratico
della cultura scolastica, aveva precipitato tutti nella più
nera disperazione: com'era possibile, se ricordo bene, che le
foglie di quell'albero cantassero un motivo, o che si
spostassero da un ramo all'altro cantando come uccelli? E
cos'erano quelle numerose bocche ed eccentrici occhi degli
animali appollaiati sulla suddetta pianta? Che specie di
animali erano quelli? Per ciascuno di noi stava in agguato
non soltanto l'errore di sintassi o di grammatica, ma si
profilava l'ERRORE globale, il non aver capito un
accidente, lo sbaglio di impostazione concettuale, perché
probabilmente il tutto aveva un sottile significato filosofico,
sotto sotto c'era qualche metafora troppo complessa per le
nostre limitate risorse nel campo della filologia greca.
Il giorno in cui il professore riportò i compiti fu un giorno
di risate amarognole, in cui l'ironia si accompagnava ad un
tragico abbassamento della media trimestrale. Nessuno
aveva avuto il coraggio civile di tradurre l'albero di Luciano
come un albero. Chi ci aveva visto un tempio, chi una nave.
Un'équipe di intelligentoni aveva interpretato il tutto come
una battaglia di semi-dei, le bocche erano diventate
caverne, le foglie giavellotti e così via, razionalizzando e
mitologizzando.
Forse fu a causa di questa refrattarietà alla fantasia
dell'ambiente scolastico - così intelligentemente messa in
luce dal professore - e per naturale reazione, che durante
una vacanza estiva mi innamorai del primo libro di SF che
lessi. Si trattava di Cristalli Sognanti di Theodore
Sturgeon.»
Il tempo passa, ma la passione per la fantascienza è
tenace.
Oggi Filastò svolge la professione di avvocato penalista e
da qualche anno si occupa di giornalismo, collaborando ad
alcuni quotidiani. Dice che da oltre un secolo il periodo
peggiore per fare il difensore è quello che viviamo, e che
anche questa è una buona ragione per scrivere.
E finalmente l'interesse per lo scrivere vede protagonista
la fantascienza: lo spunto per il romanzo viene da una
trasposizione teatrale del romanzo I Viaggi di Gulliver di
cui Filastò si occupò personalmente e che in seguito lo
stimolò ad iniziare uno studio su Jonathan Swift. Molti anni
dopo il germe diventa un'idea, e oggi un romanzo.
In La Proposta trovano posto tutte le esperienze
dell'autore: il teatro echeggia nei magnifici dialoghi,
incalzanti e credibili come raramente capita di leggere; la
professione di penalista si riflette nella figura dell'avvocato
dei «vaganti»; il giornalista è presente con il suo stile secco,
essenziale, frizzante e piacevolissimo, e si ritrova soprattutto
nella faticosa indagine che svolge il protagonista, alla
caccia di una cospirazione addirittura paradossale
nell'enormità del suo crimine. Infine il copy-writer è
padrone assoluto del campo quando si tratta di passare alla
fase promozionale della Proposta in quello che è forse il
brano più perfetto di tutta l'opera, con il suo cinismo
mostruoso eppure assolutamente credibile.
Abbiamo parlato dell'ambientazione, un futuro che può
forse ricordare quello di Ranxerox1, soffermiamoci un
attimo sui personaggi. Ad un eroe pieno di incertezze, dal
nome significativo di Degrado, un «insistente» di mezza
tacca mezzo investigatore e mezzo leccapiedi del Palazzo, si
contrappone un criminale che è tra le figure più memorabili
del romanzo: il Signore dei Vetri, un colossale buongustaio,
cinico, crudele e annoiato dei piaceri che gli offrono
ricchezza e potere. Tra i due la storia si svolge
parallelamente, il primo coinvolto in un'indagine più grande
di lui ed il secondo che dispiega tutti i suoi mezzi per
raggiungere uno scopo raccapricciante.
Accanto a Degrado e al Signore dei Vetri una sequenza
composita di uomini e donne rappresenta ogni strato sociale
1 Personaggio a fumetti creato da Tamburini e Liberatore, pubblicato in
Italia dalla rivista Frigidaire, Ranxerox è un androide impazzito che si
innamora per una disfunzione dei circuiti di una ragazzina drogata,
Lubna. (n.d.r.)
della Megalops: dal capo della Polizia, ai drogati di
sbroscia, agli attori itineranti, ai vaganti, gli unici non
integrati nel sistema.
Chi sia poi a trionfare, se Degrado o il Signore dei Vetri,
non ha poi molta importanza. Rimane comunque il quadro
ammonitore di un'umanità degradata che subisce
passivamente ogni abiezione senza neppure rendersi conto
di quanto facilmente venga manovrata. Assurdo? Non
dimentichiamo che quando Swift pubblicò la sua «Modesta
Proposta» nel 1729, ci fu chi la prese seriamente in
considerazione.
Ci sono più cose in Cielo e in Terra, Orazio, di quante ne
possa sognare la tua filosofia, scrive Shakespeare. Ma forse
più complesso del Cielo e della Terra è proprio l'animo
umano.

Per tutti i curiosi pubblichiamo in appendice al romanzo


il testo swiftiano da cui Filastò prende le mosse per questo
romanzo. Ricordiamo, cosa che sorprenderà i lettori più
giovani, che già nel 1966 la rivista di fantascienza Gamma
lo incluse in sommario (nel n. 8) accanto a cinque o sei
racconti più ortodossi, presentando Swift come «uno dei più
venerati precursori della fantascienza».

Mauro Gaffo
CAPITOLO PRIMO

Il vecchio sedeva sul divanetto e ogni tanto alzava lo


sguardo, ma senza impazienza.
In un qualsiasi ufficio del secondo livello non sarebbe
andato al di là della segretaria.
Bastava guardargli il vestito.
Ma l'Insistente Degrado non aveva una segretaria. Tutto
quello che aveva era una scrivania, una poltrona a schienale
alto, una piccola scaffalatura piena di scartoffie, il divanetto
e la patente incorniciata storta sul muro, tutto questo in uno
dei settecento vani di un immobile adibito ad uffici del terzo
livello. Comunque era già un miglioramento: ancora due
anni prima di ricevere i clienti nei bar.
Il suo mestiere, nuovo in apparenza, ha molte cose di
diversi mestieri antichi.
«Insistente» è la definizione ufficiale. Gli Insistenti non
hanno nessuna specializzazione; gli avvocati li chiamano
«sciacalli», i funzionari dei palazzi «inesistenti», la gente
comune «raccatta-merde».
Non è una carriera brillante.
Si tratta di grattare le rogne di chi non ha di che pagare un
avvocato, o di che corrompere un poliziotto o un
funzionario.
Si viene pagati per attaccarsi alle costole di avvocati,
poliziotti e gente dei palazzi e per non mollare finché non si
ottiene qualcosa. Quando va bene. Quando non va, pazienza:
la clientela non è danarosa e paga il risultato.
Degrado spesso veniva pagato in natura, come molti nel
suo ramo; il che andava bene quando si trattava delle
prostitute del secondo e del terzo livello (quelle del primo
non andavano da lui). Recentemente qualche poveraccio era
stato costretto a sdebitarsi con una settimana di schiavitù, ma
si era rivelato soltanto un ingombro, per sette lunghi giorni
fra i piedi a pasticciare negli spazi ristretti del residence e
dell'ufficio, oppure dietro come un cane per la strada, a far
da guardaspalle con una falsa faccia feroce.
Lo scomodo non valeva lo spocchio.
Per questo, da qualche tempo, aveva deciso di fare un po'
di filtraggio.
Di non seguire la vocazione di paladino degli oppressi.
Degrado fingeva di studiare un inserto ed intanto cercava
di capire qualcosa di questo vecchio, prima di occuparsi del
suo caso.
Che fosse un relitto della Città Bassa, era fuori di dubbio.
Ma aveva qualcosa di speciale.
«Di che vive» deduceva l'Insistente «non ha al braccio il
cerchio giallo, quindi non è un assistito. Non guarda
l'orologio, non si spazientisce: niente orari, non lavoro
dipendente. A settant'anni del resto, chi lo farebbe lavorare.
Nessun tatuaggio né sul viso né sulle mani: non è mai stato
schiavo. Niente marchio e quindi non è mai stato dentro.
Sembrerebbe uno che ha qualcosa di suo. Ma chi ha mai
visto un vestito simile. Sembra uscito da un museo. Con che
cosa può pagare uno che non può permettersi neppure una
tuta termica?» La prima conclusione fu quella di liberarsene
alla svelta. Poi guardò la borsa e cambiò idea.
Era una borsa di cuoio animale con una chiusura in
metallo cromato. Qualche tempo prima Degrado si era
occupato di un furto di roba simile ed aveva un'infarinatura
di quel mercato. Databile intorno al 1980. Un oggetto fatto
interamente a mano, si vedeva dalle cuciture. Un discreto
valore d'antiquariato. Sarebbe bastata la borsa per rifarsi
delle spese.
Degrado alzò la testa e guardò il vecchio con aria
professionale. Attaccò il metronomo che prese subito a
scandire i secondi: — Ha dieci minuti per esporre il suo
caso. Mi riservo di accettare l'incarico. Dica.
Il Vecchio diede un'occhiata al quadrante fermo sul
numero dieci e si alzò in piedi.
— Ci vorrà un po' più tempo, prevedo — disse. — Posso
pagare.
Si avvicinò alla scrivania aprendo la borsa. Allineò sul
tavolo, da sinistra a destra, una stilografica ad inchiostro, un
oggetto che l'Insistente non riuscì ad identificare, un coltello
a scatto con manico di madreperla, un rasoio elettrico a pila,
una statuetta di bronzo raffigurante un uomo nudo nell'atto di
lanciare una sfera, un'altra cosa sconosciuta e alla fine, con
un'occhiata per valutare l'effetto, una rivoltella a pallottole
che esibì, lucida e nera, in perfetto stato, svolgendola da un
panno.
Il Vecchio mise la mano a taglio fra gli altri oggetti e la
rivoltella.
— Fino a qua come anticipo per le spese. La rivoltella in
caso di risultato positivo.
Degrado non riusciva a staccare gli occhi dall'arma.
— Anche la borsa in anticipo.
Il Vecchio la poggiò sul tavolo, ci infilò dentro gli altri
oggetti, riavvolse la pistola nel panno e se la mise in tasca.
Si muoveva con molta lentezza, come uno che ha tempo a
disposizione. Fece posto davanti a sé sul piano della
scrivania, allontanando la borsa con una certa noncuranza,
come se pulisse il tavolo. Un gesto da persona abituata agli
oggetti di valore. Poggiò sullo spazio sgombro una vecchia
foto bidimensionale in bianco e nero e l'avvicinò verso
l'Insistente toccandola con la punta delle dita e dandole
leggeri colpetti, come se avesse paura di sporcarla.
— Deve ritrovare queste due — disse il Vecchio. Degrado
guardò la foto. C'erano una donna e una bambina; sullo
sfondo si intravvedeva la facciata di una vecchia casa e un
albero.
— Io abito fuori del territorio metropolitano — disse il
vecchio, — queste due mi sono un po' parenti; avevano
deciso di stabilirsi con me. Erano in viaggio dirette verso la
mia zona, nel settore delle Vecchie Miniere e sono sparite.
Circa sei mesi fa.
— Perché non chiede informazioni al dipartimento
migrazioni interne? — chiese l'Insistente, — ci sarà il loro
documento di viaggio. Se hanno avuto un incidente è
registrato.
— Se fosse così semplice non sarei venuto da lei. Non
esiste nessun documento di viaggio. La ragazza, quella più
grande voglio dire, è una vagante e la bambina è sua figlia.
Degrado prese la borsa d'antiquariato ci mise sopra la foto
e avvicinò il tutto verso il Vecchio.
— Vagante, eh? — disse, — riprenda la sua roba. Sono un
Insistente di terza, ma non mi sono ancora ridotto a rubare un
onorario.
— Troviamoci d'accordo sul risultato — disse il Vecchio,
— mi basta sapere se devo rinunciare all'idea oppure no. Ho
ricevuto una lettera della donna, qualche tempo fa. Mi ero
abituato al pensiero che venissero a stare con me. Ho un
sacco di posto. Queste due per me non sono nulla: non si
faccia certe idee. Dalla lettera si capisce che la ragazza è
stufa, che vuole fermarsi. Mi basta sapere se ci devo mettere
una croce. Se accerta questo con una certa affidabilità, con
qualche prova convincente voglio dire, la rivoltella è sua.
Può ricavarci di che vivere un anno. Oppure può tenersela.
Non è una cosa facile da ottenere un'arma efficiente senza
registrazione.
«Mi hanno detto che nel suo mestiere può risolvere molte
situazioni, una cosa così. Se lo desidera posso impegnarmi
per iscritto.
Degrado pensò che sul piano economico era il miglior
incarico da almeno due anni. Prese la fotografia e si mise ad
osservarla. La bambina stava a fianco della madre senza
tenerla per mano. Guardava verso l'obiettivo con uno
sguardo ironico e aggressivo.
La donna era bella. Senza sorriso. Indifferente, l'aria un
po' assonnata, senza trucco, come una prostituta di mattina.
Guardava nel vuoto; sembrava provvisoria persino nella
fotografia.
— Ha idea di quanta gente, di questo tipo, sparisce ogni
giorno?
— Sì — rispose il Vecchio — ne ho sentito parlare. Anche
di certi alberghi che non sono alberghi, dove la gente entra e
non esce più. Di persone che hanno creduto di incontrare
degli amici scomparsi da anni, che non erano più gli stessi,
non avevano ricordi, ma una nuova identità ed una piccola
cicatrice sulla fronte.
«Non ho sempre abitato in campagna. L'efficienza del
Dipartimento della Sicurezza Sociale la conosco. So anche
cosa sono i vaganti e che non hanno la carta magnetica, che
non sono registrati nel cervello elettronico del Palazzo delle
Identità e che per questo possono sparire dolcemente, come
se non fossero mai stati al mondo.
«Sono venuto da lei per questa ragione, perché ne ho
abbastanza dei sorrisi di compatimento dei funzionari e dei
loro faccia - una - denuncia - di - scomparsa - questo -è- il -
modulo - le- manderemo - un - comunicato. La pago soltanto
per sapere se devo aspettare ancora queste due, oppure no.
Non chiedo molto e pago bene.
— Non ho ancora accettato — precisò l'Insistente — lo
tenga presente. Mi dica come e quando ha perso i contatti.
Il Vecchio fece il suo racconto senza fronzoli attento
all'essenziale ed ai riferimenti obiettivi. A Degrado non fu
necessario fare domande. Circa sette mesi prima la ragazza
aveva annunciato, per lettera, la sua partenza da Megalops
— Africa-Nord occidentale.
Contava di arrivare in settembre, circa un mese dopo a far
data dalla lettera. Viaggiavano, lei e la bambina, su una
colombaia a ruote, un pidocchioso hotel-bus di vaganti. La
lettera aveva sostato a lungo nell'Ufficio Censura della
Sicurezza, così quando il Vecchio finalmente l'aveva
ricevuta, l'arrivo era imminente.
L'hotel-bus era stato segnalato alla partenza e registrato in
arrivo a Megalops-Mediterranea. Come al solito era illegale
il viaggio, illegali i viaggiatori e illegali i vari colpetti che i
vaganti facevano ad ogni tappa. Per questo, arrivata nell'area
di Megalops-Mediterranea dove i posti di frontiera non sono
un pro-forma come nelle aree africane, la colombaia a ruote
si era defilata rifiutando i comandi automatici del
Comprehensive trafic-control, infognandosi subito nel
labirinto della Città Bassa al quinto livello inferiore.
Da quel momento nessuno aveva saputo più nulla: né
dell'hotel-bus né dei suoi vaganti, circa ottanta, compresi
ventisette bambini. Degrado pensò che si trattava di un caso
banale di pirateria stradale: a quell'ora le parenti del Vecchio
erano state vendute come schiave e vai a sapere in quale
angolo del vasto mondo erano finite. Oppure erano incappate
in una spedizione punitiva dell'Associazione per la difesa dei
cittadini integrati, nota per i suoi metodi sbrigativi contro i
vaganti, donne-sole, pirati eccetera. In quest'ultima ipotesi
avevano finito per sempre di accendere fiaccole sull'altare
della libertà individuale.
Difficile era fornire le prove di una cosa o dell'altra. Ma si
poteva fare. L'Insistente contava su un amico al
Dipartimento Sicurezza Stradale. Trattandosi di un intero
hotel-bus, la faccenda non poteva essere passata del tutto
inosservata. Doveva pur esserci un rapporto da qualche
parte.
— Mi faccia dare un'occhiata a quella rivoltella — disse
Degrado.
Il Vecchio gliela fece scivolare in mano. Nel palmo
sembrava viva, perfettamente bilanciata: un animaletto
coriaceo e lucido.
— Naturalmente gliela darò con una fornitura di
munizioni.
— Siamo d'accordo — disse l'Insistente. — Mi lasci esatte
generalità e recapito. Quando avrò qualcosa in mano verrò io
a trovarla.
Pensava di risolvere tutto in una settimana.
CAPITOLO SECONDO

L'autista suonò due brevi colpi di clacson.


Il Signore Dei Vetri fissava la porta attraverso il finestrino
facendo molta attenzione a non esser visto da fuori.
Pioveva a dirotto e la casa si distingueva a stento nella
stradetta oscura. Sopra la porta chiusa al termine di una
breve rampa di scale una lampadina nuda illuminava a
malapena la scritta «CLUB» su di un'insegna vecchia e
semicancellata, irraggiando sul muro grigio, su due piante
simmetriche dalle foglie lucide ai lati dell'ingresso, e
riflettendosi in una pozza d'acqua nel selciato sconnesso.
Il Signore Dei Vetri sospirò e spostò il peso del corpo
semisdraiato sui cuscini di velluto dell'auto che era una
riproduzione esatta al minimo particolare di una Isotta
Fraschini A.N.30 HP del 1909. Il ventre enorme rumoreggiò
cupamente. L'autista suonò ancora il clacson.
La porta si aprì e una figura in giacca bianca scivolò giù
per i gradini.
Il Signore Dei Vetri si mise una mano sul cuore che aveva
accelerato i battiti, aprì il finestrino sporgendo ansiosamente
la testa e gli occhiali scuri si imperlarono di pioggia. Il
cameriere si piegò con rispetto verso di lui mentre gocce
d'acqua gli colavano ordinatamente dai capelli impomatati.
— Niente per stasera, Signore — disse il cameriere.
— Ma come — si lamentò il grassone con voce
piagnucolante, — sono due settimane...
— È così — rispose il cameriere, — in questo periodo c'è
poco movimento...
— Tornerò domani.
— Non posso darle alcuna speranza per domani — disse il
cameriere.
Il Signore Dei Vetri abbassò la testa imbronciato. Il
cameriere si protese verso il finestrino.
— Ha altri ordini. Signore?
L'uomo rifletteva, assorto, il labbro inferiore sporgente e
una lacrima rotolante sotto gli occhiali.
— Sono molto spiacente — sussurrò il cameriere. — La
Direzione mi ha incaricato di esprimerle il rammarico più
vivo.
Il Signore Dei Vetri fu preso da un accesso di rabbia. Si
asciugò gli occhiali con un fazzoletto viola, intonato al
completo giallo canarino.
— Non è con rammarico che si conserva una clientela —
disse.
— La Direzione ritiene che le attuali difficoltà... —
cominciò il cameriere.
— Quali difficoltà? — Il viso di luna piena apparve
completamente fuori dal finestrino.
— Non so se mi è permesso... — tergiversò l'altro. Due
dita enormemente grasse con le unghie laccate di viola si
protesero lasciando penzolare una banconota.
Il cameriere fece sparire il danaro come un prestigiatore e
si protese verso l'orecchio peloso del Signore Dei Vetri.
— Non c'è niente di certo, naturalmente, ma sembra che
una persona molto influente dell'amministrazione, che in
passato ci ha onorato della sua amicizia, dopo quel
disgustoso incidente che lei sa, si trovi, come dire, in un
atteggiamento critico. Nel senso che, per essere più precisi,
sembra abbia espresso dei dubbi sulla legalità del nostro
piccolo commercio. In definitiva, quella protezione di cui
godevamo, si è attenuata.
«È per questo che nell'ambiente si è diffuso un certo
allarme ed anche altri amici influenti si sono un poco
raffreddati: alcuni di loro, come il Signore non avrà mancato
di notare, non venivano da noi già da alcuni mesi.
«Qualche persona interessata si è presa la briga di far
girare queste voci, della nostra, cioè, minore sicurezza, di
conseguenza i nostri fornitori hanno rallentato le visite
finché, due settimane fa, hanno smesso del tutto di rifornirci.
Sembra chiaro che, a questo punto, la merce ha preso la
strada di altri mercati dove è possibile esercitare con un
margine maggiore di tranquillità.
Il cameriere si diede una scossetta sulla giacca per far
scolare l'acqua, si raddrizzò e tossicchiò imbarazzato, mentre
il Signore Dei Vetri continuava a fissarlo impietrito.
— Sei sicuro di quello che dici, ragazzo? — domandò.
— Così almeno ho sentito in giro. Signore.
— Avreste dovuto avvertire i clienti, almeno. Fuori il
nome di questo cagasotto.
— Questo poi mi è stato assolutamente proibito,
assolutamente...
Questa volta il Signore Dei Vetri lasciò cadere due
banconote che appesantite dall'acqua si incollarono sul
selciato.
Il cameriere le raccolse, infilò la testa dentro il finestrino,
e sussurrò il nome.
Il Signore Dei Vetri scivolò in avanti sui cuscini e afferrò
il citofono: — Fila via subito da questo posto — disse
all'autista.
CAPITOLO TERZO

Degrado trovò Gonzales davanti al «Don Jean», un locale


di erotismo simulato nel quartiere-divertimenti del terzo
livello.
Fermo sotto la pioggia a cavalcioni della sua motocicletta,
l'agente trascolorava e si confondeva con i riflessi dell'asfalto
sotto le luci cangianti dell'insegna, lasciando smaltare
dall'acqua la tuta di cuoio che lo ricopriva da capo a piedi.
La radio di bordo gracchiava a tutto volume.
— La setta del Sufi Pir Vilayat Khan che pratica il
suicidio. Bello scherzo, questa volta. Venticinque defunti.
Aula meditazione inondata di gas Ziclon B, mentre fedeli
cantano inno. Giornalista della «Voce dello Spirito»,
presente per scrivere pezzo di colore, secco anche lui
nonostante scarsa convinzione. Grossa grana per il
dipartimento Chiese e Culti. Salterà qualcuno, è sicuro.
L'agente Gonzales si abbandonò all'indietro su quella
specie di sofà a ruote che era la moto e fece la sua risata
unendosi al coro allegro dei colleghi che commentavano
l'episodio sghignazzando attraverso le ricetrasmittenti.
Degrado aspettava che finisse il giro di ascolto e di
comunicazioni, prima di farsi avanti e di chiedere aiuto per il
suo problema.
Dire in giro che gli era amico sarebbe stata una vanteria,
perché l'agente ci teneva a mantenere le distanze dovute al
ruolo, però in qualche occasione, mai gratuitamente, aveva
avuto informazioni preziose.
Non che Gonzales fosse qualcuno nell'amministrazione.
Era soltanto un «orecchio», cioè un membro di
quell'accozzaglia di girovaghi oziosi e alcolizzati che al
Palazzo della Sicurezza chiamavano pomposamente
Dipartimento per la Repressione dei Crimini stradali, ma che
avevano soltanto il compito di spiare attraverso le radio su
tutte le frequenze i messaggi clandestini dei pirati stradali,
dei gruppi di donne sole, delle gangs di ragazzini, dei
solitari, dalla Zona Franca fino al terzo livello. Per questo
Gonzales viveva in simbiosi con la moto, a cui parevano
saldati, insieme con i plexiglas, i tubi cromati e le antenne
complicatissime della ricetrasmittente, anche la sua gran
pancia e il faccione incapsulato nel casco azzurro. Sempre in
giro di qua e di là a piluccare tangenti dovunque fosse
possibile in cambio di protezione, raramente sulle tracce di
qualche lupo sdentato abbandonato dalle organizzazioni, ma
sempre in ascolto, erano pochi i misteri di cui l'orecchio-
Gonzales non avesse almeno sentore; del resto diceva di se
stesso di essere il frate confessore della Megalops. La
discrezione in persona, quando la merce scottava troppo per
essere venduta.
Degrado aspettava pazientemente sotto la pensilina
accanto allo schermo TV che trasmetteva dall'interno, per
attirare i gonzi del venerdì sera, gli equilibrismi impossibili
di un gruppo di ambosessi che sguazzando in una piscina
illuminata di rosa, si avviluppavano e si staccavano in un
artistico mucchio tutti con l'identico sorriso cretino sul viso.
Alla radio le risatacce si spensero. Degrado fece un passo
in avanti fuori dalla pensilina e la sigaretta che stava
fumando, già umidiccia, si bagnò del tutto.
— Mi manca un dato per chiudere un caso — disse.
— Aspetta — rispose Gonzales, poi si protese ad alzare il
volume.
— Precedenza! Precedenza! — stava gracidando la
trasmittente.
Un agente in tono concitato chiese agli orecchi in ascolto
la decifrazione di un messaggio in codice.
Gonzales afferrò rapidamente il microfono mandando a
Degrado un'occhiata di superiore degnazione.
— Svegliarsi, pivello! — urlò. — Come si fa a non
capire? Il marchettaro cieco è un Supermercato. Secondo
livello. Zona due zero-zero-tre. Black-out sul posto.
Temporanea interruzione corrente. Buio fitto. Le donne sole
dell'Isola di Jezabel si chiamano a raccolta per un bel
saccheggio. Parlano senza vocali, gergo elementare, roba da
ragazzine. Suggerisco andarci in parecchi. Gatte arrabbiate.
Graffiano e mordono. Auguri: più intimo lavorare al buio.
Passo e chiudo. Per piacere Phelipe, sostituiscimi per
qualche minuto. Ho qui un raccatta-merde che chiede
udienza. Chiudo.
Spense la radio e voltò il viso, come un pesce luna dentro
un acquario, verso Degrado.
— Che mi dici di bello?
— Si tratta di un hotel-bus. Roba di vaganti... Gonzales
strinse le labbra poi alzò la mano guantata verso l'ingresso
del locale.
— Alt! — gridò.
Due ombre rasentavano il muro cercando di intrufolarsi
all'interno.
— Ti ho riconosciuto, Pierre! — disse Gonzales —
Avvicinarsi, prego.
Dal cono d'ombra delle luci rutilanti, si staccarono una
dama in abito lungo di velluto cremisi e la sagoma di una
ragazza imbacuccata in un mantello e cappuccio che reggeva
sulla parrucca della prima un ombrellino di seta già
inzuppato di pioggia.
— Buonasera signor Gonzales — disse la Dama. — I
travestimenti sono consentiti nei nights; il secolo
diciassettesimo va di moda, come lei sa, per le soirées di
questa stagione.
— Lascia perdere la moda — disse Gonzales. — Non
sono mica scemo. Cosa vai a fare là dentro? Chi è la
signorina al seguito?
— Un po' di diversivo — rispose la Dama. — Di tanto in
tanto. Perché no, signor Gonzales?
— Causa ritiro autorizzazione, caro Pierre. Ti notificai
l'interdetto una settimana fa. Per tre mesi. Affari troppo
disinvolti. In aperto spregio della legge. Vedere, vedere.
Gonzales con un gesto rapido si allungò sulla moto e fece
cadere il cappuccio della ragazza: piuttosto carina,
giovanissima, uno zuccottino di paillettes argentate che le
fermava i capelli, ben tornita sotto l'abito leggero di foggia
orientale.
— Prevedo sequestro — rispose Gonzales. — Non puoi
vendere schiavi ancora per novanta giorni. Il tatuaggio della
signorina si vede benissimo, anche sotto il cerone. Non fare
il furbo, con me, Pierre.
— Sarò sincero, signor agente — disse Pierre — ho in
corso una transazione molto vantaggiosa con un cliente che
mi aspetta nel localuccio.
«Ci sarà un utile anche per la Signoria Vostra, se mi userà
la stessa cortesia di cui in passato.
«Osservi, prego — continuò — non è vile mercanzia.
La dama tirò a sé una catenella d'argento quasi invisibile e
la ragazza venne a trovarsi proprio a fianco di Gonzales.
— Almeno un due e cinquanta — disse questi, — per me
il venti per cento.
— Dio mio! — disse Pierre — Praticamente non resta
margine!
— Prendere o lasciare. Preferisci rapporto ufficiale,
sequestro e interdetto per altri tre mesi?
— Per carità — sospirò la Dama. — Vedrò di
accomodarmi. Ma come è diventato duro il commercio,
oggigiorno!
— Una parola ancora: concluso l'affaruccio, la faina
porterà il mio pollo bello e spennato qui sull'unghia, e niente
scherzi, intesi?
— Conosce il mio stile, Vostra Signoria — disse Pierre
con aria offesa.
La Dama e il suo seguito scivolarono dentro il «Don Jean»
e Gonzales squadrò Degrado: — Discrezione, vero? Bisogna
occuparsi di tutto. Che mi volevi dire?
Degrado espose il caso. Gli bastava un'informazione
sicura.
La registrazione autentica di un rapporto ufficiale avrebbe
messo il cuore in pace al vecchio. Sufficiente per
guadagnarsi l'onorario.
Senza accennare alla rivoltella, l'Insistente precisò che
qualcosa del suddetto sarebbe andato nelle mani di Gonzales.
Mentre Degrado parlava, gli occhi dell'agente scorrevano
di qua e di là, con aria annoiata e distratta e quando
l'Insistente accennò al percento che gli sarebbe toccato,
quello fece un gesto di disprezzo, riaccese la radio e ostentò
interesse per le fasi della rissa furibonda che gli agenti di
frontiera stavano sostenendo con le Amazzoni dell'Isola di
Jezabel, là nel quartiere abbuiato duemilatre, dove le cose
non si mettevano bene per i tutori dell'ordine.

Degrado rimase ancora qualche minuto in disparte, poi,


quando gli parve di aver fatto anticamera abbastanza, si
riavvicinò all'agente. Ma Gonzales, prima che aprisse bocca,
lo fermò scuotendo la testa e parandogli il palmo della mano
davanti al viso.
— Non roba per te, Degrado — disse, — proprio per
niente. Non roba da raccatta-merde. Fatto male accettare
incarico. Consiglio restituzione acconto. Oppure frega il
vecchio, se te la senti. Racconta panzana qualsiasi. Proibito
sprecare il mio nome. Chiudo.
— Forse non mi sono spiegato bene — disse Degrado, —
mi basta il rapporto. Non voglio altro. Ci deve essere una
scartoffia da qualche parte.
Gonzales si accigliò. Prese quell'espressione dura che
Degrado conosceva fin troppo bene: la faccia del funzionario
di Palazzo, che fa il riccio e che punge se insisti.
— Ripeto comunicazione. Non roba da «inesistenti».
Abbandonare, prego. Fine del rapporto riservato. Accusare
ricevuta. Passo.
— Ricevuto — sospirò Degrado.
Tentò il tono dimesso, implorante che riservava ai
funzionari di grado molto superiore.
— Mi basterebbe una piccola indiscrezione. Una traccia.
Qualcosa per cominciare. Un punto di partenza.
La mano di Gonzales sfiorò paternamente il ginocchio
dell'Insistente: — La tua patente dura almeno quindici anni,
vero? Bravo ragazzo. Buon segno. Segno di intelligenza.
Ecco in che modo posso aiutarti: tienti a questa corda. Mai
deviare. Un Insistente di terza è un Insistente di terza. Non
può seminare in campi alieni. Cosa faresti senza la patente?
«Non puoi fare altro: solo piagnucolare nei Palazzi dietro
piccolissime faccende.
Gonzales piegò l'indice sull'unghia del pollice.
— Piccole così. Preferiresti venderti come schiavo senza
specializzazione? Parola da amico: lascia perdere. Ricevuto?
— Ricevuto.
— Un'altra cosa. Di questa faccenda io e te non abbiamo
mai parlato. Abbiamo mai parlato di un hotel-bus di vaganti
io e te? Rispondere. Passo.
— Mai. Non ne abbiamo parlato mai. — Perfetto. Stammi
bene. Chiudo.
Gonzales accese il motore, ingranò la marcia, fece
impennare la moto e si avviò rombando verso un'altra
direzione.
CAPITOLO QUARTO

Sulla gamba centrale della grande ypsilon che dalla costa


porta verso l'interno, la freccia del controllo automatico sul
monitor indicò una derivazione secondaria a sinistra, mentre
la direzione di Degrado era a destra e verso l'imboccatura di
un tunnel. Questo voleva dire di un altro giro sull'anello di
raccordo, in attesa del suo turno.
L'auto dell'Insistente, guidata a trenta chilometri l'ora dal
cervello elettronico, si trascinava passivamente come un
insetto.
Tutto il nastro stradale era pieno di utilitarie elettriche, le
macchinette ticchettanti e modeste delle mezze calze:
venditori, programmatori, organizzatori, mediatori, generici,
non specialisti, la gente esclusa dall'Amministrazione e dalla
Produzione, quella che gli economisti definivano «fluido
osmotico», mediocremente utile per una certa funzione di
raccordo.
Quella era la loro ora di punta, alla ricerca del contatto
quotidiano.

L'Insistente si era alzato presto, con la bocca ancora


impastata di sapore dolciastro del «rosolio della casa», il
miscuglio di vino di palma e rum che servivano al «Don
Jean». Era rimasto un poco a fissare il soffitto basso come il
coperchio di una scatola, ancora assonnato aveva atteso sotto
la doccia per almeno due minuti prima di ricordarsi che la
sua razione d'acqua era diminuita e che avrebbe avuto diritto
ad un bagno completo il giorno dopo.
In ascensore si era trovato stipato insieme agli operai del
primo turno A.M. che scendevano alla «Frangipane» la
fabbrica di alimenti sintetici del sottoterreno. Il puzzo di
deodorante era insopportabile.
Le finestre del «Buen Retiro», il residence di cui aveva in
affitto la millesima parte, non sembravano finestre, ma una
quadrettatura ornamentale per rendere più estetico il
sostegno della Città Alta che vi sorgeva sopra.

Degrado aveva gettato sul sedile a fianco del posto di


guida l'acconto del Vecchio, aveva sistemato con più cura
una bottiglia di whisky e si era avviato verso l'autostrada.

Ancora davanti al tunnel. Questa volta era il suo turno. Lo


attraversò. All'uscita apparve sul monitor il simbolo del
pilota automatico. Gli impulsi del cavo elettromagnetico a
pochi centimetri da lui, sotto l'asfalto, lo avrebbero guidato
nella direzione presegnalata alla partenza. Degrado distese lo
schienale del sedile, si sistemò più comodamente che poteva
e si addormentò.
— Qui controllo centrale. Avete superato il tempo
consentito di sosta in corsia d'emergenza. Volete segnalare
un guasto? Qui controllo Centrale. Avete superato...
L'Insistente si svegliò, mentre la voce continuava a
cadenzare il messaggio. Guardò il monitor. La freccia
indicava verso l'incrocio con una vecchia strada a due sole
corsie, piena di buche e in salita.
Degrado bestemmiò sottovoce. La stradaccia si inerpicava
su per le colline, tutta curve come un serpente. Da entrambi i
lati alberi e cespugli, un bosco fitto.
Accanto alla freccia direzionale, sul monitor, pulsava il
segnale rosso del termine della zona di controllo. Guardò
l'orologio.
Era andato avanti per oltre quattro ore. Non passavano
auto, né camions, non c'erano costruzioni in vista. II silenzio
era rotto soltanto dal monitor di comando: la voce aveva
ceduto il posto ad un sibilo d'allarme.
Ebbe la tentazione di tornare indietro. La strada e il bosco
erano più estranei e più minacciosi di un posto di frontiera
della Città Bassa.
L'Insistente bevve un sorso dalla bottiglia, premette
l'acceleratore e sterzò verso il bivio. Appena imboccata la
strada, il monitor si spense. Degrado si sentì abbandonato.
Fece pochi metri, si fermò sul bordo della stradaccia e
spense il motore. Da una macchia qualcosa frusciò, un
uccello si lanciò in parabola come un sasso. La mattinata era
limpida, il cielo azzurro carico sfrangiato da stracci
bianchissimi.
Il Vecchio gli aveva fatto una piantina: seguendo le
indicazioni dopo il bivio con l'autostrada avrebbe dovuto
percorrere dieci chilometri di strada asfaltata, attraversare un
paese e imboccare la prima carreggiata sterrata a destra, poi
doveva seguire le frecce per il «camping».
Il paese, la strada sterrata, il camping. Ma esistevano
ancora posti del genere?
Su per la salita il motore elettrico arrancava faticosamente,
cigolando e scuotendo tutta la carrozzeria.
Proseguì per alcuni chilometri, sobbalzando e cercando di
evitare le buche. Dopo ogni avvallamento più profondo si
aspettava che la macchina andasse in pezzi.
La strada adesso era rettilinea. Sullo sfondo il sole si
rifletteva sui vetri di alcune costruzioni. In lontananza, dalla
parte opposta, una grossa auto sopraggiungeva a tutta
velocità.
Si teneva sul centro della strada, ma quando fu alla
distanza di cento metri, l'auto a turbina nera, con i vetri
abbrunati, si buttò contro l'utilitaria di Degrado.
L'Insistente sterzò completamente verso sinistra come per
un'inversione di marcia. La turbo fu un lampo oscuro che
sfrecciò di fianco, mancando l'utilitaria per lo spazio di una
moneta metallica. Degrado si accorse dal contraccolpo dello
sterzo di aver investito l'alzanella sul margine opposto della
strada. Per un attimo balenarono nello specchio retrovisore i
rostri posteriori del turbo, che si allontanava in un gran
fischiare di gomme. L'utilitaria, senza controllo, si diresse in
picchiata giù per la scarpata erbosa. Degrado afferrò lo
sterzo cercando con tutte le forze di tenere le ruote diritte.
Ci fu un altro urto, poi il ticchettare del motore elettrico
che girava a vuoto. Spense il motore. Scese: le ruote
anteriori, sospese nel vuoto di un fossatello, giravano ancora.
Aveva di fronte un sentiero sterrato, la strada era alle sue
spalle, in alto, dopo un prato solcato da due righe parallele
esattamente tracciate come da una falciatrice.
A pochi metri da quei solchi sedeva una ragazza che lo
guardava con gli occhi sbarrati.
— Sei sempre stata seduta lì? — chiese Degrado.
— No — rispose la ragazzina, — prima ero in piedi.
L'Insistente sentì in bocca il gusto del sangue. Sputò: doveva
aver sbattuto da qualche parte, il labbro inferiore gli si stava
gonfiando.
La ragazzina si alzò stirandosi il grembiule arancione.
— Ti sei fatto male?
— Niente di grave — rispose Degrado toccandosi il
labbro.
— Ci è andata bene. A tutti e due. — Vista da vicino non
sembrava più tanto giovane; era vestita leggera per la
stagione.
L'Insistente si guardò in giro. In fondo al sentiero, ai lati di
una piazza c'erano due edifici collegati fra loro, uno alto,
come una specie di castello ed uno basso, a zampa di
elefante. I vari elementi di cemento, vetro, acciaio e plastica
erano accozzati insieme in un disordine studiato.
Il luogo sembrava abbandonato. Il sottobosco invadeva le
costruzioni, c'erano rovi dovunque. Si sentiva scrosciare
dell'acqua. In uno spiazzo fra le due ah dell'edificio più
basso, una fontana zampillava da un blocco di pietra.
L'acqua si disperdeva nel fossatello; lo spreco faceva soffrire
a guardarlo.
Degrado si sciacquò la bocca, poi bevve a lungo. L'acqua
era fresca e buona, senza sapore di disinfettante. Anche la
ragazza bevve chinandosi ad accostare la bocca allo
zampillo. L'Insistente le guardò le gambe diritte, scoperte
fino alla parte alta delle cosce, e il sedere che tendeva il
grembiule. Accennò all'edificio.
— Abiti qui?
— Da queste parti. — La ragazza lo guardava con aria
sospettosa. Intorno non si vedeva nessuno.
— Sola?
— No. Siamo in diversi.
— E gli altri dove sono?
— Stanno nel camping. Non sarai un poliziotto?
— Conosci un vecchio che abita vicino al camping?
— Ma tu chi sei?
— Vengo dalla metropoli. Devo vedere un vecchio che
abita vicino al camping.
— Sei un poliziotto. — La ragazza gli voltò le spalle e si
avviò verso il sentiero.
— Ehi — le gridò dietro Degrado, — ti ho chiesto solo
un'informazione!
La ragazza si fermò in mezzo al sentiero: — Non conosco
nessun vecchio.
Si tirò il grembiule sui fianchi e si mise a correre. Era a
piedi nudi e saltava sui sassi e sugli sterpi come una lepre. I
capelli, che portava raccolti sulla nuca, le si sciolsero.
Scomparve dove il sentiero spariva fra due ali di bosco.
L'Insistente raggiunse l'edificio più alto. Bussò al portone.
Dall'interno non venne nessun segno di vita.
Sopra l'architrave c'era una scritta incisa su di una lastra di
pietra:
«MA GLI UOMINI SI AFFATICANO PERCHE
PARTONO DA PRINCIPI SBAGLIATI. LA PARTE
MIGLIORE DELL'UOMO È SUBITO ARATA NEL
SUOLO, PER FARNE CONCIME. DA QUESTA COSA,
CHE È COMUNEMENTE CHIAMATA NECESSITÀ,
EGLI È COSTRETTO A RIPORRE TESORI CHE
TIGNOLE E RUGGINE CORROMPERANNO PRESTO E
CHE LADRI VIOLERANNO O RUBERANNO. È UNA
VITA DA PAZZI, COME CAPIRÀ EGLI STESSO
QUANDO NE SARÀ GIUNTO ALLA FINE — SE NON
PRIMA.» HENRY D. THOREAU.
— Da pazzi, proprio — disse l'Insistente a voce alta,
tirando un calcio a una pietra.
Camminava da un'ora nella stessa direzione della ragazza.
Nei rari spazi in cui il sentiero usciva dalla boscaglia si
scorgeva il profilo di una montagna.
L'Insistente si sentiva fuori-quadro come una mosca in un
bicchiere di liquore di marca. Era a disagio in mezzo a tutti
quegli alberi. L'aria sottile, che aveva uno strano odore
pulito, gli provocava l'affanno. La borsa del Vecchio era
molto pesante.
Il sentiero sfociò in radura. Nello spiazzo erboso
disseminato di rocce si distendeva una bidonville che a
prima vista sembrava un deposito di rottami. In posizione
centrale c'erano due mezze chiglie di barcone di legno, l'una
di fronte all'altra come gusci di noce, collegate da un
traliccio coperto di vetrate. A fianco c'era un camion
vecchissimo trasformato in auto-home, con le pareti
verniciate di giallo intenso ed arabescate di disegni viola.
Dal dislivello del prato apparivano le facciate di alcune
baracche sotterranee i cui fumaioli sbucavano dai tetti erbosi.
Un assemblaggio di tende a strisce rosa e verdi dribblava gli
alberi e si saldava ad un vagone-letto la cui vernice turchina,
in parte scrostata, cedeva il posto alla ruggine. Alcune
carcasse di auto a benzina ammucchiate le une sopra le altre
e mescolate con telai di finestre, pannelli e fiancate di
roulottes, formavano una specie di torre.
Si notava un'assonanza non casuale con le radici sporgenti
degli alberi, i tronchi e le rocce che si inserivano in mezzo
alle costruzioni.
L'odore di fuoco di legna era intenso. Il silenzio era rotto
dal rumore di un trattore fermo a motore acceso, con un
cappello di paglia abbandonato sul sellino.
Al centro del passaggio fra le due mezze parti del barcone
c'era una porta, aperta. Degrado entrò. Nella penombra urtò
il piede contro un ostacolo: il pavimento era cosparso di
oggetti, libri soprattutto, che erano stati gettati giù da alcuni
scaffali adesso semivuoti. Sulla parete di destra a fianco
della porta Degrado vide la ragazza vestita leggera di poco
prima che, illuminata dalla fiamma, era intenta a scaldare
qualcosa sul focolare. Dal vano contiguo veniva un brusio
sommesso come quello di molti parenti che assistono un
ammalato.
Anche nella stanza successiva il pavimento era cosparso di
oggetti.
Un cassettone mostrava tutti i suoi cassetti aperti, alcuni
dei quali era stati sfilati ed abbandonati per terra; due o tre
sedie erano rovesciate. L'Insistente si avvicinò ad un letto in
luce sotto l'unica finestra, perché aveva riconosciuto il
vestito che qualsiasi segretaria avrebbe messo fuori della
porta. Il Vecchio era malridotto, le palpebre gonfie e
violacee, il viso pieno di lividi; stava sdraiato ed una
ragazza, in hot-pants, gli sosteneva sulla fronte una borsa di
ghiaccio. Un ragazzo piuttosto robusto si staccò da un
gruppo di altri giovani che parlavano a bassa voce in un
angolo della stanza, e si parò davanti all'Insistente.
— Tu chi sei? — chiese con tono minaccioso, — chi ti ha
fatto entrare?
— La porta era aperta — rispose Degrado.
— Venga pure avanti — disse il Vecchio, — è arrivato a
proposito.
— Ma che è successo, qui? — Degrado rimise in piedi una
sedia e vi poggiò sopra la borsa.
— Sono stati i tuoi amici — disse la ragazza vestita
leggera entrando nella stanza, con in mano una tazza
fumante, — hai una bella faccia tosta a venire qui. Questo
tizio — si rivolse agli altri — giù al Paese, mi ha chiesto del
Sindaco.
Il ragazzo robusto afferrò per il petto Degrado, che si
accorse che gli altri si stavano spostando alle sue spalle,
pronti ad intervenire. L'Insistente si irrigidì, se avesse reagito
li avrebbe avuti tutti addosso. Si voltò verso il Vecchio
mentre la stretta si faceva più decisa: — Gli dica qualcosa a
questo zotico, mi sta rovinando il vestito. — Il Vecchio si
era alzato a sedere sul letto.
— Lascialo stare! — ordinò, — è un amico.
— Se lo dice lei, Sindaco — disse il ragazzo robusto
allontanandosi da Degrado e strofinandosi le mani sui jeans.
— Fatemi un piacere — disse il Vecchio, — andate
nell'altra stanza. Io e questo signore dobbiamo parlare.
— Se ha bisogno di qualche cosa, ci chiami — disse il
ragazzo robusto. Lasciarono tutti la stanza, dopo aver
squadrato in cagnesco Degrado.
— Deve scusarli — disse il Vecchio quando furono soli,
— sono eccitati. È comprensibile.
L'Insistente indicò la stanza a soqquadro: — Ma chi è
stato?
— Hanno detto che erano della Polizia. Hanno perquisito
dappertutto. Ce l'ha ancora quella foto che le ho dato?
— Gliel'ho riportata. Insieme a tutto il resto. Ma perché
l'hanno picchiata?
— Non lo so - rispose il Vecchio, — ma per fortuna erano
solo in due. Se non fossero arrivati loro — accennò nella
direzione dell'altra stanza — forse mi avrebbero ucciso.
— Non voglio disturbarla a lungo — disse Degrado. —
Del resto è tutto il giorno che sono in giro. — La palla rossa
del sole tramontava dietro la finestra, accendendo il viso del
Vecchio e i lividi. L'Insistente vuotò il contenuto della borsa
sulla sedia. La statuetta finì sdraiata. L'uomo nudo sembrò
cadere sotto il peso della sfera. — Le ho riportato il suo
acconto. E la fotografia. È una faccenda troppo spigolosa per
me. Ho fatto un solo passo ed è andata male. Praticamente
non ho altre strade. La borsa basta per le mie spese.
Il Vecchio si adagiò di nuovo sul cuscino. Per un minuto
ci fu silenzio. Uno dei ragazzi si affacciò alla porta. Il
Vecchio gli fece cenno di andarsene, poi disse: — Va bene.
Mi rivolgerò a qualcun altro. Lei di che cosa ha paura?
— Mi è stato fatto capire, piuttosto chiaramente, che
potrei rimetterci la licenza. E, se permette, visto quello che è
successo oggi, anche per quanto la riguarda...
— Tenga presente — lo interruppe il Vecchio, — che da
questo momento non è più pagato, neppure per i consigli.
— Va bene — disse Degrado, — faccia come le pare. La
pelle è sua.
Prese la borsa vuota e si avviò verso la porta.

Il Vecchio aveva mandato con l'Insistente uno dei giovani


perché lo guidasse attraverso una scorciatoia.
Da qualche risposta scorbutica del suo accompagnatore
Degrado apprese che il Vecchio aveva organizzato una
comune di cani sciolti su quella montagna, per questo lo
chiamavano Sindaco. Era stato un architetto a suo tempo.
Piuttosto famoso, sembrava.
Percorrevano un viottolo appena tracciato in mezzo ai rovi
e molto scosceso. Dopo avere aggirato un grosso masso
Degrado si fermò per togliersi un tralcio di spine che gli si
era aggrovigliato ad una caviglia. Guardò in basso: si vedeva
già la strada. La sua auto, mezza storta con il muso in bilico
proteso sopra il fossato, faceva pena. L'Insistente si appoggiò
alla roccia, mentre un pensiero gli attraversava la mente.
— Ehi! — gridò al ragazzo che continuava a scendere
quasi di corsa lungo il pendio, — quelli che hanno picchiato
il Sindaco, sono arrivati con una turbo?
— Sì. Li ha visti Donata. L'avevano parcheggiata là dietro.
Una turbo nera. — Degrado si voltò verso il cammino
appena percorso.
Sospirò pensando alla salita.

Quando rientrò nella casa-barca, il Sindaco era ancora a


letto, mentre la ragazza leggeva un libro ed un'altra stava
riordinando in giro.
Degrado andò dritto verso il Vecchio.
— Senta — disse, — a chi sta pestando i piedi, lei?
La ragazza che leggeva lasciò cadere il libro e si precipitò
fuori dalla stanza. Dall'esterno si sentì un fischio acutissimo.
— Non perda tempo — disse il Vecchio. Accennò verso la
finestra: la striscia rosata che seguiva la linea delle colline
sfumava in un azzurro sempre più cupo. — Quella strada è
molto brutta, di notte.
— Se è per questo non so neppure se riuscirò a ripartire.
Quei signori che sono venuti a farle visita hanno cercato di
investirmi, me la sono cavata per un pelo. Non credo che sia
stato un incidente. Ho il diritto di sapere qualcosa di più. Mi
ci ha messo lei dentro questa storia, signor Sindaco. Io ne
avrei fatto a meno. Conosco quelle auto. Sono del tipo in
dotazione della D.I.D.A. Dipartimento Interni,
Discrezionalità Assoluta. È gente con le mani lunghe, che
non deve rendere conto a nessuno.
«Gli agenti della D.I.D.A. non si scomodano soltanto per
due Vaganti.
Degrado si sedette ed accese una sigaretta.
— Non me ne vado di qui finché non mi ha detto tutto
quello che sa.
Entrarono tre giovani. Davanti a tutti stava quello ben
piazzato, con una chiave inglese in mano. — Serve niente,
Sindaco? — chiese.
Degrado scattò in piedi. Aveva fame ed era stufo di tutto.
— Non ci serve niente e levati dai piedi! — Questa volta
era disposto a sfidarli, tutti quanti erano. Il ragazzo robusto si
fece avanti bilanciando nella mano l'arnese di acciaio.
Degrado afferrò una sedia.
Il Vecchio si alzò con fatica e spinse indietro il giovanotto.
— Non ci sono problemi, Luigi. Ve l'ho detto, è un amico.
— Siamo nell'altra stanza — disse Luigi continuando a
guardare fisso Degrado ed arretrando.
— Sono un po' troppo premurosi con lei — disse
l'Insistente.
Il Sindaco si sdraiò di nuovo e chiuse gli occhi, come se
volesse assopirsi. La stanza era quasi al buio, ora.
— Molto tempo fa insegnavo all'Università. Un alto
funzionario che era stato mio allievo adesso è il Presidente
della Commissione urbanistica, in quell'ignobile
guazzabuglio che chiamate metropoli.
«Quando persi i contatti con la ragazza della foto andai da
lui. Mi mise in contatto con un funzionario della Sicurezza.
«Da quest'ultimo seppi che ci sono stati molti episodi
analoghi. La delinquenza comune non c'entra niente. Né i
pirati, né le bande di donne-sole, né i fanatici delle società
segrete rituali. Indagini non se ne fanno. Quel funzionario si
era occupato di alcuni casi, ma per poco tempo: lo
trasferirono in un altro settore.
«Dopo aver parlato con lui, la settimana successiva,
ricevetti la visita di un signore, molto gentile, che si era
scomodato ad arrivare fin qua e che me lo fece notare. Mi
fece presente che era pericoloso, di questi tempi, andare in
giro per le amministrazioni a fare domande. La cosa mi
irritò. Presentai un esposto al Palazzo di Giustizia in cui
raccontavo i fatti e chiudevo con una denuncia per minacce e
tentativo di subornazione.
«Fu peggio che lasciar cadere un sasso in uno stagno: lì
almeno si vedono i cerchi.
«Passarono un paio di mesi senza che avvenisse nulla, poi
venni a trovare lei. Questo che le ho detto cambia qualcosa?
— Eccome — rispose l'Insistente, — non sarei qui se
avessi saputo. Non avrei accettato l'incarico. Che cosa ha
intenzione di fare ora?
— Cercherò qualche altra strada.
— Lasci perdere, invece. Non se la passa male, qui. C'è
verde e aria buona. Faccia capire che la lezione le è servita.
Ritiri il suo esposto. Io mi farò un giro, per qualche
settimana. Mostriamo di aver mollato tutto.
— Si regoli come crede, lei. Si è dimesso dall'incarico,
no?
— Non è così semplice. Le persone che hanno la
possibilità di far muovere la DIDA si contano sulle dita di
una mano, in città. Non hanno l'abitudine di lasciare nessuno
sulla loro strada. Sono legato al suo carro. Se qualcuno qui
ha sbagliato, è lei.
«Faccio un mestiere, io: se rischio la pelle lo devo sa pere
in anticipo. A lei sembra normale impegnare qualcuno in un
lavoro senza parlare del rischio? Adesso cerchi di rimediare.
— È quello che voglio fare, ma a modo mio.
— C'è solo un modo. Lasciar perdere tutto.
— Non sono d'accordo.
— Caro Sindaco — l'Insistente tentava di trattenere la sua
irritazione, — ha troppi vecchi romanzi, qui in giro. Lei non
è aggiornato. Non c'è più nessuno disposto a rompersi la
testa contro i muri. Anche perché sono di gomma, i muri.
— La capisco. — disse il Vecchio, con il tono di chi vuole
chiudere il discorso.
— Non ha capito niente, invece! — Degrado smise di
moderarsi, — se ne stava qua a giocare al Saggio sulla
montagna, a un tratto parte da questo maledetto bosco con un
bastone e lo viene a ficcare nell'alveare. Ha disturbato l'Ape
Regina. Può dirsi fortunato di essersela cavata in questo
modo!
— Io non conosco il suo ambiente — disse il Sindaco
alzandosi dal letto ed accendendo il lume a petrolio che stava
su di un tavolo, — però mi rendo conto che possa sembrarle
strano. Io voglio sapere quale carogna puzzolente si tiene nel
nido, l'ape regina.
— Non sono fatti suoi.
— Purtroppo adesso sono fatti miei. Metà della vita l'ho
trascorsa cercando tutti i modi possibili per tenermi fuori.
«C'ero quasi riuscito: fingevo che non esistesse più
nessuno, là in basso. Che una pestilenza vi avesse eliminato,
tutti quanti siete, con il vostro frastuono e la vostra logica di
assassini e di carcerieri. Fino ad oggi nessuno sapeva che
quel sentiero porta in un posto abitato. Avete quasi
disimparato a camminare, per fortuna. Ho fatto un passo
falso e adesso hanno trovato la strada. Se voglio sapere
qualcosa è per difendermi. Voglio avere nelle mani almeno
un'informazione. Dietro la scomparsa di quella donna e della
sua bambina c'è una storia che tiene sulle spine topi di rango,
nella vostra fogna. Voglio avere della merce da scambiare
per riconquistare la mia solitudine. Su un fatto, però, ha
ragione. Senza volere ho coinvolto anche lei, mi dispiace.
— Un corno, le dispiace. È un po' tardi per le scuse.
Il Sindaco indicò gli oggetti sulla sedia: — Se li riprenda,
e riprenda anche la foto. Lavorando per me, ha una
possibilità di tirar fuori anche se stesso.
Degrado si sentiva come una comparsa che conosce il
finale del copione.
Il Vecchio aprì un cassetto e tirò fuori la rivoltella.
La bilanciò nella mano: — Prenda anche questa. Le sarà
utile nella Città Bassa. È di là che deve cominciare. Lasci
perdere le amministrazioni. Risalga all'inizio della storia;
vada nella Zona Franca.
Degrado si strinse nelle spalle: era il suo mestiere,
dopotutto.
Rimise gli oggetti dentro la borsa e si fece scivolare in
tasca la foto e la rivoltella.
Prima di uscire chiese al Sindaco: — Mi tolga una
curiosità, chi è Thoreau?
— Era — rispose il Vecchio, calcando sul verbo. — È
morto da un pezzo. Un filosofo americano.
L'Insistente pensò che per completare la giornata gli
mancava solo di ricevere una lezione da un vecchio ostinato.
CAPITOLO QUINTO

L'alto Commissario alla Sicurezza, Grande Ufficiale


Falco, voltò la poltrona verso il cristallo antiproiettile della
finestra al trentesimo piano e si dispose a godersi lo
spettacolo della distribuzione delle eccedenze agli assistiti.
Pensava a questo come alla sua «buona azione
quotidiana», un modo sereno di cominciare la giornata.
Si appoggiò allo schienale e regolò il fuoco del binocolo.
I custodi aprirono i cancelli e il cortile interno del Palazzo
di Giustizia si riempì di uomini e di donne che avevano un
cerchio giallo cucito su una manica.
Gli addetti formarono un cordone tenendo la folla a
distanza dal centro dello spiazzo. Tre autotreni ribaltarono il
carico in un grosso mucchio.
Appena il cordone fu sciolto gli assistiti presero la corsa e
si diressero verso la zona del deposito dove, in mezzo ad
alcuni elettrodomestici di modello vecchio, luccicavano gli
involucri in cellophan di tronconi di grossi pesci surgelati.
Alcuni barattoli di una polvere rossa, forse paprika, si
ruppero. Una nebbia scarlatta sollevata dai piedi fluttuava
intorno agli assistiti che si respingevano a vicenda.
Il Grande Ufficiale Falco sorrise notando che molti
starnutivano.
Si accigliò perché una donna era caduta a terra e non
accennava a rialzarsi.
«Calma,» sussurrò fra sé «ce n'è per tutti.»
Il videofono emise un segnale luminoso. I frammenti di
malachite e argento intorno agli occhi della Prima Segretaria
sparavano bagliori che sullo schermo diventavano rosso
cupo.
Lampeggiando e suadentemente sussurrando la Segretaria
disse: — Il Signore Dei Vetri chiede un'udienza personale.
L'Alto Commissario sospirò. La giornata cominciava.
Ripose il binocolo.
— Fallo entrare — disse.
La porta si spalancò per tutta la sua ampiezza e la mole
enorme del Signore dei Vetri entrò nella stanza. Sbuffando,
un passettino dietro l'altro, raggiunse un divano di fronte alla
scrivania e vi si lasciò cadere con un sospiro.
— Sei ancora ingrassato — disse malignamente il
Commissario. Il Signore Dei Vetri si lisciò sul ventre il
doppio petto di lino bianco, moda-rétro anni
novecentotrenta.
— Non è possibile — grufolò, — sono a dieta. Ancor più
malignamente lo squadrò il Commissario,
autocompiacendosi del suo personale tirato a pennello nella
divisa blu carta da zucchero, sobriamente filettata d'oro
all'altezza del cuore con i quattro segmenti dei funzionari di
grado speciale.
«Questo guitto» pensò con astio, «ci tiene a mostrarsi nel
ruolo del gangster anche quando si veste. Come se non si
sapesse abbastanza.»
Si vergognava di certe amicizie degli anni ruggenti della
sua giovinezza, una cerchia disdicevole per le sue funzioni,
adesso che la carica lo sollevava al di sopra di qualsiasi
possibilità di ricatto.
Con il Signore Dei Vetri identificava appunto gli errori
giovanili protrattisi più a lungo nel tempo, tanto da rendere
molto difficile conservare il distacco dovuto al grado.
— Da quando ti conosco sei a dieta — disse Falco, — e da
quando ti conosco, continui lentamente, con metodo, ad
ingrassare.
Il faccione del Signore Dei Vetri si aprì in un ampio
sorriso che mise in mostra i denti troppo perfetti per essere
veri.
— Bene, bene, bene, — disse prendendo una posa
rilassata, — come va il nostro boy scout? Devo dire che
assomigli alla tua immagine. È una grande idea quella
trasmissione, sentinella della sera.
«Ti seguo quasi tutti i giorni. Posso sapere chi è il tuo
esperto di mass-media? Il mio non è abbastanza creativo;
manca di idee. Sarei tentato di rubartelo. Ti ha impostato in
modo perfetto: elegante senza ostentazione, severo e sereno,
deciso, ma non autoritario. Esattamente quello che ci vuole
per far sognare una casalinga. La guardia del romantico
castello medievale: sono le dieci e tutto va bene. Il baluardo
invalicabile contro le donne e gli uomini della Zona Franca;
quelli che nei bassifondi celebrano il sabba di tutte le
permissioni. La irresistibile seduzione dell'uomo d'ordine.
«Non ti eccita pensare a tutte quelle che si toccano sotto le
coperte pensando alla sentinella?
Il Commissario Falco si precipitò sul videofono e spense
tutti i contatti.
— Finiscila! — s'infuriò, — siamo nel mio ufficio. Non in
uno dei tuoi bordelli!
— Ahi! — sospirò il grassone — da quando hai
cominciato a prenderti sul serio?
— Se hai qualcosa da dirmi, fai presto, e poi vattene. Ho
una giornata pesante davanti a me.
Il Signore Dei Vetri squadrò il viso del funzionario che
aveva assunto un'espressione scostante.
— Non avrai il coraggio di mettermi alla porta, non l'avrai.
Il Signore Dei Vetri protese la testa verso il commissario
guardandolo fissamente. La bocca ridente ancora, ma gli
occhi saettanti un avvertimento.
Restarono a guardarsi per qualche secondo.
Attutiti dall'altezza riempirono il silenzio alcuni ordini che
provenivano dal cortile.
L'espressione di Falco si distese. Nel suo sorriso apparve
una nota di paura.
— Nessuno vuol metterti alla porta. Ma veramente: ho
moltissime cose da fare.
— Così va meglio. Da quanto tempo manchi dal nostro
piccolo locale?
Il faccione del Signore Dei Vetri era la solita omelette
cascante al formaggio, ma gli occhi diventarono più chiari,
vitrei, quasi bianchi.
La sua aggressività invase la stanza, come un purissimo
tema musicale.
Falco non riusciva a staccarsi da quello sguardo che
esprimeva un programma di annientamento totale.
La voce del Signore Dei Vetri diventò sussurrante, si
faceva fatica ad udirlo, il tono era gentile, quasi dimesso: —
Quale locale, dice lui. Il boy scout ha perso la memoria.
Troppo lavoro. Responsabilità eccessive. Non credere che
non me ne renda conto. Sono qua perché ti sono amico. Ti
agiti troppo.
«Per esempio: quando mai si è sentito dire che un
funzionario abbia preso un'iniziativa importante senza
consultare preventivamente gli amici? Non si è mai sentito,
dico io. Non è mai successo niente di simile. Ecco perché
quando me l'hanno riferito, io ho detto subito: ma volete
scherzare? Falco ha fatto questo? Ma neppure se l'avessi
visto. Non è il Falco che conosco io. E loro a insistere (senti,
non fare l'ipocrita con me, è inutile che scuoti la testa) e loro
a insistere, l'alt viene da lui, ha minacciato arresti, ci sono
ordini scritti.
«E allora io, sereno, tranquillo, come ora. Dio sa se l'avrei
mai creduto: fatemelo vedere questo ordine scritto. Fatemelo
vedere subito... non sono il tipo che permette che gli
vengano a diffamare gli amici. E così... Ma dove l'ho messo?
Con aria triste, sospirando, il Signore Dei Vetri prese a
frugarsi in tutte le tasche.
— Senti Vitt — disse il commissario, — non dipende da
me...
Il grassone lisciava adesso su un ginocchio un foglio di
carta sgualcito.
— Come no, come no. C'è la tua firma qua sotto, Falco.
— Cerca di capir e, Vitt...
— È da una settimana che sto cercando di capire come
mai c'è la tua firma qua sotto, Falco.
— È un atto dovuto. Sono quasi un esecutore, in questo
caso.
— Non fare il bugiardo con me, Falco. Te l'ho già detto.
Il Commissario cercò di riprendere il controllo della
situazione: — Ma insomma, come l'hai avuto? Farò
un'inchiesta. Documenti segretissimi finiscono nelle mani
più... più...
— Nelle mani più come?
— Sono stato costretto! Lo vuoi capire, sì o no?
— Costretto da chi, Falco? Non hai che da dirmelo. Non
devi far altro che dirmi un nome. Penso a tutto io.
Il commissario Falco si alzò e voltando le spalle si mise a
guardare dalla finestra verso l'azzurro-mare oltre il muro di
cinta del Palazzo.
Cercò di nascondere inutilmente un leggero tremore nella
voce con il suo famoso tono metallico.
— Ne ho abbastanza, Vitt. Non sono tenuto a dare
spiegazioni. Sono l'alto commissario alla sicurezza, ho
discrezionalità assoluta. Non sono uno dei tuoi scherani. Se
ti dico che ho dovuto farlo, vuol dire che ho dovuto.
«Sono nate situazioni complicate. C'è stata una denuncia
formale. Qualcuno si è spaventato.
«Ma cerca di ragionare: non è una cosa che poteva durare.
È una faccenda troppo... troppo... come dire, troppo cruda,
ecco. Una di quelle cose che se viene fuori, trova tutti
d'accordo, cerca di rendertene conto.
«Sforzati di vedere l'aspetto politico della cosa. Puoi
immaginare un solo funzionario che ti appoggia il giorno in
cui uno di quei maledetti ficcanaso ha formalizzato
un'inchiesta? Ma neppure i liberisti più sfegatati! Neppure gli
istintuali! Mi troverei solo in mano agli sciacalli!
«Insomma ho deciso. Ho deciso di no e basta. E non me ne
importa niente se mi vieni a dire che a Megalops Africa o a
Vattelapesca vanno avanti tranquillamente.
«Qui è diverso. Da noi c'è più civiltà. E ci sono io, qui. In
questo posto. E la notte voglio dormire.
— È così eh? — domandò con voce piatta il Signore dei
Vetri.
— È così e non ci torno sopra.
Il commissario Falco si sedette di nuovo alla scrivania e
spostò alcune carte con l'aria di volersi mettere a lavorare.
Il grassone si alzò faticosamente e si avviò alla porta.
Sulla soglia si voltò ed elargì un altro sorriso.
— Sei un pauroso — disse, — ecco cosa sei. Ma non hai
abbastanza paura. Non abbastanza. E questo ti danneggerà,
prima o poi.
CAPITOLO SESTO

— Inserisca nella fessura la carta magnetica, prego.


L'immagine tridimensionale dell'agente sul grande schermo
TV riempie quasi per intero lo spazio della cabina di
identificazione.
Tutto quello che si vede dell'agente, triplicato rispetto al
reale, è regolamentare; l'inclinazione del berretto, la
lucentezza della visiera, il taglio dei capelli, il disegno dei
baffi.
Regolamentari anche il tono sprezzante e paternalistico:
— Perché vuoi scendere nella Zona Franca?
— Sono fatti miei — risponde l'Insistente, — la pagano
per fare domande solo sull'identità personale.
L'agente osserva con più attenzione la scheda personale di
Degrado.
— Come mai un Insistente è vestito come uno zombie? I
travestimenti sono ammessi soltanto nei clubs.
— Mi vesto come mi pare. Le ho detto che sono qui in
transito per la Zona Franca.
— Lasci qui il suo certificato sanitario. Lo riavrà al
ritorno, dopo il controllo. Se riesce a tornare. Se non le
capita qualcosa.
Il cervello elettronico entra in sintonia, sullo schermo
appaiono in sovraimpressione le generalità di Degrado.
L'Insistente ritira la sua carta magnetica e si avvia verso la
«Talpa»: — Grazie dell'augurio — dice.
La «Talpa» scende con lentezza. Il manovratore è semi-
sdraiato davanti ai comandi, nel vagone di testa; ha una tuta
macchiata di nafta e la barba di una settimana; fuma un
sigaro nero e sfoglia una rivista pornografica sgualcita e unta
di morchia.
Sulla piattaforma posteriore una ragazza bionda dorme
sdraiata supina sul pavimento. Le palpebre e le guance
gonfie tremano con le vibrazioni del vagone. Tiene le mani
strette a pugno sotto i seni. La tuta rosa-carnacino è scolorita
e cede in vari punti rivelando la decadenza del corpo. Anche
il cane che è con lei dorme, con il muso appoggiato sulle
gambe della ragazza.
Non ci sono altri viaggiatori.
Dopo una serie di gallerie la luce nebbiosa della mattina si
riflette sulle scorie di soda di una fabbrica abbandonata di
prodotti chimici ed entra nel vagone come un effetto di neve.

Il «Lucomare» era una specie di ritrovo-bar nella cerchia


sotterranea dopo tre chilometri di tunnel. Non si può fare il
paragone fra un bar del genere squallido del terzo livello e
un bar della Zona Franca.
Né per l'atmosfera di canagliume e di disfatta, né per il
puzzo, né per la roba che servono.
Ci sono locali del terzo livello dove la gente non fa più
caso ai topi, ma il Lucomare era uno di quei posti della Città
Bassa dove i topi non fanno più caso alla gente.
È pericoloso per chiunque avere un lavoro da fare nella
Zona Franca. Il meno che possa capitare è di essere rapinato
della carta magnetica. Ma per un Insistente è peggio perché
un Insistente è come un poliziotto, ha un odore speciale, è
questione di come cammina, di come guarda le cose.
Per questo ogni volta che scendeva nella Zona Franca
l'Insistente si sceglieva una parte, sempre la stessa.
Si trasformava in un fatto di sbroscia.
La sbroscia è una specie di lotteria: può essere tutto,
persino roba buona, ma questo è rarissimo perché costa così
poco che quasi te la regalano. Si tira giù lo sciroppo
biancastro e si aspetta per un quarto d'ora. Se è andata bene è
il paradiso per mezza giornata, ma nel novanta per cento dei
casi, sei uno zombie per almeno una settimana.
Degrado aveva imparato ad imitare lo sguardo fisso e
stralunato, la camminata rigida e l'affabulazione perenne e
sbavante dei fatti-di-sbroscia. La tuta inzaccherata, quasi
inamidata dal sudiciume, puzzolente di orina e di altre cose,
l'aveva acquistata per un litro di sciroppo da uno zombie
vero.
Era capitato al Lucomare l'anno precedente per un
appuntamento con un tale che gli aveva dato
un'informazione. Nella Zona Franca ce l'aveva spedito un
funzionario di mezza tacca. Cercava una ragazzina svelta
smarritasi dietro l'avventura che era finita nelle mani di un
exattore fallito che le faceva fare, in giro per la Bassa, certi
spettacolini itineranti con un cane lupo e un serpente
nerastro.
Durante l'happening, una cosa forte anche per la Zona
Franca, gli unici a non essere imbarazzati erano il cane e il
serpente, mentre diversi spettatori erano costretti a guardare
da un'altra parte.
Il lavoretto era stato dei più tranquilli. Da una mano i soldi
all'attore e dall'altra il guinzaglio della ragazza svelta (perché
la teneva al guinzaglio); nel giro di tre giorni era tornato
all'aria dei livelli superiori.

Alla fine del tunnel si va giù per una scala a chiocciola che
fiancheggia le pareti del pozzo che fu una stazione del mètro.
Degrado scendeva con precauzione sui gradini corrosi e
mangiati dalla ruggine.
La vernice arancione della parete metallica un tempo
brillante adesso era percorsa dalle scolature rosso-sangue
della ruggine e dai graffiti che segnavano in orizzontale tutto
lo spazio: Giulia B., se sei scesa anche tu, cercami. Sono al
«Flamingo» tutti i giovedì.
Sono sceso qui e lo devo a te, K..., maledetto strozzino. Se
torno di sopra ti ucciderò.
Mai stato così fatto. Sono veramente OK.
Ci sono gli orchi, non lo sapevate? Attente agli orchi e alle
orchesse, ragazze!
Avevo un treno-living personale, una volta. Dormo qui dal
2007.
Organizzatevi! Sbatteteli di sotto a pezzi. Morte a quelli-
di-sopra.
Degrado distingueva a stento le scritte nella mezza-luce
del sotterraneo; per la maggior parte erano una lunga teoria,
dall'alto in basso, di nomi, date e luoghi della Zona Franca,
appuntamenti e richiami, alcuni risalenti a dieci anni prima e
malinconici come una lettera smarrita.

Visto dall'alto della scala il Lucomare sembrava una


medusa su una pattumiera. L'avevano costruito alla meglio
sulla banchina della stazione utilizzando un tendone da circo;
stava in piedi con archi metallici, pali, corde calanti dalla
volta. In qualche punto si era afflosciato come gelatina
andata a male. Di lato svettava come un campanile il
traliccio dell'elettrogeneratore a vento che innalzava fino al
boccaporto sulla volta, lassù in alto, la sua elica. Per tutto il
pozzo risuonava con effetto di eco il soffio dell'aria.
Dal bar salivano le percussioni cupe di una musica
monotona.
Davanti alla tenda cenciosa dell'ingresso sedeva un cieco
enorme al punto da ostruire il passaggio.
Degrado cercò di sfuggirgli passando di lato, ma il cieco
lo abbrancò attirandolo a sé in mezzo alle ginocchia come un
bambino.
Le grosse mani sudaticce presero a perquisirlo per tutto il
corpo.
— Lascia perdere — disse qualcuno che stava nascosto
dietro la tenda dell'ingresso — è uno zombie.
— Appunto perché è uno zombie. Pestagli il mettimeloquà
con un calcio e buttalo nella belletta.
— Controllagli le tasche, invece — disse la voce, — e se
ha il tantundem bastevole, lascialo stare. Non infierire,
Gontrano.
Degrado si irrigidì mentre l'omaccione prelevava da una
tasca cinque eur-dollari: — Questi per l'ingresso — disse il
cieco, allentando la stretta. Degrado respirò di sollievo
perché il guardiano non aveva messo le mani sulla stretta
fascia aderente allo stomaco dove teneva la maggior parte
dei soldi, la carta magnetica e la rivoltella.
Sotto il tendone c'era tanto fumo che ci si vedeva a stento.
La luce si alzava e si abbassava. Su un palco contro la parete
di fondo quattro tamburi tenevano il ritmo ad una frase di tre
note ripetuta in continuazione da un sax-tenore.
Degrado, si fece strada fino al centro del locale dove una
folla eccitata si stringeva intorno ad un punto.
In mezzo al circolo c'era una grande vasca di metallo
smaltato piena di scrostature. Immersi in una melassa
lattiginosa che arrivava quasi fino all'orlo nuotavano una
trentina di topi di fogna grigi e neri con la testa dipinta di
vari colori. I topi si mordevano fra di loro e cercavano di
arrampicarsi l'uno sull'altro per tirarsi fuori dalla vasca. Un
book-maker percorreva il circolo degli spettatori
raccogliendo le puntate. Tre o quattro topi morti
galleggiavano a pancia all'aria e striavano di sangue il bianco
della schiuma. Un topo con la testa rossa in equilibrio
instabile sul corpo di un altro grattava con le unghie la parete
della vasca.
— Vieni fuori rosso! — strillava una donna obesa in calze
di rete nere, con la faccia paonazza a pochi centimetri dagli
occhi traslucidi a capocchia di spillo del topo. —
Amore mio, forza! Ho messo dodici pezzi su di te, tesoro!
Se ce la fai ti terrò al caldo finché vivi! Ci prenderemo la
stanza più bella nel migliore albergo di Megalops-Alta se
vinci! Ti farò fare una vita da Dio! — Il topo aveva
agganciato una scrostatura dello smalto e con il muso già
strisciava dove l'orlo si curvava verso l'esterno. Un sorcio
dipinto di blu gli afferrò la coda con i denti. — Ahi! — gridò
la donna. Un pezzo di coda restò in bocca all'aggressore. Con
un ultimo spasimo, mentre i baffi vibravano come fili ad alta
tensione, il topo dipinto di rosso scivolò oltre il bordo della
vasca.
La donna lo raccolse e lo sollevò sopra la testa reggendolo
con le due mani a conca, fece volteggiare le gambe
gettandosi dentro la vasca mentre la broda schizzava
dappertutto.
Il liquido traboccò trascinando fuori un certo numero di
bestiacce che si misero a scappare fra le gambe degli
spettatori.
La donna sguazzava tenendo stretto il ratto che cercava di
morderla.
— Milleduecento cartoni da questa parte! Si era stanchi di
nuotare, vero topo? Comincia la risalita, ora!

Sedeva ad un tavolo in un angolo, muovendo di tanto in


tanto i piedi per allontanare i topi che gli camminavano sulle
scarpe.
Quando cominciò la baraonda, Degrado era in attesa
dell'informatore dell'altra volta, cliente abituale del ritrovo.
Si aspettava una cosa del genere, prima o poi: le baraonde
fanno parte del folklore locale, ma la cosa fu improvvisa e
lui era talmente lontano da qualsiasi uscita che non gli restò
che fare lo spettatore, immobile davanti al suo bicchiere.
Sotto la luce violenta dei fari, che avvicinandosi
diventavano sempre più grandi, il tendone di plastica diventò
trasparente. Lo strepitio del diesel imballato coprì le
percussioni dell'orchestra.
Tutta la parete laterale si riempì dell'immagine sfocata
dell'hotel-bus, torreggiante e costellato di finestrini
illuminati.
Marciava con lentezza minacciosa finché la luce gialla dei
fari non entrò in contatto con la copertura che si tese
rivelando la forma del muso.
Un urto, ed il traliccio che sosteneva il generatore di
corrente si inchinò da un lato. La luce si abbassò fino ad una
semioscurità diffusa. Diverse ombre si affollarono verso
l'uscita.
— Ci sono i vaganti! — urlò il padrone, — va' a chiamare
la squadra!
Un cameriere prese la rincorsa cercando di farsi largo.
Uomini barbuti ed alcune ragazze strisciarono all'interno
passando da sotto i lembi allentati del tendone. Facevano
scorrere i fasci di potenti torce elettriche. Il padrone venne
issato di forza a sedere sul banco del bar; lo tennero fermo in
due, puntandogli sotto il mento i coltelli.

Ripulirono tutto con metodo e rapidità. La cassa, le


bottiglie, le scatole di alimentari, le stecche di sigarette
speciali: tutto quello che c'era e che si poteva avere in quella
fogna pagandolo il doppio che ai livelli superiori. Gli uomini
e le ragazze formavano una catena fino all'esterno dove
sostava il bus tutto illuminato e a motore acceso.
L'orchestra aveva accelerato il ritmo. Il sax si produceva in
improvvisazioni acutissime e i tamburi gli andavano dietro; i
suonatori sembravano non essersi accorti di nulla, si
comportavano come se fossero sul transatlantico che
affonda.
Da dietro il loro palco una lama di coltello aprì uno
squarcio nel tendone dall'alto in basso.
Una ventina di bulli corazzati come giocatori di football,
armati di catene, spranghe, e manganelli, si precipitarono
dentro. I nuovi arrivati in formazione orizzontale
setacciavano il locale, picchiando tutti quelli che capitavano
a tiro, senza distinzioni.
Degrado si alzò e facendosi piccolo cercò di arrivare
all'uscita.
Si trovò di fronte un tale sul metro e novanta, un casco
rinforzato con sbarre arcuate di metallo che gli parava il
viso.
Il colosso lo colpì con un colpo di manganello alla base
del collo.
L'Insistente precipitò nel buio.
CAPITOLO SETTIMO

— Si sfondassero i cessi di quelli di sopra e affogassero


tutti nella merda! Talpe fottute e impestate!
Una voce femminile imprecava, monotona come una
litania. L'oscurità era completa. Degrado sentì sbattere una
portiera. La messa in moto singhiozzò ripetutamente. Il
pavimento sul quale era disteso sussultò con uno strappo
all'indietro.
— Accidenti — si lamentò l'Insistente, — ferma! Il
motore urlò al massimo dei giri.
— Va meglio ora? — chiese la voce di prima, — quei
maledetti mi hanno strappato una ciocca. Metti una mano
qui, Jack.
Degrado sentì che la destra gli veniva guidata in mezzo a
capelli lunghi e fini in un punto dove si avvertiva la cute
nuda; la mano venne allontanata bruscamente.
— Ma questo qui chi è?
Il pavimento sobbalzò ancora, Degrado avvertì che la
velocità aumentava a strappi.
— Dov'è finito Jack? Jack! Jack!
— È rimasto a terra — disse un'altra voce, — ha avuto la
sua razione questa volta.
— E allora tu chi sei?
— Non sono Jack.
— E che ci fai qui sopra?
— Ho preso una botta in testa, dentro il locale
caratteristico. Non so altro.
— Com'è che ci siamo tirati dietro questo tizio? Un'altra
voce femminile disse da molto vicino:
— L'abbiamo raccolto svenuto. Credevamo che fosse
Jack, puzza come lui.
Degrado sentì che lo toccavano a quattro mani sul viso e
lungo il corpo e che lo annusavano, come tra i cani.
— Hai ragione. Puzza come Jack.
I freni cigolarono. Ci fu un urto e un arresto brusco.
Degrado si alzò in piedi.
— Voglio scendere — disse.
— Non ti muovere — ringhiò qualcuno.
— Se il tizio qui fa uno scherzo, picchiatelo. È pieno di
talpe fuori. Siamo nascosti in un cimitero di autobus; se si
accorgono che questo non è vuoto ci danno la scaldata. Zitte
anche voi!
Quattro mani afferrarono Degrado e lo costrinsero a
sdraiarsi di nuovo bocconi. Gli occhi cominciarono ad
abituarsi all'oscurità. L'Insistente si rese conto di trovarsi
disteso sul pavimento di un corridoio strettissimo. C'erano
molti altri corpi sdraiati, quasi immobili. L'odore di rancido
era così spesso che si sarebbe potuto inscatolare. Davanti a
lui, in fondo al corridoio, una luce tenue dall'esterno si
specchiava sul vetro del parabrezza e rivelava la sagoma
dello sterzo.
Dopo circa un'ora, lunga a passare come una notte intera,
Degrado vide un'ombra scivolare al posto di guida.
L'avviamento, duro e lamentoso come può esserlo quello
di un motore vecchio di trent'anni singhiozzò a lungo. Il bus
riprese la marcia, lentamente.
— Uno zombie! Saresti un morto che cammina, tu? — la
ragazza gli sussurrava vicinissimo all'orecchio; Degrado
avvertì il contatto delle labbra.
— Per essere una spugna imbevuta di sbroscia stai benino,
piuttosto in forma direi. Jack quando era in calo era tutto un
brivido.
Degrado fece finta di dormire. Si voltò in modo da dare le
spalle alla ragazza. Il braccio sinistro che sosteneva il peso
del corpo cominciò a intorpidirsi.
— Pensavi di averci fregato? Se tu sei uno zombie io sono
una che si fa di regina. A trecento cartoni il grammo. Che
succederebbe se ora io mi mettessi a strillare che ho scoperto
che sei un bugiardo? Che ti sei conciato in questo modo per
venire qua sotto a ficcare il naso?
Passarono accanto ad alcune baracche illuminate. Nella
luce istantanea Degrado vide la ragazza, semisdraiata, un
braccio appoggiato sul gomito e la mano che sosteneva la
testa.
Lo stava studiando.
— Ora chiamo gli altri. Magari sei delle squadre. Ci
stiamo scaldando una serpe in seno.
Degrado avvicinò la faccia a quella della ragazza.
— Non ho niente a che fare con le squadre. Appena siete
in comodo fatemi scendere.
— Questa è da ridere. Vuole scendere. Credi di essere sul
mètro del cerchio interno? Sei capitato in un covo mobile di
vaganti, giovanotto, vaganti ladri e sanguinari. Ora chiamo
gli altri, così ti spieghi. Avrai un sacco di grane, credo.

L'Insistente si voltò di scatto afferrandola da dietro ed


imprigionandole le gambe a forbice. Le torse un polso e le
passò la piega del gomito sulla gola.
— Nelle grane ci sei tu, ora. — Aumentò la stretta sul
collo.
— Mettiamoci d'accordo. Tregua — disse la ragazza con
voce strozzata.
Degrado allentò la pressione.
— Io sto buona e tu mi paghi la corsa. Cento carte. Ti sta
bene?
— Non ho soldi — rispose Degrado.
— Raccontalo un'altra volta — la ragazza ridacchiò, — a
meno che tu non sia un po' eccentrico, come anatomia voglio
dire, ho toccato qualcosa di interessante all'altezza dello
stomaco.
Degrado pensò che gli era capitato di rado di trovare una
ragazza con quei numeri.
— Fatti in là e non fare scherzi — disse liberandola. Si
sollevò a mezzo per frugarsi nella borsa sotto la fascia
elastica. Cercò a tasto un foglio da cento, lo appallottolò e lo
passò alla ragazza.
— È un po' caro, considerato il servizio. Funziona così
l'ospitalità dei vaganti?
— Ma è tutto compreso — protestò lei, — tutto
l'emozionante bassifondi-tour-by-night. — Stirò la
banconota sul ginocchio e se la fece sparire in seno.
— OK, da questo momento sei aggregato. Benvenuto
all'Hotel, signore.
Il bus acquistò velocità. L'ombra al posto di guida da quasi
rannicchiata contro il parabrezza che era, si sollevò in
posizione normale. Stavano attraversando l'area abbandonata
di un parcheggio sotterraneo.
Un movimento collettivo riempì lo spazio ristretto,
qualcuno diede sfogo ad una tosse a lungo repressa, si sentì
parlottare e sospirare, le altre ombre distese lungo il
corridoio si alzarono stiracchiandosi; Degrado le vide sparire
come inghiottite dalle pareti.
Anche la ragazza si alzò.
— Faremo la gimkana per tutta la notte prima di uscire da
questo pulciaio. Tanto vale metterci comodi. Vieni con me.
Lo prese per mano e lo guidò lungo il corridoio perforato
come un nido di vespe da file di cuccette.
— Quinta fila. Come ospite pagante ti spetta il posto
vicino all'oblò. Prima colazione alle sette e trenta. —
Degrado intuì una smorfia nel buio, come se arricciasse il
naso. — Spogliati, per piacere. Cosa fai nella vita, il
guardiano dei cessi pubblici? Già, è per il ruolo di copertura.
Comunque spogliati lo stesso, la sistemazione è scomoda
anche senza l'odore della depravazione.
L'Insistente si lasciò scivolare di dosso la tuta lacera e
sporca e si sfilò le scarpe di gomma impiastrate di
fanghiglia.
Si arrampicò sulla scala ed entrò nella cuccetta. C'era lo
spazio sufficiente appena per due corpi.
La ragazza gli scivolò a fianco, anche lei si era spogliata e
reggeva gli abiti fra i denti; mentre gli scivolava a fianco
disse di chiamarsi Iskra.
— Vuol dire qualcosa?
— Non lo so di preciso: scintilla o stella rossa, credo.
L'Insistente si mise a guardare fuori dall'oblò. L'hotel-bus
marciava con lentezza. Fuori l'oscurità era quasi totale, a
tratti interrotta dalle rare luci delle baracche. Nell'ex-
parcheggio sotterraneo le baracche crescevano come una
fungaia, costruite alla meglio con tutti gli scarti possibili
senza preoccupazioni per le intemperie, dato che là sotto non
piove, né tira vento né occorre proteggersi dal sole.
L'hotel-bus si muoveva a fari spenti cercando gli spazi
sgombri del labirinto; quando la via era impedita retrocedeva
come un gambero davanti alle chele del granchio.
Era come seguire un film vecchio e a tratti oscurato.
Durante le brevi illuminazioni Degrado notò la chiarità del
corpo di Iskra, le gambe lunghe e i seni piccoli ed eretti.
Da quando gli si era sdraiata supina a fianco avvertiva una
sensazione di calore. Cominciava a sentirsi nervoso e chiese
una sigaretta.
— Proibito — disse Iskra, — non è mica per fare gli
sportivi che viaggiamo a fari spenti. Il mese scorso una
squadra ha accerchiato un bus dei nostri mentre dormivano
tutti, autista compreso. Hanno saldato le portiere con la
fiamma ossidrica e sono andati a prendere un paio di taniche
di kerosene.
«Questo movimento lo chiamano la scaldata dei vaganti.
Dentro erano in centocinquanta, più o meno. Li hanno sentiti
urlare anche quelli di sopra. Non so se hai capito il
problema.
— Come no. Li ho spesi bene, i miei cento.
— Altroché — ridacchiò lei, — ambiente confortevole e
riscaldamento se gira al freddo. Solo non si può fumare.
Giova alla salute.
— Ma questa non è la Zona Franca? Il regno della «non-
legge»? Che cosa sono queste squadre, polizia?
— La Zona Franca è un grande business — disse Iskra. —
Sono tutti contro di noi perché siamo fuori da ogni giro. Noi
vaganti non vendiamo droga, non ci occupiamo di schiavi,
né di prostituzione, niente pirateria stradale, siamo fuori da
tutti i sindacati. Niente boss e nessuna protezione, solo
qualche esproprio, di tanto in tanto, giusto il necessario.
Pagano queste squadre per darci addosso. Organizzano dei
safari.
«Per questo siamo costretti a muoverci, quasi senza soste.
«Tu sei fortunato, questa volta abbiamo fatto il pieno per
almeno due mesi e stiamo raggiungendo il nostro rifugio.
Arriveremo domattina, se tutto va bene.
— Vorrei sapere come fa quello là a trovare la strada con
questo buio.
— Gregorio è un asso — disse la ragazza, — le squadre le
sente a distanza e sa sempre dove andare.
Degrado chiuse gli occhi cercando di rilassarsi e di
mantenersi indifferente. Che lo portasse dove voleva, l'asso
Gregorio, con la sua scatola di sardine.
Doveva aver dormito. Lo svegliarono dei gemiti e un
rumore continuo che proveniva dalla cuccetta sottostante.
Erano usciti dal sotterraneo, ma fuori era ancora notte. La
strada, illuminata dalla luna e dal riverbero dei fari che
Gregorio aveva messo in azione, segno di cessato pericolo,
serpeggiava lungo un costone roccioso a strapiombo su
lingue di mare che si incuneavano profondamente dentro la
montagna.
Una strada così piena di curve di buche e di avvallamenti,
perennemente in pendenza era sicuramente fuori dal trafic-
control.
— Se avessi saputo che russavi così forte, avrei aumentato
il prezzo — disse Iskra.
— Che succede là sotto? — chiese Degrado. Il rumore era
diventato ritmico e convulso.
— Fanno l'amore — rispose la ragazza, — fanno sempre
così quando la tensione si allenta. Lei è simpatica, lui è un
po' troppo riservato, assomiglia in Jack, in questo.
«Facevamo così anche noi, io e Jack voglio dire, quando il
bus si toglieva dai guai, un festeggiamento.
— Io non potrei — disse Degrado, — con queste curve e
le scosse.
— Tu non sei Jack. Devi essere molto più vecchio, così a
occhio e croce.
La ragazza si accorse che l'Insistente si era offeso e cercò
di rimediare.
— Del resto anche Jack non aveva voglia di nulla negli
ultimi tempi. Solo della roba, quando ne trovava. Jack, prima
di giocare alla roulette con lo sciroppo era arrivato a farsi dei
tagli nelle braccia, tirava fuori un pezzo di vena ancora
buono e soffiava dentro anfetamine diluite con l'acqua e
mescolate alla calce grattata dai muri. Senza siringa, con una
cannuccia. Cominciò a ingollare la sbroscia quando le vene
gli erano diventate come tessuto di seta marcio.
Toccò all'Insistente questa volta, ancora più offeso per
quell'«anche», dire che non era Jack.
— Potrei decidere di festeggiare, dopo tutto.
— E con chi? — disse Iskra, — io non ti ho chiesto nulla.
Quando mi andrà, se mi andrà, te lo farò sapere.
Degrado si rimise a guardare fuori dall'oblò. Nei fiordi
l'acqua era ferma, sotto la luna creava effetti di iridescenza,
soffocata da uno strato oleoso, acqua morta.
— A che pensi? — chiese Iskra più gentilmente.
— Mi ricordo di un vecchio film.
— Che film?
— Im lauf der Zeit, Nel corso del Tempo. Racconta di un
tale che vive su un camion.
— Sono anni che non vedo un film — disse la ragazza, —
certe cose mi fanno rimpiangere la metropoli.
La ragazza sospirò voltando le spalle a Degrado e si mise
a dormire.
Cominciò a fare giorno. Iskra si era addormentata,
Degrado la osservò; aveva il sonno leggero, un respiro quasi
impercettibile, appariva più o meno come se l'era
immaginata al buio, forse era un poco più bella. Un viso
largo e un profilo netto. Che avesse la testa un po' grossa e
leggermente sproporzionata rispetto al corpo, Degrado se
n'era accorto quando le aveva toccato i capelli.
Molto giovane, soprattutto rispetto a lui.
Anche dalla voce si capiva che era giovanissima. Aveva il
vezzo di parlare un po' rauco e nasale, come una bambina
viziata.
Pareva che stesse giocando a un gioco interminabile.
Veniva in mente questo a sentirla parlare: che non
esistessero drammi per lei, solo un presente movimentato.
Il bus aveva lasciato la strada, adesso marciava attraverso
un terrain vague disseminato di bidoni arrugginiti e di
rottami aggrovigliati e fusi insieme in forme fantastiche.
L'hotel-mobile marciava lentamente e con precauzione
lungo un leggero declivio che terminava dove in fondo si
scorgeva l'acqua ferma di una laguna.
All'interno si diffuse una certa animazione. I vaganti
cominciarono a calarsi dalle cuccette parlando ad alta voce
fra di loro con toni allegri.
L'autista bloccò l'autobus facendo stridere come una sega
il freno a mano; il suono, isolato dopo che il diesel aveva
smesso di ronfare, ebbe, come le voci dei vaganti, il tono
allegro della fine del viaggio.
Gregorio si alzò dal posto di guida stiracchiandosi; era alto
e massiccio, una faccia scura da zingaro tagliata con
l'accetta, gli occhi cerchiati e arrossati.
Anche Iskra si svegliò.
— Fine del tour — annunciò, — giornata libera. Questa è
Pesteville. Casa dolce casa.

Sulla riva del lago chiazzato di ocra e di viola sotto il sole


velato da una foschia diffusa, un gruppo di costruzioni di
mattoni crudi, coperte da tralicci di canne, si distinguevano a
stento dal fango.
Una violenta sorgente di calore aveva devastato il
paesaggio come un artista d'avanguardia che si fosse
divertito a trasformare l'originale pasticciando con le dune e
le rocce.
Un'enorme vampata aveva mescolato i metalli dei
manufatti con gli elementi naturali, trascinando il tutto in una
colata verdastra fin dentro l'acqua della laguna.
In lontananza gli spezzoni contorti di un castello di
intelaiature sbucavano dalla nebbia. Un enorme pallone
argenteo caduto da quei tralicci giaceva sull'orizzonte,
sbilenco e squarciato da un lato. L'Insistente riconobbe una
vecchia centrale nucleare esplosa.
— Voi vaganti siete pazzi — disse, — io non vengo.
— Quante storie — disse Iskra scendendo dalla cuccetta e
cominciando a rivestirsi, — cosa pretendevi per cento carte,
il Nuovo Hilton? C'è gente che ci abita da anni. Ci sono stata
anch'io per diverso tempo, e non sono malata.
CAPITOLO OTTAVO

Per un paio di giorni Degrado si sorvegliò attentamente


aspettando che gli venissero nausee e capogiri. Quando per
la stanchezza o il sole, che in quel posto martellava dalle
dieci del mattino fino alle cinque del pomeriggio, avvertiva
un senso vuoto alla testa, il cuore cominciava a battergli e
pensava che era fatta, che ormai era contaminato.
Progettava anche vari modi di andarsene; avrebbe potuto
raggiungere la strada e qui aspettare un passaggio verso una
direzione qualsiasi. Pensò persino di rubare, magari
servendosi dell'arma che teneva nascosta, l'unico mezzo di
locomozione disponibile diverso dall'hotel-bus: una vecchia
motocicletta che nessuno sapeva se funzionasse, neppure i
proprietari, una coppia anziana che ne era gelosissima; i due
facevano a turno a lustrarla, senza mai metterla in moto.
Iskra gli disse che Pesteville si trovava a oriente, lontana
almeno cinquecento chilometri dall'estrema periferia di
Mediterranea-Megalops, in un'area dove non arrivava mai
nessuno. Anche se la distanza sembrava eccessiva (in una
sola notte l'hotel-bus non poteva aver percorso tanta strada),
non era difficile credere che la maggior parte della gente si
tenesse lontana da quella zona, a meno di non essere dei
disperati come i vaganti.
Poco per volta Degrado cominciò ad abituarsi. I vaganti
sembravano sanissimi e facevano una vita pigra e allegra.
La sera accendevano dei fuochi e si riunivano a gruppi per
ascoltare musica e ballare; spesso facevano cerchio intorno
ad un attore che recitava parodie e drammi antichi
assegnando a soggetto varie parti agli spettatori. L'Insistente
trovava che era un modo rudimentale di divertirsi, e spesso
gli sfuggiva completamente il senso di quello che dicevano o
facevano nel corso di quelle rappresentazioni improvvisate;
invece loro, i vaganti, si divertivano molto: talvolta erano
costretti a ridere tutti quanti, animatore compreso. Si
sganasciavano proprio, mentre la risata collettiva riempiva la
solitudine e il silenzio di quella riva di lago contaminato.
Iskra ospitò Degrado in uno di quei rifugi grigi che
formavano il villaggio. La ragazza lo chiamava
alternativamente la sua «spelonca» o la sua «conchiglia»; lo
spazio era molto ristretto, tuttavia liberatosi in parte dal
pensiero delle radiazioni, l'Insistente finì per non trovarsi
male fra le pareti odorose di terra, col fuoco che
accendevano quando al calare del sole saliva la nebbia dal
lago.
Non era rassicurante accorgersi che quella nebbia alcune
volte aveva una tonalità azzurra e che qualche volta dava sul
verde o sul rossastro; Degrado si impose di non farci caso e
di prendere la cosa come una specie di vacanza. Due mesi in
fondo passavano presto, il tempo che i vaganti, secondo
Iskra, avrebbero impiegato a finire le provviste prima di
ripartire per il prossimo rifornimento nella metropoli.
Del resto non era male per lui starsene alla larga,
considerate le complicazioni e la jella che perseguitavano il
suo incarico più recente.
Dopo una settimana una sera si scatenò una burrasca,
preceduta da una calma piatta ed afosa e dai tonfi che
facevano certi ranocchi grigi, che di giorno sembravano
pietre, tuffandosi nell'acqua bassa fra i cannicci.
Cominciò a piovere e il primo scroscio spense il fuoco; dal
rettangolo della porta, in faccia al lago, quando la tenda si
sollevava alle folate furiose del vento, si vedevano saette
scaricarsi sulle onde quasi ininterrottamente. Il pallone
argenteo della centrale scoppiata, sull'altra sponda,
risplendeva percorso da serpentine azzurre.
In quella settimana Degrado si era visto ben poco con
Iskra, lui era occupato ad ascoltarsi i probabili sintomi della
contaminazione ed era offeso per essere stato trascinato in
quel posto sperduto senza possibilità di fuga; lei invece
aveva da fare con le varie attività della comunità: la
distribuzione del ricavato degli espropri, e i trattenimenti
collettivi. L'Insistente si stupiva del coraggio con cui i più
giovani dei vaganti Iskra compresa e tutta nuda, facevano il
bagno in quelle acque.
Quando alla luce dei lampi la vide alzarsi dalla sua branda
al lato opposto della baracca e raggiungerlo infilandosi sotto
la sua coperta, per un tempo interminabile fu incapace di
qualsiasi reazione.
— Non è che abbia paura dei tuoni — gli disse la ragazza
con la sua voce da vispateresa, — ho freddo.
Per un poco rimasero fianco a fianco scaldandosi a
vicenda, ma gli occhi chiari di Iskra che lo guardavano
vicinissimi, leggermente ironici, aiutarono Degrado a
superare il blocco.
La sollevò; era molto leggera, e fece in modo che si
trovasse sopra di lui. Entrò in lei delicatamente, senza
baciarla, le labbra appena appoggiate alla base del collo,
mentre lei tirava indietro la testa, come per una risata.

Dopo il temporale fecero l'amore ogni sera con la stessa


semplicità, come se fra di loro avessero fatto il patto di non
darvi importanza e di ritenersi provvisori; Iskra mescolava
un'indifferenza simulata ad alcuni slanci di tenerezza in cui
appariva trasformata e come indifesa.
Degrado accettava questa altalena senza alcuna illusione,
aspettando una soluzione del gioco.
Fu Iskra a cominciare con le confidenze personali.
Riassumeva la sua vita come una serie di spazi che si
muovono, raramente si fermano, ripartono, girano.
— Per una ragione o per l'altra non sono mai riuscita a fare
una sosta. Prendi Jack, per esempio, era un tipo a posto,
prima di cominciare a bucarsi. Quando gli importava ancora
di vedere quello che aveva intorno portava un paio di
occhiali legati con lo spago. Guardava diritto negli occhi.
Parlava come se fosse a una riunione politica anche quando
facevamo l'amore.
Iskra aveva studiato in un college per signorine della Città
Alta, a diciannove anni era finita in un quartiere di terza a
due chilometri dalla Zona Franca e là si era messa a
trafficare in vari modi, prostituzione compresa, con una
banda di ragazzi e ragazze.
— Questo perché ho avuto un padre sempre in bilico; poi
qualcuno o qualcosa gli davano una piccola spinta e lui
scendeva di un gradino. Finché non è morto. Quando ho
conosciuto Jack ero già approdata nella Città Franca da
qualche mese, dopo essere scappata da un istituto di
rieducazione. Un posto tutto rose e fiori: tutti molto gentili,
qualche predicozzo di tanto in tanto, terapie di gruppo,
creatività di gruppo, tipo fare statuine con la creta, suonare il
flauto dritto, dipingere maioliche. Cibo perfetto; c'era
persino la piscina. Ma anche una grande cancellata esterna e
molte sbarre alle finestre.
Era scappata con la complicità di una custode quando una
compagna più anziana le aveva chiarito che cosa c'era dietro
la facciata.
— Se dopo un certo periodo il Perito, che non conosci e
che non hai mai visto (ti sorveglia e fa le sue valutazioni
senza che te ne accorga), decide che qualcosa non funziona
definitivamente, che sei asociale in modo irrecuperabile, ti
trasferiscono in un altro reparto al secondo piano e qui ti
fanno una operazione, una cosetta da niente, che lascia una
piccolissima cicatrice qui sulla fronte, quasi non si vede, ma
da quel momento sei una perla, un tantino imbambolata, ma
una perla.
A introdurla fra i vaganti era stato Jack.
— Ha fatto la fine che mi aspettavo da un pezzo; negli
ultimi tempi non gli importava più di nulla, era stanco, non
se la sentiva più.
Quando Degrado le raccontò lo scopo del suo viaggio e
che cosa stava cercando, Iskra rimase perplessa rimuginando
qualcosa, poi disse quasi fra sé: — È pericoloso per noi
vaganti viaggiare con dei bambini.
«Questo lo sanno tutti, ma credo che pochi sappiano
perché. Quando un bus imbarca molti bambini, prima o poi
capita qualcosa, il più delle volte sparisce. Una volta ho
conosciuto un tale giù nella Zona Franca, un tipo enorme che
si faceva chiamare Gulliver, era un declassato, ma a suo
tempo sembrava che contasse molto nel primo livello.
Pesava più di duecento chili, aveva preso una malattia che lo
costringeva a dormire quasi in continuazione, persino in
piedi. Questo Gulliver diceva che se fosse venuta fuori la
storia di questi bambini dei vaganti, dei bus spariti eccetera,
sarebbe successo un bel pandemonio nelle alte sfere. Roba
che in confronto lo scandalo dei vestiti blu diventa un furto
in supermercato.
«Un giorno tornerò di sopra e farò scoppiare la grana,
diceva, ma non l'ha mai fatto. Credo che sia morto, deve aver
dormito tanto che alla fine è morto.
Secondo Iskra uno che doveva sapere quasi tutto
sull'argomento era uno stanziale di Pesteville, un avvocato.
— Come sarebbe un avvocato? — disse Degrado.
— È un avvocato vero — disse Iskra — abilitato al
patrocinio in tutte le Corti della Megalops Euro-Occidentale.
«Si è messo con noi vaganti perché è disgustato di come
vanno le cose con quelli di sopra. Dieci anni fa era sempre in
movimento da una metropoli all'altra per togliere qualcuno di
noi dai guai. Ora è invecchiato, si muove soltanto per casi
eccezionali.
«Anche oggi però se a qualcuno di noi capita una grana
veramente grossa, si fa tagliare i capelli, si ripulisce tutto, si
mette un vestito bellissimo, dovresti vederlo come si
trasforma, va di sopra, si piazza in uno dei migliori alberghi,
poi il giorno del processo piomba nella Corte di giustizia, in
mezzo a tutta quella spocchieria, con almeno cinquanta
vaganti cenciosi che gli vanno dietro per fare il tifo. È
bravissimo, parla cinque lingue e qualche volta la spunta.
— Dovrei vedere questo avvocato — disse l'Insistente.
— Ci vorrà un po' di pazienza, non è semplice ottenere un
appuntamento — rispose Iskra.

— Io non avrei voluto riceverla, ma la ragazzina qui ha


molto insistito, è molto simpatica questa ragazzina. Sono
anni che non vedevo più la grinta di un Insistente, non ho
mai avuto bisogno di Insistenti io e quelli che mi cercavano
il più delle volte li ho messi alla porta, quando stavo di
sopra.
Iskra aveva guidato Degrado nel labirinto da città araba
delle capanne di mattoni crudi in una abitazione un po' più
alta delle altre. Avevano fatto una rampa di scale al buio fino
ad una terrazza in pieno sole dove sotto una tettoia di stuoie,
avviluppato in un gabliah che era stato bianco, semisdraiato
su un tappeto di cuscini, l'avvocato mangiava pescando con
le dita da una ciotola grande come un catino dei pezzetti di
roba unta.
— Così lei è uno che si consuma le scarpe sulle scale dei
palazzi per guadagnarsi da vivere — continuò l'avvocato. —
Come mai è arrivato a Pesteville? Non lo sa che è
pericoloso? Che qui c'è radioattività superiore di tre punti
rispetto al consigliabile?
Salvo il movimento delle mascelle e il gesto di pescare il
cibo l'avvocato era quasi immobile. E puzzava.
Dietro un paio di lenti spesse e nerissime e sotto lo
schermo di un cappellaccio altrettanto scuro non era
possibile seguirne lo sguardo. Si faceva fatica a intenderlo
perché parlando continuava a masticare.
Tuttavia l'Insistente si sentiva a disagio come in uno di
quegli studi faraonici della Megalops dove si affonda nella
moquette fino alle caviglie. Era chiaro che quest'avvocato ci
teneva ad accentuare l'enorme distanza fra la sua professione
ed il ruolo di Degrado.
— Del resto non vedo perché dovrei aiutarla. Non è un
vagante lei. Il suo caso non mi interessa.
Degrado accennò ad una replica, ma fu bloccato da un
gesto.
— Per piacere stia zitto. Mi risparmi le sue perorazioni. So
già quello che vuol dire: che si tratta comunque di un fatto
che riguarda i vaganti. La ragazzina qui mi ha già accennato
al problema e non mi meraviglia che non sia arrivato a capo
di nulla. Non è una cosa all'altezza delle sue capacità e delle
sue possibilità professionali. Lasci perdere tutto: è meglio
per lei e per il suo cliente.
Questa volta l'Insistente, offeso, si fece sentire: — Mi è
già stato detto questo. E sempre per il mio bene. Ma anche
quel tipo là credo che avesse paura, in fondo.
L'avvocato restò a bocca aperta e ributtò nel catino con un
gesto di stizza il boccone che aveva appena preso. Si asciugò
i baffi e le dita a quella specie di lenzuolo a due piazze dal
quale era mezzo affogato.
— Stia attento a come parla, lei. — Guardò severamente
dalla parte di Iskra. — Spero che prima di venire da me avrà
preso qualche informazione sul mio conto. Avrà avuto
questa accortezza, voglio sperare.
— Sissignore — disse Degrado, — e mi è stato detto che
lei sa qualcosa che mi potrebbe essere utile e non capisco
perché non me ne debba parlare. Che le costa? Dal posto
dove si trova non dovrebbe aver paura di nulla, almeno lei.
— È così difatti. Una ragione per cui mi trovo qui è
proprio questa. Posso evitarmi qualsiasi prudenza. Ma non
mi interessano le sue utilità. Dica una sola ragione valida per
cui io dovrei aiutarla a giustificare il suo onorario. Vi
conosco voialtri. Conosco la categoria, voglio dire: il più
delle volte vi fate pagare per pestare l'acqua del mortaio;
tutto quello che siete capaci di fare è di allungare la lista
delle spese. Perché non si comporta così anche lei?
— Anche questa soluzione mi è già stata suggerita. Ma
non è il mio stile. Se fosse il mio stile non sarei arrivato fin
qui.
«L'ha detto anche lei che è pericoloso. Potrebbe
riconoscermi un certo rischio, quanto meno.
Degrado stava bluffando nella speranza che Iskra non
avesse detto all'avvocato le circostanze fortuite che l'avevano
portato a Pesteville.
Iskra era stata riservata sul punto, perché il legale parve
raddolcirsi.
— Vediamo un po' — disse con più garbo, — sarebbe una
mosca bianca, lei? Un incontro con un Insistente onesto è un
fatto eccezionale e merita di essere festeggiato. Volete una
birra? Ma perché state in piedi, sedetevi!
La terrazza era completamente spoglia; Iskra e Degrado si
guardarono intorno. L'avvocato spostò il corpo sfilando un
paio di cuscini che gettò ai due. L'odore pesante si avvicinò
notevolmente; i visitatori si sistemarono.
— Maometto! — chiamò l'avvocato.
Dalla scala si affacciò la testa riccioluta di un ragazzo sui
sedici anni, bellissimo, un sorriso largo sulla faccia scura, gli
occhi umidi e brillanti.
— Vieni qui, fatti vedere — il legale si era trasformato,
senza gli occhiali mostrava due occhi appassiti e lacrimosi,
sorrideva tutto tenero lisciandosi i baffi spioventi — Saresti
così gentile da portarci tre birre, carino? «Molto fredde e non
ti scomodare per i bicchieri, siamo amici, vero?
— Ma certo — disse il ragazzo voltandosi flessuoso verso
la scala.
— Impagabile, è semplicemente impagabile — commentò
con aria sognante il principe del foro dei vaganti, — non so
che cosa farei senza di lui.
Il ragazzo portò le birre, di qualità eccellente e ghiacciate
al punto giusto; ci furono sorrisi, sguardi teneri e
ringraziamenti dell'avvocato che fece saltare i tappi e tirò giù
una sorsata imbiancandosi i baffi di spuma, dopodiché si
riadagiò sui cuscini inforcando di nuovo gli occhiali e
riprendendo la posa regale di prima.
— Vede — disse all'Insistente, — la sua, chiamiamola
così, indagine, arriva in un momento molto, molto delicato.
Se lei fosse venuto da me un mese fa, le avrei imposto di
abbandonare, perché non si sa mai, una sua iniziativa
avrebbe potuto essere di danno.
«E mi avrebbe obbedito, non dubiti: avrei trovato degli
argomenti che l'avrebbero costretta ad ubbidirmi. Ora le cose
sono cambiate e non credo che lei possa peggiorare la
situazione.
Degrado fece per intervenire ma fu interrotto da un gesto
perentorio.
— Non mi faccia perdere il filo, per piacere. Mi sono
occupato del problema molto prima che al suo cliente
venisse la curiosità di sapere che cosa aveva provocato la
sparizione di quelle sue parenti. Fra parentesi quel signore si
è comportato molto ingenuamente, facendo affidamento su
un antico prestigio di cui oggi nessuno si ricorda più.
È mancato poco che il suo intervento non pregiudicasse il
mio lavoro.
«Non si può agire in modo dilettantesco in certi affari
della metropoli. Si rischia di rimanere schiacciati prima
ancora di aver fatto un passo. Per farla breve io ho atteso di
avere tutte le informazioni necessarie e quindi mi sono
mosso ai livelli giusti, una parola qui ed una là, cautamente,
un contatto dietro l'altro, una segnalazione ufficiale a chi di
dovere eccetera, insomma ero quasi riuscito a bloccare
l'affaretto più disinvolto che siano mai riusciti a mettere in
piedi quella manica di farabutti là sopra. Si tratta di una cosa
molto, molto sporca capisce, difficile da riferire senza
imbarazzo.
Ancora una volta Degrado fece per dire qualcosa, ma
l'avvocato lo zitti: — Le ho detto di tacere! Che ha da dire,
lei? Ci sta in mezzo, se non sbaglio, vero? E ha persino il
coraggio di accennare ad una mia possibile connivenza! Per
aver fatto questo gran tuffo dall'altra parte dello specchio, nel
mondo alla rovescia le sembra di essere chissà che lottatore.
«Cos'è un Insistente? Una sottospecie di mediatore, mi
corregga se sbaglio. Anzi, direi un consolatore. Una mezza
tacca che consola altre mezze tacche delle prepotenze di un
gruppetto di buongustai.
Questa volta Degrado riuscì a tirar fuori la voce, punto sul
vivo.
— Tenga presente che sono qui da un quarto d'ora e che
tutto quello che sono riuscito a sapere è che qualcuno nella
metropoli usa cuccioli di vaganti per affari poco puliti. Sono
solo un raccatta-merde, una mezza tacca come dice lei, ma
questo l'avevo capito da un pezzo. Un po' più recentemente
sono stato informato che se l'ignoto movimento si risapesse
fuori da una ristretta cerchia di persone che sanno tutto
benissimo, ma che fanno i misteriosi, potrebbe venirne fuori
un bello scandalo, con ripercussioni anche politiche.
Facendo quello squallido mestiere con il quale mi guadagno
da vivere da quindici anni, le sembrerà strano dato il mio
scarso livello, ma una cosa l'ho imparata anch'io; che cioè di
affarucci disinvolti nella Megalops se ne fanno a centinaia e
tutti vanno avanti benissimo. Per la maggior parte sono stati
legalizzati e molta gente, specialmente quelli che contano, se
ne occupano con grande soddisfazione e non hanno nessun
interesse a nascondersi.
«Se questa faccenda è così grossa da tenere sulle spine
qualche pezzo da novanta, quello che non capisco è perché
una persona come lei abbia fatto i suoi passi con tanta
cautela e così silenziosamente, soprattutto. Io non pretendo
di essere un lottatore, su questo non si è sbagliato, non so
bene neppure io perché mi sono fatto trascinare in questa
storia, sono il primo ad ammettere di non essere all'altezza.
Ma per l'esperienza che ho io neppure la sua è una categoria
di lottatori. Non vi ho mai visti combattere molto; almeno,
gli avvocati che ho conosciuto considerano i giudici come
degli intoccabili, salvo fare con loro transazioni di tutti i
generi.
L'Insistente accennò verso Iskra che seguiva la
conversazione con l'aria di non divertirsi molto, tanto che
con gli occhi chiusi sotto il sole sembrava essersi
addormentata.
— Mi è stato detto che lei è diverso. Del resto è un fatto
che si nota: lei ha fatto il salto, non ci sono dubbi. Si è messo
in una posizione diversa; ho accennato alla paura molto
genericamente, senza nessun riferimento alla persona. Sono
stato frainteso.
«Ma se è così, e non ho ragione di dubitarne, perché
almeno lei non si mette a parlarne in giro di questo sporco
affare?
— A chi?
La domanda prese l'Insistente di sorpresa. — Come
sarebbe a chi?
— Sì, mi dica a quali persone dovrei andare a raccontare
quelle tre o quattro cosette che conosco. Dovrei cominciare
da lei, per caso?

— Anche noi mezze-calze leggiamo i giornali e


guardiamo la tv; di tanto in tanto ci chiamano per andare a
votare. Se questa faccenda è quello schifo che dice lei...
— Mi stia a sentire, le ho detto! La finisca con queste
banalità da quattro soldi! — L'avvocato si era tolto gli
occhiali e fulminava Degrado con lo sguardo che di norma
dedicava ai giurati delle Corti Supreme.
— Le mezze tacche e tutti quanti siete, là sopra, la
capacità di scuotervi l'avete persa da un pezzo, compresi quei
cinque o sei mandarini illuminati pieni di boria che da anni
non sanno fare altro che piangere in greco!
«Se penso a tutti i discorsi fatti all'epoca della legge sulla
schiavitù! Salvo quei pochi che ebbero almeno il pudore di
tacere, nel coro degli esegeti ci fu chi disse che la
dichiarazione con la quale ciascuno può vendersi al miglior
offerente rappresentava la massima manifestazione della
libertà individuale! In tutti questi anni in cui si è fatto in
quattro per leccare le scarpe a qualche funzionario di grado
infimo, non è riuscito a rendersi conto di quanto sia enorme
la spugna che usano quei signori: riescono ad asciugare le
sudicerie più fetenti. Le denunce! Gli scandali! La pubblica
riprovazione! Ma non ha capito che sono programmati!
Servono a scremare, se ne renda conto! Ci rimette le penne
qualcuno che è già bollito da un pezzo e tutto torna al suo
posto.
«L'unico meccanismo che funziona è quello del potere
contro il potere. Dare uno strumentino in mano a qualcuno
per aiutarlo a togliere di mezzo qualcun altro, ecco che cosa
bisogna fare, e senza prendere il megafono.
«È così che ho fatto io, fino a questo momento.
«Si figuri che questa volta era bastata la paura. Quelle
transazioni erano così esclusive da aver l'aria di un vizietto
personale: qualcuno si sentiva un po' in colpa per questo.
«Un po' bluffando, un po' facendo sul serio ero riuscito a
mettere l'alt.
L'avvocato si grattò la testa, sospirando, poi si lisciò i
baffoni sotto il naso piccolo e a ballotta, da bambino.
— Ma adesso la faccenda è passata di mano. Ho avuto
questa informazione il mese scorso. L'affare è stato rilevato
da un tale che conosco anche troppo bene. È stato mio
cliente agli inizi della sua ascesa, quando avevo dei clienti
nella metropoli, uno studio avviato e tutto quanto serve per
essere rispettabile.
«Questo Signore, quando ho cominciato ad occuparmi dei
suoi affari, usciva fresco fresco dalla pensione dove era
ospite a spese della metropoli. L'ho tirato fuori io di là.
«AI suo attivo aveva un mucchietto di soldi nascosti da
qualche parte, qualche lezioncina imparata là dentro e un
pelo sullo stomaco così duro da farci le spazzole. Non è
possibile immaginare come fosse grezzo, ignorante e
taccagno. Le regole necessarie per farsi largo gliel'ho
insegnate io, una ad una.
«Anch'io ho imparato qualcosa da lui, una lezione per cui
il contatto diretto con persone come lui alla fine mi ha
stremato. Cerchi di capirmi, non è una questione di morale.
Quel tale, vede, fin da quando era un ragazzotto ed andava in
giro a vantarsi delle sue origini modeste, è afflitto da una
malattia mortale.
«Si porta addosso la noia, quella assoluta, senza strappi: è
come se fosse un macigno o un pezzaccio di ferro
arrugginito. Il tragico è che si tratta di una malattia
contagiosa, a lungo andare ho capito che ne sarei stato
coinvolto.
«Insomma adesso è lui che guida il ballo, con tutti i suoi
mezzi, con la sua prepotenza e con il suo geniaccio, perché è
intelligente, disgraziatamente.
«E così ora non resta che affrontarlo testa contro testa.
Trascinarlo in un processo, fare in modo che gli saltino
addosso tutti i nemici e tutti gli avversari che ha, perché ne
ha diversi. Ma non è una cosa facile.
«Non credo molto alla sua specializzazione, come le ho
già detto, e per quanto riguarda la sua persona, non ho il
piacere di conoscerla. Ma se ci tiene, se è veramente
interessato a guadagnare il suo onorario, qualcosa potrebbe
fare anche lei. Negli ultimi tempi mi muovo con una certa
difficoltà, potrei anche accettare la sua collaborazione...
— La ringrazio dell'offerta, ma non ci tengo — disse
Degrado, — sembra che io non sia neppure all'altezza di
ricevere un'informazione, si immagini se posso inserirmi in
un lavoro così complesso.
Il legale guardò con un sorriso maligno verso Iskra che
aveva aperto gli occhi e che sembrava attenta, ora.
— Che ti avevo detto, ragazzina? Dice un poeta che la
terra che ha bisogno di eroi è disgraziata, ma io resto del
parere che quella che non ne ha affatto sta ancora peggio.
Fra l'avvocato e la ragazza c'era una latente complicità di
casta. Degrado ancora una volta si sentì manovrato: si finiva
sempre per tentare di fargli fare quello che non voleva. In
questa occasione c'erano in più gli occhi di Iskra che lo
fissavano ironici e delusi.
— Non so ancora di che si tratta — disse, — e dovrei
mettermi a fare il galoppino! Un processo! A chi? E su quali
prove? E per quali reati?
— Lei non farà il galoppino di nessuno e io non sarò
l'informatore di un Insistente qualsiasi. Vorrà scusarmi, ma
le ho già dedicato un tempo eccessivo. — Il tono
dell'avvocato non ammetteva repliche. Degrado fece un
ultimo disperato tentativo.
— Ho capito. La musica non cambia neanche in questo
villaggio: mai disturbare il manovratore. Ho avuto il piacere
di conoscere un addetto ai lavori un po' più eccentrico degli
altri. Tutto deve restare comunque nel Grande Giro.
«Se lassù in Città ci fosse un orco che ruba i bambini di
notte per mangiarseli nel suo antro, nessuno avrebbe il diritto
di saper nulla...
La risataccia dell'avvocato sorprese Degrado che tentava
con fatica di tirarsi su dal cuscino fetente, e che ricadde a
sedere, mentre il legale, abbandonato all'indietro, rideva a
gola piena, con le lacrime che si appiccicavano sui peli della
barba incolta.
— Nell'antro, dice lui! — L'avvocato si strangolava dal
ridere.
— Una serie di ristorantini esclusivi, luci di candela,
musica classica, camerieri impeccabili, li chiama antro!
Com'è che ha detto? Se ci fosse un orco in città... ah! ah! ohi,
ohi, ohi, c'è da morire dal ridere, accidenti a lei!
Degrado sentì un groppo di nausea bloccargli lo stomaco.
Iskra aveva spalancato gli occhi e fissava impietrita
l'avvocato che continuava a ridere singultando.
CAPITOLO NONO

Il Signore Dei Vetri distese le mani sul tavolo, si guardò le


unghie curatissime, discretamente laccate di rosa, strizzò gli
occhi, sbuffò cercando la concentrazione, fece girare per
tutta l'assemblea uno sguardo gravido di serietà.
— Per la prima volta mi sono imbarcato in un affare
sballato. Ho fatto una transazione che è un passo falso per
due motivi. Di che cosa si tratti, l'avete davanti a voi, in una
cartella che vi prego di leggere, di memorizzare e di
consegnare alla segretaria.
Il Signore Dei Vetri socchiuse le grosse palpebre gonfie e
rimase con pazienza ad aspettare che le teste chine si
risollevassero.
La segretaria fece il giro del tavolo, prelevò sei foglietti,
poche righe dattiloscritte, le mise in un inserto di marocchino
che portò al principale, il quale vi poggiò sopra le mani come
un sigillo.
— Per essere più esatti — continuò il grassone dopo la
pausa, — le ragioni per le quali l'affare è il peggiore della
mia vita, sono tre.
«La prima è intuibile: si tratta di un movimento bloccato.
Così com'è in questo momento, è come se avessi rilevato un
purosangue da corsa sfinito, una miniera esaurita, il biglietto
di una lotteria che non è stato estratto.
«La seconda è che si tratta di un affare illegale: in questo
modo ho tolto, senza alcuna prospettiva di utili, una patata
bollente dalle mani di chi ce l'aveva e che stava cominciando
a bruciarsi.
 «Rischio così di restare con la sola scottatura: credo che
abbiate tutti presente lo scandalo dei vestiti blu. Quello che
avete letto è sufficiente per farvi capire che questo può far
nascere una situazione peggiore. Inoltre l'operazione
contrasta con la mia linea.
«Voi tutti sapete che sempre, insisto, sempre, senza
eccezioni, ho fatto in modo di superare l'ostacolo della
illegalità prima di concludere l'affare. Intendo dire che in
passato senza badare ai costi ho agito sull'istituzione
modificandola, e solo successivamente mi sono imbarcato
nell'operazione.
«Posso dire che se la Megalops ha oggi certe leggi
avanzate, questo si deve alla mia preveggenza. Quelli che
sono con me da diversi anni sanno quel che intendo dire. Per
gli altri sarà sufficiente ricordare il testo unico sui beni
immobili degli anziani, la legge sul riciclaggio degli schiavi
e dei cani, i regolamenti sulle scorie radioattive, il corpus
legum sull'utilizzazione alimentare dei rifiuti solidi, il nuovo
elenco delle droghe liberalizzate.
«Questa volta è diverso. Non esagero se affermo che si
tratta di un vero e proprio salto nel buio.
«Il terzo motivo è il più grave.
A questo punto il Signore Dei Vetri fece una lunga pausa e
si guardò le unghie con imbarazzo, come se si vergognasse a
proseguire. Sospirò e riprese.
— Se in questo caso ho agito con precipitazione è perché
mi sono lasciato guidare da motivi di carattere personale. Il
che è l'errore più grave che si possa commettere in affari.
«Fino a una settimana fa facevo parte di una ristrettissima
cerchia di utenti. Soltanto da questo limitato punto di vista
mi interessavo della cosa; devo dire che un certo margine di
clandestinità contribuiva ad aumentarne il fascino. E questo
è un motivo per il quale non avrei mai pensato di assumere la
paternità del movimento. Non sarei arrivato dove sono
arrivato se non avessi avuto il culto della pulizia negli affari.
«Disgraziatamente qualcuno ha fatto valere la sua male
attribuita autorità per mettere l'alt. Avete letto già a chi mi
riferisco. Ma di questo problema, parleremo dopo.
Il Signore Dei Vetri fece un breve gesto con la mano come
se allontanasse una mosca. La sua voce aumentò di tono,
lasciando trapelare il risentimento.
— Io disprezzo i piaceri che offre questa Città. Disprezzo
la loro trivialità, la loro banalità. Non posso neppure dire di
esserne assuefatto, perché non sono mai arrivato al punto di
contrarre abitudini.
«Salvo che per questo godimento innocuo, non dannoso
alla comunità, anzi, persino utile, a ben guardare. Non avrei
mai pensato che qualcuno, non so bene se per moralismo o
per pusillanimità, arrivasse al punto di inibirmi l'unica
distrazione che da anni ormai mi offre la vita noiosa di
questa megalopoli. Che sciocchezza! Che totale imbecillità!
«Ho perso la calma, ecco tutto. Ho avvicinato chi di
dovere e ho comprato tutto. Ho comprato il brocco sfinito.
Ora mi trovo in un'impasse. O abbandono e ci rimetto la
faccia, oltreché quello che ho speso, o corro l'unico rischio
serio della mia carriera.
«È per questo che non sono sereno. Perché è la prima volta
che mi trovo con le spalle al muro per una ragione personale.
Dalla mancanza di freddezza deriva la mancanza di idee.
Questa è la ragione per la quale vi ho convocati. Non come
in passato, perché mettiate le gambe ad un mio geniale
disegno.
«Questa volta l'idea geniale deve nascere da voi.
«Voglio sentire il vostro cervello TIC-CHET-TA-RE,
letteralmente! Ho fatto chiudere a chiave questa camera di
consiglio, nessuno uscirà di qui fino alla soluzione finale.
Procedimento consueto, cioè idee libere, senza schemi, senza
inibizioni, senza paura di salti logici, senza timore
dell'assurdità o della gratuità. Mettiamoci al lavoro.
Ci fu un lungo silenzio. Gli esperti a testa bassa, si
lanciarono l'un l'altro di straforo sguardi imbarazzati.
Il primo a rompere il ghiaccio con un sorriso maligno sul
viso, fu l'esperto di economia.
— Dico una banalità — esordì, — ma che ne pensa la
nostra Turandot? Perché non affidare a lei il problema? Ne
scriviamo i termini su una scheda, un paio di sibili musicali e
stiamo ad aspettare la risposta.
— L'abbiamo già fatto, naturalmente — rispose l'esperto
di informatica.
— Ah sì — finse di meravigliarsi l'esperto di economia,
che invece lo sapeva benissimo. — E che è venuto fuori?
— Be' — tergiversò l'esperto di informatica, visibilmente
sulle spine, — la risposta c'è stata, ovviamente, ma non è
chiara.
— Come sarebbe — continuò l'esp-economico, girando il
coltello nella piaga e dilatando il sorriso maligno. — È un
po' singolare che un computer dia risposte non chiare, non
trova?
— Gli legga quello straccio di risposta, e facciamola
finita! — intervenne il principale.
L'esp di informatica si schiarì la voce mentre tirava fuori
di tasca un talloncino di carta.
— Bene, lei ha detto questo: PREGO IL LETTORE DI
OSSERVARE CHE IO CALCOLO QUESTA MEDICINA
PER QUESTO SOLO ED UNICO REGNO D'IRLANDA, E
PER NESSUN ALTRO CHE SIA MAI ESISTITO, ESISTA
O DEBBA MAI ESISTERE SULLA TERRA. PERCIÒ
NON MI VENGANO A RACCONTARE ALTRI
ESPEDIENTI: TASSARE QUELLI CHE SI ASSENTANO
PER CINQUE SCELLINI LA STERLINA, (altri
tossicchiamenti) NON USARE NÉ VESTITI
NE MOBILI DI CASA, SE NON QUELLI CHE SIANO
DI NOSTRA PRODUZIONE E FABBRICAZIONE;
RESPINGERE DEL TUTTO I MATERIALI E GLI
STRUMENTI CHE INCORAGGIANO IL LUSSO
FORESTIERO; SANARE LA DISPENDIOSITÀ
DERIVATA DALL'ORGOGLIO, DALLA VANITÀ,
DALLA PIGRIZIA E DAL GIUOCO DELLE NOSTRE
DONNE; INTRODURRE UNA VENA DI PARSIMONIA,
PRUDENZA E TEMPERANZA; INSEGNARE L'AMOR
PATRIO, IN CUI NOI DIFFERIAMO PERFINO DAI
LAPPONI E DAGLI ABITANTI DI TOPI-NAMBÙ.
— Molto edificante — disse l'economista, — ma che cosa
c'entra?
— Be' io credo che un senso ce l'abbia. Ho elaborato
un'altra scheda, comunque.
— Basta! — s'infuriò il Signore Dei Vetri. — Non venite
più a parlarmi di quella caffettiera! Occupa due piani di uno
dei miei immobili più belli e meglio esposti. Non so quanti
tecnici pago perché le stiano intorno a leccarla, a lustrarla, a
bisbigliarle paroline come se fossero in Chiesa, tutti pieni di
reverenza e di premure. E quando nasce un problema serio,
se ne viene fuori con gli enigmi. Lei è già avvertito: se capita
un'altra volta mi faccio sotto a quella specie di abbazia con
un martello. E quanto agli abati, li mando tutti a spasso!
— Mi permetta — obiettò timidamente l'informatico —
ma le osservazioni di Turandot sono tutte ricavate da
materiale storiografico. Tutte cose, intendo dire, improntate a
una certa eticità, almeno per la maggior parte. Ora, la
soluzione di certi problemi un po' spinosi, è affidata in linea
di massima ad una tradizione orale, che ci è stato difficile
farle memorizzare.
«Perciò Turandot manifesta talvolta una certa inibizione,
come una ragazzina beneducata, se mi è consentito rendere
così l'idea...
— E allora infilatele nel culo l'opera omnia del Marchese
De Sade! — s'infuriò nuovamente il principale. — Che me
ne faccio io di una ragazza di buona famiglia!?
— Non andremo avanti molto, in questo modo, — disse
l'esperto di marketing.
— Mi dispiace di aver stuzzicato questo vespaio —
sospirò ipocritamente l'economista.
— Sembra una citazione — disse quasi fra sé l'esperto di
storia, arte e letteratura.
— Bene — riprese l'esp d'economia, — lavoriamo sul
serio, ora: i rischi nascono da certi legami naturali che è
difficile, se non impossibile, interrompere silenziosamente.
Penso che siate tutti d'accordo su questo.
«Allora io dico: perché non affrontare il problema alla
fonte? Quando una materia prima è difficile da contrattare, o
ha dei costi troppo alti, che cosa si fa in generale? Se ne
gestisce la produzione, mi pare, non è vero? Non mi
nascondo che nel caso particolare il problema presenti delle
peculiarità. E qualche difficoltà, di notevole livello, ma non
insormontabile.
«Non manca neppure qualche esempio storico in materia.
Potrà darne conferma il dottor Khann: nella Germania
nazista se non sbaglio, vennero creati dei campi per la
produzione della pura razza ariana.
— Nel millenovecentotrentasette per l'esattezza, si sa
dell'esistenza di un campo nei pressi di Monaco. Era
organizzato in questo modo...
L'esp di storia e letteratura stava per lanciarsi in uno
sfoggio di erudizione.
— È tutto chiaro — lo bloccò il Signore Dei Vetri —
siamo qua per trovare un'idea, non per giocare ai topi di
biblioteca.
— Se ho ben capito — disse l'esp di marketing, — lei
proporrebbe di mantenere dei riproduttori e delle fattrici,
utilizzandone poi il prodotto. Ha calcolato il costo?
— Non è soltanto una questione di costi — disse l'esperto
legale, — il fatto è che una soluzione del genere non ci porta
avanti di un passo nella direzione che ci siamo proposte, che
è quella di risolvere il problema della legalità.
— Forse ci sono — disse l'esperto di medicina e
psichiatria, — è un'idea ancora informale, ma può
funzionare, credo. Fatemi pensare.
Tirò fuori dal taschino un fazzoletto e si mise a pulire
energicamente gli occhiali.
— Sputi! — esclamò il Signore Dei Vetri. — Non ho
tempo!
— Ecco qua: negli ultimi tempi sono stati scoperti nove
virus che provocano altrettante malattie infantili. Tutte
queste infezioni sono mortali: mi riferisco al virus di
Ghinulfi, volgarmente detto neo-morbillo, che provoca la
completa paralisi dei centri nervosi; poi al virus di Alan e
Kadzin, che provoca una sintomatologia simile a quella dei
cosiddetti orecchioni e determina una improvvisa emorragia
cerebrale con esito altrettanto infausto.
— Lasci perdere gli altri sette virus — disse il Signore Dei
Vetri, — venga al sodo.
— Bene — rispose l'esp di medicina — potremmo
scoprirne uno noi. Non veramente, intendo dire. In pratica il
meccanismo potrebbe essere questo: la massima autorità
della nostra Fondazione per la Sanità Pubblica accerta
l'esistenza di questo virus, cioè, noi glielo facciamo scoprire.
Dopodiché un altro sanitario illustre scopre che quello stesso
virus provoca una alterazione del sangue: in questo campo
non c'è che da scegliere, negli ultimi due anni nei soggetti al
di sotto dei cinque anni ne sono state scoperte ben
settantatre.
«A questo punto facciamo risultare scientificamente che
quella certa alterazione è prova sicura dell'affezione virale. È
qui che agendo sulle nostre aderenze nel Servizio di
Sicurezza Sanitaria, si tratterebbe di fare applicare la
trecentosette. Cioè la legge detta del Vaccino integrale.
«Sapete come funziona: per evitare il rischio del contagio,
verrebbe applicata l'eutanasia a tutti i soggetti che
risultassero portatori di quell'alterazione. Ed ecco risolto il
problema della materia prima nella più totale legalità.
— È un po' rischioso — disse l'esperto legale — ma con le
debite precauzioni può funzionare. Se qualcosa andasse
storta, anche il più serio dei clinici, può sbagliare. È piuttosto
difficile dimostrare la colpa di un medico. La giurisprudenza
costante li copre fino all'errore inescusabile. Quanto al dolo,
ci sarebbero dei problemi di prova insormontabili. In linea di
massima mi sembra una soluzione adeguata.
— Un corno, adeguata — disse l'esp di marketing, — è
un'idea assurda. Assolutamente irrealizzabile. Si tratterebbe
di immettere nel mercato dei soggetti che si saprebbe colpiti
da una malattia. E contagiosa, per giunta.
— Ma che c'entra — disse l'esp di medicina, — avremo
cura di informare che si tratta di una malattia infantile che
lascia immuni gli adulti.
— Ma cerchi di capire. Sto parlando di un problema di
mercato. La mangerebbe lei una gallina morta di malattia?
— Ha ragione lui — disse il Signore Dei Vetri indicando
l'esp di marketing. — L'idea è da scartare.

— Siamo arrivati a un punto morto, mi pare.


La battuta dell'esp di informatica esprimeva lo scoramento
generale. A questo punto il legale tentò di superare l'impasse
con qualche osservazione teorica.
— Il nostro sistema, dirò meglio, la nostra civiltà, è basata
sulle differenze sociali. Che nella nostra epoca hanno
assunto un aspetto di tipo logistico. Voglio dire che l'alto e il
basso non sono più una metafora, ma corrispondono ad una
collocazione urbanistica reale. In breve la verticalità non è
soltanto un principio geometrico o simbolico o
architettonico, ma corrisponde anche ad un principio
giuridico di applicazione piena o di attenuazione, se si
scende in linea verticale nella dimensione della megalopoli,
e dei diritti.
«Non dobbiamo dimenticare, e mi sembra che finora sia
stato fatto proprio questo, che abbiamo il compito di
risolvere un problema giuridico.
«Ebbene, nello sviluppo delle operazioni secondo i criteri
della passata gestione, è appunto questo principio della
verticalità che non è stato sufficientemente seguito. Si è
preferito agire, almeno in parte, trasversalmente.
«L'errore consiste nell'avere confuso il fatto che i vaganti
per il loro perenne girovagare sfuggono a qualsiasi regola,
con il fatto che essi sarebbero nella loro globalità e come
categoria, totalmente privi di diritti.
«È sì vero che l'estrazione sociale della stragrande
maggioranza di loro, appartiene ai livelli più bassi,
addirittura oltre il limite della Zona Franca (e sull'uso
improprio di questa definizione ci sarebbe molto da dire), ma
è altrettanto vero che, almeno in parte, essi sfuggono a
qualsiasi classificazione.
«È da questo equivoco che sono scaturiti quegli incresciosi
incidenti che, a quanto ho letto nella relazione che ci è stata
fornita, hanno provocato lo sfinimento del cavallo da corsa...
Per usare il felice paragone di chi ci ha qui riuniti.
Il legale rivolse un viscido sorriso al principale,
cercandone il consenso.
— Ecco: l'errore sta nel fatto che i prelevamenti della,
diciamo così, materia prima, sono stati realizzati in modo
esclusivo tra i vaganti.
«La probabilità di incappare tra di loro in alcuni soggetti
titolari di diritti sta in una percentuale infima, ma, sia pure in
questa limitatissima misura, esiste.
«Gli incidenti che sappiamo sono nati da questa incognita,
da questa X che corrisponde sostanzialmente ad un errore
giuridico. È dalla constatazione di questo errore che
dobbiamo muoverci.
Il Signore Dei Vetri evitò di soffocare uno sbadiglio.
— Istruttivo — disse. — Molto. Ma cerchiamo di arrivare
al nocciolo. Noi stiamo cercando il sistema per fare
approvare una legge. Diciamo che questa legge non
riguarderà i vaganti. Va bene, ci ha convinto. I vaganti sono
una piaga, forse la peggiore. Si meriterebbero questo e altro,
ma, qui ha ragione l'avvocato, sono sfuggenti.
«Niente vaganti, allora. Una categoria diversa. Il
problema, però, è soltanto spostato. Più ci penso e più mi
convinco che da un punto di vista istituzionale la soluzione è
quasi impossibile. C'è tutta una stupida retorica sui cuccioli.
E più piccoli sono e più commovente è questo tipo di
letteratura.
«Ora, come si fa a convincere organi di stampa,
amministratori, politici e tutto questo insopportabile genere
di persone, che dovrebbe essere dichiarato giusto e legale
prendere dei bambini eccetera?
Da un certo irrigidimento nell'uditorio il Signore Dei Vetri
si rese conto dell'imbarazzo generale.
Batté un pugno sul tavolo.
— È di questo eccetera che dobbiamo parlare, no? Cercate
di essere meno schizzinosi, ma più concreti. Non abbiamo
cavato un ragno dal buco, finora.
Da qualche tempo l'esperto di storia, arte e letteratura si
stuzzicava il pizzetto debole da intellettuale, faceva ghirigori
sul foglio che aveva davanti, guardava in alto, si toglieva e si
rimetteva cento volte gli occhialetti tondi cerchiati di acciaio.
Si dimostrava insomma molto più tormentato del
consueto. L'ultima battuta del principale aveva creato una
certa tensione. Ognuno sentiva approssimarsi una delle sue
famose sfuriate culminanti in una minaccia di licenziamento
in blocco.
Anche per questo tutti sobbalzarono a un urlo emesso
dall'esp di letteratura.
— Ha ragione Turandot!
Con aria ispirata si batteva il palmo della mano sulla
fronte, come se volesse punirsi.
— Mi sembrava di avere detto — cominciò il Signore Dei
Vetri con la calma che precede la tempesta, — che se
qualcuno mi rammentava ancora quel ferrovecchio...
— Prego, prego, mi lasci finire — disse l'esperto letterario.
— Non se ne pentirà. Di che cosa abbiamo bisogno, noi? Di
qualcosa di confortante per il pubblico e per tutte quelle
persone che ha menzionato dianzi. Per meglio dire di
un'autorità che con la persuasione, il prestigio
dell'esperienza, del consolidato ed indiscutibile valore
intellettuale e morale, con quella saggezza e quella forza cioè
che solo il passato e la storia possono dare e con la
convinzione che viene dalla scienza, dica che ciò che stiamo
per intraprendere è proprio quello che occorre, un toccasana
per risolvere molti problemi della comunità, altrimenti
insormontabili.
«Ebbene, questa autorità — continuò enfaticamente —
esiste! E Turandot, poverina, ce l'aveva indicato!
L'esperto letterario era lanciato. La sua presenza nello staff
di cervelli riuniti dal Signore Dei Vetri avrebbe dovuto
rappresentare il potere dell'immaginazione. Il suo momento
era quello in cui si passava dalla logica e dalla tecnica
scientifica alla fantasia. Ciò veniva considerato, ma soltanto
molto astrattamente e molto ipoteticamente, produttivo di
possibili risvolti positivi.
In realtà non lo si riteneva capace di un apporto ed era
tollerato perché insomma «non si sa mai».
Questa era la prima volta che la sua voce si alzava con il
tono trionfante e sicuro di chi domina la discussione.
La sua uscita aveva rincuorato l'esperto di informatica che
dopo l'inizio del dibattito si era trincerato in un silenzio
cupo. Ma l'esperto di letteratura fu implacabile. Nessuno
doveva dividere con lui la sua gloria.
— E lei è inutile che faccia tutti quei segni di assenso —
disse al computerista, — se avesse capito il significato della
risposta di Turandot ce l'avrebbe detto subito e non avremmo
perso tutto questo tempo!
«Io mi resi subito conto che si trattava di una citazione;
tuttavia mi è stato molto difficile localizzarla.
«Questo perché l'inopportuno pudore di Turandot le ha
fatto scegliere un brano in cui il significato generale del testo
è nascosto. Un'annotazione cioè di tipo moralistico che
intende in qualche modo temperare il cinismo del discorso.
— Le do tre secondi per spiegarsi — (l'intonazione del
Signore Dei Vetri faceva pensare a una miccia accesa che
divora il percorso verso la bomba). — Questa riunione ha
sempre più l'aria di un meeting di autoerotismo.
— Vengo subito al punto — riprese l'esperto letterario un
po' smontato. — Turandot ha citato un brano tratto da un
breve pamphlet satirico di un autore del millesettecento. Un
inglese, un certo Jonathan Swift. Non mi aspetto che
l'abbiate mai sentito nominare. Non sono molte le persone
che oggi leggono ancora dei libri, meno che mai quelle che
leggono autori del settecento inglese.
«I libri di Swift appartengono all'antiquariato. Per lui,
come per altri, è avvenuto come per certe località che ancora
cinquanta anni fa erano frequentate, ma che ora si trovano
fuori dai circuiti del Trafic Control. La strada è andata a
pezzi, in certi casi si è persino interrotta e oggi sono deserte.
Dico questo, perché si tratta di un grosso vantaggio per noi.
In breve, questo grande umorista, potrei citarvi molte sue
opere importanti ma non mi sembra la sede adatta, nel testo
che ci ha ricordato Turandot formula la proposta, modesta,
come la definisce nel titolo, di risolvere il problema della
miseria, della sovrappopolazione, delle ragazze madri, della
delinquenza minorile nella sua seconda patria, cioè l'Irlanda
di quell'epoca, commerciando come carne commestibile i
bambini al di sotto dei quattro anni, appartenenti alle classi
povere.
— E questo l'avrebbe scritto un autore del millesette-
cento? — domandò con tono incredulo l'esperto di
economia.
— Esattamente.
— Come hai detto che si chiama?
— Jonathan Swift.
— Non è un economista.
— No — riprese l'esperto di letteratura. — È un letterato,
un umorista, ve l'ho già detto. Ma niente ci impedisce di
presentarlo come un grande scienziato di economia
dell'epoca. Ce lo consente il fatto che oggi è totalmente
dimenticato. Mi meraviglia che Turandot sia stata in grado di
citarlo così a proposito e così esattamente.
— Adesso che mi ricordo — disse l'addetto al computer,
— tempo fa comprammo un grosso stock di vecchi libri, da
una di quelle biblioteche che dovevano essere demolite,
laggiù nella Zona Antica e li facemmo memorizzare tutti a
Turandot. Se mi fosse stato consentito di proporre una nuova
scheda, sicuramente avremmo avuto una seconda risposta
che ci avrebbe chiarito...
— Invece di fare discorsi inutili per giustificare la sua
incompetenza — lo interruppe il Signore Dei Vetri facendo
segno alla segretaria di riaprire la porta, — corra a
controllare se quello che dice il dottore corrisponde. Se
penso che questo prezioso suggerimento poteva sfuggirci, mi
vien voglia di licenziarla insieme a tutta la sua banda di
pretini. Vada avanti, lei — aggiunse rivolgendosi al letterato,
mentre l'esp di informatica si precipitava fuori della stanza.
— Per noi sarà agevole — continuò trionfante l'esp di
letteratura — trasformare il testo letterario in un vero trattato
di economia. Lo faremo diventare la proposta inascoltata di
un grande economista dell'epoca. Fra parentesi, in realtà,
Swift fu anche un politico considerevole, consigliere della
Regina Anna di Inghilterra.
«Ne faremo risaltare l'alta levatura morale (era un
ecclesiastico, un parroco) la profondità del pensiero che
arricchisce la grande corrente filosofica che va sotto il nome
di Illuminismo.
«La voce di uno scienziato che ci raggiunge, attraverso il
tempo, dal secolo dei lumi!
«Qualsiasi scalzacane troverebbe, c'è da scommetterlo, da
criticare aspramente una proposta che venisse da qualche
luminare della nostra Fondazione; ma chi se la sentirebbe di
dissentire di fronte al recupero di un'idea che anticipa i tempi
di quattro secoli?
L'addetto al computer rientrò nella stanza, gli occhi fissi su
un altro elaborato e l'aria perplessa.
— Sembrerebbe una nuova citazione — disse. — Anche
questa non è molto chiara, però in compenso è menzionato
l'autore.
— E sarebbe? — chiese il Signore Dei Vetri.
— Jonathan Swift. — Legga! — comandò il Signore Dei
Vetri.
— POICHÉ, AVENDO RIGOROSAMENTE
ESAMINATO TUTTI I PERSONAGGI DI MAGGIOR
NOME ALLA CORTE DEI PRINCIPI, PER UN
CENTINAIO D'ANNI ALL'INDIETRO, SCOPRIVO
QUANTO IL MONDO FOSSE STATO TRAVISATO DA
SCRITTORI PROSTITUITI, CAPACI DI ATTRIBUIRE
LE PIÙ GRANDI IMPRESE DI GUERRA AI
VIGLIACCHI, I PIÙ SAGGI CONSIGLI AI PAZZI, LA
SINCERITÀ AGLI ADULATORI, LA VIRTUS ROMANA
AI TRADITORI DEL LORO PAESE, LA PIETÀ AGLI
ATEI, LA CASTITÀ AI SODOMITI, LA VERITÀ ALLE
SPIE.
L'esp di informatica guardò spaventato il principale
aspettandosi un'altra sfuriata.
Il Signore Dei Vetri scoppiò a ridere. Rise a lungo,
tenendosi la pancia e facendo tremare la pesantissima tavola
di quercia.
— Prostituiti, eh? — disse quando si fu ripreso,
asciugandosi gli occhi, — ah! ah! ah! accidenti se questo non
vi riguarda! Tutti quanti siete! Lei, come al solito, non aveva
capito, eh?
«Accidenti se è chiaro, invece! È il vostro programma,
invece. I miei complimenti a Turandot. Ha trasformato
questa riunione in una seduta spiritica.
Dopo quest'ultima battuta si diffuse un certo imbarazzo e
qualcuno cominciò a guardarsi intorno con apprensione.
La segretaria sobbalzò, impallidendo, quando un robusto
mobile di rappresentanza, stile antico, emise, chissà perché,
un lungo scricchiolio.
L'esperto di economia si alzò in piedi, rosso in viso.
— Con tutto il rispetto — disse rivolgendosi al Signore
Dei Vetri — lei non ha il diritto di offenderci...
— Io che c'entro? — rispose continuando a ridacchiare
malignamente il principale — presenti le sue rimostranze al
Signor Swift. — Comunque — riprese, — diventando
improvvisamente serissimo — se qualcuno si è sentito
offeso, le mie scuse. Si rimetta a sedere, prego. Abbiamo da
lavorare. — Fece un segno alla segretaria che si precipitò a
prendere appunti. — Istruzioni: dodici orchidee a Turandot.
Rintracciare e distruggere tutti gli scritti di questo Swift,
commenti, biografie, tutto, insomma. Salvo quello che ci
serve per la nostra linea e che resterà in possesso, sotto
chiave. Istruzioni per il mio editore: stampare due milioni di
copie di questa «Modesta Proposta» corredata con un profilo
critico e biografico dell'autore e, questo riguarda lei, — si
rivolse all'esp di economia — di un'analisi sotto l'aspetto
economico. Una serie di saggi, per intendersi; voglio i nomi
migliori, per questa introduzione scientifica.
«Mi serve l'immagine di questo Swift. Metterete un suo
ritratto a grandezza naturale dietro la mia scrivania. Un altro
a grandezza doppia nelle sale di ricevimento e
rappresentanza.
«Deve avere ben visibile in una mano il trattato. A
proposito: da questo momento il titolo è cambiato. Da adesso
si chiama: Antica proposta risolutiva. Di questo testo, con il
nuovo titolo, manderete in omaggio a nome mio una copia in
edizione rilegata e numerata ad ogni funzionario, ogni
manager, ogni politico, militare, giornalista, piedipiatti,
puliscicessi dei palazzi, ogni mezza-calza che conti
un'unghia in questa megalopoli.
«Istruzioni per le mie catene/TV: trenta servizi
giornalistici da mettere in onda tutti i giorni per un mese; per
il seguito, si vedrà. Argomenti, da sviluppare secondo varie
angolazioni: la condizione e i problemi delle ragazze-madri
nei livelli bassi, dal quarto in giù, la delinquenza minorile in
aumento, voglio scene dal vivo di stupri, aggressioni a
vecchie signore, pestaggi, rapine, scontri tra bande rivali; il
reclutamento e l'istruzione alla delinquenza dei ragazzi
minori di dodici anni: voglio vedere bambini che piazzano
bombe, che sabotano treni, che si allenano al tiro al
bersaglio. Ricordate ai signori cronisti quello che è il mio
principio fondamentale in tema di giornalismo: le notizie non
si falsificano. Quando un fatto che ci serve da raccontare non
esiste, non lo si inventa, né si fanno sceneggiate.
«Lo si provoca nella realtà e poi lo si filma. Niente trucchi
con me, me ne accorgo dei trucchi, io. Altro argomento da
trattare a fondo: la densità di popolazione a Megalops Africa
(dovrebbe essere il quadruplo rispetto a qui, secondo le cifre
ufficiali, se non sbaglio).
«Voglio gente che dorme sui tetti, per le scale, sui
marciapiedi, per le strade in mezzo al traffico, che vive negli
ascensori, sugli alberi, nei cessi pubblici... e più che altro,
bambini, bambini che spuntano fuori dappertutto, fra le
gambe della gente, aggrappati alle spalle, appesi sulle pance
delle madri, sdraiati nei rigagnoli, nelle fogne, accatastati
negli orfanotrofi, nelle baracche, nei lazzaretti, elemosinanti,
malati, pidocchiosi, tignosi, morti.
«Cosa diceva lei — si rivolse all'esperto sanitario — poco
fa, delle malattie infantili? Mi metta insieme un'inchiesta
generale su queste infezioni, specificando che si contraggono
sotto i quattro anni e che potrebbero trasmettersi agli adulti.
Il materiale raccolto lo passerà alla mia catena TV.
«Senta lei — si rivolse allo scialbo esperto di mass-media
— in questa riunione ha brillato per non aver aperto bocca.
Si dia da fare, ora. Le affido un budget iliimitato. Come si
chiama quell'attore grassoccio che va forte in questo
momento: Oliver... e poi?
— Oliver Oliver — rispose l'esp di mass media.
— Benissimo. Faccia un contratto a questo Oliver Oliver.
Sarà Jonathan Swift. Voglio tre sceneggiati TV e un film
colossal di quattro ore. Regia di quel ragazzetto, quello
bravo, quello esperto di rievocazioni storiche, ho visto «La
Caduta della Torre di Babele» e mi è piaciuto, nonostante ci
faccia la fronda; come si chiama, questo tizio?
— Giovanni Cicciocicco — rispose pronto il mass-media
man.
— Ah sì, che nome impossibile! Dunque, i tre sceneggiati
per la TV: uno sulla vita, uno sull'attività di politico e di
economista, uno sulla genesi del trattato. Il film:
l'ambientazione si intuisce, un parallelo fra l'Irlanda del
settecento e questa megalopoli, qui. Bambini-flagello,
naturalmente. Il vecchio Jonathan che si preoccupa, che
studia, che fa la proposta, che quasi convince la Regina, un
sacco di pessimi soggetti che lo ostacolano, che tramano
nell'ombra, che lo mettono male con la Regina Anna, il
povero Swift che muore inascoltato in solitudine una cosa
molto patetica, insomma una cosa così, porca miseria, non è
il mio mestiere, alla fine. Comunque questo è importante:
deve essere un personaggio simpatico, allegro, amante della
buona tavola, delle donne, dei fiori, degli animali e dei
bambini di buona famiglia.
«Istruzioni per la Fondazione scientifica: tre convegni:
uno sulla sovrappopolazione, uno sui rischi degli
anticoncezionali e degli aborti, (a proposito, tre inchieste TV
su questo argomento e una serie di articoli sulle mie riviste
femminili), uno sulla scarsità delle risorse naturali: la crisi
energetica, la crisi dei cereali, la crisi dei fertilizzanti, la crisi
dei pesci... la crisi di ogni cosa, insomma.
Il Signore Dei Vetri a questo punto sorrise, compiaciuto,
umettandosi le labbra.
— Per l'aspetto gastronomico, me ne occuperò
personalmente io. È il mio hobby. Ho in mente una
pubblicazioncina di ricette inedite... ma c'è tempo, per
questo.
Sospirò tristemente, gli occhi umidi: — C'è ancora tempo,
per questo. Disgraziatamente. Signorina! Convochi una
riunione con i miei politici, tutti quanti. Diciamo fra tre ore.
Che cosa mi sto dimenticando? Ah sì. Una faccenda
sgradevole.
Si rivolse all'esp di mass-media, puntandogli contro il dito
a salsicciotto.
— Mi cucini a dovere l'Alto Commissario Falco.
Un'inchiesta a tappeto, che riguardi la sua inefficienza,
codardia, divismo, scarsa capacità decisionale. Qualche
vizietto, magari, e sospetti di corruzione a manciate. Il
materiale non dovrebbe mancare. Spende un sacco di soldi
con i giovanottelli, mi pare? Che schifo.
«Qualche fotografia piccante non guasterebbe. Questo per
preparare il terreno a qualcosa di più radicale — aggiunse
quasi tra sé. — La riunione è finita. Grazie a tutti quanti.
Mandatemi Salvatore.
Gli esperti raccolsero gli appunti e uscirono dalla stanza.
L'atmosfera era febbrile.
Dopo qualche minuto entrò un uomo, gli occhi scuri e duri
di tormalina, il profilo affilato a lama di coltello. Scivolò
nella stanza silenzioso come un gatto e il Signore Dei Vetri
si accorse della sua presenza soltanto quando se lo trovò
accanto, la testa china a raccogliere sommesse istruzioni.
CAPITOLO DECIMO

La porta della camera comunicava direttamente con la


Spiaggia attraverso una breve rampa di scale.
L'Insistente accese una sigaretta e usci.
Dal delta del fiume il vento gettava sul viso una nebbiolina
salmastra che quasi impediva di vedere.
Le onde si arrotolavano sulla battigia appesantite da
stracci e brandelli di cellophane.
Degrado si sedette sulla sabbia. A due passi da lui, dove si
notava la traccia di un falò, oggetti rossi e azzurri di plastica
si erano cementati insieme in un viluppo repellente come le
interiora di una carogna.
Il vento accorciava la sigaretta facendo volare le faville.
«Che cosa ci sarebbe da fare, esattamente?» Con questa
domanda aveva permesso all'avvocato di legarlo mani e
piedi. Se ne rendeva conto adesso che esistevano poche
possibilità di tornare indietro.
L'avvocato non aveva scoperto subito le sue carte, l'aveva
tenuto sulle spine per un pezzo, con una quantità di domande
sui trascorsi professionali, sulle operazioni svolte, su chi
erano stati i suoi clienti e quali le conoscenze nella
Megalops, se era sposato o se conviveva con un'amica o con
un amico, insomma l'aveva rovesciato come un calzino, ogni
tanto interrompendosi per ridacchiare ancora per quella
faccenda dell'orco e dell'antro.
Alla fine si era sbottonato: a «Nuova Gerico», una delle
esclusive città Alte, c'era una clinica psichiatrica per persone
nate bene. Dietro la facciata che la faceva assomigliare ad un
convento orientale, in verità era una mezza prigione. Una
cliente dell'avvocato, la figlia di un funzionario di palazzo
discretamente potente, era stata rinchiusa lì, dopo un periodo
di tempo molto movimentato trascorso insieme ai vaganti,
durante il quale aveva trovato il modo di fare un figlio ed
anche di perderlo. — In quel modo che avete capito... rubato,
insomma, da quei golosi... Come sia riuscita a scoprire il
traffico — aveva detto il legale dei vaganti, — in questo
momento non interessa. Fatto sta che sa tutto; è per questo
che l'hanno internata, abbiamo fatto una transazione, non è
necessario saperne i termini.
Bisognava trovarla, eludere la sorveglianza (in questo
stava il rischio) e farle fare una dichiarazione videoregistrata
che poi l'avvocato avrebbe saputo come utilizzare.
Dietro la facciata di sudiciume e di sciatteria il legale si
era rivelato pieno di risorse: erano comparsi soldi e
documenti falsificati perfettamente che avrebbero consentito
all'Insistente di trasformarsi in un ufficiale della DIDA.
L'avvocato doveva avere santi in paradiso perché a Degrado
era stata affidata persino una delle auto a turbina in
dotazione di quella organizzazione di polizia, uno strumento
velocissimo, doppi cristalli blindati, gomme a prova di
proiettile, praticamente invulnerabile, capace di farsi largo
ovunque.
L'Insistente sarebbe arrivato al «Villaggio della Pace
Interiore», l'hashram nel quale era rinchiusa la ragazza,
apparentemente per accompagnarvi Iskra che avrebbe fatto
la parte della solita ragazza di buona famiglia traviata dalle
cattive compagnie e bisognosa di cure speciali.
— Le fornirò anche la scorta di due agenti — aveva detto
l'avvocato, — non veri agenti, naturalmente.
Lui ed Iskra stavano aspettando questi due assistenti, da
molti giorni ormai, in quello sfascio di motel sul delta del
fiume.
— Presentano qualche singolarità — lo aveva avvertito
l'avvocato, — ma reggeranno la parte benissimo. Non si
formalizzi per i loro modi antiquati, sono due messianisti.
Seguono le regole di una setta religiosa molto antica e molto
severa; bisogna saperli prendere, in fondo sono dei bravi
figlioli. Aspettano la fine del mondo, capisce, per questo
sono un po' cupi. Secondo loro è proprio alle porte e per
quello che posso capire io non è detto che non abbiamo
ragione.
Opportunamente l'avvocato aveva aspettato che Degrado
si assumesse l'incarico prima di tirar fuori il mister della
squadra avversaria.
Quando dal suo cappello a cilindro era spuntato il nome
del Signore dei Vetri era un po' tardi per tirarsi indietro, con
Iskra che si era impegnata anche lei e che aveva l'aria di
divertirsi. Nel suo mestiere aveva cercato fino a quel
momento di introdursi fra i passaggi di vari labirinti senza
farsi troppo male. Del resto non erano sue né le decisioni né
le azioni che modificavano la vita del prossimo. Quando lui
entrava in scena i guai già esistevano. Non doveva far altro
che tentare di fare intravvedere la mano che tirava il colpo,
rendere meno misterioso il meccanismo che c'era dietro,
tanto che spesso anche il cliente finiva per riconoscerlo più
minaccioso e più irraggiungibile che mai.
Veniva persino pagato per questo. In modo mediocre, ma
pagato.
Quello che doveva fare adesso era molto diverso. Tanto
diverso da far girare la testa. Poteva filarsela.
«I soldi dell'avvocato basteranno per qualche mese in un
posto fuori mano» pensava Degrado, «il tempo di farmi
dimenticare. Una volta tanto la vacanza lunga mi farà bene.
Un posto più pulito di questo. Insieme a Iskra, naturalmente.
Ma non si può andare in giro con una vagante senza
documenti e senza residenza. Nella stanza del Buen Retiro
non c'è posto neppure per un gatto, senza contare il capo-
scala, il capo-fabbricato, la commissione-inquilini.»
Iskra gli sembrò lontana, già appartenente al passato.
«Aspetterà... Un giorno, massimo due, poi capirà che me
ne sono andato.»
Ma era troppo. Iskra che lo aspettava due giorni nella
stanza del motel era troppo.
Questa volta il mondo era proprio rivoltato a gambe in su
e non c'era modo di far finta di non vedere le sue sconcezze
all'aria come il sotto-schiena di una vecchia puttana.
Capì che se l'era voluta, che questa volta non c'era
scampo.
Pensò a quanto erano lunghe le mani del Signore dei Vetri
e si sentì rabbrividire.
— E va bene — disse a voce alta, le parole suonarono
false nel deserto della spiaggia, — vuol dire che questa volta
finirò male.
Si accorse di avere i capelli ed il viso bagnati. Anche la
camicia era umida. Si alzò e si avviò verso la scritta
«MOTEL».

Del Motel non era rimasta che una costruzione in legno


verniciato, un tempo le cucine e gli alloggi del personale.
L'incuria e la salsedine avevano mandato in malora il
resto. Il corpo centrale si era ridotto ad una intelaiatura di
ferro-cemento arrugginito in mezzo alla quale brillavano
sotto il sole pochi vetri superstiti.
Anche la località, molti anni prima centro balneare alla
moda, si era declassata ad un sobborgo dove abitava un
gruppo di cercatori vecchi e cenciosi che stentavano la vita
raccogliendo sulla spiaggia detriti portati dal mare e dal
fiume per venderli ad un deposito di materie di recupero che
con le sue gru ed alcune chiatte occupava una spianata sul
delta.
Nella palazzina sbilenca, perché il mare in un angolo
aveva raggiunto e scavato fino alle palafitte di fondazione,
due donne anziane vestite di nero, silenziose come gatte,
affittavano le tre stanze del primo piano, quando capitava
qualche viaggiatore di passaggio.

Nella camera l'odore di umidità delle lenzuola si


mescolava ad un sentore di vecchiume e di polvere.
Dalla finestra con il telaio a saliscendi bloccato si vedeva
il mar color ocra e i gabbiani che sembravano avventarsi
come falene contro il vetro rotto in un angolo.
Quando Degrado rientrò, Iskra dormiva ancora. Si tolse le
scarpe e si buttò sul letto. Per un poco rimase a fumare e a
guardare le chiazze di umidità sul soffitto, il mare era un
sottofondo di rumore vischioso sullo stridere dei gabbiani.
L'Insistente fece appena in tempo a spegnere la sigaretta
prima di calarsi in un sonno di piombo.
Si svegliò di soprassalto incerto se continuasse il sogno di
una fuga in cui lui scavalcava una serie di muri.
— Sventura! Sventura! Babilonia, città grande, città
putrida e potente, in un attimo è arrivato il tuo giudizio! In
un sol giorno si abbatteranno su di te i colpi: morte lutto e
fame.
«E piangeranno e si dispereranno i re della terra che con
lei si sono dati alla lussuria e alla molle vita quando
vedranno il fumo del suo incendio. Piangeranno e si
dispereranno le sue femmine indecenti! Pentitevi! Invocate i
nomi del Signore!
La voce continuava a ronzare come una litania.
Due uomini sottili, inguainati nel blu metallico delle tute
di ordinanza della DIDA, gli occhi mascherati da un paio di
lenti rotonde di un intenso colore verde, guardavano
severamente Iskra che sedeva sul letto a gambe incrociate,
soltanto il pube coperto da un lembo di lenzuolo. Il più alto
puntava un dito accusatore.
— È vicino anche per te il momento! È vicino! Non senti
il fiato della Bestia sul collo?
Iskra rideva.
— Ma guardali! Fanno sul serio! Ce l'hanno con me. Sono
entrati e tutt'a un tratto si sono messi a fare la predica!
— Ma chi sono? — chiese Degrado.
— Sono i messianisti: li manda l'avvocato — rispose
Iskra.
— Quella donna è impura — disse quello più alto, — ed
anche l'uomo che giace con lei è impuro.
— Impuri entrambi — rincarò l'altro.
Degrado scese dal letto; andò al lavandino aprì il rubinetto
e si gettò un po' d'acqua sul viso.
— D'accordo, siamo impuri. Non serve a niente discutere.
Dobbiamo fare un lavoro insieme.
— Gli agnelli non berranno alla stessa fonte contaminata
dai porci.
— Chi sarebbero i porci? — Iskra scese dai letto,
completamente nuda.
— Si comincia bene — disse l'Insistente, — perché non ti
vesti?
— Per far dispetto a loro — rispose Iskra, — non li
sopporto questi tipi.
— Succubi del capro! — Il messianista più alto era rosso
di rabbia. — Leccatori del suo immondo didietro!
— Un momento — disse Degrado, — non esageriamo.
Bussarono alla porta.
— Il Signor Ufficiale è desiderato al telefono — cantilenò
la voce di una delle due vecchie.
— Aspettatemi senza picchiarvi, possibilmente — disse
l'Insistente.
La hall era in penombra, sul banco del centralino il
ricevitore acustico sembrava il fossile di un animale estinto.
Al telefono c'era l'avvocato.
— I messianisti — chiese, — sono arrivati? Dovete partire
subito. Ci sono altre istruzioni.
— Senta — disse Degrado, — qualsiasi cosa debba fare
con quei due io non ci sto. Anche se si trattasse soltanto di
andare door to door a consegnare stampati religiosi, io non
ci sto. Nella squadra avversaria ci sono dei professionisti,
non mi va di finire la vita in una fabbrica di prodotti chimici,
a respirare senza pensieri esalazioni cancerogene.
— Non è il caso di fare obiezioni! — L'avvocato gridava.
— Compri un giornale, uno qualsiasi!
— Non arrivano giornali in questo posto — disse
Degrado, — dovrebbe saperlo dove mi ha mandato. E la tivù
è guasta.
— Allora l'informo io — disse l'avvocato, — mi stia a
sentire e non interrompa. Il Grand'Uomo si è mosso, in
grande stile!
«In tutta la Megalops non si parla d'altro: c'è una proposta
della sua Fondazione scientifica! Una proposta di sviluppo
economico, non so se mi capisce. Sono andati a pescare un
precedente storico, un elaborato antichissimo. Insomma è
riuscito a creare un dibattito quella vecchia volpe! Si è già
creata un'atmosfera molto dotta in città; è diventato un
argomento da trattare sul terreno scientifico. Sono arrivato
qua e ho trovato che la canzone si suonava già da un paio di
mesi, e in quest'ultimo periodo a grande orchestra, l'avevo
sottovalutato, accidenti. Apra bene gli orecchi: per come
stanno procedendo non gli ci vorrà molto per far approvare
una legge. L'ha già fatto altre volte, ma in questa occasione
sta giocando il tutto per tutto. Dovrebbe essere qua a vedere
che razza di martellamento! Dunque: lei ha il massimo una
settimana per raggiungere quell'ashram, tre giorni per restare
e tre giorni per tornare con la ragazza. Non è più il caso di
portarmi soltanto una dichiarazione, mi occorre la persona!
Non abbiamo tempo! Devo presentarla in carne ed ossa
davanti a un magistrato. Abbiamo una sola possibilità:
dimostrare che il movimento è cominciato da un pezzo e che
la legge sarebbe la ratifica di un'illegalità precedente!
— Un momento! — disse l'Insistente, — lei mi sta
incaricando di un rapimento, se ne rende conto? O di
un'evasione, nel migliore dei casi! A quanto ne so quella è
una prigione, le sembra facile portar via una persona di là.
— Non mi interrompa — disse l'avvocato, — per tirarsi
indietro è troppo tardi. Ha presente contro chi ci siamo
messi? Quello arriva dappertutto, ci scoverebbe dovunque,
compreso lei; è molto vendicativo con chi gli ha attraversato
la strada. L'aspetto fra quindici giorni nel palazzo degli
avvocati: si ricordi, entro quindici giorni! Poi sarà troppo
tardi per trovarmi, ha capito? Non mi cerchi neppure e faccia
in modo di sparire anche lei, se le cose andassero male.
L'avvocato riattaccò bruscamente.
Mentre Degrado risaliva la scala per tornare in camera gli
tornarono in mente i due messianisti: la loro presenza non gli
consentiva nessuna fuga.
Ne avrebbe fatto a meno, ma ormai era entrato nel
campionato di prima serie, dove durante le eliminatorie non
è possibile far finta di nulla e riprendere il ruolo di
spettatore. Troppi occhi addosso: è il giro grosso che non
lascia spazio né per defilarsi, né per le iniziative personali,
ma tutti sono controllati a catena.
CAPITOLO UNDICESIMO

L'ex Commissario alla Sicurezza, Grande Ufficiale Falco,


temporaneamente dimissionario per gravi motivi di sedute,
ma secondo un'altra versione che circolava nell'ambiente (e
nemmeno Falco avrebbe saputo dire quale fosse la versione
ufficiale), temporaneamente a riposo per un forte
esaurimento, occupava ancora la sua stanza nel Palazzo ed
anche le stanze contigue di tutto il piano erano rimaste a sua
disposizione. Ma il personale si era ridotto soltanto alla
segretaria ed ad un paio di sottufficiali, tutti e tre spersi in
quello spazio inutile, fra divani, poltrone, sedie vuote,
scrivanie, una volta sommerse da dispacci e ora sgombre e
lustre.
L'Alto Ufficiale sedeva inerte sull'ampia poltrona dietro il
tavolo, tormentando con la destra l'angolo di una cartella di
pelle, gonfia di documenti, che per questo si era sciupata al
punto di dare al suo posto di lavoro un'aria sciatta.
Sul piano dell'alta scrivania di mogano il portacenere, già
alle dieci del mattino, era pieno a metà, parte della cenere
sparsa tutto intorno.
Davanti a sé l'Alto Ufficiale aveva una lettera ammezzata,
scritta con una grafia che via via appariva sempre più
trascurata e che si chiudeva con una cancellatura per tutto un
rigo.
«Ai miei elettori», cominciava la lettera. «Miei» era stato
cancellato e «ai» sostituito con «agli».
«Nel momento in cui», proseguiva la bozza (c'era un
«grave» inserito sopra il rigo), «oscure e subdole manovre
hanno scatenato contro la mia modesta persona («modesta»
era stato cancellato) la canea ignobile infame (i due aggettivi
coesistevano, uno sopra l'altro) di calunnie (cancellato) di
voci tendenziose uscite dalla morbosa fantasia di mestieranti
dell'informazione (cancellato) giornalisti prezzolati, sento il
bisogno di esternare a voi e a voi soltanto («voi soltanto»
era sottolineato), che per sei anni mi avete voluto a questo
posto, che sempre (sempre sottolineato) io tenni con l'onore
che deriva all'uomo, ma che si riverbera sull'istituzione, e
con la coscienza del perfetto dovere compiuto (qui a causa di
un frego che poteva sembrare un richiamo, non si capiva se
era perfetto il dovere compiuto o perfetta la coscienza),
sento il bisogno di comunicarvi non solo la profonda
amarezza dell'uomo, ma e soprattutto (sottolineato) la
preoccupazione del funzionario al servizio della collettività.
L'attentato difatti non è alla persona. Da un pezzo si assiste
ad un tentativo eversivo di portare, attraverso le persone dei
singoli funzionari, che subiscono un vero e proprio
linciaggio morale (cancellato) un attacco alle loro persone,
alle estreme conseguenze il già grave discredito sulle
istituzioni, ciò in base a notizie che quando non sono
gratuite sono fondate sulla più assoluta menzogna. Non è
ancora tardi per scoprire ed additare questa trama e per
indicare quali forze sostengano, e a quali scopi, questo
ignobile disegno». Qui cominciava la lunga cancellatura e
qui si fermava la lettera.
Il Grande Ufficiale Falco si riscosse dal torpore che a tratti
lo invadeva togliendogli ogni energia. Premette il tasto del
videofono. Parlò allo schermo bianco.
— Signorina, sto ancora aspettando quel dossier. Non
posso neppure immaginare che qualcuno abbia messo le
mani nel mio archivio personale. Se è avvenuto qualcosa del
genere...
Si accorse che stava parlando a vuoto e azionò
ripetutamente il pulsante.
— Signorina! — Nessuno rispose, sul video continuava a
salire e scendere un'impassibile riga gialla e l'audio emetteva
un'unica nota bassa.
Falco si alzò con fatica dalla poltrona. Mentre si avviava
verso la porta il suo viso solcato da rughe nuovissime
esprimeva la tensione, le spalle rilassate per la posizione
comoda che negli ultimi mesi di inattività teneva al tavolo di
lavoro si erano incurvate, camminava come i vecchi,
avanzando le gambe e trascinando dietro il corpo.
Nella stanza della segretaria la prima cosa che vide fu il
segnale rosso del videofono, pulsante e ticchettante come un
piccolo cuore. La segretaria aveva appoggiato la testa sul
tavolo, fuori della portata della videocamera, e dormiva
sorridente con i lunghi capelli biondo-cenere esteticamente
sparsi sul piano della scrivania, il viso poggiato su un
braccio e rivolto verso l'alto. Una mano stendendosi aveva
urtato il vasetto di mughetti, che si era rovesciato e qualche
goccia d'acqua continuava a cadere sulla moquette. Più forte
del profumo di mughetto che emanava dalla ragazza e dai
fiori sparsi sulla scrivania, si avvertiva un odore non
sgradevole, ma penetrante, che dava alla testa.
Falco scosse la ragazza per una spalla. Le labbra della
segretaria si dischiusero lasciando uscire un lieve sbuffo.
Il Grande Ufficiale si mise a percorrere a passi concitati
l'ufficio.
Nella stanza successiva a quella della segretaria, anche il
primo sottufficiale dormiva, appoggiato con una spalla allo
stipite della porta, il berretto d'ordinanza di sghimbescio.
Il secondo sottufficiale lo trovò nella penultima stanza,
sdraiato sulla moquette in posizione fetale e sonoramente
russante.
Quell'odore aleggiava ovunque e già faceva girare la testa
all'ex-commissario, che aveva voglia di stendersi sul
pavimento per dormire.
Premendosi sulla bocca e sul naso il fazzoletto imbevuto
della sua colonia, Falco tornò a precipizio nel suo ufficio.
Chiuse la porta, girò la chiave fino ad esaurimento della
serratura, sentendo alleggerirsi la tensione ad ogni scatto. Si
voltò con l'intenzione di precipitarsi sul telefono per
chiamare una linea esterna, ma si bloccò subito mentre il
terrore lo invadeva dalla testa ai piedi. Sul piano della
scrivania due piedi calzati di lucidissime scarpe nere,
ruotavano bilanciandosi lentamente come due marionette.
L'aria fresca del mattino entrava dalla finestra spalancata.
Falco per qualche attimo rimase incantato a fissare il cielo
azzurro e terso, invitante come l'abisso, sul quale scorreva
per tutta l'ampiezza della finestra, lentamente, da destra
verso sinistra il nastro regolare di un residuo di nube.
Dietro il tavolo da lavoro, le spalle alla finestra,
comodamente appoggiato all'alto schienale, sedeva un uomo
piccolo di statura; il cappello, l'abito e la carnagione scuri
davano di lui, contro la luminosità del cielo, la consistenza di
un'ombra.
— Se lo desidera — disse l'uomo, — posso narcotizzarla.
— Non importa — gli rispose Falco, procedendo verso la
finestra come in stato di ipnosi, — non si disturbi.
Quando fu in piedi sul davanzale della finestra, l'ex-
Commissario si voltò verso l'interno della stanza, volgendo
le spalle al vuoto.
— Mi aiuti — disse. L'uomo, protendendosi dalla
poltrona, allungò una mano che colpì seccamente Falco sul
ginocchio sinistro. Lo spazio inquadrato dalla finestra tornò
ad essere completamente azzurro.
L'uomo vestito di scuro fece un numero sul videofono
della linea esterna.
— Pronto — disse all'apparecchio — parla Salvatore.
Tutto in ordine.
CAPITOLO DODICESIMO

Nel punto dove si biforcavano due nastri di asfalto


screpolato, pieni di crateri e invasi dalle erbacce, secondo la
carta avrebbe dovuto esserci l'autostrada. Il sole non si era
ancora alzato e avevano percorso pochi chilometri. Degrado
fermò la macchina sotto il cartello che conservava di
leggibile solo un numero.
Iskra si era addormentata; i due messianisti che facevano
la meditazione del mattino rivolti verso il finestrino
posteriore, ogni tanto si curvavano bisbigliando in direzione
del sorgere del sole.
Degrado scese; era necessario chiedere la strada. Alla sua
destra da sotto la scarpata a perdita d'occhio fino alla laguna
del delta si stendeva il «Cimitero», in mezzo al quale,
mimetizzate nel labirinto, c'erano le capanne dei cercatori.
L'Insistente lasciò la strada e si avviò per un sentiero che
tagliava il groviglio delle carcasse delle automobili.
In quella zona c'era stato lo snodo nel quale confluivano le
quattro autostrade che dalla Megalopoli a monte del fiume
conducevano alla costa.
Vent'anni prima la RUBRAF, la più attiva delle
organizzazioni di guerriglia urbana, aveva sabotato il
cervello elettronico che guidava il Trafic Control dando il
via libera in tutte le direzioni e programmando una velocità
pazzesca. Mentre le quattro fiumane d'auto si davano
addosso come gatti arrabbiati, crollò il viadotto. Per tutta
l'estiva notte del sabato i vacanzieri del fine settimana
continuarono a cadere gli uni sugli altri.
Il fumo denso e nero delle gomme incendiate rimase sul
posto come una cappa di piombo per un mese. Nello stesso
arco di tempo le squadre dei soccorritori si erano sforzate di
portar fuori i feriti ed i cadaveri, ma dopo i primi casi di
peste le autorità chiusero la zona in un recinto e lasciarono
tutto come stava.
E questo era stato l'inizio della fine per le allegre città di
vacanze della riviera.
Degrado camminò per mezz'ora; non poté impedirsi di
guardare nell'interno delle auto che conservavano le tracce
della vacanza finita male; si notavano ancora i colori di
quelle cose inutili che la gente si porta al mare. Dentro una
carcassa, sul sedile di fianco a quello di guida, vide uno
straccio di vestito femminile turchese e, mescolate ad esso,
delle ossa bianchissime.
Trovò un ricovero dentro la cella frigorifero di un camion,
scavato come una grotta in una torre di carcasse annerite dal
fumo. Scrutò nella penombra: c'erano un materasso di
gomma ed alcuni utensili da cucina accanto alle tracce di un
focolare spento.
Ritto sopra una coperta lacera, un cane piccolo e nero
ringhiava nella sua direzione con il pelo irto, gli orecchi
bassi e la coda tesa. Degrado urlò un richiamo, ma non gli
rispose che il cane ringhiando più forte e facendo un
movimento minaccioso verso di lui. Arretrò e prese la strada
del ritorno, il silenzio metteva i brividi. Se avesse udito un
rumore qualsiasi si sarebbe messo a correre.
Camminò con la paura di perdersi dentro il ginepraio di
spazi molti dei quali senza uscita e quando si trovò all'aperto
l'auto era più lontana rispetto al punto dal quale si era
introdotto nel «Cimitero».
Intorno all'auto c'era movimento; nonostante la distanza e
la nebbia leggera vide che sotto l'altezza del finestrino
laterale strisciava una groppa oscura troppo esitante per
essere un cane.
Rientrò fra i rottami e si avvicinò tenendosi al coperto.
Accanto alla turbo, un vecchio cercatore accucciato in
corrispondenza di una ruota armeggiava in silenzio.
Degrado tirò fuori la rivoltella, alzò il cane e liberò il
tamburo per esaminarlo, dato che usava l'arma per la prima
volta. Nelle cellette i cinque cerchi dei proiettili luccicarono
sotto il sole. Degrado uscì allo scoperto, alzò il braccio più in
alto che poté sopra la testa e sperando che non scoppiasse
tutto tirò il grilletto: lo sparo fu deludente, un crack che il
silenzio circostante ingoiò subito.
Sparò una seconda volta. Al di là della scarpata le facce
attonite di altri cercatori si voltarono nella sua direzione;
quando si accorsero che l'arma si abbassava i vecchi
scattarono in piedi e presero la rincorsa. Correvano tutti
curvi lungo il bordo del «Cimitero» dove restavano tracce
dell'antica recinzione di filo spinato.
L'Insistente li vide risalire sulla scarpata e gettarsi a
capofitto in mezzo ai rottami dove sparirono come topi; si
avvicinò all'auto sotto la quale sporgevano un paio di piedi
come se vi stesse lavorando un meccanico; i piedi erano nudi
e coperti di sudiciume, le unghie intorcigliate come artigli.
Degrado afferrò le caviglie e tirò; spuntò fuori un vecchio
pallidissimo, fermo come un morto e con gli occhi chiusi, ma
le palpebre tremavano in mezzo alle ciocche di capelli
bagnati di sudore.
— Smetti di fare la commedia e tirati su — disse Degrado.
Il vecchio aprì gli occhi.
— Non mi fare nulla — disse, — sono un povero
cercatore.
— Già — disse l'Insistente. — Cosa cercavi là sotto con
quella chiave inglese?
Il vecchio alzò l'arnese tremando: — Sta' attento, i miei
compagni sono ancora qui intorno.
— Chissà dove sono i tuoi compagni a quest'ora. —
Degrado indicò il bivio: — Da che parte per la frontiera?
— Il posto più vicino è il Serbatoio — disse il cercatore,
— almeno un giorno di strada, con questa macchina.
Prendete a destra.
— Se è sbagliato torno indietro — disse Degrado, — e sta'
sicuro che ti ritrovo. — Si avvicinò di un passo e menò un
colpo di taglio sulla mano del vecchio facendogli cadere la
chiave, poi lo afferrò torcendogli il polso.
— Ripensaci con più attenzione: da che parte?
Il vecchio piagnucolò: — Lasciami andarci Prendi a
sinistra!
L'Insistente lasciò la presa: — Corri più forte che puoi, e
spera di non aver fatto danni.
Il vecchio cominciò a scappare all'indietro, incespicando.
Dentro l'auto i due messianisti fissavano il disco rosso del
sole con aria ispirata, Iskra dormiva. Degrado avviò il
motore.

Quando arrivarono al «Serbatoio», nonostante ormai fosse


buio da un pezzo, il mercato era in pieno svolgimento alla
luce dei riflettori.
Il grande hangar sotto le volte vertiginose che sostengono
il livello superiore era pieno di gente. Gli ascensori erano
occupati dai mercanti che portavano di sopra gli acquisti
della giornata e bisognava aspettare il turno.
Degrado lasciò la macchina in fila di attesa e scese a
sgranchirsi le gambe.
Una piccola folla ascoltava un mercante che parlava in
modo suadente protetto dalla gabbia di vetro a prova di
proiettile, la bocca incollata al microfono miniaturizzato.
Mentre gli altri facevano risuonare le voce come in una
cattedrale, lui non forzava i toni, impeccabile nel suo abito
da professionista arrivato.
— Se avete fatto una scelta, tanto vale non tornarci sopra.
A che serve un piccolo esperimento di un mese? — diceva,
ammiccando verso il box a fianco dove un anziano
reclutatore offriva contratti a breve termine.
— Se avete fatto la strada fin qui, è segno che ci avete
riflettuto. Fra voi c'è gente che ci pensa da un pezzo. Quante
mattine vi siete svegliati con l'idea di venire al Serbatoio? Se
oggi l'idea ha messo le gambe vuol dire che non volete
essere incerti del famoso domani. Può darsi che qualcuno di
voi sia del parere che è meglio non impegnarsi troppo, che
conviene fare una prova. È sbagliato. Vi ritrovereste qui fra
un mese per fare un altro esperimento pieni di dubbi come
prima.
«Il mio contratto minimo dura cinque anni. Ma offro
anche contratti di dieci e di quindici anni.
«Chi vi dice che cinque anni di schiavitù sono lunghi da
passare è in malafede e non ha mai avuto a che fare con me.
C'è gente che è pagata apposta per portare in giro il blà-blà
sulla dignità del lavoro libero eccetera. Provate a dire
sicurezza: sentite come suona meglio. Voi vi affidate a me e
per cinque anni non dovete pensare a nulla. Alloggio
decente, aria pulita fuori dalla bassa, cibo garantito,
divertimenti sani e in più un discreto capitale quando avrete
finito, che cresce al venticinque per cento nella Banca della
mia organizzazione.
«Chi ha già fatto la transazione con me sa bene che i miei
sono lavori puliti; poca fatica, il massimo dell'automazione.
Da questa parte si sale, amici, si migliora.
— Ce l'ho stampato sulla faccia, il tuo lavoro pulito,
bugiardo!
Accanto a Degrado, fra la folla che cominciava a farsi
avanti, un uomo mostrava una piaga dall'angolo della bocca
all'orecchio, più accesa al centro.
— In tutti questi anni non è cambiato. Ne fregò un
centinaio insieme a me con la sua «occupazione creativa». Ci
sballarono in una fabbrica di coloranti dove il cancro si
attacca come le mosche. Ehi, vecchia volpe! — urlò l'uomo
con tutto il fiato per farsi sentire al di là dei vetri corazzati,
— digli dove li manderesti, invece di far chiacchiere!
Il mercante piegò con degnazione la testa per ascoltare
meglio e sorrise cordialmente mostrando una chiostra di
denti finti.
— Lo farei, se potessi, amico. Ma è contro la legge, lo sai
bene. Se vuoi sapere in anticipo dov'è che andrai, fatti
prendere qui a destra, fra un mese sarai libero di andartene
— abbassò la voce ammiccando, — e libero di accorgerti al
momento di ricevere gli scudi che l'impresina è fallita. Io
non lavoro per pidocchierie del genere. Rappresento una
Holding: lavoro per un impero, io. Domandate in giro, amici,
sono George Breféle. Mi conoscono tutti nella Zona Franca.
— Io, ti conosco! — l'uomo si era scaldato, — meglio di
tutti ti conosco! Ti ho tenuto in mente per cinque anni; me
l'hai dato eccome il percento, mi sta mangiando per la metà,
se è per questo!
Allargò le braccia per arginare la folla: — Levatevi dalle
palle più presto che potete, massa di scemi! È un porco
questo qui: vi darà in pasto ai cani, fatevelo dire da uno che
c'è già passato!
Degrado sentì che una mano lo tirava da parte senza
complimenti: — Ehi, Bagonghi, il numero ha stufato tutti!
— A fianco dell'ex-contrattista spuntò un colosso con la S
degli schiavi a vita tatuata sulla fronte, sfavillante di maglia
d'acciaio. La luce bianca di un coltello balenante
all'improvviso fece il vuoto intorno all'uomo segnato dal
cancro, lasciandolo isolato; Degrado si buttò in avanti
urtandolo nella schiena e gettandolo in mezzo al gruppo che
si aprì e si richiuse subito. Anche l'Insistente si fece
inghiottire dal mucchio, mentre il mercante aveva
abbandonato il fair-play e gridava: — Erano in due! Avete
visto? Erano due compari! Non ci fate caso, amici, sono i
trucchi della concorrenza! Allora? Chi vuole farsi avanti per
primo? Ho venti posti nell'ascensore, per una risalita che vi
cambierà la sorte!
Degrado seguitò a correre fin tanto che vide luccicare la
maglia d'acciaio in mezzo al gruppo delle facce spaventate;
si fermò soltanto quando fu fuori dalla luce dei riflettori. Si
voltò a guardare: il mercante continuava a sbracciarsi dentro
la sua gabbia di vetro, ma lo spazio davanti a lui era vuoto.
— Che tu sia dannato in eterno! — disse Giona, uno dei
due messianisti, — stiamo per perdere il turno. — Una
piattaforma dell'elevatore vibrava in movimento. Le altre
auto della fila strombazzavano in coro. Degrado si infilò nel
posto di guida, chiuse lo sportello. Iskra si svegliò, mise il
naso fuori dalla coperta, si guardò intorno e si rimise a
dormire. L'Insistente lanciò la turbo in avanti. L'auto superò
in volo il dislivello già alto, atterrò sulla piattaforma
continuando la corsa nonostante i freni bloccati e si fermò a
pochi centimetri dalla parete di fondo. La piattaforma,
salendo lentamente, entrò nel pozzo. In un attimo furono nel
buio. Degrado spense il motore.
Sul piazzale d'arrivo dell'elevatore furono circondati dalle
guardie di frontiera. Un ufficiale controllava i documenti,
mentre altri agenti stavano con le armi spianate.
— E quello chi è? — chiese l'Ufficiale indicando i piedi
nudi di Iskra che sporgevano dalla coperta.
— Non sono autorizzato a dare spiegazioni — rispose
Degrado.
— Devo sapere chi è e dove siete diretti. L'Insistente si
accorse che gli altri poliziotti entravano in tensione.
— Obiezione — disse, — faccio rilevare discrezionalità
assoluta. Non avete diritto di interrogatorio su nessuno di
noi.
— Chiedo di esaminare la persona — disse l'Ufficiale.
— Istanza respinta — disse Degrado — del resto non può
rispondervi, è sedata.
L'Ufficiale spalancò la portiera, con un gesto rapido tirò
via la coperta, apparve Iskra raggomitolata sul sedile,
profondamente addormentata.
— Ho capito — disse l'Ufficiale. — Eccone un'altra con i
Santi Protettori. Scommetto che la state portando in qualche
decorosa pensione di famiglia. Con questi teppistelli saprei
io come fare. Sono bravissimi a sparare, anche la settimana
scorsa ho perduto uno dei miei agenti. Quando riusciamo a
mettergli le mani addosso, spuntate voi della DIDA e li
portate a fare la cura del sonno. Vorrei trovare qualcosa di
irregolare nella comitiva.
L'Ufficiale stuzzicava il cane della rivoltella di ordinanza.
— Vorrei che qualcuno di voi facesse una mossa falsa...
— Se continua su questo tono sarò costretto a farle una
segnalazione negativa — disse l'Insistente.
— Saresti capace di farlo, stronzo. — L'Ufficiale ripose
l'arma nella fondina. — Saresti capace eccome, siete dei
bocchinari voi della DIDA.
— Protesto — disse Degrado. — Questo è un richiamo
formale. Se ci insulta ancora segnalo alla Centrale: le faccio
avere un biasimo.
L'Ufficiale guardò i suoi agenti disposti nell'arco di
penombra dei riflettori; uno di essi si mise a ghignare e alzò
la canna della mitraglietta. Ci fu un rombo sordo, un grosso
camion a due piani apparve all'imboccatura dell'elevatore,
poi cominciò a scendere lentamente dalla rampa. L'Ufficiale
si rilassò. Alzò la testa verso la garitta sul traliccio
punteggiato di proiettori; fece un gesto con la mano come se
scacciasse una mosca. La sbarra irta di punte di acciaio nello
stretto passaggio fra i reticolati cominciò a sollevarsi.
Costeggiavano le finestre degli ultimi piani all'altezza dei
grattacieli del primo livello.
Dopo un'ultima spirale la sopraelevata immetteva sulla
parentesi aerea di un ponte, alla cui estremità c'era «Nuova
Gerico» la Città Alta alla quale erano diretti. Qui si trovava
l'Istituto che avrebbe ospitato Iskra: «Il Villaggio della Pace
Interiore», un posto che lasciava immaginare poliziotti
travestiti da guru, con qualche infarinatura di filosofia
orientale.
All'inizio del ponte scoppiò un temporale. I fulmini si
scaricavano intorno ai pinnacoli delle torri, zigzagavano
lungo il garde-rail della sopraelevata dove le auto in
lontananza erano scarabei lucidi su uno stelo d'erba.
Il ponte sfiorava le cime degli alberi di un giardino pensile
lussureggiante come un frammento di foresta equatoriale.
Iskra aveva aperto il finestrino e respirava l'odore di
muschio che saliva dal basso insieme al fruscio della pioggia
sulle foglie; aveva l'aria di chi assapora un profumo di lusso.
La freccia sul monitor indicò la bocca di un tunnel sotto
una torre elicoidale dipinta di rosso.
All'improvviso come era venuta la pioggia cessò; il vento
disperdeva le nubi, e i colori erano più decisi. Il sole saliva
dal panorama nebbioso dei livelli inferiori.
C'era il traffico rado della mattina presto. Mentre Iskra si
godeva l'aria cristallina dopo la nottataccia, il messianista di
nome Barnaba la guardava.
— Dopo il bagno di sangue — disse — raderemo al suolo
questa fungaia e spargeremo sale sulle sue fondamenta: e
così faremo di tutte queste fortezze della corruzione. Il
deserto invaderà questi luoghi che furono la marcita di ogni
perversione.
Iskra sbuffò: — Ecco — disse. — Ora se la prendono col
panorama.
Barnaba indicò i grattacieli della megalopoli.
— Secondo gli ipocriti tutto questo avrebbe dovuto essere
l'utopia, la logica dell'assurdo. Invece hanno fatto nascere la
concretezza dell'assurdo.
— Ma quali ipocriti — disse Iskra.
— I servi-architetti di cinquant'anni fa — disse Barnaba.
— Guarda Gerico! Sette volte sette essa sale dalle sue
ceneri! I farisei conoscevano in anticipo le depravazione alla
quale sarebbero approdati, ma parlavano di utopia mentre
preparavano progetti particolareggiati! Dissertavano
falsamente di differenziazione funzionale del suolo.
Promettevano colline artificiali, lo sviluppo sul piano
orizzontale al quale avrebbe fatto seguito la integrazione
delle funzioni sul piano verticale: parole contorte per
nascondere la paura dei loro cuori!
— Io non ci starei male, quassù — disse Iskra. — Solo che
un affitto costa mille eur-dollari. A settimana.
— È il tuo spirito arido che parla — disse Giona, — la tua
avidità e la tua lascivia!
— Accidenti a voi, che noia — si lamentò Iskra.
— Tu non sai vedere quello che c'è dietro i vetri colorati.
Quando hanno tirato su queste torri — riprese Barnaba, —
nelle false parole di quei servi le megastrutture avrebbero
dovuto portare al recupero del suolo agricolo, promettevano
di sostituire allo sfruttamento irrazionale dei fattori climatici
l'aria pura, la luce, il panorama totale. Ma in verità
costruirono roccaforti.
— Guarda Gerico! — disse Giona. — Essa si erge
colorata e snella, elegante come un abito di gran prezzo, ma
la prostituta che l'indossa è piena di rughe. Essa nasconde
sotto il vestito il terrore dell'età decrepita. Quando nei vecchi
centri ingorgati e inabitabili cominciò a fiammeggiare la
rabbia degli uomini, i Signori della Terra pensarono di
prendere le distanze. Gerico rinasce come la Fenice, salendo
sempre più in alto: è una fuga, capito? Una ritirata strategica.
— Preparate i documenti — disse Degrado, — in fondo al
ponte c'è un altro posto di blocco.
CAPITOLO TREDICESIMO

La vista del super-attico del «Babele» dicono sia


splendida. Dal mare fino ai ghiacciai, nei giorni di sereno.
Ma il super-attico del «Babele» è in restauro.
Il direttore è sempre cortesissimo, ma implacabile.
— Sono spiacente — dice, — ma stiamo sostituendo le
moquettes.
Un'altra volta è l'impianto anti-incendio che ha bisogno di
un collaudo, oppure devono essere riguardati gli infissi, o il
condizionatore d'aria.
La verità è che nessuno deve sapere che il duecentesimo
piano dell'albergo più prestigioso della Megalopoli è la
residenza privata del proprietario. E nessuno deve sapere chi
è il proprietario. Anche il più provinciale degli imprenditori
diffiderebbe se venisse a sapere chi è che possiede la totalità
del pacchetto azionario. Perché non c'è angolo del vasto
mondo dove non siano noti i metodi del Signore dei Vetri.
Da quando persino le toilettes del personale e i separés più
intimi sono una centrale di ascolto e il campo sperimentale di
attrezzature videofoniche sofisticate, in certi ambienti si è
diffusa la voce che il «Bab» porta male, perché in occasione
di alcuni suicidi, la gente ha collegato la crisi di sconforto
finale con un soggiorno nell'hotel.
Ma per chi ha raggiunto una posizione non è pensabile non
scendere al «Bab». Sarebbe il primo sintomo della
decadenza; e si sa com'è inesorabile la scala per chiunque sia
sceso di un solo gradino.
Nel super-attico del «Bab» il panorama è una merce senza
valore.
Le grandi finestre hanno sempre le serrande chiuse, non
entra mai un raggio di sole, l'aria sa di rinchiuso.
Nella serie di corridoi, camere e salotti oscuri i mobili
accatastati sono coperti da lenzuola.
C'è silenzio perché la moquette è molto spessa e tutti i
vani sono foderati di pannelli e di stoffe isolanti; pochi
misteriosi visitatori vi arrivano direttamente dall'eliporto
sulla terrazza, di essi non si sentono né i passi, né le voci; si
aggirano, talvolta per mesi, senza far nulla da una stanza
all'altra, sporcano il pavimento di cenere e di mozziconi,
lasciando piatti e bicchieri dappertutto.
Dopo queste visite appare un anziano cameriere, che fa un
ripulisti sommario.
In un paio di occasioni gli ospiti del piano sottostante
hanno sentito nelle stanze di sopra un certo trambusto, grida
soffocate e qualche sparo. Il giorno successivo un elicottero
si è librato sulla terrazza trasportando in sospensione un
imballo verso il mare aperto.
L'ascensore si fermò al centonevantesimo piano.
Il Sig. Affilati premette un pulsante a fianco del tasto
dell'allarme. Attese trenta secondi mentre scattavano vari
flash, finché nella parete della cabina si aprì un varco.
Il visitatore salì su un montacarichi, di assito grigio in
mezzo a un pozzo di cemento, che lo portò al super-attico.
Le persone della megalopoli che conoscevano il percorso
per raggiungere l'abitazione segreta del Signore dei Vetri si
contavano sulle dita di una mano.
Una fenditura si aprì nel muro di cemento e Affilati entrò
nella stanza.
Le pareti grigie erano nude, c'era soltanto una branda più
ampia del normale, un tavolino con le gambe di metallo ed il
piano di plastica, una sedia di tela ed un vecchio televisore
non tridimensionale. Il pavimento era ingombro di giornali,
di pile di documenti, di lattine piene e vuote della kolkolk,
una bibita analcolica.
Il Signore dei Vetri si era rinchiuso da una settimana in
quello stambugio. Protestava in questo modo contro le
avversità della vita.
Giaceva supino sul letto, il lenzuolo tirato sopra la testa.
— Relazione — disse il Signore dei Vetri.
— Su cosa? — chiese impassibile l'Affilati.
— In questo momento mi interessa una cosa sola. Lo sai
benissimo.
Il Visitatore fece una smorfia.
— Ho capito. Quell'affaruccio da quattro soldi.
— Non è un affaruccio. Sto già abbastanza male anche
senza il tuo sarcasmo. Come vanno le cose?
— Al solito. Discutono.
— Non finiranno mai, maledetti. Ognuno vuol dire la sua,
anche se non ne capiscono nulla. Logorroici, cacastecchi.
— Si stanno un po' scaldando, per la precisione.
Il Signore dei Vetri mise fuori la testa dal lenzuolo, guardò
spaventato il collaboratore.
— Come sarebbe, scaldando?
— Un tale, un radical-moderato, dice che ci dovrebbe
essere un criterio, una selezione, che si dovrebbero formare
degli elenchi, con riferimento ad orfanotrofi, ospedali,
famiglie in condizioni speciali, dal quinto livello in giù,
naturalmente. Personalmente mi sembra che abbia ragione.
— Un corno ha ragione. Come si chiama questo
sovversivo?
— Se tu avessi fatto conservare in un congelatore tutti gli
avversari che hai, diciamo così, superato dialetticamente
avresti una provvista per dieci anni.
— Questa è una volgarità gratuita. Gli adulti non mi
interessano.
— Per farla breve, questo qui ha fatto lievitare la
discussione. È riuscito a tirarne diversi dalla sua parte.
Perché ha torto, secondo te?
— È chiaro, perché. In quel modo tutto avrebbe il carattere
di una sopraffazione. La gente si farebbe in quattro per
essere esclusa dalle liste. Ci sarebbe un'ondata di amore
materno e paterno senza precedenti. Non faremmo altro che
aprire spazi ai rompiscatole fanatici e leggittimisti. Perché
nessuno mi capisce? Bisogna fare esattamente come dice
Jonathan. Esattamente. Mercato libero. Nessuna limitazione.
Libera offerta, libera domanda. L'Amministrazione non deve
entrarci.
«Facciano una leggina in bianco. Un paio di articoli per
rimuovere un ostacolo e basta. Per dire che chi vuole può
fare questo e quest'altro, che rientra nei suoi diritti di
capofamiglia disporre anche nel senso... detto in modo
tecnico e beninteso, corretto, e senza fronzoli. Bisogna che il
dibattito si raffreddi. Altrimenti li avremo tutti addosso: dalla
lega internazionale per la protezione dei dugonghi, ai
comitati di pianerottolo, tutti con la smania di controllare e
di organizzare. Come si chiama questo cacadubbi?
— È uno famoso. È quello che l'anno scorso...
— Non importa. Passa il nome direttamente a Salvatore.
Non ho tempo per la dialettica. E adesso vattene, per favore,
non me la sento di lavorare. Sto male. Ti incarico di dire a
tutti i nostri amici che li prego umilmente di fare presto, di
affrettare i tempi. Devi dire così, che io li prego umilmente e
che saprò essere riconoscente.
— Ti abbatti troppo. Guarda che ti trovo giù. Dovresti
mangiare qualcosa.
— Sei un mascalzone — disse il Signore dei Vetri
tornando a coprirsi il viso con il lenzuolo per mascherare la
smorfia di dolore sul faccione, — sei un perfetto farabutto.
— La carne è debole — sospirò il visitatore cercando sul
muro il pulsante di chiamata.
— Ho bisogno di vedere Frederick — disse il Signore dei
Vetri, — avverti di là, per piacere.
Si udì lo stantuffo del montacarichi che si fermava, sulla
parete bianca si aprì la fenditura scura nella quale Affilati
scomparve.
Il Signore dei Vetri continuò a lamentarsi sommessamente
sotto il lenzuolo.
Di nuovo si udì il suono del cicalino e una spia si accese
su un quadro elettronico; su uno schermo a capo del letto
apparve un viso lungo e magro.
Il Signore dei Vetri gettò via il lenzuolo, si asciugò gli
occhi, si riassettò sul corpaccione lo stazzonato pigiama
color canarino, si sedette sul letto raccogliendo le gambe
sotto il ventre e azionò il pulsante di apertura.
Dalla parete comparve un uomo non più giovane, alto e
magro, impeccabilmente vestito di scuro.
— Buona sera. Signore — disse il nuovo arrivato, — ha
ordini per me?
— Caro Frederick — disse il Signore dei Vetri, — non ho
ordini, per lei, purtroppo. E comunque non si danno ordini
agli artisti. Ma si sieda la prego, si metta comodo, parliamo
un poco.
— Lei è veramente cortese — disse Frederick un po'
freddamente, sedendosi sull'unica sedia.
— Come si trova da noi, caro Frederick?
— Bene, Signore, grazie. Sono tutti gentili con me,
soltanto...
Il Signore dei Vetri si accigliò.
— Mi dica, la prego. Se qualcuno si permette di non
trattarla con il rispetto che le è dovuto...
— Per carità, niente di questo. Il fatto è che mi pesa
l'inattività, ecco.
Il Signore dei Vetri sospirò.
— La capisco perfettamente. Ma non durerà a lungo,
glielo garantisco.
— Se mi è permessa una proposta. Signore. Ieri ho
ricevuto una coppia piuttosto mal messa, molto povera,
voglio dire. Famiglia numerosa e via dicendo. Sono venuti a
trovarmi conoscendo la mia passata attività.
— Passata? Perché passata, caro Frederick? Non dica così,
la prego.
— Ho detto passata? Mi scuso: del resto sono trascorsi
tanti mesi che qualche volta temo di aver perso le mie
capacità.
— Questo periodo di astinenza non può fare altro che
affinare il suo talento.
— Può darsi. Signore. Comunque, le dicevo di questa
famigliola. Bene, in poche parole, mi hanno fatto un'offerta e
si presterebbero anche a fare da mediatori per occasioni
analoghe. Abitano nella Città Bassa, vi sono possibilità
illimitate in quell'ambiente. Per il mio vecchio ristorante il
prezzo sarebbe proibitivo, del tutto antieconomico,
veramente. Ma per lei... Si tratta di due soggetti, al terzo
anno di età, due gemelli. Mi hanno mostrato le foto e
sarebbero disposti a farmi visionare la merce dal vivo.
Niente male. Davvero. Mi vergogno a dirle la cifra perché si
tratta di una speculazione triviale. Si conoscono le sue attuali
difficoltà...
Il Signore dei Vetri si era preso il viso fra le mani ed era
scosso da un tremito.
— Non me ne parli, Frederick — disse a bassa voce, — le
sarò riconoscente se smetterà di parlare di questo.
— Ma perché? Ma non è questo che vuole? Lei non sta
lavorando per questo? Che male c'è ad anticipare? Che
danno può fare una piccola trattativa?
— Frederick, lei è come tutti gli artisti. I geni sono come
bambini, non se n'abbia a male. C'è di mezzo la politica,
Frederick. Ho messo in moto un meccanismo delicato,
basterebbe un granello di sabbia per farlo inceppare. So con
certezza che c'è chi sta lavorando per fare scoppiare uno
scandalo. È necessario batterli sul tempo, fare approvare la
legge. Prima di tutto la legge, capisce Frederick? Nessuna
iniziativa prima della legge. Questi due per esempio, che si
sono presentati a lei e che le hanno fatto questa offerta.
Saranno sicuramente due brave persone, ma io come faccio
ad escludere che siano invece dei provocatori?
— Garantisco io, per loro. Si tratta di persone fidatissime
che hanno già avuto dei rapporti commerciali con la passata
ditta. Non si tratta solo di me. L'ozio mi opprime, è vero, ma
non perderò la mano, non credo, almeno. Non mi preoccupo
per l'avvenire, mi dà pensiero il suo aspetto. Mi rammento la
sua floridezza quando veniva a visitarci nel nostro piccolo
locale. Non sono un medico, ma vedo che Lei si trasforma
giorno per giorno. Non voglio allarmarla, ma c'è qualcosa di
speciale nella nostra distrazione. Qualcosa che entra nel
sangue, e che se si interrompe di colpo... Ebbene possono
insorgere complicazioni. Anche piuttosto gravi. Pensi alla
crisi depressiva che ha colto quel nostro ex-cliente... Quello
che ci aveva creato tutte le difficoltà e che di recente...
— So benissimo com'è il fatto e ne sono rimasto
sconvolto, come tutti, del resto. Ma non credo che mi
capiterà la stessa cosa.
— Tuttavia — riprese Frederick, — nell'attesa che si
realizzi il suo programma grandioso, questa occasione
sarebbe una boccata di ossigeno per lei. Ho qui con me le
foto... — Frederick si frugò in una tasca.
Il Signore dei Vetri si prese la testa fra le mani e la sua
voce si fece udire soffocata.
— Metta via subito quella roba.
— E se la legge non venisse approvata? — chiese
Frederick.
— Lei non ha fiducia in me, e questo mi dispiace. Se non
faremo errori la legge sarà approvata e lei potrà riprendere la
sua attività con pienezza, con dovizia di mezzi e soprattutto
con la serenità che deriva dall'approvazione della società. Lei
non lavorerà più a beneficio di un'organizzazione
semiclandestina, esposto ai rischi della illegalità. Lavorerà
per conto di un Imprenditore onesto, alla luce del sole, in
piena libertà. Nel frattempo lei può esercitare il suo
eccezionale talento teoricamente, non le pare?
— È quello che sto facendo, difatti.
— Questo sì che va bene! — disse il Signore dei Vetri, —
mi parli di questo, la prego.
— Bene — disse Frederick sospirando rassegnato, — ho
in mente alcune importanti innovazioni. In particolare nei
tagli e nelle salse.
«L'aspetto dei tagli è stato dominato finora dalla necessità
di mantenere la mia... posso permettermi di chiamarla arte?
— Quando si è al suo livello si ha il dovere di chiamarla
arte — disse severamente il Signore dei Vetri.
— Di mantenere l'arte — riprese Frederick, — nell'ambito
della segretezza. E perciò i tagli erano mascherati e si era
costretti ad eliminare molte parti. Ricorda «l'Agnello
Sacrificale di Samarcanda?»
Il Signore dei Vetri si passò la mano sulla gola
socchiudendo le labbra umide.
— Come posso aver dimenticato un simile capolavoro?
Lei si fa torto, caro Frederick.
— Ecco, fui costretto a dare a quel capolavoro, come lo
definisce lei, l'aspetto di un volgare spezzatino. Eppure lei sa
bene fino a che punto la presentazione sia fondamentale. Gli
antichi maestri insegnano che il pavone deve comparire a
tavola con tutte le sue piume e penne intatte.
— Lasci perdere i pavoni — disse il Signore dei Vetri con
una smorfia, — mi disgusta sentir parlare di volatili.
Da cinque mesi mi nutro soltanto di tapioca. Non voglio
contaminare il palato. Sto soffrendo come un frate mistico
nei giorni di digiuno e continuerò a soffrire fino al giorno
della liberazione. Questo martirio mi nobilita, caro
Frederick, mi rende più degno del suo talento.
Frederick accostò la sedia al letto e avvicinò le labbra
all'orecchio del Signore dei Vetri che si protese ad ascoltarlo
socchiudendo gli occhi, il viso flaccido percorso da un
tremito.
— Si immagini «l'Agnello Sacrificale di Samarcanda»
presentato intero su un piatto di portata — Frederick
sussurrava, — tratteggiato dovunque da una fitta rete di
piccole incisioni nelle quali far colare la salsa bollente.
Naturalmente il piatto è su un fornello da tavola, a fiamma
viva.
— La salsa — ansimò il Signore dei Vetri, — quale salsa?
— La salsa «delle Isole Figi», una nuova salsa. L'ho
elaborata in questi giorni. È qualcosa di esaltante. Si prende
il cucchiaio della salsiera e si asperge dovunque, lentamente,
e mentre il composto bollente sfrigola e fuma, si fa
attenzione che penetri, irrori, che intrida profondamente. Si
raccoglie la salsa dal piatto, ancora si asperge. Si aspetta,
non bisogna aver fretta; mentre dal contatto, esaltato dal
calore, con gli ingredienti si sprigiona l'aroma, bisogna fare
attenzione al colore. Il «Samarcanda» da bianchissimo che
era, slavato da quarantotto ore di marinata, deve diventare
prima rosa, poi rosso vivo, infine sul dorato e intanto si
assisterà al formarsi di una crosta, consistente come
pergamena, che si screpola e si arriccia in corrispondenza
delle incisioni. È a questo punto che si può prendere il più
affilato dei coltelli...
Il Signore dei Vetri con le palpebre serrate, pallidissimo, si
abbandonò lentamente all'indietro, un po' di traverso, finché
il muro al quale il letto era accostato non ne arrestò la
caduta.
— Silenzio — disse con voce strozzata, — silenzio. Non
lo vede che sto male?
— Me lo ha chiesto lei — disse Frederick offeso.
— La salsa delle Figi — il Signore Dei Vetri parlava come
fosse in sogno, — come si fa?
— Questo non glielo posso dire.
Il Signore dei Vetri si alzò in piedi sul letto con
insospettata agilità. Ballonzolava per il peso come una
marionetta, i piedi affondati nel materasso, accennò un passo
in direzione di Frederick.
— Sono circondato da traditori! — urlò alzando i pugni
verso il soffitto, — gente che pago e che mi pugnala alla
schiena! Che cosa crede di essere! Lei è un mio dipendente!
Mi dica subito come si fa la Figi!
— Mai. So benissimo che mi ha fatto spiare, che si è
frugato fra le mie carte. Non rivelerò mai a nessuno né
questo né altri segreti, e meno che mai a un dilettante!
— Dilettante? Chi sarebbe il dilettante?
— Il dilettante è Lei, in questo ramo, ovviamente. Il
Signore dei Vetri si lasciò cadere sul letto, affondò la faccia
nel cuscino e cominciò a piangere.
— Non mi abbandoni anche lei, Frederick — diceva fra i
singhiozzi, — sono un povero vecchio solo. Mi lasciano
morire, mi vogliono uccidere lentamente, non ho che nemici.
Sussultava pronunciando parole smozzicate, soffocato dai
singulti.
Si aprì il passaggio nella parete e comparve una donna alta
e muscolosa come un facchino, vestita da infermiera. Si fece
largo allontanando Frederick dal letto con una spallata.
— C'era da aspettarselo — disse l'infermiera alzando nella
grossa mano la siringa ipodermica, — da un pezzo lo
controllavo dal video. Ormai ha una crisi al giorno. Fa
vergogna vedere un uomo come lui ridursi così. Anche lei,
però: viene qui a provocarlo. Se non fanno presto, quelli là, è
spacciato. Il suo metabolismo è sconvolto.
Si sdraiò sul corpo del Signore dei Vetri in preda a fremiti
convulsi, lo bloccò con il suo peso, e gli infilò con un gesto
rapidissimo l'ago in una spalla.
Si rialzò e fece ruotare il corpo del paziente, mettendolo
supino.
Il volto contratto del Signore dei Vetri, impiastricciato di
lacrime, cominciò a distendersi.
CAPITOLO QUATTORDICESIMO

— Prima che ci arrivassi io, qui tutti si annoiavano a morte


— disse la Direttrice. — C'era uno schifo di giardino una
volta: ciliegi, laghetti e boschetti di bambù. Gli ospiti
stavano sparsi in mezzo al fogliame a guardarsi l'ombelico.
Tutti i giorni sedute collettive di analisi, meditazioni
trascendentali, filosofia zen e tiro con l'arco. Tutti lì a
concentrarsi sul grande nulla.
La Direttrice liberò dalla custodia di alluminio un grosso
sigaro e se lo accese accavallando le gambe sul bracciolo
della poltrona, dalla vestaglia corta e unta uscirono rotoli di
carne, un seno enorme straripò fuori completamente.
— Sono di un'altra scuola, io, mi va il vecchio, vizioso
occidente. L'odore dell'aria aperta mi fa venire il vomito. —
Sbadigliò stiracchiandosi.
— Ho fatto venire su questo albergo pidocchioso. Molto
tempo fa era l'animazione di una cittadina tedesca
sull'estuario dell'Elba. Poi lo misero in una stronzata di
museo all'aperto insieme alle case rurali e ad una stazione
ferroviaria del ventesimo. È là che l'ho visto, la prima volta.
L'ho fatto sollevare fin quassù con tutte le sue cose, appeso
ad una gru.
Fece un gesto circolare con la mano grassoccia.
— Eccolo qua completo delle sue camere piene di stucchi,
le specchiere, i tappeti, i cessi con le maioliche e i water che
perdono. Le sole cose verdi che si vedono in giro sono le
palme in vaso, ma stanno ingiallendo per fortuna, perché si
dimenticano di annaffiarle.
«Della vecchia gestione è rimasto solo il nome: «Villaggio
della pace interiore». Si può dare la pace in tanti modi. Io
sono per la terapia ludica. Si balla tutte le sere; abbiamo una
bella orchestrina, tutta femminile. — Guardò attentamente
Iskra.
— Carina, direi. Suoni qualche strumento tu? No?
Peccato. Qui non avrai il tempo di pensare a quelle cose
odiose che fate voi ragazzi. — Sbuffò il fumo nella direzione
dell'Insistente e dei messianisti.
— Non abbiamo bisogno di poliziotti della DIDA, qui. Lo
sapete anche voi che siete dei rompiscatole. Perciò mi farete
il favore di andarvene subito dopo il tempo regolamentare.
Tre giorni perché la ragazza si ambienti sono più che
sufficienti. E ricordatevi che io dei vostri rapporti negativi
me ne sbatto. Sono due anni che sono qui e non se ne è mai
andato nessuno: l'avete notato, non si può uscire. Ma anche
se la sicurezza è totale, non so se hai capito carina, è proprio
inutile fare tentativi, perdiamo tempo tutti quanti, non c'è
bisogno di stare tutto il giorno a piangersi addosso. Perciò
cercate di sistemarvi un po' meglio, specialmente voi due —
sorrise acida ai messianisti, — vestiti a codesto modo
sembrate due sgombri appena si apre la scatola. Bene. Ora
sono stanca. Giovanni vi mostrerà le camere.
I due ragazzi che le stavano a fianco, vestiti di cuoio, pieni
di borchie di acciaio e con i capelli a criniera, la sollevarono
con la poltrona e la portarono fuori dalla stanza.
Giovanni in giacchetta a righe bianche e nere, si alzò dal
divano dove sonnecchiava in attesa, si diede una grattata
all'interno degli ampi pantaloni e li scortò su per le scale di
legno scricchiolanti e piene di polvere. La camera destinata
ad Iskra sembrava abbandonata da secoli, la vasca da bagno
era quasi accanto al letto, separata da un paravento di
cotonina a fiori. In fondo alla vasca un geco giallo disturbato
dalla luce guizzò oltre il bordo e ricadde sul pavimento con
un tonfo.
Alle spalle della Direttrice una ragazza nuda in bronzo si
abbaruffava dolcemente con un giaguaro di ceramica a
chiazze gialle e nere.
La Signora riempiva della sua sovrabbondanza una nicchia
a mosaico nella parete di fondo della sala da ricevimento.
La festa si trascinava stancamente fra valzer e mazurche.
Le quattro coppie al centro della sala parevano
addormentarsi addosso. Per chi aveva gli occhi esercitati
data la semioscurità, più interessante era guardare negli
angoli della sala, dietro i divani e sopra i divani sulla traccia
di odori conturbanti e di rumori furtivi, sospiri, risatine,
schiocchi e movimenti frenetici e bruschi.
Bisognava stare attenti a dove mettere i piedi in mezzo alle
gambe e alle pance, agli abiti sparpagliati, i bicchieri, i
posacenere, le chiazze scivolose di umidità.
Degrado si era affondato in una frau diroccata con una
bottiglia di vino bianco niente male. Iskra era sparita, i
messianisti anche.
— Tutti nel mezzo, ora — la Direttrice si alzò nella sua
nicchia sostenuta dai soliti giovanotti, protendeva il mento in
avanti in posa arringatoria mentre il trombone dell'orchestra
si produceva in catarrosi doremifà.
— Sospendete il pilùn-pilùn per un momentino, prego.
Lasciate il pezzo, ripeto, solo per poco. Abbiamo la nostra
piccola seduta collettiva. Ragazzi, avvicinatevi, per piacere.
Dov'è quella nuova?
Dal cerchio d'ombra uscì a precipizio una figura bianca,
l'Insistente ebbe l'impressione che fosse stata spinta. Iskra in
abito lungo una specie di camicia da notte, comparve accanto
alla Direttrice.
— Ecco, bellina, mettiti qui vicino a me. Accucciati qui
sotto come una cagnolina, brava. Va bene va bene va bene,
niente inno 'sta volta. Almeno lo stacco musicale, forza
ragazze, un po' di taratatà.
Mentre l'orchestra attaccava una marcetta si andò a
stravaccare sugli stremati tappeti polverosi al centro della
sala, una popolazione di ragazzotti e ragazzotte, tutti poco
vestiti, scarmigliati e sudati come gli ospiti di un bagno
turco.
— Allora, dico io — intonò la grassona alzandosi sulle
punte e facendosi rossa nello sforzo di riempire la sala con la
voce: — Chi è che vi vuole bene, qui?
— LA NOSTRA DIRETTRICE! — rispose il coro misto,
ma senza molto entusiasmo.
— E chi è che pensa a tutti voi, nel vasto mondo? Forse la
vostra cara mammina?
— NO! — rispose il coro, — LA MAMMA FUORI
DALLA PORTA!
— Il vostro papà, allora?
— FUORI DALLA PORTA IL PAPÀ!
— Fratelli zii nipoti cugini l'amica della mamma la
fidanzata di papà la tata, chi pensa a voi?
— NE-SSU-NO! — cadenzò il coro, — FUORI TUTTI
QUANTI! U-NO, PER U-NO!
— Ma allora chi vi nutre, carini miei, chi vi dà il
minestrone per tenervi su, chi ve lo dà?
— La Metropoli — dissero in quattro o in cinque, ma
senza convinzione.
La Direttrice fece un gesto con la mano per fermare
l'accompagnamento dell'orchestra e si bloccò per un attimo
con due dita della destra premute contro gli occhi.
— Va mica molto bene così: proviamo un'altra volta.
Metteteci un po' più di elettricità bambini sennò vi faccio
passare uno a uno dal carica-batterie. È già un mesetto che
non facciamo il trattamento, vero? Allora chi è che pensa a
voi, chi ve lo dà il becchime il ricovero le piume e le penne
come agli uccelli del cielo?
— LA METROPOLI! — rispose, questa volta a gran
voce, il coro.
— E chi vi ama, voi?
— LA METROPOLI!
— La Metropoli e poi?
— LA METROPOLI E LA DIRETTRICE!
Seguirono un altro paio di partiture per coro e orchestra: i
ragazzi ringraziarono la Metropoli e la Direttrice che li
tenevano fuori dai guai e quindi fluttuarono di nuovo negli
angoli. Le suonatrici attaccarono un blues-jazz, dolce e
malinconico, la Direttrice ricadde a peso morto, sbuffante,
nell'ombra della nicchia dove i due ragazzi in cuoio e
criniera gialla e rosa ripresero a pasticciare con le trine sfatte
del suo deshabillé.

Erano le quattro del mattino quando Degrado trovò Iskra.


Stava sdraiata sulla moquette bianca di un corridoio fuori
mano, completamente nuda, e sembrava più che
addormentata.
La festa continuava: o almeno le suonatrici continuavano a
suonare, qualche coppia continuava a ballare e le altre
sardine continuavano ad inscatolarsi nel buio. Dopo il rituale
terapeutico per un poco l'Insistente aveva visto Iskra
acciambellata sotto la poltrona della Direttrice, poi la
ragazza era sparita.
Si era messo a cercarla con ritardo perché il vino bianco
sotto un'apparenza dolciastra e innocua arrivava alle gambe
eccome.
Respirava appena ed era freddina, la ragazza, coperta da
uno strato di sudore come una trota appena pescata.
Degrado se la caricò sulle spalle e prese le scale. In
quell'ala dell'albergo il suono dell'orchestra arrivava appena
e l'hotel sembrava addormentato.
Nel corridoio in cima alle scale era buio.
L'Insistente trovò la porta della camera a tentoni, accese la
luce e scaricò Iskra di traverso sul letto.
Con un asciugamano umido le soffregò il corpo finché
riaffluì il sangue. Anche il polso adesso era più pieno e le
guance cominciavano a farsi rosee. Mentre l'acqua
caldissima riempiva la vasca e il vapore annebbiava la
stanza, l'Insistente, sostenendola per la vita e sotto un'ascella,
la fece passeggiare.
Quando l'acqua fu all'altezza giusta la sollevò e la tuffò
nella vasca reggendole il capo fuori con le mani a conca.
Iskra sbuffò, dimenò le gambe e spalancò gli occhi.
— E così impari a imboscarti — disse Degrado.
— Perché sto facendo il bagno? — chiese la ragazza.
— Domandalo a chi ti ha fatto il servizio — rispose
Degrado, — ti ho ripescata al volo, eri vispa e calda come un
semifreddo alla crema. La tua circolazione si stava per
bloccare come un ingorgo sotto il tunnel. Tempo mezz'ora,
parola d'onore.
— Ma per fortuna arriva l'eroe... un po' passato d'età e un
po' soprappeso. Eccolo che mi cerca per tutti i ripostigli di
questo lugubre albergo. Mi raccoglie: un soffio dei suoi
potenti polmoni e l'angelo della morte vola via!
— Sfotti quanto ti pare, ma è proprio così che è andata.
Quella specie di sudario che avevi — disse Degrado
avviandosi verso la porta, — cercatelo. Quando ti ho
raccolto eri come adesso.
— Aspetta — disse Iskra, — l'ho trovata!
— Trovato chi? — chiese l'Insistente.
— La cliente dell'avvocato! Le ho parlato per un'ora, mi
ha raccontato tutto: era su un bus con il figlio di tre anni.
Portarono via tutti i bambini ambosessi sotto i quattro. Un
gruppetto di adulti riusci a scappare, fra cui lei. Per mesi non
si è data pace, tanto ha frugato che ha trovato una traccia;
allora è tornata con quelli di sopra, perché nasce bene, la
gentildonna. Insomma si è data da fare, è riuscita ad entrare
nel giro. Per arrivarci ha fatto la puttana di lusso. Alla fine
entra nel giro alto, perché è piuttosto messa bene, tra
parentesi. Trova il friend giusto e riesce a farsi portare in uno
di quei ristoranti. Ascolta, perché viene il bello: dopo i
cocktails e una sviolinata propiziatoria e dopo che si è
fotografata in testa a tutti gli avventori più eminenti,
compreso il nostro amico con quell'enorme culo flaccido che
si ritrova al posto della faccia, avrebbe dovuto mangiare, no?
O al massimo fare finta o dire che era indisposta, che ne so?
Insomma starsene tranquilla e poi uscire al braccio
dell'amico che ce l'aveva portata e dopo con calma alzare il
casino. E invece non ce l'ha fatta. Appena è arrivato il
cameriere con... con la portata, insomma con il piatto clou,
quella scema è scoppiata a piangere, ha fatto saltare per aria
ogni cosa, le candele accese, le cristallerie, i piatti, si è
avventata addosso al cameriere e gli ha quasi staccato un
orecchio con un morso. Insomma ha mandato tutto all'aria. E
meno male che l'avvocato era al corrente di tutto: in questo
modo sono scesi a patti. Altrimenti avrebbero cucinato anche
lei, probabilmente: in casi di emergenza non si può essere
ultra-raffinati. Per questo l'hanno rinchiusa qui dentro. Come
una specie di ostaggio. Lei qua, viva. È l'avvocato, fuori, ma
zitto. Adesso hanno deciso di rompere la tregua tutti quanti,
e lei è disposta a scappare con noi.
— Già — disse l'Insistente, — ma dov'è ora?
— Davvero — disse Iskra, — bisogna ritrovarla. Eravamo
ancora insieme quando quel ragazzo con la spazzola in testa
è venuto a portarci da bere. Abbiamo brindato alla prossima
partenza. Adesso mi ricordo: tutt'a un tratto mi è sembrato di
aver sonno, un sacco di sonno.
I messianisti entrarono nella camera e poggiarono a terra
la borsa che adesso appariva più gonfia.
— Sarà meglio andare, allora — disse Iskra.
— Renderai loro la mercede secondo il merito — disse
Giona.
— Ma insomma che intenzioni hanno — chiese Degrado.
— Per quello che mi riguarda, non importa niente — disse
Iskra, — hanno ripescato la principessa e mi basta. Se loro
vogliono sganciarsi tanto di guadagnato per noi.
L'Insistente guardò con una smorfia la carrozzella da
paralitici sulla quale la cliente dell'avvocato infagottata in
una vecchia pelliccia dormiva completamente abbandonata.
— Sarà meglio andare — ripeté Iskra, — la turbo ci
aspetta in cortile.
— Un momento — disse l'Insistente, — per cominciare
quella è ridotta in uno stato peggiore di come avevano
sistemato te. Secondo: questo posto è una fortezza,
praticamente. La parete nord dell'albergo poggia
direttamente sul più alto pilone di sostegno della Città-Alta.
Le finestre che c'erano le hanno murate. Sono riuscito a dare
un'occhiata da una bocca d'areazione ed è come stare sospesi
in cielo; si vede in basso la nebbia dei livelli inferiori. I lati
est ed ovest dell'albergo confinano con le strutture più alte
della Città, ma per arrivarci bisognerebbe volare, perché c'è
un salto di cinquanta metri nei punti più stretti.
«A sud c'è il ponte, la porta d'entrata e quattro ragazzi
robusti che sono infermieri come io sono un ufficiale della
DIDA: sembrano bene imbottiti sotto il camice.
— È di là che passerete voi, a bordo del vostro arnese
infernale. Anche noi siamo felici di interrompere l'ambiguo
sodalizio — disse Giona, — gli agnelli cesseranno di bere
alla stessa fonte inquinata...
— Lo so già codesto — disse l'Insistente, — ma chi apre il
portone? E cosa ne faccio dei guardiani, li saluto
graziosamente al passaggio con il fazzoletto?
Barnaba guardò l'orologio: — Mancano tre minuti e sette
secondi.
— Avranno da fare fra poco, i guardiani — disse Giona.
Iskra afferrò a precipizio la carrozzella.
— Corri — disse, — hanno minato l'albergo, non l'hai
capito?
L'Insistente afferrò lo schienale della carrozzella e si mise
a spingere con Iskra verso il corridoio, mentre Barnaba
ispirato alzava le mani al cielo.
— Avranno la mercede che si meritano, i lascivi, gli
impuri, gli incestuosi, i pervertiti, i dannati. Non più sabba
sconci fra queste mura. Sarà il fuoco a detergere...
Dopo i primi scalini la carrozzella si ribaltò, Degrado con
un calcio la fece ruzzolare e si caricò la ragazza come un
sacco sulle spalle.
In fondo alla penombra delle scale, illuminata dal
paralume verde sul banco della reception la Direttrice li
aspettava con i soliti ragazzi-puledri al fianco ed una piccola
rivoltella in mano.
— Niente tour in città, stamani — disse la Direttrice. —
Non è previsto nel programma. — Fece un cenno con la
pistola a Iskra: — Prendi la ragazza — disse, — e allontanati
dal granduomo. Non mi va quello che volevate fare. La
persona alla quale state cercando di mettere rogna guarda
caso è quella che mi paga e che tiene in piedi questa baracca.
E poi a me piacciono le storie gotiche e non ho niente contro
le diete variate.
In quel momento una vampa gialla che proveniva dal
sottoscala vinse la luce scialba della vetrata all'ingresso: ci fu
un boato e il lume verde volò chissà dove: anche le chiavi
appese al quadro della reception presero improvvisamente il
volo e si misero a sciamare come calabroni verso la porta di
fondo.
Ci fu un attimo di buio e di silenzio mentre un odore
penetrante faceva pizzicare il naso, poi nell'apertura della
porta sfondata scoppiò un altro sole, rosso questa volta, e si
sentì il fuoco crepitare.
Degrado sbattuto da un destro professionale contro la
ringhiera era riuscito a reggersi in piedi nonostante il peso
della ragazza; volò in fondo alle scale dove Iskra
imbambolata, scalza, mutandine e reggiseno si guardava i
piedi.
— Ehi! — disse Iskra, — sono scalza! L'Insistente
l'afferrò per un braccio.
— Non c'è tempo — disse, — vieni via!
Nella corsa scavalcarono la mole della Direttrice, un filo
di sangue le scorreva dalla radice dei capelli fino al centro
dei seni, gli occhi azzurro-chiaro spalancati.
Qualcuno si mise a urlare, rompendo un silenzio che
pareva fosse durato ore, e tutt'a un tratto ci fu un baccano
infernale in tutto l'albergo mentre un fumo spesso e nero
arrivava ad ondate sempre più intense.
Trovarono la turbo dopo che l'incendio li aveva costretti a
cambiare rotta varie volte.
Degrado gettò la ragazza come uno straccio sul sedile
posteriore e mise in moto mentre Iskra si precipitava al suo
fianco. Davanti a loro il grande portone che immetteva nel
cortile interno era spalancato: molte ombre continuavano a
buttarsi nella luce che a tratti traspariva dietro il sipario di
fumo.
Degrado ingranò la marcia e gettò l'auto a tutta velocità
dentro quella pozza chiara.
Un paio di volte la turbo sobbalzò mentre le ruote
incontravano ostacoli misteriosi: improvvisamente si
trovarono all'aria della mattinata chiara; una sirena stava
ululando. L'Insistente respirò per la prima volta quanto
avvertì sotto le ruote il liscio dell'asfalto regolare.
Iskra rabbrividì e si rannicchiò sul sedile.
— Ho freddo — disse. — Ma senti: a un tratto mi sono
trovata ritta in fondo alle scale, mezza nuda e senza le
scarpe. — Si mise a ridere nervosamente: — Ma le scarpe,
dove sono finite?
— Non lo so — disse Degrado, — sei ferita?
— No. Ma ogni tanto qualcuno si diverte a spogliarmi in
questo film.
Iskra si voltò a guardare la ragazza sul sedile di dietro,
scoprendola sotto la pelliccia.
— Sto bene — disse, — e anche la principessa, qua,
sembra tutta intera. Abbiamo avuto una bella fortuna, non c'è
che dire.
— Fortuna un corno. Come hai fatto a sapere che quei due
pazzi volevano far saltare l'hotel?
Iskra ridacchiò.
— Ce n'è voluta per farti muovere. Li conosco quei due,
fra i vaganti sono famosi per il metodo. Scattano in un modo
un po' radicale quando gli gira storto. — Rise ancora.
— Là dentro c'era un'aria un po' troppo disinvolta per i
loro gusti. Ma alla fine ci sono stati utili, non ti pare?
Abbiamo la ragazza, la vita ci sorride ancora, siamo con le
vele al vento e mi sto divertendo come una matta.
— Con le vele al vento — disse Degrado, — proprio.
Sotto il sedere ho un'auto della DIDA che per quanto ne so
dovrebbe essere rubata. I miei documenti sono falsi. Dietro
di me ho lasciato un rogo e fra poco avrò tutte le polizie
della megalopoli addosso. Viaggio con una ragazza drogata
evasa da un riformatorio e con una matta in combinazione
trasparente. Meno male che non piove.

L'ufficiale della Polizia urbana girava fra le mani i


documenti con aria sospettosa. Due agenti lo proteggevano
con i mitra puntati verso la macchina. Era rimasto
impressionato dall'intestazione e dalle firme, ma dopo aver
letto scrupolosamente tutto, aveva preso un'aria incerta.
— Dove sono gli altri due? — chiese. Parlava con il
linguaggio ufficiale dei servizi di polizia senza mansioni
specializzate.
— A quanto risulta dalla documentazione ufficiale
offertami in visione, rilevasi che gli occupanti dell'Auto
Zadar 15, adibita a servizio speciale, in transito attraverso la
Zona Alta, Ripartizione ottava, Quartiere delle
telecomunicazioni e Servizi di Informazione, dovrebbero
essere cinque. Per l'esattezza un ufficiale, due agenti e due
rieducande di stretta sorveglianza. Notasi presenza di due
individui di apparente sesso femminile privi della
regolamentare tenuta, nonché del sedicente ufficiale della
DI-DA, conducente della suddetta auto. Avendo su richiesta
dello stesso ufficiale di Polizia Urbana rapportante, il
menzionato sedicente graduato della DIDA tolto i dispositivi
di oscuramento speculare dai finestrini posteriori, potevo
notare che i sedili della parte retrostante dell'abitacolo sono
vuoti. E pertanto domando: dove sono gli altri due?
— Per i fatti loro — rispose l'Insistente, li ho comandati ad
un altro servizio. Osservi il Nota-Bene sul nostro
lasciapassare, c'è scritto S.M.U., servizio di massima
urgenza. Bloccandoci qui lei si sta tirando addosso un sacco
di grane.
— Continua registrazione rapporto — riprese l'Ufficiale di
Polizia parlando al microfono che teneva appuntato al bavero
della giacca, — domandato risponde: per i fatti loro.
L'interrogato faceva quindi riferimento alle grane alle quali il
rapportante potrebbe andare incontro bloccando l'auto.
Osservo che due rieducande in transito per
accompagnamento coatto, sorvegliate da un solo agente, in
duplice funzione di accompagnatore e di conducente
dell'auto, costituisce grave irregolarità sotto il profilo della
violazione dell'art. 26 delle disposizioni di attuazione del
Regolamento della Legge n. 410 per gli Istituti di
Rieducazione e Risocializzazione delle Persone Pericolose;
le due suddette appaiono discinte. Invito quindi occupanti
auto a fornirmi documentazione personale costituita da
singole carte di identificazione elettroniche per controllo
radio-televisivo presso Stazione Centrale, Ripartizione
Identità Personali.
— Poteva dirlo subito — disse l'Insistente. Premette il
pulsante per aprire il finestrino laterale. L'Ufficiale di Polizia
Urbana si avvicinò e allungò una mano verso il vetro
corazzato che si stava aprendo lentamente. L'Insistente fece
scattare il dispositivo di apertura automatica dello sportello.
La portiera colpì con violenza l'Ufficiale all'altezza delle
ginocchia gettandolo sull'arma spianata dell'agente che gli
stava alle spalle. L'altro agente fece un passo indietro
alzando la canna della sua mitraglietta e cercando lo spazio
libero per sparare. L'Insistente inserì il cambio automatico
sulla marcia avanti e schiacciò a tavoletta l'acceleratore.
L'auto saettò fischiando e ruggendo sulla transenna a strisce
bianche e rosse che sbarrava la strada, i frammenti di metallo
volarono in tutte le direzioni con uno schianto al quale seguì
la botta secca dello sportello che si chiudeva.
Le pallottole del mitra rimbalzarono sulla carrozzeria
blindata con un rumore di chicchi di grandine su una tettoia
di metallo.
Iskra si piegò portandosi le braccia sulla testa.
— Tranquilla — disse l'Insistente, mentre l'auto sfrecciava
a centocinquanta all'ora, — dovrebbero dotarli meglio.
Quegli arnesi retro non graffiano la vernice.
Un proiettile di mortaio esplose a fianco della macchina
disperdendo un fumo giallo e denso. L'auto sobbalzò e andò
ad urtare contro il garde-rail, lateralmente. L'Insistente guidò
a contatto con la striscia di metallo mentre scintille salivano
oltre i finestrini laterali di destra e si riversavano ricadendo
come un bengala sul parabrezza.
La macchina incollata al garde-rail strisciò per tutto l'arco
di una curva al termine della quale forò la densa coltre di
fumo.
— Mai sottovalutare l'Amministrazione — disse
l'Insistente, mentre premeva l'acceleratore lanciandosi su di
un rettilineo ad oltre duecento all'ora.
Mentre percorrevano a tutta velocità la serpentina che
portava verso la Città Bassa, l'Insistente accese la radio.
Sulla frequenza d'onda riservata alle urgenze il
centralinista conversava con un amico senza curarsi dei
segnali che ad intervalli regolari reclamavano la linea.
— Se continuano a dar la colpa all'arbitro ogni volta che,
giustamente, lo buttano fuori dal campo — stava dicendo, —
non lo inquadreranno mai. La colpa è del Mister. Trap non è
un giocatore da tenere a stecchetto come gli altri: ha bisogno
di fare la sua vita. Se durante la settimana lo lasciassero
scopare quando vuole, la domenica non entrerebbe in campo
così nervoso. È come con i cavalli...
— Qualcuno sta chiamando — disse l'interlocutore.
— Lascialo chiamare — ribatté il centralinista, — questo
rompiscatole. Me ne frego io: mi mancano tre mesi alla
pensione. Nella partita contro il Titanic...
La voce fu coperta da una serie di fischi acuti.
— Senti — disse l'altro, — lasciagli la linea. Per te è
diverso, ma se mi pescano a far conversazione sulla
frequenza delle chiamate urgenti e per giunta in servizio...
Passo e chiudo. Ci vediamo.
Il forte accento del Capitano della Polizia Urbana fece
sobbalzare Degrado e Iskra, come se fosse stato seduto sul
sedile posteriore. Aveva un tono drammatico, da grandi
occasioni.
— Segnalo forzatura del posto di blocco settore secondo
ripartizione dodicesima ingresso di «Nuova Gerico»
all'incrocio con strada statale numero venti. Auto Zadar 15
presumibilmente trafugata, appartenente dipartizione
informazioni discrezionalità assoluta. Probabilmente
trafugata, ma dotata apparecchiature speciali: corazzata,
dispositivi oscuramenti speculari, priva limitazioni velocità,
colore bruno metallico. Occupanti numero tre; resisi
responsabili seguenti reati: resistenza a pubblico ufficiale,
oltraggio, uso di documentazione falsa, eccesso di velocità.
Segue connotati: conducente sesso maschile età circa
quaranta anni, statura normale (difficilmente apprezzabile
perché seduto), capelli biondo-castani, naso lievemente
aquilino, bocca regolare, nessuna inflessione dialettale.
Trattasi di persona molto decisa, grado di pericolosità
massimo, probabilmente armato. Passeggeri apparente sesso
femminile. Prima passeggera: aspetto attraente, capelli
lunghi oltre il collo biondi con sfumature rossastre, occhi
verde grigio, statura media, ma difficilmente apprezzabile
per la ragione sopra-detta, lineamenti regolari, piccola
cicatrice violacea alla regione del mento. Seconda
passeggera capelli bruni con sfumature rossastre, lunghi
riccioluti. Impossibile rilevazione altri connotati perché
dormiente sdraiata sul sedile, con viso coperto. Conducente
indossa abito grigio di taglio classico ma visibilmente
sporco, macchiato e bruciacchiato. Prima passeggera
(tossicchiò) ehm... in mutandine e reggiseno. Seconda
passeggera avvolta in pelliccia scura. Ripetesi, massima
pericolosità. Probabile collegamento con incendio del
«Villaggio della Pace Interiore». Direzione su statale numero
venti verso Città Bassa. Nostra pattuglia moto-trasportata già
in inseguimento ma distanziata data potenza auto sospetta.
— Grazie per l'aspetto attraente — disse Iskra, — formale,
ma carino.
— Vai sul sedile dietro, per piacere — disse l'Insistente —
e copriti con qualche cosa. Sei una mosca bianca, in questo
modo.
— Adesso sì che siamo inguaiati — disse Iskra, — tre
coglioni qualsiasi su un destriero della DIDA.
Cominciavano già le prime bicocche della Zona Franca.
— Tanta strada per tornare al punto di prima — disse
l'Insistente.
CAPITOLO QUINDICESIMO

I sorci correvano in fila addossati ai binari. Erano sorci


neri che si confondevano con le longarine perché avevano il
dorso chiazzato di un colore rugginoso.
Il tracciato dell'antica ferrovia finiva per imbucarsi nei
tunnel sotto la città dove si disperdeva nei rivoli del mètro.
Al posto delle motrici e dei vagoni ora scorrevano i topi neri,
ordinati in file per uno, pazienti nelle soste e metodici nella
corsa. A migliaia verso la Città Bassa, qualcuno più grosso
degli altri ritto sulle zampe posteriori percorreva il tragitto
nella direzione opposta per sorvegliare il flusso.
La casa dell'amico di Degrado era stata a suo tempo una
cabina di segnalazione a cavallo di un fascio di scambi;
assomigliava ad un trampolino, ma il tempo che aveva eroso
i piloni di sostegno lasciandone l'anima di ferro, l'aveva
trasformata in una specie di ragno.
Dalle finestre che la percorrevano in cerchio, guardando in
basso, sembrava che i binari e non i topi fossero in corsa e
questo dava una vertiginosa impressione di movimento.
Erano arrivati a notte alta.
L'Insistente che aveva guidato per ventiquattr'ore filate nei
meandri della Città Bassa, prima di abbandonare l'auto della
DIDA, si era buttato su una branda addormentandosi di
colpo.
L'amico di Degrado era molto vecchio. Da giovane aveva
fatto il mestiere dell'attrezzista teatrale, all'epoca in cui si
faceva ancora teatro con attori in carne ed ossa, una cosa da
vagabondi, disperati e persino ridicola, ora che sui
palcoscenici della metropoli si muovevano le immagini-
laser, più vere del reale.
Da moltissimo tempo ormai l'Attrezzista viveva ospitando
nel suo ricovero persone che avevano bisogno di defilarsi.
Per nascondersi non c'era posto nella metropoli che
valesse la sua piattaforma, solitaria come un'isola in mezzo
ad una spianata di binari, con le finestre in circolo di vedetta
su tutti i lati, la vista che poteva spaziare per chilometri, a
breve distanza un gran numero di tunnel, sottopassaggi,
depositi sotterranei in comunicazione con la Città Bassa e
con i livelli superiori.
Finalmente l'Insistente si svegliò ed Iskra gli disse che
aveva dormito per quello che rimaneva della notte
dell'arrivo, più un altro giorno intero e più un'altra notte.
— Con il Vecchio siamo ai ferri corti — gli disse. — Si è
chiuso in un ripostiglio e non vuole uscire. Ha cominciato
col farmi una scenata perché ho buttato la cenere della
sigaretta in un coccio di bottiglia: a sentir lui era il cimelio
prezioso di un prodotto famoso, ne parla come di una
reliquia, ma era proprio il fondo sbrecciato di una
bottiglietta. Qui non ci si può muovere, si rischia di mettere
sotto i piedi qualche gioiello di latta arrugginita o di scatola
di fiammiferi. Il Vecchio ha fatto un terzo grado alla
duchessa: voleva sapere di tutto il ciarpame che c'era nel
«Villaggio», ci ha fatto parlare delle lampadine, dei rubinetti,
delle vestaglie della Direttrice. L'Ereditiera, per chiudere il
discorso, gli ha detto che era inutile raccontare perché
avevamo dato fuoco a tutto e a quest'ora era tutto in cenere.
Allora ci ha maledetto e si è chiuso nel ripostiglio. È
talmente arrabbiato, che secondo me potrebbe anche
denunciarci.
— Non lo farà — disse l'Insistente, — lo conosco da un
pezzo. È sempre stato leale. Però non avreste dovuto
offenderlo. È un collezionista: tutto ciò che gli ricorda il
passato è prezioso per lui. Conto sul Vecchio per risalire:
conosce un passaggio per la Città Alta evitando i posti di
frontiera.
Non fu facile per Degrado rabbonire il vecchio, che per un
pezzo continuò a gridare da dietro la porta del suo
bugigattolo che se ne andassero subito, lui e quelle «ragazze
vandaliche».
Alla fine l'Insistente fu costretto ad offrirgli quella
rivoltella a pallottole che aveva usato una volta sola in
cambio delle informazioni necessarie per arrivare al
passaggio non sorvegliato verso i livelli delle città alte.
Di fronte alla prospettiva dello scambio, la porta si
spalancò di colpo e apparve il vecchio eccitato, gli occhi
luccicanti di cupidigia.
Dopo aver accarezzato, smontato, lucidato l'arma e averla
messa al sicuro dentro una cassaforte antidiluviana, il
vecchio cavò fuori il grafico rappezzato e logoro dell'antica
rete fognaria di quella zona della Megalops.
Mentre indicava sulla carta un percorso tortuoso come un
labirinto, l'attrezzista obbligò i fuggiaschi ad ascoltare una
lunghissima spiegazione di come erano efficienti e razionali
quelle fogne, quando non esistevano ancora gli impianti di
riciclaggio delle acque e delle scorie, e come costituissero
una città sotto la città e che ad ogni via della Megalops del
piano superiore corrispondevano un fiume o torrente
sotterranei che ancora oggi conservavano le denominazioni
di allora, anche se le targhe erano coperte dalla melma o
distrutte dalla ruggine, e che i nomi erano di grandi scrittori,
scienziati, artisti, di battaglie, di cose curiose, di monasteri,
di chiese e di religioni e che adesso era tutto cambiato, le
strade erano in verticale e spesso non avevano nomi, ma
numeri inespressivi, era finito il piacere di ricordare
camminando per la città.
— Quando sarete sotto la grande volta, con questa forma
irregolare — concluse il vecchio — sarete quasi arrivati al
passaggio: è una delle poche zone rimaste al livello di una
volta. Eppure è proprio da questo spazio che è cominciata la
grande rovina. Distrussero il grande mercato che c'era
disopra e continuarono nel modo grandioso che sapete —
mandò un'occhiataccia alle due ragazze.
— Maledetti vandali! — concluse.
Al momento di allontanarsi dal rifugio dell'attrezzista,
Iskra commentò:
— Sarà meglio andarcene prima che gli venga in mente di
imbalsamarci per i posteri.
La cliente dell'avvocato scivolò un'altra volta, Iskra cercò
di sostenerla, ma la mano slittò sulla fanghiglia che ricopriva
la superficie del cunicolo e tutt'e due caddero nell'acqua
lurida che scorreva sul fondo.
— Se penso che gli hai dato la pistola a quel vecchio
maniaco! — disse Iskra mentre si rialzava.
Afferrò sotto le ascelle l'altra ragazza, che aveva anche i
capelli incollati dalla melma e l'appoggiò come una sacco
alla parete.
— Dobbiamo fermarci — aggiunse Iskra, — l'Infanta di
Spagna non ce la fa più. Bell'affare abbiamo fatto: in cambio
di quel pezzo che per noi voleva dire mesi di vita a
rivenderlo, lui ci ha spedito nella spelonca più sudicia che
abbia mai visto. Chissà dove si va a finire.
Degrado cercò con la torcia un posto per sedersi, ma tutto
era ugualmente fradicio e melmoso. Illuminò fino al termine
del fascio di luce della torcia elettrica là dove le pareti
sembravano congiungersi mentre il pendio diventava più
scosceso.
Insieme allo sciabordio dell'acqua arrivava dal fondo uno
stridio continuo come un fischio corale.
— Che cos'hanno questi topi? — disse Iskra indicando la
teoria di sorci neri che procedeva lentissima verso l'alto,
lungo uno stretto terrapieno addossato alla parete opposta.
— Sembra che seguano un funerale.
I topi erano quasi fermi, con le teste all'aria, i baffi
tremanti e tutta la fila sembrava percorsa da un brivido.
Ripresero la marcia.
Dai cunicoli che si immettevano sul loro percorso
aggettando dall'alto delle pareti, cominciarono a cadere con
tonfi sordi dei corpi guizzanti. Improvvisamente fu la guerra.
I topi grigi attaccarono la fila dei sorci neri lanciandosi
contro di loro da tutti i Iati. Tutta la spelonca brulicava di
forme che si avviluppavano nel rigagnolo schizzando
belletta. A Degrado cadde la torcia e il buio fu subito
riempito di punti rossi in rapido movimento, le due ragazze
si misero ad urlare.
Degrado si gettò in ginocchio tuffando le braccia nel fango
fino al gomito, si rialzò con ribrezzo perché qualcosa lo
aveva morso a sangue su una spalla. Notò un chiarore alla
sua destra. Afferrò Iskra per la mano e lei a sua volta prese
per un lembo dell'abito la cliente dell'avvocato,
trascinandosela dietro come un sacco.
Corsero a perdifiato, scivolando, cadendo, rialzandosi,
senza fare attenzione al tappeto morbido di cose vive che
calpestavano nella corsa, attraverso una galleria più stretta
delle altre.
Il cunicolo sboccava in un atrio amplissimo; da una lunga
crepa sul soffitto pioveva una luce scialba. Si avvertiva
l'odore fresco dell'aria aperta.
Cominciarono a percorrere il perimetro della grande
caverna. Dopo circa un chilometro Degrado notò un cartello
di metallo smaltato, che conservava ancora, nonostante le
scrostature, la maggior parte delle lettere: «L.S HAL...S».
— È quel posto che ha detto l'attrezzista — disse Iskra.
Dovettero girare ancora per quattro ore, ma tornavano
sempre sotto la scritta semicancellata che ogni volta appariva
meno visibile con l'affievolirsi e poi con il cadere della luce
esterna.
Quando infine trovarono il collettore in disuso che portava
all'esterno, era già caduta la notte.
Sbucarono in una grande piazza buia e deserta.
CAPITOLO SEDICESIMO

Erano arrivati al terzo livello ormai molto dentro la linea


di confine dopo la Zona Franca, nella piazza del Museo
circondata dalle torri delle Città Alte, che sembravano una
cinta di mura.
Spossati per il sonno e per l'ultima marcia affannosa, si
erano trascinati sotto uno dei grandi tubi dipinti che
sostenevano i piani superiori del Palazzo delle Esposizioni
ed erano caduti in un sonno di piombo.
Furono svegliati dalla musica.
Ai lati di un cartello due ragazze suonavano la tromba e
due giovani, già con gli abiti dello spettacolo, preparavano lo
spazio scenico. Disposero sul lastricato della piazza un
tappeto logoro, ci misero sopra un seggiolone dipinto di
grigio, e alzarono un fondale con un tendaggio rosso.
«LA VISITA», diceva il cartello, «VERA COMMEDIA
CON ATTORI VERI».
La piazza si animava di venditori e giocolieri, a poca
distanza dai teatranti un uomo con un mantello rosso
attorniato da una folla scettica tentava un esperimento di
ipnosi sospendendo una ragazza fra le spalliere di due sedie.
Degrado e le due ragazze si trovarono accanto ad un
gruppetto di giovani venuti ad appoggiarsi alla base del
cilindro azzurro sotto il quale avevano trascorso la notte.
Erano ragazze e ragazzi molto giovani e allegri, che dettero
uno sguardo frettoloso e perplesso alla barba lunga di
Degrado e gli abiti sporchi di fango dei tre nottambuli che si
tiravano su a stento.
Dopo un ultimo squillo di tromba lo spettacolo cominciò.
Una coppia (lei portava un cappellino con la veletta e lui
un paio di baffoni posticci) si avanzò sul tappeto mimando
grande timidezza e ritrosia. La donna che teneva in braccio
"un fagotto voluminoso, si sedette in attesa; poi con un gesto
rapido sollevò lo scialle che copriva il fagotto ed apparve un
burattino riproducente un bambino mostruoso, il mento
snodato che mostrava il foro nero della bocca.
— Oh, mammina! — II burattino spalancava e chiudeva la
bocca, mentre l'attrice imitava una vocetta piagnucolante.
— Non mi piace quel Signore! Ha le mani con le dita così
lunghe! Ed è così bianco in faccia. Andiamo via per piacere!
— Ma no! È ta-anto gentile il Signore! È così educato! Ed
anche la signora è molto raffinata. Vedrai come ti troverai
bene, da loro; non ti devi lamentare, non è bello.
— Fallo stare zitto subito! — L'attore che faceva la parte
del padre aveva una voce cavernosa: — Non deve piangere!
Assolutamente! È proibito!
II bambino si mise a frignare a dirotto.
Dagli occhi sprizzarono due zampilli d'acqua. La piccola
folla ridacchiò qua e là.
Il padre si alzò in piedi, batté i piedi per terra e dimenò le
braccia come un grosso uccello.
— Deve smettere! Immediatamente! Basta piangere! Basta
piangere!
Da un varco nel tendaggio il Signore e l'Infermiera fecero
il loro ingresso. L'attore che impersonava il Signore
indossava sotto l'ampio grembiule celeste pallido un
giubbotto gonfiato che lo faceva sembrare enorme e
sproporzionato sotto la testa minuta ed un poco calva.
Aveva il viso coperto di cerone bianchissimo con forti
occhiaie bluastre sopra gli zigomi. Sul grembiule una lunga
scolatura di vernice rossa partendo dalla base del collo
arrivava fino ai piedi. Camminava mimando una grande
spossatezza e si appoggiava alla spalla della Signora che lo
sosteneva con un braccio girato intorno alla vita. Il Signore
si lasciò cadere sul seggiolone grigio e rimase per un pezzo
ad ansimare, mentre l'attrice con un camice bianco da
infermiera, anch'esso imbrattato di tintura rossa, gli faceva
vento con un fazzoletto. Il pianto del burattino-bambino
aumentava di intensità. Il Signore digrignò i denti.
— Non voglio che pianga. Non posso sentire piangere.
Esigo che smetta!
— Non ti alterare, caro — disse la Signora-Infermiera, —
Io sai che ti fa male. E voi, come osate presentarvi qui con
quel coso piangente?
Uno dei giovani che sedeva accanto all'Insistente, un tipo
con gli occhiali, ben vestito, si alzò in piedi.
— Che roba! — disse a voce alta. — Non capisco chi è
che si dovrebbe divertire con questa roba! Questi guitti di
strada sono dei sovversivi! Stanno sempre a piantare grane
contro qualche cosa. Andiamo via!
— Aspetta — disse una ragazza della comitiva, —
vediamo come va a finire.
— Neanche per sogno. Andiamocene, è perfino pericoloso
restare!
I ragazzi si alzarono e cominciarono ad allontanarsi.
Degrado li seguiva con lo sguardo.
— Guardalo da vicino — stava dicendo il Signore sulla
scena — secondo me non è adatto!
L'infermiera si avvicinò al pupazzo. L'attore con i baffoni
si alzò in piedi, fece un profondo inchino.
— Mi consenta — recitò con tono ansioso, —lei non può
immaginare quanti sacrifici abbiamo fatto! E quante spese!
Da mesi lo nutriamo esattamente come ci è stato detto!
Niente grassi, molte proteine, vitamine, ricostituenti, ci
siamo dissanguati, veramente!
«Non possiamo riportarcelo indietro! Non possiamo
assolutamente! Scusi l'immodestia, ma secondo noi è
adattissimo! Non ce n'è uno in tutta la Città Bassa adatto
come lui!
L'Infermiera si avvicinò al pupazzo, cominciò tutta una
pantomima in cui lei lo squadrava, lo soppesava, gli
guardava la bocca, scrutava gli occhi.
— Forse può andare — disse, — se almeno smettesse di
piangere!
— Non piangere! — gridò il padre.
— Ma sta piangendo — gridò ancora più forte il Signore,
— è così che ce lo avete preparato?
Degrado era sulle spine. Si guardò intorno: al suo fianco la
cliente dell'avvocato seguiva con gli occhi fissi e spalancati,
si era irrigidita, aveva il viso livido.
Li con loro erano rimaste solo cinque o sei persone. Per
uno spazio amplissimo la piazza intorno era sgombra. Molto
in lontananza alcune persone guardavano rigide nella loro
direzione.
L'Insistente credette di riconoscere il giovane distinto che
aveva parlato poco prima. Lo osservò mentre si fermava a
parlottare con un uomo che aveva il casco e una lunga
fondina nera alla cintura.
— Forse può andare — disse l'Infermiera con una smorfia
di degnazione, — ho visto di meglio, ma fisicamente è a
posto.
— Allora portalo di là — recitò il Signore, — fa presto! E
di' a Federico che voglio il silenzio assoluto. Che non voglio
sentire nessun rumore!
Degrado vide che l'uomo con il casco bianco si muoveva
nella loro direzione. Notò che cominciava a correre e che
sotto la tuta chiara sfavillava una maglia d'acciaio.
Lo vide estrarre la pistola che poi nella corsa reggeva
lungo un fianco, come per nasconderla.
L'Insistente scattò in piedi e tirò verso di sé la cliente
dell'avvocato imbambolata.
— Forza! Ci siamo un'altra volta!
Vide Iskra che già correva, tutta curva in avanti. Una
sottile saetta azzurra tagliò in orizzontale la scena. L'attrice
che impersonava la madre cadde di schianto, con una
macchia bruna sul dorso; il burattino, infilato nel braccio
disteso, giacque a bocca spalancata.
Nello slancio della corsa Degrado e la Cliente si trovarono
assorbiti dalla folla che saliva con la scala mobile
dall'esterno ai piani superiori del Museo. Davanti a sé in
mezzo al gruppo compatto l'Insistente vide il camice bianco
dell'attrice-infermiera.
In cima alla scala mobile all'ultimo piano del Palazzo i
visitatori venivano ospitati dentro le gabbie di vetro chiuse
ermeticamente che poi scorrevano lungo il percorso
espositivo: gli atti di vandalismo sempre più frequenti
avevano imposto questa specie di giostra da luna-park.
Degrado vide davanti a sé Iskra che sbarrava con il corpo
la stretta apertura di una delle gabbie e che gli faceva cenno
chiamandolo. Lavorò di gomiti e tirandosi dietro la Cliente si
precipitò dentro. Prima che la porta automatica della cabina
si chiudesse altre tre persone si infilarono con furia
all'interno, spingendo Degrado in avanti. Lo spazio era
angusto: la cabina destinata ad accogliere soltanto quattro
persone li conteneva a stento.
Oltre ad Iskra dentro il box si erano precipitati gli attori di
poco prima stravolti e sudati. Tutti e tre erano occupati a
togliersi la truccatura dalla faccia. La cabina cominciò a
marciare, lentamente.
Si trovavano ancora all'esterno, sospesi nel vuoto, la
piazza sotto di loro si stendeva a perdita d'occhio, il selciato
chiaro era punteggiato dalle teste scure della gente.
Dopo il frastuono di prima il silenzio era incrinato da una
musica seria diffusa discretamente. Ci fu un attimo di
oscurità, poi alla luce solare si sostituì il riverbero dei
riflettori che illuminavano le opere esposte.
La cabina cominciò a girare lentamente intorno ad una
grande forma di marmo bianco levigato, morbida come un
seno di donna e bucata al centro da un foro arrotondato.
— Ma voi perché siete scappati? — chiese l'attore che
recitava il ruolo del padre, mentre con un ultimo strappo e
con una smorfia di dolore si toglieva i baffi da sotto il naso.
— Sono fatti nostri — rispose Iskra. — Cos'è quel
pasticcio che stavate facendo là sotto?
— Teresa — disse la ragazza-Infermiera con voce rotta,
mentre si sfilava l'abito bianco, — l'hanno colpita. L'ho vista
cadere.
Degrado la guardava mentre lei si passava un fazzoletto
sul viso cancellando le occhiaie e le rughe false, e come per
magia appariva un viso freschissimo, molto giovane.
— Non è un pasticcio — disse l'attore con la faccia bianca,
che adesso, chiazzata qua e là di cerone sembrava più malata
di prima.
— Non voleva dir questo — disse la Cliente, — ci
interessa il significato. È molto importante per noi.
— Non è il momento, avete visto cos'è successo là in
basso, no?
—Voi chi siete? Non ho capito se siete scappati o se ci
avete seguito. — La ragazza che aveva recitato la parte
dell'Infermiera guardava Degrado fissamente.
Adesso la cabina era ferma davanti ad un pannello molto
esteso, diviso in grandi campate blu cobalto, verde, nero e
ocra. Nella parte blu due ragazze nude accennavano una
danza, un bambino conduceva un aratro tirato da un cavallo
alato. Degrado osservava il quadro pensando ad altro, ma
avvertiva un richiamo lontanissimo, come quando per strada
ci si ferma con l'impressione che qualcuno ci stia chiamando
per nome.
— Quello che vorrei sapere — disse — è perché vi sono
saltati addosso. Ho visto bene: casco-bianco non era uno
qualsiasi, aveva la divisa di un'Organizzazione.
— Sentite — disse il giovane chiazzato di biacca, —
quando si aprirà il coperchio di questo barattolo, noi ce la
daremo a gambe e tanti saluti. Anche la pièce, abbiamo
capito che non è più il caso. In questo momento l'ho tolta dal
repertorio. Perciò è inutile parlarne.
— Non sono d'accordo — disse Iskra, — lo spettacolo è
stato disturbato, ma il pubblico siamo noi e siamo
insoddisfatti. Perciò abbiamo il diritto di sapere come va a
finire.
La cabina riprese a scorrere. Si trovarono di nuovo
all'aperto. Degrado vide il casco-bianco che si allontanava di
spalle verso il fondo della piazza.
La cabina rientrò nell'oscurità. Cominciò a fiancheggiare
una tela dove su un fondale bianco un graffito di catrame
mostrava un uomo che reggeva nella destra un mitra e con la
sinistra indicava uno strumento a ruote; il becco rosso di uno
sparviero si ergeva minaccioso al centro.
— Credo che abbia rinunciato a cercarvi — disse
Degrado.
— L'idea era questa — la ragazza che interpretava
l'Infermiera guardò l'attore in bianco cercandone
l'approvazione, — quando loro hanno cominciato a discutere
alla tivù, sui giornali e dappertutto, facevano scivolare la
cosa in modo molto astratto, un sacco di statistiche,
diagrammi, discorsi storti tipo la congiuntura inquadrata
prospetticamente eccetera, di quel genere, insomma. Allora
noi pensammo, veramente fu un'idea sua — indicò il giovane
che aveva interpretato il ruolo del Signore e che la stava a
sentire corrucciato come fosse una scolara che ripete la
lezione, — volevamo far vedere come sarebbero andate le
cose davvero, cioè, in concreto.
— In questo modo è impreciso — disse l'attore, che si era
tolto l'imbottitura e l'abito di scena venendone fuori
allampanato come un attaccapanni.
— Doveva essere una provocazione, capite? Quando un
certo fatto è trattato dai media, sembra che si svolga nella
nebulosa di Andromeda. Alla tivù anche i cadaveri sembrano
pittoreschi. Ma fra la gente, con attori veri, le cose si
avvicinano.
L'attore si animava, riempiva lo spazio con gesti larghi.
— Avete mai fatto caso a come guardano? Sembra che
non vedano nulla, che tutte le cose siano dentro una
confezione di cellophane e che a loro interessi solo la marca.
— Qualche volta riuscivamo a scuoterli, con quello
spettacolo, quei pochi che ci venivano a vedere. C'erano
trucchi forti, senza mezzi toni. Facevamo scorrere il sangue
da dietro la tenda. Qualcuno si guardava intorno con un po'
di nausea: cominciava a pensare qualcosa.
«Una volta una donna si è messa a piangere.
«A un certo punto hanno cominciato ad andare via.
Appena capivano l'argomento, ci lasciavano in mezzo alla
piazza come pali e se ne andavano. Ma non credevo che
sarebbero arrivati a spararci addosso.
— Non credevi, eh? — parlò l'attore che interpretava il
padre. — Ti ricordi quando hanno cominciato a piantarci in
asso? Esattamente il giorno dopo che la tivù aveva
annunciato l'approvazione della legge numero eccetera di
sviluppo produttivo. Un minuto di blà-blà sbrigativo, la
notizia che gli affari di questa nuova lesvip sono esentasse
per anni tre, e subito dopo il silenzio. Dopo quel casino di
discussioni, servizi speciali, sceneggiati, a un tratto tutti zitti:
il sasso è piombato nell'acqua e, per piacere, basta con i
cerchi. Solo noi in giro a fare gli scemi.
«Così è andata: hanno sparato a Teresa e Teresa è morta.
Accidenti alla stronzata del teatro, alla stronzata di fare i
furbi, ... Accidenti a noi, campagnoli scemi... Ingenui...
L'attore si zittì dopo un colpo di tosse e guardò all'esterno
con gli occhi lucidi.
Degrado si mise le mani in tasca e abbassò la testa. Diede
un'occhiata di sbieco a Iskra che lo fissava con una smorfia
buffa, le labbra strette e le guance gonfie.
— Ci vorrebbe una battuta — disse l'Insistente. Iskra
sbuffò.
— No comment. Siamo arrivati al capolinea. Non serve
più molto andare in cerca dell'avvocato, credo.
La cabina percorreva il perimetro di una sala quadrata
molto vasta. Lungo le pareti c'erano diverse statue bianche di
uomini e donne in vari atteggiamenti, seduti al tavolino di un
bar scalcinato, o davanti allo specchio di una finta finestra
che inquadrava un cielo nerissimo sul quale brillavano le luci
colorate di una città.
Al centro della sala stava in sosta di sbieco un furgone di
marca molto antiquata, corroso e coperto da una patina opaca
come un fossile. Dalla portiera posteriore semiaperta si
snodavano in una fila che ingombrava il resto del pavimento
oggetti assemblati insieme in modo arbitrario, gli slittini con
le lampade subacque, le bottiglie di plastica legate ai rasoi.
Quando la cabina scivolando silenziosamente fu in fondo
alla teoria di oggetti il portello posteriore del vecchio
Volkswagen si aprì completamente e apparve l'acciaio
argentato di un fucile-laser, e dietro il fucile un casco nero
che rifletteva la luce.
Degrado afferrò Iskra abbrancandola per le spalle e si
gettò con lei sul fondo della cabina.
Ci fu un lampo giallo-azzurro, e immediatamente dopo un
odore terribile di bruciato e un calore insopportabile.
Il vetro non esisteva più, soltanto da un angolo una
materia filamentosa colava lentamente a terra.
Degrado, pigiato al suolo, contorto, piegato in due, non
muoveva un muscolo. Bloccava Iskra sotto il proprio corpo
impedendole ogni movimento: sentì un cigolio che
proveniva dal lato del vecchio furgone, poi i passi pesanti di
qualcuno che si stava avvicinando.
In quel momento il Museo cominciò ad agitarsi.
Improvvisamente attaccò il lamento di una sirena, un rumore
insolito saliva dalle altre sale. I passi, divenuti precipitosi, si
allontanarono.
Degrado si alzò in piedi. Cominciava ad avvertire sulla
faccia e sul collo un bruciore violento. Anche Iskra si sollevò
con fatica, portò le mani al volto e le allontanò bruscamente.
Gli altri quattro giacevano a terra abbandonati come
stracci polverosi e logori. La vampata li aveva ammucchiati
l'uno con l'altro, gli abiti erano bruciacchiati. Il viso della
Cliente era devastato, quasi nero. Degrado la riconobbe dal
colore dell'abito.
I due uscirono dalla cabina con gli occhi abbacinati.
Fuggirono verso il fondo della sala dove si intravedeva
un'apertura e Iskra, nella corsa, urtò una scala sulla quale
stava arrampicata una di quelle statue bianche. La sagoma di
gesso piombò a terra con un tonfo soffocato e si sbriciolò.

Più tardi, mentre sostavano nel magazzino polveroso del


museo, dopo una corsa interminabile, inframmezzata di
scivolate lungo un toboga di lamiera che serviva da canale di
scarico, Iskra disse:
— Quella ragazza, la Cliente dell'avvocato. Non so
neppure come si chiamava. Non c'è stato tempo. Da quando
l'ho incontrata non abbiamo fatto altro che correre.
Degrado guardava una tela antica, abbandonata in un
angolo, che mostrava sullo sfondo, accanto ad una carta
geografica, l'immagine di una ragazzina sorridente con una
corona di foglie azzurre sulla testa, un libro in mano ed una
tromba nell'altra. Accennava ad uscire verso un lato del
quadro, dalla parte in cui pioveva una luce esterna molto
chiara ed intensa. Le altre parti della pittura erano troppo
scure per distinguere qualcosa.

Il bosco era bruciato per un'estensione di diversi ettari. Gli


scheletri degli alberi anneriti cominciavano molto prima di
arrivare al Camping.
II fuoco aveva distrutto le abitazioni della radura. Della
casa a guscio di noce non rimaneva che l'ossatura delle
chiglie, corrosa e smozzicata.
Si aggirava fra i resti quella ragazzina che Degrado aveva
incontrato per prima giù al paese.
Con lei c'era il ragazzo robusto che faceva da guardaspalle
al Sindaco e che si era scontrato con l'Insistente il giorno in
cui quest'ultimo era deciso a lasciare l'incarico.
Tutti e due frugavano nella cenere con un bastone,
prendevano quello che era rimasto di utilizzabile e lo
caricavano su un carretto tirato da un asino, che rosicava con
aria triste.
La ragazzina disse:
— Quando sono arrivati con i lanciafiamme, il Sindaco e
tutti gli altri se n'erano già andati da due giorni. Erano diretti
a nord, più a nord possibile come ha detto il Sindaco. Noi li
raggiungeremo, partiamo oggi. Sappiamo la strada. Se volete
potete venire con noi.
L'Insistente guardò Iskra.
— Per me va bene — disse la ragazza.
In direzione sud la megalopoli usciva dalla megalopoli per
gettarsi nel mare speculare e metallico, dopo la vastità
fumante della pianura, e tutto era ingorgato, brulicante.
Verso nord si sapeva vagamente che c'erano le montagne,
durissime, ma piene di boschi. E dopo le montagne,
procedendo ancora a nord, si stendevano le foreste, fino al
confine del gelo, dove il colore pallido dei muschi prendeva
il posto del verde cupo.

FINE
UN MODESTO SUGGERIMENTO
PER IMPEDIRE

ai figli della povera Gente d'Irlanda


dall'esser di peso per
i loro genitori o per il
PAESE,
e per far sì ch'essi siano di
BENEFICIO
Al Pubblico

Del Sig. J. Swift


Dublino: Stampato da J. Harding Nell'Anno, MDCCXXIX
Per chi passeggi per questa grande città, o viaggi in questo
paese, è un triste spettacolo vedere le strade, le vie e le porte
delle casupole gremite di mendicanti di sesso femminile,
seguite da un codazzo di tre, quattro e financo sei bambini,
tutti coperti di stracci, che importunano ogni passeggere con
richieste di elemosine. Queste madri, invece di essere in
grado di lavorare per guadagnarsi onestamente da vivere,
sono costrette a occupare tutto il loro tempo nel
vagabondare, a chiedere sostentamento per i loro piccoli
derelitti i quali, crescendo, diventano dei furfanti per
mancanza di lavoro, oppure abbandonano il loro amato paese
natìo per combattere a favore del Pretendente al trono di
Spagna o farsi schiavi alla Barbados.2
Ritengo si sia tutti d'accordo sul fatto che questo
strabiliante numero di bambini, tra le braccia, sulle spalle
ovvero alle calcagna delle proprie madri, e spesso anche dei
padri, costituisce, nell'attuale deplorevole condizione del
regno, un ulteriore e profondo motivo di scontento; e, di
conseguenza, chiunque fosse in grado di escogitare un
metodo onesto, facile e non dispendioso per fare di codesti
fanciulli dei sani e utili cittadini dello stato, renderebbe un
tal servizio al bene pubblico da meritarsi che gli venga eretta
una statua, come salvatore della nazione.
Ma sono ben lontano dal volermi limitare a provvedere
soltanto ai figli dei mendicanti di professione; vado molto
più in là di tanto e includo anche tutti quegli infanti di una
certa età, nati da genitori altrettanto impossibilitati a
sostenerli di quelli che chiedono la nostra carità per le vie.
Per quanto mi riguarda, avendo io per molti anni portato i
miei pensieri su questo importante argomento,
accuratamente soppesando i diversi schemi di altri
progettisti, ho sempre appurato che i loro calcoli erano
2 Per sfuggire alla miseria, al tempo in cui Swift scriveva, molti irlandesi
si arruolavano nelle armate francesi e spagnole oppure emigravano
nell'isola di Barbados (n.d.r.).
grossolanamente errati. È vero che un bambino appena
partorito dalla fattrice può esser nutrito con il di lei latte per
un intero anno solare con scarsi altri alimenti, per lo più di
un valore non superiore ai due scellini, che la madre è certo
in grado di procacciarsi, anche sotto forma di rimasugli,
mediante la sua legale occupazione del mendicare. Ed è
proprio all'età di un anno che io propongo di provvedere a
loro in guisa tale che, invece di essere un onere per i loro
genitori o per la parrocchia, o pretendere vitto e vestiario vita
natural durante, essi possano, al contrario, contribuire a
nutrire e, in parte, a vestire molte migliaia di persone.
Il mio progetto arrecherebbe parimenti un altro grande
vantaggio, giacché impedirebbe gli aborti volontari e
quell'orribile pratica delle donne di uccidere i propri bastardi,
fatto, ahimé, fin troppo frequente tra noi, sacrificando le
povere creature innocenti, a me pare, più per evitare le spese
che per vergogna, cosa tale che moverebbe a lacrime e a
pietà anche il petto più inumano e selvaggio.
Poiché risulta che in Irlanda il numero di anime ammonta
a un milione e mezzo, io calcolo possano esserci tra queste
all'incirca duecentomila coppie in cui la moglie genera figli;
da questo numero detraggo trentamila coppie in grado di
mantenere i propri figli, per quanto io tema che difficilmente
ve ne possano essere tante, nelle attuali ristrettezze che
affliggono il regno. Ma, dando ciò per scontato, ne restano
pur sempre centosettantamila genitrici. Ne detraggo ancora
cinquantamila, considerando le donne che abortiscono o i cui
figli muoiono per incidenti o per malattia entro l'anno.
Rimangono quindi soltanto centoventimila bambini all'anno
nati da genitori poveri. Il problema è dunque il seguente;
come sarà possibile allevare e provvedere a tutti questi
bambini, cosa che, come ho già detto, nell'attuale situazione
degli affari è del tutto impossibile secondo i sistemi sinora
proposti, dato che non siamo in grado di servirci di costoro
nell'artigianato o nell'agricoltura; noi non costruiamo case
(cioè in questo paese), e nemmeno coltiviamo la terra. È
piuttosto raro che essi riescano a guadagnarsi di che vivere
rubando prima di aver toccato i sei anni, a meno che non vi
abbino già propensione, per quanto, devo confessare, ne
apprendano i rudimenti assai prima. Ma nel frattempo essi
giustamente non possono essere considerati altro che
apprendisti, come mi ha cortesemente spiegato un esperto
gentiluomo nella Contea di Cavan; costui affermava di non
aver mai conosciuto più di un paio di esempi del genere sotto
i sei anni, persino in una parte del regno ch'è tanto rinomata
per il rapido profitto in quest'arte.
I nostri commercianti mi assicurano che un bambino o una
bambina prima dei dodici anni non è merce conveniente e
che, persino a quell'età, non renderebbero più di tre sterline,
o al massimo tre sterline e mezza corona in Borsa,
quotazione che non può essere di vantaggio né ai genitori né
al regno, poiché la spesa per il nutrimento e gli stracci sarà
stata di almeno quattro volte superiore.
Perciò ora proporrò umilmente una mia idea che voglio
sperare non abbia a suscitare la minima obiezione.
A Londra ho ricevuto assicurazione da un esperto
americano di mia conoscenza che un bimbo giovane, sano e
ben nutrito è, all'età di un anno, il più delizioso, nutriente e
sano dei cibi sia stufato, arrostito, al forno oppure bollito e
non ho alcun dubbio sul fatto che potrebbe egualmente
servire in una fricassea o un ragli.
Offro pertanto umilmente alla pubblica considerazione la
proposta che sui centoventimila bambini già calcolati,
ventimila siano riservati per la riproduzione, di cui soltanto
la quarta parte costituita da maschi, il che è già più di quanto
non concediamo per le pecore, per il bestiame gallese e per i
suini. La ragione che adduco è che raramente questi bambini
sono frutto di matrimonio, circostanza non tenuta in
eccessiva considerazione dai nostri indigeni, ragion per cui
un solo maschio sarebbe sufficiente per quattro femmine. I
rimanenti centomila, al compimento di un anno d'età,
potranno essere offerti in vendita alle persone di qualità e di
beni in tutto il regno, sempre consigliando la madre di
lasciare che succino in abbondanza nell'ultimo mese, in
modo da renderli grassotelli e appetitosi per una buona
tavola. Un bambino basterà per due portate in un pranzo tra
amici, e quando la famiglia non ha ospiti, il quarto posteriore
o anteriore sarà un piatto ragionevole e poi,

condito con un po' di pepe e di sale sarà ottimo come


bollito il quarto giorno, soprattutto in inverno.
Ho fatto un calcolo di media, considerando che un neonato
pesi cinque chili e che, in un anno solare, con un nutrimento
normale, possa aumentare fino a dodici chili.
Ammetto che questo cibo costerà un po' caro ma, appunto
per questo, molto adatto per i possidenti, i quali avendo già
divorato la maggioranza dei genitori, godono di un buon
diritto sui loro figli.
La carne di neonato sarà di stagione tutto l'anno ma più
abbondante in marzo, nonché un poco prima e poco dopo,
poiché, come ci apprende un serissimo autore,3 eminente
fisico francese, essendo il pesce una dieta altamente
prolifica, nei paesi cattolico-romani nascono assai più
bambini circa nove mesi dopo la Quaresima che in ogni altra
stagione; ne consegue che, un anno dopo la Quaresima, i
mercati saranno più saturi del solito, poiché in questo regno
il numero dei neonati papisti è di almeno tre a uno. E poi si
offre un altro vantaggio collaterale nella diminuzione del
numero dei papisti tra noi.
Ho già calcolato la spesa per allevare il bimbo di un
mendicante (e in questa categoria racchiudo i contadini, gli
operai e i quattro quinti degli agricoltori) che è di circa due
scellini per annum, stracci inclusi, e credo che alcun
gentiluomo si lagnerà di dare dieci scellini per la carcassa di
un bimbo bello grasso che, come ho detto, sarà sufficiente
per quattro eccellenti e nutrienti portate, quando si abbia a
cena un amico particolare o soltanto la propria famiglia. I
Cavalieri impareranno così ad essere dei bravi possidenti e
ad accrescere la loro popolarità tra i loro affittuari, la madre
avrà un guadagno netto di otto scellini e potrà dedicarsi al
lavoro fino a che produca un altro figlio.
Coloro che sono più economi (come i tempi attuali
richiedono, devo confessare) possono scuoiare la carcassa; la
cui pelle, abilmente trattata, potrà servire per fare bellissimi
guanti per signora, e fini stivali estivi per i gentiluomini
raffinati.
Quanto alla nostra città di Dublino, si possono costruire
allo scopo dei mattatoi nelle zone più adatte, e possiamo
essere certi che i macellai non mancheranno, anche se io
raccomanderei piuttosto di acquistare i bambini vivi,
cucinandoli appena uccisi come quando si arrostiscono i

3 Rabelais (n.d.A.) — cfr. Gargantua e Pantagruele, libro V, cap. 19


(n.d.r.).
porcellini.
Una ben degna persona, un vero amante del proprio paese,
le cui virtù io tengo in alta considerazione, si è ultimamente
compiaciuto, discorrendo di questo argomento, di proporre
un raffinamento per il mio progetto. Ha detto che, essendosi
molti gentiluomini di questo regno dedicati in questi tempi
alla distruzione dei cervi, la richiesta di selvaggina potrebbe
essere soddisfatta con i corpi di giovinetti e pulzelle non
oltre i quattordici anni e non sotto i dodici, di cui un gran
numero di entrambi i sessi stanno morendo di fame in tutte le
contee per mancanza di lavoro e di assistenza: questi
dovranno essere venduti dai genitori, se ancora sono vivi, o
altrimenti dai parenti più prossimi. Ma, con tutto il rispetto
dovuto a un eccellente amico e a un patriota tanto
meritevole, non posso condividere il suo pensiero. Perché,
per quanto riguarda i maschi, il mio conoscente americano
mi ha assicurato, basandosi su frequenti esperienze, che la
loro carne è generalmente dura e asciutta, come quella dei
nostri ragazzi in età scolastica, per i continui esercizi, e il
sapore sgradevole, e che farli ingrassare non varrebbe la
spesa. Infine, quanto alle femmine, penso con umile
sottomissione, sarebbe una perdita per il pubblico, perché
diventerebbero fattrici ben presto. Non è inoltre improbabile
che qualche persona di scrupolo avesse a censurare simile
pratica (seppur davvero molto ingiustamente), giudicandola
un lieve sconfinamento nella crudeltà, cosa che confesso è
stata sempre per me la più forte obiezione a ogni progetto,
per quanto bene inteso.
Ma, al fine di giustificare il mio amico, dirò che mi ha
confessato anche come questo espediente gli fosse stato
suggerito dal famoso Psalmanazar,4 originario dell'isola di
Formosa, stabilitosi a Londra una ventina d'anni fa e che in

4 George Psalmanazar (1679-1763), impostore letterario, autore di una


Descrizione Storica e Geografica di Formosa, edita nel 1704 (n.d.r.).
una conversazione aveva detto al mio amico che, al suo
paese, quando una persona giovane veniva messa a morte, il
carnefice vendeva la carcassa a persone di qualità, come
eccellente prelibatezza, e che ai suoi tempi, il corpo di una
quindicenne grassottella, crocifissa per aver tentato di
avvelenare l'imperatore, era stato venduto per quattrocento
corone al Primo Ministro di Stato di Sua Maestà Imperiale e
ad altri grandi Mandarini della Corte, dopo esser stato
squartato sul patibolo. Né posso davvero negare che, ove lo
stesso uso fosse introdotto anche in questa città, per certe
nostre fanciulle grassocce che, senza neppure un soldo, non
possono andare in giro senza portantina né apparire al teatro
e ai ricevimenti senza vistose acconciature straniere, che non
pagheranno mai, il regno non sarebbe peggiorato.
Alcune persone di spirito pessimista sono in grande
ansietà per il gran numero di poveri che sono ormai in età,
infermi e storpi, e si è desiderato che io impiegassi il mio
pensiero su quale provvedimenti potessero esser presi per
sollevare la nazione da un si penoso imbarazzo. Ma questo è
un problema che non mi angustia minimamente perché è
ormai risaputo che costoro muoiono e imputridiscono ogni
giorno per la fame, il freddo, la sporcizia e i parassiti, con la
rapidità che ci si può ragionevolmente aspettare. In quanto
agli operai più giovani, essi sono ora nella stessa promettente
condizione. Non riescono a ottenere lavoro e, di
conseguenza, s'indeboliscono per mancanza di cibo al punto
che, se per mero caso dovessero trovar modo di svolgere un
lavoro qualsiasi, non avrebbero la forza di eseguirlo; e così il
paese e loro stessi sono sulla buona strada per essere presto
liberati dai mali a venire.
Ho fatto una digressione troppo lunga e devo tornare
pertanto al mio progetto. Penso che i vantaggi della proposta
che ho fatto sono molti ed evidenti, nonché della massima
importanza.
Per prima cosa, come ho già fatto notare, diminuirebbe
grandemente il numero dei papisti, dai quali siamo di anno in
anno soverchiati, essendo i più prolifici della nazione,
nonché i nostri nemici più pericolosi, e che rimangono in
patria a bella posta, col disegno di consegnare il regno
all'Usurpatore, sperando di trar vantaggio dall'assenza di
tanti buoni protestanti, i quali hanno preferito di
abbandonare il proprio paese, anziché rimanere in patria a
pagare le decime contro coscienza a un idolatra curato
episcopale.
In secondo luogo, gli affittuari più poveri possiederanno
qualcosa di valore, che per legge potrà esser reso passibile di
confisca, e servirà per pagare l'affitto al possidente, il grano e
il bestiame essendo già stati confiscati ed essendo il denaro
cosa sconosciuta.
In terzo luogo, dal momento che il mantenimento di un
centomila bambini dai due anni in poi non può calcolarsi a
meno di dieci scellini al capo per annum, la riserva nazionale
potrà godere di un aumento di cinquantamila sterline per
annum, oltre al profitto di un nuovo piatto, introdotto sulle
mense di tutti i signori d'alto rango del regno, dotati di un
palato raffinato; e il denaro circolerà fra di noi essendo i beni
interamente di nostro allevamento e manifattura.
In quarto luogo, le fattrici regolari, oltre a guadagnare otto
scellini di sterlina per annum dalla vendita dei loro bambini,
saranno alleviate dal peso di mantenerli dopo il primo anno.
In quinto luogo, questo cibo parimenti porterebbe molta
clientela alle taverne, dove gli osti avranno certo
l'avvedutezza di procurarsi le migliori ricette per la sua
perfetta preparazione e, di conseguenza, avere le loro case
frequentate da tutti i distinti gentiluomini che giustamente si
valutano fra di loro dalla conoscenza del buon mangiare; e
un abile cuoco che sa come obbligare i suoi ospiti, sarà abile
a farlo tanto costoso quanto a loro piaccia.
In sesto luogo, questo costituirebbe un grande incentivo al
matrimonio, che tutte le nazioni accorte hanno incoraggiato
con ricompense, o imposto con leggi e penalità. Le cure e la
tenerezza delle madri verso i figli aumenterebbero quando
avrebbero la certezza di una sistemazione a vita per i poveri
infanti, provveduta in qualche modo dal pubblico, con un
loro profitto annuo, invece che una spesa. Assisteremmo ben
presto a un'onesta emulazione tra le donne sposate, su quale
di loro porterebbe al mercato il bambino più grasso. Gli
uomini diventerebbero affezionati alle mogli, durante il
periodo della gravidanza, come lo sono ora alle proprie
giumente o vacche pregne, o alle scrofe quando stanno per
figliare; e neppure si azzarderebbero a picchiarle o
ingannarle (com'è pratica troppo frequente), per tema di farle
abortire.
Si potrebbero enumerare parecchi altri vantaggi. Per
esempio l'aggiunta di qualche migliaio di carcasse alle nostre
esportazioni di carne conservata; la diffusione della carne
suina e un miglioramento nell'arte di fare del buon bacon,
tanto richiesto tra noi e, a giudicare dalla grande distruzione
di maiali, troppo frequente sulle nostre mense, non sono in
nessun modo comparabili, per gusto e splendore, a un
bambino di un anno grasso e ben nutrito, che arrostito intiero
farà una considerevole figura a una festa del Sindaco o a un
festeggiamento pubblico. Ma ometto questo ed altro, essendo
io amante della concisione.
Supponendo che mille famiglie in questa città fossero
assidue consumatrici di carne di bambino, oltre a quelle che
potrebbero mangiarne in allegre occasioni, particolarmente
matrimoni e battesimi, calcolo che Dublino avrebbe un
consumo annuo di circa ventimila carcasse, e il resto del
regno (dove probabilmente sarebbero vendute un poco più a
buon mercato) delle rimanenti ottantamila.
Non riesco a pensare a nessuna obiezione che possa essere
sollevata contro questa proposta, a meno che non si adduca
che il numero delle persone sarebbe di molto diminuito in
tutto il regno. Questo io lo ammetto spontaneamente, ed è
stato in effetti uno degli scopi principali per cui l'ho proposto
al mondo. Desidero far osservare al lettore che io stimo il
mio rimedio utile solo per questo unico e singolo Regno
d'Irlanda e per nessun altro che mai sia stato, sia o credo
possa mai esservi sulla terra. Pertanto che nessuno mi parli
di altri sistemi: Di tassare i nostri assenti di cinque scellini a
sterlina; Di non usare abiti né mobili eccetto quelli da noi
prodotti e fabbricati; Di rifiutare categoricamente materiali
e strumenti che incoraggiano prodotti esteri dì lusso; Di
sanare la dispendiosità dell'orgoglio, della vanità, della
pigrizia e del giuoco nelle nostre donne; Di introdurre una
vena di parsimonia, prudenza e temperanza; Di imparare ad
amare il nostro paese, cosa in cui ci differenziamo persino
dai lapponi e dagli abitanti di Topinambu; Di metter da
parte le animosità e le fazioni e di non comportarci più a
simiglianza degli ebrei, i quali si uccidevano
vicendevolmente nello stesso momento in cui la loro città
veniva presa; Di essere un poco cauti e di non vendere il
nostro paese e le nostre coscienze per nulla; Di insegnare ai
possidenti ad avere un minimo di pietà verso i loro affittuari.
E infine, di instillare uno spirito di onestà, industriosità e
abilità nei nostri negozianti i quali, se venisse ora approvata
la legge di acquistare solo i nostri prodotti nazionali, si
unirebbero immediatamente per truffarci e vessarci sul
prezzo la qualità e la quantità, né potrebbero mai venire
indotti a negoziare onestamente, sebbene spesso lealmente
invitati a farlo.
Ripeto dunque, nessuno mi venga a parlare di questi e
analoghi sistemi, fino a che non avrà un barlume di speranza
che si possa mai compiere un tentativo coraggioso e onesto
per metterli in pratica.
Quanto a me, essendomi stancato per molti anni a offrire
idee considerate vane, inutili, visionarie, e disperando ormai
del successo, ho fortunatamente trovato questa proposta che,
essendo affatto nuova, ha di conseguenza qualcosa di solido
e di reale, è di nessuna spesa e di poca fatica, è nei pieni
nostri poteri e pertanto non ci mette in pericolo di
scontentare l'Inghilterra. Infatti questo genere di mercanzia
non tollera l'esportazione, essendo la carne di consistenza un
po' troppo tenera per potersi mantenere prolungatamente
sotto sale, anche se forse potrei fare il nome di un paese che
sarebbe felice di divorare l'intera nostra nazione anche
senza.
In fin dei conti non sono poi tanto violentemente deciso a
non mutare opinioni, al punto di rifiutare altre soluzioni,
proposte da uomini savi, che siano ritenute altrettanto oneste,
a buon mercato, semplici ed efficaci. Ma prima che qualcosa
del genere sia contrapposto al mio progetto e offra di meglio,
desidero che l'autore, o gli autori, vogliano considerare in
piena consapevolezza due punti. Primo, stando ora così le
cose, come riusciranno a trovare vitto e vestiario per
centomila bocche e schiene inutili? E, in secondo luogo,
essendovi in tutto il regno circa un milione di creature in
sembianze umane, le cui sostanze messe in comune li
lascerebbero in debito di due milioni di sterline;
aggiungendovi i mendicanti di professione al grosso dei
contadini, allevatori e operai, con mogli e figli, tutti
mendicanti in effetti; io desidero che quei politicanti, ai quali
è riuscita sgradita la mia proposta e che sarebbero forse così
temerari da arrischiare una risposta, richiedano prima ai
genitori di questi mortali se oggi non si riterrebbero
oltremodo fortunati di esser stati venduti come cibo a un
anno di età nel modo da me consigliato, evitando di
conseguenza una tale catena di perpetue disgrazie come
quelle che hanno passato da allora, per l'oppressione dei
possidenti, l'impossibilità a pagare affitto senza denaro e
senza nulla da barattare, privi di qualsiasi sostentamento,
senza casa e senza indumenti per ripararsi dall'inclemenza
del tempo, e con la prospettiva quasi inevitabile di
tramandare per sempre queste, o più grandi miserie, alla loro
prole.
Dichiaro con tutta sincerità che non ho il benché minimo
interesse personale nel cercar di promuovere questa misura
necessaria, non avendo altro motivo che il bene pubblico del
mio paese, aumentando i nostri commerci, avendo cura
dell'infanzia, assistendo i poveri e dando qualche
soddisfazione ai ricchi. Non ho figli dai quali potermi
riproporre di ricavare anche un solo penny: il minore ha nove
anni e mia moglie ha ormai passato l'età delle gravidanze.