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Paratwa: una stirpe di guerrieri creati dall'ingegneria

genetica prima dell'apocalisse nucleare, una sola mente che


abita due corpi in contatto telepatico fra loro. Ma la
generazione più temibile di queste creature programmate per
uccidere è quella degli Ash Ock, la casta dominante dei
Paratwa, scomparsa nello spazio molto tempo addietro. Ora,
cinquant'anni dopo gli eventi narrati ne il risveglio del
Paratwa, le colonie orbitali che racchiudono la civiltà
terrestre attendono con terrore il ritorno degli Ash Ock. E
quando un paio di feroci assassini attacca le colonie è chiaro
che essi sono già in azione, specialmente quando un potente
virus s'infiltra nella banca dati delle colonie, distruggendo
per sempre informazioni tecnologiche preziosissime...
Il nuovo avvincente episodio della saga dei Paratwa, dove
ritmo e avventura si confermano più trascinanti che mai.
Christopher Hinz vive a Reading (Pennsylvania) dove
lavora come direttore tecnico della Berks Community
Television. Tra i suoi molti interessi vi é la progettazione di
giochi e la realizzazione di video, mentre per alcuni anni è
stato chitarrista rock scrivendo inoltre i testi di numerose
canzoni. Con il suo romanzo d'esordio, Il risveglio del
Paratwa (1987), già pubblicato in questa collana, ha vinto il
Compton Crook Award per il miglior libro di fantascienza
dell'anno. L'opera ha poi dato l'avvio a una saga, di cui
Generazione Paratwa (1989) è il secondo episodio,
enormemente apprezzata per l'inconsueto vigore con il quale
rivisita alcuni temi classici della fantascienza e che ha
permesso a Hinz di venire incluso nel 1989 tra ì finalisti del
John W. Campbell Award come autore più promettente
dell'anno.

CODICE LIBRO
10 227CA
Copertina di Bryn Barnard
CHRISTOPHER HINZ

GENERAZIONE
PARATWA

Editrice Nord
COSMO Collana di Fantascienza - Volume 227 - Marzo 1992
Pubblicazione periodica registrata al Tribunale di Milano in data
5/2/73 n. 27
Direttore responsabile: Gianfranco Viviani

Codice libro lO 227 CA

Titolo originale:
ASH OCK
Traduzione di Gianluigi Zuddas

© 1989 by Christopher Hinz


© 1992 per l'edizione italiana by Casa Editrice Nord S.r.l.,
Via Rubens 25, 20148 Milano.
Stampato dalla litografia AGEL, Rescaldina (Milano).
A Kate, Ann, Bill, Gerry,
Barb, Elaine, Sue

per il loro aiuto


per la loro amicizia
PROLOGO

Ghandi si tenne aggrappato al corrimano. Aveva voluto


restare in piedi nella carlinga della navetta, accanto al
Capitano, e i loro corpi oscillavano a destra e a sinistra per la
violenza delle scosse. All'esterno il vento feroce del
Colorado ululava contro la robusta struttura dello scafo,
proiettando turbini di neve sullo stretto semicerchio dei
finestrini e sballottando il velivolo come un giocattolo da
caduta libera nelle mani di un bimbo. Il pilota, saldamente
assicurato dalle cinture di sicurezza del sedile davanti a loro,
teneva lo sguardo inchiodato agli strumenti. La navigazione
a vista era inutile in una bufera di quel genere.
— Allora? — chiese il Capitano.
Senza distogliere l'attenzione dai pannelli che lo
circondavano per metà, il pilota scosse il capo. — Di nuovo
sparito, Capitano. È un segnale debole, che...
— Non m'importa che razza di segnale sia — grugnì il
Capitano. — Non voglio sprecare tutta la giornata volando
attorno come ciechi. Se non riesci a localizzarlo entro
sessanta secondi, portaci fuori da questo inferno.
Una raffica più violenta delle altre fece rullare
bruscamente la navetta. Ghandi perse l'equilibrio. Sbandò di
Iato, andando a sbattere la faccia su una spalla del Capitano,
e inalò una boccata dell'aria fetida emanata dalla sua borsetta
odorosa. Bastò quasi quel puzzo, da solo, a farlo rimbalzare
nella direzione opposta.
Il Capitano lo incenerì con lo sguardo. — Se non riesci a
sopportare un po' di maltempo, Ghandi, faresti meglio a
restare seduto e metterti una cintura di sicurezza!
Ghandi emise un respiro controllato e si voltò per
nascondere la rabbia. Quel Capitano aveva un carattere
aspro, ma non tollerava atteggiamenti analoghi
nell'equipaggio. Anche una lieve smorfia di ostilità sulla sua
faccia avrebbe potuto farlo esplodere come una furia.
E mandava un fetore che avrebbe spaventato un bambino.
Anche Ghandi aveva una borsetta odorosa; molti pirati
portavano quel miscuglio di sentori ripugnanti appeso alla
cintura, simbolo del loro clan, emblema del vero Costeau.
Ma Ghandi faceva a meno della sua borsetta, di tanto in
tanto...
— Eccolo che torna! — esclamò il pilota. — E stavolta ho
una lettura.
Il Capitano grugnì in tono interrogativo.
— Sei o settecento miglia a sud ovest — disse il pilota. —
Giusto dalle parti di Denver, alla base delle montagne.
— Una delle nostre navi? — chiese il Capitano.
— No.
— E-Tech?
Il pilota esitò. — Non lo so. Non ho mai visto una
lunghezza d'onda come questa. Uno schema sporadico di
pulsazioni cardiache. Emesso a potenza estremamente bassa.
Dubito che chiunque oltre un raggio di qualche miglio in più
potrebbe ricevere qualcosa. Sono sicuro che si tratta di un
segnale di soccorso, ma non se sia E-Tech oppure
qualcos'altro.
— Qualcos'altro cosa? — domandò il Capitano.
Il pilota si strinse nelle spalle.
Gli occhi del Capitano si socchiusero, come ritirandosi
nelle profondità dei suoi pensieri. Ghandi sapeva quali erano
quei pensieri.
Se fosse una nave E-Tech potrebbe trattarsi di una
trappola. Ci attirano giù in superficie con un finto segnale di
soccorso, e poi ci arrestano per atterraggio illegale. Non si
può certo dire che questo volo sia nella lista dei controlli
orbitali della E-Tech. Siamo in uno spazio aereo proibito, e
ultimamente quei bastardi hanno ancora inasprito le
sanzioni contro chi infrange le loro regole. Qualunque
giustificazione morale la E-Tech avesse vantato un tempo,
da anni ormai la faceva valere come una legge. I Capitani
pirati sorpresi sulla superficie senza permesso venivano
trattati con mano pesante. Alcuni Costeau si erano visti
sequestrare le loro navette.
C'erano delle buone ragioni per non rispondere a una
chiamata di soccorso.
Ma forse non è una nave E-Tech. Forse sono cacciatori di
tesori di qualche Colonia, fuori regola qui come lo siamo
noi. Forse hanno un guasto al motore e non possono
decollare.
Nel Texas, settecento miglia a sud est, c'era una stazione
della E-Tech. Ma se il Capitano di quella navetta era
atterrato illegalmente non avrebbe rischiato di lasciarsi
localizzare da quella base; almeno finché non fosse stato in
una situazione disperata. Un segnale di soccorso a bassa
potenza captabile entro un raggio breve aveva abbastanza
possibilità d'essere ricevuto da una delle navette Costeau che
sorvolavano continuamente le zone più ricche di buone
occasioni. E un pirata, fornito o meno di un permesso legale,
era sempre la scelta migliore per chi voleva essere salvato e
restare fuori dei guai con le autorità coloniali. Alzare la
potenza del segnale — gridando AIUTO in un'area di otto o
dieci stati — significava veder arrivare una pattuglia della
polizia E-Tech entro un'ora.
II Capitano riaprì gli occhi. — Credo che sia un volo
illegale.
Il pilota annuì. — Problemi ai motori, forse.
La bocca del Capitano si contorse in un sorriso
calcolatore. — Potrebbero aver bisogno del nostro
amichevole soccorso.
E per chi si proponeva recuperi di genere particolare,
l'amichevole soccorso era un lusso che costava una buona
fetta del guadagno.
— Portaci giù.
Anche Ghandi sorrise. Quel fetente di un Capitano non
mancava di un certo stile.
— Voi che ne pensate? — chiese il pilota.
— All'inferno se lo so — borbottò uno degli altri.

Chiusi nei loro scafandri a pressione i cinque uomini


affondavano gli stivali in sessanta centimetri di neve, appena
fuori della periferia occidentale di Denver, Colorado, dove la
distesa della città in rovina cominciava a ondularsi come se
si accartocciasse contro i pendii della Montagne Rocciose.
Un tempo sei milioni e mezzo di persone avevano abitato
lì, avevano respirato quell'aria, avevano fatto di quel posto
uno dei maggiori centri metropolitani del ventunesimo
secolo. Adesso era una città morta e non diversa da quante
altre erano state costruite sulla Terra, abbandonata da un
quarto di millennio sotto una cappa d'aria satura di veleni
organici e praticamente irrespirabile. Nulla più di uno dei
tanti piccoli palcoscenici deserti del pianeta Terra, uno dei
tanti immondezzai dell'umanità decimata dall'Apocalisse
nucleare-biologica del 2099, duecentotrentanove anni
addietro.
La tempesta s'era un po' placata, o forse la massa dei
grattacieli che si levavano a qualche miglio da lì
ammortizzava la furia del vento al livello del suolo. Ciò
malgrado l'aria era piena di refoli di neve fresca che
vorticavano giù lungo le pendici orientali delle montagne.
Accorgendosi che il plastiglass del suo casco s'incrostava di
ghiaccio, Ghandi si portò una mano alla cintura e regolò sul
massimo il termodetergente.
Di fronte a loro una superstrada a otto corsie —
probabilmente una delle maggiori arterie interstatali di un
tempo — tagliava quello scenario, scavalcando le strade
minori e dividendo le basse case periferiche e i gruppi di
condomini a molti piani in due arene separate. Ghandi si
disse che la superstrada doveva esser stata una sorta di
confine sociale, al di là del quale gli stravaganti inquilini dei
«condos» avevano il permesso di considerarsi piccole
comunità appartate e privilegiate. L'idea corrispondeva bene
a ciò che lui sapeva del modo di vita pre-Apocalisse.
Un centinaio di metri dall'altra parte della superstrada,
sullo spiazzo di una stazione di servizio per auto, c'era una
navetta di forma sconosciuta. Aveva il portello principale
aperto, la scaletta abbassata e le luci interne accese. Intorno
ad essa non c'era segno di vita.
Dietro i cinque uomini, al centro di una rampa di uscita,
era posteggiato il loro velivolo: trentacinque metri di metallo
bianco e plastica, un paio di tozze ali inclinate verso l'alto, e
schermi antitermici che col loro annerimento testimoniavano
le frequenti incursioni nell'atmosfera. Sotto lo scafo la neve e
il ghiaccio erano stati sciolti dai jet per l'atterraggio verticale,
e piume di fumo grigio esalavano dai sei ugelli. Un asfalto
giallastro irretito di spaccature — la pavimentazione
originale della strada — era venuto allo scoperto in un
cerchio di cinque o sei metri intorno ai carrelli d'appoggio.
— Lasciamo qualcuno di guardia? — propose il pilota.
— Che c'è, hai paura? — ritorse il Capitano.
Ghandi non disse niente. Il fetente avrebbe dovuto lasciare
un uomo a bordo, nel caso che ci fosse stato qualche
problema. Nessuno a guardare loro le spalle... questo
significava andare in cerca di guai.
L'altra navetta aveva all'incirca la forma e le dimensioni
della loro. Non c'erano scritte visibili sul suo scafo tozzo, ma
questo era tutt'altro che insolito. Chiunque facesse voli
illegali correva il rischio di trovarsi a contatto visivo con
qualche squadra al suolo della E-Tech. L'assenza di
contrassegni impediva agli E-Tech di fornire una
testimonianza legale indiscutibile, anche quando fossero
riusciti a risalire al proprietario della navetta e a farlo
comparire in un tribunale delle Colonie.
Il Capitano si volse a uno degli altri pirati. Sul petto dello
scafandro l'uomo aveva un apparecchio largo quanto una
scatola da scarpe: un ritmo-detector, equipaggiamento
standard per la ricerca-e-caccia nelle spedizioni in superficie.
— Ricevi niente?
L'uomo ricontrollò il display digitale e scosse il capo. —
Niente, Capitano. Nessun movimento in un raggio di
trecento metri. O si sono allontanati fra questi edifici, o sono
ancora nella navetta.
Non necessariamente, pensò Ghandi. Potrebbero essere
schermati. Non era certo difficile bloccare le microonde di
un ritmo-detector: alcuni dei condomini circostanti — e la
stessa navetta — potevano avere pareti abbastanza spesse da
assorbirle. E anche uno scrambler AV poteva ingannare la
ricezione di un ritmo-detector, benché Ghandi sapesse che
quella era una possibilità remota. Gli scrambler AV erano
ancora sulla lista della tecnologia proibita dalla E-Tech, e al
mercato nero costavano una fortuna, posto che si riuscisse
mai a trovarne uno.
Tuttavia non disse niente, conscio che esporre le sue
preoccupazioni sarebbe stato fiato sprecato. Era soltanto il
suo terzo volo con quel Capitano e quell'equipaggio, ma
aveva già dovuto notarne i limiti. Erano troppo sicuri del
proprio clan, si affidavano alla forza della loro reputazione
invece di applicare la logica e il senso comune alle situazioni
potenzialmente pericolose. Gli idioti sfegatati di solito non
campavano molto. Ghandi riteneva un piccolo miracolo delle
probabilità che quell'equipaggio — e in particolare quel
Capitano — fossero ancora in circolazione.
I cinque uomini scavalcarono con attenzione il rugginoso
guard-rail e si avviarono verso la navetta sulla dura coltre di
neve che copriva la superstrada.
Mentre si avvicinavano Ghandi notò che intorno allo scafo
c'era uno strato di neve fresca già piuttosto spesso. E quella
caduta sulla scaletta era di un candore intatto: niente
impronte. Dagli ugelli conici dei jet pendevano ghiaccioli
lunghi qualche centimetro. Chiunque fosse quella gente era lì
da un po' di tempo: almeno qualche giorno. O di più.
— Forse sono morti — disse il pilota.
Ghandi se lo stava augurando. Quello che vedevano
sembrava renderla l'ipotesi più probabile. E la migliore: un
equipaggio morto significava che loro avrebbero potuto
prendersi quella navetta. Se invece erano vivi... be', questo
faceva nascere altre ipotesi.
L'accordo standard per l'assistenza a un velivolo costretto
a chiamare aiuto per un guasto — salvo che non fosse un
altro pirata — prevedeva la cosiddetta «tassa di soccorso».
Pagabile in anticipo. Ma se il Capitano avesse visto che
quella gente aveva recuperato tesori di antiquariato o gioielli
o altro materiale prezioso, nulla escludeva la possibilità di un
accordo più lucroso. Un accordo garantito, qualunque fosse.
E quel Capitano poteva mancare di doti strategiche, ma era
sempre un Costeau.
Ciò, naturalmente, se l'equipaggio rimasto nei guai fosse
stato disposto a contrattare. Però non mancava chi poteva
fare ricorso a un sistema molto più spiccio, dove non c'erano
testimoni.
Ghandi si portò una mano alla cintura e sfiorò
l'impugnatura della sua pistola a raggi esplosivi. Tutti e
cinque avevano armi portatili a laser o ad aghi. E il pilota
impugnava una versione più mortale della stessa arma: un
fucile a raggi modificato, altamente illegale, con abbastanza
energia da passare da parte a parte uno scafandro spaziale
non schermato a media distanza.
Ghandi sperava che la cosa non degenerasse a quel punto.
Gli era già capitato di uccidere: un duello di clan, in
gioventù, una mazza snodabile abbattuta con troppa violenza
sul cranio dell'avversario. Assistere alla morte di quel
ragazzo non era stata un'esperienza del tutto spiacevole. Ma
spazzare via un intero equipaggio, lì sulla superficie, poteva
portare a gravi conseguenze. Su nelle Colonie gli E-Tech
avrebbero indagato e fatto domande.
E in quegli anni la E-Tech non era l'unica fonte di guai.
C'era la possibilità che anche ad alcuni clan Costeau la cosa
non andasse giù.
Negli ultimi decenni nelle Colonie c'era stata una
crescente attività per regolarizzare la popolazione Costeau,
un'iniziativa non ufficiale che aveva preso l'avvio trentun
anni addietro, l'anno in cui Ghandi era nato. In quel periodo,
nel 2307, un clan rivale del suo, quello degli Alexander,
aveva aiutato le Colonie a liberarsi di due Paratwa: Codrus,
la mente direttiva degli Ash Ock, e il suo servo, il vassallo-
killer. Da allora altri clan pirati avevano preso a collaborare
apertamente con la E-Tech e il Consiglio irryano. Per quanto
traditrice e spregevole Ghandi ritenesse una cosa simile, non
ne sottovalutava le conseguenze. Essere ricercato per
omicidio dagli E-Tech era un problema antipatico. Ma essere
ricercato da altri Costeau... be', questo era decisamente
un'altra cosa.
A meno di dieci metri di distanza dalla navetta Ghandi si
rese conto all'improvviso che non c'era nessuna scritta
visibile sullo scafo, neppure le avvertenze solitamente
stampigliate sul portello stagno, sullo scudo antitermico e sui
motori. Qualcuno s'era preso la briga di cancellare qualunque
cosa potesse far risalire a un cantiere o a una Colonia in cui
fossero state eseguite riparazioni. Era un eccesso di
prudenza: neppure i più sensibili detector video a lunga
distanza della E-Tech erano così sensibili. Certe scritte
sarebbero sfuggite a qualunque telecamera.
La loro completa assenza innervosì Ghandi. Stava già per
sfidare l'ira del Capitano facendogli notare quel poco
rassicurante dettaglio, quando nel canale radio del loro
intercom si udì una voce femminile:
— Grazie per essere venuti.
La voce era giovane, un po' rauca, ma molto femminile.
— Sembra che io abbia un problema col motore principale
— continuò. — Il sistema di raffreddamento, credo.
Una figura in scafandro spaziale apparve sul portello, e i
cinque uomini s'immobilizzarono. Il pilota sollevò il fucile.
Da dietro i riflessi del visore che le nascondevano quasi
del tutto il volto, la donna li guardò. Ghandi riuscì a
distinguere soltanto una pelle bianca e una massa di capelli
biondi, poi la forma delle labbra quando si curvarono in un
sorriso esitante.
— Ho bisogno di un passaggio, e... sono disposta a pagare
per il servizio.
Il Capitano si avvicinò alla scaletta. — Ah. Bene. E dov'è
andato il suo equipaggio, signora?
— Non ho equipaggio con me.
Il pilota non abbassò la mira del fucile.
— Questa è la mia navetta privata — spiegò con calma lei.
— Sono atterrata qui per un mio progetto di ricerche. Sto
preparando uno studio sulle malattie psicosomatiche degli
abitanti pre-Apocalisse di questi condomini.
Uno dei pirati ridacchiò.
La donna sorrise. — Sapete com'è. Tutti sono sempre così
affascinati dallo stile di vita pre-Apocalisse.
Il Capitano salì verso il portello. Gli uomini
dell'equipaggio lo seguirono. Soltanto Ghandi si fermò prima
di mettere piede sulla scaletta.
C'è qualcosa di sbagliato. Una ricca studiosa coloniale
con la sua navetta privata, tutta sola quaggiù sulla
superficie. Questo non suonava affatto giusto. È chiaro che
si trova qui da giorni. Dice che sta facendo ricerche. Bene.
Ma perché questo segnale di soccorso a breve raggio,
quando ha un guasto irreparabile al motore? Perché non ha
gridato AIUTO su tutte le lunghezze d'onda?
— Lei dovrebbe avere un grave danno anche all'impianto
d'energia, no? — cercò di provocarla Ghandi. — Il suo
segnale è molto debole. Eppure vedo che non ci sono
problemi all'impianto di illuminazione interna.
Lei esitò. — Non volevo attirare i... l'attenzione di
nessuno. Venite dentro, prego. Vi spiegherò.
Ghandi andò dietro agli altri su per la rampa tenendo una
mano molto vicina al calcio della pistola.
In sei si strinsero nel piccolo compartimento stagno e
attesero in silenzio che l'interno si pressurizzasse di nuovo.
Poi il portello opposto si aprì e la donna accennò loro di
seguirla nel corridoio centrale della navetta.
Pareti vivamente colorate.
Questa fu la prima cosa che Ghandi notò. Il corridoio era
stato pitturato con un incredibile miscuglio di colori, sfarzosi
quanto di cattivo gusto. Strisce di un rosso acceso
s'intersecavano su uno sfondo violetto, cosparso con chiazze
casuali di verde e d'oro. Ne risultavano forme prive di
armonia, prive di senso. E i colori erano così intensi che in
certi punti sembravano pulsare.
La donna li condusse verso un altro portello stagno a metà
del corridoio, al di là del quale si apriva il locale centrale
della navetta, un largo compartimento contenente tavolini,
sedie e amache da zero-G. Ghandi fu lieto che almeno lì non
ci fossero colori assurdi a ferire lo sguardo. La luce di una
griglia luminosa dava riflessi morbidi ai pannelli grigi e
giallo-sabbia delle pareti.
La donna si sganciò il casco e lo depose su un tavolo. Poi
cominciò a togliersi con cura lo scafandro.
Ghandi era adulto da un pezzo e aveva avuto la sua parte
di esperienze con le donne: piratesse, mogli di
contrabbandieri, ragazzine coloniali appena puberi tentate
dal fascino perverso dei Costeau. Una volta aveva dilapidato
l'intero profitto di un buon affare in due settimane di caccia-
erotica in un palazzo del piacere, a Velluto sul Verde.
Tuttavia, per la maggior parte del tempo, si vantava di avere
istinti temperati e capacità di autocontrollo.
Quando la bionda sconosciuta sgusciò fuori dallo
scafandro Ghandi si sentì torcere le budella, ed ebbe
un'erezione violenta.
Non c'era niente di clamorosamente erotico nel suo
aspetto, e non era da tutto quel tempo che lui non toccava
una donna. Ma non poté negare l'effetto che la ragazza aveva
sui suoi sensi.
Indossava vestiti semplici: una camicetta azzurra senza
maniche, col bordo inferiore infilato in un paio di
pantaloncini bianchi. Le sue braccia nude erano compatte,
affusolate. La pelle aveva appena una leggera abbronzatura.
Per tutto il suo metro e settanta d'altezza la si poteva definire
in perfette condizioni fisiche. Non dimostrava più di
venticinque anni.
— Aprite i vostri caschi, prego — li invitò cortesemente.
Ghandi s'accorse che le stava fissando i seni e riportò la
sua attenzione sul volto di lei.
La ragazza sorrise. — Vi piace quello che vedete?
La sua voce era morbida, sexy, faceva vibrare invisibili
corde dentro di lui. Il volto un ovale perfetto, incorniciato da
una massa di riccioli d'oro. Due fossette sulle guance
candide, occhi color acquamarina... occhi danzanti, occhi che
lo attraevano in quel mare dolce fra onde gentili e
carezzevoli...
Ghandi aveva la gola secca. Senza distogliere lo sguardo
dal volto di lei batté una sequenza sulla pulsantiera alla
cintura e il sottile tubo dell'acqua si estese all'interno del
casco. Sentì i sensori che gli cercavano la bocca.
Chiuse le labbra sul boccaglio e succhiò, attraendo un
rivolo d'acqua attraverso la bocca e lasciandolo scivolare da
solo giù per la gola senza fare lo sforzo di deglutire.
Immaginò che il boccaglio fosse uno dei suoi capezzoli.
— Guardatevi attorno — la sentì dire. — A qualcuno di
voi piace ciò che vedete?
— Sì — rispose il Capitano. — Quello che vediamo ci
piace.
Ghandi distolse lo sguardo da lei e osservò meglio le
pareti dai toni pastello. Quasi nello stesso istante un
improvviso mal di capo gli strappò una smorfia.
— Mettiti a sedere — gli disse la ragazza. — Mi sembra
che tu non stia molto bene, no?
Lui spinse via il tubo dell'acqua con la lingua. — È solo
un po' di mal di capo.
Lei sorrise e gli poggiò una mano su una spalla. Anche
attraverso lo spesso tessuto dello scafandro Ghandi sentì
come una scossa elettrica. Le sue pulsazioni accelerarono.
Lei lo spinse verso una delle sedie fissate al pavimento. —
Se ti togli di dosso questo ingombro starai più comodo.
Spogliati.
Ghandi sedette. Spogliarsi. Sì, questo aveva un senso.
Sicuramente non avrebbero potuto fare all'amore, se lui
continuava a tenersi lo scafandro addosso. Inoltre la sua
erezione cominciava a preoccuparlo; gli scafandri a
pressione non erano progettati per espandersi molto a livello
dell'addome.
— Ora devo assegnare alcuni incarichi ai tuoi compagni
— mormorò lei. — Tu aspettami qui.
Ghandi poté soltanto annuire.

Lo scafandro, un mucchio informe di fasce plasticate,


giaceva sul pavimento accanto alla sedia. Ghandi sedeva nel
compartimento centrale della navetta da un tempo che ormai
gli sembrava molto lungo, da solo, senza alzare mai gli occhi
perché ogni volta che guardava le pareti il suo mal di capo
peggiorava.
Stava cercando disperatamente di ricordare qualcosa.
Qualcosa di importante. Una sfaccettatura della storia pre-
Apocalisse. Ma il desiderio di fare all'amore con la ragazza
interferiva troppo coi suoi pensieri. Non riusciva a
concentrarsi su nient'altro.
Io ho bisogno di lei.
Questo era davvero importante.
Ho bisogno di lei. Sì!
Quella constatazione improvvisa lo fece tornare in sé.
Balzò in piedi, tolse la pistola dalla fondina dello
scafandro e corse al finestrino di sinistra del compartimento,
con gli occhi fissi sul cristallo ed evitando con cura di
guardare le pareti.
Bisogno di lei un accidente! Figlia di puttana! Ho bisogno
di lei come di un altro buco del culo!
Quella femmina li aveva attirati in trappola, come api sul
miele. Stava facendo uso di un'attrezzatura quasi mitica di
origine pre-Apocalittica: un teleneurico, il non plus ultra
delle tecniche di chirurgia psichica di due secoli e mezzo
prima, quando la Terra era giunta al culmine della sua
scienza e della sua follia.
Cercò di ricordare ciò che aveva letto di quel congegno,
dei raggi invisibili che seguivano i movimenti degli occhi, vi
insinuavano il loro strano schema di radiazioni e
raggiungevano i centri decisionali del cervello, per
sopraffare la barriera di razionalità del sistema limbico
orientato sulle emozioni più basilari. L'effetto ipnotico del
teleneurico metteva in grado lo psicochirurgo — in questo
caso la" ragazza, che probabilmente faceva uso di lenti a
contatto per schermarsi — di manipolare in modo completo
le emozioni di qualsiasi soggetto. Lo stato di trance indotta
da un teleneurico poteva durare da qualche ora a parecchi
giorni.
Ghandi si disse che dovevano essere quelle pareti pastello
a contenere l'impianto del teleneurico, l'insieme di
microscopici proiettori subliminali che saturavano il locale
con le loro micidiali radiazioni ipnotiche. Questo aveva un
senso; spiegava la presenza dei colori vibranti con cui era
stato verniciato il corridoio. L'assalto ottico di quegli effetti
visivi aveva preparato lui e i suoi compagni al passaggio nel
compartimento che ospitava il teleneurico. Semplice
psicologia. I loro occhi erano stati attratti automaticamente
dai toni rilassanti delle pareti, per cercarvi un sollievo dalla
spettrale follia esterna. E ormai incapaci di qualsiasi sospetto
avevano ubbidito quasi con ansia all'ordine di guardare più
intensamente verso il teleneurico.
— Sono impressionata — disse una voce alle sue spalle.
Ghandi si girò di scatto. La ragazza era ferma sulla porta
del corridoio, con le mani sui fianchi e un sorrisetto divertito.
Le puntò sul petto la pistola a raggi. — Non ti muovere!
— D'accordo. Non ti eccitare. — La vista dell'arma non
sembrava innervosirla minimamente.
— Potrei ammazzarti per quello che hai fatto.
— Sì — ammise lei. — Ma non lo farai.
— E cosa te lo fa credere?
— Tu non sei una pecora, Corelli-Paul Ghandi. Le pecore
non possono mai resistere al mio teleneurico, e tantomeno
liberarsene. Tu sei un uomo d'azione. Se avessi voluto
uccidermi l'avresti già fatto.
— Sei molto sicura di te stessa.
— È così.
La rabbia lo fece irrigidire. — Chi accidenti sei?
All'inferno... come fai a sapere il mio nome?
— Impara a controllarti — sorrise lei. — L'ira può essere
utile in molte situazioni, ma in questa ti indebolisce soltanto.
L'ira è uno strumento. Usalo bene, o non usarlo affatto.
— Rispondi alla mia domanda, cagna.
Gli occhi color acquamarina parvero studiarlo per un
lungo momento. Poi: — Il mio nome è Colette. E conosco il
tuo perché ho frugato nel computer della vostra navetta
quand'era ancora a qualche centinaio di miglia da Denver.
Ghandi si accigliò. — Questo è impossibile. Noi abbiamo
un computer schermato.
Lei gli guardò l'addome. — Noto che hai perso la tua
erezione. — Sorrise. — È un peccato.
— Non cambiare argomento.
— Perché no, se ne abbiamo uno più interessante?
Ghandi sentì che il suo ritmo cardiaco accelerava. — Dove
sono i miei compagni? — la interrogò.
— Là fuori.
Continuando a tenere la ragazza sotto mira Ghandi si
accostò al finestrino di sinistra. Sul vetro c'era una leggera
patina di neve, ma era possibile distinguere la loro navetta,
sulla rampa d'uscita oltre la superstrada a otto corsie. Il
grosso portello della stiva era abbassato. Il Capitano e il
pilota stavano usando un argano portatile per sollevare un
ovoide bianco largo un paio di metri all'imboccatura della
stiva.
Era una capsula di stasi, un bozzolo di sostanza chimica
vivente fatto per racchiudere e proteggere un essere umano
in animazione sospesa.
Questa figlia di puttana!
E nel mezzo della superstrada c'era una seconda capsula
identica, fissata sul pianale di una piccola slitta a motore che
altri due suoi compagni stavano guidando verso la navetta.
— Sai perché sei sfuggito all'effetto del teleneurico? —
domandò la ragazza.
— Taci! Chi diavolo sei, tu? Da dove vieni? Chi c'è in
quelle capsule di stasi? E perché, maledizione, le stanno
portando sulla nostra navetta?
— Sei sfuggito al suo effetto — continuò lei con calma, —
perché sei più intelligente dei tuoi colleghi. Dovresti essere
tu il Capitano, Corelli-Paul Ghandi. Perché sprechi il tuo
tempo al servizio di creature inferiori?
Di nuovo la rabbia lo accecò. — Non fidarti troppo della
tua fortuna, puttana!
Lei sospirò. — Cerca di non diventare stupido come loro,
per favore. Sei sfuggito al teleneurico perché hai un certo
controllo interiore, una dote che pochi esseri umani vantano.
E a me serve qualcuno che la possieda. Ho dei piani... e tu
sei l'uomo che può aiutarmi a metterli in atto.
«Avrei potuto ucciderti, Ghandi, durante le ore in cui sei
rimasto seduto lì a lottare contro il teleneurico. Ma ce l'hai
fatta... hai dimostrato quello che vali.
«E io ho bisogno del tuo aiuto. Voglio... emigrare,
diciamo, nelle Colonie. Voglio godermi un po' di vita
coloniale. Tu puoi essere il mio insegnante, la mia guida. Mi
serve qualcuno che abbia abbastanza intelligenza per agire
come mio socio in affari, qualcuno che capisca la dinamica
del commercio intercoloniale, che conosca il valore di
mercato di certi prodotti... che potremmo definire al
momento ufficialmente proibiti. — La ragazza sogghignò.
— Il teleneurico è soltanto un esempio di ciò che ho da
offrire.
«Perciò, Corelli-Paul Ghandi, passo a proporti quanto
segue: tu mi darai una mano, e io ti farò ricco e potente come
non hai mai sognato. — Si tolse la Camicetta azzurra e la
lasciò cadere al suolo. Sotto non indossava nulla.
I suoi seni erano perfetti. Ghandi si sentì mozzare il fiato.
Le sue mani cominciarono a sudare. La pistola a raggi tremò.
Con una risata lei si levò i pantaloncini bianchi e li gettò
via. — Non porto mai biancheria.
La sua erezione era tornata. Deglutì un groppo di saliva.
— Chi sei? — sussurrò.
Occhi danzanti, pieni di divertimento... di soddisfazione.
— Te l'ho detto, mi chiamo Colette. Ma ho anche un nome
segreto. Vieni più vicino, e te lo dirò all'orecchio.
Ghandi udì un rumore secco. Abbassò lo sguardo. La sua
mano aveva lasciato cadere la pistola.
Non fu sicuro se fosse stato lui a muoversi verso di lei o il
contrario, ma d'un tratto erano uniti strettamente. Due
braccia morbide lo circondarono. Una lingua calda gli
stuzzicò il lobo di un orecchio.
— Io sono un teleneurico umano — mormorò lei. — E il
mio nome segreto è... Saffo.
Saffo. Un nome che usciva dalla storia. E soltanto due
donne lo avevano scritto nella storia. Una era una poetessa
dell'antica Grecia, e l'altra...
L'altra era una Paratwa del Castello Reale. Una Ash Ock.
Una, ma sono due.
Ghandi capì come stavano le cose. Per un lungo attimo
senza tempo considerò l'idea di strapparsi via da
quell'abbraccio.
— Io voglio te, Ghandi.
E poi fu troppo tardi.
1

Per Susan Quint non c'era nulla di notevole nello spazio


chiuso lungo diciotto miglia e largo quattro della comunità di
Honshu. Come gli altri 217 cilindri che componevano le
Colonie irryane, Honshu girava intorno alla devastata Terra
su un'orbita che al perigeo superava di poco le mille miglia.
E come quasi tutti gli altri, anche il cilindro di Honshu era
diviso in sei strisce su cui si alternavano settori di terreno e
superfici trasparenti, queste ultime costruite con lastre di
spesso vetro antiradiazioni. I cittadini che abitavano e
lavoravano sui tre settori longitudinali erano sottoposti a una
gravità di 1G indotta dalla rotazione assiale accuratamente
controllata. Per una colonia di medie dimensioni con
un'economia basata sui servizi, la popolazione di Honshu era
piuttosto stabile: circa cinque milioni di individui
respiravano l'aria prodotta dagli ecosistemi autosufficienti.
La maggior parte di essi risiedeva nella capitale, Yamaguchi.
Sotto praticamente ogni aspetto Honshu era una Colonia
qualsiasi. E sotto praticamente ogni aspetto Susan Quint era
lieta di poterne ripartire.
La giovane donna diede un ultimo sguardo alla tripla
immagine del sole di mezzogiorno, riflesso attraverso i tre
settori trasparenti da file di specchi, ed entrò sotto l'arcata di
un rosso acceso che univa due stabili adibiti a uffici.
L'ingresso del terminal delle navette, come tutti quelli sparsi
per Yamaguchi, aveva la forma di un'antica pagoda,
all'interno della quale le arcate si abbassavano a formare un
tunnel sfolgorante di luci: una lunga rampa che scendeva
dolcemente nelle viscere della città.
Susan strinse le palpebre. Gli ingressi dei terminal erano di
solito fin troppo illuminati, e quello aveva un impianto due
volte più potente della luce del sole che a quell'ora inondava
le strade. Era, pensò, un monumentale spreco di elettricità,
ma ormai non c'era luogo che non ne facesse spreco. Poche
Colonie dovevano preoccuparsi del costo dell'energia; le
normali necessità erano più che esaudite dai collettori
all'estremità settentrionale dei cilindri, puntata verso il sole.
L'elettricità abbondava, e Honshu, come altre Colonie della
stessa grandezza, faceva del suo meglio per usarla tutta.
Ma per quanto vivamente Honshu si vestisse di colori, per
quanto esotici fossero i suoi ingressi al porto delle navette,
quella Colonia, come tutte le altre, restava in ombra al
confronto dello sfarzo e delle luci di Irrya.
Susan non stava più nella pelle dal desiderio di tornarsene
a casa. Certo, il suo lavoro ed i fantastici privilegi di viaggio
che esso offriva le piacevano. Ma ormai mancava da Irrya da
una settimana, e perdere i contatti con la capitale anche per
così poco tempo non giovava alla sua carriera né alla sua vita
sociale. Mantenere il proprio stato non era compito facile su
Irrya; restare al passo con chi era in competizione a tutti i
livelli sulla regina delle Colonie richiedeva un impegno
costante.
Susan si concesse un sorriso. Naturalmente lei aveva un
vantaggio abbastanza sleale. Non tutti potevano vantarsi di
avere una zia su una poltrona del Consiglio Irryano: una dei
cinque potenti le cui decisioni determinavano la politica e
l'economia delle Colonie.
Zia Inez era il Capo Esecutivo de La Gloria de la Ciencia
— il gruppo che propugnava il progresso scientifico e
tecnologico — e Susan doveva a lei il suo ben remunerato
lavoro di ispettrice alle procedure interne
dell'organizzazione.
Il tunnel illuminato a giorno continuava a curvare verso il
basso. Poco più avanti sfociò in un vastissimo atrio
ugualmente pieno di luci. Altre cinque rampe pedonali
provenienti dalla superficie facevano confluire lì folti gruppi
di viaggiatori scesi dalle affollate strade di Yamaguchi,
ciascuna affiancata da un tunnel che smaltiva il traffico dei
veicoli. Una moltitudine di ascensori e montacarichi
collegavano l'atrio al porto delle navette vero e proprio, una
trentina di metri più in basso. Susan sospirò. C'era una
sfortunata caratteristica che Honshu divideva a pieno titolo
con Irrya: il terminal dei passeggeri era sovraffollato.
Se non altro, lei non avrebbe dovuto fare la fila davanti di
distributori di biglietti che circondavano l'atrio. Il suo
permesso di viaggio, ottenuto grazie a La Gloria de la
Ciencia, le dava modo di spostarsi da una Colonia all'altra
senza perdere troppo tempo con le procedure ordinarie. La
Gloria de la Ciencia le organizzava ogni dettaglio di viaggio,
e Susan mandava un silenzioso grazie a sua zia ogni volta
che le necessità di lavoro la costringevano a passare
attraverso un terminal così gremito.
Stringendo saldamente i manici della borsa da viaggio, e
con un'occhiata ai colori delle strisce direzionali che
s'incrociavano sul soffitto, Susan cominciò a farsi strada fra
la ressa verso i cancelli d'imbarco. Camminava guardando
dritto davanti a sé, a passi fermi, ignorando la solita
profusione di emarginati che in ogni Colonia sembravano
gravitare soprattutto intorno ai terminal delle navette.
C'erano mendicanti e gente che smerciava roba di
contrabbando. C'erano orde di prostitute, di uomini che
facevano la stessa professione e di ruffiani di case di piacere,
abbigliati in tutti gli stili, i cui occhi scrutavano senza sosta i
viaggiatori in cerca di qualcuno con abbastanza denaro — e
abbastanza tempo — per un intermezzo sessuale in uno dei
vicini hotel. Missionari avvolti in fluttuanti tonache verdi e
azzurre distribuivano solennemente dischetti registrati, in
cerca di nuovi convertiti per la Chiesa Riformata della Fede.
Anche in quei giorni la loro (con l'aggiunta di quel
«Riformata») restava un'istituzione potente, benché fosse
soltanto l'ombra dell'originale Chiesa della Fede che era
andata in pezzi cinquantasei anni addietro, quando s'era
scoperto che sotto i panni del suo Vescovo e fondatore si
celava in realtà il gemellare di un Paratwa Ash Ock.
Venditori ambulanti autorizzati attraversavano la folla
offrendo ogni genere di mercanzie, dalle vecchie monete
terrestri agli ologiochi di cacce al tesoro sulla superficie,
dalle enciclopedie auricolari alle autentiche borsette odorose
Costeau (opportunamente sigillate). Minorati da radiazioni
ciondolavano attorno con sguardi vacui e, appesi di traverso
sul petto, messaggi che supplicavano qualche cartotessera
per un pasto. Qualche anno prima Susan si sarebbe
impietosita per quelle creature indifese, ma ormai aveva
troppa esperienza per lasciarsi imbrogliare: i veri ritardati
mentali genetici, discendenti degli operai esposti a eccessive
quantità di raggi cosmici durante la costruzione delle
Colonie, erano una rarità nel 2363. Susan trovava incredibile
che i barboni ricorressero ancora a quello stratagemma per
procurarsi qualche spicciolo.
Passò accanto a un quartetto di Costeau — la varietà
civilizzata — due uomini e due donne senza borsette
odorose. Indossavano monopezzi di un porpora accecante
che la ragazza riconobbe come modelli della casa d'alta
moda A-la Pa-pa-la, un atelier del Distretto Epsilon Nord di
Irrya. Ma i Costeau restavano Costeau, e quel gruppetto non
permetteva a nessuno di dimenticarselo. Una delle donne
portava una piccola pistola a raggi esplosivi in un'elegante
fondina rosa appesa a una cintura argentata. Legale, ma assai
poco ortodosso. E il più alto dei due uomini aveva
impiantate sulla testa calva file di spine di berillio
detossificato. Susan ebbe un brivido. Questo era senza
dubbio grottesco. Per quanto inseriti nella società coloniale,
e per quanto si facesse un gran parlare della «Grande
Riunione», i pirati restavano pirati.
— Ehi, hai davvero un bel culetto, puttanella — disse una
voce maschile proprio dietro di lei.
Susan non si girò. Istintivamente sapeva che l'individuo
s'era rivolto a lei, e altrettanto bene sapeva che mostrare
d'essersi accorta della sua esistenza sarebbe stato un brutto
errore.
— Ci mettiamo d'accordo, puttanella? Cartotessere fresche
in cambio di carne fresca.
Lei represse un sospiro. L'uomo la stava seguendo. Una
domanda e un evidente rifiuto non gli erano bastati.
— Ehi, bellezza... oggi è giorno di paga per me. Non
buttare via una buona possibilità.
Non solo un puttaniere insistente, dunque, ma uno
insistente e stupido. La prostituzione era illegale nella
maggior parte delle Colonie, anche se le autorità
generalmente fingevano di ignorare la professione più antica
dei cilindri. Ma perché potessero fingere di ignorarla, a chi
praticava quel commercio nei posti pubblici era richiesto un
minimo di sottigliezza. La polizia locale sorvegliava il
terminal delle navette, e se Susan si fosse rivolta a un agente
il bastardo che la seguiva sarebbe stato almeno denunciato.
Cercò di dirsi che quell'individuo avrebbe presto capito
che lei — a differenza di altre che stazionavano nei pressi —
o non faceva quel mestiere o aveva troppa fretta per
rispondere alla sua proposta.
Poiché in certe zone le capitava abbastanza spesso d'essere
scambiata per una prostituta, ormai c'era quasi abituata. Ma
sentirsi apostrofare in quel modo era irritante. Scosse il capo.
Non c'era niente da fare, purtroppo. Aveva ventisei anni,
sapeva d'essere attraente, e quei vantaggi erano troppo
importanti per nasconderli indossando abiti che solo una
donna di mezz'età si sarebbe adattata a portare. E certamente
non era colpa sua se le prostitute meglio pagate sembravano
sempre aggiornatissime sull'alta moda adottata negli
ambienti irryani di maggior classe.
Ma l'uomo si fece udire ancora: — Ehi, puttanella! Chi
diavolo credi di essere per non degnarti di...
La voce degenerò in un orribile, osceno gorgoglio. Susan
ebbe una smorfia di disgusto. Questo era troppo. Se lei
esitava a coinvolgere la polizia nella faccenda, ciò non
significava che fosse disposta a sopportare volgarità così
animalesche. Girò su se stessa, preparandosi mettere al suo
posto il bastardo con poche parole scelte con cura.
Era un paio di metri dietro di lei: un uomo anziano con
una faccia lardosa e occhi profondamente infossati nelle
orbite. Aveva un'aria stupefatta. Indossava una larga tunica
bianca il cui ovvio scopo era di mascherare l'addome
rimpolpato di grasso, col petto ornato da uno strano motivo a
chiazze vermiglie. Per lo spazio di un istante Susan pensò
che la sua espressione di sorpresa fosse dovuta alla decisione
con cui lei s'era voltata. Ma poi l'uomo aprì la bocca,
gorgogliò ancora e un fiotto di sangue colò sul davanti della
sua tunica creando un nuovo disegno di macchie rosse.
Susan indietreggiò inorridita.
L'uomo fu scosso da un tremito e cadde a faccia in avanti
sulle mattonelle dell'atrio. Il suo vestito era squarciato sulla
schiena; qualcosa lo aveva colpito da dietro.
Una donna emise un grido stridulo. Sulla sinistra di Susan
una rapida serie di colpi di pistola echeggiò sopra il
mormorio che riempiva il terminal, e ad un tratto le file di
viaggiatori fermi ai distributori di biglietti si trasformarono
in una folla urlante.
Qualcuno la spinse alle spalle e lei barcollò avanti,
inciampando su una spalla dell'uomo in tunica bianca. Con
una contorsione evitò all'ultimo momento di cadere sopra il
cadavere lordo di sangue, ma era sbilanciata e prima di
ritrovare l'equilibrio dovette fare qualche passo di corsa. E
all'improvviso dinnanzi a lei non ci fu più gente che fuggiva
ma soltanto altri corpi stesi al suolo — corpi dappertutto —
e lei stava scavalcando braccia e gambe. E alcuni di quegli
arti non erano più attaccati a niente. E poi il suo piede destro
calpestò la testa di una donna e la testa rotolò via sul
pavimento rosso. E la parte anteriore di quella testa era un
volto giovane e attraente...
Susan si fermò. Un grido eruppe dalle profondità dei suoi
polmoni, ma quando le uscì di bocca esso svanì assorbito in
quello che ora riconosceva per un rombante miscuglio di
altre grida, come se lei fosse un minuscolo frammento di una
qualche entità che sussultava in quel sotterraneo, una enorme
creatura sopraffatta dal terrore.
Ma la forza che faceva di Susan Quint una persona attiva e
indipendente tornò in vita, e quello spirito interiore parlò alla
sua mente conscia.
Corri! Fuggi via di qui, fuori!
E ricominciò a saltare corpi, girando la testa
selvaggiamente a destra e a sinistra sia per individuare i
killer sia in cerca del confine posteriore della folla in ritirata,
conscia che sarebbe stata infinitamente più al sicuro
all'interno di un gruppo invece che allo scoperto in quel
modo...
Tutto sembrava rallentare stranamente intorno a lei; ogni
più piccolo movimento le diventava percettibile. Sentiva i
muscoli tendersi e scattare, e le gambe sollevare il suo corpo
al di sopra di quelle cose terribili sparse a pezzi sulle
mattonelle arrossate, come una ballerina del video operante a
un superiore livello di coscienza, più attenta a tutto di quanto
non fosse mai stata...
Rumore. L'onda d'urto di una folle melodia le colpiva i
timpani: l'incessante urlare di migliaia di persone in preda al
panico, il ronzio vibrante delle pistole a raggi esplosivi, e
soprattutto ogni pochi secondi il lamento penoso di una
nuova vittima. E ad un tratto Susan s'accorse che si stava
muovendo proprio verso quelle grida d'agonia, proprio verso
la sorgente stessa della morte.
E l'uomo era là. A non più di tre metri da lei: un pazzo
omicida scatenato con due lunghe lame nere fra le mani. Per
un istante Susan si sentì irreale, come se il suo corpo fosse
diventato cieco, come se quello fosse solo un brutto sogno,
l'incubo di qualcun altro, che accadeva da un'altra parte e in
un altro tempo.
L'uomo aveva l'aspetto di un tipico impiegato di banca
della ICN, con un abito grigio di stoffa increspata, una
visiera filtrante fermata intorno alla fronte da una fascia
elastica e un paio di lenti scure polarizzate davanti agli
occhi. Aveva corti capelli biondi, un naso a becco, e un
coltello dalla lama nera come il giaietto in ogni mano.
E c'era qualcosa di bizzarro in quei coltelli.
Susan non riusciva a metterli a fuoco con lo sguardo, non
riusciva a vedere le lame chiaramente. Era come guardare
una proiezione olocinetica coi raggi fuori allineamento che
sdoppiavano i bordi dell'immagine. Un folle omicida con due
assurde lame da cartone animato strette in pugno.
Ma quelle immagini imprecise saettavano a somministrare
la morte, autentica e definitiva.
L'uomo si girò verso di lei e per una frazione di secondo i
loro occhi s'incontrarono. E fu allora che Susan provò il più
strano fra tutti gli altri choc, perché sulla faccia del killer
vide un barlume di riconoscimento e seppe — per un
microsecondo lo seppe — che in qualche posto e in qualche
momento s'erano già incontrati.
Ma mentre i suoi occhi le confermavano quel fatto, la sua
mente lo negava d'istinto. No, io non posso conoscere un
mostro simile.
L'attimo di riconoscimento svanì. Lo sguardo dell'uomo
tornò ad essere inespressivo. Con spaventosa rapidità fece un
passo avanti e allungò la mano destra, tendendo verso di lei
una lama indistinta, una confusa immagine nera che cercava
il suo cuore. Era troppo tardi per reagire: l'impulso cinetico
della sua corsa l'avrebbe portata a infilarsi dritta su quel
coltello.
E pensò: Sto per morire... lontana da Irrya.
Fu il Costeau a salvarle la vita.
Il pirata dalla testa irta di rosse spine di berillio che
scintillavano nell'intensa luce del terminal attaccò il killer
alle spalle, arrivandogli addosso di corsa con uh coltello in
pugno, pronto ad uccidere.
L'omicida girò su se stesso, e Susan provò un senso di
confusione, perché i suoi movimenti erano innaturali,
bizzarramente morbidi — una velocità liquida — e precisi
oltre il limite delle possibilità umane. Le lame di cui era
armato sembrarono balzare avanti, come se la loro lunghezza
si fosse triplicata.
Una striscia rossa: sul petto dell'assalitore s'era aperto uno
squarcio. Il Costeau cadde. L'assassino si volse di nuovo a
cercare Susan, ma la folla aveva ancora una volta cambiato
direzione e la giovane donna era stata travolta da un'ondata
di gente in preda al panico: una forza primordiale animata da
un suo assurdo senso d'orientamento.
Ebbe un'ultima visione del killer, delle sue lame vibranti
che si affondavano nel corpo di un'altra vittima; poi la folla
la trascinò pietosamente verso il lato opposto dell'atrio.
Il ronzio delle pistole a raggi cessò bruscamente. Al di
sopra delle urla della gente un uomo gridò:
— I Paratwa non devono tornare! Lunga vita all'Ordine
della Sferza!
Era la voce del killer coi due coltelli. Susan ne fu certa.
E da più lontano, dal punto in cui erano risuonati gli spari,
un'altra voce maschile gli fece eco: — Lunga vita all'Ordine
della Sferza!
Le orribili raffiche di raggi esplosivi ripresero, e la folla
reagì all'istante. Susan si sentì schiacciare da ogni lato, quasi
sollevata dalla tremenda pressione dei corpi animati dal
terrore. Lottò per mantenere l'equilibrio e seguì la direzione
del loro movimento, conscia che se fosse caduta o avesse
cercato di contrastare la spinta di quel fiume umano sarebbe
stata calpestata a morte.
Quando la ressa si incanalò con folle determinazione su
per una delle rampe, la ragazza sperimentò un altro episodio
di distorsione temporale. Ma stavolta la sua coscienza parve
scendere al livello di un'arcaica consapevolezza appartenente
al corpo, e fu come penetrare in un luogo oltre la zona della
memoria, un ambiente primevo dove soltanto il ritmo fisico
aveva significato. Si accorse di lottare con le unghie e coi
denti, in quel posto, ed ebbe l'impressione di contorcersi in
un utero da cui doveva a tutti i costi uscire e nascere. In
modo misterioso e inesplicabile Susan seppe che stava
riportando alla luce un frammento della sua stessa nascita.
Poi la luce si fece meno intensa, la pressione si allentò e ci
fu spazio per respirare, mentre la folla urlante oltrepassava
l'ingresso a forma di pagoda per riversarsi nelle strade di
Yamaguchi. Le sue memorie prenatali si dissolsero nei raggi
del sole pomeridiano della Colonia Honshu, e lei emerse di
nuovo nel tempo reale... viva. La luce dorata di Sol, tre volte
riflessa attraverso le tre lunghe strisce di vetro antiradiazioni,
cominciò a scacciare la follia e lo spavento dai suoi pensieri.
Viva!
Susan non si fermò ad assaporare quella sensazione.
Continuò a correre, finché non fu molto lontana dal terminal.
2

Era una sala antica, un locale a venti lati costruito nei


giorni pre-Apocalisse, quando Irrya era una stella appena
nata nel cielo della Terra e la colonizzazione dello spazio
ancora una sfida per la tecnologia inesperta. Negli ultimi
anni del ventunesimo secolo pochi si rendevano conto che le
Colonie sarebbero state l'ultimo rifugio per i superstiti di un
pianeta devastato, e che il Consiglio di Irrya avrebbe
governato ciò che restava della razza umana.
Eppure, quasi che lo prevedessero, gli architetti avevano
inserito tutta la cultura possibile in quella sala. Alle pareti
tappezzate in cuoio erano appesi molti dipinti della vecchia
Terra, quadri di tale valore che duecento anni prima erano
stati sigillati in contenitori a prova di umidità. Un pesante
lampadario a forma di prisma, appeso a una sottile catena
che svaniva nell'ombra del soffitto a cupola, spandeva luce
dorata sul liscio tavolo circolare al centro del locale. Intorno
ad esso c'erano dieci sedie di quercia massiccia. Cinque di
esse, destinate ad essere occupate in via provvisoria, avevano
una linea volutamente austera e sembravano fungere da
comprimarie per le altre, più elaborate e intarsiate, che
ospitavano i Consiglieri di Irrya.
Il Leone degli Alexander occupava uno dei seggi
permanenti da ormai due anni, eppure quella sala, al
sorvegliatissimo sessantesimo piano del palazzo del governo,
continuava a restargli aliena. Lì dentro si sentiva come un
ospite nella ricca dimora di qualche antica famiglia delle
Colonie, dove gli oggetti ornamentali erano così importanti e
gravidi di tradizione che nessuno osava toccarli. Benché non
fosse un Costeau per nascita aveva vissuto la maggior parte
dei suoi sessantotto anni come uno di loro, e la spartana
semplicità di quello stile di vita gli appariva ancora la scelta
migliore per un uomo. La sala del Consiglio parlava di un
gusto per la ricchezza in cui avvertiva qualcosa di innaturale.
Ma non era solo la regalità di quell'arredamento, di quei
simboli elevati allo stato di santità, a farlo sentire un
estraneo. Anche seduto allo stesso tavolo con gli altri restava
il fatto innegabile che lui era un Costeau.
Benché i pirati fossero ufficialmente accolti a tutti i livelli
della società coloniale, e malgrado che quel Consiglio
supportasse con forza l'assorbimento dei Costeau nella
cultura coloniale — la cosiddetta Grande Riunione — gli
atteggiamenti bigotti guastavano l'atmosfera, alcuni così
eterei che solo un completo estraneo li avrebbe notati. Un
giorno o l'altro, si disse il Leone, in quella sala si sarebbe
seduta una nuova generazione di Consiglieri del tutto liberi
da pregiudizi. Ma lui non contava di vivere tanto da vedere
quel giorno. I Costeau erano rimasti fuori della cultura
coloniale per troppo tempo: oltre due secoli di isolamento.
Sarebbe occorso altrettanto prima che un pirata potesse
sentirsi davvero a casa sua anche lì.
Sospettava che Inez Hernandez la pensasse allo stesso
modo, anche se per ragioni diverse.
La donna, una cinquantenne dal volto delicato scintillante
di batteri epiteliali tonificanti, era seduta di fronte a lui.
Aveva folti capelli neri tagliati alla paggio, occhi scurì
soverchiati dall'incombere di due pesanti sopracciglia, e
vaporosi orecchini bianchi che si alzavano a fluttuare
nell'aria ogni volta che girava la testa troppo bruscamente.
Accorgendosi che lui la stava fissando alzò lo sguardo dal
monitor applicato a uno dei braccioli del seggio.
— Vuole sapere una cosa, Inez? — disse il Leone. — Una
volta un giovane Costeau mi chiese perché La Gloria de la
Ciencia si comporta con tanta arroganza.
Lei sorrise. — Dev'essere stato molto giovane.
— Infatti. Ma la mia risposta gli sarà parsa quella di un
vecchio, temo. Gli dissi che La Gloria de la Ciencia agisce
come agisce perché la società le concede questo privilegio.
Inez rise. — Proprio come concede ai Costeau che
vogliono farlo di restare dei fuorilegge per le Colonie.
— Abbastanza vero. Ma mi domando perché alle nostre
due istituzioni è permesso d'essere arroganti, mentre il resto
della società deve conformarsi ai più rigidi standard
comportamentali.
Questo attrasse l'attenzione di Doyle Blumhaven, proprio
come il Leone aveva inteso. Il Consigliere E-Tech li scrutò,
mentre sul suo volto fanciullesco appariva lentamente un
cipiglio contrariato.
— A nessuno è permesso di agire con arroganza. Certi
individui, e certe organizzazioni, amano però adornarsene la
fronte come una corona.
— Ma solo per autodifesa — puntualizzò il Leone.
Blumhaven rizzò il pelo. — Difesa contro cosa?
— Iniquità sociali... ciò che alcuni percepiscono come una
mancanza di giustizia, una sleale differenza di opportunità.
Il Consigliere E-Tech alzò una mano e si puntò un dito
contro una tempia. — Qui dentro — disse, battendo il dito
sulle ondulazioni perfettamente stilizzate dei capelli castani.
— È solo qui dentro che esistono queste cosiddette iniquità
sociali: nella mente dei Costeau.
E lì dentro, pensò il Leone, c'è il vero nucleo della
bigotteria anti-Costeau.
Molti condividevano l'atteggiamento di Blumhaven. Si
limitavano a chiudere gli occhi alla realtà del problema,
come se rifiutando di riconoscere l'esistenza dei pregiudizi
potessero in qualche modo farli scomparire.
Il Leone sapeva bene che il suo cortese modo di provocare
il Consigliere E-Tech non serviva affatto a restringere il
divario fra le loro opinioni. Su quel livello le parole di un
Costeau restavano insignificanti, in quanto non alteravano il
comportamento di Blumhaven nel Consiglio. Tuttavia non
era buona politica tirargli quelle continue piccole frecciate,
tentazione a cui il Leone non si sentiva capace di resistere.
Sì, siamo schiavi delle nostre passioni. Per quanto
controproducente fosse, il Leone sapeva che non avrebbe
smesso di punzecchiare Doyle Blumhaven. La sola
alternativa sarebbe stata dare libero sfogo ai suoi veri
sentimenti, alla sua rabbia — la rabbia di un Costeau —
contro quelli che non volevano vedere la forma del mondo
che li circondava. Ma ormai non poteva più permettersi
sfoghi di quel genere. Lui era il Leone degli Alexander, capo
dei Clan Uniti, e tuttavia anche un Consigliere di Irrya, un
ruolo nel quale aveva il dovere di propugnare l'armonia e la
comprensione fra il miliardo e passa di abitanti delle
Colonie.
Non gli riusciva facile.
Maria Losef, la quarta e ultima persona presente al tavolo,
ricordò ai colleghi che esisteva un ordine del giorno.
— Consiglio di Irrya, seduta del 2 agosto 2363 — disse,
per i computer che stavano registrando. — Database
riservato, accesso standard.
Maria Losef ricopriva l'incarico di Presidente del
Consiglio, oltre a quello, assai più importante, di direttrice
della ICN (la Intercolonial Credit Net), il potente consorzio
di banche e società finanziarie che controllava
completamente il sistema monetario delle Colonie.
— Il primo argomento all'ordine del giorno è il rapporto di
Van Ostrand.
Il Leone scrutò il volto sottile dell'attraente femmina
bionda nel tentativo, come al solito del tutto inutile, di
scorgere almeno un vago accenno di emozione in quei freddi
occhi azzurri.
I personaggi di maggiore spicco non mancavano mai di
presentare al pubblico un'immagine accuratamente studiata,
usando lo stile in cui si vestivano, il loro modo di gestire e le
espressioni stesse del volto per creare un archetipo in cui il
cosiddetto cittadino medio potesse identificare le proprie
ambizioni. Maria Losef ignorava simili vane superficialità, e
il Leone la rispettava per questo. Ma Maria Losef portava
all'estremo il suo disprezzo per le ostentazioni. Vestiva in
stile anonimo, parlava a bassa voce, e teneva i capelli
biondo-avorio semplicemente riuniti dietro la testa nell'antica
e antiestetica foggia chiamata «coda di cavallo». I giornalisti
erano balzati su quel particolare per soprannominarla «Coda
di Ghiaccio», con riferimento alla sua vita pubblica e privata.
Neppure questo sembrava destare in lei qualche reazione.
Maria Losef guardò il centro del tavolo, dove una
sgraziata apparecchiatura elettronica a cinque lati contrastava
col resto dell'arredamento. — Van Ostrand... è pronto?
Le facce del pentagono si dissolsero, lasciando il posto a
un quintetto di schermi televisivi. Pochi istanti dopo su
ciascuno di essi apparve il volto di Jon Van Ostrand, il
quinto Consigliere, Comandante Supremo dei Sorveglianti
Intercoloniali. La voce baritonale che uscì da un altoparlante
invisibile si adattava bene ai lineamenti fermi e gradevoli di
quel volto.
— Vi vedo, signora Losef. Oggi la ricezione è ottima,
dalla mia parte. Non ci sono interferenze. Tuttavia temo di
non poter stare al VSL per più di pochi minuti. L'ammiraglio
Kilofsky ed io ci stiamo preparando a partire per un giro
d'ispezione. Devo controllare che i miei uomini abbiano
l'uniforme ben abbottonata.
Il Leone represse un sospiro. Van Ostrand gli piaceva, e
non si poteva negare che l'uomo fosse competente. Ma il
Comandante dei Sorveglianti sembrava aver rinunciato fin
troppo volentieri ai suoi compiti di Consigliere, da quando
aveva stabilito la sua base operativa oltre l'orbita di Giove.
Sarebbe stato più opportuno se avesse diretto i suoi ufficiali
da quel palazzo.
Il Comandante aveva lasciato la capitale cinque mesi
addietro diretto alla vasta rete di satelliti da avvistamento che
le Colonie avevano installato ai confini del sistema solare,
rete la cui efficienza era stata incrementata negli ultimi
cinquantasei anni, da quando gli eventi avevano chiarito che
la flotta dei coloni partiti verso le stelle era stata presa sotto
controllo dai Paratwa e stava tornando indietro.
I Paratwa, quei prodotti dell'ingegneria genetica che erano
stati in buona parte responsabili della decimazione
dell'umanità, gli esseri gemellari la cui mente era un'unità
suddivisa in due zone collegate fra loro e albergate in due
corpi, gli uccisori di professione creati dalla follia dell'uomo
negli anni caotici prima dell'Apocalisse, non s'erano estinti
come molti avevano voluto credere a lungo. Migliaia di essi
erano riusciti a infiltrarsi nelle grandi e lente astronavi che
rappresentavano la controparte delle Colonie, l'altra speranza
di sopravvivenza per la razza umana. E con quelle migliaia
c'erano due dei loro capi, i due soli superstiti del Castello
Reale: Saffo e Theophrastus degli Ash Ock.
Il Leone avrebbe potuto correggere quella convinzione: in
realtà gli Ash Ock sopravvissuti erano tre. Ma nessuno a
quel tavolo, e forse nessuno di quanti vivevano in quei giorni
nelle Colonie, sospettava l'esistenza del terzo membro del
Castello Reale. E il Leone non intendeva divulgare quel
particolare segreto.
Van Ostrand si passò una mano fra i capelli, appena grigi
alle tempie. — In effetti, non ho niente da aggiungere al
rapporto di mercoledì scorso. Ormai siamo da
duecentoquattro giorni nella finestra VSL... restano solo
cinque settimane. — Fece una pausa. — Presto dovremmo
cominciare a rilevare qualcosa. A meno che, naturalmente, i
nostri calcoli non siano sbagliati.
— I calcoli sono corretti — affermò Blumhaven. —
Cinquantasei anni fa, quando la E-Tech mise le mani
sull'apparato VSL usato da Codrus, quei calcoli furono fatti
da esperti. Da allora sono stati ripetuti e ricontrollati migliaia
di volte, come lei sa.
Inez Hernandez annuì. — I nostri scienziati hanno ormai
un'ottima comprensione della tecnologia VSL, Jon. Vorrei
poterla convincere di questo.
— Apparecchiature binarie, accoppiate — continuò
Blumhaven. — Il fatto che due trasmittenti VSL operino
come le due metà di un oggetto intero rende possibile
calcolare le percentuali di scarto fra ogni particolare coppia
di esse. Noi non sappiamo dove sia dislocata l'altra
trasmittente, quella con cui furono contattati gli Ash Ock
delle astronavi, ma possiamo sapere quando due trasmittenti
arrivano in congiunzione fisica. E siamo assolutamente certi
che quella all'altra estremità del collegamento entrerà nel
raggio del nostro apparato di sorveglianza entro cinque
settimane.
Van Ostrand scrollò le spalle, scettico. Il Leone capiva, e
per certi aspetti condivideva, i dubbi del Comandante dei
Sorveglianti. Per chi non disponeva di un'istruzione
specialistica in fotofisica, i concetti legati alla Velocità
Superiore a quella della Luce erano oscuri: una tecnologia
che funzionava, certo, ma in base a teoremi contraddittori e
nozioni bizzarre. I VSL, ad esempio, non ricevevano
informazioni bensì, secondo la definizione scientifica, si
limitavano a trasmettere, anche se le apparecchiature ai due
estremi di un collegamento VSL potevano comunicare l'una
con l'altra. Al Leone un'incongruità di quel genere restava
follemente incomprensibile.
Fra i Consiglieri soltanto Inez e Blumhaven avevano
studiato a sufficienza per afferrare la teoria VSL, tuttavia
Inez ammetteva, privatamente, che alcuni risvolti tecnologici
della Velocità-Super-Luce la confondevano.
E il Leone sapeva che in Van Ostrand albergava un altro
grave dubbio, ovvero che le Colonie avessero informazioni
così scarse sulla tecnologia dei Paratwa che ogni conclusione
precisa doveva esser considerata pericolosa. L'ultimo
sondaggio di opinioni aveva rivelato che la stessa incertezza
allignava nella mente di quasi tutti i cittadini.
Dovremmo cominciare a captare qualcosa entro cinque
settimane. Ma quella linea di pensiero — la giustificazione
razionale per l'enorme somma stanziata nel potenziamento
della rete di sorveglianza e di difesa — presumeva che la
scienza dei Paratwa fosse rimasta essenzialmente
comprensibile.
Tecnologia sconosciuta. Questa era la paura espressa
dall'opinione pubblica, una paura che aveva dato potere al
Consiglio e spinto su nuove posizioni buona parte del Senato
di Irrya negli ultimi cinquantasei anni.
Quando i Paratwa erano fuggiti dalla Terra, alla fine del
ventunesimo secolo, negli anni più oscuri della follia
tecnologica che aveva condotto all'Apocalisse del 2099, la E-
Tech — l'organo creato per contenere entro certi limiti il
passo della scienza — era appena un gruppo sostenuto dai
cittadini allarmati dall'uso immorale di tecnologie avanzate.
Con gli anni la E-Tech era riuscita nel compito di ottenere e
mantenere un pieno controllo del progresso all'interno delle
Colonie. Questo aveva regalato ai superstiti della Terra due
secoli di relativa pace, e all'umanità la possibilità di
ricostruire, di maturare.
Poi, cinquantasei anni addietro, si era scoperto che due
Ash Ock e orde di altri Paratwa avevano potuto sopravvivere
all'Apocalisse infiltrandosi nella grande flotta di astronavi, il
progetto Verso le Stelle, che aveva lasciato il sistema solare
e interrotto ogni comunicazione pochi decenni più tardi,
dopo aver trasmesso confuse e allarmanti notizie di una
rivolta. Messe di fronte al fatto che i Paratwa erano al
controllo della flotta e stavano tornando indietro, le Colonie
avevano dovuto riconoscere che quella razza pericolosa
aveva goduto di duecento anni di libero progresso
tecnologico, portandosi più avanti dell'umanità.
E le prove per sostenere quella paura non mancavano. Una
di esse era il terminale VSL che campeggiava sul tavolo del
Consiglio, i cui apparati si trovavano in quell'edificio sotto il
livello stradale. Il VSL, si presumeva, era stato inventato da
Theophrastus, l'Ash Ock il cui particolare talento riguardava
la ricerca scientifica.
E nessuno aveva la più vaga idea di cos'altro Theophrastus
potesse aver inventato da allora.
Il Leone guardò Inez e notò il suo cipiglio. Era La Gloria
de la Ciencia — il gruppo un tempo radicale e fuorilegge che
propugnava il ritorno delle grandi conquiste tecnologiche del
ventunesimo secolo — l'organizzazione a cui ora spettava la
responsabilità ufficiale di rimettersi alla pari con gli ipotetici
progressi scientifici dei Paratwa. Il Leone non le invidiava
quel compito.
— Jon — domandò Inez, — avete già collaudato il nuovo
scanner?
Sugli schermi del VSL le cinque immagini di Van Ostrand
annuirono vigorosamente. Sembrava sollevato di non dover
discutere ancora le ipotesi del Consiglio sui risultati della
sconosciuta tecnologia dei Paratwa.
— Sì, Inez. Abbiamo un prototipo in funzione, e i dati
mostrano che ha allargato del sei per cento il raggio della
nostra capacità di indagine. I miei complimenti al suo gruppo
di ricerca. I tecnici mi dicono che potrà essere messo in
produzione e distribuzione entro la settimana prossima.
— Ottimo — si complimentò Blumhaven.
— Sì, è un buon risultato — disse Van Ostrand. — Ma,
francamente, Inez, non credo che alla lunga sarà molto
significativo. Stiamo già costruendo navi da guerra piccole
come una navetta di Classe Cinque, e ristrutturiamo i nostri
apparati difensivi in base ad esse. Non credo che i Paratwa
torneranno su vascelli ancora più piccoli e più difficili a
localizzarsi di questi.
— Il suo personale come reagisce? — volle sapere Maria
Losef.
Van Ostrand scosse il capo. — Ne abbiamo messi altri tre
sotto psicoterapia negli ultimi due giorni. La tensione...
l'attesa, è atrocemente insalubre, a quanto dicono i miei
specialisti. — Si strinse nelle spalle. — Ma gli scanner
dicono ancora che là fuori non c'è niente. Finché questo stato
di cose non cambierà, basterà mantenere un'attenta vigilanza.
Per qualche momento nessuno parlò.
Che ci siano già sciami di astronavi fuori del raggio
d'azione dei nostri rivelatori? si chiese il Leone. Navi con un
armamento più avanzato di due secoli rispetto a quello che
sulle Colonie è il limite raggiunto dalla tecnologia? Che
siano già pronte a sfondare le nostre difese? Stiamo
fronteggiando un nemico che non abbiamo alcuna possibilità
di sconfiggere?
Non sapere. Questa era la cosa peggiore.
Blumhaven ruppe il silenzio. — D'altro canto, i miei
esperti sono ancora certi che i Paratwa non possono aver
realizzato navi VSL. Le nostre ultime proiezioni indicano
con una sicurezza del novantasette per cento che la loro
società, con le sue risorse limitate, non può aver sviluppato
un motore capace di velocità ultraluce.
Una sicurezza del novantasette per cento? Il Leone aveva
i suoi dubbi. I computer davano spesso risultati assurdi
quando i dati più vitali mancavano o erano ipotetici. Come si
poteva essere sicuri di qualsiasi cosa che riguardasse il
ritorno dei Paratwa?
Sugli schermi, il Comandante dei Sorveglianti si girò e
fece un cenno a qualcuno fuori del campo della telecamera.
— Devo andare — disse. — L'ammiraglio Selleck ha ordine
di accendere il VSL e contattarvi immediatamente, se dopo
la mia partenza ci fossero novità. In caso contrario ci
risentiremo durante la riunione di mercoledì prossimo.
Chiudo.
— Grazie a nome di tutti, Jon — disse cortesemente
Blumhaven.
Mentre gli schermi del VSL si spegnevano, lo sguardo di
Maria Losef percorse i volti dei colleghi. — Qualche
commento, prima di proseguire con le altre faccende?
Nessuno parlò.
— Molto bene — continuò la donna. — Il prossimo
argomento all'ordine del giorno è il massacro di ieri a
Honshu. La E-Tech ha un rapporto sull'incidente.
Blumhaven guardò il suo monitor e annuì. — Come ormai
sapete, ieri a mezzogiorno, ora standard, i fanatici hanno
colpito ancora. Il principale terminal passeggeri per le
navette di Yamaguchi, a Honshu, è stato attaccato durante
l'ora di punta. Finora si contano centoquattordici vittime, più
altri trentacinque feriti alcuni dei quali in condizioni
disperate. Dei cinque raid terroristici di cui è stata attribuita
la paternità alla Sferza negli ultimi quattro mesi, questo è di
gran lunga il più sanguinoso.
«Ancora una volta gli assassini hanno gridato che i
Paratwa non devono tornare. E ancora una volta hanno avuto
cura di dichiarare che appartengono all'Ordine della Sferza.
E ancora una volta sono riusciti a fuggire, pensò il Leone.
— Abbiamo già intervistato numerosi testimoni —
continuò Blumhaven, — e ne stiamo cercando altri, fra
quanti sono fuggiti dal terminal. Come nelle precedenti
incursioni, sembra che gli assassini fossero soltanto in due. Il
loro modus operandi ricalca esattamente quello messo in atto
nel massacro di Alpha Ostrava ventinove giorni fa.
«Ancora una volta il primo terrorista entrato in azione ha
fatto uso di due lame-flash. Pochi secondi dopo, mentre la
folla era in preda al panico, il secondo ha cominciato a
sparare con un'arma altrettanto insolita... un mitra a raggi,
sembra.
— Sappiamo qualcosa di queste armi? — domandò Inez.
Blumhaven annuì. — Siamo ancora convinti che il mitra a
raggi sia frutto di una tecnologia nuova. Noi non abbiamo
niente del genere, e il nostro archivio non ha notizie sull'uso
di quest'arma in tempi pre-Apocalisse. Speravo che La
Gloria de la Ciencia potesse fornire dati più aggiornati.
Inez scosse il capo. — Vorrei che fosse così. Ho numerose
squadre al lavoro sugli aspetti tecnologici di questi raid della
Sferza, particolarmente sulle armi usate. Sfortunatamente i
miei esperti non vanno oltre le sue conclusioni: tecnologia
nuova. In effetti non possiamo ancora costruire un mitra di
quel tipo. Un normale fucile a raggi esplosivi o laser richiede
almeno un secondo per il ciclo di ricarica fra un colpo e
l'altro, questo è insito nella struttura stessa dell'arma. II solo
metodo noto per aggirare l'intervallo di ricarica sta
nell'accoppiare le canne, quindi quasi raddoppiare le
dimensioni dell'arma. Tuttavia, a quanto dicono i testimoni,
il mitra a raggi usato non era più grosso di un fucile a
proiettili, dunque addirittura più sottile di un fucile a raggi. E
la sua potenza di fuoco stimata è intorno ai venti colpi al
secondo.
— Cosa può dirci dell'altra arma? — chiese Maria Losef.
— Su quella, tutto — dichiarò Blumhaven con un lampo
di soddisfazione nello sguardo. — Le lame-flash, o coltelli a
raggio terminale, sono armi pre-Apocalisse, e risultano usate
per la prima volta da agenti della CIA statunitense alla metà
del ventunesimo secolo. Basilarmente una lama-flash è un
vero e proprio coltello, la cui lama è però circondata da un
campo d'induzione che trasforma la struttura del metallo,
consentendo a un flusso di particelle ultracalde di
prolungarsi nella direzione della lama, il che ne raddoppia o
ne triplica la portata effettiva. Il flusso di particelle può
tagliare praticamente tutto, salvo uno scudo di energia.
Inez si mordicchiò un labbro. — Lame-flash... non è lo
stesso tipo di tecnologia che in seguito diede origine alla
falce Cohe?
Blumhaven annuì. — La lama-flash è più o meno
l'antenato della falce Cohe. Sfortunatamente, benché non ci
manchino le notizie storiche su entrambe queste armi, non
siamo mai riusciti a localizzare nei nostri archivi l'esistenza
dei progetti tecnici o dei brevetti. Siamo in possesso delle
due falci Cohe usate da Reemul cinquantasei anni fa, ma le
sofisticate tecniche produttive necessarie alla costruzione di
quest'arma non sono mai state rimesse in opera, nelle
Colonie. Più specificamente, non possiamo riprodurre le
batterie capaci di contenere notevolissime quantità di energia
in uno spazio tanto piccolo. Si tratta di una tecnologia
organica, da considerarsi praticamente perduta.
Il Leone non fece commenti. Da una parte era senza
dubbio utile esaminare gli aspetti di quei massacri, incluso il
genere di armi usate. Ma dall'altra — che si trattasse di
tecnologia nuova sviluppata da un laboratorio illegale, o di
tecnologia perduta durante la folle fuga dell'umanità dal
pianeta morente — restava il fatto che i due feroci terroristi
erano a piede libero.
Erano due. Quel particolare preoccupava il Leone più di
qualsiasi altra cosa.
— Ci sono conferme che l'Ordine della Sferza sia
effettivamente coinvolto? — domandò Maria Losef.
Blumhaven scosse il capo. — La Sicurezza della E-Tech
ha infiltrato completamente la struttura di
quell'organizzazione. — Rivolse attorno un sorriso. —
Alcuni capisezione della Sferza eletti negli ultimi tempi sono
in realtà agenti operativi E-Tech. Ma non abbiamo trovato
niente che faccia sospettare che l'Ordine sia qualcosa di
diverso da ciò che proclama: un partito politico minore, del
tutto legale, i cui aderenti si oppongono a ogni ipotesi di
compromesso o futura concessione ai Paratwa. L'Ordine
della Sferza si batte per far approvare una legge in base alla
quale ogni astronave che tenti di entrare attraverso la rete
difensiva sia attaccata e distrutta. I loro deputati non fanno
certo mistero del fatto che preferiscono la guerra aperta
contro i Paratwa a ogni tentativo di soluzione pacifica. Ma
gli stessi deputati negano con estrema decisione ogni
collegamento con questi killer. Quasi tutti i loro capisezione
hanno condannato con orrore, sia pubblicamente che in
privato, i massacri fatti all'insegna dell'Ordine. La Sicurezza
della E-Tech è convinta che siano sinceri.
«Comunque, nei quadri del loro partito ci sono elementi
radicali che, almeno privatamente, sembrano appoggiare i
raid dei terroristi. Bisogna considerare la possibilità che
siano opera di una fazione segreta all'interno della Sferza:
fanatici convinti che massacrando gli innocenti possono fare
pubblicità alla loro causa.
— Ci sono prove concrete dell'esistenza di questa fazione?
— domandò Inez.
— Sì. Ma non abbastanza da collegarla ai due killer —
Blumhaven fece una pausa. — Tuttavia contiamo di trovare
presto un legame di questo genere.
— Certo, molto promettente — disse Maria Losef. — Ma
nel frattempo cosa possiamo fare per fermare quei terroristi?
— O quel terrorista — disse il Leone.
Gli altri lo guardarono. Il sorriso di Blumhaven si deformò
in una smorfia acre.
— Pensavo che avessimo deciso di lasciar perdere questo
controsenso all'ultima riunione — borbottò il Consigliere E-
Tech.
— Abbiamo deciso di lasciar perdere anche la nostra
capacità di giudizio? — lo provocò il Leone.
Maria Losef alzò una mano a controllare il nastro che le
fermava la coda di cavallo dietro la testa. — Sono venuti alla
luce nuovi elementi che possano far pensare a un Paratwa?
— Non ce ne sono — disse subito Blumhaven. —
Abbiamo ricostruito simulazioni precise di ogni attacco
partendo anche da questa come ipotesi di studio. I parametri
ottenuti con lo schema del massacro di Yamaguchi
supportano le nostre precedenti conclusioni. Gli archivi E-
Tech contengono una gran mole di informazioni sugli
attacchi terroristici dei Paratwa, e abbiamo applicato ogni
analisi più sofisticata alla tecnica usata nelle incursioni. Se
questi killer fossero due corpi collegati da un'unica mente,
ovvero un Paratwa, i nostri test avrebbero rilevato certe
caratteristiche nel loro modus operandi; schemi
comportamentali originati dal loro legame di tipo telepatico.
«Ma i risultati dimostrano l'opposto. Nulla fa supporre che
abbiamo a che fare con un Paratwa.
Il Leone non era soddisfatto. — Cosa mi dice della
velocità dei killer? I superstiti dei massacri sono concordi
nell'affermare che esibivano una rapidità di movimenti
superumana.
Blumhaven sospirò. — È ben noto che la gente esposta a
stress terribili percepisce spesso gli eventi con un senso
temporale alterato. In certi i casi i movimenti sembrano
incredibilmente veloci, mentre invece altri individui li
percepiscono come se tutto succedesse al rallentatore. Queste
sensazioni soggettive, questi scherzi dell'immaginazione,
sono ben documentati.
Inez gli diede ragione con un cenno del capo. — Inoltre
esistono metodi per incrementare artificialmente la velocità
di riflessi, uguagliando le naturali capacità di reazione dei
Paratwa. Impianti retinici, completati da piccole modifiche
chirurgiche, mettono in grado l'occhio di inviare al cervello
più immagini delle dieci al secondo che corrispondono alla
media umana. Queste modifiche alla retina sono ottenibili da
anni sul mercato nero.
— Vero — aggiunse Blumhaven. — Ed è probabile che i
terroristi abbiano accesso al mercato nero: le armi di cui
dispongono sembrano avvalorare questa possibilità. I sicari
della Sferza potrebbero anche comunicare fra loro con
microtrasmittenti, per coordinare le proprie mosse. La
presenza di microtrasmittenti può spiegare perché numerosi
testimoni abbiano riferito che i killer sembravano sapere
cosa succedeva dietro di loro. Un Paratwa generalmente
attacca in modo che i due gemellari possano coprirsi a
vicenda. Spesso si battono schiena-controschiena. Tuttavia,
con l'opportuno addestramento e l'uso di microimpianti, due
uomini possono imitare abbastanza bene questa tecnica di
combattimento.
Maria Losef fissò il Leone coi suoi gelidi occhi azzurri. —
A parte le ragioni tecniche, perché un Paratwa dovrebbe
compiere questi massacri in nome della Sferza... un partito
dedito allo scopo d'impedire il ritorno dei Paratwa nelle
Colonie?
— Semplice ricondizionamento — suggerì il Leone. —
Anche se l'Ordine della Sferza nega d'essere coinvolto nei
massacri, la sua causa si crea degli avversari. E i cittadini
che forse sarebbero d'accordo con gli ideali della Sferza
possono esitare al pensiero di sostenere questa
organizzazione. Un certo vantaggio psicologico può quindi
andare agli oppositori politici della Sferza, che propugnano
una soluzione pacifica per il ritorno dei Paratwa.
Maria Losef scosse il capo. — È vero che le iscrizioni di
nuovi membri della Sferza sono leggermente diminuite
dall'inizio di questi massacri, quattro mesi fa. Ma i sondaggi
d'opinione non rilevano un corrispondente aumento di
popolarità per i partiti che propongono l'eventualità di un
accordo pacifico coi Paratwa.
— E non possiamo esser certi che i Paratwa desiderino
tornare in pace — osservò Blumhaven. — Per quanto ne
sappiamo, anzi, la loro intenzione è di attaccare
immediatamente le Colonie.
— Possibile, ma improbabile — disse il Leone. — Non
ricaverebbero niente dalla nostra distruzione. Tutto ciò che
sappiamo sugli Ash Ock ci dice che sono dei conquistatori,
non dei distruttori.
«E in quanto ai vantaggi psicologici, vi sono atteggiamenti
sottili che non sempre emergono nei sondaggi di opinione.
— Questo è vero — annuì Maria Losef. — Ma io non
posso accettare l'idea che questi massacri siano eseguiti da
un killer Paratwa per ottenere vantaggi così sottili.
— Abbiamo a che fare con dei pazzoidi — stabilì
Blumhaven.
— Pazzoidi? — ritorse il Leone. — Cerchi di non
dimenticare i fatti di cinquantasei anni fa. Il killer Reemul
restò a piede libero per meno di un mese, e quello era un
pazzo anche secondo gli standard dei Paratwa. Ma gli
attacchi di Reemul erano programmati con cura dai suoi
padroni Ash Ock.
Blumhaven fece roteare gli occhi, come a dire: «Tutto
questo lo sappiamo già, e sentirlo ripetere ci è venuto a
noia».
Maria Losef disse, con calma: — Tutti noi siamo al
corrente dei fatti accaduti mezzo secolo fa. Abbiamo letto
resoconti accurati, anche se ovviamente non possiamo
vantare un'esperienza diretta come la sua.
«Ciò malgrado, lei deve ammettere che la sua ipotesi non
regge. Se questo è un assassino Paratwa, da dove sbuca? Chi
lo ha risvegliato dalla stasi? È innegabile che alcune
caratteristiche di questi massacri facciano pensare a un
Paratwa. Ma se si trattasse di uno di loro, in azione allo
scopo di alterare le opinioni del cittadino medio, perché
correre il rischio d'essere riconosciuto per ciò che è? Non è
semmai più ragionevole presumere che siano due terroristi i
quali, per motivi politici, intendono far sospettare la presenza
di un killer Paratwa?
— Guardate le nostre gloriose emittenti libere — grugnì
Blumhaven. — I giornalisti dei notiziari già si trastullano
con l'idea che ci troviamo di fronte a un Paratwa. Hanno
perfino dato un nome ai due gemellari!
Inez ebbe un sorrisetto storto. — Spadaccino e Pistolero.
— Spadaccino e Pistolero — ripeté Blumhaven. — Ora vi
chiedo, signori Consiglieri, di considerare la psicologia di
due fanatici, due uccisori avidi di questa morbosa pubblicità.
Non sarebbero affascinati dall'idea d'essere scambiati per i
terribili gemellari di un Paratwa? Non troverebbero nella
paura della società proprio il nutrimento di cui ha bisogno la
loro mente malata?
Il Leone accennò di sì. — Forse mi sbaglio. Tutti voi avete
offerto validi motivi in appoggio all'idea che siano comuni
terroristi. Ma anche in questo caso è necessario tener
presente l'ipotesi che io abbia ragione.
Si volse a Blumhaven. — Io non chiedo un'indagine su
larga scala. Lei questo lo sa. Non vi sto invitando ad
alimentare con altre passioni un'atmosfera già molto pesante.
Quello che vi chiedo, oggi, è la stessa cosa che ho chiesto in
questi quattro mesi, fin dal primo episodio di sangue.
Blumhaven s'era irrigidito. Il Leone sospirò, sapendo che
era inutile ma ugualmente deciso a non allentare la
pressione.
— Svegliate i due uomini che la E-Tech ha messo in stasi
— ripeté. — Svegliate i due agenti che dormono da
cinquantasei anni nei vostri frigoriferi sotterranei, gli unici
due individui che possono dirimere i nostri dubbi una volta
per tutte.
— I suoi dubbi — precisò freddamente Blumhaven. — Mi
sembra chiaro che i restanti membri del Consiglio di Irrya
non condividono le sue idee. Gillian e Nick, per quanto utili
siano stati in passato, non sono altro che uccisori a contratto.
Sono due uomini che hanno dedicato la loro esistenza alla
caccia e alla distruzione (con metodi, potrei aggiungere,
piuttosto brutali) dei killer Paratwa.
Il Consigliere E-Tech si volse a Inez e alla Losef, irritato.
— Devo proporre una mozione: chiedo che questo Consiglio
censuri, una volta per tutte, le argomentazioni che il Leone
degli Alexander cerca continuamente d'introdurre in queste
sedute. La E-Tech non ha alcuna intenzione, al presente, di
togliere dalla stasi gli agenti Nick e Gillian. Non pensiamo
che il loro particolare talento sia di qualche utilità nella
situazione attuale, pur premettendo che non si debba scartare
la possibilità di sfruttarlo in circostanze ancora di là da
venire. È nostro principio tenere aperta ogni opzione. Ma se
e quando sarà opportuno risvegliare Nick e Gillian, è una
decisione che spetterà alla E-Tech. Su questo punto non
intendiamo cedere alle pressioni del Consiglio.
— Comprensibile — disse Maria Losef. Inez gli offrì un
pensoso cenno d'assenso.
Blumhaven si volse di nuovo al Leone. — Devo
rispettosamente invitarla, signore, e spero che mi prenda sul
serio, a esaminare le radici della sua straordinaria fiducia in
quei due individui. E vorrei inoltre, senza denigrare le chiare
facoltà di giudizio di cui io per primo le do atto, suggerirle di
ammettere che questo suo trasporto verso Nick e Gillian è
ancora in buona parte l'ingenua fiducia di un ragazzino
dodicenne.
Il Leone ribolliva di rabbia, e si accorse che lo stava
fulminando con gli occhi. Doyle Blumhaven era uno sciocco,
un burocratico e pallido sostituto dell'uomo che aveva diretto
con ben altra tempra la E-Tech di mezzo secolo addietro. E
Doyle Blumhaven si sbagliava di grosso su Gillian e Nick.
Loro potevano essere utili.
Ma Blumhaven aveva anche messo il dito sulla piaga. Il
Leone non poteva negare che l'ultima osservazione del
Consigliere fosse giunta a bersaglio.
Sì, mi piacerebbe rivedere Gillian.
Era un'emozione semplice, una di quelle che il Leone si
portava dentro dai tempi della sua fanciullezza. Era una
nostalgia senza dubbio irrazionale, un sentimento che con gli
anni era cresciuto in lui finché un giorno s'era accorto che
sembrava dominare i suoi pensieri.
Vorrei poter rivedere Gillian ancora una volta. Camminare
con lui, parlare con lui, capire meglio l'uomo che mi salvò la
vita e che io potei ricambiare con la stessa moneta.
Il ricordo fiottò di nuovo in lui, nitido com'era stato per
tutti quegli anni.
La Colonia di Lamalan, dove il Leone era nato. Il giorno
più terribile della sua giovane vita. Un ragazzo dodicenne,
intrappolato con sua madre in una casa isolata, di fronte alla
morte stessa incarnata nella follia omicida del più terribile
assassino Paratwa mai esistito: Reemul, il vassallo-killer che
i suoi padroni Ash Ock avevano scatenato nelle pacifiche
Colonie.
E ad un tratto era apparso Gillian. Gillian, che sapeva bene
in quale trappola infernale il Paratwa l'avesse attirato con
l'uso di quegli ostaggi inermi. E i due incredibili guerrieri
s'erano affrontati in una lotta mortale, coi loro muscoli
geneticamente alterati che scattavano a velocità disumana:
tre chiazze indistinte in continuo movimento mentre intorno
a loro tutto andava in pezzi, mentre le armi a energia
urlavano e i raggi delle falci saettavano nell'aria. Mentre in
un angolo, rannicchiati e tremanti, il Leone e sua madre
speravano contro ogni speranza che Gillian resistesse.
Ma Gillian era un gemellare unico, solo, e quelli di
Reemul erano due: Sorriso Cordiale e Occhi Tristi, due corpi
telepaticamente collegati che combattevano diretti da una
coscienza singola, l'essenza stessa della pericolosità Paratwa.
E colpo dopo colpo, mossa dopo mossa, il vassallo-killer
aveva spinto Gillian sull'orlo della disfatta.
Era stato allora che il Leone, con un coraggio che non
sapeva di possedere, aveva agito. Quel suo atto improvviso
aveva regalato a Gillian l'attimo vitale, insperato, che gli era
bastato per volgere lo spaventoso duello in suo favore. E
quando il silenzio aveva fatto apparire irreale il devastato
scenario della lotta, il Leone e sua madre e Gillian erano
vivi, ma sui massacri del vassallo-killer era calato il sipario.
Nitido, come se fosse accaduto il giorno prima.
Rialzò gli occhi dal tavolo del Consiglio e incontrò gli
sguardi distanti della Losef e di Blumhaven. Ma Inez gli
elargì un sorriso caldo. Era la sola che poteva capire almeno
un barlume dei suoi sentimenti.
— Il passato è sempre dentro di noi, Jerem — disse la
donna.
Il Leone annuì. Anche sentir pronunciare il suo vero nome
gli riportava alla memoria quel tempo, quel vibrante e troppo
breve periodo chiamato fanciullezza, e gli strani e preziosi
giorni che aveva trascorso in posti sconosciuti insieme a
Gillian.
Blumhaven si schiarì la gola. — Mi sembra che stessimo
discutendo di cosa si può fare per fermare questi criminali.
La Divisione Tattica della E-Tech ha delineato un progetto
per potenziare le misure di sicurezza in tutti i luoghi
pubblici. Vi prego di chiamare il fascicolo A-63 sui vostri
monitor.
Il Leone batté la sigla e sullo schermo applicato al
bracciolo destro del suo seggio apparve la presentazione di
Blumhaven. La seguì senza sforzo. Ma le mappe e le cifre
che sfilavano sul monitor occupavano solo una parte della
sua mente, dove continuavano a vivere persone e fatti da
lungo tempo scomparsi. Era sempre così. Ripensare a Gillian
era come aprire la sua intera storia personale
all'introspezione. Era come se quei giorni con Gillian fossero
un magnete che attraeva gli altri eventi della sua vita,
riunendoli in uno schema, polarizzando l'effigie di
un'esistenza umana.
Cinquantasei anni prima i fatti casuali che avevano
contrassegnato la crescita di un ragazzo molto giovane
s'erano d'un tratto appiattiti su altri, drammatici e
determinanti. Cinquantasei anni prima nel Leone era nata
un'ossessione.
Devo rivederlo, almeno una volta.
Era più che mai convinto della necessità di risvegliare
Nick e Gillian.
3

Susan Quint era distesa sulla moquette del pavimento nel


soggiorno di casa sua, con la testa appena sollevata da un
cuscino e lo sguardo distrattamente fisso oltre la parete di
cristallo sintetico. All'esterno il cielo azzurro di Irrya, invaso
dal crepuscolo, stava cominciando a sfumare nel grigio. Nel
vuoto dello spazio file di immensi specchi ruotavano
lentamente, alterando l'angolazione con cui i raggi solari
entravano nel cilindro e filtrandoli attraverso una complessa
serie di prismi. All'altezza del centrocielo — l'asse privo di
gravità — sciami di nuvolette rosa prodotte dai macchinari
sincronizzati col ciclo giorno/notte degli specchi avanzavano
verso sud, dando il loro contributo all'avvento della sera.
Era trascorso quasi un giorno e mezzo dal massacro al
terminal di Yamaguchi, ma Susan aveva potuto rimettere
piede in casa sua soltanto un paio d'ore prima. Con gli orari
dei trasporti passeggeri in pieno caos, partire da Honshu non
era stato semplice. Subito dopo l'attacco tutti i terminal della
Colonia erano stati chiusi, mentre la polizia e squadre della
Sicurezza E-Tech bloccavano strade e mezzi pubblici. I
viaggiatori che desideravano lasciare il cilindro erano stati
rigorosamente controllati e interrogati alla presenza di decine
di poliziotti armati fino ai denti. Solo dopo aver dichiarato
più volte che non si trovava affatto sul luogo della strage
Susan aveva avuto il permesso d'imbarcarsi.
Si sentiva un po' in colpa per aver mentito ai funzionari
della Sicurezza. Ma qualche volta bisognava per forza «far
lavorare le scarpe» come sua zia Inez usava dire: tirare una
linea netta fra il posto in cui uno era e quello dove voleva
essere.
L'altro motivo della sua menzogna era stato puramente
egoistico: non aveva la minima voglia di perdere ore e ore
negli uffici della Sicurezza E-Tech, riempire moduli,
esaminare interminabili serie di fotografie, e poi sentirsi dire
che forse sarebbe stata convocata di nuovo per rispondere ad
altre stupide domande. Sicuramente c'erano testimoni più che
in abbondanza. Non avevano bisogno di lei.
Ma la principale ragione era collegata al folle omicida
armato di coltelli e al modo in cui l'aveva fissata, quasi che
lui conoscesse Susan Quint. Quando ripensava a quello
sguardo il suo cuore accelerava le pulsazioni e il fiato le si
bloccava per un istante.
Io non posso aver conosciuto un simile mostro.
Un trio di silhouette nebulose prese forma sopra i
grattacieli che circondavano il basso edificio in cui abitava
Susan. Venti piani sopra di lei una facciata di finti mattoni si
scurì, mentre tre ombre dal tono ocra scivolavano lentamente
verso il basso.
Guardando le ombre la giovane donna sentì che il suo
corpo si rilassava sempre più, e lasciò sfumare i pensieri nel
grigiore. Con tutta quell'eccitazione era riuscita a dormire
appena un paio d'ore sulla navetta che la riportava a Irrya.
Una buona nottata di sonno era quello che adesso desiderava
di più. Considerò lo sforzo che le sarebbe costato andare da
lì in camera da letto e decise che sulla moquette non si stava
male. Era già spogliata a mezzo. Perché muoversi quando
nulla la costringeva a farlo?
Continuando a osservare le ombre cercò d'immaginare
d'essere ancora una bambina e di giocare col triangaton, uno
dei giochi istruttivi della sua infanzia che conservava ancora,
componendo facce e forme intricate. Ma per qualche ragione
le forme disubbidivano alla sua volontà e non volevano
saperne di lasciarsi modellare. D'un tratto però le silhouette
d'ombra si unirono e divennero una sfera pallida che rotolò
sulla facciata del grattacielo: una testa decapitata, dagli occhi
sorridenti.
Le sfuggì un ansito. Si alzò a sedere di scatto.
Davvero grande! Incubi... e ancora prima di
addormentarmi!
Era ovvio che avrebbe dovuto parlare a qualcuno dei fatti
di Yamaguchi. Qualcuno capace di prendersi a cuore ciò che
Susan Quint provava dopo aver assistito a quell'orrore.
Zia Inez.
Ricordava di aver sentito sua zia discutere di certe droghe
usate negli anni pre-Apocalisse per aiutare chi era reduce da
esperienze traumatiche. Se avesse insistito abbastanza, forse
zia Inez avrebbe fatto tirar fuori qualcosa del genere dai
laboratori de La Gloria de la Ciencia: una boccetta di gocce
o di pillole per dimenticare i dispiaceri senza offuscare la
mente. Nulla di troppo forte, solo un calmante per assicurarle
qualche notte senza sogni.
Il giorno dopo avrebbe preso un taxi e sarebbe andata al
quartier generale de La Gloria de la Ciencia. Avrebbe voluto
chiamare subito zia Inez, ma era sabato, e il mercoledì e il
sabato c'erano le sedute del Consiglio, circostanze in cui la
donna era impossibile da raggiungere per ore prima e dopo.
Comunque adesso era stanca morta. Incubi o non incubi,
doveva dormire un po'.
Sopra la città l'azzurro continuava a dissolversi secondo il
programma; le nuvolette avevano messo su bordi dorati sullo
sfondo violaceo; la tripla ombra proseguiva la sua marcia
sulle pareti esterne dei grattacieli circostanti. Cominciarono
ad accendersi le luci: vivide fasce bianche su interi piani di
palazzi adibiti a uffici, puntolini multicolori nelle zone
residenziali. Mentre il cielo diventava di un nero ruggine
Susan si accorse di scivolare nel sonno, ma stavolta
pacificamente. Nessuna testa mozza s'introduceva nelle
immagini che stavano per trasformarsi in sogni.
Sorrise. Tutto sarebbe andato bene. Pensare a zia Inez era
stato sufficiente per farla sentire protetta.
Il campanello d'ingresso tintinnò.
Con un sospiro la giovane donna si sollevò su un gomito.
Un dubbio improvviso: Non ho preso appuntamenti per
questa sera, no?
Quell'allarmante incertezza le schiarì la mente. Si alzò
subito in piedi e andò alla scrivania.
Gesù, se ho mancato a un appuntamento...
Quello era un peccato che non si poteva commettere nella
buona società irryana; almeno, non alla leggera. Se la voce
circolava, passare a un livello superiore sarebbe stato
difficile. Le classi sociali, su Irrya, erano sottili da
individuare e difficili da penetrare. Chi mirava a salire quei
gradini con gli appuntamenti giusti e con le persone giuste,
doveva rispettare gli impegni come fossero sacri. Mancare
una sola volta nei confronti di qualcuno significava farsi per
sempre la fama di persona inaffidabile.
Il calendario della scrivania si accese al contatto della sua
mano. Susan sospirò di sollievo. Grazie al cielo... stasera
niente. L'indomani doveva incontrare un programmatore
dell'ICN. E sabato, naturalmente, il suo impegno più
importante: il Vice Direttore ai Trasporti del Servizio
Navette Clark doveva portarla a un balletto in caduta libera
sopra il Calais Emporium. E il Vice Direttore ai Trasporti era
la punta di diamante della sua società. Correva voce che
fosse in lizza per la direzione generale.
Il campanello tintinnò ancora.
Susan prese una vestaglia dall'armadio di camera e si
passò un pettine fra i lunghi capelli color rame. Una piroetta
davanti allo spray dello spogliatoio eliminò ogni possibile
odore corporeo.
Mentre si controllava allo specchio il campanello si fece
udire per la terza volta.
Sto venendo, dannazione!
Andò alla porta e accese il monitor. Sullo schermo
apparve un'immagine in campo lungo ripresa dall'atrio in
fondo al corridoio. Davanti alla sua porta c'erano due uomini
in completi di crespato scuro, di rigore negli uffici
amministrativi. Susan passò a una ripresa frontale per vederli
in faccia e premette il pulsante dell'audio.
— Sì?
Il più alto dei due, calvo ma con due basette grigie ben
curate, fece un passo avanti. — Susan Quint?
— Sì?
— Signora, siamo della Sicurezza E-Tech. Io sono
l'ispettore Donnelly, e questo è il sergente Tace.
I due uomini alzarono una mano verso la telecamera,
mostrandole le loro tessere. Lei le esaminò per un momento,
innervosita.
— Cosa desiderate?
— Vorremmo parlarle riguardo alla sua presenza, ieri, al
terminal delle navette di Yamaguchi, a Honshu.
Susan strinse i denti. — A Honshu? Veramente, io...
mmh...
L'ispettore Donnelly sorrise. — Signora, dieci giorni fa lei
ha fatto una prenotazione. Per una navetta in partenza da
Honshu alle dodici e trentacinque di ieri.
Gesù, come poteva non averci pensato? Il suo biglietto: il
modo più semplice per rintracciarla.
— Signora... per favore, possiamo entrare?
Lei sospirò. Avrebbe potuto negare d'essere passata dal
terminal di Yamaguchi, ma sentiva che quegli uomini non le
avrebbero creduto. Oh, be'... forse non c'era altro da fare che
dire la verità, e ammettere anche che aveva mentito agli
inquirenti. Poteva raccontare che in quel momento era
ancora sotto choc... il che non era del tutto una bugia. Del
resto cos'avrebbero potuto farle?
Girò la manopola della serratura meccanica e aprì la porta.
I due funzionari entrarono. Lei li condusse in soggiorno e li
invitò a mettersi comodi.
Quello alto con le basette, l'ispettore Donnelly, sedette
sulla sedia a sdraio da spiaggia, un pezzo d'antiquariato
terrestre. Il sergente Tace, un individuo pesante di pelle nera,
restò in piedi al suo fianco.
— Qualcosa da bere? — domandò Susan.
L'ispettore Donnelly scosse il capo. — No, grazie, signora.
Non le porteremo via molto tempo. Solo qualche semplice
domanda.
Susan sedette sull'altra sedia di antiquariato del soggiorno,
in tubi d'acciaio cromato con impresso il nome di un albergo
svedese, che aveva avuto a buon prezzo grazie
all'intercessione di un'amica. Incrociò le gambe, appoggiò
delicatamente le mani su un ginocchio e domandò:
— Prego. Come posso esservi utile?
Il tono che era riuscita a esibire le piacque. «Si mostri
sicura di sé, e si sentirà sicura di sé» le diceva spesso il suo
istruttore di ritmica corporale.
— Lei si trovava al terminal di Yamaguchi durante il
massacro? — chiese l'ispettore Donnelly, con uno sguardo
che sembrava dire che quella risposta la conosceva già.
— Sì — rispose Susan con calma.
— E ha visto gli attentatori?
— Soltanto uno di loro, l'uomo coi coltelli. Quello col
mitra a raggi sembra che fosse sull'altro lato dell'atrio.
— E ha riconosciuto qualcuno, nel terminal?
— No. — Susan si accigliò. Avrebbe dovuto menzionare
il fatto che il killer era parso conoscere lei?
L'ispettore Donnelly si piegò in avanti. — Signora Quint,
devo chiederle di essere esplicita su questo punto: ha
riconosciuto, o almeno pensato di riconoscere, qualcuno nel
terminal? O sulla rampa d'accesso? O all'esterno, magari,
subito prima di entrare? Oppure in strada immediatamente
dopo il fatto?
— Non ho visto nessuno che mi sembrasse familiare. —
Susan decise di tacere sull'espressione del killer. Se ne
avesse parlato le cose si sarebbero inutilmente complicate
per lei, con un penalizzante risvolto per la sua vita sociale:
sarebbe stata pubblicamente associata ai killer. C'erano
giornalisti capaci di andare avanti per settimane gonfiando
episodi di contorno come quello, e lo avrebbero fatto a sue
spese, senza scrupoli.
Il funzionario la guardò per qualche istante. Poi annuì.
Sembrava convinto che lei stesse dicendo la verità.
— Solo un'altra domanda, signora Quint. Vorrei sapere se
ha parlato a qualcuno, dopo il massacro. Questo è molto
importante.
— A nessuno — disse lei con decisione. Aggrottò le
sopracciglia. Perché le aveva fatto quella domanda?
La risposta le balenò nella mente. Zia Inez. Lei non era
una testimone qualsiasi: lei era la nipote di un Consigliere di
Irrya. Quei funzionari dovevano essere certo al corrente della
sua posizione particolare.
Anche se la E-Tech e La Gloria de la Ciencia erano
avversari storici, zia Inez le aveva detto che negli ultimi anni
le due organizzazioni stavano collaborando molto,
soprattutto a causa di quella faccenda del possibile ritorno
dei Paratwa. Probabilmente i due agenti avevano avuto
istruzione di evitare la possibilità di mettere pubblicamente
in qualche imbarazzo la zia di Susan.
L'ispettore Donnelly si alzò. — Signora Quint, la ringrazio
molto per la sua collaborazione.
Susan li scortò alla porta. Ma i due si fermarono prima di
arrivarci, così all'improvviso che per poco lei non urtò la
schiena del sergente Tace.
L'ispettore Donnelly si volse, con un sorrisetto. — Ci scusi
un momento, signora Quint. Abbiamo una comunicazione in
arrivo.
Lei annuì e si ritrasse di qualche passo. Molti agenti di
polizia portavano microtrasmittenti negli orecchi. Alcuni
avevano impianti ancor più completi. I due stavano certo
ricevendo ordini dal loro quartier generale.
Si chiese se avessero anche microcamere nascoste
addosso. Più che probabile. Il suo breve interrogatorio
doveva esser stato visto e ascoltato da qualche altro
funzionario E-Tech.
L'ispettore si portò una mano alla bocca e mormorò
qualcosa in un microfono ad anello. Poi si volse di nuovo in
cerca di Susan. Nei suoi occhi c'era un'espressione di
rammarico.
— Signora Quint, sono terribilmente spiacente, ma è
necessario indugiare qui qualche secondo. — Si indicò
l'orecchio. — Istruzioni vitali in arrivo. Dobbiamo
mantenere le nostre posizioni.
Susan annuì. Probabilmente in molti edifici le loro
trasmissioni risultavano più confuse in certi punti che in altri.
Tuttavia avrebbero potuto avere la delicatezza di aspettare
fuori del suo appartamento. Poi le venne da pensare: forse
queste istruzioni riguardano me.
Il sergente Tace disse, con una voce morbida che
contrastava col suo aspetto: — Signora... le spiace se uso un
momento il bagno?
Lei controllò la sua impazienza. — In fondo al corridoio, a
sinistra. — Dio, speriamo che non vogliano restare qui tutta
la sera.
Il sergente si allontanò a passi svelti. Susan restò lì, e per
quelli che le parvero parecchi minuti non ebbe altro da fare
che guardare le varie espressioni di scusa che si alternavano
sulla faccia di Donnelly.
Dal soggiorno provenne il suono di un segnalatore
acustico.
La ragazza si accigliò. — Che cos'è?
L'ispettore si strinse nelle spalle.
Susan torno indietro. Nel soggiorno, il sergente Tace
girava lentamente lungo il perimetro della stanza. Il suono
acuto era emesso da un piccolo congegno che l'uomo
puntava attorno.
Lei incrociò le braccia sul petto. — Insomma, cosa sta
facendo?
— Signora, questo è un rivelatore di microspie. Mi sto
accertando che nel suo appartamento non ne sia stata
impiantata nessuna. — Le sorrise. — Lei sa se ce ne sono,
per caso?
Susan fu colta da una sensazione spiacevole. — No,
naturalmente. Perché vuole saperlo?
— Normale procedura precauzionale. — L'uomo spense
l'apparecchietto e se lo mise in tasca. — Signora, sarà lieta di
sapere che non ho rilevato niente. Il suo appartamento è
pulito. Gli unici sensori sono quelli dell'impianto d'allarme
porte/finestre.
— Siamo pronti — disse l'ispettore dal corridoio.
Il sergente Tace venne verso di lei. — Abbiamo finito,
signora Quint. Grazie per la sua pazienza.
Susan si volse e precedette il sergente nel corridoio, ma
adesso l'ispettore non c'era più, e sulla destra la porta della
camera da letto, fino a poco prima chiusa, era aperta.
La giovane donna ebbe un vuoto allo stomaco. La stessa
spiacevole sensazione che aveva sperimentato il giorno
prima al terminal le percorse le viscere, come una corrente
elettrica incapace di andare a scaricarsi al suolo. Aprì la
bocca per chiedere ai due uomini di andarsene dal suo
appartamento, ma le parole non vollero uscire. Tutto ciò che
riuscì a fare fu un vago gesto di protesta.
L'ispettore uscì dalla camera. Per un momento fissò Susan
con occhi freddi e inespressivi, poi disse: — Portala qui
dentro, Tate. Lo faremo sul letto.
E le grosse mani dell'uomo di pelle nera la presero per le
spalle, spingendola avanti.
Susan non pensò a nulla. Si limitò a reagire.
Girò su se stessa e alzò la gamba destra, colpendo il
sergente ai testicoli con una violenta ginocchiata.
Se l'individuo si fosse aspettato resistenza, avrebbe potuto
evitare facilmente quella mossa. Lei poté leggergli nello
sguardo una sorta di rimprovero per se stesso, misto al
dolore, mentre si piegava in avanti con le mani attanagliate
al basso ventre.
Susan si volse di scatto. L'ispettore veniva a passi svelti
verso di lei, frugandosi con una mano nell'interno della
giacca di crespato nero.
Il tempo decelerò, come il giorno prima nel terminal. Da
sotto il bordo della giacca dell'ispettore emerse il calcio di
una pistola a raggi.
L'uomo era a meno di un metro di distanza quando Susan
lo colpì con un pugno alla bocca.
Non fu un pugno forte; non abbastanza da spingerlo
indietro. L'uomo si fermò dov'era, a circa un passo da lei,
con un'espressione di strana tranquillità sulla faccia. Poi le
sue palpebre sbatterono rapidamente, come se cercasse di
rimettere a fuoco lo sguardo.
Susan non aspettò che avesse di nuovo il controllo dei
riflessi. Balzò alla porta d'ingresso, la aprì e corse via nel
corridoio esterno.
4

A un miglio dal polo nord, nel mezzo di una foresta di


pini, il Leone degli Alexander era inginocchiato sull'erba al
bordo di una radura. Aveva appena piantato il terzo
cespuglio di rose di quel mattino, e stava pressando con cura
il terriccio fra una felce nana e alcuni narcisi rossi sorretti da
stecchi. L'aria era gravida di odori intensi: l'erba albina
tagliata di fresco, le viole maculate e la resina dei pini
circostanti. L'odore appetitoso della carne arrosto
proveniente da una griglia montata sotto una quercia solitaria
si mescolava con quello non altrettanto gradevole del pesce
morto.
Un odore di casa, tuttavia. Un odore di cui ci si poteva
fidare.
Il puzzo di pesce emanava dalle dozzine di Costeau sparsi
intorno alla casa e nei molti acri di terreno boscoso che la
circondavano. Quel posto era riservato ai Costeau, infatti, e
più precisamente a quelli che appartenevano al clan del
Leone, gli Alexander. Alcuni dei pirati che venivano a fargli
visita erano gente inserita nella società irryana, ma altri no.
Le borsette odorose pendevano da numerose cinture.
Più di trent'anni addietro il Leone aveva preso in affitto
l'intera zona, con quello che era stato uno dei primi atti
ufficiali della Grande Riunione, il processo di assorbimento
dei Costeau nella cultura coloniale. Non pochi irryani
avevano cercato di mettergli davanti ogni ostacolo possibile,
e c'erano state molte reazioni di razzismo ipocritamente
mascherato. I più sinceri erano stati quelli che avevano
apertamente dichiarato la loro indignazione. Una cosa era
invitare i pirati a cena e contribuire ad abbattere ingiusti
pregiudizi, avevano detto, altra cosa era invitarli ad affittare
preziosi lotti di terreno edificabile sul sacro suolo di Irrya.
Ciò malgrado la ragione aveva prevalso. Naturalmente non
si trattava, all'epoca, di un terreno fra i più desiderabili. Tutto
ciò che si trovava entro poche miglia a sud o a nord dalle
pareti polari era valutato assai meno del resto. Troppa
umidità nell'aria, e un panorama verticale che a molti dava
soltanto le vertigini. Ma gli Alexander avevano investito
forti somme per togliere di mezzo le vecchie strade e gli
edifici abbandonati, trasformando la zona più settentrionale
delle settanta miglia del cilindro in un'oasi coltivata a pini e
rose e con l'habitat arricchito di fauna.
E quando il Leone degli Alexander, come capo dei Clan
Uniti, era entrato nel Consiglio di Irrya, quel parco naturale
era diventato la sua seconda casa, un rifugio ben più
tranquillo dei grattacieli della capitale che svettavano trenta
miglia più a sud. Quella tenuta s'era rivelata inoltre un buon
posto per le riunioni d'affari. Circondata da alberi e fiori la
gente era sempre più a suo agio e più malleabile.
Quel mattino il Leone sperava che il verde avrebbe placato
ciò che stava tormentando Inez Hernandez, qualunque cosa
fosse.
Inez lo aveva chiamato la notte prima, molte ore dopo il
termine della riunione del Consiglio, con una faccia su cui si
leggeva la tensione. In tutti gli anni della loro conoscenza il
Leone non l'aveva mai vista così preoccupata. Né così
reticente a parlare chiaro, anche su una linea protetta dalle
intercettazioni.
«Devo parlarle» gli aveva detto. «In segreto e al più presto
possibile. Porterò con me una persona... ed è vitale che la sua
identità sia protetta. Può provvedere a questo?»
Il Leone poteva.
«Nessuno deve sapere che noi tre ci incontreremo. Questa
situazione ha alcuni aspetti estremamente delicati. Le misure
di sicurezza dovranno essere impenetrabili.»
Lui aveva promesso che così sarebbe stato.
Una guardia senza borsetta odorosa, armata di fucile a
raggi, entrò nella piccola radura. — Signore, sono qui.
Il Leone si rialzò e spazzolò via dai pantaloni il terriccio
umido su cui aveva appoggiato le ginocchia. Dietro di lui, su
un tratto di terreno più elevato, i domestici avevano
preparato un tavolo con tre sedie. Brocche di caffè, di tè e di
cognac scintillavano fra vassoi di antipasti a base di salumi e
di verdura fresca.
Inez e il suo accompagnatore arrivarono a piedi sul
sentiero lastricato in pietra proveniente dal posteggio
principale della tenuta. Il Consigliere de La Gloria de la
Ciencia indossava pantaloni e giacca in stile messicano, un
fazzolettone rosso e un largo sombrero sotto cui era
praticamente irriconoscibile. Salutò il Leone con un sorriso e
un abbraccio.
— Decisamente la sua mascheratura è molto pittoresca —
commentò lui.
— Spero che basti. Abbiamo preso precauzioni per
accertarci che nessuno ci seguisse. — Si guardò attorno. —
Questo posto sembra... molto aperto.
Il Leone agitò una mano verso la parete di pini. — Gli
alberi ci riparano da eventuali osservatori. — Anche in un
giorno con meno stratificazioni di nebbia in quota nessuno
avrebbe potuto spiarli dai settori Alfa e Gamma della
Colonia — le altre due strisce di territorio irryano — che
incombevano sopra di loro a un'altezza di sei miglia. —
Abbiamo anche un permesso speciale per un sistema di
scrambler AV per la sorveglianza a distanza, oltre a una
varietà di giocattoli su cui i miei addetti alla sicurezza mi
hanno implorato di non dire una parola. Ogni zolla di terreno
è stata controllata con attrezzature anti-intercettazioni.
Inez sembrò soddisfatta. Gli presentò l'uomo che aveva
portato con sé. — Jerem, questi è Adam Lu Sang.
Era un giovanotto snello di razza orientale che dimostrava
poco più di venticinque anni. I capelli neri e ispidi, tagliati
corti, e la magrezza delle guance scavate gli davano un
aspetto denutrito. Per un momento due occhi acuti, pieni di
riserve, esaminarono il Leone sospettosamente. Poi Adam
Lu Sang protese una mano fragile.
— Piacere di conoscerla, signore.
La voce era molto più morbida del suo aspetto, e la sua
stretta di mano fu ferma e decisa. Il Leone li condusse al
tavolo e accennò loro di sedersi.
— Dunque, Inez — disse, dopo che un cameriere ebbe
servito cibo e bevande — cos'è questa faccenda così urgente
e segreta?
Inez si piegò in avanti. — Adam mi ha contattato alcune
settimane fa, in segreto, e mi ha chiesto un colloquio. Ma è
stato soltanto ieri sera che ho trovato un po' di tempo per
riceverlo. Abbiamo parlato fino a tardi, e quando mi sono
resa conto dell'importanza delle sue informazioni ho subito
telefonato a lei. — Si volse al giovanotto. — Prosegua lei,
Adam. Gli riferisca tutto ciò che ha detto a me ieri sera.
Adam Lu Sang bevve un lungo sorso di tè al cognac e
cominciò.
— Io lavoro per la E-Tech, in uno dei laboratori sotto
l'edificio del nostro quartier generale qui su Irrya. Sono un
programmatore, specializzato in decifrazioni e
detossificazioni. Alla E-Tech soltanto quindici persone
hanno pieno accesso ai dati contenuti negli archivi, e io sono
uno di loro.
Il Leone non mancò d'esserne impressionato. Gli archivi
della E-Tech contenevano un vastissimo ammontare di
segreti uno solo dei quali avrebbe fatto ricco chiunque; in
quei computer, protette da strati e strati di codici, erano
sepolte migliaia di informazioni importanti sulle cosiddette
scienze perdute, dati che risalivano agli anni pre-Apocalisse,
quando la scienza aveva abbandonato ogni scrupolo morale.
La E-Tech, il cui piano prevedeva cinque secoli di attività
preventiva, stava reintegrando quella massa di dati nella
società coloniale a un ritmo che — sperava — stavolta non
avrebbe consentito all'umanità di autodistruggersi.
Il Leone sapeva che quel progetto aveva subito molte
modifiche, le più notevoli delle quali riguardavano gli
armamenti che cinquantasei anni prima erano stati rimessi in
produzione per fronteggiare la tecnologia bellica
probabilmente più avanzata dei Paratwa. Quando s'era
trattato di sviluppare un sistema di difesa efficiente, La
Gloria de la Ciencia aveva avuto quasi carta bianca in quel
campo, e con gli anni la E-Tech s'era rassegnata a
consegnare ai tecnici di Inez proprio i segreti che
considerava più pericolosi.
Nonostante ciò dal tempo dell'Apocalisse del 2099 — 264
anni prima — soltanto una piccola parte delle registrazioni
degli archivi era stata toccata, e soltanto un numero
ridottissimo di persone assai selezionate aveva avuto accesso
completo a quei dati.
Adam continuò: — Il mio lavoro consiste per lo più nel
penetrare in programmi pesantemente codificati dai tecnici
di due secoli e mezzo fa, e di detossificarli per l'analisi.
— Detossificarli? — si stupì il Leone.
— Sì, renderli innocui, togliere i blocchi e i sistemi
d'attacco a base di virus istallati dai programmatori. In quel
periodo erano un po' paranoici... perfino i programmi più
innocui e insignificanti sono sorvegliati da angeli custodi. —
Fece una pausa, notando l'espressione perplessa del Leone.
— Gli angeli — spiegò, sono sub-routine messe a guardia
dei file più importanti per impedire accessi illegali.
Controllano i dati protetti, reintegrano quelli perduti, e
vagliano ogni bit in entrata e in uscita.
«Molti di questi vecchi programmi hanno quello che
chiamiamo un guscio tenero, ovvero consentono che uno
trovi il modo di entrare. Ma per oltrepassare un guscio tenero
dovete condividere le vostre informazioni col programma
stesso, e lasciarvi conoscere. In altre parole, il programma si
presenta come se fosse aperto, però il suo angelo custode
esige di esplorare i vostri dati prima di concedervi i suoi.
Il Leone annuì.
— Comunque, circa tre mesi fa cominciammo a trovare
gravi difetti in alcuni di questi programmi pre-Apocalisse.
Fra quelli che mi era stato chiesto di cercare e di
detossificare ce n'era uno riguardante i contratti di
manutenzione delle navette nell'anno fiscale 2094. Uno
studio legale che collaborava alla stesura di una nuova legge
in materia di contratti ce lo aveva richiesto. Ma le normali
procedure non avevano consentito di penetrare in quei file,
così li avevano messi in lista per il mio dipartimento.
Normale routine, un lavoro facile.
— Quando però aprii il programma lo trovai pieno di
tumori, il peggior caso di cancro digitale su cui fossi mai
capitato.
— Cancro digitale? — mormorò il Leone. Aveva il
presentimento che quella riunione confidenziale sarebbe
stata lunga.
— Cancro delle cifre. I byte originali erano stati mangiati
via quasi del tutto. Restava solo il guscio esterno, con gli
angeli che lo proteggevano, ma ciò a cui facevano la guardia
era praticamente un groviglio pieno di lesioni. Era un
programma morto, svuotato del suo contenuto, ed era stato
svuotato dall'interno.
«Così, mi dissi: bene, niente da fare. Il danno era
probabilmente stato provocato due secoli prima. Forse
qualcuno, nel 2094, aveva i suoi motivi per impedire che
altri esaminassero con cura i contratti di manutenzione delle
navette. Costui aveva avuto accesso al programma e
spazzato via i dati, lasciando però intatto il guscio in modo
che nessuno sospettasse di niente finché non avesse cercato
di aprire i file. Dall'esterno il programma sembrava
completo.
«Questo fu tre mesi fa. Pensavamo che il danno, anche se
poco chiaro dal punto di vista tecnico, fosse comunque un
caso singolo. Ma poi ci trovammo ad aprire altri programmi
cancerosi. Anzi, questi file infestati dai tumori venivano
fuori in ogni sede, al ritmo di tre o quattro alla settimana.
Adam si piegò in avanti; i suoi acuti occhi neri parvero
scavare in quelli del Leone. — E nelle ultime settimane i
programmi cancerosi sono apparsi sempre più spesso. Ieri la
percentuale era di uno su settecento. Ed è una percentuale
che sta aumentando.
Il Leone corrugò le sopracciglia. — Lei dice che questi
programmi diventano... cancerosi. Che significa,
esattamente? Come succede?
— Non lo sappiamo — ammise Adam. — Non con
precisione. Ma nel dipartimento programmi ci sono due
teorie.
«Secondo la prima, quella sostenuta dal mio capo-
dipartimento, stiamo assistendo a un processo naturale le cui
cause risalgono al periodo pre-Apocalisse in cui questi
programmi furono creati. Nel tardo ventunesimo secolo, la
E-Tech e altre organizzazioni che cercavano di riportare
sotto controllo una tecnologia sfrenata cominciarono a
parlare di programmi a termine. In altre parole, invece di
strutturare un programma destinato a durare per sempre, o
finché vi fossero computer a supportarlo, i progettisti
avrebbero dovuto inserirvi un timer per l'autodistruzione.
— Perché fare una cosa del genere? — domandò il Leone.
Adam si appoggiò allo schienale e scrollò le spalle. —
Suppongo che si adattasse bene al loro concetto di scienza
controllabile, di limite entro cui chiudere la tecnologia. Ed
era un buon metodo per dare un taglio all'aumento dei dati
che stavano saturando le reti di computer a un ritmo
crescente: programmi che una volta obsoleti fossero capaci
di autodistruggersi per lasciare spazio libero nel sistema.
«Tuttavia a nessuno piace veder sparire informazioni dai
giorno alla notte senza una vera conferma della loro inutilità.
Così all'epoca si parlò di timer regolati su tempi molto lunghi
per i cosiddetti programmi a termine. Due o trecento anni
erano la scadenza minima ritenuta ragionevole. Giusto il
periodo trascorso fino ad oggi.
Il Leone depose il toast alla salsa di carote e si versò da
bere. — Così il capo del suo dipartimento è convinto che
questo cancro sia stato deliberatamente inserito nei
programmi oltre due secoli e mezzo fa, e che oggi siete di
fronte ai risultati di questi antichi piani per l'eliminazione dei
dati obsoleti.
— Proprio così.
— Ma lei non ci crede.
— No. Non è stato possibile rintracciare regolamenti,
ordinanze o circolari inviate ai laboratori per autorizzare
l'uso di questi timer, neppure in via sperimentale. Io credo
che fossero solo chiacchiere... idee che venivano discusse. Ai
programmatori piace ipotizzare soluzioni, ma poche di esse
vengono realizzate.
«Alcuni miei colleghi e io abbiamo però un'altra teoria.
Pensiamo che questo cancro dei dati abbia origini assai più
recenti. È possibile che qualcuno abbia inserito un
"bracconiere" negli archivi. Un bracconiere è un programma-
killer, costruito per entrare in un guscio morbido all'insaputa
degli angeli custodi e sparare su tutti i dati che trova.
— Come un virus? — domandò il Leone.
— Sì, ma molto peggio. Un virus che si unisce a un
programma ne incrementa le dimensioni, e quindi i
dispositivi antivirus che controllano periodicamente gli
elenchi possono, se non prendere contromisure, almeno
segnalarne la presenza. Se la nostra teoria è corretta, il
bracconiere è stato inserito nella rete venti o venticinque
anni fa; questo è il tempo che calcoliamo gli sia occorso per
esplorare la vastità degli archivi e... stabilire un
appostamento nella riserva di caccia, per così dire. Quando
ci è riuscito, ovvero due o tre mesi fa, ha dato inizio alla sua
attività distruttiva.
— E le altre banche dati della E-Tech? — domandò il
Leone. — Non ci sono dozzine di duplicati dei vostri archivi
su altrettante Colonie?
— È vero. Ma la rete che li collega è unica. In altri
termini, non ci sono confini da scavalcare fra una riserva e
l'altra. Il bracconiere spara simultaneamente su un
programma e su tutte le sue copie.
— È un sistema insidioso.
— Molto insidioso.
— E non avete idea di chi possa aver messo questo
programma negli archivi?
— Nessuna ipotesi certa. Potrebbe esser stato chiunque,
fra quanti avevano accesso al sistema vent'anni fa. Voglio
dire che uno di loro può aver inserito il programma. Dove
però lo abbia avuto non riesco assolutamente a immaginarlo.
Adam poggiò le mani sul tavolo. — E questo bracconiere
è troppo particolare. Sembra che attacchi soprattutto i vecchi
programmi, quelli che tutelano file contenenti informazioni
scientifiche e tecnologiche classificate segrete. Abbiamo
calcolato che, se non viene fermato, in meno di dieci anni
distruggerà il novantacinque per cento di questi vecchi
programmi. Ed è una stima ottimista, basata sulla
percentuale odierna. Niente esclude che in futuro la
percentuale aumenti.
Il Leone rimase calmo. — Ma i vostri superiori non
condividono la teoria del bracconiere.
— No — sospirò acremente Adam, ricadendo contro lo
schienale. — Preferiscono attenersi a ipotesi meno
fantasiose. Pensano che siamo entrati nel periodo in cui i
primi di questi programmi a termine cominciano ad
autoeliminarsi. Secondo loro siamo al culmine di una curva
del grafico: fra un paio d'anni, quando avremo perduto il
cinque o il sei per cento del contenuto degli archivi, il ritmo
di queste autodistruzioni si livellerà. Allargano le braccia e
dicono: «Non c'è niente da fare. È una tragedia inevitabile,
un'altra delle tristi eredità dell'Apocalisse».
— Possibile che siano un branco di idioti? — mormorò il
Leone, con un'occhiata a Inez.
— Sono un branco di idioti — disse Adam.
— E lei chi è per dirlo, signor Lu Sang?
Il giovanotto lo guardò dritto negli occhi. D'improvviso il
suo volto s'era contratto in una smorfia dura. — Lo so...
sembrano le calunnie di un cialtrone irrispettoso. Io ho
appena ventinove anni, e alcuni dei miei superiori
insegnavano analisi dei dati prima che fossi nato. Cosa ne sa
un novellino della programmazione ad alto livello? Magari,
dopo qualche anno d'esperienza, comincerà a considerare le
cose da un punto di vista più ampio. Giusto?
Il Leone non disse niente.
Adam scrollò le spalle. — Quello che io invece penso è
che quando uno ha anni di attività alle spalle accade
qualcos'altro.
Penso che in molti casi uno si innamori del suo lavoro al
punto di rifiutare l'idea che qualcosa lo possa annientare.
Penso che per i miei superiori sia difficile ammettere la
possibilità che l'intero contenuto degli archivi sia veramente
in pericolo... finché non sarà troppo tardi.
— E Doyle Blumhaven cosa dice di tutto questo? — volle
sapere il Leone.
Adam ebbe una risata cinica. — Lui appoggia i miei
superiori, naturalmente. Anzi, sembra molto meno
preoccupato di loro. Negli ultimi due mesi è sceso una sola
volta negli archivi, ha distribuito pacche sulle spalle ai capi-
dipartimento e ha detto: «Be', ragazzi, tenete la situazione
sotto controllo come meglio potete. Sono sicuro che non mi
deluderete.» Blumhaven è un burocrate di professione, e
questa è la cosa più gentile che abbia mai sentito dire di lui.
Inez si versò una seconda tazza di caffè. — Adam, dica a
Jerem del programma di Begelman.
— Lei sa chi era Begelman? — chiese Adam.
Il Leone annuì. — Cinquantasei anni fa aveva fama
d'essere uno dei migliori programmatori della E-Tech.
— Non uno dei migliori — lo corresse Adam. — Era il
migliore. Begelman poteva tener cattedra in materia, e
probabilmente è stato il più astuto «falco dei computer»
dall'Apocalisse in poi. Buona parte del materiale che circola
oggi è stato scritto da lui... diavolo, è sul suo lavoro che mi
sono fatto le ossa.
«Ora, a quell'epoca fu Begelman a scoprire il modo di
risvegliare Nick e Gillian, i cacciatori di Paratwa. E quando
il vassallo-killer fu ucciso e Nick e Gillian chiesero di
tornare in stasi, fu sempre Begelman a creare il programma
che dovrà essere usato per svegliarli di nuovo.
Il Leone sentì che la sua attenzione si acutizzava. Gillian.
Era come se Adam avesse usato una parola magica,
lanciando un amo nel suo spirito.
Il giovane programmatore proseguì: — Rome Franco, che
allora dirigeva la E-Tech, voleva che Gillian e Nick non
fossero tolti dalla stasi fino ai nostri giorni, ovvero al tempo
in cui era previsto il ritorno dei Paratwa dalle stelle. Così
fece nascondere i due agenti in mezzo ai milioni di altre
capsule di stasi contenute nei magazzini E-Tech, e incaricò
Begelman di creare un programma a guscio morbido per
assicurarsi che restassero nascosti.
«Ora, noi sapevamo di questo programma, ma non era
possibile accedervi fino a dieci mesi fa... all'inizio cioè
dell'anno in cui era prevista la comparsa dei Paratwa nel
sistema solare. Subito dopo siamo stati in grado di
detossificare il programma di Begelman. Esso ci ha dato la
dislocazione e il codice di accesso alla capsula di stasi in cui
Nick e Gillian dormono da cinquantasei anni.
— Ma Doyle Blumhaven non permette che siano
risvegliati — borbottò il Leone.
— Infatti. Ed è questa la ragione ultima per cui ho deciso
di correre il rischio che sto correndo e sono qui da lei. —
Adam incrociò le braccia sul petto. — Ha un'idea di quello
che mi succederebbe, se la E-Tech sapesse che ho reso
pubbliche queste informazioni? Sa cosa mi farebbero?
Diavolo, il giorno in cui mi è stato dato accesso agli archivi
sotterranei ho dovuto firmare un giuramento. Per averlo
violato, la E-Tech potrebbe farmi spedire a vita in una delle
sezioni criminali. E questo non senza avermi iniettato nel
cervello, legalmente, un enzima che spazzerebbe via buona
parte della mia memoria. — Scosse il capo. — Soltanto un
pazzo oserebbe sfidarli a questo modo.
Il giovanotto guardò il Leone. — Ma qualcuno doveva
farlo. Io sono sicuro, assolutamente sicuro, che la teoria del
bracconiere è esatta. Ci stiamo avviando a perdere una gran
parte degli archivi. A perdere cognizioni scientifiche,
tecnologiche e sociali che l'umanità ha impiegato secoli per
ottenere. Il periodo pre-Apocalisse, malgrado la distruzione
che ci ha portato, malgrado i Paratwa e tutte le altre
diavolerie biologiche scatenate sul mondo, resta per molti
versi il culmine dell'evoluzione umana.
«E tutte queste conquiste le perderemo... è garantito. Con
la distruzione degli archivi, ci sono campi in cui dovremo
ricominciare dal livello della preistoria. No, non posso
permetterlo. Bisogna trovare il modo di risvegliare Nick e
Gillian.
Il Leone si accigliò. — E loro cosa potrebbero fare per
impedire la distruzione degli archivi?
Negli occhi di Adam ci fu un lampo di eccitazione. —
Gillian, credo, non potrebbe farci niente. È un guerriero, un
cacciatore di Paratwa.
È molto di più, pensò il Leone. È il terzo dei Paratwa Ash
Ock superstiti, un'anomalia vivente: un gemellare del
Castello Reale... Empedocle degli Ash Ock.
E la sua ombra si protende ancora sulla mia vita.
— Quello che a noi serve è Nick — continuò Adam. —
Begelman lo conobbe, cinquantasei anni fa. E dichiarava che
Nick era il più esperto programmatore con cui avesse mai
parlato... uno degli stregoni dei giorni pre-Apocalisse.
«Io sospetto che Nick fosse perfino qualcosa di più. Ho
fatto ricerche sui programmatori che la E-Tech pagava fior
di quattrini nel ventunesimo secolo, specialmente quelli che
ancor oggi fanno testo: i fratelli Asaki, Vitelli, Gorman,
Riley e qualcun altro. Loro hanno portato al vertice la
scienza dell'informatica. Ma ce n'erano alcuni che
lavoravano in segreto, ombre nell'ombra, uomini e donne di
cui ufficialmente non si sapeva nulla. Nick, ne sono
convinto, era uno di questi maghi senza nome.
Adam strinse le mani al bordo del tavolo. — Ah, i concetti
che mettevano a punto! Le tecniche create a partire da
intuizioni geniali, e di cui oggi non restano che frammenti!
Driver universali capaci di imparare, inibitori di ricerca,
memorie variabili, cursori mnemonici... per non parlare dei
bracconieri. Potrei elencarle un migliaio di invenzioni.
«Ma Nick può restituircele! Se è veramente uno di quegli
stregoni pre-Apocalisse... e ho pochi dubbi su questo, può
insegnarci molte cose. E se c'è qualcuno che ha una
possibilità d'impedire al bracconiere di devastare i nostri
archivi, questo è Nick.
Il Leone annuì lentamente. — Lei ne ha parlato con Doyle
Blumhaven? Gli ha detto della sua fiducia in Nick?
— L'ho fatto. Ma ho avuto sempre la stessa risposta:
Blumhaven non crede che Nick potrebbe esserci utile. Mi sto
convincendo che quest'uomo non permetterà mai che Nick e
Gillian siano risvegliati. Mai.
— Perché?
Adam si passò la lingua sulle labbra. — Non lo so... non lo
so. Ma se dovessi fare un'ipotesi direi che Blumhaven ha
paura. Paura dei cambiamenti. L'altra volta, quando Nick e
Gillian furono tolti dalla stasi, quello che scoprirono
sconvolse la vita delle Colonie. Blumhaven è uno che vuole
vedersi attorno lo status quo... non gli piace nuotare fra le
onde, anche se a fare le onde è la scialuppa di salvataggio.
Preferisce affogare in acque tranquille.
Inez sollevò un sopracciglio. Il Leone sorrise. Quel
giovanotto aveva esposto la loro opinione sul direttore della
E-Tech.
— Così — concluse il Leone, — lei vuole che Nick e
Gillian siano risvegliati... illegalmente. E ha fatto un piano.
Ma le serve il nostro aiuto.
Adam fece un profondo respiro. — Sì.
Lo sguardo del Leone scivolò oltre Inez e Adam, al di là
dell'ombrosa foresta di pini, sull'immensa muraglia verticale
che incombeva a due miglia da lì. La parete polare di Irrya,
la base nord del cilindro.
Io voglio rivedere Gillian. Ne ho bisogno, più di qualsiasi
altra cosa al mondo.
Sospirò, ripensando a un vecchio detto Costeau: «Se vuoi
perdere la borsa che hai nel pugno, apri la mano per afferrare
un sogno.»
E Adam Lu Sang voleva fargli afferrare un sogno. Ma
quale ne sarebbe stato il prezzo?
Riportò la sua attenzione sul programmatore. — Lei è
un'anima molto fiduciosa. Viene qui con la speranza di
persuadere due Consiglieri irryani a infrangere la legge, a
coinvolgersi in una sequenza di eventi che potrebbero
condurre alla loro rovina politica.
Adam deglutì. — Ho parlato con la signora Hernandez
perché pensavo che La Gloria de la Ciencia avesse motivo di
aiutarmi. E la signora mi ha suggerito di venire qui per...
— E lei non ha esitato... a tradire la E-Tech,
l'organizzazione a cui ha giurato fedeltà. Perché dovremmo
fidarci di lei? Traditore una volta, si usa dire, traditore per
sempre. Le nostre persone sarebbero molto più al sicuro se
riferissimo questo spiacevole incidente ai suoi superiori.
Lentamente Adam spinse indietro la sedia e si alzò. Il dito
ammonitore che puntò sul Leone tremava visibilmente.
— Non consento a nessuno di darmi del traditore. Io sono
venuto qui in buona fede. Le ho parlato perché credo che gli
archivi siano in pericolo. C'è un bracconiere, e nessuno che
io conosca ha la più pallida idea di come fermarlo. Se lei
rifiuta di aiutarmi, sia pure. Tutto ciò che le chiedo è di
dimenticare questo colloquio. Io cercherò qualcun altro
disposto ad aiutarmi.
— Si sieda — ordinò il Leone.
Rosso in faccia il giovane programmatore ricadde sulla
sedia.
— Lei ha il coraggio di agire secondo le sue convinzioni
— dichiarò il Leone. — Questo è un buon inizio. Ma occorre
di più. — Fece una pausa. — Ha famiglia?
Il giovanotto si accigliò a quel pensiero. — Una moglie e
due figli.
Il Leone ebbe un sorrisetto acre. — Lei sta mettendo a
repentaglio anche questo.
— Lo so.
— Ha riflettuto sulle conseguenze, se gli ostacoli si
rivelassero insormontabili?
— Non ho fatto altro.
Il Leone guardò Inez. Lei annuì.
— Va bene. Presumo che lei sappia come localizzare la
capsula di stasi in cui si trovano Nick e Gillian, qualunque
sia il deposito E-Tech in cui è stata nascosta. È in grado di
farlo?
Adam annuì senza esitare. — Posso fare di meglio. Posso
far trasferire quella capsula in qualsiasi colonia, in modo tale
che la sua assenza dal deposito non sarà notata.
— E come?
— Le capsule immagazzinate nei depositi a bassa
temperatura sono oltre diciotto milioni, e questo fa sì che
debbano essere ordinate e catalogate per numero.
Naturalmente si può accedere ad esse anche per nome, ma in
questo caso non è stato registrato alcun nome. Il programma
di Begelman contiene solo i dati tecnici della capsula.
«Io posso entrare nel sistema e codificare/decodificare
senza lasciar traccia. Posso far spostare la capsula
Nick/Gillian entro una serie di trasferimenti di routine, e far
arrivare un'altra capsula nel loculo numerato che la
conteneva. Poi, dopo aver tolto Nick e Gillian dalla stasi,
farò trasferire di nuovo la capsula vuota al posto che
occupava in precedenza. Per un breve periodo chi cercasse di
raccapezzarsi in questo giro di trasferimenti potrà scoprire
che da qualche parte manca una capsula. Ma è possibile
bloccare controlli di questo genere mettendo in atto nello
stesso periodo un controllo di routine, se me ne occupo
personalmente.
«Tuttavia, appena risvegliati, Nick e Gillian dovranno
essere nascosti.
Il Leone annuì. — A questo si può provvedere.
— Io fornirò a Nick un codice di accesso agli archivi.
Questo gli permetterà di lavorare direttamente al problema
del bracconiere da qualsiasi terminale esterno.
Inez si mordicchiò un labbro. — Ero convinta che si
dovesse agire dall'interno degli archivi per accedere ai dati.
— L'impenetrabilità dei sistemi E-Tech è una favola,
alimentata da un'abile pubblicità — disse Adam. — È
possibile contattare i nostri computer per sbaglio anche da un
terminale domestico, e in questo caso l'utente che ha
sbagliato si trova di fronte una serie di facciate ingannevoli,
alcune delle quali riescono addirittura a rimediare al suo
errore. Altre lo convincono che sta comunicando con un ente
privato, o governativo, oppure interrompono la linea, o in
certi casi avviano un'indagine su di lui e lo passano sul
terminale di un nostro programmatore che se ne occupa di
persona. Ma con gli opportuni codici di accesso questi strati
difensivi sono penetrabili.
Il Leone si alzò. — Quando possiamo cominciare?
Adam sogghignò. — Ho già fatto il lavoro preliminare. La
capsula può essere trasferita anche domani. Tutto ciò che ho
bisogno di sapere è dove.
— Lo saprà oggi pomeriggio. E ora, Adam... le spiace
scusarmi un momento? Vorrei parlare a Inez in privato.
— Certamente.
I due lasciarono il programmatore seduto al tavolo e si
avviarono sul prato verso la vasta dimora dal tetto spiovente.
— Presumo che lei abbia già passato al setaccio il nostro
giovane stregone — disse il Leone quando furono fuori
portata d'orecchio.
— Ovvio — annuì Inez. — È per questo che l'ho fatto
aspettare qualche settimana prima di accettare il colloquio.
Non è cosa di tutti i giorni che un uomo che lavora nel cuore
stesso della E-Tech chieda un incontro clandestino con La
Gloria de la Ciencia. Dovevo accertarmi che non si trattasse
di uno dei loro trucchi.
«Sono convinta che Adam Lu Sang sia nel giusto. La sua
intera vita professionale, otto anni, è stata al servizio della E-
Tech, e ha fatto carriera con rapidità sorprendente.
All'università in cui ha studiato, i suoi ex insegnanti
dichiarano senza mezzi termini di non aver mai avuto un
allievo così promettente. E nelle industrie produttrici di
computer e software il suo nome è già ben conosciuto. —
Inez sorrise. — C'è chi lo definisce un secondo Begelman.
— La Gloria de la Ciencia ha altri contatti negli archivi
della E-Tech? — chiese il Leone. — Qualcuno che possa
confermare i fatti che ci ha riferito?
— Ho i miei agenti di collegamento ufficiali. Più... alcuni
altri. E negli ultimi mesi hanno notato che veniva nascosto
qualcosa al resto del personale, presumibilmente qualcosa di
grave che stava accadendo negli archivi. Ma fino a ieri sera
non avevamo idea di cosa potesse essere. La storia di Adam
ci fornisce i pezzi mancanti, e completa il quadro.
Il Leone si permise un sorrisetto. — Se questa faccenda
finisce male, Inez, lei e io diventeremo molto impopolari.
La donna ridacchiò e gli mise una mano su un braccio. —
E da quando una possibilità del genere preoccupa Jerem
Marth?
— Ho smesso di preoccuparmene da tempo — ammise lui.
Lei gli lasciò il braccio. — Bene. Allora non avrò scrupoli
ad accollarle un altro fardello. Ricorda una mia nipote di cui
le ho parlato una volta, Susan Quint?
Il Leone annuì. — La ragazza che lei ha messo al lavoro
l'anno scorso con La Gloria de la Ciencia.
— Uh-hu. Ispettrice itinerante. Un'occupazione che
contavo le desse una certa indipendenza, uno scopo nella
vita. Susan è sempre stata troppo presa dalle... cose
superficiali. Niente sembrava avere un significato autentico,
una vera presa su di lei. Le responsabilità di questo lavoro
l'hanno fatta maturare, ma sospetto che per Susan i fatti più
pregnanti della vita restino i trattenimenti dell'alta società
irryana.
Inez alzò la testa a contemplare i rami di un pino. — La
ragazza non ha avuto un'infanzia piacevole. I suoi genitori
(mio nipote e sua moglie) erano membri devoti della Chiesa
Riformata della Fede, e piuttosto... bigotti. Come lei ricorda,
quindici anni fa il Senato di Irrya approvò una legge che
regolava certe attività della Chiesa, in particolare la sepoltura
dei fedeli alla superficie del pianeta, ponendovi un limite
numerico progressivo. Quando i genitori di Susan si resero
conto che con l'andar degli anni questa possibilità si sarebbe
fatta per loro sempre più lontana, commisero suicidio rituale.
Allo scopo d'essere sepolti nel suolo della Terra.
Il Leone scosse tristemente il capo.
— Susan aveva undici anni. Un'altra mia nipote la prese
con sé e la allevò come una figlia. Poi fu seguita molto da
consiglieri psicologici. Ma ormai un certo danno psichico lo
aveva subito.
«Comunque, ieri sera Susan è arrivata di corsa nella
portineria del palazzo in cui abito e ha chiesto di vedermi.
Era quasi incoerente. Fra le lacrime ha cominciato a
raccontarmi che l'altro ieri si trovava a Honshu, e di esser
stata presente al massacro e di aver avuto l'impressione di
conoscere uno dei killer. Poi mi ha riferito d'essere appena
fuggita dal suo appartamento, dove due agenti della E-Tech
erano entrati per interrogarla come testimone. E ha affermato
che questi due uomini hanno cercato di ucciderla.
Inez sospirò. — Dire che ero piuttosto scettica sarebbe
poco. Ma ho chiamato subito il Dipartimento Ispezioni, e mi
è stato confermato che Susan aveva una prenotazione per le
dodici e trenta al terminal di Yamaguchi. È indubbio che si
sia davvero trovata sulla scena del massacro. Ma quello che
ha detto sulla sua impressione di aver riconosciuto uno dei
killer della Sferza... faccia a faccia con lui, afferma... e sul
fatto che due agenti della E-Tech abbiano cercato di
assassinarla in casa sua... be', conoscendo il passato di Susan
ho concluso che sia stata vittima di sensazioni paranoiche.
Probabilmente ha frainteso le intenzioni di questi agenti.
Immagino che la terribile esperienza di Honshu le abbia
scosso troppo i nervi. L'ho calmata come potevo, ho
chiamato un medico e su suo suggerimento l'ho fatta
ammettere alla mia clinica di fiducia per un trattamento
psichico a breve termine. Date le sue esperienze di vita mi è
parsa la cosa migliore... era confusa, spaventata...
«Mentre l'accompagnavo in auto alla clinica, malgrado i
sedativi non ha fatto che piangere e tremare, balbettando di
nuovo la stessa storia e supplicandomi di crederla. Mi ha
dato il nome dei due agenti della E-Tech, e io le ho promesso
che avrei immediatamente controllato. Ma tornando a casa
ero troppo stanca per farlo, e temo di esser andata subito a
letto.
«Questa mattina, cinque minuti dopo che mi ero svegliata,
ha telefonato la clinica. Sembra che Susan sia sparita dalla
sua camera nel bel mezzo della notte. E sul lavoro non si è
fatta vedere. — Inez scosse il capo. — Il fatto che sia uscita
dalla clinica senza farsi notare non mi sorprende. Susan ha
tratto profitto dalle sue terapie psicofisiche: è ingegnosa, sa
pensare molto rapidamente e agire con efficienza. Non ero
troppo preoccupata di questa sua fuga. Ho pensato che
appena fosse stata più calma si sarebbe rimessa in contatto
con la clinica o mi avrebbe chiamato per rassicurarmi.
«Ma poi, un'ora fa, mentre andavo a prendere Adam, ho
sentito un notiziario: ieri sera due agenti E-Tech sono stati
assassinati. Una specie di imboscata, in un garage pubblico.
Il Leone annuì. — Sì, l'ho sentito anch'io.
— I loro nomi erano Donnelly e Tace. Gli stessi due che
secondo Susan hanno cercato di ucciderla.
Il Leone si fermò. — Non starà pensando che la ragazza
abbia qualcosa a che fare con questo delitto?
Inez si appoggiò con le spalle al tronco di un pino e
incrociò le braccia. — No. L'ora del decesso corrisponde a
quella in cui Susan si trovava nel mio appartamento.
Il Leone appoggiò un piede sopra una pigna caduta,
seppellendola nel morbido terreno alla base dell'albero.
— Ma non è tutto qui — continuò Inez. — Ho chiamato
uno dei miei contatti, alla Sicurezza della E-Tech. I due
agenti uccisi non erano stati assegnati alle indagini sulla
Sferza. Non avevano alcuna ragione per andare a casa di
Susan, ieri sera.
«Dopo aver saputo questo, non ho più dubbi che Susan mi
stesse dicendo la pura verità. Povera ragazza... mi sento
stupida e crudele per non averle creduto.
Il Leone s'era accigliato. — Allora dev'esserci un nesso fra
ciò che la ragazza ha visto nel terminal di Yamaguchi e
l'uccisione di questi due agenti E-Tech. Susan le ha dato
qualche particolare significativo sul massacro?
— Non ricordo nulla di rilevante, salvo la sua impressione
di aver riconosciuto uno dei killer. Ma anche in questo è
stata piuttosto vaga. Per tutto il tempo che è stata con me era
sconvolta. Non riusciva ad esprimersi con coerenza.
«In ogni modo, ora è vitale che io la ritrovi al più presto.
Se qualcuno ha tentato di ucciderla una volta, può provarci
di nuovo. E se i suoi aggressori erano agenti della Sicurezza
E-Tech...
— ... per localizzarla serve un'assistenza di diverso genere
— finì per lei il Leone. — Così ha pensato ai Costeau.
Inez accennò di sì. — Se la sua gente riuscisse a trovarla,
vorrei che il vostro clan la nascondesse da qualche parte...
almeno finché non saprò di quali funzionari della Sicurezza
E-Tech posso o non posso fidarmi.
Il Leone si volse a guardare Adam Lu Sang, che dalla
radura li stava osservando attentamente. — C'è qualcun altro
che dovrò nascondere per lei, Inez?
Lei rise. — No, Jerem... penso che possa bastare.
A passi lenti tornarono verso il programmatore in attesa.
Inez parlò di un senatore irryano che stava causando qualche
problema a La Gloria de la Ciencia. Ma il Leone la ascoltava
con un orecchio solo. I suoi pensieri erano corsi al futuro, a
Gillian, e a ciò che lui avrebbe potuto dire a un uomo che
non vedeva da cinquantasei anni.
5

Ghandi sapeva che un giorno quella rabbia l'avrebbe


consumato.
Poteva sentirla fremere nella muscolatura delle braccia,
come se lì si annidassero miriadi di minuscole creature,
microbi che lottavano follemente sotto la sua pelle in cerca
di uno sfogo. Ma come sempre fu abile nel placare se stesso,
abile nel costringere i muscoli all'ubbidienza. Nei corso degli
anni la tentazione di lasciarla esplodere — urlando come una
belva — s'era gradatamente allentata, anche se di notte
c'erano ancora momenti in cui si concedeva incursioni in un
mondo dove la catarsi emotiva era possibile. Poi però
tornava il mattino, tornava il mondo reale, e le fantasie
lasciavano il posto alle necessità concrete. Tutto ciò che
restava della rabbia di Ghandi erano allora quei microbi che,
se lasciati liberi, avrebbero trasformato il suo corpo in un
insensato vortice di violenza cieca.
La porta dell'ascensore si aprì. A denti stretti Ghandi uscì
sul piano che ospitava gli uffici direttivi della CPG, la quinta
società delle Colonie in ordine di importanza. CPG stava per
«Corelli-Paul Ghandi», e legalmente la società era sua. Ma
all'atto pratico lui non ne aveva mai controllato le sorti.
I microbi fremettero.
— Buongiorno, signore — disse l'elegante impiegata nera
seduta dietro la sua ampia scrivania.
Ghandi bofonchiò un saluto.
— Signore, sua moglie è già qui. È arrivata quindici
minuti fa. Ha chiesto di dirle che la aspetta in sala riunioni.
— È sola? — domandò lui. Sapeva già la risposta.
— No, signore. C'è il suo assistente con lei.
Il mio assistente. Bastò quella parola a mettere in
agitazione i microbi, e Ghandi dovette fare un lungo respiro
per placarli.
Calvin, il suo cosiddetto assistente.
Quel fottuto maniaco!
La segretaria aprì col telecomando la porta interna e
Ghandi avanzò a passi rabbiosi nel largo corridoio degli
uffici direttivi, ornato da ologrammi pieni di colori: per lo
più sigle delle agenzie pubblicitarie controllate dalla CPG e
immagini mobili delle loro principali linee di prodotti. Il
corridoio mirava chiaramente a impressionare i visitatori
facoltosi, anche se il suo vero scopo — conosciuto solo da
Ghandi, Colette e Calvin — era di preparare alla
manipolazione ipnotica certe particolari persone. Gli
spettacolari ologrammi ad alta velocità erano progettati
soprattutto per camuffare uno dei teleneurici di Colette.
Il corridoio si allargò, diramandosi in una serie di rampe in
leggera salita che portavano ai vari uffici privati dei direttori
della CPG. Ghandi continuò sul lungo tappeto rosso che si
estendeva fino alla solida porta color platino in fondo al
corridoio.
Appoggiò la mano destra sulla piastra di un sensore e si
lasciò identificare. La porta si divise in trentadue rettangoli;
ciascuno di essi mantenne la sua forma per qualche istante
ancora, poi si dissolse in una nuvoletta di gas rosa. Un
ventilatore risucchiò l'innocua nebbia colorata nel sistema di
aerazione. Oltrepassando la soglia Ghandi sentì sulla nuca
una corrente d'aria, mentre la porta si riformava dietro di lui.
Lo stile arcaico della sala riunioni in cui era entrato
contrastava con l'alta tecnologia della porta. Ghandi stesso
aveva disegnato l'arredamento in base a un dipinto che aveva
visto in un museo di superficie anni addietro, durante una
razzia con altri pirati. Non ricordava neppure in quale città,
da qualche parte in Ukraina, forse. Comunque
quell'immagine lo aveva colpito, e il suo ricordo era servito
da riferimento all'architetto.
La sala era lunga e stretta, con una tappezzeria di velluto
azzurro e sei grandi candelabri di cristallo che pendevano dal
soffitto a cassettoni. Il tavolo rettangolare era in finto
mogano — plastica lavorata a mano — con undici seggi:
cinque su ogni lato e uno all'estremità per il presidente.
Scintillanti lampadari d'ottone spandevano attorno una luce
ambrata. Una seconda porta, questa fornita di maniglia, era
seminascosta da un tendaggio sul fondo della sala.
Solennità: questo era l'effetto che Ghandi voleva creare, e
gli sembrava d'esserci riuscito. Neppure gli schermi a lato di
ogni lampada disturbavano la tranquilla opulenza
dell'ambiente.
A disturbare, lì dentro, era Calvin.
Ghandi non riuscì a vedere il suo assistente, solo Colette.
Era seduta a capotavola, nel posto che spettava a lui.
La moglie di Ghandi era cambiata assai poco negli ultimi
venticinque anni. Colette aveva gli stessi riccioli d'oro, lo
stesso volto di un ovale perfetto, la stessa sensualità che gli
aveva mozzato il fiato quel giorno nella navetta alla periferia
di Denver, nel Colorado. Alcune lievi rughe le segnavano la
fronte, ma si trattava di un artificio, un intervento plastico il
cui scopo era di far credere che fosse invecchiata.
Invecchiava anche lei, naturalmente, anche se a un ritmo
molto più lento del normale. Era una Paratwa Ash Ock, una
delle due gemellari conosciute col nome di Saffo, la metà di
una creatura la cui vita si poteva misurare in secoli. Colette
aveva quasi trecento anni. Salvo incidenti, sarebbe stata in
vita anche molto tempo dopo che il corpo di Ghandi si fosse
decomposto nella tomba.
Gli sorrise. — Hello, amore caro.
— Lui dov'è? — chiese Ghandi.
— Proprio qui.
Lui girò intorno al tavolo. Calvin era inginocchiato sul
pavimento al fianco di Colette, con la testa poggiata su un
ginocchio di lei. Aveva la lingua oscenamente protesa in
fuori. Le stava leccando l'orlo della gonna.
I microbi fremettero nelle braccia di Ghandi.
— Alzati di lì — ordinò.
Nel suo inimitabile modo di muoversi, Calvin ubbidì: una
torsione del collo, le braccia oscillanti, i ginocchi gravidi di
sinuosa lentezza, e infine, solo da ultimo, il torso che si
raddrizzava in posizione eretta. Un serpente non si sarebbe
snodato dalle spire con altrettanto languore.
Indossava una tuta da volo azzurra, sovraccarica di tasche
e di cerniere. Un'etichetta sulla sinistra del torace diceva JET
PILOT. Moda del ventesimo secolo, l'ultimo grido delle
boutique irryane.
Ghandi si accostò al gemellare, alto un metro e
ottantacinque. — Ci siamo divertiti ieri notte, eh, Calvin?
Un cenno d'assenso, seguito da un delicato sorriso. Quel
volto fanciullesco era capace di sogghigni velenosi, ma
sapeva anche trattenerli. Calvin capiva il valore
dell'autocontrollo, specialmente alla presenza di Colette.
— Massacrato nessuno ieri notte, Calvin? — lo stuzzicò
Ghandi. — A parte quei due E-Tech, voglio dire?
Calvin finse di restare a bocca aperta. Io? Parve
indignarsi, sorpreso. Massacrare qualcuno, io?
— Siamo senza parole oggi, Calvin? O soltanto più stupidi
del solito?
Calvin alzò la mano sinistra a palmo avanti. Verdi lettere
olotroniche presero forma nell'aria sopra le dita del
gemellare, quando i suoi pensieri neurocodificati a livello
conscio furono trasmessi ai teleinduttori inseriti nelle unghie
artificiali. NOI NON SIAMO MAI SENZA PAROLE.
Ghandi nascose la sua frustrazione. Un Calvin che parlava
a voce - benché fosse raro - era un poco più sopportabile di
quando esibiva i suoi microimpianti. Un poco.
— Via, Ghandi — lo placò Colette. — Non essere duro
col povero Calvin. È molto pentito dei suoi errori.
Calvin si volse a guardare la sua padrona, accigliato.
Quello era un argomento che non gli piaceva.
Rimetti il bastardo al suo posto, pensò Ghandi. Fallo
sentire l'idiota che è. Colette/Saffo poteva farlo, se voleva.
— Non dobbiamo piangere sul latte versato — continuò la
bionda. — Basta fare soltanto i piccoli aggiustamenti
necessari.
— Aggiustamenti? — sbottò Ghandi. — Ogni volta che
Calvin fa un aggiustamento i nostri problemi si aggravano.
— C'è della verità in questo — ammise Colette.
Calvin rialzò la mano. Un'altra serie di lettere neuroindotte
lampeggiò sopra le sue dita.
LA CORREZIONE/RIPARAZIONE DI ERRORI
DOVUTI A IMPREVISTI RICHIEDE SEMPRE
INTERVENTI DRASTICI.
Ghandi grugnì, sprezzante. — Errori dovuti a imprevisti?
Sì, parliamo un po' di questo. Parliamo un po' dell'esperto
Calvin, del killer altamente addestrato, del professionista di
cui per anni ho sentito tessere gli elogi. Colette diceva che
sei il più efficiente sicario Paratwa mai creato, anche
migliore dello stesso Reemul.
Le unghie lampeggiarono. SENZA PARAGONE.
— Non ne dubito — disse Ghandi, — visto che Reemul è
morto da mezzo secolo. — Inarcò un sopracciglio. — Ma io
ho sentito dire che Reemul non era così sciocco da farsi
riconoscere in pubblico.
Calvin sorrise. Ma era il sorriso di scusa del ladro colto
con le mani nel sacco: la faccia esprimeva contrizione, gli
occhi avevano la vitrea fissità dell'odio.
Ghandi spinse il coltello più a fondo. — Se tu non avessi
guardato quella ragazza al terminal di Honshu... se non le
avessi fatto capire che la conoscevi, ora non saremmo in
questo guaio.
QUALE GUAIO?
Ghandi rise. — Così è la giornata dell'ottimismo? Bella
cosa, Calvin. Mi piace vederti soddisfatto dei risultati.
Permettimi però di farti notare quali sono stati.
«Cominciamo con l'azione al terminal di Yamaguchi. Non
solo hai accettato un contatto visivo con questa donna,
questa Susan Quint, ma non l'hai uccisa sull'istante. Errori
numero uno e numero due.
IL CONTATTO VISIVO È STATO UN CASO
SFORTUNATO. INEVITABILE.
— E perché non sei riuscito ad ammazzarla?
ERA MOLTO VELOCE. CREDO CHE POSSIEDA UN
SISTEMA NEUROMUSCOLARE GENETICAMENTE
MIGLIORATO.
Ghandi sospirò. — Questo è abbastanza fantasioso,
Calvin. Sai bene che solo in rari casi gli esseri umani si
sottopongono a questi miglioramenti, e solo per urgenti
ragioni professionali.
NONOSTANTE CIÒ ERA MOLTO VELOCE.
— Così hai mandato Donnelly e Tace nel suo
appartamento, a Irrya. Qui si è accertato, con tua
soddisfazione, che non aveva fatto parola con nessuno
dell'incidente. Ed ecco l'errore numero tre: hai ordinato a
quei due scagnozzi della E-Tech di ucciderla. «Fatelo
sembrare un omicidio a scopo di rapina» hai detto. Invece
Susan Quint si è presa gioco di loro ed è fuggita!
Colette allungò una mano a toccargli una spalla. — Amore
caro, te la stai prendendo un po' troppo, non credi? E
Donnelly e Tace hanno pagato per la loro stupidità.
GLI INCAPACI VANNO ELIMINATI, dissero le unghie
di Calvin.
— E Susan Quint? — domandò Ghandi. — Adesso è da
qualche parte, e possiamo scommettere che ha raccontato
tutto a...
— Abbastanza vero — lo interruppe Colette. — Ma prima
o poi dovrà venire allo scoperto. E allora Calvin si occuperà
di lei.
Il gemellare sorrise.
— E se identifica Calvin prima che le mettiamo le mani
addosso?
Colette scrollò le spalle. — Questa sarebbe una sfortuna.
Ma non è probabile che accada. La Quint ha visto in faccia
un gemellare che in realtà non aveva mai incontrato. È
questo Calvin, il tuo aiutante, quello che lei conosce. Anche
nel caso che lei deduca che Calvin è un Paratwa, non ci sono
prove per collegare i due gemellari.
Calvin annuì morbidamente. IO ERO SUL LATO
OPPOSTO DEL TERMINAL. LEI NON PUÒ AVERMI
VISTO.
Ghandi non era ancora soddisfatto. — E se qualcuno
controlla la lista dei viaggiatori passati quel giorno dal
terminal di Yamaguchi? Su quella lista c'è il nome di Calvin.
E Susan Quint potrebbe riconoscerlo.
— Il nome di Calvin era su quella lista — disse Colette.
— Ma questa mattina ho eseguito alcune correzioni. Ho
mandato il nostro bracconiere in una piccola missione nei
computer del terminal. Il giorno del massacro Calvin KyJy,
il tuo aiutante, si trovava ufficialmente nella Colonia di
Michigan Due, non a Honshu. Gli ho anche costruito una
prenotazione in un albergo, laggiù, con qualche altro
particolare che ingannerà qualsiasi investigatore.
«E poiché i compagni di viaggio di Calvin KyJy sono stati
tutti uccisi nel massacro di Yamaguchi, secondo il piano,
niente collega il suo nome al gemellare che la Quint ha visto
in faccia.
Ghandi scosse il capo. — Ti ho detto che è pericoloso far
lavorare il bracconiere fuori degli archivi E-Tech.
— Il pericolo è relativo, amore caro.
IL PERICOLO È ECCITANTE, dissero le unghie.
Ghandi girò dall'altra parte del tavolo. — La Sicurezza
della E-Tech ha probabilmente ricevuto quella lista subito
dopo il massacro, prima che tu alterassi i dati. E ci sono altri
modi di dimostrare che quel giorno Calvin era a Honshu...
— Vere entrambe le cose — annuì Colette. — Ma la
Sicurezza della E-Tech non rilascerà quei dati, e non saranno
usati in nessuna indagine. Doyle Blumhaven farà
esattamente come gli è stato ordinato. Ed è difficile che
qualcun altro voglia andare oltre un controllo di routine della
lista di viaggiatori.
— Tanto per amore di discussione — disse Ghandi —
cosa succederà se la Quint riuscirà a collegare Calvin col
gemellare che ha visto a Yamaguchi?
Colette rifletté qualche secondo. Poi: — Se accadesse
questo, bisognerà cambiare i nostri piani.
VOI UMANI VI PREOCCUPATE TROPPO, dichiarò
Calvin.
— Solo quando abbiamo a che fare con l'imbecillità altrui
— sbottò Ghandi.
Il gemellare fece un passo avanti, con un lampo negli
occhi. La sua mano sinistra si alzò davanti al petto, cosicché
solo Ghandi poté leggere le scintillanti lettere verdi.
UN GIORNO TU NON SARAI PIÙ UTILE AI
PARATWA. QUANDO SAFFO SI STANCHERÀ DI TE,
UCCIDERTI SARÁ UNA GIOIA.
— Non minacciarmi — ringhiò Ghandi. — Se osi...
— Basta così! — ordinò Colette.
Gli altri due si volsero verso di lei.
— Ghandi, se non sai controllare i tuoi nervi prendi un
calmante. Non sopporto questi alterchi infantili.
Sotto lo sguardo di quegli occhi color acquamarina Ghandi
sentì la sua rabbia svanire. Era così bella, così
completamente femmina. Anche quando s'infuriava, anche
quando la sua voce schioccava come una frusta, la sua
sensualità gli mozzava il fiato.
«Io sono un teleneurico umano» aveva affermato Colette
quel giorno a Denver, venticinque anni prima. Quant'era
vero.
Ma i microbi danzavano sotto la sua pelle.
— E tu, Calvin — lo rimproverò lei — se parli con quel
sistema in mia presenza fai in modo di lasciarmi vedere le
parole. Chiaro?
Il corpo del gemellare parve snodarsi. Le gambe si
piegarono, le braccia si torsero, e più che cadere in ginocchio
parve collassare su se stesso davanti a lei. C'era grazia nei
movimenti di Calvin, fu costretto ad ammettere Ghandi, ma
era una grazia impossibile da descrivere in termini umani. In
certi momenti si muoveva come una macchina che
smontasse e rimontasse i suoi pezzi dieci volte al secondo.
Il gemellare sollevò fino ai fianchi la gonna di Colette. La
sua lingua scivolò avanti lungo l'interno roseo di una coscia.
Ghandi distolse lo sguardo. Non provava alcuna gelosia
quando Calvin si sottometteva a Colette in modo così canino.
Né provava disgusto per la morbosità del gemellare. Ciò che
sentiva era qualcosa di diverso.
Io sono umano, e loro due sono Paratwa. Io sono
singolare, e loro sono plurali.
Quella differenza ci sarebbe sempre stata.
I microbi fremettero.
Con la faccia immersa fra le cosce di lei Calvin emise un
mugolio. Colette gli poggiò una mano sulla testa, passando
le dita fra i corti capelli biondo rame.
Era stato tutto più facile, pensò Ghandi, prima che Calvin
fosse tolto dalla stasi, un anno addietro. Nei ventiquattro
anni precedenti lui aveva avuto Colette solo per sé. Ah, se
solo avesse saputo cosa c'era nelle capsule di stasi che quel
Capitano e il suo equipaggio avevano caricato, sotto ipnosi,
nella navetta scesa alla periferia di Denver...
Un Calvin addormentato, un Calvin in stasi, sarebbe stato
facile da eliminare. Ghandi avrebbe trovato il modo di farlo.
Ma adesso era troppo tardi. Per il meglio o per il peggio, il
maniaco era stato risvegliato.
E inoltre, era costretto ad ammetterlo, non aveva mai
avuto davvero Colette per sé. Colette era sua moglie, era la
sua amante, ma restava una gemellare, la metà della Paratwa
Ash Ock conosciuta col nome di Saffo.
La donna di cui lui s'era innamorato, il teleneurico
umano... quella donna a volte spariva, allorché si mescolava
con la sua altra metà riallacciando il contatto
mentale/emozionale: la convergenza dialettica che rendeva
unici i Paratwa, la rinascita della coscienza singola che
prendeva forma malgrado la distanza da cui le gemellari
erano separate. Saffo non ne parlava mai, non si degnava di
comunicarlo a Ghandi. Ma lui sapeva sempre quando la
creatura s'era svegliata. Guardava la faccia della sua amante
e capiva che Colette non c'era più, che era diventata parte di
qualcos'altro, qualcosa di potente oltre la sua
immaginazione.
Colette non menzionava mai la sua gemellare, quella che
stava viaggiando nello spazio, ancora assai lontano dalle
Colonie. Ma quando interagiva con l'altra, quando le due
coscienze diventavano una e il freddo sguardo di Saffo
appariva negli occhi della sua amante, Ghandi sentiva che
anche la seconda metà di Colette era lì.
E ciò che riusciva a percepire gli faceva gelare il sangue.
I microbi scivolavano allora nella sua colonna vertebrale e
gli mandavano tremiti incontrollabili attraverso il corpo. Non
si trattava di una paura razionale, di cui riuscisse a
identificare l'origine. Che Colette era una Paratwa lui l'aveva
saputo e accettato fin dall'inizio. Ma il pensiero che un
giorno avrebbe incontrato fisicamente l'altra gemellare di lei
lo riempiva di terrore.
Colette allontanò da sé Calvin senza sforzo. Il killer
rimase accovacciato sul pavimento accanto alla sedia di lei,
col capo chino e le gambe incrociate. Calvin nella posizione
del loto: un burattino sazio, coi fili allentati.
— Fra pochi giorni — disse sottovoce Colette — ci sarà
un altro raid. I preparativi sono già stati completati.
Calvin rialzò leggermente la testa.
Ghandi annuì. Quei massacri così feroci non gli
piacevano, ma non c'era niente che potesse fare per
impedirli. Con o senza la sua approvazione i piani degli Ash
Ock sarebbero andati avanti.
— Dove? — chiese.
— Qui a Irrya. È tempo che l'Ordine della Sferza colpisca
più vicino a casa.
Ghandi decise che non voleva sapere i particolari. Prima
che Colette glieli esponesse preferì cambiare argomento.
— Nessuna novità circa il tuo parente perduto?
Negli occhi di lei apparve uno sguardo strano. Per un
attimo Ghandi pensò che stesse per interagire... per diventare
Saffo.
Quell'istante passò. — Gillian resta in stasi. Doyle
Blumhaven sta collaborando a dovere.
Ghandi non disse altro. Ufficialmente Saffo e il secondo
Ash Ock, Theophrastus, non volevano che l'altro gemellare
superstite del loro gruppo fosse risvegliato, benché sapessero
già da molto tempo — grazie al monitoraggio a distanza
delle trasmissioni intercoloniali — che Gillian era ormai
un'entità singola e teoricamente di nessun disturbo per i loro
piani.
Quando però Ghandi tornava su quell'argomento aveva
sempre l'impressione che sua moglie non gli dicesse l'intera
verità. Per qualche insondabile ragione Colette/Saffo voleva
incontrare il suo antico cugino-genetico, il traditore.
Si rivolse a Calvin, incapace di trattenersi dal provocarlo
ancora. — È una fortuna per te che abbiamo in tasca
Blumhaven. Anche se Gillian è un gemellare spaiato, in
qualche modo è riuscito a far fuori Reemul. — Ma subito
scrollò le spalle, mentre i suoi pensieri vagavano altrove.
Calvin cercò lo sguardo di Ghandi, e il respiro gli uscì dal
naso come il sibilo velenoso di un serpente.
Colette sorrise, allungando una mano ad accarezzargli la
testa. — Sciocchezze. Gillian non avrebbe nessuna
possibilità contro le doti speciali del mio Ash Nar.
Il gemellare alzò di scatto una mano. NESSUNA
POSSIBILITÀ'.
Forse, pensò Ghandi. Tuttavia s'era accorto che
fantasticare sul risveglio di Gillian era perversamente
gradevole. Anche il gemellare di Empedocle aveva doti
molto speciali. Chissà, forse quel Gillian sarebbe riuscito a
togliere di mezzo il maniaco.
D'un tratto i microbi si ritirarono. Ghandi sentì che la
tensione stava abbandonando il suo corpo.
Devo coltivare più spesso questa piacevole fantasia.
6

La prima cosa che Gillian sentì fu il sogno.


Un grande oceano. Lievi onde incappucciate di spuma lo
lambivano da ogni lato. Una luce interna che pulsava in
quelle acque sconfinate bruciava attraverso di lui come se il
suo corpo fosse una membrana traslucida, uno strato di
cellule spalmato sul vetrino di un microscopio.
Poi il sogno cominciò a frammentarsi, a brulicare di
pensieri estranei ciascuno dei quali si ricomponeva in
parole/immagini, costruzioni mentali, solida roccia al
confronto dell'immensità liquida dalla quale lui era emerso.
Ricordi visivi tornarono. Concetti presero forma.
Reemul è morto. Il vassallo-killer è morto.
L'uomo che non ha paura è un uomo che ha perso la
coscienza dei suoi limiti.
Io mi muovo... io sono. Io voglio... io prendo.
Catharine, dove sei?
Seicento anni. Io posso vivere seicento anni.
Catharine?
Un circolo di cinque... la sfera del Castello Reale.
Una voce disse: Tu hai un posto in quel circolo, Gillian.
Tu sei Empedocle, il più giovane e il migliore di tutti. Il
bambino che crescerà e un giorno sarà il nostro protettore.
Lui replicò a quella voce.
Ma due sono morti. Due sono scomparsi. Aristotele e
Codrus non ci sono più. Degli Ash Ock ne restano soltanto
tre.
— Tu sei Empedocle. Tu sei uno di loro.
Sì, ma io sono anche un essere umano singolo. Sono
Gillian.
Un'altra voce: — Tu non sei mai stato sposato, Gillian.
Catharine non era tua moglie. Era il tuo gemellare.
Lui rivisse il dolore della perdita del gemellare: la morte di
Catharine.
Mi stanno tirando fuori dalla stasi.
Il suo corpo eruppe, divenne una massa vorticante di
braccia e gambe al centro di un vasto mare interno. Lui
desiderò fuggire da lì, ma non c'era nessun altro posto in cui
andare.
E gridò, nell'agonia del risveglio.
7

Il Leone degli Alexander aveva preparato con cura il suo


studio per quell'incontro. La scrivania di quercia era stata
tolta, e al suo posto campeggiava un largo divano di pelle
bianca. Il tavolino da caffè sosteneva abbondanti rinfreschi:
biscotti al cinnamomo coperti da una trasparente crosta di
canditi, pasticceria fresca, caffè espresso bollente, una
caraffa di tè in ghiaccio, bottiglie di liquore, e succo di
arance importate il giorno prima dalla colonia tropicale di El
Paso Juarez. Sulla larga finestra che guardava il giardino era
stata tirata una tendina di pizzo; il Leone voleva che
l'attenzione di tutti restasse in quella stanza.
Lui s'era seduto a lato del divano, su una sedia dalla
spalliera rigida, non troppo a suo agio e con le mani in
grembo. A uno dei braccioli era applicato un telecomando, e
ogni pochi secondi la sua mano cedeva all'impulso di
premere i pulsanti in cerca della giusta illuminazione da dare
allo studio. Aveva provato decine di tonalità: dalla penombra
rosata a un indiretto bagliore giallo fulgido, dai toni azzurrini
con sfumature ocra sul soffitto alle tinte arcobaleno negli
angoli della stanza con un'imitazione di luce diurna nello
spazio centrale. Tutto inutile: non riusciva a decidersi.
Voci. Fuori della porta. In fretta manovrò ancora il
telecomando, costringendo l'impianto d'illuminazione a
un'altra variante. Intorno al perimetro della stanza
balenarono faretti rossi, e sul soffitto si accese un quartetto
di piastre bianche al neon.
La porta scivolò di lato. Ad entrare per primo fu l'ometto
magro di bassa statura. Il Leone represse l'impulso di toccare
per l'ennesima volta la pulsantiera.
L'ometto fece un ampio sorriso. — Ehilà, Leone! Come
sta? Io sono Nick.
Aveva corti capelli biondi, una bocca generosa e
penetranti occhi azzurri. Dimostrava circa quarantacinque
anni.
Ma il Leone non riuscì a distogliere lo sguardo dall'uomo
che lo aveva seguito. Sentì la propria voce mormorare. —
Salve, Gillian.
Lui osservò l'uomo dai capelli bianchi seduto nello studio,
chiedendosi perché quella voce gli fosse così familiare. Ci
conosciamo?
Il Leone si alzò, tenendo le braccia contro i fianchi per
impedire alle mani di tremare.
Si sentiva come un ragazzino. Le emozioni di un tempo
tornavano a riempirgli il cuore, intatte e vibranti come se per
mezzo secolo non avessero atteso che di assalirlo ancora. E
ad un tratto gli parve d'essere di nuovo Jerem Marth, di
nuovo il dodicenne sperduto nella tumultuosa Colonia di
Sirak-Brath, dove s'erano conosciuti.
Esattamente come lo ricordavo. Non c'era da stupirsene,
ovviamente. Gillian era rimasto in stasi; in quei cinquantasei
anni non era cambiato di un filo.
La stessa mal ridotta blusa di pelle; i capelli castano scuro
tagliati corti sui lati e un po' più lunghi dietro; i calmi occhi
grigi. Ma non sembrava più così imponente. Al Leone
occorse qualche istante per capire la natura di quella
discrepanza. La statura di Gillian non era cambiata: il suo
fisico snello, muscoloso, superava il metro e novanta.
Ma Jerem Marth era cresciuto.
Il Leone ritrovò la voce. — Sapete... vi è stato detto dove
vi trovate?
— Irrya — annuì l'ometto. — I suoi tecnici ci hanno fatto
una lezioncina di geografia, amico. A due miglia da noi
incombe il grande coperchio, la parete nord del cilindro. E
qui, dove ricordo che una volta si poteva trovare dell'ottima
spazzatura, voi Alexander avete messo su davvero una bella
fazenda privata. Lei è il ranchero?
— Il cosa?
— Oh, non importa.
Gillian fece un passo verso il vecchio e corrugò la fronte.
C'era qualcosa in quei lineamenti, nella forma della bocca,
nel taglio delle sopracciglia. La squadra medica aveva detto
loro quanto tempo erano stati nella capsula. Quel vecchio
doveva esser stato appena un adolescente al tempo in cui...
D'un tratto lo seppe. — Lei... tu sei Jerem. Jerem Marth.
Il Leone sentì che i suoi occhi si empivano di lacrime. —
È passato tanto tempo. — La frase gli parve sciocca e
insignificante. Nulla di ciò che avrebbe potuto dire era in
grado di descrivere la realtà di quel momento.
Si avvicinò a Gillian, incapace di fermarsi, conscio solo
che la sua emozione doveva trovare qualcosa di concreto. Lo
abbracciò e lo strinse a sé con forza.
Per un istante il Leone non ricevette alcuna reazione in
risposta al suo gesto. Poi, goffamente, Gillian gli restituì
l'abbraccio e gli diede qualche pacca sulla schiena.
Il Leone si scostò. — So che questo deve sembrarti strano
da parte mia. — Riuscì a sorridere. — Ma grazie per aver
cercato di capire i sentimenti di un vecchio.
Gillian pensò a Catharine, la sua gemellare da lungo
tempo perduta. — Non c'è niente di strano. È bello rivederti,
Jerem.
Il Leone sentì una vampa di calore nel petto, come se
avesse bevuto una mezza caraffa di cognac. Il calore gli salì
al volto. Sto arrossendo.
Jerem Marth, il dodicenne, non se ne sarebbe vergognato
troppo. Ma i Costeau non avevano l'abitudine di mostrare
emozioni delicate, fra uomini; il Leone degli Alexander
provò imbarazzo per quell'esibizione.
Strano come queste dicotomie vivono in noi, quasi che
avessimo coscienze multiple pronte a emergere fuori del
nostro controllo. Io sono un vecchio capoclan, eppure una
parte di me è rimasta un ragazzo giovane, congelato nel
tempo.
Poi rifletté a come doveva essere per Gillian.
Quest'uomo porta in sé la coscienza singola che
conosciamo col nome di Gillian. Ma impressa nelle sue
stesse cellule vive la coscienza di Empedocle, il guerriero
degli Ash Ock. Gillian poteva essere singolare o plurale. Nel
suo corpo, unico e quindi umano, esisteva tuttavia da
qualche parte l'altra creatura, il Paratwa.
Al confronto la dicotomia interiore del Leone era ben poca
cosa.
— Vi prego — disse, ritrovando la sua padronanza, —
accomodatevi. Bevete qualcosa.
Annuendo allegramente Nick si servì un succo d'arancia,
vi unì una buona dose di cognac e saggiò la morbidezza del
divano. Gillian rimase in piedi.
Il Leone attese, cercando di ricordare cosa preferiva bere.
L'ometto sogghignò. — Ehi, mi si slogherà il collo a
guardarvi da quaggiù.
Il Leone sedette sulla sedia di legno. Gillian accanto al
compagno, sul divano, e i suoi occhi grigi percorsero la
stanza.
All'erta, pensò il Leone. Sempre in attesa dell'imprevisto.
È così che lo ricordavo.
Gillian si sentiva... strano. Gli restava difficile sovrapporre
al volto di quel vecchio i lineamenti del ragazzino che lui
aveva tolto dai guai nei bassifondi di Sirak-Brath. O forse
era solo per quel balzo di cinquantasei anni, prima del quale
aveva trascorso in stasi oltre due secoli. Ogni volta un
mondo nuovo... pieno di estranei. Ripensò alla gente che
aveva conosciuto mezzo secolo prima: Jerem Marth... l'altro
Jerem Marth, il ragazzo. La sua giovane madre, Paula Marth,
e il pirata Aaron. Rome Franco, il capo della E-Tech;
Begelman, il falco dei computer; Pasha Haddad...
Tutti morti, probabilmente. Ma doveva esserne certo. —
Jerem... la tua famiglia?
— Una moglie, due figli maschi e una femmina. E una
truppa di nipoti. — Il Leone sorrise, poi si rese conto di ciò
che Gillian gli aveva chiesto in realtà. — Mia madre e Aaron
si sposarono dopo che voi eravate tornati in stasi. Si
trasferirono in una Colonia Costeau, e io diventai uomo là.
Sono morti entrambi quattro anni fa, a pochi mesi l'uno
dall'altra.
Gillian annuì, accigliato.
Il Leone si strinse nelle spalle. — Hanno vissuto una
buona vita. Senza rimpianti. E con un padre come Aaron, io
non potevo che diventare un Costeau. — Sogghignò. —
Posso dire di aver fatto un bel po' di esperienze dure, prima
dei vent'anni. Per un ragazzino nato in una pacifica Colonia
borghese come Lamalan, un cilindro pirata era un grosso
cambiamento. Inoltre a quell'epoca i Costeau avevano uno
stile di vita... più rigoroso.
— Ma i tempi cambiano. Sempre — dichiarò Nick,
allungando una mano sul vassoio dei biscotti al cinnamomo.
— I tempi cambiano — fu d'accordo il Leone. — In
quanto agli altri che voi conoscevate cinquantasei anni fa...
ormai sono tutti in un mondo migliore.
Gillian cominciava a sentirsi prudere la mano destra.
Osservò il bendaggio che gli copriva il palmo e ripensò a
Reemul, al proiettile a razzo che gli aveva bruciato la carne.
Il Leone seguì il suo sguardo. — I nostri medici dovranno
darti un'occhiata. La medicina ha fatto qualche progresso da
quando siete entrati in stasi. Ci sono nuove tecniche, nuovi
analgesici...
— Niente analgesici — disse Gillian con calma,
continuando a guardare qualcosa oltre la sua mano, oltre il
presente.
Ci fu qualche momento di silenzio, poi il Leone scrollò le
spalle. — Come preferisci. Comunque dovrò insistere perché
tu accetti alcune piccole modifiche facciali. Non so se oggi
qualcuno sarebbe in grado di riconoscerti, e per quanto mi
risulta non ci sono tue fotografie in giro. Ma è meglio
eccedere dalla parte della prudenza. La chirurgia plastica è
cosa da poco, oggi: qualche ora di disturbo. Non c'è neppure
bisogno di farsi ricoverare.
Gillian annuì.
— Se vuoi — continuò il Leone — la plastica potrà essere
soltanto temporanea. Non è detto che tu non possa riavere la
tua faccia originale.
— La mia faccia originale, pensò Gillian. A malapena
ricordava qual era stata. I suoi attuali lineamenti erano frutto
di una plastica del ventunesimo secolo, gentilmente offerta
dalla E-Tech. — Non è importante. Fa lo stesso.
Nick gli gettò un'occhiata scrutatrice; poi scrollò le spalle
e si volse al Leone. — Presumo che questa proposta
riguardasse solo Gillian. Questo significa che io dovrò
starmene a casa in pigiama mentre lui andrà in giro a
divertirsi nei locali notturni?
— Temo di sì. Cinquantasei anni fa qualcuno le ha fatto
diverse foto... a una festicciola privata dell'alta società
irryana, mi sembra. Da allora la sua faccia è stata riprodotta
anche nei libri di storia. — Il Leone sorrise. — Il tempo le ha
dato una certa notorietà, e inoltre neppure un intervento
plastico potrebbe nascondere la sua statura.
— Il prezzo della gloria — sospirò l'ometto. — Una volta,
però, qui in periferia c'era una certa casa, molto discreta.
Non l'avrete spazzata via per far posto ai pini?
— Mi spiace, ma temo che lei dovrà restare nella mia
tenuta.
Nick ebbe una smorfia. — Sia pure. Comunque, presumo
che lei non ci abbia fatti svegliare perché è a corto di
compagni di poker.
Il Leone si appoggiò allo schienale e cominciò a spiegare
come stavano le cose. Disse loro della «Grande Riunione», il
rientro di molti clan Costeau nella società coloniale. Spiegò
come la vita fosse stata alterata dai fatti di cinquant'anni
addietro, e quali cambiamenti avesse subito il Consiglio di
Irrya. Delineò le funzioni e le caratteristiche di ogni
Consigliere, dilungandosi in specie su Doyle Blumhaven,
che aveva fermamente rifiutato di farli togliere dalla stasi.
I minuti si allungarono in ore. Il Leone parlò della
massiccia rete difensiva/esplorativa che le Colonie avevano
costruito oltre l'orbita di Giove, e della tensione crescente
della cittadinanza mentre il ritorno dei Paratwa si avvicinava
sempre più. Disse loro dell'Ordine della Sferza, che esigeva
lo stato di guerra fin dal primo avvistamento delle astronavi
stellari, e dei massacri insensati fatti in nome di quel partito
politico. Espose i suoi sospetti sui due terroristi, il suo timore
che fossero in realtà un killer Paratwa. E riferì loro ciò che
Inez Hernandez gli aveva detto di sua nipote Susan, del
massacro di Yamaguchi e dei due agenti E-Tech che
avevano cercato di assassinare la ragazza.
— Avete localizzato questa Susan Quint? — lo interruppe
Nick.
— Non ancora. Ma ho messo al lavoro gli Alexander e
tutti i clan nostri alleati.
— Il raid al terminal di Yamaguchi — domandò Gillian —
è avvenuto tre giorni fa?
— Sì.
— Vorrei andare a Honshu, allora... vedere il posto che
quei due hanno scelto per agire.
— Ma prima — aggiunse Nick — ci servono tutti i dati
che lei può pescare su questa faccenda.
Il Leone annuì. Infine passò al punto-chiave, la recente
visita di Inez Hernandez e di Adam Lu Sang, e illustrò i
sospetti del giovane programmatore sulla presenza di un
programma-bracconiere negli archivi E-Tech. Quando infine
tacque, il volto scanzonato di Nick era contratto in
un'espressione preoccupata.
— Se nei sistemi della E-Tech c'è un vero bracconiere, e
se si sta scavando la tana da più di vent'anni... — L'ometto
scosse il capo. — È una brutta notizia. Un bracconiere
svuota l'interno di un programma come un bambino
vuoterebbe un sacchetto di Cheeryo's.
Al Leone quell'analogia non era familiare.
— È un onore che questo signor Lu Sang abbia tanta fede
nelle mie capacità — disse Nick. — Ma un bracconiere...
diavolo, non so.
— Ma può fare un tentativo? — chiese il Leone.
— Naturale. Sono cinquant'anni e passa che non mi
sgranchisco le dita con una buona partita.
— Nessuno deve sapere che siete usciti dalla stasi —
ripeté il Leone.
— Questo è giusto — annuì Nick. — Ma lei sa fino a che
punto la nostra presenza potrà restare un segreto? Si ricorda
di ciò che successe cinquantasei anni fa?
— Ricordo, certo. Tutto ciò che posso dire è che non ho
motivi di dubitare della sincerità di Lu Sang. In quanto a
Inez Hernandez, rispondo della sua parola come se fosse la
mia.
— Bene. Gillian, che ne pensi?
Gillian si volse al Leone. — La mia falce Cohe... l'avevo
con me, nella capsula. Ma quando mi sono svegliato non
c'era.
— La custodiscono i miei tecnici — disse lui. Esitò. — È
a tua disposizione appena la vorrai, ovviamente. Ma non
dimenticare che le leggi contro il possesso di certe armi sono
ancora in vigore.
Nick finì di mangiare una pasta alla crema e si versò da
bere. — Sono venute fuori altre falci Cohe mentre
dormivamo?
— No... ci sono solo la vostra e le due che aveva Reemul.
Penso che queste ultime siano chiuse in un magazzino E-
Tech.
Reemul, il vassallo-killer. Nel sentirlo nominare una
strana emozione sfiorò Gillian. Altri ricordi. Il piacere della
caccia.
Abbiamo scovato molti uccisori Paratwa, Nick e io. Due
secoli e mezzo fa, nei folli giorni che precedevano
l'Apocalisse, ne abbiamo tolti di mezzo un bel po'. E
cinquantasei anni or sono, quello che un tempo era stato il
più elusivo e micidiale... Reemul.
Come se tutto fosse accaduto il giorno prima.
Ma adesso c'era una differenza.
Oggi so chi sono. So che posso essere intero. Lo sentiva
nelle profondità del suo corpo: l'eco di altri pensieri, lo
schema di un'altra coscienza oltre la soglia della
consapevolezza e in attesa della giusta successione di eventi.
La leva che poteva spingere di nuovo Empedocle alla
superficie e riportarlo in vita.
La leva era un catalizzatore psichico: lo scambio dialettico
fra le due coscienze, che rendeva unici gli Ash Ock. E ancor
più unico Gillian, la cui gemellare, Catharine, era morta da
due secoli.
Il catalizzatore. Una cosa simultaneamente desiderata e
temuta. Desiderata perché poteva trasformarlo in un essere
intero che lui, come Gillian, non poteva conoscere davvero.
Temuta perché... questo non riusciva a capirlo del tutto.
Il Leone allargò le braccia. — La mia gente è a tua
disposizione. Potrai chiamare gli Alexander per avere
assistenza tecnica, per la sicurezza e l'organizzazione dei tuoi
spostamenti in qualsiasi Colonia... tutto quello che vi servirà.
Tutto quello che ci servirà, pensò Gillian distrattamente.
Nick si alzò dal divano. Sulla sua bocca c'era un sorriso
dolce. — Quello che ci serve, amico, è una fortuna dannata.
8

Susan Quint appoggiò le mani sul piano di legno


fonosensibile del bar. La musica cominciò a pulsare dentro
di lei.
Sul palco ovale, al centro del cabaret seminterrato, i
Gemellari Elvis — l'attrazione principale della serata —
stavano agitando convulsamente le natiche a ritmo coi
suonatori delrin seduti su un divano di seta metallizzata,
sulla sinistra. Abbigliati con tute sporche di grasso e caschi
da operaio, i delrin percuotevano brutalmente le corde
luminose dei loro strumenti a forma di chitarra, producendo
la tempesta di note che faceva vibrare tutte le superfici di
legno fonosensibile del cabaret.
Susan lasciò che la musica pulsasse dentro di lei, avida
solo di non pensare a niente. Ma la realtà della sua situazione
rifiutava di concederle una pausa.
Cosa posso fare? Dove posso andare?
I Gemellari Elvis danzavano vigorosamente in tandem:
due giovani corpi pelosi lucidi di sudore, la pelle tatuata a
losanghe azzurre e rosa. Quasi tutti gli avventori — giovani
dei due sessi, per lo più impiegati nel vicino quartiere degli
affari — sedevano ai cinque bar semoventi a forma di ferro
di cavallo. Mani premute sulle superfici vibranti, spalle
scosse dai profondi echi di basso che il legno scaricava nei
loro muscoli, bicchieri poggiati sugli ammortizzatori senza i
quali le bevande sarebbero schizzate fuori fino all'ultima
goccia.
Il cabaret era pieno; una clientela insolita per un martedì
sera. Coppie eleganti danzavano a passi lenti sui giochi di
luce della pista, fra i bar a motore. Ogni bar era montato su
sfere di plastica e si spostava senza meta nel locale spazioso,
influenzato da stimoli elettronici emessi a caso dal
pavimento.
Susan fece uno sforzo per concentrarsi sul balletto, una
coreografia pseudo-Paratwa recitata dai sincronismi dei
Gemellari Elvis. Aveva visto di meglio. Benché le riviste di
attualità irryane attribuissero 9 Stelle a quel Cabaret, i due
ballerini difettavano della dote più importante in quel genere
di danza. Ballavano bene, con scattante flessuosità e una
certa classe nelle variazioni, ma non riuscivano a dare
l'impressione d'essere collegati telepaticamente. Susan li
giudicò inferiori alle coppie che si esibivano solo nei locali a
10 Stelle, mimando quel ritrovarsi dei corpi alla cieca che la
gente associava ai movimenti di un Paratwa autentico. I
Gemellari Elvis non recitavano con la necessaria intensità.
Niente di simile ai due che avevano seminato l'orrore nel
terminal di Yamaguchi.
Cosa posso fare? Dove posso andare?
Le note fonostatiche continuavano a ripercuotersi nelle sue
viscere come se dentro di lei vi fossero decine di mani che le
massaggiavano ogni muscolo. «Carezza dello spirito» diceva
l'insegna fuori del cabaret, «il flusso che placa l'anima». E il
ritmo era buono, forse la stava placando davvero. Pensò alla
possibilità di avvicinare uno dei maschi disponibili; il sesso
sarebbe stato ancora meglio.
Ma placare le sue preoccupazioni non le avrebbe risolte.
E se i giornalisti dell'olovisione avessero visto giusto? E se
quei due pazzi assassini fossero davvero un Paratwa?
Tutte le fonti ufficiali — specialmente la E-Tech e i
Sorveglianti — continuavano a negare quell'ipotesi. Susan
non ne era altrettanto certa. Ciò che aveva visto a Honshu
erano state azioni fulminee e ferocia spaventosa. Peggio
ancora, quella faccenda aveva sbalestrato l'accurata struttura
della sua vita sociale. Ormai non metteva piede in casa e in
ufficio da lunedì mattina, quando era scappata dall'ospedale.
Adesso era martedì sera e lei stava perdendo tempo lì, in un
cabaret a sole 9 Stelle alla periferia del quartiere degli affari
Epsilon Nord. E sabato aveva un appuntamento con un
giovane direttore del Servizio Navette Clark, per un balletto
in caduta libera. Non vedeva come avrebbe potuto mantenere
quell'impegno.
Ma era semplicemente impensabile accampare una scusa
per evitarlo. Le ripercussioni avrebbero devastato la sua vita
sociale.
Cosa posso fare?
Un Paratwa vero. La sua mente tornò su quell'ipotesi. Non
era escluso che i giornalisti avessero ragione. Forse s'era
trovata davvero faccia a faccia con un gemellare.
Era tutto così confuso. E quei due giorni non le avevano
fornito alcuna risposta. Dalla sera di domenica, quando i due
agenti E-Tech erano venuti a cercarla, la sua vita s'era
trasformata in un caos di eventi non programmati. Ricordava
d'essere corsa fuori dal palazzo con addosso soltanto una
vestaglia arancione e le pantofole, ignorando gli sguardi
stupiti della gente e pensando solo a fuggire, a mettere tutta
la distanza possibile fra lei e quei due orribili individui.
Un taxi aveva inchiodato accanto a lei. Poi dieci minuti di
viaggio sull'espresso ad alta velocità del Settore Alfa. Una
corsa verso la salvezza, verso una delle poche persone su cui
lei aveva potuto contare in quegli anni.
E zia Inez non ha voluto credermi.
Era stata molto comprensiva, e l'aveva fatta ricoverare in
clinica. Per un trattamento psichiatrico.
Perché non mi hai creduto? Perché non hai fiducia in me?
Lei non se l'era sentita di farsi convincere da uno
psicotecnico che la sua era stata un'impressione paranoica.
Alla prima occasione aveva abbandonato l'ospedale.
Il fondato timore che il suo appartamento fosse stato
messo sotto sorveglianza dalla E-Tech le aveva impedito di
tornarci. Era invece andata al più vicino terminale della ICN
e aveva trasformato il suo conto corrente in cartotessere.
Poche ore dopo, un altro terribile choc. Mentre si provava
qualcosa di decente in una delle migliori boutique del centro,
aveva sentito una cliente parlare dei due E-Tech trovati morti
in un parcheggio pubblico. Donnelly e Tace, gli stessi che
avevano cercato di assassinarla.
Lunedì sera... altri eventi confusi... un'agitata notte di
sonno in un albergo a 3 sole Stelle, dopo aver pagato in
cartotessere e dato un nome falso. Dodici ore di sonno
pesante che non l'avevano affatto ristorata. Quel mattino,
quando gli specchi avevano riempito Irrya di sole, s'era
svegliata con le stesse preoccupazioni del giorno prima.
Dormirci sopra non era servito a niente.
Ed era stato soltanto allora che s'era ricordata
dell'appuntamento di lunedì sera col programmatore della
ICN.
Be', se non altro questa non era un'apocalisse. Il
programmatore della ICN non era sul suo stesso piano
sociale; lei aveva accettato l'invito per ringraziarlo di un
favore di lavoro. Quando le cose fossero tornate normali
avrebbe dovuto fare qualche telefonata, scusarsi con
qualcuno. Nulla di grave, dopotutto.
Ma l'impegno di sabato col dirigente della Clark? Questo
era assai più preoccupante.
Non poteva azzardarsi a uscire con lui. La Sicurezza della
E-Tech aveva senza dubbio tirato fuori dal suo computer
nomi e indirizzi, e forse stava già sorvegliando tutti gli amici
con cui lei avrebbe potuto prendere contatto. Susan non
riusciva a vedere un solo modo possibile di mantenere
quell'appuntamento.
Eppure non poteva permettersi di ignorarlo. L'etica sociale
irryana prescriveva certi princìpi; conveniva sempre essere
molto puntuali quando si usciva con qualcuno che avesse
una posizione più elevata della propria. Le scuse, con rare
eccezioni, erano guardate con sospetto. Una grave malattia,
magari, o un lutto in famiglia. Ma se il motivo era reale, se
ne dovevano esibire le prove.
Così stavano le cose.
Mancare a un appuntamento per un motivo dubbio o falso
aveva immediate ripercussioni sull'ambiente sociale. E una
volta scesi di un gradino o due era difficile risalire.
Molto difficile.
I Gemellari Elvis s'immobilizzarono a metà di un passo
quando il quartetto di suonatori delrin passò alla nota di
chiusura: un quartetto di strida fonostatiche che partirono da
un'estremità delle corde luminose per finire all'altra. La
superficie del bar smise di vibrare. I clienti, in ogni parte del
locale, alzarono le mani sopra la testa e applaudirono
selvaggiamente. Susan tenne le sue premute sul piano di
legno.
Cosa posso fare?
— Costello e Presley... i Gemellari Elvis! — esclamò il
conduttore salendo sul palco. Indossava un completo color
smeraldo e un sorriso ancor più abbagliante. — Salutiamo
questi due artisti con un altro grosso applauso!
I clienti applaudirono e gridarono.
— E ora, signore e signori, il Cabaret Luge è orgoglioso di
poter presentare, reduce dal suo eccezionale spettacolo di
caduta libera nel centrocielo di Colonia Praga, uno
straordinario personaggio che vi farà fremere di vera genuina
emozione...
«Condor il Grande!
Ci fu un breve rullo di tamburi. Poi un uomo avvolto in un
enorme piumaggio ocra e nero, con due ali meccaniche che
si agitavano energicamente, balzò giù da un trespolo tre
metri più in alto. Cadde in piena accelerazione
gravitazionale, senza che le ali smorzassero minimamente la
sua velocità, e si abbatté sul palcoscenico con un tonfo
pesante. Dal suo corpo si staccarono piume svolazzanti.
II pubblico rise forte. L'uomo-uccello giacque immobile là
dov'era piombato.
Il conduttore lo guardò e scosse tristemente il capo. — Be',
gente... credo che prima di assumere Condor il Grande
avremmo dovuto spiegargli che questo non è uno spettacolo
di caduta libera.
Il pubblico esplose: risa selvagge furono subito seguite da
un caloroso applauso spontaneo. I clienti accanto a Susan si
alzarono e diedero un rumoroso contributo a quell'ilarità.
L'uomo-uccello si tirò in piedi, ripiegò davanti al petto
un'ala spezzata e si esibì in un inchino sofferente. Le sue
gambe, nude e ridicolmente pelose, lo portarono barcollando
a destra e a sinistra fuori dal palcoscenico, e gli applausi
continuarono anche dopo la sua uscita.
Una ragazza a destra di Susan si volse a guardarla con un
sogghigno eccitato. — Un vero razzo a 10-G! Demoniaco,
non trovi?
Il conduttore ridacchiò. — Gente, dallo sguardo di alcune
signore ho idea che Condor il Grande potrebbe vedersi
assunto per un numero da eseguirsi... in notturna. In quanto a
me, non mi piacciono i materassi di piume!
Un altro rullo di tamburi fu seguito da un altro applauso.
Poi i suonatori delrin tornarono in vita con una raffica di
note basse. Sul palco entrarono tre agili ballerine. Il legno
fonosensibile riprese a vibrare. La pista fu invasa dalle
coppie.
Susan era rimasta immobile. Il brevissimo numero
dell'uomo-uccello non l'aveva affatto divertita. Qualche
giorno addietro avrebbe riso istericamente come tutti gli
altri.
Staccò le mani dalla superficie del bar. Stavano tremando.
Devo andarmene da qui. Devo fare qualcosa.
Ma cosa?
Aveva bisogno di parlare con qualcuno di quella faccenda.
Non con funzionari E-Tech, ovviamente. Il tradimento di zia
Inez metteva fuori discussione anche la possibilità di
confidarsi con qualche collega de La Gloria de la Ciencia. E
non aveva amiche... almeno, non amiche che avrebbero
accettato di vedersi coinvolte in una situazione così
pericolosa.
Questo era deprimente.
E va bene, Susan, cercò di farsi forza, è inutile che tu stia
a piangere su te stessa.
Anni addietro, quando i suoi genitori erano morti, aveva
conosciuto qualche persona con cui poteva aprirsi. C'erano
stati i consiglieri comportamentali della sua adolescenza, due
o tre dei quali avevano una sollecitudine materna. Ma con i
terapisti il problema era che bisognava prendere
appuntamento e attenersi a un orario anche per le confidenze
più intime.
No.
Ricordava anche alcuni insegnanti sinceramente interessati
al suo avvenire, negli anni di scuola. Ma era trascorso molto
tempo e lei non aveva tenuto i contatti con nessuno di loro.
E la Chiesa Riformata della Fede?
C'era stato un periodo in cui la Chiesa sarebbe potuta
essere il primo bersaglio di ogni sua imprecazione, nei
momenti di sofferenza. La religione era in parte responsabile
del più grosso trauma della sua vita. Invece, e soprattutto
perché i membri della Chiesa le erano stati molto vicini nelle
terribili settimane dopo la tragedia, Susan non li aveva mai
incolpati di nulla. In particolare ricordava un giovane prete.
Frugò nella sua memoria in cerca del nome. Lester...
Lester Meus-qualcosa. Nei giorni successivi al suicidio dei
suoi genitori quel prete l'aveva confortata con molta
premura...
Lester Mon Dama.
Non lo vedeva da più di dieci anni, a dire il vero. Ma era
un prete della Chiesa, e i genitori di Susan usavano dire che
la Chiesa era sempre lì per quando qualcuno ne aveva
bisogno.
Sempre, ogni volta che ne avrai bisogno.
Quelle parole rassicuranti le riportarono ricordi d'infanzia,
l'eco dei giorni vissuti coi suoi genitori. Erano ricordi buoni
e dolci, ma ormai sepolti sotto strati e strati di dolore. Si
morse le labbra, lottando per ricacciare indietro le lacrime.
No, dannazione!
Anni prima, quando tutto sembrava oscuro e inutile, uno
dei suoi consiglieri comportamentali le aveva consigliato di
elencare le cose positive della sua vita, per vedere nella
giusta prospettiva quelle negative. Era più razionale che
mettersi a piangere.
Numero uno: non ho mancato all'appuntamento di sabato.
Non ancora. C'è tutto il tempo di rimediare una soluzione.
Numero due: sono sempre viva. Normalmente questo non
sarebbe stato da elencarsi. Ma i due recenti episodi dai quali
era uscita con le sue gambe la autorizzavano a farlo.
Si accorse di sorridere.
E il mio nome non è stato fatto in nessuna dichiarazione
ufficiale della E-Tech. Numero tre: questo.
Il suo sorriso si smorzò di colpo. Non ci aveva ancora
pensato, ma in realtà il fatto che la E-Tech non la stesse
cercando per interrogarla era un po' strano. Lei aveva
supposto che Donnelly e Tace operassero dietro precise
istruzioni di qualche funzionario della Sicurezza E-Tech. Ma
forse non era così. Forse quella notte, nel suo appartamento,
i due avevano ricevuto gli ordini di qualcun altro... qualcuno
che la voleva morta.
Spadaccino... il killer del terminal di Yamaguchi. L'uomo
che aveva dato cenno di riconoscerla. Questa era, quasi
sicuramente, la sola risposta possibile. Dal momento del
massacro lei aveva cercato di convincersi che non poteva
conoscere un mostro simile.
Ma l'ho conosciuto. Quella doveva essere la spiegazione.
O aveva conosciuto lui, oppure il suo gemellare, se si
trattava di un Paratwa. In ogni modo il killer era una persona
che viveva nella loro società, e che lei avrebbe potuto
identificare.
I due assassini avevano gridato d'essere dell'Ordine della
Sferza, e quell'organizzazione di fanatici poteva contare su
molti amici influenti. Gente abbastanza potente da
corrompere due agenti della Sicurezza E-Tech?
Scosse il capo. Seduta lì in quell'affollato cabaret ogni
ipotesi le sembrava irreale. E tuttavia Donnelly e Tace
avevano cercato di ammazzarla.
Zia Inez avrebbe dovuto credermi, sospirò dentro di sé.
Ma se si guardava allo specchio capiva perché la donna non
aveva accettato alla lettera la sua storia. E lei s'era lasciata
andare a un attacco isterico appena entrata in casa sua.
Fu scossa da un brivido. Per la prima volta accettò
consapevolmente quello che già conosceva per vero. I
terroristi hanno ordinato a Donnelly e a Tace di tapparmi la
bocca. E quando i due E-Tech hanno fallito in quella
missione i terroristi hanno ammazzato loro, per prevenire
che qualcuno indagasse e scoprisse che erano stati
comprati.
Ma il peggio era che i terroristi dovevano esser convinti
che lei poteva identificarli. Cercheranno di ammazzarmi
ancora, finché non ci riusciranno.
Una mano le toccò una spalla. La giovane donna girò su se
stessa con uno scatto fulmineo, allargando un braccio.
II suo gomito destro colpì l'uomo al plesso solare. Lui
vacillò indietro con un rantolo e finì addosso a una delle
cameriere del locale. Il vassoio pieno di bicchieri si rovesciò
al suolo.
Dai clienti intorno a quel bar si levò un coro di risa.
— Ehi, magari quello voleva solo ballare con te —
commentò la ragazza alla sua destra, con un sogghigno.
Susan guardò le facce che la circondavano, il loro divertito
disprezzo, e seppe che l'avevano catalogata nel genere di
donne da cui ci si poteva aspettare quella reazione: le
prostitute, le drogate e le piratesse. La feccia delle Colonie.
Io non sono una di quelle! avrebbe voluto gridare. Ma non
riuscì ad aprir bocca.
Continueranno a provarci, finché non mi avranno
ammazzata. Balzò giù dallo sgabello e senza guardarsi
attorno uscì subito dal cabaret.
9

C'è qualcosa che non va.


Gillian continuò a camminare avanti e indietro
nell'affollato terminal di Yamaguchi, ignorando le prostitute
e i venditori ambulanti. La sua concentrazione era tesa nello
sforzo di sovrapporre il posto in cui si trovava fisicamente e
le vivide immagini registrate lì quattro giorni addietro, per
ordinare in uno schema il flusso di eventi che s'erano
conclusi con la sanguinosa morte di centoquattordici
persone.
Da oltre un'ora si stava aggirando in quell'atrio, integrando
uno per uno i parametri di quel vasto spazio con la
registrazione video del carnaio, ripresa da un giornalista che
era riuscito ad arrivare sul posto pochi minuti dopo il
massacro. Nick aveva usato quelle immagini di sangue e di
corpi straziati, combinandole coi dati dei passeggeri in
transito avuti da La Gloria de la Ciencia grazie a Inez
Hernandez, per tentare una ricostruzione computerizzata
dell'accaduto.
L'ometto aveva studiato centinaia di omicidi e di raid
eseguiti da sicari Paratwa, e sapeva come tradurre la scena di
un'uccisione in freddi dati, elenchi di ipotesi, grafici, mappe
e sequenze di movimenti. Simili ricostruzioni erano
abbastanza affidabili nel caso di attacchi di una certa portata
come quello che avevano di fronte, dove il semplice numero
delle vittime forniva dati statistici non facilmente rilevabili
dallo studio di attentati su scala minore. Non di rado, in
passato, le estrapolazioni di Nick erano state l'unico metodo
per identificare il ceppo genetico dei Paratwa entrati in
azione. Sulla Terra di un quarto di millennio prima le
sofisticate tecniche del piccolo programmatore, abbinate alla
conoscenza che Gillian aveva delle tecniche e del
comportamento dei gemellari interallacciati, li avevano
portati spesso fino alla preda.
Montato sulla lente sinistra degli occhiali da sole di
Gillian c'era un microproiettore computerizzato, con un
campo di deflessione che consentiva all'occhio di
focalizzarsi a breve raggio. Alzò una mano a sfiorare un
pulsante e osservò un'altra delle mappe di Nick sull'interno
della lente. Questa mostrava l'interno del terminal in una
griglia di linee nere, sovrapposta alla quale c'erano 149
forme colorate. Ognuna di esse rappresentava il punto in cui
uno dei morti o dei feriti era caduto al suolo. Ognuna
culminava con una freccia che indicava la possibile direzione
in cui si stava muovendo la vittima al momento in cui era
stata colpita.
Le vittime di uno dei killer — quello con le lame-flash,
che i giornalisti avevano chiamato Spadaccino — erano
raffigurate con colori caldi: variazioni di rosso, giallo e
arancione, ciascuna con una cifra indicante il momento
specifico in cui quella persona aveva conosciuto il proprio
destino. Le forme più numerose, dai freddi toni verdi, azzurri
e viola, erano le prede di Pistolero: uomini, donne e bambini
le cui carni erano esplose sotto le raffiche di un'arma
prodotta da una tecnologia ignota, un mitra a raggi.
Usando le mappe di Nick e tenendo a mente il filmato
originale, Gillian poteva ricostruire ogni fase dell'attacco al
terminal di Yamaguchi. Ma già prima che la sua navetta
attraccasse allo scalo di Honshu, quel mattino, era
abbastanza certo che il massacro non fosse opera di un
Paratwa. Gli schemi non combaciavano, il metodo era
diverso da quello che avrebbero messo in opera due
gemellari.
Quei killer avevano cominciato a uccidere sui due lati più
lontani dell'atrio. I resoconti ufficiali E-Tech confermavano
che all'ora di punta il terminal era, come in quel momento,
gremito di viaggiatori. Dunque all'inizio del carnaio nessuno
dei due poteva vedere l'altro, e se fossero stati Paratwa quel
solo fatto avrebbe azzerato il loro principale vantaggio
tattico: la possibilità di osservare la stessa scena da due
diversi punti di vista. Praticamente tutti i Paratwa, quale che
fosse il loro ceppo genetico, quando le possibili fonti di
reazione armata erano molte si accertavano che i gemellari
potessero coprirsi a vicenda.
C'erano anche eccezioni a questo comportamento. I
prodotti dei laboratori genetici più avanzati, come i Rabbit
della Voshkof Fusione & Laser, addestrati dal KGB, e i
nordamericani Jeek Elemental, tendevano ad assumersi
qualche rischio. Paratwa di quel ceppo genetico erano
disposti a lasciare separati i gemellari per brevi periodi. Ma
anche un Jeek imprevedibile come Reemul avrebbe fatto di
tutto per avvicinare i gemellari il più possibile, se non c'era
nessuna ragione precisa che richiedesse il contrario.
In quel terminal i due killer erano rimasti ai due capi
opposti del flusso di viaggiatori. Un Paratwa non avrebbe
attaccato così.
Gillian era giunto a quella conclusione pochi minuti dopo
il suo ingresso nel terminal. E a un'ora di distanza stava
ancora andando avanti e indietro con lo stesso dubbio nella
mente.
Qui c'è qualcosa che non torna.
Non riusciva a capire cosa. Era una sensazione abbastanza
chiara, ma rifiutava di assumere contorni più nitidi. Per la
centesima volta Gillian ripassò mentalmente la sequenza di
eventi che riteneva più affidabile.
I due killer si appostano alla rampa 6 e al cancello d'uscita
2, rivolti verso il centro dell'atrio. Spadaccino comincia a
usare le lame-flash contro la fila in attesa al primo
distributore di biglietti. Circa sei-otto secondi più tardi
Pistolero apre il fuoco col mitra sui viaggiatori in uscita.
Quindi si muovono a passi lenti uno verso l'altro, sulla
diagonale dell'atrio.
A metà del massacro i due si fermano e lanciano il loro
fanatico comunicato contro il ritorno dei Paratwa. «Lunga
vita all'Ordine della Sferza!» gridano, uno dopo l'altro. La
folla, che si era divisa in due, si fraziona in decine di
gruppetti in preda al panico che lottano per raggiungere le
uscite.
II massacro finisce coi due killer abbastanza vicini da
potersi vedere senza problemi. A questo punto cambiano
direzione scegliendo due percorsi a novanta gradi:
Spadaccino verso una delle uscite ovest, Pistolero verso la
rampa più meridionale. Nascondono le loro armi, penetrano
in mezzo alla folla e si lasciano trascinare fuori dal terminal
insieme a centinaia di persone terrorizzate.
Gillian scosse il capo. Il modus operandi faceva pensare a
due terroristi in contatto via radio. Non a un Paratwa.
Eppure...
C'è qualcosa che non va.
Smise di camminare e chiuse gli occhi per allontanare il
caos di rumori e immagini del terminal, costringendo la
mente a diventare uno schermo vuoto.
Altre immagini e altri rumori cercarono di sovrapporsi alle
mappe computerizzate e alla registrazione video, per unirsi
in una scena armonica capace di solidificarsi dentro di lui.
Ma quell'espediente non funzionò. Quando riaprì gli occhi
e tentò di integrare l'astrazione con la realtà sentì che la
ricostruzione dei fatti avvenuti quattro giorni prima era
troppo fredda perché il suo subconscio la assimilasse
davvero. Aveva bisogno di un posto dove la cosa fosse
appena accaduta, dove le vittime giacessero ancora nel loro
sangue, dove l'atmosfera di violenza penetrasse fin nel
profondo della sua mente, dove quel maelstrom d'intuizioni
che era il suo subconscio di Ash Ock poteva riesumare la
scena.
Avrebbe dovuto aspettare che i terroristi colpissero ancora.
Lì non c'era altro che potesse apprendere. Si guardò
attorno, con l'idea di prendere subito un ascensore e tornare
ai moli delle navette, situati più in basso. Ma d'improvviso
un alone di luce dorata brillò alla sua destra, e in quella luce
Gillian vide il volto ovale di una giovane donna.
Catharine.
Per un istante l'immagine del suo gemellare uscì dall'alone
in cui era apparsa. Catharine si solidificò nella bella creatura
che era stata un tempo, i lunghi capelli castani aperti sulle
spalle, gli occhi azzurri fissi nei suoi.
Catharine. Gillian si mosse verso di lei, conscio che non
era reale, conscio che quell'immagine esisteva solo nella sua
mente. Ma nella sua mente era più che un'allucinazione, era
un'entità viva: Catharine e Gillian non erano mai stati due
persone diverse, ma un solo individuo, una doppia creatura
che poteva interallacciarsi e diventare Empedocle, il
Paratwa, l'Ash Ock.
Fece qualche passo avanti. Lei parve spostarsi a sinistra,
togliendosi dalla sua strada. Cambiò direzione per tenerla
davanti a sé, ma lei si mosse a destra. Gillian si costrinse a
fermarsi.
Non posso toccarla. Non è concreta. È un fantasma che
prende forma nei miei pensieri, è un prodotto di Empedocle.
Ma la nostalgia di lei era un bisogno irrefrenabile.
Catharine mosse le labbra. Stava cercando di dirgli
qualcosa. Non c'era suono, non c'era una voce che
strutturasse parole nella testa di Gillian, ma lui fu certo che
stava cercando di comunicare.
Scosse il capo, confuso. Lei non poteva parlare. Non era
reale. Era un'astrazione, un flusso elettrochimico nel suo
cervello.
Il volto di Catharine si accigliò, l'espressione si fece più
intensa. Sembrava desiderare disperatamente che Gillian
capisse ciò che lei stava dicendo.
D'istinto lui fece un passo, cercando di decifrare le parole
dai movimenti delle sue labbra. Qualcosa di pesante lo urtò
in pieno.
— Guardi dove mette i piedi! — sbottò un uomo alto dai
capelli neri.
Catharine scomparve, avviluppata dai petali di un fiore
dorato che si chiudeva.
— Stia attento, no? — brontolò ancora l'uomo, ma con
meno ostilità nella voce. Lo stava guardando in faccia come
se qualcosa in lui avesse smorzato la sua indignazione.
— Mi scusi — mormorò Gillian. Si volse e scrutò fra la
gente in cerca di Catharine. Ma lei se n'era andata. Non
riuscì a reprimere un sospiro di delusione.
Non era reale, ricordò ancora a se stesso.
D'un tratto la mano destra riprese a fargli male. Mentre
guardava il bendaggio, il pensiero di Catharine si ritirò nel
caos subconscio da cui era emerso. La sera prima l'ustione
gli era stata curata da una squadra medica degli Alexander, e
subito dopo s'era accorto che guariva a una velocità
sorprendente. Quel mezzo secolo aveva almeno portato
progressi concreti nella medicina. Presto sarebbe stato di
nuovo in grado di impugnare un'arma senza problemi. Presto
sarebbe stato pronto per maneggiare la sua falce Cohe.
E i dottori gli avevano dato anche un'altra faccia: un po'
più di carne sulle guance, un naso meno aquilino, una piega
obliqua per gli occhi, e iridi grigio ferro.
Si chiese cos'avrebbe pensato Catharine del suo nuovo
aspetto.
Scosse il capo e si avviò verso gli ascensori. C'era tempo
di bere qualcosa, prima che dal molo 16-A partisse la navetta
che doveva riportarlo a Irrya.
Mentre si spostava per lasciar passare una donna con due
bambini, le loro voci allegre gli diedero un'inattesa
rivelazione. Non importa se il massacro di Yamaguchi è
stato fatto da due esseri umani o da un Paratwa. Comunque
fosse, c'era un pericolo mortale che minacciava la gente delle
Colonie.
C'è qualcuno a cui dare la caccia.
La caccia all'uomo poteva dare un'eccitazione come
accadeva in poche altre attività. Ma Gillian sapeva anche che
nel suo desiderio di mettersi in azione c'era un significato più
profondo.
L'intensità del combattimento, faccia a faccia con la morte,
poteva essere il catalizzatore: l'impulso che l'avrebbe
costretto a cercare ciò che viveva della sua altra metà,
Catharine, per interallacciarsi con lei e diventare Empedocle.
La caccia può fare di me un intero.
E tuttavia, come già la volta precedente, il pensiero di
svegliare Empedocle lo riempiva di dubbi. Essere un intero
era una cosa desiderabile, ma anche una cosa di cui aver
paura.
10

Il Leone entrò nella stanza e inarcò un sopracciglio alla


vista dei computer installati nelle prime ore del mattino dai
tecnici Costeau, sotto la direzione di Nick e Adam Lu Sang.
Fino al giorno addietro quella era stata una camera per gli
ospiti, nella tenuta irryana circondata dai pini; adesso il letto
e i mobili erano in cortile, e fra le sofisticate attrezzature che
avevano preso il loro posto c'era appena lo spazio per
muoversi.
Spostò una sedia nell'angolo accanto a quella di Nick e
dopo una contorsione riuscì a sedersi. — Mi spiace di non
avervi potuto offrire una stanza più grande.
L'ometto scrollò le spalle. — Non si preoccupi, Jerem.
Anzi, questo posto mi ricorda il retrobottega dove mia madre
dovette trasferirsi, quando avevo otto anni. Fu là che decisi
di smettere di crescere.
Il Leone sorrise. — È tutto a posto, ora?
— Quasi. Adam è andato a fare altro shopping con un paio
dei vostri tecnici. Mi è parso sorpreso quando gli hanno detto
che alcune cosette si potevano trovare senza problemi.
— Il libero commercio intercoloniale ha anche i suoi
aspetti meno conosciuti.
Nick ridacchiò. — È così che chiamate il buon vecchio
mercato nero, di questi tempi?
Il Leone annuì vagamente e indicò la griglia
tridimensionale che ruotava sullo schermo davanti al piccolo
programmatore. — Questo cos'è?
— Un grafico della crescita tecnologica, con proiezioni
temporali in rapporto agli investimenti finanziari. Mi sta
dicendo che sebbene le Colonie abbiano incrementato certe
aree della tecnologia, in specie quelle collegate alle armi, in
termini di investimenti la vostra società ha un basso indice di
ritorno dei capitali. Avete finanziato un certo sviluppo delle
scienze «perdute» tolte di peso dagli archivi, e anche qualche
progetto di ricerca nuovo. Ma nel complesso non sapete
spendere bene il vostro denaro.
Il Leone annuì. — Ci sono delle buone ragioni per questo.
La E-Tech fornisce dati d'archivio sugli armamenti, ma per
controbilanciare la sua generosità limita il ritmo di ritorno
delle informazioni di altro genere. Inoltre ha un forte potere
di veto su molti campi della ricerca, e ne fa uso. Ricerca e
sviluppo sono ancora parole che la E-Tech pronuncia a denti
stretti.
— Rome Franco ha fatto bene il suo lavoro — disse
l'ometto. — Anche di fronte a un'emergenza che avrebbe
provocato un forte bisogno di tecnologia, è riuscito a
rafforzare il potere della E-Tech sul ritmo di crescita...
«Però, in certi campi mi sarei aspettato di trovare le
Colonie molto più avanti. Soprattutto nei progetti di
ricostruzione dell'ecosfera, che ormai avrebbero dovuto
rendere abitabili alcune larghe zone della Terra.
Il Leone si strinse nelle spalle. — In questi decenni i
Consiglieri di Irrya, e molti senatori, hanno deciso che non
c'è senso a investire nei progetti di rivitalizzazione della
Terra finché la minaccia degli Ash Ock non sarà eliminata
una volta per tutte.
— Suppongo che ci sia del vero in questo. Ma ho notato
altre cose nella vostra società, esaminando selettivamente
altri parametri. Nelle Colonie la criminalità è andata
aumentando, la corruzione politica anche, e la percentuale
delle entrate che la gente spende nei divertimenti e nel tempo
libero ha fatto un balzo all'insù. — Sospirò, pensosamente.
— Questo particolare mi ricorda i tempi pre-Apocalisse.
Il Leone si accigliò. — Non viviamo in un'epoca
tranquilla.
— Come sempre, del resto — mormorò Nick.
— Pensavo che lei stesse già lavorando sul bracconiere.
— È così. Ma prima voglio avere un'immagine indicativa
della vostra società, una prospettiva delle cose e di dove
stanno andando. Devo vedere le Colonie come le vede il
bracconiere stesso, per sapere su che direttrici lavora questo
dannato programma e dove vuole andare a colpire.
— Credevo che il suo scopo fosse abbastanza chiaro. Sta
cercando di spazzar via i dati dagli archivi, concentrandosi
soprattutto sui vecchi programmi che contengono
informazioni scientifiche.
— Forse. E forse no. Un bracconiere viene spesso
impiegato per cercare e distruggere solo dati specifici. Ma
colpisce anche programmi d'altro genere per non far capire
quali sono i suoi veri bersagli. Questo rende difficile stabilire
le intenzioni di chi lo ha inserito nel sistema, e quindi la sua
possibile identità.
Il Leone annuì. — È possibile che sia stato messo negli
archivi centinaia d'anni fa da un programmatore pre-
Apocalisse, e che per qualche motivo sia entrato in funzione
nella nostra epoca?
— Con un timer collegato alla data? — Nick scosse il
capo. — È tecnicamente elementare, ma ne dubito. Prima
che gli archivi fossero trasferiti sulle Colonie vennero
accuratamente detossificati, e un bracconiere «dormiente» è
identificabile da un antivirus. Ma non ne trovammo traccia.
«Il fatto che questo programma sia negli archivi oggi
suggerisce due scenari possibili. Primo: vi è stato inserito
con intenti distruttivi non specifici. Ad esempio un
programmatore offeso o mal pagato di venti o venticinque
anni fa, che avesse trovato questo bracconiere o fosse
riuscito a crearne uno suo, potrebbe averlo usato per
vendicarsi. C'è anche il caso che sia un bracconiere della
stessa E-Tech, tenuto da parte per usarlo contro qualcun altro
e poi, per vari motivi, entrato in azione senza controllo.
«Il secondo scenario, ovviamente, si basa sull'ipotesi che
la presenza del bracconiere abbia un significato preciso, e
che una persona o un'organizzazione l'abbia sguinzagliato
per ottenere certi risultati particolari.
La porta si aprì e Adam Lu Sang fece il suo ingresso,
seminascosto da uno scatolone che aveva fra le braccia. Nel
vedere il Leone lo salutò con un cenno del capo, eccitato. —
Piastre originali di de-esemplificatori a quarta matrice. Roba
numerata in fabbrica per legge. È incredibile averle trovate
sul mercato nero!
Nick sogghignò. — Ah, questi Costeau! Magari hanno una
zampa anche nell'industria che produce questi giocattoli.
Il giovane programmatore esitò, poi depose la scatola su
un banco di lavoro e si sedette. Guardò negli occhi il Leone.
— Senta, io non voglio offenderla insinuando che i Costeau
siano coinvolti in un'attività di corruzione ai danni di...
Nick gli mise una mano su una spalla e strinse. Adam
tacque.
— Rilassati — ridacchiò l'ometto. — Il libero commercio
fra le colonie ha anche i suoi aspetti meno conosciuti.
Adam commentò quella frase con un'occhiata perplessa.
Il Leone sorrise. — Non si preoccupi, Adam. Non sono
offeso.
— Già — annuì Nick. — Se si fosse offeso ti chiederebbe
magari di aiutarlo a piantare uno dei suoi cespugli di rose...
uno di quelli per cui serve una buca rettangolare lunga due
metri. Ma sicuramente poi, da persona sensibile qual è il
Leone, darebbe il tuo nome alla varietà da te... uh,
alimentata. Rosa Lu Sang. Non suona male.
Adam riuscì a sorridere di nuovo.
— Fra quanto potrete avere pieno accesso alla rete e agli
archivi della E-Tech? — domandò il Leone.
— Ci vorrà un'altra giornata di lavoro — rispose il
giovane programmatore con aria convinta.
— Stiamo ancora sincronizzando le apparecchiature —
spiegò Nick. — Divideremo il sistema in due sub-reti. Adam
ne collegherà una agli archivi, direttamente. L'altra sarà
separata tramite un modem speciale che impedirà al
bracconiere di entrare. Se proverà a farlo, anzi, noi lo
sapremo.
— Ci occorre un computer sterile — aggiunse Adam. —
Uno che non possa essere infettato.
— Proprio così — disse Nick. — Un bracconiere di medio
calibro può ingannare il programma di una rete che cerchi di
attaccarlo, via radio o via cavo. Ma un bracconiere di prima
categoria aspetta sempre l'arrivo di un programma nemico, o
di uno destinato semplicemente a individuarlo.... e nello
stesso istante in cui viene scoperto passa all'offensiva, per
colpire il sistema che ha generato il programma. Ma l'amico
non riuscirà ad attraversare il nostro modem. Almeno, è
quello che speriamo. — L'ometto ebbe un sogghigno. —
Diavolo, potrebbe essere un duello divertente!
Adam si diresse alla porta. — Fra poco dovrò essere alla
E-Tech, per il mio turno di lavoro. Hai bisogno di
qualcos'altro?
Nick si passò una mano sulla faccia. — Vediamo... prima
di tutto mi occorre un SAP.
— Uno scanner auto-programmato? — si meravigliò
Adam. Scosse il capo, senza capire. — E cosa diavolo pensi
di fartene?
— Di uno scanner niente. Ma un Sandwich Al Prosciutto
saprei come utilizzarlo.
— Ah! — Adam rise. — Avevate uno buffo modo di
parlare dei sandwich, voi pre-Apocalittici.
— Quando il prosciutto era così inquinato che dovevi
lavarlo col sapone, amico, non era buffo chiamare così quei
sandwich.
Adam agitò una mano e uscì a passi svelti.
Il Leone andò alla finestra e guardò il giovanotto che si
allontanava sul sentiero in direzione del parcheggio
principale. — Che ne pensa di lui?
— Un ragazzo in gamba — rispose Nick.
— Allora lei crede alla sua ipotesi del bracconiere?
— A meno che non sia un bugiardo dannatamente abile, io
non la definirei più un'ipotesi. Un bracconiere all'opera è la
spiegazione più convincente per tutti quei programmi
cancerosi.
Il Leone esitò. — Se è così... perché non è riuscito a
persuaderne i suoi superiori, alla E-Tech? Certo, anch'io
posso in parte capire la loro riluttanza. Ma se Adam ha
potuto raggiungere questa chiara conclusione...
Nick alzò un dito. — Quando non si insegna al gatto dov'è
la sua cassetta, pisciare sul pavimento gli sembrerà l'unica
soluzione.
— Cosa?
— È una questione di prospettive. Uno deve almeno
convincersi che il bersaglio c'è, prima di andare a colpirlo. I
programmatori meglio addestrati (e i tecnici di qualsiasi
professione, quanto a questo) tendono a seguire
comportamenti di sicurezza basati sulla loro esperienza. E
una cosa abbastanza naturale: uno assorbe nozioni e poi le
usa come chiave per capire o risolvere situazioni nuove.
«Ma per essere un vero falco dei computer bisogna
trascendere questo processo mentale. Si deve presumere che
non ci siano limiti alla tecnologia, e che qualsiasi risultato
può essere ottenuto. Il capo dipartimento di Adam non crede
al bracconiere perché il raziocinio gli impedisce di
trascendere. — L'ometto sogghignò. — Nessuno gli ha
insegnato a pisciare nella cassetta.
Il Leone rise. Nick gli piaceva. Anzi, la sua combinazione
di acuto intelletto e spirito mordace rendeva impossibile non
averlo in simpatia.
Ma devo tenere a mente che quest'ometto gioviale non è
soltanto un brillante esperto di computer. Da quanto era
registrato negli incartamenti segreti del Consiglio, Rome
Franco aveva considerato Nick una delle eminenze grigie
che erano state alle spalle dei potenti, nel periodo pre-
Apocalisse. Franco era stato chiaro nel suo avvertimento:
quando Nick fosse stato tolto dalla stasi avrebbe potuto avere
i suoi piani per le Colonie. Piani non necessariamente in
linea con quelli del Consiglio.
Rome Franco era convinto che Nick potesse rivelarsi
senza scrupoli quanto i Paratwa. Anche se non aveva mai
preso parte ad atti di violenza, lui e Gillian cacciavano in
coppia e provenivano da un'epoca spietata, che non
conosceva compromessi.
Come Gillian, anche lui è un killer di professione. Non
devo mai perdere di vista questo fatto.
Nick fece ruotare la sua poltroncina e distolse lo sguardo
dai computer. Il Leone sentì quei fermi occhi azzurri che
studiavano il suo profilo.
— Dovrei rivolgerle alcune domande, Jerem. — L'ometto
fece una pausa. — E vorrei la sua parola che la nostra
conversazione non uscirà da questa stanza.
Il Leone si permise un lieve sorriso. — Domande su
Gillian, presumo.
— Infatti.
— Ha la mia parola.
Nick incrociò le braccia sul petto e appoggiò i tacchi delle
scarpe sopra una console. — In questi anni lei ha sempre
saputo la verità su Gillian, sul fatto che è il gemellare di un
Ash Ock, e sulla sua possibilità di diventare effettivamente
Empedocle, il guerriero. Gillian mi ha detto di averlo
rivelato a lei e a sua madre prima che fossimo rimessi in stasi
da Rome Franco, cinquantasei anni fa.
Il Leone annuì.
Nick si mordicchiò un labbro. — Disse anche perché vi
raccontava questo?
— Non esattamente. Penso che sentisse di dovercelo.
Dopotutto, era stato lui a fare in modo che Reemul gli
preparasse quella trappola. Mia madre e io ci finimmo dentro
per caso. Fu un miracolo se non restammo uccisi.
— E lei salvò la vita a Gillian.
— Lui aveva salvato la mia.
Nick contemplò uno schermo grigio e spento. — E in tutto
questo tempo lei non ha parlato a nessuno della... doppia
identità di Gillian?
— A nessuno. Ci fece giurare di mantenere il segreto.
Per qualche momento Nick tacque, continuando a fissare
lo schermo. Il Leone aggrottò le sopracciglia.
— C'è qualcosa che la preoccupa?
— Nel periodo pre-Apocalisse, dopo che la gemellare di
Gillian, Catharine, era stata uccisa... quando noi della E-
Tech tenemmo in vita Gillian per manipolarne la personalità
e riadattarlo ai nostri scopi... — Nick si schiarì la voce. —
Insomma, quello che cerco di dire è che operavamo dando
per scontato che Empedocle fosse morto. Che questa entità
Ash Ock fosse scomparsa nel momento della morte di
Catharine.
— Un'ipotesi inesatta — disse il Leone.
— Già. E pensavamo di avere... o ci illudevamo di avere,
una comprensione completa del fenomeno
dell'interallacciamento, del legame binario. Qualunque fosse
il loro ceppo genetico, la morte di un gemellare distruggeva
la personalità intera che veniva creata al momento dalla
fusione telepatica delle due metà. E con il collasso
dell'interallacciamento il gemellare superstite impazziva.
Il Leone annuì. — Voi riusciste a tenere in vita Gillian con
un lavaggio cerebrale, installando in lui falsi ricordi e
facendogli credere che era un essere umano, non un Paratwa.
— Facemmo quello che pensavamo di dover fare.
Il Leone sentì un'amara durezza nel tono di Nick.
— Comunque — continuò subito l'ometto, — cinquantasei
anni fa la nostra ipotesi si rivelò sbagliata. Per ragioni ignote
la coscienza di Empedocle è sopravvissuta, come se fosse
nelle stesse cellule del suo corpo, più che nella mente.
Durante lo scontro decisivo con Reemul, Gillian trovò il
modo di richiamare l'intero Ash Ock... il suo signore.
Immagini di molto tempo addietro scorrevano negli occhi
del Leone: Gillian e Reemul scatenati in un duello mortale,
lui e sua madre intrappolati lì fra gli scaffali rovesciati della
sala... il giorno più terribile della sua vita.
Il giorno in cui è nata la mia ossessione per lui.
Capiva che dal giorno prima, quando aveva finalmente
rivisto Gillian, l'intensità di quell'ossessione era scemata.
Tuttavia provava ancora l'impulso di stargli accanto,
passeggiare con lui e parlare delle cose più diverse. La parte
di me che è rimasta un ragazzino dodicenne continuerà a
sentire per sempre il bisogno della sua presenza?
Continuerà per sempre a cercare l'uomo che in quei giorni
drammatici è stato per me il surrogato di un padre?
Domande che, forse, non avrebbero mai avuto risposta.
— Gillian... l'uomo Gillian, lo conosco bene — riprese
Nick. — È un amico in cui ho avuto cieca fiducia per anni.
Ma Empedocle... lui non lo conosco. Di lui non ho fiducia. È
un Paratwa. — Il suo volto si indurì. — È un mio nemico.
— Ma sia Gillian che Empedocle hanno lottato contro
Reemul, quel giorno — obiettò il Leone, benché capisse
perfettamente ciò che Nick stava dicendo.
— Quel giorno, l'immediata necessità del gemellare e del
suo signore era probabilmente la stessa — disse Nick. —
Reemul era una sfida personale per entrambi e doveva essere
fermato. Ma oggi, in quest'epoca, con gli altri due Ash Ock,
Saffo e Theophrastus, che stanno per tornare dalle stelle... —
Scosse il capo. — Oggi è in gioco la lealtà di Empedocle per
i suoi veri compagni.
— Potrebbe tradire Gillian?
— Potrebbe tradire l'umanità. E c'è qualcos'altro. Ho letto
la relazione del chirurgo che ha rimodellato la faccia di
Gillian, dopo un completo esame medico. E ricordo anche i
risultati degli esami che fecero su di lui i medici di Rome
Franco mezzo secolo fa. Dal punto di vista fisiologico, fra
allora e oggi c'è una discrepanza allarmante. Oggi i tempi di
reazione di Gillian sono molto più lunghi... i suoi riflessi
sono peggiorati, e il suo stato mentale di allerta non è quello
di una volta.
— Il Leone si strinse nelle spalle. — Ho sentito dire che
dopo un lungo periodo in stasi...
— No, questo non è un problema da stasi profonda. Credo
che sia un processo cominciato col risveglio di Empedocle,
durante il duello con Reemul. Credo che da quel giorno
Gillian sia impegnato in una specie di lotta interiore col suo
signore. È questa lotta che provoca un deterioramento delle
sue capacità di reazione.
Il Leone annuì lentamente. — Cosa possiamo fare?
— Per il rallentamento dei suoi riflessi, non lo so. Ma
dovrò tenerlo d'occhio, questo è certo. Vorrei che lei mi
desse un paio dei suoi Costeau, gente che non possa esser
collegata al Leone degli Alexander, ma che le siano molto
fedeli. Vorrei assegnarli a Gillian.
Il Leone si aggrondò. — Il Gillian che io conosco non
gradirebbe questo genere di attenzioni.
— È vero... ha un sesto senso per i pedinatori. E sa tutto su
come eliminare la sorveglianza elettronica. Dubito che
potremmo mettergli addosso una microspia senza che se ne
accorga.
— Allora, a che scopo mettergli alle costole due
pedinatori?
Nick ebbe un sorrisetto stanco. — Io non ho detto che
dovrebbero pedinarlo.
— Non capisco.
— Si fidi di me. Ho un piano.
11

La sera di giovedì, nel suo ufficio privato alla sede


centrale della CPG, Ghandi accese l'olovisore sul canale FL-
SEDICI, la più seguita delle emittenti libere. Colette gli
aveva accennato, nel suo modo criptico, che il notiziario
delle venti-zero-cinque di quella stazione poteva essere
interessante. E se Colette diceva che una cosa sarebbe stata
interessante Ghandi sapeva che non gli sarebbe convenuto
perdersela.
Sedette sul divano e attese il termine di uno spot
pubblicitario. Poi sullo schermo apparve un presentatore,
d'aspetto attraente e vestito con una tuta-tunica rosa
all'ultima moda.
— ED ORA — gridò l'uomo, con voce carica di minaccia,
— PER VOI CHE PRETENDETE IL MEGLIO DA CHI
PUÒ DARVI LE PIÙ AGGIORNATE NOTIZIE
INTERCOLONIALI... FL-SEDICI PRESENTA I
GIORNALISTI MAGGIORMENTE PREMIATI PER LA
LORO CAPACITÀ D'INTERVENTO SULLA CRONACA
PIÙ SIGNIFICATIVA... E COME OGNI SERA SULLA
NOSTRA COPERTINA... KARL ZORK E THEANDRA
MORGAN!
La faccia dell'annunciatore esplose.
Strisce balenanti di luce ultravioletta schizzarono sulla
destra dello schermo, poi rimbalzarono indietro e diedero
forma a una seconda figura anch'essa generata da un
computer: una bella donna non più giovane, con i capelli
bianchi e un'espressione materna fatta per ispirare fiducia,
cinta dall'arcobaleno di un proiettore d'aura.
— LO ZORK-MORGAN REPORTAGE DI QUESTA
SERA — disse dolcemente la donna — È
SPONSORIZZATO DALLA SOCIETÀ CPG. MA
PRIMA...
Un'altra esplosione di luce. La testa della donna si
disintegrò in un pirotecnico dilatarsi di tracciatori argentati,
accompagnati da un ululato vibrante che a Ghandi rammentò
i jet di una navetta in atterraggio sulla superficie. Un
lampeggiare di stelle...
...Lenta dissolvenza: ripresa in campo lungo di una figura
che camminava a passi fermi dietro un massiccio
piantatore/raccoglitore automatico al lavoro in un
appezzamento di terreno. La telecamera zumò fino a una
ripresa a mezzo busto del contadino.
L'uomo, che indossava una tuta di plastica bianca sporca
di fango, si tolse il respiratore, rivelando una faccia rude
dall'espressione franca. Una mano callosa si alzò ad
asciugare le gocce di sudore che imperlavano la fronte
abbronzata. Era un attore umano autentico: sulle emittenti
libere la E-Tech permetteva l'uso di figure generate dal
computer solo nei propri spot pubblicitari.
La faccia rude guardò verso la camera.
— La mia famiglia coltiva la terra fin da prima
dell'Apocalisse. Ce ne siamo andati dal buon vecchio pianeta
nel novantotto, quasi all'ultimo momento. L'avremmo anche
fatto prima, se avessimo avuto la possibilità.
Batté una mano sulla carrozzeria del macchinario. La
telecamera girò a inquadrarne la marca.
— Venti generazioni fa i miei antenati conoscevano solo
la loro fattoria, e il paese dove vendevano il frutto della loro
fatica quotidiana. Venti generazioni fa affondavano la zappa
nella terra per vivere e farla vivere, sudando nei campi
quindici ore al giorno. E contro la terra dovevano anche
lottare, per tirarle fuori fino all'ultima spiga di grano e cespo
d'insalata. Ma in quella loro lotta una cosa non la
dimenticavano mai: sapevano che se alla terra si prende, alla
terra bisogna dare. Sapevano di avere un compito, di essere i
custodi di un grande potere. Nella loro semplicità, essi
capivano la forza vitale del pianeta.
«Quando poi vennero le macchine, quelle buone, ne
capirono il senso e le resero parte della loro esistenza. E da
quelle macchine si aspettavano lo stesso rispetto per la terra
che avevano loro.
Il contadino fece una pausa. La sua bocca si piegò nel
lieve accenno di un sorriso. — Be', oggi la vita è molto
diversa. Venti generazioni fa uno dei miei bis-bis-bisnonni
non se la sarebbe mai sognata una macchina come questa. —
La ripresa si allargò. Il contadino annuì, contemplando il suo
piantatore/raccoglitore.
— La forza della terra, l'efficienza di una buona macchina,
e la volontà di far lavorare insieme queste due cose. Questo è
tutto ciò che serviva ai miei vecchi, ed è tutto quello che
serve a me oggi. E domani sarà lo stesso per i miei figli e
nipoti.
— Ma volete sapere una cosa? Io mi sento dentro che
quando verrà quel giorno, e spero di vederlo, prenderemo su
le nostre cose e torneremo di nuovo laggiù, e queste
macchine le useremo per far vivere ancora la vecchia Terra.
E le ferite dell'Apocalisse guariranno, e avremo ancora veri
pascoli, e campi dove crescerà il grano, e le foreste di querce
e di abeti si stenderanno di nuovo a perdita d'occhio.
Diede un'ultima pacca alla carrozzeria del grosso
semovente robotizzato. — Sì, un giorno queste macchine ci
daranno il modo di tornare a casa.
Si volse a guardare verso la camera. La scena si dissolse e
comparve una bella veduta della Terra ripresa dall'orbita, un
immenso arco verde e azzurro striato di nuvole candide,
nella luce calda e viva del sole. Da oltre l'orizzonte,
stagliandosi sullo spazio stellato, salì una scritta dorata:
CPG — PRODOTTI PER L'AGRICOLTURA
UN GIORNO VI RIPORTEREMO A CASA
Dissolvenza in nero...
Seduto nella solitudine del suo ufficio, Ghandi rise.
Il video era una coproduzione della CPG e della E-Tech, e
veniva trasmesso sia negli spazi acquistati dalle emittenti
libere che dal canale intercoloniale di proprietà E-Tech. A
produrlo e distribuirlo era una delle società pubblicitarie
della CPG, e Ghandi sospettava che il regista del filmato
fosse stato suggestionato da Colette con la sua tecnica
sperimentata. Ormai conosceva lo stile di sua moglie, e
quello spot lo rispecchiava bene.
Ghandi non l'aveva mai visto, ma i video prodotti dalla
CPG erano tanti che gli mancava il tempo materiale di
esaminare quelli nuovi. Non credeva però che Colette gli
avesse chiesto di guardare FL-SEDICI quella sera solo
perché la loro società faceva debuttare un nuovo spot.
Del resto, Colette era spesso imprevedibile. Forse era
proprio quel filmato commerciale che intendeva fargli
visionare, per chiedere la sua opinione sulle tecniche di
manipolazione psichica che lei aveva usato in quella
circostanza.
Lei, oppure Saffo.
Ghandi sospirò. Colette riusciva a capirla abbastanza. Ma
la sua occulta signora era sempre stata — e probabilmente
sarebbe stata sempre — un completo enigma per lui.
Riportò la sua attenzione sullo schermo. Il libero-
giornalista Karl Zork, un individuo rimpolpato di grasso
seminascosto dietro la barba rossa che era il suo marchio di
fabbrica, aveva appena finito di presentare se stesso e la sua
collega di redazione, Theandra Morgan, seduta accanto a lui.
La maniera di esprimersi di Zork era rapida, quasi furiosa, un
professionale diluvio di frasi che rivelava la vivacità di
un'intelligenza scaltrita dal contatto cogli aspetti meno
commendevoli della società umana.
— Prego quindi Theandra — concluse l'uomo —
d'introdurci al nostro servizio di apertura.
Una telecamera strinse sul primo piano della Morgan, una
bionda alta e appariscente che i sondaggi d'opinione davano
per una delle arrivate più in voga nella società irryana.
— Slittiamo via i noiosismi da burocrampi, per darci
subito un paio di G, e galoppiamo il razzo di questa settedì,
che sembra famelico di detonare un'orbita grossa — disse la
donna in tono professionale. Il gergo della sua introduzione
era quello dei giovani coloniali, fra cui tornava di moda la
semantica del ventunesimo secolo.
— Come ormai tutti sanno, Karl, nel sacro Eden dei dati
c'è un serpente insidioso, di questi tempi. La E-Tech ha
scoperto che molte mele del suo grande Albero della Vita
sono marce. E oggi pomeriggio, in una conferenza stampa
alla sede qui nella capitale, la E-Tech ci è parsa decisa a
vibrare la sua spada fiammeggiante contro un obiettivo
concreto.
«Il direttore della E-Tech, Doyle Blumhaven, ha
annunciato la creazione di una speciale commissione
d'indagine che si occuperà in perpetuo dei sospetti di
corruzione all'interno della E-Tech, in particolare fra i suoi
agenti della Sicurezza. L'iniziativa fa seguito all'ultimo
scandalo avvenuto in questo reparto: la notizia, non ancora
confermata, che i due agenti trovati uccisi in un garage di
Irrya quattro giorni fa avessero contatti clandestini con il
mercato nero intercoloniale.
Ghandi si accigliò.
— I due dipendenti della Sicurezza E-Tech, l'ispettore
Hector Donnelly e il sergente Solomon Tace... — le loro
gigantografie comparvero alla spalle della giornalista —
...fornivano, così si sospetta, un servizio di copertura a una
banda di trafficanti di Sirak-Brath che opera su Irrya da
almeno cinque anni.
L'inquadratura si allargò a riprendere anche Karl Zork, le
cui cespugliose sopracciglia esprimevano indignata sorpresa.
— Venduti a trafficanti del mercato nero? Io direi che c'è
qualcosa di peggio di un serpente nel giardino della E-Tech.
E ora quali spade pensano di far fiammeggiare, se quei
contrabbandieri si sono comprati anche i loro angeli?
— Giusta perplessità, Karl. Ma resta il fatto che questa è
la quattordicesima volta negli ultimi venti mesi che un
agente della Sicurezza E-Tech è sospettato di collusione con
organizzazioni esterne.
— Allora direi che è il momento di fare un bel po' di
pulizia nel dipartimento Sicurezza — grugnì Karl.
Ghandi sospirò. Secondo lui era il momento di modificare
la costituzione irryana, che permetteva alle emittenti libere di
defecare su tutto ciò che volevano. Quella coppia,
specialmente. Prima di entrare alla FL-SEDICI, Zork e la
Morgan avevano lavorato come attori/istruttori di arte erotica
in una clinica privata dove si insegnava dinamica di
movimento sessuo-corporale, a Velluto sul Verde. Non
proprio un'occupazione che li qualificasse a commentare
obiettivamente la cronaca delle Colonie.
— Forse hai ragione, Karl — annuì acremente Theandra.
— Certo non si può negare che la E-Tech abbia molti panni
sporchi da mandare in lavanderia, di questi tempi. A ogni
modo, nella loro iniziativa di indagine/controllo ci sono
alcuni aspetti positivi. Il presidente di questa commissione,
che Doyle Blumhaven ha presentato alla stampa durante la
conferenza, sarà il giudice privato Edward Huromonus.
— Eddie il Pazzo? — si sbalordì Zork, facendo ruotare gli
occhi nelle orbite. — L'uomo che è riuscito a far condannare
l'Unione Agricoltori per accaparramenti inflazionistici?
L'uomo che ha messo in piazza i guadagni illeciti del
Consorzio Tempo Libero di Bruxel-Berlin? L'uomo che...
— Proprio lui, certo — lo interruppe Theandra. — E
Mister Huromonus ha giurato che non ci saranno limiti alla
sua indagine, dovunque potrà portarlo... fosse pure nelle più
alte sfere della E-Tech.
L'inquadratura tornò su Zork. Si grattava la mandibola,
con aria perplessa. — Be', Theandra... sono impressionato.
Stavolta devo fare tanto di cappello all'integrità della E-
Tech. Se hanno il coraggio di sguinzagliare Eddie il Pazzo
nella loro stessa organizzazione, forse c'è ancora qualche
speranza per noi.
Il barbuto libero-giornalista passò subito al secondo
servizio, ma Ghandi spense l'oloschermo.
Una grossa indagine nella E-Tech? Questo comportava
inquietanti interrogativi. Da chi aveva saputo la E-Tech che
Donnelly e Tace erano coinvolti con dei contrabbandieri di
Sirak-Brath?
Se le cose stavano davvero così, questa era la leva che
Calvin aveva adoperato per ricattarli e costringerli a
collaborare con lui. I due non avevano avuto scelta, anche se
certo erano stati ben pagati da Calvin. E sarebbero stati
ancora vivi se non avessero fatto quel buco nell'acqua con
Susan Quint.
Naturalmente Donnelly e Tace non avevano mai
sospettato che Calvin, il loro datore di lavoro, fosse un
Paratwa. E senza dubbio non avevano mai avuto elementi
per poter collegare Calvin e i suoi progetti alla CPG, a
Ghandi e a Colette.
Tuttavia non era per nulla rassicurante sapere che un
giudice senza alcun controllo governativo avrebbe scavato
nella vita privata dei due agenti uccisi. Ghandi poteva solo
sperare che Calvin non avesse fatto altri errori che potessero
condurre gli investigatori alla porta della CPG.
Probabilmente la stessa E-Tech aveva autorizzato
Donnelly e Tace a compromettersi con il mercato nero.
Anche se Doyle Blumhaven dirigeva l'organizzazione, i suoi
poteri non erano certo assoluti. Doveva essersi trovato
nell'impossibilità materiale di bloccare la costituzione di
quella commissione d'indagine.
Tuttavia Blumhaven avrebbe dovuto escogitare qualcosa
per impedire che si arrivasse a investigare così
profondamente in casa sua. E i due liberi-giornalisti non
avevano esagerato nel loro giudizio su Edward Huromonus:
Eddie il Pazzo era un vecchio figlio d'un cane tenace e
incorruttibile, una faccia di bronzo che non aveva paura di
niente e di nessuno.
Che l'autorità di Blumhaven stesse vacillando? Che fosse
costretto a compromessi per rintuzzare l'attacco di una
fazione interna?
Ventidue anni prima il Consigliere E-Tech aveva
conosciuto la seduzione di Colette. Era stato Doyle
Blumhaven, all'epoca già nei quadri direttivi
dell'organizzazione, a fare in modo che Colette avesse
accesso agli archivi E-Tech. Era stato Doyle Blumhaven a
permettere l'inserimento del bracconiere di Colette/Saffo in
quei banchi di memoria.
Ghandi ricordava la prima volta in cui Colette aveva
incontrato Blumhaven, a un congresso di produttori agricoli
a Pocono, al tempo in cui la CPG era ancora una ditta di
piccole dimensioni. Dopo averlo conosciuto, Colette aveva
detto a Ghandi che si proponeva di manovrare la carriera di
Blumhaven e spingerlo fino alla direzione generale della E-
Tech.
Da parte di chiunque altro una dichiarazione così
follemente ambiziosa lo avrebbe fatto ridere. Ma allora
Ghandi era già amante e complice di Colette da tre anni.
Sapeva che su certi argomenti poteva prendere alla lettera le
sue parole.
Doyle Blumhaven, gli aveva spiegato Colette, sarebbe
stato perfetto per i loro piani. Era un uomo che desiderava
arrivare al potere, anche se coi modi obliqui di chi è frenato
dalla necessità sociale di mantenere una facciata
irreprensibile. Aveva molte delle doti indispensabili per un
politicante: capacità di ispirare fiducia, un passato
impeccabile, professionalità, una buona cultura e
un'intelligenza elevata. Ma gliene mancava una: non era un
capo. Aveva bisogno di qualcuno che lo indirizzasse, che gli
desse uno scopo da raggiungere. Colette/Saffo aveva deciso
che Doyle Blumhaven era un prodotto a cui occorreva un
consumatore. E s'era messa all'opera per irretirlo.
L'acquisizione di Blumhaven ai progetti degli Ash Ock era
stata ancor più semplice di quella di Ghandi, ma con la
differenza che non c'era stato alcun rapporto sessuale fra
Colette e lui: le notevoli doti della bionda in quel campo
particolare sarebbero state inefficaci con Blumhaven, che era
omosessuale fin dall'infanzia. Inoltre a Colette serviva un
alleato per una collaborazione indipendente a lungo termine,
non un burattino capace solo di eseguire meccanicamente gli
ordini. Questo escludeva la possibilità di sottoporlo agli
effetti del teleneurico.
Ciò che Colette aveva usato per sedurre Blumhaven era
stato il denaro... una gran quantità di denaro. Con il crescente
successo nella produzione di articoli ad alta tecnologia la
CPG aveva potuto acquistare il controllo di altre società, ed
era stato più facile raggirare il fisco e dirottare fondi su
investimenti clandestini. Era stato aperto un conto corrente
segreto in una filiale della ICN, e il suo contenuto aveva
cominciato a gonfiarsi; reinvestito con accortezza aveva fatto
di Blumhaven un uomo ricco. In seguito Colette gli aveva
proposto di imbarcarsi in progetti che avrebbero facilitato la
sua carriera, mettendo a sua disposizione ogni supporto
esterno possibile. E gli aveva costantemente fornito
informazioni confidenziali che lui aveva sfruttato per la sua
brillante ascesa nella gerarchia della E-Tech.
In cambio di questo, la Società CPG aveva ricevuto un
trattamento preferenziale nei rapporti economici con la E-
Tech. Quando poi Doyle Blumhaven era diventato direttore
generale, alla CPG erano state affidate tutte le procedure di
sperimentazione e di controllo delle tecnologie in attesa
d'essere reinserite nella società delle Colonie. Molte
industrie, avide di quei brevetti, leccavano le scarpe alla
CPG senza alcun ritegno.
Come Ghandi, Doyle Blumhaven s'era venduto per
interesse. Ma fra loro restava una grossa differenza. Per
quanto Blumhaven ne sapeva, lui era stato comprato da un
uomo e da una donna, da un'azienda privata e nulla più.
Ghandi s'era venduto a una Paratwa.
E capirti sta diventando sempre più difficile, amore mio.
I microbi sotto la sua pelle fremettero, irritati.
12

— Il mio progetto dovrà essere approvato! — ruggì


O'Donahee, elargendo il furioso cipiglio dell'idealista
incorruttibile al suo pubblico, oltre settecento leali cittadini
irryani indignati quanto lui. — Non c'è altra soluzione! Una
delle microlune di Nettuno dovrà essere vaporizzata!
Mormorii d'approvazione riempirono la Sala H del Centro
Riunioni e Rappresentazioni Augustus J. Artwhiler. Gli altri
sei conferenzieri di quella sera, seduti a un tavolo sulla
destra del palcoscenico, lo sostennero applaudendo con
energia. Ma questo non bastava. O'Donahee voleva che gli
animi s'infiammassero molto di più.
Afferrò i bordi di quercia del leggio e si piegò in avanti.
— Bisogna insegnare a questi Paratwa che non abbiamo
intenzione di scherzare! Dobbiamo mostrare agli invasori
che non gli sarà permesso avvicinarsi mai alle Colonie per
infettarle come al tempo in cui provocarono l'Apocalisse con
i loro crimini mostruosi!
— Diglielo tu, O'Donahee! — strillò una voce femminile.
— Sì, fagliela vedere a quei bastardi! — gridò un altro.
— Dobbiamo essere noi la forza che tiene unite le
Colonie! — incalzò lui. — Noi siamo le truppe d'assalto
della nostra civiltà. In questi tempi così travagliati l'Ordine
della Sferza deve essere la stella che che indica il cammino,
quella che più di ogni altra rifulge di amore per la patria!
— Lunga vita all'Ordine della Sferza! — gridò in coro un
gruppo di giovani sulla sinistra dell'auditorium. O'Donahee
fu compiaciuto di come gli rispondevano i suoi attivisti
quella sera. L'esercizio dava finalmente i suoi frutti.
Sollevò la mano sinistra all'altezza della spalla e apri e
chiuse il pugno due volte in rapida successione. All'incirca
un centinaio di altre mani sinistre, qua e là fra il pubblico,
scattarono in alto nello stesso gesto.
Non è abbastanza, pensò O'Donahee. Quando un uomo
come lui, un Comandante della Sferza a pieno titolo, alzava
la mano nel saluto reale, ogni autentico seguace dell'Ordine
doveva unirsi esultante al gesto che simboleggiava la causa
comune. O'Donahee permise al suo volto di contrarsi in una
smorfia di rimprovero.
— È così che dimostrate la vostra lealtà? — gridò. — È
questo che chiamate essere uniti? Vi aspettate di seguire le
avanguardie dei coraggiosi? L'Ordine della Sferza è
diventato forse la trincea in cui stanno rintanati i codardi?
— No! — urlarono i presenti.
— Noi andremo all'attacco! — gridarono un paio di
ragazzini in quinta fila, guadagnandosi un'occhiataccia dei
loro genitori.
— Be', io non lo so — saltò fuori una voce solitaria. —
Quelli che strepitano tanto, magari al momento buono
proprio loro si accorgono di avere qualcos'altro da fare. Non
so se mi spiego.
Nell'auditorium si levarono mormorii irosi. O'Donahee
aveva subito cercato con lo sguardo il bastian contrario.
Probabilmente un altro agente provocatore E-Tech. Da mesi
l'Ordine non riusciva a tenere una riunione senza che qualche
estraneo riuscisse a infiltrarsi in sala. La Sicurezza della E-
Tech faceva in modo che ogni raduno legale della Sferza
fosse disturbato da professionisti addestrati a seminare il
malcontento.
O'Donahee puntò un dito inquisitore sull'individuo in
questione, un giovanotto seduto in quarta fila. Indossava una
giacca di plastica rossa, occhiali a lenti esagonali, e si
guardava attorno con un sogghigno saputo largo da un
orecchio all'altro.
— E lei, signore? — lo aggredì O'Donahee con il
disprezzo del giusto. — Ci sta facendo l'onore della sua
preziosa opinione di disfattista, o è stato mandato qui da
quella miserabile banda di codardi che si fanno difendere
dalla E-Tech e dalla sua Sicurezza, marcia e corrotta fino al
midollo?
— Un provocatore! — gridarono in molti.
— Buttiamolo fuori!
Il disturbatore continuò a sogghignare. La reazione dei
presenti non sembrava impressionarlo affatto. — Io non sono
un agente della Sicurezza E-Tech, potete starne certi —
annunciò, nel silenzio che seguì quei brontolii minacciosi. —
Io servo un ordine ben più elevato! — Fece una pausa, come
un attore che cercasse di ottenere il massimo effetto. —
Brava gente, io sono qui come rappresentante della
provvidenza, quella che comanda gli spiriti del cielo che sta
sopra le vostre teste. — La sua voce si alzò in un crescendo
risonante. — Brava gente, io rappresento la volontà
immortale della Grande Testa Matta dell'Universo!
In sala esplosero alcune risate, a cui subito fecero eco
molte altre. O'Donahee mantenne la sua espressione
sprezzante, ma dentro di sé provava un certo sollievo. A quel
punto c'era da dubitare che il giovane fosse stato mandato lì
dalla E-Tech. Sembrava piuttosto uno degli imbecilli
perdigiorno che arringavano i passanti nei terminal delle
navette, distribuendo manifestini e facendo girare il cappello
per chiedere un contributo alla loro causa.
O'Donahee sapeva come trattare i pazzoidi di quel genere,
che fossero sinceri oppure no. La tattica migliore stava
nell'ignorarli, visto che riuscivano a impiccarsi da soli senza
neppure bisogno che gli si desse la corda.
Riportò la sua attenzione sul pubblico. — Amici, cittadini
di Irrya, e voi che avete viaggiato fin qui da altre Colonie
della nostra grande società civile. Il tempo è venuto.
— Anch'io sto venendo... Oddio, sto venendo! — gracidò
il disturbatore con un sorriso osceno.
— Dobbiamo mostrare la nostra forza di volontà —
proclamò solennemente O'Donahee. — Dobbiamo far vedere
al Consiglio di Irrya che siamo uniti contro il ritorno dei
Paratwa. Non si può scegliere la strada più facile, quella dei
deboli che s'illudono di poter trovare un compromesso con
un nemico deciso a schiacciarci. E non possiamo arrenderci
all'edonismo dilagante di quanti sono abituati a pensare che
tutto si risolverà bene, ormai accecati dai piaceri del denaro e
della carne.
— Sì, niente sesso coi Paratwa, su questo mi associo! —
gridò il disturbatore, e le sue parole furono seguite da altre
risate.
O'Donahee continuò a ignorarlo. — Non dobbiamo
permettere alla nostra società di indebolirsi mentre il nemico
si fa più forte. Bisogna dimostrare ai Paratwa che le Colonie
di Irrya sono una fortezza che essi non espugneranno mai!
Ecco il messaggio che dovremo fargli vedere con chiarezza.
«Le Colonie di Irrya sono sacre! Le Colonie di Irrya sono
il baluardo della giustizia! Le Colonie di Irrya non cederanno
mai a quegli esseri contro natura sbucati dal passato, quei
mostri a cui un laboratorio perverso ha dato due corpi ma
neppure un'anima!
— Sì! Sì! — gridò il pubblico, finalmente con animosità.
O'Donahee sollevò il braccio sinistro e aprì due volte il
pugno. Stavolta quasi tutti i presenti ripeterono il suo gesto, e
circa settecento mani scattarono in alto.
— Lunga vita all'Ordine della Sferza! — gridò lui.
— Lunga vita all'Ordine della Sferza! — rispose l'intera
sala.
— Lunga vita alla Grande Testa Matta! — sbraitò il
disturbatore, e la sua voce sovrastò incredibilmente tutte le
altre. Molte teste si volsero verso il lato sinistro
dell'auditorium, per guardare cosa stesse facendo
quell'individuo.
O'Donahee strinse i denti. Il disturbatore s'era piazzato
sulle spalle due piccoli altoparlanti, e aveva un microfono
applicato al mento. Così amplificata la sua voce si sarebbe
fatta sentire al di sopra di un'orchestra sinfonica di sessanta
elementi.
Era tempo di dare un taglio alle bizzarrie di
quell'imbecille. O'Donahee fece un segno a due del servizio
d'ordine che stazionavano all'ingresso della sala. Gli uomini
annuirono e s'incamminarono sul passaggio centrale. Lui si
rivolse al disturbatore, — Lei, signore! Sì, dico a lei. Non è
più il benvenuto in questo auditorium. Sono costretto a
chiederle di uscire. Subito!
— E io, signore, sono costretto a chiederle di tapparsi la
bocca! Subito! Perché in caso contrario la Grande Testa
Matta scaglierà i suoi fulmini su di voi!
O'Donahee stava per replicare quando notò una spirale di
fumo nero che si levava da una fila di posti liberi in fondo
alla sala.
— Lo ha voluto lei! — gridò il giovanotto dalla giacca
rossa. — La Grande Testa Matta ha scagliato un fulmine su
questa riunione!
Il fumo dilagò orizzontalmente lungo l'intera fila di
poltroncine, occludendo a O'Donahee la vista delle uscite
sugli angoli posteriori dell'auditorium. Le persone più vicine
a quella densa caligine nera si affrettarono ad alzarsi,
innervosite. Un'ondata di emozione si sparse fra il pubblico.
Rabbia e sorpresa, e anche un certo spavento. Ma nessuno
accennò a fuggire in preda al panico. Dopotutto la sala era a
prova d'incendio, e lì non si vedevano fiamme; solo quello
che doveva essere il prodotto di un semplice fumogeno.
O'Donahee si schiarì la gola e cercò di pensare in fretta a
qualcosa da dire. Con sollievo vide che i due uomini del
servizio d'ordine stavano correndo verso l'origine del fumo.
Pochi secondi sarebbero bastati per togliere di mezzo la
bombola di gas o quel che era; poi il disturbatore sarebbe
stato preso e scaraventato in strada.
Ma d'un tratto la nuvola nera, come mossa da volontà
propria, fece un balzo all'insù e andò a radunarsi sotto la
curva del soffitto a cupola. Un mormorio di sorpresa, e
soprattutto di sollievo, percorse l'auditorium. Adesso era
ovvio a tutti che non si trattava di fumo vero. O'Donahee si
disse che davanti a loro doveva esserci una specie di
sofisticata proiezione olografica.
La nuvola nera si addensò in una nitida forma ovoidale, in
cui risaltavano i lineamenti distorti di una faccia
dall'espressione demoniaca. Dalle sue profondità emersero
due fiammeggianti occhi rossi.
— Guardate! — rimbombò la voce amplificata del
disturbatore fra le pareti della sala. — Ecco la Grande Testa
Matta, guardate!
Tutti i presenti stavano fissando l'apparizione, come
paralizzati dallo stupore. E O'Donahee, seguendo gli sguardi
del pubblico, provò uno spiacevole vuoto allo stomaco;
aveva perso il controllo della riunione.
Sopraffatto dalla rabbia abbassò gli occhi sulla platea e
agitò minacciosamente un pugno verso il colpevole.
Ma su quella poltroncina non sedeva più nessuno, il
giovane dalla giacca rossa era scomparso.
Il mormorio dei presenti fu incrinato da un gemito, così
stridulo e raccapricciante da indurli al silenzio. O'Donahee
sbatté le palpebre e cercò di individuarne l'origine.
Non dovette guardare molto lontano. Il gemito era uscito
dalla bocca di un individuo anziano, in piedi accanto al posto
abbandonato dal disturbatore. O'Donahee lo vide barcollare,
col volto contorto in una smorfia agonizzante, e quindi
rovesciarsi di lato. Il vecchio sparì dietro fra le file di
poltroncine.
Prima che qualcuno potesse reagire alla sorpresa e
soccorrerlo, nell'auditorium echeggiò un altro grido di
dolore. L'uomo sulla destra del vecchio che s'era abbattuto al
suolo agitò le braccia, e uno schizzo di liquido rosso di levò
obliquamente nell'aria. La gente seduta davanti a lui urlò,
investita da una pioggia di gocce di sangue.
Il secondo uomo cadde, con il torace aperto da uno
squarcio orrendo in cui si scorgeva uno sfacelo di membrane
e di costole spezzate. La donna seduta nel posto successivo,
una creatura magra di mezz'età avvolta in un vaporoso abito
giallo, mandò un gridolino appena udibile e scivolò sul
pavimento, agitando il moncone di un braccio quasi in gesto
di saluto.
L'ultimo uomo della fila fece un balzo disperato verso il
passaggio centrale, ma la forza invisibile che avanzava lungo
le poltroncine tagliando legno e carne umana come una sega
circolare lo colpì alle ginocchia, da dietro. Le sue gambe
furono amputate di netto e il corpo rotolò sulla moquette
inondandola di sangue, scosso da una raffica di contrazioni
convulse.
Lungo il perimetro dell'auditorium la gente spingeva per
farsi avanti, incuriosita dall'agitazione che poteva scorgere
nelle prime file. O'Donahee afferrò il microfono e gridò: —
Fuori di qui! Uscite dalla sala!
Ma un'altra voce lo contraddisse, in tono rassicurante.
— Signore e signori, state calmi. Questo è soltanto un test.
Stiamo provando una nuova arma anti-Paratwa, destinata a
creare confusione fra i nostri nemici. Lunga vita all'Ordine
della Sferza!
La gente esitò, incerta, dividendo la sua attenzione fra ciò
che accadeva davanti al palco, la diabolica nuvola nera
incombente nell'aria e la voce che esortava all'autocontrollo.
O'Donahee sapeva che quelle parole ingannevoli erano
uscite dagli altoparlanti del disturbatore, e che questi era un
assassino. Mentre quella consapevolezza lo colpiva,
l'individuo uscì carponi dalla devastata terza fila di
poltroncine, saltellando a quattro zampe come una specie di
animale selvaggio. In pugno aveva due oggetti quasi irreali,
due caricature di coltelli che sembravano dipingersi nell'aria
un istante dopo l'altro danzando ad ogni movimento delle sue
mani. A O'Donahee parve di vedere un antico filmato di
quelli in cui un cartone animato veniva sovraimpresso a
immagini autentiche. E d'un tratto capì cosa stava
succedendo.
Quello era Spadaccino... uno dei killer che terrorizzavano
le Colonie nel nome del loro Ordine. — Fuori di qui! —
gridò dal palco. — Scappate! Tutti fuori, presto!
Il panico s'impadronì degli intervenuti. L'intera sala
esplose in una massa di corpi che si agitavano follemente per
raggiungere le uscite. Inorridito, O'Donahee guardò la gente
che cadeva e veniva travolta e calpestata nella ressa.
Sul palcoscenico, alle sue spalle, gli altri sei conferenzieri
s'erano alzati. Tutti stavano gridando selvaggiamente,
unendo le loro voci non amplificate al frastuono che
echeggiava in sala.
Spadaccino era in piedi e avanzava lungo il passaggio
centrale vibrando le lampeggianti lame-flash che mozzavano
teste e braccia e mani e tutto ciò che era alla loro portata. E
qualche secondo più tardi, dietro O'Donahee, un altro
terribile rumore crepitò in quel caos. Era il violento ronzio di
un mitra a raggi che sparava con incredibile rapidità, come
dieci pistole simultaneamente. I sei colleghi di O'Donahee
furono sbalzati in avanti e caddero. Le loro teste, colpite alla
nuca dai raggi esplosivi ad alto potenziale, erano orridi
ammassi sanguinolenti di ossa fracassate.
No! Io non voglio morire! implorò O'Donahee voltandosi
da quella parte, terrorizzato al pensiero di guardare il killer
ma incapace di non farlo.
Il secondo assassino, Pistolero, uscì da dietro le quinte.
Portava la regolamentare uniforme grigia degli addetti alla
manutenzione del Centro Riunioni e Rappresentazioni, e con
la mano destra impugnava, tenendola lontana dal corpo,
un'arma dalla canna cilindrica fornita di un calcio nero in
materiale spugnoso, sagomato. Era il mitra a raggi, l'arma
che perfino La Gloria de la Ciencia sembrava incapace di
riprodurre.
O'Donahee era come paralizzato. Si accorse che stava
parlando da solo, con voce rauca: — Perché questo succede
a me, proprio a me? Non capisco.
Il mitra a raggi tornò in vita con un brontolio quando
Pistolero cominciò a sparare sulla folla, e O'Donahee seppe,
senza bisogno di guardare, che ogni colpo, ogni singolo
pacchetto di energia, stava trovando un bersaglio. Notò che
l'arma emetteva sbuffi di vapore bianco dall'estremità
posteriore della canna, e quelle scariche morbide, così in
contrasto con la furia distruttiva dei colpi, lo affascinarono
stranamente.
Silenziose e dolci, si accorse di pensare. Così candide. In
quel momento seppe che stava per morire.
Intorno a Pistolero si sparsero vortici di scintille rosse. Un
uomo del servizio d'ordine era riuscito a far fuoco con una
pistola. Ma il suo raggio laser si dissolveva contro la parte
posteriore dello scudo d'energia, diviso in due sezioni, che
proteggeva il corpo del killer.
Con agilità innaturale Pistolero girò su se stesso, il suo
mitra avventò scariche furiose contro il nuovo bersaglio, e
O'Donahee capì, anche stavolta senza bisogno di guardare,
che da quella parte non sarebbe più venuto alcun
contrattacco.
Poi l'arma di Pistolero si puntò su di lui, e il retro della
canna emise delicati fiocchi di vapore bianco.
O'Donahee sentì una violenta compressione alle viscere, e
fu gettato all'indietro, e c'era un liquido che gli scaturiva
dalla bocca, e qualcosa gli toglieva la facoltà di respirare.
Non provava alcun dolore, solo la strana sensazione di non
riuscire a tirare il fiato.
Era oltre il bordo del palco, adesso, e stava cadendo in
platea. Perché? chiese a se stesso, conscio che doveva
esserci una ragione. Perché questo sta succedendo a me?
Poi un fracasso terribile squarciò la sua concentrazione, e
un oggetto duro lo colpì alla schiena, e la risposta a quella
domanda fu soltanto l'oscurità che lo sommerse.
13

Il Leone incontrò Inez nel corridoio, fuori della camera del


Consiglio. La collega uscì da uno degli ascensori proprio
mentre lui si chiudeva alle spalle la porta della toilette.
— Ci siamo soltanto noi? — gli chiese, senza fiato.
Lui scosse il capo. — Blumhaven e Maria Losef sono già
dentro. Stiamo aspettando che Van Ostrand si metta in linea.
— Mio Dio — mormorò lei. — A un'ora così tarda, poi.
Uno crederebbe che perfino certa gente abbia un orario.
Quando penso a queste cose, immagino sempre che
succedano durante il giorno.
Il Leone riuscì a sorridere. — Io di solito immagino che
accadano al mattino. Mi vedo seduto a far colazione con mia
moglie mentre chiacchieriamo, magari di un artista o di uno
spettacolo teatrale. Poi suona il telefono. Lei va a rispondere.
Io mi accorgo che non dice niente e guarda me, con una certa
espressione. E allora capisco.
Inez si tolse il cappellino — un Carlisle purpureo a tesa
larga — e toccò la spilla da cui era ornato. La costolatura
interna si accese e lo ripiegò in un rettangolo lungo pochi
centimetri. La donna si ficcò in una tasca il cappello così
ristretto e sospirò.
— Mio Dio, che serata! Prima il massacro della Sferza, e
ora questo.
— E ora questo — mormorò il Leone.
— Sa, Jerem, credo che ci ricorderemo di questa notte per
il resto della nostra vita: cosa facevamo, dove eravamo, cosa
stavamo mangiando... — Scosse il capo. — Io, almeno, non
me lo scorderò. Tutto mi resterà inchiodato nella memoria,
come una di quelle targhe che una volta consegnavano a chi
riceveva un premio. E questa targa dirà: «Venerdì 7 agosto
2363, ore tre del mattino: la notte in cui fu segnalato il
ritorno delle navi interstellari».
— Io ricorderò sempre quanto sono stanco — disse il
Leone.
Inez agitò una mano. — Cinquantasei anni fa... io non ero
ancora nata. Ed è da allora che la razza umana si sta
preparando per questo momento.
— Anche lei ha l'aria stanca.
— Sì, Jerem — annuì lei con una smorfia. — Lo sono. —
Gli passò le braccia attorno, e con sua sorpresa lo strinse in
un abbraccio. — Ma c'è qualcosa di più della stanchezza. Di
solito io non balbetto quando sono stanca. Balbetto quando
sono spaventata.
Lui le restituì l'abbraccio con forza.
— Oh, Jerem! Mi sento come se avessi atteso questo
giorno fin da quando ero bambina... un'intera vita, durante la
quale non ho fatto che chiedermi cosa sarebbe successo.
Il Leone la capiva. — Ha aspettato tutta la vita per sapere
se lei... e il resto dell'umanità, diventerete schiavi dei
Paratwa.
— Sì. E questa attesa... mi ha cambiata, credo. Non l'ho
mai detto a nessuno, Jerem, ma... il motivo per cui non mi
sono sposata, il motivo per cui ho deciso di non avere figli...
S'interruppe, e d'un tratto gli appoggiò la fronte sul petto.
Il Leone le accarezzò una spalla con fare rassicurante.
Subito però Inez si scostò, imbarazzata. — Mi scusi —
mormorò, asciugandosi una chiazza umida sotto l'occhio
sinistro. — Di solito non sono così impressionabile.
— Abbiamo avuto giorni piuttosto agitati. — Il Leone
ripensò all'intensità delle sue emozioni per il risveglio di
Gillian. Scrollò le spalle. — I Costeau hanno un detto:
inganna i tuoi nervi, o i nervi inganneranno te.
Inez si costrinse a sorridere. — Credo che non potrei dirlo
così in fretta senza inciampare sulle parole.
— Molti non sanno dirlo mai.
Lei deglutì saliva. — Suppongo che non si sappia ancora
niente di Susan.
Il Leone scosse la testa. Inez l'aveva chiamato già tre o
quattro volte per chiedergli un aggiornamento sulla ricerca di
sua nipote. — Ancora niente. Ma non c'è motivo di
disperarsi. I miei uomini sono convinti che Susan si sia
nascosta. Date le sue difficoltà psichiche e ciò che ha dovuto
sopportare negli ultimi giorni, questa deve essere stata la sua
prima reazione. — Esitò. — La E-Tech è al corrente della
sua scomparsa?
— No. Io la sto coprendo. Per quanto posso dire, nessuno
si interessa di lei. Ho informato il Dipartimento Ispezioni de
La Gloria de la Ciencia che la ragazza è stata
temporaneamente trasferita ad altri incarichi, e questa bugia
sarà accettata senza problemi, almeno per un po'.
Il Leone annuì pensosamente. — Perché non fa filtrare la
notizia della scomparsa di Susan alla commissione di
Huromonus?
Inez inarcò le sopracciglia. — Crede che sia saggio?
Voglio dire, non è un argomento connesso all'indagine che
gli interessa, quella sulla corruzione nella Sicurezza E-Tech.
Per quel che ne sappiamo, Huromonus potrebbe esser
disposto a collaborare proprio con la gente su cui sta
investigando e passare loro anche la pratica di Susan,
peggiorando ancora la situazione della ragazza.
— Tutto è possibile, ma ne dubito. Conosco Edward
Huromonus. Anni fa ha svolto mansioni di consigliere legale
per i Clan Uniti. — Il Leone sorrise. — Non lo chiamano
Eddie il Pazzo senza ragione. Non credo che possa essere
comprato o intimorito; la sua integrità è cristallina. E dispone
di contatti d'ufficio che ai Costeau mancano. Potrebbe
riuscire a localizzare Susan. Capirebbe da solo perché non è
opportuno coinvolgere la E-Tech in questa faccenda, e
farebbe uso di investigatori esterni all'organizzazione.
— Se è un uomo di questo genere — osservò Inez, — mi
chiedo perché Doyle Blumhaven abbia scelto lui a capo della
commissione.
Il Leone si strinse nelle spalle. — La Sicurezza della E-
Tech... e ultimamente anche Blumhaven, sono sotto il fuoco
incrociato di molti senatori. Il Parlamento esige trasparenza,
e credo che Blumhaven voglia prevenire ogni critica su
questa indagine per timore che si gridi a un altro tentativo di
insabbiare le cose.
Inez mugolò un assenso. — D'accordo. Suppongo che la
sua idea sia buona. Più tardi farò filtrare l'informazione.
— Ma non dia a Huromonus troppi dati — la avvertì il
Leone. — Io gli lascerei sapere solo che Susan è sparita la
notte in cui Tace e Donnelly sono stati assassinati, e che fra
le due cose può esserci un nesso. Dare a Eddie il Pazzo
troppe tracce potrebbe indurlo a indagare anche su di noi.
— Cosa poco augurabile — mormorò Inez
mordicchiandosi le labbra.
Già, assai poco augurabile, pensò il Leone. Non voleva
neppure pensare al clamore che si sarebbe scatenato se
Edward Huromonus — o chiunque altro, quanto a questo —
avesse saputo che Gillian e Nick erano stati illegalmente tolti
dalla stasi.
Inez fece un lungo sospiro. — Le cose si stanno facendo
dure, Jerem Marth.
— È vero. Anch'io non nascondo d'essere spaventato.
Lei lo guardò stranamente. Poi ebbe un sorrisetto storto e
negli occhi le apparve una luce divertita. — Ma Jerem... lei è
un Costeau. E un Costeau non dovrebbe conoscere la paura.
— È quello che continuo a dirmi.
In fondo al corridoio, l'imponente porta nera si aprì. Sulla
soglia della camera del Consiglio, solennemente inquadrata
nella massiccia cornice rettangolare, si stagliò la figura di
Doyle Blumhaven.
— Ah, Inez... giusto in tempo. — La sua voce era tesa,
ancor più controllata del solito. — L'ammiraglio Kilofski ci
ha fatto sapere che gli specialisti di Jon hanno completato la
prima analisi dei dati. Jon si metterà in linea da un momento
all'altro, con un rapporto più completo.
I due seguirono Blumhaven in sala e sedettero ai loro
posti. Il Consigliere E-Tech cominciò a battere rapidamente
sulla tastiera del suo terminale. Il Leone immaginava che i
quadri direttivi della sua organizzazione stessero facendo gli
straordinari, ogni dipartimento in funzione e pronto agli
ordini. Si chiese se anche Adam Lu Sang fosse stato tirato
giù dal letto, in quell'agitazione.
Di fronte al Consigliere E-Tech sedeva Maria Losef. Non
sembrava rigida come Blumhaven, anzi semmai un po'
annoiata.
Al centro del lucido tavolo rotondo, sui cinque schermi del
VSL, campeggiava la robusta figura dell'ammiraglio
Kilofski, uno dei responsabili della flotta dei Sorveglianti.
Stava conversando con qualcun altro, fuori campo.
Mentre osservava il profilo dell'ammiraglio il Leone si
trovò a riflettere sui Sorveglianti, e sui grossi cambiamenti
che c'erano stati in quel corpo dal tempo della sua infanzia,
quando i cilindri avevano appreso che molti Paratwa,
sopravvissuti all'Apocalisse, avevano lasciato la Terra col
Progetto Stelle.
In quei giorni il Leone ricordava come i Sorveglianti,
maestosi nelle loro uniformi nere e oro, pattugliassero le
strade di ogni città; un'organizzazione militare con mansioni
di polizia forte di un milione di uomini e donne da cui
dipendeva l'osservanza delle leggi intercoloniali. Con l'andar
degli anni il Consiglio di Irrya aveva però modificato i loro
compiti, assegnandoli al vastissimo spiegamento di difese
destinato a proteggere le Colonie dai Paratwa impadronitisi
delle navi stellari. Attualmente erano pochi i Sorveglianti
rimasti in orbita attorno alla Terra. La legge era fatta
osservare dalla Sicurezza E-Tech in collaborazione con la
polizia delle singole Colonie, e quasi l'intero corpo dei
Sorveglianti era sparso nel sistema solare al di là di Giove:
oltre due milioni di uomini e donne, volontari adibiti a
lunghi turni di lavoro e per la maggior parte concentrati in
piccoli centri spaziali simili alle Colonie, le avanguardie già
appostate su satelliti-fortezza e stormi di astronavi fornite di
armi nucleari. Tutti erano in attesa dell'invasione, del giorno
in cui avrebbero ricevuto l'ordine di entrare in guerra.
E forse quel giorno era arrivato.
Sullo schermo VSL l'immagine di Kilofski fu sostituita
dalla ripresa di un'altra telecamera. Apparve Jon Van
Ostrand, Comandante Supremo dei Sorveglianti, seduto
davanti a una console. Maria Losef smise di pettinarsi e
raddrizzò le spalle. — Consiglio di Irrya, seduta del 7 agosto
2363 — disse per la registrazione. — Database riservato,
accesso ai soli autorizzati. — Fece un cenno a Van Ostrand.
— I Consiglieri sono tutti presenti. Può dare inizio alla sua
relazione, prego.
L'alto ufficiale guardò dritto nella telecamera. —
All'incirca novanta minuti fa, i detector della fascia esterna
hanno captato un oggetto in avvicinamento su una rotta che
lo porterà a incrociare l'attuale posizione delle Colonie. La
velocità dell'intruso al momento della rilevazione era lo 0,2
per cento di quella della luce, ma si abbassava rapidamente,
indicando una forte decelerazione in atto.
«La prima fase delle analisi dei dati conferma che
l'oggetto ha approssimativamente le dimensioni e la forma di
una navetta da trasporto passeggeri, di trentacinque-quaranta
metri di lunghezza, quasi sicuramente un modello di
produzione terrestre. Se l'intruso manterrà l'attuale rotta e
decelerazione, arriverà a incrociare le Colonie in circa tre
settimane.
«L'intruso non sta trasmettendo... o almeno, non su una
lunghezza d'onda che sia nelle nostre possibilità ricevere. La
distanza è ancora troppa perché lo si possa centrare coi
dispositivi di indagine più penetranti. Ed è troppa anche per
una valutazione dei parametri di schermatura dei suoi
computer.
— Tempo stimato di intercettazione? — chiese Maria
Losef.
— Fra cinque giorni dovremmo essere in grado di far
intercettare l'intruso da una squadra di navi con equipaggio
umano.
— Uno scafo non più grosso di una navetta passeggeri —
borbottò Inez, — e non solo ad appena lo 0,2 per cento della
velocità della luce, ma in rapida decelerazione.
Van Ostrand sogghignò. — Già. Questa è stata un po' una
sorpresa. Dai dati del Progetto Stelle, sappiamo che i sistemi
di propulsione a fusione di cui disponeva la flotta potevano
essere contenuti solo da un'astronave molto voluminosa. Se
l'intruso fosse stato lanciato dalla flotta, la sua velocità
iniziale sarebbe spiegabile, in quanto la tecnologia del
Progetto Stelle consentiva di raggiungere fino al venti per
cento di quella della luce. Lo zero virgola due è
relativamente poco, se presumiamo che questo scafo viaggi
verso di noi con tale spinta di partenza. Ma ciò non spiega
come riesca a rallentare in questo modo. Finora non abbiamo
individuato nessun sistema di spinta, né propulsiva né
frenante. La nostra migliore ipotesi è che l'intruso sia
controllato a distanza dalla flotta. Forse le navi più grosse
dei Paratwa hanno la possibilità di farlo decelerare con altri
metodi.
— Quali metodi? — domandò Blumhaven.
— Una specie di vela-laser capovolta? — speculò Inez.
— Teoricamente è possibile — disse il Comandante dei
Sorveglianti. — Ma non abbiamo rilevato nulla di simile a
una vela.
Maria Losef si rivolse a Inez. — La Gloria de la Ciencia
non ha un progetto di ricerca su questa linea?
Lei annuì. — Sì. Ma solo per la teoria di base. E la sola
teoria che sembra promettere uno sviluppo richiede la
presenza di una larga vela di supporto, in metallo, collegata
allo scafo.
— Non c'è nessuna vela — ripeté Van Ostrand. — Ciò che
abbiamo è una nave di piccole dimensioni diretta verso di
noi. Ogni nostra proiezione suggerisce l'ipotesi che si tratti di
un esploratore mandato in avanscoperta dalla flotta.
— Per mettere alla prova le nostre difese — disse Inez.
— Non lo escludo.
— Possiamo distruggere questo intruso? — chiese Maria
Losef.
Il Comandante scrollò le spalle. — Secondo le proiezioni,
una nave di quel genere non è un problema per una delle
nostre. Ma questi sono soltanto dati estrapolati dal computer.
In realtà, chi può dire qualcosa di preciso?
Il Leone annuì. Non c'era bisogno che Van Ostrand si
spiegasse meglio. Il suo problema era quello che da mezzo
secolo influenzava ogni decisione del Consiglio di Irrya.
Tecnologia sconosciuta. Quell'intruso poteva avere capacità
difensive e offensive di un genere ancora tutto da ipotizzare.
Inez batté qualcosa sul suo terminale, poi rialzò lo sguardo
verso la telecamera del VSL. — Jon, cosa sappiamo sulla
rotta di questa nave? Da dove viene?
— Questa è stata l'altra sorpresa. I nostri apparati
d'indagine più avanzati sono scaglionati sull'asse orizzontale
del sistema solare, con un prolungamento nella direzione in
cui la flotta del Progetto Stelle si è allontanata dalla Terra.
L'intruso invece arriva da un'angolazione completamente
diversa, circa settantacinque gradi più verso lo zenith e
trentacinque gradi più a nord rispetto a quelle coordinate.
Inez annuì pensosamente.
— C'è qualche elemento — disse Maria Losef — che lasci
sospettare che l'intruso non stia arrivando in linea retta?
— No — rispose Van Ostrand. — Finora l'analisi del suo
percorso lo riscontra rettilineo. Ovviamente è possibile che
la nave abbia cambiato direzione prima che la
individuassimo.
Il Leone s'era accigliato. Le astronavi del Progetto Stelle
avevano lasciato il sistema solare — in gruppo, unendo la
spinta propulsiva dei loro motori a fusione — su una rotta di
compromesso che le portava in direzione di tre possibili
obiettivi: Epsilon Eridani, UY Ceti e Tau Ceti, tutte stelle
sospettate di avere numerosi pianeti in orbita. La
destinazione finale non doveva essere stabilita almeno fino al
quarantesimo anno di viaggio, quando (così si sperava)
osservazioni astronomiche più ravvicinate avrebbero
consentito di effettuare una scelta più precisa, o anche più di
una. Le navi disponevano di ottimi impianti di stasi, e il
programma prevedeva che pochi membri dell'equipaggio e
un ridotto numero di coloni dovessero restare svegli allo
stesso tempo, salvo quando fosse giunta l'ora di decidere
sull'obiettivo.
Ma dopo quarant'anni di viaggio, quando quel momento
era venuto, gli equipaggi umani erano stati sopraffatti da una
grande quantità di Paratwa che in qualche modo erano
riusciti a infiltrarsi fra i coloni in partenza. Le Colonie
avevano ricevuto confusi messaggi da cui si poteva solo
presumere che era avvenuto un ammutinamento generale, e
che alcune navi erano state distrutte da esplosioni nucleari.
Soltanto ora l'umanità aveva scoperto che quei messaggi
erano stati trasmessi dai Paratwa, e per un duplice scopo:
nascondere il fatto che gli Ash Ock e i loro seguaci erano i
veri responsabili di ogni incomprensibile irregolarità che le
Colonie avessero riscontrato nel comportamento delle
astronavi, e impedire che chiunque tornasse in futuro dalle
stelle fosse sospettato di intenzioni ostili verso l'umanità.
E ora, dopo tanti anni, una nave stava tornando. Ma da
una direzione completamente diversa!
Blumhaven si piegò in avanti, poggiando i gomiti sulla
levigata superficie del tavolo. — Jon, presumendo per un
momento che la flotta dei Paratwa sia sulla stessa rotta di
questo esploratore avanzato, da che direzione arrivano? Da
che stella?
— Dallo spazio profondo. In quella direzione non c'è
niente. La stella più vicina dista oltre cinquecento anni luce.
— Allora dobbiamo dedurne — disse Inez — che le
coordinate di avvicinamento dell'intruso non hanno alcun
rapporto con la posizione reale della flotta.
— Proprio così — annuì Van Ostrand. — Noi
continuiamo a operare sull'ipotesi che la loro flotta possa
apparire da qualsiasi direzione. Non intendo certo spostare
forze considerevoli in quel quadrante, salvo la squadra
assegnata a intercettare l'intruso.
— Potrebbe essere un espediente teso proprio a ottenere
questo — osservò Inez.
Van Ostrand sorrise stancamente. — Oppure il contrario,
no?
— C'è qualcos'altro? — tagliò corto la Losef.
— Per ora, no. Vorrei che ci fossero molti dati da spedirvi
per un'analisi di riscontro, ma ne abbiamo così pochi che non
vale la pena di elaborarli ancora. I miei tecnici dicono che
occorrono ancora due o tre giorni perché l'intruso sia alla
portata dei nostri scanner più efficaci. Nel frattempo,
escludendo l'ipotesi che si riesca a penetrare con quelli a
lunga portata nel computer della nave, credo che non avremo
altri dati significativi. A meno che, naturalmente, non venga
individuato qualcos'altro.
I Consiglieri si guardarono in silenzio, a disagio.
Il Leone decise di cambiare argomento. — Dobbiamo
rendere pubblica questa notizia fin da stanotte?
Gli occhi azzurri di Maria Losef saettarono su di lui. —
Conoscete già il punto di vista della ICN: nessuna notizia
può essere diramata prima di aver inquadrato gli aspetti
basilari della situazione. Se fornissimo alla stampa i dati che
abbiamo non faremmo che generare una spiacevole
confusione.
— Spiacevole per chi? — chiese seccamente Inez.
Il Leone vide gli sguardi delle due donne incrociarsi come
lame. Quali notizie diramare e in quale forma era un
argomento su cui La Gloria de la Ciencia e la ICN
duellavano due anni addietro, quando lui era entrato nel
Consiglio, e probabilmente già da molto tempo prima. Il
Leone capiva bene la riluttanza della ICN: le banche e le
società finanziarie si opponevano a tutto ciò che avrebbe
influito sull'andamento del mercato in modo imprevedibile.
Rilasciare notizie d'indubbio effetto emotivo significava
alterare l'economia delle colonie più di qualunque strategia
di investimenti a breve o a lungo termine.
Ma c'era una differenza fra tutelare il benessere dei
cittadini e il tenerli all'oscuro di informazioni importanti per
la loro vita. In quell'occasione particolare, il Leone sentiva
che la trasparenza completa era la via migliore.
Blumhaven disse: — La E-Tech è dell'opinione che ogni
dato circa le astronavi in arrivo sia divulgato appena
disponibile. Le Colonie devono seguire passo per passo
l'evolversi della situazione.
Sui cinque schermi del VSL Van Ostrand annuì.
La Losef si strinse nelle spalle, un gesto appena
percettibile. — La ICN conosce già le tendenze di questo
Consiglio. Non ci opporremo alla decisione.
Maria Losef, pensò il Leone, restava la più pratica di tutti
loro. Con quattro voti contro il suo non intendeva perder
tempo proponendo mozioni e dibattiti. Ma, a parte quel
pragmatismo così razionale, c'era poco di ammirevole in lei.
A volte il Leone provava una vaga ostilità nei suoi confronti.
Dei cinque Consiglieri era la meno raggiungibile e
comprensibile per i milioni di persone che aiutava a
governare. Perfino Blumhaven, con la sua natura così
burocratica, lasciava intravedere qualche aspetto più umano.
La donna batté qualcosa sul suo terminale, poi disse: —
Suggerisco di rilasciare il rapporto di Van Ostrand, con la
necessaria censura standard sui segreti militari, alle maggiori
stazioni televisive e alle emittenti libere. Ma non prima di
oggi nel pomeriggio. È accettabile?
Tutti i Consiglieri si dissero d'accordo.
— E unitamente a questo rapporto — aggiunse
Blumhaven, — propongo che il Consiglio diriga un
messaggio all'Ordine della Sferza, per esprimere il nostro
personale cordoglio.
Van Ostrand si accigliò. — Le sembra saggio, Doyle? Io
ho perso il conto delle volte in cui l'Ordine della Sferza ha
aggredito ogni membro del Consiglio per il nostro
atteggiamento «debole e vigliacco» sul problema dei
Paratwa. Non vedo perché dovremmo far pensare alla gente
che un attentato ci basta per simpatizzare con una minoranza
ostile.
Inez alzò una mano. — Jon, io la penso come lei. Ma
credo che nei prossimi mesi avremo bisogno di tutto il
supporto che potremo ottenere. Sono d'accordo con la
proposta di Doyle.
— Una nota di partecipazione sarà stilata dall'ufficio
stampa e acclusa al comunicato — disse la Losef, mettendo
fine alla discussione.
Inez si rivolse a Blumhaven. — Sono stati tolti i sigilli alla
sala in cui si trovavano i membri dell'Ordine?
Il direttore della E-Tech scosse il capo. — Non ancora.
Abbiamo in arrivo da Napoli una squadra investigativa
speciale. Nessuno metterà piede in quell'auditorium fino al
loro arrivo, previsto per questa mattina sul tardi.
— Mi chiedo — disse Inez come per caso — se sul luogo
avrebbe il permesso di entrare anche una squadra di esperti
de La Gloria de la Ciencia. È possibile?
Blumhaven la guardò, insospettito. — A quale scopo?
— Questa squadra ha sviluppato un metodo sperimentale
utile nelle autopsie, basato sull'analisi al plasma. Forse potrà
evidenziare elementi che sfuggirebbero alla metodologia
standard.
Per un momento il Leone pensò che Blumhaven avrebbe
cercato una scusa per rifiutare. Ma l'uomo scosse le spalle.
— Va bene. Li faccia arrivare sul posto entro sei ore.
— Grazie — disse gentilmente Inez.
E io ringrazio te, pensò il Leone, sforzandosi di non
sorridere. II piccolo inganno di Inez aveva funzionato.
Nelle vesti di esperto patologo de La Gloria de la Ciencia,
Gillian avrebbe potuto esaminare il luogo del massacro in
cerca di tracce ancora fresche. Il Leone dubitava che
un'indagine di quel genere potesse portare a qualcosa di
nuovo, ma Nick e Gillian sembravano considerarla
importantissima, e lui aveva convinto Inez che la loro
decisione era ben motivata.
Quell'ultimo attentato, il sesto in quattro mesi e di soli
quattro giorni successivo al massacro di Honshu, avrebbe
senza dubbio provocato una violenta reazione nelle Colonie.
Il Consiglio sarebbe stato sottoposto a forti pressioni perché
quella follia omicida fosse bloccata. Questo era
probabilmente il motivo che aveva indotto Blumhaven, di
norma ostile all'idea che chiunque s'intromettesse con la
Sicurezza della E-Tech, ad accontentare Inez. Nei giorni che
si preparavano, ci sarebbe stato lui sotto i riflettori della
stampa e di quanti esigevano un progresso nelle indagini.
Il Leone esaminò un altro pensiero preoccupante. Il
massacro nella sala riunioni dell'Ordine della Sferza era
avvenuto poche ore prima che i Sorveglianti individuassero
una nave Paratwa in avvicinamento. Una coincidenza?
Doveva essere così. Lui non riusciva a immaginare quale
rapporto potesse esistere fra le due cose.
— Ci sono altri argomenti da discutere? — chiese Maria
Losef.
Nessuno rispose. La donna dichiarò chiusa la seduta dopo
una nota formale per le registrazioni.
— Oggi sarà una giornata molto faticosa — mormorò
Inez, mentre si avviavano all'uscita della camera.
Il Leone non ne dubitava affatto.
14

— Documenti, prego — disse l'agente di guardia, senza


togliere la mano dal calcio della pistola a raggi.
Gillian tolse di tasca la tessera falsa che Inez Hernandez
gli aveva fatto fare alla sede della Gloria de la Ciencia e gli
mostrò l'olografia. L'agente, un uomo della Sicurezza E-
Tech, la esaminò per un momento. Poi annuì. — Credo che
la stiano aspettando, signor Dynassa. Le sue assistenti sono
già arrivate.
Gillian gli elargì un sorriso pecorino. Non aveva mai
incontrato le sue "assistenti", e supponeva che gli sarebbe
stato difficile identificarle. In quanto al metodo del plasma
applicato alla necroscopia, forse il vero Amphos Dynassa
avrebbe potuto tenere una conferenza sull'argomento, ma lui
poteva solo augurarsi che nessuno venisse a chiedergli che
razza di tecnica fosse.
Non ne sapeva neppure abbastanza da inventare sui due
piedi una menzogna qualsiasi.
Oltrepassò il servizio di guardia ed entrò dall'ingresso
posteriore del Centro Riunioni e Rappresentazioni Augustus
J. Artwhiler. Gli sembrava ridicolo che quel vasto edificio
fosse dedicato alla memoria dell'ex Comandante dei
Sorveglianti. Cinquantasei anni addietro Artwhiler era stato
una spina nel fianco per lui e Nick, durante la caccia a
Reemul. E non gli risultava che quel duro militarista fanatico
avesse mai patrocinato iniziative culturali o teatrali.
«Quando un individuo è passato a miglior vita, spesso
anche la sua vita appare in una luce migliore. O forse è
soltanto sollievo perché se n'è andato» aveva detto una volta
Aristotele. Gillian si accorse di sorridere al ricordo del suo
antico tutore, l'Ash Ock che insieme al Paratwa di nome
Meridian era stato un maestro per lui. Aristotele aveva curato
l'istruzione di Gillian e di Catharine, le due metà di
Empedocle, preparando il guerriero degli Ash Ock al grande
ruolo che avrebbe dovuto svolgere nei loro piani di
conquista.
Il Cerchio dei Cinque, la Sfera del Castello Reale. Noi
eravamo stati creati per unire i Paratwa e dominare l'umanità.
Ma nella follia degli ultimi anni, culminata con
l'Apocalisse, il Castello Reale non era mai stato costruito; e i
cinque Paratwa del ceppo genetico speciale chiamato Ash
Ock, Gillian e Catharine compresi, erano andati ciascuno
verso un destino diverso. I due gemellari di Aristotele erano
morti in un incendio, nel Sudafrica. Gillian, ancora sotto
addestramento, aveva perduto Catharine durante l'attacco di
un commando alla loro base segreta nella giungla brasiliana.
Era stato allora che Saffo e Theophrastus avevano riunito
molti dei Paratwa superstiti, dedicando le loro risorse
all'infiltrazione nel Progetto Stelle, il più penetrabile dei due
immensi programmi spaziali con cui l'umanità stava
abbandonando il pianeta morente. L'ultimo Ash Ock,
Codrus, era emigrato sotto falsa identità nelle Colonie, per
fungere da quinta colonna sabotando la loro crescita
scientifica ed economica, opera in cui aveva ottenuto
notevoli risultati finché non era stato scoperto e ucciso,
cinquantasei anni addietro.
E ora Saffo e Theophrastus stanno tornando. Benché i
Sorveglianti avessero individuato solo una piccola nave,
Gillian sentiva che la flotta dei Paratwa era molto vicina.
All'ingresso della Sala H, Gillian dovette presentare la
tessera a un altro posto di guardia. Soddisfatto nel vedere che
l'olofoto e la faccia che gli sorrideva erano identiche, uno
degli agenti mormorò qualcosa in un microfono nascosto. La
grossa porta antiacustica si aprì appena di una fessura.
Gillian scivolò dentro. Il battente si richiuse con un tonfo.
L'auditorium era a pianta trapezoidale, col lato più largo
occupato dalla platea. Il pavimento scendeva con lieve
pendenza dall'ultima fila di poltroncine fino al palcoscenico.
La parete dietro di esso sosteneva quattro piccoli schermi per
le proiezioni tridimensionali, i cui comandi erano suddivisi
fra il tavolo laterale e il leggio del conferenziere.
Le sei persone che erano state sedute a quel tavolo
giacevano a poca distanza da esso, sul palcoscenico. Le altre
vittime del massacro costellavano la platea. Molte giacevano
in pose grottesche, come marionette gettate via da un
burattinaio che si fosse stancato di farle recitare in quel
teatro e avesse deciso di farle a pezzi prima di dare le
dimissioni. A meni di dieci passi da Gillian, in equilibrio sul
bracciolo di una poltroncina e ancora aggrappata ad esso con
le dita, c'era una mano mozzata di netto.
Morte: un sottile strato di vibrazioni statiche, un
sovraccarico di dati che gli affluivano nel corpo attraverso i
cinque sensi. Era come se fosse penetrato in un gorgo ad alta
pressione dove ogni goccia d'acqua portava con se una carica
elettrica.
Trasse alcuni lunghi respiri per calmarsi. L'aria odorava di
sostanze chimiche, e c'era un sentore vagamente sgradevole
che gli ricordava l'interno della capsula di stasi.
Probabilmente la E-Tech aveva spruzzato un conservante sui
cadaveri subito dopo il massacro. Comunque fosse, quella
era la scena ancora fresca di un attentato. Li poteva fare ciò
che non gli era stato possibile al terminal di Honshu. Lì la
sua mente avrebbe potuto strutturare il gestalt della violenza.
Lì sarebbe avvenuta l'assimilazione inconscia.
Ma prima gli occorrevano risposte a interrogativi più
concreti. Non poteva mettersi semplicemente a gironzolare
in quella sala come in trance, tentando di integrare e
metabolizzare la morte di dozzine di persone. Non senza
provocare sospetti.
Troppi esseri umani vivi, per lo più con l'uniforme della
Sicurezza E-Tech, stavano lavorando nel vasto locale.
Alcuni esaminavano i corpi, altri portavano attrezzature qua
e là fra le file di poltroncine, altri ancora parlavano sottovoce
tenendosi in disparte. Da uno di questi gruppetti un uomo
corpulento vestito con un camice da laboratorio sporco di
sangue si volse a guardarlo. L'individuo diede alcune
istruzioni ai suoi colleghi e s'incamminò verso di lui a passi
svelti.
Due occhi piccoli incuneati in un faccione gioviale
studiarono Gillian per un momento, poi l'uomo gli porse la
mano. — Ispettore Xornakoff, Sicurezza E-Tech — si
presentò. — Lei è il signor Dynassa?
Gillian annuì, e mentre gli stringeva la mano si accorse
che aveva soltanto quattro dita. All'ispettore mancava il
mignolo destro. Ma non perché gli fosse stato amputalo:
anche l'altra mano aveva la stessa conformazione anomala.
— Un difetto di nascita che i miei genitori hanno preferito
non correggere — disse Xornakoff, notando il rapido
sguardo di Gillian alla sua mano sinistra. Lo scrutò con
attenzione, piegando gli angoli della bocca in un sorrisetto
formale. — Mi è stato chiesto di fungere da collegamento
con voi. Spero che la vostra squadra riesca a darci un valido
aiuto. Questo è il quarto attentato della Sferza su cui mi
capita di fare un sopralluogo, e credo che la E-Tech troverà
utile un punto di vista esterno.
Gillian dubitava che quell'affermazione fosse del tutto
sincera. — Quanti morti ci sono?
— Solo ottantatré, stavolta. — L'ispettore scosse il capo.
— Un macello. Sacrificherei volentieri un altro dito, se
potessi usarlo sul grilletto di un laser puntato su uno di quei
bastardi.
Gillian annuì gravemente.
— Be', suppongo che voi patologi siate più abituati di me
a vedere cose di questo genere. Prima che cominciassero
questi attentati alla Sferza ero assegnato alla Divisione
Tattica. Gli omicidi non sono mai stati la mia specialità. —
Fece una pausa. — Comunque mi sembra che una delle sue
assistenti abbia detto che usate questa tecnica al plasma da
molto tempo.
— Otto anni — rispose Gillian, — cercando di richiamare
alla mente il profilo di Amphos Dynassa che gli era stato
consegnato quel mattino. Poteva solo sperare che le sue
assistenti avessero già detto tutto quello che dovevano dire.
L'ispettore inarcò le sopracciglia, come se fingesse di
dubitare di quella risposta per fargli dire di più. Ma era un
vecchio trucco. Gillian mantenne un'espressione indifferente,
e l'altro mantenne il suo sorrisetto formale.
Devo andare cauto, qui dentro. Xornakoff aveva l'aura
dell'uomo dotato di un sesto senso per le menzogne.
— Amphos! — Il richiamo echeggiò a voce alta nel
silenzio, facendo voltare buona parte degli uomini presenti in
sala. Due tecnici di laboratorio chini su un cadavere
decapitato a pochi passi da Gillian e dall'ispettore si
accigliarono, come a dire: «Questo è un luogo di dolore.
Abbiate rispetto per i morti».
Gillian si volse. Due donne, una alta e bionda, l'altra bassa
e di pelle nera, stavano arrivando sul passaggio di sinistra.
Ognuna aveva una grossa borsa da medico in plastica rossa.
— Che coppia — mormorò l'ispettore. — Lavorate spesso
insieme, voi tre?
Gillian gli rispose con un cenno che poteva significare
qualunque cosa e continuò a guardare dalla parte delle sue
«assistenti», augurandosi che Xornakoff non volesse
approfondire.
Se quelle due donne non erano esperte nella tecnica al
plasma per l'esame patologico dei tessuti umani, la loro
esperienza di lavoro in comune sarebbe cominciata sul
furgone che li avrebbe portati dritti in un reparto di
detenzione della E-Tech. Lui sapeva qualcosa degli
accertamenti patologici post mortem, specie se le vittime
erano dei Paratwa, ma si trattava di procedure ormai antiche.
Accluso al profilo di Amphos Dynassa c'era un resoconto
abbastanza completo sulla tecnica da lui sviluppata, ma
Gillian non aveva avuto che il tempo di dargli una rapida
occhiata.
Il piano di Nick per consentirgli di intervenire sulla scena
del massacro era stato messo a punto solo la sera prima,
quando tutte le emittenti televisive avevano interrotto le
trasmissioni per dare la notizia. Gli espedienti raffazzonati in
fretta avevano sempre qualche punto debole, e sembrava che
quel Xornakoff stesse facendo del suo meglio perché lui si
scoprisse. Gillian si chiese quale particolare poteva averlo
reso così sospettoso. Che quelle due «assistenti» gli avessero
dato qualche informazione di troppo? O erano state invece
troppo reticenti, stimolando automaticamente la sua curiosità
professionale.
La sera prima Gillian aveva chiesto di incontrare quelle
due donne in anticipo, per arrivare al Centro Riunioni e
Rappresentazioni insieme a loro. Ma Nick s'era detto certo
che in quel modo sarebbe stato lui a dover parlare di
patologia con gli investigatori della E-Tech; meglio mandare
avanti le «assistenti» a sgombrargli la strada. Gillian non
aveva potuto dargli torto. Ma un incontro preliminare
sarebbe stato in ogni modo più prudente.
— Ehilà, Amphos — lo salutò la bionda alta, con aria
annoiata. Portava i capelli riuniti in due code di cavallo
laterali, e indossava una gonna-blusa grigia con due cristalli
azzurri come zaffiri fissati in corrispondenza dei capezzoli.
Gillian li guardò, accorgendosi che lo colpivano
stranamente. E nella sua mente nacque il ricordo di un fatto
accaduto molto tempo addietro.
Lui e Catharine avevano da poco compiuto dieci anni, la
sera in cui erano stati accompagnati da Meridian in un Air
Club di Brasilia: uno di quei cavernosi dirigibili che
simulavano la gravità-zero per i frequentatori delle loro
navicelle lasciandole cadere per molte centinaia di metri
parecchie volte al giorno. Una danzatrice in topless era
l'attrazione di quella sera, nella navicella simile a un locale
notturno pieno di specchi in cui Meridian li aveva fatti
entrare. La danzatrice aveva capezzoli chirurgicamente
alterati in ciascuno dei quali era stato inserito un piccolo ma
potente proiettore olografico, e ogni volta che la navicella
piombava verso il basso per dare ai clienti il brivido
dell'assenza di peso lei balzava in volo, proiettando dai
capezzoli ologrammi che gli specchi ripetevano in tutte le
direzioni. Catharine, divertita da quello spettacolo così
singolare, aveva riso. Ma Gillian era stato più interessato alle
reazioni dei frequentatori dall'Air Club.
Facce silenziose, quasi austere, e occhi che seguivano le
giravolte della danzatrice con un'intensità incomprensibile.
La loro attenzione era concentrata sulle immagini che raggi
laser creavano sulle pareti, ma Gillian aveva avuto la
certezza che tutti stessero aspettando qualcosa di diverso,
forse gli attimi fugaci in cui dalle proiezioni emergevano
elementi di qualche valore, apprezzabili come i vecchi film
d'antiquariato per gli appassionati del genere. Ma anche dopo
aver riflettuto che doveva essere così non era riuscito a
capire ciò che stava guardando. Era uscito dall'Air Club
piuttosto confuso da quell'esperienza.
Rientrati alla base, Gillian e Catherine erano stati invitati
da Aristotele, come sempre, a tradurre in parole le loro
impressioni. Catharine aveva detto che la caduta a gravità
zero l'aveva divertita ma le era sembrata una sciocchezza,
uno spreco delle poche preziose ore che avevano il permesso
di dedicare alla ricreazione. Quando era stato il suo turno
Gillian era rimasto in piedi davanti ai due truci e barbuti
gemellari di Aristotele, cercando di definire quel che aveva
captato nel clienti dell'Air Club, ma non era riuscito né a
definire le sue sensazioni né a descrivere razionalmente le
immagini che più l'avevano colpito.
I gemellari di Aristotele s'erano accigliati severamente. —
Perché tu e Catharine non vi siete interallacciati? Non credi
che Empedocle avrebbe potuto dare un senso a quella che
per la tua mente singola è stata solo una grande confusione?
— Unirci in quel momento non mi sembrava... adatto —
aveva risposto Gillian, sicuro che una risposta così vaga
avrebbe irritato il suo maestro, e che forse sarebbe stato
punito. Ma Aristotele aveva soltanto sorriso fra sé, e poi s'era
limitato a fargli cenno che poteva andare.
Quella stessa notte, Gillian lo ricordava ancora, aveva
avuto il suo primo sogno erotico.
— Buff e io stavamo parlando di te all'ispettore, poco fa
— disse la bionda dai capezzoli di zaffiro.
L'attenzione di Gillian tornò di colpo al presente. — Non
sprecherò tempo a smentirvi. L'ispettore avrà capito da solo
che le vostre sono soltanto bugie e sordide calunnie.
— Oh, no — disse la nera. Gillian notò che gli era parsa
bassa solo a paragone dell'altra. Doveva essere sul metro e
settanta, e sembrava capace di affrontare con successo un
lottatore di sumo professionista. — Sai bene che Martha e io
non potremmo mai parlar male del nostro eroe.
Martha e Buff. Gillian si augurò che Nick sapesse quel che
stava facendo.
Il sorrisetto di Xornakoff era ancora fisso sul volto di lui.
— Signor Dynassa, devo ammettere che non so nulla del
vostro metodo — disse. — La necroscopia al plasma, mi
sembra di aver capito, è ancora un campo nuovo. Mi stavo
chiedendo... pensa di integrare i dati fluidi sull'insieme delle
vittime, o preferisce il transfer di Valloch come metodo di
partenza?
Sì, avrebbe voluto dire Gillian. Ma riuscì a trattenersi.
— Utilizziamo i dati di entrambi i metodi — fu svelta a
intervenire Buff, passando un braccio robusto intorno alla
vita di Gillian. — Di solito facciamo un riferimento
incrociato su una griglia Kay, quindi elenchiamo
separatamente le anomalie dei tessuti.
Xornakoff inarcò un sopracciglio. — Sul serio? Ma non
capisco come si possa fare una cosa simile. Signor
Dynassa... potrebbe spiegarmi questa metodologia?
— È tutta formule, sa? — disse Martha. — Roba molto
tecnica.
L'ispettore le sorrise educatamente. — Non dubito che il
signor Dynassa saprebbe farmela capire con parole semplici.
Buff si strinse forte contro Gillian e gli poggiò la testa su
una spalla. — Ispettore, quando Amphos si lancia in queste
spiegazioni va avanti per ore. Che ne dice di rimandare a
dopo? Magari possiamo andare a pranzo insieme e parlare un
po' di bottega. — Alzò lo sguardo in quello di Gillian e
sospirò voluttuosamente. — Ma non voglio che oggi tu mi
faccia stancare troppo, Amphos, perché questa sera dovrò
cimentare la mia bocca con la tua ruvida carne. Anzi,
sarebbe meglio andare a casa mia appena avremo finito qui.
Le sopracciglia di Xornakoff s'inarcarono di nuovo.
— Non è quello che pensa, ispettore — sospirò Martha,
rimproverando la nera con uno sguardo seccato. — Buff non
alludeva a un rapporto di sesso orale, anche se non dubito del
suo interesse...
— Martha, per favore! — esclamò Buff, stringendo a sé
Gillian con un braccio che gli stava facendo scricchiolare le
costole. — Non essere volgare. Ammetti di essere gelosa,
piuttosto, perché stasera tocca a me.
— Dentatura galvanica — spiegò Martha con serietà. —
Buff è una terapista specializzata in galvanoterapia dentale, e
Amphos soffre di artrite. Si tratta di mordere i talloni del
paziente, in parole povere, anche se un effetto secondario del
flusso galvanico, che risale all'inguine, è quello di eccitare
nei testicoli un...
Buff la interruppe con un acuto mugolio sensuale. — Ti
prego, Martha! Sai bene che per non causare in Amphos
reazioni imbarazzanti uso sempre un voltaggio basso... be',
quasi sempre.
Martha alzò gli occhi al cielo. Xornakoff si schiarì la gola
e fece un passo indietro, mentre il suo sorriso lasciava il
posto a un cipiglio pensoso: l'espressione di un uomo che si
stava senza dubbio chiedendo quali diavolo fossero gli effetti
di un flusso galvanico nei testicoli.
Gillian fece del suo meglio per non ridere. — Ispettore, le
spiace scusarmi per qualche minuto? Vorrei parlare di un
paio di cose con le mie assistenti.
Xornakoff annuì lentamente, senza capire se Buff e
Martha dicessero sul serio o lo avessero preso in giro. Gillian
trascinò la nera, che gli stava incollata addosso come una
mignatta, verso il fondo della sala. Martha li seguì con la sua
borsa.
— Niente male — disse poi, rivolto al muro perché
nessuno potesse leggergli i movimenti delle labbra. — Morsi
galvanici nei calcagni, eh? — Ridacchiò. — Mai sentito
parlare di questa tecnica.
— Dovresti provarla — disse Martha, senza sorridere.
Lui decise di cambiare argomento. — Ad ogni modo, mi
avete salvato sull'orlo del baratro. Altri due minuti col nostro
amico e avrei dovuto saltarci dentro a piè pari.
— È stato un piacere — disse Buff, liberandolo dalla
stretta del suo braccio muscoloso.
— Avete degli scrambler anti-suono?
— Scherzi? Speciali, anche! — disse Buff. — Questa è la
Sicurezza della E-Tech. Con tutte le pulci elettroniche che
hanno seminato in questa sala potresti aprirci un magazzino
di ricambi.
— Ma noi siamo a posto — aggiunse Martha, toccandosi
una delle due code di cavallo.
— Fino a che punto è buona la vostra schermatura?
— È buona finché regge — replicò Buff. — E la tua?
Gillian annuì. — Credo che siamo abbastanza al sicuro.
Cos'avete scoperto finora?
— Non molto — disse Buff — a parte il fatto che quel
Xornakoff è più all'erta di un gatto nella gabbia delle
scimmie. Scommetto che sospetterebbe perfino di se stesso,
se non avesse un alibi per l'ora del massacro.
Martha annuì con aria disgustata.
— Quello che sappiamo non è molto più di quello che
hanno detto i notiziari — continuò la nera. — L'Ordine della
Sferza stava tenendo una riunione qui dentro, autorizzata e
aperta al pubblico. Erano intervenute circa settecento
persone. Sul palco c'era l'ospite speciale della serata, un
membro dell'Ordine di scarsa importanza, un certo
O'Donahee, che aveva proposto di vaporizzare non so che
satellite di Nettuno con un migliaio di testate termonucleari.
Mister Vaporizza-Satelliti era dell'opinione che una così
feroce dimostrazione di potenza distruttiva avrebbe detto ai
Paratwa: «Le Colonie non scherzano, bastardi. Noi facciamo
sul serio» eccetera eccetera.
«Comunque, loro vanno matti per gli imbecilli di questo
genere, così alla fine del discorso si sono alzati, e sembra che
ci sia stata un po' di agitazione in sala...
— È stato in quel momento che il disturbatore ha tirato
fuori le armi, no? — la interruppe Gillian.
— Già — disse Buff. — Era quel brutto tipo...
Spadaccino. E poi sul palcoscenico è apparso l'altro,
Pistolero, col suo mitra, e ha dato il via al bang-bang-bang.
«L'ospite della serata, il pacifico O'Donahee, è stato
scaraventato giù addosso alla terza fila di poltroncine.
Probabilmente era già morto prima di spaccarsi la schiena. E
gli altri conferenzieri seduti sul palco sono stati uccisi in stile
esecuzione: un colpo alla nuca per ciascuno. — Buff fece
una smorfia. — Io e Martha pensiamo che questo significhi
qualcosa.
— Ne dubito. — Gillian chiuse gli occhi, cercando di
ricostruire qualche brandello di immagine. — Pistolero
voleva soltanto togliere di mezzo chi poteva infastidirlo da
vicino, e li ha colpiti alle spalle perché s'erano alzati. Poi ha
aperto il fuoco contro quelli che stavano cercando di fuggire
dalle uscite laterali.
Buff lo guardò, sorpresa. — Ehi, è proprio quello che
dicono anche gli E-Tech.
— Resta voltata verso il muro — la esortò Gillian. —
Xornakoff ci sta facendo osservare dai suoi esperti in lettura
delle labbra.
— Magari ha fatto impiantare microcamere anche su
questa parete — suggerì Martha.
— Di quelle non mi preoccupo. Ho uno scrambler che
funziona contro i detector di tipo passivo.
— Gesù — mormorò Buff. — Per quella roba lì ti
arrestano anche se dici che esiste.
Gillian sorrise. Aveva chiesto il meglio, e gli uomini di
Jerem Marth non s'erano fatti pregare. L'attrezzatura
mimetizzata nel tessuto della sua camicia non aveva la
potenza di un vero scrambler AG — pur essendo meno
individuabile — ma era altrettanto proibita. Se Xornakoff ne
avesse sospettato l'esistenza, loro tre sarebbero stati arrestati
sul posto.
Lo scrambler non lo faceva sentire più sicuro, e lui sapeva
il perché. La sua falce Cohe era rimasta in custodia di Nick.
L'ometto pensava che quel sopralluogo sulla scena del
massacro fosse già abbastanza rischioso senza bisogno che
lui si portasse dietro quell'arma, tipica dei Paratwa come un
marchio di fabbrica.
— Voi due conoscete davvero questa tecnica per la
necroscopia al plasma?
— All'incirca — annuì Buff. — Voglio dire, possiamo
passare per assistenti di laboratorio. Abbiamo preso qualche
lezione quattro mesi fa, dopo il primo di questi massacri, e ci
sorbiamo nastri che danno sogni pieni di parole difficili due
o tre notti alla settimana. Io confesso di aver anche seguito
un corso avanzato di medicina legale, alla sede de La Gloria
de la Ciencia.
— Ma non è questa la vostra vera occupazione — disse
Gillian.
— No.
— E qual è?
Martha palpeggiò il suo zaffiro-capezzolo sinistro e si
limitò a sogghignare.
Buff fece un gesto vago. — Non lavoriamo per La Gloria
de la Ciencia. Siamo una specie di... consulenti per la
sicurezza.
— Per chi lavorate?
— Siamo più o meno libere professioniste.
Gillian sospirò. Nick stava di nuovo tessendo i suoi
intrighi. A lui aveva raccontato che quelle due erano
dipendenti de La Gloria de la Ciencia. Una mezza verità,
forse. Più tardi cercherò di vederci chiaro.
— Xornakoff vi ha dato qualche informazione? Cosa
pensa la E-Tech di questo attentato?
— Sempre la stessa cosa — disse Buff. — Secondo la E-
Tech abbiamo a che fare con due terroristi maniaci che
imitano la tattica di un Paratwa. L'unica differenza di rilievo
fra questo massacro e gli altri è che non hanno gridato
«lunga vita all'Ordine della Sferza» né «i Paratwa non
devono tornare» o altre fesserie. Suppongo che date le
circostanze quelle due carogne non se la siano sentita. —
Ebbe un sorrisetto. — Bisogna riconoscere che qui dentro
hanno avuto la decenza di non mentire.
— Qualche collegamento fra le vittime? — chiese Gillian.
— C'è niente che le distingua dalle centinaia di persone
uscite vive da questa sala?
Martha scosse il capo.
— Ne siete certe? — insisté lui.
— Be' — disse Buff, con una scrollata di spalle, — uno
trova sempre qualche nesso, su un campionario così vasto.
Voglio dire, abbiamo sei vittime che abitavano nella stessa
Colonia; quindici che lavoravano nelle costruzioni
aerospaziali; trenta di loro sono uomini fra i ventisei e i
ventinove anni; sette con affezioni contagiose... raffreddore e
due tipi diversi di influenza.
«Poi ne abbiamo quattordici che sono state sotto cure
psichiatriche almeno una volta nella vita. Poco da
meravigliarsene, visto il caso. Ce ne sono trentasette che
possiedono animali domestici...
— D'accordo, ho il quadro — disse Gillian. — I feriti
quanti sono, stavolta?
— Diciotto ricoverati in ospedale — rispose Buff. —
Quasi tutti con ferite da poco: sfiorate da un raggio del mitra
o calpestate nella ressa. Nessuno con prognosi riservata.
Gillian annuì. — Come sono usciti i killer?
Buff era la più ciarliera. — Lo stesso modus operandi
degli altri massacri — rispose. — Hanno messo via le armi e
si sono uniti alla folla che premeva intorno alle uscite.
— Quali uscite?
— Su questo punto i testimoni non sono d'accordo. Ma la
maggioranza dice che Spadaccino ha girato davanti alla
prima fila di poltroncine ed è uscito dalla porta a destra del
palco. Pistolero invece sarebbe saltato giù in platea,
dirigendosi a una delle due uscite sul fondo della sala.
Come hanno fatto a Honshu, rifletté Gillian. Si muovono
uno verso l'altro, e quando sono vicini cambiano direzione
su due percorsi perpendicolari. E, come a Honshu, avevano
saputo sfruttare a fondo la confusione della folla.
C'è qualcosa che non torna.
D'improvviso gli venne un dubbio: Spadaccino e Pistolero
avevano scudi di energia? In quasi tutti gli attacchi
precedenti sembrava certo che i due killer avessero acceso
gli scudi a doppia ellisse che lasciavano scoperti solo i
fianchi e le braccia.
Buff si strinse nelle spalle. — Difficile dirlo. Un paio di
persone che erano vicine a Spadaccino dicono di aver sentito
un ronzio, e poteva essere quello di uno scudo acceso.
Alcuni hanno visto un uomo del servizio d'ordine sparare a
Pistolero con un laser a bassa potenza, e affermano che i
raggi sono andati a segno, ma Pistolero non ne ha risentito
minimamente. Questo fa pensare a uno scudo molto
efficiente. Ma non c'è la certezza assoluta. L'uomo che ha
reagito col laser è stato ucciso subito dopo.
— Spadaccino combatte con una lama-flash in ogni mano
— mormorò Gillian. — Pistolero usa invece un'arma sola, il
mitra a raggi. — Esitò, incerto su cosa se ne poteva dedurre.
— Pistolero è destro o mancino? Oppure ambidestro?
Buff allargò le braccia, perplessa.
— È destro — disse Martha con sicurezza.
— Come lo sai? — chiese Gillian.
— Perché dopo il primo attentato io e Buff abbiamo
fermato alcuni testimoni, mentre uscivano dall'edificio dove
la E-Tech li aveva interrogati.
— Il primo attentato — cercò di ricordare Gillian — è
stato quello al ristorante, su Brilicondor, no?
— Sì — disse Buff. — Ora ricordo. Uno dei testimoni
dichiarò di aver visto Pistolero nel momento in cui entrava
nel ristorante attraverso uno dei tunnel del servizio
automatico, uno di quei tunnel ultralisci usati dai camerieri-
robot. Comunque era stretto, il che costrinse Pistolero a
camminare di traverso. E il testimone disse che uscì dal
tunnel con la mano destra, quella che impugnava l'arma,
protesa in avanti.
Gillian provò una vaga eccitazione. — E negli altri
attentati?
— Confermano questo particolare — rispose Martha.
Buff annuì vigorosamente. — Hai ragione, Martha. Ora
che ci penso, non c'è da dubitarne. Pistolero è destro.
L'eccitazione di Gillian aumentò. — Ne siete sicure? Io
non l'ho letto in nessun rapporto.
Buff inarcò le sopracciglia. — Evidentemente nessuno ha
dato importanza a questo particolare. Però io ricordo molti
testimoni che lo hanno accennato. Il killer impugna sempre il
mitra con una sola mano, la destra.
Questo perché è destro, e indossa lo scudo di energia,
pensò Gillian. Anche gli scudi più perfezionati, impenetrabili
davanti e dietro, avevano una zona verticale praticamente
aperta sui lati, ed era questa a consentire l'uso delle braccia.
Ciò malgrado un uomo vedeva dimezzate le sue possibilità
di movimento e di mira, in specie se impugnava un'arma
lunga. Per quanto abile fosse, con lo scudo acceso Pistolero
non poteva in nessun modo poggiare il calcio del mitra
contro la spalla. Di conseguenza avrebbe preferito sempre
appostarsi o attaccare da una direzione ben precisa.
Camminando in linea retta, la capacità di fuoco del killer si
sarebbe sviluppata principalmente sulla sua destra.
Quando i due si muovevano uno verso l'altro, la loro
protezione reciproca era buona: ciascuno avrebbe visto un
eventuale pericolo alle spalle dell'altro, e la reazione di
Pistolero poteva coprire 360 gradi. Ma, in ogni attentato,
dopo un primo avvicinamento i due killer cambiavano
direzione. Pistolero continuava ad andare avanti in linea
retta, ma Spadaccino girava sempre a sinistra su un percorso
perpendicolare.
In quel momento sacrificavano una buona metà della loro
efficacia tattica. Allorché Spadaccino voltava a sinistra (il
lato destro di Pistolero) le armi di entrambi si concentravano
su un solo lato. In termini di copertura rispetto al fuoco
avversario passavano da 360 gradi a soli 180. Spadaccino
avrebbe dovuto girare a destra, non a sinistra, per tenere
d'occhio i 90 gradi del campo in cui restavano del tutto
ciechi e i 90 dove il mitra dell'altro subiva un ritardo in fatto
di capacità d'intervento. Invece Spadaccino sceglieva una
soluzione che rendeva entrambi i terroristi — o i gemellari
— più vulnerabili a un attacco alle spalle. Nel caso
dell'auditorium, più vulnerabili a un attacco portato dal lato
destro della sala... che in ogni modo non c'era stato.
Gillian sapeva che era stato questo a preoccuparlo tre
giorni prima, durante il sopralluogo al terminal di
Yamaguchi. Il suo subconscio doveva aver sentito che
Pistolero era destro, e che la direzione di marcia scelta da
Spadaccino era un errore tattico. Se erano killer in contatto
via radio, forse si trattava solo di una cattiva abitudine
originata da un'imperfetta pianificazione. Ma questa
possibilità sembrava remota. Se invece era un Paratwa...
Un Paratwa che fosse ambidestro e agisse senza lo scudo
d'energia avrebbe potuto permettersi quella tattica. Ma se
Martha aveva ragione — e lui l'avrebbe giurato — Pistolero
non era ambidestro. E aveva lo scudo d'energia, che limitava
i movimenti del suo braccio armato. Questo aggiungeva un
significato molto particolare alla situazione: nessun tipo di
Paratwa conosciuto da Gillian avrebbe mai operato con quei
criteri.
Allora con chi abbiamo a che fare?
Dalle profondità del suo corpo una risposta cercava di
farsi strada: un ritmo interno, un puro stimolo che nasceva
alla base della sua colonna vertebrale e pulsava verso l'alto,
cercando di penetrare la barriera di sinapsi fra le sensazioni
fisiche e la fredda logica cerebrale. Come pioggia sui vetri di
una finestra quel ritmo si condensava, si trasformava in un
velo umido sulla faccia della sua mente conscia. Sussurrava
all'esterno di essa. E Gillian sapeva che era necessario aprire
quella finestra, per consentire al subconscio di assimilare, di
estrapolare una forma.
Si volse a Buff. — Voglio che voi due mi restiate al
fianco; dovete farmi scudo da ogni distrazione. Tenete
Xornakoff e chiunque altro a distanza da me. Dite loro che
mi sto concentrando. Non rivolgetemi la parola se non sarà
assolutamente necessario.
Buff lo guardò incuriosita, poi scrollò le spalle. — Fai
strada.
Affiancato dalle due ragazze lui si avviò sul passaggio
centrale, evitando le chiazze di sangue che coprivano la
moquette fino alla base del palcoscenico. Oltrepassarono
diversi membri della squadra d'indagine E-Tech, uomini e
donne intenti a studiare cadaveri o parti di corpi: monconi di
braccia e gambe, una testa incastrata alla base di una
poltroncina, un orecchio in grembo a una ragazza colpita in
piena faccia dal mitra a raggi. Gillian li ignorò, spense le
sensazioni che potevano distrarlo e si focalizzò sul suo
percorso, liberandosi di tutte le ipotesi e le domande
suggerite dall'intelletto. Con una sola eccezione:
Perché Spadaccino gira sempre a sinistra?
E d'un tratto la gestalt lo sommerse, abbattendo le
limitazioni di un'analisi normale. Le distrazioni cessarono, la
coscienza fu spinta di lato da un grezzo flusso di dati
percettivi. La finestra si aprì, e per un istante senza tempo
quei corpi straziati e quella sala lo aggredirono come ondate
di forze che s'incrociavano creando altre onde, trasversali e
secondarie e tutte conseguenti alle prime. Vide i movimenti
dei killer e cominciò a capire la dinamica di ciò che era
accaduto. E sentì la sua mente elevarsi e ruotare sul lato
destro dell'auditorium — quello lasciato cieco dai killer —
per scandagliare quei 180 gradi con vibrante intensità, alla
ricerca delle tessere mancanti del mosaico.
Ma un attimo prima che la chiarezza fosse completa,
quando la comprensione stava per scaturire dal subconscio e
il caotico flusso di dati si concretava in uno schema logico...
in quell'istante apparve Catherine.
L'ormai familiare bolla di luce dorata. Il suo volto ovale
chiuso in quell'alone, i capelli scuri che ondeggiavano sulle
spalle, gli occhi azzurri di lei che lo fissavano...
Era appena a tre metri di distanza, fra due poltroncine.
Così vicina. Il desiderio lo sopraffece. Con i pensieri alla
deriva, confuso, vacillò avanti. Tese le braccia verso di lei.
Catharine si spostò di lato. Gli si negava. Quel suo rifiuto
lo aiutò a recuperare lucidità.
È un miraggio della memoria, ricordò a se stesso,
desiderando disperatamente che non fosse così. È solo
un'apparizione... non è reale.
Le labbra di lei si mossero; come nel terminal di Honshu,
stava tentando di parlargli. Gillian sbatté le palpebre,
incapace di comprendere quelle parole senza voce. Il volto di
Catharine si contrasse per la frustrazione e i suoi occhi
parvero implorarlo ansiosamente di capire. La sofferenza di
quello sguardo era lo specchio della sua.
Cosa stai cercando di dirmi? la supplicò. Cosa c'è che
devo sapere?
Mentre Gillian spingeva verso di lei quella preghiera, la
bolla dorata cominciò a stringersi e a divorare i lineamenti di
Catharine in un vortice d'energia. Ma prima che svanisse
completamente, prima che l'alone di luce tornasse nel nulla,
alcuni frammenti della sua coscienza parvero allungarsi
come un esile ponte sull'immenso abisso che li separava.
E in quel fragile istante la voce di Catharine giunse fino a
lui. Una voce chiara, nitida e ferma come quand'era viva.
Devi ricreare il catalizzatore, Gillian. Tu ed io dobbiamo
essere uniti... per sempre.
E si dissolse, senza lasciare nell'aria neppure un fremito di
quella luce d'oro. La gestalt di Gillian collassò, lo schema
esplose in un caotico flusso di dati che ripiombavano
nell'inconscio. Era di nuovo solo, con le sue capacità limitate
alla comune logica del raziocinio. Ma restavano delle
sensazioni...
Un vuoto allo stomaco: metà dolore, e metà rabbia. Il
dolore aveva una causa ovvia; che Catherine non fosse più
una creatura di carne restava una ferita che non poteva di
rimarginarsi mai del tutto. E la rabbia...
Gli sembrava d'essere la vittima di uno scherzo crudele.
Doveva essere la coscienza del loro signore, Empedocle, che
li voleva insieme. Era il loro Ash Ock, dalla periferia
dell'animo di Gillian, che agognava di interallacciarsi e che,
attraverso Catharine dava voce al suo desiderio. Ma anche se
Gillian sapeva di poter azionare il catalizzatore del contatto
— l'unione dialettica singola/binaria — era certo che
Empedocle non potesse vivere per più di pochi minuti ogni
volta.
Sicuramente non per sempre.
Non capisci? disse a quell'ombra interiore. Catharine è
morta. È una cosa definitiva.
Non ci fu risposta.
— Non si sente bene? — mormorò la voce di un uomo.
Gillian si volse e vide il volto scuro di Buff, i suoi occhi
seri pieni di preoccupazione. Martha era poco più a destra,
anche lei accigliata.
— Non si sente bene? — ripeté l'ispettore Xornakoff.
Non senza sorpresa Gillian s'accorse di essere seduto su
una delle poltroncine. Si alzò e respirò profondamente.
— Sto bene, sì.
L'ispettore lo scrutò in silenzio, camuffando i suoi sospetti
dietro l'espressione premurosa.
— A volte, cose come queste... — mentì Gillian, con un
largo gesto che comprendeva la sala e i corpi insanguinati,
— mi fanno un brutto effetto. — Esibì un sorrisetto stanco.
— Dovrei aver imparato a evitare una colazione abbondante
prima di maneggiare cadaveri. Il lavoro del patologo va fatto
a stomaco vuoto.
Xornakoff annuì cortesemente, ma il suo sguardo rimase
scettico.
— Perché non usciamo a fare una passeggiata? — propose
Buff. — Ti aiuterebbe a recuperare il colorito. Sei un po'
pallido. Non sembra anche a te, Martha?
Palpeggiando uno dei suoi zaffiri azzurri la collega annuì
con enfasi.
15

Da: I Brividi, di Meridian.


Una volta, quando il mio maestro Theophrastus aveva
portato a termine una ricerca particolarmente complessa,
vedendolo di umore più discorsivo gli chiesi di speculare su
un singolare aspetto degli Ash Ock.
Cos'aveva causato la grande divisione del Castello Reale?
Perché quei cinque super-Paratwa creati per funzionare come
un gruppo unito — come un quintetto di straordinari
musicisti — non avevano raggiunto questo ideale?
Il mio maestro fece sedere i suoi gemellari su un'invisibile
sedia a vento — una delle numerose invenzioni secondarie
che si potevano trovare nelle sue stanze — e si appoggiò
indietro con un cipiglio pensoso su entrambe le facce. La
forte corrente che risaliva dal suolo mormorò appena,
adeguandosi automaticamente alla posizione assunta dai suoi
corpi. Ma, a parte il melodico sussurro dei geyser che
sostenevano i gemellari come fontane d'aria, la stanza rimase
a lungo immersa nel silenzio.
Infine Theophrastus rispose, parlando attraverso il
gemellare che gli altri chiamavano Babordo... Ovviamente
nessuno conosceva le vere identità di quei due gemellari Ash
Ock, i loro nomi segreti. Ma in qualche modo i soprannomi
di Babordo e Tribordo delineavano la sua statura e il suo
curioso senso dell'umorismo.
— Imperfezioni, Meridian. Il Castello Reale era un
cristallo con una crepa nascosta: un conglomerato di entità
troppo uniche per funzionare davvero come un'unità.
Io permisi ai miei gemellari di sorridere. —
Un'imperfezione nel figlio lascia pensare che vi sia
un'imperfezione nella madre.
— Vero, non lo nego. Ma questa conclusione, Meridian,
potrebbe essere citata da altri troppo liberamente. Gli Ash
Joella hanno orecchi acuti.
Io riconobbi la fondatezza della sua allusione. Quell'ultimo
ceppo di Paratwa, gli Ash Joella, quando non erano occupati
nel loro compito principale — la cura delle piante mature di
Os/Ka/Laq — tendevano ad aggirarsi nella Biodissea per
prestare ascolto a tutto ciò che gli altri dicevano. Alcuni
erano del parere che questa loro abitudine avesse il preciso
scopo di tenere Saffo al corrente di ogni cosa.
— Ciò nonostante — dissi — la mia domanda resta ancora
senza una vera risposta. Ammesso che gli Ash Ock siano,
come tu dici, un cristallo con una crepa, collettivamente
avrebbero dovuto avere la capacità di crescere, di maturare,
di correggere l'imperfezione.
— In teoria, forse — concesse Theophrastus. — Ma in
pratica fra noi ci sono diversità troppo sostanziali. Codrus,
ad esempio, mancava della forza intellettuale necessaria a
passare nelle più vaste sfere della percezione. Come Saffo ha
spesso fatto notare, Codrus era troppo legato al pianeta per
comprendere la reale portata del Secondo Avvento. Non fu
soltanto la sua abilità finanziaria a convincerci che come
quinta colonna nelle Colonie lui era la scelta migliore.
A questo proposito dovetti dirmi d'accordo con
Theophrastus. In ultima analisi non era stato un gran male
che Codrus fosse perito durante l'affare Gillian/Reemul. Il
Codrus che io ricordavo dai tempi pre-Apocalisse sarebbe
rimasto sconvolto dalle vera grandezza del Secondo
Avvento.
— Ma non si può certo parlare di mancanza di forza
intellettuale a proposito di Aristotele — puntualizzai.
— Giusto. Aristotele era un intelletto di rara potenza. —
Theophrastus fece una pausa. — Ossessioni, Meridian...
ossessioni anche in merito alla crepa nel cristallo. Io, ad
esempio, sono abbastanza ossessionato. Le ricerche in cui mi
immergo, le invenzioni che produco... anche se non fosse per
l'insistenza di Saffo, trascorrerei tutto il mio tempo nei
laboratori.
«Ma la mia ossessione per la purezza della scienza
potrebbe svilupparsi, in una forma o nell'altra, all'interno di
una vasta gamma di sistemi politici, soprattutto perché io
posso restare in disparte rispetto ai sistemi. L'ossessione di
Aristotele per il procedimento politico, per l'interazione delle
più disparate tendenze e personalità, non gli consentiva una
libertà di questo genere. Aveva cominciato a coinvolgersi
troppo a fondo nei processi che studiava e sperimentava.
— Il pericolo del coinvolgimento emotivo — mormorai
io.
— La passione che contiene il seme della sua distruzione.
Ma cosa mi dici del quinto Ash Ock?
Sulle facce del mio maestro si disegnò un triste sogghigno.
— Ah, Meridian. Ora ci avviciniamo al vero obiettivo.
Non è il fallimento dell'ideale del Castello Reale che ti
affascina. La crepa nel cristallo è il sentiero che volevi usare
per giungere alla quinta sfaccettatura. È il tuo
coinvolgimento emotivo che ti ha spinto a questa
discussione.
Io risi. Come sempre, Theophrastus finiva per arrivare al
nocciolo della situazione. — Hai ragione — ammisi. — Da
quando abbiamo appreso che uno dei gemellari di
Empedocle vive ancora, i miei pensieri non cessano di
tornare a quei giorni lontani.
Per un poco il mio maestro mi guardò con calma serafica.
Poi Babordo sorrise, mentre invece Tribordo si accigliava
cupamente. Theophrastus s'era ritirato, dividendosi nelle
personalità meno complesse dei suoi gemellari.
— Gillian è sopravvissuto — disse Babordo.
— E dunque anche Empedocle — stabilì Tribordo in tono
fosco. — La vera essenza di un Ash Ock può morire soltanto
quando entrambi i gemellari muoiono.
— Ma anche se il gemellare e l'Ash Ock sopravvivono —
continuò Babordo — i loro giorni sono contati.
Tribordo annuì. — Aritmia dell'interallacciamento.
— Saffo dice che ci sarebbe il modo di salvarlo —
osservai io.
— Sì — ammise Babordo. — Il modo c'è.
— Ma Gillian/Empedocle resta un traditore — aggiunse
Tribordo. — Gli Ash Ock non lo salveranno. Gli sarà
concesso di morire.
— L'aritmia dell'interallacciamento — mormorai io, a
disagio al pensiero di quell'unica afflizione degli Ash Ock.
— Una fine ben meritata — concluse Tribordo.
16

— Sei ancora una figlia dello Spirito di Gaia? — volle


sapere Lester Mon Dama, scostandosi per lasciarla entrare.
Susan si fermò un passo oltre la soglia della piccola
chiesa. Scosse il capo. — Non partecipo più da... da molto
tempo. —
Non poteva mentire a quell'uomo. Non se desiderava il suo
aiuto.
Il barbuto sacerdote si sfilò la tonaca e la appese a un
gancio dietro la porta di legno scolpita a mano. Sotto
indossava una maglietta bianca e un paio di pantaloni grigi.
Non seguiva certo la moda, pensò Susan. Ma nessun vero
fedele lo faceva, del resto.
Lester Mon Dama richiuse il grosso catenaccio meccanico
e se ne scusò con un sorrisetto. — La Chiesa Riformata della
Fede è sempre aperta ai credenti, Susan. Ma sfortunatamente
Irrya-Sud è un quartiere che attende ancora d'essere
illuminato. Meglio tenere ben chiuse porte e finestre, da
queste parti.
Lei annuì, a disagio ora che si trovava lì, senza sapere in
che modo cominciare a confidarsi e chiedere aiuto a un
uomo che in pratica era quasi un completo sconosciuto.
Si lasciò precedere verso l'altare, seminascosto da una
tenda oltre la quale luccicavano i boccagli dei tubi da cui i
fedeli succhiavano il fluido organico al termine dei riti. Il
fluido era l'essenza del principale sacramento della Chiesa:
un liquido lattescente, che un tempo veniva distillato dalle
fosse chimiche in cui si dissolvevano le salme durante le
cerimonie di sepoltura nel sacro suolo della Terra. Ma dopo
la graduale cessazione dei viaggi ai cimiteri che la Chiesa
aveva posseduto sul pianeta, le scorte di fluido organico
autentico s'erano esaurite. Susan aveva sentito dire che una
miscela sintetica sostitutiva era prodotta e imbottigliata sulla
Colonia che orbitava più vicina alla Terra.
Seguì il prete in un corridoio laterale, attraverso una
sacrestia ingombra di paramenti e poi in un piccolo ufficio.
Una scrivania ovale piena di monitor polverosi, quattro sedie
che avevano visto tempi migliori e scaffali pieni di strani
vecchi elenchi telefonici ingombravano, più che
ammobiliare, il locale. Le pareti erano tappezzate di targhe
d'ottone provenienti dalla Terra, staccate dall'ingresso di
società telefoniche: «BELL TELEPHONE — PENNSYLVANIA», «BELL
TELEPHONE — NEW ENGLAND », «SOUTHWESTERN BELL TELEPHONE ».
Fra i pre-Apocalittici, pensò Susan, Bell doveva esser stato
un uomo assai potente se aveva il controllo di una rete di
comunicazione così vasta.
— Ho un debole per il materiale telefonico del ventesimo
secolo — confessò il prete. — Faccio collezione di queste
cose fin da quand'ero bambino.
Indicò a Susan una sedia, poi sedette dietro la scrivania. —
Devo chiederti scusa per il disordine. Abbiamo dovuto
chiudere alcuni locali, e qui c'è poco spazio. Purtroppo, e
non è un segreto, le entrate della nostra Chiesa sono molto
limitate.
Si è impoverita sempre più, dopo il Grande Trauma,
ricordò Susan. All'inizio del secolo, prima che quell'ordine
religioso fosse tradito dal suo stesso vescovo e fondatore,
l'Ash Ock Codrus, la Chiesa era stata ricca e potente nelle
Colonie.
— Lasciami dire, Susan, che sono stato molto sorpreso
dalla tua telefonata, l'altro giorno. Mi spiace di non averti
potuto ricevere prima, ma le attività della parrocchia mi
tengono assai occupato. — Si passò una mano fra i capelli,
che portava lunghi. C'erano molti fili grigi. Lester Mon
Dama non era più il giovanotto di quindici anni prima.
— Hai detto di essere in difficoltà, mi pare... qualcosa per
cui non ti puoi rivolgere alle autorità, no?
Lei annuì nervosamente, sentendosi più stupida di minuto
in minuto. Ma aveva bisogno di aiuto. E inoltre doveva
parlare con qualcuno di ciò che le era successo quella
settimana.
In fretta buttò fuori l'intera storia: il massacro di Honshu,
la sua impressione di aver conosciuto uno dei killer, il
tentativo di assassinarla dei due agenti E-Tech e il mistero
della loro uccisione quella sera stessa. Raccontò a Lester di
come sua zia l'aveva delusa. E infine gli parlò della sua
persistente convinzione che i terroristi la volessero morta.
Per un tempo che le parve interminabile il prete non disse
nulla. Poi scosse lentamente il capo. — Dovresti ringraziare
il cielo perché sei ancora viva. È un... un miracolo che tu sia
sfuggita a quella gente.
Lei annuì.
— Nello Spirito di Gaia, Susan, vorrei aiutarti. Ma io...
cosa posso fare per te?
— Ho bisogno di un favore. Dovrebbe andare a mio nome
al distretto Epsilon Nord, alla sede del Servizio Navette
Clark, e consegnare un messaggio a una persona. Nient'altro.
— Questo messaggio non può essere inviato per telefono?
— No. — Lei esitò. — Ho paura che i terroristi...
rintraccino la chiamata. Quegli uomini della E-Tech... credo
che abbiano registrato tutti gli indirizzi sul computer di casa
mia, e probabilmente li hanno consegnati ai terroristi.
Lester si mordicchiò un labbro. — Anche se fosse così, mi
sembra improbabile che quella gente possa mettere sotto
controllo il telefono di tutti i...
— Quei terroristi hanno ucciso la gente con armi ad alta
tecnologia — lo interruppe Susan. — I notiziari dicono che
usano una tecnologia nuova. Se questo è vero, chissà di
cos'altro sono capaci.
Il prete scrollò le spalle. — Potresti chiamarla da un
telefono pubblico e...
— No. Potrebbero localizzarlo. Io non voglio lasciare
nessuna traccia. So che questo può sembrare paranoico, ma...
ho paura.
— D'accordo, Susan. Date le circostanze, posso capire la
tua circospezione. — Lester scosse il capo, meravigliato. —
Due volte faccia a faccia con la morte! Sfuggita due volte
alla Conversione dell'Anima! Si potrebbe pensare che tu sia
stata protetta dallo stesso Spirito di Gaia!
Susan non fece commenti. Era venuta lì per chiedere
l'aiuto di un uomo che un tempo era stato amico dei suoi
genitori. Quella religione non significava nulla per lei. Lester
Mon Dama non doveva farsi l'idea che Susan Quint fosse
una dei suoi fedeli.
— Naturalmente — continuò il prete, — una vita come la
tua non autorizza la semplicistica deduzione che a salvarti
sia stato un intervento spirituale. — Le sorrise con calore,
come per suggerire che nonostante tutto fra loro c'era una
profonda confidenza. — Le sacre radici, dopotutto, restano
oltre la comprensione di noi mortali. E in vita, nella sfera
umana, dobbiamo prediligere le cose che ci danno forza.
Senza dubbio le tue particolari esperienze ti sono state
maestre in questo.
Lei si agitò sulla sedia, perplessa. Non aveva alcuna idea
di cosa stesse parlando.
Per un momento Lester parve scrutarla con bizzarra
intensità. Poi la sua bocca si dilatò in un largo sorriso. — Ma
scusami, Susan. Suppongo che questo... non significhi molto
per te, no?
— Ecco, non proprio. — La ragazza si schiarì la gola. —
Come le ho detto, non sono più un membro della Chiesa.
— Ovviamente.
— Ma cosa intende con «esperienze particolari»?
Lui esitò. — Mi riferivo alla perdita dei tuoi genitori.
Volevo dire che una bambina, com'eri tu, che resti orfana in
tenera età... in tali circostanze tende a essere più... orientata
sulla sopravvivenza.
— Suppongo di sì — rispose nervosamente lei,
augurandosi che la discussione sui suoi genitori finisse lì.
Lester cambiò argomento. — Circa il messaggio che
dovrei consegnare... Susan, questa persona al Servizio
Navette Clark, pensi che sia in grado di aiutarti davvero?
— Non esattamente. Vede, il fatto è che avrei un
appuntamento con questa persona, oggi pomeriggio. Ma i
terroristi sanno senza dubbio del nostro incontro. Potrebbero
appostarsi vicino al suo ufficio, o a casa sua, in attesa che io
mi faccia vedere. Non posso rischiare di mettermi in contatto
con lui, neanche per disdire.
«Ecco perché ho bisogno che lei vada a consegnargli un
messaggio, per rimandare il nostro appuntamento. Nessuno
sospetterebbe mai di un prete che entrasse in quegli uffici.
Lei sa certo meglio di me che molti fedeli si recano spesso a
elemosinare a Epsilon Nord.
Lester Mon Dama sorrise dolcemente. — Noi preferiamo
il termine «ricerca di sostenitori» per la nostra attività di
raccolta di fondi. Ma dimmi, Susan... questo appuntamento è
di importanza vitale? Ti prego, se sbaglio correggimi, o se
preferisci dimmi pure che non sono fatti miei, ma... ho
l'impressione che tu mi stia chiedendo di annullare un
impegno mondano.
Lei sospirò. — Sì, è una cosa di questo genere. Ma lei
deve capire che si tratta di un impegno sociale, non di un
semplice appuntamento per uscire insieme. Voglio dire, è un
obbligo molto significativo. L'uomo di cui parlo è candidato
alla direzione generale della sua organizzazione, e io sto
lavorando da anni per arrivare a questo livello. Non posso
permettermi passi indietro.
Il prete la guardò in silenzio.
Lei deglutì, e in fretta riprese: — Stavo pensando che se
lei andasse da quest'uomo, e gli dicesse di essere il mio
consigliere spirituale, e che io sono stata coinvolta in
questioni personali che richiedono la mia presenza altrove
per parecchie settimane... be', la Chiesa resta sempre
un'istituzione importante e...
— ...e poiché io sono un prete, la mia spiegazione
assumerebbe un certo peso. Quindi la tua posizione sociale
non sarebbe messa in pericolo.
— Sì, proprio così.
Lester ebbe un sospiro. — Susan... comprendo che non sei
venuta qui per avere i miei consigli. Ma mi sento obbligato a
parlarti con franchezza. Credo che tu debba contattare tua zia
Inez, e avere una spiegazione con lei. Dalle un'altra
possibilità.
«Inoltre, se vogliamo esser pratici, e dato che parli di
prestigio, penso che tua zia, nelle sue vesti di Consigliere di
Irrya, sia assai più qualificata per tutelare la tua ascesa
sociale di quanto possa esserlo questo dirigente del Servizio
Navette.
Lei scosse energicamente il capo. — No. Lei non capisce!
Zia Inez non vuole credermi! E anche se cambiasse idea... le
cose non sarebbero più le stesse fra noi.
Il prete aggrottò le sopracciglia. — Susan, errare è umano.
E molte persone, se gliene diamo l'opportunità, hanno il
buon senso di rimediare ai loro errori. Io non conosco
personalmente tua zia, ma ho sempre ritenuto saggio il suo
comportamento politico, e moderato dall'intelligenza. Ti dirò
che la sua umanità e la sua comprensione mi hanno sempre
favorevolmente colpito.
Susan sentì che stava cominciando a irritarsi. Non sarei
dovuta venire qui. È stata una perdita di tempo. I preti non
riescono a capire le cose del mondo reale.
Raddrizzò le spalle. — Allora non vuole aiutarmi?
Lui le elargì un altro sorriso amichevole.
È un presuntuoso, pensò lei. Largo di manica finché si
tratta di recitare la parte di padre spirituale. Si alzò dalla
sedia. — Ora devo andare. Grazie di avermi ricevuta,
comunque. Spero che lei non dirà a nessuno della mia visita,
se qualcuno venisse a...
Lui sollevò una mano. — Susan, ti prego. Io capisco che
tu sia seccata con me. Ma dovresti ascoltare le tue stesse
parole. Ciò che hai detto non può avere senso per un uomo
come me.
Lei strinse i denti. — Non venga a dirmi cos'è che ha
senso! Per un sacco di motivi essere un prete non ha nessun
senso! Perciò non si erga a giudice di...
— Ti prego, siediti — la esortò lui. — Siediti, e ascoltami
per un minuto. Se lo farai, hai la mia parola di prete della
Chiesa della Fede che consegnerò il tuo messaggio, e senza
ergermi a giudice di niente.
Lei sedette, ancora rigida per l'ira.
Lester sospirò. — Susan, io ricordo quand'eri piccola e
correvi attorno dappertutto mentre i tuoi genitori seguivano
le funzioni religiose. Avevi molta energia, e una
straordinaria... forza vitale. — Fece una pausa. — E non sto
parlando in termini religiosi. Ciò che voglio dire è che eri
una ragazzina molto attiva; con le tue pretese, ma educata.
Opportunista, ma non egoista. Tu a quel tempo non potevi
saperlo, ma molti della nostra parrocchia avevano un po' di
timore dei tuoi genitori, perché erano stati benedetti dalla
nascita di una bambina come te.
«Dopo la loro morte non ti abbiamo più vista molto... la
sorella più anziana di tuo padre ti prese nella sua famiglia, e
loro non erano membri della Chiesa. — Lester ebbe un
sorriso triste. — In tutta onestà, non credo che li si possa
biasimare per averti tenuto lontana dall'influenza della
Chiesa. Ma anche se non ti sei fatta più vedere, sappi che
non sei stata dimenticata.
— Non ne dubito — disse lei, acremente. — Tutti erano
così pieni di dolore per la povera bambina i cui genitori si
erano suicidati per farsi seppellire sulla Terra.
— Vero — ammise Lester. — La loro scomparsa non
poteva non colpire profondamente l'intera parrocchia. Ma,
Susan... ed è con sincerità che te lo dico... molti si
addolorarono per la tua assenza. Incluso io stesso.
Susan si morse un labbro, ricacciando le lacrime. Non
farmi questo. Non voglio riaprire quella ferita.
Sanguinerebbe troppo. Non voglio parlarne!
Lester annuì, comprensivo. — Lo so, Susan. Lo so. Ci
sono dolori che restano sempre. E questo probabilmente non
ti lascerà mai, o almeno non del tutto. Ma penso che sia
importante che tu ricordi i sentimenti che hai provato.
«Tu hai superato la morte dei tuoi genitori abbastanza
bene, considerando il fatto che avevi undici anni ed eri figlia
unica. Ma io ho sempre saputo che avresti avuto la forza di
ammortizzare la loro perdita... più facilmente, forse, di
quanto ad altri bambini non sarebbe stato possibile.
Fece una pausa e scosse il capo. — Susan, io non ho
notizie di te da quindici anni, cioè dal giorno in cui la sorella
di tuo padre e suo marito ti allontanarono dalla nostra
influenza. E oggi, ad un tratto, mi appari davanti... una donna
adulta e, se mi permetti di notarlo, una donna molto
attraente. Ma, Susan, e te lo dico con il cuore in mano, forse
hai superato troppo bene quella terribile perdita.
Lei unì le mani in grembo e le strinse con forza. Non
m'importa di quello che dici. Io non piangerò. Non voglio
che quelle emozioni... no, non più!
— Non ti sto parlando come un consigliere psichiatrico,
Susan, e neppure come prete. Ti parlo come un essere umano
a un altro. E devi credermi se dico che in questo momento
non hai un comportamento affatto sensato.
«Ti preoccupi di un appuntamento mondano. Ti preoccupi
di come un certo individuo, con cui suppongo tu non abbia
mai avuto rapporti reali, potrà reagire se non trascorri la
serata in sua compagnia. E questo con lo stesso fiato con cui
mi racconti che due killer hanno in programma di
ammazzarti al più presto.
«Io ti dico, Susan... e questo con un eufemismo il più
gentile possibile, che le tue priorità sono confuse. La tua vita
è molto più importante di un appuntamento mancato.
Susan si asciugò una lacrima da uno zigomo.
Il prete la guardò un momento, poi si girò a prendere uno
dei suoi vecchi elenchi telefonici da uno scaffale e cominciò
a sfogliarlo distrattamente, toccandolo con cura per non
rovinare il sottile strato protettivo di cui erano coperte le
pagine. Per un po' parve del tutto preso dai suoi pensieri. Poi
rialzò lo sguardo.
— Francamente, Susan, non so come reagirei io se fossi di
fronte a un dilemma come il tuo. Posso ben capire la
riluttanza che provi all'idea di appoggiarti alla signora
Hernandez, data la tua convinzione che ti abbia tradito. — Si
strinse nelle spalle.
— Forse questa tua sensazione si placherà col tempo. Ma
stando così le cose l'unica alternativa è che tu resti lontana di
qui, almeno per un certo tempo. — Fece una pausa. —
Potresti cercare asilo nella Chiesa.
Un agghiacciante senso di vuoto s'impadronì di Susan, la
disperata certezza che tutto era perduto. E quella frase:
«cercare asilo». Parole che sembravano gravide di oscure
realtà sproporzionatamente più vaste del loro significato
comune. Parole che toccavano un nervo sensibile dentro di
lei, scatenando una serie di ricordi sepolti da tempo. La
giovane donna sentì la voce di sua madre. La sentì, ed aveva
quel tono acuto e dolce che lei — anni dopo — avrebbe
imparato ad associare col fanatismo religioso:
La Fede richiede la nostra perseverante ubbidienza,
bambina mia. E un giorno, Susan, un giorno la nostra opera
sarà ricompensata, e la Sacra Terra sarà nostra per sempre, e
là vivremo con lo Spirito di Gaia. Non dimenticare mai che
la Terra è la madre di ogni principio e di ogni fine, il vero
unico posto dell'uomo, la radice di ogni nostra ragione di
vivere.
Susan si accorse di aver abbassato la testa, com'era
costretta a fare quando, da bambina, ascoltava sua madre
recitare le preghiere della Fede.
Benedetti siano i semi, poiché essi germogliano nelle
sabbie del tempo. Benedetta sia la terra, poiché essa rinsalda
e dà nutrimento alle radici. Benedetta sia l'acqua, poiché essa
sgorga dal paradiso e plasma l'argilla da cui nasce ogni
creatura.
— Io sono una figlia di Gaia — sussurrò Susan in risposta.
Tutti noi siamo figli di Gaia. La nostra anima immortale
abita sulla Terra. Il sentiero della nostra vita mortale conduce
laggiù, alle Radici, al suolo da cui germogliò il nostro seme.
Lo capisci questo, Susan?
— Sì, mamma — mormorò lei.
— Susan?
— Sono qui, mamma.
— Susan! Sono Lester Mon Dama. Susan, svegliati!
La giovane donna rialzò la testa e guardò il prete seduto
dietro la scrivania, e lo vide com'era molti anni prima: i
capelli di un nero intenso, la barba priva di fili bianchi, il
Lester Mon Dama di quando lei era bambina.
E la sua sofferenza eruppe irrefrenabile: il caos di
emozioni vissute col suicidio dei genitori, l'agonia che aveva
giurato a se stessa di tenere sepolta perché non riemergesse
mai più.
— Non so cosa fare! — gridò, e di colpo fu sopraffatta dai
singhiozzi. Lester si alzò in piedi e Susan si gettò fra le sue
braccia, stringendosi a lui come se fosse l'unico porto sicuro
nelle tempeste dell'universo.
— Mi aiuti! — gemette. — Non voglio passarci ancora!
— Va tutto bene — mormorò il prete. — Ce la farai. Tu
sei forte. Sei molto più forte di quello che credi.
— No! Non ce la faccio più! Non lo sopporto!
— Ssssh! — Due mani larghe e forti la presero per le
spalle. — Va tutto bene, Susan. Tutto si aggiusterà.
Per un poco lei restò fra le braccia dell'uomo,
singhiozzando piano. Poi il suo pianto rallentò, scivolando di
nuovo oltre la soglia dove le lacrime potevano essere una
scelta. Adesso basta, decise allora. E fu come se un
interruttore dentro di lei scattasse, spegnendo il dolore,
chiudendo una porta fra Susan Quint e le sue emozioni, una
barriera trasparente ma solida che proteggeva il presente
dall'aggressione del passato.
Da sopra la spalla di Lester guardò le pareti di
quell'ufficio, sporche ma tenute in vita dalla collezione di
vecchie targhe e di elenchi telefonici del prete. Si asciugò la
faccia contro la maglia di Lester e fece un passo indietro.
Una lacrima solitaria le stava ancora scivolando su un angolo
della bocca, e la leccò via.
Lester Mon Dama le elargì un caldo sorriso.
— Perché tiene tutti questi vecchi libri pieni di numeri? —
domandò Susan. D'improvviso le sembrava importante
saperlo.
Il prete glieli indicò con aria grave, solenne. — La Bell
Telephone della Pennsylvania, la Bell Telephone della costa
del Pacifico... queste cose una volta esistevano.
Rappresentano un tempo al di là del nostro tempo. Mi
servono per non dimenticare mai che io sono stato preceduto
da una realtà concreta. Suppongo che mi faccia sentire più
sicuro sapere che questi oggetti utili erano in giro molto
prima della mia nascita, molto prima dell'Apocalisse, molto
prima che la Chiesa della Fede e altre cose di oggi
esistessero.
«In ultima analisi, però, suppongo che questi elenchi
restino dei feticci, dei talismani, e quindi siano oggetti
inspiegabili. — ridacchiò. — In effetti, se potessi spiegarli
suppongo che non avrei più bisogno di loro.
Uno dei consiglieri comportamentali di Susan le aveva
detto una volta che collezionare oggetti antichi era come
spargere un balsamo su una ferita: se uno si circondava di
simboli gravidi di storia, la sua sofferenza interiore veniva
repressa e si placava. Forse anche Lester aveva avuto
un'infanzia difficile.
Il prete tolse un fazzoletto di carta da una scatola e glielo
porse. Susan si asciugò le guance ancora umide. — Questi
oggetti — disse — le fanno sentire che lei... appartiene a
qualcosa.
Lester scostò alcune cassette di nastri e sedette su un
angolo della scrivania. — Può darsi — ammise. Passò una
mano sullo spigolo polveroso di un monitor. — O forse mi
ricordano soltanto che un tempo il mondo era un posto più
semplice. Più sicuro.
Per un po' restarono in silenzio. E Susan si scoprì a
domandarsi se Lester Mon Dama, come molti altri preti della
Fede, avesse fatto un voto di castità.
— Susan — disse lentamente l'uomo, — può darsi che io
abbia un'alternativa da offrirti... o almeno una soluzione
provvisoria per le tue difficoltà.
Lei si costrinse a sorridere. — La sto ascoltando.
— Sei mai stata sulla Terra?
— No.
— La Chiesa possiede ancora qualche appezzamento di
terreno in superficie. Niente di simile ai centri religiosi dei
vecchi tempi. Il Grande Trauma li ha spazzati via quasi tutti.
Ma la E-Tech ci permette di tenere alcuni Eremi, dove i
nostri confratelli possono ancora andare a ritemprarsi
l'anima.
«Ad ogni modo, entro breve tempo io ho in programma
una visita al nostro Eremo del Lago Ontario. Come prete, mi
è permesso portare con me un certo numero di persone. A
dire il vero, il Conclave Vescovile conta di fare nuovi
proseliti con iniziative di questo genere. E negli Eremi ci
sono sempre camere libere. Potrai non crederci, ma pochi
membri della Chiesa desiderano andare sulla Terra.
— In vita, almeno — mormorò Susan.
Lui la guardò con occhi che chiedevano il silenzio.
La giovane donna fece un sospiro. — Mi scusi. Ho ceduto
alle mie pene già abbastanza, per oggi. Però... non so se
voglio andare sulla Terra. E non sono un membro della
Chiesa.
— Questo è un problema di facile soluzione. Ricordi il
sacramento del battesimo con il liquido organico?
— Naturalmente.
— Io potrei accoglierti di nuovo nella Chiesa, con una
semplice cerimonia privata. Questo basterebbe a darti i
requisiti necessari per essere ammessa all'Eremo del Lago
Ontario.
— Quanto tempo dovrò restare laggiù?
— C'è una navetta che collega gli Eremi alle Colonie, ogni
due giorni. Potrai ripartire quando vuoi.
— E lei quanto pensa di restare là? — Susan fu sorpresa di
sentirsi arrossire a quella domanda. Il suo interesse per
Lester stava diventando più personale, e provava imbarazzo
nell'ammettere con se stessa un sentimento di quel genere.
Controllati, Susan. È un prete della Chiesa. E anche se non
avesse fatto un voto di castità cosa potrebbe offrirti,
socialmente?
Nonostante ciò, quel sentimento rimase.
Se Lester s'era accorto del suo rossore, non lo lasciò
capire. — Spero di poter restare al Lago Ontario per quattro
o cinque giorni. Forse di più. — Ebbe un sorrisetto
colpevole. — Anche un prete si merita una vacanza, di tanto
in tanto.
— Io sarei... al sicuro, laggiù — disse lei, cercando di
convincersene.
— Lontana dalle Colonie, lontana da ogni pericolo.
Credimi, Susan, quel posto offre spazi così aperti che i
visitatori non hanno bisogno d'altro per sentirsi infinitamente
più leggeri. Molti confratelli dicono di aver provato, là sul
pianeta, un senso di libertà sconosciuto a chi vive nelle
Colonie. E la Chiesa gode ancora di qualche piccola
facilitazione nei trasporti. Abbiamo le nostre navette private,
e la E-Tech non presta troppa attenzione ai passaporti dei
fedeli. Sono assolutamente certo che la tua partenza potrà
essere organizzata con tutta la discrezione necessaria.
Lester le prese le mani. — Più ci penso, più mi convinco
che questa sia la soluzione migliore per te. Allontanati da
questa follia che sembra incalzarti tanto. Permetti a te stessa
di rilassarti in un Eremo finché i tuoi problemi qui nelle
Colonie arriveranno da soli alla loro conclusione. Prima o
poi quei terroristi saranno fermati. Allora potrai tornare
liberamente, e fare la pace con tua zia. E se la cosa è davvero
importante per te, sono certo che quell'uomo del Servizio
Navette Clark ti darà un'altra occasione.
La ragazza deglutì. — Non lo so... è quel genere di
appuntamenti che solo chi riesce a entrare in un certo
ambiente...
— Abbi fiducia in me, Susan.
Lei gli strinse le mani e sentì la sua forza. Si accorse che
gli stava sorridendo.
— Mi ha convinto, Lester.
17

— Tenga gli occhi sul monitor principale — lo esortò


Nick.
Il Leone si piegò in avanti e vide lo schermo diventare
nero quando l'altro batté CLEAR per liberarlo dalle altre
scritte. Si augurava di non perdere troppo tempo. Era sabato
pomeriggio, e da lì a un'ora era atteso all'altro capo di Irrya
per una riunione straordinaria dei Clan Uniti, decisa subito
dopo l'annuncio ufficiale del ritorno delle navi stellari.
Nick batté rapidamente qualcos'altro. L'ultima parte di
quei dati si trasformò in una scritta sul bordo inferiore dello
schermo:
FB-330-3367-T569. ""CONTROLLO FBI 1991*
— La prima serie di numeri — spiegò Nick — è il codice
d'accesso della Sicurezza E-Tech alla zona degli archivi che
m'interessa, valido solo per oggi. Gentile omaggio di Adam
Lu Sang. La scritta «Controllo FBI 1991» è il nome che ho
dato al mio programma di indagine. Si tratta di uno scanner a
ripetizione infinita, piuttosto potente. L'ho registrato e
codificato nello stesso archivio intorno al 2095... con un
centinaio d'anni di ritardo. Mi avrebbe fatto comodo avere
questo programma al tempo in cui il vero FBI stava cercando
di controllare me.
— Il vero FBI?
— Cose d'altri tempi.
Nick batté: APRI FILE GX-P34711-FY7-582HH-095D.
Sopra il suo ordine, al centro dello schermo, apparve un
rettangolo verde. Dentro di esso lampeggiavano
alternativamente due scritte:
APERTURA FILE GX-P34711-FY7-582HH-095D.
CHIUSURA FILE GX-P34711-FY7-582HH-095D.
— Astuto l'amico, eh?
Il Leone scosse il capo. — Non capisco.
— Il file di cui ho ordinato l'apertura è pre-Apocalittico,
del 2078 circa. Contiene i dati tecnici e i disegni delle lenti a
semirifrazione: strutture montate nei vetri antiradiazioni
delle Colonie per filtrare alcune lunghezze d'onda dello
spettro elettromagnetico. Ora, in termini di grandezza, questo
file contiene ottomila megabyte; un notevole ammontare di
dati. Ed è anche ben protetto... niente di sofisticato come un
guscio morbido, ma ha abbastanza serrature da scoraggiare
un ingresso illegale.
«Ho scoperto questo programma un paio d'ore fa, durante
una ricerca con parametri a caso. L'ho segnalato ad Adam. In
questo momento è giù nel seminterrato della E-Tech. Lui ha
messo in azione il fisiografo dell'archivio e ha localizzato
l'attuale posizione in cui è registrato il file nella rete
intercoloniale. Come molti vecchi file ha un indirizzo
"variabile a cascata", con sequenze di schemi a quell'epoca
chiamati «anagrafici». Trovare in qualsiasi momento la sua
esatta dislocazione non è facile, se lei considera che il file ha
un programma che spesso lo cancella e lo ricrea in una
dozzina di sottosistemi sparsi per le Colonie. Per andargli
dietro bisognerebbe sudare su vettori pluridimensionali. Ma
Adam è un ragazzo in gamba e ha escogitato una scorciatoia.
Conosce la sua rete.
— Non ne dubito — borbottò il Leone.
Nick sogghignò. — Scusi. Dimenticavo che lei non è
troppo addentro ai particolari tecnici.
— Questo posso dichiararlo per iscritto.
— D'accordo, userò solo parole semplici. Quello che vede
sullo schermo è un programma che viene aperto e chiuso
nello stesso tempo, una situazione contraddittoria. Questo
particolare tipo di reazione illogica è il bersaglio su cui ho
regolato la mia ricerca iniziale. Cercavo proprio un'anomalia
del genere. Avevo creato una serie di scandagli, dando loro
accesso multistadio agli archivi E-Tech. E loro sono venuti
fuori con questo programma.
«Credo che il nostro bracconiere sia dentro il file che
vede, giusto adesso, occupato a fare il suo sporco lavoro.
Ecco perché abbiamo un messaggio contraddittorio. Io sto
ordinando al file di aprirsi, e una frazione di secondo dopo il
bracconiere gli ordina di chiudersi in modo di poter
continuare a sparare ai dati. Ma appena il bracconiere
richiude la porta il mio FBI ordina ancora: "Aprite, polizia!".
E così via, all'infinito. L'effetto, in rete, è che il file GX-
P34711-FY7-582HH-095D è intrappolato in un circolo
chiuso. E continuerà ad aprirsi e chiudersi finché non
accadrà una di queste due cose: o io dico a FBI di rinunciare,
cosa che non ho intenzione di fare, oppure il bracconiere
deciderà di averne abbastanza di questa situazione irritante e
prenderà provvedimenti.
— Cosa potrebbe fare?
Un lieve sorriso curvò le labbra di Nick. — Veramente
non lo so. Ma qualunque iniziativa scelga, essa ci insegnerà
qualcosa sul nostro nemico. Ci darà un suo profilo
psicologico, per così dire.
— Parla come se il bracconiere avesse... una personalità
umana.
— I programmi molto potenti rispecchiano le tendenze e il
carattere del loro creatore. Presumendo che la presenza del
bracconiere negli archivi non sia casuale, dobbiamo dare per
certo che ci sia un mandante dietro le sue azioni, in attesa del
rapporto. Anche i cattivi hanno una mamma.
Il Leone si accigliò. — E lei pensa che questa «mamma»
stia controllando l'attività del bracconiere? Proprio adesso?
— Direi di no. Molto più probabilmente la mamma del
nostro amico aspetta i suoi rapporti a intervalli regolari, se
non altro per sapere se qualcuno ha cominciato a dargli la
caccia. Di conseguenza, diciamo forse ogni due o tre
settimane, il bracconiere è tenuto a mettersi in contatto con
uno specifico terminale da qualche parte nelle Colonie. In
quel momento il bracconiere sarà in grado anche di ricevere
contrordini o particolari istruzioni dalla sua mamma.
— Può seguire il bracconiere al terminale su cui farà
rapporto?
Nick scosse il capo. — Non possiamo sperare di coglierlo
sul fatto in quel preciso istante, a meno che la sua mamma
non sia molto ma molto incauta; il che, date le circostanze,
sembra improbabile. Però possiamo creare una situazione in
cui il bracconiere sia costretto a correre dalla mamma per un
input di istruzioni extra. Oppure la mamma potrebbe aver
automatizzato un sistema per dargli ordini in caso di
imprevisti di questo genere. Se è così, con un po' di fortuna
riusciremo a pedinare il bracconiere fino al luogo
dell'incontro segreto col suo mandante.
— E poi?
— E poi potremo mettere le mani sul bastardo. Ma non
vendiamo la pelle dell'orso prima di averla vista. Dubito che
il bracconiere correrà a chiedere aiuto alla mamma solo
perché il mio FBI gli sta dando fastidio. In questo momento
sto solo...
Lo schermo diventò azzurro e bianco. Il rettangolo coi due
ordini di apertura e chiusura scomparve in un panorama di
candide alture. Il Leone vi riconobbe una scena simile a
quelle dei video che le squadre E-Tech registravano nelle
zone fredde della superficie terrestre, dove i fiocchi cotonati
di quel fenomeno sconosciuto sulle Colonie coprivano il
suolo come un manto di gelo.
— Che figlio di puttana! — mugolò Nick. — Un San
Bernardo!
— Cosa?
— Un San Bernardo. Un programma di salvezza. I suoi
prototipi sono stati realizzati da un geniale tecnico coreano
pre-Apocalisse, nel ventunesimo secolo... la stessa epoca in
cui nacquero i primi bracconieri. Ed è un programma molto,
molto potente.
Dopo qualche secondo la scena invernale cambiò. I fiocchi
di neve si diradarono, le nuvole furono aperte e spazzate via
dal vento. Il Leone guardava senza capire ma affascinato da
quel procedimento. In pochi istanti le nuvole sparirono. Lo
schermo restò di un azzurro uniforme.
Nick batté: APRI FILE GX-P34711-FY7-582HH-095D.
In risposta lo schermo diventò nero.
Una ruga comparve sulla fronte dell'ometto. Il suo sguardo
rimase fisso sul monitor vuoto.
— Ora cosa sta aspettando? — lo interrogò il Leone.
— È l'ultima cosa che mi sarei aspettato. — Nick strinse i
denti. — Un programma di salvezza. All'inferno, da dove
può essere venuto? E non solo un vecchio programma di
salvezza, ma un San Bernardo. Gesù Cristo!
— Come sa che questo è un... un San Bernardo?
— Ho già visto questo programma al lavoro. La sua sigla
di apertura è un classico: la tempesta di neve, e poi il cielo
azzurro. Il San Bernardo è un esperto del pronto soccorso. In
caso di attacco al programma che è stato incaricato di
proteggere, lui altera la sua posizione fisiografica: lo
allontana dal pericolo e lo registra da qualche altra parte nei
banchi di dati. Ed è quello che è successo qui. Il San
Bernardo ha prelevato il file GX-P34711-FY7-582HH-095D
e lo ha messo al sicuro altrove, probabilmente per toglierlo
dal circolo chiuso che il mio FBI stava creando.
— Può ritrovare questo file?
— Sicuro. Adam può fare un'altra fisiografia.
Probabilmente gli occorrerà un'ora. Ma per quel momento il
bracconiere potrebbe aver finito di macellare l'interno del file
ed essersene andato. E in caso contrario, se cioè fosse
sempre nel programma e se io lo disturbassi di nuovo con
l'FBI, allora il San Bernardo tornerebbe in azione e lo
porterebbe ancora da un'altra parte.
— All'infinito — disse il Leone.
— Lei comincia a capire lo spirito dei computer.
— Non c'è altro che lei possa fare?
— Non so. Bisogna che rifletta un po' sul problema.
Quello che mi preoccupa è che evidentemente il bracconiere
e il San Bernardo lavorano in coppia. Non ho mai sentito di
una collaborazione simile. Voglio dire, in origine i
programmi di salvezza erano progettati per strappare via la
preda dalle grinfie dei bracconieri e dei virus in azione su di
essa. Se il bracconiere è il cattivo, il San Bernardo è il
buono. Ma qui stanno lavorando per la stessa cricca.
— Questo non è corretto, eh? — borbottò il Leone.
Nick sogghignò ampiamente. — Direi. È come se Dracula
avesse un angelo custode.
Il Leone aveva sentito nominare Dracula.
Sul lato superiore dello schermo nero sfilarono due righe
di parole verdi: COS'È SUCCESSO? HO UNA
DISTORSIONE A BASSO LIVELLO E UNA
FISIOGRAFIA COMPLETAMENTE ALTERATA.
SPIEGALO, PER FAVORE.
— Questo è Adam — disse Nick, ritrovando la sua
concentrazione. Batté sulla tastiera:
MAI INCONTRATO UN SAN BERNARDO? Ci fu una
pausa. Poi: DIMMI CHE STAI SCHERZANDO.
VORREI CHE FOSSE COSI', AMICO.
ADESSO COSA FACCIAMO?
Nick ebbe un sorrisetto acre. SUPPONGO CHE
DOVREMO IMPARARE A SCIARE.
18

Gillian pensò che l'interno di quel ristorante irryano


sconfinava abbondantemente nel cattivo gusto: sotto il
soffitto veleggiavano palloncini a forma di orsetti panda, di
lama peruviani, di cani e di scoiattoli, mentre le pareti erano
a fitte strisce bianche e nere. A un primo sguardo gli era
parso che la tappezzeria zebrata — per contrasto con quelle
puerilità multicolori — fosse addirittura elegante, poiché le
strisce davano l'impressione di mescolarsi in un uniforme
grigiore cinerino. Solo quando uscì dalla toeletta per tornare
nel loro separé d'angolo si accorse che quelle pareti avevano
qualcosa di opprimente. Guardandole da vicino l'effetto
nebbioso-perlaceo spariva, e l'alternarsi del bianco e del nero
emergeva tridimensionale come le linee di un codice a barre
sugli articoli di un supermercato del ventesimo secolo.
Sarebbe bastato questo a dargli il mal di testa, se non l'avesse
già avuto.
— Ti senti meglio? — domandò Buff. La nera sedeva di
fronte a lui coi gomiti nudi sulla tovaglia bianca, il mento
poggiato sui palmi delle mani rivolti all'insù. I suoi occhi
seguivano ogni movimento nel locale.
— Sì — mentì lui. — Uscire da quell'auditorium farebbe
star meglio chiunque. Dov'è andata Martha?
— Fuori. Vuole accertarsi che quel Xornakoff non ci abbia
fatto seguire.
— Dubito che il nostro ispettore sia sospettoso fino a
questo punto.
Buff corrugò le sopracciglia. — Non lo so. Là dentro ti
comportavi in modo dannatamente strano. Cosa ti è
successo?
— Te l'ho detto. Ho mangiato troppo. Il lavoro del
patologo andrebbe fatto a stomaco...
— Non sembravi uno che sta per vomitare — lo interruppe
lei.
— Quello spettacolo mi ha dato la nausea.
Buff scrollò le spalle. — Senti, Amphos, se non vuoi
sbottonarti sono affari tuoi e va bene. Ma non darmi da bere
il detersivo per i piatti raccontandomi che è vino d'annata.
Non hanno lo stesso sapore.
— So cosa intendi. Anch'io ho un sapore sbagliato in
bocca da quando ci siamo incontrati.
Lei si raddrizzò e lo guardò freddamente. — Che vuoi
dire?
Gillian mimò voce e gesti femminili: — Noi siamo una
specie di... consulenti per la sicurezza... sai, una specie di...
libere professioniste...
La bocca di Buff cercò di stare dritta e rigida, ma infine
cedette e si contorse in un sogghigno. — Già, suppongo che
non siamo state del tutto franche. Ma che ti aspettavi?
Lavoriamo nel campo della sicurezza, dopotutto.
Martha rientrò nel ristorante facendo ondeggiare a destra e
a sinistra le sue code di cavallo, ed a Gillian tornarono in
mente le danzatrici degli antichi Air Club. Ma pur così
flessuosa l'alta bionda non aveva in comune con loro soltanto
i riflessi di zaffiro sui capezzoli. In lei c'era qualcosa di più
che la sicurezza della sua femminilità, della sua capacità di
sedurre, attributi semplicemente fisici che possedeva in
abbondanza. Martha era un tipo di donna che, se anche fosse
stata nuda, in qualche modo avrebbe dato l'impressione
d'essere completamente vestita, come se la sua carne fosse
una sorta di esoscheletro o di protezione esterna. Un
indumento che avrebbe potuto togliersi quando non lo usava.
Mentre si sedeva accanto a Buff, la nera la interrogò con
un'occhiata.
— Nessuno ci ha seguito — rispose Martha.
Gillian le studiò entrambe. Viste così fianco a fianco
facevano una coppia ben strana anche sul piano
dell'atteggiamento: Buff vivace e protesa all'esterno, Martha
fredda e distaccata; e tuttavia davano l'impressione d'essere
unite a un livello profondo, come se fossero insieme da
molto tempo.
Un cameriere, un ragazzo che non dimostrava più di
quattordici anni, uscì dalla porta delle cucine. Quando fu
accanto al loro tavolo si piegò in avanti. — Mi spiace,
signori, ma il terminale di questo separé è guasto — disse, e
indicò il menù incorniciato sulla parete interna. — Dovrete
darmi a voce le vostre ordinazioni.
— No — replicò Martha con voce piatta. — Questo non
va bene.
Il ragazzo la guardò per qualche istante, poi sbatté le
palpebre. — Il terminale del menù è fuori uso, signora —
ripeté.
— Non puoi aggiustarlo?
— Io... così sui due piedi, non credo. — Le sorrise, ma
Martha non gli restituì il sorriso. Lui deglutì, nervosamente.
— Io... uh... dovrò prendere le vostre ordinazioni per iscritto.
— Alzò il taccuino e la penna che aveva in mano. — Con
questo.
— E se non fosse accettabile? — insisté Martha.
— Uh... be', potete spostarvi in un altro separé e...
— Stiamo comodi qui.
— Allora... non so cos'altro potrei fare per voi. — II
giovane cameriere allargò le mani, con aria fra indifferente e
desolata. — Però, posso anche prendere le vostre
ordinazioni...
— Per iscritto, sì — disse Martha. — Questo l'avevo
capito. Ce l'hai già detto. Quant'è che lavori qui?
— Uh... circa un mese, signora.
— E i clienti non ti hanno mai fatto passare dei guai,
prima d'ora?
Lui scosse il capo con energia. — No. Mai.
— Allora io sono la prima?
Il ragazzo non seppe cose dire. Restò in piedi accanto al
tavolo col suo taccuino in mano, fissando Martha.
— Ma non ti aspettavi una cliente come me, quando sei
uscito dal letto stamattina, no? — lo interrogò lei.
— Io... vuole parlare con il direttore, signora?
— Sto parlando con te.
Lui deglutì di nuovo, innervosito. — Sì, ma... senta,
signora, io non so cosa vuole...
Martha si alzò in piedi all'improvviso, sovrastandolo di
tutta la testa. Per un momento il giovane cameriere la guardò
da sotto in su, sbarrando gli occhi. Poi fece un passo indietro.
— Voglio del caffè — disse dolcemente lei. — Con lo
zucchero vanigliato.
Il ragazzo scrisse in fretta l'ordinazione, quindi si volse a
Buff. — Lei, signora?
— Per me niente.
Gillian chiese solo un bicchiere d'acqua di seltz.
Il cameriere girò intorno a Martha, con aria di scusa, ma la
bionda gli lasciò andare una forte sculacciata. Lui scomparve
di corsa in cucina.
Mentre la compagna tornava a sedersi, Buff sogghignò. —
Diavolo, Martha, è appena un ragazzino. Se cerchi di
portartelo a letto, sua madre verrà a cercarti con un coltello.
— Sua madre non lo saprà mai.
Buff scosse il capo. — Probabilmente sarà lui a dirglielo.
— Quel ragazzo mi piace. Forse gli insegnerò qualcosa.
— Voi siete Costeau — annunciò Gillian, sorpreso di non
averlo capito prima.
Buff inarcò un sopracciglio, come se avesse detto una
grossa sciocchezza; ma lui sapeva di aver visto giusto. Quasi
in premio per quella deduzione il suo mal di capo — un
residuo del recente stato di ipertensione — scomparve. Ora
si sentiva di nuovo se stesso, del tutto ancorato al presente e
libero dagli influssi del passato. Catharine ed Empedocle
erano tornati fra le ombre.
— Quale clan? — insisté. — Gli Alexander?
Buff lo fissò in silenzio. Martha guardò altrove.
— Sentite, voi volete che io sia franco. E lo sarò. Ma
dovete restituirmi la cortesia. Allora, di quale clan siete?
Buff interrogò Martha con un'occhiata, poi annuì. — In
origine eravamo Cerniglias. Ma ora serviamo il Leone.
— E quali servizi fate per Jerem Marth?
— Ogni tanto ci assegna incarichi particolari.
— E di che genere è l'incarico che riguarda me?
— Abbiamo l'ordine di darti assistenza...
— E di tenermi d'occhio, senza dubbio. — Gillian scosse
lentamente il capo. — Avete avuto ordini da Nick, oltre che
dal Leone?
Nessuna delle due rispose.
— Vi hanno detto chi sono io in realtà?
Buff esitò una frazione di secondo. Poi scrollò le spalle. —
Tu sei Gillian. Sei un cacciatore di Paratwa.
Il cameriere tornò con le ordinazioni e in fretta mise sul
tavolo il caffè e l'acqua, evitando con cura di guardare
Martha. Ma mentre si voltava, Martha gli diede un energico
pizzicotto su una natica. Il ragazzo fece un balzo, poi
accelerò il passo verso la sicurezza delle cucine.
Buff ridacchiò. — Scommetto che le sue fantasie sessuali
stanno già toccando il vertice.
— Può darsi — disse Gillian. — Ma io scommetto che si
augura che restino soltanto fantasie.
Martha sorseggiò il suo caffè e non fece commenti.
Buff si piegò in avanti. — Senti un po', Amphos, o Gillian,
o qualunque sia il nome con cui vuoi essere chiamato...
— In privato, Gillian può bastare.
— Senti un po', Gillian. Si suppone che noi dobbiamo
aiutarti. Naturalmente dobbiamo anche tenerti d'occhio, ma
solo per badare che non ti cacci nei guai.
— Stai mentendo — disse Gillian.
La nera sbuffò. — Non hai molta fiducia nel prossimo, eh?
— Stai mentendo — ripeté lui.
Buff scrollò le spalle, irritata. — Credi pure quello che
vuoi credere, se è così.
— No — disse Martha con calma. — Basta con le
sciocchezze. — Lo guardò negli occhi. — Hai ragione, c'è
dell'altro. Nick ci ha avvertito che tu potresti... diventare
instabile... perdere il controllo... qualcosa come quello che
hai fatto nell'auditorium. Nick ha detto che se succede non
importa, tutto bene, basta che tu ne venga fuori. Ma ha detto
che tu potresti uscire da uno di questi episodi con una
personalità diversa.
— Oh, merda — brontolò Buff. — Non avremmo dovuto
dirti niente di questo.
— Se questa cosa succede — continuò Martha, — noi
dobbiamo metterci subito in contatto con Nick. — Depose la
tazza e si passò un tovagliolo sulle labbra. — Ma se l'altra
personalità diventasse aggressiva, abbiamo l'ordine di
passare all'azione.
Gillian sentì la sua bocca piegarsi in un sorriso aspro. —
Che genere di azione?
— Renderti inoffensivo, se possibile.
— E se questo non fosse possibile?
Martha sostenne il suo sguardo duro e sorrise
freddamente. — Allora può darsi che dovremo ucciderti.
— Oh, merda — grugnì Buff.
E Gillian sentì che Martha, e probabilmente Buff, avevano
già ucciso in altre occasioni.
Dovrei essere furibondo con Nick. Ma non provava rabbia.
L'ometto aveva fatto ciò che avrebbe fatto lui nelle stesse
circostanze. Nick non avrebbe mai parlato a quelle due
Costeau di Catharine, né dell'Ash Ock che viveva ancora
nelle cellule del suo corpo. Però erano già state dette troppe
cose.
Empedocle restava un fattore sconosciuto, e anche
potenzialmente pericoloso. Ho paura di te, io, ammise. Ho
paura che se tu ritorni Gillian non sarà più lo stesso.
Nick aveva fatto la cosa giusta.
Sentì che la tensione abbandonava il suo volto. Riuscì a
sorridere a Martha.
— Perché hai deciso di dirmi questo?
Lei fece una smorfia. — Non mi va di lavorare al buio.
Buff alzò gli occhi al cielo. — Il Leone non la giudicherà
una buona scusa.
— Speriamo, comunque — disse tranquillamente Gillian,
— che non abbiate mai motivo di sparare contro di me.
Buff guardò la compagna. — Speriamo che nessuno spari
contro di noi.
— Quello che mi è successo nell'auditorium — spiegò
Gillian, — è chiamato un «gestalt»: uno stato di allerta,
diciamo, che mi consente di assorbire informazioni in un
modo particolare. Non era uno dei miei episodi di...
cambiamento di personalità. — Esitò. — O almeno, non mi
sentivo come se lo fosse. Ciò che voglio dire è che quel che
mi è successo in sala non era esattamente la cosa di cui Nick
vi ha avvertito.
Le due Costeau lo fissavano. Buff accigliata e perplessa.
Martha vagamente incuriosita.
— Capisco che queste cose devono sembrarvi alquanto
strane — aggiunse lui in fretta. — Ma è importante che lo
sappiate. E c'è un'altra cosa. Se la mia personalità alterata
emergesse, potrebbe dimostrare d'essere... di aiuto. Un
amico, non un nemico.
— Finiremo per farci sparare addosso — commentò Buff.
— Non credo che questo incarico ci piacerà.
— Parla per te — disse Martha.
Buff tacque per qualche momento. Poi sogghignò. —
Suppongo che dovrai rassegnarti alla nostra presenza.
— Avrebbe potuto capitarmi di peggio — disse Gillian.
La Costeau di pelle nera ebbe un lampo negli occhi. —
Dobbiamo considerarlo un complimento?
— Io non credo — le comunicò Martha.
Gillian fronteggiò il suo sguardo cinico, vide quegli occhi
azzurri scurirsi di rabbia e in quel momento apprese
qualcos'altro su Martha: era una donna che bruciava dentro,
una donna con un groviglio di passioni furiose a stento
contenute. Impulsi del genere erano quasi un marchio di
fabbrica dei Costeau di vecchio stampo, ma in Martha erano
forse ancor più pronunciati. In questo le ricordava Grace, la
piratessa uccisa in uno scontro con Reemul cinquantasei anni
prima. Entrambe erano ragazze fiere, che nascondevano i
loro tormenti interiori; ma in Martha essi guizzavano assai
più vicino alla superficie, come onde prodotte da un
invisibile branco di pesci nell'acqua bassa. Con una donna di
quel genere bisognava andar cauti. Era troppo facile eccitare
e far traboccare quelle onde già inquiete. In tal caso sarebbe
potuta rivelarsi imprevedibile. E questo la rendeva molto
pericolosa.
Decise di cambiare argomento. — Questa tecnica
necroscopica al plasma... può dare qualche informazione
importante sulle vittime del massacro? O sugli altri attentati?
Buff si strinse nelle spalle. — Non proprio. Siamo già
state a fare le stesse analisi sugli altri luoghi, come in questo.
I risultati ci hanno permesso di stabilire l'ora precisa della
morte. Abbiamo ordinato le vittime secondo il momento in
cui è avvenuto il decesso, con il novantanove per cento di
probabilità che sia esatto al secondo. E poi c'è tutto un
insieme di dati eterogenei sulle loro condizioni fisiche: chi si
lavava i denti regolarmente, chi aveva il raffreddore, chi
aveva rapporti sessuali promiscui... — La Costeau sorrise. —
Particolari importantissimi, no?
— Nick potrebbe anche utilizzarli — replicò Gillian. —
Ma stiamo trascurando una cosa essenziale di queste
uccisioni. Io ero quasi riuscito ad arrivarci, in sala... —
Scosse il capo. — Un elemento che è stato ignorato.
Spadaccino e Pistolero... non tenevano la posizione giusta.
Lo schema dei loro movimenti non ha senso.
Riferì loro la sua analisi: il fatto che Pistolero era destro, il
raggio d'azione di 360 gradi che verso la fine della loro
azione si riduceva a 180, e l'improvviso crearsi di una zona
scoperta che rendeva i due killer vulnerabili a un attacco alle
spalle. Poi cercò di spiegare lo stato di gestalt che lo metteva
in grado di esaminare a livello subconscio lo svolgersi del
massacro.
— Forse dovremmo tornare in sala — suggerì Buff, —
così potresti metterti ancora in questa situazione di gestalt.
— Non è così semplice. Il gestalt... mi risucchia troppa
energia mentale. E provarci una seconda volta, assorbire di
nuovo le stesse immagini, la stessa scena... — Ebbe un gesto
d'impotenza. — Di solito non funziona più. Il luogo di un
omicidio dev'essere ancora fresco; solo così riesco a sentirne
il vero sapore. Altrimenti il gestalt dà una sovrapposizione
coi dati assorbiti in precedenza. — Non disse che intendeva
evitare un altro incontro con il fantasma di Catharine.
Ma non era Catherine che risvegliava in lui quella paura.
Questo lo sapeva. Era ciò che rappresentava la comparsa del
suo gemellare perduto: la possibilità dell'interallacciamento,
la possibilità che Empedocle si svegliasse e prendesse il
controllo del suo corpo senza che lui potesse impedirlo...
Questa è pazzia. Non dovrei aver paura di te... di te, il mio
signore. Una parte di me desidera disperatamente che tu torni
ad essere. Ho bisogno di risentire quella duplicità che un
tempo mi era così naturale. Ho bisogno della tua chiarezza di
mente, del tuo esistere come un intero. Ho bisogno di
sentirmi di nuovo soltanto un gemellare.
Ma c'era sempre il conflitto di emozioni: desiderio e paura.
— Allora che si fa? — domandò Buff.
— Non lo so.
Per un poco nessuno dei tre parlò.
Poi Buff chiese: — Credi che abbiamo a che fare con un
killer Paratwa?
— Non ne sono sicuro — ammise Gillian. — Non
corrisponde del tutto a un Paratwa. Ma neppure a due sicari
umani, del resto. Voi che ne pensate?
— Io ho idea che se fosse un Paratwa... credo che ci
sarebbero state più vittime.
— Il numero delle vittime non è indicativo. Alcuni
Paratwa uccidevano poco, anche se per l'unico motivo che si
sentivano più professionisti quando colpivano bersagli
specifici. Altri si satollavano con le stragi indiscriminate.
Altri ancora erano così efficienti che non lasciavano mai un
testimone vivo. — Esitò. — Ma hai ragione, in questi
massacri sarebbero potute esserci più vittime. Credo che i
nostri killer, umani o Paratwa che siano, non abbiano operato
al massimo delle loro possibilità. O al massimo della loro
ferocia.
Buff annuì. — Il loro raggio d'azione... è questo che ti
lascia perplesso?
— Sì.
— Tu dici che lasciano una zona cieca, il che li rende
molto vulnerabili. Ma Martha e io abbiamo studiato questi
raid, e per quanto risulta nessuno ha mai cercato di sfruttare
la zona cieca di cui parli. Voglio dire, questo non avviene
finché il massacro non è praticamente terminato, cioè
quando chi avrebbe potuto estrarre un'arma o sta fuggendo
oppure è già morto. Così può darsi che i killer si rendano
conto di non aver lasciato in vita nessun avversario
potenzialmente pericoloso.
— Sì, ci ho pensato — disse Gillian. — Ma tenete
presente che i killer sono molto metodici. Considerate la loro
tecnica di sganciamento: in ognuno dei sei raid hanno subito
lasciato la zona del massacro, svanendo nell'aria. Ci si
aspetterebbe almeno un testimone con una vaga idea del
sistema che hanno usato per fuggire, ma nessuno ha visto
niente. Questo risultato non lo ottengono per caso. Devono
avere un mezzo di trasporto... un veicolo in attesa nelle
vicinanze. Probabilmente cambiano il loro aspetto mentre si
mescolano ai fuggiaschi, oppure scantonano in un vicolo.
Potrebbero avere indumenti rovesciabili, accorgimenti
cosmetici di cui si liberano, o semplicemente maschere di
pseudopelle. In ogni caso, quindici o venti secondi sono loro
sufficienti per diventare irriconoscibili.
«Questi raid sono accuratamente orchestrati dall'inizio alla
fine. C'è un'unica nota che stona nella loro prestazione: la
zona cieca che creano con quella manovra. Non ha senso.
Non la capisco.
Martha palpeggiò lo zaffiro sul seno sinistro. — Forse
hanno un appoggio.
Gillian si accigliò. Nelle viscere del suo corpo prese forma
una strana sensazione, un pulsare che cominciava alla base
della colonna vertebrale e lentamente si espandeva a tutta la
muscolatura. Un brivido elettrico gli percorse la pelle fin
dietro la nuca, dove si conficcò come una spina. Per un
momento gli parve un altro attacco di mal di capo, o il
preludio di una rivelazione. Si piegò in avanti. — Cosa vuoi
dire?
— Quello che ho detto — rispose Martha, un po' seccata
di doversi ripetere. — Forse hanno un compare. Qualcuno
che protegge la loro ritirata.
— Già — aggiunse Buff. — Un compare che rimane
nascosto, ma pronto a intervenire in caso di imprevisti.
Gillian afferrò il bordo del tavolo. Il gestalt — lo stesso
che nell'auditorium era stato interrotto dalla comparsa di
Catharine — all'improvviso fece ritorno. Un impetuoso
flusso di dati gli roteò attorno, ottenebrando ogni altra
sensazione. Il flusso prese vita, stringendolo sempre più da
vicino finché fu un vortice, un gorgo che assorbiva ogni
visione, ogni suono, ogni odore, così profondamente da
sopraffare l'intera coscienza. Ma lui si concentrò sul punto
focale del vortice, delimitando la sua capacità di
comprensione a una sola domanda:
Perché Spadaccino gira sempre a sinistra?
Quasi subito il gorgo crollò su se stesso per condensarsi su
qualcosa di solido, e continuò a condensarsi finché non
rimase che un duro nocciolo di logica. E quel nocciolo era la
risposta alla sua domanda, la tessera che mancava dal
mosaico.
Di colpo la sua consapevolezza tornò al presente. Buff lo
fissava con sguardo aggrondato. Martha aveva abbassato le
braccia sotto il tavolo. Gillian ebbe la netta sensazione che la
bionda Costeau avesse estratto dalla borsa medica un'arma, e
che gliela stesse puntando all'addome. Alzò una mano. —
Tutto bene. Non è quello che pensate. Non è la mia...
personalità alterata.
Martha inarcò appena un sopracciglio. Ma le sue mani
rimasero fuori vista.
Buff domandò, esitante: — Era di nuovo... quel gestalt?
Gillian annuì. — Sì. La conclusione del gestalt iniziato sul
luogo del massacro. — Sorrise, aspramente. — In un certo
senso la risposta all'enigma era semplice. Ma si trattava di
una risposta che non ero preparato ad accettare. Va contro
tutto ciò che conosco, tutto ciò che mi è stato insegnato. Però
è una verità, e non posso negarla.
«So con chi abbiamo a che fare. È qualcosa di nuovo, di
totalmente diverso. Non mi era mai capitato di pensare a una
cosa del genere, ecco perché avevo difficoltà a capirla.
«Questi killer non sono esseri umani. Abbiamo di fronte
un Paratwa addestrato a uccidere. Ma non un Paratwa dei
soliti.
— Sono in tre — concluse Martha.
— Sì — disse Gillian, quasi intimorito nel sentirlo dire in
parole. — Sono in tre. Spadaccino, Pistolero, e un terzo
gemellare... il loro appoggio, che si tiene nell'ombra pronto a
coprire quei 180 gradi ciechi in caso di necessità. Un killer
Paratwa fatto di tre gemellari.
Martha poggiò la mano sinistra sulla superficie del tavolo.
Fra le dita aveva una piccola pistola ad aghi.
Buff ebbe un debole sogghigno. — Solo una cosetta per
metterti a dormire. Tanto per prudenza. Innocua, sul serio. Il
dardo contiene un anestetico, ed è così sottile che non lo
sentiresti neppure.
Gillian sorrise. Martha aveva tenuto sotto il tavolo tutte e
due le mani. Puntata su di lui doveva esserci anche un'arma
più potente di una semplice pistola ad aghi.
Si alzò. — Andiamo a casa del Leone. Devo parlare con
Nick. — Il compagno sarebbe dovuto essere in grado di
spiegare un po' meglio quella nuova e strana minaccia.
Anche le Costeau si alzarono. Martha rimise la pistola ad
aghi nella borsa medica, poi depose sul tavolo cinque
cartotessere.
Era una mancia molto più generosa di quella che Gillian
avrebbe mai lasciato.
19

Philippe lasciò l'ufficio del signor Cochise pensando:


Credo che quello che sto facendo sia davvero una buona
cosa.
Strinse forte la maniglia della sua nuova valigetta e sorrise
per tutto il tragitto in ascensore che lo riportò nel vasto atrio
del Gruppo Venus. Nelle strade di Irrya c'era poca gente; il
sole stava perdendo il suo corrusco fulgore pomeridiano, e il
terminal delle navette era appena a cinque isolati di distanza.
Philippe decise di andarci a piedi. Arrivò al cancello
d'imbarco ancora con buon anticipo, col biglietto di ritorno
già pronto; la valigetta passò senza difficoltà attraverso le
griglie dei detector anticontrabbando e pochi minuti dopo lui
era già a bordo dell'espresso che lo avrebbe riportato a casa,
sulla Colonia Toulouse.
Mentre la navetta si allontanava dalle settanta miglia del
cilindro di Irrya, Philippe si lasciò andare alla non
sgradevole sensazione dell'assenza di peso. Dall'altra parte
del passaggio centrale una bambinetta, che i genitori
avevano lasciato sedere accanto al finestrino, indicava tutta
eccitata il magnifico panorama della Colonia capitale vista
dallo spazio. Philippe sorrise; capiva la sua emozione. Anche
se il lavoro lo costringeva a viaggiare di continuo, lo
spettacolo di un cilindro orbitale in allontanamento lo
affascinava sempre. Ma non quel giorno. Quel giorno i suoi
pensieri erano presi da qualcosa di più importante: la cosa
veramente buona che lui stava facendo.
Il volo non durò molto; la gravità fece ritorno e lui sbarcò
sul suolo di Toulouse. Gli specchi solari erano stati fatti
ruotare da un pezzo, ed era già mezzanotte passata allorché
lo hover pubblico lo scaricò davanti all'alto blocco di edifici
dove abitava, nel Settore Alfa. Appena in casa chiuse bene la
porta, accese le luci e scandagliò tutte le stanze col detector
che il signor Cochise gli aveva dato. Quando fu certo che
non c'erano microspie, l'istruzione successiva gli lampeggiò
nella mente.
«La valigetta dev'essere aperta in un modo molto
particolare» aveva detto il signor Cochise. «La metta su una
superficie piana, con la serratura rivolta verso di lei.
Appoggi il detector anti-microspie sopra di essa, in
corrispondenza del centro. Prima di aprirla attenda che il
detector emetta tre segnali acustici.»
Philippe depose la valigetta sul tavolo, sentendosi
impaziente e felice. Non era molto grossa, circa cinquanta
centimetri per trenta, e spessa una dozzina, ma aveva un
aspetto solido ed era un piacere accarezzare il suo granuloso
rivestimento color bronzo. Seguì con scrupolo le
raccomandazioni del signor Cochise, conscio che stava
proprio facendo una buona cosa. Il sensore del detector si
accese e mandò tre gradevoli ronzii.
Philippe fece scattare la serratura, staccò la striscia di
adesivo sigillante e aprì. Dentro c'era una massa di sostanza
traslucida, protoplasmatica, pulsante di vita, avvolta in una
membrana rossa e in un reticolo bianco di circuiti
superconduttori. Le sue dimensioni erano più o meno quelle
di un cuore, ma Philippe sapeva che non si trattava di un
organo umano. A dire il vero non aveva idea di cosa fosse,
ma questo non importava affatto. Ciò che contava era
soltanto la buona cosa che lui stava facendo.
Sorrise, quando la seconda parte delle istruzioni del signor
Cochise prese forma nei suoi pensieri.
«Fissato sulla sinistra troverà un piccolo iniettore
commestibile. Ne inserisca l'ago direttamente nella
membrana e assorba il fluido finché l'iniettore sarà pieno.»
Sorridendo compiaciuto Philippe aprì la confezione,
quindi infilò il sottile ago nella membrana rossa e attese che
il cerchietto dell'aspiratore salisse lentamente. Quando il
serbatoio fu pieno, ritrasse l'ago. Nello stesso istante ricordò
altre istruzioni.
«Si metta l'iniettore commestibile sopra la lingua e chiuda
la bocca. Deglutisca il liquido e ci beva dietro un grosso
bicchier d'acqua.»
Il signor Cochise aveva ragione: l'iniettore si sciolse in
pochi secondi, e lui poté sciacquarsi la bocca con un
bicchiere d'acqua minerale importata. Il sapore del liquido
fresco e frizzante parve innescare la comparsa di un altro
preciso ricordo.
«Sotto il bordo interno della valigetta, nel punto dov'era
fissato l'iniettore, troverà una striscia di materiale di diverso
colore. La lecchi per tutta la sua lunghezza.»
Philippe fu felicemente sorpreso di scoprire che la striscia
era proprio lì: di un bianco brillante, in contrasto col
rivestimento nero e opaco. Sporse la lingua e la leccò con
cura. Aveva un gusto molto amaro.
Amaro. Questo gli fece ricordare un numero telefonico:
BC84-162F. Eccitato sedette alla console e fece la chiamata.
Sullo schermo apparve un messaggio registrato:
NOME E COLONIA DI RESIDENZA.
— Philippe Boisset. Colonia Toulouse — rispose
allegramente lui.
ATTENDA, PREGO.
Philippe restò seduto davanti allo schermo vuoto per
almeno cinque minuti, ma non si sentiva annoiato. Al
contrario, provava quella profonda soddisfazione che viene
dall'appagamento. Sapeva che stava facendo una buona cosa,
e al meglio delle sue capacità.
L'altoparlante del videotelefono emise finalmente una
vibrazione. Lui la riconobbe: uno scrambler che veniva
inserito sulla linea. Subito dopo udì una voce decisa,
mascolina: — Il signor Boisset?
— Sì. — La voce non era quella del signor Cochise. Né,
gli parve, di qualcuno che lui conoscesse.
— È solo in casa?
— Sì, sono solo.
— Bene. La striscia bianca su cui ha passato la lingua
dovrebbe essere diventata di due colori. Mi riferisca quali
sono.
Col cuore che gli batteva forte per l'eccitazione, coinvolto
nel meraviglioso mistero di quel gioco, lui tornò a guardare
nell'interno della valigetta. Lo sconosciuto aveva proprio
ragione: la striscia aveva cambiato colore. Corse di nuovo
alla console.
— Azzurro e arancione — riferì con voce nitida.
— Ottimo — disse l'uomo. — E ora, signor Boisset,
queste sono le istruzioni successive. Riponga il detector
dentro la valigetta e la chiuda. Poi metta la valigetta in una
borsa più grossa. Subito dopo lei dovrà nascondere la
valigetta nello speciale posto segreto di cui il signor Cochise
le ha parlato. E appena avrà nascosto la valigetta, signor
Boisset, ricordi che lei dovrà prendere la via più veloce per
arrivare giù in strada. Mi ha capito?
Philippe ricordava tutto. — Sì, ho capito. — Doveva
portare la valigetta sulle Torri di Riciclaggio Au Fait. Lui e il
signor Cochise avevano studiato la mappa di quegli edifici
nei minimi particolari per stabilire quale fosse il posto
migliore in cui nasconderla.
— E non si dimentichi, signor Boisset — disse la voce —
che lei sta facendo una cosa veramente buona.
Philippe sospirò di gioia. Si sentiva splendidamente in
forma. Rimise il detector nella piccola valigia, chiuse la
serratura, quindi cercò una borsa di plastica usa-e-getta delle
dimensioni giuste e si affrettò alla porta.
Le Torri di Riciclaggio Au Fait distavano solo quattro
isolati, e lui s'incamminò a passi svelti. La brezza notturna
aveva un buon odore; l'aria riciclata dalle torri verso cui si
dirigeva era fredda e sana, anche se ogni tanto lo costringeva
a tossire ripetutamente. La gola cominciò a fargli male.
Forse si era preso un raffreddore, o uno dei virus influenzali
mutati che continuavano a farsi gioco dei vaccini più
moderni ed evoluti.
— Rotoli su col più duro di tutti, signor Boisset — gli
augurò un giovane operaio della manutenzione notturna
mentre lui girava sulla rampa principale della Torre Uno.
Philippe sorrise e agitò una mano in risposta, senza aver
capito la semantica di quel saluto ma contento che l'altro
fosse contento. L'operaio stava facendo il giro della torre in
sella a un pulitore robotizzato, e con una combinazione di
spray e spazzole a laser teneva ben lucide tutte le parti in
plastica metallizzata. Philippe non poté resistere:
— Quella che stai facendo è una buona cosa, Noel!
Il giovanotto rise e annuì. Philippe proseguì allegramente.
A quell'ora di notte la Torre Uno era quasi deserta. La
maggior parte della gente che aveva qualcosa da riciclare
passava durante il giorno o la mattina presto. Philippe entrò
nel primo ascensore che trovò aperto e mezzo minuto dopo
era alla sommità dell'edificio. Era bello compiere il proprio
dovere di cittadino e fare nello stesso tempo una cosa
veramente buona. Due in una sola volta, pensò. Posso
ritenermi proprio fortunato, stanotte!
L'ascensore lo depositò al piano della distribuzione
principale, un vastissimo ambiente punteggiato di centinaia
di bocche d'accesso. Ogni bocca d'accesso, tramite rampe a
spirale, portava gli oggetti di rifiuto attraverso un insieme di
analizzatori rovesciandoli poi — salvo i materiali non
accettati — in uno dei poderosi serbatoi del riciclaggio
termochimico. Sulla circonferenza esterna del locale
numerose porte davano accesso alla veranda da cui si poteva
vedere il panorama della città, attrazione fatta aggiungere di
recente dall'Ufficio Turistico di Toulouse. Il turismo aveva la
sua importanza nell'economia di una Colonia efficiente, e
anche delle semplici torri di riciclaggio potevano dare il loro
contributo alla comunità.
Come diceva la bella insegna olotronica montata
all'interno della veranda, Philippe si trovava ora a
novantadue metri d'altezza sul livello stradale. File di
immagini mobili illustravano le operazioni di riciclaggio, ad
uso e consumo delle scolaresche condotte in giro per la
Colonia per istruirsi sulle responsabilità ambientali, e
Philippe sorrise. Alcune di quelle olografie erano spiritose.
Sulla veranda non c'era un'anima. Meglio così, si disse
Philippe. Il signor Cochise non voleva che qualcuno lo
vedesse nascondere la valigetta. Stringendo saldamente i
manici della borsa s'incamminò verso una delle bocche
d'accesso riservate ai materiali pericolosi. Quando sollevò lo
sportello si accese un avvertimento in lettere verdi.
ATTENZIONE: QUESTO ACCESSO È ADIBITO
ESCLUSIVAMENTE AI MATERIALI INCLUSI NELLA
CATEGORIA BIO-RISCHIO 3, IN BASE ALLE
ATTUALI LEGGI SANITARIE. SE AVETE DOMANDE
O NECESSITÀ DI ASSISTENZA CIRCA L'USO DI
QUESTA BOCCA D'ACCESSO, SIETE PREGATI DI
CHIAMARE L'INTERNO TW76-909K.
Philippe spinse dentro la borsa. Il portello la inghiottì e si
richiuse automaticamente. Come aveva detto il signor
Cochise, i materiali elencati nella categoria di bio-rischio 3
attraversavano una serie di detossificazioni per la durata di
sei settimane prima di passare alla distruzione termochimica.
Questo significava che la valigetta sarebbe rimasta nascosta
per sei settimane. Terminato quel periodo, aveva detto il
signor Cochise, il suo destino ultimo non aveva più
importanza.
Philippe ebbe un fremito di trionfo. Il suo incarico segreto
e speciale era compiuto. Ho fatto davvero una buona cosa.
D'improvviso si sentì teso, incerto. Ma poi ricordò: Devo
prendere la via più veloce per arrivare al livello stradale! Il
signor Cochise gli aveva spiegato che questa fase del suo
compito era della massima importanza. E la voce al telefono
era stata premurosa e solerte nel ripeterglielo.
Philippe corse verso gli ascensori. Ma nonostante la sua
velocità gli sembrò che da quella parte ci avrebbe messo
un'eternità. E a quel pensiero un'orribile sensazione lo
sconvolse; aveva la gola secca, e il cuore gli balzò in petto
per l'improvviso terrore.
Non farò in tempo! pensò, disperatamente. Gli ascensori
sono troppo lenti!
C'era una sola cosa da fare. Cambiò direzione e corse a
una delle porte che si aprivano sulla veranda esterna.
Presto! incitò se stesso. Non c'era più tempo da perdere.
Doveva arrivare al livello stradale.
Quando ebbe oltrepassato la porta l'aria fredda della notte
gli gelò il sudore sul volto. L'immenso cilindro pieno di luci
era visibile in tutta la sua estensione, e lui pensò:
Sì, sto per farcela! Arriverò in tempo al livello stradale!
Saltò sopra una panchina, piegò le gambe e con tutta la sua
energia balzò in alto superando con facilità la balaustra di
cristallo infrangibile. Il suo corpo continuò a salire per
qualche attimo ancora prima che la gravità s'impadronisse di
lui. Poi cominciò a cadere: giù lungo la parete esterna della
Torre Uno, accelerando rapidamente, gli occhi fissi sulla
strada che saliva verso di lui con incredibile velocità. E fu in
quegli ultimi istanti, prima di abbattersi sulla ringhiera della
rampa d'ingresso, che Philippe fu colto da uno spiacevole
dubbio: Forse non era poi una cosa tanto buona, dopotutto.
20

La lunga serie di gradini che saliva fino allo chalet a due


piani — solidi blocchi di ghiaccio orlati di plastica anti-
scivolo — si arrampicava per il ripido pendio innevato
all'ombra della veranda sospesa, cambiando direzione più
volte prima di arrivare all'altezza della piattaforma che
girava sulla destra dell'edificio.
Sto diventando vecchio, pensò Ghandi col fiato mozzo,
mentre contava i gradini. Centoquattordici, centoquindici... e
finalmente l'inizio dell'ultima rampa, sei metri sotto la
balconata del primo piano e almeno trenta più in alto del
garage dove avevano lasciato il semicingolato da neve.
Guardò all'insù, timoroso che qualche ghiacciolo gli cadesse
sulla testa; ma l'ufficio meteorologico non aveva
programmato bufere di recente, e le travature dei balconi in
liscio e solido teak non erano incrostate di ghiaccio.
— Affrettati, amore — lo incitò Colette fermandosi a
guardare indietro, venti scalini più in alto. La bionda sorrise,
e la bianca nuvoletta del suo respiro fu trascinata via dalla
brezza gelida che soffiava in permanenza sotto il cielo
sempre nuvoloso della Colonia Pocono. Il sorriso con cui
Ghandi cercò di risponderle fu solo una smorfia di fatica, e la
sua espressione divertì Colette.
— Più aerobica, Corelli-Paul — esclamò vivacemente. —
Hai bisogno di un programma di ginnastica, e di una terapia
di ricostruzione muscolare. Credo proprio che dovrai
trascorrere qualche mese in un cono gravitazionale. —
Colette girò flessuosamente su se stessa e riprese a salire
senza sforzo.
Ghandi grugnì fra sé, chiedendosi se sua moglie
desiderasse davvero mandarlo in vacanza in un cono
gravitazionale. Molte Colonie disponevano di quelle piccole
strutture indipendenti esterne, collegate al cilindro da lunghi
cavi. In genere offrivano soggiorni terapeutici sotto controllo
medico, a una gravità che andava fino a un massimo di 3 G,
e in pochi mesi potevano fornire a chiunque una muscolatura
da culturista.
— Fai presto, tesoruccio — lo esortò ancora Colette,
ridacchiando mentre spariva oltre l'angolo dello chalet, e dal
tono della sua voce Ghandi dedusse che non aveva detto sul
serio. Ma lo preoccupò il fatto di non aver capito subito che
stava scherzando.
Io divento vecchio. E tu, amore mio, diventi sempre più
difficile da capire. Quelli erano i due demoni onnipresenti di
Ghandi, e ogni giorno che passava lo tormentavano di più.
Venticinque anni prima era stato troppo giovane per
rendersi conto di cosa avrebbe significato per lui la
lunghissima durata della vita di Colette. A quel tempo non
gli era possibile immaginare se stesso ultracinquantenne,
pieno di acciacchi e di artrosi, con una muscolatura flaccida
e facile a stancarsi, a fianco di una donna ancora giovane e
forte come il giorno in cui l'aveva conosciuta. E venticinque
anni prima non gli era mai sembrato importante capire
davvero i piani complicati e gli intrighi di Colette/Saffo. La
vita era molto più semplice allora, e lui aveva accettato senza
problemi il rapporto con la gemellare di un Ash Ock, anche
sapendo che era molto più intelligente di lui e che sarebbe
rimasta giovane e bella anche quando lui fosse diventato
vecchio. In quei giorni c'era poca differenza fra loro, e gli era
parso quasi naturale seguire il destino che lo legava a una
femmina Paratwa.
Ma ora stava pagando per quella sua ingenuità giovanile.
Ormai, il più delle volte, aveva l'impressione d'essere un
padre e di trattare con una figlia che se ne sarebbe andata per
la sua strada, un genitore tollerato ma non più necessario.
Dietro di lui e più in alto un sibilo salì rapidamente di
tono. Ghandi sapeva cos'era ma si voltò lo stesso, seccato dai
suoi pensieri e avido di qualunque cosa potesse distrarlo un
momento da essi.
La Pista di Discesa Libera Quattordici — una delle più
veloci di Pocono — era un toboga lungo sedici chilometri e
largo quattro metri, pavimentato in spesso ghiaccio, sospeso
a lunghissimi cavi che sparivano nella grigia foschia del
centrocielo. Da lassù, dove prendeva inizio, si allargava in
una spirale sempre più larga fino a scorrere parallela al suolo
della Colonia nel tratto di arrivo, su cui i discesisti potevano
raggiungere velocità impressionanti.
Pocono era una località che poteva offrire ogni tipo di
sport invernale, e le gare di sci in pianura, o di slalom sui
pendii, o acrobatiche, avevano un notevole successo. Ma le
Piste di Discesa Libera restavano la maggiore attrazione per i
turisti.
Ghandi attese, interessato, mentre il sibilo dei jet dello
sciatore in arrivo si faceva sempre più acuto. Dal rumore che
facevano capì che non si trattava di un cauto dilettante,
attento a bilanciare il suo peso sul mono-sci sulla spinta di
propulsori tarati per non superare i centoventi chilometri
all'ora. Quello che sentiva era un discesista che veniva giù
sparato come un proiettile e probabilmente deciso a battere il
record della pista, anche se guardando verso la lontana
stazione di arrivo non gli sembrava di vedere giornalisti o
telecamere. E ad un tratto il sibilo si fece assordante, come
quello di un antico aereo da caccia in picchiata, e il discesista
apparve in alto sulla curva della pista: una figuretta piegata
in posizione a uovo sopra il mono-sci aerodinamico, tenuta
in equilibrio dagli scudi di energia fissati alle caviglie e agli
avambracci, che filava già a un terzo della velocità del
suono. Impossibile capire se si trattasse di un uomo o di una
donna.
Dalla posizione di Ghandi, alla base dello chalet, non si
poteva scorgere che un tratto di poche centinaia di metri
della pista, e il discesista lo attraversò come un fulmine.
Dopo la sua scomparsa il sibilo dei jet, con l'inversione
dell'effetto Doppler dell'onda sonora, si fece sempre meno
acuto. La lunga nuvoletta chiara dello scarico dei propulsori
aleggiò ancora per qualche secondo sulla pista, poi la brezza
la disperse nell'atmosfera nebbiosa.
Prima della discesa lo sciatore doveva aver lavorato molte
ore a controllare i jet, ad allineare gli scudi di energia, a
spargere la sciolina sotto il mono-sci ed a controllare ogni
dettaglio del suo equipaggiamento. Una mezza giornata di
preparativi per centotrenta secondi di eccitazione ad alta
velocità. I dilettanti più facoltosi e i professionisti
sponsorizzati facevano anche uso di esploratori — robot
montati su mono-sci — che venivano mandati avanti per
esaminare le condizioni della pista e registrare la posizione
di tutte le irregolarità del ghiaccio che potevano rivelarsi
pericolose o addirittura fatali. Una montagna di sforzi e di
denaro il cui solo scopo era produrre quei pochi secondi di
rischio inutile.
Ghandi capiva perfettamente quelli che vi si dedicavano. E
provava ammirazione per loro.
Si voltò e continuò a salire gli scalini di ghiaccio. Quando
fu all'angolo dello chalet si costrinse ad accelerare il passo
sulla rampa che portava all'ingresso del primo piano, sul
retro.
Colette era già dentro, distesa sul divano del soggiorno,
con le mani intrecciate dietro la nuca, gli stivaloni neri
poggiati sul tavolino e la muscolatura delle lunghe gambe
chiaramente delineata sotto gli aderenti pantaloni grigi.
All'ingresso di Ghandi girò la testa e gli rivolse un sorrisetto
divertito.
Lui s'inginocchiò accanto al tavolino e le tolse gli stivali
termici, slacciando le fibbie ancora umide di neve. Sotto le
spesse calze rosse le dita di lei si agitarono, esigendo la sua
attenzione. Ghandi gliele sfilò e le massaggiò con energia i
piedi e i polpacci, sapendo che questo le piaceva.
— Ah, amore! — sussurrò lei, piegandosi in avanti. Gli
passò le mani dietro il collo e intrecciò le dita. Ghandi trasse
un lungo respiro e si sentì eccitato da quella carezza, avido
del corpo di lei come il giorno in cui l'aveva conosciuta. Un
piacere in cui poteva smarrirsi del tutto. Un piacere che
ancora teneva lontani i demoni della vecchiaia e della sua
crescente incapacità di capire Colette.
— Ho bisogno di te — mugolò. Le parole gli erano
scaturite dalle profondità della gola come districandosi a
stento dalle emozioni aggrovigliate in lui. Ho bisogno di te.
Una necessità che non aveva un'origine fisica e che tuttavia,
dopo qualche istante, gli faceva torcere le viscere.
Si accorse di ansimare, quasi che il piacere fosse troppo
intenso per essere contenuto nel suo corpo. Poi Colette lo
attrasse a sé e gli fece immergere il volto nella stoffa sottile e
profumata della camicetta, fra i seni.
— Ho bisogno di te, per sempre! — gemette Ghandi,
supplichevole come un bambino disperatamente desideroso
di affetto.
— Amore mio — lo blandì lei — negli ultimi tempi è stata
dura per te. Non è così?
Lui le strofinò una guancia contro l'addome.
Colette sospirò. — È stata dura, amore mio. Lo so. E so
che quest'anno, soprattutto, è stato un anno difficile per te. I
nostri piani stanno arrivando al momento culminante;
decenni di lavoro stanno per ottenere il premio meritato. E io
so cos'ha significato tutto questo per te. Abbiamo avuto poco
tempo da trascorrere insieme, e la nostra intimità ne ha
sofferto.
«Ma pensa al futuro, Corelli-Paul. Pensa che presto i piani
a lunga scadenza degli Ash Ock si realizzeranno. Le Colonie
saranno nostre. La Terra sarà nostra. E noi due staremo
insieme per sempre.
Per sempre. Ghandi affondò il volto nel calore della sua
carne e desiderò compenetrarsi in lei. Per sempre.
— E so anche, Corelli-Paul, che in questi giorni sei
assillato dallo spettro della vecchiaia, e che la differenza fra
la nostra età fisiologica è sempre più grande e tormentosa per
te.
Sì. Lei capiva. Per la prima volta dal tempo lontano della
sua infanzia Ghandi si sentì sull'orlo delle lacrime.
Colette avvertì quell'emozione, e la sua voce si abbassò in
un mormorio. — Quando io sono una gemellare di Saffo —
disse — quando penso che questo corpo è solo la metà di un
intero, ci sono momenti in cui la necessità di far restare
efficienti due menti separate richiede una... manutenzione.
L'interallacciamento dev'essere come depressurizzato,
purgato delle tossine, e sostituito da una specie di pulizia
emotiva. E per questo devo lasciarmi andare a quella follia
che gli umani chiamano violenza, il bisogno di macellare la
carne.
«Come Ash Ock io posso esaudire questo processo
internamente. Ma il bisogno di farlo resta uguale.
Colette gli accarezzò il collo. Con un dito seguì la curva di
un orecchio fino al lobo.
— Tu hai sempre saputo del mio bisogno di sfogarmi sulla
carne. E credo che tu abbia anche saputo, forse
inconsciamente, che unendoti a me mi offri una valvola di
scarico per questa necessità. — Gli fece sollevare il volto
verso il suo. — Sei tu, amore mio, a sopportare la
manutenzione del mio doppio spirito. Sei tu che mi dai la
forza di continuare.
Le mani di lei s'insinuarono sotto la camicia di Ghandi con
ferocia, strappandogli i bottoni, accarezzandogli la pelle così
forte da fargli male. Lui la afferrò per la nuca, la baciò
avidamente sulla bocca e le spinse la lingua in gola. Colette
gli si gettò addosso e lo spinse all'indietro, affondandogli le
unghie nella carne. Le mani di lei sembravano essere
dappertutto nello stesso tempo, gli sfilavano la camicia, gli
tiravano giù i pantaloni, pizzicando, accarezzando,
graffiando. Poi i loro corpi spostarono il tavolino e
rotolarono insieme sul tappeto avvinghiati in una lotta dove
il tempo e il luogo in cui erano non esistevano più. E le dita
di lei non cessavano di esplorare il suo corpo, di cercare, di
afferrare con forza, come insetti che corressero attorno
bramosi di nutrirsi della preda.
Un brivido percorse Ghandi. Una paura allo stadio larvale
che stagnava appena sotto la superficie dei suoi pensieri
consci.
— Amore mio! — sibilò lei, passandogli le unghie sulla
schiena e sul petto. Un gorgo di sensazioni lo avviluppò, il
desiderio tornò a soverchiare quella paura e la scacciò. Le
dita adunche continuarono a frugare il suo corpo e ad
affondarsi nella carne. E Ghandi, pur sapendo che quella era
la sua immaginazione, si sentì come se ad afferrarlo così
voracemente fosse più di un solo paio di mani.

Quando si svegliò era sul tappeto. Voltandosi vide che


Colette giaceva sul divano, completamente nuda e a gambe
divaricate: il piede sinistro sollevato sopra la spalliera, il
destro appoggiato sul pavimento. Ghandi si tirò in piedi, e
stava barcollando verso la porta del bagno allorché sentì dei
rumori al piano di sotto, una serie di tonfi soffocati.
Si infilò i pantaloni, andò ad aprire la porta posteriore del
soggiorno e uscì sulla balconata che correva lungo le pareti
del locale sottostante, una palestra priva di finestre.
A produrre i rumori era Calvin, o meglio Calvin e gli altri
due maniaci, l'Ash Nar al completo. Vestiti con identici
pantaloncini rossi, bagnati di sudore, i tre gemellari stavano
sfogando la loro energia in uno dei soliti esercizi ginnici:
disposti in cerchio si scaraventavano l'un l'altro sei pesanti
palloni ortopedici larghi mezzo metro, facendoli vorticare a
incredibile velocità. Nessuno dei gemellari alzò lo sguardo,
ma lui sapeva d'esser stato visto fin dal primo istante. A
quelle tre paia d'occhi sfuggiva ben poco.
Grazie all'intermezzo sessuale di poco prima, la consueta
reazione di Ghandi alla presenza di Calvin — odio a prima
vista — fu molto meno intensa. I microbi non fremettero
sotto la sua pelle, riuscì a reprimere l'impulso di contorcere
la bocca in una smorfia d'ira e si permise invece di inarcare
sardonicamente un sopracciglio. Anche dopo venticinque
anni, fare all'amore con Colette lo rilassava più di qualsiasi
altra cosa.
In quelle condizioni di solito gli riusciva più facile e più
spontaneo stuzzicare l'Ash Nar.
— Ma che bravo, Calvin! Giochi con te stesso?
Il gemellare Calvin — l'aiutante di Colette, che portava
tuttavia il nome dell'Ash Nar completo — fece un passo
indietro. Gli altri due, Ky e Jy, permisero a un paio di palloni
di uscire dal gioco e le pesanti sfere di gomma massiccia
andarono a rimbalzare contro una delle pareti imbottite. Ky e
Jy continuarono a scambiarsi i quattro palloni rimasti con
una coordinazione e una velocità che sarebbero state
impossibili se la stessa coscienza non avesse governato i loro
corpi. Calvin si avvicinò alla balconata finché non fu
direttamente sotto il punto in cui era Ghandi, e nell'alzare la
testa a guardarlo s'inclinò all'indietro finché lui pensò che
sarebbe caduto in terra. Ma non ebbe questa soddisfazione. Il
gemellare mantenne a viva forza quella strana posizione,
fissandolo con occhi pieni di malizia, e poi alzò una mano
col gesto di uno scolaro che volesse chiedere un momento di
attenzione. Sopra le sue dita si accesero verdi lettere
olotroniche, brillanti e nitide malgrado la forte illuminazione
del locale.
VUOI VEDERE UN GIOCHETTO NUOVO?
Ghandi si costrinse a restituirgli un identico sogghigno
malizioso. — Non ci tengo particolarmente. Ma sospetto che
in te ci sia ora la bramosia di impressionarmi con la tua
abilità, che io lo voglia o meno.
Calvin spalancò gli occhi, fingendo un'espressione ferita.
MA L'HO IMPARATO PROPRIO PER TE.
Ghandi non ignorava che avrebbe fatto meglio a ritirarsi
dalla balconata. Gli scherzi di Calvin erano sempre molto
pesanti. Ma se si fosse fatto indietro, l'Ash Nar avrebbe
avuto la soddisfazione di sapere che l'aveva spaventato.
— E va bene, Calvin — sospirò, gratificando il gemellare
di uno sguardo enormemente annoiato. — Avanti,
impressionami pure.
Calvin s'inclinò indietro ancora di più. Ma all'improvviso
roteò le braccia e il suo sorriso lasciò il posto a una smorfia
sbalordita. Con un ansito cadde goffamente e batté la schiena
sull'imbottitura. Ghandi non riuscì a reprimere una risatina
soddisfatta... ...e nello stesso momento si accorse d'essere
caduto nell'astuta trappola dell'Ash Nar.
Con la coda dell'occhio vide gli altri due gemellari saltare
su un tappeto elastico, e uno di essi, Ky, partire dritto verso
l'alto — verso di lui — con le braccia protese come un
tuffatore, sfruttando tutta la spinta datagli dal rimbalzo di Jy.
Per un gelido istante Ghandi si diede dello sciocco. Mi
conveniva ignorarlo. Avrei dovuto saperlo che mi avrebbe
distratto facendo fare qualcosa di grottesco a uno dei
gemellari.
Un lampo di capelli rossi, un alito caldo che gli sfiorò la
faccia, e Ky lo superò come un proiettile umano. D'istinto
Ghandi si ritrasse, sperando che il gemellare andasse a
spaccarsi il cranio contro il soffitto facendo così del male a
se stesso e all'intero Calvin.
Ci fu un tonfo. Ky colpì il soffitto proprio sopra la
balconata, due metri più su della testa di Ghandi. Ma non
cadde. Rimase appeso lassù come un ragno, incollato con
quattro punti del suo corpo — il retro dei calcagni e il dorso
delle mani — e lui capì che s'era spalmato in quei punti uno
strato di girocolla, la pasta adesiva usata dagli operai che
salivano a fare piccole riparazioni sull'esterno degli edifici
più alti. Ma la girocolla veniva usata con spessi guantoni che
consentivano lo strappo; applicare quell'adesivo alla pelle
nuda era un'idea che sarebbe venuta solo a chi aveva molto
poco rispetto per la propria pelle.
Nonostante ciò Ky era appeso al soffitto e guardava in
basso con un sorrisetto, senza mostrare alcun sintomo di
sofferenza. Ghandi restò dov'era e lo sorvegliò con cautela,
in attesa di un movimento, in attesa della torsione a novanta
gradi con cui il gemellare poteva staccare di colpo la presa
della giro-colla.
Prova a lasciarti cadere addosso a me, bastardo!
Appoggiò una mano sulla balaustra e allargò saldamente i
piedi, cercando di tener d'occhio anche i due sotto di lui
perché non facessero scherzi.
Coraggio, cascami addosso! pregò. Provaci, e ti mando a
rotolare dall'altra parte della fottuta sala!
Ky lo guardò invece con mite espressione di rimprovero,
come a dire: «Non penserai che io voglia fare qualcosa di
antipatico, adesso, no?»
E Ghandi fu assalito da un irrazionale fremito di paura che
gli fece contrarre i muscoli dello stomaco, nel dubbio che Ky
avesse un'arma. Nulla escludeva che sotto quei pantaloncini
da ginnastica fosse nascosta una delle sue lame-flash. Ky era
il gemellare che i giornalisti chiamavano Spadaccino.
Con la coda dell'occhio percepì un movimento più in
basso.
Si volse e vide Jy saltare sopra un cavedio con maniglie,
roteare due volte con le gambe a squadra e proiettarsi via,
atterrando con entrambi i piedi su un cerchio bianco
disegnato sul pavimento tre metri più in là. All'istante
Ghandi tornò a guardare in alto, ma Ky non sembrava essersi
mosso di un millimetro dalla sua posizione. Tuttavia una
chiazza scura e umida era apparsa sui suoi pantaloncini.
Prima che Ghandi potesse reagire, prima che una sana
prudenza lo inducesse a togliersi da sotto il maniaco, un
rivolo di orina gli sgocciolò in faccia. Sputacchiando e
ansimando balzò indietro, con le braccia alzate per
proteggersi dagli spruzzi.
L'ira lo accecò. I suoi muscoli si contrassero mentre i
microbi ricominciavano la loro danza furiosa.
Fottuto bastardo anormale!
Una risata selvaggia — una tripla risata — echeggiò nella
palestra. Ringhiando di rabbia Ghandi balzò alla ringhiera,
senza curarsi di quali altri scherzi potesse avere in serbo
l'Ash Nar. Il gemellare Calvin era sempre disteso sulla
schiena e rideva di gusto, con un dito puntato verso di lui in
atteggiamento di scherno infantile. Jy s'era messo a saltellare
per la palestra e strepitava, agitando le braccia come se i suoi
piedi stessero andando a fuoco.
TI È PIACIUTO? lampeggiarono le unghie di Calvin.
Ghandi strinse la ringhiera così forte che sentì una fitta di
dolore nei polsi. Si costrinse a tenere la voce sotto controllo.
— Peccato che tu non riesca ad applicare la tua astuzia ai
nostri problemi, Calvin. Perché non vedi di trovare Susan
Quint, piuttosto? Forse lei apprezzerà più di me i tuoi scherzi
idioti.
PURCHÉ TU NON PIANGA. O NON SONO LACRIME
QUELLE CHE HAI SULLA FACCIA? Un'altra risata fece il
giro della palestra come rimbalzando da un gemellare
all'altro, con tre paia di corde vocali che le davano una
risonanza da eco elettronica.
Un'immagine riempì la mente di Ghandi: quel giorno a
Denver, venticinque anni prima, mentre i suoi compagni
controllati dal teleneurico trasferivano due capsule di stasi
dal velivolo di Colette al loro. Calvin addormentato: i
gemellari Ky e Jy in uno degli ovoidi bianchi, e nell'altro lui,
il più fisicamente alto e robusto dei tre.
Avrei potuto distruggerti. Avrei potuto far saltare quelle
capsule col fucile a raggi.
E d'improvviso si accorse di vacillare di lato, sommerso da
un'onda di stordimento. Chiuse gli occhi con forza. I microbi
in agitazione passarono a un nuovo livello di frenesia mentre
la manifestazione fisica di quel terzo demone minacciava di
surclassarlo.
Il demone uno e il due, l'invecchiamento e l'ottenebrarsi
delle facoltà mentali — il corpo indebolito dal trascorrere
degli anni, la mente sempre meno capace di seguire gli
intricati piani di Colette — erano cose a cui poteva opporre
una certa capacità di sopportazione. Ma contro il demone tre
Ghandi non aveva alcuna difesa. Il demone tre restava
un'agonia sempre accesa, una condanna senza speranza di
grazia.
Cercò di cavalcare quella bufera, il maelstrom di microbi
inferociti, le migliaia di scintille elettriche spietatamente
all'opera nelle profondità della sua carne. E si trovò a
pensare: È questa la mia camera di macellazione. È dentro
se stesso che l'umano Ghandi spurga le tossine della sua
sofferenza.
I microbi vibrarono più forte, raggiunsero l'apice della loro
sovreccitazione. E poi l'ormai familiare metamorfosi: le
scosse elettriche si decomposero in una serie di brividi che
raggiunsero la colonna vertebrale e dilagarono lungo la
muscolatura della schiena. Infine tutto si spense nel sollievo,
nel silenzio della sue cellule placate. Doveva essere così,
rifletté, che un epilettico si sentiva emergendo dai flutti di un
attacco di convulsioni.
Calvin era ancora disteso sul pavimento, e sogghignava.
Le sue unghie lampeggiarono: SEI UBRIACO? NON
CREDEVO CHE IL MIO PISCIO FOSSE COSÌ FORTE.
Ghandi si asciugò la faccia. La rabbia era scomparsa,
l'aveva di nuovo repressa, trasformandola da una
manifestazione esterna in una tensione interiore. Era sempre
così. Quando il fremito dei microbi si placava ogni altra
sensazione forte ne restava neutralizzata, e quel torpore
finale era il solo aspetto positivo del terzo demone. A volte
era piacevole sentirsi emozionalmente azzerato.
Si volse, sentendo un passo dietro di sé. Sulla soglia c'era
Colette, con indosso una vestaglia di seta bianca.
— Scendi di lì — ordinò la bionda.
L'Ash Nar ubbidì all'istante. Ky spezzò il contatto fra la
girocolla e il soffitto con una torsione dei polsi e delle
caviglie; cadde in piedi sulla ringhiera con l'agilità di un
gatto e rimbalzò all'esterno, verso il pavimento imbottito
della palestra. Calvin e Jy erano pronti e ammortizzarono il
suo impatto con le braccia. Un momento dopo i tre erano in
fila, con Calvin al centro come un padre in posa per una foto
coi due figli adulti.
Colette poggiò una mano su una spalla di Ghandi. Le sue
dita erano fredde, e quel contatto gli fece capire quanto era
accaldato. Una buona catarsi esplosiva/repressiva dei
microbi gli faceva sempre salire la temperatura esterna.
Lei esibì un tono paziente. — Calvin, Ghandi ha detto il
vero. Non sei riuscito a localizzare Susan Quint, e io sono
delusa di te.
Calvin liberò la mano destra da quella di Jy. Sulle sue dita
prese vita la risposta. È SVANITA. PROBABILMENTE HA
OTTENUTO L'AIUTO DI QUALCUNO.
Ghandi sbuffò.
NON HA CERCATO DI CONTATTARE SUA ZIA, NÈ
GLI AMICI O I COLLEGHI. NON HA MANTENUTO
NEPPURE L'IMPORTANTE APPUNTAMENTO CHE
AVEVA CON UN DIRIGENTE DEL SERVIZIO
NAVETTE CLARK.
— Ne sei sicuro? — domandò Colette.
SI', ERO DI GUARDIA. IERI SERA HO
INTERROGATO UNA SEGRETARIA CHE LAVORA
NEGLI UFFICI DI QUEST'UOMO. MI HA DETTO CHE
SUSAN QUINT NON HA NEPPURE CHIAMATO IL
SERVIZIO NAVETTE CLARK PER CONFERMARE O
ANNULLARE IL SUO IMPEGNO. NON SI È FATTA
VEDERE.
Ghandi fece udire un sospiro esagerato. — Come sai che
questa segretaria ti ha detto la verità?
Il gemellare Calvin sogghignò ampiamente. L'HO
SEDOTTA.
— Come hai sedotto Susan Quint? — lo provocò Ghandi.
— Anche da lei dovremo aspettarci dei guai? — Si costrinse
a sorridere. — Oppure sei diventato più furbo e le hai chiuso
la bocca per sempre prima di saltare giù dal suo letto?
Il sogghigno di Calvin si deformò in una smorfia omicida.
— Basta così, voi due — ordinò Colette. Si appoggiò alla
ringhiera. — Calvin, sei certo che la ragazza non abbia
telefonato a sua zia? Mi sembra strano che Inez Hernandez,
come parente più stretta, non abbia riferito la sua scomparsa
alla E-Tech. Doyle Blumhaven mi ha confermato che non c'è
stata alcuna denuncia.
LA GLORIA DE LA CIENCIA HA CRITICATO
ASPRAMENTE LA CORRUZIONE NELLA SICUREZZA
E-TECH. INOLTRE, LA POSIZIONE DI INEZ
HERNANDEZ LA RENDE MOLTO TIMOROSA DI UNO
SCANDALO. QUESTI DUE FATTORI SPIEGANO
PERCHÈ NON SI SIA RIVOLTA ALLA E-TECH.
SAREBBE PIÙ INCLINE AD AFFIDARSI A
UN'AGENZIA DI INVESTIGAZIONE PRIVATA.
— Forse — borbottò Colette.
HO FATTO UNA RICERCA ESTESA.
SFORTUNATAMENTE SUSAN QUINT È UNA
PERSONA IMPREVEDIBILE. GRAVI TRAUMI
INFANTILI LE HANNO CAUSATO CONTINUI
PROBLEMI EMOZIONALI. È CONSIDERATA
INSTABILE, E DI CONSEGUENZA DIFFICILE DA
INSERIRSI IN UNA GRIGLIA DI PROBABILITA'.
TUTTAVIA QUESTA SUA INSTABILITA'HA UN
ASPETTO POSITIVO: È POCO PROBABILE CHE
CONVINCA QUALCUNO A CREDERE ALLA SUA
STORIA, COSÌ COME NON HA CONVINTO SUA ZIA.
HO CONCLUSO CHE NON RAPPRESENTA UN GRAVE
PERICOLO PER NOI.
Colette annuì lentamente. — Può darsi che tu abbia
ragione. Ma non sottovalutiamo l'importanza di Susan Quint
come testimone. Se si mettesse in contatto con le persone
giuste e identificasse te come l'aiutante di Ghandi,
dimostrando che eri a Honshu, i nostri piani sarebbero
seriamente compromessi.
IL BRACCONIERE HA CANCELLATO OGNI
TRACCIA DELLA MIA PRESENZA NEGLI ELENCHI DI
VIAGGIATORI DI PASSAGGIO DA HONSHU...
— E l'indagine di Edward Huromonus potrebbe rimetterti
su quella scena — lo interruppe Colette agitando un dito. —
Non dimenticare, Calvin, che quell'indagine può dargli
accesso alle registrazioni originali prese dalla E-Tech subito
dopo il massacro, quando io non avevo ancora messo al
lavoro il bracconiere sugli elenchi del terminal.
«Per nostra fortuna, Huromonus non si sta occupando
degli attentati dell'Ordine della Sferza. In questo momento è
più interessato alla corruzione nella Sicurezza E-Tech. E
Doyle Blumhaven gli lascerà filtrare informazioni che lo
stimolino a continuare su quella linea. Ma Susan Quint è un
fattore di disturbo. Ha la possibilità di far emergere un nesso
fra te, i massacri, l'uccisione dei due agenti e da ultimo la
CPG, il tutto in un quadro unico. Questo non può essere
permesso. Non mentre il raggiungimento dei nostri obiettivi
è così vicino.
RADDOPPIERÒ I MIEI SFORZI PER
LOCALIZZARLA.
Colette lasciò vagare lo sguardo per la palestra; il suo
volto perse ogni espressione, e Ghandi si chiese se non fosse
sul punto di interallacciarsi e diventare Saffo. Ma quando
parlò era ancora lei, Colette.
— È stato un errore eliminare tanti corrieri insieme, a
Honshu. Un errore mio, che però non sarà ripetuto.
Torneremo al nostro piano precedente: tre o quattro bersagli
per ogni massacro.
IO HO UCCISO SOLO SETTE CORRIERI GIOVEDÌ
SERA NELL'AUDITORIUM ARTWHILER. NON È
STATO MESSO A REPENTAGLIO NIENTE.
— Ciò malgrado, da ora in poi raddoppieremo la cautela.
Tre o al massimo quattro bersagli per ogni massacro... senza
eccezioni alla regola.
I tre gemellari annuirono all'unisono. QUESTO
SIGNIFICA UN MAGGIOR NUMERO DI MASSACRI
PER ELIMINARE TUTTI I BERSAGLI.
— Sì. Ma ora che le Colonie sono informate
dell'avvistamento di un'astronave Paratwa, nessuno si
sorprenderà se gli attentati dell'ordine della Sferza si
intensificano all'improvviso.
I PARATWA NON DEVONO TORNARE. Calvin
sorrise. LUNGA VITA ALL'ORDINE DELLA SFERZA.
Colette annuì. — E cercheremo di rimediare al minor
numero di corrieri eliminati in ogni massacro aumentando il
numero degli omicidi singoli, possibilmente in modo da far
pensare ogni volta a un suicidio.
Sulle facce dei tre gemellari si dipinse un certo
disappunto. Ghandi sapeva bene che il maniaco non si
divertiva molto con gli omicidi singoli, e meno ancora a
preparare la scena di un suicidio. Preferiva il carnaio su vasta
scala.
— Qual è il numero aggiornato delle Colonie infettate? —
domandò Colette.
LE VALIGETTE CON L'AERO-GENE SONO STATE
CONTROLLATE E ATTIVATE CON SUCCESSO IN
CENTOTRENTUNO COLONIE. ALTRE DICIASSETTE
COLONIE STANNO PER ESSERE SISTEMATE.
— Bene. Qui siamo a metà strada.
Ghandi scosse il capo. — Perché non accontentarsi di
questo? — chiese. — Ancora non vedo il motivo di avere in
funzione queste apparecchiature per l'aero-gene in tutte le
Colonie, dalla prima all'ultima.
— La risposta la sai, amore mio. Il Consiglio di Irrya
dev'essere convinto che ogni Colonia sia infetta, e che c'è
un'unica soluzione al loro problema. — Gli accarezzò
dolcemente una spalla. — Dalla loro disperazione
germoglierà il seme della pace. Gli Ash Ock stanno
pianificando questo ritorno da secoli. Credimi, il nostro
sistema è il migliore anche per gli umani. Le vite perdute
saranno solo una frazione dei morti che ci sarebbero in uno
scontro aperto.
Calvin accolse quella frase con un triplo sorriso, come se
solo sentir parlare di morti lo rallegrasse.
Idiota di un maniaco.
— Non preoccuparti — lo placò Colette con voce
morbida. — Tutto andrà per il meglio, alla fine.
Ghandi annuì. Ma non credeva a quelle parole.
21

Il Leone ordinò alle sentinelle Costeau di restare fuori, poi


condusse il gruppetto nel suo studio privato. Mentre la porta
scorrevole si chiudeva, il programma serale del computer
domestico fece accendere alcune piastre esagonali che
sparsero nel locale una fluorescenza ambrata. Attraverso la
parete di cristallo che si affacciava sul giardino posteriore
della casa, immerso nel buio, si scorgeva una lunga striscia
chiara: gli specchi di Irrya avevano appena completato la
loro rotazione e nel cilindro penetrava la luce delle stelle,
nitide e ferme. Le pompe in funzione al centrocielo stavano
assorbendo i vapori che quel giorno l'avevano velato, e prima
dell'alba avrebbero emesso altri lievi strati di nuvole per
mitigare la luminosità dell'atmosfera. Il Leone non sapeva
che tempo ci sarebbe stato l'indomani; difficilmente prestava
attenzione al programma mensile di condizioni ecosferiche.
Se i meteorologi avevano preparato uno dei rari temporali se
ne sarebbe accorto solo all'echeggiare dei primi tuoni.
I domestici avevano spostato in un angolo la sua scrivania
di quercia, e il centro dello studio era adesso occupato da un
tavolo rettangolare di schisti lunari compressi, laminato in
plastica. Cinque sedie fornite di cuscino lo attorniavano. Il
pesante mobile era abbastanza funzionale, ma soprattutto
prezioso, essendo l'unico oggetto personale appartenuto ad
Ari Alexander, un pilota che aveva lavorato alla costruzione
delle Colonie oltre 250 anni prima e in seguito era stato fra i
fondatori del movimento Costeau.
Mentre il Leone sedeva al tavolo le sue dita scivolarono
come per riflesso lungo il bordo, sfiorando le teste di
animale che lo stesso Ari aveva scolpito nel materiale lunare.
Erano incisioni sporgenti e acute, i cui contorni
raffiguravano tigri ed elefanti e giraffe, oltreché l'animale
preferito da Ari, il leone. Antichi animali della giungla e
della savana, per la maggior parte estinti.
Inez Hernandez e Adam Lu Sang presero posto alla sua
sinistra; Nick e Gillian scostarono le due sedie di destra.
L'ometto biondo fu svelto a rubare il cuscino del collega un
istante prima che lui vi atterrasse sopra. Lo aggiunse a quello
della sua sedia, in modo da poter appoggiare i gomiti sul
tavolo.
Gillian commentò con un sorriso la manovra di Nick.
Sempre i tuoi giochetti di destrezza. Sempre trucchi e
gherminelle. Ma i suoi pensieri deviarono subito su un
dettaglio più preoccupante.
Negli ultimi tempi i miei riflessi non sono più molto acuti.
Un tempo avrei istintivamente afferrato il cuscino prima che
Nick me lo prendesse; invece non l'ho neanche visto
allungare la mano. Si augurò che Nick scambiasse il suo
scarso tempo di reazione per semplice disinteresse.
Nick si assestò sui cuscini e piazzò i suoi avambracci
magri sulla superficie laminata. Per alcuni lunghi secondi
scrutò il profilo di Gillian, poi ebbe un sorrisetto divertito e i
suoi occhi azzurri si volsero sugli altri.
— Consigliere Hernandez, è un vero piacere poterla
incontrare di persona. Il Leone ci ha parlato molto di lei.
Inez Hernandez sorrise all'omaggio di Nick, ma Gillian
vide sul suo volto la tensione: un lieve inarcarsi delle
sopracciglia, un breve fremito all'angolo sinistro della bocca,
gli occhi cerchiati. La donna unì le mani sul tavolo in un
gesto indifferente, ma le dita s'intrecciarono a fondo e con
forza. Anche il tono della sua voce rivelò una maschera di
autocontrollo.
— La prego — disse — niente formalità fra noi. Mi
chiami soltanto Inez.
Il Leone si schiarì la voce. — Apprezzo molto che voi
abbiate potuto venire qui malgrado il brevissimo preavviso.
Spero che non abbiate avuto problemi di sicurezza.
— Io ho un complice che mi coprirà per sei ore — disse
Adam. — Ho programmato un falso itinerario. Ufficialmente
sono reperibile in un impianto di rotopulsanti a trenta
chilometri da qui.
Inez rassicurò il Leone con un cenno del capo.
— Passiamo agli affari, allora — disse lui. — Gillian?
Nick? La riunione è stata chiesta da voi.
— La notizia buona — cominciò Nick, — è che abbiamo
appreso una cosa importante sui killer responsabili degli
attentati. Quella cattiva è che sono uno soltanto. Abbiamo a
che fare con un Paratwa addestrato a uccidere.
Inez deglutì saliva. — Ne siete certi?
— Uh-hu. Il sopralluogo di ieri mattina nell'auditorium ha
portato Gillian a questa conclusione. Spadaccino e Pistolero
sono due facce di una sola creatura. L'evidenza è cristallina.
Inez si volse a Gillian, accigliata. — Cosa la porta a questa
conclusione?
Lo chiede perché non sa chi sono io, pensò Gillian. Al
tempo della caccia a Reemul, tutti e cinque i Consiglieri di
Irrya erano stati al corrente della sua identità. Ma avevano
mantenuto il segreto. Attualmente il solo Jerem Marth
sapeva che lui era il gemellare di un Ash Ock, e capace di
una concentrazione dai risvolti piuttosto insoliti.
— Ho studiato i Paratwa per tutta la vita — le spiegò. —
Io sono nato nell'epoca in cui i primi di loro venivano
prodotti. Conosco quelle creature. So come agiscono.
Inez annuì, ma era ancora scettica.
— L'aspetto peggiore — continuò Nick — è la natura di
questo assassino. Non abbiamo di fronte un qualsiasi
Paratwa. Il suo interallacciamento è composto da tre
gemellari, non due.
Adam si accigliò. Inez spalancò gli occhi per lo stupore.
— Io credevo che solo l'interallacciamento binario fosse
possibile.
Nick allargò le mani. — Non le do torto, dato ciò che
sappiamo sulla fisiologia cerebrale dei Paratwa. L'esistenza
di questa creatura è teoricamente impossibile. Le cellule
viventi di un'Unità McQuade, l'organo telepatico realizzato
nel 2052 in un laboratorio scozzese, possono essere iniettate
soltanto in una coppia di feti umani, mettendoli così in grado
di comunicare telepaticamente e di sviluppare una coscienza
singola. Ma il procedimento funziona con due sole menti: i
tentativi di collegare tre o più feti hanno sempre provocato il
rigetto dell'Unità McQuade.
L'ometto sospirò. — Io non sono uno scienziato, e non ho
mai capito a fondo la complessità del problema. Ma ho
parlato con abbastanza esperti d'ingegneria genetica da
sapere che la teoria di base può funzionare solo con
l'interallacciamento binario.
— Tuttavia — puntualizzò il Leone, — lei stesso ora dice
che sono in tre. — Si volse a Gillian. — È possibile che
abbiate preso un abbaglio?
Gillian sapeva che Jerem non aveva quel dubbio; stava
facendo l'avvocato del diavolo a beneficio di Inez e di Adam.
Ma aveva la noiosa sensazione che il Leone accettasse ogni
parola che usciva dalla sua bocca con un'ingenua e
incrollabile fede spiegabile soltanto alla luce della relazione
nata fra loro cinquantasei anni prima. A lui una fiducia del
genere sembrava enigmatica. Il passare degli anni avrebbe
dovuto smorzare le emozioni della fanciullezza, o
quantomeno filtrarle attraverso il raziocinio dell'età adulta. In
quell'uomo era accaduto l'opposto. Solo il giorno addietro
Gillian aveva cominciato a capire che Jerem era rimasto per
buona parte della sua vita sotto l'incantesimo di
un'ossessione giovanile.
Ed è disposto a credere a tutto ciò che gli dico.
Non gli piaceva avere un potere di persuasione radicato su
quella base; si augurava che la sua presenza in carne e ossa
avrebbe raddrizzato le capacità critiche del Leone. E sperava
fervidamente che Nick non si rendesse conto di
quell'ossessione. Fin troppo spesso Nick utilizzava le
dinamiche delle relazioni personali per raggiungere i suoi
scopi.
Come ha utilizzato me in tutti questi anni.
Non provava acredine per il compagno. Ma d'altra parte
non poteva più fidarsi di lui. Mezzo secolo addietro il
risveglio della sua vera personalità aveva creato un varco fra
loro. E il colloquio del giorno prima con Martha e Buff lo
aveva allargato, anche se lui era costretto a capire perché
Nick s'era sentito obbligato a mettergli alle costole due
sentinelle Costeau. Quello era uno stratagemma furtivo, e
tale restava.
L'ometto lo guardò. La sua bocca si piegò nel familiare
sorriso distensivo.
Sì, certo, farò quello che vuoi. Ma solo finché si accorda
con quello che voglio io.
Gillian richiamò alla mente la sensazione del gestalt, la
chiarezza della sua analisi subconscia. — Non mi sto
sbagliando su questo Paratwa — dichiarò. — Spiegare
perché ne sono così sicuro mi è difficile, ma non ho dubbi
che sia una creatura composta da tre gemellari.
— Il che ci costringe — disse Nick — a considerare una
serie di ipotesi molto sgradevoli. Prima di tutto: da dov'è
sbucato questo killer?
— Una capsula di stasi trovata sulla Terra? — suggerì
Adam.
— Come Reemul? — Nick si accigliò. — Non credo. Se
un laboratorio avesse ottenuto il successo con questo ceppo
di Paratwa prima dell'Apocalisse, ne avremmo avuto le
prove già allora. Una creatura così unica sarebbe stata subito
messa sul mercato degli armamenti. E non mancavano le
nazioni e i gruppi industriali disposti a sborsare forti somme
per procacciarsi combattenti o sicari già micidiali come i
Paratwa a due gemellari.
Gillian annuì. I suoi maestri, Aristotele e Meridian, non gli
avrebbero certo nascosto l'esistenza di una creatura simile.
— E questo dove ci porta? — domandò Inez con calma.
Al Leone parve che stesse pensando ad altro, forse alla
scomparsa di sua nipote.
— La seconda generazione — disse Nick. — Alle Colonie
è stato presentato l'ultimo ritrovato dell'ingegneria genetica:
il Paratwa della seconda generazione.
— È la sola ipotesi che abbia un senso — aggiunse
Gillian. — Un Paratwa trinario dev'essere basato su una
teoria sconosciuta agli ingegneri genetici pre-Apocalisse.
Rappresenta un progresso enorme rispetto ai tipi creati nei
laboratori del ventunesimo secolo. E ciò significa che le
ricerche sui Paratwa non sono mai state interrotte. O che
qualcuno le ha riprese.
— Vedo due soli scenari possibili — disse Nick. — Il
primo: questo killer è il prodotto di una ricerca clandestina
attuata da qualche parte nelle Colonie.
Nessuno fece commenti. Il Leone sapeva che né la E-Tech
né La Gloria de la Ciencia potevano credere all'esistenza di
laboratori genetici segreti in possesso di quella tecnologia.
Nick continuò: — Il secondo, e più probabile, è che questa
creatura sia stata prodotta e addestrata al di fuori del sistema
solare, probabilmente ad opera degli Ash Ock.
— Che Dio ce ne scampi! — sussurrò Inez.
Il Leone stava ancora cercando di assorbire la realtà del
ritorno delle astronavi; e in quanto a quella rivelazione,
anche dopo averci dormito sopra tutta la notte, stentava a
capacitarsene. Ma se Gillian e Nick avevano ragione, almeno
un Paratwa era già arrivato nelle Colonie. Le ramificazioni di
quell'idea erano terrificanti.
— Così, ciò che Susan ha visto era un Paratwa in azione
— mormorò Inez. Intrecciava le dita con tanta forza che
Gillian vide vibrare i tendini sul dorso delle sue mani. — È
stato questo Paratwa a incaricare i due agenti della E-Tech di
tapparle la bocca. E quando Donnelly e Tace hanno fallito,
lui ha tappato la bocca a loro.
Nick annuì. — Lasciandosi scappare Susan, Donnelly e
Tace erano diventati un rischio. La ragazza poteva stabilire
un nesso preciso fra i due agenti e i mandanti del massacro di
Honshu.
— Credete che sapessero di essere stati assoldati da un
Paratwa? — domandò Adam.
— Ne dubito — rispose Gillian — anche se è probabile
che abbiano trattato direttamente con uno dei gemellari.
Suppongo che Donnelly e Tace non abbiano mai saputo che
il loro mandante era collegato agli attentati dell'Ordine della
Sferza... almeno fino a quando hanno avuto l'ordine di
uccidere Susan Quint. Penso che si sarebbero resi conto che
questo condannava a morte anche loro, e che il Paratwa
abbia dato l'ordine di uccidere la ragazza solo all'ultimo
momento, perché non avessero il tempo di riflettere sulle
implicazioni. Il fatto che non l'abbiano inseguita fuori
dell'edificio fa supporre che Donnelly e Tace stessero
cominciando a farsi qualche domanda preoccupante. Ma lui
li aspettava nel garage, per essere sicuro che almeno con loro
due non avrebbe corso rischi.
— E ha chiuso quella pista — mormorò Inez.
— Restava aperta l'altra — disse Nick. — Nel terminal di
Honshu, Susan deve aver visto più di quello che credeva lei
stessa. — Si volse a Inez. — Sua nipote le ha detto di aver
avuto l'impressione di conoscere uno dei killer. Ma quel
gemellare, il Paratwa, non dubitava affatto che il
riconoscimento ci fosse stato, vista la decisione con cui ha
cercato di metterla a tacere per sempre.
Le dita di Inez si contrassero ancor di più. Il Leone si
sporse verso di lei e le poggiò una mano su un polso. —
Ancora non sappiamo cos'è successo a Susan. I miei uomini
la stanno cercando dappertutto e prima o poi riusciranno a
rintracciarla. Ma nel frattempo, Inez, lei deve pensare che
niente nuove significa buone nuove.
La donna scosse il capo. — È scomparsa da una settimana.
Nessuno sa niente di lei. — Deglutì saliva e si costrinse ad
aprire le mani, poggiandole sul tavolo. — Sette giorni... a
quest'ora dovremmo aver scoperto almeno qualcosa.
— Lei ha ragione — disse Gillian.
Inez lo guardò. — Sta pensando che Susan sia morta. È
così?
— È possibile — ammise lui. — Il Paratwa può averla
trovata e uccisa, nascondendo poi il suo cadavere.
La bocca di Inez ebbe un tremito.
— Ma è altrettanto probabile che si sia resa irreperibile
con i suoi mezzi — aggiunse in fretta Nick. — Potrebbe
essere andata ovunque. Ne ha avuto il tempo.
— La prego, Inez — disse il Leone dandole colpetti su una
mano. — Non balzi alle conclusioni. Non c'è motivo di
abbandonare ogni speranza.
Sul volto della donna c'era tutto lo scoramento di chi si
sente schiacciare dalle sue colpe. — Avrei dovuto crederle.
Era venuta da me in cerca di aiuto, e io le ho voltato le
spalle.
Nessuno parlò.
La voce di Inez si fece aspra. — Avrei dovuto darle
fiducia! Avrei dovuto avere il buonsenso di capire che
poteva esserci del vero nella sua storia. Se penso allo
sguardo disperato che aveva quando si è resa conto che la
credevo pazza...
— Lei non poteva immaginarlo — cercò di placarla il
Leone.
— Avrei dovuto immaginarlo. Avrei dovuto sapere che
non aiutarla significava lasciarla in balia di... di...
Gillian sospirò. — Sì. Con questa sua frettolosa
valutazione dei fatti l'ha probabilmente condannata a morte.
Dall'altro lato del tavolo Inez lo fissò.
— Forse il suo errore di giudizio ha ucciso Susan —
continuò lui con calma. — Comunque, lei è responsabile di
quanto può essere accaduto alla ragazza.
La donna si scurì in faccia.
— E prima di uccidere sua nipote — disse Gillian a bassa
voce — è probabile che l'assassino l'abbia seviziata a lungo,
per sapere con chi aveva parlato... o forse per il solo piacere
di torturare a morte una ragazza giovane. Alcuni Paratwa si
divertono unicamente in questo modo. In tal caso lei ha un
fardello di colpa ancora più duro e pesante da sopportare.
Inez strinse i denti. Le sue guance s'imporporarono.
— Bene — annuì Gillian. — Ora lei è irritata. Meglio
così. Si limiti all'ira. Se vuole mettersi a lutto aspetti almeno
di avere qualcosa su cui piangere. In questo momento l'unica
cosa che sappiamo per certa è che sua nipote è introvabile. È
giusto?
— Giusto! — sbottò lei, incenerendolo con lo sguardo.
Gillian ignorò la sua ostilità. — Jerem dice che lei ha fatto
un sopralluogo nell'appartamento di Susan.
— Lei crede di essere un duro, eh?
Gillian non rispose. Il Leone notò che Nick stava
scrutando il compagno con intensa curiosità.
Inez trasse un profondo respiro, controllando le sue
emozioni. — Sì. Ho esaminato l'appartamento di Susan il
giorno successivo alla sua scomparsa. Non ho trovato niente.
La memoria della sua agenda era stata cancellata. Al
dipartimento ispezioni ho parlato col suo supervisore e
alcuni colleghi. Mi hanno confermato che non si era fatta
vedere in ufficio, e non aveva neppure telefonato.
— Nessun estraneo aveva chiesto di lei? — domandò
Nick.
— No. Per evitare che dessero informazioni a chiunque ho
raccontato loro che Susan era stata trasferita. — Inez fece
una pausa. — A quanto ne so, mia nipote non aveva amicizie
intime. Ed evitava le relazioni che richiedessero un impegno
sul piano sentimentale.
— E su quello puramente sessuale aveva qualche rapporto
stabile? — volle sapere Nick.
Inez esitò. — Susan era piuttosto... attiva, se così si può
dire, sotto questo aspetto. Una volta mi disse che in certi
periodi aveva una dozzina di partner diversi ogni settimana.
— Sì, immagino che si possa dire «attiva» — commentò
Nick senza cambiare espressione.
Inez abbassò lo sguardo sul tavolo. — Susan soffriva di
alcuni problemi emotivi. Vecchie ferite che... cose della sua
infanzia, da cui non riusciva a liberarsi. Anche se può
sembrare il contrario, la vita non era facile per lei.
Il Leone sentì che la donna si stava controllando meglio.
Ma non poté fare a meno di notare che parlava della nipote
usando i verbi al passato.
— Susan sapeva come trattare coi suoi problemi. Ma
aveva bisogno di molte... attenzioni. Il sesso era una catarsi
per lei. Frequentava locali e club abbastanza scelti, dove si
procurava compagni di letto per lo spazio di una notte.
— Terapia antidolorifica — mormorò Gillian con aria
comprensiva.
— In conclusione — disse Nick — nessuno sa della sua
scomparsa salvo noi, il Paratwa, e gli investigatori di Edward
Huromonus a cui lei ha lasciato filtrare l'informazione.
Inez annuì.
— Ma cosa può aver visto Susan a Honshu? — chiese il
Leone. — Anche se ora sappiamo che si tratta di un Paratwa,
anche se la ragazza ha visto in faccia uno dei gemellari, non
riesco a capire perché quella creatura voglia la sua morte. —
Si rivolse a Inez. — Il lavoro di Susan la portava in giro per
le Colonie.
Deve aver incontrato migliaia di persone. Come avrebbe
potuto collegare questo gemellare a qualcuno che
conosceva? Perché il Paratwa ha corso un rischio in più con
Donnelly e Tace pur di eliminarla?
— Forse per eccesso di precauzioni — ipotizzò Adam.
— No — disse Gillian. — Nick ha ragione. La ragazza
deve aver visto più di quello che lei stessa credeva. È l'unico
motivo per cui il Paratwa poteva decidere di ucciderla a tutti
i costi. Se Pistolero e Spadaccino vivono nelle Colonie sotto
falsa identità, è certo che durante gli attentati si rendono
irriconoscibili. È abbastanza da escludere che il killer
conservasse una faccia a cui Susan o qualche altro
sopravvissuto potevano dare un nome.
— Forse Susan ha riconosciuto il terzo gemellare — disse
Adam.
Inez scosse subito il capo. — Mi ha detto di aver visto in
faccia soltanto uno dei due killer.
Nick scosse le spalle. — Può darsi. Ma se il terzo
gemellare, quello di supporto, era nel terminal, c'è la
possibilità che lui non si fosse alterato i lineamenti. Forse
Susan lo aveva visto poco prima, e il Paratwa teme che la
ragazza stabilisca un collegamento fra questo e il gemellare
che ha visto in faccia.
— Ma soltanto due di loro hanno partecipato al massacro
— disse Inez. — Perciò, se anche Susan avesse notato la
presenza del terzo, perché mai dovrebbe metterlo in
relazione coi due killer?
— Buona domanda — ammise Nick.
— C'è un'altra possibilità — disse lentamente Gillian. —
Supponiamo che il quadro sia questo. Supponiamo che il
terzo gemellare fosse al terminal di Yamaguchi, non
mascherato, e che Susan potesse riconoscerlo.
«Però... forse non ha la minima importanza che l'abbia
visto o meno. Forse il punto non è questo. — Fece una
pausa.
— Forse il Paratwa temeva che, se Susan si fosse rivolta
alle autorità, un investigatore con un po' più di intuito le
avrebbe chiesto di esaminare le fotografie dei passeggeri che
avevano acquistato un biglietto quel giorno, mandandole su
uno schermo i loro documenti. — Gillian tacque, aspettando
di vedere se capivano dove stava andando a parare.
Il Leone e Adam avevano un'aria perplessa. Inez colse la
domanda che c'era nel suo sguardo ma scosse il capo. — Lei
pensa che il terzo gemellare abbia acquistato i biglietti per
una navetta usando un documento di identità autentico? Ma,
e con questo? Non afferro il...
— Uno specchietto! — esclamò Nick, abbattendo una
mano sul tavolo. — Che figli di puttana! L'altro gemellare
era rimasto in disparte perché fungeva da specchietto per le
allodole! Dannazione, ecco cosa stava facendo!
Il Leone corrugò le sopracciglia. — Che diavolo significa?
— Lo specchietto per le allodole — spiegò Gillian — è un
vecchio trucco dei lestofanti di ogni genere. Nel caso di un
Paratwa ad esempio, supponendo il caso che abbia in lista
numerosi bersagli, questo tipo di azione richiede che uno dei
gemellari funga da specchietto. Costui prende contatto con le
vittime, singolarmente, e a ciascuna dà appuntamento in un
determinato punto di un luogo molto frequentato, diciamo un
grosso ristorante. Ogni bersaglio si fa vedere nell'ora e nel
punto prefissati, e quando sono tutti insieme il secondo
gemellare fa il suo ingresso con le armi spianate. Per prima
cosa si accerta di eliminare i bersagli, quindi massacra un
certo numero di innocenti per intorbidire ben bene le acque.
Nello stesso tempo consente a un'altra parte dei presenti di
sopravvivere, in modo che i sospetti non cadano sull'unico
elemento della folla che a lui preme farne uscire vivo, vale a
dire il gemellare che ha attirato lì le vittime.
«Questo è uno solo dei tanti possibili esempi. Una tecnica
che i Paratwa, e non solo loro, hanno sfruttato con tutte le
variazioni immaginabili. L'idea di base resta però la stessa:
un gemellare raggira le vittime attirandole in un luogo
adatto, e l'altro le stermina. Se ben condotta, questa tattica
rende quasi impossibile capire che il massacro aveva in
realtà dei bersagli precisi e forse collegabili fra loro.
Il Leone guardò gli altri due. Adam aveva la bocca
contratta in una smorfia. Inez scuoteva lentamente la testa.
Entrambi erano disgustati dal pensiero che l'efferatezza di
certi criminali arrivasse a tanto. Sapevano bene com'era stata
la vita nella società pre-Apocalisse; documenti e filmati non
mancavano. E negli ultimi decenni del ventunesimo secolo
numerosi ceppi genetici di Paratwa erano stati prodotti
esclusivamente per essere addestrati come strumenti di
morte. Ma Gillian era un uomo che aveva vissuto
quell'epoca, e sentirlo descrivere azioni così brutali
aggiungeva un brivido di autenticità alla cosa.
Per il Leone, tuttavia, quelle mostruosità pre-Apocalisse
non erano così ripugnanti. Avevano smesso di fargli effetto
fin da quand'era un ragazzino dodicenne. Ai tempi di
Reemul.
Nick stava annuendo pensosamente. — Uno dei motivi più
probabili per cui il terzo gemellare si teneva appartato, a
Honshu, è che avesse agito da specchietto per le allodole.
Forse alcune delle vittime lo avevano seguito fin lì, forse
aveva appuntamento con altre. Ma il suo compito era di
riunirle in modo che poi fossero confuse con tutte le altre. È
probabile che subito dopo anche lui sia stato interrogato
come testimone, ma gli investigatori non potevano avere
sospetti su di lui. Era soltanto uno dei fortunati sopravvissuti
alla strage.
— Dunque, se Susan lo aveva visto senza un graffio in
mezzo a queste persone uccise — rifletté Inez — avrebbe
potuto dirlo agli inquirenti e destare i loro sospetti.
Il Leone scosse il capo. — Questo non mi sembra un
motivo troppo valido per stabilire che andava eliminata con
tanta priorità.
— Vero — disse Nick. — Ma forse il terzo gemellare è in
una posizione tale che non può permettere neppure la più
piccola ombra di sospetto su di sé. Forse, se gli investigatori
gli avessero prestato più attenzione, sarebbe venuto fuori che
era l'unico superstite di un certo gruppo.
— Sapere che questi attentati hanno dei bersagli non
casuali — continuò Gillian — può condurre
all'identificazione del motivo per cui sono stati eliminati e
forse anche del mandante.
— L'Ordine della Sferza? — chiese Adam.
— Direi proprio di no — rispose Gillian. — Mi sembra
chiaro che le dichiarazioni gridate dai killer siano fumo negli
occhi. Comincio a propendere per l'ipotesi che esistessero
davvero dei bersagli ben precisi.
Il Leone non sapeva cosa pensare. — E cosa ne dite di
quest'ultimo attentato? Qui le vittime sono gente dell'Ordine
della Sferza.
— Lo definirei un tentativo di creare confusione — disse
Nick, pesando con cura le parole. — I Paratwa più pericolosi
facevano in modo di risultare imprevedibili. E non pochi
attentati venivano programmati per avere effetti multipli.
Oltre all'eliminazione di alcuni bersagli, l'azione contro
l'Ordine della Sferza potrebbe contribuire a qualche
manipolazione dell'opinione pubblica più a lungo termine. —
L'ometto si volse alla parete di cristallo e osservò la striscia
di stelle che brillava in distanza.
— Questi massacri — riprese Gillian — sembrano tipici di
una mentalità che ha vissuto gli anni spietati del
ventunesimo secolo, quando per eliminare una persona si
poteva ritenere strategicamente utile ammazzarne altre dieci.
Ma ad Honshu, e forse anche nel salone del Centro
Artwhiler, le vittime designate non dovevano essere poche. Il
gemellare numero tre aveva radunato un numero un po'
troppo elevato di bersagli. Sapeva di essersi esposto al
pericolo di un'indagine statistica, e una testimonianza che
suggerisse agli investigatori di individuarlo con questo
metodo era intollerabile. Mi sembra che questo spieghi il
tentativo di uccidere Susan.
— Molti bersagli — mormorò Nick. — Questo ci dice che
chiunque ci sia dietro il Paratwa ha avuto la necessità di
utilizzare un gran numero di persone in un breve periodo di
tempo.
— Credo anch'io — disse Gillian. — Si stanno prendendo
dei rischi. Se queste vittime designate fossero poche
verrebbero tolte di mezzo una alla volta organizzando finti
incidenti o suicidi, sistemi più lenti ma molto più sicuri di
una serie di stragi.
— Può darsi — suggerì Adam — che stiano usando anche
altri metodi. Finti incidenti, come ha detto.
— Sì, è possibile — annuì Gillian.
— Quello che non capisco — disse Nick, tornando a
voltarsi verso il tavolo, — è perché il Paratwa non sia
riuscito a uccidere Susan nel momento in cui se l'è vista
davanti. Che rappresentava una minaccia deve averlo capito
all'istante. E per ammazzarla non aveva che da cambiare
strada e andare verso di lei.
Gillian scosse il capo, perplesso. — La ragazza è sfuggita
di mano a due agenti E-Tech esperti, armati, decisi a
ucciderla, e che l'avevano colta di sorpresa. — Guardò Inez.
— Mi sembra che lei abbia detto a Jerem che sua nipote è
svelta a pensare e svelta ad agire. — Esitò. — Per caso era
stata adottata?
Inez si accigliò. — No. Perché me lo domanda?
— Se abbiamo un quadro esatto della situazione, io sarei
portato a supporre che Susan abbia un sistema
neuromuscolare geneticamente potenziato. Penso che lei ce
lo avrebbe già detto, se nella sua famiglia ci fossero
caratteristiche ereditarie di questo genere. D'altra parte, però,
se fosse stata adottata...
— Non è stata adottata — disse Inez con fermezza.
— Lei era presente alla sua nascita?
Inez si accigliò. — I suoi genitori, mio nipote e sua
moglie, nel periodo del parto si trovavano in un eremo della
loro Chiesa, giù in superficie. Ma ricordo di aver visto la
madre di Susan diverse volte durante la gravidanza. Ed era
sicuramente incinta.
— Lei conosce il ginecologo che ha assistito la madre?
— No. So solo che era un membro della Chiesa.
— La storia clinica della ragazza è disponibile? — chiese
Nick.
— Dopo il suicidio dei suoi genitori, tutti i documenti
medici sono stati a disposizione degli psichiatri che l'hanno
avuta in cura. E loro non hanno mai detto niente di
miglioramenti genetici.
Gillian scrollò le spalle. — Questo non prova niente. Le
modifiche genetiche riguardanti il sistema neuromuscolare
possono essere individuate solo attraverso esami particolari
molto sofisticati. E Susan potrebbe non aver mai capito di
essere una trasformata: senza addestramento, quelle capacità
particolari possono restare allo stato latente anche per tutta la
vita. Se Susan avesse fatto dello sport agonistico, il tentativo
di superare i normali limiti fisici le avrebbe rivelato la
presenza di doti insolite. Ma in altri casi esse non vengono
innescate che durante momenti di stress... come a Honshu, o
quando i due agenti hanno cercato di ucciderla.
— Questo è ridicolo — sbottò Inez. — Susan non è nata in
provetta, ma dal ventre di sua madre.
— La fertilizzazione in vitro — disse Nick, — non è la
tecnica migliore per generare trasformati. È più facile far
sviluppare il feto in laboratorio. Però l'embrione di Susan
potrebbe esser stato impiantato nel grembo di sua madre,
oppure aver subito la modifica direttamente nell'utero. In
entrambi i modi ne sarebbero seguiti una gravidanza e un
parto normali.
Inez si volse al Leone. — Questa discussione sta
diventando assurda.
Il Leone non ne era altrettanto sicuro.
— Ricordate con chi abbiamo a che fare — li esortò Nick.
— Un killer Paratwa, e di un tipo molto speciale. Alcuni di
loro erano così micidiali che non lasciavano mai testimoni.
Mai. Eppure Susan è sopravvissuta, sia a lui che ai due
agenti della E-Tech.
— Dev'esserci una ragione per questo — rincarò Gillian.
— Se la ragazza fosse una trasformata, la cosa si
spiegherebbe.
Il Leone alzò una mano. — Visto che la sua cartella
clinica non parla di modifiche genetiche, e che Susan non è
qui per chiarirci le idee, questa discussione è accademica,
no?
Nick rifletté qualche istante. — Già. Suppongo che non
abbia torto. Ci scusi, Inez. Stavamo solo rovistando fra le
tessere del puzzle in cerca di quelle buone.
— Concentriamoci sul killer — propose il Leone. — Qual
è il nostro prossimo passo?
Nick guardò Adam. — Puoi entrare nell'archivio della
Sicurezza?
Il programmatore esitò, incerto. — Il banco dati della
Sicurezza non fa parte degli archivi E-Tech, anche se ci sono
numerosi collegamenti. Il fatto è che sono pesantemente
sorvegliati. Strati e strati di difese. I computer della
Sicurezza sono fra i più duri da penetrare.
— Non posso accettare un no — disse Nick. — lo devo
vedere i rapporti della Sicurezza su questi attentati. Se ci
fosse stato uno specchietto per le allodole, mi occorrono tutti
i dati disponibili per avere la conferma di questa ipotesi.
Inoltre voglio una lista completa dei viaggiatori passati nel
terminal di Yamaguchi all'ora del massacro.
— Non ha già questi dati? — domandò Inez. — Le liste
dei passeggeri delle compagnie di navigazione sono
complete.
Un sorrisetto attraversò il volto di Nick. — Vediamo se è
possibile mettere gli occhi anche sul rapporto della E-Tech,
per un piccolo riscontro. Quelli della Sicurezza sono sotto
pressione di questi tempi. Forse stanno nascondendo
qualcosa.
Adam scosse il capo. Sembrava molto nervoso. — Non
sarà facile. Entrare nel loro archivio richiederà tempo.
Settimane, forse. E anche se riuscissi a infilare le mani in
quel banco dati potrei essere costretto a lasciarci le mie
impronte.
— Credo che il gioco valga la candela — disse Nick.
Il Leone guardò Adam con aria comprensiva. — Lei si è
coinvolto in questa situazione più di quanto era nei patti.
Penso che potremmo capirla se non volesse addentrarsi
ancora in acque così infide.
Adam deglutì saliva. — Se è necessario, suppongo di
voler essere d'aiuto... in tutto ciò che posso.
— Grazie, Adam — disse dolcemente Inez. — Voglio che
sappia che apprezziamo quello che sta facendo. Fin dal
primo giorno, quando ha deciso di rivolgersi a me, lei ha
agito con un coraggio che nella sua situazione si può definire
eroico.
Il giovane programmatore parve sul punto di arrossire. —
Uh, grazie — mormorò.
— Come stiamo andando col bracconiere? — volle sapere
il leone.
Adam si accigliò. — Abbiamo ancora difficoltà.
— Quello che abbiamo — disse Nick — è un dannato
problema. Era già abbastanza difficile cercare di ingabbiare
il bracconiere, ma con l'altro programma che gli sta alle
costole sventando tutti i nostri sforzi è molto peggio. Appena
siamo pronti per piombare su un file in cui scoviamo il
bracconiere al lavoro, arriva il San Bernardo... e addio file.
Abbiamo anche tentato di mandare il mio programma di
indagine FBI sulle tracce di molti obiettivi simultaneamente.
Nessun risultato. Dove il bracconiere va, il San Bernardo va
anche lui. E quando il bracconiere è in pericolo o in una
qualunque situazione anomala, il San Bernardo gli salva
l'osso del collo. — L'ometto scosse il capo. — Un dannato
problema.
Adam si piegò in avanti. — Gli diciamo della nostra
teoria?
Nick ebbe la smorfia di un sorriso. — Forse è il caso, sì.
— Stiamo cominciando a sospettare — disse Adam — che
fra il San Bernardo e il bracconiere non ci sia alcun rapporto
diretto. Entrambi girano avanti e indietro nel sistema, e
ovviamente interagiscono, ma questa interazione è basata su
parametri esterni. Una specie di patto unilaterale. Quando il
bracconiere è minacciato, il San Bernardo prende
contromisure per proteggere l'integrità di questo distruttore.
Però non hanno cardini in comune.
— Un cardine — spiegò Nick — rappresenta il punto di
collegamento fra due programmi che si controllano a
vicenda. Ma in questo caso non ci sono cardini, o almeno
non di un tipo riconoscibile. Ciò significa che questa
particolare versione di San Bernardo deve avere diverse
funzioni, oltre a quella di difendere il bracconiere da un
attacco esterno. E io ho uno strano presentimento. Niente su
cui possa puntare il dito... non ancora, comunque. Ma
qualcosa mi dice che il bracconiere e il San Bernardo non
hanno la stessa mamma.
Inez lo guardò stupita. — Due mandanti diversi?
— Così credo.
Adam annuì energicamente.
— L'azione del bracconiere — spiegò Nick — risale a una
ventina d'anni fa. Questo è il nostro calcolo, basato sullo
schema degli archivi e sull'ammontare dei danni. Tuttavia il
San Bernardo sembra trovarsi lì da prima, È un
presentimento, ripeto, però questo programma agisce come
se... ha una facilità d'intervento che... — L'ometto esitò,
cercando le parole. — C'è di più, oltre all'enorme potenza del
programma. Il San Bernardo sembra così... sicuro di sé. Non
posso essere più chiaro, mi spiace, ma ho la sensazione che
conosca gli archivi dentro e fuori. Come se fosse in attività
da molto tempo.
— Cinquant'anni o più — aggiunse Adam.
— È anche possibile — continuò Nick — che il San
Bernardo fosse un programma dormiente, ma con detector
d'intervento piuttosto che un timer, messo negli archivi
centinaia di anni fa da qualcuno per scopi noti a lui solo. I
primi esemplari di San Bernardo risalgono al ventunesimo
secolo.
— E sarebbe stato il suo programma FBI a far scattare
questo detector d'intervento?
— Sì. I centri tattici del San Bernardo sembrano esser
scattati con contromisure di basso livello la prima volta che
il mio FBI ha dato l'assalto al bracconiere. Si è svegliato in
quel momento. E per ragioni che non riusciamo a capire ha
cominciato a difendere il bracconiere.
Il Leone sospirò. — Sembra che invece di arrivare a delle
risposte troviamo solo altre domande. Ancora non abbiamo
idea di chi stia controllando il bracconiere. Né degli scopi
che stanno dietro questi massacri. E ora anche un programma
manovrato da terzi.
— Vero — ammise Nick, volgendosi a Gillian. — Ma sto
annusando un particolare odore di bruciato nell'insieme di
queste cose. L'odore di una manipolazione unica e ben
concertata.
Gillian annuì. Lo sentiva anche lui. Le tessere del mosaico
erano ancora confuse, ma cadevano al loro posto con spietata
chiarezza.
— Gli Ash Ock — concluse acremente il Leone. — E per
quel che ne sappiamo, Saffo o Theophrastus potrebbero già
essere nelle Colonie.
— Non scommetterei contro — disse Nick.
Gli Ash Ock, pensò Gillian, riflettendo sulla sua strana
realtà personale.
Io desidero essere un intero. Tuttavia tremo al pensiero di
dover svegliare Empedocle. Non so dove mi condurrebbe, il
mio signore.
Desiderio e paura, una dialettica che si faceva più
pressante ogni giorno. Gillian non dubitava che prima o poi,
e che lo volesse o meno, si sarebbe trovato in uno stato di
estrema tensione, uno stato catalizzatore per
l'interallacciamento... fra lui e ciò che restava di Catharine.
Era perfino possibile che la forza stessa di quella dialettica
interiore, il yin e lo yang del desiderio e della paura,
innescasse l'unità del Paratwa. E quando quel momento fosse
giunto, Gillian non avrebbe potuto impedire il risveglio di
Empedocle.
C'erano altre cause che potevano provocare
l'interallacciamento. Il bisogno di macellare — quegli apici
del bioritmo che un Ash Ock imparava a interiorizzare sotto
forma di catarsi, e che pur fungendo da valvola di scarico
ogni quattro ore continuavano a sconvolgere il suo
subcosciente con una tempesta di pensieri irrazionali —
anche questo era un momento in cui Empedocle avrebbe
potuto emergere.
Ma ho ancora il controllo. Nei giorni che lo attendevano,
salvo che non avesse tentato consciamente di svegliare il suo
signore, era ragionevolmente sicuro che quella porta sarebbe
rimasta chiusa. Ma restava il pericolo dell'imprevisto.
Una minaccia fisica, una situazione rischiosa, com'è
successo cinquantasei anni fa. Basterebbe un'aggressione o
una ferita a far scattare il meccanismo e liberare Empedocle.
— Qual è la nostra prossima mossa? — domandò il
Leone.
Gillian non ne era certo. Sapeva solo che dovevano restare
vigili e in allarme.
Sulla fronte di Nick si approfondì una ruga. — Se
presumiamo che dietro questo Paratwa tri-gemellare ci siano
gli Ash Ock, e che i massacri abbiano lo scopo di eliminare
più rapidamente molte vittime designate, per un motivo
ancora ignoto, una cosa però sembra chiara: il nostro nemico
ha una fretta dannata.
Il Leone assentì. — Hanno fretta di finire qualcosa. —
Fece una pausa. — Prima del ritorno delle astronavi?
— Così credo — disse Nick. — E le Colonie sono alle
strette.
— In che senso? — domandò Inez.
— Non ne sono sicuro — rispose cupamente Nick — ma
comincio a vedere molto nero. Come se ci dirigessimo verso
una battaglia che abbiamo già perduto.
Il Leone si scoprì a guardare Gillian ed a pensare: Tu
troverai il modo di risolvere questi enigmi. Tu troverai il
modo di salvarci. Ma subito riconobbe quel pensiero per ciò
che era: una pia speranza, l'ingenuo anelito di un ragazzino
dodicenne.
Inez stava fissando Nick. — Lo dice come se ormai
avessimo le mani legate.
Un sorriso pensoso si allargò sulla bocca dell'ometto. —
Già, suppongo di non apparire un ottimista. Ma in realtà
sotto sotto lo sono. E credo che quando uno si vede servire
una coppia, quando per salvare il piatto ci vuole una scala
reale, l'unica sia di dare una buona scrollata al tavolo da
gioco.
22

Il terzo giorno dal suo arrivo all'Eremo del Lago Ontario,


il sole uscì dalle nuvole.
Susan era seduta a gambe incrociate sul cemento sotto il
vecchio molo di ferro rugginoso, con le spalle poggiate a uno
dei pilastri, e il suo sguardo vagava sulle grigie acque del
lago velate di foschia dove un paio di gabbiani importati si
tuffavano a turno. Sulla sinistra c'era il complesso
dell'Eremo, sei edifici interconnessi, a due e a tre piani,
costruiti centocinquant'anni prima dall'allora non riformata
Chiesa della Fede. Alla sua destra e un po' più avanti,
proprio sulla riva, una liscia torre alta centotrenta metri si
levava dritta verso il cielo uggioso. Era un rivitalizzatore —
uno dei due che proteggevano l'Eremo —, una mostruosità di
plastica rossa responsabile della circolazione e del filtraggio
dell'aria nella fin troppo ristretta zona che la circondava.
Senza quella presenza Susan avrebbe dovuto uscire con una
tuta anti-polluzione atmosferica fornita di casco, e non in
pantaloni corti e maglietta.
A sud est uno strato di nuvole si spalancò all'improvviso.
E dallo squarcio fiottò l'azzurro bagliore del cielo.
Ne fu colta di sorpresa. In pochi secondi la nebbiosa
superficie del lago si trasformò in un tappeto scintillante, e
sulle piccole onde che la increspavano si distese un mobile
strato vivente di fiamma bianca. Uno dei gabbiani,
abbassandosi a volo radente, ne strappò via uno spruzzo di
gocce sfavillanti che per un attimo parvero restare sospese
nell'aria. E le ombre...
Nelle Colonie, con la loro conformazione a strisce
alternate di terreno e di vetro aperto al sole, il cielo diurno
forniva ogni oggetto di tre ombre, due deboli e una molto
nitida creata dalla fonte di luce più prossima alla verticale.
Ma qui la sorgente luminosa era una sola, una sfera dorata il
cui fulgore non passava attraverso nessun filtro e che
abbagliava ancor prima che la si osasse guardare
direttamente. Profili scuri apparvero dovunque: gli edifici
dell'Eremo gettavano le loro ombre sui pini piantati poco
tempo prima dietro i moli, mentre quella del rivitalizzatore
sembrava allungarsi fino alle ondulazioni delle colline
spoglie e polverose.
Susan alzò una mano e spalancò le dita, affascinata
dapprima dalla nitidezza dell'ombra che cadeva sulla sabbia,
e subito dopo dal calore che le stava accarezzando
l'epidermide, come se fosse a pochi centimetri da una griglia
a infrarossi. Ruotò il braccio, in modo da consentire a ogni
centimetro di pelle di sperimentare quella curiosa
sensazione.
— Facciamo un bagno di sole?
A parlare era stata una voce d'uomo, dietro di lei, e la
ragazza si volse subito, senza sussultare ma sorpresa che
qualcuno avesse voluto raggiungerla. L'individuo era però
seminascosto dal grosso pilastro a cui lei appoggiava la
schiena, nell'ombra del molo.
— Il bagno di sole — spiegò con voce profonda e sonora
— era una vecchia usanza di superficie. La gente si spargeva
da capo a piedi con creme protettive e restava esposta nuda
al sole per ore...
— So cos'è un bagno di sole — lo interruppe lei con
calma. — Ci sono posti nelle Colonie dove si può...
— Non è la stessa cosa — replicò l'uomo, e uscì alla luce.
Susan corrugò le sopracciglia e si voltò del tutto per
guardare meglio quello sconosciuto.
Era anziano, ma alto e robusto: oltre un metro e novanta,
con un collo massiccio e spalle larghe. Indossava una
semplice tunica grigia lunga fino ai ginocchi, e due grossi
stivali di pelle nera che affondavano nella sabbia umida sotto
il peso di un corpo probabilmente vicino ai centocinquanta
chili. Sotto la faccia rotonda, di pelle un po' olivastra ma
d'aspetto sano, c'era la piega di un doppio mento; aveva
capelli grigi che si allargavano in ampi riccioli dietro gli
orecchi, mentre invece sulla fronte erano lisci e pettinati in
una frangetta che cadeva fino alle sopracciglia.
L'uomo alzò il volto verso il sole e strinse le palpebre. —
Aah, durerà poco. C'è bassa pressione sul lato canadese del
lago. Basta un po' di calore e subito si alza una grande
foschia, di solito.
Già mentre parlava la luce stava diminuendo. Neppure
mezzo minuto più tardi il sole era scomparso, come assorbito
dalla nebbia lontana. Le ombre si dissolsero del tutto. La
carezza di calore sulla pelle non fu che un ricordo, e Susan
ne sentì la mancanza.
L'uomo sospirò. — Una volta, un paio di mesi fa, abbiamo
avuto un violento temporale estivo. Era un giovedì
pomeriggio, sul tardi. La terza settimana di giugno, se non
ricordo male. Subito dopo il temporale le nuvole e lo smog si
aprirono, sul lato occidentale del lago, come per una bizzarra
corrente ascensionale. Il sole venne fuori e restò allo
scoperto per oltre venti minuti. La polluzione che stagna
nell'alta atmosfera doveva essere meno intensa, in quel
momento, e il cielo era di un azzurro così profondo da dare
le vertigini. Bellissimo.
Susan si accorse di sorridere. — Sì, lo immagino.
— Sa che questo lago è cinque metri più basso del suo
livello originale, il livello pre-Apocalisse?
— No, non lo immaginavo.
— Ah! Per caso credeva che avessero costruito questo
molo così com'è, quasi completamente fuori dell'acqua?
Non c'era sarcasmo nella sua voce, solo un tono
sinceramente divertito, e Susan ridacchiò.
— Non ci ho fatto caso. Pensavo ad altro.
— La Terra fa questo effetto, sì.
La ragazza si alzò e spazzolò via la sabbia dai
pantaloncini. Gli porse la mano. — Mi chiamo Susan Quint.
Lui la guardò un momento senza rispondere al gesto, poi
sorrise. — Io non uso stringere la mano. Non si offenda, la
prego.
Lei scrollò le spalle e abbassò il braccio. — Nessun
problema. — Aveva sentito dire che anche molti Costeau
rifiutavano quell'usanza, fra le altre.
— Lo sapeva — continuò l'uomo — che sebbene il Lago
Ontario sia ancora inquinato ci sono alcune specie di pesci,
importati dalle Colonie, che si adattano a quest'acqua? I
gabbiani che vede qui stanno cominciando a nutrirsi proprio
di questi pesci.
— Non lo sapevo.
— E lo sapeva che i brevi momenti in cui appare il sole
sono sempre più frequenti? In media, una volta ogni cinque
giorni. Sa cosa significa questo?
Susan ebbe l'impressione d'essere a scuola, interrogata. —
Suppongo che significhi che la Terra si sta risanando. La
Ricostruzione dell'Ecosfera dà qualche risultato.
Sul volto rotondo apparve un sorriso tollerante. — La
Terra si sta risanando. Ma la Ricostruzione dell'Ecosfera non
c'entra molto con questo. I progetti della E-Tech vanno
avanti da molto tempo, però sono troppo isolati per generare
cambiamenti climatici davvero degni di nota.
— Non è questo che dice la E-Tech — replicò Susan.
— E lei crede a tutto quello che dicono le emittenti di
proprietà della E-Tech?
— Lo dice anche La Gloria de la Ciencia. E molte
emittenti libere sono convinte che la Ricostruzione della E-
Tech abbia il merito di alcuni miglioramenti.
— Ah, be', non sarò io a sprecare il fiato contro opinioni
così universalmente accettate. Non importa. I miglioramenti
ci sono, e questo è ciò che conta.
— Lei ha un nome? — chiese Susan.
— Scusi la mia trascuratezza. Mi chiamo Timmy.
— Piacere di conoscerla, Timmy. È da molto in visita
all'Eremo?
Lui ridacchiò. — Da buona parte della mia vita. Sono nato
qui.
— Nato qui?
— Eh, sì. Sono il capo-custode. Faccio l'elenco delle cose
che servono, mi accerto che gli oggetti rotti vengano riparati,
stringo le viti che si allentano, raddrizzo i quadri storti e così
via.
— Sul serio lei è nato qui all'Eremo? — Susan aveva
sentito di individui che erano stati partoriti sulla Terra, ma
non ne aveva mai incontrato uno.
Timmy annuì solennemente. — Nato da queste parti,
sicuro.
— E da molto non torna sulle Colonie?
— Io non sono mai stato sulle Colonie.
Lei si accigliò. — Questo è impossibile.
Un'altra risatina. — Impossibile perché?
— Perché sarebbe... voglio dire... — S'interruppe, confusa.
— C'è una navetta che va su ogni due giorni.
— Cuore debole — spiegò Timmy. — Non credo che
potrei sopportare l'accelerazione. I dottori dicono che mi
ucciderebbe.
— Ma non può farsi fare un trapianto?
— Non ci tengo ad andare nelle Colonie. Sto bene qui.
Lei non riusciva a capacitarsene. Un'intera vita senza mai
mettere piede sulle Colonie, senza mai vedere Irrya.
Eppure...
C'era qualcosa lì sul pianeta, qualcosa nella monotona
tranquillità dell'Eremo. Da quando era arrivata li con Lester,
tre giorni prima, le sembrava che i suoi guai fossero più
lontani. Il massacro di Honshu, i due agenti assassini, il
tradimento di sua zia, perfino l'occasione perduta con il
dirigente del Servizio Navette Clark: tutto aveva acquistato
una nuova prospettiva, tutto aveva assunto proporzioni
diverse nella sua coscienza. Erano cose reali che
mantenevano la loro importanza, e lei non si sarebbe
concessa di illudersi che quel soggiorno fosse più di una
pausa di sollievo dai suoi veri problemi. Ma una vacanza
restava una vacanza. Era contenta che Lester l'avesse
persuasa a venire lì.
Il suo principale motivo di rammarico era adesso un altro,
perché il giorno prima Lester Mon Dama era stato
richiamato su Irrya. Susan aveva sperato di trascorrere un po'
più di tempo con lui, per conoscerlo meglio.
Ma dopo la notizia che le astronavi dei Paratwa stavano
tornando c'era stata una certa agitazione nelle Colonie. La
Chiesa Riformata della Fede voleva che i suoi ministri
fossero al loro posto. I preti, le aveva spiegato Lester,
potevano placare le ansie della gente. Lei s'era sentita delusa.
Oh, al diavolo, Susan, ammettilo. Volevi un compagno di
letto. O qualcosa di più che un compagno di letto.
A un giorno di distanza, tuttavia, poteva permettersi di
vedere anche quel desiderio sotto una luce più razionale.
Lester era simpatico, ma non corrispondeva all'idea che lei
aveva di un amante. O almeno, questo era ciò che cercava di
dirsi.
— Lei è membro della Chiesa fin dalla nascita? —
domandò Timmy.
Susan rise. — Non proprio. Da meno di una settimana, in
realtà.
— Voleva solo fare un viaggio sul pianeta, eh?
— Temo che sia effettivamente tutto qui.
— Neppure io sono credente. Detto fra noi, anzi, penso
che la Fede sia una delle religioni più stupide mai esistite.
Ovviamente, se le analizziamo dal punto di vista sociale,
tutte le religioni sono piuttosto assurde. Il loro contenuto
ultraterreno assume potere soltanto quando corrisponde ai
desideri o alle paure o ai bisogni dell'individuo. Ad esempio,
se uno ha paura di morire la religione lo gratifica
razionalizzando la prospettiva di una vita eterna.
— Tutti hanno paura di morire — puntualizzò lei.
Timmy guardò le onde che scivolavano fra i sassi della
riva.
— No. Non tutti.
— E lei non ha paura? — lo sfidò Susan. — Neppure un
po'?
Lui sorrise. — Come le ho già detto, io non spreco il fiato
contro opinioni universalmente accettate.
Lei scrollò le spalle. Trovati un giorno o l'altro a
camminare in mezzo a una carneficina, Timmy, o davanti a
due agenti della E-Tech decisi a ucciderti, e poi saprai cos'è
la paura di morire.
L'uomo la guardò con aria grave. — Lei se n'è andata.
— Prego?
— Lei se n'è andata. Per un momento non è stata più qui.
L'ho letto sul suo volto. Pensiero-corporale.
Susan si accigliò. — Che significa?
— Lei ha un ottimo pensiero-corporale. Non dovrebbe
lasciarlo emergere così. Non in pubblico, almeno.
Susan non capì di cosa stesse parlando. — Questo non è
esattamente un posto pubblico — disse, allargando le braccia
a indicare l'Eremo e i dintorni. Presso gli edifici si vedevano
altre cinque o sei persone, ma lì sulla riva loro erano
abbastanza lontani da potersi considerare soli.
— Qui non è sola. Siamo in due. Dunque lei è in pubblico.
— E il pensiero-corporale cosa sarebbe? — chiese Susan,
sentendosi un po' turbata senza saperne il perché.
Timmy si chinò a raccogliere un sasso largo alcuni
centimetri. Lo soppesò un momento facendolo rimbalzare sul
palmo della mano. Poi lo strinse fra le dita e alzò il braccio.
Senza preavviso, da meno di tre metri di distanza, glielo
tirò addosso mirando al petto.
Susan sollevò di scatto una mano e afferrò il sasso a
mezz'aria. Le fece male a un dito. L'uomo l'aveva scagliato
con violenza.
— Ma è impazzito? — esclamò. — Sta cercando di
ammazzarmi?
— Nessun pericolo — la placò lui. — Ottimo pensiero-
corporale.
La ragazza scaraventò il sasso nel lago. — Ah, sì? E crede
d'essere divertente?
— No. Era una lezione pratica. Nel vero senso della
parola.
Lei sentì che un po' della sua rabbia si scioglieva. — Be',
non dovrebbe fare stupidaggini di questo genere. E se non
avessi fermato quel sasso?
Lui si piegò a raccoglierne un altro. Lo palleggiò sul
palmo della mano, come l'altro. E di nuovo sollevò il
braccio.
Susan fece un passo indietro. — Lei dev'essere ammattito
— sussurrò.
Il braccio si abbassò con forza. Il sasso volò verso di lei.
Susan lo afferrò al volo e glielo tirò addosso. Lo colpì in
pieno petto.
— Ouch!
La ragazza deglutì saliva, subito preoccupata al pensiero
di averlo ferito. — Le ho... fatto male?
Lui si palpeggiò il torace. — Roba da poco. Sono ben
imbottito, no? — Il doppio mento si accentuò quando
sorrise. — Da giovane avevo un buon pensiero-corporale.
Ma niente di simile al suo. Lei è come un rivolo di mercurio
sul ghiaccio: liscio e veloce.
Senza smettere di tenerlo d'occhio Susan gettò uno
sguardo verso l'Eremo. — Io... uh... ora devo rientrare.
— Capisco che lei sia sconcertata. È una reazione
naturale. Lei ha paura che io la aggredisca. Ha paura che io
sia un matto. Ma so riconoscere un ottimo pensiero-
corporale quando lo vedo.
Lei annuì. Dargli ragione era la cosa migliore. Fece un
altro passo indietro.
— Oh, andiamo — sospirò l'uomo. — Spero che lei non
ce l'abbia con me. adesso. Andavamo perfettamente
d'accordo prima che le tirassi quei due sassolini.
— Certo, sono cose che danno fastidio — disse lei,
cautamente.
Timmy rise. — Mi dica una cosa: se le avessi tirato un
batuffolo di cotone o una piuma, l'avrebbe considerata
un'aggressione?
— Lei non mi ha tirato un batuffolo di cotone —
puntualizzò Susan. — Mi ha tirato un sasso. Due, anzi.
— Ma, per amore di discussione... se fossero stati due
batuffoli di cotone, si sarebbe sentita aggredita?
— Suppongo di no.
— Bene. Forse vorrà riflettere su questo esempio, allora.
— Oh, lo farò — promise lei.
L'uomo continuò a osservarla con serietà. — No, vedo che
non lo farà. Lo sta dicendo solo per liberarsi di me. — La
sua bocca si piegò in un sorrisetto. — Ora sta pensando che
potrei tirarle altri sassi, magari una selvaggia gragnuola di
sassate mentre lei scappa a mettersi al sicuro nell'Eremo.
Lei si accorse di sogghignare. — Questo non mi spaventa.
— Sì, ci credo. Potrei star qui tutto il pomeriggio a tirarle
sassi e non la colpirei una sola volta. Il suo pensiero-
corporale non lo permetterebbe.
— E perché ne è tanto sicuro? — replicò lei. — Voglio
dire, e se questo mio pensiero-corporale avesse una giornata
nera? In questo caso lei avrebbe potuto spaccarmi la testa.
Timmy sospirò. — Lei ancora non capisce. Oh, be', capirà
a suo tempo, forse. — La palpebra del suo occhio destro
sbatté più volte, all'improvviso, come per uno spasmo
nervoso. Sul resto del suo volto apparve un sorrisetto
imbarazzato. — Mi scusi, la prego.
Alzò una mano a coprirsi l'occhio, che continuava a
palpitare. Un momento dopo, quando tolse la mano, Susan
ansimò. L'occhio era scomparso. Al suo posto c'era un buco
scuro.
L'uomo protese la mano verso di lei. Sul suo palmo c'era
un oggetto ovoidale, bianco e umido.
La ragazza deglutì un groppo di saliva e gettò uno sguardo
all'Eremo. — Ora devo proprio andarmene.
— Non c'è niente da temere — la rassicurò Timmy. —
Suppongo che non vediate molte cose di questo genere su
nelle Colonie, uh? Ho perso un occhio, molto tempo fa.
Questo è un microprocessore organico: buona onesta tecnica
elettronica e nient'altro. Ci vedo meglio che con quello vero.
Contiene molti accorgimenti speciali.
— Oh. Sì... non ne dubito.
— Da un po' di tempo, però, ogni tanto devo levarmelo.
Sembra che ci sia qualche problema nei circuiti. Un
elemento da cambiare, forse. — L'uomo sospirò ancora. —
Di questi tempi non è facile trovare componenti
bioelettroniche. Non molti sarebbero in grado di riparare i
circuiti organici. — Mentre il suo sorriso si allargava, l'orbita
vuota si contrasse e un rivoletto di fluido gli scivolò giù sullo
zigomo.
— Arrivederci — disse subito lei, voltandosi.
— Ci vediamo domani — la salutò Timmy. — Stessa ora,
stesso posto. D'accordo?
Susan si allontanò continuando a gettare occhiate dietro di
sé. Aveva la folle sensazione che le avrebbe scagliato
quell'occhio nella schiena, e in tal caso — pensiero-corporale
o no — le sue mani si sarebbero rifiutate di alzarsi per
fermarlo al volo.
Ma l'uomo non fece un gesto, e si limitò seguirla con lo
sguardo finché non lei fu al sicuro nell'edificio più vicino.
23

Da: I Brividi, di Meridian.


Il giorno in cui sapemmo della morte di Codrus, Saffo mi
convocò per una riunione privata. La Biodissea distava
ancora cinquantasei anni di viaggio dalle Colonie, e
l'improvvisa disfatta di un membro del Castello Reale faceva
filtrare rivoli d'incertezza sia fra i Paratwa che fra la
popolazione umana. Era dal tempo dell'Apocalisse che un
singolo evento non generava tanti dubbi.
La gemellare pubblica di Saffo, la seducente creatura che
noi Paratwa chiamavamo Colette, mi accolse al limitare di
una boscaglia dove tipi sperimentali di flora Os/Ka/Laq
lottavano per la sopravvivenza fra una soverchiale varietà di
vegetazione terrestre. Anche l'altra gemellare era presente; la
scorsi per un attimo in mezzo ai cespugli nello spazio fra due
betulle bianche, su un monticello di terreno a una quindicina
di metri da lì. Come al solito quella gemellare di Saffo si
teneva fuori vista: un'osservatrice che osservava se stessa.
Colette tese le braccia verso di me, quando le fui vicino.
Due mani strinsero quattro mani in una stretta familiare.
— È un giorno triste — cominciai io. Ma al mio tentativo
di commentare quella perdita Saffo scosse il capo, facendo
ondeggiare i lunghi capelli biondi.
— Codrus è andato — disse con calma, — e il nostro
futuro è in pericolo. Un piano alternativo è già stato studiato.
Abbiamo pronta un'astronave speciale. Io sarò messa in stasi,
e il giorno dopo essa mi porterà verso la Terra. I
perfezionamenti Os/Ka/Laq consentiranno un'accelerazione
iniziale molto superiore al nostro attuale psol.
— ETA ? — domandai io, sorpreso non solo dal
pragmatismo della sua risposta ma anche perché non mi era
stato chiesto di partecipare a una decisione di quella portata
strategica.
— L'acceleratore speciale darà modo alla mia nave di
arrivare sulla Terra fra trentun anni — disse Saffo.
Io sbirciai nel groviglio della vegetazione dove l'altra metà
di lei si nascondeva. — Partirai tu... come intera? — chiesi.
La sua risposta non mi sorprese.
— Andrà solo Colette.
— Un grosso sacrificio — commentai. E mi accorsi che i
cespugli si muovevano, come se l'altra gemellare fosse
alquanto agitata. Ma non potevo esserne certo. Forse era solo
il vento.
— Un grosso sacrificio — annuì Colette/Saffo. — Ma ho
sopportato altre lunghe separazioni in passato. E anche
questa dovrà essere sopportabile, perché è necessaria. Gli
Ash Ock devono avere una quinta colonna nelle Colonie con
buon anticipo sul nostro ritorno. Qualcuno deve portare a
termine i compiti di Codrus. E sarebbe poco pratico che...
entrambe le mie gemellari... — S'interruppe. Non c'era
bisogno che aggiungesse delle spiegazioni sull'argomento.
— Porterai con te altri Paratwa?
— Soltanto l'Ash Nar.
Mi accigliai subito, e non cercai di mascherare la mia
contrarietà a quell'idea. — Credevo d'esser stato chiaro nel
metterti in guardia su di lui. È più pericoloso di quello che
puoi immaginare. Secondo Theophrastus, Calvin è così
instabile che...
— Anche Reemul era instabile — replicò Saffo. —
Tuttavia ha sempre fatto ciò che gli veniva ordinato. Calvin
farà lo stesso.
Io riconobbi che per le obiezioni spicciole era troppo tardi.
La strategia era già stata formulata. — C'era un motivo
preciso per non farmi partecipare alla decisione?
Lei sentì l'ira dietro le mie parole. — C'era. Anche a te,
Meridian, sarà chiesto un grosso sacrificio.
I miei gemellari s'irrigidirono. — La separazione?
— Sì. Per breve tempo tu pure sopporterai il fardello dei
Paratwa. Ed è stato soprattutto per questa necessità che non
ti è stato chiesto d'intervenire alla riunione di ieri sera. — La
sua bella bocca si piegò in un sorriso. — Le tue capacità
diplomatiche sono formidabili, Meridian. Noi non
permetteremo a niente di dissuaderci dal vitale svolgimento
dei nostri progetti.
Le mie capacità diplomatiche. Ora capivo cosa volevano
che facessi, e perché i miei gemellari avrebbero dovuto
separarsi. Come era ovvio, protestai: — Ci sono altri
Paratwa che...
— La decisione è stata presa. E tu, naturalmente, eri la
scelta migliore. Rifletti e comprenderai che è così.
— Potrei rifiutare — dissi seccamente io, conscio che la
mia minaccia sarebbe stata priva di peso.
Colette/Saffo sorrise. — Ora chi è instabile, Calvin o
Meridian?
Entrambi sapevamo che discuterne ancora sarebbe stato
inutile.
— Rilassati, mio Jeek — mi blandì lei, accarezzando una
spalla a uno dei miei gemellari. — Dopotutto la tua
separazione non avverrà che fra molti anni, mentre alle mie
gemellari restano soltanto poche ore di vicinanza fisica.
Da dietro i cespugli l'altra gemellare di Saffo sottolineò
quella realtà: un orrido barrito vibrò nell'aria, spezzandosi in
un singhiozzo stridulo. In reazione a quel suono grottesco un
paio di scoiattoli grigi schizzarono fuori dei rovi, fuggendo
in cerca di riparo su per una grossa quercia.
— Le due metà del mio cuore palpitano d'identico terrore
— citò Colette/Saffo, lasciando vagare lo sguardo sui filari
di betulle.
Io non feci commenti. Il grido di dolore della gemellare
nascosta mi aveva ricordato che, partita Colette, avrei dovuto
trattare di persona con la sua altra metà.
Non c'era tuttavia niente da fare, quanto a questo; la
volontà degli Ash Ock doveva essere portata avanti. E quella
cosa fra i cespugli rappresentava il futuro. Che mi piacesse o
meno, avrei dovuto abituarmi alla sua presenza.
Tuttavia mi augurai che i contatti, faccia a faccia,
sarebbero stati ridotti al minimo.
24

Gillian si svegliò da un sonno agitato per scoprire che ai


piedi del suo letto c'erano le due Costeau. Giaceva di
traverso, sulla schiena. Durante la notte doveva aver
scalciato via le coperte.
— Anch'io dormo sempre senza niente addosso —
annunciò Buff, con un sogghigno largo da un orecchio
all'altro.
Lui si alzò a sedere e si tirò addosso il lenzuolo.
— Oh, come siamo pudichi — commentò Martha
scrollando le spalle.
— Chi vi ha fatto entrare qui? — brontolò Gillian. Non gli
piaceva l'idea che qualcuno lo avesse avvicinato nel sonno.
Indifeso.
Buff fece un gesto verso la porta. — Nick ha detto che
potevamo entrare. La combinazione della serratura ce l'ha
data lui.
Gillian guardò l'orologio a muro: le 5,30 del mattino, e
fuori era ancora buio. Doveva esser successo qualcosa.
— Hai l'aria di uno che non ha dormito molto — disse
Buff. — Mi spiace, ma Nick ci ha detto di tirarti giù dal
letto.
Non era di qualche altra ora di sonno che lui aveva
bisogno. Quella notte l'impulso di macellare la carne lo
aveva tormentato: strani voli della fantasia in mondi
inesistenti mescolati con visioni realistiche della sua
giovinezza, quando Empedocle poteva essere un intero,
quando Catharine era un'entità vivente separata. In una di
quelle effimere sequenze oniriche lui aveva passeggiato nella
giungla con Catharine, lungo un fiumiciattolo: nugoli di
insetti, l'aria piena dei versi di animali di ogni genere, il
gorgoglio delle acque, l'afa e il sudore di un pomeriggio fra
la vegetazione brasiliana. Niente di troppo piacevole
fisicamente, proprio come ricordava, ma aveva avuto
l'impressione di essere emotivamente libero, al riparo dalle
sofferenze che gli avrebbero avvelenato l'anima negli anni
successivi.
Fermandosi accanto all'enorme tronco di un quebracho
Catharine s'era improvvisamente girata verso di lui. Sul suo
volto ovale c'era una smorfia penosa, così aspra che
sembrava distorcere tutto di lei, annientando grazia e
bellezza. E in quell'istante il peso del mondo aveva di nuovo
colpito Gillian. L'illusione di libertà e di sollievo era
scomparsa.
Le labbra di Catharine s'erano mosse.
Devi innescare l'interallacciamento, Gillian. Noi
dobbiamo essere uniti, per sempre.
Non era Catharine. Era il loro signore Ash Ock,
Empedocle.
Lui aveva replicato: Non potremo unirci mai più. Non
l'hai capito? Catharine è morta. Quella che vedo è
un'ombra.
Riportala indietro, aveva ordinato Empedocle. Innesca il
contatto mentale.
Gillian sospirò, incredulo che il suo signore non riuscisse a
capire un fatto evidente.
— Credo che Nick abbia un debole per me — dichiarò
Buff. — Ieri sera mi ha detto che la mia figura gli ricorda un
gabinetto pre-Apocalisse, costruito di pezzi d'argilla.
— Non esattamente — precisò Martha. — Ha detto che
sei costruita come un cesso di mattoni.
Buff batté le mani, deliziata. — Sì, proprio così!
Gillian si alzò, scacciando gli ultimi residui di sonno. —
La prossima volta bussate alla porta. D'accordo?
— Sì — disse con indifferenza Martha, scostandosi una
ciocca di capelli biondi dalla fronte. Indossava pantaloni
azzurro chiaro con lo sbuffo alle ginocchia e una blusa molto
larga di pelle nera. Lui si chiese quali armi si fosse nascosta
addosso.
— Nick dice che ci sono notizie importanti — aggiunse
Buff, nell'ovvio tentativo di incitarlo a sbrigarsi.
— Quali notizie?
— L'astronave dei Paratwa. È stata intercettata dalla nostra
flotta.
— Vuoi che usciamo, mentre ti vesti? — chiese Martha in
tono di sfida.
Lui gettò via il lenzuolo e attraversò la stanza,
completamente nudo. Buff sogghignò. — Niente male, eh,
Martha?
— Ho visto di meglio.
Gillian le ignorò e andò a infilarsi lo slip e un paio di
pantaloni neri, di tela. Mentre tirava fuori una camicia dal
guardaroba, Buff gli porse i calzini e gli stivali.
— Qualcosa mi dice — borbottò lui, — che avete
intenzione di starmi alle costole tutto il giorno anche oggi.
Buff sorrise. — Nick pensa che sarebbe gentile da parte
nostra.

Fuori della grande casa immersa nel verde, stagliata sul


primo chiarore rosato dell'alba di Irrya, il Leone passeggiava
avanti e indietro sull'erba albina umida di rugiada. Poco più
in basso, sul prato, Nick era seduto al tavolo da giardino e
sorseggiava il caffè. A poca distanza l'immensa parete nera
della Colonia, punteggiata di luci appena visibili nella
foschia, sovrastava un panorama ancora dominato dalle
ombre. Molte delle luci che si scorgevano su quella muraglia
titanica appartenevano ad abitazioni private costruite
perpendicolarmente alla Colonia, da cui si godeva una vista
notevole ma che non avevano un gran valore rispetto ad altre
proprietà, data la gravità anomala e l'eccessiva umidità
dell'aria. La nebbia ai poli era una caratteristica tipica dei
cilindri più grossi, come poco tempo addietro il Costeau
Santiago aveva fatto notare a Gillian.
Poco tempo? Gillian represse una risata aspra. Nella sua
mente quella frase di Santiago — e la successiva morte del
pirata, durante il primo scontro con Reemul in uno scalcinato
albergo di periferia — risaliva ancora a poche settimane
addietro. Ma nel mondo reale mezzo secolo di stasi avrebbe
dovuto smorzare la presa che quel fatto aveva su di lui. Dopo
un balzo nel futuro sotto stasi era necessario ristrutturare la
propria prospettiva: continuare a sentire la presenza di
situazioni passate come se stagnassero ancora nella realtà
poteva provocare effetti psichici da choc culturale.
Gillian scoprì d'essere arrivato a una decisione improvvisa,
e nello stesso momento seppe che i parametri alla base di
quella scelta stavano prendendo forma in lui da molto tempo.
Non accetterò più di tornare in stasi. Mai più.
Il Leone smise di andare avanti e indietro quando li vide.
— Buongiorno — disse Nick, sollevando la caraffa del
caffè. — Ne volete un po'?
Gillian scosse il capo. Martha e Buff sedettero al tavolo e
attaccarono subito i toast all'uovo e il vassoio delle patatine
fritte.
Mentre il Leone si avvicinava a passi lenti Gillian si
accorse delle rughe che gli segnavano il volto. — Jerem... sei
stato sveglio tutta la notte?
Il Leone annuì stancamente. Le notti bianche erano un
lusso che non poteva più permettersi. — Sono appena
tornato da un'altra riunione d'emergenza del Consiglio.
Qualche ora fa, l'astronave entrata nel sistema è stata
intercettata da una nostra squadra. L'intruso ha risposto alla
chiamata radio. Il suo messaggio è stato breve e chiaro. —
Tolse di tasca un foglio e lesse:
— Io sono il gemellare di un Paratwa, un emissario degli
Ash Ock. Sono venuto in pace, per aiutare le Colonie di Irrya
a sviluppare una soluzione soddisfacente per i problemi
reciproci, e per mettere fine a secoli di incomprensione e di
sfiducia. Ho smantellato i sistemi difensivi di questa nave, e
disattivato le mie armi. Mi metto a vostra completa
disposizione.
Nick sorrise. — E così abbiamo questo gemellare. Una tua
vecchia conoscenza, Gillian.
— Chi?
— Un Jeek Elemental — disse il Leone. — Lo stesso
ceppo genetico di Reemul. — Riprese a camminare avanti e
indietro come se il suo corpo trovasse sollievo dall'ansia solo
continuando a spendere energia.
Gillian capì. — È Meridian?
— Puoi scommetterci — ridacchiò Nick. — E
naturalmente quel figlio di puttana avrà il permesso di
oltrepassare tutti i sistemi difensivi.
— Non c'è un'alternativa più logica — disse il Leone. —
Questo lo sa anche lei.
Nick sospirò. — Già, lo so. Ma ogni tanto lasciarmi
andare a fantasie piacevoli mi rilassa. E comunque sono
convinto che dovremmo scaraventare una testata atomica
addosso a quel bastardo finché abbiamo la possibilità di
farlo.
Il Leone si volse a Gillian. — Questo Meridian... un tempo
è stato il tuo maestro, vero?
Gillian annuì. — E mio amico.
Martha depose lentamente il suo toast e alzò lo sguardo su
un punto indefinito qualche centimetro sopra la testa di
Gillian.
Il Leone proseguì: — Sta per essere trasferito su una delle
nostre navi più veloci e portato direttamente qui, su Irrya. La
sua piccola astronave resterà oltre l'orbita di Giove finché i
nostri tecnici non l'avranno esaminata.
Gillian sospettava che qualunque cosa avessero trovato a
bordo del suo vascello non sarebbe stato pericoloso come
quel Paratwa in carne ed ossa.
— Quando arriverà qui?
— Circa fra quattro settimane e mezzo — rispose Nick.
— Il Consiglio ha stabilito di rendere subito pubblici
questi sviluppi — aggiunse il Leone. — Pensiamo che la
proposta pacifica di Meridian servirà a placare la tensione.
Gillian si accigliò. — Non crederete a quello che dice, no?
— Come Consigliere di Irrya devo agire con mentalità
aperta. — Il Leone scosse il capo. — Come Costeau non mi
fiderei di questo Meridian neanche per fargli portare la mia
borsa odorosa.
— Un gemellare solo — borbottò Gillian.
— Sì — disse il Leone, — anche se i nostri detector hanno
subito individuato altre due creature viventi sulla nave di
Meridian. Si tratta di due cani. Di quale razza, ancora non lo
sappiamo.
Nick scrollò le spalle. — Un gemellare solo è più logico.
Questo significa che l'altro può riferire di prima mano ciò
che accade al suo socio. In quanto ai cani, chi lo sa? Forse il
bastardo ha sviluppato una passione per gli animali,
invecchiando.
Invecchiando, pensò Gillian. Meridian era solo un Jeek
Elemental, e non godeva della lunga vita degli Ash Ock. —
C'è da credere che sia entrato e uscito di stasi, in questi
secoli?
— Sembra la cosa più probabile, no? — rispose Nick. —
A meno che i suoi padroni Ash Ock non abbiano trovato il
modo di allungare la vita anche a lui.
— Domande a cui oggi non possiamo rispondere — disse
il Leone.
— Giusto — annuì l'ometto. — E abbiamo ancora un
mese prima di cominciare a preoccuparci di Meridian. Nel
frattempo, Gillian, c'è qualcosa di più immediato per te: altri
elementi circa i cosiddetti attentati della Sferza. Adam Lu
Sang non ha ancora messo le mani nell'archivio della
Sicurezza E-Tech, ma è riuscito a ordinare insieme una
quantità di dati sui massacri precedenti, per lo più materiale
non riservato, interviste, servizi giornalistici.
«Comunque, Adam e io abbiamo incollato le informazioni
disponibili sui sei attentati dell'Ordine della Sferza,
concentrandoci sui profili delle vittime in cerca di
correlazioni. Finora ci sono stati oltre quattrocento morti.
Abbiamo scavato a fondo su questi nomi e annotato ogni
briciola di dati su ciascuno di essi, non importa quanto
insignificante fosse. Quello che speravamo di trovare era un
comune denominatore, ovviamente, per individuare i veri
bersagli di queste uccisioni e la loro attività. — L'ometto
sorrise a Martha e a Buff. — Ma è stata la moderna tecnica
della necropsia al plasma a fornirci il primo indizio.
«Dalle analisi in loco che Martha e Buff sono riuscite a
fare, risulta che un numero di vittime superiore alle
aspettative soffriva di varie influenze o affezioni virali. In
molti casi le affezioni erano così lievi che sarebbero sfuggite
a una comune autopsia. Ma i test al plasma le hanno messe
in evidenza, indicando inoltre che erano quasi tutte recenti.
«Il brutto era che non potevamo provare niente di
concreto. Anche i virus non erano gli stessi, sebbene ciò non
escludesse che fossero mutazioni dello stesso ceppo e quindi
con un'origine comune.
Nick si alzò e cominciò a camminare intorno al tavolo,
con aria eccitata. — Poi, tanto per vedere cosa ne veniva
fuori, ho chiesto ad Adam di fare una lista dei delitti non
risolti e dei suicidi avvenuti nelle Colonie negli ultimi
quattro mesi.
Gillian annuì. — Altri possibili bersagli del killer.
— Infatti. E indovina cos'abbiamo scoperto?
A rispondere fu Buff. — Nell'autopsia di queste vittime
risultava una quantità di affezioni virali superiore alla media
della popolazione.
— Promossa con trenta e lode! — ridacchiò l'ometto. —
Da lì in poi è stato più facile. Adam e io abbiamo fatto una
lista delle vittime di suicidi e omicidi con qualche forma di
influenza, cercando fra loro un denominatore comune, e...
tombola! Il settantacinque per cento dei nostri nomi avevano
avuto contatti molto recenti con una ditta che ha sede qui su
Irrya: il Gruppo Venus.
— È un'organizzazione che addestra e colloca lavoratori
domestici — spiegò il Leone. — Il Gruppo Venus
distribuisce camerieri e altro personale qualificato a clienti
ricchi di tutte le Colonie.
Nick continuò: — Alcune delle nostre vittime avevano
lavorato alle dipendenze del Gruppo Venus, altre
rappresentavano concessionari di zona, altri avevano trattato
per l'assunzione di questo personale nelle loro aziende o in
casa loro, e così via. Ma in qualunque rapporto fossero con il
Gruppo Venus, tutti avevano fatto una visita alla sede
centrale di questa ditta qui su Irrya entro la settimana
precedente alla loro morte.
L'ometto elargì un altro sogghigno a Martha e a Buff. —
Voi due vi siete un po' annoiate, di recente. Che ne direste di
accompagnare Gillian in una visita di cortesia al Gruppo
Venus?
— Non vedo l'ora — disse seccamente Martha.
— A chi appartiene questa ditta? — volle sapere Gillian.
Il Leone allargò le braccia. — Non ne siamo sicuri. I
sistemi di controllo attraverso società prestanome sono
diventati ancora più complessi da quando siete andati in
stasi. La ICN ha cercato di approfondire le sue possibilità di
controllo sulle piccole aziende, e alla Borsa questo non è
piaciuto. Molte società hanno reagito con espedienti per
proteggere l'anonimato dei loro azionisti. Non siamo in
grado di risalire al vero controllore finanziario del Gruppo
Venus.
Gillian guardò Nick e inarcò un sopracciglio.
— Lo so, lo so — sorrise lui. — Una società che tiene
segreta l'identità dei suoi padroni sembra innocente come un
omaccione appostato nell'ombra di un vicolo. Ma oggi mi
dicono che è molto comune. La ICN, in realtà, voleva
incoraggiare gli investimenti. L'idea era questa: con il ritorno
dei Paratwa ormai quasi alle porte occorreva più denaro nel
settore ricerche e sviluppo, specialmente nell'industria
bellica. Premere sulla Borsa per penalizzare titoli poco
interessanti era uno dei modi in cui la ICN intendeva deviare
capitali su quest'altro tipo di investimenti. E non si può
negare che la tattica abbia funzionato. Nell'ultimo mezzo
secolo sono nate moltissime nuove società... almeno sulla
carta.
— Manovratori di denaro sporco? — domandò Gillian.
— Già — annuì Nick. — C'è poco da dubitarne.
Praticamente la ICN ha incoraggiato operazioni di
riciclaggio: se il signor X aveva dei fondi illeciti gli veniva
dato un modo di investirli in società che erano soltanto una
targa su una porta, senza che il fisco facesse troppe
domande. Mentre in altre società, effettive e legali, soltanto
pochi membri del consiglio d'amministrazione sapevano da
dove venissero in realtà certe entrate. In queste ultime, tutto
ciò che i proprietari dovevano fare era di mettere soldi in
cassaforte, tenere la bocca chiusa e pagare buoni dividendi
agli azionisti.
Gillian si mordicchiò un labbro. — Ma qualcuno se ne
sarà accorto, no? La ICN non può aver chiuso tutti e due gli
occhi.
— Li tiene ben aperti — sospirò il Leone. — La ICN
controlla il sistema bancario, e quando vuole verificare il
movimento di capitali e fondi neri altrui sa dove spingere i
tentacoli. Ma questi dati li tiene al sicuro in archivi
inaccessibili.
Nick annuì gravemente. — Non c'è modo di scoprire quali
scheletri tengano chiusi nei loro armadi. E anche quando
divulga informazioni, soltanto la ICN ne conosce il vero
significato. Sono degli autentici bastardi. Comunque sia,
questo cambiamento delle regole ha avuto un effetto
positivo. L'economia delle Colonie è in ascesa, il settore
ricerche e sviluppo va sempre meglio. Il ritorno dei Paratwa
è un buon affare economico per una quantità di gente.
Buff sbadigliò apertamente, annoiata.
— Così — disse Gillian — tu pensi che io e Martha e Buff
dovremmo andare alla sede irryana del Gruppo Venus.
— Inez Hernandez si sta occupando degli accordi
preliminari — lo informò Nick. — Parlerai con uno dei
vicepresidenti della società. Un certo signor Cochise. I
documenti falsi sono già pronti.
Gillian fu lieto di quell'incarico. Negli ultimi giorni aveva
oziato in casa del Leone, e questo non gli piaceva. Il troppo
tempo libero induceva a un'introspezione pigra quanto
inutile, seminando dubbi anche sui territori mentali meglio
conosciuti. E ruminare le cose del passato cominciava a
sembrargli gradevole come passeggiare in una discarica di
rifiuti.
— E la nostra testimone scomparsa? — chiese. — Novità?
Il Leone scosse tristemente il capo. Anche Inez aveva
smesso di chiamarlo ogni giorno per avere aggiornamenti
sulle ricerche di sua nipote Susan.
— Sembra inutile — disse Nick. — Non ha lasciato
traccia.
Susan Quint dev'essere morta, si disse Gillian. I
presentimenti foschi di Inez Hernandez non erano
immotivati. Probabilmente un gemellare del Paratwa l'aveva
seguita fin dalla prima notte, a casa di sua zia, e al momento
della fuga dall'ospedale era fuori ad attenderla. — Per caso il
lavoro di Susan Quint non l'ha portata a...
— È la prima cosa che abbiamo controllato — lo
interruppe Nick. — No, la ragazza non ha mai avuto a che
fare col Gruppo Venus. Non rientrava nell'attività del suo
dipartimento.
Gillian passò a un altro argomento: — Come stanno
reagendo le Colonie alla comparsa di un'astronave Paratwa?
— Finora bene — disse Nick. — La gente continua a
vivere la sua vita, a parte qualche incidente causato dai soliti
esagitati subito dopo la notizia.
— La ICN rileva qualche reazione imprevista in Borsa. E
una delle Colonie agricole ha dichiarato, arbitrariamente, che
darà un taglio all'esportazione di certi prodotti alimentari
finché la crisi non sarà passata.
— La sindrome dell'accaparramento — borbottò Nick. E
Gillian seppe che il compagno stava ripensando agli ultimi
giorni dell'Apocalisse, quando il diminuire delle scorte e
l'imboscamento illegale di generi alimentari avevano creato
problemi da incubo.
— Ci sono stati disordini a Sirak-Brath — continuò il
Leone. — Ma quando mai non ci sono disordini in quella
Colonia? La percentuale del reddito che la gente spende in
divertimenti sta battendo tutti i record. Ho sentito dire che i
biglietti per le gare sportive e gli spettacoli teatrali vanno
esauriti con le sole prenotazioni telefoniche, e i botteghini
non aprono neppure.
— Sindrome di fuga — aggiunse Nick. — E non certo
imprevista. Ma tutto sommato le Colonie la stanno
prendendo bene.
La calma prima della tempesta, pensò Gillian.

Il Leone aspettò che Gillian e le sue guardie del corpo si


fossero allontanati, poi si voltò di nuovo verso il tavolo,
accigliato.
— Continuo ad avere i miei dubbi su questa faccenda,
Nick. Tenerli all'oscuro della verità su questo vicepresidente
del Gruppo Venus può rivelarsi un grave errore.
— È l'unico modo — insisté Nick. — Gillian deve agire in
qualche situazione dove le sue capacità naturali lavorino un
poco. In questo momento si sente inutile... e lo è.
Il Leone si sentì irritato, e non per la prima volta, dall'aria
indifferente di Nick. — Potrebbe lasciarci la pelle.
Lui alzò le spalle. — Ha mai fatto girare una trottola?
— Cosa sarebbe?
L'ometto sorrise. — Un vecchio giocattolo terrestre. Lei lo
lancia e la trottola ruota sul suo asse. Finché gira svelta
rimane dritta. Poi la velocità angolare comincia a diminuire,
e la trottola oscilla sempre più. Alla fine si sbilancia del
tutto.
— Venga al punto. — Nick sembrò impermeabile alla
bruschezza del Leone. — In questi giorni ho osservato
accuratamente Gillian. I suoi periodi di sonno sono inquieti,
disturbati. Ha tempi di reazione ridicolmente alti. Fa
domande di cui dovrebbe sapere già la risposta, domande che
tradiscono una scarsa attenzione ai fatti. E stamane ho
mandato Martha e Buff a svegliarlo. Gesù, avrebbero potuto
accoltellarlo dieci volte prima che aprisse un occhio!
Il Leone emise un borbottio. — Lei ha piazzato delle
microspie nella sua camera da letto?
— Diavolo, sicuro. — L'ometto tolse di tasca un congegno
largo quanto un bottone. — Audio e video. Il che ha messo
in rilievo un'altra delle sue recenti manchevolezze: non si
preoccupa più di controllare se è sottoposto a sorveglianza
elettronica.
Nick tornò a intascare l'oggettino. Scosse il capo. — E
peggiora giorno dopo giorno. Le sue capacità psicofisiche si
stanno disintegrando. Continuo a esser convinto che sia
perché è impegnato in una lotta interiore contro il suo
signore. Empedocle costringe Gillian a usare buona parte
della sua energia mentale per bloccare il catalizzatore... per
impedire che avvenga l'interallacciamento. È semplice:
Empedocle fa di tutto per prendere il controllo e lui cerca di
contrastarlo. E questa battaglia interna sta trasformando un
uomo superbamente addestrato in un nevrotico inaffidabile.
— Lei ne ha parlato con Gillian?
— Ci ho provato. L'ho fatto, sul serio. Ma in questo
periodo non ha abbastanza fiducia in me. — L'ometto esitò.
— Per essere onesto, non è che io possa biasimarlo se non si
fida.
«Ma resta il fatto che Gillian è come una trottola che
comincia a perdere i giri. È sbilanciato, pronto a cadere al
minimo alito di vento. Ora come ora, che lo capisca o meno,
è una preda facile. Ha bisogno di una scossa. Ha bisogno di
trovarsi alle prese con i suoi vecchi schemi di cacciatore in
azione.
— Così lo buttiamo in mare per vedere se ricorda ancora
come si fa a nuotare — borbottò il Leone.
Nick sogghignò. — Questo è un buon detto antico del
ventesimo secolo. Vedo che lei legge i suoi romanzi d'epoca.
— Io non lo trovo affatto divertente, Nick. Potrebbe non
uscirne vivo. Se questo vicepresidente del Gruppo Venus è
davvero implicato nei massacri della Sferza...
— In questo caso Gillian ci toglierà ogni dubbio. Al
momento è la sola pista che possiamo seguire, e dobbiamo
seguirla.
Il Leone lo fissò acremente. — E se il vicepresidente
Cochise fosse uno dei gemellari? E se identificasse Gillian?
Le labbra di Nick non riuscirono a nascondere un sorriso.
— Se Cochise non getterà la maschera per rivelare che il
bastardo è lui, vuol dire che daremo un'altra scrollata al
tavolo da gioco.
Il Leone cercò di capire cosa ci fosse dietro quella
dichiarazione. Piani dentro piani. Rome Franco aveva
ragione. Sei un intrigante, e dannatamente cinico.
— Dobbiamo cominciare a rompere qualche uovo, Jerem.
Se dietro questa faccenda ci sono gli Ash Ock, le Colonie
stanno per incassare il colpo più duro che abbiano mai
immaginato. È tempo di uscire allo scoperto.
Il Leone strinse i denti. — E di rischiare che Gillian, e
Martha e Buff, si facciano ammazzare per chiarirle un
dubbio?
Nick abbatté una mano sul tavolo e gli restituì uno sguardo
duro. — Io ho già messo a repentaglio la vita di Gillian altre
volte, e lo farò ancora. In quanto a lei, Jerem Marth, la pianti
di vedere in Gillian un surrogato del suo paparino e cerchi di
capire chi è veramente...
— Razza di bastardo! — Il Leone sentì montare in sé un
impeto di furia, come non gli accadeva da anni. — Non
venga a parlarmi della mia ossessione. Sono in grado di
pensarci da solo!
— Forse.
Lui gli puntò un dito accusatore. — Parliamo della sua,
piuttosto: del suo odio cieco contro i Paratwa!
Per qualche istante Nick non rispose. Poi scrollò le spalle.
— Lei dice bene. Li odio. Odio i Paratwa per quello che
hanno fatto al mio mondo. Sono esseri spregevoli.
— E manda Gillian alla morte, pur di distruggere uno di
loro?
— È necessario. — L'ometto sospirò. — Se si sente così
sicuro di questo, perché non va a dire a Gillian come stanno
realmente le cose? Coraggio, lo avverta che questo dirigente
del Gruppo Venus potrebbe essere il gemellare di un killer
Paratwa. — Un sogghigno duro gli piegò la bocca. — Ma se
lo farà, ricordi che di quanto succederà poi sarà lei il
responsabile, e non io.
Il Leone trasse un lungo respiro e cercò di vedere la sua
rabbia in prospettiva, per agire come un Consigliere di Irrya
e non con gli istinti di un Costeau.
Nick vide la sua esitazione. — Senta, so quello che prova.
Ma per quanto insensibile e cinico io le sembri, tengo
sempre presente il bene di Gillian. E le dico che adesso è in
brutte condizioni. Non è più il gemellare Ash Ock con cui ho
diviso la capsula di stasi. Fisicamente e psichicamente
Gillian è molto vicino ad andare in pezzi. — Nick sospirò.
— Io non voglio fargli del male, Jerem. Sto solo cercando di
metterlo in una situazione dove trovi la forza di reagire, di
mettere sotto controllo ciò che ha dentro di sé. Di svegliarsi.
Il Leone si volse a guardare i boschi. Nell'aria priva di
vento le cime dei pini si stagliavano immobili sulle
sfumature rosate dell'aurora. — E che mi dice di Empedocle?
Cosa pensa di fare se invece si svegliasse lui!
Nick non ebbe una risposta da dargli.
25

Privo di peso, con le suole che frusciavano sul morbido


pavimento a frizione, Ghandi si spinse avanti nel corridoio
centrale. Davanti alla porta chiusa della camera da letto non
si fermò, sicuro che a quell'ora Colette doveva essere nel suo
stato di dormiveglia.
C'era stato un tempo in cui aveva creduto che a letto lei
dormisse normalmente; ma con gli anni quella parola gli era
parsa sempre meno calzante, inadatta a descrivere la specie
di nirvana-tensione in cui la vedeva scivolare quando aveva
bisogno di ritemprarsi. Colette imitava il processo umano del
sonno soltanto in superficie; giaceva distesa sul dorso con le
palpebre abbassate. Ma sfiorarla appena, in qualsiasi
momento della notte, otteneva una reazione immediata: gli
occhi si spalancavano, lucidi e pienamente consci; nessun
torpore residuo, nessun lento riemergere alla realtà, niente
passi intermedi. Una parte di lei non dormiva mai.
Ghandi continuava a chiedersi se sognasse. Da giovane
l'aveva spesso interrogata su quei particolari spiccioli,
curioso di sapere cosa significava essere un Paratwa, esistere
come gemellare di una Ash Ock. Lei rispondeva a quelle
domande, non si ritraeva dalla sua bramosia intellettuale e
spesso parlava a lungo delle sensazioni che provava come
parte complementare di Saffo. Ma, salvo chiarirgli che lei
stessa considerava Saffo un'altra persona, quelle descrizioni
lo lasciavano invariabilmente frustrato.
Alla fine aveva capito che quei discorsi contenevano poca
sostanza. Sul fenomeno Paratwa erano stati scritti molti
saggi e testi di divulgazione scientifica (Ghandi li aveva letti
quasi tutti) e per la più parte le aperture autodescrittive di
Colette sembravano mere variazioni di quei libri, pieni di
dati ma per nulla rivelatrici della personalità, del gestalt
Paratwa dualismo/unità. Nelle occasioni, peraltro non
frequenti, in cui lei sembrava spiegare qualche sfaccettatura
di se stessa, si esprimeva con metafore secondo Ghandi
deliberatamente oscure.
E quando lui faceva pressione per indurla a chiarire quelle
metafore, Colette finiva per irritarsi. — Penetrare dove non
sei il benvenuto è una forma di violenza carnale — gli aveva
risposto una volta. E il sottinteso aspro di quella frase lo
aveva colpito. Dopo qualche anno Ghandi s'era rassegnato ad
accettare i confini che lei imponeva alla loro relazione. Se
sognasse o meno era una cosa che non avrebbe mai saputo.
All'estremità del corridoio, il portello stagno che dava
nella combinazione di studio-soggiorno era aperto. Ghandi
s'immobilizzò. Qualcuno stava parlando; mormorii
incomprensibili, pause, sequenze di suoni pronunciati
meccanicamente. Non sembrava la voce di Colette.
Cautamente si avvicinò, un passo alla volta, cercando di
non far scricchiolare i microscopici uncini delle suole sulla
griglia di plastica traforata del pavimento. A quell'ora non
avrebbe dovuto esserci nessuno in quella sezione
dell'astronave; il capitano, l'equipaggio e i domestici si
tenevano sul ponte superiore, salvo quando venivano
chiamati. E Calvin era stato rimandato a Irrya; il giorno
prima Colette aveva ordinato al maniaco di precederli con
un'altra navetta privata della CPG.
L'intensità dei mormorii crebbe mentre Ghandi si
accostava ancora. La voce era femminile, tuttavia diversa da
quella di sua moglie, e il modo in cui risuonava gli disse che
non usciva da qualche apparecchiatura elettronica. Una
cameriera che sta ficcando il naso dove non dovrebbe?
A due metri dalla porta fu in grado di percepire quei
mormorii in forma di parole comprensibili:
— ... eleva parametro sette-uno-dieci... blocca sequenza
cinque-zero-cinque... aggiungi uno-undici... frazione
multilinea... annulla rifiuto su quattordici-quattro... sette-uno
muta relazione...
Inalò un profondo respiro ed entrò nello studio. Lei era
seduta davanti al terminale, con le spalle alla porta, gli occhi
fissi sullo schermo. Era Colette, o almeno il suo corpo fisico.
Se s'era accorta del suo ingresso non ne diede alcun cenno.
—... elimina sette-uno-quattro EE-B... scala uno-sei...
allaccia il quarto algoritmo superiore... negazione su linea
duedue...
Sullo schermo i suoi comandi verbali si traducevano in
modifiche rosse sopra un complesso reticolo tridimensionale.
Linee arancione scaturivano ad allacciare gruppi di cifre e
simboli grafici — per di più sulle coordinate x, y e z — e
strisce viola serpeggiavano apparentemente a caso negli
angoli del display. Ghandi aveva visto spesso Colette
lavorare su quel programma nel corso degli anni. Era il
bracconiere.
— Siediti, Ghandi — ordinò la donna, indicando una sedia
tre metri più indietro. La sua attenzione non si distolse dallo
schermo.
— ... fraziona zero-otto-nove... rifiuto su sette-due... A-
negativo parametro sei... raddoppia nove-otto-zero...
Ghandi si mise a sedere e agganciò nervosamente la
cintura, ringraziando il cielo per l'assenza di gravità e per il
fatto che fossero ancora in viaggio a ore di distanza dal
terminal della CPG su Irrya. In quei venticinque anni gli era
accaduto di vederla in diverse occasioni, ma lei non gli
aveva mai, mai rivolto la parola. Per qualche insondabile
motivo fu lieto che l'avesse fatto per la prima volta lì, nella
tenebra dello spazio, lontano da tutto ciò che era rassicurante
e familiare. Se ci fosse stata la gravità era certo che si
sarebbe afflosciato al suolo.
— ... sub controllo Z-tre... condensa campo locale...
condensa campo uno-sei-sei...
Ghandi attese, guardando da sopra una spalla di lei la
gorgogliante danza di simboli sullo schermo, le strisce che
vagavano come fiumi di lava, e si augurò disperatamente che
lei non si voltasse, che i suoi occhi non lo cercassero neppure
per un istante.
— Reintegra, chiudi — disse bruscamente lei, e il monitor
diventò nero. Ghandi sentì contrarsi un tendine dietro il
ginocchio sinistro e si afferrò con entrambe le mani ai
braccioli della poltroncina, sentendosi come la prima volta
che il suo corpo aveva sperimentato la gravità-zero.
— Perché sei ancora in piedi a quest'ora? — domandò lei,
guardando qualcosa sulla console.
— Non... riuscivo a dormire — disse in fretta Ghandi,
sperando che lei gli ordinasse di andarsene. — Pensavo che
facendo quattro passi mi... così sono andato di sopra, ma
tutti... uh, dormivano, salvo il pilota. Suppongo che sia la
mancanza di gravità... a farmi...
— Non balbettare — ordinò lei.
Ghandi chiuse subito la bocca.
Per un momento lei tacque. Poi: — Una volta ti ho sentito
cantare. Quando eri con Colette. Una canzone Costeau. Della
tua infanzia, di quando eri bambino. Queste canzoni... ti
danno piacere?
Lui annuì, confuso da quella domanda. Ma subito si rese
conto che lei non poteva aver visto il suo cenno. — Sì, mi
piacciono. — Anche il tendine dietro il ginocchio destro
cominciò a pulsare, e lui incuneò le caviglie dietro le gambe
della sedia nel tentativo di tenere quegli spasmi sotto
controllo.
— Vorresti cantare per me?
— Non posso farlo — mormorò Ghandi. E un istante dopo
temette che quel rifiuto potesse averla offesa. — Posso
cantare solo se sono dell'umore giusto — spiegò.
Lei si volse. — Cosa c'è in me che ti spaventa?
Lui deglutì saliva, spostando lo sguardo sullo sportello del
bar automatico sull'altro lato della cabina.
— Puoi pronunciare il mio nome, almeno?
Lui annuì, ma non disse niente.
— La confusione ferma la mia lingua — disse lei, come
citando qualche sconosciuto testo.
Ghandi respirò a fondo, reprimendo l'impulso di scappare
da quella stanza. — Tu sei Saffo.
— Io sono Saffo.
Lui si costrinse a guardarla in faccia; vide le minuscole
rughe e le alterazioni che Colette aveva apportato ai
lineamenti per imitare i processi d'invecchiamento umani e
far credere che il tempo passava su di lei come sui suoi
contemporanei. Guardò le guance morbide, i riccioli dorati,
le labbra sensuali che avevano baciato la sua carne con
feroce abbandono. La creatura che sedeva davanti a lui
sembrava quasi identica a Colette. Quasi.
Erano gli occhi a tradirla.
Freddi e lontani. Non senza vita: qualcosa c'era dietro
quelle iridi color acquamarina; una parvenza di profondità
interiore le attraversava... ma aliena, come se emergesse da
qualche altra razza, da altro spazio e da un altro tempo. Un
improvviso ricordo gli tornò in mente: una visita alla riserva
zoologica di una Colonia e la vista di una magnifica tigre
siberiana, in piedi su un monticello a non più di cinque metri
da lui, intenta a fissare i limiti del suo territorio attraverso
una prospettiva che nessun essere umano avrebbe potuto mai
comprendere del tutto.
Ghandi ricordava d'essere stato spaventato da quella tigre,
anche circondato com'era dai ragazzi più anziani del suo
clan, anche sapendo che nulla poteva accadere, anche con i
guardiani della riserva lì accanto a loro, pronti a sparare un
narcotico a effetto immediato se l'animale fosse diventato
pericoloso.
Un brivido gli corse lungo la schiena. Lì in quella cabina
si sentiva di fronte a un animale selvaggio dello stesso
genere, e non c'erano guardiani a sua difesa. In vari modi
anche Colette aveva caratteristiche sottilmente aliene, ma sua
moglie manteneva con l'ambiente che la circondava dei
rapporti umani. Saffo non dava affatto questa sensazione. I
suoi occhi restavano dall'altra parte di una barriera
impalpabile, come quelli della tigre.
— Tu hai molte domande — affermò lei.
— La tua voce... è diversa da quella di Colette.
— Un'alterazione del timbro avviene sempre, quando le
mie gemellari sono interallacciate. Si introducono nuove
tonalità armoniche. — Fece una pausa. — Il risultato è una
distorsione sgradevole?
— No. A me non importa — mormorò Ghandi, con la
sensazione che lei cercasse d'intrappolarlo facendogli dire
qualcosa di cui si sarebbe pentito.
Lei sorrise. — La domanda successiva?
— Cosa stavi facendo con... con il bracconiere?
— Un aggiornamento speciale. Nuove istruzioni. Dopo
tutti questi anni, il nostro distruttore di dati è finalmente
entrato in contatto con un nemico. E questo nemico ha...
suppongo inavvertitamente, condotto il nostro programma
verso la sua vera preda. — Saffo esitò un momento. —
Colette ti ha parlato del programma FBI che ha tentato di
attaccare il bracconiere?
Ghandi annuì e cercò di nascondere la sua sorpresa. Non
sai tutto ciò che sa Colette? Non sei automaticamente
consapevole di quello che lei mi dice?
Saffo sorrise come se gli stesse leggendo nel pensiero,
come la divertisse avergli appena rivelato un aspetto fin
allora sconosciuto della sua personalità Ash Ock.
Lei non sa tutto quello che sa Colette.
— Come tu avrai capito, Ghandi, questo programma FBI è
comparso negli archivi di recente. Il suo ovvio scopo è di
penetrare nelle difese del bracconiere e bloccare la
distruzione dei dati.
— Può riuscirci? — chiese lui.
— No. È potente, ma non può contrastare un programma
di Theophrastus.
Ghandi inarcò le sopracciglia. Dunque era stato
Theophrastus, il genio scientifico degli Ash Ock, a creare
quel bracconiere. Colette non glielo aveva mai detto.
— Tuttavia — continuò lei — questo programma
aggressore presenta degli aspetti curiosi. Prima di tutto
annuncia il suo nome: FBI 1991. In quegli anni esisteva
effettivamente, nel Nord America, un'organizzazione
chiamata FBI, che si occupava di infrazioni alla legge.
Questo programma ha diversi accessori che fanno
riferimento ai sistemi dell'epoca.
— È così vecchio?
— No. I suoi parametri operativi corrispondono a quelli
sviluppati solo nel ventunesimo secolo. Ma il suo creatore ha
conoscenze culturali tipiche del Nord America del
ventesimo. Potrebbe perfino aver vissuto in quell'epoca.
Inoltre è abbastanza raffinato da rendersi conto che il suo
FBI non ha possibilità di fermare il bracconiere.
Ghandi si accigliò. — Allora perché preoccuparsene?
— Prima di tutto, il creatore di FBI 1991 ha voluto farmi
sapere che è ancora in circolazione. Vedi, io riconosco lo
stile di questo programma. È trascorso oltre un quarto di
millennio, ma non l'ho dimenticato e credo di sapere
esattamente chi è.
Saffo fece una pausa, come chiedendosi se era il caso di
rivelare ciò che pensava. A Ghandi non importava molto.
Aveva una questione personale assai più importante. Saffo,
perché hai deciso di rivolgermi la parola adesso, dopo
venticinque anni?
— Negli ultimi anni prima dell'Apocalisse — continuò lei,
— la E-Tech sviluppò il suo sforzo maggiore per ostacolare i
piani degli Ash Ock. E della E-Tech faceva parte un esperto
di computer che più volte sbalestrò i nostri progetti. Non
conoscemmo mai la sua identità. In effetti, anche molto
tempo dopo non eravamo certi se fosse un individuo oppure
un gruppo di programmatori assai abili. Ciò malgrado gli
Ash Ock lo designarono con un nome: lo Zar.
«Cinquantasei anni fa Codrus ci mise in guardia contro un
ometto magro e biondo, quello che in seguito le Colonie
conobbero come il collega di Gillian. Benché non avesse mai
brillato per le sue capacità intuitive Codrus espresse il
sospetto che questo individuo, questo Nick, e lo Zar fossero
la stessa persona.
«Oggi siamo del parere che avesse visto giusto. Nick è lo
Zar.
E lo hanno tolto dalla stasi. FBI 1991 è il suo biglietto da
visita.
Ghandi non nascose la sua sorpresa. — Allora anche
Gillian è stato risvegliato.
Per alcuni istanti gli occhi di Saffo si spostarono. Il suo
sguardo parve cercare e focalizzare qualcosa oltre le spalle di
Ghandi. Quando parlò, la sua voce era più secca e incisiva.
— Sì, credo che il traditore sia sveglio.
Ghandi si permise di fantasticare sulla possibilità che
Gillian, il cacciatore di Paratwa, si mettesse sulle tracce di
Calvin ed eliminasse il maniaco.
— Lo Zar — proseguì Saffo, — deve aver capito che c'è
un nesso fra il bracconiere e gli Ash Ock. E ha voluto che io
e Theophrastus sapessimo che intende affrontarci. Su questo
punto sembra aver fatto un ragionamento che non è del tutto
chiaro; forse spera che la sua presenza, il suo riemergere
dall'oscurità del passato, provochi una reazione inconsulta da
parte nostra.
— Qualcosa che gli offra una traccia per arrivare a te.
— Forse. Ovviamente non intraprenderemo nulla che
possa servire a questo scopo. Ma la vera novità è che il
programma dello Zar, FBI 1991, in qualche modo ha spinto
il vero bersaglio del bracconiere a venire allo scoperto.
— Il San Bernardo? — domandò Ghandi.
— Sì. Il San Bernardo. Dopo ventidue anni abbiamo
finalmente trovato la nostra preda.
— Sei certa che questo sia proprio il programma che
cercavi?
— Gli elementi che abbiamo finora lo fanno credere. Il
bracconiere ha accertato che negli archivi della E-Tech non
esistono altre versioni di questo particolare programma di
salvataggio.
Ghandi s'era chiesto spesso perché il San Bernardo fosse
così importante. Ciò che lo seccava era che in tutti quegli
anni Colette non avesse mai risposto chiaramente a quella
domanda.
Annuì. — Allora il bracconiere può fare il suo lavoro e
distruggere i dati contenuti nel San Bernardo.
Saffo esitò. — Ci sono ancora problemi. Il San Bernardo
ha adottato una tattica astuta. Ha installato una specie di
patto a senso unico col nostro bracconiere, e protegge la sua
integrità ogni volta che l'FBI 1991 dello Zar cerca di
attaccarlo. In altre parole, il programma che noi stiamo
cercando di distruggere si è assunto l'incarico, non richiesto e
comunque non necessario, di difendere il suo vero
avversario. È caduto in un equivoco ironico... ma il risultato
pratico è che nella rete degli archivi il San Bernardo resta
continuamente un passo più avanti del bracconiere.
Ghandi represse un sorriso. C'era qualcosa di stranamente
piacevole nel vedere i potenti Ash Ock perplessi di fronte a
un problema imprevisto. — È come avere un prurito e non
potersi grattare — azzardò.
— Un'analogia appropriata. E noi sospettiamo che sia
stato il conflitto fra il bracconiere e FBI 1991 a richiamare in
attività il San Bernardo.
— Ma in tutti questi anni il San Bernardo non si è accorto
della presenza del bracconiere nei banchi di dati?
— Sì, è possibile — rispose lentamente lei. — La verità è
che in effetti non conosciamo i parametri operativi del San
Bernardo.
E Ghandi pensò: Però sapete che le informazioni
contenute nel San Bernardo costituiscono una grave
minaccia per gli Ash Ock. Forse Saffo era più disposta di
Colette a dargli qualche risposta.
— Che c'è di così importante in questo programma?
Di nuovo lo sguardo di Saffo andò fuori fuoco,
spostandosi sulla parete più lontana. Ebbe un gesto vago. —
Dati che non avrebbero mai dovuto venire a conoscenza di
nessuno... la strategia degli Ash Ock e-cose del genere. In
ultima analisi, comunque, le informazioni del San Bernardo
potrebbero non avere alcuna importanza per gli esseri umani.
— Un lieve sorriso le curvò le labbra. — Diciamo che tenere
nascosti i dati del San Bernardo è una questione di prestigio
per gli Ash Ock.
Ghandi non le credette. Il primo motivo per cui erano state
spese somme considerevoli per corrompere Doyle
Blumhaven era di ottenere l'accesso agli archivi E-Tech e
installare il bracconiere. E ogni poche settimane, in quegli
ultimi ventidue anni, sua moglie — o Saffo — aveva
aggiornato l'azione del bracconiere da quello stesso
terminale, a bordo della navetta. Un impegno così costante
non poteva nascere da fumose questioni di prestigio. Per non
parlare del fatto che il bracconiere, nel suo tentativo di
scovare ed eliminare il San Bernardo, stava cancellando tutti
i vecchi file di dati che gli capitavano a tiro. No, il prestigio
non ha niente a che fare con questo. Distruggere le
informazioni contenute in quel programma è di vitale
importanza per la sicurezza degli Ash Ock.
— Questo San Bernardo, da quanto tempo si trova negli
archivi? — osò interrogarla, anche se era ormai certo che
neppure a quella domanda non avrebbe avuto una risposta
precisa.
Saffo lo sorprese. — Il San Bernardo è un programma che
risale a due secoli e mezzo fa.
Ghandi inarcò le sopracciglia. — Avevo sempre creduto
che lo avessero creato all'epoca di Codrus e Reemul... una
precauzione studiata da Rome Franco e dai tecnici E-Tech di
cinquantasei anni fa.
— No. Il San Bernardo esisteva già prima che gli archivi
E-Tech fossero trasferiti dal pianeta alle Colonie. È di
origine pre-Apocalittica.
«Codrus, durante la sua lunga attività secolare nelle
Colonie, cercò spesso di penetrare nei banchi dati E-Tech
alla ricerca di quel programma. Vedi, in effetti non siamo
mai stati del tutto certi che ci fosse realmente. Fino a cinque
anni fa, anzi, eravamo quasi disposti a credere che fosse
soltanto un mito. Ma alla fine il bracconiere ha avuto la
prova sicura della sua esistenza.
Saffo accantonò l'argomento con un gesto. — Ora basta.
Ci sono cose più importanti che richiedono la nostra
attenzione.
Ghandi si affrettò ad annuire, compiaciuto dalla
confidenza di lei. — Se Nick e Gillian sono usciti dalla stasi,
significa che alla E-Tech qualcuno ci ha traditi. Blumhaven,
forse?
Saffo accavallò le gambe e passò le mani intorno a un
ginocchio, intrecciando le dita. Era un gesto così tipico di
Colette che per un momento Ghandi pensò che sua moglie
fosse tornata. Ma gli occhi erano ancora freddi, alieni.
— Doyle Blumhaven non ci tradirà — disse Saffo con
sicurezza. — Theophrastus ha deciso che la proiezione più
probabile è un'altra: un programmatore della E-Tech ha fatto
in modo che Gillian e Nick fossero tolti dalla capsula di
stasi, e quindi ha dato allo Zar accesso agli archivi. Calvin
sta cercando di capire chi può essere questo rinnegato.
— E di costui... se ne occuperà Calvin?
— Sì. Ma è possibile che il danno sia già stato fatto.
Dobbiamo presumere che lo Zar e Gillian abbiano dedotto
molte cose dagli attentati dell'Ordine della Sferza. Lo Zar è
un individuo sottile. Ha sicuramente studiato in ogni più
piccolo aspetto i massacri di Calvin, e se comincia a mettere
in relazione i dati delle vittime non si può escludere che
questo lo conduca al Gruppo Venus. Inoltre c'è da
considerare l'alterazione della lista dei passeggeri in transito
da Honshu. Presumendo che il complice dello Zar sia un
dipendente della E-Tech, dobbiamo credere che cercherà di
penetrare anche negli archivi della Sicurezza. E se faranno
un confronto fra la lista rimasta nei computer del terminal di
Yamaguchi e quella registrata dalla E-Tech subito dopo il
massacro, vedranno subito che nella prima il nome di Calvin
non c'è.
Ghandi avrebbe voluto ricordarle: Ve l'avevo detto che
alterare gli elenchi dei viaggiatori era una mossa
pericolosa. Invece scrollò le spalle e disse: — Così, il fatto
che Calvin si sia fatto sfuggire quella donna, Susan Quint,
può avere gravi conseguenze.
— Sì, anche se a questo punto la Quint non è certo la
prima delle nostre preoccupazioni. Ora dobbiamo pensare a
Gillian. Theophrastus sospetta, e io sono d'accordo con lui,
che il traditore abbia modo di intuire che Calvin è un
Paratwa, e forse addirittura di dedurre che il mio Ash Nar ha
tre gemellari.
Una sensazione spiacevole s'impadronì di Ghandi. Nel suo
corpo i microbi diedero nuovamente inizio alla loro frenetica
danza, correndo su e giù per le braccia, nelle gambe, nel
torace, e il cuore prese a battergli più forte. Brividi elettrici
gli percorsero tutti i muscoli del corpo. I suoi piedi, ancora
incuneati dietro le gambe della sedia, cominciarono a
tremare con violenza.
Saffo lo scrutava spassionatamente. E d'un tratto lui capì.
— Tu vuoi qualcosa da me — balbettò, a stento capace di
restare seduto dov'era. — È per questo che mi parli ora, dopo
venticinque anni di silenzio!
— Tu sei sempre stato convinto che quando avessi smesso
d'essere utile agli Ash Ock saresti stato eliminato. È così?
Lui ebbe l'impressione che i microbi s'impadronissero
anche delle sue corde vocali, costringendolo a trasformare in
parole verità che non aveva mai osato dire neppure a se
stesso. — Tu ordinerai a Calvin di ammazzarmi!
Saffo scosse il capo; un gesto di rammarico che il suo
sguardo non rispecchiava affatto. — Tu credi ancora che gli
Ash Ock vogliano sterminare gli umani. Non è questo il
nostro scopo. Noi uccidiamo soltanto quando è necessario.
— E i massacri di Calvin? — la sfidò Ghandi. — E
l'epidemia sparsa nei cilindri?
— La distribuzione dell'aero-gene di Theophrastus nelle
Colonie condurrà a una pace più stabile, con un numero di
vittime ridotto. Tu sei abbastanza intelligente da capire
questo semplice fatto. In quanto al mio Ash Nar... — Scrollò
le spalle. — Calvin è stato creato e addestrato per essere un
guerriero. Questa è la sua funzione. Quando le Colonie
saranno nostre, penso di metterlo a capo della Sicurezza E-
Tech e di affidargli mansioni più vaste. Sarà lo strumento
con cui faremo rispettare la nostra legge.
— Tu mi ucciderai — disse ancora Ghandi. — Io so
troppe cose.
— Colette ti ama.
Lui si accigliò.
— Devo ammettere che l'attaccamento che ha sviluppato
per te nel corso di questi venticinque anni non era un
elemento previsto nel nostro piano. È stato il destino a
portarti laggiù a Denver quel giorno. Qualsiasi altra navetta
ed equipaggio Costeau sarebbero andati bene. Ma il caso ha
voluto che arrivassi tu, e che Colette provasse per te un
interesse autentico. Lei non ti tradirà.
«I sentimenti sono ciechi, Corelli-Paul. In quanto alle cose
che tu sai di noi, questo problema cesserà di essere tale dopo
che avremo conquistato le Colonie.
Ghandi deglutì saliva. — Colette... è una tua gemellare. Se
tu le dai un ordine, lei deve ubbidirti.
Saffo scrollò le spalle. — Gli Ash Ock sono come sono. I
gemellari chinano il capo alla volontà dei loro signori. — Lo
guardò in silenzio per qualche istante. — Colette ubbidirà. E
anche tu.
— Cosa vuoi da me? — mormorò lui.
— Al momento niente, Corelli-Paul. Tuttavia abbiamo
bisogno di tempo per completare il contagio delle Colonie.
Se lo Zar e Gillian venissero a sapere di Calvin, sia con le
loro risorse che a causa della ricomparsa di Susan Quint, la
stessa CPG potrebbe essere in pericolo. Calvin potrebbe
fuggire e rendersi irreperibile, e nello stesso tempo
proseguire con gli attentati e l'eliminazione dei corrieri
dell'aero-gene. Ma è grazie all'organizzazione della CPG e
del nostro sussidiario, il Gruppo Venus, che siamo in grado
di spargere il contagio in tutte le Colonie. Quest'attività deve
continuare a funzionare senza problemi finché in ogni
cilindro ci sarà una reazione positiva.
«Se inoltre fosse accertato che la lista registrata dalla E-
Tech non corrisponde a quella rimasta nel terminal di
Yamaguchi, ci sarebbe un altro scandalo, altri sospetti, e la
commissione di indagine di Edward Huromonus potrebbe
essere autorizzata a salire fino ai massimi livelli della E-
Tech. Questo significherebbe che lo stesso Doyle
Blumhaven avrebbe gravi problemi. E sotto pressione
quest'uomo potrebbe crollare, rivelando i suoi rapporti illeciti
con la CPG. È un'eventualità che dobbiamo impedire.
— Il nostro progetto di attività dietro le linee nemiche è
alle strette. Lo Zar e Gillian ci vengono addosso da una
direzione, Edward Huromonus ci minaccia dall'altra, ed
elementi imprevisti come la Quint sono bombe pronte ad
esplodere davanti alla nostra porta. Dobbiamo fare il
possibile per evitare che questa morsa si stringa. Ora come
ora, il primo avversario è il tempo. Meridian giungerà sulle
Colonie fra poco più di un mese. Fino ad allora la Società
CPG dovrà restare almeno parzialmente operativa. E se
vogliamo ottenere il risultato minimo previsto è necessario
che la distribuzione dell'aero-gene prosegua allo stesso
ritmo.
Saffo si alzò in piedi. — In tutti questi anni ho evitato di
rivolgerti la parola perché così desiderava Colette. Lei sa che
tu hai paura di me, e non vuole vederti soffrire inutilmente.
Quel giorno a Denver fui io a ordinarle di sedurti e
utilizzarti. Ma da allora i suoi sentimenti per te sono stati
spontanei, e per quanto possibile ha cercato di risparmiarti le
complicazioni che un umano può trovare in un rapporto con
una Ash Ock. Lei tiene molto a te, Corelli-Paul. Non
dimenticarlo.
— Lo so — sospirò lui.
Saffo chiuse gli occhi. A Ghandi parve di vedere una serie
di brividi correre lungo il suo corpo.
— Colette? — osò domandare dopo due o tre secondi.
Gli occhi di lei si aprirono, e la patina di ghiaccio che li
aveva velati era scomparsa. Colette lo guardò impietosita.
— Amore mio — mormorò, sedendosi sulle sue ginocchia.
Ghandi si trovò a stringere la moglie fra le braccia come se
fosse l'unica cosa rimasta al mondo. Un tremito lo scosse. La
danza dei microbi svanì nel nulla quando le appoggiò la
fronte su una spalla.
— Vorrei che potessimo... andarcene via — ansimò.
— Lei è la mia signora, Corelli-Paul. Devo ubbidirle. E tu
anche. Non c'è altra strada che questa.
Come posso fidarmi di lei? si chiese Ghandi. Come posso
sapere che la tua signora non vorrà tradirmi?
Colette lo abbracciò con forza.
Io invecchio e divento stupido.
Le mani di lei gli scivolarono intorno al collo, con dita
carezzevoli.
E ora anche il mio terzo demone potrebbe servirti di
nuovo, pensò acremente. Forse dovrò perfino uccidere
ancora, per te.
Il demone tre: il peccato da cui non sarebbe stato mai
redento. I ricordi di Ghandi tornarono a quel gelido
pomeriggio di venticinque anni addietro alla periferia di
Denver — nel vento, fuori dalla navetta di Colette/Saffo —
mentre i suoi compagni ipnotizzati dal teleneurico
attraversavano la strada verso di loro. Tutto era stato
trasferito dal velivolo in avaria a quello su cui Ghandi e i
quattro Costeau erano arrivati: il maniaco addormentato in
due capsule di stasi, il prototipo dell'apparecchiatura di
Theophrastus per l'aero-gene, scatole piene di programmi fra
cui il bracconiere, e diverse casse contenenti oggetti ad alta
tecnologia di vario genere.
— È l'unica soluzione — l'aveva esortato Colette, chiusa
nel suo scafandro a pressione, mentre il capitano e gli altri
tre entravano nella loro tomba e sigillavano il portello
stagno. E aveva dato a Ghandi il piccolo disco con il
pulsante.
— Non posso farlo, Colette. Non posso!
— Pensa a noi due, Corelli-Paul — aveva detto lei. —
Devi legare le tue aspirazioni alle mie con una catena che
unisca anche il nostro destino. Dimostrami che potrò fidarmi
di te.
Lui aveva premuto il pulsante prima che la sua mano
cominciasse a tremare troppo.
Se soltanto avessi voltato le spalle. Se soltanto avessi
chiuso gli occhi quando l'ordigno incendiario è esploso,
riempiendo la navetta di un fuoco così rovente da fondere il
metallo. Se soltanto la faccia del capitano non fosse apparsa
al finestrino, ridotta a una maschera d'agonia mentre la
plastica del casco bruciava sopra la sua carne viva...
Ghandi fremette e scacciò quell'immagine.
— Va tutto bene, amore mio — disse Colette
accarezzandogli la fronte. — La nostra vita sarà
meravigliosa.
No, pensò tristemente lui. Non potrà mai essere
meravigliosa. Sopportabile, tutt'al più.
26

— Tu lo sapevi — disse Timmy, — che l'Eremo del Lago


Ontario è stato fondato quasi trecento anni fa?
Sdraiata sulla spiaggia sabbiosa, i sensi immersi negli
odori e nel ritmico mormorio della risacca, Susan ascoltava
solo a metà le parole del suo nuovo amico. Onde che
facevano pensare a quelle dell'oceano si rompevano alla base
di una scarpata rocciosa, una cinquantina di metri sulla
sinistra; anche la brezza che spirava da est, dove il Canale
San Lorenzo andava a congiungersi all'Atlantico, aveva un
profumo di mare.
— L'Eremo è stato fondato duecentocinquant'anni fa — lo
corresse Susan, ricordando le notizie spicciole che Lester
Mon Dama le aveva fornito durante il viaggio sulla navetta.
Timmy ridacchiò, sbottonando il colletto della larga
tonaca grigia. Così disteso accanto a lei, con quel
corpaccione massiccio che ricopriva una superficie almeno
tripla di sabbia umida, le faceva pensare a uno degli animali
quasi estinti che aveva visto una volta nella Riserva di
Valley Lehigh. Non ricordava esattamente il nome di quel
bestione. Hippy Potamo o qualcosa del genere.
— Oh, povera ragazza — la compatì lui con un sogghigno.
— Troppo tempo nelle Colonie, ecco il tuo guaio. E una gran
confusione per ciò che riguarda tutto il resto.
Susan sospirò. Era la quinta volta che l'uomo veniva a
farle compagnia; lo aveva incontrato lì sulla spiaggia ogni
giorno dopo il loro primo incontro e non s'era mai presa la
briga di allontanarsi, anche se non avrebbe saputo dire il
perché. Forse c'era qualcosa di rilassante nella sua presenza.
Timmy aveva un modo di parlare che sembrava sfidare gli
schemi mentali degli abitanti delle Colonie. Trascorrere
qualche minuto o qualche ora con lui era come fare un
viaggio in un mondo alieno.
Molto lontano dal mio.
Nessun problema, nessuna preoccupazione. E doveva
ammettere che quell'aspetto della compagnia di Timmy era
piacevole, insieme al senso d'isolamento che assorbiva dal
pianeta e all'impressione che il tempo lì scorresse più lento, o
non scorresse affatto.
Si girò sullo stomaco, sperando che un altro di quelli che
Timmy chiamava «colpi di scopa celesti» aprisse lo strato di
nuvole esponendo la sua pelle a un breve — ma delizioso e
soddisfacente — bagno di sole. Quel giorno indossava
soltanto i pantaloncini, e non provava alcun imbarazzo in
presenza di Timmy. C'era quasi qualcosa di paterno in lui. A
parte questo, avrebbe giurato che la vista dei seni di una
donna non lo eccitava più da molto, molto tempo.
— Trecento anni — insisté Timmy, e lei annuì con
sonnolenta pigrizia, senza curarsene troppo.
— La Chiesa della Fede — spiegò l'uomo — acquistò
questa proprietà circa centosessant'anni fa, ma alcuni degli
edifici esistevano da molto tempo prima. Qui c'era una
chiesa anche trecento anni or sono, nel periodo pre-
Apocalisse.
— Mi fa piacere saperlo — sospirò lei.
— È importante che tu lo sappia — disse Timmy. Esitò.
— Le persone che... quelli che hanno fondato l'Eremo... è
possibile che presto tornino qui.
Susan si accigliò, poggiando una guancia sulle mani per
voltarsi a guardarlo. — Di che stai parlando?
— Si dice che quest'Eremo fosse un luogo d'incontro dei
Paratwa. Si dice che a volte gli Ash Ock venissero qui.
Lei si alzò a sedere e strinse le braccia sul petto, reazione
che non aveva nulla a che fare con un improvviso ritorno di
pudore. Un brivido le aveva percorso la schiena.
— I Paratwa — continuò gravemente Timmy —
potrebbero rivolere le loro proprietà.
Lei si costrinse a sorridere. — È ridicolo. Anche se
tornassero, perché dovrebbero dare un soldo bucato per una
manciata di vecchie case senza nessuna comodità?
L'uomo lasciò vagare lo sguardo sul lago e tacque.
— Timmy — lo stuzzicò lei. — Te ne sei andato?
Il suo doppio mento si distese in un sorriso. — Sì, Susan,
qualche volta lo faccio anch'io. Ma ricorda, allontanarsi col
pensiero non è un bene. Quando stacchi il contatto con
quello che hai attorno dai modo agli altri di avvantaggiarsi.
Dai l'occasione ai tuoi nemici di riempire il vuoto che hai
lasciato.
— Ma noi non siamo nemici — osservò lei.
Timmy non rispose. Continuò a guardare le acque.
Susan scrollò le spalle. — Penso che ora mi convenga
rientrare. Non credo che oggi il sole si farà vedere.
— Non si sa mai — disse l'uomo, voltandosi verso di lei.
— A volte le nuvole si aprono, anche quando sono così basse
e scure da far pensare che ci sarà un temporale.
— Tu hai mai visto una vera tempesta terrestre, con tuoni
e fulmini?
— L'ultima è stato moltissimo tempo fa. — L'uomo alzò
una mano larga come una padella a indicare uno dei due
rivitalizzatori, circa trecento metri più a destra. A quella
distanza l'altissima torre rossa dominava completamente gli
edifici interconnessi dell'Eremo, appiattiti al suolo dietro la
sua mole. — I rivitalizzatori hanno strani effetti sulle
condizioni atmosferiche locali. Le premesse di un'autentica
tempesta non possono verificarsi, qui intorno.
— Allora quand'è che ne hai vista una? — chiese lei.
— Ai miei tempi, da giovane, ero... abituato a viaggiare.
Ho visto delle grosse bufere giù nel Kentucky. Una volta
anche una tromba d'aria, molto da vicino, in uno degli stati
occidentali.
— Un vortice?
— Un tornado.
Lei non aveva mai sentito quella parola, ma la cosa non le
parve importante. Ciò che aveva importanza era che Timmy
avesse viaggiato in altre località del pianeta. Fin allora,
conversando con lui aveva avuto l'impressione che la sua
vita si fosse interamente svolta nella zona in cui sorgeva
l'Eremo. — Mi sembrava che tu avessi detto di non esserti
mai allontanato molto da qui.
— L'ho detto?
— Sì, lo ricordo benissimo.
— Ti stai sbagliando.
Lei si irritò. — Sei un bugiardo. L'altro giorno mi hai detto
che...
L'uomo alzò un braccio e le scaraventò in faccia una
manciata di sabbia.
Susan rotolò di lato e si alzò in piedi. — Tu... bastardo! —
gridò, sputacchiando la sabbia che le era penetrata in bocca.
— Ricorda la lezione di ieri — disse lui, impassibile. —
Consenti alla tua rabbia di prendere forma, ed essa inibirà il
tuo spontaneo pensiero-corporale. Consenti alla tua furia di
dominarti, come hai fatto ora, e diventerai vulnerabile a...
— Per poco non mi è andata negli occhi! — gemette lei.
L'uomo rise. — Sì, dimenticavo. Tu non puoi levarti gli
occhi per ripulirli con...
— Non sei affatto divertente — sbottò lei.
Le sopracciglia di Timmy si corrugarono, ma l'espressione
seria parve costargli uno sforzo.
— Me ne vado — dichiarò Susan. — E domani non venire
a cercarmi, per favore. Ne ho abbastanza dei tuoi stupidi
scherzi.
— Siediti — ordinò lui.
Susan piombò a sedere sulla sabbia. Scosse il capo,
confusa. Un attimo prima aveva voluto andarsene. Ma
Timmy non voleva che se ne andasse. E lei stava ubbidendo
passivamente ai suoi desideri.
Cosa c'è che non va in me? Tutt'a un tratto mi sono
trasformata in una masochista?
— Susan, tu devi imparare a controllare la rabbia. Non è
necessario reprimerla: la catarsi emotiva ha la sua funzione.
Ma non puoi permettere che le sensazioni forti annullino il
tuo pensiero-corporale.
— E come potrei riuscirci, secondo te? — esclamò lei,
seccata.
— Quando senti che l'ira o un'altra emozione sta per
impadronirsi di te, prendilo come un segnale. Concediti un
attimo per esserne consapevole. Con un po' di pratica
imparerai a riconoscere i primi sintomi dell'emotività. Non
occorre altro. Col tempo il tuo pensiero-corporale farà il
resto. Le forti sensazioni saranno così allineate al pensiero
corporale, e non in contrasto con esso.
Lei cercò di riflettere su quelle parole, mentre la sua
rabbia sbolliva. Scrollò le spalle.
— Ma io voglio essere arrabbiata con te! Tu non fai altro
che tirarmi addosso della roba!
Timmy raccolse un'altra manciata di sabbia. Lei strinse le
palpebre, ma non si mosse.
— Bene — disse l'uomo con un sorriso. — Vedi? Non era
poi così difficile. Sei ancora un po' arrabbiata con me, vero?
— Già.
— Ma non così arrabbiata da ignorare la possibilità che io
ti getti la sabbia negli occhi.
Lei annuì lentamente.
Timmy aprì le dita. I granelli ruscellarono sulla spiaggia.
Susan lo scrutò: una faccia rotonda rimpolpata di grasso,
la frangetta di capelli grigi, il doppio mento. Per la prima
volta notò che il suo occhio destro, quello asportabile, era
più scintillante dell'altro, come se fosse racchiuso in una
pellicola di liquido oleoso.
— Hai altre parti del corpo... artificiali?
Lui sorrise appena. — No. Temo che il resto di me sia
povera carne appesantita dagli anni... garantita naturale al
cento per cento.
Susan si accorse d'essere ancora irritata, ma non con
Timmy. Ce l'ho con me stessa, perché mi sento così...
confusa. Scosse la testa. Non confusa, no, questo non era
esatto. C'era qualcos'altro, qualcosa che in presenza di
Timmy la faceva sentire...
— Sembri un po' frustrata — osservò lui.
Sì, ecco cos'era: frustrazione. D'improvviso aveva
l'impressione che la sua mente agognasse nuove distanze,
nuove possibilità.
— Tu sei qualcosa di più che un semplice custode, qui
all'Eremo. È vero?
Timmy scrollò le spalle. — Io faccio l'elenco delle cose
che servono, mi accerto che gli oggetti rotti vengano riparati,
stringo le viti che si allentano...
— Raddrizzi i quadri storti e così via — finì stancamente
lei. — Sì, Timmy, queste cose le so. Ma ieri sera ho parlato
con un vecchio prete, e mi ha detto che tu sei...
— Vecchio, ma sopportabile.
— Scusa?
— Vecchio ma sopportabile. È quello che tutti dicono del
vecchio Timmy.
Lei tossicchiò. — Veramente quel prete ha detto...
— Non mi lamento se parlano di me a questo modo.
— Smettila di interrompermi. Quel prete ha detto che tu
fai molte domande, ma che conosci anche molte risposte.
Dice che sei così grosso perché sei pieno di segreti. — Susan
fece un lungo respiro, sentendosi come se parlando si fosse
liberata di un peso.
Timmy ridacchiò, con un'allegria che le sembrò forzata.
— Credo che alcuni di questi segreti riguardino anche me
— cercò di provocarlo lei.
— Ah. Tu credi?
Qualcosa nel suo tono la intimorì. Ma si costrinse a
continuare: — Sono convinta che tu sappia molte cose di me.
Penso che Lester Mon Dama ti abbia detto dei miei...
problemi, e del massacro di Honshu, e del Paratwa e... tutto
quanto.
Per alcuni secondi ebbe l'impressione che l'uomo non
volesse risponderle. La fissava con intensità, e il suo occhio
artificiale sembrava pulsare come se ci fossero lenti che si
stavano adattando alla luce. Poi: — Sì, Susan. Io so tutto di
te. Ho parlato con Lester Mon Dama.
Lei annuì, sollevata nel vedere che il suo disagio nasceva
da fatti reali e non da intuizioni paranoiche.
— Lester era dell'opinione che tu avessi bisogno di un
amico — spiegò Timmy.
— Ah. — Lei se ne sentì un po' delusa. — Sai quando
tornerà?
— Credo che Lester Mon Dama non scenderà più sulla
Terra. Questo è il tempo dei Paratwa, il tempo che tutti
aspettavano da molti anni. — Lo sguardo di Timmy si fece
lontano; una goccia uscì dal suo occhio artificiale e gli
scivolò giù per la guancia. Sembrava uno scarico di qualche
genere, non una vera lacrima.
— Te ne stai di nuovo andando — lo avvertì Susan, ma lui
sembrò non averla sentita.
— Il tempo dei Paratwa — continuò, guardando il lago. —
Il tempo di affrontare il futuro, per gli abitanti delle Colonie.
D'un tratto si volse a guardarla, e nella sua voce risuonò il
tono acuto e incalzante dei visionari: — Vi rendete conto che
negli ultimi cinquantasei anni la vostra intera società non ha
fatto che prepararsi a questo? Avete un'idea dei
condizionamenti psicologici che sono già stati assimilati,
consciamente e inconsciamente, dalla vostra cultura? Dal
lato conscio, i cittadini che rappresentano ogni aspetto della
vita professionale delle Colonie, incluse le guide spirituali
come Lester, sono stati addestrati allo scopo di rendere più
sopportabile l'impatto coi Paratwa.
«E tuttavia la vostra società ha pagato un prezzo
elevatissimo per questo. Pochi riuscivano davvero ad
accettare l'idea che il loro futuro, e il futuro dei loro figli,
fosse d'essere fatti schiavi da una razza di dominatori. E
com'è sempre accaduto per le dure realtà che la storia mette
di fronte all'uomo, la reazione della gente si è coagulata
intorno a due schemi basilari: prepararsi a combattere, o
prepararsi a fuggire.
Susan sbatté le palpebre, sbalordita. Non lo avrebbe
creduto capace di sfoghi così irruenti.
— Ci sono due milioni di Sorveglianti — proseguì Timmy
con voce grave — in attesa ai limiti del sistema solare;
l'avanguardia di quelli che combatteranno. Ma molti di più
sono i milioni che hanno volto lo sguardo dalla parte
opposta, cullandosi nelle loro facili speranze, negando
perfino la possibilità che l'uragano si abbatta mai sulla loro
casa.
Parla come uno dell'Ordine della Sferza.
— Sono fuggiti nella degenerata apatia delle loro anime
— proclamò Timmy, come se citasse un passaggio delle
Sacre Scritture. E detto ciò, l'improvvisa passione che gli
aveva alterato i lineamenti si rilassò nel solito sorrisetto
tranquillo. — Voltare le spalle non può renderci migliori,
Susan.
Lei si mordicchiò un labbro, senza saper cosa dire.
— Tu vuoi combattere o fuggire, Susan Quint?
— Tu chi sei? — mormorò lei.
— E chi sei tu? — Timmy raccolse un'altra manciata di
sabbia, ma una mano di lei scattò ad afferrargli il polso.
— Ottimo, Susan! Hai bloccato l'attacco prima che ti fosse
portato. Stai imparando.
— Imparando cosa? — domandò lei, mentre la rabbia
tornava a salire con l'impeto di un'ondata. Non gli lasciò il
polso. — Chi diavolo sei? Cosa vuoi da me?
— Eccellente. Furia appena contenuta, ma ben
sintonizzata con il pensiero-corporale. Una risposta bellicosa
spontanea.
Lei gli affondò le unghie nella carne del polso, ma l'uomo
sorrise, ignorando il dolore.
— E tu, allora? — lo sfidò Susan, sprezzante. — Tu non ti
preoccupi né di fuggire né di combattere! Te ne stai qui nel
tuo piccolo mondo ben lontano dalle Colonie e dalla realtà!
Qualunque cosa succeda, alla fine la tua situazione non
cambierà troppo, vero? E che questo Eremo fosse dei
Paratwa oppure no, dubito molto che si sprecheranno a
rivolerlo indietro. L'Ontario non è esattamente Irrya.
— È più che certo — disse lui.
— E questo cosa dovrebbe significare?
— Te lo dirò se mi lasci il polso.
Lei rilassò la presa, ma non tolse le dita. La mano di
Timmy era ancora piena di sabbia.
— La Terra, Susan, è un luogo molto più prezioso di
quanto voi coloniali supponiate. Questo mondo è il passato
dell'umanità, ed è anche il suo futuro.
— Ora sembri un prete della Fede in cerca di proseliti.
Lui ebbe una risatina. — Te l'ho già detto. Questa è una
religione sciocca. Ed è troppo rigida per sopravvivere a
lungo. No, Susan, io parlo tenendo presenti gli interessi della
razza umana. La Terra è importante. E sospetto che quando
torneranno i Paratwa sarà al pianeta che si volgeranno, non
alle Colonie. La Terra offre le sue radici profonde. Le
Colonie no.
Susan sospirò. Forse Timmy non si rendeva conto di
quanta dottrina avesse assimilato dalla Chiesa della Fede nel
corso degli anni. Si alzò in piedi e guardò verso gli edifici
dell'Eremo. La sua rabbia era svanita, e all'improvviso
desiderava soltanto essere sola e riposarsi. — Sono stanca.
— È naturale — disse dolcemente lui.
— Posso andare, adesso?
— Ma certo.
Mentre si allontanava a passi lenti l'uomo la chiamò.
— Susan!
— Che c'è?
— Credo che domani sarà una giornata speciale per te.
Credo che sia venuto il momento. Ti aspetterò qui, subito
dopo pranzo. Sii puntuale.
— Forse — mormorò lei, conscia che sarebbe venuta
all'appuntamento dell'indomani in ogni modo, che le
piacesse o meno. Cosa mi sta succedendo?
— Sono convinto che tu sia quella che credo, Susan.
Domani lo sapremo per certo.
Era tutto così confuso. Frustrante.
— Domani, Susan, forse io ti offrirò qualcosa di meglio di
un'abbronzatura.
27

Fiancheggiato da Martha e da Buff, Gillian fece il suo


ingresso nel vasto atrio e si avviò verso il banco della
portineria. Non era che a metà strada quando la sua
attenzione fu attratta da due ologrammi fluttuanti: un uomo e
una donna, nudi e rosei come bambini, che alzandosi da un
letto sulla parete di sinistra — o almeno questo era l'effetto
ottico — davano inizio a una ancheggiante e flessuosa danza
del risveglio sul pavimento. Dal lato opposto dell'atrio
emergevano quattro servi in livrea con vassoi da tavola che
si lasciavano dietro scie di vapori d'aspetto fragrante; uno di
solo essi era pieno di cibi, una tipica prima colazione; un
altro sosteneva piccoli gioielli d'oro e d'argento, e sugli
ultimi due erano in mostra set completi di biancheria intima,
maschile e femminile. I servitori e la coppia s'incontrarono
presso il centro dell'atrio, sorrisero felici e si fusero insieme
nella colonna di luce aurea che il sole appena sorto dieci
metri più in alto dardeggiò su di loro. Nel raggio dorato
nacquero, come partorite da quel connubio, due parole in
grandi lettere azzurre sospese a mezz'aria: GRUPPO
VENUS.
— Ehi, questo andrebbe proprio bene per il salotto di casa
mia o per lo studio — commentò Buff.
— Tu non hai mai avuto uno studio, né un salotto —
pensò bene di ricordarle Martha.
— Già, ma se li avessi mi piacerebbe metterci un olo come
questo, è roba costosa.
— Posso fare qualcosa per voi? — chiese l'impiegato, un
individuo robusto e dall'aria dura, quando furono al banco.
— Sì, suppongo che lei possa, in effetti — rispose Gillian,
mimando i manierismi che aveva visto la sera prima in uno
spot pubblicitario del Gruppo Venus. — Io sono l'avvocato
Troy Spencer De Fevre, mio caro signore, e ho
appuntamento alle undici e trenta precise con uno dei
vicepresidenti della vostra compagnia: il signor Cochise.
Il portiere annuì educatamente e guardò uno dei suoi
monitor. — Sì, signore, qui c'è il suo nome. Lei rappresenta
le Industrie Valsacko, vero?
— Certamente caro signore, ed a tutti gli effetti. Io sono
qui dietro richiesta personale di Lord e Lady Valsacko, nelle
mie vesti di consigliere legale e loro addetto ai rapporti
intercoloniali. — Per organizzare la visita e ottenere la
copertura necessaria, Inez Hernandez aveva di nuovo
utilizzato i suoi numerosi contatti.
Il portiere controllò un altro monitor e rivolse a Gillian un
sorrisetto rigido. — E le sue accompagnatrici, signor De
Fevre?
— Le mie guardie del corpo, naturalmente!
L'uomo parve sollevato. — Capisco, signore. Questo
spiega la presenza delle armi che i miei scanner stanno
rilevando. Temo però che dovrò chiedere alle sue guardie di
lasciare qui le armi oppure di attendere all'esterno
dell'edificio.
— Richiesta ovvia — annuì Gillian, chiedendosi se gli
impianti di quell'atrio erano in grado di rilevare una falce
Cohe. Non che questo importasse. La sua falce Cohe era
rimasta al sicuro in casa del Leone. Sarebbe stato inutile
correre un rischio in più.
— Il Gruppo Venus è moralmente contrario all'impiego
delle armi nella vita civile — spiegò il portiere.
— Una politica ammirevole, caro signore. — Gillian si
volse alle due Costeau. — Prego, aderite ai regolamenti in
vigore.
Martha fece un passo indietro fissando il portiere con aria
ostile, e per un attimo Gillian pensò che non avrebbe
ubbidito. Ma poi la ragazza infilò una mano nella tasca
sinistra della blusa e ne tolse lentamente una pistola ad aghi.
La depose sul banco.
La bocca dell'uomo si curvò in un sorriso. — Grazie,
signora. E ora la sua pistola a raggi, per favore.
Nella mano destra di Martha apparve come dal nulla una
pistola a canna tripla. Il portiere inarcò un sopracciglio.
L'arma era collegata al suo braccio: due cavi flessibili
innestati nel calcio sagomato sparivano sotto la manica della
blusa.
— Un bioimpianto — mormorò l'uomo.
Martha slacciò la piccola scatola nera dall'avambraccio e
consegnò il tutto al portiere, che ripose subito l'arma e i
sensori sotto il banco.
Gillian cercò di non mostrare la sua preoccupazione. Un
bioimpianto, un'attrezzatura capace di collegare un'arma
direttamente al sistema nervoso. Questa è tecnologia
proibita, dannazione. C'era solo da sperare che l'uomo non
fosse tenuto a fare rapporto alla E-Tech.
Buff elargì alla compagna un'occhiata di disapprovazione,
quindi estrasse dall'interno della blusa una pistola a raggi
esplosivi di modello standard, un microlaser, due coltelli da
lancio e quello che sembrava un vecchio revolver automatico
a proiettili.
— Pensava di dare inizio a una guerra? — commentò il
portiere. Il suo sorriso era diventato rigido come una crepa
nel granito.
— Quanto ciarpame, vero? — disse in fretta Gillian,
sperando di sciogliere i dubbi dell'uomo di fronte a
quell'equipaggiamento. — È roba pesante da indossare, ma
da quando i Sorveglianti hanno messo su casa oltre l'orbita di
Giove ci sono quartieri dove si prendono brutti raffreddori,
se non si sta attenti alla salute. — Aveva sentito quella
battuta nel notiziario di una delle emittenti libere più
popolari, ma il portiere non sembrò apprezzarla molto.
— Qui non siamo su Sirak-Brath — borbottò.
— Parole sante, caro signore. Non le do torto. Ma Lord e
Lady Valsacko tengono molto alle misure di sicurezza, e di
questi tempi Dio sa che non posso dar loro torto. Con questi
killer dell'Ordine della Sferza, e i Paratwa che stanno
arrivando dallo spazio, e tutti gli sbandati che si incontrano
nei terminal... — Gillian si piegò in avanti e continuò, in
tono da cospiratore: — Per non parlare di quei brutali
Costeau che adesso passeggiano nelle nostre strade come se
fossero diventati i padroni delle Colonie. Non so come la
pensa lei, caro signore... ma so come la penso io!
L'ultima frase, suggerita dall'accenno a Sirak-Brath,
ottenne l'effetto desiderato. Il sorriso del portiere si fece più
spontaneo. — Già, quei maledetti pirati. Dovremmo
deportarli tutti quanti sul pianeta, con le loro borsette
puzzolenti. Ripulire la spazzatura che impesta la Terra, ecco
il lavoro che li metterei a fare.
— E le loro donne? Gesù santo, la tracotanza con cui
vanno in giro quelle femmine spudorate! — Rincarò Gillian.
Poi guardò Martha e Buff, e decise che era meglio cambiare
argomento.
— Comunque, caro signore, non ho potuto fare a meno di
notare che qui disponete di alcuni elevanter. — Gillian
indicò le porte decorate di due sale d'attesa mobili, accanto a
quelle dei comuni ascensori. — Dato che sfortunatamente ho
diciassette minuti di anticipo sul mio appuntamento, mi
chiedo se ne potrei usare uno.
Il portiere scosse la testa. — Mi spiace, ma di norma i
nostri elevanter possono essere usati solo su prenotazione.
Qualcosa nel tono di lui disse a Gillian esattamente ciò che
voleva sapere. — Sì, mi meraviglierei se non fosse il
contrario. È un servizio costoso. Immagino che però sia forse
possibile usufruirne, in via del tutto eccezionale, con una
retribuzione adeguata. E con la massima riservatezza.
Il portiere controllò l'atrio con uno sguardo puramente
istintivo, poiché era del tutto vuoto. Poi annuì. — Solo
cartotessere, e niente ricevuta.
Occorse poco per stabilire la cifra. Gillian vi accluse una
mancia accettabile e si avviò attraverso l'atrio. Una delle
porte dorate scivolò di lato e li lasciò accedere nel lussuoso
interno dell'elevanter numero uno.
Buff si guardò attorno stupita. — Ehi, è più spazioso del
mio appartamento!
La sala che avevano davanti era larga almeno sei metri per
dieci. Un tavolo da riunioni a dodici posti ne occupava il
centro, e le poltroncine, del tipo autoadattante, avevano
sensori per terminali di vario genere comandati a voce. La
superficie del tavolo era in realtà un bar, con scomparti
ribaltabili aperti davanti a ogni posto. Pareti e soffitto erano
tappezzati da una spessa pelliccia color ocra — un unico
strato di materiale biologico — che fremeva e pulsava come
eccitato dal loro ingresso. Il neurotessuto organico era
l'ultima bizzarria di moda nell'inquieta società irryana.
Sul fondo, oltre all'ingresso principale, c'erano due piccole
porte chiuse.
— Toilette e stanza dei controlli? — si chiese Buff.
Quasi in risposta alla sua domanda, la porta più vicina si
aprì e ne uscì un giovanotto. Gillian notò che portava
un'elegante uniforme da consigliere domestico in stile
ventunesimo secolo: jeans neri ornati da medaglioni argentei,
giacca di cuoio borchiato e un elmetto metallico con due
svastiche di bronzo sui lati.
— Buongiorno, signor De Fevre — disse con educata
cordialità. — Io sono Jocko, il suo cameriere. Ho
programmato l'elevanter per una salita della durata di
quindici minuti, così potrà giungere in tempo
all'appuntamento con il signor Cochise. Tuttavia, data la
brevità del nostro viaggio, temo che mi sarà possibile offrirle
soltanto i servizi basilari dell'elevanter.
— Saranno più che sufficienti — sorrise Gillian. —
Dimmi, Jocko, questa sala mobile è isolata dalle
intercettazioni?
— Nel modo più assoluto, signore! Io stesso ho controllato
ogni sistema bioelettronico dieci minuti prima del vostro
arrivo. Il Gruppo Venus garantisce l'intimità e la riservatezza
ventiquattr'ore al giorno.
— Grazie, Jocko. Sei davvero gentile. — Gillian aveva i
suoi detector anti-microspie e stava già scandagliando il
locale. Non c'erano trasmittenti audio o video in funzione,
ma non si aspettava di trovarne. Era certo che il cameriere
stesse dicendo la verità.
— Signore, le faccio notare che il neurotex sulla parete
ovest può essere reso trasparente. Fra una decina di minuti
saremo più in alto degli edifici circostanti e ci sarà modo di
osservare il panorama della capitale, inclusa una vista del
Senato di Irrya e...
— Molte grazie, Jocko, ma suppongo che gradiremmo
piuttosto un po' d'intimità. Non è così, ragazze?
— Molto bene, signore. Qualche richiesta particolare?
Gillian esitò. — In effetti, Jocko, ne avrei una. Sai, quello
di oggi è il mio primo incontro con il signor Cochise, e
purtroppo questioni più pressanti mi hanno impedito di
aggiornarmi doverosamente su questa degna persona. — Si
poggiò una mano su un fianco e agitò stancamente l'altra,
con un sospiro languido. — A volte sono così trascurato...
devo proprio ammetterlo. Ma a che scopo lamentarsi?
Tuttavia mi stavo chiedendo se tu non avresti la bontà di
essermi di un certo aiuto, Jocko. Forse, ad esempio, potresti
dirmi che tipo di persona è il vostro signor Cochise.
Jocko sorrise. — Certamente, signore.
— Che il cielo ti benedica, caro giovanotto. È un vero
sollievo avere a che fare con delle persone gentili, quando si
viaggia.
Buff fece ruotare gli occhi nelle orbite.
— Ecco, Jocko, la domanda che mi pongo è questa: il
signor Cochise è un uomo dai modi garbati... voglio dire,
uno con cui sia piacevole trattare?
Il cameriere annuì entusiasticamente. — Oh, sì, signore. Il
signor Cochise è una persona cortese e molto premurosa: in
occasione del Giorno dell'Addio tutto il personale ha
ricevuto doni dal suo ufficio.
— Ciò denota viva sensibilità — approvò Gillian,
cercando di richiamare alla mente il significato di quella
festività. Poi ricordò: II Giorno dell'Addio. La
commemorazione dell'abbandono definitivo della Terra, nel
2099.
— Come vicepresidente della società — disse —
immagino che il signor Cochise faccia uso di questi
elevanter abbastanza spesso, non è così?
— Sì, signore.
— Dimmi, Jocko, a tuo avviso è uno di quei dirigenti che
non si rilassano mai, tipo «faccio tutto io», oppure delega ad
altri la sua autorità?
Jocko si strinse nelle spalle. — Temo di non essere al
corrente di questo genere di cose, signore.
— Più che giusto. Consentimi un'altra domanda, Jocko. Ci
sono persone venute a lavorare con la società di recente...
voglio dire, collaboratori a livello direttivo assunti ad
esempio nell'ultimo anno? Questo perché, se devo essere del
tutto franco, dopo che il nostro accordo legale col signor
Cochise sarà risolto, intendo ristrutturare le mie finanze
investendo nelle attività del Gruppo Venus. E lascia che ti
riveli un segreto, Jocko: nel mondo degli affari, come nel
basket a zero-G, l'ultimo entrato in campo è sempre il più
ansioso di segnare. E questa è la persona con cui Troy
Spencer De Fevre vuole trattare.
Il cameriere scosse il capo. — No, signore. Non è stato
nominato nessun nuovo dirigente negli ultimi anni. Il
Gruppo Venus non ha questa politica di rinnovamenti. A
parte il signor Cochise stesso, come saprà.
L'espressione perplessa di Gillian fu genuina. — Che cosa
vuoi dire? Io avevo anzi l'impressione che il signor Cochise
fosse con la vostra società da otto anni, se non ricordo male.
— Sì, signore, è così. Ma il signor Cochise è venuto qui
alla sede centrale soltanto sei mesi fa. Prima dirigeva una
delle scuole di addestramento periferiche, in una Colonia del
Gruppo L5.
— Un vicepresidente che invece di svolgere le sue
mansioni su Irrya fungeva da direttore di una scuola di
addestramento della società? Oh... questo è insolito,
suppongo, no?
— Non saprei, signore. Del resto è così che vanno le cose.
— Ma, se non altro, il signor Cochise sarà venuto spesso
in visita alla sede centrale, immagino.
— Be', signore, io sono stato assunto nel Gruppo Venus
solo due anni fa. Ma da quanto ho sentito dire il signor
Cochise non era mai venuto qui.
— Mai? — esclamò Gillian.
— Sì, signore. Si dice che Irrya non gli piaccia molto. Ma
penso che qualcuno abbia deciso che era finalmente tempo di
trasferirlo alla sede centrale.
— Capisco — disse Gillian, chiedendosi perché mai Nick
si fosse dimenticato di parlargli di quel particolare della
carriera di Cochise. E gli venne un sospetto spiacevole.
Forse non se n'è dimenticato.
— Ha bisogno d'altro, signore? — chiese il cameriere.
— No, Jocko. Ma ti ringrazio. Mi sei stato d'aiuto. Se ci
servirà qualcosa ti chiameremo.
Jocko si portò educatamente un dito all'elmo e tornò nella
stanza dei controlli. Gillian fece un cenno a Buff. — Guarda
nell'altra.
La ragazza andò ad aprire la seconda porta.
Lui sedette sulla poltrona più vicina. A cosa sta mirando
Nick? Dalle premesse gli era parso che il solo scopo di
quella visita fosse saggiare l'atmosfera di quegli uffici, e
forse consentire al suo gestalt di captare quanto c'era di
anomalo nelle attività del Gruppo Venus. L'incontro col
vicepresidente avrebbe dovuto essere di secondaria
importanza.
Ma adesso viene fuori che questo Cochise ha un passato
sospetto. E Nick io sapeva, prima di organizzare
l'appuntamento.
Provò un impeto di rabbia. Per un poco considerò l'idea di
annullare l'impegno e tornare alla villa del Leone per fare
due chiacchiere con Nick.
Martha sedette sulla poltroncina accanto e usò la tastiera
per ordinare qualcosa da bere. Un calice sbucò da uno
scomparto; uno dei numerosi tubicini del terminale si spostò
su di esso e lo riempì per tre quarti di Bowie-Arf, uno
stimolante a base di cinnamomo. La ragazza appoggiò i piedi
sui ginocchi di Gillian, si portò il bicchiere alle labbra e ne
inghiottì il contenuto d'un sorso.
— Mmh, buono — commentò.
Lui le accarezzò la pelle nuda delle caviglie e ripensò alla
notte precedente, quando Martha era entrata in camera sua a
passi decisi e completamente nuda. E silenziosa, senza
emettere neppure un verso, neppure al culmine del loro
amplesso. La bramosia con cui la bionda gli si era sdraiata
addosso l'aveva costretto a pensare a un animale da preda, a
una drogata avida della sua droga, incapace di concedere a se
stessa un attimo di pausa nella foga di nutrirsene. Un vero
rapporto a due era stato impossibile finché lui non l'aveva
girata sotto di sé, inchiodandola al letto.
— Non ho notato i contatti della tua pistola, questa notte
— le disse sottovoce.
Martha si tirò su la manica e gli mostrò la fila di piastrine
rettangolari inserite nella carne dell'avambraccio destro.
Gillian si sporse per osservare l'epidermide rosea che le
circondava. — Non sembra un impianto recente.
— Avevo undici anni. — Martha scrollò le spalle. — Mio
padre voleva che usassi questo sistema. Diceva che era più
sicuro.
A Gillian parve di sentire una nota aspra nella sua voce. —
Mai pensato di fartelo togliere?
— Ormai è parte di me.
— Il gabinetto è pulito — disse Buff, tornando al tavolo.
Quando gli fu davanti si piazzò le mani sui fianchi. — E
adesso, caro signor De Fevre?
— Avete i vostri scudi di energia?
Le due Costeau annuirono.
Gillian capì di aver raggiunto una decisione.
Distrattamente sfiorò con la lingua la sporgenza gommosa
all'interno dell'ultimo molare superiore sinistro, l'interruttore
dello scudo d'energia i cui proiettori di campo erano inseriti
in una cintura nascosta sotto la sua camicia di seta. Si
sarebbe incontrato con il vicepresidente del Gruppo Venus,
secondo il programma.
E poi avrò una spiegazione con Nick, una volta per tutte.
Martha tolse i piedi dai suoi ginocchi e lo guardò,
incuriosita. Buff sedette sul bordo del tavolo, incrociò le
braccia, corrugò le sopracciglia e domandò: — Credi che
avremo dei guai?
Gillian si strinse nelle spalle. — Probabilmente no. Ma ieri
ho letto il promemoria di Nick sul vicepresidente di questa
società, e non c'era scritto che Cochise ha svolto le sue
funzioni per sette anni e mezzo senza mai metter piede qui
dentro. Piuttosto insolito, non trovate?
— Be', non troppo — disse Buff. — Tutte le società hanno
le loro procedure particolari. Specialmente quelle con la sede
centrale su Irrya.
Martha giocherellò con l'impianto del suo avambraccio. —
Strana Colonia — borbottò — e piena di strana gente.
— Voi state in guardia — si raccomandò lui.
— Buffo il modo con cui riesci a far parlare i camerieri —
commentò Martha, con un sorrisetto. Poi nei suoi occhi ci fu
un lampo. — Vuoi sapere cosa ci ha detto Nick questa
mattina?
— E se io ti dicessi che forse preferisco non saperlo?
— Il tuo amico ci ha detto chi sei veramente.
— E chi sarei? Sentiamo — disse Gillian con calma.
— Sei il gemellare superstite di un Paratwa Ash Ock.
Empedocle.
Lui cercò di mascherare il suo sbalordimento. — Nick vi
ha detto questo?
— A colazione. E ha detto che potevamo dirtelo.
Gillian scosse il capo, confuso. Nick. Cosa diavolo sta
cercando di fare?
Nel profondo del suo subconscio Empedocle ricominciò
ad agitarsi. Più mi eccito, e più tu scrolli le sbarre per
uscire. Strinse i denti, chiedendosi quanta influenza
Empedocle riuscisse a esercitare sui suoi pensieri anche nei
momenti di calma. Hai sentito la possibilità di
interallacciarti? È questo che ti chiama fuori? O speri di
manovrarmi e di innescare tu stesso il catalizzatore?
Essere manovrato... a volte aveva l'impressione che questa
fosse l'essenza della sua vita. Nick lavora su di me
dall'esterno, Empedocle mi lavora dall'interno, come se io
fossi una mano di carte che ciascuno vuole giocare a modo
suo.
Uno strano brivido gli salì alla nuca. Ebbe la sgradevole
impressione che Empedocle stesse ridendo di lui. Poi il
brivido scese fino alla base della sua colonna vertebrale e
quell'eco di risa si trasformò nella sua vecchia sofferenza.
Catharine. Ah, se tu fossi ancora viva, una presenza solida
e separata da me. ...se tu potesse starmi accanto e toccarmi,
non dall'interno ma da fuori... se tu non fossi soltanto
un'ombra, uno strumento che ora il nostro signore usa...
Se fossimo ancora gemellari, Catharine, capaci di unirci e
dividerci, allora potremmo capire. Potremmo sapere.
Avremmo la chiarezza necessaria per afferrare non soltanto
le strategie di Empedocle ma anche quelle di Nick.
— Sarà il mio turno, stanotte? — domandò Buff,
costringendolo a riportare la sua attenzione su ciò che aveva
davanti.
Lui la guardò, perplesso. — Turno?
— Martha e io siamo compagne — disse la Costeau di
pelle nera. — Dividiamo tutto. Mi piacerebbe provare com'è,
con un Paratwa.
Martha si limitò a sogghignare.
— State in guardia, qui dentro — ripeté Gillian, seccato
dal loro umore faceto. Si appoggiò allo schienale e restò in
silenzio per il resto della salita, finché Jocko non uscì di
nuovo dalla stanza di controllo.
— Signor De Fevre, l'elevanter sarà all'altezza dell'ufficio
del signor Cochise fra quaranta secondi. Spero che lei abbia
gradito l'ascesa.
— È stata molto rilassante.
Da sotto il pavimento salì una lunga vibrazione soffusa, e
l'elevanter sembrò spostarsi in senso orizzontale. Era la
prima sensazione di movimento che Gillian avesse provato
da quando erano entrati. All'esterno ci fu un lento sibilo
d'aria compressa, e infine la porta si aprì su un corridoio
dalle pareti vivacemente colorate. Uscendo vide due
scrivanie color verde smeraldo. Quella di sinistra era
occupata da una giovane donna.
— Il signor De Fevre? — gli fu chiesto.
— Sono io, per l'appunto.
La segretaria sorrise educatamente. — Il signor Cochise la
riceverà subito.
— Grazie. — Si volse alle due Costeau. — Mie care,
perché non vedete se il nostro simpatico Jocko può lasciarsi
convincere a trattenere qui l'elevanter per noi? — Elargì alla
segretaria un sospiro da uomo di mondo. — I comuni
ascensori sono così banali, non le sembra?
Lei sfiorò un pulsante sulla sua scrivania e una sezione
della parete scivolò lateralmente. Prima di oltrepassare la
soglia Gillian si accertò che Martha e Buff rientrassero
nell'elevanter.
La porta multicolore si richiuse alle sue spalle. Un istante
dopo Gillian fu colpito dal profondo silenzio che stagnava
nel sancta sanctorum del vicepresidente.
Un locale a prova di suono, con smorzatori d'eco. Niente
scrivania. Due lunghi divani paralleli, coperti di cuscini
rossi. Pareti di un grigio uniforme, del tutto prive di quadri o
altre decorazioni. Niente finestre. Niente elettronica, almeno
all'apparenza. Neppure un terminale di computer.
Cochise lo attendeva in piedi nell'angolo più lontano, con
le mani unite davanti all'addome. Era un po' più basso di lui,
circa sul metro e ottantacinque; indossava un giubbotto da
pesca subacquea senza maniche, in gomma grigia,
pantaloncini da ginnastica bianchi e alti stivaloni neri. Le sue
braccia erano fasciate da muscoli ben definiti, atletici. Aveva
in testa un cappello alla Robin Hood, color bronzo, dal quale
sfuggivano corti capelli rossi e riccioluti. Due occhi neri e
intensi fissarono Gillian per un lungo momento. Poi l'uomo
sorrise con calore e si mosse verso di lui.
— Benvenuto qui da noi, signor De Fevre.
Le sue parole avevano una nota strana, quasi che ogni
sillaba fosse studiata e modulata da un perfezionista
concentrato sull'accento di una lingua straniera appresa da
poco. Per un motivo che non riuscì a capire Gillian sentì le
sue percezioni balzare istintivamente in stato d'allerta,
scacciando ogni altro pensiero e sincronizzandosi
sull'immediato, attimo per attimo.
— Sono lieto di conoscerla. La prego, si consideri a casa
sua — lo invitò Cochise.
— Grazie. Il piacere è mio — disse Gillian, restituendogli
il sorriso. Dentro di sé percepiva l'attenzione di Empedocle
che bramava altri dati. L'inspiegabile curriculum di Cochise
aveva messo sull'avviso anche il suo signore.
— Mi è stato detto — continuò il vicepresidente — che
Lord e Lady Valsacko le hanno assegnato due guardie del
corpo. Devono avere molta stima di lei.
Gillian avvertì un sapore di sfida in quelle parole. Accettò
il complimento moderandolo con un gesto di noncuranza e
un sorrisetto modesto, ma la sua preoccupazione crebbe. In
cosa sono venuto a inciampare, qui? Chi diavolo è
quest'uomo? Stava reagendo a lui con repulsione quasi
chimica, come se fosse una questione di pelle.
— Prego, si accomodi — lo invitò Cochise, indicandogli i
cuscini rossi di un divano.
Gillian sedette. Il cuscino era estremamente morbido, e il
divano cedevole, più basso di una sedia normale. Notò che la
tensione non gli impediva di constatare alcune incongruenze.
È un uomo d'aspetto molto giovanile, ma questo ufficio
così austero suggerisce un deliberato distacco dalle
comodità, dalle amenità superficiali, e una maturità di scopi.
Una contraddizione singolare.
— Dunque, signor De Fevre — esordì Cochise. —
Passiamo agli affari. Stavo giusto riesaminando la vostra
pratica. I suoi datori di lavoro hanno un contratto
pluriservizio a lungo termine con noi. Da diversi anni noi del
Gruppo Venus forniamo alla Valsacko i nostri migliori, e più
costosi, camerieri privati. Il top della nostra gamma: ancelle
e domestici del tipo Luxuriana, per lo più.
Cochise fece qualche passo e girò all'esterno dei divani. —
Ma ora, inaspettatamente, Lord e Lady Valsacko affermano,
con mio immenso rammarico, che alcuni dei camerieri da noi
forniti avrebbero... come si può dire... rimosso alcuni pezzi
d'arte che pare risultino non esattamente reperibili?
— Hanno rubato parte della collezione di scarpe
d'antiquariato di Lady Valsacko — precisò Gillian,
ricordando i particolari della storia di copertura. Ma
impedirsi di balzare in piedi gli stava costando uno sforzo
terribile. Io sono seduto. Lui è rimasto in piedi. Sono in
posizione di svantaggio. E riconobbe quell'impulso come
parte dell'istinto di battersi fisicamente.
— Questo è inammissibile — ammise Cochise,
accigliandosi.
— Sì, inammissibile — ripeté Gillian, e concentrò
l'attenzione sugli occhi dell'altro per capire quali fossero,
oltre quella maschera di studiata e leziosa indifferenza, le sue
vere emozioni, i suoi veri scopi.
Bruscamente Cochise si volse di lato, offrendogli il profilo
sinistro. — Come si può risolvere il contrattempo, signor De
Fevre? Ovviamente il Gruppo Venus gradirebbe favorire la
parte lesa anche evitando le pignolerie burocratiche della
legge.
Risolvere il contrattempo. Evitare le pignolerie
burocratiche. Quella parole gli echeggiarono nel subconscio
e Gillian sentì che Empedocle le analizzava, sfruttando un
gestalt più potente del suo per smontare la frase in cerca di
significati nascosti, vibrazioni del tono, pause impercettibili
e tracce che rivelassero la verità su quel bizzarro individuo.
Cochise si sfregò le mani e inaspettatamente andò a
sedersi sull'altro divano, di fronte a lui. — Mi creda, sono
davvero sconvolto da questo sfortunato incidente. Il Gruppo
Venus è orgoglioso della qualità del suo personale. In specie
del tipo Luxuriana, il più affidabile. I nostri controlli su di
loro sono severissimi.
— Gli errori accadono — disse Gillian, più a suo agio ora
che anche l'altro era seduto.
Cochise si appoggiò le mani in grembo. — Lei capirà che i
problemi di questo genere, per quanto rari, allorché
disgraziatamente si verificano non coinvolgono mai il
vicepresidente. Tuttavia, data la posizione sociale di Lord e
Lady Valsacko, è doveroso da parte nostra che un eventuale
accordo di massima sia contemplato a livello dirigenziale.
Eventuale accordo di massima. Un'altra frase ricca di
tonalità complesse, difficili da analizzare. Di nuovo Gillian
sentì che Empedocle passava al setaccio ogni parola.
Cochise si piegò in avanti. Reagendo d'istinto a quel
movimento improvviso Gillian piegò il polso destro e chiuse
a coppa le dita. Era un altro frutto del suo addestramento alla
lotta: se avesse avuto una fondina fissata all'avambraccio, la
falce Cohe gli sarebbe stata lanciata in pugno.
Cochise notò quel suo quasi impercettibile movimento.
Per un attimo si accigliò. Ma subito sorrise.
I loro occhi s'incontrarono. E Gillian seppe.
Sono seduto davanti a un gemellare! Cochise è un
Paratwa!
Nel profondo della sua mente sentì la coscienza di
Empedocle ruggire, gonfiarsi in un agglomerato di forze che
bramavano la piena unità dell'interallacciamento. Un terribile
fremito d'irrealtà gli diede l'impressione che il suo apparato
sensoriale — come un albero a cui una sola raffica di vento
avesse strappato via le foglie — si fosse ridotto a un
groviglio di rami nudi e scoperti.
Sulla sinistra di Cochise prese forma una bolla di luce
dorata dai bagliori intensi, e dentro di essa apparve
Catharine. I suoi capelli scuri sembravano sferzare l'aria
attorno al volto mentre tutto in lei lottava per acquistare
solidità. La sua bocca si aprì. La sua voce sussurrò: Unisciti
a me, Gillian. Dobbiamo unirci.
Cochise cominciò ad alzarsi dal divano.
II desiderio di unità esplose in Gillian, divenne un bisogno
insopportabile; l'interallacciamento era quasi su di lui. Ma
dietro quella brama c'era una nuvola di tenebra, un'energia
cieca in cui riconobbe una manifestazione della sua stessa
paura. Provò ad affondare una sonda in quella tenebra alla
ricerca di una risposta: Perché il pensiero di interallacciarmi
mi spaventa tanto?
Con una rapidità che gli tolse il respiro la nuvola di
tenebra si spaccò in due. Gillian si aspettava d'essere
aggredito da qualcosa di terribile, ma dietro la nuvola non
c'era niente... soltanto altra tenebra. E poi il suo gestalt tornò
in vita, ma rivolto all'interno, focalizzandosi su quel
simbolismo dell'inconscio per tradurne il grezzo contenuto
emozionale in astrazioni più comprensibili. Un lampo di luce
dorata. La chiarezza.
Non è l'interallacciamento a preoccuparmi... non è il
pensiero del risveglio di Empedocle che mi impaurisce tanto!
Finalmente riusciva a capirlo.
Io non ho paura di quello che diventerei se lasciassi via
libera al catalizzatore. È quello che noi diventeremmo:
Empedocle e io!
Cochise era in piedi, adesso. Il suo corpo, equilibrato con
cura, dava l'impressione di rilassarsi in attesa dell'azione. Il
gemellare lo stava osservando con calma, ma con una strana
intensità.
Il signore di Gillian aveva avuto ragione. Tu ed io
abbiamo il modo d'essere uniti per sempre. Gillian ed
Empedocle, interallacciati in un mostruoso cedimento della
personalità, fusi in un contatto così profondo da non poter
essere spezzato mai più, gemellare e monarca destinati a
immergersi in una sintesi reciproca finché nulla di intimo e
personale sarebbe rimasto in quel grottesco miscuglio di
coscienze: né gemellare né Paratwa, ma un'altra cosa, una
cosa da incubo.
È talmente ovvio, pensò Gillian. Come ho potuto non
capirlo prima? La domanda aveva però una risposta
semplice: Empedocle mi ha impedito di vedere la verità. Lui
sa che non mi arrenderei a questo destino.
Gli occhi di Catharine lo stavano supplicando. Empedocle
insisteva: È l'unico modo, Gillian. I tuoi lunghi anni di
tormento finiranno. E conoscerai la pace interiore. Saremo
insieme per sempre. Potremo trascendere noi stessi.
— No! — gridò, balzando in piedi. Il suo pugno destro
scattò verso la gola di Cochise.
Per un istante in cui il tempo si arrestò, sulla faccia di
Cochise la verità emerse sotto forma di un misto di
emozioni: stupore, delizia, furia. Poi il gemellare si spostò di
lato e il colpo diretto alla sua carotide andò a vuoto.
Gillian strinse i denti per accendere lo scudo di energia,
appena in tempo. Lo stivale sinistro di Cochise gli stava
arrivando con violenza al basso ventre. Il campo energetico
bloccò il calcio. Il piede del gemellare, scivolando
lateralmente sullo scudo, costrinse la sua gamba ad allargarsi
troppo. Questo lo sbilanciò.
Lui poté approfittarne per colpirlo con un gancio sinistro
alla mandibola. Il cappello alla Robin Hood volò via dalla
testa di Cochise, che cadde all'indietro sul divano.
Gillian seguì il movimento gettandosi sopra di lui; gli
atterrò addosso e nello stesso istante lo colpì con una
ginocchiata al ventre. Ma non ebbe nessuna sensazione di
contatto duro; al contrario, gli parve di aver affondato il
ginocchio in uno spesso cuscino di gomma.
Un micro-scudo! Cochise indossava proiettori di campo in
miniatura per proteggersi gli organi vitali.
Il vantaggio era ancora di Gillian; mentre il suo ginocchio
rimbalzava indietro avventò il gomito sinistro contro la
faccia del gemellare. Ma Cochise lo vide arrivare e girò la
testa. Il colpo lo prese soltanto di striscio, su un orecchio.
Per una frazione di secondo i loro sguardi s'incrociarono.
Gillian vide l'odio dell'avversario, sentì il ringhio ferino di
un predatore che non era mai stato attaccato così da un altro
predatore.
E ad un tratto — anch'essa un'essudazione bestiale — un
liquido oleoso avvolse il corpo di Cochise come se gli
scaturisse dai pori. Gillian si accorse di scivolare e cadde sul
pavimento.
Figlio di puttana! Contorcendosi urtò nella moquette con
il ginocchio destro, e sentì comprimersi quella porzione dello
scudo d'energia. Aspetto che il peso del suo corpo fosse di
nuovo centrato e quindi sfruttò l'appoggio del ginocchio per
alzarsi in piedi con un colpo di reni, opponendo
all'avversario la parte anteriore dello scudo. Ma adesso era
sulla difensiva, e conscio che quel gemellare solitario non
sarebbe stato una preda facile.
Cochise s'era rovesciato oltre il divano e si stava
spostando a quattro zampe, ma con frenetica rapidità, verso
la parete. Il suo corpo grondava copiosamente fluido oleoso
sulla moquette, lasciandosene dietro una traccia biancastra
simile alla scia di una strana lumaca umana. Il gestalt
iperattivo di Gillian analizzò la difesa dell'avversario, e
decise che il trucco dell'olio non era più di ciò che sembrava
essere: uno stratagemma per sfuggire alla lotta corpo a corpo
nel caso che il gemellare si trovasse svantaggiato.
Gillian esitò. E da quella sua pausa psicofisica emerse
nuovamente Catharine, una figura che fluttuava nell'aria
proprio al di sopra del corpo ancora chino di Cochise. Lo
guardò con occhi scintillanti, occhi pieni d'amore, occhi
supplichevoli, occhi simili a polle di luce azzurra nella
cornice delle ciglia scure. La bocca di lei si aprì. Empedocle
disse:
Il catalizzatore, Gillian! Liberalo del tutto! Rilassati,
lasciami venire da te! Insieme possiamo sopraffarlo!
Le correnti elettrochimiche di quell'impulso Paratwa —
bramosia e paura — fecero fremere Gillian.
Uniamoci! lo incitò Empedocle. Innesca
l'interallacciamento fra noi, prima che quel gemellare ti
distrugga!
— No! — gridò lui, usando tutta l'energia di quell'ordine
per reprimere il catalizzatore e spazzar via i gorghi della
volontà che cercava di avvolgerlo e concretarsi su di lui.
Scivolando sul suo stesso olio, Cochise andò a sbattere di
spalla contro il muro. Girò su se stesso, facendo volare
attorno spruzzi di liquido. Mani luccicanti corsero sulla
parete. Le dita frugarono in cerca di qualcosa.
Il primo pensiero di Gillian fu che il gemellare volesse una
via di fuga, e che stesse per premere l'interruttore digitale di
una porta nascosta. Ma nessuna porta si aprì. Ci fu invece un
lieve ronzio e due vassoi da liquori sbucarono dalla parete a
destra e a sinistra delle sue mani. Non c'erano bottiglie su di
essi. La bocca del gemellare sorrise e nei suoi occhi brillò un
lampo omicida.
L'interallacciamento! ordinò Empedocle. Innescalo! Ora!
Due mani si alzarono svelte a raccogliere un lungo coltello
da ognuno dei vassoi. Immagini sdoppiate balenarono
selvaggiamente: un vortice di colori diversi e forme instabili.
Gillian non vedeva più armi di quel genere dai tempi del suo
addestramento con Meridian, epoche intere addietro, ma le
conosceva bene.
Lame-flash. Cochise era il gemellare noto come
Spadaccino.
Il killer si scostò dalla parete spazzando l'aria coi due
segmenti di luce pulsante, come un antico mietitore che
avanzasse in un campo di grano con la falce. Lo spettro di
Catharine lo affiancò sulla sinistra e si mosse avanti al passo
con lui, il volto ovale contratto in un'espressione intensa e
bramosa.
Gillian strinse i denti con nuova determinazione. No,
Empedocle, tu non puoi svegliarti. Vattene, o ti giuro che
io... mi lascerò uccidere da lui!
Spadaccino saltellò di lato, protendendo nella sua
direzione la lama-flash che aveva nella mano destra. Per un
istante Empedocle parve aggredire il confine della volontà di
Gillian come in cerca di un varco, furibondo e frustrato. Poi
l'immagine di Catharine si dissolse. Empedocle fu
risucchiato nelle profondità del subconscio da cui era
emerso.
La lama-flash di Spadaccino raddoppiò all'improvviso la
sua lunghezza e si avventò contro il portale sinistro dello
scudo energetico di Gillian. Lui girò su se stesso. La
vibrazione elettromolecolare del coltello incontrò il campo
repulsivo, e un largo fascio di crepitanti scintille rosse
avvampò nell'ufficio.
Le parole del suo antico insegnante riecheggiarono nei
pensieri di Gillian: analizza costantemente la tattica del tuo
avversario, gli ricordava di continuo Meridian in quelle
interminabili giornate di duro allenamento. Non sprecare i
preziosi attimi d'intervallo fra le parate e gli affondi. In ogni
fase del duello consenti al tuo avversario di insegnarti chi è.
Gillian analizzò. Spadaccino porta micro-scudi energetici
e usa una lama-flash per ogni mano. Ma non ha uno scudo
completo, altrimenti l'avrebbe acceso al momento del mio
attacco. Io non ho armi offensive, però dispongo del più
potente mezzo difensivo personale che ci sia.
Spadaccino si spostò rapidamente a destra in cerca di una
nuova posizione. Poi balzò avanti di nuovo e la sua lama di
sinistra si avventò verso un fianco di Gillian. Lui intuì il
tranello. Attese fino all'ultimo istante prima di spostarsi, e al
contatto delle energie contrapposte un'altra sibilante vampata
rossa fiorì verso l'alto. La lama-flash che Spadaccino
impugnava nella destra, la vera minaccia, scattò in cerca del
fianco sinistro di Gillian.
Lui accompagnò il colpo spostandosi nella stessa
direzione. L'arma vibrante e palpitante mancò il bersaglio di
pochi millimetri.
C'è andato troppo vicino. Non posso farcela così, sulla
difensiva. Prima o poi riuscirà a mettere un colpo a segno. E
c'era un'altra cosa di cui doveva preoccuparsi. Per adesso è
solo. Ma i suoi due gemellari stanno facendo di tutto per
arrivare qui al più presto. Il tempo lavora per lui.
Evidentemente consapevole di quel vantaggio, e come se
ora avesse deciso di sfruttarlo meglio, Spadaccino
indietreggiò di qualche passo. Sul suo volto ci fu un
sorrisetto contorto quando abbassò le braccia lungo i fianchi.
Le lame-flash si contrassero, puntate al suolo, barbagli
fluttuanti lunghi due palmi entro cui s'intravedeva appena la
nera sagoma del metallo. Il gemellare ridacchiò.
— Mi avevano detto che eri pericoloso — lo derise.
— Dovresti ascoltare i consigli dei tuoi padroni Ash Ock
— disse Gillian. Sì, gioca sul tempo, pensò. Sta aspettando
uno degli altri gemellari? O tutti e due?
— Loro ti chiamano «il traditore». Ma tutti ridono quando
sentono parlare delle tue misere imprese. E dicono: «Kascht
moniken keenish».
Gillian sentì Empedocle agitarsi, come se quelle strane
parole significassero qualcosa per lui.
Spadaccino fece una pausa, scrutandolo intensamente. Poi
ebbe una risata aspra. — Avresti dovuto morire molto tempo
fa. Ma meglio tardi che mai.
Un brivido percorse Gillian: bramosia di lottare. E pensò:
Devo agire, adesso. Devo ammazzare questo bastardo... e
subito, prima che arrivino gli altri gemellari.
Mostrandosi d'improvviso preoccupato, spaventato, si
guardò attorno come un animale in trappola e poi corse verso
la parete liscia dov'era nascosta la porta. Annaspò con fretta
disperata sul rivestimento a prova di suono, fingendo di
cercare il pulsante di apertura. Chiuse gli occhi e richiamò
alla mente le parole del suo maestro.
Ascoltalo con tutto il tuo corpo, l'avrebbe esortato
Meridian. Impara a combattere senza vedere veramente il
tuo nemico. Il gestalt visivo è un meccanismo potente, ma
con l'addestramento il tuo udito e gli altri sensi possono
diventare altrettanto efficaci.
Nell'artificiale silenzio dell'ufficio di Cochise, Gillian
ascoltò. Sentì il lieve fruscio degli stivali di Spadaccino sulla
moquette, le brevissime pause fra un passo e l'altro, e seppe
che il gemellare stava attraversando di corsa la stanza per
arrivargli alle spalle. Scarni dati auditivi gli fornirono
l'immagine visuale del killer: un gestalt concreto. Attese
finché non l'ebbe quasi addosso, poi si appoggiò al muro e
girò su se stesso alzando il piede destro.
Il calcio colpì Spadaccino in pieno petto, con tale violenza
da stroncare all'istante la sua carica. Un grugnito gli scaturì
dalla bocca. Le sue braccia si agitarono selvaggiamente e le
lame-flash balenarono nell'aria con la frenesia di bestie
feroci frustrate nel tentativo di raggiungere la preda. Il
gemellare rimbalzò indietro e cadde in ginocchio, rantolando
in cerca d'aria.
Se sono stato fortunato gli ho sfondato un polmone.
Gillian non aspettò di vedere gli effetti del colpo. Si spostò
più a destra, all'estremità di uno dei divani rossi, e fece
scorrere le dita dietro la spalliera, sperando che la sua
intuizione fosse esatta.
Aveva indovinato. I pannelli dei controlli erano montati
dietro i due soli mobili dell'ufficio. Premette un paio di
interruttori a caso e sulla parete apparve il rettangolo del
battente, che scivolò di lato. Dopo un ultimo sguardo a
Spadaccino — accovacciato al suolo, gli occhi sbarrati, le
lame-flash che ancora si agitavano con vana ferocia —
Gillian corse fuori nel corridoio. Dietro di lui la porta si
richiuse automaticamente con un rapido fruscio.
Gli occhi della segretaria si dilatarono per Io stupore nel
vederlo piombare a quel modo davanti alla sua scrivania. —
Signore, che cosa sta...
Lui la agguantò per un polso e la tirò in piedi. La ragazza
mandò un grido. Martha e Jocko uscirono sulla soglia
dell'elevanter, ancora fermo a quel piano.
— Jocko, si parte! — esclamò Gillian mentre passava fra
di loro, trascinandosi dietro la segretaria. — Portaci subito al
pianterreno! In fretta!
Il cameriere lo fissò a bocca aperta, come paralizzato.
Dietro di lui apparve Buff.
— Muoviti! — lo incitò Gillian. — Fai finta che il palazzo
vada a fuoco!
Buff entrò in azione. Afferrò un braccio del cameriere e
glielo piegò dietro la schiena, poi lo spinse energicamente
verso la stanzetta dei comandi.
Jocko gemette di dolore. — Non posso far scendere
l'elevanter senza il permesso di...
La sua voce si spezzò in un grido quando Buff gli torse il
braccio. — Jocko — lo avvertì seccamente la Costeau — se
non fai subito scendere questo affare, e dannatamente in
fretta, ti strappo via l'elmetto... con la testa dentro.
Gillian fece girare la segretaria verso di sé. — Hai
azionato un allarme? Rispondimi!
— No — gemette lei. — Non fatemi del male... vi prego!
— Martha, portala nel bagno e legala.
La bionda gli tolse la segretaria dalle mani e scomparve
con lei nel piccolo locale di fondo. La porta si chiuse. Pochi
istanti dopo Gillian fu quasi gettato al suolo dalla scossa con
cui l'elevanter cominciò a spostarsi lateralmente.
— Cristo! — grugnì Martha.
— Spiacente — disse Buff dalla stanza dei controlli. — Se
vogliamo la velocità, i motori di questo affare sono quelli
che sono. — Riapparve sulla soglia, tenendo Jocko per un
braccio. Il cameriere era pallido.
— Quanto ci vuole per arrivare giù? — chiese Gillian.
— Quaranta secondi al capolinea... all'atrio — rispose
Buff.
— Jocko è stato così gentile da inserire il programma di
discesa di emergenza.
L'elevanter cambiò direzione con un'altra scossa
orizzontale. Gillian si aggrappò al tavolo per non perdere
l'equilibrio.
— Jocko, questo programma di emergenza manda un
segnale d'allarme giù alla sorveglianza?
Il cameriere annuì nervosamente. — Io... credo di sì.
— Buff, mettilo insieme alla ragazza e lega anche lui. —
Gillian saltò sul tavolo e sporse la gamba destra dall'apertura
laterale dello scudo di energia, ancora acceso. Uno dei
pannelli del bar, quello spalancato durante la salita, sporgeva
verso l'alto. Lui lo colpì con due o tre calci per staccarlo dai
cardini, e il pannello si rovesciò all'infuori con un crepitio di
scintille. Uno schizzo di liquore lungo quattro metri emerse
da un tubo spezzato, andando a inzuppare il neurotex sulla
parete di destra. Il tessuto organico si aprì e s'increspò,
ritraendosi dalla chiazza di liquido come se fosse veleno.
Gillian andò a piazzarsi all'estremità del tavolo più lontana
dalla porta e si accovacciò, come uno sprinter in posizione di
partenza. Martha e Buff finirono di legare i due prigionieri
nella toelette e gli vennero accanto, accigliate.
Lui accennò col capo verso la porta. — Troveremo ad
aspettarci gli agenti di sorveglianza del Gruppo Venus... o
qualcuno assai peggiore di loro. Voi statemi dietro. Se ci
riuscite, correte al banco del portiere e recuperate le vostre
armi.
— Al Leone tutto questo non piacerà — mugolò Buff.
— Meno di dieci secondi — disse Martha con calma.
L'elevanter stava scendendo. A un tratto deviò sulla destra,
così bruscamente che Gillian si sentì ballare lo stomaco. Poi
ci fu una mezza rotazione, un altro breve tratto in discesa e
infine la sala d'attesa mobile si arrestò con un tonfo. Gillian
teneva gli occhi fissi sulla porta.
Nell'istante in cui il battente intarsiato cominciò ad aprirsi
lui scattò avanti, percorrendo la superficie del tavolo in
quattro rapidi passi. Poi si tuffò attraverso la porta nel vasto
atrio del Gruppo Venus, con le braccia e le gambe all'interno
dello scudo, come una sfera volante d'energia compressa.
Due guardie della sorveglianza, armate di pistole. Gli
uomini ebbero appena il tempo d'imprecare prima d'essere
investiti dal suo corpo. L'urto li mandò a ruzzolare sul
pavimento dell'atrio.
La lunga scivolata portò Gillian a due metri di distanza dal
banco del portiere, un po' stordito ma senza un graffio. Si
alzò in piedi, mentre alle sue spalle risuonavano alcune
grida; davanti agli ascensori c'era della gente che si
allontanava spaventata in tutte le direzioni. Ma in quel
momento il suo solo pensiero era per il portiere: l'uomo era
stato svelto a estrarre da dietro il banco una pistola laser, e
adesso l'arma era puntata contro di lui.
— Non ti muovere! — ordinò il portiere, come se non si
fosse accorto che lui era protetto da uno scudo d'energia
acceso.
Gillian girò appena la testa per controllare i due uomini
della sorveglianza. Uno di essi sembrava svenuto; l'altro s'era
tirato a sedere e si palpava il collo indolenzito. Martha e Buff
stavano arrivando di corsa.
— Stai indietro! Indietro!
— E le signore? — chiese Gillian, alzando una mano a
indicare le due Costeau.
Il portiere fece lo sbaglio di guardare da quella parte.
Gillian fece un passo avanti e gli strappò il laser di mano, poi
lo colpì a una tempia col calcio dell'arma. L'uomo cadde
sopra la sua sedia girevole e rotolò al suolo dietro i monitor.
— Sei speciale coi trucchi antidiluviani, eh? — sogghignò
Buff, eccitata dall'azione.
Martha superò il banco con un salto e trovò le loro armi
nello stesso posto in cui erano state messe. Buff s'infilò i
coltelli nell'interno della blusa e consegnò a Gillian la sua
pistola a raggi esplosivi. Per sé tenne l'antiquato revolver a
proiettili e il piccolo laser di forma tubolare, uno per mano.
Sentendosi meglio ora che aveva un'arma in pugno Gillian
si volse a esaminare l'atrio. Il costoso ologramma
pubblicitario — l'uomo e la donna che si alzavano nudi dal
letto — si stava dissolvendo nella colonna di luce aurea
conclusiva. I clienti, o impiegati che fossero, scappavano
verso l'uscita principale e quella laterale, o nel corridoio del
pianterreno a destra degli ascensori.
— Andiamocene da qui — disse Gillian, accennando alla
porta più piccola, sulla sinistra di quella a vetri.
Ma aveva appena cominciato a muoversi che uno degli
ascensori si aprì, e nell'atrio entrarono altre due guardie.
Nello stesso momento i battenti di cristallo della porta
principale si spalancarono sotto una spinta energica che fece
rimbalzare indietro uno di quelli che cercavano di uscire, e
quattro agenti della Sicurezza E-Tech — due uomini e due
donne — fecero il loro ingresso nell'edificio con le armi
spianate. Le loro uniformi blu erano circondate dall'aura
rossastra degli scudi energetici accesi. Tutti e quattro
impugnavano pistole a raggi esplosivi.
— Voi tre, siete in arresto! — gridò la capopattuglia, una
donna coi gradi di tenente. — Restate dove siete. Gettate le
armi a terra e spegnete gli scudi. Poi unite le mani sopra la
testa!
Sulla loro destra i due uomini della sorveglianza appena
usciti dall'ascensore si avvicinavano con minacciosa cautela.
Erano armati di grosse pistole a raggi.
— Be', signor De Fevre — mugolò sottovoce Buff. — Che
si fa?
In piedi dietro il banco del portiere, Martha cominciò a
mormorare una serie di note melodiche. Un sorrisetto
apparve sulla bocca di Buff. Gillian sapeva di che si trattava:
la bionda Costeau s'era allacciata l'impianto all'avambraccio,
e usava una combinazione personalizzata di segnali vocali
per sintonizzare di nuovo l'arma al suo sistema nervoso.
— Io sono pronta — sussurrò Martha.
— Spara! — gridò Gillian tuffandosi sul pavimento, e fece
fuoco contro l'agente E-Tech più vicino. Con la coda
dell'occhio vide il braccio destro di Martha proteso in avanti,
con l'arma a tre canne che già emetteva vampate di raggi
esplosivi. La sua centralina di tiro, direttamente collegata al
sistema nervoso, mandava i colpi al bersaglio con una
precisione incalzante, e pur protetti dai loro scudi energetici
gli agenti E-Tech vacillavano indietro, investiti da gragnuole
di colpi.
L'arma a proiettili di Buff sparò una volta, e un'accecante
vampata di luce bianca lampeggiò sulla parte anteriore
dell'atrio. Il lenzuolo di fiamma semitrasparente, largo più di
tre metri e mobile come se fosse animato di vita, si dilatò
investendo gli agenti E-Tech uno dopo l'altro. Ogni volta che
l'innaturale vampa sfiorava uno scudo energetico i contorni
del campo protettivo s'illuminavano vivamente, come bolle
di sapone sotto una batteria di riflettori, e nell'interno
apparivano bagliori lattei.
La strana fiamma scomparve nel giro di pochi secondi, ma
subito dopo i quattro agenti E-Tech cominciarono a saltellare
follemente qua e là, come se i loro stivali avessero preso
fuoco. Gillian non aveva mai visto niente di simile.
Buff mandò un grido di trionfo quando la pattuglia E-
Tech, all'unisono, fuggì di corsa fuori dell'edificio.
Gillian si voltò verso destra nello stesso momento in cui lo
faceva anche Martha, le armi protese in cerca di altri
bersagli. Ma i due uomini della sorveglianza ne avevano
avuto abbastanza, e stavano fuggendo verso il corridoio oltre
le porte degli ascensori. Battersi contro gente che faceva uso
di armi proibite ad alta tecnologia, evidentemente, non era
previsto dal loro contratto di lavoro.
— L'uscita laterale! — ordinò Gillian. — Svelte!
I tre corsero fuori e si trovarono su un marciapiede più
affollato di come l'avevano lasciato meno di tre quarti d'ora
prima. Gli agenti E-Tech appena usciti non erano in vista;
probabilmente, si disse Gillian, avevano deciso di aggirare
l'edificio. Ma i pedoni erano centinaia, e pochi di loro
sembravano aver notato l'agitazione nell'atrio del Gruppo
Venus e le grida di quelli che erano fuggiti in strada.
Due minuti dopo, mentre procedevano a passo svelto in
una strada riservata al traffico pedonale, Gillian sentì delle
sirene, ma erano già troppo lontani per temere d'essere
individuati. Gli agenti E-Tech che avevano risposto alla
chiamata d'allarme dovevano essersi trovati di servizio
giusto nella zona per essere arrivati così in fretta.
— Gesù, Gillian — mormorò Buff. — Questo è pazzesco.
Cosa diavolo ti è successo là dentro?
— Un gemellare. E non ne siamo ancora usciti. State in
guardia — le avvertì lui. — Non so dove siano gli altri due
gemellari. Tenete le armi pronte.
Guardando Martha vide però che la bionda Costeau
camminava con insolita rigidità, girando gli occhi a destra e
a sinistra come due scanner, e capì che il suo sistema
nervoso era ancora collegato alla centralina di tiro.
— Al Leone questo non piacerà affatto — si lamentò Buff.
— E ho la sensazione che...
Il terribile ronzio di un mitra a raggi — un mitra che
sparava con incredibile rapidità — la fece sussultare. Gillian
si girò di scatto.
Pistolero.
Il killer era circa ottanta metri dietro di loro. Camminava
al centro della strada pedonale, chiaramente visibile al di
sopra della testa della gente grazie allo scudo d'energia, che
brillava come un'insegna luminosa malgrado l'intensa luce
solare di Irrya. E si stava facendo largo fra i pedoni sparando
ferocemente su tutti quelli che gli si paravano davanti.
Bastardo! pensò Gillian, conscio che Pistolero seminava la
morte a sangue freddo col solo scopo di attirare lui. Lo
schermo energetico del killer avrebbe potuto restare
invisibile nella luce diurna, ma era stato regolato alla
massima potenza. Dunque Pistolero voleva che lui lo
vedesse, e che uscisse allo scoperto per affrontarlo.
La strada era piena di urla. Gillian alzò la pistola a raggi e
sparò due colpi in aria.
Pistolero cambiò direzione e accelerò il passo verso di
loro.
Gillian controllò la carica della sua pistola. — Buff, stai
pronta con questa tua arma a fiamma.
— Non posso usarla! — esclamò lei. — C'è gente indifesa,
qui. Il salene ucciderebbe tutti quelli che non hanno uno
scudo!
I movimenti caotici della folla assunsero una parvenza
d'ordine quando la gente capì da che parte veniva il pericolo
e cominciò a fuggire in direzione opposta. Fra Gillian e
Pistolero si aprì un corridoio libero. Entrambi spararono
nello stesso istante.
Le raffiche del mitra — fasci di protoni canalizzati in un
laser ad alta temperatura — martellarono la parte anteriore
dello scudo di Gillian. Lui si piegò in avanti, cercando
disperatamente di non perdere l'equilibrio sotto i colpi, ma
con una grandine di venti esplosioni al secondo era
un'impresa impossibile. Fu scaraventato da parte e cadde
addosso a Buff.
Pistolero continuava a venire avanti con l'arma che
emetteva alti ronzii vibranti, e Gillian cadde e rotolò sul
marciapiede senza quasi nessun controllo sui suoi
movimenti, colpito e spinto dalla violenza delle scariche.
Contorcendosi più volte, disperatamente, cercò di mantenere
il frontale o la schiena dello scudo in linea coi colpi, ma
comprese che quella tattica non lo avrebbe salvato ancora
per molto.
Sulla sinistra di Pistolero, Martha sbucò da un gruppo di
passanti in fuga, col braccio armato proteso fuori dello scudo
e ripiegato orizzontalmente. La sua pistola a tre canne,
regolata alla massima potenza di fuoco, sparava tre invisibili
lingue d'energia esplosiva al secondo.
Lo scudo di Pistolero assorbì senza danno apparente
cinque o sei colpi; poi il killer si volse dalla sua parte e sparò
alcune raffiche a ventaglio, colpendo a morte numerose
persone che passavano alle spalle di Martha. La Costeau
incassò una gragnuola di colpi e fu catapultata fra i piedi dei
fuggiaschi e sui corpi di quelli che erano rimasti al suolo.
Gillian, approfittando di quella breve distrazione
dell'avversario, riuscì ad alzarsi e fece in tempo a sparare due
colpi prima che il mitra tornasse a sgranare fasci d'energia
esplosiva su di lui. Ma riuscì a non farsi gettare al suolo,
anche se dovette indietreggiare fino al muro di un edificio
contro cui si addossavano decine di persone urlanti.
Martha era di nuovo in piedi e stava attraversando la
strada, col volto contratto in una smorfia di rabbia e la
pistola che sparava un colpo dopo l'altro sul bersaglio.
Pistolero si girò verso di lei, e stavolta diede sfogo alla sua
ferocia come se avesse dimenticato Gillian: tornò indietro,
sottoponendo la Costeau a un martellamento di violenza
impossibile da sostenersi.
— Maledetto! — gridò Buff, scagliando uno dei suoi
coltelli da lancio verso la schiena del killer. L'arma colpì lo
scudo e restò un attimo presa nel campo energetico, dando
quasi l'impressione di averlo oltrepassato in un punto debole,
poi cadde sull'asfalto.
Anche distesa in mezzo alla strada Martha teneva il
braccio teso, e la sua arma neuro-sincronizzata sparava un
colpo dietro l'altro contro lo scudo dell'avversario. Ma
Pistolero, camminando nella sua direzione, continuò a
sottoporla a raffiche esplosive così intense che alla fine lei ne
fu girata di lato, e il suo fianco sinistro rimase esposto.
La ragazza non mandò un grido, o almeno Gillian non la
udì gridare. Chiuse gli occhi un attimo prima d'essere
colpita; poi fu scossa da una serie di sussulti quando l'ultima
raffica di Pistolero penetrò nel suo scudo distruggendo carne
ed ossa.
Buff gridò — il grido stridulo di un gemellare sotto shock
per la morte della sua altra metà — e per un attimo parve sul
punto di sparare con l'arma a proiettili. Ma la gente era
ancora troppa. La Costeau di pelle nera gemette ancora,
abbassò la pistola e cominciò a correre la verso la compagna.
Gillian udì un ululato provenire dall'alto, e sollevò lo
sguardo.
Tre mini-jet — i velivoli antisommossa della E-Tech —
stavano piombando in picchiata dal centrocielo con le armi a
gas puntate sulla folla. La gente che s'era rintanata contro i
muri riprese a correre follemente dappertutto, e lo spazio
libero fra Gillian e Pistolero fu improvvisamente chiuso da
una marea di persone in preda al panico. Buff, che cercava di
raggiungere Martha, andò a sbattere addosso a un uomo
anziano che si trascinava dietro un bambino e cadde in
ginocchio.
Fu Gillian a rimetterla in piedi, con uno strattone. — Vieni
via! Bisogna andarcene da qui!
— No! — gridò Buff, col volto rigato di lacrime. —
Lasciami. Devo aiutarla...
— È morta. Non possiamo far niente per lei. — Gillian la
prese per le spalle, gentilmente ma con fermezza. —
Dobbiamo pensare a metterci in salvo.
Gli occhi di lei lo supplicarono. — Devo aiutarla.
I tre mini-jet planarono sulla strada, senza lanciare i gas
ma scandagliando la folla coi raggi violacei dei traccianti-
laser in cerca di armi contro cui far fuoco.
— Non c'è tempo — esclamò Gillian, gettando via la
pistola. Spinse la ragazza verso l'ingresso di un negozio dove
vendevano scatolame e frutti esotici. — Se restiamo qui, i
traccianti individueranno i nostri scudi.
Buff ritrovò l'autocontrollo. Si asciugò gli occhi col dorso
di una mano. — Va bene... andiamocene!
Attraversarono di corsa l'interno del negozio, ignorando la
debole opposizione di alcuni commessi che stavano tentando
di calmare un gruppetto di clienti spaventati, e sul retro
trovarono l'uscita di sicurezza, obbligatoria in tutti i locali
pubblici. Anche nella strada in cui sbucarono c'era una certa
agitazione. Svoltarono in una traversa e si allontanarono di
corsa.
— Ancora qualche isolato — ansimò Gillian poco più
avanti. — La E-Tech cercherà di isolare la zona, e io non
voglio trovarmi davanti a un posto di blocco.
Col fiato corto e una smorfia cupa Buff si limitò ad
annuire.
Anche mentre correva Gillian continuava a sentire la
presenza di Empedocle da qualche parte dentro di lui,
un'ombra circondata da impulsi, in attesa di un'altra
occasione per emergere dalla sua cella senza sbarre. Non
cederò dopo una battaglia persa, rifletté acremente lui.
Empedocle non era finito. Avrebbe continuato a cercare ogni
varco, ogni punto debole, ogni possibilità di unirsi a lui in un
grottesco miscuglio di personalità. E forse alla fine ci
sarebbe riuscito.
— Ma non oggi — mormorò Gillian.
28

Nella sala riunioni privata della CPG, Colette e Ghandi


stavano discutendo sull'attività in programma per la loro
divisione agricola. Seduto all'estremità opposta del tavolo,
con le gambe sollevate di traverso sulla poltroncina accanto
e la floscia blusa cachi sbottonata sul petto, Calvin sembrava
più annoiato del solito: con una mano palpeggiava la ruvida
etichetta a stelle e strisce applicata su una delle tasche, con
l'altra tamburellava pigramente sulla superficie del tavolo in
finto mogano.
Ghandi rispose all'ultima domanda della moglie con una
scrollata di spalle. — Possiamo cominciare a trasferire in
superficie queste megatonnellate di attrezzature con soli tre
giorni di preavviso. E parlo soprattutto dei macchinari
pesanti: piantatori-raccoglitori, impianti per la lavorazione a
ciclo completo, robotizzati per il movimento-terra,
rivitalizzatori atmosferici e tutto il resto. Entro sei mesi
possiamo avere duecentocinquanta comunità agricole pronte
a funzionare. Questo lo sai.
Colette inarcò un sopracciglio. — Allora non riesco a
capire quali siano le tue obiezioni.
— Ci sono dei problemi pratici — disse Ghandi. — Prima
di tutto, il fatto che la CPG non ha i mezzi di trasporto e le
strutture per il carico di una così enorme quantità di
materiale.
— Irrilevante — replicò Colette. — Quando le Colonie
saranno sotto il controllo dei Paratwa, la CPG disporrà degli
impianti portuali. Altre obiezioni?
— Il personale addestrato. Perché il tuo progetto di
coltivazione abbia successo entro così breve termine, calcolo
che occorreranno almeno centoventimila agricoltori. Vale a
dire il doppio dei lavoratori attualmente impiegati nel
settore.
Colette rifletté un poco. — Theophrastus può far montare
sulle Colonie attrezzature avanzate per l'istruzione al lavoro:
sistemi per l'apprendimento ipnotico, stimolatori cerebrali e
un software mnemonico che ridurrà drasticamente i tempi di
apprendistato. Inoltre molti degli ultimi ceppi di Paratwa
sono stati creati in vista delle difficoltà dell'agricoltura negli
ambienti ecologici non favorevoli. Gli Ash Joella, in
particolare. E le nostre squadre di umani addetti ai lavori
manuali daranno il loro apporto.
Ghandi cercò di restare impassibile. Umani addetti ai
lavori manuali... i discendenti degli equipaggi e dei coloni
del Progetto Verso le Stelle, sopraffatti dai Paratwa secoli
fa. Spesso s'era chiesto cosa ne fosse stato di loro, costretti a
vivere l'intera vita sotto il dominio dei Paratwa. Hanno una
certa libertà? Oppure sono come gli schiavi dei tempi
antichi? Colette accennava a loro, ogni tanto, ma senza
fornire particolari.
— C'è qualcos'altro, amore mio?
Ghandi esitò. Il problema a cui stava pensando riguardava
il nocciolo della questione. — Non ho ancora capito — disse
lentamente — perché questa nuova generazione di semenze
che la tua gente sta portando qui sia destinata soltanto alle
coltivazioni sulla Terra. Perché non utilizzarne almeno una
parte nei terreni agricoli delle Colonie? Se potessimo avviare
fattorie qui, si risolverebbe con più efficienza anche
l'addestramento del personale.
— Parametri di crescita troppo complicati — rispose
Colette, come se volesse tagliar corto alla discussione. —
Questi nuovi raccolti richiedono ampi spazi coltivabili per
una resa ottimale. All'interno dei cilindri la proliferazione
risulterebbe alterata.
Calvin sbadigliò.
— Va bene — si rassegnò Ghandi. — Suppongo che
queste comunità agricole possano almeno esse^ installate nei
tempi previsti.
— Devono essere installate — precisò Colette. — Entro
sei mesi dalla resa formale del Consiglio di Irrya mi aspetto
di vedere il primo raccolto.
Ghandi non replicò. Ancora non capiva perché fosse così
importante riprendere l'agricoltura sulla Terra con tutta
quella fretta. Una «Ricostruzione Ecosferica» buttata lì nello
spazio di una notte. La vaga giustificazione che ne dava
Colette — l'idea che i Paratwa avrebbero potuto controllare
meglio la popolazione umana trasferendo sulla Terra la
produzione alimentare — non gli sembrava logica.
Sospirò. Quello che gli Ash Ock volevano, gli Ash Ock
ottenevano. Lui non aveva altra scelta che accettare le
dichiarazioni dogmatiche di Colette e sommarle alla lunga
lista di misteri che riguardavano i Paratwa. Prima o poi ne
avrebbe saputo abbastanza su quel progetto agricolo da
capire anche ciò che non gli veniva detto.
— Cosa risulta dall'ultimo sondaggio di opinioni sulla
possibilità di colonizzare la superficie terrestre a breve
scadenza? — domandò Colette.
Ghandi richiamò i dati sullo schermo di un terminale. — Il
43,286 per cento della popolazione è favorevole a un
eventuale ritorno sulla Terra. È un buon risultato. C'è un
aumento del 4,6 per cento rispetto al sondaggio della
settimana scorsa.
Colette sorrise. — Ottimo. Non mi aspettavo un altro
incremento, con l'atmosfera che c'è nelle Colonie. La notizia
dell'arrivo di Meridian e gli ultimi attentati dell'Ordine della
Sferza avrebbero dovuto rivelarsi negativi a questo effetto.
Un 4,6 per cento in più testimonia che la campagna
pubblicitaria della CPG è estremamente efficace.
Ghandi annuì, gettando un'altra occhiata allo schermo. —
Sì. E in particolare c'è una forte presa emozionale dell'ultima
serie di spot commerciali, quelli basati sul ritorno ai vecchi e
solidi valori umani.
— Bene. Vedi se puoi spingere i nostri strappalacrime a
calcare la mano su questo tipo di soggetti. Ma stavolta
cerchiamo di vendere soltanto l'aggancio emozionale. Voglio
che le agenzie pubblicitarie che noi possediamo in segreto
sviluppino spot e documentari sulla vita campestre e sulle
piccole fattorie a conduzione familiare tipo ventesimo
secolo. Non vogliamo che la CPG diventi tutto a un tratto la
promotrice di una campagna politica. Lo Zar, e forse anche
altri, analizzeranno anche questi elementi. E potrebbero
cominciare a chiedersi perché la CPG preme con tanta
insistenza in favore del ritorno alla Terra.
— Giusto — fu d'accordo Ghandi, battendo una nota sul
suo terminale. — Penso inoltre che la CPG dovrebbe...
S'interruppe, accorgendosi che Calvin era
improvvisamente balzato in piedi. La faccia del maniaco
aveva assunto un'espressione tesa e accigliata, e le sue
braccia s'erano sollevate davanti al petto come se si stesse
preparando a respingere un oggetto invisibile.
Ghandi inarcò le sopracciglia. — Calvin, ti suggerisco di...
— Taci! — sibilò Colette, afferrandolo per un polso.
Calvin fece un altro passo indietro, poi dalla sua bocca
scaturì un grido stridulo: furia belluina, mista a sofferenza
terribile. Le mani del maniaco si strinsero a pugno. Chiuse
gli occhi e si piegò in due.
Per qualche momento ondeggiò a destra e a sinistra, quindi
allargò di scatto le braccia e le sue dita proiettarono vortici
insensati di verdi lettere olotroniche nello spazio sopra il
tavolo da riunioni. Grida rauche echeggiarono nella stanza, e
Ghandi guardò sua moglie, ammutolito, chiedendosi cosa
diavolo stava succedendo.
Colette s'era irrigidita come una statua, e qualcosa nel suo
atteggiamento costrinse Ghandi ad assumere la stessa
posizione. Fra stupefatto e affascinato si volse di nuovo a
osservare quello spettacolo inatteso.
Per un po' Calvin continuò a oscillare ritmicamente, come
un minorato da radiazioni che cercasse d'imparare a ballare:
un corpo avido di ubbidire, ma un cervello inadatto a
coordinare movimenti troppo sofisticati. Poi il gemellare fu
percorso da un fremito violento ed emise un altro dei versi
striduli che avevano fatto accapponare la pelle a Ghandi.
Subito dopo prese a spostarsi: due passi a destra, mezzo
giro su se stesso, un salto all'indietro, il volto deformato in
una smorfia truculenta e rapace, il respiro intercalato da
grugniti scimmieschi, le mani che scattavano come a colpire
il vuoto. E finalmente Ghandi cominciò a capire. Sta
succedendo qualcosa agli altri due gemellari, Ky e Jy.
L'esibizione finì bruscamente com'era cominciata. Calvin
si piegò sul tavolo, ansimando con energia, e dalla bocca gli
colò un lungo rivolo di saliva piena di bolle. Ghandi guardò
l'orologio a muro. La pantomima del gemellare era durata
quasi cinque minuti.
Colette si alzò dalla poltroncina. — Calvin, vocalizza.
Il gemellare agitò alla cieca il braccio destro, spargendo
altri furiosi gorghi di lettere verdi nell'aria della sala. Ghandi
riuscì a leggere soltanto i brandelli di una frase:
ATTACCA... GRUPPO... KY... E-TECH... STRADA...
— Calvin! — esclamò Colette. — Controlla
l'interallacciamento.
Il maniaco si aggrappò al bordo del tavolo con tale
violenza da far pensare a Ghandi che avrebbe spezzato la
plastica granulare. Dava l'impressione di voler estrudere da
tutti i pori la tensione che gli saturava il corpo allo spasimo.
Infine lasciò la presa e si raddrizzò per tutto il suo metro e
novanta di statura. Ma la smorfia omicida che gli contraeva
il volto non si rilassò.
— Sto aspettando — lo incitò Colette.
Calvin alzò la mano sinistra a palmo avanti. Le lettere
olotroniche si accesero in rapide serie sopra le sue dita.
KY ATTACCATO IN SUO UFFICIO GRUPPO VENUS
DA UOMO SOLO. MOLTO PROBABILE ASSALITORE
ERA GILLIAN. KY FERITO. JY È ARRIVATO
RITARDO E INGAGGIATO COMBATTIMENTO IN
STRADA CON ASSALITORE E DUE FEMMINE CHE
ERANO CON LUI. UNA FEMMINA UCCISA. KY
COSTRETTO ALLONTANARSI DA FORTE
CONTINGENTE SICUREZZA E-TECH IN ARRIVO.
NUMEROSI PASSANTI MORTI.
Ghandi restò a bocca aperta per lo stupore. S'era lasciato
andare a fantasie sulla possibilità che Gillian attaccasse il
maniaco, ma non aveva mai veramente creduto che sarebbe
successo.
Un brivido percorse il volto e le braccia di Colette, e sua
moglie non ci fu più. Nei suoi occhi brillava una gelida luce
aliena. La voce con cui parlò era più bassa e vibrante:
— Ky è ferito gravemente? — domandò Saffo.
Un po' della rabbia che gli alterava i lineamenti
scomparve, quando Calvin si accorse d'essere in presenza
della sua padrona Ash Ock.
UN BRUTTO COLPO AL TORACE. NIENTE
COSTOLE ROTTE, MA GRAVI LESIONI ALLA
MUSCOLATURA E ALLE CARTILAGINI. KY È
USCITO DALL'EDIFICIO CON LE SUE GAMBE.
— Per quanto pensi di farcela a sopportare il dolore?
La bocca di Calvin si torse in una smorfia dura, e sbuffò.
POSSO SOPPORTARE IL DOLORE PER TUTTO IL
TEMPO CHE VUOL
— Bene. Voglio che Ky eviti gli ospedali e i centri di
pronto soccorso più vicini. La E-Tech potrebbe averli messi
sotto sorveglianza. Fai proseguire Ky fino a un attracco
spaziale privato. Usa le strutture Retro-Gamma della CPG
nel Distretto Centrale. — Si volse a Ghandi. — Corelli-Paul,
per favore fai preparare subito una navetta. Ky sarà trasferito
a uno dei centri medici fuori della Colonia, per le cure del
caso.
Mentre Ghandi usava il terminale per diramare gli ordini
necessari, non poté fare a meno di chiedersi: Siamo in
pericolo anche noi? È possibile che Gillian e i suoi accoliti
facciano una visita anche alla CPG?
Saffo domandò ancora: — Calvin, cosa ti ha fatto credere
che quello fosse il traditore?
Il maniaco chiuse gli occhi e gettò la testa indietro, e
Ghandi seppe che in quel modo bizzarro l'Ash Nar stava
ripassando tutti i parametri dell'aggressione. Poi alzò una
mano.
ERA SICURAMENTE GILLIAN. LE SUE
CARATTERISTICHE AZIONE/MOVIMENTO
CORRISPONDONO AL PROFILO PSICOFISICO CHE
MERIDIAN MI HA ADDESTRATO A RICONOSCERE.
— Gillian ha capito subito che sei un Paratwa?
DIFFICILE STABILIRLO. ERA SOSPETTOSO, MA
NON CREDO CHE NE FOSSE SICURO PRIMA DI AVER
PARLATO QUALCHE MINUTO CON ME.
— Perché non hai usato il teleneurico? — domandò
Ghandi.
Calvin lo guardò in silenzio. Inarcando un sopracciglio
Saffo esortò il gemellare a rispondere.
NON C'È STATO TEMPO. IL TRADITORE HA
ATTACCATO SENZA PREAVVISO.
Saffo annuì. — Del resto è possibile che Gillian sia
immune al teleneurico. — Si volse a Ghandi. — È accaduto
ciò che temevamo. Lo Zar deve aver scoperto che il Gruppo
Venus, e quindi Cochise, cioè Ky, sono collegati agli
attentati dell'Ordine della Sferza. Da questo momento il
Gruppo Venus non è più utilizzabile. — Per qualche istante
guardò Calvin, poi continuò:
— Presumo che Ky abbia attivato il modulo per
l'autodistruzione prima di uscire.
SI'. L'UFFICIO SARÀ COMPLETAMENTE
DISTRUTTO. GLI INVESTIGATORI NON
TROVERANNO TRACCIA DEL TELENEURICO.
SFORTUNATAMENTE ANCHE TRE
APPARECCHIATURE PER L'AERO-GENE CHE KY
AVEVA IN DEPOSITO SONO DA CONSIDERARSI
PERDUTE.
— Quelle possiamo sostituirle — disse Saffo. — La nostra
prima preoccupazione resta che il contagio possa proseguire
con l'appoggio delle strutture della CPG. Il prossimo gruppo
di corrieri dovrà essere portato qui. Utilizzeremo il nostro
teleneurico, quello nascosto nella sala d'ingresso.
Ghandi si accigliò. — È prudente? Per quel che ne
sappiamo, Gillian e i suoi complici potrebbero aver già
capito che il Gruppo Venus è un'emanazione della CPG.
Ipnotizzare i corrieri proprio fuori da questa sala riunioni
può essere rischioso...
— Hai un suggerimento migliore?
Ghandi scosse il capo. Non sapeva fin dove potesse
spingersi nel contraddire una Ash Ock, la padrona di Colette.
Saffo insisté: — II programma di contagio con l'aero-gene
deve continuare secondo le scadenze previste. Correremo il
rischio. Si agirà col presupposto che Gillian e lo Zar non
abbiano ancora collegato il Gruppo Venus con la CPG,
anche se prima o poi questo accadrà. Nel frattempo nulla
deve rallentare i nostri piani. È vitale che tutte le Colonie
siano infettate per il giorno in cui Meridian sarà qui.
— Naturalmente — annuì Ghandi, in tono ossequioso ma
con la testa piena di altre possibilità.
Fino a quel momento il progetto aero-gene era stato di
competenza esclusiva del Gruppo Venus, manovrato a
distanza dalla CPG. Diversi mesi prima Ky, uno dei
gemellari dell'Ash Nar, era stato messo alla vicepresidenza
della società. Dal suo ufficio Ky aveva potuto reclutare come
corrieri molti clienti che passavano dalla sede irryana del
Gruppo Venus.
Dopo aver scelto o espressamente invitato quello che era
ritenuto un corriere adatto, Ky lo accoglieva nel suo ufficio e
attivava il teleneurico. Mezzora dopo dagli uffici del Gruppo
Venus usciva un esecutore ubbidiente, con una valigetta in
mano e una serie di ordini post-ipnotici da portare a
compimento nella Colonia in cui era stato inviato, spesso
quella dove risiedeva.
Ogni valigetta conteneva un aero-gene vivo e l'attrezzatura
di supporto. Ogni aero-gene era in grado di produrre un virus
aerobico mortale, un microrganismo più leggero dell'aria
capace di spargersi nell'atmosfera di una Colonia di medie
dimensioni in poche ore. Se inalato attraverso i polmoni, il
virus aerogene era fatale a tutti i mammiferi nel cento per
cento dei casi. A quanto diceva Colette il microrganismo
aveva capacità mutagene, poteva cioè sviluppare nuove
varietà, il che garantiva che nessuna cura efficace sarebbe
stata trovata in breve tempo.
E una volta penetrato nella circolazione sanguigna, la
morte seguiva nello spazio di pochi giorni.
Al corriere in stato di parziale ipnosi veniva affidato il
compito di portare la valigetta in una Colonia e di
nasconderla. Dentro ciascuna di esse c'era un interruttore a
combinazione, attivabile a distanza, che avrebbe fatto
scattare l'espulsione del virus.
Malgrado la semplicità della cosa, le possibilità di
complicazioni non mancavano. La natura delicata e
complessa della tecnica di supporto dell'aero-gene
comportava una percentuale di fallimenti abbastanza alta.
Questo rendeva indispensabile che ogni unità fosse
preventivamente collaudata.
La soluzione degli Ash Ock al problema era brutalmente
semplice. Ogni corriere sotto l'influsso del teleneurico,
inconsapevole delle conseguenze oggettive delle sue azioni,
rimuoveva e ingeriva un piccolo campione di tessuto
organico dell'aero-gene. Subito dopo l'uomo, o la donna,
faceva una chiamata telefonica per informare Calvin se il test
appena eseguito era positivo o negativo. Nella quasi totalità
dei casi il test non risultava fatale, data la scarsità della dose
assorbita; il corriere sviluppava solo una forte sensibilità al
raffreddore e germi influenzali di vario genere. Ma quale che
fosse il risultato dell'esame il corriere doveva esser messo a
tacere prima che l'effetto del teleneurico cessasse del tutto.
Calvin organizzava gli appuntamenti dei corrieri sotto
ipnosi, facendoli riunire a piccoli gruppi in luoghi particolari,
in modo che la loro eliminazione restasse mascherata entro il
più largo numero di vittime di ogni attentato dell'Ordine
della Sferza. Altri corrieri venivano tolti di mezzo
individualmente: incidenti e suicidi contribuivano così a
disperdere quei decessi in uno scenario statistico più vasto,
per tener lontani i sospetti. Talora accadeva che uno dei
corrieri eseguisse anche l'istruzione di darsi la morte,
sparandosi o gettandosi nel vuoto, ma in una persona sana di
mente l'ordine post-ipnotico non riusciva mai a sovrastare
l'istinto di autoconservazione.
Se uno dei test risultava negativo a causa di un aero-gene
non funzionante, Ky cercava un altro corriere che
trasportasse in quella Colonia una seconda valigetta. Al
termine dell'operazione tutte le duecentosettanta Colonie
sarebbero state fornite di un meccanismo collaudato e
funzionante, pronto a liberare un virus che avrebbe distrutto
la loro popolazione umana.
Ciò significava, ovviamente, che i corrieri utilizzati e
destinati alla morte erano in tutto più di duecentosettanta.
Ghandi scosse il capo, ancora stupito dalla passione per
l'intrigo e dal cinismo di chi aveva studiato quello schema.
Poteva solo augurarsi che fosse necessario infettare solo
poche Colonie prima che il Consiglio di Irrya, considerata
l'impossibilità di ogni forma di difesa, decidesse di
arrendersi ai Paratwa.
— Calvin — disse Saffo. — Tu e Jy dovrete occuparvi del
prossimo attentato senza l'aiuto del gemellare ferito. Prevedi
che l'assenza di Ky causerà qualche problema particolare?
Calvin aggirò il tavolo con l'andatura perversamente fluida
che gli era caratteristica, facendo ondeggiare le braccia e
piegando le ginocchia come se le sue gambe fossero incapaci
di sostenere il peso del corpo. Si fermò di fronte alla sua
padrona.
I MASSACRI PROSEGUIRANNO SECONDO IL
PROGRAMMA. Il gemellare si inginocchiò accanto a Saffo
e delicatamente le sollevò il bordo dei pantaloni, scoprendo
la sua caviglia destra. Si chinò a leccare la pelle rosea. Saffo
gli diede qualche pacca sulla nuca.
— Lo so, lo so — disse. — Non sopporti che lui viva. Ma
te l'ho promesso: avrai la tua vendetta sul traditore.
Calvin si girò a guardare Ghandi con un sorriso oscuro.
— Corelli-Paul — disse Saffo. — Ricordi la nostra
discussione di qualche giorno fa?
Ghandi annuì, mascherando un improvviso fremito di
paura.
— Anche senza il Gruppo Venus, la CPG deve restare
pienamente operativa. Se gli occhi del nemico si volgessero
su di noi prima del termine del programma di contagio, si
renderanno necessarie misure drastiche. — Saffo accarezzò
lentamente una guancia di Calvin. — Nel caso che il nemico
cominciasse a sospettare della CPG, dovremo sviarlo
fornendogli un'ombra allettante a cui dare la caccia. Tu sarai
quell'ombra, Corelli-Paul: un capro espiatorio per l'opinione
pubblica. È su di te che ricadrà l'onore di questo sacrificio.
— Quale sacrificio? — chiese lui, mentre i microbi
ricominciavano la loro piccola danza furiosa.
Saffo avvertì la sua tensione. — A volte, Corelli-Paul, la
vita è dura. Ma l'alternativa alla vita può essere ancora più
dura. Tieni presente questa semplice verità.
La minaccia era chiara. — Farò quello che tu chiedi — si
accorse di rispondere Ghandi mentre i microbi ruggivano
lungo la sua colonna vertebrale, metalliche scintille che
saettavano nei muscoli e nelle ossa mordendolo fin nel più
profondo dell'anima.
— Sì, so che lo farai — disse Saffo.
29

— Hai l'impressione d'essere in trappola? — domandò


Tommy. — Ti sembra che finora tutto abbia cospirato per
reprimere la tua vera anima? Senti come addormentata nel
profondo di te stessa la Susan Quint che potresti essere?
Erano in riva al lago anche quel giorno, da soli, seduti
sulla sabbia umida di una spiaggetta ancor più lontana dagli
edifici dell'Eremo. Il cielo era pesantemente coperto. Susan
sapeva che il sole non sarebbe comparso.
— Non ti sei mai chiesta cosa proveresti se potessi
svegliarti da tutto questo? — continuò Timmy. — E senza
confusione e incertezze. Senza frustrazioni.
Niente sole, pensò lei, intristita dal grigiore che stagnava
sulle colline e sul lago. Sarebbe stato bello se le nuvole si
fossero aperte, anche soltanto per alcuni secondi. Il tempo
sufficiente per una delicata carezza di calore, con una
pioggia di petali infuocati sulle acque, con le ombre così
nitide da dare l'impressione di poterle raccogliere e spostare
come oggetti concreti.
Timmy sospirò, esasperato. — Non mi stai neppure
ascoltando.
— Allora tirami qualcosa.
Come sempre, la loro conversazione era cominciata con
qualche frase innocua e superficiale. Ma quel giorno stava
degenerando in una specie di interrogatorio insensato:
Timmy la stuzzicava, gettava lì allusioni e la provocava,
quasi che volesse qualcosa e tuttavia non riuscisse a chiarire
i suoi desideri.
— Sono stanca, Timmy. — Sono stanca di te.
Si volse a guardarlo, giusto nel caso che avesse
l'intenzione di tirarle qualcosa. Ma l'uomo la osservava
distrattamente, il volto rotondo privo d'espressione, l'occhio
artificiale più scintillante dell'altro nel suo involucro di
umidità.
D'improvviso le sorrise. — Hai bisogno di un
cambiamento.
Susan scrollò le spalle.
— Che ne dici di una nuotata? — propose lui.
— L'acqua è troppo inquinata.
— Vero. Vuol dire che io resterò sulla spiaggia a
guardarti.
— Molto divertente.
Con uno sforzo Timmy sollevò il suo peso dalla sabbia.
Quando raddrizzò i ginocchi diede l'impressione di estrudere
le gambe dalla parte inferiore del corpo massiccio, ma riuscì
a tirarsi in piedi. — E va bene, Susan. Credo che il Lago
Ontario ci chiami. Ieri ti ho promesso che oggi sarebbe stata
una giornata speciale per te, e io mantengo sempre la mia
parola. È giunta l'ora del tuo battesimo. È tempo che tu
cominci ad essere.
— Ad essere cosa? — domandò pigramente lei.
— Susan — dichiarò gravemente l'uomo. — Voglio che
ora tu entri in queste acque.
Lei commentò con una mezza risata l'assurdità della
richiesta. — Non credo che sia una buona idea, Timmy.
— Kascht moniken keenish! — esclamò l'uomo.
Suoni spiacevoli, Susan pensò-ricordò di aver pensato,
quasi parole ma non del tutto parole, più simili al gutturale
brontolio di un grosso animale dormiente disturbato nel
sonno. Suoni sciocchi, vuoti di significato e tuttavia
impregnati di un sapore curioso, per quanto del tutto
indescrivibile.
Il plasma fluisce dai miei pori, pensò-ricordò, conscia che
quel suo tentativo di traduzione sfiorava appena la superficie
del vero significato, come se un bambino di tre anni cercasse
di descrivere le complessità della metodologia
dell'insegnamento socratico.
E poi il plasma sembrò affluire dentro la sua pelle,
scorrendo libero sotto di essa, e lei cominciò a pensare
all'umidità interna, a un liquido che bagnava parti che non
avevano mai conosciuto alcuna umidità. Un'umidità che
saliva dentro di lei. Ebbe la strana impressione d'essere
trasparente, come una fiala che si riempiva di liquido
incolore.
Non era una sensazione piacevole né spiacevole. Era
un'esperienza così completamente nuova che non esistevano
schemi mentali di rifiuto/accettazione con cui metterla in
rapporto.
La assorbo con la freschezza di un neonato.
E a un tratto si accorse che i suoi pantaloncini erano
bagnati.
La strana sensazione la abbandonò, svanendo lungo
qualche sentiero nervoso, dissolvendosi fra altre memorie. Il
suo volto arrossì per l'imbarazzo quando capì che Timmy
avrebbe subito notato quel suo incidente bambinesco.
Si girò per nascondere la chiazza umida sulla parte
anteriore dei pantaloncini. Ma in qualche modo anche
Timmy s'era mosso: lo aveva di fronte, benché a una
distanza incredibile... almeno venti metri. Quando lo
comprese ebbe un brivido freddo. No, Timmy non s'era
mosso. Era ancora in piedi nello stesso punto della spiaggia.
E io sono nell'acqua.
Non s'era affatto bagnata i pantaloncini. In realtà era
immersa fino alla cintura nelle acque appena mosse del Lago
Ontario.
Nella sua mente dilagò un'immensa confusione, e per
qualche istante pensò che stava per svenire. Chiuse gli occhi
con forza, sperando che quando li avrebbe riaperti tutto
sarebbe tornato al suo posto, ogni cosa sarebbe stata
normale.
Ma era lì e continuò ad essere lì, nell'acqua.
— È fredda? — le gridò allegramente Timmy. — In
questo periodo dell'anno dovrebbe essere abbastanza tiepida.
— Mi hai... ipnotizzato — balbettò lei.
— L'ipnosi non c'entra. È qualcos'altro. Vieni fuori,
adesso. Non ti fa bene stare troppo a lungo in quell'acqua
sporca.
Lei tornò lentamente all'asciutto. Sulla spiaggia si fermò a
una decina di metri dall'uomo.
Non farò un altro passo verso di lui.
Timmy sorrise. — Ti è piaciuto il tuo battesimo?
Lei lo fissò qualche istante. — No.
— Non dimenticare di fare una bella doccia, quando
rientri. L'acqua del lago è ancora inquinata da molte...
— Cosa vuoi da me? — Era una domanda chiara, pensò
Susan. E aveva diritto a una risposta chiara.
— Volevo soltanto che tu apprezzassi il contatto...
— Che cosa vuoi da me? — ripeté lei con più forza.
L'uomo continuò a sorridere. — Sei arrabbiata con il
vecchio Timmy?
— Sì!
— Bene. Preferisco vederti arrabbiata che a oziare sulla
spiaggia con la testa vuota di ogni preoccupazione. Ricorda
soltanto di non permettere...
— Di non permettere alla mia rabbia d'interferire col
pensiero-corporale — sbottò lei. — Sì, ricordo le tue lezioni.
Ma sono stanca di te e di loro, e sono stanca dei tuoi trucchi.
Sono stanca dell'intero maledetto pianeta, e voglio che questi
giochetti assurdi finiscano! Adesso!
— Ottima reazione, Susan. Sono compiaciuto.
Lei perse il controllo. — Bastardo! — gridò. Si chinò a
raccogliere una manciata di sabbia e gliela scaraventò
contro. Da dieci metri di distanza il suo attacco restò
prevalentemente simbolico; i granelli umidi ricaddero sulla
spiaggia assai prima di raggiungere il bersaglio.
— Eccellente! — esclamò Timmy. — Spontanea e
genuina rabbia, completamente sintonizzata. Stavo
cominciando a pensare che la mia povera orfanella non fosse
capace di questo tipo di emozione.
Qualcosa scattò dentro di lei.
Movimento. Le sue lunghe gambe balzarono avanti e
cominciò a correre con energia, dritto verso di lui, ogni
micromovimento percettibile, il suo intero corpo vibrante di
chiara comprensione. Era come correre lungo un percorso
sottile quanto il filo di un rasoio, dove pensiero e azione
fluivano insieme perfettamente bilanciati. Come nel terminal
di Honshu. Come nel suo appartamento di Irrya quando i due
agenti E-Tech avevano cercato di ucciderla. Ma c'era una
differenza: in entrambe le occasioni era stata la paura a farla
correre sul filo di quel rasoio. Adesso era la rabbia.
Sassi. Sulla sabbia. I suoi occhi scandagliarono attorno in
cerca di un'arma, senza però cessare di sorvegliare Timmy,
analizzando il suo volto in attesa del cenno di emotività da
cui avrebbe capito come intendeva opporre resistenza.
Ma l'uomo non si muoveva e continuava a studiarla
passivamente.
Un'arma sulla spiaggia: un cilindro lungo un braccio di
plastica spessa, abbandonato da chissà quanto tempo o
gettato a riva dalle onde. Una lieve deviazione da quella
parte — e il sentiero-rasoio s'incurvò ubbidiente per
consentirlo — e la sua mano destra saettò in basso, strappò
via il pesante tubo dalla sabbia e lo brandì: un'arma pronta a
colpire con devastante precisione.
L'occhio sinistro di Timmy si spalancò.
Susan era a tre metri da lui, lanciata in piena corsa, quando
vide il suo corpo rimpolpato di grasso contrarsi come
schiacciato da un'improvvisa morsa di terrore. L'uomo alzò
le braccia davanti alla testa, tremando.
— Non farmi del male! — gridò.
Un po' della rabbia di Susan svanì, sostituita da un
impulso di pietà per la patetica creatura che si ripiegava per
lo spavento dinnanzi a lei. Si fermò di colpo a un passo di
distanza dall'uomo, con l'arma sollevata.
Timmy cadde in ginocchio. — Ti supplico! — gemette,
unendo le mani nell'antico gesto di preghiera. — Non farmi
del male!
— Maledetto te! — gridò Susan, scaraventando il pezzo di
tubo nel lago. — Chi accidenti credi d'essere, si può sapere?
In quel momento lui colpì.
La ragazza ebbe appena il tempo di vedere la mano che
toglieva qualcosa dalle pieghe della tonaca grigia, e l'aura
rossastra del guantone d'energia in cui l'uomo aveva infilato
le dita.
Chiuso nel campo protettivo il pugno le arrivò in pieno
stomaco e Susan si piegò in due, mugolando dal dolore e sul
punto di vomitare il pranzo. Mentre vacillava ciecamente
qualcosa — l'altro braccio di Timmy — la colpì alle caviglie
da dietro. I suoi piedi persero il contatto col suolo, e il
grigiore del cielo nuvoloso roteò vertiginosamente
all'indietro. Un attimo dopo la ragazza si abbatté di schiena
sulla sabbia dura, con un urto squassante che le tolse il fiato.
Stordita e con la vista annebbiata restò distesa, incapace di
muoversi.
Stava ancora gemendo e cercando di riprendersi quando
s'accorse che la poderosa figura di Timmy si piegava su di
lei. Ha intenzione di violentarmi, pensò. Il pugno dell'uomo,
nel guanto potenziato dal micro-scudo d'energia, si incuneò
sotto il suo mento e le spinse la nuca contro sabbia. Qualcosa
di freddo e acuminato le strappò un fremito di dolore
dall'addome.
Le fu permesso di raddrizzare la testa. Le loro facce erano
a pochi centimetri di distanza e non riusciva a mettere a
fuoco la vista, ma le parve che nell'occhio artificiale di lui ci
fosse una luce lasciva. Un respiro caldo le arrivò sulla bocca.
— Non muoverti — la avvertì l'uomo, spingendo l'oggetto
pungente con tale ferocia che le parve di sentirlo penetrare
nella carne.
— Adesso ho la tua attenzione? — domandò lui.
La ragazza cercò di annuire ma non poté. Il guantone le
schiacciava la gola, impedendole il più piccolo movimento.
— Bene — approvò Timmy, leggendole la risposta negli
occhi. — Ora, Susan, dimmi cos'hai imparato.
Il guantone si scostò, consentendo alla sua bocca di
aprirsi. — Lasciami alzare — ansimò.
L'oggetto acuminato le fece male, e gemette.
— Dentro la tua carne c'è la lama di un coltello — le
spiegò con calma lui. — Lo chiamano vibrotomo, o bisturi a
stella... perché ha quattro tagli, molto affilati, ed è
sottilissimo. Finora il danno ai tessuti è minimo. Se ritraessi
la lama, la ferita guarirebbe in breve tempo e senza lasciare
alcun segno.
«Tuttavia questo particolare vibrotomo è equipaggiato con
una rustica versione del ritmo-detector. Se farai un solo
movimento improvviso le due lame incrociate lo sentiranno.
E cominceranno a vibrare. Poi il bisturi mi schizzerà
letteralmente via dalle dita e affonderà nel tuo corpo. Dubito
che ti ucciderebbe; in effetti una volta l'ho sperimentato io
stesso, e come vedi sono sempre qui. — Un sorriso acre
accentuò i suoi zigomi facendoli emergere come collinette
dal resto della faccia. — Ma credimi, Susan, un vibrotomo
che si scava la strada nell'interno del tuo corpo è
un'esperienza incredibilmente dolorosa.
Lei sentì uno spasimo nei polmoni, un ansito terrorizzato
in cerca d'aria. La lama parve affondarsi ancora di più nella
sua carne. — Cosa... vuoi... da me? — balbettò, lottando
contro il panico.
— Io ti sto addestrando. Questo dovrebbe essere ovvio. La
tecnica del dolore non è il metodo d'insegnamento migliore,
ma ha il vantaggio d'essere il più rapido. E sfortunatamente
non abbiamo il tempo per sistemi più gradevoli. Sono
occorse sei sedute di stimolazione per risvegliare in te una
vera rabbia... una sola delle diverse emozioni che servono a
legare insieme il corpo, lo spirito e l'intelletto. E ora sto
usando questo momentaneo legame, il sentiero che si estende
nelle radici del tuo essere, nella speranza di farti svegliare
completamente. Ora, Susan, di nuovo: cos'hai imparato?
Non lasciarti prendere dal panico! le gridò una voce
interna. Stai calma. Controllati.
Si costrinse a respirare con ritmo regolare. Il bisturi a
stella sembrava immobile; una spina gelida e profonda nella
sua carne, ma non insopportabile. Almeno finché lei restava
ferma.
— Sto aspettando — disse Timmy, con voce rigida per
l'impazienza. — Devo avvertirti, Susan, che c'è un altro
modo per far entrare in funzione il vibrotomo. Se premo un
pulsante, la lama si staccherà e comincerà a scavare nelle tue
viscere. In altre parole, il potere di causarti un'agonia
insopportabile lo abbiamo entrambi: tu, se cerchi di
muoverti. Io, se mi fai perdere altro tempo.
Lei pensò: Qualcuno dall'Eremo deve aver visto cosa sta
succedendo! Qualcuno deve aiutarmi! Ma sapeva che erano
troppo lontani. Da quella distanza, un eventuale osservatore
avrebbe concluso che il vecchio Timmy se la stava
spassando con la ragazza che gli faceva compagnia alla
spiaggia ogni pomeriggio da sei giorni.
Il terrore la sopraffece. Il pensiero di quella lama e di ciò
che avrebbe potuto farle era troppo per lei.
Non cedere al panico! la esortò ancora la voce interna.
Dagli quello che vuole. Poi ti lascerà andar via!
Deglutì un groppo di saliva. — Ho imparato... ho imparato
che devo ascoltarti... che devo ubbidire ai tuoi desideri...
La bocca di lui si contorse, sprezzante. — Un'altra risposta
stupida come questa, Susan, e giuro che accenderò il
vibrotomo! Ora parla con franchezza. Cos'hai imparato?
I suoi occhi si empirono di lacrime. — Ho imparato che
non posso fidarmi di nessuno!
— Chiarisci il concetto — ordinò lui. — Sii precisa.
— Devo affidarmi solo ai miei istinti...
— Cosa ti stanno dicendo, adesso, i tuoi istinti?
— Di... andare via.
— Ma non puoi andartene. Io non ho finito con te,
orfanella.
L'ultima parola la urtò. Una nuova ondata di rabbia salì
dentro di lei, scacciando la paura. — Sei un fottuto maniaco!
— sibilò. — Ecco cosa mi stanno dicendo i miei istinti! E mi
dicono che avrei dovuto spaccare in due la tua maledetta
testa quando potevo farlo!
II volto di Timmy parve illuminarsi per l'eccitazione. —
Dammi di più, Susan! Parlami! Dimmi chi sei! — Girò il
coltello nella carne, e dalla bocca di lei uscì un grugnito di
dolore. Ma c'era anche qualcos'altro, qualcosa al di là della
sofferenza, una strana sensazione che partiva da quella lama
e si irradiava in tutto il suo corpo. Si sentì fremere con
violenza da capo a piedi.
— Vieni fuori da te stessa — la incitò Timmy. — Emergi!
E la voce interna (quell'elemento insolito ma secondario
della personalità, che i consiglieri comportamentali avevano
sempre spiegato come un sottoprodotto della sua complessa
neurosi, la voce che non mancava mai di farsi sentire quando
lei era nei guai, incitandola e dirigendola, salvandole la vita a
Honshu, aiutandola a fuggire dai due agenti E-Tech venuti
ad assassinarla) quella voce parlò ancora. Ma stavolta lei
seppe che le parole erano sue.
— Io so chi sono — ansimò, sbalordita.
Un muro interno crollò, spazzato via dalla semplice
constatazione della sua presenza. Gli strani fremiti irradiati
dalla lama del coltello crearono increspature nella sua
coscienza, onde che si espandevano dal centro e abbattevano
gli ostacoli verso l'esterno, avanguardie della vera Susan
Quint.
Si sentì inondare dalla rivelazione. Estasi. Per la prima
volta da un'eternità di tempo seppe d'essere in contatto con
se stessa, totalmente sincronizzata con la dilagante
grandiosità della sua anima, la forza vitale.
Io sono il mio pensiero-corporale.
Fu consapevole del vibrotomo, una presenza metallica
nella sua muscolatura addominale; poté vedere distintamente
ciascuna delle quattro lame e il sangue che si stava
coagulando lungo il taglio a croce. Non era penetrato molto
— neppure un centimetro — e dunque era solo la sua
raffigurazione del dolore futuro a riempirla di paura.
Temi ciò che è, non ciò che potrebbe essere.
Quel pensiero la calmò ancor di più. E cominciò a
percepire il vibrotomo in un nuovo modo, non come il punto
focale di un dolore bensì come un aspetto reale e
significativo della volontà di Timmy. Mentre capiva le sue
intenzioni vide che il vibrotomo era in effetti uno strumento
chirurgico. Un tempo era esistita una scienza antica,
l'agopuntura, di cui aveva letto qualcosa. Si chiese se Timmy
fosse un esperto di quella terapia.
Ma non importava. Io sono il mio pensiero-corporale.
Questo sovrastava ogni altra considerazione. E c'era di più.
Io posso vincere il dolore...
Il dolore era una sorgente nelle sue cellule, una conduttura
organica che legava l'entità mente/emozioni/corpo, e infine si
ramificava nella tripla realtà della coscienza umana,
scivolando lungo il rivestimento stesso della vita.
Guardò Timmy, conscia che stava aspettando, e vide che
nel suo occhio sinistro c'era una cauta eccitazione. Ma il
destro, quello disgiunto dall'orbita, non conteneva emozioni:
era una macchina che assorbiva e traduceva impulsi, ma
fuori del flusso della vita. Non era parte del pensiero-
corporale di Timmy, e non lo sarebbe mai stato.
Un occhio morto. Risaltava con tale evidenza che fu
stupita di non aver mai notato il suo aspetto inorganico.
— Sto ancora aspettando — disse Timmy, e le parole
parvero sgorgare dalla sua bocca, gorgoglianti di necessità e
desideri.
— Dovrò tradire le tue aspettative — lo informò con
calma lei.
L'occhio sinistro dell'uomo si dilatò.
Susan inalò un lungo respiro, preparandosi alla sofferenza.
— Puoi lasciarmi oppure usare il coltello — disse. — La
scelta è soltanto tua, ora.
Lo sentì ritrarre la lama. Il guanto energetico che le
premeva la gola fu tolto. Timmy rotolò di lato in fretta, come
se dopo averla lasciata libera si aspettasse una reazione
violenta. Ma lei non vedeva nessuna ragione per cui avrebbe
dovuto colpirlo.
— Posso dare un'occhiata alla tua ferita? — domandò lui
in tono preoccupato, e Susan sentì che la sua premura era
sincera.
— No, ci penserò io appena rientro. — Si alzò a sedere e
incrociò le caviglie sulla sabbia. La brezza che spirava dal
lago le sfiorò il volto, e in quel sussurrò udì una melodia
lontana fatta di vuote immensità, la voce del vento. L'odore
che le portava era un insieme di cento odori diversi, ognuno
dei quali poteva essere isolato. L'epidermide delle sue
braccia nude fremeva, registrando perfino la lieve differenza
di temperatura fra la sabbia, in basso, e l'aria. Non ricordava
d'essersi mai sentita così fisicamente viva, così in sintonia
con tutto ciò che aveva intorno. E dentro di lei...
Chiarezza di sensazioni, libertà dal groviglio emozionale
che in passato poteva sbalzarla dal fondo della disperazione
silenziosa al vertice delle passioni senza amore. Per poco
non le venne da ridere, accorgendosi di quanto fosse stata
ridicola la sua preoccupazione per l'appuntamento con
quell'uomo del Servizio Navette Clark.
E oltre a questo la lucidità intellettuale, una metamorfosi
che comprendeva l'intera psiche, focalizzando la sua volontà
in un torrente che scorreva fra gli argini della logica e
dell'ordine e si dilatava verso l'esterno, in un oceano di
infinite possibilità.
Io sono il mio pensiero-corporale. Meravigliata, quasi
intimorita, sentì che quel concetto rappresentava la vita.
E la sua lucidità intellettuale le stava fornendo risposte nel
momento stesso in cui generava domande. Si volse verso
Timmy.
— Non è per caso che ci siamo incontrati.
Lui sorrise. — No, naturalmente. Sai cosa sono i cursori
mnemonici?
— No.
— Micronoduli organici: programmi di memoria segreti,
che risiedono nelle più remote profondità della mente.
Quando tu eri ancora un feto nel grembo di tua madre,
durante la prima settimana di gravidanza, un cursore
mnemonico è stato iniettato nel tuo schema genetico. Lei non
ha mai saputo d'esser stata sottoposta a questa piccola
operazione, ovviamente. I tuoi genitori si fidavano dei preti
della Chiesa più che di se stessi. E Lester Mon Dama aveva
suggerito loro un ginecologo particolare.
Susan scosse il capo, assimilando quel fatto. — Così
Lester Mon Dama è parte di... questo. — Questo cosa?
pensò. Una cospirazione che comprendeva la mia esistenza?
— Ci sono parole in codice... o anche frasi — continuò
Timmy, — che fungono da chiavi per aprire delle vie
d'accesso al tuo subconscio. Il cursore mnemonico che
risiede in te contiene questi codici. E ognuno di essi ha
generato una parte del percorso che ti ha condotto a me.
«Pensaci, Susan. La prima frase mnemonica. Puoi
ricordarla?
Lei rifletté qualche istante. Poi disse: — Lester Mon
Dama. — E mentre pronunciava quel nome una calda
sensazione di piacere le scese dalla nuca fino ai fianchi.
Gradevoli pensieri ne erano l'accompagnamento automatico:
salvezza/rifugio, generosità/capacità di aiutarla,
altruismo/santità.
Timmy sorrise della sua espressione. — Lester Mon
Dama... la prima frase in codice, il primo interruttore
emozionale. Se e quando ti fosse accaduto di superare una
certa soglia di frustrazione e incertezza, avresti pensato al
prete.
Lei annuì. — Ero in un cabaret, nei dintorni di Epsilon
Nord. Mi sentivo indifesa, minacciata, e non sapevo a chi
rivolgermi.
— Sì. Le circostanze ti hanno indotto a ricordare il nome
di Lester, e poi a cercarlo.
— Mi era già successo un'altra volta — mormorò Susan.
— Quando avevo undici anni, dopo la morte dei miei
genitori... anche allora andai a cercare Lester.
— Già. Ma eri troppo giovane per servire a qualcosa.
Lester non fece il passo successivo. Ti lasciò andare per la
tua strada.
Troppo giovane per servire a qualcosa. La frase le aveva
dato un fremito spiacevole; ma non provò rabbia o amarezza
per esser stata così manipolata, anche se sapeva che quelle
emozioni sarebbero venute. Per il momento si sentiva
semplicemente sopraffatta dalla curiosità. Le luci e le ombre
della sua vita, come le tessere di un puzzle, si stavano
unendo in uno schema comprensibile.
Annuì. — Stavolta, invece, andavo bene per i tuoi...
progetti?
— Sì. Così Lester ha usato la seconda frase in codice.
— Cercare asilo nella Chiesa — mormorò Susan. Tutto le
appariva così ovvio che si stupiva di non esser mai riuscita a
capirlo.
— Cercare asilo — ripeté Timmy. — Lester ha usato
questa chiave mnemonica per liberare ancor di più le tue
emozioni. E ti sei sentita spinta ad affidarti a Lester, a
desiderarlo. Questo gli ha consentito di persuaderti e di
condurti qui all'Eremo senza alcuna difficoltà.
«Le prime due frasi in codice ti hanno portata da me.
Quando però sei stata in mia presenza, ho potuto usare
metodi di controllo più diretti.
L'uomo si indicò l'occhio destro, quello artificiale. —
L'oggetto che vedi nella mia orbita contiene un proiettore
ottico, un piccolo laser capace di lampeggiare secondo un
codice subliminale che la tua vista percepisce solo a livello
inconscio... una specie di alfabeto Morse grazie a cui posso
attivare il tuo cursore mnemonico. Questo mi ha messo in
grado di controllarti in vari modi, a cominciare dall'impulso
di venire ogni giorno qui alla spiaggia per parlare con me.
Lei scosse il capo, stupita. — E per farmi andare
nell'acqua hai pronunciato quelle strane parole...
— Kascht moniken keenish — disse Timmy, e Susan si
sentì pervadere da un brivido irresistibile. In quei suoni
rauchi, comprese, era contenuto un potere ancor più grande
che negli altri codici.
— Questa frase — spiegò Timmy — è parte di un sistema
fonetico protolinguale creato per parlare direttamente a tutti i
cursori mnemonici, chiunque sia la persona in cui essi sono
impiantati. È un linguaggio che non può essere recepito
neppure a livello emotivo, poiché fa presa sul substrato più
primitivo del cervello umano, quello dove è impiantato
effettivamente il cursore. È una lingua fatta di vocalizzazioni
allo stato puro, capace di influire sui più profondi livelli
della psiche.
— Allora puoi farmi fare tutto ciò che vuoi? — lo sfidò
lei.
— No. I cursori mnemonici hanno i loro limiti, benché il
metodo proto-linguale possa servire per rafforzare un ordine
o innescare un certo tipo di comportamento. I cursori
mnemonici funzionano tuttavia secondo una logica
particolare: il loro potere è inversamente proporzionale al
grado di consapevolezza del soggetto controllato. — Timmy
sogghignò. — In altre parole, più sei sintonizzata col tuo
pensiero-corporale, minore è l'influsso che il cursore
mnemonico può esercitare su di te.
Susan annuì in silenzio, assorbendo le sue parole. La
domanda che infine si decise a fargli era inevitabile.
— Perché, Timmy? Tutte queste manovre... questi piani...
perché?
— Il pensiero-corporale! — esclamò lui. Il suo occhio
destro brillava di eccitazione. — Il pensiero-corporale è così
veloce che un sasso lanciato da tre metri di distanza non può
colpirti. Nelle tue cellule c'è un grande potere, la capacità di
reagire e muoverti con rapidità fulminea. E finché non ti sei
trovata in pericolo nel terminal di Honshu, due settimane fa,
questa dote esisteva in te solo allo stato latente.
— Io sono una trasformata — mormorò Susan. Quella era
l'unica spiegazione possibile.
— Sì. Quando i tuoi genitori ti hanno concepito la tua
struttura genetica era normale. Ma nel grembo di tua madre
il feto ha subito una serie di iniezioni intrauterine. Il tuo
sistema neuromuscolare è stato modificato, a cominciare dai
tempi di reazione, e Susan Quint ha ricevuto così le
caratteristiche psicofisiche un tempo installate solo in certi
ceppi di Paratwa. Il tuo cursore mnemonico era solo un
elemento collaterale a questi miglioramenti genetici.
«Tu sei, secondo la terminologia popolare, una
trasformata. Ma non sei la sola. In effetti sei soltanto una
delle centinaia di feti femminili che Lester Mon Dama, nelle
sue vesti di prete, ha messo alla portata di uno dei nostri
medici in un periodo di cinque anni. Le madri erano tutte
devote seguaci della Chiesa della Fede. Senza sospettarlo
hanno ricevuto queste iniezioni, e le loro figlie sono state
così perfezionate.
«Tutti questi feti modificati sono oggi giovani donne. E tu
non sei certo la prima che grazie al cursore mnemonico è
stata indotta a cercare Lester Mon Dama, per affidarsi a lui.
Tuttavia, finora, sei la sola che si sia rivelata adatta ai nostri
piani.
I nostri medici, pensò lei. I nostri piani. — Chi sei tu? —
domandò. — Cosa vuoi da me?
Lui si volse un momento, lasciando vagare lo sguardo sul
lago con espressione che a Susan sembrò rilassata e
tranquilla. Ma quando si girò di nuovo a guardarla la sua
faccia s'era indurita.
— Susan... ora tu provi la fiducia e la sicurezza che ti
vengono dal pensiero-corporale, e sai di avere doti che
nessuno potrà più toglierti. Ma sei anche spinta da necessità
sepolte in te, spinta con una forza che nessuna delle giovani
donne portate qui da Lester Mon Dama potrebbe
remotamente uguagliare. Tu sei stata marchiata dalla
sofferenza, e quella sofferenza continua a bruciare dentro di
te rovente come il cuore di una stella. Il dolore ha aperto nel
tuo subconscio una profondità di cui la maggior parte degli
esseri umani è inconsapevole.
— Io sono la radice della tua vita, Susan Quint. Io sono
l'uomo la cui matrice genetica è stata iniettata nel tuo feto. Io
sono, nel vero senso della parola, il tuo terzo genitore.
— Il mio terzo genitore — sussurrò lei.
Timmy alzò un braccio verso il lago, indicandole due dei
gabbiani importati che volavano in lenti cerchi sulla
superficie. — Vedi quegli uccelli? Sono esempi naturali di
pensiero-corporale: creature interallacciate alla pura
semplicità del momento in cui vivono. Non potrebbero fare
diversamente, perché mancano di un'autocoscienza di tipo
umano e della capacità di separare i bisogni immediati dalle
aspirazioni. Sono inconsapevoli della loro eredità razziale.
Non possono sapere che i loro antenati sono stati salvati
dagli esseri umani e allevati nelle Colonie, né sanno d'essere
i primi della loro specie a volare su queste acque dopo un
quarto di millennio.
I due gabbiani si alzarono sfruttando la brezza e
scomparvero alla vista oltre la mole del rivitalizzatore.
Timmy scosse il capo, e nella sua voce ci fu una nota di
tristezza: — Molto tempo fa, Susan, io ero come loro. Ma la
trasformazione sfiorò anche me, e fui reso diverso. Fui
cambiato... oltre le possibilità d'immaginazione, oltre la mia
stessa concezione di cambiamento. Ora sono qualcos'altro.
— Uno strano sorriso gli attraversò il volto. — Ora sono un
uccello che non vola più in coppia con un altro, come i due
che hai visto, ma da solo.
«Un tempo, Susan, prima che esistesse Timmy, c'era
l'altro. Era proprio come me, ma diverso da me. E fino ad
allora aveva vissuto in un mondo all'apparenza libero. Come
te, Susan, e come i gabbiani, era all'oscuro della grande sfera
di consapevolezza che lo circondava, e che controllava e
influenzava ogni aspetto della sua esistenza.
La voce di Timmy si fece più amara. — E poi ci fu un
tradimento. E i suoi fratelli, in cui aveva implicitamente
avuto sempre fiducia, costrinsero l'altro a cambiare. E l'altro
fu distrutto. — La pupilla del suo occhio naturale si dilatò; la
bocca fu piegata dalla smorfia di un antico dolore. L'occhio
artificiale restò immobile, vitreo.
— Un tempo, Susan, io ero fra i potenti. Un tempo io ero
singolare e plurale. Un tempo io ero Aristotele, Paratwa Ash
Ock del Castello Reale.
Lei lo fissò in silenzio, sopraffatta dall'impensabile vastità
di quella rivelazione. — Cosa mi aspetta, adesso? — gli
domandò infine, a bassa voce.
— La vita, Susan. Vita e consapevolezza. E un viaggio al
di là di tutti i tuoi sogni.
30

Uno degli uomini di guardia alla porta dello studio privato


del Leone mise dentro la testa. — Signore, sono arrivati.
— Falli entrare — ordinò lui, distogliendo lo sguardo dal
giardino fiorito oltre la parete di cristallo. Si girò verso Nick.
Seduto al tavolo da riunioni l'ometto tamburellava
nervosamente con le dita sulla superficie di schisto lunare
compresso; uno solo dei suoi piedi toccava il suolo, l'altro
oscillava avanti e indietro come lo stantuffo di un
macchinario antico.
— È sicuro di voler essere presente? — chiese il Leone.
Nick gli concesse un pigro sorriso. — Questa è la terza
volta che me lo domanda.
— Lo so — sospirò il Leone, — ma in queste
circostanze... non possiamo esser certi che lui...
Nick scrollò le spalle. — Servirebbe a qualcosa che
cercassi di nascondermi da lui?
— Suppongo di no.
Due guardie armate di fucili a raggi esplosivi entrarono
nello studio. Gillian le seguiva a un passo di distanza, e
dietro di lui c'era Buff. Il Leone fece un cenno col capo ai
suoi uomini, che uscirono e chiusero la porta.
— Sono contento che non siate feriti — disse, scrutando
Gillian nel tentativo di capire se Empedocle si fosse
risvegliato, o se in lui si agitassero emozioni pericolose. Ma
il suo volto non rivelava niente. Freddo, pensò il Leone.
Inaccessibile.
Buff si spostò a lato della porta e appoggiò le spalle al
montante, incrociando sul petto le braccia muscolose. I suoi
sentimenti erano più facili da decifrare, né si curava molto di
nasconderli. Il calcio di una pistola era visibile fra i bordi
della sua blusa, aperta.
Il Leone si mosse verso di lei, scuotendo tristemente la
testa. — Mi dispiace moltissimo per Martha. È un dolore che
ci colpisce tutti.
— Sì — mormorò Buff, evitando il suo sguardo.
— Non immaginavo che avrebbe potuto succedere tutto
questo.
Gillian attraversò la stanza e si fermò davanti a Nick. — E
tu non ci dai il bentornato?
L'ometto alzò lo sguardo su di lui. — Giornata dura, eh?
— Sì, possiamo dire così.
— Suppongo di doverti una spiegazione.
— Non mi devi niente — disse Gillian, e il Leone seppe di
cosa erano impregnate quelle parole. Odio. E a stento
trattenuto.
— So che ti senti tradito — disse il Leone ripensando alla
sua infanzia, ai suoi dodici anni. C'erano stati giorni in cui,
solo e senza più fiducia in nessuno, aveva avuto
disperatamente bisogno dell'amicizia di Gillian.
Una risata aspra risuonò nello studio.
— Hai tutte le ragioni di pensarla così — continuò il
Leone.
— Nick e io sapevamo di Cochise... o almeno lo
sospettavamo. Ma abbiamo deciso che non dirti niente era la
cosa migliore.
— Allargò le mani. — O forse era solo la più facile. Non
lo so, davvero.
Nick batté un dito sul tavolo. — Ho fatto quello che
dovevo fare, Gillian. Le tue condizioni... erano peggiorate
molto. Non potevamo essere sicuri di Cochise; era una
grossa incognita e basta. Io ho preso una decisione
basandomi su pochi fatti e molte ipotesi. Sto cercando di
darti una risposta onesta.
— Fai pure a meno di sforzarti. Ormai è un'abitudine che
hai perso, no? — sbottò Gillian.
Nick non rispose. Gillian si rivolse al Leone. — Quanti
morti ci sono stati, in quella strada?
— Il primo bilancio della E-Tech parla di una dozzina, più
non so quanti feriti — rispose lui. — Le emittenti libere
stanno dando cifre sempre più alte.
— Sanno chi è il responsabile?
Il Leone annuì. — Pistolero è stato visto, naturalmente.
Ma è scomparso poco prima che la Sicurezza E-Tech
arrivasse in forze. In quanto a Spadaccino, tu sei il solo che
lo ha visto, e anche lui è svanito. Inoltre l'ultimo notiziario,
un quarto d'ora fa, ha detto che c'è stata un'esplosione negli
uffici di Cochise... al Gruppo Venus. L'incendio ha distrutto
l'intero piano dell'edificio. Il numero delle vittime è ancora
sconosciuto.
«La Sicurezza E-Tech sta cercando te e Buff. Hanno una
descrizione fisica, ovviamente, ma finora non sanno chi
siete. Questo, almeno, è quanto dichiarano. — Il Leone ebbe
una smorfia. — Quando avranno identificato Martha, però,
cominceranno a mettere le cose insieme. E la storia di
copertura che avete raccontato al personale del Gruppo
Venus non reggerà, anche se forse Lord e Lady Valsacko...
— Non hai risposto alla mia domanda, Jerem — lo
interruppe Gillian. — Sanno chi è il responsabile?
Il Leone esitò. — Spadaccino e Pistolero...
— Risposta sbagliata.
— Il responsabile sono io — intervenne Nick con calma.
— È questo che vuole sentirmi dire. Ha bisogno di sfogarsi
su di me.
Gillian ebbe un'altra risata rauca. — Bisogno di sfogarmi?
Chi diavolo credi di essere? Mi hai usato per tanto tempo che
non ti passa neppure per l'anticamera del cervello l'idea che
io possa averne abbastanza.
L'altro sospirò. — Io ho fatto quello che potevo...
— Non più, d'ora in poi — stabilì Gillian. — Non a me.
Dovrai trovare altri da raggirare e manipolare. Fra noi è
finita.
Gli occhi di Nick si strinsero. — E chi è che sta
dichiarando la sua indipendenza?
— Tu lo sai chi sono.
— Dammi un indizio.
— Non mi provocare — lo avvertì Gillian. — Mi hai
mandato incontro al gemellare di un killer, sapendo chi era.
E hai insistito perché andassi disarmato, razza di bastardo!
Nick trasse un profondo respiro. — Non c'era alternativa.
La tua falce Cohe sarebbe stata sicuramente individuata dai
detector della sorveglianza. Ma non ti ho mandato là senza
un motivo. C'erano indizi che puntavano contro il Gruppo
Venus, e credo di aver preso la miglior decisione possibile,
date le circostanze.
Gillian scosse il capo. — Non riesci neanche a concepire
l'idea che tu stia facendo una stupidaggine, vero?
— Ho detto che mi assumo la piena responsabilità —
borbottò Nick. — Ti ho fatto incontrare un individuo che
sospettavo d'essere un killer Paratwa perché eri così
malridotto che non riuscivi neanche a vedere dove mettevi i
piedi. Avevi bisogno di azione e io ti ho dato la possibilità di
svegliarti. Ne sei uscito vivo, perciò adesso non venire a
piagnucolare sui se e sui ma...
Il movimento fu quasi troppo rapido perché il Leone se ne
accorgesse: la mano destra di Gillian scattò avanti e
attanagliò il collo di Nick, strappandolo via dalla sedia.
L'ometto ne fu tirato in piedi e rantolò in cerca d'aria,
afferrandolo per il polso, ma non riuscì a liberarsi.
— È questo che volevi? — sibilò Gillian.
— Lascialo andare! — ordinò il Leone.
Un altro movimento scattante, laterale, e Nick fu
schiacciato con violenza contro il muro dalla mano che gli
stringeva la gola come una morsa. I due si fissarono con
occhi pieni d'odio.
— Gillian! — gridò il Leone.
La porta si spalancò e le due guardie Costeau balzarono
nella stanza coi fucili puntati. Nello stesso istante Buff
sfoderò il revolver al salene e piantò la canna sotto il mento
dell'uomo più vicino.
— Non è un vostro problema — ringhiò la ragazza, col
dito sul grilletto. — E oggi io non sono di buonumore.
Chiaro?
Le guardie erano ben addestrate. Ed erano Costeau.
Guardarono il Leone e aspettarono di sentire la sua voce.
— Uscite — sbottò lui, e senza voltarsi a controllare che
avessero ubbidito andò accanto a Gillian. Quando gli mise
una mano sulla spalla per tirarlo indietro sentì che i suoi
muscoli erano tesi come cavi d'acciaio.
Nick stava diventando viola in faccia e sembrava sul punto
di soffocare, ma i suoi occhi restavano inchiodati in quelli di
Gillian. Ed erano occhi lampeggianti di furia, sprezzanti,
senza paura. Occhi che dicevano: «Fai quello che vuoi... io
non ti darò soddisfazione!»
— Gillian, lascialo — disse il Leone con calma. — Cosa
pensi di ottenere in questo modo? Niente di niente.
— Non scommetterci — ringhiò lui, inasprendo ancora la
stretta. Sulle tempie di Nick le vene sembravano sul punto di
scoppiare.
Il Leone mise una mano dietro il collo di Gillian, gli
afferrò la pelle fra il pollice e l'indice, sotto la nuca, e strinse
con tutta la forza delle sue dita. — Ricordi questo pizzicotto?
— disse. — Ripensa all'uomo che usava questo pizzicotto
per costringere un ragazzino testardo a ragionare. Hai
dimenticato le sue parole? — Si sporse a parlargli quasi in
un orecchio, abbassando la voce.
— Quell'uomo mi disse: «Io non voglio farti del male,
Jerem. Ma non ti permetterò di ridurti in quello stato».
Quell'uomo mi strappò dalle grinfie della droga. E pochi
giorni dopo mi salvò la vita.
Gillian si girò a guardare il volto rugoso e anziano del
Leone, segnato da un'emozione intensa, e nei suoi lineamenti
rivide quelli del ragazzino terrorizzato che era stato chiuso
con lui in una misera stanza d'albergo a Sirak-Brath, un
ragazzino troppo stordito per cercare aiuto. Nei ricordi di
Gillian quegli avvenimenti risalivano appena a poche
settimane addietro; per Jerem Marth era trascorsa un'intera
vita.
Aprì la mano che attanagliava il collo di Nick. L'ometto
cadde in ginocchio e si afflosciò rantolando contro il muro,
coi polmoni che si dilatavano disperatamente in cerca
d'ossigeno.
Sulla porta dello studio Buff e i due Costeau erano ancora
immobili nella stessa posizione, come congelati in
un'immagine di violenza allo stato potenziale. Il Leone parlò
con calma: — Buff, per favore, metti via quell'arma e lascia
che i miei uomini vadano a chiamare un medico.
Buff rinfoderò il revolver al salene. Le guardie uscirono.
— Hai una memoria buona per un vecchio, Jerem — disse
Gillian, a denti stretti.
— Il passato mi serve da lezione, se non altro.
Gillian gli indicò Nick. — Pensa al futuro, se non avrai il
coraggio di liberarti di lui. Questo è un uomo senza scrupoli.
Nick stava ancora lottando per placare il suo bisogno
d'aria.
— Così vuoi andartene — disse il Leone.
— Infatti.
— E dove?
Gillian scrollò le spalle. — Non lo so. Sono tornato qui
soltanto per... prendere le mie cose. La mia falce Cohe,
soprattutto. — Lo guardò. — O dovranno esserci altri
problemi?
— È la tua arma. E se dicessi di no, ho idea che
diventeresti molto insistente. Per oggi c'è già stata fin troppa
violenza.
— Fin troppa, sì.
Il Leone si volse a Buff. — Tu andrai con lui?
— Non credo che sarei ancora utile al Leone degli
Alexander.
Lui annuì. — Allora sii fedele a Gillian.
— Io sono fedele a Martha — mormorò la Costeau.
— Così sia. — Lo sguardo del Leone si spostò sul
giardino e sui cespi di rose, nulla più che forme viola e grigie
fra pozze d'ombra nel crepuscolo che assorbiva da Irrya ogni
colore. La tristezza lo faceva sentire ancor più vecchio e
stanco. Se ne va di nuovo per conto suo, mi lascia, come
cinquantasei anni fa.
— Sono certo che ci rivedremo — disse Gillian, intuendo
il motivo del suo silenzio.
— Forse. — Ma il Leone non ci credeva. Potremo
incontrarci ancora da qualche parte, potremo salutarci,
parlarci. Ma la realtà è che ci sono troppi anni fra noi. Non ci
ritroveremo mai come un tempo. E capì che toccando
Gillian, raggiungendolo in quei brevi momenti di ricordi
comuni vecchi di decenni, la sua ossessione aveva
completato finalmente il cerchio.
Io sono un vecchio, appesantito da tutto ciò che la vita mi
ha lasciato addosso. Porterò con me questo sentimento negli
anni che mi restano, ma non potrà essere più di un ricordo
incorniciato... un segnalibro fra pagine ormai chiuse per
sempre. Si accorse di sorridere. Il passato mi ha insegnato
ancora un'altra lezione.
— Prima di andarmene — disse Gillian, — avrei... un
favore da chiederti.
— Quello che vuoi.
— Se dovesse succedermi qualcosa, Jerem... se io
diventassi un... una persona che tu non potresti più
riconoscere per Gillian, o un... — Esitò, stentando a trovare
le parole. Ma non riuscì a descrivere l'innaturale miscuglio di
personalità che Empedocle bramava tanto, e che lui stesso
capiva solo nei suoi aspetti più generici.
Il Leone si accigliò. — Stai parlando del tuo signore?
— Sto parlando del caso in cui Gillian se ne vada e non
possa tornare indietro. Mai più.
Il Leone non era sicuro di afferrare il senso di quelle
parole.
— Se mi succedesse questo — continuò Gillian in fretta,
— e tu fossi sicuro che io non avrò modo di tornare
indietro...
— Cosa vuoi che faccia?
— Manda i tuoi Costeau a cercarmi.
Il Leone scosse il capo, perplesso. — Per riportarti
indietro?
— No. Non per riportarmi indietro.
— Credo... credo di aver capito. — Il Leone deglutì. —
Farò quella che mi sembrerà la cosa migliore.
— Così direbbe ogni vero Costeau. — Gillian riuscì a
sorridere. — Tieni sempre fede al tuo nome, Jerem.
— Ci proverò.
Il Leone trovò Nick seduto davanti a una console nella
stanza dei computer, con le braccia conserte e una sciarpa di
seta bianca avvolta intorno al collo. Le apparecchiature
erano spente, gli schermi vuoti, l'illuminazione ridotta al
minimo. Gillian e Buff se n'erano andati da ore.
— Stiamo sviluppando nuove strategie? — gli chiese.
— Non le capita mai di restare sveglio la notte a chiedersi
cosa diavolo ne sta facendo della sua vita?
Il Leone annuì.
— Buon per lei — disse sottovoce Nick, — perché per me
non è così. Non mi succedeva nel ventesimo secolo, né in
quello successivo, né cinquantasei anni fa. E neppure oggi.
Io ho sempre saputo cosa farne della mia vita. Ho sempre
saputo dove stavo andando.
Il Leone si mise a sedere. — Ne parla come di una
maledizione.
— Più come una gamba zoppa, forse. Una cosa che ti fa
camminare in modo diverso dagli altri. Ti fa restare fuori del
gruppo. Ti rende più conscio dei milioni di individui che non
zoppicano. Stando in disparte uno li vede più obiettivamente,
più chiaramente. Analizza il loro carattere, giudica le loro
motivazioni, e magari riesce a capire perché sono come
sono.
— Lei sentirà la sua mancanza — disse il Leone.
Nick sospirò. — Non capita molto spesso di trovare un
altro zoppo che zoppica lungo la tua stessa strada. Sono cose
che ti fanno credere nel destino.
— Ti fanno credere nell'umanità.
Nick trasse un profondo respiro. — Già. Anche questo.
Il Leone si accorse che stava guardando uno dei monitor
spenti. — La riunione dell'altra settimana, quella con Gillian,
Inez e Adam... ricordo che lei disse di avere un brutto
presentimento, qualcosa come affrontare una battaglia già
persa. Lo sente ancora?
— Forse.
Il Leone esitò. — Se i Paratwa ci sconfiggessero, lei cosa
farebbe? Presumendo di sopravvivere, voglio dire, crede che
potrebbe adattarsi alla loro dominazione?
— No.
— Anch'io la penso così.
Per alcuni lunghi minuti tacquero, guardando le
apparecchiature silenziose. Infine Nick allungò una mano e
premette una serie di tasti. Negli impianti nacque un
mormorio di vita; i monitor si accesero di luci e di colori. Il
Leone decise di alzarsi e si avviò alla porta.
— Io non ho dubbi su quello che faccio, Jerem — disse
Nick. — Non posso dubitarne. Cerco di non fare del male a
nessuno. Ma faccio quello che va fatto.
Il Leone non disse niente. Uscì dalla stanza pensando a un
passato che in lui esisteva ancora, e ad un futuro che avrebbe
potuto non esistere mai.

FINE